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  • Storie

    Promuovi qui le tue storie.

    • RomBones
      Tra tutti i libri del mondo questo è il mio preferito, anche se non l’ho mai letto.
      Come mai? Vediamo di spiegarlo.
      Il suo titolo è “La storia che ancora non conosci”.
      La prima volta che lo presi tra le mani avevo cinque anni e non sapevo leggere, ma mia madre mi aveva abituato a una dolce tradizione: mi metteva a letto, mi rimboccava le coperte e, prima di spegnere la luce, mi leggeva una storia per augurarmi la buonanotte.
      Una sera però mi mise tra le mani, minute e paffute, questo libro: mi sembrava così piccolo e sottile; aveva la copertina rigida e calda al tatto.
      Sfogliai le pagine e annusai il profumo della carta immacolata; alzai la testolina verso mia madre: «Perché si chiama così?» le chiesi.
      Lei sorrise e mi accarezzò i riccioli biondi: «Perché racchiude la prossima storia, quella che ancora non conosci.»
      Un’esclamazione di stupore mi si dipinse in viso: «Me la leggi?»
      Scosse la testa: «Posso raccontartela.»
      Fu così che mia madre cominciò a raccontarmi la storia più bella che avessi mai conosciuto, piena di avventure, draghi e cavalieri, principesse da salvare e pozioni da preparare.
      Ogni sera la tradizione continuava, con mia madre che mi metteva a letto e mi porgeva questo libro. E ogni sera avevo l’impressione che fosse più grande e più pesante, nonostante io diventassi più forte e più maturo.
      Stavo crescendo e questo libro cresceva con me e, nonostante questo, mia madre mi raccontava la storia che ancora non conoscevo.
      Ho incontrato molte persone nella mia vita, pronte a condividere con me momenti della loro vita, a raccontarmi la loro storia, una storia che ancora non potevo conoscere e, col passare degli anni, questo libro è diventato ancora più grande e pesante: più esperienze vivevo, più sentimenti provavo, più pagine andavano a rimpolpare questo magico libro, proprio per ricordarmi che molto ancora avrei dovuto conoscere e scoprire e vivere e provare.
      Perché non l’ho mai letto, quindi?
      Perché non ho mai potuto farlo, non ho mai potuto distinguere il tratto nero dei caratteri sul fondo bianco della cellulosa.
      Perché tutto quello che conosco è già nei miei ricordi, mentre quello che non conosco non può essere già scritto.

    • Antonio non vaga più per Madrid, nè attraversa l'Andalusia, ma si acconta di un tour italiano. E' incantato dalle bellezze romane: rapito dalla maestà del Cupolone, passggia per il Colonnato del Bernini, con la sua mente che si perde nei labirinti del pensiero. Invece che perdere altro tempo a Trastevere, si dirige verso piazza del Popolo , da dove prende via del Corso. Come dice Siti in Un dolore normale :"anche se compivo atti che sommati insieme erano di lavoro, ero in un'enorme vacanza". (pag. 48) Più complesso Piperno che dichara in Pubblici infortuni : "Nel 1933 Beckett accusava Proust negando che il Narratore ritrovasse il tempo perduto. Esso tutt' al più può essere cancellato, per qualche istante" Invece Veneziani in Amor fati : "la libertà come prius incondizionato sconfina nel contrario"(pag. 38)
      La memoria è un problema che ho anch'io, bibliotecario teramano. Patty Pravo si esibì a Teramo con "Tutt'al più" a Piazza Dante, dove ho fatto il Liceo Classico. A Roseto cantò "La cambio io la vita che non ce la fa a cambiare te". Ai tempi liceali ero abbastanza studioso, ma tradurre Platone e Aristotele rimaneva gravoso. Un 4 su Platone mixato ad 5 1/2 in una lirica cinese ti fa capire opere come Il nome della rosa in seguito. Se nel 1983 Eco si era innamorato del post-modern, Verdiglione alla fine degli anni 80 pubblicò Il martello delle streghe . Una gentile signorina in treno , vedendomi preso da cotanta lettura, mi disse "a che ti serve?", frase nota di Evangelista, che però stavolta era più indirizzata ad un Gianni Letta.
      Antonio si sposta tra Brescia, Verona e Parma invece che in Spagna. E' interessato all'arte e alla buona cucina. Si gode la tranquillità delle terme di Salsomaggiore, luogo dove si svolge Miss italia, altrimenti preferisce le memorie dannunziane presenti lungo il lago di Garda. Che cosa insegna la Storia ad Antonio 10 anni dopo Trilogia lombarda? Nel 2009 la Lega era federalista, si doveva fare come in Spagna. Nel 2020 le posizioni sono più pragmatiche e meno teoriche, valgono al nord, non è tanto chiaro come funzionino altrove. Scrive Sgarbi in Il partito della bellezza : "Ai giovani diamo la triste consapevolezza che il presente si eleva solo quando sia legato alla Storia passata. La bellezza dell'Italia è il passato, il presente solo orrore"(pag. 35)
      Vorrei concludere con un paragone tra Monti e Gianni Brera: due modi diversi di esprimere un'epoca. Il primo prende un testo quasi esclusivamente orale e gli dà un taglio formalmente perfetto. Il secondo è un cantore fenomenale di un calcio ancora epico. "ti ho scritto t'amo sulla sabbia " recita una vecchia canzone.

    • QUANDO LA MIA  VITA  SI AGITA
      di dino de ferraro
       
       
      Quando la  mia vita   si agita , la  barca  miei dei sogni ,  balla  in mezzo al mare   dei  miei ricordi ,  nell’ardore di un tempo trascorso  ,  tra   mille idiomi stranieri  che nascono dalla  mia anima , mi trascinano  verso il fondo di me stesso.  Verso  un nuovo canto   , ove  nulla è  dolce  come il viaggio  .  Vedo,  seduta  in macchina la signorina mentre  si sbottona  la camicetta , lascia scivolare   la gonna a scacchi ,  pronta a cadere nel vuoto delle parole , tra le braccia del suo ragazzo.  La vita si confonde nella verità conquistata, ed io  rinasco dall’ossesso del canto  nella sorte , seguo  il passo   è  tutto il mondo dorme  in  questo suono  che sale  dal corpo di Napoli  ,  vecchie canzoni,  s’alzano in volo e vanno verso la marina.  Verso Mergellina nella ragione di molte donne e molti uomini  dopo   mesi e mesi , dalla quarantena  , rinascono   dal  grembo  di un amore disperato  .
       
      Sento cantare  il mare,   muoversi  le  sue onde , condurmi    verso  l’indomani  ,  verso   una promessa che passa e mi  lascia solo con le mie rime , con  mille promesse fatte nel giardino della regina  , tra mille stornelli  e  canzoni d’amore  . Rime che   vanno per il  cielo , vanno verso Posillipo,  verso Marechiaro,  verso piazza plebiscito,  si muovono tra la folla imbavagliata ,  come fossero  dromedari alati , mentre  tutti , fuggono dal virus  ,  fuggono dal contagio   , dal  gioco delle tre carte , dalla voglia di dire e fermarsi per un attimo a  pigliarsi un caffè  al bar.
       
       
      Fresca e rossa,  questa  giovane rosa , dai teneri boccioli  , mi  sboccia in seno  ,  sembra   la pianta dei miracoli che s’arrampica, verso il cielo , verso paradisi artificiali  ed  ogni cosa ed ogni passione , arde  nel suo  acerbo corpo , nella  sua  giovane voglia,  nella fresca estate che avanza. Ed  il  bel  mattino  evade in  un canto che s’apre a mille intendimenti e  mille sentimenti  . Ed io mi preparo ad una  nuova guerra, una dura battaglia  che non avrà  mai fine. Mi preparo ad una lenta rinascita   con  le mie  rime , in  altre illusioni ,  nella ricerca del senso delle mie canzoni . Nella  mia triste  poesia,  fiore appassito, immagini  d’altri tempi , appuntiti come una freccia scoccata  da un cherubino  dietro un cespuglio di rose selvatiche.  
       
      Sono solo  , sotto questo cielo con le mani in tasca,  cammino di fretta verso la marina,  fumando una sigaretta , fumando la mia vita ,  in compagnia di  mille note  che raccolgo strada facendo. E sono l’amore  che incontro strada facendo , con  il mio  triste  verso insito  nel mio silenzio ,  sono me stesso che aspira  ad essere poesia  , cantante,  musico,  trapezista in bilico  sul filo della memoria . Lassù  vado  con il mio Dio  fatto di nuvole  e vento  , con  il mio spirito che s’innalza,  verso  altri intendimenti e mille interrogativi . Nella ricerca di una breve  felicita,  nella  suadente sera tra i vicoli e lupanari , affamato di sesso e di rose rosse da portare alla mia bella.
       
      Rosella di maggio , io ragiono intorno al tuo nome   con coraggio , sono sul punto dal passare in altre dimensioni  , nel bel verso di un amore speso ,  con tante domande pronte a essere gettate nel fosso  delle mie domande. E si canta , mentre il vento passa e  mi porta con esso,  verso piazza dei martiri , tra i due leoni , mi sento  l’unico uomo di questo mondo. Corro , lungo le strade della città  deserta come fosse  ieri , come fossi uscito  oggi dall’ospedale verso un ora tardi , con il mio pigiama sporco sotto l’ascella. E  sono contento di essere sfuggito al  male   , di aver rivisto la mia città  ancora una volta,  come tanti anni fa , come l’ultima volta che ho girato lo sguardo verso la mia felicità .  Verso il mare della mia  giovinezza . Ho rivisto in alto  la luna, splendere  sopra la montagna , mi son detto : come sei  bella santa lucia , santa lucia lontana .
       
      Il tempo è passato mi ha donato,  questo amore,  questo passato fatto di versi,  intriso di tante illusioni , che s’intrecciano nell’idioma asettico  ,logorati  dalla logica di una sottrazioni di frasi scurrili . Ed io sono qui che mi struggo nel canto del meriggio,  ragiono  sulla vergine sull’immagine  di una città  che s’avvolge di luce e di sofferenze,  nell’incanto di un vivere che trascina questa vita fatta a regola d’arte,  fatto di tanti voli nel cielo sparsi  nell’aria come fossero uccelli migratori, come fosse una malattia che mina l’anima. Ed il contagio di una ragione illogica,  figlia della mite illusione di dover continuare a cantare sotto le stelle a sera vicino al mare di Napoli con l’anima stracco,  colmo di tante meraviglie con gli occhi pieni di lacrime ,  la gola arsa dalle fiamme di una passione , lacerato dall’ululato di un licantropo ululato che spaventa lungo la via di ritorno . Dolce il vento passa le barche fuggono verso l’orizzonte,  le vorrei inseguirle con la mano,  prenderle,  afferrarle come fossi  un dio dei mari che rema contro corrente nella fosca notte. Sotto Posillipo si sentono le voci e chitarre , s’alzano in coro ad una ,una , nell’impeto di miti canti antichi,  mite sirene affiorate  sopra il pelo dell’acqua . Maria non stare  in  pensiero  per me . Dormi Maria , dormi sotto le stelle dell’estate che s’affaccia svestita  e ci porta lontano , oltre questo dolore.
       
       

    • Nei mesi che seguirono tornai a vivere una vita sola, quella con te.
      Degli altri non me ne fregava più niente.
      Dopo la reazione di mio padre e mia madre, avevo tirato su uno scudo bello grosso per le batoste, quindi ero pronto a tutto. Qualsiasi cosa mi avessero potuto dire, qualsiasi sguardo avessero potuto lanciarmi, qualsiasi bisbiglio avessi potuto percepire, mi sarebbe venuto addosso andando a colpire solo la mia corazza, che, giorno dopo giorno, tu contribuivi a rafforzare.
      Continuai a sentire solo mia sorella, che mi teneva aggiornato sulla gravidanza e sui preparativi di un matrimonio che né lei né Giuseppe avrebbero voluto, non in quel momento almeno.
      In ogni telefonata mi chiedeva di presentarmi quel giorno: mi voleva al suo fianco, diceva; non avrebbe avuto la forza di affrontare mamma e papà da sola, diceva.
      E me lo disse così tante volte che alla fine cedetti: le promisi che ci sarei stato, ma che ti avrei portato con me.
      Lei ne fu felice, davvero, e disse che non mi avrebbe voluto senza di te. Disse che non vedeva l’ora di incontrarti, di conoscerti, e che una volta che ti avesse incastrato, non ti saresti più liberato di lei.
      Ancora rido se penso alle sue parole. Ricordo che, quando te le ho riferite, hai riso anche tu e che non ti sei sentito minacciato, ma accolto.
      Io forse, al posto tuo, sarei scappato a gambe levate. Ma ormai lo sappiamo: io sono quello cacasotto, mentre tu sei quello spontaneo.
       
      Così arrivò il fatidico giorno in cui mia sorella si sposava e io ti avrei presentato al mondo, il mio mondo, quello dal quale venivo.
      Arrivammo sotto casa, vestiti di tutto punto: tu eri bellissimo! Lo sei sempre stato, ma quell’abito blu scuro metteva in risalto… Beh, tutto di te! L’altezza, le spalle, il bacino, il colore degli occhi. Ero fiero di te e del fatto che fossi al mio fianco in un momento così difficile per me.
      Non volevo salire, non me la sentivo, e tu mi dicesti che non ero obbligato a farlo.
      Mandai un messaggio a Giuditta per avvertirla che eravamo arrivati, ma che non saremmo saliti. Lei mi rispose che sarebbero scesi a momenti, così da farmi capire a cosa stessi andando incontro.
      Dopo una decina di minuti la vidi uscire dal portone: non aveva voluto fare le cose in grande, non c’erano addobbi floreali, non c’erano parenti e amici ad attenderla, non c’erano fotografi che la costringevano a stare in posa. Aveva acconsentito a quella follia, ma l’avrebbe fatto a modo suo.
      Indossava un abito corto fino al ginocchio, stile impero ― mi spiegò poi ―, color panna; aveva raccolto i capelli in una treccia che le cadeva sulla schiena e tra le mani portava un mazzolino di margherite.
      Aggiungi il fatto che al quinto mese la sua pancia era leggermente prominente, e hai l’immagine della felicità fatta persona.
      Era raggiante e il suo sorriso diventò ancora più grande quando mi vide.
      Le corsi incontro e l’abbracciai: «Sei bellissima!»
      «Sono una balena!» si lamentò lei.
      «Adesso? Io aspetterei a dirlo!» Scoppiammo a ridere come due cretini.
      Poi sbucasti dalle mie spalle e si accorse di te: «Ciao! Sono felice che tu sia qui!» Non dimenticherò mai le sue parole.
      Stavo per presentarti a lei, ma la vista di mia madre e mio padre che varcavano la soglia del palazzo mi bloccò.
      Quattro mesi. Erano passati quattro mesi e non erano tornati sui loro passi.
      Ok, nemmeno io. Ma io ero nel giusto!
      Non ci eravamo più sentiti, non sapevano dove vivessi, non sapevano se e quando tornavo in città, non sapevano che avevo trovato un lavoro per mantenermi fuori. Se fosse stato possibile, probabilmente mi conoscevano ancora meno di quattro mesi prima.
      Ma, a pensarci bene, forse di me sapevano l’unica cosa che importava veramente.
      Giuditta spostò lo sguardo da noi a loro e poi di nuovo a noi. Non sapeva cosa dire, se parlare.
      Io rimasi fermo sul mio posto. No, anzi, ricordo che una cosa la feci: ti presi per mano.
      Ti sentii trattenere il fiato, perché da me non te lo aspettavi ― io sono quello cacasotto, mentre tu sei quello spontaneo ― e forse non fosti l’unico, perché vidi il petto di mio padre gonfiarsi.
      Solo ora, dopo tutto questo tempo, ho capito che quello che gli gonfiò il petto quel giorno fu l’orgoglio.
      Mio padre si avvicinò a me, fissò i suoi occhi stanchi nei miei, e mi abbracciò. Mi strinse così forte che per un po’ smisi di respirare. Eravamo entrambi scossi dai singhiozzi delle lacrime, ma io riuscii a fare di peggio quando sentii la carezza di mia madre sui capelli e la vidi piangere silenziosamente accanto a me.
      La strinsi forte, allungando il braccio, senza abbandonare ― non l’avrei fatto mai più ― mio padre.
      Restammo così, per non so quanto tempo, finché non ci calmammo.
      Quando risollevai lo sguardo su di loro, sorridevano, i volti ancora segnati dalle lacrime, ma stavano sorridendo a loro figlio.
      Mi voltai verso di te e ti chiesi con lo sguardo di avvicinarti; ti presi di nuovo per mano e mi rivolsi ai miei genitori, che dopo quattro mesi avevano finalmente capito chi fossi. «Mamma, papà, lui è Luca.»

    • Quando quell’anno sono tornato a casa per le vacanze di Pasqua, mi sentivo come uno dei supereroi della Marvel, ma sfigato.
      Nel senso che non capivo quale fosse il mio superpotere.
      Sapevo solo che avevo due vite: quella con te e quella con gli altri.
      Quella con te comprendeva l’università, alcuni amici (perché altri si erano dileguati dopo qualche abbraccio, che evidentemente hanno reputato “di troppo”), casa mia, casa tua, tutto ciò che rappresentava la mia ― la nostra ― quotidianità.
      L’altra vita, quella con gli altri, comprendeva alcuni locali, bar o ristoranti (altri li abbiamo dovuti spuntare piano piano dalla lista dei preferiti, non appena l’aria cominciava a farsi più pesante), la mia città natale, le festività, ma soprattutto la mia famiglia.
      Quando ero con te ero felice, spensierato, innamorato. Ma bastava che sul display del mio telefono comparisse il contatto di mia madre per scaraventarmi nel baratro della menzogna.
      Loro non sapevano niente di me. Ma come avrebbero potuto, se nemmeno io avevo capito chi ero veramente?
      Avevo il sospetto? Certo! Il sospetto che stessi nascondendo me stesso al mondo intero. E prima di tutto alla mia famiglia.
      Ma non riuscivo più a sostenere quella situazione, non riuscivo a mantenere la voce allegra mentre mia madre mi chiedeva se mi ero trovato una ragazza all’università.
      Avrei voluto dirle “No, mamma, ma ho trovato un ragazzo. Va bene lo stesso?”
      Le sarebbe preso un colpo.
      No, non avrei mai potuto dirglielo in quel modo. Non avrei potuto trattarla con sufficienza. Meritava rispetto, esattamente come lo meritavo io.
      Così, quando tornai a casa per le vacanze di Pasqua, decisi di rispettare me stesso.
       
      Eravamo a tavola, io, mia madre, mio padre e mia sorella col ragazzo.
      Si parlava dell’università, del lavoro di mia sorella, di quello del suo fidanzato, tutti discorsi innocui, eppure la mia gamba sotto al tavolo non ne voleva sapere di stare ferma.
      Ero nervoso. Avevo deciso, ma ero nervoso.
      Stavo anche per aprire bocca una volta per tutte, ma mia sorella mi precedette: «Ehm… Vi posso dire una cosa?» Lanciò uno sguardo su ognuno di noi. Prese la mano di Giuseppe posata sulla tovaglia buona, quella delle feste comandate, e riprese: «Anzi… Io e Giuseppe vogliamo dirvi una cosa.»
      Ricordo che ho pensato “Si sposano”.
      «Io e Giuseppe aspettiamo un bambino!»
      E quindi ho pensato “Oh porca vacca!”, ma ho detto: «Davvero?!»
      Mia sorella ha annuito, raggiante in viso. Giuseppe le ha lasciato un piccolo bacio sulle labbra.
      Mia madre e mio padre invece non erano proprio contenti di quella notizia.
      «In che senso?» ha chiesto mio padre in tono grave.
      Mia sorella ha sbattuto le palpebre un paio di volte, convinta di non aver capito la domanda: «Nel senso che sono incinta.»
      Mia madre ha bevuto un sorso di vino, ma il rossore sulle guance ce l’aveva già da qualche minuto.
      «E come è potuto succedere?» Mio padre si stava alterando e la sua voce si era alzata di qualche ottava.
      «Papà! Come è potuto succedere? Tu ne hai fatti due, di figli, dimmelo tu!» è esplosa mia sorella.
      «Certo! Dopo che ho sposato tua madre!»
      Il silenzio è calato in sala da pranzo. Mia madre non si era ancora pronunciata, né nel bene né nel male, ma almeno aveva smesso di bere.
      Giuseppe prese la parola per la prima volta dopo quell’annuncio: «Signor Cataldi, se pensa che abbandonerò sua figlia, si sbaglia di grosso. Io amo Giuditta e amo il bambino che porta in grembo.»
      «Da quanto tempo?» Finalmente la voce di mia madre si fece sentire, anche se con un sussurro.
      Ci voltammo tutti a guardarla.
      «Da un mese e mezzo» la informò Giuditta.
      «Allora siamo in tempo.»
      Io per primo inorridii a quelle parole: «In tempo per cosa, mamma?»
      Mia sorella era sbiancata in viso; vidi Giuseppe sorreggerla per le spalle. «Non ho intenzione di abortire!» Giuditta era risoluta, e dal viso del suo fidanzato capii che anche lui era contrario a quella soluzione, a un problema che problema non era.
      Fui orgoglioso di loro.
      Mia madre si alzò da tavola indossando una maschera di sdegno: «Chi ha parlato di aborto? Ho solo detto che siamo in tempo.»
      Evidentemente mio padre aveva capito dove sua moglie voleva andare a parare: «Voi due vi sposerete! Prima che tutto questo…» fece un gesto vago nella direzione di Giuditta, come se volesse indicare lei, Giuseppe o addirittura il bambino nella sua pancia «Prima che tutto questo sia visibile.»
      Un senso di repulsione si impossessò di me, dal basso ventre, risalendo fino alla gola. Che razza di modo di ragionare era quello? Che cosa avevano fatto di male Giuditta e Giuseppe? Si erano amati! Si erano semplicemente amati. E da quell’amore era sbocciato un frutto. Cosa poteva esserci di più bello a questo mondo?
      Sentii il bisogno di difenderli, di prendere le parti di quell’amore. Di prendere le parti dell’amore in generale.
      «Va bene. Loro due si sposeranno» convenni anche io e Giuditta mi guardò come se l’avessi appena tradita. Sollevai una mano in un gesto rassicurante: «E io porterò una persona al matrimonio.»
      Il volto di mia madre riassunse immediatamente lineamenti più morbidi e una strana luce ― gioia? ― si impossessò dei suoi occhi: «Hai la ragazza? Hai trovato una ragazza, lo sapevo! Sei sempre così vago quando parliamo a telefono. Com’è? È una brava ragazza? Mi raccomando, Mattia, che non sia una di quelle sciacquette che si vedono in giro adesso.»
      Era un fiume in piena: l’eccitazione, l’euforia, la curiosità. Se non avesse già dovuto pensare a organizzare un matrimonio per sua figlia, penso che avrebbe pensato a farlo per me.
      Distrussi tutti i suoi sogni a occhi aperti con le successive quattro parole: «Non è una ragazza.»
      Mia madre corrugò la fronte, senza capire quello che le stavo dicendo: «Ah… Vuoi venire con un amico?»
      Sorrisi, perché tu eri anche quello per me. «È anche un amico.»
      Giuditta e Giuseppe mi guardarono e spalancarono le bocche. Il volto di mio padre si fece paonazzo; si alzò battendo una mano sul tavolo: «Che cazzo stai dicendo?» urlò come mai l’avevo sentito urlare prima.
      «Sebastiano, per favore.» Penserai che mia madre avesse ripreso mio padre per la sua sparata, invece, te lo posso assicurare, era indignata per il linguaggio che aveva usato.
      «No, Luisa, lui adesso mi dice che cazzo vuole dire e quello che cazzo ha intenzione di fare!»
      Ero rimasto seduto, raccogliendo tutta la calma che il pensiero di te mi poteva dare. Quando parlai la mia voce era ferma: «Sono innamorato di un ragazzo e ho intenzione di portarlo al matrimonio di mia sorella.»
      Con la coda dell’occhio vidi Giuditta sorridere e asciugarsi una lacrima, di commozione, di questo ne sono certo. Mia sorella mi voleva bene.
      «Non puoi dire sul serio.» Ci si mise anche mia madre, ma con la voce che sembrava più un lamento, una supplica.
      «Mamma, non potrei mai scherzare su una cosa del genere. Quindi vedi di metterti l’anima in pace, perché io non ti porterò una nuora in questa casa!» Alzai la voce anch’io, di questo non ne vado fiero, ma ero stanco. Stanco delle sue frecciatine, stanco di sentirmi inadeguato, stanco di mentire su me stesso.
      «Allora puoi lasciarla pure tu, questa casa!» Non potevo credere che mio padre l’avesse detto veramente. E forse nemmeno mia madre se ne capacitava, perché lo guardò stralunata, con gli occhi lucidi.
      «Lo stai facendo davvero?» chiesi a mio padre con la voce rotta dalla tristezza e dalla delusione.
      «Io non ti ho cresciuto così.» Sputò fuori quelle parole con tutto il veleno che teneva in corpo. «A nessuno dei due, ho cresciuto così!» urlò di nuovo contro mia sorella, che scoppiò a piangere.
      Giuseppe l’abbracciò, lasciandosi bagnare la maglia sulla spalla dalle lacrime. Aveva il volto duro, la mascella tirata e lo sguardo cupo rivolto verso mio padre.
      Ma mio padre non aveva ancora finito: «Voi due vi sposerete e tu… Vattene da questa casa e non ti azzardare a presentarti al matrimonio, con o senza amichetti!»
      Anche mia madre scoppiò in lacrime, ma ancora oggi non so cosa le stesse facendo più male in quel momento: una figlia nubile incinta, un figlio gay o suo marito che cacciava di casa il figlio gay.
      Non potevo credere che i miei genitori si sentissero delusi da noi.
      Mi alzai da tavola anche io alla fine, covando un risentimento che non credevo nemmeno di poter possedere. Giuseppe fece lo stesso, portandosi dietro la sua ragazza ancora singhiozzante.
      Mi preoccupai per lei, per le sue condizioni: non avrebbe dovuto agitarsi a quel modo.
      Andai in camera mia, riempii di nuovo la valigia che mi ero portato dietro per quel fine settimana prolungato dalla Pasquetta, e uscii di casa, senza degnare di un’altra parola le due persone che mi avevano messo al mondo e che, dopo diciannove anni, non sapevano ancora chi io fossi veramente.
       
      Giuseppe mi diede un colpo di clacson dalla sua macchina parcheggiata di fronte casa. Mi avvicinai: Giuditta, sul sedile del passeggero accanto a lui, piangeva ancora.
      «Dove vuoi andare?» mi chiese il mio futuro cognato.
      Sollevai le spalle e arcuai la bocca all’ingiù. «Magari riparto. Non lo so.»
      «Adesso? Non fare lo scemo pure tu. Vieni, puoi stare da me.»
      E fu così che finii la domenica di Pasqua nella camera degli ospiti dell’appartamento di Giuseppe, al buio, seduto sul letto, con i gomiti poggiati sulle ginocchia e il viso rigato dalle lacrime.

    • Il nostro primo bacio? Certo che me lo ricordo!
      E me lo ricordo perché è stato il mio primo bacio.
       
      Era il primo anno di università. A diciannove anni, fuori sede, ti sembra di avere il mondo in tasca. Tutto può succedere, puoi fare quello che vuoi e non devi rendere conto a nessuno delle tue azioni.
      Ci siamo conosciuti a mensa, io e te, durante la pausa pranzo tra le lezioni. Tu vivevi in casa con Davide, mentre io ci seguivo Analisi Uno insieme. È stato lui a presentarci, e di questo ancora adesso lo ringrazio.
      Ricordo che abbiamo scambiato qualche chiacchiera sui corsi, perché, visto che tu eri al secondo anno, ci eri già passato in quell’inferno; così ci hai dato qualche dritta sul professore. Ricordo anche che a fine pasto mi hai chiesto il numero, così, se avessi voluto, avremmo potuto sentirci e mi avresti passato i tuoi appunti.
      Ci siamo sentiti per gli appunti, sì, e poi ci siamo sentiti per un caffè, e qualche giorno dopo per una birra, una sera, senza fare tardi perché la mattina dopo c’erano i corsi. Finché non ci siamo sentiti e basta, senza più bisogno di inventare scuse.
      Ci chiamavamo praticamente tutte le sere, e parlavamo fino a tardi. A parlare di che, poi? Ancora non lo so bene, perché quello che ricordo è che mi piaceva sentire la tua voce, mi piaceva che mi facessi ridere, mi piaceva che mi dicessi che ti piaceva sentirmi ridere.
      Una sera ― quella sera ― eravamo al telefono ormai da ore: ero anche uscito dalla stanza che dividevo con Fabio per non svegliarlo; avevamo fatto le due a parlare al telefono. Mi ero accoccolato su una sedia in cucina, avvolto in una coperta, visto che fuori si gelava e i termosifoni erano ormai spenti da un pezzo. Abbiamo parlato ancora e ancora, di me, di te, delle nostre famiglie, dei libri che ci piaceva leggere, e non ricordo molto altro, perché a un certo punto tu hai detto: «Senti, ma visto che sono le quattro, perché non parliamo di persona, invece di farlo al telefono?»
      Il cuore ha cominciato a sbattermi nel petto così forte che pensavo lo potessi sentire attraverso la cornetta. Tu volevi vedermi. A quell’ora di notte.
      «Adesso?» ti ho chiesto stupidamente.
      «Sì, adesso. Ti va?» La tua domanda era così calda, che non ho temuto il gelo della notte.
      «Mi fai cambiare almeno, che sto in pigiama?»
      Hai riso: «Certo! Mezz’ora ti basta?»
      «Mhm» ho acconsentito. «Quando arrivi non suonare però, che se no si sveglia mezzo mondo.»
      Mezz’ora dopo ero sotto il mio portone. E tu anche.
      Siamo andati in giro, per i vicoli del centro, imbacuccati come meglio potevamo: le sciarpe che coprivano anche il naso, i miei occhiali che si appannavano, le mani ficcate nelle tasche, e le nostre spalle che a ogni passo si sfioravano.
      Non sapevo se ero io a farlo apposta o tu o il caso, ma quella vicinanza mi faceva fremere sotto i mille strati di lana che indossavo.
      Abbiamo parlato ancora, andando a riempire il silenzio della notte con i nostri sussurri e i nostri passi che rimbalzavano sui muri di pietra delle case antiche. Finché siamo arrivati sotto l’arco di Via Righetti e ti sei fermato, portandomi a fare lo stesso, nella penombra che cercava di rendere vano il lavoro del lampione lì accanto.
      Ti sei ammutolito, ma non eri serio: mi guardavi e mi sorridevi. Ti sei avvicinato, un passo alla volta, e io, come un idiota, ho indietreggiato. Ho cominciato ad avere paura, ma non di te, non di quel sorriso, non del tuo profumo.
      Avevo paura di tutto quello che sapevo che stava per succedere, che avrei voluto succedesse e che sarei morto se non fosse successo come doveva.
      Eri a un palmo da me quando ti ho messo una mano sul petto: «Aspetta! Io… Devo dirti una cosa.»
      «Lo sai che io lo so, vero?» Il tuo sorriso non ha mai abbandonato le tue labbra.
      «Beh, forse tu lo sai, ma io ancora no.» Ero andato nel pallone e non capivo nemmeno quello che stavo dicendo. «Cioè… Io… Io non ho mai baciato. Nemmeno una ragazza. Lo so, è strano a quest’età, ma io… Io non me la sono sentita, ecco! Io non ne avevo voglia e quando ne avevo voglia non potevo… Cioè, non ci riuscivo. Io avevo…»
      «Paura?» Me l’hai chiesto così semplicemente, che sono rimasto sorpreso.
      Non riuscivo più a dire altro, dopo quel fiume che era straripato dalla mia bocca. Ho potuto solo annuire.
      Come potevi rimanere così tranquillo dopo quello che ti avevo detto, o almeno avevo provato a dire? Avevo la tempesta dentro di me e tu invece eri la rappresentazione dell’acqua cheta di un lago.
      E così ho cominciato a pensare che tu sapevi, che te l’avevo detto, che se non avevo mai baciato, non avevo nemmeno fatto altro. E ho avuto di nuovo paura e tremavo, di quella e del freddo che penetrava le mie ossa.
      Finché tu non mi hai preso le mani tra le tue, che stranamente erano calde. Eppure anche io le avevo in tasca, ma le mie erano due ghiaccioli che si stavano sciogliendo in quel tocco, così leggero e affettuoso.
      E così me l’hai chiesto: «Mi permetti di essere il primo, allora?»
      Il tuo viso, così sottile e arrossato dal gelo; il tuo fiato che formava nuvolette di condensa ad ogni sospiro. Quel sospiro che desideravo diventasse l’aria nei miei polmoni.
      Non ti ho detto di sì. Ho voluto fare un passo, anche fisicamente, verso di te. Ho voluto sciogliere quell’intreccio di dita per usare le mie mani per accarezzare il velo di barba sulla tua mascella. Tremavano.
      Ho sollevato il mento quel tanto che serviva per avvicinare le mie labbra alle tue e ho ingoiato quei centimetri per toccarle. Erano così morbide! Per un attimo mi sono distratto chiedendomi se anche le mie lo fossero, o fossero screpolate, come al solito.
      Ma tu mi hai riportato al sogno, affondando il bacio su di me, mordicchiando e leccando, facendo partire scosse lungo tutta la mia schiena.
      Ci siamo separati con un piccolo schiocco, avevo ancora il tuo viso tra le mani, ma un sorriso in più sul volto e il mio primo amore nel cuore.

    • Il palazzo  ove abitava  Lorenzo di professione restauratore era molto bello  si trovava al numero civico 54 di via Foria era una casa antica , cosi antica che ci venivano a svernare tutti gli uccelli migratori di passaggio.  C’era  chi diceva che la casa fosse infestata da fantasmi , qualcun altro  diceva che non era vero , che la voce delle presenze spettrali  la spargesse  Lorenzo per tenere alto il prezzo dell’immobile in caso un giorno pensasse di venderlo  . Essendo  stata costruita  per conto di   un nobile spagnolo   che aveva fatto la guerra a  Santa Cruz per passare poi in  Perù dove si diceva si facesse dell’ottimo purè a base di coca il quale  una volta assaggiato  metteva  una carica  sessuale cosi esuberante da farti sollevare una montagna intera . Lorenzino era un mattacchione gli piaceva giocare a tressette e si diceva pure che avesse un amante.  Il palazzo in cui abitava era molto bello,  ornato  di fregi dipinto a mano . Un opera d’arte , simile solo al Colosseo ed a  San Pietro.  Costruito con pietre di marmo di pomice,  pietre lapislazzuli  che costavano un occhio della fronte, lo aveva  ereditato dal suo bisnonno per i servizi resi  come  fedele maggiordomo del duca della Gheradesca che in vita gli piaceva assai la ventresca e diceva di avere l’alito  profumato  come la fantesca la quale lasciava   l’esca sempre  appesa ad un amo. Era proprio bello,  vedere quel palazzo incastonato in mezzo ad altri illustri palazzi in quel lungo vicolo che sembrava non aver mai fine. Dove tutti si portavano la sedia di casa  fuori l’uscio e stavano per ore seduti all’ aria  fresca , a parlare di come va la vita , di come si sa , di come non si sa , chi aveva rubato  in casa di mastro celestino la notte  prima . La vita del vicolo era dolce , come un mela cotta,  profonda  come la morte che viene cantando quasi ubriaca , portandosi  seco il suo ardore , la gioia di un tempo perduto , l’amore di un mondo dimenticato dentro un buco più cupo della  nostra storia . Le grandi finestre  del palazzo erano tutte dipinte di giallo ocra ,  larghe tre spalle che venivano  spalancate  di prima mattina sulla città ancora addormentata , perduta in mille sogni ed in  mille fantasie in quella dolcezza  lasciva   ebbrezza che ti tiene per la capezza che si ingarbuglia con le parole  dette con la sorte di un popolo  oppresso ,  da  tante vicende che possono essere belle o brutte ma sono il seguire la sorte di tanti uomini o donne che appese ad un amo diventano pesce.
       
      Quante strade  un uomo può percorrere ,  quante ore passiamo  a pensare che tutto possa andare bene , poi spinti  dall’arte ,  parvenza dell’essere  ci rende  protagonisti , di questo trascendere la storia  in nostra madre, nella  nostra vittoria sul male .Ecco un canto trasale  tra il  rigo macchiato  d’inchiostro, una voce corre lungo il vicolo  storto, c’è chi corre incontro la morte , chi non conosce la vittoria dell’essere soli davanti a un Dio padrone del nostro destino. La vita di mille e mille uomini , di tanta gente  rassegnata  presa  con la gola  dalla fame. Non c’è  certezza di cosa siamo stati,  siamo morti in tempi andati , ora rinasciamo dalle ceneri di questo canto , dalle pagine di  questo libro scritto tanti anni fa.
       
      In piedi stava sul davanzale , affacciata  davanti al  cielo di Napoli nel  ricordo  di sua madre  , stava chiaretta con la sua storia ella  era chiara come l’acqua che scorre , oscura come chi scrive,  senza le  scarpe  ai piedi, uguale a  chi scrive per vivere,  chi per sognare ancora,  chi per giungere in un altro  amore  e tutti avevano  da dire  sul suo conto, che  chiaretta era chiatta , ma bona assai e tutti la criticavano per i suoi modi di fare ma nessuno voleva prendersi la briga di dire quella che pensava di lei ,  perché chi siamo noi per giudicare gli altri .  Ed in tanti  passavano  incuriositi per quelle strade  estasiati in cerca di quel piccolo vicolo  pronti a visitare quell’ antico palazzo.  Chiaretta  , massiccia come  una  roccia,  riccia come una  scarola ,  sanguigna  ,femmina bella  ,  fremente di  passioni .  Da lungo tempo la poveretta,  perseguiva una strana idea di suicidio,  si mio Dio voleva togliersi la vita.  Ella , cosi bella simile ad un raggio di sole in una giornata di pioggia, era depressa  per  ciò che l’aspettava  all’indomani senza amore  in una vita  che non aveva  più nulla da dirgli ,  cosi chiaretta  continua a scendere le scale  della depressione .   Avrebbe  voluto volare  libera nell’aria andare  lassù sopra  Posillipo ,  comprarsi un bel gelato dal signor Vincenzo . Chiaretta aveva pressa a poco , quaranta anni ben portati con un animo  che annegava nella disperazione  del vivere quotidiano.  Un idea malvagia  si faceva  spesso largo in lei ,  un idea terribile,  morire per un amore  mai assaporato .  Ma  dato in questa esistenza  c’è sempre chi lo prende  in quel posto ,  tutti  le  facevano  la posta , chi diceva   una banalità , chi non preoccuparti che c’è  sempre da ridere sul latte versato.  Ma ride bene , chi ride ultimo , chiaretta si voleva ad ogni costo  gettarsi  dalla finestra , farla finita con quella   vita ingrata .  A vederla gli avresti dato cinque anni in meno,  era fresca , gaia come una giostra   che  molti ragazzi impazzivano solo a vederla . Chiaretta che non l’avrebbe data mai prima del matrimonio  , pensate  se  si sarebbe mai concessa al figlio del macellaio che gli faceva una corte spietata  il quale  gli  riempiva  la casa di carne in scatola , di salsicce e  involtini  imbottiti di carne di struzzo.  Vestiva sempre con abiti succinti che gli stringevano i fianchi,  rendendola assai donna , forse un angelo , forse una sirena che a vederla rimanevi stupito da tanta grazia .  Travolto  da tanta bellezza  ivi avresti scritto una canzone allegra , una canzone d’amore solo per lei . Portava occhiali spessi  di nascosto, non vedeva da qui a li ed era assai cecata che quando veniva arrivare Lorenzo suo fratello  da lavoro si metteva un altro paio di occhiali sopra per vederci meglio. Lorenzo il fratello ritornava a casa  sempre verso le due , dopo aver finito di lavorare nella sua bottega di restauratore di mobili. Un bravo artigianato cosi bravo che tutti lo chiamavano mastro Lorenzo.
       
      Lorenzo : Che fai sull’uscio del davanzale , fai entrare i muratori che la morte non guarda in faccia nessuno. Vedete quante cose un uomo deve pensare , non c’è pace in questa casa . Vedete sono tutti morti , come i fantasmi  che s’aggirano in questo antico palazzo.  Signore architetto vi aspettavo Lunedi , ora  il prezzo scende . Architetto  chi non progetta  non mangia.
       
      Architetto : Mi dovete scusare Lorenzo  ho avuto tanto da fare.  Mia moglie me la detto un sacco di volte mastro Lorenzo ti cerca disperatamente. Ma io ero cosi preso da mille lavori,  che vi confesso m’ero dimenticato del nostro appuntamento.
      E avete fatto male , non ci sono scusanti
      Per carità , Lorenzo siamo di casa
      La casa mi dispiace non è  in vendita ,  me la dovete aggiustare voi
      Sara fatto
      Sono contento
      Non vi rammaricate
      Chi dice niente
       
      Lorenzino: Architetto allora mi volete prendere per i fondelli qua la cosa è urgente, anzi urgentissima.
       
      Muratore :  Non vi preoccupate mazze e cucchiaie in quattro e quattro otto ed il lavoro sarà fatto
       
      Secondo muratore: Buttiamo  le mane , come bere  un bicchiere di vino buono.
      Ma chi m’avete portato due ubriaconi
      Chi si  è ubriacato ?
      Sentite non ci posso credere
      Vi puzza l’alito
      A me
      A voi
      Sia fatta la volontà di nostro signore
      Avete bevuto
      Sono tre giorni che non bevo vino
      Questo lo dite voi,  l’occhio inganna
      Siamo fatti della stessa pasta
      A me mi piace il pistacchio
      A noi la carne cotta alla brace
      Quella  io non la digerisco
      Per rifare questa casa ci vorranno cent’anni
      Per quel tempo sarò morto è  sepolto
       
       
      Lorenzo : non ci posso credere mi state facendo cadere il palazzo addosso, siete degli ingrati
       
      Architetto : non vi adirate il lavoro sarà fatto ed il palazzo  ritornerà ad essere  nuovo
       
      La discussione prosegue in vari battibecchi,  l’architetto non trovava gli occhiali ed il cane della signora Giuseppina,  gironzolando  intorno alle gambe del muratore in cerca di un osso li trova e se li mette sopra al naso  nell’ ossesso di un verso di un amore mai vissuto si gratta la schiena come se fosse un  saggio cane randagio. Ed il cagnolino aveva una coda  a forma d’interrogativo ed il male non si può quantificare  poiché non si può comprare neppure vendere,  poiché  la morte arriva  prima o poi di certo per tutti , fossi anche un papa,  un dottore  la sola salvezza sarebbe quella di rinascere  dal grembo di un  Dio di altri tempi che ama i suoi simili ed il suo prossimo.
       
      Lorenzino : speriamo bene che sarà fatto tutto in tempo
       
      Architetto Il materiale è  arrivato , se no  non possiamo fare nulla .
       
      Lorenzino. Ho comprato tutto  quello che occorre, bidè e lavandini  le mattonelle le ho fatto venire da Positano. Mi  raccomando al colore della  pittura , una bella pittata c’è  la dovete fare all’affacciata .
       
      Architetto: Non vi preoccupate lavoriamo  con coscienza , siamo precisi e sistemati.
      Questo me state ripetendo da giorni anzi da mesi,  io vi credo perché sono credente .
      Ma vedete non so se mia sorella la prende per il verso giusto .
      Quando saprà  che la casa  non sarà  fatta a dovere.
      Voi mi tirate per la giacca
      Chi io ?  me ne guardo dal farlo , sono una persona seria.
      Lei   ? ed io chi sono
      Voi siete l’architetto
       
       
      Ecco cosa si può dedurre da questo incontro.  Lorenzo , non era un fesso è l’architetto non badava a spesa poiché sapeva che un giorno  all’altro avrebbe vinto all’enalotto . Dato che questa vita spesso volte ti mette davanti al fatto compiuto. Non ci sono scusanti per giustificare l’operato altrui,  la vita è  quella che viviamo  al bar  o al chiostro dell’acquaiolo con tante gente attorno ove  tutti possono sentirsi  felice dopo aver bevuto un buon bicchiere di acqua fresca. Ed il palazzo di Lorenzo era un palazzo spettrale,  tutelato dalla soprintendenza per i beni architettonici  ed il vecchio Gigino che faceva il custode nel palazzo difronte  una  volta vide affacciata all’ultimo piano una signora vestita di bianco e giurava che fosse  un fantasma. E tutti si spaventarono,  quando seppero di quelle apparizioni che enzuccio  il garzone dell’enoteca arrivo a mettere un cartello davanti al portone  del  palazzo con su scritto : In questo palazzo non abitano i fantasmi può darsi qualche anima buona del purgatoria per nulla nociva , qui ci sono solo anime  in pena .  La  vicenda  ed il chiacchierare della gente del popolo , prosegui a lungo e per giunta il fatto arrivò  all’orecchio del parroco della parrocchia  della stella che voleva far luce sulla vicenda  , curioso come era , voleva giungere alla verità dei fatti. Ed era pronto a stilare,  una serie di  considerazioni  che  parlavano delle apparizioni  per poi  mandare  il tutto per iscritto  alla santa sede.
       
       
      Non si potuto mai  dimostrare  che i fatti narrati da Gigino fossero veri , di come mai si era giunti  a quella plausibile ipotesi che i fantasmi esistono per davvero.  Ed il parroco della stella don Ciccio era  corto e chiatto  per giunta pure un poco maccarone e gli piacevano  mangiare i  panzerotti e  pezzelle.  Li  comprava sempre  sopra  porta alba dove aveva una piccola congrega , dove si riunivano tutti gli amici della stella,  poiché la buona stella ti conduce verso quello che desideri ,  verso quello che credi e  non ci sono falsi termini o illusioni se si crede ad una stella , poiché quella ti condurrà   prima o poi sempre  verso una buona stella.
       
      Architetto : Vedrete la vostra fidanzata rimarrà assai contenta
       
      Lorenzo : Ma quale fidanzata,  voi dite quella tedesca che ieri era nel mio negozio.
       
      Architetto : Gran bella ragazza
       
       
      Lorenzo : Quella non è la mia ragazza era una cliente che voleva essere restaurato un vaso di notte
       
      Architetto: A me sembrava assai interessato a lei e al palazzo vi mangiava con gli occhi
       
      Lorenzo: Avete gli occhi buoni , ma non è  la mia ragazza , mi stava dando dei consigli per arredare al meglio il mio appartamento. Mi ha suggerito di dipingerlo di rosa e azzurro questo palazzo . Ma io ho inorridito al pensiero . E ripartita oggi per la Germania . Ma ha promesso che sarebbe ritornata al più presto qui a Napoli. Innamorata come è  della città.
       
      Architetto . Mastro Lorenzo io sto perdendo la testa appresso a questo progetto mi sono messo pure in aspettativa e mi dovete credere sul mio onore io questo palazzo ve lo faccio nuovo.
       
      Lorenzo: Non ho dubbio però facciamo presto che vorrei vederlo finito per quanto ritorna la tedesca . Sapete la voglio invitare a pranzo a casa mia.
       
      Architetto: Confessate siete innamorato
       
      Lorenzo: Architetto state al vostro posto.  
       
      Architetto: Sentite a me mettiamoci pure un paio di condizionatori d’aria e questa casa sarà un'altra .
       
       
      Lorenzo : Ma mi avete fatto già un preventivo che supera la cifra che avevo intenzione di spendere.
       
      Architetto: Escludendo altre spese c’è la possibilità di trasformare a studio le tre camere da letto accanto a quella di vostra sorella.
      Madonna ma voi state bestemmiando questa è una bestialità
      No,  perché
      Perché non c’è perché nel perché
      Questo  è  un tranello ,  una frottola
      No è  un panzarotto impanato e fritto
      Mi prendete in giro
      Ma  lei non si chiama  Gigino
      Io mi chiamo Lorenzo
      Ecco svelato l’arcano
      Datemi una ragione per credervi normale  
      Bisogna rifare tutto da capo stanza dopo stanza
      Oh madonna e chi la senta a mia sorella per lei quelle stanze sono sacre.
       
       
      Come vedete esiste sempre una possibilità  che la morte possa trasformarci tutti in cadaveri .  Ed i sogni rincorrono sempre una certa personalità . Ci possono essere momenti positivi nella nostra vita altri incredibilmente ingarbugliati da non farti capire un accidenti. E la casa di Lorenzo avrebbe potuto ospitare  tante  persone  una squadra di calcio  compreso l’allenatore  . Ma Lorenzo era tirchio non voleva cedere la sua parte di bene al prossimo . Poiché  noi siamo  uomini e non caporali è  tutto quello che desideriamo  è vivere  la nostra esistenza , animati da una fremente  conclusione che l’essere possa essere diverso  attraverso quel   momento filologico del divenire nei diversi gradi dell’esperienza.  Per quanto Lorenzo è  la sorella si volessero bene il palazzo rimaneva isolato lontano dal mondo . Vi continuavano a vivere fantasmi e strani personaggi. Strani esseri   animavano le stanze della bella dimora. Lorenzo forse  aveva una vaga idea di ciò che fosse la bellezza , figlia della indifferenza  e non badava a spesa ad abbellire quel suo palazzo perché in fondo a lui le straniere gli piacevano assai.
       
      Lorenzo: Quando ho  detto a chiaretta che volevate trasformare le stanze accanto alla sua per poco non gli veniva una sincope.  Da quelle stanze si vede tutta Napoli.  Si vede il Vesuvio e pure la signora di fronte quando fa il bagno. In queste  stanze sono vissute le buone  anime di mio padre e mia madre,  che il signore li abbi in gloria. Grazie a loro,  oggi  noi abbiamo questo palazzo che c’invidia  tutta Napoli. In queste  stanze hanno vissute ed hanno chiuso gli occhi , davanti all’immensità del cielo di Napoli.   
       
      Architetto: Capisco non piangete
       
      Lorenzo:  E chi piange . Non abbiamo toccato nulla,  tutto quello che era dei nostri genitori,  tutti i loro vestiti  gli oggetti personali ,  i pettini , le calze ed i berretti di papà  stanno tutti ancora là . Stanno là a perpetua memoria di chi furono di cosa sono stati , di come vissero. Non servono epitaffi   per capire il senso della loro vita fatta all’insegna della santità.
       
      Architetto: Allora avete deciso quelle tre stanze non si toccano
       
       
      Lorenzo. Per carità non ci provate neppure
      Ma si potrebbero trasformarle
      Non voglio rinnegare il loro ricordo
      Vedrete  sarà fatto  solo qualche  modifica
      Non mi fido il ricordo rimane ricordo , quanto è dettato dall’affetto
      Non fate il finto tonto Lorenzo ci potete guadagnare un mucchio
      di denari affittando  queste stanze un domani.
      Per carità state bestemmiando
      Per Giove mi   guardo dal  farlo
      Siete un demonio
      No,  sono un architetto
      Siete un ipocrita mi avevate giurato che non avreste stravolto l’ambiente
      Siamo qui a vostro servizio
      Allora fate quello che dovete fare il resto ci penso io
      Come desiderate , ma la tenete una sigaretta ?
      Io non fumo
      Allora vi fate fumare
      Non siate scostumato
      Avete ragione  mo’ mi rimetto subito a lavoro
      Ecco fate bene che io mi vado a fare  una  bella camminata
       
      Architetto : Allora è deciso quelle tre camere rimarranno come sono
       
      Lorenzo: finche siamo vivi io mia sorella non si tocca nulla
       
      Come volete siete voi il proprietario
      Lo potete dire forte
      Una vostra parole è  un ordine
      Certamente . Non ci sono vie d’uscita le stanze sono la memoria vivente della passata esistenza dei nostri genitori
      Volete che vi accompagni al camposanto
      Architetto lei un tempo mi era simpatico
      Oggi le sono antipatico ma il tempo passa ed io devo mettere mano all’opera
      Lavorate pure sulla facciata su tutto l’immobile ma non toccate quelle stanze
       
      I muratori richiamati dall’architetto raccolgono gli arnesi.
       
      Chiaretta: Badate a voi , se toccate solo una pietra di questo palazzo ed io mi butto abbascio .
       
      Lorenzo :  Chiarì Ma tu sei pazza ?
      Pazzi siete voi che non conoscete  l’amore
      Io ti ho sempre voluto bene
      Non voglio una tomba al camposanto sormontato da una statua ricordalo fratello ma solo opere di bene per tutti gli orfanelli
      Ma tu sei fuori di senno
      Io mo’ mi meno
      Ferma , faccio  come vuoi
      Ricordati  di me nelle tue preghiere
      Faccio di meglio , ti faccio il corredo nuovo
      Non voglio essere  la sposa di un fantasma
      E chi dice che ti devi sposare un fantasma qui ci sono tanti bei giovani
      E vero l’incontrario io con te dietro,  per via Toledo con il mio innamorato non ci vengo
      Hai perduto ogni capacità di capire , fino a quale punto,  l’imbecillità possa arrivare. Non capisce più niente  da quando hai conosciuto quella straniera , ti sei rimbambito. 
      E ammesso che io sia pure rimbambito , tu ti vorresti menare abbascio?
      E tu non stai facendo lo stesso con la tua vita sregolata senza passioni certe,  senza amori , pensi sempre ai denari e alle donne dai facili costumi.  Sei caduto in un baratro di errori morali , dove non c’è più speranza dove la vita  rinnega la bellezza . Bada bene se non vanno subito via architetto  e muratori io ti faccio vedere il volo dell’angelo.
      Ma perché mi fai questo. Non eravamo d’accordo che dovevamo rifare  l’appartamento  renderlo più moderno
      D’accordo con chi con me , ti sei sbagliato
      E con chi ho parlato per tutti questi giorni con un fantasma
      Un'altra volta che dici fantasma mi butto giù dal secondo piano
      Sia fatta la volontà di nostro signore , si butta giù dal secondo piano
      Mi butto , mi butto non preoccuparti
      E buttati,  significa che  era segnato nel tuo destino . Mi hai fatto arrivare al giorno dei lavori mi hai fatto scomodare architetto e muratori ed ora minacci di buttarti dalla finestra.
       
      Chiarina : io ci sento buono , tanto che ci  sento che sento le voci di tutta Napoli , sento  le voce dello vicolo,  dei guaglioni che corrono sopra il motorino. Sente questa fame e questa disperazione e non riesco a chiudere gli occhi Lorenzo.  La notte mi sonno tante gente tanti fantasmi mi sonno a mammà e papà  e non trovo pace. Quando tu parlavi di trasformare la nostra casa credevo in una trasformazione parziale   che non intaccasse i ricordi della nostra infanzia.
       
      Vuoi rimanere legati ai tuoi ricordi d’infanzia , ti capisco anch’io provo lo stesso affetto per i nostri genitori , ma chiarina mia bisogna cambiare dare una svolta a questa vita , poiché il mondo è  andato molto avanti .
       
      Il signorino mo’ si ricorda che viviamo nel ventesimo secolo
       
      Non ho dimenticato in che anno viviamo la cosa strana è  che tu ti vuoi buttare dalla finestra per una scemenza
       
      Non è una scemenza le stanze dei nostri genitori non si toccano
       
      Vuoi vivere ad eterna  loro memoria , va bene accomodati
       
      Si io  entro e chiudo la porta ,  insieme ai mie ricordi
       
      Non è una buona idea , ma come erano padre e madre a me  cosi lo sono stati anche per te. Statti calma comunque se no chiamo i pompieri.
       
      E chiamali io non ho niente in contrario , anzi mo’ mi metto
      pure in disabbigliè
      Disgraziata , svergognata copriti subito
      E tu fai andare via l’architetto ed i muratori
       
      Sei una disgrazia , sei la mia rovina ma ti rendi conto di quanti soldi potremmo fare affittando quelle stanze una volta messe a nuovo
       
      Disamorato
       
      Non offendere che chiamo i carabinieri
       
      La colpa è  tua . Tu mi costringi a buttarmi dalla finestra.
      Chiarina ritorna in te,  non fare questa scemenza non fare la creatura che dal cielo i nostri genitori ci guardano . Li fai piangere dal dolore. Una figlia morta . non hai  riconoscenza per questo fratello tuo che ti  ha voluto sempre bene.
      Le stanze non si toccano se no chiamo a san Pietro
      Va bene ed io vado dal padreterno in persona e gli spiego tutto
      Saresti capace di vederti l’anima al diavolo pure di arrivare ai tuoi intenti
      Sacrilegio
      Non parlare più Lorenzo che il dato è  tratto
      Chiari tu mi fai paura
      Lorenzo non ci pensare lassa sta meglio una sora viva che un palazzo pieno di fantasmi
      Va bene come vuoi hai vinto tu , architetto arrivederci lasciamo le cose come stanno
      Benissimo  , muratori  alzatevi ,  andiamo via oggi non è cosa
      Buona giornata architetto
      Buona giornata mastro Lorenzo vi faccio capitare la fattura per la consulenza
      Come siete pignolo
      Questo palazzo era tutto per me, era la mia fortuna , oggi è diventata la mia disgrazia.
       
       
       
       
       
       
       
       
       

    • Apro gli occhi lentamente, lasciandovi penetrare piano piano il bagliore che attraversa gli alberi dalle larghe foglie.
      Dove diavolo sono finita? Continuo a chiedermelo da un giorno ormai.
      Ho caldo. Ho maledettamente caldo.
      Ho sete. E ho anche fame.
      Beh, di sicuro sono viva, se ho ancora tutte queste necessità.
      Quando mi sono svegliata, sputando acqua, sale e sabbia, ero felice di poter ancora sentire quei conati venir fuori dalla mia gola; non credevo che dopo solo un giorno avrei desiderato la morte.
      Io non sono capace, non posso farcela.
      Come potrei mai sopravvivere in un posto del genere?
      Non sono mai entrata a far parte degli scout, non sono mai stata in campeggio, io odio il campeggio, odio la natura, gli insetti, la fanghiglia, gli animali che non posso gestire, le piante che potrebbero avvelenarmi anche solo toccandole, odio aver paura dell’orticaria, odio me stessa per non essermi abbandonata all’oblio del mare.
      Sospiro, di nuovo.
      Sento la bocca arida e le labbra secche. Mi gira la testa.
      Devo mangiare. Devo bere.
      Per cosa poi? Per rimanere in vita ancora un giorno? Per cosa? Per aggrapparmi alla speranza che qualcuno venga a salvarmi?
      Nessuno sa dove sia finita: quello stupido cellulare è finito sul fondo dell’oceano, e comunque non sarebbe servito a nulla… in mezzo al nulla.
      Mi sollevo a fatica dalla sabbia: che fastidio! Me la sento ovunque, pronta a sottopormi un trattamento esfoliante che avrei decisamente fatto a meno di subire.
      La mia pelle è uno schifo, altroché! Per non parlare delle scottature: prima che riacquistassi i sensi, non so per quanto sono rimasta esposta ai raggi diretti del sole, priva di qualsiasi protezione, ma sento tirare la pelle sulla nuca e sulle braccia.
      Mi sfioro le labbra e le sento ruvide sotto i polpastrelli rinsecchiti.
      Ho sete.
      Guardo davanti a me la distesa d’acqua che si fa beffe di me e della mia condizione: non posso berla e non posso attraversarla.
      Mi giro per puntare gli occhi in mezzo alla giungla: se il mare è una minaccia quantomeno nota, i pericoli di una foresta mi sono totalmente sconosciuti. Che animali potrei incontrare? Potrei cacciarne qualcuno? Rido da sola come una pazza. Con cosa dovrei cacciare? Io poi, che quando gioco a freccette mando il dardo addirittura al di fuori del disco più grande! Ho una mira di merda e ora voglio cacciare? Mi andrà bene se riuscirò a fare io da preda a qualcosa.
      Mi volto di nuovo verso il mare, sfiorando l’idea della pesca, ma scarto anche quella: non ho nessuna nozione a riguardo e ho i riflessi di un bradipo in letargo.
      Un grido soffocato dalla frustrazione mi muore in gola.
      Ok, potrei provare a raccogliere qualche bacca, no? Sì, peccato che sono ignorante anche in quello: e se poi mangio qualcosa di velenoso? Com’era quella cosa dei colori? La natura usa colori sgargianti per difendersi, quindi basta che trovi qualcosa che non sembri una giacca di Sir Elton John e andrà tutto bene… Credo…
      In realtà sono sorpresa anche di essere durata così tanto: conoscendomi, mi sarei data per spacciata già da un pezzo; non credevo di avere una forza di volontà così grande, una voglia di sopravvivere così potente.
      Io che non ho mai fatto attività fisica in vita mia, io che la cosa più vicina a uno sport che abbia mai praticato è lo yoga, sono riemersa dalle acque, rigettata dalle onde come un qualunque detrito forse, ma pur sempre con un pizzico di aria nei polmoni.
      Mi scandaglio ancora una volta, incredula: i miei vestiti fanno schifo, ma le scarpe sembrano aver retto il colpo; sento l’odore che emana la maglietta e mi convinco che sia salsedine; i jeans sono roventi attorno alle gambe, ma, visto che sto per attraversare una giungla, non ho alcuna intenzione di togliermeli; gli occhiali li ho persi, eppure continuo a portare l’indice alla radice del naso, come se volessi ancora tirarli su… che fastidio…
      Mi avvicino a un cespuglio e, scansando qualche foglia, trovo alcuni frutti, o almeno credo lo siano, perché si schiacciano leggermente tra le mie dita, senza opporre particolare resistenza; sembrano more, o qualcosa di simile. Li annuso, ma oltre a sentirne il profumo esotico, non li riconosco. Allora chiudo gli occhi e spalanco la bocca per ingoiarne uno.
      Quasi non ne sento il sapore. Però sono ancora viva.
      Ok, ne mangio un altro, con più calma, mordendolo anche: è tenero e anche un po’ aspro; ne colgo un altro e ne mangio ancora e ancora. Ho fame.
      Signore, ti prego, fa’ che siano commestibili.
      Quando ormai penso di aver trovato finalmente la salvezza, sento la gola stringersi e il respiro farsi affannoso; un senso di nausea mi risale dallo stomaco praticamente vuoto e vomito quelle quattro bacche in croce ai piedi di un enorme albero.
      Potrei morire intossicata da questa roba, potrei morire arsa dal sole, potrei morire…
      Quando mi rialzo, mi sento più spossata di prima: ho perso tutte le poche energie che avevo nello sforzo del rigurgito. Il sapore amaro che ho nella bocca non se ne vuole andare e stento a trattenere la mano per ficcarmi una manciata di sabbia sulla lingua per esfoliare anche quella.
      Maledizione!
      Continuo a imprecare al nulla, sapendo che non riceverò mai una risposta.
      Devo trovare dell’acqua.
      Devo ragionare: una giungla è fatta di piante e le piante hanno bisogno di acqua. Da qualche parte qui attorno ci dovrà essere un fiume, un lago, qualcosa che sia potabile.
      Continuo a camminare, addentrandomi in un posto che mi spaventa in ogni direzione; quasi spero di ritrovarmi davanti a un bivio, uno di quelli che spesso si incontrano nelle favole: da una parte la strada tetra, avvolta dalla nebbia, dissestata, presagio di sventura; dall’altra il sentiero battuto, illuminato dai raggi del sole, con tanto di fringuelli che fischiettano, pronti a invitarti a seguirli in un luogo sicuro.
      Invece no: ovunque mi guardi vedo piante, alberi, nessun sentiero; osservo fiori che non ho mai visto neanche in foto e ascolto versi di animali di cui non conosco nemmeno l’aspetto.
      Finché all’improvviso mi accorgo di un gorgoglio, sommesso, lontano, ma presente: non sto vaneggiando, lo sento. È acqua!
      Tendo le orecchie, seguo quel suono come un marinaio il canto della sirena… Ed eccolo lì, il mio miraggio: un torrentello, appena sbocciato dalla roccia, che si fa strada attraverso la terra.
      Sento il sapore del sale sulla lingua e non capisco, perché ancora non ho toccato l’acqua. Poi mi è tutto chiaro: sto bevendo le mie lacrime.
      Un sorriso di commiserazione mi illumina il viso, mentre mi avvicino lentamente alla sorgente; mi chino, afflosciandomi sulle ginocchia, ignorando il dolore della terra sulle giunture. Allungo le mani a coppa e sento la frescura lenire l’arsura della mia pelle, mentre non riesco a smettere di piangere.
      Avvicino le labbra a quell’acqua così fresca e bevo, bevo avidamente, come mai non ho fatto in vita mia, finché non mi sento sazia di acqua e di lacrime.

    • Eccomi qua, davanti alla casa dove tutto doveva cominciare. Beh, perché c’è sempre un inizio per ogni cosa e il brutto è che di solito c’è anche una fine. Nel mio caso la fine e l’inizio coincidono.

      In questo momento mi trovo davanti a una casettina bianca, con tante finestre distribuite su due piani, una porta sormontata da un ventaglio e un comignolo che spunta da un tetto nero a spiovente. Sulla porta, divisi da un battente, ci sono due coppie di numeri: 15 a sinistra di chi guarda e 13 alla destra. E fa caldo, qui sulla 34esima strada di Georgetown a Washington, nel distretto di Columbia, dove adesso si superano i 30 gradi.
      Quella che sto fissando (fissare è proprio il termine giusto) è la casa dove abitò Beppe Severgnini quando passò un anno nella capitale degli Stati Uniti, a metà degli anni ’90. Il giornalista raccontò la sua esperienza in un libro: “Un italiano in America”, che fu un successo tradotto in diverse lingue.
      Quel libro finì, a suo tempo, anche nelle mie mani, oltre che in quelle di una ragazza che qualche anno più tardi sarebbe diventata mia moglie. Galeotto fu proprio Beppe Severgnini, perchè ci incontrammo a Pavia durante la presentazione di un altro suo libro: “Italiani si diventa”, in un freddo dicembre del 1998. Io arrivai con largo anticipo e, come al solito, occupai il posto di fianco al mio perchè cerco sempre di evitare che qualcuno si sieda vicino a me, occupando il mio spazio vitale e il mio bracciolo. O peggio: cercando di parlare con me. La sala era quasi piena, quando mi sentii toccare la spalla; era lei, che chiedeva candidamente se il posto dove era accomodato il mio cappello fosse libero. Io la guardai con la bocca aperta, senza riuscire a dire niente. In men che non si dica si fece spazio, prese il mio cappello, lo poggiò sulle mie ginocchia sfoderando un sorriso da pubblicità del dentifricio e si sedette.

      Fu allora che tutto cominciò, tra commenti sul libro e chiacchiere del più e del meno. Decidemmo di concludere la serata insieme davanti a una pizza, continuando a parlare anche del libro di Beppe. Nessuno di noi due era mai stato in America ed entrambi ci eravamo ripromessi di andarci quanto prima. Magari insieme. E perchè non cominciare proprio dal 1513 34th St NW Washington, District of Columbia?

      Ecco, da qui sarebbe dovuto iniziare il nostro primo viaggio insieme negli Stati Uniti. Nello stesso posto, invece, finisce qualcosa e ricomincia un’altra vita. Da qui prende il via la Fuga in America, il racconto di un viaggio, di una ricerca e di se stessi.
       
      https://raccontiperte.altervista.org/

    • Sentire il rumore del mare è come ascoltare il respiro della Terra: l’onda che si ritrae è aria trattenuta; lo sciabordio sulla battigia è un soffio rilasciato.
      Il sole caldo sulla schiena, protetta dalla crema e dalla maglietta; le mani immerse nella sabbia che, prepotente, invade ogni centimetro di pelle: si incastra nei peli delle gambe, più folti e neri da soli pochi anni, si sente nel costume, cedendo a ogni scrollata, per raggiungere gli altri granelli suoi fratelli.
      Non c’è niente di più bello per Pietro.
      Nonostante la calura estiva, nonostante il baccano dei bagnanti, nonostante sia solo in questo suo piccolo, intimo mondo, dare una forma statica a qualcosa di così effimero come la sabbia, lo rende felice.
      È difficile, certo… Trovare il posto adatto, non troppo lontano dall’acqua, per fare scorta facilmente, né troppo vicino, per proteggere la creazione dal mare stesso. Preparare una base abbastanza liscia, delle dimensioni giuste per sviluppare la sua idea. Tenerla al sicuro da passanti curiosi, invadenti, che spesso lo additano come “strano”.
      Pietro crea, ma non per gli altri: lo fa per se stesso e per sfidare la natura. E anche oggi, si chiede, vincerà lui o la sabbia?
      È tornato un po’ bambino, volendo tirare su un intero castello, ma paletta e rastrello non gli bastano più come strumenti di lavoro: il suo progetto oggi richiede spatole e pale, che della plastica della sua infanzia hanno ben poco.
      Un’area di lavoro di tre metri per due è stata difficile da trovare in mezzo agli ombrelloni dei turisti, però ce l’ha fatta e piano piano ha tirato su quattro torri angolari e un portone di accesso; prevede di abbellire il castello con merlature, finestre, tetti a cono e un fossato… Come potrebbe mancare il fossato?
      Ed è mentre si sta accingendo a lisciare il tetto lungo l’ala nord, che un pallone colpisce impietoso la torre est, mandandola in frantumi.
      «No!» quasi sente dolore lui stesso nel vedere quello scempio.
      «Palla!»
      Solleva lo sguardo, lucido, di odio, verso il ragazzo che gli fa un cenno con il braccio per farsi ritirare la palla.
      No, idiota, la parola giusta è “scusa”!
      Pietro si alza e afferra il pallone col desiderio di squartarlo, mentre una ragazza gli corre incontro con espressione mortificata: «Mi dispiace» dice, guardando il disastro tra di loro: «Tu stai bene?»
      A quella domanda Pietro si riscuote: si sta davvero interessando a lui? Impossibile… Nessuno l’ha mai fatto. Nessuno l’ha mai notato.
      Indurisce ancora lo sguardo e lascia cadere la palla pochi metri più in là, assicurandosi che non rotoli in direzione dell’idiota.
      «Ehi!» urla l’energumeno cerebroleso.
      La ragazza si volta e solleva le mani per fermare la sua corsa e qualsiasi intento di violenza gli possa essere balenato nella testa. Recupera il pallone e glielo lancia, ma resta lì, nei pressi del castello di sabbia: «Mi dispiace» ripete, «è stata colpa mia… Non sono brava a beach volley.»
      Pietro la guarda, ancora incredulo che gli stia rivolgendo la parola. E per cosa, poi? Per scusarsi?
      È bella. È bionda. È abbronzata.
      Che ci fa ancora lì?
      «Sono Marcella» sorride.
      Lui arrossisce e volta la testa, sperando che lei non lo noti: «Pietro» mormora piano.
      «Ehi, Marcy!» La voce dell’idiota, ancora lui, giunge a loro da lontano: «Vieni o no?»
      Marcella si gira, sbuffando: «No! Così non faccio altri danni!» Poi si avvicina a Pietro: «Senti, posso rimediare in qualche modo? Posso darti una mano a sistemarla?» gli chiede, indicando l’ammasso informe ai loro piedi.
      Il cuore del ragazzo batte più veloce, forse perché lei vuole toccare la sua opera, o forse perché le è così vicino che può intravederne i capezzoli sotto la stoffa leggera del bikini colorato.
      «Non è necessario» risponde brusco.
      Marcella ci rimane male, si vede. Ma non si arrende: «Però voglio farlo.»
      «Non ne saresti capace.» La vuole allontanare, la deve allontanare, altrimenti lei capirà quanto ne sia attratto e comincerà a prenderlo in giro, come fanno sempre tutti.
      La ragazza mette su un broncio delizioso e prova a difendersi: «Ok, forse è vero, però posso aiutarti. Posso portarti l’acqua, no? Non tocco niente, giuro!» Alza la mano destra, mentre posa la sinistra sul cuore.
      Pietro cede. Contro ogni presupposto, si arrende a quella dimostrazione di buona volontà, e sospira rassegnato: «Ok, portami l’acqua. Ma non toccherai niente! Hai giurato!» La punta con l’indice per ammonirla ancora una volta.
      Lei sorride, mandandolo di nuovo in paradiso, afferra un secchio e corre alla riva. Le gambe scattanti, i capelli che tentano di asciugarsi al vento… L’adolescenza funziona così, come il bastone di un rabdomante: punta dritto alla sorgente della vita.
       
      Marcella lo osserva in silenzio: è concentrato ed è chiaro che non vuole essere disturbato. Ma lo fa anche perché sarebbe un peccato sprecare questo momento con le parole: vedere le mani di Pietro raccogliere la sabbia e modellarla a suo piacimento, bagnarle nel secchio per inumidire pochi centimetri quadrati di un intero castello, è estremamente affascinante.
      Come può la sabbia, simbolo di precarietà, dello scorrere del tempo, trasformarsi in qualcosa di così stabile?
      È seduta accanto a lui, che invece è inginocchiato per lavorare meglio in altezza; ha la fronte aggrottata e la punta della lingua che fa capolino dalle labbra; è ricoperto di sabbia dalla testa ai piedi e, soprattutto, sembra felice.
      Lei non se la ricorda l’ultima volta che si è sentita così.
      Avrebbe voglia di toccarlo, di allungare la mano per districare quei ricci che di nero non hanno più niente, per quanti granelli ci sono finiti in mezzo. Forse, toccandolo, potrà bearsi anche lei di quello stato di grazia.
      «Da quanto lo fai?» si lascia sfuggire, per poi tapparsi la bocca con entrambe le mani.
      Lui la guarda di sfuggita, senza smettere di creare: «Da sempre.»
      «Sei bravissimo» ammette, incoraggiata dalla sua risposta inaspettata.
      «C’è gente molto più brava di me…»
      Si sta sottovalutando, forse inconsapevolmente, ma a lei non importa: «Beh, io non conosco questa gente… Non ho visto altri lavori. Ma quello che stai facendo qui, adesso…» Fa fatica a trovare le parole giuste: «Tu sei un artista!»
      Pietro si ferma e si volta a guardarla con un’espressione incredula, poi dura: «Se sei rimasta per prendermi in giro, puoi risparmiarti la fatica.»
      Le ha fatto male. È da quando le ha parlato la prima volta che non fa altro che farle male. «Non ti sto prendendo in giro! Sei davvero bravo! Non lo vedi da solo?» gli indica la sua opera imponente stagliarsi sulla tela del mare.
      Il ragazzo abbassa di nuovo gli occhi: «Forse è così… Forse è per questo che…» ma si interrompe.
      Marcella gli sfiora una spalla per esortarlo a continuare; lui sobbalza e ha di nuovo quegli occhi da cerbiatto spaventato puntati su di lei: «Il mese prossimo andrò a Rimini, per il campionato nazionale» confessa infine.
      Il volto della ragazza si illumina di sorpresa e felicità: «Davvero? In bocca al lupo!» Poi incrocia le braccia al petto e annuisce orgogliosa: «Li sotterrerai tutti!»
      Ed è quella battuta che fa ridere Pietro, lo fa risplendere della gioia della sua giovane età e del suo vero essere, che finalmente, con Marcella, si apre al mondo.

    • Le dita stringevano spasmodicamente il bracciolo del sedile. Se avesse potuto conficcarle nell’imbottitura, Carol l’avrebbe fatto volentieri.
      Sentiva la fronte imperlarsi di goccioline di sudore freddo, gli angoli della bocca tirare in un sorriso di circostanza, probabilmente molto più simile a una paresi facciale.
      Il tallone destro batteva ritmicamente sul legno del pavimento… Ma era legno? Non ne era più tanto sicura. Di che erano fatti quei cosi? Di plastica? Di alluminio? Di che diavolo di materiale è fatto un coso grande quanto un palazzo, pieno di carburante altamente infiammabile, che si alza in volo a migliaia di metri da terra?
      La schiena rigida aderiva perfettamente alla spalliera, la testa fissa, come il suo sguardo, puntata alla testa del passeggero davanti: un uomo affetto da leggera alopecia aveva infilato un paio di cuffie sulle orecchie, ignorando bellamente le movenze illustrative delle hostess.
      Soffocò un risolino isterico: oh, quanto avrebbe riso in caso di incidente! Lei aveva imparato a memoria tutte le misure di sicurezza, aveva individuato le uscite di emergenza, una a una, non appena aveva messo piede sul trabiccolo, aveva controllato che fosse presente il giubbotto sotto il proprio sedile… Eppure non riusciva a restare calma.
      «Tutto bene?»
      Che domanda del cavolo… No! No, che non va bene un bel niente! «Sì, grazie» rispose invece all’uomo seduto al suo fianco, senza nemmeno voltarsi. Non le importava fare conversazione, era arrivata, era salita a bordo, si era seduta, aveva guardato fissa davanti a sé ed era intenzionata a rimanere in quella posizione per tutte le due ore di quel maledettissimo viaggio.
      «Ne è sicura?» insisté l’altro. Nella voce un’incrinatura preoccupata.
      Carol chiuse gli occhi per un momento; sembrò doloroso farlo, come se fossero asciutti e le palpebre graffiassero le iridi.
      «Sì, sono sicura» sbottò: «Perché continua a chiedermelo?» Si rivolse esasperata, scontrando quasi il suo naso con quello dell’uomo.
      Un paio di occhi neri la scrutarono attentamente, come se rispondere a quella domanda non fosse importante, ma che la verità fosse da qualche parte lì, su quel viso teso.
      «Che c’è?» Carol aggrottò la fronte e spostò leggermente la testa, prima da una parte e poi dall’altra; ma quello la seguì nei movimenti, come se non volesse lasciarla scappare… Magari avesse potuto!
      «Mmm…» L’uomo si limitò a mugugnare, come un medico che si appresta a fare la diagnosi a un paziente, con tanto di mano sotto il mento.
      «Che c’è?» ripeté lei allarmata.
      «Ha ragione» enunciò alla fine, allontanandosi dal suo viso: «Va tutto bene.»
      Uno dei sopraccigli di Carol si sollevò per lo scetticismo: «E no! Lei ha fatto “Mmm…”. Cos’era quel “Mmm...”?»
      L’uomo scrollò le spalle: «Niente.» Poggiò la schiena rilassata al sedile.
      «Che cosa ha visto? Ho qualcosa sulla faccia?» La ragazza cominciò a strofinarsi le guance, cercando di individuare eventuali tracce di qualcosa; poi afferrò la borsetta per tirane fuori lo specchietto; guardò la sua immagine riflessa, ma non riusciva a vedere niente che potesse giustificare il “Mmm…” del suo vicino.
      Un vicino che proprio in quel momento scoppiò a ridere con una di quelle risate che invogliano a unirsi alla gioia: «Gliel’avevo detto: lei non ha niente.»
      «E allora perché…?» cominciò di nuovo a lamentarsi, ma lui la interruppe posandole un dito sulle labbra. Carol incrociò gli occhi su quel polpastrello morbido, mentre sentiva le guance andarle a fuoco.
      «Perché non ha alcun motivo di avere paura. Lei sta bene, io sto bene, il pilota di questo aereo sta bene e arriveremo a Los Angeles in meno di due ore, senza nemmeno accorgercene.»
      L’aveva inquadrata in due minuti? Anzi, gli era bastato un “Mmm…” per capire che aveva paura di volare?
      Gli scansò il dito dalla faccia: «Io non ho paura di volare. Io non ho mai paura.» La sua voce uscì più dura di quello che avrebbe voluto, ma si sentiva in dovere di mettere le cose in chiaro.
      «Oh, certo… Lei non ha paura. È solo terrorizzata a morte!» rise ancora delle sue disgrazie.
      «Non è gentile, sa? Non dovrebbe prendere in giro una donna perché prova un senso di disagio a stare in una scatola che fluttua nell’aria.»
      «Ma io non la sto prendendo in giro… Così come lei non ha paura» le sussurrò di nuovo a pochi centimetri dal viso.
      Lo osservò meglio… Certo, non come l’aveva squadrata lui… Ma da quella distanza ― e anche da più lontano, in verità ― si vedeva chiaramente quanto fosse affascinante: capelli corti e neri, pelle abbronzata, sguardo assassino. Se lo sarebbe mangiato a colazione, fuori di lì.
      E invece erano lì, quindi era lei quella con il cervello in pappa. Dove era finita la sua parlantina? Dove era finita la sua sicurezza? Dove era finita la sua stronzaggine?
      A terra, lo sapeva. Aveva lasciato tutto al gate, mentre con gambe tremanti sapeva di andare verso il suo personalissimo patibolo.
      «Mi toglie una curiosità?» Il suo vicino sembrava non arrendersi.
      «Se le dico di no, smette di farmi domande?»
      Lui rise anche a quella provocazione: «Se odia così tanto volare, perché è qui?»
      E me lo chiedo pure io… «Poco preavviso. Tempi stretti. Il lavoro della vita… Scelga lei.»
      «Il lavoro della vita.»
      Carol lo guardò stupita: «Ha scelto sul serio?»
      Annuì soddisfatto.
      La ragazza sospirò rassegnata: «Mi hanno chiamato per un’audizione al Blue Note.»
      L’uomo spalancò la bocca per la sorpresa: «Canta? O suona? O entrambe?»
      Carol abbassò il viso arrossato per l’imbarazzo: «Canto.»
      «Complimenti davvero!»
      «Beh, non mi hanno ancora assunta…»
      «Beh, qualcosa mi dice che lo faranno.» Aveva dei begli occhi, che splendevano di una luce vispa: «Avanti, mi faccia sentire!» la esortò con una mano.
      «Cosa?» Per un momento pensò che le avesse chiesto di cantare.
      «Canti qualcosa!»
      Aveva capito bene, quindi: «No, guardi, non mi sembra il caso…»
      «Perché?» aggrottò la fronte.
      «Perché siamo su un aereo» sottolineò l’ovvio.
      «E allora? La prego, canti qualcosa… per me.»
      Quegli occhi, quei bellissimi occhi, la stavano implorando. E quel sorriso… Come avrebbe potuto dire di no a quel sorriso?
      Carol sospirò, socchiuse le palpebre e poggiò la testa al sedile. Cantò piano, in un sussurro, come se volesse coccolare quella sensazione, dimenticando dove si trovava, dimenticando chi aveva davanti. La sua voce era questo per lei, la strada verso uno stato di grazia: niente aveva importanza, se non il jazz.
      E quando tutto finì, quando si decise a tornare alla realtà, un battito di mani la riaccolse, vicino, al suo fianco, e poi un altro, e un altro ancora, finché l’aereo al completo non applaudì la sua performance, che era stata più potente ed espressiva di quanto avesse programmato, coinvolgendo anche gli animi degli altri passeggeri, ma soprattutto facendole dimenticare la sua più grande paura.
      Il suo vicino applaudiva e sorrideva, poi le prese le mani tra le sue: «Sei stata eccezionale! Ti ascolterei cantare per ore…»
      Carol abbassò di nuovo lo sguardo timido, notando che era passato al “tu”.
      «Posso?» le chiese speranzoso.
      «Cosa?»
      «Posso ascoltarti cantare per ore?»
      Il cuore le batteva forte, non più per la paura, ma per l’emozione di quel tocco leggero, per le sue dolci parole.
      «Io sono James» si presentò alla fine.
      «Carol… mi chiamo Carol.»

    • Zuàn un vero bosco non l’aveva visto mai. Era sempre vissuto nell’isola, figlio di una modesta famiglia di artigiani del vetro che lavoravano al servizio dei Brussa. La fornace era il luogo dove Zuàn aveva appreso come gli elementi si potessero fondere per dar luogo al miracolo della creazione di oggetti fantastici, di tutti i colori e le forme del mondo, soffiando dentro la materia incandescente. Il soffio del creatore, il vento primigenio che dava vita agli oggetti attraverso il fuoco.
      La bottega del Mastro Brussa era la più famosa di Murano per le decorazioni che produceva. La moda dell’epoca esigeva soggetti naturalistici, fiori, foglie, frutta, bestiole, che sembravano cristallizzati come per un sortilegio compiuto dalle mani dei maghi del vetro. Le opere del padre di Zuàn, Marco, erano tra le più belle della bottega e il mastro era assai soddisfatto del suo artigiano, il capo vetraio.
      Zuàn apprese l’arte dal padre e come lui si specializzò nella riproduzione della natura. Del vetro gli piaceva la trasparenza, la duttilità, ma anche la fragilità. La fragilità per lui significava anche che di un oggetto di vetro, come d’ogni opera d’arte, bisognava avere una cura estrema; in un solo momento poteva frantumarsi e cessare di esistere. Non importava se per disattenzione o per fatalità. Come la vita: adesso c’è ma un attimo dopo non c’è più. Era il mistero della fragilità.
      In una vera selva non era mai stato. Ne conosceva, però, i prodotti; la legna degli alberi per alimentare i forni, proveniente dalle selve istriane e dalmate, per esempio. Per Zuàn era uno spettacolo usuale la foresta di alberi delle navi mercantili della Serenissima, allineate sulla Riva degli Schiavoni, che si muovevano agitate dalla brezza marina; e poi quei pochi giardini che nelle piatte isole della laguna spiccavano per la verticalità.
      Aveva visto qualche riproduzione di boschi e foreste in stampe e dipinti, alberi bellissimi, di verde scuro, quasi nero, con e senza frutti, e gli sembrava un mondo incantato. I giardini dell’Eden, dove i progenitori giravano ignudi, felici e solitari, erano un soggetto che si vedeva spesso nei luoghi sacri e Zuàn immaginava come dovessero essere nella realtà, con piante maestose e fronzute, altissime, che non facevano passare la luce del sole. Aveva sentito parlare i mercanti di ogni paese delle foreste sconfinate che verdeggiavano sulle isole dalmate, di quelle tenebrose dell’Europa del Nord, di quelle tropicali dell’Asia e dell’Africa, dove vivevano strani animali e dove non c’erano stagioni, e immaginava come dovessero essere straordinarie.
      Lui non si era mai mosso dalla laguna. Sempre e solo Murano e Venezia, dove, d’altro canto, sembrava che tutto il mondo convergesse. La quantità di lingue che vi si parlava la faceva apparire come il vero centro del mondo. E poi le più importanti famiglie d’Europa ordinavano a Murano le proprie cristallerie, i lampadari, gli oggetti artistici, perché era lì che i creatori producevano quelle meraviglie di vetro. Capitava spesso che un mercante venisse in bottega per fare le sue ordinazioni, raccomandando poi di imballare bene tutti quegli oggetti perché il viaggio che avrebbero dovuto fare sarebbe stato assai lungo e si sarebbe snodato negli impenetrabili boschi delle Alpi, dove a volte le strade erano impervie e piene di ostacoli; sarebbe bastato un sussulto un po’ più forte del carro per mandare in frantumi quel patrimonio di bellezza.
      Zuàn ascoltava sempre con attenzione le loro storie, e chiedeva smanioso ai mercanti come fossero quelle selve. Il mercante le descriveva allora con dettagli, talora arricchiti dalla propria fantasia affabulatoria, le rupi, i villaggi, i guadi, gli alberi, le valli, i laghi, i castelli, che chiamava coi loro vari nomi, e i suoni che si sentivano nell’oscurità delle foreste, come se ci vivessero creature soprannaturali. C’era chi raccontava di come, all’inizio dell’estate, durante le soste per far riposare gli animali in riva ai fiumi, i boschi abbondassero di squisiti frutti selvatici e di come raccoglierli fosse facile, per l’abbondanza. Altri raccontavano del suono del vento che fischiava nelle valli strette, del rumore del fogliame e di come a volte le folate sembrassero recare lamenti umani o voci di spettri. C’era poi chi narrava del verso dei cervi in amore all’imbrunire, nei primi giorni d’autunno. Altri ancora dei banditi che, nascosti nelle selve, di tanto in tanto rapinavano i carichi preziosi.
      E Zuàn, avido di sogni, fantasticava e dava un corpo ideale a tutte quelle immagini suggerite dalla loquacità del mercante, desiderando un giorno di poter vedere quegli ambienti così favolosamente descritti. Fu probabilmente in seguito a questi racconti che da un certo punto in poi gli oggetti che il giovane realizzò iniziarono a distinguersi da quelli prodotti dagli altri maestri vetrai. La definizione di ogni creazione di Zuàn, ogni fiore, ogni foglia, ogni minimo dettaglio cominciò a essere più libera, più fantasiosa, più virtuosistica, ispirata da ciò che il ragazzo aveva visto nei dipinti e nelle stampe e integrato da ciò che ascoltava.
      Un oggetto creato da Zuàn produsse un giorno lo stupore del padre. Era un uccello policromo, con fili d’oro, una cresta frastagliata e un becco adunco che sembrava quasi sorridere. Il piumaggio era talmente definito che pareva morbido al tatto e faceva scordare la rigidità e la freddezza del materiale. Le varie tinte di quel pappagallo avevano superato i già fantasiosi colori che la natura aveva assegnato a quelle creature, che Zuàn aveva visto solo in riproduzione artistica. L’uccello era raffigurato ad ali spiegate nell’atto di arrivo su un ramo pieno di foglie verdi, anch’esse definite con una precisione e una sottigliezza che colpivano per il realismo. Sembrava che il vento gli scompigliasse il piumaggio.
      «Figliolo, da dove hai tratto queste idee e questa sapienza?»  
      «Non so, padre, mi è venuto tutto così, spontaneamente.» rispose il giovane, quasi imbarazzato per aver osato troppo.
      Il padre sorrise con orgoglio e mise il pezzo nella teca per l’esposizione, dove le opere migliori facevano mostra di sé ed erano oggetto di ammirazione per i visitatori che spesso offrivano somme favolose per averne una. Ma quegli oggetti il proprietario non voleva venderli a nessuno. Casomai ne ordinassero in quantità, la fornace Brussa ne avrebbe prodotti quanti ne avessero desiderati.
      Mai si era visto un simile splendore.
       
      «Chi lo gà fato?» chiese il mastro Brussa l’indomani, vedendolo per la prima volta.
      «Mio figlio Zuàn, mastro Brussa.»
      Brussa non finiva di osservarne i particolari, così perfetti e verosimili. Non aveva mai visto un oggetto bello e rifinito come quello né nella sua fornace né altrove. Fu come se un lampo gli illuminasse lo sguardo.
      «Digli che favorisca di venir qui, Marco, ho da parlargli.»
      Zuàn fu chiamato mentre stava rifinendo un altro capolavoro, una nave colle vele gonfiate dal vento. Sembrava che il vento soffiasse davvero.
      «Zuàn, te vole el paron.» disse Marco mettendo una mano sulla spalla del figlio. «Il tuo pappagallo l’ha incuriosito.» E gli sorrise.
      Il giovane si avviò verso la stanza del mastro Brussa.
      «Comandi, sior paron»
      «È vero che tu hai fatto quel pappagallo così bello? Dove lo hai imparato? Nessuno mai è riuscito a fare una cosa così.»
      Zuàn arrossì. Non aveva mai ricevuto un tale complimento dal paron che accennò un piccolo sorriso di tenerezza vedendolo arrossire.
      «Vien qui. Ti faccio vedere queste stampe.»
      E il padrone mostrò a Zuàn delle incisioni che raffiguravano delle scene silvestri, arcadiche, illustrazioni dai poemi cavallereschi di Tasso e Ariosto. In un’altra, recentissima, era una “Veduta del Monte Libano e delle sue Piante di Cedri. Il chiarore delle foglie degli Alberi significa Neve che loro sia caduta sopra”; i cedri, piumosi, candidi, coi loro rami orizzontali riempivano il centro dell’immagine, mentre a sinistra un filare di cipressi limitava la stampa, pastori e viandanti sostavano sotto le loro chiome. E poi incisioni della campagna romana con alberi contorti isolati e in gruppo, tra rocce scoscese, una più bella dell’altra dai cui dettagli il ragazzo si mostrò completamente rapito.
      Il mastro Brussa notava quanto avidamente il ragazzo osservasse quelle belle immagini e come seguisse col dito il percorso dei rami sulla carta, come se ne stesse assorbendo i contorni solamente appoggiandovi sopra le mani.
      «Vorrei che mi facessi una selva di vetro. Solo tu puoi esserne capace, dopo il pappagallo che hai fatto.» disse rompendo il silenzio carico di emozioni.
      Zuàn si emozionò. Mai nessuno aveva dato particolare importanza a ciò che lui faceva e un incarico così l’inorgoglì e fece diventare purpuree le gote già rosse del giovane.
      «Siete certo, paron? Non ho mai fatto nulla del genere e...»
      «Vuoi farlo o no?»
      Zuàn pensò rapidamente come non aveva mai fatto. Si sentì come se in quel momento Carlomagno lo stesse investendo Paladino di Francia.
      «Sì.»
      «Bene, mettiti subito al lavoro.»
      Zuàn tornò al suo posto di lavoro e parlò col padre. Il padre fu fiero del figlio e gli disse:
      «Se il paron ti ha detto così vuol dire che ha in testa delle cose per te.»
      «Non so da dove cominciare» disse il ragazzo «Non ho mai visto un bosco dal vero.»  
      «Non avevi visto neanche un pappagallo dal vero eppure hai fatto il più bel pappagallo che si sia mai visto qui; e le foglie del ramo su cui poggia sembrano vive.»
      Zuàn rifletté. In fondo era vero. Incominciò subito a pensare come organizzare quel bosco. Le idee in quel momento si sovrapponevano e già immaginava come mettere tante piante insieme senza sapere se vivessero tutte nello stesso posto; in fondo lui non sapeva se le palme o gli abeti potessero convivere e, nella sua fantasia ormai sbrigliata, tutto si accumulava in un giardino ideale visto solamente nelle opere d’arte.
      La prima cosa da fare era fornire un ambiente dove mettere tutte le piante. Gli venne in mente un presepe in stile napoletano fatto tutto di vetro che un nobile veneziano aveva commissionato alla fornace come regalo di benvenuto alla giovane moglie che veniva da Napoli. Zuàn aveva fatto alcune statuine e le piante, anche se allora non aveva ancora sviluppato la tecnica che lo aveva condotto al pappagallo delle meraviglie.
      Incominciò da un disegno generale dell’opera che stava progressivamente prendendo forma nella sua mente. Organizzò quindi un ripiano su cui poter incastonare gli alberi che avrebbe realizzato, cominciando dalle rocce a cui sarebbero state applicate le piante.
      Ma quali alberi mettere? Avrebbe voluto vederli dal vivo tutti insieme, almeno una volta nella vita, e non sapeva come fare. I boschetti che esistevano sulle isole della laguna erano ben poca cosa rispetto alle favolose foreste che popolavano le storie ascoltate dai viaggiatori che avevano acceso la sua immaginazione. Certo, le stampe che il paron gli aveva mostrato erano state particolarmente appassionanti; quelle immagini erano ancora vivide nella sua memoria e, soprattutto, nelle sue mani: se le sentiva crescere, quelle piante, coi loro tronchi, i rami, le foglie, sotto le dita, come se la materia ne scaturisse direttamente senza alcun ostacolo.
      Me li inventerò, ha ragione mio padre, decise.
      Cominciò quel giorno stesso a comporre la selva di vetro. Pensò di farla tutta trasparente, senza alcun colore. L’immaginò come una foresta di ghiaccio, cristallizzata nella fantasia, un luogo senza tempo e senza alcuna connotazione geografica, un luogo ideale dove rifugiarsi coi propri pensieri, immaginando sé stesso come un giardiniere di vetro che ne facesse parte. Solo i fiori e i frutti avrebbero avuto il loro colore. Giorno dopo giorno quegli alberi, quei cespugli, quelle chiome, tutti fantastici, riempirono gradatamente lo spazio angusto di pochi piedi quadrati dove Zuàn aveva pensato di collocarli, miniaturizzando ogni cosa fin nei minimi dettagli.
      Le palme, d’ogni tipo e foggia, erano gli alberi che maggiormente stimolavano la sua immaginazione, anche se non aveva idea che frutti potessero produrre. Così appose delle arance a grappolo accanto alle foglie pennate, di fattura talmente sottile da apparire come piume impalpabili. Nessuno era mai riuscito a tanto.
      Le araucarie, stranissimi alberi che aveva visto in alcuni schizzi portati da un mercante che commerciava col Brasile, gli vennero particolarmente bene, come se fossero dei piccoli candelabri ma assai più sottili e dettagliati, così come i pecci, i cedri e le querce.
      I cedri del Libano gli piacevano tanto. Quella stampa lo aveva particolarmente colpito. Quei rami orizzontali ed estesi, così insoliti, che sembravano vincere quello slancio verso il cielo preferito da altri alberi, erano come braccia che volessero cingere il mondo in un morbido amplesso. E pensando a questo li realizzò.
      I cipressi erano perfetti, alti, slanciati, evocativi. Zuàn era pure riuscito a creare cippi con busti, grotte nella roccia, alberi contorti che ricordava aver visto su dipinti e lacche portati dalle Indie Orientali da quegli avventurosi mercanti e venduti agli aristocratici e ricchi borghesi d’Europa, che si andavano costruendo un gusto per le cineserie.
      Un altero cervo in miniatura si ergeva su una rupe di cristallo, sentinella muta e scintillante di quel paesaggio favoloso. Le estese corna sembravano i rami d’un albero innestato sul corpo perfetto dell’animale, riprendendo quasi le creazioni sottostanti e proiettandole ancora più in alto. Sembrava solo che mancasse il soffio vitale e poi quella bestiola di vetro sarebbe stata reale. Fu l’ultima cosa che aggiunse.
      Zuàn contemplò l’opera compiuta. Poi chiuse gli occhi e immaginò di essere una creatura del suo bosco, sotto quelle piante fantastiche, quasi sentì la corrente del vento insinuarsi tra le foglie di vetro. In quell’istante un raggio di sole dell’infuocato tramonto lagunare, che il finestrone della fornace incorniciava così bene, passò attraverso la testa del cervo e poi sul resto, illuminando d’iride quella meraviglia e sembrando darle movimento e vitalità.
       
      «Bravo Zuàn, disse il paron a lavoro ultimato. Il re di Spagna sarà soddisfatto della tua opera.»
      Il re di Spagna! Il giovane non avrebbe mai immaginato che la sua opera fosse destinata a un’altezza reale e ne fu lusingato. Pensò che avrebbe iniziato a realizzare una nuova selva di vetro tutta per sé nei giorni successivi, l’avrebbe fatta ancora più bella, più ricca, più piena di dettagli, che in quel cervello frullavano senza riposo.
      La nave che avrebbe trasportato l’opera montata e imballata con tutte le cure possibili sarebbe partita da Venezia tre giorni dopo, ricolma di meraviglie di cristallo della bottega di mastro Brussa e di altre fornaci.
      Il giorno dopo la partenza del carico, Zuàn si ammalò di un’aggressiva e misteriosa febbre polmonare che si era diffusa in città, portata probabilmente dall’Oriente da qualche bastimento, e morì dopo due giorni di tosse devastante. Non fece in tempo a iniziare la sua selva di vetro. Il morbo indifferente si diffuse a poco a poco nella Repubblica della Serenissima e dopo in tutto il continente, decimando la popolazione. Le botteghe chiusero, avendo anche perduto buona parte degli artigiani, e le commissioni cessarono per un lungo periodo. Ai sopravvissuti che si aggiravano per le calli deserte della superba Venezia parve che tutta quella bellezza avesse raggiunto il termine.
      Lo stesso giorno della morte di Zuàn il carico di gioie di cristalli andò a fondo col naviglio a causa di una tempesta mai vista, appena superato il canale d’Otranto. L'irripetibile selva di vetro in miniatura mai realizzata prima e l’unico artista in grado di farla, coi suoi segreti, avevano cessato insieme di esistere. Non ve ne furono più.

    • DRAMMA  MADRIGALESCO
       
       
       
      Un altra sera  è passata,  rincorrendo   me stesso nel gioco delle forme , dei miti  di un amore che  non s’appaga dei ricordi  andati ,  mentre  poso  la testa sul cuscino a sera.  Mentre  vedo in sogno , scendere dal cielo con l’ali piegate ,  angeli e demoni litigare per un nulla , una  lunga scia di racconti , scritti e riscritti ,  un tempo grigio  che non  incoraggia  i buffi personaggi di questo mio dramma popolare a parlare di se stessi.   Dialogano  tra loro  nel mio   dormiveglia ,  poi vanno ,  giù e su   ascoltando  questo cuore che batte forte nella gabbia toracica , solo come un pappagallo in gabbia.  M’inoltro in una selva oscura  , come , se mi fossi  perso nell’oscurità , nell’ossesso delle passioni in un sincronismo che getta sconforto , tra fisime psichiche , in bocca ad un cane  alle prese con il suo osso. Ed eccomi  qui ,  vicino ad  una fossa  comune con una gomma da masticare in bocca ,  sotto il ponte di Brooklyn. Combatto , contro il male , contro quell’abitudine insana che non mi  rende  santo ,  mi mette a volte  di buon umore , mi  fa capire che sono  ancora vivo . Gioco con  i  miei ricordi  mentre  bevo vino,  rido   dopo tanti anni passati nel  timore di stringere a  me  un sogno di gloria  , seguendo una gonna che  s’alza al vento ,  vado  con zaino sulle spalle , in  un nuovo canto ,   verso un'altra canzone,  verso un altro amore.   Verso  Licola  me ne andrò ,  per  navigare  sopra l’onda che ride nella gaia  beatitudine e nella lasso  di un tempo  passato giungo a Pithecusa  ove farò le mie condoglianze  al bianco coniglio del paese di Alice .  L’inseguirò tra i campi fioriti ,  ascoltando il suo  orologio  ticchettare  tra mistiche scuse. Mi sembra  di volare  su   un aeroplano immaginario  , attraverso  spazi e luoghi d’inenarrabile bellezza.
       
      Festa della mamma . E già di mamma c’è ne una sola . Ricordo  la mia vecchia affacciata al balcone che m’aspetta , ritornare  a casa , ubriaco , dopo aver fumato   stoppie ed erbacce di marciapiedi,  annegato in un lunga agonia,  una gioia che  affogo   nell’attimo in cui  provo ad afferrare  la bellezza per la gola .  Oggi rimembro solo nell’agonia di un tempo  passato,  troppo in fretta , l’essere cresciuto come l’edera sui muri , salita  fino al cielo , salita  in paradiso tra i santi . Ed eroi, sono  madri e padri ,  dei di altre generazioni nell’ultimo saluto ,  fatto nel vento che passa , mentre prendo l’autobus per far ritorno a casa da solo , con la mia sbronza .  Dopo aver  vagato  ignaro tra i vicoli  fetidi , tra le ombre della miseria ,  tra  inni  e canti  del mio  tempo , nell’impeto  folle di  poesie composte  solo per lei .  Versi e  versi  composti in segreto ,  messe in  vendita  durante la fiera del paese  poiché  tutti   dovevano   sapere quando  volevo  bene alla mia mamma.  Ed i  benpensanti del partito se la ridevano di me ,  mi chiamavano poetucolo   ed io  cosi composi una  nuova canzone per mia madre   nel  giorno  dedicato a tutte le  mamme ,  mentre cercavo di  ricucire   le vesti della  vita , scendevo  come l’acqua del fiume che va per solitari luoghi , scorrevo  oltre questa  infame vita , nella bellezza  delle  mie parole . Gioivo volando  con il  cigno ti vidi  ignuda come se fossi una dea,  nell’idea di una liberta chiamata madre.  Ed io conobbi  l’ingrata sorte     della morte di mia  madre   e di quando  mi  disse  : di  non volere stare in  camposanto  da sola , sotto   una croce senza nome .  Cosi fu sepolta sotto un mucchio di terra benedetta ,  insieme a mio padre , tra il nostro inferno ed il paradiso dei santi   e la luna ci  guardava  dall’alto mentre piangevamo le sue ossa sepolte sotto la terra.  Qualcuno,  miscredente,   sgomitando   la matassa  disse che    la mamma , era stata una regina generosa ,  un dare ed un avere , un'altra storia , figlia di tante altre storie , nate  a  Napoli , a  Roma ,  nell’America di chi crede e non crede che l’amore  vive  nel  verso  di una  poesia . E forse la mamma conobbe  Gesù  da piccola e lo chiamava con affetto quando s’inginocchiava  accanto  al suo letto.  Gesù era il suo amante segreto ed io lo sapevo , come sapevo che  prima,  si muore ,  poi si rinasce  nel ricordo di Gesù sepolto.   Forse il ricordo   è  una corda che se viene tirata   troppo,  finisce per rompersi. Un delirio , un delitto  ,  come questo lirismo ,  che mi fa entrare ed uscire   da una stanza di ospedale di corsa .  Ed  il  mio vicino di casa  , continua a suonare la sua chitarra   acustica a farmi ascoltare   un motivo  assai allegro   a sperare  in un altro giorno migliore. Ed erano  tanti , i  fiori colorarti  che scendono dall’inferiata  del suo balcone . Le nuvole nel cielo  erano  identiche come  se fossimo stati a  New York ,  a Londra  a Tangeri.   E tutti in paese,  seppero della nostra disgrazia , della dipartita della  nostra povera  madre.  Madre  di cinque figli , madre coraggio,  figli del  suo  sangue   , madre ,  sorella,  figlia del  nostro viaggio . E tutti seppero  cosa era successo,  ma nessuno venne a piangere con noi sulla sua bara .  Questo mi rattristò ,  assai  , pensare che un tempo ero  stato loro amico,  l’unico che mi sorprese   fu il  mio vicino di casa  suonatore di chitarra  per l’occasione  cantò   un ave Maria  sconvolgente.  E in pochi , vennero  ad ascoltare  quel triste canto funebre, cosi la maledizione mi  prese per il collo e mi condusse dove l’alba  e la canzone , diventano  chiare.
       
       
      La mamma era  tutto il mondo  che  amavo , viveva , spesso nei miei  versi , felice .   E quando stava bene , non bisognava contraddirla , era un soldato,  di guardia , un sergente maggiore in gonnella ,  una parola  di troppo  e ti trovavi chiuso nello sgabuzzino. Era una sequenza  di amplessi e passioni , consumati  in segreto ,   esperienze   con l’ali che corrono nel cielo cinereo. Che sanno  mutare  aspetto nell’incontrare il  marinaio che tira la barca verso il porto del  dolore , sotto una bianca luna. La mamma,  una mano che ti tiene per mano,  pronta ad acciuffarti,  mentre stai cadendo  giù in un baratro d’errori , un immagine simile ad  un  signore  ben vestito che  piscia sotto il muro , fischia e fa finta di nulla  dopo averselo   scrollato  per bene ,  si tira su le braghe  per poi  mettersi   in tasca la sua pipa  ed  essere  pronto a girare l’angolo , senza essere visto da nessuno,  sparisce    tra i vicoli della  comune memoria . La mamma lo sapeva cosa significa , essere figli di nessuno , era   stata figlia della lupa , figlia di molte guerre passate,  cosi   simile  a quell’ amore di donna che pianse  ai piedi di una  croce,  suo figlio .  Cosi  le parole masticate con rabbia   s’incipriano , si fanno belle , fanno mossettine e passettini ,  saporite come   patatine    sfornate da  vecchi forni  , miste e  uguale al carattere all’uomo , che aveva girato l’angolo,  senza dire il suo nome , senza piangere su una tomba.    Sempre in cerca di  una cassa da morto  , di un loculo ,  con  un fiore  tra le mani che richiama  alla  libertà  dei fatti.
       
       
      Mamma , sono tanto felice di stare con te
      Siamo rimasti tu ed io
      Facciamo finta di volare come un tempo
      Abbiamo  imparato ad amare , insieme  tra mille difficoltà
      Ti ho messo , sempre   in guardia contro i malvagi
      Mi sono sbagliato sull’amore , ma sono contento d’essere ciò che sono.
      La nostra vita  è appesa ad un  filo ,   si vive  nel soffio di  molto idee
      Mangia una mela, sbucciala poi lascia che  ogni cosa sia 
      E come nuotare  dentro la vasca da  bagno
      Si è come giungere  a  Gerusalemme scalzi.
      Figlio ,  la strada è   molto  lunga
      Ho visto un cammello ubriaco in un oasi
      Io tuo padre  abbiamo volato  con gli  angeli
      Siamo proprio uguali
      Lo può dire forte
      Ridiamo sempre di   ogni disgrazia  
      Il  ridere è  come morire
      Rimaniamo all’in piedi , sotto la luna con il cuore  in gola
      Attento al   leone  che  mangia la gazzella
      Mi rammento   quando mi dicevi il mondo è di chi sogna
      Madre  quanti ricordi , quante sconfitte
      Una fetta di pane con olio di oliva  ?
      Ti ricordi quando andammo a Nisida
      Il  mare splendeva sotto le stelle e  quel  signore  cadde in spiaggia   e si bagnò i pantaloni.
      Siamo rimasti li per ore a guardare il mare mentre il nostro cagnolino si grattava sotto le ascelle  , sotto  un  cielo terso di molte stelle  , sotto una nuvola passeggera colma di lacrime.
      Viaggiavo   per  ritornare a casa  dal mio interminabile  viaggio.
      Sono contenta di averti avuto accanto  pur se credo  l’amore  sia stato  una illusione .  Io sono  nato dal tuo ventre ,  generato e non creato , vivo  ancora  di tante passioni  . Fiumi  di storia,  sono passati dentro di me , attraverso te , ho visto la sorte del mondo . Ho visto la forma di un amore rinnegato , mangiato da un gatto dalle  nove  code che miagola ed aspetta l’inizio di un nuovo giorno  per cancellare la memoria  del  male. La mamma era alta  , quanto una scopa  ed aveva   due occhi di gatta  , era  grassa  come un palazzo ,  immensa  come il mare che bagna Napoli. Era una sirena solitaria , una scialuppa   in  mezzo al mare  , era il gusto  d’essere vivi , d’essere uguali , nell’incomprensibilità dei gesti che si ripetono nervosamente sempre uguali a ieri. Identici nel  trascendere,  nell’imbecillita  , nell’essere   uguali nell’atto filologico. Ed ecco mia madre, la sua storia ,  la sua tristezza,  le sue lacrime , la sua  vita  di donna qualunque . Madre ,  nel male e nel  bene ,  bella come le bugie  dalle gambe lunghe  simili ad  un casco di  banane  acerbe , messe a maturare sopra un carretto  di mele . E  spingere quel carretto,  poteva essere pericoloso ,  era come attraversare la strada ed andare verso altre dimensioni   ed il suo grido era monocorde , era come   una spilla di balia che viene conficcato nell’animo afflitto. Vederla , aggirarsi  in  quella  minuscola  cucina , assediate  di mosche innervosite dall’odore dei cadaveri generava in me una grammatica  sostanzialmente  anarchica  ,  un punto interrogativo .  Stare con lei era guarire dal  male  in se e non  era facile  capire,   molto difficile  da digerire .  Mi madre aveva una dignità , da vendere , era una dea dell’eterna estate , era bella come Sofia Loren , era quella che cercava sempre di essere,  una stella , ammaliatrice,  nutrice,   madre di mille figli e tanti figli morti e dispersi  su  questa  terra  ,  figli di altre madre  come lo  era  stato mia madre . Era questo il segreto, stare con lei  era come vivere  una giornata di sole . Era  bello , vederla parlare  sotto porta san Gennaro con la signora  Carmela , padrona di   un gatto che continuava a strofinarsi addosso ad un ladro che cercava  sempre di rubarsi un pera , ora una banana dai cesti del fruttivendolo. E di soldi ,  erano sempre pochi , cosi pochi , che  era inutile gridare contro vento , poiché faceva scendere giù in terra un Dio  , barbuto , scalzo che sapeva  parlare solo inglese . E mia madre rideva nel sentirlo parlare la sua strana lingua e faceva buoni affari con i turisti. Vedeva  dipinti  antichi ,  sotto forma di nature  morte   ,  vedeva l’aria di Napoli e pomodori del piennolo  in bottiglia per pochi euro.  Una santa  , mia madre ,   una grande donna,  più grande del Duce, di  Stalin e Lenin  . Morbida,  direi delicatamente in carne  , una forma  organica , copula  del predicato  nel  soggetto di un film romantico. Era  ella , l’origine di ogni cosa ,  mia madre , cosi bella che face innamorare mio padre  in un giorno qualsiasi , mentre  una mosca  ronzava sopra un monte di merda. E più la guardava , mio padre,  più s’ innamorò di lei , fino a giungere alla conclusione  che ella  fosse stata  il  vero senso della  sua storia familiare , quella che avrebbe potuto  cambiare la nostra vita .  Fu  vero amore , puro amore,  gioia infinita  costellata  di  baci  che si sprecavano  strada facendo ,  il  quale avevano il sapore di mela cotta,  il sapore di banane fritte ed io a volte di nascosto ne assaporavo il gusto di essere figlio.  Riassaporavo il sapore di essere  stato  nel suo ventre. Ed immaginavo già,  quando sarei cresciuto  grande come mio padre , quale  lavoro  avrei scelto per divenire  famoso  come lui  . Avrei tirato anch’io il carretto di venditore ambulante con le ali ai piedi come Ermes,  avrei  gridato ai quattro venti. Mele annurche,  mele  rosse  , mele avvelenate per folli innamorati dell’arte . Asparagi irragionevoli . Zucchine  incavolate , cavolfiori profumati colti nel campo dei miracoli.
       
      Mia madre  , origine della  mia vita. Una e trina , una e fantastica ,  come un giorno di pioggia ,  come  la trama di un film fantastico,  una trasmissione comica  condotta da un giocoliere che titubante cerca d’impappinare il pubblico con mille giochi onirici. Ed il mondo sarebbe stato migliore,  se mia madre avrebbe  continuato a lavare  i panni sporchi in casa , invece che in lavanderia dove tutti seppero dei nostri  loschi affari .  Ad un certo punto fui tolto dalla strada  e messo in un sacco,  fui portato in un collegio  . Fu  quella l’amarezza  del vivere isolato   in balia  della sorte , dell’umanità intera ,  segnata dalla sofferenza  di  come avrei  fatto a  continuare  ad  amare    nostra madre. E se fosse stato  tutto vero , come quell’amore regale,  cosi religioso come Maria ai piedi della croce che guarda il suo unico figlio morire. Io sarei rinato e avrei cantato alleluia per l’eternità,  avrei potuto ammirare il raggio di sole cadere nella tazza di un caffè bollente all’alba quando non c’è nessuno che ti guarda.  Ed il cielo era  la porta per entrare nell’aldilà ed il perdono era  la porta che conduceva  alla salvezza , alla vera bellezza.
       
      Falso , vero non so . Conobbi  cosi la poesia  , conobbi   la  storia,  il  bimbo che era  in me .   Conobbi  finalmente  il caos che regnava  dentro la mia esistenza,  il nascere,  il crescere , nel ricordo degli occhi verdi di mia madre , verdi come fondi di bottiglia,  verdi come  un fiume di melma che attraversa città,  paesi che spinge questa carcassa  verso  l’ossesso , verso un amore che non regala nulla di buono. Ed era logico che io divenissi tale. La mia follia , mi aveva condotto   a vedere l’altro lato delle cose,  l’altra faccia della  medaglia .  Ed io  sapevo  che sarei divenuto  un giorno , quello che mai avrei creduto divenire.
       
      Non creder che io non abbia capito
      Avrei voluto regalarti  una rosa
      Meglio tre euro  ed una preghiera
      Cosa sono tre denti rotti
      Mi faranno  un buon prezzo ,  vieni a mangiare domenica  con  me
      Ma certo,  porto con me anche  mia moglie
      Vi aspetto .
      Faremo una bella festa
      Le svolte esistenziali ,  sono sempre personali .
      Anche se ti confesso,  avrei voluto cambiare vita
      Ma tu stai cosi bene , con tua moglie ella ti ama
      Si , ma io amo un altra donna
      Mio Dio cosa dici questo è  follia
      Non  voglio catturare il gatto e  poi metterlo nel sacco
      Farai la fine di tuo padre . Volle provare ad amare un'altra donna .
      Finì per  morire da  solo   in ospedale con nessuno accanto.
      Raccontami di quando eravamo piccoli
      Eravate cosi graziosi tu e tua sorella
      Già , siamo diventati cosi diversi  oggi, divisi dagli anni  da una distanza culturale  ,dalla beatitudine degli atti , dal malaffare in genere.
      Tua , sorella avrebbe potuto essere qualcuna  che conta.
      Dopo tanto studio.   Onorare  la nostra famiglia.
      Ma poi volle  sposare quel poco di buono di suo marito.
      Lascia stare lei era decisa a cambiare, 
      credimi all’amore non si guarda in bocca.  
      Si ma negli occhi , avrebbe dovuto guardarlo . Un maniaco
      Un poco di buono . Sempre a fumare,  sempre a criticare.
      Calmati , stiamo  alla fine di una fiaba  
      Lo spero
       
      Mia madre  era   qualcosa che  andava  oltre ogni racconto  ,  una strada che mi portava  dove  il sole  rendeva  tutti  felici . Era  come  guardare in faccia la miseria e ridere con i  santi  , era  la svolta   per riscattare le pene  negli atti commessi  .  Era cuocere delle  cotolette  in fretta. Era  mangiare una pizza , bere del vino, sperare che ella , ci  fosse sempre stata e questo  mi metteva  di buon umore.  Era come  viaggiare  aggrappato ad una nuvola . Ed io  andavo  fiero del suo nome. Ella aveva  il nome di Maria,  ella era  il  mio riscatto sociale,  un lungo racconto  che scioglieva  il sangue nelle  mie vene , plasmava  la mia forma,  la mia espressione  , la rendeva  immacolata nella  castità  degli atti fisiologici .  Pure  se non  non ci capivo  nulla, andavo  avanti lo stesso. Mia madre , una mater matuta ,  una brocca di vino , una fragola che pende dalle labbra della bellezza . Un  immagine  che entra dentro la mia mente,  mi trascina nel vento,  nell’accidia,  nell’uccidere  vari sentimenti ,amori solinghi che si vestono in modo assai strano .  Latte versato  caduto  nella confusione di un senso appeso  dal suo  seno materno. Mille anni ancora, è capirò ogni cosa  , tra un ora appena , tra pochi minuti , tutto l’amore  conquistato , tutta la bellezza  rincorsa,  l’inizio di questa storia ,  di quest’essere uno e solo , un solo corpo,  un solo spirito.   Il comprendere  diviene  una storia che abbraccia secoli e secoli , fatta da uomini e donne , figli e  madri , sulla triste   strada   che percorro,  negli occhi degli altri in  seno , quel  Dio che muove il mondo e ci rende simili . Figli della stessa  sostanza ,  figli di questo  enorme corpo vaginale ,  di questo essere millenario che ha nome  madre.
       
       

    • Michela era seduta sulla seggiola di ferro con le gambe accavallate, un piede che continuava ad andare su e giù, sempre più velocemente e in modo sempre più irritante, a causa del nervosismo; le braccia erano incrociate al petto, le guance sbuffavano aria nel vano tentativo di sbollire la rabbia. I capelli erano raccolti in una coda che stava lentamente cedendo alla gravità, mentre le sopracciglia tenevano botta, inclinate verso l’alto, accentuando il disappunto sul suo volto.
      Al suo fianco era accomodato, quasi disteso, come se si trovasse adagiato sul divano di un triclinio, Riccardo: le gambe distese sotto al tavolo di legno, semplice e lineare, praticamente anonimo, leggermente divaricate; le mani erano intrecciate dietro la nuca, come se stessero sostenendo tutto il peso della testa, per impedirle di cadere all’indietro. Sulla faccia aveva stampato un sorriso, che, più di una volta durante quella notte, Michela aveva definito da “figlio di buona donna”, spronandolo di conseguenza ad allargarlo ancora di più.
      «Non capisco quale sia il problema, Zuccherino» le disse, socchiudendo gli occhi marroni per guardarla di traverso.
      A quell’ennesima intenzione di farle saltare i nervi, Michela lo accontentò e sbottò, girandosi verso di lui: «Chiamami “Zuccherino” un’altra volta e giuro che ti tiro un calcio nelle…»
      «Allora, signori…» La minaccia venne interrotta dall’ingresso del commissario Barbieri nella stanza.
      «Signor Lentini, la prego di sedersi in modo composto. Non siamo in spiaggia, ma in una centrale di polizia.»
      A quel richiamo, Riccardo provò a sistemarsi sulla sedia e Michela si lasciò sfuggire un’espressione trionfante sul volto, per quella, seppur misera, soddisfazione di vederlo in qualche modo umiliato.
      Barbieri, caratterizzato da una pancia prominente che lo collocava più dietro una scrivania che all’interno di una volante, richiuse la porta alle sue spalle e trascinò un’altra sedia davanti al tavolo per sedere di fronte a loro. Posò un paio di fascicoli sul ripiano e li aprì.
      Mentre sfogliava i documenti lentamente, passando da un plico all’altro, lanciava di tanto in tanto occhiate ammonitrici ai due soggetti che gli stavano davanti: la donna, nervosa e contrariata, con la schiena dritta e la smania di mostrarsi perfetta agli occhi della legge; l’uomo indolente e strafottente, pareva uno che stava lì per caso ed estraneo a tutta quella faccenda.
      Avevano avuto quell’atteggiamento sin dal primo momento in cui li aveva arrestati, in quella camera d’albergo: disturbo della quiete pubblica.
      La loro difesa era stata così assurda e non smettevano di urlarsi contro nemmeno in presenza degli agenti, che alla fine era stato costretto a portarli in centrale per accertarne le generalità e i precedenti.
      Fece un profondo respiro, incrociò le mani sul tavolo e si rivolse di nuovo a loro, guardando dritto negli occhi prima l’una e poi l’altro e sperando di incutere almeno un pizzico di timore… almeno in uno dei due… «Il colloquio con le signorine…» sollevò un foglio alla sua destra per leggere: «Amber Miloti e Jan… Janette Caruso…» sollevò gli occhi al cielo «oh, Signore… Dicevo, il colloquio con le due signorine presenti nella camera duecentodue le ha prosciolte da qualsiasi accusa ai danni degli altri ospiti presenti questa sera nell’albergo Mirabello. Le abbiamo quindi lasciate andare.»
      Michela fece un verso acuto e particolarmente scocciato, perché non le importava assolutamente un fico secco del destino delle signorine Amber Miloti e Janette Caruso.
      Riccardo fece spuntare di nuovo il suo sorriso da piacione, riportando alla mente i corpi sodi e torniti delle graziose fanciulle, avvolti dai loro vestitini colorati e luccicosi.
      «Per quanto riguarda lor signori…» puntò il dito indice prima su uno e poi sull’altra: «Le vostre urla sono state così alte e prolungate che posso assicurarvi che passeremo la notte a chiarire questa situazione.»
      «Commissario, gliel’ho già detto, quella era la mia camera!» ripartì subito all’attacco, o forse “alla difesa”, Michela.
      Barbieri sollevò i palmi per fermarla: «Sì, signorina Serafico, me l’ha già detto. Così come il signor Lentini, qui presente» lo indicò come a sottolinearne la fisicità, «afferma che quella fosse la sua camera.»
      Riccardo sollevò le spalle e le sopracciglia: «Esattamente.»
      «Senti, non ci provare, bello!» lo redarguì ancora lei: «Quando sei entrato con quelle due… quelle… sgallettate, io ero già in camera e, più precisamente, sotto le coperte!»
      «Wow!» Riccardo la guardò meravigliato, la bocca spalancata, come se per la prima volta in tutta la sera avesse perso l’uso della parola.
      La cosa la mandò in confusione: «Cosa?»
      «Allora pensi che sia bello!» Assunse un’espressione estasiata, quasi sognante, e si mise una mano al petto, come per proteggersi da un principio di infarto: «Se solo avessi saputo, avrei potuto raggiungerti sotto quelle coperte, Zuccherino.»
      Michela inspirò rumorosamente e trattenne il fiato per almeno cinque secondi: «Tu, grandissimo figlio di…»
      «Adesso basta!» Barbieri riprese in mano la situazione con un urlo ben assestato. I due si ammutolirono immediatamente e tornarono a fissarlo spaventati dal fragore improvviso. «Ora sono costretto a lasciarvi di nuovo per qualche minuto. Se sento ancora volare qualche improperio, dall’uno o dall’altra, badate bene, vi posso assicurare che vi sbatto in cella e butto via la chiave fino al giorno del Giudizio Universale!» Raccolse i fascicoli dal tavolo e se li mise sotto braccio. Poi, appena prima di uscire dalla stanza, aggiunse che avrebbe fatto avere loro acqua e caffè nell’attesa; un minimo gesto di gentilezza nei confronti di quei due sconsiderati che gli stavano dannando la nottata.
      Poco dopo un agente portò loro quanto promesso, posando sul tavolo un paio di bottigliette d’acqua da mezzo litro e un vassoio di polistirolo con bicchierini di plastica pieni di caffè, palette e bustine di zucchero e dolcificante.
      Riccardo osservò Michela afferrarne subito uno per portarselo alle labbra rosa, carnose e ben delineate: «Zucchero?»
      La mano della donna si strinse sul bicchierino fino quasi a stritolarlo: «Ma allora lo fai apposta? Ti ho detto…»
      «Ehi, calma!» si difese lui: «Ti stavo solo chiedendo se volessi lo zucchero nel caffè.»
      Michela arrossì violentemente per il fraintendimento e si limitò a scuotere la testa per rifiutare.
      L’uomo prese una bustina e la versò completamente nella bevanda calda, poi cominciò a mescolare lentamente con la paletta: «Ah, non dovresti, sai?» sospirò. «La vita è già abbastanza amara di per sé. Dovresti aggiungerci un po’ di dolcezza, quando puoi.»
      «Quanta saggezza…» fu il suo unico commento laconico.
      Riccardo non si lasciò intimorire, come al solito del resto; si voltò completamente verso di lei e tornò a sorriderle: «Senti, forse abbiamo cominciato col piede sbagliato stanotte.»
      «Concordo: il tuo ha varcato la soglia della mia stanza, stanotte.» Lui scoppiò a ridere e la cosa la fece infuriare ancora: «Avrei dovuto rilassarmi stanotte, non passarla in una squallida stazione di polizia!»
      «Beh, non tanto squallida» si osservò intorno. Occhieggiò nuovamente nella sua direzione, ma vedendo che non aveva ancora voglia di proseguire una conversazione civile, cercò la strada dell’empatia: «Anche io avrei dovuto rilassarmi… stanotte… Volevo festeggiare… Sono riuscito a concludere un grosso affare oggi.»
      «Tsè… Festeggiare…»
      Ma anche quel pensiero, acido, confessato ad alta voce, venne interrotto dal commissario Barbieri, che faceva ritorno nella stanzetta priva di finestre: «Signorina Serafico, signor Lentini» quella volta però rimase in piedi davanti a loro e poggiò le mani sui larghi fianchi. «Ho appena finito di interrogare il concierge del turno di notte.» Due paia d’occhi si posarono attenti sul volto dell’omone, che rimase piacevolmente soddisfatto a quella reazione: finalmente avevano capito con chi avevano a che fare. «Si tratta di un ragazzo alla sua prima esperienza lavorativa e, se continua così, potrebbe rivelarsi anche l’ultima.»
      «In che senso?» si informò Riccardo.
      «Il ragazzo sta svolgendo il suo periodo di prova al Mirabello, ma, visto che si annoiava, ha pensato bene di utilizzare stupefacenti durante l’orario di lavoro» mimò il gesto di fumarsi uno spinello.
      Michela spalancò la bocca scioccata: «Si è fatto… una canna?» chiese incredula.
      «Visto che non ero io a essere ubriaco? Era lui a essersi fatto!» Riccardo scoppiò a ridere della sua stessa battuta, ma gli altri parvero non cogliere l’ilarità della situazione.
      Barbieri riprese la parola: «Alla luce di questi fatti, siete quindi liberi di andare.»
      Michela sospirò rumorosamente e lasciò cadere le spalle mentre si alzava dalla sedia; a Riccardo invece tutto quello sembrava così ovvio, che non mutò la sua espressione allegra nemmeno nel momento in cui fu decretata la sua libertà.
      «Ho contattato il proprietario dell’albergo» continuò il commissario: «visto l’accaduto, si scusa e vi fa sapere che ha riservato per voi due delle camere migliori per questa notte. Una ciascuno.» ci tenne a precisare.
      La donna sollevò il mento stizzita: era il minimo che potessero fare.
      L’uomo azzardò un’ultima proposta: «Una volante ci riaccompagnerà in albergo?»
      Il viso di Barbieri divenne all’istante paonazzo dalla collera: «Signor Lentini, ritenetevi fortunati che non incida sulle vostre fedine penali le accuse di questa notte con il pennarello indelebile. Chiamatevi un taxi!»
      A quell’ulteriore sfuriata, i due si accavallarono a ridosso della porta, fuggendo il più lontano e il più velocemente possibile da tutta quella vicenda.
       
      La mattina seguente Riccardo strinse la mano della contessa Benvaglio, mostrandole uno dei suoi migliori sorrisi da agente immobiliare: «Come le dicevo ieri, contessa, a seguito della ristrutturazione, potremo mettere in vendita la villa a un prezzo decisamente maggiore.»
      La contessa sospirò sotto l’effetto di quegli occhi magnetici: «Riccardo, penso davvero tu abbia ragione. Ma quanto verrà a costarmi ristrutturare?»
      «Questo dipende dall’architetto, dai materiali che le suggerirà di utilizzare…»
      «Capisco, capisco» annuì la donna. «A questo punto potremo chiedere direttamente a lei un preventivo. Guarda, sta arrivando.»
      Si rivolsero entrambi verso il portone di ingresso della villa, nel momento in cui un paio di tacchi alti scandiva il ritmo sul marmo del pavimento.
      Il viso di Riccardo si illuminò a giorno e la sua voce si colorò di allegria: «Zuccherino!»
      La mano di Michela si strinse nervosa sulla tracolla della borsa che pendeva al suo fianco: quella della villa della contessa Benvaglio sarebbe stata una lunga, estenuante, ristrutturazione.

    • «Che c’è?» chiese Drew a Dexter che continuava a fissarlo con quei suoi occhi neri: «È inutile che continui a guardarmi così. Non ho nessuna intenzione di parlarle.»
      Dexter sembrava non demordere, anzi, si mise più comodo, poggiando la testa sulle sue ginocchia e inclinando quelle specie di sopracciglia che si ritrovava sulla fronte.
      «Mi spieghi come faccio? Vado lì e le dico “Ciao! Sei la donna più incantevole che abbia mai visto! Vuoi uscire con me?”» Assunse una vocina stridula per dare maggiore enfasi all’assurdità di quella eventualità: «Minimo scappa a gambe levate.»
      Dexter mugugnò disapprovazione.
      «Ah… E pensi sia meglio dirle che la osservo da settimane? Che so che viene al parco con la sua cagnolina Pipper? Che giocano per un’oretta e poi abbandonano l’area cani?... Penserà che sono uno stalker!»
      Finalmente Dexter abbaiò. Era come se non potesse sopportare oltre quelle lamentele.
      «Shhh… Sta’ buono!» Drew saettò con lo sguardo in tutte le direzioni, temendo che l’abbaiare del suo pastore tedesco potesse attirare l’attenzione della fanciulla oggetto della loro discussione.
      Certo, una discussione quasi a senso unico, ma alla quale evidentemente il suo cane voleva partecipare attivamente.
      Lo prese per il muso e gli strinse le guance: «Sta’ buono, per favore!» lo supplicò: «Lo so, tu hai ragione, ma non ho il coraggio! Guardala!» gli inclinò la testa quel tanto per mostrare anche a Dexter quello che lui vedeva da tempo: «Lei è perfetta! I capelli neri intrecciati, il collo affusolato, le gambe lunghe e scattanti, mentre corre dietro alla sua cagnetta… E quei fianchi… Dio, avrei voglia di afferrarli e stringerli contro di me, per poterla sentire mia…»
      Sospirò rassegnato e voltò nuovamente la testa del suo cane verso di sé: «E ora guarda me. Uno scribacchino in cerca dei suoi personaggi, nella perenne speranza di poterli incontrare da qualche parte nella vita reale. Cosa potrei mai offrirle?»
      Lasciò andare il muso di Dexter e poggiò la schiena alla panchina; recuperò il quaderno dallo zaino e puntò la penna sulla pagina bianca, mentre lo sguardo si perdeva nell’inseguimento di quel paio d’occhi neri che l’avevano stregato.
      Dexter si sedette ai suoi piedi per un paio di minuti, poi si alzò per fare il giro della panchina, come a voler richiamare l’attenzione del suo padrone, che sembrava però non cogliere i segnali, finché il pastore tedesco non mise una zampa sul quaderno e la mosse un paio di volte, inclinando contemporaneamente la testa da un lato.
      «Ok, ho capito. Vuoi giocare con la palla?» gli chiese Drew.
      Quello si mise seduto e fece penzolare la lingua fuori dalle fauci.
      «Va bene. Ma facciamo che io te la lancio e tu me la riporti, mentre resto qui a cercare di farmi venire un’idea.»
      Il cane abbaiò e scodinzolò, accettando il patto.
      Drew prese la pallina ormai mangiucchiata dallo zaino e gliela mostrò: «Pronto? Vai!» Fece un lancio lungo, nella speranza che quella distrazione tenesse il suo amico a quattro zampe occupato per un po’.
      Quello partì in quarta e corse, ansimando, inseguendo l’oggetto del desiderio; riuscì a infrattarsi in mezzo a dei cespugli per recuperare la palla, finché non ne venne fuori trionfante.
      Invece di riportarla indietro, però, corse verso la piccola Jack Russel che giocava nel tubo dall’altra parte dell’area cani.
      Pipper sbucò dal tunnel arancione con le sue zampette corte e si ritrovò l’enorme pastore tedesco, nero e marrone, con in bocca una pallina rossa, seduto, come se la stesse aspettando.
      La cagnetta si bloccò, fermando anche lo scodinzolio.
      Aria lo notò immediatamente: uno dei cagnoloni che bazzicavano spesso quel parco si era avvicinato alla sua piccolina. Fece qualche passo, cauta: le era capitato di vederlo altre volte e non le era sembrato pericoloso, ma non si poteva mai sapere.
      «Ehi, ciao bello!» cercò di attirare l’attenzione dell’animale senza spaventarlo.
      Quello si voltò a guardarla, poi tornò a Pipper e lasciò andare la pallina; poi abbassò il muso e la spinse contro la cagnetta.
      Quella la annusò, prima diffidente, poi la toccò con una zampa, finché la morse e la portò alla sua padrona.
      La donna rimase allibita da quella scena; allungò la mano e Pipper lasciò andare la palla sul suo palmo.
      «Dexter! Dexter!»
      Aria si voltò: un uomo alto, moro e con un’espressione preoccupata sul volto, correva verso di loro.
      «Dexter!» ripeté, guardando il pastore tedesco. Sembrava arrabbiato, preoccupato o forse addirittura spaventato.
      «È tuo?» gli chiese Aria, indicando il cagnolone.
      L’uomo la guardò smarrito, come se avesse perso l’uso della parola.
      «È lui Dexter?» chiese ancora lei.
      Il cane, per tutta risposta, si avvicinò al padrone e gli girò attorno un paio di volte. Quel gesto sembrò risvegliare il bell’addormentato, che si affrettò a balbettare: «S-Sì, è D-Dexter.»
      «È molto bello!» La donna continuava a guardarlo e a mandare il suo cervello in pappa.
      «G-Grazie.»
      Dexter abbaiò, come se volesse intimargli di dire qualcosa di più… e di più intelligente.
      Drew si abbassò per accarezzargli il collo: «Buono… Scusami» disse poi rivolto alla ragazza: «Vi ha spaventate?»
      Il suo tono premuroso la colpì: i proprietari dei cani di grossa taglia, che aveva incontrato di solito, erano spocchiosi, e davano sempre per scontato che dovesse essere il cane piccolino a farsi da parte al loro passaggio; quell’uomo invece sembrava sinceramente interessato a loro, a lei e alla sua cagnolina.
      Aveva lo sguardo preoccupato e la fronte aggrottata, così cercò di tranquillizzarlo: «No, stiamo bene.» Sorrise.
      Quel sorriso mandò in estasi Drew, che si ritrovò inconsapevolmente a imitarlo, distendendo le labbra, e facendo risplendere lo sguardo.
      Aria rimase affascinata da quei lineamenti, dai ricci tagliati corti, ma ben visibili, persino dagli occhiali scivolati verso la punta del naso; le venne voglia di allungare una mano per rispostarglieli su all’attaccatura con la fronte: «In realtà…» Guardò di nuovo la pallina rossa nella sua mano: «Credo che questa sia tua.» Gliela porse, allungando il braccio.
      Drew rimase sorpreso: «Cosa…?»
      «Credo volesse giocare con Pipper» indicò la piccola Jack Russel: «perché gliel’ha portata.»
      «In che senso?» L’uomo continuava a sbattere le palpebre incredulo, e per il discorso che stava facendo con lei e perché ne stava facendo uno con lei!
      Se ne rese conto solo in quel momento e, istintivamente, lanciò al suo cane uno sguardo interrogativo, ma quello rispose con una specie di sorriso, che servì soltanto a mostrare tutti i suoi magnifici denti.
      «Nel senso che si è seduto davanti a lei, ha lasciato la palla e poi gliel’ha lanciata, se così si può dire.» La donna scoppiò a ridere, incredula per prima di quel resoconto fantastico.
      «E Pipper che ha fatto?» Ora sembrava sinceramente incuriosito.
      «Beh, l’ha presa e me l’ha portata!» Aria scoppiò a ridere, seguita subito dall’altro.
      «Credo che si piacciano» constatò lui, guardando i cani ai loro piedi annusarsi a vicenda.
      La ragazza annuì: «Lo penso anch’io.» Tese la mano: «Mi chiamo Aria.»
      «Io sono Drew. Piacere di conoscerti.»
      «Ti ho visto… Vi ho visto…» si corresse quasi subito: «Spesso negli ultimi tempi. Sei tu che scrivi a quella panchina, vero?» indicò la sua panchina preferita, posizionata all’ombra di un cedro.
      Drew arrossì, colto impreparato da quell’osservazione: anche lei l’aveva notato! «Sì, penso di sì. Sono uno scrittore… O almeno ci provo…» Si grattò la nuca imbarazzato.
      Aria si mostrò più sorpresa di quello che avrebbe voluto: «Affascinante! Ero curiosa di scoprire cosa scrivessi su quel quaderno.»
      «Ben poca roba, ultimamente…» sembrava sempre più in imbarazzo.
      «Perché?» volle sapere lei.
      «Ero distratto» ammise infine. Abbassò il capo e la guardò di sottecchi, attraverso lo spazio libero tra la fronte e gli occhiali.
      Quello sguardo, quel sorriso timido, ogni gesto fu un indizio per lei, che ne rimase lusingata: «Beh, anche se poco, mi piacerebbe leggere quello che hai scritto. Di che parla?»
      Dexter spinse il muso contro il ginocchio del suo padrone per fargli coraggio, ancora una volta: «Di te.»
      Aria trattenne il fiato per poi lasciarlo andare lentamente: il suo viso era disteso, radioso e bello come mai Drew lo aveva visto.
      Si diressero alla panchina, seguiti dai loro fedeli amici, e si sedettero l’uno accanto all’altra; l’uomo le porse il quaderno sul quale aveva riportato brevi poesie, scritte apposta per lei, ispirate da lei, e la donna cominciò a leggere.

    • Il commissario Montini e l’inseparabile agente Aletti, che non macnava mai di accompagnarlo nelle indagini, arrivarono sul luogo dell’incidente stradale proprio mentre gli uomini della scientifica iniziavano i loro rilievi di prammatica. Montini era già stato sommariamente informato via radio da una pattuglia della Polizia Stradale di quanto era accaduto su quella strada appena fuori dalla periferia cittadina.
      <<Eh, certo che il nostro amico Colombo l’ha proprio scampata bella! – commentò Aletti scuotendo il capo. – Certa gentaglia ha davvero la pellaccia dura! >>
      Il commissario Montini annuì: Bruno Colombo era un noto boss della malavita e capeggiava una gang che aveva dato parecchio filo da torcere alle forze dell’ordine, ma fin’ora non si era mai riusciti ad incastrarlo come meritava. Quel giorno, a quanto pareva, era scampato miracolosamente a un doppio rischio: non solo era riuscito a sfuggire ai rapitori, appartenenti ad una gang rivale, ma era uscito incolume dall’incidente stradale in ci i suoi potenziali killer avevano invece perso la vita. Adesso era lì che fumava tranquillamente il suo sigaro, mentre osservava gli agenti intenti ai rilievi. Appena vide Montini, gli sorrise con un’aria falsamente cortese. Prima di ascoltare il suo racconto, il commissario preferì dare un’occhiata alla macchina, schiantata contro un muretto che costeggiava la strada per un breve tratto. Era un vecchio modello di coupè a due porte: il cadavere del rapitore al volante aveva l capo reclinato sul poggiatesta del sedile anteriore destro.. L’atra vittima era seduta compostamente sul sedile posteriore sinistro, pareva quasi che dormisse.
      Il boss Colombo si motrava desideroso di raccontare quello che era successo. Cosi prima di ancora che Montini gli rivolgesse delle domande dirette, gli si avvicino e disse:
      << Caro commissario, immagino che lei voglia sapere come si sono svolti esattamente i fatti...>>.
      << Naturalmente. Infatti sono proprio curioso di sapere come lei sia riuscito a cavarsela>>.
      << Eh, che vuole a quanto pare, la mia buona stella non mi ha abbandonato… Sero che questo non le dispiaccia...>>.
      << Ma le pare? Sono contento che lei sia uscito sano e salvo, anche se le confesso che vorrei vederla in ottima salute, ma dietro alla sbarre>>.
      << Lei ha sempre voglia di scherzare, commissario, eh? Beh, ma ora sti aa sentire quello che è accaduto: ero appena uscito di casa quando sono stato aggredito da questi due scagnozzi della banda dei Castellani, mi hanno colto di sorpresa e prima che potessi reagire in qualche modo, mi hanno cacciato sul sedile posteriore destro della loro auto. Poi sono partiti a tutta velocità. Avevo il presentimento che sarebbe accaduto un incidente, anche perchè l’uomo al volante mi sembrava un pò brillo. Infatti a un certo punto, dopo quella curva, la vettura ha sbandato; il conducente non è stato in grado di controllarla e si è schiantata contro questo muro. L’urto è stato terrribile, ma miracolosamente non ho subito alcun danno. Cosi ho approfitato, senza esitare della situazione favorevole e, immediatamente dopo l’impatto, sono balzato giu’ dall’auto e sono scappato, senza preoccuparmi della sorte dei due scagnozzi dei Castellani. Poco dopo ho incontrato una macchina della polizia e ho chiesto aiuto...>>.
      << Sempre a sua disposizione per aiutarla… a finire in galera… – replicò Montini. – Penso proprio che questa sia la volta buona, caro il mio Colombo: infatti la storiella che mi ha raccontato non è per niente credibile… Sicuramente ha costruito questa messinscena per coprire l’omicidio dei due scagnozzi...>>.
      Il volto del boss Colombo divenne all’improssivo bianco.
      << Colombo, lei ha detto che saltato giu’ dall’auto agevolmente subito dopo l’incidente invece non è possibile che lei sia uscito dalla parte posteriore dell’auto quando quest’auto ha solo due porte e non quattro. Inoltre sui sedili anteriori c’erano i due scagnozzi che lei ha ucciso e non c’era via di uscita perchè questi sbarravano l’accesso alle portiere.>>

    • Quando mi sono svegliata stamattina, ci ho messo un po’ ad aprire gli occhi: volevo godermi quei fatidici cinque minuti che ti accompagnano dal mondo dei sogni a quello della veglia, rimanendo accoccolata ancora un po’ sotto le lenzuola.
      Oggi è il primo giorno di primavera, ma ho abbandonato i piumini già dalla scorsa settimana. Il sole si fa sempre più caldo e le ore di luce sempre più lunghe.
      È bello godere a pieno di questa esplosione di colori, odori e calori, prima che arrivi l’afa estiva.
      La sveglia torna a farsi sentire dopo lo snooz, così allungo una mano e trovo a tentoni il tasto per spegnerla definitivamente. Apro un occhio per verificare l’ora, ma non vedo bene il display, così mi stropiccio gli occhi e li apro entrambi, però non vedo ancora niente. Dove sono finiti i numeri luminosi a led rossi che di solito contrastano di netto il fondo nero? Cavoli, mi si sarà rotta!
      Sbuffo per la seccatura e decido di alzarmi e aprire le tapparelle: la luce invade la mia stanza, ma… Beh… Non sono più sicura che sia la mia stanza, perché è tutto blu!
      Ora che l’ambiente è ben illuminato posso vederlo chiaramente: ogni cosa intorno a me è blu!
      Il letto, le tende, i miei vestiti… Oh, Dio! Le mie mani!
      Urlo! Urlo per lo spavento e corro a specchiarmi in bagno: mannaggia ai lapislazzuli! Sono proprio blu!
      L’immagine riflessa nello specchio mi mostra un essere dalla pelle blu, coi capelli blu e i vestiti blu che urla con denti blu che circondano una lingua blu; sullo sfondo le mattonelle sono (diventate) blu, così come il lavandino sotto di me e il pavimento.
      Un momento… uno solo… C’è una cosa positiva nella scena di terrore che sto vivendo: fisso lo sguardo sulla me colorata: ho gli occhi blu! Caspita! Ho sempre desiderato avere gli occhi blu… Ma solo quelli, non tutto quanto! Persino le unghie delle dita sono blu!
      Corro in cucina (blu) e apro il frigorifero blu: i cibi all’interno sono tutti dello stesso colore e, se non fosse per le forme, non riuscirei a capire di che si tratta. Il problema più grande mi si presenta con qualcosa di rotondo, come una pallina, che potrebbe essere una mela o un’arancia, e ho questo dubbio solo perché ricordo di averle comprate entrambe; sono costretta ad annusarla per distinguere il profumo acre dell’agrume.
      Forse ho un problema alla vista: come è possibile che veda tutto blu? Per fortuna sembra che gli altri miei sensi funzionino bene. Continuo infatti a tastare la buccia ruvida dell’arancia, finché non mi decido a sbucciarla; ma quel colore è presente anche all’interno del frutto e devo combattere con la psiche per convincermi a dargli un morso.
      È una cosa davvero strana mordere qualcosa che sa’ di arancia ma… è blu!
      Come faccio? Guardo fuori dalla finestra, ma quella strana visione non cambia: il mondo è blu… Dipinto di blu, diceva una vecchia canzone. Così come un’altra più recente recitava I’m blue. In che situazione mi sono cacciata? E soprattutto come ho fatto a finirci?
      Riflettiamoci su un momento: non ho bevuto, quindi non sono ubriaca; non ho fumato né mi sono drogata, quindi non posso avere le allucinazioni. Che ho mangiato ieri sera? Una fettina di carne con gli spinaci, ma quelli al massimo sono rossi e verdi, rispettivamente, perciò il blu da dove esce?!
      Oh, Dio, mi sento intrappolata in un maledettissimo film di James Cameron! Colta dallo spavento per questa idea bizzarra, irrazionale, eppure al momento plausibile, mi volto alla ricerca di una escrescenza che mi faccia da coda e da organo genitale, ma fortunatamente non la trovo.
      Anzi, un’altra idea malsana mi salta nella testa: e se fossimo tutti dei puffi?
      No, un momento, non scherziamo!
      Punto primo: i puffi indossano solo due indumenti, uno dei quali è un cappello che non cade mai, neanche in mezzo alla peggiore delle bufere, ed entrambi sono bianchi; io invece i miei vestiti li vedo blu.
      Punto secondo: i puffi maschi gironzolano a torso nudo, ma, affacciandomi dalla finestra, riesco a distinguere bene anche i passanti più lontani, sulla via principale, e sembrano tutti quanti vestiti come si deve; certo, sembra che li abbiano immersi in uno sciroppo di mirtilli, ma qualsiasi cosa abbiano addosso c’è e si vede… ed è blu!
      Punto terzo: i puffi amano la natura, in ogni sua forma e colore. Colore appunto! Dove sono tutti gli altri colori, puffarbacco? I puffi non avrebbero mai permesso che i fiori, gli alberi e gli animali perdessero le loro magnifiche sfumature cromatiche! Ok… Questa è la prova che i puffi non esistono… E che io sto impazzendo.
      Devo chiarire questa cosa al più presto! Devo chiedere a qualcun altro di che colore vede il mondo: prendo il telefono e… porc… Lo schermo è blu e per quanto pigi e schiacci non cambia niente! Anzi, sento dei suoni strani e sto rischiando di romperlo, perché credo di stare tastando icone a caso.
      Ok… Ok… Calma… Devo mantenere la calma…
      Respirare. Devo ricordarmi di respirare. Inspiro profondamente. Espiro lentamente.
      Ok, ora ci sono. Devo uscire. Devo parlare con qualcuno, fosse anche il panettiere!
      Mi vesto, andando a memoria con i vestiti che scelgo, più per modello e tessuto che per… Vabbè, avete capito…
      Pettino i miei fantastici capelli blu, che ricordano quelli della principessa di un cartone animato della mia infanzia, mentre mi chiedo che fine abbiano fatto il mio ranocchio, la mia tartaruga e la mia lontra, quando ho proprio bisogno di qualcuno che mi tiri fuori dai guai.
      E invece sono sola a cercare di distinguere tonalità di blu l’una dall’altra, a scendere gradini che si confondono sotto i miei occhi, ma fortunatamente non sotto le mie suole, altrimenti sai che volo!
      Giunta in strada, svolto l’angolo e la prima cosa che noto (a parte il blu onnipresente) è il traffico spropositato persino per quest’ora del mattino. L’inghippo? Il semaforo.
      Sapevo che non potevo essere l’unica. Sapevo che non ero io ad avere un problema agli occhi. È successo qualcosa che nessuno di noi sa spiegare.
      E mentre sono persa nelle mie elucubrazioni, la lite di due automobilisti distrae la mia mente dal suo flusso di pensieri, perché il primo dice: «Come cavolo fai a non vederlo? È verde! Devi darti una mossa, imbecille!»
      Così l’altro risponde: «Sei tu l’idiota, amico, perché è rosso! E quando è rosso l’incrocio non si attraversa! Me la paghi tu la multa?»
      E il primo: «Ma che rosso e rosso! Non vedi che è tutto verde?»
      «Guardati intorno! O forse sei daltonico? È tutto rosso!»
      «Silenzio!» Una voce tuona dall’alto: è strana, né di uomo, né di donna… né robotica. È come se non la sentissi con le orecchie, ma con la mente.
      Mi guardo intorno e noto che tutti intorno a me si sono bloccati e alzano la testa; capisco quindi che non sono l’unica ad averla sentita.
      Solleviamo lo sguardo, come per capire la provenienza di quel monito, quando questo si ripete: «Silenzio! Ora basta!» Non si sente volare nemmeno una mosca blu nell’aria, ma solo quella strana sensazione nella testa che assomiglia a un suono nelle orecchie: «Vi ho donato la possibilità di vedere il mondo con occhi diversi. Ho fatto emergere l’indole più nascosta e vera della vostra essenza: la rabbia, la speranza, la serenità, la purezza, la gelosia, la gioia. Ho preso i vostri sentimenti e li ho trasformati in colori.»
      «Perché?» urla una donna a qualche metro di distanza da me.
      Un boato scuote la terra sotto i nostri piedi, come a voler punire quel gesto di sfida. Poi la voce continua: «Per farvi capire che al mondo non può esistere un colore solo, come un solo sentimento non può dominare sugli altri. Voi non siete fatti per vivere isolati, ma per interagire e fondervi e scontrarvi. Avete bisogno gli uni degli altri, così come il rosso ha bisogno del blu, così come l’invidia ha bisogno della calma.»
      A quelle parole ci guardiamo in viso, gli uni con gli altri e, seguendo le parole di quella Voce, mi avvicino all’automobilista che ha detto di vedere tutto rosso; allungo una mano e lui fa lo stesso e, nel momento in cui le nostre dita si sfiorano, si colorano di una chiara tonalità di magenta, splendida, brillante.
      Perché ognuno di noi ha bisogno dell’altro per completare l’arcobaleno del mondo. Perché servono le differenze di tutti affinché la primavera sbocci di mille colori.

    • Era incredibile, eppure era successo: Charlotte e James l’avevano fatto, avevano creato il tavolo dei single per il loro matrimonio.
      Mia guardò il tableau nel punto in cui il suo nome era impilato insieme ad altri cinque, rigorosamente unici nelle loro righe; la conferma le arrivò nel momento in cui riconobbe il nome di sua cugina Stefanie, anch’ella single. Quello significava che gli altri quattro ragazzi, che lei non conosceva, dovevano essere amici o colleghi degli sposi non accoppiati.
      Incrociò le dita, sperando che tra loro ci fosse il suo principe azzurro. Era sempre rimasta affascinata dall’idea romantica di incontrare l’uomo della sua vita a un matrimonio, così cominciò a fantasticare su come avrebbe ballato con uno di loro, per poi fare coppia fissa, e infine rivedersi, dopo anni, con gli sposi che li avevano messi allo stesso tavolo e ringraziarli per aver fatto le veci di Cupido.
      Eppure ogni sua speranza si sgretolò nel momento in cui avvistò gli occupanti del tavolo “Gerbere” a lei assegnato.
      Il primo a presentarsi, con addirittura un datato baciamano, fu Scott, il commercialista di James; un uomo che evidentemente aveva fatto del suo mestiere la sua esistenza, perché, oltre a indossare un paio di occhialetti tondi e un orrendo riporto, dopo quattro chiacchiere in croce, stava per proporle di farle la dichiarazione dei redditi.
      Accanto a lui era seduto un tipo che non poté fare a meno di additare come “strano”, perché sembrava scosso da ogni genere di tic facciale; non spiccicò parola per tutta la sera.
      Li raggiunse in una nuvola di alcool un amico dell’università di Charlotte, Liam: borioso, con la battuta sempre pronta e volgare, venne subito segregato da entrambe le ragazze nell’angolo più remoto del loro cervello per essere dimenticato.
      Un raggio di speranza sembrò risplendere quando prese posto accanto a lei Jason, un avvocato collega di Charlotte: alto, spigliato, moro; indossava quel completo come Mia indossava il pigiama, era perfettamente a suo agio. E i suoi occhi, così neri e brillanti, accompagnavano una voce suadente, che le fece perdere la testa nel giro di due minuti.
      Jason sembrava, allo stesso modo, rapito da lei: le parlava piano, le sussurrava battutine all’orecchio, le scostava i capelli dalla fronte con delicatezza. Era come se nessun altro fosse presente a quel tavolo, anzi, nell’intera sala.
      Le chiese di ballare e lei accetto ben volentieri: danzare tra le sue braccia, lasciarsi trasportare, era come… volare!
      Mia ne era certa: era lui! Doveva essere lui!
      «Sei così bella» le confidò mentre i loro nasi si sfioravano. Le luci soffuse, la musica lenta, i loro corpi così vicini, il respiro di lui che accarezzava il collo di lei. «Che ne dici di fare due passi?»
      I suoi occhi brillavano di una strana luce, sembravano ardere addirittura.
      Mia si chiese se fosse quello il desiderio di cui tanto parlavano le sue amiche e i libri che leggeva e i film che vedeva. Si chiese se davvero lei potesse essere una donna da bramare a quel modo. E si rispose di sì a entrambe le domande, perché sapeva che anche lei stava provando le stesse cose: voleva baciarlo, voleva accarezzargli la mascella, voleva perdersi in quegli occhi così come in quelle braccia.
      Allora rispose di sì anche a lui e si allontanarono dalla folla, per andare a perdersi nella serra.
      Era tutto così perfetto che Mia ne era quasi spaventata: aveva paura che fosse un sogno, ma la mano di Jason che stringeva la sua era vera, grande e calda.
      La fece accomodare su una panchina, cingendole le spalle; sciolse l’intreccio delle loro dita per accarezzarle il collo: «Hai una pelle meravigliosa». Così lasciò che le labbra prendessero il posto dei polpastrelli e che Mia prendesse fuoco.
      La pelle bruciava sotto la leggera umidità di quei baci, lo stomaco si contrasse e sentì addirittura arricciarsi le dita dei piedi. Lasciò andare un gemito: «Jason…»
      Lui risalì piano dietro il suo orecchio, le sollevò il mento con due dita e la guardò negli occhi marroni: «Mia…»
      «Jason, forse stiamo correndo troppo?» Forse era vero, ma quello che le urlava il suo cuore era di buttarsi. Se lui si fosse fermato, in realtà l’avrebbe percepito come un rifiuto e non avrebbe potuto sopportarlo. Lui era quello giusto!
      «Mia, se stiamo correndo troppo è perché tu mi piaci troppo» le sorrise. Uno di quei sorrisi che le aveva regalato per tutta la sera e che l’avevano fatta sciogliere fino a quel momento. «Ti desidero da morire».
      Mia avvampò in viso.
      «Non ho smesso di guardarti da quando sei entrata in chiesa».
      «Ma cosa…?» Si portò una mano fredda sulla guancia bollente: il suo corpo stava impazzendo e le carezze che le stava donando non aiutavano affatto a calmare la tempesta che aveva dentro.
      «Mia…» Le posò una mano sul ginocchio lasciato scoperto dalla gonna del tubino color glicine: «Lasciami entrare».
      Quel gesto, unito alle sue parole, la fece irrigidire in un attimo. Lui doveva essersene accorto, ma si salvò in calcio d’angolo: «Lascia che guardi dentro di te, quanto tu sia meravigliosa».
      Evidentemente quelle parole funzionarono, perché Mia si rilassò di nuovo e gli sorrise.
      Le loro labbra si unirono nel più bello dei baci mai dati.
      La lingua di Jason era esperta e vogliosa, la mano sul ginocchio, intraprendente, si infilò sotto il vestito, accarezzandole la pelle con movimenti circolari, sempre più audaci, sempre più in alto, tanto da portare Mia a pronunciare mugugni che non sapeva nemmeno di poter produrre.
      Stava succedendo, lo stavano per fare, ma lei sentiva che c’era qualcosa di mancato in tutta quella situazione: aveva sempre sognato la sua prima volta e sapeva che avrebbe dovuto essere perfetta, non in una serra, durante il matrimonio di sua cugina, per pochi minuti rubati e col rischio di essere scoperti in una situazione decisamente imbarazzante.
      «Jason, no. Aspetta» lo fermò, posando una mano sulle cosce a bloccare la sua e una sul torace per scostarlo leggermente. «Non qui. Non così». Sorrise alla sua espressione smarrita e gli lasciò un altro bacio sulle labbra per rassicurarlo. «Torniamo di là. Ormai si staranno chiedendo che fine abbiamo fatto».
      Si alzò, ma lui la trattenne per un polso, come se non volesse ancora arrendersi: «Nessuno ci starà cercando» la baciò ancora, più profondamente.
      Mia sentì la sua erezione attraverso i pantaloni dell’abito e la gioia le esplose nel petto: lui la voleva! Voleva fare l’amore con lei in quel momento!
      Eppure sapeva che quello non era il momento giusto.
      Lo scostò ancora: «Non fare il ragazzino. Andiamo». Lo prese per mano e lo condusse nuovamente nella sala, dove la festa, effettivamente, sembrava essere proseguita senza che nessuno si fosse accorto di nulla.
      Ma qualcosa era successo: Mia era cambiata, era pronta a donarsi a Jason. Sapeva che se fosse successo in un’altra occasione, sarebbero già stati a rotolarsi in un letto.
      Quando ripresero posto al tavolo lo scrutò, accorgendosi che si era incupito: forse aveva esagerato? Forse non avrebbe dovuto fermarlo… fermarsi?
      Invece lui le rivolse un altro sorriso e tutto tornò come prima, con il cuore caldo e le gambe traballanti.
       
      C’era il taglio della torta e Stefanie era scomparsa. Mia sbuffò girando un altro angolo del giardino: ma dove diavolo si era cacciata? Sapeva che gli sposi volevano tutti presenti per fare le foto e lei si era dileguata nel nulla.
      Si decise a chiamarla col cellulare: lo sentiva squillare senza però ricevere risposta, quando finalmente riconobbe la sua suoneria. Ne seguì la melodia, passo dopo passo, nota dopo nota, ritrovandosi all’interno della serra.
      Qualcosa le si ficcò nel petto, un timore, un dubbio, un incubo. Qualcosa che affondò le sue radici nella verità.
      «Sei così bella» era la voce di Jason: «Ti desidero da morire».
      Una risata trattenuta. Quella di Stefanie.
      «Non ho smesso di guardarti da quando sei entrata in chiesa».
      Rumori di baci, umidi, lascivi. Ora ne era certa. Mia non ebbe più alcun dubbio su come stessero effettivamente le cose.
      Fece ancora un altro passo, semplicemente per vedere Jason e Stefanie seduti sulla stessa panchina che qualche ora prima aveva occupato lei; la mano di lui infilata sotto un’altra gonna e la bocca posata su un altro paio di labbra.
      «Che schifo!» le uscì direttamente dalla gola, quasi volesse vomitare quelle parole.
      Sua cugina e il viscido marpione la sentirono e si voltarono: Stefanie era imbarazzata, non aveva capito niente dell’uomo che le stava davanti; ma Jason… Jason era tutt’altra questione.
      Si alzò e le andò incontro: «Mia, tesoro…»
      «Non provare a toccarmi con quelle luride mani!» gli intimò minacciosa. «E tu, Stefanie, lascia che guardi bene dentro di te, quanto tu sia meravigliosa!»
      Si voltò e li abbandonò lì, insieme a ogni idea di amore romantico che avesse potuto serbare nel cuore, e costruendosi una corazza contro i sentimenti che sarebbe stato difficile scalfire.
       
      Sarebbero passati degli anni prima che Mia potesse dare ancora fiducia a un altro uomo… Ma questa è un’altra storia…

    • UN RAGGIO DI SOLE
       
       
      Un raggio di  sole  in  maggio   entra  nei miei  versi,  trasano  mentre viaggio   nel perseguire il canto   di un tempo . Una pietà   lasciata  fuori la porta del mio destino , lontano del mio capire . Cosa sarò nell’andare  che  frenetico  anima il mio vivere. Pigliò  sciato e scendo  a fare festa  anch’io  in  strada  insieme a tanta gente  grande e  peccerelle ,  gente che  balla fino a  sera , fino a giungere   sopra  Antignano .  Vivo nella logica  di un mondo che può distruggere  qualsiasi speranza   ,vendere  le  disgrazia  altrui  che rinascono   nella sofferenza , nella salvezza ,  figlia della bellezza  cresciuta in   una terra fatta ad immagine  di un vecchio Dio  .  Solitario per  strada ,  va in  mezzo agli altri    triste canzone   hai  reso questa vita  mia un inferno , tra tanti inferni , la musica mi ha preso per mano ,  mi ha cullato   in mille  melodie ,  nella crudele  notte  di un  credere che  conduce verso   il fondo   cosi cado  di nuovo  nell’abisso delle  mie parole,  lussuriose nel sole splendido , nel bel mezzo di un viale , nel bel mezzo dei miei  anni , insieme ai miei  fantasmi . E la malattia   si muove tra le ombre di un passato  remoto . Tutto scivola nell’oblio in quella forma fisica che identifica ogni uomo nel suo peculiare vivere .
       
      Sopra  Antignano io e te  seduti  nello stesso tavolo , abbaia il cane la gallina , corre pigolando mentre   un ragno siede al   sole  in un angolo. Un raggio di luce finisce dentro il mio bicchiere di vino , m’avvolge in  un   dolce  tepore  ,  dentro un fragile ricordo  . Ed il vivere  ha molti visi ,  fatte a misura di quello che credo ,  giusto o ingiusto,  seguendo  la forma del contagio   che mina  il nostro organismo . Tanti infermi    tutti  in fila  fuori la metro , nel significato dei termini . La guarigione  giunge  come  un momento utopico che potrebbe essere la conclusione di molte storie perseguite.  Ed il sole  ritorna  nella nostra vita , entra con  i suoi  raggi nella cupa ragione che avvolge il nostro spirito .  Basta lasciarsi andare alla felicità   nello slancio di un dire che prende il sopravento sul male  che  si mescia nel vento che smuove i tuoi capelli . Mentre allunghi la tua mano io rimango estasiato   nel mio sentire , nel mio  scialbo alibi di molte vite spese.
       
      Mare,  liscio,  turchino ,  un onda mi porta lontano ,  bagna  questi versi insignificanti ,  versi saltellanti  nella mia ragione poetica .  Ed   il male  ha messo  radici  là  nei vicoli tetri della mia  città,  il povero  sotto il braccio  della  morte che potrebbe essere  donna o giullare che ragiona con la mia  vita in frantumi . Seguo giorni difficili   che si scindono in varie  espressione , canto  in me con questo popolo   incontrato all’angolo di una  strada  tra  donne ignude  nell’aria salubre.  Tutti son pronti a vendere  il senso di se stesso , il frutto del proprio sognare  nel corpo della notte. Tutti seguono il mio canto ,  il mio stupido  verso , lascivo  con i miei sentimenti , verso il mare dell’apologia di una ideologia  che trattiene in se ogni odio ed ogni amore , ogni falsa incomprensione , nata dalla mia confusione. Ed  un ricordo amaro ,  mi rattrista nello scrivere fregnacce per poi cadere tra le tua braccia . Tra mille baci ed altre elocuzioni,  io mi desto  nel mio canto  , oggi in maggio tra i raggi del sole primaverile  vivo tra le mie rime , eremita nel mio vivere in te.  
       
       

    • Un Natale

      By RomBones, in Letteratura Rosa,

      La testa mi pulsa ai lati delle tempie. PUM ― PUM ― PUM
      È così forte il rumore che mi chiedo come non facciano a sentirlo anche gli altri. Ah, già… Gli altri hanno sparato nelle orecchie l’acuto di Mariah Carey che esprime il suo desiderio di ricevere per Natale una sola cosa… Lo so io quale sarebbe l’unica cosa che fa al caso suo! Ma è meglio che censuri i miei pensieri.
      Come ogni anno, il 25 dicembre mi vede rapita e portata a casa dei miei nonni, vestita a festa neanche avessi cinque anni, e obbligata a elargire sorrisi, che neanche Julia Roberts appena uscita da un appuntamento con un igienista dentale è in grado di fare.
      Come ogni anno, sono terrorizzata dalla quantità di cibo presente su una tavola chilometrica, addobbata di rosso, circondata da decine, centinaia, migliaia (giuro che a me sembrano così tante) di sedie. D’altro canto, per una volta che si riunisce tutto il clan, l’eccesso risulta la cosa più naturale a questo mondo: mia nonna prepara qualcosa, mia madre prepara qualcosa, mia zia prepara qualcosa, l’altra mia zia prepara qualcosa… Ho finito le zie, eppure, ora che anche un paio di mie cugine si sono spostate, anche loro preparano qualcosa! Non hanno ancora capito che “qualcosa” elevato alla n fa “troppo”!
      Guardo il Bambinello nel presepe, beatamente spaparanzato nella mangiatoia di paglia, e per un momento lo invidio, nella sua placida serenità. Ma poi mi rendo conto che anche queste statuine non devono passare una bella esistenza: li tengono chiusi per undici mesi l’anno in uno scatolone impolverato, per poi tirarli fuori per meno di un mese, li obbligano a essere esposti, e a dover sentire a ripetizione “Jingle bells” e “Silent night”, e non possono nemmeno coprirsi le orecchie per difendersi! Io almeno, come adesso, posso infilarmi gli auricolari e cercare di isolarmi da questa baraonda.
      Sento bussarmi sulla spalla e salto per lo spavento. Mi volto e vedo uno che non ho la più pallida idea di chi sia: alto, occhi verdi e… rosso! Oh Dio, vedo rosso dappertutto in questo periodo! Pure sulla testa delle persone! Allora sbatto le palpebre un paio di volte, ma i suoi capelli non cambiano colore, continuando a far pendant con gli addobbi sparsi per casa.
      «Ciao! Tu sei Mary, giusto?» mi porge una mano per presentarsi.
      Rimango stralunata a fissarlo, mi guardo intorno, ma nessuno sembra essersi accorto di un imbucato alla festa di Natale di famiglia.
      «Sono Lucas, un amico di tuo cugino James» continua avvicinando di più la sua mano al mio torace.
      Io indietreggio leggermente, ma mi rendo conto che non posso ignorarlo, perché mi continua a guardare negli occhi e mi sorride come un tenero agnellino… Non sa che potrei sbranarlo, se solo volessi.
      Così decido di fare la persona matura: «Ciao». Lo so, forse ho esagerato.
      Ma lui non si abbatte: prende l’iniziativa e la mia mano destra insieme e me la scuote, come se fossimo due bambini dell’asilo che sanciscono un patto di amicizia eterna.
      «Che ascolti? Bublè?» mi chiede indicando le cuffie, che non ho ancora tolto.
      Io trattengo un conato di vomito e scuoto la testa.
      Lui lancia un gridolino che potrebbe fare da coretto alla Carey e continua imperterrito: «Gli Wham!» e mi sfila una cuffietta per metterla nel suo orecchio.
      Quando si accorge che quella che sente non è la sensuale voce di George Michael che racconta il suo ultimo Natale, ma quella graffiante e cupa di Marylin Manson che augura dolci sogni, il suo sorriso sparisce. E succede una cosa strana, perché io invece ho una strana paresi alla faccia che lascia scoperti i miei denti… Ah, no, ora sto sorridendo io! O forse è un ghigno?
      Lucas rimane in silenzio ancora qualche minuto, e io mi chiedo perché accidenti non mi abbia ancora restituito il filo, quando finalmente torna a parlarmi: «Bella! Sai che non avevo mai sentito questa versione?»
      Eh? Che diavolo ha detto? Perché non è ancora scappato a gambe levate?
      «Chi sei?» mi ritrovo a chiedergli.
      «Lucas! Te l’ho detto: conosco…» fa per riprendere, ma lo interrompo subito.
      «Sì, sì, ho capito. Volevo sapere…» ma da quale pianeta viene? «… Come mai sei qui?»
      «Oh…» sono costretta a corrucciare la fronte, perché quella singola sillaba gli ha fatto arricciare le labbra in un modo che non posso evitare di osservare. Così, inaspettatamente, penso che le sue siano proprio delle belle labbra… Così, conseguentemente, arrossisco e mi do della stupida.
      «Sono il compagno di stanza di James. Quest’anno i miei hanno deciso di passare le vacanze in montagna, soli soletti…» ride, e una cosa alla base del mio stomaco si rivolta… Sarà stata la tartina che ho mangiato a tradimento. «Una specie di seconda luna di miele. Così tuo cugino mi ha invitato a festeggiare con voi. Devo dire che siete davvero tanti! Quando mi ha parlato di un grande pranzo non volevo crederci, pensavo mi stesse prendendo in giro, perché io adoro queste riunioni di famiglia, e quest’anno ne avrei sentito la mancanza…»
      Oh Dio, ma quanto parla? E ride. Di nuovo. E io sento, di nuovo, quella cosa nella pancia e giuro che oggi non toccherò più una cosa con la maionese sopra.
      «Scusami» si gratta la nuca, sembra imbarazzato. «In realtà ero venuto per chiederti un favore. James mi ha detto che mi avresti aiutato».
      Lancio uno sguardo alla sala in cerca di mio cugino, perché, conoscendomi, non capisco come gli sia venuta in mente questa idea bizzarra.
      «Visto che ci sono i tuoi cuginetti, mi hanno chiesto di interpretare Babbo Natale per portare loro i doni. Potresti aiutarmi col costume e i pacchi?»
      Ok, adesso ammazzo James. Come cavolo si permette di tirarmi dentro a questa storia?
      «No, guarda, non credo sia il caso…» cerco di defilarmi, ma lui mi afferra il polso per trattenermi. Mi volto nuovamente verso di lui, sperando che non scorga il rossore sulle mie guance.
      «Per favore…»
      Due parole. Solo due, dette in quel modo così dolce, quasi supplichevole, ma non lagnoso.
      Chiudo gli occhi e sospiro rassegnata. «Vieni con me». Quando li riapro, la prima cosa che noto è il suo sorriso genuino.
      Lo conduco nella camera dei miei nonni, apro l’armadio e tiro giù la scatola in cui so che conservano il costume da Babbo Natale, compreso di sacco, e gliela passo.
      Tira fuori i pantaloni e, per un momento, temo si spogli davanti a me… O forse ci sto sperando?... Cavolo, ma che vado a pensare?
      Mi volto per distogliere lo sguardo, ma vedo il suo riflesso attraverso lo specchio del comò, e ogni mio timore (speranza?) viene fugato, perché Lucas se li infila sui jeans, così come fa con la giubba rossa, andando a coprire quel suo eccentrico maglione di lana verde con ricamati i fiocchi di neve.
      Recupero la barba finta dalla confezione e gliela porgo; lui affonda le dita in quell’ammasso di peli sintetici e sfiora le mie. Mi accorgo che sta trattenendo il fiato.
      Mi sta accarezzando il dorso della mano, con lenti movimenti circolari, e pian piano si avvicina a me, al mio viso, che nel frattempo sta avvampando, perché mi sento messa a nudo dal suo sguardo.
      Ho paura del modo in cui rimbomba il mio cuore e mi allontano da questo strano Babbo Natale, che quindi si dedica a camuffare la sua rossa capigliatura con parrucca e cappello.
      Gli tengo aperto il sacco mentre infila un pacchetto dopo l’altro per i bambini, finché non se lo calca in spalla e dichiara soddisfatto: «Pronto!»
      «Ok, aspetta qui un momento: vedo com’è la situazione di là». Torno in sala e faccio la conta dei miei cuginetti: sono tutti e cinque presenti e si rincorrono attorno al tavolo e all’albero, che credo ribalteranno da un momento all’altro.
      Guardo alle mie spalle e scorgo Lucas affacciato alla porta della camera, in attesa di un mio segnale. Sorrido: è così buffo camuffato in quel modo… Cosa? No, un momento: che mi sta succedendo? Faccio tornare immediatamente la linea della mia bocca dritta orizzontale: ho una reputazione da mantenere, io!
      Gli faccio cenno di farsi avanti e lui comincia a camminare come un camionista appena approdato in un’aria di servizio dopo due ore sul suo tir: «Oh! Oh! Oh! Buon Natale!» esclama con voce profonda.
      Guardo immediatamente la reazione dei bambini, che si sono bloccati al centro della sala e lo fissano ammaliati, estasiati e affascinati.
      «Babbo Natale!» urlano felici.
      Gli corrono incontro e lo assalgono letteralmente, circondandogli le gambe, e lui si lascia abbracciare. Se si fosse trattato di me, avrei già urlato per l’esasperazione.
      Lucas invece gli dà teneri buffetti sulle guance e dolci carezze sulla testa: «Tranquilli, bambini» cerca di calmarli, mantenendosi nella parte: «Allora, siete stati bravi quest’anno?»
      «Sì!» urlano in coro loro.
      Lui ride: «Bene, bene! Allora credo che questi siano vostri». Comincia a tirar fuori un pacchetto dopo l’altro, mentre attorno a loro il resto della mia famiglia ride e si abbraccia.
      Sono tutti così… felici. E stranamente mi accorgo di avere io stessa di nuovo quella paresi sulla faccia. Possibile che questo ragazzo ne sia la causa?
      Quando ha finito il suo lavoro, tira su la schiena «Bene, bambini, ora devo andare. Devo portare i doni agli altri bimbi buoni».
      «E dove hai lasciato la slitta?» gli chiede Betty, la più piccola dei miei cugini: ha solo tre anni, ma sa già porre le domande giuste.
      Sghignazzo, pregustando il momento in cui cadrà vittima dell’imbarazzo. E invece mi sorprende ancora, dicendole di averla parcheggiata sul tetto.
      «Davvero?!» La piccola è incredula, ma allo stesso tempo completamente rapita dal suo idolo barbuto.
      Lucas annuisce e comincia a ritrarsi, appropinquandosi all’ingresso; dispensa saluti a tutto il parentado ed esce, chiudendosi la porta alle spalle.
      Rimango un attimo interdetta, perché è uscito in mezzo alla neve, con quello stupido costume addosso. I bambini corrono alla finestra, sperando di vedergli fare qualcosa di magico, magari di scorgere la sua slitta prendere il volo, trainata da un mucchio di renne magiche. E invece niente: è sparito completamente e, a questo punto, non so neanche io che fine abbia fatto.
      Possibile che mi sia immaginata tutto perfino io? Mi rifiuto di crederlo! Così mi viene un’idea e corro in camera dei miei nonni: accucciato fuori dalla finestra c’è Lucas, tremante e intirizzito, che bussa piano contro il vetro.
      Davanti a quella scena non posso fare altro che sorridere. Corro ad aprire la finestra per farlo entrare, ma lui non sembra intenzionato a farlo.
      «Avanti, vieni!» lo esorto.
      Scuote la testa, mentre i suoi occhi brillano attraverso quella stupida parrucca.
      Mi sporgo per cercare di tirarlo dentro, forse non riesce a muoversi agilmente a causa del costume; invece lui mi afferra per la vita e mi trattiene a pochi centimetri dal suo viso. Sorride ancora ed è tornato a guardarmi come pochi minuti fa, mentre si vestiva. «C’è ancora un regalo che devo consegnare».
      Aggrotto la fronte, ricordando che tutti i bambini hanno ricevuto i loro regali. «Di che parli? Non c’è più niente lì dentro» gli faccio notare indicando il sacco sulle sue spalle.
      Ma lui non è d’accordo con me: «Di questo». Solleva la testa quel tanto che basta per raggiungere le mie labbra e mi bacia.
      Il suo gesto è così inaspettato che a mala pena riesco a sentire mischiarsi il freddo proveniente dall’esterno a causa della neve con il caldo all’interno della sua bocca; le sue mani, ferme sui miei fianchi, sono due sostegni ai quali mi affido, perché la testa comincia a girarmi vorticosamente. Quella stupida barba sintetica mi solletica il volto, e un dolce sapore di cannella pervade il mio olfatto.
      Non posso far altro che posare le mani sulle sue spalle, larghe e forti, e desiderare che non mi lasci mai andare, che mi avvolga nel suo abbraccio e che il suo calore diventi il mio.
      «Hiii!» Un urletto alle nostre spalle ci fa saltare e io per poco non vado a sbattere contro lo stipite della finestra. Quando mi volto, vedo Betty sulla porta che ci addita con la faccia sconvolta: «Mary è la fidanzata di Babbo Natale!»
      «Cosa?!» urlo incredula… Anzi no, terrorizzata: «No! Non sono la fidanzata di Ba…»
      «Mi hai scoperto, Betty» mi interrompe il magico buffone. Poi mette un dito sulle labbra, per suggerirle di far silenzio: «Tu però non svelare il nostro segreto, per favore».
      «Il nostro… cosa?» cerco di recuperare le redini della situazione. Inutilmente.
      Betty imita Babbo ― Lucas ― Natale, mettendosi un ditino sulle labbra: «Non lo dirò a nessuno, lo prometto!» afferma, fiera di sé. Poi viene verso di me e mi abbraccia forte: «Ora so perché fingi che non ti piace il Natale. Però stai tranquilla, Mary, io non lo dico a nessuno che in realtà lo ami!» E con questa promessa corre via, si ferma un momento sulla soglia per sorriderci e infine chiude la porta dietro di sé con fare cospiratorio.
      Quella piccola peste… Ma qui ce n’è un’altra molto più grande!
      Mi volto verso il ragazzo che sta ridendo allegramente, mentre si spoglia del suo alter ego, in cerca di una spiegazione.
      «Che c’è?» ha il coraggio di chiedermi: «Avresti preferito distruggere la fantasia di una bambina di tre anni?»
      «Prima o poi dovrà imparare che la magia non esiste» metto le mani sui fianchi per cercare di sembrare più minacciosa, ma quando lui mi torna vicino, il fiato mi si accorcia di nuovo e i miei occhi sono nuovamente inchiodati nei suoi.
      Si toglie il cappello, la parrucca e la barba, lasciandosi i capelli scompigliati e leggermente inumiditi dal sudore: «Davvero non esiste? Perché devo ammettere che questo…» si china lasciandomi un morbido, lieve quanto breve, bacio sulle labbra «questo, per me… è pura magia».
      Il cuore ha accelerato il suo battere nel petto, il respiro ha un ritmo altalenante, il profumo di biscotti che emana la sua pelle mi manda in tilt il cervello, e le mie mani non resistono all’impulso di infilarsi tra i suoi capelli.
      Lo accarezzo e torno ad abbandonarmi alle sue braccia, al suo sorriso e a tutto quel suo essere “gioia e amore in ogni cuore” che in meno di un’ora mi ha riversato addosso. E, mandando all’aria la mia reputazione, mi arrendo alle parole della piccola Betty: sono diventata la fidanzata di Babbo Natale.

    • «Sei arrivato. Vieni con me, allora» Maestro gli intimò di seguirlo. «Voglio mostrarti una cosa.»
      Attraversarono un lungo corridoio rischiarato da poche lampade al neon fissate alle pareti. Maestro si fermò davanti alla seconda porta di metallo che incontrarono, armeggiando a lungo con il catenaccio arrugginito. La superficie metallica si aprì non senza difficoltà, costringendo l'uomo a ottenere l'apertura necessaria per passare con un paio di spallate. Si ritrovarono in un grande magazzino, la volta del soffitto celata da una fitta oscurità; un numero esiguo di lampade d'emergenza funzionava ancora, utile solamente a rendere ancora più opprimente la tenebra addossata sulle montagne di roba ammassate in disordine.
      Guerriero seguì la sua guida lungo un reticolo di passaggi stretti che serpeggiava tra cumuli di macchinari inutilizzabili e pile di ferraglia e plastica. Una serie interminabile di svolte in mezzo al labirinto di rifiuti li portò in un'area relativamente sgombra; l'unica luce presente risplendeva su un paio di bidoni metallici capovolti, disposti intorno ai resti di un vecchio camioncino privo di ruote.
      «Siediti» Maestro indicò uno dei bidoni.
      Guerriero seguì l’esortazione, lo sguardo fisso su quanto era appoggiato sul cofano malmesso. «Scacchi.»
      Maestro sorrise. «Vedo che li conosci.»
      «C’è stato chi me ne ha parlato.» Guerriero ricordò che in alcune biblioteche dove lui e Vecchio si erano fermati c’erano alcune scacchiere e l’uomo gli aveva insegnato a giocare, asserendo che l’avrebbe aiutato a imparare il ragionamento e la strategia. «Mi hai fatto venire qua per una partita?»
      «La partita è già in atto, perché altri hanno cominciato a giocarla da tempo. Quello che occorre fare è prendere il loro posto e continuare.»
      Guerriero osservò i pezzi che non erano stati ancora mossi. «Gli scacchi sono solo un pretesto per introdurre qualcos’altro.»
      Maestro annuì compiaciuto. «Sei stato addestrato bene. Di questo però non dovrei meravigliarmi.»
      Guerriero lo fissò con sospetto, ma l’altro non ci diede peso. «Lascia che usi i pezzi per spiegarti come stanno le cose. Hai già un’idea di quello che è stato grazie a chi ti ha addestrato e a quello che hai appreso dall’uomo con cui hai parlato qua sotto, ma alcune precisazioni ti renderanno il quadro più chiaro. Non hai mai pensato che gli scacchi siano una rappresentazione delle società esistite, vero?»
      Guerriero scosse il capo. «Solo un modo per capire le mosse che può fare il nemico che ho davanti.»
      «Allora non faticherai a comprendere quanto sto per dirti, dato che è proprio di nemici che devo parlarti» Maestro poggiò un dito su un pedone. «Questo rappresenta le persone comuni, i lavoratori: i più sacrificabili e sfruttabili. La carne da macello, come l’ha ritenuta chi stava in alto e muoveva i fili. È sempre stato il mio pezzo preferito, perché nella sua semplicità dimostra un grande coraggio: è costretto ad affrontare le difficoltà perché può solo andare avanti. O supera le difficoltà o cade. Ma se riesce a farlo, con i pochi mezzi che ha, può essere tutto quello che vuole: l’ho sempre associato all’individuo e al fatto che un semplice singolo possa cambiare il corso della storia» tolse la mano dal pezzo, accorgendosi di star divagando. «Ma non è di lui che dobbiamo occuparci ora, quanto di quei pezzi che sono rappresentazione dei vari poteri che hanno condizionato per secoli le varie culture» indicò uno dei pezzi posti negli angoli della scacchiera. «La torre. Il simbolo del potere economico cui solo pochi hanno accesso. Il cavallo» toccò il pezzo subito a fianco della torre. «Simbolo di un feudalesimo che non è mai cessato, ma che ha solo cambiato nome. Un tempo c'era la nobiltà, poi ci sono stati i politici. Le vesti sono mutate, ma sotto di esse c'è sempre il solito spirito viscido e calcolatore» con un gesto di disprezzo tolse il dito dalla sua figura passando a quella a fianco, più alta e affusolata. «L'alfiere. Il simbolo dell'istituzione religiosa, del potere ecclesiastico che, nonostante la sua cosiddetta natura spirituale, ha saldi appigli nelle manovre politiche ed economiche» accarezzò il pezzo centrale più basso. «La regina. Il potere assoluto. La libertà assoluta» sollevò lo sguardo dalla scacchiera fissando Guerriero.
      «E poi il re» concluse Guerriero.
      Un sorriso in tralice comparve sul volto di Maestro. «Quello cui ruota attorno tutto quanto. Il più inutile di tutti. Colui che comanda, muove e sacrifica gli altri per salvarsi, privato dei quali non è in grado di ottenere nulla. Senza di lui tutto sarebbe più facile.»
      «Questo pezzo non rappresenta ciò che è prezioso e per cui vale la pena di lottare?» contestò Guerriero.
      «Un tempo è stato così; poi le cose sono cambiate. Intere popolazioni sono state sacrificate per salvare e arricchire chi li governava, passando la loro vita a rendere più agiata la condizione dei loro capi, per consolidare la loro posizione, quando invece avrebbero dovuto essere i governanti a prodigarsi per migliorare la vita delle persone che dovevano guidare. Tutto si è invertito: il bene non può essere per pochi, deve essere per molti, se non per tutti» sentenziò categoricamente. «Dopo quello che è stato e che ha condotto alla nostra condizione, è meglio che non ci siano più capi né guide. È finito il momento dei re» tolse il pezzo dalla scacchiera «degli alfieri, dei cavalli e delle torri» anche gli altri pezzi sparirono, lasciando solo i pedoni. «È il tempo degli individui: che il campo appartenga solo a loro, in modo da diventare ciò che vogliono. Ognuno dovrà essere capo solamente di se stesso.»
      «Perché ritieni così importante non avere capi?»
      «Niente capi, niente lotte. Niente lotte, niente sofferenze.»
      «Non ci sono più governi: c’è solo caos. Anche senza capi, la sofferenza continua a persistere.»
      «Quanto dici in parte è vero. Ma gli uomini sono ancora in balia di capi: i Demoni. Adesso hanno gettato la maschera, non si nascondono più dietro sistemi che gli hanno fornito i mezzi per giungere nel nostro mondo e assumere forma fisica. Tutti eccetto uno.»
      «Quale?»
      Maestro prese dallo schieramento un alfiere nero.
      «L’istituzione religiosa» asserì Guerriero.
      Maestro fece un cenno di assenso.
      Guerriero si mise a braccia conserte. «Perché tutto questo parlare?»
      «Penso tu lo abbia già capito» sorrise furbescamente Maestro. «Ma ora rispondi a questa domanda. Negli scacchi, che pezzo vorresti essere? O pensi di essere?»
      Guerriero fissò a lungo la scacchiera prima di rispondere. «Nessuno.»
      Gli occhi di Maestro si socchiusero. «Perché?»
      «Perché non mi piace essere usato. Io voglio essere libero.»
      Maestro portò l'indice a coprire la bocca. «Al di fuori della Tela» borbottò tra sé. «L'Osservatore che guarda dall'alto senza avere coinvolgimenti. Non s'identifica in alcun pezzo, bensì nel Giocatore.»
      «Cosa stai dicendo?» sbottò Guerriero.
      «Niente» Maestro liquidò la cosa, ma all'altro non sfuggì la sua espressione soddisfatta. «Torniamo alla questione che stavamo affrontando. Tu conosci la storia recente del nostro mondo, ma non sai tutto del passato. Adesso vedi il caos, ma un tempo c'erano ordine e schemi che regolavano ogni funzione di vita, rendendo tutto regolare e sotto controllo; almeno in apparenza. In realtà era un sistema malato e quanto ora vedi è il tumore che era in incubazione. Molti hanno contribuito a crearlo e molti hanno voluto non vederlo. Il risultato è stato che il tumore ha continuato a lavorare fino a rivelarsi nella sua totale virulenza. Fu a quel punto che qualcuno decise d’intervenire: gli organi infetti furono tolti, sostituiti con dei nuovi. Com'era naturale che fosse, andare al cuore della questione portò scompiglio.»
      «Dopo il gioco, ora la lezione di chirurgia?»
      «Il paragone tra il corpo umano e il mondo è pertinente, dato che praticamente sono la stessa cosa, solo vista più in grande» Maestro sorrise mestamente. «Se non fosse stato per una volontà che non aveva nulla d'umano, tutto sarebbe passato inosservato.»
      «So già che dietro ai sistemi esistiti c’erano i Demoni: dove vuoi arrivare? Che gli uomini hanno perso il controllo del sistema creato e che gli si è rivoltato contro?»
      «No: il sistema creato avrebbe continuato a esistere, andando avanti senza curarsi di nulla, sfruttando la gente e rendendola schiava. Se non fosse che, prima che i danni fossero irreparabili, sorse qualcuno a guidare il moto di rivolta per arrestare le macchine infernali create.»
      “Perché ho l’impressione di aver già sentito questa storia?” Guerriero corrugò la fronte. «Stai parlando di un uomo?»
      «Un tempo lo era stato, ma non è della sua natura che dobbiamo parlare, quanto che è stato l’inizio della liberazione dal giogo dei Demoni» Maestro sottolineò con forza l’ultima parte. «Il primo potere a cadere fu quello economico, seguito da quello politico e di conseguenza quello informativo.»
      «L’informativo da che pezzo è rappresentato?» domandò Guerriero.
      «Non ha una rappresentazione negli scacchi. È stato un mezzo usato per espandersi: senza la politica a crearlo e usarlo, esso ha smesso di esistere.»
      «E così sono stati tolti di mezzo i detentori di potere.»
      Maestro confermò le sue parole. «Dopo l'epurazione, i concetti di nazione, di popolo e di classe svanirono: le gerarchie furono spazzate via e ogni forma d'influenza d'uomini su altri uomini cessò di esistere. Le differenze furono appianate: fu un tornare agli albori della storia umana. Un reset necessario per attuare la salvezza e permettere agli uomini di tornare a vivere.»
      «Dato che quella che conducevano non poteva essere considerata vita» aggiunse Guerriero ripensando alle persone incatenate ai macchinari.
      «Erano condizionati nel modo di pensare, vestire, mangiare. Il pensiero, i desideri che avevano non nascevano dalla propria volontà, ma erano presi in prestito, imposti da altri. Erano divenuti greggi bovini, sballottati a destra e sinistra come più piaceva a chi era dietro al sistema. Per questo sono state eliminate le persone di potere e quello cui erano legati.»
      «Non credo che molti abbiano ringraziato.»
      Maestro lo fissò intensamente. «La gente nemmeno si è resa conto del dono ricevuto: non ha fatto altro che piangersi addosso perché il bel gioco si era rotto. È stata schiava troppo a lungo per apprezzare la libertà: la sua mente è stata talmente condizionata e imprigionata che è voluta ritornare nella condizione in cui è sempre stata. Se avesse saputo per tempo quello che si stava facendo, avrebbe ostacolato, anche ucciso, pur di difendere quelli che considerava privilegi. Adesso paga lo scotto per non aver vissuto secondo le proprie scelte e i propri desideri.»
      «Uno scotto alto.»
      «Che però così deve essere: il vecchio deve morire per lasciare spazio al nuovo. Tu hai conosciuto solo rovina, ma in alcuni luoghi stanno nascendo culture diverse, mentalità incontaminate, libere dalle catene del passato. Sono piccole società cresciute all'interno degli Alveari, dove tutti sono importanti allo stesso livello: l'umanità si sta rialzando dalle sue ceneri e ne sta emergendo purificata. Il nuovo inizio è già presente.»
      «Mi fa piacere, ma perché sei qui? Che cosa vuoi?» Guerriero sputò senza mezzi termini il sospetto celato fino a quel momento.
      «Questa società è giovane ed è ancora debole: basta un niente per essere spezzata. Deve essere protetta: serve gente in grado di farlo. Gente dura, che conosce la lotta e sia in grado di difendere ciò che è prezioso.»
      «Perché non tutti i poteri sono stati distrutti.»
      «Rimane ancora l'alfiere, il potere religioso. Nazioni, popoli, paesi, sono caduti, ma questo potere ha sempre resistito, attirando a sé ingenti masse e rafforzando sempre più la sua forza. Nonostante la rovina caduta sulla Terra, continua a persistere e le sue catene stringono a sé ancora molte persone.»
      «E tu vuoi distruggerlo.»
      «È l'unico modo per dare una possibilità di vita all'umanità: colpire il cuore dell’ultimo potere rimasto ed eliminare il capo di questa gigantesca testa di serpe.»
      «E tu pensi che così tutto si risolva» commentò caustico Guerriero.
      «Visto che si tratta di un Demone, sì» Maestro confermò le sue parole.
      Guerriero rimase di sasso. «Non si può combattere un Demone.»
      «Certo che si può. Basta avere il giusto potere e tu lo possiedi: solo che non ne sei cosciente. Io te lo mostrerò.»
      «Nessun uomo ha una simile forza» ribatté duramente Guerriero.
      «Se riesci ad attingere all’Essenza, sì» lo rassicurò Maestro. «La forza di cambiare, ciò che permea ogni cosa e che racchiude l'energia dell'universo. Attingere a essa è trovare le armi per combattere i Demoni: questi sono i Poteri. I veri Poteri, non come quelli che l’uomo ha creato e che hanno finito per corromperlo e sfruttarlo perché estranei all’Essenza. Poteri che tu puoi usare.»
      «Usare per lottare» Guerriero si alzò in piedi, allontanandosi dal tavolo improvvisato. «No: ho già lottato abbastanza. Sono stanco di combattimenti e sangue. Sono finito qua sotto solo per sfuggire ai Demoni e riprendermi dalle ferite, ma quando sarò guarito me ne andrò da questo inferno, lontano da ogni conflitto.»
      «Puoi anche andare in capo al mondo, ma dovunque andrai la follia degli uomini e dei Demoni ti raggiungerà.»
      «Non credo» disse Guerriero sicuro di sé, sfidando Maestro a contraddirlo. «Esiste un posto dove non c'è nulla di tutto questo, dove si vive in pace e in armonia e c'è tutto quello di cui si ha bisogno. Un posto che non è stato toccato dalla guerra e dall'odio, dove non ci sono Posseduti e Demoni.»
      Maestro lo fissò a lungo. «Un posto del genere non c’è: dovunque sia arrivato l'uomo, là sono arrivati anche i Posseduti e i Demoni. E l'uomo è giunto dappertutto.»

    • Bat-man subentra come un eroe classico tra le distopie moderne. Il fumetto attraverso la mediazione onirica diventa qualcosa di buono anche per l'approccio all'arte. Un paesaggio allucinatorio simile lo troviamo già in Breton. Questi scrive a pag. 58 di Nadja : "ho avuto il tempo di percepire le pupille dei suoi occhi brillare sul bordo del mio cappotto- provando un disgusto inesprimibile- soprattutto superficialmente in relazione al fatto che non mi sono trovato come un uccello sul nido" La percezione è un confronto immediato, addirittura autonomo, tra i due. L'uomo ha un impulso, naturale ed ideale di proteggersi.
      Kant nella Critica della ragion pura scrive che "non vi è niente di insolito nel fatto di intendere l'autore <Platone> meglio di quanto intendesse se stesso". Platone rivelerebbe come nel mito della caverna qualcosa di precedente.
      Ascoltiamo Deleuze a pag. 157 di Differenza e ripetizione : "poichè il differenziante può o non può avere una certa identità, la differenza è grande o piccola. Mai una differenza può render conto di una somiglianza. Essa deriva da un funzionamento, un risultato esterno, un'illusione che sorge quando un'identità diventa presunta"
      Si inserisce qui ed ora il giallista Lethem, affrontando esteticamente la New-York attuale, distopica e decadente. A pag. 141 di Il Detective selvaggio egli dice che "ero scappata dal maestoso edificio di vetro e dalla sua contro-parte maligna; ero scappata dal merdoso vecchio mondo al confine con l'utopia"
      La tensione tra Breton e Nadja pare stravolgere invece i canoni parigini , ma è inquadrabile perfettamente in un frame kantiano secondo una metrica mentalmente corretta. Scrive Breton a pag. 97: "è gran tempo di lasciare questi luoghi. Ti ho sentito tremante lungo il quartiere. Lei ha voluto passare per la Conciergerie".
      In un mio racconto ambientato pure a Parigi affermo che "astrazioni del genere potevano portare Jean a preferire il calcolo matematico. A ciò lo portavano i trend dell'arte , ma a prezzo di una mutazione antropologica di tipo hard"
      Scrive Lethen a pag. 50: "Lei non aveva l'aria sudicia dell'altra volta. Indossava la maglietta, troppo grande, dei L.A. Clippers. Era logico pensare che fosse stata cresciuta tra i Conigli, anche se non mi dava l'impressione di essere una di loro". Kant osserva sempre nella Ragion pura che "nella determinazione si trovano i predicati opposti e anche quello che è proprio dell'essere ".
      Tornando a Breton, "il cameriere del ristorante si direbbe affascinato da Nadja. Si affanna inutilmente alla nostra tavola, è incapace di comprendere i comandi"(pag. 114) Ho scritto un racconto ambientato a New-York dove affermo che "non era facile capire il senso che la psicanalisi conferisce alla libido , ma se avesse guadagnato di più si sarebbe rivolto alle donne con più entusiasmo. Spesso la depressione lo trasformava in gaffeur , cosa che non sarebbe mai stato nei momenti belli."
      Scrive Eco a pag. 249 di Dall'albero al labirinto che "nel Medioevo si dicono verità se sono sostenute da una auctoritas precedente". Platone e Deleuze scavano nel non-detto per estrarne un senso amoroso. Scrive B-H Lévy nella Barbarie che "un socialista non dimentica niente, gli incidenti della Storia sono contenuti in una memoria di cui si fa custode e vigile archivista" (pag. 51) Scrive ancora Eco: "Il Medioevo possedeva il concetto di falsificazione? Era affine al nostro?"(pag. 227). E' il platonismo deleuziano a cercare lo scarto tra i due momenti. Scrivo nel mio racconto New-yorkese che "Thomas sapeva che la vera vita era questa, senza averne però una visione generale e coerente. L'università a 40 anni ti prende col bilancino dei pro e contro. Se non ti sei affermato prima, i colleghi te lo chiedono. Ti accolgono con poco entusiasmo e ti giudicano un perdente"
      Thomas accetta come standard la noia: "la ricerca di un significato perfetto dei simboli, come in Rilke, gli conferiva un algido piacere" -Perdente ma di rango- canta Roberto Vecchioni. Nell'altro racconto parigino scrivo "che la sua ispirazione si fosse inaridita, era vero solo in parte. Tutto stava a ricollegare alla malinconia di Proust certi momenti di Blanchot o Barthes. "

    • La routine della sua vita si era ridotta all’osso. Atti meccanici che garantivano la sua sopravvivenza. Certi giorni se li dimenticava. E insieme a quei gesti meccanici dimenticava anche i giorni stessi. Ma nelle giornate migliori, quando ricordava di mangiare o lavarsi il resto del tempo lo trascorreva alla finestra. Viveva in un quartiere di periferia che brulicava di vita. E la vita che non viveva per sé la osservava da dietro un vetro. Ormai anche i vicini si erano abituati a quella presenza immobile, sapevano che solo i suoi occhi – grandi occhi neri profondi come gorghi marini e insondabili – seguivano ogni loro movimento. Stranamente non dava loro disturbo quell’osservatrice silenziosa. A volte li confortava anche alzare gli occhi e trovarla lì, racchiusa nella nicchia delle imposte come una madonnina in una cappella votiva. Alcuni, i meno timidi, le rivolgevano un saluto. Lei non rispondeva mai. Ma li conosceva bene uno per uno.
      Conosceva i loro innocenti segreti, come il bicchiere di vino bevuto la sera tardi dal signor Pepper di nascosto dalla moglie, alcune sere lo accompagnava persino e da lontano brindava insieme a lui. 
      Oppure seguiva le liti mute, per non spaventare i bambini, dei coniugi Ryan. Era uno spettacolo insolito vederli gesticolare e scambiarsi invettive senza fare rumore. Le ricordavano quei film muti che vedeva da bambina, quando tutto era più facile e lineare. Poi facevano sempre pace. Si abbracciavano silenziosi e andavano insieme a guardare i piccoli dormire. Un lembo di quell’amore copriva anche il suo cuore qualche volta. 
      I panni stesi ad asciugare al vento della vedova Bosch le raccontavano invece la vita della sua dirimpettaia come pagine di un diario fatto di stoffe e colori. Ogni giorno della settimana aveva un colore differente. I numerosi nipotini che le correvano intorno tra le lenzuola sventolanti narravano di una vita piena di una felicità semplice, fatta di torte appena sfornate e calore. A volte si incantava nell’osservarli e nel partecipare alla loro gioia intima, umile, scoprendosi a sorridere. Erano le occasioni in cui richiudendo le imposte sapeva che avrebbe dormito più serena. 
      Fu durante una giornata iniziata come tante altre, mentre si trascinava dalla cucina al soggiorno con le mani intorno ad una tazza fumante di caffè e si apprestava a prendere il suo solito posto dietro i vetri, che accadde. Aveva già aperto le imposte chiedendosi quale colore avrebbe visto oggi steso al vento dalla vedova quando iniziò ad agitarsi qualcosa nella sua mente. Qualcosa di intrappolato che lottava per venire fuori, per tornare alla luce. Era lì, da qualche parte ma non riusciva ad afferrarlo. Stava fissando il vecchio signor Neil ammucchiare le foglie in un angolo quando tutto iniziò a sfumare. La giacca verde militare del vecchio, il rastrello, le foglie che vorticavano nel vento a dispetto dei suoi sforzi, le mura della casa, i panni stesi, le biciclette abbandonate dai bambini Ryan, tutto iniziò a tremolare, ogni cosa come avvolta in una nebbia iniziò a scomparire alla sua vista. Al loro posto affiorarono altre immagini e altri colori. E da una nuvola di polvere resa accecante dalla luce di un sole estivo emersero due figure. Man mano che si avvicinavano si facevano più grandi le loro ombre e più nitidi i dettagli. Il vestito leggero a fiori di lei, i lunghi capelli scuri mossi dalla brezza secca del deserto, i jeans sdruciti di lui e il giubbino che aveva visto troppe stagioni, la macchina sgangherata su cui viaggiavano. 
      Il ricordo proruppe come da una diga fatta saltare con la dinamite. Le parole che gli aveva lasciato quel giorno. L’ultimo giorno che avevano passato insieme prima che lei facesse l’unica cosa che sapeva fare bene: scappare.
      Si erano fermati in uno di quei posti aperti 24 ore con una cameriera stanca che nemmeno ti guarda dopo una notte passata a servire caffè, e mentre Jo faceva rifornimento al distributore di benzina, lei era entrata scegliendo il tavolino più riparato e aveva ordinato senza pensare il piatto del giorno. Un pensiero opprimente le si era insinuato nella mente: aveva sempre ordinato piatti che non le piacevano senza pensarci. Perché altri pensieri le affollavano la testa. Rumorosi, inarrestabili. Guardando fuori per controllare dove lui fosse prese un fazzoletto di carta che non avrebbe asciugato nemmeno una lacrima e aveva iniziato a scrivere quelle parole: “Io ho fatto del depistaggio un'arte, Jo. Semino tracce che vanno in una direzione e poi ne prendo un'altra. Perciò quando pensi di avermi afferrato ti sfuggo tra le dita. Non sono mai perfettamente presente. C'è sempre un oltre che mi aspetta. Non puoi seguirmi né comprendermi. Passiamo la vita a dimostrare agli altri Cosa siamo. Intelligenti o colti o bravi o simpatici. Energie disperse nel vento dimenticando Chi siamo perdendo noi stessi. Ed io non voglio perdermi…”
      Aveva lasciato quel fazzoletto stropicciato sul tavolo ed era scappata dalla porta sul retro. Per settimane e mesi si era chiesta quale espressione si era disegnata sul suo viso quando raggiungendola al tavolo non aveva più trovato lei ma solo la scia del suo profumo. Rabbia o dolore lo avevano attraversato? E quale due avevano prevalso sull’altra? Dopo un po’ aveva smesso di chiederselo. Temeva qualunque risposta. Aveva creduto che per ritrovarsi dovesse scappare da lui quando invece scappava solo da se stessa e dai suoi fantasmi. Ma questi te li porti dentro ed è solo un'illusione pensare di poterteli lasciare alle spalle. Pensando di aver aguzzato la vista per non perdersi aveva perso di vista invece l’essenziale. Che adesso spiava al di là di un vetro illudendosi di vivere. Ma arriva un momento in cui bisogna decidere se continuare a fare da spettatore alla vita degli altri o vivere la propria di vita.
      Da quella nebbia che l’aveva avvolta riaffiorò il volto di Jo e l’amore che fino al giorno prima aveva solo osservato fluire nella vita altrui le esplose nel petto con una chiarezza luminosa da toglierle il fiato. Ci si innamora di quei gesti inconsci che osservi di nascosto. Di un vezzo, di un tic. Di un certo modo di guardare. Ricordò quanto amasse il modo in cui stava seduto con una gamba piegata. O come portava il bicchiere alla bocca. E di quella smorfia agli angoli delle labbra che faceva capolino sul suo viso prima di sorridere. Comprese che ci si innamora dei dettagli. Più piccoli e nascosti sono più ti scavano il cuore. E l'amore è riuscire a vederli ancora dopo anni. Quei piccoli gesti che ti svelano un mondo. 
      Solo adesso li vedeva. 
      Si girò di scatto e guardò verso il tavolino. Erano seppellite sotto cumuli di posta ammucchiata alla rinfusa. Le cercò freneticamente. Afferrò la giacca buttata sul divano e con le chiavi strette in pugno spalancò la porta precipitandosi nel sole e nel vento. La luce le ferì gli occhi. Forse era ancora in tempo. Quando salì sull’auto fece un respiro profondo. Poi affondò il piede sull’acceleratore e sparì.
      Ancora oggi alcuni nel quartiere giurano di vederla dietro le imposte. E raccontano che quando le rivolgono un cenno di saluto lei risponde sempre con un sorriso.

    • Actea: “Lo credo che ti entra l’acqua negli occhialetti. Li hai messi male, toglili e dammeli. Te li aggiusto io” porgendo la mano aperta, con un mezzo sorriso sulle labbra, quello di un capoufficio di nuovo in servizio.
      Candido: “Tieni” affrettandosi a sfilarli. “Quanto li odio”. Si stropiccia subito gli occhi. “Non li ho mai accettati. Li soffro, si appannano, stringono, mi danno fastidio, mi segnano il viso. E rendono queste vasche ancora più noiose. Mi sottometto solo perché ci sei tu, che hai, incredibilmente, accettato il mio invito”. Sorride e si massaggia il naso, finalmente libero.
      Actea: “Pensavo ti piacesse ancora nuotare. Ti sei impigrito, infeltrito. Corroso. Sarà l’età” mentre regola l’elastico e getta, a tratti, fugaci sguardi verso di lui.
      Candido: “Avrei preferito il tennis. Qui, invece, con quest’aria clorata, le ombre, in acqua, dei nuotatori solitari, profusi nel loro allenamento muto, l’ansiogeno tabellone che scandisce i secondi, la vana promessa degli effetti salvifici del nuoto, per la salute e la forma del corpo, dopo poche vasche mi sento a disagio e conto ogni vasca per uscire il più presto possibile. L’unica consolazione è  la luce adamantina, quella che proviene da fuori, dalla prima sera, riflessa dall’acqua, che ci rende sempre tutti un po’ più belli. Non è vero?”. Ride.
      Actea: “La tua consolazione, se mai, è osservare le nuotatrici. Giusto?!” mentre armeggia con gli occhialetti. “La realtà è che sei pigro. Lo sei sempre stato. Tieni infila!” porgendogli l’occhialetto.
      Candido: “Di nuovo?” con aria sconsolata.
      Actea: “Puoi anche farne a meno ma poi ti ritroverai con due cornee secche e rosse come due lychee. Girati”. Gli sistema gli occhiali, appena regolati, sulla testa, lasciando che il suo respiro gli accarezzi, per pochi istanti, il collo. Terminata la vestizione, afferra dal bordo vasca un tubo galleggiante fosforescente, pronta ad allenare solo le gambe. Con chi sa quante vasche.
      Candido: “Ti sei portata avanti col lavoro di oggi. Mi hai già sistemato come vecchio guardone, pigro e inutile, come una banconota fuori corso. Se non fosse che, in fondo, hai ragione penserei che chi disprezza compra” ammiccando, impaziente di vederla partire e poter sbirciare sott’acqua, finalmente, le sue gambe lunghe. Ancora una volta.
      Actea: “Ma smettila sei una lagna. Non fare la vittima!” mentre cala gli occhiali sugli occhi, pronta a partire.
      Candido: “E poi, appena entrato in questa acqua bassa, chimica, domestica, piastrellata, apparentemente sicura, mi prende sempre una strisciante inquietudine, un sospetto. La osservo e realizzo che si tratta, in fondo, della stessa acqua dei miei sogni, quella agghiacciante, burrascosa, o piatta, nera di notte e verde smeraldo di giorno, accesa da un sole alieno, che non si mostra quasi mai. Mi sembra che questa versione reale, placida e domata, sia solo un trucco mimetico raffinato, una nuova tecnica di caccia, che l’acqua ha adottato al solo scopo di ingannarmi, di tendermi nuovi agguati, sempre più micidiali”.
      Actea: “Dum dum dum dum, dum dum dum dum, ooooh eeej oh! Dum dum dum dum dum dum dum” dando piccoli colpi sulle labbra con la mano, come un pellerossa che danza.
      Candido: “Che succede? E’ il titolo di un film? O Rido? È una gag? Va bene rido” schiccherando con due dita l’acqua per schizzarla.
      Actea: “E dai smettila fatti sfottere un po’! Mi mancava il momento dello sciamano!” restituendo lo schizzo triplicato.
      Candido: “Dimenticavo che tu non sogni”.
      Actea: “Certo che sogno. Ovvio che sogno. Poi mi sveglio, però, presto e ho una frazione di secondo nel corso della quale devo realizzare chi sono e cosa devo subito fare. Non dopo, subito. Ricordo poco o niente di ciò che ho sognato e comincia, immediatamente, una giornata nel corso della quale sono masticata da tutto, come una gomma, in lotta con tutto ciò che è vivente e non. Dal gatto alla macchina, dai colleghi al PC. Fino alla sera. E mi ritrovo, dopo cena, a pezzi, a combattere con mia figlia per metterla a letto, staccarla dal cellulare e trovare la forza di lavarmi e spogliarmi. Mi metto a letto e non ricordo più non solo i sogni della notte, ma neanche chi sono e tutto quello che mi è successo nel corso della giornata. Non ho neanche memoria della strada che ho fatto per tornare a casa. Non ve n’è più traccia. Ho dimenticato di cliccare “salva” mentre parcheggiavo la macchina” sorridendo a denti stretti.
      Candido: “Non cambieresti nulla di tutto questo?” appoggiando le braccia sulla corsia galleggiante.
      Actea: “Cambiare? Cosa? La mia vita, le scelte che ho fatto, o quelle che avrei dovuto fare? Il lavoro, le amiche, l’ex marito, gli impiastri che mi si attaccano addosso? No, non ce la faccio. Sono concentrata nella mia autodistruzione. Va bene così” sistemandosi gli occhiali, impaziente di ripartire, di fare altre vasche.
      Candido: “Presto incontrerai ad una cena un tipo tonico, brizzolato, con la faccia da attore americano di serie televisive di moda, che parlerà con te tutta la sera. E tornerai a casa convinta che quel vecchio sospeso che hai con la vita presto sarà saldato”.
      Actea: “Sfotti? Allora mi sa che è vero quello che dici. Chi disprezza compra!” tentando di immergersi finalmente.
      Candido: “Compro si! Io, al contrario, aspetto i sogni con l’impazienza che si potrebbe avere per una festa di paese. Tanto che a volte il miracolo del sogno lucido, quello in cui sei consapevole di sognare e puoi interagire coi fatti, si realizza. E in quei casi, in genere, se riesco, scelgo di volare. Posso volare radente, scendendo il piano scosceso di un bosco, dopo il tramonto, per fermarmi poi a mezz’aria, davanti a un enorme crocefisso scolpito nel legno, di arte povera, col Cristo dipinto con colori accesi, che mi guarda, con i suoi occhi neri, quelli di un pupo siciliano. Oppure posso osservare, dall’alto, un tratto di costa deserto e il fremito delle piccole onde che anima il basso fondale, come fosse la pelle trepidante di un rettile preistorico. Se non riesco a volare, spesso, quando sono in motorino, a Roma, sulla strada di casa, decido di verificare se è vero che li, poco prima di imboccare il tratto finale di strada, sulla destra, prima del benzinaio, c’è veramente il mare; fermo il motorino, scendo, faccio qualche passo e raggiungo un muretto. Mi affaccio e, incredibilmente, il mare è li. Bello come non mi sarei mai aspettato. E ho la sensazione di averlo sempre saputo. La spiaggia è bella, c’è tanta gente. “Che sciocco” mi dico, “pur sapendolo, non mi ero mai fermato prima, per controllare, per convincermi che, davvero, a un tiro da casa, c’era un posto bellissimo”. Penso che i sogni siano viaggi in un luogo dove si ritrovano tutte le cose perdute. Belle, brutte, così come erano al momento in cui sono sparite, come l’abbraccio dolce di nonni andati via da tanto tempo. Sono abbandonate in ipogei, pieni di gemme preziose e ossa di morto, oppure sulla luna, come dice l’Ariosto” accennando un sorrisetto teatrale.
      Actea: “E cosa c’è sulla luna secondo l’Ariosto? Proprio non me lo ricordo” domanda lei retoricamente, sollevando nuovamente gli occhialini sulla fronte, con il sorriso di chi ha capito che il suo allenamento sta per andare a farsi friggere.
      Candido: “Il pianto e i sospiri degli amanti, il tempo … No aspetta. Torno subito! “ed esce dall’acqua.
      Actea: “Oh no! Ma dove vai? Dai adesso nuotiamo poi ne parliamo” allungando una mano per tentare di trattenerlo.
      Candido: “Ci metto un secondo”.
      Candido: Torna col cellulare in mano. Siede, gocciolante, sulla postazione di partenza, allontanando lo schermo dagli occhi, per leggere meglio.
      “Le lacrime e i sospiri degli amanti
      L’inutil tempo che si perde a giuoco,
      e l’ozio lungo d’uomini ignoranti,
      vani disegni che non han mai loco,
      i vani desideri sono tanti,
      che la più parte ingombran di quel loco:
      ciò che in somma qua giù perdesti mai,
      là su salendo ritrovar potrai.”
      Actea: “Ce l’avevi in tasca sta cosa eh?” sorridendo con inaspettata dolcezza.
      Candido: “Un po’ si” avvertendo la presenza di un passaggio segreto.
      Actea: “Mbé allora te li potevi ricordare meglio sti’ quattro versi!” e ride. “Vuoi dirmi che cosa hai ritrovato di interessante? Così poi ricominciamo a nuotare?” incrociando le braccia.
      Candido: “Direi di si. Forse la libertà. La libertà di vivere tutto come se fosse la prima volta. Sempre”
      Actea: “Non nuoteremo più. Andiamo in sauna dai” serenamente rassegnata.
      Candido: “ I sogni ti restituiscono l’immagine di un io fluido, libero dalla sua forma frattale.
      Actea: “Cosa? Porterai questa roba in sauna? No dimmelo che se no vado a fare la doccia e ti aspetto su alla reception” in tono scherzoso, ma non troppo.
      Candido: “Hai ragione scusami. Sauna muta, giuro” levandosi con soddisfazione gli occhialetti.
      Actea: “Avanti. Dimmelo. Che vuol dire frattale?” con espressione di ironico pentimento.
      Candido: “Hai presente i broccoli? Hai visto come sono fatti? La forma delle gemme” disegnando con le mani una forma tondeggiante appuntita
      Actea: “Si. Conosco i broccoli. A volte presa da raptus di follia li compro, li taglio a pezzi, li sbollisco e me li mangio. Olio e limone o ripassati in padella. Che ne dici? Sono o non sono pazza?” fissandolo sorridente.
      Candido: “Il broccolo è un frattale. Una forma geometrica non intera che riproduce la forma di partenza ad ogni scala. Il broccolo è fatto così” accarezzandosi i segni degli occhiali sul volto.
      Actea: “E che c’entra questo con i sogni?”
      Candido: “Ti restituiscono, per poco, un sé incondizionato, non strutturato su compulsioni frattali” sorride.
      Actea: “Tradotto?”
      Candido: “Passare da broccolo fondato su un frattale che ha il disegno della ricerca del controllo della realtà, ad un broccolo il cui frattale è la vita cosi com’è. Nel primo, alla scala minima, la forma è la compulsione a non calpestare, senza se e senza ma, una riga per terra, a considerare una stanza mai sufficientemente vuota per poterci vivere sereni. Alla scala massima,  quindi, trattenere il tempo e con essa il fiato, non identificandosi in nulla e rifiutandosi di vivere una vita mortale e la sua impermanenza. Nel secondo, la forma del frattale, alla scala minima e a quella massima, è vuota e il vuoto è forma” sorridendo.
      Tacet. Lei lo fissa muta con gli occhi sbarrati. In silenzio. Piccole onde create dai nuotatori delle altre corsie agitano lievemente le braccia di entrambi, penzolanti dai galleggianti delle corsie. Passano alcuni secondi.
      Actea: “Ora noi, tranquilli tranquilli, usciamo dalla piscina e andiamo in sauna, mici mici, dove staremo, zitti zitti, a rilassarci. Vero?” dice lei carezzandogli ironicamente il viso.
      Candido: Ride. “Dopo se vuoi ti mostro una animazione su internet del frattale di Mandelbrot perché …”
      Actea: Lo interrompe distogliendo lo sguardo ed indicando dietro di lui “Frena. C’è il tipo della reception che ti vuole”.
      Candido: Si gira. “Ciao Saptak dimmi” agitando la mano per farsi vedere.
      Saptak: “Scusi ma io deve chiudere. Prego uscire di vasca” dice inarcando le sopracciglia come per scusarsi.
      Candido: “Ma Saptak mancano due ore!”
      Saptak: “Chiamato questura. Deve chiudere tutto. Scusi. Non so quando riapriamo.”
      Exeunt

    • LA TARANTELLA  DI CAROLINA
       
       
       
      Siente , maronna mia   il ritmo delle tammorre   che  si scetano  ogni mattina, volano  e vànno   , ti portano   a sunà ò  sisco ,  mò  incalzano   , pigliano  sciato , si elevano  nelle voce delle  gente .  Corrono  , fuieno  , sopra  all’onne  dello mare fino a Procida e  Resina .  Madonna delle galline , quante grazie,  voglio avere , mi perdo nella scia di una canzone,  disgraziato nella  bona novella,  che pesa come  le zizze di carolina.  Quante erano  belle le zizze di carulina , tutte la gente  le vuole tuccare , chi diceva , vieni con me  carulina , ed ella  smaniosa  ,  si cianciava  ,   ti faceva sentire   lo core in gola , come fosse la prima volta. Io  mi son rassignato , dentro  al ricordo di una pelle ,  dopo che ella  ascette  prea  .  La rammento  andare  nei  vicoli , stretti ,  annura ove  si muta nella forma di un  motivo antico   .  Canzone,  addiventai,  con gli  occhi  a zinnarello , accompagnato dallo  suono dello sisco , mi son perso   nelle  sue note  in tante notti.   Dentro  ò  viento , come quando mi perdette , miezzo ai vicoli .  Come quando ero piccirillo ,  mi sono portato appriesso  questa passione  , sono passato sotto  l’arco  Benevento ,  sotto alle nuvole de Posillipo  , miezzo all’onne di Marechiaro  , mi sono  assettate vicino alla  riva in  Mergellina miezzo  appucruduto  . Preso da tanti dilemmi  , nel ritmo  che mi veniva  appresso. Ora dopo tanto tempo , sono cresciuto ,  nella creanza   e mi sono perso   in  questa tarantella  antica   come tanti , trafacate che si fanno l’africane   che se scordano  dello  scuorno , quando vedono una  gonnella  ma  io sono  contento  e  non  riesco neppure a  raccontare  i tanti guai  passate assieme  a  carolina.
       
       
      Appresso allo suono dello  sisco , move le scelle ,  scinne dallo scanno , madonna  mia , comme  si nera . Chi ,  ci sta  all’adderete  chi  la vende cruda , chi  cotta,  chi allessa , chesta febbre,  non vò scendere . Siamo figli  , simme guappo ,  simme  uommene  senza  cavallo ,  jammo  a piedi , per la marina  ad uno ad uno .  Siento ò canto de pascale , siento a voce de pescatori  , rassignati nello tiempo  che passa , senza  pace , se  chiuso un  portone , se  araputo una finestra . lo  pesce  fa  lo scemo ,  Masto peppe con la scoppetta  e trasuto miezzo lietto ,  adderete lo specchio ,  spicchi e spacchio che ciancia oh madonna  della pace , Masto peppe lo hanno accise. Madonna  nera , chesta è  una tragedia , mò si lo sape  carolina , poverella  senza compare  è rimasta ,   chiagne , chiagne ,  nenna bella.
       
       
      Ora zitella  sei ritornata  ,  pelusella ,  cianciusella ,  sanza  vasi  , e carizze , annoscosa  sotto lo capriscioro , sei rimasta , sotto la luna di santa Lucia  , fai ancora  la scuntrosa , vai dicendo ancora  d’essere a chiù  bella , ma Masto peppe , pippo pappo , lo  hanno messo dentro una fossa  , solagno , sotto una croce , chiuvato in cielo  , là è rimasto come fosse,  nù sciore  triste,  spuntato all’intrasatte  da nù vaso , fore ò  balcone.   
       

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