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  • Storie

    Promuovi qui le tue storie.

    • D8_85
      Ho 32 anni e 5 mesi esatti ma mi sento una di quelle nonnine che hanno mille rughe e ogni ruga racconta una storia.
      Sento la mente piena di cose da fare, ricordare.
      Il cuore colmo di amore, dolore e paure.
      Il corpo è stanco ma non può crollare.
      Due mesi fa mentre io e il mio ragazzo, parlavamo del più e del meno lui è stato male.
      In breve tempo, che poi quando lo vivi t’invecchia come dieci anni di vita normale, è successo che ho cercato di aiutarlo durante la crisi. Ho chiamato il 118, ho seguito le istruzioni che mi venivano date come la brava scolaretta che sono sempre stata.
      È arrivata l’ambulanza, l’auto medica e il mio lui era ancora incosciente. C’era ma non era lui.
      Con l’arrivo dei sanitari la scolaretta è stata sostituita da una donna che non smetteva di ripetere “Perché non parla? Perché non lo aiutate, sta male!”
      Quando l’hanno portato via era ancora incosciente, emetteva solo dei versi.
      Non sono potuta andare in ambulanza con lui, ho dovuto prendere la mia auto e andare in pronto soccorso.
      Cinque chilometri eterni, ho capito il significato dell’espressione “ti passa tutta la vita davanti”.
      Perché in quei momenti pensi a tutte le cose fatte insieme nei quasi 11 anni passati insieme, pensi a tutte le cose che state facendo insieme in quel preciso momento della vostra vita.
      Mezz’ora con la paura che la persona che ami non possa più riconoscerti, parlare, abbracciare, arrabbiare, ridere, offendersi, disturbarti…non li auguro a nessuno al mondo perché ti fanno invecchiare più di una vita intera.
      Sono arrivata in ospedale, lui era steso su una barella. Mi ha guardata e mi ha chiesto cosa ci facevamo lì e se saremmo tornati a casa presto perché c’era il derby.
      Era tornato. Come se nulla fosse mai successo, almeno per lui.
      Negli ultimi due mesi di cose ne sono successe tante.
      Un trasferimento d’urgenza, un operazione per lui e otto ore in una sala d’attesa per me, notti insonni per entrambi, un mese a casa per lui, colloqui con i medici che non ci hanno dato le notizie che ci aspettavamo, la ripresa della quotidianità con un po’ più di ansia da parte mia, lacrime da riempire una piscina, crolli dell’uno e dell’altro …
      Forse a 32 anni io e 38 lui, dentro siamo un po’ più vecchi dei nostri coetanei per tanti motivi.
      Visti da fuori ce la caviamo ancora bene. anche se ho notato due capelli bianchi, proprio due. Uno e due, che non avevo due mesi fa.
      Poi mi sembra di avere due rughe tra le sopra ciglia come quelle che si formano quando stringi gli occhi per vedere bene.
      Solo che queste restano sempre lì, anche quando sorrido.
      Oggi nevica, quando torno a casa voglio scendere in cortile a fare un pupazzo di neve
      Tra nove giorni ci sposiamo.
      Tra due settimane andiamo nella zona di Vicenza per un weekend.
      Tra venti giorni il mio lui discuterà la tesi della seconda laurea.
      Tra un mese dovrà subire un’altra operazione.
      L’anno prossimo vogliamo fare il viaggio che sogniamo da una vita: Norvegia.
      Da queste esperienza ne santi fuori in qualche modo, bene o male si salta fuori.
      Magari devastati nel corpo e nella mente ma se sopravvivi a tutto questo impari a concederti piccoli momenti di spensieratezza che alleggeriscono il cuore e la mente e ti fanno sentire vivo.

    • Cristina e Matt salivano le scale, aprivano la botola e scrutavano nel buio alla ricerca di Tim. Andavano pian piano, si vedevano i schermi della sala di comando, tavoli colmi di pozioni, si poteva sentire puzza di fogna e si potevano vedere antichi lampadari giganti. Il loro fiato si ghiacciava nello spazio ristretto. C’erano due corridoi che portarono a una serie di stanze.
      Tim, invece, si trovava all’interno delle segrete, salì sulle scale a chiocciola e sentì un oggetto andare in frantumi. Una scossa di terremoto aveva distrutto la scala.
      Tim iniziò a correre, si ritrovò in un corridoio pieno di quadri e armature di varie grandezze.
      Vide una lunga coda verde alla fine del corridoio. Aveva il cuore in gola, sudava e stava per svenire. La coda scomparì dalla sua vista, lui si avvicinò, un pezzo di vetro si frantumò a terra, guardò in alto e vide una zampa enorme verde.
      Vide una pancia gialla e degli artigli ben appuntiti. Notò la sua pelle squamosa verde, muoversi con uno scatto improvviso.
      Cristina camminò per un tratto verso una camera. Il pavimento era ceduto e lei cadde.
      Matt andò avanti per la sua strada, in pratica si erano divisi, e non sentì l’urlo di Cristina, a causa di un tonfo. Matt andò sempre più svelto e stava per incontrare Tim.
      Cristina era finita all’interno di una cucina; infatti c’era un tavolo con il cibo, si vedevano forni, credenze e frigoriferi. Una porta d’oro gli era davanti. Afferrò la chiave e la girò, la porta si aprì.
      -Eccola, la maledetta chiave – esclamò Cristina.
      Sentì qualcuno piangere, aprì un armadietto e trovò Mark, un piccolo giaguaro impaurito.
      -Che cosa fai qui? – disse Cristina.
      Purtroppo sembrava molto spaventato, non rispose.
      Lei lo liberò, lui era stato legato con delle corde.
      -Adesso ti farò diventare grande grazie a questa pozione e distruggerai questo covo.
      Cristina era sulla groppa di Mark per andare via velocemente.
      Divenne grandissimo, distrusse la cucina e il piano superiore.
      Matt cadde e scivolò sul pavimento, il covo era inclinato.
      Urlò, mentre tutto veniva risucchiato dalla finestra. Gli oggetti si ruppero, i pezzi cadevano giù dal burrone. Si aggrappò a un tubo.
      Un colpo di zampa di Mark lo riportò come era prima. Distrussero la parete, alle loro spalle, per scappare dal covo. Mark tornò normale.
      -Tim? – disse Matt.
      -Lei chi è? – rispose Tim.
      -Mi chiamo Matt e sono il fratello di Cristina.
      -Sapevo il tuo nome, grazie a Gabriel.
      Karl, il drago verde gigante, distrusse il tetto e finì davanti a loro. Si rialzò e si portò via metà covo. Tim si scansò e per non cadere, decise di diventare un drago nero con gli occhi dorati.
      Ci fu un sacco di polvere. Non si vedeva niente.
      -Tim, tutto bene?
      -Sì, però mi sono trasformato in un drago nero e prendo il volo.
      -Posso venire con te?
      -Certo, salta su.
      Il covo esplose, andando a schiattarsi nel precipizio, mentre Tim sbatteva le ali. Riuscì a salvarsi e a volare su nel cielo.
      Karl si trovava in volo e andava verso i nostri amici.

    • Cristina e Matt videro Tim entrare nel covo.
      -Dobbiamo raggiungerlo – disse Matt.
      Il terremoto li aveva preceduti, la terra era spaccata, saltavano e riuscivano a passare. L’entrata del covo era davanti a loro e varcavano la soglia. Erano a delle “montagne russe” per minatori.
      -Figo! – disse Cristina.
      Sotto c’era la lava, presero un carrello e ci salivano sopra per arrivare dall’altra parte. Avevano fatto rampe e loop. Chris li era dietro. Tim guardò la scena dall’alto su una piattaforma di legno e, piuttosto che non fare niente, sparò al carrello di Chris, usando un fucile.
      Arrivavano dall’altra parte, Tim colpì Chris, lui cade di sotto, però di prima di cadere lanciò una granata. La lava si stava alzando, si formò un geyser che travolse le montagne russe e finì su nel cielo. Ci fu un’esplosione e Chris morì.
      Cristina e Matt si riparavano dentro una grotta, c’era una scala che portava verso l’alto.
      -Corri! – disse Matt.
      La grotta si riempì di lava, Tim li vide attraverso la parete, però continuò a salire e a raggiungere una botola. Alcuni draghi sentivano puzza di bruciato, scappavano attraverso un buco che Tim aveva aperto per lasciarli uscire.
      La lava aveva invaso tutta l’entrata e stava per raggiungere Tim.
      Lui uscì e salì fino a un’altra botola per entrare definitamente nel covo. C’erano colline e discese che portavano alla pianura.
      Cristina e Matt uscendo dalla grotta videro gli abitanti del mondo dei desideri arrivare con l’aereo.
      Matt disse: -Ascoltate, noi andremo al covo, voi occupatevi degli abitanti degli altri mondi, ditegli di non prendere niente, perché quelli sono i nostri oggetti, questa è la nostra casa e poi non è detto che il mondo muoia. Noi siamo forti e c’è bisogno di tutto lo spazio disponibile. Soprattutto cercate una strategia per fermare la lava.
      Un coniglio bianco di nome Coli disse: -E come faremo per il cielo?
      -Già, in effetti esiste un mondo tra le nuvole. Potrebbero esserci d’aiuto le ali.
      -Non è questo il problema, non possiamo invadere tutto il cielo.
      -Però neanche la terra – rispose Matt.
      -E’ vero, ma conosciamo le meraviglie e dove sono, però non sappiamo come agisce il mondo.
      -Potremo farlo noi – disse il drago Alan.
      Matt si girò e lo vide, era un drago di colore rosso e verde Smeraldo. Insieme a lui, c’erano tanti altri draghi di colori diversi.
      Cristina guardò tutti quegli occhi pieni di furbizia.
      -Voi? E perché? Di solito siete scontrosi – disse Matt.
      -Uno di voi ci ha aiutato a uscire dall’entrata.
      -Deve essere stato Tim – disse Cristina.
      -Ebbene, cosa dobbiamo fare? – rispose Alan.
      -Dovete impedire che quel mondo si prenda la nostra terra.
      -Agli ordini, capitano – disse Alan.
      -Forza Cristina, andiamo a concludere questa storia – rispose Matt convinto al 100%.

    • Dunque è una guerra chimica. Il giusto recettore segna il punto dove la realtà si crea e un'altra magari si distrugge. Niente è più vero, quindi è vero tutto. Il passato non esiste. I pensieri possono essere spenti, e allora è una fatica pensare; ma chi pensa vince nell'ambito del tribunale. A meno che al tribunale non si sostituisca il popolo inferocito, con tutti i suoi corpi che non si sottomettono al pensiero. Guardare un'albero è la cosa più bella del mondo e al tempo stesso la più brutta; non è nè bello nè brutto: è. Ma nel suo essere segna tutta la vita. Ma non è l'albero, sono le droghe che modificano l'albero. Però è meglio parlare di zen o di vita, piuttosto che tirare in ballo quello che può essere accusato, allontanato, giudicato e incarcerato. Le droghe sono un pretesto, la verità è altra: è nel sesso, e più precisamente nel sesso anale e quello che a esso è associato: sadismo. Invece il "super-io" che impone i suoi divieti è associato ad altro: alla violenza. Il pericolo più brutto è questo: solitudine, abbandono, suicidio. Non possiamo trovare soddisfazione poiché per avere compagnia dobbiamo rinunciare ad espandere la nostra coscienza, eppure la coscienza preme, sempre, poiché essa è associata a due cose: alla verità e al godimento sessuale. Chi è capace di entrare in questa cruna dell'ago, costui, è un leone dalla criniera d'oro.
       
      "Entrate per la porta stretta, perché larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione, e molti sono coloro che entrano per essa. Quanto stretta è invece la porta e angusta la via che conduce alla vita! E pochi sono coloro che la trovano!"
       
      Usare una sostanza chimica per ottenere la libertà significherebbe la porta larga, mentre tirare fuori se stessi senza l'aiuto di niente, quella sarebbe la porta stretta. In fondo non ho preso niente di forte,
      solo un po di olio di canapa (senza THC). Mi scoccio di addentrarmi in faticose spiegazioni di cosa mi abbia fatto l'olio e cosa devo dedurre da queste considerazioni e bla bla bla. Un effetto è che non me ne frega una minchia di niente.

    • Tim entrò nell’albergo, si sentiva tradito, così escogitò delle trappole.
      La prima guardia entrò nella hall e disse: -Trovatelo e portatelo dal re.
      Uno tentò di entrare in una stanza buia, provò a tirare la maniglia quando una sedia a rotelle distrusse la porta marcia e lo travolse. Andò a sbattere contro una libreria, facendo cadere un barattolo di vernice di colore bianco.
      -Piano, stai attento.
      Uno, un po’ più grosso, guardò sotto al bancone, un mobile gli cadde addosso, perché si era sciolto il nodo della corda che lo reggeva. Sbatté la testa sul bancone, fino a svenire.
      Un altro tizio provò a salire le scale, ma cadde in basso e colpì una sbarra, posizionata lì, nelle parti basse. Fece un’espressione impazzita.
      Una donna proseguì nel corridoio, controllò sotto un letto di una camera che spalancò, ma Tim le diede un calcio nel sedere, si girò, tentò di prenderlo, ma scivolò sul sapone e si ritrovò un guanto da boxe nel viso. Era posizionato all’altezza della testa.
      Quello con il secchio di vernice, si rialzò, controllò un armadio marroncino vicino a lui, un carrello di una spesa riempito di succhi di frutta, gli arrivò addosso e finì nell’altra stanza. Era un magazzino, ma lo vide per poco perché distrusse la finestra e si distese sul terreno. Arrivò una nuvola sotto di lui e iniziò a grandinare.
      -Questo sì che è strano, una nuvola piccola bianca diventa nera e grandina. Il motivo, non lo so, forse lo capiremo nel prossimo mondo? Be’… adesso meglio tornare alla normalità – disse lo scrittore.
      Tim stava al secondo piano, trovò un uomo davanti a sé, iniziò a correre, il tizio era più veloce di lui, Tim, vedendolo accanto, utilizzò un clacson gigantesco che lo fece stordire.
      Così lo raggirò e scomparve, una volta svoltato l’angolo. L’uomo iniziò a girare su se stesso, tornò sulle scale e siccome era stordito, non poteva vedere delle bombolette spray muoversi da sole che stavano salendo le scale. Entravano in una stanza e presero un razzo che si schiantò sulla testa dell’uomo che cadde e finì in una vasca d’acqua bollente.
      -Qualcuno potrebbe chiedersi, chi sono quelle bombolette? Io le conosco, sono simpatiche. Il mondo dei desideri stava morendo, quindi potrebbe scomparire e tutte le sue parti finirebbero negli altri mondi o nelle altre dimensioni. Io vedo questi mondi tutti attaccati insieme. Questa è la mia fantasia e questo è il primo mondo che creo e dono agli altri. E’ come una macchina per il teletrasporto. Lo so, sembra stano, ma l’intero mondo è strano e lo saranno tutti gli altri. Gli altri mondi, quelli dove si vive meglio, stanno cercando di prendere quegli strati di terra più incantevoli, per fare in modo che quegli stessi strati non finiscano nei mondi orribili e muoiano.
      Tim uscì dall’hotel.
      Lui se ne accorse di tutti questi tipi. Fermò una bomboletta e disse: - Chi sei?
      -Mi chiamo Jack e vengo dal mondo delle bombolette. Sono qui per portare via questo hotel, ho fatto un patto con quelli del mondo tra le nuvole, mi hanno detto che posso portare solo cose vecchie. E non l’intero hotel.
      -Cosa stai dicendo? – disse Tim.
      Allora Jack gli raccontò la storia che ho detto io a voi.
      -Bene, aspettate io lo posso salvare, devo solo capire chi lo sta distruggendo.
      -Allora dillo a tutti. Prendi il microfono.
      Un microfono attaccato a un filo che, scompariva nelle nuvole, apparve.
      -Prova, prova.
      -Chi parla? – disse una ragazza sopra le nuvole che era dall’altra parte del filo.
      -Mi chiamo Tim.
      -Cosa vuoi?
      -Io posso salvare il mondo.
      -Cosa stai aspettando?
      -Vado.
      -Noi ci occuperemo dei tuoi ostacoli.
      Le guardie vennero trasportate in alto, così anche Harold.
      Ci furono dei pezzi di hotel che caddero giù. Il motivo poteva essere che alcune cose non piacevano.
      Tra l’altro alcuni oggetti sono spariti, Jack e i suoi amici avevano preso diversi oggetti e tornavano nel loro mondo.
      Tim arrivò davanti all’entrata del covo e ci entrò.
      Cristina e Matt videro l’hotel scomparire nelle nuvole.
      -Cosa succede? – disse Cristina.
      -Il mondo si sta per spaccare per due, gli altri mondi prendono le parti interessanti – rispose Matt.
      -Ah! Forte, guarda che hanno fatto.
      -Già. Ecco siamo arrivati. Il covo di Karl.
      Si trovava in cima alla montagna.

    •   Cap. 1 Verso una nuova casa
       
       Il gelo proveniente dalle montagne del nord avanzava ogni anno, sempre più insistente, verso le colline di Graamh. La neve ricopriva con il suo  manto tutto ciò che incontrava, come una belva affamata divorava: foreste, brughiere, ruscelli e laghi, lasciando dietro di sé nient'altro che il perenne freddo inverno. I boschi del nord, ai piedi delle grandi montagne, erano da sempre state poco accoglienti con i pochi insediamenti di cacciatori, ma donava loro selvaggina in abbondanza e freschi ruscelli. Al riparo di modeste casupole, i cacciatori conciavano pelli di lupo e orso, essiccavano carne di cinghiale affumicandola dentro cumuli di terra e pietra.
      Essi a volte scendevano dai boschi del nord, attraversando le colline di Graamh, verso le Piane di Erbor, per vendere a mercanti o ostelli il frutto dei sacrifici di quella vita solitaria e nomade. Spesso barattavano con sale o altre mercanzie.
      Le Piane di Erbor erano attraversate dal grande e mansueto fiume Ember, dove affluivano gran parte di ruscelli e piccoli fiumi delle terre di Hibernia Occidentale. Lungo il Suo corso erano sorti piccoli villaggi di contadini e bottegai.
      Le colline di Graamh erano ricche di boschi e fauna di ogni specie, un tempo antico insediamento elfico e le rovine, diffuse per i colli, erano preda di rampicanti e alberi. Soffocate dalla natura e spezzate dal tempo, i resti di questo popolo, seppur nella loro mutilazione, erano lì a testimonianza della grandezza e della gloria dei loro abitanti.
      Le storielle raccontate dai nonni intorno al focolare, nelle sere invernali a bambini ammaliati, narrano ancor oggi di epiche battaglie e di gesta eroiche. Di guerre fra popoli durate secoli dove la memoria di esse si perde nel mare di sangue versato. Sovente i nonni amavano arricchire la storia con colpi di scena, roteando le braccia, grugnendo e urlando, spalancavano gli occhi e avvicinandosi verso i fanciulli, mimavano fantastiche creature o terrificanti mostri. Cosi generazione dopo generazione tutto cambiava e la verità diventava leggenda, la leggenda semplice storiella per far addormentare i bambini.
      Erano già alcuni anni che il clima era cambiato, il freddo sempre più rigido aveva costretto i cacciatori a spostarsi di anno in anno verso sud, alla ricerca di una condizione climatica  più mite e di nuova selvaggina. Anche la famiglia di Anyr Wallowen aveva deciso di spostarsi a sud, scendendo verso ovest, dove l'aria del Grande Mare Occidentale era più calda e gli avrebbe permesso di insediarsi vicino a qualche foresta continuando a cacciare.
      Anyr era un abile cacciatore, esperto di trappole e orme di preda, annusava l'aria come un lupo e tastava le feci sparse sul terreno. Quando riusciva a cacciare un grosso cervo ne impagliava con cura la testa. Le maestose corna, che adornavano il capo dell'animale, avrebbero fatto da trofeo per abbellire la sala di un nobile signore o di qualche ostello di città. Una vita fatta di silenzi e pazienza. La compagna, Ylenia, era una donna minuta e chiacchierona, dal temperamento rissoso e autoritario, sempre pronta al litigio per qualsiasi cosa. Preparava infusi e decotti di erbe dall'odore e dal colore sgradevole, che faceva bere, sotto minaccia, a tutta la famiglia, vantandone le proprietà curative per tutti i mali del mondo, con lunghi e noiosi discorsi.
       Instancabile lavoratrice badava alla famiglia e all'approvvigionamento di due capre e tre maiali, tenuti in un recinto dietro al casolare. Faceva loro la guardia un grosso cane dal manto nero, ringhiava e abbaiava all'avvicinarsi di orsi o lupi. A volte non bastava fare rumore, gridando e martellando, su paioli di rame per allontanarli, ma bisognava far entrare le capre e i maiali in casa fino al cessato allarme. Ylenia brontolava e imprecava, facendo nomi di Dei sconosciuti o di dubbia esistenza nel credo popolare. Anyr faceva spallucce e controllava dalla piccola finestra la situazione. L'abbaiare del cane a volte era sufficiente per far allontanare i predatori.
      Due bambine completavano la famiglia: Ania di due anni e Felonhia di tredici. Ania minuta e dal colorito pallido assomigliava alla madre, mentre Felonhia, che chiamavano per semplicità Felo, era alta e robusta. I capelli, lunghi e ramati, erano raccolti alla nuca in una grossa treccia, legata al termine con un laccio di cuoio. Occhi grandi e verdi le adornavano il viso tondo, un sorriso largo mostrava due fila di bianchi denti. La corporatura atletica assomigliava al padre e questo faceva di lei più un maschietto che una probabile futura principessa. Amava arrampicarsi su tronchi di faggi e querce, correre per i boschi e bagnarsi i piedi saltellando dentro i ruscelli. Aiutava il padre a spaccare la legna, scuoiare un cinghiale imitandone il verso, ansimava aggrappandosi alla fune del pozzo issandone la pesante secchia di legno colma di fresca acqua, tutto sempre col sorriso. Felo era sempre allegra e nulla al mondo le avrebbe permesso di smettere di ridere nell'inseguire una farfalla, nello stuzzicare con un legnetto una lucertola infreddolita; mentre si riscaldava su di una pietra, ai tiepidi raggi di sole.
      Vestiva con una giacca verde di cotone grezzo che le arrivava a metà coscia, orlata ai polsi e al collo con pelle di coniglio. Era chiusa sui fianchi con due giri di robusto cuoio ricavato dalla pelle di cervo. Un paio di pantaloni scuri di lana le coprivano le gambe, ai piedi portava malconci stivaletti di pelle. Si faceva seria solo quando la madre le insegnava a scrivere, far di conto o leggere quelle poche pagine di vecchi manoscritti ormai sgualciti dal troppo uso.
      «Come puoi sperare di diventare donna e aspirare a essere la compagna di qualche nobile, se non fai altro che correre per i prati e comportarti come un maschio?» La rimproverava la madre, aggrottando la fronte e roteando il dito indice davanti al suo naso.
      «Voglio diventare un cacciatore come mio padre, colpire un cervo con l'arco da trecento piedi e fermare un cinghiale in corsa con un sol colpo d'ascia.» Replicava Felo alla madre, alzandosi in piedi e mimando la scena con grande enfasi.
      «Quali sciocchezze e assurdità devo ancora sentire!» Esclamava Ylenia, alzando le mani al cielo e invocando uno dei suoi tanti Dei.
      Felo coprendosi la bocca con la mano, ridacchiava sommessamente mentre guardava il padre che scuotendo la testa gli strizzava l'occhio.
      Era giunto il tempo di partire, Anyr quel mattino si svegliò di buon'ora, tutta la famiglia era in fermento. Preparare il carro, radunare gli animali, caricare ciò che poteva servire, provviste, acqua, attrezzi…  L'alba prometteva una calda giornata di sole. “Meglio cosi…”, pensò Anyr, “il viaggio sarà più tranquillo”.
      Ylenia a grandi passi, marciava avanti e indietro dal carro al casolare, sbuffando e brontolando:
      «Se avessi sposato un re me ne starei seduta sul trono, a farmi rispettare e amare da cortigiani e principi imbellettati.»
      «Sbadiglieresti tutto il giorno», gli gridò dal cortile Anyr, «avresti da ridire anche sulla noia che ti assalirebbe come una fredda notte d'inverno.»
      «Sciocchezze!» Replicò Ylenia uscendo dal casolare, con una pila di vestiti e recipienti per la cucina tra le braccia.
      «Padre, dove siamo diretti?» chiese Felo, mentre caricava una capra sul carro, spingendola con le braccia tese.
      «Scenderemo verso ovest, giù per le colline, vicino al Grande Mare c'è il Bosco del Crepuscolo, penso sia un buon posto per accamparci e ricostruire una nuova casa.»
      «La faremo più grande, vero padre?» Domandò Felo con un largo sorriso, che le inondava tutto il viso.
      «Già, e chi mi aiuterà a pulire?» Sbraitò Ylenia rivolta a Felo.
      «Quando saremo arrivati, vedremo il da farsi, ora aiuta tua madre Felo, che prima di mezzodì voglio partire.» Disse Anyr, accarezzando la testa della figlia. Felo corse a grandi balzi verso la casupola per prendere altra roba, inseguita dal cane festoso.
      «Faremo mai di lei una signora?» Disse seriosa quasi sottovoce Ylenia rivolta allo sposo.
      «Faremo di lei quel che vorrà diventare… Donna lasciala in pace è solo una bambina.»
      «Una bambina che ben presto diventerà una donna. Questa vita non le s'addice.» Ylenia agitava il dito, come era sua abitudine fare, davanti al viso del compagno.
      «C'è tempo anche per questo. Ora non è il momento per queste cose.» Replicò Anyr sollevando le spalle. Ylenia ritornò verso il casolare e inciampando in un grosso secchio strillò:
      «Giungerà, giungerà quel momento e allora io sarò pronta, tu invece come al solito ti farai trovare impreparato.»
      Tirando con forza una cinghia del carro Anyr pensò: “È forte, cocciuta, istintiva, tutta suo padre”, sorrise compiaciuto, “La mia Felo sarà pronta. Lo sarà!”.

    • Da una parte c’era il mondo.
      Dall’altra il paesello.
      In mezzo il Vallo.
      In principio, era solo un torrione di avvistamento in pietra. Sul culmine di una collinetta sperduta nel bel mezzo di una landa desolata, con intorno niente. Provvisorio per altro. Anche se con il passare del tempo quasi tutto quello che gli hanno fabbricato intorno è crollato, lui è ancora lì a scrutare il nulla da una parte, il vallo e il mondo dall’altra.
      I primi ad abitarlo furono le cinque guardie della legione accampata aldilà del vallo. Con il passare del tempo, per evitare di andare e tornare tutte volte che nasceva qualche necessità, gli costruirono intorno i vespasiani, la tettoia dei viveri, la cucina, una baracca per le brande e un riparo per i cavalli. Inutile negarlo, quel posto non era molto popolare al di là del vallo. La parte che dava sul mondo, per intenderci. Là dove c’era la Legione. Significava, castigo. Sacrificio. Solitudine.
      Fu così che le cinque sfortunate guardie rimasero lì a scrutare l’universo nulla e sognare le notti stellate della Roma imperiale cullata dal placido scorrere delle acque laggiù, tra le amate sponde del biondo Tevere, ormai lontano. Erano è vero, legionari delle invincibili armate dell’Aquila Imperiale, le armi però, le usavano adesso, solo per tagliare alberi, cacciare selvaggina e costruirsi attrezzi per coltivare la terra. Guardavano il vallo, laggiù in lontananza ma, nessuno più, s’interessava di loro. Soli. Tristi e dimenticati. Fin quando un bel giorno …
      Un suono lontano. Proveniva di là, dall’universo nulla. Non era il vento. Un puntino bianco. Avanzava deciso. Scampanellando e vociando allegramente cose per loro incomprensibili.
      «Alle armi! Alle armi!» Ordinò Tullio Publio Hostilius. Il più alto in carica. Che però era il più basso della Imperiale combriccola che orfana della Legione, era confinata lì a contare le nuvole. Chi correva di qua, chi correva di là. E alla fine, col fare bellicoso dell’antico mestiere, reggevano tutti qualcosa. «Ho detto alle armi.» Aveva sbraitato Hostilius dopo averli osservati. Chi aveva un rastrello, chi un forcone e chi addirittura il mattarello.
      «Le armi?» Piagnucolò Marco Tauro Frignus. «Queste sono. Ci hai detto tu di trasformarle in attrezzi da lavoro.»
      «E adesso che si fa?» Domandò Simplicius. Quello col mattarello. «Ci faranno a pezzi. Sono una moltitudine.»
      Nel frattempo, tra un belare assordante, un muggire insistito e campanacci all’arrembaggio, la moltitudine era arrivata lì davanti a loro e li guardava divertita. Mentre i cinque legionari se le dicevano di santa ragione. E dalle parole ai fatti, ci vuole davvero poco. Hostilius, stanco del piagnisteo di Frignus, gli era saltato alla gola. Avvinghiati come due galletti che si disputano la gallina che chi se ne frega io intanto faccio l’uovo, si rimestavano nell’erba mollandosi calci e spintoni terrificanti.
      «Che spettacolo indecente.» Commentò Carlo Duilio Flaccido, appeso al suo forcone.
      E al grido di: «indecente sarai te» i due avvinghiati si avventarono sul malcapitato per randellarlo a dovere. Gli altri due legionari allora, più per ammazzare il tempo che per convinzione, stanchi di starsene lì ad osservare sto’ sconcio di scena, si buttarono pure loro nella mischia, con l’obiettivo di dividerli.
      Neanche erano entrati che subito parteggiarono chi per l’uno chi per l’altro. E furono botte da orbi. Tutto quel tempo passato in solitudine a coltivare cavoli come contadini qualsiasi, aveva risvegliato in loro la mai sopita voglia di pugnare. Solo che lo facevano con i nemici sbagliati. Altro che Cesare nelle Gallie. Da come starnazzavano, parevano galline che si erano dimenticate di fare l’uovo e adesso, volevano recuperare in tutta fretta. La moltitudine dalla chiacchiera sconosciuta aveva intanto fatto circolo intorno al mucchio selvaggio che morsicava, scalciava, grugniva e menava di brutto, tutto quello che si agitava là dentro. Pidocchi compresi.
      Una strage.
      Dalla parte dei nuovi arrivati, le pecore avevano smesso di belare. Le mucche avevano smesso di muggire. I maiali avevano smesso di grugnire. I loro padroni invece, avevano smesso di ridere. Da quella dei, diciamo così cinque sfortunati residenti invece. Le galline, quelle vere, avevano smesso di covare. I galli avevano messo di cazzeggiare. I cavalli avevano smesso di nitrire.
      Tutti preoccupati. Bisognava pur far qualcosa. Ma a parte il mucchio indecente che si randellava nell’erba, gli unici esseri pensanti con le fattezze ancora umane, erano quelli che li stavano osservando. Ossia la moltitudine che tanto numerosa non era, visto che pure loro, erano guarda caso in cinque. Capelli lunghi, spalle quadrate e fare deciso. Era bastato uno sguardo. Si fiondarono nella mischia con il chiaro intento di dividerli. Ancora oggi, a distanza di generazioni, non è chiaro quello che successe poi.
      Qualcuno dice che fu uno dei legionari. Qualcun altro invece, giura che è arrivato dalla parte di quelli della moltitudine. La leggenda narra che nel parapiglia, taluno si accorse di qualcosa di strano e cacciò un urlo così disumano che al gruppo gli ci vollero più di due giorni, per raccattare là intorno nell’immenso niente, le bestie che impaurite, erano scappate da tutte le parti. Giusto il tempo di uno battito di ciglia, dopo l’urlo, i due gruppi erano in piedi, uno di fronte all’altro.  Cinque di qua. Cinque di là. A fronteggiarsi in cagnesco. Fu allora che i legionari capirono. Quelli della moltitudine, nonostante fossero più alti e spallati di loro, erano femmine.
      Fu così che iniziò la storia.
      E il torrione diventò paesello.
      Fuor del Vallo.
      E a proposito del vallo, dopo le nascite dei primi bambini, Tullio Publio Hostilius, in qualità di comandante del presidio, pensò fosse venuto il momento di fare rapporto al comandante in capo. Tale, Tito Tazio Tacitus. Nobile Tribuno della Centuria. Tre giorni dopo …
      «Per Giove. Hostilius.» Esordì affranto, il fidato messaggero, appena tornato dalla missione. «Al Vallo non c’è più nessuno. La legione è partita per Roma circa un anno fa. Me lo ha detto un pastorello che pascola il suo gregge in quello che rimane del Castrum. L’accampamento della Legione.»
      Ciò che successe poi …
      È la storia comune a tutti i torrioni o casolari che s’allargano e col tempo, diventano paeselli. Fuor del Vallo per la verità, non s’allargò granché. Giusto qualche casupola e una chiesetta che, approfittando del torrione che gli faceva da campanile, è venuta su in un attimo. I discendenti dei legionari furono perlopiù, dediti alla pastorizia. L’unica attività economicamente lecita, oltre lo sfruttamento del vallo. A cominciare dai nomi, infatti, tutto lì intorno s’ispirava alla Legione.
      Un torrione. La Legione.  E l’Impero.
      Nei secoli, la Legione sparì, l’Impero svanì e il torrione diventò Fuor del Vallo. Leggende. Misteri. Attorno a un villaggio in rovina e una tesi tanto audace da lastricare di sangue, la ricerca del Sacro Fregio.
       
      Si chiamava Romolo, il trovatello. Aveva sette anni quando nacquero gli orfanelli. L’Imperio e Romano. Lo stesso giorno che, il destino si portò via padre Cullighan. Dieci anni dopo, in quel borgo ridotto a macerie, abitato solo dai tre ragazzi inselvatichiti da solitudine e privazioni, padre Julen de la Cruz, fu catapultato lì senza un perché.
      Roma Imperiale.
      Quella dei Cesari. Le conquiste. La potenza militare. L’epopea delle legioni. Di questo, si occupava padre Cullighan nelle sue ricerche. Lotta, tiro con l’arco e spada. Da giovane era scatenato. Un vero e proprio atleta. Oltre che appassionato, era molto documentato. Ai tempi dell’università, aveva letto libri. Visionato musei. Partecipato a convegni. Setacciato gli archivi vaticani fin nei sotterranei più reconditi, per approfondire le sue ricerche.
       
       

    • Cristina e Matt proseguivano verso la montagna con una macchina blu brillante. Il mio personaggio gli fece cambiare la strada. Si era formato una spaccatura di terreno grande 3km. Erano senza parole, non potevano saltare o creare un ponte per arrivare dall’altra parte, perché il buco era pieno di lava e c’erano enormi geyser che deviavano qualunque cosa.
      -Bisogna trovare un’altra strada – disse Matt.
      -Tu credi che sia stato lui? – rispose Cristina.
      -E’ probabile, è nel suo stile.
      -Allora facciamoci il giro.
      -Chris? – disse la guardia del corpo.
      -Che c’è? – rispose Chris.
      -Vedo Cristina e Matt laggiù.
      -Dove? – disse Harold.
      -Vedete?
      -Ah! Hai ragione. Harold?
      -Ho ascoltato.
      -Noi andiamo verso di loro, voi occupatevi di Tim.
      -Ricevuto.
      Cristina e Matt proseguivano verso sinistra, andavano veloci, ci furono esplosioni vicino al burrone. Potevano essere degli ostacoli creati dal mio personaggio.
      L’idrovolante li seguiva dall’alto.
      Raggiunsero l’altra sponda, perché la spaccatura si restrinse, fino a chiudersi. Si giravano e proseguivano a sinistra.
      Chris iniziò a sparare con una mitraglietta.
      Cristina se ne accorse.
      -Attento!
      -Zig Zag.
      Comparivano diverse macchine. Ci furono dei tamponamenti incredibili. Molte macchine esplosero, Matt cercò di evitarle, senza riuscirci.
      -Perché lo fa? – urlò Matt.
      -E lo chiedi a me? – rispose Cristina.
      -Hai detto bene – disse lo scrittore.
      L’automobile si ribaltò, Cristina, allora, prese un fucile da cecchino. Prese la mira e sparò all’idrovolante. Colpì il motore, un’ala e ferì la guardia del corpo a un braccio. Perse pure stabilità e precipitò su un grattacielo, in una città alla loro destra.
      -Qualcuno avrebbe pensato, perché non farli uccidere con la forza del pensiero o fargli saltare la testa? Invece di prendere un fucile da cecchino? Il motivo è semplicissimo. Perché qualcuno lo avrebbe fatto tornare indietro oppure avrebbe messo una protezione, o ancora… meglio non andare oltre, perché altrimenti diventa un libro Horror – disse lo scrittore.
      Chris era riuscito a sopravvivere, l’idrovolante esplose, quando Chris scese dal grattacielo.
      I resti caddero giù, l’esplosione fece cadere il grattacielo e Chris volò via verso la montagna.
      Cristina e Matt uscivano dalla macchina e corsero verso l’entrata del covo.

    • Tim rimase un attimo a fissare il burrone, notò un jet che volava verso l’orizzonte. Si muoveva lateralmente verso destra. Desiderò davanti a sé delle tavole sopra la cascata.
      Nonostante stava in montagna, c’era la prateria.
      Il jet si fermò proprio sopra a Tim.
      -Chris, guarda! – disse Harold.
      -E’ Tim – rispose Chris.
      -Tu credi che ci abbia scoperti?
      -Sì. Mi sa che ha parlato con Gabriel.
      -Però è strano, perché gli ha dato retta?
      -Non lo so. Bisogna capire dove sta andando. Potrebbe diventare una minaccia.
      Tim sentì odore di bruciato, si accorse che la giungla, vicino a lui, stava bruciando.
      La luce del sole cominciava ad essere sempre più calda.
      Tim scavò una buca, si mise la terra sopra e scomparì.
      Delle nuvole bianche si trasformavano in polvere, il jet si stava surriscaldando. Il pilota perse il controllo del jet.
      Chris e Harold arrivarono davanti alla porta della cabina di comando, volevano capire perché il jet stava sballando, la porta divenne rossa.
      Ci fu la lava, il jet si stava disintegrando.
      -Presto, Harold!
      -Ci sono. Voi altri prendete un paracadute e cercate nella prateria.
      -Sì, signore. Forza!
      Chris e Harold si lanciarono nel vuoto.
      Esplose il jet, la lava stava invadendo tutta quanta la terra.
      Tim si allontanò da lì, riuscì a raggiungere una parete di roccia.
      Scavò nella parte superiore e raggiunse l’altra parte della parete. Si trovava in uno spazio chiuso circondato dalle pareti di roccia.
      -Hai sentito? – disse Matt.
      -Certo. Era l’esplosione di qualcosa, non so cosa, ma secondo me, è meglio allontanarci da qui il prima possibile.
      Tim risalì in superficie, poteva sentire qualcosa, una presenza positiva.
      Si ritrovò nella pianura, la lava procedeva nella sua direzione.
      Rivide i 2 re in lontananza. Viaggiavano su idrovolanti, questa volta protetti dal calore. Aveva in mente un piano, doveva solo cercare una struttura, la trovò in tempo. Era un hotel semidistrutto.
      Prese una macchina rossa fiammante e la guidò per un lungo tragitto.
      La lava ostacolò Tim, lui la evitò, a destra e a manca.
      Spuntavano diversi cartelli, li distrusse, la terra si sgretolò. Si formarono diversi buchi grandi come campi da calcio. Evitò pure quelli, quando l’auto si incagliò tra un buco e il terreno.
      Raggiunse l’hotel e si preparò al suo piano.

    • LA FARSA DELLA FELICITA'
      DI DINO FERRARO
                                                       
      Alla vecchia osteria degli orrori  dalle porte sgangherate  pittate d’azzurro e di rosa , simili alle porte del cielo  situato nella  vecchia zona buia del porto  ove si radunano tutti i  clandestini e criminali di passaggio  sulle grandi navi mercantile dirette a New York o  Singapore. S’ incontra un sacco di  gente strana ,uomini e topi ,scarafaggi  ,robot di ultima generazioni  per scambiarsi esperienze  di viaggio, organizzare  festini e bacchetti ,  improvvisare   manifestazioni canore, alla faccia dei poveri cristi tartassati e vilipesi messi in prigione in gattabuia per un nulla  . Il buio della notte inghiotte ogni cosa   ,le luci diventano  fioche,  illuminano  i vicoli  oscuri  ove s’avventurano   marinai   e  belle  bionde dagli occhi verdi  curve sotto il peso del rimmel . Si può incontrare  con sorpresa gente veramente stana  puoi vedere seduto fuori   ai tavolini  del locale  qualche vecchio  filosofo metà uomo metà robot gustarsi  in santa pace una granita di limone  corretta ad acido salicilico ,  leggere   il De Bello gallico o  la critica della ragion pura dei robot di prima generazione di Federico  Kantone parente alla lontana del famoso illustre  Professor Kant . C’è sempre un aria di festa nel club , con qualche ubriaco sbattuto fuori  a calci dal locale dal  mastodontico buttafuori John detto il mancino,  poiché tira di sinistro,  cazzotti alla velocità di centoventi all’ora che ti fanno ritrovare in una stanza di pronto soccorso con un occhio pesto e qualche costola rotta. Il padrone del club  è un amicone  Billy  tre gambe  con alle spalle una fortuna di venti milioni  di euro e trenta  matrimoni falliti e non so quanti figli messi al mondo sparsi per i cinque continenti. Sa preparare cocktail super fantastici  alla nitroglicerina che ti fanno fare il giro del mondo tutto a piedi  in poco ore. La sua clientela varia e nefanda  gli è molta affezionata ,l’anno scorso  hanno provato ad eleggere Billy  ai vertici di una associazione mondiale contro la fame del mondo . Arrivò terzo dietro   Smith  il sodomita,  primo classificato William  detto zampa di gallina  perché sapeva  correre sulla punta dei piedi alla  velocità  supersonica.    Per quella vittoria ci  fù una grande festa ,durò tre giorni interi , furono bevute  milleduecento  bottiglie di  vino prosecco,  annata  millenovecento ottanta e divorati  tre maiali arrostiti   due quintali di   paté d’oca e sessanta  anatre  fatte alla cacciatora. Parlare ad   un robot di filosofia è sempre  un po’ delicato    poiché capacissimo  di farti sedere al suo tavolino tenerti con il fiato sospeso ad ascoltare la sua opinione su  tutta la  storia filosofica del concetto del bello in estetica o la vita   degli uomini illustri dal  quindicesimo secolo al ventiquattresimo. Per poi passare alla cronologia  del sapere  nell’universo conosciuto  con parafrasi e commenti   atti a chiarire l’origine comune  del senso del sapere ,alla visione degli ultimi  chiarimenti topo gnostici .   La mia  filosofia  và sempre  ripetendo  questo vecchio robot gigolò con lunghi anni  di gavetta passati nelle aule  dell’università del varietà è  di una semplicità estrema , conoscere  il senso logico del linguaggio  verbale e corporale per comprendere il significato del segno universale . Sunto della millenaria  letteratura del popolo delle caverne. V’ invito a decifrare  i segni dipinti sui i muri  delle grotte  neolitiche  per comprendere il senso segreto della lotta naturale dell’uomo primitivo e la grande creazione protozoica . Un mammut nell’atto di procreare. Un unicorno alato mentre attraversa nel cielo una città di pigmei nani  dell’africa centrale. Tutto ci fa dedurre  la volontà di voler sopravvivere   a stessi   attraverso questi dipinti  ,messaggio etico e sottolineo storico filosofico dell’essere primitivo . Il  lungo cammino spirituale per giungere a realizzare se stesso nella forma   forgiata con il  metallo  , frutto di  alchimia del verbo e della pietra .   Quale  è la differenza tra l’essere vivente e il suo soggetto creatore ?   Niuna, la forma  rispecchia l’originale calco  la similitudine  l’identità parallela  del dettaglio organico. Ma voi professore siete convinto  delle vostre teorie . Caro mio,  il frutto di tali idee è il  risultato di una lunga ricerca filosofica condotta da eminenti pensatori. Matematici e fisici,scienziati dall’ingegno  eletto ,studiosi   di  meccanismi  logici che hanno permesso alla nostra civiltà  di divenire ciò che oggi. Lei mi deve scusare professore ,la mia ignoranza, ma non è stata la sua  decantata   filosofia a  distruggere tre quarti di  mondo attraverso guerre fratricidi  e  sanguinarie ?   Ma lasciate stare per una  sera   il pensiero filosofico è si goda lo spettacolo. Questa sera è speciale ,vengono a ballare  un gruppo di ballerine  particolarmente  belle. Guardatevi in giro ,cosa dite, vedete come sono graziose ? Donnine di tutte le specie ,di tutte le razze. La donna è un dato di fatto  oggetto  di piacere e di contemplazione rappresentativa . Vi ricordate quella infantile  domanda chi è nato prima l’uovo o la gallina?  Sapete darmi una risposta? Chi io ,ci mancherebbe professò. No per carità ve lo ripeto la mia ignoranza supera ogni sapienza prescritta. Amico mio la donna è il principio  matematico alla scienza della creazione. Senza le donne , professò cosa mai saremmo? E qui il punto  amico  mio , un tutto nel  nulla, saremmo un  nulla , nel nulla.   Professò non riesco capire tanto perciò  a sentire voi mi confondo e intanto quelli  al banco se ne approfittano . Cosa prendete ? il solito cocktail di tua invenzione. Ve lo preparo immediatamente. Intanto si rilassi professore ci vediamo più tardi ,voglio sentire  il suo giudizio   sullo spettacolo che a momenti sta  per iniziare. Mi scusi. Prego. Nathalì  dove vai? Si Direttore . Quante volte te lo debbo ripetere ,che non voglio che tu salga in camera con più di due clienti. Cosa ci fai ora con te due marsupiali  e un homo  gorilla ?   Ma signor direttore hanno pagato per avermi insieme tutti e tre . Basta nel mio locale  non voglio  che succedano cose simili , ci sono delle regole e queste vanno rispettate. Chiaro? Più di tre persone in camera compresa te è vietato entrare. Quattro sono troppe. Li pagano poi i tuoi clienti i letti  fracassati?   Capisco, per me va bene , ma mi faccia il piacere signor direttore  ci parli lei con  quei tre . Io non mi assumo nessuna  responsabilità al riguardo del rifiuto. Ci penso io ,  tu incomincia a salire in camera. Billy il direttore del locale  s’avvicina  al gruppo , gesticolando tira velocemente fuori un mini bazooka dalla tasca  dei pantaloni , subito dopo   un grosso pistolone laser   chiede spiegazione perché tanta confusione nel suo locale. I marsupiali sorridendo si scusano immediatamente del fastidio arrecato e si dirigono in fretta verso l’uscita.  Mentre Homo Gorilla  digrignando i denti si  batte forte il petto e  urla che rivuole indietro i suoi soldi .  Il direttore gli lancia un casco di banane che lui afferra a volo .  Il peggio sembra passato. In poco tempo la pace,  torna a regnare all’interno del locale.  Il vecchio professore di filosofia  ,seduto in un angolo ,si  mangia con gli occhi le ballerine  conigliette ,vestite  con striminziti grembiulini e fiocchetti rosi  legati alle orecchie . Intanto una comitiva di turisti provenienti dal pianeta  matto  viene  letteralmente scaricato all’ingresso del locale.  Entrano uno alla volta.  Ben vestiti con tanto di cravattino. Al botteghino  vengono offerte dolci al viagra  e pillole al peperoncino. Il locale  è illuminato  come un vecchio saloon del  Far West .  Su un  cartello appeso a una parete c’è  scritto :  Non sparate  all’ autore. Per il resto le cose sono sempre uguale ,c’è sempre un gran movimento di gambe ,lunghe , magre ,sensuali.  Qualche botola segreta ove vengono calati i corpi senza vita  di quelli che avevano bizzarre intenzioni . I drogati  d’ogni tempo i contrabbandieri d’orologi e sigarette ,i menefreghisti, i perdenti, chi non aveva i soldi per pagare il conto. Intanto il  direttore   con aria di satiro in calore, rubicondo  , ruotando come una botte piena di vino , s’avvicina alla cameriera del banco.  Gli chiede una birra   bionda e schiumosa.  Tirando fuori una lingua da iguana gli dice.: Come si và Maria, e da un po’ di tempo che non si stà più soli noi due? Billy gira a largo ho un mal di testa che tra poco mi  scoppia la fronte , ho mille piccoli diavoli  che mi ballano  intorno alla testa al passo  di valzer e mazurke  Un  diavolo  nel cranio che si diverte   ad urlarmi  : vai a cagare. Accidenti  ? Non stai per nulla bene stasera . A me mi faceva  piacere sapere come stai . Adesso sei soddisfatto No per niente Vai al diavolo Non dire cosi Mi fai girare le palle A me le mani Ti prendo per il bavero Non farlo mi romperei Sei di cristallo? Sono innamorata di te Oh perbacco  E tutto qui Lascia perdere Si fa quello che si  può. Come vuoi che stia. Lavoro qui al banco  a servizio dei tuoi clienti  stralunati. Billy fa un passo in avanti la sua  pancia balza e rimbalza come una  palla  in un canestro . Maria me lo faresti un favore? lo sai non  ti chiedo mai nulla. Poiché conosco bene il tuo caratterino ,ma  mi dovresti ricomprare quelle camicie extralarge che mi regalasti l’anno scorso al mio compleanno. Ti ricordi quelle con le righe  rosse e gialle . Se mi lasci la tua carta di credito ,te ne compro quante ne vuoi. Sei peggio di una pantegana . Eccoti la mia carta di credito, di qui prelevi , di qui paghi.  Con questa puoi comprarti tutto  perfino un grattacielo ,  un collier di diamanti ,una macchina nuova, penso che tu ne abbia bisogno. Così la smetterai di chiamarmi  brutto  taccagno sadomaso  e via dicendo. Io chiamarti , così  ti  giuro  non oserei  mai farlo. Che bugiarda sei ti ho sentito con queste orecchie dirlo alla tua collega di banco. Billy sputa il rospo ,cosa vuoi in cambio per  tanta galanteria. Nulla non mi credi . Voglio vederti felice  perdutamente felice  nel nostro vecchio  ricordo d’amore. Si baciano teneramente , i due cuori si fondono  creano uno strano amplesso , intenso, passionevole   che esplode   all’interno del locale seminando   morte per soffocamento, crisi asmatiche ,suicidi colletti. Nel locale  a notte fonda rimangono pochissimo clienti Il vecchio  robot continua a bere il coktail fatti d’intrugli d’erbe misteriose e oli minerali , incantato    guarda entusiasta  le gambe delle ballerine conigliette che danzano il can can . Verso l’alba un silenzio sepolcrale fa piombare il locale  in una atmosfera da brividi. Il fumo killer dei sigari cubani , uccide    le mosche in pigiama pronte ad andarsi a coricare sopra qualche lampadario  spento. Da lontano in fondo al tetro vicolo   appare una strana barcollante figura . Cerca da due ore un locale ove poter bere l’ultimo bicchiere della sera  trascorsa  nei pub  e nelle  osterie della città.  La moglie infuriata dopo l’ennesima lite a causa  d’un mancato pagamento di cambiali , lo ha  buttato fuori di casa  per l’ennesima volta. Vagabondando di bar in  bar e giunto  già ubriaco  al  vecchio club degli orrori. Barcolla come una barca a vela in un mare agitato Vede doppio e continua a dire  :  Hic in  ogni frase . Entra  scombussolato . Si siede di fronte al barman Cercando di metterlo a fuoco,  si mantiene ferma la testa poi  strofinandosi gli occhi , alza un po’ la voce  e grida: Barman Hic un doppio brandy alla menta. Subito Signore . Non sono  un Signore . Sono un uomo distrutto dal dolore. Hic. Mia moglie mi vuole morto,  mi ha buttato di nuovo fuori casa . Hic. Si alza in piedi . Chi conosce mia moglie? Una risatina  sinistra ed ironica corre lungo i tavolini . Si segga Signore . Ti ho detto non chiamarmi Signore . Mi chiamo Henry….Henry Saltalamacchia . Ok  piacere Henry eccoti il tuo doppio brandy alla mente e cerca di fare il buono. Grazie Caro , sai  trovo questo posto molto accogliente e tu mi sembri una bella pupa. Henry io sono il Barman . Oh scusami  ti avevo scambiato  per una ragazza pon pon . Beve tutto d’un fiato il doppio brandy ,rutta spaventosamente ,cacciando in fine una nuvoletta di fumo dalla  bocca. Improvvisamente sente salire dal basso   ventre uno strano  gorgoglio .Si trattiene. Il Barman gli indica la toilette . Lui corre. Entra nel bagno  e inizia a vomitare ogni cosa. Espelle tutto d’un botto  , tutti i suoi dolori. Le urla della moglie, le botte che gli ha dato con il matterello. La lettera di licenziamento dall’officina  dove lavorava  da vent’ anni come meccanico. Il due in matematica che ebbe in  quinta elementare. La sua atavica debolezza di fronte alla vita. Il peso di sentirsi eternamente ultimo. I tre giorni in cella di sicurezza  passati con un energumeno con una terribile  faccia simile ad un culo.  Le sconfitte che hanno  segnato la sua esistenza.  Le brutte parole  ,i fallimenti pure quelli tanti ,le mortificazioni,  le mazzate prese nel bar precedente ed eccetera eccetera. Quando ebbe finito  di vomitare ogni male e premuto il discarico.  Un mulinello d’acqua rosea scivolò nel buco del water , andando a ricongiungersi al grande fiume umorale che attraversa la metropoli. Apre piano la porta del bagno  si riavvicina al banco e torna a ordinare  un doppio brandy alla menta. Bar…m..a…acc..iden….la  de…intiera mi è Ca…du…ta  nel…… Sei proprio un pirla  Henry Ridendo il barman gli serve un triplo brandy alla menta. Cosa che Henry butta giù tutto d’un fiato. Ride senza denti , crollando con il  capo sul banco circondato  da cherubini che gli ballano intorno  festosi e ridenti , cantando Alleluia, alleluia . In un angolo  il robot  pensa tra sé: Sono vecchio ma nel mio cuore c’è ancora tanto amore . Da quando i miei occhi   si sono posati su quella graziosa  ballerina . Sento strani brividi elettrici ,piccoli corto circuiti  nel mio corpo . Adesso l’invito al mio tavolo. Cameriere  vuol farmi la  cortesia d’invitare  al mio tavolo quella signorina lì con quel  grande  fiocco rosso dietro la schiena.  Dopo una mezz’ora la soubrette si siede al tavolo del  vecchio robot   la donna è  affascinante con due grandi occhi di cerbiatta e due esplosivi seni che traboccano dalla vertiginosa scollatura .  Prego s’accomodi signorina vengo subito al dunque   Ho una proposta  allettante per lei . Vorrei passare una notte con lei ,le darò tutto il denaro che vuole   Cosa ne pensa? Mi dica di si la prego. Lei mi prende per la gola. Non so dirle di No. Ed una volta detto di si  non torno mai indietro. Provengo da una nota famiglia d’artisti sa. Mamma è stata una famosa sciantosa ha  interpretate numerose  sceneggiate . Mio padre musicista, posteggiatore  all’occasione ,professore di violino ,trombetta e clavicembalo. Mio fratello Gennaro noto poeta  dialettale e pittore minimalista. Mia  sorella Brigida spogliarellista e pornostar in  compagnie  d’avanspettacolo, specializzata nella mossa  a sedere stretto. Accidenti se sono  cosi bravi  in famiglia lei di certo sarà un fenomeno a letto. I miei parenti sono tutti  dei veri fenomeni. Avete mai lavorato tutti insieme. L’ultima volta che l’abbiamo fatto, purtroppo  abbiamo  litigato, per due ore  intere, mamma e finita all’ospedale con tre costole rotte. Mio fratello Gennaro un giorno intero in cella di sicurezza, per lesioni e minacce. Mio padre deportato in un campo d’accoglienza per immigrati  con gli impacchi sulla fronte. Parliamo di qualcos’altro cosa,  beve? Una coppa di spumante con tante bollicine blu. Una bottiglia di spumante cameriere. Si signore. Si riavvicina il direttore . Vedo che  ha seguito il mio consiglio professore.   Oh signor direttore beh si  chiacchiera . Bene . Il professore è un caro  cliente    molto generoso con le ballerine . Mi fa piacere . Io invece sono bisbetica e dispettosa e se mi gira sono capace anche di mandarlo  a quel paese . Debbo convenire d’essere  un po’  come il frutto di questo amore  descritto un errore   che adesso ti ruba il cuore , or ti ripaga d’ogni dolore.          

    • Tim vedeva un cartello su cui c’era scritto: “covo di Karl 16km”.
      -Sembra assurdo, ma quel cartello è apparso per aiutare Tim ed è stato il mio personaggio a far apparire quel cartello – disse lo scrittore.
      Tim percorse un sentiero verso la montagna. Arrivò davanti a un vecchio casale. All’interno conteneva alcune librerie e un paio di tavoli.
      Ormai era sera, così decise di passarci la notte.
      Fuori pioveva, lui accese un falò, mangiò e andò a dormire.
      La notte era abbastanza tenebrosa, gli alberi oscillavano a causa del vento.
      Tim fece degli incubi, pensò a come trascorrere il suo tempo in questo mondo.
      Si svegliò, sentì dei rumori provenire all’interno della foresta, il sole stava per sorgere. Si era stiracchiato, uscì e se ne andò senza spaccare niente.
      Ci fu l’esplosione del casale.
      Lui non aveva fatto niente, ma il mio personaggio gli era dietro.
      Corse a più non posso nella foresta, inciampò su un tronco e finì giù in un vortice.
      Si ritrovò in un’altra caverna. Le stalagmiti impedirono di andare oltre, così le divise in due con la spada.
      -Finalmente l’uscita – disse con la faccia sudata.
      La grotta stava cedendo a causa di una scossa di terremoto.
      Uscì e capì che era vicino a un burrone.
      -Hai avvertito tutti? – disse Cristina.
      -Sì, sono su un aereo di linea e stanno andando nella nostra stessa direzione.
      Ci fu una scossa di terremoto. Si formò un buco che filtrava un po’ di sole.
      Un uomo molto basso con giaccia verde, venne giù da lì e, vedendoli, li rincorse.
      -Corri – disse Matt, vedendo che estraeva un fucile dalla giaccia.
      Il tunnel si era allargato, in pratica il terremoto aveva tagliato in due la pianura. Le rocce erano l’una sull’altra e formarono una rampa.
      Cristina e Matt presero una macchina verde e volavano. Si stavano per schiantare su una fabbrica abbandonata. L’uomo prese una Porsche nera, i suoi occhi marroni avevano uno sguardo ben determinato.
      Volò anche lui e si schiantò sulla fabbrica.
      Cristina e Matt si erano allontanati, l’uomo era sopravvissuto, stava andando verso di loro quando Matt disse: - Adesso basta!
      Fece comparire un lanciarazzi nella sua mano e colpì l’uomo. Ne lanciò un altro e distrusse l’intera fabbrica.

    • Lui se ne sta lì, come tutte le mattine, davanti al bar di Billy, sotto i portici. Seduto per terra, neanche il conforto di un cuscinetto. Remo esce dal caffè per andare al lavoro e, come tutte le mattine, gli deposita un cartoccio in grembo con dentro due brioche al cioccolato. Lo sanno tutti nel quartiere: a Remo toccano le brioche. L’uomo seduto in terra non fa mostra di vederlo, non ringrazia. Non lo fa mai.
      Si fa chiamare Tosco, chissà qual è il suo vero nome. Se ne sta lì e guarda il mondo. Gli piace il posto. Rimedia caffè e generi di conforto, dieci metri più in là c’è la fermata dell’autobus e lui si gode lo spettacolo della gente. I pendolari, le studentesse, le nonnine che vanno in panetteria, proprio vicino al bar. Qualcuna gli lascia lì mezzo euro. Lui a fine giornata raccoglie tutto e lo lascia a Billy per il caffè, o la merenda, o per nessuna ragione. Ma questo lo sanno solo loro due.
      “O’ Tosco, perché non vieni dentro e ti siedi? C’ho un tavolo tutto per te.”
      Lui non fa segno di averlo sentito e resta lì, in terra, col gelo di dicembre. Fra poco è natale e i bambini si fermeranno a guardarlo, convinti che Babbo Natale abbia rotto la slitta: gli chiedono che ne ha fatto dei loro regali. Oppure stanno lì zitti a guardarlo, intimiditi. E’ grasso, avvolto in una nuvola di barba e capelli bianchi, densi e ricci. Un borsello gli penzola di lato dopo aver attraversato il ventre gonfio. Nessuno sa cosa ci sia dentro, però lui non se ne allontana mai.
      Io l’ho scoperto da poco, il Tosco. Da un mese il mio capo mi ha cambiato gli orari e mi ha affibbiato i turni che finiscono il tardo pomeriggio. Io però mi sveglio sempre alla stessa ora ed esco alle sette come sempre, per cui non ho niente da fare. Così mi prendo il caffè da Billy e poi sto lì, a guardare Tosco. Non che non lo vedessi anche prima, ma adesso ho il tempo di pensarci su.
      A furia di studiarmelo mi sono reso conto che ha una vita sociale che vorrei per me. C’è una ragazza sui sedici anni che si ferma lì ogni giorno verso le due, quando finiscono le lezioni. Si siede vicino a lui, fuma per darsi un tono e gli racconta del suo ragazzo che va con le altre, che lei lo vorrebbe tutto per sé e che lui le dice che è preistorica. Poi c’è un dirigente della banca in fondo alla piazza. Quello fa la pausa pranzo da Billy e già che c’è offre da mangiare anche a Tosco, parlano poco, ma sembra che si capiscano. Uno col cappotto di tweed e la cartella di cuoio, l’altro coi jeans stinti calati sotto la pancia e un vecchio maglione con parecchi buchi. Poi c’è una signora dei quartieri alti, anziana, ben vestita. Tutti i giorni passa davanti a lui per andare verso il centro e tutti i giorni gli porta una torta, le frittelle fatte da lei, a volte un libro. Quando riceve il libro Tosco si illumina molto di più che per le frittelle, questo bisogna dirlo.
      Sto lì anche stamattina davanti al mio caffè. Lui è come al solito fuori dal bar, seduto in terra.
      Gli si avvicina un ragazzo. Avrà vent’anni, forse qualcosa in più. Magro, una camicia larga fuori dai pantaloni, un giubbotto di jeans. Io al suo posto creperei dal freddo. Prende una sedia e si siede vicino a Tosco, che non lo guarda. Ha l’aria di un provocatore. Mi avvicino da dentro alla finestra che affaccia sui portici e controllo. Se quello cerca guai sto pronto a intervenire.
      “Come si sta lì seduti per terra, vecchio?”
      Tosco tace.
      “Allora, perché non mi rispondi? Sono troppo insignificante per te?”
      Davanti a loro il traffico degli autobus alla fermata e, sullo sfondo, cinquanta metri più in là, la spalletta del viadotto. Sotto, la zona aperta della metro.
      “Che vuoi?”
      “Voglio capire perché ti siedi sempre qui, perché stai per terra invece che su una sedia. Pensi che se fossi seduto come tutti i cristiani nessuno ti farebbe l’elemosina?”
      “Ecco. Sarà per quello.”
      Il ragazzo trema, o almeno gli tremano le mani. Si gira la sciarpa intorno al collo. Sembra sovraeccitato. Sarà fatto di chissà quale schifezza. Tosco continua a non guardarlo. Una signora gli lascia cinque euro in terra, vicino al borsello. Lui non mette il cappello o il piattino. In realtà non ha l’aria di chiedere niente, è la gente che stabilisce perché lui è lì e cosa vuole, e si comporta di conseguenza.
      “Hai la maglia bucata ma barba e capelli sono puliti, non sei un barbone. Sono sicuro che hai una casa, magari vivi con qualcuno. Che fai? Voglio sapere perché stai qui. Devo saperlo.”
      Tosco si gira, lentamente.
      “Perché ‘devi’?”
      L’altro si imbarazza.
      “Bè, ecco, diciamo che mi serve. Sto cercando una cosa, vecchio, una cosa fondamentale.”
      Tosco non parla, lo guarda.
      “No, non te lo posso dire cosa cerco. Questo no. Dimmi solo perché stai qui.”
      “La mia vita è la mia, non ha niente da insegnarti. Tu devi vivere la tua.”
      “Eccolo, dritto al punto, vero? Vivere cosa? Questa cosa senza senso, questa corsa a precipizio verso il niente? Sembriamo tutti lemming. Sai cosa sono, vecchio?”
      “Sono topi, un particolare tipo di topi, che si moltiplicano indiscriminatamente. Quando il gruppo è troppo numeroso per la loro sopravvivenza, una parte corre verso l’abisso e si suicida. Almeno, così dicono i contadini russi.”
      “Non è vero, ma mi piace l’immagine. Tutti a vivere di corsa, studiare, fare l’amore, sposarsi, fare figli e cercare un posto alle assicurazioni. Non necessariamente in quest’ordine. Non lo sappiamo neanche, cosa facciamo.”
      “Tu sei qui adesso. Mi hai cercato, vuoi delle risposte. Lo sai quello che stai facendo. E sai cosa vuoi sapere.”
      Il ragazzo guarda il ponte sul viadotto.
      “Ma non la troverai lì, la tua risposta.”
      “Che vuoi dire?”
      “Che non è un salto da lì che ti dirà come devi vivere. Non vuoi scoprirlo, prima?”
      “Ehi, vecchio, cosa credi di aver capito? Mica voglio saltare, voglio solo…”
      Si perde a guardare la spalletta del ponte, come se vedesse qualcosa nel suo ‘di là’, qualcosa accessibile a lui solamente.
      “Capire com’è, lo so. Ma quando sei lì non c’è ritorno per raccontarlo a nessuno, il tuo com’è. Neanche al te stesso di prima. Quello sparisce nel momento in cui salti, mi capisci?”
      “Non cercare di dissuadermi, non c’è niente qui, per me.”
      Tosco fa spallucce. Il vento freddo gli fa sobbalzare le ciocche bianche.
      “Non voglio dissuaderti, nessuno può dissuadere nessun altro dal fare niente. Niente che voglia veramente fare. Dico solo che qualunque cosa scoprirai buttandoti non sarà la risposta alle domande che ti stai facendo adesso.”
      “La fai troppo complicata. E’ solo da decidere: lo faccio o no? E allora torno all’inizio: tu perché sei qui, a morire di freddo, a prendere le elemosine? A che ti serve sopravvivere?”
      Tosco si accende un lurido toscano che tira fuori da un taschino.
      “Io so guardare.”
      “Che vuol dire?”
      “Guardo e riesco a vedere. La gran parte delle persone guarda e non vede niente. E guardare seduti per terra dà una prospettiva diversa. Si vede tutto la postura, la camminata. Il viso è addestrato a mentire, perché è sempre stato il centro dell’attenzione. Si, finge continuamente. Il corpo non lo sa fare, è sincero, spietato.”
      Il ragazzo si siede per terra, guarda la gente da sotto. Poi guarda Tosco.
      “Non ti distrarre, concentrati.”
      Tornano a guardare la folla, in silenzio. Passa una signora sui cinquanta, e mette un euro vicino al ragazzo.
      “Sei promosso accattone. E’ carriera, questa.”
      Il ragazzo guarda Tosco, poi gli dice:
      “Posso tornare domani? Guardiamo la gente insieme.”
      “Io sono qua.”
       
      Arriva Billy a pulire il tavolino.
      “Tosco è un fenomeno. Sai che ha appena convinto un ragazzo a non suicidarsi?”
      Billy sorride storto.
      “Sai chi è Tosco veramente?”
      “Perché, tu si?”
      Billy va a prendersi un taglio di bianco.
      “E’ stato perseguitato per anni da un padre violento, un pezzo di merda che viveva di espedienti, che pensava solo a bere e lasciava Tosco senza mangiare. Ha dovuto arrangiarsi presto, ha fatto di tutto, anche il croupier e quello che pulisce i cadaveri in un’impresa di pompe funebri. E’ riuscito a laurearsi con le borse di studio, è diventato psichiatra. Ha cresciuto un figlio che oggi fa l’ingegnere in America. Si sentono due volte l’anno e lui è contento.”
      “E poi, cosa è successo?”
      “La mia teoria è che ha fatto troppo, e troppo in fretta. Adesso si riposa. Non ha bisogno di soldi, ha un piccolo appartamento, sempre lo stesso da tutta la vita, vive di niente, lo vedi qui com’è. Guarda la gente, parla con quelli che lo cercano. Io dico che fa lo psichiatra di strada.”
      “Ma gli altri credono che sia un barbone.”
      “Si, molti lo pensano. Qualcuno invece ha capito.”
      “Cosa?”
      “Che lui è niente perché si sente niente, e perché essere niente gli piace. Si mescola, si dimentica di esistere. Allora vanno da lui, chiedono consiglio, oppure gli si siedono vicino, qui sotto il portico, e stanno in silenzio. Ascoltano la giornata, se capisci cosa voglio dire.”
      “Io ho capito poco, se non che Tosco ti ha contagiato, sei matto anche tu.”
      Billy diventa serio.
      “Io lo avverto che si ammalerà a stare lì, seduto per terra. Gli dico di venire dentro, almeno in inverno.”
      “E lui?”
      “Ride, mi dice che ha compiuto la sua missione, quello che viene dopo è tutto in più.”
      “E che diavolo vorrebbe dire?”
      Billy ha gli occhi lucidi, se ne scappa verso il banco a farsi un altro dito di bianco.
      Glielo dico sempre, al Billy: invecchi e diventi come mia zia, che piange sempre. Mi sa che domani non ci vengo al bar, vado a spasso prima del lavoro. Da queste parti ci sono troppi filosofi.
       

    • Che cos’è l’amore?
      Questa è una domanda a cui probabilmente quasi nessuno,se non del tutto nessuno sulla faccia della terra, saprebbe rispondere con sicurezza.
      È un sentimento che arriva dal profondo del cuore…?
       Ma no,direi… troppo generico, troppo banale. Voglio dire, qualsiasi sentimento, d’odio o d’amore che sia, può arrivare dal profondo del cuore.
      E tra l’altro ditemi se sbaglio a dire che il cuore altro non è che un semplice organo che pulsa in media 60 volte al minuto e trasporta il sangue al resto del corpo. Si può vedere. Lo si può toccare, ma certo!
      Immaginiamo allora, una follia. Sissignori, è pazzia, ma voi provate, provate. Immaginiamo allora di prendere un cuore, di aprirlo e di verificarne il contenuto. Contiene in sé ogni sua perfetta parte fisica. A questo punto immaginiamo di addentrarci, in questo cuore, fino ad arrivare al centro, la parte più profonda. Rimarremmo delusi nel notare che tutto c’è lì dentro, tranne ciò che cercavamo? Dov’è l’amore?
      Evidentemente, lì non c’è. E allora cos’è che ci permette di dire che l’amore arrivi dal profondo del nostro cuore?
      Forse il fatto che per l’uomo, questo “amore” qui, è vitale, come lo è il suo cuore.
      Quando quest’organo smette di battere, la vita dell’uomo si interrompe… l’uomo cessa di esistere, cessa di vivere.
      Ne deduco allora che finchè c’è l’amore, l’uomo esiste. Ma quando l’amore cessa di esistere, l’uomo muore.
      Muore?
      Si.
      La morte fisica è data dal cuore che smette di battere. Ma penso di credere che un uomo possa morire anche prima che ciò accada. Eh sì. Quando l’amore non c’è, l’anima muore prima che il cuore cessi di funzionare. Quindi deve essere qualcosa che ci appartiene, qualcosa che fa parte di noi…
      Allora cos’è questo amore? Dove si trova? E quest’anima…cos’è?
      Qualcosa di fisico non di certo. Devono essere qualcosa che va oltre la realtà delle cose. Ci appartengono, sì… ma…
      Ma in ogni caso, rispondere per certo a queste domande non saprei. Cosa ne so io, alla mia tenera età, dove si trovi l’anima e cosa sia l’amore? Non ne so nulla, voi direte. Ma io, come tutti gli altri miei simili, sono un essere pensante, capace di partorire delle idee. Permettetemi allora, che io in questi sedici anni della mia vita, mi sia fatta un’idea del mondo, e di tutto ciò che del mondo fa parte. E non odiatemi se ho una visione un po’ rosa e fiori di questa roba qua… in tempi così bui, preferisco cogliere gli aspetti positivi d’ogni cosa. Sarò un’illusa, voi direte. Eh pensatela come volete. La vita è breve, e non voglio passarla a piangermi addosso. Ho così tante idee, così tanti pensieri, che non saprei da dove partire.
      Ah, ecco. L’amore è tutto.
      È il sommo bene pur potendo portare a tanti mali. È il fulcro attorno al quale si sviluppa tutto il resto. Ogni cosa.
      Sbaglio forse a dire che la costruzione di un palazzo sia dovuta all’amore che quell’architetto ha per il suo lavoro, o per il suo secondo fine, e cioè la ricchezza? Sbaglio a dire che le scoperte scientifiche sono dovute all’amore che gli studiosi provano per la loro materia? Anche i crimini son mossi dall’amore delle volte. Amore che viene inteso come odio, ma forse è solo troppo amore per sè stessi qualche volta. O piuttosto è mancanza d’amore. Macabro, sì. Ma potrei anche sbagliarmi. Esempi stupidi, direte.
      Si può amare qualsiasi cosa, e qualsiasi cosa, ma soprattutto, qualsiasi persona, merita di essere amata. E lì dove c’è mancanza di amore, nasce il male, che non è odio, ma solo assenza del bene, e quindi dell’amore.
      Così come le correnti muovono le acque del mare, anche l’amore muove tutto il mondo.
      E allora cos’è questa forza misteriosa?
      “Amore non è amore se muta quando trova un mutamento o tende a svanire quando l’altro si allontana. Oh no! Amore è un faro sempre fisso che sovrasta la tempesta e non vacilla mai”. (William Shakespeare)
      È un sentimento da cui nasce tutto il resto. L’amore, quando c’è ( e io dico che c’è sempre, anche quando si tenta di nasconderlo) è una costante in una vita di infinite variabili.
      Parliamo di quest’uomo, e di questo amore.
      Penso che noi tutti abbiamo una missione in comune durante la nostra esistenza: la ricerca della felicità.
      E da cosa è data questa felicità? Ma dall’amore, ovvio!
      Ognuno di noi, merita di amare e di essere amato. E quindi merita di vivere, e di essere felice.
      Si pensa troppo spesso che la vita sia solo sofferenza, solo ostacoli, solo ansia e paranoie. Eh beh certo. Immaginate quanto sarebbe noiosa una vita perfetta, senza alcuna virgola fuori posto. Allora sarebbe realmente indice di perfezione, una vita perfetta?
      Io credo di no. Credo che nella sua imperfezione, la vita sia perfetta così com’è, con i suoi problemi e i suoi tranelli. La vita è perfetta perché qualcuno, da qualche parte che non rientra nella nostra realtà, ci ha donato l’amore.
      Grazie ad esso si può superare ogni cosa. Ogni ansia, ogni paura è piccolezza di fronte alla sua grandezza. È ciò che ci motiva ad alzarci dal letto la mattina e ad affrontare la giornata. È ciò che ci accompagna nei momenti di debolezza, e delle volte è anche ciò che li provoca… ma è comunque ciò che ogni volta arriva a salvarci.
      L’amore ci fa sentire come se fossimo su una montagna russa che va solo in salita, ci porta in alto a danzare con le stelle.
      Poi ad un tratto, ci fa precipitare giù… con il cuore in gola… lacrime, tristezza… tutto sembra finito…
      E poi eccolo di nuovo lì. Pronto a salvarci dalla violenza della tempesta, pronto a sottrarci alle grinfie del male.
      Ad ogni passo, ad ogni scelta, l’amore ci osserva e detta le regole.
      È un rischio l’amore, assolutamente. È follia, follia pura!
      Ma a chi importa, quando è l’unica cosa che riesce a provocar brividi di felicità… a chi importa, se è ciò che scaturisce in noi i sorrisi più sinceri…
      Può farti sentire l’uomo più felice del mondo, e in un batter d’occhio, può distruggere tutto.
      Folle chi ama, ma ancor di più chi non lo fa!
      L’amore è la fonte di ogni cosa. Stupido chi pensa che privarsi di esso sia una soluzione. Sono fortemente convinta che chi non ama, non vive. Chi cerca di scansare l’amore perché pensa che sia fonte di sofferenza, è solo un illuso, perché la vita in di per sè è sofferenza. L’amore è quell’unica cosa che riesce a farci vivere il presente. Riesce a farci apprezzare ogni attimo del nostro tempo, ogni nostro respiro. Ogni volta che la vita ci abbatte, ogni volta che sembra che tutto ci stia per crollare addosso, l’amore ci rimette in piedi, e ci dona la forza per andare avanti. È un sentimento che non va banalizzato, perché di valore inestimabile. Va conservato con estrema cura, perché è la nostra arma. Ed essendo un’arma, la più potente che esista, va utilizzata con cautela.
      Come è in grado di edificare tutto, così può demolire ogni cosa.
      Vorrei dire a coloro che dicono di non amare, di smettere di mentire a sé stessi.

      Dov’è l’amore?È dappertutto. Si, è ovunque. Ed è tutto.
      È colpa nostra se il mondo non va come dovrebbe. È che siamo ciechi. È che ci accorgiamo del valore delle cose quando ormai le abbiamo perse. È che ci rifiutiamo di amare, per paura. È che nemmeno lo sappiamo bene cosa sia questo amore, così forte, così potente, così devastante, e allo stesso momento così bello e magico.
      Siate folli, suvvia! Abbiate il coraggio di amare e di essere amati! Non abbiate paura di esser felici! Non abbiate paura di vivere!
      La vita è una sola, rischiate, che di tempo non ce n’è mai abbastanza. Amate alla follia e sarete salvi, sarete felici. E nulla è sbagliato, se vi rende felici. Perciò amate con ogni molecola del vostro corpo.
      Amate, che quest’amore qui, è la cosa più bella del mondo!

    • Sebastiano aveva sei anni e aiutava il nonno a fare le bottiglie di vetro. Da quando il suo papà era andato via per cercare un lavoro migliore dall’altra parte del mare lui aveva preso il suo posto, lavorando con il nonno nella fabbrica delle bottiglie. Fabbrica è una parola grossa, nonno e nipote si affaccendavano nell’unica stanza della casa, attorno al forno in muratura che faceva anche da camino. Il nonno soffiava nel tubo dove era attaccata la pasta di vetro e Sebastiano badava al fuoco. A Sebastiano piaceva vivere con il nonno, gli voleva molto bene e il nonno voleva molto bene a Sebastiano.
      Un giorno il nonno si ammalò. Un forte mal di gola gli impediva di soffiare nel tubo e si sentiva molto stanco. “Forse ho preso l’influenza”, disse a Sebastiano, e si mise a letto. 
      Il giorno dopo il mal di gola era diventato ancora più forte, tanto che il nonno non riusciva più a parlare, ed era così debole da non poter nemmeno bere un bicchier d’acqua senza l’aiuto del nipote. Quando il terzo giorno Sebastiano notò che la gola si era gonfiata come se dentro ci fosse un pugno, corse dalla maestra Iomi, una vicina che aveva il telefono in casa, e lei chiamò l’ambulanza. Il nonno venne portato in ospedale e Sebastiano ogni mattina lo andava a trovare.
          Tranne il sabato e la domenica, quando la maestra Iomi non lavorava e lo accompagnava in automobile, Sebastiano si recava sempre a piedi in ospedale, camminando due ore per arrivarci e due per tornare. I dottori gli spiegarono che il nonno aveva una brutta malattia, ma lo avevano operato in tempo, così si era salvato. Finalmente un giorno tornò a casa, però aveva perso la voce e nemmeno poteva più soffiare il vetro. Sebastiano pensava che non era importante, la cosa che contava era che il nonno stesse di nuovo bene e fosse tornato a casa. 
          Ben presto il bambino imparò a capire tutto ciò che il nonno gli comunicava con gli sguardi e i gesti, come se avesse di nuovo il dono di esprimersi, pure senza parole. Se ad esempio stendeva il braccio verso il mare facendolo ruotare sull’orizzonte, significava: “Che bello!”. Oppure, quando voleva sapere se Sebastiano aveva fame, lo guardava, apriva la bocca e faceva finta di ficcarci dentro tutte le dita di una mano. Insomma, parlava una lingua fatta di occhiate e cenni.
          Non potendo riprendere il lavoro delle bottiglie il nonno cominciò a fare il giardiniere per la maestra Iomi. A Sebastiano piaceva stare nel giardino, in mezzo ai fiori e agli alberi. Raccoglieva i rami potati, annaffiava le aiuole… insomma stava bene, quasi come prima. Quasi, perché l’episodio della malattia del nonno gli aveva suscitato una piccola paura: e se un giorno anche lui avesse perso la voce? Lo disse al nonno, che lo rassicurò scuotendo il capo come se si trattasse di una cosa impossibile. Gli fece segno che lui era giovane, giovanissimo, quelle invece erano cose che capitavano ai vecchi. 
          «Sarà…», pensava Sebastiano, però non riusciva a tranquillizzarsi. Finché non gli venne un’idea. Impilate contro una parete della stanza c’erano ancora parecchie bottiglie, che da quando il nonno aveva cessato l’attività prendevano la polvere. Salì su una scala e prese quella più in alto, quindi uscì di casa e andò nel suo posto segreto, una duna circondata da olivastri, dove si ritirava quando voleva stare da solo. Da lì, se non c’era nebbia, poteva scorgere il grattacielo di Cesenatico, e un paio di volte aveva anche visto la sagoma del drago stagliarsi contro le nuvole rosa del tramonto. 
          Sebastiano si sedette sulla sabbia, guardò la spiaggia e il mare, portò la bottiglia alla bocca e dentro ci gridò: “Nonno!”, tappandola subito con il palmo della mano. Poi lo tolse e dalla bottiglia uscì il suo richiamo, un poco più basso: “Nonno!”. 
          «Funziona», pensò il bambino, «adesso ho solo bisogno di tappi, ma non è un problema, i cassetti della credenza ne sono pieni.» 
          Allora lasciò la bottiglia sulla duna, tornò a casa e prese un’altra bottiglia, aprì un cassetto e si riempì le tasche di tappi, quindi tornò nel suo posto segreto. Dentro la vecchia bottiglia gridò ancora il richiamo di suo nonno e ci mise subito un tappo; nell’altra esclamò: “Ho fame!”, e pure la tappò.
          Ormai era sera, il nonno doveva già aver preparato da mangiare, allora Sebastiano prese le bottiglie e rincasò. Una volta nella stanza le appoggiò contro la parete di fronte a quella delle bottiglie vuote, e siccome la tavola non era ancora apparecchiata ci pensò lui a farlo. A cena il nonno gli chiese con gli occhi come avesse passato il pomeriggio. Sebastiano stava per dirglielo, poi si trattenne, temeva di preoccupare il nonno (magari si accorgeva che era in pensiero per la sua malattia), e allora disse che aveva costruito torri di sabbia.
          La mattina dopo non andò con il nonno nel giardino della maestra Iomi, ma si recò immediatamente sulla duna con altre due bottiglie vuote. Nella prima gridò: “Ti voglio bene!”, e nella seconda: “Ago!”. Il vento infatti aveva portato dalla pineta poco lontana un ago di pino sulle sue gambe. Tornò a casa e prese tante bottiglie da riempirci una sporta, perché la testa gli scoppiava di parole da conservare. 
          In una gridò: “Gelsomino!”. In un’altra: “Fico!”. E poi: “marmellata, papà, bello, brutto, evviva, mi fa male qui, nuvola, macchina, camion, latte, voglio una bicicletta, gialla, rosso, azzurro, cielo, aereo, palazzi, balcone…”, e così via.
          Ormai, quando rientrava in casa, non aveva più bisogno di salire sulla scala per prendere altre bottiglie, perché la catasta si era abbassata di parecchio, mentre invece era cresciuta quella delle bottiglie piene, impilate di fronte. Il nonno una sera non poté fare a meno di indicare le due pareti, guardando il nipote, e questi rispose: “Le sto spolverando, così man mano le sposto”. Il nonno lanciò un’occhiata distratta ai tappi che chiudevano le bottiglie spolverate, ma non fece nessun segno, invece allargò vagamente il braccio, intendendo dire che ormai le bottiglie non servivano a nulla, sarebbe stato meglio venderle per liberare lo spazio.
          Quella sera il bambino quasi non toccò cibo, e la notte, lì nel letto con il nonno, non riusciva a prendere sonno, così alla fine lo svegliò. 
          “Nonno”, gli disse, “promettimi che non butterai via le bottiglie.” 
          Il nonno lo guardò assonnato, ma quando vide lo sguardo serio del nipote si destò del tutto e annuì. Sebastiano allora si addormentò tranquillo.
          In pochi giorni aveva riempito quasi tutte le bottiglie, e una mattina, quando ormai era mezzogiorno, gliene rimase solo una, ma si ricordò che non aveva ancora fatto la spesa, così la lasciò vuota e andò al negozio di generi alimentari. Quando tornò a casa appoggiò la busta sul tavolo e la bottiglia sul letto, con l’idea di riempirla quel pomeriggio, però dopo pranzo il cielo si fece scuro e presto cominciò a piovere. «Pazienza», pensò Sebastiano, «ci andrò domani nel mio posto segreto.»
          Piovve per giorni e giorni ma Sebastiano non era più preoccupato dall’idea di perdere la voce, né aveva fretta di riempire l’ultima bottiglia, riposta sotto al cuscino. Era tornato a gustarsi le giornate con il nonno, giocando a carte con lui, o aiutandolo a fare da mangiare. Un giorno cominciò a spirare un vento molto forte e Sebastiano, intabarrato in una pesante giacca a vento, aiutò il nonno a riparare gli ulivi della maestra Iomi, costruendo schermi con canne e teli di nylon.
          Una notte, però, mentre nonno e nipote dormivano, il vento spalancò la porta di casa. Prima che il nonno raggiungesse l’uscio per richiuderlo, una bottiglia venne strappata dalla base della catasta e tutte le altre rovinarono al suolo, andando in frantumi. Oltre al frastuono dei vetri rotti si udì un bisbiglio crescere sempre più: le parole del bambino venivano soffiate via attraverso la porta e le fessure della finestra.
          «Che strano», pensò Sebastiano contemplando la distesa di cocci, «non mi dispiace più di tanto». 
          Forse, rinchiudere tutte quelle parole almeno una volta nelle bottiglie era bastato a cancellare le sue paure. Nel frattempo il nonno aveva preso la scopa e Sebastiano con un giornale l’aiutò ad ammassare i vetri rotti contro la parete.   
       “Domani”, disse la mano del nonno agitandosi, “vedremo di buttarli via, adesso torniamo a dormire”.
          Sebastiano però non riusciva a riaddormentarsi. Sotto il cuscino stringeva la sua bottiglia, l’unica superstite. Ci avrebbe potuto mettere dentro un’altra parola, l’ultima: doveva essere una parola importante. Ma quale?
      Tratto da Il drago di Cesenatico e altre storie così: http://ita.calameo.com/read/005429840b8abed8da65a

    • Il castello era bello grande, sembrava il castello delle fiabe, ma presto diventerà un campo di battaglia.
      Tim, diventò velocissimo ed entrò con la forza nel castello. Scoprì che Gabriel era nelle vicinanze. Prese un martello e distrusse tutto che quello che gli capitava davanti.
      Il castello era decorato con statue, pavimentazione in marmo, vetri colorati e colonne bianche. Si vedeva una fontana, molto alta con acqua cristallina. Lui ci salì sopra, venne schizzato al piano superiore. Le stanze erano di lusso. Avevano letti belli comodi, si potevano vedere pietre preziose incastonate da tutte le parti. Tende d’oro, un bagno incantevole, armadi giganteschi e salotti di prim’ordine. Tim distrusse tutto, si stava divertendo un mondo, vennero le guardie con le armature, Tim li fracassò come burattini. Non si affrettò a guardare neanche un oggetto perché dopo 2 secondi era già bello che distrutto. Si trasformò in un tornado, un’onda anomala e in un elicottero.
      -Ora sì che si ragiona, devo sfogarmi per farmi passare la rabbia – disse Tim.
      Tim salì le scale, raggiunse una piazza con un’unica porta grigia con la serratura d’oro che brillava.
      Sentì dei passi dalle scale, vide Chris e Harold avanzare.
      Lui si nascose, perché era strano che ci fossero i due re.
      E mentre si nascondeva in un angolo del palazzo, si accorse che sulla punta della spada, era presente una microspia.
      La spaccò e si tenne pronto.
      -Tim? Sei qui? – disse Chris.
      -Lui non c’è, ci sono io – disse Gabriel attraverso la porta.
      -Oh be’, volevamo dirgli che il suo compito è finito.
      -Lo andiamo a cercare? – disse un uomo alto, capelli marroncini con gli occhiali da sole, cravatta bianca, giacca nera e pure le scarpe e i pantaloni. Era grosso come un armadio.
      -No, è meglio andarcene – disse Harold.
      Si inchinò e se n’è andò.
      -Maledizione! Il nostro piano era riuscito – disse Chris.
      -Lo so, ma adesso dobbiamo occuparci di Karl – rispose Harold.
      Erano scomparsi dalle scale.
      -Gabriel? Perché mi hai salvato? – disse Tim.
      -Dov’è Cristina? Mia figlia? – rispose Gabriel.
      -Lei mi aveva tradito, così l’ho intrappolata.
      -E adesso dov’è?
      -Non lo so. Adesso mi spieghi cosa sta succedendo.
      -I due re avevano fatto un piano in modo che tu facessi da esca, così loro potevano accedere al mio castello e uccidermi. Poi così ti avrebbero preso, per condurti al covo di Karl, prendere la chiave e dominare il mondo.
      -Chi è questo Karl? – disse Tim.
      -E’ il mio braccio destro – rispose Gabriel.
      -Il tuo piano è fallito?
      -Sì, vai al covo e cerca la chiave, quella aprirà la mia porta. Ma, secondo me, il piano dei due re continua e stai bene attento.
      -Ok, ci starò attento e ho in mente un’idea.
      -Inoltre sono sicuro, che se vai lì, troverai tutte le risposte alle tue domande.
      -Come fai a sapere tutte queste cose? – disse Tim.
      -Me l’ha parlato il fratello di Cristina, si chiama Matt – rispose Gabriel.
      -Ah! Bene. Vado.
      -Un’altra cosa la chiave verrà vista solo da un componente della mia famiglia. Perciò dovrai ripescare Cristina e andare al covo. Però se l’avrai lasciata, allora andrà senz’altro lì. Il covo si trova nella 4° montagna del mondo.
      Devi sempre proseguire dritto e troverai quello che cerchi.
      -Grazie, mi hanno usato come esca per i loro piani, non la passeranno liscia – borbottò Tim.
      -E così Gabriel che doveva rappresentare il male, rappresenta il bene, invece i due re sono l’opposto – disse lo scrittore.

    • La scorciatoia era bella profonda.
      Tim prosegui da solo, pensava solo a Cristina. Aveva il cuore infranto, non poteva piangere all’infinito, si allontanò dal punto dove aveva lasciato Cristina.
      Lei si liberò, cadde dall’albero, atterrò su un materasso. Stava raggiungendo Tim. Lui osservava la scala su cui era arrivato nell’ultima stanza in fondo alla scorciatoia.
      Salì la scala a pioli, ma non si accorse che un getto d’acqua lo aveva spinto in alto. Arrivò davanti a un cancello d’oro.
      Cristina si era fermata un attimo, poi ripartì e senti il rumore dell’acqua.
      La scorciatoia si oscurava, Cristina avanzò, si chiuse l’entrata, lei non se ne accorse, aveva il cuore a mille e non si fermò. Qualcuno la stava guardando da lontano.
      Arrivò alla scala.
      Sentì un rumore assordante.
      Guardò in alto, urlò e si scansò.
      Un mattone enorme, era caduto dall’alto.
      Lei lo fece sparire e salì.
      Sotto di lei si era formata la lava.
      Cristina non ce la faceva più. Mollò la scala, ma una mano l’afferrò. La portò con sé dentro la roccia.
      In realtà esisteva un passaggio segreto.
      -Lasciami! – urlò Cristina.
      -Devo parlarti – disse lo sconosciuto.
      -Ma tu sei…
      -Sì, sono io.
      Un ragazzo di 16 anni, capelli ricci, alto e magro. Indossa un parka verde, scarpe marroni e pantaloni neri.
      Si chiama Matt ed è il fratello di Cristina.
      -Ascolta quando sei tornato? – esclamò Cristina.
      -Pochi giorni fa – rispose Matt.
      -Che sta succedendo?
      Matt iniziò a parlare.
      -Cristina, ho dei sospetti – disse Matt.
      -Davvero? – si meravigliò Cristina.
      -Sì, anzi ne sono quasi sicuro.
      Matt spiegò a Cristina il suo piano.
      -Ma allora… dobbiamo salvare Tim.
      -Lo scoprirà per conto suo, dobbiamo raggiungere il covo di Karl.
      -E che c’entra?
      -Prima di venire qua, sono andato al covo, ho scoperto cosa ha intenzione di fare, è stato lui…
      -Ah! E' così... allora distruggiamolo – disse Cristina tutta arrabbiata.
      -Karl non sarà contento di avere questa piccola sorpresa – disse lo scrittore.

    • Faccio ripetutamente sesso con tua madre.Me la sbatto,la giro e rigiro come un calzino,in pratica il letto è il la nostra pista da ballo e i suoi gemiti sono la nostra musica.Scherzo.
      Non parlerò di quanto sia bello scopare tua madre.Non è neppure una mia intenzione,anche perché non la conosco,dunque mi pare una pessima idea.Tua madre potrebbe essere una cessa a pedali,oppure potrebbe essere morta.Sai che schifo la necrofila.Ho scritto ciò al fine di attrarre la tua attenzione.Probabilmente hai letto il titolo,ti sei incuriosito,avrai pensato:''Chissà cosa ha da raccontare questo qua'',e ora sei qua a leggere le parole di questo sfigato.Se avessi scritto qualche titolo realmente attinente a ciò che voglio raccontare nessuno si sarebbe inculato questo racconto.
      ''Ma scusa pensi che qualcuno leggerà mai questa stronzata?''-Certo,il sesso piace a tutti.
      ''Cosa mi vuoi raccontare allora?''-Non lo so,me ne sono dimenticato.Facciamo che te lo racconto un'altra volta.

    • Pioveva a dirotto. Le gocce che cadevano sembravano lame affilate. Intorno il paesaggio era cupo e solitario, con un vento leggero che cantilenava dolci notturni. La notte aveva occupato il cielo, nascosto dalle nuvole. Ero seduto vicino a un albero. Sapevo che era rischioso, ma avevo bisogno di protezione. Avevo la testa tra le mani e non mi muovevo. Il mio respiro affannoso formava piccole nubi. Non sapevo più cosa fare. Ero seduto lì, accanto alla paura, come se fosse lei a proteggermi. Tentai di alzarmi, ma un forte dolore alla testa mi impedì. Non potevo rimanere in quel posto: era troppo pericoloso. Il nemico era vicino, troppo vicino. Dovevo scappare, o nascondermi. Ma di rifugi non ce n'erano, e non potevo rischiare di essere scovato da loro. Una parte di me mi incitava a camminare: non mancava molto... Guardai un attimo il cielo: la pioggia stava placandosi lentamente. Ma faceva troppo freddo. Accendere un fuoco era rischioso, ma decisi di tentare di crearmi almeno un fuocherello. Tentai di trovare un paio di ramoscelli. Ne presi un paio da terra, ma erano troppo umidi. Ma non era un problema. Li presi con una sola mano, e sibilai: "Arzriel". I ramoscelli, per quanto umidi, cominciarono a diventare sempre più secchi, fino a quando uno di loro cominciò a prendere fuoco. Lo guardai un attimo mentre si nutriva di quei rami secchi. Deciso a continuare il viaggio, cominciai a seguire un sentiero. Non ero molto pratico con punti di riferimento o indicazioni, ma sapevo che dovevo andare a est. Guardando con attenzione i muschi e le felci sugli alberi, capii dove si trovava il nord. Dopo un attimo di tempo le nuvole cominciarono a disperdersi, mostrando un cielo notturno ricco di fiori luminosi. Ero stanco, e decisi di fermarmi a terra e dormire, malgrado non fossi tanto abituato. Mi misi a terra e, dopo aver spento l'unica mia fonte di luce, tentai di addormentarmi. Ebbi di nuovo un incubo. Da quando sapevo di essere un mago mi tormentavano. Sognavo scene di guerra, gente che soffra, come se la mia vita fosse destinata a tale scopo. Volevo solo scappare e abbandonarmi a me stesso. Ma il mio destino era un altro. Mentre stavo ancora in preda all'incubo, il sogno cominciò a cambiare: davanti a me si aprì una vasta collina, con alberi e un fiumiciattolo. In mezzo alla foresta c'era un enorme tavolo in pietra, con una pietra incastonata al centro. Dal nulla apparvero sette uomini. Non riuscii a vedere i loro volti: erano nascosti da un cappuccio. Possedevano inoltre dei mantelli con strane decorazioni. Mi stavano fissando, sicuramente. 
      - Erfthail. - mi chiese uno di loro.
      - Si, sono io. - risposi. Stranamente avevo una paura tremenda.
      - Sei stato mandato qui per un motivo. - disse.
      - E sarebbe? - chiesi.
      - Tu lo sai, Erfthail. - rispose. 
      Lo sapevo? 
      - Il fatto che sono un... - chiesi senza terminare la frase.
      - Un mago, Erfthail. Un mago. - ripeté. - Sei destinato a grandi cose, tu. Ma solamente tu potrai decidere se seguire la retta via e proteggere Vallder, oppure allearti con la paura e provocare morte ùe distruzioni? - 
      - Io non voglio la guerra. Non ne sono degno... - 
      - Potrai fare grandi cose. E non puoi tornare indietro. Alla fine capirai il perché. - 
      La mia mente cominciò a entrare in confusione. Volli chiedere spiegazioni, ma non ci riuscii.
      Mi svegliai, con il sole che baciava un nuovo giorno. Forse era l'ultimo giorno felice per me...

    • Tim e Cristina si erano sdraiati sull’erba a guardare le nuvole e il sole accecante.
      -Senti, è stata una bella idea divertirci un po’ – disse Tim.
      -Sì, sono rimasta scioccata da quella casa – rispose Cristina.
      -Adesso è passato. Questo mondo cambia in continuazione.
      -Già, devi sapere che questi desideri non finiscono mai; infatti nella piazza cittadina, sotto la fontana, c’è una sfera colorata e serve ad alimentare il mondo.
      -Tu e io stiamo bene insieme.
      -Certo, noi siamo innamorati.
      -Il bacio non c’è stato.
      -Lo vuoi adesso?
      Ma Tim sbadigliò di sonno.
      -Senti, adesso dormiamo e poi…
      -…sarà il momento di andare…
      -Sono stato qui per troppo tempo… - disse qualcuno in volo nel cielo, mentre guardava la coppietta.
      -Tim, deve saperlo, prima o poi, devo digli la verità - disse lo scrittore.
      Cristina si svegliò.
      -Senti? – disse Cristina.
      Si sentiva il fischio del treno.
      -Sì, ho sentito – rispose Tim.
      Si alzavano tutti e due, scesero e si diressero verso la ferrovia.
      -Guarda! – disse Tim.
      Il treno era malridotto, al posto della luce, c’era un teschio. Il tetto era pieno di buchi.
      Sembrava far uscire una sostanza verde invece del fumo. Era nero, tetro e oscuro.
      Si fermò proprio a un paio di metri da Tim e Cristina.
      -Forte, sembra di essere nel Far West! – disse Cristina.
      Cristina aprì lo sportello, si sentì uno scricchiolio.
      -Cosa fai? – disse Tim.
      -Guarda, è l’unico modo per raggiungere la montagna. Se andiamo a piedi ci metteremo anni.
      -Va bene.
      Salivano e si misero belli comodi su divani verdi.
      Il treno ripartì, si sentiva odore di chiuso.
      -Accidenti, questo vagone è deserto. Mi vengono i brividi – disse Tim.
      -Hai paura? – rispose Cristina.
      -Sì, però cerco di essere serio.
      Un rumore proveniva dalla fine del vagone.
      -Cos’è? – disse Cristina.
      -Vai a vedere – rispose Tim.
      -No, perché non ci vai tu?
      -Ok, tu hai paura, fifona.
      Lei non disse nulla, anzi tremava di paura. Guardava la scena, ma non si accorse che qualcuno era dietro di lei.
      Tim camminava vicino ai divani, scrutò la porta, si avvicinò, vide un topo piccolissimo grigio.
      Tirò un sospiro di sollievo e si guardò attorno. Cristina era scomparsa, fuori stava piovendo. Di solito la pioggia rappresentava la tristezza e il tradimento.
      Estrasse la spada.
      -Cristina, dove sei? – disse Tim.
      Nessuna risposta. Poi però dietro di lui, c’erano dei fantasmi. Si allontanò, ma sentendo un grido che fece vibrare il vagone, si voltò e li vide.
      -Tu credi di fermarci? – disse così uno di loro.
      -Sì – rispose Tim mentre stringeva la spada e guardava con serietà.
      Il treno che andava sempre più veloce si divise in due parti, isolando i fantasmi da Tim. Il motivo è che Tim, grazie a un desiderio, fece dividere a metà il vagone.
      Stando sulla punta del vagone staccato, Tim cadde, ma si aggrappò a un divano.
      Raggiunse lo sportello e lo richiuse alle sue spalle.
      -Mi dispiace, sono un vigliacco, però sono bravo a desiderare le mie strategie – disse Tim, mentre stava fuori dal vagone con la pioggia che gli rinfrescava la faccia.
      Saltò sull’altro vagone, distrusse l’unione tra i due vagoni e vide Cristina. Notò un uomo alto con la tuta grigia, lo spinse verso un buco nella parete e lo fece uscire dal vagone.
      Tim entrò nel vagone.
      -Chi era? – disse Tim.
      -Non lo so – rispose Cristina.
      -Non ti avrebbe mai portata qui senza una buona ragione.
      -Eh, va bene, quell’uomo era la mia guardia del corpo.
      -Cristina non mi piace quello sguardo. Dimmi tutta la verità, non va bene dire le bugie, sei troppo furba e io ci sono cascato come un pollo. Perché? Forse il motivo è il potere, vero? Dimmi che sto sbagliando. Dimmelo! – urlò Tim pieno di tristezza.
      -Io… sono… la figlia di Gabriel. Però sono molto diversa da lui… - disse Cristina.
      -Sì, l’ho visto… tu credi che io… sia così tonto?
      Ma in quel momento il vagone prese il volo. Il ponte era distrutto. Aveva smesso di piovere.
      Il treno si bloccò, era sospeso nel vuoto, una figura maschile in cielo aveva le mani puntate sul vagone. Era lui a fermare il vagone. La magia che usciva da una delle sue mani si trasformò in una mano gigante blu che prese il vagone e l’altra mano prese la cabina.
      Tim e Cristina urlavano, mentre stavano cadendo per finire tutti e due nella cabina del macchinista.
      In pratica, il vagone aveva ruotato verso il basso e si era staccato dalla cabina.
      Il vagone finì contro gli altri vagoni che si erano fermati sulla ferrovia. Esplose tutto.
      La cabina tornò sulla rotaia, si fermò vicino alla giungla.
      Tim e Cristina uscivano dalla cabina e si misero sulla sabbia.
      La cabina fu distrutta dalla mano della figura maschile.
      -Cristina, che sta succedendo? – disse Tim.
      Lei non disse nulla.
      Tim si avvicinò sul suo viso, ma lei con gli occhi semi aperti, gli consegnò un walkie-talkie.
      Lo controllò e aprì il coperchio delle batterie e ci trovò dentro un foglietto sul quale era scritto: “Voglio tutti i desideri, voglio l’oro, di essere tranquilla e rilassata. A causa dei brutti tipi che girano per il paese, sono sempre molto arrabbiata. Qui sono tutti impiccioni, non fanno altro che creare caos. Ma adesso basta, la pagheranno”.
      Tim le diede uno schiaffo e la intrappolo nella rete.
      -Tim, hai capito, vero?
      -Sì.
      -Capisco che tu sei arrabbiato con me, ma io ti posso aiutare.
      -Davvero? Non penso dopo che mi hai mentito e preso gioco di me. Era per illudermi a darti la mia fiducia.
      -La scorciatoia è qui, ti ho portato dove volevi tu.
      -E' vero, però è meglio che continui da solo. Adesso, ti metterò sulla cima di quell’albero. Così guarderai il panorama e vedrai il castello cadere.
      Tim batté le mani e Cristina, avvolta nella rete, comparve sulla cima dell’albero.
      Vide la scorciatoia, ma prima di entrare disse: -Stai tranquilla, me la prenderò con Gabriel, tu sei troppo importante per me.
      Chris e Harold erano dentro un elicottero.
      -Io spero che il piano funzioni – disse Harold.
      -Lo so – rispose Chris.
      Il piano era di attaccare una microspia sulla punta della spada di Tim – disse lo scrittore. -Però il piano non è finito qui. Il bello deve ancora arrivare.

    • Quella sera
      lungo la strada
      e senza luci
      le grida, gli abbracci
      in piedi sotto la luna
      la camera in disordine
      i libri dalla finestra.
      Quella sera
      arrivata in novembre
      narrata da Chandler
      con lei che non c’era
      l’altra che ti aspettava
      sotto la neve
      salendo le scale.
      Quella sera
      dove, non lo so dire
      uccisa in silenzio
      tra pugni e maledizioni
      la peggiore delle altre
      allontanata per sempre.
      Quella sera che ho scritto qui.

    • I due entravano con il cuore in gola, c’erano delle strisce di fango che andavano all’interno della casa. Le scale erano bloccate da una serie di mobili. Tim, si avvicinò a una corda tesa. Una lanterna, messa su un tavolo, illuminava il salotto e la cucina.
      Il nodo della corda si sciolse perché Tim l’aveva toccata.
      I mobili caddero dalle scale e, distruggendo il pavimento, formarono un buco gigante. Il piano superiore era libero.
      Cristina andò verso la cucina, vide un tavolo piccolo, rotondo, con alcune bottiglie rotte, vari piatti con il vomito sparpagliato ovunque e una puzza tremenda che proveniva da un ripostiglio.
      Tim la segui, vide un lavandino, ci mise la mano destra dentro. Cominciò a frugare, toccò qualcosa, rimase sorpreso, tirò fuori la mano. Si asciugò con un panno blu che aveva trovato vicino ai fornelli.
      -Cos’è successo? – disse Cristina.
      -Ho messo la mano in quel lavandino, ho toccato un ragno ancora vivo e… tu cosa hai fatto? – rispose Tim.
      -Ho controllato un ripostiglio e… ho visto degli insetti su una paletta.
      -Perché l’hai fatto?
      -Non lo so, allora anche te…
      -Sì, hai ragione, voglio uscire, io mi sono spaventato abbastanza.
      -Il problema è capire cosa siamo venuti…
      Non aveva finito neanche la frase, perché Tim afferrò Cristina prendendola per un braccio.
      Si diressero verso l’uscita, apparvero delle ombre.
      -…a fare qui? – disse Cristina.
      -Meglio andare. Cosa!? – disse Tim.
      Erano spuntati dei serpenti, se ne formarono da tutte le parti.
      Urlavano e saltavano sui gradini per salire al primo piano, loro due correvano, fino ad arrivare all’ultima stanza. Le altre stanze erano pieno di mobili. Barricavano la porta con il letto. Provavano a nascondersi nell’armadio, ma essendo troppo pesanti, quello cadde giù al piano inferiore, uscivano e presero vecchi vestiti e trovavano una gemma di color verde.
      -A cosa servirà? – disse Cristina.
      -Non lo so, però sarà meglio prenderla – rispose Tim.
      Guardavano il camino, provavano a salire, ma dei serpenti avevano invaso la canna e il comignolo, così decisero di spaccare il muro. Atterravano sul terreno.
      La gemma divenne una bomba perché qualcuno lanciò un incantesimo; infatti la gemma scomparve dalla mano di Tim.
      -Siete stupiti? Immagino di no, la storia si è fermata, perfino il tempo ha smesso di andare avanti. Ognuno di voi si stara chiedendo dove sono i nostri protagonisti. Allora ripartiamo – disse lo scrittore.
      La casa esplose, Tim e Cristina erano senza parole.
      -Cos’è successo? – disse Tim.
      -La pietra è scomparsa ed è comparsa sul pavimento, diventando una bomba, ora non so il motivo, ma secondo me, Gennaro è contro di noi.
      -Chi è Gennaro?
      -E’ il Dio del nostro mondo, il suo compito è quello di proteggere tutti.
      Ma sembra che adesso ci stia voltando le spalle. Forse anche lui è diventato malvagio per avere tutto il potere. E’ molto potente.
      -Hai ragione, in parte, Cristina. Lui vuole il potere solo per sistemare il suo mondo, ma visto che Tim vuole sconfiggere Gabriel, decide di lasciarlo fare a lui. Gennaro potrebbe essere un altro malvagio, oppure un vigliaccio. Invece lui è un dio, deve restare in cielo. Scusa Cristina se ti ho interrotta, prego continua… - disse lo scrittore.
      -E i due re? Che cosa servono? – disse Tim.
      -Gennaro non può controllare tutto.
      -E così Chris e Harold lo aiutano.
      -Esatto – disse Cristina.
      -Tutto non è come sembra – disse lo scrittore.
      Si vedeva il fumo nero alzarsi verso il cielo.
      C’erano pezzi di casa che schizzavano da tutte le parti.
      -Finalmente ne siamo usciti – disse Tim.
      -Già – rispose Cristina.
      Cristina voleva divertirsi in un modo molto strano. In questo mondo ognuno si poteva divertire a suo piacimento. Era tutto diverso e spettacolare rispetto alla realtà.
      Ci si poteva sgranchire le gambe dentro un museo di grandi dimensioni, si potevano lanciare telefoni come se fossero dei boomerang, ascoltare musica ad altissimo volume e ballare. Guardare i colori e fare 3 giri in macchina superando ostacoli di diversa grandezza e natura.
      -Adesso capite quanto è strano questo mondo? Mi sa di sì – disse lo scrittore.

    • La ragazza ha i capelli biondi, occhi azzurri e sguardo deciso e furbo, ha la stessa età di Tim.
      Indossa una camicia bianca, un soprabito marrone, scarpe marroni, jeans e ha una spada con sé.
      Lui rimase meravigliato, tanto da diventare rosso come un peperone, però tirò fuori la spada e si nascose nell’ombra.
      La ragazza si ritrovò circondata, stava combattendo contro le guardie di Gabriel. Tim, guardandola, decise di uscire dal suo nascondiglio e combatté pure lui.
      Entrambi avevano sconfitto le guardie che ferite, scappavano a gambe levate.
      La ragazza era stupita, ripose la spada.
      -Chi sei tu? Perché mi hai aiutato? – disse la ragazza.
      -Mi chiamo Tim e ho pensato che forse tu avevi bisogno di aiuto.
      -Ma se non mi conosci neanche?
      -Nemmeno io non ti conosco, non sapevo chi eri, ma ti ho aiutato.
      -Mi chiamo Cristina. Grazie, ascolta tu sei…
      -Sì, sono l’eroe che salverà il mondo.
      -E perché lo vuoi salvare?
      -Questo mondo è incantevole e intendo scoprire i suoi segreti. Adesso dovrei andare e se tu mi vuoi accompagnare, mi faresti un favore.
      -Ci diamo sempre del “tu”? – disse Cristina.
      -Be’… potremmo conoscerci meglio – rispose Tim.
      -No, ognuno per la sua strada. Addio eroe! – esclamò Cristina.
      Tim si allontanò confuso e iniziò a correre.
      -Cara Cristina, tu nascondi un segreto e io lo svelerò – disse Tim.
      Cristina sentì un rumore, era il segnale di walkie-talkie che si trovava sul terreno.
      -Sì? Qui è Cristina, passo.
      -Cristina, sono io, Gabriel, passo.
      -Ascolta, lo senti il vento? Tu volerai con tutto il castello, quando Tim arriverà.
      -Allora l’hai incontrato? Passo – disse Gabriel.
      -Sì, è un tipo molto simpatico. Potrebbe nascere un sentimento.
      -Ma tu vuoi solo…
      Cristina e Gabriel si misero d’accordo.
      Tim si fermò e guardò indietro per pensare a Cristina. Aveva visto qualcuno avvicinarsi a lui. Tirò fuori la spada e iniziò a stare attento.
      Cristina gli girò intorno e lo stava per colpire da dietro.
      Tim si girò ed evitò il colpo.
      -Cristina, mi hai spaventato. Perché l’hai fatto? – esclamò Tim.
      -Volevo sapere se eri pronto ad affrontare il tuo nemico, come si chiama?
      -E’ Gabriel. Cosa vuoi?
      -Ho riflettuto su quello che hai detto. All’inizio pensavo che potevo fare quello che volevo, ma poi ho pensato se il mondo crollasse, io non sarei più felice. Tim, tu sei in gamba e spero che tu possa essere per davvero un eroe. Perciò io ti aiuterò, mi è venuto in mente un piano e conosco una scorciatoia.
      -E dove porterà?
      -All’ingresso del castello.
      -Mm… allora dirigiamoci là.
      Avevano fatto un allenamento prima di partire.
      L’allenamento continuò fino a un burrone da cui si vedeva la cascata.
      Tim cadde nel fiume a causa di una scossa di terremoto, Cristina lo prese e, essendo troppo pesante, vennero trascinati dalla corrente. Sotto i loro piedi sbucavano due tavole di legno.
      -Sembrano tavole da surf – disse Cristina mentre cadevano dalla cascata.
      -E allora proviamole – rispose Tim.
      Scesero da altre due cascate e ci furono le rapide. Avevano fatto lo slalom. Il fiume si trasformò in uno scivolo che lo avrebbe portati al mare. C’erano delle strade alternative per arrivare al castello. Loro due si separarono. Finché non si riunirono e formarono, con le tavole, una barca. Attraversarono una caverna, sembrava di più un parco a tema e avevano le mani unite.
      Arrivarono davanti a una casa.
      Era disabitata da anni, tetra, oscura, finestre piene da assi, la porta era spaccata in due, era vecchia e poteva crollare da un momento all’altro. Iniziò a farsi buio, qualcosa li aveva spinti ad entrare in quella casa, c’era il vento e la pioggia. Era la casa dei fantasmi.

    • Gabriel ha i capelli castani, occhi azzurri. Indossa una camicia nera, una felpa blu, scarpe marroni e pantaloni blu. Stava correndo verso l’oscurità, il suo covo si trovava nella montagna, da dove partiva un tunnel che lo portava a una sala di comando.
      Tim guardò la spada luccicare di un blu intenso, aveva la lettera G in rilievo sull'elsa, sembrava quasi ipnotizzare Tim, rimise la spada nella custodia, camminò, ma sentì un rumore e si fermò.
      -Papà! – disse qualcuno nell’ombra.
      -Ciao, senti è arrivato un eroe. Vediamo se è in gamba. Tu sei molto furba.
      -Basta, io me ne vado.
      -Aspetta… accidenti.
      Prese in mano un telefono nero che era saldato al muro.
      -Qui è Gabriel, sì, è sempre il solito.
      Gabriel azionò una leva.
      Una botola si aprì sotto i piedi di Tim. Riuscì ad aggrapparsi sui entrambi i lati, i suoi piedi erano a mezz’aria.
      Si allontanò di qualche centimetro dalla botola, tirò un sospiro di sollievo.
      -No, non è possibile, ah, adesso divertiamoci.
      Premette un pulsante giallo, si formò un ponticello nel burrone, era tutto nuovo. Tim lo vide e ci camminò sopra. Si fermò a metà, perché senti qualcosa che gli ringhiava contro, si girò e vide una decina di Rottweiler e 5 pastori tedeschi.
      -Venite, venite branco di pulci.
      Si misero tutti a correre sul ponticello.
      -Ehi, guardate.
      Tutti rimasero immobili, Tim, essendo sul terreno, fece cadere un fiammifero acceso sul ponticello, tutto prese immediatamente fuoco. Alcuni cani si gettarono sulla rete che Tim aveva messo sotto al ponticello, alcuni rimasero fermi e altri, infine, tentavano di prendere Tim, ma non ci riuscirono.
      Tim continuò per la sua strada.
      -Maledizione! Bene, adesso ho un’altra soluzione. Dove sta andando? – disse Gabriel.
      Tim scalò diverse pareti di roccia, come se lo sapesse fare da anni.
      Arrivò a una grotta piena di pozzanghere e muschi da tutte le parti.
      La luce funzionava, alcune gallerie erano chiuse, c’erano binari e carrelli per minatori. Dentro il carrello non contenevano niente, Tim ci salì sopra e lo prese per fare prima a uscire dalla miniera.
      Un’onda molto potente, travolse una roccia, lui scese a tutta velocità. Girò in una direzione, notò avanti a sé dei barili li evitò. Una roccia, era fuori posto, e lo fece volare distruggendo parecchi cartelli che erano posizionati lungo la galleria.
      Si formarono altre spaccature di roccia come se fossero degli affluenti del fiume principale. Andò sempre più veloce, Tim scoppiò a ridere, si stava divertendo, mentre stava all’interno del carrello, tutto intorno era pieno d’acqua. Il soffitto stava crollando, c’era una curva, il carrello non girò e andò a sbattere contro la parete e si scaraventò fuori. Corse verso la discesa, vide l’uscita e riuscì a uscire dalla grotta. L’acqua travolse il carrello e distrusse la parete di roccia.
      Si formò una cascata, l’uscita era invasa dall’acqua.
      Crescevano piante enormi, fiori colorati e alberi pieni di frutta. Ben presto, quel posto divenne un giardino botanico, si erano formati all’interno della grotta delle piante molto rare e minuscoli fiori dall’odore intenso.
      Tim esplorò il posto, era meravigliato da quello spettacolo, scese dalla montagna, però sembrava di più una collina. La strada era ancora molto lunga.
      -Questa missione sarà pericolosa, però questo mi darà la forza ad andare avanti – disse Tim.
      -Accidenti, non importa, devo recuperare mia figlia, poi mi occuperò di lui – disse Gabriel in tono minaccioso.
      -Adesso dove vado? Ah! – disse Tim.
      Così desiderò un tappeto elastico che lo portò fino in cima a un albero, vide campi colorati, distese di boschi, città e il castello della montagna.
      -Devo attraversare quel deserto, una giungla, una pianura e un ingresso gigantesco del castello.
      Aveva gli occhi di un falco.
      Così scese dall’albero e si incamminò lungo una foresta.
      C’erano foglie secche, alberi altissimi e cespugli gialli. Tim si infilò lì dentro.
      Vide qualcosa attraverso un sentiero, notò una ragazza correre. Altre figure con armature e spade, correvano in direzione di lei.
      Doveva aiutarla.

    • Tim vide Tokyo alle pendici di quella montagna, mentre scendeva giù, aveva oltrepassato diverse rampe, finché una non lo fece cadere nel burrone.
      Così decise di aprire lo sportello del Monster Truck e chiuse gli occhi. Poi li riaprì e scoprì che non stava cadendo. Lui si stupì, si guardò intorno e vide che aveva due grandi paia d'ali bianche.
      -Ho delle ali? Fico!
      Si librò in aria, scese con tranquillità, andò fino a una fabbrica. Era arancione, aveva omini fatti con la Lego da tutte le parti.
      Sulla facciata principale c'era scritto: “Fabbrica della Lego”.
      Tim, contento, finì all'interno della fabbrica, si gettò in un mare di pezzi della Lego, poi si distese su un letto e guardò un film su un televisore gigante.
      Desiderò di andare a un grandioso luna park, ci rimase per ben 2 ore tra salti e loop continui.
      Correva verso una spiaggia, ma inciampò e cadde in mare.
      La spiaggia si trasformò in un centro commerciale e, Tim, invece di essere nel mare, era in una fontana.
      In breve tempo, frugò dappertutto alla ricerca di qualcosa di interessante. Trovo un negozio di videogiochi, ci pensò un attimo ad esprimere il prossimo desiderio. Gli venne in mente un'idea geniale, fece comparire dei personaggi dai videogiochi e li fece sparpagliare per l'intero centro commerciale. Tim si nascose dietro un tavolo, fece equipaggiare tutti i personaggi di protezioni e iniziò a sparare. Voleva scontrarsi con loro.
      Il posto fu invaso da proiettili, esplosioni e fumogeni in tutte le direzioni. Poi ognuno combatteva per sé; infatti creava il caos più totale.
      (Questo mondo è molto strano, perché tutti gli abitanti si divertono distruggendo tutto. Una sorta di caos creativo, con picchi di follie e distruzione alla massima potenza).
      Lui fuggì, ma svenne improvvisamente...
      Si risvegliò in una cella sporca, arrugginita, c'era un solo letto. Le mattonelle piccole, sul soffitto c'era una crepa.
      Tim si risvegliò: -Dove sono? Che posto è questo?
      Provò ad aprire la porta, ma era chiusa a chiave.
      Vide, in lontananza, delle ombre muoversi sul muro. Spuntavano due gatti: uno rossiccio con gli occhi dorati, l'altro nero con occhi verdi. Avevano due corone in testa, si muovevano come dei leoni e si fermarono davanti alla cella.
      -Chi siete voi? - chiese Tim.
      -Io mi chiamo Chris – disse il gatto nero. -Lui è Harold. E tu chi saresti?
      -Mi chiamo Tim. Io non sono di qui.
      -Grande.
      -Che c'è di grande?
      -Tu ci potresti aiutare.
      -A fare cosa?
      -Prego, Chris.
      -Un... nostro cittadino... è malvagio. Si chiama Gabriel, ha l'intenzione di distruggere, per sempre, il nostro mondo.
      Era uno degli nostri uomini più fidati, ha costruito un castello che respinge i nostri attacchi. Abbiamo provato di tutto per impedirgli di realizzare il piano. E' molto forte, ma, secondo me, tu lo puoi battere.
      -Grazie, la vostra città mi piace. Per cui... vi aiuterò.
      La porta della cella si aprì e ci fu uno spiraglio che faceva vedere una tundra con l'erba verde e un sole accecante.
      -Prima di andare, prendi questa spada – disse Harold.
      Gli consegnò una spada che poteva essere una semplice spada, ma si rivelò qualcosa di ben più misterioso. Gli diede pure una custodia.
      Tim attraversò la porta e si ritrovò davanti a un burrone.
      Era solo.

    • Tim si stava dirigendo verso Back Street n°12, lì c’era la sua casa, tornava dalla scuola con la sua bicicletta blu e aveva sulle spalle, il suo zaino blu.
      C’era un parco pubblico accanto a casa sua. Tim era stupito, perché in quella direzione, c’era un cantiere.
      -Che strano! Gli alberi sono ricoperti di foglie blu, come è possibile?
      Rimase talmente stupito che fece cadere a terra il suo zaino e scese dalla bicicletta, senza distogliere lo sguardo dal parco.
      Si guardò attorno, non c’era nessuno, così si avvicinò sempre di più, fino a toccare il cancello del parco. Era arrugginito, all’interno si vedevano dei fiori argentati e l’erba era gialla.
      -Wow! Questo posto è stupendo.
      Le porte del cancello si spalancavano all’improvviso e si poteva vedere un capanno.
      Tim entrò, si distese sull’erba, era morbida come se fosse un letto di piume. Il cielo era ben limpido, il sole era accecante, Tim chiuse gli occhi, ma non appena li riaprì, vide un cielo tutto grigio e stava piovendo.
      Così si alzò in tutta fretta e si precipitò al cancello che si chiuse, lui tentò di scavalcarlo, ma non ci riuscì, perché si formavano tutt’intorno delle sbarre alte chilometri fino a scomparire nel cielo. Tornò indietro, corse, nonostante c’era un tornado, lui non volò via.
      Entrò nel capanno, dentro si vedevano tavoli, ma il resto era tutto oscurato. Si sentivano tuoni e fulmini, Tim si mise con le gambe incrociate, sul pavimento sotto a un tavolo. Si stava asciugando; nel frattempo tanti oggetti svolazzavano nel capanno, c’era una bottiglietta d’acqua che finì addosso a Tim, la prese e bevve per alcuni secondi. Piegò la testa e chiuse gli occhi. Il capanno aveva iniziato a roteare, gli alberi si erano staccati dal suolo e molti colpivano il capanno. Ogni cosa era stata spazzata via, rimase solo Tim. Lui rialzò la testa, intorno era tutto oscuro, e sospirò. Il capanno era tutto integro, si sentivano gli uccellini, Tim si alzò da terra, camminò fino alla porta e la spalancò.
      -Dove sono? - cominciò a chiedersi.
      Era in una foresta, gli alberi erano belli alti e l’erba era ancora gialla. C’erano fiori, farfalle e odori nell’aria.
      Vide, attraverso gli alberi, una casa bianca col il tetto rosso. Camminò fino a una discesa e vide la casa da lontano.
      Gli uccellini erano d’oro, il cielo era bello limpido, c’era il sole. Sembrava tutto normale, ma il capanno scomparve nel nulla e vide che era fatto di gelato.
      Dietro di lui si vedevano delle rocce grigie che avevano bloccato il sentiero.
      Sentì una canzone a tutto volume.
      -Cos’è? - si affrettò a dire, mentre scendeva dalla montagna.
      Il rumore della musica si sentì sempre più forte, capì che la musica proveniva dall’alto, ma appena puntò lo sguardo verso su, vide 2 Monster Truck, uno verde e l’altro rosso, che distrussero le rocce come se fossero di cartapesta e rotolavano giù.
      La discesa era sempre più ripida.
      Lui tentò di bussare alla porta accesa di rosso, ma l’intera casa diventò polvere.
      Allora si avvicinò alla discesa, si aggrappò allo sportello del Monster Truck verde e salì a bordo.

    • Mi chiamo Gennaro, sono qui per raccontarvi una storia, piena d’emozioni, anche se è un tantino lunga.
      L’inizio è già cominciato, ma la fine sarà quasi impossibile arrivarci, sarà qualcosa di bello e divertente seguire questa storia. Il nostro protagonista si chiama Tim, è un ragazzo timido, ma si scatena quando capisce di essere apprezzato dagli altri. Ha 14 anni, ha i capelli biondi, occhi azzurri e curiosi; infatti a causa di questa sua caratteristica, verrà scaraventato in un mondo avvolto dal caos. Indossa scarpe nere, pantaloni verdi, maglione giallo e sotto una maglietta grigia.
      Vive a Los Angeles, c’è nato, ma lì è sempre solo. Suo padre lavora dall’altra parte dell’America. Sua madre è morta quando lui era piccolo. Prima di cominciare, vi dico che il mio personaggio e io stesso saremo all’interno della storia.
      L'avventura si chiama: Tim e il mondo dei desideri.

    • CANTO  IN   FEBBRAIO  
       
      DI DINO FERRARO
       
       
      Canto  Febbraio , ebbro nei  miei versi che   fuggono  lontano,  nel freddo si destano, si cambiano  d’abito ed oltre vanno, camminando, indenne sul filo della memoria  tra  mesta gente  rimasta da sola   lungo strade bagnate , ascoltando   i loro  passi nella fitta nebbia.
      Ascoltando  voci  cantare, il cielo cambiare aspetto.
      Ascoltando questa morte che ti prende per mano e ti porta via, verso un nuovo amore , verso di te che siedi nel mio cuore ferito, incapace di comprendere cosa c’è ancora da dire.
      In viaggio verso questa realtà
      Ridere ,morire
      Provare  a capire
      Sono li che aspetto da tanti anni
      Non fare tardi
      Cercherò di uscirne vivo
      Sogno o son desto ?
      Bevo un bicchiere di vino
      Ammirare  volare  i bianchi gabbiani sulle onde d’un mare in tempesta.  Con un libro in mano ,senza  paura di voltar pagina  di chiudere questo capitolo infame .Abbandonarsi a mille  melodie, navigando tra mille incertezze, naufragare in  un’altra  storia per giungere alfine  sull’isola che non c’è , in una nuova dimensione più congeniale.
      Incredulo, nudo
      Seduto fuori al balcone
      Con tanti ricordi  intorno
      Vai dove credi ,la tua fede ti ha salvato
      Oh dio sono cosi felice
      Senza  paura di rimanere prigioniero dei propri incubi.
      Eppure mi ritorna in mente i giorni trascorsi insieme le lunghe  chiacchierate al bar  sull’arte ,sul desiderio di partire di andare lontano da dove eravamo nati  di non fermarsi  a quel vago concetto  di  cosa   essere  oggi.
      Senza  paura di affrontare i grandi signori della guerra.
      Continuando  a ridere di se stessi.
      Facendo  finta che non è successo nulla.
      Aprire , questa porta ?
      Quando vieni di nuovo a trovarci ?
      Te si miso o sottanino buono?
      Me pareva nà cosa fine
      Vincenzino
      Ha chiamato ò cane
      Sentite ,sono tre ore che aspetto ò tram
      Giovinotto fatevi sotto che questi,  vi buttano sotto.
      Che scostumati ,  screanzati  ,tale quale a mamma
      Uhe carta e cesso
      Mo te mette a pistola in bocca
      Chiamate le guardie
      Fate largo
      Che macello
      Sono , stati quei tre sfaccendati
      Qui,  bisogna chiamare subito il commissario
      Pronto,  il commissario non è in casa
      E’ una cosa importante
      Chi siete ?
      Vicebrigadiere sgozzapecora
      Questa è la casa di un  commissario non il macello comunale
      Ma è  una cosa importante
      Avete fatto il biglietto ?
      Ma chest’amme coppe ò pullman
      Da qui non scende nessuno
      Oh madonna questi sono dei veri banditi
      La signora è svenuta.
      Fate largo sono un infermiere so  io come intervenire
      Simme troppo assai
      Non si respira
      Tenete le mani a posto
      Signora m’avite pigliate per un maniaco
      Che brutta bestia
      Sarà quello che sarà
      La storia si ripete
      Facciamo finta di volerci bene
      Sentite voi non m’imbrogliate
      Cosa avete  detto non la capisco
      Scusate voi parlate  giapponese ?
      No , sono di piazza Dante
      Fuori di testa
      Quante spiegazioni
      Allora  lo volete questo perdono ?
      Sacrilegio
      Chiamate il parroco
      Stà arrivando  il commissario
      Guardie e Ladri
      Chi se rubato ò  fazzoletto mio?
      Vi dovete sempre farvi conoscere
      Scusate capo,  avete una sigaretta ?
      Guagliò mò  stai esagerando
      Che scarafone
      Chi ha scorreggiato ?
      Che nebbia
      Non se capisce chiù niente
      Ma stà pizza è pronta ?
      Fuggire ,  sfidando  l’ignoto ,oltrepassando dimensioni ,momenti utopici che recludono la propria indole , prigionieri  in uno scambio di dare e avere,  in un progetto comune , navigare in mare aperto per vincere  mille paure , sconfiggere  quei mostri chiusi dentro se stesso. Un  lenta agonia , un morire lento fatto di versi e canzoni , di pallide emozioni . Senza  paura  di gridare la  propria  ragione d’uomo qualunque.
      Avete fatto bene
      E già cosa vi credevate
      Filippo
      No , sò Pasquale
      Chiedo scusa
      Sono tre ore ed ancora non si fa viva
      Vedete prima o poi qualcosa accadrà
      Già la vita è una rota
      Siamo tutti figli di  san Gennaro
      Io sono devoto di san Ciro
      Guardate il delatore
      Ci sono sempre stati e sempre ci saranno
      Aprite,  dobbiamo entrare ,fuori fa freddo
      All’Anema e chi vè vivo
      Tenete le mani a posto
      Signora un bicchiere d’acqua ?
      Mamma vado a giocare a pallone
      Gli lo hai detto a tuo padre ?
      Stà in cantina con gli amici
      La musica in testa
      Perplessi  nel   credere  che una   poesia
      sarebbe  stata capace di cambiare  noi stessi.
      Continuando a dialogare  con un funambolo
      con un ladro  ,con un viaggiatore notturno 
      con un pazzo   , con la morte e sua sorella sorte
      con la fortuna   d’un venditore di collant .
      Senza  paura di  continuare a credere in ciò che  si crede
      giusto o sbagliato che sia.
      Non chiedendo  nulla in cambio , solo davanti ad un foglio bianco su cui far danzare   i propri  pensieri.
      Una pacca sulla spalla
      Un ciao come va ?
      Tutto bene grazie
      Mi sembrava una bella serata
      Avete cambiato l’acqua ai pesciolini ?
      Cheste sò cose è pazze
      Puozzo campà  cient’anni
      Incredulo amore hai spezzato le catene della  cieca fede per diventare un cane randagio a spasso  per strade  deserte. Hai cambiato gli uomini e le donne  ,hai reso folli intere generazioni , hai fatto nascere una speranza in molti , visto una lacrima scendere, hai assistito a cosa incredibili. Hai cantato di gloria ed onori   ,hai  seguito il triste destino d’ognuno, hai donato la pace  a chi disperato giace in un letto di ospedale ,hai reso  alfine la vita santa  attraverso  il redento corpo suo  morente.
       
       
       

    •  
       
      Siete in diecimila occhi
      forse siete due 
      ma non c'è nessuno che non sia la notte 
      perché voi 
      siete dolore 
      siete morte. 
      Chiusa in un angolo 
      bloccata in melodie malinconiche, 
      io riesco ad uscirne 
      solo tramite note.
      Andate via, sono in tensione 
      mi consumate aria 
      non respiro, lo giuro 
      siete nel mio cazzo di spazio vitale,
      io
      sento gli occhi chiudersi 
      mentre mi incammino
      in un incubo senza mai fine 
      in una strada desolata senza confini 
      in una notte in cui
      danzano gli spiriti e le anime dannate senza mai fermarsi,
      in festa da ormai anni
      senza morfina,
      senza una divina voce che porti fine ai loro dispetti.
      Sono posseduta dal panico 
      io qui non resisto più 
      sto per scoppiare insieme al mio cuore 
      che palpita nel cervello.
      Rimbombi assordanti 
      accompagnati da un buio accecante,
      continuo a sentire l'eco del mio cuore 
      che scappa nell’inferno
      in braccio al demonio.
      L’ho visto che mi baciava con passione 
      mentre bruciavo nelle fiamme 
      mentre sprofondavo in sabbie mobili 
      lui mi rubava il cuore 
      per dare amore alla notte.
      Le lacrime mi mangiano il viso
      sono fiamme che mi bruciano 
      per farmi luce,
      il vento non aiuta il mio affanno 
      mentre cerco di scappare 
      con una croce sulle spalle 
      inchiodata alla realta 
      sottomessa alla morte.
      Tu mi fai impazzire 
      sfuggi in un momento
      nel patos disperato 
      nel patos alterato
      e poi ritorni alle mie spalle 
      pronta ad accoltellarmi
      per poi baciarmi sulle ferite dissanguate, che piangono e godono
      allo sfiorar delle tue labbra
      allo scocchiar delle lancette del tempo 
      che scorre lento grazie alla mia ossessione che mi mangia simultaneamente al tuo amore.
      Voglio liberarmi da te 
      oscilla l incertezza di stringere o allargare questo cappio
      che si oppone al mio respiro 
      e cessa ogni mia forma
      ogni mia personalità 
      ogni dimensione della mia essenza. 

      Mi perdo in un cielo stellato 
      così in alto, lo guardo 
      per poi cadere così in basso, io piango 
      e innaffio quelle piante carnivore
      circondate da fiori velenosi 
      e salici piangenti 
      che mi picchiano e poi abbracciano 
      come la vita non ha fatto fin ora
      perché la vita ti ignora 
      è cinica
       ha sussurrato all’universo 
      che l unico scopo della vita sarà trovare lo stimolo per le energie vitali,
      ma lo stimolo sarà il coltello 
      e la morte l'antidoto.
      E suonava un triste ukulele 
      in una notte di maggio 
      stesa sul letto, ammiravo 
      lontano anni luce 
      un paesaggio desolato 

      gli alberi mutavano
      mutavano quei fiori 
      e mutò anche il nostro spirito 
      come una poesia d'amore 
      finita e strappata 
      mai dedicata 
      in questa notte desolata…

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