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  • Storie

    Promuovi qui le tue storie.

    • Tinucci
      Il treno era quasi vuoto. La donna bionda, cullata dai continui sobbalzi della carrozza, aveva occhi spenti. Portava un paio di calzoni larghi, marroni, una maglia nera a collo alto, scarpe nere maschili, coi lacci.
      Sul sedile di fronte una ragazza con i capelli lunghi, camicia bianca e gonna blu da impiegata, dormiva con il capo abbandonato contro il finestrino, la bocca semiaperta e il piede destro nudo, estratto nell’incoscienza del sonno dalla scarpa décolleté a mezzo tacco, evidentemente troppo stretta. Oltre la porta d’uscita, sull’altro sedile, una coppia di adolescenti che quella mattina aveva, chissà come e perché, saltato la scuola, chiacchierava: lui sussurrava qualcosa all’orecchio di lei e lei si lasciava sfuggire continue, timide risatine.
      Oltre i vetri sporchi del finestrino, la luce limpida di ottobre scolpiva e definiva le ombre e il grigio della città. Sfilavano vecchie case basse, palazzi, giganteschi grattacieli e strade, vicoli, canali, ponti e ferrovie, luci colorate, passi e vita, energia incontrastabile: Tokyo, come un mostro multiforme, inghiottiva allegramente anche quel treno e i suoi passeggeri.
      Una voce femminile, metallica ma dolce, ripeteva cantilenando annunci in una lingua incomprensibile per la donna occidentale. Solo i nomi delle vie e dei quartieri prima delle fermate avevano un qualche senso, anche se, data la pronuncia, li riconosceva a fatica.
      Alla stazione di Akihabara la donna scese. Si ritrovò confusa, risucchiata dal movimento continuo di macchine e persone, su strade che probabilmente non aveva mai visto, e dove comunque non aveva mai camminato da sola. Si allontanò circospetta dalla metropolitana, unico punto fermo della sua geografia e cardine della sua alterata capacità di orientamento. Negozi pieni di macchine fotografiche, computer, cellulari e materiale elettronico si ripetevano all’infinito lungo le vie intorno, talmente uguali l’uno all’altro da farle l’effetto di un sogno, di un incubo. Sulla soglia di ciascuno di essi un impiegato o una giovane ragazza sorridente invitavano i passanti a entrare, inchinandosi e ripetendo con una convinta, straordinaria cortesia, sempre le stesse parole. La donna bionda non fece molta strada: si infilò in un enorme discount store poco lontano dalla stazione e, senza sapere esattamente cosa cercare, continuò a vagare all’interno del negozio. Il fatto di essere dentro un edificio e potersi muovere senza rischiare di perdersi irreparabilmente la rassicurava. Guardava quasi senza vedere la quantità mostruosa di prodotti elettronici esposti senza particolare cura. Mancava quel rispetto sospettoso che ancora, nel suo paese, circondava quel tipo di manufatti; lì erano una merce come le altre, bisognava svenderla per renderla appetibile. Si ritrovò nel reparto degli smartphone e si lasciò attrarre dai colori luminosi e accattivanti degli schermi e degli involucri esterni. Cominciò a maneggiarne qualcuno, senza nessuna particolare intenzione, come i bambini piccoli manipolano i loro giochi di gomma colorati e profumati. Continuò in quell’attività senza senso, e si accorse che le dava un sollievo insperato, la ipnotizzava e la costringeva a un temporaneo oblio. La confusione di sottofondo, musica e rumore di folla e parole dagli altoparlanti, non la disturbava eccessivamente, poiché non capiva quei suoni e dunque non era costretta ad ascoltare. Un telefono piuttosto grande, di un rosa sfacciato e lucido, le capitò in mano all’improvviso e lei se ne sentì attratta, al di là della ragione. Seguendo il suo impulso, la donna lo trattenne e si avviò alla cassa che il commesso, con gesti e poche parole in un inglese imbarazzato, le indicava. Prima di pagare, però, il suo sguardo intercettò una fila di piccole macchine fotografiche digitali, tascabili, vivaci e colorate. Ne pescò una giallo sole, la rigirò pochi secondi tra le mani e la aggiunse al suo bottino. Quando volle riprendere la strada per la cassa si accorse di aver perso l’orientamento. Si guardò intorno per vedere se ci fosse qualche cartello, qualche indicazione, e ce n’erano parecchi, ma tutti usavano solo caratteri giapponesi, che lei non sapeva leggere. In compenso avvistò, qualche bancone più in là, dei piccoli elettrodomestici di cui non riusciva a riconoscere il genere e l’utilizzo. Si avvicinò per guardare meglio, e scoprì che doveva trattarsi, a giudicare dalle immagini sulle confezioni, di strumenti per la cura del viso femminile. Piccole spazzole rotanti, alimentate a pila, da passare sulle zone più grasse (naso, fronte, mento) per far meglio penetrare i prodotti per la pulizia. La donna bionda pensò che lei non aveva mai la pazienza di struccarsi come si deve e certamente la sua pelle ne soffriva. Quella macchinetta le sembrò improvvisamente indispensabile e non volle rimetterla a posto tra le altre in esposizione. La tenne con sé. Alzò lo sguardo e localizzò alle sue spalle una commessa sorridente, che la accompagnò alla cassa e la lasciò con un piccolo inchino e un ringraziamento. La donna pagò il telefono, la macchina fotografica e l’attrezzo per la pulizia del viso con la sua carta di credito, e si ritrovò di nuovo in strada, cercando ansiosamente una direzione per riprendere il cammino. In quel momento sentì suonare e vibrare il cellulare nella borsa; lo estrasse con qualche ritardo e vide che era una chiamata da suo marito, la solita telefonata che le faceva tutti i giorni dal lavoro, all’ora di pranzo. Non rispose. Il telefono infine tacque e lei lo rimise in borsa.
      Riprese la strada più facile, quella che portava alla metropolitana. Seguendo indicazioni e vaghi ricordi, raggiunse la fermata della linea Yamanote e prese il primo treno in arrivo, dopo alcuni minuti. Questa volta sul vagone non c’erano posti liberi, e dovette viaggiare in piedi, tra donne di mezza età e studenti in divisa. Quasi nessuno parlava, gli occhi stanchi perduti nel niente. La donna occidentale invece scrutava quei volti che alla sua inesperienza sembravano chiusi, enigmatici, alla ricerca di particolari, espressioni e lineamenti che gliene schiudessero i misteri e le emozioni. All’improvviso si accorse di avere fame, malgrado la nausea che continuava ad affliggerla. Cercò di immaginare cosa avrebbe potuto comprare e mangiare una volta scesa dal treno, ma si rese conto che ogni fantasia la disturbava, e il disturbo era maggiore dell’appetito. Decise, amaramente, che non c’era più motivo di sforzarsi e che avrebbe saltato il pranzo: ormai era tardi. Scese a Shibuya-ku, insieme a molti degli studenti. Anche le strade erano piene di ragazzini e ragazzine che esibivano look stravaganti e una spavalderia appena repressa. Quei colori e quei vestiti sgraziati erano forse una vaga protesta contro il rigore e l’ipocrisia della tradizione, ma alla donna occidentale sembravano solo un’espressione di allegria e della giovinezza. Di rabbia e della giovinezza, anche. Le piacquero. Rinnegò quel suo look da vecchia, da monaco zen, e cominciò a guardare con famelico interesse le vetrine. Entrò in un grande magazzino, attratta dal suo nome pseudo-italiano. Ritrovò, in vendita, abiti e accessori molto simili a quelli che avevano attirato la sua attenzione a Shibuya Crossing. Non si domandò se fossero adatti a lei e alla sua età: cominciò a guardare, toccare, avvicinare al corpo vestiti, gonne, maglie e camicette di colori, fogge e fantasie improbabili. Intorno a lei molte ragazze facevano lo stesso, e malgrado tutto le sembravano belle, o almeno graziose. Alla fine scelse una gonna molto corta a quadri e degli stivali di vernice nera con un tacco alto e largo. Senza neppure provarli si avviò alle casse, ma passò vicino all’esposizione di smalti e prodotti per il trucco. L’attirarono ancora una volta i colori acidi e inconsueti: senza quasi scegliere, agguantò tutto quello che le sue mani potevano sostenere e si avviò frettolosamente a pagare.
      Mentre cercava l’uscita, per caso incrociò uno specchio e si vide com’era: una donna pallida, bionda, non alta, non magra, non più giovanissima, vestita di scuro, con due borse piene di merce incongrua appena pagata. Provò sorpresa e fastidio: ormai abituata ai volti e ai corpi orientali, i suoi lineamenti e la sua corporatura le apparivano grossolani, sgraziati. Sentì a malapena, sotto la musica e il rumore del magazzino, la suoneria del cellulare: lo estrasse dalla borsa, vide che era di nuovo suo marito. Non rispose e tornò verso la stazione.
      Prese un altro treno della linea Yamanote. Sul sedile di fronte al suo un bambino di pochi mesi, senza capelli e vestito di bianco, dormiva tra le braccia della madre. In completo abbandono, aveva le gote piene, la bocca rosea semiaperta, la fronte un poco sudata, gli occhi due mezzelune scure. La madre, una ragazza giovane, di tanto in tanto gli passava la mano sulla fronte, o gli posava un bacio breve sul viso e gli sussurrava qualche parola dolce. La donna occidentale fissava quella scena incapace di distogliere lo sguardo, eppure nessun dolore affiorava. Scese dopo pochi minuti alla fermata di Shinjuku. Non si allontanò tuttavia, ma entrò direttamente nei grandi magazzini sopra la stazione. La scala mobile sembrava arrancare verso l’infinito: piano su piano, si vendeva di tutto, per tutti i gusti. Vestiti, accessori, cibo, mobili, giocattoli, cancelleria, libri, souvenir, borse lussuose, gioielli, elettronica, e ogni tipo di merce immaginabile. Le solite voci femminili cantilenanti, le solite musiche, il solito ribollire confuso di passi e parole. Quella donna, pentita di aver scelto un acquario troppo grande per i suoi movimenti senza senso, nuotò a caso, chiusa nella sua bolla di silenzio, aliena, ed emerse ancora a caso a un livello qualsiasi del cetaceo luminoso che l’aveva pacificamente inghiottita. Si ritrovò tra gli accessori: borse, scarpe, cinture, foulard. I colori della merce e degli allestimenti erano discreti, signorili. Quella donna si aggirava tra mille borsette di pelle che non vedeva. Ne scelse una piccola, il cui colore le ricordava quello fiammeggiante delle foglie autunnali che aveva osservato col marito una settimana prima, passeggiando con qualche affanno su sentieri in lieve salita, ampi, in una giornata felice. Poi, pochi banconi più in là, si provò mille cappelli, davanti a uno specchio che rifletteva un viso e uno sguardo in cui lei si rifiutava di guardare. Alla fine prese un cappellino nero di paglia, decorato da piccoli fiori bianchi, che non avrebbe mai messo. Si ritrovò vicina a una cassa e pagò i suoi acquisti. Una giovane commessa sorridente li inserì in una borsa di plastica verde, che le consegnò ringraziandola. Quella donna bionda ritornò sulla scala mobile, salì di due livelli ed entrò nel reparto abbigliamento femminile. Si aggirò a lungo tra vestiti di ogni stile e colore e infine affondò lo sguardo, e poi le mani, su una camicetta di seta verde acqua, con piccole decorazioni geometriche di un tono di verde più scuro. Cercò a lungo la cassa, e intanto sentiva affiorare da interiori e inesplorate lontananze qualcosa, come un tremore, un tuono, un annuncio di sciagura. Infine trovò il modo di pagare anche l’ultimo acquisto. Tornò sulla scala mobile e continuò a salire, fino all’ultimo livello. Si ritrovò, alla fine di quel viaggio, al piano dei ristoranti, le cui vetrine, in fila, esponevano le fedeli riproduzioni dei cibi che il loro menù offriva. Quella donna camminò e camminò, mentre sentiva l’affanno aumentare, finché incontrò un ristorante dove si serviva curry. Ricordò il profumo e il sapore forte e speziato di quella crema che accompagnava il riso bianco e insipido e le sembrò sopportabile. Entrò nel locale, si sedette a un piccolo tavolino di legno, ordinò indicando le immagini sul menù a un cameriere piccolo e magrissimo. Infine consumò in pochi minuti il suo piatto e pagò. Quando uscì si accorse che stava piangendo, o forse era una reazione al cibo piccante. Risalì sulle scale mobili e rifece tutta la strada in discesa.
      Uscì dai grandi magazzini reggendo altre due borse: si accorse di colpo che era stanca, e che gli acquisti pesavano. Si accorse anche che le lacrime continuavano a scendere, e che non le poteva controllare. Si sedette sui gradini, davanti all’uscita del negozio. Appoggiò le borse per terra, davanti ai suoi piedi. La gente entrava, usciva, le passava davanti e non sembrava accorgersi di nulla. Dopo qualche minuto il suo cellulare suonò. Si sentiva così confusa. Lo lasciò squillare tre o quattro volte, poi lo estrasse dalla borsetta. Era di nuovo suo marito, e questa volta, asciugandosi le lacrime, quella donna occidentale rispose.
      “Mara! Mi hai fatto impazzire, ero terrorizzato. Perché non rispondevi? Ma dove sei?” disse concitata una voce che lei conosceva molto bene. Alla confusione e all’angoscia si unì una strana dolcezza, che però la fece piangere ancora di più, fino a singhiozzare. Stringeva il telefono e non riusciva a rispondere.
      “Mara! Che cos’ hai? Dove sei? Che succede? Parlami per carità!”
      Dopo qualche lunghissimo minuto, la confusione si attenuò, e il dolore tornò a galla, pesante, feroce, totale. Si mangiò ogni altra sensazione. Quasi gridando, riuscì finalmente a rispondere: “Sono a Tokyo. Davanti all’uscita di Odakyu, a Shinjuku. Vieni a prendermi. Non posso tornare. Vieni a prendermi.”
      “Ma perché amore? Che sta succedendo?”
      Mara continuava a piangere, e non sapeva dire più nulla.
      “Il dottore? Che ti ha detto il dottore stamattina? Mara, parlami ti prego…”
      Mara, stupita di riuscire a dirle, quelle parole, rispose a mezza bocca: “Non c’è più, il battito. Il bambino non c’è più.”
      La gente passava, entrava e usciva, e non sembrava farci caso.
       
       

    • Musa

      By Silvia Laganà, in Poesia,

      Eri all'ombra dei bianchi ulivi,
      fra musica danzavi,
      giacevi sull'erba
      giocando coi suoi steli,
      per intuire i misteri
      del mutare delle stagioni.
       
      Eri all'ombra dei verdi ginepri,
      e sedevi leggiadra fra i fiori di maggio,
      mi sorridevi con riluttanza,
      perché ti ingannavi
      (convincendo anche me),
      che noi, già, non fossimo due storie
      d'un sol racconto.
       
      Un intreccio proibito,
      principesse e stanze d'albergo,
      parole stonate
      e vere bugie,
      ancora le tue,
      dopo le mie.
       
      Ed ora,
      il vento di settembre sparge ed aggroviglia
      i miei pensieri,
      scossa per le spalle,
      m'abbandona e mi ritrova
      sempre immobile,
      soggiogata dal sonno:
      silenzio. Incanto.
       
      Il sogno di vedere una musa

    • L'illusione

      By Lawrence, in Poesia,

      A piedi nudi sulla rena biancastra
      assapora la brezza salmastra, 
      nell’animo giunge lesta
      un senso d’immensa libertà gli desta.
       
      Nella quiete attorno
      gode la natura di questo giorno,
      in questa divina pace
      sovrano lui soggiace.
       
      Dagli spruzzi del flusso scosso
      serenamente s’inebria addosso,
      l’autunno la volta ha pennellato
      d’un grigio dal sole rischiarato.
       
      Smarrisce lo sguardo nel mare
      il desiderio d’infinito fa spasimare,
      uno stormo passa a volo lento
      fluire vorrebbe anche lui nel vento.
       
      Profano era nel trovar la pace
      afferrata l’ha in quest’attimo fugace,
      esilia i tormenti della vita
      tocca l’azzurro immenso con le dita.
       
      Di urlare vibra di smania
      lo spazio attorno si dilania,
      nell’animo espande forte l’emozione
      per quest’istante di liberazione.
       
      Un spasmo piomba nel suo petto
      per un bizzarro cuore imperfetto,
      di colpo lo riporta in un baleno
      alla realtà che ingoia come veleno.
       
      Dal sogno si è ridestato
      riappare il mondo che aveva lasciato.

    • Il titolo è forte, ma provocatorio. Non ha nulla a che vedere con abusi o prevaricazioni, ma parla di una bel sentimento.                    
       
      Incesto
       
       
       
       
       “Da settimane sono rimasto solo. In questa grande casa.
      Vago sperando di rivedere qualche volto familiare. Mi accontenterei anche di una visione, di una qualsiasi situazione che possa alleviare questo senso di solitudine, prima che mi uccida.
      Sono sempre stato solo. Fin da piccolo, mi sono dovuto creare qualche amico immaginario che mi tenesse compagnia e giocasse con me...”
      Questo è l’incipit perfetto del romanzo della mia vita – che non ho avuto il coraggio di scrivere.
      Sono Gustavo e discendo da una famiglia nobile. Abitavo nel centro storico, in una palazzina a tre piani.
      A livello strada, c’erano le stanze dei domestici e i garage, al primo piano avevamo le cucine, la sala da pranzo e il salone. Al secondo piano la grande biblioteca, lo studio di mio padre e una stanza dove mia madre era solita ospitare le amiche per giocare a bridge. Al terzo, le stanze da letto, quattro, perché i miei avrebbero voluto altri figli. Quindi in mansarda, la stanza da letto dei miei. Una vera e propria suite, con oltre alla vera camera con il letto, c’era un enorme bagno e un salottino.
      Dicevo della mia infanzia. Triste e solitaria. Dopo aver avuto me, i miei andarono in crisi, vivevano praticamente da separati, anche se nella stessa casa... per le apparenze! Per quello che avrebbe potuto pensare la gente.
      E continuavano, in pubblico, a far credere di essere una coppia felice. Ovviamente ognuno aveva l’amante e nonostante si sforzassero, tutti conoscevano la verità.
      Papà morì quando avevo quindici anni, ufficialmente per un incidente di caccia, ma dai pettegolezzi dei domestici capii che si era sparato. Aveva perso in borsa, ingenti capitali, quasi tutto. Ci era rimasta la palazzina in centro e una tenuta in campagna, che mamma fu costretta a vendere dopo poco.
      Quando morì mio padre, non ne rimasi molto turbato. Non si era mai dimostrato affettuoso, non giocava mai con me, lo infastidiva avermi tra i piedi.
      Gli servivo solo per dimostrare la sua virilità al mondo.
      Mamma invece mi voleva un gran bene. Mi coccolava e riempiva di attenzioni, soprattutto dopo la morte di mio padre. Mi fece frequentare le migliori scuole, non mi faceva mancare nulla e assecondava tutti i miei capricci.
      A vent’anni andai via da casa. Ufficialmente per studiare, ma realmente perché non sopportavo più di stare lì. Facevo la bella vita. Divertimenti, feste, donne... e anche molti maschi. Tanto che iniziai una relazione stabile con un mio coetaneo.
      A ventisette anni, finalmente riuscii a laurearmi e dopo un anno fui costretto a sposarmi, pressato da mia madre, alla quale avevo confessato di stare con un uomo, e che aveva minacciato di diseredarmi se non lo avessi fatto. Nel frattempo a casa andava sempre peggio. Mamma dovette licenziare quasi tutta la servitù. Rimase con lei solo la mia vecchia tata che faceva tutto ciò che serviva. Chiuse quasi tutte le stanze e lei stessa si trasferì al secondo piano, nella stanza di fianco alla nostra.
      Lì cominciarono i problemi.
      Evidentemente questo ridimensionamento non piaceva alla mia mogliettina, e iniziarono i litigi.
      Due anni d’inferno, culminati con la fuga di lei.
      Per fortuna! Almeno l’eredità era salva.
      Continuai a frequentare donne e maschi, finché un giorno ebbi un’overdose. Uno stronzo mi aveva, a mia insaputa messo in un whisky, delle pillole di non so cosa. Ce la feci, ma caddi in uno stato depressivo acuto e mia madre mi rivolle a casa e mi curò. Quando mi ripresi un pochino, dopo tre anni, decisi di cambiare registro e crescere. Iniziai a lavorare, trovai una compagna, Lidia, che mi voleva bene e andavamo d’accordo, tanto che pensai fossi alla fine del tunnel. Ma anche stavolta durò poco. Avevo continuato a cercare qualche avventura omo di tanto in tanto e questo mi costò anche questa relazione. Una volta scopertolo, Lidia mi lasciò.
      Fra alti e bassi, mi ritrovai a quarantanove anni, solo, a vivere a casa di mia madre, senza un affetto e con una serie di rapporti occasionali, consumati fra le mura domestiche. Sì perché mia madre aveva accettato questo mio comportamento. Temeva me ne fossi andato via se me lo avesse impedito.
      La mia vita era squallida.
      La mattina al lavoro, da impiegato qualunque, il pomeriggio a vegetare in attesa di qualcuno che rispondesse ai miei annunci… la sera a fare sesso, spesso senza sapere neanche il nome del mio partner occasionale, o a guardare film porno.
      Quattro anni fa, l’ennesima tegola! Mia madre si ammalò e non le diedero speranze. In poche settimane, perse l’uso delle gambe e delle braccia, quindi toccò alla parola, comunque era lucida e capiva tutto.
      Ulteriore cambiamento nella mia vita. Decisi di licenziarmi e dedicarmi totalmente a lei, accudendola, finché non fosse giunta la sua ora. E ritengo che grazie a questo mio impegno le ho allungato la vita. Ogni mattina la portavo con me a fare la spesa, le preparavo il pranzo – la tata non riuscendo più ad accudirla, a ottant’anni suonati, decise di andare in ospizio –, la facevo mangiare e mi occupavo anche della sua igiene personale. Il pomeriggio di nuovo a passeggio o, quando il tempo non permetteva, a leggerle dei libri.
      Lei non riusciva a parlare e spesso piangeva, sono sicuro che le dispiaceva fossi costretto a sacrificarmi per lei e io la rassicuravo in continuazione, dicendole che lo facevo più che volentieri.
      Due anni e mezzo fa, conobbi Livio. All’epoca ventiduenne, attratto dalle persone mature. Vide la mia foto su un sito d’incontri e tanto mi perseguitò, finché non riuscì a conoscermi. Diceva che c’era qualcosa in me che lo attirava tantissimo. Sinceramente, da quando mamma si era ammalata, non avevo più tempo di dedicarmi alla ricerca su internet. Alcuni annunci li avevo cancellati, qualche altro mi era sfuggito. Mi accontentavo di un paio di amici che mi venivano a trovare a casa regolarmente.
      Lo incontrai di giovedì, l’unico giorno che mi concedevo durante la settimana, lasciando mamma con una signora di fiducia. Mi seppe coinvolgere al punto che lo invitai la sera stessa a casa. Si vedeva che era un bravo ragazzo e da quel po’ che mi aveva raccontato al bar, mi fece tenerezza. Cresciuto senza padre, all’età di sedici anni era morta anche la madre, ed era stato affidato ai nonni.
      Gli piacque molto la casa, quel po’ che gli mostrai. Lo lasciai in biblioteca, e andai a pagare la signora e ad accertarmi che mamma stesse riposando. Quando lo raggiunsi, lo trovai assorto nella lettura di un libro di Michail Bulgakov, “Cuore di cane”. Mi stupii quando vidi che conosceva quello scrittore e anche la trama del libro. Avrebbe voluto tanto leggerlo ma era oramai raro da reperire.
      Mi chiese se glielo facessi leggere, ma quella era una prima edizione originale, facente parte di una collezione molto rara. Vista la cura con la quale trattava il manoscritto, gli promisi che se fosse stato bravo di là... lo avrei invitato per farglielo leggere. Non so se fu quello stimolo, o se gli piacessi davvero tanto, ma fu la migliore scopata degli ultimi vent’anni!
      Mentre ci rivestivamo, sentii mamma lamentarsi. Dovetti correre da lei, poteva essere solo sete, come qualcosa di più grave. Fortunatamente era la prima ipotesi.
      Il ragazzo incuriosito mi aveva seguito, e si era fermato sull’uscio a guardare. Quando mamma lo vide si agitò e iniziò a piangere. Sentivo che voleva dirmi qualcosa, ma purtroppo non riuscivo a capire. Livio scappò nell’altra stanza, pensando fosse colpa sua.
      Dovetti rassicurare anche lui, dopo aver tranquillizzato mamma, che si riaddormentò.
      Con la scusa della lettura, Livio iniziò a chiedermi sempre più spesso di venire a casa e la mia attività sessuale ebbe un’impennata. Ma non era solo sesso. Mi piaceva chiacchierarci, spesso rimaneva a cena con noi. Iniziò a entrare in confidenza con mamma e sembrava capisse meglio di me cosa voleva. Le insegnò un metodo per comunicare con noi. Una sorta di alfabeto morse, sbattendo le palpebre e inclinando la testa.
      Un giorno Livio arrivò in lacrime. Non ci vedevamo da due settimane. Il nonno era morto, avevano fatto il funerale qualche giorno prima. Lo zio aveva deciso di portare a casa sua la nonna, che era malata e non autosufficiente. Ma la cosa che lo rendeva così infelice, oltre che aver perso il nonno che gli aveva fatto da padre, fu il benservito dello zio. A casa sua non poteva andare perché non aveva spazio, e non poteva neanche rimanere a casa dei nonni, visto che lo zio era costretto a venderla.
      Povero ragazzo. Aveva sì ventitré anni, ma studiava e i nonni gli pagavano la retta universitaria. In un solo colpo, aveva perso tutto, e si ritrovava in mezzo a una strada!
      Mi ero affezionato a quel ragazzino ma come potevo aiutarlo? Già soli noi due ce la facevamo a stento. Dopo la malattia di mamma licenziatomi per accudirla, per tirare avanti, ero stato costretto a fittare il piano strada.
      A cena, vedendo che nonostante fosse molto fiero, continuava a lacrimare, raccontai a mamma ciò che gli era successo e se le facesse piacere ospitarlo qualche giorno. Lei ci fece capire di sì, e, per le apparenze, gli preparai la mia vecchia stanzetta, ma di fatto, iniziò a dormire con me.
      Livio era proprio un bravissimo ragazzo. Per sdebitarsi mi aiutava con mamma, teneva in ordine la casa e iniziò a spolverare tutti i libri in biblioteca.
      Quando arrivammo alla scadenza del termine per il pagamento della retta universitaria, glieli diedi io, dal fondo di emergenza. Volevo che continuasse gli studi. Non era come me, gli piaceva studiare, imparare. E a costo di dover fare dei sacrifici, o vendere parte della casa, lo avrei fatto laureare. Mi resi conto di essermi innamorato di lui, lui di me lo era già da tempo.
      Vedere come curava mamma, mi faceva un effetto strano. E mamma andava con piacere con lui a passeggio. Livio era l’unico con il quale prendeva le medicine senza fare storie e andava volentieri a fare le visite di controllo.
      Un paio di giorni a settimana usciva con gli amici, a fare una passeggiata o a bere qualcosa. La cosa mi faceva piacere, solo che tremavo al solo pensiero che potesse non tornare più. La vita che potevo offrirgli era molto sacrificata e piena di rinunce, quanto avrebbe resistito? Chi mi assicurava che se incontrava qualcuno...
      Ma tornava sempre, e quando lo invitavo a cercare un compagno che potesse offrirgli più di quanto gli garantissi io, mi teneva il muso per tutto il giorno.
       
      Cinque mesi fa mamma se n’è andata in cielo. Proprio nel momento peggiore per me. Due settimane prima della sua morte, ebbi una mazzata di quelle... Sarebbe dovuta essere una notizia stupenda ma, in quel contesto era una tragedia…
      Io e Livio eravamo sempre più uniti e ci volevamo sempre più bene. Stavamo per confessarlo a mamma, anche se penso lo sapesse già. Una mattina, mentre loro erano fuori per la consueta passeggiata, non so perché, mi arrivò l’invito all’inaugurazione di un grande resort, nato dalle ceneri della nostra vecchia tenuta di campagna. Erano passati più di trent’anni da quando l’avevamo venduta. Che significava?
      Per qualche minuto fui tentato di dirlo a mamma, poi decisi che l’avrebbe solo fatta agitare, e lo buttai nella spazzatura.
      Il giorno dopo, Livio trovò nella pattumiera la brochure e incuriosito la lesse. A tavola, ignaro, la prese e me la mostrò, leggendo la didascalia, per la mamma. Avevano mantenuto il nome originario della tenuta e mamma quando lo sentì iniziò a piangere. M’incazzai con Livio, ma come poteva immaginare? Riuscii a calmare mamma e spiegai al ragazzo che quella tenuta era stata di nostra proprietà. Mi confidò che lo aveva colpito una cosa di quella brochure. In una delle foto, si vedeva la cappella fatta costruire da papà e che aveva sul portoncino, intarsiata nel legno, l’effige di San Bartolomeo.
      Disse che sua madre si era sposata in quella chiesetta. Una delle poche cose della madre da cui non riusciva a staccarsi, era la foto di lei in abito nunziale in quel posto.
      Mi venne un tuffo al cuore mentre mamma si sentì male, tanto che dovemmo chiamare la guardia medica che ci consigliò di andare in ospedale.
      Per tutto il tempo che aspettammo mentre facevano gli esami a mamma, piansi. La tenuta l’aveva acquistata un cugino di papà e io in quella chiesa mi ero sposato!
      Gli chiesi del padre. Gli chiesi di mostrarmi quelle foto. Ero sicuro al 100% che il parente non avesse concesso a nessun’altro l’uso di quella cappella. Già per sposarmici io, dovetti faticare non poco.
      Del padre non sapeva nulla, la madre gli aveva detto che era morto appena rimasta incinta e non voleva rivivere quei brutti momenti, ma che era una brava persona. Quindi prese dal portafoglio la foto della madre.
      Rimasi senza parole! I battiti accelerati, la pressione a mille e un turbinio di pensieri, mi provocarono un malore. Quando mi ripresi, Livio mi chiese spiegazioni. Non risposi. Ricominciai a piangere. La madre era Irma, la mia ex... quindi Livio era mio figlio? Avevamo cercato di averne uno dal primo giorno senza risultati. Ed era questo il motivo, una volta scoperto che andavo con uomini, per cui se n’era andata. Diceva che era colpa della mia omosessualità!
      Ma una volta saputo di essere incinta, perché me lo aveva nascosto? Perché non era tornata? Livio era davvero mio figlio? Se sì... mi ero innamorato di mio figlio!
      Gli promisi che gli avrei detto tutto una volta sicuri che mamma stesse bene. Povera donna, credo che lo avesse sentito, come sapesse della nostra relazione ma non riuscendo a comunicare... Immagino come potesse sentirsi. Due giorni dopo, la dimisero, ma comunque aveva accusato il colpo. Decisi di parlare a Livio. Gli dissi tutta la verità e il sospetto che mi attanagliava. Anche lui rimase sconvolto.
      Decidemmo di fare il test del DNA e, quando tornai a casa con i risultati, mamma era peggiorata. Livio aveva chiamato il dottore il quale ci confermò che era questione di giorni, forse ore, ma la sua fine era vicina.
      Dopo aver pianto per non so quanto tempo, leggemmo i risultati. Livio era mio figlio!
      Di comune accordo lo dicemmo alla mamma. Poteva essere uno stimolo sapere di avere un nipote, ma se avessimo ottenuto il risultato contrario... almeno sarebbe morta conoscendo il nipote che aveva sempre sognato di avere.
      Mamma fu felice di averlo saputo, ma non si riprese.
      Livio e io la vegliammo fino alla fine e le organizzammo il funerale che meritava.
      Il giorno dopo, Livio se ne andò. Mi lasciò due righe nelle quali diceva di essere incazzato con la madre per non essere stata sincera riguardo al padre; con me per non essere stato presente nella sua vita; con se stesso, perché essere innamorato di suo padre, lo considerava un sentimento impuro.
      Ho vagato in quella casa per settimane, solo, cercando una risposta, una soluzione. Ho ripensato alla mia vita, a tutti gli errori che ho commesso.
      E il risultato fu che ero un fallito.
      Ho tentato due volte il suicidio, ma non sono stato in grado di fare neanche quello...
       
      Gustavo
       
       
       
      Due settimane dopo la prima mail, mi ha reso partecipe degli importanti sviluppi che c’erano stati.
       
      Stamattina Livio si è ripresentato alla mia porta. Dimagrito, con vestiti lerci e la barba lunga. Mi ha trovato per puro caso. Stavo portando via le ultime cose da quella casa. L’ho venduta, non riuscivo più a rimanere lì. Per la verità avevo deciso di farla finita sul serio. Ho venduto la palazzina, ma non i libri della biblioteca che avevo ben riposti in un deposito. Quindi avevo incaricato il notaio di cercare Livio per dargli il testamento. Con i soldi ricavati, avrebbe potuto vivere più che dignitosamente, laurearsi, costruirsi la vita che, anche se non per mia colpa, non aveva potuto vivere.
      Quando l’ho visto, gli ho consegnato di persona quella lettera e ho fatto per andarmene.
      Dopo qualche metro, il tempo di leggere sulla busta... Testamento... mi ha raggiunto.
      Mi ha sbattuto contro un muro e mi ha detto:
      Brutto stronzo! So cosa vuoi fare, ma non te lo permetterò. Ho dovuto rinunciare a te per tutta la vita e ora che ti ho ritrovato...
       
      Lo amo come figlio, ma l’ho amato prima come uomo. Ho paura! In qualsiasi modo mi comporterò, so che avrò un rimorso.
       

    • Day 0
       
       
       
       
      Ripresi i sensi quasi subito, ma feci finta di essere ancora incosciente per ascoltare i loro discorsi. Ero terrorizzato. Cosa mi stava capitando? Parlavano di operazione andata benissimo, che le informazioni corrispondevano, e di aver catturato il capo dell’organizzazione. Si aspettavano un riconoscimento per la la precisione e la rapidità dell’operazione.
      Avevano catturato il capo dell’organizzazione? Cercai di capire qualcosa in più su di loro.
      Il loro abbigliamento, il loro armamentario non davano adito a dubbi, sicuramente appartenevano a qualche agenzia governativa. Ma cosa volevano da me? Non mi feci prendere dal panico e, come se avessi già vissuto simili situazioni, avevo già ben chiaro il da farsi.
      Sentii distintamente ordinare da chi comandava, di dirigersi verso nord, quindi iniziai a calcolare il tempo di percorrenza per avere un’idea di dove mi stessero portando. Ascoltavo qualsiasi rumore, odoravo qualsiasi profumo.
      Ad un tratto qualcuno di loro espose i suoi dubbi.
      «Ma siamo proprio sicuri che questo sia un pericoloso terrorista? A me sembra uno normale. Anche dalle poche parole che ha detto... sembra americano. Basta che Thompson non abbia preso una cantonata!»
      Quindi questo Thompson, doveva essere il capo… bene, pensai. Più allarmante trovai la frase successiva,
      «Problemi del capo ma soprattutto di questo tipo. Anche se non fosse chi pensiamo, sappiamo bene la sorte che gli toccherà!»
      Il fatto che mi avessero scambiato per un terrorista era palese e contavo di chiarire la mia posizione in pochi minuti, quell’ultima frase però mi fece capire di essere in un brutto guaio. Si sapeva come andavano queste situazioni. Dovevo assolutamente pensare a come salvare la pelle!
      Tacquero per il resto del tragitto, e potei concentrarmi nuovamente sulla durata del percorso, rumori, odori e qualsiasi altro indizio potesse farmi capire dove fossimo diretti. Il silenzio fu rotto dopo un’ora circa di viaggio, da una preghiera, in prossimità di un cimitero, ricordando due loro colleghi.
      Pensai velocemente. Direzione nord… siamo in viaggio da un’ora circa… il cimitero… Denison, quasi sicuramente.
      Lasciarono la strada asfaltata, a giudicare dagli scossoni, passando sul greto di un fiume,
      «Attento, tieniti tutto a sinistra che lì l’acqua non supera i venti centimetri. Se sbagli facciamo un bel bagno fuori stagione.»
      Un fiume… dev’essere poco più che un rigagnolo, vista la profondità. Ma dove precisamente... “Pensa, Steven, tu questa zona la conosci a menadito.”
      Altri dieci minuti e arrivammo a destinazione. Quando mi trascinarono giù dal furgone, sentii l’odore inconfondibile di un fienile. Ma abbandonato o comunque vuoto. Nessun altro tipo di rumore, quindi ci trovavamo in un posto isolato. Mi trascinarono di peso per alcuni metri. L’odore di muffa, mi fece capire che ci trovavano sottoterra, quindi mi spinsero in una stanza, su una brandina. Mi slegarono, mi tolsero il cappuccio, e solo allora finsi di riprendere i sensi, chiedendo nuovamente dove mi trovassi e cosa fosse successo. Non risposero. Mi lasciarono in quella stanza, chiudendo la pesante porta blindata, dietro di loro.
      Mi guardai intorno ma la stanza, oltre al letto e una sedia, era spoglia e priva di finestre. L’impianto elettrico era di tipo industriale, l’impianto di aerazione potente.
      Mi venne da pensare… “È passata poco più di un’ora e mezzo da quando hanno fatto irruzione in casa. Bruce… sarà sicuramente rientrato, chissà come sarà spaventato.”
      Iniziai a studiare un piano d’azione.
       
      Quando tornato dal lavoro trovai la porta divelta, cercai Steven dappertutto, ma di lui nessuna traccia. Da una prima rapida occhiata in casa non mancava nulla, solo la porta sradicata e delle piccole macchioline di sangue sul pavimento, qualcuno aveva sfondato la porta. La prima cosa che pensa, fu che Steven si fosse sentito male e avessero buttato giù la porta per soccorrerlo. Chiamai il numero di emergenza sanitaria ma non avevano ricevuto richieste di aiuto dal nostro indirizzo. Ne fui sollevato, ma poi pensai a un’aggressione. Richiamai il 911 e denunciai l’effrazione e la scomparsa di Steven. Due pattuglie arrivarono in capo a pochi minuti. Effettuarono i rilievi e sentirono i vicini. Nessuno aveva sentito o visto nulla.
      Non potendo fare altro, m’invitarono ad andare a sporgere denuncia in centrale.
      Alla stazione di polizia, fui indirizzato alla detective Fernanda Roy.
      «Bruce, sei proprio tu allora.»
      «Fernanda, ma... che ci fai qui?»
      «Ho avuto la promozione. Ora sono detective. Mi hanno affidato il tuo caso. Vieni di là, dimmi tutto ciò che sai.»
      «Non so nulla. Non ho la più pallida idea di cosa sia potuto capitare. L’ho visto l’ultima volta alle due. Lui è tornato a casa, io avevo il rientro.»
      «Che tu sappia aveva nemici? Ha avuto qualche litigio nelle ultime settimane?»
      «No. Steven è una persona mite e buona. Pensa che preferisce andarsene anche se ha qualche battibecco per strada. È qualcosa di più grave, ma non riesco a capire chi ce la possa avere con lui, con noi. Stiamo insieme da un anno e non abbiamo mai avuto problemi neanche con i vicini.»
      «A proposito dei vicini. Nessuno ha sentito né visto nulla. Ed è strano. Facciamo in questo modo, ora stendiamo il verbale, poi trova un posto dove stare, non mi sembra sicuro rimanere lì. Tranquillo, ne verremo a capo e lo ritroveremo. Te lo assicuro.»
      «Grazie Fernanda. Trovalo. Non sono sicuro che reggerebbe, è troppo sensibile e tranquillo. Poi, senza di lui mi sento perso.»
       
       


    • Finalmente Sam stava per realizzare il sogno della sua vita: gli esami andavano bene e prevedeva di laurearsi a pieni voti, in più era fidanzato da due anni con una bellissima bionda che faceva la cameriera in un bar, Patrizia. Per ora lei abitava ancora con i suoi, mentre lui viveva in un monolocale che pagava con dei lavoretti saltuari. Sam aveva soltanto venticinque anni ma aveva già pianificato il proprio futuro: una volta laureato, avrebbe trovato lavoro in un famoso studio legale, si sarebbe sposato e avrebbe comprato una vera casa. Grazie all’università era stato assunto come stagista nello studio legale Forti&Astori, non avrebbe guadagnato molto ma quel lavoro gli avrebbe permesso d’imparare sul campo.
       
       
      Il primo giorno si presentò nell’ufficio del suo osservatore: un tizio sulla quarantina con i capelli ondulati, biondo miele.
      «Salve, sono Samuele Collina e sono il nuovo tirocinante» disse, sfoderando il suo miglior sorriso e porgendogli la mano.
      «Quindi dovrei prenderti sotto la mia ala protettrice, eh?» gli domandò l’altro, con una pronuncia leggermente strascicata, alzandosi dalla sedia, dietro una scrivania ingombra di carte e libri, su cui troneggiava un vaso di vetro pieno di dolci. Lo squadrò con degli insoliti occhi dorati. «Qui le soluzioni sono due: o mi procuro un paio di trampoli o ti metti in ginocchio.»
      In effetti, Sam era alto quasi due metri, mentre il suo collega era più basso di almeno venti centimetri.
      «Io sono Riccardo Novelli, se vuoi, puoi chiamarmi Ricky» gli disse, stringendogli la mano. «Le tue mansioni saranno tenere in ordine l’archivio, rispondere al telefono, ridere alle mie battute e massaggiarmi le gambe dopo una lunga giornata passata in tribunale.»
      “Ma questo è un cretino!” pensò Sam.
      «Su, sto scherzando!» ridacchiò, dandogli una pacca scherzosa sul braccio. «Vieni che ti presento il resto della squadra.»
       
      Entrarono in un ufficio, in cui c’era un uomo bruno con la barba, che fissava con aria affranta lo schermo del computer, le dita intrecciate sopra la testa: «Perché? Perché?»
      «Ohilà, Eddy!» lo salutò Riccardo. «Un’altra mail del tuo non-editore?»
      «Già, mi accusa di plagio, ma non è vero!»
      «Di che cosa parlava il tuo ultimo romanzo?»
      «È ambientato in Australia. Uno studente di legge indaga sulla morte di due giudici e scopre un complotto che parte da Sidney. Il rapporto del ragazzo fa riferimento a un luogo abitato dagli ornitorinchi che interessa per scopi industriali e anti-ecologici, poi…»
      «Sembra la trama de Il rapporto Pelican» lo interruppe Sam perplesso.
      «È esattamente quello che mi hanno scritto loro, ma non è vero! I pellicani neppure compaiono, si parla di ornitorinchi!» esclamò Eddy indignato.
      «Sempre il becco hanno» disse Riccardo. «Forse avresti dovuto metterci dei koala. Per la cronaca, questo è Samuele, il nostro nuovo stagista.»
      «Sì, ciao. Sai che è un’idea? Adesso faccio subito “trova e sostituisci” e glielo ripropongo.»
      «D’accordo, Edoardo, ti lasciamo al tuo lavoro.» Appena fuori, Riccardo sussurrò a Sam: «Il suo hobby è scrivere romanzi che puntualmente vengono bocciati dagli editori. Mi ha obbligato a leggerne qualcuno e devo dire che li ho trovati buoni e originali.»
      «Allora perché non glieli pubblicano?»
      «Semplice. Quelli buoni non sono originali e quelli originali non sono buoni.»
       
      Entrarono in un altro ufficio che definire spoglio era riduttivo.
      «Ehi, Gilby, vieni a salutare il nostro nuovo stagista, Sammy» Poi sussurrò in fretta a Collina: «Attento a non farti gilbertizzare.»
      «Che…?» stava domandando, Sam perplesso.
      Prima che potesse aggiungere qualcos’altro, un tipetto castano, tutto pelle e ossa, gli corse incontro e lo abbracciò entusiasta, quasi stritolandolo. «Son tanto, tanto felice di conoscerti!»
      «Uh… sì, grazie…» balbettò Sam, tenendo le proprie braccia ben aderenti al corpo.
      «Troppo tardi…» gli disse Riccardo, quando uscirono. «Quella sarebbe la sua stretta di mano.»
      «Non mi piace» gli sussurrò Sam.
      «Non piace a nessuno. È un avvocato divorzista; pensa, ha persino un calzino per interrogare i bambini.»
      Sam deglutì: «Scusa… hai detto calzino?»
      «Sì, Pippo-Pippo, devi chiedergli di presentartelo un giorno o l’altro. Detto in confidenza se fossi in Zac e Mark, terrei lui e licenzierei Gilberto, ma a quanto pare lavorano soltanto in coppia… e quello invece è Rodolfo Franceschi, uelà, Rudy! Questo è Sammy!» trillò all’indirizzo di uno con i capelli ricci e neri che passava di fretta, ma il tizio li squadrò freddamente, indirizzando loro soltanto un secco cenno del capo.
      «È specializzato in assicurazioni che non pagano. Una volta abbiamo fatto otto ore di aereo, dico otto, e lui non si è mai appoggiato al sedile per paura di sgualcirsi la giacca» sghignazzò.
       
      Entrarono in un altro ufficio alle cui pareti erano appesi vari poster che raffiguravano dei draghi; sulla scrivania incombeva invece una statuina vestita di nero, coi capelli rossi.
      «E questa invece è Sara Brambilla» gli disse, indicandogli una ragazza, anch’ella con i capelli rossi, che batteva furiosamente al computer. «Dolcezza, questo è Sammy; stavolta non potrai proprio non prendere in considerazione anche questa metà del cielo» le disse, ammiccando.
      La ragazza alzò appena gli occhi dalla tastiera: «Non è il mio tipo. DNA sbagliato. Y al posto di X.»
      «Che…?» “Ma dove son capitato? Qui sembrano tutti matti!”
      «Sei proprio senza speranza. Stai ancora cercando di violare il sito del Pentagono?» s’informò Riccardo.
      Sara sbuffò: «Già fatto, ora sto cercando di far sganciare a Bill Gates qualche milione in favore di Green Peace.»
      «D’accordo, io non ho visto niente.» Trascinò Sam nel proprio ufficio. «È la nostra esperta d’informatica, un vero genio del computer, peccato che abbia la fissa soltanto per il DNA con la doppia X» sospirò platealmente.
      «Ma quello che sta facendo non è illegale?»
      «Soltanto se ti beccano, pasticcino; e questa è la tua scrivania» gli disse indicandogliene una con sopra un computer, un telefono e un enorme vaso di vetro, pieno di dolci, identico a quello che troneggiava sull’altra. «Spero che ti piacciano, io li adoro. Finché sei qui, puoi decorarla come vuoi, ma niente foto di donnine nude, mi distrarrebbero troppo.»
      «Io sono fidanzato!» esclamò Sam, stizzito, soprattutto per il nomignolo che gli era appena stato affibbiato.
      «Allora niente foto della tua fidanzata nuda, mi verrebbe troppa voglia di conoscerla.»
       
      Quella sera, Sam portò Patrizia in una pizzeria per festeggiare il suo primo giorno di lavoro. Mentre si dirigevano al tavolo, parecchi uomini si girarono a guardarli. Sam sapeva che fissavano Pat e le sue belle gambe affusolate, messe in risalto da un paio di jeans corti e attillati. Era molto orgoglioso di avere una così bella fidanzata con quel fisico (1,80!), avrebbe potuto fare la modella e, nonostante i mezzi limitati, voleva apparire sempre al suo meglio.
      Si sedettero e lei gli rivolse un sorriso seducente: «Allora com’è andato il primo giorno?»
      «Ti assicuro, Pat, sembra una gabbia di matti! Non vedo l’ora che lo stage finisca.»
      La ragazza si spostò una ciocca di capelli dietro l’orecchio. «E il tuo supervisore?»
      «Un cretino che non fa altro che ingozzarsi di dolci e fare battute idiote! Non so se resisterò.»
      «Oh, tesoro, come mi dispiace! Pensa però che è soltanto per pochi mesi e vedrai che, quando ti sarai laureato, gli studi più prestigiosi faranno a gara per averti nel loro staff» gli disse, stringendogli la mano attraverso il tavolo.
      «Lo spero proprio» sospirò Sam.

    • C’era una volta…                     
       by Giorgio Alfonso Bonfatti
       
      Questo scritto è ispirato dal mio mondo,  o meglio, dal mondo che fu, e che oggi, purtroppo, è cambiato e continua cambiare troppo in fretta, snaturati valori e affetti, non vuole essere retorica ma sola, semplice, riflessione.
       
      premessa,
      considerazioni personali e punti di vista semiseri, breve antologia di pensieri e riflessioni, ricordi passati di un mondo che cambia in fretta, domande e perchè senza risposta nell'altalena del tempo.                                                                                                                         
      Un padre preoccupato che vede crescere il proprio figlio in un mondo che non gli appartiene più.
       
      dedicato a,
      mio figlio Tiziano Giorgio jr., un figlio troppo tecnologico studente al secondo anno d’informatica, che questo universo attuale, a me oramai stretto e vagamente compreso, ti possa offrire le stesse intense emozioni che mi ha regalato il mio caro vecchio, obsoleto, mondo.
      Tra inquinamento e buchi di ozono, scorie nucleari tossiche, l’effetto serra, sconvolgimenti e cataclismi naturali, il clima che non esiste più nella sua cadenza stagionale, ti auguro di uscirne fuori vittorioso e integro.
       
                  il tuo papy     
                Gioia Tauro 02/12/2010
       
              C'era  una  volta...
                 by Giorgio Alfonso Bonfatti
       
       
       
       
      “C'era una volta...”,  è l'inizio classico di una favola per bambini, ma da quanto tempo i nostri figli non ascoltano o chiedono una favola?
      Mio figlio è uno di loro, se mai tentassi o azzardassi minimamente ad iniziare un qualsiasi racconto fiabesco, mi apostroferebbe così, con l'ingenuità propria dei bimbi, ”ma papi, cosa dici?”.
      È tragico.
      I bambini non hanno più voglia di ascoltare le fiabe, o meglio, di ascoltare le vecchie favole a noi genitori tanto care, quelle che ci raccontavano i nonni  nei lunghi e piovosi pomeriggi invernali o semplicemente quando eravamo a letto con la tosse, fiabe magiche con le quali siamo cresciuti e maturati, sposati, e messo al mondo prole che troppo presto di tutto si annoia e tutto dà per scontato.
       È tragico, ripeto, e drammatico non vedendo soluzione alcuna.
      Un grido d'allarme, dunque, è sufficiente ascoltare con attenzione un qualsivoglia Tg per comprendere l'allarmismo delle mie parole.
      Bambini di dodici, tredici anni, scuole medie dunque, anche se la tendenza comune odierna è di chiamarli ragazzi, ma restano pur sempre bambini, e vedere e sentire quello che fanno.                                                                   
      Uso di droghe, violenza verso le istituzioni famigliari, bullismo associato a teppismo urbano, un disperato bisogno di vivere in branco e come un branco di lupi agire con la sola voglia di distruggere quello che già esiste e forse pure bello. Colpa di  chi? L'eterno scarica barile nel troppo sfruttato binomio genitori-società. Nessuno o entrambi, ma forse è cambiato il DNA dei nostri figli.                                                                                                             
        Poche righe, uno scenario non certo piacevole che dovrebbe farci riflettere a fondo, dove oggi più che mai il mestiere di genitore è difficilissimo e arduo, da miliziano in prima linea.
      Questo l'oggi, com'era ieri? Facciamo un passo indietro, assieme, diciamo di circa mezzo secolo e mettiamo a fuoco i nostri ricordi di fanciulli in un mondo che non ci appartiene più.
      Io che scrivo, credete, non sono proprio giovanissimo ma neanche una cariatide. Partorito al declino del disco in vinile a settantotto giri, trascorsa la mia gioventù nutrendomi di neri quarantacinque e trentatré giri dal misterioso e mitico nomignolo di LP,  passando da adolescente alle stereo cassette, e da uomo approdato al piccolo e lucido CD e all’impalpabile, informale, MP3, di certo morirò ascoltando musica digitale in formato MP4 o sua evoluzione.
      Questo il nostro mondo che è mutato, cambiate le abitudini, cambiato il modo di parlare, cambiata la nostra lingua, non si parla più italiano, ma un italiano tradotto in una lingua urbana cosmopolita con termini presi in prestito, qua e là, dai nostri cugini d'oltreoceano, che s' inventano di tutto e di più, e poi fatti nostri nel linguaggio corrente.
      Vi siete mai soffermati ad analizzare come parliamo oggi?
      Capiamoci, non intendo tornare ai tempi del proibizionismo italiano, dove pronunciare la parola bar, divenuta “mescita”, era oltremodo sconveniente e poco salutare.
      Nel quotidiano le nostre azioni non sono dominate da stimoli, ma da imput, che poi è la stessa cosa.
      E proprio in questo imput, in questo stimolo, vorrei includere e iniziare a status symbol, dallo stimolo dell’appetito, l’ex classico spuntino o pausa caffè.
      Brunch, si chiama così questo parolone statunitense, mix di colazione e pranzo.
      Parola strana che assomiglia più a uno sproloquio di persona incazzata, tutt’altro, invece, ma esaminiamolo assieme.                                                            
      Il così detto brunch, è un pasto che consiste in una mescolanza ideale di prima colazione e pranzo,  in effetti, lo stesso termine riflette questa commistione: si tratta, di una forma sincopata tra gli equivalenti termini inglesi, breakfast e lunch.                                                                               
      Il pasto viene servito generalmente tra le 10:00 e le 12:00, ed è composto da tutti gli elementi tipici di una colazione dolce, con l'aggiunta di carni fredde, salumi, formaggi,  torte sia dolci che salate, oppure frutta.                                                                                                                       
      La tradizione del brunch deriva, come già detto, principalmente dagli Stati Uniti,   la sua diffusione è dovuta, soprattutto, alla comodità di un pasto meno formale di una colazione o un pranzo, assieme alla possibilità di servirsi da un buffet sul quale è lecito proporre qualunque tipo di cibo, dolce o salato che sia, facendosi forte della stessa terminologia di buffet e di quello che comporta       .                                                                          
      Situazione di comodo, il brunch è tipico della domenica, quando ci si alza più tardi del solito e non si ha voglia di aspettare fino all'ora di pranzo per mettere qualcosa sotto i denti.                                                                                                                                                    
      Un brunch può consistere di tutti gli elementi tipici di una colazione all'inglese o americana, quali, bacon,uova, prosciutto, frittelle, frutta,pasticceria varia; è altresì possibile proporre arrosti  di carne bovina  o bianca, gamberetti e pesce affumicato tipo salmon o aringhe, e anche insalate di verdure.
      Vi siete sfamati, avete fatto il vostro brunch?
       Nella vita frenetica di oggi, siamo spesso out e ammalati di stress col cervello che va in tilt nella nostra attività di menager occupandoci del back-office,  preoccupati se non partecipiamo all'ultimo stage, ci aggreghiamo alla movida vestendoci trendy e frequentando i locali più in, mettendoci in gioco confrontandoci coi vip fagocitati dal gossip.
      Leggiamo libri on line sui tablet effettuando il download dal web.
      Nei nostri meeting aziendali si tiene rigorosamente il cellulare sulla opzione di vibracall, parliamo col bluetooth  mentre all’aeroporto, in attesa del nostro volo last minute prenotato via web, spediamo  e-mail dal nostro PC con l'hard disk da svariati gigabit e altrettanto potente ram, tramite l'internet-point sfruttando la tecnologia wirless, masterizziamo tutto su cd- rom, trasferiamo file su penna usb, a casa ci godiamo il film in dvd o divX sul nostro televisore ultrapiatto al plasma in tecnologia HD collegato all'impianto audio Home-Theatre con effetto surround  dopo avere inserito il filtro matrix e regolato lo zoom del monitor, naturalmente in segnale digitale terrestre, e se il televisore non è di ultimissima generazione, dobbiamo pure accendere il decoder.
      Ingegneri della NASA, tengono dei corsi appositi sul come accendere e spegnere il televisore oggi, dal momento che un comume mortale si ritrova tra le mani ben tre telecomandi: TV, home-theatre e decoder, da accendere in una sequenza ben determinata, altrimenti si impalla il tutto prima di fare partire il razzo, pardon, volevo dire in comunissimo italiano, accendere il televisore, o, se preferite, start.
      Questo è un banalissimo esempio di una comunissima giornata di tutti noi, questa è casa mia. Sky Premium, Sky Primafila, e se appartengo alla categoria dei sadomaso scatenati, ho pure Sky Multivision con una seconda smart card e un secondo decoder per moltiplicare il mio godimento e guardare contemporaneamente due programmi diversi su due tv diverse, io, che divento matto al solo pensiero di dover scegliere tra gli oltre duecento canali a disposizione, intanto posso vederne solo uno per volta, consumandomi gli occhi sulla guida tv dalle infinte pagine, neanche fosse la Bibbia.
      Naturalmente in famiglia, nessuno sarà concorde su quale programma vedere assieme, così ognuno si apparta per i fatti propri, o meglio, col proprio tv.
      In casa siamo in tre, quattro col cane, possediamo cinque televisori e relativi telecomandi per un totale di oltre venti batterie alcasline, per grazia il bagno è stato risparmiato, in compenso c'è il mini stereo.
      La tv in cucina è un dramma, accesa fin dal mattino alle sei e trenta, con mio figlio che guarda i cartoon, perpetua nel suo tourdeforce fino a cena, volume che sfiora il massimo, mia moglie che spignattando fa un casino infernale, lo scrosciare dell'acqua nel lavello del rubinetto aperto, mio figlio che gioca alla psp , io che parlo cercando di attirare l'attenzione di qualcuno, forse solo il cane mia ascolta, e lei, indomita, accesa
      senza che nessuno la guardi, ma accesa, e provate un po' a spegnerla, se ne accorgono e subito, in coro urlano:
       >Ma che fai?<                                                                                                                     
       >Ma chi la stava guardando?<                                                                                                                                
      Mi rispondo, io, da solo, in muto silenzio e decisamente sconfortato.
      Il tavolo della cucina è disposto e orientato a nord, scherzo, metaforicamente intendevo verso la tv, in modo che ognuno di noi abbia la visuale migliore.
      Finalmente seduti, la cena servita, pronti in gara per l’ennesimo round televisivo.  Inizia l'altalena, fregandocelo a vicenda, del telecomando, tra zapping selvaggio e continui alza/abbassa del volume.
      Se al Tg, per sfiga, c'è una notizia che t'interessa, sei fottuto in partenza; di comune e tacito accordo, moglie e figlio, o devono commentare l'accaduto facendo riferimento a fatti che si potrebbero benissimo commentare dopo, o discutono dei fatti loro, il sottoscritto che interviene, “ma fatemi sentire”, e la notizia è già passata.
      La serata, dopo la tempesta, scorre piacevolmente nel mutismo più assoluto, visi tesi e monopolizzati da lei, la regina, sciorinando il programma preferito, che sia una fiction o un reality, o un film in HD.                                                                                                                    
      Si parlava molto a tavola, alla sera, una volta, quando arrivava mio padre, le intimità, i problemi di casa, venivano sviluppati e discussi tra marito e moglie, io piccolino ascoltavo, guai a interferire coi grandi, mentre aspettavo trepidante il mitico Carosello.
      Non c'era tv in cucina, la si guardava in salotto, ed era mio padre a decidere per tutta la famiglia, cosa o non vedere, nella rosa degli unici tre programmi RAI.
      Erano proprio altri tempi, riposti in naftalina nello scatolone dei ricordi dimenticati ma al sottoscritto cari, ricordi indelebili di una gioventù passata.                                         
      Convengo pure io che certi termini stranieri, ricorrenti nella nostra lingua, diano l'effetto immediato di quello che si vuole dire, immediato e preciso, molto conciso, chiaro e rapido, ma ben poco italiano ed elegante, caratteristica,  quest'ultima, che ci ha sempre distinto all'estero, e allora, la nostra bella lingua italiana, da tutti invidiata, la più ricca di verbi, parole e termini svariati con sfumature infinite per dire la stessa cosa in cento modi diversi, perchè non usarla se è nostra, ostinandoci a prendere vocaboli in prestito da altri?                                                                                                                                   
      Gli altri ci copiano e noi ci lasciamo plagiare, non va bene.
      Pure le notizie al Tg sono cambiate, o meglio, è cambiato il modo in cui vengono date. Tutto sembra creato ad arte per confonderti le idee, fateci caso: le immagini della notizia trasmessa in TV è commentata dal cronista, mentre sullo schermo, in basso, appare un testo scorrevole a velocità supersonica con altre notizie riguardanti il medesimo o altre informazioni riguadanti il prossimo Tg, e lì vai in panico, almeno io, con l'unico risultato che non riesco a godermi nulla di quello che vedo, perchè vedo troppo e non so cosa guardare per primo.
      Ho usato l’arcaico termine di “informazioni”, oggi si dice info.
      Persino la cadenza del parlato è cambiata, i presentatori pare facciano a gara per vincere non solo quale ambito premio, nel concentrare nel minore tempo possibile il maggiore numero di parole, andando in uno stentato affanno, dimenticandosi punti e virgole, ma l'importante è fare presto e dare più informazioni possibili, che poi tu le abbia capite o meno non è affare loro, sei tu che sei tardo e non capisci.
      E' frustante.
      Ode a te, vecchio e nostalgico TV dal tubo catodico in bianco e nero, eri grosso, pesante e ingombrante nel tuo mobile di radica lucida, oggi hai ceduto lo scettro a sofisticati, anoressici, monitor slim line al plasma, talmente sottili da poterli appendere al muro come un quadro d’autore.
      Caro vecchio mio, troneggiavi fiero e pieno di te nel salotto, circondato dalle tue ancelle, le poltrone, facendo da bischero l'occhiolino all'alimentatore stabilizzato, sapientemente celato dietro alla porta, ed era un rito accenderti.
      Tu, aspettavi trepidante le ore venti, per il telegiornale, mica come ora che i programmi sono no stop. Ognuno di noi aveva la sua poltrona prestabilita, parlo di casa mia.
      Il papà e il nonno preposti ad accenderti, solo loro, né io, la mamma o la nonna.                                                                                                                        
      Dapprima si accendeva la tua diretta dipendenza, l'alimentatore, dando cenno di vita illuminandosi la spia di rosso, poi giravi a mano la grossa manopola dello schermo e restavi in trepida attesa nell’ascoltare il sommesso ronzio delle valvole che si scaldavano, e magicamente, dal puntino bianco sullo schermo si materializzava l'immagine, sempre sfocata con gli immancabili disturbi di banda, ampie strisce nere e bianche, orizzontali, che si divertivano ad andare su e giù, e nella peggiore delle situazioni dovevi vedertela con l'effetto neve, un fruscio assordante accompagnato da una miriade di puntolini  madreperlati sullo schermo.
      Venivi delicatamente spostato al centro sala e guardato con occhio clinico.                                                                    
      Ecco che allora, armato di giravite, gelosamente custodito nel cassetto delle posate in cucina, interveniva il tecnico di casa, di solito il nonno o il papà o entrambi, i quali erano costantemente in disaccordo sul rimedio da apporre,  poi, trovata l'intesa si regolava “l'aero e l'amplificatore d'antenna”, due malefiche scatoline bianche dietro al TV con relativi cavi coassiali, detentrici del record di montaggio e smontaggio, da guinness dei primati, almeno in casa mia, prime in assoluto rispetto alla loro diretta concorrente, la bestia nera dell'epoca: l'orientamento dell'antenna.
      Stato catatonico, la depressione più acuta divenuta normalità.
      “Ora sì, no, più a destra, va bene, a sinistra un po', fermo”, era il rito serale dei miei consanguinei, il babbo in piedi sulla sedia avvinghiato in un abbraccio amoroso col palo dell'antenna montato a sbalzo sulla ringhiera del poggiolo, seguiva con estrema precisione le istruzioni del nonno, a guardia dello video, quando s'intendevano. Finalmente il miracolo si avverava, al grido di vittoria, “stop ferma va bene così”, la magica scritta, RAI, Radio Televisione Italiana, appariva sullo schermo nella sua essenziale magnificenza a grandi caratteri grigi.
      Quella fantastica e indimenticabile rete elicoidale, che nella sua lentezza esasperante,
      esasperante come la sua musichetta odiosa, dava il via a “Carosello”, premio ambito o punizione di ogni bambino, e ultimatum per stare svegli.
      Sembrava che tutti i genitori d'Italia avessero stipulato un tacito accordo, a discapito di noi fanciulli, era unanime che dopo Carosello si andasse a nanna.
      Era una  legge ferrea a cui non si sottraeva nessun bimbo.
      Ma cosa era “Carosello”?
      Chi come me, nato negli anni anni cinquanta, sicuramente lo ricorda con nostalgia nella sua tiritera, ta tatta ta ta, ta tatta ta ta, progenitore e padre di tutti i “consigli per gli acquisti”, la pubblicità che oggi pomposamente è spot e video-clip.
      E come poter dimenticare “l'intervallo”? Fotografia statica di paesaggi o muse, ma più frequentemente ovini al pascolo.
      Era un intervallo vero e proprio da quanto era lungo, noioso come la sua cantilena assillante, interminabile.
      Durante l'intervallo, la mia beneamata nonna riusciva preparare il caffè con la Moka, altro che caffè espresso di oggi fatto con la cialda!
      Ma torniamo a noi bambini di una volta,  ai programmi espressamente dedicati.
      Ricordate “La tivù dei ragazzi” in onda su Rai Uno alle sedici e trenta?
      Che nostalgia pensare a Topo Gigio, così timido, simpatico e affettuoso, e che dire dei due cani più amati al mondo?
      “Le avventure di Lassie”, il famoso serial televisivo con  la magnifica femmina di pastore scozzese che sempre salvava il suo padroncino, che per abitudine si ficcava in pasticci bestiali.                         
        E Rintintin, lo ricordate? Il pastore tedesco del selvaggio West, in servizio al forte, credo si chiamasse Fort Apache.
      Erano anni che gli animali popolavano gli schermi, così come per i due popolari cavalli, Frida e Furia, e poi si passava ai calibri da novanta con la mitica Disneyland, in onda al sabato sera, con le avventure di Topolino, Minnie, Pippo, il cane Pluto e la Banda Bassotti, lo sfigato e simpatico Paperino coi nipoti Qui, Quo, Qua  sempre alle prese con lo zio multimiliardario Paperon Dei Paperoni.
      Programmi epici, cult dell'epoca, ma oggi chi legge Topolino o il Corriere dei Piccoli? Quest'ultimo, tra l'altro, credo non esista più.
      Quelli erano programmi adatti a dei bambini, e ora cosa si guarda? Cosa vedono i nostri figli?  Naruto, Goku, Dragon Ball Z, strapoteri e violenza galattica sotto forma di cartoon, non ho nulla contro di loro o sui loro creatori, ma non pensate che agiscano negativamente sulla tenera psiche di un bimbo in via di formazione? Quale esempio positivo danno? Odio, violenza, rancore, malvagità, potere, sono questi messaggi sani per i nostri figli? Non è forse un po' troppo presto portarli a conoscenza di questi sentimenti, anche se purtroppo nella vita, da adulti, impareranno presto a conviverci?
      Lungi da me fare il moralista, non ho né titolo né arte per fare ciò, sono solo semplici considerazioni che mi fanno pensare sul ricorrente malcostume di oggi nei nostri giovani, eppure sono stato adolescente pure io e non uno stinco di santo, ma ben lontano dal fare quello che vedo oggi, di certo non mi sognavo di mandare a fuoco un povero barbone addormentato sulla panchina del parco solo perché mi annoiavo, e questa è cronaca recente, la più cruda, e quello che non sappiamo?
      Noia e indifferenza sono le nuove parole d'ordine, aumentate in modo spropositato le opportunità del divertimento, di pari passo è aumentata la noia.
      Sballo, è questo quello che cercano i nostri figli, lo sballo del sabato sera, tra pasticche di extasil e alcol, rave party,  diramati attraverso i più famosi social network, vere maratone musicali dove si balla allo stremo, fino a tardo mattino, uscendone fuori sconvolti col cervello spappolato, pronti a schiantarsi con l'auto, pronti a cacciare via con estrema indifferenza le loro giovani e importanti vite.
      Solamente conoscere, approfondire,  il significato etimologico di rave, dovrebbe farci tremare non poco:
      “delirare, farneticare, andare in estasi, infuriare, infuriarsi, delirio”, aggiungiamo party e vediamo in quale binomio pauroso e incontrollabile siamo incappati.
      A questo vanno incontro i nostri figli, ed ogni singola definizione sopra riportata viene espletata alla lettera dal singolo individuo o meglio in branco, e i fatti di cronaca non smentiscono quanto dico, purtroppo.
      Il fatto è grave, non solo perché i giovani si comportano in questo modo sotto la miscellanea di alcol e droghe, ma il solo fatto di “partecipare”, “l'essere presenti” al rave sotto la spinta adrenalinica, e quindi ancora “sani”, li porta a degenerare, e non voglio neanche credere che tutti arrivino al rave- party già belli e bombardati da casa, fatto ancora più grave, se così fosse,  perché farebbe presumere il mancato e totale controllo dei figli da parte dei genitori.
      Il giovane d'oggi, come ieri, è gregario, solo che ha invertito i valori, non si raduna per divertirsi, ma per farsi o fare del male, o meglio, questo diventa il suo divertimento.
      Sono stato “in branco “ pure io in gioventù, solamente che si chiamava “la compagnia di...”, e a Genova le varie “compagnie” si trovavano ubicate presso le maggiori piazze: P.za Brignole, P.zza della Vittoria, P.zza Leopardi, con lo scopo unico di trovare la tipa con cui passare la serata e buttare le basi per futuri incontri, era la caccia alla “mina” , detto in genovese, una pseudo fidanzata.                                                                                                         
       Il sabato sera, orco nero di tutti noi genitori d'oggi, sappiamo fronteggiare questa piaga?
      No.
      Parliamo , dialoghiamo coi nostri figli? Siamo a conoscenza dei loro problemi esistenziali di adolescenti?
      No.
      Padre e madre, i fulcri su cui ruota la famiglia, questi genitori troppo spesso assenti e distaccati dai figli, impegnati entrambi a produrre, a guadagnare, a convivere in una società “status symbol” che assilla, martella, chiede denari all'esasperazione, concedono tutto ai loro figli pensando e credendo di agire nel giusto, situazione di comodo per sfuggire alle proprie responsabilità, nella paura di vedere i propri figli allontanarsi da loro, stupidamente concedono.                                                        
       Non voglio fare retorica su questo argomento, già si sono scritti fiumi d'inchiostro, ma è inutile secondo me, fare ricadere le colpe sulle istituzioni pubbliche, sulle forze dello Stato, che più che emanare leggi e cercare di farle eseguire, non può fare.
      Il nucleo famigliare è il punto di partenza, dobbiamo imparare a fare gli educatori moderni, dove i vecchi schemi di una volta non bastano più, sono enormemente cambiati i valori in gioco, con molto meno attaccamento alle virtù morali e il rispetto delle istituzioni, ai vincoli di sangue, il legame emotivo che unisce il figlio alla madre, che secondo recenti teorie sarebbe fondamentale per la formazione della personalità.
      Sinergia combinata tra le due parti, essere presenti, parlare, comprendere, questo chiedono i nostri figli, per non cercare stimoli altrove, a supplire quelli che dovrebbero essere tipicamente famigliari.                                                                                                                                                  
       E' difficile, lo so, ma è mai stato facile il mestiere di genitore?
      Oggi più di ieri, assolutamente,  no.                                                                               
       Forse hanno troppo di tutto, e la colpa è anche nostra, noi non ci annoiavamo di certo con una sgangherata bici, un pallone e due soldatini senza testa, a giocare sotto casa                                                                                                                                                        
       Sì, il mondo è cambiato, e per me che mi sento fuori posto, non direi in meglio.                                                                                                      
      Aspettate, non giudicatemi troppo in fretta, non ho nulla contro la tecnologia e le sue scoperte, tutte cose eccelse, ma è l'applicazione di esse che mi lascia interdetto, strumenti potenti in mani ancora fragili ed inesperte.
      Non è che al nostro tempo non ci fosse violenza, quella è sempre esistita e sempre esisterà, ma forse la censura per i minori era più tenace, vi ricordate un fatto, parlo dei fumetti Diabolik e Kriminal, famosissimi negli anni '60/'70, che per un certo periodo furono messi al bando perché giudicati troppo violenti?
      Rispetto a quello che si vede e sente oggi, erano della autentiche fesserie.
      Tutti noi abbiamo avuto la nostra cultura fumettistica violenta, ma velatamente violenta, orientata al bene che sconfigge il male, e a proposito voglio citare i fumetti di Tex Willer, che da bandito diventa Ranger e capo dei Navajos, a Zagor che di liana in liana proteggeva il popoplo della jungla dai cattivi, al trapper Black Macigno che combatteva gli usurpatori nelle terre del Nuovo Mondo, a Capitan Miki, tutti fumetti spariti dalla circolazione a parte la ristampa del mitico “Aquila Della Notte”, Tex.
      Sane letture di un tempo che insegnavano qualcosa, il male veniva sempre sconfitto dal bene, con sacrificio ma sconfitto.
      Cosa possono leggere i nostri figli, dal momento che libri come “Zanna Bianca” o “Il richiamo della foresta” o “Tre uomini in barca” sono  letture venute vecchie e obsolete?
      Probabilmente la saga di Harry Potter si salva, in un suo mondo magico il bene la spunta sul male. Il mondo è cambiato e pure i nostri gusti cinematografici.
      Chi di voi, come me, almeno una sola volta, non ha sognato d'essere John Wayne e cavalcare nelle sterminate praterie e combattere gli indiani?
      Mitiche pellicole ora svanite nel nulla, mio figlio non ne ha mai vista una, o, se la vede in TV si annoia, io mi commuovo e rivivo le stesse intense emozioni d'allora, e mai potrò dimenticare il kolossal dei film western, “La conquista del West”, che per me rimane una pietra miliare nella cinematografia di questo genere, senza nulla togliere a Sergio Leone con “Un pugno di dollari”, Giù la testa”, “Il buono il brutto il cattivo”, “C'era una volta il West” , e alla fortunata,  anche se meno gloriosa serie dei “spaghetti western”, tipici all’italiana.
      Ma chi rivede questi film oggi? Nessuno, se non qualche malato di nostalgia come me, che riesce a sopravvivere in questo presente rievocando il passato.
      Oggi strabiliamo, esultiamo, e i record d'incassi lo dimostrano, vedendo “Avatar” coi suoi effetti speciali, mio figlio è letteralmente impazzito per questo film, per carità pure al sottoscritto è piaciuto, ma non sono andato oltre, anzi quasi non ricordo più la trama, il filo conduttore, mentre i vecchi film mi restavano dentro, facendoli miei, e ricordandoli per mesi o anni se non per sempre.                                                                                       
      Ora questo non accade più, nessuno si affeziona ad una pellicola, tempo pochi mesi ed è già superata e dimenticata, il consumismo più che mai in questo settore è fortissimo.
      E' stato tosto il nostro passato, e amaramente mi rendo conto di quante poche persone lo capiscono,  fu una vera rivoluzione culturale e in prima la linea parlo della musica.
      Giro di boa, epoca del beat, dove tutto era “pop & op”, le minigonne per le ragazze, capelli lunghi per i maschietti, e quei mitici anni sono stati veramente importanti e significativi se ancora oggi se ne parla e ascolta la musica.
      Vi sto tediando troppo su queste riflessioni parafilosofiche e credo sia il momento di dire basta, ma vediamo piuttosto quali altri elementi hanno influenzato e cambiato la nostra vita oggi rispetto a ieri.
      Il cellulare, croce e delizia di ognuno, i masochisti ne hanno due, la nostra seconda coscienza, a lui non puoi sfuggire neppure da spento, specchio di noi stessi e status-symbol messo bene in mostra sul tavolo del ristorante ad evidenziarne la marca costosa e l'inutile telefonata, tanto più futile quanto più è accentuata l'alzata del  gomito rispetto al corpo, scientificamente provato.
      Non hai più la soddisfazione a dire “non ero in casa” o “non ho sentito”, lui ti raggiunge sempre e dovunque, e nel caso non rispondessi, immancabilmente ritrovi il messaggio ”ho chiamato alle...”
      Il cellulare, bella e utile invenzione, ha tolto quella poca privacy che una volta avevamo cogliendoti impreparato nei momenti meno opportuni, da quando posteggi in spazi minimi, bloccando il traffico con le tue manovre, a quando sei sotto la doccia alle sette del mattino o ad un incontro importante dove il  telefono è proprio  l'ultimo degli ultimi dei tuoi pensieri.
      Questo quando non serve, ma provate un po' ad averne bisogno urgentemente sul serio, un guasto alla macchina improvviso in un luogo isolato.
      Da uno a cento una vocina suadente vi dirà che il cliente da voi chiamato non è raggiungibile o potrebbe avere il terminale spento, ma quello che fa uscire dai gangheri è la risposta della segreteria telefonica.
      Rabbia, furiosa rabbia con la bile traboccante.
      Se poi appartenete alla categoria degli sfigati, avrete la batteria scarica e il credito esaurito, senza cavo per  collegarlo alla presa dell'accendino dell’auto e senza la possibilità di farvi un'autoricarica.
      Bello.                                                                                                                                                    
       Uno strumento multimediale dalle infinite funzioni che ti concede di fare tutto, tranne
      che il caffè, dalle foto ai filmati, agli appunti digitali soppiantando il taccuino e il lapis, eseguendo un rituale mistico ogni mattino comune a tutti,  accensione ed inserimento codice PIN, rapida verifica delle news e delle condizioni meteo sul browser integrato, perchè oramai è troppo difficile affacciarsi al balcone per vedere che tempo fa, o perlomeno manca la voglia di farlo, il tutto rigorosamente in viva voce mentre ti radi e lavi i denti.
      Ma dove corriamo?
      Col cellulare è sempre Natale, un pacchetto, un' offerta speciale con zero scatti alla risposta o non so bene quanti sms omaggio proposti dai più svariati gestori in una selva infame di tariffe e promozioni, tutte uguali e tutte diverse, e qui vi sfido a capirci realmente qualcosa.
      Guardiano indiscusso nell’ingresso di casa nostra, spesso vicino alla cucina, chi è? Caro, vecchio, telefono nero lucido, dal disco coi numeri bianco avorio, con la signorina SIP che  gentilmente chiedeva “desidera? Attenda in linea, prego”, al posto dell'anonimo disco dalla voce impersonale, sempre uguale giorno e notte, “digitare uno per info sulle tariffe, digitare due per riascoltare il messaggio”, sia Vodafone o TIM, tanto per citarne alcuni.
      E il numero verde? Altra invenzione diabolica.
       Quanto tempo avete passato in attesa di una risposta che tarda a venire o cade la linea? Quante volte avete rifatto il numero?
      Se siete fortunati e riuscite ad interloquire, le informazioni non saranno del tutto esaurienti e la signorina del callcenter sarà tesa a strapparvi nome e indirizzo con lo scopo d'inviarvi un loro incaricato, ben precisando “senza impegno”, per una dimostrazione pratica a casa vostra.
      Palla colossale, se avete la sfortuna, e per correttezza di privacy non nomino la marca rappresentata,  non riuscirete più a scrollarvi da dosso l'antipatico e pedante rappresentante, tempestandovi periodicamente di telefonate o sms se si siete stati così male accorti da fornire il vostro numero di cellulare.
      Mia madre, per le informazioni che necessitavano, si recava direttamente al negozio e toccava con mano quello che le serviva.                                                             
      Oggi si compra facendoci fregare, a volte, su internet.
      Dopo avere digitato all'infinito i vostri dati anagrafici, esservi registrati sul sito, richiesta ed inserita la password arrivata al vostro indirizzo e-mail, siete pronti  a favi clonare la carta di credito.
      Succede più spesso di quello che non pensate.
      Tempo addietro, e tutt'altro che sparito anche se demodè e zingaresco, dovevate guardarvi dal borsaiolo sul bus, oggi dovete guardarvi dalla pirateria informatica, siamo tutti marinai senza barca e navighiamo sul web non bene consci di quello che ci può capitare, comunque guai.
      Attenti voi dal mouse facile, alle offerte “troppo” offerte, ai banner pubblicitari che a vostra insaputa vi rubano dei click a vantaggio del loro sito.
      Pure io sono rimasto contagiato dalle potenzialità del PC e sono un' internauta incallito, PC dipendente, e quando questa stupida macchina si blocca, va in crash restando inchiodata tra le finestre di Windows, con  la magica combinazione “ctrl-alt-canc” che se ne ride di voi e la funzione task manager che non vuole saperne di attivarsi, vi sentite persi e defraudati, assaliti da un impeto assassino di spezzare in due il malefico PC. Quale disgrazia maggiore può colpire noi computer dipendenti? Un virus trojan o similare!
      Ansimiamo e sudiamo, restiamo paralizzati davanti alla tastiera, proni su di lui con gli occhi che schizzano fuori dalle orbite e guai se qualcuno osa disturbarci, cercando di capire cos'è capitato al nostro beneamato gioiello, e la nostra mente sarà a lui protesa fino alla risoluzione del problema, divenuto incubo.
      Ecco come ci torturiamo oggi, sadici elettronici.
      Pure  i termini della nostra sfera sessuale è cambiata e tutto ciò che ad essa ruota.
      Ricordo mia nonna e mia madre, quando ancora non capivo, che per indicare una
      donna di facili costumi l'apostrofavano timidamente come “una che fa la vita” o “una di quelle”, poi siamo passati alle squillo e poi ancora alle escort, tutti termini ad indicare il mestiere più vecchio del mondo.
      Gli omosessuali erano omosex e basta, il termine più pesante era orecchione, o in dialetto genovese, “un luigi”, poi abbiamo scoperto i trans , i viados, le drag queen ad indicare generalmente il loro mondo gay.
      Per vergogna forse, il non sentirsi uguali agli altri, con ipocrisia, una volta queste forme venivano nascoste e non manifestate pubblicamente, però ora che si debba discutere sul sacro vincolo del matrimonio tra due omosex mi pare un pochino eccessivo.
      Premetto, non voglio fare né il puritano né il moralista.
      Mio figlio cresce, non so che mondo in eredità gli lascerò, e in quali valori credere, di certo non i miei.
      Io, che ancora credo nella fotografia analogica, armeggio con la messa a fuoco manuale senza usare l'autofocus, scelgo con cura la sensibilità ASA delle pellicole, e mi dimeno nelle combinazioni tra diaframma e otturatore, io che ancora leggo le istruzioni di una qualsivoglia cosa, scoprendola poco a poco sfogliando l'indice per argomenti,  traendone immenso piacere e nulla affidare all'intuizione, sono giurassicamente obsoleto.
      E' proprio meglio voltare pagina.
      Selezionare file “giorgio” da eliminare, cestino, confermare e premere invio per svuotare cestino, click.
      Non mi rimane altro che ammirare la stupenda foto in 3D sul desk, che sorniona, ammicca, pare voglia dire: ”ho vinto io”, ebbene sì, ha vinto lei, Miss Tecnologia, o ti adegui  o sei messo al bando.
      Triste e poco informatico destino, il mio.
      Ho maturato questi pensieri alla guida della mia auto, quando, fermo ad un semaforo, in coda, distrattamente vedo, per poi soffermarmi più a lungo, stupito, una vettura di nota casa automobilistica, sta posteggiando da sola in uno spazio esiguo senza aiuto alcuno; il proprietario impartisce semplicemente ordini vocali comodamente seduto e controllando i sensori di parcheggio.
      Maliconico e nostalgico, guardo le mie cartine geografiche messe alla rinfusa e un po' stropicciate nella tasca della portiera, non uso e non ho il navigatore satellitare, ma nessuno, ancora, mi ha privato del piacere di guidare, strizzo gli occhi, penso al prossimo viaggio e a quelli già fatti, lei è una vecchia e gloriosa 4x4 che mi ha accompagnato in numerosi viaggi africani portandomi sempre a casa, unico vezzo concesso, l'aria condizionata.
      Penso, stringo il volante, fiero di me stesso, della mia epoca e delle emozioni che mi ha regalato, mio figlio proverà tutto ciò o sarà troppo stanco e annoiato della vita? Francamente non lo so.
      Saluti da un mondo d'altri tempi.
      Clik, off.
      Prima di chiudere definitivamente, date una letta a queste mie riflessioni, ricordi indelebili, se hai 30 anni leggi ed emozionati! Erano i primi anni 90 e tu, oggi trentenne, eri ancora bambino/a e vivevi quegli anni per te spensierati:           
      … giocavi con Nintendo 64  
      … eri un appassionato/a di Beverly Hills 90210      
      … ascoltavi la musica alla radio, massimo col mangianastri!     … compravi il Calippo Fizz e il Luke     
      … collezionavi ciucciotti colorati e di plastica         
      … i Power Rangers erano il telefilm più bello del mondo   
      … e subito dopo venivano Otto sotto un tetto e Willy il principe di Belair           
      … giocavi con l’hula hop      
      … i pattini avevano ancora quattro ruote non in linea         
      … guardavi i Miei mini pony, Alvin Superstar e le Tartarughe Ninja         
      …. Barbie era ancora sposata con Ken         
      … non esisteva mercoledì senza una copia del Topolino & Minnie o il giornalino di Barbie        
      … giocavi a Twister (ed eri ingenuo abbastanza da non pensare a strane mosse)  
      … compravi Cioè e andavi orgogliosamente in giro con tutte le cianfrusaglie che vi erano allegate         
      … hai visto Titanic almeno tre volte, di cui due al cinema e di fila
      … usavi gli orecchini stick di gomma          
      … amavi Blossom e Bayside school 
      … ricordi chi sono i Five e Kiss me Licia    
      … non esistevano internet e gli sms e ci si chiamava ancora a casa per mettersi d’accordo per le uscite  
      … mangiavi la girella per merenda   
      … collezionavi i paciocchini!
      … gli insegnanti ti facevano leggere i Ragazzi della via Pal, Piccole donne e L’isola del tesoro  
      … hai rivisto mille volte la Sirenetta, La bella e la bestia e Aladdin           
      … giocavi coi Lego e Crystal Ball!  
      … ti stai ancora chiedendo perché Puffetta e Bontina fossero le uniche femmine trai i puffi!     
      … non ti perdevi la solita replica natalizia di ‘Mamma ho perso l’aereo’   
      … collezionavi schede telefoniche (non esistevano i cellulari). Avete riso con Spank, pianto con Candy-Candy.
      Avete guardato i Puffi, i Volutrons, Magnum P.I., Holly e Benji, Mimì Ayuara, l’Incredibile Hulk, Poochie, Yattaman, Iridella, He-Man, Lamù, Creamy, Kiss Me Licia, i Barbapapà, i Mini- Pony, le Micro-Machine.                                                                                                                                 
      Siete la generazione che ancora si chiede se Mila e Shiro alla fine vanno insieme,  ballato  con Heather Parisi, cantato con Cristina D’Avena e imparato la mitologia greca con Pollon.
      Siete la generazione di Bim Bum Bam e del Drive-In.                                                                                                     
      Tu sei di quella generazione, quella dei nati negli anni ’80 (anno più, anno meno), quelli che vedono la casa acquistata allora dai nostri genitori valere oggi 20 o 30 volte tanto, e che pagheranno la propria fino ai 60 anni.     
      Quelli che non hanno fatto la guerra, né hanno visto lo sbarco sulla luna, non hanno vissuto gli anni di piombo, né hanno votato il referendum per l’aborto, la memoria storica comincia coi Mondiali di Italia ’90.                                                                                                                                                                 
      Per non aver vissuto direttamente il ’68 vi dicono che non avete ideali, mentre ne sapete di politica più di quanto credono e più di quanto sapranno mai i nostri fratelli minori e discendenti.
      Babbo Natale non sempre vi portava ciò che chiedevate, però vi sentivate dire, e lo sentite ancora, che avete avuto tutto, nonostante quelli che sono venuti subito dopo di voi sì che hanno avuto tutto, e nessuno glielo dice.       
      Siete l’ultima generazione che ha imparato a giocare con le biglie, a saltare la corda, a giocare a lupo mangia frutta, a un-due-tre-stella, e allo stesso tempo i primi ad aver giocato coi videogiochi, ad essere andati ai parchi di divertimento o aver visto i cartoni animati a colori.                                                       
      Avete indossato pantaloni a campana, a sigaretta, a zampa di elefante e con la cucitura storta.                                                                                                                         
      La vostra prima tuta è stata blu con bande bianche sulle maniche e le vostre prime scarpe da ginnastica di marca le avete avute dopo i 10 anni.   
      Andavate a scuola quando il 1 novembre era il giorno dei Santi e non Halloween, quando ancora si veniva bocciati, siete stai gli ultimi a fare la Maturità e i pionieri del 3+2 all’Università.                                                                    
      Vi ricordano sempre fatti accaduti prima che nasceste, come se non avete vissuto nessun avvenimento storico. Avete imparato che cos’è il terrorismo, avete visto cadere il muro di Berlino, e Clinton avere relazioni improprie con la segretaria nella Stanza Ovale; quelli della vostra generazione hanno fatta la guerra in Kosovo, Afghanistan, Iraq, ecc.                                                                                                                 
      Avete imparato a programmare un videoregistratore prima di chiunque altro, avete giocato a Pac-Man, odiato Bill Gates e credevate che internet sarebbe stato un mondo libero. Mangiavate le Big Bubble, ma neanche le Hubba Bubba non erano male; al supermercato le cassiere vi davano le caramelline di zucchero come resto…                                                                                      
       Siete la generazione di Crystal Ball,‘con Crystal Ball ci puoi giocare, delle sorprese del Mulino Bianco, dei mattoncini Lego. L’ultima generazione a vedere il proprio padre caricare all’inverosimile il portapacchi della macchina per andare in vacanza 15 giorni.                                                                                            
       Siete l' ultima generazione degli spinelli.                                                           
       Guardatevi indietro, è difficile credere che siete ancora vivi: viaggiavate in macchina senza cinture, senza seggiolini speciali e senza air-bag; facevate viaggi di 10-12 ore e non soffrivate di sindrome da classe turista. Non avevate porte con protezioni, l’airbag uno strano suono di parole incomprensibile, non avevate armadi o flaconi di medicinali con chiusure a prova di bambino.
      Andavate in bicicletta senza casco né protezioni per le ginocchia o i gomiti.
      Le altalene erano di ferro con gli spigoli vivi e il gioco delle penitenze era bestiale.         
      Andavate a scuola carichi di libri e quaderni, tutti infilati in una cartella che raramente aveva gli spallacci imbottiti, e tanto meno le rotelle!! Mangiavate dolci e bibite schifose, ma non eravate obesi, al limite uno era grasso.
      Vi attaccavate alla stessa bottiglia per bere e nessuno si è mai infettato.
      Non avevate 200 canali televisivi, computer e Internet, ve la spassavate divertendovi al gioco della bottiglia o a quello della verità.                                         
       Siete la prima generazione che economicamente sta peggio dei propri genitori… 
      Avete avuto libertà, fallimenti, successi e responsabilità e avete imparato a crescere con tutto ciò.                                
      Un mondo antico, bello, di ricordi.
       
      Gioia Tauro, 10 maggio 2011
      Giorgio Alfonso Bonfatti
       
       
       
       
       
       

    • Nessuna forma di piacere può derivare dall'incoscienza o dalla costrizione,  il rapporto sessuale va praticato per la gioia della carne e della mente, qualsiasi altra ragione, che sia denaro o potere, lo priva di fascino e poesia. Il sesso è complicità, il sesso è desiderio dell'altro e non causa di dominazione.
       
       Giorgio Alfonso Bonfatti
       
      Questa non è un’opera di fantasia; i luoghi, le situazioni, i personaggi descritti in questo racconto sono parte reale di  fatti vissuti in prima persona dall’autore. Un libro non per tutti, intimamente erotico dal contenuto spinto, che passa il limite sconfinando nel plebeo per linguaggio e scene descritte.           
       
      Questo romanzo è dedicato a…
       
      Caterina Afflitto e Mariangela Riotto, Carmen Orso e Maria Rita Bruzzì, prima amiche e poi colleghe, che con entusiasmo e giusta critica hanno letto, giudicandolo nella sua essenza, il mio primo scritto, “Africa e non più nulla”, convincendomi a scrivere un'altra volta quello che avevo volutamente lasciato prima, vincendo il turbamento di rivivere quei momenti sopiti e mai scordati, quei lunghi anni di ricerca sulle assolate piste Sahariane nell’illusione di ritrovare mia moglie Haziza, una principessa Tuareg e il suo segreto mai rivelato.                                                                                                                        
        Delusione, sole, sete, sabbia, amori e tradimenti, paura, travaglio interiore e religioso senza  più credere in niente e nessuno, rinnegare e mettere in discussione la fede cristiana, lo stesso Dio; furono i miei compagni di viaggio per quattro lunghi anni sulle sconfinate piste del Sud Sahariano, l’inferno terreno, dove la mente può vacillare senza capirne il perché.                                                                                               
      Grazie a Voi, ragazze, ai vostri imput, se nuovamente mi cimento nell’avventura letteraria del mio racconto a ritroso nel tempo.
       
                 Giorgio Alfonso Bonfatti
                Gioia Tauro, lì 25.03.2012
       
      nota dell’autore,
       
      Questo scritto è la logica conseguenza del mio primo  “Africa e non più nulla”, dove all’epoca, per maggiore comprensione e leggerezza di lettura dello stesso, diversi particolari e fatti erano volutamente dati per scontati e tralasciati.
      “Odissea Sahariana” vuole colmare quel vuoto, spiegando al meglio quanto tralasciato prima, e in particolare pone l’accento sul modo di pensare, lo stile di vita libertino e spregiudicato dell’autore, animo contorto e contradditorio persino con se stesso. Sebbene la lettura di questo libro sia possibile e indipendente dal primo, tuttavia, per forza di cose è normale che fatti, nomi e altro siano strettamente correlati al precedente scritto. Consiglio, quindi, prima “Africa e non più nulla”, e solo poi continuare l’avventura con “Odissea Sahariana”; molti concetti saranno certamente più chiari e completi, sottolineando che, dato il contenuto di quest’ultima, è consigliata a un pubblico adulto e maturo, detto ciò, declino qualsiasi reazione conseguente, vuoi di natura fisica, morale o altro, unico reo il lettore in quanto informato. La scelta di frazionare l’opera in due volumi distinti, suggerita dal fatto che, non prevedevo nella stesura una simile mole di pagine, scomode da gestire sia in lettura che a trasportarsi, ecco così nascere “Odissea Sahariana - vol. I°- Scandal, peccati di sesso-“ , rispecchiando in questa prima parte quanto detto sopra, lasciando al secondo volume l’avventura africana.                                                                                                           
        I termini contrassegnati con (*) trovano riscontro nel glossario alla fine, probabilmente noioso verificarli durante la lettura ma senz’altro utile per capirne il significato.
                                                                  
      i miei perché… e forse pentito, premessa
       
      Perché Odissea Sahariana?                                                                                                                  
        Cento e più titoli si potevano dare a questo libro, tutti ugualmente pertinenti ma solo questo il più coerente.                                                                                                             
      Odissea, poiché è la storia della mia vita, incasinata, e Sahariana, perché proprio parte di essa è legata a quel misterioso quanto affascinante ambiente.
      Lo scritto si sposa nel sottotitolo, “Scandal, peccati di sesso”, meglio se letto e inteso in chiave Freudiana; Scandal è una femmina immaginaria senza bandiera che nel nome cela tutte le mie amanti, complici peccaminose nella follia vorticosa del mio fare sesso divenuto malattia. Tranquilli, nulla di sadomaso alla De Sade, niente fruste o tacchi a spillo conficcati nel collo o pratiche *shibari, ma solo l’estremo uso esasperato del corpo nella corrispondenza biunivoca rivolto alla massima soddisfazione amorale della carnalità.
      Questo I° volume, forse noioso, lascio giudicare a Voi, non narra solamente delle peripezie affrontate nel tentativo di ritrovare Haziza, la mia moglie araba, va oltre, è un intreccio di ricordi a ritroso nel tempo, un esame di me stesso, delle mie paure, dei miei errori, mettendo a nudo una vita sentimentale travagliata spesso vivace e ricca d’imprevisti, storie di amori e tradimenti, di sesso libertino, un’esistenza vissuta all'insegna della sregolatezza senza confini, un continuo mettersi in discussione, il mio modo d’agire e di pensare, a farla breve mi racconto dall'adolescenza all’età adulta, flash, dove la penna  mi ha preso di mano raccontando fatti che nessuno, fino a oggi, conosceva. Chi saprà leggermi tra le righe scoprirà com’ero e sono veramente e tutti quelli che mi hanno conosciuto nella realtà potranno verificarlo di persona.                                                                                                                                                             
       Sono proprio io quello che  rivive in queste pagine, un Giorgio trentenne di tutto assetato, con l’immaginazione quale unico suo limite, dove niente gli andava bene, meno di mai  la mediocre normalità; un Giorgio ben diverso da quello che oggi scrive e racconta, oramai alla soglia dei sessant’anni, dopo aver conosciuto ogni esteriorità del genere umano, ogni animo, ogni carattere, dal più gretto al più nobile, e poi donne, tante, troppe per ricordarle tutte, ma alcune hanno lasciato un segno profondo che dimenticare è impossibile pure volendo, e proprio di loro racconterò in questa avventura, l’avventura della mia vita legata ad una femmina amata oltre il comprensibile, dove dire alienazione è poco, fosse solo per quello che ho fatto e perso per lei, nulla recrimino, lo rifarei comunque. Vorrei concedermi un lusso, una soddisfazione mia intima, comprendere, chiedo solo di capire come sia stato possibile, dai miei, concepirmi in tal modo o quale arcano usato in quella notte, grazie Pa’ e Ma’, grazie per avermi fatto così. Io, incontrollabile *borderline, un mix incasinato senza frontiere di paure e ansie dal Dna adrenalinico dove antepongo il rotto all’intero.                                                                                                   
      Ero così.                                                                                                                             
       Nato avventuriero e allergico alle cose comuni, spirito libero come il vento, chissà come morirò, se contento o scontento della mia vita terrena; una cosa è certa, però, di bordelli ne ho combinato a volontà, tanto da poter scrivere la mia “Treccani”, e se voglio essere retorico e stereotipato, potrei benissimo affermare a ragione “I miei primi quarant’anni”. Ho amato più donne, stupende e adorabili, perle uniche e rare di una collana senza fine che regolarmente bistrattavo a piene   mani, facendo penare   un casino chi mi voleva bene, femmine con l’insana idea di amarmi e l’intento di cambiare ciò che  non si può, l’impossibile, me.  Povere sfortunate, se oggi, per caso, incrociandomi in strada fossero tentate di prendermi a ceffoni, avrebbero il sacrosanto diritto di farlo, schiaffi meritati. I rapporti col gentil sesso duravo meno della vita di una farfalla, ore, pochi giorni, giusto il tempo di volare di fiore in fiore per l'impollinazione, e caspita se io impollinavo, senza mai dar vita a nessuna nuova pianta.            
       Radici secche, aride e senza acqua, preso, solo preso e nulla dato, nessuna certezza o punto fisso nella mia vita passata, solo l'innata caparbietà per placare la mia sete di egocentrismo dall’eros maschilista allo stato puro, donna usa e getta.
      Un blando pentimento al riaffiorare dei ricordi? Forse, e comunque sia, troppo tardi.
      Queste note non sono indirizzate a nessuno, ma piuttosto a me stesso.                                                                    
                                                                                            
          Gioia Tauro, 25. 03. 2012
       
      Prologo,
       
      …e ricomincio da capo, oltre sei mesi di lavoro e cento pagine già scritte e corrette;  certamente nasce sotto i peggiori auspici questo mio secondo libro, dove tutto è andato in malora per un banale guasto del PC con relativa perdita dei dati salvati, negligenza pure mia, sbagliato a fidarmi così ciecamente dell’HP, chi poteva immaginare che si rompesse l’hard disk! Narro un’odissea e odissea sia pure nella sua stesura, ma incazzatura a parte, quello che più mi angoscia è che difficilmente riuscirò a riscrivere con la medesima intensità ed emotività quelle situazioni così particolari da me vissute un trentennio addietro e riportate in vita. Proverò, e se non con la stessa chiave di lettura, darò input a nuove emozioni nel tentativo di trasmetterle a voi che leggete.                                                                                          
      Chi mi legge deve scusarmi, ben lontano dal considerarmi uno scrittore, quello che scrivo è frutto di raptus, uno stimolo viscerale altissimo che mi fa rievocare episodi della mia esistenza passata creduti dimenticati, nulla di più falso, forse imprecisi in qualche data, in qualche nome che posso confondere o ricordare male, scusate, ma sono passati così  tanti anni!  Cosciente della mia limitata capacità letteraria mi affido ai tre “Non”: non scrivo per lucro bensì per non dimenticare, non per gli altri ma per me stesso. Una traccia, ecco quello che voglio lasciare ai posteri, una semplice traccia da leggere della mia incasinata vita, senza fare oltremodo confusione, quando l’età senile m’impedirà di rimembrare.                                                                                                                          
       Se avete idee perbeniste e siete cattolici convinti, moralisti indefessi, allora evitate di  leggere questo memoriale, urlereste, additandomi, allo scandalo, all’immoralità per quanto fatto, visto e detto. Ben lontano dal seguire un modello predefinito o particolare filone erotico sessuale, l’incalzante scabrosità delle    descrizioni è proprio com’èavvenuta, scusandomi in  anteprima con chi potrà trovare alcune scene troppo   intense e volgari, volontariamente calcate a tinte forti, e l’uso di un linguaggio scurrile, da plebaglia, senz’altro sconcio ma altrimenti impossibile a descrivere tali situazioni proprio in quel modo, veritiere, e poi, io, parlavo così, a torto se pensate che abbia esagerato nell’esporre i fatti.  Ho incontrato una moltitudine di persone singolari nel mio viaggiare, soprattutto donne insolite, notevolmente peggiori del sottoscritto e quanto la fantasia più spinta difficilmente immagina, mi sono semplicemente adeguato alle condizioni che si prospettavano.                     
      Accettatemi per quello che sono e non per quello che vorreste vedermi, mica ci tengo a piacere “a tutti.” Così diceva di se stessa la Contessa di Castiglione... così dico io.                                                            
      Per inciso, ho cercato nel limite del possibile, di contenere le volgarità, lasciando al lettore una sua  interpretazione.
      Allora, per chi è questo scritto, vi domanderete, travagliati tra curiosità e moralità. Dedicato a tutti gli avventurieri giramondo, a coloro dove conta più il rischio che un tozzo di pane, è una autobiografia romanzata amorale, spesso trasgressiva, sconfinante nell’eros più marcato e decisamente osceno, dove godevo intimamente a scopare con donne diverse tra loro per religione, lingua, colore, tipe occasionali mai conosciute, all’occorrenza anche puttane nel senso vero se lo ritenevo opportuno, e per opportuno significa una stramaledetta voglia di fare sesso, una malattia la mia, cronica, ampliando la personale conoscenza del fare l’amore a trecentosessanta gradi, sesso libertino a più latitudini, il tutto condito con la pazzia avventurosa e adrenalinica che mi caratterizzava in una mente folle.   Cittadino a proprio agio in habitat dalle condizioni sociali miserabili, moralmente degradati, assiduo frequentatore della casba, un’ossessione scellerata, reduce da notti consumate nei “cafés arabes” tra femmine magrebine troie e narghilè, offuscato dai fumi della canapa indiana, il più delle volte saturo di alcol fino al midollo, giocavo con la vita stessa questa fottuta roulette russa sulle piste più sconosciute e impraticabili del Sahara, sfidando vento e sabbia, sole e sete, i colossi della natura che potevano fagocitarti in un nulla, niente eri paragonato a loro, niente. Vissuto bene, vissuto male, con torto o ragione, lascerò a Voi l’arbitrio del vaglio, una cosa è certa, ho vissuto alla “grande” e forse troppo, con molto da raccontare a chi avrà voglia di seguirmi in questi avvenimenti, figli bastardi partoriti da un modo di vivere avventato ben poco consono alla normalità, per me noiosa, di tutti i giorni. Se caso musicassi la mia esistenza, tradurla in note, potrei identificarla con le parole di Vasco, “Vita spericolata”, ascoltatela, mi calza a pennello questa sinossi dell’esistenza passata. Apertura mentale a tutto tondo si richiede a chi andrà avanti nella lettura, senza volere incitare nessuno a percorrere la mia stessa strada, anzi, ho sbagliato e pure molto, ma se hai l’autostima a mille, la realtà di tutti i giorni ti va stretta e la sregolatezza è il tuo credo, allora prendi lo zaino e vai, calca le strade del mondo, potresti mancare l’occasione irrepetibile di scrivere il tuo libro, la storia della tua vita, i tuoi sentimenti. Un vecchio detto recita: ”Meglio un  giorno da leone che cento da pecora”, io sono quel leone, e tu? Un misto di sesso sconsiderato e avventura africana, rischiare   il tutto per tutto, ecco cosa è stata la mia vita prima di oggi giunta oramai alla meta, al capolinea, dove tutti i passeggeri scendono: i miei ricordi.        
      Così mi racconto, anomala bestia del III millennio coriacea di oltre mezzo secolo, vecchio e stanco sul viale del tramonto, dove incombe per legge naturale il tracollo fisico, un fisico di cui ho lungamente abusato senza alcuna deferenza, restio per indole a trovare la via per Damasco, e giunto alla resa dei conti sulla breccia del declino, dove immolato l’esistenza in nome del sesso facendone vangelo, in cui ho creduto, credo e crederò. Alla fine, la cosa poco mi disturba, testa di cazzo ero, testa di cazzo resto per l’eternità
      Non vi auguro, amici, una buona lettura, che quanto buona possa essere non so, dato l’argomento, sarete Voi a dirmelo se mi leggerete, comunque, questa, è la storia della mia vita.                                                                                                                               
      Il bello di non essere famosi c’è, ed è proprio questo: non dover compiacere nessuno. La libertà di muoversi, quando si scrive, è la cosa migliore che ci può capitare, il problema è quando si cerca di imporre dei canoni, anzi quando noi stessi ne accettiamo l’esistenza e la legittimità.                                                                                
      Amici e parenti che mi hanno letto, quei pochi, dicono che scrivo come mangio, e a volte mi cibo con le mani, scusatemi.
                                                                                                                                                                                                                                                                     
           Giorgio Alfonso Bonfatti   
       
          
                                                    Femmes  fatales                         
                             Parte I
                              Cap I
                                  *** Ricordi, io e il sesso, le mie donne ***
       
       
       Santa Margherita Ligure, Genova, autunno 1984
      Laria piacevolmente tiepida, quella settembrina tipica ligure di fine estate, calda ma non troppo nelle ore centrali, frizzante nella serata.                                                       Osservavo distratto le imbarcazioni ormeggiate, yacht da nababbi, con l’attenzione rivolta alla magnifica fauna di fighe stratosferiche, che, in esigui bikini, si crogiolavano come lucertole ai tiepidi raggi di sole nel Golfo del Tigullio, spalmandosi d’olio solare con movimenti lenti, sinuosi e invitanti, sexy da super stronze, le lunghe gambe e perfetti seni di gomma al silicone.                                                                                              
       Sì, stronze, la razza era quella, stupende e ricche, mantenute cornificatrici di altrettanto multimilionari imprenditori, palle di lardo dal ventre flaccido appesantito dai chili di troppo e lattescenti come mozzarelle di bufala, facevano veramente cagare nei loro bermuda a righe da vip all’ultima moda.                                                                Il sottoscritto esattamente l’opposto: abbronzato da fare invidia a un negro del Senegal, bermuda sbiaditi rifilati da vecchi Levi’s, agiato economicamente quel tanto che basta, ma ben lontano dalle loro possibilità, e poi figo, così ero giudicato dal popolo femminile di Santa Margherita, con gli ormoni ben sviluppati e sempre in ebollizione. Malato cronico, pativo della malattia dei trentenni arrapati  single, il“tira tira”, e senza fatica trovavo la medicina giusta e sempre diversa, spesso italiana, a volte estera e biondissima.
      A sfottimento, da poco intrapreso uno stupido quanto insulso gioco con la tipa del panfilo ormeggiato a pochi metri dalla banchina, il Topeka, un cinquanta *piedi sventolante bandiera Britannica delle Cayman Islands, equipaggio italiano, armatore bauscia milanese, e lei, la sexy bomb, era la figlia; l’aveva chiamato a viva voce, papà.
      Intrecciavamo gli sguardi attraverso il fondo del mio bicchiere ormai vuoto, a mo’ di cannocchiale; si trastullava pure lei, facendo tutto il possibile per mostrare quello che ancora non si era visto, ma restava ben poco da scoprire dal ridotto bikini, un Parah minimale, tanto costoso quanto inversamente proporzionale alla consistenza, pochi centimetri per un casino di lire.                                                                         
      Ammiccava maliziosa, stuzzicante; un solo modo per sapere se “ci stava” e voleva divertirsi, sfacciatamente sicuro di me stesso, andai sotto bordo, a tiro di voce.  
       >Fanno dei *Bellini niente male al bar del molo, scendi?< (G)
      >Offri tu?<                                                                                               
      Rimandò pronta, alzandosi dal lettino prendisole tenendo ben strette le ginocchia, come esigeva il Bon Ton.                                                    
      Annoiata della vita di bordo, probabilmente aspettava un qualsiasi diversivo, rapida e sinuosa come una pantera, con su un pareo turchese in tinta e della stessa marca, raggiunta la poppa, scalza, scendeva a piccoli passi l’elegante passerella in teak sfiorando il corrimano in corda intrecciata stringendo tra le dita della mano destra i sabot Pollini di pelle, e altezzosa sfilava indifferente senza degnare di un saluto il marinaio di guardia a terra, classico comportamento da ricchi stronzi.
      >Ciao!<                                                                                                      
      Squittì, sfoderando un sorriso radioso e sensuale ben evidenziato dal lucido da labbra neutro.
      Una beltà accecante, una ragazza per la quale saresti disposto a tutto, dal tingerti i capelli di viola a cambiare squadra, quel genere di pupa che se ti passa accanto per strada sei costretto ad abbassare lo sguardo perché non ti reggono due occhi così, quando poi torni a casa e ci ripensi, scopri che cavolo il coraggio l’avevi, ce l’avevi ma sei stato un coglione... pazienza, la prossima volta la fermo, barando meschinamente  perché non ci sarà una seconda volta. 
      “Cazzo che figa!” miagolai tra i denti sottovoce, cercando di non affogare nel fiume delle banalità, annaspavo nel trovare parole ganze che non avevano l'intenzione di uscire.                                                                 
      Quando ci si trova a gestire una conversazione con una bella ragazza si è sul chi va là, si filtrano le parole, s’incastonano le preposizioni, si sta attenti senza far tremare la voce e sputazzare mentre si parla, modulando il tono da figo, di quello che non gliene fotte proprio niente di te, e porca puttana, si vive dal basso in alto in costante soggezione!                                                                                                                                                                                                 
        I sorrisetti sciorinati con tanto garbo sono ambigui, mirati al fine ultimo e solo quello, di fare colpo e scoparsela, io, non facevo eccezione, tempo dieci minuti, una Marlboro e avevamo socializzato, fissato l’appuntamento per la sera: un drink, disco club, poi, avremmo approfondito i rapporti umani nel modo giusto.
      Divina, metteva persino soggezione, ben diversa dalle mie zoccolette abituali. Pudicamente, mi sbilanciai salutandola con un bacetto sulla guancia all’angolo delle labbra, neanche azzardò a tirarsi indietro, anzi, fu oltremodo meno virtuosa del qui presente ma terribilmente garbata.
      >Deciso, mi piacciono i tipi come te!<
      Bisbigliò sottovoce, baciandomi appena, indugiando quel poco che basta nel sfiorare le sue labbra sulle mie con la leggerezza di una libellula, lasciava il tipico sapore del burro di cacao, appena oleoso; la serata prometteva bene, molto bene, un venerdì da dio ma un venerdì come tanti altri, così passavo il mio tempo libero dagli impegni, a caccia di *faighe con la voglia di divertirsi, proprio come me.                                                                                                                                          Inderogabilmente, scollavo le chiappe dal mio ufficio di Genova nelle prime ore del venerdì  pomeriggio, rifugiandomi  nella tranquilla Santa Margherita, avrei ripreso il lunedì seguente. Vivevo da single, i rapporti con la mia famiglia erano inevitabilmente scheggiati, loro si rifiutavano di capirmi, io, tanto meno volevo essere capito; disapprovavano che ritornassi in Africa nel tentativo di ritrovare Haziza, mia moglie, e poi mai avrebbero perdonato l’affronto subito, in primis il babbo, solo con mio fratello mantenevo i rapporti di sempre poiché lavoravamo assieme e gli affari andavano niente male, l’attività import-export d’auto godeva del suo momento florido e tirava veramente forte. Franco, dal carattere riservato, né capiva né condivideva le mie scelte, evitava qualsiasi forma di giudizio, mi lasciava fare, tanto sapeva che contrastarmi sarebbe servito a ben poco, parole vane, al vento.
      Difatti, il mio carattere del cazzo cocciutamente granitico, quando avevo una cosa in testa, costasse quel che costasse, dovevo vederne il fondo, un modo di fare enormemente sbagliato che mi causerà guai a raffica, lungi da me ritrattare                                                                                                    
      decisioni prese e ritornare sui propri passi, neanche a sognarlo! Ero fatto così, male, mea culpa.                                                                                                    
       Il “Residence Tigullio” a Paraggi, un complesso di villette chic a prova di privacy e assai ben fatto, tra Santa Margherita e Portofino, prendeva nome dal golfo omonimo dove si specchiava, un braccio di mare che formava l’incantevole baia dalla costa irta e scoscesa punteggiata da cespugli di ruta selvatica, semplicemente un sogno, e in primavera un profumo così intenso che maggiormente faceva apprezzare l’arrivo della bella stagione, qui sempre in anticipo.                      
       Ovviamente, quest’angolo paradisiaco aveva un costo, affitti spropositati per i comuni mortali, comunque, avevo le mie buone carte da giocare col padrone di casa, il signor Alberto, *camoglino doc ultra settantenne e arterioso di brutto, spuntando un contratto di locazione più che decente, parecchio sotto la media, considerato il posto. In primis, referenziato dal titolare della discoteca-ristorante “Le Carrilon” quale graditissimo cliente dal tavolo privè, trattamento concesso a pochi intimi, poi la mia nomea di frequentatore assiduo nei vari locali e pub della zona, cliente ottimo ben propenso a spendere nei ristoranti di lusso più trendy del momento.  
       Verissimo, rare volte mi concedevo il piacere di cenare a casa, mica per mia incapacità culinaria o perché mancasse la voglia, tutt’altro, ma spesso distratto da altro, troppo impegnato a uscire con degne rappresentanti del gentil sesso e commercianti d’auto o pseudo tali, e la serata di rado finiva senza bollicine, la bottiglia di Ferrari, di *Vedova erano onnipresenti, sapevo, e soprattutto potevo, cogliere il senso giusto della vita senza farmi mancare nulla, difficile credere che avrei rinunciato a tutto ciò, e per amore poi, eppure era proprio così.                                                                                                       
      Stavo percorrendo un cammino alquanto oscuro, un periodo di riflessione tibetana, mille e più volte mi ero chiesto se fosse veramente giusto rinnegare la vita condotta fino ad ora, e giacché queste risposte le avevo già maturate prima, decisioni e scelte già fatte e vissute, più convinto che mai mi organizzavo per la partenza imminente, temporeggiando in attesa di risposte e di conferme, dovevo preparare tutto a puntino, vietato sbagliare perché la stavo combinando veramente grossa. Caspita, direte voi, quale sorta di casino può combinare oltre a quelli già fatti?
      Nella mia insana follia, avevo maturato l’ipotesi che avrei certamente ritrovato Haziza nell’ex Sahara Spagnolo, in questo momento territorio contrastato dalle truppe del Fronte del Polisario, centro nevralgico di ribelli, che si rifacevano contro i rispettivi governi centrali di Rabat e Algeri per il dominio di quella lingua di terra compressa tra l’oceano Atlantico e la Mauritania. Le ostilità già in atto da qualche tempo, in Italia si sapeva poco o nulla, proprio a nessuno interessava il terrorismo dell’Africa nord-occidentale concepito a impressionare i media per sensibilizzarli, tranne che a me.                                                        
       I vari Tg riportavano sporadiche notizie, solo la Francia riservava particolare attenzione al problema, avendo sul territorio nazionale parecchi immigrati provenienti da quelle zone teneva gli occhi aperti, si iniziava a parlare d’immigrazione clandestina. Le mie fonti d’informazione venivano, appunto, d’oltre Alpe, contatti con certi commercianti d’auto a Marsiglia e Tolone che mi aggiornavano sui fatti via fax, costantemente. La convinzione che mia moglie e tutto il suo seguito avessero trovato scampo in quelle *lands, per niente frutto di fantasia, si basava su un ragionamento ben preciso che affatto lasciava spazio a dubbi.                                          
      Nell’anno e più che avevo vissuto assieme al clan di El Ben, conoscendone le abitudini, potevo escludere che si fossero spinti verso la costa Atlantica, inadeguata alla loro forma di vita, né tantomeno diretti a sud dove la desertificazione avanzava inesorabile, rendendo oltremodo precarie le condizioni di vita già disagiate, restava a ovest l’arida Mauritania, poverissima d’acqua e con scarse oasi, d’importanza vitale per creare un insediamento semi stabile, quindi logico pensare che si fossero spinti oltre la steppa mauritana, sconfinando nel Rio de Oro, ricco di oasi nella zona centrale. Notate che per “ricco” intendevo qualche possibilità in più rispetto altrove e da verificare sul posto, in nessun caso tutte le informazioni pervenute e raccolte erano veritiere al cento per cento.
      Mi facevo forte di una mia equazione cazzuta: oasi uguale acqua e quindi vita; ecco il perché della mia convinzione, lo stesso di arrampicarsi sugli specchi con le mani intrise d’olio.
      Sì, il mio ragionamento filava liscio, troppo liscio e solo teorico, nessun santo a cui votarsi, a cosa credere tranne alla teoria, senza alcun punto di riferimento o di riscontro.
      Buio pesto.
      Brancolavo nel “non so” più totale, assenza d’informazioni, cartografia scarsa o inesistente, e quella preesistente ante conflitto talmente vecchia da reputarsi inaffidabile. Scavavo nella memoria, nel tempo trascorso a Zagora con Haziza, sforzandomi le meningi nel mettere a fuoco il ricordo delle storie di carovaniere mai più ritrovate, morte di sete nell’attraversare proprio quei territori, si parlava di siti maledetti infestati dagli spiriti del deserto, ” jinn”, creature demoniache originate dal fuoco, esseri senza corpo che vivevo nell’aria, impossessandosi del malcapitato per via orale portandolo alla pazzia. Narrazioni senza confine, tra il reale e l’immaginario, ascoltate per bocca degli anziani accanto al fuoco del bivacco, fuori dalla tenda, e chiunque avesse un pizzico di buon senso in zucca, vero o falso che sia, eviterebbe quei luoghi come il peggiore dei mali, non io.
      Racconti, fantasie, questo tutto quello che avevo a mia disposizione, in sostanza nulla di nulla.
      Credetemi, per niente folle, avevo dato fondo a tutte le indagini e ricerche possibili, sia tramite le rispettive Ambasciate e relativi Consolati di Algeria e Marocco sia tra le varie organizzazioni umanitarie, onde capire quale flusso migratorio avesse preso la tribù di Haziza, ma cozzavo nel mutismo assoluto e nella più totale omertà; un problema grave e scomodo che nessun governo di competenza si degnava, a livello politico, di affrontare e tantomeno approfondire, situazione scottante lasciata in mano alle varie ONLUS private.
      Punto zero anche dall’unico legame affettivo presente sul posto, il padre di Alì, pure lui brancolava nell’assenza più totale di notizie senza potermi aiutare, lei mai più era passata da Fes, svanita nel nulla come polvere al vento. Mi dannavo, logorandomi il cervello senza trovare una spiegazione logica, di come fossero sfumati un migliaio di esseri tra persone e armenti senza lasciare alcuna traccia.
      Negativo, tutto negativo nell’altalena di questi infiniti “non”.
      Caparbietà, ignoranza e illusione la mia. Quello che mi sfuggiva senza capirlo, lo capirò solo molti anni dopo, è che il Sahara ha la potenza di fagocitare qualunque cosa, e a diversità del liquido elemento che sempre rende le sue vittime, lui no. Credevo che “mille” fosse un numero corposo, importante se riferito a delle entità viventi, nel Sahara equivaleva alla classica pisciata in mare.
      Meditavo, osservando la sgualcita e logora Michelin 153, valutando le mie ben scarse possibilità: o perdermi nei meandri del Rio de Oro o perire per mano dei ribelli, la situazione appariva di sicuro tra le meno rosee, di merda direi, e provavo un senso di vuoto interiore che ti attanagliava lo stomaco, lo sgomento più intenso, paura vera, paura di fallire, solo una nuova forma di suicidio quella che andavo a saggiare.
      L’ansia logorava demolendomi, da qualche tempo combattevo con lei una lotta impari, sveglio di sorpresa nel cuore della notte, sudato marcio col fiato corto, in affanno, occhi spalancati e dilaniato da un incubo; il pensiero fisso di mia moglie e l’angoscia di fallire nella sua ricerca.                                                                             
       E piangevo, senza vergogna a dirlo, sono pur fatto di carne e ossa, qualche sentimento lo provo persino io.
      Ogni incubo seguente peggiore del precedente, lasciandomi in uno stato di catalessi e totale apatia, il fisico debole, stanchissimo, privo di forza materiale e spirituale con la mente vuota senza pensieri, solo una gran confusione cerebrale. Stavo male, curavo questa condizione di sconforto nel modo più cazzone possibile, impasticcandomi di ansiolitici pesanti.
      Perfettamente conscio che facevo una minchiata, se mi fossi assuefatto a quel tipo di farmaco tanto da subirne la dipendenza, avrei irreparabilmente compromesso la mia sicurezza in viaggio, togliendomi la vitale lucidità decisionale nei momenti critici, sicuramente ce ne sarebbero stati parecchi.                                                       
       E poi, una volta finite le scorte, come la mettevo?                                                                               
      Dannate, fottutissime pillole, continuavo a metterle e toglierle dalla sacca dei medicinali preparata con cura certosina, dubbioso di me stesso e delle mie capacità. L’insistente trillo, il ring-ring del fax che segnalava  la ricezione di un messaggio, mi distolse dai foschi pensieri. Il foglio scorreva rapidamente tra i rulli della macchina, scivolando a scatti nella vaschetta raccoglitrice, lo presi su con timore, quasi scottasse, poche, semplici parole stilate a mano libera in francese, grafia tonda e aggraziata, tipica femminile, dall’inconfondibile stile personale, molto chic, come lei.
       
      “Toulon, sept. 1984
      Da fonte sicura confermata partenza autocolonna con scorta militare fine ottobre, checkpoint confine Marok-Sahara Spain.                                                                             Stai attento e torna tutto intero.
      Baci, ti aspetto.                                                                                                                                   
       Tua Eloïse Morel”
       
      Se avevo un debole per lei, ora la adoravo.                                                                           
      L’autosalone “Morel & Morel Voitures Importation” trattava vetture particolari: fuori serie introvabili e modelli di nuova produzione ancora indisponibili presso le concessionarie ufficiali italiane, spesso con tempi di attesa biblici, specie quelle tedesche, Bmw, Golf GTD, Mercedes 190, nessuna difficoltà trovarle da lei in pronta consegna con prezzi vantaggiosi. La ditta andava avanti con buoni profitti, non certo per merito di Julien, il fratello, era Eloïse il vero cardine, donna commercialmente preparata e perspicace, vantava una laurea alla Sorbona in economia e commercio col massimo dei voti, parlava e scriveva in tedesco, inglese e italiano pari alla lingua madre.
      Imprevedibile oltre l’irrazionale, donna di mondo, intelligente, dotta, sempre all’erta, fiutava gli affari in anticipo e ne seguiva il filone traendone sempre buoni guadagni, comprare e vendere auto, per lei, poco più di un gioco, i sui campi d’interesse spaziavano ben oltre, dal settore immobiliare alla ristorazione, all’allevamento ed esportazione di cavalli da corsa, dove i suoi migliori clienti erano facoltosi petrolieri degli Emirati Arabi.
      Tradizione di famiglia, l’ippica la sua  autentica malattia, trasmessa nel Dna dalla madre, non una razza le era ignota, sapeva tutto e di più.                                 
      Superba cavallerizza fin dalla tenera età come la genitrice, sempre presente alle principali competizioni, aveva ampliato all’inverosimile tale passione, possedeva una propria scuderia ben accreditata nell’ambiente delle gare, l’E.M.& E.M., iniziali del suo nome e socia di se stessa. Meglio precisare che, questo impero economico proveniva da generazioni passate, anteguerra, e proprio il secondo conflitto mondiale aveva dato svolta in meglio al già floridissimo capitale, grazie alla stretta e poco chiara collaborazione ad ampio raggio del nonno di
      Eloïse con le truppe naziste di Hitler stanziate in Europa.    Nessuna importanza se Alleati e contro la Germania nazionalsocialista, lei stessa ne sapeva ben poco e restia a parlarne, come di rado parlava del padre, insomma, a quanto pare entrambi i consanguinei erano ben poco ligi e neanche la nonna si poteva dire da meno, indiscrezione carpita al volo di sfuggita tra una confidenza e l’altra, fosse una nota maîtresse con locali sparsi a Parigi e Berlino sotto la protezione del Führer, locali di lusso per i viziosi funzionari dell’alto comando del Terzo Reich. Nella discendenza, nessun erede maschio tranne il fratello, più dedito all’eroina che altro, Eloïse aveva solo preso le redini in mano facendo rendere al meglio i beni di famiglia, ma torniamo a noi. Magico e stregato ambiente quello delle corse, un mondo dove i soldi giravano facili e in gran quantità, potevi diventare povero o ricco con la stessa facilità di bere un bicchiere d’acqua. Visto e toccato con mano scommettere e poi vincere puntate da infarto, ben oltre il credibile da quanti zero seguivano, tanto da intrigarmi.                                                                                                            
       Quello che si prova  al botteghino davanti al bookmaker ha del mistico; lui ti guarda fisso nelle pupille quando punti sul presunto cavallo vincente con i soldi stretti in mano, lo stomaco chiuso, bocca asciutta senza saliva, tremante come una gelatina e sudi, sudi come un maiale fino a infradiciare il colletto della camicia, se non provi non puoi saperlo, tensione adrenalinica pura da tagliare col coltello da quanto è spessa, e se vinci ti pisci addosso e urli come un matto dalla felicità rotolandoti a terra, se perdi, poi, beh, ho udito, anche se per una sola volta, l’eco secco del revolver, di chi perso tutto, finanziariamente e moralmente annientato, firmava nel modo più cruento la sua disperazione nella tragica via del suicidio, dove con  “perso tutto” intendo parecchio oltre il vile denaro, giocandosi il migliore degli affetti, la moglie se figa, all'oscuro di essere giocata ai capricci di un cavallo, debiti che venivano inderogabilmente pagati, volente o no, a letto.                                              Curioso come una bertuccia e affascinato più di una gazza, volevo con tutto me stesso entrare nel fantasmagorico giro delle scommesse, spesso clandestine e anche le più redditizie. Lei, neanche a dirlo, più che d’accordo. Debutto incerto quanto fortunato il mio, facendo, all’inizio, timide puntate, in poco tempo decuplicavo il mio capitale, ma ero ben suggerito.
      La signora Morel sempre padrona delle sue azioni, mai vista perdere, anche se azzardava di brutto, osavo, contagiato dal rischio inebriante, scherzando con la fortuna e contro ragione,  dopo una serie di vincite veramente pesanti, il buon senso, quel poco che avevo, mi consigliò di troncare lì nonostante le proteste garbate di Eloïse, che eccitata e infoiata m’incitava a puntare sempre di più, garantendomi vincite folli, ma di folle c’ero già io, inutile calcare la dose.  
      Smisi, basta con le puttane di lusso, gli Hotel galattici e i soldi troppo facili. Lei, contrariata, biasimava la mia scelta, blaterando ai quattro venti che la fortuna mai suona due volte allo stesso mittente, bisogna spremerla tutta fin che c’è, che la dea bendata carezza gli audaci, io, comunque poco convinto di questa filosofia anche se largamente baciato in fronte, talmente tanto che tutti i viaggi in Africa li sovvenzionai per buona parte con quelle vincite, e mica roba da  poco.           
      Conseguenza della mia attività di Import & Export auto, cui seguiva una clientela scelta, ben disposta a pagare più del giusto pur di assecondare i propri ludici desideri, compravo spesso da lei nel suo showroom di Tolone, in prima battuta  via fax, poi personalmente. La nostra conoscenza, tramutatasi da interesse professionale in amicizia e qualcosa di più, iniziò così, sulle pagine degli annunci commerciali di Quattroruote, diversi anni addietro, un feeling improvviso quanto intenso, sconvolgente nei sensi. Avevamo consumato una traballante e scottante relazione senza promesse, violenza morale allo stato puro, amanti perfetti spogli di gelosia, sinceri nel mandarsi in culo a vicenda tra alti e bassi; tuttora stavamo assieme senza impegno se, e quando, capitavo a Tolone per affari ero ospite, o meglio, del suo talamo. Leader antesignana delle “*coguar”, conscia della propria sessualità, donna assurda, mai esitava a mettersi in discussione con uomini più giovani, non reggevano, piegati come barrette di stagno, usa e getta tipo fazzoletti di carta, non importava quanto avessero grosso il cazzo, sì, incideva perché era porca, ma la testa, valutava e corteggiava la materia grigia in un maschio, messi al bando i minimi  poveri di idee, dovevi essere così, pazzo, per reggerne il ritmo forsennato.    L’orologio biologico, spauracchio malvagio di ogni donna, per lei fermo nel tempo a un’età non ben definita.                                               
        Un viso d’angelo ingannevole, da eterna adolescente, con microscopiche efelidi sugli zigomi appena  sotto gli occhi e capelli rosso fuoco sparati alla Farrow, portava a modo le sue primavere, talmente bene che la differenza tra noi, circa dieci anni, neanche si notava. Affascinate e gran bella figa con lo charme tipico francese, troia d’eccellenza, sapeva il fatto suo e una notte in privè difficilmente la scordavi.                                                                                             
       I nostri incontri, più opportuno dire scontri violenti, sia verbali che fisici, nulla avevano a che vedere con la normalità di due persone che professavano di volersi bene, sì bene, ma a nostro  modo, due teste di cazzo che facevano scintille solo a guardarsi.                                                                                                 
       Andavo matto per la sua erre moscia che sensualmente calcava di brutto nell’intimità, mi arrapava da erezione permanente quella sfumatura calda, erotica, quasi fosse perennemente senza voce, con acuti da ragazzina isterica  quando alzava i decibel da incazzata vera.                                                                                         
       Un metro e settantacinque di schietta paprika concentrata, estrosa in disco, elegante a teatro, capricciosa indomabile più lunatica dello stesso astro, volubile, mutava umore al pari di un camaleonte in pericolo, capacissima di reggere situazioni
      con l’animo disastrato e viso sorridente, indecifrabile dote, questa, che le permetteva di fottere chiunque, specie negli affari, non sapevi mai quello che realmente rimuginasse, pensa A e faceva B, ma con un cuore grande così, generosa e mai avara, tranne che nei sentimenti.
      Folle io, assurda lei, l’impulso dissacrante del nostro insano e travagliato rapporto, uno scontro perpetuo, amore e odio, un lasciarci e cercarci continuo che nulla aveva di logico.
      Difficile, se non impossibile, definirlo amore, più tenebrosa ossessione dei sensi per entrambi perché simili, uno dei pochi uomini, se non l’unico, a cui abbia prestato attenzione, vinta, chissà come mai, anche se di carattere forte ma donna, e io, maschio dalla testa di cazzo peggio di lei.                                                                                                   
      Perduto il conto delle volte che ho visitato il suo letto nel monolocale sull’esclusiva e lussuosa Promenade Henri Fabre, attico da vip con vista antistante la rocca di Fort Saint Louis,
      ideale per serate chic, degustare la sofisticata cucina gourmet a lume di candela,  brillantemente frequentato dalle persone che contano, le più illustri e in vista della città, inutile dire che eravamo habitué. A parte la vista romantica e suggestiva, un sogno l’attico, per pochi mortali, trecento metri quadri di lusso sfrenato tra pregiati mobili antichi e rari, illegittime maioliche cinesi della dinastia T’ang, e a terra, meravigliosi quanto introvabili Iraniani Kashan Mohtasham dal costo iperbolico, stimati in oltre cento milioni di lire cadauno. Un sogno chiamato realtà, il mondo si fermava per noi, annullati vicendevolmente nell’intimità più sfrenata, chiusi dentro a fottere per giorni, persa la cognizione del tempo, giacendo pigri a letto saziandoci di quel poco, appena sufficiente, e rifare sesso di nuovo fino a esaurirci, incerto a dirsi chi dei due gettasse la spugna per primo in quella altalena di giochi erotici proibiti dalla morale comune, a noi estranea del tutto. Sessualmente placati, ne uscivamo istupiditi, colpa non solo dell’alcol o delle troppe scopate ma dell’erba che fumavamo, sempre di prima qualità, roba buona, sapeva trattarsi bene e poteva permetterselo, i soldi erano l’ultimo dei suoi problemi, caso mai ne avesse avuti.
      Indelebile nella mente, bollato a fuoco, il ricordo del suo corpo nudo dalle forme tonde e piene, sexy e ben curato, zero cellulite o cuscinetti adiposi ma asciutto e sodo da ventenne, una silhouette longilinea invidiabile, mentre, dalla porta socchiusa, porge un pugno di franchi al garçon del ristorante che discretamente bussava, depositando, fuori, sul ballatoio interno dell’ascensore privato, ostriche e champagne.
      Eloïse era nata per la felicità degli uomini e delle femmine come lei, disinibita amorale priva di pregiudizi oltre ogni limite, tanto fu la sua insistenza che mi convinse a far sesso in tre: noi due e una sua giovane amica troia, che a bellezza, ma solo quella, nulla aveva da invidiarle. Vergine a quel trittico, godevo un’esperienza da consumare il midollo fino a spappolarti il cervello, impazzivo nella sua alcova a specchi dalle lenzuola di seta nere, abbandonato alla quintessenza del piacere su morbidi persiani tessuti a mano.                                                                         
        Erotismo puro, vorticoso, coinvolgendo i sensi dominati da alcol e droghe oltre ogni desiderio immaginabile, finito di segarmi con tutto quanto la natura fisicamente le dotava e niente affatto paghe di quella sessualità estrema,  flirtarono, poi, tra loro. Saffo, a confronto, era una educanda monaca di clausura, stimolando la mia eccitazione all’inverosimile,                                                                                                                                                         
      rendendomi loro complice un'altra volta del godimento più smodato, mi fecero a brandelli definitivamente.
      Ebbro dei triangoli umidi di morbido pelo dalla sfumatura carota, scopati e poppati a entrambe in duplex, raggiungendo il delirio orgiastico, lo sfinimento sessuale totale, svuotato dai coglioni al cervello col fallo inerme e la libido appagata, con le labbra ancora pregne dei loro umori, si chiudeva la figura
      geometrica più nota della lussuria. Amanti confidenti, aperto e schietto il nostro rapporto, senza meravigliarmi quando si confessò bisex e di avere una relazione seria con Kristine; quell’amore lesbico per niente lo vedevo un atto licenzioso, anomalo o sporco, il suo saffismo mi pareva più che normale e logico, in linea con la sua personalità equivoca.
      Nulla recriminavo tranne la sua fellatio, senza uguali nel praticarla e soddisfacente come poche, abile nel farti godere a poco a poco, da lì fino all’estasi, esplodere tra labbra golose supplicando basta, continuava a succhiare l’anima tanto da farti  anelare l’inferno, pace allo sfinimento nella  dissacrante corsa della  rovina fisica.
      Quasi avesse l'intenzione di farsi perdonare quella carnale confessione peccaminosa, con la sua erre moscia che ben conoscevo, calcata più del solito, neanche lasciò che finissi il Pernod, afferrato per mano con volitivo garbo, lei era già in piedi, mi invitò ad alzarmi e seguirla, non una parola, solo uno sguardo lungo, profondo e intenso, sguardo che quando una donna lo rivolge al proprio uomo, ha solo un significato.
      Mano nella mano, silenziosi, intrecciate le dita da fidanzatini adolescenti un po’ cresciuti, passeggiavamo senza fretta sulla affollata Promenade sebbene fosse notte fonda, zigzagando tra gli habitué dei numerosi bistrot disseminati sulla via. Avevo imparato a distinguere tra quelli per gay e gli altri frequentati da zoccole di lusso o semplicemente da mature signore over anta, mogli insoddisfatte del pene legittimo alla ricerca di emozioni forti e cazzo giovane, mai sole e non più di tre, il numero perfetto anche per le troie. Maschi truccati di merda e sottobraccio, tattoo, lingue deturpate da incredibili piercing, osservavo, al limite del menefreghismo, come il numero delle coppie di finocchi fosse, in percentuale, maggiore alle normali; a quanto pare il culo andavo di moda e tirava forte, ma ancora preferivo la vecchia e cara gnocca da disgraziato etero démodé. La 275 GTS, parcheggiata poco lontano, spiccava tra tutte, non solo per il tipo di vettura, ma il colore, giallo canarino, già raro vedere in giro delle Ferrari, e quella spider unica, l’ultimo esemplare fabbricato nel 1968, una vera chicca per gli amatori, perfino un suo cliente arabo aveva offerto una cifra da capogiro, ma lei niente, non vendeva, era terribilmente affezionata a quella vettura, donna nostalgica a modo suo.
      >Guidi tu?< (E)                                                                                                                 
      Un gesto lento, misurato, passandomi il portachiavi d’oro massiccio con in rilievo il cavallino rampante di lacca cinese nera, un gioiello fatto su ordinazione griffato Cartier.
      Atto devoto senza riserve, il suo, nell’offrirmi di guidare la propria auto, nessun altro aveva tale privilegio, tranne il sottoscritto, io, l’amante preferito.
      >No< (G)
      Deciso ma educato, risposi con calma sedendomi alla destra, accompagnato dal ciak preciso della serratura.
      Avvolto nelle lussuose, perfette, linee del sedile anatomico, assaporavo in tutta la sua essenza il mistico rito della messa in moto, mezzo giro di chiave e pochi minuti al minimo, origliando il canto rabbioso del V12 da duecentosessanta cavalli e tremiladuecento centimetri cubici, un vibrante rombo cupo che ti  scuoteva i testicoli nello scroto neanche fossero biglie di vetro. Nel cercare la fibbia della cintura di sicurezza, sfioravo con le dita i bordi cuciti seguendone il profilo, morbida e vellutata pelle nobile come l’interno della coscia di una femmina, quella in alto, vicino alla figa. Malato potenziale, votato da sempre alla contemplazione della massa oltre che dell’essere scambiandone i valori, insano e complicato come pochi, confondevo se guidare la donna o trombare l’auto, il mio irrazionale misticismo viaggiava oltre confine e non pretendo che qualcuno capisca, già capendomi poco da solo, compreso quello che sto scrivendo ora, cazzo di Freud, sarei un bel problema pure per lui, comunque, lasciamo perdere.                                                                                 
       Con l’arroganza di chi è una potenza, oltre che schifosamente ricco, facendone virtù con diritti su tutto e tutti, Eloïse s’immette prepotente nella corsia di  marcia fottendosene assai, suonano da incazzati, gli altri, ricevendo in risposta un bel dito proteso all’indietro nel classico vaffanculo, drizza bene il braccio perché si veda meglio, agitandolo in tondo.                                                                                                                 
       Guida bene e lo sa, esibendosi in uno slalom incosciente  tra le vetture, un Flic all’incrocio fischia, passa in ogni modo col rosso, facendo venire l’itterizia agli sfortunati pedoni sulle strisce, chi balza con le chiappe all’indietro, chi si blocca all’istante in barba a ogni legge fisica sul moto dell’inerzia.
      È veramente una stronza.
      >Ti hanno fischiato< (G)                                                                                                     
      A tono sostenuto, le parole si dissolvono nel folata della corsa.
      >*Qui donne un baiser!< (E)                                                                                
      E non poteva rispondere altro, logico.
      Godo della sua schizofrenia, godo nel sentire l’aumentare vertiginoso della velocità su quella strada trafficata, godo del pericolo quando scala marcia e allunga nel sorpasso, godo della raffica gelida in viso a capote aperta in pieno inverno.
      Lo squilibrio mentale ci bacia, noi amanti diabolici, fisso senza pudore le sue gambe avvenenti, scoperte quanto basta dal ginocchio in su, l’occhio sale fermandosi al ventre, il morbido tessuto ne segue le forme plissettandosi sull’inguine, so quello che c’è sotto e cosa custodisce, mi viene duro.
      >Che fai, guardi le gambe?< (E)
      Un’occhiata che ti sega, sfottendo con un risolino da finta offesa, compiaciuta delle mie attenzioni sessuali.                                                                                      
       Lascia il volante per strizzarmi le palle, sfrega senza vergogna la mano sulla patta, aumenta la mia libido e mentalmente la scopo, mi bagno, carico di sesso e di ormoni incazzati, nella realtà dovrò pazientare una ventina di minuti se non ci arrestano prima, e sarebbe una bella stronzata davvero. Redivivi, con una denuncia recente per atti osceni in luogo pubblico, poiché pizzicati  mentre consumavamo un rapporto sessuale ai Jardin Alexandre Ier in tarda sera, sulla panchina, seduto con lei cavalcioni in grembo, a candela, celati agli occhi indiscreti dei rari passanti inviluppati  dalla maxi gonna. Sarebbe andato tutto alla grande se non avesse urlato nell’orgasmo “*allez, baise-moi!”, attirando l’attenzione di un’anziana coppia morigerata a spasso col cane,  e ovvio l’intervento dei Flick di ronda. Arrestati su due piedi, io con i calzoni in mano, lei alla ricerca degli slip mai indossati, e protestava pure perché interrotta sul più bello mentre veniva, facevamo il nostro trionfale ingresso nel cassone del cellulare assieme a due  gendarmi, un maschio e una femmina.                                                                                                  
      Avvilente, chiusi in camera di sicurezza con una puttana, anzi la regina delle puttane ninfomani, si spompinava un comune ladruncolo, ragazzotto di forse venti anni, sbattuto dentro per borseggio, finito con lui rivolge le sue attenzioni al mio cazzo, ricevendo una ginocchiata da gelosa in pieno viso, naso rotto e mani ai capelli, urla, e arriva un getto d’acqua bagascio dall’idrante di sevizio, vola qualche manganellata, né io né lei, però, le prendiamo.
      Eloïse era capace di creare casino nel casino, scommetto che avrebbe fatto girare i coglioni pure a Satana nel girone degli inferi! Bordello maiale alla Gendarmerie, telefonate, la gabbia, i suoi legali, continuavamo a sproloquiare sbronzi fradici di Pastis bagnati come pulcini, un bel sedere a cappello di prete, questa volta, era assicurato.
      Si diede da fare, scomodando niente meno che il capo della Polizia, il suo amico Prefetto, innamorato platonico da sempre, in cambio, forse, di una sega clandestina sotto il tavolo all’insaputa della moglie, Eloïse concepiva il sesso nel modo più strano e violento che potesse esistere. Summit tra i big dell’ordine fino a tarda sera, una cauzione da infarto garantita da ben tre suoi legali, e siamo fuori, un taxi ci porta a casa e sul taxi finiamo quello lasciato in sospeso.
      Pazza e pazzo, rido ancora se ci penso, pisciandomi addosso.
      Dalla parte opposta di Tolone, andando come guidava lei, presto arriviamo alla maison, il clic secco del cancello elettrico e scendiamo nei sotterranei del caseggiato ristrutturato a villa, tre piani sventrati in altrettanti immensi saloni; l’ascensore interno porta direttamente sul ballatoio privato dell’attico. Nessuno dei due parla, una sola cosa, devo lasciarle fare quello che vuole, carne e seduzione che non trovano diritto di cittadinanza di giorno, e l’alba è ancora lontana. La mano destra s’insinua sotto la camicia, risale lungo la schiena striando la pelle con le unghie, sfiora i fianchi e si arresta sul petto cercando tra i peli il capezzolo appuntito, duro, stringendolo tra pollice e indice, la sinistra afferra la natica corrispondente e la strizza con forza.                                                                                                       
        È nervosa ed eccitata, allenta la presa sulla chiappa e agguanta in malo modo il colletto alla coreana, con gesto determinato di chi sa cosa vuole, e lo vuole senza mezze misure, strappa la camicia bordeaux lungo la linea dei bottoni, che rimbalzano, uno a uno, sul pavimento come perle di una collana.
      >Cazzo, nuova di Harry!< (G)
      >Scusa per la camicia< (E)                                                                                  
      Trattengo la bestemmia, gli occhi le ridono da birba, bacia di nuovo, fottendosene della camicia da oltre trecento franchi.                                                                               Appoggia le labbra sul collo, le socchiude inumidendole con la lingua, avanza verso il lobo succhiando con intensità mentre le mani scendono lungo il petto, armeggiano sotto la fibbia della cintura e afferrano la zip della cerniera, tirandola giù con decisione.    Ecco, è fuori, ritto e teso, duro, uscito a lato degli slip con fatica perché premeva forte contro il tessuto, lo prende in bocca senza riguardi, violenta, abusa del mio sesso gustandolo con foga, punta dritta al mio piacere, vuole svuotare, prosciugare il mio vigore godendone del sapore lasciando un suo ricordo. La lascio fare, trattenuto dal venire premendo con forza alla base del pene, strozzandolo, intuisce il mio bisogno e la sua mano sostituisce la mia, lo sente pulsare, preme a lungo, e prepotente rigetta indietro l’eiaculazione, una staffilata ai coglioni col cazzo ancora più duro e dolente, brucia dentro.                                                                                                                                                                                       
       Ha ancora gli occhi chiusi e si muove come un felino nella notte, guidata dall’istinto, li tiene così, serrati, sigillati dal momento in cui siamo entrati, poco prima, e nessuno dei due ha acceso la luce, neanche pensato di farlo, in tutta risposta, lei, ha spento lo sguardo per trattenere il ricordo, piano si alza aprendo la cerniera dell’abito da sera che di colpo cade a terra, floscio, senza far rumore, una farfalla a cui hanno tarpato le ali. Nuda, non porta nulla sotto, il suo corpo freme contro il mio, lascio a lei ogni decisione. Cinge il collo abbracciandomi con leggera forza tesa, da prepotente, poggiando il viso nell’incavo della spalla, poi, aspira forte perché qualcosa di me restasse il più a lungo possibile in lei, odore acido di pelle sudata, odore di maschio in calore.                                                                                    
       So che deve dirmi “vai, è finita” e pure lei sa che deve dirlo, ma a volte sapere non basta e nemmeno volere.                                                                                                 
        Il suo corpo obbedisce a un comando più profondo di quello della mente, passandomi ancora le dita a pettine tra i capelli, scompigliandoli, poi lambisce le labbra strofinandole tra loro, esce con la punta della lingua affondando golosamente in bocca, il mio cazzo si distende sulla sua pancia, lo prende con la punta delle dita da sotto alla cappella, a mo di calice, lo sfrega a forza sull’ombelico, trattiene il fiato eccitata e incava l’addome mimando quel delirante, insano, coito. La cappella brucia, vermiglia e lucida, una boccia da biliardo sul tavolo del piacere. Godo.                                                                                                                                                                                                                                                                                    
      Non ama gli addii e vuole vedermi uscire al più presto da quella porta, ma anche sentirlo ancora dentro di lei, vuole un confronto tra il mio cazzo e il clitoride della sua nuova giovane amante.                                                                                                                
      Sì, donna straordinariamente contraddittoria, “Allora che minchia vuoi fare?” mi chiedo, mentalmente esausto.                                    
       Si china e riprende a succhiare per ottenere l’effetto che cerca, le riposte alle sue domande, in definitiva, un pompino è ancora il meglio, non oppongo resistenza, mi lascio godere fino a quando  sento di essermi sciolto dentro di lei e avverto l’umido sulla pancia e la scia delle sue labbra che stanno risalendo per baciarlo.     
       Vengo, poche gocce misurate per sfogarmi e mantenere viva l’erezione, le palle avvampano, il ventre fa male.                                                                                
      >Andiamo a letto< (E)                                                                  
      Non lo chiede, ordina, tirandomi per il cazzo, stretto, e stringe di più, con forza, assicurandosi che non sborri.                                                                     
      Allungo la mano tra le sue cosce grillettando la fica umida, poi, mi lecco le dita, è dolce, lasciandomi spogliare, ebete di quel sesso violento.                               
       Supino, inizia dal ginocchio, carezzandolo, strusciando le tette contro facendo le fusa come una gatta, rosicchiandolo, poi baci a salire nell'interno coscia, prima la destra, poi la sinistra, per affondare il viso, in fine, fra i testicoli.                                                                                                    
      Lentamente, a rallentatore, mi alza le gambe esponendomi come una partoriente, la agevolo in quel gesto reggendole da sotto le ginocchia, e portate sul petto, scopro le chiappe dal buco del culo dilatato, come sarebbe una donna disposta nell'atto di donarsi completamente, lambisce l’incavo lombare in tutta la lunghezza, su e giù, più volte, succhia e gioca coi peli pizzicandoli coi denti, tira facendo male, subito molla, solletica l’ano penetrandolo prima con la lingua, poi in profondità col dito, per affondare a tempo nella mia intimità con la lingua, prendere in bocca un testicolo e lavorarlo, leccarlo, succhiarlo, massaggiarlo, farlo fuoriuscire leggermente, poi riprenderlo, in una danza lenta, umida. Garbatamente, solleva leggermente la testa facendolo uscire dalla bocca, inchiodandomi con uno sguardo che mai più abbandonerà la mia memoria, passando, poi, all'altro testicolo e riservargli lo stesso trattamento.                                                                  
       Le tempie pulsano, la gola secca, passo le mani sotto le chiappe, arcuandomi sulla schiena mi offro al suo volere. 
      Il cazzo esige una mente senza pensieri per godere, così la sua bocca usata per conoscermi nell’intimo, ecco, dopo il lento peregrinare, ritorna infine sul cazzo, leccando attorno al glande per appagarmi. Labbra turgide premute con decisione sulla cappella nel bacio più dissacrante e carnale mai conosciuto, la lingua avvinta al muscolo pulsante, un attimo di distacco, un suo bisbiglio: “Magnifico!”, ammirando la verga dalla capocchia vergognosamente dilatata, che dura, punta dritta al suo viso, avida di essere maltrattata.   
      Come i bambini, di pochi mesi, usano la bocca per conoscere il mondo che li circonda, portando qualunque cosa gli arrivi fra le mani al suo interno, così Eloïse conosce gli uomini attraverso il rapporto orale, e, a dir suo, molte cose si capiscono di un uomo in questo modo: l'umore, il carattere, la libido e il sapore, sempre diverso, sempre viscoso, forte, comunemente salato. Il suo succhiotto personale, il suo giocattolo preferito e come tale lo tratta, lo guarda, ci gioca, lo tocca, lo stuzzica, tento di interrompere questo iter per cambiare posizione o prendere iniziativa, ma lei non lo permette, quando comincia vuole portarlo sino alla fine nella spirale delle sue fantasie, non a tutti è concesso il rapporto orale e lei è molto selettiva sul maschio e sul cazzo, ma chi gode di questo privilegio, non ne vorrebbe mai più fare a meno, è  meglio di qualunque cosa, meglio di una scopata, meglio del culo, chi non lo prova non può capire, mai potrà. L’eccellenza necessaria non è sola tecnica, è, prima di tutto, un vero e sincero atto d'amore, non per l'uomo ma per il cazzo, ovviamente, il maschio in quel momento non esiste, potrebbe essere chiunque, non ha importanza.Profonda conoscitrice del genere maschile, e sa quanto sono porco, come lei in fondo, lo succhia, lo prende in bocca fino a quando lo stomaco mi freme ribollendo e le mani fermano la sua discesa, si ostina a scendere fino alla radice, mordicchia appena intorno, risucchiando violenta tenendolo tutto in bocca, tutto suo. 
      Massaggiato incessantemente dalla lingua, lei sente ogni nervo, ogni vena, ogni pulsazione e la asseconda in un modo talmente dolce e arrendevole da togliere il fiato.        
      Una sensazione che blocca il respiro, la voce sale in gola strozzata, la sua bocca non lascia scampo, la sua bocca mi suona come uno stradivari, e mugola di piacere, ansima, geme, come lo stessero facendo a lei, azzardo di tenere gli occhi aperti ma è veramente impossibile, richiamato a forza, trascinato nell'oscurità complice di mille pensieri o nessuno.                   
      Lei, mi prende il cazzo con entrambe le mani, lo masturba
      piano, plasmandolo come creta, continua a farlo crescere, la cappella è gonfia, tesa, dalla pelle sottile.      
      Scintille e scariche adrenaliniche partono a casaccio per tutto il corpo, un tremore sconosciuto s'impossessa delle mie cosce, poi sale allo stomaco, alle spalle, al cervello.    
      >Voglio berti< (E)     
      Sussurra due semplici parole, un effetto diabolico, devastante.
      La carica riparte più decisa, cadenzata.        
      Le sue mani unite alle mie, prese strette per i polsi le appoggia a palmi larghi sulla testa, vuole sentire che le do il ritmo, vuole sentire che la scopo in bocca, vuole sentire il suo maschio che la fotte, mi vuole sentire, lo pretende e lo faccio, prima piano, poi comincio a non ritrovare più il filo di me stesso e parto a carica come un toro, la scopo, tremo e gemo, la fotto e sono ancora nella sua bocca, vorrei restare nella sua bocca per sempre.    
      Arriva il primo getto di sborra, la sento salire dal profondo dei coglioni, ribolle lungo tutto il cazzo, rallenta e accelera, singhiozza come quando hai i conati di vomito, vengo, squassandomi l'anima con la stessa forza di una cinghiata sulla schiena, poi un altro getto, un altro, un altro, un altro ancora, la riempio, la bagno. Mi svuoto i coglioni, la mente, l'anima, tutto dentro di lei che mi accoglie, mi tiene, non si muove. Sento qualcuno gridare, ringhiare, sono io ma non me ne accorgo, sono altrove.  
      Il pene rimpicciolisce, raggrinzisce, lei appoggia la testa sulla mia coscia, lo tiene ancora in bocca fino a quando capisce che ho davvero finito, succhiandolo così, mezzo flaccido.                                                                                                                                                           
        Mi tiene al caldo, mi conforta, mi coccola, le sue labbra sono tutto ciò di cui ho bisogno, tutto ciò che desidero.   
      Finalmente lascia il pene e torna a rivolgere lo sguardo in viso, dal basso in alto, sorride, si sposta, lasciandomi rilassare e si asciuga il mento col dorso della mano, passandosi poi, il dito sulle labbra, succhiandolo, provocante. Si accoccola con la testa tra le cosce, fissandomi.  
      Nello sguardo la consapevolezza di avermi regalato un attimo di appagamento totale, assoluto, indimenticabile.                                                                                                                          
       Mi tremano le gambe, e nella mia mente si fissa l’immagine della pendola in radica di acero sulla parete, che precisa scocca le sei del mattino e non solo, segna la fine di una storia non comune, vissuta senza regole, conscio che quel ricordo, reso eterno dall’orgasmo, mi tornerà in mente ogni volta che penserò a Eloïse, e mi sento anche un po’ stronzo perché ho già deciso, pian piano la lascerò uscire dalla mia vita, senza drammi, come si fa con le persone che si sono amate con forza ma senza profondità.                                                         
      Non sono l’unico ad avere deciso.
      >Capisci? Kristine mi piace e voglio provare con lei< (E)                                                
      >Uhm, certo< (G)                                                                                                                                
       >Nessun rancore? Incazzato?< (E)                                                                                               
      >È una troia< (G) 
      >Mi piace< (E)
      >È una troia< (G)
      >Sai dire qualcosa di più gentile?< (E)
      >È una troia marcia< (G)
      >Ok, ti sta sul cazzo, vero?< (E)
      >Già, ma non per noi< (G)
      Proprio così, non sopportavo Kristine da quando conosciuta e scopata assieme a lei, in tre, Eloïse padronissima di leccare la fica di chi voleva, ma quella proprio no, cazzo, m’irritava. Peccato che si sprecasse con una simile zoccola, così diversa da lei sotto ogni aspetto e senza classe, molto *kitsch.
      Marsigliese e di misera estrazione sociale, proveniva dalla periferia, bel posto del cazzo, prostitute e delinquenti i migliori inquilini.
      Eloïse trombava per puro godimento personale, sceglieva lei i sui cazzi, come e quando voleva, se ne aveva voglia, e mai per soldi, all’opposto di Kristine, marchettara da marciapiede, nata puttana di madre baldracca e tale viveva, troia, marcia dentro, drogata di merda si faceva con l’acido, venticinque anni gettati nel cesso, poteva pretendere parecchio e avere chicchessia, fosse solo per il viso perfetto, incorniciato da capelli ramati potenzialmente rossi, e poi il fisico, uno schianto quando non si vestiva da bagascia, ma era ignorante, molto, stupida arrivista senza successo.
      Azzarda a chiedere, curiosa come sempre, notando la mia poca presenza terrena.
      >A che pensi?< (E)
      >Alla tua amichetta, ti farai di “ero” come lei?< (G)
      >Fa’ in culo, sniffo ogni tanto quando scopo e niente altro, lo sai pure tu, cazzo di idee che ti vengono. Vaffanculo!< (E)                                                                                       Fuori dai gangheri, le ballonzolavano le tette da quanto incazzata, mostrandomi, tenendola tra pollice e indice, la sottilissima lamina placcata oro per spartire le piste di coca, assieme alla cannula da tiro in ceramica.                                                                                                                               
       Un silenzio tra noi che mai c’era stato, silenzio verbale, mentalmente mi sta dicendo: ”Vedi quello che uso? Stronzo!”
      Riprendeva il selfcontrol, voce rauca più del solito per gli strilli, inginocchiata sul letto sedendosi sui talloni, portando le mani dietro la nuca, metteva in fuori due belle tette bianco
      latte dai capezzoli rosa, voluminosi e raggrinzati da quanto succhiati, con l’areola più scura, pronunciata e larga, attorno i segni rossi e profondi dei miei denti, firma d’autore della nostra sessualità violenta.
      >Andiamo a Monaco in settimana< (E)
      >A casa tua, perché?< (G)                                                                             
      Stizzito il giusto da non far vedere, ma lo ero, portava la troia nell’alcova dei nostri caldi weekend.                                                                                                 
      Nata nel Principato Monegasco e lì ufficialmente residente, trasferita a Tolone solo per occuparsi al meglio delle proprie smisurate e lucrose attività, tanto da non permetterle di restare comoda nel lussuoso ma poco pratico Principato, a differenza del commerciale scalo mercantile, e poi, abbastanza vicino, neanche tre ore, per arrivare in Camargue dove allevava purosangue da gara e cavalli da fatica allo stato brado proprio all’interno del ” Parc Naturel Régional de Camargue”: ovviamente gli stessi Camargue dal manto grigio, originari di quella regione, seguiti dai robusti Ardennese pezzati dalla bionda criniera, lavoratori per uso pesante, e i favolosi Trottatore Francese, baio scuro, per le corse al trotto singolo o al calesse, ma il suo delirio mentale era accoppiare gli stupendi, quanto bizzosi, morelli Anglo-Arabo- Francese, eccellenti saltatori, con puri stalloni arabici, i velocissimi e scattanti  Assil  Muniqi.                                                                                                 
      Accordo vantaggioso per entrambi questa cooperazione, e solo lei poteva riuscirci, l’Ente Parco si assicurava un considerevole numero di puledri sempre presenti sul territorio, e lei usufruiva dello stesso gratis e pure sorvegliato, furba.                                                                                                                                                
       Nei fine settimana e ogni volta possibile, preferiva tornare alla casa paterna lasciata in eredità a lei e suo fratello, che mai ho fatto conoscenza, a quanto pare ridotto male per abuso di droghe pesanti e più volte ricoverato per overdose.
      Bellezza e tanto dolore si fondevano nella tranquillità della villa presidenziale in stile romanico-bizantino nel lussuoso quartiere “La Condamine”, a un tiro di schioppo da Port Hercule, sede dello Yacht Club de Monaco. Isolata da tutti, immersa nel verde rigoglioso  della macchia mediterranea con fitti salici piangenti, che a semicerchio cingevano la cappella privata e il piccolo cimitero di famiglia dove riposavano i genitori, mancati qualche anno dopo la sua laurea per beffa amara del destino, un tragico incidente durante l’annuale torneo di polo che si svolgeva proprio lì, a casa loro, mariti verso mogli. Yvonne, la mamma, a seguito di uno scarto brusco del puledro, cadeva malamente spezzandosi il collo, la morte fu immediata, seguita a breve dal padre che mai si era ripreso, logorandosi l’animo in una casa di cura per malati mentali, proprio lui aveva coinvolto la moglie nella caduta.                                               
      Giacevano assieme, nell’eterno come nella come vita, coppia perfetta, si erano sempre amati, dall’inizio alla fine, due semplici lapidi in marmo bianco dalle incisioni d’ottone e le foto incorniciate, ricordavano la loro esistenza terrena.                                                    
       Tutta questa sacralità era ben protetta da agenti della sicurezza che tenevano a dovuta distanza del muro di cinta occhi indiscreti, la privacy totale, nessuno vedeva, nessuno sentiva nel più profondo e spirituale dei silenzi, rotto solo dal lamentoso, ritmico, canto dell’upupa in compagnia della sula dei calanchi di Cap d’Ail. 
      Conoscevo la tenuta a menadito, ogni viottolo che portava ai patio fioriti, alle scuderie, il campo da golf  dove giocavamo in costume adamitico, la *crêuza privée fino al molo col suo *cruiser, uno stupendo Grand Soleil in grado di ospitare comodamente oltre sei persone, che usava raramente e solo se andavo io con lei, non era una skipper abile e detestava gli equipaggi, “Costa troppo”, diceva, forme mentali malate tutte sue, poteva mantenere una flotta intera.
      Comunemente i soliti quattro a uscire in mare al largo di Antibes, praticando senza impedimenti il nudo integrale, due coppie e non potrei dire ben assortite, ma strane sì.                                                
       Io ed Eloïse non facciamo testo, siamo scontati.                                                                  
      Marianne, ventotto anni, bionda, dalle curve riprese nei punti cruciali e troppo appariscente, comunque bella, viso alla Marilyn, lunghe gambe e tette siliconate, esagerate per le spalle minute, culo alto, da vespa, faceva un sangue della malora e ambigui i suoi gusti sessuali, dichiarata eternamente single ma sempre sotto le lenzuola a darla, giocava a fare la zoccola, parte a lei molto congeniale. Attricetta hard di scarso successo con altrettanto limitato talento, poche per non dire nulle le pellicole girate di una certa importanza, al contrario dei numerosi flop, modella di biancheria intima e con un calendario che mai ho visto in giro, si consumava il deretano sulla Air France tra Parigi e Monaco quando non troppo impegnata a scivolare nel letto di qualche produttore, maschio o femmina che fosse, nella vana speranza di…chimere.
      Lo stronzo della compagnia, Philippe, froscio attivo affermato, di ottima famiglia, ricco sfondato e stilista di un certo successo come coiffeur, ma poca cosa, un fuoco di paglia dello scorso anno, proiettato al volo in extremis nel jet-set da Eloïse, complice un taglio eseguito nel suo salone, ora, viveva di resti, filando un po’ uno e un poco l’altro a caccia del maschio ideale.
      Decisamente migliore come pittore astratto, anche se nelle tele il talento e l'allusione alla sua natura era costantemente manifesta, sorta di falli al modo di banane giganti, era quanto riuscivo a percepire confusamente nei dipinti esposti nella  galleria privè, assai frequentata ma solo da culattoni come lui, vivaio di cazzi per i suoi modelli.
      Poco avvezzo nel praticare il nudismo, al contrario di Eloïse, a suo agio mostrandosi come mamma l'aveva fatta, tenevo un disagio fisico ben preciso, specie in compagnia del gentil sesso, dettaglio noioso di tutto rispetto e imbarazzante, in poche parole era sempre duro, e il fastidio di girare con quella sberla perpendicolare alla pancia che sballottava su e giù, fluttuante a destra e sinistra come una canna da pesca impazzita, schiaffeggiando la pancia a ogni passo.                                        “Ci farai l'abitudine” diceva la Morel, ma quest’abitudine tardava un casino, costringendomi a soluzioni manuali “uomo fai da te”, come sarete in grado di immaginare, o altrimenti interveniva lei, aiuto di certo gradito, sempre.
      Il periodo estivo, per me tragico, coincideva col maggiore numero di pompe e seghe fatte che durante tutto l'anno.
      Solita uscita in barca nel solito fine settimana monegasco con i soliti quattro bischeri. Calmo il mio intimo, sopito senza voglia, masturbato da poco, con lei sdraiata vicino stesa a pelle d’orso e chiappe al sole, cercava la soluzione a una complicata sciarada enigmistica, da giorni si arrovellava in quel dannato rompicapo. Marianne, già in topless, togliendosi gli slip esibiva la fica in tutta la sua larghezza stendendola bene con le dita, iniziava impunemente ad auto erotizzarsi, immediata la mia reazione innalzando la verga al cielo, e perdio, agguantata di sorpresa al volo, una presa  lasciva ma tenace, senza mollarla, Phil, il gay, tentava di smanettarmi.
      >Ti spacco il culo, finocchio del cazzo!< (G)                                                                  
      Schizzai seduto, collerico, fuori di senno.
      >Ehi, “mèrde”, smettetela voi due< (E)                                                             
        Pronta, s’intrometteva Eloïse, allontanandomi preso per un braccio, a ridosso della tuga.
      >Calmati, dai, sai che è froscio!< (E)
      >Con me non deve provarci, gli rompo il culo!< (G)
      >E di nuovo…gli faresti solo un gran piacere, scemo!< (E)
      Scendeva giù, palpandomi elegantemente tra le gambe, elettrizzata da quella situazione particolare.
      >Ti calmo io, vuoi?< (E)
      Immediata, comunque propensa a farlo, inginocchiandosi all’altezza giusta, masturbava a ritmo con un pompino veloce, intenso, da svuotare le palle, intanto ingollavo un flûte di Brut, non godevo come sempre ma era un modo per allentare la tensione e lei si dava da fare, le sono riconoscente.
      >Vuoi andare sotto, in cabina?< (G)
      >No… più tardi< (E)                                                                                           
      La cappella spingeva sulla guancia dall’interno in un erotico bozzo, gonfio, biascicava a intervalli, parlava col mio pene in bocca succhiando forte, venivo di brutto, lambendosi il miele agli angoli delle labbra.                                                  
      >Calmato?< (E)
      >Sì< (G)
      >Niente sberle, ok?< (E)
      >Ok< (G)
      Marianne sollevava il pollice all'insù, aveva voyeurato per tutto il tempo, la troia, eccitandosi, introducendo il dito nella figa, peccato per lei, tranne io non c’erano altri maschi a bordo, e di giocare a tris con Eloïse niente da fare, attraversava il suo momento altamente spirituale dove le piaceva il cazzo  senza intenzione di spartirlo con nessuna.
      >Se non era per lei…<(G)
      >Le hai guardato la topa!< (E)
      >È lei che si è piazzata davanti a gambe larghe!< (G)
      >Ti ha fatto una *pompe avec hirondelle, la tua troia? È moscio, meglio quando era duro!< (P)
      >Philippe, smettila, se ti spacca il muso ha ragione!< (E)
      >Tienilo stretto il tuo cazzo, figliola, nessuno te lo tocca!< (P)
      >Io ti…< (G)
      >Basta! Guai a voi se mi sporcate il ponte di sangue!< (E)
      Calmati i bollori, tornavamo al nostro bagno di sole integrale, Eloïse natiche all'aria e mano sulle mie palle controllandomi  e anche qualcosa di più, era in fase mistica nell’adorazione del dio cazzo, come già detto.
      Marianne, in astinenza, aveva scoperto l'uso del collo della Heineken vuota come pene alternativo, e saggiava quanto potesse entrarne nel suo utero, mentre Phil, lontano da me, in preda a una crisi da zitella isterica, nessuno lo cagava, libero di fare quello che meglio credeva era sceso negli alloggi, e lì rimase fino al ritorno. 
      A sera, giunti al molo, lasciavamo i due ben contenenti di mollarli ai loro stronzi impegni quasi urgenti.
      Appuntamento col suo fidanzato per Phil, un bel maschio barbuto e robusto, tipo alla Banderas, fico per le donne, peccato per loro che preferisse pelosi buchi neri con le palle.
      Marianne invece, stralunata per il troppo sesso artificiale, cercava affannosamente una canna nel cassetto della 911 senza trovarne.
      >Ehi, hai uno “spino” in più per caso?< (M)
      >Tieni rompipalle< (E)                                                                                            
      Non sapeva dire no, estraendone uno pronto all’uso dal portasigarette in pelle.
      >A buon rendere!< (M)
      >Fa’ in culo!< (E)
      Programmato che noi cenavamo a bordo. Già pronto, era sufficiente riscaldare nel microonde il pasticcio di gamberi e aragosta che la cuoca di casa aveva preparato, una specialità della Costa Azzurra di cui andavo particolarmente ghiotto. Naturalmente trasgressivi, in déshabillé nel lussuoso salotto in mogano della “Corolle”, un leggero e ampio Hermes sulle spalle non nascondeva i perfetti seni del tutto naturali che impudenti sfioravano il tavolo, si titillava i capezzoli sul bordo, un bel rosa pieno, scuro e arrapante un casino, li guardavo, vagante con la fantasia a quando stretti tra le dita e succhiati fino a farla gemere, il cazzo mi stava crescendo e lei lo stuzzicava da sotto al tavolo, pensava e voleva la mia stessa cosa.                                                                           
      >Mi porti in cabina?< (E)
      Non aspettavo altro, il pasticcio di crostacei poteva attendere.
      >Cosa volevi fare, oggi, a Phil? Il culo? Prendi il mio!< (E)                                                                               
        Quella espressione volgare, da puttana vera, mi eccitava.                                                                                             
      Si girò  di botto, allargando le chiappe con entrambe le mani, offrendomi l'ano aperto, spalmandosi di cremosa Eutra bianca  in contrasto con la pelle rosso bruno del suo retto profondo.                                                                                          
      “Continua tu”, voce sibillina, ansiosa, già godeva all’idea di essere sodomizzata, sollevando le natiche a sfiorare  l’inguine e la testa infossata sul cuscino, pronta a prendermi.                                                     
      Maiala.
      Ruotandoli, indice e medio spalmavano a ritmo l’interno, su e giù, senza posa, in un primo momento uniti, poi, allargando a dilatare l’ano, conscio di quanto le piacesse. Ritto in piedi dietro a lei, tenevo le natiche separate e con l’altra il pene, appoggiato nel divino atto della monta, un colpo deciso, profondo. Splendidamente al mio godere crudo, si accompagnava il suo strillo gutturale di laido piacere  misto a sofferenza.
      Spregiudicata e porca senza limite, messa dentro la cappella senza fatica, scivolava dritto in fondo con le palle che tonfavano, sorde, sui glutei.  Un bel culo intimo dalle pareti avvolgenti, stringeva il cazzo nel modo giusto, di certo non vergine e rotto da tempo, forse da qualche suo cliente Etiope, porci fanatici dell’ano, maschio o femmina che fosse.
      Appagavo i sensi nel più profondo di me stesso in quell’atto indecente, “Di più, più forte”, gemeva sottotono mentre pompavo in affanno, inculata bestialmente senza riguardo, spremevo le mammelle in malo modo pizzicandole i capezzoli pieni, privo di controllo. Esaltato, sborrai a singhiozzi riempiendola, mentre la sua natura di femmina troia porca, urlando, “Non smettere”,  si torceva da bastarda strizzando la cappella in modo atroce, restituendomi  col dovuto interesse quello che le avevo appena fatto e non in eguale misura.
      Uno spasmo, l’ultimo e più forte, aspira e rigetta  all’infuori la cappella, un “blop” lieve da tappo di champagne sgasato, ha finito.
      Doloroso, iniquo ma esaltante il nostro modo di fottere, ore di piacere infame, come tutte le nostre folli notti, mattine o pomeriggi che fossero, non c'era orario per scopare con lei, godendo dei nostri amplessi mai uguali. Flosci, i coglioni fanno male, li reggo a piena mano e tiro su col dito medio a cavallo dei testicoli, massaggiando piano il sacchetto di pelle, un dolore bagascio, ha esagerato di brutto questa volta, in modo cane, cazzo.
      Rievocazioni del passato senza dolore si perdono nel tempo, il suo tossire convulso riporta di colpo alla realtà. Lei, reduce dell’incazzatura si è stesa vicino, contempla senza interesse il soffitto in silenzio, assorta tra il dire e il tacere nello scegliere le parole, nel formulare la frase, è una puttana ma estremamente fine, entrambi sappiamo, siamo grandi abbastanza.
      La Corolle, l’attico di Tolone, la villa di Monaco, era giunto il momento di chiudere il cassetto dei ricordi e gettare la chiave in mare, nel cesso o nelle fogne, non importa dove  ma chiudere, chiudere per il futuro di entrambi perché sarebbe accaduto, presto o tardi, proprio come oggi, e ”quello”, meglio dimenticare che ricordare, senza scrupolo, senza perché, senza volersene fare una ragione a qualunque costo.                                                                                                                       
       Era finita, basta, anche questo un atto d’amore, probabilmente perverso, ma vivevamo così noi due. Aria pesante, stantia di Eau d’Hermès e pelli sudate, odore di sesso appena fatto, il pallido chiarore invernale filtrava dalle veneziane prive di tende, rendendo tutto più freddo, più irreale, da film porno a luci rosse di Brass. Continuo a fregare lo scroto indolenzito e rimugino a vortice nelle meninge la sua partenza con la troia, accende un lungo e fine Cohiba Lancero Cofre  con cura, soffia sulla cenere vergine a mo’ di canna, incendiando il tabacco bruno di un bel rosso vivo, tira a fondo con gusto tenendolo tra pollice e indice, dita della mano appena sollevate e aperte a ventaglio, ne segue le volute dense, strizza gli occhi assaporando il cubano da quattrocento dollari a box.
      >Vuoi?< (E)
      Allunga la mano nel porgere il “cigarillo”, nego con la testa.
      >Ho appuntamento con Lappier, il direttore della Crèdit, sono in trattativa con la John Taylor Real Estate Agency di Londra, e prima della transazione vorrei consigliarmi con lui sull’acquisto< (E)                                                                                                       
       Riprende fiato nel sorseggiare Cristall, pensa, soppesa, aspetta una mia reazione, mi studia, gioca a ruotare tra le dita il gambo del flûte.                                     
      >Ricordi l’estate scorsa? Quella propriété vicino a White Elepant Beach, un po’ isolata, circondata dai frangipani col cottage in stile coloniale e la loggia sommersa da bouganville? Ti piaceva un casino, ripetevi continuamente di sentirti Hemingway, là < (E)                                                                                                                          
       Cazzo se ricordo, un paradiso terreno quella location a sud di Malindi, alberi dalle foglie larghe, allungate, con profumati fiori bianchi striati di rosa tenue dalla grandezza smisurata.                                                                                  
      Conoscevo bene Lappier, suo uomo di fiducia, che altro poteva essere, considerati gli ingenti capitali che manipolava in sua
      vece , beninteso, con lauto profitto personale oltre che per la Crèdit Mobilier de Monaco.                                                                                                                             
       Eloïse sapeva mostrarsi generosa, pagava bene a fior di franchi i suoi coadiutori, più del dovuto, tutte menti eccelse e ben selezionate; commercialisti, venditori e procacciatori facevano la bella vita con lei, ma guai a fotterla. Un segugio da caccia, controllava personalmente i consuntivi il venerdì di ogni settimana, già avendo cognizione di com’erano andati, e se qualcosa girava storta, potevi considerarti fottuto a vita, porte aperte se lavorarvi per lei, spalancati i portoni dell'inferno se ti cacciava. Tutti ne avevano la consapevolezza e nessuno tentava di fregarla, anche se i milioni di franchi in ballo erano una grossa tentazione.                                      
       Sì, l’avrebbe consigliata per il meglio, come al solito, anche se quella tenuta, nella testolina di Eloïse, era già sua. Quando partoriva un’idea non la schiodavi manco a morire, un’altra proprietà che si andava ad aggiungere alle molte altre sparse in giro per il mondo.
      >Credo sia un ottimo affare, già deciso come chiamarla?< (G)
      >Pensavo a White Horse, vista la vicinanza a White Elepant Beach, potrei ricavarne un maneggio, allevare stalloni arabi e incrociarli con le giumente in Francia< (E) 
      >Cazzo che fantasia, Cavallo Bianco, i cavalli li sogni pure di notte, ma fatti scopare da loro!< (G)
      >Stronzo fottuto che sei, vieni se t’invito? Pago io il viaggio!< (E)
      Non rispondo subito, trattengo il fiato, la milza fa male, un vortice di flashback si accavalla a raffica, impazziti, socchiudo gli occhi  a ricordare le notti di sesso esagerato sulla spiaggia keniota.
      >Ci sarà pure lei?< (G)
      >Chissà, e … amici? Chiamerai ogni tanto?< (E)                                                                                                
       Amici? Forse, anche se non ci credo. Un uomo e una donna possono essere qualsiasi cosa ma non amici, a maggior ragione se hanno trombato assieme, e noi, eravamo andati oltre ogni sentimento, lecito e illecito, oltre la perversione assoluta.
      >By stronza, bacio< (G)
      Mordendole appena le labbra, affettuoso, come se lasciassi la mia fidanzata per qualche ora, insolente, alza la voce, classico.
      >Non mi hai risposto!< (E)
      >Forse< (G)
      La vuole prendere per buona, sa bene che mento, mi conosce.
      >Ti accompagno!< (E)
      Nuda, è ritta in piedi sul letto, scompigliata e più fica che mai riflessa nello specchio, anonimo testimone della nostre scopate lussuriose, mentre infilo, svogliatamente, nella Vuitton da viaggio i quattro stracci che avevo disseminato per casa.                                                
      Le volto le spalle.
      >Prendo un taxi< (G)
      >Mon amour!< (E)
      >Oui?< (G)
      Mi giro lentamente, aspettavo chiamasse, era nel suo stile.
      >È stato bello tra noi, veramente< (E)
      Voce strozzata, la sua, rammaricata, non finge, questa volta no, una delle poche in vita sua.
      >Già, ci siamo divertiti un casino< (G)
      Apatico, ribatto senza entusiasmo, deluso ma libero da una relazione che non poteva durare, che non doveva esistere e manco nascere; un’esperienza vera, di quelle che bruciano il buco del culo quando entra a secco, senza vaselina.                                                                           
      È una cazzo di mattina, triste e fredda, lo stomaco girato alla rovescia, le undici e trenta, l’aria puzza di smog, quindici franchi e mezz’ora di taxi per arrivare alla Place de l’Europe, pochi viaggiatori alla biglietteria, prenoto sul Wagon Lits Paris-Marseille-Vintimille-Gênes, deposito il bagaglio e affitto una stanza a ore, il treno prima di sera non arriverà, sono fiacco e scoglionato, quello scoglionamento simile alla tristezza che manco quella è, solo vuoto, la certezza di avere perso neanche tu sai cosa, e ti autoconvinci che non è nulla.
      Mai capitato a voi? A me sì, una volta, un po’ di tempo fa.
      La settimana dopo mi è recapitato un pacco, in ufficio, suo il mittente, sfascio con calma, la confezione è quella blu lucido di Harry, all’interno una camicia coreana bordeaux con sopra un  cartoncino scritto a penna: ”Al tuo magnifico cazzo”.
      È nata stronza, il magone mi soffoca in gola, scappa via improvvisa e non riesco a trattenerla quella bastarda di lacrima, una sola, due sarebbero più del dovuto e sprecate per dame Morel, “*Le Rouge”, come la chiamano gli amici intimi, intimi in tutto, fino in fondo, io, uno di loro.                                                                                         Spregiudicata e tenera, puttana e amante perfetta che ogni maschio vorrebbe accanto, per nulla al mondo provava un affetto particolare, né per gli uomini né per le donne, forse un debole per queste ultime, ma di certo anelava al sesso goduto in tutte le sue forme possibili e oltre, il resto, solo strumenti da usare a suo piacimento.                                                                                                                                                             
      Così, Eloïse Morel.                                                                                                                        
       Felice come un bimbo che ha appena ricevuto un dono ambito, leggevo e rileggevo quel fax, ero al settimo cielo.                                                                
       Il mio urrà echeggiò per casa, l’imbeccata avuta tempo addietro dai cugini francesi si materializzava, entravo nel Sahara Spagnolo in *convoy e con protezione militare.                                                                    
        Gasato e deciso presi la mira per bene, centrando in un sol colpo il cestino delle cartacce, ecco la fine che si meritavano quelle pastiglie.                                                                                               
      Ritornai al tavolo, eliminando le pieghe dalla mappa col dorso della mano, identificando con l’indice il confine citato nel fax, indugiandoci sopra, marcandolo con la pressione dell’unghia.
      Il checkpoint si trovava a una manciata di chilometri maledetti poco oltre Goulmine che conoscevo benissimo, nella terra di nessuno, quel fatidico cuscinetto di niente che appartiene a chicchessia, dove tutto può succedere senza che nessuno dei confinanti ne indossi la responsabilità.                                             
       Mentalmente percorrevo la strada fino a Goulmine, estremo avamposto militare e ultimo baluardo di civiltà, si fa così per dire, che poteva fregiarsi del titolo di oasi. Situata pressappoco al confine, poche case di fango secco impastato con sterco animale, da sempre ritrovo dei Touaregh locali per il mercato dei cammelli, unico, schifoso pozzo di rifornimento d’acqua, e porta verso il Sahara dell’Ovest prima del grande salto verso il nulla, il vuoto.
      “Il nulla”, l’ex Sahara Spagnolo, questo è il suo significato in arabo, così appariva sulla carta quella desolata, contorta striscia di terra tanto contesa per le sue ricchezze, prima dalla Spagna, poi dal Marocco e dall’Algeria, la Mauritania confinante, più povera tra i poveri, per niente all’altezza di poter sostenere un conflitto armato, stava in disparte e viveva di resti se avanzavano.
      Dai colori rappresentati sulla mappa, marrone scuro alternato al giallo paglierino, s’intuivano le caratteristiche del suolo; si capiva benissimo che era un terreno duro alternato a tratti di deserto infame, tormentato da gole e profonde forre ricche d’acqua che donavano vita alle gemme del deserto, le oasi.
      Così si leggeva, così si  diceva nelle storie di chi mai era tornato. Per niente sarebbe stata una traversata facile, una bazzecola tutto quello che avevo visto e fatto fino a oggi in confronto a ciò che mi aspettava, ben lontano dall’immaginare anche con la più fervida fantasia.
      Le tredici passate, a digiuno tranne un vassoio di tartine al paté di salmone con olive nere che divoravo in quantità  industriale, accompagnate da imbevibili Bloody Mary piccantissimi, poco succo di pomodoro e molta Wyborowa, un quarto di lime spremuto con abbondanza di salsa Tabasco e pepe nero, ghiaccio tanto da congestione.
      Mi piaceva così il Bloody, e neppure bruciava lo stomaco.
      Avverto il bisogno fisico di compagnia ma non al femminile per fare sesso, ma per parlare, scambiare le classiche quattro chiacchiere con un amico.
      Zero uno quattro tre, il prefisso del distretto d’Alessandria seguito dal numero a me più caro, quello del vero amico, con la “A” maiuscola.                                                   “Tutu tutu” suona a lungo, “E quanto cazzo ci mette a rispondere!”,  bofonchiavo a voce alta, tra me, spazientito.                                                                        
       >Pronto?< (Fausto)
      >Stavi scopando, maiale, a quest’ora!< (G)
      >Ehi Bonfi! È una vita che sei sparito, come butta?< (F)
       Ignorando la mia ironia, con voce rauca, stentata.
      >Niente male a parte i vecchi casini che sai, lasciamo stare, piuttosto ti *gira bene una maxi fiorentina annegata in fiumi di Ceres?< (G)
      >Cazzarola! E lo chiedi? Dove e quando?< (F)
      >Alle ventidue, da me al residence, domani< (G)
      >Contaci, che porto?< (F)
      >*Nada, ghe pensü mì< (G)
      >D’accordo, altro?< (F)
      >Scopa poco che s’infiamma!< (G)
      >Fann’in culo Bonfi, ciao, a domani merda< (F)                                                       
        Rido pesantemente, tira giù la comunicazione da finto incazzato. Troppo, troppo amici, e pensare che eravamo come il diavolo e l’acqua santa.
      Mi lascio sprofondare nella soffice poltrona di pelle color tabacco, gambe allungate, sorseggio il drink e ricordo, mi piace farlo quando sono in pace con me stesso, lascio che la mente spazi, priva di briglie, a ritroso negli anni nel frugare indisturbata negli archivi della memoria senza tempo, ritrovando quel vecchio fascicolo impolverato: io e Fausto.
      Il nostro antagonismo nasceva proprio lì, nella Val Borbera, dove trascorrevo fin dalla tenera età le vacanze estive con i nonni materni, a Persi. Entrambi coetanei, quindicenni, accumunati dalla stessa sviscerata passione: le moto da cross e le *scianche illegali. Lui, Fausto, possedeva il cinquantino più veloce della Provincia di Alessandria, un Guazzoni Matta Cross 50 a disco rotante, serbatoio giallo canarino con bordatura nera, elaborato artigianalmente di fino, da fare paura; io, Moto Muller 50 Franco Morini preparato Simonini Competition, riverniciato nei colori ufficiali da gara azzurro e argento.  Due esemplari simili introvabili altrove, perlomeno nell’Alessandrino, due miti, veri cult dell’epoca per ogni sbarbatello in età da motorino, noi due eravamo dei superfortunati.                                                                  
       Fatte di sottobanco, all’insaputa dei rispettivi genitori, erano
      elaborazioni fuorilegge come poche, al top del top, dai quaranta all’ora, velocità codice, sforavano seppur di poco i fatidici cento orari, mezzi instabili dai freni inadeguati, autentica follia.
      Un’afosa estate quella del 1967, e proprio in quel pomeriggio di fine luglio senza una bava di vento, sotto una cappa di piombo dal caldo bestiale dove persino le mosche faticavano a ronzare noiose, l’atavica rivalità tra noi due doveva risolversi. Entrambi, male sopportavamo d’essere alla pari, infatti, le preparazioni erano pressoché equivalenti, e nelle nostre ricorrenti scianche mai c’erano né vincitori né vinti, pochi metri di differenza che non facevano la vittoria e neanche la sconfitta. La soluzione definitiva si trovava là, a portata di mano, o meglio di gas, *brandando nervosamente, all’oscuro che “qualcosa” sarebbe capitato a entrambi.
      Noi due, idealmente usciti dal copione della scenografia del western “Sfida all’Ok Corral”, eravamo pronti, tesi, con due
      dita della sinistra pronte a pizzicare la frizione, entrambi con la stessa determinazione a vincere, sguardi truci da sotto il casco, ci spiavamo per bruciare la partenza.  Menopausa adolescenziale, quella sfida era troppo importante, più della vita stessa.
      Teresa, per tutti Terry, la mia fidanzatina locale, una biondina smilza tutta pepe dalle tettine a falso cono pronte a esplodere nelle forme di donna, lunghi capelli incorniciavano un viso da angelo furbetto, era al centro tra noi due, pronta nel dare il via col braccio teso in alto, talmente alzato che sollevava tutto di un pezzo un abito non più adatto a lei, vedevi di sfuggita lo slippino bianco da sotto il gonnellino con le forme più che pronunciate, forme che conoscevo bene, come lei conosceva le mie, acquisizioni pomeridiane nei nostri petting adolescenziali fatti di nascosto nei boschetti del Borbera, le prime seghe fatte dalla mano di ragazza, il primo pompino con una donna che non fosse puttana, l’uso maldestro dei profilattici, sempre problematici da aprire, la difficile scoperta di un mondo da grandi col sapore pulito della gioventù.
      Il campanile rintoccava le tredici e trenta, ora della sfida scelta ad ok: nessuno per strada e le strette con traffico nullo. Ai lati dello slargo una calca di ragazzini tifavano per l’uno e per l’altro suonando all’impazzata i campanelli striduli delle loro bici sparse in disordine, qua e là, attorno alle aiuole sfiorite del piazzale. L’ampio foulard rosa con i ricami bianchi, pendeva inerme dalle mani di Teresa, si ravvivò improvvisamente, un guizzo e giù, sventolando l’atteso via.
      Mostruoso il fragore, riempì  echeggiando tra le case vicine la piazza del Comune di Borghetto Borbera, avvolgendola in una
      nube azzurrognola e puzzolente, le marmitte a espansione vomitavano sbuffi di Bardhall, l’olio ricinato da competizione usato per la miscela, rigorosamente fatta in proprio come dettava la tradizione del popolo dei centauri, quelli duri e veri.  Partiti frizionando come satanassi, impennati nel più spettacolare monoruota che la storia del paese ricordi, con i motori che in pochi attimi urlavano indiavolati al massimo dei giri dopo aver allungato allo spasimo tutte e sei le marce.
      Solo chi ha sciancato può capire l’ebbrezza e l’adrenalina provata nel rischiare oltre, cercando la propria linea estrema.
      Curvi sul manubrio a braccia tese e allungati sulla sella per offrire minor resistenza all’aria, affrontavamo i circa due chilometri di rettifilo, Borghetto-Persi, poi, dopo la così detta curva della “Mariuccia”, la macelleria di Persi, iniziavano *le strette, il vero confronto.                                                                                                     
       Difficilmente rammento di aver mai provato un sentimento così intenso e controverso, amore e paura misto a odio, come nei confronti di quella pericolosissima strada, provata e riprovata decine e decine di volte alla ricerca del limite massimo, a chi *staccava più tardi nel piegare sfidando la tenuta.                                 
       Adoravo quel mitico budello d’asfalto serpeggiante, incuteva
      timore per l’ambiente stesso, austero e selvaggio, a strapiombo sul fiume da un lato e parete di roccia levigata dall’altro, senza alcuna protezione ai lati, solo qualche scalcinato e malconcio muretto segnato dai frequenti incidenti firmati dal tempo.                                                                                                                                 
       Da mio padre e per tutti i genitori della valle considerata zona   off-limits, guai al mondo se mi avessero pizzicato da quelle parti, pena il sequestro del motorino nella migliore delle ipotesi, e manco a dirlo, disobbedivo regolarmente seguito a ruota da tutti gli altri, Fausto in testa, e fortuna volle che mai ci beccarono, neanche i “Caramba”, già eravamo sulla lista nera. Secchi tornanti presi a velocità folle, staccando al limite e contromano, pennellando pericolosamente i bordi in ghiaia della strada, irresponsabili dei pericoli corsi, davamo sfoggio della nostra abilità di motociclisti incoscienti.
      Uno scontro all’ultimo sangue che fece epoca, a detta di chi fu spettatore lungo il percorso, ma onesto e regolare, senza scorrettezze, nessuna *sfarfallata alla ruota posteriore di chi precedeva per farlo cadere, orecchie a terra con pieghe da brivido, sempre a ruota a ruota senza nessuna possibilità di sorpassare, e a distanza di anni mi chiedo come siamo riusciti a uscirne sempre indenni.
      Lo smacco arrivò inaspettato, fottuto di brutto alla curva del ponte di Brotte, una dannata curva a novanta gradi perfetti, Fausto senza staccare, piede destro a terra pelando l’asfalto granuloso, derapando pericolosamente, l’affrontava in piena velocità riuscendo a mettere un bel po’ di metri tra noi, oramai irraggiungibile. Restai di merda, un colpo da maestro, esemplare, aveva vinto, poche curve dopo si fermava, accostando, alla Casa Cantoniera, mi fermavo pure io.                                   
      Grintosi, incrociavamo gli occhi, gli tesi la mano.
      >Sei stato in gamba, complimenti!< (G)
      >Pure tu, hai le palle!< (F)
      >Amici?< (G)
      >Amici!< (F)
      Due antichi-moderni cavalieri, tolti guanti e casco, una stretta di mano, da veri quindicenni duri.                                                                                      
      Ancora tutta da scoprire, era nata un’amicizia indissolubile, culo e camicia si suole dire; da allora sempre insieme, giorno e notte, inseparabili, fino a oggi.
      Nessuno o pochi, osava sfidarci su quella strada, tuttora si ricordano, ne abbiamo castigati talmente tanti che neanche li abbiamo presente.
      È un’altra Terry a dare il via, Veronica, spregiudicata, mora, figa, non più vergine da un pezzo, diciotto anni, minigonna da incubo, abbiamo già fatto sesso un casino di volte, Bmw 100 e Guzzi Le Mans si sfidano, o detta in gergo, sciancano, centomila lire la puntata, Borghetto-Pertuso e ritorno senza nessuna regola, vince chi arriva prima. Very, tiene stretta nel palmo della mano la bandierina del via, i suoi slip di pizzo nero tolti sul momento, Gianni, fratello di Fausto, raccoglie i soldi delle scommesse, scommesse illegali quelle, una storia che mai finirà nel rinnovarsi all’inizio di ogni estate, i nostri nomi sono in testa alla lista dei perseguitati dai Carabinieri di Vignole, Pertuso, Cantalupo, Rocchetta, Cabella, per culo mai presi sul fatto grazie alla fitta rete di informatori-sostenitori-scomettitori, e per la cronaca, spacco pure quella volta, la Bmw non mi tradisce, o abile io.
      Noi due un mito in Valle, i cattivi ragazzi di buona famiglia, quelli bruciati, che indossano guanti mezze dita traforati anche quando prendono il caffè al bar, puttanelle le nostre donne dagli attillati Lee con camicetta annodata sotto al seno e ballerine lucide di giorno, tacchi a spillo e calzoni in pelle al calare del sole, pionieri anni luce di Fast and Furious, noi, una moda imposta presa ad esempio da generazioni, spesso additati, copiati e mai eguagliati. Sono passati gli anni, molti, abbiamo cambiato le moto e le donne ma siamo sempre quelli, trentenni stagionati, inguaribili nostalgici che rifiutano il passare del tempo, corriamo ancora nelle strette dove nessuno, mai, ha infranto i nostri record, e oggi che scrivo alla rispettabile età di quasi cinquantanove anni, ringrazio e tanto, anche se poco pregato, ”*quello del piano di sopra”, che nella sua misericordia ha avuto compassione della nostra incoscienza, regalandoci il bene prezioso di vivere.
      La pendola scocca sorda le diciassette. Stiro le giunture e sbadiglio, è troppo presto per prepararmi a uscire con la tipa del Topeka…  diamine, rendendomi conto che sforzo a rammentare come si chiama, infoiato com’ero a pregustare la serata di sesso, che imbecille, il pelo mi gioca dei brutti scherzi.                                   
      Ci rido sopra, cazzo me ne frega, senza dare peso al fatto, e vado a farmi la doccia, ho voglia d’uscire, tra poco è l’ora del passeggio espositivo, tette, culi e gambe, sul lungomare, vietato mancare. Al mio attivo ho un paio di belle tope, ma poco salutare farmi vedere assiduamente con loro, ne andrebbe della mia reputazione, e poi devo lasciare spazio pure alle altre, un barlume di illusoria speranza il poter uscire con me, cena, e magari finire la sera a letto.                                                   
       Aspettate a giudicarmi troppo cinico, voi che leggete, è l’ambiente che detta le regole, ed io non ho alcuna intenzione di stravolgerle, va bene così, tanto sesso e niente amore, so benissimo che le più mirano a quanto posso mettere a loro disposizione e al mio conto in banca.                                                            
        Elegantemente sportivo e fico, esco alla guida della mia spider Triumph, godendo di me stesso e della mia natura di stronzo consapevole.
      Il Santo Padre col sottoscritto nulla ha in comune tranne che il saluto; dispenso lievi cenni con la mano alle mie pseudo amiche, dei ciao che possono avere un ritorno in futuro, cago appena il giusto, di striscio, il genere femminile senza essere maleducato.
      >*¡Hola Bonfatti!<
      Voce argentina, maliziosa, è Guendalina detta Lupe, mai capito perché, gran bella gnocca, pelle bronzea, lunghi capelli neri scalati, un fisico che parla da solo, dove madre natura ha espresso senza riserve il meglio di se stessa nel crearla, zero parole per descriverla, una gran gnocca, ripeto.                                                         
      Questo è terreno minato, abbiamo, di comune accordo, una storia in piedi senza seguiti affettivi, stiamo bene assieme a letto, ci divertiamo quando usciamo, questo basta e avanza.                                     
        É la tipica ragazza yuppie figa, arrivista e pericolosa, cerca un merlo per sistemarsi ma con me si comporta a modo, senza provarci più di tanto, disturbandomi nel non capire il perché.
      Conosco la sua storia, triste, raccontata da lei stessa una sera che era in vena di confidenze dopo aver trombato alla grande.
      Ventidue anni, nativa portoghese del distretto di Castelo Branco, vicino al confine spagnolo, per l’anagrafe italiana Guendalina Rubio, disoccupata.                            
       La mamma, allora giovanissima, fu ripudiata dalla sua stessa famiglia che mal sopportava l’onta del disonore subito: una figlia incinta fuori dal matrimonio, e per giunta da un madrileno con la fedina penale più lercia di una latrina pubblica. Entrambe abbandonate dall’uomo della loro vita, squattrinate e senza fissa dimora, avevano vagabondato dapprima in Portogallo, fino alla costa, poi passarono in Spagna, transitando in Francia per approdare stabilmente in Italia. Sua madre, Chela, aveva provveduto meglio che poteva al mantenimento della piccola Lupe, umiliandosi ai lavori più gretti e infamanti, toccando il fondo rubando e addirittura prostituendosi.
      Educazione di sicuro poco esemplare, cresciuta per strada dove capitava, priva dell’affetto di una famiglia vera, molta fame e senza bambole ma con molti uomini attorno.                                                                      
       Questa, la misera infanzia di Guendalina, costellata da sotterfugi e furtarelli nella più totale indigenza, imparando sin da piccola le meschinità della vita.
      Mentre Lupe raccontava, strizzo il cervello focalizzando, mi pare di conoscerla sua madre, la signora Rubio, lavora presso lo Skipper di Santa, nubile credo, si accompagna a un bravo cristo parecchio più grande di lei, operaio motorista presso il rimessaggio del Circolo Nautico di Rapallo.
      Impressionante la somiglianza con la figlia, e anche se le traversie passate l’avevano invecchiata precocemente, restava pur sempre una bella donna. La fame e la miseria erano state fedeli compagne per buona parte della loro esistenza, naturale che Lupe volesse evadere e dimenticare pretendendo il meglio ad ogni costo, né le davo ragione e tantomeno la giustificavo, però, potevo capirla senza fare l’avvocato del diavolo.                                                                                
      Il nostro rapporto era chiaro e schietto, almeno da parte mia, restava una gran bella topa da branda olimpica, da uno a nove votavo dieci ma senza andare oltre, solo sesso senza ritorsioni sentimentali, come già detto, anche se lei aveva un debole nei miei confronti, subiva senza farlo pesare.
      Giusto il tempo di fare il giro della rotatoria, con Lupe lì ferma, sfacciatamente provocante mimava l’autostop, sto al gioco e mi fermo, accostandomi.
      >*¿cómo estás?< (L)
      Si permetteva di parlare in spagnolo, con me, certa d’essere compresa, in un certo qual modo la cosa mi eccitava, aveva una cadenza pulita, dal tono giusto, né forte né piano, caldo.
      Anche se il suo bagaglio di nozioni lasciava a desiderare, più che comprensibile, aveva ben imparato la lezione della strada, sapeva provocare e facile perderci  la testa dietro, solo che era lei a scegliere. Una puttanella fine, poca istruzione ma tanto cervello, mica semplice finire nel suo letto, e proprio questo rendeva difficile capirla per quanto mi sforzassi di farlo; nulla promettevo a parte il sesso, poteva beccare molto meglio a livello di money, i grassi e ricchi maiali abbondavano qui, tra Golfo Paradiso e Golfo del Tigullio, ma lei si accaniva a venirmi dietro, una speranza senza sbocco.                                                                           
      Girava, forse per tattica, alla larga dall’argomento, appena sfiorato senza  affrontarlo direttamente, mai un “ti amo” o “ti voglio  bene”, al massimo “mi piaci un casino” e nulla più.
      Una ragazza strana, strana e pericolosa, le mie erano più che solo semplici intuizioni, ma quasi certezze.                                                      
      Aveva le sue brave conoscenze maschili che lei manco cagava, si limitava a fare coppia fissa con me quando ero disponibile a farlo, la gelosia un extra suo e in nessun caso mio.                                                 
      Una certezza assoluta esisteva, ben lontano dal cambiare le carte in tavola, andava a entrambi bene così, i giochi erano fatti e le parti assegnate, amen.
      >Bien!< (G)                                                                                                          
        Rilanciai, ammirando senza pudore il marmoreo seno che si modellava contro la maglia scollata a V profonda, che calzava a pennello in modo indecente. Se io godevo dello spettacolo del florido davanzale, chi stava dietro ammirava le sue chiappe e molto altro, ero curioso di sapere quanto spendesse in biancheria intima, poiché sotto non portava mai niente.
      Per pochi secondi il traffico di Santa si fermò in onore del fondo schiena di Lupe, da com’era chinata, si doveva godere un panorama a dir poco mozza fiato, inebriante.
      La gonna, alla stregua di un fazzoletto, poco più di niente, proprio per dire che indossava qualcosa.
      >Andiamo a prendere un mojito?< (L)
      >Al porticciolo, ok!< (G)                                                                                       
      Mi aspettavo questa richiesta, preludio di altro e per niente spiacevole ma quella sera no, ero preso da altri impegni con la tipa del Topeka.
      Attento e vigile, prudentemente, avevo fatto spaziare l’occhio nei pressi del molo, il Topeka ancora fuori al largo, potevo andare tranquillo, sarebbe stata una misera e alquanto imbarazzante situazione intoppare nella “milanese” in compagnia di Lupe, da handicappato.
      Avevo il mio personale Bon Ton sulle conquiste femminili, da seguire  rigorosamente alla lettera.
      Regola numero uno: mai farsi vedere da una imminente preda con una femmina come o più figa di lei.                                                                                                    
      Regola numero due: farle credere di essere unica e preziosa, o mandavi tutto a buca come uno stronzo patentato, ero un maestro in questo, senza vanto. 
      Facevo incazzare il genere maschile, si chiedevamo perché solo a me quella porca fortuna, entrando, o meglio scendendo in macchina sui bassi sedili, Lupe, esponeva la passera ai quattro venti, impudica e provocante.
      Per lei normale mettersi in discussione senza falsi pudori, e più la frequentavo meno la capivo.
      Seduta, si girò di tre quarti gettandomi le braccia al collo, la gonna un ricordo e lo sguardo monopolizzato dal suo pube scoperto rasato alla moicana, provocato da quella striscia di peluria, e lei contribuiva, compiaciuta, appoggiando la sua mano apparentemente innocente, all’interno della mia coscia con fare indifferente e affettuoso, pizzicandomi appena, mi faceva esplodere le palle.
      >Lupe, dai…  smettila, stai dando spettacolo< (G)
      >L’importante che piaccia a te!< (L)                                                              
      Fu la sua risposta sorniona, tutta un programma.                                        
      Era una donna senza limite alcuno.
      >Solo mojito o stiamo assieme, dopo?< (L)
      >Questa sera no< (G)
      >Ah… capisco, sono a casa, telefona se vuoi< (L)                                         
      Rispose secca, risentita. Mi lasciava, senza dirlo, se volevo capire, una chance, una  porta aperta in modo che  potessi ritrattare le mie decisioni, mica scema.
      Di mojito ne bevemmo entrambi più di uno e piuttosto carichi, dalle dosi invertite, un terzo di acqua tonica e il resto rum con foglie trite alla menta e lime, preparato in quel modo, più che dissetare tagliava le gambe e picchiava in testa.                                        
      Lei disponibile e l’alcol trangugiato che esaltava le voglie di entrambi, fu gioco forza allontanarsi in un luogo appartato lontano da occhi indiscreti.                   
       Euforici, saliti in auto e alzata la capote, tempo dieci minuti ed eravamo nel mio posto segreto; Lupe diede sfogo a tutta la sessualità di cui era capace, ed io lasciai fare. Il suo raptus erotico in preda all’alcol fu duro a cedere, impiegai del bello e del buono per farla smettere, scopandola di brutto, ma esigeva sempre di più, insaziabile, mea  culpa, sapevo bene che sarebbe finita così, scesi al compromesso di una notte tutta per lei ma ora dovevo veramente andare, mugolando di mala voglia si accontentò, sapeva che avrei mantenuto la promessa. Mi aveva scassato, un fuoco di donna, per questo mi piaceva, puro sesso a trecentosessanta gradi.
      Le lancette dell’orologio, implacabili, scandivano il tempo, da coglione avevo fatto non tardi ma tardissimo.                                           
      Accompagnare Lupe, tornare al residence e farmi una doccia per poi ritornare al bar del molo, un raggio di cinque chilometri, da pedalare alla grande. Scaricai in fretta Lupe sotto casa, che, rosa dalla gelosia, baciandomi da incazzata, l’indegna, morsicò la lingua di proposito.
      >La tua amichetta più di me non ti darà!< (L)                                             
      Ringhiò fra i denti. Testa di cazzo di donna, il suo “ciao” si perse nel rombo delle doppie marmitte mentre allungavo le marce, avevo una fretta porca. Arrivai giusto in tempo sotto bordo del Topeka, lei, stava scendendo dalla passerella guardandosi attorno, cercandomi.
      >Ehilà!< (G)
      Agitai la mano facendomi notare, controllando il passo incerto, dando un’aria involontariamente dandy, ciondolante, ero mezzo brillo e dovevo rimettermi in sesto il più velocemente possibile.
      Consapevole della stronzata fatta mi cagavo sotto, servivano ore per riprendersi, potevo considerami fottuto.                                                                                            
      Una sfida con me stesso, il tempo a disposizione poco, pochissimo, anzi niente, pregavo che il bricco di caffè amaro al limone, preso a casa, facesse effetto alla velocità della luce, la testa ronzava peggio di mille api, stava scoppiando, speravo solo di non rimettere in quel preciso istante.                                                  
        “Merda di Lupe e cazzone io”, ripetevo da solo, succhiandomi la lingua dolente. Masticavo manciate di Saila Menta per rinfrescare l’alito, le conseguenze del Bacardi sono devastanti, accennando un mezzo inchino seguito da un’elegante e quasi perfetto baciamano.
      >Che galanteria!<                                                                                                      
      Esclamò lei, stupita.
      “Sapessi tu”, borbottai mentalmente, tenendo gli occhi semichiusi per limitare il violento giramento di testa dovuto al saluto ossequioso, altro che galanteria, il solo modo per evitare un bacetto diretto, a viso a viso, il rum mi avrebbe tradito in modo ignominioso; l’alito puzzava di alcol peggio di una distilleria e la bocca impastata più fetida di una fogna, una autentica cloaca. I conati di vomito scalciavano nello stomaco come muli incazzati cui avevano strizzato i coglioni, li reprimevo a stento e sudavo freddo, la testa si stava svitando da quanto girava.           
      Più il tempo passava e più peggioravo, fulminato come una lampadina, penavo, dovevo farcela, come, azzardato dirlo. 
      Pagavo cara la mia cazzoneria, sbronzo, prossimo a vomitare fiumi di alcol, avevo ancora un casino da risolvere: il suo nome che si rifiutava di venirmi in mente, e dopo i vari “cara” e “stella”, “tesoro mio”, dovevo pur chiamarla per nome, prima o poi, cazzo di un cazzo fottuto!
      Assolutamente vietato rimarcare la mia amnesia, a quei livelli d’elite suonava come una mancanza imperdonabile, un’offesa.
      Escogitai il trucco dell’accento, sperando in “san culo” che il nome si potesse accentare se ridotto a diminutivo, spesso dava
      buoni risultati, ma se ceffavi, facevi la figura dell’imbecille. Se fosse Barbara, o peggio Carlotta, come cazzo ti giustificavi? Solo da sperare che avesse un nome al caso mio, osai.
      >Scusa, come accenti il tuo nome? È poco comune!< (G)
      Chiesi velocemente farfugliando sotto voce, teso a parare una gaffe e pronto ad assimilare ogni battuta che potesse aiutarmi.
      >Adrì, come mia nonna di Nizza, anche se preferisco Adry, all’inglese, puoi chiamarmi come vuoi!< (A)                                                                                  
      Rispose altezzosamente, comunque compiaciuta del suo nome, accento sì o no.                                                                                                          
      Che culo, cazzo! C’è l’avevo fatta, potevo complimentarmi con me stesso e alla grande.
      Avevo rischiato di brutto, dall’emozione, persi il controllo del mio esofago, ruttai acido in gola seguito da un violento conato dal più profondo dello stomaco, per fortuna riuscii a contenerlo, l’eruzione del Krakatoa al momento rinviata.                                                                                        
      Quello stress mentale mi riprese un poco, seppur stordito, affrontavo la serata con la promessa solenne di evitare qualsiasi bevanda più alcolica dell’acqua tonica.
      *Adryana De Lorenzi, diciannove splendidi anni anche se fisicamente ne dimostrava di più e in meglio, una vera femmina di classe, la osservavo con attenzione, ora che i fumi della sbornia erano notevolmente scesi a livelli più sopportabili.
      Nulla lasciato al caso, curata nei minimi particolari, impeccabile, tutto si accordava alla perfezione in quella giovane donna, l’abito in seta si sposava perfettamente con le curve del suo corpo lasciandole trasparire più del giusto,                                                                                          
      eccitando la fantasia erotica più sopita, lunghi capelli color rame cupo scendevano sulle spalle, ondeggianti, contornando un viso radioso sapientemente truccato, labbra sensuali da baciare; insomma, con una ragazza simile le alternative erano ben delimitate: si poteva solamente andare al Le Carrilon, a Paraggi. Nel locale si cena fino alla mezzanotte, poi si trasforma in elegante discoteca, sto facendo una corte serrata alla piccola Adry, battute piccanti, bacetti osé, poi la butto lì, o la va o la spacca:
      >Sai che abito qua?< (G)                                                                                       
       Con la voce da gnorri, quasi meravigliandomi io stesso di abitare lì.
      >Qui? Davvero, in questa meraviglia di golfo? Dove?< (A)
      >Basta che attraversiamo la strada, proprio sulla curva< (G)
      >Posso vederla casa tua?< (A)
      Bingo! Saremmo usciti poco prima del far del giorno, temeva di preoccupare i suoi genitori, che cara e premurosa ragazza!
      L’alba ci vide tra i primi avventori al caffè del porto, fusi, scarmigliati e provati da una notte di sesso puro, le occhiaie scure e bluastre parlavano da sole, due pescatori diretti al molo col loro fardello di canne, ci fissarono da capo a piedi commentando tra loro piccanti allusioni, forse invidiosi, me ne fregava un cazzo, gli apostrofai con gli occhi, “fanculo”.
      >Ci rivediamo?< (G)                                                                                             
       Comune prassi chiederlo.
      >Forse, dipende da quel rompipalle di padre che mi ritrovo, con la sua fissa delle crociere siamo più in mare che in terra, una noia mortale, mi sono divertita un casino stasera, sei forte, mi piaci!< (A)
      >Se vedo la barca, ti chiamo ok?< (G)
      >Ok, sì, lo spero alla grande!< (A )
      Esclamò frizzosa come una bimba, ed era una bimba, anche se scopava come una donna, da dio.
      In piedi sul molo, mani in tasca e gambe divaricate, seguii con lo sguardo quella giovane cerbiatta che saliva la passerella, si voltò a salutare, feci un cenno, ciao, prima e unica volta, ben certo che mai l’avrei rivista.
      Un nome, una storia, una notte d’amore, niente provavo e nulla perdevo, senza tristezza, rapito, guardavo senza vedere, chissà a cosa pensavo, alla mia vita? Forse.
      Il Topeka non lo notai né il giorno dopo né quelli a seguire, mai più.
      Il tepore discreto del sole di mezza stagione invitava all’ozio, mi sdraiai lungo, pigramente, sulla panchina del molo; chi pescava chi veniva a fare colazione al bar, qualcuno mi salutò pure senza venirne ricambiato, affogato nei miei pensieri astratti come al solito. La dolce voglia di poltrire si stava impadronendo delle mie membra, socchiusi gli occhi, “un solo momento” dissi tra me, e mi appisolai, così, braccio sotto la testa a mo’ di cuscino.
      Quanto tempo era passato? Ore, minuti, chissà.                                                                                                     
      Un pastore tedesco, probabilmente a spasso per i suoi bisogni, mi annusò guardingo trovando strana la cosa, alzai la mano passandola sul muso fino alle orecchie ritte, il naso umido odorò più a fondo facendosi impertinente, un fischio breve, secco, ubbidì all’istante al richiamo del suo padrone, uno scatto all’indietro e corse via. Chissà quante delle mie amanti mi avrebbero voluto così, solerte e ubbidiente, proprio come quel cane, bastava un fischio per richiamarlo docile all’ordine.
      Stavo comodo, sdraiato sulla dura panchina di legno senza alcuna voglia di alzarmi, era stato un venerdì intenso e io sfiancato, questa sera veniva Fausto, dovevo ancora preparare il grill in giardino, passare dalla macelleria per le fiorentine e in bottiglieria per la Ceres.
      L’insistente via vai di due Vigili Urbani, una coppia mista,
      lui giovane e lei appena in età, forse lui con lei ci “provava”,
      voleva dare sfoggio di zelo per impressionarla:
      >Tutto bene signore? Sta male? Possiamo aiutarla?<(Vigile)
      Troppe domande e tutte assieme m’innervosivano, di primo mattino, poi, che rottura galattica di coglioni!
      >Niente, pigliavo il sole rastrellando le idee, ora vado< (G)
      Rimasero lì a piantonarmi in muta attesa mentre barbugliavo, evidente la mia notte brava; lei, la vigilessa, osservava, con fissa insistenza i miei attributi ancora stimolati e bene in evidenza nei calzoni di gabardine nocciola.
      L’avrei definito abuso di potere, o meglio di sguardo.                                                  
      La puntai allo stesso modo, dritta nelle palle degli occhi senza titubanza, arrossì un poco, capendo appieno quello che pensavo, sì, esatto, “ti scoperei brutta maiala”,  tanto esprimevano i miei occhi.  E continuavo, più la squadravo più la fottevo, facendola bagnare, le guance avevano assunto una bella colorazione rosso vivo, a vampe, deglutiva nervosamente e la carotide pulsava.
      Sesso e stizza, in grado ma senza poterlo fare, di multarmi per processo alle intenzioni e atti osceni in luogo pubblico, a parte l’evidente gonfiore in aumento dei miei genitali che controllava con lasciva attenzione.
      Comunque fosse, stavo irritando il suo compagno di lavoro: i pollici entravano e uscivano nervosamente  dalla tracolla che reggeva la Beretta, maschio ferito nell’orgoglio virile per le attenzioni che la collega troia mi dedicava.
      Lei per niente malvagia, anzi, folti capelli biondi tinti vistosamente, alta con qualche chilo di troppo ma nei punti giusti, quarta di seno abbondante che ancora contrastava la gravità, caviglia sottile, bei polpacci anche se robusti più del dovuto, chiappe a mandolino prominenti ben inguainate nella gonna d’ordinanza di almeno una taglia in meno, evidenziava, così, una lieve pancetta che andava a morire declinando in un prosperoso monte di Venere, la classica bonazza standard a caccia di cazzo in vacanza “tutto compreso”, che incocciavi d’estate sulle spiagge romagnole di Rimini e Riccione con bikini di marca tarocco da poche lire; le sbadigliai in viso mandandola mentalmente a fare in culo.                                                                                  
      Aveva capito pure questo perché arretrò di un passo, occhi sgranati, offesa. Stringeva le ginocchia come trattenesse la pipì, congiungendo le punte delle scarpe coi  talloni divaricati, segno che si sentiva scopata e le piaceva, ma avrebbe goduto molto di più a farmi il culo a suon di verbali, il prototipo della tipica vigilessa ligure fetente.                                                                                                
      “Puoi infilarti penna e blocco dove sai, stronza!”, l’ultima mia frecciata, stoccata mentale dall’occhiata intensa e afferrata al volo, lasciandola a bocca aperta in un muto “oh” di stupore. Lì pronta ad uscire dai gangheri, mancava un niente, l’incazzatura superava di brutto la voglia di minchia non presa, sicuro le avevo rovinato la mattinata, si sarebbe sfogata a fare multe fino a consumare la Bic.                                                                                                                   
      Stavo tirando troppo la corda ma aveva iniziato lei, mi alzai stiracchiandomi per bene. Il nostro dialogo mentale a sfondo sessuale finì così, pari, uno a uno. Scopata, mandata a fare in culo da troia quale era, e pace all’anima sua se risentita e offesa. Solo grazie al mio abbigliamento, indumenti griffati che assieme facevano il loro stipendio, impedì ai due Urbani di multarmi come un volgare barbone, per niente gradito quel tipo di atteggiamento, a Santa, per loro si trattava di normale vagabondaggio, anche se d’elite.
      La capote della TR6 già abbassata, mi lasciai scivolare giù, mollemente, lungo il sedile di pelle, sbadigliando a fondo, cercai di raccogliere le idee sparse a casaccio nel mio cervello, misi in moto e partii ceffando per ben due volte consecutive l’innesto della seconda, ero proprio fiaccato, e senza nemmeno tentare evitai di inserire la terza marcia, poggiavo, abbandonata a se stessa, la mano sul pomo del cambio proprio come fanno i fighi, ma di figo in me c’era solo l’aggettivo, ero uno straccio. Lemme, peggio di un cane bastonato, giunsi a casa, la barra si alzò in automatico, meno male, difficile ricordare dove fosse il telecomando, facevo sempre più fatica a coordinare i gesti con i pensieri, quei pochi si  squagliavano nel mio cervello oramai privo di ogni volontà come neve al sole di primavera.                                                                         
       Il fiotto gelido della doccia mi riportava nel mondo che avevo disertato, a grandi linee sveglio, indugiai a lungo fino a rabbrividire alla base della nuca, snebbiandomi del tutto.
      “Cazzo che scopate, stanotte!”, parlavo da solo, a voce alta, mentre preparavo il caffè, forte e amaro come mi piace, nessun bar riesce a farlo come voglio io.
      “Assassine!”,  bofonchiai, sbirciando compiaciuto “lui”che esanime stava lì, inerme, solo all'altezza di espletare la funzione primaria di cui madre natura l’aveva incaricato, ancora *basanotto scappellato, lo rigiravo tra le dita esaminandolo a fondo, proprio morto, gratificante rimorso maschile di post sesso violento.
      “Vita dura, Ciccio, un po’ hai trombato e un po’ ti hanno scopato!”,  riprendendo il discorso tra me e il mio cazzo, fortuna che non parlava e non reagiva, il minimo sindacale che potesse fare era di prendermi a schiaffi.
      E già, esigente Adry per la sua età, mai sazia ma dominabile si lasciava fottere, mentre Lupe, cazzo, quella ti demolisce, ti scopa lei, una furia di autentico sesso, e come ci dava!
      Rincoglionito senza meta, vagavo nudo per casa in balia di erotici pensieri fregandomi l’inguine dolorante, avido, trangugiavo lunghe golate di caffè bollente davanti allo specchio del bagno, obbligatorie alcune gocce di collirio, gli occhi gonfi con succose borse facevano schifo e bruciavano, “Stai perdendo colpi Bonfi!”,  conclusi, specchiandomi più volte, cercando il mio profilo migliore. Per un attimo ripensai alla vigilessa, alla sua impertinenza stronza, notando nel frattempo che il “pacco”riprendeva  volumi più accettabili, i coglioni, comunque, continuavano a dolere da cani. Le ultime sorsate di caffè, avevo fatto una caffettiera da sei e bevevo nella tazzotta del latte, mi videro in posa plastica indiscutibilmente finocchiesca da narciso, tipo body building, profonda inspirazione con leggera apnea, arcuando la schiena a tempo dei bicipiti e pettorali gonfiati, simile a un ranocchio pronto a saltare, soddisfatto, osservavo la scolpitura della tartaruga, soda, bei addominali, solo lo stomaco un po' dilatato, colpa dell’eccessivo alcol che tracannavo, da pirla, avrei aumentato le vasche in piscina piuttosto che contenermi e bere meno bourbon nei meeting notturni al Garden.                                                                                                                                                                
      Scatola cranica e le idee annesse tornate al loro posto abituale, aprii il frigorifero verificando se mancava qualcosa, avevo di tutto e di più, tranne la birra e le fiorentine, questo era scontato. La tipica fornitura dello scapolo che saltuariamente cucina da solo, abbondanza di cazzate in salse e sughi in scatola, sottaceti, salumi, hamburger congelati, ricco assortimento di bourbon, Martini e vodka. Fare la spesa mi portò via una buona mezz’ora, impiegai molto più tempo a stivare nel mio incasinato frigo le dodici Ceres, incastrandole come tavolette di un surreale mosaico, molto naif.
      Le undici in punto scandite dal brioso rintocco del Monastero della Cervara, bella giornata invitante e il golfo di Paraggi ancora di più, mare *cippa, ottimo per immergersi in apnea e oziare fino a tardo pomeriggio sugli scogli.                                                                                                                                                              
      Le mie decisioni vivevano all’insegna della rapidità: telo da mare, maschera e pinne, piombi, muta leggera, il fido Mares Sten a singolo arpione ed ero pronto. Il novello Cousteau, col borsone da sub in spalla, con passo deciso, incurante del peso e dell’ingombro, attraversava la trafficata carrozzabile già tormentata dai bagnanti del fine settimana, tutti in coda per arrivare a Portofino nell’illusoria speranza di posteggiare in piazza; i miei scogli si trovavano a nemmeno trecento metri da casa. Difficile arrivare dove volevo, dei sali e scendi tra massi più o meno grandi, ammucchiati sulla costa come se Nettuno, incazzato, li avesse scagliati lì con noncuranza, un paio di acrobazie e arrivai al mio *macco preferito, un po' in declivio verso il mare e perfettamente levigato dai marosi, pochi arrivavano fin lì, non quel sabato di settembre. Le tre ragazze, senza mostrare disturbo alcuno alla mia presenza, si limitarono a stiracchiarsi, mostrando il ventre piatto e tette ben fatte, una riallacciò il bikini, vergognosa, poteva evitare di farlo per quello che serviva.                                                                                                                                                        
       Carine e biondissime, dal colorito della pelle rosa tenue-bianco latte pigmentata da innumerevoli lentiggini, senz’altro turiste straniere, inglesi o tedesche, pensai, valutando quei corpi longilinei senza particolare interesse.  Sistemai la mia attrezzatura a qualche metro da loro, studiato attentamente tra il curioso e il divertito, una di loro parlottò con le amiche sotto voce, ammiccando, forse si riferiva alla mia abbronzatura, nei loro confronti un autentico carbone.
      Mia abitudine, da sempre, evitavo di fare subito il bagno appena arrivato, mi piaceva oziare e godermi il mare, quella vastità enorme che mi riportava indietro nel tempo quando navigavo, e sfiga volle naufragai, restando ospite delle Virgin & Paradise Islands nel Mar dei Caraibi per oltre due anni.                                                                    
        Ero giovanissimo, e stranamente prossimo a sposarmi con una creola caffèlatte da favola, madre isolana di Saint Croix e padre newyorkese. Potevo considerarmi più che a posto; avrei lavorato nella loro impresa a conduzione famigliare, una piccola flotta di barche per la traina d’altura, la caccia al Marlin, pesca d’elite tipica di quei luoghi, praticata da snob e facoltosi vacanzieri yankee di transito in quelle isole a sud del Caribe.        
      Papà Luis mi avrebbe fatto sbarcare negli USA in conformità alle leggi vigenti senza l’infamante marchio di clandestino se beccato, dichiarato e garantito per me sotto la sua responsabilità che ero ospite suo, con lavoro e alloggio stabili, disponibilità di contanti per mantenermi, ma assai più importante, munito di assicurazione sanitaria valida.                                                                                                                                          
      L’immigrazione negli States era piuttosto ardua, comparivi in pompa magna dinanzi all’Alta Corte USA dell’Official Immigration Bureau di Charlotte Amalie, la capitale di Saint Thomas, e se sgarravi, pure una semplice multa, erano cazzi amari, per me e per lui. Dovevo rigare dritto senza fare cazzate, enorme impegno, mi vedete senza combinare guai? Io no, comunque il gioco valeva la candela, come si vuol dire. America, il sogno di tutti e una moglie super figa, che potevo volere di più?
      Louis adorava sua figlia, Jane Joyce, avrebbe fatto qualunque cosa per renderla felice, e poi gli ero simpatico, il figlio maschio tanto desiderato che mai più sarebbe arrivato per complicazioni dopo il parto, così m’identificava con quello che la natura gli aveva negato.  Gran brava persona, lavorai con lui per due anni e più, poi, malasorte, si mise di mezzo mia madre rintracciandomi tramite l’Interpool che mi costrinse a rimpatriare, avevo una denuncia di fuga pendente in Italia, fatta dai miei.                                                                                                               
        Stronzi.
      A nulla valsero gli avvocati messi dai consuoceri, anche se  maggiorenne e lasciata l’Italia senza obbligo alcuno verso i miei genitori, dovevo entrare negli States pulito e più che vergine, ma esisteva quella dannata denuncia, finì così, miseramente, la relazione con la famiglia Perkins.                                              
      “*Uns helfen, das Dach reparieren, immer fällt durch”, domandò una di loro, con garbo, sottraendomi ai ricordi, ora la certezza che fossero ”crucche” e bisognose d’aiuto per assicurare l’ombrellone. Attimi d’esitazione, concentrato su quel poco tedesco che conoscevo, riuscii a farmi capire, spostando col loro aiuto l’ombrellone in una fessura più stretta, bloccando l’asta con dei sassi adeguati.
      Poteva essere l’inizio giusto per attaccare bottone, ma tre difficile gestirle, magari erano pure a piedi ed io con una spider a due posti, no, troppo complicato e “lui” che minacciava: “Se non la smetti, ti faccio fare una figura di merda.”
      Ritornai a stendermi sull’asciugamano, a ricordare le *USVI, poi scivolai in apnea nel silenzio degli abissi, rimasi in acqua un paio di ore, pescando un bel polpo e dei saraghi.                                        
      Il mio pescato creò stupore e ammirazione tra le ragazze: chi mano sulla spalla per una foto, una pretese che la prendessi in braccio reggendo il retino dei pesci, insomma un casino, e capii che erano in tenda nel vicino campeggio.
      Senza pensarci troppo regalai tutta la mia fatica, si aspettavano che accettasi il loro invito, a cena in tenda, ma ero proprio off limits, anzi no, per un attimo pensai a un coinvolgimento col Bisio, due a tre era una bella partita, subito parcheggiai l’idea, deludendole sicuramente, ridimensionando l’immagine del maschio latino. Vorrei cazzeggiare ancora un poco, sono già le diciassette e devo ancora preparare un sacco di cose, e le voglio fare con calma. Tutta la mia vita è un succedersi di ricordi, e ognuno di essi è legato a una canzone, fu così pure quella volta, con Proud Mary di Ike & Tina Turner in versione originale a tutta birra, preparo sulla penisola della cucina gli ingredienti per i miei casini; un salmoriglio a base  di limone, olio, prezzemolo e origano, un poco d’acqua e ben sbattuto, semplice e di sicuro effetto. Studio con cura dove sistemare il grill nel giardino, possibilmente una zona sottovento, al riparo della brezza notturna che potrebbe rompere i coglioni a oltranza.
      Piazzato il barbecue in un angolo ben riparato, trasloco tavolo e poltroncine, bottiglieria e tutto il resto, accendo la carbonella mista a legnetti aromatici con cura certosina, il segreto è proprio lì, nella brace abbondante e calda al punto giusto, assolutamente senza fiamma viva.  Potrebbe sembrare falsa modestia ma nelle grigliate nessuno mi batte, è una delle poche cose che so fare bene senza danni per gli altri e me stesso, anni e anni di campeggio nelle più disparate condizioni mi hanno affinato una tecnica perfetta.             
      Il rombo cupo, che la racconta lunga sul motore strapreparato della Mini Cooper Morris 1.3S di Fausto, lo sento prima che giunga alla sbarra d’accesso del  residence, è inconfondibile.
      >*Teä ti, an guaccia in põ!< (F)
      >*Teachitlu, né!< (G)
      Ci sfottiamo a vicenda calcando in stretto dialetto piemontese, pacche sulle spalle,  mi fa sempre bene vederlo il Fausto, un vero, grande amico, l’unico.
      Infatti, dopo i casini con Luciana e la mia lunga permanenza in Africa, la villa di Persi rimase chiusa per diversi anni, complice anche la morte dei nonni materni; mia madre disertava quelle mura, troppi ricordi per lei e stava seriamente valutando l’ipotesi di vendere la proprietà, così i rapporti con Fausto erano rimasti solo telefonici.                                                    
      >Cazzo, ne è passato di tempo, sei sempre uguale e sempre più nero, brutto bastardo!< (F)
      >Già, un casino!< (G)
      >Bei tempi davvero, dai, sputa le ultime, quando parti?< (F)
      >Dopo, cazzo, appena giunto e già mi vuoi di partenza!< (G)
      >Fa’ in culo, Bonfi!< (F)
      >Dai racconta, è un fottio che manco dalla *Valle!< (G)
      Preparo accuratamente due Vodka Dry con *mosca e oliva verde, ben secchi, e ascolto.
      >È cambiata poco e niente, a parte alcune ragazzine che neanche cagavamo prima, ora sono delle gran fiche, e tutte ma proprio tutte, si ricordano di te… a proposito, ho incontrato una tua ex di quando eravamo ragazzi, mi ha chiesto cosa fai, lei ha finito l’università, è proprio carina!< (F)
      >E chi è questa bellezza?< (G)
      >Cazzo, te la sei fatta in lungo e in largo e non ricordi?< (F)
      >No!< (G)
      >La Poggio< (F)
      >Chi… quella dei “*vini”?< (G)
      >Proprio lei, Mary, si ricorda e bene, già facevi danni a diciotto anni, più pericoloso della grandine prima del raccolto!< (F)
      >Ero giovane, Fa’< (G)
      >E ora che sei vecchio? Per niente sei cambiato!< (F)
      I pettegolezzi andavano avanti, grossomodo, su questo tono, le bistecche arrostivano e se volevo far di meglio, beh, sarebbe proprio impossibile superarmi. Le fiorentine, spesse due dita  da oltre un chilo cadauna, affogate con una cassa di Ceres, resero onore al sottoscritto da quanto perfette.
      >Un dio, sei un dio col grill e a fare casini, nessuno ci riesce meglio di te!< (F)
      >Dai, andiamo fuori!< (G)
      >Dove?< (F)                                                                                                  
       >Sui macchi< (G)                                                                                          
      Brandendo la mezza bottiglia di Jack, il mio bourbon preferito da sempre.
      >Strinamento?< (F)
      >Solo qualche sorso< (G)
      >Conosco i tuoi sorsi< (F)
      >Whiskey e birra fanno bene a mente e corpo!< (G)
      >Che ordine di frati è, questo?< (F)
      >Il mio, “*Honores et potum”< (G)
      >Vai in culo, tu” Bevit e honrat “solo la figa!< (F)
      Eravamo già mezzi brilli. Sdraiati sui massi, lo sciabordare sommesso dell’acqua, una sera ideale, da cartolina, un acquarello o qualunque altra cosa che si voglia immaginare, una notte perfetta, tonda e sorniona, la luna si specchia in mare accendendolo di vivide luci bluastre, passai la bottiglia a Fausto.
      Ricordi, quanti.
      >Ti dice niente?< (G)
      >E chi lo scorda più! Ronfolona, Agadir sull’Atlantico, noi tre in Marocco, il ” trio lescano”, Luciana, tu ed io< (F)
      É bizzarra e stronza la vita, sempre pronta a mettertelo in culo, fetente come l’acido muriatico, riesce a sciogliere rapporti che pensavi inossidabili, e mi sento in torto, per colpa mia l’allegra brigata smembrata, ancora potevamo essere assieme e bordellare sani casini,  invece eravamo rimasti in due con dei casini spessi e pesanti più di una colata di piombo fuso, almeno io.
      Il passato non torna, il presente ti distrugge, il futuro è follia.
      La sto odiando quel cazzo di luna, mi fa ricordare più del dovuto e sentirmi troppo in colpa con tutti, ma che cazzo volete, voi ricordi, da me? Credete che non soffra abbastanza?
      Pochi cirri in cielo, stasera, ciuffi filamentosi, delicati e trasparenti lasciano nuda la luna, ha l’intenzione di tuffarsi in mare, e il sequel dei ricordi parte a raffica come una presentazione di slide, Monica.
      Donna senza diritto di appartenere a questo tempo fuori luogo per lei, illusa e romantica, assorta nei suoi pensieri astratti, adorava questo posto contemplato dai vetri del nostro tavolo privè, sognava una vita in due, e sognava ogni volta di più nel rimirare quel cerchio pallido specchiarsi nel golfo, quando dolce, prendendomi la mano in un vergognoso sussurro pieno d’amore: “gatto, stiamo assieme?”                                                                                         
      Quante volte l’ho scopata, là, sotto il molo della discoteca,  scopavo solamente senza capire il bene che avevo, un gioiello di donna sul serio, immeritata.
      >Stai pensando a lei, vero?< (F)
      Volpe di un Fausto, mi conosceva troppo bene.
      >Sì, l’hai più rivista?< (G)                                                                          
      >Da quando sei partito, lasciandola come una stronza in stazione, e senza tue notizie per oltre un anno, sì, veniva sempre a Borghetto implorandomi di cercarti, temeva per te, la scema, forse avevi bisogno di aiuto o magari, chissà, capitato in qualcosa di brutto…< (F)
      >Povera ragazza< (G)
      >Un cazzo “povera ragazza”, la merda si tratta meglio, almeno la caghi nel cesso, lei no, mollata lì, illusa come la peggiore stronza, senza sapere nulla, potevi dirle la verità, no? Sai che si é beccata l’esaurimento nervoso? Una sera, talmente fuori di sé e ridotta a uno straccio, che mamma l’ha obbligata a dormire sul divano, e da quella volta è sparita, mai più vista in giro< (F)
      Parlava irritato, forte la punta d’astio, non mi voleva male, solo che detestava quello che avevo fatto.                                                         
      >Credimi, ero lì per farlo, poi… poi avevo iniziato a volerle bene, ma troppo tardi, la testa incasinata, Haziza, la promessa fatta e tutto il resto, stavo male, sai!< (G)
      >E sto cazzo di Haziza, bella donna, particolare, esotica quanto vuoi, ma fare quello che hai fatto e stai facendo…< (F)
      Mai, dall’inizio, aveva visto di buon occhio quella relazione.
      >…  stai partendo per una destinazione che neanche conosci, ficcandoti in una guerriglia che neanche ti riguarda< (F)
      >Ma io…< (G)
      >E basta con questa favola dell’amore, quanto pensi di tirarla “sta” storia, o finisci pazzo o crepi prima del tempo!< (F)
      Seguì un lungo, profondo, silenzio. Nervoso, volevo fumare, il Bic sfuggì tra le dita cadendo tra gli scogli, allungai la mano nella fenditura svegliando un granchietto che mi pinzò da incazzato, non fumai, tirai giù a pieni polmoni, senza riprendere fiato, una profonda golata di bourbon, a strinarsi. L’alcol non brucia subito, pizzica solo in gola, con calma tracanno quello rimasto, qualche minuto e lo sento picchiare forte in testa, rutto malamente più volte, avverto il gusto del liquore salire in gola, rutto di nuovo, rutto acido di stomaco.
      >Allora?< (F)
      >Tutto il tempo che occorre, cazzo, la cerco finché non salta fuori, parto a fine di questo mese, con largo anticipo!< (G)
      >É deciso?< (F)
      Il silenzio la mia risposta, affermativa.
      >Ti sapevo pazzo… mancherai a tutti in Valle< (F)
      >Salutameli tu< (G)
      Stesso argomento, stessa scena di anni addietro.                                                                           
      Il magone comandava e il carosello dei ricordi seguitava senza vederne la fine, pesante staccare la spina dopo una vita passata assieme, non si ritornò più sull’argomento, conosceva la mia determinazione quando mi ficcavo una cosa in testa.
      Aveva ragione lui e mai l'avrei ammesso, passarono oltre quattro anni prima che lo capissi. Ovviamente Fausto avrebbe dormito da me, impensabile farlo ritornare a Borghetto col pieno di alcol che avevamo fatto, e sì che il nostro limite, assai alto, andava ben oltre ma quella sera avevamo decisamente esagerato, come sempre, superando ogni confine possibile.                                              
      Pigri, non lucidi e tantomeno svegli, si tenta di scendere dal letto. Sembrava l’alba ed erano già le undici del mattino, la testa ronzava come un alveare in piena attività  e con lo stomaco sottosopra. Pagavamo i peccati della sera prima.
      >Quanto ci metti a fare un po’ del “tuo” merdoso caffè?< (F)
      Dagli sforzi gutturali che udivo direi che si era ficcato le dita in gola per rimettere.
      Bisio prediligeva il mio torchia budella quando doveva rimettersi in riga, anche se lo menava a morte, secondo lui nessun barista, anche il più laido, sarebbe riuscito a fare un caffè così schifoso come il mio, e mica potevo dargli torto.
      Il caffè stomachevole in “stile africa”, lo stesso che facevo quando si dovevano affrontare ore e ore di pista infame, era frutto di studi e rara maestria, amaro senza ombra di zucchero, dose più che doppia nel serbatoio del caffè e ben pressato da faticare a uscire, ribollito nella cuccuma stessa quando già passato, una schifezza atroce ma un toccasana per restare svegli e a lungo se non crepavi prima di ulcera.
      >Smettila di rompere i santissimi, è pronto!< (G)                                                                                                                                                     
      >Già, sento, dalla puzza di bruciato< (F)
      >Avrei un’idea per colazione< (G)
      >Dai, sputa< (F)
      >Focaccia al formaggio, a Recco, e una mezza *lampa di frizzantino fresco< (G)
      >Figata! Inventarti se mancassi, che cosa pensavano i tuoi                                                                                            
      quella sera?< (F)
      >Guidi tu?< (G)
      >La mia, mica guido quel *sigaro di macchina che hai!< (F)
      >Niente autostrada *Fa, prendi l’Aurelia, il forno è subito all’inizio di Recco< (G)
      Seduti sul muretto per i fatti nostri, attiravamo l’attenzione dei festaioli perbenisti benpensanti della domenica mattina.
      Ragionieri e impiegati di banca, che facevano la classica passeggiata salubre sul molo della marina da diporto con famiglia al seguito: moglie cesso tirata a specchio, sposata non si sa bene perché, forse rimasta incinta alla prima volta che gliela aveva data sul sedile posteriore, e almeno due marmocchi per mano, frignanti in un assordante concerto di uh uh oh ah, con tanto di caccola al naso, guardavano indignati per il concerto di rutti che stavamo orchestrando senza ritegno, flatulenze a parte.
      Quella focaccia col frizzantino aveva chiuso una falla e aperto una voragine, stuzzicati, stavamo decidendo dove pranzare.
      La Manuelina faceva al caso nostro, una scelta mirata, pochi
      minuti in macchina dal porticciolo, un buon ristorante dove effettivamente pagavi per quello che ti servivano, qualità e prezzo ben si sposavano, e le portate erano superiori alla media, senza strafare.                                                                                                  
      Il vialetto si staccava da una curva destrorsa della statale; la ghiaia fine, screziata bianca e grigia, ben battuta, schizzò da sotto le larghe gomme del Cooper come proiettili impazziti, continuando a rimbalzare nella scocca fino al posteggio.
      Fascino discreto delle cose antiche, la Manuelina la ricordo fin da quando papà portava tutti noi, la domenica, a pranzare proprio lì, e da allora niente era cambiato, neanche una misera virgola, solo abbelliti i posteggi con piante sempreverdi.                                                                                                       
      Ben curata esternamente, aspetto vintage un po' barocco, l’ampio salone semicircolare dominato da pompose vetrate, filtravano la luce attenuata dai pesanti tendaggi color crema, i tavoli tondi e le comode poltroncine con i braccioli, in assoluto tra le sedie più confortevoli che mi fosse capitato di trovare in un ristorante.
      >Che sorpresa! È da qualche tempo che mancate, sempre
      impegnato nei pub di Rapallo, vero Sig. Bonfatti?< (L)
      Gentile ma oltremodo prolisso, Luino, il cameriere tutto fare del locale, geloso delle mie frequenti assenze come se avesse un certo dominio sulla mia persona,  pienamente convinto che dovessi pranzare o cenare solo in quel locale, okay, mi aveva visto crescere ma io preferivo cambiare, e anche spesso, senza dare l’abitudine a nessuno.
      >Va bene un tavolo al centro o…< (L)
      >Preferirei, se possibile, un tavolo nella “nicchietta”< (G)                        
      La nicchietta, così la chiamavo, una dépendance del salone principale con pochi tavoli ben distanziati tra loro, privacy garantita,  di solito riservata a coppie che preferivano evitare di  mostrarsi troppo apertamente in pubblico, per ovvi motivi.                                                                         
      Si poteva accedere, entrare e uscire dal locale, evitando di passare in rassegna sotto gli occhi di tutti, ritrovandosi subito fuori dal lato parcheggio.                      
      Tempo addietro, pure io avevo usufruito di quella opportunità durante una relazione galante piuttosto piccante e senza autorizzazione del cornuto interessato.
      >Certo, è libera, tutta vostra!< (L)                                                                      
      Affermò Luino con un leggero cenno del capo, sorridente e soddisfatto di potermi accontentare.
      >Che cosa “ti porto”?< (L)                                                                                     
        Mi piaceva quel fare amichevole, Luino era così, anche se mi conosceva da una vita, partiva dal “Voi” per arrivare al “Tu” confidenziale, un poco invidioso ma un bravo cristo.                                                                                                        
       >Pesce, consigliaci, però attesa gusterei le speciali focaccine bianche salate uso pane, con del San Daniele, da bere, Cinque Terre ben fresco< (G)
      >Gnocchi mare-monti e dentice al cartoccio, pescato fresco stamattina, antipasto di polpo con gamberetti al limone< (L)
      >Perfetto per me!< (G)
      Fausto accondiscese e Luino sparì in cucina con la classica, goffa, camminata di chi ha i piedi piatti, strusciandoli sul pavimento come le papere, ora più accentuata per via degli anni, non pochi.                                                                                                   
      Fresco al punto giusto il bianco delle Cinque Terre si accompagnava alla grande col dentice, tra un bicchiere e l’altro, ricordando le bravate in valle, le strette e il chilometrico elenco di aneddoti sulle fidanzate avute, ne andò via in fretta un  paio di bottiglie, come il solito, noi due in coppia, avevamo esagerato fuori misura.          Stavo bene quel giorno, mi capitava di rado, sereno e tranquillo, una delle pochissime volte senza compagnia femminile, sapevo che sarebbe finita quella giornata, mica poteva durare in eterno e la assaporavo a fondo, stavo facendo il pieno d’amicizia con una persona unica ed eccezionale, se mai avessi avuto bisogno, potevo contare più su lui che mio fratello.
      Vino veritas, rammaricandomi della situazione attuale, e come si è soliti dire in questi casi, al cuore non si comanda. Le donne tutte, indistintamente, hanno il potere di annientare ogni tua cosa, anche la più bella, pure Haziza c’era riuscita, a separarmi dal mio vecchio e caro amico, il più vero.
      Se fossi un libro, forse, Fausto mi leggerebbe di meno.
      >Basta pensare, tu ed io mai cambieremo come mai cambierà la nostra  amicizia, qualunque cosa accada< (F)
      Parole semplici, semplici come lui, dette col cuore.
      >Grazie, avevo bisogno di sentirmelo dire< (G)
      Credo, forse, l’unica volta che dissi “grazie” a Fausto, tra di noi non usava proprio, ma quella era una circostanza unica, troppo importante per entrambi che ben meritava più di un semplice grazie, a consolidare per il resto della vita una vecchia amicizia nata quindici anni fa, là, nelle strette, a proposito di una certa sfida. Mica il caso di finire male una giornata iniziata bene con laconiche malinconie, forzai la mano:
      >*Irish a Portofino?< (G)
      >Ok< (F)                                                                                                         
      Ammiccando, in stile “Il Padrino”.  Pure se abituati a bere oltre misura, i gradi delle Cinque Terre si facevano sentire, un orecchio attento avrebbe colto la sfumatura della voce leggermente impastata dalle prolungate pause tra una parola e l’altra, il classico modo di parlare a rallentatore.  Salutato Luino tra  mille “Vi aspetto presto”, pagato il conto alla romana come sempre, ce ne andammo.
      Ieri, oggi, domani, mai mi stancherò di ripeterlo, settembre nel Golfo del Tigullio, è, a dire poco, semplicemente da fuori di testa, fantastico. Investiti in pieno viso dalla brezza odorosa di ruta selvatica, godevamo silenziosi, ognuno immerso nei propri pensieri, di quella giornata fantastica e certamente l’ultima, come due amanti che stanno lasciandosi dopo una lunga relazione.  
      Il ciak deciso, familiare, della messa in moto e il borbottio sommesso del Cooper al minimo ci vide a viso a viso: uno sguardo, un’intesa.
      >Portofino?< (F)
      >Portofino!< (G)
      Domanda, risposta, azione, la Mini filò liscia sul nastro d’asfalto perfettamente levigato, prendeva velocità mentre Fausto, con maestria, allungava le marce in un crescendo incalzante di giri mal celati dalla marmitta elaborata, il motore sprigionò tutta la sua potenza come una belva imbrigliata  improvvisamente libera.
      Le prime curve, a “esse” molto pronunciata, furono prese in netto controsterzo, da manuale.                                                                                                  
       Il sole abbagliava, riverberandosi sullo specchio di mare antistante alla strada costiera, tanto da indurci ad abbassare le alette parasole e proteggere gli occhi col palmo dalla mano, a mo’ di visiera, troppo pigri per calzare i Ray Ban.
      Il piccolo mostriciattolo rosso dal tetto nero, trovò parcheggio in uno slargo sulla statale poco distante da Portofino, inutile arrischiarsi a posteggiare nella piazzetta interna del tipico borgo marinaro, per una macchina che usciva, dieci erano pronte a entrare. Un’attesa sfibrante, da rottura di coglioni, al popolo del week end così piaceva e così faceva, contenti loro. Per me e Fausto, fare quelle poche centinaia di metri a piedi serviva a snebbiarci il cervello ancora sotto l’effetto di Bacco.
      La piazzetta poteva idealmente dividersi in due, la parte alta vicino ai parcheggi a pagamento, e quella bassa, al limitare dei moli d’attracco degli yacht. La prima, quella alta, notoriamente riservata ai “canotta”, come li chiamavamo noi, tipologia del “voglio ma non posso”, turisti in maniche corte e sandali orribili con calzoncini da grande magazzino altrettanto orribili e di pessimo gusto, prendevano una Coca Cola dividendola in due commentando i prezzi alti,  e se per sfiga finiti nell’arena dei vip, sarebbero di certo morti strozzati dalla Cola pagata più di una trasfusione di sangue.
      Portofino, Olimpo degli Dei, aveva le sue regole, era cara, carissima, e non per tutti. Comodamente seduti da Tiffany, lato orientale della piazza, si ammirava il superbo panorama del golfo seguendo le magiche evoluzioni di mega barche, che a vele spiegate si esibivano in virtuosismi degni della America’s Cup. Skipper dai coglioni quadrati, strapagati, marinai nerboruti e abbronzati, che al calare clandestino delle tenebre, sotto coperta, si *ingroppavano la moglie del loro armatore, degno corollario a donne superfighe, perfette, dove madre natura, con loro, si era sbizzarrita nel bello in tutto e di più, senza lasciare nulla al caso, neanche il pelo riccio della gnocca che passava dal coiffeur ”*Le Poussin Belle”.                                                                                                                  
      Inflessibile e stronza, spietata senza eccezione la legge del jet set di *Portôufin: a bazzicare Tiffany, appartenevi ai “giusti” con un bel po’ di palanche da spendere, ottimo biglietto da visita per godere della considerazione dei “grandi”, tollerato a partecipare alla vita mondana tra un party e l’altro, e magari trombarti la moglie di chi ti invitava.
      Mondo ricco.
      Un biglietto da visita stampato su *pezzi da centomila, una colazione con cappuccino e brioche serviti in veranda, circa quindicimila lire, aperitivo dalle trentamila a salire, senza limite. Tiffany, permetteva di scialacquare il tuo capitale come meglio credevi tra long drink e champenoise, offrendo a destra e a manca, osannando la regola d’oro del vip, quella di farsi notare, e in questo era il “number one” della Liguria.
      All’*Orchidea Night di Genova, con troie e Brut al tavolo, di certo spendevi meno.                                                                                                                                  
      “Il Portico”, suo diretto concorrente nostrano a Porto Cervo  nella sovrana Costa Smeralda, e molti habitué provenivano proprio da lì, ormeggiavano e spendevano. Godevo nel mio io più profondo a mettermi in vetrina, mi dava un senso di superiorità viscerale la certezza di poter scegliere il meglio, mai incappare in un rifiuto in quella moltitudine di stronze, donne fighe e stronze. Saputo e non dichiarato, un vivaio all’aperto col meglio esposto, ovviamente per chi poteva, di zoccole snob, indirettamente come andare a puttane ma senza pagarne le prestazioni, bensì cene e aperitivi, poi fottevi,        un poco stronzo lo ero pure io, stronzo e coglione.                                                                                                        
      Posizione perfetta dal nostro tavolo, controllavi *l’àndare e riàndare semplicemente girando la testa, puntando con occhi da falco chi  meritava, caccia difficile perché erano una più ganza dell’altra. Potevi semplicemente rifarti gli occhi o scommettere tentando l’approccio, dipendeva da te, Fausto apparteneva alla seconda tipologia, da scommessa, mi dava vincente cinque a uno.                                                                                     
      >Dico, che se vuoi, quella te la fai!< (F)                                             
      L’aveva già mirata con gli occhi ridotti a fessure.
      >Ma chi?< (G)
      >Possibile che ti sia sfuggita?< (F)
      Risposi da serio ma aveva ragione, mentivo, impossibile non accorgersi di quella bellezza particolare che si distaccava dalla massa, il Fausto conosceva bene i miei gusti in fatto di donne.
      >Cazzo, sei tonto, è la seconda volta che ti passa davanti, ogni volta sempre un po’ più vicino, rallentano il passo, lei e la sua amica, tra l’altro niente male< (F)
      >Lascia stare Fa, ne ho per il belino di attaccare bott…< (G)
      >Scommettiamo che si fermano? E proprio vicino al nostro tavolo? Guarda, lei ti sta passando ai raggi X, senz’altro hanno capito che stiamo parlando di loro< (F)
      Un fiume in piena, inarrestabile, un martello pneumatico.
      >E cosa vorresti fare, nella malasorte si fermassero?< (G)
      >Invitale!< (F)
      Sbuffò sibilante. Parlava con me e guardava loro, facendosi palesemente accorgere del nostro interesse, più suo che mio, a dire il vero. Il passato rivive in noi nella vita di tutti i giorni, infatti, il dado era tratto, tanto per citare una pseudo frase storica calata nell’immediato presente. Gran testa di cazzo, lui stava armando tutto sto casino e dovevo invitarle io!                                                                                                                     
      Il suo continuo ammiccare nella loro direzione e il mio discutere concitato apparivano più di una dichiarazione, un breve confabulare tra loro e le due ragazze si sentirono in dovere di avvicinarsi al nostro tavolo, da ganze, con finta scioltezza e noncurante disinteresse mentre  morivano dalla voglia di essere invitate. Francamente, ne avevo per le balle di attaccare bottone ma Bisio insisteva nella sua opera persuasiva.
      >Ecco, quella farebbe proprio il caso tuo!< (F)
      Volevo continuare a fingere.
      >Quale delle due?< (G)
      >La mezza bionda, col tailleur grigio e la camicia bianca, giacca sulla spalla, si sta voltando ora!< (F)
      Precisò calmo, per “mezza bionda” intendeva castano chiaro, da una vita usava quel termine.
      Avvicinandosi con passo cadenzato e ben calibrato, né troppo lento né troppo veloce, ora, potevo metterla a fuoco molto meglio. La giacca portata in quel modo sulla spalla, all’Ussaro, con disinvoltura, le donava un certo fascino, un’eleganza particolare. Tosta e figa, molto, spiccava mica solo per il design delle curve e il telaio, occhi indagatori che ti fissavano e rilucevano dorati e caldi, ambrati, gambe marchiate OMSA, spalle alla Ursula Andress, volto dai lineamenti perfetti, scolpiti dalla mano fermissima da cesellatore di prima classe, da uno con i classici, autentici, coglioni quadrati. Più aliena che umana, impossibile che tale magnificenza appartenesse a questa terra.                                                                                            
      Troppo vicine al nostro tavolo, troppo tardi per fare finta di nulla, la figura da coglioni si prospettava avvincente, il loro tentennare nella finta di cercare un tavolo libero allungando il collo ma con l’occhio ben vigile nella nostra direzione, aspettavano un cenno, e il cenno arrivò, in orario, come il treno in stazione.                                       Mi alzai lentamente, con garbo, evitando con attenzione di incespicare in quella moltitudine di sedie selvaggiamente occupate ad arte.
      La trasmissione dati era in atto, i nostri occhi incrociati si specchiavano a distanza nulla, quella di un braccio, sapeva già cosa rispondere, anticipando di niente il mio invito. Sono convinto che, se visibili allo *stroboscopio, le sue labbra già rispondevano di sì ancor prima avessi proferito parola.
      >Posso? Difficile trovare un tavolo in questa babele!< (G) Scostando deciso la sedia.
      >Mille grazie, gentilissimo, è già un po’ che giriamo a vuoto nell’attesa che se ne liberi uno!< (ragazza castana)
      Banale ma furba, la spiegazione indiretta al loro su e giù.
      L’amica teneva gli occhi incollati su Fausto, e lui in preda a una crisi di timidezza, sempre così con le donne, gli mancava la mia spudorata faccia da culo.
      Donna interessante, elaboravo i dati velocemente, dava del “Voi”, risposta immediata e garbata, accento della Padania ben evidenziato, ci teneva a fare sapere da dove veniva, mosse studiate con discrezione, equilibrate, mai un errore nel suo atteggiamento, più calibrato di un *Richter.
      Primo responso dei dati elaborati positivo ma ancora incompleto, l’analisi continuava. Il mio sistema si stava inceppando, appariva ed era senz’altro giovane, ma il timbro vocale, il modo di fare, la superava nell’età che poteva avere.
      Reset, dovevo fare un reset del mio sistema in tilt.
      Inspirai profondamente, e da coglione mi accorsi che eravamo ancora in piedi, rimediai in scioltezza con un cenno plateale della  mano.
      >Prego, sedetevi!< (G)
      Avete presente quattro timidi impacciati seduti a un tavolino improvvisamente  rimpicciolito? Beh, eravamo noi.
      Matematica la certezza che toccava al sottoscritto sbloccare la situazione di stallo, scontato l’aiuto negativo di Fausto, più secco di un baccalà, a costo di sembrare mediocre dovevo immediatamente dire una qualunque fesseria.
      L’insulsaggine e la scemenza partirono in coppia.
      >Che caldo, oggi, soffoco e umido!< (G)
      Anche se faceva relativamente caldo, e poi ventilato, umido sì, poiché eravamo adiacenti ai moli. Pure io sotto osservazione, studiato dall’A alla Z in ogni mio dire e modo di fare, onestamente, una delle sporadiche volte che la razza donna riusciva a mettermi in difficoltà.                                                                                                           Il suo sistema d’analisi doveva essere più elaborato e potente del mio, rapido nelle valutazioni, a mio parere già fottuto con un bel *“tested out” sulla mia scheda.
      >Avete ragione, è insopportabile, vogliamo presentarci?<
      Se io banale, lei mi superava con più iniziativa, compito di noi maschietti adempiere al rito delle presentazioni, altro punto a loro vantaggio, eravamo notevolmente *sotto scopa.                                                                                                           
      Gran partita del cazzo.                                                                                           
        “Paola”, disse l’amica, rivolgendosi prontamente a Fausto, e lei, l’aliena, si presentò come “Rebecca”, un mezzo sorriso che più accattivate non poteva essere. Controllato a stento al limite del fantozziano, il discreto intreccio di mani e braccia, ben attenti nel figurare nessuna sfigatissima croce. Il ghiaccio si stava sciogliendo, intuivo curiosità nei nostri confronti, anche se fino allora mantenevano  equilibrate distanze, più lei che l’amica. Avvertivo a pelle la sua superiorità culturale, evitate di chiedermi come e perché ma lo captavo.
      Iniziavo ad annoiarmi con quelle formalità, partii basso, non intendevo declamare Shakespeare per dare sfoggio di cultura nel fare una misera ordinazione al tavolo.
      >Okay, Rebecca, Paola, cosa bevete?< (G)
      Stile pungente e diretto, confidenziale, espressamente voluto per testare come avrebbero reagito.
      Spiazzate, o meglio, spiazzata.
      Finalmente si tornava a ragionare, male sopportavo che una femmina mi tenesse in scacco a lungo, il gioco dovevo condurlo io. Spiazzata per poco, camaleontica, si adattò alla nuova situazione facendosi più intrigante con domande a bruciapelo, “cosa fai, di dove sei, anni”, le solite domande di routine.
      Usava il “Tu”, un passo avanti rispetto a poco prima.
      Ascoltava e chiedeva, discreta, raccontando di lei e della sua vita associando fatti comuni in un modo che mai mi era capitato, un piacere ascoltarla. La sua voce calma, affascinante, anatomica più d’uno spazzolino GIBBS, come la sonorità mite di Licia Colò, che balsamica, massaggia le tempie mentre introduce i documentari sugli orsi. Sarei rimasto delle ore immerso nell’incantesimo delle sue parole terapeutiche che entravano dalle orecchie e oliavano i pensieri. Giacevo in stato *mescalinico, ammanettato al suo fluido vocale... quando, goccioloni come mele caddero improvvisi pigliando alla sprovvista un po’ tutti, il tipico temporale di fine estate, quello che mette a riposo la calura e decreta l’arrivo dell’autunno. L’estate finiva quel giorno.                                                                                     
      Improvvisamente formate le coppie, Fausto e Paola, io e Rebecca, e altrettanto improvvisamente e informali ci trovammo sotto braccio, stretti vicini l’un l’altro, ridendo bagnati nella fuga strategica in cerca di riparo all’interno.                                      
      La maggior parte degli avventori, alle prime gocce, salì a bordo delle proprie barche ormeggiate lì vicino, quindi il locale si semi deserto e molto tranquillo, atmosfera a me terribilmente congeniale. Nell’entrare, gentilmente lasciata passare per prima, ero grato alla burrasca che aveva intriso la gonna, aderiva al suo fondo schiena come se nulla avesse, mettendo in risalto i sottili bordi dello slip. Vista e sensi interagivano, la mia reazione ormonale decisa e violenta, difficile farla passare inosservata sotto i Levi’s attillati, quasi faticavo a sedermi.
      Strano, tanta formalità prima e ora coscia contro coscia, coppie sedute a tavoli distinti, ognuno per i fatti suoi.
      Fausto partiva in tromba una volta sciolta la sua naturale timidezza, e non lo fermava più nessuno.
      Eravamo alla fase delle confidenze intime.
      >Ti conosco da niente e mi pare di conoscerti da sempre!< (R)
      >Lo stesso per me< (G)                                                                                 
       Mentivo, ma la situazione obbligava tale frase.
      >Non fraintendermi e lascia in pace la fantasia, sembra che tu ne abbia parecchia!< (R)
      Alludeva, sorridendo con una maliziosa piega all’angolo delle labbra.
      >Ho reazioni incontrollabili dalla mia volontà< (G)
      >Giorgio, anche se mi piaci un casino e ho forzato un po’ per conoscerti, lo ammetto, sono ancora all’antica, rinuncia a quanto stai pensando, almeno per ora, forse quando torno e  frequentandoci di più, chissà, se sono rose fioriranno< (R)
      Incredibile, mi dava scacco matto!
      >Vedi, i tipi come te sono affascinanti ma pericolosi per le donne del mio stampo, esiteresti meno di nulla a farmi soffrire, rischio calcolato e messo in preventivo, mi sentirei di osare solo conoscendoti un po’ di più, scusami< (R)
      Cazzo di comasca di Bellagio, mi leggeva la vita come un libro fresco di stampa.
      >Se fossi un altro, potrei anche offendermi!< (G)
      >Ma tu sei così, ti ho capito al volo, alterazione professionale, la mia, capire la gente!< (R)
      Porca puttana, con una psicologa dovevo incappare, e pure conformista oltre che figa!
      >Allora parti< (G)
      >Sì, da Linate, domani, uno stage di un mese a Boston< (R)
      >Nessun segreto per la mente umana al tuo ritorno!< (G)
      >Smettila di sfottermi, mica sono la classica strizza cervelli come immagini! Vado ad approfondire studi e nuove tecniche sulla conoscenza della psiche, servono ad aiutare chi ha delle turbe mentali fuori norma, profonde< (R)
      >Come me!< (G)
      >Ma taci, l’unica tua fissa è quella di scopare!< (R)                                          
        Le belle frasi, il parlare forbito di prima aveva lasciato posto a una donna franca e schietta, con idee ben precise per sé e gli altri, cazzo, mi piaceva un casino, non lo nego, ma neanche per sogno avrebbe funzionato tra di noi, aveva ragione, volevo solo fotterla, vedere come era a letto una mangia cervelli e quella non tritava solo materia grigia, se decollava giusta.
      >Anche tu parti, no, vai in Africa, un raid?< (R)
      >Sì, un raid< (G)
      Risposi svogliatamente, ben attento dal raccontare tutta la storia e i suoi perché.
      >Quando torni? Sono curiosa, vieni in studio a Milano, o telefoni? Ti lascio l’indirizzo, potremmo vederci…< (R)
      Per essere una strizza cervelli si tradiva, irrigidendo appena i muscoli facciali, un guizzo impercettibile sulle labbra ben controllato, tremavano, emozionata.
      >Bacio d’addio?< (G)
      >Incorreggibile, neanche ci conosciamo!< (R)                                                         
      Rise, giocando a fare la seria ma lo voleva.                                                  
      Prese lei l’iniziativa, baciandomi in modo tale che i botti della notte di capodanno facevano ridere, però stoppò il mio tentativo di accarezzarle il seno.
      >Basta, è già difficile resisterti, sei proprio un bel tipo, figo e impertinente, ti aspetto presto!< (R)
      Ci lasciammo così, con una pseudo promessa di andare a trovarla una volta rientrato, impegno che mai avrei mantenuto, ma forse meglio, un bacio non le sciupava sicuramente la verginità, evitando di far soffrire un’altra donna, una delle tante sfiorate dalla rogna di incontrarmi e innamorarsi.
      Sarei mai cambiato?
      Fausto mi raggiunse al tavolo, gasato, pure lui col suo bravo biglietto ben piegato in quattro pronto per il portafoglio, voleva farmelo vedere, sarebbe salito a Como una di queste sere, a trovare Paola, e probabilmente poteva funzionare, chi poteva dirlo, era decisamente più normale di me in questo e nei suoi rapporti con l’altro sesso, anche se di storie andate a schifio poteva editarne un elenco telefonico lungo quanto quello dello stato di York. Forse, avevo veramente bisogno di una psicopatologa che mi decantasse il cervello riportandolo in riga alla normalità dei comuni viventi in questo mondo di merda.                                                                        
      > Jack?< (F)
      >Vada per il Jack< (G)
      Dose minimale, di veleno se ne dava di più, in un battibaleno ingurgitato il nettare dalle nostre avide gole, abituati a ben altre dosi si fece il bis, e di bis ne seguirono diversi, parecchi.
      In silenzio, entrambi, aspettavamo che l’uno facesse la fatidica domanda all’altro, nessuno dei due prendeva il volo, finimmo per partire in tandem, ripetendoci in duetto.
      >E allora?< (G/F)
      >Come la vedi?< (F)
      >Incasinata< (G)
      >Strano, detto da te, quando mai!< (F)
      >Fica e all’antica, la molla a rate, partita persa< (G)
      >Ti arrendi subito, finalmente una seria!< (F)
      >Tempo, eccessivo, e io ne ho zero< (G)
      >Potrebbe essere la donna giusta< (F)
      >Ma se forse neanche torno!< (G)
      >Già, continui indefesso a gettare alle ortiche tutte le chance ganze, prima con Monica, un tesoro di ragazza, ora, questa Rebecca e manco ci vuoi provare< (F)
      Lasciavo che blaterasse, la sua missione di farmi desistere dalla mia pazzia era sempre vigile.
      >Mi ascolti, eh?< (F)
      >Cosa?< (G)
      >Capito, un’altra nel dimenticatoio, possibile che t’interessi solo alle zoccolette, tipo la tua amica, quella che mi raccontavi prima, come si chiama, Lupe? (F)
      >Scopa, e bene, senza crearmi problemi< (G)                              
      >Puttane, più o meno. Alla resa dei conti ti creeranno un mare di problemi pure loro e che cazzo di problemi, vedrai, sono pur sempre donne, e delle gran puttane!< (F)
      Rafforzò il concetto nel caso non avessi capito.                                                         
      Stavo zitto, aveva ragione al cento per cento.
      >Se capita, almeno che sia con una giusta, magari seria e noiosa e non zoccola, pensaci< (F)
      >La tua?< (G)
      >Abbiamo del feeling, vado a trovarla mercoledì sera< (F)
      >Trombino?< (G)
      >Magari! Questa volta evito di  forzare la mano, mi piace un casino, veramente!< (F)
      >Che fa nella vita?< (G)
      >Laureata in veterinaria< (F)
      >Bingo! Con tutti i cavalli che ti ritrovi e le giumente sui pascoli, consulenza gratis!< (G)
      >E dai, smettila, neanche pensavo a quello!< (F)
      Si stava imbarcando, il mio Fausto si stava imbarcando in una scivolata di quelle… ma come potevo giudicare, proprio io, poi, e se stavano bene assieme, beh … ero contento per lui.
      Un rapido ripensamento alla mia psicologa ventisettenne figa e seria senza speranza. Ed io? Io avevo la mia Haziza da trovare, fottuta in chissà quale inferno. La burrasca aveva anticipato le ombre, sembrava già sera nonostante fossero da poco passate le diciotto e la giornata figa giunta al termine, Fausto voleva partire con la chimera di evitare la nebbia sul Passo dei Giovi, una gran brutta bestia, avrebbe impiegato una buona ora e mezza prima d’arrivare a casa, a Borghetto.
      >Allora, come se ci rivedessimo la prossima settimana?< (F)
      >Facciamo!< (G)
      Nel nostro stile, né musi né lacrime, magone sì, una reciproca pacca sulla spalla, a ricordo, fu l’ultima volta che vidi Fausto nei prossimi quattro anni a venire, partivo per l’Africa in quella stessa settimana.                                                                 
       Mi lasciò davanti a casa, allungando da incazzato le marce del Cooper, il canto cupo del motore elaborato lo seguii a orecchio fin tanto svanì nel silenzio del Golfo, in pochi sarebbero passati da lì, a *San Michè, almeno fino alla prossima domenica, ed io, i “canotta”, non gli avrei visti più, mai. Giù di morale, pensieroso, e quel tanto che basta di tristezza mista a malinconica  ma nessuno poteva farci nulla, la mia storia iniziava ora, con quella partenza alla fine del prossimo weekend, dove, in soli sette giorni decidevo della mia vita, ignaro di quanto avrei trovato e fatto, il mio personale salto nel buio.                
      Scavalcavo la barra del residence, svogliato per cercare il comando a distanza nel borsello e attendere l’apertura, un attimo ed ero in casa. Solo, guardandomi attorno, estraneo in casa mia, per niente  intenzionato a riordinare subito, la cucina somigliava a un campo di battaglia con tutti i suoi morti. Meccanicamente sfilai i jeans restando in minislip, portavano i segni evidenti dello sconvolgimento ormonale dovuto a Rebecca, il solo ricordo di quel fondo schiena perfetto e l’avere appena sfiorato i suoi seni, fecero scoppiare la spoletta, e senza l’intenzione di finire come nella canzone *“… sdraiato sul divano…”, mi ficcai sotto la doccia per calmare i bollenti spiriti ma servì a ben poco, ci voleva ben altra medicina, e il farmaco si chiamava Lupe, da prendere a proprio rischio. Ero in debito di una promessa, con lei, se ricordo bene, ed io saldavo sempre i miei debiti. Ficcai jeans e intimo in lavatrice, veloce cambio di look e fuori, in cerca della mia “terapia” personale.
      Anche se lo sono, evitate, di prendetemi per stronzo.
      Di certo l’avrei trovata al bar del molo, dovevo calmarmi senza dare l’impressione del morto di fame infoiato, un pizzico di stile, anche se la cercavo per fottere, dovevo averlo, faceva parte della mia etica.
      Una macchia d’inchiostro su un foglio bianco, spiccava tra tutte, seduta sola con uno sciame di mosconi intorno che lei manco cagava di striscio.
      Difficile stabilire se la vidi prima io o fu lei a riconoscere il rombo caratteristico della TR6, fatto sta che alzò la testa di scatto, alzandosi in piedi e agitando la mano, mi aveva visto!
      Cazzo, nuda sarebbe stata meno provocante, già stavo male e  per niente nella condizione di sopportare dosi di sesso extra.  Nell’alzare il braccio salutandomi, l’esiguo top elasticizzato color prugna si tese sul seno destro, accentuando il capezzolo quanto una noce da com’era turgido. Eros allo stato puro, più di una volta, in passato, mi ripresi a stento dal pizzicarglieli in pubblico, erano indecentemente attraenti.
      Se stavo sui coglioni ai maschi locali, quel fine pomeriggio passai ogni limite.
      Stronza, fica, puttana, un sorriso scintillante evidenziava la fila di denti perfetti e bianchissimi, “Gio”, chiamava per nome, saltellando incontro come una gazzella.
      >Giorgio, dai… resta, beviamo una “cosa” assieme!< (L)
      Spontanea, senza intuire che la cercavo di proposito, pensava che fossi lì per caso.
      >Sediamoci< (G)                                                                                                                                   
      Indifferente, con tono distaccato, dovevo farlo cadere dall’alto il mio ambito, ipotetico, silenzioso sì. Tutta una tattica.                                                                    
      Invidiato, invidiato e maledetto dagli astanti maschi, la mia presenza  precludeva loro ogni possibile chance.
      Lei, civettuola e frivola, pigolava come un pulcino, frizzosa, visibilmente eccitata. Eravamo in due a esserlo, lei ancora ignara, avevo indossato brache di lino dalle forme abbondanti, ne avevo terribilmente bisogno.
      Fronte contro fronte, coi nasi che si sfinavano appena in punta, succhiavamo dallo stesso maxi boccale a forma di boccia per pesciolini rossi, un mojito gigante, da sbornia, e ridevamo, gareggiando a chi tirava di più su con la cannuccia senza riprendere fiato. Pompavamo di brutto sfiorandoci appena le labbra a vicenda, cocktail e saliva, un gran gioco erotico del cazzo per entrambi. Il drink alcolico la faceva sudare, lacrime di rugiada esaltavano l’odore della sua pelle vellutata, intenso e delicato, odore di sesso che intrigante s’intrufolava nelle mie nari, stordiva.
      Forse il mojito a confondermi o la pazzesca voglia di scoparla, troppa, una voglia atroce di libido violenta  mi percorreva tutto il corpo, terminando là, dove la voglia era più acuta, avvertivo il glande dilatarsi mentre pulsava di folle desiderio. Grondavo, la fronte madida e grossi goccioloni mi scendevano dal collo, la camicia potevo pure strizzarla, e un chiodo fisso, lei, la volevo, la volevo fottere di brutto. Per quanto fossi una testa di cazzo con la faccia da culo e lei troia, il nostro petting, i riti preliminari di contorno erano sempre piuttosto lunghi, di rado andavamo al *pezzo subito, apertamente, ma ci giravamo intorno, giocando, a pregustare quello che sarebbe poi successo. Quella sera andò diversamente, molto, all’insaputa di entrambi.                                                            
      >Andiamo verso il molo, dal muraglione?< (G)
      >Sì, dai, cammino volentieri!< (L)                                                                      
      Accondiscendente la sua risposta cristallina per dare un senso alla passeggiata, alla mia richiesta, senza passare per quella vogliosa di stare con me. Poggiò la testa sulla mia spalla, con fare galeotto passai il braccio attorno alla vita, da dietro la schiena, potevo carezzarle con calma la mammella destra senza fatica, lasciava che facessi, lo voleva. Appartati nell’angolo più buio del molo, lei, talmente vicina ne sentivo il pulsare agitato del cuore, non eravamo lì per caso.                          
      Delicatamente ma decisa, passava le dita tra i capelli nello stringerla sui fianchi, tutto il suo corpo urlava: “Sesso, lo voglio, dammelo!”
      Profumo intenso, odore di donna accesa, straordinariamente seducente, zoccola e puttana, col suo micro gonnellino nero a balze senza niente sotto, preludio di una scopata atroce, il solo immaginarlo, la certezza che così fosse, rafforzò la mia già nerboruta reazione ormonale, allungai le mani sulle chiappe.                                                                                     
      La stronza, giocava a eccitarmi senza mezze misure quanto iniziato prima, baciò leggermente nello strofinare le sue labbra sulle mie, con la lingua a serpentello che s’insinuava a forza sputazzando fiotti di saliva libidinosa.
      Brusco, stuzzicavo i capezzoli dall’esterno del top extra sottile smanioso di stringerli sempre più, di farle male, e lei pareva aspettasse solo quello nel contorcersi dal piacere. Risoluta, puntò il ginocchio al mio inguine, strofinandolo ripetutamente dal basso in alto in un crescendo inebriante, e subito dopo, senza indugio, posò la mano sulla  patta, le sottili dita affusolate massaggiavano con foga le palle, morivo, voglia cane di fotterla mentre inumidivo gli slip.                                                           Lupe, era una donna che sapeva cosa volere, schietta e precisa la sua richiesta senza preamboli.
      >Andiamo a casa tua?< (L)
      >Ti farei qui< (G).                                                                                                                  
       Sillabai a malapena, una risposta confusa, farfugliata, succhiandole con forza e avidità convulsa le labbra. Tutto il suo essere aderiva al mio, infuocato, scompigliandomi i capelli appassionatamente, eccitata, perdendo il controllo del proprio corpo, la sua mente già decollata per la tangente negli abissi della lussuria, frugava indecentemente ogni centimetro di me.
      >Fallo!< (L)                                                                                                                                               
       Un sussurro urlato, gutturale, bramoso di voglia misto tra l’ordine e la supplica, mentre dita nervose abbassavano la zip dei calzoni con decisione e con altrettanta decisione arrivò dove voleva lei. Gesti né delicati né teneri, tutt’altro che amore ma solo una gran voglia di fare sesso. La sua presa risoluta fece male nel superare l’elastico degli slip, strappandomi un proverbiale ”ma che cazzo”, la squallida imprecazione manco la sfiorò, continuando a massaggiarmi il pene lo accompagnava fin dentro il suo sesso. Stava conducendo lei l’amplesso sfrenato cingendomi la vita con una gamba, una  folle altalena, negava di brutto il mio ritmo con decisi contraccolpi, la bocca schiusa in una smorfia di piacere, godeva da maiala.
      Tatto, pudore, senno, tutto al diavolo, ero andato.
      Stretto ai fianchi con entrambe le gambe, sostenuta dai glutei, ora ritmava  la cadenza che avevo imposto puntellandola con le spalle al muro senza alcuna delicatezza, si aiutava reggendosi al mio collo, con forza, sbuffando.
      >Puttana, gran troia che sei!< (G)                                                                
      Rantolavo infoiato, con rabbia.                                                               
      >Bastardo, continua ancora, così…< (L)                                                                                                
      Sibilava senza staccarsi, forzando il bacino sul mio, la testa appena reclinata all’indietro, conficcandomi le unghie alla base della nuca graffiando senza ritegno, col fiato corto e ansimante per lo sforzo, tesa nel suo godere a non perdere neanche uno dei colpi che la penetravano.                                                                                   
       Mai accaduto, la prima volta arrivati a insultarci in quel modo e senza ragione, forse, nel nostro io volevamo dircelo da tempo quello che pensavamo l’uno dell’altro, ma l’etica ci bloccava soffocando i nostri istinti bestiali. *Maialla e porca, sesso così infoiato impossibile a farsi, più simile a uno stupro che a una scopata.
      Entrambi all’apice dell’oblio più intenso raggiungendo il culmine della nostra follia sessuale, sì follia pura, sorpresi così, una denuncia per atti osceni in luogo pubblico sarebbe tutta nostra, e sapevo, per esperienza passata quali casini fossero, me ne fotteva un cazzo!
      >Non smettere ti prego, continua, continua, sto…< (L)
      >Ora, sì…< (G)
      Un mugolio prolungato di estremo piacere, come due gatti in amore, mise fine alla nostra Gomorra, esausti e impacciati ci guardavamo nelle palle degli occhi sfruttando la fioca luce dei lampioni lontani.
      >Mi è piaciuto un casino!< (L)                                                                  
      Esclamò piano, baciandomi leggera sulle labbra, invasata, con un filo di voce sbuffante, leccandosi la bava dall’angolo delle labbra con l’eleganza di una baldracca, a bocca spalancata da vederne le tonsille.
      Un chiudere di finestre sbattute bloccò le nostre effusioni erotiche, forse il vento ma non c’era neanche a sognarlo.
      >Sarà meglio andarcene, dai, sbrigati!< (G)                                                            
      Sistemavo alla meglio la camicia nei calzoni e qualche altro  attributo che per nessuna ragione aveva il diritto di stare fuori a penzoloni in bella mostra, tutt’altro.
      >Credi che ci abbiano visto?< (L)
      >No, credo di no, cazzo!< (G)
      >E ora?< (L)
      >Andiamo a casa, dai!< (G)
      >Tua?< (L)
      >E dove? Che cazzo di domande fai?< (G)
      Un cagnolino che segue il suo padrone, tenendosi alla manica scomposta della mia camicia, evitando il più possibile di fare rumore sul selciato con quei dannati zoccoletti di legno, fighi ma chiassosi da matti, e il fare casino l’ultima delle nostre intenzioni. Spiavamo attenti e orecchie ben tese se qualcuno si avvicinava, un segnale, o qualcosa che… un tuffo al cuore, sentivamo parlare da dietro una colonna del muro di  cinta, toni confusi, cazzo, forse una pattuglia della Volante.         
       Se denunciati da puritani occasionali, ben difficile sostenere l’opposto, laggiù, poco fa, a poche centinaia di metri da dove eravamo, il nostro aspetto parlava da solo.                                                                                                           
      Appiattiti come gechi, origliavamo, ma l’eco in sottofondo inibiva l’ascolto, con gli occhi fuori dalle orbite sforzavo per vedere oltre la colonna e con una mano tenevo lei spiaccicata contro la parete di mattoni premendo all’altezza dell’inguine, ancora percepivo il calore del suo pube eccitato, il ventre dall’ansia,  le brontolava rumorosamente. Tentavo di sbirciare senza farmi vedere.                                                                              
        >Vedi?< (L)                                                                                                                                         
       L’angoscia passeggiava a fior di pelle, feci pressione su di lei, con forza, per farla tacere, sperando che capisse.
      Intravedevo a malapena, ne contavo due, e dall’aspetto, il loro armeggiare nervoso, spaventato, tutto tranne Carabinieri o Vigili, poteva solo significare una cosa: pusher e acquirente.
      Tra i due mali, sicuramente meglio avere a che fare con la legge piuttosto che con degli spacciatori, almeno finivi in gloria con una bella denuncia, una notte in gattabuia e fuori su cauzione grazie a un buon avvocato, ora, invece, rischiavi la pelle se ti vedevano.
      Gran bella situazione di merda per una scopata.
      Sorpreso, temevo ben poco per me ma un casino per lei, che poi per il sottoscritto contava meno di nulla, o no?
      >Che cosa vedi?< (L)
      >Spacciatori, zitta!< (G)
      >*Mi señora, ¿y ahora qué?< (L)
      Intuivo nel mio io come sarebbe finita, lo speravo di brutto, aspettavo solo che accadesse il più presto possibile, sembrava  tutto irrealmente fermo, anche i pensieri.                                                                                 
      Merda, santi in cielo ne ho pochi, cazzo, discutevano animati senza accordarsi sul prezzo, la situazione peggiorava, si strattonavano malamente, poteva finire in rissa, a coltellate da un momento all’altro.
      >Paga cazzo, paga e* fatti, dannato bucomane!< (G)                                             
      Digrignavo tra i denti serrati, più rabbioso che impaurito.
      >Che cosa dici?< (L)                                                                              
       Sottovoce, preoccupata, con l’innocenza di una scolaretta.
      >Schh, zitta!< (G)                                                                                            
       Feci cenno, sgarbato. Dio o il diavolo, volle che trovassero l’intesa, e quello che speravo accadde, il rituale del buco.                                                                                        Soddisfatto del suo lercio guadagno, lo spacciatore si dileguò nel buio più veloce di un gatto spaventato, mentre l’odore mielato del nocino che si fondeva nel cucchiaio aleggiava nell’aria appestando attorno nel raggio di alcuni metri.
      >Dai, fatti!< (G)                                                                                                               
      Borbottavo tra me, spiando la mano tremula che impugnava la siringa e lentamente aspirava la merda da iniettarsi, nel frattempo sciolta nel *fondino dell’’improvvisato fornello con
      l’accendino. Il rito mistico di tutti i drogati che si bucano; ditate secche e rapide all’interno dell’avambraccio in modo da stimolare i vasi sanguinei , il pugno chiuso dopo un ritmico apri e chiudi della mano, laccio emostatico legato a monte e l’ago che entrava in vena, per poi cadere in trance lì, dove si trovavano, tutto in pochi minuti. Lo scorgevo a malapena di spalle, ideai il suo aspetto in viso, goduto, ebete, nell’ assaporare il paradiso artificiale di merda mentre si faceva.                  
      >Come sviene filiamo via, non guardarlo e tira dritto senza                                                                                           
      fiatare, stammi dietro!< (G)                                                                                                     
       Spifferai veloce.
      >Gio, ho paura!< (L)                                                                                                     
      Le tremava la voce, ridotta a un filo.                                                                                                   
      La prima volta che mi chiamava così, spaventata davvero, l’avvertivo dalla sua presa sul braccio, spasmodicamente forte per una donna.
      Minuti eterni, secoli, ignaro di quanto tempo “uno”, fatto di acido, impiegasse a cadere in stato comatoso, ma quello, cazzo di Buddha, ci metteva veramente parecchio. Inginocchiato a ridosso del tramezzo in penombra, con la testa ciondolante come se si staccasse dal collo, la roteava un po’ in avanti e un po’ indietro, poi di lato, le braccia inermi penzoloni lungo il busto con ancora la siringa ben stretta in mano.                                                     
      Ecco il momento giusto, valutai, lei scalza con gli zoccoli in mano, si dava il via alla nostra silenziosa fuga cercando di sgusciargli da dietro le spalle nell’angusto vicolo.
      Sant’Iddio, per niente la mia sera fortunata, quella.                                                       
      Come e perché, neanche avesse preso un cazzo in culo da un negro, improvvisa la reazione, riuscì di botto a risollevarsi in piedi, girando proprio fronte a noi, barcollante, e dannazione se grosso, una bestia, al suo confronto ero niente, un frillo, altrimenti detto come si deve, una mezza sega di quelle buone.                                Basso, corporatura tozza e massiccia, con un pallone da rugby per viso, braccia robuste, pelose, mani come vanghe e salsicce per dita, se prendevo uno schiaffo da lui finivo a Genova per direttissima.  Obeso e goffo nei movimenti, comunque, doveva possedere una forza bagascia, oltre novanta chili di peso, a occhio e croce, contro i miei scarsi settantacinque.                                                                           
      La siringa ben salda nella destra, roteava il braccio fendendo l’aria, avanzando insicuro e malfermo sulle gambe ma troppo deciso per noi, arretrammo istintivamente di qualche passo.
      Lupe emise un grido soffocato, spaventata a morte, inutile cercare o gridare aiuto, da poco passate le ventuno, i più erano ancora con le gambe sotto il tavolo o in casa a prepararsi per andare in pizzeria, cult del sabato sera.
      >Hai una bella *“mussa”, ne hai di soldi, allora, dammeli!< Parole impastate e poco chiare pronunciate con difficoltà, chiarissimo, invece, quello che voleva.       
      Dannato bastardo figlio di putta, avanzava minaccioso brandendo quel cazzo di siringa, ben sicuro di quello che faceva nella sua mente squilibrata di tossico.
      Tenevo Lupe dietro me facendole da scudo, ragionando in fretta sul da farsi, frazioni di secondi, prendere tempo, distrarlo, dovevo proteggere quella donna a qualunque costo.
      Dovevo, gran bella parola, intanto prova a farlo.
      Carico d’ira che saliva fin sulla punta dei capelli, proprio il momento meno adatto, “non perdere la calma”, continuavo a ripetermi, un profondo respiro e affilavo la concentrazione tutta su di lui, da gatto  in pericolo, lo studiavo cercandone il punto debole. Studiarlo, in primis, neanche un misero taglia unghie per affrontarlo direttamente, quindi, solo a mani nude, ma quella siringa mi teneva a bada, faceva paura e avevo paura, mille volte avrei preferito un coltello puntato, almeno ne conoscevo le conseguenze, mentre un graffio di quell’ago ci rovinava per sempre, ero terrorizzato dall’Aids.
      >I soldi? Vuoi i soldi, tè, prendili!< (G)                                                                                                     
       Lo schernivo aizzandolo, mostrando il portafogli, seminando lento, appositamente, pezzi da dieci,  dovevo portarlo dove volevo io e giocarmi l’effetto sorpresa.       Incazzato nero, adrenalina a mille, mi stavo caricando, occhi fissi su di lui senza perderne una mossa.                                                                                               
      >Fottuto di merda!< (G)                                                                         
      Insistevo offendendolo.
      Del tutto assorto da quelle banconote sparse sul selciato, curvo, le raccoglieva, smettendo d’agitare la siringa per pochi
      attimi, avido di prendere a piene mani quella manna.
      >Il portafoglio, voglio il portafoglio, buttalo!< (drogato)
      Sbiascicava incazzato, sempre più eccitato da quei facili soldi.
      La merda che si era sparato iniziava a fare effetto.
      Avevo notato la sua lentezza nel risollevarsi dopo, mentre si chinava a raccogliere i soldi, e teneva lo sguardo fisso a terra, quello il suo punto debole!
      A mano a mano che seminavo banconote, arretravo di pochi passi, e tolte dalla tasca posteriore dei calzoni, gettai di proposito le chiavi della Triumph dietro me.
      >Prendile Lupe, corri alla macchina quando lo dico!< (G) Ordinai imperativo, potevo parlare a voce alta, intanto lo scemo nemmeno capiva, intento a raccogliere denari.
      >No, non fare pazzie… Gio!< (L)
      >Fa’ quello che dico!< (G)
      Teso come una molla con i muscoli delle gambe in estensione, sentivo friggere i polpacci prossimi al crampo per la tensione ma caricavo ancora, bruciore e dolore nel contrarre ancora i bicipiti femorali, tre, due, un passo, li contavo a ritroso  stimando mentalmente la distanza tra me e quel dannato fottuto bastardo.                  
       Lui abbassato, a viso in giù, troppo intento nella raccolta, bramoso, nulla gli sfuggiva, neanche una lira, fu il suo unico errore, l’occasione che aspettavo.
      La gamba si tese con tutta la forza disponibile, il calcio esplose fulmineo colpendolo in pieno viso, barcollò all’indietro, incredulo. Senza remissione, un secondo calcio, allungato dal basso verso alto, lo centrò in pieno sui coglioni, piegandolo in due. Sbuffò soffocato, stringendosi le palle, con gli occhi iniettati di sangue che schizzavano fuori dalle orbite, stupito, contorcendosi a novanta gradi, muggendo come una vacca pregna in procinto di partorire.  Caparbio, fauci spalancate, inspirava aria peggio di un mantice, cercava di rialzarsi annaspando più rabbioso di un cane. Respirava a fatica, mezzo fottuto ma ancora pericoloso, goffo, in gattone sulle ginocchia e palmi a terra, mi offriva il fianco sinistro, sferrai con tutta la mia potenza l’ennesimo calcio all’altezza delle costole, urlò di dolore, accasciandosi a terra da un lato una volta per tutte.
      >Corri alla macchina, vai, vai!< (G)                                                                              
      Urlavo affannato, concentrato a tirare raffiche di calci a più non posso su quel miserabile, colpivo a casaccio dove capitava, alla cieca, col proposito di fare male, molto, dimostrandosi un tipo duro e pericoloso non reattivo al dolore, gran brutta bestia, dovevo sincerarmi che rimanesse steso a terra giusto il tempo di scappare. La tensione mista a rabbia mi segava, barcollavo instabile e la vista offuscata dallo sforzo, ansimavo senza fiato, guardandolo frastornato lì a terra, immobile nella sua pozza di sangue, con le gambe legnose che si rifiutavano di obbedire al cervello, di correre. Dire ebete sarebbe poco.
      Santa Lupe, benedetta donna! Obbedendo alla lettera quanto le avevo urlato, sgranando una retromarcia furiosa mi raggiungeva quasi investendomi, e certamente lo fece col nostro assalitore, teneva aperto lo sportello dal mio lato tirandomi dentro a forza. Strinò la frizione pattinando indemoniata in quella partenza da Le Mans, tirando la prima ben oltre il fuori giri consentito scaricando in sgommata sul selciato gli oltre centocinquanta cavalli, inserendosi sull’asfalto della statale contromano, e per buona sorte nessuno giungeva da quel lato cavandocela senza danni, botta di culo o no, ma sopratutto grazie a lei che sapeva guidare e pure bene, uno dei suoi pregi nascosti. Solamente arrivati alla barra d’ingresso del residence, mi accorsi che aveva lasciato  i fari spenti, parcheggiò con una frenata rumorosa sulla ghiaia ed esplose a piangere, i suoi nervi collassati, piangeva a singhiozzi, profondamente, faticava a respirare e con ragione, se pensate che ero distrutto pure io, di una stanchezza mai provata, vuoto dentro, poi, l’intelligenza prevalse, l’autoregolazione di noi umani, il cervello si mise in moto, e Lupe, dovevo tranquillizzarla.                                                                                                                                         
       Prossima a una crisi isterica, sceso dalla spider passai dal suo lato aiutandola a scendere, tremava aggrappandosi a me come la sua ancora di salvezza, mi guardava atterrita con gli occhi sbarrati, accennando a parlare senza riuscirci.
      >È tutto finito, su, vieni calmati, è tutto finito!< (G)                                                                      
       Ripetei più volte a bassa voce, con la massima dolcezza.
      >Quell’uomo, Gio… è orribile!< (L)
      Mi gettò le braccia al collo e sentii il dovere di prenderla in braccio, volevo consolarla, mi spiaceva un casino vederla in quello stato di merda.                            
      Reggevo con facilità i suoi sessanta chili scarsi, ma la statura fuori media e le gambe a penzoloni mi creavano seri problemi, rozzamente le urtai contro i vasi ornamentali posti fuori all’ingresso, obbligato, così, a scenderla per aprire l’uscio, chiudendosi subito dopo dietro di noi con un tonfo sordo.
      >Grazie, grazie per quello che hai fatto< (L)                                          
       Bisbigliava appena, tenendo la testa reclinata sulla mia spalla.
      >Quante storie, ti ho solo preso un attimo in braccio, pesi un casino, sai!< (G)
      >No per quello, è per prima,  là< (L)
      >Su su, basta con le fesserie!< (G)
      Seria, mai vista così. Volevo sdrammatizzare l’accaduto, visibilmente turbata, bianca in volto nonostante la carnagione scura da perenne abbronzata.
      >Hai rischiato la vita per me, nessuno l’ha mai fatto!< (L)
      Isterica, parlava scatti, a breve sarebbe svenuta, la presi in tempo. Coricata sul letto con doppio cuscino sotto la testa, le bagnavo la fronte col mio fazzoletto, le gocce solcavano il volto come rigagnoli, un viso dalla bellezza sconvolgente, la                                                                                             
      sua intimità scoperta, una nudità che mi metteva sottosopra ma non sessualmente, cosa diavolo mi capitava? Magari saperlo, la fissavo.
      Il suo respiro normale mi tranquillizzava, solo passata dallo stress al sonno ma preferivo che aprisse gli occhi, che parlasse.                                                                                              
      Versai dell’abbondante aceto balsamico sullo strofinaccio della cucina, quello usato per asciugare i piatti, passandolo con insistenza sotto le nari più volte, tornava in sé, le dava fastidio l’odore acidulo e si sfregava il naso, attimi eterni, finalmente aprì gli occhi, di botto, grandi, neri, tondi e stupendi, balbettò.
      >Sono svenuta?< (L)
      >Secca!< (G)
      Sembrava calma e respirava regolarmente, il pallore lasciava spazio al suo colorito naturale.                                                                                  
      >Mi sento intorpidita e tutta rotta!< (L)
      >Normale, sei stanca, le emozioni non sono mancate!< (G)
      >Mi porti a casa?< (L)                                                                                                 
       >No, tu resti qui stanotte!< (G)                                                                            
       Con fare risoluto, tutto di un fiato senza pensare l’avevo detto, e nel dirlo mi stupivo di quello che affermavo, per niente volevo dire "quello". 
       Lupe, da quando ci frequentavamo, mai si era fermata tutta la notte a casa  mia, mai! Rimase sbalordita pure lei della decisione, la prima volta che accadeva, c’è sempre una prima volta nella vita di tutti noi.
      >Io, rimango qui?< (L)
      >Certo!< (G)                                                                                                
      Affermai senza indugio, a guaio fatto, tanto vale andare fino in fondo.
      >Wahou!< (L)
      Esclamò allibita e sconcertata con un’espressione tutta da vedere, buffa, incredula a quello che sentiva, gran novità per lei e per me, rizzandosi seduta sul materasso più agile di una gatta facendo volare il top dalla sponda opposta del letto mostrandomi due tette da urlo, si mise sotto le lenzuola e pudicamente tolse la gonna, solo quella perché niente altro indossava da togliere, poi, fottendomi il cuscino, si addormentò, una sua abitudine dormire con due cuscini, erano molte le cose da scoprire di quella donna troppo frettolosamente etichettata e da tutti giudicata, me compreso.
      La riguardavo per la seconda volta, dubbioso di me stesso.
      Faticavo a capirmi, i punti fermi, i miei paletti saldamente piantati, le distanze prese, cazzo, possibile che mettessi in discussione il tutto senza nemmeno fiatare?
      Misuravo la stanza a lunghi passi, su e giù, grattandomi la zucca da rognoso, decisi per una bella doccia rigeneratrice, chissà, magari mi schiarivo il cervello, ma oltre al freddo e il piacere di lavarmi tutto rimase come prima, le mie idee erano frenate senza trovare alcuna giustificazione a quello che avevo detto e fatto, il bello che neanche andavo su di giri. 
      La osservavo con insistenza mentre mi asciugavo, all’ultimo grado della libido maniacale perversa, troppo fica quella venere caffèlatte, immaginandola nuda sotto le lenzuola che mollemente delineavano le sue forme di donna, perfette, sinuose, così seducenti e accattivanti da mozzarti il fiato ogni qual volta la vedevi svestita o immaginavi un amplesso con lei… e cazzo che prontezza di riflessi nel venirmi a prendere, e che retro fulminante!                                                                                         
      I confini si sovrapponevano indistinti, labili, mi affascinava, difficilmente saprei dirvi se ero attratto più da lei o da quello che aveva fatto o che  potenzialmente capace di fare. Per la prima volta scoprivo un suo profilo diverso, e la cosa mi preoccupava notevolmente, scatenando l’oscuro mondo dei miei irrazionali squilibrati, eterni, perché.
      Dormiva o faceva finta? Se fingeva, fingeva veramente bene, poi vidi che riposava profondamente, azzardai timidamente a riconquistare il mio cuscino, al tentativo lo strinse più forte contro il viso, tenendo il pollice della mano stretta a pugno vicino alle labbra, piegato a succhiarlo, una bambina un po’ cresciuta, aveva delle gran belle mani con unghie da gatta, inverosimilmente lunghe e curate.
      Continuavo a fissarla tormentato, cazzo, l’avrei stuprata nel sonno, mi sballava quella gnocca, del tutto fuori di mela e con una erezione in atto.
      Se la mia depravazione sconfinava oltre il limite del lecito, tranquilli, mi calmai diversamente, sbollendo la mia sessualità con una più che generosa dose di bourbon e zucchero di canna, alcune tartine al salmone, gelide di frigo, del giorno prima; tra una minchiata e l’altra avevamo entrambi saltato la cena.
      Il sonno tardava a venire, ripensavo, ora, a mente fredda, all’accaduto e alle possibili conseguenze; mentalmente ricostruivo la scena nei minimi particolari, di scovare qualsiasi insignificante elemento che potesse condurre a noi, lì, stanotte… *belin che situazione di merda!                                                                                                
       E se qualcuno avesse visto e preso il numero della targa? Di casino se ne era fatto parecchio, i troppi “se” facevano  stringere il culo, ma via, improbabile, troppo buio, e poi in quel parapiglia, Lupe, aveva dimenticato di accendere i fari e quella zona del porticciolo è male illuminata, no, impossibile.                                                                                                                                                         
      Volevo autoconvincermi che fosse così.
      E lo stronzo? Sicuramente leggeremo la notizia di cronaca sul Secolo XIX domani mattina, i reporter avrebbero ricamato fiumi di parole sull’accaduto, già immaginavo l’articolo a lettere cubitali, un paio di colonne riportate in prima o al  massimo terza o quarta pagina, con rinvio all’interno.                                                                              “Mistero, drogato picchiato selvaggiamente a sangue nel Tigullio, gli inquirenti indagano, chi e perché?”                                                                                                      
       Di sicuro avrebbero istituito posti blocco extra e controlli più accurati, cazzo, anche se una novità scontata si trattava pur sempre di droga con tutti gli annessi e connessi.                                                                                                                                              
      La prudenza elargiva i sui consigli, tranquilli a cuccia e di usare la macchina neanche a parlarne, al limite pigliavamo la moto, meglio che si calmassero le acque.     Anche se avevo reso, secondo me, un servizio alla comunità nel menare quel rifiuto umano, sarei stato accusato alla prima istanza in ogni caso, anche se motivato dalla legittima difesa.                                                                                              
       I meandri della legge sono bizzarri e arzigogolati, serviva un avvocato di parte, si doveva dimostrare, testimoniare e tutto l’iter che ne scaturiva, un bel casino. L’ennesimo fiume di  “se”, di pensieri, di congetture condite da preoccupazioni, arrotolai la coperta a mo’ di cuscino nel tentativo di prender sonno, ben convinto a ristabilire l’equilibrio maschilista, mai detto che una donna si fottesse il cuscino, senza faticavo a prendere sonno, accidenti di Lupe!
      Colpa della mia cazzoneria, comunque.
      La mezzanotte suonava dalla pendola del soggiorno, in nessun modo ristabilii l’equilibrio, addormentandomi sul ciglio del materasso sorridendo da finto incazzato, lei spaparanzata con le gambe a forbice occupando tutto il letto.
      Beffato, nemmeno per sogno andava bene, no.
      Un odore buono, aroma di caffè e crostini tostati appena fatti proveniva dal tinello, con gli occhi ancora chiusi tastai il posto vicino al mio, vuoto, Lupe già alzata, ancora sonnacchioso sbirciai la sveglia digitale, lei sei!
      Minchia, oltre a fottersi il cuscino stravolgeva pure le mie abitudini “dormifere” questa accidenti di donna, e io che volevo tirala tardi, almeno fino a mezzogiorno.           Statuaria, a piedi nudi seduta sulla sponda del letto con le gambe appena incrociate, indossava, quasi chiusa, la mia camicia della sera prima bagnata sulle spalle dai capelli freschi di doccia, larghe macchie sul petto divoravano il tessuto, che rapidamente sfumava dal bianco al trasparente incontrando capezzoli già su di giri, un sorriso disarmante:
      >…ngiorno, la colazione!< (L)                                                                                                                 
       Esordì cinguettando, chiassosa come una cinciallegra appena uscita dal nido. Caffè, crostini, marmellata, servito da una bella figa, che potevo dire, niente e neppure incazzarmi, limitato a un biascicato baritonale rauco:
      >Uhm, cosa fai già alzata?< (G)
      >Mi alzo sempre presto, a casa, aiuto mamma nelle pulizie prima che vada al bar< (L)
      Mi porgeva il vassoio di peltro che io neanche sapevo di possedere, lei, già reggeva la sua tazzina.
      >Dai, aspetto te, spicciati che si raffredda!< (L)
      Ordini, lei ordinava, a me, in casa mia!
      Sbirciavo oltre le sue spalle con difficoltà, un busto slanciato, ben fatto, con spalle larghe modellate da nuotatrice.
      Un tornado, passato il ciclone Lupe in cucina, senza la minima traccia del casino lasciato la sera prima con Fausto, tutto perfettamente a posto.
      >Ho messo i calzoni a bagno, erano macchiati di sangue< (L)
      >Fatto altro?< (G)                                                                                    
      Insinuai canzonatorio, sfottendola.                                                         
      Estranea, neanche mi cagò di striscio, continuando compita, col mignolo all’insù, a sorseggiare il caffè pizzicando con garbo i crostini imburrati spalmati di marmellata al ribes.                                                                 
      La fissavo attentamente da curioso, masticava senza fretta a piccoli morsi, mettendo in bella mostra un’arcata lineare bianco latte in una bocca larga e carnosa, labbra girate all’insù, provocanti, sulla guancia sagomava un lieve gonfiore nel pulirsi i denti con la lingua, si accorse di essere spiata.
      >É da un po’ che mi osservi, cosa c’è?< (L)
      Inflessione appena stizzita, detestava l’essere osservata troppo a lungo, una permalosa nata.
      >Nulla, stavo solo osservando la tua bellezza< (G)
      Ma che cazzo stavo blaterando, neanche avessi fatto colazione con l’intera raccolta di Harmony, più sdolcinato di un cucchiaio di miele! Anche se irascibile, pur sempre donna e sensibile alle rose, ai complimenti, guardò stupita con occhi da micia. Socchiusi brillavano provocanti, un sorriso attraente, mi tolse la tazzina vuota dalle mani e posò il vassoio sul comodino, lentamente sbottonò le poche asole della camicia, cadde svolazzando ai suoi piedi offrendomi il suo splendido seno. Due bocce da bowling a una spanna dal viso con macchie marroni al centro, deglutii eccitato più volte, reggendo entrambe le coppe da sotto, sfiorandole i capezzoli scuri che rapidamente s’inturgidivano, iniziai a baciarli, suggendoli piano, prima l’uno poi l’altro, di continuo, con decisione.
      Un gioco erotico snervante per entrambi, la punta della lin-
      gua scorreva lenta e inesorabile, stuzzicandoli, tesi e gonfi di
      desiderio, li strizzai con energia tra pollice e indice facendola sospirare di piacere in un gemito solo accennato.
      Leggera, la sua mano muoveva sul mio sesso acceso, subito  lenta, poi sempre più veloce e intesa, si chinò sull’inguine solleticando il bacino con i capelli ancora umidi e con dolcezza cominciò a farmi godere. Socchiusi gli occhi fino a chiuderli.                                                                                          
      Divino, il mio essere, tutto il mio corpo immerso in quel piacere indefinibile, estatico, tra stordimento convulso e dolore,  solo chi ha provato può capire, nessuna frase o parole sufficienti a descrivere quegli attimi, sempre troppo poche.
      Sì, avvampavamo di desiderio entrambi ma sarebbe stato diverso, senza sconfinare nella violenza sessuale della sera precedente, differente da tutte le altre volte che avevamo scopato.
      Esploravo quelle gambe vellutate senza fretta, piano piano, godendone al tatto delicato e morbido, caldo, della pelle liscia; con malizia le schiuse leggermente, giusto quel tanto per dare spazio alla mia mano curiosa, sussultando quando lambii la sua intimità oramai umida e bagnata, mentre, china su di me, aumentando d’intensità chiudeva le labbra con prepotenza attorno al mio sesso, morivo.                                                                                 
      Riprese fiato senza alzare la testa, sussurrò:
      >Vuoi così?< (L)
      >No, vieni sopra< (G)
      Abile, ben capiva che ero allo stremo, all’ultimo grado delle mie possibilità, aveva esagerato di brutto, prima, nelle sue effusioni orali, ora stringeva il glande in una morsa ferrea, spasmodica, lo sentivo pulsare all’impazzata pronto a  esplodere da un momento all’altro, eccitata, sapeva cosa l’aspettava e già godeva. Un coito con orgasmo da coccolone cardiaco, cavalcava incontrollata sfogando la sua libido irriverente sul mio bacino, lasciavo fare senza oppormi, tenendo in serbo il meglio di me, riservandole in pochi attimi un finale degno della sua sessualità. La girai sottosopra con forza, affondando ripetutamente il mio sesso nel suo, gemeva, implorava senza logica di smettere e di continuare, neanche l’ascoltavo, perso il controllo del mio corpo esplodevo in lei.
      Urla di piacere a tempo senza ritegno, esausti, ancora nella morsa dell’amplesso, godevamo del nostro “dopo”.    Scivolata di lato, osservava, ora lei a studiarmi col braccio stretto in vita, cingendomi fin dove poteva arrivare, sospirava a fondo, ruppe quel silenzio carico di misticismo per prima.
      >Cosa ti è capitato, Gio, mai hai scopato così!< (L)                                   
      Lo chiese da seria.
      >Smetti di fare la curiosa Lupe, è successo< (G)
      >Accadrà ancora? Lo vuoi?< (L)                                                                
      Dolce, da bimba ingenua, desiderava ardentemente un sì.
      Un lungo silenzio senza risposta, lì,  appesa nell’aria doveva solo cadere, entrambi impacciati come se la nostra conoscenza carnale nascesse in quel momento per la prima volta.
      Aderiva al mio fianco in tutta la sua lunghezza, percepivo ogni attributo femminile premere contro, un mix di tatto e olfatto, odore di umori, di sesso fatto misto a sudore, lezzo inebriante, i nostri corpi ne erano pregni.
      La mia natura feticista si manifestava per l’ennesima e non ultima volta nell’adorare l’essenza donna, mai, eravamo stati così intimamente uniti per lungo tempo senza la fretta di rivestirsi e tornare ognuno a casa propria, uno star bene in coppia che concedeva spazio alle confidenze post sesso, si sentì autorizzata, in dovere di chiedere.
      >Pensavi veramente quello che hai detto ieri sera?< (L)
      >Ero bevuto, chissà  perché ti ho offeso in quel modo!< (G)
      >Beh, io ti ho dato del bastardo!< (L)
      >Allora siamo pari< (G)
      >Nemmeno io lo pensavo, ma lo sei bastardo?< (L)
      >Che vuoi dire Lupe?< (G)
      >Nei miei confronti, ti senti bastardo o no?< (L)                                                      
      Bella domanda, precisa e diretta, come agli esami di maturità classica dove ti prepari su tutto, ti senti in una botte di ferro, e poi il classico quiz del menga che ti stecca.
      Chiuso nell’angolo senza uscita, dire la verità o fingere, ora, arduo distinguerne i confini. Tacevo.
      >Gio?< (L)
      >Sì?< (G)
      >Ho detto una cazzata, lascia andare< (L)
      Allungò la mano confidenzialmente sul mio “lui”, una stretta delicata, accoccolò la testa sulla spalla, silenziosa prese sonno con la sua preda tra le dita.
      La mia mente vagava nell’iperspazio dell’indefinito, idee, pensieri, congetture, pensavo, a cosa difficile dirlo perché neanche io lo sapevo, ma pensavo, a tutto e a niente, al mio modo di fare, di ragionare, di giudicare, troppo spesso mi lasciavo andare in termini pesanti, puttana e zoccola, ma chi ero io per giudicare così?
      Due teste su un cuscino e il letto diventato improvvisamente enorme da quanto poco spazio pigliavamo, così avvinghiati l’uno all’altro.
      Potevano essere circa le nove quando mi svegliò, a modo suo, solleticandomi le labbra con l’indice, unghie da gatta.                                     
      Seria, girata sul fianco.
      >Ci staranno cercando?< (L)
      >Forse sanno chi siamo? Impossibile risalire a noi!< (G)
      >Ne sei certo?< (L)
      >Ho analizzato ogni possibile elemento, ieri sera, mentre  dormivi pacifica sul mio cuscino< (G)
      >Sicuro?< (L)
      >Più che sicuro!< (G)
      Sempre più seria e dubbiosa, titubante, come una birba che medita di rubare i biscotti in cucina dalla madia, paurosa di farsi scoprire.
      >Possiamo usare la spider?< (L)
      >No, meglio la moto< (G)
      >Bella idea, io come faccio? Vestita così!< (L)
      Ben lontano dall’essere un rimprovero, aveva perfettamente ragione e il tempo stava peggiorando, sembrava dovesse piovere da un momento all’altro. Il senno l’avevo perso, pronunciai quello che mai avrei dovuto dire, errori su errori.
      >Ti va di passare qualche giorno con me, qui?< (G)
      Troppo tardi per fare tacere la mia boccaccia malefica, andavo a ruota libera o inconsciamente tutto calcolato. A priori, già deciso che in quella settimana sarei partito, quindi non complicavo le cose più di tanto secondo la mia logica, e il fatto che fossi così permissivo con Lupe, beh, lo prendevo come scotto da pagare nei suoi confronti per l’idea sbagliata che mi ero fatto di lei. Il mio credo restava, comunque, sempre quello; sesso, tanto sesso e senza intralci sentimentali, avevo già i miei bei problemi da sbrogliare senza bisogno di crearmene nuovi.          
      Scommetto, che fino a questo momento eravate illusi che fossi cambiato, vero?                                                                                   
      Sbagliato!                                                                                          
      Sempre stronzo e più di prima il Bonfi, fare il pieno di sesso prima di partire mica appariva un’idea così malvagia.
      “Vieni!”, e spalancavo il guardaroba in camera, capì al volo nel rovesciare sul letto tutto il contenuto dell’armadio.                                                                                        
      In tale casino da ambulante del mercato, iniziò la cernita di jeans e maglioni, neanche fosse una gattina che giocherellava cacciando tutto all’aria, poi, misurandosi questo e quello il gioco prese di mano, diveniva d'un tratto una sfilata hard.                                                              
      Vedermela nuda con i seni al vento e jeans a zip aperta, per passare un attimo dopo all’opposto, con maglione e senza pantaloni, attizzava a dismisura la mia fantasia erotica con risultati immaginabili, pareva lo facesse di proposito.                                                                                                                           
      Se io mi eccitavo, lei seguiva a ruota, e tra un vesti e spoglia accadde quello che accadde, lì, nel bel mezzo di tutta quella roba, scopavamo. Con Lupe, difficile prima fare del sesso normale, ora meno che mai con la confidenza ottenuta, autorizzata  a tutto, si trastullava stuzzicandoti a tal punto che eri obbligato a trasgredire, con lei che si prestava a meraviglia ai giochetti erotici più spinti.
      Risoluto e scettico rifiutavo l’idea, ma ben diversa la realtà.
      Scopava in modo insolito, sempre trasgressiva, con impeto ma più intima, più passionale, dolce, metteva sentimento nel suo fare pur dando sfogo a tutta se stessa senza trattenersi, e qualche frase in portoghese sfuggita nell’intimità, mi lasciava dubbioso senza afferrarne il senso completo, pure se lei si guardava bene dallo sbilanciarsi con parole impegnative. 
      Un delicato equilibrio si stava intaccando a nostra insaputa, lontano da come sempre stato e voluto fino a pochi giorni fa.
      Uno spaventa passeri, buffa e sexy nei miei jeans più stretti e sempre troppo larghi per lei, col pull cascante sulle spalle dalle maniche ripiegate, si teneva con scioltezza alla mia vita mentre acceleravo.                                                                                        
       L’infernale bordello dello scarico vuoto *Termignoni quattro in uno,  bianco, della Kawasaki 900, fece compagnia fino a casa di Lupe, dove raccolse in tempo record una marea tra le cose più disparte; maglie, gonne, calzoni, cinture, scarpe e trucchi, profumi, la raccolta di musica-cassette, caricò la borsa sulla Citroen 2CV color sabbia, aprì la capote nera continuando animosamente la discussione con sua madre:                                                                                      
      >*Yo estoy por él durante unos días, que yo llamo< (L)
      Dallo scazzo notevole mi guardò irritata, e con tono perentorio, bilingue:
      >Andiamo, ti seguo, la sta facendo lunga “mi madre”< (L)
      Parlava da sola, in ogni modo, io, l’argomento della discussione tra le due donne. La signora Rubio mal gradiva che la cucciola dormisse fuori casa, temeva il peggio, quello da lei già subito molti anni prima, con la differenza che mai  avrebbe abbandonato sua figlia, qualunque cosa fosse accaduta. Mamma, sapeva tutto di noi, al corrente della pseudo relazione e poca la sua stima nei miei confronti, sopportava.                                                    
      >*Lupe tenga cuidado!< (Mamma)                                                                                              
      Fu la sua raccomandazione pregata, raccolta o no, ma direi più di no che sì. Una bella testa di ghisa Lupe, salì in auto
      esibendosi in una partenza da Formula 1scannando da incazzata furiosa la 2CV, sbracciava dal tettuccio aperto, ero io a seguire lei senza afferrare cosa volesse fare, continuò così fino a casa.
      >Che avevi da gesticolare?< (G)                                                                                                                                                                                    
      >Ero incazzata con mia madre!< (L)                                                           
      Sparò furibonda. Follia allo stato puro, abdicai a capire.
      Nuvolosa, peggio del vicino temporale, rannicchiata in un  angolo del divano con le gambe incrociate e i piedi sul cuscino, astratta senza interesse, guardava fuori da sopra alle ginocchia  le  prime gocce d’acqua che schizzavano i vetri, premonitrici di una lunga domenica uggiosa.                                                                                      
      >Ehi!< (G)
      >Lasciami stare!< (L)                                                                                
       Replicò più acida di un limone. Mi fumavano i coglioni ma cercavo di trattenermi, io invitata, mia ospite, ok, nulla però escludeva che la mandassi a dar del culo per direttissima e con la borsa fuori dalla porta. “Calmo Bonfi, stai calmo” ripetei in silenzio contando fino a tre,  neppure per convincermi ma per sfogarmi. Forse per l’espressione da toro incazzato, poco invitante e pacifica, si giustificò al volo correggendo il tiro.
      >Scusa, Gio, non volevo essere sgarbata, e proprio con te!<(L)
      Una bella ruffiana intelligente, feci finta di niente buttandola sullo scherzo.
      >Scuse accettate ma la prossima volta paghi pegno< (G)
      >Quale?< (L)
      Ribatté  leziosamente, provocante, alzandosi in modo ben poco ortodosso, facendo notare di proposito ciò che mai portava, brusca, scostò le ballerine blu vicino al divano, passo felpato in punta di piedi nella finta di sgranchirsi, contraeva ogni muscolo del corpo risaltandone le forme.
      Vestita, più provocante che nuda, lo sapeva, sapeva di essere una figa e giocava bene le sue carte.
      Sì, figa e stuzzicante nel mini vestito di cachemire in pura lana duvet grigio peloso, buttandomi le braccia al collo.
      >Perdonata?< (L)                                                                                         
      Talmente mielosa che in confronto il miele risultava amaro.
      Baciava, un bacio diverso, caldo, appassionato, senza la familiare irruenza sessuale distruttiva, molto più carnale e coinvolgente, convinto che saremmo finiti in branda, logica supposizione, restai stupito della sua reazione, fermò la mano con grazia, togliendola dalle chiappe.
      >Devo preparare il pranzo, Gio, o vuoi digiunare?< (L)     
      >Dopo?< (G)
      >Abbiamo tutto il pomeriggio, no? Fuori piove!< (L)                  
      Ammiccò sensuale alla stanza da letto, da finta seria.
      Le sue promesse velate mi tenevano sulla corda, anelando quel corpo da dea, rendendomi conto che solo sua la decisione a farsi scopare e non la mia, lei dirigeva il gioco.
      Si disbrigava con facilità tra pentole e fornelli,  preparando in un lampo della carne marinata al brandy e capperi, e come primo spaghetti saltati in padella con acciughe.
      Tutto semplicemente delizioso.
      Scoprivo le sue qualità a poco a poco, rivelandosi ben oltre a quelle carnali che stranamente passavano in secondo piano.
      Conversazione da vecchi amanti, come fossimo una vera coppia con un futuro tutto nostro davanti a noi, parlottando del più e del meno, spingendosi in discorsi seri e impegnativi, il lavoro, la politica, scherzando di noi sul sesso fatto con battute allusive e piccanti, spesso mi prendeva la mano e la stringeva con tenerezza.
      “Attento Bonfi”, diceva una vocina, s’inizia sempre così, il momento era quello ideale, magari vi baciavate pure e tu fesso ci cascavi, una parola tira l’altra, finivi per dirle che eri innamorato di lei, che ti piaceva,  e così via.                                                                                 
      No, mai sarebbe accaduto, ero così certo di me.                                                                                           
      Quella domenica pomeriggio trascorse all’insegna del sesso, scoprivamo i nostri limiti quando la sera ci beccò ancora nell’intimità alle ultime battute di una ghianda da urlo.
      >Mi piace come hai scopato!< (L)
      Sicura di sé, andò a farsi la doccia, la seguii rifacendomi gli occhi spiando l’impudico oscillare delle sue natiche alte  e sode, invitanti.                                                
      Lupe apparteneva a sé stessa, sola e selvaggia, senza padroni che non volesse lei. Dolce e spregiudicata, teneramente aggressiva, Lupe non ne aveva uno solo, ne aveva mille di caratteri, uno incastrato all’altro come tante Matrioske strafiche con due tette così. A volte sembrava la creatura più fragile della terra tramutandosi nella donna spietata tipo Far West, pure un po' stronza, la mattina dopo si svegliava femminista arrogante con dentro la forza di *Nightnigale, poi era diva d’élite, salottiera, tipo donna gialla dei Ferrero Rochers o ragazza grissino, fine, dolce, agnellino, intellettuale con occhialini lennoniani che sverna in biblioteca, per scatenarsi nell’irresistibile tipa che quando balla distrae anche il DJ, e sì che loro ci sono abituati a vederle agitarsi scrollando tette e culo, eppure, in ogni suo personaggio riusciva sempre a essere originale e rimanere inconfutabilmente se stessa.                                                                                                                                           
      Conoscevo Guendalina più in quei giorni che si passarono assieme che in tutto il tempo trascorso finora.
      Ironica, frizzante, simpatica, stronza:                                                                      
        Lupe la “simpatironica”.                                                                                                                                                 
       Distrattamente guardavamo la TV, più presi a fare casino con un raspo d’uva e i suoi chicchi che andavano un po’ da tutte le parti, figuratevi dove, che a seguire il programma stesso.
      >Prendo la Land a Genova, domani, vieni?< (G)                                               
       >Se proprio vuoi, pensavo di mettere un po’ d’ordine, qui, visto che parti, ma parti veramente? Quando?< (L)
      A denti stretti, però, senza farlo notare, un filo di amarezza in quella domanda di cui conosceva la risposta da tempo.
      >Entro fine settimana, venerdì o sabato< (G)                                                          
      Risposi con stronza noncuranza, sapevo di fare male e molto.
      Incassa il colpo dandosi un contegno indifferente, ci prova, troppo fiera e permalosa per ribattere.
      Zitti voi, lettori… aspettate a giudicarmi, volevo, dovevo rispondere così, a quel modo e con quel tono. Un passo a ritroso negli anni; una simile scena già ripetuta e finita a schifio per quella donna, spengo l’interruttore dei ricordi, duole dentro ricordare.                                                                                     
      Vicini ci addormentiamo, lei stuzzica ancora un poco ma le sue attenzioni nel pomeriggio mi hanno esaurito, smette.                         
      É sua consuetudine e devo abituarmi, abitudine di pochi giorni , intanto lei si alza all’alba e per quanto la voglia tirare alle lunghe, tra doccia e colazione, alle otto sono già pronto e di ritorno a piedi dall’edicola.  L’indecisione di prendere la TR6 per andare a Genova e ritirare la Land è alta, scorro, più per farmi coraggio che altro, la notizia di cronaca del “nostro fatto” sul Secolo XIX del giorno prima, un trafiletto di tre colonne: ” ... N.V. anni quarantadue, di Casarza Ligure, incivilmente picchiato, riporta trauma cranico, lesioni mascellari e al costato, ricoverato presso il Pronto Soccorso di Santa Margherita Ligure.  Gli inquirenti indagano, ignota l’aggressione. Si batte l’ambiente della malavita, nessun sospetto emerge. Ancora la droga fa da scenario alla brutalità… e gente incivile che picchia persone inermi e malate…”                                                                             
       Questo, quanto si leggeva.
      >Morisse, dannato tossico!< (G)                                                              
      Digrignai da incazzato, buttando il giornale sul divano.
      Mugugnavo tra i denti, tutta colpa sua sto casino, noi volevamo solo scopare per i cazzi nostri, vallo a spiegare!
      Tossici, smisurato il mio odio per loro all’ennesima potenza, e c’era chi li proteggeva e dava ragione, avrei voluto vederlo quel reporter della minchia trovarsi nelle mie condizioni, magari con la moglie, e cazzo, si permetteva di giudicare, che ne sapeva dalla caga presa? Un culo così gli avrei fatto!                                                          
      Ben lontano dall’essere “razzista”, neri e gialli potevano tranquillamente accomodarsi al mio tavolo senza nessuna riserva da parte mia, ma finocchi e drogati no, proprio mi riusciva difficile sopportarli, li reputavo una razza inferiore e meschina, viscidi, gli avrei eliminati tutti, se poi, per caso, incocciavano sul mio cammino ero tutto per loro, a modo mio. Passi pure per i gay, pazienza, è uno scherzo di madre natura contro volontà, quindi un pelo più benevolo lo ero se fermi e bravi al loro posto senza intaccare la mia sfera, al sottoscritto piacevano solo le donne. Dovevo assolutamente prendere la Triumph e scendere a Genova, i Fratelli Fasce aspettavano in officina per la consegna e spiegarmi le modifiche apportate alla jeep, poi chiudevano per ferie e rimaneva solo il custode del parcheggio. Cazzo, e chi si fidava, il culo stringeva, la mia era una macchina  particolare e pochissime quelle in giro, poi quel sigaro nero come la chiama Fausto con tanto di capote beige, una firma d’autore.                                                                                                                         
      Machiavellico lavoravo di mente, improvvisa l’idea, caricarla su un carro attrezzi dell’ACI, a eventuali posti di blocco poteva passare inosservata da quanto palese così in mostra, tanto lampante quanto ovvia la mia psicologia  spicciola applicata ai tutori dell’ordine preposti. Forse mi preoccupavo inutilmente ma sempre meglio andarci cauti, becco al volo sull’elenco telefonico il numero verde ACI, chiamo, quaranta minuti ed erano sul posto, un carro di servizio é già in zona, a Chiavari, ok, confermo l’indirizzo e torno a fare colazione, buono, ottimo caffè con la schiuma tipo bar, ci sapeva fare la piccola. Continuavo a lambiccarmi il cervello perché dovesse sempre indossare una mia camicia, ora che aveva la sue, mi ronzava attorno come un’ape sul miele, sapevo benissimo dove voleva parare, anche se avevamo già fatto sesso fin dalle prime luci dell’alba. Difficile farla smettere mentre trafficava con…fate un po’ voi.                                                                              
      >Lupe arriva il carro, ora!< (G )                                                                      
      >Tardi molto?< (L)                                                                                              
      Era di una dolcezza disarmante.
      >Primo pomeriggio, evita di aspettarmi a pranzo< (G)
      >Io aspetto!< (L)                                                                                            
      Rimandò impertinente la mocciosetta.
      >Fa come vuoi< (G)                                                                                                      
      Risposi seccato, voltandomi di spalle. Il claxon bitonale del Soccorso ACI mi diede ragione, giunto in anticipo, suonava per farsi alzare la sbarra. Consueto modulo da compilare, problemi all’avviamento, dichiarai sulla bolla nello spazio apposito del destinatario, un cenno a Lupe che stava accecando l’autista con tutto quel ben di Dio in esposizione; tolta la mia camicia rimase in babydoll azzurro, e dire trasparente era offendere i fantasmi, parola.
      Autostrada scorrevole con poco traffico, alle dieci in punto eravamo allo svincolo di Genova Est, uscita Marassi-Stadio, l’officina dei Fasce, in Corso Sardegna, era vicina.
      I Fasce, due personaggi mica da ridere, i miei guru, tutto quello che sapevo sulle auto era merito loro.     
      Molto prima dei fatidici diciotto anni, mi avevano istruito alla perfezione nella difficile arte di guidare, forte e bene, su strade bianche dall’aderenza precaria. Un’amicizia solida, trentennale; mio padre cliente di vecchia data e portava la sua Bmw 733i Ferraris per la manutenzione, li conoscevo da quando avevo l’età per ricordare. Entrambi meccanici con le palle e rallisti sfegatati, avevo da loro ereditato la smania delle vetture da competizione, sbavando lussurioso alla vista delle ” Lancia Fulvia 1,6 HF fanaloni”, una di loro proprietà e la  seconda di Sandro Munari, se qualcuno lo ricorda, un mito di allora e generazioni future.                                       Cari come il sangue, assecondavano ogni mia stranezza meccanica, basta che la reputassero giusta, altrimenti nisba, potevi attaccarti al tram se la “cosa da fare” non la  vedevano, stai pur certo che potevi cambiare meccanico, due crape toste, duri di comprendonio come l’acciaio temprato.
      Le mie pretese, anche le più estrose, concordavano quasi sempre con la genialità dei fratelli, io prospettavo e loro elaboravano, anche questa volta, preparandomi una Land Rover 109 diesel spettacolare. La bagagliera proveniva in eredità da *Ronfolona e così la batteria di Cibiè alogeni da quattrocento watt montata sulla stessa, paravacche tondo, artigianale, con piastra supporto per verricello Warm elettrico da dodicimilacinquecento libbre, potevo trainare un TIR a pieno carico. I serbatoi ausiliari della nafta ulteriormente maggiorati, due da cento litri ai lati, sottoscocca, con pompe di alimentazione separate azionabili dall’abitacolo, oltre al serbatoio principale e dieci taniche da venti litri cadauna sul tetto, in tutto quattrocentottanta litri di autonomia, pazzesco!
      Rinforzata sulle balestre con fogli supplementari e molle indipendenti rialzate di circa dieci centimetri, era in grado di superare qualunque ostacolo disumanamente impossibile.
      Una vera nave del deserto, che per similitudine e affinità con i *cammelli sahariani, fu battezzata con l’altisonante nome di  La Meharien, una storpiatura grammaticale mixata arabo francese a significare “La Cammella”.
      Era un’epoca pioneristica, la mia, dove si andava per intuito, prove e tanta volontà. Un lavoro eccelso, se considerato che era tutto un taglia e salda, mica come ora che con qualche clic del mouse trovi di tutto e di più, i Fasce creavano dal nulla unicamente a mano, veri artigiani di cui si è persa l’essenza, purtroppo. La Meharien era già in ordine di marcia, caricata di tutto punto, solo fare il pieno di carburante e potevo partire all’istante;  smaniavo dalla voglia di provarla, anche se prima obbligato a sbrigare alcune cose impellenti relative il lavoro e mio fratello. 
      La mattinata pianificata, ricovero della TR6 e ritiro Land, poi andavo in ufficio a salutare mio fratello, con l’intento di consegnarli a  brevi mano le procure di vendita fatte a suo favore dei miei beni personali e della ditta. Ripetevo le stesse cose fatte anni fa, solo aggiunto la parte che mi spettava d’immobili, lasciando a lui il compito di realizzare la vendita al meglio, caso mai non facessi più ritorno, e vi garantisco, mica così facile a farsi come scrivo, conseguenze a parte.
      Così alto mi sentivo strano su quella jeep, forse i Fasce avevano esagerato un poco nell’assetto, a giudicare da come guardavano gli automobilisti di passaggio.                           
      Esagerato e stavo bene così, io, nell’esagerazione in ogni mia manifestazione, in bene o in male, senza mezze misure ipocrite che detestavo.
      L’incontrarsi senza storia con mio fratello, i ragionamenti di sempre al Bar Molinaro, “dove vai e perché, pensaci”, discorsi triti e ritriti, che tra un Negroni e l’altro lasciavano il tempo
      che c’era, la mia idea restava comunque e solo quella: partire.
      >Salutali tu Pa’ e Ma’, sai, di vederli, le solite cose…< (G)
      >Certo, tornerai?< (fratello)
      >Chissà, per ora parto, poi… poi si vedrà< (G)
      In quel “poi si vedrà”, che voleva dire tutto e niente, era ipotecata la mia vita in senso vero, consapevole che mi ficcavo per l’ennesima volta in un vespaio, ma la posta in gioco meritava ben quello che stavo facendo. Se non esaltazione  alienata questa, beh, difficilmente saprei definirla altrimenti, e chi avrebbero fatto la stessa scelta? Senz’altro quelli come me, sì, anche senza conoscerne neanche uno, tranne “io”.
      La malinconia pressava pesante, l’ultimo sguardo a Via Rimassa, al mio ufficio, al capolinea del 20, al Molinaro che metaforicamente in parte mi apparteneva, fosse solo per gli innumerevoli drink e pasti consumati, quell’aria greve puzzolente di gas di scarico, quello smog, la mia Genova, lasciavo una vita in quella strada, una parte della mia esistenza che andavo volontariamente a cancellare con un colpo di spugna.                                                                                                                                   Pazzo incosciente                                                                                                          
       Quella ipotetica spugna pendeva da dietro le mie spalle pronta a cadere, non l’avevo ancora gettata, il tempo senza importanza, subito o poi, ma ancora in mano mia.                                                                     
      Ricordi, si può vivere di ricordi?
      La Meharien imponeva una guida particolare, tecnica e per niente intuitiva, l’avevo notato subito mettendomi alla guida, e per saggiarne le qualità decisi per l’Aurelia piuttosto che l’autostrada. Ideale la statale della Ruta, un perfetto banco di prova tutta curve e tornati per familiarizzare con la nuova nata. Delusione! Alle prime curve di una certa importanza, dondolando come un’altalena, tendeva mostruosamente a invadere la corsia opposta, cazzo, e chi la guidava! Fermo poco dopo Nervi, giravo intorno a quel problema di ferro e gomma senza capire cosa andasse storto, troppo alta? O sbagliavo io a guidare nell’impostazione delle curve?
      Reduce dalla guida di Ronfolona, un fuoristrada docile, il gigante buono che permetteva ogni oscenità di guida, ottimo 4x4 con caratteristiche e comodità da berlina di lusso, e ora questa Land, talmente specialistica che mal digeriva le curve e l’asfalto, dovevo cambiare stile di guida e affezionarmi a lei, proprio come con Ronfolona, senza sentirla mia avrei percorso ben poca strada, una delusione intima, la mia, come quando ti molla una bella donna e tu ne sei cotto, minchia, ancora dovevo innamorarmi di “questa” che già mi lasciava.                                                                                                                              
       Di là delle mie congetture, avrei comunque telefonato ai Fasce, subito, mi urgeva un telefono.                                                                                                                             
      Il solito bar che non trovi quando ti serve e quando lo trovi il solito stronzo che litiga con la moglie mettendo gettoni a raffica, neanche fosse una slot, aspetto, e finalmente riesco a  chiamare mettendolo alla corda senza troppi preamboli.
      >Fasce, ciao, Giorgio. Tiene un cazzo la strada, allarga e sbanda, che minchia può essere?< (G)
      >Normale e prevedibile, lo immaginavo, impara a portarla senza arrivare sotto curva e sterzare come fai normalmente, devi anticipare, pennellare dolcemente continuando a dare gas, su asfalto; in fuori strada la musica cambia, precisa e reattiva come piace a te, tranquillo, fidati!< (Fasce)
      >Mi fido, cazzo, ciao< (G)
      Mi fidavo poco convinto. Lentamente, con calma, assaporando il gusto forte del tabacco, fumavo la mia Marlboro e guardavo La Meharien, sottono le chiesi: “Diventiamo amici?”.                                                                                                   
      Solo ferro e gomma e certamente senz’anima, pareva avesse capito, un paio di chilometri come diceva Fasce e cambiò totalmente, stava in strada, alla fine eravamo amici, un feeling che durò quattro anni senza mai tradirmi, neanche una volta.
      Le tredici passate, traffico intenso con notevoli rallentamenti, c’è chi, coglione, posteggia a lato della statale, peraltro stretta, la solita storia di sempre quando esce un barlume di sole. Leggera tramontana, una luminosa giornata senza smog, di quelle rare per essere in città, ventilata e fresca, al sole si stava divinamente.  Da sempre un rito, i genovesi tutti, dal libero professionista all’impiegato, assaltavano come formiche impazzite i lidi tra Corso Italia e Nervi, Capolungo e Bogliasco, dieci chilometri di scogli senza sabbia a picco sul mare con passaggi ripidi buoni per le capre.                                                                                                                      
      Quante volte, un’eternità, avevo perpetuato quel culto, filando come un matto per trovare uno straccio di parcheggio proprio lì vicino e rubare qualche ora di sole, tutto di fretta, alcuni approfittavano per vedersi con l’amante e farsi una ghianda in cabina, ne conoscevo parecchi, io compreso, ero uno di quelli.                              
      Genova è strana, i genovesi sono strani, atipici, hanno i propri ritmi e quattro sono le fasi che scandiscono la vita di uno zeneise doc, rendez-vous che mai tralascerà.                                                                                
      Nella pausa pranzo, da maggio a ottobre, lido con piscina,
      d’obbligo, per il mare inquinato, poi, happy hour tra le diciassette e trenta e le diciannove dove si pettegola tagliando cappotti su tizio e tizia, si organizza la serata o il prossimo weekend, palestra alle ventuno, disco club dopo la mezzanotte dal giovedì al sabato.
      Mi chiederete, e quando si cena? Mai a casa, in pizzeria o fast food, queste le regole della movida genovese.                                                                                               
      Per i vip over trenta, chi poteva permetterselo ed era coinvolto o faceva finta di esserlo per darsi un tono, di sabato mattina dalle sette alle tredici giocava a tennis, doccia veloce e di corsa al Barretto in Corso Italia per l’aperitivo, di certo non solo per quello, magari approfondendo le basi ad alto livello per corna pesanti.                                                                                            
      Un vero puttanaio, sì che noi maschietti cerchiamo sempre di
      battere la cavallina, specie quella altrui, ma queste puledre d’elite coglievano ogni chance per farsi ingroppare in barba al legittimo fantino.
      Dopo Bogliasco la strada è più scorrevole, sono in stretta confidenza con La Meharien che si lascia condurre docile e in circa un’ora arrivo a casa, posteggio nell’area privata interna.
      Sul tavolo della cucina un biglietto formato poster:                                                
      “Sono in spiaggia, al lido del Carillon, ho già preso il tuo costume, ti aspetto  L.” Fantasia da vendere il bacio stampato col rossetto sul foglio, preceduto da PS. Il tragitto è breve, poche centinaia di metri e vado a piedi, ansioso,  senza rendermi conto di aumentare il passo, ho voglia di vederla, allungo il collo peggio di un giraffa.
      Stesa sul lettino, vicina all’ombrellone, con le braccia penzoloni si sta crogiolando al sole, contemplata dai soliti vitelloni di turno, mi gira un po’ il cazzo ma hanno ragione, dovresti essere gay per comportarti diversamente.
      Sesto senso o antenna parabolica, percepisce il mio arrivare, balza in piedi correndomi incontro, leggera sulle gambe come una libellula da quanto è aggraziata. Splendidamente femmina nel Byblos nero, lo stesso di niente con slip ridotto al minimo e le coppe a stento coperte, si direbbe un paio di misure in meno rispetto al dovuto ma sono le sue forme naturali, così, esuberanti e marcate, esplodevano nel bikini.                                                           
      La pelle bronzea, sudata e unta di olio solare, abbaglia, soppesato da occhiate invidiose di uomini e donne nell’attimo in cui mi abbraccia sculettando, baciandomi appena sulle labbra, delicata, stupito, aspettavo la sua reazione forte, invece è terribilmente fine.                                                                                                     
       >Gio, tesoro, ti aspettavo sai? Hai pranzato? Io no, una caprese assieme, ti va? Cambiati, ho il tuo costume!< (L)                                                                                        
       Un fiume di parole, di getto, elettrizzata, quel “tesoro” poi…
      Imbambolato, da adolescente al suo primo appuntamento, mi ritrovo con le mani che stringono i suoi fianchi scolpiti, scosso da un fremito, che cazzo mi prende, quando si scosta  ho sulla camicia lo stampo del suo corpo unto e sudato.
      >Vola a prendere delle piadine farcite al chiosco, e della birra, arrivo subito! < (G)
      >E tu? Dove vai?< (L)                                                                              
        Domandò, curiosa, reclinando il capo di tre quarti da un lato.
      >A farmi prestare un gommone!< (G)
      Filò via di corsa, eccitata dell’idea, senza fiatare.
      Sapevo dove trovarlo, Zanier, il proprietario della discoteca, certamente al bar in compagnia di gnocche extra fighe, annuì senza fare una piega alla mia richiesta, strizzandomi l’occhio.
      >Tieni le chiavi del Marlin, Bonfatti, torna quando vuoi, è al pontile nord, numero quarantacinque. Divertiti!< (Zanier)                                                                                                                     
      Sei un amico, grazie!< (G)
      Il divertimento era inteso alla puledrina in mia compagnia, ben conosciuta e mai scopata dai soliti habitué.
      Aspettavo Lupe sulla banchina, arrivò a piccoli passi veloci.
      >Allora?< (L)                                                                                       
      Ansimava, con le infradito in mano assieme alla busta della nostra colazione.
      >Fatto, vieni!< (G)                                                                                         
      Passai per primo, aiutandola a salire sull’imbarcazione, l’approdo quarantacinque era proprio alle nostre spalle.
      Mollate le cime d’ormeggio, scaldavo al minimo i due poderosi Mercury Testa Nera da centocinquanta cavalli l’uno, nel mentre, verificai di avere la patente nautica al seguito; se la C.d.P. ti pizzicava senza erano cazzi amari, severissimi, requisivano il mezzo oltre a una multa da capogiro, tutto a posto, via.
      >Dove andiamo?< (L)                                                                                          
        Inquisitoria, l’indice ritto sul mento, poco oltre le labbra.
      >Cala degli Inglesi, mai stata?< (G)                                                                           
       >No!< (L)                                                                                                          
       Rispose euforica, era la sua prima esperienza nautica.
      Piegavo dolcemente a dritta all’uscita della baia descrivendo un ampio arco, rotta verso Genova, con quel bestione avrei impiegato meno di trenta minuti a raggiungere la meta, uno sguardo all’indicatore del livello carburante, poco meno del pieno, avevo benzina per i beati. Sfilavo davanti alla motovedetta della Capitaneria pronta a segarti, sicuro che mi avrebbero fermato, e invece no, un lampo di *Aldis a indicarmi di andare ancora più piano, a quel punto remavo.
      Procedevo lentamente, fino a portarmi al largo, più che                                                                                                         
      possibile il pericolo di mettere qualche sub in apnea sotto alla chiglia, erano in molti, che fregandosene delle normative pescavano senza la regolamentare boetta segnalatrice.
      Appena in mare aperto diedi manetta, poco oltre un terzo della potenza, i trecento cavalli risposero dolci e vigorosi  planando senza incertezze, prendevo velocità, la prora solcava il liquido elemento aprendolo in due come una zip, creava due corpose onde laterali di riflusso che a mano a mano  andavano smorzandosi al largo, sempre più tenui.
      Lupe si divertiva come una ragazzina e come una ragazzina faceva cazzate. Messa prua, a mo’ di Kate Winsle, *polena immaginaria del Titanic, stava in piedi a braccia tese e petto nudo, gran bella coreografia e pure estremamente pericolosa, ci volle del bello a convincerla di sedersi, uno scarto minimo, un sussulto e finiva in acqua tritata dalle eliche, gli incidenti accadevano proprio così.
      Nonostante fosse settembre e la pioggia di qualche giorno fa, il sole picchiava convincendomi a indossare il costume, pensavo di metterlo. A parte noi, nessuno intorno per miglia, io e lei sulla nostra bolla d’aria, che senso aveva stare in bermuda? Lupe, come mamma l’aveva fatta, già distesa sul prendisole più invitante che mai, con le mani sotto la testa e il busto teso che spingeva il seno in alto amplificandone la rotondità perfetta.  Mai stato un bravo ragazzo e tantomeno pudico, spenti i motori, lasciai andare il gommone alla deriva.
      Il sole sulla pelle, noi, la situazione, tutto così intrigante, mi abbandonai su di lei a lungo, un impulso passionale tra foga e dolcezza, teneri baci e audaci carezze provocanti, esploravo ogni centimetro del suo corpo, vogliosa si concedeva, vibrando in un crescere lussurioso. Godevamo abbandonati al desiderio più sfrenato e perso il controllo di noi stessi, lasciata la guida ai sensi, piegati alla mercé della nostra stessa sessualità. Labbra secche, fiato corto, senza forze, con la fronte poggiata sul petto sfiorandole i capezzoli turgidi e gonfi, li solleticai con la punta della lingua facendola sussultare, li baciai nuovamente senza succhiarli, rispettando i suoi acini maltrattati.                                                                                                   
       >Mi è piaciuto, Gio, un casino! < (L)                                                                              
      Premendomi affettuosamente la testa contro il seno, ancora vogliosa, eccitata,  lo percepivo dalla sua smania, mani  frenetiche mi esploravano intimamente, tutto il suo corpo manifestava desiderio. Complici amanti, uno spiarci a vicenda incrociando gli sguardi con un pizzico di velata malizia, la sua voce dolce, occhiate furtive traboccanti d’amore senza dirlo, chiusi gli occhi, né volevo vedere e neanche sentire, ero già finito in simili casini.                                                                               
      Amore! Ma come cazzo pensavo una minchiata simile!                                                                     
      >Ci tuffiamo?< (G)
      >Un attimo solo, così, un attimo!< (L)                                                   
      Tenerissima, passandomi le braccia al collo.
      Sapevo, senza troppa immaginazione, che l’avrebbe chiesto.                                                                                       
        >Lo… rifacciamo?< (L)                                                                          
        Un soffio titubante, voce sottile da sognatrice come chiedere una grazia, potrei sbagliarmi ma gli occhi erano lucidi.
      >Credi funzioni a gettoni?< (G)
      >Mi piace!< (L)                                                                                                  
      >Ed io ho finito i gettoni, dai facciamo il bagno!< (G)
      Insistevo, leggermente sgarbato, nel cercare la scappatoia dalla situazione creata, per me imbarazzante.
      Ci tuffiamo col solo costume disegnato dal sole sulla pelle, non sono un gran che le mie natiche bianche a paragone delle sue marrone scuro.
      Tutto perfetto, troppo bello perché vero, le ante dell’armadio sbatacchiano con forza, gli scheletri nuotavano con me, allungando minacciose dita ossute.
      >Figlio di puta, la finisci di seminare angosce?<
      I miei rimorsi, dimenticate carcasse ossute accusavano, potevo, forse, dar loro torto?
      Inspirazione profonda e capovolta da manuale, perfetta, toccando il fondale dai contorni indefiniti, aggrappato alle gorgonie godevo di quel silenzio immenso, eterno, una lunga apnea tirata ben oltre il limite delle mie capacità.                                                                 
        Pensieri strani e poco salutari i miei, mollai la presa, riaffiorando a pelo d’acqua e respirare a pieni polmoni, tossii.
      >Dov’eri? Mi hai fatto prendere uno spavento!< (L)
      >Niente, voglia di scendere in apnea< (G)                                                  
       Lontano dalla verità. A chi mentivo veramente, a lei o a me, o a entrambi? Da chi fuggivo? Ben poche cose m’intimidivano, ma di me stesso, sì, avevo paura. Da giorni, questi raptus schizzo-depressivi mi lasciavano vivere quasi in pace, crisi leggere che duravano niente, tuttavia, arrivavano a rompere i coglioni puntuali quando meno opportuno. Forse, mi piaceva Lupe più del dovuto impostomi? Oltre al sesso?
      La udivo senza sentirla, in trance, interrogativi senza risposta, dubbi, inspirai a fondo nuotando verso il Marlin.
      >Gio, Gio, saliamo, ho freddo, aiutami!< (L)
      In modo poco convenzionale ma molto sub, la spinsi fuori dall’acqua  facendo pressione da dietro, sulle chiappe nude.
      >Ehi, che modi!< (L)
      >Vuoi salire, sì o no?< (G)
      Indispettita, graffiando la pelle sui tubolari ruvidi nel mio insistere deciso.
      Spuntino, sole, bagni, intimità, e fatto ben oltre le diciotto.
      >Aperitivo e cena fuori, ora, subito, ti va?< (G)
      >Scherzi? Non vedo ristoranti  in mezzo al mare!< (L)                             
      >Uno c’è< (G)
      >Mi pigli in giro?< (L)
      >No, guarda laggiù < (G)
      >È uno scoglio!< (L)
      >Andiamo!< (G)
      >Ho solo gli *Americanino e una maglietta!< (L)
      >Sei fighissima, vai!< (G)                                                                                               
       Lo puntavo davanti al mio indice. Quella lingua di roccia, che a malapena si distingueva nell’accecante luccichio del tramonto, noto come Capo di Punta Chiappa, una micro baia accessibile solo dal mare o a piedi dal Passo della Ruta, una scarpinata tra *crêuze  e circa cinquecento scalini ricavati nel vivo della roccia e arrivavi da “Ú Spadin”, ristorante tipico ligure, cult per i genovesi, figata unica.                                                                                                                                                                       
      Spazio per ormeggiare esiguo, sì e no, sette otto posti, e solo a mare calmo potevi entrare, in altre condizioni finivi spalmato dritto sugli scogli. A pagamento, un paio di vetusti gozzi scoppiettanti faceva la spola dalla cala fino sotto bordo e ritorno, trasbordando turisti da yacht ormeggiati poco lontani. Un servizio di battello, solo nel periodo estivo e sempre a condizioni meteo favorevoli, da Camogli  portava fin lì passando a riprenderti, poi, nel tardo pomeriggio.                                                         Complice l’ambrato bianco delle Cinque Terre fresco di cantina, il branzino in crosta di sale, tra discorsi impegnativi e chiacchiere frivole, lei raggiante e splendida, mai vista così prima di allora, leggere perle di sudore esaltavano il suo profumo di donna, segnando le coppe dei seni nudi sulla Lacoste, un deliberato mix di slanci affettuosi e  bacetti, insomma, alle ventitré eravamo ancora seduti a cazzeggiare e su di giri fuori modo. Si doveva rientrare, in equilibrio ballerino sullo scoglio che fungeva da approdo, nell’aiutarla a salire:
      >Sei favoloso Gio!< (L)                                                                                                              
       Baciava con passione delicata, senza foga, stringendomi la nuca da dietro, scompigliando i cappelli impastati di sale.
      Mi lasciavo trasportare dal suo fare, la baciavo teneramente.
      Se fossi normale potrei dire “da innamorati”, lei di me lo era.
      >È bello< (L)                                                                                                           
      Una semplice dichiarazione sussurrata che scatenava i sensi senza remissione, quella donna faceva ribollire il sangue. Avevo coscienza che, se continuava così, a breve, avremmo dato spettacolo hard, quindi, m’imposi a malavoglia, di prendere il largo prima che i freni inibitori cedessero il passo alla libido più sfrenata.
      >Dobbiamo rientrare< (G) 
      >Baciami ancora, come prima< (L)
      Ubbidii, capirete che sforzo, non scollava le sue labbra.
      >Su, ci sono diverse miglia da fare, dai!< (G)
      Non voleva capire ragione, testarda come al solito.
      Pochi minuti trafficando con le cime d’ormeggio, accese le luci di via,  il ronzio acuto del cicalino della messa in moto, scaldati i due possenti Mercury e subito il rassicurante borbottio cupo dei trecento cavalli, discretamente uscivamo dalla caletta, tardivi intrusi nel magico silenzio del promontorio in quella notte di fine estate genovese.                                                
      Fu l’ultima volta per me, e solo Dio sa quanto la ricordai senza metterla a fuoco, vaga nel pozzo dei ricordi cancellati, così avevo voluto, povero folle, unico reo di me stesso.                                                                                                                                                        
      Prua rivolta al mare aperto, rotta il faro di Portofino.
      Ben presto l’umido pungente della notte si fece sentire, e noi stupidi con solo una maglia e una camicia indosso, passai gli asciugamani sulle spalle di Lupe.
      Procedevo a velocità ridotta, il minimo che potessi andare senza planare, seduto, *poco marinaro, alla consolle di guida tenendole il braccio sulle spalle, infreddolita, rannicchiata, stretta alla mia vita cercava riparo dietro al mini parabrezza.
      Incosciente ma corretto, buio pesto e la pupilla dilatata per abituarsi all’oscurità in quella notte senza stelle con la luna  calante al suo ultimo quarto, stavo attento alle luci delle barche alla fonda che pescavano, evitandole, passando al largo senza disturbare il loro fare.                                                                                            
      Vecchi e coriacei “*camugin” fedeli alle antiche tradizioni con i soliti gesti di sempre scanditi dal tempo, tramandati da generazione in generazione, mani callose una volte giovani e belle, ora rugose e rinsecchite dal tempo, esperte, stendevano centinaia e centinaia di metri di palamito da fondo, migliaia di ami, altri invece, indaffarati attorno alle lampare.                                                                                                                
       Il magico faro di Portofino pulsava luminoso e rassicurante lambendo l’oscurità a *proravia, ancora una trentina di minuti e potevo accostare deciso a *manca per entrare nella rada del Carrilon. Iniziavo a distinguere in lontananza le luci sull’Aurelia in prossimità di Santa Margherita, dapprima confuse, poi sempre  più nitide, eravamo vicini.                                                                                         
      Serata magnifica, freddina, cippa totale, il mare blu petrolio rifletteva il chiarore dei lampioni della strada scomponendoli in asterischi multicolori; con una manovra che rasentava il perfezionismo, il classico *colpo d’elica, attraccai al molo quarantacinque, il parabordo a prua baciò la banchina, sfiorandola, rizzai l’imbarcazione alla bitta con una doppia gassa soddisfatto di me stesso. La mezzanotte suonata da un pezzo, poca gente per strada, i soliti visi, assonati ”ciao”, un rapido cenno con la mano. Il turismo andava scemando, qualche pullman tedesco zeppo di vecchie cornacchie in pensione forse alla loro ultima gita, poi, circolavano solo i randagi pelosi a quattro zampe e quelli a due, barcollanti dal sonno con in corpo qualche bicchiere di troppo o una cantina intera.                                                                       
      Così la riviera ligure, viveva alla grande da maggio alla fine di settembre, a ottobre morta del tutto, tranne nei fine settimana o i lunghi ponti delle feste comandate fino alla primavera successiva, tornavano i rondoni e l’eterno ciclo dei vacanzieri riprendeva come ogni anno, più preciso del Big Ben.
      Poche parole, infreddoliti dentro le ossa, l’esclamazione echeggiò a tempo per entrambi.
      >Una doccia, calda!<
      Ridemmo gioiosi come ragazzi, e di corsa a casa.
      Io insaponavo lei e lei me, senza raptus sessuali, il freddo umido avevano calmato di brutto i nostri bollori.
      Asciugandomi in cucina, dalla porta socchiusa della doccia, mi sorpresi a spiarla attraverso le dense volute di vapor acqueo come un quindicenne che guarda la sua prima donna nuda, e per l’ennesima volta assaporai intimamente la sua bellezza prendendo atto di quanto fosse figa.
      “Tu sei malato di sesso”, rimproverandomi mentalmente, andando a sbirciare la Michelin 153, ora distesa e fissata con puntine da disegno su un cavalletto da pittore trovato chissà dove. Il dito passò sulla mappa tracciando un’ovale ipotetico, punteggiando qua e là distese di sabbia, di roccia, di casini infernali che Allah e Dio avevano creato in sinergia per la dannazione degli uomini, o meglio della mia dannazione…
      >Cazzo di un cazzo, Haziza, da qualche parte in questo fottutissimo deserto dovrai ben essere!< (G)                                                         
      Esclamai, dando una pacca sul treppiede, malamente, con ira.
      >Pensi a lei?< (L)
      Ero talmente rapito dal mio monologo che neanche mi accorsi di averla dietro alle spalle, sussultando come uno scolaretto colto in flagrante a fare una birichinata.    >Sì e no< (G)                                                                                         
      Cercavo, imbarazzato, di giustificarmi ma senza farlo pesare.
      Guendalina conosceva a menadito tutta la storia e le mie decisioni, mai un commento, né in bene né in male, niente, come se non gliene fregasse un cazzo, e poteva anche essere.
      >Sono già due anni che la cerchi, vero?< (L)                                                                
      Voce androide, robotoniana, fredda.
      >Già< (G)                                                                                                               
      Risposi brusco, sulla difensiva.
      >Vuoi un drink, so farli bene, sai?< (L)
      >I miei gusti li conosci, fai tu< (G)
      Credo la odiasse e di riflesso me, dimostrandolo col suo drink.
      Esagerato un* Negroski alle tre e passa della notte, buttai giù.
      >Vieni a letto?< (L)
      Invito palese, accostandosi languida dietro al fondo schiena. Cingendomi la vita con entrambe le mani, impugnava il pene senza esitazione massaggiando i testicoli col palmo teso, per  poi chiudersi forte su di loro neanche volesse schizzarli fuori.
      L’accappatoio già scivolato a terra, i seni premevano pieni stropicciandosi sulla schiena spiccando i capezzoli ruvidi, il pube tiepido, umido, voglioso, aderiva alle mie natiche, le sue mani, serrate, massaggiavano energicamente senza posa la mia virilità in modo indecente, pochi attimi e già godevo; ansimava dalla troppa foga mordicchiandomi i lobi delle orecchie, sibilando un portoghese incomprensibile.
      Agiva con rabbia, menefreghista al mio contorcermi istintivo di spudorato piacere, quasi a punirmi di qualcosa, e quel qualcosa si chiamava Haziza.
      Amante bastarda, mi fece esplodere così, un fiotto violento tra le sue mani mentre spremeva lo scroto snocciolando i testicoli, prima uno poi l’altro, sorda alle mie suppliche, ai miei basta, passata avanti, in ginocchio continuava imperterrita.
      La punizione durò per il resto della notte, mai castigo fu così sublime.                                           
                                                                                                                    
                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  
       
       
                                                                             
                                                                                                                      
       
                                                                                                            
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       


    • Il gabbiano di Natale.
      Un racconto di Angela Josephine Luz
       
       
       
       
      Ho scritto il biglietto, l’ho appoggiato al davanzale e il vento lo ha soffiato via. Allora ho cambiato tattica, l’ho riscritto e l’ho appeso a quel ramo che hai sistemato, volava insieme alle piccole gemme di vetro che avevi annodato con cura.
      Ti ho osservato strapparlo con un gesto delicato, mi sono scostato dalla tenda, l’ho tirata e ho trattenuto il fiato. Per un secondo o due, poi ho ripreso a guardarti con il foglio tra le mani. Ti attorcigliavi i capelli tra le dita, avrei voluto sentirne il contatto.  Quando hai finito, hai guardato il cielo grigio chiaro, come il riflesso dei tuoi occhi, hai scosso la testa come per trovare una risposta e sei rientrata.
      Attraverso questa strada, bianca, luci intermittenti scandiscono i minuti che mi separano da te. Non ho nessuna brutta copia, cerco di ricordare cosa ho scritto “Ciao, non ci conosciamo, o meglio, non mi conosci. Ti vedo in autobus ogni mattina, ti siedi in fondo. Ti piace osservare fuori, anche se conosci il percorso a memoria. Questo mi piace, mi piaci tu. Non so se mi hai notato, di solito mi infagotto in un angolo. Sono Matteo, quello alto, con lo zainetto nero, con i capelli scompigliati e l’aria assonnata. Scendo ai centri commerciali, lavoro in un piccolo negozio di libri, talmente piccolo che non so quanto resisterà. Intanto ci lavoro. Spero tu sia arrivata fino a questo punto del biglietto. Vorrei vederti. Non darmi del matto, vorrei incontrarti questa sera. Mi piacerebbe fossi lì con me mentre accendono le luci, lo so, fa freddo, ma l’atmosfera è bellissima. A questa sera, spero, Matteo”.
      Credo di aver scritto questo, più o meno, sono un lettore non uno scrittore. Vendo storie per vivere e vivo nelle storie.  Ho la testa poco a terra, amo le nuvole e mi rendo conto ora di  non averle lasciato, il mio numero di telefonino, un’ora o un indirizzo, solo un’indicazione generica. Troppo generica?
      Cammino raso muro, appoggiandomi ogni tanto, gli altri mi sfiorano, hanno intenzioni buone e curiose, i bambini si perdono nelle vetrine. Musica suona tra i miei passi, lei ci sarà lo sento, è un’esploratrice, adora le scoperte, la vedo mettere le valigie nel bagagliaio con un sorriso, torna con un nuovo abito e tanta energia. Resto lì da un anno dietro la finestra della casa di fronte alla sua, mentre lei va e viene, con amici, senza apparente ragazzo fisso, la vedo con i mazzi di fiori che sistema in vasi colorati alle finestre. Parte presto, come me, la mattina, puntuale, ordinata. Non so quale sia la sua professione, la immagino davanti su un palco, cantare. Quanto è probabile che una persona sveglia per una lavoro mattutino sia una cantante? Però mi piace immaginarlo, anche se non conosco il suono della sua voce.
      Mi siedo su una panchina, tanto c’è tempo, tutto il tempo che mi serve, per illudermi, per sperare. Perché non sono coraggioso? Stendo le gambe e so che non sono identiche, questione di centimetri, questione di metri per me. Sei un gabbiano con un’ala spezzata, mamma diceva così. Diceva anche che avrei imparato a volare. Non sapevo ancora cosa fosse una bugia detta a fin di bene.
      Adesso lo sai anche tu mamma,  non sono capace di spiccare il volo. Osservo una ragazza da una finestra, su un autobus e non ho avuto la forza di avvicinarmi. Uno stupido bigliettino con un pupazzo di neve e le mie parole basteranno?  Devo fermarmi, per gli altri è normale andare avanti, per me è diverso sono abituato alle pause del mio oscillare.
      Lei si chiama Laura. C’è un piccolo campanello, ho appoggiato le mani sul suo nome molte volte, non ho mai suonato. Trovarla davanti a me, era troppo, così senza preavviso e ho atteso, fino a farmi un regalo. Sarà così?
      Mi rimetto in piedi, reggono e prendo la strada più veloce, dopo il primo chilometro ho sentito la fitta all’anca, mi sono detto almeno questa volta vai, nonostante tutto, Matteo lo storpio non batterà Matteo guerriero. E’ solo un piccolo ma significativo dislivello che mi impedisce di correre, di rimanere in piedi molto a lungo, di passeggiare per chilometri, solo un dislivello che a scuola è costato caro, insulti, prese in giro, a cui mi ero apparentemente abituato.   
      Il tempo tra i banchi è lontano, ma la traccia di quelle frasi è rimasta impressa dentro come incollata al fondo di bottiglia. L’imperfezione fisica, lentamente è diventata un’imperfezione generale, sbagliato, diverso, in questi trenta anni di vita combattuti per restare in piedi. Nessuna relazione semplice per Matteo lo storpio, ma Matteo il guerriero non si arrende e scrive il biglietto a Laura.
      Un passo dopo l’altro, ho superato la soglia consentita, mi fa male, ma è sopportabile, voglio arrivare. Tutto scintilla in questo viale, le stelline appese sui lampioni brillano di brina, un fiocco, il primo. Altra neve. Fiocchi piccoli, resistenti avvolgono la città, la piazza si apre di fronte a me. Mi appoggio ad un muro e riprendo fiato. L’abete spicca in centro circondato da gente. Manca poco, manca lei.
      Mi avvicino, la cerco tra la folla, rumori di voci, di eccitazione dell’attesa, la loro, la mia. Un coro di bambini intona inni noti e dolci. Posso ancora sperare. I minuti passano, le voci aumentano di volume, è giunto il momento, sono solo, senza lei. Le luci dell’albero si accendono e qualcosa si spegne dentro me.
      Non ha capito, non è arrivata, non vuole incontrarmi, non mi conosce perché avrebbe dovuto venire qui? L’ultimo gesto romantico di Matteo il guerriero. Adesso non mi resta che zoppicare verso casa.
      Il freddo mi paralizza, la neve sembra più scura, ci avevo contato, avrei potuto  sentire la voce di Laura. Cambierò orario di partenza, posso prendere l’autobus successivo, sono sempre in anticipo al lavoro. Prendevo la stessa corsa di Laura perché cammino lento e apro il negozio senza ansia. Prendo la corsa di Laura perché l’avevo notata e non riuscivo a smettere. Adesso cambierò e non guarderò fuori, tirerò le tende senza aprirle più.
      Cerco di prendere un passo leggero, i piedi strusciano sulla neve fresca, mi allontano lentamente dalla festa. Forse non l’ho vista, forse c’era, forse è solo un’illusione. Mi arrendo, non mi reggo più in piedi, il ritorno prevede un mezzo di trasporto, sono stanco. La sconfitta mi pesa più della mia gamba dolorante. Appoggio la testa al vetro gelido, chiudo gli occhi e cerco di dimenticare il gesto impulsivo.
      Ci vogliono un centinaio di metri per arrivare all’ingresso di casa, cerco di non guardare in direzione delle finestre di Laura. Apro e richiudo. Mi siedo sul divano e credo di essermi addormentato. Fuori la luce indica il mattino. Mi preparo, la solita routine, e attendo l’ora del secondo autobus.
      Esco, c’è qualcosa di insolito, qualcosa che pende sulla maniglia, annodato ad un nastro rosso un sottile rotolo di carta, un lieve tremolio alla mano mi impedisce di essere veloce nell’aprirlo, conto fino a tre, leggo tutto di un fiato e sorrido. Grazie del regalo.
      Buon Natale a tutti.
      nizia a scrivere la tua storia...

    • Bruno il cielo

      By Silvia Laganà, in Poesia,

      Bruno  il cielo,
      cala la sera,
      esistando al freddo invernale
      s'accendono i lampioni
      passano i miei passi
      itineranti verso lì e là,
      penso: vorrei essere luce per mancare.

      Elettricità.
       
      nda.
      spesso in alcune delle mie poesie il titolo è alla fine.

    • Lunedì
       
      Non ho mai capito molto di musica, ma ero al'ombra della sera, sotto un albero, fra l'erba a gambe incrociate, per percepire, ascoltare, del jazz in chiave moderna. So solo ciò che mi piace e non. No? Incontro uno sguardo e penso a come possa essere sotto i miei corpi /corpo /colpi. Vedo una donna e qualche volta fantastico sui muscoli coperti. Strane tesi, tra immagine e realtà e poi, poi lei...  come una sfida mi apparì. In particolare lei non cantava, non si esibiva, né era fra il pubblico, semplicemente camminava ignara del mio sguardo. Diretta al suo dove. Lei in particolare, non aveva l'aria contrita, né innocente. Armeggiava con il suo telefonino. Ed io lasciai andare la musica per seguire il passo fuori, da questo contesto new wave, dal prato. Una canottiera comoda per braccia libere da ninnoli e toniche, la pancia morbida nelle sue curve, fermata da pantaloni etnici, che larghi ai fianchi e stretti alla caviglia sottile, era come risacca e respiro di mare  ad ogni passo, nelle sue infradito. E in tutto ciò due occhi  a mandorla mi puntavano con insistenza. Non nego nulla alla sua disapprovazione Signora, ma per ora mi divertivo così, sono innocente nel guardare questo film senza una parola, senza nessuna voce per la mia protagonista. Ero curioso e si accesero le luci. La musica terminò e abbracciai la mia ragazza, seduta lì al mio fianco da chissà quanto, che poi era dall'inizio del concerto.  La sera era svanita e non avevo voglia di giustificare la mia momentanea assenza, così salutai i suoi  occhi, dal buio della musica, con un bacio e lei dischiuse le labbra con tutta l'emozione delle note che avevo perso. Più tardi quella notte, la sua pelle mi accolse con un tremito, e lei tra le mie mani andava bene così.
      Ho sempre pensato alla felicità come ad un desiderio, ora inizio a credere che sia come colmare l'assenza da un vuoto per non scappare via verso qualcosa di nuovo, sconosciuto. Eppure quell' assenza era ricolma di parole, un brusio in una lingua lontana. Straniera. Un sottile sottofondo di cui afferravo poco, per pochi istanti, che saziavano il mio animale innamorato dell'assenza che era presenza inguistificata.
      Seduto al bar in centro aspettavo Riccardo da circa venti minuti. Avevo già sporcato il posacenere un paio di volte, quando alzai gli occhi ad una voce.            - Scusa! mi fai accendere? - occhiali scuri, non spessi, voce squillante e accento locale - Sì, prego - recuperai l'accendino sul tavolo e accesi la fiamma per garbo.   - Scusami, non è per me, posso? Te lo riporto subito! - La guardai interrogativo ed indicò un tavolo alle mie spalle. Seguì l'arco dei suoi occhiali e mi trovai a fissare il mio divagare innocente di una sera. Lei. Gli stessi pantaloni etnici, un po' larghi e stretti alla caviglia. Fisionomia interessante, sguardo non accigliato e sorriso indiscreto. - Sì, fai pure - Stringeva in mano un mazzo di carte e scrutava le immagini, le figure, i numeri, ok, non so cosa stesse facendo. Ricordo solo che mi alzai, strappai l'accendino di mano all'amica e mi avvicinai a quelle caviglie. Tenni lo sguardo basso, che lentamente scalava l'estasi di incontrare quel viso. Piano, lentamente, mi svegliai. Il profumo era inebriante, la stanza era accogliente e la luce vaga. Paradiso. Ma, dov'ero? Girai lievemente il capo. la trovai  lì accanto a me. Sì, ero felice, avevo tradito, Lei, era lì con me e l'accendino accese la quarta candela di quella breve vita e la seconda sigaretta di un lungo intervallo a cui era ora di mettere fine. Sesso.

    • Africa e non più nulla
      Questa non è un’opera di fantasia bensì una storia vissuta in prima persona dall’autore. Le situazioni descritte, i personaggi di questo libro, si riferiscono a fatti reali degli anni ’80. Potrebbe capitare a ognuno di voi, se, come, e quando, sfiderete il destino.
      Premessa,                                              
      Non crederete ma tutto è iniziato ascoltando una canzone,*”We don't need another hero”, alcuni flashback, fugaci ricordi, poi l'idea di fissarli.
      Mi siedo al PC, il freddo anonimo foglio di word sembra dire, “riscaldami, muovi le tue dannate dita, ricorda!” Un attimo di esitazione, l’incertezza del principiante, poi le memorie vengono a galla, credute sopite e dimenticate nei meandri della mente, invece… le dita scorrono veloci sulla tastiera, sbaglio, cancello, torno indietro, cerco di ricordare meglio soffermandomi a focalizzare quei frammenti di vita lontani anni luce, Dio che emozione rivivere quei momenti e tornare indietro nel tempo, mi pare di essere lì.
      Questo racconto-diario, frutto di ricordi, scritto sotto l'impulso emotivo è la mia autobiografia, riportando le impressioni vissute dal vivo in prima persona di usi e costumi, della spietata giustizia tribale amministrata in quei luoghi, che ben difficilmente troverà descrizione nelle pagine delle guide turistiche ad uso e consumo di tutti i giorni.
      Situazioni spiacevoli e dolorose, al confine dell’umano comprensibile, vissute non proprio da semplice turista in questi miei viaggi attraverso il continente nero  pre-sahariano e sahariano, sulle piste del Sahel.
      Tunisia, Marocco, Algeria sono i luoghi visitati, simili per usi e costumi ma morfologicamente diversi. Contravvenendo a quanto ho fatto, sconsiglio vivamente a chiunque di ripetere le mie gesta, poiché fatte in *“solitudo”, complici la voglia sfrenata d'avventura e una non ben misurata dose di folle incoscienza; l'affrontare quei luoghi solitari con i miei compagni con una sola Jeep fu solo pazzia, dove il seppur minimo contrattempo poteva tramutarsi in tragedia.
      I miei squilibrati compagni di viaggio:                                                                                                                                   
      Fausto Bisio, classe '53, nato a Borghetto di Borbera (AL), un fisico minuto, nervoso e adrenalinico, forte come una quercia, più temerario di un bufalo, non conosceva stanchezza, introverso e poco loquace ma dal cuore d'oro. Ex pilota di rally, sia in auto sia in moto, assieme avevamo condiviso la medesima passione in lunghi anni di attività agonistica. Meccanicamente preparato, fu sua la mansione di preparare la 4x4 del nostro raid africano.
      Un amico e compagno di viaggio invidiabile.
      Luciana Spigno, classe '46, modenese doc, all'epoca la mia compagna. Una folta chioma ricciuta rossastra si accompagnava a un fisico forte e sodo, slanciato e ben proporzionato, generoso nelle forme e tremendamente sexy, espansiva, gioiosa, solare, la quintessenza della voglia di vivere, capace d'amare e odiare in tandem.         Assurdità allo stato puro, non diceva mai “no” al prospettarsi di un'avventura, sia in moto sia facendo trekking o ascensioni su vie ferrate, forte come un toro non temeva rivali nel genere maschile, semplicemente fantastica.
      Io, Giorgio Alfonso Bonfatti, classe '52, genovese, zingaro e sognatore, assetato d'avventura e incosciente di professione, la normalità mi è sempre andata stretta e soffocante come il vestito della festa troppo attillato. Celata sotto una maschera d'apparente normalità, la voglia d'evadere dalla monotonia esplose in quei fatidici anni '80, si chiamava Africa!
      Bravo nel disegno tecnico, mi dedicai al carteggio, a tracciare rotte e pianificare il viaggio nelle varie tappe, organizzando il vettovagliamento e le stime di consumo carburante, all'epoca non esistevano i GPS, ma solamente carta e bussola.                                                                         
      Fui il fautore di tutti i viaggi fatti, i miei amici si fidavano ciecamente, come io di loro.
      Perché Africa?
      Nome oscuro e fascinoso, ammaliante come una bella donna avuta, ti entra nel sangue, nella mente, nel corpo, lasciando un segno indelebile nel tuo io; gli odori, i profumi, i colori delle lande infinite e sconfinate senza barriere, dove all'orizzonte terra e cielo si fondono in tutt’uno liberandoti anima e mente, quando all'esame introspettivo di te stesso tu non se più tu e superi la linea di fede tra sogno e realtà, ebbene, questo è il mal d'Africa:
      “Tu sei afrikander e Africa è la tua amante che ti accompagnerà sino alla fine dei tuoi giorni come un male incurabile, un marchio a fuoco impresso nelle carni per l'eternità”.
      Africa e non più nulla, il titolo, è tutto ciò.
      Questa premessa è dedicata a Bonfatti Tiziano Giorgio jr., mio figlio, con l'augurio che, nel futuro, possa provare le mie stesse, intense, emozioni in una terra culla della vita allo stato primordiale, dove l'alternarsi delle stagioni è scandito dal ritmo delle grandi piogge nella savana.
       
       
            Bonfatti Giorgio Alfonso                                                                                   
        Gioia Tauro, 11 maggio 2010
       
      L'autore, pillole di una vita avventurosa densa d'errori, sue note
      Bonfatti Giorgio Alfonso, nato a Genova il 13 Novembre 1952, primogenito di due fratelli, di  famiglia benestante ed agiata, ha conosciuto un'infanzia poco felice a causa di una forma d'asma bronchiale che limitava moltissimo le sue attività di adolescente, forgiandogli un carattere introverso e poco incline alla socievolezza, propenso alla sopportazione del dolore e alla solitudine, discreto e riservato nelle sue manifestazioni e mai invadente. Proprio per questa sua naturale riservatezza, fu ingiustamente e sempre considerato dai suoi diretti simili altezzoso, snob. Niente di più sbagliato, voleva solo badare ai fatti suoi senza interferire in quelli altrui, cosa difficile per gli altri che sempre s'impicciavano, in primis i genitori, particolarmente la madre. Neppure la totale guarigione dalla noiosa malattia, circa all'età di quindici anni, migliorò il suo carattere duro e cocciuto, complice pure il segno zodiacale, scorpione.
      Educazione rigida in stile dell'epoca, di chiara tendenza fascista, fu educato in una delle migliori strutture private genovesi, l'Istituto Arecco di Piazza Manin, retto dall'ordine dei Padri Gesuiti. Dalle stelle alle stalle, al finire della terza media, desiderò iscriversi per sua volontà all'ITIS G. Giorgi, salita Fieschine, scuola statale di stampo comunista.
      Questo il suo primo grande errore.
      Si evolveva un cambio generazionale deciso, anni ’70, l’epoca del beat, dei capelloni, delle minigonne, entrati nel vivo degli anni ruggenti, periodo storico della contestazione scolastica con motivazioni che eludevano dallo stesso insegnamento, scioperi, cortei, assemblee, fase in cui la scuola era eccessivamente strumentalizzata da movimenti sovversivi estremisti, capì dopo e tardi, nel frattempo coinvolto nei moti del '68, i famosi “sessantottini”, sulle barricate milanesi di Piazza San Babila e le prime occupazioni illegali delle sedi scolastiche con le dovute conseguenze e cariche dei squadroni d’assalto anti sommossa della Polizia di Stato. Ignorante grasso di quello che faceva, pugno destro levato in alto, al grido scandito con rabbia di “Ce n'est qu'un debut continuons le comba”, finì all’ospedale più volte per contusioni e denunciato per possesso di bombe Molotov, grazie ai cortei non autorizzati.                                                                               
       L'istruzione all'ITIS G. Giorgi, come detto prima, costellata da scioperi e cortei insensati, marinature dalle lezioni a raffica, lo vide diplomarsi ugualmente col minimo dei voti, intanto la gran passione che nutriva per l'elettrotecnica scemava a poco a poco annullandosi nell’indifferenza. Uno sviscerato amore per gli animali, in modo particolare i cani, lo proiettò nella scelta della facoltà di Veterinaria, ma l'ateneo non essendo all'epoca disponibile a Genova, fu costretto dai genitori ad abbandonare l'idea, non se ne parlava neanche di andare fuori di casa, anche se per studiare. Ripiegò iscrivendosi alla facoltà di Biologia, frequentata regolarmente nei primi due anni, mini laurea “Assistente di Laboratorio”, poi decise di non rimandare oltre il servizio di leva, partendo per San Giorgio a Cremano, Napoli, Corso ACS, con destinazione definitiva in località Bassano del Grappa, “VII Battaglione Trasmissioni Alpini Operativo  NATO”.
      Passarono così quindici mesi, dove per la prima volta, fuori dal giogo iper protettivo e decisionale dei genitori, assaporava la libertà di pensare, di agire, in parole povere di essere libero.
      Se parlate con i più, il servizio di leva tutti lo ricordano come un periodo negativo, da cancellare, ma non per lui, dove si divertì come un matto, partecipando volontariamente a tutti i campi ed esercitazioni NATO, sia estivi sia invernali, sull'Altopiano d'Asiago. Si congedò dal VII Battaglione Alpini col grado di Sergente e la qualifica di Telescriventista Operatore Radio Scelto, ventidue anni da compiere.
      A Genova, come Perito Elettrotecnico era veramente difficile trovare lavoro, ma prepotente la voglia di rendersi autonomo dai genitori, stimolante a tal punto da portarlo a fare lavori extra diploma. Trovò occupazione, come factotum, presso la ditta “Paganini Musica” di Via XX Settembre, Genova.
      Entrato nelle grazie del titolare, da semplice manovale scaricatore di piani e organi, passò alla sezione vendite al banco, dischi e strumenti musicali, raggiungendo l'apice nell'attività d'installatore impianti stereo a domicilio e tecnico del suono, registrazione live di complessi beat e rock. Affiancò per diversi anni con l’incarico di operatore, assistente e fonico privato, la dott.sa Molina, insegnante assai quotata di danza classica a Genova, realizzando con lei numerose rappresentazioni e saggi di fine corso nei principali teatri Liguri.
      Il lavoro presso la Ditta Paganini era continuo e gratificante sotto ogni punto di vista, anche per lo spirito vulcanico e innovativo del titolare, che sempre si lanciava in nuove avventure commerciali, non ultima la commessa della Società Costa Crociere per musicare le sue navi passeggeri.
      La cosa appariva fattibile ma non nel tempo che si era impegnato il Sig.Paganini: dieci giorni per preparare le*“pizze”, in gergo, bobine di nastro magnetico nei vari generi musicali, classico, moderno, rock, più svariati misti.
      Si partiva da zero con nulla di pronto, dischi a parte.
      Allestì a tempo record, meno di un giorno, una sala di registrazione all'interno del negozio con due Revox a quattro piste, e una coppia di giradischi Teac con relativi mixer, lavorando giorno e notte portò a compimento il lavoro in una settimana, si dovevano solo riesaminare le decine di pizze fatte, andò tutto bene fatica a parte.
      Dopo quest'impresa diventò ufficialmente il “tecnico del suono” della Ditta Paganini, con incarichi più svariati e adrenalinici sia in Genova sia fuori, dal seguire e registrare complessi beat, ad allestire sale per l'audizione in concerto del pianoforte e modificarne l'acustica qualora fosse necessario.
      Le “cose impossibili” con Mimmo Paganini non mancavano, faceva quello che gli altri rifiutavano (N.d.A. tipo il suo diretto concorrente, Orlandini), ne ricorda due in particolare.
      La prima fu la consegna e allestimento della sala ricevimenti al “Cenobio dei Dogi”, Rapallo, di un piano mezza coda.
      Nulla di particolare, solo che il piano era trasportato da una Vespa Ape 125 guidata dal sottoscritto, e nella salita di Ruta s'impennò per il peso, e così restando.
      Con l'intervento e aiuto di Mimmo P. si portò a buon fine la consegna e preparare la sala per l'audizione, programmata per la sera stessa!
      Nota caratteristica e singolare, estate e inverno, l'unico mezzo di Paganini era una Vespa 50 per un peso di oltre cento chili, con quella si spostava ovunque, in città e fuori.
      La seconda, e quella fu una vera e propria folle avventura, la rimessa, sempre con la fatidica Ape 125, di un organo da concerto Hammond, a Milano centro.
      Partenza alle quattro di sabato mattina dal negozio in  Via XX Settembre, consegna, e ritorno alle ore due della domenica notte. Era dicembre, e in compagnia del suo collega Paolo Baldi, fecero tutta la statale da Genova a Milano e ritorno con la nebbia e senza riscaldamento, autentico incubo, da pazzi incoscienti, loro e il titolare.
      Alternava, nel tempo libero, la passione per il motocross e la regolarità, oggi si chiama enduro. Iniziò a gareggiare all'età di sedici anni con Moto Muller 50 Franco Morini elaborazione Simonini, ebbe un sequel infinito, dallo Zundapp Sasch 125 alle KTM 125, 175, 250, 400 tutte due tempi.
      Non pago delle gare di regolarità che si svolgevano in Liguria, iniziò con l'amico del cuore, Fausto Bisio, a correre nei rally automobilistici con la “Simca Rally II, classe 1300 esordienti” come navigatore. Numerose le gare e gli incidenti, a pari passo di quelli motociclistici. La moto era contagiosa, si diede anche al mototurismo e relativi motoraduni sia italiani sia esteri, uno per tutti l'Elephantreffen, raduno invernale sul circuito del Nurburing, a Salisburgo, in tenda, 10° sotto zero.                                                                               
       Honda 550 four, Kawasaki 500 Mach III, Kawasaki 900, BMW R 100/RS, i suoi cavalli di battaglia.                                                          
      Le pazzie in moto erano ordinarie con l'amico Pezzati G. (pure lui condivideva la passione con Fausto nei rally auto-moto), con Laverda 1200 e il Bonfatti con BMW R 100/RS, andarono tre volte nello stesso anno a Barcellona, Spagna, partendo sempre di venerdì pomeriggio per ritornare la domenica notte, follia pura.
      Con le vetture personali non scherzava, nell'ordine: Morris Cooper S a diciotto anni, BMW 2002 ti, Triumph TR6 spider, e Porsche 911T.
      Sempre assetato di un qualcosa non ben definito, prepotente la voglia di evadere, partorì così, l’idea di imbarcarsi come S./Uff. di macchina con la mansione d'elettricista, passato poi, Uff. Radarista a bordo, la compagnia NAI, Navigazione Alta Italia, P.za Leonardo Da Vinci, Genova, fu ben lieta di assumerlo al primo turno.
      NAI Matteini, *T/N super petroliera, imbarcato a Marsiglia con destinazione Golfo Persico, sei mesi di continuità no stop senza scali intermedi, carico e scarico greggio alla boa.
      NAI Premuda Rosa, T/N petroliera, imbarco a New York, destinazione Caraibi, Isole Vergini (Virgin Islands o Paradise Islands), Cuba, Jamaica, Saint Thomas e Saint Croix le mete.
      Quasi due anni di permanenza  proprio a Saint Thomas, dove fece una lunghissima sosta a causa delle avarie subite dalla coda di un tifone, al limite del naufragio e salvati in extremis, qui conobbe certa J.J.Perkins, ragazza di colore.
      NAI Carolina, *M/N a stive, carico misto e navigazione alla *busca, Nord e Sud America le mete più usuali, fino in Russia, a Ghidinia. Solitamente sostavano, in attesa di contratto, nel Golfo del Messico a New Orleans, in Louisiana, oppure a Huston o Corpus Christi in Texas.
      Attese lunghe anche di mesi e un fottio di dollari in tasca, il mix vincente a stuzzicare la sua curiosità, toccava con mano il sogno da bambino, Fort Alamo, a San Antonio in Texas, e ti pare, così vicino al confine non mancò di avventurarsi in  Mexico a bordo di uno sgangherato “cab” (Usa, taxi) e folle come lui l’autista, messicano, nelle vene Tequila con tracce di sangue. Casini a raffica, sbronzi da fare impallidire una distilleria, fu uno dei pochi gringo a superare la difficile border line   messicana in entrata e uscita senza troppi danni, portando indietro la pelle, ospite, anche se per pochi giorni delle “prisión” di confine.
      Aveva soddisfatto la sua curiosità.
      Nel frattempo, un’improvvisa partenza anticipata della nave e restava a terra; complice il suo amico taxista e ritornava in Mexico ospite suo. Inconsapevole del futuro, alcol e femmine la sua dannazione, *sbagasciò ai quattro venti in territorio messicano, da Nogales a Salina Cruz passando per Acapulco. La compagnia era salita a quattro, la giovane cognata di Fuentes, l’autista, divenuta “chica” del Giorgio, e sua moglie, un quartetto di ubriachi senza patria con due zoccole.
      Arrestato dalla Policia Federal, poi il caso passato di competenza all’Interpol, fu rimpatriato a causa di una rissa, dove lui non aveva colpa, in parte, solo rivolta troppa attenzione alle lusinghe di una “mujer” sbagliata e non libera.
      Fuori su cauzione, pagata dalla compagnia genovese tramite l’associata sede di Baltimora, lo scherzetto gli costò una bella penale una volta a casa, ma sapeva riscattarsi e lo dimostrò.
      Due imbarchi consecutivi riconfermati dallo stesso Bonfatti, oltre dodici mesi di navigazione, fermandosi dove capitava.
      Aveva candeggiato l’onta disonorevole con la compagnia.
      Innamorato di quel lavoro, soddisfatto e strapagato ma sopratutto ben integrato, tanto che, consigliato della Compagnia stessa, invogliato a conseguire il brevetto di “Operatore Radio Marconista”, ma la mamma si mise di mezzo facendo saltare tutto. Il perché presto detto, nel Caribe aveva una relazione con una creola, Jane Joyce Perkins, dove, con l'aiuto del padre, sarebbe sbarcato non come clandestino ma regolarmente con tanto di lavoro a terra e residenza, bastava fare la domanda all'Immigration Bureau USA; voleva sposarsi con Jane, e aveva già provato a lavorare col padre, Louis, si trovava benissimo. Louis Perkins dirigeva, in qualità d'armatore, una piccola flotta di barche attrezzate per la pesca d'altura, precisamente al Marlin, sport molto praticato e in voga tra i ricchi vacanzieri americani che si recavano in quelle isole.                                                                               
       Avrebbero lavorato in tandem, Giorgio e Louis, curando rispettivamente parte logistica e amministrativa, Louis sentiva la mancanza di un erede maschio e confidava molto in lui.  Jane, assieme alla madre, portava avanti con successo un moderno fast food sull'isola, una combinazione vincente, ma l'egoismo della madre tanto fece che riuscì a intralciare la già difficile relazione, convincendolo con l'inganno e la menzogna a non imbarcare più.
      Questo il secondo enorme errore.
      Abbandonava in maniera definitiva, dopo una breve parentesi sui traghetti “Linee Canguro” in servizio per Sardegna e Grecia, l'ambiente marittimo.
      Nel frattempo il fratello, Franco, lavorava presso la ditta  “Bepi Koelliker Auto” in C.so Europa a Genova, importatore e distributore, all'epoca, dei leggendari marchi inglesi Jaguar, Triumph, Rover e Leyland. Sotto lo stimolo della madre, mirata a mantenere l'egemonia sui due fratelli, unendo le forze di tutti e la cospicua liquidazione di Giorgio, nacque la ”G.B. Motors Auto Import & Export”,Via Rimassa, sempre con sede a Genova. Fu un periodo felice e redditizio ma non duraturo, si chiuse dopo oltre dodici anni di attività.
      Andò in Africa in quegli anni.
      Proprio in questo periodo aveva ripreso, assieme al fratello, l'attività enduristica con Honda XR e Yamaha TT, entrambe a quattro tempi, 600 cc di cilindrata, partecipando a numerosi moto rally dell'epoca: Rally di Sardegna, Yamaha Challenge Trophy, Rally Torino-San Remo, Rally del Titano I^ e II^  edizione, tanto per citare i più famosi.
      Durante l'allenamento, nei boschi della Val Borbera (AL), subì un terrificante incidente, trauma cranico, due costole rotte e frattura scomposta della clavicola destra in tre punti.
      Operato all'ospedale di Novi Ligure (AL), con tanto di chiodo nella spalla, impiegò oltre un anno per ristabilirsi, fu la sua ultima avventura motociclistica, ridotto in quelle condizioni, non gli era più concesso di correre, tassativo il verdetto dei medici. Appese il casco al muro, come sul dirsi, aveva finito con le competizioni moto rally.
      La voglia di avventura, anche se con un braccio ridotto male, non certo calmata, si diede così a sport più tranquilli.
      Riprese la sua vecchia passione da ragazzo, la pesca in apnea, ma pure stuzzicato dalle immersioni con *ARA e in modo particolare dalla fotosub, macrofoto.
      Frequentò e s'iscrisse al circolo Paguro Sub di Genova, Vico Cimella a Caricamento, conseguendo brevetti fino alle tre stelle CMAS, prossimo il brevetto da istruttore che non volle conseguire per sua esplicita scelta, nel frattempo aveva raggiunto la carica di Vice Presidente all’interno del circolo.
      Le immersioni presupponevano l'uso di un mezzo nautico e così acquistò il gommone, Lomac 500 a chiglia rigida motorizzato 737 Johnson, ovviamente modificato a cinquanta HP e super dotato d'accessori per le immersioni e il campeggio nautico. Iniziava per lui l'avventura subacquea con i cugini Agostino Fanfani e Nino Velardo, amico e istruttore.
      Port Cros, la riserva naturale di Porquerolles in Costa Azzurra, le italiane Sardegna, Corsica, isola d'Elba e del Giglio, al nord, e a sud, isole Tremiti, Egadi, Eolie, centinaia d'immersioni mozza fiato, tutte fatte oltre il limite consentito dalla normale ragione e grossi rischi corsi tra l'esplorazione di grotte e relitti sempre più profondi.
      Mai contento da eterno insoddisfatto, dove la parola d’ordine era “esagerare”, si cimentò nel raid gommonautico, Genova “Casacca”- isola d'Elba, con i cugini Nino e Agostino, partendo pure loro in gommone, e rimasero bloccati all’Elba per cinque giorni causa maltempo.
      In preda all’esaltazione, praticò nondimeno la speleologia in Umbria, nelle viscere del monte Cucco (?), aggregandosi al gruppo amatoriale locale “Speoumbria”,  percorse  buona parte delle vie ferrate sulle Dolomiti e sul Lago di Garda, fece trekking invernale nella “Vallèe des Merveilles” al confine italo-francese, pendici del monte Bego alla ricerca d’incisioni rupestri, e free climbing sulle pareti dei canaloni rocciosi della Valle Borbera, in provincia di Alessandria.
      Proprio nel fiume Borbera, ventenne, rischiò d'annegare praticando quello che oggi si chiama “Rafting”: poco più di un gommone giocattolo, in primavera e a regime di piena ottimale, osò la discesa di sette chilometri del Borbera nel tratto da Pertuso a Persi, capovolgendosi alla fine del percorso in un'ansa particolarmente turbolenta, salvandosi al pelo per il rotto della cuffia.
      Vita sentimentale travagliata, molte le donne e pure belle ma poche o nessuna riuscivano a reggere per lungo tempo un ritmo di vita così “impegnato”, tranne Luciana.
      Questa la sua vita in pillole e sintesi delle principali vicende.
      Vivo oggi a Gioia Tauro, Reggio di Calabria, felicemente sposato con prole, e un poco più calmo.
      Pratico sempre l'attività subacquea in tutte le sue forme, alternandola a lunghe uscite in mountain bike, raggiungendo luoghi impervi e isolati dei monti dell'Aspromonte, godendomi paesaggi stupendi e ancora vergini, lasciando libero sfogo alla mente nel ricordare i tempi andati.                                               
      Faccio qualche giro in Vespa, la mia fida PX 125, naturalmente elaborata Polini 175, mi pare ovvio.
      Rimpianti, sì, non poter ripetere quello che ho fatto, e se tornassi indietro farei ancora di più.
      Ho cinquantotto anni.    
       
      Prologo, in che modo un viaggio può cambiarti la vita
      Marocco, attraversando Francia e Spagna.                                                                                
      Il mio primo raid sahariano, senz'altro il più significativo e quello che ricordo meglio a così tanti anni dal suo svolgimento. Questa storia è nata e scritta per gioco, senza l’intenzione che diventasse libro, ma una faccenda personale fra me e il mio passato, comunque, oramai è buttata giù. Storia dove, oltre alla parte avventurosa vera e propria, si fonde la componente sentimentale, l'amore impossibile per una donna. Sembrerà banale ma nulla di più giusto come in questo caso risponde al detto “la donna sbagliata al momento sbagliato nel luogo sbagliato”. A molti potrà apparire una vicenda puerile e priva di senso, per me quello che è accaduto, la mia esperienza personale. Non posso e non voglio né cambiarla né modificarla, la racconto così, com’è avvenuta, cercando di essere il più fedele possibile. Mi scuso in anticipo se descrizioni e dialoghi possono apparire crudi e troppo spinti per i termini usati, non vuole essere un inno all’eros o alla violenza, né inteso a offendere la morale del buon gusto, ma così gli eventi si sono svolti e vissuti. Qualche particolare sarà impreciso, come i nomi stranieri, le date o altro, ma sono trascorsi ben ventotto anni, difficile rammentare tutto alla perfezione. Inutile precisare che luoghi e persone, protagonisti col sottoscritto di questi fatti, sono reali.                  
      Doveva essere solo un semplice raid sahariano, divenne il raid della mia vita.
      Nota bene: alcuni termini, frasi, modi di dire, contrassegnati con (*) sono riportati nel glossario a fine testo, da me liberamente interpretati e tradotti, utile leggerne la spiegazione per comprendere meglio il racconto.
       
               
          Africa e non più nulla
               by 
           Giorgio Alfonso Bonfatti
       
                Parte I
       
                     L’idea, il viaggio
                                                                                                                                      
       
                                                                                          *** Avventura, amore, sesso, elementi inscidibili***                                                                         
       
       
       
       
      Persi (AL) , inverno 1982
      Poteva essere un qualsiasi sabato sera, ma non fu così.
      Il “trio lescano”, così soprannominati dai locali di Persi, io, Fausto e Luciana, eravamo agli sgoccioli di una truculenta cena attorno al caminetto nella villa dei miei nonni materni, l'odore acre e pungente della legna che allegra crepitava, si diffondeva nel salone accompagnato dal delizioso aroma di bistecche alla brace fatte da Lù.
      Boicottato il tavolo e accomodati sulla moquette, eravamo accaldati, non tanto per le calorie sviluppate dal fuoco, ma dall'accesa discussione in atto.
      Da poco partita la Parigi–Dakar, ne discutevamo i risultati, ognuno di noi diceva la sua da fuoristradisti incalliti, praticanti e convinti, quando esordii, forse in preda ai fumi delle troppe lattine di Beck’s:
      >Fausto, prepariamo la Jeep e andiamo in Africa?<
      La frase rimase scolpita a mezz'aria, un mutismo innaturale pesante come piombo, Fausto ruppe il silenzio:
      >Che cazzo dici?<
      Le labbra di Lù rimasero inchiodate in una frase che mai uscì.
      >Proviamo un giro facile, magari in Marocco che è vicino<
      Ripetei io, in scioltezza.
      Aria tesa.
      Mai più dimenticherò l'espressione tra il drogato e lo sgomento dei miei amici, e sì che li conoscevo da anni.
      Erano preoccupati, nel mare di cazzate che sparavo a raffica nei nostri incontri di fine settimana alcol culinario, capivano che parlavo seriamente.
      >Sì, un giro breve, per provare... <                                        
        Riaffermai ma senza terminare la frase, aggredito, entusiasti e pazzi, approvarono all'unisono.
      Che amici! Una valanga di come e quando mi sommerse, il resto della serata passò, tra birra e grappa, nello stilare un programma di massima e stabilire i propri compiti.
      Notte fonda, le due passate da un pezzo, Fausto doveva tornare a casa e fuori nevicava di brutto, l'impegno di rivederci il giorno seguente per l'aperitivo, pranzare assieme e discutere del “misfatto” fu tassativo.                                                                                                                                                
      Restammo io e Lù, l'eccitazione  altissima, si fece sesso in modo speciale, rabbioso, dando il meglio di noi stessi, i corpi godevano lussuriosi, già nella nostra linfa scorreva la sabbia del deserto. Lei si addormentò profondamente, io eccitato non prendevo sonno, nudo, andai alla finestra, nevicava ancora e più forte di prima, una vera tormenta, mi versai quattro dita generose di Jack Daniel’s assaporandolo lungamente con voluttuosità, l'occhio andò alla “piccola” che sonnecchiava nel viale sommerso dalla neve, non sapeva cosa l’attendeva.
      Socchiusi gli occhi ed ero in Africa.                                                                
      Fatta, cazzo e stracazzo, io *Jones, il *”dakariano” (così mi chiamavano perché rompevo i coglioni a tutti con Dakar), forse a Dakar non arriverò mai, però mettevo i piedi in Africa, il grande Sahara mi, anzi, ci aspettava.
      Storica quella domenica fredda e nevosa, a dire poco elettrizzante, gli aperitivi svolsero a dovere il loro compito, preparando lo stomaco per una favolosa polenta e cinghiale in salmì. Seduti a lungo al ristorante Ridella, bevendo gotti su gotti di grappa, si discuteva del viaggio, euforici, gettavamo le basi del nostro futuro raid mentre orecchie indiscrete captavano le nostre voci eccitate.                                                                                                   
        A Persi, il viaggio in Africa del “trio lescano” stava diventando leggenda, ed eravamo appena all'inizio.
      Le mansioni, di comune accordo, furono così ripartite:
      Fausto, allestimento e controllo meccanico generale della Jeep, Lù, rifornimenti e amministrazione, io, pianificazione logistica del viaggio.
      La parte mia e di Luciana fu relativamente semplice, rispetto a Fausto, che da solo dovette allestire tutta la Jeep, ma questo merita un discorso a parte. La raccolta dati sul Marocco iniziò nel comprare le più disparate guide turistiche, ben fatte e ricche d'informazioni se ti limitavi ai centri turistici da sempre blasonati, tipo Agadir e Casablanca, ma poco sul profondo sud, sulle regioni sahariane e le sue piste, proprio i luoghi che più ci interessavano. Decisi così di provvedere diversamente, interpellando il consolato di competenza, ottenendo buone info, anche se lentissime, e la notizia che il visto d’entrata sul passaporto non serviva fu da tutti gradita, tempo e denari risparmiati. Pareva ci fosse un casino di tempo, invece il tempo trascorreva troppo in fretta, mancavano pochi giorni alla fine d'aprile, la partenza prevista per i primi d'agosto incalzava, e non facile procurarsi tutto l'occorrente, vista anche la nostra inesperienza, era il nostro primo, vero, raid africano.         
       Difficile la scelta delle gomme, quale usare?
      Un bel problema, dovevamo affrontare un lungo trasferimento via strada, tra Francia e Spagna, fino ad Algeciras porto d'imbarco, per sbarcare a Ceuta in Marocco, quindi, oltre duemila chilometri d'asfalto, impensabile farlo con gomme artigliate da fuoristrada, pena un'usura precoce, rendendole inservibili una volta giunti a destinazione.
      La dritta sulla scelta arrivò da “Cavallari Gomme”, noto gommista di Genova, montandomi quattro BF Goodrich All Terrain, coperture mediamente tassellate per uso stradale e off-road non estremo. Mai scelta fu più felice, si rivelarono ottime e longeve su ogni tipo di terreno, delle vere gomme da raid, e sempre consigliato da Cavallari, furono montati quattro cerchi di ferro a canale allargato per ospitare le BF, completando, così, l’assetto della Jeep.
      Nel frattempo, ordinati alla”Safari Market” di Milano, arrivarono la *“binda”, due *slitte da sabbia corte in alluminio, dieci taniche da venti litri per carburante e due contenitori da quaranta litri, sempre d'alluminio, per alimenti liquidi.
      Le conoscenze di Lù all’Ospedale S. Martino di Genova si rivelarono particolarmente utili.
      Medicinali diversi, ad ampio spettro d'applicazione, pastiglie disinfettanti per l'acqua, nonché una sicura profilassi antimalarica, furono mirati e preziosi più di ogni altra cosa nel viaggio, che lento, pigliava forma. Consultati medici vari, alcuni amici, delle nostre intenzioni, consigliati al meglio, scartammo tutti gli alimenti in scatola che non fossero rigorosamente sott'olio, per evitare il pericolo del *”botulismo”, quindi semaforo verde per tonno, sarde, acciughe, sottaceti, pacchi di spaghetti e minestre liofilizzate, fette biscottate, gallette Santa Maria, olio, zucchero, sale, caffè e un'immancabile scorta di J&B per un viaggio che sarebbe durato circa un mese.                                   
       Nel frattempo, Fausto lavorò alacremente sulla Jeep creando un'opera unica, degna di lui.
      La *bagagliera, rigorosamente artigianale, svettava sul tetto della 4x4 come una torretta d'avvistamento, nera, in tondino quadro e lunga quanto il tetto, fissata alla grondaia con tre robusti doppi supporti per lato, terminava col cassone posteriore porta attrezzi e la scaletta d'accesso al tetto. Sull'anteriore della stessa, montati a sbalzo, facevano capolino quattro fighissimi *Cibiè alogeni da cento watt l’uno, capaci di bucare la notte più buia.
      Semplicemente fantastica, ma l'opera magna il *bullbar anteriore, costruito con tubi Dalmine per ponteggi da cinque centimetri di diametro.
      Esagerato.
      Seguiva il profilo della vettura, dal paraurti al cofano, proteggendo fanaleria e radiatore con una barra sporgente a mo' di rostro di oltre quindici centimetri, solidissimo, saldato allo chassis tramite piastre altrettanto mastodontiche.
      Sbalordente l'impatto visivo della Jeep, un misto fra carro armato sfonda tutto e un rompighiaccio, questa volta Fausto aveva superato se stesso, mai visto niente di simile, manco sulle riviste specializzate del settore!                                           
       “Ronfolona”, così chiamavo il mio fedele fuoristrada per il pulsare rotondo e pieno dell’otto cilindri  a V, seimila di cilindrata  a benzina, marca “AMC  Jeep, modello Wagoneer
      Cherokee Chef”, cambio automatico a tre velocità con blocco a entrambi i ponti, un incrocio tra camion medio e un'enorme station wagon da oltre centosettanta cavalli di potenza.
      Giunti a metà giugno, Ronfolona, assemblata di tutto punto, pronta per il collaudo finale.
      Quale terreno migliore se non il letto del fiume Borbera per il nostro test: ciottoli piccoli e grandi, gradini e guadi naturali si alternavano in uno scenario a me caro, da sempre, di questo smisurato canyon che si snodava lungo l’omonima valle.
      Positivo al cento per cento, lei si comporta benissimo, sale, scende, si arrampica con agilità in punti impervi, corre veloce nell’alveo del fiume come se fosse in autostrada, nessun tremolio o cedimento pericoloso alle sovrastrutture aggiunte.
      Siamo tutti al settimo cielo e dire gasati è poco.
      La sera stessa siamo nuovamente ospiti del Borbera, dobbiamo regolare i fari di profondità montati sulla bagagliera per avere una luce radente perfetta, l'operazione non porta via molto tempo e passata da un pezzo l'ora di cena, ci scateniamo con un ricco barbecue a base di salcicce e birra.
      Tutto preventivato, Fausto ha portato una sua amica e si apparta nel boschetto, io e Lù restiamo accanto al falò.                          
       Sesso per tutti.
      La Jeep ufficialmente pronta e collaudata; l'idea di lasciare parcheggiata Ronfolona a casa di Fausto parve a tutti noi ottima, senza stressare inutilmente la macchina a così poco tempo dalla partenza in inutili viaggi da Genova nel weekend.
      Usavamo l'A112 di Luciana per i nostri spostamenti, e una volta da Fausto si prendeva la Jeep per andare al “Mulino”, pizzeria-disco club, nostro abituale locale di ritrovo da  sempre. Nel vasto piazzale della discoteca, lei, spiccava maestosa tra le altre vetture, facendo sfigurare le consorelle 4x4 lì posteggiate, la gente additava:
      >Sono loro quelli che vanno in Africa, guarda che Jeep... sono matti!<
      L'eco del nostro raid africano rimbalzava in Valle come una pallina da ping pong, da Borghetto Borbera a Cabella Ligure, regolarmente, al nostro tavolo si raccoglievano amici o semplici curiosi, tempestandoci di domande, bramosi di sapere il perché e il percome con un pizzico d'invidia, e proprio qui l’incontro insolito quanto inaspettato.
      >Mi chiamo Mohamed Alì Moustafhà, sono marocchino, siete voi quelli che vanno in Marocco?<                                                                
      Questa la presentazione di quel povero diavolo, stupiti, occhiate tra noi con fare interrogativo.
      >Sì, siamo noi, cosa vuoi?<
       Rispose Fausto, curioso.
      Alì, con espressione conigliesca, impaurito, supplichevole:
      >Datemi un passaggio, devo andare a Fes, dalla mia famiglia, posso dividere le spese del viaggio<
      Va bene l'essere diventati famosi in valle per il nostro raid, ma addirittura taxi africa... era un po' troppo, e poi eravamo contrari nel dare passaggi a sconosciuti.
      Silenziosi, muti, pensierosi non sapevamo che dire.
      A furia di domande, chi sei, cosa fai, come ci conosci, scoprimmo che il tizio era parente di un marocchino, venditore ambulante, che Fausto conosceva molto bene a Borghetto, dove sua madre comprava spesso. Alì faceva lo stesso lavoro, doveva portare i soldi guadagnati in Italia e un po' di mercanzia alla sua famiglia, a Fes, appunto.
      Ancora indecisi se prendere dal nuovo amico dei soldi come quota di partecipazione, fu stabilita la data della partenza , venerdì 30 luglio in piazza del Comune di Borghetto, a mezzanotte, ok per Alì, noi pure, Fes era sulla nostra direttrice verso sud, solo una breve deviazione all'interno rispetto al tragitto originale.               Mancavano dieci giorni alla partenza.
      I problemi arrivarono a bruciapelo.
      Gravissimo il fratello di Luciana, operato d'urgenza all'ospedale Galliera di Genova, e sfiga vuole, pure Alì degente all'ospedale di Novi Ligure per coliche renali.
      Il viaggio tanto agognato rischiava di saltare.
      Luciana, per forza di cose, doveva rimandare la partenza di almeno una settimana con la possibilità di raggiungerci dopo   all'aeroscalo di Madrid; il problema grosso era Alì, come trovare casa sua a Fes senza di lui?                                                                                                    
        Alì si fidava ciecamente di Fausto, preparò i denari per la sua famiglia ficcandoli in una busta gialla, a parte, scrisse la lettera da mostrare assieme alla sua foto con la moglie una volta  giunti a Fes; implorò piangendo che dovevamo partire lo stesso, anche senza di lui.
      Bella responsabilità e un bel casino trovare casa sua, mostrando solo una foto e una lettera non si sa bene a chi.
      La tabella di marcia fu rispettata, alle ventidue e trenta di quel venerdì, Fausto ed io imboccavamo il casello sull'autostrada Serravalle-Genova-Ventimiglia, e la sfiga volle che le nostre più ottimistiche previsioni andassero a pallino, all'alba eravamo fermi in coda sotto una galleria puzzolente di gas, ben lontani dal confine italo-francese, torme di vacanzieri avevano invaso le strade, logico in periodo feriale. Gli occupanti delle vetture, ferme come noi in fila, osservavano dai finestrini incuriositi e non a torto. Preparata e carica com'era, Ronfolona di certo non passava inosservata: sulla bagagliera in prima fila le dieci taniche per la benzina, quattro gomme artigliate disposte in pila due a due, gli scivoli da sabbia fissati ai lati assieme a due corte pale, completavano l'insieme a dire poco originale.
      Godendoci i diciotto gradi del poderoso clima, Fausto ed io davamo fondo ai tramezzini al prosciutto, attingendo caffè forte e amaro dal termos preparato la sera prima dalla signora Ilze, sua madre, e sulle note di “Proud Mary” CCR, e “Smoke on the Water” Deep Purple, a stecca, immaginavamo i commenti della gente. Dopo Nizza-Cannes, verso Marsiglia, il traffico si era regolato e snellito, consentendoci di viaggiare costanti alla velocità di circa cento km/h.
      Fermati in autogrill, tanto per stirare la schiena e sgranchire le giunture, oltre al naturale bisogno fisiologico, il boato ci raggiunse con forza inaudita: la Jeep avvolta in una nube di fumo nero e acre, attorno scene di panico, chi urlava, chi si buttava a terra, noi due attoniti continuavamo a non capire, di sasso, occhi spalancati. 
      “É esplosa”, formulai tra me e me non appena la materia grigia si rimise in moto.                                       
      Avanzammo lentamente mentre la densa nube di fumo e polvere si dissolveva tra le altre vetture parcheggiate, inconsapevoli delle pistole spianate verso di noi.
      “Una bomba, terroristi, sono loro, qui, presto!” Urla, ordini e grida si fondevano assieme in un casino bestiale.                              
      Vuoi per l'esplosione, vuoi per il nostro abbigliamento paramilitare, eravamo circondati da una pattuglia della Gendarmeria per caso lì ferma. Più chiaro di così, non c'era molto da capire, mani alzate e immobili, dopo pochi minuti fu un brulicare di poliziotti. Trattati come comuni delinquenti, mani sul cofano e perquisiti accuratamente nella persona, palle incluse, passarono poi alla nostra identificazione e controllo passaporti.                                                                                     
       Ben poco ci volle a comprendere cosa era successo da quanto evidente, sotto la Jeep giaceva penzoloni la marmitta, era esploso il silenziatore catalizzato! Perché sì perché no, la Jeep, di provenienza dalla RFT, era già a norme anti inquinamento e male digeriva la nostra super rossa, noi non si sapeva e la sonda, arrivata al limite dell’auto combustione, era saltata.
      Le scuse frettolose della Gendarmeria ci lasciarono lì, come due coglioni, nel mezzo di una folla curiosa che stentava a capire e avanzava domande.
      Afann'inculo, digrignai tra i denti facendomi largo tra gli astanti, avviandomi verso il bar a comprare le Marlboro, avevo un disperato bisogno di fumare.
      Seduti sul bordo del muretto, grondanti sudori per il caldo soffoco, valutavamo il danno e come ripararlo in loco; intanto tra una palla e l'altra eravamo oltre metà pomeriggio.
      In compagnia di un fottio di santi scesi dal cielo, da noi chiamati tra una bestemmia e l’altra, tutti seduti attorno, con lamierino, pinze, filo di ferro, nastro d'amianto, la riparazione venne eseguita anche se non troppo silenziosa.
      Dal sommesso brontolio al minimo, un lacerante fragore aumentava all'aumentare dei giri del poderoso V8, trasformandosi in un ruggito profondo: Ronfolona esprimeva tutta la sua magnifica potenza.
      Alla Junchera, il confine franco-ispanico, giungemmo a notte inoltrata, zero traffico e rapidità doganale ci permisero di transitare velocemente, e alla prima stazione di servizio, tensione e stanchezza ebbero ragione delle nostre membra, addormentandoci di colpo senza proferire parola. Bolliti.                                                                     Un noioso e ronzante moscone ci svegliò intorpiditi, balzati
      giù dalla Jeep, tappa alla toilette per una sommaria rinfrescata, doppio caffè nero e forte con brioche al bar e telefonata rapida in Italia, ma d'obbligo, a Lù, sarebbe arrivata il lunedì seguente all'aeroporto di Madrid; per noi rotta su Barcellona e pure veloci, autentica fretta bagascia. Nel mio girovagare in motocicletta, negli anni passati, ero già stato diverse volte a Barcellona e la conoscevo piuttosto bene, quindi, una per tutte, “La Rambla General” figurava la mia meta preferita e non per caso.  La Spagna, nel 1975, alla morte del dittatore Francisco Franco, con l'avvento di Juan Carlos di Borbone, re di Spagna, aveva fatto passi da gigante nell'evoluzione e liberalizzazione sessuale e La Rambla era il luogo più indicato per divertirsi a tutto tondo, ecco motivata la fregola d'arrivare al più presto possibile; stuzzicato dai miei discorsi, Fausto, in barba ai consumi *tirò il collo a Ronfolona viaggiando alla grande.                                                                                        
       Perpignan, Gerona, li superammo veloci arrivando alla meta sospirata in netto anticipo, albergo con garage sulla Rambla, doccia tonificante e riposino.
      Avremmo ripreso in contatti nella serata.
      Lavati e sbarbati con abiti puliti, stravaccati come pascià nelle enormi poltrone di vimini dallo schienale a coda di pavone, si centellinava un ottimo Fundador, rilassati, contemplavamo in silenzio nell'attesa di cenare, la movida, quella fiumana umana in cerca di divertimento con due persone in meno ma presto aggiunte.
      Un delizioso profumo annunciò le portate: paella catalana e gamberi alla piastra, arrostiti al punto giusto, fecero una degna fine allettando i nostri avidi palati di buongustai, il tutto annaffiato con del buon *cava locale, frizzante e fresco quanto basta. Finimmo in bellezza con un maxi gelato affogato al caffè, appagati nello spirito, ma non nel corpo, ovvio, mancava il meglio. C'era solo l'imbarazzo della scelta, troppo belle perché siano puttane, da sempre chiesto perché una donna di tale attrattiva lo faccia, se per sola moneta o insaziabile voglia di sesso, magari associato ambo le cose, l’utile al dilettevole.
      Una stallona purosangue, nera corvina, dalla pelle bronzea, puntò con occhi come more, preso con forza insospettata sotto braccio facendomi sparire, spinto di botto, nel vestibolo.                                                                                              
      Stavo per essere violentato.
      Né un se o un ma, senza alcun preambolo, le sue labbra sulle mie in un vortice frenetico della lingua da togliere il fiato, di scatto si tolse guardandomi di brutto, per quello che intesi:
      >Mi piaci, sono abituata a prendere quello che voglio e non è una questione di soldi <                                                                       
       Ben poco da ribattere.                                                                                                    
      Di nuovo fuori, e chiamò a viva voce ma elegantemente la sua amica, molto carina, comunque non del suo calibro, presentandola a Fausto. Stava facendo tutto lei, io, non avevo ancora aperto bocca, stordito.                                                                                      
      Le puttane, a volte, sono imprevedibili e bizzarre, comunque, mai come queste due.                                                                                                                            
       Alina Cortès Guzman e Isabella Manola de Almagro, se non erano nomi d'arte, così si presentarono ma poco importava. Entrambe native di Toledo, Castiglia Nuova, da sempre amiche, arrivate a Barcellona per divertirsi, non si consideravano puttane ma libere e spregiudicate, vogliose di provare nuove sensazioni estreme, esaltanti.
      Per me restavano troie.
      Col passare delle ore e poi dei giorni a venire, tra passeggiate nei lunghi vialoni, bagni in spiaggia, disco-club e ristoranti, dovetti ricredermi sul loro conto, non andarono mai a scrocco, anzi, offrivano loro.
      Il tempo stringeva, l'arrivo di Lù sempre più vicino e quella storia aveva preso una brutta piega per entrambi, e ne eravamo consapevoli.
      Per pudore e ritegno tralascio volutamente quello che ci fu tra Alina e il sottoscritto, ma vi posso assicurare che un'impresa di demolizioni avrebbe arrecato meno danni, sia nel corpo sia nell'animo. I postumi di quella storia li portai dietro per molto e molto tempo, certi tipi di donna ti stregano e Alina una di quelle, difficile dimenticare.                                                                                                  
      Seduti alla guida da un paio d'ore, direzione Madrid, arrivava Luciana al “Barajas”.                                                              
       L'umore pessimo, avevamo lasciato l'albergo di buon'ora, pagato il conto lasciando una lauta mancia al portiere affinché chiudesse un occhio sulle nostre due amiche lasciate a dormire nelle rispettive camere. Detestavamo gli addii malinconici, ma entrambi avevamo il *magone.
      L'atmosfera goliardica della partenza era svanita nel nulla, e se non fosse per Luciana, che ignara aspettava all'aeroporto, senz'altro avremmo fatto ritorno in Italia all’istante.
      Due amici di vecchia data, veri, intuiscono tutto l'uno dell'altro senza parlare, a fiuto.
      Non era la prima volta.                                                                                                                                                          
       Sapevo con certezza che Fausto soffriva quanto me, come un cane, e che la sua condizione di fidanzato ufficialmente in casa non migliore della mia. Il tacere e fingere con le rispettive morose fu un tacito accordo mai pronunciato. Il volo è in perfetto orario, pochi minuti per espletare le formalità doganali e Luciana si unisce a noi, si riforma il gruppo, suo fratello è fuori pericolo, festeggiamo brindando al bar del terminal con birra corretta whiskey, abbiamo bisogno di strinarci. In preda all'orgasmo dell'alcol, forziamo l'andatura verso sud, vogliamo dimenticare e ci concentriamo sul viaggio, Marocco, deserto, piste sabbiose ci aspettano, urrà, urrà, urrà, urliamo a squarciagola in preda al delirio più esasperato nel cacciare i fantasmi del recente passato.
      Il ritmo sostenuto ci porta rapidi a Granada, non godiamo
      delle bellezze del luogo, pasti frugali consumati in macchina alternandoci alla guida, si viaggia giorno e notte no stop, pure Luciana è contagiata dalla frenesia generale, una donna con le palle, dimostrando un'ottima dimestichezza con quella specie di carro armato che oramai è il nostro unico rifugio, tiriamo come forsennati, sempre.
      Giungiamo a Malaga di notte, e Malaga by-night è favolosa, ma la stanchezza reclama e cerchiamo un campeggio per passare il resto della notte.
      É categorico, dobbiamo riprendere fiato se vogliamo entrare in Marocco nel pieno delle forze, e alcuni giorni di sano relax a Malaga saranno ben pagati dopo, Algeciras è vicina e non scappa di certo.
      *Bagonando, pigri, tra una spiaggia e una gelateria, controlliamo il mezzo, che, rumore a parte è in condizioni splendide. Il buon umore è ritornato, si ride e scherza, Lù, dopo la forzata separazione e “tour de force” degli ultimi giorni è vogliosa, facciamo sesso ma per me non è più come prima.
      I giorni di riposo passano rapidamente, e la partenza avviene come di consueto, a notte inoltrata, col fresco. Ceniamo in un localino simpatico lungo la costa a base di “gazpacho”, zuppa fredda di verdure e “gambas al pilpil”, gamberetti saltati in padella con salsa piccante al tabasco e brandy, dal gusto delicato e semplicemente squisiti, a cerveza ci tratteniamo, evitiamo di allungarla col whiskey. La batteria di fari da quattrocento watt, montata sulla bagagliera, illumina la strada a giorno permettendoci di guidare in tutta sicurezza sull'asfalto tortuoso che s'inerpica, per poi scendere in pianura verso lo Stretto di Gibilterra.                                                   Algeciras, estrema propaggine di terra Andalusa, si pone di fronte a noi in tutto il suo concitato bailamme nonostante l'ora tarda, le strade sono affollate e brulicanti in un chiassoso e disordinato vociare, arabo, spagnolo, francese si amalgamano in un unico, incomprensibile dialetto.
      Individuiamo l'agenzia viaggi per fare i biglietti del traghetto, è gremita all'inverosimile da una fiumana di persone in una “coda non coda”, accalcandosi in  furiosa ressa presso il bancone vendita, non ci piace, troppo casino per restare nella mischia con tutti quei soldi in tasca, veramente troppi.
      Tornati alla Jeep, concordiamo che è giunto il momento di stare all'erta, dividiamo in parti uguali e nascondiamo le mazzette, Fausto ed io all'interno della soletta degli anfibi, Luciana nel reggiseno, un classico femminile. La busta gialla di Alì già al sicuro fin dalla partenza nella cassaforte ideata da Fausto: una vecchia tanica con doppio fondo saldato, stuccata e mal verniciata era stata ulteriormente “invecchiata” strisciandola più volte sulla ghiaia rovinandola di proposito. Sembrava proprio vecchia, sulla vernice bianca screziata, spiccava la scritta *”engine water”, impronte d'unto e grasso rendevano più veritiera la mistificazione.
      Acquistati i biglietti, ci dirigiamo al terminal d'imbarco, una vera e propria arena; non esiste ordine prioritario ma vige la regola del più prepotente. Il traghetto, ormeggiato in fondo al molo, era la parte terminale dell'imbuto, e completato il carico, partiva per tornare diverse ore dopo. Stessa scena.                                                                                 
      Negli occhi di Fausto brilla una luce satanica, è pane per i suoi denti; inserisce le quattro ruote motrici con riduttore, accelera e frena in *secche stoccate senza dare spazio, le Goodrich mordono rabbiose l'asfalto, il bullbar sfina paurosamente i cofani posteriori delle auto che precedono, Ronfolona procede a balzi come un gatto che, sornione, gioca con i topi.                                                                                                          
      La supremazia è tale che nessuno azzarda furbate, imbarchiamo al primo turno.
      Sì, lo so, è stata prepotenza bella e buona, ma gli altri, potendolo fare, avrebbero fatto di peggio. Lo sbarco avviene in modo decisamente normale, già ci sentiamo africani anche se Ceuta è ancora territorio spagnolo.
      L'avventura è già iniziata alla Valla de Ceuta con le sue barriere di filo spinato alte più di tre metri, che isola Ceuta spagnola dal Marocco. La burocrazia doganale, lenta e ripetitiva, massacrante come tutti i paesi africani, ex colonie, che hanno ottenuto l'indipendenza, per dimostrare la loro superiorità rispetto al governo precedente, da stronzi, mantengono le vecchie leggi con l'aggiunta e varianti attuali totalmente inutili, col solo risultato di rendere più difficile cose già complicate. Non si capisce nulla, moduli e contro moduli da compilare dichiarando i nostri dati anagrafici e della vettura, provenienza, quanta valuta estera e motivo del viaggio, il tutto rigorosamente scritto in arabo e sottotitolato in francese con caratteri così piccoli che gli occhi ti schizzano fuori dalle orbite nel vano tentativo di leggere.
      Un ragazzino spigliato, dodici o tredici anni, dietro compensa di pochi franchi, si offre in nostro aiuto, noi, dobbiamo fare solo l'interminabile coda per ritirare i passaporti.                                              
       Ok, patteggiamo affidandoci a lui.
      Luciana si mette in fila, Fausto ed io sorvegliamo la Jeep, uno seduto dentro e l’altro fuori in piedi, quando nella coda di Lù scoppia casino. Lei urla e sbraita inveendo verso alcuni indigeni, corro, mi avvicino cercando di calmare a fatica quella furia rossa scatenata, le hanno palpato il fondo schiena ed è incazzata nera, rimango incollato alle sue chiappe e finalmente ritiriamo i passaporti senza altri problemi.
      Scuro come un corvo, un militare dalla corporatura tozza e ben piantata con la divisa strapiena di medaglie, spille, cordoncini colorati, a passo spedito si avvicina facendomi cenno con la mano, “ecco i primi casini”, pensai rimescolato dentro.                                                                                                
        Fronte a fronte, impeccabile e solenne nel saluto tipico militare, qualificandosi comandante in capo della  Gendarmeria locale, vista la scenetta precedente e in un misto di arabofrancoispanico stentatissimo, mi consigliò molto gentilmente, di tenere a bada la mia donna, in particolare nell'abbigliamento, e non potevo dargli torto.                                                                    
       Aveva pienamente ragione, in un paese musulmano, dove le donne contano meno che niente, girano col *burqa, occhi rivolti a terra e schivano gli uomini, pensate quale effetto facesse Luciana con la camicetta arrotolata in vita sotto la quarta di seno, l'ombelico scoperto accompagnato da shorts stampati sulla pelle da quanto stretti, e grazia se stavano su da quanto bassi oltre i fianchi, la perfetta antitesi dell’abbigliamento coranico! Prima lezione di vita vera, quando si è ospiti di un paese con religione e cultura così diversa dal nostro, entrare in punta di piedi senza offendere la morale locale mi sembra un atto dovuto e di buon senso, abbiamo tanto da imparare in questo viaggio, poi, un motivo mi turbava fin dal nostro arrivo dandomi disagio e senza capirne il perché; gli uomini, indistintamente, giovani e anziani, mi lasciavano il passo nell’incrociarmi ammiccando un breve cenno del capo, questo solo con me e non con Fausto. Un rapido consulto, di comune accordo vogliamo toglierci subito il pensiero della consegna dei soldi ai famigliari di Alì, così chiediamo notizie per raggiungere Fes, consigliata la strada costiera via Kenitra, più facile e scorrevole, ok, vuol  dire che ammireremo il panorama della costa Atlantica.                                                                                  
      In Marocco si può mangiare a qualunque ora, e alle quattordici decidiamo di pranzare presso un chiosco con annessa macelleria all’aperto, il meglio trovato finora tra i tanti scartati.
      Dobbiamo abituarci, vincere la riluttanza, cibarsi di quello che vediamo se vogliamo continuare il viaggio e capire a fondo
      questo popolo. Qui, gli standard igienici sono ben diversi dai nostri e in ogni caso molto lontani, quindi, mosche a parte che sciamano ronzando posandosi su quei cosciotti di capra puzzolente, preferiamo degli spiedini di “non so bene che cosa” alla vista passabili, speziati e piccanti, ovviamente niente vino ma coke o acqua, disgrazia vuole calde come piscia appena fatta e niente ghiaccio a parte, pazienza, siamo in Africa. Un tavolino sghembo e arrugginito, con la tovaglia sudicia d'unto che portava i segni dei commensali precedenti, sedie altrettanto mal combinate, sono il nostro desco, il ristoratore, premuroso, si rivolge solo a me porgendomi la  seggiola.
      Ora basta, devono spiegarmi perché si concentrano sul sottoscritto ignorando gli altri.
      >Tu capo, tu comandi!<                                                                                        
        Lagna il tizio, aggredito in malo modo dalle mie domande.
      >Ma quale capo e capo<                                                                                           
         Replico seccamente.
      >Tu porti segno!<                                                                                                   
        La mano tesa e sudicia indica i miei baffi; e già, da qualche tempo, ancora prima della partenza, portavo sottili mustacchi alla “mongola” che incorniciandomi il mento scendevano fin sotto la gola, era un segno distintivo, di capo, in Marocco.
      Scoppiamo in una fragorosa risata e urlo:
      >Io sono il capo!<                                                                                               
       Si ride di gusto e brindiamo a coke, gli spiedi, buoni ma troppo pepati per il nostro stomaco, mettono una sete terribile,  così, lontani da occhi indiscreti diamo fondo a una delle bottiglie di J&B miracolosamente scampate alla dogana.
      Ripreso il viaggio, scopriamo uno sterrato che piega a destra e porta giù alla spiaggia, la stanchezza mista allo splendore del luogo convincono a campeggiare in riva all’Atlantico, e a ridosso della Jeep, sdraiati nella sabbia tiepida, contempliamo quella forza della natura, la sua brezza lambisce i nostri corpi accaldati in una piacevole sensazione di benessere.
      Ognuno di noi si lascia andare ai propri pensieri, a giro, di mano in mano la seconda bottiglia di J&B passa e finisce, prendiamo sonno, beati.
      Risvegliati infreddoliti, contempliamo il sole africano che tondo e sornione tramonta sull'Atlantico, è uno spettacolo senza uguali, guizzi dorati tra le onde che frangono vigorose sulla battigia, un invito irresistibile, tolti gli anfibi, ci lanciamo in una corsa frenetica sulla sabbia, gli spruzzi bagnano fino alla cintola, siamo pazzi di gioia, felici di vivere e di essere lì.                                                                                     
        Rapidamente montiamo la *canadese, cerchiamo e troviamo della legna da ardere, non tanto per cucinare ma perché non esiste bivacco senza falò, questo era il nostro credo scontato.                   
        Il tonno in scatola con le fette biscottate pare buono, ma è la magia di quel luogo a rendere tutto speciale, e così la notte fonda ci sorprende ancora svegli accanto al fuoco, vestiti, pigramente alziamo le cerniere dei sacchi letto crollando in un sonno da orsi in letargo.
      All'alba, il bricco del caffè è già sul piccolo fornello da campo, lo prendiamo forte e amaro per scrollarci, e ripiegata la tenda, un ultimo sguardo a quella baia baciata da Allah, risaliamo lo sterrato che porta alla statale proseguendo per Kenitra.
      Sembra di viaggiare da un'eternità da quante cose viste ed esperienze fatte, la nostra amicizia è più che mai consolidata, un trio formidabile e ben unito, ne siamo terribilmente fieri.
      La mattina passa veloce tra chiacchiere e lunghi silenzi, ammirando il paesaggio arriviamo a Kenitra; sostiamo brevemente, giusto il tempo di trovare un'agenzia di cambio perché un po' a corto di *dirham e preferiamo fare tutto in regola al cambio ufficiale anziché del più vantaggioso in nero, almeno per ora, cerchiamo di evitare casini.
      Dalla costa Atlantica cominciamo a risalire il Rif, direzione Fes sul Medio Atlante, il borbottio di Ronfolona è sempre pieno e rassicurante.
      Consultata più della Bibbia durante la Messa, la guida Michelin indica che Fes è il massimo centro culturale e religioso del Marocco, quindi niente cazzate, convincendo Luciana con la forza a indossare un abbigliamento più consono. Graziata da madre natura nelle forme, lato A e B notevoli, per mascherare quelle curve femminili troppo accentuate, le faccio indossare un paio di miei calzoni con relativa maglia, larghi, un ampio foulard blu in testa contiene la folta massa di riccioli rosso fuoco provocatori, lei protesta ma non me ne fotte niente, non vogliamo assolutamente crearci problemi gratis.
      Inizia la ricerca dei parenti di Alì, cosa non facile in un centro di circa quattrocentocinquantamila abitanti e segnaletica per modo di dire, ridotta a meno del minimo necessario. A pomeriggio inoltrato avevamo fatto il classico buco nell'acqua, ma col dono dell'incoscienza perseveriamo e chiediamo a tutti, mostrando la foto e la lettera. Nello scritto era indicato come arrivare a casa sua, poiché non esistono vere strade tranne la principale, le altre, viottoli secondari anonimi senza nome, si va a intuito e per conoscenza, difficile orientarci.                                                                                                                                                                                                                   
      Le ore passano lente, inesorabili, ancora niente, lo sgomento di non riuscire inizia a farsi vivo, ragioniamo cambiando tattica, se Alì commerciava tappeti in Italia provenienti da Fes,  probabilmente qualche commerciante del posto lo conosceva, così restringiamo il campo di ricerca al mercato.
      Una due ore, tanto culo, e bingo!                                                                                                                                                    
      Sulla porta della bottega, un distinto commerciante, elegantissimo nel suo *kafetano  marrone chiaro, incuriosito dal nostro fare, sbirciando, riconosce Alì nella foto e ci blocca.
      Legge la lettera e annuisce, parla esclusivamente arabo, ad ampi gesti chiama un ragazzo, suo figlio forse, ci spiega come se noi capissimo, non capiamo ma è come se avessimo capito tanta è la contentezza.
      Il giovane sale in macchina per accompagnarci, vorremmo sdebitarci ma non vuole, si porta la mano al petto, *In Shaa Allah, salutandoci. Gli amici del giovane, nel frattempo, hanno assalito la Jeep aggrappandosi a ogni sporgenza possibile. Parto lentamente in una nube di polvere, sembriamo un gigantesco grappolo d'uva con tutti i suoi acini, allungo l'occhio al retrovisore esterno, quella figura alta e secca guarda compiaciuta, sollevo la mano e saluto, ricambiato.
      Non l'avremmo mai trovata quella contrada senza il provvidenziale aiuto da quanto *imbriccata, gira a destra, a sinistra, un continuo sale e scendi su infidi campi incolti, sentieri dalle mille diramazioni tra infinite coltivazioni di fichi d'india, e finalmente una costruzione cinta da alte mura in perfetto stile arabo. I ragazzi balzano a terra saltando dal tetto della Jeep con agilità inaudita, dei veri acrobati, dileguandosi tutti  rapidamente, tranne uno.                                                                                 
      Un vecchio sdentato dal ghigno paralitico, accerchiato da una torma di cani latranti, è fermo impalato in quella specie d'aia.
      In un primo momento diffidente, poi, dopo aver ascoltato il ragazzo, muove verso di noi a braccia aperte, sfoderando un sorriso cordiale mettendo in bella mostra i pochi denti rimasti.
      >In Shaa Allah<
      Goffi, rispondiamo allo stesso modo ceffando tutti gli accenti.
      Parla da asmatico con lunghe pause e sibili, non si capisce un cazzo, mostriamo la lettera con foto di Alì e moglie, guarda lo scritto senza leggere, probabilmente è analfabeta, e con più gesti insistenti c'invita a entrare.
      Disturbato dalla nostra presenza, un randagio, mezzo incrocio tra cane e iena, si avvicina ringhioso ai miei polpacci, sono pronto e teso a sfoderare un poderoso calcione su quel brutto muso spelacchiato.                                                                                                              
       Entriamo.
      A stento freniamo i conati di vomito dal puzzo di stalla che quel cortiletto maleodorante emanava, inconcepibile per noi, capre, montoni, pecore, cani, sterco animale e umano coesistevano, lì, a cielo aperto, se tale il puzzo fuori, figuriamoci dentro. Per non offendere, fingendo di pulirmi il naso sulla manica della camicia, premetti forte sull'avambraccio trattenendo il fiato, preparato al peggio, subito imitato dai miei  amici, uno sguardo d’intesa incoraggiandoci a vicenda, entriamo maledicendo il momento.
      Stupore e incongruenza africana, l'interno lindo, aria fresca e pulita convogliata da un sistema di bocchette, creava una piacevole quanto inaspettata corrente regolare. Maleducati, in ritardo, imitammo il padrone di casa sfilando gli anfibi lasciandoli sulla soglia, una rapida mossa e i soldi da sotto la soletta finivano nei tasconi laterali dei *camu, assicurandomi al tempo stesso d'avere l'antifurto in tasca, il led lampeggiava, segnale di allarme inserito, mi sentivo molto più sicuro.
      Approssimativa dall’esterno, vista dentro, dal numero di porte e corridoi che s'intravedevano la costruzione pareva molto grande. Guardavamo spiando, curiosi a quel primo, vero,  contatto con la vita islamica.
      Subito, e affascinava un casino, l'ampio salone disseminato da tappeti e soffici cuscini dai colori sgargianti disposti in tondo, contrastava l’assenza di mobili, quei pochi, costituiti da basse mensole alte poco più di mezzo metro. Ambiente particolare senza finestre ma solo piccole grate, tutto immerso in una piacevole penombra, al centro, troneggiava un grande piatto di rame, tondo e massiccio, finemente lavorato, a lato il classico *narghilè, sempre pronto all’uso.                          
       Un dubbio, un tarlo si faceva strada nelle nostre menti, era la persona giusta? Chi era costui, il padre? Potevamo dargli i soldi, sicuri di non sbagliare? Come se avesse letto i nostri dubbiosi pensieri, l’anziano signore, con fare regale, batté seccamente le mani ossute e da lì a poco entrò una donna minuta, velata, stringeva al petto una foto incorniciata e la mostrò: era la copia esatta della nostra, lei e Alì! Tirammo un profondo sospiro di sollievo, come Alì avesse avvisato del nostro arrivo, rimase un mistero. Andai a prendere la tanica bianca dando luogo a procedere, martello e scalpello alla mano, tanica tra le gambe, feci saltare non proprio facilmente il doppio fondo, consegnando l’attesa busta gialla al patriarca, fieri di noi stessi.                                                                                               
       Il senso dell'ospitalità  berbera è proverbiale, festa grande in nostro onore, e nel mentre il padrone di casa predispone per il banchetto, affascinati, seguiamo il rito del tè mesciuto per tre volte consecutive, come esige la tradizione, e versato con abilità nei gottini dall'alto di un bricco formando una densa schiumetta superficiale. Le novità si avvicendano, non esiste zucchero in polvere ma in blocchi di aspetto diversa, a forma di mattone bianco perla se raffinato, scuro e ovale se grezzo. Un blocco ambra, portato dalle carovaniere del *sud dalla sagoma di uovo gigante, è rotto in minuti pezzi da un piccolo martelletto appuntito, simile a quello da geologo e il tutto riposto nel vassoio di rame al centro del tappeto. Il vecchio assaggia più volte, mettendo o togliendo con le dita le pseudo zollette, poi, giudicato al punto giusto, offre, rigorosamente da bere per tre volte, altamente offensivo rifiutare, vinciamo la riluttanza e assaggiamo, buono, quella schiuma superficiale ha sapore di menta dal tono forte, risveglierebbe un morto. Senza dirlo, bastano le nostre occhiate, speriamo in una sorta di autoconvincimento che quelle fottute mani fossero pulite, non troppo ma almeno un po’. Si parla a gesti mimati e qualche parola in distorto francese, è  un dialogare, a dir poco, difficile e snervante.
      Fumo e offro, ben accetta, una Marlboro, nel tempo dei miei
      due tiri il padre è quasi arrivato al filtro, che polmoni caspita, chissà quale minchia d'erba è abituato a fumare!
      La difficile conversazione prosegue, spiegando, mappa alla mano, il nostro tragitto a sud, e per quanto ci sforzassimo non riusciamo a capire quel dondolare del capo, se sì o no, comunque è sacrificato e tagliato a pezzi, quale buon auspicio, un montone col cui sangue è schizzata la Jeep.
      Per l'eccezionale evento, alle donne è concesso di restare nella medesima stanza anche se in gruppo appartato, Luciana è costretta a seguire le regole locali e si unisce alle *magrebine di buon grado. In questo frattempo la mia attenzione si monopolizza su una di queste, presumo una giovane donna, arduo stabilirlo, a malapena da sotto il burqa s’intravedono gli occhi. Il cervello lavora, osserva, elabora, trae conclusioni, è giovane e nobile mi dico, vuoi per il portamento altezzoso e la tunica insolita, nettamente diversa dalle magrebine presenti, bianca e di buona fattura, stretta in vita da una cinta di cuoio scuro, il velo sulla fronte ricamato con fregi dorati, le mani ben curate, affusolate e perfette. Ambiguo il suo modo di fare, lancia scivolose e pungenti occhiate in mia direzione, spostandosi poi su Luciana, lasciando andare acuti gridolini di compiacimento con le altre femmine, anche senza capire, credo essere oggetto di scherno.                                                                 
       Si cena seduti a terra, in cerchio, pigliando con le mani a piccoli pugni dal piatto comune il *cuscus, pietanza nazionale, cucinato con carne di  montone e prugne  sapientemente speziato, richiede parecchi *gottini di tè che iniziano a stordirmi, strano, eppure sopporto bene l’alcol, ma questo ti fotte con lo stesso risultato pur non essendo alcolico.                                                    
      Fausto patisce di mal di testa e si sente male, ha bevuto troppo, Luciana idem, è ciucca persa e non oppone alcuna resistenza quando deve seguire le donne non maritate al dormitorio comune, queste le usanze del posto, rapidamente, tutti, parenti e ospiti locali aggiunti, salutano e si ritirano nelle stanze a loro riservate. Dal brusio precedente finalmente al silenzio, rimango solo nel salone del ricevimento, una bacinella d'acqua mi è vicina, non so chi l'abbia portata ma fa parecchio comodo, rinfresco il viso, la testa ronza peggio di un alveare in piena attività.
      Fioco il tremolio delle lampade a olio rimaste accese, tengono compagnia, le fisso avvertendo un profondo senso di stanchezza che stanchezza non è, e neppure sonno, ma direi piuttosto molto rincoglionito, pigro mi sdraio, l'aria della notte è fresca, quasi fredda rispetto al giorno, comunque gradevole.                                                                                                                               
       Il frusciare leggero di chi cammina scalzo, in punta di piedi, un'ombra netta sulla parete, è lei, furtiva si avvicina portandosi l'indice sulle labbra in segno di “zitto”, non sono sorpreso, aspettavo qualcosa di simile. Quel cenno di silenzio fa parte del gioco, ho la certezza matematica che non saremo disturbati nel corso della notte, per nessun motivo. 
      Agile, più leggera di una farfalla, s'inginocchia al mio fianco, con eleganza, gesti misurati, scioglie il velo dal capo scoprendo il viso, sussurra qualcosa d’incomprensibile, mordendomi delicatamente il lobo destro dell'orecchio mentre l’indice segue il profilo del mento, graffiandolo appena.                                                 Fronte alta, zigomi pronunciati, naso forte e dritto, labbra sottili, occhi scurissimi, dolci e profondi, ciglia lunghe, chioma fittamente ondulata; è una berbera di rara bellezza, aspra e selvaggia. Lunghe dita levigate mi scorrono sul collo, bacia leggera, avvolta da un profumo particolare, intenso, eccitante. Ho il cuore in tumulto e la carotide pulsa impazzita, la stringo forte in vita sentendola fremere, allento la presa, si alza. Dritta, fronte a me, con rapidi gesti sfila la tunica mostrando un corpo perfetto, l'olio aromatico mette in risalto le curve del seno, duro e sodo con larghi capezzoli neri, lunghe gambe tornite, affusolate, incastonano un pube perfettamente rasato, lucido dei suoi umori, la faccio mia.
      Eccediamo vicendevolmente dei nostri corpi in un oblio da  estasi più volte, lei geme, un urlo soffocato, abuso di lei consenziente nelle sue parti più intime, esosa chiede sempre di più, volitiva, non sazia, col volto sull’inguine mi strappa un gemito di dolore, senza contegno riprende e continua serrandomi lo scroto, bacia con passione violenta, fa male.                                                                                                                                                                                                        
      Ora è stanca e ansimante, c'è qualcosa di primitivo, animalesco in quell'ansimare così profondo e ritmato. Distesa vicino, quel corpo da gazzella è sempre più invitante, succhio i capezzoli con vigore, la sua mano scende quasi furtiva sul mio intimo, muove con delicatezza, un movimento ritmico, lento, sono sconvolto, strappandomi un lungo gemito di piacere, e lei stringe, stringe ancora il mio sesso facendolo suo, godo per l’ennesima volta, prossimo a urlare, lo sa, preme la mano sulla bocca, il medio si incunea tra le labbra e teso finisce sulla lingua, frenandola, vengo, un rantolo gutturale, sordo.                                                              
      Mormora qualcosa che non capisco, da una sacchetta di cuoio estrae dalle foglie brune, le arrotola strette, fumiamo, è *roba buona, un tiro a testa scambiando il fumo baciandoci.                                         
      Cristo Santo cosa mi sta accadendo? Sono eccitato fuori misura, perverso, ho voglia di toccarla ancora, entrambi col fisico sfiancato accarezziamo intimamente i nostri corpi in quella folle notte da sogno.
      Il rossore purpureo dell'alba ci sorprende, mi fissa, sussurra brevi frasi come se capissi quello che dice, elegantemente si alza, si riveste, si allontana di qualche passo, si volta, i suoi occhi parlano per lei, profondi. Dio, sapere quello che pensa!
      Un cenno del capo, un breve inchino, mano sul petto, sparita. Sognato o sto diventando scemo? Dubito di ciò che ho fatto.                                                                                                                                                                                                                                                                                              In trance, mi rovescio tutta l'acqua della bacinella in testa, il vecchio, Fausto e Luciana li sento vociare, arrivano, pure io fingo di essermi svegliato da poco, sbadigliante.                                                                                                                                 
        Lù è leggermente intontita ma d'ottimo umore, Fausto del tutto ripreso, giura di non bere più tè neanche se fosse in punto di morte, io, beh, meglio lasciare stare.
      Con una scusa stupida chiamo Fausto alla Jeep, informandolo velocemente sugli eventi della notte, mi faccio ispezionare accuratamente schiena, collo e nuca, la sentivo graffiare!                                                                                                                                                                                                                                              
        >Non hai nulla bastardo, tranquillo, sempre fortunato!< (F)                                                    
      >Sì, fortuna, sono *segato!< (G)
      >Spera che Lù non se la dia, o vedi come ti sega!< (F)                                                                                                                         
      Ridacchiando entrambi sempre di più, interrompiamo le confidenze stando attenti che Luciana non senta, è lì vicino.                                                                                     
      >Il vecchio deve saperla lunga, che dici?< (F)                                                         
        Incalza sogghignando Bisio
      >Penso anch'io, ma non capisco lo scopo o dove voglia parare, credi che ci sia da preoccuparsi?< (G) 
      >Se capita qualcosa avvisano Alì, lui trova me, è scontato, ed io te lo giro< (F)
      >Affan'culo Fausto, ci mancava Alì in “sto” casino, magari sono parenti e me la sono scopata!< (G)
      >Cazzi tuoi, prima godi e poi ti disperi!< (F)
      >Ma va' a...< (G)                                                                                                                                                                   
       >A proposito, come si chiama?< (F)
      >E chi l’ha capito! Non so, che dici, provo col vecchio?< (G)
      >Ti conviene lasciare correre il pesce, oramai è fatta, si è vista stamani?< (F)
      >No, è sparita all'alba poco prima del vostro arrivo, la rivedrei volentieri, è veramente tosta< (G)
      >Avete fumato?< (F)
      >Sì< (G)
      >Ne hai lasciato un po'?< (F)
      >No< (G)                                                                                                                                                                          
      > Ma sei proprio stronzo, allora!< (F)
      Il battibecco scherzoso sarebbe durato chissà quanto, ma l'intervento di Lù mise fine:
      >Ehi, ragazzi, che fate? Spicciatevi, dobbiamo salutare!< (L)
      Fingevo interesse ma allungavo il collo nella speranza di vederla, niente. Il commiato fu veloce, e il vecchio, prima che salissi sulla Jeep, mi pose la mano sulla spalla, premendola più del dovuto, come volesse trasmettermi un messaggio d’intesa.
      ”Haziza, Haziza” , lo ripeté più volte, guardandomi fisso nelle palle degli occhi, ammiccando alla casa, accertandosi che avessi capito per bene.                                  
       Vi sono cose nella vita che hanno un linguaggio internazionale, e quella stretta forte sulla spalla... capii, quella splendida creatura color ebano, figlia del vento e della sabbia, si chiamava Haziza, una fiera donna *Tuaregh sessualmente libera di decidere quale uomo scegliere per la vita, capace di prendere o lasciare. A parte il nome, capii tutto questo dopo.
      La strada costiera Atlantica c'era piaciuta un casino, decidiamo così di visitare la mitica Dar El Beida, Casablanca, tanto citata nei film e libri gialli, città di spie, intrighi, complotti, trans operati, e proprio su quest'ultima particolarità si cazzeggia per tutto il percorso, facendo e imitando i gay, un mare di risate e goliardia generale. Casablanca ci vede arrivare nel pomeriggio, ampi e ordinati viali sono percorsi da ogni genere di mezzo, motorini, bici, bus strapieni, carretti trainati da muli e più di una volta affiancati da spacciatori di *fumo che mimano il *ciccare di una *canna, il prezzo è buono ma preferiamo evitare.
      Neanche a farlo di proposito alloggiamo al “Casablanca Hotel International”, cinque stelle, la nostra entrata nel giardino-parco-posteggio dell'hotel è semplicemente tamarroide e voluta, ridiamo come pazzi!
      Gli enormi pneumatici di Ronfolona fanno letteralmente schizzare la candida e finissima ghiaia bianca, come se fosse acqua, sulla rossa e linda passiera dell'imponente entrata.
      Un posteggio alla *american boy con derapata del posteriore, rumorosa *stoccata finale chiusa da un affondo d'acceleratore a prossimi seimila giri, un boato degno di un 737 e relativa sfiammata dalla marmitta, completano l'arrivo.
      Uno sguardo attorno basta a capire su quale pianeta siamo, la vettura più misera posteggiata è una Mercedes Benz S 600, seguita da Rolls Royce, Ferrari, Maserati e Carrera Cam-Am.
      Dall'enorme bagagliaio della Jeep, un mix incasinato d'oggetti più disparati, prendiamo i nostri zaini, solerti, due facchini a caccia di mancia si avvicinano, facciamo cenno di “no” con la mano, evitiamo una mancia, lì, obbligatoria anche se ti aprono la porta.                                                                                                                    
      Saliamo con passi misurati e lenti, “da duri”, la maestosa scalinata di marmo, sfilata davanti al portiere che cerca di trattenere una dignitosa curiosità prostrandosi, occhi all’insù, in un leggero inchino.                                                                                                                        
       La nostra entrata ad effetto bomba carta, echeggia silenziosa accentrando la curiosità dei presenti nella hall, lo percepiamo dagli sguardi interrogativi, un rumore di fondo sommesso, da prima teatrale durante l’intervallo, educato, attenti e mute domande, “Chi sono questi? Da dove vengono? Che fanno? "                                               Rampolli di Livingstone, veterani da chissà dove, il nostro abbigliamento e bagaglio ben contrastano con le grandi firme e la valigeria d’elite senza sfigurare da quanto originali. Zaini *Invicta, sporchi e stinti, portati a monospalla con sofisticata scioltezza, anfibi slacciati alle caviglie, *camu modello zuava, bandana nera che ben evidenziava le tracce di sudore in leggere striature bianche, certo non profumati di colonia e talmente cazzuti che Rambo impallidirebbe.
      Siamo noi.
      Il gruppetto di persone, con discrezione, fa ala alla nostra andatura sicura mentre ci dirigiamo al bancone della reception in formazione “Delta Force”, io, in testa, al vertice del triangolo, Fausto e Lù ai lati, poco indietro.
      Avvezzo ai mega hotel di Monaco e Stoccarda nei miei pellegrinaggi all’estero quando vado a trattare l’acquisto di vetture d'importazione, onde evitare un quasi logico, certo, certissimo rifiuto nello stereotipato classico di sempre, “Spiacente Mr. siamo al completo”, tengo bene in mostra i passaporti, l'American Express e la Visa, un congruo fascio sparpagliato di banconote in franchi e marchi, fingendo distrattamente  di contarli, e con fare tra l'altezzoso e il maleducato che solo i ricchi strafottenti sanno avere, chiedo, con tono di chi non ammette repliche, di registrare il tutto e depositarlo nel caveau. Mi sono espresso in perfetto inglese, parlando veloce con tono distaccato, e rimango in attesa, tamburellando sul bancone un ritmo inventato al momento, sbirciando una rivista di cui non mi fotteva nulla.
      Grande attore, la recita ha l'effetto sperato, sfumata la diffidenza e classificati per ricchi stravaganti, il portiere chiede gentilmente di compilare i soliti moduli d’arrivo prestampati, nel frattempo registra i passaporti.                                                                                                                                                                                   
        Fausto e Luciana osservano compiaciuti.
      >Cazzo se fingi bene!< (F)
      >Sono nato a Hollywood, che vuoi< (G)
      >Ma vaffanculo!< (F)
      Le camere sono quanto di più sontuoso mi sia capitato nel mio  itinerare. Porte laccate di bianco perla tendente al panna tenue con intarsi oro e turchese, maniglie dorate e massicce, preziosi tappeti sparsi un po'ovunque, letto doppio a baldacchino con zanzariera, cuscini di raso e tende di seta blu, mini salotto con poltrone di vera pelle e banco bar, due bagni, clima, tv e stereo, perfezionano la suite di gusto decisamente orientale e tedioso per noi europei, in ogni modo elegante, per veri ricchi, e lo conferma la tabella prezzi dietro alla porta, che stona li appesa, ma obbligatoria e per fortuna che c’era, al cambio facevano quattrocentomila lire a notte per camera.
      La tirchieria non è il nostro forte, comunque riconfermiamo quanto già deciso, una sola notte di permanenza e via.
      É pomeriggio inoltrato, un bel bagno ristoratore ci vuole, e appuntamento a più tardi. Luciana è sbrigativa, con la testa ancora bagnata, vuole provare il “Coiffeur por Dame” dell'albergo, telefonare a casa, fare shopping per cose a lei terribilmente necessarie viste nei negozi nella hall entrando; scherzosamente la *benedico ed esce, io, preferisco restare in camera e godermi ogni centimetro di quella stanza da sceicco.                                                                                                                                             Nel morbido accappatoio di spugna blu, inizio a esplorare il frigo-banco bar, fornitissimo: lattine di coke, birra Ceres e Tuborg, Veuve Clicquot, whiskey Red Horse e Four Roses Label, arachidi, patatine, salmone e caviale in scatolette, Gordon's Gin, tutto tranne il mio bourbon preferito, l’ottimo “Jack Daniel's Tennessee Whiskey”. Compongo velocemente lo zero della reception e ordino un doppio Jack liscio con acqua a parte, neanche il tempo di posare la cornetta e bussano, cazzo che tempismo. Purtroppo, anche nei migliori alberghi combinano casini, ecco come rovinare un ottimo bourbon, ghiaccio, del dannatissimo ghiaccio, e sì che l'avevo chiesto liscio, rapido, con le dita, tolgo i cubetti incriminati e bevo.
      Preparo la busta da consegnare alla lavanderia, per me e Luciana, svuotando accuratamente le tasche, e dai camu qualcosa di sconosciuto mi frulla tra le dita, tiro fuori.
      É un ciondolo con laccio di cuoio, a doppio cappio per regolarne la lunghezza, curioso, l’esamino con attenzione.
      Raffigura uno scarabeo colore turchese pallido, dorso intagliato, ma... un crampo allo stomaco mi attanaglia violento, sudo, ansimo, bevo e tossisco strozzandomi, corro alla terrazza, ho bisogno d'aria e non di quella condizionata. >Cazzzooo!<
      Urlo, un flash netto dai contorni definiti.
      >È il suo, è il suo!<
      Ripeto a voce alta, strozzata in gola, guardo fisso l’oggetto.
      >Lo portava al collo, quando, nuda, mi stava di fronte<                                                                                                       
       Rifletto a voce alta borbottando tra me, nel tentativo di                                                                                                                                                            
      mettere a fuoco la scena. Haziza, un ricordo intenso.
      Mi lascio andare di peso sulla sedia-sdraio, agitato, l'accappatoio fradicio di sudore, ansimo, devo calmarmi; d'un fiato tiro giù il Jack, un balzo e sono al frigo- bar, afferro una qualsiasi bottiglia di whiskey, stappo e bevo a garganella.
      Vittima della frenesia più acuta e incontrollata, ficco la testa sotto la doccia, mi asciugo sommariamente, slip, calzoni e camicia jeans, mocassini, e a rotta di collo mi precipito a bussare alla porta di Fausto.                                                                                                                                      
      >Ehi, che c'è, hai visto un fantasma?< (F)
      >Peggio, dai scendiamo!< (G)
      >Fammi cambiare, che caspita... < (F)
      Rapido, senza capire mi segue al bar della hall, fatica a tenere il passo, allunga il suo quasi correndo.                                                                        
       Seduti al banco, aria inquisitoria, guarda dritto nelle palle degli occhi, sente puzza di casini.
      >Allora, si può sapere cosa ti prende?< (F)                                                                               
      >Guarda!< (G)                                                                                                         
        Mostro il ciondolo, osserva attento rigirandolo tra le dita.                   
      >Beh?< (F)                                                                                                                                                                          
        >È di Haziza!< (G)                                                                                                                                                                
        >Il suo? Ne sei certo?< (F)
      >Sicurissimo!< (G)                                                                                                                    
        Farfuglio confuso, devo prendere fiato, non sono per niente calmo, all’apice della frenesia.                                                                                                                   
       >L’ha infilato nei camu quando siamo stati assieme< (G)
      Gola secca, ordino per entrambi gin&tonic, Fausto, pensieroso, scruta il mio fare nevrotico sempre più perplesso.
      >Non capisci, è un segno voluto, che mi.....< (G)
      >No Jones, non parlare e pensare di... < (F)
      >E invece sì, ha voluto che mi ricordassi di lei!< (G)
      >Dici bene, ricordare e dimenticarla!< (F)
      >Non ci penso nemmeno, cazzo!< (G)
      >E cosa vorresti fare, perdio?< (F)
      >Cercarla, tornare indietro e cercarla!< (G)                           
      >Sei pazzo, hai fumato troppo, dai, smettila con queste cazzate!< (F)
      >Non sono cazzate!< (G)
      Fausto stava allerta come un gatto, mi conosceva e conosceva quel tono di voce quando mi incaponivo su qualcosa, di solito impossibile a farsi. Cerca di raggirarmi con le buone.
      >Come pensi di trovarla? Non hai un nome completo, senza indirizzo, località deserto sahariano, da qui all'Algeria, chilometri e chilometri di sabbia, una nomade senza fissa dimora, libera come l'aria, che fai, ad ogni beduino che incontri domandi: “hai visto per caso Haziza”?< (F)                                                                           
       >No, non così!< (G)                                                                                                                                        
        >E come?< (F)
      >Alì, lui sicuro la conosce o suo padre, in fondo un favore potrà ricambiarlo, gli parli, telefoni... < (G)
      >Ma… cazzo, ti sei fumato un campo con tutte le radici, non pensarci nemmeno lontanamente!< (F)
      L'altoparlante della hall gracchia, fin troppo fedele, scandendo i nostri rispettivi cognomi con gli accenti al posto sbagliato.
       >Avis aux clients: les seigneurs Bisiò, Bonfattì sont attendus à la réception, grâce <                                                                                                  
      Era Luciana, cercandoci, tengo Fausto per un braccio.
      >D'accordo?< (G)
      >Va’ a cagare!< (F)                                                                                                                                              
        Taglio e piega freschi, calzoni lillà di raso lucido, maglietta nera, ballerine intonate. Veramente elegante, Luciana, nella sua semplicità, attirando l'attenzione degli avventori e lo sguardo cupo, geloso, delle mogli-amanti che secondo me da invidiare non avevano proprio nulla, ma si sa, competizione femminile per la conquista del maschio. La cena al ristorante dell'hotel, se pure d'ottime e scelte portate, si rivela anonima e insignificante se paragonata a quel famoso cuscus.
      Sono particolarmente frizzante, nel mio io di maschio latino, la consapevolezza di essere ricordato, piaciuto o scelto da una donna lontana anni luce come cultura e costumi era, a dire poco, gratificante.
      La serata trascorre allegra tra gin&tonic e cubalibre, ascoltando con piacere le melodie del pianista in stile Bogart, un po’ meno per Fausto, preoccupato delle mie intenzioni.                                                                              
       Rientriamo nelle rispettive camere a tarda notte e piuttosto su di giri, Lù prende sonno quasi subito, io preferisco godermi la frescura della notte africana, assaporare la magia di quella città particolarmente intrigante, fosse solo per il nome che emoziona, sesso, belle donne, intrighi internazionali, la mente va per i fatti suoi, astratta.  Ben accomodato sulla sedia-sdraio, avvolto in un turbinio di perché, via libera alla masturbazione mentale. Alina e Haziza, due nomi, due donne, due casini, due mondi così diversi, stringo e soppeso nelle mani i frammenti da ricomporre di quelle eccezionali amanti.
      Rileggo per l'ennesima volta il recapito di Alina, casa sua a Toledo, una grafia accurata, tonda e colta.                                     
       Spot rapidi di quella dannata settima di fuoco, rientra a novembre, dice, per terminare gli studi. Ma se è di buona famiglia, perché si comporta così? Che cosa vuole dimostrare? Perché mi ha chiesto di chiamarla e andarla a trovare con così tanta insistenza? Perché ha pianto la sera prima della partenza quando era con Isabella, non sapendo né di essere vista né sentita, dicendole che mi amava? Fingeva?                                                                                                                            
       Non la capisco.
      E Haziza? Altro bel rebus.
      Due etnie totalmente diverse e contrastanti le nostre, lingua, cultura, religione, non combacia una virgola. Perché si è data in quel modo totale e così carico di passione? Pareva tormentata! Non era sola voglia, c'era di più in quello che mi dava, accidenti, poterla capire quando parlava!
      Apro i palmi delle mani, un foglietto e un ciondolo, li soppeso guardandoli a lungo, due amori, due promesse, due cuori che battono per me ed io per loro.
      Può una persona amare in tandem?
      Guardo Luciana, lì indifesa e mi sento terribilmente stronzo come non mai in vita mia. Lei non è stronza come me.
      Troppi “perché”, tutte domande che, per ora, appaiono vane e senza risposta, ma volente o nolente dovrò risolvere, costi quel che costi. Un colpo di tosse dal balcone vicino.
      >Fausto?< (G)
      >Sei incasinato?< (F)
      >Sì, al rientro metto tutte le *arbanelle a posto< (G)
      >Non ti sarà facile< (F)
      >Mai detto che lo sia< (G)                                                                                                                                          
       >Ti aiuto?< (F)                                                                                                                                                                     
        >Anche se dovessi ripartire, venire qua?< (G)
      >Contaci< (F)
      >Col lavoro come la metti?< (G)
      >Non ci pensare< (F)
      Né ciao né grazie, tra noi due è così, finisco la cicca e vado a letto con la mente che vaga tra mille ipotesi. Nudo sotto il baldacchino, provo una sorta di fregola, una eccitazione particolare, stuzzico Lù, che di buon grado si concede alle mie fantasie sessuali, scopiamo di brutto per tutta la notte flippandoci una bottiglia di Four Roses.                                                                                                 
      Rincoglioniti, tranne Fausto, il mattino seguente, di buon'ora, ci vede nel salone riservato alle colazioni. Ampio, ma climatizzato a dovere, logicamente sontuoso, adeguato alla clientela, discriminava la stessa in zone privè secondo il grado d’importanza, lottizzate tra loro da pannelli mobili in rafia crema, lasciando alle persone comuni il resto del salone, delimitato in fondo, dal self service. Un brusio di sottofondo discreto, quasi elegante, accompagnava la filodiffusione a volume basso, tavoli da quattro e sei posti apparecchiati perfettamente, ognuno con più quotidiani in diverse lingue, italiano escluso, disposti sul tavolo a ventaglio.                              
      La sala, al centro, rasoterra, è dominata da una vasca scintillante di mattonelle a mosaico blu elettrico con variopinte forme ittiche; tutto è teso all’opulenza, alla ricchezza sfrenata, dalle camere da letto alla fontana dei pesci, caratteristica cultura araba. Il self-service è negli standard internazionali al top della categoria, succhi alla frutta, brioche, torte, fiocchi d'avena, pane, burro, marmellata di vari gusti e caffè, uova al bacon a richiesta, così si legge sul menù dalla fascetta in pelle e fregi dorati. Prendiamo uova al bacon, nell'attesa sorseggiamo caffè e distrattamente sfogliamo un quotidiano, inglese, per darci un tono in quella massa di veri ricchi a strafottere. Sazi, decidiamo di fare un giro per la città, caotica, dall'intenso e disordinato traffico. Evitiamo di prendere la Jeep, diamo la preferenza al taxi, trattando bene il prezzo prima per evitare sorprese dopo, e sia ben chiaro, non prendiamo altri passeggeri a bordo durante il tour, usanza piuttosto comune da quelle parti. La mattinata scorre veloce visitando le numerose moschee, anche se alcune sono interdette ai turisti occidentali, i gentili rifiuti ci fanno desistere nel soddisfare la nostra curiosità. Impressionante è la casbah, quartiere malfamato dove tutto è lecito e possibile, basta pagare bene, un vero labirinto di vicoli e vicoletti, senza la guida del nostro cicerone sarebbe facilissimo, quanto naturale, perdersi. Quando dicevo che tutto è lecito e possibile, mica esageravo, volevano comprare Lù per un non ben definito numero di cammelli o scambiarla con delle ragazzine neanche tredicenni e, assicuravano, ancora vergini, davanti e dietro, testimone Allah!
      Il patteggiamento è insistente, ma solo da parte loro, la discussione prendeva una brutta piega per quanto era l'ostinazione dell'acquirente, un flaccido arabo barbuto e puzzolente, accompagnato da altri due più giovani, e solo i modi bruschi e decisi del nostro accompagnatore evitarono il peggio.
      Si era meritato una mancia extra.
      Completiamo la visita al *souk, decine e decine di bancarelle e botteghe con la mercanzia più disparata, tutti vogliono venderti qualcosa e la trattativa è un rito obbligatorio che può durare ore anche tutto il giorno, una massacrante altalena di offerte rilanciate da contro proposte e pantomime di finte incazzature, seguite dal classico, immancabile, rituale del tè. 
      Il bluffare a poker è niente in confronto!
      Notiamo l’assenza del ceto medio, o ricchi benestanti o poveracci, le due realtà convivono a gomito a gomito nella tangibilità di tutti i giorni, dove per i più la fame è tanta e fare un pasto è spesso un miraggio. La religione domina e regola la vita di questa strano e per noi assurdo mondo, restiamo affascinati dai numerosi minareti sparsi in tutta la città ma con una logica ben precisa; coprendo i quattro punti cardinali sono rigorosamente orientati alla Mecca, luogo di culto per tutto il mondo Islamico, come il nostro Vaticano.
      L'ora della preghiera è scandita da possenti megafoni che diffondono le nenie del Muezzin, l'equivalente del nostro sacerdote, ogni attività si blocca, stuoino a terra e pregare in ginocchio verso la Mecca, venerando Allah, quanto pare sono parecchio convinti, puro fanatismo religioso.
      Fa caldo, afoso ma sopportabile, congediamo la nostra guida e torniamo all'hotel a piedi. Antipasto di crostacei, una fresca insalata mista e riso freddo, budino alla crema, e per una volta niente vino, meglio restare leggeri, sono le quindici passate e in serata partiremo, Safi, Essauria, Agadir, le nostre prossime mete, un bel po'di chilometri da macinare. Fausto vuole farsi un riposino prima di partire, Lù un altro giro al coiffeur, non sale, ne avrà per qualche ora come minimo.
      Salgo, la busta della lavanderia è appesa alla porta, buffo vedere i miei camu stirati e con tanto di piega!                                              
       Preparo gli zaini e mi cambio. Anfibi, camu, gilet, i lunghi capelli castani raccolti a codino sotto la bandana nera, viso e braccia ben abbronzati  mi conferiscono un certo “non so che” dall'alto del mio metro e ottanta, un leggero pizzico di narcisismo e scendo con flemma alla reception, firmo la ricevuta della Visa, quando alle mie spalle:                                                                                                                                  
      >Siete di partenza? Vi ho visto arrivare, ieri<                                                                                                                          
      Inglese oxfordiano dall’accento tedesco, voce calda e un casino sicura, lunghi boccoli “biondo vero”, il leggero trucco sulla pelle troppo pallida mette in risalto occhi da husky, taglienti e freddi, senza anima.
      >Gruber, Herna Gruber<
      Presentazione accademica, porgendomi la mano dalle unghie perfettamente smaltate, lunghe, sposate a dita sottili che fanno sessualmente sognare nella stretta calma, anatomica, da quanto vellutate.                                                                    
       >Giorgio<                                                                                          
      Ricambio, dopo essermi sfilato il corto guanto a mezze dita traforato. Bella donna, fine ed elegante, di classe e senz'altro ricca, molto ricca, penso, a giudicare dal Panthère d’oro portato lasco al polso, osservandola più attento del necessario. Lei mi ha già esaminato da capo a piedi e continua a farlo, non mi sento a disagio, reggo lo sguardo invadente, lascio intuire quello che non dovrei, il gonfiore cresce da sotto la patta dei camu stile tenda canadese, inutile nasconderlo.
      Alta più di me grazie alla  décolleté da quindici, snella, ben figura nell'abito dalla profonda scollatura, misure da Moulin Rouge, forme piene, bel seno con i capezzoli in rilievo sotto la seta lucida.
      Massimo trent’anni, valuto.
      >Tedesca?<  (G)
      >Di Colonia, sono in vacanza con mio marito<                                               
      Puntualizza, fingendo di cercare le sigarette nella minuscola pochette Broadway in pelle metallizzata Gucci.
      Quel “mio marito” sospirato con pacata noia, marito cornuto chissà quante volte, basso e panzuto gonfio di birra, pizzetto dal pelo carotino, almeno venti anni in più e dalla velocità conigliesca nel fottere, abbonato a vita al Bild-Zeitung, immerso nel controllare a letto le notizie in Borsa dopo la brutta figura, mi giocherei la jeep, fottuto crucco, tanto pane e niente denti, ma un conto da un casino di zeri alla Commerzbank da tentennare sulle trombate in difetto. Di certo non lo ama, si è solo venduta e bene, come figa vale tutti gli zeri, corna extra, ma quelle se le paga lei in proprio.
      Quel pezzo di topa eccita, mi stuzzica stare al gioco.
      A quell’ora vuoto, il salottino del bar-reception pare aspettare noi, la invito a sedere e nel frattempo ordino due Old Time Fashion, bourbon e zucchero di canna spruzzato di lime misto a succo d'arancia con ciliegina glassata, uova di storione e  olive nere piccanti da stuzzicare. Ho agito di mia iniziativa senza chiedere cosa volesse, non per indelicatezza, ma quel campione di femmina vuole che sia il maschio a decidere, e lei non certo il tipo da sciroppo di rose con acqua liscia.
      Un “grazie” melodioso da accapponare la pelle, solo quello meriterebbe un’erezione, sorseggia il drink, cazzo se è sexy, gioca con la punta della lingua sul bordo del bicchiere, sorseggia al ralenti indifferente, sa che l’osservo, maliziosamente senza scomporsi, con cura studiata mette in mostra le belle gambe, accavallandole, una mossa sbagliata di certo voluta e il lembo inferiore dell'abito scopre la coscia fin quasi all'altezza del bacino, intuisco che sotto non porta nulla, la carica testosteronica si fionda al suo nido umido dalle ali rosa appena dischiuse, arruffato attorno da soffici pelurie bruno rame, lisce, dai riflessi mogano.
      É coinvolgente, lo stimolo parte deciso dall’inguine, violento e nulla faccio per nasconderlo, divarico le gambe con quel monte di Venere al maschile esposto.
      Ruoli invertiti, è lei che guarda ora, ne gusta la forma, valuta le dimensioni con discrezione, “ti osservo ma non guardo”, non vuole apparire la troia che è, mentalmente lo tiene stretto in mano prima di farlo sparire nella gola avida e pomparlo in modo indecente, il resto è compito mio, scoparla, fotterla per bene davanti e dietro violando le sue intimità, farla urlare, è quello che vuole. Ha finito la sua analisi, eccitata, i capezzoli non più velati da quanto spingono, bottoni extra sul vestito, tenui code rosse sfumate avvampano sul collo, apre e stringe le gambe nervosamente più volte per poi lasciare le ginocchia aperte, “guarda figlio di puttana e fottimi”, pare dire. Esauriti i giochetti erotici, posato il bicchiere, continua nella finta ricerca delle solite sigarette che non ha, mettendo bene in mostra la chiave della camera con l'enorme numero inciso in rilievo, giocherella distratta, assicurandosi che lo noti, alza lo sguardo e non dice nulla, senza falsi pudori poggia la mano a palmo teso sul basso ventre, premendo nell’incavo, fissandomi una due volte, insistente, l’interno delle cosce luccica da quanto bagnata, leggero fremito continuo delle labbra, ha voglia, gran cagna in calore.
      Tronco la farsa offrendole una Marlboro, invadente lo schiocco metallico, tipico dello zippo che si chiude, aspira con garbo lasciando una voluta di fumo cenerino, soddisfatta, gusta in anticipo il pomeriggio di sesso.
      >Salgo…<                                                                                                    
      Bisbiglia seducente, aggiustandosi con delicatezza, da sotto, le coppe dei seni nell’abito, chiaro invito in assenza del marito.                                                                   
      Di getto prendo la sua mano con le mie due, la stringo in un finto baciamano, sorridendo:
      >Tra poche ore partiamo<                                                                                       
      Mi alzo ed esco senza voltarmi.
      Raggiunto il fondo del viale, all’ombra, sotto una palma, sorrido e poi scoppio a ridere da solo, “di certo, questa latitudine favorisce il puttanesimo, ti sei perso una *ghianda con i fiocchi! Alina, Haziza, ora Herna, troppi casini, manca solo un marito becco e incazzato che gioca a fare Rommel  inseguendomi per tutta l'Africa!”, rido e rido fin quasi a farmela sotto.
      Pronti, primo turno giocato a sorte, tocca al Bisio, fa scaldare Ronfolona con leggere *brandate, retromarcia, *drive e da bravi bambini usciamo lungo il viale, solo un discreto colpetto di claxon. Siamo prossimi all'imbrunire, Fausto spinge sul gas pennellando in maniera magistrale le infinite curve della costa in direzione Safi, un piccolo centro dove non sappiamo ancora se fermarci. Smaniosi e assetati d’avventura iniziamo ad avere una gran voglia di sabbia e piste, in fondo siamo venuti appositamente  per questo.
      Incauto, non ho resistito alla tentazione, porto lo scarabeo al collo, giocandoci con l'indice, stringendolo forte mi pare di potere comunicare con lei. Socchiudo gli occhi, pisolando la vedo e materializzo mentalmente, ma non riesco a collocarla in nessun luogo preciso di quell'immenso mare di sabbia che ancora non ho visto e con ansia attendo, pia illusione di ritrovarla! La realtà del dolore mi scuote, il palmo della mano brucia e allento la presa, è segnato dal ciondolo.                                          Con Luciana mento in maniera spudorata, sostengo di avere comprato quel monile sulle bancarelle, fuori dell'hotel, e poteva essere vero, ci crede.                                   Un leggero languore fa capolino, alla prima radura faremo sosta per la cena. Velocemente il campo è allestito: tavolino pieghevole, sedie, lanterna, gli spaghetti stanno bollendo, originale, per chi ci vede, cenare al bordo strada, festosi colpi di claxon dei camionisti locali salutano, uno di loro si ferma incuriosito, trasporta ovini, è simpatico e subito invitato per la spaghettata. Tra arabo, francese e molti gesti, consiglia di non mancare la visita a Marrakech, bivio sul tratto Safi-Essauria, sulla carta, a occhio, appare lontana, e dovremo viaggiare tutta la notte se vogliamo rispettare i tempi programmati.
      Rifacciamo il caffè due volte, giacché il simpatico amico ha dato fondo al primo bricco, lo scola tutto da solo, “buono, molto”,  fa capire a gesti, meglio del tè! Leggero inchino, mano al petto, In  Shaa Allah, ci salutiamo, viene naturale quel gesto, il virus Africa è in noi, contagiati! Sarà argomento di discussione in quella lunga notte per Marrakech, infatti, quando mai avremmo invitato uno sconosciuto alla nostra tavola e di notte, ma ribaltiamo l'ipotesi, gli altri si sono fidati di noi, pur non conoscendoci, ospitati e dormito nella loro casa. Le nostre vedute mentali si stanno aprendo alla dottrina africana, salutiamo e parliamo di Allah come se fosse Dio, non consultiamo più con frenesia acuta l'orologio, pure noi ragioniamo nei termini temporali di ieri, oggi e domani, di mattino e sera, non dando più significato ai giorni della settimana, l'Africa è proprio questa, dove il tempo non ha tempo e “non fare oggi quello che puoi fare domani”  è la sua filosofia. Mangiare e dormire senza vincoli ma solo per bisogno fisiologico puro e semplice, abbiamo sepolto lo stile di vita europeo, ma alla fine salterà fuori, e lo temiamo, quando dovremo fare i conti con le rigide regole del ritorno.
      In questo susseguirsi di teorie filosofiche, nella bruma dell'alba intravediamo in lontananza i contrafforti dell'Alto Atlante, ai suoi piedi Marrakech, non siamo per niente stanchi ma smaniosi di arrivare.
      Le porte della città e relative mura sono imponenti, alte e maestose, posteggiamo nel casino più totale. Dieci, venti bimbi si accalcano attorno a noi, il più grandicello, il capobanda, a mani tese implora *cadeau, cadeau! Nerissimo, scalzo, calzoncini  sbrindellati, dignitoso nella sua povertà  fa tenerezza, distribuiamo pochi spiccioli e a gesti gli diamo da intendere che, se sorveglia la vettura, al nostro ritorno avrà un cospicuo cadeau. Non sarebbe necessario un simile guardiano, nessuno azzarderebbe a rubare, tantomeno a dei turisti, la legge è severissima e crudele: se beccato, al ladro è amputata la mano destra, esecuzione con tanto di bando sulla piazza principale più famosa di tutto il Marocco col poco allegro nome di Djemaa-el-Fna, la cui traduzione significa “Raduno dei morti” per quanto detto prima; il reo di gravi reati, decapitato, e testa lasciata esposta impalata in loco quale monito futuro.                                    
       Quasi circolare, è una bolgia terrificante, un brulichio continuo di persone eterogenee e variopinte, mercanti,  girovaghi, suonatori, incantatori di serpenti, acrobati, ma i più caratteristici e unici a vedersi sono i fornitori ambulanti d'acqua, che chini sotto il bilanciere, da otri enormi smerciano gotti d'acqua. Stordisce e incanta allo stesso tempo questa fiumana umana così svariata, addizione di tutti i villaggi circostanti e oltre. Totalmente assorbiti dalle mille cose da vedere, che quasi dimentichiamo d’essere digiuni dalla sera precedente e lo stomaco reclama. Un odore di spiedi alla brace allerta i nostri sensi, individuiamo la provenienza e andiamo spediti, fidandoci del nostro naso. “Le Cafè des Epices” suona accattivante e misterioso, attira un casino e decidiamo per il sì. Il locale è tipicamente ornato alle pareti con variopinti mosaici, tappeti e cuscini completano l'arredo al piano terra, adibito a solo uso fumeria, vietato l’accesso alle donne, mentre altre tipe provenienti dal circondario, sono ad uso e consumo per turisti in vena di follie sessuali arabe, nessuna differenza se di giorno o notte, le donne chiuse dentro sono sempre disponibili, uno dei tanti bordelli-caffè-fumeria, peccato ci sia Luciana di mezzo e bene incollata alle nostre chiappe. Salendo una stretta scala si accede al piano superiore che sbocca sul terrazzo dominante la piazza e adibita alla ristorazione, ci fermiamo grondanti, la calura, pur se tardo pomeriggio, si fa ancora sentire, opprimente, possiamo goderci lo spettacolo stando comodamente seduti sorseggiando coke nell'attesa di essere serviti. Marrakech, situata in una regione particolarmente fertile e ricca di oasi, è un importante centro di scambio per mercanzie d'ogni genere e attualmente la più attrezzata per il turismo di massa internazionale, qui vivace in ogni periodo dell’anno. Il termine “più attrezzata” calza, ma non come pensiamo noi, specie a livello di pulizia, dove, in ogni locale appena chiuso e non esposto alla corrente d'aria, regna sovrano il puzzo di latrina, nauseante, bisogna farci l'abitudine. Il proprietario del locale, gentile, fa notare che se vogliamo dormire possiamo restare sulla terrazza anche tutta la notte, basta fermarsi per la cena o consumare, accettiamo volentieri, il posto con vista sulle montagne dell’Atlante è superbo; e quei poveri ragazzi lasciati alla macchina? Che faranno non vedendoci tornare?.                                                                                                                                      
      >Fausto, Lù, restate qui, vado dalla Jeep e prendo i sacchi letto per la notte, porto qualche cibaria a quei bischeri e torno subito< (G)
      >Non ti perdere in questo bailamme< (F)
      >Ok< (G)
      Veloce, faccio incartare alla meglio in fogli di giornale un paio di polli, delle coke e vado. Il ragazzino non aveva abbandonato la Jeep, rimasto solo, si era rifugiato sulla bagagliera tra le gomme, e vedendomi esultò, non tanto per il sottoscritto ma per le leccornie ricevute, che subito divora, a gesti fa intendere che sarebbe rimasto sul tetto, di guardia, per tutta la notte. Presi i sacchi letto, travasai del whiskey nella borraccia e tornai indietro. Serata favolosa e ottimi spiedi, tiriamo un sorso di J&B dalla fiasca nel raccontarci le rispettivi impressioni sul quel viaggio che andava oltre la nostre aspettative, mancavano solo le piste, presto sarebbero arrivate pure quelle.                           
      >State attenti a non farvi pizzicare con quella roba in pubblici esercizi, potrebbero pensare che fate del contrabbando e la legge lo vieta, sono guai grossi!<
      Paffuto, media statura, prossimo alla sessantina, neri capelli lisci brillantati, l’arzillo vecchietto aveva mosso quel rimprovero nei nostri riguardi dal tavolo accanto.
      >Chiedo scusa se mi sono intromesso, ma dall’accento, era doveroso avvertire dei quasi connazionali< (JDS)
      >Italiano pure voi?< (L)                                                                                             
      Chiede Lù stupita, continuando a bere.                                                         
      >Lontana parentela italo-francese da parte materna, ma permettete che mi presenti: Juan De Santillana, commerciante o meglio antiquario di Huelva, tratto artigianato del *maghreb in particolare< (JDS)
      >Toglietemi una curiosità, come avete capito che non c’era acqua nella borraccia?< (G)                                                                               
      Chiedo, curioso.
      >Dalle espressioni godute dei vostri volti, gli occhi socchiusi, mentre con calma gustavate l'alcol!< (JDS)
      >Occhio lungo e fine!< (F)
      >Ragazzi, scendo sotto a fare delle foto< (L)                                                      
         Sbraita Lù, poco interessata alla conversazione, prendendo la Contax con diversi rollini di scorta.
      >Occhio alle palpate e resta nei paraggi!< (G)
      Juan insiste per offrire un giro di tè, nel frattempo noto che guarda con insistenza il mio ciondolo.
      >Bello e originale, comprato qui? Ora?< (JDS)
      >No, un regalo, una storia lunga< (G)
      Sorseggiamo il tè ma noto una netta differenza tra quello bevuto a Fes, questo è più chiaro e per niente forte, troppo dolce.                          
      >Strano, quasi insapore rispetto all'altro< (F)                                                  
        Commenta Fausto, nel notare il mio stupore.
      >Che ha di strano questo tè?< (JDS)                                                               
       Chiede incuriosito Juan.
      >Oh, niente di particolare, solo non stordisce come quello bevuto dal nostro amico di Fes< (G)
      >Avete degli amici, qui?< (JDS)
      Racconto, senza scendere in dettagli, la nostra storia per consegnare i soldi ai parenti di Alì.
      >Posso vedere il gioiello?< (JDS)                                                    
       Lunga pausa riflessiva, accentuando il corrugarsi della pelle all’angolo degli occhi, nell’esaminarlo attentamente.
      >Molto, molto particolare e raro, difficile trovarlo, è il regalo di una donna berbera Tuaregh< (JDS)                                   
      Afferma Juan con sicurezza.
      >Come fate a saperlo?< (G)
      >È stata la tua amante, vero?< (JDS)                                                             
        Rimanda quasi sgarbato, ignorando con eleganza la domanda.
      >E il tè che avete bevuto era drogato< (JDS)                                                                                                                                                                                                   
       Continua, sicuro di quanto diceva, restiamo di merda, increduli, come fa a sapere?,                                                                              
      >Vedi ragazzo, questo è un simbolo, direi con certezza uno “scarabaeus sacer”, scarabeo sacro, tipico delle sabbie e posti assolati, proprio come il Sahara. Potrebbe avere un significato ben preciso, ma non ne ho la matematica certezza, è varia la simbologia che danno allo scarabeo, dipende dalle tribù, dalla loro provenienza, il più facile a immaginare è quello della fertilità, rapportato allo scarabeo stesso< (JDS).                                                                                                                                              
      Ignorando il senso di fastidio a essere chiamato “ragazzo”, in fondo avevo trent’anni suonati, trovavo in Juan una persona colta e iniziavo a fidarmi di più.
      >Piano amico, non riesco a starti dietro, che c'entro, io, con la fertilità?< (G)
      >Vedi, lo scarabeo per sua natura, con gli escrementi animali fabbrica delle piccole sfere facendole rotolare fino al nido, depone l'uovo in esse e la larva se ne nutre< (JDS)
      >Ehi, cazzo, mi stai dando della merda?< (G)
      >Calma, no, ho solo spiegato l'analogia di come potresti essere legato con lo scarabeo!< (JDS)                                                                                                                      
       Tiro una profonda golata di whiskey, ne ho bisogno.
      Palline di merda, nidi, fertilità, mi sta fumando il cervellino.                                                                                    
      Fausto ascolta in silenzio e incredulo, poi:
      >Lo sapevo, mi sa che ti sei ficcato in un gran casino, di quelli spessi, conviene pedalare finché siamo in tempo!< (F)
      >Se non sono troppo indiscreto, descrivimi la ragazza, segni particolari, età, abbigliamento< (JDS)                                                                
        >Giovane, forse ventenne, rispetto alle altre donne ben vestita, leggeri ricami dorati sul burqa e uno strano tatuaggio che saliva tra piede, caviglia e polpaccio, mani lisce come velluto, niente calli e ben curate, ne sono certo, cinturone di pelle in vita, alto, con doppie fibbie. Mi pare avesse un forte ascendente sul gruppo, non faceva nulla, la servivano, ma sono impressioni< (G)
      >E vai a convalidare le mie supposizioni, certo è di stirpe nobile, tribù importante. I Tuaregh vivono in comunità rette da un sistema di tipo feudale, con classi distinte, hanno una propria cultura, anche lingua e scrittura sono diverse, la donna ha il suo peso decisionale, in breve, comanda< (JDS)
      >Cosa faceva in casa di Alì?< (G)
      >Una parentela o una forte amicizia. Pure essendo nomadi, molte tribù cercano zone stanziali e migliori condizioni di vita qui al nord. Originari del Sahara centrale, Algeria, una volta erano predoni ma si stanno lentamente convertendo all'allevamento di cavalli e cammelli e forse cercava un buon mercato a Fes o nei dintorni< (JDS)
      >Io che centro con lei?< (G)
      >Gli sei piaciuto e ti ha scelto, altrimenti non l'avresti toccata con un dito, tagliandoti la gola. Ricorda che vengono da secoli di banditismo e quello è il Dna, sono donne pericolose e per niente docili, in modo particolare se nobili< (JDS)
      >E il ciondolo? Che vuoi dire con “ti ha scelto”?< (G)
      >Un ricordo, forse la vita che lei voleva e ora porta in sé, una vita che ha rifiutato da altri uomini. Le donne Tuaregh hanno un modo di ragionare insolito dalle altre berbere< (JDS)                                                                                                                                  
      Ascoltavo scioccato, prima di riprendermi e vomitare domande a raffica senza prendere fiato.
      >Senti un po’, come sarebbe arrivata a Fes, a quale distanza e
      dove potrebbe trovarsi il loro campo, data buona l'ipotesi che
      cercasse un mercato?< (G)
      Così facendo spiegai sul tavolo la Michelin 153.
      >Come mai tutto questo interessamento? Che vorresti fare, se lecito?< (JDS)
      >Trovarla < (G)
      >Follia, sei pazzo da legare!< (JDS)
      >Mi vuoi aiutare, sì o no?< (G)
      >Una settimana, dieci giorni a cavallo, attraverso le piste montagnose quasi impraticabili e poco segnate dell'Alto Atlante, per poi scendere verso Taouz e Merzouga al confine con l'Algeria, piccole oasi con discrete riserve d'acqua< (JDS)
      >Perfetto, è sul nostro percorso!< (G)
      >Ma che dici, mai passerai su quelle piste con la Jeep!< (JDS)
      >Non intendo percorrere le piste dell'Atlante, ma aggirarlo al confine col Sahara Occidentale, subito dopo Agadir, guarda bene la carta e dimmi se sbaglio. Percorriamo la pista fino a  Goulmine, attraversiamo le cazzute Gole del Dades-Draa, teniamo a sinistra l'Anti Atlante fino ai piedi della catena montuosa dell'Alto Atlante con direzione oasi di Zagora e quella di Foum Zeuguid. Il nostro percorso, sì, è più lungo, ma lei è sola e a cavallo, noi in tre, alternandoci alla guida no stop percorriamo il triplo di strada, facile intuire che arriviamo quasi pari < (G)                                                                                                                                                 
        Col dito avevo segnato i luoghi sulla carta, Fausto guardava con interesse e Juan letteralmente allibito.                                                                                             
      >Questo percorso è follia allo stato puro, che io sappia, non è mai stato tentato prima da altri, e poi come fate per la benzina? E l'acqua? I pochi pozzi sul percorso, ridotti a livello di stagni, potrebbero anche essere asciutti in questo periodo, senza poi contare il pericolo dei militari, vedi qui, nel triangolo tra il Sahara Occidentale e il confine Algerino, è zona calda, non sono in guerra col Marocco ma molto tesi per via del *Polisario, e perdio, non ci sono piste, si tratta di navigare di duna in duna, è rischiosissimo!< (JDS)
      >Il navigare con carta e bussola sulle dune non mi preoccupa più di tanto, per la benzina, tra serbatoio principale e taniche, abbiamo un'autonomia piena di millesettecentocinquanta chilometri, considerando che faremmo il pieno ogni volta possibile, se Goulmine fosse l'ultimo punto di rifornimento, avremmo, comunque, sempre scorte a sufficienza. Stesso discorso per quanto riguarda l'acqua, in tutto disponiamo di oltre cento litri, razionandola attentamente e gli eventuali pozzi, siamo tranquilli per una settimana< (G)
      Lunga pausa, confuso da quanto udito.
      >Folli, siete folli, e tu Fausto non dici nulla?< (JDS)
      >Questo raid era già stato studiato nei minimi particolari fin dalla partenza, è per questo che siamo qua, solo il casino infame di ritrovare “sta” donna si è aggiunto, e se Giorgio la trova, con Luciana non so proprio cosa possa inventare.< (F)
      >Avete di che disinfettare l'acqua? Altrimenti dovete bollirla prima di bere, e…  avete il filtro?< (JDS)
      >Filtro?< (G/F)
      >Sì, un telo a trama fine che trattenga le impurità superficiali dell'acqua, anche se la sabbia non la toglierete mai. Prima di partire fatevi un giro al mercato, cotone, è il migliore < (JDS)
      L'aria rinfrescava, si stava veramente bene, il brusio si era attenuato, Juan avrebbe cenato volentieri in nostra compagnia, ma già impegnato da inderogabili obblighi commerciali nella serata, preso commiato da noi, scambiammo gli indirizzi, voleva assolutamente sapere come sarebbe finita e con la voce rotta da un leggero fremito, disse:
       >Ragazzi, state attenti, molto, non è facile quello che andate a fare e mi rendo conto che è inutile cercare di dissuadervi, non vorrei mai leggere…< (JDS)              
      Non finì la frase, la sua voce appariva sincera.                                                                                                              
       Si allontanò con passo mesto, scrollando le spalle, forse avrebbe voluto voltarsi. Rimase impresso a tutti noi mentre se ne andava, rammento ancora la sua figura buffa, zoppicante, mai dimenticata. Un vecchio signore di altri tempi.
      Siamo pozzi senza fondo, gli spiedi potevano considerarsi l’antipasto, facciamo il bis, la serata trascorre tra risa e commenti, gustando costate di montone alla brace con contorno di verdure passate al vapore, ingollando fiumi di coke fasulla allungata col nostro whiskey.
      Dovevamo cercare il cotone domani di buon ora, così dopo l'ennesima sigaretta, prendemmo sonno, pacifici, sotto il cielo stellato di Marrakech. Le voci della piazza ci svegliarono ancor prima dell'alba, anzi, forse non si erano mai sopite del tutto. Si impiegò meno del previsto a trovare quello che serviva e spediti ritornammo alla Jeep. Il giovane amico aveva fatto buona guardia, era ancora lì, e come da promessa fatta i 5FF ben guadagnati, il ragazzino svanì di corsa nel caotico via vai, urlante  felice per quella manna caduta dal cielo.
      Facendo il percorso a ritroso, questa volta di giorno, si poté godere della bellezza di quest'oasi lussureggiante, e appena fuori dal casino tappa d’ordinanza preparando un buon caffè corroborante, forte, nero e amaro, avevamo un bel po' di strada da fare e parecchio avventurosa, si entrava nel vivo.                     
       Scendendo verso sud il paesaggio gradualmente cambiava aspetto, sempre più spoglio, lasciando intravedere quello che poi sarebbe stato il vero deserto. Agadir fu l'ultimo centro vero e proprio, giungemmo a pomeriggio inoltrato, sosta ideale per gli ultimi controlli prima del grande salto.
      Alla stazione di cambio locale, fu nostra perspicacia, già con molta difficoltà, convertire le banconote di grosso taglio in un mix di spiccioli e cartamoneta di taglio inferiore, assicurandoci così una discreta facilità nel pagare, sicuri che d'ora in avanti le complicazioni non sarebbero mancate.
      Obbligo fare il pieno di tutto, serbatoio principale, taniche sul tetto e acqua, operazione molto lunga data la lentezza delle pompe che spesso s'inceppavano in pieno spirito africano, andava bene così, contraddittorio e fuori luogo diversamente. La scarsità di cartelli stradali, quelli presenti solo in arabo e comunque stinti anche se lo conoscessimo o rotti a terra, costringe a consultare di frequente la carta, avendo poca dimestichezza nello stabilire la via principale delle decine di deviazioni laterali in tutto uguali, aguzziamo l’istinto e procediamo. La strada per Sidi Ifni non versava nelle migliori condizioni, l'asfalto mostruosamente mal fatto, veri profeti a chiamarlo in quel modo, spesso e volentieri, lasciava spazio a buche anche molto profonde e vicine tra loro, l'attenzione era massima, bastava un niente per provocare seri danni.                                                 
       Le complicazioni non tardarono ad arrivare, a Sidi Ifni ci fermò un posto di blocco, misto, Polizia di Stato e militare, il peggio che potesse capitare. Documenti, perquisizione della Jeep, una fitta sequela di domande sul motivo del viaggio, e dal momento che non riuscivamo a farci capire, segnavamo col dito il percorso sulla Michelin.
      >Tourisme?<                                                                                                                                                                                                                                                  
      Interrogò, svogliato, l'ufficiale dondolando la testa.
      >Scommetto che non ci crede!<                                                                                                                                                                                           
       Fausto aveva ragione da vendere, infatti, poco dopo, a conferma, seguì una seconda perquisizione, questa volta molto accurata, antipatica e preoccupante e magari fosse solo quello. Un breve confabulare in tono secco per niente mascherato, su cenno dell'ufficiale ai suoi subalterni, non potevamo fare dieci passi senza l’essere seguiti a vista da due soldati con le armi bene in vista, colpo in canna, pronti a sparare. Guai in vista per noi, grossi, e non occorreva essere veggenti, quando, diffidenti come non mai, stesero all'anteriore e al posteriore della Jeep due nastri chiodati con punte alte venti centimetri, avrebbero bloccato un TIR.                                La tensione alta e palpabile, muti, osservavamo.
      Il nostro bagaglio, questa volta , venne scaricato a terra, ogni borsa aperta rovesciandone il contenuto e controllato con cura meticolosa, facendo l'inventario di tutto il nostro materiale, benzina, acqua e vettovaglie inclusi. Ci fu da discutere a lungo sul perché e percome di quella scorta di medicinali; troppo alcol, troppe garze, troppe bende, cosa serve questo e quello. Così i militari.   La polizia, invece, munita di radio trasmittente, dava più volte i nostri nominativi, scandendoli, e restavano in attesa di risposta. Con gesti sgarbati e arroganti fummo invitati, o meglio spinti, a sostare presso una tenda da campo aperta sui quattro lati, naturalmente piantonati a vista, in stato di fermo, requisiti i soldi e documenti nostri e della Jeep. Nervosi, commentavamo tra noi che in quelle oltre sette ore di snervante attesa non era transitata nessuna vettura, gli unici eravamo noi.                                                                                                    
      >Passeports?< (G)
      Sfoderando tutta la gentilezza di cui ero capace, seguito da un laconico gesto della mano fece capire dopo, poi.
      Troppo tempo è trascorso dal nostro fermo, le congetture tra noi volavano basse, quasi notte fonda, iniziavamo a preoccuparci un po'.
      >Problèmes?<  (G)
      Richiesi, facendo finta di gironzolare per la tenda.
      > Est venue à le Consul de l’Ambassade Diplomatique<
      Rispose il militare con fare scocciato, in pessimo francese, spintonandomi malamente sotto la tenda con la mitraglietta contro il petto, avevo messo il piede fuori!      La tensione saliva, i passaporti requisiti  per il controllo erano ancora in loro mano, esaminati più volte sia dalla polizia che dai militari, i soldi chiusi in una cassa di tipo blindato mentre la chiave scivola in una tasca della mimetica da campo                                                                                                    
      dell’Ufficiale più alto in grado. Cazzi.
      >Non chiedere più nulla, se s'incazzano è peggio, mi sa che passeremo la notte qui< (F)
      >Sicuramente avranno  contattato il Consolato Italiano e prese informazioni su di noi< (L)                                                                                             
      Incalzò Lù, che sbiascicava un po’ di francese.                                                      
       Un gran vociare interruppe i nostri discorsi, gli ufficiali, agitati, impartivano ordini  precisi, i militari si disposero in fila ai lati della strada, polizia in testa, stile parata.
      Ansiosi, guadandoci nelle palle degli occhi, “E ora che cazzo succede?”, domandiamo tra di noi.                                                                      
      Un'autocolonna, tre, quattro macchine, preceduta da camionette militari, avanzava spedita nella polvere.
      >Mi gioco le palle che il “comitato delle feste” è per noi!< (F)
      >Penso proprio di sì< (G)
      Scatti, saluti, attenti, strette di mano, dopo il rito dei convenevoli mossero verso di noi, soffermandosi prima, ad esaminare la nostra Jeep, parlottando tra loro con esuberanti gesti di affermazione. In testa il capo pattuglia che ci aveva fermato, seguito da militari in alta uniforme e alcuni civili distinti, in giacca e cravatta, tutti con nere valigette di pelle in mano.
      >*Belin che ricevimento!< (G)
      >Non scherziamo ragazzi, mica sappiamo cosa ci tocca!<(F)                        
      >Cosa ci può capitare? Che cosa abbiamo fatto di male?< (L) 
      Frignò preoccupata Lù, con la mani tra i capelli, tirandoli su.
      >L'essere qui, ecco cosa abbiamo fatto!< (F)
       Replicò Fausto, nervoso.                                                                                                
      Eravamo tutti sotto la tenda, in piedi.
      >I signori Bisio, Bonfatti e la signora Spigno?<                                         
       Leggendo i nomi da un fascicolo, allungando la mano in un formale saluto, e poi, in perfetto italiano:                                                                 
       >Sono il Vice Console, signori, rappresento l'Italia in questo Stato, lieto di vedervi e constatare che siete in ottima salute e non avete ricevuto maltrattamenti, confermate?< (VC)
      >Sì, certo<                                                                                                      
        Rispondiamo noi in coro.                                                                                                                                             
      >Mi hanno prelevato da casa per scendere quaggiù in fretta e furia, senza preavviso, avvertendomi che italiani non bene identificati e sospetti, probabilmente mercenari di una ancora non specificata cellula, erano a sud, “devono essere dottori che prestano soccorso ai rivoluzionari”, si legge sul rapporto fornitomi via fax< 
      Ci stavamo cagando addosso, senza parole, accusati non si sa bene di cosa, “italiani non bene identificati e sospetti, mercenari, devono essere dottori che prestano aiuto...”, la testa bolliva e il cervello si rifiutava di ragionare.                               
       Muti, irritati, tesi, ma che cazzo dicono tutti quanti?                                  
       Prevenendo la nostra reazione, il Vice Console proferì:
      >Posso capire lo stupore, ma devo chiarire la vostra posizione con i militari, non credono siate turisti, per niente! Sono qui per tutelare i vostri diritti di cittadini italiani e mettere le cose in chiaro, il perché di tanta attrezzatura così specifica, riserve di carburante e cibo, abbondanza di medicinali, siamo franchi, con tutto rispetto mi pare strano e inusuale per dei semplici “turisti” come sostenete d'essere. Signori, non siete messi bene, assolutamente, se avete qualcosa da dire vi consiglio di farlo ora, è meglio, anziché davanti a un tribunale militare, allora, vi decidete a parlare?< (VC)                                                                                          
      Il tono seccato e scortese, accusati senza avere fatto niente, non ammetteva repliche, era merda pura.
      Passammo diverse ore a spiegare e rispiegare tutto, motivo e scopo del viaggio, solamente un tranquillo raid sahariano ed eravamo preparati di conseguenza. Fu tutto meticolosamente tradotto e verbalizzato, alla fine il Vice Console, chiarito l'equivoco e col benestare dei militari ci congedò:
      >Lor signori, siete liberi di andare ma vi esorterei dal desistere nell'impresa, la vostra presenza è già stata segnalata a tutte le pattuglie di confine< (VC)
      Il nostro fu un cordiale  “no, proseguiamo”.                                                                                                                              
      Dinanzi al nostro rifiuto il Vice Console ammonì:
      >Fate come volete, non posso impedirvelo, ma per la vostra sicurezza vi raccomando di non caricare assolutamente nessun civile in macchina e non discostatevi dal percorso ideato, sarete tenuti d'occhio! Buona fortuna< (VC)
      Terminato il sequel di “non fate questo e quello”, stretta di mano, un grazie, restituiti passaporti e soldi, liberi di andare, ma dove? Oramai mancavano poche ore all’alba, snervati e affamati. Partenza a dire poco veloce la nostra, toglierci alla vista del posto di blocco nel caso cambiassero idea, più tesi di gatti rinchiusi nel sacco e lasciati all’improvviso liberi. Un bel po’di chilometri dopo piazzavamo il campo in tutta fretta, trangugiando minestrone liofilizzata alle verdure, sottaceti e sarde in scatola con fette biscottate, caffè forte corretto whiskey accompagnò i nostri discorsi, mentre pigro, all’orizzonte, sorgeva il nuovo giorno già tinto di arancio.                                                                                
      Lù nella Jeep, sprofondata nel sonno, Fausto ed io commentavamo, dondolandoci sulle basse sedie gialle a strisce verdi.
      >Che ne pensi Jones?< (F)
      >Pensavo a un'avventura, ma questa ha i *cazzi!<(G)
      >E il bello deve ancora arrivare< (F)
      >Siamo bene attrezzati, comunque sarà dura< (G)
      >Mica siamo gli ultimi arrivati< (F)
      >Lo so< (G)
      >Troveremo anche la tua “araba dalle lunghe gambe”< (F)
      >Non menarlo!< (G)
      >Se la trovi, come la *medichi con la “rossa”?< (F)
      >Valuterò, non voglio mettere il carro davanti ai buoi< (G)
      >Bella filosofia africana, impari presto!< (F)
      Una sana incoscienza ci accumunava da sempre, per questo eravamo amici da così lungo tempo.
      Cercavamo di partire sempre molto presto, ancora prima dell'alba, per sfruttare il fresco delle prime ore mattutine, e quel giorno eravamo in netto ritardo anche se svegli no stop da ben ventiquattro ore, avevo rifatto il caffè più volte per svegliarci, ma ben fiacca la voglia di mettersi al volante.                                  
       Geograficamente eravamo molto a sud, Goulmine vicina, ultimo avamposto di vita, per così dire, civile, poi il Sahara. L'asfalto aveva lasciato spazio a una pista infernale, non morbida sabbia, non pietre ma ondulazioni compatte e dure di dieci, quindici cm. d'altezza e molto ravvicinate, era il famigerato *toulè ondulè, tortura d'ogni *raidman sahariano.                                                                                                
       Due i modi per affrontare questo terribile fondo, o copiare le cunette a bassissima velocità, cinque, dieci km/h  in uno scuotimento continuo, da mal di mare, oppure ad alta velocità, sopra i cento km/h ma estremamente rischioso.
      Rischio a parte, il grosso del problema consisteva come raggiungere i cento km/h nella fase iniziale, in accelerazione. Il veicolo andava in risonanza vibrando in tutta la sua struttura, un enorme frullatore con aderenza al suolo pari a zero, dato che volava letteralmente sulle cunette. Una sterzata improvvisa, per quanto lieve fosse, avrebbe causato la catastrofe ben immaginabile, e senza contare lo stress meccanico inflitto alle sospensioni, tattica questa, che andava bene per i rally, vetture leggere dove la velocità è imperativa, ma per noi inulte, pesanti e carichi come siamo, quindi, si preferì la prima soluzione, da esaurimento nervoso ma decisamente più sicura, pagando lo scotto di serrare i perni delle ruote ogni trenta chilometri circa, se non volevamo perderle strada facendo. Goulmine, sembrava una cartolina surreale sospesa nella sabbia, stagliata nel cielo vivido e infuocato, dove il sole, giallo e minaccioso, martellava con i suoi raggi quella minuscola realtà. Temperatura torrida, prossima ai cinquantadue gradi, rilevata dal termometro esterno della Jeep a doppia lettura, noi internamente ben refrigerati dal clima, fuori l'inferno.
      Il vento secco, poco più che teso, alzava alti mulinelli di polvere, rami d'acacia rinsecchite e aggrovigliate tra loro, formavano grosse palle spinose rotolanti in modo disordinato seguendo i capricci del vento, urtano con forza i fianchi di Ronfolona per rimbalzare, o peggio, finire sotto alla scocca tra le ruote e bucare, spine che al confronto i chiodi da carpentiere erano puntine per disegno.                                                                                                                                                
       Alla luce di questa tangibilità, tutto attorno appariva impreciso, colorato da acquarelli a tempera con troppa acqua, sagome fatiscenti di quasi case o capanne si intravedevano sul fondo, ora sì ora no, sembrava di guardare fuori dall’interno di un vecchio sacchetto di cellophane nel vortice di un gigantesco phon acceso al massimo,.                                                                                                     
      Con la vettura ferma, nel bel mezzo del turbinio di polvere e rami, non so cosa fosse preso a Fausto ma uscì fuori di botto, la troppa escursione termica lo fece stramazzare al suolo ansimante e privo di sensi. A forza, aiutato da Lù, preso Fausto in spalla, mi recai presso una vicina costruzione mal combinata, alcuni locali si prestavano ad aiutarci.
      “Soleil, soleil” urlavano, mentre un nero robusto e nerboruto lo avvolgeva in una coperta, massaggiando con vigore collo e torace, altri arrivarono con pezze imbevute d'acqua e subito applicate sulla fronte. Buffetti sulle guance e continue spugnature sulle tempie lo riportarono presto alla lucidità, solo allora la tensione si manifestò in tutta la sua intensità, facendomi crollare sulle ginocchia e mani tremolanti come un vecchio, balbettai, voce strozzata dalla fifa:
      >Cazzo, ma cosa volevi fare?< (G)                                                                   
       Luciana, pallida, vomitava dal nervosismo, rimetteva e fumava a lunghi tiri, tossendo come una cane col cimurro, stava male da schifo. La mano forte batté sulla spalla porgendomi le chiavi della Jeep, era rimasta accesa nel mezzo della strada.                                                                           
      “Un malore, un colpo di caldo, capita spesso se non ti copri bene” disse il nero in francese triturato, lentamente.
      Andai da Luciana, si era ripresa un poco e rifumava, anzi fumava due sigarette alla volta, tirando forte col filtro serrato tra i denti, mettendoli in mostra in un ghigno beffardo.
      >Testa di cazzo, altro è che una grossa testa di cazzo!< (L)
      Fuori di zucca in preda ad una crisi isterica, passò presto con due ceffoni ben dati, destro sinistro da staccarti la testa, non sapevo che altro fare, neanche mi scusai.                                                                                             
      Attore unico di quella sceneggiatura con due comparse del cazzo, ringraziai tutti, e a gesti offrii da bere.
      Tornati alla normalità, si beveva coke conversando col nero, per quello che si poteva capire. Fu una chiacchierata istruttiva perché certe informazioni non si trovano sulle guide, ma sul posto, quando ci sbatti il naso e trovi qualcuno che ne sa più di te. Dal nome astruso e impronunciabile, il “nero” trasportava bombole di gas da nord a sud, Goulmine il capolinea e stava ritornando. Pure lui sconsigliò di proseguire, il nostro itinerario lo seguivano solo poche carovaniere e a dorso di cammello, provenienti dal Sudan, per arrivare fino a Tendrara e Oujida, mercati e oasi del nord Marocco. Poiché facile imbattersi in violente tempeste di sabbia che potevano durare più giorni, c'insegnò un trucco: obbligatorio fermarsi e proteggere tutti i vetri esposti al vento, pena la smerigliatura degli stessi e non avresti visto più niente a meno di romperli. Forti di questa informazione, si cercò di recuperare qualche coperta o similare per questo strano utilizzo, in ultimo, avvisati che il primo tratto di pista era dannatamente pietroso, quindi sconsigliabile montare la tenda, scorpioni quanto aragoste, non sarebbe ad ogni modo più sicuro sulla sabbia, zona fortemente a rischio.                                                                                            
      Sfruttiamo il nostro cicerone, “è fattibile fare rifornimento di benzina e acqua?” Scrolla la testa, capitati male, il distributore è a secco, e poi la pompa è rotta da mesi, si usa il secchio tirato su a mano dal deposito, ma possiamo aspettare e forse molto, il camion cisterna che scende ogni, ipotetici, quindici giorni, oppure chiedere ai locali ma non consigliabile, nel migliore dei casi taniche dal fondo piene di melma e la benzina allungata con l’acqua, per ricavare qualche sodo in più, spiega. Il pozzo poi, a livello del terreno, è inquinato, trovato pochi giorni fa un cammello morto dentro, bisogna bollirla più volte prima di poterla usare, ne esiste uno a due giorni di marcia a piedi verso l’interno, non riportato sulle mappe, solo i locali sanno dove si trova. Dopo questa compilation volevo strozzarlo, se baciati dalla sfiga o presi a calci in culo da Dio, beh, fate voi. Volevamo l’avventura? Eccola, Africa a tempo pieno, da oggi si dorme all'”Hotel Jeep”, o dentro o sulla bagagliera, servizio bibite in camera, rifornimento self-service. In preda ad isterica frenesia, tra risate generali, si realizzò la più estrosa delle idee, cena in veranda all'Hotel Jeep!
      Si scaricarono tutte le taniche e gomme, montato il tavolino da campo sulla bagagliera e via, cena con spaghetti al tonno e sottaceti, fette biscottate e coke, il tutto condito da quella incessante, leggera, brezza calda mista a pulviscolo che masticavi così volentieri, quando finivi di strofinarti gli occhi.
      Magnifico, superbo, magico, non ci sono aggettivi tali da potere descrivere il tramonto nel deserto, il nulla a trecentosessanta gradi, terra e cielo che fondendosi assieme in un caleidoscopio di colori, dal pastello al vivido, danno pace e sgomento turbandoti nel più profondo dell'animo, una sensazione che proverò ogni sera in quella terra così ostile e mai provata prima di allora, ho voglia di urlare e urlo a squarciagola, risponde il rumore del silenzio, prima, vera, notte sahariana.
      Luciana dorme sul sedile posteriore, Fausto ed io preferiamo  il tetto, i sacchi letto arrotolati a mo' di cuscino e la nostra bottiglia al centro, contempliamo le stelle così numerose in un firmamento color pece, tanto diverso dal nostro.                                                                              
       Ci addormentiamo e sogno Haziza.
      *Verifico con cura i miei calcoli, faccio un paio di rilevamenti, lontano dalla Jeep in modo da evitare campi magnetici indesiderati, e sì, quelle davanti a noi sono le temute gole del Dades-Draa.                                                                                                                     
       Ampie, minacciose, impraticabili in più punti, dobbiamo scegliere il nostro tragitto in questa valle contorta, scelta ardua trovare il passaggio giusto in quel dedalo di canyon, a prima vista tutti uguali e validi, bisogna vedere dopo, nessuna indicazione sulla Michelin, si andrà a fiuto.
      Non sarà facile superarle, la sfida “trio lescano-Ronfolona VS Sahara” iniziò, un casino allucinante  senza fine.
      Le ripide e lisce pareti, senz'altro fresche di primo mattino, ora riflettono una luce accecante, e il caldo afoso, opprimente, non da tregua. Siamo tutti ben coperti, maglia a manica lunga e ampi cappelli per evitare colpi di sole, il termometro supera i sessantaquattro gradi, il sudore scorre a rivoli come un torrente in piena dai nostri dorsi, è micidiale, non una parte del nostro corpo è asciutta.                                                                                       
        Per sicurezza viaggiamo senza clima, Ronfolona evita di affaticarsi sotto sforzo e noi patiamo meno quando scendiamo dall’auto. Dove siamo oggi, è il così detto *”punto di non ritorno”, è brutale provarlo, se n'era parlato, ma verificare così, ora, sulla nostra pelle, tutt'altra sensazione e per niente piacevole. Un pizzico di esitazione in tutti noi, nella mente mi echeggiano, lette chissà quando e dove, le parole di Kafka:                                                                                            
      ”Da un certo punto in avanti non vi è più modo di tornare  
      indietro, è quello il punto al quale si deve arrivare”.                                   
        Noi eravamo esattamente in quella condizione, consapevoli del pericolo, se dovessimo “incastraci” andando avanti e impossibilitati a proseguire, la scelta è unica, abbandonare la  Jeep, prendere tutta l'acqua possibile a trasportarsi, e camminando di notte si tenta di ritornare a piedi. Fare questo o tentare il suicidio in altra maniera non cambierebbe nulla, le probabilità di riuscire a farcela sono di uno a cento, ma non ci sono scelte, tanto meno sperare su aiuti esterni, in questo periodo non transita nessuna carovaniera proveniente da sud a causa del caldo torrido e il pericolo dei monsoni, e grande incognita il soccorso dei militari, di solito se ne fottono dei turisti in quella zona, anche perché nessuno ci và.
      Ognuno di noi è in ascetico silenzio, può credere o non credere in Dio o Allah e in tutte le religioni del mondo, ma preghiamo che non accada l'irrimediabile.
      I passaggi sono angusti, tali da non potere aprire le porte, l'unica uscita il portellone posteriore, costretti, numerose volte, a scendere per fare spazio davanti alla Jeep, spaccando a suon di piccone i massi più grossi, è una fatica micidiale per noi, mentre Ronfolona, lenta e circospetta come un gatto conquista terreno. Prima di mezzogiorno sospendiamo di andare oltre, il caldo toglie le forze, meglio riposare un po' e continuare dopo, nel tardo pomeriggio. Si monta alla meglio il telo termico per fare ombra, godendoci sfiniti, un paio d'ore di riposo, fa talmente caldo che gli spessi guanti da lavoro intrisi di sudore nel volgere di pochi minuti erano asciutti e secchi. Fiacchi e con poca grinta, tenace Lu, prepara del caffè ristretto e ben zuccherato, darà energia.                                                                                       
      Consideriamo a pieni voti l’idea di avanzare un po'a piedi, tanto per valutare la situazione e capire dove eravamo rispetto alla carta, non così dettagliata da riportare ogni gomito di quel budello, pazienza e ingegno e riesco a calcolare approssimativamente la posizione attuale, la punto sulla carta.
      Larghezza costante tra le pareti, nessun strozzatoio, solo un punto critico potrebbe dare seri problemi, una malefica fenditura nel terreno, profonda oltre sessanta centimetri e larga il doppio, forma un gran brutto ostacolo. Studiamo la situazione, dovremo creare un ponte con le piastre da sabbia e alleggerire al massimo la Jeep, e, data la difficoltà rimandiamo a domani mattina presto, col fresco, questa sera svuoteremo la macchina, porteremo poi tutto a mano, ci attende un bel culo.                                                                                                                           
      Ceniamo ma non siamo tranquilli, convinti di uscire dalle gole oggi, e invece...                                      
      È notte e nelle gole fa freddo, il sonno tarda a venire, Fausto e Lù già assopiti. Quel silenzio irreale, statico, il rumore del nulla, come se la mente non mi appartenesse, sento l'ansimare sensuale che ben conosco, il profumo intenso e forte portato dal vento, è lei, lì vicino, oltre quelle gole, la sento, mi parla, mi chiede di andare da lei, di trovarla; d'istinto stringo l'amuleto e ho la certezza di farcela, il Sahara non mi fermerà, devo trovare una sua figlia creduta persa.
      Il momento è importante, Ronfolona davanti alla crepa, le piastre sono distese al limite della loro lunghezza, una vibrazione, una pietra, una qualsiasi cazzata e potremmo perdere la Jeep, in un’azione di pochi minuti è condensato il nostro destino. Lù controlla la ruota destra, io l'altra, Fausto attende i nostri cenni, parte lentamente con le ridotte inserite, le piastre flettono al centro sotto l'immane peso, delle pietruzze sparano dai bordi sotto pressione, dal profondo dell'animo un urlo liberatorio come se mi strappassero le budella: Hazizaaa!
      Fausto da gas, un *clangore di piastre che volano e sbattono sulle rocce, una nube di polvere e pietrisco, Ronfolona con balzo felino… è passata, c'è la fatta! Pazzo euforico saltello sulle gambe in punta di piedi, Luciana si rotola per terra, ride e piange, singhiozza per la contentezza, scarica la fifa accumulata, scende le brache, e giù una pisciata da litri, indifferente della presenza di Fausto che manco la caga, e anche se è l'alba una golata di J&B ci sta più che bene.
      >Ma cosa hai urlato, hazzai?< (L)
      >Banzai, era banzai< (G)
      >Sei scemo!< (L)
      >Forse< (G)
      Fausto mormora:
      >Ti ha aiutato lei, vero? Ieri sera ti ha parlato, ho visto, sai, non dormivo< (F)
      >Ci credi?< (G)
      >Sì, quando hai urlato il suo nome!< (F)
      >Ti ha tenuto lei, le piastre, sotto, sono volate via prima< (G)
      >Lo so, le ho sentite sbattere al telaio ancora prima di passare con le ruote posteriori< (F)
      >Chi dei tre? Dio, Allah o Haziza?< (G)                                                      
       >Penso sia meglio che ognuno creda in quello che più sente, ora, qui, in questo momento, noi, non siamo più noi< (F)
      Realtà, fantasia o magia?
      Luciana pregava il suo Dio, inginocchiata in  lacrime, rideva, pregava e rideva.
      Un paio d'ore e la Jeep fu nuovamente carica.
      Il fondo delle gole era sempre impegnativo ma un’inezia rispetto a quello già superato. Sole e caldo, sole, caldo e sete, le rocce parevano specchi da come riflettevano, un lungo interminabile canyon di sofferenza, e poi là, come formiche che escono dal collo di una bottiglia, all’improvviso l'occhio poté spaziare a trecentosessanta gradi, libero, sull'infinito. Panettoni di dune, grandi e piccole, levigate e dorate, incontaminate, non un segno di passaggio né animale né umano, inquietanti nel loro splendore, ora non c'era più nessun vincolo da seguire. Scendiamo, giriamo in tondo smarriti, disseminando impronte su quella sabbia vergine, impotenti al cospetto di tanta maestosità.                                                                                                                    
       Questo è il deserto, silente e immenso.
      Emozionati ci abbracciamo, piangiamo sommessamente come se non volessimo disturbare, il primo round è nostro!  Ripresi dallo stordimento restiamo fedeli al ruolino di marcia, Fausto controlla Ronfolona accuratamente, Lù ordina l'interno, io mi allontano con carta e bussola, per l’occasione montata sul treppiede della macchina fotografica, così posso fare rilievi più precisi che non a mano libera, Nord-Nord-Est è la direzione, traccio la retta sulla mappa riportandone i “gradi”, altra misurazione e aggiungo persino i “primi”, oasi di Zagora.                                                                                                                      
       Vista sulla carta sembrerebbe anche grande, tempo stimato d'arrivo, salvo problemi, tre giorni senza contare le soste, scrupolosi, verifichiamo le nostre risorse.
      Abbondiamo di benzina ma nelle gole ci siamo bevuti un bidone da quaranta litri, sarà meglio razionare, nel limite del possibile, gli altri ottanta litri d'acqua, solo per sicurezza. Tutti d'accordo, patiremo un po' la sete, venti, venticinque litri al giorno da spartire in tre del prezioso liquido, quindi, niente caffè, niente pasta o altro che consumi acqua inutilmente, ci aspettano dei bivacchi piuttosto magri, lo erano già prima, figurati adesso! Ronfolona è fantastica! Inutile usare le marce ridotte, teniamo inserita la sola trazione integrale per pura sicurezza, si consuma di più ma è minore il rischio di insabbiarsi. Fausto è abile, tiene una velocità costante, senza sbalzi e col motore sempre in tiro, è un continuo su e giù come sulle montagne russe, entusiasmante! La sera ci sorprende impreparati, tanta
      era l'euforia, e resistiamo, con buon senso, alla tentazione della guida notturna a suon di fari, troppo pericoloso, e poi non stiamo mica correndo la Parigi-Dakar, e pensare che è stato proprio quel binomio a scatenare, sette mesi fa, questa pazzesca avventura andando ben oltre la nostra immaginazione.
      In silenzio, sotto quel cielo stellato come non mai, individuo le costellazioni conosciute, pericolosamente, gioco con la sabbia, facendola scorrere nel pugno della mano e penso, o perlomeno credo di pensare. La mente è vuota e libera, vaga sciolta in quell’immensità come il falco pellegrino che va a caccia, pure lei sa cosa cacciare e me la porterà, ne sono sicuro, o meglio, voglio autoconvincermi, perché il Sahara non concede previsioni, ti illude solo e poi ti fotte. Svegli come sempre prima dell'alba, sfruttando quelle poche ore di fresco, prima che il sole dardeggi implacabile sulle nostre teste e fiacchi ulteriormente i nostri corpi già provati, ecco in agguato le prime complicazioni. Proseguiamo con uno spirito diverso, taciturni, quasi svogliati, irritati, non stiamo bene nessuno dei tre, ci consultiamo e i sintomi sono gli stessi, più o meno accentuati.                                                                                                                                
       Africani nello spirito ma non nel fisico, le privazioni e lo stress iniziano a colpire lentamente. La costante, seppure leggera, disidratazione bilanciata con pastiglie di sali integratori, il bere acqua clorata e vecchia di giorni, sempre tiepida, alimentazione scarsa e ripetitiva, l'assenza di frutta, insomma una dieta sballata, ci porta a soste sempre più lunghe per i frequenti bisogni fisici.
      Spossatezza accompagnata da scariche diarroiche, bruciore di stomaco, sono i nostri nuovi compagni di viaggio, e i guai non vengono mai da soli.                
       Leggero, impercettibile, a mano a mano si rafforza con sibili rabbiosi, vento, e con lui la temuta e sconosciuta tempesta di sabbia. Rammentiamo le parole del “nero”, fermarsi e coprire i vetri della Jeep esposti al vento. Avanza da est, dal Sahara Algerino, gli stiamo offrendo il fianco destro della vettura,  con astuta manovra, Fausto la volta in modo  che sia il posteriore a subire le raffiche di sabbia, limitando i danni.                                                             
       Compatta, la cortina di polvere avanza, una gigantesca onda marrone giallo ocra, ma non c'è tempo per ammirarla, quella ti fotte se non ci sbrighiamo!      
       Sappiamo cosa fare, Lù velocemente prende gli zaini, sono sempre stati pronti con provviste, borraccia d'acqua, indumenti caldi, Fausto ed io leghiamo per bene le coperte messe a riparo sui vetri, scarichiamo in un passa mano frenetico le taniche dal tetto e con le stesse creiamo un muro a difesa, speriamo che serva. Per parlare urliamo, inutile, con l'unico risultato di riempirci la bocca di sabbia, così comunichiamo a gesti. Teniamo le bandane davanti alla bocca, il vento sabbioso irrita le pupille pur avendo gli occhiali, la gola arde con la bocca impastata mentre mastichiamo sabbia, spilli finissimi sulla lingua e in gola, una sete terrificante ci strozza, meno di venti minuti per conoscere l’inferno più totale e mai provato!  La sabbia sferza la pelle e brucia, gli occhi lacrimano copiosamente, sistemiamo meglio il basso muro fatto con le taniche e le piastre per tettoia, con le corte pale scaviamo per stare un po' più comodi e in basso, ci sdraiamo col viso tra i sacchi letto, respirando a fatica. Sembriamo volpi in tana, ma non ridiamo, e ora? Quanto durerà?
      Fausto rompe il silenzio per primo:
      >Siamo stati rapidi, chi se l'aspettava!< (F)                                                                                                                  
      >Passerà presto?< (L)                                                                                                                                                
      >Ricordi le parole del nero? Rapide e violente, disse così< (G)
      >Bisogna vedere cosa intende e quale metro usa per  “rapido e violento”< (F)
      >Non saprei proprio, non abbiamo elementi precedenti per valutare< (G)
      >Ragazzi, vi rendete conto dove siamo coricati ? Sdraiati nella sabbia, non vi dice niente? E gli scorpioni?< (L)
      >Cazzo è vero, il nero sconsigliava... < (F)
      >Mi ha rotto i coglioni “sto nero”. Siamo nei casini, in macchina non riusciamo a starci in tre, al caldo e con i finestrini chiusi, e di lasciare la Jeep accesa al minimo col clima inserito, non se ne parla neppure! In culo gli scorpioni!< (G)
      >Resta solo che aspettare< (F)
      Il tetto a protezione, fatto con le piastre d'alluminio, rende il nostro rifugio un forno, un incubo che durerà tutta la notte. Ci stiamo abituando al sibilo del vento che quasi non lo sentiamo più. La paura del dopo, dell’incognito, domina, nonostante tutto riusciamo a prendere sonno, o troppo stanchi o troppo incoscienti ma credo che la seconda ipotesi sia quella più giusta. Persa  la cognizione del tempo, tre, dieci o venti ore, è indifferente, risvegliati in un silenzio assordante, infarinati come acciughe pronte per essere fritte, è finita, usciamo dalla tana.  Guardando attorno abbiamo l'impressione di esserci mossi, il paesaggio è cambiato, ben diverso da quello del giorno prima, dalla duna alta dove eravamo fermi, ora siamo in una conca, una profonda depressione, e con stupore notiamo che la nostra Jeep è diventata duna, si vede appena il cofano anteriore, tutto il resto è sepolto sotto una coltre di sabbia fine e impalpabile.                                                                                            
      Simili a cani che si scrollano l'acqua dal pelo bagnato, così facciamo per la sabbia, e passato il primo sbigottimento, pale in mano, cerchiamo di delimitare il perimetro della macchina confusa col terreno. É un'impresa titanica, domandandoci più volte, “ma quanta sabbia c'è”,  piegati dalla fatica e la schiena a pezzi; le corte pale costringono a stare curvi e chini, o in ginocchio. Tre ore dopo, forse di più, Ronfolona è libera, ma prima di metterla in moto Fausto preferisce sostituire il grosso filtro dell'aria, per sicurezza, neanche mezzo giro di chiave e parte, mai dubitato!
      Lasciamo al minimo il motore e su a piedi, lungo la depressione formata attorno a noi togliendoci ogni visuale circostante. Casino, le simpatiche dune a panettone sparite, lasciando posto a bieche montagne di sabbia che nulla di buono lasciavano presagire, ne avevamo la certezza, ostili nell’aspetto e un cazzo ma un cazzo vero, ripide, al limite del verticale. Un nodo alla gola salì, era sgomento, paura di essere nella merda fino al collo, che Ronfolona non spunti quella pendenza terrificante, ribaltandosi all’indietro.
      Il nostro consultarci è muto, scambiamo a giro, di mano in mano, il binocolo; cazzo, non esisteva via d'uscita, non un passaggio laterale, non un corridoio come visto e fatto in precedenza, niente, si doveva scalare quell'immane montagna di sabbia, cambiare direzione per aggirare l’ostacolo era peggio di peggio, e Zagora si trovava dall'altra parte, dovevamo passare ad ogni costo, ci sentivamo in trappola.
      Avremmo perso il secondo round ora?                                                                                                        
       Il Sahara voleva vincere?                                                                                                                                                           
       Con la determinazione dei pazzi ci prepariamo all'attacco della duna, sfidiamo la pendenza sabbiosa, e questa volta non scarichiamo la vettura, impossibile portare tutto su a mano, oltre la duna. Ronfolona entrata in temperatura ottimale, il motore gira tondo e fluido scandendo un borbottio sommesso, come dire: aspetta che ora ti faccio vedere!
      Data l'inconsistenza di quella sabbia vergine senza crosta, dove sprofondavi a piedi, sgonfiamo i BF alla pressione di 0,5 bar, in modo d'avere la maggiore impronta possibile sul terreno, blocco differenziale a entrambi i ponti e riduttore, con un secco “ciak”  furono inseriti. Dapprima sorniona, come se valutasse studiando la preda, Ronfolona prende velocità e i panciuti BF mordono con furia inaudita alzando colonne di sabbia, il muso affonda nella stessa per uscirne a mo’ di prua che affronta marosi impetuosi, l'urlo lacerante del motore, al limite dei giri, non perde un colpo scaricando tutta la potenza disponibile. Attimi che parvero secoli, d'un fiato eravamo in cima, prossimi a svettare, uno strano uccello si stava librando in aria, muso impennato proteso al cielo, ruote staccate da terra, atterrava sul versante opposto della montagna di sabbia, la più alta mai vista in questo viaggio.                                                                
      Le mani nervosamente strette sulle cinture di sicurezza, piedi puntati sul pianale a gambe tese, incapaci di parlare senza renderci conto che stavamo atterrando, il posteriore si posò al suolo, pesantemente, tenendo quasi in perpendicolare la Jeep che prendeva velocità nella sua folle corsa ancora impennata e senza guida. Alla moviola, l’anteriore si spostò verso il basso rimbalzando come una pallina da tennis, rialzandosi per scendere di nuovo, le gomme mordevano forte ai lati senza sbandamenti, affrontavamo l'opposto di prima, una ripida quanto vertiginosa discesa, “san culo fa’ che le sospensioni reggano!” il nostro comune, taciturno, pensiero.
      Fausto non tolse mai il piede dal gas!                                              
        Manico o grandissimo piazzamento di natiche, fatta, una volta arrivati ai piedi di quella disgraziata montagna di sabbia, venne chiamato “il battesimo della duna”, secondo round, due a zero per noi, quanti match dovevamo ancora disputare?                                                                     
      Superata quella, tutte le altre diventarono cazzate, la tecnica di Fausto era perfetta, rivelandosi il gran pilota che era.                                                                                        In ritardo sulle mie previsioni di ventiquattro ore, solamente nel pomeriggio del quarto giorno, durante una serie di rilevamenti, dalle lenti del binocolo intravidi Zagora, mai il colore verde fu visto così volentieri da tutti, mi feci i complimenti da solo per l'esattezza dei calcoli.
      Zagora, verde e lussureggiante, fresca con ricchi palmeti, più silenziosa del silenzio stesso, appariva un'oasi disabitata o abitata saltuariamente, poche case in mattoni di argilla rossa, e, a parte il rifornirci d'acqua e fare provvista di datteri freschi, aveva qualcosa di sinistro, come se fossimo spiati, forse tutta suggestione, può capitare, troppi giorni passati senza vedere qualcosa nient’altro che sabbia, e ora tutto ci sembrava strano. Suggestione o no, anche se servivano a ben poco, stringemmo ai polpacci i coltelli da sub che avevo portato, una fesseria ma ci sentivamo tutti più sicuri.
      Prima del tramonto, il buio calava repentino, avevamo già preparato oltre venti litri d'acqua ben filtrata e travasata ma sempre marrone stinto dall’odore di marcio.
      Dovevamo pareggiare i conti col nostro fisico provato, quindi, abbondanza questa sera, con super penne olio e peperoncino, carciofini e cipolline, tonno, fette biscottate, litri di caffè zuccherato, datteri e whiskey, mi pare più che giusto, no?
      Dopo cena, di buon grado, tornavamo a filtrare il resto dell'acqua necessaria, anche se l’operazione, monotona e lunga, sarebbe durata per buona parte della notte, meglio ora al fresco che domani al caldo.
      Montata la tenda con calma, e finalmente dopo tanti giorni senza, un bel falò con allegre prese per il culo, di buon umore facevamo progetti per il giorno dopo tra un whiskey e l’altro.                                                                            
      >Potremmo controllare la Jeep< (F)
      >Buona idea< (G)
      >Ed io laverei tutta la roba, puzza!< (L)
      Il fuoco dava un senso di casa, d’intimità domestica, rimase acceso a lungo ed io mi addormentai lì vicino.
      Nei paraggi, e per culo tra loro vicini, due grossi massi facevano il caso nostro, poggiate sopra le piastre da sabbia, una manovra da circo per salire sopra, e il ponte per controllare la Jeep sotto era fatto; nessun guaio di rilievo a parte vistosi schiacciamenti sul fondo scocca, zero perdite d'olio nonostante i colpi presi a raffica. La nostra ispezione fu interrotta da uno scalpitio insistente e ritmato, rumore di zoccoli! Capre e pecore avanzavano leste, sole, fermandosi a bere presso la pozza d'acqua, restando poi lì vicino, affatto intimorite.
      >Possibile che non ci sia nessuno con loro?< (F)
      >Eppure, sicuro di avere udito scalpitare dei cavalli< (G)
      >Forse ci hanno visto e sono andati via< (L)
      >Non credo, anche un gregge misero come questo è troppo di valore per lasciarlo indifeso, guarda come sono scarne!< (G)
      Due spauriti ragazzini si fecero avanti, a prima vista pastori, anche se tutto faceva pensare diversamente. Abbigliamento troppo composto e poi non scalzi come di solito, o con sandali,  portavano alte calzature di pelle, tipo stivali, mai visti su dei bambini, almeno fino a quelli incontrati ad oggi, strano.                                                                                             
       Una partita a scacchi, studiandoci a vicenda, Luciana azzardò scacco matto, spavalda con uno dei due, fece cenno di avvicinarsi porgendogli delle fette biscottate, il piccolino si accostò, diffidente, poi tese la mano. Occhi fissi a noi, piccoli morsi, mangiando di gusto ma senza foga, più curioso che affamato, diversamente dal ragazzo di Marrakech che divorò i polli con avidità, l’altro, il più grandicello, lo imitò, la diffidenza rotta. Silenzio e stupore, interrogativi molti, tutti e cinque seduti in tondo. Visi tondi, neri, lucidi più della cromatina da scarpe, sguardi acuti osservavano il nostro fare, entrambi i ragazzi avevano brutte infezioni rossastre attorno agli occhi, forse causate da mosche.                                                                               
      >Passami la borsa dei medicinali, tra tutte le pomate, penicilline e antistaminici, qualche cosa per loro ci sarà bene!< (L) 
      Borbottò Lù, mossa da materna compassione. Nel passare la borsa, i loro occhi fissavano con attenta meraviglia il mio ciondolo al collo, farfugliarono veloci qualcosa tra di loro, lasciandosi curare.
      Scattai, diamine, questa volta non mi sbagliavo per niente, il leggero scalpitio di zoccoli  l’avevamo sentito tutti e bene!
      Uscì allo scoperto dalle fitte palme, avanzando fiero al trotto, era rimasto tutto quel tempo nascosto lì vicino, spiandoci!                                                                 
      Robusto, pareva alto, coperto dalla testa ai piedi si intravedevano appena gli occhi, solo gli stivali spiccavano da sotto il mantello, nerissimo.                                        
       Il cavallo scalciava, nervoso, ma abilmente dominato dall'uomo: con una mano teneva le redini, l'altra, nascosta sotto il mantello, impugnava qualche cosa di lungo; i ragazzi, vedendolo, balzarono agili in sella, uno davanti e l'altro dietro, scambiandosi rapide occhiate d’intesa confabulando animatamente, il più grande mi additò, deciso.
      Quel braccio teso accusava me, senza conoscerne la più pallida ragione. L’uomo osservò a lungo, con cura, per memorizzare bene la mia figura e lo stesso fece col ciondolo, occhi sottili dai movimenti impercettibili squadravano il sottoscritto da capo a piedi, avvertivo la sua ostilità prepotente, non mi piaceva, assolutamente no, e di certo io a lui, un leggero inchino, e via come il vento in una nube di sabbia e polvere, sfuma all’orizzonte quel diavolo di uomo.
      >Che simpaticone loquace!<  (L)
      >Un bandito, quelli potevano essere i suoi figli< (F)
      >Non avete notato null'altro?<  (G) 
      >Il cavallo di razza e il fucile sotto al mantello!< (F)
      >Allora, non solo io viaggio di fantasia!< (G)
      >Bel cavallo, curato, piccolo e forte, tipica razza araba< (F)
      >Come fai a esserne così sicuro?< (L)
      >Ne avevo visto uno uguale a Casale< (F)
      >E il gregge l'ha abbandonato?< (L)
      >Forse è rubato, avete visto com'è scappato!< (F)
      >Certamente disturbato dalla nostra presenza< (G)
      Avevamo ben altre cose da fare e presto dimenticato il misterioso cavaliere. Con l’attrezzatura per rilievi, a piedi, andai verso il delimitare dell'oasi cercando di farmi un'idea più precisa sulla nostra posizione e valutare in anticipo il terreno.                                                                                                       
       Taouz era la prossima meta, circa la stessa direzione precedente solo un po' più a est, molto vicino al confine Algerino.
      Era facile sconfinare, non ci sono barriere o cartelli di limite nel deserto, dovevo mantenere un margine di sicurezza nei calcoli, ma non sapevo se fisicamente il territorio l’avrebbe concesso. La tempesta di sabbia che ci investì con tanta violenza aveva un fronte d’azione piuttosto limitato, quaranta, cinquanta chilometri, stimai, con direzione N-N-O verso l'Atlantico, la zona di fronte a noi si mostrava inalterata, vecchia da mesi. Per un attimo pensai al cavaliere, dove era andato se non nella nostra stessa direzione? Lo avremmo rivisto? Inconsciamente cercavo la sua traccia, scrutando l'orizzonte col binocolo. Il suolo compatto, piccole dune a panettone, tratti di pianura, facevano immaginare un percorso facile, ma ancora non sapevamo “leggere” il deserto per bene, e la nostra prosopopea di neo africani ci portò dritti sparati in nuovi casini.
      >Jones, che rotta si tiene?< (F)
      >Come prima, solo un poco più a est, prendiamo il compressore e gonfiamo le gomme, il terreno è duro< (G)
      Luciana occupata a raccogliere il bucato steso tra due palme.
      >Quanta strada?< (F)
      >Circa cento chilometri, escluse le deviazioni< (G)
      >Con un po' di culo in un giorno ci siamo!< (L)                                                                                                             
       >Dai andiamo< (F)                                                                                                                                        
       Pareva una cazzata andare, un occhio alla bussola e uno alla mappa, Tauz, una riga quasi retta che si univa sulla carta con quella fatta in precedenza per Zagora, pochi gradi di scarto e solo cento chilometri ipotetici senza vedere nulla. Rullavamo senza difficoltà particolari da un paio d'ore circa, la facilità con cui Ronfolona affrontava e superava le dune, la bellezza aspra e selvaggia di quella natura fece calare la guardia, rilassandoci, spingendo sul gas nei tratti pianeggianti, da incoscienti furiosi viaggiavamo oltre gli ottanta km/h.                                                                                                        
       Distratti, e quella luce intensa che rendeva il paesaggio tutto uguale, uniforme, senza delinearne i contorni, giocò un brutto tiro, l’ostacolo schizzò improvviso davanti a noi in tutta la sua micidiale pericolosità.  *Stoccata bagascia, ruote bloccate, la Jeep sbandata da un lato continuava la sua corsa verso il baratro. Un colpo, rumore di pietre che strisciavano sotto la scocca, inclinati da un lato, minimo accelerato e posizione “drive” ancora inserita, muso nel vuoto, le ruote anteriori giravano libere scuotendo violentemente la scocca.
      Attimi di panico, ognuno urlava i suoi ordini.
      >Siamo in bilico!< (G)
      >Fermi, fermi!<  (F)
      >Bisogna spostare il peso indietro!< (G)
      >Passa nel bagagliaio Lù, con calma!< (F)
      >Dici che tiene?< (G)
      >Sembra piantata< (F)
      >Dai, scendiamo< (G)
      >Lù, apri il portellone, piano, vai!< (F)
      Scese prudentemente, lasciandolo aperto.
      >Come siamo messi?< (G)                                                              
       >Il muso è tutto fuori, da te, la ruota quasi sospesa nel vuoto, da Fausto è tutta fuori, la Jeep è spanciata per terra! Cazzo, cazzo, ho paura, uscite, cazzo!< (L)
      >L'abbiamo nel culo!< (F)
      >Forse sì, prova a uscire, passa dietro< (G)                                                                                                                          
       Un gatto, veloce e agile, fuori, facile per lui magro e non alto.
      >Jones, passa da dietro, la porta dal tuo lato è puntata a terra in malo modo!< (F)
      Lentamente, a fatica, misurando i movimenti, uscii.
      Tutti fuori, delusi e frustrati, non c'erano parole, seduti a terra guardavamo e riguardavamo quel casino colossale senza soluzione, Ronfolona giaceva su di un fianco.
      Silenzio mistico di vero casino, il singhiozzo di Lù, raro vederla piangere così di brutto, profondamente, si sentiva tradita, capiva che tra tutte le situazioni balorde incappate, questa era di gran lunga la peggiore. Situazione di merda a parte, il fatto più preoccupante che Fausto ed io eravamo a secco di idee, dopo tanto, per la prima volta, la nostra fervida immaginazione non sapeva che minchia fare, posteggiati a cazzo con mezza Jeep sospesa nel vuoto sul ciglio di un *“oued” non riportato dalla mappa, una profonda cicatrice che solca il deserto e noi poco abili a notare lo sfumare graduale del terreno, molto più chiaro all’approssimarsi del bordo.                                                                                    
      Scendiamo, la cigliata è ripida, quattro, cinque metri, il letto del fiume largo, fondo sabbioso ma consistente, la sponda opposta scoscesa allo stesso modo, un bel cazzo di profilo a “U”, dal basso il fatto pare ancora più grave, risaliamo a gattone.
      >Bonfa< (F)                                                                           
        Quando Fausto mi chiama col mezzo cognome, marca  veramente male.
      >Ricordi a Omegna, quando ci siamo rovesciati con la Simca Rally, in quella prova speciale?< (F)
      >Certo, chi lo scorda!< (G)
      >Che abbiamo fatto? Non potevamo risalire l'argine per tornare sull’asfalto, siamo scesi lungo il campo e risaliti dal lato opposto< (F)
      Un'idea, Fausto aveva trovato un modo, pazzesco, ma un modo, intanto qui di normale non c'è più nessuna cosa!
      Gasati dalla nuova prospettiva, esaminiamo la situazione.
      La Jeep è adagiata per tre quarti sul lato destro, con lo chassis spanciato sul bordo del ciglio, tutto il muso e le ruote anteriori sospesi nel vuoto, una posizione terribilmente stupida, rischia di ribaltarsi. Facciamo un tentativo di retromarcia, nulla, le ruote posteriori sollevate da terra, solo una pela il terreno ma senza fare presa, pattina a vuoto, e per sfiga il differenziale centrale non vuole saperne di inserirsi, cazzo, proprio ora il *Quadra Trac ha deciso di fotterci!
      Sempre uniti e consapevoli di quello che stiamo per fare, pigliamo l'unica e rischiosa decisione: fare scendere la Jeep giù dal ciglio. Sappiamo bene che è il nostro unico asso e forse manco la carta vincente, ma osiamo ugualmente prestando la massima attenzione a non sbilanciare il già precario equilibrio, alleggeriamo, ruote, taniche, bagaglio a terra ancora una volta, l’ennesima in questa viaggio dannato.                                                                                                                               
      Con pale e picco si scava sotto la pancia della Jeep in modo da favorire la discesa, l'unico guaio è che non c'è modo di poterla raddrizzare rispetto alla riva. Il primo tratto è in forte pendenza, e sarà affrontato col lato destro della Jeep, speriamo che non punti sul fianco, rovesciandosi. Crediamo in questa folle impresa e lavoriamo incessantemente, sole, caldo, sete, polvere, non sentiamo nulla, forse le bestie stanno meglio di noi in questo momento. Siamo pronti, sistemata la *binda sotto il paraurti posteriore e iniziamo ad alzare. Fausto è alla guida, il motore acceso, trasmissione integrale e ridotte inserite, lo sforzo sulla binda è enorme, tutto il peso della Jeep grava su quell'unico, gigantesco cric di oltre un metro d'altezza. Le ruote posteriori vengono, centimetro dopo centimetro, ulteriormente alzate da terra, la Jeep facendo perno al centro inizia a scivolare, il telaio raschia il terreno impuntandosi a destra, di conseguenza si alza paurosamente dal lato opposto, a sinistra, Fausto *branda, scivola incerta tutta di lato, le ruote fanno presa, gas, Fausto da gas, si raddrizza, piomba dritta nell'oued sulle quattro ruote in una nube di polvere e sassi.
      Singhiozziamo, ridiamo, siamo euforici, irriconoscibili dalla maschera di sabbia e sudore, siamo noi, vittoriosi, abbiamo *stallonato Ronfolona.
      Terzo round, proprio del cazzo, tre a zero.
      Con energia inaudita trovata chissà dove, trasportiamo tutto il materiale giù, nel letto del fiume, ricarichiamo, siamo scoppiati, non è ancora finita, facciamo il punto della nuova condizione. Ripide sponde a destra e sinistra, direzione obbligata, est od ovest, nessun danno apparente alla Jeep, i *sottoporta hanno retto bene, dalla scatola del cambio e dai differenziali nessuna traccia di perdita d'olio, perfetto, un po’ di fortuna nella sfiga non fa male. Meglio proseguire verso ovest, dalla parte opposta finiremmo dritti in Algeria e non è il caso di complicare le cose, proseguiamo lentamente anche se il fondo sabbioso e compatto darebbe libero sfogo per lanciare la Jeep in una guida più vivace. Scrutiamo attentamente le sponde in cerca di una via di fuga, niente, gli argini proseguono paralleli e costanti nella loro infida altezza, ma quello che preoccupa è l’eccessiva pendenza, prossima ad un angolo retto, insuperabile anche da una 4x4 a prescindere dalla potenza.                     
       Tardo pomeriggio, lentamente proseguiamo, ci sentiamo inscatolati e parzialmente fottuti.
      Dove porterà? Ci sarà un punto da cui risalire?
      Sono pensieri tormentosi, l'angoscia di non vedere ai lati peggiora il nostro stato d'animo, le soste sono frequenti, e arrampicandoci a piedi controlliamo, solita, piatta,  distesa di sabbia, abbiamo paura, tanta. Se per sfiga la via d'uscita si fosse prospettata a sinistra, eravamo fregati, non potevamo tornare indietro, mancavano benzina, acqua, e come superavi gli inferni passati?                                                                                                                                                                       
       La catena dell'Alto Atlante, davanti a noi, non era di certo rassicurante per prenderla in considerazione, la via d'uscita si doveva per forza scovare sulla destra. Trovarla o farla, deciso, un'ora non di più, poi avremmo assalito, spianato la riva a qualunque costo, non paura, ora, non titubanze, non pianti, eravamo fuori di noi, impazziti!
      L'ora è passata, ci fermiamo, la riva sembra un po' meno ripida, almeno ci pare, ma comunque così come si presenta è insuperabile, quasi un muro a novanta gradi, non importa, scaveremo. É tarda sera, la Jeep a motore acceso rivolta perpendicolare verso la sponda, i Cibiè da quattrocento watt illuminano a giorno, noi, sterratori folli scaviamo, spaliamo e scaviamo ancora per salvarci, illusi o meno, crediamo in quello che stiamo facendo. Ogni trenta minuti interrompiamo e spegniamo la Jeep per raffreddarla, dobbiamo avere cura della nostra bimba, nel frattempo riprendiamo fiato e forze.
      Quell’inferno durerà fino a notte fonda.
      Sabbia e pietre, abbiamo spianato il bordo della riva di oltre un metro, addolcito la rampa formando un terrapieno utilizzando i detriti e le piastre da sabbia, o la va o la spacca.
      Cazzuti, si scarica la Jeep, perso il conto di quante volte fatto.
      Incoscienti, se non lo fossimo non saremmo in questa situazione, non aspettiamo il fare del giorno, se si passa, si passa ora, subito! Fausto è in macchina, Lù ed io in alto, sulla sponda opposta, per indirizzare a gesti, gli alogeni accecano.  Incerto, Fausto, parte piano per poi arrancare, sgomma, si ferma, sgomma ancora, non ce la fa! Torna indietro pericolosamente, sbanda e scassa col posteriore sul terreno morbido.                                                                                                           
        Serro i pugni incazzato, urlo imbestialito.                        
      >Punta la riva Fausto, dacci dentro!< (G)                                                                                                              
       Due, tre, brandate, il muso punta imponente, uno scatto rabbioso, il motore urla, ruggisce nella notte silenziosa, sgomma e sgomma ancora, gas a tavoletta, a palmo a palmo, in sgommata arranca, avanza, il puzzo di strino delle gomme è forte, col muso quasi sul bordo del ciglione sprofonda e va avanti a sforzo, solchi enormi, sbuffate di sabbia e pietrisco nell'aria, con Lù, da dietro, spingiamo con tutte le forze possibili, braccia e spalle fanno male, mastichiamo sabbia, pieni da capo a piedi, le gambe non reggono più il nostro stesso peso. Fottuti? Un sussulto e l'atto di forza è compiuto. Che dire, ha vinto l'incoscienza o la follia?
      É un match senza fine, quarto round, quattro a zero.                                                                                     
       Non urliamo di gioia, le forze ci hanno lasciato. Fausto piegato sul volante borbotta frasi senza senso, e Luciana, raccolta su se stessa a mo' d'embrione, piange, io, recitare il “mea culpa”, fustigarmi e fare penitenza, non c'è cilicio che basti per l'inferno che ho ideato, creato con le mie stesse mani, ma chi me l’ha fatto fare, porca idea di questo cazzo di viaggio!
      Ci addormentiamo così, di botto, senza sentire freddo o altro.
      Svegliati pressoché a tempo, ancora increduli di avercela fatta, guardiamo dal ciglio della riva, veramente scoscesa nonostante il duro lavoro fatto, i solchi lasciati lo confermano.
      >È peggio della Dakar!< (F)
      >Lì, se non passi il *controllo tappa, vengono a cercarti!< (G)
      >Capisco perché tutti sconsigliavano d'andare! Un cammello a mala pena ce la fa, pensa noi!< (L)
      >Stavolta siamo andati *fuori del seminato< (F)
      >Dove siamo ora?< (L)
      >Ben lontano dal saperlo. Devo fare dei rilievi per calcolare la nuova posizione, là sotto non avevo punti di riferimento< (G)
      >Controllo il *trip, azzerato prima di buttarmi giù < (F)                                                                                              
         >Per fortuna ti sei ricordato, sapremo quanti chilometri abbiamo macinato in quel budello di oued!< (G)                                                       
        >Poco meno di trentasei, trentacinque e ottocentotredici!< (F)          
        Sbraitò a piena voce dall’interno della Jeep.                                                                                                                  
      Appoggio sul cofano carta, compasso, squadrette, mi allontano per i rilievi, pensieroso, e non sono l’unico ad esserlo, anche se nessuno di noi lo vuole dimostrare per non preoccupare inutilmente gli altri, un sistema di autodifesa.
      >Allora Cristoforo Colombo, dove siamo?< (F)
      >Non sfottere e lasciami fare!< (G)
      >Mentre Colombo calcola, preparo del caffè!< (L)
      Stavamo ridendo e scherzando, forzati, come se niente o quasi fosse accaduto, l'importante essere fuori da quel fottutissimo oued. Mezzora, e la nuova posizione rilevata, trentasei chilometri fatti tutti ad ovest non erano molti, ma eravamo usciti fuori dal corridoio ideale che avevo visto e calcolato sulla carta, ora ci toccava fare un largo giro per evitare una depressione rocciosa senza nome, così appariva sulla M153.
      Il fondo del terreno era cambiato notevolmente, non sabbia ma schegge rocciose, appuntite, dalle forme più bizzarre, si concretizzavano minacciose su quel tavolato pianeggiante interrotto da strane macchie gialle sfumando dall’ocra alla gradazione più tenue dell’oro, questo, quanto vedevo attraverso il binocolo senza trovare spiegazione.
      >Dai, cambiamo le gomme, terreno bastardo e troppo duro per le BF, rischiamo seriamente di tagliarle< (G)                                  
        >Stavo pensando la stessa cosa!< (F)
      Le taniche, i fusti d'acqua e tutto il resto si riuscì a portarle a mano, le gomme no, legate una a una furono trainate dalla Jeep, troppo pesanti per rotolarle su dalla riva.
      Oltre tre ore per cambiare le gomme e stivare il tutto. Pronti.                                                                                         
      >Strada?< (F)
      >Più di ottanta chilometri< (G)
      >Dov'è Taouz?< (L)
      >Dietro a quelle guglie di roccia, ma non si vede< (G)                                                                                    
        Lieve sgommata ed eravamo in marcia.
      Si guida silenziosi, a bassa velocità, scrutando quello scenario contorto e sofferto, rocce e pietre non permettevano grosse distrazioni, un continuo zigzagare evitando gli ostacoli più insidiosi e pericolosi allle gomme, per quanto artigliate e robuste fossero.
      La carta non riportava nessuna indicazione, nessun nome, battezzammo noi, con molta enfasi, quella land sperduta e anonima, “Rocks of the Moon”, Pietre della Luna, infatti, aveva l'apparenza uno squallido paesaggio lunare, freddo.                                                                                                                                                                 
      E magari lo fosse, dire caldo mostruoso è poco, sessantatré gradi, dai finestrini entrava sola aria torrida, la gola brucia, bocca e labbra eternamente aride, la tentazione di accendere il clima anche per poco è forte, resistiamo, ricordando il brutto inconveniente capitato a Fausto, meglio patire il caldo piuttosto che rischiare di collassare a causa dello sbalzo termico nell’imprevisto di scendere fuori.
      Bandane impregnate e rivoli di sudore dalla fronte impastavano le lenti degli occhiali, Fausto li tolse, si fermò strofinandosi gli occhi:
      >Guarda, un lago!< (F)
      Un miraggio, lo sapevamo benissimo, la prima volta che capitava di vederne uno, sconcertante da quanto pareva reale!
      Le ore, lente e monotone, parevano non trascorrere mai in quel paesaggio assurdo, la radio AM/FM senza segnale riceveva solo scariche e gracchi, i *nastri migliori deformati dal caldo e gli altri quasi del tutto smagnetizzati, impossibili wauowau ne impedivano l’ascolto.
      Niente musica.
      I cambi di guida si alternano più frequenti per dare tempo agli occhi, chiudendoli, di riposare un poco in quella luce violenta, accecante, nonostante usassimo sempre gli occhiali da sole e non occhiali qualunque, ma dei Colmar da ghiacciaio con lenti antiriflesso specchiate!
      >Laggiù si muove qualcosa, non è un miraggio!< (F)
      >Dai, andiamo a vedere!< (L)
      >Piano però< (G)
      Gasati, una scintilla nella monotonia, deviamo di circa quarantacinque gradi rispetto alla direzione originale per soddisfare la nostra curiosità. Cammelli, per nulla intimiditi dal nostro avvicinarsi, si stavano abbeverando in una minuscola, lorda, putrida pozza d'acqua, pure questa non riportata.
      >Facciamo rifornimento?< (G)
      Chiesi in tono serio.
      >Sei pazzo! Piuttosto muoio di sete!< (L)
      >Se poco ti avvicini, la *bilharziosi salta fuori e ti mangia vivo all’istante!< (F)
      >Sto scherzando, scemi!< (G)
      > *”E sti” cammelli? Non sembrano impauriti< (L)
      >E neanche bradi, vedi, hanno bardature tipo cavallo< (F)
      >Saranno fuggiti< (L)
      >O c'è qualcuno nei paraggi< (G)
      >Cazzo dici, non vedo nessuno< (F)
      >Se questi cammelli sono scappati, e non sembrano intimiditi dalla nostra presenza, deve esserci una presenza umana in questo cazzo di posto!< (G)
      >Sai quanta strada possono fare queste cazzute bestie?<(F)
      >No, e non me ne fotte una sega!< (G)
      Agitato salii, binocolo alla mano, sulla bagagliera, niente di niente si profilava all'orizzonte, deluso scesi.
      >Dai andiamo, muoviamoci, non c'è nulla.< (G)
      Stavamo compiendo un largo semicerchio per arrivare all’oasi di Taouz, e sembrava non arrivare mai, di girare in tondo, sempre nello stesso punto, facile illusione ottica nel deserto.
      Sono le sedici, viaggiamo da quasi dieci ore.
      Gradualmente il fondo cambiò in meglio, sconnesso ma duro e meno infido, permettendoci di aumentare l’andatura alla folle velocità di quaranta km/h, pare di volare!
      >Quanto manca?< (F)
      >Quindici chilometri< (G)
      >Ma non vedo niente!< (F)
      >Sicuro dei calcoli?< (L)                                            
      >Matematico, davanti a noi c'è Taouz, senza “ma”< (G)
      >Con questa foschia da caldo.....< (F)
      Neanche il tempo di concludere la frase e ci rendemmo conto, di brutto, dell’improvviso rallentare, la Jeep perdeva potenza, cinquanta, cento metri, fermi con le ruote che giravano a vuoto e il motore su di giri. Insabbiati.
      Pigliati alla sprovvista, faticavamo a capire il perché.
      Quelle macchie color oro pallido avvistate prima era sabbia finissima, impalpabile più del talco, è il *fech, laghi di sabbia, mai incontrati prima ed estranei alle nostre cognizioni  sahariane, scesi, sprofondiamo fino al ginocchio, ad ogni passo solleviamo spruzzi come se fosse acqua, ma è sabbia, dannata sabbia inconsistente.                                                                                                                               
      Mettiamo mano alle piastre sistemandole sotto le gomme, è come scavare nello stagno, sprofondano quasi subito, la Jeep è totalmente adagiata col telaio sulla sabbia, le ruote continuano a girare a vuoto, vorticose, inutile forzare con le marce ridotte e il Quadra Trac, tornato misteriosamente a funzionare. Messi i guanti per sicurezza, a tastoni, seguendo con le mani il profilo dei cerchi insabbiati, individuiamo le valvoline per sgonfiare le gomme, le porteremo alla pressione più bassa possibile, è uno stratagemma che ha già funzionato. La pressione è a rischio, meno di 0,5 bar, andare oltre questo valore è pericoloso, potrebbe lacerarsi la camera d'aria, se, per sfiga, ruotasse sul cerchio, già così i copertoni sono a terra. Con fatica rimettiamo le piastre sotto le ruote, fanno ben poca presa e sgommano, le piastre annegano nuovamente nel fech. 
      Vani, tutti finiti in culo gli altri tentativi, più le ore passano e più il caldo sconquassa il fisico, hai strani pensieri, desideri del ghiaccio, sogni una doccia, un disperato bisogno di acqua fresca, fredda, ghiacciata, il sogno diventa incubo, ossessivo.                                                                                        
      Poco felice la nostra realtà, cazzo, pochi metri in circa tre ore mentre la larghezza della lingua di fech è di almeno millecinquecento, duemila metri, ammesso di farcela, quanti giorni per uscirne fuori? Non basterebbe un mese e non abbiamo tale autonomia, forse con le provviste sì, però mancherebbe presto l’acqua anche razionandola, si può usare quella del radiatore  che per fortuna è senza antigelo, e così fottiamo pure la macchina e noi crepiamo sempre di sete. Ipotesi di abbandonare la jeep e raggiungere Taouz a piedi, l’unica cosa sensata da fare, anche se ridicolo parlare di cose sensate in questo viaggio.
      Ho pensato da solo, non voglio dirlo a nessuno anche se loro si sono fatti gli stessi miei calcoli, mica sono scemi.
      Comincio ad avere dei disturbi, una lieve tachicardia che comunque mi porta a sensazioni di tremore ma non tremo, un senso di vuoto e nausea, si chiama panico latente, sconforto e desolazione prendono il sopravento. Per la prima volta, tutti noi, piangiamo di brutto, le forze sono allo stremo, gambe e braccia non le sentiamo più, ogni giuntura è dolente, le mani bruciano con i guanti impastati di sabbia e sudore, la gola avvampa arsa dalla sete.
      Probabilmente Dante così immaginava il suo inferno!                                
      Prendiamo fiato, cerchiamo di rassettare le idee e organizzarci mentalmente, studiare la situazione.
      >Lavorando così, di giorno, ci lasciamo la pelle!< (F)
      >Hai ragione< (L)
      >Conviene lavorare di notte, col fresco, che dite?< (G)
      >Non ce la faremo mai!< (L)
      >Meglio di notte, proviamo, oramai non abbiamo niente da perdere, siamo già persi!< (F)
      >Non dobbiamo disperare, abbiamo fatto di peggio!< (G)
      Voglio infondere coraggio ma non convinco, il primo a essere fregato sono proprio io.
      > Fottuti, tempesta di sabbia in arrivo!< (F)
      >Da dove?< (G)
      >Laggiù< (F)
      Metto a fuoco lo Zeiss facendomi ombra con la mano sugli occhi, ma non vedo nulla, regolo meglio, con cura, puntando i gomiti al petto.
      >Fausto ti sbagli!< (G)
      >Guarda bene, si vede la nube di polvere!< (F)
      >Sì è vero, ma...< (G)                                                                                             
       Incredulo a quanto vedo attraverso il  *tremolio del calore, qualcosa d'indistinto avanza ma non la tempesta, solo un gran polverone. Uno, due, una raffica di colpi d'arma da fuoco, non bisogna essere indovini per capire.
      >Predoni, sono predoni, ci assalgono!< (L)
      Restiamo lì, inermi, pale in mano con gli occhi sbarrati, nell'attesa del nostro destino, era veramente giunta la fine?
      Ora, potevamo distinguere i cavalieri che dirigevano verso di noi con lunghe carabine in mano, sparavano ogni tanto lunghe raffiche di colpi, istintivamente cerchiamo rifugio dentro l'abitacolo, pur sapendo che sarebbe servito a ben poco.
      Eccoli, bellicosi, attorno alla Jeep, cavalli frenetici e urla, avanti e indietro in un bailamme assordante. Sono disposti a semicerchio, davanti al cofano, agitandosi e discutendo animatamente, facendo cenno verso di noi coi lunghi fucili. Rannicchiati sui sedili con la sicura alle porte, impietriti, non abbiamo paura o ne abbiamo talmente tanta da non avvertirla,  in contemporanea spettatori di un film dove siamo gli attori.
      La mente lavora, cosa ci faranno? Un colpo a bruciapelo, legati e torturati, lasciati a morire di sete, o resi schiavi?                                                                    
      Mille pensieri nella frazione di una manciata di secondi, ecco, uno di loro si stacca dal gruppo e avanza verso di noi, a gesti e urlando in modo incomprensibile fa capire di scendere.
      Come automi scendiamo, non tentiamo nessuna reazione, forse restando buoni si accontenteranno di saccheggiare la Jeep e noi, lasciandoci andare. Ci fissa, uno ad uno, muovendo appena gli occhi, tocca a me, ho coscienza del suo sguardo penetrante e ostile nei miei confronti, l’identica sensazione avuta all'oasi, ma sì, è lui, il cavaliere misterioso! Pure Fausto e Lù lo riconoscono, balbettiamo tutti e tre qualcosa, un secondo cavaliere si stacca dal gruppo e parte, ventre a terra, nella medesima direzione da cui erano giunti, ben presto sparisce nella polvere.                                                                                                           
        Il cervello si rifiuta di lavorare annegato nella sua stessa materia, non riusciamo a pensare.
      Avanza lento, sprofondando fino al ginocchio in quella sabbia infame, gli occhi puntatati su me. Un brivido, nonostante il caldo atroce, un brivido gelido lungo la schiena, un formicolio alle ginocchia, una sensazione di malessere prossimo allo svenimento mi saliva dallo stomaco, sentivo il pulsare delle tempie e la nausea sempre più forte, la testa scoppiare: sarò il primo, pensai, e quella che avevo era folle paura di morire, non sapevo cosa si provasse, non ero pronto.                         
       Lui, occhi di ghiaccio, di fronte a una spanna dal viso, lo sguardo acuto, fisso, da sotto la shemag mi sta frugando l’anima da cima a fondo. Mi cagavo sotto, avrei chiesto pietà solo fossi riuscito a parlare, la lingua s’era avviluppata in gola mentre già sentivo la lama penetrarmi nello stomaco.
      Un attimo.                                                                                                                                                          
      Sgranai gli occhi dilatando le narici, labbra in un muto “oh” incredulo, per poco non svenni, un inchino, mano al petto.
      >In Shaa Allah<                                                                                             
       Disse, borbottando altre parole incomprensibili senza mai distogliere lo sguardo, fece cenno, additandomi, a un secondo arabo che si avvicinò di corsa arrancando nel fech.
      Il nuovo venuto mi guardò a lungo ma in modo meno ostile, sguardo accentrato su quel cazzo di ciondolo che portavo sul petto, poi, pure lui, si profuse in un dignitoso salamelecco. Lui, alza il braccio teso in aria, ordini muti di chi comanda per abitudine, uno dei cavalieri portò, lesto, un piccolo otre di pelle scura sgocciolante acqua fresca, me lo porse, e dopo una lunga golata, lo passai ai miei compagni.
      Niente l'essere stupiti in confronto a quello che provavamo. Quanto tempo era passato? Persa la cognizione, una cosa appariva evidente, al momento non correvamo nessun pericolo! La tensione scemata pur restando sull’attenti, e io, il polo centrale, si capiva dal gran vociare che facevano a riguardo del ciondolo che veniva più volte indicato.
      Il fatto non passò inosservato a Luciana, che apostrofò:
      >Chissà quale minchia d'amuleto hai comprato!< (L)
      >E già, chissà< (F)                                                                                             
       Annuì Fausto ironizzando.
      I Tuaregh, solo dopo si riuscì a comprendere, smontati da cavallo, giravano attorno alla Jeep insabbiata facendo ampi gesti indicando un punto all'orizzonte, ma non capivamo il loro fare. Da lì a poco un'altra nube si profilò nella nostra direzione, erano cammelli e la risposta ai nostri dubbi. Chiare le intenzioni, volevano aiutarci a uscire dal fech trainando la jeep con i mehari. Disposti ad arco, i più robusti all’esterno, bestie  possenti e maestose, docili al comando, dopo avere imbracato Ronfolona, metro dopo metro, la liberarono. É notte fonda quando riesce a mordere del terreno decente grazie al provvidenziale aiuto, senza di loro, difficilmente saremmo scampati all'insidiosa trappola di sabbia. Si comunica solo a gesti, riusciamo a capire che faremo campo proprio lì, troppo rischioso, per noi, proseguire di notte, domani faremo rotta al loro accampamento. Mettiamo in comune il nostro cibo anche se insistono a offrirci un frettoloso cuscus, accettiamo, seduti in tondo attorno al fuoco del bivacco, sorpresi che alcuni cammelli trasportano solo arbusti da ardere.
      Anche se la tensione mista a diffidenza era parecchio diminuita, l'idea di dover condividere il campo con loro ci mette una sorta d'inquietudine, rafforzata, nel notare che alcuni di loro si apprestavano a montare di guardia, il capo afferra le nostre titubanze, a gesti, cerca di farci capire che gli uomini di guardia erano per i cammelli, già scappati una volta, ecco perché si trovavano da quelle parti quando si è insabbiata la Jeep. Al boss, senz’altro, non sono simpatico, continua a fissarmi biecamente senza mai scollare gli occhi dal ciondolo, pure Fausto nota l’atteggiamento ostile.
      >Deve avercela col tuo scarabeo, l’ha fatto osservare a tutti gli altri, che hanno annuito, non capisco< (F)
      >Francamente, neanche io< (G)
      >Se tu gli sei antipatico, con Luciana è cordiale!< (F)
      >Probabilmente si ricorda che ha curato i ragazzi< (F)
      >Quel ciondolo, forse, racchiude un significato che noi non conosciamo< (F)
      >E se fosse... < (G)
      >Mi hai letto nel pensiero!< (F)
      >Credi che potrebbe essere... < (G)
      >Quasi certo, intuito< (F)                                                
      >Conoscono a chi apparteneva!< (G)
      >Che cosa state bisbigliando voi due?< (L)                                                                                                          
       >Niente Lù, idee, riposati, è stata dura oggi!< (F)                                                   
       >Cosa pensi, una stronzata se andassi dal capo col ciondolo in mano e pronunciassi “quel nome”?< (G)
      >Non so, ma non lo farei, non sappiamo come la pensano e per quanto ci abbiano aiutato rimangono sempre predoni, ricorda quello che hanno raccontato sul loro conto!< (F)
      >Hai ragione, meglio stare zitti, a quanto ho capito domani raggiungiamo il loro campo fisso, dalla carta sembrerebbero le dune di *Merzouga< (G)
      >Ho capito la stessa cosa< (F)                                                                    
      >Ehi, Bisio, non mi sento niente bene, vedo se riesco a chiudere occhio< (G)                                                                                                                                         
       La caga presa aveva fatto il suo effetto, nervoso, stramazzai in un sonno agitato, avevo la febbre alta, Luciana dormiva profondamente vicino al fuoco.               
       Notte tranquilla, poco prima dell'alba il campo era tolto, pronti a partire, cavalli e cammelli al trotto davanti a noi di qualche centinaio di metri, indicavano la pista immaginaria nota solo ai nostri accompagnatori, per noi restava perfida sabbia. Fausto guidava lentamente, era stanco, il fondo insidioso non permetteva distrazioni, seguendo le nostre guide, facevamo ampie esse per evitare i punti più perniciosi, ma c'insabbiavamo ugualmente, uscendone a fatica con le marce ridotte, i cammelli, invece, col loro zoccolo largo, volavano sulla sabbia insidiosa più lesti di noi, invidiabili davvero. Continuavo a non sentirmi bene, la febbre persisteva nonostante avessi preso dell’Aspirina, la testa doleva e lo stomaco bruciava, più o meno tutti nelle stesse condizioni.                                                                                                  
      Circa mezzogiorno, il sole dardeggia senza tregua, faticavamo a tenere il passo con le nostre guide, un leggera brezza secca e calda si era alzata, velando tutto di sabbia finissima e rendendo l'aria ancora più pesante da respirare, già di per se torrida, l'abitacolo della Jeep un forno, e quella infinita distesa di sabbia non subiva la minima variazione, monotona, sembrava pianura ma da come arrancava Ronfolona s'intuiva che si stava salendo. Senza preavviso, uno spettacolo incredibile si para dinanzi ai nostri fiacchi sguardi, all’apparenza il cratere di un gigantesco meteorite, e in fondo al centro, una piccola, minuscola oasi verde: M’Hamid!
      Nonostante la stanchezza e il malessere non potemmo fare a meno di stupirci davanti a tanta incontaminata e selvaggia bellezza; dall'orlo del cratere si scorgevano a perdita d'occhio infinite dune bionde in un mare di sabbia vergine.                                                                                                 
      Il verde vivo delle palme contrastava con quello sfondo brullo e arido, una leggera colonna di fumo si alzava diradandosi rapidamente nell'aria.                
       Abbandonati dai nostri accompagnatori, si lanciarono in un galoppo sfrenato verso l'oasi, sparando qualche colpo in aria nel segnalare il nostro arrivo.
      Un senso di tranquillità ci pervase, forse la pace di quella vista amena, la sicurezza di trovare acqua fresca, e il fuoco, che vuol dire casa in ogni lingua. Sollevando alte colonne di sabbia, dirigevamo verso il centro dell'oasi preceduti dai nostri amici Tuaregh, nutrivamo questo sentimento, di chiamarli così, ora, stavano preparandosi ad accoglierci.
      L'oasi appariva più grande di quanto si potesse immaginare, ben rifornita d'acqua, con vegetazione abbondante e rigogliosa, un casino di palme da dattero e alberi da frutta sparsi un po’ ovunque davano la piacevole illusione del fresco.
      Le tende, stimerei in oltre duecento, a occhio e croce, disposte in semicerchio verso oriente con due più grandi e sontuose al centro, ben distanziate, sorvegliate a vista da sentinelle armate di tutto punto e protette da basse palizzate di palma intrecciata, quelle dei capi, il nostro pensiero passandoci davanti.                     
      Nessuna diffidenza, accoglienza festosa, esuberante dei bambini, esplosi parecchi colpi d'arma da fuoco in nostro onore, le donne emettevano un gorgheggio labiale tipico, movendo velocemente la lingua contro le labbra, assordante e impressionante, tutti volevano toccarci e tiravano gli abiti, incuriositi, forse, per molti di loro eravamo i primi occidentali che vedevano in carne e ossa, e in quel bordello così diverso per noi e troppo confusionario da quanto assordante, Luciana era la più gettonata, chioma ricciuta dai lunghi boccoli a molla e rossa per giunta, attirava le donne come mosche sul miele, una vera novità per loro!
      Nostro stupore nell’udire pronunciare in corretto francese “benvenuti fratelli”, dall'individuo più bizzarro mai visto, somigliante a una comparsa retrò de “I Miserabili”.
      Alto e magro, folta barba bruna, calvo come una palla da biliardo, spessi sandali di cuoio ricavati da un pneumatico d’auto, e un lungo saio marrone, che di saio aveva ben poco, oramai, da quanto stinto e logoro dal tempo, con sopra il tipico mantello neroblu dei Tuaregh.
      La stravagante figura rispondeva al nome di padre Martinot, missionario, proveniente dall'eremo di *Padre Foucauld, nell'*Hoggar, centro Algeria, vale a dire circa un migliaio di chilometri più a sud di dove eravamo noi ora; si avvicinò a braccia aperte, un sorriso cordiale, ci strinse uno a uno, dispensando buffetti sulle guance.                                                                                                                                                                        
      Dopo i convenevoli, in perfetto arabo, ci presentò ai locali
      del campo, e subito invitati all'interno di una delle due tende viste prima, offrendoci acqua e frutta fresca a volontà, poi, fedeli all’antica tradizione araba, l’anticamera rituale del tè, che ben conoscevamo. La tenda ordinata e straordinariamente fresca, con numeroso vasellame disposto intorno, divisa a zone con camere separate da tendaggi multicolori, segno che vi abitavano più persone.
      Noi, padre Martinot, il *Ras e alcuni dei suoi più fidi seguaci, seduti in cerchio su un ampio tappeto, al centro troneggiava l'immancabile narghilè, con vicino un tappeto a tinta unita, rosso, stracolmo di armi da fare invidia a un’armeria ben fornita. Padre Martinot fungeva da interprete tra noi e la comunità Tuaregh, le domande e gli interrogativi posti furono molti. Il Ras, fece tradurre dal monaco che era molto grato per le cure prestate da Lù ai suoi figli, all’oasi di Zagora, avendo ben risolto la fastidiosa infezione agli occhi, e si metteva a nostra completa disposizione per qualsiasi cosa fosse necessaria.                         
       Momentaneamente esclusi dalla conversazione, una pausa in arabo tra il Ras e Martinot, frasi brevi, confabulando, interrogativi accompagnati da gesti eloquenti come dire, ”Non puoi tenerlo nascosto”.
      Braccia incrociate, la decisione sembrava presa, fece tradurre il suo pensiero. Si scusava per l'assenza della sorella, Haziza, la seconda dignitaria del campo, in questo periodo fuori a caccia con alcuni suoi uomini per procacciare carne di gazzella fresca, non sapeva quando sarebbe rientrata, giorni o settimane, era nelle mani di Allah. Il cuore mi balzò in gola a sentire quelle parole : cazzo, sua sorella!                                                                                                           
      Gli sguardi incuriositi all'amuleto, la distanza e il posto ipotizzati da Santillana, tutto cominciava a prendere una visuale logica, almeno per me e Fausto, che guardandomi, ammiccò. Istintivamente porto la mano al petto stringendo l'amuleto, il gesto non passa inosservato a padre Martinot e al Ras, che velocemente farfuglia qualcosa al missionario, il frate annuisce, ma questa volta nessuna traduzione per noi. Lunga e snervante, eravamo giunti alla fine del cerimoniale, i classici tre gottini di tè offerti tre volte per ogni gotto, e guai a rifiutare, insulto terribile, peggio della madre puttana, quando fu servito un profumato e succulento *m'choui, e stranamente a Lù fu concesso di dividere il pasto con noi soli uomini, senza appartarla con le altre donne, come già successo. Incuriosito dal fatto, chiesi lumi a padre Martinot, che nel frattempo aveva preso posto vicino a me, facendo in modo che Luciana fosse ben distante e non potesse ascoltare le nostre chiacchiere.
      Furbo, molto furbo, lo capii non molto tempo dopo.                                                    
       >I Tuaregh hanno usi e costumi diversi, anche se simili, dagli altri arabi, sopratutto quanto riguarda le donne, e tu dovresti saperne qualcosa<  (pM)
      Rispose con fermezza il trappista.
      >Non capisco padre... <  (G)
      >Non fingere con me, so tutto o perlomeno posso intuirlo, il ciondolo che porti al collo è un segno più che evidente< (pM)
      >Sapete a chi apparteneva?< (G)
      >So di chi è, e perché ti è stato dato, ma sappi che il fratello non condivide di buon occhio la scelta della sorella, stai ben attento a quello che fai!< (pM)
      >Allora Haziza è qui, la posso rivedere!< (G)
      >Ssch, parla piano e sottovoce, El Ben Hammadad, così si             
      chiama il fratello, ha riconosciuto il ciondolo della sorella, quello che porti al collo, quando eravate all'oasi di Zagora, per questo è corso qui a M’Hamid, per chiederle spiegazioni! C'è stato un travagliato *summit tra Haziza, gli anziani del campo e suo fratello, ero presente pure io, un vero bordello.                      
        Per rango non potevano opporsi alla sua decisione, vuole solo te, e i pretendenti non mancano, neanche dai campi vicini, ti ripeto, stai accorto perché non sei ben visto!< (pM)
      >Ma dov'è? Quando posso rivederla?< (G)
      >Che Dio ci aiuti! Non fare chiasso. Hammadad ha spedito di proposito la sorella nei territori di caccia  per non farla trovare al campo in previsione del vostro arrivo, allontanata di proposito per valutare la situazione e prendere tempo, capisci ora, fratello?< (pM)
      >Come sapeva dove eravamo, e poi guidarci qui?< (G)
      >Quando vi ha lasciato all’oasi di Zagora, è piombato in tutta fretta, come già detto, per chiedere spiegazioni alla sorella, assolutamente non capacitandosi di come l’amuleto fosse finito al collo di un infedele bianco, e avessi visto lei, impazzita sapendo che eri vicino! Poi, è tornato indietro con i suoi uomini, ha visto i segni dell'incidente all'oued, e intuendo il vostro percorso vi ha preceduto, trovandovi insabbiati. La storia dei cammelli fuggiti una farsa, il resto lo sai<  (pM)                         >Perché non vuole che la riveda se è stata una sua scelta! Gli  parlo io, impossibile che non ascolti!< (G)                                                                                                           >Taci! Stai fermo e non fare fesserie, non sai quello che rischi e fai rischiare a tutti noi, me compreso! Santo Dio, se l'offendi o ritiene di essere offeso, è un attimo, un niente a tagliarci la gola! Calmati, ci sta osservando, smettila< (pM)
      >Potete fare qualcosa, padre?< (G)­­
      >Proverò a intercedere per te< (pM)
      >Cosa gli direte? <(G)
      >Non so ancora, devo prenderlo con le pinzette, lo conosco da molti anni ed è un tipo alquanto rissoso, tiene alla sorella in modo maniacale, e il tuo arrivo è tra i meno desiderati,  non sarà per niente facile convincerlo!< (pM)
      >Conoscete bene anche Haziza?< (G)
      Si strofina a lungo la barba trascurata, una carezza nel prendersi il pizzo nel palmo della mano smenandola con l’indice.
      >Posso dire vista nascere! È una splendida giovane di soli vent’anni, dura e indomabile, un carattere difficile, molto, ma anche intelligente e istruita; ho provveduto personalmente al suo insegnamento, per quello che potevo fare nei loro lunghi spostamenti, parla e legge anche un po' di francese misto a spagnolo< (pM)
      >No! Con me non ha biascicato una parola, solo arabo!< (G)
      > Ripeto, è una donna difficile e diffidente, a modo suo non voleva sbilanciarsi. Appartiene alla nuova generazione di Tuaregh, più stanziali e meno predoni, stanno cercando rifugio al nord, il governo Algerino tenta di scalzarne le tradizioni e li respingono come cani appestati. Ho conosciuto i suoi genitori, gente fiera, dei veri signori del deserto, gli *Uomini
      Blu, forse l'ultima dinastia di Tuaregh dediti esclusivamente al brigantaggio< (pM)
      >Da quanto tempo vivete in questi luoghi?< (G)
      >Oltre quaranta anni, sono missionario da quando ne avevo circa venti< (pM)
      >Padre, aiutatemi, per me Haziza è importante, conta molto, non è solo attrazione come potreste pensare, ma di più, è bastata quella volta....< (G)
      >Con la tua donna attuale come la metti?< (pM)                                             
      >Stiamo assieme per abitudine, ormai, c'è pure una differenza d'età tra noi, a suo svantaggio, e non intendo sposarmi< (G)
      >Pure tu sei importante per la piccola Haziza. Mi ha parlato a lungo di te, ti ha offerto il suo corpo vergine, gli piaci parecchio e detesta la tua compagna! Si rifiuta di dividerti con lei, la chiama “bianca cagna infedele”.  Anche se le tradizioni e leggi arabe permettono la bigamia, lei non vuole saperne, è stato uno degli argomenti discussi durante il summit, oltre a te, la tua religione e le tue usanze< (pM)
      >Schiettamente, che speranze ci sono?< (G)
      >Nessuna. Tu, forse, potresti rinnegare la tua fede, ma lei non passerà mai al cristianesimo, ne abbiamo discusso più volte, è una vera Tuaregh e il Dna è quello, non lo cambi. Haziza nasce e muore in questa terra, non t'illudere di portarla fuori dal Marocco o dall'Algeria anche se acconsentisse, non hanno documenti, non esiste anagrafe,  non sono censiti o in modo sommario, praticamente inesistenti.
      I Tuaregh sono figli di nessuno, ripudiati sia dal governo Marocchino sia da quello Algerino, proprio come i nostri zingari Europei, gente scomoda che nessuno vuole. É un problema grosso  di non facile soluzione, non hanno patria, sono nomadi figli della sabbia, nati dal nulla e nel nulla finiranno, come vuole la *tradizione, da secoli.< (pM)
      >Quindi, zero soluzioni!<  (G)
      >A parte una ma drastica per te. Se tieni così tanto a questa berbera, molla tutto in Europa ed emigra nel Sahara! Tu sei in regola con i documenti e potresti espatriare, ma francamente non so quanto dureresti fuori dal tuo ambiente, cerca di essere realista, in queste situazioni ti giochi la vita e l'avvenire, non sognare ad occhi aperti! Ora ti parlo da uomo e non da religioso, ascoltami bene: cogli questo fiore del deserto per il tempo che ti è concesso, rendila felice per quello che lei vuole e ti chiede, parla chiaro e non illuderla, una volta partito le probabilità che hai di incontrarla una seconda volta e nubile sono zero, o vai o resti<  (pM)                     Parole dure ma vere, per un attimo lo detestai perché asseriva una verità che non volevo accettare, c'era da riflettere seriamente sul da farsi.
      Meditavo, rimuginavo sulle parole di padre Martinot pigramente disteso all'ombra di una lussureggiante palma, gustando deliziosi datteri freschi appena colti, carnosi e dolci, succhiandone la polpa per poi sputare l'osso il più lontano possibile. Mi trastullavo così, stupidamente, imitato da una bellissima bimba moretta dalla folta chioma ricciuta, che a piedi nudi giocava vicino a me; istintivamente percepii il pericolo, scattai sulla piccina menando una patta a palmo aperto sull'esile caviglia, ma non feci sufficientemente in tempo, lo scorpione pizzicò lei e me prima di finire spiaccicato dalla mia mano. La piccola urlò in modo straziante, dimenandosi a terra stringendo la caviglia, piangeva a singhiozzi, chi aveva seguito la scena accorreva veloce in nostro soccorso. Incredulo, osservavo l’immonda bestia spappolata tra le mie dita col pungiglione ancora conficcato nella carne. Ribrezzo o terrore, non saprei quale dei due sentimenti prevalesse, sapevo solo di averlo nel culo, lo schizzai via dalla mano con una *bicellata.                                                                                     
      Letale la puntura di uno scorpione della sabbia, di colore giallo bruno, lungo una decina di centimetri è mortale per una persona adulta nel volgere di poche ore, figurarsi sul fisico di una bimba di sei anni se non si provvedeva a somministrare l'antidoto velocemente, che per essere efficace doveva conservarsi  in frigo. I genitori fuori di sé con la bimba in braccio, e smesso di agitarsi, dava i primi sintomi d'avvelenamento, ansimava rimettendo. Padre Martinot intuì al volo il mio fare, era già lì vicino, strappò la bimba dalle braccia della madre stendendola a terra col capo leggermente sollevato e girato da un lato, in fretta sterilizzai con lo Zippo la lama del coltello da sub che portavo sempre al polpaccio, incisi a fondo nel punto del morso, premevo ai bordi della ferita affinché uscisse sangue rosso vivo, succhiandolo, poi, con forza, per limitare l'effetto del veleno, o almeno, quello che speravo. Ora, immobile, esaurito il mio sapere, guardavo senza vedere quel corpicino, guardavo e mi guardavano, tutti, aspettando da me chissà cosa, allentai appena il laccio sul polpaccio, rendendomi conto che quel poco fatto non sarebbe bastato su un corpo così fragile, serviva l'antidoto, urgentemente, a qualunque costo. Occhi fissi in trance, sdoppiato in terza persona, non udivo chi urlava, chi si disperava, nessuno, eppure accadeva, ricordo solo le grida dei miei amici,”la mano, la mano!”, urlavano. Fausto e Luciana erano giunti di corsa con la borsa dei medicinali, Lù, fece una fonda incisione sul palmo col piccolo bisturi, succhiando e sputando poi con vigore, mentre Fausto mi teneva le dita ben tese che già tendevano a rattrappirsi, il sangue dentro bruciava peggio del fuoco.
      >Pensate alla bimba, padre, si può trovare l'antidoto?< (G)
      >Alla guarnigione militare sul confine Algerino, due giorni di deserto con i cammelli< (pM)
      >Forse meno di uno, in Jeep, senza sbagliare< (F)
      >Ha ragione Fausto, con una guida esperta che gli fa evitare le pozze di sabbia e la Jeep alleggerita di tutto, sola benzina e acqua, è possibile farcela!< (G)
      Silenzio, soppesavano quanto sentito, perplessi.
      >Io, Lù che tiene la bimba, padre Martinot come interprete e il papà come guida, volo!< (F)
      >Non possiamo lasciarti da solo in queste condizioni!< (L)                                                                                                                          
      >La bimba è messa peggio, non posso venire pure io, troppo peso, andate e controllate la benzina, io me la cavo, sono in buone mani, via ora, veloci!< (G)
      >Ma possono trascorrere giorni, anche più di una ... < (L)
      >Andate per la miseria, non perdete più tempo, anche dieci giorni se occorre, ma salvate la bambina!< (G)
      Neanche passata mezzora dal fattaccio e la Jeep partiva col suo carico di speranze in un turbinio di sabbia, se c'era uno capace di farcela in quella folle impresa, quello era Fausto.                                                                               
        Un cumulo disordinato d'equipaggiamento rimasto lì, disseminato a terra, alcuni Tuaregh, uomini e donne, si adoperavano a metterlo in ordine, il nostro gesto apprezzato da tutti, molto, già aveva fatto il giro del campo.                                                                                                                   
       La mamma della bimba e il Ras erano con me, vicino.
      Sdraiato, sudavo copiosamente, ma non per il caldo, il veleno era entrato in circolo e cominciava a fare il suo effetto, faticavo a tenere gli occhi aperti, non dovevo prendere sonno, forzandomi di rammentare le poche nozioni di pronto soccorso studiate. Quello che avevo imparato era risaputo anche dalle mie due veglie, consapevoli che l'assopirmi era fatale, ben attente a tenermi sveglio, una sinergia congiunta la nostra, anche se mi rendevo conto che lentamente le forze uscivano dal mio corpo, abbandonandomi, “resisti Gio” mi dicevo, sempre più lontano, e puttana Eva non bestemmiavo neppure.                                                                                 Quattro Tuaregh con un pesante * burnus, a mo' di barella mi portarono al fresco nella tenda, una delle due più grandi viste all'arrivo, non potei fare a meno di notare un tocco di raffinatezza che solo una donna può avere. Adrenalina a mille, percepii il suo odore, ero nella tenda di Haziza, e portato da suo fratello! Sparito quel cipiglio d'astio che gli dipingeva il viso, mi prese la mano punta e la portò con la sua fino a sfiorare lo scarabeo, “In Shaa Allah, Haziza, Allah” sussurrò chinandosi all’orecchio, l’unica frase comprensibile, del resto non avevo capito nulla, solo intuito. Cercai di rispondere, di comunicare a gesti, invano, la bocca intorpidita e le mascelle rigide, tutti gli arti bloccati, di sicuro avevo dei tagliuzzi nelle labbra favorendo l'avvelenamento quando succhiai la ferita, sensazione di merda voler parlare ed esserne impedito, a maggiore ragione sapendo il perché. Lo sforzo fatto fece partire il cuore per i cazzi suoi accelerando col turbo, “male Gio” mi dissi, consapevole che il pulsare accelerato avrebbe giovato il diffondersi del veleno sempre meglio.
      El Ben si scostò, lasciando che la mamma della bimba si abbassasse vicino, bagnandomi la fronte imperlata di sudore e le labbra aride con un telo morbidissimo, di seta forse, poi uscì con la fretta di chi non ha tempo da perdere.                                                                       
      Impartiva brevi ordini, decisi, all'istante gli stessi Tuaregh di prima montarono di veglia, due dentro con la donna e due fuori, di guardia, pronti a intervenire in caso di bisogno.                                                                            
      Facevo sempre più fatica a restare sveglio, nonostante fossi scosso da forti brividi di freddo, tremiti che mi scuotevano tanto da non serrare i denti, sbattendoli.
      Udivo in lontananza la voce baritonale di Hammadad ripetere più volte il nome della sorella, seguito poco dopo dallo scalpitio sfrenato di cavalli che si allontanavano di gran carriera, mi pare in direzione dei pozzi, la mandava a cercare, forse ero grave e giunto al capolinea, farneticavo, idealizzando quello che non sapevo ma faceva comodo credere. Delirio.                                                                                                                                                                          
       A fatica, cercavo di congetturare per mantenere la mente lucida e scacciare il torpore sempre in agguato. Lo scorpione aveva punto due volte con la stessa *telson , la quantità di veleno era dimezzata tra me e la bambina e quindi meno dannoso, ma quanto meno? Impiegai parecchio tempo a formulare questo semplice ragionamento con la mente intorpidita.      All'interno della tenda, a turno, i due Tuaregh mi ventilavano con voluminose fronde di palma e la mamma badava a mantenere il torace asciutto dal sudore, la fronte fresca e labbra umide, lievi colpetti sulla guance per tenermi sveglio.                                                                                    La percezione di vivere una dimensione diversa, astratta, parole percepite lontane e confuse, un turbinio infame intorno, come reduce da una sbornia colossale, la testa doleva fino a scoppiare, sovente mi facevano bere a piccoli sorsi, il corpo divorato dalla febbre e la puntura sulla mano pulsava da cani,   l’avrei tagliata via dal formicolio atroce e da quanto doleva. Sembrava d’impazzire stretto nelle braccia nere dalla paura, temevo la morte per la seconda volta.                                                                                                      
      Spiato a fin di bene, metodicamente, Hammadad si chinava, orecchio al torace, ascoltando la regolarità dei battiti, allentava, poi, la tensione della cintura a monte della mano per qualche minuto, stringendo subito dopo, a ripetere ogni mezz’ora.
      Così passò la notte.
      Il mattino dopo, Allah o Dio, magari entrambi, volevano che rimanessi a rompermi le balle sulla terra senza raggiungerli, buon per loro perché avrei rotto i coglioni a iosa per la sorte capitata, quindi, fu una notte miracolosa, buona parte dei sintomi da avvelenamento erano calati parecchio, sentendomi più lucido anche se spossato dalla febbre, che era scesa, la mano e la testa dolevano molto meno, seppure stordito mettevo a fuoco gli oggetti circostanti, percepivo il tatto delle dita sulle labbra e anche le mascelle perso la rigidità di prima, ma lontane dall’essere normali. Recuperata la percezione esatta dei rumori, non potevo sbagliarmi, quello che sentivo erano cavalli al galoppo, tonfi sordi molto vicini alla tenda da come vibrava il terreno. Voci concitate, nitriti, e una furia dal manto blu indaco, con l'impeto di un uragano, piombava nella tenda prostrandosi al mio fianco, piangendo a singhiozzi, mi prese le mani mordendole piano coi denti finissimi che ben conoscevo, sciolse la cintura stretta al braccio, dita nervose lo massaggiavano con cura, era lei la furia selvaggia, Haziza!
      Inspirai profondamente quell'odore così forte e penetrante di sudore e sesso, inebriante, con la mano libera accarezzai il volto in lacrime, ancora più stupendo di quanto ricordassi, seguendone il profilo con le dita tremolanti, poi le forze vennero a meno e svenni di colpo.
      Non ricordo quanto tempo rimasi in quello stato di torpore, e mai risveglio fu più gradevole. Lei dietro di me, con le gambe incrociate sotto la mia schiena, la testa poggiata al suo grembo, con la mano sinistra mi reggeva il mento mentre l'altra tergeva il sudore dalla fronte, movimenti circolari, lenti. Vedevo l'immagine capovolta, gli occhi nerissimi lucidi di pianto, il volto stanco e solcato da rivoli di lacrime impastate con la sabbia del suo deserto. Neanche mia madre avrebbe fatto di  meglio con così tanto amore. Sognavo? Se ero arrivato all'aldilà, Paradiso o Inferno che fosse, ci stavo benissimo, ma era tutto vero ed io vivo!  Cercai di pronunciare il suo nome, le mascelle ancora intorpidite lo impedirono, emisi solo un gemito gutturale indistinto, lei fece cenno di silenzio, passandomi le dita sulle labbra seguito da un lungo bacio sulla fronte.                                                                                                                                                                
      Trasgressiva senza burqa, i lunghi capelli neri mi solleticarono il viso in una piacevole sensazione di benessere.
      Per Allah quanto era bella!
      Notai in ritardo la presenza di suo fratello e sussultai, guardava con attenzione, fece un cenno e tutti i presenti uscirono lasciandoci soli in quella intima riunione famigliare. La massa ciclopica dell’uomo si mosse, chinatosi, prese la mia mano assieme a quella della sorella stringendole con vigore, diede il suo benestare, “In Shaa Allah”, disse, e all'uso musulmano poggiò la sua guancia contro la mia in segno di amicizia.                                                                                             
      Accettato! Del tutto incredulo, un profondo sospiro di tensione scemata, *immagonato, la commozione mi sciolse due goccioloni, fui ripreso in discreto spagnolo, “un capo non deve mai piangere”, era la sua voce, lasciandomi di stucco. Stronza.
      Mani leggere massaggiavano le mascelle ancora paralizzate, un movimento rotatorio continuo, rilassante, percepivo il fremito dei polpastrelli quando distendeva la pelle delle guance, mi piaceva guardarla negli occhi, così immensi, immaginare i suoi pensieri e dovevano essere parecchi.
      Continuavo a fissarla, la terapia faceva effetto, a mano a mano sentivo i muscoli delle ganasce distendersi fino a permettermi un lieve sbadiglio. Delicatamente ma con forza, mi prese da sotto le ascelle tirandomi su, adagiandomi sul seno, morbido e sodo, che percepivo benissimo contro la schiena.
      Abilmente snocciolò un dattero incidendolo con l’unghia del pollice, passandomi poi, lenta, premendo un po’, la polpa sulle labbra affinché assimilassi il denso succo zuccherino.
      >Devi prendere forza, la febbre ti ha distrutto, c'è una sacca con la magia di voi infedeli, ne ignoro l’uso, vedi tu< (H)
      La magia a cui alludeva erano i medicinali.  
       
       
       
       
                                                                                                       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       

    • Il vento caldo solleva la sabbia, è il nostro deserto privato, un luogo che ci appartiene e non dobbiamo condividere con nessuno. Siamo soli, completamente soli nel silenzio, la sabbia si deposita sui nostri corpi, dilata gli spazi e rallenta lo scorrere del tempo, viviamo uno stato d’incoscienza vigile, trasognati e ricettivi, stringendo gli occhi per il riverbero. Non c’è deserto che non riveli le sue rose per chi ha la vista acuta. Il mondo è destinato a noi, un mondo vergine che nessuno ha mai conosciuto. Ci siamo lasciati alle spalle i percorsi obbligati, il computo del tempo quotidiano, le date di scadenza e quelle cerchiate sul calendario: siamo la prima e l’ultima coppia sulla Terra, gli stessi di diecimila anni fa, nel silenzio, finalmente noi stessi.
       

    • Il giorno della festa feci un lungo bagno caldo e Tecumesh mi portò degli oli profumati dicendo che erano degli afrodisiaci. Non credevo molto a queste cose, ma temevo di offendere il mio amico rifiutandone il regalo.
      Mentre percorrevo il sentiero che mi avrebbe portato alla festa, la sera stava lentamente scendendo sull’isola, portando con se un piacevole fresco. In cielo facevano capolino spaurite stelle, sull’isola si accendevano le fiaccole e i canti gioiosi della gente. Quando arrivai venni accolto gaiamente dagli isolani. Mi misero al collo una collanina di spago che terminava in una conchiglia, piccola e cerea. Salutai un po’ tutti e presi qualcosa da bere. Cercavo con gli occhi Tamaya, ma non riuscivo a vederla in mezzo alla folla, così decisi di allontanarmi e mi diressi verso l’oceano. Lei era lì, dove passava la maggior parte delle sue giornate. Ricordo il suo sguardo perso fra le onde, le seguiva e in esse voleva perdersi. Mi sedetti al suo fianco, ma lei non si voltò nemmeno.
      “Tamaya giusto?”.
      “Giusto, tu devi essere Joel il soldato”.
      Aveva il timbro sicuro della donna e le parole, le parole sembravano quelle che pronuncerebbe una bambina. Non sapevo cosa dirle, né come comportarmi con lei. Rimasi in silenzio a guardare l’oceano. Tamaya si voltò verso di me ed io feci lo stesso. I nostri sguardi si incontrarono, lei mi sfiorò la mano e mi baciò sulla guancia. Continuavo ad osservarla, mentre lei tornava a fissare l’orizzonte più lontano, lì dove acqua e cielo si fondevano.
      “Non ti capisco sai –disse lei- ho sentito parlare molto di te e mia madre mi raccontò la tua storia. Sei fuggito dalla guerra, mi ha detto, eppure l’hai voluta portare su quest’isola. Perché?”.
      Non sapevo come rispondere, come difendermi. Presi della sabbia con la mano e lasciai che scivolasse via, portata in braccio dalla brezza.
      “Perché è quello che sono, un soldato, un assassino. Il capitano Rodger della seconda divisione”.
      “E sei nato soldato? Non hai una famiglia, una casa? Parlami di Joel Rodger, non mi interessa del capitano”.
      Mi sdraiai sulla sabbia e lo stesso fece Tamaya.
      “Sono nato nei quartieri poveri di Boston. Mia madre morì di parto e mio padre lavorò una vita intera da Micky, un meccanico, un bastardo, che lo faceva lavorare dodici ore al giorno per una paga misera”.
      “E tu con chi sei cresciuto?”
      “Con mia nonna. Lei era vedova e viveva nel ricordo di mio nonno. Un soldato morto in battaglia”.
      E parlammo, parlammo tutta la sera, allungati sulla spiaggia con l’acqua che talvolta ci bagnava i piedi. Fissavamo il cielo, o il cielo fissava noi. Tamaya si stringeva sempre di più a me, fino a quando potei sentire il suo caldo respiro sulla pelle. D’un tratto si alzò, mi prese per mano e ci dirigemmo verso la sua capanna.
       
      Tamaya era nuda, di fronte a me. Persi l’uno nell’anima dell’altro, trascorremmo la notte amandoci teneramente.
      Era l’alba quando aprii gli occhi. Il sole stava allora iniziando a scaldare l’isola. Cercai il corpo di Tamaya con la mano, ma le mie dite non trovarono altro che vuoto e cotone. Mi alzai di scatto e corsi verso la porta, verso l’oceano. Lei era lì, un ombra fra le acque.
      Che senso aveva tutta quella bellezza? Fuori c’era la storia, fuori c’era la guerra.

    • Tamaya si stava spogliando del suo abito leggero lasciandolo scivolare a terra, mentre io, disteso sul letto, l’osservavo ammirato: era bella, anzi, bellissima, eppure chiunque fosse stato al mio posto non le avrebbe guardato i seni o il viso, ma lo spirito che si nascondeva dietro i suoi occhi, quell’anima tanto grande da sovrastare il tempo stesso.
      Che senso aveva tutta quella bellezza? Fuori c’era la storia, fuori c’era la guerra.
      Il mio nome è Joel Rodger, capitano della seconda divisione fanteria dell’esercito degli Stati Uniti d’America: sono un portatore di pace.
      E sono un disertore.
       
      Ricordo che quando la mia barca si arenò sulla spiaggia dell’isola ero disidrato e a digiuno da cinque giorni. Feci in tempo solo a poggiare i piedi nudi sulla sabbia, a sentirne il calore insopportabile, poi le tempie iniziarono a pulsare e tutto divenne nero.
      Quando mi risvegliai ero in una capanna costruita con paglia e canne di bamboo. Un uomo dalla carnagione color caffè, pienotto e dal viso socievole mi guardava sorridendo. Il suo nome era Tecumesh, un nativo dell’isola che mi trovò sulla spiaggia, mi portò in casa sua e mi curò e dissetò. Grazie a lui mi ripresi e, se oggi sono qui a scrivere queste memorie, è solo grazie a Tecumesh.
      “Finalmente stai bene Joel” disse un giorno durante il pranzo.
      “Si Tecumesh, mi sento molto meglio. Appena potrò toglierò il disturbo”.
      “No, no, no, tranquillo. Io abito da solo e non ho mai nessuno con cui parlare. Mi fa molto piacere che tu sia qui. Però, una cosa debbo chiedertela: chi sei?”
      Quella capanna sembrava essere casa mia da così tanti anni, quelle stoffe amaranto, quel letto fatto di arbusti intrecciati, quel tavolo basso e, soprattutto, quell’uomo grassoccio pareva che li conoscessi da sempre. Invece ero lì solo da pochi giorni e di me nessuno sapeva niente.
      “Hai ragione –risposi- non ti ho mai parlato della mia vita”.
      “Guarda che non ho pregiudizi. Sei un bravo ragazzo, si vede, ma sai, per fare conversazione…”
      “Sono un soldato americano –lo interruppi- per due anni ho combattuto in Inghilterra, poi mi spedirono in Africa”.
      “Mio Dio! Non potevo immaginare che fossi un soldato. Qui non sappiamo neppure come è fatto un soldato, né sappiamo nulla della guerra. Abbiamo solo sentito dire che si sta combattendo da tanto tempo. Dimmi Joel, dall’Africa, come sei arrivato qui?”.
      “Una notte fuggii di nascosto dall’accampamento. Pagai un trafficante per avere la sua barca e andai via senza seguire una rotta precisa. Dopo una settimana, terminate le provviste, tentai la sorte dirigendomi verso sud spinto dall’Aliseo, sperando di avvistare presto terra col suo aiuto. La fame, la sete e le notti bianche mi fecero perdere la cognizione del tempo. Onestamente non so dirti dopo quanto arrivai, ma arrivai. Il resto della storia lo conosci. Non mi fa onore, lo so, ma ho avuto tanta paura Tecumesh, paura della guerra, delle armi, della morte e di tutto quanto avevo intorno. Ho visto cose che nessuno mai dovrebbe vedere: cadaveri ammassati nei buchi più orridi, donne e bambini innocenti violentati… La guerra è una merda Tecumesh, è una pozza di fango dove, per non annegare, si galleggia sui morti; nessuno vince, nessuno perde, nessuno è felice…”
      Scuro in volto, chinai la testa. Il nativo, vedendomi tanto turbato, non proferì più parola per il resto del pranzo.
       
      Dopo che Tecumesh scoprì i miei trascorsi da soldato mi portò dai suoi amici e iniziai a frequentare i luoghi di ritrovo dell’isola, ambientandomi e facendo nuove conoscenze. Tutti quelli con cui parlavo, però, erano particolarmente interessati al mio passato. Inizialmente la cosa mi turbò: non me la sentivo di parlare di armi e battaglie. Alla fine, nonostante tutto, la loro insistenza ebbe la meglio sulle mie remore. Così iniziai a raccontare quel che era accaduto nel mondo; parlavo di tattica, di armi, di generali, di grandi scontri e di vicende che in prima persona avevo vissuto. Dopo poco tempo divenni famoso come “l’uomo della guerra”. Tutto sommato la mia nuova posizione non mi dispiaceva, sebbene vedessi in quel soprannome l’ennesimo divertimento della sorte.
       
      Quel giorno stavo passeggiando sulla spiaggia insieme a Tecumesh, un altro isolano e suo figlio.
      “Eravamo nelle fogne di Manchester. Io e la mia squadra dovevamo scappare, avevamo poco tempo prima che gli inglesi facessero saltare in aria le gallerie con noi dentro. Fortunatamente i nostri avevano mancato il bersaglio e bombardato una palazzina il giorno precedente, questo aveva causato una piccola frana nel sottosuolo e liberato un minuscolo cunicolo. Risalendolo, riuscimmo a scappare in tempo”.
      “Gran bella storia Joel” disse l’altro isolano.
      “Ma perché state facendo la guerra?” mi chiese il figlio.
      “Per lo stesso motivo per cui si fanno tutte le guerre: portare la pace”.
      “Certo che la vostra pace deve fare proprio schifo” rispose. Non aveva tutti i torti.
      Mentre il padre sgridava suo figlio per l’impertinenza, fissavo il sole sprofondare nell’oceano in un trionfo di caldi colori che, riflessi dall’acqua, luccicavano come stelle morenti. Un vento leggero attraversò la camicia di lino bianco che Tecumesh mi aveva procurato. Scese il silenzio su tutta la spiaggia e gli isolani riprendevano lentamente il sentiero sabbioso che li avrebbe riportati a casa.
      In lontananza delle ombre stavano curve in mezzo all’oceano.
      “Chi sono?” chiesi a Tecumesh.
      “Sono le donne che coltivano il mare”.
      “Che vuoi dire?”
      “Coltivano alghe Joel. Con quelle creano infusi, lacci, creme e molto altro ancora. Molta della vita dell’isola dipende dal lavoro di queste donne”.
      Una di loro venne verso di noi con un grosso cesto legato alle spalle. Man mano che si avvicinava potevo riconoscerne la figura. Dimostrava venticinque anni al massimo. Il suo viso, bruciato dal sole, dava un senso di indefinita bontà, e gli occhi verdi e il sorriso l’ammantavano d’incanto. Non c’era nulla in lei che non esprimesse franchezza e fiducia. Neppure quel cesto pesante sembrava turbarne l’equilibro. Passò davanti a noi, ci guardò sbadatamente, e proseguì lungo il sentiero.
      “Si chiama Tamaya –mi disse Tecumesh- è una delle ragazze più giovani della nostra isola. Sta imparando l’arte delle alghe da sua madre”.
      “È bellissima” risposi ancora immerso nel ricordo della sua immagine.
      “Senti, fra una settimana si terrà la Festa dell’Oceano qui sull’isola, ci saranno tutti. Magari lì potresti provare a parlarle”.
      Il mio amico sorrideva ed io, per la prima volta dopo tanto tempo, sentivo nascere dentro di me un sentimento di attesa, di speranza, come se davvero la vita fosse fatta per tutti.

    • I due racconti che seguono sono rappresentativi di ciò che si può trovare nell'Antologia "L'indeterminazione del mondo".
       
      LA "COSA" NELLA STANZA
       
      L' altra sera i miei genitori erano usciti con degli amici per una cena. Approssimandosi un impegnativo esame mi trovavo in clausura, malgrado le ammiccanti attrattive della notte d'estate, per limare la preparazione.
      Tutto è iniziato circa alle dieci e mezza.
      Devo confessare che in quel momento non ero chino sui libri ma sdraiato davanti alla TV, telecomando in mano, a saltare volubilmente da un canale all'altro.
      Ad un certo punto, tac, il video s'è spento. Anche il riquadro illuminato della finestra di fronte è piombato nel buio.
      L'imprevista oscurità avrebbe dovuto richiamarmi ai doveri dello studio, colpevolmente abbandonato; invece è prevalso un languido torpore e mi sono assopito.
      Mi ha risvegliato un fracasso di vetri mandati in frantumi.
      Sono scattato in piedi, il cuore in tumulto.
      In sala regnava ancora l'oscurità, appena attenuata dal pallido riflesso della luna al primo quarto.
      Che cos'era stato? Tutto intorno era calmo e in ordine: il divano, la poltrona, il tavolino, la TV...anche il telecomando si fece trovare dove l'avevo lasciato: sul pavimento, accanto alla sponda del divano.
      Dal palazzo di fronte non un segno di vita, quasi il black-out avesse fatto piombare gli inquilini in un sonno di piombo.
      Neppure dai piani inferiori salivano voci.
      Dunque, un sogno. Rincuorato, sono ricaduto a sedere, quando un nuovo improvviso frastuono,proveniente senza dubbio dal mondo della realtà, mi ha gelato ilsangue.
      Era il rumore di un mobile urtato con violenza.
      Non potevo dire se il mobile era incamera mia o in quella dei miei genitori, dirimpettaie in fondo al corridoio, ma lì era avvenuto il fatto.
      In casa c'era un estraneo. Un estraneo stupido, m' è venuto da aggiungere: non ci si insinua furtivamente in casa altrui con tutto quel chiasso.
      Rompere la finestra! Addirittura!
      Rompere la finestra? Ma io abito al quarto piano, a venticinque metri dal livello della strada, e in pieno centro; come era arrivato lo sconosciuto al davanzale?
      Per alcuni minuti sono rimasto lì come un allocco, i pensieri che inseguivano ipotesi mirabolanti ed angosciose...
      Nel frattempo un altro scossone di mobile in fondo al corridoio ha fatto tremare i muri.
      Poi, non so cosa mi è preso: il panico è svanito, lasciando spazio ad un insolito spirito diavventura.
      Mi son detto: c'è un solo modo per sapere come lo sconosciuto è arrivato alla finestra: andare a vedere. C'è qualche rischio, d'accordo; ma siamo in città, ed un onesto cittadino non può che prevalere su di un malintenzionato: gli basta chiamare in suo soccorso altri onesti cittadini, o se del caso le forze dell'ordine.
      Mi sono avviato alla porta, badando a non far rumore.
      La curiosità temeraria (nel frattempo un altro urto di mobile ha scosso il silenzio, seguito dal rumore di una suppellettile che si frantumava a terra) mi ha indotto a puntare deciso, senza preoccuparmi di prendere una torcia elettrica, verso la camera dei miei, da dove quegli strani colpi,ormai era certo, provenivano.
      Giunto alla porta, mi sono fermato.
      Tutto sembrava immobile.
      Ho girato la maniglia.
      La camera sembrava esser statavisitata da un vandalo bizzarro.
      Il vetro della finestra era stato sfondato; i frantumi erano sparsi sul davanzale e disseminati tutt'intorno. Il letto aveva le coltri scombinate ed un grosso avvallamento in centro.
      Le suppellettili del comò erano tutte sparpagliate: La statuina di ceramica, raffigurante un cervo,che tanto piaceva a mia madre, era sparita, e non ci voleva molto a capire che giaceva in cocci sul pavimento. Il comò stesso era spostato di traverso; un paio di cassetti erano mezzi aperti.
      Affascinato da quello spettacolo, ho mosso il primo passo senza guardare dalla parte del salottino sulla sinistra.
      Mi attirava la finestra, attraverso la quale entrava, con l'afoso fiato della notte, un barlume di luna appena sufficiente a fare intorno una debole penombra.
      Poi, tutto è accaduto in un attimo.
      Prima che giungessi, costeggiando la sponda, all'altro capo del letto, dietro di me una massa informe, e tuttavia sgradevolmente viva e palpitante, si è fiondata contro il comodino vicino alla porta, investendolo con gran fracasso.
      D'istinto, mi sono gettato a terra.
      I numerosi tagli sulle palme, di cui fa fede il referto medico, lo dimostrano.
      So che è più facile pensare che meli sia procurati rompendo, in stato di sonnambulismo, il vetro dellafinestra, ma vi assicuro che sono dovuti alla caduta sul pavimento cosparso di vetri.
      Lì per lì non ho sentito alcun dolore. Confuso e spaventato, cercavo solo di rimanere immobile.
      Dopo il tremendo urto al comodino s'era fatto un silenzio innaturale. No! I miei orecchi percepivano con orrore, dall'altra parte del letto, vicino al comodino, un suono,una specie di sommesso, sinistro, ronzio.
      Un nuovo balzo ha smosso l'aria.
      L'informe massa palpitante si è slanciata verso il soffitto, l'ha urtato ed è ricaduta con untonfo a non più di due metri dalla mia gamba.
      Mi sono rintanato sotto il letto.
      Ora il ronzio era diventato vicinissimo, e quasi insostenibile.
      La "cosa" era immobile alla mia sinistra.
      Inizialmente ho tenuto la testa girata dall'altra parte.
      Si sa che il terrore tende a trasformarsi in attrazione irresistibile verso ciò che ci spaventa,e dev'essermi accaduto qualcosa di simile. Così con repulsione, mantenendo gli occhi bene aperti, ho voltato la testa.
      Nella penombra della stanza, mi stava davanti un affilato muso trapezioidale, gigantesco in rapporto ad un volto umano, ai cui lati sporgevano due grandi bulbi oculari senza palpebre, dall'espressione fissa. Il muso era tagliato per l'intero perimetro da una bocca sottile.
      Era il muso di un grosso insetto.
      Di una cavalletta, una libellula,insomma qualcosa del genere (io sono totalmente digiuno dientomologia, e per vero dire neanche gli esperti cui mi sono rivoltohanno saputo darmi un'indicazione precisa).
      Per quanto riguarda il ronzio, hocapito la sua origine dopo aver osservato, spostando in avanti la testa, il vibrare frenetico, sul dorso dell'insetto, delle alimembranose.
      L'animale non si era accorto di me.In preda ad un panico molto più forte del mio, non sapeva neppure dove si trovava, luogo minacciosamente più ostile del prati edell'aria aperta in cui era abituato a saltellare (ma dove?).
      Chiunque di buon senso avrebbe concluso che stava facendo ansiosi e maldestri tentativi di riguadagnare l'uscita. Io però ero convinto di essere una sua potenziale vittima, come se le sue dimensioni gigantesche fossero necessariamente indice di aggressività.
      Sono così rimasto a fissarlo con gli occhi sbarrati, aspettando che da un momento all'altro mi saltasse addosso.
      All'improvviso, l'animale si è librato verso l'alto.
      Ho sentito le ali frullare vorticosamente sopra il letto, come se stesse sospeso a mezz'aria,indeciso su quale direzione prendere.
      Il cuore mi batteva furioso. In preda alla disperazione, mi sono rotolato sotto il letto per uscire dall'altra sponda.
      Ero appena sbucato con la testa all'altezza del materasso, che l'insetto, in un lampo insperato di intelligenza, si è slanciato verso la finestra uscendo nel buio attraverso il varco che si era aperto nell'entrare.
      Come d'incanto mi è tornato tutto il coraggio e mi sono precipitato dietro l'animale, per vedere dove si dirigesse, e richiamare l'attenzione di altri sulla sua presenza.
      Arrivato al davanzale, ho avuto l'impressione che la luce tornasse all'improvviso, e forse è proprio così, anche se non ne sono sicuro.
      Mi sono trovato davanti l'inquilino dirimpettaio, affacciato alla finestra con espressione preoccupata.
      Sostiene, testimone spergiuro che non è altro, di essere stato richiamato da un rumore di mobili smossi e di essere giunto al davanzale proprio mentre rompevo con un urlo il vetro della finestra.
      Non ha visto alcun insetto gigantesco dileguarsi nella notte.
       
      SALVO?!
       
      La gigantesca onda anomala si formò in modo così repentino dal mare in bonaccia che l'ittiologo, a passeggio lungo il bagnasciuga, non fece in tempo ad accorgersene. Pochi secondi, e si ritrovò sovrastato da una muraglia d'acqua ribollente, in procinto di scaraventarsi sulla spiaggia.
      Il timore per la propria vita si mescolò all'angoscia per la sorte dell'Osservatorio Oceanografico Sperimentale, un centinaio di metri dietro di lui.
      L'immane cavallone l'avrebbe fatto a pezzi.
      Prima di sprofondare nell'incoscienza, pensò ch'era una disdetta.
      Adesso che, dopo aver combattuto per difendere l'Istituto dagli attacchi del Movimento Animalista, ce l'aveva fatta ad evitarne la chiusura, era l'irascibile Dio Nettuno ad aiutare i suoi avversari...
       
      Si risvegliò sdraiato, con unasensazione di freddo in tutto il corpo.
      Sulle prime pensò di trovarsi nel letto di casa, e che le coperte gli fossero scivolate di dossodurante il sonno. Poi ricordò la spaventosa scena sulla spiaggia esi rizzò a sedere di scatto.
      Si trovava in un luogo avvolto in una penombra azzurrognola.
      <<La luce di notte degli ospedali! Sono ricoverato!>>
      Cercò ai lati del capezzale il campanello d'allarme sul comodino. Lo trovò sulla destra, ma sopra c'erano solo una caraffa e un bicchiere.
      Provò a tastare dietro di sé: forse la suoneria era attaccata alla spalliera. Lì infatti trovò un pulsante che penzolava da un filo, ma pigiandolo si accorse che era duro come un macigno.
      <<In che razza d'ospedale sono finito?>>
      Solo allora comprese il motivo del freddo: era completamente nudo.
      Profondamente stupito, si mise a cercare le coperte, ma scoprì che in quel letto non ce n'erano. Di più: non c'era nemmeno il materasso. La superficie che lo accoglieva era rigida e compatta, di un materiale che al tatto sembrava plastica. Sempre più inquieto, aguzzò lo sguardo, non ancora assuefatto alla luminosità bluastra che pervadeva l'ambiente.
      Si trovava in una stanza di medie dimensioni, ammobiliata in modo essenziale: oltre al letto con comodino c'erano: un tavolino con due sedie; un lampadario a globo sospeso dal soffitto, spento; una porta, sbarrata; una finestra con le imposte socchiuse. Il chiarore penetrava da lì.
      Provò a chiamare aiuto. <<Ehi,c'è nessuno qui? Guardate che mi sono svegliato!>>
      Niente. Ripeté il richiamo, di nuovo senza risposta.
      "Calma!" si disse, lottando contro il panico "Sei uno scienziato. Ragiona."
      Volse di scatto lo sguardo al soffitto. Il lampadario! Da qualche parte doveva pur esserci un interruttore, no?
      Scrutò le pareti alla sua ricerca."Eccolo là!" esultò, scorgendolo sulla destra, a qualche metrodalla spalliera.
      Impaziente, scese dal letto.
      Quando provò a premerlo, constatò che era bloccato come il pulsante della suoneria.
      Sgomento, tornò ad esaminare gli altri oggetti della stanza, passando lo sguardo dall'uno all'altro. Infine si avvicinò al comodino, cercando di alzare il bicchiere. Eradi plastica e incollato al ripiano. Così la caraffa.
      Con la coda dell'occhio notò un altro particolare: non era vero che le coperte mancavano, erano modellate in bassorilievo tutt'intorno alla struttura del letto.
      Il disorientamento era così forte che temette di perdere il controllo.
      Con uno sforzo di volontà, s'impose di concentrarsi ad esplorare il luogo, scacciando ogni altro pensiero. Verificato che anche il tavolino e le sedie al centro della stanza erano di plastica e ancorati al pavimento, si avvicinò alla finestra.
      Allungò le mani per aprire le imposte, sperando con tutto se stesso che non fossero rigide. Ma loerano.
      Fu assalito dal terrore: e se anche la porta fosse bloccata?
      Rimase a fissarla con ansia. Così da lontano, nella penombra bluastra, era difficile stabilire se fosse una porta normale, oppure...
      Cercando rassicurazioni, accostò l'occhio alla fessura tra le imposte. Attraverso lo stretto pertugio, non riuscì a distinguere altro che un'indefinibile distesa azzurro scuro.
      Facendosi coraggio, si avvicinò alla porta e impugnò la maniglia. Si sentì sollevato scoprendo che girava ma poi, istintivamente, indugiò a tirare a sé il battente.
      Che cosa lo attendeva là fuori? Era prudente uscire?
      Ma non aveva alternative e, lasciando da parte i dubbi, aprì.
      Si trovò davanti, diffusa per l'intero campo visivo, la distesa azzurra parzialmente intravista poco prima. Emanava una luminosità fluttuante e deformata che i suoi occhi, abituati alla penombra della stanza, non riuscirono a sopportare, e fu costretto ad abbassarli.
      Ai suoi piedi c'erano due gradini di plastica rozzamente imitante il marmo.
      Lottando contro il fastidio del chiarore azzurro, riuscì ad alzare un poco lo sguardo e notò che al termine dei gradini iniziava un vialetto in ghiaia plasticata, che attraversava un prato all'inglese con aiole e fiori stilizzati, anch'essi tutti di plastica.
      Il pratino confinava, era anzi costruito sopra,un pavimento trasparente, ad occhio e croce di vetro, che lasciava intravedere un'irregolare superficie muschiosa, simile... simile a un fondale marino.
      Marino?
      L'ittiologo si sentì soffocare.Schermandosi la vista con la mano, guardò in alto.
      La distesa azzurra (acqua di mare,Dio mio, era acqua di mare!) faceva da tetto a lui ed all'ambiente da cui era uscito, estendendosi a perdita d'occhio.
      A destra e sinistra, e in profondità,la visione non cambiava.
      Di colpo, l'acqua che lo circondava incominciò a ribollire. Tutt'intorno lo sfondo azzurro prese a macularsi di chiazze rosse che nell'avvicinarsi ingrandivano,assumendo la forma di giganteschi corpi pinnati. In pochi secondi l'ittiologo si ritrovò sotto gli occhi spalancati di un fitto branco di pesci rossi, che accostavano il muso alle pareti della vasca di vetro che lo imprigionava.


    • «Prima elimineremo i sovversivi, poi i loro collaboratori, poi i loro simpatizzanti, successivamente quelli che resteranno indifferenti e infine gli indecisi».
       
      Generale Iberico Saint-Jean, Governatore militare della provincia di Buenos Aires.
       
      Antefatto
       
      Buenos Aires. Gennaio 1977.
      Da circa un anno ed esattamente dal 24 marzo del 1976, l’Argentina vive sotto una feroce dittatura militare.
      Dopo aver deposto il governo di Isabelita Peron, la Giunta militare, guidata dal generale dell’Esercito Jorge Rafael Videla, ha scatenato una guerra senza quartiere, fatta di rapimenti, torture e omicidi, che si pone come obiettivo principale l’annientamento dei movimenti di opposizione che fanno capo alla sinistra marxista e al movimento peronista. La “guerra sucia”, condotta con il tacito consenso della Chiesa e di larghi strati della popolazione, solo nel primo anno di dittatura ha causato la morte di molte migliaia di persone.
      Di altre migliaia di prigionieri da molto tempo non si hanno più notizie.
      I parenti delle vittime si organizzano in quello che diventerà il movimento delle “Madri de Plaza de Mayo” chiedendo a gran voce di conoscere la sorte dei loro figli, padri, fratelli e nipoti spariti nel nulla e che il mondo imparerà a conoscere con il nome di “desaparecidos”.
       
      È notte.
      Due auto civili e un furgone senza targa si fermano di fronte a un portone di un palazzo popolare, in una strada deserta de “La Boca”, il quartiere “genovese” di Buenos Aires.
      Dai mezzi scendono una decina di uomini in borghese che, dopo essere entrati nel portone, raggiungono il primo piano e irrompono nella casa di Armando Ferroni e Sandrine Lebourgé.
      Armando ha 35 anni, lavora come contabile in un macello della capitale. Prima del golpe era un sindacalista di base, militante dei Montoneros.
      Sandrine, la moglie, 32 anni, è una maestra elementare nata a Parigi da genitori francesi ma cresciuta nella capitale argentina.
      I due giovani dividono il modesto alloggio con i genitori di Armando: Ginevra e Renato Ferroni, rispettivamente di 55 e 65 anni.
      Ginevra è un’infermiera, mentre Renato, da poco in pensione lavora ancora come idraulico.
      Gli uomini venuti ad arrestare con l’accusa di sovversione e terrorismo, Armando e Sandrine, sono tutti ufficiali e sottufficiali della Marina.
      Il gruppo è guidato dal Capitano di fregata Augusto Bastia, 30 anni, detto “El Loco”.
      L’irruzione si traduce fin da subito in un’esplosione di violenza gratuita.
      Gli anziani coniugi Ferroni vengono malmenati e minacciati con le armi da fuoco puntate alla testa, mentre Armando e Sandrine, dopo essere stati strappati dal letto e ammanettati, vengono incappucciati, poi, prima di portarli via, i sequestratori prelevano dalla culla Julio, il loro bambino nato da appena un mese.
       
      Quando i militari si dileguano nella notte con la stessa rapidità con la quale sono arrivati, Ginevra e il marito si vestono ed escono di corsa da casa. Salgono sulla loro auto e scompaiono tra le strade deserte di Buenos Aires.
       
      Armando e Sandrine vengono rinchiusi nella prigione dell’Esma, la famigerata scuola di meccanica della Marina situata sull'Avenida Libertador a Buenos Aires.
      Qui, per giorni, vengono pestati a sangue e orrendamente torturati con la Picana da “El Loco” e dai suoi sgherri. Inoltre, Sandrine, come molte altre compagne di sventura, viene anche violentata.
      Poi, un mercoledì, i due giovani coniugi vengono prelevati insieme a un’altra ventina di “chupados”, con la scusa che saranno deportati in un campo di prigionia della Patagonia.
      Dopo essere stati messi in riga, mediante un’iniezione, un medico della Marina somministra a ogni prigioniero, un non meglio identificato “vaccino”: in realtà si tratta di un potente sedativo, sarcasticamente chiamato dai militari:“Penthonaval”.
      Ridotte a delle larve umane per le torture ricevute, i prigionieri, che si muovono come zombie, vengono fatti salire su un camion coperto da un telone verde che, dall’Esma, si dirige all’aeroporto militare.
      Qui i “sovversivi” vengono imbarcati su un Electra della Marina che decolla e subito fa rotta verso l’Oceano Atlantico.
      Quando l’aereo giunge in un punto prestabilito, il medico di bordo somministra ai prigionieri una seconda dose di “Penthonaval” mentre il capitano Bastia ordina a un caporale di aprire il portellone laterale del velivolo. Ancora qualche istante e i venti prigionieri, alcuni dei quali hanno nel frattempo collassato mentre altri si sono vomitati addosso, vengono gettati, a due a due, nelle fredde acque dell’Oceano.
      L’aberrante pratica sarà in seguito tristemente nota come: “Il Volo”.
       
      ***
       
      Trascorrono trentatré anni da quel terribile giorno.
      Siamo a Roma.
      È il gennaio del 2010.
      Hernan Ferroni, 44 anni, è un avvocato civilista. È nel suo studio in una via del quartiere Prati: sta parlando con una cliente di cui sta seguendo la pratica di divorzio.
      Quando la cliente va via, nell’ufficio di Hernan si affaccia Elena, 35 anni, la bella compagna, giornalista in una rivista femminile. La donna, entra, sorride e poi sventola sotto gli occhi di Hernan due biglietti per il concerto che Ezequiel Benitez, il giovane fisarmonicista argentino – un trentatreenne da tutti unanimemente riconosciuto come “il nuovo Astor Piazzolla” - terrà la sera stessa all’Auditorium di viale De Coubertin.
      «Come hai fatto ad averli? Da giorni è tutto esaurito».
      «È un segreto…».
      Hernan sorride. Si baciano, poi Elena confessa al suo uomo che l’indomani intervisterà Ezequiel per il suo giornale.
      Il concerto è bellissimo e coinvolgente.
      Sul palco, le struggenti melodie prodotte dalle sapienti dita di Ezequiel sono accompagnate da due bravissimi ballerini di tango.
      Ezequiel Benitez, oltre a essere un bel ragazzo dai lunghi capelli castani e due penetranti occhi azzurri, ha un modo di suonare diverso, ad esempio, da quello del grande Piazzolla.
      Ezequiel suona in piedi: la sedia che ha davanti gli serve solo per adagiare il piede sinistro e creare con la coscia una base su cui appoggiare il bandoneón.
      Hernan, che fatica a contenere un’evidente emozione, segue con estremo interesse il concerto e non stacca gli occhi da Ezequiel e da quello strano modo di suonare.
      Al termine della riuscitissima “performance”, sottolineata da scroscianti applausi e richieste di bis, Elena trascina Hernan nel backstage per conoscere Ezequiel. Ma l’indescrivibile ressa che si è creata di fronte al camerino del musicista convince Hernan a fermarsi nel corridoio.
      Quando Ezequiel esce dal suo camerino è costretto a subire l’affettuoso assalto dei fans che lo sommergono d’affetto e di richieste di autografi.
      Elena si fa largo e, tramite l’addetto stampa del musicista, riesce a farselo presentare. Mentre parlano gli ricorda l’appuntamento del giorno dopo, poi gli presenta il compagno.
      «Lo sa maestro, anche Hernan è argentino».
      Hernan e Ezequiel si stringono la mano e si guardano negli occhi. Hernan si complimenta con il musicista.
      Ezequiel lo ringrazia.
      A quel punto Hernan gli chiede come mai abbia scelto quello strano modo di suonare. Cos’è una nuova tecnica?
      Ezequiel sta per rispondere, ma l’intervento del suo agente che lo afferra per le spalle per portarlo davanti ai fotografi e a una troupe televisiva che lo attende per intervistarlo, glielo impedisce.
      Mentre Ezequiel va via, si gira e guarda Hernan che lo saluta con un cenno della mano.
       
      È notte.
      Hernan è seduto alla scrivania del suo studio. Le immagini del concerto e il breve incontro con Ezequiel continuano a ronzargli in mente.
      Si alza e, da una mensola della libreria, afferra un vecchio album fotografico che comincia a sfogliare alla luce della lampada da tavolo.
      Le vecchie foto in bianco e nero che vediamo con gli occhi Hernan lo ritraggono appena nato insieme ai genitori. Poi vediamo Sandrine incinta di Julio e Hernan (a dieci anni) che sorride e indica all’obiettivo il pancione della madre.
      Hernan continua a sfogliare l’album e si sofferma su una foto che lo ritrae ai giardinetti su un triciclo mentre viene spinto da una sorridente nonna Ginevra. Accanto, un’altra foto. L’istantanea lo ritrae all’età di sei anni mentre felice si reca allo stadio, insieme al padre Armando, indossando la divisa del Boca Junior.
      Infine, Hernan osserva con le lacrime agli occhi un’immagine a colori scattata nei primi anni ‘90 davanti alla “Casa Rosada” durante una manifestazione delle “Madri de Plaza de Mayo”. In prima fila, dietro lo striscione c’è nonna Ginevra con il capo coperto dal tipico fazzoletto bianco, simbolo delle madri e delle nonne dei “desaparecidos”.
      Mentre osserva quest’ultima foto viene raggiunto da Elena. La donna lo abbraccia da dietro: «Che ti succede, amore, perché non dormi?»
      Hernan non sa cosa rispondere, poi le rivela che anche suo padre suonava molto bene il bandoneón. Da quello che gli ha raccontato la nonna era un vero talento. Spesso per portare a casa qualche peso in più andava a suonare nei battesimi e nei matrimoni.
      Con dolcezza, Elena gli toglie l’album dalle mani e lo convince a ritornare a letto.
       
      Il giorno dopo, nel primo pomeriggio, Elena si reca all’albergo del centro in cui alloggia Ezequiel per intervistarlo.
      Ezequiel rivela che, pur provenendo da una famiglia ricca, sin da piccolo si è appassionato alle tradizioni popolari della sua amata Argentina. Ciò lo porta a soffermarsi sulla magia del tango: «Non sono io che l’ho scelto… è stato lui che mi è venuto a cercare.»
      Elena annuisce e improvvisamente sposta il tiro della discussione: «Come vede la decisione del nuovo governo di riaprire i processi per i responsabili dei crimini commessi durante la dittatura militare.»
      «Allora ero appena nato, ma ho letto molto: so quanto abbia sofferto il mio paese, chi ha sbagliato è giusto che paghi anche a trent’anni di distanza.»
      Elena avrebbe ancora molte domande ma la puntuale comparsa dell’agente di Ezequiel vuol dire che l’intervista è finita.
      Elena è comunque soddisfatta.
      Ringrazia e saluta Ezequiel ma prima di andare via il ragazzo la blocca.
      «Posso farle io una domanda?»
      Elena annuisce sorridendo.
      «Perché ha voluto che le dicessi come la penso su…»
      Elena non lo fa finire: «Il mio compagno, Hernan, è figlio di “desaparecidos”, inoltre, da anni, sta cercando suo fratello che fu rapito dai militari la stessa notte che scomparvero i suoi.»
      Ezequiel annuisce: «Capisco, purtroppo non è il solo, gli auguro con tutto il cuore di riuscire a ritrovarlo.»
       
      Trascorrono alcuni giorni.
      Hernan sta uscendo dal Tribunale civile in compagnia della cliente vista in precedenza.
      In quel momento il cellulare di Hernan inizia a squillare: è sua cugina Marta, figlia di Mario Ferroni, il fratello di suo padre, che chiama dall’Argentina.
      Nonna Ginevra è in ospedale.
      Secondo i medici alla donna rimangono solo pochi giorni di vita. Il dolore e i patemi d’animo alla fine hanno vinto sulla tempra della vecchia combattente.
      Il tempo di parlare con Elena, organizzare il viaggio e Hernan parte per l’Argentina.
      Ad accoglierlo all’aeroporto di Buenos Aires c’è Marta, 45 anni, insieme a Juan suo figlio, 23 anni.
      Marta vorrebbe che Hernan andasse a stare a casa sua ma l’uomo preferisce sistemarsi in quella che fu casa dei genitori e dei nonni.
      È dal 1990 – l’unica volta che tornò in Argentina da quando vive in Italia - che non vi mette piede.
       
      Pur stanco del lungo viaggio, dopo una doccia, Hernan, Marta e Juan si recano all’ospedale.
      L’incontro tra Hernan e la nonna è struggente.
      Ginevra sa che sta per morire ma non gl’importa. L’unico rimpianto è quello di non aver portato a compimento la missione della sua vita.
      «Ho combattuto tanto ma ho fallito. Non sono riuscita a sapere come sono morti mio figlio e mia nuora, né dove siano i loro corpi e non sono riuscita nemmeno a trovare mio nipote.»
      Hernan le promette che stavolta lo troverà. Non si muoverà più dall’Argentina se non prima lo avrà riportato a casa.
      Anche se non ce n’è bisogno perché gliel’ho ha già detto tante volte, Ginevra gli ricorda che Julio è nato con una piccola malformazione al piede sinistro. Le ultime due dita del piede erano incollate da una sottilissima membrana di pelle.
      Hernan le accarezza dolcemente il viso sforzandosi di non piangere.
      Ginevra guarda il giovane Juan e gli racconta per l’ennesima volta come quella terribile notte riuscì a salvare Hernan: «Era qui in questo ospedale ricoverato per una frattura alla caviglia che si era procurato giocando a pallone. Era bravo Hernan, tuti dicevano che sarebbe diventato un campione. Io e il povero Renato, pace all’anima sua, arrivammo convinti che lo avessero già preso. I miei colleghi mi aiutarono a portarlo fuori, poi lo affidammo a due amici carissimi che  lo condussero clandestinamente in Uruguay e da lì in Italia.»
      Per Ginevra il ricordo è troppo doloroso. Piange.
      Hernan l’abbraccia e stavolta non riesce a trattenere le lacrime.
      «Julio, pobresito. Trovalo Hernan, trovalo, è tuo fratello.»
      «Lo farò nonna, lo farò.»
      Due giorni dopo, Ginevra Ferroni muore.
      Al termine dei funerali, Hernan conferma a Marta e al cugino Victor Lebourgè, 50 anni, figlio di un fratello della madre, dirigente di un’azienda della capitale argentina, l’intenzione di voler restare a Buenos Aires per mantenere la promessa fatta alla nonna.
      I due cugini gli offrono tutto il loro aiuto.
       
      Hernan si mette in contatto con Elena e le rivela ciò che ha deciso di fare. Elena si dichiara d’accordo, anzi, vorrebbe raggiungerlo per dargli una mano ma Hernan la convince almeno per il momento a non muoversi da Roma. La terrà informata e, se ne avrà bisogno, le chiederà di partire.
       
      Hernan inizia la sua indagine.
      Grazie ai documenti fornitigli dall’associazione delle “Madri de Plaza de Mayo”, e a ciò che negli anni gli ha raccontato la nonna, Hernan sa che a sequestrare i propri genitori e il fratellino fu un gruppo di ufficiali della Marina guidati dal capitano Augusto Bastia detto “El Loco”. L’uomo, che dal 1984 ha fatto perdere le proprie tracce, è stato radiato dalla Marina ma non ha scontato nemmeno un giorno di carcere. Processato dopo la fine della dittatura militare, insieme con alcuni ufficiali superiori, venne incredibilmente assolto per insufficienza di prove, nonostante la drammatica testimonianza di numerose persone, tra le quali Ginevra e Renato Ferroni, e quella di alcuni sottufficiali della Marina che ammisero le proprie responsabilità.
      Poi, a seguito delle pressioni delle organizzazioni umanitarie, della stampa, e delle “Madri de Plaza de Mayo”, “El Loco” stava per essere riportato sul banco degl’imputati ma l’entrata in vigore della legge del Punto finale voluta dal Presidente radicale Raul Alfonsin, lo salvò definitivamente dalla galera. Sempre attraverso le carte, Hernan scopre che il giudice che presiedeva la corte che mandò assolto il capitano Augusto Bastia si chiamava Josè Olarte.
       
      È pomeriggio. Hernan è a casa della cugina.
      «Che tipo è questo giudice Olarte?», le chiede.
      «É un uomo molto rispettato. É vero: ha assolto il capitano Bastia ma ne ha condannati molti altri.»
      Poi la donna traccia un sintetico profilo del magistrato che ha mandato assolto “El Loco”.
      Olarte, ora in pensione, è proprietario di una vasta tenuta fuori Buenos Aires, dove alleva bestiame. Inoltre, i coniugi Olarte, sono noti esponenti di associazioni religiose e circoli filantropici della capitale.
      «È gente potente, bene introdotta, hanno anche un figlio famoso.»
      «E chi sarebbe?»
      «Ezequiel Benitez, il musicista, “il nuovo Astor Piazzolla”.»
      «Perché Benitez?»
      «È il cognome della madre da nubile, il ragazzo ha deciso di usarlo come nome d’arte, non voleva che quello del padre lo aiutasse nella carriera.»
      «Hanno altri figli?»
      «No, solo “El Principe”, come qui chiamano il ragazzo».
      Hernan le rivela che poco tempo prima a Roma ha conosciuto Ezequiel Benitez: «Oltre ad essere bravo, mi ha fatto un’ottima impressione».
      «Qui è una celebrità. Il pubblico lo adora specie dopo che si è fidanzato con Ana Rolandi, l’attrice di soap, bella coppia».
      Hernan non commenta e annuisce. Poi guarda la cugina: «Devo assolutamente trovare Bastia.»
      «Non sarà facile, ma c’è chi può aiutarti.»
       
      Dietro indicazioni di Marta, nei giorni che seguono, per scovare il capitano Bastia, Hernan si rivolge a un’associazione di studenti universitari che da anni si occupa di snidare i torturatori fuggiaschi e divulgarne l’attuale l’indirizzo su Internet.
      Dopo varie ricerche i ragazzi scoprono che “El Loco” vive nella città di Rosario, dove, secondo alcune testimonianze usando il nome della moglie, ha aperto un negozio di telefoni cellulari in una via del centro.
       
      Proprio in quei giorni le tv e i giornali danno grande risalto alla notizia della morte per annegamento, avvenuta mentre si faceva un bagno in piscina, del diretto superiore di Bastia, il capitano di Vascello, Ramon Lanoridas.
       
      Alla fine il lavoro investigativo dei ragazzi dà i frutti sperati: l’indirizzo, sia di casa, che del negozio, di Bastia, salta fuori.
      Hernan parte per la città di Rosario. Giunto sul posto va a cercare Bastia al negozio ma non lo trova. L’uomo, però, non demorde e si reca a casa del torturatore, che vive in un quartiere residenziale. Bastia, che ora ha quasi sessant’anni ed è molto diverso dalle foto che lo ritraevano in divisa della Marina durante il processo, apre la porta tenendo a guinzaglio un doberman.
      Hernan si presenta: è un giornalista del “Clarin”, vorrebbe fargli qualche domanda sull’improvvisa e drammatica scomparsa del capitano Lanoridas. 
      “El Loco” reagisce aggressivamente intimando a Hernan di andarsene subito e non farsi più vedere se non vuole che gli scateni contro il cane.
      Prima di andare via, Hernan e l’uomo che ha distrutto la sua famiglia si fissano a lungo, fino a che Bastia non gli chiude la porta in faccia. Poi, raggiunto il salotto, Bastia alza la cornetta del telefono e compone un numero.
       
      Nonostante il giudice Olarte agli occhi di tutti appaia come una persona di assoluto rigore morale, al di sopra di ogni sospetto, Hernan avverte nei riguardi del magistrato una sorta d’inspiegabile turbamento difficile da comprendere e collocare all’interno del quadro che sta faticosamente cercando di comporre.
      Ne parla con Elena nel corso di una lunga telefonata.
      «Capisci? Il padre di Ezequiel Benitez è il giudice che ha assolto colui che ha fatto sparire i miei genitori e mio fratello»
      «È questo per te che significa?»
      «Be’ non ti sembra una strana coincidenza?»
      «Hernan smettila, non prova niente. Non capisco, dove tu voglia arrivare. La vita è piena di coincidenze.»
      «Forse hai ragione, meglio che lasci da parte le suggestioni e mi concentri sulle cose serie.»
      «Ti prego solo di stare attento.»
      «Lo farò amore mio.»
      Nonostante le parole della compagna, Hernan, pur andandoci cauto, avverte che il puzzle comincia lentamente a comporsi e prendere forma. Ne discute con Marta e Victor che alla fine si dicono d’accordo con lui. Ora i personaggi chiave per giungere alla verità diventano due: al capitano Bastia si aggiunge il giudice Olarte.
       
      Hernan è convinto che il giudice non sia quello “stinco di santo” che vuol far credere di essere: «Dobbiamo assolutamente scoprire i motivi che hanno indotto Olarte ad assolvere il capitano Bastia, è lì, in quell’assurda assoluzione, che si nasconde la soluzione del rebus.»
       
      É sera. Hernan è seduto da solo nel divano della casa dove ha vissuto i primi due anni di vita. Fuma e beve whisky mentre scartabella dentro una scatola di latta piena di vecchie foto. D’un tratto ne trova una del padre mentre suona il bandoneón a una festa. Hernan è sorpreso nello scoprire che la postura scelta dal genitore per suonare quel particolarissimo strumento è la stessa usata da Ezequiel Benitez-Olarte. In quell’attimo nella sua mente, balenanti, s’innestano le immagini del concerto di Roma e il breve incontro avuto dopo con il musicista. Quando il ricordo sfuma, Hernan, stanco, chiude gli occhi e si addormenta sul divano con la foto del padre tra le mani.
       
      Intanto, nei giorni che seguono la visita di Hernan al capitano Bastia, i giornali riportano la notizia che la presidentessa argentina, Cristina Kirchner, sconfessando le precedenti leggi volute dagli ormai ex presidenti, Raul Alfonsin e Carlos Menem, ha deciso di riaprire i processi contro gli ufficiali della Marina responsabili delle torture alla scuola dell’Esma.
      La novità getta nel panico la vecchia cerchia dei torturatori.
      Misteriosi personaggi, che vediamo sempre avvolti dalle ombre della sera, s’incontrano in posti isolati quali: vecchi pescherecci, fabbriche abbandonate e terrazze di edifici periferici. Dalle loro parole traspare chiara la preoccupazione per ciò che potrà accadere. Poi, dopo aver esaminato a fondo la situazione, decidono la strategia da adottare che è sempre quella secondo la quale loro stavano solo obbedendo a degli ordini superiori.
       
      Anche il capitano Augusto Bastia è sulle spine. Dopo aver letto l’ennesimo giornale, dentro cui appare anche il suo nome, “El Loco” telefona al giudice Josè Olarte.
      L’anziano ex magistrato che ha da poco superato i settant’anni lo rassicura: «Capitano, lei è già stato processato e assolto.» Poi, Olarte ricorda a Bastia che, anche se non esercita più, ha ancora molti amici nelle aule dei tribunali argentini.
      Il capitano, però, non è per niente tranquillo: con voce alterata avverte il giudice che, se andrà a fondo, se ne tirerà dietro un bel po’ a cominciare proprio da lui.
      Olarte scatta: urla a Bastia che se oserà ancora minacciarlo gli farà fare una brutta fine.
      Quando chiude la telefonata Josè Olarte è visibilmente scosso e preoccupato. Ancora tremante, si affaccia alla finestra del suo studio e osserva il figlio Ezequiel, che in quel momento sta montando a cavallo per la solita passeggiata quotidiana nell’immensa finca di famiglia. Poi, il giudice si gira e vede, Marilda, la moglie, una bella signora di sessant’anni, che lo osserva preoccupata. La donna gli rivela che, non volendo, ha ascoltato il contenuto della telefonata, poi sussurra: «Ho paura Josè.»
      L’uomo le s’avvicina e l’abbraccia assicurandole che nessuno fare del male alla sua famiglia, non lo permetterà.
       
      Alcune sere dopo, nel corso di una cena, parlando con i cugini, Hernan si dice convinto che Ezequiel Benitez-Olarte, anche se ancora non è in grado di provarlo, sia in realtà suo fratello Julio.
      L’affermazione di Hernan lascia Marta e Victor di stucco.
      Marta chiede al cugino di chiarire i motivi di questa azzardata affermazione.
      Per Hernan l’indizio più forte a sostegno della propria tesi, è contenuto nel perverso legame esistente tra Bastia e il giudice che l’ha assolto. Per Hernan, che rassicura di averci riflettuto a lungo, è tutto chiaro: «Se Olarte ha assolto Bastia nonostante le schiaccianti prove a carico di quell’assassino, l’ha fatto solo perché “El Loco” l’ha ripagato in qualche modo, non vedo altra spiegazione.»
      «Ad esempio un bambino?», azzarda provocatoriamente Marta.
      «Perché no», risponde Hernan che continua, «non vi dice niente il fatto che Ezequiel sia figlio unico? Se gli Olarte avessero avuto altri figli non ci avrei nemmeno pensato, ma sappiamo bene che fine abbiano fatto i tanti neonati scomparsi in quegli anni e in che mano siano finiti.»
      «Per fortuna molti sono stati ritrovati, ma tanti altri ancora mancano all’appello», commenta Marta.
      «Tra questi c’è mio fratello Julio.»
      Victor gli fa notare che anche se gli indizi sono tanti e le coincidenze pure, manca ancora la prova inconfutabile:«Solo un esame del Dna potrebbe stabilire se siate o no fratelli.»
      «Certo, ma in mancanza di quello mi affido alla voce del cuore, ne hai mai sentito parlare?»
      Victor annuisce.
      Hernan continua rivelandogli che quando qualche settimana prima l’ha visto a Roma al concerto, ha provato delle sensazioni che non è in grado di descrivere in alcun modo. Poi, per finire, come se non bastasse, c’è quello strano modo che il ragazzo ha di suonare il bandoneón.
      «Anche mio padre lo suonava così, ecco», dice Hernan estraendo la foto dal portafogli, «guardate».
      Marta e Victor osservano la foto.
      La donna si avvicina al cugino e gli passa un braccio intorno alla spalla poi, pur augurandosi che le sensazioni di Hernan possano presto tradursi in riscontri oggettivi, non nasconde il proprio scetticismo: «Ho visto tanta gente illudersi credendo di aver ritrovato il figlio o la figlia o il fratello, dev’essere terribile».
      Nella discussione interviene Victor: «Marta ha ragione. Comunque un tentativo va fatto lo stesso, tanto per non lasciare nulla d’intentato.»
      «Va bene», conclude Hernan, «informati e fammi sapere dove e quando suona Ezequiel Benitez. Voglio rivederlo.»
       
      Un paio di sere dopo Hernan, Marta e Victor, entrano in un locale del centro di Buenos Aires per assistere al concerto di Ezequiel.
      Alla fine dello spettacolo Hernan lo avvicina.
      “El Principe” lo riconosce e lo saluta con grande cordialità.
      «Le posso parlare?»
      «Certo», ribatte il musicista, «ma, la prego, diamoci del tu.»
      Si siedono in un tavolo nascosto da un separé.
      Hernan salta i preamboli e rivela a Ezequilel il motivo per il quale si trova in Argentina. Gli racconta della morte della nonna e di ciò che successe alla sua famiglia trentatre anni orsono.
      Nonostante Ezequiel conosca già la storia di Hernan - gliel’aveva raccontata Elena durante il loro incontro-intervista a Roma – appare ugualmente turbato e confuso. Così, come disse alla giornalista, augura a Hernan di ritrovare suo fratello, poi conclude: «Ora però mi devi dire io che c’entro. Perché mi hai raccontato tutto questo?».
      «Hai ragione, tu non c’entri nulla ma c’entra il giudice Josè Olarte.»
      Ezequiel sobbalza: «Mio padre?» 
      Hernan annuisce e gli rivela che fu proprio il giudice Olarte ad assolvere il capitano Bastia, che uscì indenne dalle tante schiaccianti accuse che lo avevano condotto sul banco degli imputati.
      «Conosco mio padre, se ha assolto quell’uomo avrà avuto i suoi buoni motivi. So di giudici corrotti, ma non è il suo caso. I miei sono ricchi di famiglia, hanno avuto sempre tutto. Anche se mio padre avesse accettato di farsi corrompere, quell’uomo non avrebbe avuto niente da offrirgli.»
      «Sei sicuro?»
      «Che vuoi dire, spiegati.»
       
      Hernan si alza: «Grazie di avermi dedicato un po’ del tuo tempo», si ferma, poi prosegue, «aspetta, voglio mostrarti una cosa». Infila una mano nella tasca della giacca ed estrae una foto che ritrae Armando Ferroni mentre suona il bandoneón.
      Le mostra a Ezequiel che non fa nulla per nascondere la propria sorpresa.
      «Hai visto?», dice Hernan indicando la foto del genitore «suona proprio come te».
      «E io che credevo di essere l’unico.»
      Hernan sorride, poi si gira per andarsene ma, prima di avviarsi, porge al musicista un suo biglietto da visita: «Se ripassi da Roma mi farebbe piacere incontrarti.»
      «Anche a me.»
      Si stringono la mano fissandosi, poi Hernan va via.
      Ezequiel lo osserva visibilmente turbato.
       
      Dopo l’incontro, mentre in auto attraversano le strade di Buenos Aires, Hernan confessa a Marta e Victor di essere sempre più convinto che Ezequiel in realtà sia Julio, suo fratello: «Anche stavolta mi è bastato guardarlo negli occhi per avvertire la stessa sensazione  provata quella volta a Roma.»
      Victor e Marta si guardano ma non commentano.
       
      Rientrato a casa, Hernan accende il computer e scrive una lunga mail a Elena nella quale le racconta gli sviluppi dell’indagine, l’incontro con Ezequiel Benitez-Olarte e l’idea che, ogni giorno che passa, si sta facendo sempre più prepotentemente spazio nella sua mente. «Non dirmi che sono pazzo, lo so, al momento è solo una labile traccia, ma sento di essere sulla strada giusta.»
       
      Alcuni giorni dopo, mentre naviga su Internet alla ricerca di notizie riguardanti Ezequiel e la sua famiglia, Hernan scopre delle cose molto interessanti. Dopo aver visitato il sito ufficiale del musicista e visto le foto di Ezequiel in compagnia della fidanzata, poi quelle del giudice Olarte e della moglie, oltre che della loro immensa proprietà, Hernan s’imbatte in un’intervista concessa nel 2005 da Marilda Benitez in Olarte, a “Ola”, un settimanale popolare argentino. La donna parla del figlio, della sua infanzia, dei successi ottenuti come musicista e dell’imminente matrimonio con Ana. Poi, però, tra le righe si lascia scappare il nome dell’esclusiva clinica di Buenos Aires in cui l’ha partorito.
      Hernan stampa la pagina e si attacca al telefono. Racconta della scoperta appena fatta a Victor.
      «Non preoccuparti, in quella clinica ho un amico medico con cui gioco a golf.»
       
      Nel pomeriggio dello stesso giorno Hernan e Victor si recano alla clinica.
      Tramite l’amico di Victor, Hernan riesce a esaminare i registri delle nascite degli anni ’75, ’76 e ‘77 ma di Ezequiel Olarte non vi è traccia.
       
      Usciti dalla clinica, sempre grazie al medico, si recano a casa di un’ostetrica ormai in pensione. La donna, che ha prestato servizio alla clinica per oltre trent’anni, e che durante la dittatura ha perso due nipoti spariti nel nulla, rivela a Hernan che la signora Olarte se la ricorda bene: «Frequentava la clinica perché stava facendo una cura contro la sterilità, ma da quello che so, non è mai riuscita a restare incinta.»
      Quando i due cugini escono dal portone, Hernan si rivolge a Victor: «Che ti dicevo?»
      «Hai ragione, quelle che abbiamo trovato sono prove molto importanti ma secondo me non ancora sufficienti per chiudere il cerchio.»
      Arrivati all’auto, Victor guarda il cugino: «Però, a ripensarci, mi chiedo solo perché con tutto il potere che aveva in quegli anni, Olarte non ha fatto falsificare i registri della clinica?»
      «Per senso di onnipotenza, impunità, secondo me non l’ha fatto perché non ve n’era la necessità, era convinto che nessuno sarebbe andato mai a chiedergli conto di ciò che aveva fatto, specie dopo trentatre anni.»
      «Sai cosa penso? Che bisogna far parlare il capitano Bastia.»
      «È quello che penso anch’io», ribatte Hernan.
       
      Il giorno dopo, mentre la governante sta pulendo la stanza di Ezequiel, sulla soglia appare la madre del ragazzo che dopo aver parlato con la cameriera entra e chiude le porte finestre che danno sul prato. Poi va via, ma mentre passa davanti alla scrivania del figlio si ferma attratta da qualcosa. Si avvicina e afferra il biglietto da visita di Hernan che Ezequiel ha lasciato accanto a una mappa della città di Roma.
      Lo legge, quindi esce di corsa dalla stanza ed entra nello studio del marito. Gli mostra il biglietto.
      Josè Olarte si alza dalla poltrona in cui era comodamente sprofondato per la lettura mattutina dei giornali, raggiunge il telefono e compone un numero. Dopo pochi attimi: «Jorge vieni subito da me ».
       
      Da quel momento Hernan comincia a essere pedinato e fotografato da due misteriosi individui che non lo perdono di vista un attimo.
       
      È mattina. Victor arriva a casa di Hernan.
      «Vestiti, partiamo.»
      «Dove andiamo?»
      «A Rosario a incontrare il capitano Bastia.»
      «Come hai fatto?»
      «Soldi, gli ho promesso tanti soldi.»
      «E li hai portati?»
      Victor sorride e con la mano si batte il petto.
      Poco dopo Hernan e il cugino salgono sull’auto di quest’ultimo, escono da Buenos Aires e si dirigono verso Rosario.
      Jorge e Milos, i due uomini che Olarte ha messo alle calcagna di Hernan li seguono. Jorge chiama col cellulare il giudice e gli rivela che i due hanno preso la strada per Rosario.
      «Va bene, non perdeteli di vista e soprattutto non fatevi scoprire.»
      Jorge chiude la telefonata e si rivolge a Milos che è alla guida dell’auto: «Il vecchio si è appena seduto sui carboni ardenti. Arriva sempre il momento della resa dei conti.»
      «Ma che ha fatto?»
      «Niente, tu pensa a guidare.»
       
      Hernan e Victor ora sono al cospetto del capitano Augusto Bastia. Victor gli mostra i soldi, ma secondo gli accordi presi, “El Loco” li avrà solo dopo aver fornito un’ampia e particolareggiata confessione.
      Bastia non si fa pregare. Seduti sul divano della casa del torturatore, Hernan e Victor - che ha intanto acceso il registratore – ascoltano in silenzio la ricostruzione di quel viaggio nell’orrore che sono stati gli anni della dittatura argentina.
      Bastia, che non ha nessuna difficoltà ad ammettere le proprie colpe, scaricando però gran parte della responsabilità sui propri superiori, snocciola i nomi della vasta rete di complici che l’hanno protetto e gli hanno garantito fino a quel momento l’impunità.
      Hernan gli chiede della sua famiglia e del perché li avevano presi.
      «Suo padre e sua madre furono denunciati da un loro amico.»
      «Immagino sotto tortura.»
      «Immagina giusto, li andammo a prendere e li portammo all’Esma.»
      «E di mio fratello che mi dice?».
      «Non sapevamo nulla dei suoi genitori, nemmeno che avessero dei figli. Quando vidi il bambino, mi ricordai della richiesta che mi aveva fatto tempo prima il giudice Olarte, così lo presi: sarebbe stata la mia assicurazione sulla vita.»   
      Hernan e Victor si guardano sgomenti.
      Hernan continua: «Lo consegnò lei nelle mani dei coniugi Olarte?»
      «Sì, la notte stessa, mentre i suoi genitori venivano portati all’Esma io mi recai col bambino a casa degli Olarte.»
      Poi Hernan chiede al capitano Bastia di raccontargli la fine fatta dai genitori. “El Loco” gli rivela che Armando e Sandrine, dopo giorni di torture, vennero drogati e gettati da un aereo nelle acque dell’Oceano Atlantico.
      Per Hernan può bastare.
      I due cugini si alzano. Victor recupera il registratore e paga Bastia, ma mentre stanno andando via, Hernan si gira verso l’assassino: «Perché si è deciso a parlare?»
      «I medici mi hanno dato non più di due mesi di vita, ho un cancro al pancreas, non ho scampo, ho un sacco di debiti e una famiglia da mantenere.»
      «Anche io avevo una famiglia», dice Hernan.
      «Ora basta, andiamo», ribatte Victor che tira via il cugino.
       
      Mentre Hernan e Victor, dopo essere usciti dal portone, si avviano verso la loro auto, il giudice Olarte è al telefono con Jorge.
      «Va bene Jorge: sai cosa devi fare.»
       
      Tornato a Buenos Aires, Hernan, ancora sconvolto, telefona a Elena, che sta dormendo, e le racconta tutto. Stavolta alla giornalista non resta che dargli ragione. Si scusa di non avergli creduto e gli chiede come ha intenzione di muoversi.
      «Non lo so; devo riflettere su quale sia la cosa migliore da fare.»
      Chiusa la telefonata, Hernan si reca al cimitero sulla tomba della nonna per dirle che ha ritrovato Julio e che presto glielo porterà lì.
       
      É notte, ma Hernan non riesce a dormire. Il suo sonno è costellato da incubi. Si alza, si siede sul divano, si accende la tv e comincia a fare zapping fino a che non arriva su un canale che trasmette un servizio su Ezequiel Benitez e Ana Rolandi. I due, ripresi in vari angoli della tenuta degli Olarte, parlano della loro storia d’amore e dei progetti che hanno per il futuro che comprendono, oltre al matrimonio, una nidiata di bambini. Poi, i due vengono raggiunti dai coniugi Olarte per il quadretto finale. Hernan non resiste e spegne la tv.
       
      La mattina dopo, Hernan, esce dalla doccia, va in cucina e si prepara un caffè. Poi va nel salotto, accende la tv e apprende che il capitano Augusto Bastia, “El Loco” si è suicidato sparandosi un colpo di pistola in bocca.
      Hernan si veste di corsa e raggiunge Victor nel suo ufficio.
      I due cugini non credono alla tesi del suicidio. Qualcuno ha chiuso la bocca a Bastia per non permettergli di spifferare tutto ciò che sapeva.
      «Se è così significa che qualcuno sa di te, di noi», dice Victor.
      «Pensi ci abbiano seguiti?».
      «È molto probabile. In giro ci sono ancora un sacco di assassini, poi con questa storia dell’apertura dei processi saranno tutti in fibrillazione».
      «Che dobbiamo fare?»
      «Stare molto attenti.»
      Hernan annuisce e si alza.
      «E ora dove vai?»
      «A incontrare mio fratello.»
      «Tienimi informato.»
      «Lo farò.»
      Non appena è in strada Hernan telefona a Ezequiel.
      Il musicista sulle prime è sorpreso di sentirlo, ma quando Hernan gli rivela che vuole vederlo e gliene spiega anche il motivo, Ezequiel accoglie subito la richiesta.
      Hernan gli dà appuntamento in una piazza del centro di Buenos Aires.
      Dopo un’ora, la Porsche di Ezequiel arriva sul posto.
      «Grazie di essere venuto.»
      «Non so cos’hai da dirmi, ma fallo presto, ho altri impegni.»
      Hernan indica a Ezequiel una panchina.
      Si siedono.
      Hernan estrae dalla tasca della giacca il mini registratore, lo accende e fa ascoltare a Ezequiel la dettagliata confessione di Bastia.
      Intanto, a qualche decina di metri di distanza, Jorge e Milos, seduti sulla loro auto osservano le mosse dei due.
      Dopo avere ascoltato la registrazione, Ezequiel appare sconvolto. Balbetta: «Che significa tutto questo?»
      «Che sei mio fratello. Tu non ti chiami Ezequiel Olarte, ma Julio Ferroni.»
      «Tu sei pazzo! E io più pazzo di te che sto ancora qui ad ascoltarti.»
      Si alza per andarsene, ma Hernan, lo prega di restare: ha ancora una cosa da mostrargli. Poi tira fuori la pagina stampata da Internet in cui c’è l’intervista della moglie di Olarte: «Questa è un’intervista rilasciata dalla donna che afferma di essere tua madre. Dice di averti partorito alla clinica “Santa Clara” di Buenos Aires. Ci sono stato, ho visto i registri delle nascite, ma della tua non v’è traccia. Controlla pure se non mi credi. Poi ho anche parlato con un’ostetrica cha ha lavorato lì per trent’anni. Si ricordava bene della signora Olarte. Era sterile, non poteva avere figli, ti basta?»
      Ezequiel appare annientato, con un filo di voce sussurra:«E ora?»
      «Ora niente, avevo promesso a nostra nonna che ti avrei ritrovato. Mi dispiace ma era una cosa che andava fatta.»
      Ezequiel scatta: «E non hai pensato a me, a come avrei reagito scoprendo che per tutti questi anni ho vissuto una vita non mia.»
      «Certo che ci ho pensato e non sai quanto mi fa male vederti soffrire. Ma tutti abbiamo sofferto. Io avevo undici anni quando sono diventato un esule. I nostri genitori sono stati gettati da un aereo ancora vivi dopo indicibili sofferenze. Nostro nonno è morto di crepacuore e nostra nonna ha lottato per anni per scoprire che fine avessi fatto. Come vedi, nessuno è stato immune dalla sofferenza.»
      «Che ti aspetti da me? Che vuoi che faccia?»
      «Non lo so, potrei dirti ciò che farei io, ma non è importante.»
      A questo punto Ezequiel prova a rilanciare: «E se quel capitano Bastia avesse mentito solo per colpire mio padre, non hai pensato a questo?»
      Hernan sorride amaro: «Be’ vendicarsi di uno che ti ha assolto mi sembra inverosimile. Comunque ammettendo per assurdo che tu abbia ragione, c’è una cosa che potremmo fare per mettere la parola “fine” a questa storia.»
      «E sarebbe?».
      «Un esame del Dna, ma so che non ce ne sarà bisogno.»
      «Perché?»
      «Il tuo piede sinistro, la nonna mi ha detto che sei nato con una piccola malformazione al piede, è vero?» 
      Ezequiel sbianca, si alza e di corsa va via. Ma nel raggiungere la propria auto, si ferma come se avesse visto qualcuno che conosce. Poi sale a bordo, mette in moto e parte sgommando.
       
      Hernan lo osserva andare via. È disfatto, svuotato, senza forze. Si accende una sigaretta, poi si alza, si porta sul ciglio della strada e cerca un taxi per tornare a casa. D’un tratto, però, un’auto tenta di investirlo. Hernan se n’accorge appena in tempo e si getta all’indietro salvandosi per miracolo mentre l’auto che ha tentato di ucciderlo prosegue la propria corsa sparendo nel traffico caotico della città.
       
      Tornato a casa, Hernan viene raggiunto da Marta e da Victor ai quali racconta l’incontro con il fratello e poi di quell’auto che ha cercato di metterlo sotto. Marta e Victor lo esortano a ripartire al più presto. Restare a Buenos Aires è diventato troppo pericoloso. Hernan, però, rifiuta. Non è ancora finita. Se ne andrà quando avrà mantenuto la promessa fatta alla nonna.
       
      Quando nel tardo pomeriggio Ezequiel rientra a casa, affronta i genitori. Il ragazzo vuole sapere la verità. Ma Josè Olarte e la moglie negano con forza le accuse che Ezequiel muove contro di loro, affermando che Bastia è un bugiardo e un assassino. Poi promettono che gli forniranno le prove che è stata Marilda a concepirlo e partorirlo. A quel punto Ezequiel avanza una richiesta che spiazza i due anziani coniugi. Se è come affermano loro, allora dovranno sottoporsi insieme a lui all’esame del Dna.
      Josè Olarte scatta e lo schiaffeggia: come si permette di mettere in dubbio la sua parola e quella della madre. Loro l’hanno amato più di ogni altra cosa al mondo, l’hanno fatto crescere negli agi e nella ricchezza, hanno accondisceso a tutte le sue richieste ed esaudito ogni suo desiderio. É questo è il ringraziamento per tutto l’amore che gli hanno dato?
      Ezequiel, umiliato dallo schiaffo ricevuto dal padre, si ritira distrutto nella propria stanza. Si guarda intorno come se fosse la prima volta che vede tutto ciò che lo circonda. Poi si siede su una poltrona e si toglie le scarpe. Si guarda il piede sinistro e si tocca le ultime due dita unite da quella sottilissima membrana di pelle. Quindi scoppia a piangere. È un pianto liberatorio alla fine del quale, Julio (da questo momento lo chiameremo così) si alza, s’infila le scarpe ed esce. Mentre sta per salire sulla Porsche, non si accorge che in lontananza Olarte sta parlando con Jorge e Milos. I due uomini annuiscono poi salgono sull’auto che parte sparata.
       
      Julio si reca a casa di Ana e le racconta l’incubo dentro cui è precipitato. La ragazza lo ascolta in silenzio, poi dopo avergli rinnovato tutto il proprio amore gli chiede cos’abbia intenzione di fare.
      «A casa non ci tornerò mai più», si ferma e la fissa, «tu che faresti al posto mio?»
      «Mi riprenderei ciò che per anni mi è stato negato con l’inganno.»
      Ezequiel accoglie il suggerimento di Ana e telefona ad Hernan dicendogli che vuole vederlo.
      Hernan lo invita a raggiungerlo a casa. Gli dà l’indirizzo. Julio lo scrive su un post-it, poi esce.
       
      Poco dopo la Porsche di Julio attraversa le strade di Buenos Aires, diretta verso il quartiere de “La Boca”. Giunto a un incrocio, però, un’auto che non ha rispettato lo stop investe in pieno la Porsche. Nonostante l’airbag Julio sbatte la testa contro il parabrezza e sviene.
       
      Ora è notte. Hernan è a casa ancora in attesa del fratello. Guarda l’orologio: è l’una passata. Deluso, si alza dal divano e spegne la tv.
      In quel momento suonano alla porta.
      Hernan sorride e va ad aprire ma il sorriso scompare ben presto quando, al posto di Julio, vede Jorge e Milos che irrompono nella casa aggredendolo.
      Hernan cerca di difendersi come può, ma viene pestato duramente. Tenta di urlare ma Jorge gli tappa la bocca con la mano. Hernan scalcia, morde, ma è tutto inutile. La colluttazione continua fino a quando Jorge, dopo essere riuscito a immobilizzarlo, consente a Milos di serrargli la bocca con un pezzo di nastro adesivo. Poi i due gli legano le mani dietro la schiena e lo portano via.
       
      Sono le due e mezzo del mattino quando Julio si risveglia al pronto soccorso. I medici vorrebbero ricoverarlo per sospetto trauma cranico ma Julio firma e va via. Chiama un taxi e si fa portare all’indirizzo della casa dei suoi veri genitori. Arrivato al quartiere de “La Boca” il taxi si ferma davanti al portone di casa Ferroni.
      Prima di scendere, Julio afferra il cellulare e chiama Hernan, ma il telefono del fratello squilla a vuoto. Julio scende dal taxi e osserva il palazzo: l’unica luce accesa è quella dell’appartamento al primo piano, dove dovrebbe stare Hernan. Chiede al tassista di non andare via, poi entra nel portone, raggiunge il primo piano, arriva alla porta di casa Ferroni ma la trova aperta. Entra e vede i segni della colluttazione.
      Torna di corsa in strada, s’infila nuovamente nel taxi e chiede di essere portato a casa. Poi non appena il taxi riparte telefona alla polizia denunciando il rapimento di Hernan. Dopo la polizia Julio telefona a un amico. L’uomo, che sta dormendo, è Pablo Dolcini un grosso produttore televisivo, inventore di uno dei programmi più popolari della tv argentina. Julio gli racconta l’accaduto. 
       
      Giunto a casa, Julio si fionda nella stanza dei coniugi Olarte ma vi trova solo Marilda. Chiede del giudice.
      «È nel suo studio.»
      Julio si reca nello studio dell’ex magistrato ma non trova nessuno. Esce, ma giunto nel corridoio, trova ad attenderlo Marilda che, vedendolo così sconvolto, gli chiede cosa sia successo.
      Julio glielo racconta e addebita a colui che per anni si è finto suo padre la responsabilità del rapimento di suo fratello.
      La donna è sgomenta, piange, si dispera e giura di non sapere nulla.
      «E allora dov’è tuo marito? Dimmelo, tanto nessuno vi salverà. Ho già chiamato la polizia, domani sarete su tutti i telegiornali».
      Marilda insiste che non lo sa. Poi, però, gli rivela che un’ora prima ha sentito un’auto arrivare seguita, subito dopo, da alcuni colpi di clacson. «Ho chiesto a tuo padre chi fosse, ma mi ha detto di non preoccuparmi… “sono Jorge e Milos” … così mi ha detto… poi è uscito dalla stanza dicendomi che sarebbe andato a studio.»
      Julio scatta: esce fuori, si guarda intorno, poi in lontananza vede le luci accese dei capannoni in cui ogni tanto Olarte fa macellare alcune bestie.
      Di corsa, il ragazzo raggiunge il posto e si avvicina senza farsi vedere. Giunto all’ingresso sente provenire dall’interno delle voci, tra cui quella di Josè Olarte.
      Si allontana per chiamare nuovamente sia la polizia che il suo amico Pablo Dolcini, esortandoli a fare presto.
      Poi Julio entra nei locali del macello, percorre alcune sale e d’un tratto si blocca terrorizzato quando vede Hernan appeso a un gancio da macellaio mentre viene pestato da Jorge e Milos, che vogliono conoscere il contenuto del suo incontro con il capitano Augusto Bastia.
      A questo punto Julio rompe gli indugi ed esce allo scoperto rivolgendosi a Olarte: «Che stai facendo?»
      Sorpreso dall’improvvisa comparsa del ragazzo, Olarte tenta di giustificarsi. Quell’uomo sta tentando di rovinare la sua famiglia e lui questo non lo può consentire.
      Julio non replica. Si avvicina a un tavolo sopra il quale c’è una pistola di quelle che servono per ammazzare il bestiame. L’afferra, si avventa su Olarte, lo blocca e gliela punta alla gola: «Digli di lasciarlo andare o ti uccido.»
      Olarte capisce che Julio fa sul serio. Con un cenno del capo ordina ai due sgherri di liberare Hernan che cade a terra pesantemente.
      Sempre tenendogli la pistola puntata alla gola, Julio costringe Olarte a confessare le proprie colpe.
      L’ex magistrato ammette tutto. Julio non è suo figlio anche se l’ha amato come tale. Julio è figlio di Armando e Sandrine Ferroni.
      Poi Julio costringe Olarte a parlare del suo rapporto con il capitano Bastia. Olarte confessa che lo assolse perché “El Loco” gli aveva portato il bambino che lui aveva richiesto.
      «Chi ha dato l’ordine di ucciderlo.»
      «Sono stato io.»
      In quell’istante Jorge e Milos fanno la mossa per avvicinarsi a Julio e al giudice ma quando da fuori cominciano a sentirsi le sirene della polizia, poi gli sportelli che sbattono, i due scagnozzi fuggono da un’uscita laterale.
      Julio abbassa l’arma e corre ad abbracciare il fratello mentre da fuori, giungono le voci concitate degli agenti che intimano ai due di arrendersi subito seguiti da numerosi colpi d’arma da fuoco. Poi è solo silenzio.
      «Come stai?», chiede Julio a Hernan.
      «Un po’ ammaccato ma bene», risponde Hernan che sorride.
      «Perché ridi?»
      «Be’ ero venuto in Argentina per ritrovarti, ma alla fine sei tu che hai trovato me… grazie: me la sono vista proprio brutta.»
      «Ora non ci pensare, è tutto finito».
      «E lui?», chiede Hernan indicando Olarte mentre viene ammanettato e portato via dalla polizia sotto l’occhio attento della telecamera della troupe mandata sul posto dal produttore Tv amico di Julio.
      Julio scuote la testa poi ribatte: «Spero che paghi per tutto il male che ha fatto.»
       
      Il giorno dopo, Hernan e Julio, che intanto nel corso di un pranzo ha conosciuto  la numerosa parentela (ci sono anche Ana ed Elena appena arrivata da Roma), si recano da soli sulla tomba della nonna.
      Poi vanno a visitare il muro su cui sono incisi i nomi delle vittime della dittatura militare e quelli dei desaparecidos.
      Trovano i nomi dei genitori. Li accarezzano con le mani, poi si abbracciano piangendo.
       
      Grazie alla risonanza mediatica (tv e giornali ne hanno parlato per giorni) il loro caso ha scosso l’opinione pubblica argentina.
      Hernan e Julio vengono intervistati dal canale televisivo di Pablo Dolcini. Dopo aver raccontato la propria storia i due fratelli esprimono il desiderio di conoscere il punto dell’Oceano in cui l’aereo della Marina gettò vivi in mare quel gruppo di prigionieri in cui c’erano anche i loro genitori.
      Il giorno dopo l’intervista grazie all’interessamento del Ministro della difesa, il desiderio dei due fratelli viene esaudito.
      Pablo Dolcini affitta un aereo su cui, oltre a Hernan e Julio, prende posto una troupe televisiva.
      Grazie alle coordinate trovate sui piani di volo degli aerei della Marina di quegli anni, ormai desecretati, il bimotore ad elica raggiunge il luogo in cui venivano gettati vivi i prigionieri.
      Quando il pilota indica ai due fratelli il tratto di mare interessato, Hernan e Julio lanciano un mazzo di fiori in mare dentro cui hanno messo una loro fotografia.
      Poi l’aereo fa una larga virata e scompare nel cielo azzurro.
       
      Fine
       
       
       
       
       
       
       

    • E così tocca a me, sono stato chiamato. Faccio parte di una squadra della Protezione Civile di Unità Cinofile ma ci hanno separati, serviamo in più luoghi.
      Sento le urla della gente che mi sta intorno, i compressori e i generatori elettrici rombano intorno e generano luce sul luogo dell'incidente. Detriti ovunque. Fango e pezzi di cemento ci fanno avanzare piano, con cautela. Ho sentito due cani abbaiare, le tute gialle fosforescenti sono intorno a me, ovunque. Portano attrezzature, cavi, maschere e respiratori.
      A una decina di metri ho visto del nastro bianco e rosso che delimita il perimetro del disastro, alcuni colleghi hanno formato un cordone e non permettono alla gente di accedere, li blocca e li respinge mentre la gente urla, sbraita. Vuole avere notizie, vuole sapere chi si è salvato.
      “Devi entrare lì dentro! Te la senti?” mi grida un tizio. Guardo il suo cartellino di riconoscimento: c'è scritto Coordinatore. Mi levo il caschetto con la torcia fissata a lato, anche se fa freddo ho gli abiti sudati, fradici. Da quando sono arrivato quello che si è presentato davanti ai miei occhi è stato...un disastro.
      “La tua squadra è già dentro! Metti questa.” mi grida il collega passandomi la maschera facciale intera. La indosso senza dire nulla mentre mi accorgo che mi tremano le mani. Metto i guanti e il caschetto ed entro.
      Buio, fumo, non vedo proprio niente. La cosa migliore è mettersi carponi e tastare ciò che c'è davanti a me. Mi sfilo i guanti per capire cosa ho di fronte: una libreria rovesciata, riconosco a tatto i fianchi e i ripiani. A sinistra c'è una tastiera.
      “Ci sei?” mi grida una voce, “noi stiamo procedendo.”.
      La voce della collega mi giunge attraverso le cuffiette della maschera, prima di risponderle cerco di controllare il respiro e conto fino a cinque. Devi controllare la paura, mi sono detto. La luce del casco non serve a nulla. Il fumo è talmente denso da non far vedere nulla, per fortuna non ho mai sofferto di claustrofobia.
      “Sono dietro di voi!” grido. La maschera attutisce i suoni, li rende lontani anche se loro devono essere a pochi metri da me. Cerco un varco per andare oltre, ma i mobili mi bloccano l'accesso da ogni parte.
      “Devi passare attraverso la libreria, c'è uno spazio di mezzo metro!”.
      Verifico con le mani e percepisco che manca un pezzo di schienale, così attraverso quel buco portando davanti le braccia e supero l'ostacolo. Una mano mi tasta la spalla, poi sento la voce della collega che dice: “A destra c'è un passaggio, seguici.”.
      Ci troviamo fra decine di mobili rovesciati, forse enormi schedari che sono caduti dopo il crollo. Con la mano tocco uno spigolo e ne seguo i contorni e procedo in ginocchio.
      “Dobbiamo strisciare!” gracchia la voce attraverso le cuffie.
      Io eseguo perché chiudo la fila della squadra, così attendo che vadano avanti. Le mie mani sono i miei occhi, la maschera serve solo per respirare aria buona, le luci dei caschi potevamo anche tenerle spente. I due colleghi sono andati oltre, io mi sdraio e mi trascino con i gomiti. Sento delle cose di plastica che si spostano mentre avanzo, ma non mi fermo a capire perché forse ci sono dei superstiti lì dentro.
      Stiamo procedendo dentro un cunicolo fra le cataste di mobili rovesciati, a volte mi fermo per toccare e capire se ci sono altre vie da percorrere, una sorta di strade alternative. Sento il mio respiro che è affannato, così cerco di regolarizzarlo.
      “A sinistra! Sembra che...” la voce esita. Sento il rumore dei due che mi precedono, che si muovono toccando ciò che li circonda. “C'è una specie di rampa, a sinistra. Procediamo.”.
      “Possiamo avanzare in ginocchio.” mi dice l'altra collega. Li seguo trascinandomi e svolto a sinistra.
      La superficie in effetti è in discesa e, con le mani, percepisco che posso mettermi in ginocchio. Sentiamo qualcosa, forse dei singhiozzi. Il panico dilaga in me, come forse anche negli altri due. C'è qualcuno ed è vicino.
      Dove ci troviamo ora è spazioso, ma non me la sento di alzarmi in piedi, preferisco restare in ginocchio.
      “Prova sotto la rampa!” azzardo io mentre aspetto che continuino a muoversi.
      “E' qui sotto, è qui sotto!” urla il primo della squadra.
      La ragazza esce dal posto in cui si trovava, si accendono le luci e ci leviamo le maschere. Per fortuna si trattava di una esercitazione!

    • Il Marchese era proprio davanti la scrivania quando il parroco ruppe il silenzio.
      « Magnifico, dico bene? » esclamò radioso.
      « Incredibile sì, devo dirlo » ammise Destrione « mai vista in vita mia una sedia di tal fattura. La cura con cui il legno è stato lavorato rasenta la perizia con cui gli egiziani erigevano le piramidi. I quattro piedi si stagliano come colonne romane, come a dire: questo è il tuo posto. La scrivania non è da meno, imponente, regale: circospetta ».
      La sedia e la scrivania erano state acquistate in un mercatino ambulante da uno zingaro gitano pochi anni prima dal parroco precedente. La polvere stessa di quella sala trasudava storie antiche, la roccia che componeva le mura possenti era permeata da ricordi ancestrali e le opere d'arte avrebbero commosso anche il più duro fra i duri. C'erano solo tre cose in quella stanza che non c'entravano niente, nel modo più assoluto: la sedia, la scrivania e i raccoglitori.
      « E questa mensola » continuò il Marchese. Giusto, penso il parroco, anche la mensola non c'entrava niente.
      « Questa mensola smuove qualcosa nelle mie viscere, come un mare in tempesta ».
      « Cristo Santo » mormorò il parroco.
      « Come ha detto Padre? ».
      « Niente Marchese, dicevo: oh Cristo Santo, figlio di Dio, che uomo di rara arguzia mi hai mandato questo oggi ».
      « Amen Padre, amen » rispose il Marchese facendosi il segno della croce « ma ad ognuno il suo, è il Vescovo che dovremmo ringraziare per aver organizzato questo incontro ».
      « Giusta osservazione » concordò il parroco « che sia benedetto quel sant'uomo ».
      La gita proseguii placida, senza particolari scossoni, il Marchese fu abilissimo nel confondere tra loro artisti e periodi storici, liquidando opere di Picasso con un'alzata di spalle, per concentrarsi poi su una crepa del pavimento.
      « Questo segno è molto particolare » esclamò il Marchese buttandosi in ginocchio, il naso quasi toccava il suolo di pietra « davvero incredibile, sono esterrefatto. Mi dica, che storia si cela dietro questo meraviglioso intaglio? » domandò senza alzare lo sguardo.
      Il parroco era sul punto di esplodere.
      « Una storia affascinante » disse svelto, inventando al momento « da fonti accreditate sembra che quell'incisione sia stata lasciata da Cog Lione in persona ».
      « Non mi è nuovo questo nome... » mormorò il Marchese interessato, avvicinandosi ancora di più a quella che era nient'altro che una crepa su un pavimento di pietra.
      « Ne sono sicuro mio Signore, un uomo della sua cultura avrà più volte udito quel nome » sopratutto nella sua variante da aggettivo, pensò il parroco « del resto è difficile ricordare tutto. Come dicevo, Cog Lione lascio quell'incisione... come... prova sì. Era un test se vogliamo, per decretare se una persona fosse degna di esser considerata dotta ».
      Il parroco si rese conto di aver imboccato una strada pericolosa, ma ormai il danno era fatto.
      « Adoro i test » replicò il Marchese alzando finalmente lo sguardo e mettendosi in ginocchio « in cosa consisteva quest'audace sfida? ».
      « Beh, ecco... » replicò il parroco simulando un colpo di tosse « vede, per passare la sfida bisognava aprire la crepa con la forza delle dita, recitando ad alta voce il nome e il cognome di questo incredibile artista ed uomo. Personificandosi in lui ».
      Il Padre si rese conto di non aver mai pronunciato, fatta eccezione per la funzione ecclesiastica, tante corbellerie tutte di fila.
      « Capisco » annuì il Marchese, negli occhi pura ammirazione. « Quindi, la personificazione avviene dicendo: io sono Cog Lione? Dico bene? ».
      « Come sempre, la sua perspicacia mi lascia senza parole » si complimentò il parroco, desiderando che un fulmine lo colpisse in petto. Per un breve istante si sentì quasi in colpa ad aver approfittato della stupidità di quel uomo, che ora giaceva in ginocchio, esercitando una pressione costante sulla crepa inamovibile, recitando ad alta voce e senza sosta: io sono Cog Lione.
      Ma il senso di colpa durò poco, perché in un secondo cambio tutto. Tanta era la pressione che il Marchese stava esercitando su quella crepa maledetta, che le dita scivolarono, il braccio andò lungo parallelo al pavimento urtando una credenza del XV secolo.
      Per qualche istante sembro finita lì, ma il legno antico si sgretolo come sabbia, ed innescò un interminabile effetto domino franando sul Marchese.
      La credenza si tirò dietro un armatura, un piedistallo, due quadri e il lampadario di ottone massiccio che molto probabilmente era appartenuto a Napoleone in persona, e tutto questa accozzaglia, violando qualsiasi legge della fisica, convergendo in un unico punto, cadde rovinosamente sul Marchese, uccidendolo sul colpo.
      Il parroco tirò prima una serie di bestemmie da far rabbrividire Satana in persona, poi si catapultò su quell'ammasso artistico cercando di tirar fuori il Marchese. Il sangue sgorgava copioso e il parroco si accorse presto che i sforzi sarebbero stati vani.
      Il Padre sapeva bene cosa fare, e lentamente prese l'ultimo raccoglitore sulla mensola.
      A differenza degli altri, questo non conteneva altro che una lista di nomi, una data e al lato in un riquadro, spiccava la sezione: ultime parole.
      Le date più antiche risalivano a più di un secolo prima.
      Il Padre prese la penna e aggiunse un nome, mentre scriveva la credenza e tutto il resto, si ricomponeva in silenzio risucchiando il sangue versato da Destrione.
      Il Marchese era scomparso.
       
      - Marchese Destrione, 21/12/1902 – Ultime parole: Io sono Cog Lione.
       
      L'arte e la cultura, avevano mietuto un'altra vittima.

    • Nella chiesa di Sant'Agata era custodito un tesoro segreto, che cresceva esponenzialmente da centinaia di anni.
      Il parroco passeggiava nervosamente, avanti e indietro.
      L'ampio soffitto sembrava risucchiare l'aria dal basso, facendo in mondo che sì: qualcosa in quel posto ascendesse sul serio.
      Le ampie e imponenti colonne rinascimentali, ornate da paramenti di dubbio gusto per un posto come quello, più che esaltare la navata, sembravano ricordare che davvero la parte più importante della struttura erano le fondamenta e che per quanto si possa aspirare al cielo, è molto importante guardare in terra – caso mai qualcuno avesse perso qualche moneta, che non fanno in male in questo periodo.
      L'altare, solitario, faceva quello che fanno tutti gli altari, stava lì: immobile.
      Il parroco, infelice e nervoso, faceva quello che sapeva fare meglio: bestemmiare in silenzio.
      Quel giorno infatti aspettava una visita. Gli era stata annunciata giorni prima, dal Vescovo in persona, che ultimamente non aveva nessuna occupazione se non quella di invitare a casa di altri, persone che che a casa loro proprio non ci volevano stare. Questa volta, era il Marchese Destrione, il cui nome si deve attribuire a un grave problema di pronuncia di suo padre Marchillo, che a sua volta lo aveva ereditato dal suo e così via.
      Nonostante questo, resta ancora incomprensibile quale volesse essere in principio il nome scelto dal Marchese padre, cosa del resto trascurabile, poiché bastava spendere due minuti con il Marchese figlio, per capire che l'unico nome che avrebbe soddisfatto la sua natura era un aggettivo di dubbio gusto.
      Il parroco, di cui il nome purtroppo non è dato sapere, era all'apice della più ardua scalata blasfema mai concepita, quando dalla facciata fece il suo ingresso il Marchese, con due uomini al suo seguito.
      Destrione incedeva lento, insicuro. Sembrava che ogni passo fosse una scommessa o comunque, sembrava sempre sul punto di voler tornare indietro, andandosene da dove era entrato.
      Con un profondo respiro il parroco decise di prendere in mano la situazione, e con passo deciso, si incamminò verso l'ospite.
      « È un onore averla qui » disse ad alta voce « Sig. Marchese. Un onore e un privilegio ».
      Il Marchese parve accorgersi di lui solo in quel momento e per poco non ci rimase secco. Erano ormai a pochi metri di distanza quando finalmente parlò.
      « La ringrazio... la ringrazio » disse infine, la lingua era impastata e le parole quasi incomprensibili. « Il punto è che io in effetti non so... ecco... quello che ci faccio qui ».
      « Non si preoccupi Marchese, non lo sa nessuno » rispose il parroco. « Di solito le persone entrano per il fresco, nei mesi estivi, sì. In questo periodo dell'anno però, visto che siamo vicini alle festività natalizie, di solito si viene qui per confrontare i vestiti, tuttalpiù ».
      « Povero me » esclamò il Marchese, nei cui occhi si proiettò puro terrore « non sapevo di questa... comparazione vestiaria. Sono... desolato... desolato per il mio abbigliamento ».
      « Sig. Marchese lei scherza » ribatté il parroco « mai vidi in vita mia un abbigliamento tanto giusto per questo luogo. La ricchezza dei suoi gioielli è perfettamente in linea non solo con gli insegnamenti di Nostro Signore Gesù Cristo, ma incredibilmente in tono con le ultime circolari a proposito dell'ostentazione ».
      « Molto bene allora » sussurrò appena Destrione « ma mi permetta di scusarmi a nome dei miei sottoposti » e con la mano indicò senza neanche girarsi i due poveri diavoli alle sue spalle.
      Entrambi erano vuoti. Non vuoti come un bicchiere vuoto però. Vuoti come un bicchiere appena svuotato, è diverso: è più vuoto così.
      « Signori », esclamò il parroco, agitando platealmente le braccia in segno di benvenuto « il vostro abbigliamento non ha niente da invidiare a quello di nessuno. In questo luogo, le persone si vestono di quello che possiedono, nulla di più, nulla di meno ».
      Persino il parroco, maestro in dialoghi senza senso, addestrato all'antica arte della retorica, si rese conto di quanto contraddittoria apparisse la sua ultima dichiarazione. L'esperienza però ebbe la meglio. Solo un pivello avrebbe cercato di rimediare. Ma lui era un campione e fece quello che solo i fuori classe sanno fare: un bel sorriso. È strano ma, molto spesso. le persone quando non capiscono qualcosa - soprattutto quelle più povere di spirito - credono sempre di essere loro a non aver capito.
      « Andate adesso, aspettatemi fuori » disse il Marchese, questa volta il suo tono era deciso, sprezzante, odioso.
      I due, senza neanche salutare il parroco, si avviarono all'uscita.
      « Nostra Eccellenza il Vescovo mi ha informato del suo interesse per i dipinti religiosi » cominciò il parroco.
      « Ebbene sì Padre, mi diletto d'arte. Mi reputo un fine osservatore e un critico severo ».
      « Ma allora non c'è tempo da perdere » esclamò il parroco producendosi in un teatrale movimento di braccia « le faccio strada ».
      I due si incamminarono lungo un ripida scala che sembrava non finire mai, sprofondando nelle viscere stesse della terra.
      La cripta si apriva tetra e opprimente, come un ricordo di tempo mai vissuto. Le pareti di pietra e la quasi totale mancanza di luce amplificavano quel senso di oppressione, rendendo la permanenza quasi insopportabile.
      « Non si preoccupi Marchese » rassicurò il parroco « la stanza principale è molto più spaziosa di questa, mi segua ».
      Superato un piccolo cancelletto di ferro battuto, dietro l'angolo, si nascondeva un vero e proprio tesoro. L'ampia sala era illuminata da una fitta ed intricata serpentina di luci al neon, ed era vasta tanto quanto la chiesa stessa al piano di sopra.
      Sculture, dipinti, mosaici, pergamene, armature, libri più antichi della scrittura stessa, danzavano in un'orgia estatica di esplosione artistica.
      Il parroco aveva passato anni a catalogare con cura ogni singolo pezzo di quella galleria sotterranea, innumerevoli notti insonni seduto alla piccola scrivania posizionata sulla parete corta della sala, alle cui spalle spiccavano, su di una mensola, una cinquantina di raccoglitori ben ordinati.

    • Gazzetta delle Orobie, 6/12/2012: "NOTIZIE ANCORA INCERTE SUL CRIMINE DEL PARCO"
      In attesa della promessa conferenza stampa da parte della Procura della Repubblica e della Questura locali, non possiamo ancora fornire notizie ufficiali riguardo a quanto accaduto nel Parco Suardi la notte tra martedì e mercoledì scorso. Si rincorrono voci così orribili che non ce la sentiamo di riferirle, per non alimentare la preoccupazione diffusa in città. Un provvedimento come quello adottato dalle autorità inquirenti,  la chiusura per sequestro giudiziario del più importante parco cittadino non ha precedenti. Quanti si trovino a passare per i marciapiedi di via Cesare Battisti e via San Giovanni , che ne costeggiano la cancellata, sono immediatamente attratti dalla recinzione in lamiera che nasconde alla vista il luogo dove, vicino a un grande albero d'olmo, nella prima mattinata di ieri è stato ritrovato il corpo della vittima, la signorina Chiara Mazzoleni. E' certo che, per tutta la scorsa giornata, esperti di polizia scientifica abbiano continuato a recarsi sul posto per completare i rilievi. E' anche confermato, purtroppo, che la madre della vittima, recatasi all'obitorio per riconoscere il corpo, abbia avuto un grave malore , che ne ha richiesto il ricovero urgente. Questa notizia ha più di tutto ha suscitato sgomento nella cittadinanza, scatenando illazioni incontrollabili sullo stato del cadavere. Ovviamente nulla si sa sul possibile autore e sui moventi del delitto, anche se tutto lascia pensare all'azione di un folle squilibrato. La vittima era una graziosa, brillante studentessa universitaria che conduceva una vita normale. Secondo le testimonianze la sventurata ragazza era solita uscire tutte le sere passeggiando per il parco con il suo cagnolino. Pare, dettaglio  assai inquietante, che la bestiola abbia trovato la morte assieme alla padrona, perché l'assassino ha voluto impedirgli di richiamare l'attenzione coi suoi latrati mentre l'omicidio veniva perpetrato.
       
      Dalmine,13/12/2012, 8.15,uscita della A4: DAL VOSTRO INVIATO DI ANTENNA OROBICA
      "Un saluto da Ersilio Tiraboschi, gentili telespettatori. Vi parlo dalla fermata dell'autobus lungo l'autostrada vicino all'uscita di Dalmine. Come potete vedere dalla panoramica del nostro operatore , nonostante  il mattino presto e il freddo pungente, lo svincolo che porta al casello è chiuso da barriere in entrambe le direzioni, e occupato da un   insolito assembramento di auto. Si vedono numerosi mezzi della polizia, e, ahimè, un veicolo per trasporto cadaveri. C'è grande movimento su quella collinetta là, al limitare del parcheggio dietro il gard-rail. Distinguiamo, in mezzo ad una folla di poliziotti, sanitari e agenti della scientifica, due figure note in città: il Commissario Elio Colani e il Sostituto Procuratore della Repubblica Flavio Senzali. Secondo indiscrezioni sarebbe stato ritrovato un cadavere ridotto in condizioni pietose, non giustificabili con la permanenza all'addiaccio per un'intera notte in balia degli animali selvatici. Prego il collega di inquadrare  il cavalcavia sulla sinistra, anch'esso interdetto al traffico. Si dice che il primo ad accorgersi dell'orribile spettacolo, stamattina all'alba, sia stato un automobilista che passava di lì. Ne avrebbe ricevuto un tale shock da rischiare di  uscire di strada... E' inevitabile, cari telespettatori, pur in assenza di conferme ufficiali, collegare questo fatto con il recente delitto del Parco Suardi... Purtroppo dobbiamo interrompere il collegamento: sta avvicinandosi un poliziotto che ci fa segno di spegnere la telecamera... Passo la linea allo studio. A risentirci!"
       
      La Gazzetta dello Sport 17/12/2012: " IN LUTTO DOMANI ATALANTA E ALBINOLEFFE"
      E' confermato ufficialmente: le squadre dell'Atalanta e dell'AlbinoLeffe, impegnate domani sera nel derby cittadino, scenderanno in campo con la fascia nera al braccio per commemorare la giovane Gioia Pelattieri, trovata morta nei giorni scorsi, nelle tragiche circostanze che tutti conoscono, ai piedi del muro di cinta dello Stadio Atleti Azzurri d'Italia, ex "Brumana". La Federazione calcistica ha disposto che, prima dell'inizio dell'incontro, venga rispettato un minuto di silenzio. Esprimiamo il nostro consenso per l'iniziativa. Ricordiamo al pubblico il dovere di comportarsi con calma e compostezza, e attenersi alle speciali misure di sicurezza adottate in relazione al delitto, commesso dalla medesima mano assassina che ha colpito al Parco Suardi e al Casello Autostradale di Bergamo.
       
      Il Giornale di Bergamo, 27/12/2012, "INCUBO SENZA FINE"
      Il Natale è una festa molto sentita nella nostra città. Per scelta editoriale, rievocando essa un evento gioioso come la venuta su questa terra di Nostro Signore, in questo periodo dedichiamo un'attenzione molto sfumata ad avvenimenti tristi e drammatici. Purtroppo quest'anno siamo costretti a venir meno alla regola. Tutta la prima pagina dal giornale è occupata da notizie sul delitto (quarto nel corrente mese!) commesso dal mostruoso serial killer soprannominato "Bart lo stupratore" nella notte tra Natale e Santo Stefano. Tutti ci chiediamo con sgomento quando questo incubo finirà, e comincia a serpeggiare un profondo pessimismo. Finora "Bart" colpiva all'aperto e, malgrado il mistero su come riuscisse ad avvicinare le sue vittime, ciò consentiva alle giovani bergamasche, aumentando le precauzioni quando si trovavano fuori casa, di poter ragionevolmente sfuggire alla minaccia. Ma la signorina Palazzi è stata trucidata nel suo appartamento dopo aver aperto all' assassino. Quale futuro ci aspetta? Gli investigatori dichiarano di essere sulla buona strada per catturare "Bart", ma la sensazione è di trovarsi di fronte a un individuo con capacità così diaboliche da rasentare il soprannaturale…

    • Quando giunsero sul posto, il suo corpo era gonfio come se qualcuno ci avesse soffiato dentro per un’ora buona, e immobile quanto un pezzo di legno lasciato galleggiare sul pelo dell’acqua, trasportato dalla corrente, si potrebbe dire.
      Di fatto in quel laghetto artificiale mezzo sepolto dai campi di granturco e dimenticato da tutti, o quasi, non c’è neppure l’ombra della corrente. Al massimo, quando tira un po’ di vento, una brezza leggera rotola giù dalle montagne laggiù (d’estate è piacevole percepirla sui peli delle braccia), e copre di rughe la superficie dell’acqua, come il volto perplesso di un vecchio, e sembra ci siano delle minuscole onde a percorrerlo.
      È pura illusione, però.
      Quel laghetto, appena fuori Vische, frequentato perlopiù da zanzare grosse quanto una mano d’uomo, sta morendo, lentamente, ma lo sta facendo. Senza ombra di dubbio si sta prosciugando.
      Proprio come quella ragazza poggiata sulla sua sponda fangosa, simile ad un bel pescione lasciato agonizzare dopo averlo trascinato, non senza fatica, a riva. Qui riceverà il colpo di grazia, quello definitivo che lo farà smettere di dimenarsi a destra e a manca. È normale faccia così, perché lui non ci sta, non ha proprio nessuna voglia di morire in quel modo stupido e privo di dignità, appeso all’amo di Giovanni, pescatore della domenica, deciso a portare qualcosa con sé, quando tornerà a casa, una qualsiasi cosa, purché sua moglie, Maria, non possa lamentarsi.
      Quell’uomo, con indosso degli enormi pantaloni verdi e un giubbotto ricco di saccocce di cui non sa bene che farci, deve portare a casa la cena. Cosa di fatto non necessaria (il frigorifero è pieno zeppo di roba), ma utile a dimostrare che il tempo passato fuori non è andato sprecato, è servito a prendere quel pesce, un piccolo, innocente e neanche troppo prelibato pescetto (un pesce gatto pieno di lische, una trota ingenua o una carpa non ancora cresciuta, Giovanni non sa distinguere l’uno dall’altro) con il quale potersi gloriare di fronte al muso duro di quella donna, esasperata dal modo di comportarsi del marito.
      Ma questa è un’altra storia.
      Fatto sta che il bisogno di tornare vittoriosi dalla guerra ha spinto quella povera anima (il pescatore dallo sguardo perso che, senza alcun voglia, ha retto in mano una canna da pesca per tutto), a recarsi nell’unico posto nei dintorni in cui poter incontrare un’anima più povera della sua (quel pesce), e a gettare il galleggiante ad appena qualche metro dalla riva paludosa, praticamente al centro del lago. È questo il motivo per il quale quell’uomo in pena si trova lì, pronto ad accoppare il suo bottino (a quell’ora del giorno neanche ci sperava più di riuscire a prendere qualcosa), che ancora si dimena tra l’erba bagnaticcia di sudore, il suo non quello del pesce, sfinito da quella lotta impari e da un pomeriggio infruttuoso.
      È felice l’uomo (non il pesce, sta morendo lui), al punto di concedersi un bel sorriso.
      Piega gli angoli della bocca all’insù e spinge fuori i denti in quello che gli pare un bel modo di farlo, di sorridere, e aspetta. Aspetta una reazione del suo corpo fiaccato dalla vita faccia, vorrebbe un bel sorriso anche da parte sua, vorrebbe mostrasse anche solo un pelino di felicità. Niente.
      L’analogia tra la il pesce e la ragazza si conclude qui perché a quest’ora il primo è già belle che morto (il pescatore, dopo essersi ricomposto dal suo goffo tentativo di stare su con la vita, come suggerisce sempre di fare sua moglie, ha afferrato un pezzo di legno bello tozzo e ha cominciato a colpirlo sulla testa fino a sentire il fatidico crac), mentre la seconda sembra avere ancora qualche speranza.
      È quello di cui si convince il pescatore soffiando dentro il suo corpo (da almeno mezz’ora) e schiacciando il suo petto, proprio come gli ha suggerito di fare l’uomo all’altro capo del telefono, quando ha chiamato il 118.
      Ecco perché quel corpo, quasi del tutto nudo, fatta eccezione per un paio di mutandine zebrate mezze consumate, si sta gonfiando.
      Qui sorge un’ulteriore problema perché le manovre messe in atto dall’uomo non sono proprio accurate come vorrebbe, ma in fondo non lo sono stati neppure i colpi sferrati sulla testa scivolosa di quel pesce, che a forza di agitarsi lo ha costretto a scagliare delle bastonate a casaccio, giungendo sì al famigerato crac, ma spargendo anche goccioloni di sangue grumoso tutt’intorno.
      Giovanni sta facendo del suo meglio.
      Vuole salvare quella ragazza, ma non si è mai trovato in una situazione simile. A lui al massimo è capitato di uccidere (qualche pesce e nient’altro, sia chiaro), non di essere chiamato a restituire la vita a qualcuno. Non si sente a sua agio con quella cosa. Gli sembra prossima all’idea della risurrezione, un argomento di cui ne sa davvero pochissimo, sua moglie è più ferrata.
      Se la sente di provare a rianimarla? Gli ha domandato la voce al telefono.
      Ovvio che no, come potrebbe? Ma cos’altro può fare (pensa anche)?
      Osserva di nuovo il corpo. Pare addormentato. Pensa, peggio di così le cose non possono andare.
      Come faccio? Domanda Giovanni e, sfilandosi il giubbotto ingombrante e abbassandosi le bretelle dei pantaloni che gli limitano i movimenti, si inginocchia a lato della ragazza e comincia a fare quel che c’è da fare.
      È giovane quella ragazza, un po’ più vecchia del pesce accanto a lei con la testa fracassata, ma senza dubbio giovane. Indossa una parrucca biondo cenere che le copre solo metà della testa. L’altra metà è scura, quasi nera. La sua pelle, per quanto tutta tesa e sul punto di lacerarsi, sembra curata. Ha il corpo da modella, anche se sua moglie non lo direbbe mai di una ragazza così, troppo volgare, direbbe. Gli occhi sono screziati di verde acido e appena arrossati. Nell’ombelico si è raccolta parecchia acqua e anche un’alga, segno che quella pozza sta proprio morendo.  
      Bene, continui finché ce la fa… le ho già inviato un’ambulanza. Pochi minuti e sarà lì, si sente dire Giovanni dal microfono del cellulare, poggiato a terra tra l’erba.
      Lui soffia e schiaccia, soffia e schiaccia, soffia e schiaccia, alternando i due gesti senza alcuna consapevolezza del loro significato, ma non succede un granché. Quel corpo è più rigido di quello del pesce, che con calma si sta dissanguando. Le branchie stanno colando.
      Perché capitano tutte e me? Si domanda.
      Era così giovane, si dirà tra qualche ora in paese. Io so chi era! dirà qualcuno. Anch’io lo so, dirà qualcun altro. Era una puttana, interverrà una donna. Sì, ma voleva fare la modella, dirà di rimando un uomo. Conciata com’era poteva solo fare la zoccola, ribatterà Maria, decisa a tenere il punto. Si chiamava Ana… ci ho parlato una volta… al bar di Gio, interverrà un ragazzo, con voce spezzata. Era lì che adescava i clienti, dirà una donna (non quella di prima) apparsa accanto a Maria. Era parecchio bevuta, dirà ancora Matteo (quel ragazzo), abbassando lo sguardo sul suo negroni. Non era neppure italiana, preciserà Teresa (la seconda signora). È per colpa di gente così che il mondo ha smesso di andare nella giusta direzione, interverrà Maria. Diceva di voler fare la modella, così diceva, dirà ancora Matteo, giocherellando con il ghiaccio mezzo sciolto sul fondo del bicchiere. Bella era bella, si permetterà di commentare Carlo (il primo uomo ad aver parlato), mentre tutti gli sguardi gli cadranno addosso come mosche ammattite dal caldo precipitate su una grossa merda. Altri uomini (arrivati al bar di Gio durante le prime fasi della conversazione), mostreranno un cenno di sorriso sui loro volti al pensiero che Ana era proprio un gran pezzo di ragazza, tutta gambe e un seno grosso così, ricorderanno tutti. Non basta essere bella per fare la modella, dirà Maria, Ci vuole anche classe, portamento, eleganza, preciserà sempre lei qualche secondo dopo, ringalluzzita da Teresa al suo fianco, pronta a sostenerla. Diceva che gli mancava tanto così per avere i soldi e andarsene da qui. Per andare in città… a Milano, riprenderà a dire Matteo, con appena un filo di voce. È lì il suo posto… per strada, interverrà di nuovo la signora più grassoccia (Maria), Non qui in mezzo alla brava gente, dirà infine. A questo punto gli uomini non diranno più nulla (Carlo, una volta ci è andato con Ana. Povera ragazza, aveva proprio bisogno di soldi. Le ha dato cinque euro in più del pattuito. Anche Renato ci è stato, per darle una mano, sia chiaro. Era appena arrivata in Italia, così aveva detto lei, ma era stata truffata, e adesso batteva per poter restituire il prestito. La storia più vecchia del mondo, aveva riferito lui a Carlo, quella stessa sera al bar di Gio. A quella gente piace fare quello che fa, sennò non lo farebbe (questo, però, l’ha solo pensato tra sé e sé). Luca non ci è mai andato, ma avrebbe voluto farlo, eccome se avrebbe voluto. Era così bella Ana, e anche gentile. Gli sorrideva sempre quando lo incrociava per strada. Aveva sempre l’aria malinconica però, a pensarci meglio. Un giorno le ha dato comunque dieci euro, senza pretendere niente in cambio. Stava bevendo davvero tanto, dirà ancora Matteo, senza badar troppo ai commenti di Maria. Quella è solo una vecchia inacidita dal tempo. Si sarà fatta almeno tre negroni e un bianchetto. Non la smetteva più, dirà Matteo. Che schifo, aggiungerà Teresa, quasi aggrappata alla sottana di Maria. Si è anche messa a piangere ad un certo punto, seguiterà a dire Matteo. Renato penserà che lo aveva fatto anche con lui. Si era messa a frignare a più non posso non appena finito. Le aveva allungato dei soldi in più per farla smettere. Poi si è alzata (parole di Matteo). Barcollava tutta. Non si reggeva quasi in piedi. È andata di là, dirà standosene seduto, indicando il laghetto Paradiso, mentre il sole starà sgocciolando gli ultimi resti di luce sul campanile della chiesa, poco più in là. Avremmo dovuto denunciarla, quella zozzona, dirà Maria, senza più nessuno ad ascoltarla, tranne Teresa.
       
      Tutti escono dal bar, attirati dal suono di una sirena. La polizia forse, o un’ambulanza, chi può dirlo. Non è passata per quella strada, ma da fuori, dalla circonvallazione. Chissà dove sta andando? Vische è piena di cascine sparse in campagna. Se non sei del posto neppure sai che esistono.
      Matteo guarda in direzione del laghetto.     
      Un’altra questione da chiarire riguarda l’incapacità mostrata dal corpo di Giovanni a sottomettersi ad un istante di gioia (dopo aver sentito la canna da pesca irrigidirsi sotto il peso di una vita acquatica rimasta appesa al suo galleggiante, e dopo aver constato, attraverso gli occhi quasi grigi, una volta erano azzurri, che proprio di un pesce si trattava), restio oltre ogni modo a piegarsi ad appena qualche frammento di tempo sottratto all’infelicità nella quale sguazza tutti i santi giorni da almeno dieci anni a questa parte.
      Non sopporta più sua moglie, ma è troppo vecchio per cercarsene un’altra.
      La spiegazione in realtà, non è quella. Quando lo sguardo dell’uomo si è alzato dal pesce appena trascinato a riva, è rimasto per un attimo stordito da quella poltiglia di sole che tra poco più di un paio d’ore andrà a morire appena al di là della collina di Candia, e subito dopo si è abbattuto su una sagoma scura, un pezzo di legno forse, un animale (possibile) a bagno nell’acqua. La sua vista non è più quella di una volta.
      Quella è un essere umano, sta galleggiando, e non sta facendo il morto in mezzo al lago per abbronzarsi un po’. E quando Giovanni lo capisce, quando i suoi occhi mettono a fuoco la situazione, il suo cuore prende il controllo sulla mente, mostrandole come non ci sia proprio un bel niente per cui stare allegri.
      È stanco morto Giovanni, di soffiare e schiacciare. Vorrebbe fermarsi. Gli sembra tutto inutile. Dalla bocca della ragazza è uscito pure del vomito, odoroso d’alcol. Per poco non lo fa svenire. Una puzza tremenda.
      Proprio mentre sta per gettare la spugna sente una sirena in lontananza, l’ambulanza di certo. Non troveranno mai il posto. È troppo nascosto, pensa.
      Sento l’ambulanza, dice al telefono, gli vado incontro.
      No no, continui a rianimare la ragazza, dice subito l’altra voce, ma è troppo tardi. Giovanni si è già alzato, abbandonando i due corpi (quello della ragazza e del pesce).
      A questo punto lasciamo per un attimo il pescatore e torniamo al pesce e alla ragazza. È vero, ho mentito. L’analogia prosegue.
      Immaginatevi la faccia del pesce.
      Proprio non voleva stare fermo e morire con un colpo secco sulla testa. Era disposto a soffrire pur di convincere l’uomo con il bastone nelle mani a posare quel coso e rigettarlo in acqua. Non può far altro che sbattere la coda e piegare la testa a destra e a sinistra, in una sorta di No, No, ti supplico. Mica parla un pesce. Gli occhi di Giovanni sono percorsi di bontà, questo lo capisce il pesce, e proprio su quel sentimento cerca di far leva per ottenere la grazia.
      Maria non lo guarda nemmeno più in faccia. Non sa cosa racchiude nei suoi occhi il marito.
      Adesso immaginatevi il volto di Ana, morta affogata piuttosto di fare la modella.
      Lei non ha voluto sapere di riprendersi, si è rassegnata al suo destino, non proprio quello che aveva immaginato un anno prima, quand’era arrivata in quel paesino piemontese, ma pur sempre il suo destino. Non si è dimenata, non ha protestato, non ha mostrato segni di volere andare oltre. A lei andava bene così. Non ha chiesto lei a Giovanni di starle accanto e cercare di salvarla. È andata lì sola, e sola voleva morire. Senza recare alcun disturbo a nessuno.
      Immaginate ancora il volto di Maria.
      Qualche ora dopo i fatti esposti (quando il corpo di Ana sarà già stato rimosso) verrà convocata dai carabinieri del comando di Strambino per alcuni chiarimenti. Dove diavolo si è cacciato Giovanni? penserà mentre guida, Mai che si faccia vedere quando serve. Quando l’aveva sposato non si comportava così, proprio no, era sempre al suo fianco.
      Ma questa è un’altra storia.
      E immaginate ancora la sua faccia quando vede il marito chiuso in una stanza, insieme al maresciallo. Cosa ci fa lì? Pensa, Cos’ha combinato?
      Immaginate infine il suo volto alla notizia che Giovanni, mezz’ora prima, è stato pescato sul luogo di un delitto, un laghetto di pesca abbandonato poco fuori Vische, mezzo svestito, sporco di sangue, in chiaro stato confusionale, forse ubriaco. Nello specifico si tratta del corpo di una ragazza di ventisei anni, una certa Ana Cescu, anch’essa completamente nuda e imbrattata di sangue. Maria si lascerà cadere su una sedia e penserà, Perché era lì? Cosa diavolo ci faceva lì? A lui non piace neppure pescare.
      Ve l’immaginate?

    • Ho ancora paura… so che è tutto finito, che quelle fottute cose non toccheranno mai più la mia testa… ma ho paura… ho ancora tanta paura. La scossa... quella non se ne andrà mai... la scossa... fa ancora male la scossa... fa sempre male la scossa… 
      Avevo 14 anni… ero ancora una bambina… ero finita lì solo perché non c’era nessuno che potesse prendersi cura di me dopo che la mia mamma era morta…
      Ero triste… e mi portarono in ospedale… "Depressione… mandiamola al Manicomio"… Allora andava così.
      "Devi subire il trattamento" diceva il dottore, "è l’unica soluzione e poi starai bene per sempre… un paio di sedute, tre al massimo e ti mandiamo al padiglione delle lavoratrici a tessere… vedrai… non te ne accorgerai nemmeno…"
      Ogni venerdì di ogni maledetta settimana per diciotto lunghissimi mesi... alle 10 in punto, in due mi prendevano dalla sorveglianza, mi accompagnavano nella saletta d’attesa e chiudevano le porte alle mie spalle... entravo, che scelta avevo? 
      Mi mettevo in fila e come un corpo privato della sua volontà stavo in attesa del mio turno. Le facce cambiavano raramente... eravamo sempre noi... sempre noi... sempre noi...
      Quando toccava a me, l’infermiere usciva dalla camerata, mi faceva entrare, mi faceva stendere nel lettino vuoto, poi prendeva il carrello con la macchina e… 
      La prima volta provai a prendere il giro il dottore. Avevo sentito che chi stava male non poteva subire il trattamento e così ci provai… dissi che mi faceva male il petto. L’uomo col camice bianco si fermò di botto, quasi preoccupato di non poter continuare la sua opera, mi poggiò quel coso freddo nel cuore e con il suo sorriso compiaciuto disse alla suora che era tutto a posto… che per fortuna potevano procedere…. "ci provano ogni tanto" rispose lei.
      Quella volta piansi e gridai con quanta voce avevo in corpo...
      Ero una bambina e volevo solo la mia mamma... ma la mia mamma non c’era più a proteggermi.
      E allora gli infermieri mi bloccavano mani e piedi a letto, la suora mi ficcava in gola quella maledetta cosa di gomma che doveva servire a proteggermi, ma che a me toglieva solo il respiro, poi chiedeva al dottore “Pronto?” e lui rispondeva “Pronto!”.
      Poi la scossa... poi il buio... poi il silenzio…
      Dopo ore mi svegliavo con buona parte del mio corpo ancora addormentata, Incapace  di vedere, di sentire, di parlare… completamente annullata dalla loro scienza, incapace di ricordare cosa fosse successo o chi o dove io fossi.
      Quando ero fortunata al mio risveglio non ero sola, trovavo un’infermiera a spiegarmi  che avevo subito di nuovo il “trattamento”. Ma ogni tanto andava male, mi risvegliavo in una camera vuota e iniziavo a vagare per il padiglione come un fantasma invisibile in un mondo di ombre.
      Dopo un po’ i miei occhi riprendevano a funzionare e la mia mente ricominciava a dare un nome alle cose, mi ci volevano ore per ricominciare a parlare e ogni tanto la notte riuscivo anche a dormire. Allora andava così!
       
       

    • Isola di Capri, 23 aprile 1908.
       
      Dalla terrazza della bellissima “Villa Blesus” in cui vive da tempo con la sua amata compagna, Maria Fedorovna Andreeva, il famoso scrittore russo Maxim Gorkij osserva lo splendido panorama che si apre al suo sguardo e poi il tratto di mare da cui, tra qualche ora, dovrebbe sbarcare un ospite illustre, un caro amico.
       
      Da quando soggiorna nel buen retiro di Capri, non è la prima volta che Gorkij ospita amici provenienti dalla Russia o da quei paesi europei in cui, molti di loro, in quanto rivoluzionari, si sono rifugiati per sfuggire alle persecuzioni zariste e alla longa manus dell’Ohrana, la temibile polizia segreta al servizio dello zar Nicola II. Ma stavolta l’ospite che sta per arrivare è di quelli speciali. Il suo nome è Vladimir Il'ič Ul'janov, meglio conosciuto come “Lenin”, (38 anni).
       
      È stato proprio Volodja - come Vladimir viene affettuosamente chiamato dalla ristretta cerchia degli intimi - a chiedere all’amico Maxim di ospitarlo: negli ultimi tempi l’aria di Ginevra, la città nella quale si è rifugiato insieme alla moglie Nadja Krupskaja, è diventata irrespirabile, a causa della costante presenza degli agenti russi sguinzagliati dallo zar per dargli la caccia.
       
      Gorkij, che conosce molto bene il carattere chiuso, spigoloso, a tratti noioso, di Lenin, commentando il suo arrivo con Aleksandr Aleksandrovič Bogdanov, (pseudonimo di  Aleksandr Malinovskij, un altro rivoluzionario marxista, medico di professione, capo della nutrita colonia di rivoluzionari russi presenti a Capri), si augura che il soggiorno caprese di Volodja appiani le antiche divergenze esistenti tra i due. Del resto, uno dei motivi che hanno spinto Maxim a rispondere positivamente alla richiesta di Lenin è stato proprio quello di farlo incontrare con Aleksandr Bogdanov per un chiarimento definitivo.
      Chi invece è entusiasta dell’arrivo di Lenin è Maria, la compagna dello scrittore, grande amica e dichiarata ammiratrice del rivoluzionario. Ed è proprio Maria ad assumersi il compito di preparare una degna accoglienza per il “caro Volodja”. Gli mette a disposizione la migliore stanza della villa e riempie la credenza di cibo, certa che la bellezza e il clima di Capri faranno il resto. Nonostante Maxim le abbia raccomandato di tenere la bocca chiusa per evidenti ragioni inerenti alla sicurezza personale di Lenin, Maria ha in pratica spifferato tutto alle amiche - per lo più esponenti della nobiltà e dell’intellighenzia napoletana - da poco trasferitesi sull’isola con servitù al seguito per trascorrervi l’imminente e lunga stagione estiva.
       
      Quando Lenin (un uomo piccolo, calvo, ma dallo sguardo pungente) sbarca a Marina Grande dal vaporetto proveniente da Napoli, ad accoglierlo oltre ai coniugi Gorkij c’è anche Bogdanov. Alla vista di Aleksandr, sulle prime Lenin non nasconde la propria irritazione ma poi, con un gesto che spiazza tutti, si avvicina all’amico-nemico e lo abbraccia sancendo una momentanea tregua.
       
      Fin da subito i Gorkij si dimostrano dei perfetti padroni di casa. Sapendo che Lenin è ghiotto di  spaghetti col pomodoro, gli fanno trovare una fiamminga stracolma di “maccaruni” ben conditi, seguita da altre leccornie del posto. La tavola, riccamente imbandita, è stata sistemata nel terrazzo della villa. Oltre ai Gorkij e a Bogdanov, ad accogliere Lenin ci sono alcuni notabili capresi accompagnati dalle mogli e un paio di amiche di Maria.
       
      Dopo pranzo, sollecitato dalle domande di Maxim, Lenin racconta la sua vita di esule politico e gli avventurosi soggiorni nelle maggiori capitali europee dove, per sfuggire alle grinfie della polizia zarista, è stato costretto di volta in volta a usare identità fittizie. Il rivoluzionario è indubbiamente un uomo affascinante e carismatico, capace di catturare l’attenzione di chi lo ascolta. Ma d’un tratto, mentre stanno prendendo il caffè, sulla soglia della terrazza appare Candida, la giovane cameriera dei Gorkij. La ragazza, pallida in volto, comunica allo scrittore che alla porta di casa c’è la polizia che chiede del signor Lenin. Volodja trasale mentre Gorkij, Maria, Bogdanov e gli altri ospiti presenti restano stranamente calmi. Lenin, però, appare sempre più preoccupato. Suda e si agita, guardandosi intorno come se cercasse una via di fuga. Ancora un istante e i due poliziotti irrompono sulla terrazza proprio mentre i coniugi Gorkij e i loro ospiti, scoppiano a ridere, rivelando all’amico di avergli fatto uno scherzo: i poliziotti, infatti, altri non sono che due capresi amici di “don Massimo”. 
       
      Il giorno dopo a Capri sbarca un vero poliziotto russo: è Ivan Protoski, (30 anni) un ufficiale dell’Ohrana che da qualche anno insegue Lenin per tutta l’Europa cercando in momento giusto per catturarlo. A differenza di Lenin, che fisicamente non può ritenersi un Adone, Protoski è un trentenne bello, biondo, aitante e con due gelidi occhi azzurri. L’agente segreto scende al “Quisisana” spacciandosi per un uomo d’affari francese e allo scopo di rendere più veritiera la propria recita si presenta in compagnia di Valerie De Rodinot, (26 anni), una bella ragazza nata a Parigi da padre francese e madre russa. Anche Valerie è un’agente dell’Ohrana. Elargendo laute mance, Protoski si conquista subito le simpatie del personale creandosi una rete di inconsapevoli fiancheggiatori che al momento opportuno potranno risultare molto utili.
       
      Lenin non conosce fisicamente Protoski e, ignaro della sua presenza nell’isola, nei giorni che seguono si riposa, dedicando molte ore alla lettura, intervallata da lunghe passeggiate con i Gorkij, che lo aiutano a scoprire le innumerevoli bellezze di quel luogo magico. Soddisfatta la mente, anche lo stomaco di Lenin ha modo di gratificarsi grazie a grandi mangiate di pesce appena pescato.  Ma Lenin non è a Capri solo per riposarsi dalle fatiche della rivoluzione; lo scopo principale del viaggio è la necessità di un chiarimento politico con Bogdanov, accusato di apostasia, revisionismo e quant’altro. In subordine, Volodja intende far “rinsavire” Gorkij - verso cui nutre una sincera amicizia - che ultimamente si è avvicinato molto alle posizioni politiche espresse da Bogdanov.
      Oltre che dirigente rivoluzionario, Bogdanov è un influente intellettuale, filosofo esegeta dell’opera di Marx, economista, medico e ricercatore, nonché romanziere e polemista. Si deve a lui la prima traduzione in lingua russa del "Capitale". Negli ultimi tempi l’uomo si è attestato su posizioni socialdemocratiche ed è un cambiamento che Lenin e la fazione da lui guidata si rifiutano di accettare.
      Una sera durante una cena a “Villa Blesus”, Maria presenta a Lenin, la contessa Domitilla Carrani (25 anni).
      Domitilla è una ragazza bella e colta. Sposata da pochi mesi con il conte Andrea Ponchiali, un banchiere cinquantenne, amico di Giolitti e del re d’Italia, Domitilla fa subito breccia nel cuore del leader bolscevico che le tenta tutte per mascherare il proprio turbamento, senza però riuscirvi. Dopo cena, i due, sorseggiando un liquore, conversano in francese sulla terrazza della villa. Volodja parla di rivoluzione, di proletari, di giustizia sociale, dimentico che di fronte a lei c’è una rappresentante di quella classe sociale che, grazie al ricorso della violenza, vorrebbe cancellare dalla faccia della terra. La giovane contessa l’ascolta rapita, palesemente attratta dall’indubbio carisma e dai modi franchi e diretti del rivoluzionario russo. A tarda sera, al momento di lasciarsi, Domitilla confida a Lenin che il marito in quei giorni è a Roma per affari: è un modo elegante ma anche esplicito per dichiarare la propria disponibilità. Benché sorpreso, Lenin afferra al volo il messaggio.
       
      Il giorno dopo, con il preciso intento di far riavvicinare i due nemici, Gorkij organizza una partita a scacchi nella terrazza della villa. Lenin è un abile giocatore ma Bogdavov non è da meno, tanto che d’un tratto, Volodja che non ama assolutamente perdere, intuendo di trovarsi sotto scacco matto, s’inventa una scusa per interrompere la partita. Bogdanov non ci sta: scatta la lite che subito si sposta sul piano politico-ideologico, nonostante Gorkij tenti in tutti i modi di mettere pace tra i due. Fortunatamente, l’arrivo di Candida che consegna a Lenin un biglietto di Domitilla riesce a placare gli animi. Lenin legge il biglietto contenente l’invito per un tè e sorride.
       
      Mentre Lenin si prepara al “rendez-vous” con la bella contessina, Protoski elabora un piano per avvicinare il pericoloso sovversivo, conquistarne la fiducia e farlo cadere in trappola. Ma per fare ciò ha prima di tutto bisogno di agganciare i coniugi Gorkij entrare nelle loro grazie e farsi invitare a “Villa Blesus”.
       
      Trepidante come un adolescente al suo primo appuntamento amoroso, Lenin si reca nella villa di Domitilla, una splendida costruzione dalla quale è possibile godere di una vista mozzafiato. La tempesta emozionale che ha avvolto il leader bolscevico aumenta in maniera esponenziale non appena, si trova al cospetto di Domitilla, più bella e desiderabile che mai. È chiaro a entrambi che l’incontro serve solo a sancire e dare corpo all’irrefrenabile voglia di fare l’amore che li ha assaliti fin dal primo incontro. Prima, però, bisogna salvare le apparenze e soddisfare la forma. Tè, pasticcini e panorama unico assolvono il compito loro assegnato in maniera perfetta. Poi, con la scusa di mostrare all’ospite la fornita libreria del marito, Domitilla conduce Lenin nel labirinto di stanze e saloni che compongono la villa. Ma i due nemmeno ci arrivano alla biblioteca. I sensi chiamano ed esigono soddisfazione. La stanza da letto di Domitilla è l’approdo più naturale. 
      Quella sera stessa, nella hall del “Quisisana”, il diabolico piano di Protoski scatta. Ed è Valerie, la sua complice a metterlo in  pratica inquadrando nel proprio mirino Sacha Resnikov, (30 anni) un poeta russo amico e sodale politico di Bogdanov. Con una scusa, la ragazza avvicina il giovane e inizia a conversare con lui. A Sacha, da poche settimane a Capri, non sembra vero di poter parlare con una parigina doc visto che il suo sogno segreto è proprio quello di andare a vivere nella capitale francese. Dopo circa mezz’ora, Protoski che ha assistito, non visto, all’abile manovra di aggancio portata avanti dalla ragazza, raggiunge i due. Valerie fa le presentazioni; Sacha appare un tantino deluso ed è costretto a fare buon viso a cattiva sorte. Ma Valerie, che ha subito capito come giostrarselo, approfittando di una momentanea assenza di Ivan, lo tranquillizza facendogli capire che tra lei e Protoski c’è un rapporto libero e scevro da qualsiasi forma di gelosia.
       
      Maxim e Maria portano Lenin a pescare sulla barca del loro abituale fornitore di pesce. Lenin è entusiasta come un bambino. Gennaro, il padrone della barca, gli insegna a pescare con la lenza. Tra una “calata” e l’altra, Maria e Lenin parlano di Domitilla. Volodja confessa all’amica che quella ragazza gli piace veramente tanto. Poi la ringrazia per avergli dato modo di scoprire un sentimento che fino ad allora è rimasto schiacciato sotto il peso preponderante di quel pensiero fisso che risponde al nome di rivoluzione.
      Mentre Lenin e Maria si confidano, a qualche decina di metri di distanza, Protoski, Valerie e Sacha a bordo di un’altra barca di pescatori affittata appositamente da Ivan, si godono la bella giornata di sole. Indicando il gozzo su cui c’è Lenin, Ivan chiede a Sacha se conosce le persone che vi sono a bordo. Il giovane poeta, ignaro dei propositi dell’uomo, non ha alcuna difficoltà a rivelare l’identità dei presenti. Ivan confessa di conoscere Lenin solo attraverso ciò che ha letto sui giornali e di ammirarlo molto. Poi lancia la stoccata finale rivelando che gli piacerebbe molto conoscerlo. Anche Valerie esprime lo stesso desiderio. A questo punto Sacha racconta ai due che l’indomani i Gorkij, il loro ospite e Bogdanov, si recheranno a Napoli in gita.
       
      La mattina dopo, la comitiva, a cui si è aggiunta anche Domitilla, sbarca a Napoli. Dopo una tappa sul Vesuvio, il gruppo visita il centro città e alcuni musei. In uno di questi, Lenin e la contessa, si allontanano con un pretesto e dopo aver trovato un angolo appartato si baciano appassionatamente. Poi, quando tornano in gruppo, trovano i Gorkij e Bogdanov in compagnia di Ivan, Sacha e Valerie. Gorkij presenta Lenin a Ivan e alla ragazza francese. I due agenti dell’Ohrana, esprimono al rivoluzionario tutta la loro ammirazione. La recita è talmente perfetta e credibile che Volodja non sospetta alcunché. La giornata continua in una trattoria di Marechiaro. Poi, dopo un lauto pranzo offerto da Ivan, nel tardo pomeriggio, il gruppo s’imbarca sul traghetto per tornare a Capri.
       
      La sera seguente i Gorkij danno una festa nella loro villa. Oltre alla Capri che conta, tra gli invitati sono presenti anche Ivan e Valerie.
      Nel corso della festa, in più di un’occasione Protoski prova a corteggiare Domitilla, ma la ragazza che ha occhi solo per il rivoluzionario russo, rifiuta le avances dell’uomo. A Ivan, che incassa con eleganza il rifiuto, basta poco per capire che tra Lenin e la giovane nobildonna c’è del tenero. Lo rivela a Valerie e insieme alla ragazza progetta come sfruttare a proprio vantaggio la scoperta del “tallone d’Achille” dell’acerrimo nemico del “suo” zar.
       
      A festa finita, quando anche l’ultimo degli invitati ha lasciato la villa,  Lenin e Gorkij seduti in terrazza si concedono l’ultimo bicchierino di limoncello.  Grazie alle abbondanti libagioni e qualche bicchiere di troppo, Lenin appare insolitamente loquace. Confida all’amico gli effetti di quel piacevole imprevisto che stanno caratterizzando il suo soggiorno sull’isola. Era venuto a Capri solo per riposarsi e risolvere l’importante disputa ideologica che lo vede contrapposto a Bogdanov e invece si ritrova prigioniero del più borghese dei sentimenti e schiavo di una passione che non riesce a governare. Gorkij sorride e tranquillizza l’amico spronandolo a lasciarsi andare e godersi ciò che la vita ha deciso per lui.  Per fare la rivoluzione c’è sempre tempo e se il presente è scritto sulla soffice e profumata pelle di Domitilla che ben venga. Le sincere parole di Maxim alla fine convincono Lenin a mettere momentaneamente da parte la politica e consegnarsi totalmente alle gioie dell’amore. 
       
      La mattina dopo, non appena si sveglia, come primo atto, Lenin, tramite Candida, fa recapitare alla contessa una lettera nella quale le chiede un appuntamento.
      Stavolta il luogo del convegno amoroso è la villa dei Gorkij, che Maxim e Maria hanno debitamente liberato dalla propria presenza per lasciare campo libero all’amico.
      Dopo aver fatto l’amore, Lenin rivela a Domitilla di essere sposato; poi accenna a qualche “senso di colpa” nei confronti di Nadja, ma paradossalmente e in maniera del tutto inaspettata d’un tratto i ruoli s’invertono. Ora è Domitilla a indossare i panni della rivoluzionaria, che lotta per liberarsi dai lacci di una morale vetusta e bigotta e dalle rigide convenzioni con le quali è stata cresciuta ed educata, mentre il grande rivoluzionario, colui che vorrebbe rivoltare il mondo come un calzino continua a mostrare le tipiche paure di chi prima tira il sasso e poi tenta goffamente di nascondere la mano. 
       
      Reduce da una disputa che l’ha visto sconfitto, nei giorni seguenti Lenin appare confuso e visibilmente in crisi. Tenta di scrivere alla moglie ma non vi riesce. Si confida nuovamente con Gorkij poi, non contento, cerca un’altra sponda proprio in Bogdanov. Ma contrariamente a quanto pensi, Lenin, Aleksandr, che nel frattempo aveva già mangiato la foglia, non lo biasima, anzi, così come aveva fatto Maxim, lo incita a “finire ciò che ha iniziato”.
       
      Lenin trascorre diverse notti insonni a tormentarsi, in bilico tra il troncare di netto la relazione don Domitilla e andare via da Capri o continuare fino a che non lascerà l’isola come da programma. Alla fine, però, dopo aver valutato tutte le opzioni possibili, resosi conto che non può fare a meno di quella giovane donna, calda, passionale e intellettualmente libera da qualsiasi sovrastruttura mentale, va a cercarla, presentandosi una mattina, senza preavviso, al cancello di “Villa Ponchiali”.
       
      L’ormai evidente liasion tra Lenin e Domitilla convince Protoski ad accelerare i tempi. Con il supporto di Valerie, Ivan continua a sviluppare il piano teso a incastrare il pericoloso sovversivo. Secondo l’idea di Ivan, lo scandalo che intende far scoppiare a breve costringerà Lenin a lasciare di corsa l’isola. Una volta sbarcato a Napoli ci penseranno i suoi agenti a bloccarlo, arrestarlo e spedirlo in Russia. Quando il diabolico piano è messo a punto in ogni sua componente, Valerie parte alla volta di Roma: la  missione della ragazza consiste nell’agganciare il marito di Domitilla e informarlo che alle sue spalle si sta consumando il più turpe dei tradimenti.
       
      Nel frattempo anche a Capri, ormai, la notizia  della relazione tra Lenin e Domitilla  è diventata di dominio pubblico. Gorkij appare preoccupato, ma Lenin sembra non curarsene e insieme a Domitilla trascorre giornate da sogno, tra escursioni in mare e sulla terra ferma. Ogni luogo per i due amanti è buono per fare l’amore, anche la villa di Tiberio.
       
      Poi, forte del sentimento che ormai nutre per la ragazza, Lenin affronta Bogdanov e il gruppo di rivoluzionari russi residenti a Capri che, a suo dire, si sono allontanati dagl’insegnamenti originari dell’ideologia marxista. Dopo averli aspramente criticati, Lenin impone loro un ultimatum: o rinnegheranno le loro attuali posizioni o saranno dichiarati dei nemici. Al termine di un duro scontro, Bogdanov non cede. Il colto rivoluzionario appare deluso: nemmeno la presenza di Domitilla è riuscita ad addolcire il cuore di pietra di Lenin.
       
      Un paio di giorni dopo il suo arrivo a Roma, Valerie, tramite amici comuni, riesce a entrare in contatto con il conte Ponchiali e rivelargli che in sua assenza, la giovane consorte, se la spassa con il pericoloso sovversivo russo.
      Il nobiluomo, ex ufficiale di cavalleria, si precipita a Capri deciso a sfidare a duello Lenin, ma prima di lavare l’onore con il sangue affronta la moglie. Il chiarimento si trasforma subito in una burrascosa lite che mette in evidenza la distanza abissale esistente tra i due. Al culmine della lite, Domitilla ammette la propria colpa ma poi, forte dell’ascendente che sa di avere nei confronti del marito, trova i modi e le parole giuste per convincerlo a desistere dai suoi propositi di vendetta e a non fare uno scandalo che non converrebbe a nessuno. Non contenta, riesce anche a strappare al legittimo consorte il nome della persona che gli ha spifferato tutto. Il conte Ponchiali le dice di Valerie, poi va oltre e rivela a Domitilla che alcuni amici del ministero dell’interno gli hanno svelato la vera professione della ragazza francese. Domitilla trasale  e  capisce che il suo amante è in grave pericolo.
       
      Il conte Ponchiali, però, pretende dalla consorte una contropartita e, forte del fatto che se solo volesse potrebbe aiutare Protoski a catturare Lenin, le impone di troncare subito la relazione. Benché le costi a Domitilla non rimane che accettare. Sa che se il marito avesse fatto scoppiare lo scandalo, ciò non avrebbe fatto altro che servire Lenin a Protoski su un piatto d’argento. Concluso l’accordo con il consorte Domitilla gli chiede il permesso di avvertire l’amante del pericolo che sta correndo. Ottenutolo, si reca a “Villa Blesus”, e alla presenza dei coniugi Gorkij, racconta tutto a Lenin.
      La paura e la concreta possibilità di porre ingloriosamente fine alla sua carriera di rivoluzionario e cadere nelle grinfie della polizia segreta zarista, convincono Lenin a fare i bagagli e progettare di lasciare l’isola prima possibile e cioè con il prossimo vaporetto che, però, salperà alla volta di Napoli solo tra due giorni.
       
      Lo scandalo che Protoski immaginava di provocare ad arte non è scoppiato. Ivan è deluso e pur non sapendo che il conte Ponchiali ha svelato alla moglie la sua vera identità, brucia i tempi e decide di attuare il piano di riserva. Venuto a conoscenza dei preparativi di partenza di Lenin, con un telegramma convoca urgentemente a Capri i suoi uomini in attesa a Napoli. Nell’arco di mezza giornata, tramite un’imbarcazione affittata per l’occasione, sull’isola sbarcano altri tre agenti dell’Ohrana. Il loro arrivo, però, non passa di certo inosservato. I Gorkij ne vengono subito informati. Ora la partita si gioca a carte scoperte. Lenin sa che se metterà il naso fuori da “Villa Bleus”, Ivan e i suoi lo cattureranno.
       
      Maxim Gorkij, d’accordo con Bogdanov, si mette al lavoro per organizzare la fuga dell’amico, ma per riuscire nell’impresa ha bisogno dell’aiuto dei suoi amici capresi. Con discrezione li incontra uno per uno partendo da Gennaro, ottenendo il loro appoggio. Per ultimo, incontra Domitilla, alla quale chiede se sia disposta ad aiutare Lenin a fuggire. Domitilla offre senza indugio il proprio aiuto, poi chiede a Gorkij cosa dovrà fare.
       
      La sera prima della partenza di Lenin, Domitilla si precipita a “Villa Blesus” per dare l’addio al proprio amante. I due, passeggiando per la terrazza, ripercorrono le tappe della loro breve ma infuocata “liasion”, non rinnegando nulla. Si lasciano con l’impegno e la promessa che si scriveranno e se un giorno se ne presenterà l’occasione si rivedranno. Un bacio sotto un cielo illuminato da una splendida luna piena suggella il patto d’amore.
       
      Dopo aver lasciato la villa dei Gorkij, la contessa si reca al “Quisisana” accompagnata da Maria Federovna. Le due amiche si accomodano nel salone del bar, a quell’ora affollato di clienti, e ordinano da bere. Dopo pochi istanti vengono raggiunte da Ivan che è seduto poco più in là in compagnia di Valerie e di Sacha. Domitilla lo invita a unirsi a loro. Ivan accetta. 
       
      Nello stesso istante, in una bettola di Marina Grande, Gennaro sta istruendo un folto gruppo di pescatori su ciò che dovranno fare l’indomani mattina.
       
      Verso mezzanotte, inventandosi un’improvvisa emicrania, Maria si alza, saluta Domitilla, Ivan, e abbandona l’albergo. Rimasto solo con la contessa, Protoski ne approfitta per riprendere là dove aveva interrotto la sera della festa a “Villa Blesus”. Domitilla, anche grazie allo champagne bevuto che ne ha allentato le difese, dimostra la propria disponibilità, accettando il corteggiamento di Ivan che, col trascorrere dei minuti, diventa sempre più serrato e audace. Ma quando il russo le chiede di seguirlo nella propria suite, sulle prime la contessa rifiuta al solo scopo di non ingenerare nell’uomo alcun tipo di sospetto, ma alla fine cede.
      I due fanno l’amore, ma tra una pausa e l’altra, con un’abile mossa, Domitilla riesce a mettere un potente sonnifero nella coppa di champagne di Ivan. Non appena il russo crolla, Domitilla raccoglie i propri vestiti e va via.
       
      La mattina dopo, il vaporetto proveniente da Napoli attracca a Marina Grande. I tre agenti dell’ohrana sono al porticciolo, collocati in posizione strategica, ma non sono da soli; man mano che passano i minuti, decine e decine di uomini, donne, vecchi e bambini si riversano al porticciolo.
      Anche Valerie e Sacha giungono al porto.
      La francese chiede all’amico, con cui ha trascorso la notte, cosa ci faccia lì tutta quella gente. Sacha le risponde che sono venuti per salutare Lenin che parte. Valerie trasale; comincia a guardarsi nervosamente intorno come se cercasse qualcuno.
       
      Ma quel “qualcuno”, e cioè Ivan Protoski,  in quel momento sta ancora nel mondo dei sogni, reso inoffensivo dalla massiccia dose di sonnifero che avrebbe stroncato anche un cavallo.
       
      D’un tratto, da due strade diverse,  al porticciolo arrivano due carrozze: su una c’è il conte Ponchiali accompagnato da Domitilla, sull’altra c’è Lenin scortato dai Gorkij, da Bogdanov e da un altro paio di rivoluzionari russi.
      Scesi dalle carrozze, Lenin e il marito di Domitilla, che si vedono per la prima volta, si lanciano uno sguardo. Lenin abbassa il capo in segno di saluto. Il conte Ponchiali risponde.
       
      In quel momento i tre agenti dell’ohrana, anch’essi confusi dalla mancanza del loro superiore sulla scena dell’azione, decidono di muoversi, ma vengono circondati e bloccati da un nugolo di donne e bambini che cominciano a tirarli da tutte le parti. I tre russi si liberano ma trovano il loro passo sbarrato da un fitto cordone di robusti pescatori.
       
      Intanto, dopo aver atteso l’imbarco del marito di Domitilla, Lenin si congeda dai coniugi Gorkij, da Bogdanov e dagli altri compagni, poi, aiutato da Gennaro si avvia alla scaletta d’imbarco, ma improvvisamente, dalla folla si fa largo Valerie. La ragazza che impugna una pistola, si avvicina Lenin pronta a far fuoco, ma con uno scatto Sacha la blocca e poi con una spinta la getta in acqua scatenando una risata generale.
       
      Dopo un ultimo saluto con Domitilla, Lenin finalmente riesce ad imbarcarsi. Una volta sulla nave, si affaccia da uno dei ponti e con ampi gesti delle mani saluta e ringrazia i capresi.
       
      Compiute le operazioni d’imbarco, la sirena del vaporetto emette il triplice fischio che annuncia la partenza.
       
      Protoski si sveglia; la spia zarista si guarda intorno, poi osserva l’orologio a pendolo attaccato al muro e capisce tutto. Imprecando in russo e con la testa che pesa più di una tonnellata, si alza e corre alla finestra appena in tempo per vedere il vaporetto, con a bordo il suo nemico, che si stacca dal molo accompagnato dallo sventolio di fazzoletti e dalle urla degli abitanti di Capri.
       
      In quello stesso istante, Lenin, il volto triste, osserva l’isola nella quale ha conosciuto l’amore diventare sempre più piccola.
      D’un tratto ha come l’impressione di essere osservato: si gira e vede due uomini che da una decina di metri di stanza non gli staccano gli occhi di dosso. Fa per allontanarsi ma viene bloccato dal marito di Domitilla che lo tranquillizza: quegli uomini sono alle sue dipendenze e hanno il compito di scortarlo e vegliare su di lui fino a che non partirà da Napoli.
      Lenin lo ringrazia ma il conte Ponchiali ribatte che non è lui a dover ringraziare, bensì Domitilla: è stata la contessa a chiedergli di proteggere il rivoluzionario, pena la rottura del matrimonio. Lenin è basito. Ponchiali sorride e ammette che per la moglie, che ama, farebbe di tutto. Lenin annuisce e non ribatte. Il nobiluomo estrae dalla tasca della giacca un portasigarette d’oro. Lenin non ha mai fumato, ma per una volta decide di fare uno strappo alla regola e accetta la sigaretta, mentre la prua del vaporetto continua a fendere le onde del mare blu, conducendolo verso il proprio destino.
       
      F    I    N    E
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       

    • Meritocrazia

      By Fiele, in Poesia,

      Il capo s'espande e splode
      per una qualche sorta di lode
      per giorni fatichi e t'affatichi
      per d'uno che ti gratifichi
      pensi che sia il tuo meglio
      ma t'o indicano come sbaglio
      non vedrai alcun appagamento
      soltanto sussurro del vento.
       
      Poi ti giri e ti rigiri torno
      come nel tuo letto, d'attorno
      quando t'accorgi del marciume
      pensi sia roba da sol pattume
      ma pel'altri è uno splendore
      fatta in meno d'un quarto d'ore
      e certo come mai ti sal la bile
      quando vedi la gente com'è vile.
       
      Ma ti consiglio e mi rispiego
      che se lavori lo fai pe' l'ego
      certo non hai bisogno alcuno
      del complimento di qualcuno
      certo una pacca sulla schiena
      mi do da me, 'sì, per far scena
      davvero, che si fottano tutti loro
      ogni mio pezzo, per me capolavoro.

    • 3

      L’INCONTRO
       
      Schwarz si concede la sua pausa pranzo al ristorante Neues Deutschland. Alois, il proprietario, lo guida al suo solito posto.
       
      «Cosa le posso servire dottore?», chiede Alois, mentre lascia sul tavolo la solita bottiglia d’acqua.
      «Vorrei provare i vostri ravioli alla soia con ragù al tofu. Grazie Alois.»
      «Bene dottor Schwarz.»
       
      Alois si allontana e Schwarz lo segue con lo sguardo sino a quando viene distolto dall’ingresso di una giovane donna.
      Lei si avvicina al suo tavolo e siede su quello accanto.  Schwarz non riesce a smettere di osservare quella figura affascinante, dal fisico snello, capelli rossi di un riccio vaporoso.  Ora anche la donna ricambia lo sguardo.
       
      «Anche lei è un habitué del ristorante?», chiede la donna.
      «Per me, questa, è la seconda volta. Un mio carissimo amico me lo ha consigliato.»,  risponde Schwarz.
      «Ieri non ho potuto far a meno di notarla.», dice lei.
      «Ieri? Non so esattamente cosa mi sia accaduto. Credo di aver avuto uno scompenso per aver saltato il pranzo il giorno prima.», risponde Schwarz, sollevando le spalle, mentre con un sorriso tenta di nascondere l’imbarazzo.
      «Devo esserle apparso alquanto strano.», continua Schwarz, mentre la donna, quasi divertita da quella situazione, risponde con un sorriso.
      «Normalmente non mi comporto così. », aggiunge.
       
      «No, non deve giustificarsi.», rassicura la donna ammiccando.
      «Alois, le prime volte fa questa impressione.», ammette lei.
       
      Schwarz, a quel punto, sente di potersi rilassare, come con un’amica di vecchia data e superato l’imbarazzo, le dice: «Mi scusi non mi sono ancora presentato. Mi chiamo Adrian. Adrian Schwarz. » e le porge la mano in segno di amicizia.
      «Il mio nome è Vivien.», risponde la donna contraccambiano il saluto.
      «Perché non siede al mio tavolo?», aggiunge Vivien.
      Schwarz, sorpreso da quella richiesta, esita a rispondere.
      «Mi scusi non volevo essere invadente. Magari lei sta aspettando il suo amico.», dice Vivian pensando di aver osato troppo con quella proposta.
      «No Vivian, nessuna invadenza.», risponde Schwarz che alzandosi aggiunge: «E’ un piacere Vivian. Per via del mio lavoro non mi concedo spesso una così piacevole compagnia.», aggiunge, mentre siede al suo tavolo.
       
      In quel momento sopraggiunge Alois con quanto ordinato da Schwarz.
       
      «Alla signorina porto il solito?», chiede Alois.
      «Si Alois il solito, grazie.», risponde Vivian.
       
      I due iniziano a parlare e ogni formalismo lascia il posto ad un tono più confidenziale.
      Era tempo che Adrian non conversava così sereno con una donna. Sembrerà strano ma l’unica donna con cui riusciva ad essere realmente a suo agio risaliva ai tempi degli studi universitari. Con la giovane donna, conosciuta in quegli anni, aveva avuto una relazione durata fino a che, terminati gli studi, lei decise di trasferirsi a Londra. I due, rimasti amici, si sentivano di tanto in tanto e si incontravano molto raramente.
       
      «Scusa se mi permetto. Di cosa ti occupi?», domanda Vivian con molta discrezione.
       
      «Lavoro per il Ministero della Giustizia.»
      «Allora... sei una persona importante.»
      «Non proprio. Opero all’ombra del ministero. Non direi di essere importante, ma quello che faccio mi piace e so che avrà grandi sviluppi per il nostro paese.», puntualizza con l’entusiasmo di chi non sa nascondere il proprio piacere per quel lavoro.
       
      Vivian, guardando l’orologio, si accorge di essere in enorme ritardo.
      «Sono molto felice di averti conosciuto Adrian, ma è ora che io vada.»
      In quel momento anche Schwarz guarda il suo orologio da polso
      «Il piacere è stato il mio, Vivian.»
       
      «Posso sperare di incontrarti ancora?» chiede Schwarz stringendole la mano per salutarla.
      «Certo Adrian, sarò qui alla stessa ora anche domani.»
      «A domani!», aggiunge Schwarz, mentre Vivian, già di spalle, si volta con un sorriso e riprende in gran fretta la sua strada.
      Il giovane medico che in altre circostanze avrebbe dato peso a quell’ora tarda, questa volta, non sembra affatto preoccupato. Terminato il pasto esce dal ristorante e prima di far ritorno a casa si concede una lunga passeggiata.
       
      Alle 16:30 è nuovamente davanti ai suoi documenti, ma il suo pensiero e rivolto a Vivian. Quella donna è riuscita a far scatenare in Adrian delle sensazioni che non ricordava più di provare, e l’immagine del suo sorriso e dei suoi occhi ora sfumano la visione di quei documenti.
       
      Con fatica continua il lavoro fino alle ventuno di quella stessa sera, quando decide di concedersi la sua solita doccia.
       
      25 febbraio, ore 6:30
       
      Al suo risveglio Schwarz sembra in perfetta forma per riprendere i suoi impegni.
       
      Ripresa la sua lettura, e riordinato le idee, apre una vecchia cartelletta anonima. Dentro vi trova solo un mucchio di carte d’identità e passaporti.
      “Carta d’identità n. 114. Comune di Termento, italia, Helmut Gregor. Carta d’identità n. 131. Comune di Termento, italia, Riccardo Klement.”
       
      Tutti quei documenti avevano consentito a molti nazisti di fuggire, e si sospetta che all’epoca ci fosse stato anche l’aiuto della curia di Genova.
       
      Intento ad osservare quelle carte d’identità e permessi di viaggio, è attirato da una foto che riconosce immediatamente come la compagna del Führer, Eva Braun. Una donna brillante che, negli ultimi giorni di vita di Hitler, aveva saputo stargli accanto senza rinnegare per un solo istante le ragioni della sua battaglia. Ma mentre osserva quella foto, nota una certa somiglianza con Vivian. Quegli occhi e quei lineamenti avevano molti tratti in comune con Eva. Schwarz, senza motivo apparente, appende quella foto, accanto ai suoi documenti, e ora occupa un posto su quella parete.
       
      Inizia ad osservarla seduto sulla sedia posta davanti alla parete, porta i gomiti sulle ginocchia e le mani a pugni chiusi sotto il mento, come a voler sostenere il peso dei suoi pensieri. Può percepire persino il battito del suo cuore attraverso la carotide che preme sulle nocche. Il battito è accelerato, ma lui è lì tranquillo e sereno. Resta a lungo in quella posizione, poi alza gli occhi alla ricerca dell’orologio, appeso poco più in alto, come a sperare che fosse già ora di incontrare la giovane Vivian. 
       
      ore 12:00
       
      Schwarz torna al ristorante nella speranza di vederla entrare prima di quanto avesse fatto il giorno precedente. Per attendere l’arrivo della donna ordina una tazza di the e seduto al suo tavolo stringe quella tazza tra le mani come a cercare lo stesso calore che aveva provato mentre sedeva con Vivian. Di tanto in tanto da un’occhiata al suo orologio, poi un piccolo sorso al suo the. Il suo orologio segna le 12:32 e in mente ritorna la frase della donna: “Sarò qui alla stessa ora anche domani…”
       
      Scruta fuori dalla vetrata del ristorante, poi volge lo sguardo all’ingresso, dove vede entrare prima due uomini d’affari, poi una coppia, e Adrian inizia a pensare che la donna non sarebbe più arrivata.
       
      Alois muovendosi tra i tavoli tra una portata e l’altra lo osserva, poi si porta al tavolo del giovane medico, mentre l’orologio segna le 12:45.
       
      «Dottor Schwarz! Mi scusi se la disturbo ma credo che oggi la signorina Vivian non verrà.», dice Alois, lasciando intendere che conosce molto bene le abitudini della donna.
       
      «Credo che tu abbia ragione, Alois. Sai dirmi qualcosa di Vivian?», chiede Adrian.
       
      «Non molto dottore, ma so che quando le capita di lasciare il ristorante in ritardo per qualche giorno non viene più. Magari solo per un giorno o due. Ma accade quasi sistematicamente. Credo che abbia a che fare con il suo lavoro.», spiega Alois, mentre Adrian annuisce con la testa.
      «Sai dirmi in cosa consiste il suo lavoro?» chiede Adrian.
      «Mi pare che faccia la segretaria. Un giorno l’ho sentita parlare con una sua amica di quanto fosse impegnativo il suo lavoro. Appuntamenti da coordinare, documenti da ricercare, discorsi da revisionare, si occupa persino di rammentargli gli anniversari e i compleanni. Il suo capo sembrerebbe un grosso personaggio del Governo.», risponde Alois accarezzandosi i baffi nel suo tipico gesto di quando vuole fare una confidenza.
       
      «Bene Alois. E' ora che io vada.»
      «Mah… dottore non ha mangiato nulla.», dice Alois guardando la tazza di the quasi completamente piena.
       
      «Il the, per oggi, è più che sufficiente.», conclude Schwarz portandosi l’indice alla fronte, quasi a mimare un saluto militare.
       
      Uscito dal ristorante, deluso da quel mancato incontro, il giovane medico non sente la necessità di replicare la lunga passeggiata del giorno prima. Attraversa la strada e si reca direttamente nel suo appartamento per riprendere la stesura della sua relazione.
       
      ore 14:05
       
      Schwarz è ritornato sul progetto Memory Retrieval. Nonostante quel progetto si riferisca al 1989, gli studi e le scoperte svelate da quei documenti, per il giovane medico, dimostrano che la scienza ha compiuto passi enormi nel campo della genetica, più di quanto la gente normale e gli stessi medici sappiano realmente. Lo stesso Adrian, secondo quanto affermato da quei documenti, ignora molte delle applicazioni già disponibili in quel campo.
       
      Il Ministro, al quale dovrà sottoporre la relazione per mano di Richter, non è persona facilmente influenzabile e la relazione dovrà essere in grado di supportare tutte le affermazioni fatte in quei documenti. Il problema per Adrian è quello di non aver ancora trovato nulla che possa dimostrare il buon esito di quegli esperimenti.
       
      Il Ministro e il Governo, attendono con trepidazione il 2 aprile, giorno in cui si terrà l’incontro. Al fine di ottenere gli aiuti governativi, per proseguire le ricerche, Adrian è consapevole che quella relazione deve subire una svolta decisiva. Ad oggi, né Richter, né lui sono ancora in grado di fornire indizi sulle vere sorti di Hitler. Sappiamo per certo che nessuno dei cadaveri ritrovati nel bunker è stato ricondotto con certezza a quello del Führer. In uno dei rapporti Mengele parla di un campione del sangue e lo sperma di Hitler custodito criogenicamente. Sembrerebbe che tali campioni siano stati conservati per quando sarebbe stato possibile riutilizzarli, nella speranza di riportarlo in vita. Ma la domanda che Adrian si pone è molto banale, quanto essenziale: perché attendere l’evoluzione di tali ricerche e non sfruttare immediatamente lo sperma per dar vita ad un suo erede? L’inseminazione artificiale è una conquista già avvenuta da anni ed è ampliamente efficiente. Perché in nessuno degli esperimenti si fa riferimento a quei campioni? Ammesso che in una delle tante prove condotte si sia fatto ricorso al DNA del  Führer e che queste abbiano dato il risultato voluto, come si può pensare di risalire ad un suo clone se nei vari documenti questi individui sono sempre e solo codificati con dei numeri.
      Sono tutte domande alle quali Adrian, in cuor suo, non sa se sarà mai in grado di dare una risposta ma in questo momento deve provare che le ricerche stanno in qualche modo portando verso un risultato, qualunque esso sia.
       
      Nel progetto Memory Retrieval, si sostiene che sia possibile clonare un individuo, cosa già ottenuta da Mengele molti anni prima, e che sia persino possibile trasmettere la memoria del progenitore alla progenie. Gli esperimenti condotti sui topi e sui rettili sono sì noti e dimostrati ma stiamo parlando di una memoria di tipo primordiale che ha a che fare più con l’istinto che non con la razionalità. Ereditare la memoria di un pericolo, per un topo, è cosa assai banale se rapportata alla complessità della mente umana.
       
      I due scienziati sostengono che questo sia possibile e che sia disponibile un software in grado di prevedere quale sarà il modello evolutivo di un individuo. Il software sarebbe in grado di determinare quali eventi utilizzare per risvegliare la memoria indotta geneticamente. Tutto sembrerebbe possibile ma è chiaro che manca l’evidenza concreta dei risultati da loro dichiarati. Solo una riproduzione fedele di quelle prove, con vere cavie, potrebbe dimostrare l’autenticità di quelle affermazioni. Nonostante l’accelerazione ottenuta da Mengele, nei processi di fecondazione e sviluppo degli embrioni clonati, prima di poter osservare i risultati sulla memoria di un individuo occorrerebbero anni. Gli anni necessari per veder crescere l’individuo e comprenderne i suoi sviluppi.
       
      Sempre nel progetto Memory Retrieval, si sostiene che gli individui, nati da questi esperimenti, siano volutamente codificati per non consentire alcuna interferenza sui Key Trigger. Il rischio, infatti, di rendere nota l’identità degli individui, prima del tempo, è di sottoporli ad eventi indesiderati. In parole povere, se un individuo clonato è cosciente di esserlo questo è sufficiente per alterarne il suo processo di sviluppo mentale. Sempre nel documento, si menziona la figura dello Shadow Man (Uomo Ombra), colui che accompagna l’individuo clonato nel suo processo evolutivo, ma questo presuppone che lo Shadow Man sia certamente in grado di sopravvivergli. Il rischio di affiancare un uomo ombra al soggetto clonato presuppone che il primo resti in vita almeno sino a quando il secondo non abbia completato il suo processo di sviluppo mentale. Ammesso che ci sia in vita un figlio di questi esperimenti è improbabile che possa esserlo anche il suo Shadow Man. Gli scienziati che nel 1979 avevano circa trent’anni, oggi ne avrebbero centodieci, sempre ammesso che siano ancora vivi. Sarebbe quindi impossibile avere la certezza di applicare tutti i Key Trigger necessari.
       
      Nonostante le sue personali considerazioni, in questo momento, per Schwarz è di fondamentale importanza dimostrare la sostenibilità di quegli esperimenti.
       
      Ma tra tutti quei documenti non trova nulla che possa dare una definitiva svolta alla sua relazione. Adrian continua a cercare e riesaminare i documenti già visionati nella speranza di trovare una soluzione, magari gli è sfuggito qualcosa, pensa. Poi si accorge che la codifica, utilizzata per identificare le cavie dei vari esperimenti, da un certo punto in poi ha subito un cambiamento. Mette a confronto due differenti rapporti, nella mano destra uno di quelli di Mengele e nella sinistra uno del progetto Memory Retrieval.
      Mengele utilizzava una codifica apparentemente semplice, “NX-1023”, contro quella impiegata dai medici dal 1979 in poi, “MR-2003-M-MWBQULT…”.
       
      E’ evidente che nel caso di Mengele si trattava di una semplice progressione. Infatti, i codici variavano essenzialmente nella parte numerica 0989, 1023, 1031. La progressione coincideva con la sequenza temporale, quindi, probabilmente, il codice indicava il numero dell’esperimento. Quello utilizzato in Memory Retrieval sembrava decisamente più complesso. Sulla lavagna inizia a trascrivere tutti quei codici in ordine, uno sotto l’altro, con accanto la data della stesura del rapporto.
       
      MR-S-1989-M-LCWBNYL-UFVYLCWB      ANNO    1989
      MR-S-2015-M-MWBQULT-UXLCUH         ANNO    2016
      MR-S-2038-F-PCPCUH-GUSYL               ANNO    2038
       
      Nota che le prime quattro cifre, di ogni codice (1989, 2015, 2038), effettivamente corrispondono alla data di inizio esperimento, anche se alcuni sembrano riportare l’anno successivo.
      In ogni rapporto, inoltre, sono riportati con lo stesso sistema di codifica anche i progenitori:
       
      MR-P-1945-M-BCNFYL-UXIFZ
      MR-P-1978-M-GYHAYFY-DIMYZ
      MR-P-1045-F-VLUOH-YPU
      MR-P-1971-M-VILGUHH-GULNCH
       
      In questo caso però, le prime quattro cifre non sembrano centrare nulla con l’anno dell’esperimento. Inoltre, nel caso del soggetto:
       
      MR-S-2015-M-MWBQULT-UXLCUHXX     ANNO    2016
       
      Sono indicati due progenitori:
       
      MR-P-1945-M-BCNFYLX-UXIFZXXX
      MR-P-1978-M-GYHAYFY-DIMYZXXX
       
      Il primo gruppo di lettere, comune a tutti i codici, è MR che ipotizza essere l’acronimo di Memory Retrieval.
      Il secondo gruppo di lettere differisce tra Progenitori e Figli, con la lettera “P” per i primi ed “S” per i secondi. Quindi con ogni probabilità, la lettera “P” indica semplicemente il Parent (Genitore) e la lettera “S” il Son (Figlio). Nel terzo gruppo compaiono solo le lettere “M” ed “F” che potrebbero indicare rispettivamente Male e Female. Per il resto del codice le lettere restanti non sembrano avere una spiegazione così immediata.
       
      Accende il suo PC e avvia un software a cui affida il tentativo di decodifica, anche se sa che per avere dei risultati attendibili potrebbero essere necessari diversi giorni.
       
      Poi ritorna sul resto della relazione per approfondire l’argomento Key Trigger ed inizia a leggere:
       
      “I Key Trigger possono essere innescati in diversi modi: utilizzando delle immagini raffiguranti una persona o un paesaggio che ha determinato un evento chiave nella formazione mentale del progenitore o la visione di un oggetto usato abitualmente. Persino determinate parole o frasi possono risvegliare dei ricordi nella mente della progenie.
       
      La loro scelta e la loro sequenza sono determinanti per il successo dello sviluppo mentale. Le scelte di un individuo spesso sono la conseguenza logica di una serie di eventi. Un determinato evento, in un preciso momento della propria vita, può lasciare una forte impronta che in altri momenti ed in altre condizioni può al contrario non lasciare alcun segno.”
       
      Adrian è convinto dell’autenticità di quelle affermazioni ma continua a dubitare fortemente della figura dello Shadow Man. Mentre il PC continua incessantemente ad elaborare quei codici, Schwarz scorre velocemente quel rapporto per tornare con l’attenzione sui capitoli dedicati alla figura dell’Uomo Ombra.
       
      “Lo Shadow Man è definito come il padre in vita del soggetto su cui applicare i Key Trigger. L’uomo ombra ha il compito di seguire lo sviluppo della progenie al fine di assicurarsi la perfetta esecuzione degli eventi chiave. A tal scopo si identificano nelle figure di un genitore, un fratello o comunque in un parente stretto,  quelle più adatte a seguire la crescita dell’individuo. I passi da compiere consistono nel pianificare in modo accurato i finti genitori ed eventuali fratelli, i luoghi frequentati e data di nascita. Eventuali dubbi, che possono insorgere sulla paternità da parte dell’individuo, devono essere preventivamente gestiti lasciando tracce tangibili come analisi, cartelle cliniche, esami sul DNA, registrazione anagrafica e quant’altro.
      Al termine della maturazione mentale, l’individuo deve essere messo a conoscenza sulle sue vere origini. E’ di fondamentale importanza, al termine dell’applicazione dei Key Trigger, informare l’individuo sulle sue vere origini e sui veri genitori genetici. Infatti, solo dopo quest’ultimo evento, l’individuo si può considerare veramente formato. Avere coscienza della propria memoria è solo uno degli elementi necessari allo sviluppo del soggetto. L’ultima fase consiste nel rendere noto all'individuo che questi altro non è che lo stesso padre da cui ha avuto origine. Possiamo affermare con certezza che, al termine del processo di formazione, tra progenitore e progenie non esiste alcuna differenza. Siamo soliti indicare il soggetto completamente formato come la versione 2.0 del suo progenitore.
       
      Il processo di formazione può avere durata variabile, secondo l’età del progenitore e dalla quantità di memoria che si intende trasferire da un soggetto all’altro. Abbiamo anche potuto constatare che, seppur con maggiori difficoltà, è possibile trasmettere ricordi da un progenitore femminile ad una progenie di sesso maschile. In quest’ultimo caso però, sovente, il soggetto con l’età potrebbe avere una sorta di rifiuto della propria sessualità. Nei nostri esperimenti nel 65% dei casi tra il soggetto donatore ed il soggetto ricevente, si verificano degli scompensi sul modo di vivere la propria sessualità. Non sono rari i casi in cui il soggetto ha manifestato tendenze omosessuali.”
       
      La giornata giunge al termine, mentre, il monitor del suo PC continua a far scorrere incessantemente un elenco di improbabili decodifiche.
       
      26 febbraio
       
      Al suo risveglio, Adrian, dopo aver osservato il monitor del suo PC e visto il risultato negativo, decide di rivolgersi a Brian, un uomo a cui spesso Richter fa riferimento per problemi di carattere informatico. Verso le 10:55 arriva il taxi, da lui prenotato, per recarsi da Brian.
       
      «Dove la porto? », chiede il conducente.
      «Forster Straße.», mentre Adrian prende posto.
      «Bella giornata. Non crede?», il conducente tenta di attaccar bottone.
      Adrian lo guarda attraverso lo specchietto retrovisore che mette in risalto quegli occhi che gli ricordano qualcuno.
      «Ci conosciamo?», chiede Adrian.
      «Non credo signore. », risponde l’autista.
      Adrian continua a fissare quegli occhi ed è sicuro di aver già incontrato quell’uomo.
      «Eppure sono sicuro che ci siamo già visti da qualche parte.», insiste.
      «Ho un viso molto comune, se l’avessi già conosciuta le assicuro che me ne ricorderei. Con il mio lavoro incontro tanta gente e ormai sono abbastanza allenato a riconoscere le persone. Pochi giorni fa, ad esempio, ho servito un cliente che aveva preso il mio taxi più di un anno fa, e ho ricordato non solo quell’uomo ma anche il luogo in cui l’ho accompagnato. Mi creda, se ci fossimo già conosciuti me ne ricorderei.»
      Mentre quell’uomo continua a parlare, Adrian continua a fissare quegli occhi, e in un attimo ricorda quel giorno in cui ha ricevuto gli ultimi documenti da Richter. Rammenta, mentre entrava nel bar, di aver incrociato con lo sguardo un uomo che si allontanava dal tavolo dell’amico ed è certo di riconoscere quegli occhi.
       
      «Siamo arrivati, Signore.», dice il conducente, «Vuole che l’aspetti.», aggiunge.
       
      «No grazie. Farò molto tardi.», risponde Adrian.
      «Sono 18 Reichsmark.», dice il conducente dopo aver fermato il tassametro.
      «Tenga il resto.», dice Adrian che gli lascia una banconota da 20 Reichsmark.
       
      Sceso dal taxi lo guarda allontanarsi, mentre continua a rivedere quello sguardo. A ben pensare non sa spiegarsi perché gli sia rimasto in mente quell’uomo che ha incrociato per pochi secondi, ma è sempre più convinto che si tratti di quello incontrato al bar.
       
      Si guarda intorno e si dirige verso il palazzo dell’appuntamento. Arrivato davanti al vecchio portone, scorre velocemente il lungo elenco di nomi riportato sul citofono e trovato quello di Brian lo chiama.
       
      «Sono al settimo piano.» Brian che risponde al citofono.
      Entrato nel palazzo Adrian si dirige all’ascensore che però risulta fuori servizio, allora alza gli occhi verso la tromba delle scale come a calcolare la scalata che gli tocca, e dopo un breve sbuffo inizia a salire. Ad ogni piano tre porte tutte anonime. Si tratta di uno di quei vecchi palazzi di oltre cinquant’anni costruiti attorno al 2005. In quegli anni l’edilizia in alcuni quartieri della città non aveva molto a cura la longevità delle proprie opere, perché la politica di quegli anni privilegiava il profitto a scapito della qualità. Erano gli anni in cui iniziava una delle più grandi crisi economiche che avrebbe colpito gran parte dei paesi dell’unione europea. Arrivato con il fiato corto al settimo piano, tra le tre porte, una è leggermente aperta, si dirige verso quella, la apre ed entra in una stanza buia senza finestre.
       
      «Brian!», chiama Adrian.
      «Avanti! Vieni avanti.», risponde Brian, mentre gli va in contro.
       
      Brian è il classico topo da laboratorio con occhialini tondi e folto cespuglio al posto dei capelli, camicia rossa stile anni 20 a mezze maniche e pantaloni di velluto marroni. Anche in fatto di gusti non è particolarmente in linea con Adrian ma la sua abilità con codici, informatica, sistemi di sorveglianza ed altro lo rende il numero uno.
       
      «Quali sono i famosi codici che dovrei analizzare?», chiede Brian.
      «Sono questi.», risponde Adrian, mentre gli porge una Key Memory USB.
      «Vedo che siamo al top della tecnologia.», dice sorridendo Brian, mentre osserva quel vecchio supporto di memoria.
      «Ma non importa. Qui sono attrezzato per leggere qualsiasi supporto dal 1950 ad oggi.», e ancora sorridendo: «Sarebbe interessante sapere da dove provengono per poter indirizzare l’ambito di ricerca.», aggiunge Brian cercando di ritornare serio.
      «Sono dei codici con cui venivano classificate delle vecchie cartelle mediche.  Credo di aver già identificato questi gruppi di lettere e cifre.», dice Adrian mentre li indica sul monitor.
      «Ho bisogno di comprendere questi blocchi di sole lettere in coda al codice.», spiega Adrian.
      «Sarebbe stato utile avere i nomi dei pazienti riportati sulle cartelle mediche.»
      «In realtà i nomi dei pazienti non sono riportati.», risponde Adrian.
      «E’ evidente che il codice identifica la loro identità. Spesso si usa codificare nomi e cognomi quando si vuole preservare l’identità di un soggetto. Si tratta con ogni probabilità di nomi in codice e il fatto che si tratti di due gruppi di lettere farebbe pensare al nome e cognome. Mentre gli altri come hai già intuito si riferiscono a date di nascita, sesso e così via.»
       
      Brian sembra molto sicuro di poter decodificare quei codici e pensa di poterlo fare anche relativamente in fretta.
       
      «Sono 2500 Reichsmark.», dice Brian.
      «Tu dai un senso a quei codici e avrai i tuoi soldi.», puntualizza Adrian.
      «Normalmente prendo il 40% subito ed il resto a lavoro fatto.», prova Brian a spillare un anticipo, «Ma visto che sei un amico di Richter possiamo fare il 30 subito e il resto alla fine.»
       
      Brian ridimensiona la richiesta rendendosi conto che Adrian non è disposto a dare una somma simile senza avere la certezza di un risultato.
      «Te ne do 300 ed il resto solo se saprai dare un senso a tutti i codici che ti ho consegnato.», controbatte Adrian.
       
      Brian ha già ottenuto più di quello che normalmente richiede per un simile lavoro e capisce che non potrebbe ottenere di più in quel momento.
       
      «Le mie codifiche sono sempre complete ed affidabili al 100% e ad oggi non ho mai fallito. Probabilmente ti farò sapere qualcosa tra due o tre giorni.», dice Brian, mentre gli strappa di mano le banconote.
       
      «Posso offrirti un caffè?», chiede Brian, mentre prende la caffettiera poggiata su una stampante.
       
      Quella stanza, buia, illuminata solo dalla luce dei monitor e dalle imperfezioni delle gelosie della finestra, dava ad Adrian un senso di nausea con il suo forte puzzo di fumo, misto ad un’area stantia di un locale che da tempo non apre all’esterno. Qua e là, qualche scatola di pizza, qualche lattina di birra, poi, ancora vestiti lasciati a caso in ogni dove.
       
      «Tu fai il tuo lavoro ed avrai i tuoi soldi.», risponde Adrian che, dal modo con cui ha scansionato quella stanza, fa capire  che non farebbe un respiro più profondo del necessario, figurarsi ad accettare un caffè.
       
      Brian lo accompagna alla porta, mentre Adrian, senza voltarsi si avvia verso le scale.
       
      Esce per strada ed inizia a percorrere a piedi, Forster Straße, per dirigersi verso, Wiener Straße, che fiancheggia, Görlitzer Park, con la speranza di incrociare un taxi ma fiancheggia tutto il parco fino alla Skalitzer  Straße prima di incrociarne uno.
       
      «Taxiii!!!», urla mentre alza una mano per farsi notare.
       
      Il taxi si ferma, sale e chiede di essere portato in Dorotheenstraße per far ritorno al suo appartamento. Quando vi arriva sono le 13:30 e salito nel suo appartamento si fionda in bagno, si denuda completamente gettando gli abiti nel cesto della biancheria sporca e saltando ogni rituale, tipico della sua doccia, con l’acqua non ancora alla giusta temperatura, vi entra ed inizia a sfregare ogni parte del suo corpo, come se volesse disfarsi di tutti quei germi con cui era venuto a contatto in quel appartamento. Dopo quella doccia, indossati abiti puliti, si reca nello studio per dare un’occhiata al monitor del suo PC che ancora non evidenzia nulla di sensato. Poi torna sulla parete dei documenti, e vista la foto di Eva Braun, gli torna alla mente Vivian. In gran fretta decide di recarsi al ristorante con la speranza di incontrarla.
       
      Arrivato li di fronte trova Alois sulla porta, come se lo aspettasse.
       
      «Buongiorno Dottor Schwarz. Temevo avesse deciso di non venire più.»
       
      Adrian avrebbe voluto chiedergli subito della signorina Vivian.
       
      «Non avrei saltato un altro pasto per nulla al mondo.», risponde Adrian, mentre si affretta ad entrare per scrutare la sala alla ricerca della donna. Guardandosi attorno si accorge che lei non c’è. Sul suo tavolo, posate e bicchieri già usati.
       
      Con l’espressione di chi nasconde la delusione per quell’assenza, siede al suo posto.
       
      «Cosa le porto, dottore?», chiede Alois e mentre attende la risposta: «A proposito, le volevo dire che la signorina Vivian, oggi, è stata qui e a chiesto di lei. Purtroppo è andata via solo pochi minuti prima del suo arrivo ma mi ha chiesto di lasciarle questo biglietto.», completa Alois.
       
      «Fai tu per il pranzo di oggi, Alois», dice Adrian fingendo di guardare il menù e di non essere particolarmente attento a quanto detto da lui.
       
      «Provvedo subito dottor Schwarz.» dice Alois, mentre lascia il biglietto sul tavolo.
       
      Mentre l’uomo si allontana, Adrian apre il biglietto sul quale trova un numero di telefono e poche righe:
       
      “Caro Adrian, ieri ero molto rattristata sapendo di non poterti raggiungere al ristorante, ed oggi, sono fuggita dal lavoro in gran fretta per incontrarti e passare con te qualche minuto piacevole. Ho atteso finché è stato possibile e mi spiace di non averti incontrato. Spero che deciderai di chiamarmi. A presto. Vivian.”

    • Poesia-Sceneggiatura
      Due figure stanno camminando in un viale in mezzo ad un prato. 
      Una è poco più alta dell'altra.
      Siamo a circa quaranta minuti dopo il tramonto, non è buio. Illuminati dai pali della luce.
      Più da vicino vediamo un ragazzo, e una ragazza.
      Lei è presa da lui e ride quasi sempre.
      Si fermano e lui si pone davanti a lei, lentamente.
      Lei abbassa timidamente lo sguardo, lui la guarda. Poi le prende le mani, esita qualche secondo e abbassa leggermente la testa.
      Si gira e vede un gatto randagio che sta correndo, e cerca di arrampicarsi su di un albero, ma casca.
      Altri gatti accorrono e corrono per i prati, sempre più lontano.
       
      Il ragazzo fissa i gatti in lontananza. Il suo volto è fisso verso di loro.
       
      Si rigira verso di lei, rimane con lo sguardo basso. Guarda lei, ancora con gli occhi chiusi.
      Sguardo perso.
       
      Stringe le mani. Poi le lascia.
       
      Corre verso il prato, lei apre gli occhi ed è spaventata, lui corre sul prato e si allontana, mentre corre non riesce a non cadere, e ridere
      .
       

    • Fuori si gelava.
      Il termometro portava meno venti gradi. Il vento freddo sbatteva avanti e indietro le bandierine appese in circolo attorno al laghetto ghiacciato. Delle figure nere spiccavano sulla lastra lucente, muovendosi leggiadre e veloci sui pattini.
      Dall’ottavo piano del dormitorio, una ragazza guardava per l’ultima volta quei luoghi che le erano ormai diventati familiari. La neve ai lati di quella pista di pattinaggio improvvisata, la strada sterrata che si inoltrava tra case di legno in rovina, l’università dalle pareti bianche e blu che era una gioia cromatica per lo sguardo.
      Vestita di tutto punto, dal cappello al giubbotto, alla sciarpa, ai doposci, registrava ogni singolo particolare, sperando che la sua memoria non la ingannasse in futuro. Le grandi vetrate le permettevano di vedere tutto con estrema chiarezza. Accovacciata sui divanetti del bar deserto, a quell’ora della mattina, era sola con i suoi pensieri  O almeno così credeva.
      “ Sapevo che ti avrei trovata qui.”
      Si voltò. Un ragazzo alto e dai capelli scuri le sorrise e le si avvicinò. “Pronta a partire?”
      Lei lo guardò con i suoi lucenti occhi a mandorla e con un mezzo sorriso farfugliò un “Non proprio” prima di tornare a guardare oltre la finestra.
      “Non dirmi che ti mancherà il freddo.”
      Mi mancherai tu.
      “Non avrò mai più la sensazione di non poter più muovere le mani quando porto le buste della spesa senza guanti…”
      “Già, te li dimenticavi sempre in camera” rise lui.
      “Non ci sarà più nessuno sconosciuto che mi inseguirà perché ho perso il cappello o la sciarpa per strada…”
      “ Noi russi siamo delle balie eccellenti.”
      “ Non ci sarà più nessun uomo di Neanderthal con cui parlare in cucina.”
      Lui aggrottò per un attimo le sopracciglia e si mise una mano sul cuore. “Ma chi, io?”
      “ Diciamo che certe volte non sei proprio l’incarnazione della raffinatezza.” concluse lei, guardandolo in tralice con un sorriso.
      Lui per tutta risposta le mise una mano sulla spalla. Lei spostò i capelli e lo fissò, lo sguardo addolcito dalla tristezza. “ Dovrò chiamare Neanderthal il mio amico immaginario.”
      “Hai un amico immaginario?”
      “Ne avrò bisogno” quando non ci sarai più tu.
      “Andiamo, non è il tuo primo addio.” Le sue dita le accarezzarono il volto e la bocca le si schiuse, sopraffatta dai battiti del cuore.
      “Non vuol dire che non sia doloroso.”
      Lui annuì e capì. “Ricordi la prima volta che ci siamo conosciuti?”
      “Intendi la prima in cui mi sono imbarazzata da morire o quella quando volevo proprio sprofondare per la vergogna?”
      “Intendo,” e uno sbuffo di risata interruppe la frase “intendo la prima volta che ti ho incontrato davanti all’ascensore.”
      “Ah, certo. Quella per cui sarei dovuta direttamente espatriare.”
      Stavolta rise di gusto. “Stavi mangiando una crêpes in fretta e furia. E io ti ho detto buon appetito.”
      “E io ti ho risposto ‘grazie’ con almeno metà della mia mano in gola mentre cercavo di ingozzarmi in tempi record.”
      “E poi dici che sono io il Neanderthal.”
      “Lo ammetto, neanche io sono tutto questo bon ton, ma tu urli dalla cucina per chiamare le persone. Che stanno in camera. Chiuse a chiave. Il Padreterno ci ha dato le mani anche per bussare.”
      Lui rise e la guardò così intensamente che temette di ardere viva davanti a lui. Poi, avvicinandosi ancora di più a lei, la abbracciò.
      Le si paralizzò il respiro.
      Lui non era così, non abbracciava nessuno, non aveva mai fatto trasparire un’emozione che non fosse noia o cinismo.
      Le dita di lei scavarono nella sua schiena quando ricambiò l’abbraccio. La barba incolta le sfiorava il collo e lo sentiva respirare sul suo corpo.
      Al contrario di lei, che a parte un piccolo sussulto nel petto, non voleva muoversi in nessun modo, nemmeno impercettibile. “Non ce la faccio ad andarmene.”
      “Devi farlo.”
      “Non posso. Non voglio.” E al sussulto in petto seguì un singhiozzo.
      Lui le passò una mano tra i capelli e premette la sua fronte contro quella della ragazza. “Credi che io voglia?” sembrava ridesse, ma era stata solo colpa di un sorriso amaro.
      Lei gli fissò le labbra e non fece in tempo a rialzare lo sguardo che lui la baciò. Non credeva che sarebbe stato così bello e così sofferente e così intenso. Si abbracciarono ancora più forte, si divorarono finché non rimasero senza fiato. Lei fu la prima a separarsi dal quelle labbra, ma lui la teneva stretta e non la lasciava andare. Era proprio un Neanderthal, e per la prima volta le sembrò uno dei complimenti migliori che avrebbe mai potuto rivolgergli.
      “Non dirlo” gli sussurrò.
      “Cosa?”
      “Quella parola che inizia con la A.”
      “Arrivederci?”
      Lei sorrise e gli occhi le si inumidirono. Si sciolse dall’abbraccio, afferrò il manico del trolley, e mentre si diresse verso l’ascensore, poteva sentire gli occhi di lui vederla andarsene.
      Poteva sentire attraverso la pelle della nuca il dolore di quello sguardo che lei non riusciva a ricambiare.
      Per un attimo si chiese se anche lui le avesse mai dato un soprannome. Qualcosa che ha a che fare con il bon ton e le crepes, magari.
      Sorrise. Ne aveva in mente uno perfetto, ma lui non ci avrebbe mai pensato.
      Arrivederci, uomo di Neanderthal.
       
      Lui rimase a fissare le porte chiuse dell’ascensore, poi si avvicinò alla finestra così tanto che il suo respiro appannò una piccola parte del vetro. Aspettò che facesse capolino un puntino nero con una valigia e rimase a guardare mentre saliva sul taxi e spariva oltre la visuale.
      Addio, Maria Antonietta.

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