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  • Storie

    Promuovi qui le tue storie.

    • Ospite

      Chiara

      By Ospite, in Letteratura non di genere,

      Era una donna come tante, a prima vista, ma in lei si celava qualcosa, dietro i suoi occhi blu profondo, che come il mare nei loro abissi sconosciuti, nascondevano segreti.
      Era una donna sposata con figli, una cosidetta famiglia normale.
      Lavorava come impiegata, le piaceva il suo lavoro, era precisa e a casa dava il suo meglio come calinga.
      Chiara, questo era il suo nome, ma in lei nulla era trasparente, nascondava, tramava, desiderava altro, un altro uomo. 
      "La vita è davvero tutta qua?"
      Si domandava, quello che aveva non le bastava, se non che, un giorno...
      "È lui! Fabio, il mio grande amore!"
      Pensò Chiara mentre incontrò per caso Fabio, un suo ex collega di lavoro. 
      " Ciao Chiara, come stai? Ti trovo bene? Mi fa piacere vederti, quanti anni..."
      "Eh sì, tanto tempo è passato ma sai" disse con un po' di malizia "io non ti ho mai dimenticato. E che dire dei nostri pranzi insieme a sparlare del capo, quante risate."
      "Già" disse lui imbarazzato e aggiunse "in verità ho sempre avuto una specie di cotta per te."
      Chiara era al settimo cielo, il mio treno sta passando qui e ora, devo prenderlo, pensò.
      "Anche io ho sempre avuto una cotta per te!" disse lei " Perdiamoci l'uno nell'altro, partiamo, io sono tua, tu sei mio, niente è più importante!"
      "Dimentichi le nostre famiglie" le ricordò Fabio "e poi io comincio ad avere una certa età, non me la sento, scusa davvero ma devo andarmene.
      Non pensare più a noi, non possiamo e non voglio. Ciao Chiara."
      Chiara rimase stupita, sembrava così vicina la sua felicità, poteva quasi toccarla e invece...non possiamo e non voglio.
      Il mondo le crollò addosso, tutto quel tempo sprecato a pensare a lui, triste e malinconica se ne tornò a casa.
      A casa Giulia la sua bambina le corse incontro abbracciandola e Chiara solo allora si rese conto di quello che aveva detto a Fabio...partire, abbandonare tutto.
      Sentendosi in colpa abbracciò forte forte sua figlia e si ripromise di non pensare ad altro se non a lei, l'unico vero tesoro che doveva essere nascosto dietro il suo sguardo.

    • Daccapo

      By Emily@, in Poesia,

      Non facile è stato il mio viaggio
      coi pesi attaccati alle caviglie
      al posto di braccialetti indiani
      Con la zavorra nella testa
      invece che pensieri trasparenti
      Con parole come vetri taglienti sotto i piedi
      e non parole d’amore morbide come pantofole
      Con l’ansia per compagna
      quando per amica avrei scelto l’allegria
      Semmai ricominciassi la salita
      lo farei con uno zaino vuoto, consumato
      dall’esperienza
      Pieno del niente che lascia posto a ogni cosa.
       

    • I
      CANZONETTA NAMMURATELLA
       
       
      Quante volte mi son  detto,  me ne voglio ire da qui  , andare dove  mi pare,  sentirmi vivo   , addò si può  sentire  ò viento n’faccia , dove crescono le canzone  miezzo all’evere addirosa  , lontano  da stò  casino , dove  l’ammore me porta , mane e mano come quando ero  piccirillo , sopra  a una giostra con tanti cavaluccio. E ti vorrei  vasà  mattina e sera , sotto a un capriciore , coppo ò lietto , sentirti  vicino ò core mio , come l’onne dello mare , vorrei   perdermi  in questi sogni  di  passioni .  Quante volte,  mi son  detto,  me ne voglio ire  da qui  , andare dove  posso conoscere  una femmina  capace che  se sceta all’intrasatte di notte ,  si trucca ,  si  fa bella , chiù bella , come tanto tempo fa , mi da nu vaso azzuccuso sopra la guancia.  
       
      Ma la morte , l’incomprensione,  la resistenza alla  forza dello destino , hanno  messo un  bastone mezzo allo senso  delle parole  mie , le quale  scuntrose e scetavaiasse mi hanno voltato la faccia  . Me voglio scurda ò cielo di chesta terra  , mi voglio scurdà  tutto ò  male che  ha  rovinato  a vita  mia  . Canto in  mezzo alla vita   cammino come si fosse muorto.  Chesta   ammore  se pigliato
       l’ anima  mia ,  se messo adderete a me , ma portato paradiso,  ma fatto conoscere  tanti  santi , ma io  ora come faccio a me scurdà  degli occhi tuoi , dei  baci  tuoi ,  come me faccio a scurdà  tutte quello che ho  passato . Come quella volta che  tornai dalla guerra ferito  dallo  fuoco nemico ,  dentro  mille triste  canzone , son tornato per starti  vicino .  Ed ora ammore mio ,  canta  assieme a me questa canzone  appuncundruta ,  scinne con me funno all’anima  dello munno ,  vicino allo   sciato  delle  parole ,   scetate .
       
      Nun voglio chiù sapere,  notizie,  d’amici e parente , nun voglio chiù sentire  il freddo dall’ossa che mi ricetta , ne lo  scuorno dello scrivere n’ata lettera  e n’ata canzona .  Piglia , sciato anima  mia ,  figlia  delle   mie arie    , lucenti   tra le stelle , mezzo allo cielo a sera. Nun voglio sape chiù niente e chiù niente me rimane.  Eri accussi bella  mi ha  pugnalato alle spalle,  ti  se messo con un altro  secco e luongo , mi ha  lassato solo,  miezzo una strada n’fosa ad aspettare che passasse l’autobus. Ed io m’incammino con lo core  mano , dentro una  passione ,  rassignato.  Io ero stato sincero con te , avevo venduta  l’anima  mia , allo diavolo che tiene lo banco  a mezzo cannone , mi sono lasciato andare  dentro chesta sciorta,  dentro a  chesta morte.
       
      Ma quante è  bella , Napule mia , quando fa  l’ammore che ti fa santo , poeta  e signore . Sento l’addore de maccarune uscire dai bassi   , tra le braccia delle femmene , che te  la danno  per  pochi  euro . Napule è tutto nu suonno,  nu vicolo lungo che me pare nu finisce mai.  Come è bella Napoli non l’aggio mai visto accussi come stasera ,  silenziosa,   dentro una passione,  solitaria  come l’onne dello mare che bagnano la  spiaggia di Mergellina ,  bagnano  le coste  illuminate,  mentre  le navi  al porto ballano  sopra l’onne dello mare  , mi sembrano  briache  come  me , vagabondo sotto stò cielo , sotto le stelle, a piedi  verso il largo  dello Castiello.
       

    • CAP 1
      La guardia prese la torcia dal muro e dopo aver esaminato alla luce il viso dello sconosciuto, accennò con la testa al forestiero, indicandogli la porta e la via per entrare nella città. La porta scricchiola e il forestiero è entrato nella città. La quiete della notte viene interrotta dal rumore insolito degli stivali del forestiero, e dal conseguente scoppio dei latrati dei cani, che nel sonno fanno maledire lo sconosciuto dai sonnolenti abitanti. Dopo alcuni minuti, il rumore degli stivali si interrompe. Si è fermato davanti ad una casa.
      Tutte le case intorno ammutoliscono, i cani vengono fatti zittire, il silenzio regna. Un rumore di nocche metalliche che incontrano il legno di una porta risuona nel silenzio della notte, un rumore sommesso di pianto risuona leggero dalla casa. Un altro suono viene ad interrompere la falsa quiete della notte, identico al precedente, impaziente, questa volta. La porta si apre, e lo sconosciuto entra nella casa, facendo tirare un sospiro di sollievo alle facce oscure che per tutto il viaggio lo avevano seguito da dietro le finestre.
      15 minuti. In un quarto d'ora, tutto inizia e tutto finisce. All'inizio il silenzio, ma dura poco, sostituito immediatamente da alcuni bisbigli, mischiati a dei lamenti sommessi, sostituiti a tratti da un pianto ininterrotto. I bisbigli diventano sempre più alti, ma troppo lontani per essere compresi dagli ascoltatori silenti delle case intorno. Un rumore secco, e tutto è finito i bisbigli sono terminati rimangono solamente dei lamenti sommessi, ma anche quelli sono destinati a terminare a momenti.
       
      Quella mattina alla casa arrivarono un gruppo di guardie, che arrivarono giusto in tempo per fermare i primi curiosi che iniziavano ad affluire verso il luogo di interesse. "Mattina movimentata eh? Riguarda gli avvenimenti di ieri sera ci scommetto" chiese un abitante i quelle case lì intorno, " Spiacente amico, sono cose che non ti riguardano, perciò chiedo a te e ai tuoi compaesani" rispose una guardia, adesso urlando per farsi sentire dalla folla di curiosi, "di allontanarsi da qui e di lasciare libera la strada" e, vedendo che soltanto in pochi riluttanti accennavano ad allontanarsi, riprese ad urlare, questa volta sguainando la spada; "questa sarà la prima e ultima volta che mi ripeto. Se non sgomberate l'area immediatamente, sarete arrestati e portati tutti in catene al tribunale dell'inquisizione!" Quello che fece impaurire la folla non era la minaccia del'arresto, poiché sapevano con certezza che la guardia cittadina non avrebbe mai permesso che così tanti cittadini sarebbero potuti essere incarcerati, anche solo per un fattore di spazio che era molto ristretto nelle piccole prigioni della cittadina. I cittadini erano rimasti spaventati dalla minaccia di essere portati al tribunale dell'inquisizione, nel quale venivano portati solamente gli oppositori della chiesa, e mai nessuno ne usciva, almeno non sui propri piedi.
      Mentre la folla si disperdeva, un forte rumore di zoccoli sulla strada risuonava sempre più forte; pochi attimi dopo, dall'angolo della strada, comparve a tutta velocità un drappello di cavalieri. In totale erano cinque, di cui quattro vestivano una lunga tunica bianca con una grossa croce rossa al centro del petto; un cappuccio bianco gli copriva interamente la testa, eccezion fatta per le facce, che però erano nascoste dietro un pesante elmo di ferro squadrato; ai fianchi del cavallo era legata una spada, una lunga spada decorata con filamenti d'oro intrecciati. Il cavaliere in testa invece indossava una armatura completa in ferro brunito, con decorazioni in oro, come la croce che portava sul petto. Aveva la faccia scoperta, lunghi capelli neri che, spinti dall'aria, ricadevano sulla schiena. Subito la folla che si apprestava a andarsene, si spostò velocemente per far posto ai nuovi arrivati. Colmi di curiosità tutti i cittadini rimasero lì a guardare, dimenticandosi delle minacce precedenti. Appena i cavalieri si fermarono davanti alla casa e davanti alle guardie, questi ultimi si inchinarono a terra, aiutando a scendere i nuovi arrivati da cavallo; solo il cavaliere con la faccia scoperta rimase in sella. "Chi è tutta questa gente?" domandò, non aspettandosi di certo una risposta, "perché non è ancora stata sgomberata?" questa volta si girò a guardare le guardie; " mio signore, gli abbiamo già ordinato di andarsene, ma questi bifolchi non hanno ascoltato" rispose allora il capo delle guardie.
      Il cavaliere allora, alzandosi sul cavallo con voce autoritaria disse: “Cittadini, se non vi allontanate immediatamente, vi passerò a fil di spada uno ad uno finché di voi non rimarranno che carcasse per corvi!” e mentre finiva di parlare i cavalieri vestiti di bianco sfoderarono le spade e iniziarono ad avvicinarsi alla folla che aveva già capito che era meglio cambiare aria e allontanarsi, reprimendo controvoglia la loro curiosità.
      Dopo che si furono allontanati tutti il cavaliere smontò da cavallo e, mentre questo veniva portato via da uno dei cavalieri, entrò nella casa, dove rimase per qualche ora, mentre i suoi cavalieri sorvegliavano la porta. Dal fuori, la casa sembrava normale, ma non si può dire la stessa cosa dell’interno; appena varcata la porta il cavaliere non poté fare a meno di sentire il forte odore di spezie e di erbe che veleggiava lungo la stanza. Sul tavolo ancora i resti della cena erano rimasti intoccati, quattro piatti, cinque bicchieri. Continuò ad esaminare la stanza, e notò che i cassetti erano tutti stati rovistati, aperti o rovesciati; le uniche cose rimaste nella stanza erano oggetti senza valore, non che ce dovesse essere stato molto in una casa così povera, pensò il cavaliere. Procedette a salire le scale che portavano alle camere e mentre saliva le scale subito sentì l’odore pungente del sangue e dell’appena iniziato processo di decomposizione. Mettendosi un panno bagnato con delle erbe profumate fattosi portare da uno dei suoi cavalieri, salì l’ultimo gradino e si ritrovò nel corridoio che portava alle camere. Tre porte. Passa in rassegna le prime due, trovandole tutte buttate all'aria, rovistate, ma nessun corpo. l’odore del sangue cominciò ad aumentare man mano che si avvicinava alla porta della terza camera. Il cavaliere la spinse con un piede, aspettandosi il peggio e sfoderando la spada; quello che vide dentro la camera fu un massacro. Due corpi di quelli che il cavaliere dedusse fossero poveri artigiani erano a terra con la gola tagliata. Sono stati uccisi alle spalle, pensò il cavaliere dopo aver esaminato i tagli attentamente. Procedendo verso l’interno della camera il sangue putrido iniziò ad attaccarsi alle suole dei suoi stivali. Il cavaliere si imbatté in un letto. Sul letto, giaceva il corpo di un ragazzino, Anch'esso con la gola tagliata. Le vesti del ragazzo erano strappate all'altezza del busto. Sotto le ascelle, bubboni violacei. Peste, pensò il cavaliere indietreggiando e premendosi il fazzoletto bagnato sul viso, terrorizzato. Mezz'ora dopo il cavaliere sedeva con il capo della guardie nella stanza di sotto, discutendo. Due ore dopo, un’alta pira arse al di fuori delle mura della città.

    • L’uomo dal volto bianco e raggrinzito
      si siede affianco al vecchio col bastone.
      Sguardi intensi tra luminose stelle,
      l’un che urla a gran voce la passione,
      l’altro che porta in alto la giustizia.
      Il bel fanciullo tenta di quietare
      la guerra tra le due stelle virtuose,
      cantando il gran valore dell’amore.
      Ma il dolce giovin è debole e scarno,
      e il suo canto si perde nell’affanno.
      Solo la donna che veste d’azzurro
      si tien lontana dal violento scontro.
      Ha fede nell’uomo che ha nel cuore
      una vita vissuta con giustizia,
      ricca di vera passione e colma
      d’amore.

    • Inizia a scrivere la tua storia...
       
      Quella sera nella discoteca alle porte di Roma vomitai nel tazzone del bagno l’ impossibile, qualche stronzo aveva sicuramente alterato il mio cocktail e quando uscii dal locale lo stronzo era sparito , mi costrinse così a fare l’ autostop per tornare a casa. Nel parcheggio della discoteca c’ era una coppia che stava per rientrare ma non volli darle fastidio e poi con la puzza d’ alcool che avevo addosso non mi avrebbero fatto sicuramente salire sulla loro auto, alla fine presi coraggio e chiesi ad un tipo che aveva la moto se poteva riaccompagnarmi gentilmente a casa . Il tipo scrutandomi dalla testa ai piedi  disse che non poteva per via dell’ unico casco che aveva per se . Alla fine quando ormai sembrava tutto perduto ecco che esce una persona che ho subito avvertito come fraterna e non  slumacona , poteva avere una quarantina d’ anni o forse anche di più, con quella poca lucidità che mi era rimasta gli spiegai la situazione e come per incanto mi ritrovai dentro la sua auto diretta verso la città . Ascoltavo la sua voce che mi chiedeva come mai il ragazzo che mi aveva accompagnato in discoteca mi lasciò lì da sola, gli risposi che avevo litigato con lui ma in realtà non gli dissi che quel ragazzo non era mio ma uno dei tanti stronzi che prima si fingono galanti e poi se non glie la sbatti in faccia ti mollano sul ciglio della strada, mi chiese come mai non avevo chiamato la polizia per farmi venire a prendere non gli risposi e finsi di ricevere una telefonata al cellulare, una volta arrivati sotto casa mia non ricordavo più nulla, mi ritrovai sola dopo tre ore sul divano del mio soggiorno vestita come la sera prima. Mi alzai da quel giaciglio dove penso di aver dormito ma senza sapere chi mi ci aveva messo sopra era domenica mattina , precisamente le ore 9 e io frugando nella mia mente ricordai che un tipo mi aveva accompagnato a casa dopo che quel bastardo di Simone l’agente della Public actors mi aveva mollata sola in discoteca , mentre bevevo acqua fredda direttamente dalla bottiglia vidi un biglietto sopra il tavolo lo presi in mano e lessi quello che c’ era scritto sopra “ Non arrabbiarti se non ti ho neanche salutata ma sei crollata a dormire, ti ho dovuto riportare io in braccio a casa! La prossima volta vai con persone fidate in disco magari con me, ciao Claudio. Ripiegai il biglietto e ricordai quest’ uomo che con gentilezza mi fece montare sulla sua macchina senza pretendere nulla in cambio , senza la pretesa di mettermi neanche un solo dito addosso , senza slumare guardando tra le mie gambe è bello che per una volta un uomo si sia preso cura di me , e ora che un laccio emostatico stringe il mio braccio destro avverto che non ho bisogno di droga che cestino insieme al laccio  e decido di farmi una doccia, acqua mista a bagnoschiuma alla vaniglia scoscia sul mio corpo fluida, calda e delicata , esco dalla doccia mi asciugo mettendo il mio accappatoio rosa, mi accendo una sigaretta e penso che se solo volessi la mia vita potrebbe cambiare in meglio da un momento all’ altro. Mi distendo di nuovo sul divano mi slaccio l’accappatoio e con la punta delle dita disegno un semicerchio tra il mio seno sinistro fino al pube e pensando a Claudio emetto un gemito che mi fa addormentare iniziando a percorrere sogni molto sensuali… All’ aperto di un mercato compravo frutta estiva che profumava di mare mi sedevo sulla pietra sporgente di un muro e iniziavo a gustare un’ albicocca che mi deliziava e stuzzicava in me il desiderio di mangiarla guardando il figlio del fruttivendolo che consumava una colazione con una brioche che inzuppava nel cappuccino ,mentre la brioche entrava nella tazza il succo dell’ albicocca mi colava sulla maglia che faceva intravedere trasparenze  che non credevo fossero così per lui interessanti tanto da fargli cadere la brioche di mano buttare il cappuccino a terra e avanzare verso di me per dirmi  che la mia maglia si era macchiata e come se niente fosse mi ritrovo con lui che baciando il mio seno mi fa sentire sua sulla sabbia della spiaggia vicino al suo chioschetto della frutta… il suono del mare è così delicato che il suo fiato ansimante aumenta dal desiderio di me … mi sveglio guardandomi nuda ed indifesa e pronuncio un esausto e sibilante “Ti amo”. Decido di uscire in questa domenica mattina d’ estate, mentre sono sul balcone il sole solletica i miei occhi e guardando di sotto vedo due adolescenti baciarsi appoggiati al portone di casa. Mi vesto con pantaloni blu e t-shirt bianca con una stampa del canarino Titti ed esco in cerca di qualcosa di nuovo. Menttre apro il portone per uscire i due innamorati già erano andati via, mi sarebbe piaciuto vedere come si baciavano, con che ritmo le loro labbra e le loro lingue si intrecciavano. Decido di prendere un thè freddo in un bar mi siedo ad un tavolino fuori ed ecco che dopo non pochi minuti arriva da me il cameriere e mi chiede cosa può portarmi, ordino il mio thè freddo al limone , scrive su un blocco la mia ordinazione e ritorna dentro . Bevo la bevanda ed ecco che subito lo sguardo di un venticinquenne che essendo molto più gipvane di me non fisso troppo ma lui senza pensarci mi guarda infilandosi una mano nei pantaloni , io per niente imbarazzata chiedo il conto, pago e vado via. Oggi non ho voglia di imbattermi in litigi e invettiva cercando di non fare caso al tipo di prima ricevo un messaggio al cellulare , e vedo che è la mia migliore amica a mandarmelo, lo apro e leggo:” Ciao Monica ho urgente bisogno di parlarti vieni a casa entro questa mattina massimo oggi pomeriggio ok?”. Le direi tranquillamente che me ne sarei voluta stare da sola almeno per un giorno ma lei è la mia migliore amica e ci devo essere sempre se ha bisogno di me e le rispondo :  “Oggi alle 3 sono a casa tua “. Invio il messaggio a Simona e rimetto in tasca il cellulare. Ritornando verso casa mi domando cosa le sarebbe potuto succedere magari qualche sua infatuazione per l’ ennesimo delinquente che non poteva altro che finir male e la mia comprensione sarebbe stata giusta e gradita sicuramente , sono sotto casa apro il portone entro e mentre tolgo la chiave dalla toppa vedo che i due fanciulli che avevo visto prima baciarsi litigavano come dannati “che ci posso fare” mi dicevo non posso essere sempre la paciera delle coppie entro in casa mia chiudo la porta , mi svesto e mi fumo una sigaretta pensando che l’ amore è un candido gioco che può avere risvolti inaspettati.

    • Inizia a s
       
      Massimiliano Lanza
       
      Giulia Bianchi
      Diario del 1940
       
      Prefazione dell'autore
      Mi sono preoccupato, come da promessa che decisi di mantenere tempo fa nei confronti di un amica, di redigere una sorta di Diario che una giovane donna, Giulia Bianchi - * 1916 - + 2003 - (il cui scritto mi fu fornito dalla figlia) scrive durante un periodo di degenza in un sanatorio all'interno di un istituto religioso, declamando, paradossalmente i ricordi più belli. La storia che leggerete è una storia di malattia che poi diventa una storia di guarigione, tra tenebre e luce; l'inquietudine, la sofferenza fisica, diventano grazia, gioia: “trasformerò i vostri lutti in gioia”, come afferma la Bibbia! Cercherò di trascrivere questo diario con lo stesso linguaggio, con pochissime varianti e correzioni, più che altro per una questione stilistica, quasi rifinendo leggermente il testo, con l'aggiunta di qualche breve didascalia, per trasmettere alla figlia e ai lettori che lo affronteranno, l'originalità di un messaggio che una donna santa (o almeno potrebbe essere tale) trasmette.
      09 marzo 2020,
      Massimiliano Lanza
       
      Massimiliano Lanza (Biografia)
      Giulia era una persona semplice, semplice ma, come si evince leggendo il suo diario, decisamente acculturata e corretta nella sintassi della lingua italiana, benché discostandosi dal linguaggio odierno.
      Dirò alcune note biografiche mie in sintesi:
      Massimiliano Lanza, nato a Biella nel 1970 ha conseguito l'Attestato presso la Scuola Diocesana di Formazione Teologica presso il Seminario Vescovile di Biella nel 1996. Nel 1988 ha terminato studi di formazione professionale e si è avviato al mondo del lavoro. Nel 1992 ha conseguito l'Attestato di Qualifica di Videoterminalista. Nel 2000 ha conseguito il Diploma di Maturità Magistrale presso l'Istituto Magistrale “Rosa Stampa” di Vercelli. Nel 2004 la patente informatica ECDL e nel 2006 l'Attestazione di superamento di Studi teologici presso il Seminario Vescovile di Biella (Tesi: “Il peccato originale”) e la Facoltà teologica di Milano dove ha avuto delle dispense per potersi preparare all'esame di Baccalaureato. Nel 2017 si è Laureato in Scienze dell'Amministrazione e Consulenza del Lavoro con 80/110 (Tesi: “Lettura ad Alta Voce: la cura degli altri e di sé alla luce delle Medical Humanities” in collaborazione con l'ASL di Biella). È scrittore dilettante, poeta e pittore naif (dilettante), lavora come Assistente Amministrativo ed è Infermiere Generalista volontario (superamento corsi singoli presso Università del Piemonte Orientale) al Day-Hospital area medica dell'ASL di Biella – Fondazione Clelio Angelino, Associazione Italiana Leucemie.
      Vive a Borriana con i genitori, ha fatto parte del Rinnovamento Carismatico, dell'Ordine Francescano Secolare e della Società San Vincenzo de Paoli, ha conosciuto e frequentato il Movimento dei Focolari. È fervente Cattolico tradizionalista e un po' “ribelle” alle gerarchie ecclesiastiche anche se si è mantenuto sempre nell'obbedienza (Giulia mi ha conosciuto e sapeva pregi e difetti del sottoscritto…).
      Caratterizzato da un carattere forte, negli ultimi anni ha avuto diversi problemi di salute, che ha superato, ma vuole combattere fino in fondo la sua battaglia (prima finirà il seguente testo). L'irruenza del suo carattere, nonostante i numerosi anni di studio, non gli hanno permesso di compiere nessuna carriera di rilievo. È attualmente iscritto al concorso per Collaboratori Amministrativi Contabili area D dell'Asl di Vercelli.
       
       
       
      Giulia Bianchi
       
      (8 agosto 1940)
       
      Istituto “Cottolengo” in località Bioglio (Biella)
       
      “I mie ricordi più belli”
       
       
      Capitolo I
      Una giornata triste
       
      Si hanno delle ore così tristi, così angosciose nelle quali l'anima ha bisogno di vedere dinnanzi al suo sguardo non una pagina, che non riuscirebbe a leggere, ma un solo pensiero che dà sollievo e conforto. Nell'ora della sua passione, Gesù ha pronunciato quella parola che è tutta la storia della vita.
      “Fiat”: Non lasciarti opprimere povero cuore. Dio ti guarda con occhio paternamente pietoso, il dolore è la prova sublime dell'amore, il sacrificio ti rende più grande dinanzi a Dio: Fiat!
      Soffri in pace; passerai questa triste giornata, domani non resterà che la tua purezza, e la bellezza di quell'angoscia che si avrà purificato per cielo: Fiat!
      La felicità è come il profumo che inebria: il dolore che accascia rende silenzioso lo spirito, e, quanto lo spirito si raccoglie, piange, prega, e sospira la patria eterna. Dio è geloso come una madre; perché sente le mani dei suoi figli che si stringono alla Croce, non cerca più altro, li abbraccia e, dopo le ore angosciose, viene la calma serena, dolce, soave, perché è l'amplesso divino. Fiat!
      In queste ore di cupa tristezza si vorrebbe essere lontani da tutti, essere soli in una profonda solitudine. Ma Dio lo nota questo abbandono del cuore, perché vuole che l'anima abbia questi momenti di abbandono e questi non sono conosciuti da lei e da Dio. Fiat!
      Dinanzi all'altare, ai piedi del tabernacolo, si troverà una sorgente divina di consacrazioni.
      Lo scoramento si si è insinuato lentamente nell'anima1; non lasciare, o mio cuore, che la disperazione ti accasci: pensa che è la mano di Dio che ti batte attorno per purificarti, staccarti, condurti a ricorrere a Lui; il dolore santificato dalla rassegnazione è come una consacrazione dell'anima a Dio: Fiat!
      Dinnanzi all'altare, ai piedi del tabernacolo si troverà una sorgente divina di consacrazione. Quando l'angoscia opprime ed è rattristato lo spirito, e a quella misteriosa sorgente che bisogna dissetare le ardenti brame del cuore. Nelle tue mani raccomando il mio spirito: il cuore stretto dall'angoscia si perde e l'anima scossa mormora; prudenza, leggerezza nei consigli.
      Fa tanto bene e dà tanta forza il tacere le proprie pene!… Quando ci vediamo incompresi e giudicati sfavorevolmente, che gioia difendersi?… Lasciamo correre, non diciamo niente, è così dolce lasciare che ci giudicano come vogliono!...Oh! Beato silenzio che dà tanta pace all'anima. Tutto sarà per lui, tutto e anche quando non avrò nulla da offrirgli, gli offrirò questa mente.
      Nella direzione delle anime, non lasciarmi mai correre per restare in pace, non combattiamo senza misura, senza un momento di tregua, anche se non siamo sicuri di vincere, che importa il successo?… Se incontriamo un'anima sgradita, non diciamo “non c'è più niente da fare!”. Non capisce!… Bisogna abbandonarla!… Non ne posso più!...” Oh! Parlar così è una viltà, bisogna fare il nostro dovere fino in fondo”. Facciamo del nostro cuore un giardino di delizie nel quale il nostro Dolce Salvatore venga a riposarsi2. Essendo che gigli di purezza… e poi non dimentichiamo mai che la verginità è un silenzio profondo di ogni cosa terrena: non solo di quelle inutili, ma di tutto. Che grazia quella di essere vergine e sposa di Gesù! Deve essere una cosa ben sublime, dal momento che la più pura e la più intelligente di tutte le creature avrebbe preferito restare vergine piuttosto che divenire Madre di un Dio. I cuori più puri sono spesso i più provati dalle tentazioni, ed immersi nelle tenebre, essi credono allora di aver perduto quel candore e pensano alle spine che circondano la loro corazza. Invece no, i gigli fra le spine che le circondano sono più preservanti, ed in essi Gesù prende le sue delizie. Beato Colui che fu trovato degno di soffrire le tentazioni.
       
      Capitolo II
      Frammenti Eucaristici
      La spina che forse punge più acutamente il cuore allorquando si soffre e piange è il pensiero che gli altri siamo insensibili al racconto delle nostre pene, e le ascolti solo per cortesia umana, ma non le senta con la carità cristiana. Come fa male il dover talvolta palesare, od anche solo lasciar capire le nostre angosce a gente senza cuore!… Dove però si è certi, infallibilmente certi, di essere ascoltati, compresi e compatiti con amore, è spesso il Tabernacolo. Il Cuore di Gesù è il cuore di un uomo che ha sofferto martiri ineffabili, ma è pure il Cuore di un Dio che ama gli sventurati di amore infinito… Essere compresi ed essere amati, che vi è di meglio per un cuore che soffre?… certi cuori, privilegiati dalla grazia, non hanno che una speranza sola: quella di amare Gesù in terra e di goderlo poi in cielo: il resto per loro non è nulla. Bella speranza! Ma quanti soffi gelati non vi candono sopra per avvizzirle e farle morire! Non c'è che un riparo solo per salvarla: nasconderla vicino al tabernacolo di Gesù. Vi è una certa fiamma contro la quale si squagliano i ghiacci più intensi. Quando un cuore vive con Gesù Sacramentato, invitatelo pure ad amare, a desiderare altro fuori di lui: esso on vi comprenderà. E quando una tentazione non riesce a farsi comprendere, è già vinta.
      E sopratutto nei giorni della sventura che sia conosce quanto sia prezioso il balsamo di un'amicizia sincera. Certe anime che nei giorni della prosperità dimenticano Gesù per godersi le delizie delle vita senza timore di essere disturbati da un rimorso, quando sono colpite da un disinganno o da una disgrazia, non hanno più difficoltà dio trattenersi qualche poco davanti al Sacramento, sembra che lo loro indole sia trasformata. Però di trasformato non c'è nulla: c'è solo l'istinto Eucaristico il quale si sveglia in esse sotto la sforzi del dolore, e lo spinge verso il Tabernacolo, dove poco a poco trova un conforto che prima non sognava neppure potesse trovarsi in terra. Forse un tempo addietro dicevano d'aver perduta la Fede, ma non era perduta, era solo sepolta sotto un mucchio di godimenti, scomparsi i quali la fede, senza la fatica di molte ricerche e discussioni difficili, si palesò in tutta la bellezza e soavemente le circondusse a Gesù Sacramentato.
      La vita è il dovere voluto e adempiuto. Siamo in questo mondo per vivere, nessun dubbio. L'importante è saper capire in che cosa precisamente consiste la vita. Per qualche disgraziato (da compiangere e da condannare, ma anche più che compiangere che da condannare), la vita consiste nei godimenti materiali, nella soddisfazione pagana dei sensi, nelle animalità de piaceri… Questa non è vita che in essa l'anima non fa che degradarsi e spegnersi, morta prima di morire, infangata e fradicia. Per altri vivere è brillare in società, avere su di sé gli occhi del mondo slanciati sulle capacità del nostro insegno, sulla fastosità della nostra posizione sociale, sulle nostre doti di avvenenza e di eleganza, sulle nostre qualità di spigliatezza e il loro vivere è affermarsi sugli altri, vedere delle schiene piegate, sentirsi rivestiti di ammirazione e di invidia, andare sulla bocca di tutti, passare tra turibuli di incenso e di lodi e di complimenti… Poveri illusi anche questi! Che se si guardano dentro in sincerità, si sentiranno vuoti, malcontenti, irrequieti, insoddisfatti sempre. Quello che il mondo ci può dare non estingue mai la sete.
      “Vivere – dice una Santa scrittrice francese – vuol dire saper amare, pensare, patire secondo la volontà di Dio, vuol dire praticare il dono di noi stessi agli altri e con tutto, con le gioie, coi desideri, con gli affetti, con dolore compare una specie di intimo inno sublime che giungeva col mormorio delle sue note al prossimo e lo risveglierà forse dal sonno, dal torpore morale in cui vivono tante povere creature…
      Vivere è sforzo, e azione continua, è il dovere compiuto anche nelle ore di aridità, anche quando il nostro dovere pare difficile e le nostre occupazioni quotidiane private di ogni attrattiva: è il dovere compiuto ance in quelle ore in cui ci viene negata ogni consolazione in terra , cioè quanto facciamo ci apre tanta poca cosa, tanto inutile cosa da farci sensazione che non serviamo a nulla, che la nostra vita non vale la pena di viverla.
      È precisamente in queste circostanze che dobbiamo incoraggiarci a darci una spinta, che vivere è appunto lavorare in umiltà e semplicità e perseveranza sotto l'occhio di Dio elevando a Lui il cuore, affinché ci dia la volontà di fare, se è necessario, conto sulla nostra volontà. “Giaculatoria: Virgo potens, ora pro nobis3”.
       
      Capitolo III
      Essere messi da parte
      Triste, ben triste pensiero questo!…
      Perché non strazi il cuore e non ci riempia l'anima d'amarezza, bisogna meditarlo davanti al Crocifisso.
      O Gesù! Gesù dimenticato4 nelle lunghe ore della vostra passione , e sovente anche nell'Eucarestia, si sconosciuta e non curata: lasciate, lasciate ch'io guardi, con occhio calmo e sereno quel terribile stato di abbandono che forse mi serbate per l'avvenire.
      Essere messi da parte è il sentirsi che ci lasciano in un angolo, inutili a tutto, convinti che nessuno volge a noi un pensiero, che nessuna affezione giunga fino a noi; trascurati come un vecchio mobile che ha servito lungamente, e del quale, benché inutile, non si riesce a sbarazzarsi (l'originale è non si può sbarazzarsi).
      Essere messi da parte è il sentire che non si è più buoni a nulla, nemmeno ad essere consultati; come vecchi foglietti dei quali si sono tolti tutti i pensieri, e che ora si respingono perché annoiano.
      Essere messi da parte è il sentirsi ridotti, al silenzio, ed all'inazione in una casa che si animava colla propria attività: forse perché le forze sono indebolite, l'intelligenza meno pronta, o perché è scomparso quello splendore che ci circondava per la protezione di un superiore o per la carica di cui eravamo rivestiti.
      Essere messi da parte è il sentire venir meno a poco a poco intorno a sé ed andarsene giorno per giorno quel prestigio che ci circondava come di una luce dolce ed amabile, quella simpatia che ci attorniava di sorrisi e di benevolenza e vedere coloro che noi chiamiamo e crediamo nostri amici ritirarsi lentamente uno ad uno.
      Oh quale angoscia deve provare il povero cuore che ha conservato tutta la sua potenza d'amore e di sacrificio, ed al quale Dio ha riservato quella dura prova dell'abbandono!
      Non conoscete intorno a voi dei cuori che piangono lacrime silenziose e presso i quali forse, per abitudine, passate indifferenti?
      Vecchi ed infermi obbligati in casa, che non mancano di nulla, senza dubbio dal punto di vista materiale, ma che non sono mai rallegrati da un raggio affettuoso, che si ritirano nella loro camera, sotto pretesto di riposo quando di prepara una festa, e che, più d'una volta, hanno tanto amato quella parola così dura: è ben noiosa!5…
      Abbandonati nelle famiglie e nelle comunità, ai quali si parla appena, che si sopra caricano di lavoro, che si trovano sempre in fallo, pei quali (non ho corretto volutamente – sembra un linguaggio poetico, dantesco oserei dire - ma oggi si direbbe “per i quali”) non si ha mai una parola di benevolenza, perché non sono simpatici, perché hanno qualche difetto di carattere, che l'amore continuato potrebbe guarirle, perché sono mal giudicati. Essi sono:
      Colpevoli giudicati, pentiti e perdonati davanti a Dio, ma che non hanno potuto essere riabilitati agli occhi degli uomini.
      Calunniati sui quali Dio ha lasciato tutta l'apparenza del male, e che gli uomini schivano come schiverebbero un appestato!… Oh! Se ce ne sono intorno a voi, andate qualche volta, andate a far loro l'elemosina di uno sguardo, d'una parola, d'una semplice stretta di mano.
      Restate qualche momento presso di loro, e per dare ad essi un po' di gioia, fate loro comprendere che sono utili ancora. Credetelo, essi hanno ricevuto da Dio una missione salutare per coloro che li circondano.
      E voi, poveri abbandonati, che osate appena mostrare la piaga del vostro cuore e che più sovente, non trovate nessuno a cui mostrarla, volgete in alto, lassù al cielo, i vostri occhi pieni di lacrime e mandate quel a grido sfuggito ad un cuore che sanguinava come il vostro.
      O Gesù, Gesù! Voi almeno non mi abbandonerete. No, cari abbandonati. Dio non vi lascia da parte. Egli s'avvicina tanto più a voi quanto gli altri se ne allontanano. Guardatevi innocenti da ogni mormorazione, e per calmare le rivolte inevitabili della natura dite sovente: è dura questa prova, ma poiché Dio me l'ha mandata , è necessaria per me…
      E nelle ore pensose in cui il vostro cuore ulcerato lascerà sfuggire questo grido: Chi dunque pensa a me? Ascoltate il vostro Angelo custode: Che pensa a te, povera anima?
      Dio, la Santa Vergine, gli Angeli, il Cielo, il Cielo tutto e sempre.
       
      “Vivere con Gesù,
      Amare sempre Gesù,
      Morire con Gesù6”.
       
      Capitolo IV
      Visione
      Il tiepido bacio del sole di aprile, innanzi all'incanto di sterminati campi fioriti, la mente ondeggiava fluttuante in incerti, vaghi pensieri, per poi arrestarsi in un sogno di sublimi ideali che in linee più distinte determinarono una dolce visione:
      Nel centro d'ignota città le vie si intrecciavano per poi stendersi, dileguarsi lontano, lontano…
      Alzo lo sguardo e leggo:
      Via del piacere… mi avvio… ma un angelo mi arresta e, con un piglio severo mi dice: non proseguire, qui folleggiano i mondani, in suoni, canti, danze, invitanti piaceri; essi sciupano la vita… Coronati di rose abbiano il dovere, l'anima, Dio… Ma li attende l'eterno pianto. Ebbene, supplicai, angelo benedetto, tu mi guidi per altra via… la via del cielo. Vieni – mi rispose soavemente l'angelo spirito – mi sorprese un nome:
      Via della vanità… spinsi avido lo sguardo: era il lusso sfrenato del trionfo, della moda tiranna. E l'angelo: su questa via si trova solo leggerezza, volubilità, illusione.
      1Tipico fenomeno che coinvolge i mistici e in particolare i santi o beati: la notte dell'anima. Significa che il mistico non è più sicuro della sua spiritualità, del suo rapporto ieratico (religioso, sacrale) con Dio, più propriamente è convinto che Dio non sia più dalla sua parte, che Dio non lo ami più. Questo stadio viene sempre superato.
      2Bellissimo passaggio, poetico, umanizzante… accade quando le anime beate vedono Dio come uno di loro, nella Bibbia Emmanuele significa Dio-con-noi, è Gesù, il Dio antropizzato.
      3Vergine potente, prega per noi (traduzione dal Latino).
      4Il “Gesù abbandonato” è un concetto teologico elaborato in seno al “Movimento dei Focolari”, fondato da Chiara Lubich, di venerata memoria. La figlia di Giulia fa parte del Movimento dei Focolari o Opera di Maria, ed è un movimento ecclesiale riconosciuto dalla Sede Apostolica.
      5Passaggio oscuro e di difficile interpretazione, degno certamente di una teologa e di una mistica (in mente ho il “Castello Interiore” di Santa Teresa d'Avila (Teresa la Grande). (N.d.A.)
      6Sembra la giaculatoria tanto cara a San Giovanni Bosco: “Gesù, Giuseppe e Maria vi dono il cuore e l'anima mia, Gesù, Giuseppe e Maria assistetemi nell'ultima mia agonia, Gesù, Giuseppe e Maria spiri in pace con voi l'anima mia”.
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    • MILANO-HIGHLANDS
       
       
      Alle sette in punto la radio sveglia si accende rompendo il silenzio e riempiendo la camera da letto di gracchianti notizie poco piacevoli: è un segnale che Archie conosce bene.  Ah!… Archie è un West Higland White Terrier di quattro anni ed è sveglio da un pezzo in attesa di quel segnale. Sa che il suo padrone ora si girerà dall’altra parte facendo finta di non sentire, mentre la radio lo incalzerà e lo tormenterà fino al termine del “gazzettino padano”, momento in cui non avrà più scampo e si dovrà alzare, grazie anche a una sua grattatina e ad una spintarella ben assestata.  Poi lo seguirà come un’ombra, senza mai perderlo di vista, prima in bagno poi in cucina poi di nuovo in camera da letto ed infine all’ingresso accanto al suo guinzaglio.
       “Finalmente! Una volta o l’altra me la faccio addosso…”  Pensa Archie, mentre accanto al padrone aspetta l’ascensore annusando l’aria circostante sperando in qualche fresca ed interessante notizia.
      Qualcuno, esperto in comunicazione canina, mi ha spiegato che per un cane è indispensabile annusare l’ambiente circostante per essere costantemente e puntualmente informato su ciò che è accaduto, accade o che accadrà nel suo territorio. In altre parole “legge il giornale”, proprio come fa l’uomo la mattina con il corriere o la gazzetta.
      La prima notizia si trova in ascensore: quella smorfiosa di Milly è rientrata dalle vacanze. Il suo profumo, mescolato a quello della sua padrona, ristagna ancora ed è maledettamente volgare e insopportabile. Milly è un barboncino-nano di due anni, femmina naturalmente.  Archie non la sopporta per quella sua aria saccente e presuntuosa; sempre fresca di toelettatura, ben spazzolata, profumata ed agghindata con un fiocchetto sul capo mai dello stesso colore.
      Un saluto a Pietro, il portinaio, ed eccolo finalmente fuori dove può fare pipì nella sua aiuola preferita. “Ahhh!…Chi non piscia in compagnia… fa bene perchè qui ci piscio io! 
      “Che si annusa oggi di nuovo?  Senti, senti, il bastardo si è alzato presto…”
       Il bastardo è il cane di uno sbandato che bazzica la Centrale: un meticcio di grossa taglia con un brutto carattere che rispecchia quello del suo padrone. E’ un attaccabrighe e per questo viene tenuto a debita distanza dai cani della zona.   
      “Ha lasciato anche il suo biglietto da visita… figuriamoci se il suo padrone si preoccupa di raccoglierla…”  Dopo aver letto la prima pagina, i titoli e qualche trafiletto qua e là, Archie si dirige sul luogo del solito appuntamento.  “Eccolo!  Orgoglioso come Mel Gibson in Braveheart e sospettoso come Sherlock Holmes ne Il mastino dei Baskerville… Come ti butta, vecchia cornamusa sfiatata? ”  Il personaggio che Archie ha appena così pittorescamente descritto e salutato è Scott, un Westie più anziano e più grassottello di Archie;  i due sono grandi amici da lunga data, ma Scott, a differenza di Archie è nato ad Edinburgo e non perde occasione per vantarsi del suo nobile sangue scozzese. Pare anche che suo nonno sia vissuto in un cottage nelle Highlands, un vero paradiso naturale che ha visto l’origine della razza Westie.
      “Che ne puoi sapere tu di Scozia, cuore, orgoglio e cornamuse?  Scommetto che un prato verde tu non l’hai visto nemmeno in tivù…Ah!  Voi  milanesi…., vi dovrebbero ritirare il libretto sanitario per appropriazione indebita di razza!”  I due si apostrofano e si punzecchiano continuamente, ma si vogliono un gran bene e non riuscirebbero a stare nemmeno un giorno senza vedersi.
      “Buon sangue non mente!  I miei documenti sono in regola e poi sono nato in provincia di Varese e di prati all’inglese ne ho visti… Certo che qui un filo d’erba si fatica a trovarlo, però, in compenso, ho trovato una simpatica famiglia che non mi fa mancare niente, neanche la mutua. Ormai mi sono abituato a vivere con l’uomo e non ti nascondo che a volte è anche divertente: ho due compagni di giochi fantastici!”
      Archie si riferisce a Teo, il suo padroncino di dieci anni, particolarmente incline alla lotta e al calcio, a ad Alice, la sorella più grande, che lo ricopre continuamente di coccole e baci e che si occupa del suo look e della sue pappa, o almeno dovrebbe farlo.
      “Pensa che ieri ho dovuto sostenere un incontro di Wresting con Teo. Mi sono divertito una cifra! Soprattutto quanto dal divano sono planato sulla sua pancia:  è stato il colpo che ha deciso il match! 
      Nottetempo poi, quanto tutti dormivano, ho allungato le zampette sul morbido divano del salotto dove ho dormito a pancia in su, come un pashà, fino al mattino.  Bè, certo, ci sono dei momenti in cui rimango a casa solo…, però ti devo dire che è proprio in quei momenti che ripenso a quelle storie affascinanti che mi racconti e mi metto a fantasticare e sogno.., sogno le Highlands, le grandi valli verdeggianti, macchie bianche di pecore  ritagliate nel verde intenso dei pascoli, e le scogliere a picco sull’oceano e gli arcobaleni, il sole, la pioggia e poi ancora sole in un cielo sempre in movimento, attraversato dagli splendidi cormorani.  A proposito raccontami ancora di quella battuta di caccia in cui tuo nonno si era infilato nella tana di una volpe e…”
      “Ehi,Ehi!…Frena amico!…Potrei raccontartela ancora mille volte, ma ora ho da  dirti una cosa molto più importante, che potrebbe cambiare la nostra vita. Archie, amico mio, drizza bene coda e orecchie:  Tagliamo la corda! O meglio: tagliamo il guinzaglio!”
      Che? Tagliare la corda…Che vuoi dire?”  “Hai presente il cottage nelle Highlands di cui ti ho parlato…quello sulla collina, che domina una vallata infinita, con splendidi laghetti, boschi e prati, dove si può correre liberi a perdifiato senza incontrare nessuno, a parte pecore, volpi o lontre?  Bene!  Diventerà casa nostra!  Ho un piano. Ascolta!”
      Archie è rapito ed estasiato ma impaurito: le parole di Scott sono musica per le sue orecchie. I suoi sogni potrebbero realizzarsi, ma la missione gli appare impossibile.
      “Scott!  Ti rendi conto? Quante miglia da percorrere e quanti rischi…non ce la faremo mai!”
      “Caro amico…tu forse non conosci quegli enormi cormorani d’acciaio dalla lunga pancia affusolata che brillano sotto il sole e lampeggiano sotto le stelle… Parlo degli aeroplani. Se riusciamo a saltare su uno di quelli, in poco meno di un’ora siamo in Scozia, giusto il tempo di sorseggiare una Guinness.  Poi sarà il naso a guidarci alle Highlands. Ho studiato tutto nei minimi dettagli. Funzionerà! Ecco il mio piano.
       Domani sera, alle 20:07, puntuale come tutti i venerdì, il Malpensa-Shuttle, il bus diretto all’aeroporto, passerà  proprio di qui, ma la cosa straordinaria è che a bordo ci saranno dei robusti, simpatici, festanti e coloriti uomini in  gonnellino. Sì, il Kilt, il loro inconfondibile abito tradizionale. Sono i supporters della squadra di rugby scozzese che ritornano a casa.  Ieri hanno vinto a mani basse contro l’Italia e saranno più che sbronzi mai su di giri me al solito in queste occasioni.  Il Malpensa-Shuttle si fermerà davanti al bar Gonzales proprio qui all’angolo. L’autista scenderà per comprare le sigarette, lasciando la portiera aperta per circa trenta secondi, come fa abitualmente tutti i venerdì alla 20:07. A questo punto noi entreremo in azione, saliremo a bordo e ci infileremo lesti, lesti, sotto i primi sedili. Con un pizzico di fortuna nessuno ci vedrà. L’autobus si fermerà direttamente in zona partenze internazionali e qui inizierà la parte più difficile. Punteremo sul fatto che non c’e nulla di strano che due Westie seguano un gruppo di scozzesi: sarebbe come se un dalmata seguisse Crudelia De Mon o  un bassotto il sig. Bonaventura…   Il problema è Rex, il cane poliziotto.  Lui ci aspetterà al varco, o meglio all’imbarco… ma, niente paura, a questo punto giocherò la mia carta. So alcune cosette sui cani poliziotto, specie quelli dell’antidroga come Rex: lui lo sa e io potrei spifferare tutto, mettendolo nei guai, oppure passare inosservato con la benedizione del pastore tedesco.  Come vedi ho pensato a tutto. Gli scozzesi saranno felici di averci come compagni di viaggio, l’importante è sorridere…ehm…scodinzolare sempre ed abbaiare mai, e sarà un viaggio piacevole.  L’arrivo ad Edimburgo e previsto per le 23:45, ora locale.  Domande?”
      “Scott, lasciatelo dire, sei grande!  Il tuo piano è praticamente perfetto! Ottimo lavoro! Sento già profumo di brughiera…anche se, ti confesso, sono affascinato quanto spaventato.”
      “Archie!  Non ti riconosco più!  Dov’è finito il temperamento del terrier che c’è in te?  Volere è potere!  E poi dimentichi che ho vissuto un anno in Scozia ed i soci del mio Clan ci daranno una mano: conservo ancora un paio di buoni indirizzi ad Edimburgo, sono amici e ci ospiteranno volentieri. ” “Scott, sono con te!  Qua la zampa! La vita è una, e la nostra è breve. Che la forza di Highlander sia con noi!  A domani, vecchio mio…e non scordarti la Guinness!”
      Archie è al settimo cielo.  Rassegnato ormai al tran tran quotidiano di una grigia vita cittadina fatta di traffico, auto, inquinamento, asfalto e cemento, si vede di punto in bianco proiettato in una nuova dimensione, in una nuova e luminosa realtà, da sempre sognata e desiderata. Il terrier che c’è in lui ora si fa sentire in modo prepotente e reclama spazio, natura ed aria pulita, profumata di pascolo: vuole riappropriarsi della sua terra e delle sue radici. Le Highlands sono ad un passo e lo stanno aspettando.
      Archie passa il resto della giornata a fantasticare e la notte, in preda all’emozione, non chiude occhio. Non fa che pensare al momento in cui metterà le zampe su quel bus. Gironzola nervosamente per casa passando da una camera all’altra: vorrebbe abbracciare i suoi padroni, renderli partecipi della sua scelta. Vorrebbe abbaiare, ululare a tutti la sua felicità, ma può soltanto sospirare, aspettando il fatidico momento.
      Ci siamo: sono le 20,00. Archie è accanto alla porta d’ingresso. I bambini sono nelle loro camere al piano di sopra. C’è silenzio in casa e la tensione è crescente. Puntuale come ogni sera il padrone porta fuori il sacco dell’immondizia. Si apre la porta ed Archie scatta come se avesse avvistato una volpe. Si fionda per le scale ed in cinque secondi netti varca il portone ed è in strada all’insaputa di tutti. Archie è in trans emotiva e non percepisce alcun rumore, a parte il suo rapido respiro e corre, corre all’impazzata verso la meta. Scott è già nel punto stabilito mentre il Malpensa-Shuttle sopraggiunge. Solo una strada li separa. Scatta il semaforo rosso ma Archie non si ferma. Lo stridore di una brusca frenata riecheggia tra i palazzi. Archie si blocca di colpo e rimane così come pietrificato in mezzo all’incrocio, di fronte a un’auto che è riuscita miracolosamente ad arrestare la sua corsa a pochi centimetri da lui, sfiorando una tragedia.  “Tutto bene, piccolino…tranquillo, non è successo niente…, che paura mi hai fatto prendere…ma dove andavi così di fretta?” Una ragazza è scesa dall’auto, gli si è avvicinata ed ora lo accarezza cercando di tranquillizzarlo. Archi, pervaso da un tremore irrefrenabile, rimane immobile con la coda ben nascosta tra le zampe ed il pelo irto per lo spavento.  Scott che ha seguito la scena lo sta chiamando a gran voce:”Per mille cornamuse…Archi! Che fai? Datti una mossa!  L’autobus non aspetta!” Archie non può sentirlo. L’incidente sfiorato oltre ad averlo spaventato ha messo a nudo tutta la sua fragilità, come se il terrier dentro di lui avesse fatto posto ad un criceto. In un momento i suoi sogni svaniscono come bolle di sapone in una giornata di vento. La dolcezza e le carezze della ragazza lo riportano lentamente alla realtà. In quei pochi istanti scorre, davanti ai suoi occhi, il film della sua vita e si rivede cucciolo mentre sgomita tra i fratellini per mettersi in mostra. Rivede i volti estasiati ed increduli di Alice e Teo quando lo scoprono il giorno di Natale. Rivive le vacanze al mare, le corse sulla spiaggia e il primo bagno ed in montagna mentre rotola felice sulla neve fresca. No!  Non può e non vuole dimenticare tutto e tutti. Dimenticare la sua casa, la sua famiglia e l’amore ricevuto e ricambiato con fedeltà, affetto e allegria.  Probabilmente lo staranno già cercando nei suoi nascondigli preferiti. Alice lo starà chiamando con uno di quei nomignoli buffi che lei sola riesce a trovare. Teo sarà alla ricerca del portiere in grado di parare quei suoi rigori micidiali  ed il padrone rischierà di far tardi la mattina, senza le sue ridestanti moine. Ora gli è tutto più chiaro e la voglia di tornare a casa è grande. Scott ha smesso di sbraitare e a malincuore, è riuscito all’ultimo istante ad infilarsi nel Malpensa Shuttle senza il fedele compagno ed ora viaggia verso l’aeroporto tra risate, birra e canti scozzesi.
       “Forse è giusto così. Buona fortuna, Scott! Abbi cura di te.  Porta i miei saluti alle Highlands, agli amici Westie e mi raccomando tieni sempre una Guinness in frigo.  Chissà…non è escluso che un giorno o l’altro ti ricapiti tra le zampe… vecchia cornamusa sfiatata!”
       
      E’ passato ormai un mese da quel fatidico venerdì. La primavera è alle porte e anche la città se ne accorge. Tra i palazzi riescono a farsi largo teneri rametti gialli di forsizia e l’aria è gradevolmente più pulita. Archie è di buon umore: le sue passeggiate sono ora più lunghe e le notizie tante ed interessanti.
      Svoltato l’angolo, ecco una fresca notizia nuova e familiare al tempo stesso. Da un elegante portone sbuca una graziosa, giovane Westie ben strippata e spazzolata con due splendidi occhi neri vispi ed un codino ben ritto.  “E questa da dove arriva?” Archie è piacevolmente sorpreso. I due si avvicinano con circospezione.  “Ciao! Tu sei Archie…vero? Io sono arrivata da poco, ma ho già avuto tue notizie in zona…oh! Scusami…Che sbadata…Mi chiamo Elisabeth, Beth per gli amici.”
      La sua voce è melodiosa ed i suoi occhi irresistibilmente neri e profondi. Archie  ne è visibilmente colpito. Rimane senza parole, a bocca aperta e lingua a penzoloni per interminabili attimi in contemplazione.  “Coo...Come va?”  Riesce a balbettare imbarazzato. “Bella giornata eh?  Tu..tu da dove vieni?”  “Sono di Glasgow, Scozia. Ci siamo trasferiti in Italia. Il mio padrone è vice-console…Certo che qui a Milano i prati scarseggiano…pensare che solo una settimana fa ero in vacanza dai nonni: hanno un cottage nelle Highlands, un posto fantastico!  Ci sei mai stato?
      Archie non sa se ridere o piangere. Quel nome risveglia in lui ricordi ed emozione mai cancellate. Un nodo alla gola gli impedisce di parlare. Ha il cuore gonfio di nostalgia e gli occhi di pianto, ma non è mai stato così felice. I due nuovi compagni si guardano teneramente negli occhi. E’ come se si conoscessero da sempre.  “No…non ci sono mai stato…ma, ti prego, parlami delle Highlands.” 
       
           
       
       
                                                                                                                            Vittore Andreotti
        
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    • COSMIOCOMICA PASQUALE
       
       
       
       
      Dopo una dura giornata a lavoro, passata in ospedale  a rincorrere la morte per lunghi corridoi maleodoranti,  nell’ardore dell’essere e nell’oscurità  che trascende  l’essere afflitto dal male ,  ritornai a casa stanco ed avvilito mi gettai sul  letto come se fossi un sacco ,  chiusi gli occhi dolcemente  e mi abbandonai in un  dolce sonno ristoratore  Ricordo a mala pena cosa accade quella  notte illuminata da una grande luna, in cui improvvisamente   mi sentii posseduto  da una immensa forza , afferrato dallo scorrere del tempo  viaggiai attraverso  lo spazio  verso altri dimensioni  mi  ritrovai  al risveglio   su un pianeta  misterioso , ove ogni cosa si rigenerava  da sola  in un circolo naturale di forme e contenuti che generavano mostri ed idee solitarie con ali di pipistrelli , dall’espetto disumano .    Giunto su quella  misteriosa, terra mi senti perduto,  mi guardai intorno ,  tutto mi era estraneo,  solo,  inerme,  incapace di reagire ad una serie d’eventi soprannaturali ,  un vento sottile e nefando , solcava quella terra desolata. Mi vedevo morire ,  in un vortice di forze contrarie  , tra le spire di un serpente enorme  , non riuscivo ad uscire  dalle profondità del mio essere a risalire verso una  ipotetica superfici. Impiegai molto tempo per capire cosa  mi stesse accedendo , dove fossi. E tutto quello che vedevo era meraviglioso , bello, profondo come l’universo come gli occhi di una fanciulla,  il sorgere di una  vita primordiale che prendeva  forma dal nulla , lava che scorreva  dalla bocca dei vulcani , scendeva  verso valle , travolgendo  ogni cosa ed ogni cosa distruggeva lungo il suo cammino . Faticai tanto per trovarmi un rifugio . Lo trovai tra le rocce vulcaniche , una piccola grotta, li m’accampai  come un primitivo , come se fossi un uomo di Netherlands,  infreddolito , con gli occhi lucidi , affamato .  in quel mio nascondiglio incominciai a  rammentare   la mia  terra   d’origine , minuscola, lontana anni luce.  Ripercorrevo con la mente , invasa da molti incubi , assediata da molte paure,  la sua  incredibile storia .   Rammentavo generazioni  e generazioni, d’esseri umani ,  civiltà distrutte  dal desiderio di  potere,  di voler giungere ad nuovo punto ad un altra conquista in un'altra vita nata dalla morte altrui. Lontano mi sembrava irraggiungibile , quel mio piccolo  luogo natio ,  divorato  dall’odio incontrollato dei suoi abitanti. Di notte raggomitolato nella piccola grotta  potevo  vedere rilucere  immensi corpi celesti, astri frantumarsi , scoppiare in cielo luci ed astri , mostri immaginari affacciarsi alla mia coscienza . Un grande freddo ,  gelava  il mio corpo , provavo  assai paura, mi sentivo infinitamente  solo , avrei   voluto ritornare indietro, ma non sapevo come fare. Mi sentivo immensamente   solo ,nessun altro essere vivente  sembra  abitare quei luoghi .
       
      Oggi dopo lunghi mesi di permanenza ho imparato a spiccare grandi balzi in avanti, grazie alla mia esile forma corporale e alla diversa legge di gravità del pianeta  da cui provengo.  Continuamente provo a ricordare ciò che ero stato e come sia  potuto accadere una cosa del genere forse  continuo a dormire , viaggio nel mio sognare , è forse  tutto un sogno e chi sa da un momento all’altro mi sarei svegliato , mi sarei alzato dal letto dove mi ero tuffato,  dopo quella lunga giornata passata a lavoro  e tutto sarebbe ritornato normale . Avrei continuato a vivere,  la mia vita sarei ritornato ad essere quello che ero sempre stato .  Sarei ritornato a passeggiare per le strade della mia  piccola città , a rincorrere i miei sogni e le mie vanità di uomo là nel mio paesello,  un uomo tra tanti uomini , con in mano un fiore da portare sopra una tomba ,  con un cero da portare verso il cielo . Desto nel mio  sogno  l’avrei  scalato nella mia solitudine d’uomo.  Provavo  a ricostruire il mio passato ,la mia vita un tempo passato sulla terra. Tutto mi era incredibilmente , incomprensibile ,  come la vita,  la morte non rammentavo neppure chi fossi e cosa ci facessi da solo su quel grande  immenso  pianeta.  Con il tempo poi pian piano , ho preso  coraggio,  ho  provato  a capire  cosa mi stesse accadendo , compiendo   un lungo viaggio all’interno  della mia coscienza  per  così meglio comprendere   da dove vengo, chi ero , chi sono.
       
      Ho rammentato ,la mia città natale . I miei amici d’un tempo
      il mare   che si confondeva  con l’azzurro del cielo .Mi ripromisi: Se riuscirò a sopravvivere , ho in mente  di creare  una nuova civiltà  ,nuove generazioni  d’esseri  viventi  meno prepotenti e vendicativi .  Voglio creare una civiltà d’amore ove tutti possono vivere in armonia con gli altri. Questo pianeta è così grande ,la fitta vegetazione  si trova per la maggior parte sulle  alte montagne  vulcaniche. Per il resto è deserto , fatto di  anfratti , ove puoi scendere giù in gole profondissime  ed  entrare   nell’immenso  e terribile sottosuolo alieno. La paura m’accompagna passo dopo passo , ma vado avanti e non passa giorno  in cui non scopra qualcosa di nuovo .  L’altro giorno ho trovato  una cava  ove le parete erano  d’oro massiccio  e di platino. Con   la forza delle mie braccia ho strappato  alla roccia   diversi chili d’oro .Un bel pò  lo conservato in una sacca, altro  durante la  salita  causa  il peso  eccessivo  ho dovuto buttarlo  via  . Oggi scambierei volentieri  tutto l’oro trovato con qualcosa di buono  da mangiare .  Mangio dell’erba commestibile , piccoli animaletti che sono difficili da catturare,  serpentelli neri dalle capocchie di spillo che strisciano nella polvere,  si muovono tra le dune,  rade , dove l’erba commestibile cresce. Per acchiapparli ci vogliono ore,  in primo momento avevo paura che fossero extraterrestri , esseri capaci di divorarmi , poi preso coraggio ne afferrai uno e gli diedi un morso sul dorso,  fu la fame la disperazione il serpentello era dolce ed il suo sangue mi dissetò. Mi senti forte , poi mangia l’erba commestibili filamenti  sempre verdi smeraldo dal sapore di merda. Per bere un po’   d’acqua invece  bisogna  salire  in alto  sui monti per dissetarsi e fare scorte  .
      Sono giorni che  cammino in  questo deserto di pietre minerarie.
      Sono stanco,  mi sembra di vagare in un labirinto .
      Che cosa c’è, andando avanti ?
      Forse me stesso
      Non aver paura tutto ti sarà chiaro
      Oh come vorrei che una luce illuminasse il mio cammino
      Tu sei te stesso fin in fondo alla tua credo
      Oh mio signore luce del mio cammino perché mi hai abbandonato ero  tuo figlio
      Ora sei il padrone sei un dio a pari di me
      Io vorrei ritornare ad essere un uomo
      Hai scelto di essere dio e sarei l’origine di una nuova specie
      No perché mi condanni a questo peso
      Perché il perché e per gli sciocchi
      Io vorrei essere cretino e continuare a vivere
      Non farti prendere in giro dal tuo destino
      Mi spingi verso un baratro
      Io cerco di salvarti di esserti vicino sono la tua luce sono quello che hai sempre creduto
      Non posso credere d’essere ciò che dici io un Dio
      Si non sei contento tutto ti e chiaro ora vai
      Dove vado io non so neppure dove mi trovo
      Questa terra ora e la tua terra
      Io non mangio un piatto di maccheroni da mesi non bevo un sorso di vino da anni vorrei una donna con cui giacere ,vorrei un figlio mio
      Avrai ogni cosa a tempo debito non aver paura tutto e scritto
      Gia vorrei essere certo di farcela
      Io ti sono vicino illumino la tua notte sorreggo il tuo animo dagli affanni
      Vero che l’incontrario di questa morte tu mi appari come l’eterna salvezza. Tu dio dei mie padri ora dio del mio illudermi della mia presunta salvezza
      Io sono la certezza
      Io sono indifferente io
      Io sono la via di mezzo
      Come vorrei crederti
      Tu sai io chi sono,  la verità e la vita
       
      Misteriosi   luoghi  ho avuto modo di conoscere durante le tante escursioni  luoghi in cui vivono  varie  forme intelligenti , microorganismi , piccoli esseri fatti di carne ed ossa, inoffensivi a vederli , poi terribili dall’affrontare capaci di trasformarsi in pericolosi esseri. Ho paura , mi nascondo mi camuffo , mi guardo sempre le spalle forse da un momento all’altro potrò divenire cibo per gatti cibo per  quei esseri mostruosi .
      Paradisi o inferni alieni ,deserti sconfinati ,luoghi 
      ignoti  e pericolosi intorno a me .  
      Un vento  strano , freddo,  soffia forte  la polvere  finisce
      per  accecarmi   e non vedo  più dove metto  i piedi .
      Cado  perdo  i sensi  e rimango  lì per l’intera notte  stellare
      disteso per terra  preda dei tanti mostri di questo pianeta sconosciuto . La luce  degli astri  mi coglie all’improvviso ancora riverso  per terra.  Quando apro gli occhi mi ritrovo  vicino  a una grande roccia dalla forma ovoidale. Provo ad alzarmi ma   vado  a sbattere  il muso proprio su quell’  enorme  masso dalla forma di uovo.  Faccio  un balzo indietro  non credo ai miei  occhi incomincio 
      a domandarmi  cosa è mai quel grosso uovo   lì davanti a  mè . 
      Poi comprendo :  non è possibile stento a crederci . 
      Urlo di gioia : Un uovo,  grido ho trovato un uovo in questo 
      deserto pianeta . L’uovo l’origine stessa della  vita  primordiale  cellula creatrice di  ogni forma di vita  primaria. 
      Ovoidale è la terra ,l’uomo è  l’uovo  sono dei sinonimi
      sembrano avere   pari origini.  Meglio un uovo oggi ,che una gallina domani ripeto tra me .  
      Questo uovo  è una sorpresa ,  una soluzione ad ogni  mio problema.
      La sacca embrionale d’una nuova vita.
      Dentro un uovo puoi trovare ogni cosa.
      Ricordo da piccolo   nel rompere  l’uovo regalatomi 
      da miei  nonni nei giorni  prossimi  alla Santa Pasqua  terrestre
      vi trovai dentro  un piccolo gnomo  barbuto  e  sorridente.
      Un mio amico, stessa marca d’uovo un rabbino arrabbiato .
      Nella mia classe   , qualcuno trovò nel suo uovo  dei buoni voti  , 
      qualcuno dei profilattici , chi dei vibratori , chi una bambola gonfiabili che poi non sono propri dei regali consigliati per dei ragazzi adolescenti quali eravamo ma tutto fa brodo . Chi  cercava allegrie, gioie ,  saggi e maghi come nel mio caso  pronti a insegnarti   tante cose importanti  della vita ebbe una amara sorpresa ricordo che qualcuno pianse lo andò a dire all’insegnante che non si tenne il misfatto e chiamo i  nostri genitori per informarli dell’accaduto. Ed il gnomo baffuto fece la sua apparizione rubo tutto le uova di cioccolato e li diede ai poveretti qualcuno ebbe mal di pancia chi decise di farsi suora chi prete . Che venne il papa da Roma e disse questa cioccolata non va mangiata cosi il professore chiamo  il preside per infirmarlo dell’accaduto la notizia apparve su tutti i giornali e fu informato anche il presidente della nostra nazione. Quell’uovo di cioccolato fece scoppiare una guerra che condusse ad una nuova guerra e poi ad una guerra nucleare e ci furono milioni di morti . La terra si stava quasi per autodistruggere .  
      Crebbe pian piano   in me ora la voglia   di scoprire  all’interno
      di  quell’ uovo che avevo davanti   cosa mai  ci  fosse  dentro?
       Forse una vita migliore, un essere primordiale, piccolo , indifeso come mi sentivo io in quel luogo ameno.  Immaginavo tante cose e tanti mostri  mi apparivano alla mia immaginazione in una lotta impari contro mostri d’ogni genere ,esseri metafisici frutto della mia ragione poetica.  Non avevo  il coraggio di romperlo,  mi tremava  la mano , indietreggiavo, saltellavo, cercavo di romperlo , cercavo di trovare la forza di  farlo ora o  mai più. 
      Così tirai  giù un poderoso colpo con una mazza dopo vari tentativi   lo colpì  giusto al centro,  aprendone  una  piccola falla .
      Uno strano liquido incominciò  ad uscire e improvvisamente
      prese  vita ,  strani enormi granchi dalle chele terribili  si materializzano  dal  nulla .  Provai  a   scappare via.
       Ma un granchio gigante  m’ afferrò  il piede , quasi mi  saltò  addosso,  pronto a divorarmi ,  quando  tutto ad un tratto un altro granchio corse  sul dorso  del più grande  e  afferrandogli la minuscola testa tra le chele lo divorò  lentamente  ,per poi svanire sotto terra . Terrorizzato non sapendo cosa fare  provai  a correre a fuggire ,inciampai ,  caddi  , tentai  d’alzarmi   vedi cosi   dall’uovo  rotto uscire fuori  strani animali preistorici , creature  mitiche  ,  Titani  Ciclopi  , ecatonchiri , fiumi melmosi   il  mio  tentativo
      di fuggire via da lì falli improvvisamente. Esausto mi fermai
      a guardare  sbalordito ,schiudere completamento quel grosso strano uovo trovato  per caso.  Dopo aver visto  uscire fuori  un migliaio  d’animali  una  strana figura umana mi  apparve  controluce .  Era una deliziosa piccola fanciulla , nuda dai lunghi
      capelli  biondi , dai grandi occhi verdi, dalle forme umane , nuda , liscia , perfetta, curve sinuose , lascive , procace, simile ad una dea  immobile e spaventata  rannicchiata  in se stessa . Farfugliò strane parole , balbettò uno strano linguaggio gutturale  , assai primitivo quasi animalesco che mi fu difficile capire . Aiutandosi con i gesti delle mani riuscì a farmi capire di aver bisogno d’aiuto .
      Mi precipito ad aiutarla la sollevai ,cercai   di riscaldarla
      con il mio corpo.  Avvertivo   in lei  una  profonda paura   per  qualsiasi cosa che la circonda. Nei suoi  grandi occhi simili al colore dell’ambra ,leggevo  in lei  i suoi pensieri , le sue emozioni primitive , pensai tra me  :ho finalmente  una compagna , qualcuno con cui parlare , provare dell’emozioni comuni.
      Dio ha soddisfatto il mio desiderio d’essere padre .
      Posso continuare a vivere , sperare, amare.
      Ti ringrazio Iddio per la tua clemenza.
      Bada questa è mia figlia trattala bene
      Non preoccuparti sarò per lei un figlio e padre sarò il marito
      sarò il suo amore
      Bada no farle del male
      Mai e poi mai
      Giura
      Giuro su ciò che mi sta più caro
      Va bene te l’affido
      Amatevi gli uno con gli altri nel mio santo nome  
      Sarà fatto non preoccuparti
      Non chiudere la porta in faccia alla giustizia
      Per carità sarà sempre aperta
      Non fare molti figli
      Userò ogni  precauzione concezionale
      Non esagerare  ,  devi creare una nuova civiltà
      Faro il mio  dovere
      Ti adoro mio signore
      Ora vado non voglio  perdere tempo prezioso
      Ma di tempo ne avete  una infinita
      Quando sarai vecchio non spegnere la luce della saggezza
      I sentimenti sono miti
      Apri la porta agli ultimi
      Faro quello che andrà fatto
      Sono passati quindici anni  anni da quando trovai  Gea  cosi ho chiamata la mia compagna , uscita  da quell’ uovo , uscito fuori  da chi sa  dove  . 
      Abbiamo generato insieme in pochi anni   dodici  figli di cui  alcuni  dall’ enorme  forza e  di bell’ aspetto, eccezionali  in ogni cosa facciano, dotati  di misteriosi poteri  sovrumani , provvisti di più braccia e gambe ,sulla terra verrebbero visti come dei mostri .  Qui sono padroni  di spazi infiniti e  sconosciuti.
      Signori di modi infiniti e sconosciuti , signori della vita e della morte di ogni cosa viva in questi luoghi.
      Qui possono vivere in pace lontani da ogni malvagità e iniquità. Crescono a dismisura sono  dei veri giganti   molto più alti di me di quattro volte.
      Faccio fatica a tenerli a bada .
      La madre li protegge e li cura , asseconda ogni loro capriccio.
      Dopo tante vicissitudini , bisticci , incomprensioni di vario genere ho deciso di  ritirarmi  a vivere  da solo su un’alta montagna .
      Tra i boschi , ricchi  d’alberi bellissimi . Da qui osservo la vita scorrere vedo mondi in lontana stelle dall’intensa luce , universi che si muovono in altri universi e mi trascinano verso mondi infiniti e dolcezze senza limiti.  Medito molto,  m’esercito  a sviluppare i miei poteri .  Riesco ad alzare  pesi enormi senza alcuno sforzo . 
      A mutare il corso degli eventi climatici con la volontà del mio pensiero.  Pur cosciente della mia forza e dei mie poteri   continuo a provare  dentro di me un profondo dolore un sordo  rancore verso i miei figli che non hanno compreso  il mio amore verso di loro.  Questo mi rattrista molto. Piango mi dispero vorrei averli tutti con me come quando erano piccoli.  Gea non la vedo più da  molto tempo  l’altro giorno  mi sembrò d’aver visto   Iperione  aggirarsi nei  paraggi della mia capanna di legno.   Ho provato a  inseguirlo lo chiamato  numerose volte  l’eco delle mie parole risuonava sordo tra i monti . La mia voce si perdeva nell’eco del nulla . Iperione era una sagoma che vagava lontano dal mio sguardo,  si perdeva ai confini del mio essere padre , nella mia  veneranda età. . Così ho compreso d’essere rimasto di nuovo , solo senza  alcuno che mi voglia veramente bene.  Solo di nuovo con me stesso senza dio o come un dio che attende un nuovo dio per rinascere  dalle sue  paure  d’essere come me  prigioniero  in questo Eden  in  questo lontano  pianeta  disperso nella grande galassia d’alpha centauri.
       

    • LA CANZONE DI CARULINA
       
      Carulina siente , siente   stà canzone,  sale  chiano , chiano con la vita  e la morte  con tante  paure  cuorpo ,  si muove dentro l’anima   , nelle mie  parole , corre , scenne , saglie , credo  si  sia   messo in testa  di  fare   la  sciantosa.  Se tolto lo sottanino  ,  ride mi piglia in giro. E sono dentro le pieghe  di questa realtà ,  sono ad un passo dall’ afferrare chesta passione sulagna  in  una terra  che splenne  ancora sotto il  sole . Le strade sono deserte  la gente se chiusa  dentro casa , con la sua storia.  
      Ed  io  ricordo  quello  juorno che vidi  a carolina  fare la spesa  mezzo ò mercato , era nu juorno di ottobre , freddo e piovoso   , udivo  in me il  canto delle pacchiane  , salire lento con tutte le  sue paure.   Mille note malinconiche , mi facevano chiagnere all’ombra della ragione ,  come  fossi  un  ragno fellone  che inforca gli occhiali e cerca la mosca  caduta dentro al  suo bicchiere . Io  andavo  ,  rassegnato tra mille versi  in chesta vita mia , ad un  certo punto    non sapevo   chiù  niente,  cosa era  l’ammore , chi era    carulina .  Languida e sensuale  , io me  la  sognavo  di notte , solo ,  dentro  al letto ,  nelle mie fantasie  ,  solo in  questo canto  di morte,  in compagnia  dell’ammore e  di mille malaparole .  La gente   ballava   e la signora ,  lanciava  l’acqua da sopra la finestra , mentre ò cane  ballava  assieme a noi.  Ed io oggi , sono ancora vivo , lo sono tutti ed  andiamo incontro  ad una guarigione  che  sorge  e  piglia  sciato,  assetato di tante passioni.
       
      Ammore è malattia  , fuoco doce che allumma e coce , coce sempre chiù come fosse nu lumino acceso davanti una madonna  . In quell’  immagine,  io mi perdo e  canto  sotto ò musso dei santi . E sono un angelo,  nu solice che s’annasconne  nell’oscurità. In questo concerto , un coro di voci,   ,  una musica  m’ accompagna  triste , sempre chiù triste in questa strana  disperazione  . E non  ci sta nisciuno che m’aspetta ,  mi dice  :  forza .   Io vado  su e giù , come se  fossi  un secchio ,  io vengo tirato da vascio allo pozzo  , con  tutte le mie canzoni , in  vari  ritornelli . Io sono  questa vita , vicino  alla pelle  di carolina che ride e la dà  solo a chi dice ella . Ed io aspetto , aspetto l’ora bona , possa divenire  l’innamorato suo .  Core ,  ingrato ti  sei  stregniuto  , hai  cangiato  la  nostra sciorta , ti sei  lavata la faccia  sporca di terra. Come tanto tempo fa   mi riporti  in  cielo , ed io  cerco una via d’uscita da tanto male.
       
      Carolina è   l’ammore   si  fa  ammirare   da tutti quanti , la gente  la segue ,  spera   , poi compreso il male  , rassegnata si fa  il  segno della croce . E nel giorno della santa pasqua  io mi sono  messo  una  nuova idea  in testa  e sono andato in  paradiso , là  mi so fatto  un  litro di vino , insieme a  san Vincenzo e san Pietro.   Tutte le canzoni , tengono nu core ,  sono come  rose   senza  spine,  fatte  ad immagine dello scorrere del tempo e se mi passa  chesta freva ,andrò con  tutti quanti a cantare  chesta canzone a carolina . Ma tu  core , core mio , perché ti sei  appucundruto , sotto una croce ,  miezzo alle mane dell’ammore   ed ora mi sento  morire  come fosse  un martire   e  mentre canto  ,sento  la voce di  carolina , la  quale , la vedo , correre e ridere , ancora nuda nei mie versi , verso un'altra storia ed un'altra canzone.    
       
       

    • Eravamo due scrittori e stavamo dove dovevamo stare. Io avevo 19 anni e stavo fallendo lettere moderne a Bologna . Lui ne dimostrava 60 e aveva un naso grosso e bitorzoluto. Eran le due del pomeriggio della vigilia di natale e la biblioteca era vuota. Oltre a noi due solo il rumore elettrico della macchinetta dei caffè e del bibliotecario nessuna traccia. Avevo tra le mani una bella idea che aspettava solo d'esser scritta, era la storia di un ragazzo che ,buttatosi nella gioia al grammo della droga, trovò l'amore riscattatore in un'improvvisata cliente e di come la perse cercando di dimostrarsi migliore , più sano, più uomo. Tartassato dalla vista dal perfetto amore, sempre giovane e fuori età, dei suoi genitori ,cercò di conquistarla mostrandosi “degno” ma non avrebbe ottenuto che disprezzo. Lei si sarebbe comportata al peggio, solo per far uscire quell'istintivo ragazzo che in una sola notte d'estate riuscì a farla innamorare in un lurido bar di città, ma non avrebbe ottenuto che gentilezza. Volevano l'uno la pace e l'altra la guerra. Un tossico e una santa che giocano al ricco e al povero. Era un messaggio così semplice: le persone non si cambiano ma si accettano; eventualmente tutti troveremmo il coraggio di crescere, di cambiare, ma solo al prezzo di non mentir più a noi stessi. . Mia madre è stata molto male e per questo son tornato da Bologna per starle vicino. Da poco più di due mesi un cancro la sta divorando dal fegato e i medici dicono che non è che ci sia molto da fare .E da sperare? chiesi io, neppure mi risposero. Decisi di rimanere qua con lei finchè il peggio non si fosse avverato e nel cuor mio speravo ,con estremo odio verso me stesso, che come regalo Babbo natale quest'anno mi uccidesse la mamma. Soffriva e faceva soffrire troppo per volerla ancora qui. Partì tutto dalla bile e in una settimana la pelle le diventò gialla, pure gli occhi perderono lo splendore perleo e si tinsero del colore delle nuvole grige attraversate dal sole. Per gli scorsi due mesi son venuto in biblioteca con l'intento di studiare per affievolire le preoccupazioni che lei aveva sui miei futuri esami ma il richiamo della penna era troppo forte. Non era la prima volta che cercavo di scrivere qualcosa , avevo in archivio ben nove racconti, tutti nati spontaneamente , tratti da veri ricordi e abbelliti con fantasiose bugie, cominciati come scherzo e conclusi con grande serietà però questa era la prima volta che tentavo di intraprendermi sia in un romanzo, sia in un'opera ,solo ed esclusivamente frutto della fantasia; o almeno così lo pensai all'inizio.
      Doveva esser un romanzo di speranza e d'essa non ce ne era traccia nella mia realtà. Ogni volta che non terminavo un'idea questa mi torturava con violenza, richiedendo d'esser scritta, comandando di dar una fine a questi personaggi creati per nulla. Mi consideravo un Dio malvagio ma trovavo conforto nel sapere che neanche il nostro fu tanto gentile con noi. Avevo 60 pagine ma ne avrei salvate massimo 20. Il progetto si protraeva da 50 giorni prima che venissi a sapere di “quello”. Gli studi certo non andavano per nulla bene. Ero appena uscito dal Liceo scientifico delle Scienze Applicate e senza sapere un'acca di latino mi ritrovai davanti questi grandi tomi d'autori antichi. A chi mi chiedeva del perchè di questa bizzarra e audace, per non dire stupida, mossa rispondevo sempre “ E' per rimanere coerente nell'incoerenza! Avessi fatto il Classico ora sarei Ingegnere. La coerenza è per chi è costretto a essere se stesso!”.
       
       
      Lui sembrava un ex-tossico e in tutte le volte che in questi due mesi son venuto in biblioteca, diciamo una volta ogni due giorni per una media di 2 ore di malriuscita scrittura, lo avrò visto indossare al massimo due outfit. Per tutto il mese di novembre lo vidi sempre e solo con due scarpe da lavoratore sporche di vernice, dei jeans blu larghi e un maglione di lana verde; sinceramente dubito che ci fosse una maglietta sotto perchè essa avrebbe aiutato a trattenere la puzza ma non se ne sentivano i risultati. Il secondo consisteva invece in un outfit natalizio: un maglione blu ,nuovo e pesante con della alci ricamate e dei pantaloni verde scuro, sfoggiando a giorni alterni anche la cuffia da babbo natale. Non avendo null'altro da fare entrava in biblioteca assieme agli impiegati ,a cui offriva ogni mattina il caffe, e si sedeva sempre al solito posto circondandosi ogni volta di pile di libri di autori della Bit-generation che non credo leggesse per davvero. Più che il libro in sé leggeva sempre e solo le biografie degli scrittori e avrebbe tratto più ispirazione dal nome cubitale sul lato che dal libro stesso. Di bit, invece, lui aveva solo il bitorzolo e quello per quanto io lo osservassi non mi era di nessun aiuto. Aveva i capelli lunghi di color biondo cenere e in un pomeriggio uggioso, a ridosso dei primi esami dell'anno scolastico, fui costretto , per questioni logistiche, a sedermi a uno dei due sempre-liberi posti vicino a lui. In quel momento entrambi scoprimmo nell'altro un'identica e inconcludente passione. Lavorammo spalla a spalla facendo finta di nulla ma entrambi ci spiavamo con la coda dell'occhio. A turni uno si stiracchiava la schiena per spiare sull'altro e mentre lui osservava solamente il foglio su cui scrivevo a mano libera, con una scrittura chiara ma minuscola, io mi concentravo sull'enormità del suo naso. Quel giorno entrai alle 4 del pomeriggio e ne uscì solo dopo un'ora. Nel tempo in cui io scrissi a malapena mazza facciata lui ,sono sicuro, che abbia battuto sul suo piccolo laptop, ormai obsoleto con frammenti di terra nella testiera e un enorme quadrato nero sulla fotocamera interna, almeno 20 pagine . Non si fermava un secondo e le uniche pause che si concedeva eran quelle per le merendine e per le ricerche motivazionali nei nomi di Kerouac e compagnia bella. Tanta produttività mi metteva a disagio ed è proprio quando lui tornò dalla sala stampe con un manoscritto di minimo 400 pagine che io decisi di evitarlo per sempre.
      Nelle settimane successive, eravamo ormai agli sgoccioli di novembre, non ci fu una volta che entrando nella biblioteca non lo vidi nel suo solito posto, circondato dai libri come se accerchiato da mura difensive. Notai con grande divertimento che l'agitazione e furore messe nella scrittura non mancavano di farsi risentire sulla mente del povero scrittore. Passava in biblioteca tutto il giorno e con grande gioia ci avrebbe pernottato però venendosi ogni volta sbattuto fuori, nonostante avrebbe concesso una sorveglianza gratuita , affidabile ma inefficiente , iniziò a concedersi tale privilegio nell'ora della siesta. Il 29 Novembre entrando nell'edificio alle 2 del pomeriggio lo vidi in una condizione di dormiveglia. La testa combatteva una sonnolenza che già prendeva la meglio. Il capo compiva moti circolari mentre le mani rimanevano, in assetto di creazione, aperte e pronte sulla testiera, sempre stirate e snelle come le zampe di un ragno. Mi sedetti davanti a lui con grande cautela. Non si decideva ancora a collassare ma stava facendo progressi, ogni tanto la testa s'abbassava a tal punto da battere con il gigantesco naso uno spazio sulla testiera. La pagina bianca che mi si presentava davanti dava sensazioni differenti in base agli orari. Vi erano pomeriggi e notti nei quali l'infinità di mondi che si nascondo dietro qualcosa che non è ancora stato creato, che ancora è nulla, mi infondeva di una gioia senza limiti. Le mattine invece portavano con sé un tedio che mi impediva di immaginar qualsiasi cosa; in quelle mattinate ero costretto a pulire la casa, far la spesa e prendermi cura di mia madre e con grande fretta cercavo di compiere tutti i miei doveri solo per ricavarmi quel minimo lasso di tempo dedito alla scrittura. Ora invece, in quest'ora dove tutti son a casa abbioccati dal peso del pranzo domenicale, io osservo il foglio bianco e da una grande paura sono attraversato. Il mio romanzo è ormai da buttar via. La storia non mi piace più , i personaggi sono noiosi e prevedibili, non c'è sentimento né verità. Era Hemingway che diveca che una storia è bella finchè è vera ma fino a che punto un uomo può mentire senza considerarsi un bugiardo?
      La mattina di quel giorno fu molto pesante ed ero riuscito a guadagnare solo trenta minuti per me stesso e dopo sarei dovuto andare a prendere la mamma all'ospedale. La pagina bianca stava ancora lì e nessuno si era occupato di riempirla. Lui sì che l'avrebbe colorata senza problemi, chissà di cosa scriveva continuamente con tale furore, quella sì che doveva essere una storia vera perchè non vi era fisicamente il tempo per immaginarsi tutto quel materiale con una tale velcocità. Senza che mi accorgessi di nulla il mio futuro amico si era buttato con la testa nella braccia sia sue che di Morfeo e pure io tutto d'un tratto mi sentì il collo molto pesante.
      Mi risvegliò il rumore di un anti-virus. Il tavolo da otto posti si era riempito e tutti mi osservavano chi con sdegno e chi con divertimento, tutti tranne lui, lui scriveva e scriveva senza neanche una volta togliere lo sguardo dallo schermo. Avevo sbavato dormendo e la scrivania era ora bagnata. Solo il foglio bianco era rimasto asciutto e neanche sgualcito. Guardai l'orologio e capì la grandezza del problema in cui mi ero cacciato, era passata un'ora e mezza e avevo dimenticato il telefono a casa. Mi tartassava il pensiero di quello che mia madre avrebbe pensato di tutto ciò, un figlio incapace di voler far quello che si è proposto volontariamente di adempiere, “senza il mio aiuto “ avrebbe pensato “alla prima occasione si dimenticherà pure la testa a casa! chissà da padre! Non ci voglio neanche pensare!”. In verità non avrebbe mai pensato una cosa del genere. Doveva essere un compito così semplice eppure, con così tante buone intenzioni, son riuscito comunque a deluderla. Provavo un grande odio verso me stesso ma uno ancora più grande verso colui che mi stava davanti. Lui si era svegliato e procedeva senza problemi , con nessuna preoccupazione al mondo se non quelle fittizie dei suoi personaggi. La madre forse gli era già morta -Fortunato lui- mi risuonò d'istinto nella mente. Io avevo anteposto allo squallore della mia vita la speranza della scrittura e ci ero rimasto fregato per mia stessa colpa, non era ancora detto che lo fossi davvero ma di certo non mi sentivo innocente. Forse , pensai in quel momento, era ora di smettere con questa pagliacciata. Raccattai su le mie cose, una sola penna, e con grande rabbia verso tutti e tutto accartocciai il foglio bianco facendolo rotolare lentamente verso l'infermabile scrittore che mi stava di fronte. Lui mi guardò dritto negli occhi , da lì la prospettiva gli rimpiccioliva il naso ma non l'enorme bitorzolo che sulla punta appariva ancor più brutto e peloso. Il volto era pieno di rughe e gli occhi brillavano del color del mare. Non ho odiato mai nessuno così tanto in vita mia.
      “Tiettelo , forse impari a scrivere”. Non glielo dissi davvero. Raccolsi il foglio e lo buttai nella differenziata.
       
      Mia madre non era in oncologia. La cercai in tutto l'enorme complesso ospedaliero e mi persi con grande facilità. L'ospedale nuovo con i suoi ben attrezzati reparti ha alle proprio spalle una semplice rete di strade ben lastricate che portano prima agli antichi padiglioni, ormai archivi e sgabuzzini, poi a una chiesa, poi a una biblioteca e in fine a delle casette piccole e umide sia per i sani che per i malati , senza dimenticare quelle per i morti! Cercandola con speranza nelle camera mortuarie guardai attraverso i cupi vetri delle finestre e la vidi seduta alla fermata del bus poco fuori dalle mura ospedaliere. Mentre mi avvicinavo a lei sembrava che non mi riuscisse a notare. Le attraversai la strada davanti ma rimaneva immobile come una statua. Il bus passòsenza fermarsi. Sedeva ferma con le mani unite in mezzo alle gambe, gli occhiali da sole sobri e un fazzoletto viola scuro sulla testa a coprirle i pochi capelli rimasti, anche in queste condizioni, distrutta dal cancro, acciaccata dalla vecchiaia, dimostrava uno stile particolare e dalle rughe s'intravedeva ancora la bellezza intrappolata della gioventù. Immaginavo fosse solamente incazzata ma quando le arrivai a mezzo metro di distanza iniziai a pensare il peggio ... Sfortunatamente si era solo addormentata! Tirai un sospiro di sollievo e la sveglia delicatamente. “Dove siamo?” disse spiazzata dalla situazione. “Non importa, adesso ti porto a casa” niente mi costringeva a esser così gentile con lei. Le litigate si svolgevano con una continua rinfacciata di delusioni che uno aveva procurato all'altro e di norma finivano in fretta e a suo favore. L'unica volta che riuscì a tenerle testa, senza trovar il tutto inutile e controproducente, lei mi rinfacciò d'esser nato. Ma che colpa ne avevo io? Nessuno chiede di venir al mondo e come la guerra che appare bella e motivata solo quando combattuta da altri così è anche la vita! . Solo l'amore che ti aspetta a casa e la bugiarda propaganda riescono a giustificar gli orrori della guerra. Solo tramite quelli la vita val la pena d'esser combattuta. Solo così ti puoi considerare un giusto e non un vinto. Si riesce a viver bene solo grazie agli occhi di chi ti ama o di chi ti intrattiene. Con questa sua avventatezza e le condizioni in cui girava poteva finir molto peggio e ciò era abbastanza materiale per ribattere sul mio errore. Aveva sbagliato a non aspettarmi. “Ma lo sai che ora sono?! Dovevi venir un'ora fa!”. Oramai si era svegliata .“ Sì lo so , scusa mamma”. “ Scusa un cav...” si interruppe quando la guardai con la mia solita faccia triste e come sempre aveva fatto durante la mia infanzia capì che era inutile batter sul chiodo perchè, per quanto caldo fosse ,non sarebbe mai riuscito a tener appeso un bel nulla. . Era fatta così e senza neanche accorgersene riusciva a nascondere la propria delusione nel vero ma forzato affetto che somministrava come medicine. Trascinava con sé voglia di suicidio e come il profumo caretteristico di una casa, veniva sentito da tutti tranne che dal proprietario.
      “Non preoccuparti, sei fatto così e non posso non volerti bene” Speravo e aspettavo una frase del genere ma invece disse :“Scusa un cavolo! La prossima volta ti porti il telefono!” “Sì come vuoi” . Ce ne andammo a casa lungo la strada grigia e vuota senza radio e senza musica e senza parlare di nulla.
       
       
      Non mi sentivo più una persona vera. Mi aggiravo indaffarato tra la città decorata senza sentir uno scopo. Mamma peggiorava di giorno in giorno e lontani parenti, anche se vicini di residenza, venivano a portarle un ultimo saluto. Venivano per cortesia e se ne andavano indispettiti. Le false speranze dette solo per rispettar il costume furono ricambiate con sorrisi altrettanto falsi. A chi mi diceva che finchè c'è vita c'è speranza io mostravo il perleo sorriso e con un ottimismo volutamente esagerato li colpivo sulla spalla e rispondevo “Ma certo che c'è! Mamma riuscirà a superar tutto questo!”. Capivano benissimo che era una presa per il culo e per ripicca di loro non si sentì più nulla. Anche mamma sentiva, e ne sembrava compiaciuta. Credo che le bugie siano giustificate solo quando esse servano ad creare un inizio e non a alleviare una fine. Eravamo rimasti soli e presto io lo sarei stato ancor di più. Non c'era guadagno nel mentire ma vi era consolazione nello sfottere. Arrivati alla metà di Dicembre entrò sotto le paliative e non avendo forze neanche per alzarsi e accendere la Tv mi chiese di andarle a comprare un libro. Mi diede Venti euro e il titolo di un romanzo. Avevo solo 19 anni e nessuno stipendio da incassare, la morte era oramai prossima e me ne ero già fatta una ragione .Intascai i soldi e andai in biblioteca senza pensarci un secondo. Entrai veloce con lo sguardo fisso sui miei piedi. Non conoscevo l'autore ma era di un Americano degli anni 50 e allo scaffale dove accorsi con fretta trovai solamente un buco. Con l'intento di andarmene il più presto possibile andai a chiedere informazione al bibliotecario . Una volta lo vidi cercar con grande avarizia degli spicci dimenticati nelle macchinette del caffè perciò la prospettiva di guadagnare 15 euro era sufficiente per giustificar la spesa di 5. Mentre io tirai fuori dai pantaloni il portafoglio l'uomo dall'altra parte del bancone mi osservò in silenzio senza scomporsi. A quanto pare la conoscenza non riempe lo stomaco mentre i vizi svuotan perfettamente le tasche. Quando appoggiai la banconota di piccolo taglio sul bancone lui la presa subito ma io la ritirai altrettanto velocemente. “ Prima voglio sapere chi e quando” mi disse che era ancora nell'edificio e che sapevo già chi l'avesse preso. “Chi?” risposi con un sorriso maligno. “Andiamo amico” era nervoso e voleva liberarsi presto di me . “ Nome e cognome” , scosse la testa. “Voglio sapere chi è” .
      “No categorico” dicendolo chiuse con forza un libro che teneva aperto nelle mani. “ E' davvero pazzo?” non so perchè glielo chiesi, non sembrava pazzo, era solo brutto. “ No, è stato solo sfortunato”.
      Mi guardò un ultima volta con disprezzo e poi se ne andò giù per le scale dritto all'archivio. Io avevo ancora la banconota in mano. Gliela appoggiai sulla tastiera del computer di servizio e iniziai a scrutar tra gli affollati banchi.
       
      Aveva cambiato postazione e ora sedeva in mezzo agli scaffali di filosofia tedesca. Indossava il maglione con le renne e i pantaloni verdi mentre la cuffia da Babbo Natale era per terra cadutagli chissà quando. Il libro che cercavo era il primo sulla pila centrale, sotto di esso stavano due versioni di “On the road” e “ “THE WHO” The full story“ . Come sempre, scriveva senza sosta. A differenza degli altri giorni oggi aveva con sè un raccoglitore azzurro trasparente dove al di-dentro si poteva distinguere benissimo un titolo : “ L'Acquila dell'amore”. L'errore, pensai, avrebbe almeno distratto tutti dalla smielosità ridicola di quel titolo.
      Dalla parte opposta del tavolo cercai di attirar la sua attenzione ma senza successo. Solo quando mi allungai per prendere il libro lui mi guardò con i suoi occhi celesti. Il bitorzolo me lo ricordavo più grande. “ Posso prenderlo? serve a una mia amica”. Con una lenta compostezza ,tipica nei film dei personaggi malvagi, si tirò indietro fino ad appoggiarsi allo schienale, intrecciò le mani davanti a sé e fece un grande respiro. “ Beh” Dal naso gli uscì più aria in quel momento che da tutti i polmoni dell'intera biblioteca.
      “Mi dispiace per la sua amica” disse con tono freddo e per nulla dispiaciuto
      “Cosa scusi?”
      “ Ho detto che mi dispiace, questo è un libro per i morenti”
      Saccente e cinico, nessuna attenzione per i fatti propri e una costante ricerca di problemi. L'archetipico perfetto di una persona da odiare e di uno scrittore da leggere.
      “ Non sono cazzi tuoi”
      L'educazione era ormai superata, faceva parte di un registro che a noi non interessava. Gli studenti seduti al tavolo avevano ormai accantonato i libri e aspettavano , come spettatori al cinema, una risposta dallo scrittore.
      “Per lo meno è scritto bene, non leggerlo se cerchi speranza ma tienitelo, forse impari a scrivere”
      Lanciò esosamente il libro in mia direzione con disprezzo e altezzosità. Io non avevo distolto gli cchi dai suoi e senza neanche provar a prenderlo , lasciai scorrere il libro finchè non cadde. Incurvò la schiena, distolse lo sguardo e ricominciò a scrivere. Andai diretto alla sezione dei dizionari di consultazione. Presi la versione più pesante del Treccani e tornai dal mio futuro amico. Scriveva ancora , senza sosta, tenendo in mano le pagine che prima erano nel raccoglitore azzurro. Leggeva e scriveva come se stesse copiando da esse. Tutti nel tavolo mi osservavano , tutti tranne lui. Massacrato dalla vita avrei forse dovuto cercar amicizia ma la rabbia appariva ben troppo giustificata.
      “ Il peso delle parole soverchia anche i più cinici”
      Buttai tutto l'italiano, dalla A alla G, mirando al suo piccolo portatile. Colpì il luminoso schermo ad angole retto e lo vidi piegarsi e rompersi sotto il peso del linguaggio. La grande vendetta della penna sulla tastiera. Il tomo da 1100 pagine si posò a due lettere dalle sue dita. Non si spaventò ne si mosse. Con calma, mentre io tremavo dentro per la paura, rimise le pagine nel raccoglitore, si assicurò che fosse ben chiuso e mettendoselo sotto braccio, si alzò e si diresse verso la porta senza dire una parola. Sentivo lo stamaco farsi piccolo e insignificante, sentivo il cuore tenere il tempo di una danza tribale e sentivo anche che non sarebbe finita qua. Risuonò un anti-virus dai ciocchi del computer. Uscì anch'io e lo andai a cercare.
      Il pedinamento continuò per mezz'ora, non tanto per la distanza quanto per la lentezza con cui egli camminava. Proseguiva su un lungo viale con un'andatura zoppicante tipica di chi ha una gamba più lunga dell'altra oppure di coloro, che pagandone il prezzo, hanno provato a far il passo più lungo della gamba. Io lo seguivo collo sguardo dalla gelateria dove presi una cioccolata calda. Per ben 3 volte si fermò davanti alle vetrine di negozi chiusi e specchiandocisi si toccava ogni volta il gran naso e lo spremeva e si faceva del male, come se volesse rimpicciorirlo, come se volesse rifarselo. Finalmente si fermò davanti a un palazzo che ricordavo fin troppo bene e con la sua andatura claudicante entrò con una fretta che proprio non gli si addiceva. Ci ero andato molte volte da piccolo, le maestre dicevano che avevo problemi di rabbia e mi costrinsero per tutte le elementari ad andarci una volta al mese. Quando arrivai ai pressi della clinica di psichiatria mi ricordai che nel di dietro dell'ingrigito edificio si nascondeva un grande e magnifico giardino colorato. Era inverno ed aveva appena nevicato quindi non ci sarebbe stato nessuno a sorvegliare l'entrata secondaria. Una coltre di neve copriva tutto il colore triste dell'inverno. L'edera rampicante assomigliava a decorazioni di poliestere. Sulla porta secondaria un vischio pendeva dall'alto e poco lontano da essa un albero di natale rimaneva verde e luccicante di decorazione gialle rosse e blu, coperto solamente da una tettoia che sarebbe presto crollata sotto il peso della neve. Lo scrittore era nel mezzo del giardino, io lo spiavo da dietro l'angolo. Rimaneva immobile a guardare il vuoto. Era girato di schiena e per un attimo ebbi l'impressione che stesse tremando. Non aveva più con sé il raccoglitore azzurro. Avendolo visto da lontano entrare dall'ingresso principale mi feci l'idea che lui fosse nient'altro che un paziente speciale a cui era concesso di uscire. Sfruttando l'occasione feci il giro ed entrai dalla porta principale. Tutti avevano già preso le ferie e alla scrivania d'entrata vi era solo una segretaria che conoscevo molto bene.
      “Salve Alice, il natale non ti è mai piaciuto vero?”
      “ Ma guarda chi si rivede! Gioia come stai? Ti Ricordi male ! Io lo adoro ma sono obbligata a stare fino alla vigilia ma dimmi tu come stai zuccherino? Non hai avuto un'altra crisi?”
      Non si ricordava ne del mio caso ne del mio nome, forse della mia faccia.
      “Che lavoro ingrato...Nono io sto benissimo, La dottoressa c'è?”
      “Sì ora è in bagno che sta poco bene”
      “Era da molto che volevo venirla a trovare”
      “ Non è un bel periodo per lei”
      “Lo so, lo so..”
      Non avevo idea di cosa stesse parlando. Stesse morendo , ne sarei stato contento. Al tempo delle mie visite era una vera e propria arpia. La odiavo con tutto me stesso ma vi era bisogno di questa menzogna. Mi feci più vicino alla segretaria, appoggiai la mia mano sulla sua e le dissi sussurrando
      “Voglio farle un regalo, ma tieni il segreto! Mi devi dare una mano però... Mi devi dare uno di quei lasciapassare”
      “Tieni gioia fai veloce , è da 5 minuti che è in bagno”
      “Grazie alice sei la migliore!”
      Proseguendo le feci l'occhiolino ed entrai nel corridoio degli uffici. Usando il badge appena datomi aprì la porta di sicurezza delle scale e salì per cercar le stanze dei malati, dei pazzi. Il piano di sopra era un lungo corridoio, quasi 20 metri, dove un totale di 10 stanze 4x4 si disponevano sui due lati. Nelle prime a sinistra una donne leggeva un libro al contrario, nella seconda a destra un uomo sbatteva lentamente la testa contro il muro, nella terza a sinistra una donna sui 30 anni rimaneva sdraiata, dandomi la schiena, riscaldata solamente dalla sua bianca camicia di forza. La cartella blu era appoggiata su quel letto. Senza pensar a nulla, entrai. La stanza era bianca e spoglia. Solo un comodino, una piccola scrivania di legno e un cenciosa sedia decoravano la gabbia. Un pasto da ospedale rimaneva caldo e non consumato sul tavolino vicino al letto. Non vi era nessuna cartella clinica, nessuna informazione. Lei non si smosse. Sul momento pensai che dormisse. Mi avvicinai al letto e lei rimase ferma. Presi la cartella e mi avviai verso l'uscita..Appena iniziai ad uscire dalla stanza vidi la porta delle scale aprirsi e un enorme naso già intravedersi dall'uscio. Rientrai velocemente e preso dal panico mi nascosi sotto al letto . Lei ancora rimaneva ferma. Lui entrò senza dire una parola. Prese una sedia dalla scrivania lì vicino e si sedette al suo fianco. Intravedevo solo le sue scarpe zozze di vernice, puzzavano più loro di morte che la clinica stessa. Sembrava che non si fosse accorto della cartella mancante. Tirò un gran sospiro e con la schiena si portò in avanti appoggiando i gomiti sulle ginocchia. Nelle mani teneva un crisantemo rosa. Iniziò a singhiozzare, poi a piangere. Ero talmente vicino che di rimbalzo le lacrime mi bagnavano le guance. Lui continuava a piangere come una fontanella. Con grande cautela, mentre il suo dolore inondava di rumore l'intero edificio, aprì la cartella e iniziai a leggere i suoi testi. Erano molti racconti , quasi una trentina, ciascuno di 3 o 4 pagine e raccontavano tutti la stessa cosa. La prosa era complicata e quasi incomprensibile. Parole mai sentite come dinoccolata , roboante e borboritmiche s'alternavano a parolacce e bestemmie. La raffinatezza che si attribuisce a chi spesso non riusciamo a capire , facendoci credere che sia un deficit di chi legge, si mescolava a un profondo diprezzo verso la sfacciataggine di alcune righe. Era un racconto misterioso e indecifrabile. Si leggeva di una donna che gli aveva rubato il cuore in un bar di notte ma poi tutti i soggetti si mescolavano e non si capiva chi avesse fatto cosa. Ogni volta però cambiava il titolo. Dopo circa 20 copie dello stesso racconto incominciarono ad esserci al loro posto frasi semplici che se messe insieme potevano creare un quadro generale. “Un amore proibito”. “Le figlie dei ricchi amano i poveri pazzi”. “La più bella donna del mondo”. “ Come ho deciso la mia morte” . “Il suicidio fallito”.
      “La gelosia e il bacio della morte”. “ Sono un bugiardo”. “L'amore della bugia”. “La bugia dell'amore”. “I sacrifici che si fanno per amare e essera amati”. “La droga nel bicchiere fa più bollicine che lo spumante”. “La tua discesa nel tunnel”. “Io: la tua disgrazia”. “Tu: la mia salvezza”.
      In quel momento vidi la mia fantasia farsi realtà. Capì che romanzo volevo scrivere e la felicità m'inondò tutto. Era vero e ne avevo finalmente la prova! Vidi i miei personaggi più vecchi, più brutti e più reali che mai. Che felicità che provavo! Mi sentivo nel paese delle meraviglie! Mi sentivo come se fossi parte di un film , di un racconto o di una storia e ne colsi una grandissima speranza. Tremavo dalla felicità mentre lui ancora piangeva. Pian piano le lacrime finirono ma i singhiozzi presero presto il loro posto. Nei racconti un nome si ripeteva sistematicamente: Silvia.
      “S-s-s-ilvia... S-silvia... oh Silvia”
      La voce gli si spezzava ogni volta che una lacrime s'infrangeva sulle mattonelle fredde. Era disperato. Se avesse potuto avrebbe pianto fino a morire disidratato e io di certo non avrei fatto nulla per impedirlo.
      “Perdonami Silvia, perdonami! IO VOLEVO SOLO CHE TU MI AMASSI, non- non volevo ridurti così.. scusa... scusa...ci ho provato davvero”
      Si buttò sul suo letto e un ginocchio mi sfiorò il viso.
      “T-t-ti ricordi q-q-uello che mi dicevi? “ Tu non l-le capisci l-le persone, qua-quando vuoi far qual-qualcosa fai sempre la cosa opp-opposta!”
      Dalla Porta-finestra che buttava sul corridoio si vedeva ,appiccicato sul vetro della stanza di fronte , un uomo decisamente pazzo. Mi guardava fisso negli occhi ma nel frattempo cercava, come i bambini stupidissimi, di usar la propria bocca come stura-cessi sul vetro. Io ,mezzo sconvolto da tutto quella che era successo, d'istinto lo trattai come un bimbo e giocando a far le facce buffe riuscì a farlo ridere di gusto.
      “Oggi ci sono riuscito... Gli avrei rotto la faccia a quel coglione di un ragazzino...”
      Mentre la rabbia gli ridiede un contengo io ebbi paura che la mia gentilezza mi si ritorse contro e non avendo idee, iniziai a far smorfie e facce arrabbiate. Il vecchio bimbo si impaurì tanto che ,ancor prima che lo scrittore fosse riuscito ad alzarsi e a notarlo , corse e si nascose sotto le coperte del suo letto. Poi, il silenzio. Vidi le scarpe girasi, fare tre passi e fermarsi sulla porta.
      “Una volta ho letto che il giorno che si impara ad amare ci si dimentica di tutto il resto. Beh..io non ho dimenticato proprio nulla... Io ho pensato solo a te e al mio grande errore per tutto questo tempo , ma oggi basta, oggi voglio dimenticare. Oggi un ragazzo mi ha rotto il PC e ho finalmente deciso che smetterò di scrivere la nostra storia. Oggi finalmente hai deciso di leggere i miei racconti. Oggi finalmente forse riuscirò a esser felice e domani chissà ,forse riuscirò ad amare sul serio... Silvia, io volevo solo la pace, perché non mi hai voluto così com'ero? Perdonami ma la tossica sei sempre stata tu. Finalmente, è oggi. .”
      Lui uscì dalla stanza e si dileguò. Rimasi un po' sotto quel letto a pensare. Tenevo stretta la cartella blu. Mi chiedevo perché lui sia crollato sotto le pressioni di lei. E' stata davvero colpa di un'esosa curiosità femminile o solo un'ennesima prova di quanto in basso l'animo maschile può portarsi per cercar d'esser felice? Perché non è riuscita a salvarla? Perché tutti i racconti dovevano finire nello stesso modo? Il senso di colpa è davvero talmente grande da impedirgli d'immaginare una speranzosa conclusione? Meditavo e meditavo su come fosse giusto finir quel racconto...perché tutto ciò non poteva avere un lieto fine? E' davvero la vita senza speranza? Che tristezza mi colpì in quel momento. Nessuno scrittore riuscirà mai a cogliere la disperazione che ogni giorno la vita crea con la sua matita. Mi rimisi in piedi e le buttai la cartella sul letto.
      “ Io non so chi tu sia ma sto capendo chi lui è. Se c'è ancora un minimo di intelletto lì dentro usalo per leggere questi racconti. Devi farlo. Glielo devi.”
      Silenzio tombale.
      “Lo conosco da poco ma so già che lui ha avuto il coraggio di amare. Il mondo avrà un lieto fine solo grazie a loro, non grazie a noi. Sappiamo che lui ha imparato come amare, ma noi, infami bastardi, possiamo dir la stessa cosa? “
      Silenzio tombale.
      “Beh Silvia, io ci voglio provare. Addio.”
      Silenzio tombale.
       
       
       
      “Mamma”
      Era distesa sul divano sotto due coperte di trapunte di lana. Una forte lampadina bianca, offuscata da una bajuor gialla ,illuminava, da dietro le sue spalle, l'intera stanza d'una luce calda ma triste. La foto di papà rimaneva felice e immobile a guardarci dal suo angolino dimenticato. Chissà se le foto in bianco e nero vorrebbero vedere il mondo a colori . Di lui sapevo il nome: Romeo. Dalla TV il rumore d'una partita di tennis scandiva come un metronomo l'infinito silenzio di quel momento. Sarebbe morta entro poco tempo e nessuno ne sembrava tanto affranto. Lei dormiva con la bocca aperta ma senza far rumore. Nonostante l'arancione luce nella stanza lei appariva comunque pallida. Tossii forte per svegliarla senza riuscirci. Mi sedetti di fianco a lei e, prima ancora di toccarla, un estremo rancore stava prendendo il posto di una compassione quasi obbligata. Non volevo mentire ma la mia coscienza mi diceva che questo era l'ultimo momento in cui avrei mai potuto ottener dolci parole da lei. In fondo, non volevo che queste.
      Sussurrai singhiozzando.
      -Perché non mi hai voluto bene? Perché per te era così difficile?
      Con la fronte m'appoggiai alla sua spalla . La sua mano , faceva solo finta di dormire, mi raggiunse la nuca e disse con alternati ma deboli colpi di tosse
      Smettila cretino... così fai piangere anche me
      Lei non voleva piangere. Lei non ne era capace. Una volta aveva visto un ragazzo buttarsi sotto un treno e mi raccontò che pianse dalle risate quando vide le cervella finire di rimbalzo dentro al cesto dell'umido. Per lei non eravamo che spazzatura, ognuno di noi nessuno escluso, un riluttante pezzo d'immondizia che aspetta solo d'esser usato e riciclato. Questo demone doveva nascer leone, o forse arpia, ma non di certo donna. Lei credeva nel destino e il suo l'aveva ormai accettato. Per chi crede nel destino non c'è spazio per la tristezza. Per chi crede nel dolore non c'è spazio per Dio. Non era religiosa ma le piaceva pensare che in qualche parte dell'universo ci fosse uno scopo per ognuno di noi. Il suo, dopo tanto tempo, era di quello di morire. Mi diede una debole sberla e poi lente carezze. Io non avrei mai voluto vederla in lacrime, non ci doveva esser spazio per quel ricordo. Tenni la testa sulla sua spalla e continuai a piangere, sempre di più , sempre più forte. Lei non doveva piangere, sarebbe stato ammettere di aver paura e perciò combatteva quel respiro singhiozzante cercando di non respirare o arginando gl'occhi , pronti a crollare come dighe, spingendoli con forza sul cuscino che teneva di fianco alla testa. Non so da dove venisse questa tristezza, l'ho sempre creduta la migliore tra le nichiliste di tutto il tempo. Ma pianse comunque, insieme a me, per cinque lunghissimi minuti. Non fummo mai così tanto attaccati l'uno all'altro come lo eravamo adesso e di certo non lo saremmo stati mai più.
      Questo crogiolo di sentimenti doveva finire presto come lo spettacolo di un grosso pezzo di legno che vien buttato su un morente fuoco; o il tocco arde e il fuoco vive o la fiamma soffoca e muore, lasciando in mezzo alla ceneri un solo grosso umido pezzo di legno.
       
       
      Quando il telefono squillò entrambi ci ricomponemmo. Lei si tolse il maglione zuppo di lacrime. Io andai a rispondere e una voce registrata iniziò ad urlar di un'offerta limitatissima di tappeti provenienti dal Sud-Africa. Misi subito giù. Neanche il tempo di girarmi che squillò di nuovo. La tristezza si tramutò ,in un attimo, in furia. Scagliai il telefono contro il televisore, rompendoli entrambi. Scintille e cristalli ballarono sul pavimento per un solo secondo. Poi tornai da mia madre.
      “ Che farai adesso?”
      Chiese lei con una voce ferma e fintamente disinteressata, voleva già dimenticar quello che era successo. Io non avrei mai avuto voluto dimenticarlo.
      “ Boh, leggerò di più”
      Sapevo cosa intendeva ma anche sul suo letto di morte non avrei mai voluto star al suo gioco.
      “ Non ci siamo mai capiti io te, tu stai su questo livello..”
      Alzò la mano tremolante di qualche centimetro.
      “ ..Io invece sto ..”
      Cercò di sollevarla ancor di più ma cedette e con un docile tonfo si appoggiò sul manico del divano. Mi faceva pena.
      “ Madre... io starò bene, lo sai”
      “ No che non lo sarai, non lo sei mai stato, basta dir stronzate”
      “Ma cercherò d'esserlo, imparerò dagli altri”
      “Loro ne sanno meno di te. Ti sei sempre creduto il più furbo di tutti”
      “ A forza di ripetermelo mi hai quasi convinto”
      “ Cosa farai adesso?”
      “ Mi occuperò del tuo funerale, ti metterò dentro una bara e poi dritta nella cappella di famiglia; come hai sempre voluto”
      Non era vero. Avevo già in programma di cremarla e scaricar le ceneri nel cesso.
      “ Stronzate”
      Era davvero mia madre.
      “ Cosa farai adesso?” Ripeté più lentamente, forse più delusa, forse più debole.
      “Non ne ho idea” dissi guardando il vuoto assoluto.
      “ Tuo padre anni prima di morir s'era fatto far un'assicurazione sulla vita, ho tenuto tutti i soldi per te, basta parlar coll'avvocato”
      “ Come morì davvero papà?”
      “ Che importa , tanto non lo hai mai conosciuto”
      “ Era mio padre”
      “ E' stata una persona come tutte le altre.. che importa di lui”
      “Se proprio non vuoi dirmi chi era almeno dimmi che da qualche parte c'è un lettera o qualcosa di suo”
      “C'è la foto”
      “Quella non mi basta più”
      “Non c'è altro. Non c'è mai stato”
      “Dimmi solo che tipo era.
      “ No”
      “Fammi felice Mà”
      “No”
      “Hai solo questa occasione”
      “No che non ce l'ho. E anche tu non vorresti averla”
      “ Dimmi solo come vi siete conosciuti. Solo questo, ti prego”
      Rivedi in lei il mio sguardo. Gli occhi tristi di chi non vuol dar spiegazione. Troppo colpevoli per dir una menzogna, troppo codardi per dir la verità
      “Mamma. Ti prego. Se me lo dirai saprò cosa fare. Come vi siete conosciuti? Chi era mio padre?”
      “Io non lo so.”
      Un fulmine recise ciò che rimaneva del mio cuore. Sprofondò fino allo stomaco e mi uscì diretto dal culo.
      “Successe tutt..”
      “Non me ne frega un cazzo.”
      “Te l'avevo de..”
      “ Per tutto sto tempo... “
      “Ascolta”
      “PER VENTI LUNGHISSIMI ANNI MI HAI FATTO CREDERE CHE FOSSE MORTO E ORA TU MI DICI CHE NON SAI NEANCHE CHI CAZZO SIA?!”
      “Datti una reg..”
      “ SCOMMETTO PURE CHE SARà ANCOR IN GIRO CHISSà DOVE IMMERSO NELLA MERDA ESATTAMENTE COME SUO FIGLIO. DIO ! DIMMI ALMENO CHE TI RICORDI IL SUO CAZZO DI NOME. COME HO POTUTO CREDERTI DA UBRIACA! QUEL ROMEO , QUEL CAZZO DI ROMEO TE LO SEI INVENTATO VERO?SOLO UN'ALTRA TUA MERDA DI BUGIA?!”
      “ Lui..”
      “NON ME NE FREGA UN CAZZO ORMAI! PER VENTI CAZZO DI ANNI HAI TENUTO STO CAZZO DI SEGRETO SOLAMENTE PERCHè NON VOLEVI AMMETTERE D'ESSER UNA PUTTANA”
      “L'ho sempre saputo”
      “STAI ZITTA!!”
      “..”
      “MI HAI FATTO..” Tenevo nelle mani ciocche marroni di capelli, erano i miei, me li ero strappati senza accorgermene. Cercai di respirar ma senza alcun successo ne vera intenzione andai a prendere la foto sul comodino. La polvere si era accumulata sul vetro . La cornice era aurea. La foto in bianco e nero. Un uomo , non mio padre a quanto pare, alto e bello,sorrideva nel suo smoking con un magnifico sorriso perleo.
      “ Romeo..Romeo... Chi cazzo sei romeo? Mi hai fatto credere che quest'uomo fosse mio padre.. per tutto sto tempo”
      “ Non far l'isterico”
      “ FACCIO QUEL CAZZO CHE MI PARE TU PREOCCUPATI DI MORIRE! Mi hai fatto credere... Quando tu eri troppo occupata a far la puttana in giro io mi sedevo davanti a sta foto e ci parlavo per ore capisci? Per ore intere a parlar dei miei problemi, dei miei amori , delle mie passioni , DI TUTTO QUELLO CHE TU NON HAI MAI FATTO!”
      “Io ti ho cresciuto!”
      “NO NON HAI FATTO UN CAZZO TU! SERVONO SOLDI PER CRESCERE FIGLI MA NON NE SERVONO PER FAR LA MADRE”
      “ Smettila”
      “ Io ti odio “
      “ Non è vero”
      “IO TI ODIO”
      “SMETTILA. Se tu fossi davvero quello che pensi d'esser allora non saresti tornato ogni volta! Sapevi che madre avevi ma hai continuato a tornare tutti i giorni per cenare, sei tornato in lacrime dopo quel campo di coglioni scout, sei tornato dopo che ti hanno mollato per l'ennesima volta , sei tornato correndo quando ti hanno trattato come il coglione che sei , SEI SEMPRE TORNATO. Sei come un cane, i cani tornano, gl'uomini no. ”
      “Io non sono un cane. “
      “Peggio, sei un ragazzino.”
      “ CHE COLPA NE HO?! CHE COLPA HANNO I BAMBINI D'ESSER BAMBINI? NON HO MAI RICEVUTO NULLA. Mai un abbraccio, mai una lezione di vita, mai confidenza, mai “ un ti voglio bene”. Io tornavo per quella foto , non per te”
      “ Beh puoi pure andarlo a cercar perché lui non tornerà. Lui era un uomo. ”
      “ Sì hai ragione e finalmente anche tu te ne andrai”
      “Modera la lingua, ho avuto il potere di farti nascere ho anche que..
      “No che non ce l'hai”
      “Fammi finire.. ho anche quello di toglierti dal testamento”
      “Troia.”
      Lei sorrise. Perché sorrise? Di cosa si compiaceva? Della sua malvagità? Della performance che ha allestito per tutta la vita? Chi era veramente? Cosa l'aveva ridotta così.?.. Se fosse ancora in vita ora glielo chiederei. Volevo solo capire dove e quando nacque quel veleno.
      “Ora dimmi.. che farai adesso?”
      Lì, cadde il buio. Mi ricordo poco delle ore successive. Mi ricordo di aver fatto cadere la foto. Mi ricordo che si ruppe in mille piccole scaglie a parte per un grande coccio di vetro tagliente. Mi ricordo di aver colto da per terra quell'uomo a cui ho sussurrato tutti i miei segreti. Mi ricordo che la foto aveva ora colore, un solo colore: il rosso .Appariva così denso e reale da poterlo toccare, tutto, anche per un solo secondo, sembrò vero e reale. Camminai per ore intere arrivando da nessuna parte e alla fine tornai dove tutto iniziò.
      Eran le due del pomeriggio della vigilia di natale e la biblioteca era vuota. Oltre a noi due solo il rumore elettrico della macchinetta dei caffè e del bibliotecario nessuna traccia.
      Mentre camminavo in mezzo ai libri mi tornò in mente quel maledetto sorriso e un'idea mi attraversò come un pugnale. Finalmente avevo capito il perché di quella malvagia felicità. Solo alla fine del suo viaggio riuscì davvero a accettarmi come suo figlio. Le avevo dimostrato d'esser capace dell'unica arma contro questo mondo tremendo: La rabbia. Solo questa sgorga dalla verità come un fiume, solo dalla menzogna si può trarre consolazione; come quella foto , come tutte le bugie che mi disse su “mio padre”. Forse, mentre la sgozzavo, lei fu pure felice di veder quel povero cucciolo di cane finalmente diventar lupo. Che fosse tutta una bugia per rendermi più forte? Chissà. Forse, il vero amore non è che negar l'amor stesso per paura delle disillusioni che creerà, ma allora tutto il dolore che ho passato, che senso ha avuto? Io mi sento debole.
      Il bianco, il nero e il grigio, solo questo dovrebbe esistere. Invece il mondo non è che il rosse il nero , come quel vecchio romanzo dove tutti ci rimanevano fregati. Riuscì ad essere perfido. Riuscì ad essere suo figlio, per questo sorrise.
      Ero ad un solo passo dall'abisso e da esso mi sentivo osservato. Mi sentivo come un piccolo burattino che non aspetta altro di finir il suo spettacolo. Le risate che provoca non lo confortano più. In un giorno che non si ricorda neanche più egli, il burattino, ha intravisto i propri fili nei riflessi degli sguardi felici degli altri e solo questo gli è bastato per impazzire. Nella felicità immensa dei bambini sui spettatori ha scovato una terrificante verità e tutto, tutto d'un tratto, non ha avuto più senso. Il rosso di quel sangue mi perseguitava dappertutto e la fantasia si mischiò alla realtà, ma d'altronde, quando mai non lo aveva fatto? Nei riflessi dei vetri rivedevo il suo volto sfregiato. Dai libri sugli scaffali iniziarono a cadere pagine rosse. Sui palmi ,prima rosei ,vidi scorrere cascate di sangue e ,cercando d'annegarmici, mi ci buttai dentro. Era la fine eppure il sipario non calò.
      Ma il mare comparse dal nulla. Azzurro e cristallino come un cielo senza nuvola. Limpido e chiaro come una sorgente di montagna , tranquillo e felice, se ne stava seduto, con i suoi occhioni blu, in compagnia di una sola pagina bianca e una matita. Anche lui mi guardava con un sorriso magnifico. Esprimeva tranquillità e pur stando seduto davanti al suo foglio sembrò come se mi stesse abbracciando. Mi apparì bello perché in pace. Ora doveva esser il mio turno d'insegnarli qualcosa. Forse ,dalla mia storia ne avrebbe tratto qualcosa, qualcosa di buono, di bello. Chissà ,forse avrebbe imparato pure a scrivere. Pensavamo di aver risposte, per questo scrivevamo, ma nessuno dei due avrebbe mai più avuto il coraggio di porre le domande. Eravamo due scrittori e stavamo dove dovevamo stare.

    • CANTO  DELLA TRISTE MORTE
       
       
       
      Sono qui  con i miei canti ,  sento la  morte venire , andare  per  strade deserte ,  entrare  nelle  case,  negli  ospedali , dove ella giunge,  la gente  piange i propri cari  .   Come  un fuoco soffoca il respiro  ,  l’amore langue dentro le ossa impaurite   . La morte  balla sotto un freddo  cielo , vestita come fosse una regina e  ogni cosa  si trascende , si perde  nel ricordo di gioie perdute per sempre .  Il male  matura  dentro il corpo degli ammalati,  brucia le speranze ,  brucia l’esistenza . Poi  tutto svanisce in un attimo nel tempo di nostra vita .
       
      Ella avrà le mie  labbra,  il mio  essere per se , ed oltre nell’indefinito concepire e reprimere   ella sarà la signora del mio  tempo , la figlia , la madre di questo male che ho  coltivato in seno.
       
      Ella cerca la sintesi del giusto,  una bellezza che fiorisce dal male commesso , memore di  demoni antichi e dire illustri.  Tutto è nulla rimangono  folle   rime ed altre locuzioni  per condurre me  al patibolo . Ballo  sotto un  cupo cielo,  ballo con  la mia  vita , con il mio  credo il  vivere negletto,  ghettizzato nell’azione . Ed ella mi condurrà  , verso qualcosa d’indefinibile  , nell’incredibile verso in  altre dimensioni plastiche che si sommano strada facendo.  La morte è una cara signora , senza l’ombrello ,  balla  con me  sotto la pioggia , nuda .  Libera , ride  nel divenire  se stessa , nel condurmi  in  una sequenze di forme che generano la vita cosi come io  lo concepite.
       
      La morte viene sicura di se , con amabile sguardo,  con tante amiche come se fosse una cosa da nulla,  ti racconta la sua vita,  dei  suo passati amori .  Civetta,  fa le smorfie , cerca dentro me stesso la speranza  che mi sorregge  . La morte mi conquisterà e  sarà la  signore dei  giorni  legati al carro della sfortuna. Ed io    sarò  il  suo figlio prediletto ai piedi di una croce , sarò il  sasso  sul  sasso che adornerà la  mia tomba .  Ed in questo ballo  mi dirà tutto quello che non mi mai detto  :  sarai con me nella santa terra dei padri  a cercare funghi a cogliere fiori da regalare  alle giovinette  che vengono da laggiù . Sarai con me ed io sarò con te nella storia   della salvezza ,  saremo madre  e figlio , una stessa forma una stessa sostanza che avvizzisce nella scienza. Nelle varie scemenze , saremo morti entrambi nei giorni avvenire .In  un tragico epilogo ogni cosa ci  condurrà oltre questa indifferenza   , tra le braccia di questa triste  morte .
       
      In tanti saremo  li a pregare sul golgota , ove  la sorte agisce in varie forme e nella verità che anima  il mondo , canteremo la nostra  sorte  alle generazioni avvenire . Una vita vissuta   come se fosse una forma migrante in altre cognizioni ed in altri momenti utopici come una rosa bianca in rosso roseto,  un fiore da mettere davanti ad una tomba , spoglia,  priva di epigrafi . Una preghiera  sale da basso in questi giorni , per chi soffre nell’attesa di guarire , la negli ospedali,  nelle case semichiuse al vento della morte che passa e miete ancora tante vite innocenti . E tu  abbi pieta di noi tutti   signore dell’universo ,  padre eterno , signore del mio umile  canto.

    • Lucia piegò il foglio che a fatica aveva scritto, nascondendolo fra le pagine del suo romanzo preferito. Ragione e sentimento, di Jane Austen. Sbirciò l’orologio sulla scrivania: erano le tre in punto. Aprì la finestra, si affacciò e si tolse la vita.
      A questo mondo le era rimasta solo una sorella, la quale sarebbe dovuta presto partire per il Giappone. Un viaggio di piacere, già il quarto che compiva quell’anno. “Ci mancava pure questa”, pensò la donna quando al telefono la informarono del gesto di Lucia. Era la prima persona - l’unica - che era stata contattata in merito a quel decesso.
      Sbrigò distrattamente il funerale, essendo la sua mente già tutta per la vacanza. Pagò le esequie con quel che trovò nel conto della defunta, che ora era divenuto parte del suo. Non voleva di certo spendere tutto, così acquistò la cassa più economica che riuscì a trovare. Girò ben quattro posti diversi, alla ricerca di quella al miglior prezzo. Tenne il rimanente per sè. 
      A Tokyo procedette tutto nel migliore dei modi, dal volo al pernottamento, alle visite guidate, alle serate passate a far baldoria. Fu indimenticabile - ben lo attestanto le 277 fotografie scattate da lei e i suoi amici durante il viaggio. Quasi tutte la ritraggono felice e sorridente mentre visita un ameno giardino zen o tenta di assaggiare una zuppa dai misteriosi ingredienti. Dato che ormai mi trovo nel suo profilo Facebook, decido di sbirciare gli ultimi contenuti che sono stati condivisi. Leggo: “Nuovo capitolo in arrivo per la fortunata saga cinematografica…”; “Magico concorso a premi, condividi ora e potrai essere tu uno dei fortunati vincitori dell’ultimo modello di…”; “Guardate questo tenero micino come gioca con il suo…”. Non una riga di cordoglio per Lucia. 
      Passarono altre settimane. La donna visitò l’appartamento della defunta, i cui termini d’affitto sarebbero a breve terminati. Vi trovò la carcassa decomposta di Tim, il cagnolino della sorella. La povera bestiola era morta proprio a ridosso del fusto che conteneva il suo cibo, tanto che si notavano graffi e morsi in tutta la parete di latta, in un disperato quanto inutile tentativo di sopravvivenza animale. Lei sapeva del cane, certo, ma non era un suo problema. Si tappò il naso con due dita mentre prendeva le poche cose che le interessavano. Due collanine e un paio di orecchini. Oro bianco, quanto lo adorava! Li indossò immediatamente, osservando la sua immagine riflessa nello specchio della camera da letto. “Divina”, pensò. Ancora una cosa: il barattolo verde con la scritta ZUCCHERO sulla mensola in cucina. Dentro vi trovò 235 Euro. Buoni per il fine settimana, che avrebbe trascorso in compagnia del ragazzo da poco conosciuto con cui si frequentava. A meno che, come sperava, non avesse pagato lui tutto quanto.
      Sopra la scrivania vi era un pacchetto di sigarette, pieno per metà: tanto meglio, di fortuna in fortuna! Notò lì accanto quel romanzo che Lucia spesso citava come una delle opere a cui era più affezionata. Ragione e sentimento.
      “Libri, roba da perdenti”, pensò, facendo cadere la copia stampata con un gesto di reale disprezzo. Nell’impatto con il pavimento, vide uscire dalle pagine un foglio su cui riconobbe subito la grafia della sorella. Stava per chinarsi a raccoglierlo quando il telefono che aveva nella borsa trillò. Una chiamata da parte di Lorenzo, il tipo del weekend. Le si illuminarono immediatamente gli occhi. “Ciao!”, rispose con fare civettuolo mentre usciva dalla stanza, noncurante del fatto che stesse calpestando le ultime parole di Lucia.
      Non ci tornò più; così, allo scadere del contratto, il locatore fece ripulire l’immobile dalla salma dell’animale e dagli ultimi oggetti rimasti, che sarebbero così divenuti rifiuti da gettare. 
      Uno degli operai, giovane e di bell’aspetto, trovò e lesse il messaggio che giaceva a terra. Il suo nome era Lorenzo, ma questa è un’altra storia.

    • Era una villa in mezzo alle ville
      per il ladro era una delle mille
      Il ladro entrò il cancello scavalcando
      tirò fuori la pistola e chiese ridendo
      “Dove cazzo sono i soldi? gomme belle”
      il proprietario era in sedia a rotelle.
       
      “perdio!” esclamò il vecchio esterrefatto
      “ perché mi minacci? cosa io ti ho fatto?”
      “niente, è giunta l'ora di una redistribuzione”
      “ in sala, è dietro al quadro la mia pensione”
      ribaltò la sala ma trovò polvere e nient'altro
      tornò e il vecchio alzò le spalle contratto.
       
      “Non ho detto in sala! Forse in camera c'è?
      Non mi ricordo! Intanto le va un caffè?”
      L'Alzheimer galoppava forte in lui,
      il ladro era ammutolito davanti a costui
      “mi prendi in giro? Voglio la cassaforte!”
      disse puntandogli la pistola in fronte.
       
      “come osa?” rispose il vecchio arrabbiato
      “sono paralitico e vengo pure minacciato!”
      il ladro disse “ io con pungo ti sotterro!”
      “va bene, seguimi è di qua se non erro”
      il vecchio passò salotto, e prese l'ascensore
      passò diverse stanze insieme al supervisore.
       
      Ma si accorse che la situazione era precaria;
      perché egli della mèta non aveva memoria
      il ladro chiede della stanza, e lui rispondeva
      “era... dove tengo la boccia, come si chiamava”
      non avrebbe trovato i soldi se lo avesse ucciso,
      dopo trenta sale, si sarebbe sparato col sorriso.
       
      Finalmente, in cantina trovarono lo scrigno
      era stato svuotato, lo guardò con cipiglio
      il ladro esclamò “qualcuno è già passato!”
      “ah!, li ho celati per non esser derubato”
      il ladro lo perquisì e minacciando lo serrò ,
      preso dall'avarizia nella ricerca si tuffò.
       
      Trovò mille euro in cucina, nel forno;
      cinquemila nel frigobar in soggiorno,
      tre mila nei libri, spari nella biblioteca
      dieci mila in giardino, sotto alla pineta
      poi va dal vecchio per avere un riscontro
      egli li contò ma ogni cento, perdeva il conto.
       
      Il ladro ne prese il posto, tranquillo e prono
      alzò gli occhi, e vide il vecchio con un telefono
      lo prese e lo ruppe, “la pula hai chiamato?”
      “la polizia!” esclamò “Me ne son dimenticato!”
      il ladro di sollievo sospirò, si era preoccupato
      "merda, avrei dovuto legarti mentre contavo”
       
      Lo guardò e si disse che lo aveva sopravalutato,
      era un paralitico demente se ne era scordato
      ma il telefono dove lo aveva nascosto?
      Al ladro venne solo uno sconcio posto.
      Ma era tardi per il vecchio stregone
      era l'ora di far sparire il testimone.
       
      Punto la pistola ma si fermò, non era necessario,
      il vecchio avrebbe detto poco al commissario
      era confuso, gli occhi fissi su una vecchia piantina
      poi disse: “ tu chi sei? Che ci fai in casa mia?”
      “papa,” rispose “son venuto per il prestito,
      se ti chiedono di me, dì che son partito”
       
      Il vecchio incredibilmente fu convinto
      gli diede la benedizione quasi d'istinto
      ma quando il ladro aprì il portone
      della polizia c'era uno squadrone
      la vicina aveva chiamato il capitano
      era la decima volta che lo derubavano.

    • DI: DOMENICO DE FERRARO
       
      LA CANZONE DI ROSA
       
       
      Una volta lassù  nel prato della mia giovinezza  vidi correre una ragazza nel vento del mattino. Ella  si muoveva nell’erba alta ondulante  nel vento .Il suo sorriso splendeva  con i raggi del  sole in  mille  mie visioni . E la grazia   sorgeva dalla terra ed il  mondo era piccolo come l’occhio di un dio morente nei  miei ricordi.
      Era cosi giovane e  bella , sembrava una rosa appena sbocciata  dondolante  nel vento degli eventi  e dove andai in seguito  portai con me il  ricordo  del suo   bel viso,   simile ad rosa  rossa ,  matura,  dagli occhi verdi come il mare in primavera.
       
      E la sua gioia era tanta ,  l’anima sua annegava nell’amore dei suoi anni ,  andava come una vela dispersa in mezzo al mare,  si muoveva  perduta in mille avventure e mille viaggi . Giunse cosi  ad Ischia un bel giorno con i suoi anni  ed i suoi occhi sempre verdi  fece innamorare un  vecchio marinaio ,  il contadino e l’ortolano ,  tutti s’innamorarono di  lei in quel giorno benedetto.  Rosa di marzo,  sogno di una generazione  fuggita via . L’immagino  oggi , salire ancora  tra l’erba alta del monte Epomeo , correre   a perdifiato  verso la  bassa collina delle croce .
       
      Ed un ragazzo gli disse ti vorrei amare
      E lei fu turbato dal suo sguardo
      Rispose che non aveva tempo per l’amore carnale
      non gli interessava . Che era tardi è  la sera stava per giungere ,
      come una serranda  che viene calata su negozio degli alimentari.
      Il ragazzo gli disse : Io  voglio il tuo frutto
      Ed ella : Non per dire sono il senso di questa canzone
      Abbassati,  lasciati baciare
      Ma lei si tirò  di nuovo indietro e lasciò  il ragazzo in mezzo all’erba con il suo cuore a pezzi.
       
      Rosa della mia giovinezza ,  rosa circondata di molti versi  primaverili  , rime  elette  a grandi imprese,  ora tutto scorre e perduto sono nel bel canto dei morti che vanno lungo le coste deserte . E sono di nuovo  li dove nacque questa storia , questo amore bandito  , beato  nella mia sorte di uomo di mezz’età ,  con il mio  credo ed  il mio essere  in altre storie.  Io,  signore di molti canti e di molte rime  con le  prime  e le  seconde  , sono sotto la panca a capire il canto e l’inganno .
       
      E il rude ragazzo  da solo , colse fiori  per  il prato,  da solo li colse in fretta , mano nella mano ad un ricordo ,  mano nella mano di un fantasma.  Ed il suo  amore  , volò  via  nel vento della sua giovinezza. Ora  oggi , egli ritorna ancora  oltre ogni intendimento,  nella morte e nella vita di un amore ,  nato  per caso là  sul bel colle delle croci.
       
       
       
       
       
       
       
      IL CANTO DEL TOPO
       
       
       
      Io sono il cantante ambulante che va  per contrade  deserte , per strade cantando il mondo di una volta .  Sono il sogno perduto di un  amore  svanito nella volontà di rinascere  che vola alto come  un airone libero in arie  e melodie.   Sono  sempre al fine dal capire , chi sono , dove mai il mio andare avrà fine  e le molte rime fanno feste intorno alla mia voglia di viaggiare ancora . Sono il cantore che ha  venduto il suo amore ,  caduto là  nel suo  inferno.  Tra la morte gente,  ho cantato una dolce nenia,  ed il mondo non mi conosce ed io non conosco loro ed io  sono l’amore e la morte,  sono l’atto filologico che si tramuta in un verso ,  sono il principio di questa storia che esulta nel suo vivere e nel capire cosa sta accadendo.  Sono l’amore di molta gente , il canto di un cantore  viandante per strade solitarie.  In questa città,  fatico e  non so chi sono ,  tutto ciò mi ferisce   come i molluschi venduti al mercato del pesce , come il canto delle donne vendute  , dolce  corona  di spine intorno al capo del redentore.
       
      Questo sono io il cantore dall’animo sereno,  un acchiapparatti che va cantando la morte di molta gente e di molte donne , questo sono io il cantore  morto e risorto tornato  dopo le tante rime dette  nella confusione di molti versi , simili ad altri ,  sono il bel canto , la colpa commessa , il senso di essere questa poesia innocente.
       
      Ma cosa ho guadagnato da tanto  amore e tale  cantare ,  la mia gola vorrebbe altra acquavite per placare la sete delle mie passioni e sono innocente  del mio creare ,  come  in ogni  vita che ho vissuto ,  sono non sono ,  sempre ad un passo  dal capire me stesso .
       
       
       
       
       
      IL CANTORE
       
       
      Oltre questo canto ,  oltre questa porta,  viaggio nell’immaginario . Sento le  tante voce dei sofferenti , sopra  questo ponte,   mille persone  lo passano. Ascolto  questa voce  echeggiare  nel grigio pomeriggio , ascolto  questo grido  ,  corro  a più non posso attraverso il ponte delle mie  passioni, oltre  il ponte dei miei ricordi.  Ed oltre andremo,  ci perderemo in un'altra canzone e saremo come figlio e padre , signore del mio  vivere.  Fu il presidente  a dire che il mondo andava guarito,  sanato da tanto male e la donna si diede da fare a pulire la sua piccola casa, la pulì da cima a fondo per paura di contagiarsi dall’ amore che non aveva nome.  Ed era inutile ritornare indietro , ritornare a cosa fummo  ,  immaginai tanta gente , senza testa e coda. Ed  in una notte  solitaria noi ritornammo ad ascoltare  il canto della locomotiva.
       
      Ora in questo amore,  ho sepolto il  mio cuore,  lo sepolto sotto l’albero dei miei anni verdi , tra l’intendere ed il mio dire , nel ridere e passare ad altre elocuzioni,  emozioni di marzo. Ed il cielo è ricco di astri di cui non conosciamo il nome ed lo  canto,  lo sento correre per vie deserte , dove un tempo di bocca in bocca s’udiva l’amore della propria terra ed il mare ed altri mondi possibili , sono il sorriso di me stesso  in mezzo a questo pomeriggio.
       
      Il cantore strinse a se il suo amore ed il suo canto prese forma attraverso il senso ed il sesso , toccò  le corde del suo destino , salto , si fece audace più audace della tigre tra lo sguardo delle belle donne invitate al ballo di marzo. La sedute accanto  al prode presidente della nostra grande nazione. Al presidente piacque tanto quel canto che ordinò   fosse ascoltato da tutto il popolo , da tutti  gli uomini, fino ai confini della terra.
       
      Come l’uccello che dimora in mezzo ai rami degli alberi del bel bosco il cantore continuò cosi  a cantare il suo amore ed il mare aveva un nome e la vita un'altra storia da raccontare .  Ed io canto  il mio amore , lo canto dal ramo più alto , con la mia gola arsa dalle fiamme dell’inferno.  Allora alzo la coppa del vincitore e bevo ,  bevo alla vita che mi disseta  nel  tempo trascorso  , bevo il vivere  bevo il bene ed il male e sono ubriaco di molti versi e di molte storie.  E ringrazio Iddio della sua misericordia con fervore per avermi donato questa  voce ,  di aver placato per un momento  la mia sete  d’amore .  

    • CANZONE DI  MARZO
       
      La pistola che ho puntato alla tempia si chiama Poesia. (Alda Merini)
       
       
      Canzone di  marzo, cantata  tra i denti , fischiata  come un pazzo per strada è entrato in questa  mia vita , con tante cose ancora da dire. Rime burlesche, scheletri appesi nell’armadio , danzano intorno a me , una macabra danza, ed io  canto  un ode alle  donne di tutto il mondo. Mischiando il bel tempo, al cattivo tempo i pensieri oscuri alla dolcezza delle mimose,  fiorite lungo il crinale dei monti tortuosi, che  odorosi  esalano i loro profumo  intenso  ed io  vago nell’ incerto passo.  Il vento mi spinge  lontano oltre quel muro , oltre il senso di un verso   ove tutto prende vita  in un attimo,  nel gioco del dare e dell’avere  tra  strade incerte  e  silenziose. E’ giunto il tempo dell’amore , una morte terribile è giunta , una speranza  si  desta in me ,  il senso d’una verità profonda  ,chiara, splendida vita  come una stella  caduta   dal cielo , dentro il  cappello di un pazzo profeta , in viaggio verso una terra  promessa .  Viaggia egli insieme a chi  non ha più nome ,  odio , speranza. Marzo   porta in seno   allegri acquazzoni , in questo  acquarello di colori  , annega questo cuore in varie  vittorie  e  sconfitte .
       
      Girando l’angolo di una stretta via , abbracciato  ad un amore sanguinante  , parte integrante di un anima universale  ,parte di una trama,  di una allegra commedia , dentro quello che  avrei voluto  essere , là sul finire della  via ,  tra i campi incolti dove la capra salta  , dove il leone attende la sua preda,  dove l’odio e l’inizio di un amore , dove le lacrime bagnano  il viso dei poeti  .  Sconosciuti poeti,   nervosi, neri , senza denari con denti macchiati di nicotina a passeggio lungo il  corso ,in cerca di una rima che elevi l’animo loro  in  grandi poemi , verso  una nuova conoscenza, verso  un discorso  che trascende il mondo in una nuova legge, in dolci ritmi.   Rime leste dalle orecchie a sventola ,  volano in alto nel cielo,  poi ricadano sulla terra ,  decantate   insieme a John  e  Harry   in quella canzone che fa pensare ,  mentre tutti seduti gli uni accanto agli altri , ascoltano   questa triste  canzone , che  ti prende per mano  ti porta in  giorni lontani fin verso  un piccolo sogno , conosciuto nel  morire ed altre rime.
      Là dove cantai  i miei  giorni poetici,   giorni di rabbia trascritti  in un racconto chiuso in un cassetto.  Vecchie  liriche cretine che mi  fanno piangere ancora , credere di non essere   più solo,  mentre   il treno passa ,  portandosi   via questa delusione , verso un altra città , dentro una  ennesima notizia ove la giornalista  annuncia al mondo intero altri morti . Canticchiando  arie  elleniche , vecchie  liriche ,zoppe , in mezzo ad una piazza deserta   , fumando  il domani  di  generazione passate .  Io attendo il pullman là dove tutto è  incominciato, seduto  là su quella panchina in compagnia di Carlo  e di Margherita.  E non so perché vorrei piangere o  non aver mai conosciuto questo inferno  poetico che mi trascino dietro. Ma  la verità  di questa  storia ,  ridacchia in me , ingrata, macchia e si gratta, le ascelle  cosi  che  io possa prenderò il pullman  ed andare  dove mi pare . Dove questa canzone di marzo  mi renderà  ancora più pazzo in questo verseggiare  in  questa voglia di uscire fuori di senno , lungo una corsia,  diritta  che  conduce  alla guarigione .  Ma come un gioco,  io  torno  indietro senza capire perché , ne come mai, tutto è  incominciato , prigioniero delle mie stupide poesie .
       
      Entro  in un bar,  ordino un caffè , sono solo in compagnia di me stesso con la  mascherina sul viso ,  con in tasca , poesie buone  sole a scacciare i  fantasmi della  mia ragione. Perduto  in  tanti silenzi  partirò   in groppa alla speranza , cavalcando   il vento della giovinezza . Perduto  ancora in quel senso oscuro , chiamato passione poetica, annegherò  in quel mare di  lettere  bisbetiche e occhialute. Parole mai domate,  mute in attesa , sparpagliate fuori l’uscio di casa   pronte a seguirmi  in ogni dove .  Sempre dietro ,  claudicanti , nervose , eclettiche ,  m’inseguono fin sull’autobus , m’aspettano fuori al bar  dove ogni mattino faccio   colazione, per condurmi  gioiose ed estroverse,  fino al mio posto di  lavoro. Buffe lettere , qualche volta bisticciano tra loro poi a  sera fanno pace  sul mio cuscino , si amano , ammettono le loro colpe ,  mi narrano sovente  delle   loro sventure . Lasciandomi   stanco di combattere quella mia  lunga guerra   nel mesto canto di primavera che come  una tenera  ninnananna  mi lascia addormentare  nel   dolce suono di mille orchestre , come un bimbo tra le braccia di sua madre.
       
      Questo  mia poesia  , muore mentre la  canto   .  Insieme alle tante mie  preghiere  , insieme  alla bellezza di un tempo non più mio  . E  forse  sono   uscito  fuori di testa  ,  verso dopo verso   chiedendomi  perché  mai  mi hanno   lasciato sotto la pioggia da solo in attesa passi l’autobus delle sette.  L’amore mi ha reso poeta  nel  volere di un  unico Dio ,  un Dio che conobbi infante  ed ora vive in eterno dentro il grembo di tutte le  donne del mondo. 
       
       

    • Ci sono cose che non ho mai capito. Cose banali, normali, di routine, che io non ho mai capito. Non perché fossi poco arguta, anzi, se c’è una cosa che non mi ha deluso è proprio la mente, la mia s’intende, ma perché non mi interessavano, non le prendevo in considerazione. Erano così, e basta. Accadevano.
       
      Non ho mai capito il perché di quei viscidi baci sulle guance al momento dei saluti, tra persone che non s’amano, né provano affetto o peggio, stima. Non ho mai capito perché il ragionier Fantozzi facesse ridere, il calcio entusiasmasse le masse e le persone sognassero i grattacieli. Non ho mai capito perché si debbano iniziare le lezioni alle 8:00 di mattina, quando sarebbe un’ora bellissima se la si passasse a girarsi tra le lenzuola, o la moda di avere un cane e metterlo al guinzaglio per portarselo dietro ovunque, neanche l’avesse chiesto mai, il cane dico, di andare in macelleria, che poverino proverà anche un po’ di compassione o al bar. Non ho mai capito neanche quelli che vanno al bar.
       
      Ruggero invece, è uno che il perché si andasse al bar l’aveva evidentemente capito anche se non me lo spiegava mai.
       
      C’erano cose però che anche lui doveva non aver capito di me e che s’era limitato ad accettare. Sorrido sola al pensiero di tutte quelle volte in cui m’avrà visto buttare via la pasta avanzata dal pranzo, una porzione abbondante che a dirlo è un vero peccato, però in casa mia gli avanzi non si sono mai mangiati e in verità neanche mi sentivo troppo in colpa nel farlo.
      Chissà quante volte si sarà chiesto perché ne cuocevo così tanta, perché prima non la pesassi.
       
       M’aveva anche comprato una bilancia, bellissima. D’un acciaio lucido che non serviva neanche conoscerne la marca per capire che l’avesse pagata un po’. Me l’aveva fatta trovare accanto ai fornelli senza aggiungere una parola, come a dire “usala dai che così sprechiamo meno pasta” ma io mai, neanche una volta.
      Pensavo sempre che quel giorno andavo troppo di corsa che l’avrei fatto l’indomani e sono passati 18 anni. Ma non m’ha mai chiesto niente e io la bilancia l’ho sempre spolverata e, a dirla tutta, quando passavo la pezza umida ci facevo anche un sorriso dentro, per vedere la mia faccia deformata dalla scodella, anche quando ero arrabbiata. M’era preso così.
       
      Tanti sono stati i silenzi, giornate intere alle volte. Lo sentivo schiarirsi la gola, sussurrare i titoli del giornale quando al mattino lo sfogliava, salutare con sospiri, più che parole, qualche conoscente mentre perlustrava il giardino. Quanti chilometri in quel giardino. Lui è, mica io. Sia mai.
      Io neanche saprei disegnarlo adesso il mio giardino, m’ha sempre messo una certa ansia, non l’ho mai vissuto bene, ecco.
       
      Una paura costante di assalti improvvisi da parte di lumache, gechi o cavallette. Quest’ultime poi provo ribrezzo anche solo a nominarle. Quel corpo affusolato, quasi atletico, quel loro essere foglia e legno assieme, verdi e rigide mi disgusta. Ruggero invece si divertiva a cacciarle, scovarle e anche ammazzarle, lo so. Chissà cosa gli diceva la testa. La prima volta che lo vidi, avevo 23 anni, m’avevano detto che dovevo pulire i vetri ogni giorno e io li pulivo, ripetendo a mente cantilene inventate e scurrili che immensamente mi divertivano e aiutavano ad ottemperare obblighi che m’erano incomprensibili e vidi lui vestito di camicia linda, guardarsi attorno, aspettare che l’essere volasse basso, si posasse e poi con lentezza calpestarlo. Mi spaventai come poche volte.
       
      Chi avevo sposato?
       
      E invece lui ammazzava grilli, io recitavo a mente porcherie. Del resto sono le nostre perversioni a darci la dimensione della nostra umanità. La generosità e le perversioni. Neanche l’amore, troppo spesso bieco, cattivo, egoista.
       
      Le generosità invece a me m’ha sempre commosso e anche a Ruggero. È per questo che lui, quando andava a fare la spesa comprava sempre un canovaccio blu. Perché sapeva che era il mio colore preferito e a me ‘sta cosa m’ha commosso per 40 anni. Io quale fosse il mio colore preferito glielo dissi a 17, mentre eravamo seduti sui gradini di un vicoletto all’angolo di Piazza Marco Antonio, me lo ricordo perché ci interrogammo l’un l’altro e fu come fare l’amore. Tornai a casa con l’idea di possederlo e di non aver voglia di fare nient’altro. Tutto il giorno. Ero sazia.
       
      Lo so. Ti spiazzo Francesca.  Ti spiazzo a dirti che Ruggero mi dava baci sulle ginocchia fino a 200 giorni fa.
       
      Eppure è questo il ricordo che vorrei tu avessi di noi. Non di me, né di lui. Perché in quest’epoca siamo stati una cosa sola. E siamo finiti ad essere due vecchi con le ginocchia da baciare.
       
      La prima volta lo fece perché caddi.
      La seconda per controllare che la cicatrice fosse svanita.
      La terza perché a svanire fosse il tempo.
       
      Mi manca ora che le ossa fanno male e l’artrosi o qualunque altra cosa sia, mi toglie il respiro. I suoi baci erano solvente. Io credo di essere stata altrettanto generosa con lui. Gli ho dato i figli che voleva. Li ho attesi, partoriti, curati, perché si esaudisse il suo desiderio, non il mio. Io, Francesca, volevo fare la rivoluzione, fumare sigarette, fumarle sui treni, vedere l’Africa, stringere le mani nere di persone povere.
      Dormire all’aperto.
       
      Né i bigodini, né le crostate della domenica t’hanno mai rivelato niente, vero? Per nasconderlo a te, che hai quegli occhi neri, indagatori, tanto simili ai suoi, devo essere stata proprio brava. Ingannare tua madre, invece, è stato più facile. Lei è una colomba, vola alto sulle tentazioni, e porta la pace. M’ha fatto bene averla, da neonata, mettermela sul petto mi placava, a piangere ero io, mica lei. Piangevo per tutte le cose a cui avevo rinunciato, per le gonne che dovevo indossare, per le Afriche che non avrei mai visto, e lei mi consolava, quel suo profumo di latte cullava le mie angosce.
       Sono stata una donna felice, ho conosciuto la mia natura e anche il modo per addomesticarla.
      Le mie ginocchia, i baci di Ruggero, il profumo di Ida.
       
      Era il 1987 quando sei nata tu.  Avevo 53 anni e mi sentivo vecchia non conoscendo la vecchiaia. Mi ricordo che quando tuo padre mi chiamò dall’ospedale, stavo sfogliando una vecchia enciclopedia, che non m’era mai andato di pulire, per trovare la voce supernova. Alla televisione non si parlava d’altro se non di quella esplosione stellare avvenuta circa 168.000 anni prima e finalmente visibile. Mi ricordo che quella distanza tra me e la supernova, tra me e quei 168.000 anni mi tormentava, portandomi in universi senza tempo e senza luce in cui non volevo andare. Con lo stomaco in subbuglio per quello strano senso di vertigine calzai scarpe di pelliccia e venni a farti visita.
       
      La supernova t’aveva portato da me. Ida era tornata a profumare di latte, Ruggero continuava ad ammazzare cavallette e tuo padre se ne andava.
      Si perdeva in quegli universi senza tempo tuo padre, perché il modo per addomesticare la sua natura, forse, non l’aveva ancora trovato.
       
      Non t’abbiamo mai chiesto cosa ne pensassi, non t’abbiamo mai fatto piangere, non te l’abbiamo mai ricordato. Ruggero voleva addirittura che lo dimenticassi, che imparassi, crescendo, che gli uomini da amare sono quelli come lui, quelli ti danno il cuore senza spiegarti perché lo facciano.
       
      «Ma cos’hanno sempre da dirsi questi qui?» diceva indicando le telenovela che facevano da sfondo alle mie giornate.
      «Quand’è che capirai che più due s’amano e più non hanno bisogno di parlare? Vedi questi due se solo s’amassero si guarderebbero… e basta.»
      Per Ruggero l’amore andava così.
       
      Eppure la tentazione di andarsene io lo so che deve averla avuta anche lui. Ne avrà sognate di donne, di strade, di case, di giardini in cui camminare, di bar in cui bere. Soprattutto quell’estate, quella in cui io conobbi Biagio.
      Francesca, non lo tradii mai io tuo nonno, pur essendo laica ero intrisa di un cattolico perbenismo che mi censurava. Quello che provavo per lui era pari all’amore che provavo per me stessa, per Ida, per te, per la vita. Era inevitabile e viscerale. Sentito e sentimentale. Quello che provai per Biagio era tutto l’opposto. Era una tentazione leggera, un languorino dolciastro, la soddisfazione che si prova nel succhiare una caramella.
       
      Biagio aveva l’anima del poeta, una macchina fotografica e un negozio di arance di Sicilia.
      Scriveva poesie su fogli ingialliti che profumavano d’agrumi e le disseminava lungo il paese, attaccandole un po’ ovunque, dove capitava, dove voleva. Tranne una che infilava, sempre, in un’insenatura della strada che costeggiava il mio giardino. Sapevo che scriveva per me e lo seppe anche Ruggero, quando una mattina la vide, la poesia dico, animarsi con il vento, mentre andava a lavoro.
      La prese e lesse: In uno tempo che non conosco/sono attore nella tua pupilla/libeccio agostano nei tuoi capelli./M’infrango nel tuo profumo/come un soldato prima della resa./Arriverà la pace?
      Ruggero non era tipo da gelosie facili né elucubrazioni infondate. Rientrò, posò il foglio sul tavolo, ci piazzò sopra un arancio e uscì.
       
      Quando la trovai, la poesia, mi sentii colpevole. Biagio risvegliava la mia forza vitale, la mia anima selvatica, il mio intelletto e la mia curiosità. Quando entravo nella sua bottega, giocavo con il suo desiderio. Lo guardavo a lungo, ridevo per poco, mi disegnavo i fianchi fingendo di sistemare le pieghe del vestito.
       
      Divenimmo complici, amici sfrontati, mi insegnò a scattare fotografie, a riconoscere la luce, a dare vita alla natura morta. In paese lo notarono, Ruggero lo notò, e se non lo notò gli amici glielo fecero notare. Avevo 34 anni e stavo scrivendo condanne all’infelicità. Me ne resi conto perché Ruggero una sera non rientrò dal bar e mai seppi dove andò e perché un altro giorno Biagio non aveva arance, all’infuori di due talmente brutte che nessuno le voleva, e perché, un altro giorno ancora, io non volevo uscire di casa per non inciampare in tutte quelle dannate poesie e nella mia superficialità. Francesca, l’amore non fa mai del male. Vorrei che fosse questa la mia eredità.
      Questa e tutte le parole che Biagio mi ha scritto e il tetto sotto il quale cammini ora che Ruggero volle fare realizzare privandosi dei benefici della pensione. Voleva che avessi la vista più bella di tutte, che fossi nella casa più alta per immergerti tra le stelle e magari vedere una nuova supernova.
       
      Ti amiamo.
      I tuoi eternamente nonni,
      Flora Levi e Ruggero Bastiani.
      ...

    • L’UFFICIALE
      Quel giorno di tarda primavera era stato ordinato l’ennesimo attacco alle trincee nemiche. Ancora una volta si era buttato fuori dal riparo lanciandosi su per il pendio, il fucile stretto in pugno, il cuore in gola e la mente piena di grida, scoppi, crepitii di mitraglia. Non pensava a nulla e, quasi senza rendersene conto,
      gridava “ Savoia “, il nemico arroccato lassù ad attenderlo, invisibile.
      Improvviso quell’ accecante bagliore. Chissà che cosa era successo, forse un’esplosione l’aveva buttato a gambe all’aria, tramortendolo. Non aveva avuto la percezione del tempo trascorso: quando ritornò in sé, l’attacco era finito. Corpi scomposti a terra, grida e lamenti, barelle con il loro carico di dolore: stessa, terribile scena che si ripeteva con rinnovata crudeltà. Vedeva intorno a sé strazi conosciuti ma, a differenza delle altre volte, percepiva un’inspiegabile senso di pace, come se quanto stava accadendo intorno non lo riguardasse. Pensò di essere stato ancora una volta fortunato, aveva rimediato solo una gran botta e quella piccola ferita all’altezza del cuore: poca cosa, non gli doleva e se ne era accorto soltanto per una minuscola lacerazione sulla divisa, un po’ arrossata di sangue.
      Accidenti, quella maledetta guerra non finiva mai: mesi di vita inattiva in trincee fangose o polverose, afflitto dal gelo penetrante o dal sole implacabile, tormentato da invulnerabili parassiti. Oppure folli attacchi di corsa contro mitragliatrici, attanagliato dal terrore: e il sangue, troppo sangue! Pensava a casa con struggente malinconia: i genitori, il fratellino con gli occhi pieni di ammirazione per la divisa, il canuto nonno che aveva dimenticato gli acciacchi della vecchiaia per accompagnarlo alla tradotta. Si sentiva stanco, svuotato di ogni energia come mai gli era successo.
      Improvvisamente lo vide: era un ufficiale alto e magro, fasciato in una divisa che si indovinava impeccabile sotto l’ampia mantella. Saliva il pendio con sicura eleganza, senza fretta né stanchezza, ma con fredda determinazione. Quando l’uomo gli fu vicino, non riuscì a vederlo in viso perché abbagliato dal sole, ma rabbrividì, sfiorato dalla frusciante mantella. L’ufficiale, con voce pacata e ferma, gli disse: “ Vieni “ e si allontanò.
      Avrebbe voluto dirgli che desiderava riposare ancora, che non c’era fretta di rientrare in trincea, che voleva pensare ancora un poco a casa, che si sentiva stanco come non mai. Ma non osò e si alzò; che strano, non aveva provato neppure il solito moto di insofferenza di quando doveva obbedire a ordini sgraditi. Chissà chi era quell’ufficiale che sapeva comandare così bene, che chiamava con gesti  sicuri soldati obbedienti senza mugugno. Lo seguivano senza mugugnare. Erano scarmigliati, pallidi, le divise in disordine, sui loro visi poco
      più che adolescenti si leggeva stanchezza; e tanta tristezza. Con quei giovani aveva condiviso tutte le brutture della guerra maledetta ed era contento di rientrare in trincea in loro compagnia. Si alzò e tentò di pulire e rassettare al meglio la divisa. Rivide quella piccola lacerazione nella giacca, macchiata di sangue: non era gran cosa e non ci fece caso più di tanto. Raggiunse i compagni e parlarono delle solite cose, la guerra, le ragazze, la sperata licenza dopo quell’ennesimo attacco.
      Ma perché non c’era la solita confusione ed erano tutti pacati e seri? Intravide lontano quell’ufficiale  comandare, sicuro di essere obbedito: provò un nuovo brivido nel rivedere l’ampia mantella. Giunto a destinazione avrebbe chiesto chi era quel militare così freddo e determinato. Camminavano, ma perché non ritornavano alle trincee e si avviavano, invece, verso quel bosco da lui immaginato e dove tante volte, prima di balzare all’attacco, aveva sognato di sdraiarsi? Solo allora si accorse che nessuno portava il fucile. Un buon soldato non abbandona mai l’arma: perché quell’ufficiale, che sapeva comandare con un solo gesto senza gridare, non aveva ordinato di prendere i fucili? Ma chi era quell’individuo misterioso?
      Rivide l’ampia mantella ondeggiare e capì.
      Chinò la testa e camminò verso quel bosco sconosciuto.

    • Passata l’euforia seguita alla sbornia dei reading in ogni luogo, delle ospitate in trasmissioni di qualsiasi natura (dai talk show per famiglie, a programmi di approfondimento sportivo, dove esibiva una padronanza del lessico calcistico a dir poco imbarazzante) e delle gratificazioni accademiche (aveva tenuto un paio di lezioni all’università. Lui, ritenuto, e non a torto, un emerito somaro dalla stragrande maggioranza dei suoi ex insegnanti), ne erano rimasti solo i postumi più nefasti. Uno sgradevolissimo senso di sfasamento spazio temporale, la quasi certezza di non valere poi molto, e una paura fottuta di riprovarci. Si sentiva gli occhi del mondo puntati addosso, malgrado al mondo non interessasse nulla di lui e delle sue storielle. Riprendere la penna in mano non sarebbe stata un’impresa facile. Di certo, c’era chi si aspettava grandi cose da lui. Il suo editore, ad esempio. Colpito più dall’incredibile capacità di piacere a un pubblico tanto eterogeneo quanto numericamente vasto, che dalla sua prosa grezza e claudicante, gli aveva sottoposto un contratto che lo obbligava a pubblicare tre romanzi nell’arco del successivo biennio. Un’idea insana, quella di firmare senza soffermarsi a leggere le clausole scritte in piccolo.  Sei mesi erano passati senza che una sola goccia d’inchiostro avesse macchiato la risma di carta che teneva sulla scrivania. «Forse dovrei uscire un po’», si era detto, «per ampliare la mia visione delle cose. Magari potrebbe essermi d’aiuto».  Cercava l’ispirazione ovunque fosse improbabile trovarla. Aveva un vero talento a riguardo. Non importava quali e quante indicazioni gli suggerissero di voltare a destra, all’ultimo momento una vocina nella testa lo convinceva a girare dalla parte opposta.   
      Giampaolo viveva poco fuori città, in un vecchio appartamento dai soffitti altissimi e i muri prossimi a un cedimento strutturale: un lascito dei suoi zii. Non perché fossero morti, semplicemente, alcuni anni prima, approfittando di una cospicua vincita al lotto, si erano trasferiti in una graziosa villetta in quel di Castel Gandolfo. Avevano quindi deciso di concedergli il vecchio bilocale per un affitto simbolico, che, nelle loro intenzioni, più che fungere da reddito alternativo (non avevano alcun bisogno di ulteriori entrate), avrebbe dovuto evitare di far sentire il nipote una persona capace di stare al mondo solamente sfruttando situazioni casuali e favorevoli, sì, insomma, un parassita. Nulla di più lontano dalla realtà. A Giampaolo, vivere sulle spalle degli altri non aveva mai causato problemi d’insonnia. Anzi, quando aveva bisogno di qualcosa, prima ancora di bagnarsi la fronte di sudore per ottenerla, non esitava a questuare come il più penoso dei mendicanti.  Si vedevano con cadenza regolare, circa una volta al mese, dai tempi della scuola. Dopo averne apprezzato per anni le stupefacenti capacità relazionali (che comprendevano, tra le altre cose, una disarmante maestria nel procurarsi ottime droghe a un prezzo concorrenziale), ora Emidio lo considerava poco più di una ′materia di studio′. Se fosse riuscito, in qualche modo che ancora non sapeva, a trasporre la sua essenza sulla carta, forse avrebbe potuto mettere in cantiere un nuovo romanzo.  Quel giorno ricorreva il consueto appuntamento con ´l’abbuffata alcolica´, come la chiamavano loro. Altro non era che una cena frugale accompagnata da beveraggi abbondanti ed etilici quanto bastava per renderli, a fine serata, privi di difese, allegri o melanconici, a seconda degli argomenti di cui avevano chiacchierato tra un bicchiere di vino e l’altro.  Il luogo dell’incontro era, alternativamente, la casa dell’uno o quella dell’altro. Per disgrazia di Emidio, era il turno dell’amico. Riceverlo nella propria villa in collina gli causava un certo disagio, ma riteneva molto più faticoso recarsi in quella stamberga da finto bohémien. Gli ricordava il tugurio in cui viveva prima che la fortuna cominciasse a mulinargli la lingua in bocca.  Abituato a passare da un impiego saltuario a uno che definire occasionale sarebbe eufemistico, nonché costantemente al verde, Giampaolo si era guardato bene dal rinnovare l’arredamento, o anche solo dal ridipingere le pareti.  In camera da letto, per ovviare alle numerose macchie di sporco e di umidità che chiazzavano i muri, aveva optato per una bizzarra pittura ´a spruzzo´. Svuotato un flacone di detergente per i vetri dal suo contenuto, e riempitolo con della vernice blu, aveva preso a sparare grossi nei tondeggianti sulle pareti. Ripetuta la medesima operazione con il colore verde, aveva contemplato con soddisfazione l’orrenda tempesta di pois di cui si era reso responsabile. L’armadio in finta radica, con inserti nero lucido, avrebbe turbato le notti di chiunque. Come abbiamo già appurato, però, nulla riusciva a derubarlo delle sue otto ore di oblio notturno. La cucina consisteva in una macchina del gas sporca e arrugginita che, a chi aveva la sfortuna di posarvi gli occhi addosso, dava l’impressione di essere sul punto di esplodere. Il lavello in ceramica, incassato in una muratura piastrellata da maioliche azzurre, era tanto grande da poter far da vasca da bagno a un bambino di cinque anni. Dei pensili in formica, usciti di prepotenza da un incubo anni settanta, è meglio tacere.  In bagno, il maiolicato mutava in un vezzoso colore rosa. Inguardabile. Nella sala da pranzo/soggiorno/studio/qualsiasi cosa, in cui l’aveva fatto accomodare, s’incontravano, senza troppo riguardo per il buon gusto, mobili in (finto) ciliegio, (finto) faggio, (finto) noce, ora in arte povera (diciamo pure ´arte miserabile´), ora sfacciatamente moderni, e un divano la cui imbottitura, oltre a fuoriuscire da ogni cucitura, era tanto comoda da sembrare composta da chiodi e pezzi di vetro. Insomma, un crogiolo sgraziato di stili e colori da far accapponare la pelle a un arredatore cieco. A Emidio, che nella sua vita pre successo letterario aveva soggiornato in una casa capace di ospitare, oltre al medesimo mobilio di pregio, un campo di addestramento per eserciti di ragni di qualsiasi specie e dimensione, non importava granché di dove avrebbe mangiato. Voleva solo distrarsi, fare due chiacchiere con una persona che lo conosceva da sempre, a cui non interessava sapere quanti soldi avesse accumulato e quali fossero i suoi progetti per immagazzinarne degli altri.  
      Quando i loro discorsi avevano preso quella piega, sul tavolo giacevano, vuote e coricate su un fianco, un paio di bottiglie di Primitivo di Manduria.  «Ci vorrebbe un atto legislativo che mi permetta di cacciarli. Almeno una volta l’anno», aveva detto Giampaolo, riferendosi ai suoi ex datori di lavoro. Si era appena licenziato dall’ennesima occupazione ′a perdere′. «Cacciarli?» «Sì, come fossero cervi, o cinghiali, che ne so». Emidio aveva sorriso. In effetti sarebbe stata una proposta di legge piuttosto interessante. Fosse stato a capo del governo, avrebbe fatto di tutto per farla approvare. 
      «Ero stanco di avere a che fare con gente che non valeva il proprio peso in merda». «Cioè? Cosa vuoi dire?» «Ognuno di noi ha un prezzo. Letteralmente. Quello delle persone con cui lavoravo, se tu, per qualche motivo, avessi voluto comprarle, era inferiore al valore del loro corrispettivo in merda». Emidio l’aveva guardato, perplesso. Si era grattato la nuca. «Non credo che la merda sia quotata in borsa, né che si compri, quindi tecnicamente non ha un prezzo». «Be’, se la vendessero in barattoli sarebbe comunque più costosa di una conserva dei miei ex colleghi. Puoi giurarci!» «Ok». «Non mi credi? Mi stai trattando con sufficienza», aveva detto Giampaolo tirando su col naso. Lo faceva di continuo. Emidio non riusciva a capire se quel torturarsi le narici con l’indice e il pollice potesse dipendere da un’allergia o da quella dipendenza dalla cocaina con cui combatteva di tanto in tanto. Difficile dirlo, anche se lo sguardo spiritato con cui lo stava squadrando lo faceva propendere per la seconda ipotesi. «Chi, io?» aveva domandato, evitando accuratamente lo scontro frontale con le biglie impazzite che l’amico aveva al posto degli occhi. Non voleva litigare, ma neppure di starlo a sentire. «Perché continuo a flagellarmi in questo modo, a subire il fascino di certi loschi individui?», aveva pensato. Scavare nel torbido era un’attività strettamente necessaria al processo creativo che lo avrebbe portato a partorire un altro best seller, qualcosa di nuovo, che di sicuro non sarebbe piaciuto a nessuna autorità ecclesiastica. Era certo di non poterne farne a meno, anche se cominciava ad averne abbastanza. «No, davvero, cos’è successo dopo? Sì, insomma, adesso di cosa ti occupi?» l’aveva incalzato nella speranza di calmarlo. «Sto formando una comunità». «Una comunità?» «Sì, una comunità autogestita per tornare a vivere indipendenti. No money, fratello. Capisci?» «Certo», aveva detto Emidio strabuzzando gli occhi e annuendo con convinzione, anche se non aveva idea di cosa cazzo stesse parlando. «Ebbè!» aveva esclamato, rollandosi una canna. Sembrava soddisfatto, come uno scienziato che ha appena dimostrato un teorema costatogli decenni di studio cieco e disperatissimo. Sorrideva. «Ebbè!» aveva ripetuto. Emidio si era guardato attorno, imbarazzato, cercando una battuta che potesse accompagnare un congedo tanto prematuro, quanto, ormai, inevitabilmente necessario.  «Va bene, io andrei. Sai, domani…» «Devi alzarti presto, vero?» l’aveva interrotto Giampaolo, ridendo con una vaga aria canzonatoria. «Vendi ancora scaldabagni e frigoriferi?». Non sembrava una domanda, quanto una specie di accusa. Peccato che fosse del tutto infondata. «Scaldabagni e mobili da giardino» gli era risuonato nella testa. Aveva sorriso. Era completamente fuori dal mondo. Per questo adorava quel simpatico tossicodipendente in via di riabilitazione. Tutti conoscevano il nome di Emidio Pacifici, lui però non aveva idea di chi fosse diventato il suo ex compagno di scuola. «So che non puoi farne a meno, di lavorare intendo, ma almeno cercatene un altro». Emidio l’aveva guardato. «Di lavoro, intendo». «Sì, sì, ho capito». «Be’, cosa aspetti?» 
      Aveva riso di gusto. «Sono le lettere di presentazione che mi fregano. Non le so scrivere!» «Ma dai. Non eri una specie di scrittore?» Già, una specie molto fortunata, aveva pensato, mentre qualcosa di simile a un pungente senso di colpa gli arrossava il viso. Il netto sentore di aver raccolto dalla vita molto più di quanto era stato capace di seminare, l’impressione di averlo rubato a qualcun altro. Non era la prima volta che una sensazione del genere gli faceva girare la testa. Di solito le vertigini non duravano più di un paio di secondi, ma ora gli sembrava di stare precipitando dalla cima di un grattacielo alto un chilometro. «Sì», aveva detto, con un sorriso malconcio sulle labbra, «qualcosa del genere». «Non è difficile, sai? Guarda qua». Giampaolo aveva girato lo schermo del portatile, con cui stava giocherellando, verso di lui. «Cosa dovrei guardare?». Emidio faceva sempre più fatica a comprendere gli spericolati scarti mentali dell’amico. Si stava innervosendo. Aveva caldo e sete. L’odore acre della marijuana. Voglia di essere altrove. «Dopo essermi licenziato, e per circa un paio di mesi, fino alla settimana scorsa, insomma, non ho fatto altro che spedire curriculum». Una nuvola di fumo blu si era frapposta tra i due. «Se vuoi prendere spunto», gli aveva detto indicando una pagina di word. «Di che si tratta?» «La mia lettera di presentazione». «Perché hai smesso di spedire curriculum?» «Nessuno si è mai degnato di rispondermi!» aveva esclamato. «Riesci a crederci?» Emidio si era avvicinato allo schermo. Aveva socchiuso gli occhi.  
      “Salve, mi chiamo Giampaolo Laidiè. Non ho mai scritto una lettera di presentazione. Se non mi fosse stato espressamente richiesto, lo avrei evitato volentieri. Cosa posso dirvi? Non ho conseguito master in scienze della nullafacenza, né ho perso tempo in noiosi corsi di specializzazione post laurea. Forse perché non ho una laurea. Sì, a scuola me la cavavo, ma l’università, mio Dio, troppo impegnativa per i miei gusti! Voglio dire, all’epoca non avevo neppure vent’anni! A quell’età un ragazzo ha ben altro a cui pensare, non siete d’accordo? Sì, insomma, non sono un granché adatto a svolgere lavori che richiedano chissà quali competenze tecniche, ma fortunatamente quello che offrite non mi sembra necessiti di un quoziente intellettivo troppo elevato, né di chissà quale cultura.  In questi anni mi sono occupato principalmente di vendita al dettaglio: scarpe, abbigliamento, integratori energetici (di cui poi hanno vietato la produzione, ma questa è un’altra storia) di enciclopedie, e chi più ne ha più ne metta. Dando un’occhiata al curriculum che vi ho allegato, ve ne sarete resi conto. Ma allora che senso ha ciò che vi sto scrivendo? Forse volete sapere qualcosa di meno deducibile dallo storico del mio percorso professionale, magari quali sono i miei sogni (si tratta di cose un po’ troppo personali perché possa parlarne a degli sconosciuti), le mie aspirazioni (come sopra, direi. Non prendetevela, ma nessuno vi ha mai fatto notare che fare domande così intime a persone con cui non si è in grande confidenza è da maleducati?), o anche solo per quale motivo ho cambiato lavoro così spesso negli ultimi anni. È presto detto. Ho alcune difficoltà a leccare il culo ai miei superiori e non sopporto (è bene che questo vi sia chiaro) che si controlli il modo in cui lavoro. Per dirla in maniera più esplicativa: se eviterete di starmi con il fiato sul collo, nemmeno fossi quel moccioso piagnucolante di vostro figlio, andremo d’accordo e nessuno si farà male. Scherzi a parte, ho quasi quarant’anni e se mi tratterete come un bambino potrei innervosirmi parecchio. Sarebbe spiacevole. Per me. Per voi, soprattutto. Be’, davvero non so cos’altro aggiungere. Nel caso abbiate domande o perplessità non esitate a contattarmi. Chiarirò ogni vostro dubbio con la massima solerzia.  Solo adesso, però, proprio nell’atto di salutarvi, mi viene in mente che forse volete sapere (da me? Non vi sembra una cosa assurda?) per quale motivo assumermi. Facile, se non lo faceste commettereste l’errore più grande della vostra vita! Ignorarmi sarebbe un atto degno di un demente. Senza, offesa, per carità. Detto questo, mi auguro di far presto parte della vostra squadra! Ciao a tutti!”  
      Terminata la lettura, Emidio aveva guardato l’amico con la stessa intensa drammaticità che avrebbe adoperato per scrutare un alieno appena sbarcato sulla Terra. «Facile, no?» aveva detto Giampaolo. «Cosa?» «Scrivere una lettera di presentazione». «Sì, peccato che di solito la funzione di una lettera di presentazione sia quella di farti assumere, o comunque di farti fare bella figura con i tuoi possibili datori di lavoro». «Non ti seguo». «Nemmeno io». «Che vuoi dire? È perfetta, non trovi?» «Assolutamente». «Già! In effetti non capisco come abbiano fatto a non contattarmi. È anche per questo che alla fine ho mollato. Se un datore di lavoro X non è in grado di apprezzarmi dopo aver letto una lettera del genere» aveva detto indicando, sconcertato, lo schermo. «Be’ sì, è perfetta. Davvero. Ti dispiace se la copio?» «Mi stai prendendo in giro?» aveva chiesto l’amico, con un’espressione estremamente seria in volto. «Certo!» Silenzio.  «Cosa ci trovi di imperfetto?» «Stai scherzando?». Una domanda retorica, la sua. Era fin troppo evidente quanto Giampaolo stesse facendo sul serio. Emidio non riusciva a crederci. «Sei stato arrogante e inopportuno, per non dire altro. Gli hai intimato di non romperti i coglioni e, al tempo stesso, in maniera quasi minacciosa, di assumerti!» «Sono solo stato sincero». «Magari hai pensato di risultare simpatico? Un tipo originale, un passivo-aggressivo particolarmente estroso?» «La sincerità è una cosa importate, soprattutto all’inizio di un rapporto». «Sì, ok, ma che c’entra!» «Avere un lavoro è avere un rapporto. Non è gratificante quanto uno sentimentale o sessuale, ma è pur sempre un rapporto!» «Ci rinuncio», aveva pensato Emidio lasciandosi cadere le braccia lungo i fianchi. La faccia priva di espressione. Era esausto. «Non mi sembra che le tue lettere ˗ perché qualcuna ne hai sicuramente scritta ˗ piene di falsità del tipo “sono l’uomo che state cercando”, “ottima padronanza dei processi di vendita e un’adeguata capacità di gestire considerevoli carichi di stress”, o ancora “ho una spiccata predisposizione al lavoro di squadra finalizzato al raggiungimento degli obiettivi aziendali” abbiano sortito risultati migliori». Difficile dargli torto. «Scaldabagni e mobili da giardino», si era ripetuto nella testa, quasi con rabbia, provando il desiderio bruciante di mettere a parte il suo amico dell’assurda realtà che, malgrado ogni aspettativa, lo vedeva protagonista: «Sono il cazzutissimo autore di un libro che la settimana scorsa è entrato nella classifica dei dieci testi non religiosi più venduti di tutti i tempi! Idiota!» Stava per urlarglielo in faccia. Ne aveva una voglia matta.  «Sì, ok, lascia perdere. Hai ragione!» aveva esclamato, invece, vinto dalla logica contorta del folle che aveva di fronte. «Non devi darmi ragione per darmi ragione. Devi darmi ragione perché HO ragione, e lo sai». Gli stava scoppiando la testa, e glielo aveva detto: «Mi sta scoppiando la testa». Giampaolo gli aveva porto la canna. «Scaldabagni e mobili da giardino», aveva pensato di nuovo, stavolta con un certo sollievo, facendo segno di no con la testa. Aveva guardato l’orologio. Segnava le 23:45. Il giorno dopo non sarebbe dovuto andare al lavoro. Ma c’era da scrivere un altro capolavoro, dimostrare di essere qualcosa di più di un fortunatissimo imbrattacarte. «Andiamo fuori», aveva proposto Giampaolo alzandosi a fatica dal divano. «Un po’ di aria fresca ti farà bene».  Dal terrazzo si sarebbe potuto godere di una vista notevole, se non avessero deciso di erigere una specie di grottesco totem, a chissà quale multinazionale, proprio lì di fronte. Un’infinita distesa di finestre a specchio che non riflettevano un bel niente. Alcune erano illuminate da una luce un po’ pallida e parecchio sinistra. In quelle stanze disadorne, dai muri bianchi tappezzati da oscuri grafici, Emidio immaginava muoversi dolenti lavoratori notturni mal pagati: impiegati con contratti part time ululanti alla luna piena; stagisti emaciati come i protagonisti di un film per ragazzine con un debole per eunuchi fotofobici dai canini sporgenti; o uomini comuni dalla pelle gialla d’itterizia, in perenne lotta contro un destino avverso. Emidio si era stretto nelle spalle, felice che ci fossero diversi metri di aria fresca a separarlo da quell’incubo impiegatizio. Aveva respirato profondamente. Prima o poi l’avrebbe scritto, quel maledetto romanzo. Anche se avesse fallito l’impresa, non sarebbe mai finito lì dentro. Una certezza che, fissando le finestre malamente illuminate di fronte a lui, gli aveva infuso una speranza profonda, qualcosa che si sarebbe potuta scambiare per fede.  «Va meglio?» aveva chiesto Giampaolo. Emidio si era appoggiato al parapetto e aveva lasciato che un sorriso da missionario gli aprisse il viso. Si era sporto nel vuoto. Un sospiro. «Sì, grazie. Sto bene». «Vuoi?». Era tornato a porgergli il mozzicone ardente. Un paio di centimetri di gioia fatta d’erba, stretta tra le dita con l’esperta delicatezza con cui un chirurgo avrebbe maneggiato un bisturi. «E basta, cazzo!» aveva esclamato Emidio facendogliela saltare di mano con uno schiaffo. Giampaolo aveva sbarrato gli occhi, inorridito, nemmeno fosse stata sua madre quella che fluttuava nel vuoto, diretta senza indugio verso l’asfalto. «Sei un coglione!» «Anche tu non scherzi», aveva replicato con un sorriso che, già sapeva, non sarebbe riuscito a contagiare l’amico orfano della sua compagna Marjù. 
      «Hai bisogno di riallineare i tuoi chakra. Perché stasera non dormi qui?» «Mmm… che proposta indecente. Sono contento che ti sia finalmente deciso a fare outing, ma mi vedo costretto a declinare l’offerta. Niente di personale». «Idiota. Se resti qui, domattina puoi accompagnarmi a fare un sopralluogo». «Per cosa?» «Devo verificare le condizioni dello stabile in cui nascerà Le Rovine di Nuova Roma». «E che roba sarebbe?» «La comunità autogestita di cui ti ho parlato poco fa». «Hai davvero… cioè, vuoi…» Emidio non credeva che l’amico facesse sul serio. «Non ho idea se sia agibile o meno. È una vecchia cascina che ho ereditato da mio nonno. Non è molto lontana. Sta in provincia di Viterbo, ma non ho voglia di andarci da solo». Emidio se l’era immaginato nei panni di un’improbabile Charles Manson di provincia. Un guru assai poco carismatico, a suo avviso. «Cos’hai in mente?» avrebbe voluto chiedergli per raccogliere elementi utili a dare corpo a quella fantasia e plasmarla in forma di racconto, eppure aveva preferito tacere. Già, avrebbe potuto essere un buon punto di partenza. Per cosa, però, non ne aveva idea. «Meglio che starsene a languire di fronte allo schermo bianco del portatile», si era detto, timoroso al tempo stesso di andarsi a cacciare in un pasticcio dagli esiti catastrofici. «Ok». Una risposta affermativa, benché, a giudicare dal tono con cui era stata pronunciata, poco entusiasta.  «Fantastico!» aveva esclamato Giampaolo, rollando un’altra canna. 

    • LA BALLATA  AL DOLCE  PADRE
       
       
      Laudibus, qui res hominum ac deorum
      qui mare  ac terras variisque mundum temperat horis .
       
      Al padre che gli dei ,gli uomini,il mare,
      la terra ,il mondo regge nel mutare  delle stagioni.
       
      Canto padre   sostanza  del mio  essere  il   sofferto  mio passato.
      Canto padre,  l’amore che provo,  l’amore dannato,  il dolore che provo  nel mio  sognare ad occhi aperti .
      Dall’inizio di questa vita nata  dalla terra in cui sono cresciuto.   
      Amore  o morte  io  son  fatto,  padre della tua  stessa carne   ,padre degli uomini e delle donne , padre dell’eterno canto  che spinge il mondo a sperare.
      Padre dai molti visi e di molti nomi , che  ho amato  in silenzio.
      Padre morto in un giorno qualunque , ci hai abbandonato su questa madre  terra.
      Essere dalle tante vite ,  sorriso nascosto sotto i baffi  , mano tesa nel sogno che mi condusse  per terre  sconosciuti in  luoghi d’inenarrabile bellezza.
      Invincibile  sotto questo   cielo con la zappa in mano a spaccare le dure zolle  dei campi elisi .
       In questo mare  di immagini  , vivi  e trascendi me stesso , l’ immagine  di padre  e figlio in   ogni cosa , eterno immutabile, dolorosa esistenza  rinasci in me.
      Generato per creare e rinascere, origine di ogni cosa .
       Padre dal  buon nome.
      Eterno  essere  ,  stirpe della mia  gente .
       Intima espressione di ciò che sono  .
      Gentile anima  di un mondo nascosto in me .
      La tua storia passata è la  mia ,  mentre  continuo
      a lottare , a crescere  a sperare.
      Vivo   nel  percorrere
      le vie  impervie  di  questo mondo nel  ricordo
      di te che   mi  sollevi    verso il cielo stellato.
      Rammento le ore  passate  insieme in  discussioni interminabili
      Su cosa essere ,  non essere  per  ritornare  di nuovo a te.
       E mentre  cambiava   il mondo  ,  son diventato   a mia  volta padre .
       Figlio  un tempo ,  ignaro  del pericolo  che emerse  
      nelle mie  varie  tentazioni   di cui tu mi mettevi in guardia.
      Arrampicato   tra i rami dell’ albero  della vita
      oggi mangio i  suoi  frutti maturi .
      Forse divento  altro , tentenno  nel riconoscere
      il bene dal  male ,  perduto  in diverse culture e  intendimenti
      affronto  le correnti avverse in bilico  su questa  zattera di legno   navigo
      verso terre sconosciute in cerca di fortune  e  ricchezze.
      Verso una terra promessa  ove  condurre me , la mia famiglia  .
      E se potrei  ,scenderei  giù nell’Ade, per   riabbracciarti di nuovo.
      In questi  tristi giorni  in cui un terribile virus fa crescere il numero dei morti,  
      scrivo  ed    ascolto  battere il cuore  della città , ascolto il suo canto  di morte , il suo grido  di dolore.
      Dubbi  e  incertezze  provo  in questo  mio cammino irto e impervio
      Nella terribile sventura , nel vento della morte che soffia forte , nella disperata ricerca  d’una pace  comune .
      Ferito  sono   ed il pianto mio  copioso cade senza fine
      bagna la terra   su cui cammino  ,sanguino ,
      il mio verso  vacilla,  cresce, rinasce, ruggisce
      prende forma , diviene  una piccola  poesia in nome tuo.
      Ed il tempo curerà   l’animo dicevi  , addolcirà  il ricordo  dei nostri cari sepolti sulla calva collina del teschio.
      Solitario rimango  in attesa passi  questa pandemia  , passi  la morte e l’amore trionfi  nel  sacrificio dei tanti miei amici  ora  tra le braccia  della oscura sorte . 
      E nel  viaggio  della  mia  prima giovinezza
      nel  canto  della  primavera che avanza
      nella bellezza  delle canzoni   e nell’amore delle  fanciulle in fiore
      per  bacco ed Arianna  fu causa di quel maledetto tabacco
      tu cominciasti a tossire di notte.
      Io t’udivo  dal mio giaciglio  , percepivo   il tuo soffrire  , la tua mano  accarezzare il mio capo .
       Ora  la mia memoria è  il mio amore mi spinge verso te padre dei miei padri ,  padre  di molte vittorie , di tante sconfitte .
      Ed i miei errori sono tanti , quanti i chiodi infilati nella tua croce .   
       Questa canzone  canto per te , io  figlio  dell’umile grande  padre .
      Canto la  mia vita   quello che è  rimasto  dentro il mio  ricordo di te.   
      Momenti indimenticabili  e incancellabili.
      E Nulla ha veste  più bella , dell’orgoglio  quando   provo a rammentarti ,  mio eroe , mio capitano.
      Nei giorni infausti ,  la tua vita vissuta
      m’ infonde coraggio    all’animo mio  commosso.
       E ricordo  lo stanco tuo  aspetto , esule  di mille imprese  ,
      felice nei tuoi  pensieri a sera tra le braccia di nostro signore .
      Oggi io  canto te  padre  mio,  questo immenso  amore di figlio.
       
       
       

    • Fatti nuvola

      By @i., in Poesia,

      Fatti nuvola

      Il tempo t’insegnerà
      a essere nuvola:
      cambierai forma nel vento
      senza aspettare
      il tramonto
      per sentirti colore.
       
      Fatti nuvola
      per sfiorare gli alberi
      per vedere meglio ogni cosa
      per sorridere nel buio
       
      e fatti nuvola – se vuoi –
      anche per piangere.

    • CANTO AL SOLE
       
       
       
      Canto al  sole , sotto i gialli limoni , nella scia di mille pensieri fioriti nell’amore e nell’odio,  nel passare in altri dimensioni , nel mio senso di racchiudere uno strano sentimento,  oltre questa incomprensione , provando a  saltare  nel sesso.  La luna all’alba prossima ,  cade  nel mare dei mie ricordi ,  nel silenzio dei miei interrogativi. Fermo davanti al portone con un cappello in mano , con  nel cuore tutto l’amore , sotto il braccio , un cesto di carciofi maturi.
       
      Sulla finestra a grate dipinta d’ azzurro da cui passano i raggi del sole mattutino ,  osservo il  mio mondo , perduto   nel canto delle fanciulle dei negri che vanno a lavorare nei campi. Tutto mi è  congeniale come l’intelligenza,  l’azione,  lo slancio,  il cadere,  il soffrire per rime in estremi tentativi di vivere sotto  un arcata solitaria illuminata dal cielo.
       
      Questo il mio cammino , il mio dubbio di non sapere cosa è l’amore la morte altrui ,  l’arte , la mia vita un salto nel buio di mille parole che si trasformano , diventano draghi , diventano belle donne che ridono di me mentre  cerco di essere serio  nella  mia speranza di  rinascita.
       
      La tua tomba bambino è candita,  adagiata sulla terra , là tra l’erba alta sotto una croce , fiorita  che s’alza  verso il cielo , verso il domani , verso una morte annunciata sotto il cielo. File di neri , ballano sotto i ponti , cantando la bella canzone delle rivolta,  cantano la gioia , l’amore ,il sesso conquistato  , comprato,  donato ai margini dei fossi.
       
      Raccontaci della tua  morte o bambino,  ricordaci di cosa fummo , di come combattemmo,  di come cademmo nell’ ore della rivolta  in nuovi intendimenti , in medicazioni ed afflizioni varie. Come un gioco infranto , rimesso alla sorte del vento tra nuvole e pianto.
       
      Ora sei qui bambino , ragazzo mio , breve sogno nato  tra il mio dire nel percorrere a ritroso la mesta libertà  , nell’andare oltre ogni costo verso la fine del giorno , ritornerai giovine vita , giovine sogno apparso  nell’alba che sale lentamente sopra gli stanchi muri attraverso  i miti , nei  canti pellegrini di un vivere senza nome.
       
      Guardare i morti si rimane senza parole , alla città rimangono  pochi amori da cantare  con l’andare  ancora più in  fondo di se . Fragili sentimenti ,sbattono l’ali , s’alzano  in volo verso l’orizzonte di un mare,  livido sotto il cielo. Con le mani infreddolite ,  m’ aggrappo alla ringhiera , salendo le scale in sogno , mi sembra  l’ultima sera e gli ultimi versi di una vita spesa troppo in fretta. Ed io che credevo di portare in dono il mio amore per sentirmi  dire ch’ero buono.  Ma erano là i più forti , forti dei nostri torti , delle nostre paure, i terribili mille morti di questa terribile epidemia.  

    • Cambio di residenza
      Cambio di residenza
       
      Desistenza
      (me ne vado in Patagonia)
      ebbene sì
      cambio di residenza.
      Di questa grande civiltà
      (colma di merda)
      posso far senza,
      imposta da sti quattro pisciasotto
      fondata sul principio del
                      “tu pirla”
      cui nulla, proprio nulla, m’appartiene
      non resta che sfuggirvi  passo a passo
      fin giù, proprio laggiù da Magellano
      fra i grandi fuochi e i gigantechi umani
      cui non fa specie il tendere la mano
       
      Per limitar la storia al ‘19
      la tassa sulla Golf
      due volte m’han ciulato
      tre buste color verde minaccioso
      colme di lingua trucida e mafiosa
      (questa è la sola posta ricevuta)
      e mezza gamba mi restò bagnata
      per tanta rabbia nel pisciarci sopra
      (E vo tacer  di TASI già pagata)
       
      Io vado in Patagonia fra i selvaggi
      come fringuello libero e felice
      lontano da ste scimmie del comune
      per volontà di Dio  senza servaggi
       
       
      Che dire poi dei ceffi in Municipio
      (Ufficio dei Tributi, mica cazzi!!)
      ha voglia a presentar le ricevute
      loro è il potere a forza di ignoranza
      ben supportata da plebea arroganza
      d’ogni demo-cretineria
      forma e sostanza
       
       
      Ma brutti mignottoni nati torti
      di cui molto si sa
      (ma non dei padri)
      perchè le loro madri
      un po’ confuse
      a mezzo mondo s’erano profuse.
      A voi io sto dicendo e alla mammana
      che al mondo vi tirò giù per i piedi
      ai cristianucci in croce date pace
      godetevi la paga sguadagnata
      purgatevi la pancia col bismuto
      sul trono con lo sciacquo abbiate sede
      smettete di far danni,
      fatevi  seghe.

    • CANTO DELL’AMORE DELLE DONNE
       
      MICHELLE  AMORE MIO
       
      Dedicato A Tutte Le Donne
       
       
       
      La città dorme, la campagna dorme, i vivi dormono il loro tempo, i morti dormono il tempo loro, Il vecchio marito dorme accanto alla moglie, il giovane sposo dorme accanto alla sua. E tutti convergono verso di me, e io mi espando verso di loro, E quale sia il loro essere; più̀ o meno così sono io. E di tutti, dal primo all'ultimo, io intesso il canto del me stesso. Cosi inizia  il  mio canto,  rivolto a tutte le donne del mondo ,il canto dell‘uomo qualunque con questa voce che mi trascina  verso il  fondo dell’essere ,  verso l’incredibile slancio creativo , verso altre avventure nella mia matura morte. Osservo le donne ,  passeggiare  per strade , fiorite con i loro lunghi sorrisi , le loro  candite mani , i loro corpi solinghi,  steli  curvi , eretti verso il cielo , sparse  tra la folla , tra chi entra ed esce in questa metro,  dalla forma di serpente ,strisciante veloce sulle rotaie all’interno della città dei morti .Osservo generazione  di donne  vittime della crudeltà maschile    dall’aspetto di  gallina  sgozzata  nel bagno da un vecchio orco .  L’amore tutto trascende e nulla   ha più  significato , neppure  la mia  voce  gracchiante come un corvo nero in un altro giorno intriso di poesie , sepolte  nell’animo .  Osservo  il mio  vivere , questo   mio modo di guardare  le donne che ho amato , sognato , rincorso attraverso i mie versi , attraverso l’ossesso delle mie passione , attraverso me stesso ,  frutto di molti amori e di molte nottate , passate da solo  nella tarda ora della notte stellare , abbracciato al ricordo di mia   madre nel cantico delle creature,  nella bellezza  di mille melodie sefardite,  in questo ammore  a volte senza alcun domani , dimenate la coda che spazia verso un altra dimensione in se stessa ed in altri giochi onirici di premature amori giovanili   io rinasco .  Sono figlio di  questo ordine naturale ,  io sono tra le tue braccia ,  amo,  vivo, muoio , dormo , oltre ogni altra ipocrisia , sono il frutto del tuo ventre ,  sono il nesso logico , solo in questo patire , in  mille idee , in mille dimensioni che s’aprono ad altri intendimenti.
      Michelle  amava un  ragazzo che sapeva alzare tanti pesi , sapeva alzare il mondo con un dito,  sapeva amare come pochi e  nelle sue illusioni femminili  lo cercava spesso nel vento delle sue sconfitte .
      Era alta Michelle , bella da farti perdere la testa , con una cascata di ricci biondi  sul suo pallido viso, con un naso quasi uncino,  una bocca carnosa  , labbra  gonfie rosse come il sangue degli innocenti ,  non aveva madre ne padre era un punto interrogativo,  era la voce di un popolo  antico, di mille genti , di mille domande mai risolte. Tutto era Michelle  con quel suo sguardo intriso di strane passioni , mi sembrava Giovanna d’arco che combatte gli invasori , trascinante  la folla verso i confini della comune immaginazione ed ella era  fragile come un fiore , un fuscello nel vento del mattino, limpida  come l’acqua   azzurrine  lasciva e scrosciante sopra i sassi dei fiumi .  
       
       
      Michelle aveva vinto  nella sua infanzia la paura dell’uomo  come padre e padrone ed era partita  un bel giorno dal suo paesello , situato sopra i monti . Con un zaino zeppo di libri , molte voglie stipate tra fogli di carta mai scritti figlia e madre,  espressione surreale di infinite esperienze. Tanto sesso consumato dentro un vicolo scuro  alle spalle , ella  cercava i sacri rotoli,  il libro della vita che gli avrebbe rivelato  ogni segreto dell’amore coniugale . Una rivelazione in suo possesso  con  cui il mondo non avrebbe più deriso la sua stirpe di donna , unica nell’universo e nel suo  moderno divenire nel suo amore di  eterna madre . Era  grassoccia  Michelle e portava sempre lo stesso pantalone . Come una rosa  o figlia  dei fiori stava davanti ad un immagine  sacra, come se fosse una piega creata  nel tempo delle mite passioni  . E cercava ad ogni costo  di acciuffare quell’amore pagano , come se fosse una stella luccicante a prima sera , come se fosse una sorte  decisamente migliore  che l’avrebbe resa felice per sempre.
       
       
      Più  il tempo passava più Michelle diveniva  donna, l’idea di se stessa  sotto forma di un personaggio riassumente i tratti di tutte le donne di questo mondo , amante , creatura e creatrice  , principio e fine , fiore seme ,  simile ad un lungo cordone ombelicale che tiene unito,  uomini e donne  nell’ intendere  ogni altra libertà di espressione.  E vennero  cosi mille gendarmi  ed il mondo non sapeva più chi fosse in vero Michelle cosa ella portava in grembo , cosa stesse succedendo dall’Asia e nelle Americhe. Sulla terra madre dove nacque ogni albero  ove ogni uomo e donna  s’ eleva  nel suo comprendere trascendere , l’illusione fugace che ti conduce verso altri mondi surreali , verso quel timido tentativo di essere un solo corpo,  un solo spirito,  un solo grido di dolore  in una morte lenta ,  contagiosa    oscurante   il velo di maya posato su ogni viso di donna amata .  Cosi giunse il tempo in cui la terra  ad un certo punto,  reagì  al male che aveva generato quella civiltà . Un male antico nato  tanto tempo addietro si mostrò  nella sua  logica dei fatti ,  nel  filo conduttore di tutti gli errori commessi . Il  vivere come il morire  erano un germe patogeno,  inglobato  in mille rime astratte ,  sepolte nel campo dei morti. Mille lapide  ora erano fiorite,  in quel cimitero  situato ai confini della città e mille ,  mille lacrime , bagnavano  in silenzio quei marmi  con su scolpiti tanti diversi nomi di uomini e donne . E tutto era surreale , uno slancio , un intenso profumo  intriso dall’odore delle gialle mimose , una lunga strada  conduceva  la  nostra  mite eroina per altri mondi . Cosa  Michelle cercò  nelle sue parole prive di senso  il fatto ed il vero e fu assai  difficile capire  cosa siamo alla fine di ogni discorso. E vagò a lungo per il mondo senza mai incontrare l’anima gemella,  senza mai incontrare il frutto dei suoi sogni di fanciulla , instancabile , viaggiatrice  nell’atto logico  impresse  una sana accelerazione ed era nervosa  quel giorno Michelle quando seppe che suo padre era morto di nuovo .  Ma la morte è  solo l’inizio di una altra storia , di un altro soffrire in fondo ad un rigo in fondo alle mille domande , Michelle  continuò a crescere  e non seppe mai chi fosse per davvero suo padre . Quando giunse  il giorno  dedicato alle donne  immagine del focolaio domestico , scodella di pane raffermo,  con tanti fagioli  ben cotti  annegati nel sugo ,  la forma dell’amore del creare prese il sopravvento al  mondo svelato nello scorrere dei giorni accanto ad una donna.
      Era grande la  città in cui viveva  Michelle  fatta di tanti , palazzi , piena di  pazzi e  canzoni allegre , cantate ad ogni angolo di strada  nell’inverosimile trascendere gli attimi decisivi , attratti da  un  vivere felice , oltre ogni pregiudizio.
       
      Michelle  avrebbe voluto essere un principio primordiale  , una frase  d’amore scritta sopra un biglietto di auguri  , una frase riassumenti tante passioni  e cercò  per diverso tempo dove aggrapparsi cosi s’innamorò di un cameriere. Alcuni  dicevano assai  dotato  che lavorava in una pizzeria frequentata di solito da tutti gli scansafatiche del luogo  .  Il cameriere era un tipo ideale,  serviva panini ed hamburger con tripla farcitura ed erano assai  deliziosi . Molti clienti erano vittime dei luoghi comuni  del suo lungo cercare del suo esprimersi .
       
      Cosa  ci fai   qui?
      Realizzo il mio domani
      Ti credevo a Londra in cerca di un vestito nuovo da comprare
      Non diciamo baggianate se no finisco per ubriacarmi ancora di più
      Senti a me piglia il tuo soffrire  e scappa via  sull’ ali del  vento
      Se mi lascio andare ,  poi come faccio a ritornare indietro ?
      Beh ti puoi dopo   pigliare il tram
      Ma io avevo intenzione di parlare del più e del meno
      Non ci sono scusanti , l’amore è  cieco
      Come questo vicolo ?
      Certamente come questa storia che sogni
      E proprio vero il mondo non mi ha mai amato
      Non fartene una colpa,  siamo passati tutti per queste  delusioni
      Si però bucare la gomma davanti casa del mio ex  e non essere neppure aiutata  mi sembra una crudeltà .
      Non esiste  un male ed e un bene,  ci sei tu in questo universo il resto e pura illusione.
      Se fossi nata nelle vesti di un  angelo , adesso potrei volare
      Se fossi nata  asina  avresti ragliato , rifletti su questo
      Non voglio inferire ma sono cresciuto assai ultimamente
      La colpa e che voi donne,  amate senza alcun rimosso
      Io  amavo cantare e cullare le mie illusioni
      Sei bella da morire
      Sono il mare e l’ altre stelle non ricordi
      Rammento il tuo divenire
      Sei solo con me,  sei tu il mio amore?
      Lo vorrei tanto ma non ho la forza di esserlo
      Sei legato al tuo passato
      Forse sono solo un cretino
      Io ti comprendo e vorrei perdonarti
      Non c’è perdono per il dolore provato
      Sei  rimasto un bambino che gioca con le  sue macchinine
      Si ma adesso guido la macchina e vado dove mi pare senza perdere alcuna bussola.
      Sei certo di capire ogni cosa , se fossi morto e non t’accorgi
      di esserlo
      Amore io ti ho sempre amata e questa la mia verità
      Io credevo di essere uguale a te
      Siamo alle solite , sono io non sono io
      Questo vivere m’intenerisce e cresce con la sorte di altri milioni
      di persone come me.
       
      Dialogo con se stessa
       
      Ecco cosa vorrei dire , sei tu il ventre materno.
      Quest'erba è troppo scura per uscire dal bianco capo delle nonne,
      Più̀ scura della barba scolorita dei vecchi.
      È scura per spuntare dal roseo palato delle bocche.
      Lo so non ci sono scusanti tutto la limpidezza del cielo trascolora nello scrivere nello svolgersi in molti dilemmi , mi sarai vicino?
      Certo  ti aiuterò a cambierà la ruota bucata
      Perché poi io debbo ascoltare le tue stupidaggini  che mi legano ancora di più  al  tuo fragile intelletto.
      Non è  la confusione a fare di me il  protagonista,  ma la certezza di riuscire un giorno a legare capre e cavoli al carro  del condannato.
      Poverino eri cosi grazioso,  lo scacciato come se fosse un appestato
      Non disperare  vedrai ogni cosa lo condurrà di nuovo a te.
      Un bel tuffo nel tuo  passato
      Sono  sull’orlo di un giudizio universale
      Era l’amore che cercavo
      Oggi  sono  in piazza alla manifestazione delle donne
      Ti ho vista nuda girare tra la folla
      Ti sbagli  era mia sorella
      Avete una somiglianza impressionante
      Io ero a casa e giocare con la mia gatta
      Sei  mai stata mai sulla luna ?
      Tempo addietro sono stata su Marte ed ho fatto l’amore con un marziano.
      Incredibile e come amano  i marziani ?
      Come gli umani
      Veramente non ci posso credere,  raccontami i particolari.
      Ero su Marte ed era libera  nel divenire  di un dio , ero  una donna innamorata della vita , incontrai lui era un Dio o forse un uomo una essere astrale , un desiderio ultraterreno ,  una mia immagine  del sesso in genere . Quello che era , fu il mio amore per una lunga notte.
      Beata  te che puoi amare cosi intensamente
      L’amore ha le gambe lunghe,  ti conduce dove vuoi
      Come vorrei sapere amare come te
      Noi donne possiamo tutto
      Siete il principio e la fine di ogni storia umana.
      Siamo te e l’immagine della tua ragione
      Sei veramente bella cosi vestita
      Andiamo vieni con me verso altre dimensioni
      Non posso sono occupato a pensare
      Pensare fa male,  abbi fede
      Sono stanco di voltare pagina
      Cerca  di seguire il tuo cuore
      Adesso sono in fondo alla mia storia
      Io vado a letto, t’aspetto
       
      Michelle continuò  a dialogare per ore con un sua idea  di donna,  di come si può essere libere , di come si possa amare,  nascere crescere,  volare,  essere donna , essere madre e tutte le donne del mondo erano dentro di lei , un immagine,  un personaggio  nato dalla sua immaginazione  di donna e mentre attraversava la strada e percorreva il grande viale dei morti , Michelle  apri le ali e s’alzo in volo sulla città . Era una sera scura , cupa , fatta di tante domande intuitili, perduta in  quelle sere false nel loro trascendere l’inverosimile e la vita  e qualcuno  strada facendo provò a  regalargli un fiore un  nuovo amore , una nuova esistenza  , un nuovo nome. Michelle  continuò  a volare verso i suoi ideali  indisturbata , nella storia di milioni  di persone oltre quel  cerchio  di reincarnazioni,  di formalismi su generis  che producono in se uno strano effetto  . Una filosofia , fatta ad immagine del vivere moderno,  assai simile alla coda di un  topo , assai simile al signore che ama dormire nel suo letto con il suo cane di nome jack.  Michelle era buona ,  come il pane ed era l’immagine di donna  che ogni uomo desidera avere accanto , la donna ideale che avrebbe  voluto sposare. Era questo suo essere diversa ed unica a rendere Michelle unica come un fulmine a ciel sereno,  come un fiore sopra una tomba dimenticata.  Ella era capace di condurti  oltre il comune  vivere , aldilà dell’apparenze era la donna ideale la compagna dei propri sogni ,  era la figlia di Eva  ,  scampata  al flagello influenzale,  era una donna  libera  e sapeva volare ed andare oltre ogni pregiudizio,   verso il cuore della verità. Michelle più sciocca  dei suoi interrogativi , bella , brutta , figlia  della madonna non l’avresti mai compresa per davvero  anche se avresti letto le sue stupide poesie. Poiché  ella era il succo di ogni discorso , campato in aria   che lega  il dire al fare  e ti rende  libero da ogni  male in genere.
       
      Non voglio finire dentro una fossa comune
      Tieni chiusa  la bocca e lavati le mani prima di mangiare
      Ma queste sono raccomandazioni o intimidazioni
      Sono precetti  che ti faranno capire di che pasta siamo fatti
      Va bene ora ritorno da dove sono venuta
      Mettiti la mascherina , l’epidemia sta decimando milioni di scarafaggi
      Ed  io  che mi volevo comprare un nuovo cappellino
      Meglio una mascherina senti a me
      Che tempi , siamo diventati tutti delle maschere di dolore 
      Le maschere esprimono il nostro modo  di vivere e sognare
      Si ma noi siamo donne e le donne sono l’artefice di questa vita
      Io sono una maschere e l’uso quando provo ad amarti
      Mi sembra ingiusto ed ipocrita
      Se è cosi , la tolgo subito
      Da quando aspetti l’autobus ?
      Saranno ore
      Io un secolo ed oltre , aspetto di partire per il nuovo mondo.
      Sei mio amico ?
      Certo che lo sono
      Mi daresti un passaggio
      Salta su
      Dove mi siedo
      Dietro al sedile
      Io so volare
      Non preoccuparti  la mia moto va veloce
      Se mi vedono seduta con te sulla moto , diranno che io sono una poco di buona.
      Non badare alle dicerie e l’amore che  fa girare il mondo
      Sei forte , come ti chiami ?
      Gianni
      Gianni il motorista
      Si propri cosi
      E tu ?
      Michel
      Bel nome
      Sai sono stata  in paradiso , ed un angelo mi ha mostrato l’intero creato
      Una bella avventura
      Lo puoi dire forte
      Che dici ci facciamo una canna
      Una canna,  sono allibita
      Io ti ringrazio per esistere
      Sei gentile potresti essere migliore
      Lo so ci provo da tempo
       
      Michelle dopo quell’incontro , continuò a viaggiare per altri mondi , attraversò profondi  silenzi  continuò  ad aiutare tante persone in difficolta. Chiunque incontrasse , versasse nella più cupa disperazione , portava  una parola di conforto. Era un angelo,  era una donna con i coglioni , tanto bella da farti togliere il respiro ,  chi sa , chi  era mai  per in vero,  Michelle una  strana  tipa ,  una topa ,  una mantide ,  un usignolo ,  un interrogativo dalle molte risposte. E la vita ha molte forme per racchiudere l’aspetto  di chi siamo e la sorte degli uomini , si rivela nell’amore della donna che scegli di amare . E Michelle ebbe tanti amori e pochi onori , ebbe la bellezza sopra le sue gambe, ed ella  la cullò gli cantò il suo dolore,  la sua vita  divenne  divina come  quella di molte donne a lei simile,  un lungo tragitto verso la salvezza. Michelle  dalle gambe lunghe,  dalle labbra rose , dagli occhi chiari come lo scorrere delle rime che compongo io  in silenzio . Michelle  bambina  ,  gioca con il suo destino e con mille destini  ,  mille  perché ,  momenti deducibili dalle imposte comunali . Ma  ella  continuò   a scherzare  con le sciagure a prendere sotto gambe la sorte ed il destino era una fisarmonica , era tutto quello che  ella  aveva imparato , amato,  odiato . E venne il tempo in cui s’innamorò  di  un uomo , un pizzicagnolo che aveva bottega nel borgo degli orefici, questo  faceva il guappo ed aveva un sacco di soldi  e la  portava a mangiare tutte le sere sopra Posillipo , all’antica osteria di Marcello. Il pizzicagnolo aveva   lo sguardo magnetico come una serpe gli  mordeva il calcagno,  la  trascinava nel suo inferno , ne faceva uno scendiletto,  uno starnuto,  una lunga sua malattia. E l’amore di Michelle per lui , andò scemando con i tanti starnuti  , ed ella s’accorse che  non era un  santo  a cui rivolgersi  anche se aveva quella lunga  coda di topo che  gli era cosi simpatica ed amava toccare  come fanno   tutti gli  innamorati. E sembrerà  strano ma Michelle  avrebbe volto fermare il tempo del suo innamoramento , avrebbe voluto fermare   la città  intera nel suo abbraccio  tra i suoi baci di donna sedotta.
       
      Sono qui che osserva  me stessa
      Pigliate nà pastiglia
      Mo’ mi faccio una  mezz’ ora  di suonno
      T’abbandoni troppo spesso  ai tuoi desideri di donna    
      Che dici mi farà bene Mamma
      Figlia mia questa è la vita c’è  sempre da imparare
      Se fossi viva ancora ti porterei con me
      Dove mi vorresti portare
      Al santuario della divina misericordia
      Certo lassù , sull’aspro monte
      Sono qui madre
      Ed io vivo nei tuoi pensieri , sono la tua anima.
      Il mio animo agogna nei sogni e nell’inganno
      Oggi  siamo vivi , domani chi lo sa
      Ma questo virus è  veramente pericoloso ?
      Dicono  che tiene la  faccia di vecchia  zoccola
      Madonna allora è  brutta  assai
      Cosi dicono io per ora non lo mai visto  seduto fuori al bar
      Anche qui al camposanto non se fatto vedere ,qualcuno ha detto
      che se si presenta chiamano la polizia
      Io non voglio avere niente a che fare con questo virus
      Ci hanno impaurito a tutti , morti e vivi,  uomini e donne
      Con il  rossetto  o non  a me non mi fa nessuna impressione
      Sono d’accordo si spartissero pure  la città ci vogliono decimare per divenire i più forti
      Sono quelli dell’agenzia delle entrate
      Si è capito
      E un complotto
      Certamente un complotto  alla faccia del virus
      Queste sono  affermazioni precise   concise e sincere
      Lo diceva  sempre  la buon’anima di tuo padre
      I  versi  sono il frutto di un virus
      Madonna se avessi  il virus nella panza
      Non ti muovete ora cerco di tirarlo fuori
      Fai  presto che mi sento di morire
      Stai  ferma  farò  in un battibaleno
      Come sei  brava Mamma
      Grazie a te  io vivo di nuovo
      Il virus a noi , non ci mette nessuna paura
      Figlia mia , stai attenta quello e  amico di belzebù
       
       
      A lungo  Michelle  provò  ad innamorassi di nuovo  a dare un  senso  alla sua vita di donna  cercò  quell’amore in quella  sua dialettica di donna  , lo  cercò  in  molti versi  composto di sera in solitudine .  Lo cercò in ogni modo , certa di non farsi nemico nessuno,  cercò di essere se stessa  e a dispetto della morte e di quello strano virus che circolava indisturbato per le strade della città Michelle divenne stranamente immune ad ogni delusione . Ma la sua natura di donna e di madre generatrice della vita la condusse su una isola felice li incontrò Pasquale che non era poi un vero stinco di santo , però era affabile ed a volte  anche bello ,  portatore di un  nuovo germe . Ella arrivò  al punto da  chiamarlo amore mio,  bene mio , mia felicità . E tutti in città  furono contenti sapere  di Michelle  si fosse sposata  con Pasquale.  Dopo nove mesi  puntuali, nacque Filippo  e  Michelle madre fu per sempre  portatrice  di un germe  sano  figlio di una nuova generazioni di uomini dediti alla conoscenza  del libero amore  , frutto  della storia cosi come noi la concepiamo attraverso il nostro  singolo giudizio  individuale  di uomini e donne liberi di essere la sostanza del divino che vive in noi.
       

    • LA FAVOLA CAPOVOLTA
       
      ACHILLE E L’INVERSE DIMENSIONI
       
      C’era una volta un uomo di nome  Achille dall’aspetto assai trasandato  che  amava sognare sopra le nuvole,  andare a zozzo per il cielo perdersi nella sua infantile  immaginazione . Amava  vivere come un uccello sopra un ramo.  In molti lo  ritenevano  molto stupido, un tipo  rozzo, poco simpatico che tramava all’ombra dell’amore. Achille  era un uomo tutto d’un pezzo nato  dal paradosso delle sua storie  . Un sillogismo  atipico   lo spingeva  a riassumere un  suo certo modo di vivere  con quell’aspetto di contadinotto con cui  zappava  la terra fino a   scendere  in fondo ad essa. Capace di  trovare mille tesori nascosti, una volta  trovò  una  magica radice con cui dopo averla a lungo  masticata ti poteva cambiare l’aspetto, farti divenire addirittura   migliore. Achille era  come il  figlio di un sogno  primordiale ,vulnerabile  , fragile come  l’amore verso un ideale  perduto  per sempre come la melodia  di una canzone cantata a voce bassa nell’oscurità della propria esistenza. Il fatto singolare  che egli    credeva d’essere  assai furbo,  aveva imparato a   pensare in modo inverso  a discapito di ogni convenzione ,  aveva imparato a  camminare    a  testa in giù. Aveva imparato a guardare il mondo da un’altra visione ad osservarlo da un'altra angolazione. Ora egli  credeva d’essere l’unico uomo di questa terra a poter vedere cose oltre ogni suo divenire , attraversare  mondi fantastici,  capace di  volare lontano. Achille sognava in cuor suo d’ andare oltre questa gretta vita come tanti pinguini nucleari in fila canticchianti canzoni insolite. Ed il mondo continuava a ruotare e fregarsi di cosa egli era , un minuscolo essere,  una  rotellina ruotante dentro se stessa. Comprendere  Achille è il suo ingegno non era  facile. Achille piè veloce era  la rappresentazione di quella parte  del  mondo poco amata . In molti  rimanevano  impressionati  dalle  sua capacita anche se tutto il male di questa società si concentrava  nell’essenza di un concetto , di un essere e divenire di poche note  composte in fretta  pronte ad essere lanciate nella mischia . E  Achille  era basso, tarchiato , sapeva cantare,  sollevare pesi  con il  passare del tempo , questa  sua capacità  ne fece una virtù.
       
      Un uomo insolito  Achille capace di possedere la vita in pochi commenti ma la vita a volte lo rifiutava,  lo gettava nel baratro delle parole insignificanti , in quei amori cruciali che ti tengono per il collo ti fanno soffrire in lungimiranti concetti dolenti come  fistole anali. Momenti cruciali di cui  non hai  una certezza   come la morte,  la vita che scorre con le nostre parole. Comprendere  e  amare  come è difficile percorrere le molte strade i molti significati di un essere  cresciuto troppo in fretta che   cerca di sopravvivere all’avidità , alla lussuria intrisa in  quella nera sorte che come un arpia ti sta accanto. Ed il mondo di Achille era dolce fatto di marzapane di ciaccolato , dolce come le caramelle gustose a menta e fragola , succhiate avidamente dietro un muro , dietro questo vivere  trascinato  verso il fondo. Il prode  Achille sapeva volare,  vedere l’indefinito che vive in noi . L’incerta  minuscola conclusione di un soggetto atavico  capace di raccogliere le arie e le melodie di un mondo in continua evoluzione.  La morte  non gli era amica e la sorte era la tragica conclusione di un periodo grammaticale pieno di errori. Molte volte  Achille cadde in  questa follia di frasi fatte messe a cucinare a fuoco lento , perduto in  quel suo  slancio creativo, condotto  spesso  oltre ogni altra compressione,  verso una altra dimensione E l’amore può essere molte volte letale se non capito nel suo nascere , nel suo tentare di cambiare l’ anima del  tuo mondo. Ed  Achille a dispetto di tante malelingue ,  sapeva guardare l’altra parte   della verità delle cose,  sapeva dove andare oltre  se stesso.
       
       
      Decise  così  di trarne vantaggio da questa sua  peculiarità di poter cambiare la verità   con il capovolgere ogni cosa dal  reale  nel suo essere  irreale ,  così prese a invertire ogni cosa, girare  sopra ,sotto  ogni concetto , ogni  fatto ,  altresì ogni modo  di fare,  ogni modo di concepire   , amori, discorsi ,   logica ,  legge . Si diede da fare,  nello sconvolgere , cambiare il modo di fare di talune persone, figlie della loro grigia esistenza , spiccante  il volo verso un mondo nuovo  , scoprendo a volte per caso   nelle tasche di costoro  qualcosa di buono o di cattivo.  
       
       
      Achille con il passare attraverso l’inverso ,  preso coraggio , conscio  della  sua capacità di poter cambiare la realtà  , pensò  di   capovolgere   il governo locale,  ed ogni pubblica  istituzione  non conforme alla sua visione dell’esistenza. Nel giro di un battito di ciglio,  di un volo verso l’orizzonte , Achille   divenne l’uomo  più importante  di tutta la città.  Ed in questa veste,  ammirato, invidiato , vezzeggiato,  cambio nome e si rese ridicolo come un ricordo fatto in una notte fonda. Esule della sua esistenza,  figlio delle sue disgrazie , avanzò il piede gigantesco verso quel mondo piccolo. E  come il grande gigante delle fiabe giunse in  ogni luogo  ed  in  molte   contrade  o paese   andasse   tanta  gente  invidiosa dei  suoi risultati  raggiunti    prese   a pensare all’inverso   nei versi   come aveva fatto lui . In breve tempo    capovolto  il mondo  sotto , sopra,  l'unico ancora  a camminare   con la testa  fra le nuvole  rimase solo  lui quell’uomo  ritenuto quasi insignificante  di nome Achille , frutto   delle  sue favole  capovolte.

    • Seduto all’imboccatura dello stretto passaggio, Naufrago osservava la calura che faceva ondeggiare l’aria sulla piana rocciosa. Pareva avere una consistenza quasi liquida, come l’increspare del mare mosso da una lieve brezza; quella distesa d’acqua che ora pareva così lontana e non a poche miglia di distanza.
      “Quanto tempo è passato dalla vita che ho trascorso sul mare, lontano dalle ansie e dalle tribolazioni.”
      Quel periodo sembrava appartenere a un altro tempo, troppo diverso dalle preoccupazioni del loro continuo spostarsi e arrabattarsi per avere da mangiare, del trovare un posto per dormire.
      Sospirò. “Tutto allora era davvero più semplice.”
      Allargò le narici, cogliendo una nota salmastra nella breve brezza giunta dalla piana. Si adagiò contro la roccia, chiudendo gli occhi. “Sì, quando vivevo sul mare la vita era diversa: più regolare, metodica, scandita dai compiti che ognuno aveva.” Non che ci fosse molto da fare: a parte la pesca e il cucinare, i lavori erano più che altro un modo per impedire alla noia e all’ozio che li incattivissero. Certo, alle volte sorgevano discussioni, contrasti (nella convivenza forzata era inevitabile), ma erano subito sedati e si risolvevano sempre in un nulla di fatto: le prospettive d’essere gettati in mare o fatti ritornare sulla terraferma erano un ottimo deterrente per raffreddare gli animi. Per quanto la vita a bordo alle volte potesse andare stretta, nessuno avrebbe rinunciato al senso di sicurezza e protezione che essa dava: erano lontani i ricordi delle barbarie, delle violenze di cui le città e le campagne erano ricche, delle razzie che gruppi di uomini impazziti e creature mutate effettuavano senza posa. Le urla strazianti, gli scricchiolii di ossa spezzate, il rumore della carne e dei muscoli che venivano stracciati: nessuno voleva più avere a che fare con simili orrori, nessuno voleva più provare la paura della preda sempre braccata, che da un momento all’altro poteva essere catturata e fatta a pezzi.
      Non bastasse questo, nessuno sentiva la mancanza della terraferma, divenuta un luogo inospitale, senza più un equilibrio: terre aride fatte di sole rocce, deserti, lande spazzate da venti che sradicavano ogni forma di vegetazione. Trovare di che sfamarsi in esse era un’impresa al limite della sopravvivenza, costringendo inevitabilmente a cercare cibo, o almeno quel che restava dopo anni di razzie, all’interno delle città che ancora esistevano, divenute sacche dell’inferno. Rischi troppo grossi per ottenere gli scarti lasciati da chi era più forte e feroce. Niente in confronto alla ricchezza del mare e che con un minimo sforzo si poteva ottenere.
      Del mare però ricordava soprattutto la calma delle ore che precedevano l’alba, quando piazzavano le reti, o i caldi pomeriggi sonnolenti, dove restavano in attesa che i pesci abboccassero per puro passatempo. “Già, i lunghi pomeriggi seduto sul ponte della nave con la canna da pesca in mano, osservando la grande distesa piatta del mare.” A quella vista il suo animo si placava, i cupi pensieri si dissipavano, come se un forte vento avesse spinto lontano i nuvoloni temporaleschi della sua esistenza, lasciandolo solamente con la pace dello sciacquio delle onde. Certo, non era una pace che durava a lungo, visto che spesso il ponte risuonava delle grida dei bambini.
      Naufrago voltò lo sguardo all’interno del budello dove erano sistemati gli altri. I piccoli erano accucciati tra le rocce, mogi e silenziosi, lo sguardo perso nell’ombra che attenuava il calore cocente. Nella loro vita, a parte le storie di Bardo, non c’era nessun divertimento, nessuno svago; non avevano niente con cui giocare e anche se l’avessero avuto, non ne avrebbero avuto il tempo, dato che dovevano crescere alla svelta, perché non c’era spazio per chi era piccolo e debole: occorreva essere forti il più in fretta possibile per sopravvivere.
      Lo sguardo non poté che cadere su Lettore: per quanto fosse il più grande tra i bambini, era quello che non sembrava maturare, chiuso in un mondo tutto suo. Per quanto non gli piacesse quel genere di pensieri, doveva accettare che Lettore non sarebbe durato ancora a lungo in quel mondo. Forse, se fosse stato con lui quando viveva sul mare, avrebbe potuto assaporare qualcosa di diverso dalla vita, ed era pronto a scommettere che gli sarebbe piaciuto. “Certo che gli sarebbe piaciuto: a tutti i bambini piace giocare.” Ricordava ancora lo stupore dei piccoli quando erano saliti a bordo della nave, trovandosi davanti dei ponti completamente adibiti al divertimento. Il gruppo di cui faceva parte era stato fortunato, dopo il lungo esodo, ad arrivare in quel porto e trovare ormeggiata una nave da crociera e non una petroliera o un grosso mercantile: con tutti quegli intrattenimenti, i bambini non avrebbero avuto tempo d’annoiarsi e questo avrebbe reso la situazione più facile da sostenere.
      Un’improvvisa folata di vento sollevò un vortice di polvere a pochi metri di distanza.
      Era difficile concepire che un tempo la gente avesse spazio per divertirsi; ancora più difficile scoprire che viaggiasse per divertirsi. Evidentemente non c’erano i pericoli con cui loro avevano a che fare ogni giorno; la loro quotidianità doveva essere diversa. Ben diversa, se avevano la possibilità di spendere così tante energie e risorse in qualcosa di mastodontico come una nave da crociera; senza contare il personale per la manutenzione dei macchinari e l’organizzazione di tutti i servizi dedicati ai viaggiatori. E da quel che aveva potuto capire dal computer centrale di bordo, quella non era l’unica nave dedicata al divertimento e al relax, ma faceva parte di una vera e propria flotta.
      Com’era stata la vita delle persone di un tempo, se potevano concentrare molte delle loro energie in simili cose? Oppure era qualcosa di limitato solo a qualcuno, mentre la maggior parte degli individui era nelle loro stesse condizioni, senza cibo, senza un tetto? Di certo, chiunque fosse salito su quella nave non doveva essersi preoccupato su come sopravvivere. Per tanti o per pochi, l’esistenza passata là sopra doveva essere stata fatta di agi e lussi: tutto era confort, tutto era piacevolezza. Nulla a che vedere con la vita di strada, dormire sull’asfalto o in buchi umidi e puzzolenti per non farsi trovare dai predatori, il sonno sempre leggero per essere pronto a scappare al minimo cenno di pericolo.
      Già, era stato un bel periodo quello sulla nave, almeno fino a quando era durato. E che sarebbe terminato l’avevano capito quando l’energia che alimentava la propulsione dell’imbarcazione era venuta meno. Nessuno conosceva la sua tecnologia, i suoi meccanismi, era già stato tanto se erano riusciti a capire come farla partire e manovrarla: ripararla era qualcosa che andava oltre le loro capacità. Tutti avevano capito che le cose non si sarebbero messe per il verso giusto; l’atmosfera sulla nave era cambiata, infettata da una strisciante sensazione d’ineluttabilità. Eppure, rispetto a prima, l’unica cosa che era cambiata era stata la velocità di navigazione: la vita a bordo era sempre la stessa e non avevano mai penuria di cibo, la pesca sempre sufficiente per sfamare tutti quanti.
      Ma quella sorta di stagnazione aveva cominciato ad avere effetto anche sui pensieri delle persone, che avevano cominciato a ripetersi in maniera ossessiva; una stagnazione che aveva portato un altro tipo di stagnazione. Le persone erano diventate tante piccole paludi che avevano cominciato a puzzare ogni giorno di più; cosa ancora peggiore, si erano rammollite, atrofizzate, perché divenute dipendenti dalla tecnologia della nave. Perdita d’iniziativa, disattenzione, apatia: quasi tutti a bordo si erano lasciati andare, abbassando il livello di guardia, come se tutto il mondo esistente fosse solo quello della nave, dimentichi di quello più grande che li circondava. Non erano altro che tante, piccole isole alla deriva, chiuse in se stesse e nella loro incapacità di comunicare: l’irritabilità si era fatta maggiore, la fatica a sopportarsi a vicenda era aumentata. Il fatto di restare limitati sempre nei soliti luoghi non faceva che accumulare tensioni. Essere impotenti, impossibilitati a fare qualsiasi cosa a causa della loro ignoranza quando, avendo tutto a portata di mano, sarebbe bastato un semplice gesto per rimettere le cose a posto, li rendeva delle tigri in gabbia: avevano a disposizione tutta l’energia che volevano e non potevano utilizzarla. Se ne stavano delle ore a fissare le gigantesche batterie solari, come se questo potesse far venire un’idea, un’illuminazione, che li tirasse fuori da quel guaio; ore in cui non accadeva nulla, dove restavano sempre in balia delle correnti, andando alla deriva in mezzo allo sconfinato blu. Ormai tutti pensavano che la fortuna li avesse abbandonati. E i cattivi pensieri spesso si materializzavano per davvero.
      Alzò lo sguardo verso la direzione dalla quale erano venuti, le nubi nere ormai ridotte a una striscia sottile sopra l’orizzonte. “Anche quando ero sulla nave siamo stati colti da una tempesta.” Era giunta all’improvviso, sviluppando tutta la sua potenza in poche ore. Fulmini che cadevano in acqua a pochi metri da loro, ondate che non facevano che ingrossarsi si erano abbattute sulle fiancate della nave come se volessero sfondarle; per un giorno e una notte erano stati in balia delle forze della natura. Quando il sole era tornato a far capolino, avevano perso l’uso del timone, bloccato nell’ultima rotta impostata: erano in balia di quanto il destino aveva in serbo per loro.
      Nel giro di un mese la terraferma era tornata a far capolino nel loro campo visivo. Con apprensione l’avevano vista ingrandirsi, divenendo più di una semplice linea. I timori un tempo dimenticati, e poi a lungo ignorati, erano tornati a galla come corpi di annegati; l’ansia e la paura si erano gonfiate a dismisura, impregnando le menti degli uomini, mutandone il carattere, il comportamento. Se prima i loro pensieri arrivavano appena a farsi sentire portando a galla un poco della loro puzza, ora spandevano tutta la loro putrefazione ed era divenuto impossibile stare vicino l’uno all’altro per più di qualche istante: gli adulti scattavano per un nonnulla, sempre tesi e nervosi, i bambini si erano fatti più mogi e fastidiosi, le loro risate e urla trasformate in snervanti piagnucolii.
      L’impietoso scenario di coste rocciose piene di relitti di navi, baracche fatiscenti e auto arrugginite, era tornato ad aprirsi davanti ai loro occhi con la sua fauna ributtante: creature pelose e squamate, umani sporchi vestiti di stracci, strisciavano alla ricerca di cibo, arrancando senza una meta verso una precaria sopravvivenza, mescolandosi fino a che diveniva difficile distinguere gli uni dagli altri. Il fetore dei loro corpi e dei rifiuti dei quali si cibavano e nei quali vivevano arrivava fino a loro, facendoli ritrarre disgustati dalle paratie. Fortunatamente la nave era passata a una certa distanza dalle coste, tenendoli al sicuro. Solo il ricordo degli sguardi visti attraverso i binocoli li aveva perseguitati facendoli restare svegli la notte, sconvolti da quello che sarebbe potuto accadere se la nave si fosse avvicinata di più o se si fosse incagliata su un fondale basso: la fame che avevano visto in quelle creature prometteva solamente sangue e dolore.
      Ma in uno dei passaggi vicino alla costa, le cose non andarono altrettanto bene. Da miglia di distanza avevano scorto il riflesso del sole che si abbatteva sulla cupola di vetro di un edificio slanciato che si elevava su un promontorio. Al loro avvicinarsi, come le altre volte, un folto gruppo si era radunato a osservarli. E come le altre volte erano donne e uomini scalcinati, sporchi, stracciati; in quest’occasione però non c’erano creature di nessun genere assieme a loro, ma bambini. Al vederli, quell’accozzaglia umana male in arnese aveva preso a saltare, urlare, sbracciarsi, cercando d’attirare l’attenzione. Sfilandogli davanti avevano scorto la frenesia, l’ansia che s’impossessava di loro mentre non ricevevano nessun cenno di risposta alle loro grida: anche se fossero stati in grado di fermare la nave, non lo avrebbero fatto. Quando i profughi se ne erano resi conto, erano corsi ai barconi ammarati sulla spiaggia e li avevano spinti in mare, saltandovi a bordo e cominciando a remare con foga per mettersi nella loro scia.
      L’inseguimento era durato un paio d’ore, con grida che ogni tanto si levavano per invitarli ad aspettare, prima che li raggiungessero. Venivano dall’entroterra, avevano spiegato gli improvvisati marinai: erano fuggiti dalle regioni più interne perché era scoppiata una violenta epidemia che aveva fatto strage di uomini e bestie. Era successo tutto all’improvviso, la malattia si era sparsa sulla terra nel giro di poche ore: non si sapeva se era dovuto a un virus sconosciuto o a un veleno allo stato gassoso; qualcuno era convinto che tutto fosse cominciato con il passaggio di un uomo avvolto da una nebbia verde. Quello che contava, era che ben pochi erano riusciti a scampare al pericolo; loro erano stati tra i fortunati, ma non si sentivano al sicuro, anche se si erano allontanati dalle aree contaminate: temevano che l’epidemia potesse spostarsi e raggiungerli. Per quel motivo si erano spinti fino alla costa, decisi ad attraversare il mare nella convinzione che fosse una barriera sufficiente a fermare il pericolo lasciato alle spalle: giunti sulla spiaggia avevano trovato dei barconi in disuso e li avevano sistemati perché potessero prendere il largo, ma quando li avevano visti arrivare avevano cambiato idea, decidendo di unirsi a loro.
      Il tono deciso che avevano usato non era piaciuto per niente, come se fosse una cosa scontata che sarebbero stati presi a bordo, soprattutto dopo aver sentito la storia dell’epidemia: potevano essere infetti e averli con loro poteva essere una fonte di contagio, anzi, forse si erano già esposti al pericolo avendo permesso che si avvicinassero. Sulla nave era sceso il silenzio, ma non c’era bisogno di parole per capire quale sarebbe stata la decisione: negli sguardi tesi e impauriti c’era lo stesso pensiero. Prendere a bordo quei profughi sarebbe stato troppo pericoloso, mettendo a repentaglio la loro vita: dovevano essere allontanati dalla nave e il più in fretta possibile.
      Ma i profughi non avevano accettato la scelta. Avevano continuato imperterriti a seguirli, implorando, insultando, minacciando; rampini erano stati lanciati sui parapetti. Le espressioni degli uomini erano divenute ancora più torve: a quel punto non era rimasta che una cosa da fare.
      I bambini erano stati mandati sottocoperta, mentre sul ponte gli altoparlanti venivano messi al massimo: la musica aveva cominciato a riecheggiare come un tuono, facendo vibrare le paratie e i tavoli di metallo. Dalle stive erano stati portati dei fusti.
      Naufrago raccolse un sasso e lo lanciò lungo la china sotto il loro riparo, osservandolo saltellare finché non si posò sulla sabbia. A distanza di anni la scena non aveva perso i suoi dettagli.
      Il fumo nero che si levava oltre le paratie. La melodia degli altoparlanti che copriva le urla. Potevano volgere lo sguardo lontano dalle fiamme umane, chiudere gli occhi di fronte ai corpi anneriti di adulti e bambini che galleggiavano nella scia della nave, ma non potevano nulla contro la puzza di carne che bruciava. Ancora adesso, in un deserto dove c’erano solo sabbia e rocce, gli sembrava di poterla sentire. Ancora adesso le vecchie bugie continuavano a vivere, non avendo intenzione di farsi seppellire.
      Tutti a bordo si erano detti che l’avevano fatto per il bene collettivo, che era un’azione necessaria per sopravvivere. In verità, non era stato altro che un modo per sfogarsi: tutta l’aggressività accumulata da quando erano sulla nave era stata scaricata su degli estranei che avevano avuto la sfortuna d’incontrarli. Una catarsi che li aveva ammansiti, perché si erano resi conto con orrore di ciò che erano diventati.
      “E io sono restato fermo a guardarli mentre si accanivano su quegli estranei, incapace d’agire, immobilizzato da quella follia.” Si era sentito smarrito in mezzo a quel un branco di bestie impazzite. Da allora non aveva visto i compagni di viaggio come prima: sarebbe scappato lontano da loro, se solo avesse potuto.
      In un qualche modo la muta preghiera era stata ascoltata. O forse, più semplicemente, era stato il castigo per quello che avevano commesso. Pochi giorni dopo il fatto, si era scatenata un’altra tempesta, più violenta di quella che aveva messo fuori uso il timone: erano stati scagliati contro gli scogli, dove la nave era affondata. Metà di loro erano affogati, ma forse erano stati i più fortunati: chi era sopravvissuto, aveva raggiunto la riva. Lì era ricominciato l’inferno.

    • Quello qui presente è racconto inviatomi dal mio amico e, in senso spirituale, collega Kyle Sabia, uno studente americano conosciuto mesi fa nel mio semestre passato a Valencia. Era tornato in Spagna come turista dopo averci vissuto nel 2015. Disse che la città gli mancava da morire, e quando mi parlò della sua esperienza sentii una fortissima nostalgia per quel luogo che non avevo ancora lasciato.
      Su sua richiesta ho tradotto il suo testo in italiano, nella speranza di mantenere vivide le immagini e il ritmo dello scritto originale. Io ho fatto il possibile, ma sono sempre più convinto che le traduzioni siano una letteratura a sé stante. Kyle, tra le varie cose, mi ha pregato di specificare che si tratta di una storia vera, ma non lo ritengo un dettaglio molto importante.
       
      I
      Ciò che ho scoperto leggendo le memorie di Antonio Gaetano Sabia, mio antenato italiano cresciuto in Basilicata negli anni venti e trenta del novecento, dà alla vastissima e diversificata storia dell’ossessione un contributo tanto piccolo quanto impressionante.
      Nel dicembre del 2015 tornai nella mia città in Oregon per una settimana: erano gli ultimi mesi del mio semestre all’estero, all’università di Valencia. Fui l’unico extraeuropeo nel mio corso di letteratura a tornare a casa per Natale quell’anno; tutti gli altri preferirono restare in Spagna e risparmiare così qualche dollaro. Ciò che mi spinse a tornare a casa fu una breve videochiamata con mio padre che, come me, si trovava in Europa. Stava partecipando ad un congresso a Matera come rappresentante dell’università di Portland. Nei suoi giorni liberi, poco prima di partire per Roma, approfittò della vicinanza per visitare la terra natale di suo nonno, Antonio Gaetano Sabia, morto in circostanze misteriose a pochi giorni dal suo sbarco a New York, nel 1937. Lasciò Matera per esplorare Potenza e i piccoli borghi dove era cresciuto, ossia Senise, Carbone e Trivigno. Fu un viaggio a vuoto, mi disse, poiché vedere quei luoghi con i suoi occhi non rievocò nulla in lui. Il passato restò nel passato.
      Ciò che sapevo di questo antenato l’ho scoperto ascoltando. Era nei ricordi della mia infanzia, nelle cene del Ringraziamento e di Natale, fantasma incatenato alle numerose e ripetute storie narrate dai miei familiari, e ognuna di queste storie finiva sempre per parlare sulla sua (ai tempi) rara ossessione per la scrittura, considerata da sua moglie e dai suoi parenti come un vizio (eufemismo per cancro). Metteva tutto su carta: i suoi pensieri, il suo lavoro, la sua vita domestica e talvolta anche piccole prose di finzione, poi ogni domenica – ogni singola domenica, specificavano – si recava in campagna per dar fuoco alle pagine. Seguì il rituale, indefesso, fino al 6 giugno 1936. Quel giorno, camminando lungo le vie di Potenza per recarsi alla piccola biblioteca dove aveva appena iniziato a lavorare, si fermò davanti ad un muro di mattoni rossi dove la gente era solita affiggere annunci mortuari. Ve n’erano tanti di solito, ma quel giorno gli occhi dei passanti avrebbero dovuto inumidirsi per un solo morto:
       
      Ieri, 5 giugno 1936, è venuta a mancare all’affetto
      dei suoi cari Maria Elena Pace, di anni 73
       
      Proseguì verso il lavoro senza far caso alla pericolosa distorsione operata da quelle parole. In biblioteca, riorganizzando lo scaffale M-Z della letteratura latina, ripensò a quel cartello e rise. Cosa ci fosse di così divertente in quell’annuncio era abbastanza chiaro: “Ieri, 5 giugno 1936”. Quel giorno, il suo oggi, era il 6 giugno. Poi sarebbe arrivato il 7, l’8, il 9 e il 10, così fino all’apocalisse. Ma su quella parete sarebbe sempre stato il 6 giugno 1936, congelato nell’eternità. Raccontò la vicenda alla moglie e risero insieme di gusto, poi si recò nel suo studio per scriverne sul suo diario:

         Domani, secondo l’annuncio mortuario di via Pretoria, sarà ancora ieri.*

      Il giorno seguente, domenica, andò in campagna trasportando un sacco di iuta zeppo di fogli di carta e quaderni. Rovesciò il contenuto su una sterpaglia di erbacce e circondò i fogli con dei sassi. Ma quando fu sul punto di dar fuoco ai manoscritti si rese conto che quel giorno non era solo domenica ma anche sabato. Lui non avrebbe mai potuto bruciare il suo manoscritto di sabato, assolutamente no, e in quel momento, pur essendo domenica, c’era una strada a Potenza dove era ancora sabato. Massacrato dall’indecisione, decise di rinunciare al falò. Per sempre. Fu grazie a questa scelta che mio padre riuscì a trovare alcuni scritti dell'antenato nella biblioteca comunale di Potenza per poi fotocopiarli e portarli con sé in Oregon, dove me li avrebbe fatti leggere nel Natale del 2015.
       
      II
      Ciò che all’inizio provocò solo riso divenne presto un’ossessione. Il primo accenno di nevrosi lo si legge in uno dei suoi appunti:
       
         I registri sono tutti sbagliati.*
       
      Il resto della pagina è un susseguirsi di riflessioni, un pasticcio illeggibile dal quale io e mio padre abbiamo dedotto che, ad un certo punto, Antonio doveva aver iniziato a correggere i registri della biblioteca. Tutte le date successive al 6 giugno vennero modificate: Oggi, 6 giugno. Il suo lavoro di bilanciamento cosmico ebbe vita breve poiché il suo capo venne a sapere del fatto dopo meno di una settimana. Fu licenziato in tronco, il suo nome segnato in una lista speciale della sede cittadina del partito fascista. Il podestà lo avrebbe tenuto d’occhio data l’aria tesissima di quel 1936.
      In una terra come la Lucania, in un’epoca come gli anni trenta, la disoccupazione era la peggiore delle catastrofi immaginabili. Il terrore di una povertà imminente e la spada di Damocle del confino portarono la signora Sabia alle soglie della disperazione. Raccontano i miei parenti che in quei giorni era solita recarsi nei più remoti dei santuari per pregare chissà quale delle tante, santissime Madonne. Il bisnonno, invece, sembrava turbato solo dall’annuncio mortuario.
      Un triste giorno decise che l’unico modo per metter fine alla sua ossessione era lottare contro la realtà stessa, per noi il 6 giugno 1936. Si destò in seguito ad un incubo:
       
         Vedevo demoni dagli artigli affilati che tagliavano il cielo e i pezzi di cielo cascavano sopra di me. Caduto il cielo, non c’era più nulla. Solo il numero 6.*
       
      Si vestì in fretta e corse verso via Pretoria. Con una torcia artigianale diede fuoco all’affissione. Ieri, 5 giugno 1936. Oggi, le fiamme di un nuovo giorno. Ieri, nulla.
       
      III
      Le ultime pagine del suo diario raccontano i motivi della sua fuga dall’Italia e del conseguente sbarco a New York. La mia conoscenza elementare della lingua italiana non mi ha precluso dal notare una certa bellezza nella forma e nella tensione narrativa del suo scrivere. Racconta, con parole precise e struggenti, della sua decisione finale. Era già nella lista nera e in città giravano strane voci su di lui, voci che erano sicuramente giunte al podestà, al partito. Nulla lo legava più a quella terra.
       
         Che razza di luogo è questo paese, un paese che non cura il marcio ma lo nasconde? Ciò che si scrive non è mai ciò che si vive, sui muri come nelle strade di ogni giorno. Ho gravi timori per questo nuovo mondo dove andremo, e il più grande è che in fondo non abbia nulla di nuovo.*
       
      I motivi che portarono alla sua morte a pochi giorni dallo sbarco a New York restano ancora incerti e i racconti si intrecciano e contraddicono tra di loro. Uno di questi, ufficialmente slegato dalla vicenda di Antonio Gaetano Sabia, racconta quasi perfettamente il finale di questa strana storia.
      Nei primi giorni del 1937 un certo John Doe – un signor nessuno, un Antonio Sabia – raggiunse fama nazionale nei passaparola quando iniziò a strappare ogni singola data da ogni giornale che gli capitava tra le mani nella terza avenue. Fu poi quel John Doe ad entrare nella vecchia sede del New York Times, raggiungere l’ufficio del direttore, minacciarlo di morte e poi morire per un malfunzionamento dell’arma che gli stava puntando contro.
      Probabilmente non sapremo mai se John Doe e Antonio Gaetano Sabia fossero stati la stessa persona, ma se ciò si rivelasse vero, anche solo in minima parte, si tratterebbe di una delle più emblematiche testimonianze della fragilità della mente umana di fronte alla violenza delle ossessioni che la infestano.
      ***
      Rimasi estremamente affascinato dal racconto del mio amico, eppure subito dopo averlo letto mi accorsi che mancava qualcosa. Se lo avessi scritto io, avrei sicuramente fatto riferimento alle lunghe conversazioni dove Kyle mi raccontava dell’uomo Antonio Gaetano Sabia. Di egli, senza alcun dubbio, c’è traccia nello scritto, ma solo come fatto storico, come mera testimonianza. Non essendo io lo scrittore non oserei mai aggiungere questo capitolo più “umano” al già funzionale racconto di Kyle, eppure rimpiango il fatto che non l’abbia fatto lui in prima persona (gli scriverò al riguardo, prima o poi). Vorrei che avesse parlato, per esempio, della sua molteplicità. Per sua moglie, Antonio era un uomo strano e romantico, che scriveva divinamente ma allo stesso tempo non riteneva il nostro mondo degno di quella dura bellezza, perciò bruciava tutto, sperando forse che il cielo potesse apprezzare. Per suo figlio, era una figura oscura, anaffettiva e incomprensibile, e il suo gesto domenicale era ai limiti dell’autismo. Per i nipoti, per Sean, era un uomo dai mille volti e dal passato enigmatico, ossessionato da un piccolo scherzo della morte. E così via.
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
      *In italiano nel testo originale

    • Quello qui presente è racconto inviatomi dal mio amico e, in senso spirituale, collega Kyle Sabia, uno studente americano conosciuto mesi fa nel mio semestre passato a Valencia. Era tornato in Spagna come turista dopo averci vissuto nel 2015. Disse che la città gli mancava da morire, e quando mi parlò della sua esperienza sentii una fortissima nostalgia per quel luogo che non avevo ancora lasciato.
      Su sua richiesta ho tradotto il suo testo in italiano, nella speranza di mantenere vivide le immagini e il ritmo dello scritto originale. Io ho fatto il possibile, ma sono sempre più convinto che le traduzioni siano una letteratura a sé stante. Sean, tra le varie cose, mi ha pregato di specificare che si tratta di una storia vera, ma non lo ritengo un dettaglio molto importante.
       
      I
      Ciò che ho scoperto leggendo le memorie di Antonio Gaetano Sabia, mio antenato italiano cresciuto in Basilicata negli anni venti e trenta del novecento, dà alla vastissima e diversificata storia dell’ossessione un contributo tanto piccolo quanto impressionante.
      Nel dicembre del 2015 tornai nella mia città in Oregon per una settimana: erano gli ultimi mesi del mio semestre all’estero, all’università di Valencia. Fui l’unico extraeuropeo nel mio corso di letteratura a tornare a casa per Natale quell’anno; tutti gli altri preferirono restare in Spagna e risparmiare così qualche dollaro. Ciò che mi spinse a tornare a casa fu una breve videochiamata con mio padre che, come me, si trovava in Europa. Stava partecipando ad un congresso a Matera come rappresentante dell’università di Portland. Nei suoi giorni liberi, poco prima di partire per Roma, approfittò della vicinanza per visitare la terra natale di suo nonno, Antonio Gaetano Sabia, morto in circostanze misteriose a pochi giorni dal suo sbarco a New York, nel 1937. Lasciò Matera per esplorare Potenza e i piccoli borghi dove era cresciuto, ossia Senise, Carbone e Trivigno. Fu un viaggio a vuoto, mi disse, poiché vedere quei luoghi con i suoi occhi non rievocò nulla in lui. Il passato restò nel passato.
      Ciò che sapevo di questo antenato l’ho scoperto ascoltando. Era nei ricordi della mia infanzia, nelle cene del Ringraziamento e di Natale, fantasma incatenato alle numerose e ripetute storie narrate dai miei familiari, e ognuna di queste storie finiva sempre per parlare sulla sua (ai tempi) rara ossessione per la scrittura, considerata da sua moglie e dai suoi parenti come un vizio (eufemismo per cancro). Metteva tutto su carta: i suoi pensieri, il suo lavoro, la sua vita domestica e talvolta anche piccole prose di finzione, poi ogni domenica – ogni singola domenica, specificavano – si recava in campagna per dar fuoco alle pagine. Seguì il rituale, indefesso, fino al 6 giugno 1936. Quel giorno, camminando lungo le vie di Potenza per recarsi alla piccola biblioteca dove aveva appena iniziato a lavorare, si fermò davanti ad un muro di mattoni rossi dove la gente era solita affiggere annunci mortuari. Ve n’erano tanti di solito, ma quel giorno gli occhi dei passanti avrebbero dovuto inumidirsi per un solo morto:
       
      Ieri, 5 giugno 1936, è venuta a mancare all’affetto
      dei suoi cari Maria Elena Pace, di anni 73
       
      Proseguì verso il lavoro senza far caso alla pericolosa distorsione operata da quelle parole. In biblioteca, riorganizzando lo scaffale M-Z della letteratura latina, ripensò a quel cartello e rise. Cosa ci fosse di così divertente in quell’annuncio era abbastanza chiaro: “Ieri, 5 giugno 1936”. Quel giorno, il suo oggi, era il 6 giugno. Poi sarebbe arrivato il 7, l’8, il 9 e il 10, così fino all’apocalisse. Ma su quella parete sarebbe sempre stato il 6 giugno 1936, congelato nell’eternità. Raccontò la vicenda alla moglie e risero insieme di gusto, poi si recò nel suo studio per scriverne sul suo diario:

         Domani, secondo l’annuncio mortuario di via Pretoria, sarà ancora ieri.*

      Il giorno seguente, domenica, andò in campagna trasportando un sacco di iuta zeppo di fogli di carta e quaderni. Rovesciò il contenuto su una sterpaglia di erbacce e circondò i fogli con dei sassi. Ma quando fu sul punto di dar fuoco ai manoscritti si rese conto che quel giorno non era solo domenica ma anche sabato. Lui non avrebbe mai potuto bruciare il suo manoscritto di sabato, assolutamente no, e in quel momento, pur essendo domenica, c’era una strada a Potenza dove era ancora sabato. Massacrato dall’indecisione, decise di rinunciare al falò. Per sempre. Fu grazie a questa scelta che mio padre riuscì a trovare alcuni scritti di Antonio Morini nella biblioteca comunale di Potenza per poi fotocopiarli e portarli con sé in Oregon, dove me li avrebbe fatti leggere nel Natale del 2015.
       
      II
      Ciò che all’inizio provocò solo riso divenne presto un’ossessione. Il primo accenno di nevrosi lo si legge in uno dei suoi appunti:
       
         I registri sono tutti sbagliati.*
       
      Il resto della pagina è un susseguirsi di riflessioni, un pasticcio illeggibile dal quale io e mio padre abbiamo dedotto che, ad un certo punto, Antonio doveva aver iniziato a correggere i registri della biblioteca. Tutte le date successive al 6 giugno vennero modificate: Oggi, 6 giugno. Il suo lavoro di bilanciamento cosmico ebbe vita breve poiché il suo capo venne a sapere del fatto dopo meno di una settimana. Fu licenziato in tronco, il suo nome segnato in una lista speciale della sede cittadina del partito fascista. Il podestà lo avrebbe tenuto d’occhio data l’aria tesissima di quel 1936.
      In una terra come la Lucania, in un’epoca come gli anni trenta, la disoccupazione era la peggiore delle catastrofi immaginabili. Il terrore di una povertà imminente e la spada di Damocle del confino portarono la signora Morini alle soglie della disperazione. Raccontano i miei parenti che in quei giorni era solita recarsi nei più remoti dei santuari per pregare chissà quale delle tante, santissime Madonne. Il bisnonno, invece, sembrava turbato solo dall’annuncio mortuario.
      Un triste giorno decise che l’unico modo per metter fine alla sua ossessione era lottare contro la realtà stessa, per noi il 6 giugno 1936. Si destò in seguito ad un incubo:
       
         Vedevo demoni dagli artigli affilati che tagliavano il cielo e i pezzi di cielo cascavano sopra di me. Caduto il cielo, non c’era più nulla. Solo il numero 6.*
       
      Si vestì in fretta e corse verso via Pretoria. Con una torcia artigianale diede fuoco all’affissione. Ieri, 5 giugno 1936. Oggi, le fiamme di un nuovo giorno. Ieri, nulla.
       
      III
      Le ultime pagine del suo diario raccontano i motivi della sua fuga dall’Italia e del conseguente sbarco a New York. La mia conoscenza elementare della lingua italiana non mi ha precluso dal notare una certa bellezza nella forma e nella tensione narrativa del suo scrivere. Racconta, con parole precise e struggenti, della sua decisione finale. Era già nella lista nera e in città giravano strane voci su di lui, voci che erano sicuramente giunte al podestà, al partito. Nulla lo legava più a quella terra.
       
         Che razza di luogo è questo paese, un paese che non cura il marcio ma lo nasconde? Ciò che si scrive non è mai ciò che si vive, sui muri come nelle strade di ogni giorno. Ho gravi timori per questo nuovo mondo dove andremo, e il più grande è che in fondo non abbia nulla di nuovo.*
       
      I motivi che portarono alla sua morte a pochi giorni dallo sbarco a New York restano ancora incerti e i racconti si intrecciano e contraddicono tra di loro. Uno di questi, ufficialmente slegato dalla vicenda di Antonio Gaetano Sabia, racconta quasi perfettamente il finale di questa strana storia.
      Nei primi giorni del 1937 un certo John Doe – un signor nessuno, un Antonio Sabia – raggiunse fama nazionale nei passaparola quando iniziò a strappare ogni singola data da ogni giornale che gli capitava tra le mani nella terza avenue. Fu lo stesso John Doe ad entrare nella vecchia sede del New York Times, raggiungere l’ufficio del direttore, minacciarlo di morte e poi morire per un malfunzionamento dell’arma che gli stava puntando contro.
      Probabilmente non sapremo mai se John Doe e Antonio Gaetano Sabia siano stati la stessa persona, ma se ciò si rivelasse vero, anche solo in minima parte, si tratterebbe di una delle più emblematiche testimonianze della fragilità della mente umana di fronte alla violenza delle ossessioni che la infestano.
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      Rimasi estremamente affascinato dal racconto del mio amico, eppure subito dopo averlo letto mi accorsi che mancava qualcosa. Se lo avessi scritto io, avrei sicuramente fatto riferimento alle lunghe conversazioni dove Kyle mi raccontava dell’uomo Antonio Gaetano Sabia. Di egli, senza alcun dubbio, c’è traccia nello scritto, ma solo come fatto storico, come mera testimonianza. Non essendo io lo scrittore non oserei mai aggiungere questo capitolo più “umano” al già funzionale racconto di Kyle, eppure rimpiango il fatto che non l’abbia fatto lui in prima persona. Gli scriverò al riguardo. Vorrei che parlasse, per esempio, della sua molteplicità. Per sua moglie, Antonio era un uomo dolce e romantico, che scriveva divinamente ma allo stesso tempo non riteneva il nostro mondo degno di quella bellezza, perciò bruciava tutto, sperando forse che il cielo potesse apprezzare. Per suo figlio, era una figura oscura, anaffettiva e incomprensibile, e il suo gesto domenicale era ai limiti dell’autismo. Per i nipoti, per Sean, era un uomo dai mille volti e dal passato enigmatico, ossessionato da un piccolo scherzo della morte. E così via.
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
      *In italiano nel testo originale

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