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  • Storie

    Promuovi qui le tue storie.

    • Mr Thriller
      Si era fermato sulla soglia di casa sua, una lussuosa villa di campagna lontana dal traffico della città, con una sensazione indefinibile come di paura mista a curiosità. Il cielo era scuro e il vento soffiava senza sosta.
      Ormai gli anni erano passati, lui era vecchio come non pensava che sarebbe mai diventato. Si ricordava la sua infanzia come fosse stata ieri. In quel periodo andava spesso a trovare il nonno che viveva esattamente dove abitava lui ora. Ai tempi si divertiva a correre per i prati, lungo i ruscelli, a sentire gli uccelli che cinguettavano posandosi sui rami. Lì aveva passato i momenti più felici della propria vita, ma anche quelli più tristi e malinconici, da quando il nonno morì. Aveva nove anni e si era sempre immaginato quella terra desolata come la loro terra, sua e del nonno, ma quel giorno tutto cambiò. L'atmosfera si fece tetra. Persino il tempo sembrava essere peggiorato, con nubi grigie che ricoprivano il cielo. La vita del vecchio finì all'improvviso, mentre lui si trovava nella stalla a dar da mangiare ai cavalli. Quando rientrò in casa lo vide sul letto, supino, con lo sguardo spento che lo fissava e una mano che sembrava ringraziarlo per i momenti felici passati insieme. Rimase solo in quell'enorme villa per tre giorni interi, fino a quando i genitori lo vennero a prendere. Nessuno capì mai esattamente come fosse successo. I medici parlarono di infarto, ma non c'erano segni di convinzione nelle loro parole.
      Da quel giorno non fu più lo stesso. Ogni giornata passava senza lasciare segno. Era finita l'infanzia. Gli anni trascorsero. La casa fu ereditata dai genitori, poi passò a lui.
      Ed ora eccolo lì, nel pieno dei suoi novant'anni, a rimuginare sul suo passato, ma soprattutto sul suo futuro. Perché era quello che più lo preoccupava. La consapevolezza che era giunto alla fine.
      Si fece forza, appoggiando delicatamente la sua mano fragile sul pomolo della porta. Esitò per un attimo e poi entrò. Tutto era perfettamente in ordine. Non un granello di polvere era stato spostato. Eppure quella sensazione inquietante non cessò. Appese il cappotto e si girò verso le scale. Si spostò lentamente, assaporando l'odore forte del legno che gli aveva dato conforto negli anni. Iniziò a salire, rendendosi conto che faceva sempre più fatica a raggiungere il piano superiore.
      Era esausto quando arrivò in cucina. Gli doleva la schiena e le gambe non volevano sapere di procedere. Raggiunse i fornelli e mise a bollire dell'acqua. Intanto pesò la pasta e preparò una ciotola di croccantini per il gatto, che non si era ancora fatto vedere. Aveva bisogno di riposo. Avrebbe mangiato e sarebbe andato subito a letto.
      Pranzò tenendo sott'occhio il giornale del giorno, bevve un bicchiere di vino rosso e si alzò. Avrebbe sparecchiato dopo la tavola. Ora, l'unica cosa di cui aveva bisogno era andare a sdraiarsi. Fece per avviarsi quando sentì un rumore. Era lo scricchiolio di un asse di legno. Probabilmente non era niente. Magari solo l'immaginazione. Non sarebbe stata di certo la prima volta. Oppure il gatto che saliva le scale. Percorse il corridoio a piccoli passi. Giunse alla camera da letto. Provò ad aprire. Rimase terrorizzato. Ogni suo muscolo si fermò all'istante, impedendogli di muoversi. La porta era chiusa a chiave. Impossibile. Doveva essere aperta. Lui non la chiudeva mai, perché temeva che potesse imprigionarvi il gatto e che ci potesse rimanere ore e ore prima che lui se ne accorgesse.
      Così adesso tremava. Pensava che sarebbe dovuto scendere a prendere la chiave sulla mensola in ingresso. E se non l'avesse trovata? Era da anni che non la usava. Sarebbe rimasto sul divano in sala a cercare di dormire, ma quando ci si sedeva sentiva sempre dolori dappertutto. Non fu necessario, perché non appena riprovò ad aprirla, ci riuscì. Un altro scherzo della vecchiaia. Si ritrovò all'interno.
      Notò subito un forte odore di animale e per un momento pensò veramente di aver chiuso dentro il gatto. Poi si guardò intorno, e si accorse di aver ragione. Era proprio lì. La sua coda spuntava da sotto il calorifero. Si avvicinò lentamente e vide che tremava. Quando lo afferrò, questo si girò e corse via. Per la stanza. In corridoio. Giù per le scale. Non si era mai comportato in quel modo.
      Si avviò verso il letto riflettendo su come aveva potuto chiudere la porta involontariamente. Non trovò risposta. L'unica cosa certa era che non sarebbe resistito sveglio ancora per molto. Dopo aver posato ordinatamente le pantofole al fianco del letto, si sdraiò. Era un sollievo potersi finalmente riposare. Le sue palpebre si socchiusero dolcemente, si riaprirono. Si ricordò di puntare la sveglia. Quando ebbe finito si risistemò e cominciò nuovamente ad assopirsi. Vedeva a quel punto solo i bordi sfumati degli oggetti nella camera, perciò solo confusamente riuscì a scorgere una sagoma nera che socchiudeva la porta e si avvicinava al letto.
      Quando la sua ombra ricoprì l'anziano signore, egli rivide ogni istante della sua vita, dalla nascita all'infanzia, dall'adolescenza all'età adulta, fino ad arrivare alla vecchiaia. Così passarono davanti ai suoi occhi i sogni che aveva avuto, le corse nei prati insieme al nonno, gli uccelli che cantavano posandosi sui rami in primavera, la sua solitudine in quella casa, e il momento presente. La sagoma oscura si ripiegò su di lui, prendendo possesso di tutti quei ricordi, di tutte le emozioni e rendendoli parte di sé. Il vecchio riuscì a percepire solo una dolce parola provenire dalla bocca della Morte: «RIPOSO».
      Giaceva lì disteso, supino, con lo sguardo spento che non trovava nessuno su cui posarsi e le mani congiunte in segno di preghiera.
       
      FINE

    • Da quanto tempo stava correndo? Dove stava andando? Non riusciva a rispondersi.
      Vedeva alberi ovunque si voltasse, ma continuava a procedere dritto per la stessa direzione. Era buio, ma non riusciva a capire se fosse giorno o notte. Non vedeva sole o luna, ma solo alberi che sembravano infiniti. La sua impressione era che, ad ogni suo passo, quella foresta si ampliasse per non lasciargli via d'uscita.
      Eppure vedeva una luce davanti a sé. Un minuscolo puntino di luce. Uno spiraglio nelle tenebre. Forse era solo un'allucinazione. Magari la sua mente aveva bisogno di qualcosa in cui credere.
      Il suo cervello cercava risposte, ma lui non riusciva ad ottenerle. Ad ogni momento una nuova domanda. Cosa ci faceva lì? Chi era?
      Andava avanti senza fermarsi, ma ciò non gli provocava dolore, non lo affaticava. Sapeva semplicemente di dover continuare, perché prima o poi tutto quello sarebbe finito, avrebbe trovato una soluzione. O forse no. Forse era destinato a camminare per l'eternità. Forse era per qualcosa che aveva fatto. Non lo sapeva. L'unico oggetto di conforto era quel pulviscolo di luce che sembrava allontanarsi progressivamente da lui.
      Sentiva di avere qualcosa in tasca. Ma che cosa? Vi infilò una mano ed estrasse una piccola fotografia. Rappresentava un bambino che soffiava per spegnere le candeline sulla torta del suo sesto compleanno. Sullo sfondo c'erano un uomo e una donna che battevano le mani.
      Una lacrima gli scese per il volto. Iniziò a ricordare...
       
      Quel giorno si era alzato presto ed era andato di nascosto in salotto ad aspettare i suoi genitori, che stavano ancora dormendo. C'era buio, ma non gli importava, perché sapeva che da un momento all'altro sarebbero arrivati, e tutta l'atmosfera sarebbe cambiata. Restò lì seduto una mezz'ora pensando ai festeggiamenti e ai regali che avrebbe ricevuto. Quando sentì aprirsi la porta rimase immobile, assorto nei propri pensieri, fino a che percepì l'odore della torta al cioccolato che gli piaceva tanto. Allora si alzò di scatto e gridò di gioia. Quel giorno ricevette la prima bussola della sua vita. Non sapeva cosa fosse, perciò papà lo portò a passeggiare per una stradina di campagna che costeggiava un torrente. Non c'era mai stato. Lì imparò ad utilizzarla. Suo padre gli disse che c'erano diversi modi per orientarsi, come la posizione del sole nel cielo o del muschio sui tronchi degli alberi, ma che quello era molto più semplice. Bastava guardare la lancetta rossa.
       
      E adesso dov'era? Dov'era la sua lancetta rossa proprio quando gli serviva? Non lo sapeva. O era per caso quella luce... In ogni caso doveva continuare, sentiva di dover continuare.
      Frugò nell'altra tasca. Ne estrasse un bigliettino accuratamente ripiegato. Davanti c'era scritto in stampatello: X Papà
      Non lo aprì. Gli bastava quello. Un forte senso di disagio lo invase come un lampo. Ricordò...
       
      Aveva ormai dodici anni. Non sembrava trascorso poi tanto tempo da allora. Aveva già programmato da un paio di settimane che sarebbe andato al cinema con degli amici. Non sarebbe stato necessario allontanarsi molto da casa. Però era la prima volta che usciva senza i suoi genitori. Cosa gli avrebbero detto? Non era sicuro di volerlo scoprire. Scese le scale facendo attenzione a non farsi sentire. Era pomeriggio e la mamma era uscita per fare compere. In casa era solo con suo padre, che stava leggendo il giornale. Solitamente c'era con lui anche il cane, sempre a russare sdraiato con il muso sul suo piede. La sua morte, avvenuta circa un mese prima, sembrava essersi portata via una parte del papà che aveva tanto amato e che ora appariva come una scatola vuota, senza più emozioni e sensibilità. Da allora non gli parlava quasi mai, restava indifferente a ciò che gli diceva sulla scuola, sulle nuove amicizie... Ogni tanto capitava che alzasse la voce. Questo lo intimoriva più di ogni altra cosa, perché era un atteggiamento che prima non poteva neanche immaginare. Solitamente papà discuteva con lui e di rado perdeva la pazienza.
      Perciò aveva paura. Paura di chiedere. Se ci fosse stata la mamma sarebbe stato diverso. Sarebbe stata lei ad avere paura per lui. Anche se gliel'avesse negato, non ci avrebbe fatto caso più di tanto. Ma lei non c'era. Perciò ritornò in camera sua e scrisse su un pezzo di foglio strappato da un quaderno.
       
      Ora, ripensandoci, non riusciva a ricordarsi com'era finita quella storia. Per quanto si sforzasse, sembrava che la sua mente si ribellasse all'idea. Qualcosa era andato storto. C'entrava forse tutto questo con la discussione avuta con suo padre? Perché questo se lo ricordava. Si ricordava di essere stato sorpreso mentre cercava di uscire di nascosto. Qualsiasi esperienza stesse vivendo, la sapeva collegata a quel suo gesto. Comunque, non ricordava.
      Si concentrò sul luogo dove si trovava. Era parecchio strano. Nessun rumore. Nessun verso. In una foresta come quella ci dovevano pur essere degli animali. Pensò subito alla foresta amazzonica, piena di vita e di colori. Avrebbe dato qualsiasi cosa per vedere un essere vivente a parte piante e arbusti in quel posto isolato. Pregò Dio perché gli mandasse anche solo una lumaca o un insetto insignificante. Niente. Sembrava che tutto fosse stato costruito per lui, come uno scherzo di quelli che vedeva in televisione. Si guardò attorno in cerca di telecamere nascoste, ma il suo tentativo non portò ad alcun risultato. Doveva esserci una via d'uscita.
      Aprì il biglietto. C'era un'unica frase composta da due parole nel piccolo foglio bianco: MI DISPIACE
      Senza fermarsi, tornò nel passato...
       
      Dopo aver piegato il foglietto più volte, si infilò le scarpe e scese in ingresso. Suo padre era ancora lì. Nella stessa posizione di prima, come fosse una statua. Per fortuna non avrebbe dovuto passargli davanti per uscire di casa, perché la porta d'ingresso si trovava di fronte. Si avvicinò e spinse la maniglia lentamente. Era chiusa. Prese le chiavi e le infilò nel buco della serratura. Le girò lentamente e si aprì. In quel momento si accorse di non aver lasciato il biglietto. Ritornò sui suoi passi e se lo trovò davanti.
      «Ehi, cosa stai facendo?», urlò il padre.
      «Ehm...» Non fece in tempo a parlare che venne zittito.
      «Tu non uscirai», esclamò sicuro di sé.
      Senza sapere cosa stesse facendo, afferrò la maniglia con forza e uscì. Il padre lo seguì per un paio di secondi con lo sguardo incredulo. Uscì a sua volta. Iniziò a rincorrerlo, senza sapere che sarebbe stata l'ultima volta che lo faceva. Cominciava a guadagnare terreno perché, nonostante la sua età, era sempre stato un fanatico dello sport.
      L'ultimo ricordo rimastogli era se stesso che si girava e vedeva il padre fermarsi di scatto. Aveva un'espressione d'angoscia sulla faccia.
       
      Sentiva che c'era quasi. Stava per arrivare alla meta. Gli mancava solo un piccolo dettaglio che gli sfuggiva. Cos'aveva visto suo padre? Rifletté finché non fu interrotto da un fruscio proveniente dal suo fianco. Sembrava qualcosa di impossibile. Sembrava... vento. E si sbagliava o la luce si stava avvicinando? Sentiva il suo dolce tepore. Era giunto alla fine del suo viaggio.
      E lì vide. Vide ciò che era successo. Vide ciò che l'aveva portato dov'era. Il camion. Suo padre l'aveva notato prima che fosse troppo tardi, ma lui no. Lui aveva proseguito verso la morte. E poi era stato il buio. Si era ritrovato a correre in quel luogo posizionato nel mezzo tra il mondo e l'aldilà. In quel viaggio che ognuno compie per arrivare alla luce.
      La vide più grande, più vera, e capì che era libero, quando ne fece parte.
       
      FINE

    • Venerdì 7 Gennaio
      Edward Bach stava tornando a casa. Era appena finito il periodo natalizio e la gente stava ancora togliendo gli addobbi dalle strade della grande città. Tutta l'atmosfera dei giorni precedenti sembrava dissolversi con queste azioni. Sentiva sotto i suoi piedi gli scricchiolii della grandine che precipitava già da parecchie ore. Di tanto in tanto si soffermava a guardare vetrine di negozi svuotati dalle compere. Ogni anno era l'esatta copia di quello precedente.
      Era un uomo di media statura, capelli leggermente diradati. Indossava sempre una camicia bianca abbinata ad un paio di pantaloni non troppo eleganti per il lavoro. Le persone lo giudicavano introverso, in realtà lui non amava molto stare con gli altri, perché pensava fosse già troppo impegnativo occuparsi della propria vita.
      Arrivò nel cortile di casa verso le 7.00 di sera, proprio nel momento in cui la signorina Green usciva dal portone.
      Era nuova di lì, o comunque lui non l'aveva mai vista prima del mercoledì precedente. L'aveva incontrata quel giorno e subito aveva provato disprezzo. Gli aveva sorriso. Nessuno gli sorrideva mai e lo trovava giusto, perché non ha senso un gesto del genere fatto davanti ad una persona estranea, se non si sa neanche cosa gli passi per la testa.
      «Buonasera, come sta?»
      Edward ci mise qualche secondo a capire che stesse parlando con lui. Non era solito scambiare due chiacchiere con i vicini. «Lasci stare...», rispose con esitazione.
      La donna frugò nella sua borsetta rossa in cerca di qualcosa, poi disse «Oh, passa il Natale, poi bisogna riadattarsi al lavoro. E come se non bastasse, guardi che tempo!»
      «Già, probabilmente è così», borbottò a bassa voce.
      «Bene, adesso devo andare, arrivederci!», esclamò affrettandosi verso la strada, dopo aver preso il cellulare ed aver composto un numero.
      Edward viveva in un edificio vecchio e trasandato, ma ci si era abituato con il passare degli anni. Spalancò la porta e iniziò a salire le scale. Si sentì travolto dall'odore di pesce che proveniva dall'appartamento accanto al suo e pensò che avrebbe dovuto suonare al vicino per mettere in chiaro le cose. Non lo fece. Forse lui non era la persona adatta per quel genere di discussioni.
      Appena appoggiò il piede sul terzo gradino, gli balzò addosso un gatto grigio con una macchia bianca sul dorso. Non l'aveva mai visto, eppure non era la prima volta che riceveva visita da animali randagi. Raggiunse velocemente la porta del proprio appartamento al terzo piano e l'aprì con cautela per evitare di romperla come la settimana precedente.
      Si sentì sollevato non appena riuscì ad entrare e a isolarsi dal caos di fuori. Viveva solo. Dopo aver riposto la ventiquattrore sul tavolo della cucina, si buttò sul letto. Pensò alla giornata trascorsa, alla solita giornata in ufficio. Rifletté poi per una decina di minuti su cosa mangiare per cena, così decise che gli sarebbe bastato un sandwich. Ritornò in cucina e prese del pane confezionato quasi scaduto, ci infilò dentro due fette di prosciutto cotto e della maionese. A questo punto si concesse di portare a tavola una lattina di birra mezza vuota, perché nonostante se lo ricordasse a malapena, era sempre il suo compleanno. Quarantotto anni. Come passava il tempo.
      Finì il panino, prestando attenzione a non lasciare briciole in giro, dopodiché si alzò. Stava per andare a dormire quando notò che aveva lasciato impronte di fango dappertutto, e si affrettò a ripulire.
      Dieci minuti dopo, stanco morto, si coricò a letto. Questo era il momento della giornata che in assoluto preferiva, perché poteva finalmente rilassare la mente, pensare a tutto ciò che non poteva pensare in altre occasioni. Si ritrovava a riflettere perciò sulle sue passioni, la pesca e il nuoto, alle partite di baseball, o persino agli anni passati della sua giovinezza. Fino a quando si assopiva. Quel giorno non poteva sapere che l'indomani la sua vita sarebbe cambiata.
       
       
       
      Sabato 8 Gennaio
      Alle 10.00 Edward Bach si svegliò di soprassalto. Aveva la fronte imperlata di sudore e il suo volto era di un rosso sanguigno. Non era stato un incubo come tanti altri a spaventarlo a tal punto. La cosa più inquietante non era un essere mostruoso che insegue bambini nei boschi o che li osserva dall'armadio. Era lui stesso. Proprio così. Era stato un sogno reale. Lo rappresentava così come era. Lui si trovava sospeso in aria a pochi metri sopra le teste della gente, che procedeva senza fermarsi, nonostante il suo bisogno d'aiuto, le sue implorazioni. Loro continuavano a svolgere i propri compiti, come fossero attori in un film. Eppure Edward aveva la sensazione che gli altri lo notassero, ma non volessero aver a che fare con lui.
      Si levò a sedere, ancora sconvolto e nauseato dalla vista delle teste altrui. Andò in bagno e si lavò la faccia. Rimase a fissarsi nello specchio per secondi interminabili. Si vestì, e dopo aver fatto una colazione a base di cereali, la stessa confezione che portava avanti da tre settimane, e una tazza di caffè, uscì sbattendo la porta, incurante di quello che sarebbe potuto succedere. Per fortuna nessuno sembrò sentirlo. Ci sarebbe mancato anche qualche rimprovero dei condomini.
      Uscito dall'edificio si incamminò verso l'automobile, parcheggiata tra due Ford che non avevano niente da invidiare alla sua. Proprio mentre cercava le chiavi, la signorina Green gli passò accanto senza degnarlo di uno sguardo. Lui alzò la testa per un momento, cercando di capire il motivo del suo comportamento, ma non ebbe il tempo di vederla, perché si era già chiusa la porta alle spalle. Evidentemente non era l'unico ad aver dormito male. Comunque, mise in moto e partì per il centro con l'obiettivo di fare provviste per la settimana seguente.
      Impiegò circa mezz'ora per arrivare al supermercato, poi altri dieci minuti per trovare parcheggio, che gli fu lasciato da una famiglia che sembrava avere fretta di andarsene.
      Scese dalla macchina ed entrò con gli stessi sacchetti che usava da due anni.
      Da quando superò la porta girevole tutto cominciò ad andargli storto.
      Era diventato ormai pratico nel fare la spesa da quando aveva divorziato cinque anni prima. Puntò subito alla verdura, che riusciva a trovare scontata quasi tutte le volte: non era una di quelle. Prese della frutta, della pasta e dei cereali.
      Intanto osservava incuriosito le persone che gli passavano vicino. C'era qualcosa di strano nei loro sguardi, nel loro atteggiamento. Sembrava che avessero qualcosa da nascondere, eppure non provava fastidio ma interesse.
      Arrivò al reparto surgelati con l'intenzione di prendere del pesce, ma poi si ricredette quando aprì il portafogli. Andò quindi alla cassa e aspettò il proprio turno.
      Era l'ultimo della fila. Sembrava impossibile che nessuno arrivasse dietro di lui, data la grande quantità di gente che vi si trovava il sabato. Eppure era così, visto che al suo turno era rimasto il solo. Si avvicinò al nastro trasportatore della cassa per appoggiarvi gli acquisti, ma in quel momento si bloccò. La cassiera si stava alzando lentamente, e come se niente fosse, prese una borsa rosa appoggiata al suo fianco e si allontanò verso l'uscita. Edward Bach provò tre emozioni diverse in un secondo. La prima fu rabbia per essere stato preso in giro. Poi vide una scritta appena davanti a sé: CASSA CHIUSA. Questo gli diede una sensazione di disagio. Dopodiché un brivido gli risalì la schiena e solo allora si accorse di provare paura.
      Si mosse di scatto per raggiungere un'altra cassa, ma inciampò su una pila di cestelli e cadde a terra. Nessuno si preoccupò di lui. Si alzò lentamente sulle ginocchia. Gli girò la testa. Chiese aiuto. Niente. Allora capì. Il sogno. Le persone non lo ignoravano, loro non potevano vederlo. Il mondo intero si ribellava a lui perché lui non sapeva relazionarsi con il mondo. Si isolava e sembrava non accorgersi degli altri, ora gli altri non si accorgevano di lui. Questa era la sua punizione.
      Si mise a urlare, quando un fischio acutissimo si propagò nell'aria, un interminabile fischio.
      «NO, TI PREGO!», urlò intontito.
      Schiacciò le mani sulle orecchie talmente forte che sentì un dolore lancinante. «BASTA, NON CE LA FACCIO! PERDONATEMI, NON...» Ma il fischio non cessava e, anzi, si amplificava, si amplificava, ...
       
       
      Sabato 8 Gennaio
      Alle 10.00 Edward Bach si svegliò di soprassalto. Aveva la fronte imperlata di sudore e il suo volto era di un rosso sanguigno. Non era stato un incubo come tanti altri a spaventarlo a tal punto. Era stata la realtà!
      Uscito dall'appartamento andò nel parcheggio, dove incontrò la signorina Green che tornava a casa. Lui non si preoccupò più di tanto quando la vide procedere senza fermarsi.
      Lei continuò fino al portone, poi si girò dicendo: «Mi scusi, le sono cadute le chiavi...»
      Lui la fissò per un momento, poi la ringraziò. Per la prima volta provò veramente gratitudine.
      «Ehm... la porta si è bloccata!», continuò la signorina mentre lui saliva in macchina.
      «Aspetti un momento, arrivo subito!», disse con cortesia mentre le si avvicinava. «Lasci fare a me...» Aprì la porta.
      Passò un momento di silenzio.
      «Posso sapere il suo nome?», gli chiese.
      Lui le tese la mano. «Edward Bach, e lei?»
      «Sophie Green», rispose.
       
      FINE

    • Venerdì 7 Gennaio
      Edward Bach stava tornando a casa. Era appena finito il periodo natalizio e la gente stava ancora togliendo gli addobbi dalle strade della grande città. Tutta l'atmosfera dei giorni precedenti sembrava dissolversi con queste azioni. Sentiva sotto i suoi piedi gli scricchiolii della grandine che precipitava già da parecchie ore. Di tanto in tanto si soffermava a guardare vetrine di negozi svuotati dalle compere. Ogni anno era l'esatta copia di quello precedente.
      Era un uomo di media statura, capelli leggermente diradati. Indossava sempre una camicia bianca abbinata ad un paio di pantaloni non troppo eleganti per il lavoro. Le persone lo giudicavano introverso, in realtà lui non amava molto stare con gli altri, perché pensava fosse già troppo impegnativo occuparsi della propria vita.
      Arrivò nel cortile di casa verso le 7.00 di sera, proprio nel momento in cui la signorina Green usciva dal portone.
      Era nuova di lì, o comunque lui non l'aveva mai vista prima del mercoledì precedente. L'aveva incontrata quel giorno e subito aveva provato disprezzo. Gli aveva sorriso. Nessuno gli sorrideva mai e lo trovava giusto, perché non ha senso un gesto del genere fatto davanti ad una persona estranea, se non si sa neanche cosa gli passi per la testa.
      «Buonasera, come sta?»
      Edward ci mise qualche secondo a capire che stesse parlando con lui. Non era solito scambiare due chiacchiere con i vicini. «Lasci stare...», rispose con esitazione.
      La donna frugò nella sua borsetta rossa in cerca di qualcosa, poi disse «Oh, passa il Natale, poi bisogna riadattarsi al lavoro. E come se non bastasse, guardi che tempo!»
      «Già, probabilmente è così», borbottò a bassa voce.
      «Bene, adesso devo andare, arrivederci!», esclamò affrettandosi verso la strada, dopo aver preso il cellulare ed aver composto un numero.
      Edward viveva in un edificio vecchio e trasandato, ma ci si era abituato con il passare degli anni. Spalancò la porta e iniziò a salire le scale. Si sentì travolto dall'odore di pesce che proveniva dall'appartamento accanto al suo e pensò che avrebbe dovuto suonare al vicino per mettere in chiaro le cose. Non lo fece. Forse lui non era la persona adatta per quel genere di discussioni.
      Appena appoggiò il piede sul terzo gradino, gli balzò addosso un gatto grigio con una macchia bianca sul dorso. Non l'aveva mai visto, eppure non era la prima volta che riceveva visita da animali randagi. Raggiunse velocemente la porta del proprio appartamento al terzo piano e l'aprì con cautela per evitare di romperla come la settimana precedente.
      Si sentì sollevato non appena riuscì ad entrare e a isolarsi dal caos di fuori. Viveva solo. Dopo aver riposto la ventiquattrore sul tavolo della cucina, si buttò sul letto. Pensò alla giornata trascorsa, alla solita giornata in ufficio. Rifletté poi per una decina di minuti su cosa mangiare per cena, così decise che gli sarebbe bastato un sandwich. Ritornò in cucina e prese del pane confezionato quasi scaduto, ci infilò dentro due fette di prosciutto cotto e della maionese. A questo punto si concesse di portare a tavola una lattina di birra mezza vuota, perché nonostante se lo ricordasse a malapena, era sempre il suo compleanno. Quarantotto anni. Come passava il tempo.
      Finì il panino, prestando attenzione a non lasciare briciole in giro, dopodiché si alzò. Stava per andare a dormire quando notò che aveva lasciato impronte di fango dappertutto, e si affrettò a ripulire.
      Dieci minuti dopo, stanco morto, si coricò a letto. Questo era il momento della giornata che in assoluto preferiva, perché poteva finalmente rilassare la mente, pensare a tutto ciò che non poteva pensare in altre occasioni. Si ritrovava a riflettere perciò sulle sue passioni, la pesca e il nuoto, alle partite di baseball, o persino agli anni passati della sua giovinezza. Fino a quando si assopiva. Quel giorno non poteva sapere che l'indomani la sua vita sarebbe cambiata.
       
       
       
      Sabato 8 Gennaio
      Alle 10.00 Edward Bach si svegliò di soprassalto. Aveva la fronte imperlata di sudore e il suo volto era di un rosso sanguigno. Non era stato un incubo come tanti altri a spaventarlo a tal punto. La cosa più inquietante non era un essere mostruoso che insegue bambini nei boschi o che li osserva dall'armadio. Era lui stesso. Proprio così. Era stato un sogno reale. Lo rappresentava così come era. Lui si trovava sospeso in aria a pochi metri sopra le teste della gente, che procedeva senza fermarsi, nonostante il suo bisogno d'aiuto, le sue implorazioni. Loro continuavano a svolgere i propri compiti, come fossero attori in un film. Eppure Edward aveva la sensazione che gli altri lo notassero, ma non volessero aver a che fare con lui.
      Si levò a sedere, ancora sconvolto e nauseato dalla vista delle teste altrui. Andò in bagno e si lavò la faccia. Rimase a fissarsi nello specchio per secondi interminabili. Si vestì, e dopo aver fatto una colazione a base di cereali, la stessa confezione che portava avanti da tre settimane, e una tazza di caffè, uscì sbattendo la porta, incurante di quello che sarebbe potuto succedere. Per fortuna nessuno sembrò sentirlo. Ci sarebbe mancato anche qualche rimprovero dei condomini.
      Uscito dall'edificio si incamminò verso l'automobile, parcheggiata tra due Ford che non avevano niente da invidiare alla sua. Proprio mentre cercava le chiavi, la signorina Green gli passò accanto senza degnarlo di uno sguardo. Lui alzò la testa per un momento, cercando di capire il motivo del suo comportamento, ma non ebbe il tempo di vederla, perché si era già chiusa la porta alle spalle. Evidentemente non era l'unico ad aver dormito male. Comunque, mise in moto e partì per il centro con l'obiettivo di fare provviste per la settimana seguente.
      Impiegò circa mezz'ora per arrivare al supermercato, poi altri dieci minuti per trovare parcheggio, che gli fu lasciato da una famiglia che sembrava avere fretta di andarsene.
      Scese dalla macchina ed entrò con gli stessi sacchetti che usava da due anni.
      Da quando superò la porta girevole tutto cominciò ad andargli storto.
      Era diventato ormai pratico nel fare la spesa da quando aveva divorziato cinque anni prima. Puntò subito alla verdura, che riusciva a trovare scontata quasi tutte le volte: non era una di quelle. Prese della frutta, della pasta e dei cereali.
      Intanto osservava incuriosito le persone che gli passavano vicino. C'era qualcosa di strano nei loro sguardi, nel loro atteggiamento. Sembrava che avessero qualcosa da nascondere, eppure non provava fastidio ma interesse.
      Arrivò al reparto surgelati con l'intenzione di prendere del pesce, ma poi si ricredette quando aprì il portafogli. Andò quindi alla cassa e aspettò il proprio turno.
      Era l'ultimo della fila. Sembrava impossibile che nessuno arrivasse dietro di lui, data la grande quantità di gente che vi si trovava il sabato. Eppure era così, visto che al suo turno era rimasto il solo. Si avvicinò al nastro trasportatore della cassa per appoggiarvi gli acquisti, ma in quel momento si bloccò. La cassiera si stava alzando lentamente, e come se niente fosse, prese una borsa rosa appoggiata al suo fianco e si allontanò verso l'uscita. Edward Bach provò tre emozioni diverse in un secondo. La prima fu rabbia per essere stato preso in giro. Poi vide una scritta appena davanti a sé: CASSA CHIUSA. Questo gli diede una sensazione di disagio. Dopodiché un brivido gli risalì la schiena e solo allora si accorse di provare paura.
      Si mosse di scatto per raggiungere un'altra cassa, ma inciampò su una pila di cestelli e cadde a terra. Nessuno si preoccupò di lui. Si alzò lentamente sulle ginocchia. Gli girò la testa. Chiese aiuto. Niente. Allora capì. Il sogno. Le persone non lo ignoravano, loro non potevano vederlo. Il mondo intero si ribellava a lui perché lui non sapeva relazionarsi con il mondo. Si isolava e sembrava non accorgersi degli altri, ora gli altri non si accorgevano di lui. Questa era la sua punizione.
      Si mise a urlare, quando un fischio acutissimo si propagò nell'aria, un interminabile fischio.
      «NO, TI PREGO!», urlò intontito.
      Schiacciò le mani sulle orecchie talmente forte che sentì un dolore lancinante. «BASTA, NON CE LA FACCIO! PERDONATEMI, NON...» Ma il fischio non cessava e, anzi, si amplificava, si amplificava, ...
       
       
      Sabato 8 Gennaio
      Alle 10.00 Edward Bach si svegliò di soprassalto. Aveva la fronte imperlata di sudore e il suo volto era di un rosso sanguigno. Non era stato un incubo come tanti altri a spaventarlo a tal punto. Era stata la realtà!
      Uscito dall'appartamento andò nel parcheggio, dove incontrò la signorina Green che tornava a casa. Lui non si preoccupò più di tanto quando la vide procedere senza fermarsi.
      Lei continuò fino al portone, poi si girò dicendo: «Mi scusi, le sono cadute le chiavi...»
      Lui la fissò per un momento, poi la ringraziò. Per la prima volta provò veramente gratitudine.
      «Ehm... la porta si è bloccata!», continuò la signorina mentre lui saliva in macchina.
      «Aspetti un momento, arrivo subito!», disse con cortesia mentre le si avvicinava. «Lasci fare a me...» Aprì la porta.
      Passò un momento di silenzio.
      «Posso sapere il suo nome?», gli chiese.
      Lui le tese la mano. «Edward Bach, e lei?»
      «Sophie Green», rispose.
       
      FINE

    • Il cielo era plumbeo. L'aria era gelida.
      Un uomo barcollante e con l'impermeabile grigio e sgualcito camminava in mezzo alla folla predicando la fine del mondo. La gente lo guardava sospettosa mentre qualcuno sussurrava: "È solo un folle! Andiamo via". Ma l'uomo continuava a farneticare: "Il nostro destino è segnato, moriremo tutti signori miei!". Poi, si volto', osservando il cielo e con la mano indico' qualcosa oltre l'orizzonte: "Guardate lassù... il giorno del giudizio è arrivato!". Un ghigno comparve sul suo volto prima di lanciarsi sotto un'auto in corsa morendo all'istante. Un gran botto. La gente per strada era basita.
      Sopra l'orizzonte, alcuni puntini luminosi incominciarono a oscillare su se stessi. Poi, diventarono sempre più grandi e numerosi: come tanti piccoli soli si muovevano verso Sky City.
      Il panico incomincio' a insinuarsi tra la folla accorsa sul luogo dell'incidente. L'uomo era riverso sull'asfalto in una pozza di sangue con la testa fracassata. Brandelli di cervello erano sparsi ovunque.
      In lontananza, il rumore delle sirene dell'ambulanza che arrivava era assordante.
      "Cosa sono quei corpi luminosi?". Qualcuno incominciò a temere il peggio e a fuggire.
      Un bambino piangeva mentre guardava un vecchio dolorante che cercava di rialzarsi da terra. Il vecchio barcollo', cadde, si rialzo' a fatica ma cadde ancora una volta per terra spinto dalla gente in fuga. Estrasse qualcosa dalla tasca della giacca e la strinse con forza tra le sue mani grandi e rugose. Sospiro', rassegnandosi all'inevitabile. Il suo sguardo si spense.
      Dall'altro lato della strada, un uomo e una donna osservarono la scena e accorsero in suo aiuto. Lo strattonarono sperando che si riprendesse ma il vecchio non rispose ai loro stimoli. Nella mano stringeva la fotografia di una bambina che il vento spazzo' via cancellando così il suo ultimo ricordo.
      "Non respira più. Andiamo via prima che sia troppo tardi" sussurro' la donna all'uomo afferrandolo per un braccio.
      "E il bambino? " domando' l'uomo perplesso.
      La donna corse verso il bambino e lo afferro' per la mano: "Muoviti, piccolo!".
      I tre crucciati correvano verso un luogo dove nascondersi: a due isolati più avanti c'era un vecchio edificio abbandonato e decadente. Era l'unica via di salvezza.
       
      Sull'insegna, malferma e impolverata, si leggeva ancora: STAZIONE FERROVIARIA DI SKY CITY.
      Con una forte spinta, la porta arrugginita e cigolante si aprì.
      La volta era semidistrutta e i muri mostravano delle crepe sparse ovunque. L'umidità si diffondeva lungo le pareti fino a giungere a terra come una macchia d'olio gigantesca. L'odore nauseabondo degli escrementi di ratto sparsi sul pavimento rendeva l'aria pungente e i tre malcapitati erano disgustati. La donna non riuscì a trattenersi e vomito'; il bambino guardandosi intorno, stranito, sembrava domandarsi: "Dove sono finito?".
      Al piano terra, al centro dell'enorme androne, c'erano un vecchio tabellone degli arrivi e delle partenze e un antico orologio non funzionante. Sulla sinistra, c'erano la biglietteria e l'ufficio informazioni mentre sulla destra l'ingresso di una galleria.
      Una vecchia locomotiva era ferma sulle rotaie.
      Non c'era corrente elettrica, poca luce filtrava attraverso ampie vetrate laterali, lasciando gran parte della stazione in penombra.
      I tre salirono le scale, pericolanti, che conducevano al primo piano, con il cuore in gola.
      Alla destra della tromba delle scale, c'era l'ufficio amministrativo e in fondo al corridoio, la contabilità. La porta dell'uffico amministrativo era chiusa a chiave, sigillata da un nastro adesivo, e su un cartello appeso al muro c'era scritto "VIETATO L'INGRESSO", ma l'uomo con un calcio la butto' giù.
      La stanza era spaziosa, fredda e ancora piena di scartoffie. C'erano tre scrivanie e due computer dimenticati lì da qualcuno. Di fronte alla porta, c'era una finestra che comunicava con l'esterno e da cui filtrava un po' di luce lasciando la stanza in penombra. L'uomo si avvicino' alla finestra e si sporse per dare un'occhiata fuori. Sgrano' gli occhi.
      "È terribile, Julia!" esclamo' terrorizzato, "Nel cielo, ci sono degli oggetti volanti che stanno distruggendo la nostra citta'".
      "Fammi dare un'occhiata, Thomas" gli disse sperando che si sbagliasse. Julia non aveva mai creduto all'esistenza degli extraterrestri.
      Gli oggetti volanti, che oscillavano nel cielo, emettevano dei raggi luminosi che colpivano il suolo polverizzando qualsiasi cosa che incontrassero mentre le urla e i gemiti delle persone per la strada si diffondevano nell'aria come echi assordanti.
      Un cane, colpito da un raggio luminoso, venne incenerito all'istante. Julia rabbrì e avrebbe voluto gridare la sua disperazione ma desistette per paura di essere scoperta, anche se dove si trovava, quelle cose non potevano vederla e sentirla.
      "Ho paura!" bisbiglio' il bambino sentendo i due borbottare.
      Julia lo strinse tra le sue braccia per rincuorarlo ma era inutile. Il bambino, ancora scosso, strillava. "Voglio tornare a casa" gli suppliccava con il volto rigato di lacrime.
      "Non è possibile, tesoro. Fuori è pericoloso" gli spiego' accarezzandogli il volto per tranquillizzarlo.
      "Quando sarà tutto finito, tornerai a casa. Te lo prometto, piccolo..." gli disse Thomas anche se in cuor suo sapeva che non era così. Il vecchio mondo non esisteva più.
      Ripresasi dallo shock iniziale, Julia penso' al da farsi: "Dove conduce la galleria?".
      "Non lo so. Ci sarà una mappa della stazione da qualche parte!".
      Thomas era furibondo. Incomincio' a dare calci e pugni contro ogni oggetto che capitava a tiro per sbollire la rabbia. Poi, calmatosi, rovisto' tra le cianfrusaglie e finalmente trovo' la mappa: "Eccoti qui!" urlo' euforico.
      Ben presto, l'euforia contagio' anche Julia. "Fammi vedere" gli disse quasi strappandogli il foglio dalle mani, "Noi ci troviamo qui, a Sky City Center, ci sono cinque fermate prima di raggiungere il quartiere di Annovera".
      "Annovera?". Thomas era disorientato.
      "Questa mattina mentre ascoltavo la radio, l'inviato di Canal 2 consigliava di andare lì, dove il Sindaco Morgan sta organizzando la Resistenza e dei centri di accoglienza. Poi, la trasmissione si è interrotta. Andiamo lì, non so cosa troveremo ad aspettarci ma non abbiamo scelta se vogliamo sopravvivere. Hai visto anche tu cosa sta succedendo la fuori...".
      "Che stiamo aspettando?" tuono' Thomas rigenerato dalle parole di Julia.
       
      Fuori, iniziava a piovere a dirotto. L'aria era appesantita da polveri e ceneri. C'era un frastuono incessante di passi e sirene spiegate. Un raggio luminoso scagliato da un oggetto volante cadde in prossimità dell'ingresso della stazione ferroviaria facendo un gran botto che si propago' all'interno della galleria. I tre accorsero al piano terra tramortiti: un grosso squarcio si era aperto nell'asfaldo stradale, davanti alla stazione, bloccando l'ingresso.
      I raggi luminosi lanciati dagli oggetti volanti continuavano a mietere vittime investendo e polverizzando i passanti sotto lo sguardo attonito dei tre malcapitati.
      "Forza, non possiamo più tornare indietro. Dobbiamo proseguire!" tuono' rabbioso Thomas guardando l'enorme squarcio davanti all'ingresso della stazione ferroviaria. Poi, cerco' di scuotere Julia e il bambino dal loro torpore e con forza li trascino' verso la galleria ma dei rumori di passi risuonarono nel silenzio dell'androne, attirando la loro attenzione.
      "Ascoltate..." sussurro' Julia.
      Un bisbiglio di voci e rumori di fondo provenivano dall'interno dell'ufficio informazioni.
      Thomas si diresse verso la porta di vetro e avvicino' l'orecchio alla vetrata per ascoltare: "C'è qualcuno qui dentro".
      "Quando te lo dico, apro la porta" sospiro' Julia mentre Thomas impugnava la sua mazza da baseball degli Yankee, un regalo di gioventù, "E tu, Victor stai indietro".
      Julia fece un cenno con la testa. Era il segnale...
      La porta si aprì di scatto cogliendo di sorpresa chiunque fosse nascosto in quella stanza. Thomas entro' e mentre stava per sferrare il suo attacco fermo' la sua corsa al grido di Julia: "Thomas, no! Sono disarmati e terrorizzati".
      Thomas li guardo' negli occhi: "Chi siete?".
       
      Dopo un breve silenzio, un uomo, calvo e tarchiato con la barba incolta e la pelle ricoperta di macchie rosse, si avvicino' a Thomas e Julia, abbracciandoli: "Sono Padre Albert e loro sono Melissa, Carl, Kurt e Adam".
      "Mi chiamo Julia, e loro sono mio marito Thomas e Victor. Questa mattina, abbiamo visto quelle strane luci nel cielo e siamo fuggiti prima di essere trasformati in carne da macello. Eccoci qua. Per ora, siamo al sicuro".
      "Ero in chiesa mentre celebravo la messa del Signore quando ho sentito le urla delle gente per strada. Ho visto un uomo arso vivo da un raggio luminoso e non lo nego ho avuto paura. Poi, il soffitto della chiesa è crollato e molti fedeli sono stati travolti dalle macerie. Non ho potuto far nulla per loro" disse Padre Albert scuotendo la testa.
      "Ho visto mia sorella che veniva inghiottita da un'enorme voragine apertasi dopo che uno di quei raggi luminosi ha colpito il viale di casa. Un attimo prima era lì sorridente che mi salutava poi, Nancy non c'era più" disse Melissa con il volto rigato di lacrime.
      "Ero per strada quando ho visto un uomo lanciarsi sotto un'auto in corsa. Un folle! Poi, è scoppiato l'Inferno sulla Terra. La gente è corsa via impazzita" disse Adam rigido come un palo fissato nel terreno.
      "E voi due?" chiese Thomas ai due ragazzi.
      "Eravamo a scuola quando il pavimento dell'aula ha incominciato a tremare. La scuola è crollata e molti dei nostri amici sono morti. Noi due siamo riusciti a fuggire ma adesso vogliamo tornare a casa per riabbracciare i nostri genitori. Siamo preoccupati per loro".
      "Capisco il vostro dolore, ma prima dobbiamo raggiungere l'altro lato della galleria. Una grossa voragine si è aperta davanti all'ingresso della stazione intrappolandoci al suo interno. L'unica via di fuga è attraversare la galleria sperando che prima o poi ci conduca da qualche parte. Julia e io abbiamo trovato una vecchia mappa dell'intera area e abbiamo deciso di raggiungere il quartiere di Annovera a piedi, dove si trova il Sindaco Morgan, che sta organizzando la Resistenza e dei centri di accoglienza. Secondo la mappa, Annovera non è molto distante da dove ci troviamo adesso e se i miei calcoli sono esatti ci vogliono sei giorni di cammino. Carl... Kurt... sulla mappa sono evidenziate delle uscite di emergenza che conducono in superficie. Prendendo una di queste potrete raggiungere i vostri genitori oppure potete venire con noi e chiedere asilo ad Annovera. Spero che per i vostri cari non sia troppo tardi". Thomas volle essere schietto per non alimentare troppo le loro speranze.
      Carl e Kurt annuirono: "Hai ragione, è meglio che veniamo con voi. Da soli non ce la possiamo fare".
      Passo dopo passo, l'aria nella galleria diventava più calda e pungente rallentando la loro corsa.
      Carcasse di ratti erano sparse ovunque ai lati e lungo le rotaie della stazione ferroviaria e le poche uscite di sicurezza erano bloccate da una sostanza opaca e inodore.
      "Siamo topi in trappola!" constato' Adam.
      Thomas strinse con forza in una mano una torcia e nell'altra la mazza da baseball degli Yankee. Maledisse l'ignoto: "Figli di puttana!".
      Le crepe lungo i muri diventavano sempre più grandi e profonde. L'umidità era insopportabile e dal soffitto, al passaggio del gruppo, precipitavano delle goccioline appiccicose che provocavano dei pomfi sulla pelle del corpo.
      Con il tempo, le goccioline avevano rivestito il pavimento di un sottile strato limaccioso e maleodorante.
      Ai lati delle rotaie, vi erano molte schiere di scarafaggi.
      Dei gas, ripugnanti e irritanti per gli occhi, fuoriuscivano da alcune fessure presenti lungo le pareti rendendo l'aria ancora più insostenibile.
      Comparvero, lungo il cammino, dei bozzoli di seta. Alcuni grandi quanto una mano, altri più piccoli. Molti di quelli più grandi erano schiusi: degli insetti neri, muniti di aculei lungo il dorso e di robuste mascelle, fecero la loro comparsa. Emisero dei suoni gutturali incomprensibili e fastidiosi.
      "Mio Dio! Che cosa sono?" sospiro' Julia mentre inavvertitamente ne schiaccio' uno che rilascio' un liquido verdastro gelatinoso che le lacero' la suola della scarpa. Rabbrividì.
      "Non fermatevi!", Thomas sprono' il gruppo a non mollare, "Proseguiamo...".
       
      Raggiunta la prima fermata, gli otto erano esausti e affamati.
      "Fermiamoci qui per la notte. Domani mattina riprenderemo il cammino". Thomas sapeva che gli altri erano provati, avevano bisogno di recuperare le forze e dormire per qualche ora.
      Fecero la conta dei viveri.
      "Noi abbiamo alcune scatole di fagioli e del pane. Un paio di bottiglie d'acqua. Voi cosa avete?" domando' Julia sperando che qualcuno avesse portato delle scorte di cibo.
      "Noi due eravamo a scuola e non abbiamo avuto il tempo di rifornirci" risposero i due ragazzi sconsolati.
      "Stavo celebrando la messa" disse Padre Albert scrollando le spalle.
      "E voi?"
      "Io ho della cioccolata" rispose Adam.
      "Io sono corsa per strada da mia sorella, non ho nulla con me".
      "Dobbiamo razionare quel poco che abbiamo, il viaggio è lungo..." sospiro' Thomas.
      Dopo essersi rinfocillati, razionato il cibo e l'acqua, la stanchezza li assali'.
      Mentre gli altri dormivano, Thomas era di guardia. Qualcosa lo privava del sonno: non si sentiva al sicuro.
       
      Mentre Thomas si preparava a rimettersi in viaggio, una gocciolina appiccicosa sfioro' il viso di Julia svegliandola di soprassalto. Un brivido caldo le accarezzo' la pelle.
      "Buongiorno, Julia!".
      "Buongiorno a te, Thomas...".
      I due si abbracciarono e si scambiarono effusioni prima di ripartire ma un rumore improvviso li scosse seguito da una successione di suoni gutturali assordanti. Il pavimento oscillo' e le pareti della galleria tremarono. Alcuni pannelli cadddero dal soffitto.
      Tutti si accasciarono al suolo tramortiti e si tapparono le orecchie con le mani per il rumore assordante!
      "Mi scoppia la testa!" disse Melissa dolorante.
      "Anche a noi" risposero in coro gli altri del gruppo.
      Thomas perdeva sangue dal naso e tremava, le sue gambe vacillavano e cadde per terra. Julia lo soccorse aiutandolo a rialzarsi.
      "Non mollare, amore mio!". Julia aveva gli occhi umidi.
      Dopo il trambusto, un silenzio inaspettato si diffuse nei tunnel della galleria mentre il gruppo proseguiva il cammino. L'angoscia ormai era l'unica compagna di viaggio e la speranza si affievoliva con il passare del tempo. La galleria sembrava non finire mai, sembrava non portare da nessuna parte. "Ho dolore alle gambe!", si lamento' Victor rimanendo sempre più indietro rispetto agli altri, "Sono stanco e affamato. Riposiamoci un po'" sospiro' affranto.
      "Non possiamo fermarci, Victor. Annovera non è lontana, ancora uno sforzo!" lo riprovero' Thomas.
      "Ne usciremo presto, te lo prometto" gli disse Julia abbracciandolo.
      Victor non riuscì a trattenere le lacrime e piansee: "Voglio tornare a casa".
      Padre Albert stringeva una vecchia Bibbia tra le mani e invocava l'aiuto di Dio: "Padre Nostro..." ma Adam lo zittì e lo percosse spintonandolo per terra. Poi, calci e pugni: "Taci! Vecchio! Dopo tutto quello che ci è successo, credi ancora in Dio?".
      "Figliolo, non sai quello che dici" lo ammonì Padre Albert con il volto tumefatto.
      Thomas afferro' Adam da dietro e lo allontano'. "Vergognati! Dobbiamo essere untiti e non prenderci a calci e pugni in faccia. Ognuno crede in quello che vuole".
      Adam sputo' a terra: "Una volta fuori, ognuno per la sua strada!".
      Melissa si avvicino' al vecchio sacerdote e lo aiuto' a rialzarsi: "Lo perdoni, Padre Albert".
      Carl e Kurt ancora provati accompagnavano il gruppo senza proferire parola.
      Il silenzio fu interrotto ancora una volta. Adesso, il rumore era più forte, fragoroso, e andava amplificandosi. Un varco laterale si apri' a un tiro di schioppo dal gruppo. Adam si avvicino' per dargli un'occhiata, quando qualcosa lo afferro' e lo trascino' nell'oscurità.
      "Che cosa è successo?" domando' Melissa con il terrore negli occhi.
      "Qualcosa ha afferrato Adam" sospiro' Victor abbracciando con forza Julia.
      "Andiamo via, adesso" irruppe Julia.
      "E Adam? Non possiamo abbandonarlo". Thomas scosse la testa angosciato.
      "Per quanto mi riguarda, può anche morire quel bastardo" lo interruppe Melissa per nulla preoccupata della sorte del compagno.
      "Mi dispiace per lui, anche se non era un santo. Melissa ha ragione dobbiamo proseguire prima che tocchi anche a noi la stessa sorte" disse Julia aggrottando la fronte. La dura realtà era venuta a galla: nessuno era al sicuro.
      Il gruppo avanzava a passo svelto lasciandosi alle spalle il buco che ha inghiottito Adam e molti misteri.
       
      Dopo due giorni di cammino, la visibilità nella galleria era ancora più ridotta. La fuliggine affaticava la vista del gruppo e la gola bruciava a causa delle polveri presenti nell'aria. L'olezzo nauseabondo di visceri sparse per terra e di sangue putrefatto evocava i pensieri più terribili tra i membri del gruppo.
      "Thomas, se dovesse accadermi qualcosa, promettimi di non lasciarmi qui a marcire. Non voglio diventare cibo per i vermi".
      "Non temere, Julia. Non accadrà mai. Ti porterò fuori di qui e poi, ho dell'esplosivo nello zaino. Nell'eventualità, so cosa devo fare". La cinse per i fianchi con tutta la forza che gli restava.
      Padre Albert continuava a invocare Dio ma la fede nel gruppo iniziava a vacillare.
      "Anche se non mi piaceva, Adam non si sbagliava affatto. Come può ancora credere in Dio dopo tutto quello che è successo? Può Dio volere questo?. È forse giunta la fine del mondo? Prima dell'attacco alla Terra, andavo in chiesa ogni domenica e pregavo Dio tutti i giorni. Certo, non sempre le cose andavano bene ma avevo una esistenza dignitosa. Ero felice. Il mondo è cambiato nel corso degli anni e c'è sempre meno solidarietà e benevolenza verso il prossimo. Mai e poi mai avrei immaginato una punizione così grande...".
      "No, Melissa. Dio non ti ha abbandonato... non ha voltato le spalle all'umanità anche perché Lui ci ha creato. Forse vuole metterci alla prova. Vuole che ognuno di noi si prenda le sue colpe e le espii. L'uomo ha bisogno di redimersi e forse l'unico modo per raggiungere la salvezza è quello di affrontare delle prove. A volte i sacrifici sono necessari. Se Dio riterrà opportuno anche il mio sacrificio, lo accetterò come ha fatto Nostro Signore morendo sulla croce. Non so se la fine del mondo è arrivata, so che devo continuare a pregare Dio se vogliamo salvare l'umanità. Non tutto è ancora perduto, devi avere fede..."
      "Fede? Non credo di averne per molto ancora...".
      Mentre gli altri del gruppo discutevano, Victor camminava in silenzio rimanendo più defilato. Osservava la galleria e contava i passi. La sua mente era altrove, alla sua famiglia. Poi, si volto' indietro e si accorse che Carl e Kurt non c'erano più. Si affretto' per raggiungere Thomas e Julia: "Aspettate! Carl e Kurt sono scomparsi nel nulla".
      Thomas e Julia si guardarono intorno. Avrebbero voluto chiamarli a gran voce ma avevano timore che quella cosa che aveva preso Adam avrebbe potuto attaccarli di nuovo.
      "Mentre torno indietro a dare un'occhiata, voi proseguite il cammino. Vi raggiungo al più presto".
      "No, Thomas! Non voglio che tu vada. Ormai per loro non c'è più niente da fare, saranno stati catturati da quella cosa. Ho paura. Affrettiamoci a raggiungere l'uscita della galleria".
      "Non preoccuparti, Julia. Farò molta attenzione... di me puoi fidarti...", le disse guardandola dritta negli occhi, "Non piangere, amore mio. Non accadrà nulla e poi, ho la mia mazza da basaball". Le sue labbra si curvaronono in un sorriso appena accennato.
      "Pregherò per te, figliolo!"
      "Non sarà necessario, Padre Albert, sarò da voi al più presto".
      Poi, si avvicino' a Julia e le diede un bacio prima di scomparire nell'oscurità.
       
      Julia guido' ciò che restava del gruppo verso Annovera. La strada stava divenatndo viscida e in salita. L'umidità traboccava dalle pareti. Raggiunta la terza fermata, i membri del gruppo ebbero un sussulto: l'aria era diventata improvvisamente gelida. Faceva così freddo nella galleria che un sottile strato di ghiaccio rivestiva la superficie del pavimento rendendolo ancora più scivoloso.
      Aveva i brividi per il freddo ma il suo pensiero era a Thomas: "Sono in pensiero per mio marito. Ormai dovrebbe averci raggiunto ma non è così". I suoi occhi non mentivano. Temeva il peggio.
      "Fermiamoci qui. Nel frattempo mangiamo qualcosa per recuperare le forze e riposarci. Vedrai che lo riabbraccerai di nuovo" le disse Melissa sorridente.
      Si rinfocillarono con i pochi viveri rimasti ma un rumore assordante scosse nuovamente la galleria. Poi, la terra sotto i loro piedi si sollevo' aprendosi in due metà. Un'enorme fauce afferro' Melissa trascinandola all'interno della voragine davanti allo sguardo terrorizzato degli altri membri del gruppo.
      Padre Albert fuggì via in preda al panico. Julia strinse tra le sue braccia Victor: "Andiamo via di qui".
       
      Mentre Julia e Victor tornavano indietro, qualcosa apparve dal buio: "Thomas!".
      I tre si abbracciarono.
      "Credevo fossi morto..."
      "Mantengo sempre le promesse..."
      "Carl e Kurt?"
      "Scomparsi nel nulla. E gli altri dove sono?".
      "Abbiamo deciso di fermarci e mangiare qualcosa nell'attesa di riabbracciarti ma poi quella cosa ci ha attaccati e ha preso Melissa. Padre Albert è fuggito..."
      "Maledizione! Da questo momento non dobbiamo fare alcun rumore. Quella cosa percepisce la nostra presenza".
      I tre dopo essersi ritrovati ripresero il cammino.
       
      Giunti in prossimità della quinta stazione, la galleria era interrotta da una frana e il panico li assalì. "Presto! Torniamo indietro e troviamo un'uscita di sicurezza. Ce ne sarà ancora qualcuna agibile..." disse Julia che non voleva rassegnarsi all'inevitabile.
      Qualche passo indietro, tutto sembrava perduto.
      "Niente da fare... la porta è bloccata ma non possiamo ritornare all'ingresso della galleria... è una follia e poi a cosa servirebbe... la strada è interrotta" ammise Thomas scuotendo la testa.
      "Possiamo usare la dinamite per aprirci un varco" propose Julia.
      Poi, Thomas illumino' con la torcia le pareti della galleria in cerca di un posto dove ripararsi dall'esplosione. Una smorfia di disappunto. Non sarebbero sopravvissuti al crollo: "Non credo sia una buona idea...". L'aria pungente e l'odore nauseabondo che aleggiava nel tunnel non aiutavano a pensare. L'ossigeno scarseggiava. La mente era intorpidita. "Maledizione! Che stupido che sono! Non c'è via di fuga e moriremo qui come topi in gabbia. Ho fallito, amore mio! ". Un senso di disperazione e impotenza lo assalì.
      "Non è colpa tua! Se non fossimo qui, saremmo già morti" gli disse Julia accarezzandogli il viso sporco di fuliggine per confortarlo.
      A un tratto, qualcosa attiro' la loro attenzione, c'erano tracce di sangue sparso ovunque lungo le rotaie.
      "Illumina da questa parte...".
      C'era qualcosa per terra. Thomas si avvicino' lentamente mentre il suo cuore batteva all'impazzata.
      "Che cosa c'è per terra?".
      "Sembrano resti umani...".
      Un corpo senza vita era lì: era sfigurato, mutilato con il cranio fracassato e gli occhi cavati. Brandelli di cervello erano sparsi vicino al cadavere riverso in una pozza si sangue. Il cuore gli era stato estirpato.
      "È Melissa..." Thomas riconobbe il suo braccialetto, ancora intatto, e la sua borsa.
      Julia sgrano' gli occhi quando Thomas con la torcia illumino' la parete di fronte: quattro bozzoli, più grandi di quelli visti in precedenza, erano appesi alla volta della galleria.
      "Scopriamo cosa contengono", Thomas con un coltellino a serramanico recise il bozzolo più piccolo, "Mio Dio... è Carl". Aveva il volto tumefatto e gonfio.
      Gli altri bozzoli contenevano i corpi di Kurt, Adam e Padre Albert. "Sono tutti morti..." sospiro' Thomas.
      Julia era scolvolta mentre Victor, a stento, tratteneva le lacrime.
      "È la fine..." penso' ormai Julia.
      Un botto improvviso li scosse mentre la terra sotto i loro piedi tremo' ancora una volta. Piccoli e grossi frammenti rocciosi continuavano a cadere dalla volta posandosi a terra e mettendo a rischio la loro incolumità fisica. L'eco di suoni incomprensibili si diffuse attraverso i tunnel della galleria. Qualcosa si mosse e venne verso di loro.
      Il suolo si sollevo' e si squarcio': un grosso buco si aprì a pochi passi da loro mentre due grossi vermi fuoriuscirono da quel buco. Non avevano occhi, possedevano lunghe fauci taglienti e si avvicinavano ai tre superstiti che cercavano una via di fuga ma la resa era vicina.
      Per un attimo, Thomas e Julia si guardarono negli occhi in cerca di un'intesa.
      "Victor, al mio segnale scappa il più lontano possibile..." disse Julia con il volto rigato di lacrime.
      L'uomo e la donna estrassero l'esplosivo dal loro zaino e con un cenno della mano invitarono il bambino ad allontanarsi. "Siamo qui brutti bastardi!" gridarono i due ormai sconfitti.
      Victor corse il più lontano possibile scomparendo nell'oscurità mentre l'esplosione polverizzo' ogni cosa nelle vicinanze, aprendo un varco nella galleria.
       
      Le prime luci del mattino illuminarono il volto di Victor sporco di sangue e fuliggine. La strada era ancora lunga ma nulla era ancora perduto, adesso.
       
       
       

    • E si giunse al giorno della laurea, con Sam in tocco e toga, abbracciato a Patrizia e tanti discorsi di vecchi avvocati che esortavano i nuovi laureati a tener alto il nome della loro categoria.
      «Che palle! Spero che non diventerai così noioso. Quando servono la birra?» disse una voce ben nota alle spalle di Sam.
      «Davide!» esclamò Sam abbracciandolo. «C’è anche papà?» domandò, guardando in giro.
      «Ehm… no… aveva un sacco di lavoro arretrato in officina.»
      Il suo supervisore non era l’unico che poteva fiutare le bugie e Sam conosceva suo padre fin troppo bene per non capire che dietro la sua assenza c’era ancora il suo “disappunto” perché non era entrato nell’attività di famiglia. Gli venne un sospetto: «Non dirmi che sei venuto in treno!» Da Napoli a Milano c’erano almeno sette ore di viaggio!
      «Ovviamente! Per niente al mondo mi sarei perso il mio fratellino, vestito da spaventapasseri» ghignò Davide.
      «Avresti potuto prendere l’aereo, cretino!»
      «Gli aerei cadono, idiota!»
      Sam si fece scattare delle fotografie in mezzo a Patty e Davide. Peccato che la madre non fosse lì a vederlo, purtroppo era morta qualche anno prima, altrimenti la sua felicità sarebbe stata perfetta: aveva accanto a sé le persone che amava di più al mondo e stava coronando il suo sogno.
       
      Quella sera andarono a festeggiare in una pizzeria.
      «Per la miseria! Questi sono i migliori hamburger che abbia mai mangiato!» biascicò Davide estasiato. «Sammy, devi assolutamente assaggiarli!»
      Sam, che aveva ordinato un’insalata come Patrizia, rispose: «No, lo sai che mi piace mangiare sano e dovresti farlo anche tu.»
      «Seriamente? È talmente sano che mi vien voglia di suicidarmi soltanto a guardarlo, quello non è cibo, è roba per conigli!» Vedendo passare una cameriera, le chiese: «Per caso, avete anche la crostata di mele?»
      «Dovremmo. Vado a vedere.»
      «Ragazzi! Se è buona come gli hamburger, sarebbe una serata perfetta!»
      «Mi dispiace» disse la cameriera tornando dopo un po’. «L’abbiamo, finita pochi minuti fa.»
      «E ti pareva…» brontolò Davide.
       
       
      Nonostante fosse laureato, lo stage non era ancora finito, perciò, il giorno dopo, Sam tornò al lavoro, con la valigetta che gli aveva regalato Patrizia.
      David aveva passato la notte da lui ed era ripartito quella mattina presto, promettendo di telefonare non appena fosse arrivato.
      «Non è altro che un dannato pesce marcio!» esclamò Riccardo, sbattendo i fogli che stava leggendo sulla scrivania. «Accidenti a me e a quando ho accettato ‘sto caso!» brontolò, stringendosi l’attaccatura del naso.
      Era la prima volta che Sam lo vedeva così arrabbiato. «Pesce marcio?»
      «Si chiamano così i casi che si vorrebbe non aver mai accettato. Una sola parola sbagliata in aula e scateno l’ira di tutte le vecchiette col cagnolino d’Italia» sbuffò. «Ho scritto una lettera di convocazione per la querelata.» Gli consegnò dei fogli scarabocchiati. «Riscrivila al computer, sintetizzandola e rendendola più educata possibile.»
      «Va bene.» “Oddio, che scrittura! Sembra quella di un ragno impazzito!” Mentre la stava riscrivendo e tentava di decifrare la grafia del collega, si aprì un pop-up che gli chiedeva se volesse formattare il disco rigido. «Ma che…? No! No, no, no…»
      «Sammy, che ti prende? Qualcosa non va?» domandò Riccardo, alzandosi dalla sua sedia e mettendosi alle sue spalle, con l’immancabile lollipop in bocca.
      «Le cartellette spariscono una dopo l’altra… la tastiera non risponde… anche il mouse è fuori uso…» gemette Sam, battendo inutilmente su Ctrl, Alt e Canc per avviare Task Manager.
      «Sembra che tu abbia beccato un virus, chissà in che siti sei andato…» disse Novelli, fissando lo schermo, dove le cartellette continuavano a svanire.
      «Io non vado in siti strani e non apro mail sospette!» esclamò il ragazzo indignato.
      «Se lo dici tu… Mi sa che d’ora in poi ti toccherà lavorare con carta, penna e calamaio a meno che… tu resta qui, io vado a chiamare Sara, forse riesce a bloccarlo.»
      Sam tentò inutilmente fino in ultimo di fermare quell’ecatombe, alla fine rimase a fissare lo schermo completamente bianco. Era sicuro di non aver fatto stupidaggini: controllava sempre che l’antivirus fosse aggiornato e navigava in siti sicuri; che fosse finito in uno contraffatto? “Che disastro!”
      Mentre era lì seduto, con la testa fra le mani, sul computer partì un video in cui comparve Riccardo seduto, sembrava, alla scrivania di Sara: «Salve, pasticcino! Spero sinceramente che nel frattempo non ti sia venuto un infarto. Se sei ancora vivo, raggiungici nell’ufficio di Eddy, dove c’è qualcuno che vuole conoscerti.»
      Alle sue spalle sbucò Gilberto che, cingendogli col braccio destro il collo, alzò verso la telecamera l’altra mano coperta da un calzino grigio con dei bottoncini azzurri per simulare gli occhi e dei fili di lana per i capelli. «Ciao, Sammy!» disse con una vocina infantile e facendo “parlare” il pupazzo. «Pippo - Pippo vuole tanto, tanto diventare tuo amico e vuole anche congratularsi per la tua laurea.»
      Riccardo si strinse nelle spalle: «Se invece non sei sopravvissuto al finto virus di Sara, vorrà dire che la torta ce la spartiremo soltanto noi quattro.»
      Ai lati dello schermo comparvero Edoardo e Sara che salutarono sorridendo verso l’obiettivo.
      «Hai due minuti di tempo per raggiungerci, dopodiché cominceremo a festeggiare senza di te.»
      Il video s’interruppe e lo schermo del computer tornò normale, con tutte le cartelle al loro posto.
      Ancora frastornato per quanto accaduto, Sam rimase inebetito a fissare lo schermo, poi si mise a ridere: «Proprio un bello scherzo!» Si alzò e si affrettò ad andare nell’ufficio di Edoardo.
      «Congratulazioni!» esclamarono i suoi colleghi, non appena entrò. Rodolfo, ovviamente, non c’era.
      Sulla scrivania c’erano varie bottiglie di aranciata e un’enorme torta a forma di libro, con sopra delle decorazioni a forma di tocco, martelletto, segnalibro e pergamena con scritto “Congratulazioni Sammy!”
      «Gra… grazie» balbettò Sam commosso: proprio non se lo aspettava.
      «Poiché sei il festeggiato, tocca a te scannare questa meraviglia» gli disse Riccardo, porgendogli un coltello.
      Sam ridacchiò e la tagliò cercando di fare le fette uguali e ne prese una. Pur non essendo un amante dei dolci, dovette ammettere che era proprio buona: era un pan di Spagna farcito con crema alla vaniglia.
      «Regali! Regali!» cinguettò Gilberto e Sam poté finalmente ammirare Pippo - Pippo dal vivo giacché il suo collega l’aveva indossato e porgendogli una scatola di plastica trasparente a scomparti, con dentro sette pietre, lo fece “dire”: «Gilberto ed io abbiamo pensato che ti saranno molto, molto utili per riequilibrare i chakra.»
      Sam non amava le cose New Age ma si finse entusiasta.
      Edoardo gli regalò un set da scrivania per le penne e i biglietti da visita.
      Sara gli porse un pacchetto che si rivelò essere una cornice a forma di castello con drago. «Qui puoi metterci la foto del giorno della laurea.»
      «Sei veramente brava con il computer, quel finto virus mi ha proprio spaventato.»
      «Grazie, ma l’idea è stata di Ricky, come pure la torta con questa forma.»
      «Colpevole!» esclamò l’avvocato, inclinando un po’ la testa e sorridendogli con aria da monello.
      «Vorrei tanto avere il video, se si può…» disse Sam sorridendo.
      «A quanto pare abbiamo un fan. Penso che si possa fare, vero, dolcezza?» domandò Riccardo, rivolgendosi a Sara, poi consegnò una scatoletta di legno a Sam dicendogli: «In qualunque posto andrai, mettila sulla tua scrivania con l’augurio che ti porti fortuna.»
      Sam la aprì: conteneva una bilancia in ottone a due piatti. «Grazie, è bellissima!» esclamò, con gli occhi che gli brillavano e posandola sulla scrivania di Edoardo, però vide che non era in asse; deluso pensò che a casa l’avrebbe esaminata meglio.
      Quasi gli avesse letto nella mente, Riccardo gli disse: «Ti stai domandando perché non è equilibrata? Perché d’ora in poi la bilancia della giustizia dovrà pendere soltanto dalla tua parte, tranne quando, ovviamente, non ti scontrerai in aula con uno di noi.»
      Esaminandola, Sam notò che il piatto che scendeva era più spesso dell’altro, con inciso “avv. Samuele Collina”. «Grazie, Riccardo!» esclamò commosso. «La metto subito sulla mia scrivania!»
       
      Quando Davide chiamò la sera per fargli sapere che era arrivato sano e salvo, Sam gli raccontò del finto virus, del video (senza specificare le parole: se avesse saputo che soprannome gli aveva affibbiato il suo supervisore, Davide l’avrebbe perculato per il resto dei suoi giorni), della torta e dei regali.
      «Wow, wow, calma, fratellino. Sembri un moccioso che ha appena visto Babbo Natale!»
      «È che non me l’aspettavo. Insomma fino a qualche mese fa erano dei perfetti estranei e in teoria non saremmo neanche amici, eppure…»
      «D’accordo, Samanta. Cerca soltanto di non cadere in depressione quando finirà lo stage.»
      Già. La fine dello stage. Cercava di non pensarci ma la scadenza stava arrivando. Un po’ gli dispiaceva andarsene e abbandonare quella “gabbia di matti”.
      “Beh, inutile pensarci ora.”

    • Capitolo primo
      “Qualcosa su cui investigare”
       
      La cucina di casa Conan Boyle era il solito mare di giocattoli sparpagliati sul pavimento in finto parquet.
      Kikka la bambola, con indosso la sua tutina bianca (ormai decisamente ingrigita dalla polvere), si trovava riversa pancia sotto accanto al proprio passeggino, anch’esso capovolto. Tutt’intorno padelline argento, forchettine blu, piattini arancio e tanti (ma proprio tanti…) mattoncini per le costruzioni dei più disparati colori, il tutto rigorosamente costruito con la plastica più moderna.
      Al centro, in un isola di parquet ancora non invasa dal mare di balocchi, la piccola Alice Conan Boyle cercava, senza troppo successo, di spiegare all’abito da sera di una bambola longilinea che doveva assolutamente entrare in un ovetto di plastica, molto più piccolo della sua manina.
      “Tu enta chi!”
      Ordinava la piccina all’abito, molto più grande del minuscolo contenitore in cui sarebbe dovuto entrare, che sembrava non rispondere, in alcun modo, a tutti gli sforzi della piccola Alice.
      Aurora Conan Boyle (sette anni suonati) la maggiore delle due sorelle Conan Boyle, sedeva su una piccola sedia in legno ad un minuscolo tavolo in legno, appoggiato alla parete opposta all’ingresso della cucina. Intenta a disegnare l’ennesimo capolavoro della giornata su di un foglio A4 (sottratto abilmente dalla stampante del papà) e concentrata nel realizzare boccioli di fiore con il pennarello rosso, Aurora non si era in alcun modo resa conto degli sforzi della piccola Alice.
      “Tu enta chi!”
      La faccia paffuta della minore, contornata di capelli color dell’oro, osservava il vestito che si rifiutava di entrare nell’ovetto con lo sguardo di chi non riesce a comprendere perché non brilli il sole in una bella giornata di agosto.
      “Tu enta chi!”
      Il terzo ordine non rispettato, da parte del disubbidiente vestito, provocava sul volto della bimba si due anni e mezzo l’inevitabile broncio di chi sta per scoppiare dirottamente in un pianto.
      Occorreva decisamente il soccorso della mamma.  
      La Sig.ra Giovanna Arthur in Conan Boyle, mani e sguardo sulle padelle fumanti ricolme di pietanze gustose (gestite con l’abilità di uno cheff alieno a quattro braccia) dava le spalle alle figlie e (non fosse stata una mamma) mai si sarebbe potuta accorgere di quanto avveniva dietro di sé.
      Ma, si sa… Le mamme hanno occhi anche sulla schiena e Giovanna Arthur in Conan Boyle aveva una marcia in più rispetto buona parte di tutte altre mamme del mondo! Era una M/M… una Mamma e Maestra! Nulla poteva sfuggire al paio di occhi che aveva sul volto, a quello che aveva sulle scapole ed al terzo paio di occhi (segretissimi) posizionato sui polpacci.
      Fu proprio grazie all’occhio posto sul polpaccio sinistro che Giovanna si avvide del broncio della bimba più piccola, così, con mossa fulminea, fece saltare le due padelle dalle mani, che si posizionarono perfettamente sui loro fornelli, abbassò i fuochi, per non bruciare le preziose pietanze e, dopo essersi asciugata le mani con un strofinaccio, si diresse verso la piccola Alice.   
      “Cosa c’è che non va?”
      Disse la mamma esibendo la sua espressione più dolce.
      “Quetto non enta chi!”
      Rispose la bimba, il cui broncio si cristallizzò nell’attesa che la madre realizzasse per lei il gravoso compito di inserire il vestito nell’ovetto.
      Vi chiederete: “Cosa sarebbe successo di lì a poco?”
      La mamma avrebbe spiegato, con estrema dolcezza, alla piccola che quello che desiderava era impossibile. Alice, dopo una iniziale delusione, avrebbe accettato la situazione ed avrebbe imparato qualcosa di nuovo.
      Questo sarebbe successo se, proprio in quel momento, l’opera della mamma non fosse stata interrotta dall’arrivo del “diseducativo” Waldo Conan Boyle.
      L’arrivo del papà in casa Conan Boyle seguiva sempre il solito rituale.
      Waldo apriva la porta e ringhiava un: “Uh! Sono a casa!”
      Varcata la soglia, il papà mostrava 120 anni di età e la faccia completamente grigia.
      A dire la verità l’ultracentenario papà che apriva la porta era tutto grigio.
      Grigia la faccia, grigie le mani, grigi gli occhi, grigi i capelli e grigio il cuore.
      Era come se il personaggio di un vecchio film in bianco e nero avesse attraversato la soglia di un bel film a colori.
      Per comprendere a pieno il curioso fenomeno occorre, però, tener presente la professione del buon Waldo.
      Waldo Conan Boyle era un avvocato, quando era giovane (cioè il giorno immediatamente precedente a quello in cui aveva iniziato la professione) era le persona più colorata che si potesse incontrare, la sua pelle, i suoi occhi erano di un arancione acceso, con sfumature gialle e rosse… Poi erano iniziate le scadenze da rispettare, la responsabilità professionale, le tasse da pagare, la cassa di previdenza che non poteva aspettare, i clienti da rincorrere per farsi pagare, le minacce di coloro che non volevano pagare, eccetera, eccetera, eccetera.
      Tutto questo, che abbiate capito o meno di cosa si tratti (ma a dir la verità poco c’entra con la nostra storia, per cui se non lo avete capito tirate pure avanti), aveva reso Waldo Conan Boyle inspiegabilmente grigio ed i suoi anni erano, improvvisamente, aumentati di 80.
      (Per scoprire la vera età del papà di Aurora Conan Boyle è pertanto sufficiente risolvere la seguente operazione: 120 – 80 = ? [Ma non ho intenzione di svelarvi la risposta]).
      Riprendiamo, invece, la nostra storia!
      Avevamo lasciato l’omone grigio che varcava la soglia di casa.
      Accadeva a quel punto qualcosa di ancora più straordinario.
      Come ogni sera, M/M Giovanna Arthur Conan Boyle chiedeva:
      “Com’è andata a lavoro?”
      Ma lo chiedeva con un sorriso talmente caldo e dolce che, se la Mamma Maestra fosse stata messa come polena sulla prua del Titanic, l’iceberg si sarebbe sciolto, nessun naufragio sarebbe mai avvenuto e nessuno saprebbe chi è Leonardo Di Caprio.
      (Ah! Per chi non lo sapesse le “polene” sono quelle statue decorative di legno che venivano posizionate sulla prua dei vecchi vascelli).
      Il sorriso della mamma colpiva immediatamente gli occhi ed il cuore del papà che riprendevano immediatamente il loro arancione naturale.
      Waldo, ciononostante, scuoteva la testa con aria disperata, nei suoi cento venti anni apparenti, come a dire “Non è andata bene a lavoro… Non è andata bene…”.
      In quel momento Alice sorrideva e gridava:
      “Babbo, io volevo te!”
      A queste parole, la pelle del papà riprendeva il suo arancione naturale, così come i capelli, ed era assai curioso vedere un grosso vecchiaccio arancione sulla porta di casa.
      Veniva quindi il turno di Aurora Conan Boyle, appena la ragazzina udiva la voce del papà, alzava la testa da quello che stava facendo (spesso un bellissimo disegno), gli si avvicinava e allungando le braccia verso di lui, diceva:
      “Superabbraccioaffettuoso!”.
      A quel punto, papà ed Aurora si abbracciavano ed ecco che avveniva l’incantesimo più grande.
      Il vecchietto arancione, nelle piccole braccia della sua bambina, iniziava, immediatamente a ringiovanire; in pochi secondi i suoi anni passavano da 120 a 80, poi a 60 per arrivare, infine, a 40.
      Anche quella sera d’inverno avvenne tutto come al solito e, pertanto, il vecchio e grigio Waldo Conan Boyle apparve, dopo pochi attimi dal suo ingresso in casa, come un arzillo quarantenne tutto arancione.
      La pigmentazione arancione fa sì che, anche a quarant’anni, il buon Waldo non riesca ad essere serio, pertanto, nella serata che vi sto raccontando, una volta abbandonato l’abbraccio della prima figlia, il papà si diresse verso la seconda, le prese di mano l’ovetto ed il vestito da bambola e, interrotta l’attività educativa della mamma maestra, rassicurò la piccola Alice con le parole:
      “Non ci entra? Adesso ci pensa papà!”
      Giovanna tornò alle sue padelle scuotendo la testa.
      Aurora si diresse al suo piccolo tavolo da disegno, con aria sorridente e soddisfatta dell’incantesimo appena compiuto.
      Alice si mise a battere le mani ed a sorridere:
      “Metti ello lì! Metti ello lì!”
      Accadde allora quello che dette davvero inizio a tutta la complicata storia che stiamo raccontando.
      Mentre il papà si contorceva sul divano per tentare di infilare il vestito della bambola nel minuscolo ovetto, il suo sederone schiacciò il telecomando, che si trovava abbandonato proprio là sopra.
      La televisione si accese sul tipico telegiornale del periodo dell’avvento. Passavano immagini di bimbi magri e smunti di qualche villaggio africano, con occhi tristi ed aria assente.
      La voce del cronista diceva:
      “Babbo Natale si dimenticherà di loro anche quest’anno. In ritardo come sempre gli aiuti provenenti dai paesi…”
      La mamma, con guizzo felino, balzò fino al televisore, abbandonando ancora una volta le padelle sul fuoco, per spegnerlo… Ma ormai la frittata era fatta!
      Aurora Conan Boyle, attratta dalla voce e dalle immagini era immobile a bocca spalancata dinanzi alla televisione e quando la mamma la spense, si volse a guardarla in silenzio, per poi tornare al tavolino da disegno.
      Ma il suo brillante cervellino di ragazzina di sette anni era, ormai, in piena elaborazione, come se mille computer di ultima generazione stessero elaborando una nuova complicatissima teoria matematica.
      Sul momento, ovviamente, nessuno se ne accorse, ma dopo, a tavola, mentre la famiglia Conan Boyle stava consumando un gustoso piatto di uova con i piselli, la voce di Aurora proruppe in un:
      “Perché Babbo Natale si è scordato di loro?”
      La mamma maestra finse di non capire, il papà “diseducativo” non capì proprio.
      “Di chi? Aurora” Disse lei.
      “Cosa!” Disse lui, inghiottendo una abbondante forchettata di piselli.
      “Di quei bimbi alla televisione… Mamma, perché Babbo Natale si è scordato di loro?”
      I coniugi Conan Boyle non potevano certo rivelare alla dolce ragazzina il G.S.B.N. (Grande Segreto di Babbo Natale) a loro rivelato in via confidenziale qualche anno prima da fonti che, per il momento, è meglio mantenere segrete. I due si guardarono quindi con aria disperata.
      Il papà stava per mettersi a fare capriole (col rischio di affogarsi con i piselli) per distrarre le figlie, quando la mamma maestra risolse il problema, dicendo:
      “Babbo Natale non si scorda mai di nessuno… Non credere a tutto quello che dicono in televisione”.
      Aurora Conan Boyle finse di credere alla risposta nella mamma, ma era evidente che i genitori nascondevano qualcosa: tutti sanno che se una cosa viene detta alla televisione vuol dire che è vera!
      “Bene!”, pensò: “Non volete sbottonarvi, scoprirò da sola cosa nasconde Babbo Natale: Questa è una nuova indagine per Aurora Conan Boyle…”
       

    • "Destati, l'alba è già passata da un pezzo!"
      - non vi fu risposta alcuna - 
      "Siun! Non mi vorrai su tutte le furie ancor prima di aprir bottega, vero?!"
      "...sono sveglio, madre. Ho tardato questa notte alla locanda. Vi raggiungo subito"
      Siun, da quel poco che avete appreso per ora, non vi sembrerà il più sveglio e valoroso
      uomo delle Montagne Bianche...e, forse, potreste aver ragione.
      Dopo essersela presa comoda, rischiando un severo rimprovero, Siun raggiunse la madre
      Khelia (donna forte, giunonica ma vedova di guerra da quasi dieci anni), seduta al tavolo
      di fronte la porta d'ingresso.
      La colazione era gia pronta da un pezzo. Formaggio, latte di capra e una fetta di pane nero.
      "Madre, ieri alla locanda ho..."
      "Me lo hai gia detto, Siun, non serve ripeterlo."
      "Chiedo scusa", disse Siun abbassando gli occhi andandosi a sedere al suo posto a capotavola.
      "Lo sai che ho bisogno di te qui. Da sola non posso farcela. I clienti sono troppi."
      La famiglia di Siun, da parte di padre, gestisce da generazioni una macelleria al centro della
      città di Hali. Roccaforte costruita ere addietro dagli uomini delle rocce. 
      Ed oggi meta obbligatoria per ogni ristoratore in cerca di provviste.
      "Lo so, madre, ma ieri Darus festeggiava il suo diciottesimo compleanno"
      "Mmh...quel Darus. Gia da quando eravate bambini mi fa dannare!"
      Khelia guardo Siun e lo abbaglio con un sorriso da madre arrabbiata ma forse solo preoccupata.
      "Dai, finisci di mangiare e raggiungimi fuori. Oggi il sole splende e ho deciso di appendere le oche"
      "Certo, arrivo subito!" Si affretto a finire il latte e diede due morsi al pane.
      La giornata volò tra un cliente e l'altro. Chi alla ricerca di oche e galline per grandi feste in famiglia.
      Gaffieri e ristoratori pronti ad offrire la carne piu richiesta ai propri clienti.
      Insomma, la macelleria della famiglia Kholen non vedeva giorni bui da secoli.
      La luna prese possesso dei cieli sopra Hali e Siun era gia pronto per cenare e scappare in fretta e furia, 
      come suo solito, alla locanda con gli amici Darus, Vinn e Mjorn.
      "Sirus, stasera vedi di tornare presto. Domani è un giorno importante."
      "Lo so madre. Domani saranno dieci anni dalla scomparsa di mio padre. Non so se voglio..."
      "So come ti senti, per me è dura ogni giorno. Ma lo sarebbe di più senza di te. Per questo voglio che
      domani ricordiamo tuo padre. Lui ci osserva, Sempre."
      Breun, il padre di Sion, perse la vita in battaglia esattamente dieci anni fa.
      Molto lontano da Hali.
      Dovete sapere che Breun era un soldato valoroso. Comandava le legioni degli Uomini delle Montagne da tanto tempo.
      Fu il primo della sua famiglia ad entrare nei libri di storia per imprese di guerra.
      Difese il Regno delle Montagne per anni ed anni. Sconfisse armate di Troll, Fauni Neri ed Elfi della Luna.
      Il nome di Breun, in poco tempo, superò i confini delle Montagne Bianche. 
      Divenne cosi Breun il Maestoso.
      La notte passò ed il sole torno a sedersi sul trono del cielo.
      Sion torno presto dalla locanda come sperava sua madre.
      "Andiamo, dai, fatti forza."
      "Arrivo"
      Khelia e Sion si avviarono lungo la strada di fronte la macelleria. 
      Attraversarono il centro del paese ancora deserto vista l'ora. L'alba, infatti, era ancora una novita per questa giornata.
      "Davvero lui ci osserva?" domandò Sion con voce flebile.
      "Sempre. Quando ti senti stanco, quando la giornata sembra esser troppo dura e quando la vita si fa complicata,
      lui poserà sempre la sua mano sulla tua fronte, come faceva quand'eri piccolo, e ti conferirà tutta la forza necessaria
      per affrontare qualsiasi pericolo. Qualsiasi avversario."
      Sion non rispose. Si limitò ad abbozzare un sorriso.
      Khelia si aspettava una reazione simile. Breun morì quando Sion aveva solo otto anni.
      Non riuscì mai a piangere per la morte del padre che, per altro, non fu mai piu ritrovato dopo la battaglia di Lungo Cammino
      nella quale perse la vita assieme a tanti altri abitanti di Hali.
      Il vento era fortissimo quella mattina. I capelli neri di Sion non trovavano pace. 
      Dopo un'ora di cammino, Khelia disse: "Eccoci, qui è dove tutto è cominciato."
      Di fronte a loro vi era una casupola. Piccola. Di sassi bianchi ma molto sporchi.
      Nessuno vi abitava da anni, veniva da pensare.
      "Qui tuo padre divennte Breun il Maestoso"
      Sion sgrano gli occhi e vide che all'interno della casetta di mattoni, vi era un libro.
      Grosso, impolverato e con una copertina probabilmente di pelle di cavallo. 
      Incisa nella parte alta della copertina marrone scuro, vi era una frase.
      Sion fece per avvicinarsi, incuriosito da quel manufatto.
      "Aspetta, ci penso io." disse Khelia sorridendo.
      Entro e prese il libro.
      Lo mostro a Siun e disse: "Vedi? Questo è il Libro delle Danze. Immagino tu ne abbia sentito parlare alla locanda. No?"
      Siun sembrava incredulo. Stranito. Tentenno qualche secondo e poi rispose con poca voce: "Certo che si."
      Khelia non perse il suo sorriso e continuo dicendo: "Il Libro delle Danze è ciò che di piu caro abbiamo in questa terra.
      Il nostro popolo ha bisogno di forza. E tuo padre contribuì a rendere questo luogo, non solo fondamentale, ma sacro."
      Siun era pietrificato ma allo stesso tempo voglioso di sapere dell'altro. Quel libro era forse l'argomento principale di ogni discorso 
      tra lui ed i suoi amici. Chissa quante volte avran progettato di andare alla ricerca di quella reliquia. Chissa quanto avra sognato questo momento.
      E chissa quanta incredulita nel sapere che il proprio padre sia legato ad esso.
      "Madre, posso chiedervi cosa fece mio padre per meritare tanto?"
      "Certo, tu devi sapere. Ho aspettato tanto perche volevo essere certa che tu fossi pronto."
      Sion continuava a non muovere nemmeno un dito.
      "Quest'anno fai 18 anni. Sei pronto."
      Khelia fece per aprire il libro, ma Siun la interruppe. Mise una mano sulla copertina e guardò in alto.
      Fu un momento intenso e Khelia lo sapeva.
      I due rimasero in silenzio per qualche momento, poi Khelia inizio a leggere le prime frasi del libro.
      "Questo è il Libro delle Danze. Solo con la piuma dein Falchi della Pace potrete incidere il vostro nome al suo interno."
      "Vedi, Siun, tuo padre riuscì a vedere i Falchi della Pace dopo la battaglia con i Troll del Bosco Nero."
      Disse Khelia alzando lo sguardo dal libro.
      Lo sguardo di Siun era fisso sulle pagine giallastre di quel grosso libro.
      "Gorg l'Indemoniato. Colui che sconfisse armate di Giganti Rossi. Lui era fortissimo. Tuo padre apprese da lui tutto ciò che sapeva."
      Prosegui Khelia.
      "Solo i veri eroi hanno visto i Falchi. E solo i veri eroi entrano nel mito."
      Siun riusci ad alzare lo sguardo e chiese: "Mi racconti come è morto mio padre?"
      Dovete sapere che Siun non chiese mai come suo padre perì in battaglia.
      Si limito ad ascoltare i discorsi degli anziani che narravano di Breun il Maestoso che
      venne sconfitto dopo giorni di battaglia. 
      "Sei davvero pronto? Sei sicuro?" chiese Khelia con gli occhi lucidi e la voce spezzata.
      "Voglio saperlo."
      "D'accordo. Siedi qui accanto a me allora."
      Khelia prese la mano di Siun ed inizio a racconatare con poca voce e qualche lacrima che bagnava le sue guance.
      "Tuo padre, Breun, ci lasciò dieci anni fa. Durante una battaglia tra gli Uomini e i Lupi Grigi.
      Vedi, i Lupi Grigi sono tra le creature più pericolose del nostro mondo. 
      Hanno la fisicità dell'uomo piu possente che tu possa immaginare e la fame del lupo più cattivo."
      Sion faticava a trattenere le lacrime.
      "E tuo padre li affrontò." prosegui Khelia. "Li affrontò senza paura. Portando in battaglia oltre cento uomini.
      I Lupi erano in minor numero ma ci fu un tradimento durante la battaglia del Lungo Cammino.
      L'antica allenza tra Uomini delle Montagne e Uomini dei Serpenti terminò quel giorno.
      I Virg (nome antico degli Uomini dei Serpenti) non risposero alla richiesta d'aiuto di tuo padre.
      E, per di piu, non rimandarono indietro il messaggero che venne inviato a loro. Chissa che fine fece quell'uomo.
      Ma tuo padre non si abbattè. Affrontò i Lupi e perì in battaglia.
      Ma difese le nostre città.
      I Lupi progettavano da tempo un attacco al nostro regno. Ed Hali sarebbe stata la prima tappa della loro offensiva.
      Dopo quella battaglia, non ebbero piu i numeri per affrontare cammino e perdite che una guerra richiede.
      Tuo padre diede la vita per tutti noi."
      Gli occhi di Sion erano rossi, gonfin e zuppi di lacrime. Con pochissima voce, tra un singhiozzo e l'altro, domando alla madre
      "E non lo avete piu rivisto? Nemmeno il suo corpo dopo morto?"
      Khelia prese un respiro e disse: "No, Siun, non riuscimmo ad onorarlo come avrebbe meritato."
      "E perche?" chiese Siun.
      "I Lupi Grigi non sono come noi. Non conoscono pieta. Se vincono una battaglia..."
      Khelia faticò a finire la frase.
      "...se vincono una battaglia, divorano i caduti avversari. Nessuno dei nostri uomini fu piu ritrovato."
      Siun si lancio tra le braccia della madre scoppiando in un fragoroso pianto.
      Khelia passò la sua mano tra i capelli di Siun ed, avvicinando la bocca al suo orecchio, disse: "Forza tesoro mio, so che è dura. Ma ti renderà forte."
      Il pianto di Siun prosegui per parecchi minuti e Khelia continuava ad accarezzarlo e baciarlo sul capo.
      "Voglio vendicarlo, madre. Sento che devo farlo." tuonò Sion ancora zuppo di lacrime.
      "Voglio che il nostro popolo torni a scrivere un nome sul Libro delle Danze."
      Khelia, ora, faticava anch'essa a trattenere lacrime ed agitazione.
      "Sapevo che l'avresti detto. Ed è il motivo per il quale ora siamo qui. E non siamo più soli."
      Khelia volse lo sguardo ad Est. Verso un sentiero che sale sulla montagna. 
      Vi era una creatura strana. Da quella distanza sembrava...sembrava...giuro su questo cielo che era un Elfo delle Acque.
      Gli Elfi delle Acque sono rarissimi di questi tempi. 
      Abitavano queste terre ere addietro, ma dopo le innumerevoli minacce da parte delle Creature dal Cuore Assente, abbandonarono le Montagne Bianche.
      Sapete, anche i Lupi Grigi fanno parte delle Creature dal Cuore Asssente. E credo sappiate gia il perche.
      "Madre, è un Elfo delle Acque o le lacrime mi impediscono di vedere?"
      "No, Siun, ci vedi benissimo. Lui è Cronis, il più anziano abitante di queste montagne." rispose Khelia. "E' qui per addestrarti."
      "Addestrarmi? A cosa?" disse Siun sgranando gli occhi.
      "Tu sei destinato a diventare come tuo padre. Ma ti serve una guida. Cronis addestro tuo padre decenni addietro. E ora è qui per te."
      Siun non riusci a rispondere. Si limito a stringere ancora sua madre in un abbraccio.
      "Siun, tu sei l'erede di Breun. Sei il figlio di Breun. Sei l'erede al trono degli Uomini delle Montagne Bianche."

    • Velluto Liquido. Nero. Abisso.

      Fondale remoto della mia coscienza, intriso di dolce inebriante amarezza. L'assaporo e m'assicura, ad ogni sorso sceso, lento, come a confidenza. Ci guardiamo, mi assorbe negli occhi scuri, m' annega fino all' ultimo pensiero. Mattino. Ore pallide stropicciate sul cuscino, quando il cielo sbadiglia sopra i tetti umidi di pioggia che s'asciuga. Freddo. Gote rosse sotto il vento, vampe calde dietro il fumo d'un bicchiere che m' ascolta. Caffè. L' Amante d'ogni giorno, mi conosce e non tradisce, puntuale ad un incrocio, fra pareti e corridoio. Angolo un po' fosco, al riparo di bagliori al neon. Bruciore agli occhi, non si scalzan via dal sonno, che mi resta radicato fra le ciglia ed il precordio. M'assolvo, centellino il Sacramento, se mi pento ma non dolgo al sapore che m' ha sedotto. Benedice, questa rea in esilio dai ricordi ed altre sponde, cambia in acqua il sangue sporco.

      Resurgo.
       
      - Dal mio Sangue Lupo

    • Antonia, sistemata nel convento di Montegridolfo dalla madre che l’ha abbandonata al suo destino, deve decidere se prendere i voti o sposare il capomastro venuto a sistemare il chiostro. La scelta sarà dolorosa.
       
       
      LA SIGNORINA DI MONTEGRIDOLFO
      racconto
      di Riccardo Alberto Quattrini
       
      “Morire non è nulla; non vivere è spaventoso”
      Victor Hugo
       
      Era lì davanti a me, con l’aria di volere interrogarmi, mentre io desideravo restarmene in santa pace a godermi i primi raggi di sole, che la primavera aveva tardato a regalare. Ero riuscita, con uno stratagemma, a fuggire da quella casa nefasta e salire sulla corriera del mattino che da Ginestreto porta a Pesaro. Dopo aver girovagato senza meta per la città, mi ero incamminata lungo i viali del parco alla ricerca di un luogo tranquillo. Scelsi una panchina appartata davanti a un enorme olmo, alto, solenne. Mi sono sempre piaciuti gli alberi grandi, maestosi, forse perché m’incutono un senso di protezione. Mi sedetti, e inspirai forte. Il profumo d’erba giovane e di fiori freschi risaliva lungo le narici donandomi una sensazione di grande benessere e ritrovata tranquillità. Rovesciai la testa e guardai la solennità di quei rami protesi verso di me. Parevano delle enormi braccia capaci di proteggermi, come nessuno aveva mai fatto prima. Mia madre aveva le mani svelte e per un niente mi riempiva di botte. Mai un sorriso, una parola buona. Niente. Mio padre non era da meno. Urlava sempre, anche per delle sciocchezze. Guai se ritornava dal lavoro e non trovava la cena pronta. Erano dolori. Quando poi rientrava ubriaco, erano botte, botte per entrambe. Finché un giorno lo trovammo soffocato nel suo stesso vomito. Mia madre non versò una lacrima, anzi compì un gesto che non ho mai dimenticato. Sputò su quel corpo inerte. Rimasta vedova, dopo soli due mesi pensò di prendersi un nuovo marito che le chiese di scegliere: o lui o me. Mia madre, da come mi scaricò in gran fretta, preferì lui. Così mi ritrovai quattordicenne abbandonata, rinchiusa nel monastero di Montegridolfo. Vi avrei sostato, immersa nella solitudine, fino alla fine dei miei giorni se l’ineluttabile mano del destino non fosse intervenuta a mutare il mio cammino. Il monastero aveva un chiostro quadrato, con un giardino e un pozzo nel mezzo. I portici avevano ampi archi con il soffitto dipinto; disegni sbiaditi che non finivano di interessarmi, giacché certe figure si potevano immaginare ora in un modo ora in un altro. Per questo, molto spesso, camminavo lungo tutto il perimetro con il naso per aria, fino a che la testa non mi girava. Il pavimento era formato da pietre ampie e squadrate sulle quali, con grande disappunto delle suore, disegnavo il gioco del nove. Ma dovevo fare molta attenzione quando saltavo, perché andavano in pezzi come le colonne alte, ruvide e sbeccate come piatti rotti. Il tempo e lo spazio, in quel luogo di meditazione, assumevano connotati diversi da quelli che si misurano nella quotidianità. Laggiù ci si ritrovava sospesi tra terra e cielo. Intrisi di trascendenza, spiritualità, misticismo. Otilia, la madre superiora, fin dall’inizio mi aveva messo in guardia da certe tentazioni, e non finiva mai di insistere. Sosteneva ci si dovesse difendere dai richiami della carne, assicurandomi che solamente così ci si avvicina a Dio; nella totale purezza e spiritualità. Ma, anche in quel luogo, il maligno era sempre attento, pronto a tentare chiunque avesse ceduto per un attimo alle sue lusinghe. A quell’età il corpo e la mente parlano un identico linguaggio. «Certe volte, sento le viscere che si muovono e il cuore mi batte forte forte» mi confidò un giorno Immacolata. «Io, invece, sento qualcosa che freme, là, in mezzo al ventre, e se vi passo la mano avverto un gran calore» continuò Letizia. Immacolata e Letizia erano le novizie alle quali ero più affezionata. Ci separavano solamente pochi anni. Eravamo cresciute assieme, al convento. Condividevamo le stesse sensazioni, i medesimi turbamenti, le identiche inquietudini, che a diciotto anni assalgono le ragazze. «E cosa fate quando succede?» domandavo. «Preghiamo» fu la loro risposta. «Preghiamo il Signore che ci liberi da queste tentazioni.»
      Un'altra volta Immacolata mi domandò: «Ma tu Antonia, che non hai scelto di prendere i voti, non vorresti andartene?» «E dove?» domandavo a mia volta. Il mondo là fuori mi faceva paura. La grande occasione di conoscerne un lembo si presentò quando morì il povero Goffredo, un vecchio che andava in paese a fare le commissioni per il convento. A quel tempo ero ormai più che maggiorenne, così, incoraggiata da Immacolata, domandai alla badessa se desiderava che me ne occupassi io. La madre superiora fu contenta della mia richiesta, forse vi ravvisava il convincimento di volermi, gradatamente, staccare da quel luogo e provare a condurre una vita al di fuori delle mura che per me erano come il ventre di una madre. Fu così che, una volta al mese, mi recavo nel mondo degli uomini, come scherzosamente lo chiamavamo noi. «T’invidio» mi confidò Immacolata. «Ci dovrai raccontare tutto, al tuo ritorno» si raccomandò suor Letizia. Montecchio distava circa dieci chilometri, che percorrevo su una bicicletta vecchia e arrugginita. Ricordo quanto mi piacesse fiancheggiare le morbide colline che lentamente digradavano verso la piana, e pedalare sotto cieli primaverili che mi riempivano l’anima di gioia. Era una tale felicità poter fuggire dalla clausura, anche se per poco tempo, che non mi sfiorava neppure l’idea della fatica di percorrere a ritroso la strada in salita. Montecchio era un paese di poche anime, ma pur sempre grande e popolato per una che viveva in un eremo. Tra i miei compiti c’era quello di ritirare la posta per le religiose, fare qualche acquisto particolare all’emporio e poi ero libera di girare per il paese senza una meta precisa. La mia fuga terminava in una latteria a gustarmi un gelato. Era poco, ma già un grosso passo avanti. Ed io, pedalando sulla strada del ritorno, contavo i giorni che mi separavano dalla successiva gita in paese. Un giorno sentimmo un gran vociare delle sorelle più anziane, radunate dentro l’aula maggiore. Immacolata, che stava nelle vicinanze, affermò che discutevano della necessità di ristrutturare il chiostro. La notizia ufficiale ci fu comunicata mentre eravamo tutte al refettorio. Anche se l’abito che indossavano esigeva un contegno, la felicità per quell’evento ben presto si vide impressa sui visi di ognuna di loro. Si trattava di un'occasione straordinaria: un gruppo di persone che venivano da fuori, che conoscevano il mondo esterno, sarebbe entrata nel convento. Le suore, come avevo scoperto in quegli anni, erano molto curiose, non di una curiosità capricciosa e impudica, coltivavano il desiderio di conoscere cosa succedeva fuori da quelle mura. Pur sapendo che non avrebbero mai potuto avvicinarsi, o tantomeno parlare, a chiunque si fosse aggirato per il chiostro, erano eccitate alla sola idea. La madre superiora le aveva esortate a mantenere una condotta consona all’abito che indossavano e, per l’occasione, aveva incaricato le sorelle più anziane di sorvegliare le altre. Anche se nel convento regnava un’apparente tranquillità, nei giorni a seguire era tutto un bisbigliare, un parlottare, un sussurrare, un fantasticare lungo tutte le arcate del chiostro, persino durante le orazioni. Quando, in una bella e splendente mattinata d’aprile, bussarono all’uscio, la priora, seguita da alcune sorelle anziane, aprì il grande portale borchiato e un piccolo e sgangherato autocarro entrò nel cortile in una nuvola di fumo denso e scuro. Ne discesero quattro uomini. Tre poco più che giovanotti, mentre il quarto, quello che lo guidava, tra i cinquanta e i sessant’anni. Noi, impazienti, c’eravamo nascoste dietro le colonne e da lì spiavamo l’evento tanto atteso e chiacchierato. Il più anziano, che pensai fosse il principale, cominciò a dare ordini con tono deciso e perentorio. I giovani si accinsero a scaricare lunghi pali di legno e una
      quantità di assi lunghe, ricoperte da strati di calcina e cemento. Cominciarono a intelaiare un’impalcatura, che serviva per eseguire la ristrutturazione del chiostro. Durante le pause di mezzogiorno, dentro il refettorio giungevano le voci smorzate dei quattro uomini, mentre a turno le suore leggevano l’eucologia. Qualcuna, senza farsi notare, osava allungare il collo oltre le vetrate, per osservarli seduti a chiacchierare al centro del chiostro, accanto al grande pozzo. La mattina presto sistemavano alcune bottiglie di vino nel secchio, che calavano giù, per poi ritrovarle fresche a mezzodì. Bevevano e mangiavano enormi panini, riempiti di salame o mortadella, che avrebbero fatto la felicità di noialtre, costrette a nutrirci di frugali pasti a base di minestre e verdure cotte. Nei giorni a seguire giravamo per i portici con il breviario tra le mani, fingendo di leggere le orazioni, controllate a distanza dalle veterane che, bonarie, tolleravano le innocenti occhiate che scivolavano sopra le pagine. I giovanotti in canottiera, dimentichi del luogo in cui si trovavano, arrampicati sopra le tavole cantavano bellissime canzoni nel loro dialetto e, appena si presentava l’occasione, ci lanciavano occhiate o sorrisetti ammiccanti. Noi avevamo le decane a controllare che la distanza tra noi non diventasse troppo contigua, ci richiamavano battendo con violenza le mani che rimbombavano per tutto il chiostro. Il loro principale, molto più triviale, con i fischi li richiamava al lavoro ogniqualvolta li vedeva distratti a osservarci. Fu proprio quell’uomo, così asciutto e indifferente a tutto ciò che gli succedeva intorno, a fare una strana e inaspettata richiesta alla priora. Quando lei me lo disse, rimasi sbigottita. «Ma è un vecchio!» «Ha solo quarantotto anni» sottolineò lei. «Ma mi avrà visto bene?» «Ti chiede in sposa, certo che ti ha visto» rimarcò. «Sono confusa madre.» Lei seguitò: «Ha una bella e tranquilla casa in paese.» «Ho paura» dissi con voce tremante. «Di cosa?» «Che mi possa fare del male.» «Mi dicono che è un buon uomo.» «Sarà, ma…» «Antonia!» m’interruppe la priora. «Non possiamo tenerti ancora qua, se non ti decidi a prendere i voti.» «Capisco madre.» «Questa è un’occasione che mai più ti capiterà. È un dono del Signore.» Il matrimonio fu celebrato poche settimane dopo, nella piccola chiesa di Ginestreto, dove andai ad abitare. Eravamo in sei alla cerimonia. Io, Giulio, l’officiante, il chierichetto e due pie donne che pregavano sedute in fondo alla chiesa. Non c’erano addobbi, né fiori. Solo l’odore acre d’incenso. Gli anelli che ci scambiammo erano d’argento, credo. Lui mi porse la sua mano forte e nodosa ed io faticai non poco a infilargli la vera al dito. Il chierichetto con l’aspersorio mi sorrise gentile, mentre Giulio mi porgeva un mazzo di fiori di campo.
      «Questa è la tua casa» disse asciutto, con la voce resa roca dalle troppe sigarette. La casa era piccola e modesta: due stanze da letto, un piccolo tinello e un cucinino poco più grande di un ripostiglio. I servizi erano fuori, nel cortile comune. Una delle camere era occupata da un’anziana donna, che se ne stava rannicchiata sotto le coperte, tutta spettinata e sporca, tanto che il tanfo mi assalì appena Giulio aprì la porta. «È mia madre» disse. «È molto malata e ha bisogno di essere accudita. Dovrai essere molto buona e paziente con lei. Hai capito?» e mi strinse i capelli sulla nuca, facendomi male. «Se farai la brava, vedrai che ti troverai bene qua.» E se ne uscì da casa senza dirmi dove andava e se sarebbe ritornato per la cena. Rimasi ferma nella penombra della stanza, udendo solamente il rantolo affannoso della donna e il battito veloce del mio cuore nel petto. Quando la donna emise un lamento più intenso, mi ridestai da quell’apatia. Scostai la porta, lei girò appena la testa verso di me. Mi fece segno con la mano di avvicinarmi. «Chi sei tu?» domandò biascicando le parole. Le dissi che ero la moglie di suo figlio ma forse non capì. Poco importava. Le serviva solamente qualcuno che la accudisse. Mi fece segno che voleva bere indicandomi l’acqua con la mano bianca e ossuta. Accesi l’abat-jour del comodino. Una luce smunta illuminò un viso scolorito, scarno, privo di denti, con i capelli radi e bianchi sulla testa piccola. Come piccola doveva essere tutta la figura che si distingueva appena dall’impronta sulle coperte. Teneva gli occhi aperti a fissare un punto sul soffitto, mentre un rivolo di saliva le scendeva lungo la bazza. Alzai lo sguardo; non c’era nulla, solo un soffitto pieno di ragnatele e macchie di umidità. Presi la brocca e versai il liquido dentro un bicchiere ingiallito sui bordi. Le passai una mano dietro la nuca, sudata e ossuta, e la sollevai per permetterle di bere. Dischiuse appena la bocca, chiuse gli occhi e porse la lingua come se dovesse ricevere l’eucarestia. «Deve bere» dissi. Allora spalancò gli occhi vacui e attese che le posassi l’orlo del bicchiere sulle labbra. Non ricordo quanto tempo rimasi in quella casa. Forse un anno. O forse molto di più, prima di prendere quella decisione. Rammento solo che un giorno capitò inaspettato don Pietrino, il parroco che ci aveva unito in matrimonio, così chiamato per la sua statura che non superava quella di un fantino. Era passato per vedere come stavo. Forse condizionato dalle voci che circolavano, sempre più insistentemente, in paese. «Lui non vuole che venga a trovarmi. Non vuole nessuno dentro casa» dissi. «Se lo viene a sapere, passo un brutto guaio. Padre, non mi lascia più uscire, non posso vedere più nessuno.» «Ma che dici mai!» esclamò levandosi il copricapo. «Lei è una strega. E lui è malvagio come il diavolo» gli sussurrai all’orecchio. «Figliola. Bada che le bugie portano all’inferno.» «Non mi vogliono bene padre» dissi trattenendolo per un braccio. «Ne sei proprio sicura? Il bene ha molte sfaccettature. Tu forse non le vedi, ma sono certo che ti ricrederai» continuò con voce caramellosa. Depositò il cappello sul tavolo, per poi fregarsi le piccole mani sul petto come se sentisse freddo, ma era solamente impacciato. Non voleva credermi. Anche lui, come la superiora, si ostinava a voler considerare quel matrimonio la mia sola e unica possibilità per uscire da tutte le mie disgrazie. «Ma com’è possibile? Questa è la tua casa. È la tua famiglia.» condizionato dalle voci che circolavano, sempre più insistentemente, in paese.
      «È così padre, mi creda» insistetti posandogli una mano sul braccio sottile. «Sei sicura di comportarti bene? Ami tuo marito e fai tutto ciò che ti chiede? E poi, ami sua madre, quella povera donna?» sgranò gli occhi dietro le spesse lenti, tanto che vi lessi un tono quasi accusatorio. «Si può amare un uomo che mi ha sempre trattata peggio di una serva? Eh, reverendo?» esclamai alzando la voce. «Ssshhh» sibilò con l’indice sulle labbra. «Vuoi svegliare quella santa donna?» «Senta padre» risposi con lo stesso tono. E scoprii un braccio, su cui erano evidenti ampi segni bluastri. Don Pietrino si coprì le labbra con la mano aperta. «Lo vede? Giulio mi ha sposato solamente perché facessi da serva a lui e a quella di là» e indicai la porta della stanza. Lo vidi intimidito dalla mia aggressività. E anch’io ne rimasi stupita. Da sempre mi ero considerata timida e discreta. Invece ora mi sentivo tanto combattiva. Forse perché ne avevo sopra i capelli di sopportare, continuamente, le angherie che si consumavano in quelle quattro mura. Così lo incalzai. «Ha visto questo?» domandai tenendo sempre il braccio teso sotto i suoi occhi. «Non è nulla» e sollevai la maglia mostrandogli la schiena piena di piaghe rosse. «È la cinghia dei suoi pantaloni.» «Copriti! Copriti ti prego!» mi supplicò. Non gli diedi retta. «E queste» continuai scoprendo il seno piagato da bruciature «sono le sue sigarette! A volte me le spegne sul corpo.» Don Pietrino si coprì gli occhi con le mani. «Non voglio vedere. Non voglio vedere!» strillò impaurito come un bambino. «Padre, non ne posso più!» Gli strappai le mani dal viso. «Ho già subito queste violenze da bambina, e pensavo che il Signore me le risparmiasse da grande. Non è stato così. Ma io non ho fatto nulla di male. Desideravo solamente ritrovare la famiglia che non avevo mai avuto. Ma ho trovato solo odio. Odio e violenza. Violenza e sopraffazione. Lui beve, sì. Lo sa padre? E quando beve, è ancora peggio. Quando ritorna a casa vuole fare certe cose che solo io so» e mi battei, come si batte un chiodo nel muro, l’indice sul petto. «Se lo immaginava questo, padre?» Scosse la testa e ripeté fra le labbra come una litania. «Non ci credo! Non può essere vero. Non può essere vero!» «È vero. Perdio!» gridai strappandogli di nuovo le mani dalla faccia, che subito gli servirono per farsi il segno della croce. «Bestemmi, ora?» disse con le labbra quasi serrate e la mascella tesa. «Venga con me.» Lo afferrai per un polso e lo trascinai verso la porta che spalancai. «Guardi!» e gli indicai lo stanzino. «Vede? Lo vede, dove dormo da quando sono arrivata in questa casa?» Don Pietrino aveva gli occhi sgranati dietro le spesse lenti appannate. «Vi sembra questo il luogo per una moglie? O è più indicato per una serva? O forse nemmeno. È più indicato per le bestie. Ci si potrebbe tenere, che so, un cane.» «Oh mio Dio! Ma allora è tutto vero» e fece scivolare le braccia lungo i fianchi scuotendo la testa minuta. «Mi odiano. Mi odiano e basta. Eh ma questa volta, questa volta…» «Questa volta?» ripeté. «Lo sa qual è l’unica cosa che mi hanno insegnato, in questi anni?» Egli scosse la testa. «L’odio, solo odio. Ora so cosa significhi odiare. Sono stati degli ottimi maestri. Specialmente Giulio. Ed io sono una che impara in fretta.» Don Pietrino
      non disse altro. Si cavò solamente un fazzoletto dalla tasca, e lo fece scorrere all’interno del collare inamidato.
                                                                                                                                    * * *
      L’uomo, che era rimasto in disparte, finalmente si decise e si avvicinò. Era alto e magro come un lampione. «Lei è la signora Antonia Faeti in Ruggeri?» chiese stando in piedi, chinato come un giunco sull’acqua, mentre mi mostrava un tesserino con la sua foto. Lo fissai negli occhi e feci di sì con la testa, stringevo sul petto il sacchetto che mi ero portata da casa. C’era dentro la mia colazione. Non volevo che quel tipo me la portasse via. L’uomo allampanato alzò un braccio e fece un segnale a qualcuno alle mie spalle. Voltai la testa e vidi due uomini attraversare il prato a passo veloce puntando nella nostra direzione. Feci per alzarmi, ma uno dei due mi aveva raggiunto e mi mise una mano su una spalla. Per il contraccolpo, rimasi a mezzo passo, per poi risedermi. «Non tema signora» disse quello smilzo cercando di rassicurarmi. Gli altri due, nel frattempo, mi si sedettero accanto, trattenendomi con forza le braccia. Era sempre quello esile che parlava. «Mi vuole far vedere cos’ha dentro quel sacchetto?» continuò, producendo appena dopo un sonoro starnuto. «Maledette allergie.» disse quasi tra sé, portandosi un fazzoletto colorato al naso. Con uno scatto delle braccia tentai di stringere di più il sacchetto contro il mio ventre, ma quei due mi trattenevano con troppa forza. «C’è la mia colazione» risposi protendendo la testa in avanti come una tartaruga dentro il suo guscio. «Oggi mi sono presa un giorno di vacanza.» «Lei sa che cosa c’è dentro quel sacchetto. Vero?» «Certo che lo so» confermai agitando la testa. Cercavo ancora di stringerlo sul mio grembo. «E vuole farlo vedere anche a me» disse, asciugandosi il naso con il fazzoletto. Era troppo educato. Pensai che quei tre volessero rubarmela, la mia colazione. «No! No che non voglio fargliela vedere. È la mia colazione» precisai. «Ehi! Ma che bisogno avete di stringermi in questo modo? Non mi fate respirare.» Quello magro fece un gesto con la mano e i due allentarono la stretta. «Non ho fatto del male a nessuno. Sono loro due che l’hanno fatto a me! Come ha fatto mia madre, abbandonandomi per un altro uomo. Capisce? Mia madre non mi ha mai amato, e nemmeno loro. Mi hanno sempre usato. Lo volete capire?» «Si guardi le mani signora Antonia.» I due mi lasciarono finalmente le braccia. Me le guardai. Erano rosse. Come rosso era il sacchetto che stringevo, e rosso era il mio vestito. «Ah!» urlai. E istintivamente aprii le mani. «Cos’è? Chi è stato? E quando? Com’è successo?» Non ricordavo nulla. Nulla. L’uomo magro allungò una mano guantata e afferrò delicatamente il sacchetto sulle mie ginocchia. Una grossa macchia rossa si era formata sul tessuto della gonna. Rivoli di sangue rappreso mi scivolarono lungo le gambe. L’uomo srotolò l’orlo che trattenne tra le mani, con l’indice e il pollice, per poi allargarlo molto lentamente, con cautela. Guardò all’interno piegando il lungo collo e la testa sottile. Come un mago che estrae qualcosa dal suo cilindro, cavò fuori un grosso coltello. «È mio!» urlai. «Lo so» disse. Cacciò di nuovo dentro la mano e la estrasse tenendo il palmo rivolto in alto. I due uomini seduti accanto a me ebbero strani e inspiegabili conati di vomito. «Questo non è suo. Vero?» chiese con il viso pallido e tirato. «Certo che non lo è» risposi sorridendo. «Se quel cuore fosse il mio, come diavolo farei a parlare con lei?» e risi forte.

    • C’era una volta un mostro enorme, grande quanto cinque persone.
      Aveva la pelle verde e otto tentacoli come quelli dei polpi, tre occhi davanti e tre dietro. Con gli occhi davanti vedeva il futuro e con quelli di dietro vedeva il passato.
      Quando si muoveva per le strade, tutti chiudevano le porte e le finestre perché avevano paura di lui. 
      Tutti gli lasciavano sempre un piatto di spaghetti al pomodoro in un grande piatto fuori di casa.
      Dovevano essere molto al dente perché gli piaceva masticarli e sentire lo scricchiolio della pasta: per lui era una goduria e bastava quello per farlo felice.
      Tirava su gli spaghetti afferrandoli con tutti i tentacoli, e li succhiava avidamente facendo schizzare il sugo al pomodoro su tutti muri.
      Dovunque passasse lui, ogni casa era imbrattata di chiazze rosse.
      Il suo scopo era quello di visitare tutti i Paesi del mondo e segnare a pallini rossi tutte le città per poter dire: “Io ci sono stato!”. 
      Un giorno, un bambino che si chiamava Mattandro, si mangiò la pasta che i suoi genitori avevano lasciato per il mostro.
      Per non farsi scoprire, dipinse sul muro della sua casa dei pallini con della vernice rossa.
      Si disse:
      “Il mostro passerà di qui, penserà di aver mangiato gli spaghetti, vedrà i muri imbrattati di rosso, e andrà avanti!”
      Il mostro infatti così fece, vide la casa e proseguì.
      Gli occhi di dietro però videro nel passato e il mostro capì che il bambino aveva mangiato la sua pasta, allora tornò indietro e bussò alla porta: “Toc-Toc!”
      La mamma di Mattandro, rispose: “Chi e’?”
      Il mostro: “Sono il mostro, e sono affamato, dammi il mio piatto di pasta!”
      La mamma, spaventata e con voce tremante: “Ma io ho lasciato un bel piattone di spaghetti stamattina!”
      E il mostro: “Qui non ho trovato niente, li ha mangiati qualcuno!”
      La mamma rispose subito: “Non ti preoccupare, ti cucino subito qualcosa!”
      A casa però aveva solo il basilico, quindi fece un piatto di linguine al pesto, e il piatto venne verde invece che rosso.
      Il mostro lo mangiò ugualmente, anzi gradì moltissimo e schizzò su tutti i muri il sugo verde, chiese pure il bis, e poi se ne andò.
      Da quel giorno la casa di Mattando fu l’unica a pallini sia rossi che verdi, e tutti divennero verdi di invidia!
      Mattandro si salvò dalla rabbia del mostro solo perché la mamma conosceva tantissime ricette, anche quella per cucinare un sugo con delle semplici foglie di basilico.
       

    • C’era una volta un ragno un po’ imbranato: non sapeva proprio fare nulla, non riusciva a tessere neanche un filo per saltare da una parte all’altra come facevano i suoi amici o figuriamoci, una tela intera per abitarci sopra e aspettare che ci cascasse qualche insetto da poter mangiare…. Riusciva solo a catturarne qualcuno qua e là quando gli capitava a tiro e il resto del giorno rimaneva a bocca asciutta! 
      Per giunta, mentre tutti i ragni della zona si vantavano di spaventare questo o quel bambino con le loro ragnatele immense, di lui nessuno aveva paura perché era piccolo e sottile-sottile, e questo non riusciva proprio a sopportarlo… Si sa che i ragni fanno scappare tutti quanti e lui che razza di ragno era, che neanche un bambino strillava quando lo vedeva? 
      Tutti avevano preso a chiamarlo “Zuccone” e lui un giorno si stufò talmente di questa situazione che fece la valigia e partì per cercarsi una casa lontano da tutti gli altri ragni che si prendevano gioco di lui.
      “Mi chiamano Zuccone eh? Gli farò vedere io Ragno Zuccone di cosa è capace!”
      Andò nel campo di Halloween e si cercò la zucca più spaventosa che potesse trovare, ci entrò dentro e ci si stabilì.
      Aveva trovato una casa adeguata: aveva un tetto apribile, era stata ritagliata con occhi naso e bocca che gli facevano da porta e finestre, c’era un lumicino sempre acceso a scaldarlo e fargli luce la notte, e adesso non gli rimaneva altro che procurarsi il cibo. 
      Mentre pensava a come poter attrarre gli insetti lì dentro, vide dalle fessure un gruppo di ragazzini travestiti da fantasmi e vampiri che correvano di casa in casa strillando, ridendo e gridando: “DOLCETTO-SCHERZETTO!!”
      I bambini avevano lasciato temporaneamente per terra i loro cestini pieni zeppi di caramelle, cioccolata, liquirizie, merendine e tutto quello che di buono un bambino può desiderare. 
      Ragno Zuccone senza pensarci due volte, afferrò tutte le caramelle che poté. Corse nella sua zucca e pensò: “queste caramelle mi faranno da esca per gli insetti!”.
      Così fu. La sua casa si riempì di tutti gli animaletti possibili e immaginabili: croccanti formiche, vermi succulenti, mosche piccanti, larve appetitose, falene delicate, e così via.
      A forza di mangiare insetti, diventava ogni giorno più grosso, tanto che la casa gli sembrava sempre più stretta, e infatti non sapeva dove mettere più la testa e le zampe, tanto che queste uscirono dalla zucca scavandosi dei buchini laterali, e la testa bucò il soffitto proprio in corrispondenza del gambo della zucca che diventò il suo cappello.
      Prese a camminare e muoversi con la zucca, tanto che diventò Ragno Zuccone di nome e di fatto.
      Orgoglioso delle sue nuove sembianze, decise di ritornare dai suoi amici ragni. Ancora si narra dello stupore di questi e della faccia che essi fecero quando lo videro.
      L’oggetto della loro derisione, diventato il più spaventoso di tutti loro, si era tramutato in un essere a dir poco mitologico.
       

    • C’era una volta uno scrittore che non sapeva più cosa scrivere.
      Una volta era stato capace di scrivere tanti bei racconti per i bambini, ma ora, davanti al foglio bianco, vedeva solo un buco e non trovava le parole per riempirlo.
      Aveva ripreso a leggere una gran quantità di libri, per farsi venire le idee. Si chiudeva nella sua biblioteca ricca di volumi di tutti i tipi, e ci trascorreva giornate intere.
      Un giorno però ebbe una sorpresa. Mentre leggeva un libro di racconti fantastici, si ritrovò le pagine bucate, e un bruco intento a mangiucchiare proprio le righe del finale della storia che lo aveva tenuto sveglio tutta la notte. “Noooo! Cosa fai bruco pasticcione! Non devi mangiare i libri, vai nell’orto e mangia la mia insalata piuttosto!!”
      Il bruco rispose: “Scusami tanto! Anche io adoro leggere: non vengo qui per mangiare, ma questo racconto era talmente avvincente che non ho saputo resistere e l’ho dovuto assaggiare!!”
      L’autore disperato perché non poteva sopportare che la storia rimanesse incompleta, prese carta e penna e scrisse un finale nella parte rosicchiata dal bruco, tanto che quel racconto finì per essere fatto di tante parole che ruotavano intorno a un buco di bruco. 


    • Il lunedì successivo, quando Sam arrivò al lavoro, trovò Riccardo e Sara che stavano discutendo.
      «Brambilla, mi hai fatto buttare fuori, è stato oltremodo umiliante. Te ne rendi conto?»
      «Mi dispiace, Ricky, ma non puoi venire ai nostri raduni e pretendere di fare la divinità pagana del sesso libero.»
      «Ma perché no? Era un’idea simpatica!»
      «Il nostro regolamento non lo prevede.»
      «Allora il regolamento è sbagliato! Non sei la regina? Fallo cambiare!»
      Sam era allibito: ma di che cosa stavano parlando?
      «Non posso farlo, non l’ho scritto io» disse Sara, spalancando le braccia.
      «Però mi hai fatto buttare fuori! Ti ci vorrà un bel po’ per farti perdonare, sappilo!» esclamò Riccardo, minacciandola con un dito.
      «Serata AGOT a casa mia? Torta di vaniglia con panna e bignè a volontà?»
      «Non dimenticare il gelato» disse Novelli, cercando di sembrar severo ma con gli occhi che gli sfavillavano.
      «E una montagna di gelato» replicò Sara sorridendo.
      «Mi arrendo! Tu sì che sai come far capitolare un povero avvocato» esclamò, sollevando le braccia.
       
      Sam e Riccardo entrarono nel loro ufficio.
      «Sto seriamente pensando di denunciare gli organizzatori dei LARP per pubblicità ingannevole: prima dicono che posso interpretare qualsiasi ruolo voglio e poi salta fuori che non è vero!»
      «Ma di che cosa stai parlando?»
      «Ma dei giochi di ruolo dal vivo! Hai mai giocato a “facciamo finta che…”?»
      «Sì, ma da piccolo!» sbuffò Sam.
      «Uff, soltanto perché ora sei alto due metri, non significa che non puoi più farlo. Sara mi aveva assicurato che sarebbe stato divertente, invece non mi sono divertito neanche un po’.» Afferrò una manciata di dolci dal vaso e li ficcò in bocca.
      Sam stava per dire qualcosa quando fu interrotto da un bussare sull’uscio. «Avanti!»
      «Riccardo, avrei un problema su come impostare la mia causa» esordì Edoardo imbarazzato, infilando la testa nell’ufficio.
      «Eddy, vorrei ricordarti che le questioni testamentarie non sono il mio forte…» ridacchiò. «Vabbé, esponimi il caso, vediamo se riesco a darti una mano.»
      «Lo spero proprio…» Edoardo entrò titubante. «Il signor Rossi nel testamento nomina erede la sua seconda moglie, tranne che per alcuni lasciti alla figlia, tra cui la sua Ferrari; ma al momento del trapasso non possedeva più quell’auto l’aveva sostituita con una Lamborghini. Ora entrambe le eredi si contendono il suo possesso.»
      «Mi sembra un caso semplicissimo» rispose Riccardo. «Se la tua cliente è la figlia, insisti sulla volontà del testatore di lasciarle comunque un’automobile, se invece la tua…»
      «È proprio questo il mio problema» lo interruppe l’aspirante scrittore, guardando a terra.
      «Cioè?» domandò Novelli perplesso.
      «Non ricordo più qual è la mia cliente» farfugliò Edoardo.
      «Tu non…» Riccardo fece un profondo respiro. «D’accordo, niente panico. Eddy, concentrati. Le hai parlato, giusto? Che cosa vi siete detti?»
      «Ha detto che l’auto è sua di diritto e che io dovevo dimostrarlo.»
      «Bene. È sua di diritto, perché?»
      «Non lo so» biascicò Edoardo.
      «Cerca di ricordare. Perché, anche se non è una Ferrari, suo padre voleva che lei avesse una macchina? O perché, visto che la Lamborghini non è contemplata tra i lasciti in favore della figlia, l’auto rientra nell’eredità della vedova?» domandò Novelli.
      «Non mi ricordo! Non mi ricordo!» strillò Edoardo, prendendosi la testa fra le mani.
      «Calmati adesso. Hai il suo numero di telefono?»
      «Sì, ma non ho segnato se era la figlia o la vedova…»
      «E lo chiederemo a lei. Vallo a prendere, per favore» disse Riccardo , stringendosi la radice del naso tra il pollice e l’indice.
      Edoardo uscì di corsa.
      «Riccardo, non sarebbe meglio che se la sbrighi da solo, così impara a svegliarsi?» domandò Sam.
      «Gioco di squadra, Sammy, qui nessuno è un battitore libero.»
      Edoardo tornò con un foglietto su cui era appuntato un nome e un numero telefonico.
      «Passamelo» disse Riccardo.
      «Hai davvero intenzione di chiederle se è la vedova o la figlia?» Sam era allibito.
      «Se siamo fortunati, sarà lei stessa a dircelo e ora non disturbate il genio all’opera.» Riccardo compose il numero e aspettò che qualcuno rispondesse: «Salve! La signora Rossi? Buongiorno, sono Riccardo Novelli, collega dell’avvocato Edoardo Bendicenti, ma sa che ha una bellissima voce? Ha mai pensato di fare canto?... No? Un vero peccato, mi creda… Le telefono a proposito dell’auto, per noi sarebbe importantissimo sapere quando esattamente il de cuius ha venduto la Ferrari e acquistato la Lamborghini… Sì, giorno, mese e anno… Questo potrebbe spiegare perché il testamento non è stato modificato…»
      A quel punto Riccardo scostò bruscamente la cornetta dall’orecchio perché la cliente aveva cominciato a strillare: «L’unica cosa che so è che avrei dovuto essere io l’erede universale e non quella stupida gallina dipinta che si è rigirata mio padre come un babbeo! Che ora ci sia una Lamborghini, invece di una Ferrari, non ha nessunissima importanza! L’auto è mia e voi dovete dimostrarlo! Ha capito?»
      «Ha perfettamente ragione, ci mettiamo subito al lavoro. Felice giornata.» Riattaccò. «Edoardo, la tua cliente è la figlia e cerca di non scordartelo.»
      «Non lo farò, graz…»
      «Vai a impostare quella causa!»
      Quando Bendicenti uscì, Sam disse a Riccardo: «Non so se sarei riuscito ad aiutarlo. Sul serio, sei incredibile!»
      Riccardo, sorridendo compiaciuto, afferrò dal vaso un’altra manciata di dolci: «Sì, lo so. Spero che per dieci minuti mi lascino stare, devo ricaricare le batterie.» E se li ficcò in bocca.

    • Giovedì 24 ottobre 2008, Ore 9.08 del mattino.

      John si era svegliato di buon'ora, appena il sole era sorto sopra le colline che circondavano la sua casa di campagna.

      Ora , vestito bene, con la barba fatta di fresco stava sull'uscio della porta ed inspirava a pieni polmoni l'aria fresca e pulita della mattina.

      Il sole lo illuminava, ma non era fastidioso, oggi era il suo giorno perfetto.

      Mesi prima, quando aveva avuto l'idea, che ora stava per cambiargli la vita, sapeva che ci sarebbero stati periodi difficili, giornate fatte di solo buio, quello naturale della notte e quello artificiale di un laboratorio di ricerca,ma nulla, ne il bel tempo, ne la pioggia, ne gli uragani lo avevano distratto dalla sua ricerca, ed un giorno accade.

      Tutto si concretizzo le analisi erano giuste, le aveva ripetute più e più volte, il risultato era certo: la cavia 1734 non era più malata.

      Quell'insignificante topolino da laboratorio lo guardava con i suoi occhietti curiosi come se nulla fosse, solo qualche giorno prima un melanoma lo stava per uccidere, ed ora era sano.
      Lacrime e riso erano apparsi sul suo viso, l'emozione, cosi forte, aveva trasformato il suo volto in una grottesca maschera in bilico tra la gioia e dolore, le gambe avevano ceduto e si era ritrovato per terra senza più forze a ridere e piangere nello stesso momento.

      Ripensò a quelle creature che aveva sacrificato, senza alcuna emozione, ed ebbe quasi un moto di pietà era felice e voleva anche loro lo fossero, perlomeno l'unica sopravvissuta.

      Ma oggi quel ricordo era già parte del passato, sull'uscio della porta l'attendeva il suo futuro, si sentiva il cinguettio degli uccelli ed in lontananza il ritmico altalenare della sirena di un'autoambulanza, doveva essere successo qualcosa, forse qualche incidente, ma non importava oggi era il suo giorno perfetto.

      Si abbasso leggermente ,prese la valigetta in pelle, e si avvio verso l'auto.

      Una camaro del ‘74, quanto aveva amato quell'auto, gli ricordava i tempi felici dell'università, le uscite con gli amici, i giri con la cappotte abbassata e le ragazze con i capelli al vento.

      A quei tempi ne aveva una rossa, aveva lavorato tutto l'anno per potersela permettere, la sera il cameriere ed il giorno sui libri.

      Gli torno in mente Brenda la ragazza di quei primi due anni di università rossa come la sua camaro, le era dispiaciuto quando la loro storia era finita, il padre di Brenda, un ricco industriale del tessile, aveva aperto una nuova fabbrica a Minneapolis e tutta la famiglia si era dovuta trasferire li.

      Un soffio di vento e il rumore delle foglie lo riportò ad oggi, guardò nuovamente il cielo, apri la sua macchina sali ed accese la radio: oggi era il suo giorno perfetto e nulla, nemmeno quel fastidioso rumore di ambulanza, avrebbe potuto guastarlo.

      Alzo un po’ il volume, trasmettevano una discussione mattutina sui problemi del traffico cittadino, ospite l'assessore alla viabilità Martinson, giro la manopola ed attero dolcemente su un canale di musica classica, c'era la cavalcata delle valchirie, di Richard Wagner, quale musica migliore per un giorno cosi.

      Wagner era stato un mito dei suoi tempi, ed lo era ancora oggi, la sua musica aveva sconfitto il tempo cosi come il suo nome, anche lui forse avrebbe potuto farlo, forse da oggi il suo nome sarebbe apparso nel firmamento degli uomini che avevano aiutato l'umanità e cambiato per sempre la storia.

      Non osava confessarlo nemmeno a se stesso, ma il nobel per la medicina sarebbe stato sicuramente suo, era naturale, la sua scoperta avrebbe portato l'umanità un passo avanti nella lotta contro il peggiore dei mali, lui aveva sconfitto il cancro.

      La sirena lo riporto alla realtà, cosi giro la chiave e parti'.

      Il viaggio fu breve e piacevole, tranne che per quel rumore di sottofondo, cominciò a pensare che doveva essere successo qualcosa di veramente grave se tutte quelle ambulanze giravano per la città, lui non ne aveva incontrata nemmeno una ma la loro sirena l'aveva percepita per tutto il tragitto di diversi chilometri da casa sua alla sede della Biotech inc.

      Erano le 9.48 e lui si trovava davanti al parallelepipedo in acciaio e vetro della Biotech inc, la più grande ed influente azienda di biotecnologie del continente, molto probabilmente dell’intero pianeta.

      Il cubo perfetto era interrotto soltanto dalla scritta "Biotech" piazzata al centro della parte alta del parallelepipedo perfetto .

      Scese dall’auto ed osservò quei specchi perfetti che erano le finestre dell’edificio, molto presto da una di quelle più in alto avrebbe potuto osservare la campagna che si estendeva davanti a lui per ettari, perfetta ed incontaminata come un quadro di Cezanne.

      Smise di guardare il paesaggio e si avvio verso l’ingresso, arrivato alla porta di vetro questa si apri quasi senza fare rumore, solo un leggero sibilo, davanti a lui, alla reception, una ragazza di bellissima, aveva i capelli rossi come Brenda, si avvicino e disse:"salve ho un appuntamento per 10.00 con il dottor Mefis, sono il dottor John Cage".

      La ragazza mosse impercettibilmente il viso e con gli occhi di un verde smeraldo guardò verso gli ascensori, ed aggiunse "Buongiorno Dottor Cage, il presidente la attende in sala A, 4 piano stanza 477".

      Avrebbe voluto perdersi in quegli occhi, ma si avvio verso l'ascensore e premette il pulsante di prenotazione, l’ ascensore si apri emettendo lo stesso sibilo leggero della porta, vi entro dentro e premette il pulsante 4, l’ascensore si fermò al piano desiderato, oltre quella porta c’era il suo successo, inizio ad aprirsi lentamente una luce bianca invase la cabina, poi, più nulla.

      Giovedì 24 ottobre 2008, Ore 9.08 del mattino.

      Il tenente Mccloud si trovava lungo la 4th avenue, aveva appena preso caffè macchiato e cornetto al solito bar, si stava recando come ogni giorno a lavoro.

      Lungo il percorso si era fermato qualche secondo a guardare delle vetrine dove era esposto un cappotto di grigio fumo che gli piaceva molto, penso che forse con qualche ora in più di straordinario avrebbe potuto comprarlo.

      Alle sue spalle un'ambulanza con le sirene accese cercava di farsi strada tra le auto in coda a causa del semaforo rosso.

      Sulla corsia opposta un auto, che procedeva a forte velocità, non si accorse del semaforo rosso e nel tentativo di evitare le altre auto ferme sbandò, dirigendosi a folle velocità verso il marciapiede affollato di gente e dove stava seduto un barbone che chiedeva l’elemosina.

      Mccloud fece giusto in tempo a vedere la folla di pedoni ferma al semaforo buttarsi di lato per evitare l'impatto, si spostarono tutti tranne uno che fu investito in pieno.

      Erano le 9.09 di un qualsiasi giovedì mattina, il corpo sanguinante era riverso sul marciapiede, l'auto ancora fumante era ferma pochi metri più in la, se non fosse stato per i vetri in frantumi e la posizione leggermente reclinata su un fianco, qualcuno avrebbe potuto pensare che fosse stata parcheggiata li’ di proposito.

      Sulle ruote gocce di sangue e pezzetti di stoffa grigia.

      Mccloud era in ginocchio vicino a quello che era un ormai il corpo senza vita di un barbone, era abbastanza evidente dalla sporcizia del volto unita alla folta barba non curata, uno dei tanti signor nessuno seduti agli angoli delle strade ad elemosinare qualche cent.

      L'ambulanza era praticamente sul posto al momento dell'incidente, non aveva nemmeno spento la sirena, non ce n'era stato tempo, giusto i secondi di parcheggiare lungo il marciapiede e lasciare scendere velocemente il dottore per cercare di salvare quella vita travolta dal destino.

      Il dottore salto letteralmente dal portellone posteriore dell'ambulanza e corse verso Mccloud che aveva un dito poggiato sulla parte inferiore del collo dell'uomo disteso a terra.

      Chiese:"il cuore batte?"
      Mccloud:"ha smesso proprio ora"

      Mccloud tolse il dito dal collo dello sventurato e si avvio verso la strada che lo conduceva al distretto.

      l'uomo era morto, non c'era più nulla da fare.

      Il dottore segno su una cartellina l’ora del decesso: ore 9.11.

      Mccloud guardò il cielo mentre si allontanava dalla mischia dei curiosi che si era creata attorno al cadavere del barbone noto a tutti come John.

      Era una bellissima giornata, il sole scaldava piacevolmente, quasi un giorno perfetto, se non fosse stato per quel fastidioso e maledettamente insistente rumore di sirene in lontananza...

    • E allora riguardando quelle immagini del passato ci renderemo conto di quanti passi abbiamo fatto per arrivare dove siamo, di quanti momenti unici abbiamo vissuto, ricorderemo qualche compagno di viaggio dimenticato, la scintilla di ogni amore, il colore del sorriso di ogni figlio.

      Capiremo perché siamo ciò che siamo, ma più di ogni altra cosa capiremo il nostro valore, invecchiando come guerce dalle radici profonde abbiam sostenuto con ogni ramo mille vite, e non conterà più quanti passi ancora ci aspettano, anche solo uno sarà come un’orma nel granito dove la pioggia si posa per abbeverare mille creature ancora...

    • Ore 8.30 del mattino, la sveglia suona indifferente al fatto che oggi sia sabato, apro lentamente gli occhi, amo prendere coscienza della realtà con lentezza.

      La stanza ha il giusto grado di disordine che piace a me, come amo dire ai rari amici che vengono a trovarmi:”le cose sono esattamente nel posto dove devono essere”.

      La semioscurità è trafitta da lame di luce provenienti dalle tapparelle della finestra principale, l’atmosfera è gradevole, rassicurante come un guscio d’uovo.

      Sollevo la testa e il mio sguardo viene attratto dal monitor del computer, evidentemente rimasto acceso dalla sera prima, non riesco a distinguere bene l’immagine ma mi sembra di vedere che al centro c’è scritto qualcosa, si, lo schermo è tutto nero tranne qualcosa di luminoso al centro.

      È ora di affrontare la realtà, almeno per prendere un caffè, mi alzo lentamente, ma prima di andare in cucina mi avvicino al monitor che con la sua luce fioca sembra quasi sfidarmi a capire cosa mi sta dicendo, in realtà più della sfida mi spinge la curiosità, non riesco ancora a distinguere bene cosa sia.
      Mentre mi avvicino l’immagine si fa più chiara, sembra un pulsante, sopra c’è scritto qualcosa.

      Più per aiutare il mio cervello nella comprensione che per una reale volontà di farlo leggo la scritta ad alta voce:”fai qualcosa”.
      Come finisco la frase, il pulsante diventa luminescente, evanescente, e scompare dal monitor lasciando il posto allo sfondo hawaiano del mio desktop.

      Sono un po’ confuso, mi seggo un attimo sulla mia sedia girevole, evidentemente era attivo lo speech recognition, ed ora il programma del pulsante starà facendo qualcosa, solo il Signore sa cosa, ma ormai è già un ricordo del passato.

      Dato che ci sono apro il browser per leggere le ultime notizie dal mondo, scorro velocemente i titoli alla ricerca di quelli che più mi attirano, leggo velocemente:
      Parser impazzito sfugge al proprio creatore e scompone un treno in sottoelementi di tipo vagone, si teme per la sorte dei passeggeri.
      Esplode chip quantistico di un portatile, il proprietario e la figlia di sette anni, che in quel momento stavano usando il computer per una ricerca scolastica, vengono scaraventati nel medioevo. Grave preoccupazione per le possibili ripercussioni spazio temporali causate dall’accaduto…
      Le solite cose, il caffè a quest’ora è decisamente più interessante, con il dito provo a chiudere il browser, ma sbaglio obiettivo e ruoto la finestra di novanta gradi, le lettere del giornale elettronico scivolano lungo la superficie e cadono lentamente sul desktop, poco male, lunedì la signora delle pulizie avrà un po’ più di lavoro da fare.

      Mi alzo in direzione della cucina, ma proprio in quel momento il telefono decide che è ora di iniziare a trillare, come un gallo impazzito e fuori fase che cantasse alle 9 di mattina.

      Va bene, ha vinto lui, mi avvicino e alzo la cornetta:

      Voce femminile:“Pronto il signor Dante?”
      Dante:”Si sono io chi mi cerca?”
      Voce femminile: “Qui è il bar Caracas volevo confermarle che il suo caffè è pronto e in consegna”
      Dante:“Il mio caffè?”
      Voce femminile: “Certo signore, sono 1500 euro e 70 centesimi, che le abbiamo già accreditato grazie alla carta di credito associata al suo profilo cardspace”
      Dante: “1500 euro e 70 centesimi???”
      Voce femminile: “Certo signore, 1500 euro di spedizione ultra rapida da Sana’a a Milano e 70 centesimi di caffè, la ringraziamo per la fiducia accordataci e le auguriamo una buona giornata, con il nostro caffè mocha special”
      “Click” Ha riattaccato.

      Sento come se le forze mi mancassero, faccio in tempo a girarmi verso il monitor e mi sembra di vedere una strana scintilla di maligna soddisfazione, in quel momento suonano alla porta.

      Deve essere il mio caffè, maledetto, ha fatto qualcosa, il mio caffè è pronto.
       
       
      "La serie 9000 non ha mai commesso un solo errore; se ciò accade è solo attribuibile ad errore umano"
      HAL-9000. 

    • In questo racconto voglio parlare di alcuni personaggi che da anni accompagnano il mio peregrinare verso il luogo di lavoro.
      Sono personaggi un po’ particolari, senza pretesa alcuna, cosi come Benni scriveva della Luisona, "la brioche paleolitica condannata a un’esposizione perenne in perenne attesa del suo consumatore", del bar dello sport che cosi io proverò a scrivere di ciò che incontriamo tutti i giorni spostandoci in auto, scooter o quello che volete.

      La buca perenne.
      Un po’ come Andreotti nessuno sa quando sia nata, qualcuno afferma che in realtà è sempre esistita.
      La buca perenne è un particolare fenomeno che affligge la via Ardeatina nel tratto che va da Roma a Santa Palomba, cosi come appena affermato è impossibile parlare della buca perenne partendo dalla sua nascita perché nessuno sa se e quando sia mai avvenuta, quindi partiremo da un giorno x qualsiasi, diciamo il 4 maggio 1988.
      In quel giorno la buca perenne si trova al km 4+600 della via Ardeatina, occupa un intera corsia costringendo gli automobilisti ad alternarsi sulla corsia opposta diventata ormai a senso unico alternato, la fila parte da Cesano ed arriva sino alla buca, dopo di questa il nulla a parte una ruspa che scava un’altra buca per riempire la prima, il processo dura sino a sera tarda e genera una nuova buca fresca fresca per il giorno successivo.

      La buca ninja.
      Nessuno ha mai visto una buca ninja, o perlomeno nessuno è mai sopravvissuto per raccontarlo.
      La buca ninja ha una preferenza per gli scooter ed i semiassi delle auto, e prende il proprio nome proprio dalla caratteristica che ha in comune con i veri ninja: l’invisibilità.
      Il suo periodo preferito parte dalla stagione invernale sino a primavera avanzata.
      Se vi state domandando se esiste un modo per scoprire se una buca ninja si trova lungo il vostro percorso la risposta è no, se mai doveste incontrarla ve ne accorgereste soltanto pochi istanti prima di toccare il terreno con il vostro cranio.
      L’unico modo per intuire se una buca ninja è nei paraggi è il seguente: se è appena piovuto ed avete davanti una strada dritta e perfettamente asfaltata, allora una buca ninja vi sta osservando, tornate indietro finché potete.

      Il lavoro strategico.
      Il lavoro strategico è solitamente quel rifacimento del manto stradale, di un’arteria fondamentale di una grande città, che normalmente inizia in concomitanza di grandi esodi, vacanza di natale, vacanze estive, fuga dalla città in genere.
      Colpisce qualsiasi strada importante con il manto stradale in perfetto stato.
      Alcuni studiosi, non poco criticati dalla comunità scientifica, affermano che tale evento è scatenato da un poltergeistche si impossessa di una macchina mangia asfalto proprio quando è sicuro di avere la maggiore platea possibile.

      Il guardrail depresso.
      Sulla strada pontina i guardrail vengono sostituiti spesso, soprattutto in estate quando questa strada diventa un arteria strategica per l’accesso al mare da Roma.
      Qualcuno potrebbe pensare che i guardrail della pontina vengono sostituiti perché corrosi e cadenti, ma non è cosi.
      Infatti se cosi fosse la loro sostituzione potrebbe durare poche ore ed essere fatta anche d’inverno, invece normalmente dura giorni e viene puntualmente fatta d’estate, questo perché in realtà ho scoperto che i guardrail non vengono sostituiti ma ritirati su psicologicamente perché depressi.
      Il motivo di tale depressione risiede proprio nella loro collocazione geografica, sono cosi vicini al mare da poterne respirare l’aria iodata ma, malgrado il movimento delle croste continentali, condannati a non vederlo mai.

      L’incidente del lunedì.
      Rassegnatevi se è lunedì ci sarà un incidente e voi arriverete in ufficio alle 11.30.
      Questo particolare fenomeno rimane ancora per molti versi inspiegabile, proprio per la sua caratteristica di inevitabilità a prescindere da quello che avviene nell’universo, ci può essere il sole, può piovere, può essere inverno o estate, il buco dell’ozono si può allargare o meno, i ghiacciai si possono sciogliere o no, ma l’incidente del lunedì ci sarà.
      Questo fatto è ormai storicamente accettato anche grazie a dei graffiti neantherdaliani che ritraggono per l’appunto un cavernicolo sulla sua ruota in coda proprio di lunedì.

      L’incidente fantasma.
      Fate due ore di coda pregustando l’immagine di lamiere contorte e ancora fumanti e quando arrivate alla fine, li proprio dove ci dovrebbe essere l’incidente, trovate il nulla.
      Molti automobilisti di fronte a questo vuoto impazziscono e riescono a ritrovare la ragione solo dopo molte sedute di analisi, ma ormai compromessi nell’intelletto sono destinati alla follia irreversibile alla sola visione di 4 auto in fila.
      Il fenomeno non ha ancora una spiegazione plausibile, qualcuno ritiene che sia causata dalla naturale tendenza dell’uomo a socializzare, infatti quando questo evento si manifesta non è raro vedere nascere un’elevata percentuale di nuove amicizie.

    • “Non senti anche tu questa strana simmetria nell’aria?”

      Quelle parole mi avevamo riportato alla realtà.

      Accovacciati in quel vicolo buio, come se la notte potesse nasconderci alla coscienza universale, ce ne stavamo fermi attendendo il momento migliore per attraversare la strada.

      Alacran si era girato verso di me, ed in quella posizione, il suo viso era piantato sul mio.

      All’intermittenza delle luci delle auto di passaggio potevo vedere i suoi occhi, ed il suo sguardo, dove si leggeva chiaramente quella luce di follia di chi ha ormai raggiunto la conoscenza.

      D’altronde con quello che avevamo scoperto non poteva essere diversamente.

      Disse: “ora, essi, ci stanno nutrendo”.

      Parole dense e pesanti come piombo fuso.

      Un brivido mi attraverso la schiena, quelle parole avevano superato le mie difese mentali come un coltello caldo nel burro, primordiali erano scese fino al mio intimo e la paura, quella ancestrale, che i nostri avi ci avevano tramandato, era emersa primitiva e senza la mediazione dell’intelletto.

      Alacran sapeva.

      Come immersi in liquido amniotico chiamato universo, la vita e la morte non erano altro che cicli di un’eterna gravidanza senza frutti.

      Dall’alto occhi interessati, come lo si può essere di un esperimento sociologico, osservavano il loro creato.

      Noi non avevamo un Dio, ma solo dei creatori.

      Adesso che l’interesse era scemato si erano aperti dei lunghi dibattiti che non avevano portato a nulla, come succede da noi, d’altronde: siamo fatti a loro immagine e somiglianza.

      Qualcuno aveva proposto semplicemente di spegnere il nostro universo, si erano sollevate voci di protesta, c’era chi diceva che anche noi avevano diritto ad una vita.

      Si obbiettava che in quanto creature non di Dio, ma dell’essere, non potevamo essere considerati a tutti gli effetti degni di esistere.

      Un semplice gioco, complesso, cosi apparivamo.

      Dopo lungo discutere si decise che non si poteva prendere una decisione e ci posero in un luogo isolato, lontano dai creatori, lontano da Dio, soli.

      Ora, per quanto limitato, il nostro futuro era nelle nostre mani, ma non andava altre la sottile linea del nostro universo.

      Guardai il mio amico negli occhi, ora capivo quello sguardo, era forse l’unica via di fuga.

      Gli dissi:”gli uccelli volano lontano anche se immobili nel tempo e nello spazio, amico mio”.

      Alacran annui, e cosi ci avviammo.

    • Tiranno

      By Redsearch, in Storia,

      La pecora alzo lo sguardo e lo fissò negli occhi, lui urlava, minacciava punizioni, sdegnato, oltraggiato gridava la sua ira, ma lei non abbassò il muso e allora non fu più pecora, fu leone dagli occhi di ghiaccio, la criniera cinerea di mille anni di tirannia e la sua voce forte e roboante divenne dignità e saggezza, il tiranno fu vergogna, povertà e miseria un uomo nudo di fronte allo sguardo del popolo.

    • L'ombra.

      By Redsearch, in Poesia,

      Innaturale degradava verso il sole,
      giù per la collina, 
      attraversando solchi d'aratro,
      rallentava e cambiava direzione,
      ormai giunta alla sua fine,
      s'immerse nella nella luce,
      e spari nel nulla...

    • Non ci misi molto a trovare quattro sedili vuoti, questo perchè la stazione di Foligno è tra le prime, forse la seconda o la terza, e non c'era ancora stata la possibilità di far salire molta gente.
       Sapevo però, che a Spoleto o Terni sarebbero salite talmente tante persone da riempire ogni posto. Pensai che fino a quando potevo, mi sarei dovuto godere tutto quello spazio. Misi gli auricolari per la musica, presi due piccoli pezzi di pizza bianca, poggiai i piedi sul sedile di fronte, ed ero pronto a tutto. Durante il viaggio la musica fu la mia salvatrice, insieme al paesaggio oltre il finestrino.
      La cosa peggiore invece fu quando assorto nel contemplamento del paesaggio: praterie, montagne, alberi e pecore, i treni che provenivano dalla parte opposta mi facevano balzare ogni volta, con il loro impeto e la loro cattiveria.
      Sono sicuro che più di una persona vedendomi saltare, abbia riso e pensato quanto fossi comico ed ingenuo, un 'novellino'.
      Oltre alla musica, il passatempo che preferivo era squadrare la gente: quello è bravo a letto, quella mette le corna, quell'altro sarebbe veloce nei 100 metri.
      Non so secondo quale metodo possa riuscire a pensare che una data persona possa essere brava nei 100 metri o altro, non so nemmeno come una persona possa avere un certo carattere solo guardandola, è pura superficialità.
      Sono sicuro che squadrando le persone, possa sembrare molto strano, questo perchè quando fisso qualcuno, anche per strada, non faccio niente per nascondermi, ma spudoratamente continuo a guardare una persona, finchè non si accorge di me. Chissà quanti avranno pensato che cercavo uno scontro. In realtà non lo cerco mai.
      Arrivato a Terni, come previsto, salì molta gente, e per non far mettere nessuno sui tre sedili adiacenti iniziai a spostare lo zaino e le mie cose su quei sedili così da simulare affollamento. Potevo vedere tutti i pendolari e viaggiatori che aspettavano il treno. Io di sicuro ero quello che aveva meno esperienza, ma volevo tutto il posto per me.
      Per mia fortuna nessuno si mise accanto a me, e proseguii il resto del viaggio da solo.
       

    • 2.
      Dormì fino alle cinque del pomeriggio. Dormì finché poté. Quando si svegliò, lei ovviamente non c’era più.
      Rimase ancora un po' a letto a guardare la TV, cercando di evitare accuratamente i notiziari. Poi, quando si sentì pronto ad alzarsi, cominciò a gironzolare tutto nudo per la camera, non sapendo bene che fare. Non c’era granché da fare a Miami Beach prima delle dieci di sera. Allora rovistò nel frigobar, stappò l'ultima bottiglia di champagne di contrabbando, ne bevve un sorso a canna inondandosi il muso di schiuma e poi, avvinghiando la bottiglia per il collo neanche fosse un pollo da spennare, si tuffò a peso morto nella vasca a idromassaggio. Fu lì che lo trovò Rubens.
      Rubens arrivò al Delano alle nove e trenta, puntuale come sempre. Lo aspettò al bancone del lounge bar per il tempo di un Cosmopolitan, poi lo fece chiamare in camera dal barman.
      L’uomo senza nome lasciò che il telefono squillasse, sprofondandosi nella vasca fino agli occhi. Sapeva che Rubens sarebbe salito di lì a poco. Faceva parte dei compiti di Rubens recuperare un cliente che stava sperimentando i postumi di una delle sue serate.
      Rubens bussò e attese un paio di minuti, prima di aprire la porta con il passepartout che si era procurato corrompendo qualcuno del personale.
      “Ehi, amigo!” gridò Rubens spalancando la porta del bagno. “Como estas?” chiese col suo forte accento latino. Rubens si comportava come un suo vecchio amico, ma in realtà non lo era. Lui era solo il suo intrattenitore personale lì a Miami. Il suo fedele accompagnatore, l’organizzatore impeccabile e l'animatore trascinante delle sue notti di delirio e perdizione.
      “Ah, fenomenal amigo!” continuò Rubens mettendosi a sedere sul bordo della vasca a bagno. “Ti stai già preparando para la noche!” Afferrò l’accappatoio appeso in un angolo e glielo porse. “Ora vieni fuori amigo. Abbiamo un sacco da fare esta noche!”
      L’uomo senza nome si levò stancamente e si infilò l’accappatoio. Non aveva nessuna voglia di un’altra serata con Rubens. In realtà non aveva nessuna voglia di fare alcunché. Ma sapeva che sarebbe stato inutile opporsi a Rubens. Rubens non avrebbe mai lasciato che restasse in camera quella notte. Non poteva permettersi che qualcuno dei suoi clienti disertasse la serata che lui aveva meticolosamente pianificato.
      “Vamos, hombre!” lo esortò. “Nella lounge ci sono due fantastiche chicas che stanno già scalpitando! Non facciamole aspettare!” Rubens gli cinse le spalle con un braccio e lo sospinse fuori dalla sala da bagno gentilmente, ma con decisione.
      L’uomo senza nome guardò la faccia gonfia e butterata di Rubens e si chiese quante persone ruotassero intorno a lui e alle sue serate. Probabilmente se ne fosse saltata anche una soltanto, avrebbe potuto significare la fine per uno come Rubens. In una tale sfortunata eventualità, infatti, avrebbe dovuto risarcire i danni alle due prostitute che già li aspettavano di sotto, dare spiegazioni al ristorante dove aveva prenotato per cena, disdire il tavolo al club prenotato per il dopocena, restituire l’assortimento di droghe al suo spacciatore pagandogli una penale e litigare con il conducente della limousine che aveva noleggiato.
      Rubens aprì l’armadio e cominciò a frugare tra gli abiti. “Te gusta?” chiese sventolandogli sotto il naso un completo nero di Armani. L’uomo senza nome fissò l’abito per alcuni istanti ma dopo un po’ rinunciò, perché la cosa non gli stava suscitando alcun tipo di emozione.
      “Ehi, ma che faccia hai stasera, amigo?” gli disse Rubens con finta preoccupazione. “Ma forse ho io quello che fa per te amigo mio!” Il viso di Rubens si aprì in un ampio sorriso mentre sfilava dalla tasca un portasigarette dorato. “Vamos! Tu preparati mentre io preparo qualche altra cosa.”
      L’uomo senza nome si tolse l’accappatoio e cominciò a vestirsi mentre Rubens intavolava un paio di piste di coca.
      “Questo è quello che ci vuole per te, amigo!” urlò, mentre chino sul tavolo da caffè del soggiorno armeggiava con una carta di credito. “Questa roba è una bomba, amigo! Fenomenal!”

    • Tempus fugit, non autem memoria
       
      C’è un ragazzo, si chiama Marco. È grassoccio, jeans sformati e maglioncino blu. Ha i capelli biondi, ma non proprio biondi, e gli occhi scuri, ma non proprio neri. Marco stasera (è Halloween) deve uscire con una ragazza ed è molto agitato, perché lui con le ragazze non ci sa mica fare. Riesce a strappare qualche appuntamento, ma alla fine della serata nove volte su dieci lei dice: “Sei tanto caro, ti voglio bene, non voglio perdere la tua amicizia, ci tengo troppo a te” e di sesso non se ne parla. Una volta su dieci va bene, o va almeno così così, e in ragione di questa flebile speranza Marco è agitato. Va dal fiorista, compra un mazzo di fiori gialli per la ragazza di stasera. Che però forse i fiori non dovrebbero essere gialli, ma rossi. Che però, a ben vedere, i problemi di Marco con le donne non sono il grasso, i capelli, la timidezza o la sfiga. I problemi di Marco con le donne si chiamano Donna, con la D maiuscola. Perché Marco ama Donna da quando giocavano insieme all’asilo, e Donna non ama Marco. Però è tanto caro, gli vuole bene, ci tiene tantissimo alla sua amicizia.  E intanto sta con Manuel.
       
      Ubi fumus, ibi ignis
       
      C’è Donna, che è una ragazza bellissima e si sta vestendo per uscire stasera col suo ragazzo. Molto alta, un po’ troppo magra, se esistesse per le ragazze una cosa come essere troppo magre, capelli neri lunghi e spettinati, occhi impenetrabili, pelle diafana. Porta solo roba nera e stracciata, che addosso a lei diventa sexy. Ha il vizio di superare tutti i limiti, e di volere solo quello che non può avere o che le fa male. Manuel è perfetto, in questo. È bellissimo, oscuro, maledetto. E le fa male, molto male. Donna piange, ma a volte no. Nasconde i lividi e poi in segreto li accarezza. Non pensa al pericolo, non ci pensa nemmeno a lasciarlo. Lo ama nell’unico modo in cui lei sa amare.
       
      Quad nesciunt eos non interficiet
       
      Ci sono anche il Tempo e la Signora Nera che si stanno preparando per la festa di stasera. Ma loro non hanno bisogno di mascherarsi.
      “Dunque che programmi hai, per stanotte?” chiede lui muovendosi lento e leggero.
      Lei sorride sfuggente: “Ho un piano, ma riguarda anche te.”
      “Sai che preferisco che le cose vadano come devono andare…”
      “È appunto di questo che si tratta.”
      “Non capisco. Odio i tuoi indovinelli, mi affaticano inutilmente. Parla chiaro, per una volta.”
      “Guardi la vita scorrere da un’eternità, e ancora non sai che per far andare le cose come devono andare ci vuole spesso un po’ di sforzo da parte di qualcuno che vede tutto il disegno. Qualcuno come noi, intendo, consapevole dei legami nascosti e dei destini. Senza una piccola spinta nella giusta direzione, la maggior parte degli eventi si snoda a caso, senza alcuna precisione e bellezza.
      Non vorrai che le esistenze di tre persone si perdano così, nel vuoto?”
      “Ah, dunque sono tre, le persone. E tu ne prenderai una, immagino.”
      “Solo il mio giusto compenso per la felicità che ho reso alle altre due. Non chiedo mai troppo, mi conosci.”
      “A volte dovresti imparare il pudore del silenzio. Ma va bene, sì, anche per stanotte faremo come vuoi. Raccontami queste storie sbagliate, e andiamo a ridare loro una forma tollerabile, a dispetto del caos.” E così dicendo il Tempo si infila sulla testa una tuba nera, si fa scivolare attorno al collo una sciarpa bianca di seta e dà il braccio alla Nera signora, mentre la accompagna verso la porta.
       
      Parva scintilla saepe magnam flamam excitat
       
      Ci sono Donna e Manuel in un locale pieno di gente mascherata e di musica incalzante e di corpi in movimento illuminati ritmicamente. Al bar incontrano per caso Marco, che è lì un po’ sperduto per far contenta la ragazza che accompagna e che ha già capito che la serata non finirà bene, e nemmeno così così, probabilmente. Marco, che è già un po’ ubriaco, guarda Donna come se fosse un’apparizione, un miracolo immeritato. Donna è sinceramente contenta di vederlo e stop. Lo presenta a Manuel, chiacchierano un po’ e poi ognuno torna alla sua serata. Non è successo niente, ma di quel niente che cambia la vita. A Marco viene quasi da piangere, a vedere Donna trascinata via da Manuel, via dalla sua notte e dal suo sogno. A Donna viene quasi da piangere, a sentire la mano di Manuel che le stringe il braccio fino a farle male, e sa che questo è solo l’inizio. Ha sbagliato forse qualcosa, o forse sono stati gli occhi innamorati di Marco a irritare Manuel. O forse avrà motivi suoi, da non indagare. Donna ha paura, perché lo conosce e sa che questo è solo l’inizio.
       
      Qui non est hodie cras minus aptus erit
       
      Marco ha bevuto troppo, e continua a bere da solo al bar. La ragazza ha incontrato qualcuno che le interessa di più e con cui probabilmente tornerà a casa. Donna è scomparsa in mezzo alla folla.
      Un uomo dall’età indefinibile, pallidissimo, vestito di nero e con una tuba in testa si siede sullo sgabello vicino, e gli tocca lievemente il braccio per attirare la sua attenzione: “Cosa aspetti? Seguila, se la ami…”
      Marco non capisce bene, pensa che siano chiacchiere da ubriaco.
      “Donna, si chiama, vero?”
      Marco si riprende a stento dalla sorpresa e solo dopo qualche lungo minuto riesce a rispondere:
      “Che ne sai tu di Donna? Chi sei?”
      “Mi conosci bene, tutti mi conoscono bene. È solo che spesso non fate attenzione…
      Parlo di Donna, l’unica che hai mai amato, e l’unica che in certo modo potresti rendere felice. Ma non sei mai stato capace di dirle una parola sensata. E ora te la fai portar via sotto il naso da quell’assassino.”
      “Come… Come sai? Quale assassino?” balbetta Marco, e sa di aver bevuto troppo per poter stabilire chi sta davvero delirando, in quella conversazione.
      “Corri fuori, invece di stare qui a fare domande. Magari sei ancora in tempo a salvarle la vita… E non dimenticare questa, ti sarà utile” aggiunge il tipo allungandogli sotto banco una bottiglia rotta e tagliente.
      L’uomo lo solleva quasi di peso, e lo sospinge attraverso la folla, le luci, le percussioni assordanti verso l’uscita. Marco non sa se correre fuori o provare a opporre resistenza. Nel dubbio si lascia trascinare dall’uomo nel parcheggio davanti alla discoteca.
       
      Quam terribilis est haec hora
       
      Donna e Manuel sono chiusi in macchina. Lui urla, la scuote, la colpisce sul viso e sul corpo con una violenza bestiale, ancora più spaventosa e incontrollabile di quella che già molte altre volte ha sfogato su Donna, per motivi insulsi o misteriosi. Donna piange, si lamenta, cerca di ripararsi dai colpi con le mani. Poi confusamente capisce che questa volta potrebbe essere l’ultima, che Manuel non si fermerà dopo a consolarla e a baciarle le ferite chiedendole scusa. Stasera la ucciderà davvero. Donna prova a uscire dall’auto, a scappare, ma Manuel la trattiene e le chiude le mani intorno al collo, ancora più inferocito.
      In quel momento la portiera si apre e compare Marco con gli occhi infiammati di rabbia che urla come un pazzo a Manuel di fermarsi, di lasciarla stare e intanto lo colpisce al viso, alla gola, agli occhi, alle braccia con il vetro tagliente della bottiglia. Manuel è preso alla sprovvista e si ferma un attimo per lo stupore, poi è troppo tardi: è già coperto di sangue, non vede, non sente più nulla. L’ultimo fiotto gorgoglia insieme al suo ultimo tentativo di parlare, e investe anche Marco che solo a quel contatto si rende conto di quello che ha fatto, e si ferma inorridito.
       
      Tempus neminem manet
       
      Dietro di lui l’uomo con la tuba lo trattiene e gli impedisce di fuggire. Intanto gli sussurra:
      “Guardala ora. Le hai salvato la vita e lei lo sa. Guardala ora se vuoi vedere lo sguardo di una donna innamorata.”
      Marco gira lo sguardo dal corpo di Manuel a Donna, rannicchiata e tremante sull’altro sedile.
      E si accorge, mio Dio, che quello che dice l’uomo pallido è vero: per la prima volta in tutta una vita Donna lo vede davvero e lo ama. Fuori di sé Marco gira attorno alla macchina e va da Donna, apre la portiera.
      L’uomo, sempre dietro le sue spalle, lo spinge verso di lei e continua a sussurrare: “Avanti, baciala ora, e diglielo. Non hai molto tempo e, te lo assicuro, non avrai un’altra occasione.”
      Marco fa esattamente quello che l’uomo gli suggerisce.
      Dall’altra parte una signora Nera si china a baciare le labbra insanguinate di Manuel, poi si rialza, guarda l’uomo con la tuba e oscuramente sorride.
       
       
       
      Nota dell’autrice: “Tempus fugit” è stato prodotto nell’ambito di un contest su Writer’s Dream che prevedeva, tra le altre prove, di scrivere un nuovo racconto a partire da un racconto già presentato da un altro concorrente. E’ passato parecchio tempo, per cui non ricordo se è il caso di questa storia: ci fosse un altro autore che l’ha ispirata, lo citerei volentieri, ma purtroppo la memoria non mi aiuta. Se qualcuno ricorda meglio di me si faccia vivo, così provvedo a inserire il suo nome (e a offrirgli/le un caffè con panna, come suggeriva qualcuno dal forum WD).

    • «Allora d’ora in poi niente più assicurazioni insolventi» disse Sam, quando tornarono a “caccia” qualche giorno dopo. Non aveva più i cerotti ma soltanto il bendaggio che gli aveva fatto Riccardo; per fortuna era soltanto una distorsione.
      «Sbagliato, si procede come il solito» rispose il collega.
      «Ma Rodolfo ha detto…» cominciò a obbiettare Sam.
      «Rodolfo non troverebbe nemmeno la porta del bagno se sopra non ci fosse scritto “WC”. Se fosse per me lo lascerei nel suo brodo, ma siamo una squadra: più cause riusciamo a scovare e a vincere e meglio stiamo tutti quanti; quindi al lavoro e speriamo che i prossimi casi non urtino la sua suscettibilità!»
       
      Le prime volte, Sam quasi si vergognava ad abbordare dei perfetti sconosciuti e lasciar loro il biglietto da visita del suo studio, adesso invece si sentiva molto più disinvolto.
      Finito di distribuirli, raggiunse Riccardo, quando si sentì chiamare: «Sam Collina! Non riesco a crederci! Così alla fine ce l’hai fatta a laurearti o mi sto sbagliando?»
      «Stefano! Che bello vederti! Sì, ci sono quasi, ora lavoro come tirocinante nello studio Forti&Astori e fra un po’ prenderò la laurea. E questo è il mio collega, Riccardo Novelli.»
      «Più che altro sono il suo osservatore» ridacchiò, come se avesse detto una battuta molto spiritosa e gli strinse la mano.
      «Piacere, Stefano Torri. Samuele ed io eravamo compagni di corso e lui era uno di quelli più bravi, il tipico secchione… ma poi mollò l’università da un giorno all’altro, un vero peccato… Fortuna che ora sei di nuovo in pista; chissà magari prima o poi ci scontreremo in tribunale.» Consultò l’orologio: «Scappo, mi ha fatto piacere rivederti!»
       
      Davanti alle consuete tazze di caffè, Riccardo gli disse: «Certo che dev’esserti successo qualcosa di veramente brutto per farti lasciare l’università, fortuna che l’hai ripresa.»
      «Eh? Sì, fu per... per esaurimento... sì, esaurimento nervoso... Sai, troppi corsi... voler, uh, essere il migliore…» Sam si rese conto che stava balbettando penosamente, dannazione! Tutta colpa di quegli occhi dorati che sembravano scavargli nell’anima. Dopo un paio di secondi abbassò lo sguardo a disagio.
      «Va bene, Collina, se hai finito il tuo caffè, possiamo tornare in ufficio.»
       
      Sam era in archivio, dove avrebbe dovuto catalogare i vecchi casi, ma non riusciva a concentrarsi. Continuava a pensare alla conversazione al bar. Era ovvio che Riccardo non gli aveva creduto, in più l’aveva chiamato per cognome, cosa che non aveva mai fatto, e questo gli aveva provocato una stranissima sensazione, quasi di abbandono… Che cosa fare? Suo padre gli aveva sempre raccomandato di non raccontare a nessuno il vero motivo della “pausa” che si era preso, perché non tutti avrebbero visto di buon occhio il suo passato, ma forse era l’unica cosa da fare…
       
      «Riccardo, potrei parlarti?» domandò Sam, entrando nel suo ufficio.
      «Dimmi pure, Sammy» rispose l’avvocato, sollevando la testa dalle carte.
      Il ragazzo strusciò i piedi per terra: «Ecco… io non ho lasciato l’università per esaurimento…» Si bloccò.
      «L’avevo intuito, ma non devi sentirti obbligato a parlarmene.»
      «No, voglio dirtelo…»
      «In questo caso sarà meglio che tu ti sieda.» Gli indicò la sedia, destinata ai clienti, di fronte alla propria scrivania, e lo fissò con attenzione, intrecciando le mani sotto il mento.
      Sam si sedette ingobbito, con le dita intrecciate in mezzo alle gambe. «Una mia compagna di corso mi aveva fatto provare delle pillole che, a suo dire, avrebbero dovuto aiutarmi a studiare meglio e da lì…» Si bloccò di nuovo.
      «Capisco…» rispose comprensivo.
      «Per fortuna i miei l’hanno scoperto e ho passato un paio di anni a disintossicarmi con il loro aiuto ed è anche per questo che mio padre avrebbe voluto che interrompessi gli studi… ma ora sono pulito!»
      «Sul serio?» gli domandò Riccardo, con un lampo malizioso negli occhi, si alzò dalla sedia e gli si avvicinò per annusarlo. «Sì, è vero e hai anche un buonissimo odore!»
      Sam avvampò e si scostò imbarazzato.
      «Son contento che tu mi abbia detto la verità» disse l’avvocato, tornando alla sue carte. «Anche perché, non molti lo sanno, ma io ho un super potere: fiuto le bugie» così dicendo, si picchiettò il naso un po’ lungo. «Patrizia lo sa?»
      «No, a parte la mia famiglia, e ora tu, non lo sa nessun altro. O… ora che cosa hai intenzione di fare?»
      «Di scartare un altro lollipop e gustarmelo, mentre studio questo caso.»
      «Intendo dire nei miei confronti…»
      «Ne vuoi uno anche tu? Mi era sembrato di capire che non ti piacessero…» disse, lanciando un’occhiata al vaso intatto di Sam.
      Lo stagista sospirò: «Hai intenzione di dirlo ai titolari?»
      «No» rispose Riccardo, sorpreso. «Perché dovrei? Tutti possono sbagliare e tutti hanno diritto a un’altra possibilità. Se vuoi, puoi tornare ad archiviare i casi passati oppure puoi aiutarmi a elaborare una strategia per questo.»
      «Di che cosa si tratta?» gli domandò sollevato e spostando la sedia accanto a quella di Riccardo.
      «Di un bell’effetto a catena» gli rispose entusiasta. «Tre affittuari abitano uno sotto l’altro; il cane dell’inquilina del terzo piano ha sporcato il balcone della signora del secondo, obbligandola a rifare il bucato e a pulire con la varechina, rovinando così il laptop che l’inquilino del primo piano aveva lasciato sul tavolo del terrazzo. La nostra assistita è la signora del secondo piano che è già stata condannata a risarcire il tizio del primo e ora vuole rivalersi sulla signora del terzo.»
      «Mi sembra il minimo» rispose Sam. «Se la signora del terzo piano avesse portato il cane fuori, invece che lasciarlo sul balcone, la nostra cliente non avrebbe dovuto usare la varechina per ripulire il terrazzo e probabilmente il disappunto nel vedersi il bucato rovinato l’ha resa negligente mentre ripuliva.»
      «Chiamala pure rabbia ma hai centrato in pieno il caso.» Gli batté con approvazione la mano sulla spalla. «Ed è da qui che cominceremo a impostare la causa: dal cane lasciato sul balcone.»
       
      Come ogni sera, Patrizia era andata nell’appartamento di Sam per preparargli la cena.
      Il ragazzo le raccontò che aveva incontrato Stefano e del nuovo caso che stavano impostando.
      «Davvero farete causa per una cosa così insignificante? Perché non vi occupate di casi grossi?»
      «Perché non è così facile trovarne, perciò cerchiamo tanti piccoli casi» le rispose sorridendo.
      Patrizia scosse la testa poco convinta: «Si vede che il tuo supervisore ha proprio tempo da perdere.»
      Sam non replicò, ma ci rimase male per le parole della sua ragazza.

    • di Riccardo Alberto Quattrini.
       
      Natiche, glutei, sedere, deretano, culo, didietro, posteriore, parte bassa, fondoschiena: nomi e perifrasi certo non mancano a quelle due masse muscolari ricoperte da uno strato di grasso che, tra tutte le parti anatomiche umane, sono da sempre le più controverse.
      Jean-Paul Sartre l’aveva capito molti anni fa dicendo: “La patria, l’onore e la libertà non sono niente. L’universo intero gira intorno a un paio di chiappe”. Una delle più grandi passioni di artisti, registi, stilisti e scrittori di fama internazionale. Honoré de Balzac nel 1830 nel suo “Traité de la vie élégante” diceva: “Camminando le donne possono mostrare tutto, senza lasciar vedere nulla”. Brigitte Bardot sussurrava in uno dei suoi film più celebri: “Tu les aimes, mes fesses?” (Tu lo ami, il mio sedere?), mentre Rimbaud e Rubens non si lasciavano sfuggire l’occasione di immortalare il loro amore per la parte posteriore del corpo femminile.
      Ma non è stato sempre così.
      I glutei, gluotòs dal greco, siano stati spesso considerati degni di biasimo. Le principali religioni hanno fatto delle terga l’oggetto di vari tabù. Uniscono in sé le condizioni di parte posteriore e zona bassa del corpo. Da un punto di vista sessuale, rimandano ai rapporti consumati more ferarum, ossia “alla maniera delle bestie”, senza poter guardare negli occhi il partner. Non offrono nemmeno l’espressività che possiedono altre parti del corpo più “nobili”, quali il viso, le mani gli occhi, localizzate tutte nella parte “alta” dell’uomo e quindi messe in relazione con la sua spiritualità. Il “culo”, invece riguarda l’espulsione delle scorie, quindi il lato più animalesco e – per gli antichi – vile della persona. Per l’islam, per esempio, il Corano vieta tassativamente che si entri in contatto con tale parte del corpo, mentre l’ebraismo ordina agli uomini di non spogliarsi voltando la schiena a nord o a sud. E anche l’apostolo Paolo la giudicò la parte più indegna del corpo. E ci si accanì con grande impegno su quella parte, anche fisicamente, facendone uno dei bersagli preferiti delle punizioni corporali: la sculacciata è stata considerata, per secoli, strumento indispensabile nell’educazione, soprattutto in istituti religiosi e nei conventi. In Francia, durante il periodo del Terrore, fu introdotta anche una sorta di “sculacciata rivoluzionaria”; una forma di rito anticlericale pubblico inflitto soprattutto alle suore, non senza un certo piacere voyeuristico da parte delle folle. Del resto, l’erotismo della frusta, ha avuto nei secoli, illustri seguaci: Caterina de’ Medici (1519-1589) riservava alle natiche delle sue dame, forse consenzienti, un personale godimento per questo trattamento. Anche nella Roma di duemila anni fa, le neofite venivano frustate sulle terga, come testimoniano immagini dipinte sui muri di una villa di Pompei.
      L’etologo inglese Desmond Morris, come ha spiegato nel corso dei suoi studi, l’appartenenza di questa caratteristica, che: “è prerogativa solo della specie umana”, come disse il naturalista francese George-Louis Leclerc (1707-1788), ha assunto, nel corso dei secoli, anche altri valori simbolici, non sempre negativi. L’aspetto erotico, ad esempio, ha radici molto antiche.
      Nel 2009 nella grotta di Hohler Fels, nella Germania Meridionale, è stata scoperta un’immagine umana risalente a un periodo fra i 35 e 40 mila anni fa. Questa figura di donna, intagliata nella pietra, ha fianchi larghi e natiche enormi. Considerando il carattere realistico dell’arte paleolitica, secondo Desmond Morris, queste “pin-up” preistoriche avevano sederi così evidenti perché l’accoppiamento avveniva da tergo, e le femmine con grandi posteriori inviavano segnali sessuali forti. Le misure delle natiche, come nelle statue greche, durante gli anni si fecero via via, più contenute, associate a un ideale estetico, erano considerate degne d’ammirazione e persino di devozione. Una statua di Afrodite Callipigia – letteralmente “dalle belle natiche”-, in questo tipo di scultura la dea è colta nel gesto di alzare il peplo scoprendo un fondoschiena di proporzioni perfette.
      Quel rituale, nella cultura mediterranea, si chiamavaanasyrma (“denudamento”). Il rito di alzarsi le vesti e mettere a nudo le parti intime, serviva al fine di cacciare le influenze negative e propiziare un buon raccolto, anche le sacerdotesse della divinità Demetra eseguivano tali rituali.
      Porgere le natiche era un gesto ricorrente, nel Medioevo, anche nella quotidianità. E persino nelle solennità nell’ambito religioso, quando la contaminazione tra elementi sacri e profani era la norma. Nelle chiese, per esempio, si trovava spesso un piccolo spazio, un capitello di solito scolpito con soggetti dedicati all’irrisione, alla sconcezza, all’umorismo popolare o alle attività più triviali dell’uomo come mangiare, bere, defecare o fornicare.
      Ma com’era possibile che nella mentalità dell’uomo medioevale, piena di cristianesimo, il sedere abbia mantenuto quell’antica valenza positiva?
      Sempre secondo l’etologo Desmond Morris, nell’Europa medioevale, attraverso i testi antichi, riapparve l’idea greca dei glutei come attributo umano, che faceva la differenza tra uomini e bestie. Copsì Caesarius di Heisterbach (morto nel 1240), abate tedesco di Colonia, nel suo Dialogus miraculo lorum sentenziò che Satana non possedeva natiche. E’ la prova che si era oramai diffusa l’idea che il diavolo, malgrado la sua capacità di imitare la forma umana, non riuscisse a riprodurre il “lato B”. E che per questo non ne tollerasse la vista, tanto da fuggire immancabilmente di fronte a un paio di natiche nude. Ciò spiegherebbe anche perché qualche secolo più tardi, nel 1532, Martin Lutero, continuamente tentato dal demonio, scrisse di essere riuscito una notte a zittirlo proferendo un sonoro “leccami il culo”.
      Le natiche anti-Satana si trovano spesso rappresentate nelle statue che decorano chiese e fortificazioni gotiche: poste vicino all’ingresso, avevano lo scopo di impedire l’accesso agli spiriti maligni. Allo stesso modo, in area germanica, durante i temporali, le donne avevano l’abitudine di esporre il posteriore dalle case, nella convinzione di prevenire danni. Un ritorno in salsa medioevale delle sacerdotesse di Demetra?   
      Se l’ostentazione femminile delle natiche, collettiva o individuale, è stata a lungo legata alla fertilità e alla fortuna, quella maschile ha assunto nei secoli un carattere aggressivo, legato a contesti militari o alla messa in ridicolo dell’avversario. Nella sua Guerra giudaica lo storico romano Giuseppe Flavio racconta che nell’anno 66 d.C., mentre gli ebrei lanciavano pietre durante la rivolta antiromana, i legionari mostravano le terga. Una scena simile si ripeté, nel Medioevo nel corso della quarta crociata. Durante l’assedio di Costantinopoli, allora capitale bizantina, da parte dei cristiani (1024), gli assediati mostrarono le natiche nude dalle mura dopo aver respinto un attacco. All’epoca era abituale iniziare una battaglia con una serie di oscenità collettive da parte degli eserciti in campo.
      E oggi?
      Se un tempo toccare le natiche era una passione soprattutto maschile. Adesso lo fanno con gusto anche le donne: una ricerca americana ha rivelato che tra amici di sesso diverso sono le femmine a toccare più di frequente il sedere dei ragazzi. La sessuologa Luisa Rivolta dice che anche per le donne il fondoschiena rappresenta un forte stimolo erotico: “Natiche sode e ben fatte sono legate alla forza e al potere riproduttivo.” I maschi che amano un sedere femminile prosperoso sarebbero buoni organizzatori e padri di famiglia, quelli che preferiscono un sedere piccolo avrebbero un’indole filosofica. E quindi, la parte anatomica più estesa del corpo umano, impossibile da occultare, ai giorni nostri, esibita come maggior richiamo sessuale sotto strettissimi jeans o tanga lillipuziani, la natica rivendica dunque il suo posto e la sua storia in Occidente.
       

      Featured image, Bronzi di Riace, particolare, dalla Rete.



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