Vai al contenuto
  • Sebastiano delle parole


    Ospite

    Sebastiano aveva sei anni e aiutava il nonno a fare le bottiglie di vetro. Da quando il suo papà era andato via per cercare un lavoro migliore dall’altra parte del mare lui aveva preso il suo posto, lavorando con il nonno nella fabbrica delle bottiglie. Fabbrica è una parola grossa, nonno e nipote si affaccendavano nell’unica stanza della casa, attorno al forno in muratura che faceva anche da camino. Il nonno soffiava nel tubo dove era attaccata la pasta di vetro e Sebastiano badava al fuoco. A Sebastiano piaceva vivere con il nonno, gli voleva molto bene e il nonno voleva molto bene a Sebastiano.
    Un giorno il nonno si ammalò. Un forte mal di gola gli impediva di soffiare nel tubo e si sentiva molto stanco. “Forse ho preso l’influenza”, disse a Sebastiano, e si mise a letto. 
    Il giorno dopo il mal di gola era diventato ancora più forte, tanto che il nonno non riusciva più a parlare, ed era così debole da non poter nemmeno bere un bicchier d’acqua senza l’aiuto del nipote. Quando il terzo giorno Sebastiano notò che la gola si era gonfiata come se dentro ci fosse un pugno, corse dalla maestra Iomi, una vicina che aveva il telefono in casa, e lei chiamò l’ambulanza. Il nonno venne portato in ospedale e Sebastiano ogni mattina lo andava a trovare.
        Tranne il sabato e la domenica, quando la maestra Iomi non lavorava e lo accompagnava in automobile, Sebastiano si recava sempre a piedi in ospedale, camminando due ore per arrivarci e due per tornare. I dottori gli spiegarono che il nonno aveva una brutta malattia, ma lo avevano operato in tempo, così si era salvato. Finalmente un giorno tornò a casa, però aveva perso la voce e nemmeno poteva più soffiare il vetro. Sebastiano pensava che non era importante, la cosa che contava era che il nonno stesse di nuovo bene e fosse tornato a casa. 
        Ben presto il bambino imparò a capire tutto ciò che il nonno gli comunicava con gli sguardi e i gesti, come se avesse di nuovo il dono di esprimersi, pure senza parole. Se ad esempio stendeva il braccio verso il mare facendolo ruotare sull’orizzonte, significava: “Che bello!”. Oppure, quando voleva sapere se Sebastiano aveva fame, lo guardava, apriva la bocca e faceva finta di ficcarci dentro tutte le dita di una mano. Insomma, parlava una lingua fatta di occhiate e cenni.
        Non potendo riprendere il lavoro delle bottiglie il nonno cominciò a fare il giardiniere per la maestra Iomi. A Sebastiano piaceva stare nel giardino, in mezzo ai fiori e agli alberi. Raccoglieva i rami potati, annaffiava le aiuole… insomma stava bene, quasi come prima. Quasi, perché l’episodio della malattia del nonno gli aveva suscitato una piccola paura: e se un giorno anche lui avesse perso la voce? Lo disse al nonno, che lo rassicurò scuotendo il capo come se si trattasse di una cosa impossibile. Gli fece segno che lui era giovane, giovanissimo, quelle invece erano cose che capitavano ai vecchi. 
        «Sarà…», pensava Sebastiano, però non riusciva a tranquillizzarsi. Finché non gli venne un’idea. Impilate contro una parete della stanza c’erano ancora parecchie bottiglie, che da quando il nonno aveva cessato l’attività prendevano la polvere. Salì su una scala e prese quella più in alto, quindi uscì di casa e andò nel suo posto segreto, una duna circondata da olivastri, dove si ritirava quando voleva stare da solo. Da lì, se non c’era nebbia, poteva scorgere il grattacielo di Cesenatico, e un paio di volte aveva anche visto la sagoma del drago stagliarsi contro le nuvole rosa del tramonto. 
        Sebastiano si sedette sulla sabbia, guardò la spiaggia e il mare, portò la bottiglia alla bocca e dentro ci gridò: “Nonno!”, tappandola subito con il palmo della mano. Poi lo tolse e dalla bottiglia uscì il suo richiamo, un poco più basso: “Nonno!”. 
        «Funziona», pensò il bambino, «adesso ho solo bisogno di tappi, ma non è un problema, i cassetti della credenza ne sono pieni.» 
        Allora lasciò la bottiglia sulla duna, tornò a casa e prese un’altra bottiglia, aprì un cassetto e si riempì le tasche di tappi, quindi tornò nel suo posto segreto. Dentro la vecchia bottiglia gridò ancora il richiamo di suo nonno e ci mise subito un tappo; nell’altra esclamò: “Ho fame!”, e pure la tappò.
        Ormai era sera, il nonno doveva già aver preparato da mangiare, allora Sebastiano prese le bottiglie e rincasò. Una volta nella stanza le appoggiò contro la parete di fronte a quella delle bottiglie vuote, e siccome la tavola non era ancora apparecchiata ci pensò lui a farlo. A cena il nonno gli chiese con gli occhi come avesse passato il pomeriggio. Sebastiano stava per dirglielo, poi si trattenne, temeva di preoccupare il nonno (magari si accorgeva che era in pensiero per la sua malattia), e allora disse che aveva costruito torri di sabbia.
        La mattina dopo non andò con il nonno nel giardino della maestra Iomi, ma si recò immediatamente sulla duna con altre due bottiglie vuote. Nella prima gridò: “Ti voglio bene!”, e nella seconda: “Ago!”. Il vento infatti aveva portato dalla pineta poco lontana un ago di pino sulle sue gambe. Tornò a casa e prese tante bottiglie da riempirci una sporta, perché la testa gli scoppiava di parole da conservare. 
        In una gridò: “Gelsomino!”. In un’altra: “Fico!”. E poi: “marmellata, papà, bello, brutto, evviva, mi fa male qui, nuvola, macchina, camion, latte, voglio una bicicletta, gialla, rosso, azzurro, cielo, aereo, palazzi, balcone…”, e così via.
        Ormai, quando rientrava in casa, non aveva più bisogno di salire sulla scala per prendere altre bottiglie, perché la catasta si era abbassata di parecchio, mentre invece era cresciuta quella delle bottiglie piene, impilate di fronte. Il nonno una sera non poté fare a meno di indicare le due pareti, guardando il nipote, e questi rispose: “Le sto spolverando, così man mano le sposto”. Il nonno lanciò un’occhiata distratta ai tappi che chiudevano le bottiglie spolverate, ma non fece nessun segno, invece allargò vagamente il braccio, intendendo dire che ormai le bottiglie non servivano a nulla, sarebbe stato meglio venderle per liberare lo spazio.
        Quella sera il bambino quasi non toccò cibo, e la notte, lì nel letto con il nonno, non riusciva a prendere sonno, così alla fine lo svegliò. 
        “Nonno”, gli disse, “promettimi che non butterai via le bottiglie.” 
        Il nonno lo guardò assonnato, ma quando vide lo sguardo serio del nipote si destò del tutto e annuì. Sebastiano allora si addormentò tranquillo.
        In pochi giorni aveva riempito quasi tutte le bottiglie, e una mattina, quando ormai era mezzogiorno, gliene rimase solo una, ma si ricordò che non aveva ancora fatto la spesa, così la lasciò vuota e andò al negozio di generi alimentari. Quando tornò a casa appoggiò la busta sul tavolo e la bottiglia sul letto, con l’idea di riempirla quel pomeriggio, però dopo pranzo il cielo si fece scuro e presto cominciò a piovere. «Pazienza», pensò Sebastiano, «ci andrò domani nel mio posto segreto.»
        Piovve per giorni e giorni ma Sebastiano non era più preoccupato dall’idea di perdere la voce, né aveva fretta di riempire l’ultima bottiglia, riposta sotto al cuscino. Era tornato a gustarsi le giornate con il nonno, giocando a carte con lui, o aiutandolo a fare da mangiare. Un giorno cominciò a spirare un vento molto forte e Sebastiano, intabarrato in una pesante giacca a vento, aiutò il nonno a riparare gli ulivi della maestra Iomi, costruendo schermi con canne e teli di nylon.
        Una notte, però, mentre nonno e nipote dormivano, il vento spalancò la porta di casa. Prima che il nonno raggiungesse l’uscio per richiuderlo, una bottiglia venne strappata dalla base della catasta e tutte le altre rovinarono al suolo, andando in frantumi. Oltre al frastuono dei vetri rotti si udì un bisbiglio crescere sempre più: le parole del bambino venivano soffiate via attraverso la porta e le fessure della finestra.
        «Che strano», pensò Sebastiano contemplando la distesa di cocci, «non mi dispiace più di tanto». 
        Forse, rinchiudere tutte quelle parole almeno una volta nelle bottiglie era bastato a cancellare le sue paure. Nel frattempo il nonno aveva preso la scopa e Sebastiano con un giornale l’aiutò ad ammassare i vetri rotti contro la parete.   

     “Domani”, disse la mano del nonno agitandosi, “vedremo di buttarli via, adesso torniamo a dormire”.
        Sebastiano però non riusciva a riaddormentarsi. Sotto il cuscino stringeva la sua bottiglia, l’unica superstite. Ci avrebbe potuto mettere dentro un’altra parola, l’ultima: doveva essere una parola importante. Ma quale?
    Tratto da Il drago di Cesenatico e altre storie cosìhttp://ita.calameo.com/read/005429840b8abed8da65a


    Libro Collegato: Capitolo Precedente: Capitolo Successivo:


    Feedback utente

    Commenti raccomandati



    Crea un account o accedi per lasciare un commento

    Devi essere un utente per inserire un commento.

    Crea un account

    Iscriviti per un nuovo account nella nostra community. È facile!

    Registra un nuovo account

    Accedi

    Sei già registrato? Accedi qui.

    Accedi Ora

×