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  • Storie

    Promuovi qui le tue storie.

    • Gianfranco Pereno
      Capitolo 1
       
      «Non so quanto tempo ci metterò a morire e neppure quanti giorni
      dovrò ancora consumare implorando pietà, ma di una cosa sono certo:
      un attimo dopo che sarò spirato mi metterò al tuo fianco e non ti abbandonerò
      più un solo istante, fino a quando non arriverà anche il tuo
      turno di venire in questo atroce abisso di tormenti!»
      Poi l’uomo girò lentamente la testa verso il potente prelato che si
      teneva prudentemente discosto dal tavolaccio, intriso di sangue scuro
      sgorgato da infinite torture.
      «Solo allora lascerò lui per venire da te e quello che avrai visto
      accadere al tuo boia non sarà nulla a confronto dell’orrore che invaderà
      da quel momento il tuo corpo e la tua mente. Ti starò appiccicato
      fino a quando non esalerai l’ultimo respiro, aspettando con ansia che
      la tua misera carcassa rinneghi la sua sudicia anima, per ghermirla
      e gettarla nel più profondo degli inferni, dannata e maledetta per
      l’eternità!»
      Il silenzio che aleggiò nella segreta sembrò cristallizzare per un
      attimo il sorriso beffardo intagliato nell’affilato volto di Varro, l’energico
      arcidiacono del temibile vescovo di Novara.
      Fu solo un breve istante, poi il religioso tracciò sull’uomo legato al
      tavolaccio un frettoloso segno della croce e il boia lasciò nuovamente
      cadere con forza il pesante maglio, che reggeva a fatica con entrambe
      le mani, sul ginocchio destro del condannato.
      L’urlo, che si mescolò con il sinistro frastuono delle ossa che si
      frantumavano sotto il colpo devastante, parve rimbalzare sulla nera
      tonaca del prete, per poi perdersi in un’infinita serie di macabri echi
      nel freddo buio delle celle circostanti.
      Varro fissò compiaciuto alcune schegge d’osso che si erano conficcate
      nel legno duro, levigato negli anni dagli innumerevoli corpi
      che vi erano stati legati sopra, poi, con rassegnazione estrasse da una
      grande bisaccia di pelle che portava a tracolla una spessa pergamena,
      e solo dopo aver intinto con prudenza la punta del suo stilo in un
      calamaio di rame, incassato nell’alto leggio che aveva di fronte, si
      degnò di guardare il condannato negli occhi, ponendo la sua prima
      domanda.
      «Dov’è nascosto Dolcino?»
      «Fottiti!»
      La pesante mazza calò nuovamente su quello che restava del
      ginocchio.

    • Prologo
       
      Dal diario di Vittorio Vettori
       
      Ero seduto in macchina, intento a leggere le ultime pagine del
      mio manoscritto.
      L’orgasmo della donna fu lunghissimo.
      Il capo rovesciato tra i cuscini, le gambe nervose che attanagliavano
      strettamente l’uomo alla vita, le dita contratte ad artigliare le lenzuola
      stropicciate, era inequivocabilmente l’emblema stesso, vivo e palpitante,
      della femminilità.
      Lui l’aveva osservata inarcarsi nel momento del massimo del
      piacere e aveva avvertito la morsa potente delle sue gambe affusolate,
      mentre i talloni della donna gli premevano duri e imperiosi contro le
      natiche.
      Nella stanza in penombra, sembrava esistere solo lo strano suono
      roco che usciva, con sforzo, dalla gola di quella femmina stupenda.
      Poi era accaduto.
      L’orgasmo nella donna non si era attenuato.
      Aveva solo cambiato forma.
      Qualcosa era scattato in lei e il piacere non si era per nulla
      affievolito, ma anzi era continuato inarrestabile, a ondate incalzanti.
      A lungo, molto a lungo!
      Lui la fissò abbandonata in mezzo al letto disfatto.
      Stupendo!
      Aveva osservato il corpo dell’amante rilassarsi progressivamente,
      tenacemente ancorata a lui.
      «Ancora… ancora…»
      Un lieve mormorio monocorde aveva sostituito le incredibili urla
      selvagge che avevano accompagnato gli acuti dell’eccitazione e solo
      le dita ancorate sul lenzuolo continuavano a testimoniare le segrete
      emozioni che ancora si muovevano, insondabili, nel labirinto del suo
      mondo segreto.
      Lui riprese a muoversi adagio dentro di lei.
      Era quello il momento che preferiva, l’istante in cui il corpo della
      sua partner lo avvertiva dell’imminente resa, fisica e mentale.
      Per un istante la donna socchiuse le palpebre e la fugace vista dei
      suoi occhi rovesciati all’indietro, rallentò impercettibilmente il ritmo
      dell’uomo.
      La sua amante non era proprio una giovane fanciulla, e nell’ultima
      ora aveva bruciato sicuramente un bel numero di energie, un suo
      malore a quel punto, avrebbe compromesso irrimediabilmente tutto
      il suo futuro.
      Poi lo sguardo della donna riprese vita e gli occhi nerissimi si
      riaprirono, languidi.
      Con un respiro di sollievo l’uomo strinse più forte le natiche
      ancora sode tra le mani capaci, mentre affrettava con sapienza il
      ritmo delle spinte e solo quando sentì i gemiti della donna raggiungere
      nuovamente l’apice, si lasciò esplodere dentro di lei.
      Mezz’ora dopo usciva nel caldo sole del tramonto.
      Si fermò sulla soglia della grande villa a osservare il giardino che
      aveva di fronte, respirando a fondo l’odore dell’estate, poi lentamente
      si avviò verso l’imponente cancello d’ingresso.
      Se la sua cliente manteneva la promessa, compilando in modo a
      lui favorevole anche l’ultima scheda, avrebbe raggiunto il punteggio pieno.
      Il che significava “Licenza di Primo Grado” .
      Arrivò al cancello e si fermò indeciso.
      La leggera elettricità statica che, nonostante tutti gli sforzi
      tecnologici intrapresi, continuava a essere emanata dalle barriere, lo
      infastidiva invariabilmente.
      Mosse titubante la mano e cercando di ignorare il fastidioso
      pizzicore che essa provocava, allungò con decisione il braccio. Gelo!
      Lo ritrasse di scatto , fissando scocciato la manica bagnata.
      Doveva immaginarlo, fuori pioveva.
      Si voltò a guardare per un istante il giardino soleggiato alle sue
      spalle, poi con rassegnazione attraversò la barriera elettronica.
      Una pioggia ghiacciata gli sferzò il viso, lasciandolo rabbrividire
      dentro il suo vestito leggero.
      Stupidamente, quando il taxi della sua cliente era venuto a
      prenderlo, aveva pensato solo all’eleganza, troppo concentrato sul suo
      ultimo esame per pensare al tempo.
      Si guardò attorno disperato, nessun taxi pubblico in vista, solo il
      grigio delle enormi case popolari che si perdeva a vista d’occhio.
      Si alzò sconfortato il bavero dello smoking e cercando di evitare le
      pozzanghere più profonde, s’incamminò verso casa.
      Un pensiero lo fece comunque sorridere, con la sua ultima
      performance il futuro era ormai assicurato.
      Basta vita da cani in alberghi puzzolenti e donne altrettanto
      maleodoranti, ora lui avrebbe finalmente “vissuto”.
      Un taxi sbucò inaspettatamente dal buio e per un incredibile
      miracolo, rispose al suo cenno disperato e quando si fermò con uno
      stridore di freni, a pochi centimetri dal risvolto dei suoi pantaloni,
      capì che la fortuna l’aveva veramente baciato sulla fronte.
      Comodamente abbandonato sui sedili di finto cuoio, attraverso il
      finestrino rigato dalle lacrime sporche della pioggia, guardava sfilare
      velocemente i palazzi.
      A intervalli irregolari, le leggere vibrazioni di un campo magnetico
      indicavano il confine inviolabile di una casa da ricchi.
      Un mondo che d’ora in poi lui avrebbe frequentato regolarmente.
      Chiuse gli occhi e ripensò alla sua vita.
      Aveva ormai ventidue anni, ma sin dall’infanzia aveva intuito che
      per quelli come lui non esistevano molte possibilità di scelta, o facevi
      quello che gli istitutori ti dicevano di fare o ti trovavi fuori dalle mura
      dell’orfanotrofio.
      Da solo.
      Anzi peggio, con “loro”!
      Crescendo aveva compreso che esistevano nel suo mondo solo due
      possibilità: o fare quello che il sistema sceglieva per te o... vivere fuori.
      Uno dei suoi istitutori, una sera che aveva bevuto più del dovuto o
      che forse era rimasto troppo affascinato dai suoi occhi neri, gli aveva
      raccontato che tanti anni prima l’intera società era controllata da un
      “Grande Consigliere”.
      Un essere supremo che decideva cosa andasse visto e cosa
      bisognasse pensare, ma poi il Potere stesso si era reso conto che quello
      non era ancora sufficiente per controllare totalmente l’umanità.
      I vari governanti si rivolsero quindi per l’ennesima volta alla
      scienza, che mise a punto la tecnica dei Programmi Personalizzati
      Domiciliari.
      In pratica si offrì alle famiglie più benestanti una tecnologia che
      permetteva loro non solo di proteggere la propria casa rendendola
      inespugnabile, ma soprattutto li dotava dell’incredibile facoltà di
      scegliere in modo autonomo anche il clima e l’ambiente in cui si
      voleva vivere.
      Così in pochi anni, il pianeta s’isolò in miliardi di case, ognuna
      con un proprio microclima; chi voleva il sole dei Caraibi, chi il fresco
      delle Dolomiti.
      Quelli che non potevano permettersi il costo di una simile tecnologia
      erano considerati “fuori”, e per loro i governi costruirono enormi
      agglomerati urbani, tutti identici, anche se perfettamente funzionanti
      e dotati di tutti gli standard abitativi necessari per una vita comoda
      e dignitosa.
      Per molto tempo le cose funzionarono benissimo.
      I ricchi vivevano beati nei loro paradisi artificiali, appoggiando
      entusiasticamente i governi che garantivano loro simili opportunità,
      e i meno ricchi, quelli che erano “fuori”, godevano comunque di un
      livello sociale equilibrato che garantiva una notevole stabilità sociale.
      Solo che con il passare del tempo gli eventi atmosferici divennero
      un autentico incubo.
      Completamente falsata dalla tecnologia, la natura si prese la sua
      rivincita scatenando continui eccessi nelle zone non protette.
      Chi viveva così fuori dalle zone controllate, si ritrovò sempre più
      a subire periodi di afa torrida alternati a improvvisi e violentissimi
      nubifragi, che portò quell’intero ceto sociale a un rapido e violento
      degrado, provocando un’insanabile frattura nell’intera società.
      Ma i veri problemi per i governi sorsero invece da cause completamente
      diverse.
      Inspiegabilmente, forse proprio a causa dell’eccessivo isolamento
      e benessere, aumentarono in tutto il mondo, in modo terrificante, i
      suicidi nei ceti ricchi.
      Il potere, vedendo minacciate le sue stesse basi, ripiegò quindi con
      successo su una nuova strategia, ripiegando su una molla primordiale
      che muoveva da sempre l’umanità: il sesso!
      Nulla cui vedere con la pornografia a buon mercato o la comune
      prostituzione, attività che erano già state da tempo perseguite e
      definitivamente debellate.
      Venne riproposto e incentivato invece l’erotismo allo stato puro,
      dove il sesso veniva prospettato come l’unica vera passione che dovesse
      interessare all’intera umanità.
      L’evoluzione tecnologica consentiva ormai a chiunque di disporre
      di un enorme utilizzo di tempo libero e interi plotoni di esperti di
      comunicazione si lanciarono, con estremo zelo, a convincere ogni ceto
      sociale sulle enormi potenzialità dell’erotismo e dei suoi derivati.
      Nulla delle più ricercate filosofie amatorie del passato fu lasciato
      inesplorato e non esisteva ormai persona, soprattutto all’interno di
      una casa ricca, che non fosse ormai anche un esperto conoscitore delle
      più raffinate tecniche del mondo dell’Eros.
      Per incentivare queste tendenze, furono inoltre ripensate le vecchie
      figure degli operatori del sesso, uomini e donne che dopo un severo
      esame governativo, ricevevano una licenza per esercitare liberamente
      l’attività d’insegnante sessuale.
      Ora lui stava per ricevere proprio la licenza di primo grado, quello
      riservato alle classi privilegiate, il massimo a cui si poteva aspirare.
      Basta con la vita da “fuori”, per lui era giunto finalmente il tempo
      del benessere totale.
      Il taxi lo depositò davanti al portone anonimo di casa sua ed era
      ancora intento a cercare nelle tasche fradice, la chiave di casa, quando
      una macchina della polizia passò ululando a pochi metri da lui.
      L’uomo rabbrividì nell’intravedere sul sedile del prigioniero, una
      massa scura e informe.
      Non avrebbe mai saputo la sua identità, ma aveva ben chiaro in
      mente quale fosse il destino cui lo sconosciuto stava andando incontro,
      dal momento che l’auto era contrassegnata da una larga fascia
      arancione, simbolo dei reati sessuali.
      Se da una parte il potere incoraggiava e promuoveva al massimo
      ogni attività sessuale, dall’altra colpiva con vero pugno di ferro
      qualsiasi reato inerente l’abuso di tali pratiche.
      Proprio la sempre più profonda spaccatura sociale, accentuata dal
      clima insopportabile in cui ormai i “fuori” vivevano, li avevano
      portati a degenerare nei crimini sessuali, anche se ultimamente
      bisognava ammettere, si erano verificati numerosi casi sconcertanti
      anche nelle famiglie più ricche.
      Per reprimere sul nascere un caos ingovernabile, il potere aveva
      quindi stabilito a priori punizioni ferree per qualsiasi reato relativo.
      La castrazione chimica immediata, a cui seguiva la pena di morte,
      inappellabile, dopo tre anni di carcere duro.
      Questa era la sorte per chiunque fosse stato riconosciuto colpevole
      di un omicidio o di un grave abuso a sfondo sessuale.
      Chiudendo la porta alle sue spalle, l’uomo pensò con un brivido
      alle molteplici sirene che in quel momento ululavano la loro rabbia
      al cielo.
      Per fortuna lui ce l’aveva fatta!
      Il mattino dopo si sarebbe recato all’ufficio del ministero per ritirare
      la sua licenza e per lui sarebbe iniziata una nuova vita.
      Chiuse gli occhi e lentamente ogni suono si affievolì, mentre il
      ricordo del pomeriggio trascorso in quella bellissima casa, ricominciò
      a scaldargli il cuore.
      FINE
       
      Capitolo 1
       
      Dal diario di Vittorio Vettori
       
      Ricordo, come fosse ieri, che chiusi soddisfatto la cartellina.
      Avevo scritto un bel libro, ne ero sicuro.
      In qualche parte forse troppo osé, ma d’altronde raccontavo di
      una società dove l’erotismo era ovunque l’attività predominante.
      Questa scusa, devo riconoscerlo, serviva più che altro per
      nascondere anche a me stesso, il vero motivo per cui erano mesi
      che giravo a vuoto da un editore all’altro, nell’inutile tentativo di
      convincerli a pubblicare il mio lavoro.
      Avevo quasi perso ogni speranza, quando un amico mi aveva
      inaspettatamente procurato un appuntamento con un piccolo
      editore torinese e quel giorno mi trovavo a pochi metri dalla sede
      della sua casa editrice, rinchiuso nella mia auto, dove avevo appena
      terminato di rileggere per l’ennesima volta l’intero mio lavoro.
      Respirai a fondo e scesi, chiudendo con cura lo sportello, poi,
      senza quasi rendermene conto, salii i pochi gradini che davano
      accesso a un grande palazzo in stile ottocentesco.
      Al primo piano, una vistosa targa d’ottone attirò inevitabilmente
      la mia attenzione, quindi schiacciai con forza il pulsante collocato
      a lato e attesi trepidante.
      Non successe nulla.
      Mi stavo chiedendo con un certo disagio, se avessi premuto
      correttamente il campanello, quando un piccolo scatto fece
      socchiudere il pesante battente.
      Entrai con cautela e rimasi momentaneamente sconcertato.
      Di fronte a me, un’elegante scrivania vuota, ma allungando il
      collo riuscii a vedere la segretaria accucciata nella stanza accanto,
      intenta a frugare nervosamente nei cassetti di uno schedario.
      Era bellissima.
      I lunghi capelli neri erano raccolti in una lunga coda di cavallo,
      la cui punta scendeva maliziosa a solleticare un seno pieno e
      abbondantemente esposto.
      Le gambe lunghissime, inguainate in un eccitante paio di calze
      nere, lasciavano intravedere una sottilissima linea di pelle nuda al
      di sotto della gonna sollevata.
      «Lasci pure tutto sul bancone, Mario! Grazie!»
      La voce s’intonava meravigliosamente con la figura.
      Rimasi immobile, folgorato da un guizzo rosso che era apparso
      fugace tra quelle cosce da incubo.
      La donna nel frattempo si era rialzata accompagnata da un
      piccolo urlo soddisfatto.
      «Eccole, finalmente!!»
      Si voltò reggendo un mazzo di chiavi e il simbolo della BMW
      scintillò discreto per un breve istante tra le sue dita.
      «Ma lei non è Mario!»
      «No!»
      «Scusi!»
      Ora la donna aveva sfoderato un sorriso micidiale.
      «Pensavo fosse il custode. A quest’ora passa sempre per
      controllare che tutto sia in ordine!»
      «Vettori, Vittorio Vettori!»
      «Vittorio... Vettori?»
      «Devo… dovevo consegnare al suo direttore un manoscritto...»
      «Al mio direttore?»
      «Sì, cioè, io... »
      Vidi la donna lanciare una breve occhiata alla postazione della
      segretaria, poi un sorriso prese il posto dell’espressione stupita
      che dominava il suo viso.
      «Ma sono le cinque e quaranta di venerdì!»
      Proseguì incredula.
      «La segretaria è già andata via da un pezzo. E mio marito pure!»
      Poi, di fronte al mio sguardo allibito aggiunse con una punta di
      confidenza:
      «Io sono passata solo per prendere le chiavi di riserva della
      macchina. Non riuscivo più a ritrovare le mie.»
      Ero impietrito! Mentre dentro di me mi stavo dando del deficiente!
      Come avevo potuto dimenticarmi che era venerdì pomeriggio
      e che probabilmente erano molti gli uffici in tutta Torino che
      chiudevano prima per il weekend?
      Come avevo potuto rimanere come un cretino almeno due ore
      in macchina, a rileggere il mio libro, perdendo così la possibilità di
      incontrare l’editore di persona?
      «Il manoscritto è suo?»
      La voce mi giunse pericolosamente vicina, accompagnata da un
      profumo fresco e leggero.
      Istintivamente feci un passo indietro, mentre un lampo divertito
      balenò nei profondi occhi neri della donna.
      «Si!» Balbettai imbarazzato. É un mio romanzo e avevo oggi un
      appuntamento con... suo marito!»
      Stavo ancora cercando una scusa per giustificarmi, quando la
      donna allungò una mano.
      «Lo dia pure a me, se desidera.»
      Il suo tono si era fatto improvvisamente distratto.
      «Farò in modo che lo riceva lunedì mattina.»
      L’idea di consegnare una storia piena di racconti erotici a quella
      donna meravigliosa mi mise in un serio imbarazzo.
      Avevo un bel dirmi, che la moglie dell’editore non si sarebbe
      certamente mai presa il disturbo di leggere neppure un rigo del
      mio lavoro, ma ugualmente non mi decidevo a consegnarle il
      manoscritto.
      La mia reticenza dovette apparire evidente e per questo la
      donna fraintese.
      «Non si fida?»
      Il suo tono s’incrinò in una leggera sfumatura glaciale.
      «No! Cioè sì!» Urlai d’istinto.
      Il volto curatissimo riprese l’espressione meravigliata che aveva
      avuto qualche minuto prima, poi notai lo sguardo della donna
      posarsi velocemente su di me, uno scanner non sarebbe stato più
      veloce e preciso.
      «E va bene!»
      La sua voce aveva assunto una nota divertita.
      «Allora vuol dire che mi porto direttamente a casa il suo lavoro,
      così potrò consegnarlo personalmente a mio marito... esattamente
      prima di cena!»
      Cinque minuti dopo mi trovavo nuovamente seduto dentro la
      mia Fiat, intento a chiedermi come poteva essere che il profumo
      di quella donna avesse permeato completamente l’intero abitacolo.
       

    • Capitolo 1°
      Torino, marzo 1568
      La pioggia cadeva incessantemente ormai da tre giorni, ma il generale
      Nicolis di Robilan, esperto di difese sotterranee e comandante
      dei duemila uomini impegnati nella costruzione della Cittadella, non
      aveva minimamente ridotto i turni di lavoro.
      Il progetto dell’architetto Francesco Paciotto era geniale, ma richiedeva
      un giornaliero controllo dei lavori, poiché già quelli del
      mattino si reggevano su quelli realizzati il giorno precedente ed il
      minimo errore poteva compromettere interi settori della modernissima
      fortificazione.
      Matteo si sistemò meglio sulla testa il sacco cerato che avrebbe
      dovuto proteggerlo dalla pioggia battente, poi appoggiò con decisione
      la pesante scarpa militare sulla vanga e spinse con tutta la forza che
      gli rimaneva.
      Erano sei ore che scavava in quelle che erano rimaste ormai solo
      le tracce delle fondamenta della chiesa di Santo Stefano e aveva le
      reni a pezzi, ma almeno non gli era toccato l’assegnazione al servizio
      addetto a portare il materiale di risulta sino alla fortificazione del
      bastione centrale.
      In camerata aveva visto le schiene piagate degli uomini che avevano
      quell’incarico e sperava con tutto il cuore che a nessuno in
      fureria venisse in mente di inserirlo in quel turno.
      La vanga trovò resistenza e Matteo bestemmiò sottovoce.
      Nonostante che del vecchio luogo sacro non esistesse più nulla,
      non gli andava di esagerare nel tirare in ballo il nome di Dio in mezzo
      al fango dello scavo.
      Il problema era che da due giorni avevano raggiunto quelle che
      dovevano essere state le basi di qualcosa di molto più vecchio delle
      fondamenta medioevali della chiesa e assieme ai suoi compagni aveva
      faticato come una bestia per spostare gli enormi lastroni di pietra
      che avevano costituito la pavimentazione di chissà quale edificio.
      Sperava ardentemente che non ce ne fossero più, ma la vibrazione
      che si era trasferita dal manico della vanga al suo braccio stanco non
      gli lasciava alcun dubbio.
      Con rassegnazione, s’inginocchiò nel fango cercando di individuare
      con la punta delle dita i contorni della lastra di pietra.
      Mezz’ora dopo cinque uomini fissavano disorientati quella che
      sembrava essere una piccola tomba.
      Un unico blocco di pietra scalpellato a mano, lungo circa un metro
      e mezzo per sessanta centimetri di larghezza e altrettanti d’altezza,
      era sigillato da una pesante lastra di pietra su cui vi erano incisi
      simboli sconosciuti.
      «Chiamiamo il capoposto?»
      «Meglio!»
      «Aspettate! E se dentro c’è qualcosa di prezioso?»
      «Forse sono le ossa di Santo Stefano!» Mormorò preoccupato Matteo,
      «la chiesa non era dedicata a lui?»
      «Non mi sembrano simboli cristiani questi!»
      L’affermazione arrivò dall’unico del gruppetto che bazzicava il
      prete del reggimento e tutti gli diedero immediatamente ragione.
      Matteo sentì qualcosa strisciargli lungo la schiena, molto più freddo
      della pioggia che gli inzuppava la divisa sporca e con un balzo
      uscì fuori dalla buca che avevano scavato.
      «Io vado a chiamare il capoposto!»
      «Aspetta!! Io l’apro!»
      E senza attendere la sua risposta, uno degli uomini alzò alto il piccone
      al cielo e lasciò cadere un colpo robusto sul coperchio di pietra.
      Il rumore che la lastra fece nel frantumarsi, sembrò quello di un
      fulmine che schianta di netto un albero secolare e Matteo ebbe la
      netta sensazione di vedere un rapido guizzo di luce all’interno del
      sarcofago di pietra.
      I quattro uomini rimasti nella buca, si erano intanto piegati per
      guardare cosa si celasse in quello strano scrigno, buttando indifferenti
      i frammenti del coperchio nel fango ai loro piedi.
      Matteo vide una strana nuvola verde avvolgere per un attimo la testa
      dei suoi compagni, poi urla agghiaccianti lo fecero indietreggiare
      spaventato.
      Con gli occhi che sembravano voler schizzare fuori dalle orbite, i
      quattro uomini tentarono di uscire dalla buca, ma dopo alcuni rapidi
      spasimi caddero a terra senza vita.
      Sconvolto, il soldato inciampò nei propri piedi e scivolò nel fango,
      finendo a pochi centimetri dal cadavere di uno dei commilitoni,
      ancora aggrappato con una mano a una radice che spuntava dall’orlo
      della buca.
      La smorfia di terrore impressa sul volto del morto, rivoltò lo stomaco
      di Matteo, che carponi fuggì via imbrattato di lacrime, fango e
      vomito.
      Nascosto nell’ombra di un portone di un grande palazzo poco lontano,
      una figura avvolta in un pesante mantello scuro osservò il soldato
      allontanarsi e con un senso di sollievo ripose lo stiletto nel fodero.
      Non voleva far del male a nessuno, ma non avrebbe mai potuto
      permettere che si scoprisse cosa c’era dentro il sarcofago.
      Da quando i soldati avevano iniziato a scavare tra le fondamenta
      della chiesa, non li aveva persi di vista un solo attimo, il suo compito
      era quello di vigilare e proteggere, come lo era stato per suo padre
      e del padre del padre da intere generazioni, un compito sacro cui
      avrebbe adempiuto a costo della sua stessa vita.
      Con la rapidità di un animale selvatico, lo sconosciuto attraversò
      lo spiazzo degli scavi e con altrettanta agilità saltò nella buca.
      Ignorando completamente i cadaveri, si sporse a raccogliere, con
      un gesto carico di estrema religiosità, un grosso involucro biancastro;
      poi avvertendo delle voci avvicinarsi, fuggì via a sua volta, silenzioso
      com’era arrivato.
      Il generale Robilan fissava la buca preoccupato.
      In quello scavo da due giorni i lavori erano fermi e la cosa era
      francamente inconcepibile.
      Quattro uomini morti e uno che sembrava uscito di senno per quello
      che doveva essere stato solamente un banale furto, non era certamente
      per lui un fatto talmente importante da giustificare il blocco di
      un cantiere, che tra l’altro forniva un ottimo materiale di risulta per
      riempire le mura appena edificate della Cittadella.
      In quegli anni, già frammenti di statue romane, colonne e parti di
      vecchi palazzi erano stati utilizzati per irrobustire quella che doveva
      diventare una delle più importanti opere di difesa costruite nell’ultimo
      decennio, e quella vecchia chiesa aveva fornito più di quanto si
      era aspettato.
      Evidentemente, quand’era affiorata quell’antica tomba, l’ingordigia
      degli scavatori aveva scatenato quel piccolo massacro, forse solo
      per rubare qualche monile o qualche antica moneta d’oro; senza dubbio
      un piccolo tesoro per un soldato squattrinato, ma un grosso danno
      per il calendario dei lavori, già minacciato dal brutto tempo che li
      perseguitava ormai da mesi.
      Quello che non riusciva a comprendere, era il fatto che addirittura
      “Testa di Ferro”, il duca Emanuele Filiberto in persona, gli avesse ordinato
      di far piantonare quello scavo, comandando di arrestare senza
      indugio chiunque vi si avvicinasse.
      Il generale non poteva sapere che, in quello stesso momento, il
      duca Emanuele Filiberto era nel suo studio privato, in compagnia
      dell’architetto Paciotto, intento a fissare i frammenti riuniti della lastra
      che aveva ricoperto la piccola tomba, ma soprattutto la decina di
      oggetti, ben allineati, che erano stati recuperati all’interno del sarcofago
      di pietra.
      «E allora?»
      Nel tono di “Testa di Ferro” risuonò inconfondibile l’abitudine al
      comando, ma ugualmente una sfumatura di eccitazione tradì la sua
      curiosità repressa.
      «Non posso esserne sicuro… avrei bisogno di fare ulteriori indagini,
      » disse la voce di un terzo uomo che stava esaminando con
      palese incredulità uno dei reperti, «ma se con certezza posso già asserire
      che ci troviamo di fronte ad autentici manufatti egizi, posso
      solo ipotizzare che possano riguardare una vera tomba.»
      Poi, sotto lo sguardo severo del duca, si strinse nelle spalle.
      «Io suggerirei di far valutare tutto quanto da un vero esperto, perché,
      se le mie supposizioni trovassero conferma, la scoperta potrebbe
      essere incredibile. Tutti questi reperti sembrano condurre a un solo
      nome: alla dea ISIDE!»
      A poche centinaia di metri da loro, in un sotterraneo surriscaldato
      da grossi bracieri, un uomo elegantemente vestito è davanti a un altare
      di pietra, inginocchiato da ore di fronte al tesoro che due giorni
      prima era riuscito miracolosamente a salvare; quattro grossi vasi sigillati
      da inquietanti coperchi.
      Lo strano personaggio ha un brivido, poi solleva gli occhi verso
      una testa umana dipinta con colori brillanti, affiancata dalle teste
      severe di un babbuino, di un falco e di uno sciacallo.
      Attorno ai quattro vasi, le statuette raffiguranti le dee Nephtys,
      Neith e Selkis stendono la loro aura di protezione.
      Manca quella di Iside, ma non ha importanza, il potere della madre
      di Horus già palpita potente dentro i quattro vasi canopi.

    • Capitolo 1°
      «Sporco fottuto Natale!!»
      Che le cose fossero cominciate male sin dall’inizio, l’avevo già
      intuito, non ci voleva molto d’altronde.
      Sette giorni prima ero a Torino, a trovare alcuni vecchi amici per
      quella che doveva essere solo una piacevole rimpatriata, ma già dopo
      poche ore qualcosa stonava.
      L’appuntamento era stato fissato come sempre in piazza San Carlo
      per l’irrinunciabile aperitivo, piccolo accenno a bevute ben più
      consistenti già accuratamente pianificate.
       
      20 dicembre
       
      Appena svoltai l’angolo di via Alfieri, l’aria di casa incominciò a
      regalarmi quell’indefinito brivido che avvertivo ogni qual volta
      ritornavo nella mia città natale e lanciai involontariamente uno sguardo
      al “Caval d’Brons”, strizzando l’occhio a Emanuele Filiberto.
      Se il fiero duca ringuainava la spada dopo la vittoria di San Quintino,
      io potevo tranquillamente a mia volta cedere le armi e lasciarmi il
      lavoro alle spalle, godendomi qualche giorno di meritato relax.
      Entrai quindi con decisione al Caffè Torino, scorgendo immediatamente
      Vittorio seduto a un elegante tavolino in fondo alla sala.
      Ero sicuro di trovarlo là!
      Quell’eterno imbecille doveva essere arrivato con notevole anticipo
      per riuscire ad accaparrarsi il nostro vecchio tavolino, un piccolo
      disco rotondo situato in postazione strategica sotto lo stupendo scalone
      a elica che sembra galleggiare, ogni volta che lo si guarda, dentro la
      luce soffusa proveniente dalle grandi vetrate che occupano l’intera
      parete di fondo.
      Per anni, all’ora dell’aperitivo, c’eravamo accaparrati proprio quel
      particolare tavolino, incredibilmente collocato in una posizione a dir
      poco magica.
      Perfetto per scommettere, da seri studenti universitari quali eravamo,
      sul colore dei reggicalze delle signore che salivano, falsamente inconsapevoli
      dello spettacolo offerto, al piano superiore e se poi riuscivi
      ad azzeccare la corretta previsione di un’autoreggente, bevevi gratis
      per un’intera settimana.
      «Il solito imbecille!»
      La voce, che s’infranse sulle mie spalle, fu accompagnata da una
      pacca spaventosa.
      Inutile voltarsi, visto che Luca mi aveva già superato, ignorandomi
      completamente, diretto come una locomotiva verso il suo bersaglio.
      Non mi rimase quindi che puntare a mia volta sul “solito imbecille”
      in questione, cercando perfidamente di ignorare che da almeno
      un lustro era il titolare di una prestigiosa cattedra all’Università di
      Scienze Politiche.
      Mentre attraversavo il locale, notai con una punta di fastidio la
      completa indifferenza che dimostravano le ragazze del reparto pasticceria
      che, alla mia destra, stavano sistemando con meticolosa cura
      incredibili golosità dentro il lunghissimo espositore.
      La stessa cosa accadeva alla mia sinistra, ove al reparto bar, lo
      zelo dei banconieri era riservato esclusivamente alle numerose
      prenotazioni che arrivavano dai vari tavolini.
      «Dov’è finito il vecchio spirito torinese della gentilezza verso i
      clienti!!» Sussurrai maligno a me stesso.
      Ma mi fu sufficiente transitare davanti all’ampia specchiera per
      vedervi rifratta non l’immagine aristocratica del mitico Umberto,
      accompagnato dalle elegantissime Mafalda e Maria di Savoia, ma il
      riflesso di un comune cinquantenne, jeans e giaccone, ben lontano
      dal carisma dei personaggi citati prima.
      Loro sì, che facevano schizzare fuori i camerieri in livrea!
      E con il vecchio titolare in testa!
      «Claudio!!»
      Vittorio, “l’eterno imbecille”, si era nel frattempo alzato in piedi e
      quando ci abbracciammo rimasi stupito nel vederlo emozionato.
      Era stato uno dei miei amici torinesi più cari e nonostante non lo
      vedessi ormai da alcuni anni, continuavo anch’io a pensare a lui con
      particolare affetto e vedere in quel momento riflesso nel suo sguardo,
      il medesimo sentimento, mi fece uno strano effetto.
      Un misto tra la soddisfazione personale nel constatare che qualcosa
      di buono in fondo dovevo averlo pur fatto e una riconoscenza profonda
      verso il destino che mi aveva fatto incrociare una simile persona.
      Luca nel frattempo si era letteralmente abbandonato sopra una
      delicata seggiola, alimentando in me, una volta di più, la curiosità di
      sapere come simili fragili oggetti riuscissero a reggere il suo quintale
      di muscoli.
      A differenza di quelli che per me erano ormai solo un doloroso
      ricordo, i suoi addominali invece, nonostante i cinquant’anni suonati,
      erano ancora indiscutibilmente in condizioni invidiabili.
      Un vero insulto al salvagente che io ostentavo con falsa indifferenza.
      «Abbiamo messo su chili, vedo!!»
      Sempre gentile e diplomatico il Luca!
      Uomo di sfondamento in una delle prime squadre di rugby, nate
      all’epoca in città, non aveva mai perso occasione di sfottermi sul fatto
      che io a quel tempo perdessi il tempo con la pallavolo.
      «Non solo in pantaloncini risaltano molto meglio i culi della squadra
      femminile, ma tu, con il tuo metro e settantasette, dove speri di andare?»
      Il tormentone mi aveva perseguitato per anni e più mi sforzavo
      per riuscire ad essere l’alzatore con la maggior elevazione di tutto il
      campionato giovanile, più lui, dall’alto del suo metro e novantadue,
      allargava le braccia sconsolato ogni qual volta veniva a vedere una
      mia partita.
      A pensarci con il senno di poi, forse non aveva tutti i torti, anche
      se solo sui culi della squadra femminile ovviamente!
      In compenso, il cameriere che comparve silenzioso al nostro tavolo
      fu di una competenza professionale encomiabile e gli aperitivi che
      arrivarono dopo pochi minuti, altrettanto insuperabili.
      Quando uscimmo, eravamo tutti riconoscenti al quarto amico che
      ci stava attendendo a casa sua, abbastanza lontana per permetterci
      di continuare con calma gli innumerevoli discorsi già cominciati, ma
      anche strategicamente vicina per consentirci di non prendere l’auto,
      oggetto ormai inutile visto l’elevato tasso alcolico presente nel nostro
      sangue.
      E fu proprio da quel momento, che qualcosa incominciò a stonare.
      Già attraversando la grande piazza, la gente mi appariva strana,
      le loro espressioni erano spente e i passi o troppo veloci o troppo
      strascicati, quasi innaturali.
      Non era certamente la consueta atmosfera natalizia che ricordavo.
      Nessun sorriso gratuito tra sconosciuti che s’incrociavano e anche
      pochi abbracci e strette di mano tra quelli che evidentemente erano
      amici che si erano dati appuntamento.
      Rarissime le coppiette sorridenti, strette in abbracci incollanti
      con la scusa del freddo pungente.
      Tutto sembrava stranamente finto e le stesse luci natalizie, sicuramente
      migliorate da quello che ricordavo negli anni precedenti alla
      rivoluzione operata dalle Olimpiadi, sembravano incapaci di fornire
      un valido spunto all’aria di festa e di gioia che si sarebbe invece
      dovuta respirare.
      Lentamente, passo dopo passo, mi accorsi che stavo prestando
      sempre meno attenzione ai discorsi dei miei due amici, rivolgendo
      invece la mia concentrazione sui volti e sugli atteggiamenti delle
      tante persone che passeggiavano davanti alle vetrine traboccanti di
      offerte natalizie.
      Eravamo in pieno centro storico, nella maestosa via Roma che
      illuminata da far spavento, ospitava sotto gli ampi portici le firme e i
      marchi più prestigiosi dell’intera Torino.
      E se mi sembrò abbastanza naturale, visto il momento di crisi
      economica che si stava attraversando, che gli sfarzosi negozi non
      fossero stracolmi di clienti, mi lasciò invece pensieroso il fatto che
      non vi fossero neppure persone che si soffermassero davanti alle
      ampie vetrine, un tempo meta di stipati capannelli di torinesi che, se
      pur alquanto lontani dalla possibilità di acquistare, almeno si concedevano
      con generosità il lusso di sognare.
      Una coppia, padre e figlia, uscì da un’immensa porta di cristallo
      scorrevole a pochi passi davanti a noi, ma l’alito caldo che li seguì,
      carico di lusso e di fascino, non bastò a soffiare via l’espressione
      lugubre impressa nei loro volti.
      Nella mano della ragazza una grande borsa di carta sontuosa, con
      il grande marchio dello stilista impresso a caratteri cubitali.
      Dentro, quello che immaginai fosse un prezioso dono da offrire.
      I loro occhi però non esprimevano nessuna gioia, nessuna frenesia
      repressa per dover obbligatoriamente attendere lo stupore di chi lo
      avrebbe poi ricevuto.
      Un guizzo e s’infilarono indifferenti tra noi e l’ennesimo mendicante
      che aveva già allungato al nostro indirizzo il classico bicchiere
      di carta.
      Il tempo di afferrare lo svolazzare rapido di una sciarpa morbidissima
      e ambedue sparirono tra la gente.
      Scossi la testa all’indirizzo del barbone, affrettando il passo
      leggermente imbarazzato, era naturale incontrarne tanti, quello era
      uno dei pochi posti in cui, proprio grazie alla lunghezza dei portici,
      erano efficacemente riparati dalle intemperie e dove, soprattutto, la
      gente andava ancora a piedi.
      Dopo una decina di metri venni attratto dall’eleganza tranquilla e
      sicura che scaturiva da alcuni abiti da sera e l’impressione che addirittura
      i manichini emanassero a loro volta un fascino sensuale, acuto
      e coinvolgente, quasi non mi fece notare la donna immobile accanto
      alla vetrina.
      Ma poi la sua espressione, chiaramente disorientata, mi fece
      rallentare il passo incuriosito.
      Sui sessanta, ben vestita, stava impalata in un angolo, lo sguardo
      timoroso che rimbalzava sull’indifferenza dei passanti.
      Se per un istante l’avevo a prima vista scambiata per l’ennesima
      mendicante, mi ricredetti subito e il sospetto che potesse invece aver
      bisogno di aiuto, s’insinuò nel mio animo nel breve lasso di tempo
      che misi ad oltrepassarla di alcuni passi.
      Stavo già per voltarmi e tornare indietro per sincerarmi del suo
      stato fisico, quando Luca mi afferrò per un braccio, domandandomi
      con aria da cospiratore che fine avesse fatto la biondina con cui mi
      accompagnavo l’ultima volta che c’eravamo incontrati.
      Gli risposi meccanicamente, lasciandomi trascinare via dal suo
      lieve contatto, senza trovare il coraggio di interromperlo per ritornare
      sui miei passi.
      Ma mentre annuivo alla sua ammirata esternazione verso “tette
      che valevano sicuramente una finale di campionato”, una parte del
      mio cervello era rimasta ancorata sulla scena di prima.
      Un malore? La donna era persa? Un vuoto di memoria?
      «Claudio!! A che cavolo pensi?»
      La voce seccata di Luca mi strappò dai miei pensieri, e dopo pochi
      istanti mi ritrovai a riproporre per l’ennesima volta spiegazioni patetiche
      su diversità di vedute, stili di vita e sensazioni di soffocamento.
      Ma dentro, nemmeno molto nascosto, un fastidioso senso di colpa
      mi rodeva irritante.
      Un disagio che non sapevo se imputare alla colpevole indifferenza
      avuta pochi attimi prima o alle balle che stavo in quel momento
      raccontando.
      Fu per quello che mi feci fregare!
      Anche se sicuramente, vista la loro innegabile abilità, mi avrebbero
      gabbato ugualmente.
      Accadde tutto in un lampo!
      Uno di loro mi colpì con forza la caviglia, facendomi inciampare,
      mentre l’altro mi sorreggeva premuroso.
      Il tempo di ringraziare con un monosillabo lo sconosciuto per il
      tempestivo aiuto, che lo vidi allontanarsi rapidamente.
      Lui e il mio orologio!
      Urlai, e quello incredibilmente si voltò, rivelando un’aria spavalda
      stampata su un volto da ragazzino!
      «Cazzo, l’orologio!!» Urlai nuovamente sbigottito, questa volta
      all’indirizzo dei miei amici.
      Il più costernato fu senza dubbio Luca, evidentemente incapace di
      accettare che due ragazzotti potessero aver deciso di scipparci senza
      provare il minimo timore riverenziale verso la sua stazza dissuadente.
      «Se non fosse per questo maledetto menisco…»
      Incominciò.
      «Vaffanculo!» Sbottai furibondo di rimando.
      Le persone attorno a noi continuavano a passeggiare incuranti
      dell’accaduto, anzi, qualcuna era addirittura visibilmente infastidita
      per l’intralcio che davamo noi tre, fermi a urlarci vicendevolmente
      in viso.
      «Sono zingari! Rom!!»
      Una voce, alquanto rassegnata, ci fece voltare tutti e tre contemporaneamente.
      A giudicare dal cappotto stretto frettolosamente su un abitino
      leggero e dalla sigaretta incastrata tra le dita, doveva trattarsi di una
      delle tante commesse della zona, uscita per godersi una breve pausa.
      «È tutto il giorno che gironzolano qui attorno! Abbiamo chiamato
      per due volte i vigili e anche i carabinieri, ma non è servito a nulla.
      Quelli spariscono per un po’, poi ricompaiono come se nulla fosse!»
      «Sporco fottuto Albanese!!»
      Mi sfuggì dalle labbra, e nemmeno troppo piano.
       

    • Prima parte
       
      Ponte delle tette
       
      Il cuore impazzito, i piccoli polmoni arsi da un bruciore implacabile,
      l’incredulità e lo stordimento che sfociano in un terrore più
      grande di lei, immenso.
      Le sue fragili gambe da bambina, che fino a due giorni prima erano
      state in grado di farla volare senza fatica in spensierate galoppate
      a piedi nudi nei prati dietro casa, ora sembravano pezzi di piombo,
      soprattutto dopo la forsennata corsa tra le strette callette di quella
      lurida città maleodorante.
      Maledetta Venezia e maledetta quella stupida vecchia che deve
      farle da madre.
       
      Capitolo 1°
       
      Isola di Torcello
      Non aveva ancora finito di ricontrollare, per l’ennesima volta, se
      il tenue velo che ricopriva il volto scarno di sua madre si fosse mosso
      anche solo di pochissimo, rivelando in tal modo un miracoloso alito
      di vita, che già il Gran Consiglio le aveva trovato un’altra madre.
      Aveva guardato di sfuggita negli occhi neri della nuova venuta
      e nonostante i suoi otto anni vi aveva colto, con triste sicurezza, il
      “nulla” dietro quelle pupille fisse e inespressive.
      Una mano callosa le aveva poi stretto con determinazione il piccolo
      polso e lei si era sentita strattonare via.
      Aveva seguito la donna docilmente.
      Solamente il suo capo rimaneva piegato di lato in modo quasi innaturale,
      nel tentativo di non perdere di vista il leggero sudario nero.
      Poi qualcuno s’intromise, ingombrante, e un attimo dopo i colpi di
      martello che rimbombarono cupi sulla bara, inchiodarono definitivamente
      anche le sue ultime speranze.
      Chiuse gli occhi e continuò a camminare nel buio, stupita di non
      inciampare ad ogni passo, ma i suoi piedi sembravano animati di una
      vita propria e la conducevano sicuri verso l’ignoto.
      Farfalle.
      Improvvisamente dal buio comparvero come per magia farfalle
      bellissime!
      Prima due o tre, poi alcune decine che divennero subito migliaia,
      tutte quante coloratissime.
      Aprì gli occhi e le farfalle scomparvero.
      Delusa li richiuse con forza.
      Lampi di luce...
      Stelline...
      Guizzi di…
      Non sapeva bene cosa stesse vedendo, ma qualsiasi immagine era
      senz’altro meglio del velo immobile che ricopriva il cadavere di sua
      madre.
      Uno strattone più forte degli altri l’obbligò a riaprire gli occhi e
      scoprì che si erano fermate vicino alla riva, dove una gondola nera
      galleggiava, triste, sotto di loro.
      Un uomo tetro allungò le braccia e lei si trovò catapultata in basso.
      Le mani che l’afferrarono in malo modo sotto le ascelle le fecero
      male, ma Ginevra riuscì a soffocare le lacrime serrando nuovamente
      gli occhi.
      Percepì un lieve ondeggiamento della gondola, subito seguito dal
      movimento in avanti compiuto dall’imbarcazione, poi nell’aria immobile
      ci fu solo il rumore della forcola che scricchiolava sotto la spinta
      cadenzata del remo.
      Solo quando fu certa di essere troppo lontana per riuscire ancora
      a distinguere l’isola ed i suoi prati, si arrischiò a socchiudere le palpebre.
      La nuova madre era seduta al suo fianco, immobile, con il vestito
      nero che si fondeva con la sdrucita pelle del sedile e con il legno
      sudicio dell’imbarcazione.
      Di fronte a lei, invece, la città. Venezia!
      Quante volte aveva sognato di andarci, quante volte con le sue
      amiche aveva fantasticato di fuggire dalla sua piccola isola per andare
      a vivere nella città proibita, il centro di tutto!
      E ora il Gran Consiglio aveva deciso che la sua nuova madre sarebbe
      stata proprio una veneziana.
      Nulla sfuggiva all’efficienza e all’occhio lungo del Gran Consiglio.
      Il Gran Consiglio ti accudiva e ti difendeva e tu non dovevi far
      altro che ubbidire al Gran Consiglio.
      Ciecamente.
      A otto anni non poteva certamente mantenersi da sola e il Gran
      Consiglio, premuroso, le aveva subito trovato una nuova madre che
      l’accudisse.
      Gran Consiglio!
      Gran Consiglio!
      Sempre e solo Gran Consiglio!!
      Si rammaricò che non le avessero concesso nemmeno il tempo di
      mettere un fiore sulla tomba, ma l’aspro urlo di un gabbiano le ricordò
      che non ci sarebbe stata nessuna tomba.
      Esisteva solo una grande fossa comune dove tutti prima o poi finivano,
      una badilata di calce viva sopra la bara di legno grezzo e fine!
       

    • Prologo
       
      Milano, 16 giugno 2007.
       
      «... ed è proprio in conformità alle iniziative già intraprese che
      sono giunta alla decisione di affiancare alla Commissione per le
      Adozioni Internazionali, che come ben sapete è un organismo che
      ha sede presso la nostra Presidenza del Consiglio dei Ministri, una
      nuova associazione: ANTARES. Nonostante si tratti semplicemente
      di una ONLUS, gli sarà accordata una completa autonomia e verrà
      considerata a tutti gli effetti paritaria alla C.A.I. Come molti di voi
      sapranno, questa associazione è stata recentemente costituita da persone
      che hanno già percorso in prima persona l'intricato iter delle
      Adozioni Internazionali e che quindi sono a conoscenza diretta delle
      varie problematicità che sussistono in questo campo. Inoltre molti
      di loro sono avvocati specializzati nei settori che vi vengono abitualmente
      coinvolti. Il mio augurio è che la scelta del nome di una stella
      luminosissima com’è ANTARES, sia veramente a guida per un più
      attento lavoro nel delicato campo delle adozioni... »
      Il Ministro delle Pari Opportunità, Nicoletta Orsini, stava parlando
      da circa mezz’ora dal palco di quello che era considerato dalla
      maggioranza degli addetti ai lavori, il più importante convegno annuale
      sulle Adozioni Internazionali.
      L’intera platea tratteneva il respiro.
      Si era intuito, sin dalle prime frasi del suo intervento, che il ministro
      era determinato a portare avanti idee innovative di cui era palesemente
      convinto.
      Non trattandosi quindi di una scontata cantilena pro-elezioni, era
      il segnale che qualcosa d’importante si stava muovendo in quel vasto
      mondo che coinvolgeva a vario titolo il Ministero stesso e i suoi organi
      di controllo, una moltitudine di Enti Autorizzati e decine di Paesi
      cointeressati.
      Per non parlare poi di una moltitudine di orfanotrofi sparsi per il
      pianeta.
      A vederlo con gli occhi dei sentimenti, un mondo dove si mescolavano
      indistintamente disperazione e speranza, impegno e altruismo,
      miseria e benessere.
      Con un altro sguardo: un bel mucchio di soldi!
      «Quella vacca!!»
      L’esclamazione, trattenuta tra i denti da Emilia Rossetto, non stupì
      per nulla la donna che le stava accanto.
      Qualunque cosa questa avesse udito o visto fare dalla sua presidentessa,
      non ne avrebbe minimamente intaccata l’imperturbabilità.
      Emilia Rossetto era ufficialmente il massimo dirigente della
      NAOS, uno dei più grandi Enti autorizzati a operare nell’area delle
      adozioni internazionali, con sedi prestigiose situate nelle più importanti
      città europee.
      La donna era stimata sia per l’indiscussa professionalità dimostrata
      in tanti anni di attività, sia per l'immagine rassicurante e materna
      che sapeva esibire pubblicamente, elementi che contribuivano innegabilmente
      al successo generale dell’ente stesso.
      Poche persone erano però a conoscenza di come in realtà l’intera
      organizzazione fosse totalmente una sua creatura e che inoltre controllava
      con pugno di ferro altri cinque enti analoghi sparsi in vari
      continenti.
      Emilia si voltò a osservare per un istante l’azzurro chiarissimo
      degli occhi della sua segretaria, prima di riportare la sua attenzione
      sul Ministro che, terminato il suo intervento, si spostava da un capannello
      all’altro certa del suo fascino mediterraneo.
      «Sai cosa fare!»
      La donna al suo fianco annuì leggermente prima di scomparire nel
      più assoluto silenzio.
      Emilia rimase ancora per un istante pensierosa, poi puntò verso
      la sua preda.
      «Nicoletta carissima!»
      Il tono della sua voce, quando si trovò di fronte al Ministro, risuonò
      allegro e cordiale.
      «Bel discorso, finalmente un progetto chiaro e costruttivo. Sarò
      sempre dalla tua parte, lo sai! E da noi avrai in ogni momento il massimo
      della collaborazione.»
      I profondi occhi neri di Nicoletta Orsini furono attraversati da un
      rapido bagliore, mentre osservava imperturbabile la figura piccola e
      grassottella della presidentessa della NAOS.
      «Non ne dubito!»
      La risposta fu educata, ma mentre le labbra si modellarono in un
      sorriso, gli occhi rimasero seri.
      Poi il ministro si allontanò con eleganza verso altri volti sorridenti.
      Ma ignorando il freddo sguardo di Emilia Rossetto, puntato sulla
      sua nuca, la donna commise senza saperlo il suo ultimo errore.
      I telegiornali del mattino seguente aprirono con la notizia della
      morte del Ministro delle Pari Opportunità, Nicoletta Orsini, uccisa
      quella notte nella sua camera d’albergo.
       
      Capitolo 1°
       
      “Galatea”
       
      Nel grande cortile del convento, il sole estivo del primo pomeriggio
      era accecante.
      Dopo pranzo le novizie avevano a disposaizione circa un’ora di
      tempo libero da poter dedicare ai loro svaghi e Giovanna stava giocando
      a palla mano con alcune scatenate ragazzine del primo anno.
      Il suo carattere deciso, piacevolmente ammorbidito da un perenne
      sorriso, unito alla rara capacità di saper ascoltare, faceva di lei una
      delle Grandi Novizie maggiormente amate dalle bambine più piccole.
      Quindi, quando fu distolta dal gioco dallo sguardo lampeggiante
      di Greta, che l’indusse a scusarsi con le sue piccole amiche per correre
      incontro alla compagna, si lasciò alle spalle un vivace coro di
      proteste.
      Giovanna raggiunse l’amica in un angolo del cortile dove, sotto
      un ampio porticato che a fatica regalava un poco di refrigerio, era già
      seduta su un gradino di pietra un’altra ragazza.
      Quest’ultima aveva un fisico minuto, una gran testa di riccioli neri
      ed era completamente assorta a leggere un grosso libro.
      «Che cos’è Margaret?»
      Domandò Greta con tono distratto.
      «La vita della sacerdotessa Lavinia!»
      Rispose seria la novizia, mentre chiudeva il libro e si soffermava a
      osservare lo svolazzante titolo inciso in oro sulla copertina consunta
      di pelle rossa.
      «Una delle prime martiri!»
      Greta alzò le spalle sbuffando, poi si guardò attenta attorno e con
      aria da cospiratrice mormorò sottovoce:
      «Giochiamo a nascondino? Abbiamo ancora quasi due ore prima
      della lezione di teologia.»
      Sul viso di Margaret passò una lieve ombra di timore, subito rimpiazzata
      da una velata espressione sottomessa.
      «Dentro?»
      Aveva quasi quindici anni ed era la più adulta della classe, ma la
      figura delicata ed il suo carattere remissivo facevano di lei il bersaglio
      preferito delle canzonature delle compagne.
      Giovanna si voltò preoccupata in direzione della panca su cui aveva
      lasciato appoggiato il suo leggero mantello estivo.
      Per giocare in cortile era concesso toglierselo, ma sapeva bene che
      se l’avessero sorpresa all’interno del convento con addosso solamente
      la tunica senza maniche, avrebbe passato un bel guaio.
      «Nasconditi tu! Noi contiamo fino a cinquanta, poi ti veniamo a
      cercare!»
      La voce di Greta non ammetteva repliche.
      I riccioli neri sparirono nell’ombra del porticato e Giovanna si ritrovò
      a osservare perplessa l’ambiguo sorriso che aleggiava sul volto
      dell’amica.
      Al diavolo il mantello, pensò, se le avessero scoperte avrebbe avuto
      ben altro di cui farsi perdonare.
      Le ragazze lanciarono nuovamente un rapido sguardo al cortile e
      solo dopo essersi accertate che le due sacerdotesse che avevano quel
      giorno il compito di controllarle stessero ancora chiacchierando sotto
      il fresco riparo della grande quercia, scomparvero a loro volta nella
      semioscurità.
      Attraversarono silenziose l’ampio atrio che portava al tempio e,
      superata una grande porta intarsiata, imboccarono il corridoio che
      conduceva alle sacrestie.
      A quell’ora, tutte le dieci grandi stanze che costituivano il complesso
      erano completamente deserte.
      Le numerose funzioni religiose erano già state celebrate nella mattinata
      e che solo dopo cena le sacerdotesse vi sarebbero ritornate per
      preparare all’ultimo rito della giornata.
      Le ragazze socchiusero con prudenza la pesante porta d’accesso.
      Di fronte a loro, immersi nella penombra, vasti stanzoni comunicanti
      erano stracolmi di enormi armadi di legno scuro che ricoprivano
      interamente le pareti, alcuni profondi almeno un paio di metri.
      Ovunque l’odore intenso dell’incenso.
      Con una rapida occhiata d’intesa le ragazze s’inoltrarono con prudenza
      nelle prime stanze, poi, sicure di essere completamente sole,
      si diressero con passo veloce verso quella più lontana.
      Era la camera più ampia, ma anche la più buia che, adibita ormai
      esclusivamente a ripostiglio, aveva gli armadi traboccanti di paramenti
      non più in uso.
      Giovanna rabbrividì, quindi guardò di sfuggita la sua compagna
      e solo dopo aver ricevuto un piccolo cenno d’intesa, iniziò a frugare
      sistematicamente la stanza.
      Quasi gli sfuggì.
      Raggomitolata sotto un’ampia stola di pesante broccato rosso,
      Margaret tratteneva il fiato e se non fosse stato per alcune ciocche di
      riccioli neri che spiccavano nitide sull’oro di un complicato ricamo,
      non l’avrebbe assolutamente notata.
      Avvertì la presenza di Greta al suo fianco solo quando la compagna
      la sfiorò per infilarsi a sua volta dentro all’armadio e fu scossa da un
      altro tremito prima di accovacciarsi a sua volta accanto alle amiche.
      Margaret aveva ora la testa rovesciata all’indietro e la bionda Greta
      sembrava volerle mangiare avidamente le labbra, mentre con la
      mano destra cercava di scoprirle impacciata il piccolo seno.
      Giovanna accarezzò lentamente i riccioli sudati, poi la sua mano
      scivolò sicura sotto l’ampia gonna nera dell’amica, affascinata dal
      candore della coscia che si andava lentamente materializzando, centimetro
      dopo centimetro.
      Sentendo Margaret ansimare, affondò con forza le dita e la sensazione
      di caldo umido che percepì sui polpastrelli rimbalzò violentemente
      nel suo ventre, facendole contrarre i muscoli.
      La mano di Greta si affiancò inaspettatamente alla sua ed avvertì
      una leggera stretta, prima che essa si adeguasse con delicatezza al
      ritmo costante dei suoi movimenti.
      Osservò nella penombra le ginocchia di Margaret distanziarsi a dismisura,
      per poi richiudersi improvvisamente in una morbida morsa
      per bloccare tenacemente le loro mani allacciate.
      Non ebbe bisogno di controllare per sapere che, anche tra le sue
      cosce, vi era la stessa follia che scuoteva selvaggiamente l’amica.

    • Prima parte
      “Nella bocca del Drago”
       
      Prologo
      L’uomo allungò titubante la mano verso una strana maniglia d’ottone
      che luccicava debolmente sulla porta posta alla fine del corridoio.
      Il battente sembrò aprirsi da solo ed egli ebbe la netta impressione
      di galleggiare nel nulla.
      Bianco, luce, fastidio, angoscia.
      Si accorse di aver chiuso automaticamente gli occhi ancora prima
      di avvertire il vento sulla pelle.
      L’alito caldo che gli entrò nell’anima spazzò via inaspettatamente
      tutte le sue paure e avvertì le palpebre rilassarsi, mentre le pupille
      iniziavano a focalizzare sempre più nitidamente il tranquillo panorama
      della laguna.
      In lontananza, quasi galleggiante nell’aria calda del pomeriggio, il
      rassicurante profilo dell’isola di Murano.
      Era fuori!
      Il sole che gli scaldava la pelle aveva il potere di sciogliere anche
      il gelo che avvertiva dentro e, come chi si risveglia dopo un incubo e
      con sollievo ritrova attorno a sé oggetti familiari, così per lui, quella
      distesa di acqua calma e azzurra, tagliata dalle file di grosse briccole
      poste a delimitazione dei canali navigabili, contribuiva a far retrocedere
      in un angolo nascosto della sua memoria, l’angoscia e la paura
      delle ultime ore.
      Avvertì che stava gradualmente riacquistando la coscienza del
      proprio corpo, ma quella sensazione gli procurò inaspettatamente un
      gorgoglio nello stomaco e il suo desiderio più impellente si focalizzò
      incredibilmente su un tramezzino con i gamberetti, accompagnato da
      un fresco calice di Prosecco.
      Da una calletta poco distante svoltò improvvisamente un bambino
      di due o tre anni che gli sfrecciò ridendo accanto alle gambe, subito
      raggiunto dal richiamo imperioso di una giovane donna che lo inseguiva
      ansante, spingendo un leggero passeggino carico di pesanti
      borse della spesa.
      Lui accompagnò mentalmente i passi affrettati della mamma e
      solo quando calcolò che fossero ormai arrivata in prossimità del ponte
      che li divideva dall’imbarcadero di Fondamenta Nuove, voltò la testa
      nella loro direzione.
      Il piccolo stava salendo i gradini un passo alla volta, alzando sempre
      per primo il piede destro, concentratissimo. La donna invece,
      per permettere alle ruote del suo carrello improvvisato di salire più
      agevolmente gli ampi gradini, si era voltata con le spalle al ponte.
      Si vedeva chiaramente che era in difficoltà, ma l’istintivo impulso
      di aiutarla gli si bloccò sul nascere quando la vide voltare il capo
      verso una figura seduta ai piedi del ponte che lui ancora non aveva
      notato.
      Osservò il volto grassoccio della mammina aprirsi in un leggero
      sorriso e, dopo un rapido cenno di saluto, ritornare con calma a concentrarsi
      sul passeggino.
      Alcuni anni prima era rimasto affascinato da uno spot pubblicitario
      ove i personaggi si bloccavano di colpo.
      Foglie, abiti, capelli, sciarpe, si cristallizzavano in un fermo immagine
      perfetto, mentre al contrario, il punto di vista della telecamera
      continuava a ruotare lentamente, permettendo in quella surreale
      pausa tridimensionale di osservare con calma tutti i particolari della
      scena da diverse angolazioni.
      Ora anche quella donna si era assurdamente immobilizzata dentro
      un silenzio irreale, la schiena curva nello sforzo di far superare un
      gradino al passeggino e il foulard azzurro, che prima gli svolazzava
      leggero attorno al collo, ora sembrava essersi tramutato in una scheggia
      di vetro veneziano posta in controluce.
      Poi il punto di vista della telecamera immaginaria si spostò verso
      la figura accoccolata sui gradini, rivelando una giovane ragazza caratterizzata
      da una gran massa di capelli rosso fuoco e da una strana
      tuta aderente, fatta da quelle che sembravano a prima vista squame
      di serpente, anche se in verità molto più grosse e massicce.
      L’immagine s’ingrandì lentamente, soffermandosi sul primo piano
      di un volto bellissimo, orientaleggiante, con gli occhi chiusi, per
      scendere poi a osservare senza alcun pudore l’elegante profilo di un
      morbido seno.
      Si abbassò ulteriormente per sfiorare la leggera rotondità di un
      ventre color giallo tenue, terminando infine la sua esplorazione andando
      a ruotare vicinissima a una coscia lunga e affusolata.
      Ci fu un impercettibile rumore e subito la telecamera ritornò rapidamente
      sul volto della ragazza.
      Ora gli occhi erano ben aperti e le pupille, di un giallo caldo e
      morbido, lampeggiavano al riflesso del sole.
      Nel momento in cui le palpebre si chiusero e si riaprirono su quel
      metallo liquido, lui comprese; seppe senza margine di errore che
      quella ragazza non stava indossando uno stravagante abbigliamento,
      ma che quella che aveva appena visto era la vera pelle della ragazza.
      Sul bellissimo viso si disegnò un sorriso divertito, che ebbe come
      unico effetto quello di farlo urlare spaventato mentre attorno a lui
      quell’intero mondo cristallizzato esplodeva in una miriade di frammenti.
      Aghi luccicanti che svanirono poi lentamente, lasciando al loro
      posto un immenso buio, pregno dell’eco prolungato del grido che gli
      era sfuggito dal petto.
      Poi il silenzio… silenzio e buio.
      Dal nulla gli venne incontro un nuovo suono, dapprima lieve, poi
      sempre più forte, sino a diventare qualcosa di molto simile al galoppo
      di un cavallo, regolare e potente.
      Nell’istante in cui realizzò che non si trattava altro che del battito
      del proprio cuore, percepì che anche quel buio aveva dei limiti e dei
      confini e allungò prudentemente una mano in avanti per sondarlo.
      Un fulmine alle sue spalle lo fece voltare di scatto.
      Non vide nulla, anche se il suo inconscio registrò ugualmente
      l’immagine indistinta di una fluida massa rossastra.
      Un altro lampo, seguito da una fitta lancinante alle tempie.
      Mentre con il palmo delle mani si premeva con forza gli occhi
      doloranti, il suo cervello gli incollò sulle retine la sagoma inconfondibile
      di un drago cinese, subito seguita da un bagliore che sembrò
      illuminargli anche l’anima.
      Il tempo cessò d’esistere.
      Quando l’uomo riaprì lentamente gli occhi nel buio onnipresente,
      il suo cuore aveva ripreso il battito regolare.
      Aveva finalmente compreso!
      Ora lui sapeva esattamente dove si trovava.
      Nella bocca del drago!!
      Con calma si voltò verso il punto che sapeva essere il più buio e
      profondo ed attese immobile, con serenità, l’enorme fiammata che ne
      sarebbe scaturita.
      Michele Barovier si svegliò madido di sudore.
      Quell’incubo ricorrente incominciava a innervosirlo.
      In vita sua non aveva mai dato eccessivo peso ai sogni, ma ultimamente
      la regolarità con cui questo si ripresentava, identico e immutabile,
      aveva qualcosa di veramente preoccupante.
      Scosse il capo e con un’alzata di spalle si alzò dal letto per andare
      a riempire d’acqua bollente la vasca da bagno.
      Michele era l’ultimo discendente di un’antica famiglia veneziana
      arricchitasi prima con il commercio di stoffe importate dall’oriente e
      poi con la lavorazione di splendidi oggetti in vetro di Murano; ma di
      quei fasti era rimasto ormai solo un vago ricordo.
      A lui la cosa sembrava non importare e quando occasionalmente
      il discorso cadeva sulle ormai perdute fortune della sua famiglia, il
      massimo che si riusciva a tirargli fuori era un sorriso melanconico,
      misto a una notevole dose d’ironia.
      Era soddisfatto di se stesso.
      A trentadue anni compiuti la sua vita era ormai avviata al meritato
      consolidamento, insegnava storia dell’arte al Liceo Artistico Statale
      di Venezia, riuscendo persino a riscuotere una certa simpatia dai suoi
      allievi; anche se a onor del vero erano le ragazze quelle che gli tributavano,
      più o meno velatamente, un ben più accentuato interesse.
      Lui però sorvolava sulla cosa.
      Certamente un bel sorriso o uno sguardo leggermente più lungo
      del necessario lusingava il suo amor proprio, ma a parte la naturale
      attrazione maschile verso minigonne svolazzanti, il suo coinvolgimento
      emotivo finiva lì.
      Aveva una fidanzata ufficiale, Vanessa Della Vigna.
      Bella, bionda, alta.
      Una splendida donna che teneva saldamente nelle proprie mani
      affusolate le redini della vita di entrambi, che si preoccupava di regolare
      attentamente i loro impegni per disporre del tempo necessario
      per fare regolarmente all’amore e garantire che i loro appagamenti
      fossero autentici e soddisfacenti.
      Uscivano a cena almeno due sere la settimana, frequentando amici
      giusti e selezionati e soprattutto, grazie al proprio importante impiego
      alla Cassa di Risparmio di Venezia, lei aveva già preventivamente
      studiato un perfetto piano di mutui agevolati per la loro futura casa,
      per i mobili e per l’immancabile pensione facoltativa.
      Unica seccatura era una fastidiosa indecisione sulla destinazione
      del futuro viaggio di nozze.
      La sola stravaganza di Michele sembrava essere l’accentuato interesse
      verso la storia dell’Arte, cosa che a detta di tutti andava ben
      oltre un normale impegno professionale.
      Passione così intensa che neppure Vanessa si era sentita di contrastare,
      anzi, si era addirittura convinta che avere come rivali donne
      come la Venere del Botticelli o dame eteree che tenevano in braccio
      deliziosi ermellini, fosse un elegante gioco che il passatempo del fidanzato
      le permetteva di fare con le sue amiche più intime.
      Fu proprio per la totale predilezione che Michele aveva per i colori
      di Giotto o per l’eleganza formale espressa dal Botticelli, che si stupì
      di se stesso nell’accettare l’invito di una collega che lo pregava di accompagnarla
      all’apertura di una mostra di Caravaggio allestita nelle
      prestigiose sale del Museo Correr.
      Il signor Michelangelo Merisi proprio non rientrava nei suoi gusti.
      Certo ne apprezzava l’enorme talento, riconoscendogli il grande
      contributo dato alla storia della pittura; ma la sua vita disordinata e
      soprattutto quei colori, anzi, quelle ombre minacciose così presenti
      nei suoi quadri, erano lontane anni luce dalle tranquillità e dalle
      tonalità dei suoi artisti preferiti.
      Carlotta era ormai giunta al suo ultimo anno d’insegnamento, poi
      la pensione e questo, forse, era stato il vero motivo che quel giorno
      l’aveva indotto a salire la scalinata del Correr, nonostante che per
      arrivare avesse dovuto fare l’intero giro del globo a causa di una fastidiosissima
      acqua alta che sommergeva buona parte di Piazza San
      Marco.
      Certo avrebbe potuto infilarsi un paio di stivali di gomma e guadare
      con attenzione le poche centinaia di metri che separavano il museo
      dal suo appartamento da scapolo, ma poi avrebbe dovuto tenerseli ai
      piedi per tutto il tempo della visita e l’idea che le sue suole squittissero
      a ogni passo sui pavimenti tirati a lucido non lo aveva per nulla
      convinto.
      Senza contare inoltre, che con tutte le probabilità sarebbero stati
      presenti anche vari assessori e il sindaco medesimo.
      Lei lo attendeva in cima alla scala, con in mano, bene in vista, i
      biglietti d’ingresso.
      Michele ebbe un tuffo al cuore.
      Carlotta era alta, di carnagione scura, e nonostante fosse a un passo
      dalla pensione, era ancora ben dritta nel portamento e piena di
      vitalità.
      Il suo eterno sorriso, unito a uno sguardo leggermente beffardo
      posto sopra a un seno ampio e pesante, lasciava intuire l’abitudine a
      essere ammirata e corteggiata; il fascino discreto di quella che sino
      a non molti anni prima era stata sicuramente una donna molto bella.
      Inoltre era intelligente, arguta e molto preparata professionalmente.
      Unico neo, i colori.
      Sembrava che per lei non esistessero le comuni regole d’abbigliamento.
      Se ti mettevi a contare, potevi trovargli addosso decine di
      colori differenti, senza alcun tentativo di coerenza o di abbinamento
      tonale.
      A volte gli ricordava un attaccapanni collocato, al tempo dell’Accademia
      di Belle Arti, in un angolo di un appartamento che aveva
      avuto dalle parti di Campo S. Stefano.
      Il classico piccolo appartamento da studente, affittato a seguito di
      un feroce attacco d’indipendenza e arredato con quello che si trovava
      al mattino presto accanto ai canali, prima del passaggio degli spazzini.
      Quell’attaccapanni lui se lo ricordava bene; sempre sommerso da
      sciarpe variopinte, giacche e giubbotti che la marea di amici vi buttava
      sopra alla rinfusa quando veniva a far finta di studiare, prima di
      mettersi poi tutti a rollare coscienziosamente e a parlar di tette.
      Poi per fortuna nella sua vita era entrata Vanessa e tutto era finito.
      Carlotta lo salutò con la delicatezza che si usa verso un vecchio
      amante, prima di prenderlo con impazienza sotto il braccio.
      «Hai fatto colazione? Mi sembri palliduccio!»
      Disse senza guardarlo.
      La vide poi sventolare i biglietti sotto il naso di una hostess perfetta
      nel suo completo blu scuro e prima che la poveretta avesse avuto
      il tempo di reagire si trovò trascinato dentro una stanza stracolma di
      gente.
      Istintivamente Michele si diede un contegno.
      Quasi senza accorgersi, con un gesto rapido ed efficiente si passò
      le dita tra i capelli e mentre con la coda dell’occhio riconosceva
      accanto alla finestra un alto responsabile dell’assessorato alle Belle
      Arti, controllò accuratamente l’orologio
      Fece un passo per andarlo a salutare e squittì!
      Un altro passo e un ulteriore squittio, tutt’altro che sommesso,
      risuonò blasfemo nella stanza.
      Si guardò i piedi, vedendo solo un paio di scarpe dei fratelli Rossetti,
      ma poi nel suo campo visivo entrarono con disinvoltura i gialli
      stivali da barca di Carlotta.
      «Cara professoressa, benvenuta! Sono lieto di rivederla! Mi sembra
      di ricordare che da sempre lei sia un’accanita ammiratrice di
      Caravaggio.»
      La voce proveniva da un completo di velluto verde-bosco, anche
      se l’espressione di derisione che aleggiava inconfondibilmente sul
      volto curatissimo del proprietario, l’assessore alla cultura Marco Visentin,
      esprimeva esattamente il contrario.
      «Visentin Marco!»
      La voce di Carlotta risuonò chiara e autorevole nella grande stanza
      luminosa e per un istante negli occhi dell’assessore passò il lampo di
      un timore riverenziale dimenticato da tempo.
      «Vedo che continua a piacerti essere sempre al centro dell’attenzione!»
      Il tono era così cortese che era difficile intuire l’ironia che invece
      brillava negli occhi nocciola della donna.
      «È un vero piacere costatare come interagiscano intelligenza e
      cultura con l’immagine mondana che si ha di loro.»
      «Cosa?… Sicuramente! Un momento culturale notevole!»
      L’assessore, notevolmente a disagio, si rifugiò dietro a un affrettato
      cenno a un cameriere di passaggio.
      «Un calice di prosecco?»
      Il tono risuonò eccessivamente acuto e Michele soffocò con abilità
      il sorriso, che inarrestabile gli stava modellando le labbra, dentro al
      bicchiere.
      Poi, mentre la giacca verde-bosco scompariva rapidamente dietro
      lo smoking impeccabile di un altro cameriere, sussurrò all’orecchio
      di Carlotta:
      «Come diavolo fai a dire nulla con tante parole e a convincere nel
      medesimo tempo la gente che hai espresso qualcosa di molto profondo?»
      L’occhiataccia che ricevette in cambio lo fece desistere immediatamente
      da altri commenti.
      La lancetta lunga del suo Rolex riuscì a compiere quasi due giri
      completi prima che si accorgesse all’improvviso d’essere da solo.
      In lontananza, davanti a lui, scorse un gruppo di persone bighellonanti,
      registrando meccanicamente il senso di stanchezza e noia che
      esse emanavano.
      Il senso di vuoto inaspettato gli riportò alla mente la sua collega.
      «Carlotta?»
      Le sue parole si persero nel nulla.
      Si guardò attorno preoccupato e solo allora scorse la professoressa
      appoggiata allo stipite di una porta, alcune stanze indietro.
      Imbarazzato, ritornò sui suoi passi e in quelle poche decine di metri
      si rese conto di quanto si fosse estraniato e quanta maleducazione
      avesse avuto nei confronti dell’amica.
      Il fatto che Caravaggio non lo entusiasmasse affatto, non poteva
      certo giustificarlo dal comportamento tenuto.
      «Carlotta, io…»
      «Zitto e ascolta!»
      La voce dell’anziana professoressa sembrava non avere tempo né
      età.
      «Pensi veramente che per quasi due ore ti abbia ascoltato parlare
      di pennellate e di chiaroscuri, di un nuovo modo di presentare la
      realtà, di prospettive scenografiche e altre stupidaggini del genere,
      senza rendermi conto che tu non c’eri?»
      Il tono della sua voce sembrava galleggiare nell’aria.
      «Sono vecchia ma non ancora rimbambita! O pensi forse che abbia
      bisogno di te per farmi spiegare una tela?»
      «Ma io…»
      La voce di Michele si era ridotta a un soffio.
      «Zitto! Guarda e poi dimmi cosa vedi!»
      Al comando, Carlotta aveva fatto seguire un arco pericoloso a un
      ombrello di plastica trasparente, color violetto, che Michele non aveva
      assolutamente notato prima e che la donna aveva appena puntato
      risoluta verso una parete.
      «È un quadro…» Sussurrò Michele.
      «Deficiente! Certo che è un quadro! Siamo in un museo, non al
      mercato del pesce di Rialto!»
      Il tono della sua voce era notevolmente aumentato.
      «Che quadro è?»
      La voce di Michele aveva ripreso il consueto timbro professionale,
      anche se incrinato da un certo stupore.
      «E che cosa vedi?»
      Incalzò nuovamente Carlotta.
      Ora fu il turno di Michele di rivelare impazienza e disappunto.
      «Vedo Giuditta che taglia la testa a Oloferne e la vecchia serva che
      attende di poterla aiutare! Tecnicamente posso dirti che…»
      «Tecnicamente?»
      Gli occhi nocciola dell’anziana signora erano virati pericolosamente
      verso una tonalità marrone scuro.
      «Tecnicamente! Ma non sai vedere proprio altro?»
      Michele a quel punto perse del tutto la pazienza e il senso d’imbarazzo
      precedente fu sostituito da una profonda irritazione.
      Che diavolo faceva lì, davanti a un quadro che non gli piaceva, a
      sentirsi criticato e giudicato da una vecchia zitella con stivali gialli
      ai piedi e un ridicolo ombrello in mano?
      Si girò determinato verso di lei voltando le spalle al quadro, ma la
      dura replica che si preparava a dare gli rimase bloccata in gola.
      Carlotta, con un gesto fluido e sicuro, gli aveva appoggiato il palmo
      della mano sulla pancia, appena sopra la cintura di coccodrillo.
      «Quando hai avuto il tuo ultimo vero orgasmo?»
      Si sentì chiedere.
      Le parole sembrarono penetrare nel suo ventre assieme alla pressione
      della mano, e quel contatto e l’intimità della domanda assolutamente
      fuori luogo lo disorientarono completamente.
      Guardò prima il dorso della mano della donna, sorprendendosi a
      osservare la miriade di rughe che la ricoprivano, mescolate al rapido
      guizzare di piccole vene azzurre, poi alzò lo sguardo verso gli occhi
      che aveva di fronte.
      Sembrava ora che un torrente d’oro fuso scorresse placido sotto le
      palpebre socchiuse.
      Sentì aumentare notevolmente la pressione della mano.
      «Questo è il punto del terzo chakra!»
      La voce aveva ora assunto lo stesso calore della lava presente negli
      occhi.
      «Chakra?»
      Nel momento stesso in cui Michele udì il suono della propria voce,
      la spinta aumentò a dismisura e sentì il proprio corpo proiettato violentemente
      all’indietro.
      Contro il quadro!
      Quando urtò con le spalle la tela, il suo pensiero corse all’assurdità
      della catastrofe in atto: una donna impazzita, un capolavoro lacerato,
      l’altrettanto lacerante urlo della sirena dell’allarme che sarebbe
      immediatamente scattata accompagnata da un pesante bagaglio di
      sconcerto e di vergogna.
      I secondi passavano veloci, ma lui non avvertiva nessun suono
      riempire lo spazio, mentre invece la sua caduta sembrava non avere
      fine.
      Continuò a cadere, avvolto in una nebbia sempre più densa, sino
      a che divenne solida sotto di lui.
      Con un certo sforzo si mise in ginocchio, il palmo delle mani sudate
      appoggiate su un freddo pavimento.
      La testa gli faceva male e una miriade di punti luminosi erano
      intenti a roteare impazziti dentro i suoi occhi.
      Allungò titubante una mano e avvertì sotto i polpastrelli quella
      che pareva una stoffa calda e ruvida.
      Con avidità si aggrappò a quell’unico contatto con la realtà, mentre
      i suoi occhi si stavano intanto abituando alla fioca luce circostante.
      Proprio sotto il suo naso riusciva ora a scorgere un paio di informi
      ciabatte di stoffa, di un colore sporco e indefinito, ma che poteva essere
      stato una volta un bel rosso vivo.
      Dall’odore, che s’infilò perfido dentro suo naso, comprese più che
      vedere che erano abitate da pesanti calzettoni, a loro volta un tempo
      sicuramente bianchi, che fasciavano caviglie ossute.
      Mentre il suo cervello realizzava che quello che stava stringendo
      nella mano era l’orlo di un’ampia gonna di lana grezza, un oggetto
      scuro si spostò sopra alla sua testa e una lama di luce andò ad illuminare
      il volto rugoso e terrorizzato di una vecchia.
      Aveva la bocca aperta in un urlo silenzioso e un po’ di bava biancastra
      schiumava leggermente tra gli unici due denti sopravvissuti
      nelle gengive rossastre.
      Sotto una piccola cuffia, pochissimi capelli bianchi lasciavano intravedere
      una cute macchiata e lucida e, più sotto, occhi spalancati
      testimoniavano quello che era indubbiamente un vero istante di terrore.
      Qualcosa di denso cadde a colpire la sua mano e un liquido scuro
      gli s’infilò appiccicoso tra il polso e il cinturino dell’orologio.
      Michele non aveva mai avuto una simile esperienza prima d’allora,
      ma comprese immediatamente, senza margine d’errore, che si
      trattava di sangue.
      Tanto!
      Le mani della vecchia presero a tremare impazzite e il nero involucro
      che la donna teneva in grembo ondeggiò pericolosamente.
      Improvvisamente Michele vide aprirsi uno squarcio in quella
      massa scura e qualcosa ne sgusciò fuori cadendogli tra le braccia.
      Era un uomo!
      Gli ci volle qualche istante per realizzare che però mancava tutto
      il corpo.
      Tra le mani aveva solamente una testa tiepida che stava inconsciamente
      reggendo per la barba.
      Sconvolto, rimase pietrificato a guardare due occhi scuri che lo
      stavano fissando a loro volta, colmi di altrettanto orrore.
      Uno strillo acuto alle sue spalle lo fece voltare terrorizzato.
      Di fronte c’era ora una bellissima ragazza in un vestito giallo-ocra
      su cui spiccavano nitidamente alcune strisce nere.
      Una leggera camiciola bianca era tesa su un seno bellissimo, grande
      e sodo, con i capezzoli così eretti che solo un’eccitazione violenta
      poteva aver provocato.
      Sul bellissimo volto, l’incredulità stava ora disegnando una miriade
      di piccoli movimenti incontrollati.
      Vide la ragazza portare il dorso della mano sinistra alla bocca e
      distinse i piccoli denti bianchissimi incidere con forza la tenera pelle
      vellutata.
      Un lampo di determinazione che saettò negli occhi della ragazza,
      lo mise però in allarme, permettendogli di notare il movimento del
      suo braccio destro, seminascosto dietro un drappo rosso.
      Un istante dopo, rapidissimo, arrivò il fendente.
      Se la ragazza non fosse stata così sconvolta, lui sarebbe sicuramente
      morto e la sua testa sarebbe rotolata a far compagnia a quella
      che nel frattempo gli era sfuggita di mano.
      Nella fretta del gesto, la punta della lama di una pesante spada
      che la donna teneva nascosta, si era impigliata nel tendaggio che
      pendeva dal soffitto e il colpo, così deviato, ottenne come unico effetto
      solo quello di provocare alcune scintille sul pavimento.
      Michele schizzò in piedi e con l’intento di mettere più oggetti possibili
      tra sé e quella lama assassina, cercò riparo oltre il letto che
      sembrava occupare tutto lo spazio alla sua sinistra.
      Incredulo, avvertì il suo piede destro impigliarsi nel grande lenzuolo
      macchiato di sangue e cadde a testa in avanti nel buio che
      aveva di fronte.
      Anche questa volta la caduta sembrò nuovamente eterna, ma l’atterraggio
      in compenso fu sicuramente più morbido e si ritrovò avviluppato
      in caldi panni che coprivano inutilmente candide gambe
      femminili.
      Confuso cercò di rialzarsi, ma l’unico risultato che ottenne fu quello
      di rivelare ulteriormente l’interno di una coscia pienotta e levigata.
      Scivolò malamente e il suo naso si arrestò a pochi centimetri
      dall’inguine indifeso della donna.
      Un pungente odore di urina gli colpì l’olfatto, mescolato alla lieve
      fragranza del gelsomino.
      Istintivamente cercò di ricoprire la donna, ma la gonna giallo-ocra,
      solcata da una grande striscia nera che strinse nella mano, lo
      fece rabbrividire.
      Con un balzo fu in piedi, inseguito da un piccolo grido divertito,
      poi un drappo rosso gli cadde sulla testa, coprendogli del tutto la
      visuale.
      Con furia lo scagliò di lato, preparandosi nel contempo a difendersi
      strenuamente.
      La donna, invece, era rimasta seduta a terra, con le gambe allargate
      e con la gonna che non nascondeva ormai assolutamente più nulla
      della sua intimità.
      In mano reggeva una spada tagliente, ma faceva fatica anche solo
      a tenerla sollevata e la punta sembrava essersi sincronizzata sul dondolio
      dei suoi grossi seni, scossi da una risata senza freno.
      Un’imprecazione lo fece voltare.
      Da dietro una grande tela posata su un cavalletto da pittore, era
      nuovamente spuntata la testa tagliata di prima, con tanto di barba.
      Solo che ora non c’era tutto quel sangue e soprattutto era perfettamente
      attaccata a un corpo robusto, rivestito con un elegante abito
      di velluto.
      Posato vicino al cavalletto, il fodero vuoto di una spada.
      Michele sconvolto si mosse adagio, con le spalle ben appoggiate al
      muro della stanza, gli occhi puntati sui due sconosciuti mentre tentava
      di raggiungere una porta che aveva intravisto alla sua sinistra.
      Lo stupore che aveva coinvolto tutti quanti era palpabile e il tempo
      stesso sembrava aver rallentato la sua corsa, consentendo però
      ugualmente a Michele di avvicinarsi al suo obiettivo.
      Ma a pochi passi dalla porta lanciò uno sguardo in direzione della
      tela, ora perfettamente visibile e il cuore gli si fermò.
      Vivida, fresca e palpitante, “La decapitazione di Oloferne” era lì,
      davanti ai suoi occhi!
      Alcune parti del dipinto avevano ancora il pigmento bagnato e
      sembravano aspettare impazienti di ricongiungersi con il colore che
      gocciolava indifferente dal lungo pennello che il pittore stava tenendo
      in mano.
      Ora la Giuditta in carne ed ossa si era alzata in piedi e Michele
      poté osservare quanto simile fosse a quella del quadro; le uniche
      differenze erano le grosse borse sotto gli occhi, che la seconda non
      aveva e il colorito sano e abbronzato che solo la prima ostentava impudentemente.
      Michele tornò a osservare l’uomo e nella battaglia che ne seguì,
      tra il suo inconscio che non aveva dubbi e il suo cervello che si rifiutava
      di credere, vinse il suo raziocinio.
      Fu però una vittoria pagata a caro prezzo; le gambe incominciarono
      a tremargli e sentì gli occhi riempirsi di lacrime.
      Si lanciò verso la porta spalancandola con violenza, oltre, solo un
      lungo corridoio buio.
      Senza pensarci si mise a correre con le mani protese in avanti, ma
      con tutto il resto del suo essere teso a sentire cosa stava accadendo
      dietro di lui.
      Ben presto rimase senza fiato e si appoggiò stremato contro la fredda
      parete del cunicolo.
      Solo dopo che sentì diminuire il rombo assillante dentro le orecchie
      e i polmoni smettere di bruciare; solo quando non udì infine
      più alcun rumore e capì di essere solo, completamente solo, allora
      pianse!
      Ci volle ancora molto tempo prima si raddrizzasse, ricominciando
      a tentoni ad andare avanti nel buio.
      Si trovò di fronte alla porta quasi senza accorgersene.
      Una piccola, massiccia porta di legno scuro, su cui spiccava una
      lucida maniglia di ottone finemente lavorato.
      Lentamente Michele allungò la mano.

    • Il Dramma Della Rivolta
       
      Di Dino Ferraro
       
                                      ATTO  I
       
      Tutto incominciò con l’ascoltare un canto di rivolta  , le strade erano oscure e la voce di colui che accendeva i lumi dei lampioni echeggiava nell’aria malsana,  si propagava nel vento,  entrando  per vicoli stretti ed angusti,  dove la luce della luna s’infilava  sensuale ad  illuminare la notte fonda dei suoi abitanti. Vicoli  stretti di un piccolo paese di montagna dove il cielo si rifletteva nella proiezione  della macchina da presa,  nel giorno che vedeva morire la notte,  con le sue aspettative di vita ed era incomprensibile , forse utopico poter elencare il male che si arrendeva al bene,  prendere  forma come fosse argilla nelle mani di un vasaio. La piccola indolenza ed anche l’incapacità di potersi ribellare di dover ad ogni costo soccombere  nei limiti della decenza,  sfuggire alla cattiva sorte a quella lassezza di costumi popolari, ma chi avrebbe potuto salvare capre e cavoli ? l’ignoranza  senile , la lirica , la metrica che persegue per rime altisonanti il malvagio genio di un uomo solo,  che combatte i suoi fantasmi , le sue fisime , forse incapace di proseguire la sua opera ne diviene la rappresentazione più assurda.
      Io  non voglio offendere nessuno.
      Fai bene amico , hai tutti ai tuoi piedi.
      Mi credi folle ?
      No , un medico non ammazza mai i suoi pazienti.
      Provo a circuire la mia pazzia, con un bicchiere di vino.
      Alla salute e che la sorte ti renda sobrio .
      Mi sento  incapace di provare un vero sentimento.
      La tua caparbietà nel voler cambiare , loda la tua opera.
      La rivoluzione di forme e contenuti  dipende da noi.
      Noi siamo la parte oscura e l’intimo segreto di questo
      discorso.
      Siamo questa falce, vecchie facce ingiallite.
      Siamo il pane che mangiamo.
      La voce che spinge alla rivolta.
      Vano  il danno ed il dubbio.
      Sè i morti ,  un giorno risorgeranno dalla dura terra.
      Ahimè , questa  terra  sporca di sangue è la nostra patria.
      Noi ,tutti contro il male , mano nella mano.
      Nell’ora cruciale il nostro coraggio ci  riporta indietro.
      Crescere , ci ha resi eroi d’un tempo mite.
      La battaglia  non è  giunta al termine.
      Orde di giovani gridano sotto gli spalti.
      La vittoria ci sorride ,  premia i nostri sforzi.
      Avanti uomini , avanti donne, avanti .
      Sulle barricate ,contro l’oppressore.
      Contro la tirannia  ed il vessillo avverso.
      Venite , correte , siamo pronti a  morire.
      Sono già in tanti che giacciano  per terra  sanguinanti.
      Miseri.
      Poveri resti.
       
      La nostra volontà  di ribellarci all’infame destino , non avere un corda a cui appendere il cappio, nel  nesso logico di una rivolta  che persegue la volontà di un popolo , specchio di un ideale  pauperistico  , ammesso ad entrare dentro la camera di chi vive in agiatezza , di chi può mangiare due o tre volte al giorno . Infischiandosi di cosa succeda ad altri  , fuori la sua porta. Dentro quel dedalo di vicoli, dentro la testa del matto,  di topolino affacciato al balcone, del musico , della donna dai  grandi seni , grande spalle bella tanto bella , da far girare il mondo all’inverso . Tutto la capacita di poter interloquire con le classi sottostanti, incapace di intendere idiomi frasi scurrili sensi e doppi  sensi di una classe incapace di amare senza alcun interesse, le classi sottostanti. Una tragedia dover vendere la propria donna al nemico , venderla al vile straniero  poi mangiare  con lui alla propria tavola,  lasciandogli  poggiare la spada sul marmo delle nostre  tombe. E l’odore della carne  , l’odore del mare , l’odore della propria donna si mischia con l’odore dell’odio,  verso chi ti sbeffeggia,  se la ride dell’ altrui  precarie condizioni sociali.
      Non tollero amici con due facce.
      Prego .
      Chiedo scusa forse sono adirato.
      Padrone , li maccaroni son cotti.
      Prego, signori accomodatevi.
      Che  buono odore.
      Son buone i maccaroni ?
      Che bella casa.
      Guardate che panorama.
      Un bicchiere di vino ?
      Giovanni , portiamo un altra bottiglia di quello buono.
      Subito padrone.
      Madonna , questi  stasera s’ubriacano.
      Facciamoci  una partita a poker.
      Io non gioco.
      Guarda quella scia, attraversa il mare e giunge fino al cielo.
      Meraviglioso la mostruosità della natura.
      Sono vili questi italiani.
      Li ho sentito padrone.
      Statti zitto a tempo debito.
      Nel tempo che verrà, saremo divenuti tutti sordi.
      I ricchi sono le lacrime di chi non ha nulla da sperare ,sono la storia di milioni di persone, sono quello che hai sempre sognato e cercato di capire. E nella propria ignoranza apriamo il cuore ad un amore che giunge da lontano. Apriamo le porte a chi non conosce la lingua del cuore, la vita ed i miracoli di chi fatica nell’ignaro andare e venire senza mai giungere ,dove ha sempre sognato d’essere. E la vita ha un  duplice viso e la borghesia si fa garante di quella specie esausta che la contraddistingue nella puerile specie o necessità di dover crescere per non soccombere all’invasione in atto.
      Un altro bicchiere di vino ?
      Sarebbe meglio un buon sigaro.
      Giovanni porta la scatola dei sigari.
      Padrone sono finite le cartucce.
      Porta un altra bottiglia.
      Porto questo cuore trafitto.
      Porta quello che vuoi.
      Facciamo ammenda .
      Non parlate vi ho compreso.
      Sono indignato.
      Sono fatti cosi brava gente in fondo.
      Portami il tuo cuore.
      Sono ignoranti e lazzaroni.
      Vi prego un sigaro ?
      Ieri hanno rubato la borsa alla madre di un mio ufficiale.
      Sono mortificato . Emanerò un editto.
      Ci voleva pure cheste.
      Saremo onorati d’ assistere all’esecuzione del condannato.
      Vi terrò informato.
      Lo spero per voi.
      Non vi rammaricate
      Aprite le porte, saccheggiate ogni basso.
      All’armi , all’armi .
       
      L’eco della rivolta corre di bocca in bocca , nell’ira  di uomini diversi , nella stessa solitudine di  miriadi di  classi sociali. Nel cuore  e nella mente , nell’eco della morte che ha reso vittime chi non voleva deporre l’armi e mai stanco di lottare,  lungi per menti eccelse s’ inerpica per strade strette che salgono lunghi i crinali erbosi e silenziosi. La volontà non sazia  la follia,  anima l’animo della rivolta , la sua voglia di farsi largo nella giustizia che la reso schiavo del suo credo,  nella propria terra. Incapace di poter costruire quello che altri genti hanno costruito ed il riscatto etico la morale eleva la folla , fa correre le voci verso il centro , verso il corso dei mille,  nel passo incerto che risuona , suono dopo suono nell’accordo nel dolore del tempo che matura se stessi e la sconfitta quell’amore rubato per pochi denari. Ogni logica  predispone di un esercito di orchi ,  ogni soldato  ricorda  la sua donna , un cuore , una buca profonda , un destino che disegna sulla pelle il proprio sacrificio.
      Venite a vedere.
      Sono in tanti.
      Siamo in mille pronti a combattere.
      Non fate pazzie.
      Iatevenne stanne arrivando i soldati.
      Siamo pronti a morire.
      Siete folli , siete la mia carne ed i miei sogni.
      Non biasimare la nostra scelta.
      Siamo pronti.
      Basta soffrire.
      Vogliamo vivere.
      Dateci ò pane.
      Dateci la terra.
      Chi siete ?
      Correte  non  abbiate  paura.
      Pigliate le mazze.
      Pigliate stì  suonno , queste parole senza senno.
      Pazzi vi ammazzeranno .
       
                                                
                                          ATTO II
                                
       Non c’è nulla da fare  ,forse non aveva senso  lo scopo di ribbellarsi contro un oppressore crudele , contro quello che non si crede e che prende forma,  di tante cose assurde ed incomprensibili svisceranti  in minuti,  attimi , giorni che muoiono con noi nella vana ricerca di un concetto illuminante , nella speranza di poter cambiare la propria condizione umana. Tutti uguali , tutti liberi ,nudi per strada ,in marcia con in mano forconi e bastoni,  con in petto  la voglia di combattere ,facce scure,  sporche , che non conoscono l’italiano che non conoscono chi è perchè sono diventati quelli che sono . Tutto ha un limite è la rivolta diviene  un vento di pace  una canzone che s’eleva sopra le case ed entra nel cuore di grandi e piccini  si propaga nella lecita confessione e fiducia verso un Dio amico .
       
       
       
       
       
         Arrivano.
         Giovanni hai preso la bottiglia di vino?
         Padrone a cosa serve.
         Quando sarà  il momento svegliami.
         Va bene, non vi preoccupate.
         Cosa Fanno?
         Stanno là,  non si muovono.
         Forse pensano ?
         Forse non è normale.
         Chi sa quando hanno pagato?
         E ci credo si sono scolati una botte e mezza di vino.
         Giovà ma tu critichi sempre ?
         Per carità , era un appunto.
         E per l’appunto vediamo di essere seri.
         Ci mancherebbe.
         Fammi il letto.
         E già pronto e riscaldato.
         O’ rinale. In questa casa non si può più vivere.
         Lo dite sempre.
         Ma quando si cambia.
         L’italia ci sta provando.
         Fanno bene.
         Sono Giovani.
         Sono migliori di noi.
         Volete che vi prepari  qualcosa ?
         No ,Giovanni basta, nun parla chiù.
         Va bene ,facciamo come volete voi.
         Ecco, come vuole il popolo .
         Il popolo è sovrano.
         Ha diritto alla sua terra .
         Ogni diritto è un dovere.
       
      Ognuno ha la sua ragione , nella capacita di comprendere gli altri nel perseguire intenti  propri, questa la sostanza del racconto intrinseco. La classe non è acqua,  possiamo aspettare altri invasori ed altre storie surreali , possiamo aprire la  propria finestra , spalancarla su un tempo che arride i vincitori i forti ma i pusillanimi saranno sempre la parte peggiore di quel meccanismo che muove il popolo ad una seria comprensione del proprio operato. E non c’è una certezza  in merito, uno spiraglio , una norma capace di risolvere tutto il malaffare che imperversa nella fitta boscaglia della burocrazia. Non è lecito comprendere per chi comanda,  ne tanto meno sforzarsi a capire perché siamo ancora li a difendere un diritto pubblico , una certa monotonia che annoia e rende incapaci di spazzare via le cose oscure che mostrano un viso orribile , quasi folle  ,un omicidio orrendo ai danni di chi è debole. Una babilonia di scanni , poltrone per  gente che viene da tanto lontano e non conosce chi siamo. Ne tanto meno cerca di capire e s’appropria dell’effimera bellezza della gaia superficialità delle cose che ci circondano. Una certa schietta amicizia  forse una leggenda perversa,  ma parte integrante di  quello che scritto di  quello che stato  detto e reso tale ,tanto da togliere il pane dalla bocca a chi già affamato sperava di saziare la sua speranza  in  giorni migliori.
       
         Forse è arrivato il momento.
         Lo penso anch’io .
         Padrone qui c’è mia moglie.
         Falla  entrare.
         Buon giorno signore.
         Non chiamarmi cosi , chiamami Antonio
         Don Antonio vi ho portato un po’ di caffè.
         Grazie , sei molto cara.
         Lo vedi il mare ?
         Si che lo vedo.
         Dimmi come è ?
         E’ bello.
         E’ calmo?
         Pieno di gente.
         Si fanno i bagni.
         In molti si gettano dentro.
         Nuotano ?
         Beh galleggiano.
         Ma che sò Paperelle.
         No ,sono morti.
         Chi li ha uccisi?
         Le navi  nemiche con i loro cannoni.
         Madonna , non voglio vedere.
         Svegliatevi,  venite.
         Non posso.
         Non lo turbare.
         Perché ? deve capire quello che passiamo.
         Non capirà mai.
         La storia  non gli da ragione.
         Neppure la  ricchezza lo ha  cambiato.
         Ma è quello che è.
         Per diritto di nascita.
         Noi quali diritto  abbiamo? marito mio.
         Non piangere .
         Lo vedi il mare ?
         Vedo il sangue versato i tanti corpi inermi.
         Chi sono  ?quali erano i loro nomi ?
         Chiudete le finestre ,non voglio vedere ne sentire.
         Padrone ,dormite vi farà bene.
         Porta via tua moglie.
         Non vi adirate.
         Voi non  mangiate  per non cacare.
         Siete cattivo.
         Ah finalmente me lo hai detto.
         Volevo dire matto.
         Mi prendi in giro ?
         Ci mancherebbe.
         Fai il bravo sè no non ti pago .
         Adesso state delirando.
         Hai chiuso il portone di casa?
         Ho chiuso tutto ma ho lasciato una finestra aperta.
         Mi vuoi morto ?
         Non è vero , voglio che sentiate.
         Cosa  ? il pianto dei tuoi simili ?
         Si , il pianto le urla il silenzio della morte di milioni di       persone.
      Funesta sorte,  soffro,  informerò chi di dovere.
      Fate come volte, l’ora è giunta non si può tornare indie tro.
      Ci avete gettato in una fossa  comune per poi dimenticar  ci nell’ignoranza ,nella gaia sapienza di chi è forte,  tutto è permesso.
         Taci , non ti pago questo mese.
         Non mi pagate ed io chiamo le guardie.
         Esci fuori , vai dove stanno  i tuoi simili.
         Vado ma state sbagliando.  
         Non mi pento,  sono un signore io.
         Io un povero uomo che fatica dalla mattina alla sera.
      Vai a lavorare  dove vuoi ?
       
      Vado,  ma lei non rida piu di me.
      Non rida di ciò che sono di ciò che ho sognato e cantato per vane idee e per vane rime meretrice , celesti  leggi , il mio dolore tra queste pagine gialle,  verdi,   nere ,rosse simili al sangue versato , nell’urlo inumano , ora noi siamo vivi nella morte che ci ha resi liberi dall’oppressione,  dal martirio che animava la nostra mano, nel combattere,  nel soffrire .
      La sorte non dà ragione a nessuno,  tutto è un punto, un momento utopico,  forse un filo sottile che divide il signore dal servo , l’ignorante dal colto sognatore è l’amore quello strano sentimento che sconvolge ogni cosa che  rende indegni e denuda bea i beati ed  i santi nel loro sognare  una terra dove i santi son santi ed i servi sono il volto di quei santi che hanno fatto la storia degli uomini . Noi siamo morti per nulla , per un tozzo di pane , per sfamare una voglia insana , un amore che non ha limite,  ne diritto di nascita che cresce,  scema , tra le pagine scritte  in merito a  questo  comune  dramma.
        
        
       
       
       

    • Un freddo lacerante mi oltrepassò la spalla e una sensazione di gelido mi prevalse. Caddi a terra, senza riuscire a alzarmi. Il mio respiro stava diventando sempre più pesante, e a stento riuscivo a guardarmi intorno. Riuscii a scorgerlo che si avvicinava con la spada tesa verso di me. Stava sorridendo e camminava lentamente, come se si nutrisse delle mie paure. Tentai di indietreggiare, ma il dolore mi stava bloccando.
      - Pronto a morire? - mi chiese. 
      Alzò l'arma per colpirmi, ma riuscii a rotolare su me stesso per evitare il colpo. Con lo sguardo cercai la mia spada, ma era troppo lontana. In qualche modo dovevo prenderla. L'uomo capì le mie intenzioni e s'avvicinò verso la mia spada. La raccolse e cominciò a osservarla. 
      - Bella la tua arma. - disse continuandola a guardare. - Ucciso dalla propria arma, eh? - 
      Avevo la mente in fiamme, non riuscivo a muovermi, malgrado una voce nella mia mente che stava sussurrando di potercela fare. Avvicinai la mano verso la gamba che mi doleva. Sussurrai una parola e una scia di luce biancastra fuoriuscì dalla mia mano. Era un rischio da assumere. La mia ferita si stava richiudendo lentamente. 
      - Complimenti, ragazzo... - ironizzò. Stravolta con furia si avvicinò verso di me, con entrambe le spade puntate verso di me. Mi alzai con rapidità e, per mia fortuna, afferrai una spada da terra di un soldato morto. Parai i due colpi. Continuammo il nostro combattimento, come se non fosse mai cominciato. Mi colpì in modo diretto, ma riuscì a pararlo. Poi tentò un affondo, ma schivai lateralmente. Sentivo le urla dei nostri soldati che cadevano uno dopo l'altro. Il cielo cominciava a oscurarsi, mostrando nuvole cariche di pioggia. Mi ero distratto e ne approfittò. Per poco mi colpì violentemente, ma riuscì anche stavolta a evitare una morte sicura. Non mi trovavo bene con la spada del soldato: era troppo pesante per me. Sentivo di già i muscoli che si stavano sforzando troppo, ma tentavo di mantenermi lucido. Riuscii a respingere un suo colpo e di contrattaccarlo violentemente, ma lui fu più veloce di me.  Schivò con rapidità e sfruttò quel momento per un altro affondo. Indietreggiai con destrezza. Poi, stranamente, vidi che si stava allontanando. Non riuscii a capire le sue intenzioni, ma le mie domande ebbero subito delle risposte. Lanciò a  terra la mia spada e alzò la mano destra. L'aria sapeva di bruciato. Ebbi un fremito alle spalle, come se la mia mente sapeva già ciò che sarebbe capitato. Dalla sua mano fuoriuscì una palla di fuoco nero come il buio. Per poco mi colpì.
      - Io, a differenza tua, non perdo energia. Io so controllare la magia. Non come te. - disse.
      - Tu non sai niente di magia. - risposi. La mia voce sembrava più roca e fredda, probabilmente dovuto allo sforzo. 
      - Io non ne so niente? - rispose. - Io posso controllare ogni essere, ogni essenza... Tutto. Ciò che hai imparato è solo una piccola parte. - 
      - Sei solo un traditore. - dissi.
      - Scordatelo... Non riuscirai a persuadermi con queste parole. - E continuò con un affondo. Parai, ma indietreggiai notevolmente. Non avevo più energie. I muscoli erano a pezzi, e la mia mente poco lucida. "Maledetti incantesimi..." dissi.
      Respingere i suoi attacchi all'infinito non era una delle risposte, pertanto decisi di camminare sulla strada più difficile. Sussurrai qualcosa e tirai anch'io una palla di fuoco, che lui evitò con facilità. 
      Stava ridendo di me, e della mia scarsa capacità nel combattimento. Di nuovo mi colpì, e stavolta caddi a terra inciampando. Rotolai di lato, ma riuscì a colpirli una, due volte...
      - Ti avevo detto di non usare incantesimi. Ora la tua ora è giunta. - Ormai era troppo vicino a me. Per poco sentivo il suo respiro affannoso quanto il mio. Un'altra sensazione di nausea e sentii il mio sangue che stava leggermente colando da molti punti. Chiusi gli occhi e attesi... 
       

    • C'è una luna ingombrante, stanotte, Torno a casa e immagino, come milioni prima di me, che sia una palla d'argento e panna appesa su uno sfondo di cartone da un demone dispettoso, per farci sporgere troppo a cercare di raggiungerla. Per farci cadere.
      E noi cadiamo, quando c'è la luna piena. Altro che se cadiamo.
      Diventiamo lupi mannari, donne romantiche, serial killer, attori gotici che recitano un requiem dentro chiese diroccate. Siamo innamorati deliranti, streghe sulla spiaggia che fanno collane coi fossili di conchiglie, santi perduti che cercano Dio dietro gli angoli di muri di pietra. Siamo fantasmi di uomini uccisi nel sonno, anime di camminatori che percorrono valli e montagne per vedere quella luna sparpagliarsi nella pianura, brillare fra i sassi, aggrumarsi in scaglie sulla superficie di laghi avvolti nella nebbia.
      Poi torniamo tutti a dormire, confusi, emozionati, a ritrovare il nostro corpo nel respiro opaco del sonno.
      Proprio mentre la luna si schiaccia sotto l'orizzonte e noi ci ricordiamo che è solo un satellite di sassi, senza atmosfera e senza luce.
       

    •  
      Lei annuì con un cenno del capo, nello sguardo le corse un fremito, forse un pensiero improvviso: fece per dire qualcosa, ma si fermò.
      “Dai camminiamo, andiamo in giù.” Disse, e gli chiese una sigaretta.
      Lui gliela offrì dal pacchetto, ne prese una anche per sé.
      Le diede da accendere, poi accese la sua dallo stesso fiammifero, il cerino consumato gli scottò i polpastrelli.
      Aspirarono assieme la prima boccata: lei esplose in un un colpo di tosse che trasformò in un sorriso, era nervosa. Si capiva da come guardava all’intorno, per non incrociare i suoi occhi, aveva una borsetta di cuoio rosso e con le dita giocava a far scattare la chiusura automatica.
      Si mossero lungo il viale alberato del parco, sotto i passi un tappeto di foglie agoniche nei colori di metà autunno, imbruniva e iniziava a rinfrescare.
      Camminavano lenti scambiando frasi brevi, lui disse qualcosa di spiritoso, lei rise.
      Era strano essere lì da soli, diverso da come era lo stare insieme di ogni giorno, sembravano entrambi personaggi di una storia che non era loro.
      La confidenza che avevano, ora qui sembrava essersi cristallizzata, come subisse la temperatura bassa del posto.
      “Ti va di prendere una cioccolata insieme oggi pomeriggio?” Glielo aveva chiesto a fine mattina, al termine della lezione di Plastica.
      Lei aveva alzato gli occhi dal lavoro a cui era intenta: una copia di testa dell'Aurora di Michelangelo, l'originale stava nelle Cappelle Medicee a Firenze.
      “Perché no?” Aveva risposto, con un accenno di sorriso, “Per me alle quatto va bene.”.
      Aveva le mani e il camice bianchi di creta disseccata, teneva i capelli fermati a chignon da un nastro di seta vermiglio, che lasciava scoperto il collo.
      La cremeria era sotto casa di lei, avevano scelto quella perché doveva rientrare entro le sei, aveva da ripassare per il compito di matematica dell'indomani. Dalla vetrata del locale si vedeva la cancellata del parco di fronte.
      Le cioccolate erano scadenti, troppo liquide e la panna montata era qualla da bomboletta spray, ma lei conosceva il posto e non ci aveva badato.
      Avevano parlato della scuola: i professori, le materie più ostiche, gli scherzi dei compagni, cazzate.
      Poi era entrato un uomo, adulto, quasi un vecchio: aveva ordinato un caffè al banco, lei si era voltata, nel vederlo e la luce nel suo sguardo era cambiata.
      Uscendo l'uomo le aveva fatto un cenno di saluto, lei aveva risposto con un gesto della mano, era tornata alle loro chiacchiere, ma aveva smarrito il filo del discorso lasciato in sospeso.
      Con un tono neutro le aveva chiesto chi fosse? Lei aveva risposto: "Un amico", senza aggiungere altro.
      Correva voce a scuola che lei avesse una storia con uno col doppio dei suoi anni, e lui non ci aveva creduto, ora sapeva.
      La visione delle mani dell'uomo sul corpo di lei gli balenò nella mente, turpe come l'immagine di una rivista porno, fu colto da una vertigine di nausea, non riusci a terminare la sua tazza di cioccolata.
      Il fumo delle sigarette indugiava nell’aria umida, confuso come i loro pensieri.
      Si chiese dove fossero gli argomenti elaborati nella mente centinaia di volte, nei discorsi immaginati con lei, che ora si erano dissolti come emulsione di pellicola vergine alla luce.
      Odiava quelle mezze frasi che nascevano dalle sue labbra, alla ricerca di uno straccio di discorso, era come il tentare di far partire a pedale un motorino ingolfato di miscela.
      Malediceva i suoi diciassette anni, così pochi per pesare sul piatto della bilancia, le sue parole gli apparivano puerili, non era così che si era immaginato agli occhi di lei al primo appuntamento da soli.
      Chissà che pensieri le passavano in mente in questo momento: si stava di certo annoiando, lo classificava un coglione, un ragazzino che le stava facendo sprecare quel pomeriggio?
      Frustrazione e tristezza gli rendevano le mani frenetiche: le nascondeva nelle tasche del giaccone, tormentando l’anello freddo del portachiavi.
      Camminarono fino al muraglione di cinta in fondo al parco, il viale terminava, si fermarono e spensero i mozziconi sotto i tacchi .
      C’era un gruppo di salici piangenti ormai spogli con due panchine di legno che si fronteggiavano, lei gli raccontò che d’estate, coperte dalle fronde, restavano nascoste alla vista, consentendo alle giovani coppie di appartarsi a limonare.
      Era l’angolo discreto dei primi baci, il rifugio degli innamorati ragazzini.
      Le mamme lo sapevano, quella storia era anche loro: per questo portavano i bimbi a giocare lontani, in altri punti del giardino.
      Giunsero al piccolo spiazzo delle altalene e lei si animò come per una improvvisa felicità: “Vieni, faccio un giro.” .
      Lo prese per mano e lo trascinò con l'entusiasmo di una bimba: il ghiaino crepitava sotto i passi di quella breve corsa, mise la borsetta a tracolla e si adagiò sul seggiolino.
      “Dai! Spingimi ti prego!”
      Il cigolio della catena e il loro ansimare, nello sforzo di quel gioco, erano l'unico rumore nell'aria condensata del tramonto che incalzava.
      Quando fu stanca, nel voltarsi si trovarono di fronte con i visi ravvicinati, mentre i respiri mescolavano vapori rarefatti, si guardarono negli occhi, fissandosi per un lungo attimo, in quel silenzio.
      La luce si ritraeva verso il confine della sera, allungando le ombre sul ghiaino del viale, lui pensò che quello era un momento perfetto per baciarla, non ce ne sarebbe stato uno più adatto.
      Si domandò se lo avrebbe ricambiato? Ne era stato certo quando aveva deciso vederla quel pomeriggio: ogni dettaglio di quella scena l'aveva vissuta decine di volte, ad occhi chiusi, solo nel letto della sua stanza.
      Poteva descrivere con esattezza il sapore e il calore delle sue labbra, il velluto cedevole della lingua che cercava la sua.
      Ora non era più sicuro di nulla e restava fermo, in quella esitazione che sospendeva il respiro del tempo: anche lei era immobile, forse attendeva che qualcosa spezzasse quel maleficio che legava i corpi e le parole.
      Restavano a guardarsi negli occhi, nel timore che il tempo ricominciasse a scorrere.
      Furiosa, la voce nella sua testa urlava: “Baciala! Baciala ora, coglione!”. Ma non si mosse.
      Lei gli porse la mano nel tacito invito al ritorno: la sua mano era calda, quella di lui gelida, fu un risveglio per entrambi.
      Guardò l’orologio: “Si è fatto tardi. Torniamo? “ Lui acconsentì con un cenno del capo, tornarono sui loro passi guardando la strada, senza dirsi più nulla fino al cancello.
      Si salutarono all’uscita con un bacio amichevole, sulle guance.
      La guardò attraversare veloce la strada fino al portone di casa, si strinse nelle spalle, sentiva freddo e una sensazione di inutilità gli pesava nel petto.
      Le auto sul corso Orbassano avevano già acceso le luci di posizione serali.
       

       

       

    • In amore, come in altre situazioni, la disperazione non è mai buona cosa.
      Così pensava Giulia imboccando la strada per Cernobbio. Era domenica mattina, in ottobre. Il sole era già alto nel cielo e diffondeva la sua luce ed il suo calore in contrasto con la data sul calendario.
      Era partita da casa con maglioncino e giacca ma ora in auto, l’effetto vetri, rendeva la temperatura davvero alta. Aprì i finestrini. Avrebbe voluto fermarsi per togliersi il maglione ma su quella strada c’erano poche possibilità di sosta. Finalmente trovò un piccolo slargo a bordo strada ed accostò. L’auto dietro di lei, un enorme SUV nero, che non aveva nessuna conoscenza della distanza di sicurezza, suonò il clacson indispettita.
      Partì da parte di Giulia il classico vaffa. Ho messo la freccia per tempo, andavo decisamente nei limiti di velocità, ma che vuoi! La strada non è di tua proprietà, ci sono anche gli altri!
      In maniche corte, rinfrescata e più a suo agio continuò ad inerpicarsi per la strada, tra curve e gallerie, che aveva percorso decine di volte. Le case che le si presentavano davanti e gli scorci del lago, a volte al piano finestrino, a tratti dall’alto, erano panorami già visti, ma sempre meravigliosi, soprattutto in una giornata così tersa.
      Il lago è cupo e triste quando è nuvoloso o piove, così dicevano tutti. Invece a lei piacevano anche i giorni uggiosi, con le nuvole che modificavano il profilo delle montagne. Quell’aria carica di umidità che dava fastidio ma ti faceva sentire viva.
      Ma ora questo sole l’accecava, era davvero forte. Ma davvero era ottobre? Il blu calmo dell’acqua faceva venire voglia di un giro in barca e di un bagno.
      Chiaro che dal finestrino entrava aria fresca. L’unico elemento che le ricordò che non era più estate. Oltre alle viti americane attaccate sui muri che erano oramai rosso intenso. E qualche foglia sul ciglio della strada che cadeva dagli enormi alberi delle ville del lago.
      A sua madre aveva detto che era fuori con gli amici, quando declinò l’invito a pranzo.
      Ai suoi amici aveva detto che era a pranzo dalla mamma, quando l’avevano invitata ad una gita in montagna.
      Così era sola in quel percorso. Si sentiva molto in colpa, non amava raccontare bugie a chi le voleva bene. Ma non avrebbero capito, decisamente no. Quello era un suo momento, che aveva deciso di affrontare da sola. Solo lei e Jeorg. No, non avrebbero capito nulla di lei e Jeorg.
      Sì forse era stata disperazione. Quando sono anni che provi a cercare qualcuno che possa entrare positivamente nella tua vita, renderti felice, dare un senso ai tuoi giorni, ma trovi solo persone disgustose! Beh magari disgustose no, non tutte, ma decisamente non compatibili. Persone che rendono il tempo trascorso in loro presenza inquieto e interminabile. Quella persone che mentre sei con loro e ti parlano, la tua vocina interiore inizia a suggerirti - scappa a gambe levate, via, via di qui! Immediatamente! – Persone che ti creano disagio non benessere.
      Jeorg era diverso, si erano conosciuti l’estate prima. Una gita estemporanea d’agosto - Che facciamo oggi? Ma se andassimo a Villa Balbianello? – ma perché no.
      Erano loro tre a casa in agosto mentre gli altri si divertivano in giro per il mondo o sulle affollate spiagge italiane – Ma perché no! Ci sono già stata ma rivederla sarà sempre interessante. Sì, ma chissà quanta gente, quanti turisti!
      In effetti il battello era strapieno all’andata. Un piccolo battello con parecchia gente in piedi. Giulia trovò un posto a sedere fuori, a prua, con un’aria che sferzava il viso per tutto il viaggio. Arrivò a destinazione con i capelli in una condizione disperata e con gli occhi che bruciavano nonostante gli occhiali. Ma almeno si era seduta. I suoi amici se l’erano fatta tutta in piedi.
      Sapevano che quella corsa faceva un sacco di fermate intermedie e tra attracchi e ripartenze ci misero una vita ad arrivare a Lenno. Finalmente, dopo l’Isola Comacina videro la punta del Balbianello, effettivamente sembrava che ci fossero molti turisti. Arrivarono che era già mezzogiorno e decisero di fermarsi a mangiare qualcosa. Seduti tranquilli ammiravano quel panorama, consueto forse, ma ci si stanca mai di ammirarlo?
      Procedettero sotto il sole afoso d’agosto, a piedi, lungo la strada che conduce alla villa. Spesso si fermavano a fare foto. Gente che andava e veniva, sembrava un marciapiede cittadino nell’ora di punta. Ma erano in gita, era estate, chi se ne importa della folla e del tempo che passa. Niente foga, niente fretta, nessun programma da rispettare.
      Prenotarono all’ingresso la visita guidata alla casa. Quella in italiano iniziava dopo un paio d’ore, nell’attesa avrebbero girovagato per il giardino.
      Appena entrati uno degli amici iniziò a gridare – Gnocca all’orizzonte! - In bella vista, in una costruzione sulla destra con grandi vetrate si vedeva distintamente una splendida ragazza con un abito da sposa. Giulia capì subito – Ma dai, un matrimonio proprio oggi, che spettacolo! – Ma mentre era immensa in questi romantici sogni i suoi amici continuavano a commentare l’avvenenza della bella sposa.
      In effetti arrivati alla Loggia una gentile signora li avvertì che dopo 10 minuti l’avrebbero chiusa per un matrimonio. Così si affrettarono a salire le scale e ad ammirare qual panorama splendido in quel luogo così famoso! Come non rivivere ogni volta la breve scena di Star Wars. Se ne parla tanto ma dura un minuto o poco più, e il panorama è pure tutto rielaborato al computer.
      Certo che sposarsi in quel posto era decisamente romantico! – pensò Giulia mentre i suoi amici iniziarono a mimare un duello con immaginarie spade laser – Facci una foto Giulia! La mettiamo su Facebook – A Giulia sembravano due rimbambiti, ma si prestò all’estemporaneo book fotografico con due bambini troppo cresciuti che giocavano a fare lo Jedi davanti ad uno dei panorami più belli del mondo. Sotto lo sguardo di divertiti turisti stranieri, i quali, un minuto dopo, stavano ripetendo la scena per i loro seguaci dei social. Giulia non riuscì a trattenere una risata di rassegnazione.
      Sulla Loggia c’erano ben disposte in due settori delle belle sedie. Davanti c’era un tavolo con una spettacolare composizione di fiori. In un angolo, un’arpista orientale e una flautista stavano provando la musica di accompagnamento. In questa elegiaca atmosfera gli amici di Giulia si fecero scattare una foto davanti al tavolo teneramente abbracciati. - Come rovinare una magnifica situazione! – pensò Giulia. Ma oramai era davvero abituata a queste esternazioni ironiche. La parte romantica non era proprio presente nei suoi due amici. O forse, la esorcizzavano.
      Vennero cacciati a causa dell’imminente cerimonia.
      Gli inviatati presero posto. Giulia e gli altri seguivano la scena dallo spiazzo sotto la Loggia.
      Improvvisamente lo scorse tra gli inviatati: un angelo biondo! Giulia non riusciva a toglierli gli occhi di dosso: era meraviglioso. L’uomo più bello che avesse mai visto.  Era ipnotizzata. Si muoveva nel gruppo di curiosi cercando di non perderlo di vista, con movimenti estremi del collo per non rabbuiare un solo fotogramma. Non era possibile che potesse esistere: e gli altri sembravano non accorgersi di tale meraviglia. Come potevano non notarlo!
      Gli amici di Giulia si accorsero del suo stordimento – Che hai visto Giulia? Un fantasma! –
      Macché – rispose Giulia – un figo da paura! Guardate, quello in piedi sulla destra –
      Chi il biondo? – chiesero
      Sì lui – rispose lei senza levare lo sguardo dal suo oggetto del desiderio. Si sentiva ridicola ma non le importava.
      Ma non è granché dai! Il classico nordico. Anche un po’ infantile nei lineamenti. Sembra un bimbo troppo cresciuto! -
      Non avevano convinto Giulia, per lei era l’immagine più spettacolare che avesse mai visto. La villa stava scomparendo dai suoi pensieri, il panorama non aveva più attrattiva, c’era solo lui.
      -Che palle sto matrimonio. Dai facciamo un giro del giardino – suggerì l’amico.
      Giulia girovagava dall’attracco delle barche fino all’immenso albero, ma i suoi pensieri erano altrove. Aveva come subito uno shock, lo stato mentale era quello.  
      Alla fine erano passate due ore ed era giunto il momento della visita della villa. Sedettero su di una panchina all’esterno in attesa della loro guida. La cerimonia era terminata, da qualche parte era in atto un rinfresco ma parte degli inviati, riconoscibili dagli abiti eleganti in contrasto con pantaloncini corti e canotte dei turisti, temporeggiava in giardino, incantati dalla bellezza del luogo. Una leggera brezza stava animando l’afa agostana. Ed era lì pure lui, si stagliava visibile tra la folla.
      Una meraviglia esponenziale.
      Lui se ne accorse, non si sa come, in quel trambusto vacanziero. Ma se ne accorse. Ad un certo punto gli occhi si incrociarono e sembravano non volersi separare. Giulia non era mai stata così sfrontata in vita sua. Finalmente riuscirono a lasciarsi, ma dopo cinque minuti stavano ancora cercandosi.
      La visita alla villa iniziò e fu decisamente interessante, tanto che per alcuni attimi il pensiero di Giulia vagò grazie alle esperienze del proprietario e alle sue avventure in giro per il mondo.
      Ma appena usciti se lo ritrovò davanti. La stava aspettando? No, incredibile, come poteva accaderle una cosa del genere. Proprio a lei quella fortuna inaspettata. Non ci era abituata.
      Con una voce ansiosa e uno strano colorito sulle guance si avvicinò a lei – Ciao, Sono Jeorg.
      Ciao sono Giulia – che fortuna sapere l’inglese! Pensò.
      Sono qui per il matrimonio del mio amico –
      Io sono qui in vacanza, una gita al lago! –
      Abiti a Como? –
      Sì, lì vicino –
      Bello questo posto –
      Sì, bello -
      E così i suoi due amici capirono che si erano persi Giulia. La lasciarono sola e proseguirono alla ricerca di scorci da fotografare.
      Accadde quindi che si conobbero. Quell’angelo stava piano piano tramutandosi in una reale presenza. Era olandese, abitava ad Amsterdam ma conosceva bene l’Italia. Ci veniva spesso per lavoro, a Milano e a Roma principalmente.  Parlarono per un’ora senza nemmeno accorgersi del tempo che passava. L’iniziale imbarazzo si tramutò piano piano in una piacevole sensazione di famigliarità. A volte capita, incontri sconosciuti con cui sei a tuo agio. A volte decisamente capita, di rado, ma capita.
      Jeorg le dava una strana sicurezza. Non era come quei broccoloni che le capitava di incontrare: Come ti chiami? Sei Single? Ci beviamo un caffè? Faresti sesso al primo incontro?
      Parlarono di botanica, di cucina italiana e olandese, di film (e ti pareva!) e anche del tempo e di turismo.
      Alla fine i due amici di Giulia, stanchi cominciarono a desiderare una buona birra e una pausa seduti.
      Giulia, a malincuore, dovette congedarsi, ma un’ansia dentro le imponeva di non credere che questa potesse essere la fine di tutto! Come! No, no di certo!
      Starai ancora qualche giorno sul lago? – chiese di getto, come guidata da una voce diversa dalla sua.
      Sì, ancora una settimana – rispose lui
      Ti lascio il mio cell? Nel caso ti serva una guida – la voce sconosciuta continuava ad avere il sopravvento.
      Certo. Un attimo che lo memorizzo. –
      E lui chiamò, il giorno dopo la chiamò. Giulia non aveva dormito bene. Aveva passato il tempo rigirandosi nel letto e autoconvincendosi che era stato solo un sogno, uno stupido sogno suggerito da un luogo così incantevole. Villa Balbianello era pericolosa! Troppo pericolosa per una ragazza single e romantica come lei.
      Si diedero appuntamento a Como, a Porta Torre e passeggiarono per quelle vie che Giulia conosceva bene. Si spinsero fino in fondo a Viale Geno e poi su fino a Sant’Abbondio. Parole su parole, informazioni turistiche e un po’ di shopping. Qualche caffè, un paio di birre e venne sera.
      Giulia non ritornò a casa. Spostò l’auto dal parcheggio a pagamento ad uno libero vicino al centro e passò la notte con Jeorg. Fu bello, a tratti anche imbarazzante, ma decisamente entusiasmante.
      Gli incontri proseguirono per tutta la settimana, andarono fino a Brunate con la funicolare, fecero il giro del lago in auto, pranzarono in un bellissimo crotto in montagna e giocarono sotto le cascate dell’Acquafraggia.  
      Ma alla fine Jeorg doveva andarsene. E Giulia non era disperata. Anzi, quasi sollevata. Aveva adorato quei momenti, spettacolari! Ma dopo un sogno prima o poi c’è il risveglio.
      Come quando, pensava, hai un’immensa voglia di panna montata quella vera, di pasticceria, ma dopo un paio di cucchiaiate, subentra una specie di nausea.
      Jeorg stava sorseggiando la sua birra su un tavolino del centro:
      Sei fidanzata? – Le chiese
      No – rispose Giulia
      Io ho una storia con una mia collega ad Amsterdam –
      Bene - commentò Giulia con un misto di gelosia profonda e sollievo.
      Si guardarono a lungo negli occhi. Ultime ore di gioco e coccole e poi
      Ti chiedo l’amicizia in Facebook, ti va? –
      E’ una buona idea? – pensò Giulia a voce alta – Sì dai, teniamoci in contatto.
      Giulia tornò a casa, non l’accompagnò in aeroporto come le aveva chiesto. E’ troppo bello, troppo. Un regalo estivo. Uno splendido regalo. Ma poi? Non ho voglia ora, non ho voglia di spezzare un bel sogno. Voglio che resti così.
      Certo, a volte il pensiero era martellante. Le mancavano quei momenti. Ma le mancava lui o le mancavano quei momenti? Non sapeva. Ma che importava. Non aveva nessuno in quel periodo. Nessuna storia seria o potenzialmente tale.
      Si scambiarono qualche messaggio, nulla di assillante.
      Poi venne ottobre:
      Ciao, sono Jeorg. Sarò a Milano la prossima settimana, ci vediamo nel weekend? -
      Le aveva dato appuntamento in uno splendido hotel sul lago. Giulia non sapeva se andarci o meno. Oddio, un amante olandese! Ma è quello che voleva? Non si sentiva molto a suo agio con questa idea, ma il pensiero di passare una splendida domenica con Jeorg la stuzzicava. Dopo un po’ che hai mangiato cucchiaiate di panna, passata la soddisfazione della scorpacciata, poi la voglia ritorna.
      Ed il tempo le dava ragione: una splendida domenica di sole!
      Arrivò a Tremezzo ma trovare un parcheggio era un’impresa! Bello il Lago di Como: sì certo, se hai un’auto che ti puoi mettere in tasca arrivata a destinazione. Lei con la sua vecchia station wagon svedese ereditata dallo zio che avrebbe fatto? Poi con costanza e una distanza di un paio di chilometri riuscì a trovare un buco. Sette manovre per entrarci, ma ce l’aveva fatta.
      Salì la scalinata dell’hotel. Jeorg l’aspettava sulla terrazza. Le sembrava che non fosse così bello come se lo ricordava, ma ad ogni modo era affascinante.
      Si salutarono con un tenero bacio. A Giulia balenò l’idea che forse gli era mancata. Però!
      Presero il battello fino a Bellagio e pranzarono in un ristorantino con vista lago. Sembravano una bella coppia straniera in vacanza. La cameriera parlò loro in inglese e Giulia le rispose in inglese.
      Ritornarono in hotel e con tutta naturalezza salirono in camera. Dalla finestra si godeva un panorama unico. Il tramonto era imminente ed i colori intensi.
      Giulia si ricordava Jeorg proprio così, un luogo conosciuto, un abbraccio forte, un’energia rinfrancante.
      Giulia avrebbe voluto chiedergli della collega ad Amsterdam ma non lo fece. Aveva paura di rovinare quella giornata. Tenne a freno una inutile ma forse naturale gelosia.
      Non aveva voglia di cenare. Salì in auto e tornò a casa.
      Forse alla prossima volta, forse no. Non aveva gli elementi per decidere in quel momento della sua vita. Così era e così andava bene.
      Arrivata quasi vicino a Como un’auto la incrociò. I fari abbaglianti la accecarono. All’improvviso le luci vennero verso di lei e venne centrata in pieno.
      Il colpo fu fortissimo, come può essere così forte a cinquanta all’ora?
      La sua macchina si fermò a destra contro il muro. L’airbag era scoppiato. Tutto accadde così velocemente, non c’era tempo per pensare.
      Sono viva, sono viva! - Riusciva a ricordare solo di aver detto quelle parole.

    • Favola 1
      Era il primo viaggio per la chiocciola. Si era presa un bel posticino economico sul primo volo per le Bahamas. 
      L'aereo stava per partire. Prese le sue valigie e si incamminò. Non era stato difficile prepararle. Quando si viaggia da soli è sempre tutto più facile. 
      Ecco il suo posto, prego – la hostess mostrò alla chiocciola un confortevole posticino proprio accanto al finestrino. Questa si accomodò e attese con entusiasmo la partenza. Poco dopo la hostess fece accomodare sul sedile accanto a lei una lumaca. Una lumaca! Colava bava dappertutto e soprattutto… non aveva nessun guscio sulla schiena! Scandaloso.
      La chiocciola non perse tempo: comunicò immediatamente alla hostess se il capitano potesse trovarle un posto libero, poiché avrebbe preferito viaggiare con un passeggero che avesse una certa decenza. La hostess obbedì e la chiocciola tornò a sedersi con notevole disgusto.
      Poco dopo la vide tornare. Purtroppo i posti disponibili nella terza classe sono terminati, ma abbiamo un posto libero in seconda classe – la chiocciola, tutta sorridente, fece spallucce – che peccato, pare che dovrò lasciare il mio posticino proprio accanto alla finestra – ma la hostess la fermò prima che potesse alzarsi – il posto è per lei – disse facendo strada alla lumaca. Questa si avviò verso la seconda classe, lasciando dietro di sé una chiocciola visibilmente imbronciata.
      Una volta arrivata si sedette accanto ad un lombrico alquanto grassoccio, comodamente seduto su una poltroncina in pelle. Quando la vide arrivare questo sgranò gli occhi e iniziò a girare la testa di qua e di là in cerca di qualcuno che disapprovasse quell'idea malsana. Quando capì che non sarebbe avvenuto decise di provare a scrutare la lumaca in modo fastidioso, così da farla spostare. Ma questa non se ne accorse neppure e si accomodò sulla poltrona, decisamente più comoda del sedile della terza classe. A questo punto il lombrico, giustamente seccato, disse alla hostess che pretendeva un altro compagno di viaggio. Questa annuì e sparì dietro ad una porticina. 
      Riapparve qualche minuto dopo visibilmente dispiaciuta – ci scusiamo per il disagio, il capitano ha deciso di liberare per lei un posto in prima classe, se non la disturba – il lombrico si gonfiò tutto – molto gentile da parte sua, da che parte? – 
      la hostess gli fece cenno di mettersi comodo – mi segua, la prego – disse invece alla lumaca, che per la seconda volta si alzò e si incamminò lungo il corridoio dell'aereo. Oltrepassarono una porticina ed entrarono nel corridoio della prima classe ornato addirittura di tappeto di velluto e divanetti. 
      La lumaca si sedette e prese a fissare tutte le celebrità presenti. Queste, che facevano altrettanto, iniziarono a chiacchierare ed a lanciarsi occhiate. Dopo poco dovettero smettere poiché la stanza sembrava un nido di api con tutti i loro mormorii e gli sguardi iniziavano ad essere terrorizzanti.
      Uno tra loro avvicinò la hostess e le bisbigliò qualcosa all'orecchio. Questa con maestrale pazienza sparì per la terza volta.
      Tornò cinque minuti dopo (ormai l’aereo aveva ritardato la partenza) con una chiave placcata in oro tra le dita.
      Mi segua per piacere – lei e la lumaca oltrepassarono la prima classe, giunsero quindi nella seconda.   L'attraversarono tra lamentele e malcontento generale, mentre il lombrico cicciotto guardava dritto fuori dal finestrino per non incontrare lo sguardo della lumaca, che aveva ormai autonomamente proclamato sua nemica giurata. Raggiunsero la terza classe, dove la chiocciola strillava frasi furibonde sulla scarsa qualità della compagnia e del suo personale, tentando di far insorgere tutto il corridoio contro il capitano e tramando inconsciamente una congiura contro la sdegnosa lumaca che le si era seduta accanto. I due uscirono quindi dall'aereo per entrare poi in un aereo di lusso, diretto per pura fortuna della lumaca alle Bahamas.
      La hostess le spiegò che uno dei vip si era sentito improvvisamente male e aveva lasciato la stanza vuota. Le consegnò le chiavi e la lasciò nella stanza extralusso dotata addirittura di mini-piscina con idromassaggio. La lumaca guardò fuori dal finestrino e si sedette aspettando la partenza. Era triste. Ed era sola. Avrebbe voluto viaggiare in compagnia. Com'erano sfortunate le lumache!
       

    • Favola 0
      C'era una volta un tipo che voleva raccontare. Non voleva narrare di fiabe che iniziano col “C'era una volta” e finiscono col “E vissero tutti felici e contenti". No. Nella sua testa quel che c'era una volta era ancora lì e quelli che vivevano felici e contenti non erano mai tutti.
      In effetti non voleva raccontare. Voleva descrivere. E come farlo se non in un racconto dove tutto può essere uguale e diverso allo stesso tempo. In una fiaba. In un frammento dove tutto quello che la dannatissima mente umana può arrivare a ricondurre ad un pensiero, un concetto o una semplice emozione. In un universo che più o meno sensatamente descrive l'insensatezza di tutto ciò che possiamo definire umanamente artificiale.
      O forse no. No, ripensandoci meglio non voleva tutta questa roba. Voleva solamente scrivere di esseri che fanno cose. Cose stupide e incomprensibili, cose che noi, ovviamente, da veri esseri umani quali siamo, non faremmo mai…
       
       

    • LA MEMORIA DELLA LUNA
       
      di DINO FERRARO
       
      La storia siamo noi ,siamo noi questo tozzo di pane,  questa strada che ci porta lontano oltre ogni muro, oltre ogni sogno. Siamo noi che viviamo ed amiamo che cerchiamo d’essere migliori , siamo noi che ridiamo e speriamo che un domani possa essere diverso da oggi. Un giorno qualunque  quando la notte   s’era dissolta con le prime luci dell’alba ,sorgendo  glorioso ad illuminare la vita puella che brama l’amore ed ingorda , assale se stessa , mite  sulle mille triste vicende della quotidiana esistenza , un uomo dall’aspetto  assai gentile  dal passato quasi sconosciuto  ,andava  per  la sua strada,  attraverso i pensieri  di mille e mille genti   di ogni razza , di ogni religione  al suo risveglio, improvvisamente s’accorse di aver perso  la  memoria ,non si ricordava  più chi fosse,  da dove veniva  ,quale era il suo nome . Incredulo  in quello stato confusionale  si mise a cercare la sua memoria ,la sua triste storia d’uomo qualunque ,uguale a Vincenzo ed Andrea  ma   ovunque andasse, vagando romito , incapace d’intendere chiedeva esausto  a chiunque  incontrasse,   persone o cose  chi  egli fosse  . Il quel suo stato di confusione , appicciato, appiccicato con dio ed altri idoli  l’uomo provò perfino, stanco di vagabondare , per molti continenti  senza  trovar risposta  alcuna di  chiedere alla luna  che  luminosa  , stava là nel cielo fosco  ignuda s’affacciava in quel misterioso universo,  beata nel cielo a sera  trapunto   di stelle, pallida e pura  splendida  nel buio  sopra la terra ,la luna l’ammirava muta e suadente  .  
      Sai dirmi  vegliarda   luna , tu regina della notte chi sono io?
      La luna  sbattendo delicatamente i cigli degli occhi  con voce  soave e dolce, colta  di sorpresa in quel momento   non sapendo effettivamente , cosa rispondere  a quella domanda gli  disse:   Vorrei aiutarti ma vedi  son  tanto vecchia, così tanto da non  ricordare neppure io  chi sono , ne tanto meno rammento , confesso del mio  passato. Il tempo ahimè ha ingannato anche me , mi ha lasciata sola per lungo tempo  è  passato cosi velocemente   che nell’oscurità  in cui sono immersa non ho potuto vedere   cosa ti è accaduto   per poterti oggi aiutarti . Troppe cose  oscure non mi hanno permesso  di vedere cosa veramente , accadesse  sulla terra  impedendo  che la mia fioca  luce illuminasse quelle disgrazie  che  colpiscono  ogni essere vivente  nell’ore funeste.  
      Poveretto che sono.
      Non disperare.
      Ed io piango per nulla?
      Per nulla ? Sei Vivo tanto basta.
      Vorrei essere un astro anch’io.
      Sai che barba.
      Sei propria bella.
      Grazie.
      Mi rifiuto di credere.
      Non ridere allora.
      Non sono cosi cretino.
      Non seguire l’ira.
      Mi bevo un caffè.
      Forse è Meglio.
      Ti ringrazio  comunque  proverò con qualcun altro   disse l’uomo  amareggiato e prosegui  per la sua strada recandosi  lesto da una stella assai luminosa . E tu Stellina  che brilli lassù  nel cielo  sapresti  dirmi quale è il mio nome,   chi sono io ? Bella domanda rispose la stellina , vorrei tanto aiutarti  ma credo di non essere in grado di farlo .
      Perché mai?
      Perché, perché, quanti perché.
      Scusa.
      Ecco non volevo.
      Va bene non grattarti il capo.
      Non sono io che mi gratto.
      Allora chi dici d’essere.
      Non lo so . Ti prego aiutami.
      Beh con i baffi staresti meglio.
      Io con i baffi mi prendi in giro.
      No , sarebbe una prova di coraggio.
      Ma io non ho paura, ma fuggo davanti al fuoco.
      Prendi l’acqua dal pozzo.
      Non ho sete.
      Di conoscenza vive la nostra esistenza.
      Ma sono figlio di nessuno.
      Credi di essere l’unico a non capire.
      Credo non vedo, non provo dolore.
      Sei proprio un bel tipo.
      Forse sono quello che sono.
      Ecco hai trovato un indizio.
      Veramente grato  bella stellina.
      Vedi di non smarrire  la strada intrapresa.
      Va bene stella ti saluto , non voglio farti perdere   altro  tempo prezioso. Così il  povero uomo  assai goffo di presenza  s’incamminò di nuovo per la sua strada , facendo  ritornò su i suoi passi  ,  andò a  bussare  ogni porta  che incontrasse , ogni  pubblico ufficio , palazzo civile , ogni luogo  di culto   che gli fosse  utile per ritrovare quella  sua  memoria perduta. Ma purtroppo la sua ricerca fu assai vana e in quella frenetica ricerca passarono giorni , mesi ,  anni . Con il passare  del tempo , guardarsi allo specchio  divenne sempre più faticoso , continuare  a  non sapere  chi sei , per il misero uomo  diventò   un gran problema. Quasi  un castigo  ,una colpa  non sapere chi fosse stato in  quella sua  antecedente esistenza,  trascorsa , chi sà in che modo. Essendo solo , senza parenti , decise dopo tante peregrinazioni   di far  ritorno  a casa  sua  l’unico luogo che egli conosceva e  di starsene finalmente  in pace ,  con se stesso   nella sua casa comodamente seduto  nella bella poltrona appartenuta  un tempo a suo nonno  ed aspettare  che  qualcosa tutto ad un tratto  avvenisse.  Aspettò un giorno, due , un mese   ed un anno  e forse più , attese  tanto che l’uomo  divenne tanto vecchio ,decrepito e debole. Il mondo s’era dimenticato di lui e lui del mondo  che gli aveva dato una vita difficile e ignara ,anonima a tal punto da perdere il ricordo di chi fosse , una vita  fatta di piaceri e piccole sciagure ,dignitosa  intrisa di  soddisfazioni che lui con coraggio  aveva affrontato ,una vita che gli aveva dato un nome che non ricordava   un amore ameno , immagini vaghe  d’un tempo trascorso nel bene e nel male .   La memoria è un bene prezioso  storia di un individuo  che è parte d’un popolo  e noi siamo   prodotto di quel  passato , di quella   storia a volte  meravigliosa, malvagia , ingannevole  che  ci guida attraverso  una multietnica   realtà  , verso  un singolare destino. Nel passato soltanto ,nelle opere compiute con senso  ,l’umanità acquista nozione e consapevolezza  di se stessa ,di quel che è  dei suoi valori   dei suoi errori ,la  fiducia nei suoi ideali e l’avversione,  verso l’orrore delle cose negative e demoniache  che la insidiano che  spesso continuamente  si persegue  ignari lungo il corso  naturale  delle sue cose . Non bisogna mai dimenticare  il  proprio passato ciò che fummo , saremo , soli ma  attraverso l’amore   potremmo ritornare così  a credere  in noi stessi e nel rispetto  verso il prossimo , nel confronto con qualsiasi colore della pelle che veste il nostro essere saremo liberi del nostro peccato. Il vecchio così s’addormentò ,  con quelle riflessioni   provò a sognare ciò che un giorno  era stato ed  in quel dormiveglia  rivide per un istante  la sua  misera vita,  lo  scorrere di ella , attimo dopo  attimo  , nel ridere , soffrire , amare , sognare, credere ,rivide  quelle  intime emozioni  che lo resero felice  nel viaggio intrapreso. Incominciò così  a correre  ad abbracciare quelle  persone care,  scomparse per sempre  ,ma intanto che correva  prese ad avvicinarsi sempre  più  alla tetra  signora  della morte  .  Ed un  vecchio  come lui gli andò incontro  affondando i piedi nella neve   insieme  ad altri  suoi compagni di sventura,  spinto da una mano crudele  verso neri  forni infernali  ove danzavano le fiamme del purgatorio,  dalle terribili fauci dai denti aguzzi e gli occhi umidi di pianto  che continuavano a bruciare ossa e carne  ed emanare un forte lezzo, senza tempo che diveniva nera cenere , fumo intenso , nube oscura sul capo di chi attendeva il suo turno. Si sentì chiamare  nel dormiveglia  :   Compagno vienimi ad aiutare, questa pietra è troppo pesante .
      Non c’è la faccio ad alzarla.
      Vengo aspetta.
      Presto ,corri son quasi allo stremo.
      Vengo con ali di angelo.
      Vieni con lacrime chiare.
      Non lasciarmi solo compagno.
      Vengo non arrenderti .
      Lasso son perduto.
      Muoio nei miei sogni.
      Funesto destino.
      Finestra che s’apre.
      Angelo vieni.
      Chiamatemi santo.
      Son solo con la mia pietra.
      Avanti compagno.
      Non cadere di nuovo.
      Ma là , su una oscura  scala  come una maledizione   un soldato   si  avvicinò   e lo colpì   con un bastone , ripetutamente con violenza imprecando contro il cielo. Il povero  vecchio crollò  a terra distrutto e l’aguzzino gli disse : Vedrai signor nessuno di massi ne porterai non  uno , ma due. Ed il vecchio sofferente , rispose    con un filo di voce : Ne porterò due ed anche tre , signore  non ho paura , son forte e dopo sé  non sei codardo t’ imbatterai con me fino alla morte. Ma quando giunse il suo turno trascinandosi  in lacrime verso il varco il vecchio chiese  alla morte . Signora la prego mi dica  chi sono io? La signora in quel momento , angusto , sorrise ed in poco tempo  si tramutò in un angelo di luce  e così gli rispose : Povero caro , non piangere più ,  figlio mio e l’abbracciò   baciandolo  sulla  sua rugosa fronte. Il  vecchio ritornò  così ad essere di nuovo  un bambino , un pargolo roseo nell’innocenza riconquistata gli  ritornò  alla mente il suo  passato,  la sua esistenza  trascorsa,  riemerse in lui  come l’onda dal mare e  con  quei  ricordi  egli chiusi  gli occhi  dolcemente  addormentandosi   per sempre  tra le braccia d’un  angelo  immenso  che lo condusse  in cielo cantando  il cantico dei cantici.    

    • La parte di lui
       
      Da qualche tempo a quella parte, la direzione generale aveva sostituito il vecchio Sirigatti, ormai prossimo alla pensione, con un giovane di belle speranze; uno splendido quarantenne, apparentemente spuntato dal nulla, a cui il significato della parola “gavetta” era del tutto sconosciuto. Si diceva fosse il figlio illegittimo di Giovanni Prezione, il proprietario della Grandemarchi, signore e padrone, tra le altre cose, della Work & Joy, la celebre catena di discount di articoli per il fai da te che consentiva a Massimo e ai suoi colleghi di permettersi l’affitto di un graticcio in periferia a cui tornare a fine giornata, un posto ameno dove potersi finalmente sentire liberi di odiare la propria occupazione quotidiana. Poco prima di abbandonarsi a un disgraziatissimo sonno screziato da incubi di natura lavorativa, nessuno avrebbe chiesto loro conto del mogio triste che gli sfaldava le guance.
      Arturo Ritorti, il nome e cognome dell’oscuro figuro che, in effetti, pareva la copia del suo presunto padre. A differenza del Dottor Prezione, che nel corso degli anni si era fatto crescere una lunga barba da Hell’s Angel, il suo volto era glabro come quello di un bambino. In compenso, sotto gli occhi, sfoggiava occhiaie violacee degne di Nosferatu.
      In confronto al pur poco accomodante Sirigatti, Ritorti faceva la figura del sergente maggiore Hartman. Dal severo istruttore di Full Metal Jacket pareva aver mutuato l’eloquio forbito e finemente genitoriale. «Ha le stigmate del vero leader» dicevano i più asserviti.
      «È un’insopportabile rompicoglioni» affermavano tutti gli altri.
      Quella mattina, poco dopo aver timbrato il cartellino, aveva convocato Massimo nel suo ufficio.
      «Ritorti ti vuole parlare» gli aveva detto un caporeparto con un’espressione dolente, liberamente traducibile con: “Ti capisco, fratello. Tieni duro, il mio cuore è con te!”.
      Il direttore lo stava aspettando con il sorriso più falso del mondo stampato sulla faccia, ne era certo. Aperta la porta, con l’anima a tracolla e la morte nel cuore, lo aveva trovato lì. Dita intrecciate e occhi spiritati, come sempre. Sul piano dello scrittoio dietro il quale era barricato, una penna stilografica che non aveva mai usato e una cornice d’argento con dentro la foto di un bambino dai capelli crespi e dalla carnagione piuttosto scura: a detta dei bene informati, suo figlio, sebbene né lui né la sua consorte potessero vantare origini nordafricane. Chi aveva voglia di pensar male era libero di farlo, a Ritorti non importava, la sua unica preoccupazione era far sì che il negozio prosperasse. Questa, la sua missione ufficiale. In realtà aveva palesato la propria natura di cacciatore di teste fin dal primo giorno. Dopo aver spadroneggiato nel centro Italia, la Work & Joy si apprestava ad affermarsi come una realtà di primo livello su scala nazionale, e ai piani alti avevano avvertito la necessità di svecchiare il parco venditori. Potare i rami secchi, i contratti full-time, quelli più onerosi, questo era venuto a fare; a rendergli la vita difficile, come minimo, a fargli capire che era giunta l’ora di guardarsi attorno, per così dire…
      «Massimo. Ti vedo cupo, pensieroso. Non ridi mai!» aveva esordito, guardandolo fisso negli occhi. «Io qui ho bisogno di gente allegra. Da te, come dagli altri “vecchi”, passami il termine, mi aspetto molto di più. Siete la spina dorsale del negozio, cazzo. Come fate a presentarvi al lavoro con quella faccia? In questo periodo di crisi avete la fortuna di lavorare per un’azienda con i controcoglioni, seria, solida… che vi paga tutti i mesi».
      Quel Voi non era certo frutto di un eccesso di galanteria tardo ottocentesca. Massimo era lì in rappresentanza della sua vituperata categoria, anche se nessuno lo aveva investito dell’ingrato ruolo di ambasciatore. Non sapeva cosa dire. Non che le sue parole lo stessero colpendo, né tanto meno che gli inducessero qualche tipo di elementare attività celebrale. Per un naturale spirito di conservazione, aveva deciso di mettere in stand-by ogni forma di pensiero, così come la sua lingua. Non era ancora giunto il momento di rimpinzarsi con una succulenta fetta di autostima mandandolo a farsi fottere.
      «Non puoi continuare così, devi cambiare atteggiamento, e di corsa! Hai capito?».
      Massimo aveva annuito, vittima di una specie di ipnosi, ma quasi felice che fosse tornato a un meno spersonalizzante e più consono Tu.
      «Posso renderti la vita molto dura, qui dentro. Spero che te ne renda conto».
      Era come se i suoi muscoli facciali si fossero pietrificati. Malgrado si sentisse appassire, aveva l’impressione che dalla sua espressione marmorea trasparisse noncuranza e sprezzo del pericolo. La cosa, quest’assurda quanto illusoria convinzione, lo rincuorava.
      «Da oggi mi aspetto maggiore disponibilità da parte tua. E poi salutami, cazzo… quando passi qui davanti – davanti al suo ufficio, intendeva – non saluti mai».
      Si trattava dell’unica cosa dannatamente inappuntabile che gli era uscita di bocca. Aveva ragione: non lo salutava mai. Non ci riusciva, era più forte di lui.
      “Non sono in grado di augurare una buona giornata a gentaglia come te” avrebbe voluto dirgli, eppure si era limitato ad annuire di nuovo e a congedarsi con un pavido: «Non mancherò!» nemmeno fosse diabetico e l’autostima di cui sopra avesse la forma invitante, ma suo malgrado mortifera, di un’enorme torta al cioccolato.
      Al netto di quello sgradevolissimo incontro, lo attendeva comunque una giornata tutt’altro che spassosa. Nei pressi della sua postazione, già stazionava un dinamico duo che aveva l’aria di essere in possesso dei requisiti base per fargli perdere la pazienza. Moglie e marito, probabilmente. A guardarli, stentava a credere a chi asseriva che, Flinstones a parte, esseri umani e dinosauri avevano abitato la Terra in ere geologiche differenti. Era certo che da ragazzo, il signore che tamburellava con le dita nodose della sua mano di cartapesta sul piano della scrivania, avesse cavalcato un triceratopo, che durante i week-end si fosse cimentato nella caccia allo pterodattilo. Già si vedeva sorreggersi la testa sul punto di esplodere. Di norma, spiegare qualcosa a persone di quell’età era un’impresa epica. I più, poi, erano sgarbati come adolescenti cresciuti in un sobborgo malfamato.
      «Buongiorno» aveva detto, riservandogli un sorriso a denti stretti, tirato e fasullo come quello di una marionetta, preparandosi al peggio.
      «Buongiorno a lei» gli aveva risposto l’uomo porgendogli la mano destra. Una stretta tremolante ma calorosa in cui, con l’aiuto della sinistra, lo aveva intrappolato in un saluto più confidenziale di quanto avrebbe voluto.
      «Innanzitutto desidero ringraziarla per il tempo che ci sta dedicando».
      La moglie, al suo fianco, annuiva silente. Massimo aveva strabuzzato gli occhi. Si era aspettato di doversi esprimere a gesti e grugniti. Era nervoso. Si sentiva ancora a disagio per via del colloquio con Ritorti. Forse avrebbe avuto bisogno di qualcuno da aggredire piuttosto che di quei due. Il tono della sua voce era calmo… come quello di Gandhi, si era detto, benché non avesse mai sentito parlare il Mahatma, qualcosa capace, in un modo che gli pareva impossibile spiegare razionalmente, di trascinarlo di peso in un mondo di sogno in cui concetti come stupidità, aggressività, e cattiveria erano sconosciuti, o, nella peggiore delle ipotesi, artifici letterari di fiabe per bambini scalmanati. Storie spaventevoli con una morale facile e radiosa: solo i buoni sopravvivono. Parlava lentamente, scandendo le parole. Nessuna inflessione dialettale. Uno splendido attore di teatro, un Vittorio Gassman con la dirittura morale di un mistico indiano.
      Spiegate le sue esigenze – stava cercando un decespugliatore che potesse manovrare malgrado le sue braccia inferme – come da copione, si era lasciato scappare confidenze poco attinenti allo specifico campo di attività del commesso che aveva di fronte. Nel giro di cinque minuti gli aveva ripetuto di avere ottantuno anni un numero di volte che non avrebbe saputo dire.
      «Sa, io e la mia signora ci siamo ritirati in campagna, ma di chiamare un giardiniere non ho voglia. D’altra parte, con la pensione che mi ritrovo, non posso nemmeno permettermelo».
      In gioventù aveva lavorato in Rai come direttore d’orchestra. Gli studi in composizione e tromba, e quindi qualche anno di oscura gavetta. Aveva snocciolato nomi da far tremare le ginocchia. Gente che aveva fatto la storia dell’intrattenimento radiotelevisivo della nazione. Massimo era stato rapito da quell’inconsueto fossile parlante. Si struggeva nella rimembranza di quegli anni, non tanto perché all’epoca aveva i capelli in testa e tutta la forza necessaria a potare una siepe senza l’aiuto di un costosissimo – ma potente e ultraleggero – marchingegno elettrico, quanto perché: «Ho fatto davvero una bella vita» aveva detto. Gli sembrava impossibile che esistesse qualcuno in grado di asserire una cosa del genere senza essere ubriaco fradicio. Certo, c’era sempre la possibilità che assumesse qualche farmaco da anziano con delle sorprendenti proprietà allucinogene, ma dubitava di essere mai stato più lucido di quel mucchietto d’ossa.
      Gli aveva porto un attrezzo che il vecchio pareva in grado di maneggiare con una certa agilità. Lo aveva guardato muoverlo su e giù, come se di fronte a lui si trovasse un grosso cespuglio. Sembrava soddisfatto, di cosa, Massimo, non avrebbe saputo dirlo, eppure era felice di averlo accontentato. Un appagamento che non aveva nulla a che fare con quello di un fido galoppino fiero di aver portato a termine il lavoro in maniera professionale, era più simile al contenuto ma caldo sentimento di gioia, quasi una forma di gratitudine nei confronti di un dio finalmente misericordioso, che un figlio prova dopo aver fatto qualcosa di buono per il proprio padre. Fin troppo banale, a quel punto, farsi vincere dalla tentazione di lasciarsi andare a bilanci malinconici. D’altra parte non aveva certo la presunzione di ritenersi una persona singolare. Esaurito da tempo lo slancio adolescenziale sull’onda del quale si era creduto un tipo “speciale”, il reflusso da età adulta, e i numerosi fallimenti in svariati campi dello scibile umano, lo avevano convinto di essere un individuo del tutto ordinario, quindi perché non abbandonarsi alla deliziosa voluttà della depressione?
      Mentre accompagnava la coppia in cassa, chissà perché, gli era venuto da pensare a Ritorti. A ben vedere, ad avvilirlo non era tanto la ciclopica portata dei propri insuccessi, l’impossibilità di poter dire, a quarant’anni da quel momento, una cosa tipo: «Ho fatto davvero una bella vita» quanto il constatare che la reale sussistenza di soggetti del genere – genere squisito vecchietto colto e beneducato – non era da rubricarsi alla voce “leggende metropolitane”.
      Con l’immagine sfocata ma indelebile degli occhi spiritati di Ritorti marchiata a fuoco sul fondo delle palpebre, la seppur evanescente corporeità dell’ex direttore d’orchestra che lo precedeva di qualche passo pareva suggerirgli quanto segue: “Esistono persone meravigliose, creature capaci di dipingere un sorriso sul tuo viso stanco senza alcuno sforzo… ma non appartengono al tuo mondo. Ora piangi pure se ti va, ma non troppo, però… io qui ho bisogno di gente allegra, cazzo!”.

    • LA MARCIA DELL’ANIMA
      DI DINO FERRARO
      Assettate , sotto a una croce con lo core chine di  passione i versi mi volano attorno e nù saccio chiù,  quale  via  mi porterà a casa,  dentro l’addore dè maccarune,  assetate sotto ò cielo,  simile  a tutti , come ieri che mi faceva a vino e pescavo, ridevo, pensavo che tutto fosse stato lecito  con una  donna  vicina,  moscia  che s’alliscia vicino a nù lampione  che s’arrampica  verso ò cielo .
       
      La paura di chi siamo e la puzza sotto ò naso e nù creature sotto ò muro,  attaccate a chesta canzone , che vola ,s’arrigrea e dice voglio campà , voglio dire chelle che me passe per la  cape . Sulagne ,  siente le voci dei condannati ò male passato , mortificato , zitto,  zitto senza nome , senza nà storia , che ti dice chi sei , chi ti ha fatto nascere dentro nù quartiere malfamato ,sotto n’albero mimose ,  sotto nù cielo  chine e stelle,  chine di nuvole e dulure , chine di passione per la  musica,  inseguendo  una bella figliola vestita di rosa , vestita di stracci , vestita come ò cielo , come era mamma soia quando incontrò a papa suo ,  sotto a una croce , sotto  la  grigia pioggia .
       
      Ora cosa siamo,  siamo miezzo stù burdello , dentro le budella di una città  chiù nera dello gravone , vola stà canzone pò ritorna,  si mette in riga,  saluta gli sposi saluta con bona creanza,  saluta  Antonio che rimasto incapace di parlare  dentro  a chesta  faccenda  con una faccia chiù verde di un pianta che s’arrampica sopra nù muro , che  sale , sale , lenta , sangue che scorre , scorre dentro le vene della vergine,  dentro il corpo che muore lentamente con tutti i suoi malanni .Ogni uomo è  padrone del proprio credo , ognuno può dire d’essere padre ,  figlio , spirito   dopo aver bevuto da questo calice le lacrime  versate dalla vergine  che hanno generato un nuovo mondo.
       
      Siamo partiti un bel mattino in groppa  ad un somaro,   lo ciuccio  è  storia ,  lo ciuccio della sciorta ,padre , madre , figlio  sono santi  nel  delirio  di un era ,  in cerca  di  un  luogo  che li porterà dentro e fuori dalla storia , che hanno scelti di vivere , dentro di me che veggo e spero. Ogni uomo,  afflitto da  timore  vari è  un limite alla propria libertà , un  frutto ammunate,  chiano , chiano coppe a nù muro , assieme a chesta morte.  Assieme alla speranza dalla  bocca zuccherosa , spizzicane,  rassegnate , saglie , coppe,  saglie fino addò stà Gesù.  Parla , dimmi  che senti , dimmi quello che vedi,  io non sono , quello che sono,  io sono dentro questo gioco,  nella forma di un dialogo interiore , migrante,  morto nel lontano sessantotto,  in fila in  un corteo con una scarpa rotta ai piedi , con una tasca pieni di sassi  , ascoltando  timide voci che mi sussurrano  Ulisse ritorna  in questa alcova,  sdraiati , dammi la tua  verga  ,  dammi il tuo coraggio  il penare di un uomo solo,  contro gli dei , contro il fato. Ed io rimango perplesso,  forse tutto è inutile,  rime,  metriche,  schemi che si susseguono,  quando  apri la porta e ti ritrovi in strada con i tuoi amici di sempre a giocare a pallone a giocare contro i mostri della ragione che vendono l’anima ad un angolo di strada ,  dentro una fiaba troppo brutta per essere venduta.  
      Vieni entra.
      Lasciami decidere.
      Beh  ti dico entra.
      Va bene mi spoglio.
      Ho qualcosa per te.
      Poco mi resta da vivere.
      Manco per scherzo.
      Tu mi cornifichi ?
      Io divido ed unisco.
      Ma il cuore non ha segreti.
      E uno scrigno pieno di tesori
      Forse ritorno a Milano.
      Salutami tua sorella.
      Non ho sorelle ne fratelli.
      Mi porti un bacione a Firenze
      Una cartolina potrei scriverla.
      Va bene rimango in attesa
      Fai bene non ti muovere.
      Mi sollazzo con poco.
      Rubiamo la luna?
      Non sono un ladro io.
      Neppure io.
      Allora andiamo su Marte?
      Troppo lontano.
      Non ho la mutande di ricambio.
      Io  ho  calzoni  troppo corti.
      Ma su Marte non c'è la guerra?
      Io penso che siano rimasti indietro nel tempo.
      Rammento un uomo  solo in partenza per Messina.
      Poveretto e rimasto assai scosso dal tuo comportamento.
      Io , un orsacchiotto di peluche.
      Io , una marmotta.
      La marmitta dell’auto si è rotta.
      Oh dio come faremo ad arrivare a Palermo.
      Nun vè muvite.
      E chi se move.
      Avasciate e mane.
      Aizeteve  ò  cazone.
      Te fatte a barba ?
      Ti sei messo ò  profumo?
      Mi faccio mezz’ora e suonno.
      Si acchiappo a   petrusino c’è faccio ò mazzo….
      Puveriello chillo tene lo scorbuto.
      Chi ha chiamato a Giovanni?
      Hai  risposto  a telefono?
      Manca  per la cape.
      Signora,  avascete ò panare
      Uhe screanzato  alzatevi ò cazone.
      Scusate mi  sono  distratto.    
      Vi siete  pigliate ò  caffè ?
      Mò mi faccio un  solitario.
      Mò mi  faccio tre ,quattro sorsi di vino.
      Passa ò tiempo , passa e gonfia queste  parole volgari ,  incurante di cosa si possa essere di come s’arriverà a conoscere la ragione che ha generato il male di un era . Ed in tanti si sono radunati fuori il palazzo comunale,  una folla sempre più minacciosa,  una folla ratta,  fatta di madre e figli , di calciatori , di campagnoli , di spazzini,  di figli e trocchie  che rubano il grano ai più poveri,  che ingrassano  alla faccia di  chi  fatica  ed è  bello  non  sapere  cosa è  il vero peccato.  Chi mangia tanto  vola in  paradiso tra tanti santi  con tanti voti , presi all’ultima elezione , viene condotto perfino   davanti al signore dell’universo,  che conosce questo amore e questo soffrire delle  derelitte folle. Tutto è un gioco di nuovi verbi  , che s’arrotolano nella mente di un santo,  nel loro  dubbio amletico  ci chiedono di morire in pace.
      Fa appriesse.
      Nun c’è stò chiù a fa finta.
      Mi hai  tagliato la basetta?
      Tengo tre uova sode.
      Chiame a Giggino.
      Nun voglio parti.
      E statte cà assieme a noi.
      Facime  appresse.
      N’ata vota , allora lo tiene per vizio.
      Mò , non  voglio parlà.
      Fai buono nun te mettere scuorno di niente.
      Io ,  sono una signora.
      Ovvero , chi dice il  contrario.
      Teresaa.
      Annuccia
      Angelina Genta , genta .
      Scinne fà apprese
      Te mise le  mutandine?
      No , madonna e mò , chi c’è lo dice al padrone.
      Il mondo ruota intorno ad una speranza , bizzarra, spaurita , scurrile che tiene in se tutta le maledizioni  della gente  e tutto il mistero di una generazione che si  è evoluta nella piega socratica o chimerica di una verseggiare  rado ,  poderoso, privo  d’interesse, freddo, ossessivo, volgare,  povera pulce  che salta e vuole far vedere che sà saltare , come il nesso logico  che avvolge in sé  ogni generazione passata  come questa storia che si sussegue nel bene e nel male , priva d’interesse,  priva di identità , morta prima di uscire da casa . Come ieri , anche oggi la logica ha dato i suoi frutti in forme semantiche,  prive di forme simboliche , prive di quel non sò , che  anima il mondo intero.
      Pigliateve  ò pullman.
      Me la faccio a piede è  meglio.
      Hai  visto a Giovanni ?
      E chi è ?
      Come Susanna.
      Chi Assuntina  la portiera.
      Beh prima faceva a sarta,  mò si fà chiamare Enrico.
      Santa Marta io mò piglia la scopa.
      Ascite fore.
      Francesco.
      Chi è  stò nel bagno.
      Pensare fa male.
      La morte è fisica .
      Un attimo è siamo in paradiso.
      Una corsa contro il tempo.
      Stò male non voglio ridere.
      Questi c’infornano.
      E che simme pizze ,pezzi  di  pane.
      No,  siamo giudei.
      Oh Madonna  mi ero  dimenticato.
      Scetate a stù suonno.
      Hai  chiamate a Pietro.
      Gli ho mandato una lettera di reclamo.
      Hai fatto bene , stiamo messi proprio male.
      Tanto , saranno due o tre metri.
      La vedi la fornace?
      Emana un calore tremendo.
      Chi si butta  per primo ?
      Io stò buono accussì.
      C’è piense  diventeremo  carbonella.
      Polvere eravamo e polvere ritorniamo.
      Nel vento voleremo.
      Che bello,  poter sputare in faccia il destino.
      Che magia
      Che disgrazia
      Pazzia
      Bellezza
      Pezzi di merda
      Forse domani potremo dirci liberi
      Forse domani saremo con il signore
      Con i nostri padri
      Con tutto il nostro popolo
      Assieme a Giggino
      Ad  Assuntina a scagliosa
      A  Paoluccio  il rigattiere.
      A  Ciccillo  che girava la manovella.
      E un film ?
      Un delirio.
      Un lungo corteo di popoli e gente di ogni ceto,  razza e pensiero , tutti insieme , verso quel punto che è la fine ed il principio d’ogni domanda senza risposta , che si ripete dentro di noi ,accompagnati da  note allegre,   note che muoiono all’alba. S’ odono i nostri vagiti i lamenti immemori d’un vivere , echi d’un sordo suono che contiene in sè ogni speranza , ogni logica , ogni memoria. Davanti a noi una piazza tanto grande,  che non riesce a contenere la gioia d’essere liberi , di poter dire tutto quello non si mai detto di  ogni filosofia,  forma geometrica,  linea che congiunge un punto all’altro  bagnato dal mare dalle sue onde , folli , ebbre di ricordi che sono rinati all’improvviso senza senso nel nostro esprimere tutto l’amore che si è provato nel stare da soli difronte a Dio.
      Voglio pregare.
      Voglio una pizza.
      Mi dà un panino ?
      Non vuole un insalata?
      Voglio la zuppa.
      Ho fame
      Mamma mia che buona.
      Si segga , assaggi.
      Veramente aspettavo il tram.
      E quello che porta alla felicità.
      Non sò forse.
      Forse sei morto con noi aspettando.
      Forse non  lo ho mai  capito  per davvero.
      Venga alla mostra.
      Mi vesto.
      Prego,  non dimentichi.
      Io non volevo ,avevo solo fame.
      Giovanotto lei mi ferisce.
      Io non pensavo a tanto,  per una scodella  mezza piena.
      Per un sacco di cose ed altro.
      Facciamo ammenda.
      Me lo scrivo dietro questo quaderno.
      Lo scrivere persegue una sua originale idea,  eclettica troppo bizzarra,  forse una delusione che sfocia nell’assemblaggio illogico di rime e versi cresciuti in fretta senza gradi , senza quella autorità morale,  legata alla prosodia . L'ultima cena è un punto d’incontro,  un luogo comune che fa desumere che tutto quello che si è detto ha una seria ripercussione etica sulla vita quotidiana e l’elemento cosi elencato,  sottoscritto,  versato alle casse dello stato come tributo ,un imbuto dove scorre ogni cosa dove il signore,  scivola incurante del patire dell’essere vittima di quel dissacrante moto dell’anima che rimanda  a pan duce degli astri.  Ed è propria una bella gatta da pelare,  d’acchiappare  ,   da soffriggere a fuoco lento renderla  tenera al palato di chi ha molto goduto d’amori d’altri tempi. Ed è giusto che ognuno possa sentirsi partecipe di questo gioco,  con il suo nome , con la sua volontà che riassume  tante tradizioni  antecedenti.
      Puozzo campà cent’anni.
      Puozzo addiventà santo.
      Puozzo piglià nù terno.
      Nà quaterna.
      Nà cosa di soldi.
      Sei  caduto dentro a stù pertuso.
      Chiamate li guardie.
      Io mi metto a malattia.
      A me nun m’interessa.
      Io sono di passaggio.
      Ma se pò sapè chi lo ha ucciso?
      Io tenevo a mia figlia per mano.
      Io mi faceva la barba.
      Ma come faremo a scoprire l’autore di questo delitto.
      Ci manca il sale. Io , lo trovo divertente.
      Forse  l'autore aveva una sua  vita segreta , un qualcosa mai detto , forse era quello che voleva far  appariva ma non si lavava mai il viso e per questo il signore del letto difronte gli tirò una scarpa dietro la testa , lo ciaccò , gli uscì  tanto  sangue , due giorni dopo morì.
       
      Nero questo cielo , c’è chi balla sopra la nostra terra,  il poeta è salito al cielo,  sanguinante e salito una bella sera con tutte sue speranze,  con una gran voglia di dire la sua di parlare ora con un santo ora con una santa , con molti , con se stesso,  oggi forse vive nel ricordo di tutti noi,  forse è morto per sempre ,  forse e lassù , perché lo abbiamo voluto tutti noi , forse era una brava persona , un uomo , un essere diverso,  un musico capace di fare  una musica strana che ti metteva  allegro , che ti faceva  capire che la vita e poca cosa senza l’amore di una donna,  senza avere eccessive ricchezze , un auto lussuosa  con tanto trucco con uno ,due , tre rose tra i capelli. Ella l’invito a sedersi , il poveretto ,  giunse appena in tempo,  tutto contento d’essere morto a quell’ora che sussurrò  all’orecchio del cocchiere del carro , avanti non fermarti . Poi la gioia prese il sopravvento , s’unirono alla danza gli angeli con  le ali ed i demoni senza corna , tutti gridarono come bello essere qui con te,  festeggiare questo momento, senza peli sulla lingua , come bello mangiare la tua carne , bere  il tuo sangue vermiglio,  assaporare  il tuo sogno che diventa roseo al solo vederlo. Poi tutti compresero il senso , il fine funereo,  fulgente, gemente,  elegante,  senza guanti , un guardare di traverso la storia che c’arriso , sotto l’unico vessillo, nella  sorte  avversa d’essere,  non essere poi fine a se stessi , una forma antica , essenza d’una tragedia immane,  una voce che si spegne nella sera , insieme alle tante paure,  insieme al nostro dire che ci conduce  metaforicamente lontano dalla follia di  essere balordi poeti  in questa tragica epoca.

    • Io ero terrorizzata, perché avevo paura di dirti tutto, che mi fidavo di te, che con te mi sentivo veramente me stessa, non dovevo nascondere niente, ma non potevo. Ogni volta che avevo questo pensiero mi dicevo "ha già qualcuno, è impegnato...molto impegnato! Non puoi". Avrei voluto dirti che, nonostante il motivo per cui ci fossimo conosciuti non fosse bello, non avrei mai cambiato nulla perché ero felice di averti incontrato.
      Avrei voluto dirti che ricordavo sempre il tuo sorriso. Che ero felice quando ti preoccupavi di risolvermi i problemi. Che ero sorpresa e contenta quando ti ricordavi le cose che mi riguardavano, anche quelle stupide, quelle dette mezza volta o quelle che nessuno si sarebbe ricordato mai. Avrei voluto dirti che anche io mi ricordavo tutto di te, che soffri a stare al sole, mentre io lo amo, che ti piace il mare, il caffè con una bustina e mezza di zucchero e che, come me, sei sempre convinto che le cose vadano male.
      Ma non ce l'ho fatta e, così, come tante altre volte, ho tirato fuori una battuta e ti ho preso in giro. Questo era quello che facevo sempre quando ero in imbarazzo e sapevo che era meglio non andare oltre, perché l'unica a soffrire sarei stata io. Qualche mese dopo, poi ci siamo rivisti. Era la prima volta dopo il nostro primo incontro.
      Ci siamo incontrati in occasione di un appuntamento che, secondo me, anche tu hai voluto che ci fosse. L'abbiamo, l'hai organizzato con grande cura, stando attento ad ogni dettaglio. Eri bellissimo, curatissimo...avevi tolto parte della "ferraglia" che avevi addosso. Orecchini, anelli, bracciali, che io avevo detto che non mi piacevano. L'hai fatto per me? Ho sperato di sì ma, ormai, non lo credo più, alla luce di come è andata.
      Ti avevo portato uno di quei braccialetti della fortuna colorati, niente di importante (era il tuo compleanno il giorno prima), ma non ho avuto il coraggio di dartelo. Ed è ancora là, conservato...chissà se te le darò mai. Quel giorno è stato bello, era come se fossimo molto "amici", mi hai presa in giro per i capelli che erano troppi e ricci...ma erano esattamente come i tuoi.
      Mi hai chiesto ripetutamente di venire ad un altro evento, che ci sarebbe stato qualche mese dopo. Perché insistevi? Perché avevi voglia di vedermi o perché lo facevi con tutti? Non te l'ho mai chiesto e, adesso, è inutile farlo. Sarebbe fuori luogo. Dopo quell'incontro, infatti, qualcosa è cambiata, lo sentivo ma non avevo diritto di chiedere spiegazione e, forse, mi mancava il coraggio.

    • L’uomo dal largo cappello si tuffò velocemente in mezzo alla folla. Chi lo conosceva sapeva che era solito sedere ad una panchina ai bordi della piazza e attaccare bottone col primo venuto avendo la capacità di parlare per ore senza mai interrompersi e soprattutto, senza dare all’altro la possibilità di replicare o controbattere in alcun modo. Tutti sapevano che di sicuro non era una cattiva persona, che anzi aveva cose intelligenti e sensate da dire, racconti di viaggi meravigliosi, esperienze di vita vissuta che in pochi avrebbero potuto eguagliare, aneddoti e fantasticherie degne di un cantastorie di altri tempi. Qualcuno diceva fosse venuto da terre lontane, qualcun altro che semplicemente aveva una fervida fantasia e quello che raccontava era in realtà frutto della sua immaginazione, eppure tutti rimanevano lì ad ascoltarlo, anche per delle ore, ridevano e annuivano come si fa con i bambini, e salutavano sempre cortesemente e quasi con rammarico quando erano costretti ad allontanarsi per andare a  sbrigare qualcosa di urgente da un’altra parte, dovendo così interrompere un racconto che stava nel pieno dello svolgimento.
       
      Ma quel giorno qualcuno racconta di averlo sentito improvvisamente farfugliare delle cose insensate e rimanere addirittura senza parole, lui che di parole ne aveva così tante che avrebbe potuto riempire volumi interi senza battere ciglio. Questo qualcuno sostiene di averlo sentito mormorare a un certo punto: “ Ho perso il filo… il filo…”
      Fu proprio in quel momento, pare, che l’uomo col cappello si alzò di scatto dalla panchina, lui che si muoveva con calma e pacatezza, e guardando a terra come chi abbia perso qualcosa di molto importante, si inoltrò tra la folla delle vie del centro.
      Il filo, il filo… dove sarà finito? Lo porto sempre con me, sta dentro la mia tasca destra, avvolto in un fazzoletto di seta così che non si possa sporcare o confondere con le altre cose che metto in tasca. Come posso averlo perso?
      Camminando e continuando a guardare a terra, le parole e le frasi sembravano mischiarsi nella testa in maniera confusa e vorticosa. Articoli e aggettivi si scontravano continuamente, i verbi erano persi, i nomi delle cose svanivano come neve al sole.
       
      L’uomo cominciò a vagare per il reticolato di vie della città vecchia. Percorreva ogni giorno quella stessa strada seguendo un ordine specifico che lui stesso si era imposto da quando si era trasferito in quella città, ormai vent’anni prima. Ripercorse quelle vie al contrario, camminando a marcia indietro nella speranza di riavvolgere il filo dei suoi ricordi e tornare al momento esatto in cui il fagottino dalla tasca era scivolato a terra ed era stato, forse raccolto da qualcuno, forse lasciato misericordiosamente in un angolo, in attesa.
      Andare a marcia indietro però gli aveva dato come unico risultato quello di sbattere contro macchine parcheggiate, pali della luce e persone non sempre troppo comprensive.
      L’uomo col cappello allora aveva scelto un gradino, vi si era seduto e aveva lasciato che la sua mente, ali spiegate, cominciasse a volare al di sopra della città, mentre lui rimaneva immobile a pronunciare parole che uscivano libere dalla sua bocca come se fosse un altro a pronunciarle al suo posto.
       
      La mente fece ritorno senza aver trovato il fagottino ma con un’idea: bisognava andare a parlare col pescatore, lui avrebbe trovato la soluzione.
      Il pescatore era un uomo anziano e passava intere giornate seduto lungo l’argine del fiume con la canna da pesca in mano. Nessuno aveva mai sentito la sua voce, anzi, tutti erano convinti che il pescatore non avesse mai parlato in vita sua, per questo i pesci gli erano così vicini.
      L’uomo col cappello si avvicinò al pescatore e, incapace di fare un discorso di senso compiuto, cominciò a gesticolare in maniera teatrale di fili e di disperazione e di nascondigli e di lacrime e di parole volate via.
      Il pescatore sollevò il suo berretto e guardò l’uomo, poi indicò un punto preciso all’orizzonte, in corrispondenza con il centro della città, con la piazza che l’uomo era solito frequentare ogni giorno da vent’anni.
      L’uomo lo guardò senza capire.
      Io vengo da lì, capisci, ho guardato dappertutto, ma non c’è nulla lì, ne sono sicuro.
      Ma il pescatore continuava a indicare quel punto mentre la canna da pesca puntava il fiume.
       
      L’uomo, rassegnato, tornò allora sui suoi passi e piano si diresse verso la piazza. Trovò la panchina su cui era seduto fino a qualche ora prima ancora libera e vi si sedette.
      Il cappello sembrava essere diventato troppo pesante da sostenere e gli ricadeva sugli occhi. Le parole che lo avevano accompagnato tutta la vita  ora gli turbinavano in testa vuote, cattive.
      Eccoti, perché sei andato via senza finire la tua storia? Mi piaceva molto… ma meno male che sei tornato così puoi finire di raccontarmela!
      La donna era apparsa all’improvviso senza farsi notare, si era seduta in silenzio e aveva pronunciato con gioia  e naturalezza queste parole.
      Ci volle un po’ perchè l’uomo, da sotto la falda del suo cappello, vedesse che la donna, con dita sottili, cercava di districare con pazienza un groviglio di fili colorati delicatamente poggiati sulle sue gambe, mentre ancora continuava a guardarlo attendendo il seguito della storia.
       
       

    • “Messi vicini per caso”, dice così una canzone di Pino Daniele e proprio così inizia la nostra “storia”. Tanto tempo fa ci hanno “messi vicini per caso”: io ho avuto bisogno di qualcuno che mi aiutasse e, per caso, ho trovato te. Potevo trovare chiunque ma ho trovato te, non so perché ma eri tu. Tu eri così diverso da me, troppo “ragazzino” e quando ti ho visto, un po’ superficialmente, ho pensato: “ma guarda com’è combinato questo”. Io, invece, non lo so che cosa hai pensato tu quando mi hai visto e ho sempre avuto timore di chiedertelo. Magari non hai pensato niente, ero un “lavoro” come un altro. Io non credevo al colpo di fulmine, non credevo a chi diceva: “appena l’ho visto, ho capito che era lui” ma, forse, adesso, devo ricredermi. Non so se sia stato un “colpo di fulmine” ma so solo che, dopo pochi giorni, ascoltando una canzone, improvvisamente e senza motivo, ho iniziato a pensare a te e non al tatuaggio o agli orecchini (che odio) ma al tuo sorriso, allo sguardo limpido, alla pazienza e alla dolcezza. Ho capito subito che non eri solo, dal primo giorno in cui ci siamo conosciuti. E l’ho capito da una telefonata che ti è arrivata. Erano le 19 circa, un orario in cui, forse, tu solitamente sei a casa e, infatti, qualcuno ti ha chiesto dove fossi. E tu, tagliando corto, hai risposto di essere ancora a lavoro. Non so se, poi, magari, la sera a casa hai parlato di questa nuova cliente o ti sei subito dimenticato di me. Ho scoperto che eri impegnato tornata a casa mia, dal tuo profilo social. Allora mi sono detta subito: “Lascia perdere…prenderai l’ennesima delusione”, ma non ci sono riuscita. In te giorni hai distrutto il mio equilibrio, faticosamente e dolorosamente raggiunto. E più dicevo di no, perché non potevo cadere in una situazione difficile, complicata e impossibile, più tutto andava nel senso opposto. Tu avevi la tua vita, il tuo passato, il tuo mondo reale e definito e io avevo la mia vita, il mio passato, il mio mondo altrettanto reale e definito. Due strade che avevano rischiato di incontrarsi anni prima, quando sono venuta la prima volta da te. Poteva succedere, ma non è successo. Le nostre strade potevano incrociarsi quando “era lì che si poteva”, come dice quella canzone improvvisa e rivelatrice che mi ha aperto gli occhi, ma non è accaduto. Invece, lo avevano fatto ora quando “non si poteva” e non si doveva. Quando tu avevi una compagna e un figlio. E io questo lo sapevo, per questo mi sono avvicinata a te sempre in punta di piedi. Ho cercato di “costruire” passo dopo passo il nostro rapporto ed ho creduto per un attimo di essere un po’ speciale per te. Ci ho creduto quando, improvvisamente, mi hai chiesto “perché non vieni in fiera?”. Forse era una domanda normale, non lo so. Ma tu sai bene che viaggiare non è semplice e, quindi, chiedermi questo non era così normale. Mi è sembrato tanto che fosse un pretesto per vedersi, visto che, ovviamente, non potevi chiedermelo esplicitamente. Non lo so, ma tutto il nostro rapporto, almeno nei primi mesi, mi è sembrato fatto da segnali lanciati che per te, magari, avevano un significato mentre per me un altro. Una rapporto sempre in “bilico”, tra le cose dette e quelle non dette. Tu non sei uno molto assiduo dei social, non scrivi post, non metti “like”, non so quanto usi la chat (con me la usavi tanto) e l’unico “like” che, in tanti mesi, hai messo a qualcosa che ho pubblicato io è stato a questa citazione:
       
      “Ti piace giocare?”
      “Mmh, sì”
      “Allora facciamo un gioco. Parliamo al telefono, usciamo insieme, ridiamo e scherziamo”
      “E poi?”
      “E poi niente, il primo che si innamora perde”
       
      Io non so perché, forse avrei dovuto chiederti il motivo per cui in tanto tempo solo questo. Forse tu l’hai fatto inconsapevolmente, ma per me ha avuto un senso. Come aveva un senso quando, a volte, passavamo tanto tempo  nel week - end a messaggiare. Quando, in realtà, non c’era motivo di farlo, se non il piacere di farlo. Lo ha avuto quando sei venuto nella mia città per un altro lavoro e, arrivato qua, hai postato la tua posizione esatta (cosa che non hai mai fatto e non fai neanche ora). Come a dire: “sono qua” e poi abbiamo passato parte di quella giornata a scriverci, finchè non hai ripreso l’aereo per tornare a casa. Io, sbagliando forse, ho pensato che tu a me ci tenessi un po’. Non ho mai pensato che fossi innamorato di me, non lo potrei dire assolutamente, ma ho pensato che ci fosse una complicità, un bel rapporto, complicato forse ma piacevole. E tu non sai quanto fosse complicato per me tenere i piedi per terra, anche quando accadevano certo cose, che per me avevano un peso. Io ero sempre incerta, insicura. Avrei voluto dirti tutto, raccontarti che mi mancavi, parlarti di più ma sapevo che non era opportuno, che non era realistico e che non c’era un futuro. Un giorno, poi, tu mi hai chiesto “ti fidi un po’ di me?”

    • Che razza di posto. Bè, certo, bisogna andare a cercarsi le lande deserte e isolate, altrimenti qualcuno del paese può vederci e raccontare tutto al barbiere, che lo racconterebbe a sua moglie, che lo racconterebbe al fruttivendolo e nel giro di mezza giornata saremmo, come dici tu? ah, si, sulla bocca di tutti.
      Per carità, capisco le tue esigenze. Ho sempre cercato di capirle, di accontentarti. Ma qui è novembre, la terra è dura dal freddo, le stoppie già impallidiscono dal rosso al giallo rigido e secco dell’inverno. Ecco, lo so, tu sorridi di queste considerazioni:
      “Come fai a pensare se la terra è dura o morbida? Ma che ti viene in mente?”
      Tu sei uno di città, in paese ci sei finito per cercarti un lavoro; la guerra non ha risparmiato nessuno. Ma io sono nata in una stanza piena di spighe di lavanda e mentre mia madre spingeva, la levatrice prendeva gli asciugamani da dentro una vecchia credenza di legno fatta a mano dal mio bisnonno. Fuori, nell’aia, spannocchiavano il mais. Ce l’ho negli occhi, la terra. So come respira.
      Fa un freddo maledetto, e tu non sei ancora arrivato.
      Lo so, sei molto impegnato, il lavoro. Non che ti sia andata proprio bene. Il posto che avevi trovato in città è durato poco, la concorrenza è tanta: siamo pieni di reduci che devono ricostruirsi una vita. Così si licenziano le donne e si aprono le porte ai veterani. Insomma, alla fine sei qui, ma non ti adatti. Non sei tipo da vita di campagna.
      Ma dove sei finito?
      Accidenti a questo freddo che svuota le ossa. Sono in bicicletta, mica ho la macchina io, e se non arrivi tu con la tua con questo cappottino mi congelo. Probabilmente sei stato trattenuto dal tuo capo: non succede sempre? Ma insomma, alla fine potevamo incontrarci un altro giorno, mica era una cambiale che fosse proprio oggi. Vabbè, tanto è lo stesso, sempre in questa campagna gelata saremmo finiti.
      E’ bello, bisogna ammetterlo. Le stoppie rossastre, le canne col ciuffo che non si muovono perché l’aria è ferma. Un po' di nebbia che si alza da un metro sopra il terreno. Peccato un fondo di damigiana che spunta dal pelo dell’acqua. Incivili. Mi affaccio alla spalletta del piccolo ponte. Anche questo sembra andare in rovina: i pilastri di cemento smangiucchiati da un’invasione di muffe, i tubi di contenimento rossi di ruggine a larghe macchie.
      Io volevo l’amore, quello grande. Pensavo sempre che doveva essere alto e bruno, riservato e mai volgare. Poi sei arrivato tu. Non ci somigliavi neanche un po’, al mio ideale. Neanche da lontano.
      Chissà che cercavo, boh. Forse solo un po' di calore. Ormai non ero più una ragazzina, e mi ero stufata di stare a sentire mia madre e le sue prediche sulla gioia di riservare la propria verginità al compagno della vita. E poi, diciamolo, non sono mai stata bella come certe mie amiche, il compagno della vita sarebbe rimasto un fantasma , un mezzo sogno di quelli che sembrano quasi veri quando arrivano all’alba.
      Ma dove sei?
      Alla fine non posso lamentarmi, uno straccio d’amore me lo hai dato: quello che potevi. Io lo capisco, hai due figli, come potevi lasciare tua moglie? D’altra parte devi darmene atto, non ti ho mai chiesto niente. Non sono sicura che vorrei sposarti, se anche tu potessi.
      Voglio dire, vieni a letto coi calzini, ti lavi i denti dopo i nostri incontri, non prima. E poi di che parlo con te che ogni volta che mi viene uno dei miei magoni, quei nodi che mi si strozzano in gola, tu ridi e mi dici:
      “Oddio le donne. E adesso che c’è?”
      Ora però fa proprio freddo. Mi ricorda l’unica volta che siamo stati fuori assieme. Bè, non da soli, ovviamente. C’era il parroco, abbiamo fatto una gita al santuario. Tua moglie era dalla madre coi bambini, sei venuto da solo. Era stato bello, ci eravamo seduti vicini sul pullman e tu mi facevi vedere le cose dal finestrini, e ridevi con quel tuo sguardo chiaro.
      Sì, quella volta mi sembrò quasi che potessimo essere una coppia, anche se dovevamo stare molto attenti, fra due tue vicine e mia zia che controllava seduta nei posti in fondo. C’era un freddo artico, e il prete doveva fare spesso pipì, così faceva fermare il pullman continuamente con delle scuse assurde. Ti ricordi che volle obbligarci a una fermata per rifornirci di ciambelle e vin brulè? Che poi neanche sapevamo dove metterli.
      Comunque adesso sono stanca, facciamo l’amore ogni tanto e quando ci lasciamo mi sento in bocca sempre di più un sapore amaro, come se avessi perso una partita. Magari è così, ho perso e non l’ho ancora capito.
       
      “Milena, cavolo, ma dove sei?”
      “Eh?”
      “Ti chiamo e non mi rispondi.”
      “Scusa, ero sovrappensiero.”
      “Sono in ritardo, lo so. Quel buffone del capo mi ha trattenuto. Lo sai com’è, mica posso lasciarlo là a parlare e andarmene.”
      “No, certo che no.”
      “Aspetta, controllo che non ci sia nessuno in giro, poi ti bacio.”
      “Chi vuoi che ci sia qui, è fuori dal mondo. Sembra Marte.”
      “Non si sa mai. E adesso andiamo giù lungo il canale. C’è un posto con delle dune, si sta riparati.”
      “Come l’hai trovato? Ci sei andato con qualche collega, o con la migliore amica di tua moglie?”
      “Ma che dici, sciocchina. A me piaci solo tu, lo sai. Allora, andiamo?”
      “Certo, andiamo.”
      Milena guarda avanti. Finge di non vedere lo spazzolino da denti che gli sporge dal taschino.

    • 8 dicembre, 10.30 pm
       
      Bridger Nicholas Faulkner sedeva sulla poltrona sotto la finestra che dava sulla strada, la tazza di caffè bollente nella sinistra, il Wall Street Journal nell’altra. La stanza era buia, ma una lama di luce palpabile filtrava tra i lembi dei pesanti tendaggi che coprivano l’alta vetrata, gettando una pozzanghera abbagliante sul pavimento dinnanzi ai piedi dell’uomo. L’aria era pesante, calda e umida, e gravava su ogni cosa come una cappa opprimente.
      L’uomo lasciò cadere il giornale sul bracciolo della vecchia poltrona di pelle marrone consunta, ed allungò il braccio per raccogliere il telefono dal davanzale della finestra.
      Lo prese e digitò un numero con sicurezza, come se lo avesse già fatto molte volte. Poi lo levò all’orecchio e si mise in ascolto, immobile.
      Nulla si muoveva, se non i suoi occhi, che sembravano correre per le pareti della stanza in cerca di una via di fuga, sbarrati.
      Sudava.
      -Daly Hadyn?-
      La sua voce riverberò profonda per l’ambiente.
      -Sono io.- rispose una voce roca e calma dall’altro lato, dalla quale traspariva una nota di stizza nell’udire il proprio nome.
      Bridger Nicholas si asciugò il sudore dalla fronte con il dorso della mano.
      -Ho un lavoro per te.-
      -Dove?-
      Una lacrima rotolò lungo la guancia dell’uomo, mentre stringeva i denti.
      -Main Street, 75, secondo piano, porta numero 6.-
      -Quanti?-
      -Uno.-
      Si udì il frusciare di un foglio.
      -Quando?-
      -Stanotte, dopo il dodicesimo rintocco.-
      Quando Bridger ebbe finito di parlare, la linea era già stata interrotta.
      Lasciò cadere a terra il telefono, e crollò sulla poltrona.
      Le mani gli tremavano, l’aria non riusciva a riempirgli i polmoni, ed annaspava come un pesce fuori dall’acqua.
      Terrore.
      Perché lo stava facendo? Avrebbe potuto risolvere la questione in molti altri modi. Dopotutto l’aveva già fatto molte volte.
      Già…molte volte…ma mai a sè stesso.
      Si alzò, reggendosi al bordo del tavolo per non cadere. Mosse qualche passo verso la finestra.
      La luna faceva capolino oltre il tetto del palazzo di fronte, alto, squallido, vecchio, un angosciante blocco di cemento tra lui e la luce.
      Nemmeno la notte portava sollievo, con le sue braccia vestite di placida oscurità, grave dei segreti che gli uomini le confidavano.
      Era un’amica fidata la notte. Ascoltava i sussurri, le confidenze, le paure mormorate alla finestra, e conservava ogni cosa in silenzio.
      Giungeva ogni giorno uguale, eppure diversa, carica di nuove storie.
      Era un’amica fidata, la notte.
      Non per lui.
      Non quella notte.
      Abbassò lo sguardo e prese una foto, poggiata sul davanzale, incorniciata d’argento. Era bella,  la sua Myra.
      Dov’era ora? Cosa stava facendo? I suoi biondi capelli stavano forse fluttuando nell’acqua della piscina della Garden Street, o forse i suoi giovani occhi di giada erano fissi sulla notte, come i suoi.
      La foto gli cadde di mano, e la cornice si frantumò a terra con un penetrante clangore metallico.
      Bridger non mosse un muscolo.
      Poi, dopo qualche istante di silenzio, si voltò, e andò nello studio.
      Era meno caldo li dentro.
      Con una lacrima che gli rotolava per la guancia, Bridger Nicholas si distese sul lettino, e chiuse gli occhi.
      Era pronto.
       
       
       
      La Main Street era tranquilla. Era da ore ormai che non passavano più auto, e da molto non si vedevano più neppure coppie che avevano tardato a rientrare a casa.
      L’uomo fumava, colmando l’abitacolo dell’auto di una spessa e calda nebbia che aveva ormai impregnato da tempo i sedili di pelle consunta.
      I fari della vecchia Mustang del ’70 erano spenti. L’autoradio era spenta.
      Le luci dell’appartamento al secondo piano del numero 75 erano spente.
      Scese dall’auto e chiuse la portiera, senza produrre alcun suono.
      La sigaretta era quasi finita.
      Si strinse nel giubbotto di pelle nera ed attraversò la strada, tenendo il volto basso.
      Faceva caldo, nonostante fosse ormai notte fonda.
      Un uomo passò li accanto, abbassando il capo e portandosi la mano destra al cuore. Lui lo imitò.
      La luna era un pallido occhio che nasceva dalle ciclopiche barricate che sbarravano l’accesso alla Città Vecchia. Oltre a quelle crescevano come alberi malati gli scheletri di cemento ed acciaio di quelli che erano stati palazzi del cuore economico e governativo della città.
      Con un sospiro gettò a terra la sigaretta ed entrò nell’edificio.
      Oltre la porta a due battenti si apriva uno stretto atrio, occupato per la maggior parte da una stretta scala coperta di piastrelle sporche, con un vecchio corrimano arrugginito che si avviluppava su se stesso verso la sommità del palazzo, dove un lucernario faceva filtrare la scarsa luce lunare attraverso vetri incrostati di muschio.
      Mosse un piede nella penombra.
      La suola dello stivale colpì il pavimento lucido, producendo un suono martellante che risuonò per le pareti dell’ambiente.
      Mosse un altro passo in direzione delle scale, questa volta con più attenzione.
      Uno scricchiolio.
      Un fruscio.
      L’uomo si sciolse nell’ombra, appiattendosi contro la parete.
      Rimase immobile per qualche istante, tentando di controllare il respiro. Il gelo che la vernice scrostata della parete trasmetteva alla sua schiena gli toglieva l’aria dai polmoni.
      Si accorse che le sue dita stavano afferrando spasmodicamente il nulla, in cerca di un appiglio.
      Si lasciò scivolare a terra, lentamente, mentre una atroce fitta di dolore alla nuca gli faceva digrignare i denti.
      Un lampo di luce attraversò il suo campo visivo, un bagliore cangiante, evanescente, quasi fosse all’interno della sua mente. Una sorta di purpurea stringa di dati che non sarebbe dovuta essere lì, dinanzi ai suoi occhi.
      Attese qualche istante, il fiato grosso.
      Si rialzò usando la parete come appoggio, le gambe tremanti. Impiegò qualche minuto a riacquisire stabilità.
      Nel mentre regnava il silenzio. Non una macchina che passava per la strada, non un uomo che scendeva le scale, non un ragazzo che tornava a casa troppo tardi, pronto ad ascoltare le grida dei genitori. Non un passo negli appartamenti sopra di lui.
      Forse dormiva.
      Riprese ad avanzare, con più sicurezza, senza emettere alcun suono. Era un’ombra. Una figura ammantata di oscurità che avanzava per una vecchia rampa di scale scarsamente illuminata da vecchi tubi al neon sfrigolanti, coperti di muschio e muffa, circondati da nubi di insetti.
      Raggiunse il secondo piano.
      Un lungo corridoio si dipartiva dal termine della rampa, accanto al quale un parapetto arrugginito e sfondato un tempo aveva prevenuto che gli abitanti cadessero nella tromba delle scale.
      Decine di porte si affacciavano su entrambi i lati, sino all’ascensore ad un lato ed una finestra sporca dall’altro, che fissava l’uomo come una scura orbita vuota.
      Una porta catturò la sua attenzione.
      Era aperta.
      Si avvicinò a passi lenti, tenendo lo sguardo fermo sull’oscurità che si trovava oltre quell’uscio. In qualche modo lo chiamava. Lo invitava ad annegare in lei. Lo invitava a scomparire.
      Si fermò dinanzi ad essa.
      Un sei di metallo arrugginito era incastonato nel vecchio legno della porta.
      Daly Hadyn entrò.
       
       

    • NUN Mè SCUCCIA’
      REFRAIN PRIMO
       Nun mè scuccià , lungi da me , mi perdo nel senso comune  , mi beo di mondi possibili nel vago soffrire, fugge da  me la colpa  di un tempo  tracchiuso, ciancioso che addiventa nà strappola , capricciosa che  me fa  chiagnere  che  me tocca lo core   mi dice : sposami fà  appresse.
      Me voglio scusà, mè voglio assettà d’into stù core è se me prode stù naso,  me mette a sparà, tu mi piglià per matto, nù tengo denare ,nu tengo la cape,  mò  mi piglio  ò pullman.
      Si nascesse n’ata vota , vurria essere nù vammariello che s’arrevote nell’onne dello mare,  nù chiagnere chiù , non soffrì  chiù , nun  alluccà d’into a stà recchia , nu me piglià  per lo cravettino ,  puorteme addò  sponta lo sole di primma mattina.
      Scinne nun mè scuccià  , scuordete ò male ,  nù parla a schiovere    miezzo fatte , rassegnate  scuparene  suonno  dentro sti  palazzi , miezzo stù  presepio , coppe stù  fuosso,  io zompo.
      A morte nun aspetta a nisciuno , suspiere , carezze non tenne la faccia  per risponnere , liscia,  spiritata  , paonazza,  s’incazza e cacace  ò cazzo che tiene a dicerie ?  stracche parole , azzecose , debiti , broglio e lenzuolo.
      Me faccio de conoscenza , de versi , di vino , de penziere  scustumate,  scannate . Sona la tammorra miezzo  alla piazza, ballano li scugnizze . Scinnite  currite  cà ci stà nà farenella,  se me passa stà freve , vaco  a pede fino a pompei . Addò  nasce stà ammore  , addò  si crede che tutto è  lecito , levateva annazze  famme vedè ,  intanto  passa ò curteo , quanta gente con a capo lo muorto che  chiuso nella bara,  nun ride , nun chiagne  , forse ricorda  ancora a  mammà.

    • La ragazza si avvicinò alla finestra e guardò oltre le sbarre: fuori era una giornata incredibilmente luminosa, ma del resto era sempre parecchio più luminoso rispetto a dove si trovava lei. Chiuse gli occhi e fissò il riflesso della collina di fronte svanire lentamente dalla sua retina, poi tornò a sedersi sul suo letto: da quanto tempo era li? Da sempre! Non aveva memoria dell’istante in cui era entrata in quel luogo e il fatto le fece pensare che probabilmente ci era nata li; certo, fosse dipeso da lei sarebbe uscita, si sarebbe messa a correre su quella collina che per tanto tempo era la sua unica percezione del mondo esterno, l’avrebbe valicata e sarebbe tornata in città, dalla sua famiglia, dai suoi amici, ma come poteva farlo? Non aveva nessuna possibilità, se non quella di restarci lì in attesa che qualcosa o qualcuno la tirasse fuori.
      Qualche passo e il muro di fronte era già raggiunto, una svolta verso sinistra e la porta sbarrava il passaggio. Come si sentiva schiacciata. Se almeno avesse potuto aprirla quella porta, solo un poco, il tempo di sgranchirsi le gambe e prendere una boccata d’aria, poi sarebbe tornata indietro e invece no, quella cazzo di porta era chiusa da chissà quanto e non c’era verso di spostarla nemmeno di qualche millimetro. Per un attimo la ragazza perse la pazienza e tirò un calcio proprio a quell’odiato varco che varco non era, essendo irrimediabilmente chiuso, un gesto abbastanza inconsueto per una come lei e difatti si sorprese, ma si sorprese ancora di più quando, dopo una piccola frazione di secondo, il rumore del colpo venne sostituito dal plin di qualcosa che cadeva. Come era possibile? Era sicura di conoscerla bene quella porta, con tutte quelle ore passate a fissarla se ne sarebbe accorta se per caso ci fosse stato qualcosa che sarebbe potuto cadere, eppure ora a pochi centimetri da lei, sul pavimento, un debole brillio certificava l’effettiva esistenza di un oggetto. Si chinò a raccoglierlo e per la terza volta in pochi secondi sentì quel colpo al cuore che capita quando succede qualcosa di inaspettato; non era possibile, non era proprio possibile, eppure...si avvicinò alla finestra per controllare meglio e si, non si stava sbagliando, quella era proprio una chiave e vuoi vedere che magari serve per uscire? Certo che se fosse stato così avrebbe dovuto prendere a testate il muro, aveva la soluzione a portata di mano e non se ne era mai accorta.
      Con un po’ di emozione si avvicinò alla porta e piano inserì la chiave nella toppa, niente da fare. Provò a invertire verso e questa scivolò dentro come se fosse stata appena oliata, poi uno scatto verso sinistra e
      Clac
      Alla donna sembrò di sentire un’incredibile energia provenire dall’esterno, tanto che per istinto la spinse con entrambe le mani, poi abbandonò la presa e restò a fissare la soglia circondata dalla luce che la stava seducendo sempre di più. Era il momento, non si poteva certo aspettare: senza pensarci troppo la aprì del tutto intenzionata a uscire fuori, ma subito venne abbagliata e dovette retrocedere per non perdere la vista. Era la luce esterna e lei aveva dimenticato come era fatta.
      Socchiuse l’uscio, tutta quella luminosità era troppa da sopportare e tornò a sedersi sul letto; dunque, la porta non era più chiusa a chiave, bene, bisognava solo socchiuderla poco a poco in modo che gli occhi si abituassero a vedere fuori, poi sarebbe bastato uscire e quindi….
      Quindi cosa c’era da fare? Dove sarebbe potuta andare una volta fuori di li? Sentiva che da sola non ce l’avrebbe fatta a camminare di nuovo in un posto che era più grosso dei due metri per tre in cui era abituata a stare. Se solo avesse potuto fare affidamento su qualcuno sarebbe stato tutto più semplice.
      Ma che stupida! Si ricordò improvvisamente che proprio li, vicino al suo letto in effetti qualcuno c’era: era la sua amica, la persona con cui aveva condiviso tutta l’infanzia e ultimamente, era il caso di dirlo, anche i momenti più bui. La chiamò mentre stava dormendo, come sempre
       
      -Hey, hey-
      -Mmmmmm-
      -Dai, sveglia-
      -Che c'è?-
      -Sveglia che è ora di uscire-
      -Ma che cazzo dici, se siamo chiuse qui dentro da sempre-
      -Si, ma ora Sempre è finito, guarda-
      La stanza si riempì di luce, troppa luce tutta assieme
      -Uuuuh e chiudi che mi hai appena svegliata-
      -Dormi sempre tu-
      -E che dovrei fare?-
      -Beh, comunque, hai visto?-
      -Si, si, ma….come hai fatto?-
      -Niente, c’era la chiave-
      -Come c’era la chiave?-
      -Eh si, era li sopra la toppa della porta-
      -Ma non prendermi in giro-
      -Te lo giuro!-
      -Belin! Allora usciamo-
      L’amica scese con un balzo dal letto ed era già pronta a uscire quando si fermò
      -Si, ma per andare dove?-
      -Eh, appunto-
      -Beh, ma qual’è il problema? Possiamo inventarcelo il dove -
      -Oh, bene. Sono contenta che anche tu la pensi così, perché avevo paura di non farcela da sola-
      -Potremmo andare sulla collina-
      -Si!-
      -E poi magari oltre-
      -Si!-
      -E scendere giù in città-
      -Si, si, si!-
      -E poi andremo dai nostri uomini, dalle nostre famiglie e da tutti i nostri conoscenti e diremo loro “Visto come siamo state brave? Siamo passate oltre la collina!”-
      -E non solo, potremo anche andare a raccontare alla gente come abbiamo fatto, in modo che anche loro, se si trovassero in una stanza buia, saprebbero come uscirne-
      -Si! E costruiremo case, così grandi da poterci vivere tutti insieme e ci saranno finestre enormi, in modo che non dobbiamo più vedere il buio-
      -Si, mi piace-
      -E allora?-
      -Facciamolo-
      Ma improvvisamente quell’entusiasmo si spense e al suo posto crebbe una commiserazione
      -Ma tanto non siamo capaci, dove andiamo?-
      -Hai ragione, c’è troppa luce la fuori, mica ci siamo più abituate-
      -Già, dopo tutto questo tempo-
      -Forse è meglio aspettare…-
      -Si, credo di si. Aspettiamo un momento migliore, quando ormai i nostri occhi si saranno riabituati alla luce-
      -Però potremmo lasciare la porta aperta, così, tanto da ricordarci che fuori c’è un mondo che ci aspetta-
      -Ma va! Ormai siamo come vampiri, se guardiamo troppo la luce i nostri occhi bruceranno-
      -Hai ragione, meglio chiudere-
      -Si. Chiamami quando ti senti pronta-
       
      L’amica si riaccasciò sul letto e si voltò con la faccia verso il muro, mentre la donna richiudeva lentamente la porta. Per un attimo ebbe la tentazione di lasciarla socchiusa, ma poi un soffio di aria calda la spaventò. Nascose la chiave sotto il materasso nella speranza di dimenticarsela: lontana ogni tentazione, lontano ogni pensiero; si avvicinò di nuovo alla finestra e scrutò il paesaggio cambiare lentamente colore prima col rosso del tramonto, poi col blu notte, il giallo autunno, il bianco inverno e il verde primavera. Pensò che si, fuori c’era una luce bellissima, ma tutto sommato lei dentro a quel buio ci stava bene e magari chissà, forse un giorno ne sarebbe uscita. O forse no.

    • L’altra mattina, mentre stavo ancora dormendo, qualcuno ha suonato il campanello di casa: era il vicino, un uomo sui trentacinque anni circa che da poco si era trasferito nell’appartamento a fianco insieme alla moglie e al figlio. Beh, quella mattina mi viene a cercare e a me già girano i coglioni perché stavo dormendo e odio essere svegliato quando dormo; apro e lo vedo li, con la faccia bianca come il latte, due occhi vuoti come di chi fosse posseduto da un fantasma
      -Ho ucciso mia moglie- dice
      -Frega cazzi- rispondo
      Lui sembra non avermi sentito e comincia a sciorinare una serie di scuse sul perché lo ha fatto e a me continua a fregare meno che niente. Sto valutando l’idea di chiudere la porta e tornare a dormire lasciandolo lì a parlare da solo, quando mi dice
      -Mi devi aiutare-
      -Io?-
      Abbandono l’idea di tornare a letto, sono curioso di capire come intende coinvolgermi in tutta questa storia e resto ad ascoltarlo: lui dice che devo aiutarlo a liberarsi del cadavere, che conosce già un posto - lo stava studiando da tempo - solo ha bisogno di qualcuno con un’auto o un furgone per portarci il corpo e che possibilmente gli dia una mano a scavare la fossa. Gli dico che va bene, tanto sua moglie non la sopportavo nemmeno con quella cavolo di mania di strillare come un’aquila sempre, tutto il giorno, così prendiamo due sacchetti di quelli neri da spazzatura, grossi, uno lo facciamo passare per la testa, l’altro dai piedi, leghiamo tutto con del nastro da pacchi e trasciniamo il cadavere per le scale senza preoccuparci degli altri condomini che tanto anche se ci vedessero non direbbero niente, carichiamo il corpo sulla mia auto poi mi metto alla guida e mi faccio indicare la strada, finché non arriviamo nei pressi di un grosso prato poco oltre un boschetto; ci fermiamo, scaviamo una fossa un po’ lontana dal ciglio della strada e ci gettiamo dentro la moglie rompicoglioni, chiusa in quella buca non dovrebbe più strillare.
       
      Mi sveglio, qualcuno sta suonando al campanello e anche se a me solitamente girano i coglioni quando mi svegliano, stavolta mi girano un po’ meno perché stavo facendo un brutto sogno. È il mio vicino, ha una faccia bianca come il latte e due occhi che pare sia posseduto da un fantasma.
      -Ho ucciso mia moglie-
      -Oh, mi dispiace- dico cercando di mostrare più compassione rispetto al sogno
      Lui comincia a sciorinare una serie di scuse sui motivi e io mi chiedo: ma perché cavolo l’hai uccisa se poi ti devi pure scusare? Non chiudo la porta, aspetto che mi chieda aiuto e difatti poco dopo:
      -Mi devi aiutare-
      -Io?-
      Ma tanto so già cosa vuole. Dice che devo aiutarlo a liberarsi del cadavere, conosce già un posto che stava studiando da tempo, ha bisogno di un uomo con un’auto o un furgone e che possibilmente possa dargli una mano a scavare la fossa. Io dico di si senza nemmeno ascoltarlo, tanto sua moglie non la sopportavo nemmeno con quella cavolo di mania di strillare come un’aquila tutto il giorno. E poi menava le mani, sì, li sentivo io gli schiaffi che tirava al bambino quando le venivano i cinque minuti e non va bene far male alle creature. E mamma mia, che brutta che era: faccia butterata, pancia molla, gambe che sembravano cotechini, culo basso, largo e flaccido. Dico io, si è mai vista una più brutta di così? E va bene che magari la bruttezza non giustifica un omicidio, ma meglio lei che una figa della madonna, no? Che poi magari se fosse stata figa non sarebbe nemmeno morta, mica uno è così scemo da ammazzare la moglie gnocca, almeno che lei non gli faccia le corna. E poi diciamocelo, lui le ha fatto un favore ad ammazzarla: sì, perché le sentivo le loro liti e la sentivo urlare che la sua vita ormai era rovinata; se lo era davvero, e non ho ragione di credere che non lo fosse, tanto vale terminarla, no? O sbaglio?
      Comunque, l’abbiamo messa dentro due sacchetti neri di quella da spazzatura, grossi, uno glielo mettiamo per la testa, l’altro per i piedi, leghiamo tutto con del nastro da pacchi e carichiamo sulla mia auto, incuranti degli altri vicini che tanto non hanno visto e se hanno visto se ne stanno, anzi, magari ci danno pure una mano. Stavolta ci portiamo pure il figlio, un bambino che frigna continuamente probabilmente per noia, perché non è possibile che gli manchi una madre come quella. Continua a dire “Mamma, mamma”, ma io mi convinco che invece dica “Panna, panna”, tanto che ad un certo punto sbraito
      -Ma non vedi che dobbiamo seppellire tua madre? Come cazzo facciamo a fermarci per comprarti la panna? Se stai bravo dopo ti compriamo tutta la panna che vuoi, ok?-
      Lui scoppia a piangere così forte che non riesce nemmeno a respirare e in poco tempo diventa talmente rosso che penso stia per scoppiargli la testa, mentre il padre si limita a guardarci come un ebete
      -Vuoi farlo smettere?- gli grido
      Poi mi metto alla guida, mi faccio indicare la strada, passiamo il boschetto, arriviamo nei pressi di un campo e dopo qualche metro cominciamo a scavare, scavare, scavare, sempre con le urla del bambino nelle orecchie, fino a quando la buca non ci sembra sufficientemente grande e gettiamo il sacco dentro. Stiamo per cominciare a richiuderla quando il bambino si getta sopra il sacco e si mette a strillare come un forsennato
      -Panna, panna, voglio la panna-
      Si agita
      -Paannaaaa-
      Si china verso il sacco
      -Paaaannaaaaa, noooo-
      Cerca di strappare il sacco con le mani. A questo punto perdo la pazienza e con la pala gli do un colpo dietro la testa secco e preciso; non lo sapevo, ma evidentemente devo essere bravo con i colpi, perché lui cade per terra con il cranio fracassato.
      -Cazzo, ora ci toccherà scavare una fossa più grande- dico e comincio a scavare
      Il vicino mi guarda incredulo, ha una faccia che fa davvero ridere ora con quella bocca aperta e gli occhi da pesce palla. E infatti gli scoppio a ridere in faccia
      -Che….che cosa hai fatto?- chiede
      -Avevi un figlio proprio capriccioso, lo sai? Ma gliela avete insegnata l’educazione?-
      Lui avanza verso me e cerca di strapparmi la pala dalle mani
      -Bastardo, bastardoooo- urla
      Bastardo? A me che l’ho aiutato? Bel ringraziamento!  Si piega in ginocchio, picchia con le mani per terra e io mi rompo definitivamente i coglioni. Senza pensarci due volte colpisco anche lui che tanto ormai sono capace a farlo e siccome sembra che gli abbia fatto solo un po’ male, per non farlo soffrire picchio ancora più forte e il sangue che esce da quella testa mi fa capire che stavolta ce l’ho fatta. Sono seccato, proprio ora che il lavoro era quasi terminato questi due hanno dovuto mettersi a rompere il cazzo, ma per fortuna scavare è meno pesante di quanto pensassi e in poco tempo riesco a fare una fossa abbastanza grande da contenerli tutti, poi li chiudo e non mi preoccupo nemmeno di appiattire il terreno, non ne ho voglia. Torno verso la macchina facendo roteare la pala, felice, forse finalmente da stanotte si potrà dormire in pace.
       
      La morale della storia? Non so se ce n'è una, ma so che mi sono svegliato di colpo. La mia vicina sta strillando come un’aquila.

    •  Ero lì, seduta in un lussuoso ristorante situato in quel famoso “Ile de france” , insieme alla mia famiglia, di fronte ad un enorme orologio. Ad un tratto la band del locale smise di suonare. Tra le risate, gli schiamazzi, la musica, nessuno si accorse del tempo che passava così in fretta.
      23:59. L’ultimo minuto dell’anno.
       Il mio sguardo era perso. Perso nel tempo. Perso in un anno che era passato così in fretta, e ora stava per voltarmi le spalle per sempre.
      10…9…8…7…6…5… gli ultimi secondi.
       D’un tratto la mia mente diventò uno scrigno di pensieri offuscati. Un flusso caotico e  incontrollabile. Il chiasso intorno a me cessò gradualmente, e poi ogni cosa sparì.
       Il conto alla rovescia è quel momento in cui ti isoli dal resto del mondo, e la tua mente comincia a vagare nel passato e nell’ignoto. Un misto di emozioni pervade l’ animo. Sono pochi secondi che durano un’eternità. Il tempo sembra fermarsi. E cominci a pensare a quell’anno, a tutte le persone che sono entrate a far parte della tua vita, e a tutte quelle che ne sono uscite. Pensi a quei momenti bui, e a quelli brillanti di un’apparente luce eterna. Ti vengono in mente i momenti in cui ti sei sentito sprofondare, e poi quelli in cui ti la tua vita sembrava una montagna russa che va solo in salita. Quelle volte in cui ti sentivi una perfetta nullità e quelle, invece, in cui ti sentivi speciale. Poi pensi a ciò che verrà. Ci pensi, e ti sale un’ansia…
      Pensi a chi irromperà nel tuo cammino come un uragano devastante.  Chissà chi è che ti farà piangere. O chi invece sarà capace di farti sorridere il cuore. Chissà se riuscirai a realizzare qualcuno di quei sogni che tieni rinchiusi nel tuo cassetto con tanta cura e tanta speranza. E la speranza…sì…speri fino in fondo che quell’anno possa essere migliore di quello appena concluso, e lo speri con ogni singola molecola del tuo corpo.
      …5…4…3…2…1…
      00:00. Eccolo. Un nuovo anno andato. Un altro appena cominciato. Una nuova opportunità per ricominciare tutto da zero.
      A scrollarmi dai miei intensi pensieri, fu la confusione che seguì la mezzanotte. Bottiglie di spumante appena stappate, musica e applausi, strilli, odore di baci, profumo di felicità. Era tutto così intenso. Nell’aria percepivo qualcosa di diverso, qualcosa di singolare. Era magia. Che fosse speranza? Sentivo un dolce effluvio di splendida voglia di vivere.
      Feci il primo sorriso dell’anno. Anche io  profumavo di felicità. Profumavo di voglia di vivere anche io.
      Premiai ciascuno dei membri della mia famiglia con un tenero bacio e un dolce augurio, per essere stati sempre parte di me, di ogni mio anno. Alle 00:05, circa, decisi che tutta quella festosità mi stava soffocando, e tutto quel frastuono mi stava davvero danneggiando l’udito. Lasciai il locale per prendere una boccata d’aria fresca. Uscii per riempirmi i polmoni col silenzio della notte.
      Beh, avevo quasi dimenticato che tutto il mondo era in festa, e che appena fuori dal ristorante, non regnava di certo tutto quel silenzio di cui avevo bisogno. Volevo solo…non so, stare un po' felice per conto mio.
      Decisi di fare una passeggiata, come se a quell’ora della notte, in un luogo così grande e abitato, in una notte accesa e rumorosa, fare una camminata da sola fosse la cosa più normale e sicura che ci potesse essere. Ma in quel momento questo era l’ultimo dei miei pensieri. A breve distanza da lì c’era un parco; l’avevo visitato quella mattina stessa, e mi era sembrato semplicemente incantevole. Avevo letto su internet che la sua illuminazione era minima, per poter guardare le stelle, e c’era un’altura completamente buia, che offriva la visuale del panorama migliore. Ero dannatamente curiosa, e se anche avesse potuto essere pericoloso, in quel momento non me ne importava nulla.
       Io ero troppo felice. E volevo vedere le stelle, perché amavo da impazzire quei puntini luminosi, perché insomma, mi davano una sensazione di immensità e di perfezione, e di bellezza pura, e anche di libertà.  E nessuno me lo avrebbe impedito. Quella notte il cielo apparteneva a me.
      Feci una piccola corsetta per arrivare lì più in fretta. C’era un vento leggero che mi accarezzava la pelle e mi smuoveva i capelli. Un’arietta fresca ,che mi dava una sensazione di assurda libertà.
      Appena arrivai di fronte il cancello, notai che era chiuso; ma quella sera non mi avrebbe fermato niente e  nessuno.
      Scavalcai. Fu piuttosto semplice.
      Entrai e percorsi il sentiero principale che portava dritto alla collinetta. Sorridevo . Non mi sfiorò assolutamente il pensiero che io potessi non essere l’unica persona che aveva voglia di stare sola quella notte. O che potessi non essere l’unica che amava guardare le stelle.
      Io correvo. Correvo verso l’infinito. Del resto non mi importava nulla.
       Poi qualcosa accadde. Mi prese un forte dolore alla milza, che mi costrinse a spegnere il mio sorriso, e a fermarmi a metà strada dalla meta. Mi girai e alla fioca luce di un lugubre lampione, vidi una figura nera e incappucciata che veniva verso di me a passo sereno. Inquietante.
       Mi sentii collassare. Respiravo a fatica. Persi ogni forza per qualche istante. Nella mia mente si fecero spazio i pensieri più macabri.
       “Il mio anno si conclude qua. O forse del tutto, la mia vita”, pensai.
       Tuttavia, con il cuore che mi balzava nel petto e un terribile nodo alla gola, decisi di riprendere a correre. Continuai a correre. A correre verso l’infinito.
      Corsi e mi accorsi che lui o lei che fosse, mi stava inseguendo: aveva cominciato a correre. Maledetta la mia felicità, cosa mi aveva fatto fare!
      Arrivai in alto con il fiatone e con tanta paura che dominava la mia mente e tutto il mio corpo. Inciampai su una pietra. Caddi. Decisi di mollare. “Se qualcosa può andar male, andrà male”. Non lo dicevo mica io.
      Mi affidai al destino.
      La figura nera ora era sopra di me. Diedi uno sguardo al cielo, e nonostante tutto, sorrisi. Era un cielo strabiliante.
      E, strano…ma il destino mi fece un regalo.
      Si tolse il cappuccio. Tutta la mia paura si fece da parte. Giuro, era il ragazzo più bello che io avessi mai visto nei sedici anni della mia vita. Mi persi nei suoi occhi, che brillavano come le stelle nel cielo, di un verde smeraldo che era puramente fiabesco. Il suo sguardo mi rapì l’anima.
       Onestamente, non sapevo cosa aspettarmi in quel momento; così non mi aspettai nulla. Lo fissai a lungo e rimasi incantata. Non saprei come descriverlo, perché era meramente indescrivibile.
      Fu davvero inaspettato ciò che fece. Rimasi trasognata. Si stese accanto a me, scrutò il cielo con aria sognante e come se ci conoscessimo da una vita, mi disse :
      “È la cosa più bella che io abbia mai visto, dopo di te”
      Girò la testa verso di me e mi vide sorridere. Fu uno dei miei sorrisi più veri. Non sapevo che dire, mi aveva completamente stupita.
      “Perdonami, se ti ho spaventata “
      “Pensi che io sbagli a credere che siamo qui per lo stesso motivo?”
      “Qualunque sia la risposta, non potrei chiedere di meglio”
      "Già. C'è qualcosa di magico nell'aria, questa notte"
      Forse sbaglio a pensarlo, ma in quel momento eravamo entrambi fontane di felicità e generatori di sorrisi. Senza un perchè. Eravamo soli, in una notte speciale. Forse a renderla così magica era il fatto che fossimo felici, e semplici sconosciuti. Fu uno di quei momenti speciali, uno di quei momenti che ti porti nel cuore per tutta la vita. Provavamo una sensazione di infinito.
       Io ero infinito. Lui era infinito. Eravamo perfetti. Sotto un cielo infinito. Sotto un cielo perfetto.
       Quello fu l’inizio di un qualcosa di immenso. Fu l’inizio di una storia rara, una delle più belle. Fu l’inizio di un amore perfetto ,e così dannatamente imperfetto.
      Un amore perfettamente imperfetto, e così vero. Un amore come solo nelle fiabe lo si può trovare.

    • Questo è uno stralcio scritto da me, di qualcosa che ha appena iniziato a prendere forma. Io mi chiamo Marcello e ho ormai 49 anni. Aspetto i vostri consigli e commenti. Non vi risparmiate
       
      L'asfalto era bagnato. Tutt'intorno alla rotonda, gli alberi trattenevano il vento rendendo l'atmosfera ancora più piatta e afosa. Illuminate dalla luce dei lampioni presenti, le gocce di pioggia parevano minuscoli fiocchi di neve. Ancora più in alto nel cielo, privo di stelle, si sfumava il chiarore grigiastro e fiacco della città. File ordinate di sempreverdi affiancavano la strada impedendo di trovare altri punti di riferimento. Contro quei tronchi avrebbe potuto finire l'auto di Sato. La sua Nissan era stata tamponata di proposito dall'unica altra vettura presente sulla strada. Ma l'immediato tentativo di evitare l'uscita dalla carreggiata, uno sterzare violento verso l'interno, l'aveva salvato. Il mezzo era sbandato zigzagando con il muso dentro l'aiuola spartitraffico. Il circuiti del motore elettrico avevano sbuffato un'ultima volta prima di spegnersi. L'urto aveva danneggiato qualche non specifica componente interna, distrutto la parte posteriore della vettura e spezzato il parafanghi. L'impatto era stato immediato. Tre secondi prima, Sato aveva l'assoluta certezza di essere l'unico nel raggio di trenta metri. Tutto si era svolto mentre l'auto si stava immettendo sulla strada verso la residenza, dove la notte prima si era trasferito. Gli era evidente che era appena scampato a un tentativo per metterlo fuori gioco, il secondo in due giorni, e che chi stava alla guida – o chiunque avesse programmato l'auto – era a conoscenza dei suoi spostamenti.
      Era mezzanotte e non c'era anima viva. Gli ingressi della rotonda, come del resto le uscite, erano deserte da almeno mezz'ora. Nessuno aveva visto l'impatto, né tanto meno i veicoli. Con le braccia tremanti e l'adrenalina ancora in corpo, Sato scrollava la rubrica con il pollice sudato. Stava seduto con la schiena appoggiata alla ruota destra anteriore. La terra gli bagnava le mutande. Con il timore di farlo cadere, teneva il palmare con due mani. Trovata la voce che stava cercando, si rialzò di scatto con il contatto “EMERGENZA STRADALE” in chiamata.
       
      L'agente assicurativo arrivò dopo mezz'ora. Di quell'uomo risaltava subito la bassezza, con un'età almeno due volte quella di Sato, motivata dall'espressione rugosa e da una lieve gobba, e la testa spelacchiata, coperta in parte da qualche ciuffo bianco. La sua espressione era la stessa di chi era stato buttato giù dal letto a schiaffi. Senza una divisa, indossava dei grossi guanti da lavoro, un gillet pieno di tasconi e dei pantaloni di jeans strappati in più punti, che gli erano vistosamente larghi. Al contrario, l'assicuratore che aveva raggiunto Sato il giorno precedente si era presentato in perfetta uniforme: un cappellino blu, una tuta da lavoro dello stesso colore, il tutto marchiato dallo stemma dell'azienda. Quell'anziano individuo era il primo agente estraneo al Network che gli capitava di fronte. Le pratiche burocratiche per l'incidente erano azzerate. Non erano previste domande sulla dinamica e non sarebbero stati richiesti nemmeno codici di identificazione o URL abitativi. Nessuna card da mostrare, nessuna scannerizzazione da satellite, nessuna firma elettronica e anche stavolta nessun profilo da perseguire. Sato aveva aggiunto quel contatto di chiamata da Cream circa ventiquattro ore prima. Su quel social network si potevano trovare anche questo genere di dritte, scampoli di un'epoca dove le reti sociali online erano anche luoghi dove poter rintracciare i “contatti giusti”.
      Non aveva la più pallida idea di chi avesse di fronte, se quell'uomo lavorasse a tempo pieno, se fosse alle dipendenze di qualcuno o se si occupasse anche d'altro. Aveva accettato anche il fatto che le telecamere non erano in grado di cogliere l'impatto. Era disilluso. Guardando le immagini si avrebbe potuto notare quell'anomalia: la parte posteriore dell'auto, spinta da una forza invisibile, accartocciarsi come presa in pieno da un'onda d'urto nata dal nulla. Non era ancora riuscito a darsi una spiegazione. Sotto la sua vecchia abitazione era successo lo stesso. L'assicuratore monitorando i video della zona aveva reagito con un silenzio esterrefatto e aveva annullato il report dell'incidente. Sato però era riuscito a riconoscere il colore del veicolo. La carrozzeria era dello stesso nero metallico che aveva visto poco prima, qualche istante prima dell'impatto.
       
      Appoggiato a un lampione, con la testa curva verso il basso, Sato sentiva la sua cena risalire attraverso l'esofago. Intanto la luce della stampante a ventosa in carbonio elastico aveva cominciato a lampeggiare regolarmente da un bianco tenue ad un pallido arancione. L'oggetto pompava attraverso un tubo bianco un mix di plastiche organiche e tungsteno da un grosso serbatoio, posto nel cofano della monovolume dell'agente clandestino. Per alcuni minuti la macchina operò a ritmo sempre più lento finché un segnale sonoro non ne segnò l'arresto. Quell'omino premette un tasto da un telecomando: la ventosa si staccò dall'auto e cominciò a contorcersi formando una palla bianca con il tubo. La sfera, diventata delle dimensioni di un pallone da calcio, finì di attorcigliarsi dentro il serbatoio.
      Aveva vomitato per tutto il tempo della riparazione. La sua schiena e il suo sedere erano bagnati fradici. Una macchia gialla e grigia era comparsa sull'asfalto. L'agente non aveva fatto una piega. Aveva finito il suo lavoro e stava chiudendo a fatica il cofano scassato della sua monovolume.
      Sato fece scivolare le mani umide sulla carrozzeria riparata per verificarne la qualità. Tastava ogni segmento per accertarsi del lavoro dello sconosciuto. Con la torcia del palmare accesa, si chinò piegando le gambe e la schiena. Il paraurti era liscio. I materiali erano stati stampati con un precisione. I tubi di raffreddamento erano sigillati. Non c'erano imperfezioni, nessun difetto di saldatura. Tutto era stato riavvolto da un nuovo strato di carbonio.
      L'agente impostò il suo palmare per la transazione in cryptodrop. Con una mano appoggiata sul vetro della sua Nissan, Sato pagò e fu sul punto di vomitargli sui piedi. Un balzo dell'uomo salvo le calzature dai succhi gastrici. Il suo stomaco, come pareva, non si era calmato.
      Un senso di assoluta debolezza prese Sato. Il veicolo dell'agenzia era ripartito.
       

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