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  • Storie

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    • Simona1973
      Cap. 3 Il faraone Atur II
       
      Erano trascorsi dieci giorni durante i quali, la città di Tebe aveva vissuto il lutto per la morte del faraone Atourak e della regina Ashani. I loro corpi erano stati mummificati e deposti nelle rispettive tombe con tutti gli onori possibili, con moltissimi oggetti in oro e pietre preziose. I loro organi erano stati posti nei vasi canopi.
      Adesso la vita doveva proseguire, adesso era tempo che Atur diventasse faraone dell’alto e basso Egitto, ma in seguito a tutti gli avvenimenti, non aveva ancora preso moglie, non c’era stato il tempo, per i suoi genitori, di completare la ricerca della sposa adatta.
      Atur decise di rivedere la ragazza di cui si era innamorato a prima vista; chiamò due dei suoi servitori e ordinò loro di andarla a prendere.
      Non appena gli fu davanti, pensò che fosse ancora più bella della prima volta.
      “Ragazza avvicinati per favore!”, le disse e lei si avvicinò impaurita.
      “Non temere, non voglio farti alcun male! Ti prego dimmi come ti chiami!”
      Lei prese un briciolo di coraggio e iniziò a parlare.
      ” Mi chiamo Namir, signore”.
      “Sei figlia del contabile di palazzo, vero?”, le domandò allora.
      “No, mio signore, il contabile e sua moglie mi hanno allevata come fossi figlia loro, ma in realtà i miei genitori sono altri e io non so chi siano. Ho solo questo medaglione, che portavo quando mi hanno trovata davanti alla loro porta di casa. Dei miei veri genitori mi resta soltanto questo e spero che voi non vogliate portarmelo via!”, Atur le sorrise.
      “Ma no, che dici! Non mi permetterei mai di farti questo torto, io vorrei solo…”
      “Solo cosa, mio signore?”
      “Vorrei solo che diventassi mia moglie e la mia regina!”
      “Ma, mio signore, la legge è chiara, io non posso. Non sono nobile!”, rispose dispiaciuta.
      “Mia dolce Namir, la legge dice che io devo sposare una nobile, tu dici di non esserlo, ma questo medaglione che porti racconta un altra storia. Per me tu sei nobile, solo che non sapevi di esserlo, faremo delle ricerche e vedrai che scopriremo da dove provieni. Quindi adesso vuoi rendermi felice diventando mia moglie?”
      “Mio signore, ne sono onorata e accetto con gioia, vi amerò con tutto il cuore e vi donerò una discendenza sana e forte!”.
      Il matrimonio fu celebrato circa quindici giorni più tardi e nella stessa cerimonia Atur e Namir furono proclamati: faraone e regina dell’alto e basso Egitto.
      Malik e i suoi complotti erano ormai alle spalle, nessuno avrebbe interferito ancora.

    • Cap. 2            La fine di Atourak
       
      Anche un faraone amato come Atourak aveva i suoi nemici, e lui non ne aveva idea, ma proprio nel suo palazzo c’era chi lo voleva morto per prenderne il posto.
      Il suo collaboratore più fidato, il suo braccio destro, l’uomo a cui avrebbe affidato l’intero regno in caso di bisogno, in realtà tramava da molto alle sue spalle.
      Malik (questo era il suo nome) aveva pianificato da tempo tutto quanto nei minimi dettagli.
      L’idea prevedeva che dovesse perire tutta quanta la famiglia, per questo aveva fatto versare il veleno di tre aspidi, nelle bevande della cena. In questo modo, non ci sarebbe stata salvezza per nessuno dei tre.
      Nel palazzo di Atourak la cena era un momento solenne, il faraone invitava a partecipare a turno anche uno dei suoi collaboratori, Malik fu informato che quella sera sarebbe stato il suo turno, da un lato era soddisfatto perché avrebbe assistito al suo trionfo, dall’altro provava terrore di venire scoperto e condannato a morte.
      All’ora concordata si presentò e fu invitato a sedersi, i servitori iniziarono a portare i cibi e le bevande, Atourak e la regina consumarono senza sospettare di nulla, ma ad un certo punto furono colpiti da terribili dolori all’addome e mancanza di respiro, fino a che non caddero entrambi per terra, esanimi.
      Atur, che era arrivato in ritardo e aveva iniziato appena a mangiare, si precipitò a tentare di rianimare i suoi genitori, ma senza riuscirvi.
      Si rese conto che il cibo non poteva essere stato perché lui stava benissimo, allora annusò le bevande e si rese conto che qualcosa non andava, ne ebbe la certezza soprattutto dopo essersi accorto che uno dei bicchieri, oltre al suo, non era stato toccato, sebbene riempito come gli altri.
      Atur chiamò allora uno di quelli che avevano servito a tavola e lo interrogò.
      “Avete assaggiato i piatti e le bevande prima di servirle?”
      “Si, signore!”, rispose lo schiavo.
      “Ed era tutto in ordine? Nessuna pietanza o bevanda avariata?”
      “No signore!”, ribadì lo schiavo.
      “Per favore, dimmi, chi dei collaboratori di mio padre, era invitato questa sera?”
      “Si tratta di Malik!”, rispose con sicurezza.
      “Grazie, mi sei stato utile, puoi andare!”
      Lo schiavo si congedò.
      Atur ne chiamò un altro.
      “Per favore vai a cercare Malik e digli di presentarsi a me prima possibile!”
      “Va bene signore, vado subitò!”
      Malik si presentò poco dopo, per non destare sospetti, Atur iniziò subito con le domande.
      “Malik, tu eri invitato alla cena questa sera?”
      “Si signore?”
      “Dimmi, allora: perché non c’eri quando io sono arrivato?”
      Malik iniziò a sudare e innervosirsi, qualcosa stava andando storto e doveva mettersi al riparo dai sospetti.
      “Mi ero ricordato di una cosa che dovevo assolutamente fare per il faraone, sarei tornato comunque, poi…”
      “Malik. Il faraone, mio padre e la regina, mia madre, sono stati assassinati. Mi auguro che tu mi stia dicendo tutta la verità!”
      “Ma si, certo signore!”, rispose sempre più nervoso.
      A quel punto, Atur si ricordò del calice ancora pieno, sapeva che quello era stato il posto di Malik e volle metterlo ancora alla prova.
      “Malik vedo che il tuo bicchiere è pieno, non avevi sete durante la cena?”
      “Non capisco signore! Cosa vuol dire?”
      “Malik, il tuo bicchiere contiene ancora tutto il vino che vi era stato versato, le pietanze erano saporite, possibile che tu non abbia avuto voglia di bere?”, lo incalzò, vedendo che stava entrando in difficoltà.
      “Signore, mi perdoni, ma neanche voi avete bevuto, nemmeno voi avevate sete?”, disse tentando di togliersi dall’impiccio.
      “Malik, mi sorprendi! Mi hai visto crescere e non ti ricordi che io sono allergico a qualsiasi bevanda contenente succo d’uva? Io sono arrivato in ritardo e ho a malapena fatto in  tempo ad iniziare a mangiare, prima di vedere i miei iniziare a contorcersi e poi a finire per terra senza vita, ma non avrei comunque bevuto ciò che era sul tavolo, questo ha mandato all’aria i tuoi piani, non è così?”
      “Signore, può anche essere, ma potete accusarmi senza prove?”, disse allora spavaldo.
      Atur prese il calice di Malik e glielo porse.
      “Bevi! Se sei innocente non ti accadrà nulla!”
      “Signore, non posso adesso, ciò che è accaduto mi ha profondamente scosso, sa quanto ero legato a vostro padre e…”, Atur non lo fece terminare e spazientito lo costrinse.
      “Bevi! Oppure devo pensare che c’è qualche altro motivo per cui non vuoi farlo!”
      L’uomo prese il calice e lo portò alla bocca, ma si guardò bene dal bere davvero. Sapeva che il veleno era stato mescolato nella brocca e che quindi se avesse bevuto sarebbe morto anche lui, “ma come potersi togliere d’impiccio?”, pensò fra se. Mentre pensava Atur lo incalzò nuovamente.
      “Malik bevi oppure ti farò rinchiudere nelle prigioni del palazzo per avermi disobbedito!”
      L’uomo si vide costretto a mandare giù il liquido avvelenato e dopo poche gocce anche lui iniziò ad avere gli stessi sintomi di avvelenamento. Mentre moriva tentò di pronunciare una maledizione, ma il tempo non gli bastò e cadde a terra esanime come gli altri.
      Atur lo guardò contorcersi e poi morire.
      “In questo modo paghi per l’assassinio del faraone, mio padre e per mia madre, che tu sia maledetto, traditore!”
      Fece portare via il cadavere e ordinò che fosse gettato in pasto ai coccodrilli, cosicché la sua anima non potesse riscattarsi.
      Per un egiziano credente quella era la morte peggiore e non dava diritto a una sepoltura dignitosa.

    • Inizia a scrivere la t
      Cap.1  “Il giovane Atur”
      In Egitto, nel 2500 ac regnava un faraone molto amato dal popolo perché era severo, ma giusto. Il suo nome era Atur II
      Quello del suo regno era stato un periodo florido, poche condanne a morte, niente fame ne povertà, nemmeno gli schiavi si lamentavano perché venivano trattati quasi al pari degli uomini liberi.
      Atur era salito al trono dopo la morte di suo padre, il faraone Atourak I a sua volta molto amato, e lo dimostrava il fatto che la sua tomba nella valle dei re, a differenza di altre, non era mai stata profanata.
      Quando Atur era soltanto un ragazzo, il faraone e la regina si prodigarono per trovargli una moglie sana da cui avere figli in grado di proseguire la dinastia.
      Un giorno, camminando per le vie di Tebe, Atur vide una giovane, molto bella, una ragazza che non aveva mai visto prima, i suoi occhi e il suo sorriso lo colpirono immediatamente. Tornato a palazzo, il giovane pensò subito di parlarne con suo padre e sua madre, descrisse la ragazza con così tanti particolari che a loro sembrò di averla proprio lì davanti.
      Dopo tutta quella descrizione così meticolosa, Atourak gli chiese come si chiamasse la ragazza, ma Atur non seppe rispondere perché non aveva avuto il coraggio di rivolgerle la parola.
      Il faraone scoppiò a ridere di gusto.
      ” Ma come? L’hai descritta così bene, hai detto di sentirti innamorato e non  le hai chiesto il nome?”
      “Padre, mi è mancato il coraggio di parlare, non volevo che lei mi giudicasse uno sfacciato!”, mentre parlava provava dentro di se una sorta di rimorso per non aver nemmeno tentato di avvicinarla.
      Il faraone parlò con la moglie, in privato, di questo fatto. Loro avevano immaginato per il figlio, una moglie che fosse dal sangue nobile, poi, dato che la religione lo permetteva, lui avrebbe potuto tenersi la “popolana” tra le concubine e farne addirittura la preferita, ma la moglie doveva essere di famiglia nobile e facoltosa.
      La regina suggerì al marito di mandare qualcuno di cui loro potevano fidarsi a cercare informazioni sulla ragazza “senza nome”, ovviamente di nascosto dal figlio.
      Fin da subito non si rivelò un compito facile, con così poche informazioni, ma l’uomo del faraone ci riuscì in un tempo relativamente breve ed andò subito a riferirlo. Si trattava della giovane Namir, figlia del contabile di palazzo. Purtroppo non aveva nobili origini e non avrebbe potuto, in ogni caso, divenire moglie di un faraone.
      Atourak mandò a chiamare il figlio per dargli la notizia, sapeva bene che gli avrebbe dato un dolore, ma non c’era altra scelta.
      “Figlio devo dirti una cosa, ma temo che non ti piacerà”, esordì.
      ” Padre, di cosa si tratta?” chiese il ragazzo, che ancora non immaginava nulla.
      “Vedi, caro Atur, quando mi parlasti di quella giovane che avevi visto e di cui non sapevi il nome, io mi sono un po’ preoccupato e ho fatto fare delle ricerche, dalle quali ho scoperto che la ragazza si chiama Namir ed è la figlia del contabile del nostro palazzo e…”, Atur, che a stento tratteneva la contentezza per ciò che aveva sentito, interruppe il padre.
      “Grazie per aver fatto questa ricerca, sono contento che sia una ragazza molto vicina alla nostra famiglia!”
      ” Atur, mi dispiace dirtelo, ma tu non puoi sposare questa fanciulla. E’ benestante, d’accordo, ma non è di stirpe nobile, se vuoi puoi fare di lei la tua preferita, la legge lo permette, ma dovrai sposarne un altra!”
      “No, ti prego, padre, io voglio lei! Oppure non diventerò mai faraone!”, disse cercando di sembrare autorevole.
      “Atur, tu non puoi rifiutarti, sei l’unico figlio maschio di questa famiglia e la dinastia dovrà continuare con te, tua madre non può avere altri figli quindi devi rassegnarti! Ho già dato disposizioni perché venga iniziata la tua piramide, mentre non manca poi molto ormai al giorno in cui mi dovrai succedere!”
      “Padre, ma che state dicendo? Il vostro regno durerà ancora molti e molti anni, poi io non sono pronto a diventare faraone, sono troppo giovane e inesperto! D’accordo, sposerò chiunque mi ordinerete di sposare, ma dovete assicurarmi che il vostro regno durerà ancora tanto”.
       

    • BLUES DI LUGLIO  IN  AUTOBUS
       
       
       
      Sole di luglio , sole di lengua , sciogli  in me tanti  ricordi , come  quando  quella volta   sono  asciuto  pazzo  appresso ad una guagliona,  dentro l’onda del mare burrascoso,  schiumoso , insieme a tante  vaiasse   , ballai  coppe allo  munno , affondando le mani nella sabbia.  Sballato , malato , non mi facevo capace che l’ammore mi aveva tradito   per  ire , verso altri lidi  e mentre io  andavo dietro a tante disgrazie  mi abbandonai nella mia  dolce favola dell’estate.
       
      Nella mia ragione  poetica , divenni   un toro  ferito che muove la coda nel  tramonto della sua vita ,   mossi i miei passi  lungo  spiagge immense ,  sentivo  lo core che mi sbatteva  m’pietto, sentivo  a vita che mi lasciava  dentro a tante ingiustizie. Ora tutto è passato  mi rilasso e penso a te sopra  ponte  vecchio e ti chiamo  ma tu non rispondi . E mentre piango la morte di un vecchio amico  , stracco nun saccio che pesci pigliare . Ora   mi  elevo  dentro un  sospiro   di pace , nel soffio del vento che vola e  va ,  oltre mi conduce,  sfastriato nello sciore della giovinezza appassita  ,assomiglio a  tanti gliommeri   nello scrivere versi  che mi gorgogliano  nel pensiero  nella frescura , sotto le fronne , degli alberi in fiore.  Penso tanto al tempo trascorso ,  ascolto la bella canzone dello tempo andato  ,  ripenso a te  , mentre  scendo  nell’inferno delle mie passioni ,  rassignato  dentro una nova canzone. Rimango,  appocondruto dentro un altro motivo  musicale poi scendo  e vado alla processione.
       
      Le parole sono di rame , sono di ferro,  l’ammore è una carogna  che abbaglia  e fa figli  sotto la luna di luglio , partorisce mezzo all' erba bagnata  dalla rugiada del mattino.  Ed io sento  il fischio dello treno passare , correre , sopra alle rotaie arrugginite  , migranti , scintillanti , quanta gente e asciuto pazze stamattina appresso a chesto corteo funebre . Poi  tutto  è vano  come fosse un  tarlo che mi rode dentro il cervello .  Per quanti giorni  ti ho aspettato ,  ritornassi  vestita,  tutta di rosa , con il tuo sorriso appeso alle tue rosse labbra.  
       
      Quante pene  , tenevi astipato dentro questo petto  ,
      in  questo amore  fatto di plastica e di cartone. 
      Non mi hai mai dato il tempo di capire
      Non era   rimasto tempo , neppure me stessa .
      Sono nuda nella tua ragione
      Ed io che credevo di essere tuo
      Ti sei sbagliato,  non ti sei fatto la barba di nuovo stamane
      Ho preso  l’autobus delle sette
      Sei un indisciplinato
      Non credo che gusterò questo gelato
      Facciamo come fossero n’ammurato come tanto tempo fa
      Volesse truva pace
      Io una spiaggia libera , nu poco fresco, sotto l’ombrellone
      con una bella fetta di melone
      Pensi  sempre alla panza
      Sono una cagna
      Sei un ondata  di calore
      Spero un piacere
      Come fosse stato bello se tutto fosse stato vero
      Hai chiusa la porta di casa dei tuoi ricordi?  sai posso entrare i ladri
      Cammina , chi vuole che se li  rubi
      E se  si rubano chesto core
      Io  vado dalla polizia
      Mi prendi in giro  ma io ricordo  quando mi lasciasti  mezzo a piazza Dante con  due  povere creature  con i  fiocchetti intrecciati nei capelli.
      Il  tempo è  passato  ci  ha resi assai simili nell’errore commesso
      Ora vorrei passeggiare e non pensare altro
      Questa volta me lo mangio  quel gelato al pistacchio
      Credevi che ti fossi scordata
      Come posso dimenticare,  quest’anima  mia  appassionata  
      è una stella mezzo allo cielo
      Io  ti confesso mi sento una barca alla deriva
      Ci vediamo stasera  a piazza plebiscito
      Mi raccomando alle otto in punto.
       
       
       
       
       
       
      Questa vita mi ha segnato assai ,  mi ha corrotto,  mi ha condotto  dall’altra parte  la su quel  ponte, mi ha lassato a pensare che l’ammore  rimane una carogna ,  un  sogno  proibito , forse una canzone che arape le scelle e vola verso altre confini , tra i vicoli sporchi che addorono di mare e  miti sentimenti.  Ed io  ho vissuto   in mille artifici ,  ma  mi prenderò  la  mia rivincita  , quando tutto sarà passato,  venderò questa passione al  mercato tra le fronne di limone ed i carciofi  , le carote arancione ,  tra gli strepiti della gente che passa e va verso la marina a tuffarsi dallo scoglio con e senza mutande.
       
      Poiché non esiste una morale  che mi  possa condannare , poiché viviamo secondo la legge della giungla  e in questa corsa verso l’ossesso   le mie  ossa scintillano al sole  d’agosto. 
      E non credevo fosse tutto possibile , quasi mi sembrava  di stare due passi dalla morte di un era , ad un passo dall’essere contagiato   .   
      Non pensarci  ho comprato  una bottiglia  di birra , una  , due,  forse tre  per placare questa sete d’ ingiustizie ,questa voglia  di libertà ,  questa voglia di  caffè.
      Beviamo fino ad ubriacarci
      Possa il cielo liberarci dal male
      Ci pensi a Gigetto
      Che cretino che sei
      Non lo dire in giro che lo chiamo Gigetto
      Tu lo chiami Gigetto io la chiamo Luisella
      Che coppia che siamo
      Sotto questo sole
      Io allungo la mano
      Non ti permettere io sono una signora
      E se ti sposo
      Se mi sposi io mi spoglio
      Io mi squaglio
       
      Ed ora mi  rilasso e penso  di andare a vivere a Milano. La tra tanti grattacieli , di certo troverò una gatta da dare in sposa a  questo mio sorcio , cosi darò  cinque,  sei schiaffi alla  mia cattiva sciorta  e mi riconoscerò  nello scrivere improvvisato    nello sbaglio,  mi abbocco tra la folla , dato  sono fatto di carne anch’io . Io sono di spirito e ossa  , sono tanti anni orsono che ho rubato il fuoco agli dei  i quali  mi hanno incarcerato dentro un carcere insieme a  Gennarino  che faceva il battilamiero  si vantava di avere un pisello  assai lungo  , una comara  a porta capuana , un amante  ad Avellino . Ed  avrei voluto vomitare tutto lo schifo provato e visto  in questa vita  ma  sono rimasto al mio posto  a ripensare  all’ imbroglio  ordito nei mie confronti  , legato ad un malessere mi ha preso per mano,  mi ha portato per altre mete immaginarie , cantando la mia libertà perduta che dalle ali bianche  vola in alto come fosse un gabbiano , quasi   a sembrare una virgola  nel cielo azzurro. Quanto avrei voluto  fuggire da  quel  mio carcere  condominiale  andare a  Madrid  a cavallo di una  nuova fantasia.
       
      Ma le  parola sono amiche e nemiche della  mia  ragione poetica ,  sono  fatte di  varie leggende , miste di varie leghe , hanno l’aspetto   di ametista . Ed elle sono tante ,  alcune belle , altre volgari , altre figlie del volgo,  figlie di sere e di notte d’ammore , sono  simili a chesta sciorta che scivola come l’acqua  sporca, sotto i marciapiedi .  Ed elle  si mostrano   sotto il sole , poco mistiche ,  assai  cretine  , scarabocchi su  fogli di carta bianca , su cui allacciare  le proprie idee filosofiche  .   Cosi passo e  butto  l’uocchio  in giro e sono finito nello vascio della  signora giuseppina che non  ha voluto sapere di accattarsi i libri della fabbri editore , all’epoca dei fatti ,  cosi io  sopra al cumulo di monnezza  ho   gettato   via ogni cosa , ogni mia speranza ed ogni mia canzone. Lascio  un errore  grammaticale e piglio un'altra scorciatoia epistemologica  , questa vita  spesse volte non tiene  rispetto per chi soffre  , mi tiene  spesso per mano e mi porta verso il mare   come fosse di nuovo fanciullo  io canto a Napoli come  a Firenze ,  trionfalmente a Ravenna  mi fanno  tanti complimenti . Questo blues  viaggia con me  in un autobus , ove  scrivo   tanti versi sciagurati .  Fermo al mio posto , vicino al finestrino , osservo il paesaggio scorrere  ,  non  piango ,  ne rido  nel mio  dire continuo ad  inseguire   fiabe  e leggende    ,provo a narrare  storie, varie  realtà , mi trasformo in  diversi  personaggi   e rassomiglio  assai,  almeno cosi dicono i miei amici  ad  un  povero cristo in croce nel giorno del giudizio.
       

    • Tanto non avrebbe dormito comunque e in quelle ore prima dell’alba decise di chiamarlo.
      Ti lascio.
      E' finita.
      Chiuse la comunicazione e spense il cellulare.
      Poi guardò l'uomo che le dormiva accanto.
      Se lui avesse capito o no le sue parole, nel dormiveglia, non le importava....

    • LA POVERA PULCE


       

       
      Ogni storia  prima o poi  finisce  e con la  fine  di una fiaba nasce una leggenda , leggera come il vento che fischia con il treno che passa , sfrecciante  sulle rotaie dell’ovest. Resta un grappolo in gola , un bicchiere di vino da bere in compagnia di una pulce ,un amore banale che trascende ogni cosa, un lungo viaggio nell’aldilà . Una fiaba figlia  di un vecchio libro chiuso sopra gli scaffali impolverati, tra vecchie questione illogiche  ,aspetti di un vivere ermetico  Il  mito  della pulce affiorò alla mia  coscienza , durante una banale lite , l’ odio vestito da gendarme  mi spinse verso  oltre ogni ragione, speranze , tra  questi righi , sotto questo cielo,  camminai per giorni ,lottando contro il male che assediava  questa povera pulce,  figlia della polvere dei morti,  figlia di ogni sognare e vivere che trascende il racconto nel divenire  della vita.


       
      Ho fatto un voto , mi sono impegnato ad essere diverso , ho composto un nuovo racconto , una nuova filastrocca, una scena banale in cui si racconta di una pulce diversa fatta ad immagine della divinità .  Cosi  durante uno dei miei pellegrinaggi per i sentieri aspri della brughiera ho trovata la  pulce  suddetta , lo tenuta  nascosta  sotto il letto , lo saziata con  le  tante male azioni  della gente  cattiva, gli ho dato da mangiare  ogni diceria  ed ogni ipocrisia .  Una pulce cosi non l’avevo vista prima,  grigia a volte chiara come un foglio di carta , una pulce poetica  con tanti occhi appuntiti come capocchie di spillo . Uno spillo può essere  il  principio di una storia e la pulce non aveva  un nome qualunque,  era grassoccia , mistica  , smargiassa  , mangia peli , mangia polvere , succhiava avida dalla carne  del cane il sangue innocente , il sangue della storia altrui.   Amavo   una  pulce  ,  quanto era bella , una pulce   sincera , assai simpatica  ci passavo i miei  migliori  momenti , ci giocavo a carta , ci salivo   in groppa e correndo , saltando  in  mezzo alle campagne , in  mezzo alla città  per sobborghi luridi ed oscuri in mezzo ai tanti  guai , quanti paesi ho conosciuto quante storie ho sentito raccontare.


       
      La vita  scorre , ti porta lontano  a volte dentro un mistero profondo ,fatto di baci ,carezze ,in  mille e mille , notti spese a pregare , anche se non avrei mai creduto che avrei  girato il capo dall'altra parte,  lontano da  quel crocifisso appeso alla parete ed  avrei  affrontato quei mostri che mi perseguitavano. Non sapevo  se sarei  entrato con forza  nella  sociale  coscienza , insieme alle mie  paure , affrontando  l'orrore che  avevo provato , affrontando  la morte,  la vita che  avevo  cercato di  raccontare anch’io .


       
      La pulce  crebbe  sempre di più,  si fece  assai bella , molti dicevano  fosse  un mostro generato dalla mia fantasia, forse dalla mia ignoranza .  Io  non conosco la storia altrui , io  non conosco altre pulci  simili alla mia . Non ho preso una laurea  in letteratura moderna  , non ho votato , chi dovevo votare , io sono cresciuto , convinto  che questa creatura fosse l’ultima   speranza per questo mondo,  capace di salvarci dal male , nata  dalla terra che distruggiamo ogni giorno  , capace di sconfiggere tutte quelle creature malvagie  di  notte , vengono ai piedi del  mio letto a guardarmi  dormire nudo nel mio navigare nel mare  della meraviglia.


       
      Ho cambiato  vita,  sono passato a nuove gioie, nuovi intendimenti , momenti di un vivere che cambiando  colore mi  hanno riportano  indietro nel tempo i quali mi hanno  fatto conoscere cosa significa essere o non essere. Tutto scorre all'incontrario , tutto diviene per mano di una  ingrata divinità , una storia raccontata più volte  , inseguendo  un  breve lasso di tempo , questo vivere , oltre ogni ragione,  oltre me stesso , oltre ogni altro  dolore. Mi lascio andare e vivo  una vita surreale in cui poter  vivere , credere,  volare.


       
      Povera pulce  eri cosi carina ,  ti trovai , attaccata  sopra alla mia camicia , mentre andavo passeggiando lungo un sentiero in mezzo ad una oscura  brughiera. Pulce  sincera, saltellavi, canterina mi cantasti una bella canzoncina , sgambettasti  allegramente,  sembravi  un diva  del varietà. Chierica pulce   conoscevi il cuore degli uomini , avevi a lungo viaggiato, percorso paesi nazioni, città , villaggi. Una volta in Africa , rischiasti d'essere uccisa , impaurita  cantasti con occhi sgranati ed implorando , improvvisasti un simpatico  spettacolo, ma  lo stregone  del villaggio ti voleva prima  lessare poi imbalsamare , condurti come regalo di compleanno ad una regina di una tribù rivale. Una pulce  imbalsamata , con un sorriso cucito sul viso. La scappasti per poco ,  causa la tua innata ilarità , dopo aver cantato: dormi piccina ,dormi sul mio cuore… facesti addormentare tutti quanti , così scappasti sopra la gobba  di un dromedario  per poi imbarcarti a Tunisi e  far dunque ritorno nella tua natia Europa.


       
      Quante avventure , quante disgrazie , quanti guai hai passato . Una volta mentre stavi attaccato dietro il colletto di un parroco di campagna  un improvviso  schiaffo, un forte ceffone   dato di traverso   ti  fece , uscire tutte quello che avevi mangiato  per lo deretano.  Ti salvasti per un pelo  , ti salvasti pur ferita nell’orgoglio  , a causa di un filo di ragno teso per caso  dal cappello del parroco ad una finestra  scassata  e solagna , aperta  su di una bella campagna , dove si coltivavano  aglio, peperoncini, lattughe, carciofi . Che bello dicesti e ti menasti a cuppitiello , forse ti sentisti felice eri ancora carina  , lesta  ed assai intelligente .


       
      Mezzo a quella campagna trovasti una zecca  campagnola  ironia della sorte t'innamorasti al primo colpo,  rimanesti estasiata , travolta da una tempesta di passioni fu un amore fulminante a volte allucinante. Rimanesti tre anni e mezzo in  quell'orto,  facesti amicizia   con pulci  di altre specie,  con lumache, lombrichi , farfalle, insetti diversi che giocando ,scherzando,  divennero i tuoi migliori amici  in alcuni casi i tuoi incubi peggiori. Facesti trenta pulci in un colpo solo con la zecca che amavi , piccolini,  tutti simili a te ti chiamavano papà pulce  . Eri felice come non mai , ti facesti crescere due bei baffi,  camminavi con un cappello di paglia in testa,  i tuoi figli crebbero velocemente. Dopo aver seppellito la tua povera consorte zecca già vecchia di un lustro,  pensasti di ritornare su i tuoi passi  di ritornare a viaggiare e conoscere nuove terre. Intanto la carovana di un famoso  circo passò un bel giorno dalle tue parti diretta da   un famosissimo  prestigiatore , il quale sentito alcune pulci  della zona,  volle conoscerti  a tutti costi , per proporti un spettacolo eccezionale. Imparasti così il triplo salto mortale all'indietro , imparasti a saltare da  una mano all'altra  , da un  capo  all'altro,  da un monte all'altro , da un domani all'altro divenisti una star. Con te portasti , tre dei tuoi  trenta figlioli , oramai sparsi per il mondo dal nord al sud , una pulce femmine e due maschietti, ed  anche loro divennero come te , degli eccezionali artisti  circensi.


       

       
      Vecchia pulce  ora riposi  nel vecchio cimitero delle pulci famose , sotto una croce a forma di cuore , in cima ad una montagna di rifiuti.  Ti hanno  sepolta  in compagnia del tuo amore. Piangenti i tuoi figli , ti stavano tutti attorno di ritorno  dalle terre lontane con i lori figli , tuoi nipoti, tanti quante le stelle del cielo.  Moristi durante uno dei tanti spettacoli , acrobatici  , causa ,  essere stato schiacciato da un spettatore grasso oltre ogni limite  sedutosi su di una sedia,  dove tu saltando eri finita facendo il quadruplice salto all’indietro  con giravolta mortale  ,  dopo tante glorie , dopo tanti successi , riposi  ora  in una scatola di fiammiferi. Ricordato da tutta la gente  del circo equestre come la pulce più carina mai apparsa in scena ,  gloria per  mille e mille generazioni ,  uomini , donne, bambini di ogni età  ,  pulci  come te , piccole  , indifese , ignari di cosa l'aspetta il domani.  Dormi oggi beata  ,  sognando ancora  mondi diversi , giorni diversi e non ti domandi più chi sei ? perché sono innamorata  ? quando ogni cosa finirà ?  quando la cattiva o buona sorte continuerà a scrivere questa tua triste storia di povero pulce  e del  suo amore per la vita.


    • Candido: “Attenta perchè questi sampietrini dissestati potrebbero essere letali per le tue caviglie” osservandola districarsi, inconsapevolmente, tra insidie stradali di ogni genere, con esito sempre fortunato ed inspiegabile.
      Leucippide: “Non ti preoccupare sono abituata. Tu comunque dammi il braccio e stammi vicino così in caso di disastro mi afferro a te e cadiamo insieme” dice Lei distogliendo gli occhi dalla strada per girarsi a guardarlo negli occhi. Sorridendo. E’ ancora bella.
      Leucippide:  “Ma è lontano questo vietnamita?” chiede lei per interrompere uno sguardo evidentemente diventato troppo lungo.
      Candido: “No è lì in fondo. Resisti!”
      Leucippide: “Spero ne valga la pena. Sei rimasto fissato con la cucina esotica? Ricordo ancora quelle serate a caccia di un introvabile ristorante indiano vicino alla Stazione. Ovviamente in motorino!” ridendo.
      Candido: “Sembravi seguirmi volentieri all’epoca” replica lui ghignando come lo Stregatto.
      Leucippide: “Altri tempi. So che non te ne rendi conto ma sono comunque passati quindici anni. Ma sbaglio o zoppichi?”
      Candido: “Ehm. In realtà la cucina esotica mi piace, ma ne potrei tranquillamente fare a meno. Dell’atmosfera, invece, no. Inoltre, più o meno inconsciamente, tendo a passare più tempo possibile in tutti quei luoghi che, in qualche modo, mi attraversano, sollecitando il mio inconscio, senza resistenze. Via Giulia è uno di quelli.”
      Leucippide: “Vedi ho ragione. Sei rimasto lo stesso, con la tua vena visionaria che scorazza indisturbata e fuori controllo”.
      Candido: “Forse si. Forse hai ragione. Eppure a volte, mentre passeggio, di sera, per questi vicoli e stradine, lasciandomi dietro la Chiesa dello Spirito Santo dei Napoletani, Santa Maria dell’Orazione e morte, l’Arco Farnese, il Mascherone, quindi palazzo Farnese, la piazza e le fontane … il mio dialogo interiore, dopo un pò, si calma naturalmente, passo dopo passo. E spesso sorge un pensiero che mi coglie sempre di sorpresa. Come se si presentasse sempre per la prima volta. Come se  provenisse da un’entità terza, sconosciuta che vuole essere certa dell’avvenuta consegna. Ed è l’idea che Roma mi sopravviverà, che non mi sarà più madre. E’ Roma il problema e non altre forme di attaccamento. Mi rattrista, certo, lasciare che so la Nike di Samotracia o l’Annunziata di Antonello da Messina, il  compianto del Cristo Morto di Niccolò dell’Arca oppure … un preludio di Bach. Ma niente mi sconvolge come separarmi da Roma e dalle braccia possessive della divinità che ne custodisce lo spirito. E la mia reazione, a questa presa di coscienza, è sempre la stessa: incontenibile  e coglionesca. I miei occhi, immancabilmente, cominciano a inumidirsi e  riesco a fermare le lacrime solo barando, scherzando,  pensando alla possibilità di un patto, dopo essere morto, col Padreterno, per il quale accetterei volentieri di rimanere qui a Roma anche come fantasma, pagando il mio tributo di inquietudine, di attesa ultraterrena, scontate sulla Terra, per chissà quanto tempo. Come uno di quei personaggi di quel film, ricordi? Con Gassman, Mastroianni, Buazzelli ed Eduardo de Filippo? Aspetta il titolo era …  Fantasmi a Roma! Ecco io credo che dopo essere morto accetterei di dimorare, da ectoplasma, in qualche palazzetto romano, anche non gentilizio, vestito ancora di questa mia divisa metropolitana, proseguendo testardamente nello sforzo di venire a patti con le mie meschine manie, le mie ossessioni e l’eco dei miei desideri inesauditi. Proprio come Fra Bartolomeo, Buazzelli, frate goloso, come Reginaldo, Mastroianni, eterno libertino, come il Caparra, Gassman, pittore, iracondo ed Annibale, Eduardo, nobile solitario. Ma, come loro, ancora a Roma, ancora qui” ride.
      Leucippide “Forse non sarai pesantemente invecchiato. In compenso, però, stai impazzendo. Ma che dici, che ti viene in mente? Tu muori e finisce tutto. Roma viene via con te. Semplice” ride.
      Candido: “Si è vero, forse è tutto molto semplice. Forse ho una gran confusione in testa sai? Mi sento stanco, vinto, stracciato, e il pensiero di chiudere così mi leva il respiro. E so anche che quando intravedo una strada, chiara e diritta per stabilizzarmi, il giorno dopo, tutto sarà di nuovo nebuloso, illeggibile. Vuoto”.
      Leucippide: “E qual è la novità? Tu sei sempre stato così. Hai sempre voluto seguire le tue mappe del tesoro. Scambiate sempre per l’essenza della libertà” soggiunge lei con un improvviso tono basso e severo. “Salvo poi scendere dalla giostra, triste e sconsolato, non sapendo bene quando potrai risalirci”
      Candido: “Ah questo è parlare!” sfregandosi le mani per il freddo. “Tu, invece, hai trovato un equilibrio?”
      Leucippide: “Il mio baricentro è mio figlio” sempre più seria.
      Candido: “Chiaro! Io invece il baricentro lo perdo in continuazione. La mia posizione spazio – temporale è possibile ricavarla solo seguendo logiche quantistiche, che solo i sogni riescono, a volte, ad individuare ed, eventualmente, modificare”.
      Leucippide: “I sogni? Ahia!” urla aggrappandosi al suo braccio.
      Candido: “Cos’è?!”
      Leucippide: “No niente. Stavo per cadere in una catacomba. Magari è la strada più breve per arrivare al vietnamita! Dicevamo. Cosa farebbero i sogni?”
      Candido: “Mah. Non so. Succede tutto in modo piuttosto misterioso. Dai miei ricorrenti bagni in mare, per esempio, è sparita, da qualche tempo, quella luce grigia, piatta, da eclisse solare che li impregnava. Sono scomparse anche quelle barche a vela semiaffondate delle quali normalmente cado, stringendo un’ultima cima, per poi essere trascinato via, con loro, da correnti furiose, verso un lido che non arriverà mai. E qualche notte fa, finalmente, ho fatto un bagno. Integro, lucido, luminoso. Riemergevo da un fondale sicuro, dove l’acqua non era troppo alta, ritrovandomi davanti a una spiaggia solitaria, sullo sfondo della quale una pineta sembrava stendere i rami più alti verso il sole, come per accoglierlo, col suo abbraccio odoroso, nella discesa, ormai prossima. Era l’Adriatico. Ma non era il mare di casa mia. Forse era quello dei miei cugini che, in effetti, erano in acqua con me. Da qualche parte. Rimasi quindi in balìa dei raggi del sole per qualche istante, mentre le minuscole particelle di sale sulla mia fronte e sul viso si agitavano, eccitate dalla luce, facendomi rabbrividire. Chiusi gli occhi qualche istante e quando li riaprii non c’era più nessuno in acqua. Una lieve brezza aveva cominciato a soffiare dal mare verso terra. Poche bracciate mi avrebbero portato al sicuro. Sulla spiaggia.”
      Leucippide: “E l’effetto sulla tua vita reale quale sarebbe stato?”
      Candido: “Non so se ne è una diretta conseguenza, ma così mi è sembrato. La mattina dopo, tra le esalazioni del mio magmatico Averno interiore, ho ritrovato un’immagine persa che, pure mi era preziosa. Una notte in cui mi sorridevi, nuda, coi capelli per aria, luminosa, in piedi sulla soglia di casa tua, e mi salutavi con un cenno. Dalla tua stanza arrivavano le ultime note di “Waltz for Debbie” che ci avevano tenuto stretti insieme fino a qualche minuto prima”
      Leucippide: “Ciccio. Nun ce provà. Non ci provare. NUN – CE – PRO – VA’!”
      EXEUNT
       
       

    • LE VISIONI DELL’ORCO  VEGETALE
       
      Racconto Fantascientifico di : Dino Ferraro
       
       
      Riccardo era  cresciuto nell’immaginare altri mondi ed altre dimensioni possibili , un tipo segaligno dalla  poca  barba sul viso segnato da tante piccole rughe allineate   all’incontrario nel senso di una vita spesa a fare il commerciante di galline bioniche  , il portapacchi di cervelli informatici  , il fattorino underground . Aveva anche lavorato in una birreria di alieni ortodossi , facendo  l’ operaio per mille  euro al mese. Era un disgraziato o forse la disgrazia gli era sempre stato  attaccata alle calcagna , qualcuno diceva che con una costola  in meno avrebbe potuto essere un fenomeno da baraccone.  Ma Riccardo era caparbio come un bolide solcava l’universo  , correva , andava dove gli pareva  e mai si curava  di chi lo inseguiva. Quando dopo una giornata di lavoro rientrava a casa riassaporava  il segreto delle cose casalinghe,  la sua comoda poltrona,  la sua magica televisione , dove poter viaggiare con la fantasia verso dimensioni surreali . Avventure virtuali dove si manifestavano  tutta l’ indisciplinata chiaroveggenza di  una realtà fenomenica . Se il mondo era stato distrutto, per poi rinascere  dopo una guerra nucleare già per ben tre volte questo non conduceva Riccardo a trarre conclusioni affrettate di cosa fosse  capace la logica umana abbinata ad  una logica aliena.
       
      Il suo attuale lavoro all’istituto di commercio era ben pagato ed il viaggio di ritorno , verso casa  era piacevole come il vento che passa e ti porta verso altre dimensioni surreale. Riccardo era un duro,  un uomo tutto di un pezzo e forse qualche rotella gli mancava , ma questo faceva  parte del gioco del dare e dell’avere. Riccardo , rammentava  come era un tempo,  quando giocava con le galline elettriche nella fattoria dello zio Piero ,  le inseguiva mentre queste  correva a più non posso cosi le galline mettevano la marcia , pigolando,  arrivavano dove tramonta il sole , nella luce di un odissea di forme che divenivano  concentriche , psichedeliche,  forme estreme della vita  generanti  altra vita ed altre storie. Una  psiche instabile  quella di Riccardo retta dal caso  insolito dal giudizio interiore.  La fredda luce del mattino lo colpì mentre entrava in casa e posò la sua borsa contenente tutti i documenti occorrenti per intentare causa ad una società di robot sabotati dalla critica televisiva avversaria .  La prima cosa che fece fu  dirigersi  lesto fuori al balcone ad annaffiare i suoi amati fiori , innesti alieni provenienti dal pianeta Kronos dove regna perpetuo il caos e le persone non sono persone normali , come speri di trovarli al supermercato , sotto casa o andando all’edicola a comprare il giornale. La vita su Kronos è  una illusione metafisica ,  una visione distorta della realtà e quei fiori erano il frutto di quella terra , lontana milioni di anni luce dalla terra . I fiori dai  teneri  petali si aprivano all’incanto del sole,  sbocciavano,  eliotropi  , con i loro teneri germogli  al tiepido sole della terra. L’intensa  luce solare   li eccitava  ed i fiori  divenivano dopo un po’ al sole  festosi ,incominciavano a saltare  dal vaso , facevano l’inchino a loro padrone ed altre strane cose iperboliche.  
       
      Non esiste soddisfazione cosi grande come quella del creare del vivere dell’assaporare il giusto senso dello scorrere degli attimi psichici che uniscono la forma dell’esistenza  alla primordiale ellittica conclusione di un ciclo caotico di forme e contenuti , generanti un simulacro pietistico di sentimenti umani.  Una  lunga serie di fatti irreali e decadenti nell’intendimento generico su generis creante una simbiotica forma esistenziale. L’atto creativo emerge nell’attimo  in cui  noi deduciamo il tempo trascorso nell’idea della vita in se  legata  allo scorrere di un tempo mnemonico ove non ci sono avvisi,  soste ove tutto scorre nell’immaginare nel creare una volontà che ti conduce verso il divino.  Sul lavoro Riccardo era un metodico , anche se per tutta la sua vita passata , ne aveva passate di cotte e di crude , brutte e  belle , intrise  di nefasti introiti  di inghippi  tragici  e  congiunti a quella sequenza ordinaria di cose su dette. Poiché Riccardo era un visionario un tipo fuori dal normale e le sue prime visione li ebbe in età pediatrica quando già bimbo in braccio alla madre vide trasformare un vaso di fiori in un serpente . E quell’allucinazione poi del padre che divenne un orso mentre lo prendeva in braccio lo fece cosi impaurire che pianse cosi tanto da sgolarsi.
      Povero piccino vieni dalla mamma
      Forse il piccolo ha fame
      Gli dò un po’ di latte
      Eccolo vizialo
      Ma dai caro e latte mio materno gli fa bene
      La società va avanti, progredisce e tu gli dai ancora il tuo latte.
      Credo tu  adesso stia  esagerando
      Non esagero ieri un  professore diceva che il latte materno contiene tracce di un vissuto psichico materno che potrebbe influire sulla crescita del neonato
      Stupidaggini per millenni noi mamme abbiamo allattato  i nostri piccoli
      Ma ti sto dicendo la verità
      Non voglio sentire queste baggianate  
      Li  vuoi chiamare   fesserie  , ma  restano  assiomi scientifici
      Faccio  finta di  non aver capito
      Si però non inchinare troppo la testa al piccolo potrebbe affogarsi.
      E’ un ingordo
      Uguale alla madre
      Ti sbagli è identico a te.
      Sarà,  ma io non sono una fotocopiatrice
       
      Riccardo aveva sempre avuto  paura di essere un replicante incallito  forse  in verità aveva paura d’immaginare un altra vita possibile.  E quei fiori che annaffiava con tanta cura , crescevano a dismisura erano fiori magici , incantati.  Capaci di divenire  strane forme,  oggetti,  irreali,  una lunga scia di fiori  la quale  creavano  una strada fiorita che conduceva verso il cielo.  Quell’ammasso di vegetali,  aveva preso forma di un razzo , di un areo , di un mostro dalle tante bocche,  pronto ad aprire le fauci ed ingoiare tutta la realtà circostante , un fiore , un vegetale vivente pensante , capace d’ intuire  cosa stessi facendo , come lo stessi facendo . Quell’essere tutto verde era capace d’ avvertire il male circostante , crescere  a dismisura .  In quella piccola serra , dove veniva annaffiato ogni giorno,  l’essere mostruoso prendeva aspetto di ogni cosa possibile ed era incredibile  vederlo trasformarsi in  cosa  sarebbe potuto divenire . E quando disse le prime parole . Riccardo rimase meravigliato immobili con l’annaffiatoio in mano avrebbe voluto fuggire ma non  ebbe  la forza di farlo.
       
      Salve come ti chiami disse l’essere vegetale muovendosi come fosse un lungo serpente verde
      Riccardo dondolò la testa strinse l’annaffiatoi e disse :
      Mi chiamo Riccardo sono colui che ti annaffio
      Bene facciamo amicizia ?
      Come no  l’amicizia è una cosa seria
      Lo dici a me , non sai da quando ti curo,  ti annaffio ti ho portato  pure  a spasso quando eri un piantina.
      Che bello rammento quelle  passeggiate  ecologica  quasi biblica
      Sei  il risultato di tante guerre nucleari.
      La guerra che brutta cosa sul nostro  pianeta non ci sono guerre , si fa l’amore tutti i giorni .
      Anche qui  se per questo,  un giorno si , un giorno no.
      Forse è  stato il troppo amore a condurci alla rovina
      Sei bello
      Tu più bella di me
      Sei simpatico , sono un maschio
      Piacere Caterina
      Non sapevo ti chiamassi Caterina
      E il nome di mia nonna
      Io Riccardo come mio padre
      Hai un padre ?
      L’avevo ora non so che fine ha fatto
      La vita gioca brutti scherzi
      Lo puoi ben dire
      Che bello conoscerti  come sei grassoccio
      Anche tu sei grassoccia e che denti aguzzi che hai
       
      Vedere una pianta prende forma di un essere umano mette un po’ di timore,  una certa intolleranza  di cosa si possa divenire nella sostanza delle cose , mostri,  creature fantastiche che si muovono nell’oscurità dello spazio siderale . Esseri insoliti  provenienti da lontanissime galassie dopo aver  viaggiato nella dura scorza di asteroide ,aver solcato universi sconosciuti , attraversato  notti interminabili , stagioni dopo stagioni tramutandosi  in esseri pluricellulari  contribuendo cosi  a creare una nuova civiltà , una nuova storia sul pianeta terra.  
       
      La forza primordiale che animava lo spirito della creatura sempre verde era impressionante ,  poiché ella era capace di tramutarsi in mille forme , prendere le sembianze di chiunque gli fosse accanto. Una creatura simile pensò Riccardo ti può far diventare tanto ricco che non avrò più bisogno di nessuno. Il mondo mi acclamerà come salvatore  ed inventore ,  glorificandomi , mi  osannerà come colui che  stato capace di creare un legame terreno con le creature proveniente dallo spazio. E la logica della creazione ,  cambia ogni momento   conduce verso una nuova ragione ed un nuovo concetto dello spazio e del tempo.  
       
      Quella creatura fantastica era  capace di cambiare il corso degli eventi di generare nuove dimensioni vegetali  di rendere le cupe strade della citta in luoghi sempre verdi,  dove poter andare a passeggiare. Un mare di verde , tante piante ,antropomorfe   che s’arrampicano , crescono , verso l’alto,  vanno verso il cielo , sopra i palazzi , attraverso i cunicoli stradali , entrano   nelle case,  nei pubblici uffici  , creando cosi  un mondo diverso una dimensione  parallela dove i vegetali reagiscono alla realtà  imperante, soggiogando la dimensione onirica .    
       
      Riccardo era miope ,  tanto miope che non riusciva a vedere con limpidezza il mondo circostante  , quella sua miopia lo costringeva a guardare l’universo dal suo punto di vista . Quel giorno dopo lavoro Riccardo non ritornò  subito a lavoro con la sua navicella spaziale sorvolò l’intera metropoli , si posò  su un grattacielo e si mise ad ammirare lo sconfinato scenario biblico della metropoli , infestata da strani alieni , esseri pluricellulari   , strani animali pensanti che tramutavano ogni cosa che toccavano  .  Riccardo era un visionario,  era capace di vedere e attraversare  dimensioni surreali ,  capace di parlare con esseri e creature , frutto della sua fantasia. Riccardo era un veggente e poteva viaggiare nel tempo .
       
      Potrei essere in ogni  luogo,  potrei vivere mille avventura ma la realtà  effettuale mi frena , mi costringe a scendere da questa navicella a solcare l’indefinito , l’attimo successivo  di una morale  senza domani . Io m’abbandono  alla sorte e viaggio con la mia fantasia,  mentre i tanti mostri della mia coscienza prendono vita si trasformano  in mostri orrendi frutto della paura e rassegnazione. La citta mi si stringe intorno,  mi rende partecipe di una dimensione  fisica ove   quello che io credevo possibile  diviene un  algoritmo informatico   trascendente  la mia azione . La mia vita è un nulla , un tutto che prende forma dall’immagine in simbiosi con  questo mostro vegetale  proveniente da chi sa quale lontanissima galassia. Io mi rigenero  nell’auto creazione,  nell’azione irreversibile dell’atto puro   racchiudente  in se ogni sapere.  Ogni principio ed ogni fine  , ogni bene ed ogni amore  vive in una dimensione psichica che frutto di una creazione onirica subconscia di una scienza inesatta di una filosofia decadente , una storia intollerante ove  un mare di parole    si muovono nel dormiveglia , nella tremula  ora   nell’alba chiara illuminante la mia mente in preda a mille visioni surreali.   E proseguo il mio viaggio nell’onirico in questo spazio ove nasce e cresce ogni cosa impensabile e la bellezza anima il mio vivere le mie parole taglienti appuntite come matite che si trasformano in semafori allucinanti in strade pericolosi  percorse da comitive di alieni ubriachi travestiti da orchi vegetali.
       
       
       
       

    • Vorrei aggrapparmi a questo momento
      a questo momento come l’acrobata si lancia
      lancia da trapezio a trapezio
      a trapezio a trapezio a trapezio
      a trapezio senza mai paura di cadere.
       
      Di cadere ho paura nel sonno ora
      ora che nel sonno cado senza volere
      volere controllare tutto, ma non posso
      non posso aggrapparmi alle illusioni
      alle illusioni che sono momenti
      momenti che sono trapezi
      che sono trapezi che sono trapezi che sono trapezi
      che sono trapezi, che se guardi meglio sono quadrati
      quadrati un po’ ammaccati
      ammaccati d’equilibrio urtato
      urtato linee e schemi in cui
      in cui non possiamo più rientrare perché
      perché questo perché è un momento
      un momento bellissimo,
       
      ma del resto già passato.

    • La leggenda narra che in un Paese lontano, nello spazio e nel tempo, in una terra baciata dal sorgere del Sole prima di tutte le altre, ci fosse un grande castello.
      Nel castello viveva il signore di quelle terre, Jou era il suo nome; con lui vivevano sua moglie Chika e sua figlia Fumiko.
      Poiché vicino alla vecchiaia, il ricco feudatario decise di pensare al futuro del suo regno, dando in sposa la sua unica figlia a un ricco mercante di sete, Fumio.
      Questi ne fu felice e orgoglioso: il suo signore aveva scelto lui fra i tanti pretendenti, forse poiché vedeva nella sua ricchezza una sicurezza e una stabilità, che sfociavano quindi nella fiducia.
      Fumiko invece rimase devastata dalla notizia, poiché in cuor suo sapeva già di amare un altro uomo: Takeshi, uno dei samurai al servizio di suo padre.
      Era coraggioso, onorevole e bello, ma, purtroppo, anche lontano: il suo signore infatti l’aveva mandato a combattere a ovest, al comando del suo esercito.
      Il matrimonio fu quindi deciso, senza che la fanciulla potesse opporsi al volere dei genitori.
      In lacrime si gettò sul grembo della madre, dichiarando di non volersi sposare, ma Chika, accarezzandole i capelli, provò a farla ragionare, a farle capire che quella era la scelta più saggia per tutti.
      La più saggia, forse, ma non la più giusta.
      Con quel pensiero in testa, Fumiko decise di scappare, di abbandonare il castello nel cuore della notte e rifugiarsi nella Foresta di Bambù, un posto così buio e fitto, che nessuno osava addentrarsi; se fosse entrata lì, non l’avrebbero più ritrovata e lei, un giorno, sarebbe stata libera di riunirsi al suo amato Takeshi.
      La foresta l’accolse nel suo abbraccio freddo e umido, ma così profondo, che la fanciulla non ne poté più uscire; passò i giorni a vagare sulla terra bagnata, affondandovi i piedi, accettando ogni graffio sulla pelle, prima come indice di speranza, poi come dannazione.
      Non riuscì a trovare cibo o acqua, perse la strada, rimanendo intrappolata tra le alte piante, e finì i suoi giorni maledicendo la Luna per non averle insegnato il cammino.
      Alla sua morte, la Luna sentì quelle aspre parole e decise di punirla, legando il suo spirito a quella foresta per l’eternità: da quel giorno, l’anima di Fumiko, permeata dei raggi della Luna, diventò l’unica fonte di luce presente nella Foresta di Bambù.
      Mesi dopo questi avvenimenti, quando la campagna ebbe termine, Takeshi tornò dal suo signore, vittorioso, come ci si aspettava dal grande guerriero che era.
      Scoprì però che la sua amata Fumiko era scomparsa, dilaniata dal tormento di dover sposare un altro uomo.
      Pazzo d’amore, andò subito in cerca di Fumio: voleva eliminare il suo rivale, incolpandolo della sparizione della ragazza.
      Ma, quando se lo ritrovò davanti, con il bavero della sua giubba tra le mani strette dalla rabbia, quando lo guardò negli occhi, riconobbe l’innocenza di quell’uomo, la cui colpa era stata, forse, solo quella di voler compiacere il suo signore.
      Lo lasciò andare, quindi, senza infliggere alcun colpo.
      Venne allora a sapere che Fumiko era scappata nella foresta, così pensò che forse non tutto era perduto, che forse avrebbe potuto ritrovarla, perché solo lui avrebbe potuto avere il coraggio di addentrarsi in quel posto maledetto e riportarla a casa.
      Jou, ascoltate le sue intenzioni e sconfitto dall’afflizione che aveva provocato alla sua unica figlia, gli concesse di andare e gli promise che, se l’avesse tratta in salvo, avrebbe permesso loro di sposarsi.
      Takeshi partì quindi alla volta della foresta, senza nemmeno aspettare il sorgere del Sole, tanto era la brama di ritrovare la sua amata; ma dopo qualche ora tra gli alti bambù, capì di essere in trappola.
      Ebbe l’impressione che quelle piante si muovessero, per confondere i suoi passi e fargli perdere la strada.
      Le tenebre erano tutte intorno, ovunque volgesse lo sguardo non distingueva un animale, non distingueva altro suono, se non quello del vento tra le canne rigide.
      Finché un bagliore catturò la sua attenzione, qualcosa di etereo ed evanescente, a qualche metro di distanza, alla sua destra.
      Mosse qualche passo, cercando di raggiungere l’unica fonte di luce in quella desolazione.
      E poi lo vide: uno spettro maledetto.
      Le vesti stracciate, le carni lacerate; brillava, eppure era lordo della terra che sfiorava.
      Takeshi estrasse la lunga katana e si mise in posizione di difesa, puntandola contro lo spettro; gli intimò di fermarsi, di arretrare, di non fare un altro passo nella sua direzione, ma quello sembrava non ascoltare i suoi avvertimenti.
      Così, quando fu ormai a pochi passi da lui, Takeshi sollevò la spada e, con un gesto rapido e preciso, la calò sull’avversario, squartandolo in due parti, di traverso, lungo il busto e fino al bacino.
      Lo spettro urlò, come se potesse realmente provare dolore, rivelando per la prima volta il suo vero volto all’uomo che aveva sempre amato.
      L’anima di Fumiko pianse lacrime di luce, mentre quelle che una volta erano state le sue labbra pronunciarono un voto d’amore eterno nei confronti del samurai.
      Solo in quel momento Takeshi la riconobbe, quasi udendo quelle parole senza voce e che mai l’avrebbero avuta.
      Vide l’essenza della sua donna dissolversi nell’aria, trasformandosi in migliaia di piccole luci, che presero a volteggiargli attorno, quasi a volerlo proteggere, o salutare, per dirgli addio per sempre.
      Da quel giorno si dice che chiunque entri in quella foresta non abbia mai più smarrito la strada, perché guidato da milioni di lucciole a indicargli il cammino.
      Fu così, quindi, che prese il nome di Foresta delle Lucciole.

    • C’è una falla nella stanza
      creatasi per la risonanza
      della tua mancanza,
      perché sull’ala della risacca
      non sei ancora rincasata,
      ma spiovono raggi
      che m’abbagliano taciti
      come i voli pindarici
      di augelli fugaci,
      audaci
      sono questi primi giorni di primavera,
      i più vivaci.

    • Pinocchio

      By marghepesca, in Poesia,

      Cresciamo, è vero:
      talvolta ansiosi di diventar grandi,
      ma in verità
      per amor di quelli
      che non hanno più altro che esser grandi!
       
      E che tristezza diventar grandi,
      mentre un venticello
      mi scompiglia i capelli fatti di cenere:
      vecchia,
      mi sento già vecchia.
       
      È la piena vita
      dopo la piena morte dell’infanzia,
      dicono.
       
      È l’attesa infinita
      di aspettative sempre migliori di noi,
      dico io.
       
      Oh, ma non posso credere che l’infanzia sia già finita,
      che questa
      sia la vera vita.
       
      Pinocchio,
      tu vuoi crescere in fretta,
      ma chi rincorri
       se la tua impazienza non salterà mai abbastanza
      per raggiungere quelle aspettative
      sempre migliori di te?
       
      Non posso credere
      che non ci siano più palloni da calciare,
        tutti al di là della siepe
      sono andati,
      in quel buio
      infernale;
      che non ci siano più balene da cui farsi ingoiare
      vivide, vive, voraci
      come la mia voglia
      verace,
      di leggere e nutrirmi di luce
      nel buio più feroce.
       
      Non posso credere di non avere più parole da dire,
      parole di conforto,
      parole da sussurrare a me stessa,
      mentre l’infanzia
      muore
      lesta,
      mentre trucida e straziante
      s’impunta una tempesta,
      detriti a terra;
       
      come un animale in pena,
      un cerbiatto ferito
      da solo nella foresta,
      svuotato delle sue viscere
      e del suo cuore
      che pulsava infinito,
      linfa,
      aveva sete di crescere,
      e adesso?
       
      Pinocchio,
      Pinocchio,
      Pinocchiooooo,
      perché vuoi crescere,
      perché vuoi perdere l’incoscienza
      felice,
      l’unica bellezza,
      il fanciullino in festa
      che ride…
       
      Quanto è grande quella
      paura di sbagliare,
      lo sciame delle tue bugie
      come d’estate le zanzare,
      svelta, mi porta alla
      deriva per spirare…
       
      Non voglio crescere
      se devo aspettare aspettative
      sempre migliori di me.
       
      Non voglio crescere
      se questo vuol dir crescere,
      se l’infanzia non mi parla più,
      se il tuo sogno di bambino si realizza,
      accorgendoti che
      non era quello che volevi tu.
       
      Non voglio crescere
      se è questo che mi devo aspettare,
      un pezzo di legno tra le mani
      e la mia incapacità di ascoltare,
      la mia incapacità di capire che
       
      si può crescere,
      senza rincorrere:
      che c’è un’altra vita piena d’infanzia
      dopo la piena morte di questa.

    • PERSONAGGI IN VIAGGIO VERSO L’IGNOTO
       
       
       
      Guardare passare  Vincenzo Pulcinella   per le strade del mio paese con la sua  angoscia  legata  al suo destino  mi sconforta assai . Lui  figlio di un mite  calzolaio  , perduto tra i vicoli della città in cerca di pace . Pulcinella che non la da a bere  a nessuno , che si muove come un buffone in cerca di gente come lui  da avvolgere nella carta stagnola come si fa con il pesce che puzza dopo essere  stato svuotato delle sue interiore. Vincenzo non è un fesso è in verità un filosofo,   conosce tante cose. Poiché   ogni concetto  si eleva alla sua  rappresentazione  verso   quella ricerca interiore in un  mondo fenomenico colmo di tanti perché ed illusioni . Pulcinella passeggia ,  viaggia con il pullman prende il treno , va in piazza mercato,  pulcinella beve il caffe in piazza plebiscito . Egli che conosce l’animo umano sa cosa significa essere un fisico bestiale,  una libellula un libero pensatore. Vincenzo aveva un amico e quel giorno doveva andare a trovare il dottor Felice  sciosciamocca  per sapere il risultato di alcuni esami clinici fatti. Le pulci  possono essere pulci salterine un po’ cretine come le rime , pulcinella se la rideva  di se stesso , si lisciava i baffi e si muoveva tra la folla come fosse uno qualunque.    Pulcinella è  sempre stato un eremita a volte  una tigre verace  dipinta di celeste  che si nasconde nel prato tradito dall’aspetto di tifoso juventino  . Mette  tante paure  pensare un pulcinella  diverso che trama contro il mondo che dorme sulle panchine del parco pubblico ,  beve vino sotto la luna  va a zonzo zufolando arie di  protesta contro il governo dei sorci ,  pronto a fare festa  in caso di vittoria della vita sulla morte, pronto ad uccidere i fantasmi  delle tante paure che s’avvicinano alla sua  ragione di uomo e di maschera. . Un dialettica che non sa di sale , neppure di caciocavallo che va a cavallo con il pennacchio in testa indossando  una maschera segnata dalla sofferenza  avvezza  ad ogni cambiamento . La quale si trasforma in ciò che siamo e in ciò che rappresentiamo. Cosi la filastrocca  sciocchina con tanta perline  cucite sulla pancia gonfia  mi angoscia mi mette davanti a tante domande  diritte,  trasverse , false domande senza alcune risposte ,  vado cercando  nei  grandi libri polverosi , una risposta alle tante domande dure e molli libere di andare dove gli pare libere di essere una bella giornata una gioia di parole legate alla vita che passa .  Si cerca nel libro della vita  in cui è scritto ogni verità .   Ed io  seguo pulcinella lungo il viale  del tramonto ,  tenendo  premuto il grilletto  della mia calibro trentotto pronto ad esplode un colpo  secco alla schiena del povero pulcinella epigono di una disavventura amorosa.   Dopo tante  tragedia con tanta voglia e buona volontà  mi lavo la faccia mi metto il vestito  a righi . Quante amore  dovrò regalare ancora  alla gente , l’amore  mi pare di averlo conosciuto  mentre  scrivevo , mentre  fumavo  come fossi un turco in vacanza . Portava i sandali ai piedi , odorava   di rose , a volte appariva  freddo ed aspro come  la mite conoscenza . Quanti sogni  ho fatto quel pomeriggio di giugno,  ragionando con Dio gli parlavo della mia voglia di essere ,   della Russia , egli riservato  non mi rispondeva , valevano le  parole fritte , le parole  che portavano  ai piedi , pantofole uguali portate oltre quello che s’intende e  si crede.  Ci ho messo tanto a capire l’antifona , forse era  un errore grammaticale  forse una  nave  colma di vocali , circondata da vaghe farfalle , figlie della luna  dea dell’amore ,  impaurite  sul mare  dell’avventura .
       
       
      Il viaggio   scivolò  leggero   sulle onde del contagio , con le sue  tante colpe commesse  come fosse una storia  vera , quasi  sincera  si diramò per il mondo in presa diretta come se fosse una   commedie mai recitate con  soggetto , fu   messa  in  scena  a giudicare la sorte degli uomini e di pulcinella.
       
      Come facile parlare del vago  dire ed ogni ago punge la pelle la rende sottile , capace di trasformarsi in pelle di omo,  di orco,  di corvo , di cheto personaggio minore.
       
      Vorrei seguire la tua  ira  come  l’ olio segue il vino che in verità  bevo prima che venga  la notte
       
      Perché siamo fatti della stessa sostanza,  frammenti misti in incerti retaggi, come vorrei parlare delle tante  nuvole che volano  per il cielo , bisognerebbe essere  sinceri lo so.
       
      Certo bere vino , induce ad una certa conoscenza,  la scienza è  la figlia di quell' esperienza mista di virtù e vocali dall' ali  leggere che attraversano  il giorno del giudizio.
       
      Io penso,  ma vorrei una conferma, l’animo  può il salire la scala  santa per giungere alla ragione dei fatti.
       
      Pulcinella si leva la faccia sorride allo specchio
      Poi dice;. Se fossi stato un  vero pagliaccio come io sono ora sarai il padrone di questo circo Tanti cerchi  simili a tante esistenze  , sono cadute  nella manica della  mia camicia. Ecco io reagisco al male come se fossi un pagliaccio  anche se l’ ago della bilancia gira all' incontrario,  gira contro l’odio  di  tanta gente senza peli sulla lingua?
       
      Dottor sciosciamocca
       
      Caro il mio Vincenzo  c’è  del vero nelle tue parole , ed elle sono belle  come  erano  un tempo , basse e sincere  .  Tanti  personaggi come lei dovrebbero suonare  la  ciaramella  nell' aria  ligia al dovere  . Dolce perdersi nel ricordo dopo covid19
       
      Ma tu mi prendi per fesso mi hai visitato hai detto ero sano come un pesce ora scendo e ti do un sacco di legnate
       
      Pulcinella cerca di capire le rime sono  un imbroglio ruotano intorno  all' impossibile si  beano dell' ignoranza  altrui avanzano  senza circostanze e senza misteri.
       
      Avanza  tu che avanza io , sono di altro lignaggio  io , io sono  una leggenda che emerge dal fondo della storia
       
      Caro il mio pagliaccio hai la testa dura come il legno dei faggi . Leggi tanto ,  certo per te è dura la vita di marionette , coltivare la buona fortuna  nell’orto della speranza spezza la schiena ,  figlia della pazienza e della intelligenza  ogni  azione reagisce ad una sua azione  combinata e nuovi intendimenti
       
      Io faccio uno sproposito sono fatto di carne di tante facezie  mi piace mangiare polpette  sono  una  buona forchetta.
       
      Pulcinella sale sul dorso di un missile
       
      Dottor sciosciamocca
       
      Pulcinella dove vai non fare ,  l’asino scendi da quel missile ti potresti fare male
       
      Pulcinella  :  Per carità sono pronto a sfidare ignoto voglio abbandonare  questo mondo ingrato , andare, fuggire   in altri universi
       
      La testa . La testa che pasta molle
       
      Io parto tu non vieni ?
       
      Non voglio ho  tante cose da fare qui sulla terra
       
      Sali che ci divertiamo
       
      M’inviti a nozze
       
      Io non mi sposo,  io parto
       
      Sei  avanti  di un  posto
       
      Il posto ho dannato vorrai  dire il mostro
       
      Che mostro di Egitto  io  non gioco  con  il giullare
       
      Dico dove vai  ?
       
      Dove mi pare se mi pare è  lecito
       
      Io non ti capisco
       
      Neppure io e te
       
      Sei morto
       
      Si muore per amore o  perché si e liberi , si bea chi si bea del poco
       
      Facciamo la rivoluzione
       
      Non posso sto per partire
       
      Dove vai Pulcinella il mondo ha bisogno di  te
       
      Ho smesso di far sorridere  gli altri , ora rido io alla faccia di chi mi vuol male
       
      Ah Pulcinella hai cercato l’ ago nel pagliaio , ora sei  fuori dal gioco  addio pargolo della risata
       
      Statte buono professore
       
       
      Mandami una cartolina non con la Bartolini
       
      Sei una barzelletta,  balzi  sempre  sul letto all’improvviso
       
      Il letto è  come una leva , dove puoi amare chi vuoi
       
      Sei un grande filosofo
       
      Tu pulcinella l’uomo più simpatico del mondo.
       
      Vai , vai Pulcinella e non guardarti indietro,  poiché la vita è sudore ,  lavoro e tu non hai mai lavorato in vita tua . Tu pulcinella , una povera pulce compagno di tante avventure viaggiatore instancabile , chierico irregolare. Hai passeggiato ,  lungo la corona di spine di nostro signore,  ti sei seduto a contemplare questa umanità ferita dalla malattia. Sei rimasto per giorni , mesi , anni sopra quel calvario con le tue arie di filosofo , di storico,  eri certo tutto si sarebbe potuto  risolvere  che saremmo guariti dal male del secolo all’improvviso .  Che per virtù dello spirito santo, avremmo  scacciato   la nera sorte,  sorella della morte . Pulcinella il circo della vita,   oggi perde una maschera  importante, perde un suo figlio diletto , perde un idea di libertà.  Ora  ti sento come fossi una canzone   ronzante  per l’aria , una gracchiante melodia cantata da tanti corvi neri , accovacciati sopra il tetto della chiesa parrocchiale del sacro cuore.  Ascolto la tua voce rincorrere i tanti concetti concentrici diramarsi nello spazio andare oltre quello che credevamo oltre questa vita . Rammento  l’immagine di te che viaggia nella memoria collettiva , vaga animalesco nella sua  esperienza teatrale . Figura mitica buffone di corte,  chierico intransigente,  bocciolo  di rosa  voce dei vicoli,  amore ed altre belle parole che vado inseguendo lungo le strade da te frequentate un tempo. Tutto è bello , come l’unica verità possibile che esplora il nostro essere il nostro destino di esseri vivi , aldilà del bene e del male legati animosità dei fatti . Pulcinella , amico  mio sei finito sulla luna ed ora come farai a ritornare indietro.
       
       
       
      Vincenzo  sulla luna vi giunse un bel giorno di  giugno ,  quando tutti i marziani vanno a fare la spesa al supermercato galattico.  In quei luoghi  si parla uno strano linguaggio quasi incomprensibile che  trascende ogni logica formale fatta ad immagine di un universo popolato da strani  personaggi . La luna è un luogo unico per abitarci , un posto meraviglioso per viverci , passeggiare,  incontrare  appunto strani personaggi. Ragionare del più e del meno questo era il detto ed il fatto , come se pulcinella non avesse mai compreso la sua posizione sociale.  Ovvero quella di servitore malpagato preso a calci nel sedere dal padrone .Vincenzo Pulcinella non era un tipo qualunque era quello che molti possono pensare,  un esistenza di mezzo,  una voce che echeggia nell’oscurità di un essere primordiale fatto ad immagine dell’essere uno e trino . Amava  correre verso l’impossibile
      questo in vero gli serviva  a poco poiché  Vincenzo era diventato cosciente del fatto  , mentre viaggiava verso la luna aggrappato al missile. Là  all’estremità di un missile che sfrecciava nello spazio oscuro , verso una dimensione onirica dove venivano a galla ogni mostro ed ogni cosa  che alloggiava nella sua coscienza inquieta , si tramutava all’improvviso  in ciò che era plausibile.  
       
      Quando mise piede sulla luna Vincenzo Pulcinella non poteva credere ai suoi occhi.  Tutto gli sembrò assai  strano come il risvolto di una medaglia bucata che ha due facce , forse tre e non viene lucidata da tempo. E come nella favola di Aladino  dalla  lampada magica spunto fuori  un genio balordo che sapeva  parlare inglese e  tedesco. La storia continuò  nella faticosa ricerca di un sillogismo,  atto a coprire  le lacune interiore di un dialogo senza domani. In riva al lago come l’ago della bilancia,  il mondo si divise  in buoni e cattivi , in belli e brutti. La ricerca filologica assunse  diversi significati, dai contorni sistemici incentrati sulla chiaroveggenza degli atti preposti . Ed  il lungo viaggio tramutò Vincenzo Pulcinella in un essere senza tempo ,un drago,  un mostro dalle tante teste. E  quando provò a  pensare di testa sua  si ritrovò  sulla luna alla ricerca di un luogo dove poter  pensare d’essere  il solito  pulcinella.  Si ritrovò cosi  da solo con le sue tante  teste che non sono testi biblici neppure elaborazioni grafiche della filologia dell’azione . Ma  la prospettiva di quel salto nel buio che avrebbe  cambiato la figura di  pulcinella  in qualcosa di  meglio o di  peggio. Che la vita sia crudele che  spesso nascondi in se un mistero , tante storie collegate alla morte e vita di un concetto singolo. Fa presumere d’essere immortali ma la storia inevitabilmente si ripete nella sua circostanze e nei suoi termini. Cosi non c’è un fine ne un mezzo per poter giungere alla verità ad una certezza.
       
      Giunto sulla luna Vincenzo pulcinella avrebbe voluto cambiare numero telefonico , avere un numero speciale  con il quale  avrebbe potuto ricevere ogni messaggio ed ogni chiamata dalla terra  . Ma l’amore è  un materasso a due piazze,  un po’ sporco,  unto di sugo dove  si affonda mentre dormi  abbracciati al cuscino. E mondi surreali  mi trascinano verso  l’infinito e le parole sono figlie della  mia memoria.
      Sono triste nella restante frase
      Non tirare il lenzuolo potrebbe sporcarsi
      Ma questa è una buffonata
      No , sono i puffi che giocano sotto la fontana
      Vincenzo pulcinella cerca di darsi un contegno sa che tutto inutile che quel marziano apparso all’improvviso davanti è  frutto della sua immaginazione.
      Vincenzo.  Tu vivi qui ?
      Il marziano. Io mi chiamo marziano sono di passaggio
      L’avevo immaginato
      Da cosa
      Dai tuoi abiti
      Io non porto , abiti questa è  la mia pelle
      Che orrore
      No definiscilo un errore poiché  la logica dei fatti ha unito  la vita alla morte
      Sono felici di  conoscerti
      Io sono un immagine
      Io mi chiamo Vincenzo
      Piacere il marziano
      Facciamo una mazurca
      Volentieri qui sulla luna
      Dove se no andiamo, balliamo fino allo sfinimento , dimentichiamo tutto l’orrore di questa vita
      Io vorrei aiutarti
      Io non posso
      Va bene , facciamo come se tutto fosse possibile
      Ecco bravo cammina io ti seguo
      la strada è lunga
      Non ho paura
      Ci aspetta un lungo viaggio
      Non possiamo ritornare indietro
      Sono contento di stare qui
      Io di poter ballare con te
       
      Cosi i due amici ovvero Vincenzo ed il marziano s’avventurarono per le valli deserte della luna pallida chiara come la luce  che penetra  la terra. Una luce viva l’illuminava quella  vita li guidava oltre quel loro dubbi e timori , miti di un vivere che si trasformava  nell’improvvisazione dell’ essere salvi  da chi  quali orrori. E nel bene e nel male  sarebbero giunti dove volevano giungere. Non tutte le ciambelle riescono con il buco c’è sempre qualcosa che va storto e la storia ad avere la peggio o meglio emerge  l’ennesimo tentativo di poter cambiare padrone,  luogo di nascita . Tutto è  irreale nello scorrere dei versi cosi Vincenzo insieme al marziano si ritrovò nella valle dei teschi  ove le ossa di antichi animali preistorici splendono alla luce del giorno.
       
      Vincenzo: Forse abbiamo sbagliato strada
      Il marziano: Non conosce il gioco
      Sei mio amico bada a dire il vero
      Non voglio ferirti
      Io sono già morto
      Sei ad un passo dall’incoscienza
      Sono scienza
      Sei una educazione patriarcale
      No bevo camomilla
      Ero felice un tempo con il mio padrone
      Puoi sempre ritornare ad essere te stesso
      Vorrei ma non conosce il senso di queste parole a volte rosse , a volte bianche
      Certo non è facile poter volare liberi
      Lo hai detto è tutto un tentativo
      Una parte di questa leggenda
      Dicasi leggenda per me rimane un dramma.
       
      Cosi i due amici giunsero a quel punto dove si può conoscere se stessi cosi Vincenzo pulcinella divento una stella un punto fermo nell’universo poetico poiché chi siamo noi se non una leggenda che mangia un'altra leggenda che cresce risplende di luce propria a tarda sera . Oggi  tutti possono ammirare questa stella di nome Pulcinella assai graziosa una stella, un punto fisso nello spazio della propria coscienza , frutto di una conoscenza  trascendentale  dei fatti commessi e perseguiti con coraggio lungo  le strade della metafisica.  

    • Era tardi e faceva freddo, ma purtroppo la strada era l’ unico posto per poterlo vedere, vedere l’ uomo che mi aveva colpito guardandolo profondamente nei suoi occhi, occhi promettenti notti insonni, forse solo nella mia immaginazione, nelle mie notti bianche e sole, forse lui poteva riempire quel vuoto e quel gelo che quella sera la sua assenza regnava all’ angolo dove si riuniva con i suoi amici , allora decisi con la complicità di una mia amica che chiamai a telefono per venire a farmi  compagnia per attendere l’ arrivo del maschio che non ci fu, di comprare una bottiglia di vino e berla insieme a lei vicino a dove abitava il ragazzo che volevo vedere quella sera… Gli enigmi creano interrogativi nella mente assillanti, la mia amica credeva che qualcuno le controllasse la linea mobile ma io la rassicuravo dicendole:“Sta tranquilla sia io che te non conosciamo nessuna persona che arriverebbe a fare una cosa così ignobile”. Lei mi raccontò che il suo ex fidanzato era così geloso che quando lei lo lasciò lui arrivò a dirle:” Se ti vedo con un altro sei finita”, il vino mi arrivava nelle vene quasi ribollendo a queste parole e come lei smise di parlare un brivido di freddo mi si drizzò lungo la schiena. Io pensavo che il ragazzo con lo sguardo profondo quella sera davvero non lo avrei visto che davvero avrei dovuto sognarmelo durante la notte nel mio letto mentre qualche raggio lunare avrebbe filtrato dalla finestra della mia stanza  per illuminarmi il volto. Mentre tornavo a casa vedevo una macchina parcheggiata davanti al portone , quella era dell’ex di Clora ma io non feci caso a questo , mentre aprivo la porta con le chiavi sentivo qualcuno avanzare dietro di me , mi girai e vidi il volto di Giulio rosso di rabbia più del mio dal vino mi prese per le spalle sbattendomi con la schiena più di una volta contro il muro, diceva frasi incomprensibili anche se riuscivo solo a decifrare il nome della mia amica ad un tratto mentre stavo per perdere i sensi la polizia arrivò e lui si diede alla fuga correndo come un matto quale doveva essere , i poliziotti mi aiutarono a rialzarmi e mi chiesero se mi sentivo bene non pronunciai con loro tante parole avevo paura che il mio alito etilico potesse compromettere la mia posizione e passare dalla parte della ragione a quella del torto , gli risposi solo che mi sentivo bene e che sarei voluto salire su a casa entrai e vedevo i poliziotti svanire lentamente dalla mia vista. Mi misi in pigiama e lessi qualche pagina del libro di narrativa che avevo comprato in una libreria on line mentre leggevo vedevo le lettere annebbiarsi doveva essere l’ effetto dell’ alcool bevuto prima insieme a Clora la lingua iniziava ad impastarsi e le palpebre chiudersi lentamente, riposi il libro sul comodino, mi accovacciai sotto le coperte e con un leggero mal di schiena dovuto alla colluttazione con Giulio mi addormentai sperando di sognare Alessandro il ragazzo dagli occhi profondi. In quel sogno Alessandro indossava una camicia bianca e un paio di pantaloni marroni, il suo fisico possente e muscoloso mi faceva girare la testa persino nel sonno, lo vedevo in tutta la sua bellezza mentre passeggiava per il centro incurante di chi poteva incontrare, aveva tutta l’ aria di qualcuno che desiderava qualcosa di nuovo, di speciale ed ecco che comparivo io postandomi davanti a lui mentre le nostre labbra si incontravano in un ansimo perfetto che sapeva di passione il rumore di quel bacio idilliaco mi destò e guardai la sveglia battere ancora le quattro e mezza della notte , mi alzai per andare in bagno e sentivo ancora il dolore alla schiena non avevo nulla, neanche una medicina per farmelo passare , mi rimisi a letto e addormentandomi di nuovo pensavo che il giorno dopo sarei andato in farmacia per comprare una pomata. A volte mi chiedo se l’ amore è un toccasana per la vita  oppure solo un fardello che si porta dietro senza avere nessun beneficio , pensavo ad Alessandro mentre mi preparavo per andare alla festa di Monica, lui era il mio unico pensiero negli ultimi giorni lo avrei voluto chiamare per stare insieme a lui, se solo avessi avuto il suo numero lo avrei fatto e sarei stato con lui invece di andare a quella festa che sarebbe stata sicuro noiosa, la mia unica interazione con Alessandro fu quella di chiedergli d’ accendere, lui stava squagliando dell’ hashish mi porse l’ accendino, accesi la sigaretta e gli restituii l’ accendino porgendoglielo tra le dite e guardai i suoi occhi così profondi nei quali mi persi, mi vedevo nello specchio vestito e pronto per scendere Clora era sotto casa che suonava il clacson scesi e non volli raccontarle del fatto che mi successe col suo ex avevamo tutti voglia di evadere quella sera , ci salutammo sorridendoci reciprocamente, Clora mise in moto e ci dirigemmo alla festa di Monica pronti a divertici il più possibile. Siamo entrati in casa di Monica e c ‘ erano ragazzi che ballavano della musica anni 60 che io considerai subito troppo retrò , C’era del buffet avanzato che Monica conservò per me e Clora che arrivammo in ritardo alla sua festa ma in tempo per la torta suonò il citofono Monica la festeggiata nonché padrona di casa andò a rispondere e disse che c’ era una persona che mi cercava giù , un brivido mi attraversò il corpo, credevo fosse Giulio l’ex di Clora che magari ci aveva seguiti ed ora voleva scontarsela di nuovo con me , ma se tra loro due  era finito tutto cosa altro voleva, mandare qualche suo amico in ospedale , scegliere proprio la festa della sua migliore amica ,  scesi con l’ ascensore ed andai a vedere chi era questa persona che mi cercava. Uscii dal portone e vidi Alessandro , il cuore iniziò a battermi fortissimo , le mani mi sudavano e non sentivo freddo ma un calore che mi partiva dalla punta dei piedi fino alla testa, mi salutò per nome disse chiare e tonde queste parole :“Ciao Lidio sai ti cercavo per dirti delle cose, sapevo che saresti venuto qui cioè ti ho seguito trovandoti già sulla strada scusa per averti interrotto ma avevo l’ urgente necessità di parlarti “. Io con quelle parole che biascicai per l’ emozione gli dissi :“ Dimmi pure “. “ Ho notato che mi guardi sempre quando siamo vicini  a viale Ceccarini , ti mostri però sempre timido e quella volta che mi hai chiesto da accendere capii subito che avevi un’ attrazione per me è così o è solo la mia immaginazione?”, :” No Alessandro hai capito bene quelli che erano i miei sguardi per te , quando ti chiesi da accendere avrei voluto dirti altre cose ma il fatto di aver interagito con te anche solo per pochi secondi mi fece sentire talmente bene che mi bastò quella “, : “ Io sono qui con la macchina”, “ Se vuoi possiamo andare nella tua macchina per parlare qui fa un freddo boia “, “Io non ho mica intenzione di parlare “ , “ E osa vuoi fare Alessandro? “ , “Ben altro che parlare” . Lui mi prese per la vita e mi attirò a se credevo di essere in un sogno ma quella era la pura realtà l’ uomo che più mi piacque tra  quelli per cui mi innamorai era abbracciato a me , le nostre bocche si unirono in un bacio lungo e intenso mentre sentivo la musica dei Portishead provenire da casa di Monica e che era così complice col nostro bacio che durava ancora mentre ci dirigevamo verso la sua macchina .  Alessandro si spogliò rapidamente e quando lo vidi solo in boxer mi prese un eccitazione mai provata con nessuno , glie li abbassai e la mia bocca prese il suo cazzo che era lungo e duro e io pompavo per farlo godere quanto lui avrebbe desiderato , mi venne in bocca due volte e mentre succedeva questo lui chiamandomi “amore” mi slacciò i pantaloni , mi abbassò gli slip e mi penetrò con tutta la dolcezza e la voglia necessaria che aveva di farmi suo , ci dividemmo lui sfinito e io che lo guardavo sorridendo e con gli occhi lucidi gli dissi “Non sai quanto ho desiderato questo , io ti amo , ci baciammo felici di aver fatto l’ amore, si rivestì e lo invitai a salire su alla festa  per presentare il mio nuovo ragazzo che lui felicemente e con la gioia negli occhi accettò di diventare.

    • Quella notte, anzi, quella mattina, mi svegliai alcune volte e riuscii a spiegare, grossomodo, cosa fosse successo, anche se me ne vergognavo oltremodo. Mi era successo qualcosa di orribile, ed io mi sentivo in colpa. E se fossi stata io a provocare Olaf? Magari era stata la scollatura, o la veste troppo leggera. Non riuscii ad abbandonare il pensiero di aver fatto qualcosa di sbagliato, nemmeno quando ripresi sonno. Nel momento in cui mi svegliai in mattinata, ebbi finalmente modo di capire tutte le conseguenze dell'accaduto; mi sentivo pessima, sarei voluta morire per non dover convivere con i pensieri che si aggiravano nella mia mente, quella sensazione di essere una donna abbattuta, spezzata, trafitta da una spada invisibile. Quello che un tempo avevo individuato come la mia dignità, quel sentimento particolare che non riuscivo a descrivere con parole, ma che avevo sempre sentito come mio, ora sembrava essermi stato rubato da Olaf. Era come se qualcosa mancasse, mi era stata asportata violentemente una parte che non sarei riuscita a recuperare in nessun modo. Ogni pensiero di in uomo, di avere una persona a fianco nel letto di cui fidarmi e con la quale viaggiare insieme alla scoperta dell'intimità, bruciato e le ceneri sigillate in una cassa di terrore forgiata dalle mie stesse lacrime. Ma tutti quei pensieri, tutte quelle cose venivano sovrastare dal mio ultimo e più chiaro pensiero, quello più concreto e papabile nel momento in cui udii la voce di Olaf riecheggiare lungo i corridoi di casa Heatswey. In quel momento nulla riuscì a tenermi a letto, perché già avevo avuto una preoccupazione che andava ben oltre tutte quelle riflessioni sulla mia dignità. Il mio comportamento, quel comportamento che avevo usato come difesa per non morire nei giorni a seguire per i troppi maltrattamenti, non sarebbe rimasto senza conseguenze, e proprio per questo era importante farmi perdonare dal mercante e riuscire a convincerlo di darmi una seconda possibilità. Gia sapevo che avrebbe parlato col signor Heatswey, quel buon signore dal quale tanto desideravo tornare. Lui non si era mai avvicinato a me in modo inopportuno, eppure aveva fatto sempre tantissimi apprezzamenti sul mio aspetto. Mi chiesi se anche lui fosse capace di azioni simili, se in fondo anche lui desiderasse soltanto saltarmi addosso.
      Mi reggevo a malapena in piedi, eppure corsi. Quella era una cosa importante, tanto che mi sarebbe sembrato da egoista fermarmi solo un attimo per riposarmi. Non si trattava solo di me, e questo mi metteva le ali. Mi fermai soltanto nel momento in cui mi trovai di fronte ad Olaf ed il padrone di casa. Abbassai lo sguardo e rimasi dritta, senza dare accenno di dolore. Il mio cuore stava per esplodere ed iniziai a risentire della mia fretta, ma l'importante era dimostrarmi dispiaciuta per la fuga, non per tutti gli altri accaduti. Mi sentivo male a dover tornare da lui, ma la prospettiva di lasciarlo, di pretendere di non essere più sua moglie, lasciando quindi ai miei genitori dei debiti per il denaro che il mercante aveva pagato, per me era ancor più orrenda. Mi faceva schifo quel uomo, ma lo schifo si poteva superare, il dolore sarebbe diventato solo un'abitudine fastidiosa prima o poi, o perlomeno lo speravo.
      《 Mio signore.》Mi inchinai davanti a lui con leggerezza, nascondendo alla perfezione il mio disgusto. Eppure, se io fossi stata una donna di un certo rango, in quel momento gli avrei sputato in un occhio, dandogli contemporaneamente fuoco.
      《 Eccola.》Fece una smorfia quando mi vide, ed io deglutii. Olaf si rivolse di nuovo ad Heatswey, sorridendo sotto i baffi per la freddezza con la quale mi aveva trattata. Sapeva di avermi colpito, lo sentiva. 《 Penso che tra noi sia tutto chiarito, ho fatto annullare il matrimonio e rimarremo esattamente come appena deciso...》 
      《 Annullato?》Non riuscii a trattenermi dall'interromperli, mi sembrò di sentirmi sprofondare, tanto che non riuscivo a badare alle buone maniere. Non mi sarebbe mai stato permesso di parlare con loro due in quel modo, ma probabilmente il signor Heatswey comprese il mio stato, decidendo di ignorare il mio comportamento.
      《 Esattamente. È stata la prima cosa che ho fatto stamattina.》Sorrise fieramente, mentre io ebbi voglia di sputargli in faccia per davvero.
      《 Ma mio signore, mi dispiace per il mio comportamento...》Mi inginocchiai.《 Mi dispiace, sono solo una ragazzina indegna e stupida, non sapevo come comportarmi, i patti erano altri e mi sono sentita confusa!》Era abbastanza difficile trovare quelle parole, perché non era quello che avrei voluto dirgli.《 Ma prometto, se riuscisse a perdonarmi, io sarei per lei la moglie perfetta, sarei disposta a subire tutte quelle cose ogni giorno, mio signore.》Già solo ad immaginarlo, mi percorsero dei brividi freddi, ma dovevo dire quelle cose, e probabilmente anche agire di conseguenza.
      《 Abbiamo già trovato un altro accordo per te.》Sentire la voce dolce del signor Heatswey era quasi piacevole in confronto al pensiero di dovermi anche solo avvicinare ad Olaf. Si era preoccupato molto per me, ma purtroppo ultimamente lui aveva avuto i suoi problemi, motivo per cui aveva cercato qualcuno a cui vendermim e non sarebbe stato facile per lui annullare un patto.《 Magari vi lascio da soli, così potrete parlarne voi due.》Si voltò di nuovo verso Olaf, con sguardo preoccupato.《 Buona giornata , signor Avory.》Gli strinse la mano e si allontanò da noi, lasciandomi leggermente in preda al panico. Non ero pronta ad essere con lui da sola, ma forse era anche importante che mi abituassi a fare cose non proprio piacevoli.
      《 Mio signore...》Non sapevo nemmeno che dire, nella mia testa c'era il vuoto, per la prima volta nella mia vita.
      《 È inutile che fingi devozione, so che la mia presenza ti crea ribrezzo.》Mi osservò con attenzione mentre cercavo di fingere che non fosse vero, inutilmente.
      《 La mia famiglia si troverà in difficoltà ora.》Ero sul punto di piangere. Per la prima volta dal suo arrivo, guardai in faccia Olaf, sulla sua guancia c'era un taglio enorme; probabilmente quando lui si era divincolato, dopo essere stato colpito con la spilla, quest'ultima gli aveva strappato via una parte della sua pelle. Io non me lo ricordavo, ma riuscivo a riportare alla mente il modo in cui era scattato in tutte le possibili direzioni, quindi mi sembrava una spiegazione logica.《 La prego, abbi pietà per una sola volta nella vita.》Mi sentii ancora più derubata della mia dignità, chiedendogli quelle cose. Stavo implorando un uomo, che non meritava nemmeno di vivere, di maltratarmi per il resto dei miei giorni.
      《 Sono un uomo clemente, ho proposto un accordo che farà in modo che alla tua famiglia non tocchi nessuna punizione per il tuo comportamento.》Mi meravigliò sentire quelle cose, una certa leggerezza si fece strada nella mia testa, ero quasi sollevata. Mi alzai, persino.《 Rimarrai in mio possesso finché non avrò trovato qualcuno disposto a comprarti. Capirai, ovviamente, che non desidero avere un essere pericoloso come te in casa mia, quindi rimarrai qui.》Non riuscii a trattenermi dalla gioia, sul mio viso si fece strada un largo sorriso, ero felice di poter rimanere con la mia famiglia, non avrei potuto nasconderlo nemmeno impegnandomi.《 Non gioire, piccolo fiore, sto già contrattando con un parente, può trattarsi solo di giorni prima di arrivare ad una conclusione, dopodiché andrai via per sempre. Presto sarai sua. Ecco, ho promesso che alla tua famiglia non succederà nulla, però prometto altrettanto che tu non vedrai mai più giorno felice in vita tua.》Ora era lui a sorridere mentre io lentamente sbiancavo. Cosa significava?《 Ti pentirai di avermi fatto questo!》Indicò la ferita sulla guancia.《 Ci saranno giorni in cui rimpiangerai di non essere rimasta ieri sera, serate in cui desidererai le torture di ieri.》Se ne andò urtandomi con la spalla, talmente forte da farmi quasi cadere. Scoppiai in lacrime. La minaccia di Olaf mi faceva paura; avevo visto quanta crudeltà ci potesse essere in lui, non dubitavo delle sue parole. Rimasi lì almeno per mezz'ora, rannicchiata in un angolo, ma poi sentii qualcuno avvicinarsi e decisi di far finta di non aver mai sentito quelle minacce. Ora sapevo che il tempo con la mia famiglia fosse limitato, quindi decisi di godermelo, almeno per quegli ultimi giorni. La cosa faceva male in modo quasi insopportabile, ma dovevo essere forte ed imparare a tenere nascosti i miei problemi. Spiegai ai miei familiari che a breve sarei andata via, ma tenni per me le cose che aveva detto Olaf. Non volevo farli preoccupare, quindi decisi di far credere ai miei cari che semplicemente il mercante avesse capito che non fossimo compatibili, che avesse sbagliato, e che, come atto di gentilezza per scusarsi, mi avesse trovato una nuova dimora, che però ancora non conoscevo. Era difficile mentire, soprattutto a mia sorella, ma non volevo peggiorare le cose. La mia famiglia si sentiva ferita già fin troppo per l'accaduto, non avrei mai potuto pretendere che portassero anche quel peso sulle loro spalle.
      Quella sera stessa decisi di fare una passeggiata con mia sorella. Erano quelli i momenti che mi sarebbero mancati di più, quegli attimi in cui ci tenevamo per mano e passeggiavamo per il bosco, alla ricerca di bacche e legna da ardere, e magari qualche piccolo tesoro dimenticato da qualcuno. Una volta avevamo trovato una bambola di pezza trasandata, ed io avevo impiegato serate su serate a ricucirne i pezzi rotti, a creare dei vestiti per quella piccola bambolina con qualsiasi pezzo di stoffa avessi trovato in giro per casa, e nel momento in cui la avevo consegnata a mia sorella, coi suoi abiti nuovi, bottoni al posto degli occhi - che prima erano stati entrambi ricamati con fili colorati, ne trovai i resti - e le cuciture simili a delle cicatrici, la mia piccola era scoppiata a piangere tra le mie braccia. Ancora a volte Joana, così il nome di mia sorella, dormiva con la bambola di pezza, e a vederla mi si scaldava il cuore. Lei era l'immagine dell'amore fatto persona.
      《 Chi è quella?》Mi sentii abbastanza scossa quando vidi in lontananza Olaf con una ragazzina, aveva forse l'età di mia sorella. Presi Joana e la tirai dietro un cespuglio, non avevo voglia di certo di essere vista da lui.
      《 È la signora Weathey con sua figlia, a quanto pare.》Joana si sedette per terra,
      《 Chi sarebbe? Cosa ci fa con quel porco?》Il pensiero che Olaf potesse già pensare ad un'altra moglie, ancora più giovane di me, mi faceva inorridire. Non volevo che nessuna bambina o donna subisse qualcosa di simile a quello che era successo a me.
      《 Sono mesi che la signora Weathey ha problemi con sua figlia. La sento sempre in chiesa, si lamenta di lei e cerca un posto in cui mandarla, credo la odi. Probabilmente sta chiedendo consiglio a lui, dato che conosce il mondo. A volte io e quella ragazza giochiamo insieme, ma è abbastanza strana.》Mi osservò con un qualcosa di curioso nello sguardo. Dalla sera prima, a volte mi guardava in quel modo, ed io mi chiedevo quale pensiero oscuro la tormentatsse. Certo, poteva solo riguardare l'accaduto, ma Joana sapeva che di certo non la avrei uccisa per una domanda fastidiosa. Jo era sempre stata curiosa, e spiegarle un dettaglio dell'accaduto non mi avrebbe dato fastidio, anzi, forse si sarebbe tranquillizzata a sapere quei dettagli, a poter studiare l'atto in modo da essere pronta a difendersi ed evitare i miei errori, se ne avesse avuto bisogno. Anche lei, prima o poi, sarebbe diventata una giovane donna, anche se la cosa faceva particolarmente male a me, che in lei vedevo sempre una piccola bambina.《 Elaine, il tuo occhio è orribile.》Notò.《 Spero non si infetti.》Le sorrisi, sedendomi vicino a lei. Anche io avevo quella speranza, ma avevo usato degli infusi di erbe e probabilmente sarebbe andato a migliorare nei giorni a seguire.《 Posso chiederti una cosa?》Le tremava il labbro inferiore. Mi sentii scombussolata nel sapere che quel avvenimento suscitasse tanto dolore in mia sorella. Annuii. Jo sospirò e rimase in silenzio per alcuni secondi.《 Come ti senti?》Tirai un sospiro di sollievo, quando finalmente riuscì a formulare la frase. Le sorrisi e poi abbassai lo sguardo. Avevo capito la domanda, e a lei non avrei potuto mentire.
      《 Non vuoi saperlo veramente.》Le risposi, e fu la prima volta che quel giorno rispondessi con sincerità a quella domanda.
      《 Se potessi, prenderei il tuo posto,... almeno non soffriresti.》Rimasi scossa dalle parole di Jo. Immaginare che qualcuno abusasse di lei in quel modo, mi creava paura, lei era come una figlia per me ed io avevo sempre avuto il compito di proteggerla. Ero più grande di soli due anni, ma Jo per me non era mai stata solo una sorella.
      《 Perché dici così? Hai appena tredici anni, immaginare che queste cose succedano ad una bambina della tua età, mi mette i brividi!》Le accarezzai il viso.
      《 Ma tu sei così bella. Ho sempre immaginato che tu un giorno sposassi un uomo nobile e bellissimo e gentile. Lo sai anche tu che ora le possibilità che succeda sono diminuite. Ecco, se potessi, prenderei il tuo posto, così potresti vivere felice un giorno.》Jo si alzò e si allontanò, prima che potessi dirle quanto fosse una considerazione stupida. La raggiunsi e la presi per la mano. Esattamente quelle cose mi sarebbero mancate di più di mia sorella. Lei era così pura e nobile d'animo. Decisi di non infierire e preferii parlare di altro, era più scossa di me. 
      Il giorno dopo fui svegliata da mia sorella e dal mio fratellino più piccolo, Bartie. Saltellavano felicemente intorno a me, canticchiando una melodia allegra e battendo le mani. Mi dovetti trattenere dal piangere, perché mi resi conto in quel momento che non avrei più visto scene simili in futuro, li avrei abbandonati, e non sarebbero mai più successe quelle cose in mia presenza.
      《 Eli, c'è un uomo che vuole parlare con te, sciacquati il viso e corri da lui!》Sentii dire mia madre. Balzai in piedi e mi vstii velocemente. Mi lavai il viso, constatando che il mio occhio fosse migliorato, anche se ancora continuava ad essere gonfio e dolorante. L'uomo che era venuto per me, sicuramente era stato mandato dal mio futuro padrone, e questo mi fece vergognare ulteriormente per lo stato in cui si trovava il mio viso. Sarei voluta essere bella, ed invece ero ferita. Decisi di mettere uno dei miei vestiti più carini, volevo fare buona impressione, non mettere a rischio la prospettiva di essere venduta, non fare adirare ulteriormente Olaf. Contava solo il benessere della mia famiglia, non volevo metterlo a rischio una seconda volta. Mia madre mi accompagnò nella stanza in cui il signore mi attendeva e poi andò via, senza nemmeno presentarsi. L'uomo era accompagnato da due ragazze bellissime di poco più grandi di me stessa. Mi vergognai ancora di più di non essere proprio presentabile, data la loro bellezza. Mi fecero delle domande normalissime inizialmente; mi fu chiesto il nome, l'età,cosa avessi fatto fino a quel giorno, la provenienza. Anche Olaf aveva mandato un servo per farmi domande del genere prima del matrimonio, non mi sembrò nulla di troppo strano.
      《 Benissimo. Ora potresti alzarti e spogliarti?》Concluse l'uomo. Rimasi pietrificata e non riuscii a capire il senso di quella frase. Quale motivo poteva mai avere di vedermi nuda? Era un'altra delle idee di Olaf, giusto per infierire ancora?
      《 Mio signore, non credo sia una cosa necessaria...》Non riuscivo a trovare le parole adatte, volevo rimanere rispettosa, ma anche esprimere la mia disapprovazione.
      《 Non c'è bisogno di vergognarsi, vogliamo solo dare un'occhiata al tuo corpo, dopodiché potrai rivestirti.》Mi incoraggiò l'uomo. Le due ragazze si erano già alzate per aiutarmi. Non feci in tempo di rispondere che le ragazze mi stavano già togliendo il vestito. Rimasi nuda, infine, nonostante i tentativi di protesta. Una vergogna che non avevo mai provato prima, mi inondò improvvisamente, avrei voluto coprire ogni centimetro del mio corpo. L'uomo iniziò a scrivere qualcosa su un foglio sul quale aveva annotato le mie precedenti risposte, mi chiedevo se vi scrivesse tutti i miei difetti. Avevo il seno piccolo, della peluria rossiccia sull'inguine, il sedere piccolo. Se fossi stata un uomo, di certo non mi sarebbe piaciuta una donna come me, non mi sarei scelta da sola come serva per determinate cose. Certamente non avevo un fascino da bambina, ma non somigliavo per nulla ad una donna.
      《 Signore, servirò un uomo?》Decisi di fare quella fatidica domanda. Certo che avrei servito un uomo, non era poi una cosa di cui dubitare, ma io con quel servire intendevo altro. Doveva pur esserci un motivo per cui quel tipo mi avesse chiesto di spogliarmi. Lui alzò lo sguardo dal foglietto e rimase in silenzio per qualche secondo. Sembrava cercare una risposta senza riuscire a trovare quella ideale e meno dolorosa.
      《 Beh... sì, grossomodo direi proprio che servirai degli uomini...》L'uomo riabbassò subito la testa, quasi volesse farmi capire che non avesse voglia di rispondermi. Scrisse per alcuni secondi, e poi si rivolse di nuovo a me, che tremavo come una foglia. 《 Posso chiederti se sei vergine?》Quella domanda sembrava sconfortare più lui che me. Arrossii, e quasi automaticamente cercai di coprire il seno con le mani. Mi vergognavo ancora di più a parlarne, anche se da un certo punto di vista, l'unico a dover provare vergogna sarebbe dovuto essere Olaf. Io non avevo fatto nulla di male, la mia unica colpa era essere nata donna e ricadere nei suoi perversi gusti.
      《 No, mio signore.》Deglutii le lacrime che sentivo salire lentamente. Avrei voluto dirgli quanto mi dispiacesse non esserlo, quanto fosse doloroso sapere che molte mie opportunità fossero state spazzate via in una sola notte. E invece rimasi in silenzio. Mi vergognavo persino di quella mia autocommiserazione. Se fossi stata una persona sola, mi sarei opposta a tutte quelle torture e avrei vendicato la mia dignità, e invece mi sentivo come legata da delle grosse catene che mi tenevano strette al mio senso di responsabilità, che mi impediva di fare qualcosa.
      《 Bene, quindi le dichiarazioni del signor Avory sono state sincere anche su questo.》Decisi di non lasciarmi sconcertare da quel nome; era normale che un cliente mandasse qualcuno ad accertarsi delle condizioni della merce che desiderava acquistare, in quel caso me, quindi era altrettanto normale che Olaf fosse stato interrogato sulle mie condizioni, e allora probabilmente avrei sentito più spesso quel nome.《 Direi che puoi rivestirti. Domani stesso verranno a prenderti.》Mi sorrise per la prima volta da quando era lì. Non era un sorriso gentile, dava più l'impressione di essere triste, pieno di compassione. Mi resi conto di quanta pena dovessi fare a tutti, e questo mi tirava giù ulteriormente. Le ragazze mi aiutarono a rivestirmi, mentre il signore lasciava la stanza. Dopo quelle domande, mi chiedevo chi fosse stato il mio prossimo padrone, e che intenzioni avesse con me. Mi chiedevo se ci fossero state altre mani a dissacrare il mio piccolo tempio con forza, se davvero mi aspettasse tanto dolore. Da qualche parte nel mio cuore, speravo che il mio prossimo padrone fosse un uomo attraente e dolce, speravo di incontrare gentilezza. Certo, non mi aspettavo di venire trattata come una principessa, non volevo regali e non desideravo nemmeno che andasse ai miei tempi ed aspettasse che quelle ferite guarissero; volevo solo che mi trattasse con più gentilezza, che invece di entrare nel mio esile corpo violentemente, quelle mani mi regalassero delle carezze. Non mi aspettavo un grande amore, né di essere sposata o messa alla pari con qualcuno, semplicemente non volevo subire violenze da nessuno. Ovviamente quelle paure le tenni per me, decisi di inventare una storia per la mia famiglia. Non mi piaceva il pensiero di condividere il dolore con loro, se mi trovavo in quella ssituazione la colpa era solo mia, loro non meritavano quella pesantezza. Dissi loro soltanto che me me ne sarei andata il giorno dopo, non potevo proteggerli anche da quel dolore. La presero tutti con apparente calma, ma sapevo che stavano soffrendo quanto me. Non volevo scoprire chi fosse il mio padrone, non volevo sentire mani sul mio corpo, vivere in un'altra casa. Tutti quei pensieri sembravano orrendi, desideravo solo poter fermare il tempo e rimanere ferma in quel giorno. Il domani era troppo vicino, riuscivo a sentirne quasi il sapore nella bocca. Tra alcune ore avrei scoperto quale sarebbe stato il mio destino, ed io non ero pronta, io ero appena capace di lasciare la mia casa per alcune ore senza finire in pianti orrendi, non si poteva pretendere da me che fossi pronta ad andare via per sempre.
      《 Sai cosa mi ha detto il signore che è venuto per me oggi!》Coccolavo mia sorella dopo pranzo, Jo era stata l'unica a rendere visibile il suo tormento per me. Joana non voleva lasciarmi andare ed era scoppiata in lacrime come una bambina, quindi mi sembrava solo giusto tentare di renderla più tranquilla, inventando cose belle. Facevo sempre così, inventavo un mondo pet lei, per evitare che sentisse dolore.《 L'uomo da cui andrò, è ricchissimo e giovanissimo! Dicono sia un principe venuto da lontano, un uomo dell'animo nobile e dall'aspetto piacevole!》Le sorridevo, parlando. Jo sembrava credere a quelle menzogne, ma in fondo era una bambina, probabilmente voleva anche credere a quelle cose.《 Dicono che sceglierà moglie tra le sue serve, e poi farà un viaggio per tutto il mondo con tutti coloro che lavorano per lui!》Stavo iniziando a credere anche io a quelle bugie. Più che altro desideravo fossero cose vere, con tanta forza che riuscivo già a vedermi nelle vesti della moglie del principe ricco e generoso. Mi vergognavo di quei sogni, ma erano pur solo sogni, ed io ero solo una ragazzina con un destino fin troppo crudele davanti. Volevo preservarmi almeno quel piacere.《 Quando torneremo, giuro che verrò da te e ti porterò un regalo da ogni paese che avrò visitato.》Le accarezzavo i capelli, mentre Jo ascoltava le mie parole con attenzione. Ero l'unica che riuscisse a raggiungerla e farla stare calma.
      《 Promettimi che ritornerai da me e staremo insieme per sempre...》Jo era vicina alle lacrime, lo sentivo.
      《 Certo che te lo prometto, mia piccola principessa.》 Le baciai la fronte. Non avevo mai visto una bambina più bella di mia sorella. Le accarezzai le guance calde, chiedendomi come facessi a meritare di avere tra le braccia tale meraviglia.
      《 Ti amo, Eli. Ricordalo sempre, quando sarai triste perché non siamo più insieme.》Non risposi. Mi chiedevo se fosse giusto mentire così tanto, ma la realtà era troppo crudele. Come avrei mai potuto dire a quella ragazzina così pura e affettuosa, che un signore mi avesse chiesto di spogliarmi per capire se fossi una merce buona? Jo non era pronta a conoscere la crudeltà del mondo, lei era piccola e già che avesse capito cosa mi fosse successo la sera prima era troppo, avrei voluto proteggerla anche da quello.
      Dopo aver coltivato il campo per tutto il pomeriggio, il signor Heatswey mi permise di fare un bagno caldo nel bagno della casa. Dovevo essere pulita per la mattina seguente, non voleva fare brutta figura. Feci entrare anche mia sorella. Lei amava i bagni caldi, ma purtroppo generalmente la mia famiglia si lavava con l'acqua del fiume che scorreva là vicino, solo d'inverno ci era concesso riscaldare l'acqua. Dopo aver fatto il bagno, Joana andò a dormire, mentre io decisi di rimanere un altro po'. Mi osservavo allo specchio, notando quanto sembrassero vuoti i miei occhi da quando Olaf mi aveva derubata della mia felicità. Mi aveva rubato tutto, ogni speranza, ogni piccolo barlume di felicità. Fu quello il pensiero che mi accompagnò nella nostra stanza da letto, e con il quale mi addormentai, abbracciata a Jo.

    • CAPITOLO I
      Norowa Shurui era eterocromico, infatti aveva un occhio di colore azzurro e un altro di colore dorato. I suoi compagni d'orfanotrofio erano piuttosto affascinati dalla particolarità di quelle iridi; poteva capitare che qualcuno si soffermasse a guardarlo per lungo tempo, come si farebbe con un oggetto antico dietro alla vetrina di un museo, e lui non si infastidiva di quelle attenzioni. Non protestava ma nemmeno si vantava quando qualcuno gli diceva che i suoi occhi erano belli, tutto ciò in cui si limitava era sorridere con sincerità. Dentro di sé però, non era molto felice di quel bicolorismo poiché arrivato ai dodici anni di età non era ancora stato adottato da nessuna coppia. Già da qualche tempo aveva dato la colpa proprio a quegli occhi, credendo che i genitori che venissero in visita li trovassero troppo strani e quindi, tendevano a non considerarlo come potenziale figlio. Quelli che venivano adottati erano quasi sempre i bambini più belli e a Norowa la bellezza non mancava affatpossibilitia si era sempre più convinto che fossero gli occhi il problema. Il suo orfanotrofio si trovava in Giappone, in una modesta città, ed era stato abbandonato lì quando era appena neonato.
      Il giorno in cui le coppie facevano visita per scegliere ed adottare un bambino era il mercoledì e lui non vedeva l'ora che arrivasse quel giorno, facendo ogni martedì sera il conto alla rovescia, sperando in ogni singolo tentativo che quella sarebbe stata la volta buona. Ma non era mai il giorno giusto, perché non trovava mai i genitori giusti. A volte chiedeva alle istruttrici perché nessuno lo volesse adottare e loro rispondevano con falso interesse "Molti genitori vogliono bambini più estroversi, ma non preoccuparti! Un giorno avrai la tua occasione"
      <<Quindi il problema sarebbe la mia riservatezza? Solo perché non parlo molto non significa che non sia interessante...>> disse a se stesso la notte prima di un mercoledì, mentre era sdraiato sul letto a pancia in sù e fissava il soffitto con un filo di sconfitta. Molte cose della sua persona tendeva a vederle in senso negativo, seppur non mostrasse mai turbamenti o insicurezze all'esterno anzi, dava l'impressione di essere il ragazzino più sicuro di questo mondo. Un'altra cosa che certamente sorprendeva tutti e che aveva attribuito anche ad essa una fetta di colpa, era la sua altezza di ben un metro e settanta centimetri, e vedeva gli altri come piccoli nanetti al suo confronto.
      <<Forse non mi prendono sul serio con un'altezza del genere>>
      Probabilmente non avrebbe mai trovato risposte a quei dubbi e tale conclusione lo fece girare di lato e mettere una mano sotto il cuscino, un po' accigliato. Il resto di quella nottata non seppe cosa successe, perché le sue palpebre si chiusero e finalmente prese sonno, spegnendo definitivamente il motore del suo cervello in crescita. Domani forse, sarebbe significato qualcosa di importante.
      Si alzò ben prima dei suoi compagni di stanza solo per potersi preparare in anticipo in vista dello sperato evento e dirigendosi verso i bagni maschili, per poco non si ritrovò con il naso schiacciato per terra. Il suo vicino di letto lasciava puntualmente le pantofole sparse per il pavimento e Norowa le fulminò con lo sguardo. Dopo essersi lavato, indossò la divisa dell'orfanotrofio, che consisteva in una camicia bianca, con un nastro blu scuro avvolto attorno al colletto, un paio di pantaloni scuri (le bambine avevano la stessa tenuta, con la differenza che portavano la gonna) e dei mocassini marroni. Prese in mano un pettine e si chiese a cosa potesse mai servirgli, dal momento che i suoi capelli nerissimi erano più scompigliati che mai. Già, quei capelli dalla lunga frangia, lo rendevano identico al protagonista di un fumetto manga e questo confessò a se stesso, che gli piaceva. Mise il pettine al suo posto, come se fosse un oggetto troppo pericoloso per un bambino.
      Trascorse un'abbondante ora e arrivò il turno di tutti i bambini appartenenti ad una fascia di età tra i dieci e i dodici anni. L'incontro si tenne come di consueto in un accogliente salotto pieno di poltrone, divani e persino un camino. Non c'erano molti adulti quella volta: una coppia di sposi novelli, un duo di coniugi piuttosto maturi di età e...una donna, all'apparenza sola, non più tanto giovane. I bambini entrarono un po' intimiditi, sotto l'incoraggiamento di una delle istruttrici, e ben presto nacque un chiacchiericcio in quell'atmosfera, tra genitori che facevano domande e orfani che si presentavano a loro.
      "Ok Nor, fai come ti ho detto. Sorridi e resta calmo, niente scemenze e niente scene mute. Oggi è la volta buona" pensò, stringendo i pugni.
      Tuttavia, nessuno sembrò prestargli attenzione e proprio quando stava iniziando ad andare nel panico, giurò di aver visto la donna che stava da sola fargli cenno, con un gesto della mano, di avvicinarsi. Era seduta sul divano centrale della stanza e tutti gli altri presenti stavano bellamente ignorando anche lei.
      <<Mi sembra di capire che sei solo soletto>>
      <<Anche lei, signora...>> constatò.
      <<Oh? Per caso stai cercando di dirmi che sono l'unica single qui dentro?>>
      <<Cosa intende per "single"?>> le chiese, inclinando la testa.
      <<Lascia perdere>> disse, con una risata radiosa <<Lo saprai quando sarai un po' più grande. Ti va di dirmi come ti chiami?>>
      <<Norowa Shurui>>
      <<Il tuo nome è molto singolare per essere quello di un bambino. Ma ti dirò che mi ispira>>
      La signora con la quale stava conversando aveva dei capelli rossi raccolti in una treccia, ornata da un fiore rosa, e degli azzurri che gli davano un senso di sicurezza e...comprensione. Era vestita in modo curato e semplice, sul suo volto senza trucco si intravedevano delle sottili rughe che per assurdo, la rendevano molto più bella di come avrebbe potuto renderla un normale rossetto. Quella donna gli piaceva a pelle e si immaginò come sarebbe stata se fosse diventata la sua...mamma.
      <<Dimmi, Norowa. E' una mia impressione o c'è qualcosa di speciale in te?>>
      Gli sembrò una domanda alquanto strana e senza un fine ben chiaro; tuttavia, non si astenne dal rispondere come meglio riteneva.
      <<Non credo di essere speciale. Chi è speciale, fa cose speciali. E io non ho ancora fatto nulla che possa definirsi come tale>>
      La bella donna dai capelli rossi alzò le sopracciglia in segno di interesse, lasciando presagire che la domanda appena postagli, avesse ottenuto una risposta che lei voleva sentirsi, come se si trattasse di una prova.
      "Se è un test e l'ho superato, potrebbe pensare che sia...intrigante?" rifletté con se stesso, illuminandosi lo sguardo.
      <<Il mio nome è Josei Mirikiteki. Finalmente ci conosciamo>>
      Gli tese una mano e Norowa la guardò interrogativo e lei capì subito quale fosse la sua titubanza <<In Occidente le persone si salutano dandosi una stretta di mano. Non credi che sia una cosa carina? Stringi la mia mano, Norowa>>
      Il cuore del corvino arrivò in gola per l'emozione e accontentò la gentile signora, notando che la sua mano era particolarmente calda e piacevole da toccare. Aveva sempre sognato di poter stringere la mano di un'ipotetica mamma e Josei era davvero incantevole.
      <<Cosa c'è, Norowa? Perché piangi ora?>>
      <<Nessuno mi aveva mai concesso tutte queste attenzioni. L-la prego, signora Mirikiteki...m-mi adotti!>>
      Josei non apparve stupita dalla reazione e si fece molto seria in volto <<Ascolta Norowa, io non sono qui per adottarti>>
      <<Come...?>>
      <<Sono qui per un motivo molto più importante. Tu sei un bambino unico nel tuo genere e ci sono...persone che non lo accettano. Devo metterti in guardia su ciò che inevitabilmente accadrà tra non molto>>
      <<Persone? Di chi sta parlando? E cosa vogliono da me?>> la interrogò con tono un po' arrabbiato, asciugandosi le guance inumidite.
      <<Non mi aspetto che tu capisca e credo che non sia nemmeno il momento per parlartene. Quello che conta è che comprenda questo unico concetto: coloro che ti cercano e che verranno da te, ti uccideranno>>
      Esterrefatto da quella dichiarazione, percepì dentro di sé non solo la delusione ma anche un'inquietudine mai provata prima perché quella donna, che nemmeno conosceva, gli stava parlando di morte. La sua morte. Fu preso da brividi di raccapriccio e si allontanò, sbarrando gli occhi.
      <<L-lei dice così solo per spaventarmi. Se non vuole avermi tra i piedi, le basterebbe ignorarmi come fanno tutti gli altri genitori. Che bisogno c'è di dire una cosa così crudele?>>
      <<Immaginavo reagissi così>> rispose Joei, senza un briciolo di impazienza <<Hai tutte le ragioni per sentirti in questo modo. Non potrai mai capire di cosa sto parlando fin quando non lo vivrai. Allora, permettimi solo di dirti un'ultima cosa e questa, gradirei immensamente che la tenessi a mente>>
      <<....Ancora? Non le basta la cattiveria che ha appena detto?>> disse, sempre più spaventato e offeso.
      <<Norowa, ascolta le mie parole. La morte, quando verrà da te, potrebbe sembrarti brutta e cruenta, ma ti prometto che sarà veloce e ti sembrerà come un brutto sogno che ben presto finirà. Sappi che io, non ti abbandonerò al tuo destino e non sarai solo. Ti prego di credere almeno in questo>>
      Più Josei parlava, e più si sentiva in una situazione divisa tra la presa in giro e l'assurdità, quel tipo di assurdità che faceva accapponare la pelle. Non aveva capito minimante cosa significasse quel discorso, l'unica parte che gli appariva più chiara era che sarebbe presto morto. L'incontro si concluse pochi attimi dopo e due orfani di sua conoscenza, furono adottati quel giorno. Nessuno invece aveva adottato lui, e nessuno aveva udito la macabra conversazione con la donna dai capelli rossi. Quella notte, si mise sotto le coperte e tremò nonostante non facesse così freddo. Se avesse provato a parlare con un'istruttrice di quanto gli era stato detto, era già sicuro che non gli avrebbero dato il minimo ascolto. In generale, non ricordava di essere mai stato considerato, né dai suoi coetanei, né dagli adulti. Il loro interessamento si limitava alla constatazione della bellezza dei suoi occhi, e basta. Tutto il resto era solo un'enorme muro che si interponeva tra lui e gli altri. Il forte tremore che sembrava non voler abbandonare il suo corpo, lo tenne sveglio tutta la notte e stringendo con forza le palpebre chiuse, ripeté a se stesso per tutto il tempo "Io non morirò. Quella donna era una bugiarda...non poteva essere lei la mia mamma"
      La mattina seguente, fu l'ultimo ad alzarsi in quanto i suoi compagni erano già nel piano inferiore per la colazione e i letti erano già stati rifatti. Con i capelli in stato di totale ribellione, si mise seduto e guardò verso la grande finestra che si trovava in fondo alla camera. C'era un sole meraviglioso e la vista di quei raggi caldi e gioviali, lo fecero sentire meglio, dandogli un po' di coraggio per affrontare la nuova giornata. La colazione deliziosa, contribuì ulteriormente a metterlo di buon umore, scacciando tutti i brutti pensieri di quella notte.
      "Sono stato proprio uno sciocco a bermi una cosa simile. Cosa ne poteva mai sapere quella donna di ciò che mi sarebbe successo? Era solo un pessimo modo per liquidarmi, d'altronde le avevo chiesto di adottarmi. Non accadrà un bel niente di quello che ha detto, è per forza così. Spero di non rivederla mai più"
      Eppure, era triste dover constatare una cosa simile perché la signora Mirikiteki dava proprio l'impressione di essere una persona gentile quanto affascinante, ma evidentemente era stato troppo affrettato. La giornata si prospettava non molto diversa da tante altre che aveva vissuto, e invece accadde qualcosa: la venuta di un nuovo orfano. Verso l'ora di pranzo, furono chiamati tutti quelli della sua età, lui compreso naturalmente, per le presentazioni.
      <<Bambini, lei è una vostra nuova compagna. Mi raccomando, siate gentili, intesi?>>
      Tutti i maschi guardarono la ragazzina con sguardi incantanti, poiché aveva un aspetto a dir poco magnetico. Aveva una pelle più chiara di quella di una bambola, un naso piccolo e delicato, e dei capelli perfettamente lisci, neri come il carbone, e lunghi a tal punto da arrivarle fino alle ginocchia. Erano suddivisi da una riga cutanea centrale, lasciando libera la fronte pallida, e permettendo a tutti di ammirare gli occhi grandi e anch'essi di colore nero, un po' spenti ma ugualmente belli.
      Norowa si sentì invadere da uno strano calore e disse a voce molto bassa "E' proprio carina..."
      C'era da dire però, che la sua espressione la faceva sembrare una persona decisamente cupa. Sembrava infastidita da tutte quelle occhiate, anche se osservandola più attentamente, tutto ciò che si poteva leggere era un totale disinteresse e apatia.
      <<Perché non ti presenti e non dici a tutti come ti chiami?>> le chiese l'istruttrice, mettendosi dietro di lei e poggiandole una mano sulle spalle. La ragazzina sembrò inizialmente disapprovare, fin quando non decise di far udire a tutti la sua voce bassa ma graziosa.
      <<Yami Amaidesu>>
      "Yami...mi piace"
      I maschietti furono piuttosto presi dalla nuova orfana, causando l'invidia di diverse ragazzine, e ciascuno di loro provava ad attrarre la sua attenzione, chi tempestandola di domande, chi facendole vedere quanto fosse bravo nei trucchi di magia, chi provando a parlarle nella speranza di una reazione di qualche tipo. Yami, tuttavia, ignorava chiunque le si avvicinasse, senza nemmeno rivolgere loro lo sguardo. Durante le ore di gioco, nel cortile dell'orfanotrofio, non accettava l'invito di alcuno a giocare insieme, non si faceva mai spingere sull'altalena e cosa più importante, non parlava mai. Norowa non provò nemmeno a tentare una presentazione, non tanto per la timidezza bensì perché si era talmente stancato di essere ignorato da chiunque, che pensò fosse il caso di iniziare a fare come quella bambina: ignorare. Una parte di lui però, era davvero curioso di conoscere quella misteriosa bruna e i giorni successivi, molte conversazioni dei bambin erano proprio incentrati su di lei. Alcuni la ritenevano una persona troppo antipatica, altri si erano lasciati incantare talmente tanto dal bel visino, da non poterle resistere. Norowa, durante i pasti, ogni tanto buttava un occhio verso il suo tavolo e puntualmente, era sempre da sola. All'apparenza, non dava l'impressione di soffrirci o di essere impacciata anzi, si sentiva a suo agio e quell'espressione di indifferenza non la abbandonava mai, tant'è vero che giurò di non averla mai vista sorridere.
      Nel frattempo, per diverse notti non riuscì a dormire come aveva sempre fatto. Credeva di essere riuscito a dimenticare totalmente quello strano episodio avvenuto con quella donna, ma iniziò a pensare di essersi sopravvalutato, perché il tremore non scompariva e poteva fare persino degli incubi, delle volte. Una notte, non ne potette più di starsene nel letto in preda alla paura e così si alzò silenziosamente e ritenne che una passeggiata in giro gli avrebbe fatto bene. Prese con sé un accendino che aveva trovato casualmente tempo fa (con grande probabilità apparteneva ad un'istruttrice) e lo accese. Non aveva affatto paura del fuoco e lo vedeva piuttosto come un amico grazie al quale addentrarsi nei bui corridoi che stava attraversando proprio in quel momento. Scese con cautela le scale, allo scopo di prendere una boccata d'aria una volta raggiunto il cortile che si trovava all'esterno, ma si sorprese di sentire una vocina femminile cantare una malinconica melodia provenire proprio dal suddetto luogo. Quando arrivò a destinazione, si nascose nell'ombra per spiare chi stesse cantando e realizzò che si trattava di Yami. I lunghi capelli svolazzavano tra la lieve brezze di quella notte primaverile ed era di spalle, rivolta verso la luna. Risultava essere particolarmente intonata e la voce era così calda e adorabile che sarebbe rimasto incantato a guardarla lì per tutto il resto della nottata.
      "E se fosse l'occasione giusta per parlale? Forse con me potrebbe aprirsi un po'...o magari dovrei solo girare i tacchi"
      <<Hey, tu. Mi stai spiando?>>
      Trasalì a quella domanda e si accorse che la ragazzina, aveva smesso di cantare e stava guardando verso la sua direzione. Uscì allo scoperto arrossendo appena e si mise le mani tra i ciuffi, con fare perplesso.
      <<Come hai fatto a capire che ero qui?>>
      <<Ho sentito il rumore dei tuoi pensieri>> gli disse, come se fosse una cosa ovvia.
      <<Sono così rumoroso? Ah ah ah...allora la prossima volta dovrò stare più attento>>
      <<Sei il ragazzo con gli occhi di colore diverso>>
      Il corvino si fece più vicino, mettendosi difronte a lei e godendosi la piacevole brezza.
      <<Allora mi hai notato>>
      Yami girò il viso contrariata <<E' possibile. Hai qualcosa di diverso dagli altri>>
      <<Forse stai parlando della mia altezza>> gli rispose tranquillamente, notando l'abissale differenza di statura tra i due <<Devo essere una sorta di gigante>>
      <<Non mi riferivo all'altezza>>
      <<Allora a cosa?>>
      <<Sto parlando di come sei. Hai qualcosa di diverso, te l'ho detto>>
      <<Però non sai cosa, giusto?>>
      <<Non ho detto questo>>
      Norowa superò la ragazzina e si sedette sull'altalena, notando che lei si era girata apposta per continuare a guardarlo in faccia. Allora, poteva darsi che non aveva intenzione di ignorarlo.
      <<Ti andrebbe di darmi qualche spinta per l'altalena?>>
      <<No. Non mi interessa farti un favore>> gli rispose senza alcun riguardo. Non era arrabbiata, aveva soltanto quel suo tipico atteggiamento annoiato, eppure la noia non la ostacolava a un punto tale da smettere di guardare il ragazzo che senza stare troppo a badarci, si era dato la spinta da solo e dondolava con un sorriso sulle labbra.
      <<Cosa ci fai sveglia a quest'ora?>> le chiese, mentre lei si era seduta per terra affianco all'altalena.
      <<Cantavo>>
      <<Sei davvero brava, sai?>>
      <<Uhm>>
      <<Io mi chiamo Norowa Shurui>>
      <<Uhm>>
      <<Potresti dire qualche parola in più?>>
      <<Anche tu parli poco>>
      Con un salto alquanto agile, scese dall'altalena e si sedette vicino alla corvina, incrociando le gambe. Lei guardava in basso, con occhi vuoti.
      <<Hai ragione, non sono un tipo che parla molto. Non credevo mi stessi osservando>>
      <<E' solo perché hai qualcosa di diverso>>
      <<Sei diventata un disco rotto? Ho capito, ok?>> e le rivolse un luminoso sorriso, mettendole una mano sulla testa per farla girare verso di sé. La bambina ebbe per la prima volta da quando era giunta all'orfanotrofio, un'espressione diversa. Sembrava imbarazzata e le guance erano rosate.
      <<Perché ti imbarazzi, adesso? Non sei abituata a vedere le persone sorridere?>>
      <<Non è nulla>> gli rispose, voltandosi immediatamente dall'altra parte, ancora un po' rossa <<Dimentica quello che hai visto. E non guardarmi>>
      <<Perché fai così? Temi che qualcuno possa dirti qualcosa di cattivo?>>
      <<Non deve interessarti>>
      <<Se hai paura di relazionarti con gli altri, io lo so bene. Non sono molto aperto, sai? Dicono che è per questo che non vengo ancora adottato da nessuno>>
      <<Cosa ti cambia se vieni adottato?>> gli chiese, lanciandogli un'occhiata severa.
      <<Voglio avere una famiglia e andarmene da qui. Chiedo troppo?>>
      <<No...credo di no>>
      Ci fu una pausa di silenzio per diversi minuti, lei aveva le gambe rannicchiate al petto mentre lui ammirava la bellezza delle stelle che decoravano il manto oscuro. Non avrebbe aggiunto altro a quella conversazione, se non fosse stata proprio lei a volerla continuare, con sua sorpresa.
      <<Io invece non voglio essere adottata. Non sarei felice in una famiglia nuova o in qualsiasi altro luogo. Credo che rimarrò qui per sempre>>
      <<Non potrai rimanerci per sempre. Prima o poi crescerai e a quel punto, non avresti un posto dove andare>>
      <<Allora cosa...dovrei fare?>>
      <<Aspettare i genitori giusti>>
      <<E se non arriveranno mai?>>
      <<Beh, in quel caso...>> gattonò fino a mettersi difronte a Yami e a inginocchiarsi <<Verrò a prenderti io, se vorrai>>
      <<Mi stai dicendo che sarai tu ad adottarmi?>>
      Norowa scoppiò in una risata <<No, ovviamente. Però se quel giorno sarai ancora qui e io sarò in un altro posto, potrei portarti via da questo dimenticatoio e chissà, potremo fare tante cose insieme...ad esempio, mangiare il gelato!>>
      Stava provando a rassicurarla o a strapparle una qualsiasi altra reazione, perché gli era bastato ben poco per capire che erano molto più simili di quanto credesse. Entrambi con tanti dubbi, entrambi senza una meta, entrambi soli in un mondo circondato da tante persone. Yami inizialmente stava cedendo, ma si ricompose in fretta e fece finta di non importarle di quello che il bel ragazzino dagli occhi diversi, le stava dicendo.
      Ciò che avvenne in seguito ebbe dell'incredibile, perché come se un filo invisibile li avesse ormai legati l'uno all'altra, i due ragazzini presero a parlarsi sempre più spesso. Da quelle chiacchiere e da quel tempo trascorso facendosi compagnia a vicenda, nacque un'amicizia quasi surreale, come se lui fosse in grado di farla parlare senza problemi, un'impresa in cui tutti gli altri fallivano, e lei avesse la capacità di capire come fosse fatto senza che dovesse dirgli nulla. C'era una sana complicità che li portò a conoscersi poco per volta, finché quasi tutto il tempo libero lo passavano solo e unicamente tra loro, da soli, a volte giocando, a volte rincorrendosi o altre volte ancora incontrandosi in segreto di notte, nel cortile dove era iniziato il loro primo dialogo. Yami, con lui, aveva gli occhi leggermente più vivi e poteva persino capitare che gli concedesse dei sorrisi. Norowa invece, quando stava con lei, aveva sviluppato una sorta di chiacchiera che riusciva a sfruttare solo in presenza dell'amica. Ma nonostante le cose stessero andando meglio del previsto, ogni volta che guardava Yami non si limitava solo a constatare il fatto che fosse una ragazza di poche parole e dagli atteggiamenti estremamente misurati, ma percepiva una sensazione che non era in grado di spiegarsi, una sorta di ombra o di oscurità che la avvolgeva e che la rendeva atipica rispetto alle altre bambine. Magari era dovuto alla sua serietà anche nelle cose più leggere, o a quello sguardo che diventava vuoto con chiunque non fosse lui, o ai suoi discorsi maturi per essere soltanto una dodicenne. Ma non era nemmeno questo, lei provava fastidio per le cose rumorose e assillanti, come ad esempio le persone. Una volta gli aveva persino confessato che non aveva paura dei film horror e che anzi, le piacevano molto. Non giocava mai con le bambole, perché la trovava una cosa da "bambinette" e le piaceva moltissimo il colore nero. Non aveva paura praticamente di nulla, né dei temporali, né del mostro sotto al letto, né di qualsiasi altra cosa i comuni bambini temessero. Qualcosa in lei, era ambiguo e fuori dalle regole e non riusciva ancora a individuarla con esattezza. La cosa divertente era che anche Yami provava lo stesso per lui, considerandolo come una sorta di eccezione e seppur nemmeno lei non avesse ancora capito perché, sapeva che gli piaceva questa caratteristica e ciò le bastava. Dopo molte settimane dall'inizio della loro amicizia, passeggiavano in una di quelle tante notti per i corridoi e chiacchieravano a voce bassa, finché Yami gli fece una domanda.
      <<Shurui-kun, tu non hai mai sonno?>>
      <<Yami-chan, quante volte devo ancora dirti che puoi chiamarmi per nome?>> la rimproverò con tono scherzoso e scuotendole la testa con una mano.
      <<Smettila di fare così>> disse, con il suo solito portamento indifferente e calmo.
      <<Sei divertente, piccoletta>>
      <<Sei tu ad essere troppo alto>>
      <<Già, per questo gli adulti non mi prendono sul serio>>
      <<Se tu fossi molto basso, avrebbe senso dirlo>>
      <<Anche per i troppo alti accade la stessa cosa! Me lo sento...>>
      <<Norowa-kun, tu non hai mai sonno?>> gli ripeté come se avesse fatto copia e incolla, modificando soltanto il nome.
      <<Mi capita di non dormire molto bene>>
      <<Perché?>>
      <<Prima che tu venissi all'orfanotrofio, mi è successa una cosa che mi ha scosso e da allora non faccio che ripensarci>>
      <<E' una cosa brutta, quindi>>
      <<Sì...una donna...mi ha detto che tra non molto sarei... morto>>
      Yami si limitò a puntare gli occhioni neri sull'amico, senza scandalizzarsi di quanto appena udito <<Anche a me è successa una cosa del genere. Un uomo, mi disse che sarei morta ma che il mio destino sarebbe stato crudele e che lui sarebbe venuto a salvarmi>>
      <<Cosa?! Allora non sono l'unico...anche a me hanno detto una roba del genere, solo che quella donna non ha parlato di destino crudele. Yami-chan, perché non me lo hai mai detto?>>
      <<Nemmeno tu lo hai mai fatto>>
      <<V-vero. Non so il motivo, forse volevo soltanto dimenticarmene. Però, devi aver avuto molta paura>>
      <<No. Ero solo scettica>>
      "E io che me la sono fatta addosso per tutto questo tempo"
      <<Ma cosa significa ciò che ci è stato detto?>>
      Yami era sul punto di riaprire bocca ma qualcosa la fermò, un rumore sinistro provenire dalle oscure profondità del corridoio attraverso il quale stavano camminando. Il rumore di qualcosa che strisciava per terra, qualcosa che raschiava, fino a produrre un suono assordante. Qualcosa che sembrava simile ad un'arma fatta d'acciao. Dei passi molto pesanti e trascinati si facevano vicini ogni secondo che passava e potevano persino udire gli echi dei sospiri di quello che sembrava essere un uomo. L'istinto di Norowa gli stava scongiurando di non perdere un altro centesimo di tempo e di portare via Yami da lì, perché quella situazione non era normale. Qualcosa non quadrava e non si trattava di un'immaginazione. Afferrò una mano dell'amica e mettendo un dito sulla bocca le fece "shh". La trascinò con sé, tenendola per mano con sicurezza e voltando alla loro destra, dove si trovava la cucina. Non sapevano chi sarebbe arrivato se avessero aspettato, ma la prudenza non era mai troppa e quell'acciao continuava a raschiare sul pavimento, mentre i sospiri si trasformarono in lamentele, quasi come se l'uomo non riuscisse a sostenere il peso di ciò che stava portando con sé. Una volta in cucina, Norowa chiuse la porta e cercò di udire i passi dell'estraneo, per capire se sarebbe proseguito dritto lungo il corridoio oppure sarebbe entrato anch'egli, voltando a destra. Ci fu un momento in cui la presenza dell'individuo era particolarmente vicina ed entrambi i bambini trattennero il fiato fin quando non lo si udì allontanarsi.
      <<Forse se ne è andato>> sussurrò il corvino.
      <<E' come ci ha detto quella donna>> disse Yami, con occhi talmente stupiti da esserle diventati più piccoli e le mani che non smettevano di fermarsi <<Sarà lui a ucciderci. E' arrivata la nostra morte>>
      <<Yami-chan, non dirlo neanche per scherzo!>>
      <<No, invece...moriremo...lui ci ucciderà. E' qui per questo>>
      <<Qui non morirà proprio nessuno oggi, ok? Nessuno si permetterà di toccarci nemmeno un capello>>
      <<Non puoi, Norowa-kun. Ormai le nostre fini sono segnate...>>
      <<Ti è venuta la tremarella di colpo? Ti ho detto che non è assolutamente possibile quello che stai dicendo>> le poggiò le mani sulle spalle e la guardò con occhi pieni di sicurezza, ignorando la paura che lui stesso stava provando <<Ho deciso di nasconderci qui solo per un mio scrupolo, ma in realtà non lo abbiamo visto e potrebbe essere chiunque. Quindi niente panico, non ne abbiamo motivo>>
      <<Tanto hai pensato anche tu la stessa cosa. E come spieghi quegli strani rumori?>>
      <<Adesso è una perdita di tempo cercare di fare delle ipotesi. Senti piuttosto che faremo>>
      Annuì soltanto, non completamente convinta.
      <<Butterò un occhio fuori per vedere se c'è via libera. Dopo di ché, ti porterò nei dormitori femminili, così potrai tornare in camera tua e vedrai che sotto le coperte, assieme alle altre bambine, non ti accadrà nulla. Agiremo nell'ombra, come dei ninja>>
      <<E tu cosa farai? Quando avrai lasciato me, sarai da solo>>
      <<Tornerò anche io nella mia camera>>
      <<Ma non puoi affrontare il tragitto senza di me...lascia che sia io a farlo...>>
      <<No, voglio assicurarmi che sia tu la prima ad essere al sicuro. Devo proteggerti, no?>>
      <<Così morirai, Norowa-kun...>> gli disse, lasciandosi scappare qualche piccola lacrima. Era la prima volta che la vedeva piangere.
      <<Sciocca, ti devo ancora ripetere quello che ti ho detto prima? Qui non morirà nessuno, oggi>>
      Il sorriso dell'amico la rassicurò un po' e finalmente i due, prendendosi per mano, uscirono dalla cucina e a passi veloci ma prudenti, si addentrarono nei corridoi seguiti dalla luce lunare, a volte fermandosi in qualche angolo per controllare se lo sconosciuto fosse nei paraggi ma all'apparenza, era svanito. Raggiunsero la prima rampa di scale che li avrebbe condotti al piano dedicato ai dormitori, tuttavia udirono di nuovo gli stessi agghiaccianti passi scendere ancora una volta verso la loro direzione. Era tutto buio e non potevano vedere con esattezza chi stesse scendendo, finché Norowa non prese il suo affezionato accendino e lo usò come una lanterna. Fu allora che videro qualcuno o qualcosa, dall'aspetto tanto bizzarro quanto familiare che ormai li aveva raggiunti, e se ne stava fermo sul piccolo pianerottolo che ergeva al di sopra di loro i quali, nel frattempo, erano rimasti bloccati in mezzo alla scalinata. Era un uomo vestito di nero dalla testa ai piedi, con una lunga tunica a ricoprire interamente il corpo, una cappello simile ad una bombetta ma più schiacciato, e una maschera a celare interamente il suo viso. Quest'ultima era la parte davvero strana del suo abbigliamento, perché aveva la forma di un enorme becco d'uccello, dotata di due cerchietti molto piccoli all'altezza degli occhi, per permettergli soltanto di vedere. Il naso e tutto il resto del viso erano coperti dal materiale della maschera e solo dopo, un po' scioccamente, notarono qualcos'altro di molto più preoccupante: una falce, che reggeva con una mano e che aveva trascinato tutto il tempo.
      I bambini fecero immediatamente dietro-front, e corsero velocemente verso la direzione opposta all'uomo che, notando la loro fuga, si era dato all'inseguito ma senza correre. Camminava molto tranquillamente come se stesse facendo una passeggiata in giardino, solo che la falce sembrava essergli d'impiccio.
      <<Norowa-kun, dove andiamo adesso?>>
      <<Continua a correre. Non so chi sia, ma quell'arma non lascia intendere niente di buono. Potrebbe essere un pazzo che si è intrufolato nell'orfanotrofio>>
      Si distanziarono di parecchio dall'uomo e stavolta entrarono in una delle classi dove si tenevano le lezioni mattutine. Norowa cercò di respirare profondamente e di non farsi vedere troppo preoccupato, così da rassicurare Yami che nonostante fosse anche lei abbastanza coraggiosa, era visibilmente più provata.
      <<Anche tu provi paura ogni tanto, eh? Sta tranquilla, ti proteggerò io>>
      <<Ci troverà. Dobbiamo essere invisibili...come hai detto tu>>
      Il rumore della falce stava avanzando ed era quasi chiaro che di lì a poco, l'uomo dalla maschera d'uccello sarebbe entrato per controllare dove fossero.
      "Sotto i banchi ci vedrà...però la scrivania è ben protetta dai pannelli di legno. Una persona sola potrà entrarci, in due non ci stiamo perché sono maledettamente troppo alto"
      Guardò verso un armadio che conteneva degli abiti scolastici di ricambio, molto simile ad un guardaroba per capienza ed aspetto.
      "Se faccio entrare Yami lì dentro, dovrebbe essere più protetta. Ci sono molte più probabilità che venga da me, piuttosto che da lei...l'armadio è piccolo quindi nemmeno lì potremo entrare in due"
      <<Ascoltami, Yami. Tu->>
      <<No>>
      <<Eh?>>
      <<So già cosa stai per dire, abbiamo pensato alla stessa cosa. Ma sarai tu ad entrare nell'armadio, io andrò sotto la scrivania. Sono più piccola ed è facile che non mi vedrà con questo buio>>
      Il tempo stava per scadere e lo sconosciuto sarebbe entrato di lì a poco. Norowa non aveva tempo per discutere e cercare di convincere, quindi prese in braccio l'amica caricandola su una spalla e aprì l'armadio, mettendola lì dentro e non curandosi delle proteste a bassa voce della corvina. Chiuse la porta dell'armadio, come se ci avesse buttato dentro una scopa ammuffita, e corse verso la scrivania, mettendocisi sotto appena in tempo. L'uomo si fermò infatti difronte alla porta e bussò.
      "Cosa cavolo si aspetta, che gli diciamo di accomodarsi?" pensò il corvino, provando a farsi il più minuto possibile.
      Bussò una seconda volta alla porta, e dopo essersi reso conto che nessuno gli avebbe dato alcuna risposta, aprì lentamente l'uscio e tirò fuori il suo lungo becco. Norowa dovette fare un grosso sforzo per contenere il respiro affannato che stava attraversando naso e gola già da un po', e spiò attraverso una fessura della scrivania per vedere se Yami non si fosse mossa da lì. L'inquietante individuo si mise al centro della classe e guardò a destra e a sinistra per diverse volte, come se dovesse prendere una decisione. Optò infine per andare alla sua sinistra, dove si trovava l'armadio in cui era nascosta la ragazzina.
      "No no no no. Non andare di là...accidenti, bastardo di un uomo uccello"
      Colto dalla totale improvvisazione, batté un pugno sulla superficie del pannello, così da attrarre l'attenzione dell'inseguitore; il diversivo ebbe effetto e subito il mascherato cambiò totalmente direzione, avanzando verso Norowa che era totalmente a corto di idee e si stava dando dell'idiota per circa un centinaio di volte. Era sul punto di alzarsi e scapparsene facendo il giro della scrivania, recuperando con più tempestività possibile la sua amica, ma un urlo femminile provenire proprio dall'armadio, gli fece battere il cuore all'impazzata. Le ante si aprirono e Yami si accasciò a terra, per poi strisciare spaventata il più lontano possibile da un altro uomo mascherato che usciva tranquillamente dall'armadio. Era vestito allo stesso identico modo di quell'altro e non ebbe la lucidità di chiedersi come fosse sbucato da lì. Uscì dal suo precario nascondiglio, allo scopo di aiutare l'amica, ma l'altro, il loro primo persecutore, non gli diede il tempo di farlo perché alzò con entrambi le mani la pesante falce e usò la parte del manico per colpire il ragazzino sulle gambe, così da farlo cadere di faccia per terra e provocargli un forte dolore.
      <<Norowa!>>
      <<Yami...allontanati da lei, mostro!>> urlò, rivolgendosi a colui che aveva afferrato la bambina per il tessuto della tunica da notte. L'uomo che invece lo aveva colpito, gli stava proprio alle spalle ed era pronto ad un nuovo attacco, ma stavolta non avrebbe usato il manico...
      Norowa aveva come unico obiettivo quello di correre verso Yami, strisciando come un serpente, ma le gambe gli facevano troppo male e i movimenti erano molto limitati. Ebbe solo il tempo di vedere l'orribile scena dell'uomo trapassare con la sua falce il corpo dell'amica, e gridare il nome di colei che ormai era quasi certamente morta in un lago di sangue.
      <<Yami!!!>>
      Dopo di ché, qualcosa di duro e tagliente gli si conficcò sulla spina dorsale, fino a raggiungergli la parte dove si trovava lo stomaco e udire il rumore delle sue viscere muoversi, spruzzando sangue lungo tutto il pavimento. Era un dolore talmente lancinante e profondo, da sembrargli quasi surreale e dopo aver sputato un'abbondante quantità di sangue, cercò di vedere cosa stesse facendo l'altro uomo alla sua amica, ma la vista era troppo annebbiata e tutto ciò che riuscì a scorgere, negli ultimi istanti di vita, fu il cadavere di Yami che veniva portato in braccio.
      "Yami...ti avevo detto che ti avrei protetta...scusami. Non sono un bravo cavaliere"
      Chiuse gli occhi e finalmente sentì che quel terribile bruciore abbandonare il suo corpo, perché ormai non poteva più sentirlo. Era stato brutalmente ucciso e ora, era morto."

      Spazio Autrice: se questo primo capitolo ha suscitato il vostro interesse, su Wattpad avrete la possibilità di leggere il seguito, vi basterà cercare il titolo del libro!

       
      To be cont

    • Voglio raccontarvi una storia, accaduta veramente e di cui ho avuto il piacere di visitare il luogo laddove si svolsero i fatti.
      Lomello è un piccolissimo paese in provincia di Pavia immersa tra campagne e risaie sulla provinciale 193bis sorge una villa abbandonata: Villa De Vecchi. La sua notorietà può essere paragonata a quella di un altra tenuta sovente al centro di storiacce di spettri e fantasmi, vale a dire Villa di De Vecchi di Cortenova, in Valsassina, meglio nota con il nome di “Casa Rossa”. Secondo la leggenda, a Villa De Vecchi la maledizione iniziò dopo che il proprietario della tenuta trovò la moglie assassinata e la figlia scomparsa. La storia di cui tanti in questo paese me ne hanno parlato è che un brutto giorno di fine estate del 1912 il proprietario di questa tenuta eretta in mezzo ai campi di riso tornò da una battuta di caccia. Ad attenderlo, sulla porta d’ingresso, avrebbe dovuto esserci la bella e giovane moglie sposata pochi mesi prima. Invece no, la sposina era all’ultimo piano della torretta della villa in compagnia di un giovane stalliere. Il proprietario lavò nel sangue il tradimento con due colpi di fucile, più un terzo per se stesso. Villa De Vecchi è in uno stato di abbandono totale. Abbandonata da oltre trent’anni, ma la proprietà, acquisita negli anni Settanta dal re del riso, Francesco Sempio, si è data da fare per limitarne il degrado e le incursioni di spiritisti, predatori e semplici curiosi. C’è un piccolo particolare che non quadra . Al bar del Paese di Lomello è appesa ad una parete la foto della villa datata 1931. molto probabilmente pochi giorni dopo la sua inaugurazione e, in piedi fermo avanti all’ingresso, si vede un uomo.  Si tratta di Pietro Cerri, il proprietario che la fece ricosruire e chiamare Villa Cerri. C’è qulache piccola estemporaneità: se la Villa venne costruita nel 1931, non poteva certo esistere 1912, anno in cui viene fatto risale l’omicidio-suicidio che avrebbe dato avvio alla maledizione, e se il proprietario era vivo e vegeto davanti all’ingresso nel 1931, non poteva certo essersi suicidato nel 1912. A questo punto, chiarito che Villa Cerri non fu teatro di alcun fatto di sangue, rimane da capire come si sia potuta sviluppare la leggenda degli amanti maledetti. Una brutta vicenda che vide un’intera famiglia sterminata a colpi di coltello da un rapinatore, anche se alcuni dicono che ci fosse di mezzo una storia di corna. Alla fine, comunque, il colpevole venne preso e giustiziato nel fiume Agogna, una delle ultime esecuzioni capitali della Lomellina. La vicenda risale ai primi dell’800, quasi 100 anni prima della leggenda su Villa Cerri, ma forse, mescolata con un altra storia di tanti anni fa che parla di una tresca amorosa fra due ex dipendenti della tenuta, potrebbe essere stato il trampolino di lancio della leggenda.

    • Vado a raccontarvi una delle mie tante gite in moto per l’Italia del nord nelle quali ho avuto il piacere di essere innanzitutto accompagnato da due amici motociclisti e appassionati di paranormale che mi hanno aiutato a comprendere ancora di piu’ questo mondo cosi assurdo, irreale seppur cosi tangibile del mondo paranormale o di quelle attività elettromagnetiche in luoghi non piu’ abitati da persone fisiche ma da residui delle loro vite precedenti. Il castello di Landriano in provincia di Pavia è stato per me uno dei posti piu’ interessanti del nord-ovest d’Italia. Giugno 2017, giornata soleggiata e calda ma non afosa. Con la mia Harley Davidson in compagnia di Luca e Mary sulla Indian partimmo da Milano in direzione Landriano, nella bassa pavese. Il tragitto non presentò alcun problema e arrivammo a destinazione poco prima delle 10 di mattina. Un caffè al primo bar del paese (6000 abitanti) e due domande al benzinaio (i benzinai sanno tutto…) su come arrivare al castello. Una volta giunti al castelllo, nonostante fosse pieno giorno, l’atmosfera di quel luogo oramai abbandonato da moltissimi anni anche se oggi di proprietà privata, rilasciava qualcosa di strano. Suggestione forse…non lo so. Il castello risalirebbe all’anno 1037 e fu conteso da ostrogoti e bizantini. Nel 1531 Alessandro Landriani cedette la fortezza al gran cancelliere Francesco Taverna e la sua famiglia lo ha mantenuto per diversi secoli. Lasciammo le motociclette sulla stradina sterrata che fiancheggiava il lato ovest del castello e senza troppo dare nell’occhio ci incamminanno all’interno del maniero. Inutile fare una descrizione dello stato di degrado di quel luogo, lo lascio alla vostra immaginazione. Il mio carissimo amico Luca quando fummo giunti nell’anticamera principale del castello estrasse dallo zaino uno strumento molto particolare che misura la variazione di onde elettromagnetiche nell’area nella quale ci si trova. La prima fortissima sensazione fu quella di percepire uno spiffero di aria gelida sul viso anche se esternamente c’erano 28 gradi e dentro non era inferiore ai 22/23 gradi. Nessun segnale sul rilevatore di Luca. Salimmo le scale fino al piano superiore, stando attenti di non inciampare nei calcinacci e giunti sopra il rilevatore emise luci multicolori led e un segnale forte e assordante. Non c’erano alcune prese elettriche, tantomeno luci, lampade o cavi elettrici. Niente. Zero. Il rilevatore per alcuni minuti sembrò impazzito; in quell’area c’era qualcosa che avrebbe potuto rivelarsi molto imponente, molto decisa. Una forte sensazione di nausea a tutti e tre mentre Mary perse i sensi e dovette sdraiarsi sul pavimento. La giornata iniziava molto bene, quella che comunemente si può definire gita, si è rivelata una piccola tragedia. La nostra amica riprese i sensi ma disse di essere stata “toccata” da qualcosa o da qualcuno che era con noi tre in quella stanza ma che non si poteva vedere, tranne che nel segnale led dello strumento di rilevazione. In quelle condizioni di fortissimo disagio preferimmo abbandonare il castello e ripercorrere la via che portava a Milano, ed anche molto celermente. Attraverso alcuni documenti scopriamo che tra il XV e il XVI secolo visse una nobildonna di nome Giannetta. Si presume che tale Giannetta fosse una discendente diretta del castello e che fosse esperta nella preparazione di rimedi naturali per curare i problemi di salute. Fu proprio per questo che venne accusata di essere una strega dal generale Lautrec e venne condannata a morte sul rogo. Da allora il suo fantasma si aggira inquieto tra i vecchi ruderi di quella che fu la sua dimora apparendo ai coraggiosi temerari che si spingono fin lì per udire il suo malinconico canto. Non udimmo nessun canto, nessun lamento tantomeno nessun sussurro o parola, solo grande disagio fisico… Ah dimenticavo… Quando uscimmo da una porta delle porte laterali del castello per raggiungere le moto, percepimmo uno strano odore di legna bruciata, ma incendi in quei paraggi non c’erano.

    • Amore e altro

      By eleonora modica, in Storia,

      CAPITOLO 1
      Mi chiamo Martina sono una ragazza disabile e cammino con i tutori e ho  26 anni e vivo a Firenze, dall'uscita della scuola superiore del 2014 sono stata fidanzata con un ragazzo e pensavo che era amore puro, ma dopo mesi ho capito che lui mi ha usato i miei sentimenti e altro, perche ho perso la verginità a 18 anni... Ho iniziato a stare male perche lui mi ha lasciato per un altra persona, mesi e giorni piangevo di continuo e mi facevo male, mia mamma ad avvisato la mia assistenza sociale e mi ha messo a una struttura che si chiama Cse cioè centro socio educativo, da li ho cominciato la mia terapia, cioè stare con l' educatrici, operatrici e con il psicologo...  Ogni giorno ho capito che cos'è la vita, grazie a loro e la mia famiglia, e da li ho cominciato ad fare delle attività come musicoterapia, ceramica e bricolage... Litigavo con tutti e poi mi hanno capito al volo tutti quanti, mentre ero li ho cominciato ad fare un' attività tipo danza in sedia a rotelle, da li ho cominciato ad uscire con un ragazzo di Empoli e anche lui è disabile si chiama Flavio e con lui è durata 3 anni e mezzo la relazione, ma al 2 anno di stare insieme, avevo tutti contro, i suoi amici, parenti e gli educatori, io non sopportavo le critiche su di me e poi lui a perso la testa, e a cominciato ad alzare le mani e farmi del male, ho cominciato a parlare con l 'amico di mia mamma e gli ho detto che il mio uomo, mi picchia, allora mia mamma è venuto a prendermi, sono ritornato... 
      Io sono troppo buona con le persone e ci ho riprovato a ritornare con lui, ma era tutto inutile credetemi... Ho cominciato a fare un percorso di scuola lavoro e da li sono cresciuta in tutti i sensi, ho fatto amicizia e alcune persone della mia età hanno cominciato a fare bulli con me e iniziare a offendermi pesantemente sia di persona e via social e io ho chiesto aiuto alle persone superiori sia al psicologo e sia alla responsabile e io alla fine ho finito il percorso prima... mentre entro a fare percorso. Dopo 8 mesi che sono single ho cominciato a chattare poi ho conosciuto Alberto era di Napoli e anche lui disabile, dopo un mese è venuto qui a Firenze per una settimana x stare insieme, gli ho fatto conoscere il mio migliore amico e la sua donna, e sono diventati ottimi amici mentre si usciva con loro, Alberto a deciso di lasciarmi e il mio migliore amico a deciso di non parlarmi mai più e con lui è durata la relazione solamente 4 mesi, poi anche lui faceva dei discorsi che non mi piaceva e lo mandato a quel paese. Dopo di lui ho rinconttato Fabio di Livorno, mi faceva sentire importante e amata poi ho scoperto che stava con una ragazza di Livorno e a me, mi usava mentalmente e a iniziato ad offendermi anche lui e io lo bloccato... ma lui dopo 2 settimane mi chiama con il numero privato e io rispondo sempre e lui è molto bravo manipolarmi la mia testa e mi fa cambiare idea e lo sblocco su Whatsapp e ridice cose romantiche, e poi risuccede che lui risente la sua ex di Livorno, a me fa il vago e mi tratta male e io capisco subito e inizio ad agitare, e lo mando a quel paese, parlo con la mia amica Romina e lei mi dice di voler parlare con lui e io gli ho dato il suo numero e loro lui si parlano e lei inizia a farmi le domande, ma io non gli ho detto niente a lei, e anche lei a cominciato ad offendermi pesantemente e io ho detto basta la blocco su whatsapp, perchè ho ricevuto troppe offese questi 2 anni e dico basta e io sono rimasta da sola, secondo me è una cosa positiva, ma nello stesso tempo negativo, aspetterò a Settembre a ricominciare tutte l'attività e uscire spesso di casa e chissà trovare il ragazzo giusto un giorno... succederà? Un giorno arriva un ragazzo che si chiama Marco a 32 anni di Firenze e ricco e mi fa battere il cuore talmente tanto che mi sento male, noi due si cominciato a conoscersi tramite una mia amica e si chiama Aurora, graazie a lei esco con lui a prendere un bel gelato e fare una passeggiata, ovviamente lui mi aiuta perchè ho difficoltà a camminare, ma a lui non gli importa se sono cosi, tutto un tratto mi fa i complimenti e io divento tutta rossa per timidezza ovviamente, mi chiede il numero di telefono e io glielo scrivo sul suo telefono, dopo una lunga passeggiata, mi accompagna a casa e mi dice che mi vorrebbe rivedere e io rimango stupita perchè non me l'aspettavo un ragazzo normale vorrebbe uscire con una come me che sono disabile..
       Passa la notte e io non vedo l'ora di vederlo, non si fa sentire e apro la porta di casa e me lo trovo davanti con le rose e mi porta a fare colazione e io odio fare colazione fuori perche mi vedono tutti come mangio male e lui mi dice di fregarmene e io lo ascolto, si esce e si va a fare un giro verso il Mare di Livorno, si sta abbassando il buio e si va a casa sua che è una villa enorme con i cani e i cavalli che mi piacciono moltissimo a me, io avverto mia mamma che dormo con lui e lui si prende cura di me, mi chiede se ho bisogno di aiuto a fare le cose e io gli dico di stare tranquillo, ci si mette a letto a vedere Netflix, mi abbraccia e mi fa sentire molto importante e in sicuro e io sento quella protezione che volevo da tanto, ma a lui non gli importa del sesso, lui gli importa solamente che sto bene e mi sento tranquilla, mi addormento nel suo petto e lui mi abbraccia e si addormenta anche lui. Lui si alza prima di me perche sono una dormigliona, mi prepara la colazione e me la porta a letto, e io mi sveglio con l'odore del nesquick che mi piace moltissimo e le fette biscottate con nutella, gli do un bel risveglio con un bel abbraccio e un bacio, mi aiuta a farmi la doccia e dopo mettermi i tutori e vestirmi, dopo la doccia, si va a fare un giro per la casa e vedo una porta chiusa di una stanza e gli chiedo cosa c'e dentro e lui mi fa capire che è una stanza dei giochi sessuali, e io dico che non me la sento di vederla perche ho un po paura adesso, mi ha detto di stare tranquilla, si va a fare un giro con i cavalli e io da li inizio a diventare scema perche mi diverto tantissimo... 
      mi sento veramente bene in tutti i sensi, lui mi propone di portarmi al cinema e io ci sto, e si va a vedere un film romantico e io mi appoggio a lui e lui mi da la sua mano e io gli do la mano, mando un messaggio a mia mamma che torno a casa e ti presento Marco e lei mi ha detto va benissimo, dopo il cinema si va a casa di mia mamma e si conoscono e gli piace moltissimo Marco e io sono felice e lui mi chiede il perche non c'è mio padre naturale e io gli dico che è andato via di casa quando avevo 6 anni e ho sofferto abbastanza perche ero un po gelosa di tutti ecco, per via della mia disabilità, e lui mi abbraccia fortissimo dicendomi che c'è lui accanto a me.. poi dopo cena, vado da lui a dormire e sto con lui un paio di giorni... si arriva a casa sua, mi chiede di raccontare la mia vita, ma un certo punto mi metto a piangere e mi fa molte coccole e un certo punto lui mette la mano dentro le mutante e io ci sto, inizio fare dei respiri strani e inizio avere caldo, inizia ad baciarmi totalmente da tutte le parti  e mi porta a letto, facciamo l'amore 2 ore perche noi andiamo molto piano anche per la mia situazione, mi chiede se sento male, ma gli dico di no, mi distrugge e io dormo subito e lui dorme accanto a me, abbracciarmi.. giorno dopo mi chiede se sto bene e gli dico di si e lui mi trova un lavoro come segreteria e io mi trovo veramente bene ma c'è qualcuno che mi da noia, e io faccio finta di niente e io lo blocco da tutte le parti, ma sa dove lavoro, e giorno dopo me lo trovo a lavoro, e io chiamo Marco ma c e l'ha occupato e io inizio avere paura, e scappo ma questo tizio c e la fa a prendermi e mi porta a casa sua e mi chiude dentro a una stanza. Marco vede le chiamate, messaggi e vocali e diventa pazzo perche non mi trova da nessuna parte e inizia a chiamare la polizia e i carabinieri, lo aiutano... ma non ci riescono, cosa succederà la prossima volta?
      Capitolo 2 
      Marco continua a cercarmi da tutte le parti, ma è inutile e passano giorni, è molto triste e preoccupato perche non sa cosa mi fa e cosa vuole da me. Intanto questo tizio mi ha chiuso in questa stanza, con un letto, cucina e una televisione e un bagno e dentro il frigorifero c'è di gia la roba per mangiare, ma io non mangio perche mi manca moltissimo Marco che è l'unico che mi fa sentire importante e amata, sono preoccupata perche non so cosa vuole da me questo tizio che mi ha chiuso in questa stanza bianca che mi sembra di stare in una stanza di ospedale e più ci stanno delle telecamere che immagino che mi sta controllando cosa faccio, ma nel fra tempo passano giorni e io inizio a stare male perche non mangio, ma bevo solamente acqua.. accendo la televisione, vedo delle notizie e poi appare il mio viso e la notizia che gira, e c'èra anche Marco che chiede di me, ma non si arrende mai e poi mai.. 
      Passa il giorno dopo, il tizio entra nella stanza e parliamo ma io ho ancora paura e non mi avvicino a lui perchè ho paura che mi fa del male, mi porta una torta alle mele, poi va via e mi dice che presto mi libera ma non sa quando, ma sono sospettosa chi c e dietro alla maschera. Mi faccio tantissime domande su questo tizio che non so nemmeno il suo nome, ma nel fra tempo penso a Marco che è solo e ho paura che gli succede qualcosa di particolare.. Marco inizia a fare un corso di polizia perche vuole diventare poliziotto per indagare sul mio rapimento e di questo Tizio che non si sa chi sia.. Passano mesi e Marco c'è l'ha fatta a diventare poliziotto, ma gli dicono che ancora deve aspettare a dargli il caso della sua futura ragazza che sono io. Questo tizio entra nella mia stanza con la vernice e inizia a verniciarla per farmi sentire a casa, ma non è cosi, inizio a fargli le domande, ma lui non mi risponde perche secondo me non vuole che sento la sua voce, io gli chiedo se posso vedere un po di luce di fuori, mi dice di no! Inizio a farmi delle domande perche non posso fare niente e cosa vuole da me questo tizio..  Passa 1 anno e a Marco gli danno il caso su di me e fa tantissime domande e inizia a chiedere in giro, ma nessuno gli dice niente, ma mentre va verso la macchina della polizia sente parlare una donna che dice che il suo figlio a rapito una ragazza e non si sa se la libera o l'ammazza ma dice subito il nome di questo uomo che si chiama Giuseppe, quindi Marco chiede a questa donna di andare con lui in centrale di polizia e la interroga e inizia a scrivere dove abita Giuseppe, manda a casa la madre.
       Questa donna si chiama Lucia che è la madre di questo Giuseppe che è il rapitore ma non gli ha detto alla polizia dove abita, quindi lei inizia a chiamare il suo figliolo dicendogli che la interrogata e iniziano le ricerche, allora Giuseppe inizia a fare le valige e viene da me in stanza e mi dice di prepararmi la mia piccola valigia, ma non so dove mi porta, inizia a bendarmi e io ho paura e poi mi mette anche una benda in bocca e mi lega i piedi e le mani, quindi Giuseppe mi prende in collo e mi butta dentro al bagagliaio e mi chiude. Allora Marco sa solo il nome di questo rapitore e ha paura che mi ha rapito e mi uccide, e anche Lucia la mamma di Giuseppe parte e va via da li da dove abita e raggiunge il figlio e partono e non so dove vanno, Nel fra tempo Marco va a casa di Lucia e inizia a indagare, ma trova solamente di Giuseppe piccolo, ma Marco dorme poco e va sempre a casa di Lucia per trovare qualcosa e trovare la via di casa di Giuseppe... il giorno dopo Marco sa dove abita Giuseppe e quindi ci va subito, inizia a chiedere hai suoi colleghi di venire con lui e vanno sul posto e inizia a urlare, Amore mio sto arrivando a prenderti! Inizia a bussare la porta e non risponde nessuno, quindi l'apre e inizia la ricerca e va in questa stanza e non trova nessuno solamente un messaggio mio dicendogli: stai tranquillo che tutto passa e ritorno da te, ricordati che ti voglio bene e ti amo veramente, grazie di esistere, ma sotto il letto trova un indizio che è il mio braccialetto dentro un altra stanza c e un messaggio per Marco dicendogli che non la troverà mai e di dimenticarla totalmente senno l'ammazza o vuole i soldi. 
      Marco inizia andare in crisi e si mette a piangere perche a paura che non ci riuscirà e rischia di andare avanti. Io sono sempre dentro al bagagliaio e mi faccio tantissime domande e vivrò? Lo sento parlare e dice al telefono vuole che io divento la sua donna e la mamma di suoi figli.. E' quindi inizio a farmi delle domande e dico: Eccoci sono nella merda! Io non so nemmeno il suo nome e la sua faccia, non è possibile. Ci si ferma e sento salire sulla macchina un altra persona ma non so chi sia, quindi inizio ad avere molta paura...  sento la nave e non so dove mi porterà? cosa succederà la prossima volta?
      Capitolo 3 
      Giuseppe intanto esce dalla macchina insieme alla mamma e dicono di andare a un posto molto lontano cosi possono dimenticarla totalmente e perdere le tracce.. io sono sempre dentro al bagagliaio e quando sento entrare in macchina chiedo al tizio mi scappa la pipi e quindi lui mi porta da qualche parte della nave che non mi vede nessuno, mi fa fare la pipi e quindi mi dice: Muoviti! E' ritorno in macchina di nuovo, ma inizio ad avere fame e sete, ma a lui non gli interessa questo.. 
      Giuseppe dice che siamo arrivati in questo posto isolato e c e una casa abbandonata e quindi mi chiude dentro a questa stanza che non c'è niente e mi leva tutte le fasce e io vedo la luce e dico che bello qui!! Ma non so come si chiama sia lui e sia questa donna nel fra tempo Marco inizi a fare un percorso di terapia mentale e i suoi amici gli stanno vicino. Sono passati ben 1 un anno, gira voce che io sono morta e torturata,  mi hanno fatto morire dentro a un fiume, allora Marco legge la notizia e inizia ad stare male tantissimo e non c'è l'ha fa ad andare avanti, esce con gli amici e non gli cambia niente e il pensiero fisso di me e si fa tantissime domande, perche me l'anno ammazzata e lasciarla li, per quale motivo, allora Marco inizia a chiamare la mia mamma, e il mio ex migliore amico e la sua donna e contatta anche Romina la mia ex amica e Marco chiede di incontrarci tutti quanti e si vedono, lui comunica che io sono morta dentro a un fiume e mi hanno lasciata li morire da sola, allora chiedono tutti di mandarci il corpo suo, e quindi aspettano il corpo per fare il funerale, tutti quanti stanno malissimo e sopratutto mia mamma non si arrende, lei crede che sono ancora viva perche lo sente dentro al suo cuore, ma non dice niente a nessuno. 
      Io sono dentro a una stanza e inizio a chiamare questo Tizio, dicendogli che devo farmi la doccia e camminare un pochino, lui si mette la maschera e mi porta un po a camminare e vedo da lontano una casa con delle persone, allora inizio a dire AIUTO AIUTO!! gli pesto il piede, e provo a scappare, ma lui ci riesce a prendermi e mi mette dentro a questa stanza chiusa senza finestre e altro, e io dico: e che cavolo di nuovo dentro? Non è possibile ecco!! Ma quella casa con pieno di gente sono gli amici di Giuseppe e quindi non la possono aiutare. Giuseppe manda il corpo che non è mio, il giorno dopo il distretto di polizia comunica a Marco che la bara è arrivata, e quindi lo va a prendere la bara e la porta alla mia mamma e dentro la sua casa c e Romina e il suo ex migliore amico con la sua moglie. Inizia il funerale e Marco sta veramente male che si avvicina alla bara e sotto la bara c e un foglio strano e lo mette in tasca, e la porta al cimitero e lui ritorna nella sua villa con i cani e i cavalli... Mia mamma chiama Marco dicendogli che non ci dobbiamo abbattere e si risolve tutto, ma nel fra tempo Romina vede ultimo messaggio mio dicendogli di aiutarmi perche ho troppa paura e stargli accanto a Marco, quindi Romina contatta Marco per uscire, ma Marco gli dice di no perche sta molto male per via di me che non ci sono più, Io sono ancora dentro a questa stanza buia è l 'ora della cena e mi porta la cena e mi dice niente, io mangio tantissimo e mi addormento subito perche dentro l'acqua c'era la pasticca magica per addormentarmi.. 
      Sono passati diversi giorni e va a distretto di polizia e va nella sua stanza e analizza questo foglio che era sotto la bara e trova delle iniziali del posto che è Africa, quindi lui fa le ricerche e altro ma non trova niente su niente, quindi compra un biglietto della nave e parte, il giorno dopo sbarca in Africa e mostra la mia foto, nessuno non sa niente, e anche li perde la speranza, ma aspetta, sente una donna che è la ragazza dell amico di Giuseppe che a sentito urlare una persona disabile dicendo Aiuto Aiuto!! allora Marco parla con questa donna che è la ragazza dell'amico di Giuseppe e gli dice che forse si è sbagliata perche vede il timbro della polizia, e dice il nome del suo ragazzo che si chiama Mauro che è l'amico di Giuseppe e allora Marco ritorna in italia e si mette a lavorare al distretto di polizia di Firenze e scopre che questo Mauro è anche lui un rapinatore di persone e quindi si fa tantissime domande e dico che da solo non c'è l'ha faccio, ma poi si rifa tantissime domande dico, è meglio che io mi faccio un altra vita perchè sennò mi faccio tantissime seghe mentali... cosa succederà la prossima volta? 
      Capitolo 4 
      Marco continua a fare il poliziotto e arriva una nuova collega e si chiama Maura loro fanno delle indagini insieme e iniziano a collaborare, c'è una forte attrazione tra di loro, ma lui non mi dimentica mai, la collega sa di me e cerca di farlo pensare ad altro e vorrebbe che si dimentica di me per pensare a lei. Tra i due escono e vanno al cinema e si danno mano per la mano e lui ci sta molto volentieri e crede che un giorno scoppiera di nuovo un amore forte come l'ha provato con me, Marco invita Maura a casa sua e dormono insieme e si coccolano moltissimo, lei vorrebbe fare sesso, ma lui dice: adesso non me la sento, scusami! lei lo capisce e dormono abbracciati. Il giorno dopo lui prepara la colazione per lei e la sentire importante e crede che con lei va alla grande, continuano a lavorare insieme, sono passati ben 7 anni e Marco chiede a Maura di sposarlo e preparano la cerimonia, dopo la cerimonia partono e vanno in Spagna e fanno l'amore quello passionale e passano diverse settimane, lei non gli arrivano le sue cose e fa il test di gravidanza è Positivo, quindi comunica a Marco che è incinta. 
      Sono passati 9 mesi e il suo bimbo si chiama Mattia, quindi pensano al bimbo e passano i giorni e lui lo coccola e lo abbraccia fortissimo e la sua futura moglie fa le faccende di casa ecc ecc, passano diversi mesi, e il bimbo comincia a camminare e quindi Marco inizia a portarlo fuori e hai giardinetti insieme alla sua moglie, è venuta la sera e addormentano il bimbo e loro si mettono a letto e fanno di nuovo l'amore e lei altri giorni non gli arrivano le sue cose e fa di nuovo un altro test di gravidanza è di nuovo incinta e lo dice a Marco e il suo figlio Mattia che dentro la pancia della mamma c'è il suo fratellino o una sorellina.  passano altri 9 mesi e nasce la sua bambina che si chiama Isabella, il fratello maggiore Mattia che a 2 anni inizia a soclializzare con la sorellina appena nata.. Marco e Maura decidono di ritornare a Firenze e fare i battesimi hai bimbi, quindi prendono la nave dalla spagna e arrivano al giorno dopo, nel porto l'aspettano tutti i suoi colleghi di polizia e gli amici di Martina, ma lui dice per ora che si è dimenticato di martina perche si è sposato e a due bellissimi bambini e Marco e Maura tornano a lavorare distretto di polizia a Firenze e i bimbi stanno con la nonna di Maura. 
      Nel fra tempo io mi sono appena svegliata per diversi giorni e mesi ho dormito come un pascià, sono dimagrita tantissimo e il tizio mi ha fatto una casa tutta mia attrezzata, quindi inizio a cucinare per me, il tizio e questa donna, che non so nemmeno come si chiamano e quando mi liberano, ma ho anche la televisione, l accendo e vedo la notizia mia che sono morta e tutti stanno malissimo per me, e io inzio ad agitarmi con questo tizio, dicendogli: sei uno stronzo perche hai fatto credere a tutti che sono morta! te sei un malato di testa credimi!! il tizio inizia a parlare dicendogli che io sono la sua donna e schiava, ma io non ci sto. Cala la notte e tutti dormono, io di nascosto, inizio a rubare i primi soldi e il telefono di questa donna io faccio una buca sotto il letto e ci metto i soldi e il telefono e lo copio con la terra, il giorno dopo faccio finta di niente e loro non si accorgono di niente, faccio da mangiare per me, per il tizio e per questa donna, e poi mi hanno invitato ad uscire con loro due e quindi inizio a scoprire come si chiamano, lui si chiama Giuseppe e questa donna si chiama Lucia.
      Cala la notte e loro due dormono profondamente e io inizio a chiamare mia mamma e gli dico che sono viva e di stare tranquilla che torno presto, mia mamma scoppia a piangere al telefono perche non si è mai arresa e dice che l'aspetto con le braccia aperte e quindi, ci stiamo solamente per 10 minuti al telefono, e io chiedo  di Marco e mia mamma dice che si è fatto una vita e si è sposato e a due bellissimi bimbi, e io scoppio a piangere e dico a mia mamma, che torno presto da te, ricordati che ti voglio davvero bene. chiudo il telefono e inizio a piangere come non so cosa, esce fuori Giuseppe e mi vede piangere e mi dice cosa sta succedendo, ma io gli dico solamente che ho mal di pancia assurda e mi porta a letto e mi copre e va via, io scendo dal letto e metto il telefono spento dentro a questa buca e la copro e ritorno a letto, mentre dormo sento dei rumori e lui mette la mano sotto il letto e scopre che ho i soldi e il telefono e quindi mi lega i polsi e i piedi. 
      cosa succederà alla prossima volta? 
      Capitolo 5 
      Questa mattina mi sono svegliata tutta legata e non posso fare niente, nemmeno scendere dal letto, mi sono trovata davanti Giuseppe, aveva in mano un vibratore, e inizia a farmi dei ditali fortissimi e poi dopo mi mette un vibratore dentro per farmi fuori, e ci riescono tantissimo che Giuseppe sa che io sono morta, inizia a violentarmi e picchiarmi in faccia e tirarmi la testa mentre mi violenta e perdo i sensi e moltissimo sangue. Giuseppe sa che a esagerato e non come fare e allora chiama la sua mamma Lucia dicendogli che mi ha ammazzato e chiama 118 e corre all'ospedale e mi attaccano la flebo e io inizio ad aprire gli occhi e inizio a parlare con la infermiera per sapere cosa sta succedendo, mi dicono che si è rotto le anche e non posso piu camminare con i tutori, inizio a piangere cosi tanto che chiedo di parlare con la polizia, viene un carabiniere e parla anche in italiano e gli racconto che sono stata rapita per 7 fottitissimi anni e lo voglio denunciarlo e metterlo in carcere perche mi ha fatto una violazione di persona e una violenza sessuale, allora il carabiniere, lo arresta per violenza e anche sua mamma Lucia perche è complice quindi vanno tutte e due in prigione e io prendo i soldi di Giuseppe e ritorno in Italia a Firenze dalla mia mamma e i miei amici, ma dico alla mia mamma che devo stare in questa sedia a rotelle fissa perche quello stronzo di Giuseppe mi ha fatto del male e mi ha rotto le anche. 
      Inizio ad contattare il mio migliore amico e la sua moglie, ma loro non ci credono che sono viva perche hanno fatto il funerale, allora mi presenta davanti a loro, e ci abbracciamo fortissimo fino a farmi mancare il respiro, contatto anche Romina e ci vediamo, ma a lei non gli importava niente se ero viva o morta, perche si sentiva libera, adesso che sono ritornata a vivere, ma il problema che sto in una sedia fissa e non posso piu muovere le mie gambe con l'aiuto con i tutori.. Sara cambia idea e facciamo pace, mi sta vicino ma passano mesi, e cambia idea e inizia ad offendermi e fare bullismo contro di me, ma io questa volta la denuncio e la mando in carcere. Ritorno a fare musicoterapia e mi trovo veramente bene e suono il tampuro, torno a casa e mi trovo una lettera di Giuseppe che mi dice: che ritornerà a prendermi, io inizio ad avere veramente paura, vado a distretto di polizia e mi riconoscono tutti e mi dicono SEI VIVA!! EVVIVA!! e io dico si sono viva, sono stata via solamente per 7 anni per colpa del rapinatore di persone, e potete dire che non mi deve più cercare sennò va a finire male, grazie, allora i poliziotto va in carcere da Giuseppe e dice di dimenticarmi per sempre sennò ti ammazza.... 
      Allora io contatto Marco e gli dico tutta la verità, ma lui non ci crede che sono ancora viva, allora ci vediamo a un parco vicino a casa mia, e mi dice, sei tu? e io con le lacrime nei miei occhi gli dico di si!! E ci abbracciamo fortissimo, ma lui mi dice che lui è sposato con la sua moglie con i bimbi, ma vede la mia situazione che è molto grave e inizia a farsi delle domande e allora mi accompagna a casa e io vado a letto presto con l'aiuto di mia mamma. Marco va in distretto e scopre che nella bara c'è un altra persona e quindi va al cimitero e la apre ed è di un altra persona che è stata ammazzata da Giuseppe, allora la pena è di 10 anni di carcere, e quando me la detto Marco che Giuseppe è in carcere per 10 anni e io sono davvero contenta e tranquilla per 10 anni.  Intanto tra me e Marco inizia di nuovo una storia d'amore nascosta, ma lui rischia troppo perche a due bimbi e la moglie, ma pensa di separarsi da loro, e alla fine Marco va da Maura e i suoi bambini dicendogli che non gli importa niente e amo un altra persona, e allora loro si separano, ma lei rischia di non farli piu vedere i bambini e si farà una nuova vita con i nostri bimbi.. 
      Marco gli da solamente i soldi per correttezza per i bimbi e ogni tanto li vado a prendere per portarli al cinema e il gelato, Maura ci sta e gli va benissimo questa cosa.
      Capitolo 6 
      Marco compra una macchina apposta per me e modifica la sua villa per me perche vuole che io e lui ci si sposa e stiamo insieme per tutta la vita e ogni tanto vedo i suoi bambini, ma per me non ci sono problemi, faccio amicizia con il cane perche è un labrador e lo insegno moltissimo a fare le cose. Sono passati ben 10 mesi e io mi sento sempre bene con lui e amata e per lui non è un problema niente di me, e quindi iniziamo a pensare al nostro bellissimo matrimonio e si sposano e scappano via e vanno a vivere a Tenerife ad abitare perche la vita li è bellissima e posso stare molto tranquilla... 
      Giuseppe è ancora in carcere e scopre che si è sposato con questo poliziotto Marco e sono andati a vivere a Tenerife, ma lui a tantissimi soldi e chiama il suo avvocato e gli dice di voler uscire dal carcere e paga ben 5 mila euro per uscire, ma non si sa cosa vuole fare. 
      cosa succederà la prossima stagione? 

    • Erano quaranta perle bianche per lato. Quaranta minuscole perle ad impreziosire quella scollatura, che una vera scollatura non era. Non si trattava di un vestito degno di una donna nobile, ma non era nemmeno un vestito da serva. Era un vestito elegante e bello, ideale per quella figura sfuggente che ero. Una stoffa quasi trasparente avvolgeva dolcemente il mio corpo piatto, non ancora sviluppato in quasi nessun aspetto. A vederlo da lontano, quel vestito grazioso, quella stoffa, aveva qualcosa di impossibilmente leggero. Sembrava una grande piuma, la piuma di un grosso pavone bianco, fatto di tanti filini di una seta finissima. Una nuvola, ecco cosa sembrava. La trasparenza aumentava lungo le maniche, attribuendomi qualcosa di fatato, che non sarei riuscita ad immaginare nei miei sogni più fantasiosi. Il vestito era troppo semplice per appartenere ad una nobildonna, eppure qualsiasi principessa, da qualsiasi parte del mondo, si sarebbe sentita invidiosa di quel tessuto e della bellezza che attribuiva persino ad una ragazzina semplice come me. Certo, un po' si notava che non fosse stato progettato per un corpo talmente gracile, ma qualcosa attribuiva a quella scena un'atmosfera quasi magica, che copriva quei dettagli del tutto secondari. Le maniche erano ancora troppo lunghe per quelle piccole braccia, le spalle non riempivano completamente la parte superiore. Sulla schiena i lacci del vestito erano stati stretti fino al limite, ma ancora si piegava e fluttuava sul mio corpo, come se io fossi un manichino troppo piccolo. Una farfalla, ecco cosa ricordavo. Io tutta sembravo fluttuare, non toccavo veramente per terra. Mi muovevo con fare grazioso, mentre la stoffa scivolava sulla mia pelle. Ero bianca quasi quanto quel bellissimo vestito, ma non sembravo oscena. Il mio candore si sposava perfettamente con l'indumento, si completavano a vicenda, ma d'altronde non c'era ombra di dubbio che fossimo fatti l'uno per l'altro, io ed il vestito. In contrasto a tutto ciò, dei riccioli ramati cadevano sulle mie spalle con leggerezza ed allegria. Avevo le fiamme in testa, come diceva mia madre. I miei capelli di solito facevano di testa propria, erano quasi indomabili, ma quel giorno anche loro risultavano più eleganti. Non c'erano molte cose a decorarmi la testa, giusto un piccolo diadema fatto delle stesse perline che erano state utilizzate sul vestito. Al collo portavo una collana piccola e trasandata, che però mi rifiutavo di togliere. Era della mia sorellina, e forse sarebbe stata l'ultima cosa a ricordarmela, una volta lontana. Le scarpe erano anch'esse adornate da perle pregiate, che andavano dal bianco ad un azzurro appena accennato. Di azzurro c'era anche la perla dell'anello nuziale e un unico fiocco sulla mia pancia. Un po' mi chiedevo che senso avesse quel colore tanto freddo, ma io non avevo molta voce in capitolo, quindi ogni critica sarebbe stata vana. Il mio sguardo sfiorò appena il mio stesso volto, quando mi ritrovai davanti allo specchio, eppure quel momento bastò per farmi sorgere una marea di dubbi; non somigliavo a nessuno della mia famiglia, né padre, né madre, né fratelli, né sorelle. Eravamo diversi anche caratterialmente, e alcune volte, quando avevo molto tempo per guardarmi in uno specchio, mi chiedevo dove mi avessero trovata. Certo, occasioni del genere erano più uniche che rare, quindi forse semplicemente non ero riuscita ancora a studiare i miei stessi dettagli davanti ad uno specchio e confrontarli con quelli degli altri a sufficienza, ma già solo al tatto la mia pelle mi sembrava diversa dalla loro. Faceva strano vedermi col viso ed i capelli pulitissimi. Era strano vedermi senza sporcizia nel viso, pettinata perfettamente e vestita in quel modo. La vita non mi aveva mai concesso il lusso di essere bella, fosse anche stato solo per un'oretta. I miei genitori un tempo avevano avuto una vita normale, ma poi in qualche modo dei debiti li avevano obbligati alla servitù presso un nobile signore, il signor Heatswey, tutto ciò prima della nascita dei loro figli, che però ne stavano ancora risentendo. Mi toccai i capelli, abbassando lo sguardo. Ero bellissima, e mi vergognai per averlo pensato; non ero mai stata una persona dal forte narcisismo, anzi, non avevo mai dato peso al mio aspetto, ma forse erano le circostanze a farmi capire quanto fossi donna, nonostante la mia giovane età. Quindici anni, esattamente. Non ero più una bambina, stavo sbocciando come un bellissimo fiore, mi sentivo proprio cosí, solo che non mi ero mai ritenuta bellissima. Ero molto giovane rispetto al mio sposo, forse troppo giovane per reggere i desideri di un uomo talmente maturo, perciò i miei genitori avevano preso accordi sulla gestione del mio matrimonio nel momento preciso in cui il nobile uomo al quale appartenevamo, aveva annunciato che mi avesse venduta come sposa al ricco mercante, che si era presentato poco dopo a casa nostra: avevo un anno di tregua, un anno intero per prepararmi mentalmente a tutti gli obblighi e doveri di una brava moglie. Prima del termine di quel loro accordo, lui non avrebbe avuto permesso di toccarmi a meno che io non lo avessi desiderato, e saremmo vissuti come due estranei che per caso si trovavano nella stessa casa. Non sentivo rancore per essere stata venduta, era necessario e lo sapevo. Il nobile da cui lavoravamo si era preso anche un po' carico della mia famiglia, concedendole di servirlo invece di pagarlo, aveva avuto, nel suo piccolo, spese aggiuntive ed era solo giusto che cercasse di riprendersi i suoi soldi in quel periodo di crisi. Ci aveva sempre trattato col massimo rispetto. I miei genitori mi avevano preparata sin dall'infanzia ad un momento del genere e mi avevano fatto capire che fosse solo giusto così. Almeno il mercante aveva pagato bene per me, e sicuramente si sarebbero divertiti alla festa e avrebbero mangiato bene. Eppure ero triste, davvero triste. Era difficile lasciare i miei genitori, forse trasferirmi in paesi lontani e non sapere se avessi avuto modo di rivederli, ma ancora più difficile, quasi struggente, era lasciare mia sorella. Lei era l'unica ragazza dopo di me, gli altri erano tutti maschi, quindi tra noi era sorto un legame davvero intimo, eravamo sorelle, non solo di sangue ma anche di spirito. Eravamo inseparabili, e non vederci con frequenza da quel giorno in poi mi provocava un certo dolore che raggiungeva sfere fisiche. Mi accarezzai le guance per non piangere e decisi di voltarmi. Ecco mia madre, quella bellissima donna. Il suo corpo rotondo era stata la cosa che avevo abbracciato da piccola, quando facevo brutti sogni, e solo ora mi rendevo conto di quanto fossero stati preziosi quei momenti. Mi chiedevo come si fosse sentita mia madre al suo matrimonio, se avesse avuto sulle labbra il suo bellissimo sorriso. Mia madre era un angelo sceso per donare felicità a chi guardava il suo volto, anche se lei stessa non sempre era felice, e sul suo viso vivevano tanti segni di una vita fin troppo difficile per una donna fragile quale era lei, nonostante la sua stazza e le spalle forti. A volte, guardandola, sembrava di poter leggere un libro davvero triste, pieno di rassegnazione ed insoddisfazione, ma solo le persone più vicine a lei notavano quelle cose, e solo raramente lasciava trasparire quel lato. Poi c'era mio padre, un uomo fallito ma non in senso negativo, un uomo che semplicemente non era baciato dalla fortuna, ma che metteva un po' del suo cuore in tutto. Anch'egli era fragile, seppur avesse costruito una corazza intorno a sé e vivesse solo per la famiglia, nascondendo i suoi pensieri oscuri. Erano una coppia così bella, e nonostante la loro bellezza fisica fosse ormai lontana anni e anni, qualcosa in loro bruciava continuamente. 
      I miei fratelli erano già nella chiesa in cui si sarebbe svolta la cerimonia, a pochi passi dal luogo in cui mi stavo preparando. Per un attimo la mia mente si affolló di pensieri, e tutti riguardavano il mio futuro. Mi chiedevo come sarebbe stata la mia vita da quel giorno in poi, al fianco di che tipo di uomo mi sarei ritrovata. Osservai allo specchio i miei lineamenti aggraziati, mi sfiorai con le punte delle dita. Mi sentivo bene e felice, ma anche tanto sbagliata e triste in quel momento. Non ero pronta per un uomo, per essere una donna di casa. Io era pratica, ero brava a fare le cose da ragazzo, ma sapevo anche sbrigare le faccende di casa, non voglio dire che fossi proprio negata nelle cose tipiche da ragazza... ero solo più adatta a stare fuori ed occuparmi di legna da ardere, di caccia e della riparazione di utensili e della casa. Ero fine ed elegante quando dovevo, ma sentivo che un'esistenza passata a fare la donna di qualcuno non fosse proprio quello che desideravo dalla vita. Sentii una piccola lacrima salirmi all'occhio e decisi di non pensarci, in fondo non sapevo ancora nulla riguardo al mercante, conoscevo a malapena la sua età, che si aggirava intorno alla quarantina di anni, ed il suo nome. Magari era un uomo buono e dolce, o magari non gliene sarebbe importato nulla di me. Girai la testa giusto il necessario per vedere il volto di mia madre. Sorrideva e aveva le lacrime agli occhi. Non aveva mai visto sua figlia in vestiti talmente belli, era comprensibile. Mi aggiustó una spalla, che era scivolata un po' troppo in basso, e poi mi fece girare. Probabilmente si stava vedendo un po' riflessa in me, non tanto per l'aspetto quanto per la paura che stavo traspirando da tutti i pori. Non riuscivo a trattenermi, ero troppo emozionata, mi stava scoppiando il cuore. Mi sfiorò dolcemente il viso e mi bació la fronte. Mi prese la mano e attese che iniziassi a muovermi. Mi accompagnó fino a quando fummo scese le scale e uscite, ritrovandoci quindi di fronte alla Chiesa, dopodiché si allontanò con mio padre. Quella casetta era stata presa in affitto appositamente dal mercante in modo che tutta la mia e sua famiglia potesse prepararsi alla cerimonia. Della sua famiglia non era venuto nessuno, in realtà. 
      Prima di sparire completamente dalla mia vista, mia madre mi sussurró ultime parole di conforto.
      《 Sei bellissima, Elaine.》Lessi quelle parole sulle labbra di mia madre, e mi sentii subito fiera di me. Sospirai per trattenere le lacrime che sembravano combattere per uscire. Mi sentivo male, non volevo entrare in quella chiesa, non volevo sposarmi. Sentii della musica suonare dall'interno, il segno che fosse arrivato il momento per me di entrare. Mio padre mi stava attendendo, voleva portarmi all'altare e vedere compiere finalmente quel gesto, che mi avrebbe assicurato un futuro da donna benestante. Una leggera pelle d'oca mi attraversò il corpo, dei brividi freddi scesero lungo la schiena mentre intraprendevo quei faticosissimi passi. Qualcosa mi tratteneva, ma dovevo procedere, quindi camminavo con fatica verso la porta del mio destino. Mentre cercavo la porta, il nodo nella mia gola cresceva a dismisura. Mi ritrovai nella sala senza sapere come, tutti i volti intorno mi parvero delle maschere ed il mio leggero vestito sembrava trasformarsi in piombo. All'altare vidi il mio sposo, mio padre mi prese per il braccio e mi accompagnó da lui, e da quel momento in poi tutto assunse una certa meccanicità per me. Non riuscivo a percepire molto di quello che stava succedendo intorno a me, era un po' come vedere tutto chiaramente ma non riuscire a capire nulla, in fondo. Forse era la paura a farmi un effetto strano, a creare quel senso di nausea. Mi risvegliai quando il mercante mi baciò la fronte, sentii applausi, vidi i volti sorridenti dei miei famigliari, e mi sforzai a sorridere con loro, risultando quasi patetica. Tutte le altre cose successero in fretta e li vissi come in una sorta di trance. Mi ritrovai nell'osteria a festeggiare. Mio padre aveva bevuto un po', mia madre ballava con i miei fratellini, il mercante, il cui nome era Olaf, parlava con suoi amici e colleghi. Aveva raccontato che quella osteria fosse sua, ed in effetti non era nemmeno lontana da casa sua, quindi probabilmente non mi aveva mentito. Aveva tante case, sparse un po' ovunque. Realizzai con un certo terrore che, da quel momento in poi, quella sarebbe stata anche casa mia, almeno per il periodo in cui saremmo rimasti in città. La cosa mi sembrò soffocante. Decisi di fare come mio padre e bere qualcosa, anche se quel vino mi diede una nausea insopportabile dopo il primo calice, senza che nemmeno sentissi un minimo di ubriachezza. C'era fin troppa gente, troppi invitati, non mi sentivo a mio agio ed inoltre tutti sembravano scrutarmi come un animale, come carne da macello che andava ispezionata prima di essere venduta. Credetti persino di riuscire a sentire delle signore anziane parlar male di me, e tutto sommato il clima per me non era particolarmente caloroso. Mi sentivo strana quando camminavo, come se il pavimento sotto i miei piedi stesse per cedere. Il mio corpo sembrava volermi far capire quanto fosse tutto sbagliato, agendo dall'interno, facendomi stare male. Infine decisi di restare con mia sorella, con lei mi veniva facile fingere di essere felice, lei era troppo piccola, dovevo nasconderle quanto fosse crudele a volte la vita. La trattavo come il mio stesso cuore, nulla di brutto doveva toccarla. Passai la serata in quel modo, mangiai moltissimo, per la prima volta nella mia vita riuscii ad assicurarmi due pezzi interi di una torta che ritenni squisita, ed infine, nonostante tutte le cose negative, decisi che ci fossero anche aspetti positivi in quella sera, e in quel matrimonio in generale; sicuramente avrei avuto sempre abbastanza da mangiare, un letto comodissimo, una bella casa con un caminetto acceso nelle serate gelide, vestiti pregiati e belli, amici importanti. Avrei potuto dare cose alla mia famiglia, indumenti e cibo, ed il prezzo da pagare in cambio non mi sembrava nemmeno troppo alto. Certo, rimaneva un retrogusto amaro, ma era il mio destino sacrificare la possibilità di trovare l'amore della mia vita per il bene di tutti. Non ero mica l'unica, di tutte le donne che conoscevo, nessuna si era sposata per amore. Non era qualcosa a cui aspirare, più che altro appariva come una leggenda nella quale sperare.
      La mezzanotte era passata da un bel po' quando il mio sposo ed io decidemmo di ritirarci a casa, che io ancora non avevo mai visto dall'esterno. Era un villone dai colori chiari e gentili con delle grandi finestre, a poca distanza dall'osteria. Quello non fu un cammino lungo, a differenza di quello che avevo percorso per arrivare all'altare. Mi sentii felice di potermi finalmente sdraiare e riposare e fantasticare sulla mia vita futura. Appena varcata la porta mi accolse un odore dolce di spezie e fiori. Due signore gentilissime presero il mio cappotto e mi fecero accomodare sul divano. Erano le signore che si occupavano della casa, e da quella sera a venire si sarebbero occupate anche di me. Il pensiero che quelle due signore fossero una sorta di serve personali per me, mi lusingava e mi faceva sentir felice, perché erano davvero delle donne dolcissime. Mi aiutarono ad uscire da quel bellissimo vestito e quasi tutti gli indumenti intimi ed infilarmi nella mia veste da notte, una mi pettinò i capelli, mentre l'altra mi preparava la stanza. Per quel breve momento mi sentii davvero benvenuta e a casa, ed il pensiero di rimanere là per tutta la vita, mi sembrò un sogno irreale e magicamente felice. Era uno di quei sogni dai quali doleva risvegliarsi. Le due signore mi consegnarono preparata ad Olaf, che nel frattempo si era vestito in modo più leggero, con dei pantaloni decisamente più comodi ed una camicia meno soffocante. Dovetti ammettere che non fosse un uomo brutto, e forse prima o poi mi sarei potuta abituare a lui, al fatto di svegliarmi accanto a lui. Forse, e dico forse, non avrei trovato problemi a regalargli il mio corpo ed il mio onore, conoscendolo meglio. 
      Olaf volle portarmi su per le scale, nella mia stanza, di persona, quindi le due donne ebbero il permesso di ritirarsi nella loro dimora, una casetta a parte, annessa attraverso un corridoio alla nostra villa. Pure casa della mia famiglia era annessa a quella del signor Heatswey in quel modo, solo che la villa del signor Heatswey era decisamente più piccola. Olaf prese la mia mano e mi accompagnó di sopra. Salendo le scale ebbi modo di vedere una parte della casa che non avevo ancora scorto, così bello e pieno di decorazioni. Vivere là mi sembrò qualcosa di paradisiaco, avrei passato le giornate a studiare tutti quegli angoli belli ed artistici. Magari avrei iniziato a disegnare, essere artista in quel luogo colorato era quasi d'obbligo, un gesto spontaneo. Quando Olaf aprì la porta di quella che sarebbe stata la mia stanza per un anno, mi si fermò il cuore; non avevo mai visto nulla di più bello in vita mia, nulla di più accogliente. Il pavimento era di un marmo dal colore giallastro, tendente un po' ad un rosa spento, non troppo acceso. Ricordava un po' una versione sbiadita del colore delle mie pochissime lentiggini, e quindi amai quel dettaglio già solo per quello. Il mio letto a baldacchino era poco più piccolo di un letto matrimoniale, lavorato in legno massiccio e scuro che contrastava benissimo il rosa antico della coperta e del cuscino. Sotto quella coperta dovevano esserci almeno altre venti coperte, tanto che era soffice e grosso, non avrei mai più patito il freddo durante la notte. Il materasso doveva essere morbido, immaginavo che dormire su di esso fosse come dormire su una nuvola. Sul davanzale della finestra c'erano dei fiori, che somigliavano tanto ai fiori che qualcuno aveva dipinto amorevolmente sull'armadio, dello stesso legno scuro e massiccio del letto. Il soffitto invece era azzurro e ricordava tanto un cielo d'estate. Gia riuscivo a vedermi sdraiata lì, ad immaginare mille cose la sera, osservando quel mio piccolo pezzo di cielo personale che, pur non potendo subire cambiamenti come un cielo reale, manteneva un certo fascino. Scorsi solo alla fine delle bambole di porcellana negli angoli. Non avevo mai avuto bambole in vita mia ed il pensiero di poterle finalmente toccare con le mie mani mi sembrò surreale. Sfiorai con le mani le tende del mio letto e capii che si trattava di finissima seta. Mi venne quasi da piangere dall'emozione, ero commossa, ma riuscii a trattenermi solo per non fare brutta figura con lui.
      《 Perdonami se è così semplice, ma non sapevo cosa potesse piacerti, quindi non ho fatto modificare troppo la stanza.》Mi sorrise, poggiando la chiave della stanza sul comodino. Non seppi cosa rispondere in quel momento, mi mancava il respiro. Iniziai a ripetere mentalmente le sue parole una ad una, come a studiarle.
      《 Semplice...》Sussurrai infine. Lui sorrise di nuovo, quando mi voltai a guardarlo. C'era qualcosa nei suoi occhi che non mi piaceva affatto, ora che avevo modo di osservarli più a fondo. Erano freddi e crudeli. Mi sfiorò le mani e per un attimo ebbi paura. Era come se mi attraversasse un fantasma, come se una scossa elettrica percorresse il mio corpo. Tra di noi crebbe una strana tensione che mi mise ansia; qualcosa lì non era giusto, lo sentivo.《 Mio signore...》Decisi di interrompere la serata lì per non dar modo alle mie paure di prendere il sopravvento, e per non dare modo a lui di spaventarmi ulteriormente. Dovevo essere solo felice quella sera, ero intrappolata in un dolce sogno.《 Sono molto stanca, credo di voler dormire ora...》
      《 Elaine...》Mi interruppe. Sentii dei brividi scendermi lungo la schiena, la mia testa stava iniziando di nuovo ad andarsene per fatti suoi, quasi a volermi proteggere dalle cose brutte, ma questa volta riuscii a non ricadere in qualcosa di meccanico, le impedii di abbandonarmi.《Non ti sei mai chiesta perché ho scelto proprio te?》Ora teneva strette le mie mani. Ebbi paura. Io me lo ero chiesta, avevo studiato ogni dettaglio di quel matrimonio, e quella era una di quelle cose a cui non avevo ancora trovato risposta.
      《 Sì, in realtà...》Balbettai. Avevo abbassato lo sguardo dalla paura. Ero un esserino debole anche di carattere, non riuscivo a sostenere il suo sguardo.
      《 Ti osservo da un po' di tempo. Sei una ragazza bellissima, ma non bella nel senso stretto. Tu hai una bellezza pura, è qualcosa che viene da dentro di te, che mi attira.》Si avvicinò a me, che ora tremavo come una foglia. Riuscivo a sentire l'odore del suo alito, la cosa mi fece abbastanza schifo.《 C'è dell'innocenza in te, e questo mi piace. Se raccogli un fiore, scegli quello più bello, quello che più smuove qualcosa in te, e vedendo te ho sentito il bisogno di appropriarmi di te, come tu faresti con un bel fiore.》Mi accarezzò il viso. Mi creò disagio sentire quelle mani ruvide sul mio volto, erano leggermente sudate e non volevo avere il suo sudore addosso. Le mie labbra tremavano dalla paura, stava succedendo qualcosa che non era giusto per me, qualcosa che faceva male ancora prima di iniziare. E poi quella frase era davvero strana.
      《 Ma mio signore...》Sussurrai, cercando con tutte le mie forze di sorridere. Le mie guance si stavano tingendo di rosso, lo sentivo. Ogni volta che succedeva le sentivo tirare, come se qualcuno mi avesse tirato schiaffi e pizzicotti.《 Strappando un fiore lo si ferisce, lo si priva della sua vita. Gli viene arrecato solo dolore. Il desiderio di strappare un fiore rappresenta il desiderio di infliggergli infinite pene solo per uno stupido piacere personale!》Alzai leggermente la voce senza però smettere di sorridere, risultando comunque una figura abbastanza patetica. Anche la mia vocina era debole e piccola.
      《 Sì, credo ciò descriva perfettamente quel che susciti in me.》Smisi di trattenermi sentendo le mie paure confermate con quelle parole. Delle lacrime mi rigarono il viso mentre stringevo i pugni. Sentivo la disperazione strapparmi dall'interno, non sapevo come reagire.
      《 Mio signore, lei ha un patto con mio padre...》Cercai di voltare la testa ma lui mi trattenne con le mani. Il suo alito iniziava a darmi fastidio quanto il suo sudore. Non volevo nulla di lui addosso.
      《 Tuo padre non è qui.》Chiusi gli occhi, non sopportavo la vista di Olaf in quel momento. Era come guardare in faccia la morte, non c'era nulla di piacevole.» Qui dentro ci siamo solo io e te.《 Le sue mani scivolarono sul mio seno, mentre cercavo di liberarmi dalla sua presa. Fu una cosa improvvisa che mi fece sentire molto insicura e piccola. Lui era molto grande e forte in confronto a me, e sapevo già di non avere nessuna possibilità contro di lui.《 Finché sarai qui, lui non saprà nulla.》Aveva le mani grandi, la sua presa era forte e decisa. Quella presa mi segnò, il modo in cui mi fece sentire indifesa era doloroso. Era come capire che non sarei mai stata più di una piccola mosca, intrappolata nella tela di un grosso ragno. Da un momento all'altro avrebbe potuto sbranarmi.
      《 Mio signore, la prego, non mi faccia del male!》Avrei voluto implorarlo, ricordargli quanto fossi ancora giovane, quanto le sue azioni fossero schifose, ma non riuscivo a trovare altre parole. Mi ignorò e mi spinse, in modo da obbligarmi a voltarmi di spalle verso di lui. Iniziò a girarmi la testa con violenza, stava per uscirmi sangue dal naso, cosa che succedeva a volte, quando ero molto agitata. Mi tirò su il vestito e premette con forza una mano in mezzo alle mie cosce. Emisi un piccolo urlo, sia per lo spavento, che per il dolore che quel movimento brusco mi aveva provocato. Era stata una cosa troppo veloce. Gli tirai una gomitata ed un calcio allo stinco quando ne ebbi possibilità, ma lui rispose prontamente buttandomi sul letto e tirandomi un pugno. Rimasi stordita per un attimo, in uno stato che si trovava a metà strada tra l'incoscienza e la prontezza, mi ritrovai quel tipo massiccio sdraiato su di me, e finalmente una paura, che fino a quel momento era rimasta debole, si fece strada nella mia testa. Mi chiedevo se fosse quello il mio destino, subire quelle violenze giorno dopo giorno per tutta la mia vita, se fossi davvero arrivata a quel che si sarebbe potuto definire la fine della mia vita. Ero giovane, avevo dei sogni anch'io, e desideravo soltanto avere una possibilità di realizzarli, e quello non era per nulla produttivo. Chiusi gli occhi, forse in quel modo sarebbe stato più sopportabile tutto. Riuscivo a sentire qualcosa di gonfio spingere contro il mio corpo, celato ancora dietro i pantaloni dell'uomo. » Mio signore, la prego, lei è un uomo nobile, e credo lo sia anche di animo, faccio appello alla sua ragione ed alla sua enorme empatia, abbi compassione di me e la smetta...« La mia voce era appena udibile. Non so nemmeno come facessi a parlare ed esprimere tutte quelle parole inutili, il pensiero di urlare e basta non mi sfiorò nemmeno.
      《 Non ho mai detto di essere un uomo capace di provare compassione.》Mi teneva dai polsi con una mano, mentre con l'altra cercava di aprirsi i pantaloni. Ero come paralizzata, anche se fosse successo qualcosa per mettere la situazione a mio favore, non sarei stata capace di scappare in quello stato. Ero solo triste e distrutta. Non riuscivo nemmeno più a piangere, in realtà. Sentivo qualcosa spingere per uscire, gli occhi mi facevano già male, ma non succedeva nulla. L'uomo mi baciò sulle labbra ed io non seppi da quale pulpito mi fosse venuto in mente di mordere le sue. Strinsi i denti il più forte possibile, tanto che lui iniziò ad urlare e riuscii a sentire un leggero sapore metallico nella bocca. Mi lasciò giusto il tempo necessario per far sorgere in me la speranza di raggiungere la porta e fuggire, ma purtroppo un ulteriore pugno soffocò quella speranza. Mi ritrovai di nuovo sul letto senza capire come. Non ci vedevo perfettamente, mi aveva colpita dritta sull'occhio. Lo vidi prendere una cosa ma non capii esattamente cosa fosse. La paura si stava trasformando in panico, capivo che non sarei mai riuscita a sfuggire a quella situazione, e questo era agghiacciante.
      《 Se non vuoi obbedire evidentemente è arrivato il momento di usare la forza.》Lo sentii sussurrare. Non ci diedi peso in quel momento, mi faceva male la testa e tutto mi sembrava lontano di nuovo. La voce di Olaf era solo un eco nella mia testa. Sentii qualcosa entrare dentro di me, era doloroso, ma ciononostante non riuscii a capire se si trattasse di dita, oggetti o altro. Capii ben poco di quel che successe dopo, pur sentendo quel profondo dolore che mi affliggeva. Non avevo perso i sensi, erano più che altro la paura ed il dolore a pietrificarmi, rendermi debole e meno presente mentalmente. Ero sicura che, se avessi subito quelle stesse torture per due sere di fila, sarei morta, non ne ero capace, già il pensiero mi consumava viva. Decisi di arrendermi, di lasciarlo fare, ero esausta, e probabilmente non sarei riuscita a fare nulla contro la sua forza. Lasciai vagare lo sguardo attorno nella stanza, quando qualcosa mi punse in vicinanza del seno. L'uomo vi si era poggiato ed aveva aperto quel che sembrava una grande spilla attaccata alla sua camicia. Probabilmente aveva il compito di tenere chiusa una manica che ora sventolava aperta dal suo braccio. Non sembrava essersene accorto, ed io stessa inizialmente non capii perché la avessi preso in mano, liberata per caso, facendo attenzione che lui non vedesse, poi ad un certo punto mi resi conto di avere un'arma fra le mani. Era piccola, ma usata nel modo giusto sarebbe stata capace di infliggere dolore. Non so da dove mi fossero arrivate quelle forze, ma in un momento di distrazione da parte di Olaf riuscii a conficcargli quella spilla in una guancia. Olaf urlò e si scaraventò giù dal letto lamentandosi. Io dal canto mio non ero più in me stessa, feci tutto automaticamente; nel momento in cui Olaf si buttò per terra, balzai in piedi e mi scaraventai fuori dalla porta. Percorsi le scale alla cieca nell'oscurità, ma per fortuna riuscii a non cadere. Il bagliore della luna mi aiutò ad orientarmi e trovare la porta per uscire, nel momento preciso in cui sentii la porta di sopra aprirsi e Olaf urlarmi contro. Ero quasi nuda, il mio vestito era stato strappato da mio marito, in faccia probabilmente avevo migliaia di lividi e sentivo del sangue caldo scendermi lungo le cosce, ma tutto ciò non era importante in quel momento, io dovevo raggiungere casa mia. Era il mio unico pensiero, dovevo arrivare nell'unico luogo sicuro al mondo. Con forza innaturale iniziai a correre. Vedevo un po' annebbiato, ma avevo trascorso la mia infanzia in quella città, più o meno riuscivo ad orientarmi anche solo vedendo parzialmente gli edifici. Ad esempio, quando vidi un edificio rosa seppi di essere vicina alla chiesa in cui mia madre era stata battezzata, che dal canto suo affacciava su una piazza. Da quella piazza c'era una scorciatoia che portava dritta lungo il sentiero dei campi del signor Heatswey, e quindi sulla via di casa. Più mi avvicinavo, meno il vento sembrava essere freddo, il dolore lentamente spariva ed i passi apparivano più leggeri. Era come correre volando. Inciampai sui due gradini davanti alla porta, bussai freneticamente e finalmente sentii dei passi avvicinarsi. Certo, Olaf sicuramente non mi aveva seguito fin lí, ma la paura di non essere sola mi aveva accompagnata durante tutto il tragitto. Qualcuno aprì la porta ma non ebbi modo di riconoscerlo, di nuovo la mia vista si era annebbiata. Ora che mi trovavo quasi al sicuro, qualcosa in me stava cambiando. I dolori erano tornati ed il sangue che mi stava scendendo dalle gambe, stava iniziando a diventare fastidioso. Riconobbi la voce di mia madre, che mi chiedeva cosa fosse successo, ma non ebbi modo di rispondere. Il vento freddo mi stava frustando alle spalle, aumentando il mio malessere generale. Per la prima volta mi resi conto per davvero cosa fosse successo quella sera e di come fossi conciata, di che cosa stessi suscitando nelle persone che mi vedevano. Ero lì, metà viso nero dai pugni, un occhio mezzo chiuso perché si era gonfiato, sangue che scendeva dalle mie labbra, il vestito strappato in brandelli, su tutto il mio corpo avevo lividi, sulla schiena graffi perché il mercante aveva usato una cintura per castigarmi per la mia ribellione, e poi quel sangue che scendeva lungo le mie gambe che non sembrava nulla di naturale, quel tirare nella pancia che mi faceva assumere una posizione piegata. Dovevo essere una figura abbastanza pietosa. La mia testa iniziò a girare quando sentii anche la voce di mio padre e dei miei fratelli chiedermi cosa fosse successo. Non capii se fossi entrata o meno, non vedevo né sentivo quasi più nulla e le mie gambe iniziavano a cedere. Ebbi voglia di piangere ma non ebbi la forza, avevo degli scatti di ricordi dell'accaduto che mi fecero realizzare quanto tempo avessi passato nelle mani di quel sadico. Era quasi l'alba. Lentamente sentii una certa leggerezza prendere il sopravvento, chiusi gli occhi e mi abbandonai ad essa.

    • 1) L'AUTOBOMBA
      Milano, notte del 9 di maggio del 1985, piazza Littorio venne svegliata dallo scoppio di alcuni chili di tritolo piazzati sotto una macchina di fabbricazione tedesca (volò letteralmente per aria), parcheggiata in strada, quasi di fronte all'ingresso del portone principale di Mediobanca Lombarda, un piccolo Istituto di Credito di poco più di un centinaio di dipendenti, situato proprio accanto agli Alti Comandi Militari del Nord Italia.
      Subito la zona venne circondata dalle forze di polizia per verificare chi diavolo potesse aver fatto un'azione del genere, per giunta mettendo a rischio la vita di chissà quanta gente (fortunatamente nessuno venne coinvolto), copiando di fatto lo stile libanese o Mediorentale degli attentati.
      I muri di Mediobanca Lombarda rimasero anneriti, ma saltarono per aria alcuni infissi ed un numero non indifferente di vetri. Anche un edificio adiacente ebbe danni. Si saprà poche ore dopo, da fonti investigative, che doveva trattarsi di una specie di avvertimento mafioso ad un commercialista con studio lì accanto (l'auto esplosa era la sua).
      Tale spiegazione non convinse affatto il Direttore Generale di Mediobanca Lombarda, il dr. Bianco, un anziano dirigente di vecchio stampo, rigido con i dipendenti, ma paternalista all'eccesso.
      Difatti subito i suoi pensieri (e preoccupazioni visto che i vetri del suo ufficio andarono in mille pezzi) si rivolsero a Marco D., quell'impiegato che lui aveva assunto pochi anni prima direttamente dall'Arma dei Carabinieri dove si era distinto nell'ambito della comunicazione e che in tale settore aveva appunto inserito.
      Sapeva che quel giovanotto si recava spesso in Germania Ovest in un Centro Culturale Internazionale, il Deutschekultur che organizzava convegni culturali in un luogo isolato nelle montagne dello Harz, non lontano da Hannover.
      In quel posto aveva conosciuto e continuava a conoscere, un'infinità di persone di molte nazionalità, tra cui anche la sua dolce metà, una affascinante coetanea 25enne inglese dai capelli rossi che lavorava in quel centro come domestica tuttofare.
      In quel 1985, Lilian, così si chiamava la bella inglesina, aveva iniziato a frequentare uno stage di una settimana come praticante amministrativa presso il Quartier Generale Americano di Berlino Ovest.
      La Germania, allora, era di fatto divisa in due come conseguenza della sconfitta nella 2a guerra mondiale. Una parte all'occidente capitalista, ovvero la Germania Ovest, una parte all'est comunista, ovvero la Germania Est. Allora nelle due Germanie, ma specie nella Berlino divisa si respirava profondamente il clima della guerra fredda che per tanti anni fece tremare il mondo.
      Marco D. era addetto part-time all'ufficio Relazioni Esterne di Mediobanca Lombarda ed aveva in forza del suo incarico un rapporto diretto con il Direttore Generale, molto confidenziale ( non ricambiato), in virtù del quale gli confidava tutti gli aspetti della sua vita. Sovente gli aveva parlato di questa sua relazione con la bella inglesina e questo farà insospettire il dr. Bianco, specie adesso dopo lo scoppio dell'autobomba, ragion per cui decise di convocare immediatamente Marco D. nel suo ufficio..

    • Francamente non ricordo quando e perché mi ha preso la passione per la storia di Venezia. 
      Si è tratto di una specie di contagio al quale non ho saputo resistere. Leggere le vicende dell’ultra millenaria Repubblica Serenissima mi ha stregato come la più impetuosa delle amanti.
      Neppure ricordo perché e quando mi è balzata in testa l’idea di scrivere un libro ambientato nella città dei dogi.
      Di sicuro dapprima mi sono accinto all’impresa in modo abbastanza confuso, schiarendomi le idee man mano che il fuoco bruciava dentro.
      Alla fine ho deciso per un giallo. Diciamo pure che non mi è mancata una certa dose di incoscienza. Per lo più come scavezzacollo letterario, il sottoscritto ha pensato bene di aggravare il suo stato anche con qualche complicazione.
      Infatti, sebbene la trama sia di pura invenzione, mi sono reso la vita difficile introducendo personaggi vissuti al tempo nel quale ho ambientato il racconto, il 1605, e risorti a nuova vita grazie a una complicata opera di documentazione. Pertanto ho dovuto rispettare la cronologia e i rispettivi ruoli che essi avevano ricoperto ai tempi, lasciando libertà alla fantasia nel descrivere i loro tratti caratteriali e le azioni durante la narrazione, ma non è tutto. Ho infilato nel racconto anche delle brevi digressioni su usi e costumi del tempo, aneddoti, curiosità, qualche fatterello storico, che nelle mie intenzioni dovrebbero contestualizzare il racconto nella sua epoca e impreziosirlo. Conseguenza: le ore di lettura si sono sommate a quelle di stesura del romanzo. Esagerando potrei dire di avere dedicato più tempo alle prime che alle seconde.
      A tratti ho cercato di imprimere allo stile di scrittura un tono volutamente dissacratorio; il protagonista è tutt’altro che un eroe positivo, messo alla berlina da difetti e difettucci. Attorno a lui si affannano figure diversificate: talune sembrano muoversi guardinghe, perfino sospettose, altre irrompono con violenza e senza riguardi; certe sono disperate in contrapposizione alla leggerezza di altre. Il clima è quello di una Venezia che si è lasciata alle spalle secoli di splendore e ora si trova alle soglie di una lunga decadenza. Pare che alla fine sia la città a emergere come protagonista del romanzo.
      Ne è uscito un libro del quale sono soddisfatto e che spero catturi l’attenzione di qualche lettore. Che non vi spaventi il numero delle pagine: voleranno via come le nuvole quando tira vento.
      Grazie a voi se vorrete leggerlo.
      Gustavo Vitali

    • Il tuo sorriso su quel bus
      È rimasto lì
      Attaccato a un’immagine
      Inconsistente e incoerente
      Verità assurda dei nostri tempi.
      Tu poeti mia ispiratrice
      Da molto prima
      Prima del mio primo sorriso
      Di rose bambine.
      Gli spazi contratti
      Ripiegati sono
      Su loro stessi.
      La nostra carne sfuma
      S’ingrigisce
      Ma gocce salate
      S'uniscono
      Respirando insieme.
      E io potrei scriverti ora
      E tu potresti leggermi ora
      Ma noi
      Non esistiamo.
      Ma noi
      Non esisteremo
      comunque mai.
      Le poesie si chiudono
      come campanule la sera
      E perdono senso
      E perdono la penna che le scriveva
      Eppure vivono
      Eppure risuonano oltre.
      a a scrivere la tua storia...
       
      Il tuo sorriso sul quel bus by Maria Cristina Cireddu is licensed under a Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Non opere derivate 3.0 Unported License.
      Permissions beyond the scope of this license may be available at http://leparoledicrima.com.

    • I COSTITUENTI E IL "FILOSOFO SAGGEZZA"
      ( La ricostruzione dopo la fallimentare Liberazione )
      In una piccola e giovane Repubblica del centro-nord Europa da anni i propri cittadini assistevano impotenti all'inesorabile declino della loro Nazione a causa dei loro incompetenti, disonesti e traditori Rappresentanti post liberazione, eletti democraticamente, affinché gestissero la "Cosa Pubblica", salvaguardassero la Proprietà privata e la Libera Iniziativa. Dalla nascita della Repubblica, che avvenne dopo una dura Guerra di Liberazione risoltasi con il `` NI ``, i cittadini-elettori e Membri dell`istituto della Sovranità Popolare avevano provato a farsi rappresentare dalle tre principali formazioni politiche ideologiche: Sinistra, Centro e Destra; ma nulla di buono scaturì. I danni già si presentavano in forma drammatica: disoccupazione, blocco della Legislazione Pubblica e della Burocrazia Istituzionale Pubblica, nazionale e locale (erogatrici di servizi pubblici); fallimenti aziendali e suicidi di cittadini rovinati finanziariamente. In questo clima, somigliante ante-Liberazione, dove la moneta non valeva nulla, il panorama sapeva di miseria e molti andavano a letto dopo aver cenato con un’insalata di limoni perché una minestra era un lusso, nacque, da parte di una moltitudine, l`idea di creare una Costituente al fine di ri-studiare il da farsi, anche perché il conto da pagare per tutto ciò che accadeva, alla fine rimaneva a carico unicamente del Popolo-Sovrano e non certamente a carico dei loro pessimi Rappresentanti, cui molti di essi erano già scappati in Paesi extraeuropei, chiedendo asilo politico a Governanti della loro stessa indole eversiva. La Costituente venne eletta (i seggi vennero insediati in negozi commerciali privati). Come primo mandato le venne dato la funzione di esaminare la reale situazione del Paese, individuarne i responsabili della " bancarotta ", punirli e avviare delle soluzioni pratiche atte al risolvere la bancarotta economica e lo disfacimento politico, burocratico istituzionale e sociale. La Costituente era composta da 100 membri, divisi equamente tra liberi professionisti e lavoratori- dipendenti, rappresentanti di tutte le categorie dell`arte e dei mestieri.
      Durante una riunione no–stop dell`Assemblea Costituente, un membro di essa chiese la parola per informare i colleghi che nella vicina nazione stava soggiornando un famoso filosofo dalle moltitudini, chiamato con l`appellativo di “ Filosofo Saggezza” in quanto, per ogni problematica, egli sapeva dare una saggia risoluzione. Per i Costituenti era di vitale importanza incontrarlo al fine di chiedergli un saggio consiglio. L`Assemblea all'unanimità deliberò di incontrare il “ Filosofo Saggezza”. Nella stessa seduta costituì, estrapolandolo dai membri della Costituente, il “Gruppo dei Dieci “, con il compito di incontrarsi con il “ Filosofo Saggezza”, raccogliendo da egli i migliori consigli e le migliori risoluzioni per l’avvenire della Repubblica. Venne il giorno dell`incontro tra il “Gruppo dei Dieci “ e il “Filosofo Saggezza”, il quale ascoltò le problematiche politiche istituzionali e sociali narratigli da il “Gruppo dei Dieci”. Successivamente disse loro << per prima cosa dovrete cessare di usare gli attuali partiti in quanto "contenitori" fradici. Secondo, dovrete creare nuovi "Contenitori partitici", cui collocarvi dentro un sano “contenuto”, cioè nuovi politici partitici da candidare alla Politica Istituzionale Pubblica, cui affidare funzioni pro-tempore nelle Istituzioni pubbliche. Solo così potrete iniziare la ricostruzione della nuova Repubblica >>. Il “Gruppo dei Dieci” chiese al “Filosofo Saggezza” di essere più chiaro in questa sua esposizione-risoluzione. Il “Filosofo Saggezza” a fronte di tale richiesta, disse loro: << Vi racconterò una storia antica che, una volta da voi ascoltata, voi stessi ne trarrete le dovute conclusioni-risoluzioni. Tantissimi anni fa ci fu un Re che, al fine di garantire continuità al suo regno in materia di risorse in ambito d`ogni professione di utilità al proprio Regno, edificò un enorme “convitto” dove vi internò giovanissimi sudditi maschi e femmine con speciali doti e vocazioni innate, specificatamente nelle Arti, Mestieri, ma anche dotati d’ Intelligenza e Impegno Etico-Sociale innato, al fine di farli crescere protetti da pericoli e malattie, oltre che nell’agiatezza e spensieratezza, per poi, un giorno acquisita l’età adulta, inserirli nel tessuto sociale del Regno. Così dovrete fare voi, ricercando in ogni quartiere di città della vostra Repubblica, giovanissimi cittadini e cittadine con le doti anzidette; indi ricoverarli in Strutture Protette dando loro protezione da pericoli, malattie, nonché agiatezza e spensieratezza: e in questo siffatto contesto, date loro ogni possibilità per coltivare le loro doti intellettuali innate. Una volta cresciuti e perfezionati, inseriteli nei ``Contenitori Politici partitici `` - che avrete appositamente costruito tenuto conto dello status politico ideologico della popolazione- affinché siano dai cittadini sovrani elettori,nominati loro rappresentanti per la gestione della Politica Istituzionale Pubblica e di quella Burocratica ( Stato ), affinchè venga gestita al meglio la “Cosa Pubblica” e salvaguardata la “Libera Iniziativa” a beneficio di coloro che non necessitano o non vogliono l’aiuto pubblico .>>
      Il “Gruppo dei Dieci” comprese e relazionò il tutto all'Assemblea Costituente, la quale varò il Progetto di riforma della Politica partitica e Politica istituzionale Pubblica, al fine di porre le basi per la futura Nazione, sicuri che, di peggio, alla Repubblica non sarebbe occorso, rispetto a quello che provocarono i “ Liberatori” post dittatura.
      ( 2017 . Guerrasio, e-mail: racconti.guerrasio@hotmail.com)

    • PENTECOSTE BLUES
       
       
       
      Il canto della Pentecoste  nella discesa dello spirito santo  riempie ogni cosa che giace  dimenticata tra i neri fossi e le brulle campagne  ed ogni  cosa si trasforma nell’essere uno e molteplice , nel fluire delle rime,  s’eleva in volo verso l’indefinito palpito della vita , si trasforma nel suo linguaggio,  trasformando  me stesso e la mia espressione.     
       Oggi si   canta la nuova  Pentecoste  che sboccia con il suo concetto di libertà  , starnazza  come fosse un oca nell’aia,  come fosse una donna vecchia di cent’anni che s’alza la gonna nel vento della sua tristezza.   In  questo giorno,  ogni cosa diviene possibile ,   una triste ballata nell’amore della madre terra ,  un divenire che   raccoglie le voci di  migliaia di popoli  nell’indefinito essere divino ed alleluia , alleluia , signore  del cielo , noi cantiamo  nella  tua  lingua  la tua sposa eterna , madre di ogni cosa viva .
       
       
      Madre  dai  grandi occhi  chiari , figlia di tante storie di tante passioni  ,  figlia  della sorte e della    verità del tempo che passa .   Si canta  signore la santità   degli innocenti ,  mentre il sangue scorre dal corpo ferito degli ultimi  il quale  bagna le coste l’ ossa dimenticate  tra i mucchi di rifiuti  della città.  Spirito silvano  risorge indomito , verbo con cui molti uomini  parlano  ogni lingua , una strana lingua che tutti comprendono nella sua musicalità , nella sua melodia , nell’ora che dondola nel vento nel chiedere e nel rivedere cosa siamo stati.  
      Tutto muta nel discorso che  vario,  si flette  in  diversi neologismi , lingue, metri, rinati  in fondo ad una fossa  grammaticale ove  riposa  dimenticata  la    nostra  dignità.  Banale parole forse   redivive  sul bianco foglio in cui si muovono  e si divertono a far capire chi siamo.
       
      Mi sento  triste e solo , sai proprio come si sente un pover'uomo ?  Ho giocato ai dadi con la mia libertà , quelli al bar   mi hanno preso tutto quello che avevo  .
      Ho giocato ai dadi ed alle carte,  mi hanno preso tutto. 
      Ho dovuto impegnarmi la mia camicia  e mi son venduto gli abiti migliori per poter ritornare a casa dalla mia famiglia. Ed ho percorso  miglia e miglia  a piedi con la mia chitarra.  Ho dovuto fermarmi per capire sotto quale cielo fossi ,  ho dovuto  riflettere su ogni attimo  di questo divenire ,
      per poter credere  che  ogni cosa potesse essere una espressione   della creazione. Ho dovuto guardare nel buco  dell' universo per potermi salvare per l'ennesima volta.
      E non volevo credere ai miei occhi ,  quando sono giunto , da dove ero partito  ed ho  visto la mia casa com'era nel verde tra tante case dipinte male  , vecchia casa ove  nacque questo  mio canto .
       
       
      Ed ho proseguito con tutti i miei dubbi , le mie incertezze credendo  di dover riuscire in questa  mia stupida  impresa poetica , dopo aver  imparato  ad ascoltare  a credere in me stesso, verso  una nuova terra,  in una nuova legge , giuro non mi sono girato indietro , non ho fatto quella faccia da stupido  che mi porto sempre appresso .  
      Ho provato a vivere e cantare  una nuova poesia ,  scrivere dei nuovi versi , immergermi in una nuova  melodia , così  ho sperimentato   questo verseggiare   ,negli accordi  che compongono  questa mia canzone,
       io  ho pianto.  Disperato, oggi  continuo a viaggiare  mentre  il signore   da lassù mi osserva , attraversare l’ossesso ed il sesso   delle lingue  eloquenti, nella metafora , nell'incessante ricerca di un senso per  questa vita.
       
       
      Mi sono inginocchiato e ho  pregato .  Ma io confesso non piango per coloro che mi hanno fatto male,  per coloro che mi hanno calunniato , denigrato , forse sbaglio lo so dovrei essere migliore.   Signore , restituiscimi la mia famiglia  ridarai i miei figli, ridammi il mio amore  ed io  non piangerò  più̀ .
      Ridammi la mia  vita , signore  ed io non piangerò più .
      Non devi per forza,  farmela ritrovare in casa vestita a festa . Signore , basta che la conduci vicino a me , mano nella mano , vicino al mio cuore,  nel mio  triste canto   mentre  scaccio una mosca che mi ronza dispettosa  intorno. Attendo il tuo  perdono  signore  , d'altronde per capire  quanto amore ho provato per questo mondo .  
      Ora sento la tua voce  nell’eco del silenzio, signore ed  in ogni lingua ,in ogni luogo  nel divenire , verso  dopo verso io  canto   questo strana canzone  di Pentecoste per la mia redenzione e da ogni cattiva intenzione .
      Pace a te signore,  pace  chiedo per tutti gli uomini di buona volontà.  
       
       

    • NARCISO

      By CassyFrida, in Poesia,

      NARCISO...
       
      Ho amore per me stesso
      non mi apprezzi,
      fa lo stesso.
      Io ci tengo al mio aspetto
      e ad alta voce 
      io lo ammetto.
      Non parlare a me 
      di affetto
      sono solo il mio riflesso.
      C'è n'è per tutti 
      se poi mi insulti,
      sono egoista 
      perchè mi sfuggi.
      Infastidito dalla notte 
      vivo me stesso 
      con tutte le forze.
       
      CassyFrida

    • LA LUPA NAPOLETANA
       
       
       
      Quando un uomo cerca  di volare e non riesce a  volare,  si lancia  incontro  a mille incertezze , percorre  varie storie di pianto nel canto che l’eleva verso una nuova vita  , lotta  disperato contro un male che genera in se  un certo smarrimento. Cosi  come la luce che entra nella mia anima e illumina il breve tragitto  delle idee pellegrine lungo il corso degli eventi ,  come in ogni cosa appresa e non compresa nello slancio creativo che rappresenta  una sequenza di esperienze descritte   in mezzo a questo bianco foglio di carta. Io rinasco nell’errore commesso,  nella storia che mi ha reso  personaggio in questa storia  che segue i suoi desideri   ,  cammina  nella speranza,  mista  di molte volontà , la quale diventa  marzapane, un impasto  di molliche di pane , di gioie che trasudano dalla pelle di una pantegana di passaggio per il centro .  Non ha importanza essere,  ma ciò che siamo,  come dire , che la vita  mi potrebbe cambiare  tutto ad un tratto. Contro ogni infausta volontà , narro questa mia vita passata  fuori al bar della sessantesima strada in attesa del taxi per tornare a casa.  Lo scorrere della folla,  nella sera mi porta verso il mio quartiere  situato all’estrema periferia , di questa grande città ove  la mia libertà , anima il mio vivere ed il mio canto.
       
      Non ho mai trovato un donna  perfetta ,  neppure sono certo che ella esista  . Immagino a volte d’essere il frutto  di questa  mia vita  che  sboccia tra mille concetti  ,  nella genealogia  dei giorni  passati tra il cielo  la terra . Ed a volte il diavolo  mi prende per mano e mi conduce dove ci sono tante donne di malaffare , dove si fa l’amore, ignudi  sotto il cavolfiore , sotto le piante di limone , sotto il   bel sole di maggio. Solo nello scorrere di molti versi , di molti canti,  solo nella  leggenda  raggiunta  che ha reso il mio vivere , un  mistico viaggio verso la terra della meraviglia . In una utopia ove  provo a  creare  molti  versi  dionisiaci a  sentirmi  come  Apollo e Anchise. Ed  ad alcuni piace , adorare la luna , altri il sole , chi rubare sogni ,  chi sedurre una donna  seduta ai lati della strada,  che  ti porta oltre quello che credi , nel bel boschetto dove riposa in pace  l’orco Camillo . Dove il contadino semina le sue piante i suoi ortaggi con  il coraggio di vivere,  i versi scemano  nelle frasi senza senso,  nella forza di poter dire basta , poiché l’amore  non ha  prezzo.
       
      La lupa  la prima volta la vidi sedeva  sotto un ombrellino al sole ,abbigliata  con panni colorati, strizzava l’occhio a chiunque passava di li,  diceva :
      Vuoi venire con me ,  sotto quel pergolato adorno d’edera verde
      L’automobilista:  Non voglio cadere nell’oblio dei sensi
      Non si tratta di cadere ,  ma godere per un attimo e basta
      Lascio il mio bagaglio  culturale e sono da te
      Chi sei che passi per questa strada con tante domande
      Sono il passeggero incompreso
      Sei fornito di tanti annessi e connessi
      Non ho mai chiesto a nessuno  chi fossi ,  neppure  a mia madre
      che mi ha concepito con tanto  dolore e credo  un po' d’amore.
      Sei simpatico  , basso , quasi ridicolo con quei baffi neri
      Sono quello che credo, ma non voglio conquistarti  sotto il lampione
      Fai pure , io  so volare e posso imparati a spiccare il volo
      Sei carina,  ma gioco a carte  scoperte , spesso con la morte
      Ecco,  tu mi vorresti prendere in giro
      La lupa si gira di scatto una fila interminabile di auto l’aspettano L’automobilista continua a parlare
      La lupa:  Sei piccolo , come una formica
      Sono uno di passaggio , vorrei un assaggio
      Prima paga , poi andiamo
      Non sono capace di credere che tutto possa essere cosi facile
      Basta , lasciarsi andare
      Sei deciso a rimanere qui a sorreggere il moccolo alla luna
      Io non rinnego la liberta delle parole
      Io faccio quello che mi pare,  sono una dea , non una strega
      L’avevo pensato,  sei cosi bella , tanto da essere invidiata
      da chiunque ti veda. 
      La lupa , sorride poi quasi infastidita dice:
      Allora andiamo,  non ho tempo da vendere inutilmente
      L’automobilista : Volentieri   , va bene , andiamo
       
      La Lupa sale  in macchina,  l’automobilista si strofina le mani
      L’automobilista : Dove andiamo ?
      La Lupa : Vai,  dove ti porta la strada
      Dove finisce questo sogno ?
      Se sogno si tratta lo puoi chiamare alla fine,  una scopata
      Parola volgare,  meglio sveltina
      Sveltina,  per carità sono sempre venti
      Non preoccuparti i soldi ci sono
      Sei carino , come ti chiami
      Mi chiamo Ignazio
      Ignazio,  chicazzo
      Sei napoletana ?
      No.  Polonia
      Io di Qualiano
      Dove si trova ?
      Vicino Napoli
      Che bello  vivere a Napoli
      Tutto una tarantella  
      No , caro mio una scopata e basta,  la doppia si paga
      Per carità pago , pago
      Ecco , cosi mi piaci  
      La strada  ci guida verso la fine del piacere
      Sei un romantico ?
      Sono fatto di carne ed ossa
      Sei carino hai un grosso naso
      E per annusare meglio
      Hai due grandi occhi
      Per guardare meglio
      Hai grandi mani
      Per afferrare meglio le cose
      Hai grande pene
      Le mie pene sono tante , come le stelle del cielo
      Sei il cliente  giusto per me
      Sono fatto di vizi  e virtù
      Non ci posso credere che tu abbia scelto me
      Sono qui per questo
      Non correre
      Stiamo per passare il sottopassaggio
      Oltre quello discarica,  fermati li
      Va bene
      Siamo giunti
      Sono qui per te
      Facciamo presto
      Come vuoi 
      Questa passione è  fatta di polvere di terra
      Puoi sempre pensare di volare via
      Non voglio finire di nuovo all’inferno
      Sei volgare
      Sono del popolo
      Sei nel buco delle tue incertezze
      Sono in mezzo ad una via
      Con me o con un'altra il discorso non cambia
      Ora mi  sento vivo
      Bene allora andiamo
       
      Si appartano,  consumano la loro passione , la macchina si muove traballa , ancheggia, dopo un po' la lupa scende dall’auto l’automobilista la segue il sole è cocente , asciuga i loro corpi sudati.
      La lupa : Un arcobaleno d’emozioni
      L’automobilista :  peccato che sia  stato cosi breve
      Quando vuoi , puoi ritornare
      Ritorno con la mia morte
      Puoi ritornare anche senza
      Va bene , vedrò che posso fare
      Sei simpatico,  che bocca grande che hai
      Per mangiarti meglio
       
      Cosi l’automobilista si lancia sulla lupa,  cercando di mangiarla di baci , i due lottano fino allo spasimo, fino all’orgasmo  la lupa  disperata ulula,  l’automobilista balla con i calzoni calati . L’erba alta si adagia  nel  vento che passa , ed il cielo è chiaro come gli occhi della bella lupa. Il mondo  intanto continua ad andare avanti , gli uccelli cantano nel cielo la loro pigolante melanconica canzone d’amore . Una tarantella  sicula, africana ,  imparata strada facendo,  s’ode in lontananza , una musica  ne bella , ne brutta , figlia di tante melodie  , di tante sofferenze  , figlia di questa lunga strada che percorro contro il mio volere , nel mio libero canto di uomo,  di essere  animale che fluisce nella semenza senile del verbo fattosi carne. E tutto quello che provo è  una grande rassegnazione,  nella  grande bellezza che inebria il mio pensiero ed il mio essere. Forse  questa  storia è  la mia  strada   ,  quella vecchia strada che mi riporterà dall’inferno  prima poi verso il paradiso promesso. Almeno lo spero ,  poiché  la morale mi segue  ad ogni passo , in  ogni angolo  di questo mio vivere in  ogni mio slancio creativo .  Oggi ho imparato a volare  forse ad amare, odiare non so  , ora  sono in volo , verso una altra città , verso  un altro paese . Ed io  sono quello che sono in questo scorrere di versi e verbi  sibillini in questo mondo malato sempre più d’amore  fatto  di sesso e canzoni  . Sono la forma ed il contenuto di  questo  racconto colto nel bel prato della vita in un mattino di sole , nato  da  un  coito  veloce in macchina  ad un  prezzo popolare ,  mentre navigo , nella mia storia  con  la mia stupida poesia. Ed il tempo passa ed io piango la mia anima , la mia bellezza sfiorita  nel  sogno che mi ha reso uomo poi un soggetto pensante nel turbine dei sensi,  nella colpa commessa io canto l’amore dei sensi , la sveltina ribelle dell’automobilista  nel chiarore del mattino sotto i bei platani sussurranti al vento che passa. Io canto la lupa,  la donna di un amore venereo , figlia del suo tempo e delle sue passioni . Poiché ogni cosa scorre come la strada che ogni uomo,  percorre nel suo essere o non essere nel suo divenire se stesso , un altro,  automobilista,  lupa , amico,  dannato,  canto,  sogno,  altre parole che sono sempre il frutto di questa  volontà di volare  in alto,  liberi . 
       
       

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