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  • SICILY SERENATA JAZZ


    Domenico De Ferraro

     

     

    SICILY SERENATA  JAZZ

     

    Un  lieto vento   passa nel calore delle parole che mi hanno condotto per mano lungo il viaggio , in un'altra terra   . Un  dolce vento   mi ha  portato  lontano con se nell’onda del caldo  meriggio , avvolgente il senso delle mie  parole  espresse nella ricerca del senso di questa vita.  Una nuova terra,  dove è tutto possibile , dove un banale  amore , dove cantano i ranocchi sotto la luna , dove sgambettano le ballerine dalle gambe lunghe,  dove il treno della vita corre , portando  via questa mia malinconia dal buio dei secoli passati. Una oscurità  in fondo all’anima di Polifemo,  nell’antro dei Titani ove  ballano tutti insieme questa sciocca tarantella.

    Qui all’ombra dei grandi  pini marini , nel ballo   del solleone , ruggente  lungo le coste  africane   balzante nell’ombra raminga  ,perduto   tra le nuvole del cielo azzurro di porto Empedocle.   Una Dea  si mostra  senza veli ,  sorge dalle onde del mare , vaga  per valli di lacrime,   si bagna nell’ acqua  cheta del mare chiaro  ove galleggiano i corpi dei migranti.   Tra le meste  onde dei miei ricordi di viaggio in esuli pensieri dalle varie  forme danzanti  intorno al sepolcro  del pio poeta   figlio del caos ,  emerso dal fondo dei mari,  dal fondo dei secoli passati  da   altre realtà  sovrumane  d’ infinita bellezza. 

    Mattino d’ agosto , son giunto su un autobus con le mie lacrime piegate nel fazzoletto,  ho visto case accartocciate all’ombra di un dramma  pirandelliano perdute nell’ avventura  in  austeri misteri eleusini . E  sulla scia di un canto acheo , son caduto come una lucciola nel fitto bosco.  Mi sono rialzato dietro la grande casa bianca di luigi ove l’alba,  colora l’orizzonte e la vasta piana precipita dal magno promontorio fin giù nel tramonto di un tempo  che passa e solca questa morte e questo canto. .

    Sotto un pino marino, solitario  assopito all’ ombra di un immagine , ho gioito nel mio animo,  ho danzato con gli dei e le muse , ho danzato con la mia disperazione ho  viaggiato  contro corrente,  verso spiagge bianche e immaginarie , rapito dalla storia , ho cavalcato schiere di  zefiri marini.

    Una campagna di fiori selvaggi  giunge fin giù sulla spiaggia.  Lungo lo   stretto sentiero sabbioso , m’inerpico  alla ricerca di un amore    che mi renda  vivo . Cado ,  riverso per odi ed inni in mitiche egloghe ed esperimenti linguistici in altre elocuzioni  , in brevi stornelli  , seguo  il mio metro nel sabbatico   sapere,  cerco  l’amore e la verità dell’andare contro corrente.

    Poi qualcuno  mi grido di salire.

    Io corro verso l’autobus facendomi arrivare le gambe dietro la schiena

    Aspettatemi , vengo anch’io.  Non lasciatemi  devo  assolutamente  pigliare l’autobus.

    Fate presto , tra poco  si parte per un'altra avventura   

    Quanto ho corso

    Tra poco partiamo , tenetevi  

    Non avete cuore

    Chi parla di cuore , queste sono poesie

    Si ma io non sono un poeta da meno

    Forse si,  forse no

    Siamo in una farsa

    Salga,  faccia presto il primo atto tra  poco ha inizio.

    Lascio quello che ho visto , alle mie spalle ,rimango una parte della mia anima nel   principio e  la fine del caos che ha generato questi  stupidi miei versi.

    Così vado  via con  le mie impressioni  ,  espresse   nel solleone  affilati come una falce che miete la spiga dorata nel campo incolto. Spiga , recisa ,  spezzata  nel  gambo  qui sull’altopiano d’azzurre argille da cui osservo il mare aspro africano.

     

    Il battito della vita è simile al battito delle ali di  una farfalla che vola verso il mare ,  vola verso i templi nudi , distesi al sole,  nella luce  che acceca la coscienza, ti trascina in  epoche lontane ,  t’accompagna per mano lungo i ripidi pendi dei miti ,  verso  il verbo  e la sua  storia. Forse solo,  adesso  mi sento meno solo ,  meno capace  di chiedere perdono.  Ed il palpitare  della vita è il battito delle note , il salire,  lo scendere,  l’ andare a passo  lento ,  lungo la via sacra , fino al fondo  all’ essere Dio.

    Ed  un  Dio  antico si mostra con il suo tempo,   tra la gente  con il suo accento gallico  con la sue vesti lacere.  Circondato  da muse  e vestali nella funzione dell’ essere un anfitrione    dalle sembianze  greche  .

    Ercole, era  l’amore di Hera e questo condusse  Zeus alla pazzia.    Il  quale scagliò un fulmine nella notte tempestosa , piena di stelle . Impauriti  in molti   si nascosero nell’ ovile con la pecora, la capra , la moglie , il collega , con il collare del cane , senza coda tagliata,  senza  amore per il prossimo.

    Questo disse Iddio agli uomini :  fate del bene  ma poi si appartò con una valchiria  era bionda,  tutta bionda,  bianca come il latte , dolce come il miele , splendida come la luna nuda sul monte.

    Sublime ,  esclamò qualcuno,  ma era trascorso  il  suo tempo,  il suo andare a ritroso  , il suo sentire,  sotto le stelle lucenti nella sera    d’ agosto in questo magico luogo  oltre ogni immaginario comprendere Iddio.

    Sarebbe stato  bello avere un Dio per amico . Ma  Giunone  stanca si tolse la gonna , mostrando cosi al volgo  la sua vulva nera cangiante  colore  dal nero di seppia  al rosa . Si mostrò  ignuda sotto un  ulivo,  lasciva nel corpo  rendendo Ercole un demone intenzionato ad ammazzare  Zeus.   Ora quale dolce canzone  ,quali  canti di guerra e d’amore  canti agli dei. Ercole.  

    Il grido degli achei , echeggiò sopra le onde del mare , nel vento udimmo il grido del  perdono,  l’amore cercato per strade deserte , oltre ogni intendimento. La mia stupidità non aveva limiti.

    Sul mio capo, chi sà se  sarà  mai posto  dell’alloro, sulle mie spalle   il vello della pecora che m’avvolse   con il  suo  soffice manto,  sotto la luna calante nel canto di odisseo .

    Mi abbandono  al suono  del ritmo jazz,  incalzante nella calda  sera  africana .

    Forte come una zappa,  spacca  la dura  zolla di terra , da  cui nacquero  tante leggende . Da  cui i titani  caddero  per volere  di Zeus negli abissi della conoscenza e in quelle  titaniche sembianze   pagai  il caro prezzo dell’ udire   un ritmo siculo  jazz.

    Zogna,  zogna ,  taralli  zogna e pepe.

    Talamone   tu  godi ,  sembri nu ciuccio , sembri  nà scigna , senz’altro nà  rilla , sotto le  piante di ulivi , senti , senti come suona  sotto a luna.  

    Nù piezzo ,  guaglione e chisto  Talamone .

     Stù sarchiapone , sona buono.  

    Sotto un  cielo chino di stelle  senza  mutanda,  senza scarpe , chiamate li guardie , chiamate a  Tonino ,  chiamate chi volete , io sono  il  caos ,  fatemi  sentire un'altra  bella canzone , che  gira , rigira  mi sembra , una lingua  nella gola di Giulia.

    Non hai pagato il biglietto.

    Mi manca il resto di nulla ,  mi manca tanto,  per capire che tutto vada  bene .

    Poi , verrà il tempo dei frutti maturi che cadranno dall’ albero della vita,  poi verrà il signore con il cappello storto a reclamare la sua esistenza , la sua indifferenza,  la sua ignoranza,  la sua clemenza .

    Signor giudice,  si  sono rubata la mia bellezza .  Chi prenderà ora la luna per mano, chi farà l’ amore con giunone sopra il talamo .

    oh Talamone sei proprio tu , che inquieti i miei sogni  sopra le rocce , sopra le nuvole,  io spingo il carro di apollo .

    Sono Apollo ,  sono Pippo , sono Topolino , sono  Paperino ,  sono il senso della storia viscerale che scende,  scema , scende,  sciarabbonda dalla bocca come  la lava dal vulcano. Scende la sciara di fuoco   un fiume di cenere ,  attraversa queste terre , entra in questa anima , in questa  leggenda,  lungo lo stretto  , oltre l’arcipelago,  verso salina , fino a vulcano  cercando il senso di  questo amore tra le isole  , dentro il nome degli dei.

     Si suona tutta la notte, chitarre e tamburi  , qui ai piedi del tempio dedicato a giunone ,qui in questo angolo di mondo , dimenticato sotto le stelle sicule . Ed  una dolce  voce,  echeggia e porta via i tristi  pensieri,  miti intrecciati , misti di rabbia , di verve ed erre mosce  sotto il palco ,   rutto con lo ventaglio in mano Chi è   grosso,  chi piccirillo , chi più grande d’un  elefante , chi più grande  di un  gorilla che sorride con una banana in mano.   Io sono il senso   di questo ricercare per rime che  trascende le generazione , trascende libero il senso  della storia. Io  sono sballato nel gioco del lotto,  sotto il palco , vorrei afferrare il  microfono in mano.  Ascolto  il suono , il musico ribelle , la bolla di sapone , sull’orlo  dell’ universo aspetto  di  fluire nella ragione  dell’ amore.  Danzo , jazz  con  giunone. A spasso con  Zeus  qualcuno , ci grida fermate quei due  mascalzoni.  

    Chi le ha  detto di  entrare .

    Per fortuna c’è sempre qualcuno che dice buonanotte

    Sono al  bar ,  bevo una aranciata questa volta non ci  casco                          

    non giocherò più  con gli Dei  a mosca cieca.

    Più in là , c’è chi continua  ad offendere il  sacro nell’iperbolica  congiunzione carnale.

    Ad un passo dal sasso  nel sesso , non cesso di capire  l’ignominia dei cognomi,  io sono il figlio di nessuno  , l’angelo ribelle  che vola libero in questa serenata jazz , per Giunone e Zeus.

     


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