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    Promuovi qui le tue storie.

    • Massimiliano Lanza
      Lettura ad Alta Voce: la cura dell’altro e di sé in una prospettiva delle “Medical Humanities”
       
      Relatore: Prof. Vincenzo Alastra
       
       
       
       
       
      Anno Accademico: 2015/2016
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
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      Sommario
       
      Considerazioni generali sulla lettura 3
       
      Lettura e life skills 9
       
      Efficacia della lettura 11
       
      Che cos’è il movimento LAAV e i suoi obiettivi 13
       
      Obiettivi generali dell’Associazione e Mission 13
       
      Il movimento LaAV 15
       
      Il valore della Lettura ad Alta Voce 16
       
      Definizione di un circolo LaAV e compito dei volontari 17
       
      Storie che toccano 19
       
      Genesi del progetto 23
       
      Il Progetto e il suo ambiente 25
       
      La lettura ad alta voce e la narrazione come strumento ricreativo e di socialità 26
       
      Risultati attesi e destinatari del progetto 26
       
      Fasi del progetto e annotazioni metodologiche e operative 27
       
      Fase di prima ideazione 27
       
      Fase di perfezionamento 27
       
      Fase di sperimentazione 27
       
      Fase di consolidamento 28
       
      Fase di sviluppo 28
       
      Principi della Pedagogia della lettura ad alta voce 30
       
      La traccia dell’intervista 32
       
      Intervista a Lettore n. 1 34
       
      Intervista a Lettore n. 2 42
       
      Intervista a Lettore n. 3 50
       
      Considerazioni sulle interviste presentate 56
       
      Considerazioni conclusive 57
       
      Riferimenti bibliografici 58
       
      Sitografia 61
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
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      La Lettura come occasione dello Sviluppo
       
       
       
       
       
       
       
       
      Considerazioni generali sulla lettura
       
       
      Secondo la Psicologia culturale: “La lettura è un'attività fondata su un meta artefatto, il linguaggio e su degli artefatti, i libri". Essa è un'attività intellettuale che inizia all'età di 5-6 anni, con l'inizio dell'Istruzione primaria. La lettura è integrata da voce umana, trasmissioni radio e televisive, le quali non rappresentano più pura e semplice “lettura”. Bruner affermava che i racconti sono la “moneta corrente della lettura” (Mantovani, 2008). La lettura è, inoltre, un’attività umana che permette l'utilizzo di risorse e mezzi idonei a sviluppare delle competenze specifiche. È una tra le più importanti attività mentali ideata dall’uomo, utile alla vita umana: leggendo un libro aumento, la mia cultura personale e miglioro la mia condizione. Tuttavia, da molti, vi è un pregiudizio, la lettura non è considerata soddisfacente e, inoltre, è classificata un'attività inutile e negativa.
       
      Federico Batini afferma che la lettura è un’attività che impegna la percezione visiva, sviluppa l’empatia e si distingue da altre forme di comunicazione (Batini, 2015). Essa è comunicazione efficace, in altre parole processo che consente di trasmettere informazioni.
       
      La lettura è riconosciuta universalmente come uno dei più potenti strumenti, utilizzati nella comunità umana per condividere informazioni, attribuire significato all’esperienza, generare idee e quadri valoriali e visioni del mondo. La lettura è importante, soprattutto a scuola, ma
       
       
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      anche altrove. In Italia una quota molto bassa di popolazione “annovera la lettura tra le proprie attività ricorrenti”. (Batini, 2015). Le motivazioni che dimostrano l’essenzialità della lettura sono che essa aiuta a parlare, a leggere e a scrivere meglio; a livello scientifico, la lettura è “ un potente supporto per prolungare la propria autonomia preservando il decadimento cognitivo”. (Batini, 2015).
       
      Inoltre Batini (2011) afferma che la lettura permette di fare esperienze complesse, e sviluppare (anche a livello celebrale) l’empatia: i dialoghi che sono letti in un romanzo, ad esempio, sono coinvolgenti, emotivamente incarnati, ampliano e alimentano i propri repertori, sono efficaci. L’empatia è la capacità di mettersi nei panni degli altri, cioè di riconoscerne e condividerne le emozioni. Il concetto di empatia è stato mutuato dalla filosofia, studiato da Edith Stein, alunna di Edmund Husserl. La teoria filosofica a riguardo parte dall’aspetto del fenomeno così com’è osservato allo scopo di rivivere in se stessi il vissuto altrui. Infatti, utilizzare l’empatia, significa comprendere come si sente l’altra persona non solo con la testa, ma anche interiormente, tenendo conto che l'ascolto attivo, umano e interessato delle persone prossime a noi è la base per una buona empatia. Essa è riconoscimento e condivisione delle emozioni altrui, come abilità di mettersi nei panni degli altri senza essere sopraffatti dalle loro emozioni.
       
      Altri autori sostengono che sviluppi la: “Capacità di immedesimarsi in un’altra persona fino a coglierne i pensieri e gli stati d’animo, senza farsi travolgere da essi e senza perdere il contatto con se stessi". Vuol dire “sentire il modo più intimo e personale con l’altro come fosse proprio,
      immergersi nella sua soggettività, nel suo modo di vedere e di sentire senza che ci sia identificazione” (Cecchetto, Romeo, 2015).
       
      È un processo basato sul sentire al posto dell’altro; non è solamente sostituirsi all’altro, ma unirsi senza dimenticarsi di sé.
       
      Infine, la lettura, sul piano neurologico, attiva maggiormente alcuni nostri circuiti celebrali,
       
      influendo anche su altri aspetti della vita quotidiana.
      Secondo la psicologia e in particolare attraverso il contributo di:
       
       
       
       
       
       
       
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      Maria Clara Levorato (2000), psicologa e psicoterapeuta, afferma che l’uso della narrativa sarebbe utile a favorire “una ricapitolazione degli aspetti del sé indicativi, per questo può svolgére una funzione importante per la crescita della persona, consentendole di esplorare se stessa e le proprie emozioni attraverso il coinvolgimento affettivo e mettendo alla prova i sistemi di credenze che danno significato alla realtà”. Levorato, ci orienta ad avere il senso critico, in altre parole saper analizzare informazioni, situazioni ed esperienze in modo oggettivo, distinguendo la realtà dalle proprie impressioni soggettive e i propri pregiudizi, significa riconoscere i fattori che influenzano pensieri e comportamenti propri e altrui e per questo aiuta a rimanere lucidi nelle scelte.
       
      Il senso critico va inteso come "la capacità di esaminare una situazione... e di assumere una posizione personale in merito. Tale capacità costituisce il fondamento di un atteggiamento responsabile nei confronti delle esperienze e relativamente autonomo rispetto ai condizionamenti ambientali" (Galimberti, 1992).
       
      In sintesi, il senso critico consente di analizzare informazioni e situazioni in modo oggettivo, valutando vantaggi e svantaggi, distinguere la realtà dei fatti dalle proprie impressioni soggettive e i propri pregiudizi e interpretazioni personali, riconoscere i fattori esterni che influenzano pensieri e comportamenti propri e altrui.
       
      Per quanto riguarda invece l’educazione:
       
       
      Michéle Petit (Petit, 2010), ha messo in evidenza che gli studenti di provenienza agiata leggevano più libri degli altri e ciò contribuiva a migliorare il loro rendimento scolastico. La lettura, continua Petit, è collegata al miglioramento delle qualità legate al linguaggio. A riguardo
       
      necessario prendere buone decisioni, atte a valutare le qualità intellettuali degli studenti: prendiamo una decisione quando valutiamo le diverse possibilità che abbiamo e le conseguenze che ne possono derivare. Una decisione non è mai buona in assoluto, ma lo è rispetto a una specifica situazione e a se stessi.
       
       
       
       
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      Una buona decisione tiene conto della complessità dell’essere umano, di se stessi con le proprie priorità, i propri obiettivi, i propri punti di forza e debolezza. Il luogo in cui si prende una buona decisione è tra le persone in relazione, l’ambiente in cui vivono (oggetti, spazi, clima atmosferico, ecc) e il loro clima emotivo con i propri obiettivi, valori, bisogni. Per questo per prendere buone decisioni è importante avere una giusta consapevolezza di sé e un equilibrato senso critico; è importante gestire le proprie emozioni, il che non significa controllarle, ma utilizzarle quali strumenti per agire, senza farsi travolgere o trasportare dalle emozioni, cioè reagire. Esse ci rendono padroni di se stessi, perché ci permettono di rimanere lucidi, efficaci senza perdere la testa: significa scegliere i propri comportamenti, quindi essere intenzionali nelle scelte valutandone gli effetti su noi stessi e sugli altri.
      Le emozioni contengono informazioni importanti sui nostri valori e saperle gestire ci permette di scegliere le nostre azioni, cioè agire anziché re-agire agli stimoli. Esse migliorano la padronanza di sé e ci aiutano a essere intenzionali nelle scelte. A questo punto sarà più facile risolvere i problemi, in altre parole individuare soluzioni efficaci a una situazione problematica tenendo presente l’ambiente e le persone coinvolte, includendo se stessi. Risolvere i problemi in modo efficace significa soddisfare sia i bisogni razionali e pratici che quelli relazionali ed emotivi.
      Per trovare una soluzione è necessario avere compreso con esattezza il problema, quindi avere utilizzato il proprio senso critico e successivamente utilizzare la propria creatività.
      Chi riesce a risolvere problemi in modo efficace comprende il problema, individua più soluzioni scegliendo la più efficace rispetto al contesto (persone, ambiente, ecc...) e ai propri bisogni, razionali, relazionali o emotivi.
       
      Per quanto concerne la narrativa. Walter Benjamin, sostiene “che l’arte di narrare si avvia al suo tramonto” (Benjamin, 2011) ossia rischia di scomparire! Il narratore è la rappresentazione di chi legge, a se stesso e agli altri”. Benjamin ha affermato che “lavora con la materia prima dell’esperienza. Il suo talento è la sua vita; la sua dignità quella di saperla raccontare”. La
       
       
       
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      lettura ad Alta Voce può essere un mezzo possibile per recuperarne il valore. Benjamin, continuando, aveva in mente i narratori di un tempo, pensava ai racconti di tradizione orale dei mercanti, dei contadini. Le figure citate tendono a scomparire e in un certo senso manca la tradizione orale del racconto.
       
      Sempre in merito alla letteratura Antonio Trabucchi afferma che la letteratura è invenzione e scoperta di cose che non conoscevamo. La lettura è creativa. Secondo il poeta Gianni Rodari “Occorre una grande fantasia, una forte immaginazione per essere un grande scienziato, per immaginare cose che non esistono ancora, per immaginare un mondo migliore di quello in cui viviamo e mettersi a lavorare per costruirlo”. Egli era uno scrittore e un poeta, a sostegno del fatto che molti tendono ad associare la creatività ad artisti, bambini e coloro i quali "si possono permettere di sognare o fantasticare". In realtà a tutti noi la creatività serve per pensare alle opportunità possibili, avere idee originali per trovare soluzioni, uscire da situazioni difficili o da schemi comportamentali che ci bloccano. In quest’ambiente la creatività diventa sinonimo di abilità nel trovare possibilità, curiosità, idee originali, autorevolezza e personalità, varietà d’interessi. Così definita la creatività, è molto utile nella soluzione dei problemi, nella presa di decisioni, permette di elaborare scelte originali da compiere nelle situazioni difficili e può rappresentare un ottimo antidoto allo stress. A questo proposito è necessario gestire lo stress, in altre parole l'abilità di riconoscere il proprio stato di stress, risalire alle cause che provocano le tensioni nella vita quotidiana. Gestirlo significa tornare a uno stato di benessere psicofisico, trovare strategie per modificare l'ambiente, noi stessi, i pensieri, le emozioni, le reazioni abituali. Umberto Galimberti (1992) definisce lo stress come una "reazione emozionale intensa a una serie di stimoli esterni che mettono in moto risposte fisiologiche e psicologiche di natura adattiva", quindi lo stress è qualcosa che noi fatichiamo a controllare; le risposte che portano a una risoluzione sono quelle che ci aiutano ad adattare il comportamento in ogni situazione. Per gestirlo al meglio è necessario riconoscere le cause di tensione e di stress della vita quotidiana e delle situazioni eccezionali che la vita ci pone. Gestire lo stress significa trovare strategie per modificare lo stato in cui ci troviamo, intervenendo sull'ambiente oppure su noi stessi,
       
       
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      modificando i pensieri, le emozioni, le azioni e le nostre reazioni abituali. Gli uomini devono essere capaci di creare e mantenere relazioni importanti, ma anche essere in grado di interrompere relazioni inadeguate, essere assertivi, cioè capaci di affermare se stessi, dichiarare i propri bisogni e le proprie opinioni nel rispetto degli altri, delle loro idee e dei loro bisogni, senza prevaricazioni o sottomissioni, saper scegliere e/o creare relazioni in cui: “Ognuna delle parti in causa della relazione è consapevole dei propri bisogni, diritti e doveri”. Si può sintetizzare che ognuno è libero di esprimere e soddisfare i propri bisogni, di scegliere e assumersi la responsabilità per le proprie scelte; inoltre è necessario capire che esistono buoni confini tra le persone coinvolte: non c’è fusione, conflitto o indifferenza e il rapporto è positivo e costruttivo.
       
      Come evidenzia Torodov (2008), la lettura permette di vivere meglio. In buona sostanza egli affermava che “quando mi chiedo perché amo la letteratura mi viene spontaneo rispondere: perché mi aiuta a vivere. Non le chiedo più, come negli anni dell’adolescenza, di risparmiarmi le ferite che potevo subire durante gli incontri con persone reali; piuttosto che rimuovere le esperienze vissute, mi fa scoprire mondi che si pongono in continuità con esse e mi permette di comprenderle meglio”. È necessario, completando il pensiero di Torodov, avere consapevolezza di sé: la consapevolezza di sé ha a che fare con “conoscere sé stessi”. Essere consapevole significa saper identificare: i propri punti di forza, le proprie aree deboli, il proprio modo di reagire di fronte alle situazioni, le proprie preferenze (es. in quali situazioni sto bene e in quali non mi sento a mio agio?), i propri desideri, i propri bisogni, le proprie emozioni. La consapevolezza emotiva è la base per una buona consapevolezza di sé e consiste nel saper
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
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      riconoscere i segnali emotivi del proprio corpo e assegnare un nome alle emozioni che si provano e che ci "informano" sulle nostre preferenze, gusti e bisogni.
       
      Anche in conformità a tutti gli autori citati, è dimostrato che la lettura, nel suo complesso, sia un efficace strumento per incrementare l’autonomia della persona, il potere su se stessi, il controllo di ciascuno nella vita, se utilizzata in modo adeguato: rappresenta il più straordinario strumento di “empowerment” che abbiamo, soprattutto quando leggiamo per gli altri (pensiamo agli attori che declamano brani della Divina Commedia, dei Promessi Sposi o della Bibbia)1.
       
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      Lettura e life skills
       
       
      Le competenze fornite dalla lettura, sono state classificate anche dall’OMS; si tratta delle Life Skills: Le competenze individuate come necessarie per lavorare soprattutto in ambito educativo e contribuire a una crescita sana e completa dei bambini e dei ragazzi, sono di carattere personale, legate alla capacità di stare in relazione, alla buona consapevolezza di sé, al saper gestire le emozioni, a sviluppare il senso critico, saper scegliere, prendere decisioni ed essere creativi. Contemporaneamente, occorre trovare soluzioni ai problemi che si presentano, saper gestire lo stress, il tutto senza sottovalutare la capacità di sviluppare empatia, coltivare le relazioni e la comunicazione interpersonale: abilità queste ultime che, se non sono efficaci, possono aumentare la complessità di alcune situazioni.
       
       
      Alla luce di una ricerca sul deterioramento cognitivo di alcuni anziani (gennaio 2014) ricoverati in due diverse strutture (RSA) della aretino è fatto accenno ad una sintesi su un ricerca condotta in tema di lettura ad Alta voce, in cui venne organizzato un progetto tra l’Università di Perugia e “due diverse strutture dell’Aretino”, allo scopo di “curare e combattere la demenza nelle sue varie tipologie. La ricerca è stata condotta tra gennaio e aprile 2014. Si è partiti da un corso: “Metodologia della Ricerca Educativa dell’Osservazione e Valutazione”; lo stesso è stato condotto dal Professor Federico Batini, gli studenti afferivano al Corso di Laurea di Scienze dell’Educazione e Scienze Tecniche Psicologiche dei Processi Mentali. Fu un’esperienza di vita, oltre che di studio e lavoro.
       
      Gli studenti sono stati attori fondamentali durante le Letture ad Alta Voce, hanno pubblicato dati scientifici inerenti
       
      la sperimentazione effettuata, hanno attestato la valenza del training di cui si parla “come terapia non farmacologica relativa ai danni cognitivi di memoria” e come “lavoro costante di registrazione dei diari di bordo”, i quali hanno portato a “una mole rilevante di dati qualitativi che vanno a rinforzare la valenza e l’efficacia del training che per ciò che concerne altri domini psicologici, emotivi, relazionali e di qualità della vita in generale dei pazienti. Anche per gli studenti le “retroazioni formative sono state importanti” (Cfr. Batini, Bartolucci 2015 pag. 196, in da Alastra, Batini, 2015 pag. 196).
       
       
       
       
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      Queste competenze, intercalate nel primo capitolo del nostro lavoro, sono ciò che l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) definisce nel 1993 come le Life Skills, ossia quella abilità “cognitive, emotive e relazionali di base, che consentono alle persone di operare con competenza sia sul piano individuale che su quello sociale. In altre parole, abilità e capacità che ci permettono di acquisire un comportamento versatile e positivo, grazie al quale possiamo affrontare efficacemente le richieste e le sfide della vita quotidiana [dalle] competenze che portano a comportamenti positivi e di adattamento che rendono l’individuo capace (to enable) di far fronte efficacemente alle richieste e alle sfide della vita di tutti i giorni". Descritte in questo modo, le competenze che possono rientrare tra le Life Skills sono innumerevoli e la natura e la definizione delle Life Skills si possono differenziare in base alla cultura e al contesto. In ogni caso, analizzando il campo di studio delle Life Skills emerge l’esistenza di un nucleo fondamentale di abilità che sono alla base delle iniziative di promozione della salute e benessere di bambini e adolescenti (…)
       
      Le Life Skills, così come noi le intendiamo, possono essere insegnate ai giovani come abilità che si acquisiscono attraverso l’apprendimento e l’allenamento.
      Inevitabilmente, i fattori culturali e sociali determineranno l’esatta natura delle Life Skills. Per esempio, in alcune società, il contatto visivo potrà essere incoraggiato nei ragazzi per una comunicazione efficace, ma non per le ragazze. Le Life Skills rendono la persona capace di trasformare le conoscenze, gli atteggiamenti e i valori in reali capacità, cioè sapere cosa fare e come farlo. Inoltre, esse, se ben acquisite e applicate, possono influenzare il modo in cui ci sentiamo rispetto a noi stessi e agli altri e il modo in cui noi siamo percepiti dagli altri. Le Life Skills contribuiscono alla nostra percezione di autoefficacia, autostima e fiducia in noi stessi, giocano un ruolo importante nello sviluppo del benessere mentale. La promozione del benessere mentale incrementa la nostra motivazione a prenderci cura di noi stessi e degli altri, alla prevenzione del disagio mentale e dei problemi comportamentali e di salute."
       
      In sintesi, l’OMS, elenca le seguenti dieci Life Skills come2:
       
       
      http://www.lifeskills.it/le-10-life-skills (sito consultato in data 10 novembre 2015).
       
       
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      Consapevolezza di sé, gestione delle emozioni e dello stress, empatia, relazioni e comunicazione efficaci, risolvere problemi, prendere decisioni, pensiero critico e creatività. Tali competenze possono essere raggruppate secondo tre aree:
      Emotive: forniscono consapevolezza di sé, aiutano a gestire le emozioni e a controllare lo stress;
       
      Relazionali: sviluppano empatia, comunicazione efficace, relazioni efficaci;
       
      Cognitive: aiutano a risolvere i problemi, a prendere decisioni, sviluppano il senso critico e la creatività.
      Il termine di Life Skills è generalmente riferito a una gamma di abilità cognitive, emotive e relazionali di base, che consentono alle persone di operare con competenza sia sul piano individuale sia su quello sociale. In altre parole, sono abilità e capacità che ci permettono di acquisire un comportamento versatile e positivo, grazie al quale possiamo affrontare efficacemente le richieste e le sfide della vita quotidiana3.
       
      Efficacia della lettura
       
       
      Dopo quanto affermato sin qui, aggiungiamo che la lettura diventa efficace quando:
      Il lettore medesimo è concentrato su ciò che il testo propone: è necessaria una certa concentrazione quando si legge il testo, rispettandone la punteggiatura, evitando distrazioni e facendo sì che la lettura sia auto formativa anche per il lettore stesso, con la finalità di acquisire nuove conoscenze. Il lettore trasmette un messaggio a dei destinatari, i quali, ascoltando e memorizzando i testi proposti acquisiscono non solo conoscenze ma nuove competenze. (Batini, 2015)
       
      Il testo ha un linguaggio comune, utilizzabile per un pubblico di ascoltatori omogeneo, facilmente traducibile in un'altra lingua: il testo è semplice, di facile comprensione per tutti, per le persone meno acculturate (che non hanno avuto una buona formazione, causa le
       
       
      http://www.lifeskills.it/le-10-life-skills (sito consultato in data 10 novembre 2015).
       
       
       
       
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      problematiche sociali e di vita) ma anche per gli intellettuali. Il messaggio dell’emittente verso il destinatario deve essere chiaro, senza alcun fraintendimento e, soprattutto, fruibile.
       
      Le parole, lette da un testo scritto, hanno un ordine preciso e anche una loro logica; ogni testo è ricco di grammatica, semantica, significati, parole chiave. Le descrizioni possono essere anche molto particolareggiate, ricche di elementi grammaticali, avverbi, sostantivi, verbi, aggettivi. Un altro aspetto altrettanto importante sono i dialoghi, i quali hanno lo scopo di farci conoscere i personaggi dei romanzi, il loro modo di pensare, ciò che l’autore vuole comunicarci, eccetera. Il linguaggio, in buona sostanza, deve suscitare emozioni e portare l’uditorio a confrontare i testi narrati sulla propria vita: se i testi parlano di vita vissuta, sono reali e suscitano interesse sempre crescente da parte dei pazienti o utenti, in base al contesto.
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
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      2. La Lettura ad Alta Voce
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
      Che cos’è il movimento LAAV e i suoi obiettivi
       
       
      Il movimento Lettura ad Alta Voce (LaAV), diffuso in varie regioni d’Italia, mira a realizzare interventi e azioni di sviluppo della lettura ad alta voce in ambienti sanitari e socio assistenziali (anche carceri e scuole). Il progetto, pensato per soddisfare le esigenze delle categorie fragili, costituisce una proposta in favore di chi, ricoverato in ospedale, è tenuto lontano dalle opportunità offerte dalla Letture a causa di più svariati motivi (età avanzata, funzioni fisiologiche e cognitive compromesse, particolari condizioni sociali e assistenziali). La lettura ad alta voce è, pertanto, un’occasione per “umanizzare” l’esperienza di ospedalizzazione. In queste situazioni il progetto si colloca in un più ampio panorama d’interventi volti a sostanziare una nuova idea di ospedale, orientato a offrire cura e assistenza di qualità, ma anche occasioni utili per rafforzare abitudini e stili di vita salutari e sperimentare strumenti di crescita e arricchimento personale.
       
      Obiettivi generali dell’Associazione e Mission
       
       
       
       
       
       
      L’associazione di carattere educativo e avente attinenza con il ben-essere delle persone e la loro buona vita di pazienti, ricoverati in Ospedale, studenti, detenuti in Case Circondariali, Ospiti di RSA, ecc., intende raggiungere obiettivi specifici nella pratica della Lettura ad Alta Voce. A riguardo è necessario acquisire consapevolezza e punti di vista più ricchi sulla propria
       
       
       
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      condizione: consapevolezza di avere delle potenzialità da spendere, di là dal ceto sociale, nel campo della Lettura ad Alta Voce, sviluppando un linguaggio condiviso e termini più efficaci per descrivere la propria realtà all’esperto (per esempio dialogare meglio con le altre persone, servizi, Enti, istituzioni, etc.): è necessario, soprattutto per quanto riguarda i volontari, non soltanto narrare brani, romanzi, fiabe, ma anche saper ascoltare i pazienti-utenti. Lo scopo è consolidare atteggiamenti e comportamenti, conoscenze e competenze di riflessione, partecipazione, progettazione rispetto alla propria situazione: bisogna saper riflettere, a fine lettura, sui temi proposti, far da moderatore, favorire la partecipazione dell’uditorio, pensare a letture nuove da esporre. È fondamentale diffondere buone pratiche in tema di stili di vita sani, rinforzando, attraverso la relazione, il processo del raccontare, dell’ascoltare e del riflettere insieme, la motivazione al cambiamento: cercare sempre di relazionarsi con i pazienti, proponendo buoni valori nelle tematiche trattate, riflettendo insieme senza imporre nulla. Occorre attivare relazioni espressive, tenere compagnia, promuovere momenti lucidi e ricreativi tra pari: i lettori non sono superiori agli uditori e sul piano umano sono presenti. È bene risvegliare ricordi, offrire un’occasione di ascolto: buona pratica consiste nel ricordare ciò che gli ascoltatori hanno sperimentato nella loro vita e, nei limiti del tempo fruibile, ascoltare il loro vissuto. È altrettanto importante favorire l’ascolto e formare alla lettura recuperandone il gusto: cercare di far amare la lettura, promuovere l’abitudine alla lettura come cultura, come crescita civile, di senso e di valori, come forma d’invecchiamento attivo. In buona sostanza far capire, soprattutto quando ci si trova di fronte a pazienti anziani, che si è ancora atti a crescere civilmente, a comprendere ancora il senso della vita e dei valori, favorendo il risveglio delle competenze cognitive degli adulti coinvolti (lettori, volontari, ospiti, eventuali parenti e operatori della struttura, precisando che sul punto in oggetto si è già parlato più sopra).
       
      Per terminare è importante stimolare a raccontarsi e generare spunti di lettura/riflessione, utilizzabili dagli utenti della Lettura ad Alta Voce terminata la loro condizione di degenza: al termine del percorso sia i lettori sia gli uditori si sono “auto formati” alle tematiche trattate.
       
       
       
       
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      Il movimento LaAV
       
       
       
       
       
       
      Il Movimento Letture ad Alta Voce è una rete di circoli con diffusione a livello nazionale; il movimento fa capo a Nausika, associazione che si occupa di produzione artistica e culturale. Essa promuove ad ampio raggio il valore della lettura come strumento efficace e alla portata di tutti per creare condizioni di benessere nell'ambito della società civile. Essa consiste in Circoli di lettura, diffusi in varie città italiane, organizzata in una rete di volontari, il cui motto è “Io leggo per gli altri”, un modo piacevole e salutare per mettersi a disposizione degli altri. La LaAV è “Un’esperienza estremamente significativa nel panorama del paradigma narrativo è il successo crescente del movimento nazionale di lettori volontari, in essere ormai dal 2009, denominato Lettura ad Alta Voce. L’ammissione di questo progetto è promuovere ad ampio raggio il valore della lettura, come veicolo di crescita delle comunità” (Evangelista, 2015). L’organizzazione (dati aggiornati al 2014) è presente in otto regioni italiane, si sostanzia in quattrocento lettori volontari, i quali, nel complesso, garantiscono la lettura per sei ore al giorno, sette giorni su sette, per persone “che si trovano in situazione di bisogno o difficoltà: presso
       
      ospedali, reparti pediatrici, RSA, centri diurni, case circondariali, ecc.” (Evangelista, 2015). Lo scopo è diffondere la cultura della lettura e dell‘ascolto anche in luoghi non necessariamente
       
      vocati a tali pratiche; ciò che conta non è la letteratura ma le storie e la loro capacità di renderci
       
      comunità, per uscire dai luoghi dell’isolamento.
      “Toccare con le storie, e lasciarsi toccare da esse, è un altro modo possibile di percorrere il
       
      nostro viaggio su questa terra da esseri (più) umani”. (Evangelista, 2015).
       
      I Circoli di lettura promuovono eventi occasionali o strutturati, di diverso tipo, propongono laboratori e letture nelle scuole, cogliendo ogni occasione possibile per leggere.
       
      Sempre Evangelista sostiene che “La LaAV favorisce l'incontro tra donne e uomini, giovani e anziani, adulti e bambini, persone deboli e persone in grado di dare sostegno, appartenenti a
       
       
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      tutte le classi sociali e ai vari livelli di istruzione. La LaAV abbatte le barriere razziali, perché è anche un modo di viaggiare, attraverso il racconto di storie provenienti da ogni paese del mondo. E' un divertimento economico, sostenibile, uno spazio laico per creare comunità”.
       
       
       
       
      Il valore della Lettura ad Alta Voce
       
       
       
       
       
       
      La lettura ad Alta Voce ha dimostrato notevole utilità se ci si approccia adeguatamente ad aspetti di personalizzazione, socializzazione e formazione reciproca. È necessario attivare processi educativi, formativi e di orientamento.
       
      “La lettura ad Alta voce costituisce una sorta di “ginnastica passiva” con caratteristiche affatto differenti da quella: l’ascolto è un’esperienza intensa, attiva, proprio in relazione alla funzione vicariante dell’esperienza a cui abbiamo già fatto riferimento. Lettura individuale silenziosa e lettura ad altra voce costituiscono un mezzo a basso costo ed alto potenziale, per contribuire a determinare il proprio destino”. (Batini, 2015).
       
      Percorrendo questa strada chi scrive, ha tentato, riportando pochissime note che la generosità altrui ha contribuito al progetto LaAV; i volontari sviluppano doti umane e socialmente è un’esperienza rilevante. Si tratta di persone che, a livello di volontariato, dedicano il loro tempo a leggere per gli altri. È un semplice gesto ma rivoluzionario, è un modo di replicare ovunque, con il medesimo atteggiamento del giardiniere, il quale è paziente percorrendo il lungo tempo della cura.
       
      “Implicarsi in un racconto (da narratore e/o da ascoltatore) è un modo di assumersi una responsabilità, esprimere dei pensieri ad alta voce significa selezionare delle informazioni dal flusso continuo dei pensieri, valorizzarle rispetto ad altre, ma anche liberarsene, affidarle a qualcuno, per condividerne il peso o per poterle osservare da un nuovo punto di vista”. Tutto ciò è utile alla salute degli utenti, intesa come “uno stato di completo benessere fisico, mentale e
       
       
       
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      sociale e non la semplice assenza dello stato di malattia o infermità4 (OMS, 1948) ”.
       
      (Evangelista, 2015).
       
      Chi legge ad alta voce deve essere anche pronto ad ascoltare, così gli aspiranti medici devono imparare ad ascoltare i pazienti per capire le loro patologie; ascoltare e narrare così che il racconto stesso diventa una sorte di viaggio in cui ci si educa vicendevolmente ad ascoltare. Infine, la narrazione del paziente non è un optional. (Baldini, 1984).
       
       
       
       
      Definizione di un circolo LaAV e compito dei volontari
       
       
       
       
      “I circoli LaAV hanno due tipologie di attività costitutive, che servono a definire un circolo
       
      LaAV come tale:
       
      Uno o più servizi presso istituti per anziani, reparti pediatrici, altri reparti di ospedale, centri per disabili, centri giovanili. Tali servizi dovranno essere caratterizzati dalla continuità (consigliata almeno una presenza settimanale) e da un numero di volontari
       
      atto a garantire il servizio anche in caso d’indisponibilità di qualcuno;
       
      La riunione dei lettori del circolo deve avere finalità organizzativa (dei servizi, delle
       
      attività) e per leggere insieme (letture brevi)”.
       
      I volontari LaAV non sono attori, non sono performer, non devono essere particolarmente bravi o dotati nella lettura, devono semplicemente avere la volontà di
       
      dedicare del tempo agli altri per condividere, ad Alta Voce, le proprie letture.
       
      I volontari LaAV si conoscono attraverso incontri del circolo in cui la mediazione è costituita dalla lettura (ci si conosce attraverso le letture stesse); essi sono contagiosi,
       
      promuovono la lettura.
      La Lettura ad Alta Voce per gli altri diverte, suscita emozioni, rassicura, accompagna, fa
       
      viaggiare, sviluppa l'immaginazione, aiuta a "pensare" il futuro, stimola il ricordo del passato,
       
      permette di elaborare metafore di riferimento per la risoluzione di problemi personali, consente
       
       
       
      http://www.lifeskills.it/le-10-life-skills (sito consultato in data 10 novembre 2015).
       
       
       
       
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      di "uscire" da eventuali situazioni di difficoltà legati alla propria condizione temporanea o meno (malati, anziani non autosufficienti, soggetti con varie forme di disagio).
       
      La Lettura ad Alta Voce facilita l'instaurarsi di relazioni significative, fa sperimentare al lettore la "potenza" di uno strumento così semplice, di verificare concretamente gli effetti della condivisione che la lettura è in grado di attivare”. (Dal sito www.narrazioni.it). La lettura è sempre somministrata da due persone. In questo modo è più agevole interagire con gli ascoltatori che hanno spesso bisogno di attenzioni particolari, (il destinatario è comunemente un soggetto fragile e sofferente, quindi non in condizione ottimale), inoltre tale modo stimola il confronto e la riflessione sull’esperienza.
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
      Storie che toccano
       
       
      Il contributo di Martina Evangelista su Lettura ad Alta Voce (Evangelista, 2015) è stato fondamentale nello studio trattato. M. Evangelista ha elaborato una riflessione su alcuni casi concreti, basati sulla sua esperienza, personale e professionale. Essa ha riscontrato che l’approccio narrativo permette di migliorare gli ambienti formativi e di cura, riuscendo a portare
       
       
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      a compimento la mission della relazione, in altre parole il benessere del soggetto, fulcro della formazione e della cura.
       
      Evangelista ha trattato le narrazioni condivise, le quali mettono in moto l’empatia e facilitano le relazioni di aiuto. Essa afferma che raccontare o ascoltare una storia rende più brevi le distanze,
      un modo di comunicare facile e stabilisce un contatto emozionale. Evangelista, quando le nacque il primo figlio, si stupì di quanto accadde nel momento in cui si rivolse all’Azienda Sanitaria Locale, allo scopo di ottenere le esatte informazioni sull’Iter da seguire. Una persona addetta, dietro una scrivania, le fornì, senza alcuna spiegazione, un foglio di Excel, il quale conteneva tutte le date previste per visite e controlli in base alla data dell’ultimo ciclo. Le visite erano stabilite prima della settimana di gravidanza, quindi si trattava di un errore del Computer ed era quindi assurdo presentarsi a visite nel passato. Essa aveva bisogno d’indicazioni precise, di una guida riguardo alla gravidanza; ciò non accadde, tant’è vero che uscì dall’ospedale “inascoltata, piena di dubbi, con un senso di autostima leso, come se le mie poche certezze non avessero valore” (Evangelista, 2015). Lei provò delusione e amarezza, si sentiva anche sola: era la prima volta che “aveva detto ad alta voce” a qualcuno, ad eccezione del marito, che avrebbe dato alla luce un bambino, e in cambio aveva ricevuto informazioni inutili che sembravano
      sancissero la sua completa incapacità.
      La descrizione appena fornita dimostra che la comunicazione interpersonale, per ottenere il suo campo di relazione, utile anche per chi si occupa di Lettura ad Alta Voce, deve “prescindere dall’ascolto reciproco” (Evangelista, 2015). L’ascolto attivo e l’empatia, in tale situazione, sono possibili e applicabili a tutti gli operatori e le persone implicate in relazioni di aiuto: addetti alla formazione, operatori sanitari e della cura, consulenti professionali di vario tipo, educatori, genitori, dirigenti di comunità, ecc. Per sviluppare meglio gli aspetti trattati sarebbe necessario organizzare dei corsi di formazione.
       
      Evangelista continua la sua narrazione, descrivendo un episodio diverso avvenuto qualche mese dopo: andò a farsi visitare da un’ostetrica, con sé aveva in mano una tabella con numeri e dati incomprensibili. L’ostetrica iniziò a porre due domande, fastidiose, apparentemente inutili ma fondamentali:
       
       
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      Come sei nata? Che rapporto hai con tua madre? Rielaborando il proprio progetto esistenziale, rispondendo alle domande “circolari”, hanno permesso alla “paziente” di accrescere in qualche modo la consapevolezza di sé. L’implicazione in un racconto favorisce sia il narratore sia l’ascoltatore ad assumersi le proprie responsabilità. Esprimere dei pensieri ad alta voce significa poter attingere dal flusso continuo dei pensieri, significa dare valore rispetto ad altro. Se si narra di fatti drammatici, è importante, alla fine, liberarsene, “affidarle a qualcuno, per condividerne il peso o per poterle osservare da un nuovo punto di vista”. (Evangelista, 2015).
       
      La studiosa ricorda un episodio di Lettura ad Alta Voce, non in ospedale ma a scuola, dove il docente lesse lo incipit di un celebre romanzo che trattava di formazione. In quel momento capì che la sua vita sarebbe cambiata e proprio l’episodio in questione la porta a esplorare un universo nuovo. Aveva capito che le parole erano in grado di toccare, abbracciare, contenere, creare, istituire dei legami. L’approccio narrativo ha la proprietà di ribaltare le relazioni interpersonali in ambienti di formazione e di cura, portando a compimento la mission della relazione stessa, in altre parole “il benessere dei soggetti posti al suo centro” (Evangelista, 2015). Il racconto e l’ascolto non prescindono l’uno dall’altro giacché entrambi sono atti concreti di appartenenza cosciente a una situazione: usando il linguaggio matematico si possono definire congruenti. Le narrazioni devono essere scelte con la caratteristica di linguaggio pulito, scorrevole, trasversale, ossia capibile da tutti e con una caratteristica praticità. Per terminare il concetto, una metafora appropriata sarebbe che ognuno di noi è costituito da storie, probabilmente prima ancora di nascere. “Siamo innanzi tutto stratificazioni di storie, e poi atomi d’idrogeno, carbonio, azoto, ossigeno” (Evangelista, 2015).
       
      Evangelista sostiene che le micro narrazioni visive, prive di un linguaggio verbale, danno senso al mondo appena ne facciamo parte e gli aneddoti che gli altri raccontano su di noi, le imprese dei nostri avi, di cui siamo postfazione, la storia che noi influenziamo più o meno direttamente, le piccole narrazioni e le grandi narrazioni ci hanno affascinato e ci hanno aperto la conoscenza verso altri mondi, proprio perché i racconti ci relazionano con il mondo e, prima ancora, con noi stessi.
       
       
       
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      Le narrazioni servono a capire, a spiegare, a conoscere correttamente le storie di cura, quindi formative. È necessario, per capire ancor meglio tale meccanismo, ascoltare i bambini e le loro storie. Nell’approccio narrativo alle relazioni, lo stimolo alla lettura del racconto richiama i vissuti personali, ma, sostanzialmente, è un invito a fruire e a conoscere collettivamente storie eterogenee, riguardanti il patrimonio letterario, cinematografico, musicale e artistico-culturale. Tra le narrazioni, degni di nota sono le biografie, alcuni brani di romanzi, poesie, racconti, film, canzoni, giochi di ruolo, immagini, performance teatrali, ecc.
       
      L’espressione attraverso il racconto non significa necessariamente parlare apertamente di sé; l’emotività può anche essere veicolata attraverso metafore espresse per mezzo d’immagini, posizioni del corpo, letture ad alta voce, esercizi di scrittura espressiva, ecc. Il racconto deve essere inserito in un ambiente famigliare, ma anche neutro, circoscritto, delicato e sicuro adatto agli ascoltatori coinvolti. In altre parole “inserito in un setting identificabile” in cui si sospende il giudizio e in cui i partecipanti sono consapevoli degli obiettivi da raggiungere, aderendovi spontaneamente”.
       
      La contestualizzazione di un vissuto inserito in una cornice narrativa e metaforica è efficace almeno per due ragioni:
       
      Il soggetto sceglie liberamente come inserirsi in metafora, facendo vivere una delle parti di sé che preferisce, che, generalmente, riguarda il modo in cui il soggetto vorrebbe essere;
       
      L’immedesimazione in metafora avviene senza filtri relazionali, immediatamente e
       
      istintivamente, con caratteristiche del tutto simili al processo ludico.
       
      Per facilitare l’approccio verso l’apertura e la comunicazione, occorre adottare il principio dell’accoglienza, favorendo uno imprinting e/o un apprendimento positivo, creare le condizioni per l’apertura a prospettive e punti di vista diversi per avviare il racconto. Inoltre occorrono la disposizione emotiva meno formale e la più diretta possibile. Infine, è necessario concedere tempo agli uditori, tenendo conto che le pause e i silenzi parlano più di molte domande.
       
       
       
       
       
       
       
       
       
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      L’esperienza del circolo LaAV di Biella: il progetto Calliope
       
       
       
       
       
       
       
       
      Narrazione, scrittura e lettura, apparentemente e certamente alla portata di ognuno, rappresentano un formidabile strumento d’interpretazione del mondo tutt’altro che banale, sia per le persone che le praticano, sia per la cultura in cui esse sono situate.
      Ciò che rende la lettura una competenza non scontata ai nostri giorni sono i differenti stadi di conservazione delle funzioni cognitive e la disponibilità di risorse (energie fisiche e mentali, disposizione d’animo, competenze di lettura, dispositivi di supporto ai testi come libri, giornali, computer ed occhiali).
       
       
       
       
       
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      Per questo motivo leggere ad alta voce per altri costituisce una proposta di supporto e intermediazione rivolta a chiunque possa essere tenuto lontano dalle opportunità offerte dalla lettura a causa dei più diversi motivi (età avanzata, funzioni fisiologiche e cognitive compromesse, particolari condizioni sociali e per l’assistenza).
       
      Genesi del progetto
       
       
      Il circolo LaAV di Biella è nato nell’aprile 2014, dopo il convegno nazionale “Pensieri
       
      Circolari”, che ha coinvolto studiosi e partecipanti dell’intero territorio nazionale. Il convegno
       
      ha rappresentato un’importante opportunità per approfondire e diffondere l’approccio narrativo-
       
      esperienziale nella formazione del personale sanitario e socio - educativo. L’occasione di
       
      riflessione e di stimolo è stata così fertile e ricca che molti, tra gli organizzatori e i partecipanti,
       
      si sono attivati per importare nelle singole realtà operative alcuni frammenti o interi progetti
       
      presentati e promossi nel corso del convegno. Tra questi vi è il progetto di Lettura ad Alta voce.
       
      Inizialmente gli incontri tra maggio e novembre 2014 si sono tenuti nel vecchio nosocomio,
       
      poi, a partire dal dicembre 2014, nel nuovo Ospedale sito in Via dei Ponderanesi 2; inizialmente
       
      si è partiti con sette volontari anche dipendenti dell’ASL, in particolare della Struttura
       
      Complessa di Formazione e Comunicazione, una dipendente della Struttura di Medicina
       
      Riabilitativa (la capo sala del Reparto è stata una delle sostenitrici al progetto) poi nel febbraio
       
      2015 l’invito è stato esteso a tutti previo tesseramento. L’associazione Nausikaa chiede un
       
      contributo che contiene spese assicurative e spese di gestione. Il 28 maggio 2015 si è svolta la
       
      festa della Lettura ad Alta Voce in collaborazione con ASL BI, Rotary Club, con gli Istituti di
       
      Istruzione Superiore “Rubens Vaglio”, “Quintino Sella”, “Giuseppe e Quintino Sella”,
       
      “Cossatese e Valle Strona”. Durante la giornata gli studenti, a turno e in diversi reparti, hanno
       
      compiuto l’esperienza della Lettura ad Alta Voce. Le letture si sono compiute all’Ex RSA di
       
      Bioglio “Madonna Dorotea”, ospitata ora in Ospedale (tale struttura, a seguito d’importanti
       
      lavori di ristrutturazione che hanno coinvolto l’edificio originario, dall’ottobre 2013 trova
       
       
       
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      sistemazione presso il Presidio Ospedaliero dell’A.S.L. BI. La struttura ospita letti di Continuità Per l’assistenza destinati ad accogliere temporaneamente i pazienti dimessi da alcuni Reparti ospedalieri (Geriatria Post-Acuzie, Medicina Riabilitativa, Pronto Soccorso). Si tratta, nello specifico, di persone che, pur non avendo più necessità di ospedalizzazione e pur avendo superato la fase acuta della patologia, hanno ancora bisogno di particolari terapie riabilitative in ambito fisiatrico e geriatrico, di cui non potrebbero usufruire a domicilio), alla Struttura Complessa di Medicina Fisica e della Riabilitazione, presso il Dipartimento di Emergenza (Pronto Soccorso), in Pediatria e in alcuni altri reparti, e negli atri, sul tetto giardino (sia la parte dell’ala Est sia la parte dell’ala Ovest). Oltre alle letture ad Alta Voce ci sono stati spettacoli, performance, interventi musicali. Dopo la giornata, oltre i momenti di lettura consueti, che si svolgono regolarmente il martedì e il giovedì, dalle ore diciassette alle diciotto, il martedì presso l’ex RSA di Bioglio, il giovedì presso la Struttura Complessa di Medicina Riabilitativa. Oltre ai servizi menzionati, degno di nota è il servizio di Book Sharing (scambio gratuito di testi) e il progetto Musica Circolare, in altre parole un pianoforte situato di fronte alla Caffetteria, zona Piastra ambulatoriale, in cui, a turno, è suonato da chi lo desidera o dai professionisti in campo musicale, oltre a varie iniziative in Ospedale e sul territorio con scopi divulgativi del progetto.
       
      Il Circolo LaAV di Biella si è sviluppato nelle seguenti fasi (Allegato alla deliberazione n. 772 dello 01-12-2014):
       
      Il Progetto e il suo ambiente
       
       
      Il progetto qui presentato mira a realizzare interventi e azioni di promozione della lettura ad alta voce in contesti sanitari e socio assistenziali (quindi soprattutto in favore di fasce di popolazione vulnerabili quali degenti di unità di cura e utenti di servizi diagnostici). Tale progetto si colloca in un più ampio panorama d’interventi volti a sostanziare una nuova idea di ospedale, che offra non solo cura e assistenza di qualità, ma anche occasioni utili a rafforzare e acquisire competenze capaci di supportare abitudini e stili di vita salutari e a sperimentare strumenti di
       
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      crescita e arricchimento personale. Un ospedale quindi che può essere definito di “Rigenerazione”, intendendo, con questo termine, un processo riflessivo e generativo che considera gli spazi fisici, mentali e culturali che attendono al luogo di cura come uno spazio fertile dove promuovere stili di vita sani e di ben-essere per la comunità. Esso si propone di intercettare e valorizzare le risorse presenti nella comunità locale, al fine di comprendere azioni che si configurino come esperienze arricchenti e “rigeneranti”, in grado di contribuire fattivamente al benessere dei cittadini-utenti.
       
       
       
       
       
       
      La lettura ad alta voce e la narrazione come strumento ricreativo e di socialità
       
      La lettura è universalmente riconosciuta come uno dei più potenti strumenti, utilizzati nelle comunità umane, per condividere informazioni e attribuire significato all’esperienza umana, costruendo così idee, quadri valoriali e visioni del mondo.
      La valorizzazione e la diffusione delle pratiche di lettura condivisa, si configura pertanto come substrato dal quale possono essere implementate le life skills personali (vedi sopra).
       
       
       
       
      Risultati attesi e destinatari del progetto
       
       
      Si vuole proseguire il progetto ampliando le realtà/ambienti di lettura, scegliendo quelli in cui i pazienti abbiano una prolungata presenza in ospedale (oncologia, dialisi …). La degenza lunga è preferibile in quanto:
      l’organizzazione della struttura ospitante è predisposta a ritmi di lavoro calmi, in cui il concetto di “tempo da occupare” possa assumere valore;
       
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      nel lungo periodo di allontanamento dal proprio domicilio può essere maggiormente indicativo proporre spazi di socializzazione e umanizzazione del ricovero;
      esistono maggiori condizioni per creare continuità nell’occasione di lettura tra chi legge e chi ascolta (pur non essendo lo stesso il volontario che legge).
      Si prevede che il progetto a regime possa raggiungere circa quattrocentoottantadue utenti rappresentati dal potenziale della popolazione ospitabile nel nuovo nosocomio.
       
       
       
       
       
       
      Fasi del progetto e annotazioni metodologiche e operative
       
      Fase di prima ideazione
       
      In questa fase è stata preparata l'ipotesi progettuale, dallo svolgimento del Convegno Pensieri Circolari (10-11 aprile 2014) in cui si è svolto tra le altre cose, il primo effettivo incontro l’Associazione nazionale LAAV.
       
      Fase di perfezionamento
       
      Sono ricomprese in questa fase le riunioni preliminari, in cui sono abbozzati i tempi e i modi della “lettura” e il reclutamento e ingaggio dei primi “lettori” interessati. Questa fase si è svolta all’interno di una cornice di sostenibilità ecologica sia con riferimento alla situazione ove si è andati a operare sia per quel gruppo di utenti sia per quanto riguarda il gruppo di volontari che hanno attivato il progetto. In tal senso è stata attivata, con i referenti della Struttura ospitante, una costante negoziazione sui tempi e sui modi dello svolgimento della lettura.
       
       
       
       
       
       
       
       
       
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      Fase di sperimentazione
       
      Le letture hanno avuto ufficialmente inizio il 28 maggio 2014 e fin da subito si sono condotte azioni di prima verifica.
      Si è tenuto conto di confezionare una locandina, attraverso la quale comunicare le date che si riferiscono alla presenza dei lettori nella Struttura.
      La fase di sperimentazione ha coinvolto gli ospiti della RSA di Bioglio, prevedendo un incontro a settimana di circa un’ora. In virtù dell’elevato turn over degli ospiti, non è stato possibile definire con gli interessati generi letterari e temi preferiti. Per questo motivo per ogni incontro sono preparate letture di diverso genere e per vari gusti. Esse sono costituite generalmente da brevi racconti contenenti una morale, romanzi di avventura, favole, storie, miti e leggende legati a diversi specifici territori, poesie. Si cerca comunque di prediligere racconti che offrano un rimando a esperienze di vita, capaci di risvegliare ricordi in chi ascolta e attivare semplici commenti e considerazioni fra gli uditori. Affinché l’ascoltatore possa percepire il senso del piacere che accompagna una lettura, non sono comunque tralasciati testi che piacciano e appassionino il lettore, che, di volta in volta, sceglierà fra quelli ritenuti più adatti.
      La lettura è sempre somministrata da due persone. In questo modo è più agevole interagire con ascoltatori che hanno spesso bisogno di attenzioni particolari, (Il destinatario è comunemente un soggetto fragile e sofferente, quindi non in condizione ottimale); inoltre tale modo stimola il confronto e la riflessione sull’esperienza.
       
      Fase di consolidamento
       
      Attraverso la partecipazione alla Giornata NAZIONALE LAAV, che si è svolto ad Arezzo in data 1° giugno 2014, ha preso l’avvio, il circolo LAAV di Biella in connessione con l'associazione nazionale.
      Il gruppo si è consolidato e il ritmo di lettura presso l’RSA è diventato regolare. Nel periodo estivo la programmazione della lettura è stata bisettimanale, per tornare settimanale da settembre.
       
       
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      In questa fase si è affinato il metodo di proposte delle letture e la norma di conduzione degli incontri.
      Si vuole segnalare, altresì, l’avvio di una pratica di lettura in oncologia.
       
       
      Fase di sviluppo
       
      Ha caratterizzato questa fase la programmazione d’incontri periodici di supervisione, l’ampliamento del progetto con reclutamento di volontari attraverso l'associazionismo locale e gli incontri con i presidi delle scuole superiori della provincia di Biella.
      Dall’incontro con i Presidi ci si attende il coinvolgimento futuro degli studenti, nel ruolo di lettori volontari. A proposito di questo possibile coinvolgimento si evidenzia qui come la partecipazione al progetto da parte degli studenti e dei docenti possa rafforzare la sua potenzialità formativa e educativa.
      Infatti, le pratiche di lettura e le attività previste dal progetto si configurano come potenziali occasioni formative e educative volte non soltanto ad accrescere le personali capacità di lettura degli studenti, ma possono esercitare, allo stesso tempo, molteplici effetti su diverse aree di sviluppo socio emotivo, in primis su quella relazionale e comunicativa.
      Tali occasioni potranno essere poi ulteriormente valorizzate attraverso il presidio di opportuni ambienti di educazione e di confronto e di rielaborazione dell’esperienza con il docente.
      In questa fase che prevede la nascita e la cura di una “comunità di lettori” saranno programmati periodici incontri tra i volontari volti a rinnovare senso e motivazioni che accompagnano l’esperienza e a valutare possibili sviluppi ed evoluzioni del progetto. Tra quelli al momento potenzialmente praticabili, vi sono l’organizzazione d’incontri e seminari temi sull’argomento, l’organizzazione di Reading e sessioni di letture in modo che possano coinvolgere, oltre che gli utenti, la quasi totalità dei dipendenti dell’Azienda. Si prevede inoltre di attivare nel prossimo futuro un corso di lettura espressiva per tutti i partecipanti al progetto.
      Ci si propone inoltre di ricercare nuovi spazi e contesti di lettura nel nuovo ospedale”.
       
       
       
       
       
       
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      Principi della Pedagogia della lettura ad alta voce
       
       
      Alla luce di quanto ha trattato Federico Batini, nel suo contributo in Formazione, narrazione, cura, è presentata una sintesi sui punti che interessano la pedagogia della LaAV e a ciascuno è data una breve spiegazione.
       
       
      Assaggiare: assaggi al plurale di storie con tematiche diverse: il volontario deve poter leggere e conoscere un ventaglio di letture diverse, soprattutto di generi letterari diversi che servano principalmente a sé stesso. È necessario leggere diverse storie, differenti
       
      per tipologia di linguaggio e contenuto, in modo di avere una buona cultura letteraria; Socializzazione: la lettura deve diventare un’esperienza umana felice e contagiosa. Per
       
      essere “testimoni” credibili della lettura è necessario leggere a propria volta, condividendo la propria esperienza di lettore;
       
       
       
       
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      Pluralità e reiterazione: è necessario leggere una certa varietà di testi, per attirare persone con gusti personali e idee diverse e per ampliare i gusti di chi ascolta. È
       
      necessario far cogliere la ricchezza della polisemia e della semantica;
       
      Gradualità e fiducia: dai testi semplici e brevi, possiamo arrivare ai testi complessi; ciò deve essere una regola. Sono certamente necessari appuntamenti fissi di lettura e volta per volta è necessario rispettare i gusti e i livelli di fruizione dei soggetti con cui si
       
      lavora;
       
      Brevità e accessibilità: utilizzare testi brevi e di facile comprensione;
       
      Prossimità: le storie narrate non devono essere distanti (metaforicamente) dalla vita
       
      degli ascoltatori, con storie i cui personaggi hanno delle somiglianze con la vita reale; Scelta e mediazione: i brani sono scelti in base ai gusti del lettore ma deve mediare tra
       
      le attese dell’uditorio;
       
      Partecipazione: gli ascoltatori possono diventare, occasionalmente o permanentemente
       
      dei lettori per gli altri o lettori tout court;
       
      Assaggi e sperimentazioni: non aver timore di leggere solamente delle parti di alcuni testi; è molto importante non concentrarsi e fissarsi su un solo genere, consentendo agli
       
      ascoltatori di sperimentare generi e modalità differenti;
       
      Ascolto attivo reciproco: occorre incoraggiare lo sviluppo della competenza dell’ascolto attivo. Esso è un ascolto partecipe e in qualche modo è a completamento di quanto ascoltato. Il lettore si percepisce realmente accolto giacché sta donando agli altri e aumenta la fiducia e l’efficacia della lettura; nell’ascolto attivo si attiva la percezione di elementi non immediatamente accessibili, quali ad esempio la musicalità di un testo, lo
       
      stile letterario, lo stile del lettore stesso e le emozioni che condivide esponendo la storia; Personalizzazione e ambiente: non si legge mai la stessa storia. Lettore e ascoltatore
       
      fanno diventare l’esperienza unica, perché vi sono ascoltatori diversi, lettori diversi,
       
      contesti diversi;
       
      Accettazione: per costituire una comunità di lettori è necessario che il lettore, di là delle competenze, deve essere accettato dagli altri.
       
       
       
       
       
       
       
       
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      4. Interviste sul campo
       
       
       
       
       
       
       
       
       
      In questo capitolo vengono riportate i testi delle interviste condotte a tre volontari del Circolo LaAV di Biella. Completano il capitolo alcune osservazioni e commenti sintetici.
       
      La traccia dell’intervista.
       
       
       
      L’intervista si è articolata in 13 domande poste nell’ordine di seguito descritto.
       
       
      Può descrivermi brevemente come funziona il vostro Circolo?
       
       
      Quanti sono i soci? Quali sono i ruoli e le funzioni principali del circolo?
       
       
      Come viene organizzata l’attività e la vita associativa?
       
       
      Cosa significa per lei leggere ad alta voce?
       
       
      Che cosa la motiva a questa forma di volontariato? Che cosa racconta in particolare di lei questa attività di volontariato?
       
       
       
       
       
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      In che modo si prepara alla lettura? Quali sono i suoi personali criteri di scelta delle letture che propone?
       
      Puoi segnalarmi qualche aneddoto o episodio che le ha fatto particolarmente piacere e dal quale ha tratto rinnovato entusiasmo e interesse a continuare in questa attività?
       
      Le è mai capitato di sentirsi in difficoltà nel corso di un incontro di lettura? Se sì, mi racconta cosa è successo?
       
      Che tipo di interazioni si instaurano tra i fruitori?
       
       
      Nella sua esperienza di lettore la lettura ad alta voce ha favorito una messa in gioco delle persone presenti all’incontro?
       
      Condivide con qualcuno questa attività di volontario? La promuove fra i suoi amici?
       
      Ha qualche particolare desiderio, sogno o aspirazione per la vita dell’associazione?
       
       
      Desidera aggiungere qualcosa?
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
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      Intervista a Lettore n. 1
       
       
      La prima intervista è stata maggiormente dinamica, forse meno sistematica ma è stata, tra le tre, la più interessante sul piano affettivo e umano. La persona intervistata, un Impiegata esterno all’ASL BI, con un retaggio culturale molto valido e con studi umanistici alla base, ha narrato la sua esperienza presso la SPDC (Psichiatria), con le difficoltà ma anche la soddisfazione di un rapporto ormai biennale con i pazienti del Reparto e con una grande tenacia e determinazione a proporre loro testi di vario genere e in particolare la vita degli animali. L’amore per i pazienti psichiatrici ha caratterizzato nella lettrice un entusiasmo nei loro confronti che ha reso importante il suo servizio di volontariato.
       
       
       
      Può descrivermi brevemente come funziona il vostro Circolo?
       
       
       
      Il nostro circolo è composto di volontari che provengono da varie realtà. Il nucleo originario apparteneva all’ASL. I primi lettori erano dipendenti dell’ASL o collaboratori
       
       
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      dell’Azienda Sanitaria. L’idea è nata in un contesto di narrazione, di Medical Humaniets, in cui si toccavano gli ambiti della medicina narrativa, in un ambito di cura in senso lato. Il circolo è partito in una cerchia ristretta, poi si è allargato, ha quindi coinvolto persone che svolgono le professioni più disparate, pensionati, eccetera, insomma, persone che condividono la passione per la lettura e vogliono svolgere un’attività di volontariato che coinvolga anche la loro passione. Il circolo, in realtà, non ha un’organizzazione particolarmente rigida, ha un coordinatore e poi ha delle riunioni periodiche a partecipazione abbastanza variabile: alcune volte ci si raduna in gran numero, altre volte ci si raduna tra poche persone. Tutto ciò è causato dalla varietà di persone che frequentano il circolo, persone con situazioni ed esigenze diametralmente diverse. In realtà non esiste un comitato organizzativo vero e proprio ma, di volta in volta, è possibile organizzare un evento specifico, facendo conto sulle forze disponibili e si capisce quanto si possa chiedere, in termini di disponibilità, ai soci presenti. L’organizzazione è molto fluida.
       
      Quanti sono i soci? Quali sono i ruoli e le funzioni principali del circolo?
       
       
       
      I soci sono, all’incirca, una trentina. Il Coordinatore è il Dott. Alastra, che cerca di essere presente il più possibile. La persona che principalmente coordina l’attività è, storicamente, Rosa Introcaso.
      Ultimamente ci si è organizzati nel seguente modo:
       
      Ciascun reparto in cui si svolge la lettura ha una referente, una sorta di organizzatore dei turni di lettura nel contesto di riferimento. Ci siamo dati la seguente regola: a ogni cantiere di lettura, nuovo, appena aperto, sarà assegnato un coordinatore che si dovrà occupare di curare i rapporti con la coordinatrice infermieristica del reparto, per organizzare il servizio, cercando di predisporre anche i turni di lettura dei volontari che desiderano leggere nel reparto specifico.
       
       
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      Come viene organizzata l’attività e la vita associativa?
       
       
       
      Ci si raduna tra soci circa ogni mese e mezzo per fare il punto della situazione. La partecipazione degli incontri non è tassativa, ma è importante l’incontro: si rilevano le difficoltà organizzative, un po’ per capire se ci sono dei reparti con cantieri di lettura perché non sono sufficienti i volontari, per organizzare eventi particolari, quali la festa della lettura, ecc.
       
       
       
       
       
       
       
      Cosa significa per lei leggere ad alta voce?
       
       
       
      Per me leggere ad alta voce significa forzare un po’ la mia area di confort: io non ho figli, quindi non ho l’esperienza di lettura con i bambini e nemmeno ho ricordi della mia mamma che mi leggesse favole. Per me leggere ad alta voce è stata un’esperienza nuova e anche che mi mette un po’ in imbarazzo: sono una lettrice che, come tutte le altre persone, è abituata a leggere a mente per conto proprio; quando frequentavo l’università ero abituata a studiare mentalmente e nemmeno ero abituata a ripetere ad alta voce.
       
      Che cosa la motiva a questa forma di volontariato? Che cosa racconta in particolare di lei questa attività di volontariato?
       
       
      Mi motiva il fatto che unisca la passione per leggere e il fatto che possa rendermi utile a persone sofferenti. Mi motiva particolarmente il contesto in cui sono stabilmente
       
       
       
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      inserita, ovvero il reparto di psichiatria. È un tipo di fragilità che non dico che mi piaccia ma mi ci trovo a mio agio e mi piace frequentare il reparto, che sento vicino.
      In qualche modo trasmetto i miei gusti in campo di lettura e la magia che per me hanno le parole, la loro potenza evocativa, la facoltà di aprire molte finestre, tra cui le finestre della sofferenza. Ti racconterò poi un piccolo episodio a riguardo che mi ha particolarmente colpita.
       
       
       
       
       
      In che modo si prepara alla lettura? Quali sono i suoi personali criteri di scelta delle letture che propone?
       
       
      Di solito colleziono le letture proposte provando a mettermi dalla parte degli uditori; per esempio leggendo in psichiatria, devo cercare di eliminare tutti gli elementi di disturbo nei confronti dei pazienti; l’episodio che ti racconterò, dimostra, al contrario, che pur prendendo tutte le precauzioni a riguardo non sempre sono utili.
      I criteri di scelta che utilizzo sono quantitativi: scelgo testi brevi poiché la capacità di attenzione dei pazienti, nel caso specifico del reparto che frequento, è labile. Utilizzo testi semplici con un linguaggio semplice, non forbito né complesso, con dei riferimenti culturali accessibili. Leggo soprattutto fiabe o comunque racconti di animali, oppure storie in cui ci sia una morale che stimoli la discussione e il confronto anche acceso. Il confronto, anche sostenuto, alcune volte accade ed è accaduto durante i miei turni di lettura.
       
      Puoi segnalarmi qualche aneddoto o episodio che le ha fatto particolarmente piacere e dal quale ha tratto rinnovato entusiasmo e interesse a continuare in questa attività?
       
       
       
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      Gli episodi sarebbero tanti, uno che mi ha fatto particolarmente piacere è la storia di un signore di novanta anni che ho potuto vedere due volte. Il paziente ha avuto due ricoveri e, a distanza di mesi, quando mi ha visto in sala ricreativa nel momento in cui sono entrata per leggere, si ricordava non solo di me ma soprattutto le letture che gli avevo proposto. Egli si ricordava ancora di due letture perché una era stata fatta su sua richiesta, io frequento il reparto una volta la settimana e lui era stato ricoverato per più settimane e, da una volta all’altra, mi aveva chiesto se potevo proporre una lettura specifica che puntualmente avevo presentato. Egli si ricordava, sia di me, sia della lettura richiesta e anche di un’altra; si era ricordato che una gli piaceva più dell’altra, quindi avevo inciso nella sua memoria un fatto riguardante la lettura.
      Il secondo episodio fu spiacevole ma non drammatico: avevo proposto una lettura da un libro “Momenti di trascurabile felicità” di Piccolo ed era una pagina che avevo classificato come un “racconto innocuo”, non disturbante. Non mi sembrava un brano che avesse suscitato turbamento, ma che infondesse, al contrario, serenità, perché parlava del rapporto che le persone hanno con le code, che si fanno in banca, in posta, al supermercato, ecc. Il racconto era piuttosto scherzoso; in reparto vi era una ragazza ricoverata, molto giovane, che nel momento in cui sentì il racconto affermò; “mi ricorda una persona, veramente identica a quella del racconto” e, la paziente, mi aveva chiesto il testo integrale di cui ero sprovvista in quel momento. Mi era spiaciuto di non averlo con me. La ragazza mi sembrò colpita dal racconto, colpita positivamente. Nel frattempo ero tornata nel pomeriggio perché, in quel periodo, affiancavo anche una presenza musicale in psichiatria, nel senso che mi recavo a leggere al mattino, e all’incontro con il musicista il pomeriggio. Nella pausa pranzo mi ero recata a fare delle fotocopie a completamento dello stralcio di racconto che avevo letto per regalarlo a quella ragazza. Io entrai e le dissi: “Ti ho portato la fotocopia di quel racconto”. Fu molto cortese nell’affermare: “Scusami, ma devo ancora riprendermi dal turbamento che quel racconto ha suscitato in me, il racconto mi ha provocato e ho dovuto persino
       
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      prendere una pastiglia di ansiolitico aggiuntiva e sono andata in crisi!”. Io mi scusai e disse: “Non c’è problema, ma è un episodio che devo assolutamente dimenticare”. Il fatto, oltre a crearmi imbarazzo e dispiacere, mi ha dato una lezione di vita: oltre ad essere prudente nella scelta dei testi, non puoi mai prevedere che cosa vai a toccare con quel testo, quindi è necessario “prendersi sulle spalle” il carico del rischio, che è ineludibile (concetto di rischio educativo).
       
      Le è mai capitato di sentirsi in difficoltà nel corso di un incontro di lettura? Se sì, mi racconta cosa è successo?
       
       
      Io mi reco in psichiatria dalle ore 16 alle ore 17 e il mio arrivo è spesso concomitante con l’arrivo della merenda, oppure la merenda arriva mentre sto leggendo: in quei momenti, a volte, mi sento un po’ a disagio perché c’è un po’ di confusione attorno a me, c’è della distrazione che io non sono sempre capace di gestire. Mi sento a disagio perché comprendo che, da un lato il momento della merenda è importante per i pazienti, dall’altro lato sono lì a prestare un servizio che non so se interrompere, se proseguire, eccetera. Ho una difficoltà di collocazione!
      A proposito di “imbarazzo”, è da notare che, una volta, in Medicina interna, è capitato che un paziente, prima della lettura stesse guardando la TV; l’abilità della lettrice è stata di dire: “Carissimo, per cortesia spenga, anche perché ciò che trasmettono è brutto, è tragico, è meglio leggere un libro”. Alla fine la volontaria ha ottenuto lo scopo e la televisione, durante la lettura, è rimasta spenta. È necessario, con dolcezza e fermezza, in tali casi, coinvolgere gli utenti in modo corretto.
       
      Che tipo di interazioni si instaurano tra i fruitori?
       
       
       
      A volte, ci sono delle bellissime sorprese perché, anche quelle persone che non vogliano interagire, o non essere in grado di farlo, o di non farcela perché in quel momento non
       
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      stanno bene e quindi non vogliono ascoltare, in occasione di incontri successivi, in ricoveri a distanza di tempo, ti riconoscono e si ricordano delle letture. Tu, mentalmente, ti dici: “Sembrava che il paziente dormisse e invece ti ha ascoltato”.
      Spesso ci sono anche delle interazioni intense: io ho incontrato, dopo il periodo di degenza, dei pazienti; ricordo una paziente particolare che recentemente è deceduta e alla quale dedicherei un pensiero. La ragazza scriveva poesie e l’avevo conosciuta qui in psichiatria, l’avevo rivista perché avevo acquistato i suoi libri di poesie (il motivo per cui c’eravamo incontrati) e dopo qualche settimana è mancata. Di solito (con voce commossa) c’è un affetto molto spontaneo, spesso ci si saluta baciandosi.
      Nella Struttura Complessa di Oncologia del Presidio Ospedaliero di Biella capitano molto spesso episodi simili, in questo caso tra volontari di associazioni ed enti diversi.
       
      Nella sua esperienza di lettore la lettura ad alta voce ha favorito una messa in gioco delle persone presenti all’incontro?
       
       
      Sicuramente ci sono state situazioni stimolanti in tal senso, impreviste, perché alla fine sono entrate in relazione con loro, la cosa più interessante e anche lo scopo che mi sono prefissa, più del fatto che entrino in relazione con me. Le persone, con le loro situazioni, è meglio che si conoscano e interagiscano tra loro. Avvengono degli scambi, anche nelle cose più banali. Io parlo sempre degli animali; tra loro, a volte, avvengono casi di questo genere. Io amo i gatti, per esempio, spesso leggo storie di animali perché vedo che scatena diversi confronti tra loro, racconti, aneddoti, essendo un’attività entusiasmante.
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
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      Condivide con qualcuno quest’ attività di volontario? La promuove fra i suoi amici?
       
       
      Ci provo spesso, anche tramite facebook, lo pubblicizzo e dico che esiste quest’attività. È chiaro che è difficile seguirla: io cerco di dare punti di riferimento, spesso li indirizzo a Rosa I., così, perché mi sembra un’ottima cosa!
       
      Ha qualche particolare desiderio, sogno o aspirazione per la vita dell’associazione?
       
       
      Personalmente percepisco quest’associazione come molto legata all’Ospedale perché, a mio parere, si potrebbe anche lavorare su lettura e scrittura, quindi sviluppare dei piccoli laboratori di scrittura, utilizzando poi gli scritti nati in quell’ambiente come letture. È necessario, a tal proposito, far circolare micro storie di pazienti (raccogliendo le storie che vengono create) e leggerle, anziché trarre brani da libri, riviste, internet, eccetera. In buona sostanza, anziché leggere testi di scrittori affermati, leggere testi di gente comune. Certi ambienti sarebbero favoriti, restando soprattutto in ospedale. Mi piace molto l’idea che si sviluppi la lettura individuale, in camera con rapporto volontario-paziente 1:1. In tal modo si possono scegliere le letture che piacciono al paziente, nel caso, soprattutto, di lungodegenze. Immagino situazioni abbastanza estreme come rianimazione, medicina intensiva e semi-intensiva, in situazione di degenze molto lunghe in cui non se ne conosce la prognosi.
       
      Desidera aggiungere qualcosa?
       
       
       
      Penso che la Lettura ad Alta voce sia un’esperienza da proporre a molti, anche per il rapporto con la fragilità, perché un volontariato “soft”, un tipo di volontariato in cui non
       
       
       
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      c’è la corporeità in gioco (spesso frenante). Abbiamo la parola, con tutto il suo valore e con tutta la sua forza ed è un avvicinamento alla fragilità che può significare tanto.
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
      Intervista a Lettore n. 2
       
       
      L’intervista è stata proposta a un’Infermiera professionale dedita alla formazione. Durante l’intervista è emersa l’unione tra il precedente ruolo sul campo e l’attuale, dalla parte di formatrice e lettrice al contempo. Le risposte hanno una valida sistematicità, tenendo conto che la professionista aveva padronanza sia sull’aspetto del lavoro infermieristico, sia sull’aspetto dell’esperienza di educatrice e formatrice, di colleghi e di chiunque maturasse attitudini e interessi ad un cammino di formazione sulle Medical Humanities.
       
       
       
      Può descrivermi brevemente come funziona il vostro Circolo?
       
       
       
       
       
       
       
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      Il nostro circolo è composto all’incirca da circa venti soci. Si tratta di un circolo sostanzialmente piccolo, come ben sai, che si occupa di promuovere l’attività di lettura ad alta voce nei contesti fragili, in particolare il contesto che abbiamo scelto per ovvi motivi è l’azienda ospedaliera.
      C’è una ventina d’iscritti, anche molto attivi: tra coloro che consideriamo attivi, si ritrovano nei reparti e leggono con cadenza bimensile. Altri ci frequentano, conoscono la nostra attività, ci supportano dall’esterno, frequentano meno l’attività nei reparti.
       
      Quanti sono i soci? Quali sono i ruoli e le funzioni principali del circolo?
       
       
       
      Tra i soci attivi, circa una ventina, e i sostenitori, è all’incirca una quarantina di persone che sono state in diverso modo sensibilizzate e che, in diverso modo, partecipano alla vita del circolo.
      Come ruoli abbiamo il ruolo del Coordinatore e Organizzatore delle attività che, all’interno del circolo è ricoperto dal Dr. Alastra, e, inoltre, ci sono dei coordinatori di area di lettura a cui fanno riferimento un numero di lettori e che sono coloro i quali si occupano della stesura dei calendari di lettura, che tengono i contatti con le realtà in cui andiamo a leggere, che ovviamente esercitano un’attività di vivacizzazione di quella che è la vita del circolo, fondamentalmente presso i soci.
      Abbiamo quattro cantieri di lettura aperti:
       
      SPDC (Psichiatria), Neurologia, Medicina Riabilitativa e Cardiologia. Si pensa di aprire anche altri cantieri in futuro, valutando prima le forze disponibili sul campo. La Neurologia e la Cardiologia sono cantieri aperti di recente.
      Intendiamo aprire cantieri di lettura in Pediatria (reparto in cui abbiamo diversi simpatizzanti e sostenitori tra i genitori dei bambini degenti), pensiamo poi anche alla rianimazione.
       
       
       
       
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      Come viene organizzata l’attività e la vita associativa?
       
       
       
      Cerchiamo di tenerci in contatto tra i diversi partecipanti all’attività, tra i coordinatori di area e i lettori, e, con un certo scambio verbale ed epistolare, in prossimità di quelle che sono le attività di lettura anche soltanto per chiedersi com’è andata, se ci sono stati dei problemi, se ci sono questioni da segnalare o no. Sono poi organizzate delle riunioni che possono essere con una cadenza bimensile o ogni tre mesi, per fare il punto della situazione con tutti quelli che sono i coordinatori di area e le persone che sono comunque interessate a prendere parte un po’ più attiva all’organizzazione dei lavori. Tutto ciò è un aspetto del funzionamento che, a mio parere, va ancora un po’ “rodato”, ma probabilmente meglio pensato, meglio gestito. Insomma, è ancora in corso di rodaggio-costruzione. È tutto un discorso a livello organizzativo - pratico e tutto ciò che può essere una possibile attività di sviluppo dell’attività.
       
      Cosa significa per lei leggere ad alta voce?
       
       
       
      Personalmente amo leggere, la lettura è un qualcosa per me naturale. La lettura ad alta voce aggiunge al mio piacere personale per la lettura il fatto che può permettermi di instaurare un ponte relazionale con altre persone nell’ambito di momenti di socialità, che possono essere piacevoli per me e per chi ascolta. È un momento relazionale, se vogliamo estemporaneo, ed è questo il motivo per cui mi piace contribuire a realizzare.
      Mi piace leggere ad alta voce ai miei genitori e ai miei amici, se capita l’occasione. Mi capita ai miei famigliari, ma sono più contenta di poterlo svolgere in una struttura di degenza, in cui le persone possano trarne un beneficio o possano essere aiutate a pensare ad un futuro migliore.
       
       
       
       
       
       
       
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      Insomma, è anche il tuo mestiere, professione che prima svolgevi
       
      direttamente a contatto con i pazienti….
       
       
       
      Sì, alla fine è sempre un modo per prendersi cura delle persone in un’altra forma. È una piccola pillola, in un certo modo”rigenerativa”, anche a livello personale e spero che lo possa essere per le persone che usufruiscono di questa opportunità, insomma di questo tipo di servizio.
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
      Che cosa la motiva a questa forma di volontariato? Che cosa racconta in particolare di lei questa attività di volontariato?
       
       
      Il motivo è che mi piace mettermi in gioco ed essere in situazione con le persone, nell’aspetto relazionale, nell’aspetto comunicativo, nell’aspetto importante. Se dovessi scegliere un’attività di volontariato, questa risponde maggiormente alle mie corde.
       
      In che modo si prepara alla lettura? Quali sono i suoi personali criteri di scelta delle letture che propone?
       
       
      Mi piace andare a scartabellare tra quelli che sono i temi, i testi, i libri della narrativa che ho letto nei tempi passati e che per qualche motivo penso che potrebbero avere un senso da proporre, che potrebbero far scoprire argomenti certamente già letti.
       
       
       
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      Normalmente, il giorno prima della lettura, riprendo dei testi, cerco di organizzare contributi di diversa natura, racconti di diverso genere che possano interessare varie categorie di ascoltatori, in base alle personali sensibilità. Ovviamente cerco tra gli argomenti che piacciano a me, che hanno senso e significato all’aspetto della creatività, come riferimento all’autore, scegliendo tra gli autori che mi accompagnano nel cammino della vita di lettura. In sostanza l’unico criterio che utilizzo è diversificare i temi affrontati, se c’è la possibilità, cerco di metterlo in campo e tutto ciò che riguarda la necessità di organizzare le letture per un uditorio che potrebbe comunque creare delle difficoltà, far riscontrare una scarsa attenzione. Fatte salve le caratteristiche citate, cerco appunto di diversificare il più possibile i brani che scelgo.
       
       
       
       
       
      Puoi segnalarmi qualche aneddoto o episodio che le ha fatto particolarmente piacere e dal quale ha tratto rinnovato entusiasmo e interesse a continuare in questa attività?
       
       
      Gli episodi che mi hanno fatto piacere sono stati diversi. Una delle cose per me maggiormente piacevole è leggere con una persona, Gabriella, alla quale avevamo proposto quest’attività durante la sua degenza. Il fatto di ritrovarmela adesso in coppia, ora che è attiva ed è migliorata fisicamente, avere modo di rivederla mi arreca un grande piacere. Ci sono state occasioni in cui ho re incontrato persone che non frequentavo da molto tempo. È stato piacevole riscoprirle anche in un momento così breve, un tempo fugace quale può essere un’ora di lettura all’interno della struttura.
      Ogni volta che le persone ti ascoltano, gli s’illuminano gli occhi e tutte le volte che accade fa molto piacere e costituisce le motivazioni per proseguire.
       
       
       
       
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      Le è mai capitato di sentirsi in difficoltà nel corso di un incontro di lettura? Se sì, mi racconta cosa è successo?
       
       
      Difficoltà vere e proprie non ne ho mai incontrate. Mi sento a disagio, tenendo conto che le persone non sono così orientate nel tempo e nello spazio e mi pongo la domanda se la loro scelta sia stata libera o dettata da altri motivi; i pazienti si distraggono, non sono consapevoli. In quel momento mi sento io a disagio. Quando invece si sono verificati episodi in cui le persone, magari, per motivi diversi, o perché affaticati, o perché distratti da altre preoccupazioni e probabilmente hanno chiesto di abbandonare la sessione di lettura. Tuttavia, tutto questo processo, non lo avverto come un qualcosa di difficile. È capitato, a volte, di essermi sentita in difficoltà, ma in un contesto particolare di lettura che era la SPDC, ovvero il Reparto Psichiatrico, ma, in quel caso, l’ascoltatore, il paziente, non era stabile, si alzava, disturbava il restante uditorio, interrompeva diverse volte la lettura e quindi aveva creato un lieve disagio.
       
       
       
      Che tipo di interazioni si instaurano tra i fruitori?
       
       
       
      Questo è un aspetto molto interessante perché a volte capita che io, durante i nostri incontri di lettura, trovi delle occasioni in cui le persone, che sono all’interno della struttura si conoscono, perché ci sono state probabilmente delle precedenti occasioni per fare conoscenza, a volte non solo si conoscono, ma si riconoscono e si ritrovano addirittura parenti (è accaduto in qualche occasione!). In certi casi si ritrovano a essere vicini di casa o cose di questo genere. Tutto questo processo che si osserva non solo è divertente ma anche molto interessante! Di fatto l’aspetto della personalità è quello che riguarda il scambiarsi pareri su quello che è stato ascoltato, esprimere la propria opinione, a esternare il proprio punto di vista è una questione prioritaria cui tengo
       
       
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      particolarmente. Il tipo di relazione che s’instaura è legata all’esprimere i propri punti di vista sul racconto, sulla lettura.
       
      Nella sua esperienza di lettore la lettura ad alta voce ha favorito una messa in gioco delle persone presenti all’incontro?
       
       
      Io cerco sempre di farlo, penso che sia una delle finalità della LaaV. Io cerco in qualche modo di sollecitare ciò che è l’espressione del proprio punto di vista, poi non sempre le persone sono disponibili. Ogni caso va valutato in base all’ambiente e alla situazione che ci si trova dinanzi. È necessario rendersi conto fino a quando è bene, fino a quando in qualche modo si possa o no procedere in quella direzione. Quando trovo un contesto favorevole cerco di mettere in gioco gli astanti. È un qualcosa di bello, d’interessante, accresce la capacità delle persone di aprire in qualche modo i loro orizzonti. È un aspetto che, dal mio punto di vista, tonifica molto quello che è la lettura proposta all’interno della struttura. Tanto più siamo capaci di alimentare un buono scambio di considerazioni rispetto a qualche tema proposto, siamo lieti di farlo. Buona significa rispettosa dei punti di vista, una conversazione capace di ascoltarli, di accoglierli, di indagarli e motivarli adeguatamente, penso che sia importante farlo e in qualche modo favorirlo.
       
      Condivide con qualcuno questa attività di volontario? La promuove fra i suoi amici?
       
       
      Promuoverla la promuovo, condividerla con gli altri di sicuro. Condivido questa passione con gli amici, anche perché mi piacerebbe che la famiglia dei lettori ad alta voce crescesse, nell’attesa di pensare sempre più attività coinvolgenti e rivolte anche ad altre realtà, non soltanto un’esperienza ospedaliera. La condivido anche con qualche collega, la condivido con qualche amica.
       
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      Ha qualche particolare desiderio, sogno o aspirazione per la vita dell’associazione?
       
       
      La prima cosa è accrescere il numero dei volontari lettori, con la possibilità di crescere insieme come lettori ad alta voce. Sarebbe un buon obiettivo anche con l’aumento delle proprie competenze di lettura ma anche creando dei contesti dove potersi scambiare delle informazioni sugli autori, eccetera. Mi piacerebbe organizzare delle attività che coinvolgano i giovani, assolutamente sì. Tutto ciò sarebbe da proporre a bambini e ragazzi nelle scuole, come d’altronde era accaduto durante la “Festa della lettura”, coinvolgendo gli Istituti Superiori biellesi, tra cui I.I.S. “Cossatese e Valle Strona”, I.I.S. “Q. Sella”, Liceo “G. e Q. Sella”, I.T.C.S. “E. Bona”.
       
      Desidera aggiungere qualcosa?
       
       
       
      Innanzi tutto desidero ringraziarti per le domande che hai posto perché mi hanno fatto riflettere un po’ sull’esperienza della lettura ad alta voce. Può darsi che mi vengano in mente altre cose che potrebbero essere utili al percorso di studi che stai affrontando ed eventualmente potrei anche condividere in via telematica. Penso che sia importante trovare occasioni e ambiti per promuovere in più modi la lettura, tanto la lettura ad alta voce che la lettura personale perché mi rendo conto che siamo veramente indietro rispetto a quelle che sono i parametri minimamente accettabili rispetto alla produzione di testi legati alle competenze specifiche piuttosto che altro. Si legge spesso per necessità e dovere e non per piacere. Una cosa che mi piacerebbe organizzare sarebbero dei circoli di lettori che si scambiano il proprio piacere per la lettura raccontandosi dei libri o dei testi che sono stati letti. Non so se tutto ciò può rientrare nelle competenze di un circolo ad alta voce.
       
       
       
       
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      Intervista a Lettore n. 3
       
       
      Alla luce di un’esperienza nel campo della Medicina Fisica e della Riabilitazione, una Fisioterapista narra la sua esperienza sul campo, evidenziando pregi e difetti del sistema Lettura ad Alta Voce.
       
       
       
      Può descrivermi brevemente come funziona il vostro Circolo?
       
       
       
      Il nostro circolo funziona in questo modo: siamo un gruppo di volontari che ci rechiamo
       
      in alcuni reparti dell’Ospedale degli Infermi di Biella: Medicina Riabilitativa, Cardiologia, SPDC. Ogni reparto ha un referente che organizza il numero di persone presenti al gruppo di lettura, poi ci si trova, si legge ai pazienti e, terminata la lettura, si torna alla propria abitazione o alle proprie occupazioni. Una volta l’anno ci s’incontra per condividere le proprie idee, le proprie esperienze, per valutare eventuali questioni da migliorare, come procedere, se sia necessario aprire qualche altro cantiere in qualche
       
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      altro reparto, eventualmente chiuderli, se non c’è una sufficiente risposta da parte dei pazienti.
       
      Quanti sono i soci? Quali sono i ruoli e le funzioni principali del circolo?
       
       
       
      I soci sono circa una trentina. A capo del Circolo vi è il Presidente e vi sono delle persone che sarebbero i referenti dei vari reparti. Ad esempio, io stessa sono la referente della Medicina Riabilitativa. Il referente è chi si deve impegnare maggiormente per l’associazione, deve organizzare e stilare il calendario degli incontri, eventualmente raffrontarsi con la Capo Sala del reparto nel caso insorgessero dei problemi. Inoltre, i vari Referenti fanno capo a un’altra persona, la referente del Circolo, per consegnare i calendari, in modo che lei stessa abbia davanti a sé tutto il calendario, il prospetto dettagliato essendone la coordinatrice. Alla fine ci sono poi i lettori, che sono una parte importante del tutto. I lettori sono detti anche volontari.
       
      Come viene organizzata l’attività e la vita associativa?
       
       
       
      Abbiamo delle riunioni periodiche come circolo LaAV, con i Referenti, il Presidente del Circolo, la Coordinatrice, in cui si cerca di migliorare un pochino, al fine di valutare le attività che si possono svolgere o meno.
       
      Cosa significa per lei leggere ad alta voce?
       
       
       
      È un modo di fare volontariato in una maniera diversa. A me piace leggere e condividere ciò che leggo con gli altri. Condivido con gli altri una cosa bella, considerando che oggi la lettura sta perdendo il suo valore. La Televisione e Internet sostituiscono i libri e la lettura.
       
       
       
       
       
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      Che cosa la motiva a questa forma di volontariato? Che cosa racconta in particolare di lei questa attività di volontariato?
       
       
      Io leggo in dialetto piemontese. Mi hanno dato un libro con dei racconti ambientati in zona e lo propongo sempre quando mi reco a fare una lettura. Un giorno, essendo in Medicina Riabilitativa, propongo una lettura in dialetto. Una signora mi disse di essere originaria dell’Albania, da poco in Italia, e non avrebbe compreso una lettura in dialetto, tanto più con una scarsa comprensione anche della lingua italiana. Abbiamo archiviato dunque la lettura e abbiamo preferito un’altra lettura in italiano. Alla fine giunse la figlia della signora e la signora, ovviamente, lasciò la sala; appena uscita, lei con la figlia, le persone rimaste mi dissero: “adesso ci legge la storia in piemontese?”. Anche quando si racconta una storia in italiano, talvolta capita che a chi non interessa non si presenta all’incontro (tra i pazienti). Di solito i pazienti che vengono sono interessati e si vede la partecipazione, oppure la gente che racconta una sua esperienza, ti racconta di quando aveva vissuto una vicenda simile. Tutte queste cose sono interessanti, si può interagire, è bello ascoltare il racconto degli altri e poi vedere le persone che tornano in camera ringraziarti per aver trascorso un’ora diversa (“grazie per aver trascorso un’ora diversa!”). Tutto ciò ti stimola a proseguire ed è incoraggiante.
       
      In che modo si prepara alla lettura? Quali sono i suoi personali criteri di scelta delle letture che propone?
       
       
      È da un paio di anni che leggo, per cui mi sono fatta un po’ un mio bagaglio e oramai le letture che propongo sono sempre le stesse, anche se i pazienti cambiano. Integro molte volte le letture e ho notato che, dove leggiamo noi, si tratta prevalentemente di pazienti anziani. A loro piacciono molto le storie di Mauro Corona, che trattano dell’ambiente alpino, oppure le storie di Guccini che sono racconti di accadimenti passati, di ciò che è
       
       
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      accaduto nel passato, storie di vita degli anni ’50 e ’60. Oltre al repertorio che ho detto, vanno per la maggiore i racconti di animali, non la favola ma racconti reali. A disposizione ho un testo di un veterinario inglese che racconta la sua esperienza. Sono racconti di animali realmente accaduti, in stalle, fattorie e altrove. I pazienti, la gente, sono quindi riportati al loro mondo e al loro passato: essi ci si ritrovano e sono interessati.
       
      Puoi segnalarmi qualche aneddoto o episodio che le ha fatto particolarmente piacere e dal quale ha tratto rinnovato entusiasmo e interesse a continuare in questa attività?
       
       
      Tutte le volte che si va a leggere c’è sempre la persona che emerge dal gruppo, l’elemento trainante che comunque intavola il discorso. Ad esempio una volta abbiamo letto un racconto inerente i cavalli e queste persone hanno iniziato a parlare delle loro esperienze o memorie e tutto ciò non può che fare piacere. Un episodio preciso non c’è, tutte le volte c’è effettivamente qualcuno che intavola il discorso.
       
      Le è mai capitato di sentirsi in difficoltà nel corso di un incontro di lettura? Se sì, mi racconta cosa è successo?
       
       
      A disagio non mi sono mai sentita. Devo dire che, qualche volta, succede che, soprattutto quando ci si reca a leggere in Post-degenza, che i pazienti vengano “scaricati” in soggiorno senza che a loro stessi importasse l’ascolto dei brani. In tal caso non ci si sente a disagio ma si ha quasi l’impressione di fare un torto ai pazienti. L’unica soluzione, quando ci si rende conto, è di riportarli in camera, chiedendoti perché il paziente è stato portato ugualmente all’ora di lettura. Ad altri lettori sono capitate anche situazioni simili.
       
       
       
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      Che tipo di interazioni si instaurano tra i fruitori?
       
       
       
      Se trovi il racconto giusto avviene l’interazione, a volte succede che persone che non si conoscono si ritrovano compaesani, oppure si raffrontano su fatti simili avvenuti in due paesi limitrofi. A volte riconoscono le persone per parentela, oppure rivelano di essere figli di persone vissute nello stesso paese nel passato, eccetera. Il dialogo che si sviluppa non è “fuori tema” ma inerente all’argomento trattato, ad esempio se si tratta di animali, l’argomento sarà gli animali e via dicendo. Il biellese è una zona piccola e quindi, bene o male, ci si conosce un po’ tutti.
       
       
       
      Nella sua esperienza di lettore la lettura ad alta voce ha favorito una messa in gioco delle persone presenti all’incontro?
       
       
      Solamente il fatto di andare a leggere mette in gioco. Il fatto di fare volontariato, prendere e andare in un reparto, mettendoti a diposizione delle persone è notevole, soprattutto perché è un qualcosa di volontario.
       
      Condivide con qualcuno quest’ attività di volontario? La promuove fra i suoi amici?
       
       
      Io lo propongo soprattutto tra i colleghi, però non c’è mai stato nessuno che si sia effettivamente interessato. Le mie colleghe sono molto contente quanto vado a leggere perché capiscono anche che per i pazienti sia importante ma nessuna di loro si è mai offerta. Personalmente condivido e lo dico ma non ho mai avuto finora dei riscontri.
       
       
       
       
       
       
       
       
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      Ha qualche particolare desiderio, sogno o aspirazione per la vita dell’associazione?
       
       
      Sarebbe bello poterlo ampliare in più reparti e trovare volontari che vengono perché, purtroppo, alle volte, le persone si vedono interessate ma poi non si presentano. A me personalmente piacerebbe poterlo fare in pediatria con i bambini. Le intenzioni ci sono e sono serie ma non è stato ancora aperto il cantiere.
       
       
       
       
       
       
       
       
      Desidera aggiungere qualcosa?
       
       
       
      In medicina riabilitativa abbiamo fatto qualcosa in più e segnalo l’iniziativa Musica e lettura. Io personalmente l’ho fatto per qualche volta, sempre con la stessa persona e le persone, i pazienti, apprezzano moltissimo musica e lettura.
       
      E.. puoi dirmi come funziona?
       
      Inizia l’incontro e ci si suddividono le parti, prima l’ascolto di una canzone e poi la lettura di un brano, a fasi alterne, insomma. La cantante con cui collaboriamo ha un suo piccolo repertorio, lei propone diversi titoli che le persone scelgono, lei utilizza chitarra e voce e i pazienti apprezzano davvero molto. A volte ti chiedono una canzone in più e una lettura in meno!
       
      La musica in generale fa sì che le persone si distraggano maggiormente, passino un’ora diversa tralasciando i loro problemi fisici.
       
       
       
       
       
       
       
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      Considerazioni sulle interviste presentate
       
       
      Le interviste ivi proposte, hanno evidenziato come la Lettura ad Alta voce cambi la vita delle persone, le quali comprendono l’importanza del volontariato che intende “curare” i pazienti i quali, ascoltando le letture proposte, riflettono in sé stessi e accettano meglio le condizioni di sofferenza e di disagio sociale. Essi vincono la solitudine, l’abbandono, l’inedia, la pesantezza dei tempi ospedalieri e della degenza. Al contempo chi svolge questa forma di volontariato (e sono state intervistate persone che dedicano la vita a esso, o comunque sono diventate ottime professioniste sul campo) si arricchisce interiormente, capisce meglio le esigenze degli altri e impara, nel migliore dei modi, in un’evoluzione crescente, ad aiutare le persone in modo non invasivo ma attuando con essi una relazione.
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
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      Considerazioni conclusive
       
       
      Lo studio ivi riportato parla di lettura ad Alta Voce, in particolare abbiamo incentrato il discorso sulle proposte di opere di narrativa e romanzi, da presentare al “pubblico” di Ospedali, RSA, Carceri e Scuole. In ciascuno degli ambiti appena citati la lettura, ha un suo particolare significato. Il nostro studio e si vedano le interviste descritte in precedenza, è stato calibrato soprattutto in ambito sanitario, in particolare nel presidio Ospedaliero “Degli Infermi” di Biella, ambito in cui si è sviluppata la nostra ricerca.
       
      La tesi si è snodata con il contributo di studiosi, formatori, educatori sul campo, sviluppando una parte teorica sull’importanza della lettura, sullo sviluppo dei circoli LaAV, in particolare la Sezione di Biella, sulla base dell’esperienza di Martina Evangelista, grande studiosa e ricercatrice sul campo. Al termine dello studio sono state riportate delle interviste, le quali hanno reso più corposo il lavoro e al contempo hanno fornito note di vita quotidiana legate alla Lettura ad Alta Voce.
       
       
       
       
       
       
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    • G.I.N.O. = Generale Imperatore Nerone (moderno) Offensivo, è l'acronimo del Boss che comanda. Il suo comandare è altamente insolito, a dir poco comico e surreale, è anche insegnante, ma che fa inginocchiare sulle noci e usa la bacchetta per percuotere, offende con le labbra, parla in dialetto Piemontese, è razzista verso tutto i meridionali d'Italia, eppure con la sua "presunta arroganza" riesce a farmi amare e non odiare. Della serie tanto fumo, tutto arrosto, urli e lettere contro, avvocati, giudici e quant'altro. Una storia drammatica, ma anche comica anzi, "tragicomica".

    • Lacrima.

      By Giusy07, in Poesia,

      Nel mio riflesso
      delle lacrime ad ondeggiar sul mio viso.
      Una lacrima ad annaffiar quel che rimane del cuor leggere,
      ormai rotto da non ricordar quanto.
       

    • Molto tempo fa raccontai il mio segreto più nascosto a Giuda, quello di essere felice.
      Lui mi tradì, parlò con la tristezza e le raccontò ogni dettaglio di quel segreto, lei si arrabbiò con me e decise con tutta se di infrangere la mia felicità.
      E dal quel giorno, la persi.

    • buon giornobello a tutti , sebbene alla primavera manchi poco meno di un mese, precisamente venti giorni, la bella stagione non si sta facendo attendere con un aumento delle temperature che nelle ultime settimane ha raggiunto livelli alquanto imprevedibili. Quanti di voi si sono accorti del cambio repentino del clima?  E Che l’alba arriva prima mentre alle diciotto e trenta circa c’è ancora la luce del sole?
      È certamente un chiaro segnale dell’arrivo della primavera.  Nel corso degli anni come studente i cambi di stagione hanno sempre mosso in me qualcosa di particolare, questi , infatti, scandiscono la routine di tutti gli abitanti sulla terra dagli animali che fanno scorta di cibo per il letargo in inverno agli studenti  il cui letargo vuol dire sessione invernale. Con l’arrivo di Marzo invece al contrario ci si spoglia, le teste escono dai cappucci, le sciarpe sono indossate oramai solo dai più freddolosi e Il sole in questo periodo più che in ogni altro porta un piacevole calore.
      Con l’arrivo della bella stagione, lo studente pendolare vive con meno trauma il tragitto da un’eventuale stazione all’università permettendosi anche il lusso di scambiare due parole con i propri colleghi studenti durante il tragitto, senza preoccuparsi di essere colpito da una ventata gelida che lo terrà a casa con la febbre per settimane interminabili. Le lunghe giornate in università diventano più piacevoli, le lezioni più interessanti e gli aperitivi alla fine della giornata si fanno più frequenti, lunghi e rilassanti diventando così occasione di socializzazione e Grazie a tutte queste condizioni non si sa mai che qualche cuore fino a quel momento infreddolito dall’inverno non possa trovare anch’esso un po’ di calore.  
       
       Sebbene non sia ancora il venti di Marzo, possiamo dire però che la primavera è già qui con largo anticipo quest'anno , non sapendo se essere grati o meno di questo, è giusto fare delle riflessioni. In un’epoca in cui le temperature sono solite schizzare da un estremo all’altro e i cambiamenti climatici stanno portando il nostro ecosistema verso conseguenze irreversibili. Le tragedie sono all’ordine del giorno, dallo scioglimento dei ghiacciai agli incendi che mettono a repentaglio l’habitat d’intere specie, come sappiamo tutto questo è causato dal riscaldamento globale che porta già alla fine di Febbraio temperature con picchi di venti gradi di questo passo è sicura, ci scorderemo delle mezze stagioni e con esse di tutti i piacevoli cambiamenti che portano.  
      In conclusione dall'umile riflessione di  uno studente posso solo invitarvi a godervi le temperature qualsiasi esse siano dalla neve che scende a fiocchi a Natale al sole di marzo che riscalda dopo un gelido inverno il mio invito è quindi uscite fuori e godetevi la natura qualsiasi essa sia, basta centri commerciali o domeniche chiusi in casa, è giunto il momento di farvi lunghe passeggiate e di respirare aria pulita (o quello che ne rimane), raggiungete la vetta più alta e fatevi baciare dal sole.
       

    • La fortuna era arrivata, improvvisa quanto immeritata, a deviare bruscamente il placido scorrere della sua vita da commesso a tempo indeterminato. Un uomo privo di carattere e un po’ in sovrappeso, che non dimostrava i quarantadue anni che gli avevano impedito di essere definito ′Il ragazzo d’oro della new wave letteraria italiana′, delirante appellativo che era toccato in sorte al suo acerrimo rivale, Nestore Giocondi, metalmeccanico della bassa padana che, a dispetto di un’intestazione anagrafica da vecchio partigiano, era nato quando Emidio aveva già conseguito il diploma grazie al quale si era introdotto di prepotenza nel meraviglioso mondo del precariato.  A rigor di logica, avrebbe dovuto attenderlo un futuro privo di prospettive esaltanti, avaro anche di un’ipotesi di realizzazione che potesse concedergli il lusso di un sonno ristoratore. C’era poco da stare allegri. La sua esistenza sarebbe stata piatta come un altopiano etiope, se solo non…  La buona sorte aveva posato uno sguardo su di lui. Quel tipo di ′benevolo sorriso del fato′, altrimenti definibile come ′straordinario colpo di culo′, capace di gettarlo in una specie di strano sconforto. Perché? I forti di spirito, categoria cui, a torto, riteneva di appartenere, di solito pensano che la dea bendata non esista, che sia una scusa, neppure troppo buona, per giustificare i propri fallimenti, che i risultati soddisfacenti si ottengono solo versando sudore e sangue. Anni e anni di laborioso e frustrante lavoro per arrivare, un giorno lontano, a scorgere l’ombra dell’agognata affermazione. Cazzate.   
      In quale modo misterioso il suo romanzo d’esordio fosse finito nelle mani del Papa, rimane un enigma che ancora oggi fa sognare a occhi aperti i pennivendoli di tutto il mondo. Prima che il miracolo si compisse, il principale passatempo di Emidio era collezionare lettere di rifiuto da parte di case editrici grandi, medie, piccole, o appena visibili alla spietata lente di un microscopio atomico. Ne aveva inanellate settantasette. Una cifra ragguardevole, sufficiente a tappezzare un’intera parete, anche se parecchio lontana, diceva a se stesso, a volte con un po’ di rammarico, altre con la vaga speranza di avere ancora una possibilità, dalle centoventidue messe insieme da Francis Scott Fitzgerald all’inizio della sua carriera.  In una lettera prestampata, in risposta all’invio cartaceo di una raccolta di racconti, un editore piuttosto apprezzato da nerd iscritti a corsi di scrittura creativa e da appassionati di massimalismo americano, tenendo a precisare quanto fosse fallibile il processo di selezione che porta alla scelta di un testo da pubblicare, si auspicava di essere lungimirante e non commettere gli stessi errori di chi, quasi un secolo prima, aveva sbattuto la porta in faccia a uno dei maggiori esponenti della Generazione Perduta. Se persino il cantore dell’età del jazz era stato vittima dell’ottusità editoriale, perché non lui? A essere sinceri, poi, l’indifferenza riservatagli era più che giustificata. In poco meno di trecento pagine, il nostro eroe aveva distillato angosce e visioni degne di un poeta liceale con un debole per il vino scadente e una discreta propensione all’autocommiserazione. Si trattava di una vicenda che, per quanto fingesse di percorre i sinuosi sentieri di un realismo magico all’amatriciana, dopo qualche pagina naufragava in un prevedibile guazzabuglio autobiografico. Una storia d’amore non corrisposto dalle fosche tinte… mistiche.   
      «Come ti è venuto in mente di uccidere Dio?», gli avevano chiesto durante la prima intervista seguita all’Angelus in cui al pontefice era venuta l’assurda idea di citare un passaggio del libro di “questo scrittore romano che mi ha molto incuriosito. Lui sfida Nostro Signore. Gli mostra i pugni. Pretende il confronto che il Padre deve al Figlio. All’inizio non si capiscono, ma, alla fine di un lungo percorso di conoscenza, la rabbia cede il passo alla consapevolezza, all’amore”.  Emidio si era guardato bene dal commentare le parole del Santo Padre. Avrebbe potuto rivelare di essere ateo, e: «non era mia intenzione scrivere un libro che, nonostante l’ostilità dimostrata nei confronti del concetto stesso di religione organizzata, venisse elogiato dalla massima guida spirituale occidentale», ma l’aveva ritenuta una mossa poco avveduta. Era ancora presto per compromettere la propria carriera. Fino a sabato 23 maggio, giorno antecedente quello in cui le sante parole erano suonate forti in piazza San Pietro, aveva venduto circa dodici copie, perlopiù a parenti, amici, o a semplici conoscenti curiosi di vedere cos’era capace di fare. Prima della fine dell’estate, Perché ti amo (questo l’infelice titolo da romanzetto per ragazzine brufolose con cui aveva deciso di marchiare quel personalissimo Zibaldone for dummies) era già stato tradotto in quindici lingue.  Del suo passaggio attraverso un numero impressionante di concorsi letterari di qualsivoglia genere e importanza, dai più blasonati e inaccessibili per un esordiente, al Premio Città di Minchiolino che, tra le altre cose, metteva in palio, per il vincitore, una targa intagliata da un artigiano locale, e un prosciutto affumicato (prodotto dell’allevamento suino del medesimo pregevole artista), non era mai restata traccia. Il suo nome, la sua opera, erano destinati a un comprensibile oblio. Del resto a chi sarebbe potuto interessare il folle viaggio nell’oltretomba di un tardo adolescente (diciamo pure, un adulto invecchiato malissimo) dotato della fantastica facoltà di comunicare tramite posta ordinaria con un suo amico defunto, deciso a commettere un deicidio in nome di una ragazza che avrebbe preferito grattugiarsi le labbra sull’asfalto piuttosto che posarle sulle sue guance barbute? All’attuale vicario di Cristo, a quanto pareva. Sorvolando, in maniera divina, sulle intenzioni bellicose del protagonista, il Papa aveva letto nella resa dello stesso una sorta di ammissione di colpevolezza, quella di un uomo che si fa carico delle proprie mancanze e vi pone rimedio, di più, era come se il figlio dell’aurora, il superbo e luminoso astro del mattino, fosse caduto in ginocchio e avesse deciso di strisciare verso le porte del paradiso chiedendo perdono al Creatore di tutte le cose visibili e, bla, bla, bla.  Ascoltando il suo primo fan spiegare a un giornalista perché quel libruncolo, che prima dell’inattesa sponsorizzazione targata Città Del Vaticano era disponibile soltanto in formato ebook, o in cartaceo, attraverso un complicato sistema di pay on demand, lo avesse colpito tanto, Emidio aveva sbadigliato. Per fortuna si trovava seduto sul divano, davanti al televisore, non sotto l’occhio vigile e spietato delle telecamere.  In quel coloratissimo sogno in cui era caduto, solo di una cosa si era sentito certo: la sua vita non sarebbe più stata la stessa.

    • Mi giro e rigiro nel mio letto: non ho sonno. Decido di fare un salto fuori e prendere una boccata d'aria e schiarirmi le idee.Raggiungo il terrazzo e scruto l'orizzonte. La luna è offuscata dalle ceneri che aleggiano nell'aria. Anche se la città dorme non mi sento al sicuro in questo posto. Vivo in questo palazzo da tre anni e anche se non mi manca niente ho paura dell'oscurità. Ho i brividi.
      Ho libri per riflettere.
      Ho un vecchio walkmen funzionante: ascolto musica anni ottanta. Mi rilassa.
      Ho cibo e acqua. Sono un privileggiato e non è poco di questi tempi.
      Ci sono persone che vivono ancora per strada al freddo o in vecchie baracche.
      Ho vestiti e scarpe nuove.
      Ho un letto per riposare. Dormire è una illusione.Ho un muro che mi ascolta in silenzio.
      Ho i miei ricordi che mi confortano quando la speranza si spegne come la fiammella di una candela al soffio delle mie labbra.
      Oggi posso dirlo non mi manca niente: ho tutto per vivere ma non ho un motivo per farlo.
      Sono al sicuro? No, nessuno lo è. Ci sono gli sciacalli che uccidono per un pezzo di pane. Ci sono Loro che sopravvivono da qualche parte e contiamo di stanarli e ucciderli al più presto. Desidero che la nostra Terra torni a essere un mondo sicuro per i nostri figli.
      Dove vivo adesso? In uno scantinato modesto e umido consumato dalla muffa.
      Lontano dai riflettori.
      Lontano dalle news quotidiane.
      Lontano dagli affetti più cari.
      Ho trascorso l'ultimo mese in silenzio a riflettere senza riuscire a chiudere occhio. Troppe morti mi hanno reso più fragile.
      Dormire è pericoloso: - Quando è stata l'ultima volta? - l'ho dimenticato.
      La paura di essere catturato e torturato da quelle cose mi ha tenuto sveglio e vivo in questi ultimi mesi, con l'angoscia che ogni mio ricordo possa essere distrutto da un momento all'altro: - Non voglio dimenticare i volti di chi mi è stato vicino! Urlo a gran voce.
      Se ti addormenti Loro entrano nella tua testa e si nutronono dei tuoi ricordi: diventano più forti e intelligenti.
      Quando ti risvegli dall'oblio non mostri più alcuna emozione. Poco tempo dopo, massimo uno, due giorni, muori: ogni funzione primordiale è azzerata.
      Quando succede portiamo le persone private della loro memoria in un vecchio hangar abbandonato, dove vengono soppresse con il potente siero B-22, sperimentato dal Dr. Groove. È indolore e immediato.
      Forse è crudeltà la nostra ma se dovesse capitare anche a me di essere catturato preferirei la morte piuttosto che vivere nell'oblio per l'eternità, in attesa di una cura... se mai si troverà.
      Quindi dico: - Amici... non giudicateci! - sospiro.
      Questa mattina abbiamo bonificato la periferia di Annovera e resa agibile. L'eliminazione di questi esseri ha richiesto un dispendio di energia elevato e la truppa è esausta. Loro ci hanno teso un'imboscata. Si contano le vittime: una ventina. Mi ritengo fortunato: faccio parte della Resistenza da 5 anni e non ho mai riportato ferite gravi. Sorrido ma è solo un attimo prima di ritornare alla realtà.
      Nella Resistenza ho conosciuto Asha. Le lacrime mi rigano il volto: il suo è un ricordo che mi rattrista.
      Domani è in programma un'altra missione molto rischiosa: andremo a stanare quegli esseri nelle fogne della città. Nelle fogne, lontano dalla luce del sole, potrebbero annidarsi gli ultimi mostri sopravvissuti alla guerra. Ho timore che le perdite saranno maggiori ma dobbiamo controllare ogni angolo della città se vogliamo debellare il male che affligge il nostro mondo: se non li debelliamo il prima possibile ci estingueremo. Nelle fogne i rischi sono molteplici: la visibilità è limitata e non ci sono molte vie di fuga. In un ipotetico scontro a fuoco potremmo avere la peggio. Incrocio le dita.
      Poi mi affaccio sul cornicione del terrazzo, guardo giù e inspiro: il sapore acre dell'aria mi irrita la gola e mi convinco che forse è meglio tornare di sotto. È quasi l'alba e tra qualche ora dovrò essere pronto per la missione.
      I primi raggi del sole scaldano la mia città. Posso sentire i passi dei miei compagni che si avvicinano al mio rifugio: indicano che l'ora è scoccata ma le mie gambe non vacillano. È la mia ultima missione prima del congedo. Toccherà ad altri bonificare le aree ancora contaminate.
      Lasciare il lavoro mi dispiace ma mi sento sempre più stanco. Prendo le pillole ma il morbo avanza e presto non sarò più in grado di impugnare un'arma. Sollevo il braccio e osservo la mia mano tremante. Nonostante gli sforzi che faccio non riesco a fermare il tremolio: la fine è davanti ai miei occhi ma non ho paura di morire. Mi consola che presto riabbraccerò Asha.
      Qualcuno bussa con insistenza alla porta, deve essere Ramirez.
      - Uno scatto è sarò uno dei vostri anche oggi, ragazzi! - per l'ultima volta insieme come una famiglia.
      - Ti guarderò le spalle amico! - mi dice - tu guarda le mie – è solo un cenno ma ci capiamo al volo.
      Di corsa, indosso il casco e impugno il mio fucile. Controllo le mie scorte di cibo e acqua. Prendo l'esplosivo: potrebbe servire nelle fogne.
      - Sono pronto - sussurro.
      Oggi è diverso, l'idea di distruggere quelle cose mi eccita. Mi sento carico, rabbioso.
      Adesso sono fuori. Mi volto, è un istante, scruto la mia casa: potrei non rincasare oggi, è solo un pensiero che allontano sul nascere dalla mia mente. Sono teso. La tensione è mia compagna di viaggio, mi aiuta a restare concentrato, vivo.
      Il furgone nero, blindato, è a pochi passi dall'ingresso del mio palazzo: salgo e con gli altri compagni raggiungiamo il luogo stabilito. Sono le otto del mattino.
      L'aria è ferruginosa. Ha un sapore amaro e tagliente. Fatico a respirare.
      - Non mi ci abituerò mai - penso ad alta voce. Ecco un altro motivo che mi spinge a combattere: la mia povera Terra è in ginocchio per colpa di questa invasione aliena.
      Tossisco per liberare le mie vie respiratorie in cerca di sollievo.
      - Maledette polveri che aleggiano nell'aria e offuscano il cielo! - urla a gran voce Ramirez mentre tossisco.
      Concordo con lei. Sono grato a quei pochi raggi di sole che filtrano l'aria e mi scaldano il cuore; mi confortano l'anima: il desiderio di un abbraccio mi accompagna lungo tutto il tragitto. Guardo negli occhi i miei compagni e penso a loro come a dei fratelli. Oggi qualcuno di noi non farà ritorno a casa. Ho gli occhi lucidi ma cerco di trattenere le lacrime.
      Eccole le fogne. Una rete di gallerie sotterranee che si estendono sotto la mia città.
      Il furgone blindato si ferma: uno alla volta scendiamo impugnando le nostre armi.
      Prima di addentrarci nelle gallerie sotterranee il comandande Torres ci mostra una cartina delle fogne di Annovera. Mentre parla capiamo che conosce ogni centimetro di quel posto e ha pianificato ogni mossa: non ha lasciato nulla al caso.
      - Soldati! Tuona il comandante Torres – oggi è un gran giorno e come sapete qualcuno di noi potrebbe non tornare a casa. Voglio dirvi che sono fiero di voi e se c'è qualcuno che non se la sente può rinunciare ma deve dirmelo adesso. Una volta varcata l'entrata delle fogne saremo soli e nessun Dio potrà venirci a salvare.
      - Siamo con lei, comandante! - urliamo compiaciuti.
      - Controllate le armi, gli esplosivi e le provviste. Ogni cosa deve essere al suo posto e in perfette condizioni.
      Il comandande Torres pensieroso continua a fissare la mappa mentre i miei compagni controllano che l'equipaggiamento è in ordine e funzionante.
      Trascora un'ora il comandante ci indica l'entrata delle fogne e noi lo seguiamo. Sono l'ultimo a scendere ma prima di farlo guardo le rovine di Annovera. Poi l'oscurità ci accompagnerà per tutta la durata della missione.
      Accendiamo le torce mentre Ramirez ci fa strada. Noi siamo pronti a colpire al primo movimento sospetto.
      La galleria è lunga e buia. Tubature vecchie e malandate si diramano in ogni direzione mentre l'acqua sotto i nostri piedi ci bagna gli scarponi.
      Cosa vedo? Scarafaggi e ratti. Carcasse ed escrementi. L'odore nauseabondo mi disturba così tanto: vomito succhi gastrici.
      - Stai bene? - mi sussurra un mio compagno.
      - Si... non preoccuparti – gli assicuro che non è nulla di grave.
      Poi riprendo il mio posto in coda al gruppo.
      Mentre procediamo l'unica cosa che osserviamo è il vuoto che si estende davanti ai nostri occhi. C'è silenzio ovunque interrotto da alcune gocce d'acqua che cadono dalle tubature logore e arrugginite.
      Procediamo in fila. Ramirez cammina adagio. Dietro il comandante Torres ci invita a essere sempre vigili.
      La tensione sale passo dopo passo. L'odore diventa sempre più nauseabondo. Escrementi di topo sono ovunque e le loro carcasse squarciate mi impressionano. Le loro budella sono sparse lungo i bordi della galleria mettendo a dura prova la mia vista e il mio olfatto.
      Ramirez e gli altri sono a 100 mentri di distanza da dove mi trovo. Poi non li vedo più. Rimango indietro. Le gambe vacillano: mi blocco. La testa mi duole e il cuore mi esplode nel petto.
      - Calma! - sospirò. Ho bisogno di prendere fiato anche se non è sicuro restare indietro. Trovarmi di fronte uno di quei mostri non mi entusiasma.
      Hanno il corpo ricoperto da una corazza munita di aculei giganti e taglienti. Ogni aculeo contiene un veleno: essere punto da uno di quegli affari ti paralizza la muscolatura. Hanno occhi piccoli, incavati: due puntini rossi che penetrano l'oscurità. La loro vista è molto sviluppata e vedono attraverso i muri. Ti osservano. L'udito è superiore alla norma: ascoltano il tuo cuore pulsare e poi ti attaccano con due enormi tentacoli muniti di artigli con cui perforano la tua scatola cranica e si nutrono dei tuoi ricordi, cancellandoti la memoria. Quando ti risvegli cammini senza una meta precisa: passato e presente sono ricordi lontani che non ti appartengono più.
      L'ansia mi assale. Allora mi guardo intorno e cerco un riparo: controllo di avere ancora con me l'esplosivo. Sospiro sollevato.
      - Lo userò nel caso mi catturino – penso in cuor mio.
      Un suono metallico mi sveglia dal torpore in cui ero caduto. Mi guardo le spalle: nessuno. Forse è solo suggestione. In ogni caso controllo che ci sia una via di fuga ma non trovo nulla che faccia al caso mio. Chino il capo sconsolato.
      Poi urla e gemiti echeggiano nell'aria ponendo fine al silenzio. Inizio a correre in aiuto dei miei compagni ma è tutto inutile: i loro corpi sono ridotti a brandelli. Il loro cranio è fracassato e frammenti di materia cerebrale sono sparsi sul pavimento. L'acqua sporca di sangue mi invita a desistere e a tornare indietro. Per un attimo ho pensato di fuggire ma sarei un codardo se lo facessi. Ho un'idea: ho tutto quello che mi serve con me. Ho l'esplosivo e quello dei miei compagni: lo raccolgo prima che quelle bestie mi saltino addosso. Poi spengo la torcia e mi nascondo dietro un quadro elettrico e lascio che l'oscurità mi avvolga nel suo mantello. Trattengo il fiato mentre madido di sudore penso ad Asha: - Non è ancora giunta la mia ora amore mio – quasi mi scuso con lei.
      I mostri avanzano adagio incuranti dei corpi dei mie compagni mentre i loro occhi rossi brillano al buio. Sento un brivido sulla pelle.
      Suoni atoni fuoriescono dalle loro bocche munite di fauci. Ormai la fine è vicina: innesco l'esplosivo e lo lancio nell'oscurità. Poi a fatica corro verso l'uscita: ho tempo cinque minuti prima che la galleria salti in aria.
      Allo scadere del timer un gran botto echeggia nella galleria e una nube di polvere mi avvolge. Vengo scaraventato nel vuoto dalla forte esplosione mentre intorno a me le pareti e le tubature si sbriciolano come se fossero di cartapesta.
      Poi non ricordo più nulla.
      Quando riapro gli occhi sono disorientato. Per un attimo ho pensato di essere in un letto di ospedale mentre Asha è accanto a me che mi stringe la mano e mi rincuora. Ma è solo una allucinazione. L'impatto è stato terribile e ho perso conoscenza ma non sono morto nell'esplosione. I compagni che vigilavano l'entrata delle fogne mi hanno estratto dalle macerie e mi hanno riportato ad Annovera dove il Dr. Groove mi ha curato le ferite.
      Ho riportato un trauma cranico ed escoriazioni su tutto il corpo oltre a un braccio fratturato: riposo assoluto.
      Assorto nei miei pensieri nella mia stanza, piccola e piena di cianfrusaglie, immobile, fisso il muro di fronte che cade a pezzi ma resiste al tempo. È sopravvissuto agli attacchi e mi ha dato un tetto dove poter vivere.
      Un lieve sorriso compare sulle mie labbra ma è solo un riflesso incondizionato. Poi tutto ritorna alla normalità: il sorriso è un ricordo come tanti altri.
      Nessuno sorride più; la terra che calpesto è intrisa delle lacrime di tutti noi superstiti.
      Io sono un superstite. Un sopravvissuto alla guerra. - Quanti siamo? Non saprei dirlo.
      Nella stanza ci sono scatoloni sparsi sul pavimento ricchi di ricordi che non mi appartengono: non è casa mia ma con il tempo lo è diventata per necessità. Da uomo curioso quale sono vorrei dargli una occhiata ma resisterò alla tentazione di farlo. Quelle cianfrusaglie appartengono a qualcun altro.
      Scrollo le spalle: - Mi dispiace un mondo ragazzi! - chiudo gli occhi e piango.
      Piango per tutte quelle persone che non ci sono più. Chiudo gli occhi mentre le lacrime mi rigano il volto.
      Mi alzo dal letto a fatica e prendo a calci uno scatolone e il suo contenuto si riversa sul pavimento: adesso ci sono fotografie sparse ovunque. Volti di persone che non conosco e non conoscerò mai.
      Persone che abitavano in questa casa e avevano una storia personale da raccontare.
      Quando la vita sulla Terra era ancora possibile.
      Quando il sole ancora splendeva e scaldava le nostre giornate invitandoci a uscire.
      Quando potevamo mostrare le nostre emozioni senza alcun timore che qualcuno ci portasse via i ricordi.
      Quando Asha ancora mi abbracciava.
      Svelto prendo le foto e le ripongo nello scatolone mentre le lacrime mi rigano il volto. Poi qualcosa mi colpisce: la foto di una bambina che assomiglia ad Asha. Non è Asha, non sei tu... non puoi esserlo ma la foto mi ricorda te e mi rammarico.
      Mi ricordo: noi due insieme che passeggiamo mano nella mano in una normale giornata di sole mentre tu mi ascolti silenziosa.
      Chissà come si chiama la bambina che tanto ti assomiglia. Ha il tuo stesso sorriso. I suoi occhi come i tuoi sono stelle che brillano nel cielo e suscitano in me strane emozioni che ricaccio subito via. Troppo dolore. Troppa nostalgia di quei giorni.
      Disperato cerco di allontanarti da me. Di seppellirti. I miei ricordi sono altrove. Sepolti in qualche parte della mia memoria ma ho il timore di averli persi per sempre. La mia infanzia, la mia adolescenza, la mia stessa esistenza sono nascosti nella mia mente e ho paura che Loro possano tornare e portarmeli via. Non voglio dimenticare quello che sono.
      Oggi piove a dirotto. Ascolto la pioggia che cade sui tetti delle baracche. Piango ancora una volta.
      Sono chiuso in uno scantinato di una famiglia qualsiasi e ho voglia di voltare pagina ma non posso. Frenato. Mi sento come una macchina in panne che non riesce a ripartire.
      Non riesco a dimenticare il tuo volto ancora sorridente. Il tuo abbraccio infinito per dirmi addio.
      Ho assistito alla morte dei miei compagni nelle fogne. Mio fratello Albert è morto durante una missione esplorativa sacrificandosi per salvare la vita dei suoi compagni. Albert era un combattente della Resistenza, abile e coraggioso. Ha pagato con la vita la sua generosità e non rivederlo più mi provoca un dolore immenso. Indescrivibile!
      Anche se il cielo è plumbeo e l'aria è sporca di fuliggine fuori la città è pronta per ripartire: la gente chiede un nuovo inizio. Ha bisogno di un leader per ricominciare a cotruire le fondamenta di una nuova società. Ripartire è diventato un dogma: dobbiamo farlo per dare un senso alla nostra vita.
      C'è chi vorrebbe riorganizzare una nuova società. È l'occasione tanto invocata dai perbenisti. Molti di noi invoca a gran voce un nuovo inizio per dare un senso alla nostra esistenza e cancellare le nostre colpe. Consapevole che il vecchio mondo non esiste più, ha voglia di ripartire anche se ha perso delle persone care.
      C'è chi come me crede che Loro torneranno. I mostri torneranno ad attaccare la Terra e ci annienteranno. È solo l'inizio di una guerra che durerà molti anni prima di estinguerci per sempre. Moriremo tutti! Per fame, sete, stanchezza.
      Loro hanno tecnologie e risorse che noi terrestri non disponiamo. La nostra Terra è agonizzante. Cibo e acqua scarseggiano. Alcuni uomini hanno incominciato a saccheggiare le altre città in cerca di cibo. La violenza è all'ordine del giorno. Dobbiamo difenderci anche dai nostri simili e io sono stanco di vivere alla giornata senza un domani. Il mio presente era Asha.
      C'è chi pensa che sia tutto un disegno di Dio per metterci alla prova.
      Ma io non credo più. Vado avanti anche se non ho alcun motivo per continuare a vivere. Non ho il coraggio di togliermi la vita. Ho provato a tagliarmi le vene: ho affondato la lama nella mia carne poi mi sono fermato. Una piccola goccia di sangue sporca il pavimento: la osservo silenzioso e con gli occhi gonfi mentre cade. Asha: è rossa come i tuoi capelli. Sorrido: anche se non è casa mia, è come se lo fosse. Ogni parte di questo scantinato è intriso dei tuoi ricordi più dolci. È un attimo. Un respiro. Poi l'oscurità mi culla come una mamma che stringe a sé il suo bambino.
      Ho provviste per molto tempo ancora. Poi cercherò un altro rifugio sicuro. Vivrò di solitudine sperando che la nuova casa non profumi ancora di te.
      Nel nuovo mondo la violenza è all'ordine del giorno: anche un bambino non esiterebbe a uccidere per un pezzo di pane e un po' d'acqua.
      La mia città è solo un ricordo. Annovera non esiste più. La Resistenza ha trionfato. I più fiduciosi sostengono che la guerra è finita.
      Sono rimaste solo macerie e cadaveri.
      Pochi superstiti. Isolati. In condizioni estreme.
      Il mio cuore è a pezzi. La speranza non esiste.
      Guardo il mio corpo e cosa vedo? Cicatrici.
      - Asha, vorrei abbracciarti! Hai ragione come sempre!
      Ma non posso credere che è finita, non ancora. Ho bisogno di tempo.
      Cammino avanti e indietro. Calpesto le mattonelle.
      Guardo il volto di quella bambina e penso a te. Mi riesce difficile dimenticare.
      Osservo la stanza come se non ci fossi mai stato prima.
      Crepe ovunque.
      Tanfo di umidità.
      Buio.
      Freddo.
      Quella macchia rossa sul pavimento non vuole andar via. - Lasciami stare... non torturarmi Dio!
      Chiuso qui dentro. Solo con i miei pensieri più strani: - Vivere, è ancora possibile?
      Ieri aveva un senso, oggi non più.
      Ieri ero felice, oggi non più.
      Ieri avevo un futuro, oggi non più.
      - Asha! Asha! Asha! - urlo a squaciagola il tuo nome, ovunque tu sia adesso. Alzo lo sguardo al soffitto e ti immagino nel firmamento. Tutto quello che volevi è lassù: la tua memoria e i tuoi ricordi resteranno indelebili nella mia mente.
      Il tuo sogno era viaggiare nello spazio e destino crudele oggi ne fai parte.

    • Mentre Tiziano passeggiava con il suo pinscher tedesco di nome Dado lungo il muraglione del Borgo Antico e l'acqua salmastra pervadeva le sue narici, le prime luci del mattino rischiaravano la città. Un leggero venticello lo accompagnava durante la sua passeggiata mattutina in compagnia del suo fedele cane.
      E mentre Luigi correva lungo la pista ciclabile che fiancheggiava il Lungomare di Bari schivando i getti d'acqua delle onde del mare che si infrangevano sugli scogli, Simone Alfieri era già per strada e si dirigeva verso Corso Vittorio Emanule per raggiungere Piazza Garibaldi. La sua quotidianità era scandita dalla solita routine: colazione al bar di Noè il cui proprietario era un ex sacerdote che aveva rinunciato ai voti dopo aver conosciuto sua moglie Chiara e dove avrebbe incrociato gli sguardi dei soliti frequentatori. Poi un giro in centro per ingannare la noia e mischiarsi alla folla che infestava Via Sparano come gli scarafaggi infestavano le strade della città nella calda estate che si era lasciato alle spalle.
      Al bar di Noè incontrava gli amici di sempre: Umberto e Stefano. Umberto era un ex dipendente dell'Acquedotto mentre Stefano era un ex compagno di scuola con cui aveva fatto tutta la trafila dall'asilo alla scuola superiore come se si trattasse di una squadra di calcio. Poi le loro strade si erano divise. Stefano era partito per Milano dove sognava di diventare uno chef di fama internazionale e lavorare in un ristorante di lusso mentre Simone aveva deciso di entrare alla Facoltà di Medicina: il suo sogno nel cassetto era diventare un cardiologo di grande fama come suo nonno paterno Nicola Alfieri.
      Umberto era un vecchio signore di 72 anni calvo e tarchiato che amava vestirsi elegante ogni giorno ed era un accanito sostenitore del fumo di sigaretta anche se non disdegnava la pipa. Fumava due pacchetti di sigarette al giorno come se fossero caramelle. Era soprannominato il professore: aveva sempre un consiglio da dare ma non amava riceverne. Era cordiale ma molto permaloso: bastava poco per farlo adirare.
      Stefano era più anziano di Umberto di due anni ma ne mostrava dieci di meno. Fin da giovane praticava molto sport: era stato campione giovanile di atletica leggera. Adesso si manteneva in forma facendo jogging tutte le mattine. Si svegliava alle cinque del mattino quando ancora la città dormiva e il sole pigro dell'autunno si alzava in cielo per svegliarla dal torpore della notte.
      Mentre Simone camminava sul ciglio della strada pensava a Margot, la sua vicina di casa: era alta e magra con due occhi blu che lo ipnotizzavano. I capelli erano biondi e la pelle bianca come il latte. La sua bellezza era rimasta immutata nel tempo.
      Margot aveva settant'anni e per quarant'anni era stata un'attrice di teatro; con la sua compagnia teatrale aveva girato la penisola riscuotendo un enorme successo al botteghino. Una volta ritiratasi dalle scene e dissipato la sua ricchezza aveva deciso di trascorrere gli ultimi anni della sua esistenza in un modesto appartamento che si affacciava sul Borgo Antico le cui pareti erano tappezzate di poster e fotografie che la ritraevano come una diva. Quando era malinconica capitava di ascoltare i suoi monologhi mentre affacciata alla finestra interpretava l'Amleto. Margot era rimasta ancorata al suo passato come una nave è ancorata alla bitta sul pontile: viveva e si nutriva del suo glorioso passato.
      - Quanto mi mancano gli anni Settanta quando ero famosa in Italia e nel mondo. La gente mi fermava per strada e mi chiedeva un autografo e io ne ero ben felice. Con la mia compagnia giravamo il mondo: la gente mi applaudiva durante i miei spettacoli e il loro affetto non mi faceva sentire sola. Mi manca il mio pubblico e mi manca la recitazione. Era la mia vita... adesso che il sipario è calato sulla mia esistenza, mi sento così sola e malinconica... – ripeteva spesso. Poi restava in silenzio per qualche minuto e i suoi occhi si riempivano di nostalgia.
      Più volte Simone le aveva proposto di trascorrere una serata insieme nella sua villa di campagna ma Margot aveva sempre declinato l'invito.
      - Sai Simone mi piacerebbe tanto ma odio i ragni e i topi e qualsiasi altro animaletto che vive nei boschi. Sarà per un'altra volta. Sono sicura che prima o poi andremo a cena insieme.
      - Margot, lo spero di cuore – le diceva sorridente Simone.
      Umberto considerava Simone un sognatore ingenuo: - Non accadrà mai – gli diceva – Non sei il suo tipo. Margot è una donna elegante e sofisticata. Ama la dolce vita mentre tu Simone sei solo uno dei tanti dottori con una laurea in tasca che non hanno avuto fortuna nella vita. Mi dispiace ma Margot resterà un sogno per te – gli diceva strizzandogli l'occhio.
      Simone scrollava le spalle sconsolato: - Forse hai ragione ma ci spero sempre. Margot è una donna sola che ha bisogno di qualcuno che la riempia di doni e di carezze.
      Umberto gli dava una pacca sulle spalle e dopo aver pagato il conto si voltava e andava via lasciando Simone e Stefano alla loro routine quotidiana.
      Poi il suono di un clacson risvegliava Simone dal torpore in cui era caduto riportandolo alla realtà. Quindi riprendeva la sua camminata lenta e claudicante lungo il corso assorto nei suoi pensieri. Fin da quando era ragazzo amava fare lunghe passeggiate per riflette sul senso della vita.
      Non di rado incontrava qualche immigrato che gli chiedeva una monetina ma Simone dispiaciuto gli diceva che non ne aveva in quel momento. Lo salutava e continuava a risalire verso Piazza Garibaldi.
      Giungeva all'incrocio e si fermava sul ciglio del marciapiede e mentre aspettava sull'attraversamento pedonale guardava immobile e con lo sguardo assorto il giardino al centro della piazza: assomigliava a un uomo vecchio e malandato proprio come lui. Immaginava che un giorno qualcuno lo avrebbe rimesso a posto: in quel momento la sua mente lo riportava a Umberto che lo considerava un sognatore ingenuo. Per un attimo un sorriso malinconico sembrava scalfire il suo sguardo serio che lo aveva contraddistinto per tutta la sua vita.
      Poi a un tratto il cielo diventava plumbeo mentre un vento gelido si abbatteva sulla città. Il cielo iniziava a lampeggiare e grossi nuvoloni grigi si ammassavano intorno al sole lasciando la città in chiaroscuro. Simone si stringeva il nodo della sciarpa e si aggiustava il cappello smosso dal vento. Poi incominciava a tossire per liberare i polmoni e sputava a terra. Quando il rosso del semaforo diventava verde attraversava la strada in cerca di un rifugio per ripararsi dalla tempesta imminente.
      Lampi e tuoni incominciavano a squarciare il cielo quella mattina annunciando il temporale: a un tratto incominciava a piovere a dirotto mentre una piccola tromba d'aria spazzava via le foglie accatastate da qualcuno lungo il margine del viale alberato che attraversava il giardino di Piazza Garibaldi.
      Mentre Simone procedeva verso il bar di Noè con passo celere, nonostante gli acciacchi dell'età, mise un piede in una grossa pozzanghera colma di pioggia e vi ci cadeva dentro come inghiottito da un grosso ratto affamato e in cerca di cibo.
      Al suo risveglio era disteso per terra disorientato ma non sentiva alcun dolore per la caduta e perfino gli acciacchi erano spariti: gli sembrava di essere tornato indietro nel tempo quando era ancora un giovanotto agile e pieno di vita. Aveva smesso di piovere e il sole era già alto nel cielo. Dopo lo smarrimento iniziale Simone osservava il posto in cui era caduto come un astronomo scrutava le stelle del cielo con il suo telescopio.
      A un tiro di schioppo dal punto in cui si trovava c'era un signore seduto su una panchina vestito di bianco e dall'aspetto bizzarro. L'uomo lo fissava in silenzio.
      - Dove mi trovo? - Tuonava a gran voce ma lo sconosciuto non rispondeva alla sua domanda anzi scoppiava in una fragorosa risata. Simone rimaneva esterefatto: non ne capiva il motivo. Ai suoi occhi la città dove viveva da più di cinquant'anni era scomparsa nel nulla come inghiottita da un buco nero e al suo posto c'era un enorme castello che brillava di luce propria come le stelle del cielo. Il castello lo affascinava così tanto come se fosse una bella donna da corteggiare. Aveva viaggiato molto in gioventù e scoperto luoghi incontaminati ma prima di allora non aveva mai visto tanta bellezza.
      A un tratto udiva della musica provenire dal castello incantato che lo incuriosiva e lo ammaliava come un incantatore di serpenti ammalia la sua creatura facendola danzare al suono della sua musica: - Ma che posto è questo? - domandava allo sconosciuto che tuttavia restava fermo e sorridente sulla panchina.
      Poi Simone smise di fare domande e in silenzio ascoltava quella musica così dolce e riposante lasciandosi trasportare dalla sue note e mentre vagava con la mente accarezzava i suoi ricordi come una mamma accarezza il suo bambino.
      Le lacrime iniziavano a rigargli il volto ma per una volta erano lacrime di felicità.
      Poi a un tratto lo sconosciuto seduto sulla panchina smetteva di sorridere e con fare autorevole gli andava incontro e lo abbracciava, sussurandogli all'orecchio le parole: - Figliolo benvenuto in Paradiso.

    • OPERETTA CARNEVALESCA
       
       
       
       
      Personaggi
       
      Camillo Carnevali :  Studente in medicina con velleità  letterarie
      Rafaniello:    Alter ego di Camillo  anima sua buona
      Farfariello :   Alter ego di Camillo  anima sua cattiva
      Imma   : Fidanzata di Camillo
      Vincenzone detto  Baffone :   Allenatore della squadra 
      di calcio B.E.N.E. (Belli Esempi Non Elencabili )
      Fred  Lo  Smilzo :   Allenatore della squadra  di calcio  M.A.L. E. (Malandrini  Associati  Liberi  Evasori)
      Venditori ambulanti.
      Il sindaco della città.
      Vari spiriti : Della pace ,dell’amore e dell’ opera.    
       
       
       
      La scena si svolge in una vecchia modesta casa  di via Salaria
      nei pressi della zona universitaria in Roma.
       
       
      Scena prima in  casa di Camillo  in mutande mentre è intento
      a studiare ,  emergono come sempre  in lui le sue due entità inconsce  quella buona e  quella cattiva .  La casa si trova al quarto piano d’un antico palazzo  con l’ascensore sempre guasto. Dalla finestra si vede chiaramente la grande cupola di San Pietro , Roma si  apre incantata agli occhi di Camillo   mentre  è  seduto  alla sua scrivania a  trascrivere  appunti universitari al computer.
       
       
       
      Camillo:   Che bella giornata ,invece di stare sempre qui a studiare me ne potrei andare in giro a passeggiare  per le strade di Roma , andare lungo il Tevere o in centro  ad ammirare  le vetrine dei bei negozi, entrare nelle  vecchie librerie del centro  , trovare qualche libro a   buon prezzo da comprare .  Ma  libri come anatomia patologica  del cuore e dei grossi vasi , confesso  mi  fanno venir
      oramai  il volta stomaco ,  come è  doloroso  conoscere le tante malattie cardiovascolari. La morte non ha mai nulla da dire di buono  se mai ti  solleva dagli affanni di questa vita,  prendendoti tra le sue braccia molte volte all’improvviso.  
      M’abbandonerei  più volentieri a scrivere qualche bella canzone, cosa che  mi rallegrerebbe assai  lo spirito   e non mi renderebbe più  triste , depresso come lo studiare medicina. Ho ancora tanti esami da fare ,chi sa quando riuscirò a laurearmi.  Ahimè perdo troppo tempo con  gli amici  con l’uscire insieme alla mia ragazza, ma soprattutto  confondo troppo spesso  la fantasia con la scienza medica.   L’altro giorno ,all’istituto universitario d’anatomia, ho assistito ad alcune autopsie su  alcuni  pazienti deceduti durante dei interventi chirurgici.  Sono rimasto così scosso e nauseato ,da correre fuori  l’istituto  a gambe levate verso una chiesa a pregare
      per l’anima di quei poveretti defunti. Prima d’aver vomitato anche l’anima dentro dei giardinetti pubblici. Un cosa sconvolgente
      la notte successiva ,non ho  chiuso occhio  ripensando a quei tragici eventi ed ancora oggi  mi sento  triste  e turbato nel ripensare   tali  esami anatomici.
       
       
      Prima apparizione di Farfariello  anima sua cattiva mentre studia.
      L’immagine di Farfariello  non si vede, s’ode solo la sua voce.
       
       
       
      Farfariello: Hai perso  la testa,  ti sei  scimunito  tra   quei  libri di medicina e poesia , butta via ogni cosa nel cestino  o dalla finestra e vatti a fare una bella passeggiata  insieme alla tua ragazza.
       
       
      Camillo cosciente del suo alter ego :
       
       
      Se fosse per tè finirei male assai, non mi dai mai buoni consigli
      continui a tentarmi e rendere un inferno questa misera vita mia
       
       
       
      Farfariello:  Perché scusa,  vorresti   farmi credere ,  io sono nell’ingiusto, ma secondo te  perché dovrei imparare pure io appresso a te  tutte queste  malattia , le quali  mi fanno
      diventare tanto ipocondriaco ? Io  ho voglia di spassarmela , sedermi fuori un bel bar  non sò  su  lungomare verso Ostia lido ,godermi così lo spettacolo naturale del cielo e del mare. Fare niente dalla mattina , fino a sera , pensare solo a guadagnarmi qualche soldo ,per poter soddisfare quei  piccoli desideri  culinari
      e culturali ,come mangiare   pizza ,  gelati  , gustosi  panino con hamburger e patatine, visitare qualche bella mostra , assistere a qualche conferenze , dove c’è tanta gente  ,sentirmi  vivo  e ancor giovane prima  di diventar vecchio  e inutile appresso a te.
       
       
      Camillo : Abbassa la voce  non gridare  sé ti senti  Rafaniello
      ti fa correre a gambe levate.
       
       
       
      Rafaniello :  Ho sentito , ho sentito .
      Chi ha orecchie per intendere , intende cosa credevate,  io fossi sordo .   Da te Camillo non me l’aspettavo proprio adesso lo incoraggi  pure quel truffatore , l’ascolti  e lo sostieni , ma  te lo vuoi mettere nella capoccia ,  lui è la tua rovina , quello è capace  di  condurti all’inferno , rendere disgraziata  tutta la tua vita.  (Rivolgendosi a Farfariello) Brutto demonio  torna da dove sei venuto e non  farti vedere   mai più qui da queste parti.   
       
       
      Farfariello:  Mi scacci , or dunque facciamo i conti dopo con te .  Rafaniello io ti rispetto t’accontento  però per cortesia non mi chiamare più in quel modo . Se no io m’offendo e dopo son castighi .
       
       
      Rafaniello:  Và bene senza rancore . Adesso il signore  sé
      ci vuole lasciare soli, devo parlare a quattro occhi  con Camillo
      PAUSA    Se ne andato? Sia ringraziato  il cielo.
       
       
      Rafaniello dialogando con Camillo lo spinge a dover
      scegliere  da che parte stare .
      Camillo non si decide e lui l’invita a scommettere
      su una  squadra consigliata da lui   capitanata da  Vicenzone 
      se tale squadra vincerà dovrà ascoltare la sua voce per sempre. 
       
       
      Camillo : Non lo sopporti proprio  a Farfariello,ma cosa ti ha
      fatto di male?
       
       
      Rafaniello:  E una lunga storia lasciamo stare, ascoltami ho una proposta da farti ,che riguarda anche Farfariello.
       
       
      Camillo: Sentiamo.
       
       
      Rafaniello: Perché non organizziamo una bella  partita di  pallone
      allenata  dal mio amico Vincenzone  detto  Baffone .
      La squadra sua i B.E.N.E.   vanno  molto forte ,operano  ovviamente  unicamente per il loro tornaconto  ,raccolgono  fondi  per  disabili e orfanelli aiutano  gli anziani  a fare la spesa , li accompagnano pure alla posta , gli fanno  da  guardia del corpo onde evitare  incresciosi  furti della sospirata  pensione. 
       La quale troppe volte le viene  rubata  nell’uscire dall’ufficio postale  con fulminea  maestria da ladri d’indubbia estrazione sociale . Vincenzone è uno che sé fatto da solo, viene dalle fogne,  ha creato un’azienda  dal nulla , dando lavoro a migliaia  di  persone . La sua squadra  è eccezionale , dei veri campioni vedrai te li farò conoscere uno ad uno.
       
       
       
      Camillo:  l’idea sembra buona ,dobbiamo vedere cosa ne pensa
      Farfariello ? Provo a chiamarlo. Ho qui il numero sul mio telefonino.
       
       
       
      Camillo  digita il numero di Farfariello. Incomincia a parlargli dell’idea.
       
       
       Farfariello:   L’idea mi piace,  accetto la sfida , ho la squadra adatta
      da  far scendere in campo contro la vostra,   la  mia squadra è  allenata   dal  mio amico Fred lo Smilzo  i  M.A.L.E.  nati per   vincere  questo  torneo a tutti costi senza nessuna restrizione .
      Quando vogliamo dare inizio alla  gara? 
      Fissiamo una data per la prima partita.
       
       
       
      Camillo : Calma ti farò sapere io quando sarà tutto pronto.
      Tu parlane al tuo amico Fred e stai pronto a scendere in campo.
       
       
      Farfariello : Và bene però non facciamo passare parecchio tempo.
       
       
       
      Scena seconda . Campo sportivo comunale . Incontro di calcio con  premio  che sarà donato se vincono  i B.E.N.E.  a coloro ,  hanno perso il posto di lavoro.  Se vinta dai M.A.L .E.  agli orfani degli  onesti  ladri cittadini. 
       
       
       
      Grande folla sui spalti ,composta da tutta la criminalità
      della metropoli,  seduta in una parte di curva , dall’altra parte
       della curva da tutte le forze dell’ordine della città .
       
       
       
      Primo Ambulante:  Prego da questa parte ,compratevi un piccolo ricordo per questo evento eccezionale.
       
      Un giovanotto s’avvicina al banchetto.
      Quanto costa quella bomba a mano ?
      Primo Ambulante:  dieci euro ,tirando il filo
      fa un botto musicale ed escono fuori coriandoli, filanti  d’ ogni  colore  formando nell’aria  colombe in volo , pagliacci e  soubrette che ballano il can, can.
      Ma siamo sicuri che funziona ?
      Certo non tutto è  dato per scontato
      Allora mi fa uno sconto ?
      Gira a largo questi , fanno il botto
      Ma io lo voglio,  senza francobollo
      Allora non mi sono spiegato,  qui si fa sul serio
      Sono d’accordo con lei mai indietreggiare
      Già deciditi   cosa vuoi fare ?
      Io ne  prendo tre.
      Non mi dire che li spari qui
      Perché è un reato ?
      La vittoria è una chimera , ragazzo  ma sta sicuro qualcuno vincerà.
      Noi siamo quelli della curva b, va bene me ne dia tre  con lo  sconto senza botto.  
       
       
      Secondo  ambulante. Prego signori , avvicinati abbiamo di tutto
      Pistole,  lancia razzi d’ogni genere   , bombolette a tromba musicali
      con l’ inno della  vostra squadra del cuore .Missili,   radiocomandati che vanno diritte al cuore e  altre stupende cose a prezzi modici e popolari .
      Siamo sicuri che funzionano ?
      Certo che funzionano,  non perdete tempo
      Ma chi s’accatta chelle cianfrusaglie
      Non sono cianfrusaglie , vengono dall’oriente
      Allora sono cinesi ?
      Roba tailandese
      Chesta è roba di forcella
      Guagliò vatti a fare una camminata,  fammi lavorare
       
      Vendita dei biglietti  da parte dei bagarini a prezzi bassi . 
       
      Bagarini: Biglietti per entrare a vedere lo spettacolo dell’anno
      Avanti sono   gli ultimi ,affrettatevi a comprarli ,vedrete giocare
      Il bene contro il male  , questo mitico conflitto ,giocato  
      con rispetto e disonestà  , una partita memorabile.
      Non perdete  questa occasioni prego da questa parte.
       
      Un biglietto per il paradiso
      Questi sono gli ultimi biglietti  o li comprate adesso  o andate all’inferno
      Ne compro due,  uno per me e un altro per mia suocere
      Prego signori ,  vengano  da questa parte
      Sono contento di vedere la partita
      Non se ne pentirà
      Sono stato già una volta all’inferno
      Come si sta’?
      Uno schifo , ti pungono ad ognora con quei forconi roventi
      Ah pensare che laggiù ci stanno i miei suoceri
      Non vi preoccupate ogni tanto li fanno uscire a prendere un po’ d’aria
      Questo mi conforta assai
      E certamente stanno meglio di noi
      Voi dite ?
      Certamente
      Indifferentemente
      Di sicuro  vincerà il bene
      Chi lo sa e se vincesse il male
      Ma a noi che c’è ne importa
      Beh io vendo i biglietti di contrabbando
      Allora sta dalla parete del male
      Si però  il mio cuore  batte  per il bene
      Che bravo bagarino  che siete
      Grazie
       
       
       
       
      Una folla enorme si fa  avanti allo stadio . Vincenzone
      Insieme  al vice allenatore s’appresta ad entrare nello stadio.
      lo segue  Fred  lo freddo in lontananza.
       
       
      Vincenzone:   Quanta gente , faremo affari d’oro
      Guarda quanta gente. Mai visto nulla di simile.
       (Canticchiando ) Sarà  un grande successone ,
      sotto al sole ,sotto la  pioggia  qui si si  gioca contro 
      il bene  ed il  male  ,quanta è bella la  libertà.
      Mi hanno detto che vengono da tutto il mondo  ad assistere
      questa partita dalla  Russia ,dall’Africa ,addirittura dall’America.
      Non possiamo perdere ,ne vale del nostro onore di ladri.
      Inginocchiati  e baciami  queste  mani.
       (Il vice allenatore s’inginocchia a baciargli le mani)
      Questo è il momento buono per far vedere a tutti il mondo
      quando noi valiamo . Una rivincita per quanti sono  nati
       ricchi in mezzo ai tanti  poveri, cresciuti nel lusso e benessere
      senza pagare  alcuna  tassa ,  questa vittoria   ne vale del nostro
      buon  nome.  Ha valore per  tutti coloro che hanno sempre operato 
      per il prossimo  e  per la guerra  nel mondo a fini personali .
      Le nostre buone azione , verranno ricompensate .
      L’ aiuto dato alle povere vecchiette a passare  la strada  ,per poi lasciarle  al centro e ritornare indietro  ad assistere allo spettacolare incidente , quanta cattiveria scorre nelle nostre vene  .
      Operando con ingiustizia ci siamo  fatti un conto in banca a nove cifre,  il super attico , abbiamo fatto crescere l’azienda  familiare come un fungo velenoso , ci siamo  fatti l’amante  gli schiavi  e il nightclub . Il partito personale.  Per il bene del popolo mangiamo cinque volte al giorno , dormiamo in materassi imbottiti di banconote da  cinquanta euro. Usciamo a far la spesa circondati da bodyguard .
      Senza  pagare nulla   per il bene del nostro prossimo,  morto di fame.  Ci chiamano Industriali ,Politici, Artisti,  dottori  amici della  pace .  Le  vacanze le passiamo con  le nostre belle e sensuali moglie alle spese dei contribuenti,   le quali  viaggiano  tutto l’anno  intorno al  mondo,  in  inverno sono a  Cortina  d’Ampezzo  in estate in California o  in qualche  bella villa  di nostra proprietà a picco sul mare sulla costa   azzurra.  Tutto ciò è  sempre una goccia nel mare dell’egoismo   , per  questo nostro  sacrificarci al lusso e alla dolce vita per far  gioire e far  continuare a sognare le moltitudini  d’uomini e donne  che sgobbano dalla mattina fino a sera  tardi nelle nostre  anguste  industrie o negli uffici  pubblici e privati diretti  da noi.
      Siete una potenza commendatore
      Chiamami augusto
      Si cesare
      Anzi chiamami pontefice
      Si monsignore
      Pero non ridere
      Non piango
      Ti ho visto ridere
      Era una lacrima
      Vatti a cambiare tra poco inizia la partita
      Si signore
      Chiamami ……
      Farò come dice lei
      Bravo
       
       
       
      Vincenzone entra nello stadio seguito dal suo vice allenatore .
       
      Fred lo smilzo si ferma  in riflessione
       
      Fred :  Sé Vincenzone vince  non perdiamo solo una
      partita ma anche la nostra dignità di ladri di seconda categoria
      Siam quelli più tartassati ,incarcerati a causa d’altri ,
      viviamo  in  case fatiscenti. Strette e senza un po’ di sole.
      E quella volta in cui non paghiamo l’affitto ci vengono a pignorare
      la casa con tutti i mobili dentro. Alle ingiustizie ci siamo rassegnati  
      , il misero mensile ,  gli stenti e le privazioni il non potersi neppure permettere di comprarsi un paio di scarpe nuove , perché  il bilancio familiare non c’è lo permette.
      Tiriamo a campare.
      Non possiamo  sperare neppure di morire perché sé succede
      non sai  cosa può accadere  all’intera famiglia, la quale andrebbe in crisi  nel tenere  conto  della  spesa del funerale,  il loculo ecc ecc .
      Le nostre file di sciagurati,  aumentano ogni giorno di più , siamo tanti , anonimi martiri operai  , disperati  con gli stessi problemi di sopravvivenza. Ipnotizzati dai mass media
      e dalle voce del padrone.   Automi  pronti ad ogni commando .
      Corpi di latta , ferraglia buona  solo per il ferrovecchio .
      Devoti  ai dirigenti intelligenti ,  ma questa è  la nostra occasione
      di riscatto  per dimostrare  una volta e per sempre
      che anche noi siamo uomini e non caporali.  
      Ladri si ma eroi del vivere quotidiano  che lottano ,  soffrono, amano, ,  sognano, un giorno di vivere in libertà ed in barba ad ogni legge  di  questo mondo  sempre più buono e disonesto. .
       
       
       
      Si ritrovano tutti all’interno dello stadio . Camillo siede
      tra  Rafaniello  e  Farfariello  di fianco al sindaco invitato
      ad assistere al  derby dell’anno .  Ognuno  è seduto nella sua panchina tra questi Vincenzone e  Fred .
       
       
       
      Arbitra la partita  il dottor  Antonello  da Messina
      Partita  la cui sono ammessi ogni colpo  basso  e scorrettezza
      L’incontro dopo una serie di  violenti scontri  e scazzottate   finisce in pareggio . Grande folla di tifosi.
       
       
      Camillo:   E Meraviglioso vedere tanta partecipazione di pubblico.
      Una partita  storica. Non assistevo ad uno spettacolo del genere
      da anni.  Anche sé molte scorrettezze ,li ho notate , il colpo di tacco  in mezzo alle gambe  da parte dell’attaccante dei M.A.L. E.  al povero difensore  dei B.E.N.E. è  stato un grave fallo , per nulla  punito dall’arbitro  il corrotto  Antonio da Messina  Anche il calcio negli stinchi  sempre  dei M.A.L .E. all’attaccante  dei B.E.N.E. che la fatto ruzzolare lungo tutto il campo insieme alla palla sbaragliando la difesa e segnando clamorosamente  Il primo gol  aveva qualcosa di poco corretto.
       
      Sindaco : Ha ragione ,anch’io ho rivelato diverse irregolarità
      e causa di ciò per coscienza  ,farò avviare dei controlli alla  moviola
      per far luce su gli illeciti  falli commessi  d’entrambi i giocatori.
      Partita da discutere a fondo . anche se confesso
      mi è piaciuto assai il gol di pareggio dei B.E.N.E. 
      Il portiere ha  lanciato  un magnifico  palla in cielo  la quale  volteggiando nell’aria , ha raggiunto  il numero dieci , il quale destatosi dal sonno ha incominciato   zig zag  improvvisando triple e calci in angolo   ha calciato  una palla con un  destro  micidiale  in mezzo alle gambe del portine,  rendendolo  per sempre eunuco   , la quale finendo  in rete ,  la squarciava , colpendo  al fine uno  spettatore distratto che poi si è  scoperto essere un noto borseggiatore intento a rubacchiare tra la folla . Palla rimbalzata  sulla testa di un pensionato  è uscita fuori dallo stadio,  rimbalzando  sul muso d’un auto in corsa  la quale la spingeva violentamene  verso il  cielo  per poi  precipitare  in terra  vicino al Colosseo ha traforato  il corso dei fori imperiali facendo zampillare   un giacimento di petrolio . Successivamente spinta dal getto del petrolio  la palla di nuovo in aria e finita  in parlamento colpendo di striscio il presidente del consiglio che stava elencando  una  serie  di legge fiscali a favore  delle  povere classi  borghesi. Il violento impatto  gli ha fatto cambiare idea. Pronunciandosi cosi per una serie d’amnistie e grazie tante attese. Una palla eccezionale ,ricorsa  da tutte le forze dell’ordine da donne e uomini , da bimbi e vecchi da infermi e infermieri da monaci e chierici  . La quale palla  malauguratamente  nessuno è  riuscito a fermare ed ora  chi sa adesso quale altre tragiche avventure et  gloriose  imprese stà  continuando a compiere. La palla è tonda come il mondo gira sempre instancabilmente intorno ad una stella.
       
       
       
      Incontro tra Imma   e Camillo.
       
      Imma : confessa ad Camillo d’aspettare un bambino
      Camillo  è felice  ,  promette che suo figlio da  grande
      diventerà un famoso giocatore di pallone.
       
       
      Imma :  Adesso dovrai decidere  , dopo  tale evento.
      Cosa vuoi fare da grande ?  il coglione o l’ubriacone, il dottore
      o il don Giovanni , l’artista o il menefreghista.
      Scelgo la vita , la via di mezzo
      Hai deciso per il meglio
      Non per dirla tutta,  ma sono un sapiente
      Credevo un negromante
      Mi hai preso per cretino
      Non per carità qui la mano
      La fede te la sei ripresa
      Sono sola
      Io vivo di ricordi
      Non piangere
      Nessuno ha vinto . 
      Non ha prevalso né il bene né il male
      Continua  ad essere l’artefice del tuo destino .
      Di questo  ne sono immensamente felice .
      Ho fiducia in te nelle tue capacità di studente  ,so che è molto difficile andare avanti ,ma non  devi scoraggiarti sé a volte qualcosa và storto fa parte del gioco ,esistono problemi di cui tutti 
      prima o poi si trovano a dover affrontare e risolvere.
      Insieme potremo giungere dove crediamo giusto arrivare. 
      La nostra storia d’amore è una stella che illumina la tetra  notte.
      Ho una  cosa importante  poi da dirti Camillo.
      Aspetto un bambino da te , frutto del nostro amore .
      Ieri ho  fatto un test di gravidanza ed è risultato positivo.
      Sei contento Camillo ? non guardarmi così ,mi fai spaventare.
      Camillo : Cado dalle nuvole , non ci posso credere , avrò  un figlio diventerò padre.  E magnifico corriamo a dirlo ai nostri genitori
      Dovremo ,allora presto  sposarci, comprare casa ,
       Dovrò mettermi a studiare  seriamente è giungere
      così  quanto prima  alla laurea, trovare un lavoro ecc, ecc.  
      Che notizia,   sono più morto che vivo ,  ti voglio bene Imma
      Ti amo .
      Anch’io
      Me lo dici cosi questa è una cosa meravigliosa
      Certo ci saranno tante tasse da pagare
      Non disperare  i pannolini li pago io
      Sei il mio eroe.
      Andremo a vivere vicino ai tuoi che hanno più possibilità d’aiutarci. Fantastico non mi sembra vero.
      Non m’importa dei problemi delle difficoltà che incontreremo
      come hai detto tu , insieme possiamo farcela .
      Tutti è  tre in questo mondo di ladri , d’imbroglioni ,  ruffiani  tra  vittime e carnefici in mezzo ai  cattivi,  furbi e  fessi , 
      nordisti e sudisti, ultimi e primi .
      Sé sarà maschio lo chiamerò  Antonio come mio padre
      E dà grande diventerà un  grande giocatore di pallone,
      Sarà una star del calcio. Un numero uno, un Pibe de oro .
      Lo alleno io  ,tutelerò la sua immagine ,il suo fisico da campione  . Ne farò  ,una leggenda vivente .
      Sé femmina la chiameremo come tua madre concetta  contenta.?
       
       
      Imma : io si tanto……e tu sei felice?
       
       
      Camillo :  Con te  affianco sempre amore mio.
       
       
      Bacio  tra i due cala il tendone 
      (Avviso scritto su cartello)
      Facciamo notare ai  signori spettatori che questo atto unico
      non è ancora concluso . Grazie.
       
       
      Improvvisamente s’ode uno sparo .
       
       
      Rafaniello: Cosa e successo?
       
       
      Spirito dell’opera: Hanno ucciso a Camillo
      (Chi è stato non si sa forse  quelli della male forse la pubblicità).
       
       
      Rafaniello : Farfariello dove è andato ?
       
       
      Spirito dell’ opera: Eccolo,  scappa con in braccio  Imma
       
       
       
      Rafaniello:  Disgraziato fermati.
      Chi si ferma è  perduto
      Diavolo d’un personaggio lascia stare la ragazza è incinta
      Chi di amore patisce  d’amore rinasce
      Questa è veramente la fine.
       
       
       
      Il pubblico alla parola fine si alza in piedi ed applaude  .
      Uno per  volta passano sul palco  attori e spettatori, ladri e imbroglioni,  maschere, registi ,  tutti si recano pensosi ed afflitti   
      a rendere   l’ultimo saluto alla povera  salma  esposta al pubblico pagante e non , dello sfortunato  Camillo Carnevali morto tragicamente ed inspiegabilmente per uno scherzo d’amore   
       
       

    • CARPE DIEM
      Quando da bambino chiedevo a mio padre di comprarmi qualche ghiacciolo o qualche dolce, lui, che era un uomo saggio,anche se forse un po’ tirchio, mi diceva di risparmiare e di pazientare, di mettere via i soldi che a quattordici anni mi avrebbe comprato lo scooter.
      Come non dargli ragione? Perché sciupare i soldi in un piacere effimero quando avrei potuto più tardi godermi per sempre il motorino? Già mi vedevo scorazzare liberamente in sella ad una vespetta rossa fiammante con il vento che mi accarezzava, e già vedevo gli amici che mi seguivano con lo sguardo ammirati ed un tantino invidiosi. Così risparmiai volentieri, non mangiai gelati non mangiai ghiaccioli, forse ne guadagnai anche in salute, e diedi tutti i miei risparmi a mio padre per la moto.
      Non appena compii i fatidici quattordici anni andai subito da mio padre e gli chiesi di mantenere la promessa.
      Il buon genitore mi disse: “Va bene, come vuoi, ma ti prego di ragionare un momento. A te sembrerà di sentirti più libero con uno scooter, ma non hai pensato che lo potrai usare solo d’estate, e d’inverno che farai? Poi con la moto è facilissimo fare incidenti anche molto gravi, perché vuoi rischiare la vita? Meglio mettere da parte i sodi che a diciotto anni ti comprerò la macchina.”
      Effettivamente a pensarci bene la macchina era meglio del motorino! Come non dargli ragione? Già mi vedevo a bordo di una spider sportiva velocissima rossa fiammante con a fianco una bellissima ragazza bionda che correvamo liberi e felici ammirati da tutti accompagnati da una melodiosa musica da film. Così andai a piedi fino ai diciotto anni. All’inizio la cosa mi sembrò dura, specialmente quando vedevo qualche amico che sfrecciava col suo motorino, ma pensando sempre alla mia futura automobile assaporavo la mia rivincita ed il tempo passò abbastanza rapidamente.
      Il giorno del mio diciottesimo compleanno, di mattina presto, svegliai mio padre e gli chiesi ancora una volte di mantenere la promessa.
      Il vecchio non disse di no ma mi pregò ancora una volta di riflettere. Perché assecondare questa moda deleteria anche se seguita da molti del consumismo? Cos’è poi una macchina sportiva se non un simbolo del consumismo dell’usa e getta, del farsi vedere senza avere nulla di solido in mano. Quanto sarebbe potuta durare una macchina nuova: cinque anni? Dieci anni? E Poi? Poi sarebbe stata demolita ed io avrei gettato al vento tutti quei risparmi di anni ed anni. Meglio allora aspettare ancora, pazientare e risparmiare ancora un po’, che mio padre al momento giusto mi avrebbe comprato la casa. La CASA e non dico altro. Quando tutti gli altri miei amici sarebbero stati stanchi di scorazzare inutilmente in una stupida fiera delle vanità con le loro vetture, ebbene io avrei visto sorgere su mille metri di meraviglioso giardino scoperto, la mia villetta di due piani con garage  tre bagni e la mitica tavernetta. Già mi vedevo seduto accanto al caminetto nelle fredde serate invernali con la mia mogliettina al  fianco e due meravigliosi bambini che giocherellavano allegramente nei paraggi. Questi erano i veri valori della vita! Queste erano le cose che duravano! Non la macchina!
      Anche questa volta seguii il consiglio del babbo. Del resto quando diceva che al giorno d’oggi quasi tutti erano consumisti aveva ragione. Infatti dal momento che tutte le belle ragazze la pensavano in quel modo, io non mi trovai nemmeno la fidanzata. Non ero molto bello. Mio padre per risparmiare mi preferiva così e poi non avevo la macchina, andavo a piedi e quelle consumiste di donne non mi filavano. Le donne mi piacevano da impazzire: quando vedevo tutte quelle curve morbide e quei modi femminili così dolci ed affascinanti ne provavo quasi un dolore fisico tanto mi piacevano. Purtroppo non conoscevo nessuna donna. Nemmeno con le prostitute potevo andare per prima cosa perché sarebbe stato disdicevole e consumista, quelle mica ti vogliono bene, ma soprattutto perché costava soldi ed io dovevo risparmiare per la mia bella casa. Passarono gli anni e finalmente un giorno decisi di recarmi dal padre per chiedergli di mantenere la promessa. Era giunto il tempo.
       Il vecchio mi ricevette benevolmente come al solito. Mi spiegò che il costo degli immobili in tutti quelli anni era molto aumentato. Mentre noi risparmiavamo lira su lira, le case aumentavano di valore, raddoppiavano triplicavano. Tuttavia, se avessi voluto, lui si dichiarò disposto a mantenere la parola data; mi esortò solo a ragionare un attimo. Ormai ero vecchio, non avevo una compagna, che ne avrei fatto di una casa? A cosa sarebbe servita? Solo per far vedere agli altri? Solo per apparire? E poi a chi l’avrei lasciata? Ormai ero abituato a vivere da solo in una stanzetta con bagno, una casa mi sarebbe stata solo d’impiccio. La casa mi avrebbe portato tasse, costo del riscaldamento, pericolo di ladri, pericolo di incendio e mille altri problemi dai quali lui mi voleva salvare. I soldi poi non bastavano per una bella casa, ma bastavano per qualcosa di meglio, qualcosa che solo io avrei potuto permettermi, qualcosa di unico che mi avrebbe fatto ricordare anche dopo morto per lunghissimo tempo. Sarei vissuto nel ricordo di molti anche dopo la mia morte perché mio padre con tutti i sodi che avevo risparmiato in una vita di stenti mi avrebbe comprato un funerale meraviglioso, un funerale degno di un re. Tutti ne avrebbero parlato per anni ed anni. Sarei stato accompagnato dalla migliore banda musicale e trainato da quattro cavalli neri purosangue. La cassa poi sarebbe stata di mogano intarsiato ed il posto al cimitero degno di un re. Non solo, mio padre avrebbe contattato il miglior predicatore il miglior prete. Gli avrebbe parlato di tutti i miei meriti di tutta la mia vita, in modo tale che questi potesse fare al mio funerale una predica mozzafiato.
      Ci pensai a lungo: in fondo ormai non mi importava più avere una casa. Ormai ero vecchio ed assomigliavo sempre di più a mio padre. Ogni giorno andavo a trovarlo e parlavamo del mio funerale. Ridevamo pensando alle facce attonite dei mie cugini al momento della mia dipartita.
      Quelli stupidi dei miei cugini avevano riso di me per tutta la vita, ma si sarebbero dovuti ricredere al momento del mio funerale. Quando il prete, di fronte ad una chiesa gremita, avrebbe decantato la mia intelligenza, la mia bontà e tutte le altre mie doti, avrebbero dovuto rimangiarsi tutte le loro calunnie e avrebbero capito che alla fine l’avevo vinta io. Io avevo fatto le scelte giuste.
      Così, sempre parlando di questi argomenti, io e mio padre ci vedevamo ormai quasi tutti i pomeriggi alle quattro, bevevamo il the, fatto con la solita bustina riutilizzata per anni, e parlavamo, ridevamo, discutevamo animatamente. La pensavamo alla stessa maniera su molte cose ed in un certo qual modo eravamo contenti.
      Le cose continuarono così fino al mese scorso quando dovetti recarmi in Inghilterra per procurarmi certi documenti che mi sarebbero serviti al momento della mia dipartita. Il viaggio non mi piacque: troppa pioggia, troppa burocrazia,troppe carte. Non vedevo l’ora di ritornare a parlare con il mio vecchio. Così al ritorno mi catapultai a casa sua. Purtroppo, mio padre mi aveva fregato ancora una volta, quando arrivai era infatti già morto da due giorni.Tutti furono concordi nell’affermare che non avevano mai assistito ad una cerimonia più grandiosa. Il suo funerale era stato degno di un re.
      Inizia a scrivere la tua storia...

    • CANTO FUNEBRE DI CARNEVALE
       
       
       
      Il carrozzone  del  carnevale  va  lungo strade,  quasi deserte , rincorso da bande di monelli nel sole del mattino , con la gioia nel cuore ,  inseguito da una folla disordinata , mascherata   tutti diretti   verso la grande  montagna di fuoco , la quale potrebbe esplodere da un momento all’altro. Le note  nel vento,  mi riportano  a quando ero bambino, piccirillo  con lo mucco ò naso,  con gli schazzere dentro l’uocchio  ,  scherzi, schizzi e spruzzi,  miezza a via  impazza la follia . Lasso in  questa storia passo , penso all’amore passato ,  pian , pian  allontanatosi  da me, cresciuto  solitario  come una pianta di limone nel giardino del re del carnevale . Sulle note  di un canto funebre , viaggio nell’ aria limpida,   attraverso  mille immagini  attraverso la ragione , una fede millenaria  . Un immagine laica  simile ad  un aquilone ,  sfiora il sole ,  s’impenna nel cielo azzurro , di questo dolce mattino vicino al mare . Mattino di carnevale c’è brighella e pulcinella ,  si dividono un pezzo di mortadella,   in piazza mentre il mondo và avanti  ,  tutto è  cosi illogico  simile allo  sberleffo ,  l’incerta  pernacchia ,  flebile ,  s’ode , tetra  ed ironica lungo il vicolo.
       
      Qualche  orrenda  maschera  dal corpo deforme dalle mani callose ,  prova ad esprimere il suo dolore, il suo soffrire ,  la sua sorte. Si muove sopra un piccolo palco cerca i suoi compagni con lo sguardo , fa mosse , poi si riposa  , cerca di far ridere della sua triste  condizione,  sull’essere una maschera di cartapesta. Ed ogni scherzo vale,  se non mangi carne di cavallo,  se non mangi chiacchiere ed altre stupidaggine, la gioia  è  simile alla sorte di una vecchia maschera. Simile all’amore che   mi ha abbandonato ai  margine di una strada,  tra due donne d’indubbia fede cattolica. Se  fossi una maschera per d’avvero saprei recitare questa vita mia in modo assai migliore , saprei dire questo è  quello,  parlerei della morte della vita d’ognuno, di quanto  bene,  sento nel mio animo .  Parlerei dell’amore,   mentre volo e m’alzo da terra.  Poi ci si ritrova fuori al bar  mentre Pantalone tira fuori gli occhiali ,  l’inforca e recita la sua parte ,  la sua strana  storia d’impiegato. Una storia fatta di tante tragedie e di tanti svantaggi ,  di tanti sogni mai raggiunti.  . Buffo non  saper d’essere una maschera come tutti gli altri,  terribile dramma  la morte , la quale si avvicina sempre più e  cerca di portarti dentro un fosso,  nell’ossesso del sesso,  sofferto . Faccio un giro per strade solitarie,  vedo donne magnifiche,  vedo volare fiche nell’aria cupa del mattino . Mi sento piccolo come una ranocchia sopra  un filo d’erba . Mi sento bambino ,   vorrei abbracciare il cielo ed altre stelle.  Vorrei  mostrarti il  mio  corpo ,  l’altra faccia di giano bifronte.
       
      Un raggio di sole illumina la  mia  triste storia,  poi tutti insieme , dentro la metro,  andiamo ,  viaggiamo verso il paese dei balocchi . La metro   ci porterà verso un idea  felice , aggrappati ad  una bugia  dalle gambe lunghe . Insieme a pinocchio ed il grillo parlante  che la non smette di far moralista  mentre lucignolo tira  via dalla testa il parrucchino a mastro Geppetto .  Tutti ridono , tutti sono allegri i carri sfilano , passano per strade in festa , tra  mille amori  segreti  , baci , carezze,  erezioni ed emozioni,  passa questa vita ed difficile continuare a  non credere nell’amore. Un giungere in fondo al cuore ,  un stringersi nel freddo della sera, essere un  unico corpo , ci  ricorda della vita e dell’amore  di come si era ,come si è . Siamo  in tanti,  tutti in  maschere , alcuni  non hanno più nulla da dire , altri  vanno dove gli pare. E la sera regala tenere  emozioni ,  bevendo  vino,  ubriachi di parole  , cantare sotto le stelle . Attraverso il tempo anche noi siamo giunti dove tutto ha fine , dove tutto ha inizio,  dove questa storia buffa ci  ha resi maschere e spettatori di una tragica commedia.
       
      Siamo in tanti in piazza,   in tanti senza certezze  , senza cappello con un cuore fatto a pezzi  ed ecco pulcinella saltimbanco ,  bere  e ridere di se . 
      Pulcinella vedrai  la terra si ribellerà al male che ha  coltivato.
      Vedrai il mondo girare intorno ad un idea e sarai il signore dei tuoi sogni , sarai l’amore  hai sperato fosse.  Tutto scorre,  tutto cambia tutto è  un ilare  gioco , uno sberleffo un falsa mossa,  un rincorrersi per strade affollate ,  invase  di marionette con in capo uno strano turbante,  turbato dal caso,  turbato dall’amore morboso. Solo,  coperto da coriandoli , sotto un portico attendo la vita cambi viso  , cambi aspetto,  cambi abito,  poi rido come un matto e sono matto , sono  morto per amore e per diletto , recito la mia parte con pulcinella più ubriaco di arlecchino. E colombina la fa vedere a pantalone e gianduia ha un cuore di latte , Brighella   una storia da raccontare a tutti i bambini del mondo. Ma quel matto di mangiafuoco si è infuriato ed ha chiamato i carabinieri quelli con i pennacchi a sedare la folla e gli animi . A sedare questa follia del carnevale ed ogni scherzo vale . E  come ascoltare tre liriche al mercato dei cavalli ,tirare l’ orecchio  al cane, seguire  un concetto tutto incentrato sulla pace e la  differenza  di razza .
       
      La mia vita si nasconde dietro  una maschera grigia.  Racconta chi ero e cosa sono stato,  racconta delle mie passioni di quando girai il mondo a piedi . Quando andai in Africa poi a Gerusalemme poi la sorte mi spinse per laidi lidi ,  perduto  in un vicolo di Napoli cercai  di capire dove fossi finito,  mentre il mio cuore batteva   forte,  la sorte  mi prese  tra le sue braccia e mi cullò vicino al mare della mia infanzia . Ho vissuto   in  un  eterno canto  ,verso dopo verso , egli si spande   nell’aria e volo , volo   fino al domani  .  Ora  io muoio  nella mia puerile passione  , continuo a  vivere  di sogni , di amori incompresi , di storie assurde fatte a tegamino in  giorni belli e brutti che un dì  faranno ridere i ben pensanti. Ed  in molti  diventeranno  ,  strane maschere di se stessi ,grasse e mistiche  , interprete di  molte  vite ,  ora io   cammino  pensoso , appreso  questo corteo funebre, innocente in questo  vivace  canto carnevalesco.
       
       
       

    • I pensieri compaiono, ora, solo per qualche breve istante, per dissolversi subito, come fiocchi di neve che, cadendo, toccano la superficie di uno specchio d’acqua immobile. La luce del crepuscolo che arriva dalle grandi finestre della palestra, attenuandosi, lascia sempre più spazio ai bagliori intermittenti di un addobbo natalizio – montato su un albero in giardino – e gli ultimi secondi di zazen scorrono fluidi, al ritmo del respiro, che lascia ormai andare tutto. O quasi. Alla mente si manifestano, ora, solo pure sensazioni o fotogrammi passati: un tratto di strada di montagna percorso in macchina, nel silenzio di un altipiano innevato, fendendo una nebbia fitta ed abbagliante, la giusta risposta a una domanda in un dialogo lontano, un orologio perso, l’odore di cloro sulla pelle, le vaghe impressioni di un sogno notturno. Il dolore a gambe e ginocchia che si fa sempre più forte.
      Poi qualcuno spalanca la porta della palestra facendolo sobbalzare.
      Eco: “Oddio è lei mi scusi!” quasi urlando.
      Candido “No, no. Non si preoccupi. Anzi sono io fuori posto. Ho nuotato un pò in piscina e, rientrando, mi sono fermato qui, ma ho finito. Avete lezione?” chiede alquanto frastornato.
      Eco: “ Si fra poco c’è lo stage di Jorge di bachata. Si balla!” richiudendo, sorridente, la porta.
      Candido: “Scappo” mentre comincia a sciogliere le gambe troppo a lungo incrociate.
      Eco: “Ma no faccia con calma c’è tempo!” soggiunge avvicinandosi. “Allora lei non passa solo ore giocando a tennis, sulla cyclette o in piscina? Cos’è che faceva? Yoga?”
      Candido: “Si… Insomma. Non è proprio yoga. E’ meditazione seduta. Si chiama zazen” osserva ancora stordito.
      Eco: “E su cosa meditava?”
      Candido ride.
      Eco: “Perchè ride?”
      Candido: “Scusi ma è la classica domanda che fanno tutti” massaggiandosi piedi e ginocchia
      Eco: “Ho sbagliato? Torno indietro di due caselle?” sorridendo e sfilando il giaccone.
      Candido: “No, no assolutamente. Senta sia gentile mi accenda la luce così non mi guarda mentre tento di rialzarmi. Sono un filo spinato vivente” sempre ridendo.
      La luce bianca delle lampade a led si accende improvvisa spazzando via tutto, lasciando indenne solo la bellezza di Eco, il cui viso splende ora in quel bagliore accecante, mentre Candido tenta di allungarsi il più rapidamente possibile. Nel mentre, osserva stupito quella Ava Gardner nostrana, sbucata dal nulla, inguainata in un una tuta da ballo nera, aderente, che disegna un corpo esuberante e sinuoso, acceso da occhi verdi intensi, molto truccati.
      Eco: “Ma quanto è rimasto seduto?” chiede mentre ripone la sacca sulla panca all’entrata.
      Candido: “Mezz’ora, non tanto” ora in piedi ancorché dolente.
      Eco: “Non tanto? Non credo che resisterei più di due minuti seduta così!” scuotendo la testa.
      Candido: “Chissà, non è detto. Potrebbe riuscirle facile. Di sicuro è più sciolta di me. Poi è sufficiente smettere di pensare e fare attenzione al respiro” mentre ruota il collo, come per scioglierlo.
      Eco: “Però se me da del lei io me deprimo, glielo dico” osserva ridendo ed armeggiando con un elastico per capelli.
      Candido: “Hai ragione. Allora anche tu però”.
      Eco: “Bravo. Ma se non pensi a qualcosa che fai quando mediti?” legando i capelli.
      Candido: “Si interrompe il dialogo interiore e si osserva quello che succede intorno: il respiro, i piccoli rumori, le sensazioni del corpo, i battiti del cuore … Le visite improvvise”
      Eco: “Non potrei. No proprio non potrei. Io me devo move, devo agitarmi, per questo ballo. E poi perché? A che serve?” mentre sistema i fuseaux.
      Candido: “Mah, direi che fa bene alla salute. Fa vivere meglio, da un benessere duraturo, costante. Ha effetti benefici sulla funzione cardio circolatoria, sulla pressione, sul sistema nervoso para simpatico, sui reni e il fegato. Eccetera eccetera. Ma soprattutto aiuta a non sbriciolarsi” mentre rinfila le ciabatte.
      Eco: “In che senso sbriciolarsi?” mentre, col viso reclinato su un lato, fa distendere i bei capelli neri, pettinandoli con le dita.
      Candido: “Hai presente, nei cartoni animati, quando Vilcoyote cade da uno strapiombo inseguendo lo struzzo e, picchiando a terra, prima si incrina tutto e poi si sbriciola in tanti pezzi?”
      Eco: “E chi è Vilcoyote?” sgranando gli occhi.
      Candido “Certo. Che scemo. Sei troppo giovane …” osserva deluso
      Eco: “Comunque ho capito che voi dì. Quando si crepano tutti dopo na’ botta. Tipo na’ mazzata in testa” ridendo.
      Candido: “Esatto. Ecco zazen serve a non farsi troppo male. Vivendo voglio dire” mentre ripone la maglia nella sacca
      Eco: “Ah. Ok. Si forse ho capito. Diciamo, allora, che io, modestamente, mi sbriciolo spesso. Forse troppo spesso. Però per rimontare i pezzi io uso la musica. E poi ballo” accennando un passo.
      Candido: “Hai ragione. Anche a me spesso la musica rimette a posto i pezzettoni. E cosa ascolti?”
      Eco: “Ed Sheeran, oppure i Muse, Sia, Drake, Ariana. Boh un po tutto. Anche Jovanotti. E lei? Anzi tu scusa?” mentre ripone il cellulare nella borsa.
      Candido: “No non te lo dico se no poi mi sfotti. Ma come ascolti questa musica e poi balli la bachata?” chiede ridendo mentre infila una felpa.
      Eco: “Anche salsa, merengue tango e portoricana se è per questo. Ma non c’entra è diverso. Ballare è un’altra cosa. Dai giuro che non ti sfotto. Che ascolti?”
      Candido: “Mah, intanto, deve esserci un bel sole grande, pomeridiano, tiepido. Poi ci deve essere l’acqua, intesa come mare, lago o piscina. E un bel cielo azzurro, meglio se con tante innocenti nuvolette che disegnano strane figure da inseguire.”
      Eco: “E vabbè e fino a qui siamo d’accordo. Poi?”
      Candido: “Un posto fresco dove sdraiarmi?” ammiccando.
      Eco: “Daje” commenta lei sorridendo.
      Candido: “Poi la musica di sempre, gli Steely Dan, Bill Evans, Pat Metheny, Miles Davis … Chet Baker, Ella Fitzgerald. Per dirne solo alcuni … Completo l’opera di sabotaggio di questa conversazione aggiungendo alla lista Vivaldi, Boccherini, Cimarosa, Bach, Haendel … Schubert … Basta” sollevando la sacca.
      Eco: “E sei un sabotatore coi fiocchi! Non ne conosco manco uno …” sgranando gli occhi e mimando la smorfia di un imbarazzo caricaturale che non nasconde l’ironia.
      Candido: “Ecco lo sapevo. Però ti invidio devi ancora scoprirli e sarebbe una sorpresa. Non so perchè ma sento che questa roba da nerd potrebbe piacerti molto. Con la loro musica vengono bene tante di quelle cose che neanche ti immagini. E non solamente guidare di notte. Poi quello che conta è l’effetto finale no?”
      Eco: “E secondo te qual è l’effetto che deve avere?” aggiustando le bretelle del body.
      Candido: “Non so. Tra i più ingenui metterei una stabile voglia di partire, forse. Saltare su una macchina, una moto, un treno o una bici e andare via. Per andare ovunque, col cuore leggero, aspettandosi però tanto, tante cose. Tante sorprese”. Le sorride. “L’effetto principale della musica, del resto, è togliere tutto ciò che non serve. Anche l’ego di chi la ascolta. Forse è per questo che fa stare bene due persone. Le unisce in una dimensione diversa, più vera, dove tutto è più naturale, una terra di nessuno sconosciuta e misteriosa. Il vero segreto del ballo no?”
      Eco: “Bravo si. Hai ragione. Forse questo che hai detto descrive bene l’effetto che mi fa. L’idea che ce la posso fare. Anzi Che je la posso fà! Che posso tornare ad avere una vita. In questo momento mi basterebbe riuscire a mettere tutto e tutti da parte e avere una vita. Ecco. Tutto qui. Una vita normale. Alla felicità potrei pensarci anche in un altro momento” aggiunge con tono più basso ma sorridente mentre infila una felpa.
      Candido: “Con la musica però il problema è che poi finisce. E si sa che quando la musica finisce gli amici se ne vanno e ti ritrovi ad affrontare una inutile serata”.
      Eco: “Già proprio così” aggiunge lei mentre si gira a controllare viso e capelli nel grande specchio alle loro spalle.
      Candido la osserva ora dallo specchio.
      Candido: “Se posso, cos’è che ti sbriciola? … Tanto da avere bisogno di stare fuori dai giochi, sola con la tua musica?”
      Eco: “Tante cose che non vanno come vorrei, come mi aspettavo che sarebbero andate. E c’è ben poco da fare ora. Compresa la mia pupetta, che da qualche tempo mi fa stare molto preoccupata” aggiunge lei guardandolo negli occhi, improvvisamente cupa, attraverso lo specchio.
      “Capisco” riesce a dire Candido, sapendo di essere ai limiti di una zona rossa nella quale preferisce non entrare.
      Eco: “E questa meditazione seduta, invece, come funziona a che serve?” imitando, di nuovo sorridente, il tono di una specie di giornalista televisiva.
      Candido: “Intanto, al contrario della musica, i suoi benefici continuano nel tempo,dopo che è terminata, non si esauriscono con la pratica. E poi in realtà è un meccanismo semplice. La consapevolezza dei propri stati d’animo cosituisce, da sola, la medicina che aiuta a disinfettare tutto. Come guardarsi in uno specchio fedele, che non nasconda nulla. Questa consapevolezza del disagio “cuoce” le emozioni negative e le per disattiva o le attenua almeno, naturalmente, riconoscendole.
      Eco: “Cuocerle?” continuando a guardarlo tramite lo specchio.
      Candido: “Si. Accettarle col corpo e la parte più profonda di sè e digerirle. Disinnescarle invece di combatterle. Esiste una via diversa per gestire paura, rabbia, risentimento, tristezza, nostalgia.”
      Eco: “Non capisco” mentre estrae dalla sacca le scarpe da ballo.
      Candido: “Stare in silenzio ed osservare queste emozioni, abbracciarle, sentire come si sono trasferite nel nostro corpo e quali effetti permanenti su di esso hanno generato nel tempo. Seduti, accogliamo tutto così com’è. Il silenzio della mente quindi è come il coperchio di una pentola dove questi sentimenti cuociono, appunto, al calore della consapevolezza che, nel tempo, ci restituisce il sapore della libertà. Sedendoti tutti i giorni, potresti accorgerti, un giorno, che le emozioni negative, pur non sparendo, non ti tiranneggiano, non ti incrinano più, non ti sbriciolano più. Anzi, potresti ritrovarti a sentire che le pieghe del cuore, quelle che ti accompagnano da sempre, anche nei momenti più piacevoli della tua vita, si sono distese, come per opera di un vento amico, che gonfia la tua vela per farti attraversare un nuovo tratto di mare, anche lungo, con acque sconosciute e minacciose. Anche per questo, misteriosamente bello”
      Eco: “Cavoli … Sembra impossibile sinceramente. Ma detta così è bella. Suona bene. Sembra vero …” ora triste.
      Candido: “Eppure succede” piegando gli altri suoi panni bagnati.
      Eco: “Posso provare un giorno con te? Io se vuoi ti insegno qualche passo di bachata. Dai. Così muovi ste’ gambette che secondo me hanno bisogno di far circolare molto il sangue” ride.
      Candido ride fuori controllo, mentre continua ad accennare esercizi di allungamento delle gambe.
      Eco: “Allora ci stai?” sorridendo e con aria di sfida scherzosa.
      Candido: “Va bene. Come potrei dire di no”
      Eco: “Grande! Dammi il cinque!” alzando la mano destra.
      Candido batte timidamente il palmo della sua mano.
      Candido: “Allora ci vediamo su questi schermi”.
      Eco: “Certo. Non mi dare buca eh!” guardandolo di traverso
      Candido: “Non posso certo. Anche se hai già distrutto buona parte della mia pratica” aggiunge raccogliendo la sacca ed avviandosi verso l’uscita della palestra.
      Eco: “Perchè?”
      Candido esita a rispondere, sino a quando la vocina interiore da un via libera condizionato.
      Candido: “Se devo descrivere una sensazione di felicità, mi viene subito in mente l’immagine di una donna sconosciuta che mi si siede accanto, senza alcun motivo.”
      EXEUNT

    • "Ragazzi la merenda è pronta!"
      Un grido quasi disperato riecheggiava invano nelle campagne di Orvieto, poco lontano dal Borgo principale.
      Una distesa di Girasoli condiva cromaticamente alla perfezione l azzurro di quella giornata di inizio giugno, mentre urla e grida si udiva o a chilometri di distanza.
      "Ettore, spostalo più in là il tuo, stai sbattendo il mio pipistrello da almeno 20 minuti" "Sei te che stai intralciando il mio dragone, idiota" "IDIOTA A CHI SCUSA" urlò Cesare paonazzo con delle vene sul collo sempre più gonfie
      "Calmatevi ragazzi, mi metto io in mezzo a voi, così state buoni" Disse Laura con tono serafico.
      Era sempre lei a pacificare i due, per i quali ogni occasione era buona per sfidarsi. Una sorta di eterna rivalità, nella quale però Ettore vinceva sempre, ogni sfida. Come quella volta che si sfidarono a chi arrivava prima al fiume in bici dalla casa del Nonno di Laura (a circa 20 km dal fiumiciattolo più vicino, ormai punto di ritrovo). Cesare convinto di prendere una scorciatoia imboccò un sentiero boschivo e si perse per 5 ore lì dentro.
      Inutile dire che la sfida ormai era persa, così come il suo onore.
      Sporco di fango e sudato come dopo una sauna, Cesare venne anche deriso dal Rivale
      Sarebbe finita a botte se Laura non avesse offerto a entrambi dei caldi biscotti al cioccolato.
      Due minuti dopo facevano a gara a chi ne mangiava di più
      "Che ne pensate voi ragazzi?" esordì Laura dopo qualche minuto di silenzio.
      Silenzio che si perpetuò dopo questa frase, con qualche deglutio di sottofondo. Sia Ettore che Cesare sapevano cosa stava riferendosi la ragazzina.
      "Dobbiamo proprio parlarne?" disse Cesare "Beh sapete Bene che prima o poi dovremo farlo, perché non ora? Sfruttiamo il bel momento"
      "Io sono ancora dell'idea che dovremmo trovare un compromesso o quantomeno una soluzione alternativa" "E quale? Lo sai bene, le regole qui non le dettiamo noi." "Si ma non è giusto ecco"
      Ettore dal silenzio in cui era rinchiuso disse "Non c'è soluzione purtroppo, la nostra separazione è inevitabile, fra meno di 3 mesi inizierà il periodo scolastico e dall anno prossimo i nostri genitori hanno deciso di mandarci al Collegio Manvelli. Cerchiamo di goderci questi ultimi giorni" "COME CAZZO HO FATTO A PERDERE TUTTE QUELLE SFIDE CON UN RAGAZZO ARRENDEVOLE COME TE" urlò Cesare tingendosi di bordeaux in viso "Bella domanda, fattela a te stesso" "Io ti giuro, prima o poi ti gonfio di botte al punt-" "RAGAZZI!"
      Una lacrima scese dal viso della ragazza, anche se c'era una specie di sorriso nel suo volto
      "Mi mancheranno, sapete, queste vostre questioni idiote nate dal nulla. Un collegio femminile, che idea. Io non ci voglio andare, non ci voglio proprio andare, preferirei amputarmi un braccio" "Considerando come lanci i sassi sul lago, non ti serve a molto" cercò di sdrammatizzare Cesare, mentre insieme a Ettore consolavano l'amica. Era l'unica cosa che li metteva d'accordo, il rapporto con Laura.
      "Ragazzi, guardate, il Tramonto!" urlò Laura con estasi e panico insieme, la bellezza della visione della pianura Toscana illuminata dalla rosea luce contrastava il Coprifuoco di Suo padre, la persona più severa di tutta Orvieto forse.
      Montarono nella sella della loro Bici e corsero come cavalli imbizzarriti, le marce continuavano ad aumentare e le ansie di Laura pure.
      Arrivarono appena in tempo davanti al portone di Laura, dove trovarono il padre, per fortuna addormentato sull' amaca appesa in giardino. "Ragazzi io mi sbrigo a entrare, a domani, grazie del sostegno" sussurrò prima di correre dal padre, corpulento uomo sulla cinquantina, occhi come il ghiaccio e dei gran baffi brizzolati che nascondevano un sorriso enorme e lucente, che la figlia aveva ereditato.
      I due rivali, vicini di casa, tornarono quindi verso il loro settore campale, stremati, pedalando alla velocità di un ghiro sedato con della Morfina.
      "Non la avevo mai vista così" "Neanch'io"
      "Te non hai paura che si troverà male là, da sola? Sai com'è Laura, è un introversa, potrebbe non farsi amici. E se non riuscisse a soc-"
      "Senti, non possiamo saperlo, dalle solo fiducia e spera. È un altra la cosa che mi preoccupa"
      "E cosa?"
      "Come staremo noi senza di lei. Non abbiamo mai avuto altri amici e noi due senza di lei siamo sbilanciati, siamo come il giorno e la notte, non riusciamo proprio a stare insieme. Se non con Laura, il nostro tramonto, la nostra alba, la nostra aurora"
      Cesare stette un attimo zitto. "Da quando sei così poetico eh? L'è diventato un jeune artiste" cominciando à provocarlo "Appunto. Hai dimostrato la mia tesi. Sei il mio opposto. Aaaah e pensare che probabilmente staremo insieme in classe..."
      Il sole era ormai calato su Orvieto e la notte cullava le sue creature nel sonno, prima che un nuovo giorno nascesse.
      Mancavano esattamente 98 giorni alla partenza.
       

    • Sento la sirena dell'ambulanza sempre più vicina e apro gli occhi. Davanti a me vedo solo l'airbag aperto che, probabilmente, mi ha salvato la vita. Non so quanto tempo sia passato e chi abbia chiamato i soccorsi, credo di essere svenuta. Mi volto verso il mio compagno e lo vedo inerme, tra il sedile e l'airbag; lo chiamo con voce flebile, ma non mi risponde. Entro nel panico e comincio a piangere, continuando a gridare il suo nome e a scuoterlo.
      All'improvviso sento una mano sulla spalla e una voce profonda: «Signorina, sta bene? Adesso la tiriamo fuori di qui.»
      Mi giro e vedo un uomo in uniforme. Finalmente sono arrivati i soccorsi, mi guardo intorno e noto i vigili del fuoco con più di un'ambulanza poco distanti.
      «Vi prego, il mio ragazzo non risponde, aiutatelo» dico terrorizzata, mentre mi aiutano a uscire fuori dall'auto.
      «Stia tranquilla, andrà tutto bene» afferma.
      Ma perché sento che non andrà affatto così?
      Con il sostegno dell'uomo raggiungo l'ambulanza, dove vengo affidata alle cure di un paramedico che mi aiuta a salire e mi fa stendere sulla lettiga.
      «Chiama l'eliambulanza, non possiamo trasportare il ragazzo via terra!» esclama con fare frenetico un altro uomo comparso all'improvviso.
      «Subito» risponde il paramedico, allontanandosi da me e afferrando il telefono.
      Comincio a tremare, nella mia mente in questo momento ci sono mille pensieri. Mi alzo di scatto, rivolgendomi all'ultimo arrivato: «Per chi è l'eliambulanza? È per il mio fidanzato?» chiedo impaurita.
      «Signorina, si metta giù e ci lasci lavorare.»
      «La prego...» ma prima che possa finire di parlare, si volta e si allontana senza degnarmi di troppe attenzioni.
      Torno a stendermi, ancora tremante e sotto shock, sentendomi così impotente dinnanzi a tutto quello che sta accadendo. Il paramedico torna da me e con un gesto affettuoso, mi tocca la spalla.
      «Cerca di calmarti, lo so che è difficile, ma non serve a nulla agitarsi. Vedrai, faremo tutto il possibile.»
      Le porte dell'ambulanza si chiudono e sento il motore accendersi; l'autista parte, guidando a tutta velocità verso l'ospedale, mentre una fitta mi trapassa il cuore...
      Non voglio allontanarmi da lui, non voglio lasciarlo qui.

    • IL MIO AMICO  GOLEM
       
       
       
       
      La prima volta che vidi un Golem lo intravide attraverso il mio specchio di casa successivamente l’incontrai spesso strada facendo.  Lo vedevo alla fermata dell’autobus o  mentre compravo  il giornale,  mentre sognavo sul letto  o cercavo di volare via per andare dove si sta tranquilli con se stessi. Il golem era un tipo silenzioso  per meta  fatto di gomma,  per metà di pasta frolla , un buffo personaggio antropomorfico fatto ad immagine di un Dio burlone di un Dio senza pietà,  senza peli sulla lingua. Un essere il golem che riassume il male ed il bene,  il mistero della vita come noi concepiamo il filosofare in genere. Non si sa se lui è nato da mille alambicchi o sia nato dalla terra insanguinata da mille e mille guerre. Leggende e storie surreali fanno del Golem un atipico personaggio fiabesco , assai buffo con uno strano umorismo e senso della civiltà.  Da parte mia io ho sempre cercato di sfuggire alla falsità dei fatti perseguiti  che come un tarlo mi rodono dentro ,  mi conducono  a girare per luoghi malfamati a guardare attraverso i vetri dei negozi una donna , uno sciallo, un capello .  La vita ha molte facce e molte ipotesi reali , si congiungono nell’inverosimile dell’essere non essere. Tutto può divenire ,  molte volte una utopia,  è un ombrello aperto sotto la pioggia in un giorno qualunque.    Gli ideali  in cui  si crede  perseguono  vari dilemma di un vivere trascendentale  , fatta ad immagine di un mondo inconscio  ove l’animo agogna nel credere nell’idea fallace dell’essere  chi sa quale libertà .  Cosi come una fiamma che illumina una soffitta  o una stanza dove ci si rifugia a sognare.  Tutto segue una sua logica è l’immagine di noi può divenire un Golem  , un pupazzo  di stoffa , può divenire pinocchio che balla con mastro Geppetto dentro la pancia della balena , una allegra tarantella.  E la citta ai nostri piedi  è maestosa,  apocalittica ci spinge  a volare o credere d’essere migliori.
      Come quaglie migranti ci dirigiamo al bar a bere un caffè.  
      Credi che possiamo  farcela alla fine?
      Non so dirle
      Ci vuole  molto  pazienza
      Lo ripeto  spesso e volentieri .
      Volete nu poco rosolio ?
      Mi basta nù bicchiere d’acqua
      Acqua benedetta
      Facciamo  nù miezzo litro di vino
      Voi mi siete simpatico
      Certo bisogna avere nà faccia tosta  per fare quello che fate
      Ma siete  certo nun vi piace fare nella buoatta
      A me  mi piace  il pomodoro passato
      Lo sapevo tenete li vizi
      Veramente  , il vizio è  una via di mezzo
      Chesta ammore vi ha fatto  girare la capa
      Signorina  fatemi  ò  piacere levatevi davanti al sole
      Signore mio  bello , siete voi che mi fate ombra
      Va bene  facciamo così ,  miezzo e miezzo
      Non ti pigliare collera,  ci sta sempre lo secondo tempo
      Tu  mi fa ridere,  la buoatta , chiene di succo di pomodoro
      Certo  noi siamo napoletani , ci piace fare nella buoatta
      Carmelina non piangere
      Chi piange stò facendo penitenza
      Miezzo a questa via?
      Dove credo giusto sia
      Io mi domando come fai ad essere cosi indisponente
      Credimi  sono   nata sfortunata
      Questo ritornello lo conosco
      Giochiamo a nascondino ?
      Non  sarebbe  meglio bere un limoncello
      Facciamo fandango cosi  dopo mangiamo
      Le solite polpette al sugo ?
      E quello che ci passa il convento
       
      Certo la psicologia ha cullato a lungo il mio pensiero filosofico ,mi sono addentrato nel mistero della vita come un lungo treno sulle rotaie ho attraversato nazioni , paesi . Ho  attraversato mezzo mondo,  l’intero universo , nell’infinito  mi sono perso , tra  un battito di ciglio sono divenuto un angelo, , un uccello, paperino, Pippo.  Analizzando l’inconscio  ,ho compreso un sacco di cose strane ,dalla mia  storia  ho visto  nascere ogni  meraviglia , ogni dubbio ed ogni amore. Tutto ciò  mi ha reso un uomo  quasi infelice , nostalgico in quello che credo ed amo .
      Ho  rubato  il fuoco degli dei un bel giorno , ho  rubato  il lecca,  lecca del bimbo fuori il negozio e sono vivo e rido  di  me stesso , sono il re dei miei sogni . Mentre salgo le mille scale della creazione sono ad un passo dall’essere un re,  solo in  uno stormo di pensieri che passano per il cielo . M’abbandono al vento ed oltre vado.
      Logico lei dice io non lo trovo così  semplice.
      Come fa  pensare all’incontrario?
      Io non penso,  rifletto.
      Lei deduce ,  mi creda,  brucia nel suo essere
      Oh vile dilemma quale agognata questione morale ora pesa nella mia coscienza
      Non  è un concetto  , mi creda è solo l’apparenza del divenire
      La filosofia della  buoatta ?
      Tutti la desiderano , nessuno lo dice apertamente
      I pelati sono buoni , sono come i poeti
      Chi siamo noi per aspirare a tanto
      Io certo non lo so.
      Siamo uguali a  costoro che gridano   evviva il padrone.
      Rimane il fatto del bisogno d’una  lunga riflessione sul credere 
      e sull’ essere ,per giungere ad una comune conclusione.
      Le mie convinzioni antropologiche  valgano ben poco .
      Mi creda il  gatto rimarrà sempre un felino ed il topo sarà sempre
      il padrone del suo destino.
      Certo non è sperimentando strane forme verbali si  potrà
      far risorgere quel  strano Golem personale.
      Un Golem è una gola profonda
      Una statua di sale
      L’essenza del filosofare
      Un principio su generis
      Cosa utile sé messo di guardia fuori la nostra casa .
      Pensate allo spavento dei malintenzionati  nel ritrovarsi 
      faccia a faccia ad un Golem  con tre teste.
       Stamani ho partecipato ad un funerale  nel pieno possesso delle mie  capacità intellettuali  come se fossi stato invitato ad  una  gran festa, ho  dimenticato    differenza , culture e lingue .
      Io ho messo i miei pensieri  ad asciugare al sole fuori al balcone di casa.   Ed io   che continuo ad essere preoccupato di cosa mi  sarebbe potuto  accadere  sé incontravo  per caso nel bosco un terribile orco. Sarei fuggito  a gambe levate lontano da quell’orrore sarei scappato  sulla luna , terrorizzato per  rimanere là per mesi in attesa, tutto passi.
      Anch’io di  cose strane ne ho viste tante , al punto da giungere a  narrarle  per ore  ,storie da far drizzare i peli sulla pelle.
      Io invece me  ne guardo bene dal raccontarle  per non essere
      preso per matto. Ho già una condanna  al mio carico da pagare.  
      Le mie convinzioni valgono ben poco  o  si è o non si è.
      Quando si è nati sotto una cattiva  stella bisogna accontentarsi di ciò che si è  di ciò che sia ha.
      Giusto le  conclusioni  filosofiche sono sempre molteplici , a volte 
      difficili da riassumere .  Ma v’assicuro  vale sempre la pena  capire il perché  del creare  per essere  simili  ai nostri antagonisti,  cloni o rappresentazioni, similitudini   parte del nostro codice genetico e del bisogno  d’ auto riprodursi all’infinito per giungere ad un'unica forma di vita predominante su tutte le altre nell’intero universo.  
      Lo so sembra assurdo ,difficile da digerire  non c’è spiegazioni, un lume che illumini il cammino per giungere ad una verità fisica , ove la meta attraversa  quella strada che ci porterà verso casa con tutte le domande con le poche risposte.  E la vita apre le ali ci conduce felici sulla città , sopra il mare , nell’illusione , nel dolce palpitante nel buio dell’incoscienza.  Per il resto  basterà aspettare   l’alba ed il momento buono per poter  ritornare a vivere come normali individui  in  quella strana  vita  assegnataci dai signori della pace e della guerra.  Senza pensare d’essere diversi da chi è più fortunato , da chi  intanto si gode il meglio , di chi  ha il  cuore infranto perché  ha una storia racchiusa in sé . Ed il mare splende sotto i raggi della luna  mentre mia  moglie è intenta a  prepararmi   la cena , certo non è tutto nella vita , nemmeno l’inverso ma è sempre cosi dolce ritornare a casa per  poter continuare a sognare accanto al  mio amico Golem.  

    • Palermo

      By Maria Enea, in Poesia,

      Ho scritto un inno d'amore alla mia città. L'ho inviato a un concorso letterario che poi si è rivelato una maniera per reclutare autori disposti a pagare per pubblicare. Per fortuna io ho già una casa editrice no eap, che è Antipodes.
       
       
      Palermo
       
       
      Stregata, rapita,
      ammaliata, percorro
      vicoli flagellati da scirocco,
      miasmi di miseria e desolazione,
      odori di fritture, verdure,
      vaniglia e cannella.
      Passi svelti sul basolato,
      inseguiti e inseguitori,
      colpevoli e incolpevoli
      che si perdono in lontananza,
      voci di venditori
      che decantano la propria merce.
      Palazzi barocchi
      dalle architetture complesse,
      mura possenti, torri merlate,
      stanze blu misteriose e fatate,
       cattedrale dalle sommità alate.
      Alberi immensi dalle braccia
      pronte a occultare segreti dolori.
      Mare azzurro
      che impregna l’aria
      con il suo sentore salmastro.
      Uomini buoni e perfidi,
      uomini che travisano
      il senso della parola onore,
      donne succubi, donne combattive,
      donne malandrine.
      Città di santi, di mafia,
      di giudici.
      Città di resistenza.
      La speranza cammina con me.
      Risorgi, Palermo!
      Tira fuori i valori
      accuratamente occultati
      nelle pieghe dell’anima,
      rivestiti della tua luce,
      spegni  il fuoco
      che divora le tue viscere,
      il male atavico
      della disonestà, dell’omertà,
      del puro egoismo.
      Guarda avanti, modella il tuo futuro,
      getta via le valigie,
      trattieni nel tuo grembo
      i figli che hai generato.
       
       
       

    • CANZONE  DELL’AMOR CRUDELE
       
      L’amore  può essere crudele ,  simile ad  un colpo inferto nel costato ,  come una luce accesa nel buio dell’ incoscienza ,  si spegne       nell’ attimo meno appropriato  in  quello amore fisico ,  fatto di lunghe passeggiate , pensando al domani . Lungi per altri intendimenti , mi conduce verso un pensiero  felice. E vedo la città  dal basso, nel tempo trascorso,  perduta  nel cerchio dei suoi ricorsi , nel moto di un pendolo obliquo che ritorna  indietro nel senso  represso  in questo sesso universale fiorito in seno. Ora la strada mi sembra reale,  gli alberi radi ,  quelli più brutti seguono  una catena di case e di cose senza alcun senso .  Esprimono  eleganza in mezzo ad una strada  sporca ove passano  tante macchine velocemente , dirette al  lavoro o  verso  un amore al gusto di limone. La mia vita è un gioco di rime  è  un immagine divisa , isolata nel canto del mattino in quell’ amore sofferto in quello che  credo ed aspiro . Poi parto ,vado  a Roma ,  sono a Bologna  in piazza Maggiore ,  fumo , sotto nuvole grigie in un amore  banale , mi regala momenti  indicibili nel divino trapasso , nello scorrere delle mie rime malate di nostalgia.
       
      Quanto amore ho da regalare ancora , quanti giorni  da passare con le tante persone nel traffico cittadino.  Son  sopra il monte di san Biagio ,  dentro le tue parole , dentro questo amore infernale m’elevo  a vari comprensioni  nel  senso di conoscere , scisso nel  dire nel  fare , sono al punto di partenza,  dentro il tuo spirito  , dentro il tuo corpo nudo , disteso sull’erba bagnata dalla rugiada del mattino. Sono questo ed altro e mi perdo nell’ignoranza  delle parole eliotropiche , chimere , eclettiche , bisbetiche , ritornelli allegri nella grammatica di Dio . Sono questo esprimere  esplosivo , che conduce  il mondo verso un altra comprensione , sono non sono ,  cresco nel verso ,  perduto   nell’idea di un bene senza cervello.
      Aspetto mio figlio, fuori la metro  torni dall’università , l’aspetto con il fiato sul collo,  non capisco o faccio finta di non capire,  vorrei volare via,  andare, rendermi irreperibile,  bussare a tutte le porte ,  dire la mia,  nel canto m’assale l’angoscia ,  mi trasporta nella voce dell’angelo guida . Nell’amore si scioglie il mio sangue , si sciolgono le  mie membra , sono sconfitto  , sono vivo in questo amore infernale . Sono tra le fiamme dell’inferno , sono non sono,  quello che sono  vivo,  verseggio in silenzio  fermo in un parcheggio abusivo.  La comprensione è una rosa sbocciata nel mio silenzio , fra le mie note eremite che mi camminano accanto, nella mia follia e nella falsità della gente. Vivo , faccio finta di vivere , sono come  un deserto chiuso dentro di me di amori mai fioriti.
       
      Giorni crudeli,  giorni di rabbia,  aspetto a sera,  venga qualcuno a salvarmi ,  figlio  mio , con questo  foglio macchiato di scarabocchi tutto qui , questo  mio amore,  limpido come l’acqua del mare , come i ricordi di un fanciullo , come correre sulla sabbia a piedi nudi , verso il mite promontorio, verso me stesso nell’ossesso dei miei versi scivolanti a riva con le onde dei ricordi in  un mare di leggende di amori mai amati e mai venduti al migliore  offerente.
      Tutto ciò,  credo sia  questo sogno che trascrivo in macchina nell’attesa  venga mio figlio e  sono ad un passo dal paradiso , sono santo più santo tra tanti  santi ,  sono morto,  risorto tante volte  calpestato, schiaffeggiato , sputato in faccia dalla massa operaia. Non ha importanza, il viaggio  ripagherà  il mio soffrire e le rime ballano sul filo delle mie memorie,  danzano su una gamba  sola , saltano lo steccato,  sono accusi cianciose  mi si squagliano in corpo . Mi travesto  poi sogghigno ,  riconosco i miei limiti,  l’inghippo,  il peccato il salto nell’immagine .
       
      L’attesa  mi fa pensare,  mi conduce oltre ,  nello spirito  di un Dio grasso , si trastulla nel bagno con  i propri sogni . Trascorro  le mie ore , vedo oltre il  finestrino della mia macchina  la strada percorsa da molti .   La strada ,  mi condurrà , verso quello  credo ed oltre andrò,  mite guerriero,  cercherò il mio amore da salvare.  Sarò il signore dei ciclamini , il signore dei sogni dei tanti come me . Sarò sulla luna ad accendere un cero ,  sarò quello che sarò non ha importanza il mio amore vola in alto ed io l’inseguo nel buio della mia incoscienza , per giungere  oltre questo amore perduto  .

    • Quella sera sapevo che quel locale sarebbe stato il luogo giusto per un nuovo incontro. Mi riflettevo nello specchietto estratto dalla borsa, rendevo le mie labbra voluttuose con rossetto rosso, con il mascara le ciglia quasi hollywoodiane, mi guardavo ancora così truccata nel piccolo specchio, mi dicevo:” Vai Elena questa sera sei tu la migliore puoi strafare!”. Non volevo proprio strafare in realtà volevo andare via ma qualcosa mi faceva rimanere lì. Il posto in cui mi trovavo era un pub con tavolini e sedie messi all’ aperto, era estate e la città sapeva di amori malati ormai passati, di sentimenti voraci da riaccendere. Me ne stavo tutta sola un po' ricevendo sorrisi sfuggenti da uomini muscolosi altri da uomini più intellettuali e minuti  , riflettevo su quello che mi era accaduto giorni fa, avevo ricevuto una telefonata da un numero che non conoscevo e che quando risposi al mio orecchio arrivò calda una voce maschile che mi lusingava dicendomi “Sei la regina sensuale dei miei pensieri peccaminosi!” , non so perché avevo la sensazione che il proprietario di quel numero di telefono fosse lì , in quel pub dove mi trovavo quella sera. Sentivo la necessità, la voglia di braccia possenti che mi avrebbero stretta con ardore,si riaccendeva  in me il desiderio di accarezzare la pelle di un uomo al quale mi sarei poi data completamente. Andai  in bagno e lo trovai occupato , aspettando appoggiata al muro che si liberasse e uscisse la persona che l’ occupava, nel bagno degli uomini affianco stava entrando un uomo alto , moro , capelli corti e prestante  che guardava il suo cellulare tenendolo in mano , distolse lo sguardo dal telefono e mi sorrise ammiccando, non capii subito cosa voleva comunicarmi ma ebbi la netta sensazione che mi voleva lì dentro con lui, aprii la porta del bagno degli uomini ed entrai dentro. Aveva un completo nero e una camicia azzurra con i primi tre bottoni aperti, si specchiava impettito mentre continuava a guardarmi , c’era una sedia vicino all’ asciugamano elettrico mi misi lì e lui mi si avvicinò porgendomi una carezza tra i capelli, gli sorrisi mentre quella carezza diventava più insistente , glielo palpavo e sentivo che il suo membro era più che in erezione , finimmo per fare sesso  nella sua macchina, quell’ abitacolo sapeva di passione consumata in un’ ora fatta di approcci prima forti e intensi per diventare  poi più dolci e poi di nuovo forti ed intensissimi. Ci dividevamo e lui si rivestì in fretta e accese una sigaretta, mi rimettevo la gonna, la maglia e con uno scatto della testa dal basso verso l’ alto mi legai i capelli con un fermaglio di legno. Mentre lui stava per finire la sua sigaretta gliela tolsi dalla sua mano grande e un po' callosa e fumai gli ultimi tiri rimasti, la buttai dal finestrino e lui mi guardava sorridendo e con gli occhi molto espressivi, mi riaccompagnò a casa  e scesi da quell’ auto pronta a ricevere una sua eventuale visita a casa mia lo salutai dandogli un bacio con la mano  mentre lui se ne andava sfrecciando sull’ asfalto umido della strada. Il calore che accolgo in questa sauna riempie i pori della mia pelle, sono sdraiata su una lunga poltrona di velluto bordeaux , mi butto sui piedi una secchiata di acqua fredda e rilassandomi inizio a pensare a Gianluca , lui è stato l’ ultimo uomo che ha segnato la mia sorte, lo ricordo con amore quando dopo l’ incontro nel pub l’  altra sera mi baciava con ardore nella sua macchina appassionato e travolgente il calore della sauna si fa più intenso attraversando questi miei pensieri che vorrei tanto si materializzino di nuovo , esco dalla sauna e bevo un thè pensando ancora a Gianluca questa volta nudo a fare l’ amore con me dentro la sua auto. Sono per strada e sento che questa volta il bagno turco mi sia servito davvero, non sento più tanto quei fastidi cervicali che un tempo mi impedivano persino di stare seduta, mentre guardo una vetrina di un negozio inizia a squillare il mio telefonino e già vedo che si tratta di un sms , lo apro e inizio a leggerlo “La tua bocca è come una striscia scarlatta su una torre d’ avorio , è come una melagrana tagliatala da un coltello d’ avorio “. Capisco subito che sono versi di Oscar Wilde ma non conoscendo il numero di chi me li ha inviati voglio pensarci prima di rispondere se si tratta di una persona che ha solo sbagliato numero spenderei solo un messaggio inutilmente se invece si tratta di  Gianluca? Il mio principe atipico moro ma alto e prestante non saprei che dirgli , allora gli scrivo in un messaggio di risposta “Questi versi sono stupendi se sei Gianluca il ragazzo stupendo che è stato con me l’ altra sera fatti trovare sotto casa mia sai dove abito “ invio il messaggio dopo rimetto il telefonino nella borsa e torno verso casa con la speranza nel cuore che ci sia davvero lui ad aspettarmi. Intravedo una figura vicino al portone di casa mentre avanzo speranzosa che si tratti di Gianluca, mi avvicino ancora pochi metri verso casa e vedo perfettamente che la sua auto è parcheggiata davanti casa mia , un sorriso si accende nel mio cuore in questa giornata grigia , mi avvicino alla macchina e lui abbassando il finestrino mi saluta contento di rivedermi. Gli dico che ho apprezzato molto il fatto che mi abbia invitato quei versi così belli di Oscar Wilde e gli domando perché abbia pensato a me lui rispose che si trattava di un poema, di un dramma la storia di Salomè. Ricordavo perfettamente quell’ opera e lui disse che io gli ricordavo la protagonista pazza , scellerata e passionale. Gianluca iniziava ad incuriosirmi molto  con il suo fare elegante notavo che lui aveva come una doppia personalità, una persona forte e sicura a volte anche prepotente e insieme a questa era una persona intelligente , colta e raffinata. Lo invitai a salire su da me , non feci in tempo a rifargli due volte l’ invito ed ecco che eravamo a casa mia a parlare e scambiarci sguardi molto  complici seduti sul divano del mio salotto. Il ventilatore acceso vicino a me faceva scompigliare i miei capelli mentre gli dicevo quello che avevo fatto nella mattinata, lui si alzava spense   il ventilatore  e mi sorrise  dicendo “Adesso il tuo volto è visibile e bello”, gli dicevo che durante una sauna avevo ricordato quando siamo stati insieme l’  altra sera nella sua macchina , ho pensato a quando lui mi baciava appassionato il collo, al suo odore di maschio che mi faceva impazzire, che stimolava di nuovo in me il desiderio di sentirmi desiderata. Finii di raccontargli tutto questo quando il suo cellulare squillò, rispose con un tono forte di voce dicendo categoricamente : “ Senti tra me e te è finita non riprovare mai più a chiamarmi “  e chiuse la comunicazione con rabbia lanciando il telefono più in là sul cuscino del divano dove eravamo seduti. Appariva di nuovo in lui la sua prepotenza, chissà chi era quella persone che l’ aveva telefonato? Mi sembrava una voce femminile se fosse stata davvero una donna mi faceva piacere perché le parole che le aveva riferito erano secche tra lui e lei era finita e in quel momento invece c’ ero io con lui  quando le nostre labbra si rincontravano e le nostre mani ci cercavano passionali e lussuriose , andammo nella mia camera da letto ci spogliammo e lui mi chiese cosa ne pensavo del sesso orale risi e arrossii mi sentivo come ingenua di fronte ad una cosa così banale ma che io avevo già fatto altre volte, si abbassò gli slip e la mia bocca e la mia lingua erano pronte ad accogliere tutta la sua virilità. Passarono i giorni e di Gianluca nessuna chiamata e nemmeno una visita, sparito , io non lo chiamavo temevo poteva comportarsi dicendo le stesse parole che aveva detto a quella presunta donna prima di finire nel mio letto, Mi preparavo una tazza di caffè e mi sdraiavo sul divano pensando che forse era meglio così se si ama un uomo così intensamente da pensarlo sempre voleva dire che l’ amore era una prelibatezza che non tutti  potevano provare per sempre ma io non mi davo per vinta lo stesso, aspettavo che un giorno o l’altro mi avrebbe richiamata dicendomi frasi d’ amore.  

    • SAN VALENTINO BLUES
       
       
       
      L’ amore  attraverso l’animo , lo sorregge , lo solleva dal male dei giorni passati , incalzante  nel caldo abbraccio  tra baci e carezze ,  speranze intrise  nella comune sofferenza.
      Lo core , fa bum bum,  dentro allo pietto , si ammoscia scurnuso , fiorisce nelle difficoltà   della vita , si fa creature , diavulillo si fa piccirillo , figlio della lupa , figlio di giorni senza ricordi  e senza domani
       
      Le  preghiere s’elevano nell’immutabilità  del tempo che passa e giungono  in questo animo  afflitto nel fluire nell’idea ,  conforme all’essere .  San Valentino  giovani amori  ,  solitari amori   nascono   di nascosto .  Oscuro ed impervio nell’alito di vento si dissolvono le intime passioni     per  poi giungere in  luoghi  irraggiungibili
      su monti e valli,   in paesi ,città affollate nel cuore d’ ognuno. Un soffio di calde note ,  un fluire  nella propria intimità ,sussurrando caduche   frasi d’amore .
      Il  tempo  racchiude in se tanti  fatti  pubblici e privati   da cui   emergono  esseri  che litigano ,si cercano ,s’amano ,s’odiano ,  cantano ,combattono , lavorano , muoiono .
      Passano oltre sognando , vanno verso un domani migliore.
       
      Amore e morte due facce , due occhi , due anime  legate alla morsa della sofferenza ,  corrono verso un precipizio , aggrappati ad una tenera passione ad una solitudine  galoppante , interiore , disperata , si diviene  strada facendo ciò che si desidera divenire. Un ricordo ,  racchiude  un tenera storia  , un anima migrante,  un occhio  osserva dal buco della serratura  la nostra storia e tutti sono fuori la chiesa in attesa della dolce  sposa.  In attesa , scendono dal cielo angeli e cherubini , una gioia piccina ,  grandi  anime, grandi passioni ,  attraverso se stessi nel silenzio , si discute , scettiche idee  , scuotono  le genti,  eccitano gli animi . Felice questo  uomo  ,  salta lo steccato,   prima d’entrare in paradiso ,  uno sparo s’ode , lontano dal  tempo per uccidere,  sorridere  intriso nel sangue  ,  scorre   in se stessi , fino a giungere a tarda  sera.
       
       
      Ed il peccato  ed il sangue,  hanno macchiato questa terra. Strappato questo fiore , reciso nelle sue radici , pendulo nell’aria popolare , fiorito   nella forma di un dialogo in questo andare , oltre ogni dubbio,  oltre ogni  dire , presa per mano,  portato  oltre il tempo,  trascorso,  oltre il male , attanagliante  l’animo.
       
       
      In calde alcove o chiusi in macchina ,giovani coppie  s’abbracciano davanti    a un  estatico panorama , la città cangia colore  , s’apre a dolci meraviglie.   San valentino un ultimo ballo,  sboccia , rosa rossa  macchiata  di sangue innocente   goccia dopo goccia  scivolata da una profonda ferita ,  goccia di sangue
      scorre insieme ai propri  sogni,  desideri , poesie , epilessie , vecchie canzoni d’amore . Nuovi  amori  s’affacciano all’orizzonte,  timidi , incompresi , presi dal fremito del pensare , dall’atto , precedente  l’atto  logico. Ed ignaro di ciò , siamo diventati .  Le poesie  tingono  di rosa il  mondo , cambiano  , ti rendono giovane   sempre più . San Valentino sotto la pioggia in lacrime , ed il cielo notturno  sorride  tra sé  illuminato da  una falce di  luna elladica , incantevole a vedersi , forse  nasconde  oscuri  presagi , altri amori , altri idiozie, l’ inizio  di una nuova canzone d’amore.
       

    • Prologo

      By Rebecca Rega, in Letteratura Rosa,

      Inizia a scrivere la tua sto
      Giulia scappava. Scappava da qualsiasi cosa la facesse iniziare a provare emozioni.
      Da sempre cercava particolari.
      Un qualcosa che sconvolgesse tutta la situazione.
      Aveva un biglietto di sola andata per una qualsiasi direzione, e un passato ingombrante da lasciarsi alle spalle.
      La sua era una vita disordinata, un insieme di sfortunati eventi in cui lei si definiva di essere nata.
      Sua madre però ogni volta che lo diceva si faceva scappare quel sorriso.
      Quel sorriso che ogni volta che il loro frigo era vuoto, lei faceva, dicendo che alla fine le migliori ricette escono bene proprio con poche cose.
      Sua madre era una donna che senza accorgersene aveva scelto situazioni, persone, luoghi che avrebbero inevitabilmente creato e cresciuto quattro donne estremamente forti e, in maniera fuori dagli schemi della società, estremamente belle.
      La vita spesso ci sembra sbagliata, come se non scegliessimo noi; ma senza che ce ne rendiamo conto ci porta a eventi che volendo o no sono destinati a noi.
      Ma abbiamo tutti la nostra possibilità di scegliere.
      ria...

    • 1 Gennaio 2018
      "If I could, then I would 
      I'll go wherever you will go 
      Way up high or down low, I'll go wherever you will go 
      And maybe, I'll find out 
      A way to make it back someday 
      To watch you, to guide you through the darkest of your days 
      If a great wave shall fall and fall upon us all 
      Then I hope there's someone out there who can bring me back to you..."
      Alle mie delicate orecchie arriva la leggera melodia di una canzone, "wherever you will go", canzone dei The Calling, molto probabilmente riprodotta da qualche specie radio-sveglia o che so io, che sta riempiendo la stanza. Non riuscivo ad aprire gli occhi, e avevo un terribile mal di testa, dovevo darci un taglio con la Tequila. 
      Nonostante non avessi la minima idea di dove mi trovassi, e del perché il mio cuscino fosse così duro e perché stesse respirando, la prima domanda che mi sfiorò l'anticamera del cervello fu: "Riproducono ancora questa canzone alla radio?", era un classico nel 2009, bei tempi, quando ancora non capivo un cazzo della vita. 
      Passando a pensieri molto serie, vediamo se in qualche modo si riesco a ricapitolare il tutto e pensai a cosa avevo fatto la notte prima. Era l'ultimo dell'anno, io e i ragazzi eravamo andati a ballare, e fin qui tutto andava bene, anche se andare in discoteca per il 31 dicembre non era il massimo. 
      Un'improvvisa fitta alla testa s'impadronì di me, dovevo smettere davvero con tutta quella tequila. 
      Mi ricordai che avevo conosciuto un ragazzo e che avevamo deciso di andare lungo mare. 
      "Si, perché il primo gennaio le persone normali vanno sul mare, ovvio" disse Lili 
      "Non sono più normale da quando esisti tu nella mia testa."
      Molto probabilmente quel qualcuno, che in quel momento stava dormendo sopra il mio braccio destro impedendomi di muoverlo, doveva essere quel ragazzo e quel ragazzo stava russando come un trattore. Quando riuscì finalmente ad aprire un occhio, non servì a molto, dato che la stanza era immersa nel buio più totale, però constatai che stavo benissimo sotto al piumone che mi ricopriva in quel momento, c'era quel tepore che era impossibile abbandonare; in qualche modo però dovevo alzarmi. In qualche modo dovevo vestirmi e dovevo fuggire da quella stanza prima che, chiunque ci fosse con me, si svegliasse. Avevo il braccio sinistro libero, per fortuna, e con un po' di fatica riuscì ad accendere la piccola abat-jour, che si trovava vicino al letto, che illuminò di una leggera luce gialla la parte del letto dove mi trovavo io.
      Era ormai dieci minuti che stavo cercando di togliere tutto quel ben di dio da sopra il mio braccio, ma il tizio proprio non ne voleva sapere di scansarsi. 
      "Sei sicura? È un figo pazzesco" mi sentii dire 
      "Per prima cosa, non mi interessa. Secondo devo andarmene. Terzo nessuno dice più "figo" smettila." 
      "Fai come vuoi, ma io un pensierino di prima mattina ce lo farei" disse Lili 
      "No, è una regola, non scopare mai più di una volta con la solita persona" pensai.
      Alla fine il tizio con un grugnito più simile ad un animale che ad un essere umano si girò su un fianco e lasciò andare il mio braccio "Finalmente libera!" pensai alzano le braccia al cielo. Mi alzai velocemente dal letto e nel più totale silenzio cercai tutti i miei indumenti. Infilai in modo sbrigativo la brasiliana di pizzo rosso con il reggiseno coordinato, ovviamente regalato da Gabriel per natale, e infine indossai il vestito nero che avevo portato per tutta la sera precedente. Una volta prese le mie converse nere alte, cercai velocemente un foglio e una penna, scarabocchiai un "Grazie per la piacevole nottata Giacomo, baci." lo lasciai accanto al suo cellulare, presi la mia borsetta e uscì dalla camera dell'hotel. Mentre percorrevo il corridoio presi il cellulare dalla borsa e scorsi tutte le numerose notifiche tra Facebook, Instagram, messaggi di auguri del nuovo anno su WhatsApp e tutte le chiamate perse di Alberto. Alzai gli occhi al cielo. Avevo quasi 24 anni, e si preoccupava se passavano una notte fuori. Notai che c'era un messaggio da parte di Gabriel mandato intorno alle 3 di notte.
      Gabriel:
      Buon anno bambola! 
      Senti, ho visto che sei andata via con un tizio, appena ti svegli chiama Albe, lo sai. 
      Buona scopata. 03.26
      Chiamai il mio amico una volta entrata in ascensore per evitare che si preoccupasse ancora.
      «Pronto?» disse con voce assonnata
      «Albe, sto tornando ora a casa. Tra un'ora sono lì»
      «Dio santo Fleur! ma dove cavolo sei stata??» lo sentì imprecare
      «Ti racconto quando arrivo. Ora salgo in macchina» e riattaccai
      Una volta montata sulla mia Mercedes, comprata dopo tanti sacrifici, mi specchiai e constatai che si, ero orribile. La matita e il mascara nero che avevo sugli occhi era tutto sbavato, l'ombretto che mi ero messa la sera prima era praticamente inesistente e avevo delle enormi occhiaie, per non parlare dei miei capelli. 
      "Senti, mi è venuto un dubbio"
      «Dimmi Lili» 
      "Sei sicura che il tizio di sopra si chiamasse Giacomo?"
      Mi bloccai con le mani sul volante. Aveva fatto venire il dubbio pure a me. Qualche secondo dopo feci un'alzata di spalle e dissi «chissenefrega, tanto nemmeno lui si ricorderà il mio».
      Erano appena passate le 8 e ci avrei messo un'ora buona per tornare a casa se avessi preso l'autostrada, misi in moto e con Believer degli Imagine Dragons partì.
      Erano quasi già passati tre anni da quando quel giorno me ne andai via di casa dopo la discussione con mia madre e vivevo con i ragazzi. All'inizio ero eccitata all'idea di ciò, volevo vedere com'era abitare veramente con loro due, mi ero immaginata una sorta di convivenza come in quei film americani che guardano tutti alla tv, divertimento assoluto, tutti i fini settimane ci sarebbero state delle feste in casa nostra. Mi sarei immaginata noi tre sul divano a mangiare una ciottola di pop corn davanti a un film, tante, tantissime risate. Pensavo già ai nostri turni su chi doveva pulire casa. In sostanza una normale e pacifica convivenza con due ragazzi maturi, intelligenti, con delle responsabilità, che se ci fosse stato qualche problema si sarebbe risolto; pensai che erano più grandi di me di ben quattro anni, avevano già avuto delle esperienze del genere, pensai che mi avrebbero aiutata e invece. Eravamo andati ad abitare nella casa di proprietà del padre di Gabriel, o meglio, in una delle sue tante case. Il signor Leonardo era proprietario di alcuni, diversi, e molti appartamenti in tutta Italia e in più possedeva un maglificio in Cina. Si perché, quello che era il mio migliore amico aveva omesso di dire alla sua migliore amica che era ricco. Certo, non è la prima cosa che si dice quando ci si presenta, non mi aspettavo mica qualcosa tipo "Ciao, piacere mi chiamo Gabriel, ho 24 anni e ho un patrimonio che ammonta a qualche milione di euro", però avrei preferito sapere un qualcosa di simile dal mio amico. Però per fortuna non sbatteva in faccia a nessuno la sua situazione economica, anche perché come ha sempre detto lui "i soldi sono di mio padre, non mia", lui faceva tutto da solo, aveva un lavoro con cui si impegnava a pagare, come me e Albe, le bollette di casa e si impegnava al massimo negli esami universitari per mantenere la borsa di studio, beh era quello che facevamo tutti e tre. Ah, per diversi mesi mi aveva anche omesso l'esistenza di ben sei fratelli più grandi. Gabriel era il più piccolo, precisamente era il settimo fratello. Chiamato Gabriel in onore dell'arcangelo Gabriele.
      I suoi genitori erano molto credenti e sua madre, la signora Cara Dubois, di origini francesi, da quale maniaca del controllo era aveva deciso, ovviamente senza chiedere nessun parere del marito, di chiamare i propri figli con nomi che richiamassero il cristianesimo. Abraham era il fratello maggiore, poi venivano Benjamin, Caleb, Daniel, Ephraim e Fineas.
      L'unico con cui avevo legato un po' di più era Caleb, sapevo che si era laureato in Economia con il massimo dei voti all'università che aveva frequentato la madre, ovvero la Sorbona a Parigi. Scoprì che era il fratello maggiore di Gabriel perché, coincidenza, era il nuovo fidanzato di Serena. 
      E come mi pareva giusto infilai tutti i capi neri di Gabriel in lavatrice con un litro di candeggina, così la prossima volta impara a omettermi che ha 6 fratelli più grandi, quella merda e nello stesso tempo la mia migliore amica mi aveva omesso che stesse con una persona di dieci anni più grande di lei. 
      Degli altri sapevo poco o nulla, avevo parlato qualche volta con  Benjamin, sapevo che aveva una fidanzata e un bellissimo bambino. Non entravano mai nel particolare delle loro vite e soprattutto dei loro rapporti nel caso avessero una ragazza. Sapevo che abitavano anche lontani rispetto a dove abitavamo noi, so solo che si riunivano una volta al mese tra di loro per stare insieme. Il peggio di tutti e il più strano era Abraham, o come lo chiamavo io "AbraPaloInCulo". Laureato con il massimo dei voti all'università di Harvard e sapevo che poteva esercitare la professione di avvocato sia in America che in Italia.
      Con Gabriel e Alberto imparai in fretta che la convivenza che mi ero immaginata era tutt'altro, e era meglio se smettevo di leggere libri e di vedere film americani dove ti fa sembrare tutto bello e divertente, perché era tutto tranne che bello e divertente. Il fine settimana non c'era alcuna festa in casa, piuttosto tre studenti universitari con i nervi a pelle per gli esami e per i soldi che scarseggiavano, e se eravamo fortunati andavamo un paio di volte al mese in discoteca. Adesso la nostra situazione economica si era stabilizzata rispetto al primo anno. L'immagine di noi tre pacificamente seduti sul divano a vedere un film era una cosa praticamente impossibile, era più una sorta di corsa di velocità per vedere chi prendeva per primo il telecomando della televisione, ovviamente era Gabriel che vinceva, ma capitemi, alla seconda volta gli tirai una gomitata nello stomaco per prendermi quel telecomando. Da lì avevamo deciso che per la televisione facevamo i turni, il problema veniva la domenica, quando c'erano le partite di calcio. Tre squadre differenti nel solito orario, lì era un vero problema. Scordiamoci il fatto che quei due uomini, o meglio quelle due scimmie, si fossero mai rimboccate le maniche per pulire una volta casa, ma scherziamo? "La donna sei tu, toccano a te queste cose" disse un giorno Gabriel mentre eravamo tutti e tre seduti intorno al tavolo a pranzo. Mentre lui mangiava tranquillamente non si era minimamente accorto che io invece mi ero fermata con la forchetta a metà via tra il piatto e la mia bocca e vicino a lui si trovava Alberto che mi faceva degli strani versi con il viso e con le mani per intimarmi di non fare niente di assurdo, non gli avrei fatto nulla di pericoloso. Mi alzai con tutta tranquillità, andai al lavandino e riempì di acqua gelata la pentola dove avevamo preparato la pasta al ragù e gliela arrovesciai in testa. 
      "Sono stata clemente" gli dissi mentre mi guardava tra l'incazzato e il sorpreso
      "adesso smettila di fare il maschilista di merda e aiutami a pulire" dissi in tono duro. Mi conoscevano ancora poco, ma impararono in fretta a non farmi arrabbiare, ogni tanto mi facevano qualche scherzo che ovviamente gli contraccambiavo sempre di un paio di livelli in più per puro divertimento. Solo che un giorno esagerarono, dovete capire, avevo il ciclo da quella mattina, a lavoro non mi avevano ancora pagato e avevo fatto un esame che dire pietoso era un complimento.
      Flashback
      «non ci credo» sussurrai tra me e me.
      Ero appena rientrata dall'università e mi ritrovai sulla scrivania di camera il mio manuale di pedagogia completamente bagnato, era andato, non potevo salvarlo, era da buttare. 
      "ahahah non ci credo" mi disse Lili
      "Ridi?" domandai sarcastica
      "Certo, perché sono convinta che siano nei guai fino al collo" 
      "oh oh, puoi dirlo forte." 
      "Sono con te sorella!" Lili mi stava incitando. Tanto era inutile provare a calmarmi, quando prendevo la decisione su qualcosa ero come un treno.
      "Però, vacci piano dai, è solo un manuale" disse Lili
      "oh puoi stare tranquilla, ci andrò leggera, questo te lo prometto" e mi si formò il solito ghigno cattivo, avevo già le idee chiare su cosa gli avrei fatto. 
      Andai in cucina e trovai Gabriel e Albe a parlottare tra di loro del locale che frequentavano loro il sabato sera, il Black.
      «okei, se mi dite subito chi è stato e il perché lo ha fatto, vi prometto che ci andrò leggera» li avvisai subito gettando il libro sull'isola davanti alle loro facce. 
      «Sono stato io a farlo» mi fissò Gabriel. 
      Feci un respiro profondo, chiusi gli occhi, mi presi il setto nasale tra il pollice e l'indice. 
      «perché?» chiesi con calma 
      «ho perso una scommessa» 
      «Con chi?» chiesi per sapere a chi altro dovrei farla pagare 
      «Con me» disse Albe. 
      «bene». dissi, girai l'isola e andai verso il frigo per prendere una mela. 
      «Bene? tutto qui?» mi domandò lui con sorpresa «non me la fai pagare? non mi tagli i capelli mentre dormo?» mi guardò ancora più stupito. 
      Era quello che avevo fatto a Albe due settimane prima perché mi aveva messo un lassativo nel bicchiere di latte che prendo di solito la mattina prima dell'università, non vi dico com'è stato l'intero pomeriggio. Mi vendicai, gli misi tre goccioline di sonnifero nel suo bicchiere di camomilla che prendeva prima di dormire e mentre stava facendo i suoi stupendi sogni gli tagliai i capelli con le forbici. Era stato un dramma il giorno dopo considerando è molto geloso dei suoi capelli. Le cose sono molto semplici, non mi fai arrabbiare, non mi crei problemi con i miei esami e i miei corsi universitari e puoi stare tranquillo.
      «oh no!» risi «non lo farò, perché quello te lo aspetteresti» mi allontanai e lo salutai con la manina e con un sorriso malefico. 
      «ah Albe?» chiamai il mio amico e quando mi girai lo vidi spostare lo sguardo che aveva dal suo cellulare a me, «Ti avviso, sei colpevole quanto Gabriel anche se non me lo hai rovinato tu.» 
      Avevo pagato quel libro ben 50 euro e che fine aveva fatto? nella spazzatura, irrecuperabile!
      Sono passati dieci giorni da quando mi è stato distrutto il libro, oggi lo vedranno con chi hanno a che fare.
      «ehi Fleur!!» dissero in coro Gabriel e Alberto quando entrarono in casa. 
      Ero seduta sul divano in sala a vedere A-team alla tv 
      «sii??» gli chiesi senza togliere gli occhi dalla scena finale del film. 
      «Perché hai acceso il camino in pieno luglio?? ci sono 50 gradi fuori lo sai»? domandò Albe ridendo
      «Certo! 50 gradi come i 50 euro del mio manuale di pedagogia. Comunque volevo fare un po' di carne cotta alla brace per cena, mi era venuta la voglia» lo informai molto seria, non facendo trapelare niente della vendetta che avevo messo in atto... 
      Mi girai verso i ragazzi e li guardai senza trasmettere nessuna emozione. Se lo meritava e loro già sapevano che era successo qualcosa
      «Fleur» mi chiamò Albe 
      «Albe?» inclinai leggermente la testa verso sinistra con un piccolo sorrisino malefico che mi incorniciava la faccia.
      «Cosa hai fatto?» mi chiese, ormai conoscevano le mie espressioni del viso e sapevano benissimo quando avevo combinato qualcosa. Io invece notavo sempre di più la sua preoccupazione, riuscivo quasi a vedere le goccioline di sudore provocate dalla paura che gli scendevano lungo la fronte 
      «Credi davvero che sia la domanda giusta? Sei abbastanza intelligente da non pormi la domanda e darti la risposta da solo» risposi tornando a fissare la tv e cambiando canale per vedere se c'era qualcosa di interessante. Albe mi guardò ancora per un po', poi spalancò gli occhi e iniziò a spostare lo sguardo tra me e il camino e subito dopo corse in camera sua. 
      "Tre...due...uno...Eccolo" pensai «Fle!!» urlò Albe «perché cazzo mancano tre dispense di medicina dalla mia libreria?? cosa ci hai fatto??» mi domandò rosso in faccia con la vena del collo che pulsava. 
      «mi sembra ovvio» gli risposi guardandolo «mi sono serviti per preparare la cena» Albe mi guardò in silenzio, forse per assimilare anche cosa era successo. 
      Il suo sguardo alla fine si andò a fermare sul camino e infine li posò su di me 
      «Non me lo dire...» 
      «non te lo dico» dissi alzando le spalle e sorridendo. Gli stava bene! 
      «sono tre dispense» mi disse ancora incredulo. 
      «erano tre dispense» lo corressi 
      «ma...» mi guardò ancora sconvolto. 
      «50 euro per 50 euro» gli dissi e Albe spalanco la bocca, ancora non ci credeva che avevo bruciato i suoi manuali di medicina. Se ne andò verso la cucina, molto probabilmente a bere quanta più acqua potesse contenere la sua vescica per calmare i nervi che aveva. Gabriel stava ancora ridendo, era piegato in due e si teneva la pancia, mi girai verso di lui e lo chiamai 
      «Gabriel?» 
      «s... sì?» parlava con fatica dato che stava ancora ridendo 
      «fossi in te non riderei più di tanto» lo fissai. 
      Lui si mise in posizione eretta in pochi millesimi di secondo 
      «Fleur. Io non sono Alberto, te lo voglio ricordare» mi minaccia con voce dura 
      «Gabriel, devi capire che io con te mi diverto di più perché mi sottovaluti sempre, pensi che io abbia paura di te? ti sbagli. Ti vendicherai? d'accordo, ci divertiremo insieme, ma ricorda che se tu mi togli due io ti tolgo quattro e così via. Io sarò sempre due passi avanti a te» lo avvisai con il viso privo di emozioni. 
      «Fleur, cosa hai fatto?» si avvicinò con passo minaccioso verso di me pensando di spaventarmi e mi sovrastò con il suo corpo.
      «per cominciare smetti di fare il pavone che cosi ti rendi solo ridicolo e poi...» gli sorrisi dolcemente «voglio darti un piccolo aiuto, mi sento buona oggi, qualcuno sa che ore sono?» domandai 
      «sono quasi le 20» rispose lui
      «quasi le 20 mhmm...» mi picchietta l'indice sul mento 
      «che giorno della settimana è?» 
      «Martedì» rispose ancora lui, sicuramente stanco dei miei giochetti «arriva al dunque» 
      «mmmh... sono quasi le 20 ed è martedì, hai impegni stasera Gabriel?» gli domandai con voce innocente 
       «ho il turno al pub» mi guardò. 
      "tre secondi e ci arriva" pensai tra me e me 
      "sei stata cattiva con lui Fleur" mi disse Lili 
      "se lo è meritato!" gli risposi 
      Gabriel spalanco gli occhi 
      «Non hai osato...!» mi puntò un dito contro urlando! Nel mentre arrivò Albe dalla cucina e ci guardò 
      «Fleur, cosa gli hai fatto?» domandò mentre si aggiustava gli occhiali da vista che portava ogni tanto in casa
      «io? io gli ho solo ricordato che aveva il turno al pub» sbuffai. 
      Albe iniziò a guardarmi pensieroso, lo conoscevo bene, stava collegando le cose
      «Gli hai toccato la macchina?» domandò incredulo e spalancò gli occhi. 
      Li guardai entrambi con un ghigno malefico sul viso, cosi la prossima volta ci penseranno due volte a farmi arrabbiare.
      «Porca puttana Fleur! quella è una Maserati Levante ultimo modello! l'ha pagata uno stonfo!!» disse Alberto
      Gabriel non fiatava, secondo me non aveva ancora metabolizzato la cosa. 
      «"L'ha pagata uno stonfo"» scimmiottai Albe. «Possiede abbastanza soldi per comprarsi tutta la ditta Lamborghini, compresi il padre e la figlia, non avrà problemi a risolvere le conseguenze dei suoi errori». Poi mi girai verso il diretto interessato e gli parlai «Bada bene Gabriel, non è solo per il libro, ma sono anche tutte quelle piccole cose che mi fai, come prestare la mia biancheria alle tue puttanelle e per ogni volta che hai cambiato l'ora della mia sveglia facendomi fare tardi a lezione» lo rimbeccai 
      «Fleur, dimmi cosa hai fatto alla mia macchina» disse Gabriel digrignando i denti guardandomi 
      «Miscela di miele, zucchero, limone ed acqua» gli risposi tranquillamente cambiando ancora canale 
      "uh! Indiana Jones" 
      «Non...Non l'avrai mica messa nel serbatoio della benzina, vero?» mi domandò Gabriel
      «Avrei potuto, ero molto ma molto intenzionata, ma no, non sono stata così cattiva, ci ho solo ricoperto i sedili in pelle» Albe torna in silenzio verso la cucina non mettendo bocca nella nostra discussione perché tra me e Gabriel va così, siamo due caratteri che prendano fuoco facilmente ed esplodiamo ed è sempre meglio non intervenire. 
      Lui nel mentre si era incamminato con passi pesanti verso l'entrata del garage sotto casa dove conteneva le nostre auto. 
      "chissà se si sarà già riempita la macchina di formiche" mi domandai 
      Albe mi richiamo dalla cucina e girandomi lo vidi appoggiato al muro 
      «mmmh?» gli risposi continuando a guardare la tv 
      «l'hai fatta grossa.» 
      «pff!»
      Fine flashback
      Parcheggiai l'auto nel nostro garage precisamente alle 9.02 minuti, nonostante in superstrada non ci fosse nessuno e avevo raggiunto i 150km/h mi ci volle ugualmente un'oretta di strada. Stavo salendo le scale che portavano dal garage al nostro appartamento a piedi scalzi, avevo lasciato le scarpe in macchina, non avevo voglia di tenere tutto in mano le sarei andata a prendere più tardi, sempre se me ne ricordavo e sempre se mi veniva la voglia di farlo. Mentre giravo la chiave nella serratura di casa per aprire la porta blindata del nostro appartamento avevo gli occhi incollati sul telefono su alcuni messaggi delle mie amiche, Serena e Laura.
      Quelle giuste:
      Serena: Facciamo qualcosa questa settimana? 08.55
      Laura: È tornato Mattia ieri pomeriggio e va via sabato mattina, voglio stare un po' con lui, ma nel caso sabato sera ci sono per qualcosa. 08.57
      Fleur: Salutacelo! Comunque anche per me va bene sabato sera. 09.04
      Serena: Aggiudicato per sabato sera. 09.05
      Ma vedi di esserci Laura!!! 09.05
      Laura: Certo Caporale Maggior! 9.06
       
      Serena e Laura sono entrambe fidanzate, da poco più di un paio di due anni tutte e due, la differenza è che il fidanzato di Serena è Caleb il fratello di Gabriel. So che Mattia e Laura si sono conosciuti durante un mio compleanno in discoteca, anche se io non li avevo mai visti insieme quella sera, ma non ci ricordiamo molto in realtà, eravamo entrambe ubriache e quella sera toccava a Laura fare il turno da "mamma". Caleb, come Gabriel per molti anni ha fatto il ginnasta. Capelli molto corti, su una tonalità di castano scuro e diversi tatuaggi sparsi per il corpo. Aveva degl'occhi color nocciola e delle labbra leggermente carnose, ma non troppo. 
      Era un uomo simpatico quando iniziavi a conoscerlo, era un po' timido. Il fidanzato di Laura invece, appena uscito dalla maturità era entrato nell'esercito italiano nel corpo dei bersaglieri, infatti, come sempre appena tornava la nostra amica spariva per qualche giorno, come dicevo io ai miei amici "È tornato Mattia, ora se lo deve spupazzare tutto". Potevamo capirla, stava mesi senza vederlo perché era molto distante dalla nostra regione. La parte peggiore di tutta quella relazione era il giorno che partiva di nuovo e quello dopo, Laura si trasformava in uno zombie. Mattia era un ragazzo non altissimo, non arrivava nemmeno al metro e settanta, aveva le orecchie a sventola e i capelli cortissimi, quasi a pelle, color neri e gli occhi marroni. Aveva un fisico da militare, ovviamente, tutti gli allenamenti a cui era sottoposto. 
      Nel tempo ero riuscita a circondarmi di persone simpatiche e divertenti, che sapevano prendermi nel modo giusto e non erano mai noiose. Mi annoio molto velocemente della gente, il mio cervello ha bisogno di stimoli continui.
      Una volta entrata in casa lasciai borsa e chiavi sul mobiletto che rimaneva alla mia sinistra vicino alla porta, mi incamminai verso la cucina per mettere qualcosa nello stomaco e con la coda dell'occhio vidi una scimmia di un metro e novantacinque con le braccia incrociate al petto e le gambe divaricate. La scimmia in questione era Alberto, la maglia rossa con una strana scritta in inglese sul davanti veniva tirata dai muscoli del petto e delle braccia che erano in tensione, e nonostante i pantaloni della tuta grigia che portava gli stessero larghi si poteva notate che anche le sue gambe erano muscolose. 
      «Sai, se non fossi gay ti avrei già scopato da un po'» rifletto ad alta voce mentre i miei occhi lo guardano in tutto il suo metro e novantacinque. Era gay, e lo sapevo benissimo e non ci ho mai provato, però capitemi, sono una ragazza e quando davanti a uno spettacolo del genere le mie ovaie si svegliano.
      "Sei proprio una ninfomane" dice Lili 
      "Ma chetati"
      «Sai, se tu non fossi una ragazza ti prenderei a pugni» rispose lui. Per quanto delle volte ci fossero queste battutine tra me e lui o con Gabriel sapevamo che si scherzava e non dicevamo sul serio. Io e Gabriel eravamo troppo uguali, e beh, Alberto aveva altri gusti. 
      «dai, rovineresti questo faccino da angioletto» mi girai verso di lui facendogli un sorriso dolce e battendo le ciglia. 
      «Ogni giorno ho sempre di più la conferma» disse scuotendo la testa mentre si sedeva su uno sgabello intorno all'isola che avevamo in cucina
      « di cosa? Che sono un angioletto?» 
      «Che sei la figlia del diavolo» disse secco mentre io scoppiai in una risata. 
      Nel mentre avevo già preparato una tazza di latte e cereali per me, non riuscivo più a mangiare i pancake. Quando me ne andai di casa, insieme al tatuaggio mi feci fare anche il piercing alla lingua e ora, come mangiavo i pancake o i miei amatissimi gnocchi mi si appiccicavano tutti intorno alla pallina che avevo sulla lingua. 
      «Allora? Mi spieghi dove sei stata?» disse cambiando discorso 
      «Tu invece mi spieghi perché devi fare il padre?» dissi mentre con un movimento di braccio faccio volare il pancake in aria per riprenderlo subito. 
      «Non ne ho mai avuto uno Albe, non iniziare a farlo tu». Ero nata senza un padre, non che la cosa mi avesse creato dei problemi nella mia adolescenza. Giovanna, quella che era mia madre, era rimasta incinta di me quando aveva venti anni e lui se n'era andato lasciandola con la frase "fai quello che vuoi", non c'è da essere tristi, non c'è da provare pena per nessuno, io sto bene così, non ne ho mai sentito il bisogno di averlo. 
      «Non voglio fare il padre di nessuno Fleur. Però potevi avvisare o degnarti almeno di mandare un misero messaggio sul gruppo» disse con tono duro. Questa volta non potevo dargli torno, aveva ragione, lo so che avevo sbagliato a non avvisare nessuno dei due, sopratutto per il passato, però Gabriel mi aveva notata 
      « Gabriel aveva visto che ero con un ragazzo» dissi cercando una motivazione, non mi sarei mai scusata per il mio comportamento la parola "scusa" non esisteva nel mio dizionario. 
      «Gabriel era talmente ubriaco che mi aveva scambiato per una ragazza» disse. 
      Stavo mettendo i tre pancake nel piatto con un po' di miele, come piacevano a lui che mi blocco e alzo lo sguardo verso di lui
      « Davvero?» dico trattenendo una risata
      « Si, davvero. E la cosa era alquanto disgustosa» dice fa una faccia schifata 
      « Peccato, dovevo filmare l'evento, mi sarebbe servito sicuramente.» 
      Mi sedetti difronte a lui per mangiare, che dopo un paio di minuti ci arriva la voce di Gabriel dal corridoio dove sono situate le nostre camere da letto.
      « buona giornata bellezza.» 
      Guardo l'orologio e noto che sono le 09.45; ci giriamo verso la voce e notiamo uscire dal corridoio il nostro amico, con indosso dei pantaloni della tuta dell'Adidas banchi che gli cascano sul bacino facendo intravedere l'elastico dei boxer firmati Calvin Klein, insieme a una ragazza con dei lunghi capelli biondi vestita con un vestitino striminzito che la copre appena. 
      Alzo spontaneamente un sopracciglio 
      "A Gabriel non piacciono le bionde" mi dico 
      "un'altra sgualdrina." Dice Lili 
      « per te sono tutte sgualdrine tranne me» dico alzando gli occhi al cielo. 
      « non se né mai andata vero? » sussurra Albe al mio orecchio 
      « come? » mi giro di scatto verso di lui notando che era alle mie spalle 
      « hai parlato ad alta voce hai detto " per te sono tutte sgualdrine tranne me " » mi fa notare, lo guardo qualche secondo e sulle mie labbra si forma una linea, le mani formano dei pugni lungo i miei fianchi e conficco con forza le unghie nei palmi, devo stare calma, non mi piace parlare di Lili.
      « No, non se né mai andata » sussurro dura
      «ehi» mi si para davanti prendendo le mie mani nelle sue facendole rilassare « devi stare tranquilla con me, non l'ho mai detto a nessuno, ti puoi fidare » mi sorride leggermente e in fondo so che mi posso fidare ciecamente di lui. Quando mi svelò che era gay io gli confessai che fin dall'età di sei anni nella mia testa sentivo una vocina che mi parlava. 
      «Mi chiamerai?» la ragazza sbatte le lunghe ciglia rivolta a Gabriel distraendomi dalla piccola conversazione che avevo con Albe. Sapevo bene che Gabriel non avrebbe mai richiamato nessuna, quindi dato che mi annoiavo a morte, decisi di divertirmi.
      « ehi, cosa costi» la chiamai. 
      «Fleur, smettila» dice Albe alle mie spalle, ma ovviamente come sempre lo ignoro del tutto. La ragazza piega leggermente la testa verso destra per vedermi meglio
      « sì? dici a me?» mi domanda alzando un sopracciglio «si, parliamo un attimo da donna a..» la guardo da testa a piedi per pensare a un aggettivo idoneo per la persona che ho davanti «...donna(?) vabbè comunque, volevo semplicemente avvisarti che non ti richiamerà, solo questo. Non è stato un piacere avere questa intensa conversazione con te, ma adesso abbiamo da fare, quella è la porta. Ciao»
      « ehi!» fa un urlo stridulo. Io mi giro verso di lei con le sopracciglia alzate fino a toccarmi i capelli 
      "ma che... ha ingoiato un tacchino ieri sera?" 
      «chi ti credi di essere per parlarmi cosi? eh? e poi non sai cosa avrebbe fatto lui» continua con quella sua voce stridula. La guardo ancora basita domandandomi come si fa ad avere una voce del genere, ma soprattutto come ha fatto a sopportarla Gabriel, conoscendo il tipo 
      "credo sia brava con i pompini" mi fa sapere Lili 
      "Lo credo anche io! Deve essere proprio brava" rifletto 
      « Hai ragione» ammetto, facendo creare sul suo volto un piccolo sorriso di vincita. Piano piano mi avvicino a lei dicendo «ma dopo aver ascoltato la tua voce sono ancora più sicura che non ti chiamerà, ma chiediamolo a lui, Gabriel?» mi giro verso di lui che era seduto sullo sgabello in cucina aspettando che Albe finisca di cucinare i pancake, alza lo sguardo verso noi due 
      « sì? » mi domanda 
      « Avresti richiamato il tacchino? » indico con il pollice la persona alle mie spalle 
      « ehi! tacchino a chi? » urla ancora con quella sua voce stridula, 
      "dio, è insopportabile" 
      « ssh! non interrompere maleducata » l'avverto.
      « Gabriel? » incito il mio amico a rispondere 
      « no, non l'avrei richiamata » risponde rivolgendosi a me, subito dopo si gira verso la ragazza sorridendogli « bambolina, scopi a meraviglia davvero, hai un culo che è una favola, ma non è da me fare un secondo giro sulla solita giostra » gli fa un occhiolino e si gira verso Albe chiedendogli a che punto era con i suoi pancake. Mi giro verso la ragazza, sentendo in sottofondo la voce di Albe che risponde al suo amico di non rompergli le palle. Lei mi guarda con la bocca spalancata 
      « non sbattere la porta quando esci, grazie» mi giro verso i ragazzi. Sento chiudere la porta alle mie spalle e capisco che il tacchino se ne è andato. 
      «Notte Stronzo» dice Alberto mentre va verso la sua camera e fa il dito medio al suo migliore amico. 
      «Che gli hai fatto?» chiedo indicando con il pollice il ragazzo appena scomparso alle mie spalle e Gabriel con un sorriso dice «Niente, ho solo scopato come sempre, solamente che stavolta la ragazza aveva degli urli acuti.» 
      Scuoto la testa e ridacchio «Sempre il solito» 
      « a te? Com'è andata?» chiede mentre si versa un bicchiere di latte freddo
      « Ricordo poco, ma mi fanno male le gambe a camminare» dico alzando le spalle e al mio commento inizia a ridere. 
      «Se vuoi imparare qualcosina...» dice facendomi l'occhiolino
      « Muori » dico e scoppiamo entrambi a ridere. Anche sì mi fanno ammattire a tutte le ore del giorno quei due li adoro e non riuscirei a vivere senza. Non riuscire a stare senza le preoccupazioni e le raccomandazioni di Alberto, e non riuscirei a stare senza i commenti a sfondo sessuale di Gabriel. Sono due ragazzi stupendi, tranne quando fanno gli stupidi e combinano qualcosa, come quando Gabriel ha incendiato la pentola con la pasta dentro, e ancora oggi mi domando come diavolo abbia fatto. Sono dei ragazzi meravigliosi a loro modo, nonostante i miei quasi 24 anni, ad aprile, e i loro quasi 28 anni, a maggio e giugno, ci prendiamo sempre in giro e ci comportiamo come ragazzini delle elementari che si fanno sempre i dispetti a vicenda. 

    • Le avete presente le bambole di porcellana? 
      Quelle che la vostra nonna tiene dentro la vetrina di casa al sicuro dalla polvere e dai nipotini che ci vogliono giocare?
      Quelle bambole vengono costudite segretamente dentro a quelle teche di vetro e non vengono mai toccate perché possono rompersi.
      Sono state costruite e create con cura e con immenso amore. 
      Possiedono una bocca perfetta con una forma a cuore di un color rosato, disegnato sul loro volto, forse creato con un pennello dalla punta fine, dalla pazienza di una persona e dà una mano ferma. Sono state modellate alla perfezione, per essere perfette. 
      Indossano stupendi vestitini che sono sempre coordinati ai fiocchettini o a quei cappelli che portano. 
      La maggior parte di quelle bambole hanno dei lunghi capelli biondi che formano delle onde perfette e due occhi azzurri, sinonimo di bellezza in una ragazza. 
      Tutte quelle bambole, che avete visto fin da piccoli, tenetele ben presenti. 
      Era lei. 
      Quella bambola perfetta era Fleur.
      Fino all'età di nove anni era una di quelle bambole. 
      Ma vedete, Fleur non era bionda, Fleur non aveva gli occhi azzurri.
      Ha sempre portato fin da piccola dei lunghi capelli di un castano
      molto scuro, che in molti confondevano con un color ebano. I suoi occhi avevano una forma a mandorla, molto leggera ed erano del colore del buio, così scuri che ti perdi dentro a fissarli, così hanno sempre detto, questo è quello che prova lei ogni volta che si specchia. 
      Aveva un viso ovale molto delicato, delle labbra carnose, con un piccolo neo nella parte superiore del labbro a sinistra.
      Aveva un nasino delicato, non all'insù, non aquilino, non a patata, un piccolo e normale naso. 
      Sempre stata di costituzione magra, ma aveva quelle rotondità nei punti giusti fin da piccola che la rendevano morbida al tatto, e le anche sporgevano in fuori ogni volta che indossava il costume da bagno. Aveva la pelle olivastra. 
      Tutti a scuola la prendevano in giro, dicendogli che sembrava sporca perché era più scura dei suoi compagni e ogni giorno quando tornava a casa, nascondendosi da sua madre andava in bagno, si insaponava tutta e si grattava le braccia, le gambe, la pancia, fino ad arrossarsi tutto il corpo, fino a che non sentiva la sua pelle andar a fuoco, per vedere se riusciva a schiarirne il colore, ma non c'era niente da fare.
      La nostra Fleur non ha mai indossato un paio di pantaloni fino al suo nono compleanno. 
      Sua madre la vestiva sempre coordinata, con dei vestitini color pastello che erano intonati alle sue scarpette e hai fiocchi che portava in fondo alle sue lunghe trecce. 
      "Le signorine si vestono e si comportano sempre bene" ripeteva sua madre. 
      Lei le credeva. Era sua madre d'altronde, qualcuno potrebbe biasimarla? 
      Ogni mattina trovava il vestitino, ben stirato, steso sulla sedia di legno vicino alla sua scrivania, e lì accanto i fiocchetti da mettere in fondo alle trecce e le scarpette sotto il termosifone vicino alla porta. 
      Giovanna, sua madre, tutte le mattine quando la vedeva uscire dalla sua camera da letto le ripeteva la stessa frase che gli diceva da quando era nata "sembri una principessa, amore mio".
      Chi non ha mai sognato di essere una principessa? Cenerentola, Ariel, Belle, tutte tranne Biancaneve, perché diciamocelo, a chi piaceva essere Biancaneve? 
      Lei non sognava di essere una principessa. Quando sua madre inseriva la videocassetta nel registratore, Fleur era persa nell'osservare la matrigna cattiva e la strega, non le è mai interessata la principessa. 
      È sempre stata "deviata" fin da piccola. Non prendete con pesantezza la parola "deviata", lei stessa si definisce così.
      Era il primo marzo del 2001 la nostra Fleur avrebbe compiuto 6 anni quel giorno. Quel giorno si svegliò con un balzo dal letto perché aveva sentito chiamare il suo nome più volte e preoccupata che non fosse suonata la sua piccola sveglia rosa sul suo comodino si vestì di fretta e furia.
      "Le vere signorine non sono mai in ritardo" gli rimbombavano le parole di sua madre. 
      Per Giovanna avere un appuntamento alle 17.15 e presentarsi alle 17 era già ritardo.
      Mentre si stava infilando i suoi calzini di cotone con i ricami ai bordi di pizzo notò che la sua piccola sveglia segnava le 06.30 e non sarebbe suonata se non prima di un'ora. 
      "Fleur" sentì chiamare. 
      Si girò subito per vedere chi c'era dietro di sé, ma quando perlustrò tutta la camera constatò che era da sola. 
      "Fleur!" sentì nuovamente.
      Tremante corse a nascondersi sotto il letto al riparo da chiunque la stessa chiamando
      "Pensavo che tu fossi più intelligente!"
      «chi sei?» disse lei con la sua piccola vocina tutta tremante
      "In realtà, non ho un nome"
      Piano piano iniziò a uscire da sotto il letto e aprire le sei ante dell'armadio, fatto di legno, che aveva in camera per controllare da dove provenisse la voce. 
      «Dove sei?» chiese, guardando in giro per la stanza per capire chi e da dove, soprattutto, la stessero cercando
      "Sono dentro la tua testa, stupida!".
      Quel giorno Fleur scoprì di avere una voce nella sua testa. Aveva dentro di sé una piccola voce che le parlava, come il grillo parlante di Pinocchio, solo che stavolta non era un animale o un essere che esisteva fisicamente. 
      Parlando con questa vocina alla fine nacque, quella che possiamo definire un'amicizia, in realtà gli stava anche simpatica nonostante fosse caratterialmente il suo opposto.
      In quel giorno sentì dire alla sua nuova amica molte parolacce e ogni volta che la sentiva chiudeva di scatto gli occhi, per paura. Pensava che la madre potesse sentirla e picchiarla. Nella sua testa, tutte le volte sentiva sua madre che gli diceva sempre "Le signorine non sono mai volgari".
      Dopo un lungo pomeriggio sull'enciclopedia dei nomi ne trovò uno che gli piacque fin da subito da dare alla sua vocina, nonché nuova amica.
      Fleur la chiamò Lili, ma era solo un diminutivo, il suo vero nome era Lilith. Fleur scoprì che il significato di quel nome era che nella religione mesopotamica Lilith era il demone femminile associato alla tempesta, ritenuta portatrice di disgrazia, malattia e morte e in quel momento alla nostra Fleur gli sembrava perfetto.
      Fleur adorava sapere il significato dei nomi delle persone e una volta scoperto ne confrontava con il carattere di essa o esso.
      La domanda che assilla molte persone che hanno conosciuto Fleur da piccola e poi da grande, è "Cosa l'ha fatta cambiata così drasticamente?"
      È una domanda di una certa importanza. Le persone riscontrano sempre un cambiamento in una persona in qualcosa, magari un qualcosa di traumatico che gli è successo, oppure una qualche specie di ribellione nei confronti dei genitori troppo chiusi mentalmente, e tutti, ovviamente, attribuivano questo suo cambiamento al comportamento della madre, e a tutte le frasi che gli diceva da quando era nata. 
      "Le signorine sono brave a scuola"
      "Le brave signorine non giocano con i ragazzi e non si sporcano"
      "Le brave signorine non appoggiano i gomiti sul tavolo mentre pranzano"
      Era tutto un pretendere, era tutto un "le brave signorine fanno questo..." 
      "le brave signorine fanno quest'altro...".
      Non ha mai detto niente, nessuno ha mai detto niente.
      Le urla in casa quando Fleur portava a casa il voto di un compito 
      «Cos'è questo 8 a matematica?? Mi devi sempre mettere in ridicolo davanti agli altri genitori! Mi è nata una figlia stupida! Cos'ho fatto di male?» e mentre la madre si metteva le mani nei capelli chiudendosi in camera dallo sconforto del voto misero della figlia, che frequentava appena la terza elementare, Fleur si guardava le punte delle sue nuove ballerine di un color blu notte domandandosi dove avesse sbagliato. 
      Arresa ormai difronte al fatto che la madre non sarebbe mai uscita dalla camera per preparare la cena andò in camera a studiare più duramente e a stomaco vuoto quella sera.
      Le persone non devono soffermarsi sul "cosa" l'ha cambiata, si dovrebbero soffermare sul "chi". 
      La domanda che bisogna farsi è "chi ha incontrato?". E questo suo incontro avvenne all'età dei suoi nove anni.
      Quell'estate, mentre giocava con le sue amiche Sara e Gaia conobbe un ragazzo. 
      Qui potrei dire che è la solita minestra di sempre. Il ragazzo ribelle, che vestiva sempre di nero, odiava quella bambina sempre perfetta, gli faceva tutti i dispetti, ma alla fine di tutto nacque un'amicizia.
      Ed è proprio così. 
      Si chiamava Vincenzo, ed era più grande della nostra Fleur di un paio di anni.
      Ovviamente la sera stessa che tornò a casa si mise a sfogliare l'enciclopedia dei nomi nella sua cameretta e ne trovò il significato, alla lettera voleva dire "vincente" e lo era, lo sarebbe stato, in quel momento e per sempre. 
      Vincenzo, o Vince, come lo chiamava lei, portava dei lunghi capelli leggermente sotto la spalla, erano riccioluti, ma non quei riccioli ben definiti, di quelli che non hanno una forma precisa, e il loro colore era stupendo agli occhi della nostra protagonista, erano di un biondo tendente al rosso. 
      Aveva gli occhi di un verde smeraldo che riusciva a incantare ogni ragazza che incontrava. 
      Le labbra fini e quando sorrideva illuminava la giornata di Fleur. 
      Nonostante i suoi undici anni sfiorava quasi il metro e settanta e prometteva che in futuro sarebbe stato un ragazzo molto alto. 
      Aveva un fisico asciutto, come diceva la nostra ragazza nei pomeriggi che passavano a casa della loro amica Sara "Quando è senza maglietta riesco a contargli le costole".
      Vince, vestiva sempre di nero, nel suo armadio avrà avuto centinaia di jeans tutti uguali e tutti del solito colore, nero.
      Indossava sempre maglie dello stesso colore dei pantaloni, oppure con dei nomi delle Band, come quella dei Metallica, o degli AC/DC o dei Kiss e ai piedi portava sempre le solite Converse nere.
      Parliamo di loro adesso. 
      Dopo quel loro incontro ne avvennero subito altri, quasi tutti i pomeriggi si incontravano per giocare tutti insieme e lui gli faceva un sacco di dispetti.
      Gli tirava le trecce, la prendeva in giro per come si vestiva, le diceva sempre che sembrava la bomboniera del matrimonio dei suoi genitori. 
      La nostra Fleur aveva un segno particolare che la distingueva dai suoi amici, ogni volta che sorrideva gli si formavano due fossette sulle guance, e puntualmente Vince non sprecava tempo per infilarci il dito e dirle che era orrenda. Ma, in realtà, lui non lo pensava. 
      Pensava che era la bambina più bella che avesse mai visto nella sua vita, era solo un po' spenta. La definiva quasi falsa, non ha mai sopportato le persone false fin da piccolo, aveva un "potere" strano, riusciva a sentirle a distanza di metri e lui sapeva benissimo che lei era tra queste, ma non so perché, capì che non voleva farlo con cattiveria, non riusciva ad essere sé stessa. 
      La stuzzicava per questo, gli dava così tanta noia perché voleva vedere dove poteva arrivare, voleva testare la sua pazienza, voleva vedere quando sarebbe scoppiata. 
      Quel giorno arrivò a fine estate, una settimana dopo sarebbe rincominciata la scuola. 
      Fleur stava giocando con i suoi amici nella piazza vicino casa a "Guardie e Ladri" e in quel momento a lei era toccato il ruolo del ladro e a Vince quello della guarda. 
      Tra una corsa e l'altra Vince spinse, forse per sbaglio, forse apposta, la nostra Fleur a terra. 
      Si era sporcata tutto il nuovo vestitino che sua madre gli aveva comprato qualche giorno prima, aveva degli sbucci sulle ginocchia e aveva graffiato i suoi sandali preferiti. 
      "Le signorine non si sporcano mai! Le signorine non corrono come dei selvaggi!" le suonava in testa la voce di sua madre. 
      Quando Vincenzo le si avvicinò per aiutarla a rialzarsi, Fleur con la sua piccola manina gli tirò uno schiaffo sulla sua guancia destra con tutta la forza che aveva e gli disse 
      «mi hai altamente rotto le palle!»
      Al suono di quelle parole lei si meravigliò di sé stessa perché non si era mai permessa di dire certe cose, non era bello che quelle parole uscissero dalle labbra di una ragazza. 
      Lui invece non era affatto meravigliato di ciò, anzi, era contento che nella maschera che portava la ragazza si era formata una crepa. 
      Si girò molto lentamente e quando i loro occhi si incontrarono lei si occorse che lui le stava sorridendo.
      «Bene» gli disse Vince «ora si ragiona».
      Quando la ragazza rincasò quella sera stessa si prese due schiaffi per guancia dalla madre. Era sudata perché aveva giocato e corso con i suoi amici.
      Era sporca perché era caduta.
      Aveva rovinato il vestito nuovo.
      Aveva graffiato le scarpette.
      «Le signorine per bene non fanno queste cose! Come devo fartelo intendere?? Sei proprio uno sbaglio in tutti i sensi».Sono parole pesanti da dire a una bambina di nove anni, sono parole ancora più pesanti se quella bambina le sente dire dalla propria madre. 
      Una volta andata a letto senza cena si era messa sotto le coperte e rannicchiata su sé stessa. "Fleur, posso fare qualcosa per te?" sentì parlare, ormai quella che era la sua migliore amica.
      «No, Lili, voglio stare sola. Grazie» disse sottovoce per non farsi sentire dalla madre che era nella stanza accanto.
      Il pomeriggio dopo non vedendola uscire per giocare Vincenzo andò sotto casa sua e quando notò che sua madre stava andando via con la macchina per andare a lavoro, si avviò al campanello e suonò.
      Fleur appena lo vide dalla piccola telecamera dello schermo del citofono prese la cornetta del citofono e gli disse «Cosa vuoi Vincenzo?»
      «Puoi scendere? Volevo dirti una cosa» sospirò lui. 
      Dopo 5 minuti che stava aspettando si era ormai arreso, stava per saltare il cancello e bussargli alla porta ed ecco che uscì Fleur.
      Parlarono tutto il pomeriggio sdraiati nel prato di casa della ragazza. 
      Lui si scusò per averla spinta a terra e di avergli rovinato il suo vestito. 
      Lei sentendo quelle parole e sapendo che non si era mai scusato con nessuno capì che era sincero e gli sorrise affettuosamente e con un'alzata di spalle disse che non era importante e che ne aveva centinaia di vestiti.
      Scherzarono tutto il giorno, raccontandosi tante storie. Da lì nacque una stupenda, una forte, un incantevole e una dolorosa amicizia che dura tutt'ora nel cuore della nostra ragazza.
      Passarono i giorni, i giorni diventarono mesi, e i mesi si trasformarono in anni. 
      Vincenzo e Fleur erano inseparabili, facevano di tutto insieme.
      Quando sua madre scoprì che aveva un amico del genere andò su tutte le furie. 
      «Vergognati! Le signorine come te non frequentano quella gentaccia! Metallari! Portano solo guai».
      Era il 2007 e Fleur e Vincenzo avevano rispettivamente 12 e 14 anni. 
      In tre anni che lo aveva conosciuto lei era cambiata tantissimo, lui le aveva insegnato che doveva essere sé stessa, doveva trovare la sé stessa dentro di lei e farla uscire e lo doveva fare al più presto. 
      Doveva smettere di essere la "signorina" che le diceva sempre sua madre. 
      Doveva tirare fuori il carattere che aveva, come aveva fatto quel giorno quando lo schiaffeggiò.
      Doveva tentare nella vita.
      Doveva buttarsi a capo fitto nelle cose senza mai pensarci.
      Doveva crederci nelle cose che faceva e nelle cose che sognava. 
      Doveva credere in sé stessa. 
      Doveva smettere di farsi mettere i piedi in testa dalle persone.
      Doveva smettere di abbassare la testa difronte a chiunque. 
      Doveva tirare fuori le palle.
      E doveva ascoltare di più quella voce dentro di lei, quell'opposto che era comparsa il giorno del suo sesto compleanno. 
      Lei si confidò con lui un giorno e gli disse che dentro di lei esisteva questa vocina che si chiamava Lilith, o semplicemente Lili, e lui molto semplicemente gli disse «l'ho sempre pensato che eri deviata» e scoppiarono entrambi a ridere.
      Vince la faceva saltare dai muretti alti e come sempre tornava a casa con graffi e qualche volta anche con le caviglie slogate. 
      Fleur aveva iniziato a portare i pantaloni, le magliette e le scarpe e dopo tanti urli da parte della madre ogni tanto riusciva a convincerla a fargli lasciare i vestiti nell'armadio. 
      Era passata dal saltare i muretti ad entrare nella vecchia fornace abbandonata e pericolante vicino casa. 
      «Se non rischi nella vita che gusto ci sarebbe?» gli diceva.
      Dovevate vedere i loro litigi. Quando litigavano venivano giù anche le montagne. 
      Lui riusciva a tirare fuori la parte peggiore di lei e ne era contento. 
      Da quando quel giorno l'aveva fatta cadere mentre giocavano e aveva creato quella crepa nella maschera che portava era riuscito a insinuarsi al suo interno, ogni giorno, sempre di più, e quando litigavano usciva la vera Fleur.
      Quella cattiva, quella vendicativa, la stronza che sapeva esistere dentro di lei e a cui voleva bene. 
      Si dicevano di tutto, se ne dicevano di tutti i colori e maledicevano sempre il giorno che si erano incontrati, ma al termine di ogni litigio dopo che lei gli lanciava qualsiasi cosa avesse in mano e se ne andava via arrabbiata, dopo due ore esatte lui si presentava sotto casa sua senza chiedergli mai scusa. 
      Si faceva sempre mezz'ora di strada a piedi per andare al supermercato a comprare gli orsetti gommosi e come sempre gli andava a suonare il campanello e si mettevano seduti in giardino a mangiare le caramelle gommose in silenzio e il giorno dopo era come se non fosse successo niente.
      Avevano camminato per ore intere tutte le volte che perdevano il pullman per tornare a casa dalle medie. 
      Vince era bocciato diverse volte, non era bravo a scuola, non gli piaceva studiare. Al contrario Fleur era una secchiona e lui si stupiva sempre, per quanto ribelle era diventata ai suoi occhi, agli occhi della madre e di tutti gli altri, per quanto riuscisse a rispondere a tono alle persone, a scuola era bravissima, riusciva quasi sempre a prendere il massimo nei compiti e nelle interrogazioni.
      Era il 15 dicembre del 2007 e il tempo per tutto il pomeriggio era stato sereno, nel cielo era presente quel leggero sole invernale che era piacevole sentirlo sulla pelle in contrasto al freddo del mese. 
      Vince e Fleur avevano deciso di cenare insieme a casa di lui e guardarsi un film, avevano optato per "Codice d'onore". 
      Era stata una serata tranquilla, non erano sorti punti problemi, avevano sorriso e scherzato per tutto il tempo, erano entrambi felici o almeno era quello che credeva lei. 
      Era buio e lui come sempre si preoccupava per lei così, anche se solo per duecento metri, decise di accompagnarla a casa per sicurezza.
      Una volta arrivati alle scale di casa di Fleur lui gli disse sorridendo «Grazie della compagnia eh!». «Tua madre che ore smette il turno all'ospedale?» chiese lei 
      «Tra poco. Ci vediamo domani va bene?»
      «Ci vediamo domani» e con un dolce sorriso diede la buonanotte al suo amico e entrò in casa.
      Il giorno dopo non si videro, né quello successivo e nemmeno quello dopo ancora. 
      Non si videro più.
      Non riuscirono più a parlarsi.
      Non riuscirono più a sorridersi e a scherzare insieme. 
      Vince non c'era più. 
      Non era svanito nel nulla, anche se forse era meglio. 
      Vince era morto. Si era tolto la vita impiccandosi con la cintura all'armadio di camera sua. Quando Fleur lo seppe, non pianse, non disse niente, sul suo viso non si creò nessuna smorfia di dolore, di sorpresa o altro; sentì solo spezzarsi una parte del suo cuore. 
      Non andò al funerale il giorno dopo, ma andò a scuola, come se fosse un giorno qualsiasi. 
      Quel giorno iniziò a nevicare mentre lo portavano in chiesa e lui adorava la neve. 
      Fleur non si scorderà mai di Vince, lo porterà sempre dentro di sé, si tatuerà perfino una frase in suo onore, ma non pronuncerà mai più il suo nome davanti a nessuno.
      Dopo la morte di Vincenzo, Fleur parlava sempre più spesso ad alta voce con Lili senza badare se qualcuno l'ascoltasse, non gli interessava più l'opinione altrui. Aveva smesso di rispondergli mentalmente come faceva quando aveva sei anni. 
      Negli anni Giovanna, sua madre, si era preoccupata, ogni tanto sentiva sua figlia parlare da sola, era cambiata dopo aver conosciuto quel "Metallaro", come lo definiva lei, non indossava più i suoi vestiti e non si comportava più come una signorina, come le aveva insegnato. 
      Alla fine quando sentì parlare per l'ennesima volta Fleur da sola prese seri provvedimenti. 
      «Con chi parli?» gli domandò un giorno in finto tono gentile
      «Con Lili» rispose Fleur con tutta tranquillità. 
      «Oh Fleur hai 13 anni. Sei grande per avere un'amichetta invisibile sai? »
      «Mamma, lei non è un'amica invisibile, lei esiste davvero è....»
      «Adesso basta!» scatto in piedi «Sei una signorina, e sei troppo grande per queste sciocchezze. Comportati da adulta!» detto ciò Giovanna andò in camera e non usci dalla stanza fino all'ora di cena, saltando completamente il pranzo e non lo preparò nemmeno a sua figlia, che si dovette arrangiare da sola con un panino.
      Il giorno dopo alle 10.30 Giovanna portò sua figlia difronte a un palazzo con grandi finestre di vetro. Il cielo quella mattina era nero e il suo colore veniva riflesso sui vetri del palazzo per cui non si vedeva niente all'interno del grattacielo. 
      Arrivate al sesto piano furono accolte da una giovane ragazza che le accompagnò fino a una grande porta di legno. 
      Quando la madre bussò, Fleur sentì provenire dal suo interno una voce di un uomo che gli diceva che potevano entrare. 
      «Buongiorno Signora» disse lui rivolgendosi alla madre. 
      Fleur lo stava osservando dal basso con il suo metro e cinquantacinque scarso. 
      L'uomo aveva un accento straniero, forse inglese, era molto alto ed era anche giovane forse non arrivava nemmeno ai trentacinque anni, ed era vestito in modo elegante. Aveva i lineamenti del viso duri e ben definiti.
      Indossava un completo grigio fumo, una camicia bianca e la cravatta che si intonata al completo. 
      Notò un piccolo dettaglio che forse, anzi, quasi sicuramente a sua madre gli era sfuggito, riuscì a notare che dal colletto della camicia spuntava un leggero disegno nero, forse era una parte di un tatuaggio. 
      Era sicura che sua madre non lo avesse visto, non gli piacevano i tizi tatuati, diceva che chi aveva tatuaggi e piercing portavano solo guai. L'uomo aveva dei capelli corti completamente neri, come le piume di un corvo, una leggera barba che teneva curata e si notava perfettamente, ma quello che stupì Fleur furono i suoi occhi quando l'uomo abbasso lo sguardo verso di lei. 
      Erano diversi. Erano completamente contrastanti. 
      Il giorno e la notte.
      Aveva l'occhio destro dello stesso colore suo. Era di color buio che le persone potevano dire benissimo che era nero.
      L'occhio sinistro era di un azzurro chiaro, come quello del mare della Sardegna, limpido, senza impurità. 
      Era incantata da quegli occhi. 
      Eterocromia. 
      Aveva letto qualcosa sull'enciclopedia che aveva in casa.
      Era una ragazza molto curiosa e amava leggere di tutto. 
      L'uomo ovviamente si accorse che Fleur lo fissava negli occhi e si formo un piccolo sorriso sulle sue labbra carnose. 
      Aveva fatto colpo su di lei, ma su chi non lo poteva fare? Un colore del genere di occhi non si poteva scordare così facilmente.
      Mentre l'uomo parlava con la madre Fleur iniziò a guardarsi intorno.
      Era decisamente un ufficio, pensò subito. Difronte a lei c'era un enorme scrivania in legno con molti quaderni tutti sparsi sopra 
      "È un insegnante?" pensò. 
      Dietro la scrivania c'era una poltrona di pelle e ancora dietro, una gigantesca libreria che prendeva tutta la parete, piena zeppa di libri, alcuni rovinati e altri nuovi. 
      Curiosò ancora e notò che vicino a lei c'era un'altra poltrona e una specie di lettino dove potersi sdraiare e sul suo viso si formò un cipiglio. Era piccola, non stupida. 
      Alla sua sinistra, sul muro c'erano appesi vari quadri. 
      Assottigliò lo sguardo su uno di loro e riconobbe che erano delle lauree e attestati di merito, come quelli che teneva sua madre in sala.
      Fu svegliata dai suoi pensieri quando sentì chiudere la porta da dove era entrata e si accorse che era rimasta sola con l'uomo. 
      Erano ancora entrambi in piedi l'uno difronte all'altra e si fissavano. 
      Le labbra di Fleur formavano una linea dura, aveva 13 anni e le cose le capiva.
      «Ciao» disse lui sorridendogli
      «Salve, Signore» disse Fleur con gentilezza ed educazione. 
      Poteva avere tutti i difetti del mondo, ma finché qualcuno non gli faceva qualcosa di male lei era educata e gentile.
      «Oh ti prego. Non chiamarmi Signore e non darmi del lei, mi fai sentire vecchio.» Disse sorridendo.
      Una volta seduti entrambi, sulle poltrone, l'unica cosa che li separava era la scrivania di legno. 
      «Io sono Seth.» disse l'uomo presentandosi
      "il Dio del caos." Pensò Fleur 
      «So che ti piace cercare il significato dei nomi» disse lui 
      «Si» rispose fredda. 
      «Hai un nome bellissimo sai?» disse Seth accavallando le gambe «immagino che tu sappia cosa vuol dire»
      «Ovviamente» rispose con quel tono saccente che aveva e si voltò continuando a guardare il muro. 
      «Sei affetto da eterocromia» disse lei sviando dal discorso dai nomi. 
      Sapeva benissimo cosa voleva dire il suo nome, ma sicuramente lui non lo avrebbe mai sentito dalle sue parole, aveva il suo nome e cognome, poteva cercarlo su internet e scoprirlo da solo, ma sapeva anche benissimo che lui si era accorto che voleva sviare dall'argomento del suo nome, in fondo era parte del suo lavoro.
      «Si, si nota eh?» domandò retorico lui
      Fleur aveva letto che in certe culture dei nativi Americani l'eterocromia era nominata come "occhi di spettro", ed era ritenuta dare al suo possessore una doppia vista, sia sull'aldilà che sulla terra, invece le culture pagane dell'Europa occidentale consideravano l'eterocromia un segno che l'occhio del neonato è stato strappato via da una strega, o almeno così aveva letto. 
      L'uomo la fissava sorridendo, e Fleur si domandò cosa diamine stesse pensando
      "E' inquietante sai?" disse Lili nella sua testa
      "Io lo trovo bello" pensò sinceramente e sorridendo Fleur
      "E' bello quanto inquietante"
      «Allora...» iniziò a dire Fleur fissandolo dritto negli occhi «Lei cos'è? Uno psicologo?»
      «Sono uno psichiatra» disse lui aprendo un quaderno
      «Uno psichiatra, sono matta?» disse ironicamente
      «Credi di essere matta?» chiese lui 
      «Matto era il Cappellaio in Alice»
      Lui sorrise a quella risposta, sapeva che Fleur non era matta, non aveva niente che non andava, piuttosto era la madre che aveva bisogno delle sedute dallo psichiatra, la figlia non aveva assolutamente niente, ma pensò che magari sfogarsi le poteva far bene.
      «Tua madre mi ha detto che parli da sola» disse
      «La tua invece dov'è?» domandò Fleur 
      «A casa» disse lui 
      Parlarono per 45 minuti, di tutto e di niente, alla fine lei gli disse quando nacque Lilith, di cosa parlavano durante il giorno. 
      «Quindi cosa sarebbe?» chiese sicura di se 
      «Hai presente Dottor Jekyll e Mr. Hyde?»
      Lei annuì sapendo benissimo di cosa stava parlando
      «Ecco, uguale. E' una sorta di sdoppiamento della personalità». Lei continuò a fissarlo, stava già immaginando che di giorno era Fleur e la sera era un'altra persona. 
      «Ovviamente non ti trasformerai in un essere orripilante» disse il dottore facendo una risatina
      «Ma davvero? Non lo avrei mai detto» aveva 13 anni e non sapeva frenare la lingua
      «Fleur, ascoltami, è solo una voce»
      "E' solo una voce".
      Passarono anni, i primi mesi frequentava lo studio del dottore dal lunedì al venerdì, poi piano piano i giorni diminuirono fino a essere uno alla settimana, tutti i giovedì alle 17.30 aveva appuntamento nel suo ufficio. 
      Era entrata al liceo e conobbe Laura e Serena, e insieme diventarono presto migliori amiche.
      Serena era una ragazza dolce, timida, molto permalosa e riservata.
      Aveva dei lineamenti dolci, gli occhi marroni e dei capelli di un castano chiaro che gli arrivavano a metà schiena, aveva un fisico stupendo, dopotutto era una pallavolista. Aveva delle labbra fini e un nasino, che come diceva lei, era a forma di "culo" perché al centro aveva una sottile linea che glielo divideva. 
      Laura era la pettegola del gruppo, sapeva tutto di tutti, era informata su qualsiasi cosa di qualsiasi persona e a volte Fleur e Serena si domandavano se per caso non avesse messo telecamera nel loro paese e d'intorni. 
      Diversamente dal fisico di Serena e Fleur, Laura era più rotonda, ma aveva quelle rotondità nei punti giusti. Aveva delle guance paffute, labbra carnose e degli occhi grandi color verde. Aveva i capelli che gli toccavano appena le spalle tinti di biondo, anche se in realtà il suo colore naturale sarebbe stato un color cioccolato. Le mani sempre ben curate e ogni tre settimane andava dall'estetista per rifarsi le unghie. 
      Fleur aveva compiuto da qualche mese 15 anni e in quel periodo incontrò quello che sarebbe diventato il suo primo vero ragazzo. 
      Raffaele non era il classico belloccio della scuola, ma era carino, e stupendo agli occhi della nostra protagonista. 
      Capelli neri, corti dalle parti e lasciati più lunghi al centro, occhi marroni, un naso appunta e delle labbra comuni. Arrivava a sfiorare il metro e ottanta. 
      Ad oggi è diventato un ragazzo bellissimo, con i muscoli nei punti giusti e come ogni ragazzo faceva e fa strage di cuori, aveva solo un orribile difetto. 
      Un futuro avvocato, bello, con soldi e violento. 
      Lei per Raffaele perse completamente la testa se ne innamorò perdutamente.
      Con lui fece tutte le sue prime esperienze, fece l'amore con lui, i primi viaggi di qualche giorno con i genitori, la prima volta che dormi con un ragazzo, ovviamente a insaputa della madre.
      Aveva donato così tanto il suo cuore in mano a lui che a volte non riusciva a capire cosa c'era di sbagliato in quella relazione. 
      Perché sì, era sbagliata.
      Era il suo primo amore, credeva che il loro fosse vero amore, almeno, da parte sua lo era sicuramente.
      All'inizio erano come una qualsiasi coppia, era felice ed entusiasta e il sentimento che provava le sembrava anche ricambiato, ma la situazione cambiò molto velocemente.
      Dopo un anno di relazione iniziarono le brutte parole quando litigavano, la chiamava 'troia', le diceva che non valeva niente, ma poi come da copione tornava da lei e le diceva che tutte quelle cose non le pensava che erano parole dette solamente in un momento di rabbia, perché lo aveva ferito.
      Il dottore si era reso conto di qualcosa quando lei andava da lui e si sfogava, ma lei ci girava solo intorno al problema, non glielo aveva mai detto apertamente. 
      Delle volte ci aveva provato a toglierle le parole e i fatti dalle sue labbra, con delle domande in cui erano presenti dei tranelli, ma Fleur era una ragazza intelligente e oltre a capire che cosa stava facendo il suo psichiatra, deviava il discorso su altro, come i problemi a scuola e con la madre troppo insistente.
      Rabbia. Questo era il problema di Raffaele.
      Era stato sempre un ragazzo intelligente, veniva da una famiglia di brave persone rispettate da tutti. 
      Aveva ottimi voti al Liceo e tutti sapevano già che si sarebbe diplomato con il massimo. L'anno della maturità Raffaele aveva già ottenuto una borsa di studio per la Bocconi, una delle più famose università italiane per studiare legge. Aveva già un futuro scritto. 
      La situazione è degenerata quando stavano insieme da quasi due anni.
      Durante una discussione Raffaele colpì Fleur sulla guancia con uno schiaffo, secco e duro. In quel momento per lei si bloccò il mondo, non sentì nemmeno il dolore che si espandeva silenzioso sulla guancia, non gli vennero nemmeno le lacrime agli occhi, fu come quando la mamma ti toglie il cerotto con uno strappo così veloce che tu non te ne accorgi nemmeno e quello schiaffo fu identico.
      Mai, mai avrebbe dovuto perdonarlo o capirlo.
      Sarebbe dovuta andarsene nello stesso momento in cui la mano era entrata in collisione con la sua faccia e invece...
      Nella loro relazione c'erano momenti molti belli, davvero bellissimi, la trattava come vorrebbe essere trattata ogni ragazza.
      La riempiva di complimenti e di attenzioni, faceva quei piccoli gesti che le ricordavano del perché lo amasse. 
      Poi si ripeteva tutto come un film visto e rivisto fino a quando non le tirava dei pugni nei fianchi. 
      Imparò molto velocemente a colpirla in posti che teneva sempre coperti per non far suscitare nella madre o nelle persone che la circondavano domande del perché poteva avere lividi sul volto.
      Lui tornava dopo poche ore con il cuore in mano e sulla sua faccia un'espressione veramente dispiaciuta e iniziava a scusarsi, dicendo che non lo aveva fatto apposta, ma che era stata lei a portarlo a fare quell'azione, perché lo aveva ferito, perché lo stava facendo star male e lei, come da copione, gli diceva sempre che stava bene.
      La situazione esplose poco prima del suo ventesimo compleanno quando Fleur lo scopri a letto con un'altra ragazza. 
      Lui aveva lasciato la porta dietro casa aperta e lei era entrata tranquillamente e li aveva sentiti.
      Era delusa, arrabbiata, ferita, provava così tanti sentimenti nello stesso momento che non era in grado neanche lei stessa a distinguerli. Se ne andò via e nel primo pomeriggio gli inviò un messaggio domandandogli se potevano vedersi.
      Lo lasciò, gli spiegò il perché della sua decisione e lui come al solito si arrabbiò la trascinò a casa sua dove sapeva benissimo che erano soli.
      Quando chiuse la porta iniziò a schiaffeggiarla con forza, gli schiaffi se l'aspettava, ma il pugno che arrivò dopo no e cascò a terra. 
      Picchiò la testa sul pavimento di marmo e un dolore lancinante si espanse dentro di lei, le tirò un calcio nelle costole, ma ormai non sentiva più niente. 
      Era abituata a certe cose. 
      Il peggio venne quando iniziò a sbottonarle i pantaloni e li calò insieme alle sue mutandine e con due dita entrò dentro di lei in modo rude, Fleur non si oppose, era peggio se cercava di scappare così lo lasciò fare. 
      Quando finì la lasciò lì, da sola.
      Piano piano si alzò e andò a casa. 
      A sua madre gli disse che era cascata e lei ci credete subito. 
      Come fa una madre a non accorgersi che la propria figlia viene picchiata e peggio ancora.
      Un giorno in passato riuscì a sfogarsi con il suo dottore e lui aveva cercato di convincerla a denunciarlo, ma lei non lo fece, mai. 
      Era arrivato il suo primo anno di università e iniziò a prendere i treni la mattina presto per andare via di casa, iniziò a seguire tutti i corsi extra che poteva per rimanere via dal suo paese il più a lungo possibile, per rimanere via da lui il più possibile, perché nonostante lei gli avesse detto che era tutto finito tra loro due lui si ostentava a seguirla.
      Quando chiedeva di lei a sua madre lei le diceva la verità che era l'università o che ero rimasta in aula studio per prepararsi a degli esami.
      Era fortunata in un senso, per sua madre lo studio veniva prima di tutto e quindi quando gli diceva che ritardava perché doveva preparare gli esami era contentissima. 
      Giovanna era una donna molto all'antica e anche se era convinta che la purezza di sua figlia era sempre intatta non lasciava mai lei e Raffaele da soli in una stanza e non voleva che lui salisse in camera sua.
      La situazione andò avanti così per un paio di mesi poi smise di cercarla è finì il tutto. Si erano lasciati senza dirselo, solo scomparendo un po' alla volta.
      In questi anni Fleur era cresciuta bene, era diventata bellissima come le dicevano in molti, aveva una quarta di seno, la pancia piatta e un culo sodo e tondo. Aveva la fila di ragazzi che gli facevano la corte, ma non riusciva ancora a fidarsi di nessuno dopo Raffaele. 
      Il suo comportamento era diventato quello di una sorte di "bulla", rispondeva male a tutti, tirava frecciatine a chiunque gli capitava. Si ricordò finalmente tutto quello che una volta il suo migliore amico gli disse e così fece.
      Era capitato un paio di volte che fosse finita in questura perché aveva picchiato una ragazza, ma nonostante questo i suoi voti all'università erano alti, era una delle migliori studentesse di psicologia di tutta l'università.
      Dopo mesi che tutti i giorni prendeva il treno per andare a lezione all'università una mattina fece amicizia con due ragazzi più grandi di lei.
      Tutto era iniziato perché uno di loro, Gabriel per la precisione, fece notare al suo migliore amico Alberto che la vecchietta accanto a loro si stava infilando le dita nel naso e successivamente in bocca. 
      Una scena divertente, per Gabriel.
      Una scena disgustosa, per Alberto.
      Una scena tranquilla per chi aveva visto di peggio, per Fleur.
      Però la nostra Fleur  non seppe trattenere una risatina a tale vista e tra un commento e l'altro i tre ragazzi fecero conoscenza, i giorni successivi sono serviti sempre di più per rinforzare tale conoscenza che poi si trasformò in amicizia. 
      Fleur scopri che Gabriel era il solito donnaiolo. Aveva dei capelli castani scuri e portava un piercing alla lingua, aveva dei lineamenti ben definiti del viso, i suoi occhi verdi erano una calamita per le donne, aveva gli zigomi alti e come la nostra protagonista ogni volta che sorrideva gli si formava una fossetta sulla guancia sinistra, anziché due. Era molto più alto di Fleur superava il metro e novanta, mentre lei si era fermata al metro e sessantatré scarso. 
      Aveva un fisico muscoloso, per gli anni di ginnastica artistica.
      Era un ragazzo irascibile, scontroso con tutti perfino con il suo migliore amico, ma faceva parte del suo carattere, ma sotto sotto era un bravo ragazzo, aveva 24 anni e voleva goderseli e basta. 
      Per quello che si poteva vedere al di fuori non sembrava un ragazzo dedito allo studio, ma in realtà era molto intelligente e i voti degli esami alla facoltà di lettere lo dimostravano.
      Il problema nasceva quando un carattere come il suo andava a scontrarsi con la nostra Fleur, in quei casi volavano le pentole, e non sto scherzando, e come da rito Alberto usciva di casa per non beccarsi un mestolo dritto in fronte. 
      Alberto era l'opposto di Gabriel. Era il più maturo dei tre. Un ragazzo molto socievole e rideva spesso. 
      Aveva i capelli di un biondo scuro, corti, ma abbastanza lunghi da riuscire a prendere alcune ciocche e tirarle. Le punte erano tinte di un blu, ma che dopo tanti lavaggi si erano schiarite diventando un azzurro e da lì venne fuori il soprannome di "Puffo". Gli occhi erano di un marrone come la corteccia di un ulivo. 
      Quando sorrideva si potevano notare le due palline di un blu scuro che spuntavano dal labbro superiore, aveva uno "smile" e portava qualche orecchino sull'orecchio sinistro. 
      Alberto superava Gabriel di cinque centimetri buoni, sfiorava il metro e novantacinque e tutti potevano ammirare il suo fisico da nuotatore. 
      Alberto abitava da ormai nove anni con sua nonna Vera, da quando aveva 15 anni, perché i suoi genitori lo buttarono fuori di casa quando gli confessò che era omosessuale. 
      In quel periodo si stava frequentando con un certo Marco da qualche mese e ne era innamorato perso.
      Dopo mesi di su e giù con i treni ai tre amici venne l'idea di prendere un appartamento vicino alle loro università piuttosto che di farsi quasi due ore di treno al giorno per arrivare fin laggiù. Tutto questo portò Fleur ad andarsene di casa. 
      Quando quella sera tornò a casa disse a sua madre ciò che aveva deciso.
      «Mamma sono arrivata» urlò Fleur dalla porta per farsi sentire 
      «sono in cucina» disse Giovanna di rimando. 
      Oltrepassò l'entrata e girò verso destra per recarsi in cucina.
      «Com'è andata oggi?» domandò la madre e Fleur alzò gli occhi al cielo. Non le è mai piaciuto che la gente le chiedesse come stava, oppure come le era andato un esame o la sua giornata e la madre lo sapeva benissimo che non doveva domandarlo, glielo disse anche un tempo il dottor Seth che la seguiva ormai da diversi anni, ma si ostinava ad agire di testa sua. 
      «è andata in treno con i bimbi» rispose addentando una mela rossa e pensò "mm buona cazzo!"
      «Come sei spiritosa. I tuoi amici come stanno?» domandò la madre cercando di fare conversazione con sua figlia anche se la cosa la faceva ridere dato che non gli stavano molto simpatici i suoi amici; ma lei non voleva raccontargli i suoi fatti e non aveva la voglia di parlare, se non per chiedergli dell'appartamento. 
      «Stanno tutti bene» rispose secca. 
      «bene» disse Giovanna, ormai arresa all'idea di cercare di sapere di più sugli amici della figlia. 
      «senti, a proposito dei bimbi...» iniziò Fleur introducendo l'argomento di prendere un appartamento vicino alle loro università 
      «si?» si girò la madre verso la figlia guardandola nel viso e mettendosi le braccia incrociate sotto il seno.
      «diciamo che ci è venuta l'idea di andare a vivere tutti e tre insieme perché...» 
      Giovanna alzò una mano e fermò subito la figlia dal continuare la frase, si schiarì la voce 
      "ci siamo ora la vecchiaccia sclera" disse Lili. 
      "ragazza... calma" pensò Fleur
      "non capisci un cazzo! questa ora sclera e mi farà venire un'emicrania" continuò Lili
      Sua madre alza gli occhi e punta su di lei uno sguardo assassino. 
      «Mamm...»
      «Cosa diamine ti passa per la testa Fleur??» urlò lei quel giorno. 
      Fleur chiuse gli occhi, premette due dita sul setto nasale per calmarsi e face un bel respiro. 
      «mi spieghi cosa ti passa per quella testa? perché ti devi comportare in modo cosi immaturo? andare a vivere con due ragazzi in una casa da sola! ma cosa dico dei ragazzi, quelli sono dei teppisti, dei criminali! tutti colorati e bucherellati! che vergogna! provo pietà per i loro genitori che devono vederli in quella maniera tutti i giorni...»
      «mamma...» cercò di fermarla prima che esagerasse.
      «e tu? cosa vuoi fare? vivere con loro. Ovvio. Devi andare sempre conto corrente! ma dove sono finiti tutti i miei insegnamenti in questi anni è?» continuò ad urlare, se continuava ad urlare in quella maniera Fleur era convinta che gli sarebbe scoppiata la vena che aveva sul collo.
      «ho 20 anni...»
      «non mi interessa quanti anni hai, sei troppo piccola, finirai come loro, ti drogherai e finirai sotto un ponte. Si parla del tuo futuro! chi ti può mantenere? sarà una cosa umiliante per me quando in paese sapranno che mia figlia abita in un appartamento con dei teppisti!»
      «adesso basta» disse Fleur con tono calmo ma duro. Si alzò e battendo un pugno sul tavolo di legno e sentì scricchiolare qualcosa, molto probabilmente la sua mano, ma non gli interessa, era successo talmente tante volte che era abituata al dolore, anzi, ormai non lo sentiva più. 
      «hai ragione ne va del mio futuro, hai detto bene. Il MIO futuro, non il tuo, ho 20 anni voglio iniziare ad essere un minimo indipendente, sono i miei amici, ci passo sei giorni su sette quasi 24 ore insieme so chi sono, e so con chi vado ad abitare. Sono abbastanza grande da prendermi questa responsabilità. Non ce la facciamo più a tenere questi ritmi con i treni e i pullman, se siamo fortunati dormiamo 5/6 ore a notte, non sappiamo mai quando studiare perché non ci siamo mai a casa se non per dormire. Quindi abbiamo pensato di facilitarci il tutto prendendo un appartamento vicino all'università. Nemmeno lo compriamo, è di proprietà del padre di Gabriel e ce l'ha donato molto volentieri, dovremmo pagare solo le bollette e fare la spesa, siamo in tre e i ragazzi lavorano già e io posso dare una mano in casa e/o trovarmi un lavoretto part-time. Credi sia immatura per affrontare questo? sono troppo piccola? quando lo potrò fare allora? eh? è uno sbaglio ciò che sto facendo? non ne ho idea, ma voglio scoprirlo da sola» 
      Detto ciò Fleur si girò e salì le scale che portavano alla sua camera, aprì la porta e si chiuse dentro come faceva sempre.
      Sfilò il telefono dalla tasca posteriore dei suoi attillati jeans bianchi e scrisse un messaggio.
      Fleur:
      Puoi venire a prendermi per favore? 18.45
      Nel mentre che stava aspettando una risposta dal suo amico tirò giù dall'armadio le sue due valigie, le aprì e iniziò a mettere al loro interno tutte le maglie e felpe che possedeva. Aprì i cassetti e tiro fuori jeans, tute, pantaloncini e infilò tutto in valigia; tutta la sua biancheria intima, i suoi giacchetti. 
      Aprì lo zaino e inserì tutti i suoi libri e quaderni. Prese tutto l'occorrente e le cose a lei care. 
      Si inginocchiò difronte al piccolo divano che aveva in camera per prendere tutti quei risparmi che aveva racimolato tra paghette, feste e compleanni, "sono quasi 5 mila euro mi basteranno per un po'" pensò.
      Era passata mezz'ora da quando aveva scritto ad Alberto e di lui ancora nessuna traccia. Quando prese il telefono per chiamarlo, arrivò un suo messaggio.
      Alberto:
      Sono giù. 19.18
      Fleur:
      Arrivo! 19.19
      Uscì da camera sua le valigie e zaino in spalla e si avviò giù per le scale dritta verso la porta d'uscita. 
      «dove pensi di andare??» urlò la madre 
      «mi pare di averlo già detto. Non mi piace ripetere le cose due volte, lo sai.» la guardò. 
      Fissò i suoi occhi su di lei e la madre fece un passo indietro come se fosse impaurita «se esci da quella porta non credere di poter tornare!» l'avverti minacciandola. 
      «Allora puoi stare tranquilla» e detto questo chiuse la porta alle sue spalle. 
      Una volta uscita da casa fece un respiro profondo e si sentì finalmente libera. 
      Davanti a lei c'era l'Audi a3 bianca di Alberto. 
      Il ragazzo scese dalla macchina e aiutò la sua amica a caricare i bagagli che aveva.
      Una volta saliti entrambi e partiti, Fleur volse lo sguardo verso il suo amico e sussurrò solo un «grazie».
      Alberto con tutta confidenza appoggiò una mano sulla coscia di Fleur e la lisciò con tenerezza dicendole semplicemente.
      «tranquilla pastrocchia, adesso ci pensiamo noi a te» facendole un sorriso a 32 denti. Da quel giorno la vita di Fleur sarebbe cambiata, sarebbe andata a vivere con i suoi due migliori amici in un appartamento in una città nuova, ed era curiosa ed eccitata per questa nuova esperienza. Non vedeva l'ora di scoprirlo.
      Era ricapitato di dover stare un paio di giorni tutti e tre insieme soprattutto se avevano esami importanti da dare e ogni volta che lei usciva  per andare a comprare qualcosa, quando tornava a casa del suo amico i ragazzi avevano rotto sempre qualcosa. A volte aveva la paura che potessero dare fuoco a qualcosa, oppure non trovare più la casa. 
      «che ne dici?» chiese Albe richiamando Fleur dai suoi pensieri. 
      «Come scusa?» lo fissò domandandosi di cosa stava parlando.
      «un po' di tempo fa mi dicesti che volevi farti un piercing e un tatuaggio dedicato al tuo amico, volevo sapere se ti andava bene se ci passiamo ora in negozio» la informò. 
      Vincenzo. Le si formò una smorfia di dolore sul viso. Erano 8 anni era morto. 
      Il suo migliore amico. Non voleva mai pensarci, non le piaceva rievocare quel ricordo. Però le mancava, tantissimo, così tanto che a volte era faticoso persino respirare. Le mancavano i suoi capelli riccioluti e rossi lunghi fino alla spalla, le mancavano la sua voce mentre cantava le canzoni dei Metallica, le mancava guardarlo suonare la chitarra, le mancava perfino litigarci.
      Ma non poteva piangere, lui non avrebbe mai voluto, le aveva insegnato ad essere forte e di non abbattersi mai per nulla. 
      "No Fleur! devi essere forte" ricacciò indietro le lacrime, fece un bel sospiro e guardo il suo amico 
      «Ma sì, andiamo a fare questa pazzia!» disse sorridendo e lui sorridendole si diresse verso lo studio del suo tatuatore di fiducia. 

    • Inizia a scrivere la tua storia..
      “SLIDING DOORS, LA FILOSOFIA DI LEIBNIZ SECONDO VOI”
       
      Titolo: "Leibiniz, l'informatico del '600 – '700 secondo me"
       
      scadenza 20/12/2019
       
      Capitolo I: Leibiniz si presenta
       
      Ciao a tutti,
      Sono Gottfried Wihelm Leibniz, l'antesignano della scienza del futuro, l'informatica! Io sono un autodidatta, mi sono accostato alla biblioteca di mio Padre, poi ho studiato filosofia, diritto, matematica a Lipsia e a Jena, ho discusso la tesi a carattere logico-matematico. A me non interessava insegnare nelle università, m’interessava la vita di corte e mi piaceva l'organizzazione del sapere.
      Nel 1668 mi sono dato alla politica diventando consigliere dell'elettore di Magonza, Giovanni Filippo Schonborn. Dopo essere stato in diverse corti, sempre pensando alla logica e alla matematica, sono entrato in contatto con Pietro il Grande e con Eugenio di Savoia, anche se m’importava fondare delle accademie e così avvenne: nel 1700 ho fondato l’Accademia delle scienze di Berlino (anche se non si poteva sempre parlare di scienza vera e propria, ma ho fatto del mio meglio!).
      Oltre a tutto ciò ho attraversato l'Europa, ho scoperto il calcolo infinitesimale e tanti altri tipi di calcoli, ho collaborato e litigato con Newton, sono morto ad Amburgo ed ora vi parlo dal "paradiso dei filosofi"; anzi, un illuminista nel paradiso cristiano è un po' insolito, non vi pare? Sono sepolto in una Chiesa luterana, con Gesù che mi rimprovera il fatto d’essere illuminista, ma elogia che, grazie a me, l'umanità verso il progresso: ha pensato a me, forse il buon Dio crea alcune persone appositamente, ma è Lui che decide, io ne sono onorato!
      Ho conosciuto tanti matematici e scienziati: Arnauld, Melebranche, Huygens, Newton, Spinoza, Samule Clarke e l'italiano (vostro connazionale) Antonio Muratori.
       
      Capitolo II: La logica secondo Gottfried Wihelm
      Quand'ero giovane mi interessai di logica, avevo vent'anni nel 1666 e scrissi la Dissertatio de arte Combinatoria. Mi ispirai ad un certo Hobbes e studiai la logica obiettivamente. Le operazioni mentali per me erano una sorta di calcolus ratiocinator. La parte più interessante che studiai (ma ioo ero non privo di ingenuità, la dedicai alla logica simbolica (ma perché dovetti affrontare argomenti così difficili o cercarmi guai?). L'ingenuità mia stette nel fatto ce io facevo coincidere verità con correttezza dal punto di vista di quest'ultima (ma che caspita di ragionamenti facevo?). Per me lòe affermazioni diventavano vere solo quando erano formalmente corrette (sembro un giurista, un burocrate, certo un matematico più che un filosofo). I posteri dicono che avessi inaugurato il trionfo della sintassi sulla semantica, che gli amici positivisti se ne appropriarono. I posteri dicono che la grammatica viene insegnata sulla base dei miei modelli, insomma anche la grammatica italiana o tedesca, è pura logica e matematica! I cari posteri, da me, hanno inventato l'informatica, con frasi senza senso ma architetture informatiche sensate.
      Ero convinto che si potesse creare un linguaggio universale e necessario semplicemente combinando dei simboli, sul significato dei quali vi doveva essere un consenso preventivo. Il mio amico Hobbes sì che la sapeva lunga, ma per me ragionare è calcolare, ovvero i concetti possono essere sostituiti dai simboli, più facile, apparentemente, vi pare? Cari miei lettori, non c'è più bisogno di usare frasi auliche e solenni, frasi prolisse, lunghe discussioni: gli esseri umani possono parlare anche con simboli, cosa che oggi miei uomini e donne del futuro, utilizzate con Tablet, Pc e Smartphone.
      Capitolo III: Un linguaggio universale della scienza
      Un linguaggio universale della scienza
      Nella prima fase della sua vita convinto che molte cose si sarebbero risolte con il buon senso, ma non era così; ideai un linguaggio universale per le scienze, sempre basato su simboli, che i miei amici studiosi chiamarono "pasigrafia": nella mia epoca, nel Settecento, voleva dire che un sistema di segni convenzionali, universali per tutti, potevano essere compresi da persone di lingua diversa, ma ciò, secondo me è mera utopia. La cosa compleassa era quella di stabilire corrispondenze tra le parole di una data lingua e dei simboli leggibili nella lingua propria. A tal proposito voglio vedere che cosa farete voi, miei cari lettori!
      I numeri arabi, che ognuno legge nella propria lingua, sono un qualcosa che rappresenta quanto vio ho detto. I missionari Gesuiti cattolici che si recavano in Cina e Giappone, ritenevano (azzardandosi) che i simboli di tali lingue potessero essere imparati e utilizzati come linguaggio comune dalla popolazione mondiale. A proposito di "pasigrafia" i miei posteri inventarono l'alfabeto morse e il telegrafo, inventarono i segnali stradali e il linguaggio dei segni per i sordomuti. Non so spiegare tali fenomeni perché li ho solo previsti, anzi visti “dall'alto”.
      Nel 1714 scrissi la Monadologia, in cui capiie che la logica non poteva spiegare tutti gli eventi ricchidi contraddizioni, cioè eventi che una spiegazione logica o una giustificazione non ce l'hanno.
      Capitolo IV: La natura analitica delle proposizioni
      Cari amici, se volete capire la mia “logica”, dovete comprendere e studiare l'analisi logica, focalizzandovi su Soggetto, Predicato Verbale e Complemento oggetto.
      I miei amici scienziati hanno poi inventato e studiato i predicati: essi ci dicono ciò che è vero e ciò che non è vero: in questo modo è facile, tutti possono capire una procedura scientifica di tale portata, non è più logica, ma di nuovo buon senso, verità e giustizia. Per me l'analisi logica è pura matematica, sono algoritmi, come spiegava un mio antenato-scienziato di nome Euclide.
      La matematica è commensurabile, Dio no, è incommensurabile. Studiate e capirete, leggere e capirete, pregate e capirete.
      Dicono che anche il mio amico Cartesio abbia usato il mio metodo, ma no, forse no, lui era per Cogito Ergo Sum.
      Cambiando discorso sempre su Cartesio, si può considerare, come il mio collega rifiutava il concetto di materia “viva”, perché significava che fosse magica! Ciò significa che la legge della gravitazione universale di Newton sia magia? Non credo proprio. E lui lo sapeva!


       
       
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    • «Solo tu puoi farlo»
      Gabriella rabbrivì al suono di quelle parole, le attraversarono la pelle come tante piccole scariche. Se ne stava lì, seduta sulla grande scrivania in mogano del suo studio, ad ascoltare la supplica dell'uomo che le stava di fronte. Lei era bassina, giusto un metro e settanta, con una cascata di riccioli biondi che le accarezzavano il collo e le spalle, e due occhi dello stesso colore del ghiaccio che, nell'insieme, contribuivano a farla apparire più severa di quello che fosse. Lui era un uomo anziano, con due folti baffi bianchi su un volto altrimenti rasato, ed occhi castani che, ora, la guardavano supplichevoli, dal basso della sedia su cui era seduto.
      Con un sospiro, Gabriella si lasciò scivolare giù dalla scrivania, i tacchi delle sue costosissime scarpe toccarono il suolo con un tintinnio acuto.
      «Non posso, Giu»
      Lo chiamava così, “Giu”, amichevolmente, invece di usare il più formale “Giuseppe”, nonostante l'età apparente che li separava.
      «Gab...»
      voltò lo sguardo, per non osservare ancora i suoi occhi, ma il tono con cui la stava pregando era sufficiente a causarle una coltellata nel petto. Mosse qualche passo in direzione della vetrata, fermandosi dopo averla raggiunta. Attraverso il grande vetro a specchio, osservò la citta che si dipanava sotto il suo ufficio, diversi piani più in basso, mentre sapeva di non poter essere vista da nessuna di quelle formiche che affollavano la strada.
      Lei e quell'uomo si conoscevano da tanti anni, molti più di quanto chiunque altro avrebbe potuto ritenere possibile, guardandola, e forse per questo non riusciva a sostenere il suo sguardo, e aveva bisogno di rifugiarsi nella contemplazione della città.
      «Non posso»
      Lo ripetè di nuovo, questa volta il dolore di quella risposta riuscì a filtrare attraverso la sua voce, e fu sufficiente perché lui si convincesse di avere qualche possibilità di convincerla.
      «E' la mia unica figlia, Gab...»
      Ancora quel nomignolo che aveva sentito tante volte, quel nomignolo che concedeva solo a lui e a pochi altri eletti.
      «Lo so...» sapeva quanto Elena contasse per lui, c'era quando lui l'aveva stretta tra le braccia la prima volta, c'era quando l'aveva cresciuta, senza contare sulla figura di una madre ad aiutarlo. Aveva visto gioie e dolori e sapeva, sentiva, quando quell'uomo la amasse. Eppure...
      «... ma non posso»
      Sì girò verso di lui, dando le spalle alla città che scorreva senza sosta, inconsapevole dei suoi problemi, di quei dilemmi che le dilaniavano l'animo, in bilico tra fede e sentimento.
      «Gab...» se avesse sentito ancora una volta pronuciare il suo nome in quel modo, si sarebbe messa a urlare.
      Alzò lo sguardo, i suoi occhi azzurri incontrarono la figura dell'uomo, che adesso si sera alzato dalla sedia, ma ancora non aveva osato muoversi.
      «Nessun altro può autarmi»
      “E non posso neppure io”. Avrebbe voluto dirlo, sapeva che quelle erano le parole giuste, ma non riusciva a mettere a soffocare quella piccola vocina che si faceva strada dentro di lei “Sì che puoi, hai il potere di farlo”.
      «... puoi... portarla?» si ritrovò a chiedere, maledicendosi poi internamente per averlo detto, per avergli dato una qualche speranza, ma ancora di più si maledisse perché sapeva che lei stessa stava iniziando a cedere.
      E, difatti, gli occhi dell'uomo mandarono un lampo di risolutezza, quindi un sorriso si allargò sotto i suoi folti baffi.
      «Sì» con uno schiocco di dita, un lampo di luce apparve a circa un metro di distanza da dove si trovava Giuseppe, ed in quel punto, subito dopo, apparve un tavolo con sopra stesa una donna di neanche quarant'anni, bionda, con dei boccoli dorati simili a quelli che ricoprivano il capo di Gabriella.
      La donna ossservò quella figura, muovendosi ancora, questa volta nella sua direzione.
      «Ciò che Dio da, dio toglie» pronunciò con voce bassa, misurata, gli occhi sempre fissi su quella figura che sembrava dormire «Perderai i tuoi poteri, per questo». Ma sapeva quale sarebbe stata la risposta, ancora prima di sentirla.
      «Quali poteri? La capacità di richiamare a me gli oggetti? La vita di mia figlia vale di più, Gab. Ti prego, riportala da me».
      Si ritrovò ad annuire, e a maledirsi ancora, la mano sinistra che già si muoveva a sfiorare la pelle del cadavere, fredda al tocco. Da viva, Elena era stata una donna bellissima, e la morte non sembrava averle portato via nulla, se non quegli occhi dello stesso colore degli smeraldi più puri, che adesso restavano chiusi al mondo.
      Ciò che Dio da, Dio toglie.
      Adesso lei stessa avrebbe scoperto quanto quella frase potesse essere vera. Nell'arco della sua vita, aveva fatto diverse cose in grado di far arrabbiare l'Altissimo, ma mai aveva osato tanto come compiere una resurrezione, pratica assolutamente proibita per gli angeli.
      Soprattutto per quelli che erano stati cacciati dal Paradiso, ed ora, non abbastanza indegni per finire negli Inferi, vagavano sulla terra cercando di guadagnarsi nuovamente i favori divini. Lei non ci aveva mai provato davvero, si era sempre mantenuta su quel terreno neutrale che si staglia tra Paradiso e Inferno, un limbo che le impediva di tornare nei cieli superiori, ma le impediva anche di vincere in dotazione delle ali nere e la coda e di finire a torturare dannati.
      Ora, forse, anche lei avrebbe assaggiato la spada di Michele e sarebbe finita insieme a Lucifero.
      Però, in fondo, a Giuseppe lo doveva. Certo, quello che era successo non era stata interamente colpa sua, non è forse vero che ambasciator non porta pena? Nonostante tutto, aveva ritenuto giusto un risarcimento per quell'uomo, e così gli aveva donato una nuova vita, una nuova identità, una figlia da amare. Fino ad ora.
      «Solo perché sei tu...» sospirò ancora e, anche se non poteva vederlo, sapeva che dietro di lei Giuseppe stava sorridendo. La destra andò ad avvicinarsi alla sinistra, per posarsi a sua volta sul corpo della donna distesa. Chiuse gli occhi, con un ultimo, profondo, sospiro.
      Richiamare l'anima come aveva fatto Gesù con Lazzaro, per loro non era possibile. L'unica cosa che potevano fare – ma che era severamente proibita – era andare a riprendersela, così da legarla nuovamente al corpo che l'aveva ospitata.
      Così utilizzò il corpo di Elena come un canale per unire sé stessa ed il Paradiso dove la donna riposava, così da potersi trasportare là, o, più nello specifico, mandare là una sua proiezione astrale, mentre il suo corpo terrestre restava ben ancorato in quell'ufficio al nono piano del palazzo più grande della città.
       
      Era davvero tanto tempo che non vedeva il Paradiso, da quando aveva mancato ai suoi doveri ed era finita sulla Terra, e per questo rivederlo le diede uno strano effetto: immaginava di provare nostalgia, forse persino di piangere per il dolore di essere stata allontanata, invece desiderava solo fare tutto in fretta, senza indugiare oltre nella contemplazione di un luogo che non era più casa sua e, di questo era sicura, non lo sarebbe mai stata. Non si illudeva di compiere quell'operazione all'insaputa di Dio, sapeva che ciò non era possibile, si augurava solo di riuscire a riportare indietro l'anima di Elena prima che qualcuno degli angeli superiori riuscisse a dare l'allarme. Una volta resuscitata, nessuno le avrebbe arbitrariamente tolto la vita di nuovo, solo per punire lei di quella grave insubordinazione, e a quel punto sarebbe stata pronta a qualsiasi punizione l'Altissimo avrebbe voluto infliggerle.
      Si guardò intorno, c'era solo bianco intorno a sé. Utilizzando il corpo di Elena come canale, si era ritrovata nel posto più vicino alla sua anima e quindi, per sua fortuna, già oltre i cancelli controllati da Pietro, altrimenti passare sarebbe stato impossibile.
      Adesso, però, doveva trovarla senza ulteriori aiuti, in quella distesa di bianco, soffice come zucchero filato. Mosse qualche passo in avanti, l'unica direzione in cui poteva andare adesso, dal momento che tornare indietro avrebbe voluto dire finire dritta dritta al cancello. Il bianco piano piano si diradava, fino a lasciare spazio ad una collina d'erba che dolcemente scendeva. Nonostante il tempo passato, i suoi ricordi non erano affatto sbiaditi, sapeva che, una volta superata la collina, avrebbe trovato alcune delle anime che avevano ottenuto l'accesso al Paradiso – tra cui anche Elena, visto che era stata catapultata direttamente lì – ma sapeva anche che avrebbe trovato ad attenderla anche una moltitudine di angeli.
      Doveva dunque farsi coraggio, e cercare di dare poco nell'occhio, con un po' di fortuna, forse, sarebbe riuscita a farsi passare per un'umana.
      Prima che potesse muovere ulteriori passi, però, avvertì distintamente il calore di una mano che si posava sulla sua spalla e poi un altro calore, più intenso, espandersi dal suo cuore. Conosceva quella sensazione bruciante, e non aveva neppure bisogno di voltarsi per sapere chi si trovava alle sue spalle, tuttavia lo fece.
      «Raffaele...» pronunciò, guardando negli occhi colui che per millenni aveva chiamato fratello.
      «Gabriele» quel nome non le apparteneva ormai da troppo tempo, scosse quindi le spalle, e, con quelle, anche i lunghi capelli biondi.
      «E' Gabriella, sulla Terra»
      Il sorriso di Raffaele ancora una volta le scaldò il cuore, facendole provare quella fitta di nostalgia che non aveva provato al suo arrivo in Paradiso.
      «Non ha importanza. Sei tu»
      Questa volta, il medesimo sorriso si riflettè anche sul volto della donna.
      «Sì... sono io...» ma durò solo un istante, poi tornò a rabbuiarsi, consapevole di ciò che stava per fare, di ciò che aveva accettato di fare.
      «Perché sei qui?» eppure qualcosa, nel tono di Raffaele, le suggerì che lui era già a conoscenza della sua venuta, voleva solo sentirselo dire.
      «Per una resurrezione» le uscì così, senza tante esitazioni e senza giri di parole. La verità secca e cruda, così com'era.
      Come aveva previsto, non passò alcuna sorpresa attraverso gli occhi nocciola dell'Arcangelo.
      «E' lì» al contrario, unì a quelle parole un ampio gesto del braccio, l'indice puntato verso un gruppetto di persone che correvano beate all'interno di quel prato incantato. Tra di esse, distinse senza grosse difficoltà proprio colei che stava cercando.
      «Come fai a-»
      «Non ho mai smesso di osservarti»
      Naturalmente non lo aveva fatto. Erano fratelli, erano stati arcangeli insieme, prima che la sua disubbedienza la portasse a cadere in quel limbo, Raffaele non poteva averla dimenticata, e si diede della sciocca per aver pensato, anche solo per un secondo, che potesse farlo.
      Adesso, però, occorreva prendere una decisione, perché quello che avrebbe fatto avrebbe deciso le sue sorti future.
      «Gabriele...»
      La voce di Raffaele la costrinse a voltarsi, per osservarlo ancora, il volto adesso reso triste, anche attraverso la luce che splendeva perpetua in quel luogo.
      «... è già stato duro perderti... se cadrai ancora... non ci vedremo mai più. Non potrò vegliarti, laggiù».
      Ne era consapevole, naturalmente.
       
      Corse ancora una volta con lo sguardo ad Elena: sembrava felice, e per un istante si chiese se non fosse giusto lasciarla lì, permetterle di vivere eternamente nella luce del Signore, senza riportarla indietro solo per gli egoistici desideri del padre.
      «Devo fare quello che reputo giusto»
      «No» questa volta nella voce del fratello vibrava una nota diversa, più decisa «Devi fare quello che è giusto. Elena ha finito il suo tempo»
      Continuava a guardarla, le lacrime iniziarono a pungerle l'interno degli occhi, minacciando di sgorgare da un momento all'altro.
      «E' così giovane...»
      «Tanti sono stati chiamati anche più giovani di così».
      Era vero, tanti ragazzi e bambini venivano chiamati tutti i giorni a giocare in quel parco, senza che mai nessuno si presentasse a reclamare la loro anima. Non avevano meno diritto di Elena, e lei non aveva alcun diritto di privilegiare un'anima a scapito di un'altra.
      Eppure...
      «Lo so»
      Eppure c'era quella supplica a bruciarle dentro, lo sguardo di Giuseppe a scavarle nell'animo. Non era stato facile, essere ripudiata dal Paradiso. E, quando questo era successo, non c'era nessuno ad aiutarla. Non c'era Michele, la cui arma scintillante era già pronta a scagliarla più in basso, non c'erano gli altri fratelli con cui aveva condiviso la luce. Non c'era Raffaele. L'aveva seguita, l'aveva osservata, ma lei non ne era mai stata consapevole, neanche una singola volta, non aveva mai davvero goduto della sua vicinanza, del suo sostengo. Giuseppe era stato l'unico ad accoglierla nella sua vita, a permetterle di trovare un piccolo scopo anche in una vita terrestre. Lui l'aveva spronata a studiare le leggi terrestri, lui l'aveva spronata ad intraprendere la carriera di avvocato, per poter aiutare, anche lì, delle anime innocenti a non perire sotto i sopprusi.
      «Davvero sceglierai Giuseppe, invece dell'Altissimo?»
      Raffaele aveva sempre avuto la capacità di leggerle dentro, di leggere i suoi pensieri più profondi.
      «No» rispose, e mentre lo faceva congiunse le mani, animandole di un bagliore che rivestì anche Elena, qualche metro più in là «Scelgo di fare quello per cui sono stata creata... aiutare».
       
      Aveva scelto.
      Giusta o sbagliata, aveva preso la sua decisione.
      Riaprì gli occhi dentro il suo ufficio, le mani che ancora brillavano di quella luce a cui aveva legato l'anima di Elena. La donna ancora giaceva stesa sul letto, e Giuseppe si era nel frattempo avvicinato, ed ora, accanto a lei, teneva la mano della figlia tra le sue, rozze e callose.
      Gabriella portò le mani alle labbra, e subito la luce che le animava si mosse verso il suo volto, quasi volesse farsi risucchare da lei. Giuseppe si limitò ad osservarla, senza proferire parola, neanche quando l'angelo si chinò verso Elena, posandole un bacio sulla fronte.
      Fu questione di un attimo, la luce si spanse su tutto il corpo della donna, riportando il colore sul suo volto ed il calore nella sua pelle, che l'uomo stringeva.
      «E'...?» chiese lui, titubante.
      «Viva, sì» confermò la donna, per poi allontanarsi e tornare verso la scrivania, il corpo proteso in avanti, e le braccia posate sulla scrivania, a sostenerne il peso.
      Ormai non poteva più tornare indietro, aveva violato il giuramento e messo fine alla sua possibilità di redenzione.
       
      «Stai bene?»
      Non c'era una risposta, o, per meglio dire, la risposta era ovvia, e nel giro di pochi secondi si palesò davanti agli occhi attoniti di Giuseppe. Non ci fu nessun annuncio, nessuna avvisaglia, semplicemente il corpo di Gabriella iniziò a raggrinzirsi, come quello di una prugna, ed un pallore mortale prese il posto del roseo incarnato che l'aveva contraddistinta, mentre anche i capelli presero a invecchiare sotto la spinta di un invecchiamento tanto rapido quanto ineluttabile.
      Gabriella ebbe giusto il tempo di voltarsi verso di lui, di allungare una mano nella sua direzione, in una muta e inutile richiesta di aiuto, poi il suo corpo non resse più il fardello dell'età e finì per cadere su sé stesso. Giuseppe si mosse rapido, allungò le braccia verso di lei e prese quel corpo ora fragile come quello di una centenaria, prima che potesse toccare il suolo.
      «Gab...» la chiamò ancora una volta, mentre cercava di sostenerle la testa.
      «Ho... paura...» una lacrima solitaria scivolò lungo la guancia di colei che era stata messaggera di Dio, poi, con un ultimo singhiozzo, chiuse gli occhi.

    • LA GUERRA DEL FORNAIO
       
      DI : DOMENICO DE FERRARO
       
       
      Sono segnato  dal  male che strugge il mio animo , l’amore mi trascina verso il fondo , verso quello che provo nell’attimo di un sentimento , mite come un canto primaverile . Il quale  sboccia dall’inverno  ideale, dall’ugola del cantore errante  , nella ragione ed altre congiunture di un vivere filosofico che mi condurranno  a credere ad essere quello , ho  sempre  cercato. Ed i fili dei panni stesi al flebile sole di febbraio, si asciugano in fretta nel vento marino , così la morte coglierà ognuno di noi di  sorpresa. Ci sono   giovani  legati a  fili interminabili di idee  con due , tre testi poetici  , teste pensanti che rideranno , capovolte nella logica dei fatti . Una  storia fragile ,  figlia della sorte. Volano alto  gli uomini con l’ali , sembrano  angeli,  figli di una leggenda  , di un peccato antico.  Tutto il mondo si raccoglie  in preghiera , dalle chiese sepolcrali si udirà un lungo lamento . La gente volge  il suo passo nella speranza di essere e di ottenere quella libertà agognata. Ed il canto di febbraio  porterà l’amore sperato , sentito nell’animo afflitto  , porterà con se  le  sue note bizzarre , i suoi acuti feroci , ci farà provare  il gusto  di un vita raminga .  E come il cammello attraverso  la cruna di un ago ,  anche il lupo ululerà alla luna , ed i beduini giocheranno a carte sotto le palme di cartapesta . Giocheranno tra la sabbia che scorre nel vento . E questo volgere in  altri intendimenti , ci condurrà alla fine del viaggio , verso l’incoscienza di essere amici o nemici di un genio   fedifrago , falso , senza spina dorsale , così basterà  fare un salto nel buio  della fantasia per capire ogni cosa detta.
       
      Ed il pane è profumato e sa  di storia ,sa  di amori clandestini  , sono questo dire che vado raccogliendo tra mille domande. Lavoro , inforno e faccio il sordo poiché so  di essere morto.  E bello rivedere  le file dei soldati ritornare dalla guerra ,  ritornare   stanchi  di raccogliere  concetti banali , in brughiere di alabastro  , sotto false logiche , in  guerre elettriche , epigono di un volgere la mente in una ragione metafisica,  fatta ad immagine della ragione sociale  , fatta ad immagine di un trascendere per capire il nesso logico di chi apprezza e discute della vita in genere. Come ogni  forma e contenuto. La morte non regala nulla di buono ti da un bacio nell’oscurità,  ti conduce dove credi sia giusto poi svanisce in altri intendimenti ed altre storie,  epigono di fustigati costumi , chimere, chimiche estrapolazioni mentali di tragici eventi .  Attaccato ad un ombrello sotto una pioggia,  scendono le  lacrime di angeli disperati. Ascolto i canti di guerra  li ascolto  con l’ali piegati nel vento dell’amore regalato o comprato a poco prezzo , lungo statali impervie,  in altri lidi,  vedremo ritornare  l’onda dal mare ,  sciogliere  i nodi del pettine.  Mani unirsi congiunti , nella preghiera,  nell’ amore cantato , figlio delle cielo ,  della cicala  di altre speranze  spezzate , vedute a meta prezzo a  dotti e  sapienti .
       
      Sei buffo vestito da fornaio
      Sono  vicino al tuo cuore
      Scinne fa ampresse,  cosa  mi devi dire ?
      Sono come l’acqua del mare
      Sono io che ti conduco oltre questo presagio
      Il mio viaggio  sta per giungere  al temine
      L’amore è  stato clemente con me
      Ti sei  chiuso in te  stesso
      La storia  mi ha condannato
      Eri  un fornaio
      La morte ora viene a reclamare il dovuto
      Se saresti stato clemente con i tuoi  nemici
      Una cimice,  sa sempre come uccidere il suo antagonista
      Ora  speri  nello scorrere degli eventi ,non saltare dalla finestra
      Giovanni hai  visto per caso a  Carmela ?
      Tu stai sempre fore de testa
      Sarà un  difetto
      Non facciamo come l’ultima volta nel girare  la chiave
      nella toppa ho trovato te.
      Siamo  carne da macello
      Se fossimo  stato degli angeli,  ora saremmo in paradiso
      Spero  il presidente , cambierà qualcosa
      Non è  detto , poiché tutto questo non ha senso
      E la misura delle cose , la forma  che riempie il contenuto
      Le bugie hanno le gambe corte
      Già pinocchio era amico della balena
      Sulle acque della conoscenza , naviga una mosca
      Forse e Gigino ò  salumiere
      Tu fai lo spiritoso,  ma queste sono cose serie
      Non chiamarle  cazzate
      Lai detta grossa
      Era uno starnuto
      Scappa , non farti trovare qui
      Ci vediamo balena
      In un baleno ed il mondo sarà diverso
      Verso altri traguardi
      Nella festa di domenica
      In giorni allegri
      Ultimi per strade , sporche di sangue
      Sulla scia di un vecchio amore
      Alla fermata dell’autobus
      Sono qui che canto
      Fatti sentire,  sei il re di re
      Sono  il re della foresta
      Siamo gli ultimi ed  aspettiamo  tutto si avveri
      Sei certo di quello che dici
      Io non sono nessuno
       
      Perduti  nella nostra scialba stupidaggine ,  nella confusione degli atti nei miti sentimenti spezzati , fili interminabili ,  leganti  il nostro dire a  rime banali .  La guerra ,  spinge  a ricredersi ed  i bambini con le donne ed i vecchi,  tutti verranno sotto il balcone del re ad ascoltare una nuova predica,   sotto  i portici , tra tanti dubbi,  nel buio  dell’anima,  nell’amore venale,  nella sorte grigia figlia della maleducazione. Ci sarà sempre un re a ragionare a far decapitare una popolazione affamata , ci sarà sempre un cammello , dei  beduini , un Buddha sopra il comodino. E  sarò felice di rivedere il mio amore a stelle e striscia  fare la spola tra le sponde dell’averno , uscire  e ridere di se stessi nella sorte avversa  sarò il piccione poi l’aquila  simbolo dell’impero romano . Saro li davanti a tutti a discutere,  di cosa significa,  questa mia  poesia banale. E metterò le ciabatte colorate , sarò il signor fornaio di ogni storia e di ogni morire lento per altre rime sarò come il pane  regalato a molti . Sarò il signor nessuno che attraversa questa storia a ritroso nel tempo sognato,  affermato nell’attimo di un amore banale  che sorge dalle acque ,  sale,  verso il cielo libero di essere. Ed il canto delle lavandaie si udirà per laidi luoghi  e ritorneranno i soldati dalla guerre e da molte battaglie feriti, sporchi ritorneranno  quando tutto questo finirà .
       
      Sei consapevole di ciò che dici ?
      Prima mi  faccio uno spinello
      Fumi come un turco
      Sono grato  alla  mia ignoranza
      Se lo fossi stato per davvero ora  staresti a marcire in galera
      Guardate chi ha parlato
      Perché avresti da ridire ?
      Per carità sono d’accordo con te
      Allora torna a lavorare
      Se no lo farei ?
      Diventerai  carne da macello
      Piovano bombe
      E una nuvola  passeggera
      Sopra queste trincee
      Siamo al confine del mondo
      Ho girato per l’oasi
      Cercavi acqua ?
      Cercavo il cammello del colonnello
      Dai mi fai ridere
      Abbassa la testa, stai attento possono colpirti
      Alfredo  tiene sempre la stessa cape
      Peppino qui o moriremo o vinceremo 
      Paghiamo  le nostre colpe
      E  chi lo dice al resto della popolazione
      Mi devi credere mi sono sfastriato
      Mi sembri una  sfogliatella
      Tu scherza mo’ faccio domanda di rientrare a casa
      Il colonnello è  un duro
      Me lo metto in mezzo al panino
      Sei sempre lo stesso
      Il sesso è fonte di miseria
      Si ma anche di successo
      La mela del peccato e sempre rossa
      Mo’ mi fai venire una mossa
      Scacco matto
      Alfredo sei uno stronzo
      Chi la dura  la vince
       
      Il mio  esprimere è una confusione di parole , senza senso che crescono con le mie  zingare rime , vanno girando per strade asfaltate,  saltano steccati metafisici  mi  fanno gustare la brevità della vita e forse in questa confusione fittizia , figlia dell’intelligenza artificiale fanno  si che io comprenda l’errore insito nel mio strampalato discorso.  Raggruppo le mie deficienze per giungere ad una seria conclusione. Anche se questo morire per rime,  presume una storia congeniale , fatta ad immagine di una logica partitica io rimango dell’idea che il nostro elaborare ed il nostro trascendere ci condurrà a presumere la fine assegnata . E l’amore credetemi è una sedia a rotelle . Questo comporre è  una  antica morte , un credere che fa ridere e poi danzare tra le memorie di un amore  bizzarro ,troppo singolare . Ci rimane  poco tempo per capire , poiché siamo  tutti là  in piazza a reclamare questa libertà di pensiero  . Un sasso  tirato  contro la storia  . Una  palla caduta dal cielo  ,  come se fosse una bomba nucleare  ,pronta ad uccidere per sconfiggere il male della storia. La fame,  la disperazione , provata ,un danzare contro la logica dei fatti , un trascendere in  idee eremite,  momenti singolari  prive di ogni nesso logico . Si solo nella purezza del divenire , si giunge  nell’errore commesso ed ora  chiedo permesso poiché la vita lo vissuta da semplice fornaio , da chi si  è sempre svegliato  all’alba e và  a lavoro pensando possa divenire un grande cuoco . Ho imparato l’arte culinaria , una benedizione  un inizio gustoso   di una nuova storia. Sono cresciuto tra i vicoli , sognando panini farciti , sognando grandi  mortadelle , dilemmi di un filosofare che infiammano  l’animo. La mia vita è  una bistecca ai ferri ben cotta,  pronta ad essere assaggiata da una comitiva di turisti giapponesi . Là  tra quei vicoli neri puzzolenti , lunghi e scuri si consuma  la mia esistenza di fornaio . Ed ero convinto di poter cambiare le carte in tavolo .  Cosi  fui assunto dal miglior  panettiere  della città e facevo pane e panini,  rosette e sfilatini profumati . Lavoravo tutta la notte , contando le stelle,  sperando di finire in un attimo con l’acqua alla gola , con l’amore che mi teneva legato le mani,  infornavo il pane della libertà . E la fornace era nera una bocca spaventosa ove veniva cotto ogni cosa . Perfino l’agnello del padrone . Quando provai a chiedere un aumento il capo  mi disse di stare sulle righe , che c’era la guerra e non poteva dare aumenti. Ed io  l’ascoltai  come se fosse una canto d’ amore . Prendevo il tram delle sette nel mattino dei miei  sogni , con il mio sguardo assonato nella notte  che volgeva al termine,  nell’urlo delle sirene,  nel sentire altre storie. Rinacqui  giovane  quando la vita mi sorrideva.  Rinacqui nella mia ignoranza nel non sapere sfornare concetti ed altri sillogismi , ma era banale raccontare la guerra , quei momenti che fanno parte della nostra vita , del nostro essere. Tutto scorreva, un fiume di sangue , i soldati erano sporchi di fango . Ricordo  ed odo ancora gli spari,  momenti assai simili ad oggi  , eravamo  tutti figli della  stessa madre  terra ,  tutti figli di una crudele  storia d’amore e di tenebre.  Il mio ricordo di fornaio va oltre questo mio giudicare  in  una logica che mi conduce ad essere assai strano , forse una vittima di questa storia  , sotto  una croce , la vita mi  ha destinato un posto al camposanto li dove riposo e rammento  il mondo com’ era. Il mio  tempo una nuvola un correre contro l’amore , figlia della morte , figlia di un amore decantato nel nulla degli atti in un atto singolare ove la mia esistenza  di fornaio si rappresenta e viene giudicata come se fosse un uccello in gabbia.   
       

    • GRA

      By gimmy80, in Azione e avventura,

      Ogni maledetta mattina apro gli occhi verso il mio futuro.
      Mi alzo dal letto pensieroso, consumo la mia colazione piangendo.
      Mia moglie mi guarda e mi appoggia una mano sulla spalla per confortarmi.
      Quanto vivrò sul GRA oggi? Consulto Waze, Google Maps, Here WeGo, Tom Tom mentre sono seduto sul mio sedile di ceramica nel bagno, dicono “traffico in aumento, forse nella giornata di oggi arrivi in ufficio”!
      Mi vesto veloce e bacio i bimbi. Mi guardano ogni mattina come se fosse l’ultima volta e dicono: “Dai Papi, sei il nostro eroe!” e dentro di me penso che potrei raggiungere il mio ufficio quando saranno già maggiorenni.
      Guardo mia moglie per ricordarmela giovane ed esco.
      Entro in macchina ed è come se non ne fossi mai uscito. “Ciao “dico. Lei si mette in moto.
      5 minuti e raggiungo il GRA. Sono i miei 5 minuti di qualità quelli che mi fanno apprezzare il paesaggio, che mi fanno dare la precedenza ai pedoni, che mi fanno fermare per permettere ad un'altra macchina di immettersi, sono il suono dei cavalli del mio motore, della sigaretta spenta nel portacenere e della caramellina alla menta, del sorriso nell’attesa dell’attraversamento di una nonnina col bastone, della schiena ancora integra e dell’odore di dopobarba.
      Ci sono quasi il GRA è proprio fra 2 curve…o perdindirindina! Sono già fermo prima di immettermi, quale eccezionale evento è successo oggi?
      Gli episodi con incidenti gravi purtroppo succedono e credo che la morte di una persona valga il prezzo di una ora in più nel traffico per farti riflettere su come guidi.
      Sul GRA ho visto fare di tutto in macchina: leggere il giornale, truccarsi, vestirsi, lavarsi, fare pipi in una bottiglia, fare fellatio, ballare, dipingere, mangiare con le posate, giocare a carte, litigare e buttare fuori le valige, farsi la barba , stirare e tutto mentre parlavano al telefono! (Meno quelli della fellatio).
       
      Sono gli episodi stupidi che succedono quasi giornalmente che prendono in giro la mia pazienza come la simpatia di una ginocchiata nelle palle di mia figlia.
      Una volta il traffico rimase bloccato per i così detti curiosi , ma che CAXO guardate! Quel giorno d’estate fu uno dei più lunghi. Ricordo che l’auto davanti a me aveva attaccato sul lunotto posteriore le figurine di famiglia (Papà, Mamma, Gino; Alice e il cane), ad un certo punto l’autista è sceso dall’auto e ha attaccato un’altra figurina con scritto: Monica. Mentre era bloccato la moglie ne aveva sfornato un altro .Gli ho chiesto:
      “a che mese era tua moglie quando sei uscito di casa?”
      “al 4°!....spero di arrivare per il primo compleanno!”
      Dovrei impiegare il tempo nel traffico in modo costruttivo, come fanno molti, ma la mia coscienza mi suggerisce di non distrarmi troppo, così non posso dedicarmi, ad esempio,  alla scrittura che presuppone una linea di pensiero continuativa ed il singhiozzo del traffico non lega bene.
      Ecco la mia uscita! scusate devo interrompere.
       

    • La deviazione

      By Edoardo Bastioni, in Storia,

      Il Monti camminava sicuro di sè, scarpe lucide con suola in cuoio puro, tacco verniciato, cappotto blu fresco di tintoria, diretto, lasciando impronte sul sudicio marciapiede intriso di pioggia, dove le orme di ognuno sono calpestate.
      Teneva in tasca le chiavi della sua Mercedes, stringendole con orgoglio, inquieteto però dal canone di noleggio che, da lì a breve, non avrebbe più potuto sostenere. Vecchio ormai, troppo per il mondo del lavoro che gli aveva già da tempo voltato le spalle, ma era quello il suo unico mondo.
      Quante ambizioni giovanili svanivano su quel marciapiede.
      C'era una deviazione nella sua vita, non prevista, indesiderata.
      Il fondo bagnato di essa conduceva nel silenzio di piombo della miseria e dell'abbandono.

    • Oblio

      By Sabry.11, in Letteratura Rosa,

      Novembre
      Mentre le lacrime sgorgavano e mi rigavano il viso, ero convinta che lui avrebbe potuto cambiare idea, sarebbe tornato e non mi avrebbe lasciata sola, a raccogliere quei pezzi di vetro anneriti del mio cuore che mi stavano logorando.
      La nostra vita sarebbe stata di nuovo perfetta come avrei desiderato, ma non riuscivo a credere che i miei progetti erano stati infranti, che avevo fatto di male?
      Più cercavo di mettere a fuoco e più vedevo nero, il buio. Mi sarebbe rimasto solo quello: il vuoto.
       
      Lo squarcio nel petto si faceva sempre più profondo. Ero seduta a fissare il giardino da qualche ora ormai, in attesa di qualcosa o di qualcuno. Aspettavo di vedere una sagoma correre verso di me, come accade nei film. Rimasi stupita di vedere qualcuno all’inizio del viale, che mi salutava con la mano e mi urlava “mi dispiace”. La vista mi si annebbiò e non vidi altro che buio.
      Cercai di sbattere le palpebre e quando cominciarono a riapparire i colori notai sul tavolino accanto a me un piatto e un bicchiere d’acqua. Sentivo qualcosa tuonarmi in testa, mentre le parole che diceva mia madre - in piedi vicino a me, guardandomi - ne rimasero fuori e mi limitai ad annuire, su quella probabile nota severa di convincermi a mangiare quel pezzo di crostata alle mele che mi aveva preparato, intenta a farmi mangiare qualcosa. L’ultima volta che ricordo in cui ebbi mangiato fu forse due giorni prima.
      La lama del coltello scivolava perfettamente sulla pelle del mio braccio. Non sentendo nulla decisi di forzare di più e andai più in profondità. I segni che lasciavo erano rossi, e poco dopo cominciavano a sanguinare, ma non sentivo dolore, solo una leggera pressione. Il coltello che scelsi era uno da cucina grande quanto il mio avambraccio. Mentre facevo altra pressione sulla pelle, seguiva perfettamente il senso degli altri tagli. Quando decisi di fermarmi lavai la lama e lo riposi nel cassetto. ‘Non è successo nulla.’

      Avrei potuto fare di più, lui era solo mio e non sarebbe dovuto andare via, non avrebbe dovuto abbandonarmi. Lui che mi aveva salvato, mi aveva distrutto. Ero persa e non sapevo cosa fare o dove andare. Il mio punto di riferimento era svanito, non gli bastavo. Ma ero convinta che sarebbe tornato, perché mi amava veramente, era solo confuso e aveva bisogno solo di pensare. Era me che voleva.
      Più passavano i giorni, più fissavo il vuoto e più di lui non c’era traccia. Quando le altre mi convincevano ad andare in centro a Brooklyn, non facevo altro che guardarmi attorno nella speranza di trovarlo per le strade.

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