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    • MimmoCapece
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      COME TUTTO EBBE INIZIO
       
      Berlino, 1 settembre 2059, Palazzo del Reichstag, un tempo sede della Bundestag (Parlamento Federale Tedesco).
       
      Alberich Richter, giovane segretario del ministro della giustizia del Länd, riceve l’incarico di riesaminare i documenti storici in possesso degli archivi di stato di Koblenz. Richter ha il difficile compito di valutare, in conformità a quei documenti, gli avvenimenti che portarono, il 30 aprile del 1945, alla scomparsa del Führer, Adolf Hitler.
       
      Nell’ambito del Rapporto Brandt, Alberich Richter inizia le sue ricerche che presto lo conducono presso la sede della Corte Suprema Tedesca, in passato IMT (Tribunale Militare Internazionale).
       
      Lo scopo d’indagare su quegli avvenimenti nasce dalla necessità di valutare l’eventuale presenza in vita di discendenti diretti del Führer.
       
      Richter è affiancato da un suo uomo fidato che, come da lui richiesto e con il sostegno del ministro, ottiene di avere al suo diretto comando. Adrian Schwarz, amico d’infanzia di Richter, ha il compito di esaminare la documentazione scientifica di carattere medico, mentre a Richter spetta la visione degli atti a carico dell’imputato Martin Bormann, condannato a morte per crimini di guerra. Bormann come il dottor Josef  Mengele, riuscì a scappare e il suo cadavere fu rinvenuto solo più tardi nel 1972.
       

      Martin Bormann, si unisce al Partito Nazionalsocialista nel 1922, diventa membro del personale del Comando Supremo del Reparto d’Assalto 1928-1930, responsabile del Fondo di aiuto del partito, diviene Reichsleiter dal 1933 al 1945. Dal 1933-1941 al comando del capo di stato Maggiore presso l'Ufficio del vice del Führer, ancora capo della cancelleria del partito, il 12 aprile 1943, ottiene un ruolo di fiducia come segretario del Führer.
       
       
      Bormann come segretario del Führer, insieme al dottor Mengele, è ritenuto il custode del vero destino di Adolf Hitler.
       
      Josef Mengele, medico e militare tedesco, si laurea in antropologia presso l’Università di Ludwig Maximilian di Monaco di Baviera e in medicina alla Johann Wolfgang Goethe-Universität di Francoforte. Noto per gli esperimenti medici e di eugenetica che svolse nel campo di concentramento di Auschwitz, usando i deportati, bambini compresi, come cavie umane.

      Richter e il suo amico Schwarz devono mettersi sulle tracce lasciate da Bormann e Mengele. Nel periodo della loro latitanza hanno avuto modo di custodire, con altri membri della cancelleria del Führer, le vere sorti di Adolf Hitler.
       
      I due giovani, dato il tempo trascorso, hanno ben chiaro l’arduo compito loro assegnato e sono altrettanto consapevoli che il buon esito di tali indagini sarà determinante per la loro carriera.
       
      Richter fisicamente ricorda molto Mengele, alto, fisico filiforme e ben strutturato, ma a differenza di quest’ultimo non ha competenze scientifiche, ma sa di poter contare sull’amico. I due giovani, che hanno vissuto lontani dalla guerra, hanno fatto entrambi studi approfonditi sull’argomento, ognuno per le proprie competenze.
       
      Il giovane Schwarz, pur avendo la stessa età di Richter, è di salute più cagionevole e passa molto del suo tempo nel suo appartamento. Non ha grandi doti investigative, al contrario di Richter, ma è molto metodico e meticoloso. Lui usa uno schema mentale ben preciso per approcciarsi allo studio. Il suo appartamento di Berlino gli è stato assegnato circa cinque mesi prima, direttamente dagli uffici del Ministro, come per Richter che vive poco lontano.
       
      Un piccolo appartamento che in breve tempo ha saputo organizzare secondo le sue necessità. Un modesto ingresso arredato con lo stretto necessario e un corridoio che conduce a sinistra alla piccola stanza da letto. La scelta di quella soluzione è strettamente legata all’esigenza di dedicare la stanza più grande, quella posta sulla destra, alla funzione di studio, dove passa gran parte del suo tempo quando non è alla ricerca di nuovi documenti.
      Proseguendo lungo il corridoio, arredato sempre con stile minimalista, si arriva, attraverso la prima porta immediatamente dopo la stanza da letto, a un piccolo bagno per arrivare infine alla cucina pensata in quella posizione ancor prima del suo arrivo.
       
      Il suo approccio allo studio gli impone la necessità di ampi spazi da dedicare al suo lavoro. Ha l’abitudine, infatti, di sfruttare lunghe pareti per appendere, secondo un suo ordine ben preciso, tutti quei documenti che lui ritiene decisivi per lo svolgimento del suo compito.
       
      A tale scopo ha chiesto e ottenuto di far rivestire quelle pareti da fogli di legno, questi gli consentono di fissare agevolmente qualsiasi documento con l’uso di puntine da disegno colorate. I colori, per il giovane medico, sono di notevole importanza per l’applicazione del suo metodo. Ha l’abitudine, infatti, di attribuire a ogni colore uno specifico significato.
       
      Detesta far uso del computer, se non per stilare i rapporti da sottoporre all’attenzione di Richter. A tale scopo utilizza uno SW-TB che gli è stato fornito dal Ministero. Si tratta di un modello datato e non rappresenta certo l’ultimo ritrovato in fatto di tecnologia ma è esattamente quanto da lui richiesto dato che ne utilizzava uno simili durante i suoi studi universitari.
       
      22 febbraio, ore 9:30
       
      Driiin…Driiin! Squilla il telefono. Schwarz lo ignora, mentre continua nel lavoro di riordino. Driiin…Driiin! Ancora quel telefono. Finalmente dopo il quinto squillo decide di abbandonare lo studio per raggiungere l’ingresso, e preso il telefono: «Chi è? » Chiede con tono irritato.
      «Alla buonora! Chi vuoi che sia!»
      «Richter? Scusa, ma ero preso dal lavoro di riordino», risponde Schwarz che dopo una breve esitazione si ricompone.
      «Ok! Non importa! Senti ho un documento molto importante che sono riuscito a comprendere solo in parte. Ho bisogno del tuo aiuto», continua Richter.
      «Puoi portarmelo quando credi», risponde Schwarz, dando tutta la sua disponibilità.
      «Meglio di no, ci vediamo a casa mia diciamo tra mezzora», termina Richter riagganciando il telefono.
       
      Schwarz senza esitare afferra il suo vecchio soprabito appeso accanto alla porta d’ingresso ed esce mentre si avvolge la sciarpa che estrae dalla tasca. Si avvia a piedi percorrendo il viale alberato che conduce all’appartamento di Richter mentre inizia a pensare al motivo di quell’urgenza: “Perché Richter ha preferito incontrarmi nel suo appartamento? In fin dei conti il mio non dista che pochi minuti dal suo.”
       
      Schwarz ha la necessità di avere una risposta per ogni domanda che lo assilla e questo spesso diventa per lui motivo di turbamento.
       
      Dopo numerose domande, alle quali non riesce a dare alcuna risposta, affretta il passo per raggiungerlo prima possibile. Giunto sul posto guarda il suo vecchio orologio, antiquato come tutta la tecnologia di cui si circonda, e si rende conto di essere arrivato in largo anticipo.
       
      Per ripararsi dal forte vento che perversa sulla città, entra in un caffè proprio di fronte all’appartamento dell’amico, si guarda in torno come a cercare qualcuno, poi, dopo un attimo di attesa, volge lo sguardo verso i tavoli addossati alla vetrata e siede in posizione tale da potersi assicurare una completa visione dell’appartamento dell’amico.
       
      «Il signore prende qualcosa?», chiede un giovane cameriere, ma Schwarz è troppo assorto nei suoi pensieri per aver sentito.
      «Chiedo scusa, Signore! Vuole prendere un caffè?», insiste il giovane con modi garbati ma con voce più decisa.
       
      Schwarz, senza degnarlo di uno sguardo, alza la mano come a chiedere di attendere. Il ragazzo, confuso da quel gesto, resta ammutolito ed inizia ad osservare fuori dalla vetrata, nella stessa direzione, senza però capire esattamente cosa cercare.
       
      «Chiedo scusa, Signore! Ha deciso cosa prendere?», riprova il giovane.
      «Mi porti una tazza di the!», risponde finalmente Schwarz senza distogliere lo sguardo dall’appartamento.
       
      In quel momento arriva un’auto di colore nero, sembra un modello di altri tempi, ricorda vagamente una di quelle utilizzate in Germania nella metà degli anni cinquanta. Scorge dal finestrino oscurato la sagoma di un uomo che all’apparenza sembra proprio l’amico.
       
      Dopo pochi secondi quell’uomo scende dall’auto e Schwarz capisce che si tratta proprio di Richter. Si alza di scatto, si assicura la sciarpa attorno al collo e si avvia per raggiungerlo.
       
      «Mi scusi Signore, il suo the!», dice il cameriere con voce disfonica e tono sconcertato, mentre Schwarz, ormai di spalle, ha già guadagnato l’uscita.
       
      Prima con passi lunghi, poi accennando una corsa, si dirige verso l’amico cercando di anticipare il suo ingresso in casa.
       
      «Richter! Richter!», gli urla per attirare la sua attenzione, «Richter!» insiste, rendendosi conto che l’amico non ha ancora avvertito la sua presenza.
      Richter sta per chiudere la porta dietro di se, quando Schwarz con un ultimo slancio riesce a frapporre il piede tra la stessa e il battente.
       
      «Schwarz?», chiede Richter rivolgendosi all’amico, «Non pensavo che tu fossi già qui», aggiunge stupito, da quella veloce apparizione.
      «No… e che appena ricevuto la tua telefonata ho deciso di raggiungerti», cerca di spiegare, «Non importa! Comunque… ero al bar di fronte in attesa del tuo arrivo.»
      «Bene Schwarz. Molto bene! Entra ho tante cose da chiederti.»
       
      Mentre attraversano la hall, di quella che era stata l’ambasciata romena fino al 2028, Richter detta il ritmo spingendo Schwarz a compiere passi molto più ampi di quanto non facesse solitamente e raggiunto l’ascensore ne blocca la porta.
       
      «Su… dai Schwarz… ancora uno sforzo», gli dice accennando un sorriso come a volerlo sostenere in quella strana falcata.
      «Eccomi!», risponde Schwarz contraccambiando il sorriso, «Vedo che sei particolarmente eccitato!», aggiunge, mentre riprende fiato.
       
      Schwarz si accinge a selezionare il pulsante del terzo piano.
       
      «No Schwarz! Non il terzo», dice Richter mentre gli afferra la mano per guidarla verso il pulsante che conduce al quinto, «Il quinto Schwarz è lì che dobbiamo andare.», ancora con quel sorriso, «Un panorama mozzafiato! E’ fantastico! Molto più luminoso… ma non voglio toglierti la sorpresa vedrai che spettacolo», aggiunge, mentre Schwarz ascolta sorpreso e divertito per quello stravagante entusiasmo.
       
      «Ci siamo! Dimmi cosa ne pensi», annuncia, mentre la porta si apre. Un luminoso salone con ampie vetrate lasciano scorgere sulla destra la cupola della Bundestag e a sinistra il simbolo stesso della Germania, la quadriga trainata dai quattro cavalli della Porta di Brandeburgo, sempre viva nel suo splendore come dal restauro del 1958.
       
      «Una vista mozzafiato! Vero?», chiede Richter che ha già letto negli occhi dell’amico la risposta.
      «Aspetta di vedere il resto!», anticipa a Schwarz ancora ammutolito dalla visione di quello scorcio di storia.
       
      Vedendo l’amico ancora immobilizzato davanti a tanto spettacolo lo afferra per i fianchi e, quasi accennando un passo di danza, lo dirige verso una delle tante porte che circondano il salone, poi, con un altro movimento altrettanto leggiadro, si frappone tra l’amico e la porta per aprirla.
       
      «Wow!», finalmente Schwarz accenna il primo segno di ripresa. Una stanza immensa gli si apre davanti. I suoi occhi iniziano a luccicare come un bambino davanti alle caramelle. Sulla destra riesce a contare sette o forse otto schedari, mentre sulla parete opposta, interamente rivestita di legno, centinaia di puntine colorate già appese. Al centro un tavolo stretto e lungo, poi ancora una lavagna e in parte all’ampia finestra una scrivania con un computer dello stesso modello del suo. Solo a quel punto Schwarz, come risvegliato dalla percezione di una nota stonata, muta quello sguardo dal bambino esterrefatto nell’adulto perplesso e dubbioso qual era normalmente.
       
      «Richter… Tu con quel vecchio computer?»
      «Non vedo la tua poltrona!», aggiunge, mentre l’amico continua con un sorriso sempre più espansivo, «Come fai senza la tua poltrona quando hai bisogno di pensare?», insiste Schwarz, come a pretendere una spiegazione.
       
      «Possibile che tu non abbia ancora capito?», risponde Richter che con un’elegante rotazione del braccio guida lo sguardo dell’amico verso la parete ricoperta di puntine.
      In quel momento Schwarz, ritornato tra i ranghi e riacquistata la giusta lucidità, si accorge della disposizione non casuale delle puntine che in realtà compongono la parola: willkommen (Benvenuto).
       
      «Ok! Non dire nulla! Consideralo come un mio regalo personale!», aggiunge Richter, nel tentativo di indurgli una reazione.
       
      «Perché? Perché tutto questo. Non ho chiesto nulla di simile.», finalmente la prima frase di senso compiuto pronunciata da Schwarz.
      «Mi chiedi perché?», dice Richter. Rendendosi conto di aver risvegliato l’orgoglio dell’amico, aggiunge: «La risposta è molto semplice. Ho bisogno della tua massima efficienza su questo caso. Ho bisogno della tua presenza costante e questa perché sia chiaro non è una proposta ma un ordine mio caro amico.»
       
      «I miei documenti? Le mie cose?» chiede l’amico.
      «Schwarz mi deludi… potrei mai aver trascurato questo piccolo dettaglio? Mentre noi siamo qui a parlare due miei uomini sono già nel tuo appartamento per prenderti tutto il necessario. Non dovrai preoccuparti di nulla. Potrai concentrarti solo sul nostro lavoro e sulla nostra carriera.»
       
      Dopo quella lunga spiegazione, ricordando le parole di Richter, a Schwarz torna in mente il vero motivo della sua presenza in quell’appartamento:
       
      “…ho un documento, molto importante, che sono riuscito a comprendere solo in parte. Ho bisogno del tuo aiuto…”
       
      «Allora il documento che mi volevi sottoporre era solo un diversivo?», chiede l’amico sorridendo.
       
      «No mio caro amico quello esiste.», risponde Richter sfilando dalla sua valigetta un foglio ingiallito dai bordi frastagliati, «Volevo riservartelo come ciliegina sulla torta», aggiunge facendo l’occhiolino.
       
      E’ evidente che si tratta di un vecchio documento e questa non è una grande novità rispetto alla documentazione già in suo possesso.
       
      «Fai vedere!», dice Schwarz, sfilando il documento dalle mani dell’amico, che dopo una rapida occhiata, aggiunge:
      «Ma… questo è…»
      «Sì Schwarz, il referto medico legale. E’ proprio quello che stavamo cercando! Ora, se non ho capito male, il documento conferma, sulla base del calco dentale, che l’uomo rinvenuto nel 1972, tra le macerie di Berlino Sud, è sicuramente Martin Bormann.», aggiunge Richter.
       
      «Ma l’esame dello stato di decomposizione del cadavere non è compatibile con la presunta morte avvenuta nel 1945. Inoltre, il terriccio, di cui era ricoperto il cadavere, fu dichiarato incompatibile con il suolo berlinese ma perfettamente conciliabile con quello sud’americano.», completa Schwarz.
      «Quindi, se da un lato l’esame condotto nel 1998 sul DNA conferma la sua identità, questo documento dimostra che quel cadavere, pur essendo quello di Bormann, è stato collocato tra quelle macerie solo molti anni dopo.»
      «Esatto Richter, esatto!», conferma Schwarz.
      In quel momento però il giovane medico è assalito da un dubbio:
       
      “Questo è il documento che sembrava andato perduto per sempre! Il frammento custodito tra i miei incartamenti è quindi un falso! Eppure la datazione al carbonio 14 ne conferma la sua autenticità”, pensa Schwarz.
       
      «Ho l’atroce dubbio che il documento da te rinvenuto sia un falso dato che quello in mio possesso, se pur parziale, è riconducibile con certezza al periodo di quell’esame», dice esternando il suo dubbio all’amico.
       
      La risposta di Richter arriva con un semplice sorriso.
       
      “Perché quella smorfia?”, pensa Schwarz vedendo che l’amico non sembra per nulla sorpreso da quella considerazione.
       
      «Schwarz! Mio caro e fedele amico non ti avrei mai sottoposto questo documento se non avessi avuto la certezza della sua autenticità. Ora non chiedermi come l’ho avuto ma ti prego di fidarti.»
       
      «Ma il frammento in nostro possesso è autentico», controbatte Schwarz.
       
      «Non ho mai detto che non lo sia ma ti posso assicurare che lo è tanto quanto questo, mio caro amico», risponde Richter impugnando il referto per portarlo alla sua attenzione.
       
      «Ti chiedo solo di aver fiducia… Comunque ora è arrivato il momento di festeggiare per il tuo trasferimento», conclude cercando di deviare bruscamente il discorso. In quel momento arrivano i due uomini incaricati di prelevare i documenti e gli oggetti personali di Schwarz. Richter li invita a depositarli all’ingresso.
       
      «Fate attenzione! Maledizione!», sbotta Schwarz davanti ai due uomini, mentre con poca delicatezza lasciano cadere, incuranti del loro valore, i vari incartamenti.
       
      «Si tratta di documenti molto datati quanto delicati, signori!», ammonisce, ricomponendosi immediatamente dopo.
      «Bene Schwarz, forse è il caso di rinviare i festeggiamenti a dopo. Credo che tu abbia voglia di riordinare tutte le tu cose.», suggerisce Richter comprendendo le necessità del suo amico.
       
      «Credo sia il caso.», conferma Schwarz.
       
      «Ah… dimenticavo, lascerò a te il piacere di scoprire il resto della casa.», dice Richter congedandosi per lasciare tranquillo il suo amico.
      Schwarz è intento a mettere ordine e nel frattempo gli da le spalle, si volta e scorge la figura dell’amico dall’ultimo spiraglio della porta dell’ascensore quasi completamente chiusa. Senza dir nulla lo saluta con un solo gesto della mano. Rimasto solo nel suo nuovo appartamento inizia ad appendere con la solita precisione ogni documento.
       
      Centinaia di documenti: rapporti, lettere, ordini e referti, tutti scrupolosamente ordinati secondo un colore e nella giusta sequenza cronologica. Il rosso, per Schwarz, identifica la corrispondenza privata del Führer, l’arancio quella con le alte cariche dello stato e con il blu assicura tutti gli ordini impartiti durante le ultime fasi della guerra. Le ore passano e quelle ampie vetrate garantiscono ancora la luce sufficiente per proseguire il suo lavoro. Nonostante la stanchezza per quella giornata, così ricca di emozioni, il medico continua, continua, perché in realtà tra tutti i documenti che gli passano tra le mani ancora non ha trovato il frammento più importante, quello sul rinvenimento di Bormann. Ora che l’ultima puntina di colore verde è stata usata di quel suo frammento nessuna traccia. Con gli occhi rossi quasi fuori dalle orbite e con il battito del cuore che copre ogni altro rumore di fondo inizia a ribaltare tutte le scatole trasportate dai due uomini. Nulla! Quel documento sembra svanito. Solo dopo aver passato in rassegna ogni possibile angolo del salone e dello studio apre l’ascensore con la speranza di ritrovarlo. Nulla! Anche nell’ascensore nulla. Afferra le chiavi del suo vecchio appartamento e al pari di un segugio senza rendersene conto si ritrova per strada senza il soprabito e senza la sua sciarpa. Neanche il forte vento distoglie il suo sguardo che accompagna ogni suo passo alla ricerca di quel referto. Pochi minuti dopo si ritrova davanti alla porta del suo vecchio appartamento, la apre e sempre con lo sguardo rivolto a terra ne ripercorre tutto il perimetro con la speranza di vederlo spuntare fuori da un momento all’altro. Nulla! Niente di niente, non un solo documento, non una sola puntina.
       
      Esausto con la schiena poggiata al muro si lascia scivolare per terra e portate le mani tra i capelli chiude gli occhi e cerca di imporre al suo cuore un ritmo più tollerabile per la sua salute. Inizia a riflettere e si rende conto che in tutti quei minuti ha privato la sua mente di ogni spunto di razionalità necessaria per di ricostruire l’accaduto.
       
      Conclude che la scomparsa di quel documento può essere imputata solo ai due uomini incaricati da Richter per il trasloco. Si porta al telefono del suo piccolo ingresso e compone il numero dell’amico.
       
      «Schwarz?», risponde Richter, mentre lui e troppo esausto per riuscire a far sentire la sua voce.
      «Schwarz? Sei tu?», chiede Richter, «Dannazione Schwarz. Che ci fai nel tuo vecchio appartamento? Perché non rispondi?»
      «Richter… sì sono io», risponde finalmente Schwarz che è riuscito a domare il suo cuore.
      «Cos’hai amico? Parla dannazione!»
      «Il frammento... Il frammento è andato perduto.»
      «Ora fai un lungo respiro e rimani tranquillo. Quello stupido frammento non ha più alcun valore, ora abbiamo la versione completa di quel referto.»
      «Bene Richter farò come dici tu. E’ il caso che ritorni a casa. Ho proprio bisogno di una lunga dormita.»
      «Giusto Schwarz. Ora hai solo bisogno di riposo.»
       
      Dopo aver riagganciato il nostro medico si dirige verso casa ripercorrendo lo stesso viale che lo ha condotto lì. Ora però non c’è più il battito accelerato del suo cuore a stemperare il freddo di quel vento che gli penetra il corpo. Giunto al nuovo appartamento si accorge di non averne le chiavi e troppo infreddolito decide di recarsi al bar di fronte per prendere quel the che aveva dimenticato di bere al mattino. Entrato nel locale si guarda attorno poi si dirige verso un tavolo d’angolo, si siede e alza una mano come a indicare che vuole ordinare qualcosa. Gli si avvicina lo stesso cameriere del mattino, Schwarz lo guarda ma senza riconoscerlo.
       
      «Posso portarle un the Signore?»
      «Sì! Ben caldo per favore.»
      «Signor Schwarz?», chiede il ragazzo.
      «Come sa il mio nome?»
      «Il Dottor Richter mi ha anticipato che sarebbe arrivato per ordinare un the e mi ha pregato di lasciarle questo soprabito», spiega il ragazzo.
      Il nostro medico ormai ha imparato a non sorprendersi di nulla quando c’è di mezzo il suo amico e non prova neanche a voler comprendere come avesse fatto a capire che sarebbe passato da quel bar. Afferra il suo soprabito, ringraziando il ragazzo, poi nell’estrarre la sciarpa della tasca nota le chiavi del nuovo appartamento e un sorriso sfugge dal suo viso.
      Il ragazzo si allontana per preparare il the mentre Schwarz afferrato le chiavi si volta per osservare l’ingresso del suo nuovo appartamento e attraverso la vetrata nota nuovamente l’auto nera che aveva visto al mattino.
       
      «Signore il suo the.»
       
      Distolto dalla voce del ragazzo Schwarz si volta un istante per poi riportare la sua attenzione verso quell’auto che nel frattempo è già scomparsa. Stanco e infreddolito prende la tazza con entrambe le mani per scaldarle. Inizia a sorseggiare lentamente il suo the per godere di ogni singola goccia che, ad una a una, inizia a calmare il suo corpo.
       
      Alza nuovamente la mano per richiamare l’attenzione del ragazzo che in un istante gli si avvicina.
      «Desidera altro Signore?»
      «Solo il conto grazie e aggiunga il the che ho ordinato stamane.»
      «Ha già provveduto a tutto il dottor Richter.»
       
      Schwarz senza dire parola fa un cenno con la testa, si alza, impugna il mazzo di chiavi e si avvia verso l’appartamento. Attraversa la strada apre la porta, entra e si dirige verso l’ascensore che lo conduce al quinto piano. Arrivato si guarda attorno alla ricerca di una camera da letto, apre una delle porte rimaste ancore chiuse e la trova. E’ esattamente come aveva sperato che fosse, piccola, accogliente e con il giusto numero di mobili. Da quella stanza si accede direttamente al bagno anch’esso, seppur più ampio del previsto, arredato in stile moderno ma minimalista. Si reca nel salone decidendo che non era il caso in quel momento di guardare altro di quell’appartamento. Prende le sue valige, ritorna in camera, le poggia sullo scrittoio presente accanto all’armadio e inizia con lenti movimenti a riporre ogni indumento al suo posto. Come se conoscesse l’esatta posizione di ogni cosa si volta per raggiungere un armadietto più stretto in cui depone gli asciugamani, mentre, immediatamente accanto, in uno dei cassetti dispone in ordine i calzini, in un altro i boxer, poi ancora in un altro le cravatte e così per tutto il resto.
       
      In quel momento Schwarz ha come l’impressione di aver vissuto da sempre in quell’appartamento.
       
      Inizia a far scorre l’acqua della doccia in attesa che raggiunga la giusta temperatura. La doccia per Schwarz rappresenta uno dei pochi rituali che il giovane medico si concede durante la giornata per la cura del suo corpo. Entrato in doccia sosta immobile sotto il getto d’acqua bollente e solo quando i suoi capelli sono pregni d’acqua inizia a frizionarli con il solito shampoo che lui stesso prepara. Un composto a base di bicarbonato di sodio e aceto in parti uguali al quale aggiunge il doppio in acqua e alcune gocce di olio essenziale. Terminato con i capelli passa al resto del corpo per il quale utilizza un altro suo preparato a base di polvere di avena e glicerina. La necessita quasi maniacale di ripulire il suo corpo è come una sorta di purificazione che lui ritiene avere dei benefici anche per la mente. Al termine procede, completamente immobile, per altri due minuti con quella che lui definisce “doccia di contrasto” alternando getti di acqua calda e fredda. Quest’ultimo atto è per il nostro medico di fondamentale importanza per un’azione rinvigorente attraverso la quale, riattiva le sue difese immunitarie e la circolazione sanguigna, rinforza il sistema nervoso e tonifica la muscolatura. In sostanza si tratta di una sorta di palestra passiva con gli stessi benefici ma senza alcuno sforzo.
       
      Termina la sua doccia si asciuga frizionando molto bene i capelli per poi passare al resto del corpo. Al termine si avvia verso la stanza da letto lasciando cadere l’asciugamano in un cesto collocato esattamente lì dove doveva essere.
      Abbandonato tra quelle lenzuola, al caldo di un morbido piumino, inizia a pensare a quella lunga giornata ripercorrendone tutti i momenti fondamentali e come in un puzzle tenta di riordinare tutti quei tasselli che lasciano troppe domande in sospeso.
       
      Ora molti pensieri tornano alla sua mente le stesse frasi di Richter risuonano chiare in ordine sparso:
       
      “…non ti avrei mai sottoposto questo documento se non avessi avuto la certezza della sua autenticità.”
       
      “Quello stupido frammento non ha più alcun valore…”
       
      “Non ti ho mai detto che lo stralcio di quel referto non sia autentico ma ti posso assicurare che lo è tanto quanto questo…”, pensa cercando di scrutare nella sua mente l’immagine del volto di Richter.
      Il citofono suona ripetutamente e risvegliato da quel suono si accorge di essersi addormentato.
       
      Si alza e indossata la sua vestaglia si dirige nel salone già completamente illuminato dalle luci del giorno.
       
      «Dormito bene?», sente Schwarz mentre osserva il suo amico sul piccolo monitor.
      «Direi proprio di sì Richter. Ti aspetto su», risponde invitandolo a salire.
      «Fai con calma ti aspetto nel bar di fronte», dice Richter che sembra essere già sveglio da molto più tempo. «Immagino che ti sia appena svegliato», aggiunge.
      «Certo Richter dammi il tempo di rivestirmi e ti raggiungo.»
       
      Ore 8:15, Schwarz giunto al bar entra e si avvia verso Richter. Un individuo di fronte a se procede nella direzione opposta alla sua. L’uomo indossa un cappotto grigio e sul capo un borsalino dello stesso colore che mette in ombra il suo viso. Le scarpe di pelle nera, al ritmo dei suoi passi, emettono un suono come di suole rinforzate da metallo. Nel punto in cui quasi si affiancano ruotano leggermente la testa, ognuno nella direzione dell’altro, fino a incrociare gli sguardi. Dopo aver oltrepassato quel punto, Schwarz ritorna con la sua attenzione su Richter che è intento a bere un caffè mentre sfoglia un giornale.  
      «Novità, Richter?»
      «Ciao Schwarz. Siedi! Prendi qualcosa!»
      «Il mio solito the grazie.»
      «Sebastian!» Richter chiama il giovane cameriere, «un the, fette biscottate e marmellata di mirtilli, per il mio amico per favore», ordina al giovane.
      «Certo dottor Richter!», risponde Sebastian.
      «Novità? Mi chiedi se ho delle novità Schwarz?», dice all’amico che, senza attendere la risposta, aggiunge: «Abbiamo molte novità Schwarz ma in questo momento i miei pensieri sono rivolti all’incontro con il Ministro che si terrà tra dieci giorni.»
      «A tal proposito ho bisogno che tu metta in relazione la latitanza in Sud America di Bormann con quella di Mengele. Nel Pomeriggio ti farò pervenire i documenti riguardanti gli studi di eugenetica condotti da Mengele sotto il falso nome di Helmut Gregor. Tra i vari documenti troverai anche un estratto anagrafico del Comune di Termento, si tratta di un piccolo paese italiano del Trentino. Il Comune è noto per aver prodotto numerosi documenti d’identità falsi favorendo la fuga di molti nazisti», continua Richter, mentre Schwarz beve il suo the ascoltandolo.
      «E’ importante che tu riesca a tradurre in modo comprensibile i risultati di quegli studi e che tu metta in relazione questi con Bormann che nei vari documenti di Mengele è citato con il nome di Padre Agustín von Lembach. Avrebbe avuto un ruolo fondamentale negli esperimenti condotti, poiché, con la copertura della sua falsa identità aveva accesso agli archivi dei bambini orfani di madre e padre ospiti nella comunità redentorista con sede in Argentina a La Paz che è una città della provincia di Entre Ríos. I bambini prelevati erano usati negli esperimenti condotti da Mengele certo che nessuno li avrebbe mai reclamati.» Schwarz continua ad ascoltare l’amico affascinato, come sempre, dalla sua abilità investigativa.
       
      Richter richiama nuovamente Sebastian chiedendo un altro caffè.
      «Ricorda Schwarz che il Ministro è tanto interessato alla ricerca di un eventuale discendente del Führer quanto agli studi di eugenetica condotti dal dottor Mengele,» puntualizza Richter all’amico.
      «E’ ora che io vada. Sarò fuori Berlino per cinque giorni e non dimenticare che la relazione dovrà pervenirmi prima dell’incontro con il Ministro», conclude Richter impugnando la sua valigetta, mentre già in piedi termina, senza gustarlo, il suo caffè e salutato l’amico si porta rapidamente verso l’uscita.
       
      Richter, nella sua abile capacità espositiva, rivela sempre un alone di mistero e Schwarz sa che non deve chiedere più di ciò che gli è riferito. Ma non può fare a meno di domandarsi come faccia ad avere accesso a tutte quelle informazioni e come riesca a produrre quei documenti che in più di ottant’anni molti hanno cercato di ottenere.
       
      Ora il medico rimasto solo, seduto a quel tavolo, chiama il giovane Sebastian per chiedere il conto e scopre che l’amico l’ha preceduto, ma in fondo non se ne stupisce.

    • Mi chiamo Carlo DeLorean e sono qui per raccontare cosa mi è accaduto nel ferragosto di due anni fa.
      Il quattordici ho ricevuto, via raccomandata espresso, una busta gialla spedita dal notaio Luigi Apolloni di Roccamaggiore. 
      Incuriosito, ho aperto il plico e ho scoperto che un mio lontano parente mi aveva lasciato in eredità un castello. Mi sono messo a ridere, ho pensato a una delle solite truffe, comunque ho contattato un amico avvocato per un parere e lui, fatte tutte le ricerche del caso, mi ha assicurato che il defunto era il legittimo proprietario del castello e il lascito assolutamente legale.
      In Google map  ho visto che si trattava di una piccola rocca situata alla sommità di un altipiano a picco sul Tirreno, a circa trecento chilometri da casa mia.
      La curiosità montava insieme all'odore persistente della presa per i fondelli.
       
      Prima di accettare l'improvvisa eredità, ho deciso di andare a vederla, così ho organizzato il viaggio e il navigatore mi ha condotto a destinazione senza problemi. 
      Mi sono ritrovato alla sommità di un dirupo battuto dal vento, accanto a un cumulo di macerie invaso da erbacce e con la sola compagnia di una nutrita colonia di gabbiani.
      C'era ancora luce, così decisi di esaminare i ruderi.

      A un primo esame non avevo trovato aperture, ma poi, spostando un grande cespuglio di ginepro fenicio sporto sulla falesia, ho scoperto un varco e con il coraggio degli incoscienti sono entrato. Un piccolo spazio conduceva a una galleria in lieve discesa. Senza esitazioni ho acceso la torcia e ho cominciato a scendere; procedevo come un automa, guidato da una forza che non sapevo di avere. Ad un tratto la discesa è diventata una scala con gradini di pietra bianca che mi ha condotto  in una grande sala rotonda. 
      La luce della luna pioveva da una feritoia e cadeva su un enorme leggio che sorreggeva un libro chiuso, rilegato in cuoio e trattenuto lungo la costola e agli angoli da un metallo lucidissimo sul quale erano incastonate pietre colorate. 
      Stavo vivendo dentro un miracolo. Ho spento la torcia e mi sono avvicinato al libro trattenendo il respiro.
      Le grandi pagine non avevano scritte, ma immagini vivide, in 3D. Mostravano avvenimenti passati, ambienti, persone ed eroi appartenenti alla nostra Storia. Sfogliavo incantato, tutto era molto più realistico dei nostri film, delle ricostruzioni storiche che a volte presentano errori imperdonabili.
       
      Ammiravo il cavallo appartenuto ad Alessandro Magno, il suo mantello lucidissimo, e mi è venuto  il desiderio di toccarlo. Subito la stanza si è riempita di grida, dello scalpiccio di zoccoli potenti:  la parete di fondo è scivolata via e si è aperta su Bucefalo, saldamente trattenuto dal suo splendido cavaliere. Accanto a loro, protetta dalle sue ancelle, la splendida Roxane, principessa di Babilonia, mi guardava seria.
      Ma li avevo evocati io? 
      Incredulo, ho girato alcune pagine e ho sfiorato un'antica, popolosa città cresciuta all'ombra del Vesuvio. Subito le strade si sono animate, le botteghe degli artigiani, i loro richiami attraversavano l'aria, mentre i ricchi si spostavano in comode portantine, trasportate da robusti servitori; le tendine si muovevano e mi permettevano di sbirciare all'interno l'occupante, adagiato su soffici cuscini. Agli angoli delle strade, crocchie di donne attingevano l'acqua alle fontane e chiacchieravano fitto. I bambini erano gli stessi di sempre, si rincorrevano e saltavano sui gradini di pietra che servivano per attraversare le strade.
      Spinto dall'entusiasmo, ho riprovato ancora e ancora. 
      Ho visto lucide bighe correre lungo il perimetro di un'arena che spesso si intrideva di sangue;
      ho visto bramini insegnare pratiche yoga per favorire la concentrazione dei fedeli durante la preghiera; ho incontrato Archimede, Annibale e Semiramide; ho ammirato il profilo imperfetto di Cleopatra e ho ascoltato la cetra di Nerone, l'imperatore folle.
      Ho seguito le battaglie di re Riccardo, le Crociate, il lavoro degli amanuensi chiusi nei loro "scriptoria", ho gridato - Terra! abbarbicato sull'albero di maestra di una caravella.
       
      Ero stremato e mai sazio. Durante le evocazioni  mi afferravo saldamente al legno del leggio, non osavo scendere dal gradino su cui poggiava per il timore di venir risucchiato da tutta quella folla che attraversava con me epoche e avvenimenti, mi mostrava eventi crudeli e sublimi, mi coinvolgeva fino alle lacrime.
      Una macchina del tempo!  Una splendida macchina del tempo che mi faceva volare attraverso lo spazio, le epoche e i misteri insondabili.
      Sapevo che nel nostro mondo ci sono tre dimensioni: altezza, larghezza e profondità, sapevo che il tempo può essere considerato una quarta dimensione e che in essa si può viaggiare e ora io ne ero testimone, ne ero la prova lampante.
       
      La luce della luna si era più volte avvicendata con quella del sole, ma la curiosità, l'entusiasmo non scemavano...
      Poi, finalmente, chiuso religiosamente il libro, mi sono trascinato su per la scala, e sono uscito sul prato, accanto alla mia macchina. Sono sprofondato in un sonno profondo e nero, senza sogni; quando mi sono svegliato ero temprato, pieno di entusiasmo, con mille progetti in testa. Il più pressante e sensato era scendere in paese per le provviste e per procurarmi una cinepresa.

      Durante il tragitto mi venne in mente un quesito enorme e mi meravigliavo di non averci fatto caso quando ero stato a contatto con il libro: in quale data terminava? C'era un avvenimento conclusivo, certo. Era la fine del mondo? O cosa altro?
       
      Appena sceso nella stanza rotonda andai a controllare: l'ultima pagina mostrava l'immagine di Papa Francesco a colloquio con Obama. 
      Ci sono rimasto male, pensavo che avrei avuto a disposizione anche il futuro: magari sarei potuto diventare un profeta, salvare il mondo, fare un sacco di cose. In fin dei conti, tutti conoscevano la storia passata, tutti potevano documentarsi. Vuoi mettere avere il futuro? 
      Mi era passata anche un po' la voglia di evocare. Tanto per provare la cinepresa, cercai un fatto, uno qualunque, ad esempio l'assassinio di Kennedy. Sfogliai in fretta, poi più adagio, ma quel preciso accadimento non c'era. 
      -Allora va bene, cercherò la morte di Cesare. 
      Ma sfoglia, sfoglia, quel preciso episodio non c'era. 
      Mi colse un malumore, un risentimento contro quell'oggetto che mi aveva entusiasmato fino al parossismo e ora mi deludeva.
      -Va bene. Vengo a vedere la mia nascita. Questa è una cosa facile, c'è sicuramente.
      Invece non c'era.
      Il malcontento, la rabbia, montavano e mi impedivano di affidarmi al libro, di lasciare che fosse lui a mostrarmi i fatti, come era accaduto all'inizio. 
      La testardaggine mi faceva provare e riprovare, cercavo episodi specifici senza mai trovarli. 
      E accadde l'impensabile: con un atto di rabbia, spinsi il leggio; il libro cadde a terra e si dissolse in mille schegge minute che brillarono nell'aria, ammutolita per tanta idiozia. 
       
      Quando mi  resi conto dell'irreparabile, un sudore freddo mi avvolse, la vista si annebbiò.
      Fu in quel momento che percepii chiaramente il brontolio cupo del boato che precede una scossa di terremoto. Corsi trafelato su per la galleria mentre le pareti tremavano e saltai  in macchina nel preciso momento in cui iniziava la scossa più forte. Non so come, ma arrivai in paese. Credevo di trovare un fuggi fuggi, gente spaventata, invece nessuno aveva sentito niente. Seppi poi, consultando Internet, che soltanto quel preciso bastione di roccia si era sgretolato in mare come capita a volte per l'incuria dell'uomo o per eventi naturali.
       
      Diventai l'ombra di me stesso. Avevo raccontato tutta la storia al mio amico avvocato e lui l'aveva riferita incautamente a un tale Cecchi Paone che si piccava di essere uno scienziato. Il tizio mi cercò in FB e mi sommerse di improperi. Mi dava del somaro bugiardo e mi diffidava dal diffondere scempiaggini pena una denuncia. In cuor mio sapevo di essere molto peggio di un "somaro bugiardo". Tacqui.
       
       
       
       
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      Nessuno conosce nessuno, e neanche troppo bene. 
      (Fratelli Coen, registi)

    • Rosa Hernandez aveva una certezza nella vita. A novantotto anni era sicura di aver fatto tutto quello che aveva da fare. Aveva allevato sei figli e li aveva aiutati ad allevare i suoi nipoti e perfino i pronipoti. Aveva accudito suo marito per tutti gli anni del loro matrimonio, finché lui non era morto, cinque anni prima. Aveva sempre pregato e perfino ora non scordava mai di accendere ogni mattina una candela davanti alla stampa di Nostra Signora di Gudalaupe che teneva in soggiorno. Era soddisfatta della sua vita e sapeva che un giorno, presto, l'Arcangelo Gabriele si sarebbe presentato per portarla via. Sapeva che sarebbe stato l'Arcangelo Gabriele perché da sempre si rivolgeva a lui nelle sue preghiere per farle arrivare a Dio, fin da bambina, quando un'anziana del paese le aveva regalato un santino dell'Arcangelo che lei teneva ancora con se.
      Non fu quindi troppo sorpresa quando un giorno sentì un lieve bussare alla porta della biblioteca di suo marito. Non era una vera biblioteca in realtà, ma era stata la stanza preferita di suo marito, con una comoda poltrona e due scaffali zeppi di libri, i suoi amati libri. Era stato un lettore accanito e quella era la sua stanza, dove si rifugiava tranquillo per dedicarsi alla sua passione. Da quando lui era morto la teneva chiusa a chiave, non voleva che qualcuno dei suoi pronipoti vi caracollasse dentro e mettesse tutto soqquadro.
      Certo non riusciva a immaginarsi il motivo per cui l'Arcangelo Gabriele dovesse arrivare da una stanza chiusa piuttosto che dalla porta principale o da una finestra, ma non bisogna mai mettere in discussione i disegni del Signore.
      Il bussare delicato si ripeté. Corse a prendere la chiave che teneva sopra la credenza della cucina, mormorando una preghiera. Le tremavano le mani quando finalmente riuscì a infilarla nella toppa. Girò la chiave e spinse piano, solo quel poco per far capire all'Arcangelo che la porta era aperta. Indietreggiò appoggiandosi con una mano alla parete, voleva sedersi sulla sua poltrona per accogliere l'Arcangelo. Sapeva che avrebbe dovuto stare in piedi, o magari in ginocchio, ma era vecchia e le gambe le facevano male, l'Arcangelo avrebbe capito senz'altro.
      Lunghe dita delicate si insinuarono nello spiraglio della porta. Le fecero venire in mente le antenne delle lumache. Che pensiero irrispettoso, se ne pentì subito, ma non riuscì a scacciare quell'idea. La porta si aprì del tutto e una grande massa di colore verde azzurro scivolò fuori senza far rumore.
      Rosa sapeva che le vie del signore sono infinite, ma era quasi altrettanto certa che quella cosa non fosse l'Arcangelo Gabriele.
      La cosa sulla porta sembrava non avere una forma definita, tranne per una casco che le copriva una specie di testa, tutto il resto era mutevole. L'essere si muoveva con lentezza, sfiorando appena le cose nonostante la massa, fluì sul divano dove assunse una forma più compatta. Pochi istanti dopo sulla porta comparve un secondo individuo. Era piccolo, alto meno di un metro, coperto da una bizzarra tuta arancione, anche lui indossava un casco. Era l'opposto del suo compagno, rigido come un blocco di legno camminava con piccoli passettini saltellanti. Raggiunse anche lui il divano e vi si appoggiò con la schiena, come una grossa bambola di cera.
      I due esseri fissavano affascinati la televisione accesa, distogliendo ogni tanto lo sguardo per guardare Rosa.
      “Voi,” provò a dire la signora Hernandez, ”non siete angeli, vero?” La voce le uscì appena, ma i due esseri dovevano averla udita perché prima si girarono l'uno verso l'altro e poi verso di lei. A dire il vero il piccoletto tutto rigido ruotò la testa poco poco, mentre l'altro sembrò fluire nella sua direzione.
      “Stiamo, imparando.” le parole scandite separatamente una dall'altra sembrarono provenire da quello verde azzurro. Non si vedeva una bocca vera e propria, ma qualcosa vibrava dentro il casco. La voce ricordava il ronzio di uno sciame di api o un coro lontano modulati in modo da assumere la forma e i toni delle parole.
      Rosa rimase tranquilla, non sapeva del resto che altro avrebbe potuto fare. Se avesse chiamato la polizia l'avrebbero presa per pazza e rinchiusa in qualche istituto e lo stesso avrebbero fatto i suoi figli e i suoi nipoti. E lei non voleva finire in quei posti, voleva essere a casa sua quando l'Arcangelo fosse arrivato a prenderla. E comunque i due esseri non facevano nulla di male, sedevano educatamente sul divano guardando la tv. Le erano cpaitati ospiti molto peggiori. Le scocciava però che stessero trasmettendo una stupida telenovela, non voleva fare brutta figura con loro. Prese il telecomando e cambiò ripetutamente canale finché non trovò un telegiornale. I due esseri osservarono il telecomando con interesse, poi quello fluido allungò un tentacolo, lo afferrò con le sue dita sottili e si mise a schiacciare i tasti.
      Rosa seguì per un po' i continui cambi di canale, ma presto si assopì, cullata dal mormorio della televisione. Si risvegliò sentendo un tocco leggero su una spalla. L'alieno fluido protendeva un lungo arto sottile verso di lei.
      “Ci scusi signora.” la strana voce ronzante riprese a parlare con maggior sicurezza. “Stavamo imparando la vostra lingua.” Un arto si protese a indicare la televisione. “Ora possiamo spiegare perché siamo qui.”
      Rosa impiegò un istante per risvegliarsi e comprendere di non aver sognato. Due esseri bizzarri erano realmente seduti sul divano di casa sua.
      “Siamo due scienziati. Stavamo facendo un esperimento per creare dei wormhole, dei portali per viaggiare nello spazio. Vede, noi siamo in grado di spostarci nell'universo attraverso delle specie di gallerie che accorciano le distanze. Ma dobbiamo muoverci con delle astronavi, attraverso le gallerie che troviamo già pronte. Capisce quello che stiamo dicendo?”
      Rosa annuì.
      Qualunque terreste si sarebbe stupito nel vederla annuire. L'idea che una vecchia signora, abitante della periferia di Monterrey, potesse comprendere ciò che gli alieni cercavano di spiegarle potrebbe sembrare strana a chiunque. Ma Rosa aveva una miriade di nipoti che quando erano bambini avevano trascorso lunghi pomeriggi a casa della nonna. E una cosa che facevano sempre era guardare la tv. Quello che preferivano erano i telefilm o i cartoni animati di fantascienza. Rosa amava i suoi nipoti, e le piaceva godere della loro presenza fisica. Sedeva in mezzo a loro, davanti alla televisione e li guardava affascinata mentre loro, quasi ignari della sua presenza, fissavano lo schermo e dopo un po' anche lei si lasciava attrarre da quelle storie incredibili. E così, nonostante l'età e nonostante avesse frequentato a mala pena le scuole medie i concetti di viaggi nel cosmo, wormhole e tunnel spazio-temporali li aveva assorbiti nei lunghi pomeriggi con i nipoti.
      “Bene,” riprese l'alieno, “noi stavamo cercando di creare un tunnel in laboratorio. E direi che ci siamo riusciti. Solo che non dovevamo sbucare qui. A dire il vero non sappiamo nemmeno dove siamo, avremmo dovuto trovarci in un laboratorio gemello del nostro, solo su un altro pianeta.”
      “Spero non vi dispiaccia di essere arrivati qui.” rispose Rosa. “Vorrei offrirvi qualcosa, ma non ho idea di cosa potreste gradire. Non siate qui per farci del male, vero?”
      “Assolutamente no. Non deve preoccuparsi di questo. Siamo scienziati, non vogliamo fare del male a nessuno. E non si preoccupi, non possiamo toglierci i nostri caschi, per cui non potremmo assaggiare nulla. Lei è molto gentile, sa avevamo un sacco di paura prima di incontrare lei.”
      “Paura? E di cosa?”
      “Vede quando ci siamo accorti di non essere nel laboratorio dei nostri colleghi non sapevamo cosa aspettarci. Non abbiamo armi con noi e non avevamo idea se avremmo incontrato esseri ostili o amichevoli.”
      “Beh siete stati fortunati, penso.” Rosa si mise bella dritta sulla poltrona. “Mi sono sempre vantata di aver accolto con gentilezza tutti coloro che sono arrivati alla mia porta, e non intendo cambiare ora. Certo non potete andarvene in giro. Non tutti sono come me sapete?”
      “Siamo fortunati, lo sappiamo. Abbiamo guardato la sua televisione e abbiamo imparato molto. Siete una razza violenta e pericolosa. Se non le spiace vorremmo imparare ancora qualcosa su questo pianeta prima di andarcene.”
      “Potete restare quanto volete.” rispose Rosa. “Ma ditemi, è faticoso viaggiare in quel tunnel?”
      “Niente affatto. È come passare una porta. Si entra in una stanza diversa, solo che è su un altro pianeta.”
      “E da dove venite voi non c'è aria, come quella che abbiamo qui?”
      “Abbiamo un'atmosfera diversa. Non possiamo respirare qui senza il casco e lei non potrebbe respirare da noi.”
      “Ma se...”
      Il suono del campanello li fece sobbalzare. “Mamma? Sono io, Maria.”
      “Mia figlia. Vi prego, cercate di non spaventarla, è molto emotiva.”
      “Arrivo, un momento.” aggiunse ad alta voce in direzione della porta.
      Rosa si appoggiò con le mani ai braccioli e fece forza per alzarsi dalla poltrona. Chiuse la porta del soggiorno prima di aprire quella di entrata.
      “Ciao mamma.” sua figlia le scoccò un bacio su una guancia.
      “Ciao tesoro.” Rosa prese la figlia sotto il braccio e la guidò in cucina. “Ti spiacerebbe prepararmi un tè?” aggiunse sedendosi al tavolo.
      “Perché non ti metti comoda in poltrona? Te lo porto appena pronto.”
      “No, no. Preferisco stare qui con te, così possiamo chiacchierare. State tutti bene?”
      “Si mamma. E tu come stai? Mi sembri stanca.”
      “No, sto benone.”
      Maria riempì d'acqua un pentolino e lo mise sul fuoco. “Ti prendo il tuo scialle.” disse avviandosi verso il soggiorno.
      “No, resta qui.” esclamò Rosa con enfasi.
      Maria la guardò sgranando gli occhi. “Che succede mamma? Non ti lascio sola.”
      Rosa sbuffò. “Lo so benissimo tesoro. Però c'è una cosa di cui dovrei parlarti. Adesso. Prima che tu vada in soggiorno.”
      Maria, sempre più stupita si sedette di fronte alla madre.
      “Ci sono due visitatori di la. Sono molto particolari. Prima te lo spiego, poi vai a vedere tu stessa.” Rosa raccontò l'accaduto a Maria che la fissava con aria sempre più preoccupata.
      “Oh mamma.” disse infine con gli occhi pieni di lacrime.
      “Non sono matta. Vai a vedere se non ci credi.”
      “Ti credo mamma, non devi preoccuparti, io ti crederò sempre.” rispose Maria con la voce rotta dal dolore.
      “Pianta di fare la cretina. Apri quella maledetta porta e guarda tu stessa.”
      Maria si alzò, per far contenta la madre aprì la porta del soggiorno, lanciò un grido e crollò svenuta.
      “Ecco, lo sapevo.” borbottò Rosa. Si alzò, bagnò un tovagliolo con dell'acqua fredda e si avvicinò a Maria.
      “Vi spiace aiutarmi?” chiese rivolgendosi agli alieni. “Faccio fatica a piegarmi, ma dovrei metterle questo sulla fronte.”
      I due alieni si avvicinarono per aiutarla. Presero il tovagliolo dalla sua mano e lo appoggiarono sulla fronte di Maria.
      Dopo un istante la donna riaprì gli occhi. Si ritrasse con un urlo quando vide gli alieni accanto a lei.
      “Stai tranquilla Maria.” la incoraggiò la madre. “Non vogliono far del male a nessuno.”
      “Ce ne andiamo subito.” disse l'alieno azzurro. “Abbiamo imparato parecchio sul vostro mondo e soprattutto abbiamo capito dove si trova. Ora saremo in grado di effettuare le necessarie correzioni al nostro esperimento. Chiuderemo il tunnel verso il vostro mondo.”
      “Aspettate un attimo.” disse Rosa. “Torno subito.”
      “Mamma. Non lasciarmi sola con loro.” piagnucolò la figlia.
      “Calmati dai, sono stai con me tutto il giorno e sto benone. Vengo subito. Non lasciarli andar via.”
      Rosa entrò in camera da letto, la si sentì armeggiare a lungo e finalmente emerse, vestita per uscire. In una borsa a tracolla aveva infilato la piccola bombola di ossigeno che il medico le aveva prescritto per le emergenze, ma che non aveva mai usato. Sul volto aveva sistemato la mascherina.
      “Sono pronta.” disse. “Vengo con voi, voglio dare un'occhiata al vostro mondo.”
      Maria svenne nuovamente.
      Rosa si diresse senza esitazioni verso la biblioteca e fece cenno ai due alieni di seguirla.
      “Vorrei poter essere di ritorno prima di mezzanotte se non vi spiace. Una signora della mia età non può stare alzata troppo a lungo.”

    • Ore 14 di un sabato pomeriggio di fine estate. La signora Teresa stava comodamente seduta in poltrona a guardare la televisione. Ad un tratto un'ombra oscura le si avvicinò, e le si sedette accanto.
      "Ciao, ti aspettavo" furono le parole con cui Teresa accolse l'ospite.
      "Mi aspettavi? Sapevi sarebbe toccato a te?"
      "Quando si ha la mia età ogni secondo vissuto è una conquista"
      "Sappi che non è nulla di personale, è il mio lavoro"
      "Nessun rancore, tranquilla. Ma il forte odore di zolfo che sentivo in questi ultimi istanti era dovuto al tuo arrivo?"
      "Quando mi avvicino emano un odore di zolfo che diventa sempre più forte. L'olfatto umano lo percepisce pochi secondi prima del mio arrivo"
      "Sarà doloroso?"
      "Niente affatto, direi di sbrigarci"
      "Ok"
      Appena ottenuto il consenso l'ombra oscura si sporse sulla signora Teresa e le schioccò un bacio sulle labbra. Il corpo di Teresa restò esanime sul divano.
      Alla scena e al dialogo aveva assistito Alberto Pitagora scienziato noto a livello internazionale nonchè figlio di colei che un tempo era una pimpante donna ed ora giaceva priva di vita sul divano.
      E li ci restò perchè il figlio si rinchiuse nel suo studio subito dopo l'incredibile scena a cui aveva assistito. Lavorò incessantemente per giorni e giorni.
      Fino a quando un incredibile grido di esultanza segnò la fine dei lavori.
      Telefonò immediatamente alla sede della presidenza del Consiglio, aveva più volte risolto i problemi del capo del governo con le sue scoperte e invenzioni al punto che godeva di un canale preferenziale.
      Si mise d'accordo con la segretaria d'ufficio e ottenne un incontro immediato per il pomeriggio del giorno successivo.
       
      L'incontro era fissato per le 15 e Pitagora si presentò con abbondante anticipo.
      Stava nella sala d'aspetto del Viminale e una segretaria lo avvicinò.
      "Lei ha appuntamento con il premier?"
      "Si, per le 15"
      "E' in anticipo, manca più di un'ora. Il nostro premier è sempre molto impegnato. Vedrò se può riceverla". Strani gridolini e risate uscivano dall'ufficio del primo ministro ma la segretaria sembrava non dargli attenzione. Aprì la porta in modo che non si vedesse nulla dell'interno ed entrò.
      Un paio di minuti dopo uscirono tre ragazzine sorridenti ma della segretaria nessuna traccia. Solamente 15 minuti dopo la segretaria rifece capolino vistosamente spettinata e vestita alla benemeglio.
      "Il premier è pronto a riceverla".
      Alberto Pitagora avanzò con passo deciso, si fermò davanti alla porta, rivolse uno sguardo alla segretaria che gli fece cenno di entrare. Rassicurato dal nulla osta ricevuto trasse un profondo respiro e si accorse con sgomento che non sapeva come avrebbe cominciato il discorso. Ma ormai era in gioco. Aprì la porta e la figura minuta dell'onorevole Pier Fantoni lo accolse, dalla poltrona dietro la scrivania, con un fintissimo sorriso 50 denti. Dovete sapere che le manie di grandezza di Fantoni l'hanno portato a farsi fabbricare dal miglior dentista italiano una dentiera con più denti della comune dentatura umana.
      "Pitagora, che piacere rivederla. Dopo che mi ha risolto quel problemino ho sempre tempo per lei"
      "Bene onorevole, mi fa piacere sentirglielo dire perchè ho da proporle qualcosa di unico. Ho trovato un modo per fottere la morte"
      "In effetti la morte manca al mio appello, non ci ho mai fottuto. Mi dica, è brava?"
      "Non in quel senso! E’ possibile prevenire l'arrivo della morte"
      "Diventeremo eterni quindi?" chiese morbosamente l'onorevole.
      "Non proprio. Le spiego. In circostanze quasi paranormali, che non le racconto in quanto potrei perdere di credibilità, sono venuto a conoscenza di un segreto della nera signora. Il suo arrivo viene preceduto da un odore di zolfo. Purtroppo quando la vittima sente quest'odore è troppo tardi per ravvedersi ed evitarla. Ma se fosse possibile sentire con abbondante anticipo la Morte avvicinarsi lo scenario cambierebbe"
      "Ed è possibile?"
      "Ho creato questo dispositivo capace di captare l'odore dello zolfo anche se presente in piccolissima quantità nell'aria. Appena ne capta la presenza parte un allarme sonoro. Ovviamente prima o poi la vecchiaia ci consumerà e dovremo comunque gettarci tra le braccia della morte ma risolveremmo molti problemi. Basta morti giovanili ad esempio"
      "Molto ingegnoso ma non sono interessato, io sono anziano e non trovo utile quell'oggetto"
      "A breve ci son le nuove elezioni e la sponsorizzazione e autorizzazione alla produzione di questo apparecchietto le può portare voti utili alla rielezione".
      Gli occhi di Fantoni si illuminarono "Cosa fa ancora lì depositi il brevetto. Io mi occupo della produzione". Prese la cornetta ma un barlume di lucidità lo portò a riagganciare subito "ma lei l'ha testata la sua invenzione?"
      "Non ancora, non saprei come fare"
      "Io, un'idea ce l'avrei. Andiamo" e uscirono entrambi dall'ufficio.
       
      Qualche ora dopo tutti e due si trovavano a bordo di un elicottero. Fantoni era tutto un gesticolare e dialogare con entusiasmo.
      "Adesso il nostro volontario si butterà da quest'altezza senza paracadute e quando il suo oggettino segnalerà la presenza della morte noi faremo in modo che il nostro eroe abbia un atterraggio morbido" spiegò Fantoni
      "Io no essere volontarioso, lei detto me dare permesso di soggiorno se fare questo"
      "Certo, certo. Lo avrai. Pitagora consegni il rivelatore al nostro tester e lo azioni"
      Non appena l'apparecchio toccò le mani del "volontario" emise subito lunghi e acuti beep.
      "Incredibile, segnala già la presenza della morte prima ancora di effettuare il lancio. E' bastato che il nostro amico si mettesse davanti al portellone aperto. E' tarato a livelli altissimi, meglio di quanto pensassi" esclamò tutto eccitato Pitagora.
      "Quindi io non serve che saltare, evitare follia" ma lo straniero non fece in tempo ad esultare che ricevette un calcione da Fantoni che lo fece uscire dal portellone e precipitare nel vuoto.
      "Ma non era più necessario"
      "Lei è uno scienziato, non può capire. Era necessario ai fini della pubblicità".
       
      L'apparecchio fu subito prodotto in grandi quantità, presentato al pubblico con una gigantesca conferenza stampa tenuta da Fantoni e Pitagora e messo sul mercato con il nome di "Morimai". Il tutto in meno di tre settimane.
      Le vendite andarono a gonfie vele, moltissime persone giravano con in mano o in tasca un apparecchio sferico con le dimensioni di una pallina da ping pong e con fori che erano parte di un sistema di riconoscimento olfattivo.
      I dati ufficiali che venivano da Montecittorio segnalavano una diminuzione degli incidenti stradali del 150%, la percentuale può sembrare non corretta ma fu proprio quella resa pubblica. La forza dell'abitudine aveva portato a ritoccare anche questo dato che non ne necessitava.
      In effetti il "Morimai" funzionava magnificamente.
      Le stragi del sabato sera furono evitate perchè non appena il pericolo di morte era in agguato un beep riportava tutti alla prudenza. Stesso ragionamento valeva per le morti sul lavoro, gli infarti e anche la contrazione di malattie mortali era quasi ridotta a 0.
      Tutta Italia aveva ormai arricchito le casse dello stato acquistando questo prodotto. Anche il conto corrente di Pitagora non piangeva. L'obbiettivo era quella di esportare l'oggetto in tutto il mondo o parte di esso. Vennero contattati tutti i più grandi esponenti mondiali. I primi a rispondere furono i paesi africani che dopo un summit di un paio di giorni presero una decisione che fu spiegata in questo telegramma inviato al Quirinale
      "Non ce ne frega un cazzo stop". Secondo fonti ufficiali che riportarono la notizia la risposta era una commuovente lettera in cui il popolo africano ringraziava immensamente l'onorevole Fantoni per aver pensato anche a loro e lo ringraziavano anche per le missioni di pace violente mandate dallo stesso nei loro paesi. La verità, invece, stava nel fatto che gran parte dei popoli africani avevano ritenuto inopportuno importare un oggetto che potesse allontanare quel qualcosa che dai popoli più poveri era vista come una speranza.
      Ma fu uno dei pochi rifiuti che "Morimai" ricevette. Pian piano l'apparecchio si diffuse e la considerazione dell'Italia ebbe una vertiginosa impennata. Addirittura gli Stati Uniti, dall'alto del loro egocentrismo e della loro spocchia, riconobbero al Bel Paese il merito per aver creduto nell'invenzione che probabilmente cambierà la vita del pianeta.
      Ma furono proprio i nord americani ad avere problemi con "Morimai". In quel momento l'esercito era impegnato in 250 guerre ed in 1500 finte guerre queste ultime tenute in luoghi segretissimi. Troppi statunitensi volevano giocare alla guerra e quelli in esubero venivano mandati a sfogare la loro ira in scenari di cartapesta contro nemici presi fra criminali, malati di mente, anziani e afro americani.
      Con l'arrivo di "Morimai" nell'esercito le guerre ebbero uno stand by perchè appena si avvertiva il pericolo di morte si andava in ritirata. Le imprese di armi americane non vendevano, il petrolio restava ai paesi che l'avevano e l'economia statunitense crollò con ripercussioni sull'economia mondiale.
      "Morimai" fu così immediatamente bandito dall'esercito e non fu facile convincere i soldati a restituire il dispositivo in loro possesso, almeno questo secondo il Pentagono. Alcuni presenti ad una riunione di un commilitone riportano questo versione:
      Il generale si rivolse ai suoi sottoposti con tono perentorio "I militari sono pregati di mettere il loro "Morimai" nel cestino che faremo passare tra di voi"
      "Non lo faremo mai" risposero i valorosi combattenti
      "Rambo non aveva paura della morte. Lui il "Morimai" lo infilerebbe nel culo ai nemici" gridò con voce orgogliosa il generale.
      "Rambo è un dio, Rambo è l'america, Rambo son io, Rambo è tua moglie fica" risposero i soldati con una lacrima che scendeva dai loro occhi pensando al loro eroe e anche alla moglie del generale che il marito teneva da qualche tempo chiusa in casa. Subito tutti loro consegnarono il dispositivo.
       
      Il Vaticano non poteva stare zitto anche perchè non lo è stato mai. Non accettava che un apparecchio del calibro di "Morimai" spopolasse e durante l'angelus domenicale il Papa si rivolse ai fedeli "Fratelli, in questi giorni vediamo spopolare oggetti di satana, che vuole evitare a voi di raggiungere il nostro signore quando ci chiama. E' assolutamente vergognoso che anche voi, fedeli, vi siate fatti accecare dalla promessa di lunga vita" e con tono sempre più inferocito "Come potete pensare che Dio possa donarvi l'accesso in paradiso se voi l'avete respinto e rinviato..." una serie di beep interruppe il pontefice.
      "Sua santità il suo morimai segnala il pericolo, se non si calma è a rischio infarto" fece notare il segretario del Papa.
      Il pontefice sorrise e continuò il suo predicozzo con toni più pacati.
       
      Erano passati 3 mesi da quando Alberto Pitagora aveva lavorato al suo fortunato progetto e d'allora non era mai più tornato a casa. Sentiva che avrebbe dovuto farlo ma si era dimenticato il perchè. Ogni volta aveva una riunione, un meeting o una cena importante. Anche in quel momento si trovava alla guida della sua auto per incontrare un ricco industriale a cui "Morimai" aveva salvato la vita due volte e voleva firmare un testamento dove avrebbe lasciato tutto a Pitagora meritevole di avergli permesso di vivere più a lungo.
      Ad un tratto il suo Morimai prese a suonare, Alberto decellerò ma il beep continuava. Si fermò sul bordo della strada ma il pericolo continuava secondo la sua invenzione. Ad un tratto la Morte apparse sul sedile del passeggero.
      "Non temere, non è la tua ora. E' una visita di cortesia"
      "Cosa vuoi, complimentarti con me anche tu? Ti riduco il lavoro?"
      "Era un lavoro che facevo volentieri e che andava fatto"
      "Sei venuta a lamentarti quindi. Mi dispiace, ma il mondo apprezza. Se hai del tempo libero puoi cercarti un altro lavoro. Sei una bella donna, non pensavo. Ti metti in parte ad una strada e qualcuno può anche darsi ti raccolga. Si fanno affari"
      "Il mio lavoro me lo tengo. Ho due clienti potentissimi che si avvarranno sempre dei miei servizi"
      "Mia madre dov'è andata?"
      "Tua madre l'ho baciata sulla bocca, significa che il mandante era Dio. Se la sta spassando nel regno dei cieli. A proposito. Mi manda a dirti di darle una degna sepoltura visto che sono tre mesi che l'hai lasciata sul divano".
      Pitagora realizzò che in effetti se l'era completamente scordata ma non volle darle ragione e cambiò discorso "Quindi bacio sulla bocca il mandante è Dio. Belzebù invece?"
      "Se il mandante è Belzebù invece prendo la mia falce e la infilo nell'antro più oscuro e nascosto della persona e spingo fino a farle uscire l'anima della bocca"
      "E a me cosa mi tocca?"
      "Non posso dirtelo. Ora vado, ma sappi che ci rivedremo. Se fossi in te comunque mi procurerei della vaselina" e detto questo sparì.
                         
      Evitare la morte all'inizio fu vissuto con leggerezza ma poi divenne una vera e proprio ossessione. Bisogna costantemente trovare quell'equilibrio per continuare a camminare lungo il filo della vita. Un imprevisto ed era facile sbilanciarsi. Molti cominciarono a chiudersi in casa ma anche li si muovevano con circospezione. Un circolo vizioso prese il via. La domanda di lavoro aumentava, l'offerta calava perché ritenuto troppo pericoloso lavorare. Ma questo portava le famiglie a finire i loro risparmi e ad avere bisogno di fondi altrimenti si moriva di stenti. Ed allora i padri famiglia tornarono a lavorare pregando nessun altro membro della famiglia di imitarlo nell'atto eroico. L'industria dell'automobile subì un numeroso tracollo in quanto le vetture erano viste solo come armi per la gioia degli ambientalisti. Gli sportivi lasciarono l'attività agonistica per non provare il loro fisico e questo convinse gli ex automobilisti che ora si muovevano a piedi o in bicicletta che anche la fatica poteva uccidere. Allora si cercò un compromesso. Ci si spostava con meno automobili possibili e potevano passarne un massimo di tre alla volta sulla stessa strada. Per garantire questo vennero istallati caselli all'ingresso e all'uscita da ogni strada. In principio vi erano molti casellanti ma la paura di inquinare i polmoni con lo smog li fece sparire poco a poco. I caselli divennero così automatici. La criminalità organizzata si diede alla politica, mentre la politica continuò a dedicarsi alla criminalità organizzata ma questo circolo era già precedente alla nascita di "Morimai". Questi non furono gli unici problemi. Infatti molti studiosi avevano previsto che col trascorrere degli anni la popolazione aumenterà a vista d'occhio, meno di un secolo e il pianeta diventerà sovraffollato. Questo porterà a un’esaurirsi delle risorse necessarie alla sopravvivenza e tutti moriranno. Ma questi scenari futuri non vennero resi pubblici. Morimai continuò la sua ascesa.
       
      Dopo anni trascorsi nelle più grandi città mondiali ed in giro per l'Italia finalmente Pitagora tornò in pianta stabile a casa sua, era ormai consumato dall'età e non avrebbe più lavorato. Proprio in quel momento il suo "Morimai" prese a suonare, non sapeva come comportarsi per farlo smettere e decise di restare in attesa. La Morte gli parve di fronte.
      "Chi muore si rivede"
      "Non credo sia un'altra visita di piacere"
      "No, purtroppo no. Purtroppo per te. Il tempo ha lasciato non pochi segni sul tuo volto. 30 anni hanno infierito"
      "Sei venuta a farti beffe di me?"
      "No, volevo solo ringraziarti. Sei riuscito con la tua invenzione a far morire due volte le persone. La prima rifiutando di vivere per la paura di incontrarmi che infonde "Morimai" e la seconda quando effettivamente arrivo. Ma la cosa che un po’ mi dispiace è che non c'è più quel gusto di togliere la vita a chi in realtà non l'ha mai usata"
      "Immagino tu abbia ragione"
      "Purtroppo ho sempre ragione io. Pensavi di potermi battere ma sono l'unica che ha sempre la certezza di vincere alla fine dei conti. Ma ora chiudiamo questa nostra diatriba. Voltati per favore".
      Pitagora diede le spalle alla Morte. Lei prese la sua falce e, dopo aver ben caricato il braccio,  la ficcò nel meandro più indecente del corpo umano e spinse con forza. Alberto trasse l'ultimo respiro ed il suo corpo andò a giacere inerme sul divano.
      Poco distante lo scheletro di sua madre lo guardava con un'espressione che sembrava di beffarda rivincita.
       

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