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  • Storie

    Promuovi qui le tue storie.

    • m00n

      l'anno migliore

      By m00n, in Poesia,

      consolami,
      sono solo.
       
      ti consolo
      perchè lo sei anche tu.
       
      dimmi dove vai,
      ti raggiungo.
       
      andiamo in libreria.
      sediamo per terra,
      sfogliamo tutti i libri
      tenendonci per mano.
       
      parti ma torni.
      mi mandi le foto di quelle città.
      mi dici che ti manco.
       
      non mi raccontare
      di quel lui che hai conosciuto,
      ed io non ti racconterò di quella lei.
       
      non sappiamo
      che ci apparteniamo.
       
      devo andare, ma tornerò.
      accompagnami alla stazione.
       
      mi baci.
       
      tu vai a destra.
      io a sinistra.
       
      ti dico che mi manchi.
      sorridi malinconicamente.
       
      torno e ci vediamo.
      però finisce.
      non ci sei più.
       
      nonostante tutto,
      sei stata
      il mio anno migliore.

    • FATUI FUOCHI D’ARTIFICIO  
      DI DINO FERRARO
      Sere natalizie,  tante strade illuminate con  tanti alberelli pieni di luci , alcuni dietro le piccole  fatiscenti finestre , strette, sconosciute perse in un mare di finestre , di luoghi comuni che legano il nostro vivere ad un sogno , ad un morire lento che non conosce sosta . Ed ogni cosa è co-me l’abbiamo sempre immaginato,  fatta di  grandi viaggi , verso terre sconosciute  coronato d’amori timidi che t’indicano dove giungere per essere felici. Questo proseguire in  un sorriso dipinto sul viso,  mentre fugaci ci affacciamo dietro le tende colorate,  dietro gli anni passati insieme nello scorrere, un andare contro corrente verso qualcosa di indescrivibile , fatto di paradossi ed ossessioni , simili ad un frutto  maturo . Le mani si incontrano nella  piazza grande come il mondo ,  case piccole, minuscole, lontane , porte socchiuse  dentro il nostro cuore che si aprono , si chiudono , c’invitano ad entrare per es-sere ciò che siamo , ciò che vorremo essere . Luci tante luci , occhi , baci,  mani ed ancora corpi penduli , sotto, sopra , corpi che dormono nella nostra storia che si ama-no ed ancora vogliono morire per vivere per essere quello che avremmo tutti voluto essere.
      Ti pare bello,  mi lasci qui da solo.
      Non credevo di poterti essere utile.
      Utile , lo siamo tutti ma nessuno è indispensabile.
      Noi , forse un tempo, simili.
      Mio caro è giunto il tempo non senti  il canto dell’orco.  
      Ed io mi credevo un angelo.
      Io un povero diavolo.
      Volo.
      Gioco.
      Crepo.
      Canta .
      Non vuoi capire .
      Chiamo l’infermiere?
      Chiama chi vuoi.
      Siamo rimasti in soli.
      Bello.
      Vivo.
      Vorrei essere ciò ch’ero un tempo un gaio angelo.
      Ti ricordi che bello era volare.
      Quanta gente abbiamo aiutato .
      A morire.
      A vivere .
      A credere.
      Per nulla serio.
      Non bere.
      Non ruttare.
      Non dire nient’altro.
      Facciamo comunella.
      Facciamo giro , giro tondo .
      No siamo angeli , no bulli di periferia.
      Che strano , stare qui ed aspettare che qualcuno muoia.
      Sara quello che sarà.
      Forse abbiamo esagerato.
      Non credo.
      Era bello quando si era ignari.
      Perché adesso siamo stupidi?
      No , fessi.
      Il cielo è  un luogo dove poter volare,  dove poter osservare la gente che s’affatica ad andare ad entrare, uscire dai negozi in cerca di un regalo , un dono,  un mondo ca-povolto dentro una bottiglia , bello,  piccolo , un incanto, un ossesso di forme che si intrecciano dentro un dato di fatto , dentro questo giorno,  uguale ai tanti giorni e ai tanti secoli trascorsi. Un punto senza ritorno dove ogni cosa può succedere. Ed il via,  vai di facce diverse , simili a ciò che si desiderata essere,  oblique,  storte, facce sfregiate,  facce di monelli , di guappi , facce di donne sedotte ed abbandonate. Visi smilzi , simili ad ieri come  pioggia  che attraversano il cielo e colpisce  il cuore , piazze eterne , creature mezzo  la via,  macchine ed ancora macchine con a bordo , orchi e lupi mannari.
      Fammi il piacere.
      No,  non posso.
      Vorrei  fumare ?
      Infilati dentro.
      Sono quello che hai voluto.
      Io non ti ho mai costretta.
      Ero tua madre.
      Lo sei ancora.
      Mi hai girato il viso , mi hai chiamata schifosa.
      Lo fatto,  perché ti voglio bene.
      Non è  giusto che io soffra tanto, tuo padre…..
      Ti prego , non farmi ricordare.
      Fa male anche a me.
      Ero tuo figlio,  lo sono ancora nel bene nel male.
      Ci guardano ,gli angeli ci guardano figlio mio.
      Aspettano che  gli  andiamo incontro.
      Forse ,  perché siamo noi .
      E stato bello credere.
      E stato bello amarti.
      Anche per me ,sei e rimarrai in eterno mia madre.
      Il tempo non ci ha diviso.
      Abbiamo vissuto, gioito, creduto che dio non ci avesse mai dimenticato.
      Ed è stato cosi .
      Forse sono cambiato.
      Sei diverso nel sogno che trasforma i giorni.
      Rimango un bambino.  
      Piccolo e pallido dalla pelle  rosa tra le mie braccia.
      Sento ancora  il tuo cuore battere.
      Sento la tua manina gelida .
      Il cielo e gli angeli ci porteranno via.
      Saremo di nuovo un solo corpo, un solo spirito.
      Saremo il tempo , saremo di nuovo questo natale.
      Pastori scendono dai monti, soldati ritornano dalla guerra chi fuma uno spinello in un angolo ,chi non ha voglia di parlare in mezzo a tanta confusione in molti hanno dimenticato di fare regali .
      Hanno dimenticato cosa è l’amore l’affetto, un affetto affumicato, una fetta di prosciutto , un bignè alla crema un caffè al bar. Là  incontri amici che non vedi da anni ed in-contri  una umanità ferita che và avanti , che ieri  sembra-va  morta ed oggi sorride alla vita ,che si masturba per amori oscuri , per momenti felici per quello che sono stati i loro padri,  i loro avi , forse vermi che strisciano nel silenzio insieme ai tanti orrori quotidiani , nelle ore che la guerra non risparmia nessuno . Bancarelle colme di fuochi d’artificio , cipolle,  tricche tracche , botte a muro , palloni esplosivi. Questa vita và, esplode , cambia in un istante in un attimo che fugge per vicoli bui ove le voci si mescola-no agli spari , alle grida degli adulti ,all’incontro dentro un sorriso di una fanciulla. Tutto è come l’abbiamo immaginato un lungo viaggio , un unico carrozzone dove vi soni stipate dentro tutte le disgrazie,  le zite , le maritate,  le donnine allegre e i tanti altri che non hanno più un dio a cui pregare.
      Un angelo rimane un angelo.
      Domani potremmo essere di nuovo  in paradiso.
      Noi con tutti gli altri.
      Noi e voi.
      Con dio in persona.
      Senza alcuna arma da fuoco.
      Senza una gamba.
      Senza un dito.
      Senza denti.
      Con la febbre.
      Vedi .
      Che belli .
      Tanti fuochi d’artificio.
      Sul mare .
      Con l’onda che canta alleluia.
      Con te .
      Mano nella mano .
      Come due angeli .
      Come pargoli.
      Come oggi ,come ieri.
      Nello spirito santo.
      Sarò nero per tanti.
      Io ,bianco per alcuni.
      Due ali ,un solo corpo.
      Li salveremo tutti.
      Proprio tutti.
      Che bello .
      Non guardare, perché il male e in noi.
      Noi in lui , due angeli.
      Un tempo demoni.
      Un tempo, nemici.
      Ora amici.
      La stessa faccia, della stessa medaglia.
      Lo stesso uomo.
      La stessa donna.
      Da non credere come faremo a salvare tutti.
      Sara un impresa titanica.                                                                                  
                                                                                                                        II
       
      Una piccolo stanza ,un grande cuore dove si discute di tempi andati , di quando è non c’era nulla ed in tanti non capivano cosa era il male ed il bene , quando s’andava  per  vie  strette  lastricata di ghiaccio ed un usignolo cantava la sua canzone al mondo che rideva dell’ultimo uomo di questa terra . La neve  adesso copre  i monti ,copre  le strade di periferia dove pochi  amici s’incontrano, giocano a capire come sono diventati in questo mondo troppo sordo,  troppo buono per essere di nuovo cattivi o forse all’incontrario un altra volta  nel  gioco delle parti  che ci porta ad assumere l’indefinibile armonia del creato a ricoscerci nel  dialogo in  un gioco vorace , quasi verace schiocco e deficiente , che magistralmente articola il sa-pere d’ognuno,  ci porta con esso per mondi immaginari lungo scie di sospiri , di luci di natale , tra alberi illuminati fino alla vetta , fin dove la stella cometa giunge e si riposa dopo il lungo viaggio per terre remote lontane nel  nostro intelletto , lontane dal desiderio di ritornarci solo per un attimo .Si consuma questo essere , si strugge per nulla nel nulla , nella anima dei morti,  di chi non c’è più,  di chi ha creduto che potesse essere vero,  tanto vero da amare al primo sguardo,  cosi tuffarsi tra la folla e correre a perdifiato , cercare,  trovare amici , moglie,  figli,  trovare un regalo per tutti e non ci sono scusanti non c’è Nerone pronto a voler appiccare  un fuoco per Roma e per la sua  gloria,  per versi  e  versi  , noi siamo già all’inferno.
      Vedi di rigare diritto.
      Vedi di non farmi arrabbiare.
      Non vengo .
      Non credere.
      Non bevo.
      Ti credevo saggio.
      Non è vero .
      Siamo soli,  angeli o demoni.
      Siamo , madre e figlio.
      Siamo qui a piazza Navone.
      Quanti regali.
      Carbone , pan di zucchero.
      Mortadella,  farcita allo zenzero.
      Una cioccolata calda.
      Forza,  muoversi tra poco si parte.
      Dove ci porta ?
      Non sono affari tuoi.
      Che bel modo di rispondere.
      Nevica . Sui nostri corpi. Sulle nostre illusioni . Sul tempo che abbiamo amato. Amico mio. C’incontreremo  di nuovo non aver paura. Quando ? Quando il gallo canterà tre volte. Io t’aspetterò. Anch’io. Non dimentico. La neve intanto bagna e lascia sperare  ,rende ogni cosa santa, ogni cosa bianca, come le nuvole, come il credere bianco e puro,  senza nome , senza inseguire  i nostri passi  che diventano visibili sulla neve che lentamente si scioglie diventa acqua,  che scorre,  bagna e lascia sognare , un nuovo anno,  un nuovo mondo.

    • La mezzanotte è scoccanta da qualche minuto mentre fuori continua a nevicare. Erano anni che non accadeva. Un gatto nero scavalca il muraglione che circonda la città vecchia e scompare nell'oscurità della notte. È il 25 dicembre del 1976.
      Un buffo Babbo Natale di cartapesta è aggrappato alla ringhiera arruginita e traballante della palazzina di fronte, lo fisso. L'ansia mi logora lo stomaco.
      Mio nonno Alberto si avvicina claudicante. Mi abbraccia sorridente e mi dà una pacca sulle spalle: "Fede, non temere!" mi dice fiducioso.
      "Nonno... se Babbo Natale non viene?" rispondo rammaricato.
      "Verrà, Fede!" mi dice con la sua voce arrochita. Mi strizza l'occhio e mi invita a controllare la sala da pranzo. Poi si accomoda sulla sua sedia a sdraio e inizia a canticchiare.
      Afferro il mio orsetto di peluche e percorro il corridoio, da solo al buio, con il cuore in gola. Forse è la prima volta che il buio non mi spaventa.
      Fremo dall'ansia di raggiungere la porta d'ingresso che si trova in fondo al corridoio, sulla destra. La apro, cigola. Mi affaccio e guardo dentro con gli occhi lucidi: quasi scoppio a piangere. Non riesco a descrivere quello che provo: sono emozionato ma allo stesso tempo ho paura di non ricevere alcun regalo da Babbo Natale. Forse la mia lettera non è mai arrivata! Scrollo le spalle e sbuffo.
       
      Il camino è acceso. Il fuoco brucia mentre il mio cuore arde dentro di me di ogni emozione. La fiamma illumina la stanza buia mentre un immenso albero di Natale decorato a festa la sovrasta. Le ombre del fuoco e dell'albero disegnano sulla parete un antico affresco. Un guerriero danzante tesse le lodi al suo Dio: "Prostastevi, infedeli! Kabah è il nostro unico Dio..." sembra volerci dire con fare minaccioso. Ma è solo suggestione!
       
      Vicino al camino, un grosso dono colorato sovrasta gli altri, più piccoli e meno vistosi. Entro... mi avvicino ai pacchi e all'improvviso la finestra si apre sbattendo le ante contro il muro e facendo un gran fracasso. Mia madre urla per lo spavento ma è solo un attimo. L'aria gelida pervade la stanza: rabbrividisco. Le mie gambe assomigliano a due pali conficcati nel terreno: non riesco a muovermi. Il fuoco divampa da dentro il camino mentre una nuvola di fumo si diffonde via via per tutta la casa. Il guerriero danzante si materializza davanti ai mie occhi: mi afferra per il braccio con forza e mi offre in sacrificio al suo Dio, Kabah, Signore dell'oscurità.
       
      Silenzio. Poi...
       
      Qualcuno urla.
      Qualcuno piange.
      Altri cercano una via di fuga.
      Mio nonno crolla a terra esamine. La mia immagine è l'ultimo ricordo che ha di questo mondo che non mi appartiene più.
       
      Brucia la mia anima tra le fiamme dell'Inferno mentre il fuoco continua a mietere vittime innocenti e saziare la sete di sangue di Kabah.
       
       

    • Poiché il videogioco Hillsfar inizia in sella a un equino, spendo qualche parola sui cavalli nel GdR di D&D. Sicuramente non scriverò nulla di incredibilmente nuovo al riguardo: il cavallo è un animale per lo più domestico che nei mondi di D&D rappresenta il mezzo di movimento terrestre più classico e diffuso, praticamente tra tutte le società composte da esseri capaci di cavalcare. Esistono molti altri animali utilizzabili come bestie da soma, tiro e sella, alcuni estremamente nobili e intelligenti, persino magici, altri ancora molto più potenti di quanto mai potranno diventare i PG (draghi, unicorni, ippogrifi); ma come per gli oggetti magici o meravigliosi, e per gli Artefatti, sono delle costose rarità.
        Tuttavia è vero che nelle esperienze di gioco cavalli e cavalcature non hanno quasi mai il ruolo e l’importanza che contrariamente assumevano nelle epoche del passato reale più spesso prese come paralleli alle Ambientazioni di D&D. In primo luogo acquistare e mantenere un cavallo è più semplice per un avventuriero di D&D che per un “uomo di ventura” del passato nostrano, ciò non tanto per delle grandi differenze tra l’economia fittizia del GdR e quella delle epoche storiche trascorse, ma semplicemente perché il mestiere dell’onesto avventuriero di D&D fa guadagnare molti più soldi in assoluto.
      http://paoloaugusto.blogspot.it/2017/10/la-bestia-di-oggi-il-cavallo.html

    • Vivo in un paese della provincia novarese, di giorno in giorno sempre più cupo, abbandonato, dove invece di costruire, creare e modernizzare, si distrugge, abbatte e si sprofonda sempre di più nel classico immaginario di quelle cittadine americane da film horror/thriller anni '80, con tanto di nebbia a rendere il tutto più inquietante. E' proprio la nebbia nelle serate dei weekend a far da padrone, quando la gente va in città e io spesso cammino in compagnia del freddo e dei vicini schiamazzi di ragazzini che si incontrano ai "giardinetti", dove una volta c'erano i giochi per i bambini, un laghetto con i pesci e il verde. Proprio li passavamo quei pochi minuti che anticipavano il rientro pomeridiano ai tempi delle elementari. Ora rimane poco di quel luogo; i giochi sono stati vittime dello scorrere del tempo, del degrado e del disinteresse di chi avrebbe potuto rallentarne gli effetti, gli alberi sono stati abbattuti per realizzare l'ennesima palestra ora in costruzione. Le aule delle scuole sovraffollate e decadenti non hanno avuto la stessa priorità, però ora ci sarà più spazio per l'esercizio fisico che per l'apprendimento.
      E' sabato sera, arrivando a piedi da casa riesco a vedere la luce dell'insegna del bar dove mi reco solitamente, locale storico del paese che nel tempo ha notevolmente perso clientela. Saremo in pochi presenti fisicamente, ancor meno con la mente, io di certo sarò solo, solo tra novemila.

    •  Voglio cercare di offrire una panoramica che sia la più completa possibile su questo videogioco, perciò ho deciso di provare almeno a livello superficiale anche le versioni uscite su formati diversi dal DOS. In verità avevo scelto di provare per prima la versione per Amiga, ma i miei tentativi non sono ancora andati a buon fine.
       
      http://paoloaugusto.blogspot.it/2017/10/hillsfar-su-atari-st.html

    • C'era una donna col suo bambino, e un vecchio professore. E un padre che ha perso suo figlio e uno studente che pensa a che gli serviranno i suoi studi.
      C'era il mare in un'alba grigiastra, e una stella di neutroni, ignara di stare morendo.
      C'era il gelo degli abissi dell'universo.
      C'era tutto questo fino a poco fa nella mia testa, tutto un mondo affollato e ristretto in uno spazio troppo piccolo.
      Poi è venuto il vento coi sussurri della terra, ha scompigliato gli alberi, spaventato le streghe della notte e svuotato i miei spazi.
      Da domani sarò pronta a ricominciare la collezione di storie.
      Con l'eterna illusione che ci potrà stare tutto, questa volta sì, questa volta tutto.

    • #1
      L’ipo, nel nostro gergo significa “ipoglicemia”, così il sottotitolo è più chiaro. 
      Mentre scrivo sono in piena crisi ipoglicemia e le braccia tremano. Il tremolio arriva alle mani, che faticano a scrivere… la testa si fa pesante ed il cuore batte all’impazzata. 
      Mi presento: sono JJ e sono diabetica e questa è la mia storia. 
      Ho sentito il desiderio di scrivere, senza pensare che forse qualcuno un giorno leggerà, ma solo per il gusto di farlo.
      Alle mie spalle la musica mi porta in un altro paese, con il Fado in Portogallo. Mi sta facendo danzare a Porto, una danza struggente e sensuale come la voce che sento ora.
      Sto pensando alla modalità in cui raccontarmi e da dove partire, credo che partirò dal momento in cui tutto questo è cominciato.
      Cercherò di essere molto precisa, per fare in modo che questo viaggio possa essere vissuto a pieno.
      Lo zucchero introdotto sta cominciando a ristabilire un certo equilibrio, anche se ora ci sarà il problema contrario. iperglicemia.
      Non c’è pace!

    •  
      Ci sono state le donne, tante, a girare intorno alla mia vita. Sono fortunato:  quando vengono a trovarmi si curano, cercano la bellezza che è in loro e la migliorano. Sono attente agli abiti e al maquillage. Non che sia merito mio, accade e basta.
      Ce n’è stata una che mi ha fatto tremare il cuore, la chiamerò Maria. Era mora e alta, morbida, con labbra generose. Entrava e tutte le altre sparivano, senza che facesse realmente qualcosa per provocare questo vuoto attorno a sé. Gli uomini troncavano il respiro per un attimo. Un giorno venne accompagnata da un ragazzo che avrebbe potuto essere al massimo il figlio di una sorella. Era bello, sottile e godeva di quel fascino noncurante con cui alcune persone si proteggono dal mondo. Le sorrideva, scherzava,  assieme sembravano brillare di una qualche luce incorruttibile. Dopo qualche mese lui continuava a splendere, lei no. Cominciò a deperire, vaghe ombre le cerchiavano gli occhi e circondavano la labbra. Dimagriva, tristemente inappetente. Un giorno lui arrivò con un’altra, una bionda ridanciana. Scoprimmo che Maria era stata ripudiata dal marito, che aveva scoperto la storia e la sua malinconia indotta da un altro uomo, anzi da un ragazzo. Era tornata nella casa dei suoi genitori: usava così, quella volta. Si vagheggiò per un pezzo di questa splendida casa di Nizza, con le colonnine del terrazzo direttamente a picco sul mare. Ci dissero che Maria amava molto quel terrazzo, talmente tanto che quando decise di buttarsi lo fece da lì.
      Venivano regine del varietà, attori di teatro, politici di grido e potenti latifondisti. Tutti cercavano la reciproca compagnia, uno specchio negli occhi degli altri, il palcoscenico che potevamo offrire assieme alla classe del cibo e del maître di sala.
      Ricordo Jeannette, attrice esordiente ma talmente spregiudicata da essere già famosa a diciannove anni; era brava, certamente, ma ce n’erano tante brave come e più di lei. Lei però aveva un talento: si concedeva oppure no. Qualche dozzina di aspiranti amanti si avvicendava ad accompagnarla, e Jeannette era abile nel gestire la coda, nel decidere chi poteva averla per una notte e chi avrebbe ancora dovuto aspettare. Fiumi di gioielli, fiori e luci della ribalta. Intorno ai quarant’anni sposò un ricco impresario, incidente che non interruppe la sua lunga catena di amanti. Invecchiò placida sul palcoscenico, avvolta nei suoi lustrini, dopo aver a lungo scientificamente gratificato schiere di uomini, nessuno dei quali ebbe mai a rimpiangere di averla conosciuta. Incluso suo marito.
      Cambiavano i tempi, il mondo si distaccava gradualmente dai riti del teatro e della visita dalla sarta e precipitò nella fretta del tempo che non basta mai. Non ho mai chiuso i miei servizi alla comunità, neanche durante la guerra o quando, dopo di essa,  la vita germogliò di colpo famelica ed esaltata da ogni angolo, dalle pietre dei palazzi abbattuti, dai cadaveri sparsi in ogni dove. Fu uno slancio di rinascita difficile da trattenere, ammesso che qualcuno avesse veramente voglia di farlo.
      Questa vita invadente penetrò nei santuari del lusso e ne cambiò la faccia. Diventammo più disponibili, sempre buon cibo ma meno lussi. Accolsi un’umanità meno selezionata, con menù semplici, anche importati da altre culture che la guerra aveva mescolato per qualche tempo. Le donne avevano accorciato gli abiti e ravvivato i colori.
      Mi colpì Agata. Entrò con una comitiva di amici alquanto rumorosa, e spiccava per la sua timidezza gentile, per il modo educato con cui si rivolgeva a chiunque. Evidentemente apprezzava l’ambiente perché tornò spesso. Aveva sostituito gli abiti da ragazzina con dei comodi tailleur, aveva cominciato a portare gli occhiali; tutto mentre le sue amiche si gingillavano con gonne ampie a mezzo polpaccio, collane di perle e colletti bianchi. Sembrava una ragazza che ha trovato un lavoro, e spesso arrivava con qualche faldone di carte rilegate col nastro. La sua aria seria suscitava l’ilarità delle altre:
       “Com’è il capufficio? E’ carino? E’ scapolo?”
      Lei non ci badava, e sorrideva gentile. Le sue amiche si sposarono, fecero bambini mentre lei si conquistava un posto di coordinatrice del suo ufficio. Guadagnava bene e faceva le sue scelte. Ebbe qualche storia cui si rifiutò di annettere eccessiva importanza. Quando andò in pensione aveva ancora un sorriso per tutti. Una sera, seduta al tavolo d’angolo vicino al guardaroba, parlando a un’amica disse con un rapido sorriso: “Si sono sposate:  hanno avuto una famiglia, compleanni e natali, tacchini al forno e ginocchia sbucciate da disinfettare. Io ho avuto una libertà quasi totale. Non so chi abbia ottenuto di più, non so neanche se questa domanda abbia veramente un senso. “
      I bicchieri scintillavano alla luce calda del tramonto.
      “Solitudine? Quella è la ovvia interfaccia della libertà. Se non sei pronto a pagare il prezzo di quello che vuoi, meglio che tu ti sieda su una poltrona e spenda la vita a sognare.”
      Poi arrivarono gli anni incredibili, i settanta. Non ci si capiva un granché. Nella nostra zona i palazzi eleganti, i pochi non abbattuti dall’avanzare del ceto medio, crollarono sotto le spallate della contestazione. I ricchi si ammassarono in zone a loro dedicate: dei ghetti ovattati fatti di giardini, piscine e campi da golf. Intorno a noi, nel frattempo, si dipanava la vita produttiva: banche, uffici, un paio di scuole. La clientela era diventata metropolitana,  dalle strade arrivava il rock metallico delle radioline. Avevamo fatto sparire le tovaglie damascate e le applique, creato un arredo medio di dignitosi tavoli in legno, lampade a sospensione e piccoli separé a graticcio. C’era molta paura per le azioni dimostrative dalle quali non fummo esenti. Scoppiò un incendio, una sera, appiccato da una molotov tirata dalla strada. Sembrava che il “fuori” fosse diventato un nemico.
      Finalmente gli anni ottanta riportarono la pace sociale, quella di un’umanità volta gioiosamente tutta nella stessa direzione, verso il luccicante obiettivo comune: il guadagno. Fu una vertigine:  venivano donne coi capelli ricci, le spalle imbottite e una venerazione per la moda del momento qualunque essa fosse.
      Mi aveva colpito Cristina. Era art director di una società di pubblicità. Veniva molto spesso con uomini sempre diversi, ma era ovvio che non si trattasse di faccende amorose: parlavano di affari. Lei tentava la scalata, e sembrava riuscirle bene. Offriva spesso la cena. Sentivo le sue conversazioni basate su scambi di cortesie e informazioni, tentativi di manipolazione organizzativa. Era veloce, intelligente, dura. Indossava abiti costosi, tutti invariabilmente severi. Salvo portare nello sguardo la luce fredda di una promessa di consumo sessuale. Non ho dubbi che qualcuno di quegli uomini sia finito nel suo letto, ma sono certo che nessuno di loro ha rappresentato una svolta sentimentale. Poi Cristina smise di venire da noi. Lessi su un giornale qualche mese dopo che era rimasta coinvolta in uno scandalo finanziario assieme a tre personaggi del sottobosco politico e due broker della finanza internazionale
      Un nostro cliente ne parlava con un amico qualche anno dopo lo scandalo.
      “Ho incontrato Cristina, l’altro giorno. Ti ricordi?”
      “E chi se la dimentica. Fu uno shock, quella volta. Cosa fa?”
      “Insegna disegno, ci crederesti?”
      “Ma dai:”
      “Ma si, incredibile. Però che occhi…”
      “Che vuoi dire?”
      “Sai cosa c’è adesso nei suoi occhi?”
      “Cosa?”
      “Niente.”
      Tacquero e infilarono il naso nei bicchieri, mentre un lieve imbarazzo calava in mezzo al tavolo, fra di loro.
       
      Io sono rimasto lì a guardare tutto quello che ho potuto e processare tutto quello che ho guardato. Stasera mi sento triste ad occhi asciutti. Ho visto lo scintillio delle luci, ho ammirato donne meravigliose, vive, delicate e decise. Sono stato ferito dalle molotov e ho cambiato abito innumerevoli volte. Stasera le mie vecchie mura racchiudono uno spazio vuoto.
      Hanno detto che non sono più adatto alla zona, che qui ci vorrebbe un fast food ma la ristrutturazione risulterebbe diseconomica. Adesso si dice così: vuol dire che costi più di quello che vali. Sono stati un pezzo a pensare, hanno persino detto -  Lo chiudiamo e aspettiamo tempi migliori. -
      Poi una mattina è arrivata lei. Luminosa, con la coda di cavallo e lo sguardo chiaro. Ha argomentato: serve un centro per i servizi di asilo e prima accoglienza per bambini figli di genitori che lavorano. Il Comune è pronto a finanziare la cosa. Questo posto è perfetto, basta tirare su due pareti e aggiungere un bagno.
      Avrei pianto, se solo avessi saputo come si fa.
      Adesso sono qui, in questa sera fredda, e analizzo il silenzio, il gocciolio del rubinetto che perde in cucina. Sento le risate, gli urli dello chef, lo sbuffare esasperato dei camerieri. Vedo luccicare sguardi e gioielli già morti, e poi mi immagino i sorrisi e i pianti dei bambini, le corse delle mamme per andare a prenderli, i saluti trafelati, gli abbracci.
      E’ un futuro all’altezza di tanto passato? Che ne so io, sono solo un vecchio ristorante che nessuno vuole più. Però lei è passata stasera, con le stelle negli occhi. Ha accarezzato un muro ha detto:
      “Faremo un bel lavoro, insieme. Spero che ti piacciano i bambini.”
      Sapevo che sarebbe arrivata la fine e che sarebbe stata dolorosa, inutile negarlo. Ma sapevo anche che se qualcuno fosse mai riuscito a salvarmi, beh, certamente sarebbe stata una donna.
       

    • Inizia a scrivere la tua storia...
      Perché i «Reami Perduti»?
        Il famoso titolo della Collana Forgotten Realms può essere tradotto come i Reami Perduti o Dimenticati; in sostanza la differenza sarebbe minima anche se, per levarci dall’impiccio è meglio usare solo e sempre “i Reami” con la maiuscola.
        È tuttavia fondamentale evitare di commettere il grossolano errore di usare questo termine “ongame”. Non esiste nel mondo vivo dei personaggi questa parola, Toril conosce il Faerûn, il Sud, Matzica, il Sottosuolo, altre regioni vaste come continenti e i suoi domini politici o delle regioni naturali, ma in nessun caso (o quasi perché non si può mai dare per scontato nulla in un mondo come questo) si sentirà o si leggerà dei Reami con un’accezione “ufficiale” del termine.
        Ma allora da dove nasce questo titolo, cosi tanto importante? È una storia lunga e anche molto più vecchia di Dungeons & Dragons.
        Ed Greenwood, ideatore di questo mondo, inizia il suo lavoro sui Reami addirittura nel lontano 1969 come scrittore (dilettante) appassionato di Fantasy. Crea i Reami come un mondo dove ambienta delle storie brevi da pubblicare sulle riviste americane specializzate in narrativa, come tanti altri nomi illustri avevano fatto prima di lui, tanto per citare: Lovecraft e Howard. 
        Non è questa la sede per ricostruire la storia dei Reami prima di D&D né per circonstanziare l’esperienza di Greenwood come romanziere o novellista, l'aspetto più importante da sottolineare è che lui, come Gygax, utilizzò una delle più importanti e fortunate teorie della scienza prestata anche alla letteratura, la quale prese piede a partire dalla prima metà del Novecento: le Dimensioni Parallele.
       
      http://paoloaugusto.blogspot.it/2017/09/delle-buone-basi-dei-reami-storia-di-d.html

    •   La versione del videogioco Hillsfar scaricabile dal sito myabadonware.com per il sistema operativo MS-DOS è la 2.1; doveva essere quella definitiva per il formato finché il Team di Gog non ha rimanipolato il codice per renderlo compatibile con gli attuali Windows, Apple e Linux. Dal sito si tira giù un archivio Rar inferiore agli 800 Kb di grandezza che una volta decompattato restituisce dentro una cartella tutti i file originali del programma. 

    • L'aria ha quel così familiare odore di solitudine,
      quell'odore a cui eri affezionato e che non sentivi quasi più tuo.

      La pioggia cade sul giardino e il mondo finalmente si libera,
      lo senti,
      vorresti scatenare qualcosa di simile, 
      ma resta bloccato in petto per soffocare e bruciare
      e ti butti in quello sfogo, svuoti l'anima pesante di stanchezza e riprendi ad amare,
      solo, quel momento troppo breve di una pioggia di fine estate.
       
      E resto qui ad aspettare fino alla prossima pioggia
      senza mangiare
      la mia anima è straziata,
      l'unica cosa che voglio è la pioggia, sola, può darmi sollievo dal tormento, sola può capirlo, sola può esprimerlo.

      Sotto la pioggia il presagio di morte e l'insensata speranza di vita in un bacio tra due anime condannate
      labbra morbide e mani delicate acquietano le anime 
      e il petto non brucia più come prima, ma ci sono torpore e silenzio.

      Occhi mai visti in un unico grande tempio di malattia (quest'ultima frase è una citazione a una canzone dei Sula Ventrebianco che mi ha ispirato)

    • L’alba s’apriva lentamente: da lontano il sole s’alzava con calma per illuminare il giorno con un’aura nuova. Ma non era perfettamente una bella giornata per Corian e gli altri. Nell’aria vagava un odore diverso dal solito, un odore forse di guerra. Un odore che contrastava l’aria pulita di Flumer. Di nuovo vide un’ombra che si avvicinava verso di loro, a una velocità rapida. Contemplavano quello spettacolo surreale con paura. Erdevia chiuse gli occhi per un secondo e fece un profondo respiro come per rassicurarsi. Ma aveva comunque paura.
      - La paura di morire, Erdevia, è una cosa naturale. Non sai come o quando ti coglie, ma lo fa e basta. Ma non lasciarti ingannare da essa. Guarda positivamente il mondo e poi capirai. -
      - Tu non hai paura? - chiese lei senza guardarlo.
      - Io? Forse più di te. Ma io so come controllarla. La paura è una strana amica. Saper controllarla rende più potenti. Se sarà lei a controllarti, cadrai nelle sue grinfie e difficilmente ne potrai uscire.-
      - Ma come fai a nasconderla? - chiese Erdevia guardando ancora nell’ombra.
      - Pensa solo che in quell’ombra che si avvicina c’è sempre una luce che affiora. -
      - Ma come puoi pensarci? - chiese Erdevia ancora più confusa.
      - Non ci pensi, lo vedi e basta. -  Fece per andarsi e chiamò Rafhael e Cail affinché si posizionassero per combattere. Essi, con sguardo confuso tra il fiero e lo spaventato, avanzarono. Ecco, più o meno così. Osservavano il campo, poi i nemici, poi il cielo, e nuovamente i soldati e... Erano implacabili. Non do torto. Era normale. La presenza di Darix e mia mancava sicuramente, come un vuoto nell’esercito, ma non potevamo farci niente. I nemici erano forti e l'esercito di Corian i deboli. E si notava già dal numero: malgrado Darix avesse creduto almeno nella maggioranza del nostro esercito, eravamo la metà. Ma noi avevamo i draghi, una cosa particolarmente nuova e indescrivibile per i nemici, che si aspettavano un semplice convoglio impaurito di soldati. Corian, invece, aveva radunato un sacco di potenti soldati di Flumer, alcuni anche molto robusti. Ma di fronte allo spettacolo che si ritrovarono davanti era come formiche impaurite. I volti dei Nazuct incutevano paura, ed era una cosa talmente strana... Forse Corian non aveva torto quando aveva detto che i Nazuct erano fatti dalla paura dell’uomo. Vi era un silenzio tombale. S’avvicinarono i due comandanti degli eserciti: Corian e un comandante Nazuct. Vi era una profonda differenza tra i due: Corian aveva un corpo alto, magro e slanciato, mentre lui era basso e tozzo; Corian portava un’armatura color argento e oro, mentre lui aveva un armatura in nero, col disegno di una spada con un serpente attorno a essa al petto. Il suo volto era nascosto da un mantello nero.
      - Come mai così in pochi, Corian? - sibilò. La sua voce era simile a quella di un serpente o qualcosa di marcio o morto. - Eh, Corian? La senti la paura che ti scorre tra le vene? Io la sento, e fluisce dentro di te a una velocità esorbitante. -
      - Pronto per combattere? - chiese Corian, anche se non era la cosa migliore da dire in quel momento.
      - Pronto a morire? - rispose lui. Corian non rispose, ma si limitò a stare fermo e a guardarlo negli occhi. Ma il comandante cominciò a ridere sotto i baffi e, girando sui propri tacchi, se ne andò rapidamente. Corian anch’esso s’era girato e continuava a controllarsi le spalle per evitare un attacco a sorpresa, che non successe. Quando tutto ritornò al silenzio, Corian cominciò l’attacco facendo avanzare i propri soldati verso i nemici. Si scatenarono urla e, quando le prime file si scontrarono, si sentirono i fastidiosi suoni delle spade e lance che si incrociavano con furia. Erdevia sfrecciava tra le file, serpeggiando tra cadaveri e soldati feriti. Guardava con gli occhi i due fronti e controllava Rafhael e Cair. Scrutava con rapidità i gesti di Corian. Davanti a sé s’avvicinò un Nazuct con un’ascia in mano. Erdevia non ebbe molto spazio in cui muoversi e per poco fu colpita dal Nazuct. Avanzò rapida verso di lui e lo colpì con la spada mirando al petto. Lui riuscì a difendersi, ma non fu abbastanza rapido da parare un colpo rapido mirato alla gamba. Infatti Erdevia sapeva come poter usare le sue abilità e mostrava grandi capacità in combattimento. Il Nazuct urlò per il dolore, ma non si fermò. Colpì con l’ascia verso un punto alla cieca, ma Erdevia lo schivò. Poi, avanzando ancora, riuscì a colpirgli il ventre. Quel mostro cadde all’indietro, dormendo per sempre. Erdevia gioì per un secondo, e vide un altro Nazuct mentre s’avvicinava verso di lei con una lunga lancia. Lei evitò il colpo e, mentre esso tentava di girarsi, non ebbe il tempo di notare una spada che s’avvicinava verso la sua schiena. E così morì anch’esso. Erdevia continuò ancora il suo tragitto immaginario, cercando nemici più forti per indebolire di netto le forze nemiche. Poi, tra le file nemiche, notò degli uomini: era una cosa strana, ma ragionandosi sopra, erano persone che provenivano dalle città conquistate da Il Capo. Erdevia ebbe un fremito alle spalle, come per avvertirla. Girandosi su se stessa vide un uomo che stava per attaccarla. - Perché fate questo? - chiese Erdevia - Perché combattete contro di noi e non con noi? - - Il Capo è colui che riporterà la pace a Elderost allontanando per sempre i nemici dalle nostre terre. - La sua voce era monotona e parlava come se fosse una cantilena. Erano stregati! Erdevia in pochi colpi riuscì a ucciderlo, ma fu scoraggiata nel farlo. Mentre stava pensando ancora, non scorse un Nazuct che lo stava per colpire alla schiena. Quando se ne rese conto era troppo tardi. Presa dalla paura, alzò la spada in alto e chiuse gli occhi. Quando li riaprì, capì di non essere ancora morta e vicino al corpo morente del Nazuct trovò Rafhael. Dal volto sembrava già esaurito. Guardandola per un paio di secondi, Rafhael mimò qualcosa con le labbra e se ne andò, lasciandola lì sola nuovamente. Guardandosi intorno, Erdevia notò le perdite nemiche, parecchio grossolane. Stava gioendo in silenzio, ma non riusciva a trattenere l’emozione. Ma cantò vittoria troppo presto. La terra cominciò a tremare, come se in quel momento ci fosse un potente terremoto, e lei perse l’equilibrio, cadendo a terra. Cos’era stato quel frastuono? Andò verso la fonte del suono e vide un’immagine che sicuramente avrebbe voluto togliere dalla sua mente per sempre. Da sottoterra uscì una specie di mostro. Era simile a un drago, ma gli mancava le ali. Le sue squame erano verdastri, sul nero quasi, e artigli e denti affilati come rasoi spiccavano dal buio. I soldati si immobilizzarono e fermarono paurosamente il loro combattimento. Alcuni urlarono:
      - Un dragone! Un dragone! Ora cosa facciamo? -
      - Ci ritiriamo? - chiese un soldato a Corian.
      - Ma neanche per sogno! - disse Corian, malgrado tutto il suo corpo implorava la ritirata.
      - E allora cosa facciamo? - chiese nuovamente.
      - Combattiamo. Ecco cosa facciamo. Non sarà così difficile. -
      Gli ordini per un altro attacco furono mandati e i soldati tentarono di avanzare verso quel mostro. Erdevia tentava di distogliere lo sguardo da esso, ma la sua mente non l’ascoltava. Fu destata dai nemici che avanzavano, tirando le catene che tenevano incatenato il dragone. Poi esso aprì gli occhi: due bulbi rossi, che si muovevano continuamente, come per scrutare la prossima preda. Poi aprì la bocca: una sostanza verde ne fuoriuscì, simile a un acido. Tutto ciò era semplice: se ti colpiva, eri morto. Erdevia tentò qualche incantesimo per stordirlo o perlomeno impegnarlo, ma niente. Anzi, sembrava immune agli incantesimi. Era come protetto da qualcosa di più forte. Erdevia allora cominciò a correre, evitando un paio di nemici. S’aggrappò sul dorso dell’animale, tentando di mantenere la calma. I nemici la videro e le lanciarono contro alcune lance, senza pensare che avrebbero potuto colpire il dragone. Erdevia schivò qualche colpo, ma una lancia la ferì al braccio. Il dragone, notandola, cominciò a dondolarsi con l’unico desiderio di buttarla a terra. Ma Erdevia tentava di tenersi stretta, fin quando non mollò la presa. Cadde a terra, colpendosi la schiena. Doveva tentare ancora una volta e poi colpirlo alle spalle, con precisione tra le squame. Guardò i soldati: molti erano morti per colpa dell’acido. Tentò un'altra volta il suo stratagemma, ma fu fermata da un paio di Nazuct che tenevano le armi alzate, con l'unico desiderio di fermarla. Ma lei, prontamente, riuscì a sconfiggerli in poco tempo. Saltò sul dorso del dragone, che cominciò nuovamente a dondolarsi violentemente, come infastidito da una mosca. Impugnò con determinazione la spada e lo trafisse. Ma il colpo non penetrò le squame. Erdevia tentò nuovamente, ma invano. Notò che i soldati di Corian stavano aiutandola coprendola per evitare di essere ferita. Colpì per la terza volta la pelle di quel malefico dragone. Il mostro ruggì. Erdevia cominciò a colpirlo più volte. Per poco cadde a terra, ma la buona volontà la trattenne. Poi saltò a terra con la spada ancora inchiodata nella pelle del dragone. Quando finì a terra, ringraziò in silenzio la buona qualità della sua spada e il materiale. Ma la guerra non era ancora terminata. Estrasse la spada e continuò la sua strage. Si presentò con furia davanti a un Nazuct che impugnava una spada lunga e sottile. Erdevia non si fece sbalordire e tentò di colpirlo al ventre, ma il colpo non andò a buon fine. Lui tentò di colpirla alla gamba , ma lei saltò evitando una brutta fine. Poi lei lo colpì con il piede e poi un rapido colpo al petto lo fece cadere a terra. Ormai mancava poco alla vittoria, e non ci sarebbe stata alcuna sorpresa. O forse sì?

    • Inizia a scrivere  Immaginando di avere tra le mani una confezione originale del videogioco Hillsfar, è questo il momento in cui si solleva il coperchio per vedere cosa abbiamo acquistato: c'è il disco (o più di uno) dove è registrato il programma, poi tre supporti cartacei; il primo è il manuale di gioco stampato a colori, segue il Cluebook sempre di buona qualità e infine abbiamo la Codewhell. Quest'ultimo è il celebre dispositivo “meccanico” con il quale i produttori del videogioco cercavano di arginare il fenomeno delle copie illegali dei software.  la tua storia...

    • Aspetterò la notte
      quando vivo
      nel mio mondo
      e scriverò per te
      d'una carezza nel silenzio
      Leggerò al buio
      per non sentirmi solo
      quello
      che mai dissi
      a nessun'altra
      mentre
      dormirai al mio fianco
      quando sarai l'unica
      ad ascoltarmi
      mentre
      i tuoi occhi
      e i miei pensieri
      sognano
       
      Nel mio mondo
      Giuseppe Wochicevick

    • Inizia a scrivere la tu
       Secondo un fonte molto autorevole come la Wiki dei Forgotten Realms, il nome di Hillsfarderiva da quello di un vecchio clan di nani che nel 673 CV (Calendario delle Valli) fondò il primo insediamento in questo punto sopraelevato sulle sponde orientali del Mare della Luna. Perciò il primo toponimo del luogo potrebbe essere stato “Colli dei Far”; attualmente non conosco la storia di questi nani, ma se volessimo praticare quella scelta linguistica di tradurre tutto il possibile dall’inglese all’italiano, la città si potrebbe chiamare Collifar, o Colfar – forse non sono dei nomi bellissimi, ma credo siano i più corretti. 
        Il videogioco Hillsfar, il cui titolo non lo tradurrò mai ma lo enfatizzo con il corsivo, è ambientato nell’anno 1357 CV, come gli altri due videogiochi venuti prima di questo, si tratta anche dell’”anno zero” di tutta la Campagna dei Reami Perduti, poiché tale è il periodo storico, precisissimo, nel quale partì l’Ambientazione con il suo primo Campaing Set. Collifar è una città-Stato di una regione popolata a maggioranza dagli uomini, quindi in una zona dove le società sono governate da questo genere di esseri viventi e caratterizzata da numerose altre città-Stato in parte simili tra loro, con in aggiunta comunità di altro tipo, ma tutte di dimensioni relativamente ridotte e indipendenti, in pratica sono tanti staterelli. In verità la regione che comprende Collifar non si riduce soltanto alle coste del Mar della Luna, bensì si estende in questa una uniformità sociale e in un certo modo politica anche per tutto il territorio delle Valli; i reali confini della regione sono disegnati dai possedimenti degli altri Stati di dimensioni molto superiori, che sono dei veri e propri regni in certi casi, oppure territori divisi da confini naturali come il Thar dietro le montagne della Spina del Drago. Per il resto, Damaria, Sembia e il Cormyr sono dei regni degli uomini separati da questa regione che, effettivamente, deve la sua frammentazione a numerosi fattori, tra i quali la Corte Elfica è stato il maggior determinante.
       
      http://paoloaugusto.blogspot.it/2017/09/i-forgotten-realms-collifar.html

    • Preferisco stare in silenzio, immobile, ad ascoltare il rumore di persone lontane, i suoni brillanti degli uccelli, il lieve sospirare dei rami morti.
      Se dovessi farmi fiore, con questa pelle, e con queste viscere delicate, forse sarei papavero.
      Il mio cuore al centro è sottile e sempre teso; come un timpano. Poi vado a correre un po’ quando il cielo si fa umido e scopro che sulle punte fini dei rami fioriscono già alcune gemme di pioggia. Pare un messaggio segreto; ma che vuol dire? Non saprei, io catturo l’ovunque dentro il mio diaframma cardiaco e lo celebro come opera mia. Poi immergo le dita nel grumo di quei fiori cotonati (quelli coi granelli che paiono spiriti). Sono morbidi e ruvidi allo stesso tempo, come piccoli animali freddi. Prima ho messo i piedi al centro di un tronco tagliato. Ho sentito subito un certo formicolio che vi saliva su. Forse l’essenza – l’energia vitale di tutti gli esseri viventi – rimane ben radicata alla propria dimensione, oltre la falsa linea orizzontale del tempo. E poi gli alberi sono gli esseri viventi che preferisco. Paiono così pacati e imperturbabili. Ma se invece fossero consumati dall’odio e dall’ira? Se quell’essenza vitale, la stessa che porta loro a ramificare verso la terra e verso il cielo, fosse sorretta solamente da un autentico e assurdo furore? D’altronde l’odio e l’amore vibrano alla stessa frequenza.
      Vorrei dormire sotto un albero, ma dentro la terra, ingabbiata fra le sue radici. Vorrei essere il suo seme e il suo più grande segreto. Ma è probabile che debba aspettare ancora un po’, un gradino sopra. Certo che, distesi sull’erba, si respira molto bene l’infinito.
      L’infinito è quella pacifica malinconia che rende pesante il petto e che rivela la sua vera natura estranea, attaccata ad una gravità ben più leggera, perché si addice all’universo (di cui ne conserva ancora un bagliore originario) e non all’asfalto. Siamo solo animali, col senso del sublime. È più importante il nostro apparire o il nostro essere? Eppure il nostro essere probabilmente non lo conosciamo, non lo conosceremo mai, oppure non esiste. Allora forse è meglio l’apparire. E visto che ci sono mi scatto una foto col foro stenopeico di una foglia. Stampo la mia immagine sopra un sasso e, inaspettatamente, una manciata di nuvole mi suggerisce qualcosa all’orecchio: l’identità umana – intendono quella cerebrale, genetica, caratteriale – è solo la cornice di un pezzetto di nulla cosmico.
      L’altro giorno ho sognato di pescare molti pesci piccoli. All’improvviso ho deciso di usare un’esca bella grossa e ho catturato un pesce enorme. Un pesce tutto nero, dalle squame lucide e sfumate come le piume dei corvi. L’ho sbudellato come avevo fatto con tutti gli altri; dentro era come un fungo porcino pieno di piccoli vermi. Era vivo e nel frattempo che tagliavo abbiamo iniziato a parlare. Ci siamo innamorati. Così mi sono convinta ad immergerlo in una vasca piena d’acqua, anche se oramai di organi ne aveva ben pochi. Del suo corpo era rimasto solo un lieve involucro vuoto. Aveva anche i capelli riccioli. Lo baciavo, lui parlava ed io lo baciavo, ma non avevo il coraggio di rivelargli che non sarebbe sopravvissuto a lungo. Nessun amore fra due esseri viventi dovrebbe essere chiamato amore. Ieri invece ho sognato l’eclissi, aveva uno strano effetto sul mio corpo. Mi rendeva una bestia ardita capace di volare.
      Qui dentro, nel mio covo di terra e di sesso, di sensi, di carte, d’educazione, di vestiti, d’infatuazioni, di fumo e di rumori – proprio qui dentro – sono una creatura. Magnifica.
      Ma lassù, oltre questa gravità, forse potrei essere molto di più.

    • Ero ancora rifugiato nel mio lungo silenzio quando mi dicesti che no, non ci saremmo potuti vedere il giorno successivo.
      Nella quiete della domenica pomeriggio ti ricordo ancora bella ed assente, i tuoi pochi anni fin troppo evidenti dietro l’espressione corrucciata. Non è mai facile mostrarsi sereni dopo una serata di questo tipo, ma con te non ho mai voluto fingere. Gettarti in faccia la mia delusione di adolescente è sempre stato importante per me, e già allora mi dava la sensazione di poter costruire qualcosa.
      Il problema è che i progetti certe volte sono troppo grandi, e le possibilità troppo esigue, e allora può capitare che uno ci provi fino al terzo, cadenzato fischio, ma che rimanga comunque con la faccia in mezzo all’erba. Alla fine di tutto, poco importa chi o cosa sia stato a rovinarti i piani - un momento poco propizio o un Giampaolo Pazzini qualunque - ti trovi a dover semplicemente cercare di ripartire.
      Nei momenti più duri, in quelli di maggiore sconforto, tornano in mente degli attimi che credevi perduti per sempre, che magari sarebbe stato più comodo lasciare nel dimenticatoio. L’odore di pelle del divano del mio salotto, dove tenevo affondata la faccia per nascondere le umide lacrime che mi irroravano le guance; gli occhi severi di mio padre, filtrati da due spesse lenti che non potevano celare la delusione, lo sbalordimento; la tua chioma castana che danzava nel tiepido vento di un fine aprile; un tocco di esterno destro a cercare il palo più lontano, una delizia che avrebbe dovuto rappresentare il principio di qualcosa, ed invece rivelò la fine di molte altre. Come sono confusi tutti questi ricordi ora, che è passato tanto tempo e ormai la barba devo farmela ogni due giorni. Non ci penso quasi mai eppure sono ancora lì, e magari non aspettano altro che un banale pareggio in trasferta per riaffiorare.  
      Ho guardato indietro molte volte in questi anni, anche solo per ritrovare il conforto di un contesto a me familiare; com’è distante oggi quel vessillo, e come sono lontani i tuoi libri di scuola e le tue fantasie. È vero, domani non ci possiamo vedere, che hai quella visita dal dentista. Che devi ancora ripassare per il compito di Italiano. Che forse il tempo è ormai scaduto, che magari quelle pretese sono troppo alte per chi non sa ancora ben declinare la terza in greco; che a maggio certi campionati sono già decisi.
      Ci sono dei giocatori che non ami mai - neanche quando diventano emblema di una stagione – eppure come ci commuovemmo tutti nel vederlo lacrimare in panchina. Così dissimili - eppure del tutto identiche - erano le lacrime mie, a bagnare la pelle del divano del mio salotto, ad irrugginire la panchina in cui alla fine rimasi solo. Una serata iniziata in maniera entusiasmante, ma conclusasi mestamente soltanto il pomeriggio seguente. Un’illusione durata un campionato intero, passata tra nuovi idoli e dischi dei Pixies, troncata in maniera troppo inaspettata per non essere ricordata come disfatta. Ma ci ho provato fino all’ultimo anche io, immaginandomi dodicesimo uomo a lottare per un traguardo che si allontana. Per un sogno che ad una certa età è forse solo una candida illusione. Per due occhi che rinfrescavano le mattinate, raccontavano di crederci almeno quanto te.
      Il problema è che certe volte i progetti sono troppo grandi, e le possibilità troppo esigue. Ed io non porto nemmeno il numero dieci sulle spalle.
       

    • L’ALBERO DI  NATALE
      DI DINO FERRARO
       
      In prossimità delle feste  natalizie come ogni anno il signor  Antonio Natale   incominciò a girare negozi  e mercatini , infaticabile si gettò tra vicoli e stradine addobbate a feste , colme di ninnoli in vendita ed altre meraviglie di natale da appendere sul proprio albero , la sua infaticabile ricerca per qualcosa di prezioso e bello ,  avrebbe fatto invidia a sol vederlo   lo condusse  a  trovar  i tanti  oggetti caratteristici fin in Russia ed in Lapponia      oggetti  cosi rari per  addobbare  il suo albero natalizio  che avrebbe dovuto far morire d’ invidia  tutti il   vicinato. Quell’anno si continuava a dire tra se avrebbe fatto  un albero  cosi grande come non sé ne era mai visto ,  un albero dai rami  lunghissimi  che sarebbero usciti fuori  dalle   finestre di casa sua ,  rami   ricolmi di palline e stelline , ninnoli e campanelli con tanti piccoli gnomi ballerini che si muovevano per ogni dove su quell’albero fatato . Avrebbe fatto un  grande albero ma non avrebbe  fatto  mai e poi mai il presepe.  
       
      Il presepe non lo voglio fare  non m’interessa, voglio fare solo l’albero poiché rappresenta meglio il mio spirito la mia concezione del natale credo ci sia del giusto nel fare solo l’albero senza rappresentare nascita ,passione e morte di un uomo che assai patito lungo la sua breve esistenza. Sproloqui e ragionamenti che   andava ripetendo a chiunque incontrasse o si trovasse a parlare nell’approssimarsi dei giorni  dell’avvento .  
       
      Un albero  enorme voglio addobbare  tanto bello,  con tante luci , un abete meraviglioso pieno di fili dorati e argenti ,  l’albero più bello di questo mondo, tutti dovranno vederlo  rilucere  da  ogni luogo  del globo dal polo nord al polo sud.   Di presepi in vita mia ne ho fatti più di mille,  per quest’anno  basta,  faccio solo l’albero , alto cosi  alto  che dovrà toccare il cielo  così  ognuno  si  potrà arrampicarsi, scendere ,salire   portare doni a chi lo  desidera . Il mio albero unirà   il cielo alla terra   simile ad un ponte  paradisiaco congiungerà  la  morte alla vita     così magari si potrà andare  nell’ aldilà  a  vedere come  sé la passano chi non può più festeggiare in questa vita il santo natale  , aver la possibilità di salutare qualche  pia anima , un amico defunto ,una persona cara.   Lo farò pieno di luci intermittenti con tanti  giochi di luci, dai svariati  multipli colori .  
       
      I giorni che passarono Antonio di notte  nei suoi sogni  incominciò ad avere strane visioni , ora un pastore  con una pecora sulle spalle veniva a bussare alla  porta del suo dormiveglia a dirgli in ginocchio:  la prego signor Antonio faccia il presepe  come faranno le mie pecorelle   a vivere  non potranno più brucare la deliziosa erbetta di marzapane  sopra i monti di pan di Spagna , le carette non potranno più mangiare  il dolce trifoglio  di millefoglie  , se non fa il presepe  come potrò  mungerle  ,come farò a   guarire la mia pecorella zoppa. Mi aiuti signor Antonio sii buono siamo a Natale.
       
      Antonio a quei sogni  si svegliava di colpo  correva a farsi  una camomilla e continuava a ripetersi : no non farò  mai e poi mai il presepe, quest’anno farò solo  l’albero ho deciso e ritornava  a dormire, sotto tre coperte imbottite.  
       
      Durante una notte dopo che lui aveva passato tutto il giorno a decorare  l’albero  di  miniluci  nel bel mezzo della notte  venne un fornaio  orsù gli disse :  fate il bravo Antonio fate anche questo presepe  in molti han voglia di stare sul suo presepe come ha fatto per tanti anni addietro ora non si ricorda come era bello come in tanti erano felici d’andare e venire  i pellegrini  debbo mangiare,  son stanchi del viaggio sé lei non fa  la grotta del panettiere dove io cuocio il pane ,cosa mangeranno i pellegrini ed i viandanti, infreddoliti. Di li a poco  sbucò anche la vecchina delle caldarroste.  Guardate quante belle castagne   ho raccolto, chiuse in  questo sacco  con le mie mani trovate sopra un monte aspro per la gioia  dei passanti che amano scaldarsi le mani in saccoccia con le mie belle e buone castagne cotte , in poco tempo si fecero avanti  anche  vari venditori ambulanti che iniziarono a  lamentarsi ad innalzare cartelli di protesta ad invocare sindacati e cherubini per intercedere  nella costruzione di quell’ameno presepe tutti a gridare e discutere   nel sogno d’Antonio che intontito ,sudaticcio si faceva sempre più piccolo sotto le coperte.
       
      Lei toglie il pane dalla bocca a nostri figli  sé non fa il presepe come vivremo noi . Antonio a queste lamentele nel suo dormiveglia si svegliava di colpo , correva in cucina a bere un bicchiere d’acqua. Vogliono costringermi a fare il presepe , no , mai e poi mai quest’anno,  faccio solo l’albero  sono irremovibile . Fermo nella sua decisione durante  un pomeriggio freddo si trovava vicino al caminetto mentre  leggeva un libro nel suo salotto  sentì bussare alla porta . S’alzo ed andò ad aprire  con sua somma meraviglia  vide davanti a sé i tre magi senza cammelli .
       
      Buongiorno gli dissero i tre magi . Buongiorno rispose Antonio ,cosa posso far per loro disse Antonio. Vede caro disse il più vecchio dei tre . Ho mi scusi mi presento mi chiamo Baldassarre , lei permette ,possiamo entrare , vorremmo parlare con lei d’una annosa questione.   Prego s’accomodino entrate  desiderate una tazza di the . Si grazie rispose  Melchiorre,  con tanto zucchero ed una fettina di limone  . A me piace molto dolce . Prego accomodatevi come posso esservi utili. Vede  disse Baldassarre riprendendo la parole noi siamo  ambasciatori di pace , veniamo da tanto lontano  vorremmo dirle a nome  dell’associazione amici del presepe  di fare come ha sempre fatto ogni anno il presepe  per il bene di tutti , lo sappiamo lei non ha più fiducia del prossimo ed odia un tantino il suo datore di lavoro il governo e qualche riccone pieno di soldi .  Sappiamo che lei vorrebbe fare solo l’albero ma   ci pensa alle conseguenze del suo rifiuto ,del suo atto scellerato  quante persone  ne soffriranno ,   per non parlare di  quella pia madre  e di quel santo padre non vedere  nascere  anche in questa sua casa  il loro divino  bambino concepito con tanta fatica ,tra tante  peripezie e sacrifici . Dopo essere  sfuggiti  al male che condanna gli innocenti  mi creda è dura. Un bambino luce, speranza per ogni uomo di buona volontà  salvezza   nel periglioso cammino  dell’esistenza,   vita che scaccia l’ombre della morte,   poverino nasce povero  in quella notte fredda per essere così figlio di  tutti .  Ritorni ad essere bambino , come lui ,innocente senza alcun peccato  non crede  signor Antonio .
       
      Non so che dirle  mi prende di contropiede , non pensavo di far tanto  male  all’umanità intera non facendo  il presepe.
       
      Guardi quanta strada  ancora a noi ci tocca fare abbiamo dovuto  deviare  allungare  la marcia di tre giorni e tre notti per venire a casa sua  dopo aver saputo la notizia del suo rinnego. Abbiamo con noi i regali   a chi mai li daremo  questo nostri umili doni , oro, incenso e mirra  ma  ci faccia lei  quest’anno forse il  più bel regalo a noi mai fatto, dimentichi il disprezzo e l’invidia e si mette all’opera. Vedrà cosi felici tre poveri vecchietti ,prepari  anche  lei il presepe  c’ ascolti  vedrà ne rimarrà contento   e quando giungerà l’epifania  ci potremo rivedere, salutare ,scambiarci qualche regalino non trova?  
       
      Non so vedremo , non sono molto convinto  vedrò cosa posso fare adesso non prometto nulla dovrò pensarci su . Gaspare si fece avanti ed abbracciò  Antonio e disse : Il presepe  è  lo specchio della vita,  caro amico mio. Sia buono gli sussurrò nell’orecchio prima d’andarsene . Arrivederci caro e ci pensi  su non faccia passare molto tempo  che  Natale e alle porte, disse Baldassarre. Non passò molto tempo che senti bussare di nuovo  alla sua porta  s’alzò ed andò ad aprire. Cosi vide sull’uscio di casa sua  era un signore dalla lunga barba bianca con un grosso  rosso cappello in testa. Buongiorno  fece il venerabile vecchio . Cercate  qualcuno in proposito disse Antonio confuso. Si disse il vecchio, cerco il signor Antonio . Sono  io  come  possa essere utile? Ma prego s’accomodi non rimanga sull’uscio  una tazza di  the? No,  grazie preferisco  un buon caffè,  un espresso  napoletano. Dunque caro Antonio vengo subito al sodo sono qui per capire perchè quest’anno  ti ostini a non voler fare il presepe ,qualcuno ti ha fatto un torto,   ti  ha mancato di rispetto  ? dimmi  provvederò  a risolvere ogni cosa.
       
      Mi sento imbarazzato   , da poco  sono andati via I tre Magi ho provato a spiegare le mie  personali  ragioni. Guardi  non che io non voglio fare il presepe perché ho subito un torto mi creda e  per  voler cambiare, sentire queste feste in modo diverso   l’albero è bello  ,germoglia dà alla fine i suoi frutti ,origine della vita vederlo ornato di palline colorate di  regalini appesi m’intenerisce assai, io solo questo voglio fare, nient’altro.
       
      Comprendo  ma questo tuo stato d’animo  purtroppo  ha causato un sacco di problemi ed io ho dovuto scendere  fin qua giù dalle cime dei monti innevati , mettermi il cappotto pesante e venir a parlar con te di questa storia a quattrocchi dopo che  sono  venuti  a lamentarsi  tutti i pastori del presepe , il vinaio, i soldati perfino erode che è un superbo di natura quando ha saputo   che tu non volevi fare il presepe  sé messo a piangere. Per non parlare poi di Giuseppe che mi ha tanto commosso. Ha detto che era colpa sua   che  non  ispirava  più quell’amor paterno ,  rappresentava poco  l’esempio del buon padre  di famiglia. Antonio per favore non arrechiamo dispiacere a nessuno fai il presepe t’aiuto io  se hai pochi soldi  domani  te li mando   tramite Gabriele, d’accordo ? Va beh   come posso rifiutare ,  ma ditemi voi chi siete ? Antonio mio  non mi  hai riconosciuto io sono  Babbo Natale. Perdonatemi  sé non vi ho riconosciuto  , vi ricordavo più grasso. Ho dovuto fare un po’ di dieta,  invecchio anch’io ,cosa vuoi fare   me la consigliato  il mio medico  causa  il soprappeso  le preoccupazioni etiche   e politiche,  lo stress  dei preparativi un po’ anche a dire il vero e che  son vecchio e debbo  riguardarmi  la salute.   Mi deve scusare sé  per caso vi ho mancato di rispetto .   No ci mancherebbe cosa dici ti   perdono non aver paura   in questi giorni dobbiamo  essere tutti più buoni.  Allora  caro Antonio mi raccomando passiamo queste feste  di fine d’anno  in  santa pace facciamo l’albero ed il presepe  mettiamolo quest’ultimo sotto l’albero insieme ai nostri  regali desideri  e speranze   per un domani migliore ,  per un bene  che congiunge il cielo e la terra  noi tutti attendiamo aldilà di ogni  fede ,seguendo la natura del  nostro essere   diritti verso la fine di quest’anno  in quella  notte fredda  piena di stelle il naturale evento   che   nasce  in una misera grotta  e continua a crescere nel nostro spirito   il senso  di ciò che noi tutti chiamiamo e definiamo  amore.  

    • Mentre camminava nel bosco, quella mattina, il Natale era lì, a prenderlo in giro. Va bene, era un bambino maturo, glielo diceva sempre il nonno, ma anche lui avrebbe voluto un regalo. Un paio di scarponcini nuovi per esempio, visto che al momento portava quelli di Tonino, che aveva tre anni più di lui. I suoi genitori erano i più ricchi del paese, e distribuivano in giro i suoi abiti smessi.
      “Magari sono contenti – pensava Gigi – così si liberano la casa dagli impicci. Loro li chiamano così. Potessi averli io così tanti impicci.”
      Non che Gigi fosse un bambino avido, ma insomma, camminava con un paio di scarpe di tre numeri più grandi, e l’ovatta che la mamma metteva dentro la punta per riempirli gli dava fastidio. Alla fine se la trova appallottolata in un bolo duro e tormentoso, e per camminare doveva levarla e srotolarla, per ricominciare mezz'ora dopo.
      Il terreno scricchiolava sotto i suoi piedi per il ghiaccio scintillante che si annidava sotto rami e foglie. Era bello, a guardarlo controluce. I ghiaccioli pendevano dagli alberi, e quando una poiana si appoggiava su un ramo qualche pezzo cadeva per terra e sembrava un diamante. Almeno, quello che Gigi immaginava fosse un diamante, considerando che non ne aveva mai visto uno.
      Per arrivare a scuola aveva preso una scorciatoia che conoscevano in pochi, arrotolata fra i larici. Gli scapparono davanti al naso una volpe e due tassi. Gli piacevano in modo particolare, i tassi, così buffi e tondi. Poi dietro una curva che conosceva a memoria vide apparire una piccola casa, come quelle che fanno i ricchi ai cani. Bè, magari un po’ più grande, ma non molto. Sembrava fatta con pezzi di ovatta bianca e strisce di luce. Una cosa strana.
      Gigi era un bambino ligio, la mamma gli diceva sempre di non uscire dal sentiero,  ma quella volta non ce la fece proprio a resistere. Era così bella la piccola casa,  luccicava. Rimase un po’ lì a guardarla, poi entrò, molto cauto, dalla porta. C’era un grande pacco con la carta colorata, coi nastri e la frutta di bosco a fare da fiocco. Gigi non aveva mai visto una cosa simile dal vero. Solo nei film.
      Sentì una voce simile alla sua.
      “E’ per te.”
      Fece un tale salto che quasi bucava il tetto. Si girò di scatto e vide un ragazzino. Bruno, piccolo. Gli somigliava, un po’.
      “Chi sei?”
      “Non è importante chi sono io. C’è qui un regalo per te.”
      “Perché mi fai un regalo?”
      “Mi sei simpatico, e poi non pensi  sempre di essere il più furbo di tutti. E’ già tanto, sai?”
      “E cosa devo fare?”
      La mamma gli diceva sempre che niente piove dal cielo. Le cose bisogna guadagnarsele.
      “Prima aprilo, poi te lo dico.”
      Dalla bellissima scatola, che Gigi cercò di non rovinare, emersero un paio di scarponcini nuovi, di daino e col carrarmato. Quelli che lui sognava da tanto tempo.
      Gli brillavano gli occhi.
      “Allora, che devo fare?”
      “Niente di complicato. Vai a casa e prendi qualcosa di tuo,  a cui tieni, e regalalo a qualcuno che sai che lo vorrebbe.”
      Gigi pensava. Non era difficile. Lui aveva l’aquilone che gli aveva fatto il nonno. Gli dispiaceva un po’, ma magari avrebbe potuto provare a farsene uno da solo. Piaceva tanto a Ennio, quell’aquilone. Gliel’avrebbe dato.
      “Tutto qui?”
      “No, c’è un’altra cosa. Dovrai farlo sempre.”
      “Cosa?”
      “Ogni volta che ti arriverà qualcosa di bello tu dovrai regalare una tua cosa, a cui tieni. “
      “Perché?”
      “Perché i regali si onorano. Tu ricevi un regalo e ne fai uno, capito?”
      “Anche se per avere quella cosa ho faticato tanto? Se me la sono guadagnata?”
      “Anche in quel caso. Vedi, a volte non si ottiene niente, nonostante uno si sia impegnato tanto. Allora quando alla fine ce la fai è comunque un po’ anche un regalo.”
      Gigi ci pensava su. Questa storia non l’aveva mai sentita, però gli sembrava che ci fosse qualcosa di sensato. Assunse un’aria da grande. Si sentiva più grande in quel momento, in effetti.
      “Come se avessi un debito, e dovessi ripagarlo?”
      Il ragazzino sorrise.
      “Bravo, hai capito tutto.”
      Nel dire questo scomparve, di colpo, sotto lo sguardo attonito di Gigi.
      Lui non perse tempo, si mise subito gli scarponcini nuovi e, per la paura che il regalo scomparisse, si precipitò a casa a prendere l’aquilone in regalo per Ennio. Sarebbe arrivato in ritardo a scuola, ma pazienza. Si sarebbe inventato qualcosa per giustificarsi con la maestra.
       
      Il bosco scintillava di ghiaccio e di sussurri, e sul sentiero che tutti i giorni Ennio faceva per andare a scuola un ragazzino costruiva una piccola casa di luce.
       
       
       
       

    • Ti ricordi, la sera prima c’era stato un temporale, dalla finestra della camera abbiamo visto il mare farsi viola, il cielo nero, poi la pioggia ha cominciato a picchiare sui vetri come schiaffi, allora ti ho cinta la vita da dietro e al tuo orecchio ho sussurrato, andiamo a letto, e tu hai inarcato la schiena contro di me, era già la terza volta quel giorno che facevamo l’amore, o forse la quarta, adesso è impossibile saperlo di preciso, ma non importa, quello che importa è che ci siamo ritrovati nudi, di nuovo ascoltando quel CD che amavamo, L’ha inciso in uno stato di grazia, dicevi parlando del musicista, musica e parole perfette, la colonna sonora della nostra vacanza fuori stagione a picco sul mare, sul comodino il libro in prosa di un poeta portoghese morto sessant’anni prima, che dividevamo come un pensiero, una confidenza, un sorriso, ci sembrava di essere un’unica cosa, ti ricordi? Ma sì che te lo ricordi, come ti ricordi quando la mattina dopo siamo entrati nel solito bar per fare colazione, quasi correndo, che poi... “solito”... c’eravamo semplicemente andati il giorno prima, appena giunti in paese, e ci saremmo tornati ancora nei due giorni successivi, ma comunque, cosa dicevo? ah, sì, che la mattina dopo la sera di tempesta siamo entrati ridendo e quasi di corsa nel bar, così ci siamo schiantati contro un muro di silenzio.
          Erano tutti fermi, il barista piegato in avanti, il peso del corpo che gravava con un braccio sul bancone, di fronte a lui la donna anziana, il cappello di paglia e fiori in testa, anzi c’era un solo fiore, giallo, forse, e davanti a lei la tazza di un cappuccino, al suo fianco probabilmente il marito, l’aria grave come tutti, come la cameriera lì in piedi, di lato, le braccia lungo i fianchi e le mani strette a reggere il vassoio steso lungo le gambe, alle spalle della coppia anziana una più giovane, sicuramente il genero e la figlia, o la nuora con il figlio. Seduta a un tavolino una bambina, che guardava fissamente la bambola stretta nella destra, l’altra mano adagiata sulla coscia. Forse era la nipote, o forse no, perché fuori, sul marciapiede che dava sull’ingresso opposto, si stagliava un’altra donna che noi vedevamo di spalle, il gomito piegato e alzato sopra la spalla, si capiva che teneva la mano a visiera per riparare gli occhi dal riverbero della luce limpida che segue i temporali, e forse era lei la madre della bambina, e non la donna della coppia matura in piedi dietro gli anziani, perché lei pure, al pari della bambina e degli altri lì nel bar, era come congelata in una bolla di immobilità e silenzio. Poi la vecchia al banco, rivolta al barista, ha detto, Non ce ne saremmo nemmeno accorti se non fosse stato per gli occhi della bambina. Così e poi nulla, finché l’ultima eco delle risate appassite sulle nostre labbra si è spenta, e nel momento in cui ci è apparso chiaro che le parole della vecchia erano il suggello di un discorso già pronunciato, tutti si sono voltati a guardarci, anche la donna sul marciapiede, che ora aveva gli occhi azzurri.
          C’era stato un momento di imbarazzo, il nostro, non degli altri, rotto dopo un attimo dal barista che sorridendo e staccando il braccio dal bancone ci ha salutato, così noi abbiamo risposto e il nostro buongiorno è stato come il segnale di un regista al resto della troupe, che si è mossa secondo un copione collaudato, ognuno ha fatto un movimento idoneo al contesto e il bar è divenuto nuovamente un luogo temporaneo di ritrovo e ristoro, però in noi è rimasta come un’eco di quell’atmosfera tesa che si era respirata fino a un attimo prima, perché la tensione era troppo densa per potersi dissipare in breve tempo. Chi era la bambina? ci siamo chiesti una volta fuori, forse quella seduta con la bambola in mano? ma no, era evidente che non si trattava di lei, perché... be’, perché altrimenti gli altri l’avrebbero guardata, lei stessa non se ne sarebbe rimasta lì in disparte a fissare la bambola, comunque sia in quel bar, fino a un attimo prima della nostra comparsa, era aleggiata l’idea di qualcosa di drammatico, una disgrazia, forse, e allora un’ombra era scesa sulla nostra vacanza, ma eravamo giovani, ti ricordi? lo scudo del nostro amore era tornato velocemente ad avvolgerci, così siamo scesi in spiaggia, la “nostra” spiaggia, il tempo di percorrere la stradina tortuosa e l’ombra si era dissolta. Più tardi, mentre entrambi eravamo rivolti verso il mare e io ti abbracciavo di spalle, altre ombre erano sorte all’orizzonte scurendo di nuovo il cielo. Velocemente ‑ appena il tempo di camminare con le mie labbra sul tuo collo, tre passi, dalla nuca all’orecchio ‑ una nuova tempesta si annunciava, più feroce di quella della sera prima, e ci ha fatto rientrare.
          Era stato nel negozio di frutta e verdura che siamo venuti a sapere la notizia, prima ancora che ne parlassero i giornali, perché in paese si era già sparsa la voce della scomparsa del bambino. Aveva sette anni ed era in auto con il padre quando questi si era fermato al distributore sulla statale. Per caso si era incontrato con un cliente, attardandosi a parlare con lui nel bar della stazione di rifornimento, e una volta tornato alla macchina il figlio non c’era più. Anche dal tabaccaio dove ci siamo fermati perché volevi comprare un pacchetto di sigarette ‑ che poi, noi non fumavamo, ma quella sera ne avevi voglia e allora anch’io ho detto, Sì dài… ‑ anche dal tabaccaio, dicevo, si parlava della scomparsa del bambino. Siamo rientrati nell’appartamento con un peso sul cuore, e questa volta non si è dissolto, abbiamo cercato di attenuarlo leggendo insieme, stretti sul divano, alcune pagine del libro, le braci delle sigarette che punteggiavano la penombra della stanza, rischiarata a tratti da un lampo. Ma poi siamo finiti a parlare della scena del bar, l’abbiamo scomposta come il fotogramma di un film, il fermo immagine sul presagio di una tragedia, non riuscivamo a toglierci dalla mente che se nel pomeriggio era successo qualcosa di tremendo a metterlo in moto era stata la sensazione di immobile silenzio che avevamo percepito di sfuggita lì nel bar, quando la vecchia ha pronunciato quelle parole, quasi un incantesimo, Noi non ce ne saremmo nemmeno accorti se non fosse stato per gli occhi della bambina. Quell’immagine ci sembrava un rebus, e risolverlo magari avrebbe sciolto il sortilegio, o la maledizione.
          La vecchia stava in piedi davanti alla tazza del cappuccino sul banco, il braccio teso come se l’avesse appena riposta sul piattino, e con quello del barista, su cui egli poggiava tutto il suo peso, formava un angolo ottuso, come se fossero i due cateti di un triangolo scaleno; il vecchio era al suo fianco, anche lui davanti a qualcosa, forse un bicchiere, un calice! ecco cos’era, un calice con un dito di vino bianco, e la cameriera, seria come tutti, occupava uno spazio intermedio fra i due vecchi e la coppia matura alle loro spalle. Più indietro ancora la bambina, seduta al tavolino presso la porta-finestra spalancata, dove si stagliava quella che doveva essere la madre. E cosa guardava, quella donna, mentre tentava di ripararsi con una mano a visiera gli occhi? Che cosa c’era in quella direzione? Non lo sapevamo, non conoscevamo per nulla quel bar, che con la voracità di una coppia innamorata in vacanza avevamo battezzato “il nostro”. Tu dicevi che dall’altra parte c’era un palazzo, io dicevo che il palazzo c’era, sì, ma da dove si trovava la donna si doveva vedere uno squarcio del belvedere dall’altro lato della piazza. Forse, ho azzardato, guardava il profilo del mare. Alla fine ci siamo tranquillizzati dicendoci che non dovevamo per forza pensare al peggio, magari l’indomani mattina saremmo venuti a sapere che si era aggiustato tutto, il bambino era tornato a casa e insomma tanto magone per nulla. Ci siamo addormentati lì sul divano, abbracciati, mentre fuori si sentiva ruggire il vento, e lo scrosciare aggressivo della pioggia contro il vetro, e i tuoni.
          La mattina dopo non c’erano novità, anzi, c’era ancora più preoccupazione in giro. Siamo tornati al bar, tu avresti voluto chiedere al barista della vecchia, per sapere di cosa stavano parlando poco prima che arrivassimo noi, ma c’era molta gente, e tutti discutevano del bambino. Lo conoscevano, conoscevano il padre e la madre, una donna aveva la figlia in classe con lui, faceva la seconda, disse anche il nome della sezione, e negli anni a venire non ce la saremmo più scordata, era la 2A. La tempesta era finita ma continuava a piovere, così abbiamo passato la mattina passeggiando sotto i portici e senza sapere come siamo finiti in un museo di bottoni. Non ci potevamo credere che esistesse un museo del genere, anche se dopo averlo visitato e aver prestato attenzione alle spiegazioni appassionate della custode ci sembrava strano che musei come quello non fossero più diffusi. Solo al momento di salutarla lei scuotendo la testa ci aveva detto, Avete sentito di Mino? Noi abbiamo annuito, ma è finita lì, non voleva dirci altro, solo dare sfogo a un peso che l’opprimeva, allora abbiamo detto arrivederci e ce ne siamo andati, con il suo stesso peso sul cuore.
          Si chiamava Giacomo, per gli amici e la famiglia Mino, e l’hanno trovato il giorno dopo in un fosso. Gli era successo tutto quello che tutti avevano temuto fin dal primo istante. Tutti, anche noi. Eppure dopo il museo dei bottoni avevamo fatto la spesa, e poi eravamo tornati a casa, dove io avevo cucinato gli spaghetti con il pesto fresco preparato da me, avevamo comprato anche un mortaio apposta per i pinoli, e un coltello largo per battere il basilico, perché la cucina, la “nostra” cucina, non ce l’aveva. E poi c’eravamo amati di nuovo, e poi ci eravamo addormentati. Il telegiornale della sera aveva detto all’intero Paese che del piccolo Giacomo ancora non si erano trovate tracce. Altre ventiquattr’ore e sarebbe arrivata la notizia finale. Era la nostra ultima sera, che abbiamo passata stretti sul divano, senza leggere, quasi senza parlare. Eppure… eppure siamo stati felici. Quella, ancora quarant’anni dopo, quando iniziò la mia malattia, per noi era stata la nostra vacanza felice, il culmine della vita a due, prima che arrivassero Martina e Francesco. La vacanza felice di quando eravamo ragazzi.
          Forse è per questo che sei voluta tornare nel nostro bar, magari per vedere se c’era ancora. C’è, vedi? E tu sei seduta proprio dov’era la bambina con la sua bambola in mano, al tavolo più in là ora è accomodata una giovane coppia con una bambina forse un po’ più piccola della “nostra”, questa avrà sette, otto anni, l’altra ne avrà avuti… nove? E ci sono anch’io, pure se adesso, da come la bambina di oggi ti ha guardato, ti sei ricordata di essere sola. Ma nonostante tutto, anche ora che sono solo un pensiero sottile nella tua testa, e guardo i tuoi capelli grigi, le mani rugose, io sento di essere ancora qui con te, e mi sembra così facile passeggiare con le mie labbra sul tuo collo, solo tre passi leggeri, dalla nuca all’orecchio. Che buffa, la mia assenza, vero? Non ce ne saremmo nemmeno accorti se non fosse stato per lo sguardo di questa bambina.

    • ALBERI SENZA RADICI
       
      Il mio andare per giorni fragili legati ad un senso simile ad un scarafaggio che gioca a pallavolo con uno stronzo di cane che abbaia in continuazione che grida a Nando vedi di muoverti. La sera è tenera l’amore un pezzo di pane sfornato da poco ,fragrante profumato che inebria il pensiero ed i sensi. La sera nasconde le colpe di ognuno li tiene segregarti dentro una palla di cristallo ove tanti spettri sgambettano, s’abbracciano fanno finta d’essere vivi. Vieni anche tu?  No , non mi sento bene.  Ti volevo dire che qui si stà bene.  Forse hai ragione ,forse sono proprio fuori di senno   fino a non capire più ciò che bello ciò che vero.  Quanti piagnistei.  Una goccia  nel mare.  Una mano che  m’accarezza  Un uomo  senza cappello.  Siamo morti nell’ottanta , sulle barricate.  Noi da poco ,ci hanno portati al camposanto.  Credevo al macello.  Siamo giocatori incalliti.  Noi fantasmi  ,qualcuno  dice anime morte.  A noi non ci fa paura  , però , vorremo entrare anche noi nel sis-tema, una cosa è essere orribili  una cosa capire come e dove. Mi dispiace debbo andare ,questa palla di cristallo mi rende folle. Vada non torni indietro. Perchè dovrei tornare ,in questo inferno ?  Lei crede d’essere un giusto?  No mi ritengo un imbecille ,poco riflessivo con un grave prob-lema psichico Oh cielo dove siamo capitati, chiamati le guardie Chi  gridi in tal modo da far sorridere gli sciocchi Ballano continuano a muoversi in quella palla di cristallo tanti piccoli esseri si muovono strisciano bisbigliano nell’orecchio di un dio il loro dolore, il loro mondo dimenticato quella loro storia senza senso che continua a ripetersi a creare nuove storie nuove intendimenti. Qualcuno cammina nudo dentro la palla di cristallo che illuminata da mille piccole luci che splendono su quell’albero di abete tagliato sradicato da una terra fertile ed infinita figlia di una quercia ed un pino selvatico con una nonna che era un abete gigantesco forse nata nel giardino dell’Eden dove Abele amava giocare con Caino intorno a quell’albero del bene e del male. Un albero una storia una piccola pallina di cristallo splendida dipinta a mano dove tanti esseri i si fanno la guerra copulano giocano a fare i grandi mentre alcuni muoiono lentamente poi risorgono all’improvviso. Venite salite fin su in cima. Salire ,salire quanta fatica. Andiamo non perdere tempo. Chi ha tempo non perdi tempo. Chi e là? Chi vien qua? Stiamo arrivando. Che piacere averla affianco. Io trovo tanto faticoso salire ramo dopo ramo. Ma via non perda tempo. Lei si ritiene una persona normale. Signore mi punzecchia ? No ,ma per favore non mi faccia le pizzette sul viso. Oh mi scusi il mio deretano e proprio maleducato. Che serata. Ragazzi qui sopra si sta benissimo. Sono già giunti fin là sopra ,che prodigi. Vedo i tre Magi in lontananza. Io vedo la stella cometa . Noi ,ci sediamo ed ascoltiamo il canto di questi angioletti. Le luci s’accedono si spengono ti portano lontano oltre l’immaginario che ti ha condotto fin lassù in cima a quell’albero, un abete quasi spoglio che dai lunghi rami copre le nudità degli angeli, permettendo che tutti possano salire fin lassù, in cima verso il cielo dove vivono i santi.                                  
       
      ATTO    II                          
      L’albero con le sue palle colorate, piccole ,grandi , pelose, dipinte a mano dalle strane forme che sfuggono ad ogni logica , ad ogni male che anima la vita di ognuno, che procrea ,crea un senso nuovo , forse nuovi discorsi surreali che hanno ali per volare lontani verso altri mondi verso altre terre misteriose oscure belle e gelide dove risiedono tanti capannoni miseri sgangherati ove sono stipati dentro tutti quelli che non credono nella buona novella .qualcuno passeggia sopra un terrazzo sembra un soldato con una frusta in mano picchia un povero prigioniero picchia una donna  condonata a subire ad essere sottomessa ad essere schiava del suo credo. Cose da non credere la stanza grigia dove e stato messo quell’abete sradicato del bosco fatato ove vi regnavano gli gnomi dai nasi a peperoncino dove le renne volavano e trainavano la slitta di babbo natale. In quella piccola stanza buia con tante porte che s’aprono si chiudono rimangono mute difronte al dolore dei prigionieri.   Vorrei essere a Parigi   Ma no io a Napoli, meglio a Sant’Anastasia.   Sei fuori , hai una sigaretta ?   Non fumo  e se c’è l’avrei me la fumerei io.   Ma cosa hai da guardarmi , mica sono matto.   Eppure ti ho visto chiuso dentro una palla.  Ti sbagli quello era mio nonno io ero quello che guardava la palla colorata sull’albero addobbato. La verità chi può dirla ,chi siamo noi per condannare chi non co-nosce la verità.  Il dialogo  , quella potrebbe essere un valido aiuto.  Forse siamo tutti condannati ad essere vittime poi a nostra volta carnefici.   Che ignobile ignominia, l’ignoranza non ha limite,   di certo la maleducazione  non salverà il mondo.  Chi siamo noi a dire che questa è la strada giusta da fare.   La palla è l’insieme delle nostre follie terrene.   Su quell’albero io ci sono nato.   Io ci sono salito che avevo dieci anni.   E duro vivere in pace.  Forse siamo folli spiriti che danzano dentro la palla anche noi   Fermi ci osservano.   E un bambino ?   Che bello!!!!   Che occhi . Queste feste appartengono alle anime innocenti appartengono  ai sognatori a chi vuole continuare a lottare contro le tante ingiusti-zie i tanti soprusi che legano l’illusione alla questione ebraica de-scritta da Marx . Noi siamo il frutto di una strana storia il fine di una bella favola siamo le radici di questo albero senza piu casa che brilla pieno di luci dentro una triste stanza. Avremmo potuto vivere felici Non c’è stato l’occasione, ci hanno fatto prigionieri, reclusi in un sistema spietato. Uccisi dentro un carcere. Dentro delle camere a gas. Dentro un incubo che sembra mai finire. Eppure eravamo forti ,salivamo ramo dopo ramo verso la cima verso il cielo con la volontà di riscatto. Noi fanciulli . Noi figli di questo mondo. Ora  m’ubriaco e non so perchè continuo a piangere forse dovresti ripartire per andare dove? Dove credi sia giusto vivere. Sono stanco, rimango qui su questo albero ad aspettare che vecchi e giovani venghino ad ammirare  luccicare l’albero colmo di luci . Io non capisco perché mi hanno imprigionato dentro questo in-cubo,  rinchiuso dentro questa palla colorata , con la mia faccia dipinta,  segnata dal tempo trascorso dall’amore provato.                                          
       
      ATTO  III                              
       
       Le luci s’accedono in molti luoghi dentro i cuori che dormono , che sognano che viaggiano vanno verso mondi incantati c’è tan-ta gente per strada,  chi ride,  chi si stringe a se il suo essere , chi ha molto amato scagli la prima pietra , verso il cielo,  verso questo vecchio albero finto quasi spoglio,  ammuffito che per lunghe stagioni ha atteso di ritornare a splendere . Le luci  seguono il pensiero di ritornare a vivere a raccogliere sopra i propri rami le tante palle,  le tante speranze,  le tante virtù di un popolo che pollo comanda ed ingordo diviene nell’andare zoppicando contro il perbenismo contro la maldicenza di un era . E si rimani per-plessi quasi come se fossimo caduti da una nuvola a bocca aperta apriamo lo scatola dove è conservato l’albero della nostra infanzia.  Vieni anche tu ?  No lasciami solo  lontano da  un mondo migliore.  Sei matto ?  No sono un gatto.  Un gatto ,non sei saggio amico di questi tempi e meglio essere topi.  Caro mio chi la fa l’aspetta.  Avevo uno zio che era un grande uomo , sapeva parlare tante lingue, sapeva parlare con i pesci con chi non ha pazienza.  Che bello ,avere tanta intelligenza da vendere.  Non era uno studioso  ,era un saggio.  Vorresti farmi credere che aveva il cervello di una gallina?  No gallina , gallo.  Sapeva cantare ?  Si molto bene tanto bene ch’era chiamato il Dylan di….  oh perbacco uno zio simile a bob che bello.  Io non c’è la faro mai a salire lassù fino alle stelle.  Vieni con me.  Lei mi comprende.  Non aver paura prima o poi arriveremo.  Che bello essere a natale e pensare di poter essere buoni anche per un solo attimo.  Ehi da li sopra dalla cima , tu che ci sei stato cosa si vede ? Amico è uno spettacolo fantastico, si vede l’incredibile il meraviglioso.  Oh che bello sarebbe arrivarci ,ma sono troppo vecchio.  Vai avanti tu che a me mi viene da ridere.  Questa te la potevi risparmiare.  Domani usciamo da Rebibbia.  Forse siamo liberi d’andare dove ci pare.  Non lo dire in giro , che ci prendono in giro.  Che cattivi che sono, li vedo  soli sopra questo albero con tanta roba buona da mangiare.  Vedo qualche migrante con turbante.  Fallo salire avrà  molta fame.  Gia non sta per nulla bene.  Gli  manca il coraggio ?  No e  scosso  dal  formaggio che puzza un po.’  Accidenti , accedete questa stufa elettrica , facciamo di meglio accendiamo un bel fuoco nel caminetto.  Povero babbo natale. Poveri noi rimarremo senza doni e il perdono che cerchiamo che vogliamo avere  per essere chiamati uomini liberi , per volare lontani per ragionare con il giudice  eccelso di tutte le ingiustizie su-bite dei torti e dei tanti soprusi . questa nostra storia e insipida senza sale senza amore e noi continuiamo ad essere prigionieri dei nostri ideali di ciò che si ritiene giusto o ingiusto dire ed è un proselitismo di forme univoche che si moltiplicano all’infinito si replicano si formano tonde belle rosse gialle grigie azzurre nei tanti colori simile all’ira all’ingiustizia al dolore che si prova a sta-re appesi a testa in giù sopra un albero senza più radici . La storia crea mostri , demoni ed angeli , uomini con il dolore e con poche parole vorrebbero risolvere ogni problema , parole dette tra i denti senza tempo che si susseguono si fanno belle che volano nel vento tra i vicoli  stretti e cupi di questa vecchia  città, illuminata in modo psichedelico dalle piccole luci di un albero buono con tanti rami che vengono chiamati amorini pargoli ed angioletti diavoletti l’oste sorride mentre la sera diviene sempre più fredda.

    • Sesso a distanza

      By Alex89, in Poesia,

      Inizia a scrivere la tua storia...
      Corteggiavo gli oscuri
      pensieri che in lei
      speravo esser giacenti
      tra i buoni propositi.
      Lontani, i nostri corpi
      fremevano di piacere,
      tra le parole e le foto
      volate nei messaggi.
      Si illumina lo schermo
      e pare eccitarsi anch'esso
      all'arrivo del tuo seno
      impallato dall'obiettivo.
      La chat si dilunga
      e anche là sotto,
      io sento battente scuotere
      le costrizioni degli elastici
      delle mutande contro
      la pelle ormai umida.
      Piacere e godere,
      endorfine entrano 
      senza bussare
      tra le fantasie che
      sgomitano tra una
      foto e un tuo audio.
      Sesso telefonico,
      sesso senza corpi
      che si sfiorano.
      Senza lamenti che si innalzano
      dalle onde delle coperte.
      Sesso spregevole,
      sesso vuoto
      che non finisce
      con un bacio, ma
      con una conferma
      di spegnimento. 

    • Beatrice per ogni uomo

      By Alex89, in Poesia,

      Sorrisi si levano dalla 
      bocca di colei che il fato
      ha voluto negare alla
      brama di desiderio celato.
       
      Rinascono dentro di me
      dei pensieri assai arditi,
      su colei che inspira in me
      sentimenti a lungo sopiti.
       
      Sento il profumo di lei
      annebbiarmi i sensi,
      come vino scuotitore dei
      desideri più intensi.
       
      Sogno come ogni perdente,
      di aver la donna che non si può 
      conquistare se non nella mente,
      perchè lei ignora tutto ciò.

    • Ho attraversato i corridoi di un ospedale per giorni, perfino per ore. Sono inciampata in un groviglio di storie così strettamente annodato da risultare inestricabile. Difficile camminare, parlare con chiunque senza incorrere in un racconto, qualcosa di vissuto e perduto in un attimo.
      Non c’è pudore, qui. Tutto è sotto gli occhi di tutti, e questo induce a condividere dolori e riflessioni come mai si farebbe senza questa coatta promiscuità di corpi e di anime. Cambiano i rapporti sociali, cadono le convenzioni, si viola continuamente l’altrui intimità e si entra, in qualche modo, a farne parte. Pure, nel momento in cui si rinuncia alla privacy per obbligo, si scopre la solidarietà. Niente illusioni: durerà un attimo, il tempo di portarsi via il proprio caro e dimenticare quel luogo unico e irripetibile. Ciò non toglie che in quel particolare momento le persone si confortino, si abbraccino, si scambino speranze e partecipazione. Qualche volta gli auguri a qualcuno per una soluzione che ambedue le parti sanno non esserci. E ci si sente ipocriti.
      Si vive nel breve termine. Non c’è un futuro remoto: siamo qui e ora. Il paziente oggi sta così. Forse anche domani, forse no, forse peggiorerà. Allora guardiamolo adesso, perché adesso si può fare qualcosa per lui. E in questo tempo contratto, fatto solo di questo attimo, di questa giornata senza un rimando alla successiva, l’Ospedale erge a difesa dell’Ordine Medico Planetario le sue routine. Mentre le vite si rianimano o cessano, mentre il dolore fisico e psicologico devasta i pazienti, a volte per giorni e senza tregua, mentre i destini subiscono svolte improvvise e impreviste, l’Ospedale celebra i suoi riti.
      La colazione, i pasti, la distribuzione dei farmaci e la misurazione della pressione, l’igiene mattutina. Tutto questo, e altro ancora, scandito con regolarità nel corso della giornata conferisce un senso di normalità. Si, il paziente del letto 6 sta morendo, il figlio lo veglia in attesa dell’inevitabile, ma gli altri pazienti devono mangiare, prendere le medicine, salvarsi. E allora si ammorbidisce, si smussa; riparato con un paravento il letto del moribondo si continua a vivere. Con gli altri e per gli altri.
      Una permanenza di più di una settimana in un ospedale è un normalizzatore esistenziale, una risposta a quello che non sappiamo di essere: una molecola il cui destino è irrilevante.
      Da un certo punto di vista rassicura. Ci restituisce chi siamo.

    •  Hillsfar uscì nel 1989 a ridosso, forse a distanza di pochi mesi o settimane, dei titoli dei videogiochi per D&D che l’avevano preceduto e che su questo blog formano quattro distinti “Diari d’Avventura”. Era quindi parte di un progetto di editoria elettronica a cui si può perlomeno attribuire un “investimento intenso” per quell’anno, coinvolgeva cinque diverse aziende:  la TSR, la SSI, la U.S. Gold, la Pony Canyon e la FCI (Fujisankei). Non stupisce ora evadere in modo breve i formati di pubblicazione del Videogame, rispondenti a quasi tutti quelli già usati in precedenza; arrivati a quel punto, per le aziende coinvolte non si trattava più di un esperimento, ma di un processo di produzione ormai messo a regime, e nel quale sembrano essere state scartate le edizioni per alcune macchine che non avevano dato risultati soddisfacenti, oppure il loro mercato in generale stava giungendo già al capolinea. 
        Hillsfar venne prodotto per gli Home Computer 8 bit Amiga, Atari ST e Commodore 64; in versione DOS per i Personal Computer a 16 bit – tutti usciti nel 1989 – a queste si aggiunsero nel 1990 la versione per la Console Nintendo NES e nel 1991 per una macchina sempre a tecnologia x8086, chiamata PC-98, diffusa per lo più in Giappone e in America.
        A parte questo, oggigiorno è abbastanza complicato trovare degli esemplari originali di questo videogioco disponibili per la vendita, e anche le foto documentarie disponibili sulla Rete si riducono a quelle riferite a due sole versioni, ma credo che dati i tempi ristretti di pubblicazione, queste possono rappresentare validamente tutte le versioni commercializzate all’epoca.
       
      http://paoloaugusto.blogspot.it/2017/09/hillsfar-come-trovarlo-e-come-giocarlo.html

    • Roger, sollevi lo sguardo al cielo.
      Dritto, rovescio: il servizio è ace.
      Affronti la partita come la vita:
      atto per affermare la propria identità
      davanti alla rete, la palla in bilico
      tra due mondi, due filosofie,
      due storie di due esseri umani,
      dialogo a forza di scambi
      in un confronto di stile.
      Torni al quinto set
      a vincere, ad essere vincente.
      L'Australia ti premia con 
      il diciottesimo Slam.
      Una carriera che non finirà mai.
      Campione indiscusso, ti guardo
      alzarti di nuovo e conquistare
      il campo da tennis.
      Non semplice panegirico, 
      ma poesia di stima
      per chi ha fatto dello sport
      arte, con la racchetta.
      La bellezza: un lungolinea implacabile.

    • Delirio umano

      By Marco Penzo, in Poesia,

      La storia non è ancora
      riuscita a insegnarci.
      Ne siamo debitori,
      eppure la tristezza
      di quelle madri che
      hanno perso figli
      in guerra non ci spiega
      niente del dolore umano.
       
      Un attimo.
      Solo un breve attimo.
       
      La morte si avvicina
      veloce, rapida rapina
      le anime dei coraggiosi
      morti per chissà quale patria
      e per il concetto di essa
      vittime del falso sentire.
       
      Il terrorismo brutale,
      i genocidi e
      l’odio razziale,
      il lager e le torture.
       
      Ancora dobbiamo imparare
      da quel passato che è
      già presente negli occhi
      di chi soffre.
      Un delirio attacca la ragione
      umana, ne contrae la mente,
      rattrappisce la memoria,
      dischiude l’intolleranza.
       
      I diritti umani:
      salviamoli dall’abominio
      della sventura umana,
      ora non è ancora tardi.

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