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  • Storie

    Promuovi qui le tue storie.

    • ALIAS
      Diversi mesi prima.
       
      1.
      Quella notte l’uomo senza nome si svegliò di soprassalto e si accorse di non sapere più chi fosse.
      Si guardò intorno, ma non ricordava di essere mai stato prima in quel posto. L’orologio analogico sulla parete di fronte a lui segnava le quattro e un quarto del mattino.
      Rimase alcuni minuti scrutando intorno, immobile. Mentre i suoi occhi si sforzavano di mettere a fuoco, lentamente emergevano dal buio una poltrona chiara, una porta semiaperta, un basso tavolino di vetro, una scrivania ingombra. Il mobilio elegante di un qualche albergo a quattro o forse cinque stelle.
      Ad un tratto avvertì una presenza, un frusciare sommesso vicino a lui. C’era una donna al suo fianco, a letto con lui. I bagliori al neon che filtravano attraverso le tende leggere illuminavano il profilo vellutato delle sue spalle e dei suoi fianchi scoperti. L’uomo senza nome avrebbe voluto spostare la ciocca di capelli neri e arruffati che le coprivano il volto per guardarla, ma non lo fece. Sapeva già, in realtà, che il viso di quella donna non poteva aiutarlo a ricordare chi fosse.
      Si alzò e andò alla scrivania facendo frusciare la moquette sotto i piedi nudi. Il piano di vetro della scrivania era ingombro di bottiglie di champagne di contrabbando mezzo vuote e notò tracce di cocaina in un piattino dorato. Se non altro se l’era spassata quella notte, pensò, ed era un vero peccato che non ricordasse più nulla. Aprì un cassetto e prese la carta da lettera. «Delano Hotel, Collins Avenue, South Beach, Miami» recitava l’intestazione. Miami, si disse. Era ancora a Miami.
      Andò alla finestra e scostò appena la tenda per guardare in strada. I profili regolari dei bassi palazzi Art Déco che si affacciavano su Collins Avenue sortirono l’effetto per il quale erano stati disegnati, trasmettendogli una sensazione di tranquillità e di relax. Percepì appena il vociare confuso della vita che scorreva incessante nelle notti di Miami Beach, i clacson sordi delle limousine nel traffico congestionato, le strida delle prostitute cubane che sciamavano instancabili come nugoli di api operaie tra un club e l’altro.
      Sentì ancora un fruscio alle sue spalle. “Mmm… tesoro?” Una voce morbida. Una voce fatta per sedurre. Ed eccitare. 
      “Continua a dormire,” rispose seccamente l’uomo senza nome. Poi si spostò di fronte allo specchio, ma la faccia che vide riflessa non gli diceva niente. Si toccò il viso come se fosse una maschera di gomma e si domandò quando avesse fatto l’ultima plastica e, soprattutto, perché.
      “Ehi, Frankie? Cosa c’è?”
      “Frank,” pensò l'uomo senza nome. Che nome del cazzo si era scelto quella notte.
      “Che c’è Frank? Perché non dormi?” insisté la voce alle sue spalle.
      “Io non sono Frank,” sentenziò lui senza nemmeno voltarsi.
      “Ah, sì?” ridacchio lei. “E chi saresti allora?”
      Lenzuola di seta scivolarono via come un soffio di vento.
      “Nessuno.” L'uomo senza nome tornò alla finestra e rimase a guardare fuori per qualche istante, prima di aggiungere: “Ora vattene.”
      Passi leggeri dietro di lui. Dita che si posavano delicatamente sulle sue spalle nude. “Che fai qui? Vieni a letto…”
      “Ho detto che devi andartene!” tuonò brutalmente l’uomo senza nome. “E subito!”
      Le mani della puttana si staccarono quasi di scatto, come se la schiena dell’uomo senza nome fosse diventata improvvisamente incandescente. Lui rimase ancora un po’ alla finestra mentre lei si rivestiva in silenzio, poi si avvicinò alla giacca e prese il portafogli. «George Thompson» fu il nome che lesse scritto sul suo passaporto statunitense.
      “Mi chiamo George,” mormorò a un tratto voltandosi verso la prostituta. Lei annuì, senza mostrarsi particolarmente interessata alle sue informazioni anagrafiche, e si avviò alla porta.
      “Aspetta!” si lasciò sfuggire istintivamente l’uomo senza nome, e non capì neppure lui perché lo avesse fatto. Lei allora si fermò sulla soglia, la mano stretta attorno alla maniglia.
      “Resta ancora un po’.”
      “Okay, Georgy.”

    • Magonza, 1484.
       
      Dietro la porta che si apre c'è qualcuno immobile nell'oscurità. Due puntini rossi osservano accorti.
      "Figliolo!", gridano a gran voce i coniugi Kratz, "Stai bene?"
      Thomas è seduto sul suo letto con le gambe incrociate, catatonico, con lo sguardo che fissa la parete di fronte e biascica parole blasfeme. Lo scuotono vanamente.
      La porta cigola mentre sbatte e una voce femminile echeggia nella stanza minacciosa: "Thomas è qui con noi."
      "Chi parla?" si interrogano i coniugi Kratz confusi.
      La mattina dopo decidono di rivolgersi al parroco del paese, Padre Albert.
      "Aiutateci, nostro figlio si comporta in modo strano!" dice la signora Kratz singhiozzando. "Ogni giorno, al crepuscolo, Thomas si rifugia nella sua camera e non vuole vedere nessuno... una sera mi sono nascosta in camera sua e l'ho osservato... il suo corpo prima immobile iniziava a contorcersi assumendo posizioni innaturali... sentivo dei gemiti... poi... mi ricordo... c'era qualcosa ai piedi del suo letto: due enormi occhi rossi che mi osservavano. Quando Thomas si è addormentato sono scappata via terrorizzata."
       
      La sera dopo, Padre Albert, perplesso, visita la casa dei signori Kratz in cerca di una spiegazione. Mentre salgono le scale che portano alla stanza di Thomas, il prelato stringe tra le sue mani una vecchia Bibbia e un crocifisso. I loro passi risuonano tra le mura come echi assordanti, fuori lampi e fulmini squarciano il cielo notturno anticipando il temporale. Segue un gran botto e una finestra si apre improvvisamente sospinta dal vento. Un urlo, straziante, proviene dalla cima delle scale. Accorrono immediatamente.
      La camera di Thomas è fredda, vi è l'odore pungente di urina ed escrementi sul pavimento. Il signor Kratz accende una candela per far luce: Thomas giace, tremante, nel letto con gli occhi sgranati, il viso tumefatto. Un gatto nero è rannicchiato sul bordo della coperta intento a osservarli.
      "È tuo il gatto, figliolo?" domanda il prete.
      "No, è della signora Augusta, la nostra vicina" dice con voce fioca.
      Prima di andarsene, Padre Albert lo benedice con l'acqua santa.
       
      Due giorni più tardi, il prelato torna dai coniugi Kratz ma non è solo.
      "Non temete, è Padre Abraham, uomo di fiducia di Sua Santità Innocenzo VIII."
      "Recentemente sono giunte a noi numerose storie di persone che si sono abbandonate al demonio. Sua Santità mi ha incaricato di farvi luce." Poi, Padre Abraham visita Thomas ormai moribondo mentre il gatto nero è lì che continua a fissarli.
      "È questo l'animale del quale parlavi?" dice Padre Abraham.
      "Sì."
      "Sembra che vegli sul ragazzo..."
       
      Il cielo notturno avvolge come un mantello il villaggio mentre la luna illumina il viale che porta alla casa di Augusta Reus.
      La porta è già aperta, un corridoio, umido e buio, conduce in un'altra stanza dove una donna, robusta e avanti con gli anni, è seduta su un tappeto. Delle candele accese sono disposte in cerchio. La donna incrocia le gambe e fissa la parete di fronte sulla quale c'è scritto: Thomas Kratz.
      Su un piccolo altare è sacrificato un gatto nero e l'odore nauseabondo della sua carne aleggia nella stanza.
      "Augusta Reus?", domanda Padre Abraham senza sortire alcun effetto.
      Poi, il fumo nero che aleggia sulla testa della donna li avvolge strozzando il loro respiro. Molteplici ombre compaiono sulle pareti e la scritta si moltiplica. La terra trema e dalle crepe nelle pareti emergono piccoli insetti neri che migrano verso il centro della stanza. Un ululato echeggia nella vallata, poi, altri ancora.
      "Guardie, arrestatela e andiamo via!" intima Padre Abraham.
      Mentre le guardie portano via la donna la porta d'ingresso si chiude facendo un gran fracasso, i vetri delle finestre si frantumano e le fiamme dei ceri si innalzano dando fuoco alla casa.
      La gente del villaggio assiste come in trance al rogo innalzado torce di fuoco e gridando: Thomas Kratz.
       
      Thomas è nel suo cortile: il cielo sopra si squarcia inghiottendolo all'istante spogliandolo del suo corpo e lasciando solo una scia di fumo.
      Incomincia a piovere a dirotto.

    • Una grande, graziosa e colorata
       
      opera opaca
       
      la sua bocca sulla mia
       
      rintraccio,
       
      un pomeriggio del sabato durante
       
      esposizione universale del dolore
       
      e occhi come telegrammi di morte
       
      gli eserciti schierati
       
      il tempo matto e libero costruisce aberrazioni
       
      emoglobina in serie
       
      risorta ai funerali industriali del niente
       
      nello zoo una fuga di Bach
       
      in ricordo di gesti di una nobiltà invincibile .
       
      Poi zuccheriere, scarpe pettini e falci
       
      amministro un'anima in demolizione ,
       
      tutto è orizzontale .
       
      Inizia a scrivere la tua storia...

    • Primavera

      By Lawrence, in Poesia,

       
       
      Gioia d'incanto improvviso
      sbalza la mente al sorriso,
       
      inebria il mirar d'intorno
      lo splendor sublime del giorno,
       
      dal silenzio ineffabili note
      che l'udir il corpo scuote,
       
      alle narici giunge brioso
      un refolo per il cor prezioso,
       
      la festa si gode fino a sera
      della beata primavera.

    • La giornata era cominciata male: la sera prima Sam aveva studiato fino a tardi e non aveva sentito la sveglia, perciò, al risveglio, si era vestito in fretta e furia ed era corso in strada per raggiungere la fermata della metro, peccato che si ritrovò sulla stessa traiettoria di una moto, inevitabile fu l’impatto…
       
      «Alla buon…» disse Riccardo, alzando la testa dalle carte quando lo sentì entrare, poi lo guardò in faccia ed esclamò preoccupato: «Sammy! Che cosa ti è successo? Stai bene?» Scattò in piedi e andò verso di lui.
      «Sì, niente di rotto, soltanto qualche graffio. Una ragazza in moto non mi ha visto e mi ha investito e, per farsi perdonare, ha insistito per offrirmi la colazione.»
      «Potrei capire se avesse investito qualcun altro guardando te, ma mi sembra impossibile che non ti abbia visto! Forse ti è venuta addosso apposta per rimorchiarti; al suo posto avrei fatto lo stesso, senza moto, ovvio. Intendi farle causa?»
      «No, non mi sembra il caso e poi è stata anche colpa mia.»
      «Se tutti ragionassero come te, noi avvocati saremmo a spasso; per fortuna c’è sempre qualcuno pronto a intentare cause contro il suo prossimo» ridacchiò. «Era carina?»
      «Ma io sono fidanzato!» sbuffò Sam.
      «Che c’entra? Gli occhi li hai anche tu, no? Fammi indovinare: molto giovane e carina. Hai disinfettato quei tagli?» gli domandò Novelli.
      «No, ma non è…» iniziò a dire Sam.
      «Scherzi? Già m’immagino i titoli sui giornali: “Giovane promessa dell’avvocatura stroncata da un’infezione”. Poi chi li sente i tuoi professori? Non scappare, torno subito.»
      Uscì e rientrò qualche minuto dopo con una valigetta del pronto soccorso e una bottiglietta.
      «La gente pensa che, siccome siamo chiusi in un ufficio, la nostra sia una professione priva di rischi, invece, tra Edoardo che si taglia le dita con la carta, Gilberto che se le infilza con gli aghi, e ora tu che ti tiri addosso ragazze in moto, non hai idea di quanti cerotti consumiamo.»
      «Come Gilberto s’infilza le dita con gli aghi?» domandò Sam stupito.
      «No, niente agopuntura, se è quello cui stai pensando. Ogni tanto gli occhi di Pippo-Pippo si smollano, allora deve ricucirglieli, soltanto che tutte le volte s’infilza le dita come se fossero dei salsicciotti allo spiedo. Avevo chiesto a Sara se poteva occuparsene e lei mi ha accusato di volerla relegare nel solito ruolo femminile subalterno» sospirò. «Dai siediti» gli disse indicandogli la sua sedia, mentre lui con un salto si sedette sulla scrivania, tirò fuori una garza e la bagnò col disinfettante. «Avresti potuto prenderti un giorno di ferie, ovviamente avvisandomi.»
      «Non mi è sembrato il caso, c’è così tanto lavoro da fare qui. Sul serio, non c’è bisogno…» tentò di dissuaderlo Sam.
      «Quante storie! Comunque, questo è quello che non brucia, abbiamo anche l’altro…» abbassò la voce «ma è destinato a Rodolfo, però non si fa mai male.» Si strinse nelle spalle e cominciò a medicargli il viso con tocchi leggeri come ali di farfalla e applicando cerotti, dove necessario.
      Era tutto così pazzesco! A parte la sua famiglia e Patrizia, nessun altro era mai stato così gentile con lui, quelle dita che lo sfioravano così delicate lo facevano sentire stranamente protetto…
      Riccardo gli sorrise con bonaria ironia: «Certo che ti ha proprio conciato per le feste… a proposito che cosa fa un avvocato al quale non si apre il paracadute durante un lancio?»
      Sam si concentrò: «Una brutta fine? Si schianta?»
      «Certo che no. Cerca di trovare scappatoie nella legge di gravità!»
      «E le trova?» scherzò Sam.
      «Ovvio ma soltanto se è geniale come me. Là, come nuovo!» Stava per scivolare giù dalla scrivania, quando parve ripensarci: «Scommetto che mentre cadevi avrai appoggiato le mani malamente… fammi vedere.»
      «Non è necessario…» ripeté Sam, imbarazzato, e allungò la destra per prendere la bottiglietta, ma l’aveva appena afferrata, quando sentì una scossa dolorosa percorrergli il braccio.
      Riccardo scosse la testa: «Fortuna che non ti eri fatto niente…» Gli prese la mano e gli tastò delicatamente il polso. «Chissà se sei ancora in garanzia… “Pronto, università Sacro Cuore? Lo stagista che mi avete mandato si è rotto, potreste inviarmene un altro?” Comunque il polso non mi sembra fratturato, ma sarà meglio che tu vada a farti vedere da un dottore.» Cominciò a bendarglielo.
      La porta si spalancò all’improvviso. «Si può sapere perché, per una volta tanto che mi trovi un cliente, quello sia un perfetto idiota?»
      Istintivamente Sam tentò di liberare la mano ma Riccardo gliela trattenne con delicata fermezza.
      «Sta’ fermo, non ho ancora finito. Salve, Rodolfo, devo esser diventato duro d’orecchi: non ti ho sentito bussare. Vorrei ricordarti che io mi limito a distribuire bigliettini, l’intelligenza di quelli che vengono a chiedere la tua amorevole consulenza non è affar mio. Comunque qual è il problema?»
      «Quel bifolco ha stipulato un’assicurazione sanitaria su tutta la famiglia, e ora pretende che gli coprano anche le spese veterinarie del gatto! Ma si può esser più stupidi?» Rodolfo andava su e giù per l’ufficio, gesticolando esasperato.
      «Non capisco dove sia il problema. Imposterei il processo cercando di avere giurati che abbiano animali e affermando che il gatto è parte della famiglia. Finito!» Riccardo  scivolò giù dalla scrivania di Sam e tornò alla propria.
      Sam guardò perplesso il bendaggio adornato con un bel fiocco, stile pacchetto natalizio.
      «Io non andrei mai in aula a coprirmi di ridicolo!» esclamò Rodolfo, indignato.
      «Non vuoi segnare un punto in favore dei diritti degli animali? Oh, va bene, passa il caso a me o a Sara.»
      «Troppo tardi: l’ho già mandato al diavolo. Son soltanto venuto a dirti che d’ora in poi i clienti me li trovo da solo!» Uscì, sbattendo la porta.
      «Sai, Sammy? Sono convinto che anche Rodolfo, in fondo, abbia delle virtù nascoste… peccato che io non abbia alcuna voglia di fare cacce al tesoro.»
      Sam si tastò il viso con la sinistra: «Comunque gra…»
      «Uff!» Riccardo agitò una mano, come per scacciare un insetto molesto. «Sei sotto la mia responsabilità: se ti restituissi ammaccato, non mi affiderebbero più stagisti.»

    • Quando iniziarono a manifestarsi i primi sintomi non diede alcuna importanza al cambiamento a cui stava andando incontro.Era solo qualche vuoto di memoria che attribuiva alla stanchezza. Non è niente… domani andrà meglio, si ripeteva. Poi, capitava di non ricordare nomi e volti di persone che conosceva da anni. E dove un tempo c’erano lande deserte ed erbacce sorgevano grattacieli. Dove una volta c’era la sua casa sorgevano vecchie mura decadenti. In che diavolo di posto mi trovo? Il dubbio si insinuava nella sua mente.Frustrato e disorientato, non capiva perché gli oggetti non erano mai al loro posto e attribuiva la colpa a sua moglie. Sei tu che li sposti… le diceva rimproverandola. Amava la compagnia e organizzava piccole cene con gli amici ma diventava sempre più difficile esprimersi con le parole. Iniziò a odiare quella gente e i loro sguardi compassionevoli fino a disprezzare la loro compagnia.                                         
      Non capisco… Il mondo sta cambiato, le persone sono diverse.
      Come una bolla di sapone, il suo mondo era scoppiato all’improvviso. Pensava che qualcuno si divertisse a cancellare i suoi ricordi obbligandolo all’isolamento.
      Pillole. Aghi. Flebo. Apparecchi vari. La sua abitazione assomigliava sempre più a una corsia di ospedale. È per il suo bene, gli ripetevano gli infermieri che lo assistevano. Anche se indossavano un camice non avevano alcuni diritto di dirgli cosa fare. Quanto li detestava!
      Con il tempo, la sua mente aveva smesso di ricordare.
      Dormi amore mio… i mostri non esistono…
      Ti voglio bene mamma…
      L’oscurità lo accolse a braccia aperte. Niente aveva più importanza.

      Qualche visita sporadica, poi la solitudine. Provava rabbia verso il mondo lì fuori e un vuoto incolmabile si stava pian piano impadronendo del suo cuore.
      La vecchia vita non esisteva più, solo i ricordi le tenevano compagnia. Passava intere giornate a rovistare tra le foto e i vecchi cimeli di famiglia. Quanto le mancava quell’uomo così accigliato! Lo guardava accarezzando l’idea che un giorno potesse tornare in sé.
      Non ci pensare nemmeno! Adam… cosa credi… la malattia è devastante non solo per te ma anche per chi ti ama… tu vuoi mollare, fallo… e cosa dovrei dire io? Sono troppo vecchia e stanca per combattere ma non voglio perderti.., gli urlava in faccia quando lo vedeva di fronte alla finestra con strane idee per la testa.
      Dagli scatoloni di cartone, conservate con molta cura in cantina, estrasse delle vecchie cassette che custodivano i loro segreti più intimi: i ricordi della loro giovinezza. Accese il proiettore e i fotogrammi scorrevano senza freni davanti ai suoi occhi stanchi e umidi ma ancora vividi. Non aveva mai immaginato di ritrovarsi, sola, a ripensare al suo passato.
      Lo studio di Adam era diventato ormai il suo rifugio, quasi un santuario dove pregare e trovare conforto.
      Era ampio e quel giorno era ben illuminato dai raggi del sole che filtravano attraverso le tende di lino. Lo studio era ben arredato.
      Chi entrava in quella stanza non poteva non notare la grande libreria in ciliegio con incisioni lavorate a mano e ben definite e gli scaffali stracolmi di libri di ogni genere.
      Al posto della scrivania, adesso c’era un vecchio letto di fronte alla finestra in cui giaceva uomo inerme legato a delle macchine e con una flebo attaccata al braccio. Respirava regolarmente e il suo volto era sereno. Chiunque avrebbe pensato che dormisse.
      Era seduta accanto al letto, così minuta e con gli occhi gonfi, gli teneva ben stretta la mano e mentre lo guardava e lo accarezzava gli sussurrava parole dolci quasi vergognandosi di quel suo gesto: “Adam… oggi è il nostro anniversario… ti amo amore mio…”. Lo baciò sulle sue labbra prima che le lacrime rigassero il suo volto. Prese il mazzo di tulipani che aveva comprato quella mattina quando aveva deciso di uscire di casa per schiarirsi le idee e lo depose con molta cura in un vaso sul davanzale della finestra. Sono per te, amore mio! Si asciugò le lacrime con un fazzoletto. Scostò le tende così che i raggi del sole potessero invadere la stanza. Che bella giornata! Sorrise. Mai più l’oscurità doveva interferire con la loro esistenza. Mai più le ultime parole pronunciate da Adam, Tu chi sei?, dovevano riecheggiare nella sua testa. Mai più doveva sentirsi un’estranea agli occhi dell’uomo che amava. Mai più…
      Quando aprì la porta, due uomini in abito scuro e un uomo calvo e tarchiato gli apparvero di fronte. Non provavano alcuna compassione per quella donna ma solo rispetto per la sua decisione. Aggrapparsi all’impossibile anche quando le ultime resistenze vacillano e la speranza che Dio possa esaudire le tue preghiere muore con esse.
      “Buongiorno, Signora Harris…”, le disse uno dei due uomini in abito scuro mostrandole il tesserino di riconoscimento: Vincent Johnson della J.J. Godman Corporation.
      Dopo aver attraversato un lungo corridoio in penombra li condusse in un’ampia stanza: lo studio di Adam Harris.
      “Accomodatevi…”.
      “Da parte del Signor Godman…” disse porgendole dei fogli di carta l’uomo che prima le aveva mostrato il tesserino ma la donna sembrava assorta nei suoi pensieri.
      “Abbiamo bisogno di qualche firma prima di procedere… è la prassi…” disse l’altro uomo in abito scuro aggrottando la fronte.
      “È come se dormisse” disse la donna mentre spegneva il proiettore e riponeva le cassette nella scatola di cartone. Poi, diede un ultimo bacio all’uomo disteso nel letto e afferrò i fogli di carta. Non li degnò di uno sguardo e li firmò senza alcun indugio.
      Anche se Adam era sempre stato scettico nei confronti della medicina sperimentale, non provava alcun rimorso per quello che stava facendo.
      “Spero ne valga la pena…” borbottò la donna.
      “È la scelta giusta, non se ne pentirà” le dissero compiaciuti i due uomini in abito scuro.
      “Sono i risparmi di una vita…” sospirò la donna… “Diteglielo al Signor Godman…”
      “Non ha nulla da temere. È in mani sicure…”
      “E adesso cosa ci aspetta?” chiese la donna con voce flebile.
      In quel momento, si fece avanti l’uomo calvo: “Sono il dr. Colton Wright, preleverò un suo campione di sangue e di suo marito che analizzerò nei prossimi giorni. Se non ci saranno intoppi procederemo con la fase successiva”.
      Le sembrava che il tempo si fosse fermato. La malattia era solo un lontano ricordo. Poi voltandosi verso la finestra, sospirò: il cielo terso le riempiva il cuore di speranza.
      “Ma quando ci sveglieremo… ricorderò chi sono? Riconoscerò mio marito e Adam mi riconoscerà?” domandò la donna per scacciare gli ultimi dubbi.
      “Certo. E… non lo dimentichi Signora Harris, non a tutti è concessa una seconda possibilità” le disse l’uomo calvo per rincuorarla.

      Una settimana dopo, un suv di colore nero prelevò i coniugi Harris dalla loro abitazione.
      “Dove stiamo andando?” sospirò la donna mentre guardava la sua casa per l’ultima volta.
      “A Phoenix” rispose, con un sorriso fugace, l’uomo alla guida del suv.

      L’uomo era fermo accucciato all’ombra di una quercia. Solo.
      Fissava la linea dell’orizzonte da chissà quanto tempo senza avere un’idea di dove si trovasse.
      Lo stomaco brontolava, le labbra secche e screpolate gli procuravano fastidio. Perdeva sangue dal labbro inferiore.
      Starne voci nell’aria riecheggiavano nella sua testa torturandolo: l’afferrò con le sue mani scuotendola ma continuava a sentire.
      Il sibilo del vento le interruppe.
      Guardò oltre il promontorio e pensò con dispiacere: forse era di quelle parti anche se non lo ricordava.
      Scavò nella sua memoria con rabbia ma le immagini rimbalzavano confuse. Cosa mi è capitato e dove sono tutti quanti? Non tutti i suoi ricordi erano svaniti ma molti erano prigionieri del suo subconscio.
      Intorno c’erano solo spazi immensi e selvatici: come sono arrivato qui?
      Provava nell’ordine: inquietudine, turbamento, senso di vuoto e una solitudine interiore che non gli dava pace.
      Ricordava un letto, una stanza fredda e dei rumori di passi.
      Era frastornato, confuso e sfinito come se era alla fine di un lungo viaggio e temeva che il peggio dovesse ancora venire…
      Vivo un sogno di cui non comprendo il significato e dal quale non riesco a svegliarmi o forse sono morto e la mia anima è in attesa di giudizio?
      Chiuse gli occhi per un breve istante: un’immagine apparve all’improvviso nitida. Con grande fatica afferrò il ricordo…
       
      Minacciava pioggia. I fulmini squarciavano il cielo plumbeo. Il vento soffiava forte facendo sbattere le ante delle finestre. Eva non era ancora tornata dal suo viaggio di lavoro, aveva avvisato che sarebbe rincasata tardi per il maltempo.
      Morivo dal freddo e accesi la legna nel camino del salotto di casa per riscaldare l’aria nella stanza. Sdraiato sul divano sorseggiavo un bicchiere di Merlot e guardavo Han Solo e compagni in Guerre Stellari per ingannare l’attesa, poi qualcosa attirò la mia attenzione. Un boato rimbalzò fino alla mia stanza facendomi sobbalzare dal divano in preda al panico. I muscoli erano tesi. Guardandomi intorno cercai un nascondiglio sicuro: “Che cosa è successo?”. I muscoli erano tesi.
      Ricordo un andirivieni di passi e dei rumori incomprensibili che provenivano dal corridoio. Qualcuno o qualcosa era dentro casa mia…
      Ma era casa mia? La percezione del sogno diventava distorta.
      Con il cuore in gola mi avvicinai lentamente alla porta. Tremante e madido di sudore diedi una rapida occhiata al corridoio. I suoni provenivano dalla stanza in fondo. Adagio, la raggiunsi e guardai dentro: c’erano degli sconosciuti che mi fissavano compiaciuti. Uno di loro si avvicinò e mi disse: “Non aver paura… rilassati…”. Ma il mio cuore non voleva saperne di ascoltarlo. Così caddi tramortito come colpito da un pugno in faccia.

      Era seduto con le gambe incrociate accanto alla grossa quercia e continuava a osservare la linea dell’orizzonte, interrogandosi sul suo destino.
      Ovunque fosse capitato, sembrava che la tempesta non fosse mai arrivata. La terra non era umida e l’aria era calda. Il cielo era terso e il sole era splendente. Le rondini volteggiavano armoniose mentre un minuscolo passerotto saltellava vicino ai suoi piedi… un… due… tre… e quindi volava via strizzandogli gli occhi come se volesse ricordargli che la vita andava avanti incurante di quello che gli era successo. Era madido di sudore, lercio, aveva il corpo ricoperto di un gel biancastro inodore, perso in un posto sconosciuto e con indosso un camice bianco, era affetto da amnesia e aveva una fame e una sete terribile.
      Senza sapere il motivo, stringeva con forza nella mano un braccialetto di plastica con inciso il numero 10. Era tutto ciò che lo legava ancora al suo passato e perderlo significava non tornare più a casa.
      A fatica, si mosse da lì. Il suo corpo si rifiutava di collaborare come se, lì, accovacciato sotto quella quercia, fosse il suo posto. Cercò qualcosa a cui aggrapparsi ma intorno c’era solo una terra desolata. Aveva bisogno in quel momento di qualcosa che lo confortasse. Un volto. Un oggetto. Un ricordo familiare. Qualunque cosa che gli desse speranza ma non trovava nulla di tutto ciò.
      Più avanti c’erano tracce di una vecchia strada sterrata dove apparivano numerose impronte di qualcuno che si era diretto a Sud.
      Seguì la strada sterrata pregando Dio che lo portasse da qualche parte. Ammesso che esistesse ancora un posto da raggiungere e un Dio da invocare.
      Il sole era basso sull’orizzonte quando si trovò di fronte a un bivio. Sgranò gli occhi in cerca di qualcosa, un indizio.
      C’erano rifiuti sparsi ovunque: forse era una vecchia discarica abbandonata. Disperato, diede un’occhiata in giro e cercò un paio di scarpe da calzare. Se qualcuno lo avesse visto lo avrebbe scambiato per un vagabondo che rovistava nella spazzatura! Arrossì per la vergogna.
       
      Al centro del bivio, per terra, c’era una vecchia insegna arrugginita. Qualche lettera era stata cancellata dal tempo ma riuscì in qualche modo a leggervi qualcosa:
                                                                                                                            Phoenix 5 km
       
      Diede un calcio violento a un sasso che era lì nelle vicinanze per sbollire la rabbia per poi finire in un piccolo canyon. Per un istante fu tentato, ci pensò eccome: forse lasciandosi cadere avrebbe raggiunto l’infinito e quel senso di vuoto che provava sarebbe finito all’istante. Scartò l’idea e si sforzò di proseguire…

      Procedeva a stento. La distanza si accorciava, pochi metri lo separavano dalla città. Finalmente, alcune costruzioni, appesantite dal tempo, apparivano ai suoi occhi prima che potesse arrendersi. Delle luci accese! Una flebile speranza scaldò il suo cuore. Qualcuno viveva in quella città…
      Sentiva dei rumori provenire dall’abitazione sull’isolato alla sua sinistra e si affrettò a raggiungerla. Bussò alla porta, ma nessuno rispose. Dai rumori, gli era apparso che ci fosse qualcuno in casa. Gli era apparso di vedere delle luci accese… forse era poco lucido per la stanchezza.
      Era quasi buio. I raggi del sole si nascondevano tra i vicoli per poi scomparire e l’oscurità stava calando sulle grigie costruzioni di cemento. Morirò di freddo se non troverò un rifugio per la notte.
      Dolorante e claudicante per le vesciche ai piedi, bussò a un’altra porta e poi a un’altra ancora invocando l’aiuto di qualcuno perché aveva bisogno di un posto caldo per rifocillarsi e riposarsi. Nessuno gli aprì. Si domandò: non vedete che per strada c’è un uomo moribondo che invoca il vostro aiuto? Volete che muoia?

      Manco da casa da molto tempo… qualcuno avrà denunciato alla polizia la mia scomparsa?
      Ci sarà un ospedale in questa città?
      Ci sarà qualcuno che avrà compassione di me e mi accoglierà in casa sua?
      E se così non fosse ci sarà una chiesa dove avranno pietà della mia anima?
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      Poi, sentì un nodo alla gola e una fitta al torace come se qualcuno stringesse forte il suo cuore tra le sue mani. Le sue gambe vacillavano e barcollò per un breve tratto di strada. La salivazione aumentò. Cercò un appiglio a cui sorreggersi per non cadere a terra esausto. In quella città non viveva nessuno, ad accoglierlo c’erano solo polvere e fango.
      I palazzi gli ruotavano intorno. Dapprima l’oscillazione era lenta, poi diventava vigorosa e improvvisa, come se si trovasse su una giostra al Luna park. L’oscurità calava e prima che la vista gli si annebbiasse una luce si accese nella casa di fronte. La porta di casa si aprì e una giovane donna gli venne incontro di corsa ma prima che la sua mano lo afferrasse… chiuse gli occhi.
      Quando li riaprì, ancora frastornato e debilitato, si accorse di essere disteso in un letto confortevole con una flebo al braccio. Quella donna aveva avuto compassione e lo aveva trasportato in ospedale. Seduto sul letto, osservava la stanza ma qualcosa non tornava: era vuota, fredda e sporca per essere la stanza di un ospedale. Un brivido accarezzò la sua pelle. Rimosse l’ago della flebo dal braccio e corse agitato verso la porta. Si affacciò e notò che la luce al neon lampeggiava nel corridoio e l’intonaco delle pareti cadeva a pezzi. Voleva chiamare qualcuno ma le urla gli rimanevano strozzate in gola: suoni astrusi e atoni fuoriuscivano dalla sua bocca. Che cosa mi ha fatto quella donna? Il battito del suo cuore accelerò improvviso mentre le tempie gli pulsavano tanto che la testa gli sembrava che stesse per esplodere. Percepiva la stessa frustrazione di quando si trovava di fronte a un enigma a cui non trovava una soluzione. Poi, i ricordi riemergevano nella sua mente come lampi improvvisi.
       
      La mia stanza era avvolta nella penombra, scostai la tenda rossa per dare un’occhiata fuori, la luce pervadeva il mio spazio: il sole era già alto nell’infinito azzurro. Abeti e pini dominavano il promontorio. La mia Cadillac Seville berlina era ancora lì parcheggiata di fronte al ristorante messicano. Mi girai nel letto e guardai Eva, era tornata.
      Mi voltai e guardai l’orologio sul comodino accanto al letto: erano le otto. I numeri sullo schermo lampeggiavano a intervalli regolari come se volessero ricordarmi qualcosa che avevo dimenticato. Cosa? Mi sforzavo di ricordare ma ogni tentativo falliva miseramente. Frustrato tornavo a dormire.
      All’improvviso, sentii dei rumori di passi e l’eco di suoni confusi. Forse provenivano da fuori, diedi un rapido sguardo alla finestra, non c’era nessuno nei paraggi. Mi avvicinai alla porta e il brusio aumentava. Provenivano dal corridoio. Poi, sentii dei passi provenire dall’appartamento accanto. Avvicinai l’orecchio alla parete per ascoltare meglio: era il vicino dell’appartamento accanto. Sospirai sollevato…
      Ma i rumori non cessavano. Avevo i nervi tesi. Sospiri affannosi. Lamenti. Rumori di passi e porte che sbattevano. Qualcosa si celava anche nella penombra del corridoio.
      La paura mi assalì, mi sentivo in pericolo e temevo per la vita di Eva. Dobbiamo fuggire da qui e subito, maledizione! Cercai di raggiungere la porta della mia stanza per chiuderla e impedire a quella cosa di entrare ma una forte scossa mi colpì al petto. Passerà, pensai. Una seconda scossa mi colpì e poi un’altra ma questa volta mi piegai sulle ginocchia per il dolore. Stavo morendo? Mi domandai portandomi la mano al cuore.
      Le voci dal corridoio si fecero più insistenti e sempre più minacciose. Eravamo in trappola, sospirai agitato.
      Tramortito e dolorante, scostai la tenda e guardai di nuovo fuori timoroso. Nulla. Mi voltai il letto era vuoto. Non c’era alcuna traccia di Eva. Era scomparsa. O forse Eva era frutto della mia immaginazione? Eppure ricordavo il suo volto e il suo profumo. Non potevo essermela immaginata.
      E loro chi erano? C’erano delle persone vicino alla porta che indossavano dei camici verdi che parlavano tra di loro.
      Man mano che si avvicinavano, i loro sguardi compiaciuti mi intimorivano e indietreggiavo di qualche passo, mi voltai verso la finestra, tra me e l’unica possibilità di fuga c’era solo il vuoto.
      Quelle persone continuavano a guardarmi e parlare in un linguaggio che non conoscevo. Cosa volevano dal sottoscritto? Che lingua parlavano? E in che posto mi trovavo? Il brusio era così assordante che preferivo saltare giù dalla finestra e farla finita.
      Il rumore di fondo che li accompagnava riecheggiava nella mia mente. Mi scoppiavano i timpani e con fare naturale portai le mani alle orecchie cercando di tapparmele. Sudavo freddo. Il cuore batteva velocemente, sentivo pulsare tutte le vene del corpo. Adesso esploderà…
      L’aria che respiravo si fece ripugnante, sentivo un forte nodo alla gola. Tossii più forte che potevo perché credevo che qualcosa mi togliesse il respiro. Mi tremavano le gambe per lo spavento.
      Perdevo sangue dalle orecchie e dal naso. Il mal di testa mi devastava. La stanza girava intorno a me. Pareti. Oggetti. Tutto. Un senso di abbandono si impadronì di me. Volevo gridare per chiedere aiuto ma solo parole prive di suono fuoriuscivano dalla mia bocca.
      Stordito. Confuso. Paralizzato. Non sapevo come definire la mia condizione.
      In pochi istanti, sentii una fitta allo stomaco accompagnata dalla nausea.
      Il dolore aumentava. “Lasciati andare”, mi sussurravano le loro voci. “Lasciatemi stare bastardi”, gli imploravo di andarsene, “Mi butto giù se non ve ne andate…”, gli dissi minacciandoli.
      Barcollavo ma riuscii comunque ad aprire la finestra: “Non scherzo…” continuai a ripetergli. Mi affacciai e mentre guardavo la strada, l’aria di fuori gelò il mio corpo esausto e sussultai per il freddo inaspettato. Poi, il buio.
       
      Quando si risvegliò un odore nauseabondo permeava la stanza mettendo a dura prova le sue narici. Un grande specchio rifletteva l’immagine di un uomo disteso per terra. Spaesato, diede una rapida occhiata intorno: il corpo di uno sconosciuto, inerme, era disteso sul pavimento e immerso in una grossa chiazza rossa. Il suo volto era tumefatto e gli occhi erano completamente spalancati, vitrei, guardavano il soffitto privi di vita. Si diresse verso lo sconosciuto e lo esaminò cercando delle risposte. Aveva i capelli rasati. Indossava un camice bianco e un braccialetto su cui era inciso il numero 9. Era scalzo. Non ricordava di conoscerlo.
      Decise di andarsene di lì prima che le stesse persone che avevano ucciso quell’uomo tornassero.
      La porta della stanza si apriva in un corridoio umido, le cui pareti erano coperte di muffa. Al termine del corridoio c’erano due stanze. Quella sulla sinistra aveva una porta di legno di ciliegio. Provò a girare la maniglia ma era chiusa a chiave. L’altra era aperta. Entrò, e di fronte all’ingresso c’era un’altra porta. Camminava adagio, tremante e incerto se aprirla. E se loro sono lì dietro ad aspettarmi? Ma se non aprirò la porta non scoprirò mai la verità! Si fece coraggio.
      Girò la maniglia, la porta cigolando si aprì… sgranò gli occhi per lo stupore: c’erano dei sacchi ammassati uno sull’altro. Li aprì uno alla volta e il suo cuore gelò per la scoperta.
       
      I sacchi contenevano dei cadaveri con un braccialetto al polso. Erano corpi deformi.
      I braccialetti erano numerati.
      La tachicardia aumentò di fronte a quella visione sconcertante. Le sue gambe vacillarono, le pareti gli si stringevano attorno e il soffitto si abbassava lentamente. Respirava a fatica: si sentiva soffocare. Il suo mondo… quei corpi lo turbavano… e quei braccialetti numerati… uno, due, tre, quattro, cinque, sei… sette… otto… chi sono quelle mostruosità?
      Poi, accanto ai sacchi, c’era uno squarcio nel muro.
      Guardò attraverso l’apertura: c’era un diario, appoggiato su un piccolo scrittoio di legno, che nascose nella tasca del camice per leggerlo in un secondo momento, e accanto c’era una campana di vetro dentro cui era imprigionato un uomo anziano che galleggiava in un liquido incolore. L’uomo sembrava dormisse e assomigliava così tanto a quei giovani corpi… vomitò…
      Attraversò l’apertura a fatica e si avvicinò alla campana di vetro sui cui era scritto: Adam Harris.
      Di corsa, raggiunse la stanza del risveglio dove si ricordò del grande specchio che rifletteva l’immagine dell’uomo senza vita.
       
      Si tolse il camice bianco e lo appoggiò sul letto. Lentamente, alzò gli occhi e si guardò allo specchio. Osservava il suo corpo nudo con le sue imperfezioni. Aveva i capelli rasati, le pupille rosse e dilatate, il viso turgido. Alcune vene erano grosse come solchi. Notò il braccialetto al polso e si ricordò di quando era seduto sotto la quercia e lo stringeva tra le mani. Che cosa significava tutto questo? Dietro ai suoi dubbi si celava la dura realtà: era una delle tante copie imperfette dell’uomo congelato nella campana di vetro. Forse era il risultato di un esperimento che stava per abortire. Toccava anche a lui morire come tutti gli altri. Ma lui voleva vivere. Si sentiva come un bambino appena nato che voleva scoprire il mondo.
      Doveva agire in fretta se non voleva diventare spazzatura ma ridotto come era non avrebbe fatto molta strada. Era a un passo dalla fine.
      Poi, sentì il rumore di una chiave che girava nella toppa della serratura della porta. Lo scricchiolio delle travi del pavimento annunciavano l’arrivo di qualcuno.
      Sgranò gli occhi davanti a quella visione: era una donna affascinante, nel pieno dei suoi anni, minuta con due occhi grandi e tersi. Lo fissava come quando incontri qualcuno che non vedevi da anni. Scoppiò in un lungo pianto. Le sue lacrime le rigavano il volto e lo turbavano.
      Quella donna si avvicinò e gli toccò il viso: “Adam, sei tu?”
      Quel gesto e quelle parole lo colsero di sorpresa: “Chi è Adam?”
      La donna trasalì. “Mi avevano assicurata che tutto sarebbe tornato come prima…”
      Piangeva e lo stringeva tra le sue esili braccia. “Non andartene più via, amore mio…”
      “Io… non capisco… chi sei?” le disse l’uomo sconvolto.
      “Non ti ricordi nulla? Sono Eva… tua moglie… tu sei Adam… il mio Adam… mi avevano assicurata che avresti ricordato… forse per te ci vuole più tempo. Avevi perso la memoria e forse per questo hai bisogno di più tempo per ricordarti di me… di noi…“.
      “Io… voglio tornare a casa…”
      “Ti riporterò a casa ma adesso devi riposare… vedo che non stai ancora bene…” disse tenendolo stretto fra le sue braccia.
       
      La donna lo prese per mano e lo condusse nella stanza chiusa a chiave. Di fronte alla finestra c’era un vecchio letto matrimoniale. La finestra si affacciava sul promontorio.
      “Adesso dormi… domani mattina ti spiegherò tutto” disse Eva con gli occhi ancora umidi.
      Adam la guardò smarrito. Non capiva il significato delle sue parole. Chi era quella donna? E perché diceva di essere sua moglie?
      La porta si chiuse dietro di lui.
      Il sole era già basso sull’orizzonte e presto l’oscurità lo avrebbe avvolto nel suo letto ma non riusciva a chiudere occhio. Pensava a quei corpi senza vita chiusi nei sacchi della spazzatura. Adam non si sentiva affatto spazzatura. Era vivo. Il suo cuore batteva. Le sue emozioni erano reali. Non morirò senza aver vissuto un solo giorno!
      Cercò dei vestiti nell’armadio sulla destra del letto ma trovò solo un camice bianco. Poi, senza far rumore, cercò di aprire la porta della stanza ma era chiusa a chiave. Si fece coraggio, con le lenzuola fece una corda ben salda e si calò giù dalla finestra.
      A piedi scalzi attraversò il viale acciottolato e scivoloso. Un silenzio surreale era calato sulla città. Ogni vicolo che prendeva gli sembrava identico all’altro. Si sentiva come un animale chiuso in gabbia. Una gabbia da cui non riusciva a uscire e che lo soffocava. Guardò in alto affidando la sua ultima speranza al fato. La volta celeste assomigliava a un enorme mantello nero pronto ad avvolgerlo. Sospirò.
      Gli sembrò che la luna gli indicasse la strada da seguire fin quando si trovò per caso davanti a una strada sterrata. C’erano delle orme, ovunque.
      Seguì le tracce che lo condussero ai piedi dell’enorme quercia che aveva imparato a conoscere e che assomigliava tanto al custode di quella terra desolata, si fermò per riposare. Mentre rifletteva sulla sua esistenza incominciò a sfogliare le pagine del diario che aveva trovato in quella casa:
       
      Adam Harris, maschio, bianco, anni 30, New York…
       
      Poi, si addormentò sopraffatto dalla stanchezza.
       
      Quando si svegliò, le prime luci del mattino gli accarezzavano il volto. Anche se era di nuovo al punto di partenza le sue labbra si curvarono in un flebile sorriso. La vita mi aspetta!
      Riprese il cammino carico di speranza.

    • Solitudine

      By Thiago, in Letteratura Rosa,

      Solitudine
       
      “Potessi stringerti ancora, amore mio. Baciarti, carezzarti, sfiorare queste labbra che tanto mi mancano. Perdona questo uomo, che è fatto di carne e peccato. E che ti ha perduto.”
      “È possibile forse perdere, ciò che non si è mai lasciato? Mai, Dio mi è testimone, smetterò di camminare al tuo fianco.”
      Un bacio appassionato, un abbraccio senza fine, un caldo sole a scaldare i loro corpi.
       
      Un sogno. Un’immagine nella mente, un desiderio incessante di riaverla. Di strapparla da quell’uomo che adesso sedeva al suo fianco, in quel ristorante. Lui la seguiva, la osservava, immaginava quello che avrebbe detto, quello che avrebbe fatto. La realtà lo riportava a terra, inclemente.
      “Dio, ti prego, riportala da me…”
      Un gemito di dolore, il volto colpito da fredde gocce di pioggia, in un mondo dove il sole aveva smesso di sorridere. Invocazioni continue a un Dio che lo aveva abbandonato. Lui, solo e sperduto in una realtà angosciante fatta di immagini, ricordi e fantasie dove perfino i dialoghi parevano assurdi, figli di epoche in cui forse sarebbe stato a proprio agio.
      Un passo verso di lei, la paura che lo ferma e lo costringe a chinare il capo, ingoiando quella pioggia insipida metafora di vita. La vede alzarsi, ridere e prendere per mano colui che lo ha sostituito.
       
      “Ricordo ancora il giorno che ti vidi per la prima volta. Vi erano altre cento persone, ma i miei occhi non vedevano che te.”
      Lei sorride, le guance arrossate e lo sguardo basso, imbarazzato, di chi non ha malizia ma solo purezza. “Quel giorno, ti dissi che non ti avrei mai lasciato. Lo ricordi?”
       
       Una spinta lo riporta alla realtà. Le luci del ristorante ormai spente, la strada deserta e il mondo silenzioso. Dio lo aveva lasciato, ma era di lei che sentiva la mancanza. 
       
       

    • La valle proibita
       
       
      C’era un tempo in cui guardavo il cielo e non vi trovavo altro che azzurro e nuvole. Giorni sereni, figli di un’esistenza ancora protetta dall’oscurità che ora so celarsi in quei boschi. Nessuna ombra, nessuna figura nella notte, nulla sarà più uguale dopo aver visto quello che lì si nasconde. Creature oscure di nefandezza tale che anche la luna ha paura ad illuminarle. Eppure non riesco a non far viaggiare lo sguardo oltre l’unica finestrella della piccola stanza che ora mi accoglie. Stringo forte le braccia al petto e attendo in silenzio.  
      Attendo il giorno in cui lui mi troverà, ponendo fine alla mia fuga.
       
      La pallida luce di novembre illuminava il mio passeggiare tra i boschi del Massachusetts, alla ricerca di paesaggi dorati da fotografare. Non avevo ancora trovato il soggetto adatto, perciò mi muovevo nel sottobosco come un cacciatore alla ricerca della preda perfetta. Ogni squarcio di luce che intravedevo tra il fitto fogliame, era soggetto al più minuzioso esame. Ogni scorcio di paesaggio, che fossero la superficie argentea del fiume Miskatonic oppure le vette innevate degli Appalachi, veniva studiato. Nulla quella mattina stuzzicava la mia fantasia. Era come se cercassi qualcosa di diverso, qualcosa di mai visto. Conoscevo quei boschi fin da bambino, da quando mio padre mi portava a caccia di cervi. Eppure vi era una valle che non avevo mai visitato, una valle dove mi era sempre stato proibito di andare. Da bambino curioso quale ero, chiesi più volte il perché di quel divieto. Risposte vere, non ne ebbi mai. Ricordavo ancora come, quando affrontavamo quell’argomento, le palpebre di mio padre si serravano, i lineamenti del volto si indurivano e lo sguardo andava immancabilmente al cielo, alla ricerca di qualcosa che potesse in qualche modo dare un senso alle sue paure.
      Non gli disubbidii mai. Fino a quel giorno.
      Ero appena sceso lungo uno stretto sentiero che fiancheggiava un ruscello, quando, nel silenzio assoluto, sentii il rumore secco di un ramo che si spezzava. Subito mi allarmai, pensando potesse essere uno degli orsi neri che popolavano quei boschi. Poi, le fronde degli alberi iniziarono a muoversi frenetiche, come scossa da un’enorme mano invisibile. Un’ombra oscurò il sole, costringendomi ad alzare lo sguardo ponendo una mano davanti agli occhi a causa del riflesso. Non riuscii a vedere molto, ma le dimensioni di quell’uccello e la velocità con cui si muoveva mi stupirono. Non avevo mai veduto un esemplare simile, prima d’allora.
      Decisi di seguirlo.  
      Mi resi conto quasi subito che aveva preso la direzione della valle proibita, ma non avevo ancora scattato una foto decente e sentivo che quella poteva essere la mia occasione. Così, incurante di tutto e in preda all’eccitazione tipica di chi stava facendo qualcosa di vietato, proseguii tra sentieri più o meno marcati, ruscelli e tratti di boscaglia fitta, con la sola guida del rumore prodotto da quello strano volatile, che risaltava nel silenzio quasi innaturale del bosco. Passarono delle ore, infine lo persi. A quel punto, avrei dovuto dare ascolto alla mia coscienza che mi diceva di girarmi e tornare sui miei passi, magari accampandomi in uno dei capanni di caccia che conoscevo fin dalla gioventù. Invece la mia attenzione fu rapita da un riflesso metallico in mezzo ad un gruppo di sterpaglie, ai margini di uno spiazzo tra la vegetazione. Mi avvicinai, facendo abbastanza rumore da spaventare eventuali serpenti. Raccolsi un lungo ramo e mi adoperai per liberare quella che alla fine si rivelò essere un’asse di legno i cui bordi erano rivestiti di metallo arrugginito.
      “…wich.”
      Sussurrai le uniche quattro lettere che si riuscivano a leggere, guardandomi attorno. Mi domandai perché quell’opera fatta dall’uomo si trovasse in un luogo così isolato. In quel momento, compresi di essere ai bordi di una strada. O dei suoi resti almeno. Lo spiazzo tagliava il bosco in maniera lineare, in modo troppo artificioso per essere naturale. Lo stato di incuria faceva pensare che la strada non fosse usata da decenni. Galvanizzato da quella scoperta, iniziai a seguire la via in direzione dei monti, pregustando già chissà quali avventure. Ogni tanto mi imbattevo in quelle che sembravano essere delle strade laterali. In prossimità di quegli incroci, spuntavano per pochi centimetri dei mozziconi di palo del tutto somiglianti a quelli usati per le segnaletiche stradali. Ma questi erano stati tagliati alla base, come se qualcuno avesse voluto rimuoverli in malo modo. Troppo preso da quella ricerca, non mi accorsi del sole che calava, così come la temperatura, fin a quel momento fresca ma non fastidiosa. Fu quando il sole scomparve dietro la montagna più alta che iniziai a preoccuparmi. Ero solo, in un luogo a me sconosciuto e con pochi viveri. Ricordo che solo allora, il silenzio che permeava il bosco attorno a me cominciò a spaventarmi. Camminai fino a quando la penombra che precede l’oscurità me lo permise, alla ricerca di una radura dove accamparmi per la notte. Poi, come nei racconti di mare, una luce mi venne in soccorso. In lontananza, tra le sagome scure degli alberi, brillava quella che sembrava essere la fiamma di una torcia. La seguii come se fosse un faro nella notte. Quando la raggiunsi, rimasi in silenzio davanti a quanto vedevo.
      Un villaggio.
      Decine di case dall’aspetto fatiscente, rese ancora più spettrali dalle torce che ne illuminavano le facciate dal legno consunto e i battenti divelti per la maggior parte. Giardini dall’erba incolta, regni di gramigne, circondati da steccati le cui assi erano diverse le une dalle altre. Nel mezzo, un’unica strada di terra battuta che proseguiva immergendosi nell’oscurità.  
      Un villaggio fantasma, dimenticato da Dio e dai topografi.
      Senza neanche pensarci, sollevai la macchina fotografica e scattai una foto. Il flash illuminò una figura immota sulla mia destra. Sobbalzai dallo spavento.
      “Chi siete, che volete?”
      L’anziano che parlò indossava vestiti di moda decenni prima. La voce era roca, gli occhi con cui mi guardava tradivano un’ostilità che al momento non capii.
      “Buonasera, credo di essermi perso. Sapete per caso dirmi dove ci troviamo?”
      La figura dell’uomo era nel frattempo tornata ad immergersi nella stessa oscurità che mi aveva impedito di vederla prima.
      “Dunwich.”
      “Ho visto che c’è una strada che porta qui. Quanto dista Arkham?”
      Non che mi aspettassi delle indicazioni degne della guida Lonely Planet, ma il modo plateale con il quale mi scacciò, menando fendenti all’aria col bastone che fino a quel momento lo aveva sostenuto, rese chiaramente l’idea di quello che avrei trovato in quel luogo.
      “Andatevene, non vogliamo stranieri qui.”
      Arretrai, ponendo le mani in avanti.
      “Volevo solo delle informazioni. Non c’è bisogno di essere scortesi.”
      Notai allora due cose. La prima, che al vecchio non dispiaceva affatto essere scortese, visto il numero di imprecazioni che mi rivolse prima di allontanarsi. La seconda, un cartello che cigolava sospinto dal vento e che indicava una locanda. Non che avessi poi tanta voglia di fermarmi in quel posto così lugubre, ma la fame e la stanchezza cominciavano a farsi sentire. Così, dopo meno di un minuto ero all’interno dell’edificio, a fissare una bacheca dentro la quale erano appese cinque chiavi, posta davanti ad un bancone polveroso. Una semplice lampada a olio illuminava la scena. Il tempo lì doveva essersi fermato. Probabilmente ero finito in una di quelle comunità religiose che vivevano senza tecnologia e comodità. Sbuffai, divertito dalla cosa.
      “Chi siete, che volete?”
      Trattenni un urlo, girandomi di scatto per la sorpresa. Trovai una donna dai lunghi capelli grigi e una accentuata stempiatura, che indossava un vestito di pesante tessuto nero i cui bordi muovendosi spazzavano il pavimento. Il volto, pallido e con piccoli occhi dall’iride rossastra, era coperto di rughe e sembrava assorbire la luce della lampada che teneva in mano, donando alla vecchia un aspetto demoniaco.
      “Veramente, mi sono perso. Mi domandavo se avevate una camera per stanotte. E magari qualcosa da mangiare.”      
      La vecchia mi guardò, sorrise sfoggiando l’unico dente ingiallito e poi raccolse una delle chiavi appese.
      “Sono dieci dollari a notte, colazione inclusa. Vi porterò un sandwich tra pochi minuti. Buonanotte, signore.”
      La voce era stridula, i suoi movimenti sgraziati e malfermi, forse a causa di una gobba accentuata. Raccolsi la chiave da quelle mani grinzose e arcuate dall’artrite. Sorrisi timidamente e, dopo aver accettato la lampada, mi infilai subito in camera, dove compresi il concetto di spartano che tanto avevo faticato a capire alla Miskatonic University. Un letto, un armadio vuoto e scavato dalle termiti, uno specchio sopra un lavello, una caraffa e, con mio sommo disgusto, un pitale. La vecchia mantenne la promessa, cenai con un sandwich di carne dal retrogusto rancido, bevendo acqua dal vago sapore di zolfo. Non che fossi stato mai particolarmente religioso, ma mentre mi sdraiavo su quel materasso che poggiava su delle assi di legno, ricordo che pregai Dio di non farmi star male.
      Poi, mi addormentai.
       
      Tutto è offuscato attorno a me. Le pareti, i quadri, le assi del pavimento. Ogni cosa pare indefinita, dalle sagome tremolanti. E grigia. Tutto è grigio e più cammino lungo questo corridoio, più comincio ad avere freddo. E paura. Il cuore batte forte, lo stomaco mi duole, incendiato dall’ansia che mi divora l’animo. Mi fermo. Ma c’è qualcuno che mi segue, sento il rumore di zoccoli dietro le mie spalle. Devo scappare, devo muovermi. Eppure le gambe sono così pesanti, la testa così leggera… Sono fuori, il cielo è come una macchia d’olio nera che copre qualsiasi cosa. Non c’è luna, non ci sono stelle, solo alcune fiaccole che illuminano quello che sembra essere un grande fienile, posto sulla sommità di una collina che domina un villaggio poco più a valle, la cui strada è solcata da un serpente luminoso formato dalle torce di una processione. Il rumore degli zoccoli mi spinge in avanti, attratto come una falena verso il fienile dal quale fuoriescono luci e suoni acuti simili a urla di anime tormentate. Poi tutto davanti a me si illumina e una forte esplosione sconvolge la notte. Un vento gelido pregno di marcescenza mi investe e io sono costretto a cadere in ginocchio, troppo orripilato dalla vista che mi si para dinanzi. Una creatura ciclopica, informe, con numerosi tentacoli e una gigantesca testa umana dai lineamenti caprini e due occhi luminosi come rubini che mi guardano con lucida malvagità. Urlo davanti a quell’orrore. Impossibilitato a fare altro, aspetto solo che arrivi il momento fatidico, quando quei tentacoli mi ghermiranno. Li sento strisciare verso di me. Simili a serpenti, sibilano creando solchi sul terreno. Mi circondano, si avvicinano, mi sfiorano con la loro superficie molle e fredda. Poi, solo oscurità.
       
      Urlai, rialzandomi a sedere sul letto pregno del mio stesso sudore. Ancora tremavo, guardandomi attorno come un bimbo che cerca tracce dell’uomo nero dietro ogni ombra, dietro ogni oggetto. Fuori, la pallida luce che filtrava attraverso gli infissi imperlati di umidità, mi suggeriva che il sole doveva essere appena sorto. Uno sguardo all’orologio invece, mi diceva che erano passate da poco le quattro pomeridiane. Avevo dormito quasi tutto il giorno. Il pensiero che più mi disturbava era che sarei dovuto restare in quel villaggio per un’altra notte. Gettai uno sguardo malevolo ai resti del panino, sicuro che fosse stato quello la fonte dei miei incubi. Poi, con un enorme sforzo, mi alzai, mi vestii e scesi in strada senza incrociare né la vecchia né alcun’altra persona.
      Alla luce del giorno, le case apparivano ancor più diroccate rispetto alla sera prima, quando il buio forniva loro una sorta di velo pietoso. Faticavo a credere che qualcuno potesse vivere ancora in quelle condizioni, senza luce elettrica o acqua potabile. Era una delle tante hillbilly che ogni tanto si incrociavano sulle pendici montane, ma questa sembrava tanto essere la capitale. Decisi che avrei fatto un vero e proprio servizio fotografico a riguardo, magari ci avrei scritto sopra anche un libro. Scattai foto, presi appunti incurante dei volti che ogni tanto si affacciavano dalle vie laterali, guardandomi come se fossi un alieno venuto dallo spazio. Alla fine, mi ritrovai in cima ad una collina che dominava la valle, vicino alle fondamenta di quella che doveva essere stata una grande fattoria, i cui recinti per le bestie erano ancora in piedi. Vicino a questi, c’era un grande cratere. Davanti ad esso, ad intervalli regolari, vi erano profondi solchi sul terreno, che si allontanavano in direzione del villaggio. Li seguii con lo sguardo e un brivido mi corse lungo la schiena. Era come se stessi rivivendo l’incubo avuto la notte prima. La stessa strada, ora deserta, la casa alle mie spalle, il fienile esploso. Risi nervosamente, scuotendo la testa. Stavo facendomi suggestionare dall’ambiente e chissà poi cosa avevo mangiato. Decisi di tornare in fretta alla locanda, per rinchiudermi in stanza e aspettare l’alba, quando sarei partito per tornare a casa.
      Alla luce del sole morente, la vecchia appariva ancor più brutta. I capelli, le iridi, la carnagione, tutto faceva pensare fosse albina. La trovai seduta sulla veranda che dava sulla strada, intenta a rammendare una camicia con mano tremante.
      “Avete intenzione di fermarvi ancora a lungo, signore?”
      “No. Domani me ne andrò all’alba. Anzi, è meglio che paghi subito.”
       Sfilai venti dollari dal portafoglio e glieli porsi. Lei li guardò e, con un cenno della testa, mi indicò una scatoletta poco distante.
      “Certo che sembrate proprio isolati, qui.”
      “Non ci piacciono gli stranieri.”
      Il tono ostile con cui lo disse, non mi piacque per nulla. Sembrava quasi minaccioso.
      “Ma come fate con il cibo? E se qualcuno sta male?”
      La vecchia smise di lavorare, sfilò l’ago e poi cominciò a fissarmi.
      “Siete stato alla fattoria del vecchio Whateley.”
      La sua, non era una domanda. Gli occhi rossi mi fissavano con fare indagatore.
      “È quella lì? A cosa è dovuto quel cratere?”
      “Colpa di suo nipote.”
      “Cos’è, ci teneva un laboratorio chimico dentro?”
      Provai a buttarla sull’ironico, ma il ghigno con cui la vecchia rispose non aveva nulla di divertito.
      “No, è uscito. Buonanotte, signore. E buon ritorno a casa.”
       
       Rientrato in camera, consumai le gallette rimaste nel mio zaino e sistemai gli appunti del pomeriggio. Senza accorgermene, mi assopii.          
      Mi risvegliai. La stanza era immersa nel buio, dalla strada filtrava una debole luce e un silenzio di tomba regnava sovrano. Mi avvicinai alla finestra, avevo bisogno di respirare aria pura. Tutto in quel villaggio puzzava di vecchio, di stantio.
      Poi, li sentii.
      Nulla, prima di allora, mi aveva mai spaventato tanto come quel rumore. Zoccoli che pestavano le assi del corridoio e si fermavano davanti alla mia porta.
      “Signore, posso portarvi la cena?”
      La voce della vecchia non mi tranquillizzò. Sentivo un forte disagio crescermi dentro, avevo solo voglia di scappare.
      “No.”
      La paura mi impastava la bocca, il rumore di zoccoli che accompagnò l’allontanarsi della vecchia fece il resto. Corsi alla porta, cercai una serratura, un modo per chiuderla. Non c’era nulla. Allora tornai alla finestra, pronto a saltare se ce ne fosse stato bisogno. In strada, silenziosi come soldati di guardia a un picchetto, decine di persone si stavano raccogliendo davanti alla locanda, ognuna con una torcia in mano e il corpo coperto da lunghi abiti neri.
      Non dovevo avere paura, dopotutto eravamo alla fine del ventesimo secolo, no? Non esistevano più cose come la caccia alle streghe. Doveva essere una qualche festa religiosa, una processione collettiva.
      Già, ma chiese io non ne avevo viste.
      Iniziai a tremare, il respiro si fece affannoso. La folla si aprì, permettendo l’ingresso ad una figura solitaria più alta di almeno un metro rispetto all’uomo di statura maggiore. Questa portava un ampio mantello. Quando alzò lo sguardo verso di me, ne vidi i lineamenti allungati, triangolari, simili a quelli di una capra. Gli occhi risplendevano, quasi assorbissero la luce delle fiaccole. Pronunciò alcune frasi in una lingua che non avevo mai sentito. Il popolo rispose iniziando una cantilena di cui capivo chiaramente solo una parola: Yog-Sothoth. Con l’aumentare delle persone, aumentava anche il tono di quella nenia misteriosa e, quando questo raggiunse l’apice, colui che sembrava comandare tutti alzò improvvisamente le braccia al cielo.
      Il manto cadde a terra. Corsi via.
       
      Degli eventi che seguirono, conservo solo ricordi frammentari. Più volte ho ringraziato quel velo misericordioso che la mente umana pone davanti a cose in grado di squilibrare la nostra ragione, fin troppo abituata alla normalità di ciò che conosciamo. So che sfondai la porta investendo qualcuno che era dietro. Corsi urlando dalla parte opposta rispetto all’ingresso della locanda, gettandomi oltre una finestra, immergendomi nel bosco senza fare caso ai rami che mi tagliavano il volto e il corpo, ignorando il dolore di una caviglia piegata in malo modo durante la fuga. Ricordo solo il terrore che mi impediva di ragionare, il cuore che aveva lasciato il petto per salire fin sulla gola. Le urla dei miei inseguitori. Quel nome, Yog-Sothoth, invocato come liberatore. Il rumore di due grandi ali che sbattevano nella notte sopra la mia testa, delle fronde degli alberi che si spezzavano e che allo stesso tempo mi proteggevano da qualunque cosa stesse volando lì sopra.
       
      Ripresi coscienza di me parecchi giorni dopo. Successivamente, seppi che dei taglialegna mi trovarono seminudo e in forte stato di shock vicino ad un capanno di caccia. Non scoprii mai in che modo lo raggiunsi. Mi diagnosticarono un forte esaurimento nervoso con allucinazioni. Venni ricoverato in un ospedale psichiatrico, in attesa di guarigione.
      Questo, due anni fa.
       
      C’era un tempo in cui guardavo il cielo e non vi trovavo altro che azzurro e nuvole. Giorni sereni, figli di un’esistenza ancora protetta dall’oscurità che ora so celarsi in quei boschi. Nessuna ombra, nessuna figura nella notte, nulla sarà più uguale dopo aver visto quello che lì si nasconde. Una figura dai mille tentacoli, zoccoli coperti da una pelliccia gialla che nella parte superiore del corpo si trasformava in scaglie, due gigantesche ali membranose in grado di farlo volare. Eppure non riesco a non far viaggiare lo sguardo oltre l’unica finestrella della piccola stanza dalle pareti imbottite che ora mi accoglie, protetto da me stesso da delle maniche troppo lunghe, legate tra loro. Sobbalzo ogni volta che vedo qualcosa che si staglia in volo e resto in attesa.
       
      In attesa del giorno in cui lui mi troverà, ponendo fine alla mia fuga.
       
       
                
       
       

    • Rose al tramonto
       
      Tutto era tinto di rosso, in quella sera di inizio estate. Lo erano le colline fitte di vigneti inquadrati in terrazze che rendevano il paesaggio simile ad una grande scalinata. Lo erano le facciate delle case ormai disabitate, i cui confini recintati erano come cornici scure di un dipinto color cremisi. Lo era il vecchio mulino a vento, la cui unica pala superstite puntava verso una pallida luna che già si intravedeva in un cielo che sfoggiava tutte le sfumature dell’azzurro, dalle più scure che tendevano all’infinito, alle più chiare che lo separavano dalla terra. Il mondo era immerso in un silenzio interrotto solo a tratti dal fischiare del vento che scuoteva le fronde degli alberi e increspava le acque del lago posto al centro di quella valle. Di tanto in tanto, si potevano intravedere le sagome scure di uccelli migratori che, come tanti in quei tristi giorni, avevano perso la cognizione del tempo e dello spazio.
       
      Luke era in piedi, la spalla destra poggiata contro il montante della cancellata di ingresso al roseto, a pochi passi dalla riva del lago. Aveva preso l’abitudine di camminare scalzo, gli sembrava in quel modo di non avvertire le scosse che a intervalli sempre più frequenti facevano tremare il mondo attorno a lui. Il vento caldo dell’estate, quello giusto, risaltava le fragranze delle rose bianche, gialle e rosse che pitturavano quella serra a cielo aperto. Ma non era quello lo spettacolo che stava contemplando. Socchiuse gli occhi, pensando a quanto si sentiva fortunato, a quanto nonostante tutto, non volesse essere da nessun’altra parte se non lì a guardare la figura vestita di bianco inginocchiata a terra a curare quei fiori. I lunghi capelli biondi racchiusi in una treccia, i lineamenti delicati e perlacei del perfetto profilo, lo sguardo placido che da sempre gli aveva infuso sicurezza. Fin da quando, quindici anni prima, lo aveva intravisto dietro una vetrina di un fioraio, giù in paese. Come attratto da un magnete, era entrato nel negozio pur non avendo nulla da comprare. La osservò in silenzio per un tempo indefinito, nascosto dietro le ampie foglie di una pianta di cui non aveva mai saputo il nome, perso in quel sorriso semplice e spontaneo che la rendeva quasi innaturale, tanto bella appariva. Quel giorno, dopo aver balbettato qualche frase sconclusionata, comprò una pianta grassa e se ne andò maledicendosi. Tempo un mese e il suo appartamento era diventato una riserva naturalistica. Non passavano due giorni senza che lui entrasse per comprare qualcosa, solo per vederla. Gli ci volle una settimana per chiederle il motivo di tanto amore per i fiori. Due per il nome, Isabella. Dopo quattro settimane, sapeva solo che era nata e cresciuta lì e che quando arrivava l’estate e non doveva andare a scuola, suo padre le affidava il negozio e la cosa la rendeva felice. All’ennesimo ficus benjamin comprato, lei gli chiese di uscire per un caffè. Più tardi, lo aveva preso in giro per la sua timidezza. La prima delle innumerevoli volte, in quella loro vita trascorsa assieme. 
      “Avrei voluto avere più tempo.”
      Lei rialzò lo sguardo dai petali delle rose, per poi voltarsi verso suo marito.
      “Ancora qualche giorno e sarebbero fiorite tutte.”
      Le labbra le si piegarono a formare un debole sorriso, amaro. Piccole fossette le comparvero sulle guance. Ora come allora, il cuore dell'uomo prese a battere più velocemente.
      “Perché te ne stai lì in piedi, in silenzio, come uno scemo?”
      Una risata cristallina seguì quelle parole. L’uomo si perse nel suono armonico della voce, negli occhi azzurri come il cielo d’estate. Non riuscì a dire nulla per lunghi istanti. Ricacciò indietro il senso di angoscia che stava per riaffiorare, poi scosse la testa e si avvicinò a sua moglie.
      “Mi domandavo dove fossi finita.”
      Le sorrise, porgendole una mano che lei usò per rialzarsi. Portò alle labbra il palmo che gli era stato offerto, inebriandosi col profumo della pelle delicata.
      “Le bambine ci stanno aspettando, amore.”
      Lo sguardo della donna si accese per un istante. Millie e Dorotea erano sempre state le sue gioie più grandi, poteva passare delle ore a parlare di loro. Alcuni vedevano in lei la solita madre vanagloriosa. Lui sapeva la verità, cosa quelle due piccole creature rappresentavano per lei. Il velo di tristezza che subito dopo offuscò lo sguardo di Isabella, non era altro che l’ennesima conferma a quelle sue certezze.   
      Si udì un tuono in lontananza, la terra tremò. Un vento freddo che proveniva dalle loro spalle li investì. Quello era il vento sbagliato. I cespugli di rose furono smossi con violenza, alcuni fiori caddero a terra. La donna li fissò con occhi vuoti, poi guardò il suo uomo e si costrinse a sorridere. I due si abbracciarono, lui la strinse a sé come aveva fatto durante il loro primo appuntamento all'ombra del mulino. Avevano camminato fin lì dal paese. Lui non aveva quasi aperto bocca, lasciando che fosse lei a parlare per tutti e due. Ricordava di essersi sentito intimorito dalla sua bellezza, di essersi domandato più volte se dopotutto, quello non fosse stato solo un bellissimo sogno. Ogni tanto rispondeva alle sue domande e lei rideva divertita, come se stesse ascoltando lo spettacolo di un comico famoso. Una volta arrivati all’ombra del mulino, allora era ancora in funzione, entrambi avevano già capito che davanti a loro avrebbero avuto un lungo futuro. Assieme.
      Delle risate infantili si levarono dalla casa che sorgeva oltre il roseto. L’aveva progettata e fatta costruire pensando a lei. Per pagare il terreno e i materiali lavorò dieci anni facendo orari assurdi, accettando ogni commessa che gli veniva proposta. Quelle poche ore che gli rimanevano, le dedicava ad Isabella. Tutto ruotava attorno a lei. Lei, era il suo sole. Quando la accompagnò lì la prima volta, il roseto non era altro che della terra smossa che serviva da base per le cataste di legno e mattoni da costruzione. Eppure lei si accarezzò distrattamente il ventre che da lì a poco avrebbe ospitato le due gemelle, lo guardò, gli sorrise e disse che lì sarebbero cresciute le rose più belle di quella valle. Aveva avuto ragione.
      Luke sentì il dolce tocco della mano della moglie sulla guancia, i corti peli della barba che venivano stuzzicati da quella carezza. Sorrise istintivamente, ridestandosi dopo quel viaggio nel passato. Lo stava guardando, aveva letto nel suo volto ogni cosa e, come aveva sempre fatto, aveva cercato di stargli vicino. 
      “Andrà tutto bene, mi amor.”
      Per un attimo, lui le credette. Per alcuni secondi che gli parvero un’eternità, fu sicuro che tutto si sarebbe sistemato. Che quei tuoni non erano altro che fenomeni naturali. Che i vortici di aria e fiamme che si intravedevano dietro le colline nelle giornate limpide non sarebbero giunti fino a loro. Che la loro valle sarebbe stata risparmiata dall’orrore che stava sconvolgendo il mondo. Poi la razionalità tornò a farsi strada nella sua mente, come un rivolo d'acqua che era riuscito a forare la parete di una diga. Innocuo all'inizio, ma devastante qualora la breccia si fosse aperta ulteriormente. Si costrinse ad annuire, sfoderando addirittura il suo miglior sorriso. Quello che, come le ripeteva sempre, l'aveva fatta innamorare. Di solito, a quelle parole, lei si metteva a ridere prendendolo in giro, balbettando qualche frase incompiuta come aveva fatto lui quel giorno di tanto tempo prima. Questa volta invece, portò anche l’altra mano sul suo volto, si sollevò sulle punte dei piedi e lo baciò. Fu un bacio pregno di tutto e del contrario di tutto. Vi era amore infinito. Vi era il dolore di chi non voleva che finisse mai. Vi era una passione forte, decisa. Vi era la paura di chi voleva essere a sua volta sorretta. Lui le cinse i fianchi e la strinse forte a sé, ricambiando con la stessa passione. Si staccarono lentamente. Restarono ad osservarsi in silenzio, l’uno perso negli occhi dell’altra.
      “Vo-vor-rei, que-que-uello.”      
      Scoppiarono entrambi a ridere. Si presero per mano e camminarono attraverso il roseto in direzione della casa. Luke, guardando i petali lucenti, cercò di ricordare il rumore del ronzio delle api che fino ad un anno prima volavano attorno alle rose. Anche quelle, ricordo di un tempo che non sarebbe mai più tornato.
      “Ti ricordi quella sera, in riva al lago?”
      Le parole della donna, risvegliarono nella mente di Luke il ricordo della prima volta che si erano amati. L’ironia implicita nel tono della voce, gli fece ricordare che non fu certo una notte memorabile per il suo ego maschile.
      “Ancora con questa storia? Non c’è niente di cui scherzare.”
      Fece il finto offeso, sapeva benissimo che citare quell’evento era come sparare sulla croce rossa. Cercare di difendersi, era impossibile.
      “Oh, sì invece. Non sapevi dove mettere le mani.”
      “Ero solo intimorito dalle minacce di tuo padre, tutto qui. Toccale anche solo un pezzo di pelle e io ti falcio via tutto quello che hai sotto la cinta. Uno prende paura…”
      “Eppure una volta preso coraggio, non sembravi così imbranato.”
      “Beh, quello è merito delle tante ore di teoria precedenti.”
      Entrarono nel salotto ridendo spensieratamente. Le tende sollevate dal vento della sera era come se scortassero il loro ingresso. Sul pavimento, al centro della stanza, due esili figure stavano giocando vicino ad un gruppo di divani sistemati a ferro di cavallo. Davano una visuale ottimale su di un maxi schermo che non veniva acceso ormai da parecchi giorni, da quando cioè si venne a sapere che non vi erano speranze di salvezza.
      “Papà, guarda Millie.”
      La voce squillante di Dorotea risuonò nella stanza. Teneva in mano un gruppo di calzini presi probabilmente dal cesto della biancheria e legati tra loro a formare una sorta di bambola.
      “Non sono io, stupida.”
      Millie parlava sempre con voce bassa, quasi timorosa. Era impossibile non capire da quale dei due genitori avessero preso entrambe. Indossavano tutte e due una tutina color rosa confetto con il ricamo di un cagnolino sul petto. Si distinguevano solo per il modo con cui portavano i capelli. Isabella trovava che Dorotea fosse più bella con uno chignon, mentre a Millie faceva sempre la treccia. Per loro fortuna, fisicamente erano le copie in miniatura della madre.
      “Bambine, fate le brave.”
      Al richiamo del padre, entrambe troncarono sul nascere quel principio di bisticcio alzandosi in piedi per corrergli incontro. Luke guardò Isabella con fare trionfante, per loro era come un principe delle fiabe e lo sapeva bene. Carica comprata a furia di giocattoli e coccole, certo. Ma pur sempre degna di menzione. Isabella, di solito, a quella espressione del marito rispondeva con una linguaccia. Aveva sempre detto che lo avrebbe aspettato alla soglia dell’adolescenza, lì poi ne avrebbero riparlato. Non lo disse quel giorno. Passarono la serata assieme, cenando al contrario come da richiesta di Millie e ascoltando un vecchio cd di Ray Charles che piaceva tanto a Isabella. Misero a letto le gemelle leggendo per l’ennesima volta il Re Leone, poi, di nuovo soli, passarono la notte ad amarsi, abbandonandosi vicendevolmente ad una passione sfrenata, quasi questa fosse l’unico modo per dimenticare il futuro, vivendo appieno il presente. Si addormentarono alle prime luci dell’alba, stretti in un abbraccio indissolubile.       
       
      Si svegliò ad uno strillo di Dorotea. Restò nel silenzio della stanza ad ascoltare le due sorelle che litigavano per l’ennesimo futile motivo. Sorrise divertita, allungando il braccio a cercare il contatto col corpo del marito. Al suo fianco, non c’era nessuno. Luke doveva essersi svegliato da poco, il materasso era ancora caldo. Si stiracchiò e poi, pigramente, si rialzò per andare ad indossare una camicia da notte sopra la pelle nuda. Il suo sguardo cadde sulla foto del matrimonio. Luke era bellissimo. Aveva lottato tanto per farglielo capire ma lui sembrava essere incapace di accettare qualsiasi apprezzamento che lo riguardasse. Aveva visto subito cosa si nascondeva dentro quel ragazzo goffo e insicuro e non aveva più desiderato altro, anche andando contro le opinioni delle sue amiche e di suo padre, che aveva considerato il suo uomo sempre alla stregua di un inetto. Col tempo aveva capito che a Luke bastava un’unica cosa per essere felice: lei. Quella consapevolezza l’aveva fatta sempre sentire bene, anche se non poche volte si era ritrovata a chiedersi se questo non fosse stato un limite per le enormi potenziali di Luke. Non aveva la stessa dipendenza nei suoi confronti, eppure per lui aveva abbandonato i suoi fiori per dedicarsi alle bambine. Per lui aveva quasi troncato i rapporti con il padre. Per lui avrebbe fatto quasi tutto. Era sempre stato in quel quasi la differenza nel loro rapporto. E ancora adesso che ormai non aveva più alcuna importanza, si sentiva in colpa. Uscì dalla stanza percorrendo il lungo corridoio vetrato che conduceva al piano terra. All’esterno il tempo era grigio, la luce bassa. Un forte vento si era alzato e spazzava la terra con violenza, sollevando nugoli di polvere e perfino arbusti di medie dimensioni. Sentiva le pareti tremare e un forte senso di disagio crescergli nel petto. Doveva trovare Luke. Si era sempre sforzata di essere la roccia della famiglia, Eppure c’erano state volte in cui era crollata. Quando la terra inghiottì la casa dei suoi genitori, pensò di morire. Luke era rimasto al suo fianco, l’aveva lasciata piangere, l’aveva consolata, aveva accettato in silenzio le sue accuse riguardanti il padre. L’aveva aspettata. L’aveva aiutata a rialzarsi.
      Il salotto era immerso nel silenzio. Millie giocava con un cavallino di peluche mentre Dorotea colorava un libro di illustrazioni. Entrambe ignare di quanto si stava consumando all’esterno, dove il cielo nero venato di rosso prometteva soltanto una cosa.
      “Bambine, dove è papà?”
      La sua voce tremava, se ne rendeva conto perfettamente. Aveva paura, voleva solo prendere le figlie, il marito e scappare via lontano. Già, scappare dove? Quando gli scienziati dissero pubblicamente che per la terra non ci sarebbe stato più nulla da fare, che il nucleo era ormai instabile, nella valle ci fu il panico. La natura si era ribellata all’uomo. Semplicemente questo. Per quanto si fossero sforzate, neanche le menti più illuminate avevano trovato una spiegazione certa a tutta quella distruzione. Gli abitanti delle colline scapparono alla volta dei rifugi che erano stati scavati in fretta e furia nelle montagne della costa ovest. La televisione parlava di saccheggi e massacri indiscriminati. Loro avevano deciso di non scappare, neanche quando il paese e quei pochi che erano rimasti, erano scomparsi sotto i vortici di fuoco che fuoriuscivano dalla terra. Luke aveva saputo dalla capitale che non c’era davvero nessuna speranza, quindi insieme avevano deciso di vivere al meglio il poco tempo che rimaneva.
      “È lì fuori, mamma. Sta guardando il cielo.”
      Con passo incerto, Isabella uscì di casa. Quello che vide, bastò a impietrirla. Luke era seduto su di una sedia da giardino a fissare l’orizzonte. Era fermo, le gambe accavallate e una sigaretta in mano. Era il ritratto della compostezza. Davanti a lui, il fuoco vorticante stava mangiando le colline, prosciugando il lago, puntando la loro casa. E suo marito, fumava.
      “No…”
      Un singhiozzo strozzato le fuoriuscì dalla gola. Luke lo sentì nonostante il vento che ululava forte, portando i primi segni della distruzione ai loro orecchi. L’uomo si alzò, voltandosi verso la moglie. I lineamenti del volto erano tesi, gli occhi esprimevano il suo turbamento. Eppure non sembrava in preda a quel panico che adesso bloccava Isabella. La donna si riprese solo quando sentì il tocco del marito sulla spalla. Gli stava sorridendo, come se volesse rassicurarla per l’ultima volta. Lei piangeva in silenzio, se ne accorse solo quando inghiottì le prime lacrime salate. Lui l’abbracciò e in quel momento lei capì che era stata una stupida. Che per lui avrebbe fatto tutto. Lo avrebbe fatto in passato e lo avrebbe fatto anche adesso. Deglutì a forza, ricacciando indietro le lacrime. Si asciugò il volto e assieme al marito entrarono in casa. Il boato dei tuoni e quello della terra che veniva triturata alle loro spalle, li accompagnò.
       
      Luke si sforzò di essere il più calmo possibile, mentre si sedeva assieme alla moglie al fianco delle figlie. Entrambe lasciarono perdere i loro giocattoli per fiondarsi tra le braccia dei genitori.
      “Papà, perché piangi?”
      L'uomo sospirò, affranto. Non si era reso conto di aver iniziato a piangere. Guardò la foto di tutta la famiglia seduta ai piedi del mulino, guardò la moglie, strinse a sé le sue tre donne per un'ultima volta.
      “Vi amo tanto.”
      Poi, guardò il mondo attraversò il riflesso della porta finestra. Vide il roseto squassato dal vento, i fiori che si disperdevano in aria travolti da tremende raffiche, fissò le colonne di fuoco che salivano al cielo. Le osservò in silenzio avvicinarsi, bruciare ogni cosa.
      Sentì una mano delicata poggiarsi sulla sua guancia, vide le labbra della moglie schiudersi in un silenzioso grazie.
      Sorrise.
      Poi, più nulla.                                 

    • Il Divino
       
      “Sappi, amore mio, che ovunque tu possa andare, ovunque questo destino mi condurrà, nessuno mi impedirà di tornare da te. Né malattia, né nemico, anche la morte sfiderò pur di rivederti. Tu sei tutto quello di cui ho bisogno.”
      Gli occhi di Marlon si specchiavano in quelli azzurro cielo di Maria, vi vedeva dentro purezza, dolcezza, salvezza per la sua anima dannata. Percepiva l’odore dei suoi capelli biondo cenere, il calore della pelle, ogni senso di Marlon era eccitato dinanzi a lei. Alzò lo sguardo al cielo. La rossa luce del tramonto lambiva l’orizzonte mentre un caldo vento spazzava il terreno sfiorando le caviglie nude e portando con sé l’acuto frinire delle cicale. Maria si morse il labbro, abbassò la testa mentre la pelle perlacea del viso si coloriva per l’emozione, poi si lanciò verso la sua bocca. Si baciarono come se per loro non vi fosse un domani. Marlon la strinse a sé, si staccò con dolcezza e le passò una mano tra i capelli.
      “Mi Amor, ti prometto che tornerò. Nessuno potrà fermarmi.”
      Il fumo della città in lontananza lo chiamava, rimaneva solamente lui a difendere l’umanità contro i Rachniti. Avrebbe cacciato indietro gli invasori alieni e sarebbe tornato a casa. Questo era il suo destino.
       
      “E… Stop! Ottima, Maestro! Geniale quello sguardo di sfida. Abbiamo fatto un primo piano vero? Sì? Sì?”
      L’operatore fissò il regista con la stessa intensità di una vacca che guarda un treno sfrecciare, poi annuì e tutti furono contenti. La scena intanto si stava riempiendo di attrezzisti, tecnici e truccatrici mentre l’mp3 con il verso delle cicale era stato sostituito dalla voce stridula di Fioruccia Minimì e alla sua Ode per amanti.
      “Ottimo tesoro, sei veramente brava. La prossima volta mettici meno lingua però, va bene? Ho qualche migliaia di euro di lavoro qui dentro, sia mai che mi attacchi qualche infezione.”
      Lazarus Pyke, al secolo Marzio Uccelletti, già definito il bad boy del cinema mondiale nonché degno erede di Paul Newman, strizzò l’occhio all’attricetta scatenando in lei la reazione che da tempo si divertiva a chiamare la strappamutande, e che consisteva nell’ordine in: occhi sgranati, leggero tremito delle labbra, sospiro con piegamento del capo e sguardo venerante. Il tutto mentre lui già si stava allontanando seguito dal fedele assistente Luke, che si faceva chiamare così perché a Lazarus il nome Mirko non piaceva.
      “Maestro, abbiamo Don Oreste e i giovani dell’oratorio di San Propano. L’aspettano già nell’auditorium.”
      “E mi avverti ora?” Il Divino Pyke, come lui stesso si faceva chiamare, si fermò a guardare lo schiavo a busta paga. Lo squadrò dalla testa ai piedi, poi in un impeto di benevolenza prese il copione e glielo tirò in faccia. Avrebbe dovuto prenderlo a calci, ma a volte bisognava essere gentili con le persone comuni.
      Passò attraverso una torma di ragazzine urlanti che allungavano i propri diari alla ricerca di un autografo. Erano le sue fans, come poteva deluderle? Le guardò una ad una, scartando subito quella bassa e grassa per andare dalla biondina col fisico da velina. Afferrò il foglio sfiorandole la mano con un gesto spontaneo come l'invito fatto da Bruto prima di accoltellare Cesare: “Cesare, vieni in senato che se no tutti si offendono…” 
      “A chi lo dedico, tesoro?”       
      “A Marty. Sono una tua grandissima ammiratrice, mi piacerebbe veramente tanto conoscerti. Conoscerti meglio…”
      Lazarus sorrise, come faceva sempre in queste situazioni. C’era però una prassi da seguire, una prassi che differenziava gli uomini dalle bestie. C’era bisogno di etica, anche nel loro ambiente.
      “Quanti anni hai, tesoro?”
      “Sedici a giugno.”
      Lazarus firmò l’autografo, sorrise alla ragazzina e se ne andò. Troppo giovane, troppo ingenua. Lui era un signore, un grande uomo. E non poteva rischiare un’altra denuncia per molestie a minori.
       
      L’auditorium di Cinepepata, era una grande sala rotonda il cui soffitto era coperto interamente da finestroni quadrati che lo rendevano un ottimo solarium, oltre che ad una specie di santuario, visto le gigantografie che il Divino aveva fatto esporre lungo le pareti. Tutte raffiguranti lui, chiaramente. Lazarus spinse con forza le due porte di ingresso, palesandosi davanti a quelle giovani anime candide, di cui già si sentiva mentore. Scese la scalinata con lo stesso stile che avrebbe potuto usare la sua amica Gisele sulle passerelle di Parigi, allargando le braccia come ad abbracciare simbolicamente quelle creature, oltre a permettere a Luke di sfilargli il pellicciotto di capra afghana albina, specie di cui rimanevano al mondo solo pochi esemplari. Lui, con il suo esempio, voleva invitare tutti a far ricongiungere i superstiti ai cari estinti.
      “Carissimi figliuoli.”
      Sorrise con tutto il suo fascino, il bagliore dei denti quasi accecò i ragazzi delle prime file. Si tolse quindi gli occhiali a specchio, rimanendo estasiato da quello che vi vide riflesso sopra. Un volto perfetto, una pelle liscia come il sedere di un neonato, abbronzata come solo le lampade del centro estetico Cenere alla cenere, potevano fare. Poteva passare ore intere a rimirarsi, estraniandosi da quanto gli accadeva intorno. Il suo psichiatra la definiva una variante della sindrome di Stendhal, senza tachicardia ed altri scompensi.
      “Ehm, Maestro?”
      Luke lo riportò alla realtà terrena. Vicino a lui ora c’era un anziano vestito di nero, probabilmente sui cinquanta anni. Portava sandali simili a quelli usati dai turisti tedeschi. Anche la pelle pallida e i capelli biondo cenere erano chiaramente indice di provenienza.
      “Guten morgen. Ich bin Lazarus Pyke. Wie spat is es?”
      L’uomo lo guardò come se non capisse, poi portò lo sguardo all’orologio.
      “Le undici e mezza, signor Pyke.”
      Il Divino reagì con sospetto, evidentemente l’altro non conosceva il tedesco come lui. Decise di non fargli pesare la cosa.
      “Ah parla bene italiano, bravo. È da tanto tempo qui?”
      “Veramente sono di Caltagirone, signor Pyke.”
      Il divino sorrise di circostanza. Gli era stato detto che i tedeschi si vergognavano di qualcosa fatto in passato. Pur non sapendo cosa, non aveva senso contraddirlo.
      “Certo. Allora, quanta bella gioventù.”
      L’uomo in nero lanciò un’occhiata piena di interrogativi verso Luke, che rispose con un’altra, piena di rassegnazione. Poi sorrise e indicò la folla.
      “Maestro, io sono Don Oreste e ho portato questi giovani nell’ambito di un’iniziativa di educazione alla vita notturna. Sappiamo tutti quanto una mente non preparata possa essere traviata dalle minacce che Satana mette ogni giorno davanti al nostro cammino. E chi meglio di lei, che è andato pure a Roma davanti al nostro Santo Padre, può indirizzare queste pecorelle?”
      Lazarus sorrise umilmente, annuendo quasi a volersi scusare per la sua grandezza.
      “Sì, Jürgen. Papa Frà è un tipo apposto in effetti. Dunque, posso ritenermi onorato per questo compito.”
      Don Oreste fece per dire qualcosa, ma Lazarus aveva già preso in mano un microfono, pronto a educare il suo pubblico.
      “Sapete, figliuoli, ogni giorno dovete ringraziare Dio per quello che ci ha dato. Vedete questo santino di San Uboldo patrono dei guitti?” Lazarus sfilò dal taschino un’immagine sfocata di un uomo calvo che alza le mani al cielo mentre un uccello spennacchiato gli passa sopra. “Mi ricorda ogni giorno che il mio talento è divino, che è Dio che lo vuole. Certo, voi non avete il mio dono. Probabilmente finirete in qualche fabbrica o ufficio, se non a chiedere la carità all’angolo di qualche strada…”
      Don Oreste sgranò gli occhi. Lazarus lo placò con un movimento oscillante della mano che stava a significare più o meno: “Lascia fare.”
      “…ma non dovete preoccuparvi di questo. In un mondo mediocre, la mia superiorità è purtroppo un’eccezione. Quindi l’essere mediocri è la normalità, no?”
      Alcuni giovani sorrisero, convinti del ragionamento. Altri erano un po’ scettici. Due si stavano baciando e un altro stava esplorando le proprie narici.
      “Dunque, veniamo a voi e alla vostra sete di conoscenza. Mi si diceva che volevate sapere della mia biografia, A un passo da Dio?”
      “Maestro, la guida alla notte.”
      Luke si era avvicinato come neanche un coguaro avrebbe mai potuto fare, silenzioso e invisibile. Lazarus sobbalzò per la sorpresa, frenando la voglia di calare il microfono sul naso del suo assistente.
      “Già, la notte.” Il Divino sorrise prendendo posto vicino ad una delle sue gigantografie.
      Dopo alcuni minuti di contemplazione, tornò al suo pubblico. Stese le gambe in avanti, si stravaccò sulla poltroncina e iniziò a pontificare.
      “Avere paura della notte, è come avere paura della propria ombra. Come possiamo temere qualcosa di così naturale?”
      Don Oreste sospirò sollevato, quasi avesse temuto altro.
      “Voglio dire, se Dio avesse voluto che tutti fossero come me, non avrebbe creato voi. E per lo stesso motivo creò il giorno e la notte. Il primo per esaltare quelli come me. La seconda per nascondere quelli come voi. Adesso mi direte, ma anche noi viviamo di giorno e tu di notte. Certo! Voi vivete di giorno per godere della luce riflessa da quelli come me. Io vivo di notte, perché certi locali aprono solo dopo una certa ora. Quindi, fatta questa premessa…”
      L’auditorium era silenzioso, perfino l’inserviente delle pulizie si era fermato cercando di capire il significato di quelle parole.
      “…possiamo passare pure alle vostre domande. Tu.”
      Lazarus indicò un ragazzino rosso di capelli, dalla pelle butterata, che stava trafficando col proprio cellulare. Sentendosi chiamato in causa, alzò lo sguardo guardando il Divino con fare impaurito. “Io?”
      “Tu, Giancarlo. Fammi una domanda.”
      “Ma io non ho domande. E mi chiamo Maicol.”
      “Immagino Sandro, tu voglia sapere cosa si può fare di notte. Ottima domanda.”
      Il ragazzino sorrise soddisfatto.
      “Non sono maggiorenni, vero?”
      Don Oreste inarcò un sopracciglio, scuotendo la testa.
      “Questo complicherà un po’ il discorso. Dovete sapere, miei cari figliuoli, che la notte nasconde tanti pericoli. Ora, io sono qui per aiutarvi a riconoscerli. Per far questo, mi avallerò dell’aiuto di una mia collega. Luke, vai a chiamare Katriona. Su, su.”
      Senza fare domande, l’assistente si alzò tornando una decina di minuti dopo assieme ad una prosperosa ragazza bionda, che indossava uno striminzito abito in jeans capace di esaltarne le curve. Subito gli ormoni adolescenziali ebbero un incremento esponenziale.
      “Eccola. Ragazzi, questa è Katriona Cavaciuca. Sicuramente l’avrete vista in Su e giù per la nave, di Ciancichini.”
      Nessuno rispose.
      “Cosa tu volere?” La bionda dell’est apostrofò il Divino con una voce bassa e roca, soggetta a doppiaggio seriale.
      “Tesoro, i ragazzi qui vogliono sapere cos’è la notte. Pensavo che tu potessi aiutarmi inscenando con me una piccola recita.”
      “Basta che tu paga.”
      “Ecco, questo è il primo insegnamento della notte. Tutto ha un prezzo.”   
      Aveva imparato l’arte dell’improvvisazione a Broadway, niente lo spiazzava.
      “Bene, ecco la prima situazione. Discoteca. Katriona interpreterà una cubista, mentre io sarò un cliente.”
      La bionda alzò le spalle salendo sopra la cattedra che stava davanti alla platea, per iniziare a ballare. Molti dei presenti sentirono la necessità di sporgersi in avanti, il più in basso possibile. Lazarus, dopo essere uscito di scena per entrare nella parte, fece il suo ingresso muovendosi come spinto dal ritmo dance di dj Rappo, avvicinandosi alla ballerina.
      “Ehi, ciao.”
      “Ciao, tu ha un po’ di pasticche?”
      Don Oreste sbiancò, Luke si coprì il volto con le mani, i giovani ascoltavano interessati.
      “No… dovresti saperlo che fanno male.”
      “Ma se tu ha comprato sacchetto ieri sera.”
      A quel punto, il Divino bloccò Katriona con la mano e si voltò verso i ragazzi, mostrando il dito indice.
      “Prima lezione. La droga fa male. Se incontrate una persona del genere, allontanatevi immediatamente. A tal proposito, guardate il mio film Fiumi di catrame.”
      Dopotutto gli piaceva fare da mentore, plasmare le menti giovani. Era una cosa che sentiva di dover fare.
      “Adesso passiamo alla seconda situazione che vi potrà capitare. Il pub. Katriona farà la barista, io l’avventore. Vado a prepararmi.”
      La bionda scese con grazia dalla cattedra per posizionarsi dietro di essa, seguita con molta attenzione dal pubblico maschile che tornò poi a sedere più comodamente. Lazarus riapparve dopo pochi minuti.
      “Ciao, puoi darmi una coca cola?”
      La bionda lo guardò perplessa.
      “Ma se tu beve solo Cristal. Anche colazione.”
      Il maestro sorrise sornione. “Ti sbagli, tesoro. E poi devo guidare.”
      “Ma tua patente sospesa a oltranza.” 
      “Ecco, grazie cara per la splendida improvvisazione fantasiosa. Mi dai lo spunto per dare ai nostri giovani la terza lezione. Mai bere prima di guidare. Siamo intesi?”
      Li additò come poteva fare una madre con un bimbo che aveva appena sporcato per terra. A quel punto uno dei giovani, il classico ganzo alla Brad Pitt, alzò la mano. Il Maestro gli diede facoltà di parola.
      “Signor Pyke, come ci dobbiamo comportare al ristorante invece?”
      Lazarus annuì, soddisfatto per la domanda. “Questo ci porta alla terza situazione, grazie Fulvio.” Fece cenno all’attrice di sedersi, lui fece altrettanto.
      “Sei bellissima questa sera. Ogni volta che ti vedo, il mio cuore batte così forte che risuona nello spazio infinito.” Lo disse in maniera così convincente e con sguardo così penetrante che sia Katriona che le ragazzine presenti sospirarono in contemporanea. La strappamutande aveva colpito ancora. Nessuno si arrischiò a far notare come nello spazio non vi fosse suono.
      “Cento euri amore, cinquecento tutta notte.” Fu la risposta della donna impressionata.
      “Non scherzare cara, quando due persone si amano non c’è spazio per il vil denaro.”
      “Infatti, tu paga mille di solito.”
      “Katriona…”
      Iniziava a domandarsi se non avesse fatto un errore chiamandola. Dopotutto Broadway non insegnava come trattare con una contadina uzbeka.
      “Ordiniamo. Per me una entrecôte di manzo, cottura rare. Tu cosa ordini, amore mio?”
      “Mac Burger.”
      “Non fanno il Mac Burger qui, siamo in un ristorante.”
      “Dove tu ha portato me?”
      Lazarus sgranò gli occhi, vacillando per alcuni istanti.
      “Grazie tesoro. Ecco ragazzi, questa recita tipica delle fiction, quindi totalmente inventata, è stata fatta per insegnarvi che l’amore non si paga e che c’è un piatto per ogni genere di situazione. Quante cose stiamo imparando! Oh, un’altra domanda. Dimmi cara.”
      Aveva alzato la mano una ragazza dalle lunghe trecce che ricadevano sul petto.
      “Signor Pyke, si vergogna mai di niente lei?”
      Esiste un momento nella vita di un uomo, in cui questo si ritrova a domandarsi a che punto è. Dove sta andando. Quella domanda poteva segnare quel momento. Lazarus guardò la ragazzina, piegò il capo di lato, socchiuse le palpebre e aspettò che nella sala finissero le risatine di sottofondo. Nello sguardo, brillava una luce strana (in lui), di pura lucidità.
      “Quando avevo la vostra età, non avevo da mangiare. Io e mia sorella eravamo costretti a prender il cibo dai cassonetti del ristorante cinese, davanti al monolocale dove abitavamo assieme a nostra madre e i nostri otto fratelli. La notte era l’unico momento in cui, dormendo, non pensavamo alle miserie quotidiane. Attorno a noi tutti vivevano, si divertivano, andavano a ballare, al ristorante. Questo è il sunto di questa mia lezione. Divertitevi, la notte è fatta di questo, non esistono guide, fate quello che volete. Ma fatelo con coscienza, perché la vita è una soltanto e rovinarla con alcol, droga e altre sostanze, non farà altro che portarvi verso la perdizione.”
      Quelle parole, pronunciate con un tono che avrebbe convinto Pietro a torcere il collo al gallo risparmiandosi poi la predica, furono accolte con un silenzio di tomba. Don Oreste teneva le mani giunte a preghiera sul volto, annuendo per quell’insegnamento. Luke aveva gli occhi chiusi, evidentemente commosso. A Katriona qualcosa non tornava.
      “Ma se tu ha appena ereditato due milioni di euri dal tua papà come unico erede?”
      Lazarus si alzò di scatto, allargando le braccia.
      “E con questo mio ultimo insegnamento, la nostra piacevolissima mattinata si conclude. So che volete ringraziarmi per avervi onorato delle mie parole, ma vi assicuro che è stato un piacere. Luke?”
       
      Il Divino lasciò l’auditorium, dentro cui i ragazzi ancora si domandavano quale fosse l’ultimo insegnamento, incuranti del collasso che aveva colto Don Oreste alla fine. Di Katriona si erano perse le tracce, così come del ganzo tra il pubblico.
      “Ah, le giovani generazioni. Dovremmo farle più spesso queste lezioni. Oggi mi sento propenso verso il prossimo. Dov’è il mio piccolo Chaw?” Ogni tanto si ricordava anche del figlio adottato in un periodo in cui andava di moda.
      “Credo sia a cucire i palloni dentro lo sgabuzzino, Maestro. Mi si dice si sia fatto male a un braccio, forse due.”
      Lazarus si bloccò, guardandosi attorno con circospezione. La fronte aggrottata e la paura negli occhi.
      “Le mine per l’Uganda le aveva finite prima, spero.”
      Passarono degli attimi di silenzio pregni di tensione prima che l’assistente annuisse rassicurando il Maestro, che rilassò i lineamenti sorridendo al cielo.
      “Allora è tutto a posto. Ora lasciami andare, lascia che Lazarus Pyke infonda di luce i cuori della gente con la divinità della sua presenza.”
       
      Un altro ostacolo era stato superato, nulla era impossibile per Lazarus Pyke il Divino, il Maestro, il dono di Dio (qualsiasi Dio fosse) alle donne. Pure agli uomini in mancanza delle prime. Un raggio di luce ne illuminò il volto, le cicale ripresero a frinire e in lontananza i Rachiniti tornarono a distruggere il mondo. Avrebbe ricacciato indietro gli alieni e sarebbe tornato a casa. Questo era il suo destino.        
       
       
       

    • L’anno perduto
       
      La pallida luce di dicembre illuminava lo studio londinese di Sir Francis Augustus Donovan. Jonathan stava leggendo dei documenti vicino al ritratto del defunto nonno, che dominava la stanza da sopra il grande camino in marmo italiano con occhi freddi e espressione austera. Sir Mastino, come veniva chiamato in Parlamento, era venuto a mancare pochi giorni prima e l’unica persona presente al suo capezzale era stata il nipote, nell’indifferenza generale. Cinico, freddo, insensibile, odioso, tutti termini usati per descrivere l’uomo che aveva creato un impero e che nel corso degli anni era stato alla tavola di importanti personalità. Kennedy, Papa Giovanni Paolo II, Blair. Alcuni dei volti ritratti assieme a quello del nonno nelle decine di fotografie appese alle pareti dello studio. Ognuna di esse aveva in comune il volto impassibile di Sir Francis. Perfino quando da bambino stringeva la mano alla tata. Che avesse avuto dieci o quaranta anni, sembrava fosse incapace di sorridere. Nessun stupore quando, all’apertura del testamento, si scoprì che l’unico erede designato era Jonathan, la sola persona che in quegli anni era riuscita a sopportarlo. 
      “Non dare nulla a quegli sciacalli.” Erano state le ultime parole riferite alla decina di nipoti che come avvoltoi pregustavano la spartizione del patrimonio. Jonathan non era migliore di loro, anche lui contava sull’eredità. Però a modo suo aveva voluto bene al nonno, pur criticandone a volte la totale mancanza di umanità. Ora si trovava a riordinare i documenti di una vita passata all’insegna del dovere. Anche il matrimonio in tarda età era stato una mossa politica e non una lacrima fu versata alla morte della moglie.           
      “Questo, l’ho sempre odiato.” Jonathan alzò il mezzobusto di Sir Francis Drake guardandolo con perplessità. Non aveva mai capito perché il nonno lo amasse in quel modo, tanto da non farlo toccare a nessuno. 
      “E finisce nella spazzatura.” La statua cadde, si ruppe e sotto l’espressione incredula di Jonathan, rivelò al suo interno un tesoro inaspettato. Si inginocchiò, raccogliendo dal cestino le fotografie nascoste fino a quel momento. Le guardò in silenzio, schiuse le labbra e per diversi secondi non disse o fece nulla. Dovette sedersi per accettare il fatto che il giovane sorridente ritratto in quelle fotografie fosse suo nonno. Che gli occhi sognanti con cui la ragazza al suo fianco lo guardava, erano rivolti alla persona che nessuno aveva mai amato. Io e Mimi, agosto ’56. Era scritto a penna dietro l’ultima fotografia. Jonathan aprì uno dei cassetti della scrivania con la chiave che era tenuta assieme alle foto. Conteneva un diario in pelle nera, decine di fogli ingialliti che racchiudevano la storia di un uomo che tutti pensavano di conoscere ma che in realtà celava molto altro. Sfogliò le pagine diretto all’anno riportato nella fotografia, ma queste erano state strappate. Un intero anno di vita rimosso dalla mano del nonno. 
       
      Dicembre 1955. Mio padre vuole che parta per l’Italia per trattare una villa palladiana. È mio compito occuparmi di queste cose, così come mi è stato insegnato. Non lo deluderò e sono certo che spunterò un buon prezzo. […] Era alla stazione, non avevo mai visto sorridere in quel modo. Non riesco a dimenticare quegli occhi scuri. Dovevo andare a Padova ma sono salito sul suo stesso treno. Adesso la guardo dall’altro capo della carrozza, stiamo andando a Treviso. Non ho idea di dove si trovi questa città. […] L’ho seguita. Mio padre mi prenderebbe a cinghiate se lo sapesse, ma non importa! Devo, voglio fortissimamente conoscerla. […] Ce l’ho fatta! L’ho incontrata fuori dalla scuola nella quale insegna. Si chiama Anna e domani prenderemo un the in piazza. Sono così felice! Devo ricordarmi di mandare una lettera a mio padre. Forse lo farò domani.
       
      Jonathan rilesse l’ultima annotazione prima che le pagine fossero strappate via. I fogli gli tremavano in mano, l’idea di aver vissuto per tanti anni con uno sconosciuto non gli dava pace.
       
      Gennaio 1957. Domani andrò a firmare il contratto alla Jaguar. Mio padre ha lavorato tanto per farmi ottenere questa opportunità, non posso deluderlo. È mio dovere non farlo, non di nuovo.
       
      L’annotazione successiva pareva scritta da un altro uomo. Tutto il diario riportava una bella grafia, figlia di studi accurati. In un solo passaggio la scrittura imperfetta risaltava come un punto nero su una tela bianca. Con la comparsa di quella ragazza. Cosa era accaduto nell’anno perduto? Chi era quella ragazza? Domande che riempivano la mente di Jonathan e che chiedevano risposta. Treviso. Tra le proprietà del nonno, ve ne era una in Italia vicino Venezia. Non gli ci volle molto per verificare la corrispondenza.
      “Ma non puoi andare via! Non puoi partire e lasciare la famiglia, il lavoro!” gli dissero poche ore dopo.
      “Devo andare. Io devo sapere!” 
      Il mattino dopo era su un aereo di linea diretto in Italia, in preda ad una frenesia che mai aveva provato in vita e che doveva in ogni modo sanare. 
       
      “Piazza dei Signori, grazie.” Il tassista parlava col suo inglese scolastico, Jonathan rispondeva a monosillabi continuando a pensare alle parole scritte dal nonno prima del vuoto: “Sono così felice!”. La grigia periferia lasciò il passo a una cinta muraria che racchiudeva una città ordinata, tranquilla. Smontò dal taxi, attorno a lui una piazza lastricata, un’alta torre civica e decine di finestre che il nonno aveva guardato quasi sessant’anni prima. 
       
      “Buongiorno, sono Jonathan Donovan. Mio nonno ha un appartamento qui.”
      “Buongiorno, signor Donovan. È un piacere conoscerla. Siete proprio uguale a vostro nonno.
      Prego salite, vi accompagno. Come sta Augusto? Spero bene.”
      “È morto.” Quelle parole avevano uno strano sapore in bocca, sconosciuto.
      “Oh, condoglianze. Era un brav’uomo. Lo conoscevo da tanti anni, è sempre stato buono con me.”
      Jonathan socchiuse gli occhi alle parole dell’anziano portiere, pronunciate in un inglese impeccabile, per dimenticarle subito dopo essere entrato nel piccolo appartamento con due finestre che davano luce a un nudo di donna a carboncino, il cui volto aveva guardato con ossessione nelle ultime ore. Anche la firma era ben nota.
      “…ultimamente veniva qui in città ogni anno, a dicembre. Erano così innamorati, una gran bella coppia. Tutti gli volevamo bene. Che fine triste hanno avuto. Ma la lascio solo, buon pomeriggio.”
      Restò in silenzio, gli occhi che non si staccavano da quelli neri e profondi di Anna. Poi le vide sul tavolo, ordinate e ingiallite come le gemelle del diario. E per un attimo gli mancò il respiro. Si avvicinò timoroso, le sollevò con reverenza come se fossero le Tavole della Legge.  E lesse.
       
      Gennaio. Anna è bellissima, non riesco a fare a meno di lei. Ogni volta che la vedo scendere dall'autobus il cuore mi batte all’impazzata! Mi comporto come uno scemo ma a lei la cosa diverte. Quando ride mi sento felice come mai prima d’ora. Dio, come l’amo! […] Gli amici la chiamano Mimì, perché ama le mimose. Io la prendo in giro per questo e lei fa finta di offendersi ma i suoi occhi dicono tutto. Anche lei mi ama.   
       
      Marzo. Amo questa città, ha degli scorci sublimi. Cerco di passare ogni giorno davanti a Vicolo Dotti, è come trovarsi all’improvviso proiettati nel medioevo. Ho visto che c’è una casa in vendita, oggi proverò a prendere informazioni. […] L’ho comprata! Ho speso tutti i soldi che ero riuscito a trasferire prima che mio padre mi bloccasse il conto, ma ne è valsa la pena. Non vedo l’ora di farla vedere ad Anna, immagino già il suo sorriso. Oggi pomeriggio andrò in centro a scegliere l’anello.
       
      Aprile. Le ho chiesto di sposarmi sotto il balcone della nostra nuova casa, ha detto sì! Non vedo l’ora. Non perderemo tempo. […] È incinta. Diventerò padre.
       
      Giugno. Siamo marito e moglie. In chiesa eravamo solo noi e la sua famiglia. Mio padre non è voluto venire, non ho più sue notizie da mesi. Che vada a quel paese! Un Donovan non può sporcarsi le mani di olio, dice? Allora me le sporcherò di terra. Non tornerò mai più a casa.
       
      Settembre. Ha perso il bambino. Si è svegliata di notte sanguinando. Al pronto soccorso hanno parlato di aborto spontaneo. Non ce la faccio a vederla così, è distrutta. E io non riesco più a farla sorridere.
       
      Ottobre. Tumore maligno alle ovaie. Pochi mesi di vita. Voglio morire con lei.
       
      L’ultimo foglio riportava la data di dicembre, ma ogni parola era stata cancellata con più passaggi, creando un solco sulla carta come se il nonno avesse voluto censurare pensieri e emozioni, cercando così dentro di sé la forza che lo avrebbe poi ricondotto a Londra.
       
      La piazza era adesso illuminata dagli alti lampioni in ferro che proiettavano sulle pareti dell’appartamento ombre deformi. La musica allegra della giostra che girava lì davanti, assieme alle risate gioiose dei bambini, stonavano con lo stato d’animo di Jonathan. Era arrivato fino a quel punto, aveva trovato quello che cercava, eppure qualcosa mancava. 
      Voleva capire cosa quel dicembre avesse rappresentato per il nonno. 
      Uscì di casa nel freddo della notte trevigiana, passeggiando in silenzio. Attorno a lui la città viveva e gioiva per il Natale. Lui era come un’ombra proiettata da tutta quella luce. Chiese in giro, guardò sul cellulare, imprecò più volte. 
      Infine arrivò davanti a Vicolo Dotti. E rimase senza fiato.
      Era davvero come il nonno lo aveva descritto, un passaggio tra due epoche tanto differenti. Pareva che lì il tempo si fosse fermato svariati secoli prima. E per un momento provò le emozioni che il nonno doveva aver sentito quel giorno. E fu felice.
      “È arrivato, salga pure.”
      Il volto sereno del portiere lo colse di sorpresa. Jonathan lo guardò, come se non capisse. Poi, senza dire una parola, lo seguì. Salirono per una stretta scalinata in legno dalle pareti affrescate, per sbucare in un ampio soggiorno dal soffitto con le travi a vista illuminato da lampadari a goccia in vetro di Murano. Il pavimento di legno antico era coperto da un ricco tappeto di foggia orientale.
      “Si amavano tanto, sa? Suo nonno e mia sorella sono stati la coppia più bella che abbia mai visto in tanti anni. Quello che hanno vissuto, seppur per poco tempo, era una cosa vera, intensa, degna di essere raccontata.”
      “Perché allora l’ha nascosta a tutti?”
      Quella domanda venne fuori d’istinto. L’italiano sorrise con affetto, dopo pochi secondi di riflessione.
      “Ho frequentato Augusto molte volte quell’anno. Raramente eravamo soli, quasi avesse paura di staccarsi da Anna. Posso assicurarle che in quei casi non era la stessa persona, si sforzava di essere sereno ma era come se fosse chiuso in una gabbia e volesse uscirne a tutti i costi per tornare a casa. Può ben immaginare cosa successe quando lei morì. Morì la notte del ventidue dicembre, ricordo come fosse ieri. Anna volle restare a casa fino alla fine, Augusto la accudì rinunciando a qualsiasi altra cosa. Fu una lenta agonia, sia per lei che per noi. Soprattutto lui, per quanto si sforzasse di mostrare il contrario, non riusciva ad accettare la cosa. La sera prima di portarla in ospedale, mentre lei dormiva, si ubriacò e sfogò tutto il suo dolore. Mi creda, se mai dovessi descrivere cos’è l’amore, racconterei di quella sera.”
      Il portiere si diresse verso una scrivania, estraendone un cofanetto di giada che porse a Jonathan.
      “Andò via subito dopo il funerale e non lo rividi più fino a dieci anni fa, quando comprò l'appartamento in piazza e venne a cercarmi. Seppur apparisse in buona salute, io che l’avevo visto vivere capii che la sua anima era morta con quella di mia sorella. Non le racconterò cosa mi disse quella sera, tengo quel ricordo per me come il più prezioso dei tesori. Però voglio che abbia questa, forse potrà esserle in qualche modo d’aiuto.”
      Dentro al cofanetto vi erano una foto del nonno con Anna e una lettera spedita da Londra. Jonathan la lesse due volte, poi senza dire nulla se ne andò via lasciando per sempre Treviso.
       
      Dopo quel giorno, Jonathan Augustus Donovan II cambiò. Tornato a Londra fece i bagagli, donò in beneficenza tutte le proprietà del nonno e partì. Di lui, si persero le tracce. 
       
      Tra cinquanta anni, in un paesino della Provenza, a un uomo verrà chiesto cos’è l’amore. Questo racconterà la storia di un inglese arrivato lì senza nulla, eccetto una lettera, sposando una ragazza e vivendo a lungo e felicemente con lei. Morendo assieme lo stesso giorno, nello stesso letto, mano nella mano, sorridenti.
       
      Londra, dicembre 2013. Di tante cose mi pento, amico mio. Luoghi mai visti, persone mai incontrate, frasi non dette e azioni non fatte. Ma possa chiunque, anche solo una volta nella vita, provare ciò che ho vissuto io. Partire da una città che non mi rappresentava, lasciare un vita che non desideravo, cercare di afferrare l’immenso e scoprire che quello era tutto ciò che volevo. E se alla fine del viaggio si sarà riusciti a toccare anche solo per un attimo ciò che ho avuto io, solo allora si potrà dire di aver vissuto per davvero. Un anno, una vita, un sogno. Un amore. Immenso.  
       Augusto
       
       
       
                                       

    •  
      La scuola era iniziata da pochi giorni e tutto era ritornato alla sua normale e noiosa routine di tutti i giorni. Interrogazioni, verifiche e un sacco di pensieri in più. Forse esagero, eppure se non fosse stato per la scuola non l’avrei mai incontrato. Chi? L’uomo più bello che abbia mai messo piede sulla Terra. Quel giorno io e Debby eravamo appena uscite dal laboratorio di chimica e ci stavamo dirigendo a casa. Lei mi stava interrogando alla stregua dei detective più in gamba sul perché e sul percome fosse finita tra me e Josh.
      - Oh avanti. Un ragazzo così non lo puoi lasciare solo perché è geloso. Cosa aveva, dimmi. Era Gay? Pensandoci bene questa è una ragione più che logica. In fondo non era colpa di nessuno, forse sua perché non si sarebbe dovuto mettere con te…-
      Io la lascia farneticare, come sempre. Dopo anni e anni di incondizionata amicizia avevo capito come si doveva prendere la cara e dolce Debby. La si doveva lasciar vagare nelle sue fantasie e inventare stupide supposizioni che non potevano reggere neanche volendo. Era fatta così e così mi piaceva. Dava quel pizzico di pepe in più ad ogni mia giornata. Percorrevamo gli stessi corridoi degli anni precedenti con gli stessi volti e la stessa voglia di studiare (sarcasmo in modalità on), però intuii che c’era qualcosa di diverso. Qualcosa in più. Una sensazione stranissima mi attraversò la spina dorsale. Era come se qualcosa di strano fosse entrato in quella scuola. Nell’aria percepivo un cambiamento ma non riuscii immediatamente a realizzare cosa fosse. Ci avvicinammo all’armadietto che da pochi giorni mi era stato assegnato e notai che in quello accanto al mio un ragazzo di spalle stava leggendo una lettera rosa. Non volli soffermarmi oltre su di lui e presi a sistemare il mio armadietto con tutti i libri e le cianfrusaglie che avevo in cartella. Il ragazzo si fermò per qualche minuto ad osservarsi nello specchio che si trovava nella parte interna dell’anta dell’armadietto. Notai che c’erano diverse foto appese intorno allo specchio ma non riuscii a vedere molto altro. Si lisciò i capelli con la mano e questa gli scivolò sulla guancia, accarezzandola delicatamente. “Che strano!” pensai. Il ragazzo chiuse l’armadietto e se ne andò verso l’uscita. Non riuscii a guardarlo in faccia ma non volli perdere altro tempo. Ero decisa a lasciarlo stare quando Debby mi bisbigliò qualcosa all’orecchio. – Pss. Lo vedi? E’ quello nuovo. Si chiama Narciso.-
      - E tu come fai a saperlo?-
      - Ho le mie fonti.-
      Ah già, dimenticavo: Debby era anche un’insopportabile pettegola.
      - A me sembra un pochetto megalomane. L’hai visto come si accarezzava? Non sembrava neanche normale!-
      - Beh. Pensala come vuoi. Io non so cosa farei per sbaciucchiarmelo tutto.-
      - Debby!-
      - Oh, finiscila. Se fossimo tutti moralisti come te sai che noia il mondo! -
      Ad ogni modo quel ragazzo, seppure non l’avessi ancora visto in volto, mi intrigava. Aveva un che di affascinante e Debby ne era follemente innamorata.
      Il giorno passò senza che pensassi a lui. Mi ero completamente scordata di quel ragazzo e dei suoi modi strambi.
      La mattina seguente, mentre mi recavo a scuola con Debby, la ascoltavo farneticare su molte cose, ma soprattutto su Josh.
      - Avanti, Rose. Ti avevo detto di chiamarlo. Perché non l’hai fatto?-
      - Non ho voglia di sentirlo! L’ho frequentato abbastanza per capire che è troppo appiccicoso per i miei gusti. Non posso muovere un passo che lui diventa geloso fino all’esasperazione.-
      - E perché non gli dai una seconda opportunità?-
      - Ho detto di no.-
      - Secondo me era geloso perché tu gli hai dato occasione di esserlo.-
      -Io? Oh, non ricominciare sai.-
      - E il bagnino?-
      - Con il bagnino? Ma se non sapevo neanche come si chiamava!-
      - Non era necessario che tu lo sapessi. Sai come funzionano certe cose.-
      - Oh, basta. Piuttosto, questo Narciso? Ci ho ripensato stamattina quando mi sono accorta di aver lasciato il libro di matematica nell’armadietto -
      - Che c’è da dire? E’ perfetto. E’ sempre circondato da ragazze e non credo che noterà delle tipe come noi.-
      - Hey, parla per te. Io ho il mio fascino, sai!-
      - E il bagnino lo può confermare -
      - Debby. Oh, uno di questi giorni ti ucciderò, sappilo.-
      Detto questo accelerai il passo seccata ed entrai a scuola. Quando Debby si intestardiva, riusciva a farmi andare fuori dai gangheri anche per sciocchezze.
      - Non vedo l’ora - fece lei.
      Dopo qualche secondo non prestai più attenzione a lei perché la mia mente aveva trovato qualcosa di più importante su cui concentrarsi. Lui. Finalmente lo vidi e, Dio, quanto era bello. Non c’era niente nel suo volto che non andasse. Era biondo come il grano. I lineamenti erano perfetti. Il suo profilo sembrava disegnato da Dio in persona. Il suo fisico sembrava scolpito nel marmo e traspariva attraverso la maglietta nera. Devo andare avanti? Avete capito che era perfetto, no?
      Stava attraversando il corridoio attorniato da decine di ragazze che lo guardavano sognanti. Procedevano come in processione dietro e accanto a lui, cercando di parlargli. Questo però si limitava a sorridere senza rispondere. Si nutriva di quelle attenzioni senza offrire niente in cambio. I nostri occhi si incrociarono. Fu solo per una frazione di secondo ma bastò a farmi sentire veramente viva. Quegli occhi blu più del mare mi rivolsero la loro attenzione e io ne fui estasiata. Il colore acceso di quegli occhi mi fece percepire l’infinito che vi era dietro. Mi aprirono le porte sull’anima di quel giovane. Seppure fossimo distanti, io ne percepii l’essenza. Quello sguardo magnetico sembrò parlarmi nel silenzio che si era creato tra noi. La gente parlava, forse urlava, ma non riuscii ad udire niente. L’udito aveva smesso di funzionare per accentuare la mia potenza visiva, tanto che riuscii ad accorciare la distanza che divideva i miei occhi dai suoi, tanto che riuscii a vedere oltre questi e a scoprire l’oceano che li colorava. Non credo che vi fosse un altro essere al mondo che potesse anche solo lontanamente spargere bellezza come faceva lui. Non so che cosa fosse: un angelo, un diavolo o forse…forse Dio stesso.
      Probabilmente Narciso non mi aveva guardato per una ragione, ma perché per puro caso aveva deciso di rivolgere lo sguardo in quella direzione, quella in cui, per puro caso, mi trovavo io. Se non avessi accelerato il passo, se Debby non mi avesse fatto arrabbiare, se non mi fossi trovata lì in quel preciso istante, quegli occhi sarebbero passati oltre. Quegli occhi non avrebbero impresso la mia immagine sulla retina di Narciso e non sarei comparsa nella sua mente per quell’infinitesimo di secondo che per me significò tutto. Magari non mi notò neanche, ma sapevo che per pochissimo tempo la mia immagine era comparsa davanti ai suoi occhi. Per poco, per pochissimo, ero stata al centro della sua attenzione. Magari mi avrebbe dimenticata o magari sarei rimasta nei suoi ricordi. In quel momento non avrei potuto saperlo.
      Nel pomeriggio, a mensa notai che al tavolo di Narciso lo stesso stormo di ragazzine che quella mattina lo assediava, era tornato più numeroso a circondarlo mentre mangiava. Io e Debby continuavamo a guardarlo. Lei guardava potete immaginare dove, mentre io continuavo a guardargli gli occhi. Avevano qualcosa che io non riuscii ad afferrare, neppure utilizzando tutta la mia forza intellettiva. Erano qualcosa che andava aldilà di ogni umana comprensione. Brillavano di luce propria e quel blu sembrava palpabile. Per tutta la durata del pranzo non ci rivolse lo sguardo e questo non mi stupì, in fondo chi eravamo noi due perché un Dio come quello ci rivolgesse la sua attenzione? Ad un certo punto tirò fuori un piccolo specchietto e iniziò a contemplarvi la propria immagine. Non faceva come tutti gli altri. Lo notai anche il giorno prima. Lui non osservava la propria immagine sommariamente, dandola quasi per scontata, come facciamo tutti, ma sembrava stupirsi ogni volta. Sembrava osservarne attentamente ogni particolare, sembrava che non si fosse mai osservato allo specchio prima. Si accarezzò i capelli e poi passò alcuni secondi a contemplarsi senza parlare. Le ragazze che stavano al suo tavolo lo ammiravano in silenzio e così anche io e Debby. Che diavolo aveva quel ragazzo di tanto potente da offuscare le mie capacità razionali tanto a lungo?
      A pranzo finito, Debby si catapultò al suo tavolo e io fui costretta a seguirla. Lei lo salutò disinvolta, mentre io tenevo gli occhi bassi per paura, pensate che stupida, di rimanere accecata da tanta bellezza.
      Lui non fece una piega e continuò a mangiare in silenzio. La mia amica ripeté il saluto con più enfasi e lui fu costretto a rispondere.
      Alzò gli occhi e fui fulminata. Da vicino il blu sembrava muoversi, come fosse scosso dalle onde del mare. Ci rivolse un saluto distratto e poi tornò a consumare il pasto. Subito dopo, come mosso da un pensiero repentino balzatogli davanti agli occhi, ritornò a fissarmi, come se prima non mi avesse notato. - Tu sei quella con l’armadietto vicino al mio, vero?- disse indicandomi. La sua voce aveva un registro quasi femminile e incredibilmente seducente. Io risposi di sì imbarazzata e subito le ragazze sedute al tavolo iniziarono a lanciarmi sguardi aggressivi. Probabilmente avrebbero ucciso per avere la mia fortuna. Forse avrebbero ucciso anche me. Narciso annuì e poi tornò a consumare il suo polpettone.
      Per tutto il resto della giornata non feci altro che pensare a lui: quella voce avvolgente, quei capelli e poi… quegli occhi. Frammenti di cielo inseriti nel più incantevole dei volti. Così, mentre il prof di storia parlava e parlava io mi chiedevo se mai sarei riuscita a stringerlo tra le mie braccia, se potessi mai avere la fortuna di consolarlo di una sconfitta che la vita gli infliggerà, se potessi mai accarezzarlo dicendogli: “andrà tutto bene”. I miei sogni, però, si infransero nel ricordo di poche ore prima quando in mensa mi rivolse a mala pena un saluto. La scintilla non era scoccata. L’amore a prima vista era un’ipotesi da scartare e questo mi rattristò molto. Arrivò l’ora di ritornare a casa e mi diressi all’armadietto. In quel momento mi ero ricordata che il mio armadietto era accanto a quello di Narciso. Colma di gioia, mi resi conto che avrei potuto vederlo ogni giorno. Che fortuna, eh! Lo aprii, vi sistemai le poche cose che avevo in mano e lo aspettai. Ad un certo punto la luce dei suoi occhi sembrò risplendere lontano e io mi nascosi dietro all’anta del mio armadietto. Lui staccò alcuni bigliettini a forma di cuore che erano stati appiccicati al suo. Li lesse ad uno ad uno e sorrise. Li mise in tasca e aprì l’armadietto. Vi sistemò i libri e poi prese a contemplarsi allo specchio. Si lisciò i capelli e stette ad osservarsi, mentre io lo spiavo silenziosa.
      - Guarda che ti vedo, sai!- mi disse senza voltarsi.
      Io fui pietrificata. - Io… Io non volevo. E’ che…-
      Emersi da dietro l’armadietto e lui si voltò. Il suo stupendo sguardo mi catturò. Quegli occhi erano perfetti nella loro fragilità.
      - Perché mi spiavi?-
      Fui spiazzata da quella domanda così diretta e inaspettata e il panico mi assalì.
      - Sei… Sei molto carino e io…-
      - Lo so - disse indifferente.
      - Lo so? Capitan modestia, insomma-
      Mi rivolse un’espressione sdegnata e continuò a guardarsi allo specchio.
      - Toglimi una curiosità- gli dissi io. – Hai un appuntamento per caso? E’ tutto il giorno che ti guardi allo specchio!-
      Attesi a lungo una risposta ma lui non parlò. - Allora? Mi rispondi?-
      Narciso non parlò e chiuse l’anta dell’armadietto. - Narciso!- lo chiamai io. Lui si fermò senza voltarsi, poi scosse la testa e proseguì. Che maledetto imbecille! Si tratta così una signora? Ma che modi! Era la persona più spregevole che avessi mai conosciuto. Chiusi con forza l’armadietto e me ne andai. Tornai a casa e mi buttai nel letto.
      Le ore passavano e Narciso non si decideva a lasciarmi stare. Il suo ricordo mi tormentava. Quei modi così presuntuosi, quell’ignorarmi senza scrupoli. Diavolo quanto lo odiavo, eppure sentivo qualcosa per lui. Era più che semplice attrazione fisica e, voglio osare, anche più che amore.
      Ogni mio tentativo di espellerlo dalla mente era vano. Continuavo a ripetermi che, per quanto un uomo potesse essere bello, se era sgarbato ogni bellezza si perdeva, ma questo non bastava. Come risposta mi si riproponeva davanti agli occhi quello sguardo misterioso e pieno di fascino.
      Chiamai Debby per telefono ma neppure questo riuscì a fare molto. Ero malata d’amore ma mi ero innamorata della persona sbagliata.
      Il giorno seguente ero decisa a non degnarlo di uno sguardo e così feci. Tutto procedeva secondo il mio diabolico piano fino a quando i nostri occhi non si incontrarono. Fu a quei maledetti armadietti. L’impulso di rimproverarlo per il giorno precedente era forte ma poi un nuovo impulso alimentò le mie azioni: volevo chiedergli scusa. Sapevo di essere dalla parte del giusto, ma proprio non volevo che fosse arrabbiato con me. Non volevo che quegli occhi così splendidi mi vedessero come una minaccia o che, peggio ancora, mi evitassero. Avevo bisogno del suo sguardo. Ne avevo bisogno come dell’aria. Sentivo che senza sarei morta.
      Quando ci trovammo ai rispettivi armadietti mi feci avanti. Lui si stava lisciando i capelli davanti allo specchio come al solito.
      - Volevo chiederti scusa, Narciso - feci, venendo subito al dunque.
      - Per ieri, presumo -
      -Sì, mi sono comportata da sciocca e volevo che mi perdonassi -
      - Ti perdono - mi disse. - Effettivamente ti sei comportata male, ma riconosco che sai comprendere quando sbagli- la sua aria presuntuosa e seccante avrebbe dovuto mandarmi su tutte le furie, ma invece mi sentii rimproverata. Sentivo di avergli fatto un torto. E’ strano, lo so, e a distanza di anni mi chiedo come questo potesse essermi successo, ma da quel momento ero completamente sotto il suo controllo.
      - Ti chiedo nuovamente scusa - dissi come una stupida.
      Lui non rispose e nemmeno si voltò, continuando ad ammirarsi nello specchio.
      A quel punto, per evitare di fare la figura del giorno precedente, cambiai argomento.
      - Come fai di cognome? -
      - Il mio nome è così bello che non lo si può rovinare con un cognome. Sarebbe un sacrilegio -
      Fui indubbiamente stupita da quell’osservazione ma notai nel tono della sua voce qualcosa di diverso. Sembrava che fosse leggerissimamente interessato a quello che dicevo, per cui continuai su questa strada, andando più a fondo che potevo nella sua vita.
      - Da dove vieni? Insomma… da dove ti sei trasferito? -
      - Vengo dalla Norvegia. Vivo qui da pochi mesi, due o tre al massimo. -
      - La Norvegia, bella. Deve esserci molto freddo là-
      - Troppo, decisamente. - fece lui con la sua solita aria distaccata.
      Le discussioni con quel ragazzo erano sempre più emozionanti e divertenti, non c’era alcun dubbio.
      - Che lavoro fanno i tuoi -
      Il suo capo si chinò in avanti e Narciso diventò per pochi minuti un blocco immobile di marmo. Dopo qualche attimo in cui il mio cuore per poco non scoppiò, lui riprese vita e chiuse violentemente l’armadietto. Si voltò verso di me e, con aria imbronciata e scorbutica, mi fissò.
      - Sono morti -
      - Oh, io…io non potevo saperlo, scusami. Mi dispiace moltissimo - Narciso si rattristò a causa mia. Involontariamente avevo riaperto una ferita che forse non aveva mai iniziato a cicatrizzarsi. Era solo stata coperta per anni senza che facesse più male solo per il fatto che lui non potesse vederla. Una lacrima scese dall’occhio destro. Sembrava che un pezzo d’oceano si fosse staccato dai suoi occhi. Non so che cosa avrei fatto per poter raccogliere e conservare quel pezzo di paradiso, quella fragile e perfetta goccia di Narciso.
      - Fai bene a dispiacerti. Non era necessario chiedere di loro. Non mi piace parlare dei miei genitori. Loro non ci sono più e…- il ragazzo si interruppe e riaprì l’armadietto. Si guardò allo specchio e sembrò sconvolto. Si voltò di scatto verso di me e mi urlò contro, indicando il suo volto colmo di lacrime. - Guarda cos’hai fatto!- Fui mortificata per quello che, inconsciamente avevo fatto. In quel momento avrei tanto voluto aiutarlo a salvarsi da se stesso, dai suoi ricordi e dalla durezza della sua condizione. Allo stesso tempo, però mi continuavo a ritenere l’unica responsabile del suo pianto. Mi sentivo piccolissima e sarei voluta sprofondare sottoterra. Il ragazzo se ne stava di fronte a me con il volto lacero di lacrime e aspettava che dicessi qualcosa. Sapevo cosa aspettava e non lo feci attendere oltre.
      - Scusami. Sono una stupida. Non volevo -
      Lui ripiegò il capo da un lato e se lo coprì con la mano. Iniziò a singhiozzare come un bambino e io non seppi che fare. Cercai di consolarlo e non so quante altre volte gli chiesi scusa, senza, però, che lui mi degnasse di uno sguardo. A un certo punto, di punto in bianco, chiuse l’armadietto e sparì nel corridoio.
      Non so quanto tempo rimasi immobile a fissare il punto del corridoio in cui era sparito aspettando che ritornasse. Ore, giorni, secoli, forse.
      Niente, proprio niente, riuscì a farmi smettere di piangere quel pomeriggio. Il mio letto era zuppo di lacrime a causa della mia curiosità. Ero stata una stupida. Nient’altro.
      Il giorno seguente lo cercai, lo desiderai, ma niente. All’armadietto lo aspettai a lungo, ma niente. Sembrava sparito. Mi sentivo terribilmente responsabile per questo e avrei desiderato sprofondare sotto terra.
      Alla ricreazione mi sedetti sul muretto insieme a Debby e le rivelai tutto. Sapevo che quel segreto sarebbe dovuto rimanere dentro di me, però non ci riuscii. L’immagine di quel ragazzo in lacrime mi tormentava. Decisi così di liberarmene, e lo confidai a Debby.
      - Wow - fece sarcastica. - Beh, non potevi saperlo e poi, da quello che mi racconti, era più disperato per il viso piuttosto che per il ricordo che gli avevi riportato a galla. C’è da dire che, però, l’hai fatta grossa-
      - Sì, infatti. Spero solo…- Ad un certo punto lo vidi. La sua perfetta silhouette si muoveva tra la gente sotto i portici. Decisi di seguirlo e congedai Debby. Appena si sedette su dei gradini io lo imitai.
      - Narciso, io ero qui per..-
      - Chiedere scusa? Oramai sei diventata la donna delle scuse.- fece scherzando.
      - Diciamo solo un po’imbranata!-
      Narciso accennò un sorriso e a me sembrò che il cielo si fosse aperto davanti ai miei occhi.
      A questo punto, però, io mi aspettavo, come sarebbe normale, delle scuse da parte sua, per aver esagerato, per avermi trattata in quel modo, ma non arrivarono. Diavolo, quant’era arrogante!
      - Oggi, non sei accerchiato dalle ragazze di mezza scuola. Come mai?- osservai io.
      Lui non mi rispose ma scosse la testa, sorridendo e facendomi capire che non sapeva cosa rispondermi. Era mesto e lo vedevo senza bisogno di farci caso. Avevo paura che piangesse, che potesse rovinare il suo viso e che poi… beh sapete cosa mi era successo il giorno prima, no?
      Fui attenta a scegliere le parole e i discorsi con attenzione, facendoli passare e ripassare attraverso il filtro della mia censura.
      - Mi accompagni all’armadietto?- gli feci.
      Lui annuì e si alzò in piedi, quindi mi seguì. Mentre camminavo lui mi veniva dietro come un cagnolino. Arrivati a destinazione, lui aprì l’anta dell’armadietto e prima di ogni cosa si osservò allo specchio.
      - L’avevo dimenticato.- mi disse indicandomi uno specchietto che aveva nell’armadietto. Era incredibile come quel ragazzo soffrisse quando non si guardava allo specchio. Mi venne in mente di domandargli come mai, ma non volli rischiare. Inaspettatamente, lui sembrò leggermi nel pensiero e rispose al mio dubbio.
      - Io mi piaccio. Non vedo cosa ci sia di male.-
      - Non pensi di esagerare?-
      - No- il tono fu secco e deciso. A quanto pare era convintissimo che il suo comportamento fosse solo una normalissima sfaccettatura dell’animo umano e non si sentiva costretto a cambiare.
      Dopo scuola continuammo a conversare. Io soppesavo ogni sillaba e cercavo di stare lontana anni luce dai tasti che avevo appurato essere dolenti per lui. Ero più io a parlare e a domandare. Lui si limitava a rispondere passivamente alle mie domande e niente di più. Ad un certo punto, mentre stavo raccontando a Narciso delle mie molteplici avventure amorose, mi bloccai. Era come se mi fossi resa conto solo in quel momento di trovarmi davanti a lui. Fui colpita dalla sua bellezza e non riuscii più ad aprire bocca. I suoi occhi erano fissi nei miei e mi sorrideva. Quello sguardo, così come tutta l’attenzione di Narciso, in quel momento, erano concentrati su di me e questo mi fece gioire. Era incredibile come quel ragazzo potesse emanare bellezza, sempre e comunque. Le leggi della natura e si piegavano davanti alla sua bellezza. Nessuno sapeva resistergli. Non era certo la sua bellezza interiore a conquistare. Era attrazione fisica, magnetica e gravitazionale.
      D’un tratto ebbi l’irrefrenabile desiderio di toccarlo. Volevo sentire la sua pelle toccare la mia. Volevo che non ci fosse dello spazio a dividerci. Avvicinai la mano e lui mi fissava mentre lo facevo. Appena fui lì lì per toccarlo, lui si scostò e mi fissò come una cane smarrito.
      - Che fai? - mi chiese adirato.
      Mi sentii nuovamente un verme e capii di aver sbagliato di nuovo, però non sapevo in cosa. Non riuscii a trovare le parole. In fondo come potevo riuscire a descrivere quello che stavo facendo. Neppure io lo sapevo.
      - Non toccarmi - mi disse perentorio. - detesto che la gente mi tocchi-
      Ecco, la solita imbranata e le sue solite figuracce. Ogni volta che mi avvicinavo di un passo a Narciso, bastava un gesto o una parola ad allontanarmi di chilometri.
      - Devo andare - fece serio. Si alzò e se ne andò senza neanche curarsi di salutarmi. Ci rimasi malissimo. La freddezza dei suoi modi era una cosa che mi aveva colpito fin dai primi sguardi, ma ora capivo che c’era qualcosa di strano. Nascondeva qualcosa di profondo come lo spazio. Nascondeva le tenebre dietro la luce del suo sorriso. Il suo mistero mi affascinava e i suoi modi, benché cercassero di allontanare tutto e tutti, mi attiravano. Così, come un qualsiasi elettrone attratto dai protoni nel nucleo, orbitavo attorno a Narciso. Così feci quella volta: mi alzai e lo seguii. Iniziai a pedinarlo e, senza farmi vedere, memorizzavo le strade che percorreva, imprimendole nella mente. Percorreva le strade principali e affollate, forse, immagino io, per il semplice gusto di essere osservato. Durante il mio pedinamento mi ripetevo in testa la strada che aveva percorso, ricordando se aveva girato a destra o a sinistra e in quale traversa. Sarebbe stato molto più semplice scriverle giù, ma in quel momento non ci pensai. Finalmente si fermò di fronte ad una villetta a schiera, in un quartiere dove le case si assomigliavano tutte. Girò la chiave ed entrò. Decisi che era tempo di ritornare indietro. Ormai avevo memorizzato la strada e sapevo che l’indomani ci sarei ritornata. Ne ero certa.
       
      Il giorno seguente, a scuola, raccontai tutto a Debby e lei mi sembrò molto strana. Mentre ascoltava della mia corsa sfrenata dietro quel ragazzo e della vicinanza che stavo creando tra me e Narciso, il suo sguardo si fece serio.
      - Posso venire anch’io?- la sua espressione era cambiata nel giro di un nano-secondo ed era tornata la solita Debby di sempre: sfacciata e infantile.
      - Cosa?-
      - Voglio venire anch’io a casa sua-
      - Ma sei impazzita? No, che non puoi-
      Nonostante l’apparente contentezza, però, notavo qualcosa di strano in lei. Invidia. Non sopportava che io fossi di qualche metro più vicina di lei a Narciso. - Non vorrai mica tenertelo tutto per te-
      - Non… cosa?- balbettai.
      - Me lo fai conoscere, vero?-
      - Ehm… certo, ma sappi che tra di noi non c’è ancora niente-
      - Meno male - fece lei. - Non sopporterei l’idea di vederti con lui, mentre io sono da sola. Sai da quanto non ho un ragazzo? Due anni, ti rendi conto? Due anni. Poi sbuchi te e ne cambi uno al giorno. Quello non ti piace, quello non fa per te e così mi sbatti in faccia la tua fortuna, senza apprezzarla. Ho sopportato, sai, ma Narciso no. Lui è… è perfetto e tu ci stai provando anche con lui. Adesso basta, eh.-
      Non avevo mai visto Debby così fuori di sé. Sapevo che non era lei a parlare, ma anni di frustrazione e invidia. Non avrei mai immaginato che nascondesse così bene il suo dolore, non sapevo neppure che quel dolore esistesse. Non credevo che si vedesse in competizione con me, non l’avevo mai sospettato, eppure quella sua confessione piena di rabbia mi fece capire come Narciso, oltre che bellissimo, fosse anche pericoloso: un’arma affilata che poteva recidere qualsiasi amicizia, anche la più solida. Anni e anni di amicizia come la nostra, stavano per essere distrutti e tutto per lui. Però, non c’erano dubbi. Tra Debby e Narciso avrei scelto lui.
      Non dissi niente e mi limitai semplicemente a guardarla negli occhi. Erano pieni di rabbia, di frustrazione. Se solo avesse potuto, mi avrebbe fulminato all’istante con i suoi occhi spara-odio.
      - Debby- riuscii a farfugliare con gli occhi pieni di lacrime.
      - Debby, un cavolo. Non fare l’innocentina - si alzò e se ne andò.
      - Debby, dove vai?- stavo singhiozzando. Non riuscivo a credere a quello che mi aveva detto. Era diventata cattiva, acida come una serpe e piena di rancore, un rancore che io non avevo mai sospettato esistesse.
       
      Ero stupita, delusa e a pezzi ma sapevo che avevo una faccenda da sbrigare quel pomeriggio. Debby o non Debby, dovevo andare da Narciso. Appena furono le quattro esatte, mi catapultai fuori di casa e, non appena arrivai al cancello mi fermai per un attimo. Mi ripetei per filo e per segno la strada che dovevo percorrere: Una volta su questa strada, arrivo alla casa rosa e poi giro a destra, poi in fondo e poi girare appena vedo una chiesa… Appena arrivai alla casa di Narciso per circa altre quattro volte nella mia mente, fui pronta. Esitai un attimo, ma poi fui determinata a non lasciarmi scappare questa occasione. Volevo scoprire cosa nascondesse quel così bel ragazzo e niente mi avrebbe fermato. Mi avviai e ogni metro che percorrevo sembrava un traguardo che tagliavo, ogni casa mi sembrava un ostacolo che mi separava da lui. Ero così contenta! Giunta davanti a quella casetta così priva di originalità, così grigia e indistinta, mi parve incredibile come questa potesse essere la dimora di Narciso. Questa ne custodiva il mistero e la bellezza. Dentro quella casa lui trovava riparo, conforto e felicità. Il letto in cui dormiva, i vestiti che indossava, ciò che mangiava, era tutto lì, conservato con cura ed amore. Non c’è bisogno che vi dica quanto tempo rimasi lì davanti alla porta prima di decidermi a bussare. Finalmente mi decisi. L’eco dei colpi che diedi sul legno si perse nel silenzio che regnava e ribussai. Sentii dei passi avvicinarsi. Erano piedi nudi, quelli che si approssimavano. Mi aprii e io non ci capii niente. Era nudo. Cioè, non nudo. Aveva un asciugamano che gli copriva le “regioni scandinave” e gli arrivava appena sotto le ginocchia. Una tovaglia attorno al collo e… tutto bagnato. Aveva un fisico che sembrava ritoccato con uno di quei programmi che servono a modificare le immagini. Prese ad asciugarsi i capelli con la tovaglia che aveva al collo e vi giuro che stavo svenendo seriamente. Dio, quanto era bello!
      - E’ questo il modo di aprire la porta? Sei…Sei nudo!-
      - E che problema c’è? Perché dovrei vergognarmi del mio corpo?-
      - Non dico questo, però…-
      -Cosa? Non mi sembra che ti dispiaccia-
      - Ma, hey.!- feci io, irritata da quel suo solito modo insolente! Eppure io lo adoravo.
      - Beh, cosa vuoi? Immagino che tu voglia scusarti per l’ennesima volta-
      Ok, ferma. Cosa? Cercai di ritornare indietro e di ricordare qualche torto fattogli. Allora ripassai davanti ai miei occhi l’intera giornata di oggi. Debby. Mi venne in mente la sua sfuriata e il suo sguardo. Solo questo. Tornai indietro al giorno prima e mi ricordai che… ah sì. Lo avevo toccato. Finsi che fosse quello il motivo, anche se non mi era passato neppure per la testa. In realtà il motivo non era quello, anzi, il motivo di quella mia visita non esisteva proprio.
      - Bene. Scuse accettate- rimanemmo a guardarci senza dire niente per qualche secondo.
      - Beh, non mi fai entrare? - Lui alzò gli occhi al cielo e poi mi fece segno con la mano che potevo accomodarmi. Appena entrai mi guardai attorno. Mi meravigliai dell’ordine e della pulizia di quella casa. C’erano soprammobili, tende e specchi. Fu una cosa che notai solo in un secondo momento, ma mi colpì particolarmente. C’erano specchi ovunque. Invece di quadri o altro, gli spazi liberi sui muri erano occupati da specchi che riflettevano la nostra immagine e che sembravano rendere la casa piena di persone. Arrivammo in cucina, anche quella piena di superfici riflettenti di ogni genere. Lui si sedette e continuò ad asciugarsi i capelli con la tovaglia. Io mi sedetti e continuai a guardarmi intorno.
      - Avanti, sappiamo entrambi che non sei qui solo per chiedermi scusa. In quel caso saresti già andata via. Eppure sei ancora qui. Per caso mi trovi bello e vorresti fidanzarti con me?-
      La domanda mi spiazzò e, senza controllarmi, feci di sì con la testa. Lui mi sorrise.
      - Non sei l’unica. E perché non me lo hai detto?- in quel momento mi sentii al colmo della gioia. Forse lui ricambiava. Aspettate. Stavamo correndo troppo. Insomma, non è così che funziona. La donna deve farsi corteggiare, non può annuire come una cretina davanti ad un ragazzo.
      - Tu… tu provi qualcosa per me?- feci come se fossi una ragazzetta timida e spaventata.
      - No- fece lui. La brutalità di quel ragazzo mi sconvolgeva.
      Rimasi senza parole per qualche minuto e poi mi scossi la testa. – Tu hai la ragazza?-
      - No -
      In quel momento un dubbio mi assalì e chiesi subito conferma. - Non è che per caso sei…- e mi toccai l’orecchio. - Voglio dire... i capelli, le tendine, gli specchi…-
      Lui mi guardò torvo. - Se non ti serve niente, puoi andartene- mi fece, indicandomi la porta.
      Io presi la mia roba e lo lasciai lì, voltato verso la parete e con lo sguardo basso.
      -Scusami, Narciso- dissi pentita.
      Mi diressi verso casa e per l’ennesima volta mi chiesi che diamine avesse quel ragazzo contro di me. Se la prendeva per tutto. Non riuscivo a parlarci senza che tutto finisse con me che me ne andavo perché lo avevo offeso. Ma chi era? Perché la sua bellezza non mi lasciava vivere in pace? Perché i miei pensieri erano sempre e comunque rivolti a lui? Mi aveva catturato nella sua tela e io non riuscivo più ad uscirne.
      Il giorno seguente mi diressi a casa di Debby per andare a scuola insieme, ma, appena bussai, mi rispose sua mamma, dicendomi che Debby era andata a scuola da sola. Che stronza! Non era mai successo e andare a scuola senza di lei che mi assillava con la sua voce e che mi dava ogni tanto delle pacche sulla schiena senza motivo mi faceva sentire quasi nuda. Era incredibile come un ragazzo fosse riuscito a spezzare, pur non volendolo, anni e anni di incondizionata amicizia. Un’eternità di bisticci e capricci, di botte e abbracci, forse la più bella amicizia che avessi avuto fino ad allora. Per un attimo ebbi voglia che tutto questo non fosse finito, che la nostra amicizia fosse ancora in piedi dopo aver barcollato, però, rinunciare a Narciso avrebbe voluto dire che Debby aveva campo libero e mai, ripeto, MAI avrei sopportato la vista di lui vicino a Debby. Non dopo quello che lei mi aveva detto. E poi, lui era Narciso e mai niente avrebbe potuto allontanarmi da lui. In quel momento mi ritornò in mente un particolare che avevo proprio dimenticato. Da ragazzine, quando per la prima volta fummo in lotta per un nostro compagno di classe, ci promettemmo l’un l’altra che mai nessun ragazzo ci avrebbe diviso e poi rinnovammo questa promessa quando fummo più grandi. Insomma, per farla breve, io e Debby eravamo sicurissime che nessun ragazzo, per quanto fosse stato bello, sarebbe stato capace di dividervi. A quanto pare, però, non avevamo messo in conto Narciso. Mi scese una lacrima.
      “Quanto sei stronza! Perché l’hai fatto, Debby?”
      L’intruglio dei miei pensieri fu scombussolato e infine annientato dalla sua vista. Narciso. Stava entrando a scuola e, appena fu avvistato dal mozzo della nave nemica, uno stormo di oche starnazzanti gli corse incontro. Tra quelle oche, con mia grandissima sorpresa scorsi Debby. Si era alleata col nemico e ora erano guai seri. Con gli anni avevo imparato che Debby è meglio tenersela amica, piuttosto che nemica. La sua capacità di mettere in giro voci false su chiunque poteva portare la gente alla disperazione. Fino al giorno prima io ero orgogliosa di averla dalla mia parte, ma da quando la vidi fraternizzare con quelle ragazzine arrapate, capii che tra noi era finita.
       
      Arrivò l’ora di andare in mensa a mangiare e fu allora che la mia vita mi sembrò vuota senza Debby. Il nostro tavolo, quello a cui ci sedavamo sempre, mi sembrò enorme senza di lei. Era come se fossi tagliata a metà e una parte di me fosse scomparsa per sempre. Ad ogni modo, continuavo a fissare il tavolo di Narciso. Lo guardavo mangiare e sorridere a destra e a manca. Sebbene si vedeva che quel sorriso non era autentico, ma solo di circostanza, mi bastò a farmi dimenticare del duro colpo che avevo subito. Ad un certo punto vidi tre ragazze avvicinarsi al mio tavolo con aria minacciosa. Una delle tre era Debby. Lei e un’altra ragazza abbastanza cicciottella e brutta stavano ai lati, mentre in mezzo a loro avanzava una ragazza veramente bella. Curata e truccata fino alla nausea, si atteggiava da leader. Era probabilmente l’unico appiglio che le ragazzette escluse e sole, vedevano a scuola. Nessuno le voleva, oppure avevano appena distrutto l’amicizia di anni per un ragazzo e adesso si aggrappavano a quel ciottolo di popolarità per cercare di non cadere nel baratro della loro condizione. Volevano emergere e per fare questo si servivano di una figura che sapeva imporsi sugli altri, pronte a fare di tutto, proprio di tutto, pur di essere accettate e di non rimanere sole. La ragazza al centro si posizionò di fronte a me e appoggiò le mani al tavolo violentemente, facendo scivolare verso il polso i mille e più braccialetti dal suo avambraccio. Al lato notavo che Debby mi fissava gelida, con lo stesso sguardo delle altre due. Sembrava che fosse una di loro da sempre. Sembrava che non ci fossimo mai conosciute. La tipa al centro parlò.
      - Senti un po’, cosetta, Narciso è off-limits hai capito. Come vedi, c’è la fila. Per averlo devi faticare, hai capito? E’ da quando è arrivato che gli andiamo dietro e…-
      - Si vede che non gli interessate- la interruppi.
      - e poi arrivi tu, l’ultima ruota del carro, brutta e poverella, e cerchi di rubarcelo sotto il naso- disse lei riprendendo il suo discorso, come se non l’avessi interrotta.
      - Tra me e Narciso non c’è assolutamente niente-
      - Sì, certo! E com’è che ci sei andata a casa?- Il mio sguardo si rivolse di scatto verso Debby. Solo lei lo sapeva, per cui solo lei poteva averglielo detto. Credevo che il suo sguardo fosse abbassato. Per la vergogna o magari perché non voleva incrociare i miei occhi, invece mi ritrovai la glacialità del polo nord scagliata addosso con violenza. Mi fissava con uno sguardo che suggeriva un rimprovero. Distolsi lentamente gli occhi da lei e li posai sulla ragazza che avevo di fronte.
      - Non so di cosa tu stia parlando e poi, non credo che Narciso sia interessato a me, come non credo sia interessato a nessuna di voi-
      Il suo sguardo si arricchì di odio e con un gesto della mano mi scaraventò per terra il vassoio.
      - Come ti sei permessa?- feci io agguerrita. Mi stavo scagliando contro di lei quando Debby mi si parò davanti, afferrandomi per i polsi. - Oh, lasciami, tu, sai? Non permetterti di toccarmi, stronza!-
      D’un tratto tutte le ragazze si immobilizzarono e spalancarono gli occhi, stupite, come se avessero visto un fantasma. Mi voltai e vidi Narciso davanti a me.
      - Cos’è successo?- fece stupito.
      - Oh, niente. Questa cretina ha fatto cadere il vassoio- fece la leader.
      - Raccoglilo!- le disse lui. - Ma.. ma io…-
      - Ho detto di raccoglierlo. Non fare mai più una cosa simile-
      Lei, da perfetta marionetta del belloccio, raccolse tutto da terra e lo buttò nella pattumiera.
      - Ora andiamo via, su.- fece lui, come se fosse un pastore che comanda le sue pecorelle. Mentre se ne andava Narciso si voltò verso di me e mi sorrise. Era un sorriso autentico, di amicizia. Sapevo che ero stata io la causa di quella sua effimera dimostrazione di allegria e il cuore prese a rimbombarmi dall’interno. La sua sagoma svanì oltre la porta della mensa, ma il suo sorriso mi rimase dentro.
       
      Quel pomeriggio, mentre studiavo, presi una decisione senza pensarvi. Uscii di casa diretta a casa sua. Questa volta ero decisa a confessargli tutto quello che provavo per lui. Quel sorriso aveva fatto ardere in me la speranza come non mai. Bussai ma ad aprirmi non fu lui. Mi apparve davanti un signore sulla cinquantina ben curato e dall’aria simpatica.
      - Scusi, c’è Narciso?-
      - No, è uscito. Io sono lo zio. Se vuoi puoi entrare- La gentilezza di quell’uomo sembrava escludere la parentela con Narciso, ma, a quanto pare, era lo zio. Ci presentammo e notai subito che era un uomo molto allegro e avvezzo alle relazioni interpersonali.
      Ci accomodammo in cucina e pensai che quella poteva essere un’occasione perfetta per saperne di più su quel ragazzo.
      - Posso farle qualche domanda su Narciso?- dissi, andando subito al sodo. Lui mi sorrise e mi fece cenno con la mano di procedere. Bene, da dove potevo cominciare. Mi trovai un attimo in difficoltà nel decidere cosa chiedere in particolare.
      - Narciso ha la ragazza? Voglio dire… a me sembra un po’…- ecco: gaffe incredibilmente imbarazzante.
      - Tranquilla credo di aver capito. Ti chiedi se Narciso sia interessato alle ragazze? A dire il vero questo non lo so. Devi sapere che io non vengo spesso qui. Perché lui non vuole.-
      - Lui non vuole? Come sarebbe a dire?-
      - Beh, vedi… Narciso ha perso i genitori quando aveva appena nove anni e da allora sono io a prendermi cura di lui. E’ un ragazzo molto difficile e quando ci siamo traferiti qui mi ha chiesto, o meglio imposto, di avere una casa tutta per sé. Io abito in casa di mia sorella e mi occupo della casa quando lui è a scuola. Pago le bollette eccetera, ma è lui che vive qui. Lo puoi vedere anche dall’arredamento. Specchi e foto ovunque -
      E’ vero. Le foto. Il giorno prima non le avevo notate. Ce ne erano a centinaia lungo il corridoio ma non in cucina. Erano foto che ritraevano… indovinate? Narciso. Quel ragazzo stava male, davvero. Aveva foto di se stesso ad ogni angolo.
      - Penserai che Narciso sia malato o cosa, ma non è così. Io ti chiedo, se puoi, di non considerarlo così. Sai è un ragazzo fragile che si ripiega in se stesso e che non ha esperienza del mondo delle persone. Non riesce a capirle e a considerarle uguali a sé. Io non so che rapporto vi leghi, ma da come mi chiedi di lui sembra che ti piaccia-
      Io arrossii. - Tranquilla, so benissimo quanto sia bello e difficilmente qualcuno ne è indifferente-
      - Beh, ad ogni modo io ti chiedo una cosa: sii gentile con lui, te ne prego. Insegnagli come fare a voler bene. Te lo chiedo per favore. Fa in modo che ti apra il suo cuore- una lacrima scese furtiva lungo il suo zigomo. Teneva tantissimo a quel ragazzo e non sopportava l’idea di vederlo da solo. Probabilmente gli si stringeva il cuore ogni volta che si dimostrava arrogante e scorbutico perché capiva che era la sua strategia per sfuggire ai demoni che aveva dentro.
      - Ho cercato di fargli capire che sbagliava a comportarsi così. Ho cercato di cambiarlo ma lui mi ignorava sempre-
      - Immagino- feci io. - Comunque le prometto che farò il possibile. Glielo giuro. Narciso è la mia ragione di vita ora. Per lui ho litigato con la mia migliore amica, sa? Eppure di lei non mi importa più niente perché Narciso, beh… me lo ritrovo sempre in ogni pensiero e in ogni parola. Mi volto e lo vedo ad ogni angolo. Chiudo gli occhi e c’è lui. E’ un’ossessione-
      - E’ amore- mi disse, sorridendomi. - Io so che non potrò mai essere un padre per lui, ma Narciso per me è come un figlio e voglio solo il meglio per lui. Lo voglio felice e vederlo così mi gela il cuore-
      Un rumore di chiavi provenne dalla porta d’ingresso. La porta si aprì e qualcuno entrò. Non si sentì né un “sono tornato”, né un “sono a casa”. Niente. Arrivò in cucina e si stupì che fossi lì.
      - Ancora tu?- mi fece indifferente.
      Lo zio si alzò. - Narciso, io vado. Ho fatto la spesa stamattina ed è già tutto sistemato in frigo- il ragazzo fece un cenno con il capo, impassibile come sempre. Lo zio, prima di sparire, mi rivolse uno sguardo pieno di significati “Trattalo bene, ti prego”.
      La porta si chiuse. - Tuo zio è molto simpatico, sai?- lui mi rivolse un “uhm” di circostanza. Stava preparandosi un panino ed era voltato verso la dispensa. - Cosa sei venuta a fare qui?-
      La sua schiettezza non mi lasciò più interdetta come al solito: ormai ci ero abituata. - Sai, io vengo qui solo per chiedere scusa dopo aver fatto una cazzata e averti fatto arrabbiare, ma oggi sono qui per ringraziarti. Oggi mi hai veramente aiutato e…- lui mi fermò con un gesto della mano. - Non accadrà più. Ho sbagliato, lo riconosco.- notavo che era particolarmente a disagio, quasi si vergognasse per quello che aveva fatto quel giorno.
      - Che succede, Narciso?-
      Lui iniziò a mordersi il labbro inferiore e sembrava quasi che stesse per mettersi a piangere.
      - Niente. Niente.- mi fece lui, visibilmente turbato.
      - Un niente non è accompagnato da mille smorfie. Cosa ti turba?- dissi, facendo la parte della mamma protettiva.
      Lui mi guardò e continuò a ripetere che non era niente. Qualcosa, però, c’era e continuava a fargli male. - Io non…non…- era quasi sul punto di scoppiare in lacrime ma io sentii che avevo la necessità di essere anticonvenzionale in quel momento. Volevo smetterla di seguire le regole che il corteggiamento mi imponeva e lo abbracciai. Immediatamente smise di singhiozzare. Sentire il suo corpo caldo e profumato tra le mie braccia mi sballò tutti gli ormoni. Eh sì. Se non mi fossi controllata non so che cosa sarei stata capace di fare, ma torniamo a noi. Lui rimase immobile, come se non sapesse cosa fare. Sembrava non conoscere il significato di quel gesto. Gli presi le braccia e le posi attorno al mio collo. Rimanemmo così per molto tempo e lui pareva essere una marionetta senza vita, in balìa di questo gesto inaspettato e delle sensazioni che questo portava con sé. Il calore umano sembrò rigenerarlo nel profondo. Gli presi la testa e gli accarezzai i capelli colore oro. Gli baciai il capo, inebriandomi della sua essenza. Avrei tanto voluto che quel momento durasse per sempre. Davvero. Ci staccammo e lui mi guardò spaesato. Quello sguardo perso e disorientato era splendido. Avvicinai la mano per accarezzargli la guancia e lui allontanò il viso spaventato.
      - Fermo- gli feci io. Continuai ad avvicinare la mano e lui si lasciò toccare. Mentre lo fissavo il suo sguardo era sempre quello: Smarrito e incuriosito. La mia mano sulla sua morbida guancia sembrò avergli fatto capire che non gli avrei fatto alcun male. Sembrava quasi un cagnolino raccolto in mezzo alla strada che aveva solo bisogno di essere rassicurato. Ad ogni modo sapevo che era giunto il momento di fare ciò per cui ero venuta.
      - Narciso, io ti amo- mi stupii del mio coraggio nel dirlo. Non pensavo che mi potesse riuscire così semplice, soprattutto con Narciso. Lui mi fissò stordito. Quella valanga di sensazioni e parole nuove per lui lo stava confondendo, ma volli continuare. Dopo pochi secondi sembrò essere ritornato sulla Terra e mi sorrise. - Io sto molto bene con te. Mi piace la tua compagnia-
      Spalancai gli occhi. Non mi aveva detto che ricambiava, ma quelle semplici parole, pronunciate dalla bocca di Narciso, mi davano forza. Pensai che con il tempo sarei diventata molto più di una amica per lui. Ne ero certa. In quel momento avrei voluto insistere per farmi dire da lui che mi amava, ma poi mi ritornarono in mente le parole dello zio: “sii gentile con lui, ti prego. Insegnagli come fare a voler bene”. Io ci stavo riuscendo. Lui mi considerava un’amica e così decisi di proseguire su questa strada. Volevo arrivare dritta al suo cuore, volevo che mi vedesse come un’amica e poi, se poteva nascere qualcos’altro, sarei salita al settimo cielo.
      -Posso abbracciarti?- mi fece all’improvviso. Fui stupita, ma anche rallegrata dalla scoperta che Narciso sembrava aver fatto. Ci stringemmo e non ci capii più niente.
       
      Da quel giorno, ogni volta che ci incontravamo a scuola il nostro saluto, anziché un semplice “ciao” era un abbraccio. Questo scatenò inevitabilmente l’ira delle smorfiose che, dal giorno seguente, Narciso cercò di evitare per stare con me. “Io sto molto bene con te. Mi piace la tua compagnia” quando ripensavo a quelle parole mi sentivo fortunata. A quante persone Narciso poteva aver detto una cosa del genere. Non era un “ti amo”, ma per me ne valeva come cento. Ogni giorno ero a casa sua con una scusa diversa e cercavo di esplorare il suo animo: quel prezioso e misterioso segreto che nascondeva dentro di sé. Con il tempo, circa due o tre mesi, riuscii a fare in modo che si fidasse di me e che mi vedesse come una sorella. Per prima cosa mi aprii a lui, raccontandogli quasi tutto e forse anche di più sulla mia vita. In questo modo, gli feci capire che raccontare se stessi ad un altro, e quindi fidarsi, non è un male e molte volte aiuta.
       
      Un giorno mi decisi a dare una svolta alla nostra relazione. Non gliel’avevo chiesto prima perché ricordavo ancora la scenata che mi aveva fatto, ma dopo mesi passati insieme, sentivo che potevo chiedergli ogni cosa e poi ero stufa di essere solo un’amica.
      - Narciso, tu… sei gay? Voglio dire. Fino a poco tempo fa eri circondato da belle ragazze, stronze, certo, ma bellissime e tu sembravi non considerarle. Non provavi attrazione nei loro confronti. Voglio dire… attrazione fisica?-
      -No- mi fece lui. Il suo no, però, non era come quelli che all’inizio mi stringevano il cuore: indifferenti e arroganti. Questo “no” era stupito. Evidentemente non si era mai posto quel problema.
      -E neanche per me?- chiesi portandomi una mano al petto, come se fosse un analfabeta ignorante.
      - Tu? Ma… no- fece sbalordito. - Tu sei… sei solo un’amica. Sarebbe troppo… strano -
      Quelle parole mi gelarono il cuore, ma non lo diedi a vedere.
      - Tu provi attrazione per altri uomini?- la risposta mi sembrava scontata. In fondo, se non erano le donne, per forza di cose erano gli uomini, eppure non fu così. La sua risposta fu: - Non lo so -
      - Non lo sai? In che senso? Voglio dire è normale provare attrazione verso altre persone. Tu non…-
      Lui scosse la testa. Non sapevo cosa dire.
      - Io non riesco a fidarmi degli altri, Rose. Non ce la faccio. Ho paura che... non so. Che mi trattino male. Per conoscere bene una persona ci vogliono anni e anche dopo tutto questo tempo non le conosceremo mai abbastanza- Quello che aveva appena detto mi riportò alla mente Debby. Cavolo se aveva ragione!
      - Come posso fidarmi di una persona, uomo o donna che sia, se la conosco da pochissimo? Voglio dire, come posso innamorarmi di una persona se la vedo per la prima volta?-
      - E’ il rischio dell’amore. Il punto è che ti devi fidare e con certe persone risulta più facile che con altre.-
      - Tu lo chiami amore e io lo chiamo pazzia. Come ci si può affidare ad una persona sconosciuta, senza garanzie, senza essere sicuri di chi si ha davanti?-
      Più lo sentivo parlare e più lo vedevo fragile in un mondo che non gli apparteneva. Sentivo che aveva solo bisogno di essere protetto e rassicurato.
      - Io non riesco a vedere il bello nelle persone che non conosco, Rose. Ho paura che mi possano fare del male-
      - Ma, al di là di tutti questi ragionamenti, non hai mai provato qualcosa… che so, di istintivo che, magari non riesci a capire? Una sensazione incontrollata, inspiegabile?-
      Lui scosse la testa. - Rimanendo da solo ho imparato a conoscere me stesso. Io sono l’unica persona che sono sicuro non mi tradirà mai. Solo in me riesco a vedere la bellezza.-
      -Narciso - dissi, commossa. Era terribile quello che stava dicendo e avrei tanto voluto che quel pezzo di paradiso che avevo davanti potesse sorridere da dentro e smetterla di vedere malvagità nelle persone. Solo allora capii che Narciso non era come tutti gli altri. Era un fiore troppo fragile per vivere in mezzo a noi, arroganti e maestose sequoie.
      - Adoro ascoltare la mia voce e assaporare il profumo della mia pelle. Toccare il mio corpo e sentire il suo calore mi rende felice. Perché dovrei cercare qualcun altro?-
      - Narciso, tu non puoi continuare così! Non è normale!-
      Lui mi fissò intensamente. Non sapevo se sarei stata in grado di aiutarlo. Non mi sentivo pronta, ma la tristezza in quel viso da angelo era una coltellata al cuore e niente, niente mi avrebbe impedito di fare qualcosa.
       
      Nei mesi seguenti mi impegnai a mostrare il mondo a Narciso. Uscivamo sempre, andavamo a feste e concerti, visitavamo luoghi e sognavamo insieme. Non potevo più vederlo nella solitudine della sua casa tra tutti quei falsi Narciso riflessi negli specchi o spiaccicati su una foto. No. Lui doveva vedere il mondo, ascoltarne i suoni e sentirne il profumo. Doveva vivere all’aperto e scordarsi la solitudine. Lo presentai a molti miei amici e lui, dopo i primi esitamenti, riuscii a sentirsi a suo agio. La vita stava prendendo una piega nuova e inaspettata per lui. Si vedeva che mi era grato per quello che gli stavo facendo e non smetteva di dimostrarmelo in ogni momento. Mi abbracciava sempre e a volte mi dava anche qualche bacio sulla guancia. Solo lì. Nonostante la sua ingenuità, aveva capito che un bacio sulla bocca significava molto di più che semplice amicizia. Lo portavo ovunque affinché non perdesse niente, neanche una virgola, della realtà che si era perso fino ad allora. Cercavo di evitare i luoghi chiusi e solitari. Dovevano esserci gente, ma soprattutto luce. Se non c’era il sole c’era la luna. Se eravamo soli ci facevamo compagnia a vicenda.
      Cantavamo, suonavamo e ballavamo. In pochi mesi vivemmo come non avevamo mai fatto, sempre con il sorriso stampato in faccia.
       
      Uno di questi giorni decidemmo di prendere la macchina e di passare una giornata al mare, solo noi due. L’atmosfera era perfetta anche se all’orizzonte si stavano avvicinando, senza che io lo sapessi, nubi di tempesta. Tutto procedette al meglio per le prime ore. Ci divertivamo a giocare con la sabbia e a scherzare insieme. Mangiammo qualcosa, poco in realtà, e poi… beh, avvenne il fattaccio. Ci stavamo avvicinando all’acqua per fare il bagno, quando lui si bloccò. Gli occhi erano fissi sul suo riflesso nell’acqua. Se ne stava immobile ad osservarlo, senza battere ciglio. Era rapito dall’immagine che il mare gli restituiva e non riusciva a distogliervi l’attenzione. Si avvicinò a lenti passi, quasi la temesse. Era incredulo e smarrito, ma innamorato. Non avevo mai visto sul suo volto uno sguardo così pieno d’amore. Io ero sbalordita e continuavo a chiamarlo, senza ottenere una risposta. Sembrava che la mia voci non arrivasse fino a lui, nonostante fossimo a pochi centimetri di distanza. Appena fu abbastanza vicino da vedere con chiarezza il suo riflesso, si inginocchio, immergendosi fino a metà coscia nell’acqua poco profonda. Continuavo a chiamarlo, ma lui non avvertiva la mia voce.
      - Che bello! - disse con una voce quasi rotta dalle lacrime. - E’ bello… è perfetto… sono io - balbettava sotto il mio sguardo incredulo. Non riuscivo a capire che cosa gli stesse capitando e continuavo a chiamarlo e a chiedergli cosa stesse facendo. Niente. Non mi ascoltava.
      - E’ la natura che lo dice. Non uno stupido specchio. Per la natura io sono la sua più bella creazione e me lo ha appena mostrato sul volto dell’oceano - era quasi in lacrime. Ero stupita da quello che aveva detto e le parole che aveva usato erano bellissime.
      Avvicinò la mano al riflesso ed esitò. Continuava a dirgli che era bellissimo e che lo amava, riferendosi a lui in seconda persona. Quella visione mi fece rabbrividire. Narciso stava impazzendo e io ne ero terrorizzata. Intanto lui continuava a dichiarare di amare alla follia quell’immagine che l’acqua, limpida e pulita, gli mostrava. Non riuscivo a vederlo così.
      - Narciso, basta! Mi stai facendo paura!- gli urlai. Lui, però, non batté ciglio.
      Mi avvicinai e con una manata infransi l’acqua proprio in corrispondenza del riflesso, increspandola. Lui urlò disperato e con uno spintone mi gettò sulla sabbia.
      - Nooo! Cos’hai fatto?- L’acqua si era increspata in quel punto e, piano piano stava tornando a riflettere Narciso. Lui scattò con lo sguardo e tornò a contemplarsi, felice che l’immagine si fosse ripristinata.
      - Vedi? Niente può distruggere la mia bellezza. Neanche la tua mano, né quella di nessun altro!- era impazzito. Non riusciva più a controllarsi e io non seppi che fare. Cadendo mi ero fatta male al braccio e cominciai a tenermelo con l’altro.
      Avvicinò la stessa mano che prima aveva esitato e provò a toccare il riflesso. La mano sprofondò nell’acqua e lui si bloccò. Provò di nuovo, sempre più delicatamente, ma niente. Ad ogni tentativo la sua mano non riusciva a sfiorare il ragazzo che vi era riflesso, ma una parte del suo volto spariva tra le increspature dell’acqua per poi ricomparire pochi secondi dopo, bello e perfetto come prima.
      Narciso iniziò a versare lacrime a dirotto. Singhiozzava come una bambino a cui era stato negato ciò che voleva. Si toccò la faccia e il corpo e notò che questi movimenti erano riflessi anche nel ragazzo che gli si trovava di fronte. Urlò forte tra le lacrime, tanto che presi paura. Il suo urlo era straziante e interrotto dal pianto. Capii che lui si desiderava, tanto, tantissimo. Il punto era che non poteva aversi. Non poteva amarsi come avrebbe voluto. Ogni legge della fisica, della biologia e… beh, qualsiasi legge era contraria al suo amore e lui non poteva niente se non disperarsi. Cercai di avvicinarmi, ma esitai. Temevo che mi avrebbe respinto come prima, così rimasi in disparte con il cuore straziato dai suoi pianti e dalle sue urla. Uscì dall’acqua continuando a fissare quel riflesso tanto amato e tanto irraggiungibile. Batté i pugni sulla sabbia. Continuava a scrollare la testa, mentre piangeva e urlava disperato. Tra i suoi incomprensibili lamenti, riuscii chiaramente a percepire una parola, una domanda, una disperata ricerca di verità: “Perché?”. Avrei voluto con tutta me stessa rispondere a quella domanda, ma non seppi quale potesse essere la risposta, o se ce ne fosse veramente una. Mentre era straziato dal dolore e piegato su se stesso in posizione fetale, cercai di avvicinarmi. Era silenzioso. Aveva smesso di sbraitare e stava piangendo in silenzio, mordendosi il labbro inferiore. Le braccia erano avvinghiate attorno al corpo. Aveva freddo e tremava. Ero a pochi centimetri da lui e stavo per toccarlo, quando lanciò un urlo di dolore, molto più forte e disperato di quelli che avevo sentito prima e questo mi costrinse a fermarmi di scatto. D’improvviso, mentre ancora il viso colava di lacrime, lo vidi rialzarsi sulle ginocchia e volgere indietro lo sguardo. Scrutò la parte di oceano che aveva racchiuso il suo viso fino a prima, ma lui non c’era. Era troppo lontano dall’acqua per essere riflesso, così non lo vide. D’un tratto cadde come un peso morto e io mi precipitai da lui. Gli presi il viso tra le mani e lo schiaffeggiai, cercando, pur nella mia disperazione, di fare qualcosa. Appoggiai la testa al suo torace e appurai che il suo cuore non batteva più. Non riuscivo a trattenere le lacrime. Improvvisamente il suo corpo iniziò a brillare. Era diventato luminoso, come se dall’interno qualcosa lo facesse risplendere di una luce bianca più del latte. Non sapevo che fare. Non avevo il coraggio di toccarlo, così indietreggiai spaventata. - Narciso!- il suo nome mi si soffocò in gola.
      Il suo corpo, ormai una sagoma bianca e brillante, si sollevò da terra. Stava a mezz’aria, come per magia e si involò verso l’alto con le braccia e le gambe penzoloni. Appena fu alto nel cielo la sua luminosità aumentò, tanto che dovetti riparare gli occhi, per non rimanerne accecata. In fine, la luce che lo illuminava lo abbandonò. Questa lo attorniò, iniziando a vorticare intorno a lui. Ruotava talmente veloce che i miei occhi non riuscivano a stargli dietro. D’improvviso la giostra di luci rotanti iniziò a perdere quota e si abbassò, fino a che non atterrò a qualche metro da me. Il movimento rotatorio rallentò fino a fermarsi e la mia sorpresa fu incommensurabile quando non vidi il corpo del mio amato. Al suo posto, a ruotare lentamente per inerzia, era comparso un fiore. Aveva degli stupendi petali bianchi che contornavano il bulbo, colorato di un giallo vivo. Era un narciso. L’odore era inebriante e mi ricordava tanto quello del mio amato e misterioso amico. Mentre le luci che lo contornavano, sparivano lentamente, io presi in mano quel fiore. Avevo capito che il corpo di Narciso era stato trasformato in quel fiore così delicato. Non sapevo il perché e il come, ma sapevo che lui era lì dentro. Percepivo la sua essenza e il suo calore tra le mani. Lui era lì.
      Il mio volto si cosparse di lacrime e i miei muscoli erano come pietrificati. Ero in ginocchio sulla sabbia ad osservare il fiore che avevo tra le mani, incapace di prendere qualsiasi decisione. Lo accarezzavo, mentre il suo profumo mi attraversava la trachea ed entrava in me. Mi alzai e gettai un ultimo sguardo all’acqua. Vi scorsi qualcosa che non seppi interpretare, da quella distanza. Mi avvicinai e la sorpresa fu immensa. Vidi il riflesso di Narciso. Mi sorrideva e io, rivedendolo, mi emozionai. Dopo pochi secondi scomparve. Potevo averlo immaginato, oppure no. Chi poteva dirlo? Fatto sta che quella visione, vera o falsa che fosse, mi servì per riprendermi. Mi feci coraggio e guardai il fiore che avevo in mano. Era bello. Come lui.
      Da quel giorno conservo questo fiore come il mio ricordo più prezioso, il mio unico grande amore, Narciso.
      Nessuno era mai riuscito a farmi battere il cuore come aveva fatto lui. Da allora la vita mi offrì moltissime occasioni per essere felice e io le colsi senza esitare, anche se con il passare degli anni, più mi allontanavo da quell’età, dal tempo in cui lo conobbi e più lui mi mancava. Ogni anno un suo ricordo svanisce. Ogni attimo una sua parola mi sfugge di mente, fino a che di lui non resterà niente, se non questo fiore. Avrei tanto voluto che lui diventasse mio marito, che avessimo potuto avere dei figli belli come lui. Però il suo cuore non mi apparteneva e si sa: l’amore non può essere indirizzato a forza verso chi vogliamo. Lui amava se stesso e, nonostante io cercai di cambiare questo in tutti i modi, non riuscii mai a farmi amare da Narciso.
       
       
       
       

    • Sierra Leone.
       
      Il vento soffia sulla costa atlantica muovendo le fronde delle mangrovie e annunciando l'arrivo del temporale a Kenema.
      L'oscurità cala sulle modeste dimore avvolgendole con il suo immenso mantello stellato e costringendo i pochi raggi di luce rimasti a nascondersi altrove.
      La luna primeggia in alto nel cielo compiacendosi di tutto il suo candore.
      Tutti dormono nel villaggio.
      Padre Bernard attraversa un viale acciottolato che precede l'entrata in una casa costruita con travi di teak stringendo la sua vecchia Bibbia al petto e osservando la quiete che lo circonda. "Un po' di pace" bisbiglia compiaciuto.
      Sulla porta è inciso un simbolo sconosciuto mentre le fiammelle delle candele accompagnano i suoi passi dentro la casa.
      Un uomo è lì, inerme nel suo letto, e l'osserva avvicinarsi con due occhi stanchi ma ancora vivi: "Benvenuto nella mia umile dimora..." dice tossendo e sputando sangue.
      Padre Bernard lo guarda con compassione: l'uomo nel letto è madido di sudore e respira a fatica.
      "Perché sono quì, Dr. Robinson?" domanda sorpreso.
      "Ho molti peccati da farmi perdonare ma...", tossisce, "Solo uno mi toglie il respiro".
      Padre Bernard si siede accanto al suo letto: "Continui..."
      "Come scienziato non credo in Dio ma c'è qualcosa che mi turba. Il male esiste. Una sera un uomo, Babakar, e alcuni capi del villaggio, vennero a trovarmi a casa mia... l'epidemia andava diffondendosi rapidamente... Anakok, il Dio dei morti, li stava punendo a causa mia e dei miei colleghi. Volevano che ce ne andassimo, tutto sarebbe tornato come prima".
      Padre Bernard ascolta con attenzione. "Cosa è successo?"
      "Mi minacciarono con pietre e bastoni... mi avrebbero ucciso ma riuscii a persuaderli. L'uomo, Babakar, l'ho rivisto due giorni dopo in ospedale moribondo...".
      "È morto?"
      "Sì. È deceduto poco dopo" dice scrollando la testa.
      Una folata di vento improvvisa raggela la stanza. La porta d'ingresso si apre e cigola sospinta da una mano invisibile. Rumori di passi annunciano una visita imminente.
      Padre Bernard si volta verso l'uscio della porta con il cuore in gola: non c'è nessuno. Sospira, temendo il peggio. Poi, una sagoma appare e scompare sulla soglia, e lo fa trasalire.
      "Ha visto anche lei, Padre Bernard?" domanda l'infermo.
      "È solo suggestione!" dice rimproverandolo.
      "No! Anakok ci vuole punire e aleggia su ognuno di noi. Sento il suo respiro ogni notte... attende che muoriamo... quando accadrà, le nostre anime saranno sue a meno che non venga sacrificato qualcuno in suo onore".
      "È solo una leggenda locale" lo interrompe Padre Bernard infastidito ma qualcosa lo attira. Della polvere rossa è cosparsa intorno al letto. "Cos'è questa roba?"
      "Polvere di argilla. Secondo lo stregone mi proteggerà dagli spiriti maligni durante il trapasso".
      "Idiozie!" tuona il prete, "Dio è la sua unica salvezza!" dice benedicendolo con l'acqua santa.
      C'è un continuo rumore di passi e scricchiolii delle travi del pavimento. L'aria nella stanza diventa più gelida.
      "Ho paura!" bisbiglia il Dr. Robinson.
      Il vento smette di soffiare e un rombo di tuono squarcia il cielo a metà rompendo la quiete nel villaggio. La pioggia cade a dirotto, straripa il fiume Moa innondando i campi limitrofi. Si sente il ruggito di un leone e Padre Bernad rabbrividisce.
      "Dr. Robinson?", l'eco della sua voce risuona nella stanza inascoltata. L'uomo ha perso conoscenza.
      Improvvisamente, le candele si spengono e l'oscurità avvolge i due uomini e poco dopo, quella sagoma sulla soglia della porta riappare: un passo in avanti, poi un altro ancora fino a sentirne l'odore nauseabondo.
      La creatura si avvicina al Dr. Robinson, lo annusa e lo marchia prima di volgere lo sguardo verso Padre Bernard. Poi, le candele si accendono e le fiamme si innalzano verso l'alto. Spiriti danzanti proiettano le loro ombre sulle pareti, grida disperate echeggiano nell'aria.
      "Mio Dio, proteggimi!" sospira Padre Bernard prima di scomparire nell'oscurità.
       
      Le luci del mattino riscaldano il villaggio. In piedi, sulla soglia, il Dr. Robinson osserva alcuni bambini giocare a calcio. Nella casa di fronte, le urla di una donna annunciano una nuova nascita.
      L'epidemia è ormai un ricordo.

    • PROLOGO
       
      Come sottofondo musicale per questo capitolo, l’Autore suggerisce Intro (long version), The xx, in «xx», Young Turks Records, 2009. Streaming gratuito dalla pagina Facebook dell’Autore (https://www.facebook.com/alias.autore).
       
      Quando la porta di fronte a lui finalmente si aprì, Thomas  Nashville aveva ormai perso la cognizione di quanto tempo avesse già trascorso in quella stanzetta buia.
      “Mi liberi subito!” ringhiò Nashville all'indirizzo dell'ometto che era comparso sulla soglia. “Voi non potete trattenermi qui!” Le manette tintinnarono quando in uno scatto d'ira Nashville cercò inutilmente di forzarle, con il solo risultato di lacerarsi ancor di più i polsi già doloranti. Lo avevano incatenato mani e piedi alla sedia, che a sua volta era ancorata saldamente al suolo, neanche fosse una belva feroce.
      L'ometto richiuse lentamente la porta dietro di sé e rimase per un attimo a guardarlo, senza dire una parola. Era un tipo bassino e anche un po' gracile. Indossava un abito scuro che gli penzolava addosso come se, quando l'avesse acquistato, fosse pesato dieci chili in più. Nashville non poteva vederlo bene in volto, e pur aguzzando la vista tutto ciò che riuscì a scorgere fu solo un sorrisetto ambiguo, a metà tra il beffardo e il compiaciuto.
      “Perché sono qui?” urlò ancora Nashville fuori di sé. “Io non ho fatto niente!”
      Il tale si fece avanti e, sempre senza parlare, si mise a sedere sulla sedia di fronte a lui, dall'altro lato di un piccolo tavolo sbilenco.
      “Non è possibile,” mormorò Nashville reclinando il mento contro il petto. “Questo dev'essere un incubo.”
      “Proprio così,” assentì subitaneamente l’ometto, cominciando a parlare quando le ultime parole di Nashville erano ancora sospese a mezz’aria come granuli di polvere, “è proprio un incubo. Ma non uno di quegli incubi che svaniscono con il risveglio,” continuò con la sua vocina stridula. “No-no-no, temo per lei che questo incubo sia destinato a durare a lungo. Molto a lungo.”
      “Ma di cosa diamine sta parlando?” biascicò Nashville aggrottando la fronte con incredulità, quasi che si stesse preparando a sferrare una testata così risoluta alla granitica assurdità di quelle parole che senz’altro l’avrebbe mandata in mille pezzi.
      “Calma, calma,” rispose il suo bizzarro interlocutore alzando le mani. “Procediamo con ordine.” L'ometto infilò le sue dita sottili sotto la giacca e ne tirò fuori un distintivo. “Come può vedere, io sono l'Agente Speciale dell'FBI Buscemi.” Buscemi si sporse in avanti sul tavolo e la luce della lampada che pendeva dal soffitto lo illuminò bene in volto. “Sezione Controspionaggio,” aggiunse poi.
      “Controspionaggio?” fece eco Nashville strizzando gli occhi. “Ma cosa diavolo significa?”
      “Calma-calma-calma,” saltò su Buscemi parlando tutto d'un fiato. “Non facciamo confusione, la prego. Anche perché adesso viene la domanda più importante.”
      Nashville guardò Buscemi e pensò che era dannatamente brutto. Un viso pallido ed emaciato, occhietti piccoli e grigi che roteavano nervosamente da un punto all'altro, una sottile peluria sotto il naso e sul mento, incisivi grandi e sporgenti. Spontaneamente, Nashville si ritrovò a pensare che quel tale assomigliasse in maniera impressionante a un ratto. “E sarebbe?” domandò Nashville, infastidito dalla lentezza con cui quel Buscemi stava affrontando la cosa.
      Buscemi si sporse ancora più in avanti, stendendo entrambe le braccia sul tavolo e appiattendosi lui stesso lungo il ripiano. Lo fissò ancora per un istante, da vicino, Buscemi, e solo al termine di quell’accurata osservazione si lasciò sfuggire tra le labbra screpolate una domanda che era poco più di un sospiro: “Lei, signore, chi diavolo è?“
      A quel punto Nashville scoppiò in una fragorosa risata che tuttavia sapeva poco o nulla di genuino divertimento e parecchio di più d’isteria pura. “Ma andiamo!” esclamò sempre più meravigliato. “Hanno mandato il Controspionaggio per scoprire chi sono io?”
      Ma Buscemi non rideva. No, lui non rideva affatto. Lo fissava invece, facendo oscillare lentamente la testa dall’alto verso il basso e poi di nuovo in alto, annuendo.
      “Ma l'ho detto mille volte chi sono!” imprecò Nashville. “Sono il Sergente Maggiore dei Marines Thomas Nashville!”
      Buscemi scosse la testa. “No, no, no, signore. Io non credo proprio.”
      “Lei non crede?” controbatté Nashville. “Ma vi ho dato i miei documenti! Li avete visti o no?”
      Buscemi sollevò di scatto il dito indice e lo tenne ritto, di fronte alla faccia, con l’unghia troppo lunga rivolta verso l’alto. “La correggo, signore: noi abbiamo visto i documenti di Thomas Nashville, non i suoi documenti.”
      Nashville si lasciò andare contro lo schienale. Si sentiva sfinito. “Ma sono io Thomas Nashville...” blaterò disperato, mentre sentiva che l’orbita destra aveva ripreso a pulsare, gonfia come una melanzana. Gli rammentò che, non molto tempo prima, doveva aver fatto a botte e, a giudicare dalla quantità di escoriazioni sul suo volto, gliele avevano suonate di brutto. Ma non avrebbe saputo dire quando o come questo fosse accaduto.
      “Perché non proviamo ad affrontare la questione da un'altra angolazione?” riprese Buscemi, adottando improvvisamente un tono accondiscendente. “Perché non ci limitiamo semplicemente a ricostruire i fatti, eh? Che ne dice?”
      “Va bene,” assentì Nashville in un filo di voce, continuando a tenere la testa reclinata all'indietro e lo sguardo perso nella luce abbacinante che la lampada sopra di lui continuava a rovesciargli addosso ininterrottamente.
      “Stamane l'abbiamo trovata a Manhattan, corretto?” indagò Buscemi.
      “Sì.”
      “Quando l'abbiamo trovata, lei era armato con un fucile d'assalto… mi faccia vedere…” - Buscemi scrutò rapidamente il fascicolo - “…Colt Modello 16A4. E' vero?”
      “Sì.”
      “Lei sa cos'è successo a Manhattan negli ultimi giorni?”
      “No, non lo so.”
      “Ma si sarà senz'altro accorto che Manhattan non era proprio… come dire… animata.”
      “No infatti, non c'era nessuno in giro. Era deserta.”
      “Già, proprio così. E sa perché era deserta?”
      “No. Me lo dica lei.”
      “Questo non è rilevante,” rispose evasivo Buscemi e continuò: “Mi dica piuttosto: lei cosa ci faceva a Manhattan?”
      “Non me lo ricordo. Ieri ero a casa mia, a Parris Island, dove vivo e lavoro come Istruttore del Corpo dei Marines. Ho cenato con mia moglie Ann e mio figlio Timothy. Ho guardato un po' la TV, fumato una sigaretta sul patio e poi sono andato a dormire.”
      “Certamente. E poi si è svegliato a Manhattan, non è vero?”
      “Proprio così!” Come a voler dare maggior forza alla sua affermazione, Nashville sollevò di scatto la testa, che per tutto il tempo sino ad allora aveva preferito tenere riversa all’indietro a fissare il soffitto, e piantò i suoi occhi azzurri e sgranati dritti in quelli grigiastri di Buscemi.
      “Ah, sì certo… come no…” mormorò il detective in tutta risposa, ma Nashville intuì che avrebbe voluto dire tutt’altro perché il suo tono non era molto dissimile da quello che si sarebbe riservato a uno psicotico affetto da disturbi deliranti. “E ora mi dica,” riprese dopo un po’ Buscemi con aria volutamente dubbiosa, “questa non le sembra una storia… come dire… un po' bizzarra?”
      “Sì, ha ragione,” confermò Nashville con risolutezza e avrebbe voluto accompagnare il tutto con un gesto delle braccia ma l’unica cosa che riuscì a ottenere fu di far tintinnare le catene delle manette. “Ma io credo che mi sia successo qualcosa. Forse sono stato rapito. Magari ho battuto la testa e ho perso la memoria.”
      “Battuto la testa, certo…” sussurrava intanto Buscemi con falsa indulgenza. “Perso la memoria, come no…”
      “Ma ha visto la mia faccia?” urlò Nashville. “Ha visto come sono conciato?”
      “Conciato male, senz'altro…” continuò a mormorare Buscemi alzandosi in piedi.
      “Se non mi crede, allora me lo spieghi lei cos'è successo!” sbottò Nashville a quel punto, sentendosi ormai privo di forze. “D'altra parte, è lei qui l’agente dell'FBI!”
      Buscemi cominciò a passeggiare lentamente per la stanza, guardandosi le punte delle scarpe. “Vuole che glielo dica?”
      “Sì!” gridò Nashville.
      “Io penso che le cose non sono andate come dice lei,” affermò a quel punto Buscemi, parlando piano e continuando a camminare ancor più lentamente. “No, non penso proprio.” Passeggiando si avvicinò alla porta e appoggiò una mano sulla maniglia. “E penso inoltre che lei non sia Thomas Nashville. No, per niente.”
      Nashville rise istericamente. “Su questo non avevo dubbi!”
      “Neppure io,” aggiunse Buscemi scoprendo la sua dentatura storta. “E sa perché ne sono così sicuro?”
      Nashville scosse appena il capo.
      “Adesso glielo mostro,” rispose Buscemi con improvvisa fermezza e aprì la porta. “Venga,” disse rivolgendosi a qualcuno che stava nella stanza accanto.
      Nashville rimase a fissare un uomo, con indosso la divisa dei Marines, varcare la soglia. Senza dire una parola, quell'uomo camminò lentamente attraverso la stanza, si avvicinò al tavolo, si sedette di fronte a lui e rimase in silenzio, a fissarlo come se volesse ammazzarlo lì, sul posto, proprio in quel momento. E Nashville non poté non vedere che quel tale che era appena entrato e che s’era messo a sedere dall’altro lato del tavolo, era identico a lui. Ma veramente identico. Così identico che Nashville pensò che se solo avesse avuto indosso la divisa anche lui, avrebbe creduto di essere seduto di fronte a uno specchio.
      “Le presento il Sergente Maggiore del Corpo dei Marines Thomas Nashville,” sogghignò Buscemi e subito aggiunse: “Quello vero, ovviamente.”
      Per alcuni istanti, Nashville rimase a guardare esterrefatto il sua sosia, che continuava a puntargli addosso quello sguardo omicida, senza aprir bocca. Poi, improvvisamente, fu come se sul palco della sua mente qualcuno avesse aperto un sipario, facendo scivolare via di colpo due pesanti tendaggi di velluto rosso. E a quel punto nulla poté più impedire agli avvenimenti tragici e convulsi di quegli ultimi mesi di riaffiorare tutti assieme, tumultuosamente, e di investirlo in pieno, come un’onda anomala.
      E non appena i flutti di quel maremoto mnemonico cominciarono a defluire, due cose gli furono subito estremamente chiare.
      Primo: Lui non era veramente Thomas Nashville.
      Secondo: Chiunque lui fosse, giunti a quel punto era ormai del tutto evidente che si trovava nei guai fino al collo.
       
      ***

    •                                                                                                                                          <L'inizio>
       
       
      La mia mano ormai non è più allenata come un tempo.
      Ero un sognatore ma questo accadeva ben molti anni fa quando la mia mente, giovane e avida di sapere, scrutava il mondo alla ricerca di qualche segreto o tesoro nascosto da svelare.
      Ormai quelle fantasie non mi chiamano più in quel mondo magico ma amo ancora pensare che, da qualche parte nel mio cuore, un giovane me stesso stia ancora fantasticando sul proprio avvenire.
      Sono uno sciocco a pensarlo ma la speranza brilla ancora dentro di me e niente potrà spegnerla.
      Durante il corso della mia lunga vita ho affrontato le migliori avventure e i pericoli peggiori e non mi spaventa essere arrivato ormai al capolinea.
      "La morte può essere un'altra grande avventura".
      Spero solo che la sorella morte mi lasci un po' di tempo per terminare il mio racconto.
      Mi guardo attorno cercando le parole adatte per iniziare a narrare la mia vita.
      Non voglio scrivere questo testo per inseguire la gloria, dopotutto la mia esistenza non è stata rosa e fiori. Ci sono stati momenti in cui la mano ha vinto sul pensiero...non sono sempre stato un santo.
      Scrivo per me e per quelli che hanno perso la retta via e cercano un po' di conforto in delle pagine ingiallite dal tempo.
      Voglio che chiunque prenda questo libro lo legga con l'intenzione di comprenderlo, non solo come passatempo.
      Fisso il cielo fuori dalla finestra.
      Una distesa azzurra macchiata di bianco da un pittore senza tempo.
      Sì proprio da qui inizierò la mia storia...
       
       
      Il sole spendeva alto nel cielo dove le nuvole sostavano per qualche istante riprendendo subito dopo a rincorrersi.
      L'aria fresca soffiava muovendo lentamente gli alberi ancora pieni di foglie rosse ma che presto, con l'arrivo dell'autunno, sarebbero cadute a terra creando un tappeto soffice dove i bambini avrebbero potuto giocare e divertirsi.
      Nell'aria si udivano le campane della chiesa suonare, brevi rintocchi che accompagnavano il lento risveglio del villaggio, un concentrato di casette dall'aspetto grazioso con tetti differenti per ogni abitazione, alcuni passavano da un rosa candido ad un rosso vivo, altri si confondevano quasi con il cielo fino ad arrivare al blu del Grande Mare.
      Al centro del villaggio vi era una grande piazza circolare, la pavimentazione era formata da un antico mosaico delle ere antiche che raffigurava la battaglia dei draghi contro le razze scomparse del passato.
      Nel disegno tre guerrieri infilzavano il cuore di un drago nero con le lance e la creatura, colpita a morte, gridava con le fauci aperte sprigionando un fiotto di fuoco.
      Era rimasto ben poco sia dei colori del mosaico, sia della storia sulle razze antiche.
      Nessuno ormai era a conoscenza della grande battaglia se non per qualche libro custodito nella biblioteca del villaggio, tomi di poche pagine mantenuti in vita da qualche scriba che, meticoloso, li spolverava ogni giorno.
      Qualche volta si sentivano i bambini porre domande sul motivo di quel mosaico, ma gli anziani del villaggio scuotevano la testa in segno di disapprovazione e se ne andavano per i fatti loro senza fornire una risposta. La storia ancora scottava nelle loro menti, una manciata di generazioni che ancora ricordavano le eroiche gesta delle proprie famiglie.
      Quando i draghi decisero di attaccare l'uomo, nessuno ne seppe il motivo, accadde e basta. Il giorno prima i Custodi dei Draghi li tenevano a bada, e quello dopo gli animali mietevano vittime tra le popolazioni. Molti guerrieri valorosi persero la vita combattendo quelle mostruose creature.
      La storia divenne una leggenda dolorosa per quelli che conoscevano gli avvenimenti, troppo sangue era stato sparso da entrambe le parti e troppe le vittime in quella cruenta battaglia.
      Ciò che rimaneva di quei guerrieri era solo una lapide posta al centro del luogo della battaglia, circondata dai fiori più splendenti e scintillanti. Poche lettere incise nella pietra: <A Voi, grandi Guerrieri, A Voi per Noi.>
      Ormai erano passati secoli da quella battaglia ma gli avventurieri che passavano di là affermavano che nel vento si potevano ancora udire i lamenti dei caduti, un coro di voci strazianti da far tremare anche l'animo più forte.
      La maggior parte degli abitanti del villaggio però, senza conoscere la storia, sorrideva alla vista dei fanciulli che giocavano sul mosaico mimando la battaglia impressa del disegno.
      Tutt'attorno alla piazza le botteghe aprivano i battenti e l'odore del pane caldo e fragrante riempiva l'aria, accompagnato da rumori di ferro battuto o lo stridore del legno limato del falegname all'opera.
      La porta di legno massiccio di un'abitazione si aprì lentamente e un individuo uscì sbadigliando.
      Era un uomo che per età superava i quarant'anni ma che di aspetto ne dimostrava molti di meno se non fosse stato per qualche ruga ai lati della bocca. Aveva corti capelli neri e due occhi vispi - anche se assonnati - del medesimo colore.
      <Ehi Grasten> qualcuno lo salutò vivacemente e Grasten lo riconobbe: era il lattaio che passava ogni mattina a consegnare il latte facendo il giro dell'intero villaggio.
      <Ehi Jorus! Qual'è il segreto per essere così in forma la mattina?> chiese all'amico reprimendo a stento uno sbadiglio.
      <Beh è semplice! Non ho ancora visto mia moglie.> rispose con una strizzata dell'occhio e tutti e due scoppiarono a ridere.
      <Ci vediamo più tardi!> Grasten lo salutò avviandosi verso il retro della casa.
      Il dolce cinguettio degli uccelli accompagnava ogni passo e si beò di quella pace, ma man mano che si avvicinava al retro dell'abitazione si avvertiva un suono insistente e continuo, come di due oggetti che sbattono tra loro.
      Svoltò l'angolo e si fermò.
      Il rumore proveniva da una scure sollevata ripetutamente raggiungendo il suo culmine per poi calare con potenza e precisione su di un ceppo di piccole dimensioni, spaccandolo in due. Il tronchetto tagliato veniva poi accatastato con cura ed un altro prendeva velocemente il posto del precedente ricominciando la routine.
      <Taleth, figliolo, mattiniero come sempre?> disse rivolto alla persona che tagliava la legna.
      Il ragazzo si voltò verso l'uomo con un sorriso splendente. Il volto era incorniciato da ciuffi di capelli neri ribelli sfuggiti dalla coda che portava dietro le spalle. Gli occhi penetranti erano di un viola chiaro come quello dei tulipani freschi, frastagliato qua e là da pagliuzze rosso rubino; più giù faceva capolino un naso piccolo e minuto e scendendo ancora una bocca larga e sorridente.
      Non portava alcuna maglia e il fisico asciutto era imperlato da piccole goccioline di sudore dovute allo sforzo di lavorare sotto il sole che, anche se la mattinata era iniziata da poco ed un piacevole venticello fresco soffiava leggero, era comunque caldo per quella stagione.
      Una cinta di cuoio teneva ben saldi dei pantaloni né troppo larghi né troppo stretti infilati in un paio di stivali anch'essi di cuoio.
      A vederlo così sembrava un uomo normale proprio come Grasten, ma se si prestava più attenzione, nascoste tra i capelli spuntavano due orecchie a punta dirette verso il basso, un segno distintivo dei mezzelfi.
      Taleth aveva compreso fin da piccolo che non era loro figlio, non c'era stato bisogno di dirglielo, la diversità di razza ci pensava da sé a ricordarglielo ogni giorno, ma i genitori l'avevano amato come se in realtà a partorirlo fosse stata proprio la sua attuale madre, e di questo gliene era grato. Furono proprio loro a rivelargli a quale razza appartenesse ma come fosse capitato lì era tutt'ora un mistero per lui. Ogni volta che provava a chiederlo a suo padre lui sviava discorso liquidandolo con frasi veloci: <Ho da fare adesso.> o <Non posso Taleth ne parliamo un'altra volta.> pronunciate con un tono duro che non ammetteva repliche.
      Lo aveva domandato migliaia di volte, aveva messo il broncio per giorni così che, mossi da pietà, si sarebbero convinti a dirglielo ma niente, ogni volta la stessa storia, così negli anni aveva smesso.
      Si convinse dopo che un giorno, in seguito all'ennesima richiesta, suo padre si infuriò con lui dicendogli che ormai era il proprio figlio ed era questo ciò che contava, nient'altro doveva interessargli.
      Non lo aveva mai visto arrabbiato ed era rimasto lì, con le lacrime agli occhi fermo in un angolo della stanza finché non era accorsa sua madre e l'aveva abbracciato sussurrandogli che andava tutto bene e non doveva avere paura.
      Finita la sfuriata suo padre si era inginocchiato accanto a loro due e con le mani tremanti li aveva abbracciati, ed avevano pianto tutti e tre assieme.
      Da quel giorno aveva compreso che non vi era nulla di più importante che proteggere la propria famiglia e non avrebbe più permesso a nessuno di sconvolgere a quel modo i suoi genitori. Incluso lui stesso.
      Ad ogni bambino a scuola che chiedeva a quale razza appartenesse, inventava una storia diversa; che era nato su un albero e degli uccelli, temendo volesse rubare le uova, gli tirarono le orecchie fino ad allungarle; che nella sua stanza il vento penetrava dalle fessure nel tetto ed una notte una folata più forte colpì le orecchie levigandole, facendole diventare più lunghe; che quando era piccolo i propri genitori volevano festeggiare ogni giorno il suo compleanno e gli tiravano le orecchie, ed a forza di afferrarle erano diventate così, e via dicendo.
      Una volta diventato grande nessuno credette più a quelle sciocchezze e smisero di chiederlo proprio come lui aveva fatto con suo padre molto tempo prima. Talvolta cercava ancora qualche informazione sui vecchi libri, un particolare che fosse sfuggito al suo sguardo, ma nessuno di essi riuscì a fornirgli qualche informazione, come se fosse l'unico esemplare della propria razza. In futuro chissà, avrebbe finalmente trovato qualcuno come lui.
       
      Grazie per l'interesse ;v;! se avete voglia potete passare sul mio sito dove inserisco alcune illustrazioni alla mia storia : >  http://www.il-mio-mondo.com/
      P.s= è un po' difficile spezzare la storia visto che si tratta di un capitolo di 20 pagine che ho scritto da un po' di tempo ;v; fdarò del mio meglio!

    •  
      I luoghi sollecitano domande ma suggeriscono risposte elusive. La ricerca del vuoto è anch’essa una forma di horror vacui. Siamo fuori dall’abitato e rasentiamo i cubi bianchi delle case di campagna, sempre più rade. La brezza che spira dal mare stordisce quasi fosse maestrale: è un’ebbrezza impalpabile, un’estraneità riconquistata, siamo viandanti solitari, stranieri in una terra straniera, per quanto stranamente familiare, di una familiarità che ormai si fatica a ritrovare a casa nostra.
       
      Viaggiando, si vive la precarietà della propria condizione con insolita leggerezza. Siamo immersi nel presente, nel flusso percettivo del qui e ora ma è la nostra cognizione del passato, a modificarsi impercettibilmente: allontanarsi nello spazio, allarga gli orizzonti temporali e la memoria scopre nuovi territori, connessioni e ricorrenze mai notate. Sottratti all’ansia del quotidiano, non ci affidiamo più ai segni del destino per procedere: l'autentica divinazione riguarda solo l’accaduto, tanto più oscuro, nella sua irrimediabilità di evento, di qualunque profezia.
       
       

    • Per molte persone volare è un sogno ricorrente, anche nei bambini è molto frequente e vivido, e si ricorda con piacere. Alcuni riferiscono che il sogno comincia dopo una serie di salti sempre più lunghi, finché poi non ci si stacca da terra e si vola; altri invece lo fanno dopo una corsa in discesa, a piedi, o scendendo dalle scale oppure dopo aver provato la sensazione di precipitare, cadere o schiantarsi: il sogno sembra tragico, ma invece poi ci si salva volando!
      Nella Cabala il numero da giocare per chi sogna di volare è il 58
       
      Dreamly
       
      Complimenti!
      Se stai leggendo questa brochure puoi ritenerti fortunato.
      Ma non perdere tempo, il Coupon per il tuo viaggio nel “mondo Dreamly” (lo troverai in calce al volantino) ha una durata limitata.
      E adesso due parole su Dreamly, il Mondo dei Sogni.
      Quante volte la vita ti ha deluso? Quante volte l’esame in cui credevi di poter brillare si è trasformato in una catastrofe? Quante volte la persona che amavi ti ha deluso oppure se ne andata? E quanti, purtroppo, sono passati a miglior vita lasciandoti col cuore gonfio di nostalgia? Beh, noi crediamo che questo, una volta, ti sia capitato, ci spiace ma succede a tutti… fa parte della vita.
      Ora, però, è il momento di pensare positivo, e ne abbiamo tutto il diritto, perché ora abbiamo la possibilità di entrare nel Mondo dei Sogni.
      Dreamly, con la sua tecnologia innovativa, ti permette, per la prima volta di
      “sognare sul serio”!
      Il mondo Dreamly sarà un’esperienza incredibile: mai provata prima. Basta con i vecchi sogni sciatti e trasandati, evanescenti e scoloriti; di’ pure addio ai sogni senza senso, quelli che sembrano prenderti in giro spadroneggiando sulla tua
      razionalità.
      Tutti amiamo sognare, o meglio, sarebbe stupendo ma solo se questi benedetti sogni non facessero i capricci, visto che sfuggono completamente al nostro dominio.
      Si inizia a sognare di trovarsi, cuore a cuore, su una spiaggetta segreta con la persona che desideri di più, una musica soave fa da sottofondo… ma poi tutto si stravolge: l’amata diventa un Orco famelico e la fetta di Papaya, che stavi addentando, si trasforma in una bolletta da pagare. E poi il foglietto comincia a crescere fino a diventare un lenzuolo. Ti avvolge come un sudario e sembra volerti soffocare.
      Ti svegli, sudato e spaventato, nel cuore della notte, più stressato della sera prima.
      Oggi, quest’epoca di barbarie onirica è terminata, per sempre.
      Oggi c’è: Dreamly. Accogliente, accattivante, sicuro.
      Dreamly si presenta come un letto (per il momento solo nella versione materasso singolo), semplicemente con una Testata un po’ speciale. Infatti, essa è più profonda delle solite spalliere. In quello spazio ha sede la futuristica tecnologia Dreamly; là è posta l’elegante calotta, che caratterizza il design moderno e confortevole della nostra produzione.
      Usare Dreamly è semplicissimo: basta collegare il letto a una presa di corrente.
      Avvicina gli occhi all’apposito visore, appena scatterà una luce verde, potrai passare a rilassarti comodamente sul tuo elegantissimo lettone:
      Pronuncia il tuo nome con voce chiara e la password preferita.
      Ecco, adesso tu e il tuo letto sarete una cosa sola. I tuoi sogni saranno ordinati, obbediranno integralmente ai tuoi desideri: potrai agire come un regista, stabilire gli avvenimenti, decidere il comportamento degli altri che dipenderanno soltanto da te!”
      Allora? Non perdere tempo: ti aspettiamo. Approfitta di questa offerta speciale EXPO.
      Non hai mai ritirato quest’opuscolo? Non ricordi di essere passato dal nostro Stand?
      Ma è ovvio, è naturale: noi siamo la Dreamly, e il nostro è il Mondo nuovo che hai sempre sognato… che fai?
      Corri! Prima che il tuo tempo finisca perdendo per sempre la possibilità di Sognare!
       
      L'appuntamento
       
      «No, per favore… non mi piacciono queste discussioni!» la ragazza si fece “brutta”; non che fosse un tipo bellissimo, vestiva in uno di quei modi, come dire… alternativi? Un jeans sdrucito e molto sbiadito, una camicetta a fiori dai colori Hawaiani, un abbigliamento del tutto fuori moda; ma si sa oggi ognuno si veste come gli pare. Era magra, viso netto e zigomi forti, il mento appuntito, invece, le donava, facendola rassomigliare un po’ a un elfo… ricordava la Trilly di Peter Pan. «Prendiamo un taxi e ci dividiamo la spesa; se vogliamo arrivare a Lainate, con i mezzi non ci riusciremo mai.»
      Si erano conosciuti solo la sera prima. La paninoteca che lui frequentava era particolarmente affollata; ci andò con Fabio e Gerry, i soliti amici. All’unico tavolo libero era seduta la ragazza, sembrava aspettare qualcuno e sullo spazio davanti a lei non c’era ancora niente. Fu lei stessa a fare cenno ai giovani di sedersi al tavolo; forse temeva che se avesse continuato a non consumare l’avrebbero cacciata via.
      Chiacchierarono tra loro, ordinarono qualcosa… la ragazza intervenne poco e scambiò qualche sorriso con ognuno di loro. Bevve solo un Bacardi e Coca, furono i ragazzi a insistere per offrire. Sul finale della serata, lui si ricordò del volantino, lo aveva ancora nella tasca dei pantaloni.
      «E tu ci vuoi andare?» disse Gerry con un sorriso canzonatorio. «Amico, andiamo… e solo una pubblicità! Hai tempo da sprecare?»
      «Io credo di aver letto qualcosa, su internet, riguardo a macchine che fanno sognare, eccetera… ma adesso non ricordo.» Fabio era appassionato di elettronica e prese la storia con maggiore interesse; anche la ragazza si fece più attenta ai loro discorsi. Li fissava, ora l’uno ora l’altro, come stesse aspettando il momento opportuno per intervenire. Infatti, poco dopo risultò chiaro che lui aveva voglia di approfittare dell’offerta (stava attraversando un periodo triste e noioso, la sua ragazza se n’era andata da due mesi, ma questo non lo disse, anche se gli amici qualcosa sapevano).
       
      Risultò altrettanto chiaro che avrebbe dovuto affrontare l’esperienza da solo: Gerry lavorava e Fabio aveva un esame dopo pochi giorni. Fu allora che la ragazza s’infilò decisa nella discussione, disse poche parole ma fece un gesto assai significativo: stese al centro del tavolo, a fianco a quello di cui stavano discutendo, un altro volantino, identico.
      Lui restò a fissare, incredulo, i due fogli stropicciati; la ragazza sparò la sua idea: potevano andarci insieme. Anche lei era curiosa nei confronti della proposta della Dreamly, e poi era a spasso da alcuni mesi; chissà? Magari poteva nascere un’opportunità di lavoro, queste aziende di elettronica erano sempre in espansione.
      La discussione si fece più animata e divertente, le battute sarcastiche di Gerry non si contavano. Lasciarono il locale dopo un ultimo giro di birra, in perfetta sintonia con la notte di Luna, ormai padrona dei riflessi nei navigli. Adesso sapevano che la ragazza si chiamava Dory; che ci facesse e chi aspettasse in quel locale affollato, restò un mistero.
       
      Ed eccoli alla stazione Porta Genova, la ragazza che si chiamava Dory e lui, mentre aspettavano che un taxi si decidesse a rientrare nel parcheggio semideserto. Era l’unico sistema per raggiungere la zona industriale in un orario decente.
      Non erano ancora arrivati alla pensilina che un Viano azzurro, della Mercedes, quasi li sfiorò, per poi frenare, praticamente sotto il loro naso. Sussultarono entrambi per la sorpresa, mentre dallo sportello di guida, un autista, talmente basso da sembrare nano, si precipitò sorridente verso di loro:
      «Buongiorno, signori, benvenuti. Avete bagaglio?» chiese, premuroso. Parlava con un intercalare strano, probabilmente era indiano.
      Sulla scocca laterale, una scritta blu li lasciò entrambi di stucco: DREAMLY, il Mondo dei Sogni.
      Certo un passaggio a sbafo nel comodo furgoncino era davvero un colpo di fortuna. L’aria condizionata era a manetta, all’interno; il caldo delle strade a fine luglio era bloccato fuori da quell’accogliente abitacolo tappezzato di stoffa blu.
      «Ma… ma come facevate a sapere che eravamo alla Stazione?» poi rivolta a lui «Forse hai chiamato tu? Dove hai trovato il telefono della…» Non ci fu bisogno di attendere, fu il nano felice a fugare ogni dubbio (si fa per dire):
      «Nessun problema, signorina, questo è la Dreamly… il Mondo dei Sogni!» disse « I nostri ospiti meritano tutte le attenzioni possibili.»
       
       
      “Allora, la ragazza si chiama Dory!” chissà perchè quel pensiero gli ronzava per la testa da quando era stato lasciato solo, nella penombra di quella stanza strana. L’arredamento era un misto tra un Motel di lusso, elegante ma essenziale, e il laboratorio di un dentista futurista. Infatti, il letto era incredibile: il materasso, alto e invitante era poggiato direttamente sul pavimento, tappezzato di morbida moquette color ruggine. Giaceva quasi al centro della stanza, e separato dalla parete da un alto parallelepipedo di metallo satinato. Parte della testata, senza cuscini, era infilata in quel “coso” e formava una specie di enorme conchiglia; era fatta con un materiale leggermente evanescente, a lamine sottilissime. Ci pensò sopra; erano anni che non vedeva un materiale così… alla fine ricordò cosa poteva essere. Mica, l’aveva analizzata una volta nel laboratorio del Liceo. Mica…? A cosa serviva la mica? Non se lo ricordava assolutamente.
      «Ehi,» si rivolse al vuoto, ad alta voce «Manca il cuscino! Senza cuscino non dormirò mai.» Nonostante si fosse chiuso la porta alle spalle da qualche minuto, da una cassetta rispose subito una voce. In fondo, aveva dato per scontato di essere sorvegliato. Ricordò che, oltre alla ricevuta per il bonifico appetitoso versato sul suo Postamat, non gli avevano chiesto di firmare altro… nessun tipo di liberatoria. Se lo appuntò mentalmente, magari se qualcosa andava storto poteva sempre far causa alla Dreamly, ma forse accettando il compenso, del tutto inatteso, era implicito il suo consenso. La smise di rimuginare: aveva appena ricevuto il più grosso bonifico della sua vita: questo era un fatto!
      “Ok, non c’era bisogno di cuscino, il letto si sarebbe adattato al suo fisico… avevano detto così? D’accordo… mi metto a letto e facciamola finita al più presto!” Il ciclo di sonno-veglia che avevano proposto, sarebbe durato tre giorni… erano solo le 15, sul suo orologio da polso. Avevano da poco pranzato, una cosa leggera, in una mensa piatta e anonima, all’interno del fabbricato. Era stato sempre insieme a Dory, fin dalla mattina, quando il Pulmino guidato dal nano, li aveva scaricati in un cortile, piatto e anonimo, in periferia. Subito dopo erano stati accolti da un uomo in camice bianco, un tipo freddo e distaccato; l’aria cordiale millantata dal volantino non trovava riscontro in un’accoglienza così incolore.
       
      Nel capannone trovarono degli uffici, molto puliti… quasi asettici. All’accettazione, davanti a un bancone alto, troneggiava la solita scritta: Dreamley, il Mondo dei Sogni. Alle spalle c’era un tale, in giacca e cravatta, arrivava a stento, con la testa, al di sopra della mensola. Diede loro il benvenuto.
      Dopo, erano stati invitati a sedere in una sala riunioni, senza tavolo. Posizionate in cerchio, al centro della stanza, una decina di sedie da ufficio. Dopo poco arrivarono tutti… persino l’autista strambo. Lui e Dory, si erano scambiati uno sguardo perplesso: i loro ospiti erano tutti estremamente bassi, non superavano il metro e sessanta, di sicuro. Tutti avevano la carnagione olivastra e quando parlavano sembravano indiani. Forse erano originari di un piccolo Paese emergente e sconosciuto.
      «Avrete capito, gentili ospiti, che non siete stati scelti a caso!» iniziò uno, forse era il Boss; si era presentato come mr. Greg. «Ho l’onore di invitarvi a partecipare a un progetto scientifico molto ambizioso… tanto che potrebbe cambiare il futuro di tutta l’umanità.» Sembrava molto felice, e gli altri si misero a sorridere falsamente, come volessero gratificarlo.
       
      Nick, si guardò intorno in cerca del bagno. Mentre si liberava, pensò di accettare il consiglio dei tecnici: era solo primo pomeriggio e gli esperimenti sarebbero iniziati quella notte ma volendo, avrebbero già potuto provare il letto “speciale” della Dreamly, così tanto per familiarizzare un po’ con l’attrezzatura.
      Tornato in camera vide delle riviste su un tavolino basso, le prese e sedette sul letto. Sfogliò un giornale distrattamente ma una notizia attirò la sua attenzione: c’era una foto poco chiara e un titolo abbastanza banale:
      “UFO in the sky of United Kingdom? UFO sightings on Bedhampton”.
      Senza alcun apparente motivo, sentì che la testa gli iniziava a girare. Cercò di concentrarsi, osservò meglio la pubblicazione, stavolta il risultato fu un conato di vomito; adesso strabuzzava gli occhi che gli si riempirono di lacrime, il giornale era datato: April, 19, 2002.
      Aveva tra le mani le pagine di un giornale intonso, di tredici anni prima…
       

    • Per molte persone volare è un sogno ricorrente, anche nei bambini è molto frequente e vivido, e si ricorda con piacere. Alcuni riferiscono che il sogno comincia dopo una serie di salti sempre più lunghi, finché poi non ci si stacca da terra e si vola; altri invece lo fanno dopo una corsa in discesa, a piedi, o scendendo dalle scale oppure dopo aver provato la sensazione di precipitare, cadere o schiantarsi: il sogno sembra tragico, ma invece poi ci si salva volando!
      Nella Cabala il numero da giocare per chi sogna di volare è il 58
       
      Dreamly
       
      Complimenti!
      Se stai leggendo questa brochure puoi ritenerti fortunato.
      Ma non perdere tempo, il Coupon per il tuo viaggio nel “mondo Dreamly” (lo troverai in calce al volantino) ha una durata limitata.
      E adesso due parole su Dreamly, il Mondo dei Sogni.
      Quante volte la vita ti ha deluso? Quante volte l’esame in cui credevi di poter brillare si è trasformato in una catastrofe? Quante volte la persona che amavi ti ha deluso oppure se ne andata? E quanti, purtroppo, sono passati a miglior vita lasciandoti col cuore gonfio di nostalgia? Beh, noi crediamo che questo, una volta, ti sia capitato, ci spiace ma succede a tutti… fa parte della vita.
      Ora, però, è il momento di pensare positivo, e ne abbiamo tutto il diritto, perché ora abbiamo la possibilità di entrare nel Mondo dei Sogni.
      Dreamly, con la sua tecnologia innovativa, ti permette, per la prima volta di
      “sognare sul serio”!
      Il mondo Dreamly sarà un’esperienza incredibile: mai provata prima. Basta con i vecchi sogni sciatti e trasandati, evanescenti e scoloriti; di’ pure addio ai sogni senza senso, quelli che sembrano prenderti in giro spadroneggiando sulla tua
      razionalità.
      Tutti amiamo sognare, o meglio, sarebbe stupendo ma solo se questi benedetti sogni non facessero i capricci, visto che sfuggono completamente al nostro dominio.
      Si inizia a sognare di trovarsi, cuore a cuore, su una spiaggetta segreta con la persona che desideri di più, una musica soave fa da sottofondo… ma poi tutto si stravolge: l’amata diventa un Orco famelico e la fetta di Papaya, che stavi addentando, si trasforma in una bolletta da pagare. E poi il foglietto comincia a crescere fino a diventare un lenzuolo. Ti avvolge come un sudario e sembra volerti soffocare.
      Ti svegli, sudato e spaventato, nel cuore della notte, più stressato della sera prima.
      Oggi, quest’epoca di barbarie onirica è terminata, per sempre.
      Oggi c’è: Dreamly. Accogliente, accattivante, sicuro.
      Dreamly si presenta come un letto (per il momento solo nella versione materasso singolo), semplicemente con una Testata un po’ speciale. Infatti, essa è più profonda delle solite spalliere. In quello spazio ha sede la futuristica tecnologia Dreamly; là è posta l’elegante calotta, che caratterizza il design moderno e confortevole della nostra produzione.
      Usare Dreamly è semplicissimo: basta collegare il letto a una presa di corrente.
      Avvicina gli occhi all’apposito visore, appena scatterà una luce verde, potrai passare a rilassarti comodamente sul tuo elegantissimo lettone:
      Pronuncia il tuo nome con voce chiara e la password preferita.
      Ecco, adesso tu e il tuo letto sarete una cosa sola. I tuoi sogni saranno ordinati, obbediranno integralmente ai tuoi desideri: potrai agire come un regista, stabilire gli avvenimenti, decidere il comportamento degli altri che dipenderanno soltanto da te!”
      Allora? Non perdere tempo: ti aspettiamo. Approfitta di questa offerta speciale EXPO.
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      Ma è ovvio, è naturale: noi siamo la Dreamly, e il nostro è il Mondo nuovo che hai sempre sognato… che fai?
      Corri! Prima che il tuo tempo finisca perdendo per sempre la possibilità di Sognare!
       
      L'appuntamento
       
      «No, per favore… non mi piacciono queste discussioni!» la ragazza si fece “brutta”; non che fosse un tipo bellissimo, vestiva in uno di quei modi, come dire… alternativi? Un jeans sdrucito e molto sbiadito, una camicetta a fiori dai colori Hawaiani, un abbigliamento del tutto fuori moda; ma si sa oggi ognuno si veste come gli pare. Era magra, viso netto e zigomi forti, il mento appuntito, invece, le donava, facendola rassomigliare un po’ a un elfo… ricordava la Trilly di Peter Pan. «Prendiamo un taxi e ci dividiamo la spesa; se vogliamo arrivare a Lainate, con i mezzi non ci riusciremo mai.»
      Si erano conosciuti solo la sera prima. La paninoteca che lui frequentava era particolarmente affollata; ci andò con Fabio e Gerry, i soliti amici. All’unico tavolo libero era seduta la ragazza, sembrava aspettare qualcuno e sullo spazio davanti a lei non c’era ancora niente. Fu lei stessa a fare cenno ai giovani di sedersi al tavolo; forse temeva che se avesse continuato a non consumare l’avrebbero cacciata via.
      Chiacchierarono tra loro, ordinarono qualcosa… la ragazza intervenne poco e scambiò qualche sorriso con ognuno di loro. Bevve solo un Bacardi e Coca, furono i ragazzi a insistere per offrire. Sul finale della serata, lui si ricordò del volantino, lo aveva ancora nella tasca dei pantaloni.
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      «Io credo di aver letto qualcosa, su internet, riguardo a macchine che fanno sognare, eccetera… ma adesso non ricordo.» Fabio era appassionato di elettronica e prese la storia con maggiore interesse; anche la ragazza si fece più attenta ai loro discorsi. Li fissava, ora l’uno ora l’altro, come stesse aspettando il momento opportuno per intervenire. Infatti, poco dopo risultò chiaro che lui aveva voglia di approfittare dell’offerta (stava attraversando un periodo triste e noioso, la sua ragazza se n’era andata da due mesi, ma questo non lo disse, anche se gli amici qualcosa sapevano).
       
      Risultò altrettanto chiaro che avrebbe dovuto affrontare l’esperienza da solo: Gerry lavorava e Fabio aveva un esame dopo pochi giorni. Fu allora che la ragazza s’infilò decisa nella discussione, disse poche parole ma fece un gesto assai significativo: stese al centro del tavolo, a fianco a quello di cui stavano discutendo, un altro volantino, identico.
      Lui restò a fissare, incredulo, i due fogli stropicciati; la ragazza sparò la sua idea: potevano andarci insieme. Anche lei era curiosa nei confronti della proposta della Dreamly, e poi era a spasso da alcuni mesi; chissà? Magari poteva nascere un’opportunità di lavoro, queste aziende di elettronica erano sempre in espansione.
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      «Buongiorno, signori, benvenuti. Avete bagaglio?» chiese, premuroso. Parlava con un intercalare strano, probabilmente era indiano.
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      Certo un passaggio a sbafo nel comodo furgoncino era davvero un colpo di fortuna. L’aria condizionata era a manetta, all’interno; il caldo delle strade a fine luglio era bloccato fuori da quell’accogliente abitacolo tappezzato di stoffa blu.
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      «Nessun problema, signorina, questo è la Dreamly… il Mondo dei Sogni!» disse « I nostri ospiti meritano tutte le attenzioni possibili.»
       
       
      “Allora, la ragazza si chiama Dory!” chissà perchè quel pensiero gli ronzava per la testa da quando era stato lasciato solo, nella penombra di quella stanza strana. L’arredamento era un misto tra un Motel di lusso, elegante ma essenziale, e il laboratorio di un dentista futurista. Infatti, il letto era incredibile: il materasso, alto e invitante era poggiato direttamente sul pavimento, tappezzato di morbida moquette color ruggine. Giaceva quasi al centro della stanza, e separato dalla parete da un alto parallelepipedo di metallo satinato. Parte della testata, senza cuscini, era infilata in quel “coso” e formava una specie di enorme conchiglia; era fatta con un materiale leggermente evanescente, a lamine sottilissime. Ci pensò sopra; erano anni che non vedeva un materiale così… alla fine ricordò cosa poteva essere. Mica, l’aveva analizzata una volta nel laboratorio del Liceo. Mica…? A cosa serviva la mica? Non se lo ricordava assolutamente.
      «Ehi,» si rivolse al vuoto, ad alta voce «Manca il cuscino! Senza cuscino non dormirò mai.» Nonostante si fosse chiuso la porta alle spalle da qualche minuto, da una cassetta rispose subito una voce. In fondo, aveva dato per scontato di essere sorvegliato. Ricordò che, oltre alla ricevuta per il bonifico appetitoso versato sul suo Postamat, non gli avevano chiesto di firmare altro… nessun tipo di liberatoria. Se lo appuntò mentalmente, magari se qualcosa andava storto poteva sempre far causa alla Dreamly, ma forse accettando il compenso, del tutto inatteso, era implicito il suo consenso. La smise di rimuginare: aveva appena ricevuto il più grosso bonifico della sua vita: questo era un fatto!
      “Ok, non c’era bisogno di cuscino, il letto si sarebbe adattato al suo fisico… avevano detto così? D’accordo… mi metto a letto e facciamola finita al più presto!” Il ciclo di sonno-veglia che avevano proposto, sarebbe durato tre giorni… erano solo le 15, sul suo orologio da polso. Avevano da poco pranzato, una cosa leggera, in una mensa piatta e anonima, all’interno del fabbricato. Era stato sempre insieme a Dory, fin dalla mattina, quando il Pulmino guidato dal nano, li aveva scaricati in un cortile, piatto e anonimo, in periferia. Subito dopo erano stati accolti da un uomo in camice bianco, un tipo freddo e distaccato; l’aria cordiale millantata dal volantino non trovava riscontro in un’accoglienza così incolore.
       
      Nel capannone trovarono degli uffici, molto puliti… quasi asettici. All’accettazione, davanti a un bancone alto, troneggiava la solita scritta: Dreamley, il Mondo dei Sogni. Alle spalle c’era un tale, in giacca e cravatta, arrivava a stento, con la testa, al di sopra della mensola. Diede loro il benvenuto.
      Dopo, erano stati invitati a sedere in una sala riunioni, senza tavolo. Posizionate in cerchio, al centro della stanza, una decina di sedie da ufficio. Dopo poco arrivarono tutti… persino l’autista strambo. Lui e Dory, si erano scambiati uno sguardo perplesso: i loro ospiti erano tutti estremamente bassi, non superavano il metro e sessanta, di sicuro. Tutti avevano la carnagione olivastra e quando parlavano sembravano indiani. Forse erano originari di un piccolo Paese emergente e sconosciuto.
      «Avrete capito, gentili ospiti, che non siete stati scelti a caso!» iniziò uno, forse era il Boss; si era presentato come mr. Greg. «Ho l’onore di invitarvi a partecipare a un progetto scientifico molto ambizioso… tanto che potrebbe cambiare il futuro di tutta l’umanità.» Sembrava molto felice, e gli altri si misero a sorridere falsamente, come volessero gratificarlo.
       
      Nick, si guardò intorno in cerca del bagno. Mentre si liberava, pensò di accettare il consiglio dei tecnici: era solo primo pomeriggio e gli esperimenti sarebbero iniziati quella notte ma volendo, avrebbero già potuto provare il letto “speciale” della Dreamly, così tanto per familiarizzare un po’ con l’attrezzatura.
      Tornato in camera vide delle riviste su un tavolino basso, le prese e sedette sul letto. Sfogliò un giornale distrattamente ma una notizia attirò la sua attenzione: c’era una foto poco chiara e un titolo abbastanza banale:
      “UFO in the sky of United Kingdom? UFO sightings on Bedhampton”.
      Senza alcun apparente motivo, sentì che la testa gli iniziava a girare. Cercò di concentrarsi, osservò meglio la pubblicazione, stavolta il risultato fu un conato di vomito; adesso strabuzzava gli occhi che gli si riempirono di lacrime, il giornale era datato: April, 19, 2002.
      Aveva tra le mani le pagine di un giornale intonso, di tredici anni prima…
       

    • Kim,anni 18,capelli scuri e occhi chiari,è tutt'altro che una ragazza timida e riservata. Ha sempre avuto il rispetto di tutti ed è sempre stata amata per la sua onestà e la sua sincerità. I genitori sono sempre stati presenti e non le è mai mancato nulla. O almeno, fino a quando ,dopo un incidente stradale in cui è coinvolto il padre, si allontana da quei pochi amici che aveva. Quando la madre inizia a frequentare un altro uomo e lei scopre,successivamente qualcosa sul padre della sua migliore amica, diventerà ancora più fredda, si chiuderà in se stessa e si lascerà andare a incontri occasionali. Sarà il suo nuovo vicino di casa,Jonathan,un ragazzo misterioso quanto dolce e determinato a voler conoscere la Kim che tutti amavano, a farle capire quanto sia sbagliato il suo comportamento. 
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      Quante volte giudichiamo le persone, e persino gli oggetti, senza conoscerne veramente la storia? 
      E' nella natura umana, e che vogliamo o meno non ci potremo fare nulla. A volte, prima di etichettare una persona, basta fermarsi per cercare di capire quello che la spinge a comportarsi in un modo. 
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      Questa è la mia prima storia,spero vi piaccia.
      I consigli sono sempre i benvenuti.

    • Frammenti lirici Cartaceo Descrizione: La raccolta poetica "Frammenti lirici" è frutto del desiderio più profondo di far rinascere la poesia a guisa di "Araba Fenice", nella società contemporanea globale troppo presa da una comunicazione sincopata e paralinguistica, spesso, priva di qualsiasi reale sostanza.   Vuoi sapere su quali store è già disponibile il tuo libro? 
       
       
       
       
       

    • La notte.

      By Ospite, in Poesia,

      Prendimi per una volta almeno.
      Avvolgimi.
      Portami nella tua culla
      dove i desideri degli amanti si posano
      dopo averti attraversata,
      oscura, silente, ferma.
       
      Costruisci per me un ponte di stelle.
      Portami in alto, oltre la montagna immensa.
      Fammi perdere nell'infinito scintillio di sabbia dorata
      e poi finalmente piangere.
       
      La gioia è anche un po' dolore.
       
      Per una volta non lasciarmi qui.
      Non voltarmi l'implacabile schiena.
      Ferma il tuo passo lento, inesorabile,
      e sussurra all'alba di attendere...
       
      Straziante è questa mia corsa verso di te
      e tu inafferrabile.
       
      Sotto di me il fango.
      Le gambe stremate.
      Gli occhi sempre più brucianti.
      Mi lascio andare giù senza più fiato.
      L'abisso è senza fine...
       
      Finalmente ti fermi.
      Le tue braccia mi accolgono.
       
      Ma lentamente svanisci
      al primo chiarore del nuovo mattino
      mentre sogno ancora di te...
       
      Ed è giorno...
       
      Ed è giorno...

    • La Salvastrella entra in porto
       
       
       
       
       
      La Salvastrella era entrata in porto. L’equipaggio euforico per lo sbarco completava gli ultimi preparativi.
      – Bart! – Urlò il capitano, un uomo di media statura dalla corporatura robusta e l’aria d’aver passato i suoi giorni migliori – Bart!!! – Urlò di nuovo.
      L’uomo si voltò, il suo aspetto era maturo, le spalle larghe ed un fisico asciutto dimostravano la sua esperienza in mare. I capelli erano lunghi fino alle spalle, di colore chiaro mettevano in risalto un volto abbronzato. I suoi occhi scuri emanavano sicurezza, sul volto una barba ben curata, anch’essa chiara. Si diresse verso il capitano che nel frattempo impartiva ordini al suo equipaggio.
      – Sì capitano – Attirò la sua attenzione.
      L’uomo si voltò sorridendo
      – Vorrei che tu scendessi per fare quegli acquisti.
      Abbiamo bisogno di viveri ma acquistane in quantità superiore a quella che avevamo stabilito.
      – Abbiamo ospiti?
      – Si, fino a Valchir –
      – Ospiti di riguardo? –
      Il capitano storse il viso in un’espressione negativa.:
       – Da quel che ho capito … gentaccia. Speriamo che non mi creino dei problemi altrimenti chi mi ha chiesto il favore me ne dovrà almeno due –
      – Ci fermeremo molto? –
      – Due giorni. Devo regolare dei conti. In più l’equipaggio ha bisogno di un po’ di distrazione, altrimenti tutti quei giorni in mare rischiano di tramutarli in bestie. – Bart sorrise a quella affermazione, il capitano ne rimase sorpreso, era raro vederlo sereno. Quel pensiero lo sconcertava il mare era stato tutta la sua vita prima che si chiudesse tra le mura della casa templare. Dopo di allora ebbe un gradualmente cambiamento, come se nei suoi pensieri ci fosse qualcosa che lo affliggesse. Era mutato il suo carattere, si era fatto più taciturno, ombroso, ma la cosa che lo stupiva di più era il suo modo di fare, osservava scrupoloso tutto ciò che lo circondava, ascoltava con attenzione e rifletteva. Da quando era salito a bordo si era affermato come un membro indispensabile dell’equipaggio.
      I suoi consigli in fatto di navigazione erano risultati esatti nonostante non vedesse il mare da tempo.
       
       
       
       
                       Rinforzi
       
       
       
       
       
      Tutti scesero dalla Salvestrella tranne Bart, aveva chiesto al capitano di poter dare uno sguardo alla carta di navigazione. Quando uscì al sole notò dei tipi corpulenti e dall’aria poco raccomandabile salire a bordo. Cristiano, il momentaneo aiuto del cuoco di circa 10 anni cercò di fermarli ricavandone uno spintone che lo fece sbattere all’albero maestro. Bart corse in suo soccorso alzandolo da terra.
      – Come vi permettete di salire a bordo e recarvi scompiglio –
      L’uomo a capo del gruppo lo snobbò come se non esistesse mentre gli altri erano di nuovo scesi a terra.
      – Il capitano Nico, voglio parlare con lui e con nessun altro! –
      – Vi dovrete accontentare di me per il momento, sono io il responsabile di bordo in questo momento. –
      – Vi chiamate Capitano Nico? – Lo additò con aria da sbruffone – Allora non potete risolvere i miei problemi –
      Bart afferrò il dito con rapidità, guardandolo diritto negli occhi e gli portò il braccio dietro la schiena. L’uomo preso all’improvviso cercò di scalciare e di colpirlo con la nuca, ma Bart con un gesto rapido evito l’attacco dell’uomo.
      – Vi consiglio di calmarvi non siete in condizioni di fare lo spaccone – Lo spinse giù per la passerella – Se salirete di nuovo fatelo con intenzioni meno bellicose.–
      – Pagherete questo affronto con la morte! –
      – Quando vorrete, io sono sempre qui –
      Il bambino gli si avvicinò fissandolo meravigliato, attirando la sua attenzione
      – Come avete fatto? –
      – Non è difficile, bisogna solo imparare a prevedere ciò che farà il tuo avversario. –
       Bart fissava il ponte preoccupato.
       – Sai dove si raduna l’equipaggio in queste circostanze, o dove possiamo trovare il capitano o il figlio Riccardo?–
      – Non so, la città è grande. Perché signore, cosa vi preoccupa? –
      – Prevedo guai. Lo sbruffone verrà con i rinforzi. Ed io, a meno che non faccia sul serio con l’intento di dargli l’assoluzione, non credo di farcela. E comunque sia metterei nei guai il capitano ritardando la partenza –
      – Volete che lo vada a cercare? –
      – Mi faresti un gran favore –
      Il ragazzo corse giù per il ponte tra la gente come una saetta. Bart sorrise all’idea di rivedersi in quel piccolo moccioso, con lo stesso coraggio dei suoi dieci anni. Sospirò nervosamente, intanto vide che l’uomo da lui umiliato stava salendo sul ponte con al fianco quattro uomini della sua stessa corporatura. Gli si parò contro facendogli capire che la loro presenza non era gradita ma soprattutto che non incutevano paura a nessuno.
      – Ho visto che avete mandato a chiamare i rinforzi – Lo derise l’uomo.
      – Vorrei evitarvi sofferenze inutili tutto qui. Anche se devo ammettere che i vostri rinforzi sono stati più veloci. Avevate paura ad affrontarmi da solo? –
      – Non mi sporco mai le mani di persona –
      – Forse perché avete paura che qualcuno ve le spezzi? –
      – Ora mi avete stancato! – Urlò infuriato – Ammazzatelo! –
      Gli uomini gli si gettarono contro, fulmineo Bart ne atterrò uno con un calcio in pieno viso e un altro al petto, così violento d’atterrarlo. Il compagno al suo fianco prese la stessa sequenza di colpi crollando a terra più rapidamente.
      – Allora avete ancora voglia di giocare?–
      Uno dei due ancora in piedi l’afferrò per un braccio. Bart ne approfittò per capovolgere la situazione a suo vantaggio, con un calcio ben messo gli spezzò il ginocchio atterrandolo con un montante. Tra i quattro il più illeso si alzò, facendo capire che non aveva cattive intenzioni si avvicinò ai suoi compari per vedere le loro condizioni, tra gemiti e lamenti di dolore constatò che qualcuno era veramente in pessime conduzioni.
      Bart fissò l’uomo che era salito da padrone.
      – Il capitano sta salendo, preparatevi per fargli le vostre scuse –
      – Io? Mi farò dare la vostra testa –
      – Non credo sia in vendita –
      Una donna di estrema bellezza comparve alle spalle dello sbruffone.
      Sia lei che il capitano fissarono la scena con meraviglia e preoccupazione.
      – Cosa è successo Bart? –
      – Questi uomini avevano intenzione di fare da padroni –
      La donna lo fissava allibita. Bart sfuggì al suo sguardo con imbarazzo. Non sapeva spiegarsi il motivo ma gli costava sostenere quello sguardo più di quanto gli era costato abbattere quei quattro manigoldi.
      Il capitano ancora incredulo si aggirò tra quei tre poveri disgraziati.
      – Potevi chiamarmi prima di ridurli in questo stato–
      – L’ho fatto. Almeno ho cercato …. –
      In quel momento spuntò Cristiano, senza fiato cadde ai piedi di Bart.
       – Ho chiamato rinforzi signore – Disse d’un fiato
      Non sentendo alcuna risposta si guardò intorno, portando le mani alla bocca emise un gemito strozzato. – Santi Numi … che mi sono perso – Guardò Bart che ancora infuriato fissava lo sbruffone accerchiato dall’equipaggio assetato di sangue.
      - Ora smettetela! – Si addentrò tra di loro il capitano portando via l’uomo – Se siete in vena di risse andate altrove altrimenti mettetevi a lavare il ponte il sangue secco è una vera e propria provocazione per il mio stomaco. Ma prima portate quei tre moribondi da qualcuno che se ne prenda cura.
      La donna girovagava per il ponte. Poggiato all’albero maestro Bart fissava la città.
       – E’ preoccupato per le conseguenze? – Chiese una voce melodiosa dal sorriso accattivante.
      – Affatto –
      – Non si direbbe dallo sguardo perso nel vuoto –
      Bart si allontanò dall’albero maestro per fissarla più da vicino. La giovane donna ne risultò sconcertata, non la guardava arrabbiato o ironico il suo sguardo era inespressivo.
      – Mi chiamo Ivan Bart … e voi Madame? –
      – Aria – Rispose quasi in uno bisbiglio.
      – Non è un nome franco –
      – Infatti non sono franca. Perché mi guardate in quel modo? – Irruppe irritata
      – Sono i miei occhi –
      – Non parlo di loro ma di ciò che lo sguardo lascia intravedere. –
      – E’ così odioso, quello che intravedete? –
      – No … ossia sì. Non lascia trasparire quello che effettivamente pensate –
      – Chi vi dice che penso qualcosa? – Sorrise impercettibilmente.
      Anche se era un piccolo sorriso nascosto dalla barba curata non seppe spiegarsi il perché ma lo assaporò tutto, pensando di sé, in un secondo tempo che era stata una stupida.
      – Bart – Lo chiamò il capitano mentre congedava l’uomo che lo fissava ancora adirato – Vieni ti devo parlare. Anche voi Aria. Seguitemi in cabina –
      Il capitano si sedette dietro la scrivania con espressione preoccupata si grattò il mento ricoperto da una folta barba. Aria si sedette in silenzio. Lo osservava. Era graziosa, un tipo fine e delicato. I capelli biondi e gli occhi dello stesso colore delle profondità del mare accentuavano la sua grazia. Ma c’era qualcosa che teneva ben nascosto. Bart ne era più che sicuro.
      – So di essere stato imprudente, ma... –
      Il capitano lo fermò con un gesto della mano.
      – Hai dato una lezione a chi te l’ha chiesta, tutto qui –
      – Allora cosa vi preoccupa ? –
      Il capitano divagò sulla sua domanda concentrando l’attenzione su Aria.
      – Mia cara il fatto di aver affrontato un viaggio da sola ancora mi rende contrariato. Sono vostro amico e l’avermi tenuto all’oscuro... –
      – Vi chiedo perdono mio signore – disse Aria con confidenza. Bart alzò un sopracciglio osservandoli con meraviglia.
      – Se non avete osservazioni da farmi io esco capitano –
      – No, non ho osservazioni da farti ma …–
      Lo fermò mentre stava uscendo – Solo ordini che ti riguardano “personalmente” – Aggiunse con riluttanza.
      – Di cosa si tratta? –
      – I templari ti mandano questo – Gli diede una lettera dal sigillo strappato.
      – L’avete letta! – l’accusò.
      – Come ogni cosa che sale sulla mia nave.–
      Bart non replicò perché sicuro dell’onestà e l’amicizia del capitano, inoltre i suoi superiori conoscevano le sue abitudini e non avrebbero mai scritto cose riservate. Con un sospiro rassegnato l’aprì. I suoi occhi turbati dalla tristezza ed infuocati dalla rabbia seguivano le righe.
      – Inconcepibile – Mormorò a denti stretti mentre la stringeva tra le mani – Mi sbalzano da un posto all’altro senza ritegno e senza giustificazioni – Guardò il capitano al colmo dell’esasperazione – Posso andare ora? –
      – Vorrei chiederti un favore personale –
      – Non ho mai detto di no ad un amico, come voi non l’avete mai detto a me –
      – Accompagneresti Madame Aria a Parigi, so che sei di strada –
      Bart si voltò per guardarla, si irrigidì quando vide l’odio nei suoi occhi trapassarlo. Ci fu del silenzio, calò clima teso e pesante.
       – Scusate – Interruppe il capitano sperando di smorzare quella atmosfera intrisa d’odio – E’ colpa mia, sono un uomo di mare e dimentico spesso la buona educazione.
      La donna che avete davanti è Madame Aria, una discendente dei vichinghi. L’ho salvata da un naufragio e lei come ricompensa mi ha riempito di grane. Quasi quanto te. Lo indicò scherzosamente.
      Questo è Ivan Bart, cavaliere templare, un uomo valoroso –
      – Sì certo, certo – Aria lo fermò stizzita – Come tutti i monaci vogliosi di donne, crudeli e spietati come bestie –
      Bart la guardò incredulo e furioso per le sue accuse.
      – Non so spiegarmi perché tanto odio nei miei confronti e in quello dei templari –
      – Forse perché vi conosco –
      – Non so chi abbiate conosciuto, in quale circostanza e perché. Ma vi posso garantire che non siamo avvezzi a rompere i giuramenti fatti. Se combattiamo è sotto ordini ben precisi. Inoltre non ho mai visto i miei fratelli combattere in modo sanguinario facendo indiscriminate razzie.–
      Aria stringeva i pugni come per fermare l’istinto di schiaffeggiarlo. – Capitano da quel che ho letto deduco che il mio viaggio finisca qui. Se Madame Aria vuole continuare il suo viaggio con me non ho problemi. – Si inchinò cerimoniosamente. – L’aspetterò sul ponte tra circa mezz’ora, il tempo di prepararmi. –
      Il capitano prendendolo all’improvviso lo abbracciò stringendolo come se fosse stato suo figlio.
      – Ti ho visto crescere ragazzo... Cambiare... Non ti perdonerò se ti farai ammazzare –
      Aria li osservava confusa e un po’ gelosa. Il capitano era quasi un padre per lei.
      – Re Filippo II Augusto non lo permetterà. Vedrai Nico tra qualche mese mi riavrai nel tuo equipaggio –
      Il capitano aveva gli occhi umidi.
      – Non farò altro che attendere quel momento –
      Bart uscì scomparendo nella direzione del suo alloggio.
      Nico guardò torvo Aria.
       – Aria non so perché vi siate comportata così – La rimproverò.
      – Ho le mie ragioni –
      – Spero che siano valide. Quell’ uomo vale tanto oro quanto pesa. Ha dovuto sopportare ingiustizie di cui voi non sareste in grado di sopportare neanche l’ombra. Molto probabilmente a Parigi c’è la morte che lo attende. Se solo potessi lo legherei all’albero maestro – Tirò un pugno alla porta.
      Aria avrebbe voluto ribattere sul peso delle ingiustizie ma poi capì che per Nico era come perdere un figlio.
      Io vi prometto che lo tratterò con educazione se lui farà altrettanto con me – Disse come se lo avesse letto da qualche parte.
      – Vi ha forse mancato di rispetto? – Chiese addolorato.
      – No. Per ora no – Ribatte secca.
      – Non vi ho mai visto con tanta acredine.–
      – Perché non avete perso un fratello per mano dei templari. Scoprirò chi faceva parte della compagnia e lo farò uccidere, sempre che non decida di farlo io stessa.
      – E’ per questo dunque che lo avete trattato con tanta freddezza. Pensate che sia uno di loro? – parlò come se stesse pensando.
      – Perché tenete tanto a lui ? – Chiese indispettita.
      Il capitano la guardò un attimo trasognante per poi prendere coscienza della sua domanda.
      Accennò un sorriso amaro.
       – Sei anni fa. E’ successo tutto sei anni fa. Madame Chiara si è suicidata, dicono, per amore di Bart che l’avrebbe brutalmente respinta. Ma Dio, sa come so io, che non è così. E’ stato un complotto ordito perché lei sapeva qualcosa che non doveva trapelare.
      Bart è stato incolpato. Il re l’ha obbligato ad entrare tra i templari, a loro insaputa si capisce, anche se personalmente io non ci credo.
      Era un cavaliere conosciuto alla corte del re, per il fascino che induceva tutte le donne a diventare cortigiane. –
      Al ricordo abbozzò un sorriso per una frazione di secondo, per tornare poi subito serio. – Oltre che per la sua maestria ad impugnare la spada –
      – Perché siete così sicuro che non si sia suicidata per colpa sua? –
      – Bart era con me in quel periodo. La sognava ad occhi aperti – Sorrise di nuovo nel ricordo dei tempi andati – Era bella come un fiore a primavera, la carnagione del colore delle pesche, un sorriso incantevole –
      – Ne sembrate quasi innamorato – Disse disgustata.
      – Chi non lo era ? L’ultima volta che è salita sulla Salvestrella ho dovuto imbavagliare e legare il mio equipaggio per non farla sbranare – Sorrise divertito – Bart non le ha mai mancato di rispetto neanche quando lei gli disse d’amarlo di un amore fraterno. E’ per questo che si era allontanato, per lasciarle lo spazio richiesto. Spazio di una donna che non vuole essere corteggiata… Anche se lei più volte lo pregò di tornare.
       La casa dove alloggerete è di mia sorella Matilde la zia di Bart.
      – Mi state dicendo che dovrò convivere con lui? –
      Nico rise di una risata amara. – Lo avete già giudicato, non è forse così? Mi avete deluso, vi facevo più intelligente. – Uscì dalla cabina sbattendo la porta che si riaprì in seguito al contraccolpo. Bart appoggiato al parapetto fissava il mare in lontananza. Indossava l’uniforme templare. Aria non sapeva spiegare il perché, ma lo temeva.
       
       
       
      In Viaggio
       
       
       
       
       
      Erano in viaggio da due giorni, nessuno dei due aveva mai affrontato un discorso di più di tre parole, tranne Bartolomeo chiamato Meo. Lui non taceva mai, era l’ombra di Aria la disperazione di Bart che gli ordinava spesso di fare silenzio. Per qualche secondo lo assecondava, dopo di che iniziava a farneticare su Parigi, le donne e il re.
      Il sole era calato, avevano mangiato con appetito. Meo si era assopito vicino al fuoco. Aria lo guardava meravigliata. Durante il giorno sembrava instancabile, ma non appena calava la notte si affievoliva e pian piano si spegneva come una candela al vento.
      Bart lo guardava irritato, poi sospirò deluso.
      – Anche questa sera tocca a me – prese le poche cose sporcate per allontanarsi al fiume e lavarle.
      – Potrei farlo io, se lo permettete – Esplose Aria dopo giorni di silenzio.
      – Non insistete. –
      – Siete irritante e rivoltante. –
      Bart si bloccò d’impulso.
      – Io non vi ho mai mancato di rispetto perché voi lo fate? –
      – Perché... Ebbene, non vi sopporto! –
      Bart si avvicinò a lei che indietreggiò di qualche passo tirando fuori dalla cintola della gonna un coltello.
      – Non vi permetterò di mettermi le mani addosso –
      Negli occhi dell’uomo scese una tristezza incolmabile. Improvvisamente qualcosa attirò la sua attenzione lasciò cadere tutto ciò che aveva nelle mani, impugnò la spada e diede le spalle alla donna che premette il pugnale tra le sue vertebre.
      – Salite su quel albero –
      – Cosa ? –
      – Fate come vi dico – La prese per i fianchi mentre lei scalciava e la tirò su tra i rami.
      – Come vi permettere? – Ringhiò.
      – Meo – Andò dal ragazzo e lo scosse – Temo ci siano problemi. Sai difenderti ? – Gli chiese ancor prima che si fosse svegliato.
      Mai toccata una spada signore – Rispose assonnato
      – Allora arrampicati su qualcosa di alto e rimani lì –
      Impugnata la spada si voltò con circospezione.
      – Come avrete capito la sorpresa è stata rovinata! – Urlò verso gli alberi.
      – Siete voi Bart, Ivan Bart? – Domandò una voce alle sue spalle.
      – Perché vi interessa ? – Si voltò lentamente.
      – Abbiamo finalmente raggiunto il nostro obiettivo – Urlò agli uomini che spuntavano armati fino ai denti tra i cespugli.
      – Mi dispiace monaco ma vi devo eliminare –
      Lo disse con la sensibilità di chi spella una lepre pentendosi di averla uccisa ma già pregustandone il sapore.
      Bart alzò le spalle in segno d’indifferenza, Aria e Meo lo guardarono terrorizzati per la sua e le loro vite.
      – Posso garantirti che venderò cara la mia pelle –
      – Ad ognuno il suo lavoro.- Lo derise.
      Bart lanciò il suo coltello in direzione di Meo che sorpreso lo sentì sfiorare la sua guancia per conficcarsi subito dopo sul tronco che lo reggeva. L’afferrò sorridendo al cavaliere.
      – Grazie buon uomo. Ma badate alla vostra vita è molto più in pericolo della nostra –
      – Per ora – Sogghignò il capo dei malviventi mettendo in risalto un dente d’oro.
      Bart approfittò della bassa guardia del gruppo per scattare di lato inoltrandosi nella fitta boscaglia. Aria vide nei suoi occhi preoccupazione mista ad una gran sete di sangue. Si disse che non doveva importargli molto della sua vita, ma poi una voce le sussurrò che anche la sua non godeva di una posizione migliore, almeno per il momento.
      Il conflitto si faceva sentire anche se a distanza.
      I colpi delle spade erano spesso seguiti da risate gutturali o profondi acuti di dolore.
      Aria guardava la vegetazione come una bimba spaesata.
      – Qualcosa mi dice che quell’ uomo non vi porta fortuna – Li derise uno dei due uomini rimasti a fare la guardia sotto l’albero. I loro sguardi affamati fissavano la donna come se fossero in preda a delle piacevoli allucinazioni. Meo si preoccupò di formulare delle domande per spingerli a dargli spiegazioni utili.
      – Non abbiamo cose di valore –
      – Non ne cerchiamo, stupido schiavo –
      – Allora perché tanto accanimento? –
      – Ordini – Lo guardò con un ghigno – Dall’alto –
      – Gente come voi non lavora per i nobili. Piuttosto per se stessi –
      – Se non ci sono guadagni proficui. Ma in questo caso ti posso garantire che ci sono –
      – E perché ? –
      – Pensi che sia così stupido da dirtelo.–
      – Se te lo chiedessi come ultimo desiderio? Se uscirò da questa brutta storia eviterò di avvicinarmi a chi è troppo permaloso –
      – Anche se volessi dirtelo, non mi è concesso. Sappi solo che è potente, ma non è il re –
      Aria attirò l’attenzione di Meo
      – Non si sente più nulla, pensi che sia morto? –
      – L’angelo della morte, non lui – Lo disse con lo sguardo pieno di sicurezza ma nella sua voce si fece strada un briciolo d’inquietudine. I due uomini sotto il loro albero vedendoli per un attimo distratti saltarono per afferrarli. Aria venne presa per la gonna. Quasi trascinata via dal tronco gemette per lo sforzo delle braccia ancora afferrate al tronco. Mentre Meo cercava d’accoltellare l’uomo che lo teneva per una gamba.
      – Vieni giù bellezza e ti ricompenserò adeguatamente. Ti farò scoprire i veri piaceri della carne. –
      Aria lo guardò terrorizzata. Le mani gli dolevano mentre le gambe tentavano di scalciare nel vano tentativo d’allontanarlo. Sentiva le mani dell’uomo cercare sotto i suoi indumenti. Il cuore le esplodeva in petto per la paura, dei singhiozzi uscirono prepotenti dalla sua gola.
      – Non avere paura colombella – Cercò di strattonarla verso il basso – Ti farò godere, vedrai –
      Aria sentì un dolore lacerante alle braccia per poi perdere il controllo alle dita doloranti. Si aspettava il peggio, la caduta venne interrotta, afferrata al volo iniziò a scalciare e graffiare.
      – Lasciami bastardo! – Ma non sentì alcuna resistenza, allora aprì gli occhi vide il volto insanguinato di Bart, i suoi occhi che la fissavano preoccupato, l’altro in terra con la gola tagliata.
      La sentiva tremare, il respiro rotto da alcuni singhiozzi.
      Aria sentiva il desiderio di lasciarsi andare in un pianto che avrebbe liberato l’anima dalla paura che ancora persisteva in lei, ma il suo orgoglio non lo permetteva.
      Bart la lasciò, lentamente calò lo sguardo verso la terra brulla come se si sentisse in colpa. Una colpa che però durò poco lasciando spazio al suo carattere fermo e padrone della situazione.
      – Meo scendi dall’albero, falle bere un po’ d’acqua. Io preparo i cavalli quando hai finito vieni ad aiutarmi. –
      In quel momento vedendolo così forte, al contrario di come era stata lei, lo odiò con tutta l’anima.
      Dalla sera precedente non avevano smesso di cavalcare, Aria si chiedeva quanta furia doveva essere in Bart per ridurre quegli uomini a quel modo. Ne aveva visto uno privo d’un braccio ed altri ridotti in maniera ancor più barbara.
      Iniziava a fargli paura, la sua calma così lucida contrapposta ad una rabbia irrazionale e senza limiti. Improvvisamente ricordò il capitano Nico e l’amore per quel uomo così vicino a lei ma così distante.. Cosa lo rendeva così splendente ai suoi occhi?
      Forse le sue disgrazie? E bastava così poco per accattivarselo? No, non con il capitano Nico.
      Aveva visto salire sul ponte della Salvestrella uomini seguiti dall’ombra della loro gloria e lui ne aveva sempre riso come buffonate raccontate in una locanda.
      Dopo quella sera non avevano più parlato.
      Bart si limitava a ordinare a Meo di proteggerla durante la sua assenza, spesso si distaccava per coprire le loro tracce cercando di garantire loro una fuga più sicura.
      Aria sorrideva ironicamente quando la lasciava nelle mani di Meo, pessimo spadaccino. Doveva riconoscere però che il coltello lo sapeva manovrare come fosse una delle sue dita. Il poveretto che aveva tentato di tirarlo giù dall’albero conservava ancora il foro tra le orbite degli occhi.
      – Siete inquieta con il mio padrone? – Gli chiese in un momento in cui Bart si era allontanato.
      – Perché dovrei? –
      – Lo guardate di traverso –
      – E’ solo un modo d’osservarlo –
      – Lo disprezzate così tanto dopo che vi ha salvato la vita? –
      – E voi lo considerate il vostro padrone, come mai lui non sa che non sapete combattere? Strano modo di conoscersi. –
      – La colpa è mia. Quando meno me lo aspettavo, mi lasciava al sicuro partendo per terre lontane. E’ un buon padrone. Un uomo tattico, furbo e generoso … non si può dire altrettanto di me. –
      – Ora lo avete fatto allontanare; non avete il timore che parta di nuovo? –
      – Non ora – Disse pensieroso –
      – Volete dire che lo farà? – S’irrigidì dalla collera – E’ un codardo. –
       – No, non è un codardo. Ha semplicemente capito che qui il problema è lui. E non permetterà che la sua presenza ci danneggi più di quanto ha fatto già. Non avete occhio critico Madame Aria. Mi dispiace… siete impulsiva e troppo arrogante –
      – Come osate! –
      – Oso invece, altrimenti avreste convenuto con me quando vi ho detto che eravate inquieta con lui. –
      – Non è affatto vero! –
      – Allora perché i vostri occhi così aridi non si sono accorti che è ferito, mentre i miei che lo apprezzano e sono rasserenati solo a vedere la sua ombra, se ne sono subito accorti da quando vi teneva tra le braccia. Pensavate forse che la rabbia che nutre in corpo l’avrebbe riparato dalle lame delle spade?. –
      – Io… – Ora si sentiva stupida, offesa da se stessa. –
      – Come l’avrete notato non dà segni di sofferenza…
      Tiene le briglie con una mano, la sinistra, e questo non è strano, ma che tenga costantemente la destra che stringe il fianco sinistro questo mi ha dato da pensare, inoltre sotto il mantello si vede la lacerazione del tessuto. Non deve essere molto profonda altrimenti il sangue l’avrebbe imbrattato di più e non avrebbe resistito tante ore a cavallo. Ma nonostante tutto va medicata. –
      – Lo farò io questa sera, sono pratica di cuciture. Ho sempre avuto casa di mia madre piena di scavezzacolli. – Meo la guardò stupito ma soddisfatto, lei evitò il suo sguardo era come ammettere le proprie colpe.
      Si erano fermati in una radura vicino ad un ruscello.
      Bart si coricò, lentamente tirò un sospirò di sollievo. Aria e Meo lo guardarono curiosi, avevano notato che un leggero sorriso spuntava dalle sue labbra.
      – Siamo fuori pericolo? – Meo chiese interessato.
      – Per quello che ho in mente si. Ci divideremo ti darò una lettera d’accompagnamento da presentare a Madame Iris. So che è sconveniente per voi Aria ma è l’unica soluzione …
      – Non aggiungete altro. – Esplose irritata – Voi state cercando di liberarvi di noi. E’ vero io sono un peso, vestita così poi, ma se mi darete una spada potrei esservi utile … –
      – Aria sono io il peso del gruppo. La donna che vi aiuterà non è una santa, ma potrà ospitarvi e garantirvi un viaggio sicuro.
       Nel frattempo io avrò confuso le nostre tracce e vi potrò raggiungere più in fretta –
      – Non vi lascerò solo. Non in queste condizioni almeno –
      – Quali condizioni? – obbiettò sorpreso.–
      – Il fianco. – indicò. – Non riposate da due giorni –
      – Non capisco perché tanta preoccupazione, se crepo sarò un templare in meno sulla faccia della Terra – Sorrise ironico nell’intento di colpirla.
      – In questo caso mi siete utile quindi non posso permetterlo. – Lo sfidò con lo sguardo senza dargli soddisfazione.
      Bart si alzò, avvicinandosi la fissò negli occhi.
      – Sincera come sempre. Farete ciò che ho detto altrimenti... –
      – Altrimenti, cosa? – Lo fronteggiò austera.
      – Altrimenti vi dimostrerò che so farmi ubbidire anche da una discendente dei vichinghi. –
      – E come? – Lo fronteggiò con più impudenza –
      – State mettendo a dura prova la mia pazienza –
      – Strano, ne avete anche voi una allora.–
      – Già – Espose un sorriso che sapeva di minaccia – Ma è molto piccola. – Si allontanò verso il ruscello. Sentiva la ferita bruciargli, certo non più di quanto faceva l’ostinazione di quella donna. Non l’aveva mai conosciuta, eppure sentiva che tra loro c’era un’incredibile barriera retta da un odio che gli era incomprensibile. Non sapeva il perché, ma si sentiva minacciato. Non era la consapevolezza che lei lo voleva morto, era altro. Era intenzionato nonostante la temperatura a farsi un bel bagno, il sangue ancora sulla pelle e sui vestiti gli impediva di dimenticare la notte precedente..
      L’acqua fredda gli permise di non pensare donando sollievo alla sua mente che, libera da ogni fardello, sembrava donare una leggerezza d’animo a Bart che si accoccolò su una pietra semi immerso nell’acqua. Stava per rilassarsi completamente quando venne destato da un rumore alle sue spalle.
      – Prenderete freddo. E non ci serve a molto un templare malato –
      – Cosa fate qui ? –
      – Vi devo rammendare il fianco. –
      – Lasciate stare, non vorrei che l’odio e la rabbia che nutrite per me vi straziassero l’anima. – Espose una falsa espressione preoccupata, sperando di darle il modo di desistere.
      – Riesco ancora ad avere la padronanza su di loro. – Lo fissò gongolante di soddisfazione.
      Bart la guardò con l’impulso di continuare la discussione, ma poi capì che non avrebbe risolto nulla..
      – Allontanatevi se non volete che mi vesta davanti a voi. –
      Aria si allontanò con un sorriso di soddisfazione. Bart la raggiunse subito dopo al campo, si sedette su un masso e scoprì il fianco dando la possibilità alla donna di medicarlo, per tutto il tempo non si scambiarono una sola parola. Meo distante dormiva incurante della tensione tra i due.
       – Vorrei controllare la schiena e il torace, scopriteli per favore. –
      – Non hanno tagli. –
      – Sarò io a deciderlo. –
      Bart si alzò di scatto.
      – Mi avete stancato. Con tutto il mio buon senso non riesco proprio a sopportarvi. –
      – Se aveste avuto buon senso non sareste diventato templare –
      Indietreggiò convinta di aver visto un lampo d’ira negli occhi dell’uomo che avanzò tenendo il volto a pochi centimetri da lei.
      – Cos’è che vi da più fastidio che io sia un templare, o un uomo che vi sta troppo vicino? –
      – Uomo o templare siete innocuo per me – La sua vicinanza iniziava ad opprimerla, sentì le ginocchia tremare.
      – Ne siete sicura? –
      – Dalle mie parti si dice che i templari siano innocui perché sono nient’altro che donne travestite o maschi impotenti. –
      Meo si era svegliato e senza essere visto li osservava divertito.
      Bart era furente per la provocazione e l’insultò al punto che stava per scoppiare.
      – Per la prima ipotesi vi salvate. Non reggereste alla vista delle mie proporzioni. Per la seconda potrei anche darvi una dimostrazione ma ho un giuramento da rispettare, e poi non siete il mio tipo. –
      – Scuse plausibili – L’incolpò vittoriosa.
       Bart l’afferrò per le braccia tirandola a se, lei cercò di dimenarsi per liberarsi dalla stretta, le loro bocche si sfiorarono creando nella donna un’incredibile confusione, paura, gioia, rabbia e passione.
      – Non ho mai ricevuto tanti insulti. – Ringhiò con le labbra troppo vicine a quelle della donna. – E non vi permetterò di andare oltre. – La baciò con tutta la rabbia che aveva in corpo. In un primo istante entrambi combatterono, lei per liberarsi e lui per tenerla tra le braccia, ma poi gli indispettiti sentimenti si tramutarono in passione. Bart affondò più profondamente nella sua bocca e lei si avvinghiò a lui come se ne avesse bisogno, tutto finì in un istante doloroso.
       Entrambi si resero conto d’essersi spinti troppo oltre, si allontanarono di qualche passo.
      Bart cercò l’autocontrollo che non l’aveva mai tradito, almeno fino a quel momento. Gentilmente prese la sua mano attirando il suo sguardo.
      – So che non vi vado a genio. – Cercò il suo sguardo. – Forse è per vostro fratello, forse è perché mi avete odiato subito.
      Non vi chiedo di cambiare i vostri sentimenti per me.
      Una cosa vi chiedo, di non mancarmi più di rispetto, almeno evitate di farlo così sfacciatamente, che lo crediate o no sono pur sempre un uomo... un uomo che non sfiora una donna da anni. –
       Aria lo guardava ancora assetata del suo bacio, era stordita quanto lui, meravigliata dall’uomo che aveva davanti.
       – Dal canto mio – continuò pensieroso – cercherò di starvi lontano e non vi provocherò – Le lasciò lentamente la mano per allontanarsi, ma lei lo riafferrò.
      – Devo controllarvi la schiena. –
      – E’ meglio evitare per questa sera –
      – Posso mantenere tutto ciò che mi avete chiesto ma non posso curarvi senza toccarvi un po’. –
      – E’ quello che mi preoccupa. – Sussurrò – Non ora rimandiamo tutto a... –
      – Ad un altro giorno? – Continuò decisa a non cedere.

    • Da qualche giorno, era diventato una specie di rituale e sotto lo sguardo crucciato della fata Anita,
      Erin camminava avanti e indietro nella stanza con le braccia conserte e sbuffava.
      "Dove è, Oscar?".
      "Sarà andato al parco con qualcuno" disse con tono sarcastico la fata Anita.
      Erin la fulminò con lo sguardo. Poi si avvicinò alla finestra, scostò la tenda e guardò fuori corrucciato.
      "Sarà forse successo qualcosa? Speriamo nulla di grave...".
      Accampava scuse pur di non dare ragione alla Signora Verità che attendeva annoiata dietro la porta della stanza di Oscar.
      Erin si sentiva trascurato e infastidito perchè non voleva essere messo da parte. Cercò di allontanare qualsiasi cattivo pensiero che gli frullava nella testa e rimanere tranquillo ma la rabbia che covava in quel momento era un sentimento nuovo mai provato prima. Temeva di perdere le staffe: "Ci sarà una spiegazione logica".
      Nel frattempo, la luce nella stanza si fece più fioca: il sole volgeva al tramonto e anche quel giorno stava per finire stava per finire: restare solo gli metteva i brividi e gli si gelava il respiro.
      Erin ripensò al passato e una lacrima scese sul suo viso: "Quando torni, Oscar, giocheremo fino a tarda sera come ai vecchi tempi".
      Il suo sguardo era velato di tristezza e quel vuoto che pian piano si stava impadronendo della sua anima: era una sensazione a cui doveva incominciare ad abituarsi perché sarebbe capitato altre volte, con altri bambini.
      "Mi sento così triste. Non voglio che finisca, non sono pronto...". A stento tratteneva le lacrime.
      "Il tempo allevia le ferite" gli rispose la fata Anita per rincuorarlo. Poi volò dal davanzale della finestra lasciando dietro di se una scia luminosa e si posò sulla scrivania. Incrociò le esili gambe e lo fissò rammaricata.
      "Mah... non ci credo..." le ripetè Erin con le lacrime che ora sgorgavano liberamente a fiotti.
      L'abbandono era il passo successivo e tremava per l'angoscia. Ritrovarsi in un angolo remoto della coscienza di Oscar era una possibilità che non voleva per nulla prendere in considerazione. Non voleva essere trattato come un vecchio giocattolo riposto in uno scatolone in soffitta.
      Si alzò di scatto, muovendo mani e braccia, riprese a girovagare e a sbuffare per la stanza. Si guardò intorno e sgranò gli occhi: quella non era più la loro stanza, qualcosa era cambiato lì dentro. Il loro mondo fatto di divertimenti e colori era diventato freddo e opaco. Era così malinconico. "Oscar è cresciuto..." gli fece notare la fata Anita. Quelle parole pronunciate così su due piedi, suonavano come un piccolo campanello d'allarme a cui Erin non voleva dare molta importanza.
      "È un incubo, maledizione! Svegliatemi!". Ma non era così. C'erano stati piccoli segnali caduti nel vuoto. Oscar aveva lanciato più volte l'amo ma lui non aveva abboccato mentre la Signora Verità era dietro la porta che bussava insistente: "Erin... so che sei lì dentro, apri... non puoi nasconderti ancora per molto. Apri gli occhi! Oscar è cresciuto". Era la seconda volta che sentiva quella parola, C-R-E-S-C-I-U-T-O, nel giro di poco tempo.
      "Si, è vero! Ma cosa vuol dire!". Le urlò in faccia con la sua disperazione.
      "Te l'avevo detto!", lo ammonì ancora una volta la fata Anita, "Non dovevi affezionarti al bambino!"
      Era la prima regola che Erin aveva imparato durante il discorso di apertura del Grande Maestro della Scuola dei Giochi e sapeva di averla trasgredita. Il Grande Maestro diceva sempre ai suoi allievi: "Noi regaliamo sorrisi ai bambini quando si sentono soli. Giochiamo con loro quando non hanno nessuno con cui farlo ma non dovete mai, dico mai, affezionarvi a loro. È pericoloso. Quando un bambino diventa grande non si ricorderà più di voi perchè avrà altri interessi e troverà altri amici che vi rimpiazzeranno. Non prendetevela, è il nostro destino dalla notte dei tempi e non possiamo cambiarlo. Quando un bambino diventa grande smette di sognare. Il loro mondo e il nostro esistono grazie alla fantasia. Un bambino vede la vita come un parco divertimenti e il nostro compito è accompagnarli trascorrendo un po' di tempo con loro. Il mondo degli adulti è frenetico e i genitori di questi poveri scriccioli hanno altro a cui pensare. Tocca a noi farli sorridere".
      I pensieri si accavallavano nella mente di Erin mentre l'orologio a cucù appeso alla parete di fronte alla scrivania scandiva il tempo: i secondi diventavano minuti e i minuti ore.
      Al calar della sera, la rabbia divenne paura e la paura certezza. Erin si ritrovò accovacciato e tremante in un angolo della stanza e si sentì abbandonato. "Ho freddo!" esclamò piangendo. Si strinse nelle spalle mentre il vento fischiava attraverso le fessure delle finestre.
      Le luci dei lampioni che illuminavano il viale acciottolato che conduceva a casa di Oscar si spensero sotto la pioggia torrenziale. Ci fu un black-out che lasciò l'intero quartiere al buio per poi espandersi fino alla periferia della città.
      "Si sarà bagnato..." osservò Erin. I ricordi rimbalzavano nella testa come palline di un flipper mentre la Signora Verità era dentro la stanza di Oscar che lo abbracciava: "Erin non piangere... non essere triste... hai fatto del tuo meglio".
      Vedendolo demoralizzato, la Signora Verità non si diede per vinta e prese il quadretto appeso alla parete e lo porse a Erin: "Guarda. Oscar è cresciuto. È diventato un ometto ed è merito tuo. Guarda i suoi occhi... non vedi come brillano? Se oggi Oscar è un ragazzo felice è anche merito tuo. Ti ricordi quando solo nella sua stanza si annoiava e non aveva nessuno con cui giocare? C'eri tu con lui... tu Erin. Sono fiera di te!". Lo abbracciò ancora più forte per fargli sentire tutto il suo affetto.
      Erin si asciugò le lacrime. Poi prese il quadretto e lo guardò con occhi diversi, non più tristi. Lo toccò con mano quasi volesse dargli una carezza. "Mi sembra ancora ieri... eri alto poco più di un metro... come vola il tempo!".
      "Andiamo via" gli sussurrò la fata Anita.
      "Non ancora...., voglio aspettare che rientri per salutarlo un'ultima volta".
      Erin si nascose, raggomitolato, nell'angolino vicino al letto e ripensò al giorno in cui la sua fantasia li aveva fatti incontrare. Quel pomeriggio nel cortile di casa Thompson, Oscar, con i suoi ciuffi ribelli che gli coprivano gli occhi, in sella alla sua bicicletta, andava avanti e indietro ridendo. "Vinco io! Sono molto più veloce di te!". Oscar correva verso il traguardo che aveva segnato con due bottiglie di plastica e quando lo tagliò la sua voce risuonò nel viale andando via via spegnendosi nei vicoli vicini. "Hai perso!", disse Oscar sorridente, "Hai perso Erin!".
      "Hai vinto tu, amico mio. Sei diventato grande. Quanto vorrei crescere anch'io e giocare ancora con te!".
      E in quel momento un'idea alquanto bizarra gli balenò nella testa. Saltò fuori all'improvviso come un coniglio bianco dal cappello del mago. "Vorrei essere una persona vera... si proprio come Oscar...".
      La fata Anita, basita, lo redarguì: "Che stai dicendo, Erin? Lo sai che quello che chiedi non è possibile".
      "Tu sei una fata e...", sospirò, "Le fate hanno poteri magici...".
      La fata Anita gli disse sconsolata: "Se anche potessi commetterei un sacrilegio perchè verrebbero alterati gli equilibri dell'intero Universo. Anche se siamo amici, ti prego, non chiedermi di farlo. Se la mia Regina venisse a saperlo verrei allontanata dal mio Regno".
      "Ti prego, aiutami". La implorò.
      "Ti avevo detto di non chiedermelo" lo rimproverò.
      "Ti prego..." disse sorridendole.
      "È già accaduto una volta..." farfugliò.
      "Cosa vuoi dire?".
      "Alvin..." bisbigliò la fata Anita quasi non volesse farsi sentire.
      "Alvin?" domandò Erin. Forse c'era una speranza.
      "Si. Alvin era un Immaginario come te. Buffo e sensibile. I bambini lo adoravano ma pian piano si innamorò di quel mondo e andò dalla mia consorella, Ana, spinto dal desiderio di diventare un bambino vero. Quando la mia Regina lo scoprì, l'oscurità calò sul nostro regno e Ana fu allontanata. Da allora vive nell'Oltre come un'eremita. Ana gli donò la vita ma a caro prezzo. Ecco, io non voglio andare incontro allo stesso destino di Ana".
      "E Alvin? Che ne è stato di lui?"
      "Nessuno conosce il suo destino. C'è chi sussurra che stia vivendo la sua nuova vita felicemente, altri dicono che per ripristinare l'armonia nell'Universo, la Regina delle fate abbia annullato l'effetto di quella magia e Alvin sia stato imprigionato da qualche parte nell'Universo per espiare le sue colpe. Nessuno sa dove si trovi adesso". Sospirò.
      "Quindi mi stai dicendo che l'unica possibilità che ho di diventare una persona reale, è incontrare Ana".
      "Hai capito cosa ho detto, Erin?" rispose corrucciata la fata Anita. Pensò che raccontandogli la storia di Alvin, Erin cambiasse idea ma si sbagliò. Gli occhi di Erin brillavano come stelle nel firmamento e non tralasciavano alcun dubbio: sarebbe andato fino in fondo.
      "Si, Anita. Ho capito ma ci sarà un modo per non mettere in pericolo l'armonia dell'Universo. Ci sarà un modo per bilanciare le forze in gioco!".
      "Non lo so", disse la fata Anita scrollando il capo, "Devi parlare con Ana. Forse lei può aiutarti anche se dopo quello che le è capitato non so se vorrà farlo. La luce che splende dentro ciascuno di noi si è spenta, forse per sempre..." disse lasciando aperta una porta.
      Nonostante le parole della Fata Anita, Erin non si perse d'animo e già immaginava la sua nuova vita: avrebbe avuto una famiglia e degli amici con cui giocare. Era eccitato ma prima di intraprendere la sua nuova avventura doveva salutare Oscar.
       
      Mentre fantasticava, la pioggia cadeva battente sui tetti e l'anta di una finestra malmessa cigolava avanti e indietro sospinta dal vento. Bagliori improvvisi apparivano e scomparivano nel cielo notturno. Suonò l'allarme del negozio di generi alimentari di Sofia vicino casa dei Thompson.
      Poi la porta della stanza si aprì ed entrò Oscar che si spogliò dei suoi vestiti.
      Indossò il pigiama e andò a dormire.
      A mezzanotte, un boato echeggiò nel viale facendo sobbalzare Oscar dal suo letto: "Accidenti!". Sospirò prima di riaddormentarsi: aveva un nodo in gola.
      Erin lo accarezzò e gli rimboccò le coperte: "Grazie Oscar. Incontrarti è stata la mia fortuna perchè adesso ho trovato la mia strada. Non sarà facile ma con impegno e determinazione penso di riuscirci".
      La notte fu accompagnata dal frastuono del temporale.
       
      Quando le prime luci del mattino filtrarono nella stanza di Oscar aveva smesso di piovere da poco, Erin e la fata Anita erano già andati via. Mentre Erin faceva ritorno nel Regno degli Immaginari guardava l'orizzonte immaginando la sua nuova vita sorridente.
      Poi scivolò, radioso in volto, sull'arcobaleno formatosi dalle ultime goccioline di pioggia sospese nell'aria e scomparve nel nulla per riapparire sul ponte di foglie a forma larga che crescevano accanto alla sua dimora: un grosso fungo con il cappello a macchie rosse.
      Delle belle rose con petali bianchi, rossi e rosa circondavano la dimora di Erin diffondendo nell'aria il loro profumo mentre grandi fasci d'erba si innalzavano verso l'alto rendendo la vegetazione fitta e all'apparenza impenetrabile. Gli alberi erano imponenti e terminavano con una folta chioma.
      Prima di salutarla, Erin incrociando le dita per scaramanzia proprio come faceva Oscar, chiese alla fata Anita: "Come posso raggiungere l'Oltre?".
      "C'è una sola strada che conduce in quel posto oscuro: lo specchio magico".
      "E dove si trova?".
      "Nel Castello delle Fate. Quando la luna appare nel cielo, la mia Regina si ritira per riposare per risvegliarsi alle prime luci del mattino. È quello il momento di agire".
      "E dove si trova il castello? Immagino che tu non me lo dirai?".
      La fata Anita non disse nulla. Abbassò lo sguardo e volò lontano lasciando dietro di se la sua scia luminosa.
      Allora Erin capì che Anita lo avrebbe aiutato: si affrettò e seguì la scia luminosa prima che scomparisse nel cielo: "Grazie Anita!".
      Se l'era immaginato immenso e regale ma quando se lo trovò di fronte sgranò gli occhi per lo stupore: il Castello delle Fate era una modesta dimora di legno e foglie. Non c'erano guardie e mura altissime a proteggerlo semplicemente perchè non c'erano nemici da cui difendersi.
      Quindi Erin entrò nel castello indisturbato cercando di non fare rumore. Al suo interno non c'era nulla di speciale. Il castello non era altro che una grossa scatola costruita con rami e ricoperta di petali di fiori colorati. La Regina delle Fate stava dormendo su un letto di foglie sempreverdi al centro della stanza. Vi era una piccola fessura nella parete attraverso la quale Erin poteva scorgere la luna alta nel cielo e una piccola sorgente d'acqua dove le fate potevano dissetarsi.
      Accando al letto di foglie c'era qualcosa su cui si rispecchiava la luna: lo specchio magico.
      Erin si avvicinò in punta di piedi allo specchio e aprì il portale come gli aveva detto la fata Anita: "Quando vedrai la luna piena riflessa nello specchio, solo allora, potrai attraversarlo ma dovrai fare ritorno prima che sorga il sole altrimenti resterai imprigionato nell'Oltre fino a quando una nuova Luna piena non sarà di riflessa nello specchio. Sappi che nell'Oltre il tempo scorre più velocemente: più tempo passerai lì, più vecchio sarai al tuo ritorno. Buona fortuna".
      Erin mise prima un braccio quasi volesse afferrare la luna con le sue mani ma poi qualcosa, una forza misteriosa, lo catapultò al di là dello specchio.
       
      Si risvegliò accasciato vicino a un piccolo stagno le cui acque erano così limpide che Erin vide rispecchiata la sua faccia. Si toccò il volto e le sue orecchie a punta che tanto odiava. Pensò che presto sarebbe diventato un essere umano, sorrise.
      La terra era desolata e l'aria era gelida e putrida. Alzò gli occhi al cielo: "Ma quarda dove mi ha portato la mia follia!". Fu un attimo di debolezza che svanì presto.
      Si guardò intorno. Gli alberi avevano grosse radici e rami spogli che si intrecciavano tra di loro formando una cupola attraverso cui non filtravano i raggi del sole. Piccoli serpenti strisciavano verso di lui. Rabbrividì."Meglio affrettarsi!".
      Lungo il cammino incontrò un piccolo fiume le acque erano così torbide che non riuscì a specchiarsi anzi strani pesci alati si affacciavano all'improvviso sulla superficie. Poi saltavano fuori dall'acqua. Boccheggiavano per farvi subito ritorno. Erin sgranò gli occhi terrorizzato ma seguì il suo letto sperando che lo conducesse da qualche parte.
      Camminò, per molto tempo, senza fermarsi un attimo e quando raggiunse la foce del fiume era affaticato e affamato. Si ricordò delle parole di Oscar: "Anche tu mangì?". Sorrise al ricordo che gli fece provare una sensazione piacevole. "Certo, Oscar! Mi nutro di bacche e linfa".
      Oscar lo guardava quasi disgustato.
      Quando riemerse dai suoi ricordi, Erin si guardò intorno sconsolato. La terra era desolata e arida. Difficilmente una pianta poteva germogliare in quel posto. Si avvicinò a un albero, toccò la corteccia e si accorse che era solida come una pietra. Capì che quegli alberi non potevano essere di grande aiuto per soddisfare la sua fame: "Che stupido! Ero così preso dal desiderio di diventare una persona reale che mi sono dimenticato di portare delle scorte di cibo. Dovrò arrangiarmi e sperare di trovare Ana prima che sorga il sole".
      Il tempo passava e incominciò a percepire piccoli cambiamenti del suo corpo, più adulto. E poi la stanchezza lo colse impreparato.
      Si appisolò vicino a un grosso albero che presentava strane incisione sul tronco. Poi sentì qualcuno che lo chiamava: "Svegliati pigrone". Qualcuno lo strattonò.
      Quando si risvegliò c'era qualcuno che lo fissava. Una vecchia megera con indosso un lungo abito nero sgualcito e impolverato che si reggeva con l'aiuto di un bastone intarsiato a mano. Una grossa testa di serpente con due pietre preziose al posto degli occhi lo scrutavano dall'alto. Erin sobbalzò per lo spavento nonostante i muscoli ancora intorpiditi. "Chi sei?".
      La vecchia megera lo guardò diffidente: "Chi sei tu? E che ci fai qui? Non credevo di incontrare un Immaginario nell'Oltre".
      "Mi chiamo Erin e sto cercando Ana. La conosci?"
      "Perchè la stai cercando?"
      "Ho bisogno del suo aiuto. Mi manda la fata Anita".
      Quando sentì pronunciare il nome di Anita, la vecchia megera trasalì. "Cosa vuole Anita da me?".
      Erin rimase deluso quando si ritrovò di fronte Ana sofferente e si immaginò vecchio e malandato incapace di sorreggersi sulle proprie gambe se avesse fallito: "In realtà sono io che ho bisogno di...".
      Ana lo interruppe: "Tu? E cosa vorresti da me, Erin?".
      "Desidero con tutto il mio cuore di diventare una persona vera..."
      "Mi dispiace, Erin. Hai attraversato l'Oltre inutilmente. Non posso aiutarti. Non lo vedi come sono ridotta? La Regina delle Fate mi tiene prigioniera qui per aver messo in pericolo le leggi dell'Universo. Il compito di una fata è quello di accompagnare un Immaginario nel suo viaggio nel mondo degli umani e di aiutarlo nel suo cammino. Noi dobbiamo intervenire solo quando un Immaginario è in difficoltà. Gli diamo consigli. Lo sosteniamo affinchè non si arrenda ma quando il bambino a cui è stato assegnato cresce, il suo compito e il nostro si esaurisce e possiamo tornare a casa dove vivremo la nostra vita fin quando non ci sarà un altro bambino che avrà bisogno di un po' di felicità. Io ho trasgredito perchè ho reso quell'Immaginario umano violando le leggi della Natura. Ci sono state delle ripercussioni sul mondo degli umani: terremoti, guerre, malattie. Molte persone sono morte per ripristinare l'armonia nell'Universo. L'Oltre è un luogo dove i poteri magici non funzionano. Le forze dell'Universo sono nulle e il tempo scorre velocemente. Non mi resta ancora molto da vivere e presto la mia linfa vitale si prosciugherà e sarò morta. E se tu, caro Erin, non farai ritorno a casa immediatamente andrai incontro al mio stesso destino: morirai presto di vecchiaia. Un giorno qui ti costerà caro! Quindi, mi dispiace ma non posso aiutarti. Sono troppo vecchia e cammino a fatica. Maledico il giorno che ho incontrato Alvin, è solo per colpa sua se sono qui e non vorrei che aiutandoti possa andare incontro a una punizione peggiore di questa".
      Erin rimase impietrito. La sua mente vagò nell'Oltre in cerca di una soluzione che non tardò ad arrivare.
      "E se ti aiutassi a riprendere la tua vecchia vita?".
      "Mi renderesti felice ma...", sospirò, "L'armonia nell'Universo verrebbe messa a rischio un'altra volta e la Regina delle Fate mi punirebbe di nuovo rimandandomi nell'Oltre. Io non voglio più tornarci. Dobbiamo trovare un modo per non compromettere l'equilibrio. Forse un modo c'è ma dobbiamo parlare con Saho l'Illuminato, il vecchio saggio che vive sul Monte della Conoscenza, ma per raggiungerlo dobbiamo far ritorno nel nostro mondo. E poi, dobbiamo convincerlo ad aiutarci ma questo non è un problema. Raccontano che Saho l'Illuminato ama essere compiaciuto della sua grandezza e del ruolo che svolge nel Regno degli Immaginari ed è un grande intenditore di vino. Quindi, una volta al suo cospetto dobbiamo adularlo e donargli del buon vino...", Ana sorrise e quel sorriso la colse impreparata. Dopo tanto tempo si sentiva viva.
      Gli occhi di Erin brillarono di gioia perchè si sentiva vicino al traguardo: "Il vino? Beh, non è un problema. A casa conservo una bottiglia di buon vino rosso che mi ha regalato Oscar. Durante il mio trascorso nel mondo degli umani ho imparato le loro usanze e ho apprezzato il loro cibo e le loro bevande. Il padre di Oscar possiede una cantina in cui conserva delle bottiglie di vino pregiato. Una notte, Oscar mi ci ha portato. La cantina era piccola ma era colma di bottiglie di vino. Suo padre viaggia molto e ama collezionare bottiglie di vino provenienti da ogni parte del mondo. È un buon intenditore! Quando Oscar era fuori con i suoi amici, passavo di lì per bere del vino e un giorno presi una bottiglia e la portai con me nel Regno degli Immaginari" le disse sorridente.
      "Ma dimmi come facciamo a lasciare l'Oltre? Chiunque è stato imprigionato qui non ha fatto più ritorno nel Regno degli Immaginari".
      "C'è un modo per tornare indietro, Ana".
      Lo guardò basita: "E come?"
      "Quando c'è la Luna piena, solo allora, il portale tra i due mondi si apre e possiamo attraversarlo. Se tardiamo, la porta si richiuderà e dovremo aspettare una nuova Luna piena per lasciare l'Oltre".
      "E tu come fai a saperlo?"
      "La fata Anita mi ha aiutato".
      "Anita, è sempre stata la preferita della Regina. Non mi stupisce che sia venuta a conoscenza di questo segreto ma sono preoccupata per lei. Quando la Regina scoprirà che sono fuggita dall'Oltre e che tu mi hai aiutato, capirà del coinvolgimento di Anita e per lei saranno guai".
      "No, se ci sbrighiamo. Dobbiamo raggiungere il Monte della Conoscenza prima che la Regina si svegli. E se le facciamo credere che tu sei morta non ti verrà a cercare e non saprà mai che Anita e io ti abbiamo aiutato a fuggire dall'Oltre".
      I due nuovi compagni di viaggio si avviarono verso il portale carichi di speranza.
      Prima dovevano inscenare la morte di Ana. Erin adagiò il lungo vestito nero di Ana sul letto di foglie grigie nella sua casetta di legno marcio e poi cosparse della cenere di fata contenute in un'ampolla che gli aveva dato Anita durante il loro ultimo incontro. "Tieni Erin, ti servirà. Sono ceneri di fata. Con queste simulerai la morte di Ana e potrete lasciare l'Oltre senza che qualcuno si insospettisca. La Regina crederà che Ana è morta e non vi punirà. Buona fortuna!" gli disse prima di schioccargli un bacio sulla guancia e volare via nel cielo.
       
      Giunti nel punto in cui era arrivato nell'Oltre, Erin e Ana attesero che la Luna sorgesse: lo stagno vicino al quale si era risvegliato avrebbe riflesso l'immagine della Luna e solo allora il portale si sarebbe aperto consentendone il passaggio.
      Attesero un tempo che sembrava infinito ma poi giunse il momento di andarsene. Prima di immergersi nello stagno, Ana si guardò intorno ma non provò alcuna nostalgia di quel posto solo un profondo senso di liberazione. L'attesa era finita: stava per riappropriarsi della sua vecchia vita e non vedeva l'ora di riabbracciare il suo mondo anche se non poteva più vivere alla luce del sole ma sotto falsa identità. L'istante in cui aveva varcato il portale capì che per lei non c'era più posto come Ana nel Regno delle Fate ma avrebbe riavuto la sua giovinezza e i suoi poteri. E gli bastava. Avrebbe trovato un piccolo posto dove vivere ed essere in armonia con la natura.
       
      Quando apparvero dall'altro lato, Ana si sentì rinascere. L'odore pungente era svanito. L'aria profumava di aromi e essenze. La Regina delle Fate dormiva nel suo letto di foglie e petali colorati. In silenzio, uscirono dal Castello delle Fate e si diressero al Monte della Conoscenza.
       
      Quando i primi raggi di sole illuminarono Fantasia, Ana e Erin erano giunti ai piedi del Monte della Conoscenza.
      Anche se stanchi, decisero di non fermarsi per recuperare le energie. Erano così impazienti di abbracciare il loro destino che avrebbero camminato per ore.
      Al tramonto, raggiunsero la cima della montagna tra il disappunto di Ana.
      "Se avessi i miei poteri sarebbe più semplice" disse corrucciata.
      "Ma ce la faremo comunque!" disse Erin visibilmente emozionato.
      Accanto a una piccola casetta si ergeva un grosso albero con un numero indefinito di rami. Ogni ramo aveva una ramificazione. Ogni ramificazione aveva altre ramificazioni e così all'infinito.
      Su ogni ramo c'erano dei fiori. Alcuni dovevano ancora sbocciare, altri erano appena fioriti. E altri ancora stavano appassendo.
      Uno strano essere con una lunga barba bianca con indosso un lungo saio era appisolato all'ombra del Grande Albero. Russava indisturbato.
      Un cucciolo di drago si esercitava nel volo sotto lo sguardo attento di mamma drago.
      Erin e Ana si avvicinarono lentamente ma il rumore delle foglie calpestate lo svegliarono di soprassalto: "Chi siete voi? E che ci fate sul Monte della Conoscenza? Nessuno vi ha detto che è un luogo sacro?".
      Mentre Erin rimase immobile, Ana si fece avanti e prese la parola: "Devi scusarci Saho l'Illuminato. Mi chiamo Anita mentre il mio amico è Erin. Abbiamo fatto un lungo viaggio per parlare con te. Tu sei l'unico che può aiutarci".
      Saho l'Illuminato si avvicinò ai due viaggiatori e li invitò a fermarsi per rinfocillarsi e riposarsi:
      "Sarete molto affamati e provati per il lungo cammino. Ne discuteremo dopo un buon pasto" disse arricciandosi la lunga barba con la mano.
      I tre si diressero verso una modesta dimora poco lontana dal grosso albero.
      Entrarono. Al centro dell'unica e piccola stanza c'era un tavolino di legno leggermente sollevato da terra e poggiava su un tappeto bianco con disegni ricamati a mano su cui si inginocchiarono i tre. Sul tavolo c'erano una bottiglia di vino rosso e bacche, funghi e foglie verdi. Mangiarono e bevvero a sazietà. Poi Saho l'Illuminato si alzò e rivolgendosi a Erin e Ana disse: "Adesso possiamo andare a discutere all'ombra del Grande Albero".
      E così fecero sotto lo sguardo spazientito di Erin. "Calma! Saho è l'unico che ci può aiutare!.
      Erin annuì senza dir nulla anche se la lunga attesa lo inquietava.
       
      All'ombra del Grande Albero, Saho l'Illuminato era seduto con le gambe incrociate e lo sguardo rivolto all'orizzonte: "Perchè siete qui, signori miei?".
      "Grande Saho tu sei l'unico che ci può tirare fuori dall'impiccio in cui ci troviamo. Ben sapendo del ruolo che svolgi all'interno della nostra comunità, non vogliamo rubarti altro tempo prezioso e arrivo al dunque. Il mio amico Erin ha un desiderio, diventare un bambino vero mentre io sommo Saho desidero tornare a essere quella che è la mia vera natura e riavere la mia vita. Io ero una fata ma un giorno per aver aiutato un amico sono stata esiliata nell'Oltre per espiare le mie colpe. Sapendo quanto tu sia generoso con il prossimo, ti chiediamo che i nostri desideri si realizzino. Saho l'Illuminato confidiamo nella tua generosità e nel tuo grande cuore. Abbiamo apprezzato la tua ospitalità e sappiamo quanto sei sensibile ai problemi altrui. Ti preghiamo di aiutarci. Ti offriamo questa bottiglia di buon vino per ringraziarti della tua pazienza".
      Erin estrasse dal suo sacco una bottiglia di vino rosso che si era procurato a casa di Oscar.
      Dopo aver ascoltato la loro richiesta, Saho l'illuminato distolse lo sguardo dall'orizzonte e li guardò negli occhi che brillavano alla luce del sole come stelle nel cielo notturno.
      "Miei cari..." riprese ad arricciarsi la sua barba, "Quello che mi chiedete è contro Natura. Io sono il custode della Vita e il mio compito è quello di preservare questo albero", lo indicò con lo sguardo, "Ogni fiore rappresenta una vita. I fiori sbocciati sono i bambini appena nati, quelli che stanno appassendo o che sono appassiti sono le persone che stanno invecchiando o che stanno morendo o che sono morte. Poi ci sono i fiori che devono ancora sbocciare. Essi rappresentano i bambini che devono ancora nascere o che c'è possibilità che nascano".
      Lo interruppe Erin: "Quindi non c'è nulla che puoi fare per noi...". Erin e Ana abbassarono lo sguardo e incominciarono a piangere.
      Quando Saho l'Illuminato vide i loro volti rigati di lacrime strappò da terra due foglie sempreverdi con le quali raccolse le lacrime di Erin e di Ana. Si alzò e con le lacrime di Erin bagnò un piccolo fiorellino su un ramo del Grande Albero che doveva ancora sbocciare. Pronunciò delle parole in una lingua incomprensibile. Il fiorellino fu irradiato da un raggio di sole.
      Poi estrasse da una radice del Grande Albero un po' di linfa, prese dalla sua tasca dei semi di girasole e mescolò il tutto con le lacrime di Ana. Pronunciò altre parole incomprensibili.
      Un secondo raggio di sole irradiò un secondo fiorellino che si apprestava a sbocciare. Erin e Ana lo guardarono basiti. Si alzarono e dopo aver salutato Saho l'Illuminato e ringraziato per la sua ospitalità ripresero la strada verso casa.
      Saho l'Illuminato li guardò scomparire dietro la linea dell'orizzonte prima di appisolarsi nuovamente ai piedi del Grande Albero.
       
      Sulla via di ritorno, Erin e Ana non proferirono parola. Delusi e amareggiati. L'atmosfera era surreale. I pensieri si accavallavano nella mente di Erin procurandogli una fastidiosa emicrania ed era la prima volta che gli succedeva.
      Ana era depressa: vedeva la sua vita spegnersi miserabilmente. Ogni speranza di ritrovarsi giovane e bella svanì dopo l'incontro con Saho l'Illuminato. "Adesso, che ne sarà di me? Dove andrò a vivere? Non ho un posto dove andare... sono vecchia e malata. Che ne sarà di me?".
      Erin le si avvicinò e le diede una pacca sulla spalla: "Non piangere Ana. Ti ospito nella mia casa...".
      "Ti ringrazio, Erin. Preferisco di no. Tu hai comunque la tua vita anche se non è quella che desideravi... io no. Troverò un posto dove guardare il tramonto in attesa del riposo eterno. Addio, Erin!".
      Le loro strade si divisero per sempre.
       
      Ana vagò fino a notte fonda con l'animo colmo di tristezza e rassegnazione: ormai consapevole del suo destino cercò un posto dove trascorrere gli ultimi istanti della sua vita.
      Mentre si trascinava a fatica attraverso una fitta vegetazione, aiutandosi con il bastone con la testa di serpente, suo fedele compagno di viaggio, la luna era da tempo alta nel cielo, decise di fermarsi in una piccola grotta. Si procurò delle foglie con le quali costruì un piccolo e soffice letto. Poi si coricò per dormire.
       
      Erin rientrò a casa stanco e affamato per il lungo viaggio.
      Mangiò bacche e foglie per soddisfare il suo stomaco che brontolava accompagnando la cena con del buon vino rosso. Ne tracannò fino ad addormentarsi ubriaco.
      La fata Anita passò da casa di Erin per salutarlo ma quando vide che dormiva volò via per non disturbarlo.
       
      Al mattino, un piccolo uccellino con il becco maculato si posò sul davanzale della finestra. Canticchiò poche note per poi riprendere a volare tra le nuvole descrivendo archi nel cielo.
      Erin si svegliò intorpidito. Si alzò dal letto e si avvicinò ancora addormentato alla finestra. Scostò le tende rosse e guardò fuori. Sgranò gli occhi per lo stupore.
      Si voltò verso il suo letto e osservò la sua stanza in silenzio. Poi cercò uno specchio: "Non ci posso credere!" tuonò radioso in volto.
      Poi uscì nel cortile di casa, di corsa.
      "Ma dove corrì, Erin?".
      "Mamma... vado a giocare da Oscar!" le rispose euforico.
      Un vento leggero soffiò all'interno della grotta mettendo a soqquadro il letto di foglie e spargendo per terra un mucchietto di ceneri.
      Un raggio di sole illuminò l'entrata della grotta: un fiore vicino all'ingresso prese a sbocciare e quando i suoi petali si aprirono, un piccolo essere alato saltò fuori e spiccò il volo lasciando dietro di se una scia luminosa.
      Danzò lieve nell'aria prima di scomparire oltre l'orizzonte.
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       

    • A volte nella vita si fanno scelte che nessuno considera di fare.
      Per Ivan Barth era stato così. Il suo amore non corrisposto era precipitato giù dalla reggia del re a Parigi nel corso di un lussuoso ricevimento. Il re nonostante nutrisse un’elevata stima nel cavaliere fu obbligato ad allontanarlo dal regno. Costretto, in segreto, entrò nell’ordine dei Templari.
      Nel suo ultimo viaggio sulla Salvetrella una donna di nome Aria, d'estrema bellezza e d'altrettanto coraggio scoperta la sua appartenenza all’ordine monastico-cavalleresco l’accusa di aver fatto parte dell’attacco al suo villaggio costato la morte al fratello e ad altri abitanti. L’uomo scende dal veliero per dirigersi a Parigi, sotto richiesta scritta dell’ordine, con il fido Bartolomeo, scudiero e fedele amico del templare. Stessa direzione della giovane donna che decide di affrontare il viaggio con lui sperando nella possibilità di ucciderlo per appagare parte della sua vendetta.scrivere la tua storia...

    • È una fredda mattina di metà gennaio del 1957 quando tre rapinatori, trench grigio, volto coperto da fazzoletti e pistole in pugno, irrompono nella filiale della Banca di Credito Lombardo di Corsico, un paesino dell’hinterland milanese. In quel momento la banca è in piena attività: commercianti, artigiani, allevatori di bestiame, sono in fila chi per versare e chi per pagare qualche tratta o ritirare dei contanti. La banca fino a quel momento non è stata mai rapinata, di conseguenza le misure di sicurezza sono pressoché inesistenti. Ciò dà modo ai tre banditi, dopo avere urlato il classico «Fermi tutti, questa una rapina», di agire indisturbati sfruttando il fattore sorpresa. L’azione dura poco più di un minuto.
      Uno dei banditi, il più piccolo di statura dei tre ma anche il più agile, salta il bancone e si presenta al cospetto del cassiere, Fulvio Annibali, un giovane impiegato fresco di diploma di ragioneria, al suo primo giorno di lavoro.
      «I soldi,» intima il bandito.                                                                                 
      Annibali, braccia alzate, indica con il mento il cassetto aperto dello sportello.
      Il bandito arraffa mazzi di banconote da dieci e cinquemila, l’infila in un sacco di iuta che estrae dalla tasca del trench, ringrazia il cassiere e con un altro agile salto raggiunge i complici.
      «Possiamo andare.»
      «Hai preso tutto?» gli chiede uno dei due complici.
      Il rapinatore annuisce.
      Il terzetto guadagna velocemente la porta d’ingresso. Il tutto è durato non più di un minuto e mezzo.
      Usciti dalla banca e saliti in auto, Ettore Morigi, 24 anni, Aldo Pozzi, 26 anni, e Benito Sereni l’autista, 30 anni, raggiungono un casolare apparentemente abbandonato poco fuori il paesino di Cornaredo, di cui possiedono le chiavi e dividono il bottino che ammonta a quattro milioni di lire e spicci. Ettore il leader della “batteria” fa le ultime raccomandazioni e cioè: stare in campana e volare bassi.
      Abbandonata la Fiat 1100, servita per la fuga, Ettore e Aldo tornano a Milano su un’Alfa Romeo pulita, mentre Benito monta su una moto Guzzi, nascosta come l’Alfa nel fienile del casolare. 
       
      A condurre le indagini sulla rapina è il commissario Mario Nardi, 35 anni.
      Nardi è un molisano duro e testardo: un vero segugio che vanta già numerosi successi al suo attivo. Commentando l’accaduto con l’agente Vito Scalise, 28 anni, praticamente la sua ombra, si dice convinto che: «… Andrà sempre peggio». L’analisi di Nardi è azzeccata. In quegli anni il paese è in piena espansione economica. Milano e le sue fabbriche sono diventate ben presto il simbolo del benessere e della ricchezza, segno tangibile del «miracolo» italiano.  Ma non sono tutte rose e fiori: la criminalità dilaga, mettendo in evidenza l’impotenza delle forze dell’ordine di fronte a bande e delinquenti di ogni risma. Anche questi ultimi, infatti, pretendono la loro fetta di torta e per averla sono disposti a tutto. Nell’ultimo anno, ciò ha comportato una recrudescenza dell’attività criminale e un esponenziale aumento dei reati, in special modo furti e rapine a mano armata. I due investigatori cominciano a setacciare i quartieri e i ritrovi abituali della “Ligera”, la mala milanese. Incontrano numerosi informatori, ma inizialmente non approdano a nulla.
       
      Negli stessi giorni, una famiglia di siciliani sbarca a Milano con la speranza di cambiare vita e sfuggire a un futuro di fame e miseria. La famiglia Scotto arriva da un paesino adagiato alle falde dell’Etna. Gli Scotto, Vincenzo, 50 anni, e Rosalia, 45 anni,  hanno tre figli: due maschi, Tanino, 25 anni, Carmelo, 21 anni, e una femmina, Agata 18 anni. Giunti nella metropoli lombarda, tramite un parente trovano alloggio in una casa di ringhiera di un quartiere popolare.
       
      Intanto, mentre Nardi e Scalise continuano a indagare per scoprire i responsabili della rapina di Corsico, Ettore e la sua banda, dimentichi della necessità di “volare basso”, dopo aver dilapidato il ricavato della stessa tra bei vestiti, donne, bische e locali notturni, decidono di «…rifare il pieno di grana» prendendo di mira una gioielleria del centro. Verso l’ora della chiusura serale, i tre si avvicinano alle vetrine del negozio e mentre Benito, che sotto l’impermeabile ha un mitra pronto a tenere a bada eventuali passanti impiccioni, fa da palo, Ettore e Aldo armati di “mazzuolo” spaccano le vetrine arraffando tutto ciò che vi si trova esposto. L’azione è fulminea e chirurgica. Compiuto il colpo i tre malviventi fuggono a bordo dell’auto lasciata con gli sportelli aperti e il motore acceso davanti alla gioielleria. Dopodiché si recano da un vecchio ricettatore, già noto alle forze dell’ordine, a cui lasciano i preziosi rubati che l’uomo avrà l’incarico di piazzare. Prima d’andare via, però, Ettore si avvicina al mucchio di gioielli trafugati e arraffa un filo di perle.
       
      Quando in Questura giunge la notizia della “spaccata”, Nardi è nel suo ufficio a colloquio con il dottor Armando Ravazzini, capo della Squadra Mobile. L’alto funzionario ha un diavolo per capello. Da Roma il Ministro degli Interni preme affinché si ponga fine alla spirale di crimini che rischia di trasformare Milano in una città di frontiera. Ravazzini parla chiaro: se ci rimetterà il posto, anche Nardi lo seguirà. Il commissario recepisce il messaggio e rassicura il proprio superiore che quanto prima gli porterà dei risultati.
       
      È sera e siamo in un night club dalle parti di Brera. Il locale è affollato da un’eterogenea clientela formata da industrialotti, professionisti, belle donne e malavitosi. Oltre a Ettore e ai suoi complici che già conosciamo, facciamo la conoscenza di altri tre giovani delinquenti: Giorgio Grelli, 30 anni, Teodoro Adelfi, 25 anni e Maurizio Schiavi 28 anni che siedono nello stesso tavolo di Ettore e dei suoi accoliti.  Sul palco, avvolta da una spessa nuvola di fumo di sigarette, la spogliarellista Sophie Lagrange, una conturbante francese di 28 anni, conclude il proprio numero tra una selva di applausi. Rientrata in camerino, la donna si piazza davanti allo specchio per struccarsi quando, d’un tratto, alle spalle appare Ettore che, sorridente, le mette al collo il filo di perle. I due si baciano, poi vanno via insieme. Dopo la cena, consumata in uno dei tanti ristoranti aperti del centro, Ettore e Sophie vanno a casa della donna e fanno l’amore.
       
      Negli stessi istanti, Nardi e Scalise stanno “torchiando” pesantemente Gianni Sturla, 45 anni, un ladro d’auto beccato mentre forzava lo sportello di una fuoriserie americana. Il topo d’auto, vecchia conoscenza di Nardi, è uno che sa molte cose anche se si ostina a tenere la bocca chiusa. Quando Nardi capisce che con i ceffoni non otterrà nulla gli propone un accordo.  Sturla ci pensa e alla fine, pur di evitare il carcere, accetta e svela al poliziotto ciò che ha sentito in giro e cioè che a fare la rapina di Corsico sono stati Ettore Morigi e la sua banda. Il commissario gli chiede anche dell’assalto alla gioielleria, ma di quello, Sturla dice di non sapere nulla. Non è molto, ma per Nardi è un buon punto di partenza. Anche se dalla sua ha solo la “soffiata” del ladro d’auto cercherà di farsela bastare per trovare le prove sufficienti atte a incriminare Ettore e i suoi compari.
       
      Intanto, per la famiglia Scotto, i primi giorni del loro soggiorno milanese si rivelano durissimi. A parte il freddo a cui non sono abituati, né Vincenzo Scotto, il capofamiglia, tantomeno i figli, hanno ancora trovato un lavoro. I pochi soldi stanno per finire, ma Vincenzo è fiducioso: l’indomani ha un appuntamento con un compaesano che arruola manovali per i tanti cantieri sparsi nell’hinterland. Tanino e Carmelo si guardano perplessi. Non era ciò che speravano venendo a Milano, ma al momento sono costretti ad abbozzare e a non contraddire il padre, uomo di poche parole ma di mano svelta e pesante.
       
      Alcuni giorni dopo avere ricevuto la “soffiata”, Nardi va a trovare Ettore nel bar frequentato dal giovane malavitoso. Lo becca mentre sta giocando a biliardo. Da come interagiscono, intuiamo che i due si conoscono da tempo. Al termine del colloquio, Nardi invita Ettore a seguirlo negli uffici della Questura di via Fatebenefratelli. Ettore ci va convinto che si tratterà solo di una perdita di tempo ma non gl’importa, tanto: lui di tempo ne ha da vendere. Ma al termine di un pressante interrogatorio, Nardi contesta al giovane la partecipazione alla rapina di Corsico. Ettore non fa una grinza: ha un alibi a prova di bomba. Mentre qualcuno rapinava la banca lui era tra le braccia della sua amante Sophie Lagrange  che potrà confermare tutto. Nardi però non gli crede e lo arresta, spedendolo a San Vittore. Qualche ora dopo anche Aldo e Benito vengono arrestati e portati in galera.
       
      Una settimana dopo l’arresto, una mattina, durante l’ora d’aria, Ettore viene a sapere da un altro detenuto che è stato Sturla a fare la “cantata” a Nardi. Ettore e i suoi amici meditano vendetta. Intanto che pensano a come punire la spia, all’infermeria del carcere Ettore conosce un uomo che tutti chiamano, il “dottore”.
      Alberto Donatis, 60 anni, è dentro per truffa: ex dirigente bancario, l’uomo aveva spacciato falsi titoli di Stato alcuni dei quali erano finiti nelle casse della Curia milanese. Con il ricavato della truffa si era trasferito a Nizza insieme alla sua amante, una bella tedesca di 30 anni. Arrestato ed estradato in Italia, dopo il processo era finito a San Vittore. Ma a giorni Donatis uscirà avendo scontato i 5 anni inflittigli dal Tribunale. Ettore e Alberto simpatizzano e decidono di lavorare insieme. Si rivedranno fuori. L’uomo ha in mente un colpo che sistemerebbe sia lui che Ettore a vita ma gliene parlerà non appena si rivedranno da uomini liberi. Ettore accetta.
       
      Intanto, per la famiglia Scotto le cose non si mettono bene: solo Vincenzo ha trovato lavoro. Ciò costringe Tanino e Carmelo ad arrangiarsi con lavoretti di fortuna. Sempre tramite un compaesano, i due fratelli vanno a lavorare ai mercati generali. Ma il lavoro è massacrante. Tanino e Carmelo sono giovani e vogliono altro; non sono venuti a Milano per fare gli schiavi: allora sarebbe stato meglio restare al paese. In breve mollano il lavoro e cominciano a trascorrere le giornate bighellonando per Milano o oziando al bar del quartiere dove entrano in contatto con un paio di ladri che li convincono che il modo migliore per fare i soldi sia quello di andare a rubare. Ed è ciò che i due fratelli siciliani cominciano a fare.
       
      Una sera, nei pressi del Teatro della Scala, Tanino e Carmelo rubano un’auto di grossa cilindrata. Ma vengono scoperti dal proprietario del mezzo che si aggrappa allo sportello e viene trascinato per un centinaio di metri. Scatta l’allarme. L’auto viene intercettata nei pressi di piazzale Lotto dall’auto civetta della polizia dentro cui ci sono Nardi e Scalise. Inizia uno spettacolare inseguimento per le vie di Milano. Tanino si dimostra un asso del volante ma non può niente contro Scalise che alla fine lo raggiunge a viale Monza e lo sperona costringendolo a fermarsi. I due fratelli vengono arrestati e portati a San Vittore.
      Nel carcere milanese fanno la conoscenza di Ettore, già al corrente della loro bravata. Tra Ettore e Tanino l’intesa è immediata.
       
      Trascorre ancora qualche settimana. Ai primi di marzo, dopo aver verificato i loro alibi, il giudice istruttore è costretto a scarcerare Ettore, Aldo e Benito. Una volta fuori, Ettore si reca insieme a Sophie in un paesino della Valtellina dove vive il figlio della donna Armand, 8 anni. Il bambino, che Sophie ha affidato a una famiglia di brava gente, soffre di una grave cardiopatia congenita. Per salvarlo e garantirgli un futuro sereno andrebbe portato negli Stati Uniti e sottoposto a una delicata operazione chirurgica. Ma per fare ciò servono molti soldi.  Alla vista del bambino a cui è molto affezionato, Ettore rinnova la promessa fatta a suo tempo a Sophie: in un modo o nell’altro troverà i soldi per fare operare il figlio.
       
      A fine marzo del 1957 anche Tanino e Carmelo escono in libertà provvisoria. I due fratelli sono incensurati e ciò convince il giudice a dar loro un’altra possibilità. Tornati a casa, però, Vincenzo impone ai figli un ultimatum: o mettono la testa a posto o li sbatterà fuori. Tanino non accetta l’imposizione paterna, raduna la sua roba e va via. Carmelo non lo segue.
       
      Una sera Tanino va a cercare Ettore al night club in cui si esibisce Sophie. Ettore è contento di vederlo, gli presenta un po’ di amici, gli offre da bere e gli chiede quali siano i suoi progetti. Tanino gli svela di essere disposto a tutto pur di vivere a modo suo. Mentre bevono, i due sono avvicinati da un uomo sulla cinquantina e da una bella ragazza. Sono Leo Capriotti e Monica Biavati, 25 anni. L’uomo è il proprietario della gioielleria in cui è stata fatta la “spaccata”; la ragazza è la sua amante nonché amica di Sophie. Mentre Leo e Ettore si appartano per parlare d’affari,  Tanino e Monica si guardano e si sorridono. Dai discorsi che Leo fa a Ettore capiamo che l’uomo non ha ancora intascato i soldi dell’assicurazione ed è praticamente sul lastrico. Ultimamente le carte non sono state benevole con lui: insomma batte cassa. Ettore gli chiede di avere pazienza; non appena tutti i gioielli saranno piazzati avrà la sua parte. Quando Leo e la ragazza vanno via, Ettore chiede a Tanino se Monica gli piace. Tanino annuisce. Ettore gli batte una mano sulla spalla: «Se riesci a prendertela è tua».   
       
      Intanto per il commissario Nardi arriva una bella notizia: Giuliana, 30 anni, la moglie è incinta del secondo figlio.
       
      Negli stessi giorni anche nella famiglia Scotto si registrano delle importanti novità: Carmelo Scotto, dopo l’esperienza carceraria decide di cambiare vita andando a lavorare con il padre che è riuscito a farlo prendere nello stesso cantiere in cui lavora. Anche Agata, la sorella, ha trovato lavoro come apprendista sarta in un atelier del centro.
       
      In quel periodo l’attività della banda guidata da Ettore non conosce soste. Al gruppo originario si associa anche Tanino. Una mattina i quattro, armati e mascherati, irrompono al macello comunale durante il giorno di paga razziando gli stipendi dei dipendenti. Poi fuggono a bordo della Giulia guidata da Tanino.
       
      In Questura, funzionari e agenti sono sull’orlo di una crisi di nervi. Tutti, a cominciare da Nardi, si rendono conto che la situazione rischia di sfuggire di mano. Forse, ipotizzano, i vecchi metodi d’indagine sono ormai obsoleti: per combattere la nuova criminalità è necessario fare uno scatto mentale supplementare e mettere momentaneamente da parte le regole. Nardi è convinto che a compiere la rapina sia stato Ettore Morigi e la sua banda, ma come sempre dovrà dimostrarlo.
       
      Mentre Nardi si arrovella il cervello per trovare il modo migliore per inchiodarlo, Ettore parte per la Svizzera insieme a  Sophie e al piccolo Armand. I tre hanno appuntamento con un noto cardiologo per un consulto medico.  Alla fine della visita la diagnosi è sempre la stessa: Armand andrebbe operato al più presto. Solo l’intervento chirurgico potrà dare a bambino qualche chance di salvezza.
       
      Giunge l’estate. Il commissario Nardi accompagna la moglie e la figlia Eleonora, 5 anni, in montagna per le vacanze, poi torna a Milano nonostante è al corrente che anche i banditi se ne sono andati in ferie. Da alcuni informatori viene a sapere che Ettore è a Riccione con Sophie. Accompagnato da Scalise parte per la nota località balneare. Dopo aver scovato l’albergo nel quale alloggia Ettore, i due poliziotti cominciano a pedinarlo discretamente confondendosi tra la folla dei turisti. Ignaro di essere seguito, Ettore e Sophie si godono la vacanza frequentando i migliori ristoranti e locali notturni. 
      Ed è proprio in uno di questi locali, che una notte i due poliziotti vedono Ettore e Sophie in compagnia di Tanino e di una ragazza che non conoscono: è Monica, l’amante di Capriotti. Nardi riconosce il giovane catanese. Al poliziotto basta poco per capire che Tanino ormai fa parte della banda. Dopo un paio di giorni Nardi e Scalise tornano a Milano.
       
      A fine agosto di quell’anno Ettore e Sophie rientrano a Milano. Nello stesso periodo anche Leo Capriotti, il gioielliere, torna in città dalla Liguria insieme alla propria famiglia. L’uomo, sempre più affogato nei debiti, ancora non sa che Tanino gli ha soffiato l’amante. S’incontra con Ettore e gli dà la dritta per rapinare un rappresentante di preziosi. È il colpo che Ettore aspettava per riempirsi nuovamente le tasche di soldi.
       
      Un paio di giorni dopo, Ettore, Tanino, Aldo e Benito fanno un sopralluogo per verificare la fattibilità della rapina. Il rappresentante esce ogni mattina da casa in compagnia di un ex carabiniere che gli fa guardia del corpo. Poi, i due salgono a bordo dell’Alfa 1900 del rappresentante e iniziano il loro giro.
      La notte stessa Ettore e Tanino rubano un’auto.
      Tutto è pronto per il colpo.
      Quando il rappresentante esce dal portone di casa insieme al suo guardaspalle, Ettore e Aldo colpiscono proprio quest’ultimo con una sbarra di ferro alla testa. Neutralizzato l’ex carabiniere, che stramazza al suolo, i banditi aggrediscono il rappresentante di preziosi e gli strappano le due valigie che l’uomo ha in mano, quindi fuggono a bordo di un’auto guidata da Tanino. Raggiunto il  covo – un appartamento alla periferia sud della città – aprono le valigie: dentro ci sono almeno venti chili d’oro lavorato.
       
      La sera stessa, Ettore si vede con Capriotti in pieno centro. Il gioielliere-basista sale sull’auto del bandito che ben presto scompare nel traffico. Giunti in un luogo sicuro, Ettore consegna a Capriotti la sua parte.
       
      Interrogando il rappresentante rapinato, Nardi scopre quel giorno l’uomo avrebbe dovuto recarsi alla gioielleria Capriotti. Nardi fa due più due e comincia a sospettare dell’uomo. Lo fa pedinare scoprendo ben presto le sue cattive frequentazioni a cominciare proprio da quella con Ettore Morigi. Nardi è convinto che sia proprio quest’ultimo il responsabile della rapina ai danni del rappresentante di preziosi. Spreme alcuni informatori che indirettamente confermano la sua convinzione. Arresta nuovamente Ettore ma, dopo una settimana, i giudici sono costretti a scarcerarlo per assoluta mancanza di prove.
       
      Non appena esce dal carcere, Ettore, convinto che anche stavolta la sua carcerazione sia la conseguenza della lingua lunga di Sturla, lo cerca per tutta Milano e finalmente scopre il nascondiglio dell’infame. Comincia a fargli le poste fino a che una sera, mentre è insieme a Tanino non lo vede uscire furtivamente dal portone del palazzo in cui ha trovato rifugio. Scende dall’auto, lo segue, lo chiama e quando il ladruncolo si volta gli spara ferendolo più volte alle gambe. Nel giro della mala, la gambizzazione di Sturla provoca scalpore e paura. I confidenti capiscono che da quel momento sarà molto rischioso aprire la bocca.
       
      In quegli stessi giorni anche Capriotti scopre il tradimento perpetrato alle sue spalle da Monica, che nonostante sia diventata la donna di Tanino continua a frequentare il gioielliere per spremerlo più di quanto abbia fatto fino a quel momento. Nel corso di una drammatica lite, l’uomo picchia la ragazza, gonfiandola tutta. Non appena Tonino lo scopre  vorrebbe vendicarsi ma Ettore glielo vieta: mai mischiare gli affari con la vita privata. Ci parlerà lui con Capriotti e lo farà ragionare imponendogli di troncare definitivamente con la ragazza.
       
      Intanto Natale è alle porte. Ettore e compagni sono rimasti senza il becco di un quattrino, come sempre spesi a fare la bella vita, tra donne, locali, ippodromi e bische. Urge mettere a segno un altro colpo. Ma stavolta il “grisbi” che sogna Ettore non è come quelli fatti fino a quel momento. Anche se non gli è chiaro ancora l’obiettivo, il ragazzo ha in mente un’impresa in grado di sistemarlo per un bel pezzo, come quella paventatagli da Donatis a San Vittore. Inoltre ha un debito d’onore che deve estinguere e cioè trovare i soldi necessari per fare operare negli Stati Uniti il figlio della propria amante. Ettore cerca il “Dottore” ma non riesce a trovarlo.
       
      Una sera, però, la fortuna gli dà una mano. Mentre è con gli amici all’interno di una bisca clandestina, intento a perdere gli ultimi soldi rimastigli, incontra proprio Alberto Donatis. Dopo i saluti e un bicchiere per ricordare i vecchi tempi del carcere, Ettore rammenta all’uomo la promessa fattagli. Donatis è di parola e gli propone un colpo che studia da un paio d’anni e che ha preparato in ogni minimo dettaglio. Si tratta di assaltare e rapinare il furgone portavalori della Banca Popolare di Milano che ogni tre settimane fa il giro delle agenzie per rifornirle di denaro liquido. Ettore, entusiasta, dà subito la propria disponibilità. Ne parla con i suoi e poi dal momento che il piano di Donatis prevede almeno la partecipazione di sette elementi, ingaggia anche Giorgio Grelli, Teodoro Adelfi e Maurizio Schiavi che non vedono l’ora di lavorare con lui. Il giorno seguente, il gruppo si riunisce in un garage con Donatis che espone il suo particolareggiatissimo piano.
       
      Nardi, va a trovare Sturla in ospedale e lo sprona a dirgli il nome di colui che l’ha gambizzato, ma stavolta il ladruncolo non fiata visibilmente terrorizzato. Nardi è deluso e frustrato per quella che ha tutte le sembianze di una lotta contro i mulini a vento. L’agente Scalise cerca di tirarlo su convinto com’è che prima o poi riusciranno a sbattere in galera per molto tempo Ettore Morigi e i suoi complici.
       
      Ettore e Sophie trascorrono le feste di Natale con Armand. Spesso ai tre si aggiungono Tanino e Monica. Ettore tranquillizza l’amante: tra non molto avrà i soldi per fare operare il bambino. Anche se non è suo figlio, Ettore prova per Armand un sincero affetto e in occasione del Natale lo riempie di regali.
       
      Intanto, per il commissario Nardi, che è diventato da poco padre per la seconda volta, grazie al bellissimo bambino partorito dalla moglie, si prospetta un Natale di lavoro. Sono troppi, infatti, i casi ancora irrisolti. Ciò lo costringe a disertare il pranzo con i parenti giunti appositamente dal sud Italia. Giuliana è delusa, ma Nardi la supplica di capirlo.
       
      Anche per Tanino, il pranzo di Natale risulta oltremodo indigesto. Convinto dal fratello Carmelo, il ragazzo si presenta a casa in compagnia di Monica, ma l’accoglienza che ottiene da parte del padre è fredda e scortese. Tra quella famiglia di siciliani e Monica, milanese, bionda, procace e truccatissima, la distanza è abissale.  Dopo un duro scontro con il padre, Tanino afferra la ragazza e va via, nonostante la madre e i fratelli lo implorino di restare.
       
      Ai primi di gennaio del 1958, Ettore e i suoi complici iniziano i sopralluoghi. Osservano l’itinerario del furgone blindato e registrano i tempi che il mezzo impiega per consegnare i soldi alle varie agenzie sparse per la città. I banditi notano che a bordo di ogni furgone, oltre all’autista ci sono un poliziotto armato di mitra e un funzionario di banca anch’egli armato. Ettore non se ne preoccupa; non saranno certo quei due a fermarli.
       
      Col passare dei giorni il piano lentamente prende forma. Si decide di bloccare e assaltare il furgone portavalori in via Osoppo, all’angolo con via Caccialepori. Via Osoppo è una strada a doppia carreggiata, con uno spartitraffico centrale sterrato e a tratti erboso. Per il colpo la banda necessita di quattro mezzi: un camion, un camioncino, un’auto per bloccare la strada e una per scappare. Ettore assegna i compiti, poi nei giorni che seguono, accompagnato da Tanino, acquista un appartamento con garage doppio nei pressi di via Osoppo.
      Si sceglie la data per il colpo: il 27 febbraio.
       
      Alcuni giorni prima i banditi rubano i mezzi ai quali vengono subito sostituite le targhe. Mentre fervono i preparativi, una mattina Aldo Pozzi incontra casualmente in un bar, Omero Reglini, 45 anni, un vecchio amico. Omero gli propone un affare: ha per le mani un carico di stoffe e vestiti rubati. Aldo ne parla a Ettore. I due incontrano il ladro a casa del primo.  Oltre alle stoffe, Omero ha rubato uno stock di tute blu da meccanico. Ettore le osserva con interesse. Poi compra tutto lo stock. Quando Omero va via rivela a Aldo che quelle tute le indosseranno per assaltare il furgone. Sulla carta l’idea appare geniale e servirà a confondere gli eventuali testimoni.
       
      Intanto Capriotti, ferito nell’orgoglio per la perdita dell’amante medita vendetta. Sa del colpo che Ettore sta per compiere, ma quando chiede conferma al vecchio complice, quest’ultimo nega con decisione. Per Ettore, ormai, Capriotti è inaffidabile, sommerso com’è dai debiti e dall’uso smodato di alcol che il gioielliere fa ogni sera, da quando Monica lo ha mollato preferendogli il giovane e rampante malavitoso siciliano. Esacerbato dal rancore e dalla rabbia, una mattina Capriotti afferra il telefono e chiama il commissario Nardi, ma quando il poliziotto alza la cornetta per rispondere, chiude la comunicazione.
       
      È la mattina di giovedì 27 febbraio del 1958. Sono le ore 8 e 55 e fa un freddo cane. Così come stabilito nel piano, Ettore e i suoi complici, in tuta blu, e armati fino ai denti con mitra, pistole e bombe a mano, sono già tutti ai loro posti. Ettore è alla guida del camion che, secondo il piano, dovrà speronare il furgone portavalori; Tanino è sull’auto che servirà per la fuga; Aldo è a terra a controllare che tutto vada per il verso giusto; Benito e Giorgio, a pochi metri da Aldo, sono all’interno della cabina del Leoncino OM su cui verranno caricati i sacchi piedi di soldi; Teodoro è al volante dell’altra vettura che, dopo lo speronamento del furgone portavalori, avrà il compito di bloccare la strada, mentre Maurizio, l’ultimo dei “magnifici sette” è anch’egli sulla strada, in prossimità dell’auto di Tanino.
      I minuti scorrono lenti. La tensione è altissima. Ciò però non impedisce ad Aldo di lasciare il proprio posto, entrare in una salumeria poco distante e comprarsi due panini imbottiti di taleggio.
       
      Alle 9 e 15 il furgone portavalori della Banca Popolare di Milano, sbuca in via Osoppo. Ettore, che già da qualche minuto aveva acceso il motore del camion per farlo scaldare, non appena vede il furgone gli si lancia contro prendendolo in pieno. Il botto è assordante. L’autista e il poliziotto che gli siede accanto con il mitra sulle gambe sono presi alla sprovvista e vanno a sbattere contro il parabrezza.
      Dal momento dell’impatto tutto si compie in una manciata di minuti.
      Mentre Ettore, con il volto celato da un passamontagna come tutti i componenti del commando, salta giù dal camion e pistola in pugno s’avvicina al furgone dal lato del guidatore, con un colpo di martello Maurizio spacca il finestrino, apre la portiera e disarma il poliziotto che fa finta di essere svenuto.
      Aperto il portellone posteriore, Ettore, Maurizio, Aldo e Benito, neutralizzano il funzionario di banca e cominciano a scaricare i sacchi contenenti soldi e titoli. Mentre i sacchi vengono caricati sul pianale coperto da un telone del Leoncino, Teodoro scende dall’auto per dare una mano ai compagni, ma nel farlo si scorda di scollegare i fili dell’accensione. L’auto che aveva la marcia ingranata si rimette misteriosamente in moto, e dopo aver attraversato la carreggiata di via Osoppo e superato lo spartitraffico sterrato, va a schiantarsi contro il muro di un palazzo provocando un fragore che richiama l’attenzione di molti inquilini dei palazzi circostanti. Tante finestre si aprono e non sono pochi coloro che capiscono al volo ciò che sta accadendo.
      Un uomo lancia dei vasi di fiori dal quinto piano all’indirizzo dei banditi, una donna li insulta mentre un terzo uomo si attacca al telefono e chiama la Questura. Ma ormai il trasbordo dei sacchi è completato. Il tutto senza sparare un colpo. Anzi, no, una raffica di mitra è stata sparata per dissuadere un giovane che si era affacciato alle finestra con in mano una macchina fotografica, ma è stata sparata con la bocca «Tatatatatatatata…»,  da Aldo e cioè dallo stesso bandito che, qualche minuto prima dell’assalto al furgone portavalori, era entrato in una salumeria e aveva chiesto un paio di panini con il taleggio.
       
      Il camioncino parte, mentre Ettore e i suoi complici si stipano dentro l’auto guidata da Tanino che sgomma scomparendo in pochi istanti. Subito i banditi si liberano della tuta e del passamontagna che ripongono in una borsa della spesa. Giunti a qualche chilometro dal luogo della rapina, l’auto si ferma. I banditi, scendono; salgono su altre due auto e prendono direzioni opposte dandosi appuntamento per il pomeriggio nell’appartamento comprato qualche tempo prima e usato come base operativa.
       
      Intanto, su via Osoppo, si sono riversate decine di poliziotti, carabinieri, giornalisti e fotografi. Senza contare la gente del quartiere che commenta la rapina e fornisce alle forze dell’ordine una gamma variegata di versioni.
      Anche Nardi e sul posto.
      Analizzando l’accaduto con l’agente Scalise, il commissario si dice certo che l’assalto al furgone portavalori sia opera di gente di alto spessore criminale probabilmente venuta da fuori. A parte Nardi, anche il capo della mobile Ravazzini e il colonnello dei carabinieri Paolucci, propendono per questa tesi. A loro avviso, nessuno in quel momento tra i malviventi milanesi è in grado di progettare e portare a compimento una rapina di quelle dimensioni in una manciata di minuti e senza sparare un colpo. Nell’analisi degli inquirenti emerge una sotterranea ammirazione per l’altissimo grado di capacità operativa mostrata dai delinquenti. Ciò significa che sarà molto difficile beccarli. 
       
      Mentre gli investigatori cercano di individuare il bandolo della matassa da cui poter far partire l’indagine, Ettore e Tanino continuano ad allontanarsi il più possibile dalla zona della rapina. I due hanno un compito da assolvere:  liberarsi delle tute e dei passamontagna. Costeggiando le acque del fiume Olona, Ettore ha un’idea. Chiede a Tanino di fermarsi. Scende dall’auto, riempie di pietre la borsa contenente le tute e i passamontagna e la getta nel fiume. Poi non appena la borsa zavorrata affonda risale sul mezzo.
       
      Nel pomeriggio, come convenuto, i sette uomini d’oro si ritrovano nel loro covo, aprono i sacchi e contano soldi. Alla fine, escludendo gli assegni e i titoli inesigibili, a ognuno di loro, compreso Donatis, spetta una quota di 15 milioni di lire. Un’enormità per quel tempo. Come sempre, Ettore raccomanda agli amici di andarci cauti e di non cominciare a spendere e spandere per non insospettire gli inquirenti.
       
      A sera, Teodoro e Benito restituiscono le armi all’uomo da cui le avevano noleggiate, quindi si liberano del camion, dei sacchi con il marchio della banca e per ultimo del mitra sottratto all’agente. I due malviventi gettano quattro sacchi in un prato in zona Lorenteggio e i rimanenti in un canale in via Giordani, al Giambellino, nelle acque del Naviglio. Per ultimo abbandonano il camioncino in aperta campagna.
       
      La polizia, intanto, continua a brancolare nel buio. Da Roma, oltre alle pressanti sollecitazioni del Ministro degli Interni che chiede di “fare presto”,  arrivano gli ispettori, mandati proprio da quest’ultimo, insieme a una pattuglia di agenti dell’Interpool. Inoltre, da ogni parte d’Italia, affluiscono verso Milano centinaia di poliziotti incaricati di dare la caccia ai banditi. Per ospitare i quasi cinquemila agenti fatti convogliare sul capoluogo lombardo è necessario utilizzare alcune scuole e caserme dell’esercito.
       
      Nel corso di un’affollata e nervosa conferenza stampa, il Questore di Milano conferma che il bottino della rapina si aggira attorno ai 615 milioni di lire, ma solo 120 milioni sono in contanti. Un funzionario dell’Interpool sottolinea l’incredibile somiglianza tra le modalità operative utilizzate dai banditi di via Osoppo e quelle usate dai criminali degli Stati Uniti per assalti dello stesso genere.
       
      Le indagini vanno avanti a ritmo serrato. Nardi e Scalise, così come molti altri colleghi, in pratica dormono in ufficio. Secondo le prime ricostruzioni i rapinatori, ribattezzati dalla stampa “i fantasmi in tuta blu” dopo l’azione si sono volatilizzati nella zona di Lorenteggio. È qui, infatti, che alcuni giorni dopo in un prato all’altezza del numero 209, vengono ritrovati quattro sacchi asportati dal blindato, mentre gli altri vengono ripescati nel canale del Giambellino. Anche il Leoncino Om  viene rinvenuto abbandonato, sempre al Lorenteggio. Nella stessa giornata salta fuori anche un curioso particolare: la mattina della rapina, circa un’ora prima, un venditore ambulante di Baggio aveva visto, attorno a un’auto e un camion, un gruppo di persone indaffarate a vestirsi con tute da lavoro.
       
      Nonostante la polizia cominci a mettere a segno i primi colpi, Ettore non se ne preoccupa. Il ragazzo mantiene la promessa e consegna a Sophie i soldi necessari per fare operare Armand. Sbrigate le pratiche, la donna e il bambino partono per gli Stati Uniti.
       
      Passano i giorni, ma a Milano l’eco della rapina ancora non si è spento. I giornali continuano a dedicare al grave fatto delittuoso ampi servizi in prima pagina. Molti cronisti s’improvvisano investigatori. L’umore di Ettore comincia a mutare. Parlando con Tanino e Aldo, il ragazzo appare per la prima volta preoccupato non tanto per l’attivismo degli inquirenti, quanto per la sconsiderata condotta di alcuni membri della banda che nonostante le sue raccomandazioni, hanno iniziato a spendere a mani basse in vestiti, auto fiammanti, ristoranti e locali alla moda.
       
      Mentre Ettore annusa nell’aria quella sensazione di pericolo che fino a giorni prima non riusciva ad avvertire, il commissario Nardi è distrutto. L’infaticabile investigatore ha già interrogato oltre cento persone, tra le quali anche il salumiere che ha venduto i due panini al formaggio ad Aldo. Poi mette anche sotto torchio il gioielliere Capriotti contestandogli la sua frequentazione con Ettore, ma l’uomo intuendo che una sua eventuale confessione gli garantirebbe la stessa fine di Sturla tiene la bocca chiusa.
       
      Una grigia mattina, la tragedia si abbatte all’improvviso sulla famiglia Scotto. Mentre si trova a venti metri di altezza, Carmelo Scotto cade dall’impalcatura e si schianta al suolo morendo sul colpo. Vincenzo, la moglie, Tanino e Agata sono distrutti. Ai funerali del ragazzo, Ettore incontra per la prima volta Agata. Tra i due giovani è amore a prima vista.
       
      Nei giorni che seguono, Ettore confida a Tanino il sentimento che prova per la sorella e gli promette che quando Sophie tornerà dagli Stati Uniti porrà termine alla relazione che lo tiene legato alla spogliarellista francese. Tanino dà all’amico il suo assenso a frequentare la sorella. Avuta via libera, Ettore e Agata si vedono, fanno l’amore e progetti per il futuro. Ettore propone ad Agata di trasferirsi con lui in Argentina a cominciare una nuova vita. La ragazza accetta entusiasta.
       
      Mentre Ettore si vive la sua storia d’amore con la ragazza siciliana, le indagini registrano una svolta importantissima. Da un paio di giorni, sul fiume Olona, decine di operai lavorano per interrare il corso d’acqua secondo un vecchio progetto che giace da anni al comune di Milano. Quando il fiume viene deviato, sul greto asciutto alcuni operai trovano il sacco con le tute da meccanico, gettate da Ettore. La polizia esulta. Tramite la targhetta appesa nel colletto Nardi risale produttore: è un piccolo industriale tessile di Modena.
      Condotto a Milano l’uomo conferma il furto di uno stock di tute da meccanico; furto che aveva tempestivamente denunciato.  Intanto nello stesso giorno, nel Naviglio viene ripescato il mitra sottratto all’agente. Le due notizie appaiono su tutti i quotidiani.
       
      Ettore e Tanino capiscono che sono nei guai. L’imperdonabile leggerezza di non staccare le targhette dal colletto delle tute può costare loro caro. Decidono di andare via da Milano: andranno in vacanza a Cervinia. Agata, intanto, ha capito tutto. La ragazza chiede esplicitamente a Ettore e al fratello se c’entrino qualcosa con la rapina. I due negano decisamente e giustificano la loro partenza con la paura di venire coinvolti anche se non hanno nessuna colpa. Agata alla fine si convince.
       
      Per Nardi non è difficile beccare l’autore del furto delle tute. Si tratta di Omero Reglini, un vecchio cliente della polizia. Portato in Questura l’uomo viene debitamente torchiato fino a che non confessa. Nell’apprendere i nomi di chi ha acquistato le tute, Nardi è incredulo e con molta onestà confessa al fido Scalise, che fino a quel momento non aveva per niente pensato a Ettore e ai suoi amici quali possibili autori di un colpo così perfetto per organizzazione e tecnica. Nelle parole di Nardi c’è una sottile vena di ammirazione per l’antico nemico. Stavolta, però, sente che riuscirà a spedirlo in galera per molto tempo.
       
      Reduci da una bella giornata trascorsa sulla neve, Ettore e Tanino tornano in albergo. Il concierge consegna a Ettore un messaggio: è di Aldo che chiede di essere al più presto richiamato. Dopo aver parlato con l’amico che gli racconta dell’arresto di Reglini, Ettore capisce che deve tornare subito a Milano.
       
      Una settimana dopo il ritorno di Ettore nel capoluogo lombardo, stranamente Reglini viene rimesso in libertà. Visto che la storia puzza lontano un miglio, Ettore s’incontra con l’uomo che lo rassicura: lui non ha parlato. Nonostante le rassicurazioni, però, Ettore intuisce che ha cantato e li ha venduti per garantirsi l’impunità. Ma non avendo la prova certa non può fargli nulla, tranne che limitarsi a minacciarlo.
       
      Col passare dei giorni, il cerchio intorno a Ettore e ai suoi compari si stringe sempre più. Nardi è tornato alla carica con Capriotti. Le prove raccolte dal commissario indicano il gioielliere come un sodale dei banditi. Messo alle strette, alla fine l’uomo crolla e rivela ciò che sa.
       
      È sera quando Ettore e Agata, reduci da un incontro amoroso, escono dall’appartamento dell’uomo. Mentre i due si dirigono verso la loro auto parcheggiata poco distante, d’un tratto vengono circondati da almeno quattro vetture con targa civile dalla quale escono i poliziotti guidati da Nardi che immobilizzano l’uomo, lo gettano a terra, lo ammanettano e lo portano via incuranti delle urla di Agata.
       
      Nel corso della serata e della nottata anche gli altri sei rapinatori vengono arrestati: chi a casa, chi in qualche bisca, chi in un bordello e chi, come Tanino, in una sala da ballo mentre volteggia con Monica in uno scatenato rock ‘n roll.
       
      I sette vengono portati alla Questura Centrale e interrogati pesantemente per cinque giorni di seguito fino a che, pesti e sanguinanti, non confessano. Oltre alla rapina di via Osoppo, grazie alla confessione di Capriotti, Nardi ha anche le prove per accusare Ettore, Aldo, Benito e Tanino della rapina al rappresentante di preziosi. I sette vengono condotti a San Vittore da una scorta di 110 carabinieri. Il corteo delle camionette, preceduto da un autoblindo passa tra due ali di folla applaudenti.
       
      Sapendo che ad attenderlo c’è una lunga pena detentiva, Ettore decide di sistemare alcune questioni personali. Tramite il suo avvocato incontra Sophie, rientrata  con il figlio in Italia dopo un soggiorno di due mesi negli Stati Uniti. Non appena ha di fronte l’ormai ex amante Ettore le confessa la sua storia con Agata.
      La spogliarellista francese, cui sta a cuore soprattutto la salute del figlio, lo ringrazia di ciò che ha fatto per il bambino e, preso atto della nuova realtà, la accetta e va via.
      Poi è la volta di Agata. Pur amandola, Ettore non ha alcuna intenzione di rovinarle la vita. Incontra anche la ragazza nel parlatorio del carcere e pur sapendo che la farà soffrire, la libera dal vincolo d’amore. Agata non ci sta e si dice disposta ad aspettarlo, ma Ettore, mentendo, le rivela di non averla mai amata. Per il ragazzo è l’unico modo che ha per non trasformare Agata in una “vedova bianca”.
       
      A ottobre dello stesso anno, ha inizio il processo a carico dell’intera banda e di alcuni fiancheggiatori. È un processo che vede decine e decine di giornalisti e cineoperatori presenti, oltre a una folla che riempie a ogni udienza e in ogni posto disponibile l’aula del Tribunale.
       
      Nella notte del 12 novembre, il Tribunale emette la sentenza di condanna. Ettore si becca 17 anni, mentre gli altri imputati vengono condannati a pene che vanno dai 15 anni per Tanino ai 9 anni per Teodoro. 
       
      Mentre il pubblico applaude e gli imputati, incatenati, vengono raggruppati per essere riportati in carcere, Ettore si guarda intorno per la prima volta smarrito. Sa che su di lui e sulle sue gesta sta per calare il definitivamente sipario. D’un tratto, tra mille volti sconosciuti e ostili, vede quello tenero e rigato di lacrime di Agata che gli urla tutto il proprio amore. Ettore sta per risponderle, ma un carabiniere della scorta, lo strattona e lo porta via. L’aula pian piano si svuota. In uno dei banchi riservati agli avvocati rimane solo Agata. Piange. D’un tratto le luci dell’aula si spengono, fino al buio totale, ma la ragazza continua a restare al suo posto.
       
      F    I    N    E

    • È tutto pronto.
      La cattedra, i banchi, le sedie, il manichino del bambino.
      Mi è costato una fatica immensa, ma alla fine sono riuscito a sistemare ogni cosa al proprio posto.
      Se non fosse per la macchia d’umido nell’angolo della parete alle mie spalle, mi direi soddisfatto al cento per cento.
      Purtroppo non posso nemmeno lamentarmene con l’affittuario e chiedergli di sistemarla: ha preteso un unico incontro, in cui gli davo tutti i soldi pattuiti per usare questo sottoscala ammuffito e ha promesso che se l’avessi contattato anche solo un’altra volta, avrebbe chiamato la polizia.
      Mi ha infastidito non poco il dovergli pagare tutta la somma sull’unghia, visto che stavo facendo un salto nel vuoto e non sapevo ancora chi avrebbe partecipato al mio corso in dieci lezioni, ma mi serviva un posto prima di pensare a qualsiasi sviluppo e il signor Villani sembrava interessato al progetto.
      O meglio, mi ha dato per più di una volta del pazzo, ma dopo un poco ha buttato uno sguardo veloce a sinistra, uno a destra e mi ha strappato il denaro dalle mani, intimandomi di dimenticare per sempre il suo volto.
      La fa facile lui. Quella faccia butterata, con i baffetti alla Zorro prima maniera, ancora me la sogno la notte qualche volta.
      Niente, la macchia di umido proprio non riesco a sopportarla. Lo butterei giù dal letto per farlo venire qua a sistemare, se non sapessi che un’iniziativa portata avanti per mesi e mesi franerebbe nel giro di dieci minuti coinvolgendo le forze dell’ordine.
      Bah. Speriamo che i miei allievi non la notino.
      Proverò a mettermici davanti, mentre spiego.
      Toc toc.
      Oh, ecco il primo arrivato.
      Apro la porta danzando sulle punte. Sono euforico.
      Sul forum ho chiesto di mettere una maschera, per preservare l’identità, ma quando lo vedo entrare e prendere posto, per poco non mi viene da ridere.
      Ha scelto una buffa testa di cavallo per coprirsi il volto e deve avere anche qualcosa ficcato in bocca per alterare la propria voce.
      «Tu sei…» dico da dietro la mia più elegante maschera veneziana da dottore della peste, mentre scorro con l’indice sulla lista dei partecipanti.
      «Pistone nero» risponde quello con un tono esile.
      «Bene. Sono dieci euro nella scatola sulla cattedra, Pistone. Non appena arrivano gli altri, si comincia.»
      Lo vedo alzarsi con qualche difficoltà, per poi affrontare con stoicismo la complessa operazione di flessione del busto e successivo inserimento della banconota nella cassa dei tributi. Gli occhi della maschera non devono essere affatto allineati con quelli dell’uomo e lo costringono a movimenti goffi e lenti.
      Toc toc.
      Un altro alunno. L’ansia che non si presentasse nessuno comincia a svanire lentamente. Apro la porta con una crescente sicurezza nei miei mezzi.
       
      «E dopo aver illustrato come avviene la stimolazione del pene nel bambino, passiamo alle presentazioni ufficiali. Non voglio sapere i vostri nomi, ovviamente, ma l’ambiente in cui vi muovete e se c’è un piccolo amante che avete puntato, ma con il quale non riuscite a sbloccarvi. Ovviamente siamo qui anche per chi non ha ancora individuato un compagnuccio o una compagnuccia con cui adempiere ai propri istinti, ma sente che questa è l’unica strada per soddisfare la propria sfera sessuale.»
      Li guardo uno a uno. Sono in undici. Oltre ogni più rosea aspettativa.
      Tutti mascherati. Pendono dalle mie labbra.
      Sul forum erano ombre, adesso sono qui, vivi. Respirano, reagiscono alle mie parole. Li posso vedere sussultare ogni volta che calco di più la mano.
      Pochi minuti fa quello con il camuffamento da pappagallo ha fatto come per alzarsi e uscire, quando ho illustrato i consigli sul sesso anale.
      Pensa che io non l’abbia visto, ma si sbaglia.
      Sono io che detto le regole.
      Sono io che conosco questo mondo dall’età di quattordici anni e loro sono solo dei curiosi.
      Qualcuno in questa classe non sarà neppure convinto. Quello con la maschera da sole, per dire, continua ad agitarsi sulla sedia.
      «Qualcosa che non va, amico?» lo colgo in fallo.
      Mi aspetto una voce insicura, pavida.
      Invece quello è un turbine di domande, tic e pellicine strappate di netto da dita sanguinanti.
      «È vero quello che hai scritto su Parnasso? Eh? Tutti quei bambini? Senza mai essere preso? Eh?»
      Accenno un sorriso dietro la maschera.
      Pensare che tutto è cominciato come diario. Il forum su internet in cui riversavo ogni mio travaglio passato, chiamato con lo stesso nome che si trovava sul muro di quell’autogrill.
      Parnasso. Secco, senza scritte provocatorie, cazzi o che so io. Nessun numero da chiamare per essere soddisfatti. No.
      Solo Parnasso.
      Mentre il camionista affamato, a cui quell’eroinomane di mia madre mi aveva venduto per una dose, mi possedeva da dietro, schiacciandomi con il ventre contro il lavandino, leggevo Parnasso sulla parete unta.
      E Parnasso è diventata la mia tana, in cui anno dopo anno venivano a chiedere, a confrontarsi, a conoscersi. Il nome a cui era legato il mio primo piacere, perché io quel giorno avevo goduto come un maiale, era diventato simbolo di incontro per altri come me.
      Prima di arrivare a scrivere le mie memorie, ho vissuto venti lunghi anni, in cui mi sono evoluto, passando da preda a predatore, per vedere l’effetto che faceva.
      Li adescavo ovunque, nei parchi, nelle palestre, nelle scuole, ma dovevano essere come me. Volevo che fosse un amarsi reciproco, mai un abuso.
      «È tutto vero. Ho deciso di educare chi ha pulsioni sessuali come le mie per togliere di mezzo una volta per tutte l’idea che siamo dei mostri. Perché vengono riconosciute tutte le forme d’amore, ma non la nostra? Giulio Cesare giaceva con dei giovanissimi due millenni fa e a noi oggi viene privata la stessa gioia? Se i piccoli dimostrano di contraccambiare, perché la società ci intima di fermarci? Voglio che voi siate amanti inattaccabili, che possiate vedere riconosciuti i vostri diritti.»
      «Ciao Diego, come stai?»
      Per un attimo sento la terra mancarmi sotto ai piedi.
      Conosco questa voce.
      La persona alla destra dell’uomo camuffato da sole, ha messo giù una semplice maschera bianca e ha mostrato un volto segnato da pesanti occhiaie e acne giovanile.
      Quello che una volta era un perfetto ovale incorniciato da riccioli d’oro, ora è un qualcosa in fieri. Un divenire caotico che ha perso la luce radiosa, per riempirsi di chiaroscuri di pubertà.
      Quel portico. Quel tutù rosa. I genitori che per un’estate intera l’hanno lasciata da sola a scorrazzare nell’immenso giardino di casa Bontoni.
      «Gloria.»
      Doveva tenerla d’occhio una giovane babysitter, ma quella si sdraiava in casa a dormire, per recuperare dai bagordi notturni.
      Per tre lunghi mesi fui io a occuparmi della bambina, ad amarla. Scavalcavo il cancello e facevamo l’amore dietro le siepi, dimenticando il passare del tempo, il nome dei giorni.
      Quanti anni sono passati? Nove? Dieci?
      «Non sai per quanto tempo ti ho cercato. Non lo sai.»
      «Cosa vuoi da me?»
      «Amore. A settembre avrò diciotto anni e nessuno potrà dirci più nulla. Vieni via con me, ti prego.»
      «No.»
      Vedo il suo labbro superiore tremare e una lacrima rigarle la guancia destra.
      «Perché?»
      «Perché non ti amo più.»
      «Sì che mi ami.»
      In classe sale il mormorio.
      L’uomo sole si agita sulla sedia. L’uomo cavallo tira fuori il cellulare da una tasca e controlla l’ora.
      Devo liberarmi di Gloria e riprendere in mano le redini della lezione.
      «Ascolta, io…» comincio a dirle, ma quella mi salta addosso e cerca di cingermi il collo con le braccia.
      «Lasciami… Ti dico lasciami… Lasciami, cazzo!»
      La butto via e va a sbattere con la testa contro lo spigolo della cattedra.
      «Gloria? Gloria? Avanti, alzati e vai via da questa stanza.»
      Nessuna risposta.
      L’uomo sole prende e si lancia sul corpo esanime.
      «Non c’è polso: è morta e si dà il caso che io sia anche necrofilo. Posso?»
      Il resto degli alunni si dilegua a ritmo di corsa e terrore, lasciandoci soli.
      Amareggiato, decido anche io di uscire dal sottoscala.
      L’aria fuori è frizzante. La luna piena impera nel cielo.
      A quest’ultima chiedo perché continua a trascinare le stelle dietro di sé ogni notte, segnando il morire dei giorni e lo sfiorire continuo della purezza.
      Poi le ripeto il concetto con un urlo strozzato.
      Infine mi siedo amareggiato.
      Chissà se domani troverò un nuovo amore e se questo rimarrà immune al passare del tempo.
      Chissà dopodomani come andrà.
       
       
       
       
       

    • Caratteri verdi su fondo rigorosamente nero, scelgo così per capriccio nostalgico da anni ottanta. Attendo il risultato della query. Finalmente le sequenze di numeri scivolano sullo schermo dall’alto in basso. Transazioni monetarie, la mia specialità; mi chiamano per questo. Ecco, l’assistente di filiale si avvicina alla scrivania.
       
      - Mi spiace non può fermarsi qui, i colleghi dell’ufficio commerciale stanno arrivando.
       
      Sospiro, stacco il cavo di rete e libero il portatile. Lavorare in consulenza richiede continui sacrifici. Prendo il portatile sottobraccio e seguo l’assistente fino al bancone della reception. Comincia a chiamare al telefono il Direttore per sbrigare l’imbarazzo di non un consulente rimasto senza scrivania. Sto pensando che, mentre lei è impegnata, potrei fare una visita alla saletta break. Sì, l’indispensabile pausa caffè e sigaretta. 
      Mi allontano nel corridoio. In saletta break sorrido ai dipendenti che chiacchierano in attesa del caffè. Mi scoccia avere il portatile sotto braccio, ma lasciarlo in reception all’assistente non mi sembrava una buona idea. Finalmente premo il bottone per scegliere lo zucchero. E’ un attimo, mi cade il portatile. Batte rumorosamente con la base sulla moquette verde. Lo recupero vergognato. “Per fortuna non si è successo niente”, vorrei dire.  Eppure, a terra qualche pezzetto di plastica nero è fuoriuscito dalla tastiera che adesso sembra posticcia. Per fortuna, gli impiegati sono usciti tutti dalla stanza. Scongiurando che funzioni ancora, ripercorro il corridoio e torno in reception. Trovo un altro assistente, mi spiega che mi accompagnerà al mio spazio riservato. Con mia sorpresa, percorriamo un corridoio fino a una stanza adibita a magazzino; l’assistente apre la porta finestra che conduce in un’ampia balconata. Tramezzi di legni fanno da pergolato a tavoli tondi in metallo, di quelli che si usano in giardino. L’assistente dice che posso sedermi. Non mi lascia il tempo di chiedere dove sia la presa per la corrente e il cavo di rete, rientra nei locali. Rinuncio a seguirla. Stupito per la collocazione quanto meno originale, mi guardo intorno. Alla sinistra della balconata c’è un palazzo grigio con i fianchi sfarinati di azzurro; ai piccoli balconi, panni bianchi e colorati stesi ad asciugare. Di fronte a me, oltre la balaustra, c’è una voragine il cui fondo non si riesce a vedere per la nebbia; all’orizzonte alcune nuvole coprono parzialmente un colle bruno. Mi sembra di riconoscere agglomerati di case, somigliano alle casette del presepe. Guardo meglio e mi accorgo che sul colle alcune nuvole, minuscole, si stanno sbucciando in fiori bianchi e filiformi. D’istinto mi volto cercando l’assistente; naturalmente è tornato in reception. Avrei voluto dire che è un luogo poco appropriato per lavorare, ma davvero suggestivo. Armeggio in tasca ma non trovo il mio smartphone. Imbecille, stamattina l’ho dimenticato a casa. Una giornata cominciata storta. Comunque, sicuro la foto veniva uno schifo per la nebbia. Di sicuro un pittore saprebbe cosa fare per catturare il paesaggio. A me toccano le transazioni monetarie da controllare. Torno seduto e osservo il portatile; non è soltanto la tastiera a essere posticcia, sembra che la stessa base abbia perduto le viti. Mi chino sul tavolo per capire se c’è un modo per richiuderlo. Come alzo la testa, la cravatta rossa s’impiglia tra le maglie del ferro del tavolo. Strattono nervoso, mi libero e allento subito il nodo. L’ho fatto in gran fetta, avrei potuto guastare la seta rossa con i rombi bianchi, ma due cose non sopporto: le cravatte strette e il pane. I test allergici dicono che non sono celiaco ma il pane mi gonfia lo stomaco. Già sono sovrappeso di mio. Schiaccio il tasto di accensione, inutilmente. Devo arrendermi all’evidenza di dover comunicare al mio responsabile il guasto. Un viaggio fino alla filiale inutile. Mi affaccio alla balaustra per fumare. La nebbia è adesso meno fitta, nella voragine di fronte riconosco dei pali uniti alla sommità da un’asse di legno, larga quanto la pianta di un piede. La base dei pali è ancora avvolta nella nebbia, ma sotto sembra esserci qualcosa di scuro. Improvvisamente sento un brivido spiacevole. Faccio per allontanarmi dalla balaustra ma la cravatta sembra di nuovo impigliata. Strattono, ma la cravatta non si libera; piuttosto, scivola nella voragine e si allunga nell’asse di legno tra i pali. Tento a levarmela dal collo, ma è troppo stretta. Gonfio le vene del collo e cerco di allontanarmi per aggrapparmi ai tavoli. Mi accorgo che non posso neppure strillare per chiamare aiuto, mi strozzerei. Eppure, qualche rantolo riesco a tirarlo fuori. Spero che qualcuno dentro la filiale mi senta. Mi volto indietro, devo capire se ho la meglio sulla cravatta. In verità, lei si è allungata ancora: sulla tavola di legno sembra abbia corso tra i pali traballanti. Stringo le mani sulle gambe del tavolo, cerco di sostenere la cravatta che continua a tirarmi dietro. Stringo gli occhi. Nella nebbia, sopra i pali, scorgo una figura esile vestita di bianco che cammina sull’asse. Vorrei chiamarla per aiutarmi, ma sento subito che non posso fidarmi. Guardo meglio, al collo ha una cravatta rossa con piccoli rombi  bianchi. E’ la mia stessa cravatta. 
       
      Anno del Signore milleseicentottantasei, il mio nome però non lo ricordo. In verità, da molto tempo cammino sul filo di legno, simulacro di ponte. I suoi sostegni sono legni altrettanto sottili che ballano al soffiare del vento. “Impossibile camminarci sopra”, così avrei giudicato in passato. Invece, avanzo e dopo ogni passo mi sento più leggera. Davanti a me intravedo una montagna dove minuscole nuvole giocano a diventare fiori bianchi. Sono nuvole diverse da quelle che mi stanno sopra; una coltre compatta che di rado si apre liberando un pallore giallastro. Sotto al ponte, duecento piedi più giù, c’è il mare: non una tiepida laguna come ti aspetteresti dai tronchi nudi del ponte palafitta; il mare laggiù è nero, abitato da moltitudini di vortici come occhi schiumosi. 
      Vado avanti indietro sui pali; mentre percorro l’asse sempre più leggera, mi convinco che cielo e mare siano la stessa sostanza. Se diventerò tanto leggera da volare (a volte mi sembra di potermi sollevare dal legno), oppure se cadrò di sotto, non farà differenza. Così mi dico, forse per superare la paura del mare o la paura di essere portata dal vento come un vela di carta giapponese. Ecco, mi accorgo che al collo giunge una striscia di tessuto rosso con piccoli rombi bianchi. Potrebbe essere utile se dovessi levitare con la prossima tramontana. Sciocchezze, facile che cadrò giù e il tessuto rosso mi sosterrà facendomi dondolare sul ponte sopra i vortici scuri. Appesa per il collo, non deve accadere. Cambio marcia, mi volto e comincio ad arrotolare il tessuto sulle mie mani. Al tatto risulta morbida, preziosa da essere degna del Re. Potrei venderla. Passo dopo passo mi avvicino alla balaustra del palazzo di fronte. Quando sono vicina, la nebbia rivela che non posso recuperare tutta la stoffa perché termina al collo di un uomo che, a giudicare dai panni neri e lucidi, deve essere un aristocratico. Intimidita, faccio per levarmi la stoffa dal collo e lanciarla sulla balcone dove sta lui. Non riesco. E’ stretta al mio collo. Mi accordo che anche lui ha la stessa intenzione mia; si alza, barcolla e fa versi nel tentativo di levarsi la stoffa dal collo. Mi avvicino fino a sfiorare con le dita le balaustra. Lui si accorge di me e si mette a gridare.
       
      - Vattene, tu sei morta! 
       
      Queste parole mi fanno ricordare la mia dispensa. Forme tonde di pane, a volte gli uomini me le portavano ancora tiepide del forno. Sapevano che la figlia di Maria era matta e il patrigno mi aveva cacciata di casa; vivevo in un rifugio di cacciatori, il pane lo compravo dagli uomini mettendomi distesa sulla paglia. Ogni uomo che portava il pane non mi faceva male, quasi mai. Un fastidio che durava poco, a volte lui toccava i seni stringendoli, ma per fortuna nessuno cercava di baciarmi. Loro andavano e venivano, spesso senza dire una parola, mostrando il pane come aprivo la porta. Il calore dovevo farglielo venire, in particolare a un tipo calvo già maturo negli anni; veniva tutti i giorni a bussare. A me non piaceva e gli imponevo di portare due forme di pane e la domenica pure una gallina sgozzata. Qualche volta gli chiedevo anche un vestito smesso di sua moglie, ché tanto era anziana e le vesti da signorina non le cercava più. Costui, come arrivava, gettava a terra il pagamento. Poi si avvicinava e mi spingeva indietro perché giacessi subito con lui. Dopo tre mesi che veniva tutti i giorni, dovetti venirgli un poco a noia, oppure fu l’abitudine che permise alla sua coscienza di sussurrargli qualcosa. A lui non piacque quello che sentì dalla sua coscienza, cominciò a prendermi a calci dopo che soddisfaceva il suo prurito. Dopo una settimana che andava avanti così, avevo lividi sulla schiena e sulle cosce. Dapprima cominciai a piangere supplicando con voce bambina, e l’uomo dovette sentire ancora il sussurro della sua coscienza perché alzò la gamba tenendola sospesa su di me. Poi però riprese la corsa del piede e mi riempì di calci con più entusiasmo. Il giorno dopo, quando arrivò con le due forme di pane, aveva una faccia più colpevole del solito. Io però non lo feci entrare nella casetta. Cominciò a battere pugni sulla porta ma il chiavistello l’avevo chiuso. Come si avvicinò alla finestra, picchiando con un bastone per aprirla, io presi il forcone dal camino. Aprii di corsa la porta e mi avvicinai a lui che ancora batteva alla finestra. Minacciò che mi ammazzava e io avvicinai i denti del forcone al suo addome. Cercò di afferrare il legno per levarmelo, ma quell’uomo era quasi vecchio, io giovane. Nella stretta cadde a terra e io puntai il ferro ai suoi occhi. Gli urlai di andare via, ché gli avrei cavavo gli occhi se tornava. Voltò le spalle e andò via sputando che mi sarei pentita. Ignorai le minacce e per una volta raccolsi le due forme di pane da terra senza neppure un velo di disgusto per me stessa. In verità, le misi entrambi nella dispensa come le altre. Non consumavo tutto il pane che mi portavano: prevedendo tempi miseri, lo mettevo a seccare. Peccato che tante forme prendevano al bordo la muffa verde e, quasi ogni giorno, dovevo grattare la scorza per non perderle del tutto.
      I gendarmi arrivarono il giorno dopo; davanti a loro il prete con la croce della processione. In quel momento capii che sarei potuta fuggire la notte prima, portandomi le mie cose nel sacco. Povera imbecille. Il sacco dei mie i stracci e dei miei pani lo fecero le guardie e me lo legarono al collo con un corda. Dovetti trascinarmi così fino al paese. Ero stata denunciata strega. 
       
      - Sei morta! - dico stizzito - Ti hanno annegato trecento anni fa.
      Come lo dico, resto perplesso dalle mie stesse parole. Come posso saperlo?
      - Bugiardo. 
      - Ti hanno gettato dal ponte con una corda intorno al collo che ti legava al sacco; dentro c’era tutta la tua roba con grosse pietre per appesantirlo.
      Finisco di dire così e sono più perplesso. Facile che conosco di lei per colpa della cravatta rossa che ci ha unito per il collo. Strattono ancora ma finisco a terra; getto un rantolo e mi aggrappo ancora alle gambe del tavolo. Lei ha avvolto la tela rossa tra le dita delle mani. Sembra non scomporsi.
      - Non desidero la tua stoffa preziosa - dice tranquilla - Va per la tua strada e libera il mio collo. 
      - Non posso liberarmi!
      - Non ho chiesto di te, ti chiedo di liberare me. 
      L’idea sembra buona. Temo però che, a dispetto del volto pallido e debole, con le sue mani possa ghermirmi e buttarmi di sotto. Del resto, ho già provato a chiamare aiuto. Cammino carponi fino alla balaustra, mi alzo e tento di allentare la cravatta della ragazza. Inutile, non ci riesco. Prova lei con la stoffa intorno al mio collo, ma neppure lei ci riesce; scoppia in lacrime. 
      - Eccomi all’inferno con l’uomo che mi ha denunciato come strega!
      Ormai sconfitto, abbasso le mani.
      - Non sono lui. 
      - Conosci la mia storia e sei legato a me.
      - Potrei essere qualcuno della tua famiglia rinato tre secoli dopo. - dico così, senza crederci. 
      Lei non risponde. Gli occhi lucidi mi fanno capire di più. Detesto le cravatte strette e il pane. Forse, siamo ben più che parenti. Lei non dice niente, mi indica l’asse di legno sospesa sui pali.
      - Vieni, all’inizio ti sembrerà di cadere ma poi ti abitui. 
      Mi fa vedere come si fa: non essendoci spazio per mettere entrambi i piedi, occorre alternare le gambe sul legno e avanzare con falcate lenti e regolari. 
      - Sono quasi passi di Valzer lento -, dico impacciato.
      - Non conosco costui. Prendimi per mano.
      Io, dopo pochi passi mi fermo.
      - Dove andiamo?
      Mi indica la montagna tra la nebbia sottile, - Lì minute nuvole bianche diventano fiori.
      Mi affaccio di sotto: le onde rovesciano bottoni neri fin sopra il bordo dei pali. In ogni bottone mi sembra di riconoscere una lettera dell’alfabeto; sono i tasti del mio portatile. Caduto nella saletta break.
      - Quando dicevi che qui è l’inferno, sei sicura? 
      - Non lo so. 
      - Se si apre il cielo, non è l’inferno. - insisto - Oppure dobbiamo gettarci di sotto?
      La fanciulla pallida risponde facendo spallucce; riprendiamo a camminare con passi lenti sul legno stretto. Da lontano, tintinnio di foglie stormite dal vento. 
       
       

    • L’ anno di Barry era iniziato male, con la rissa a Liverpool, dove erano volati pugni e calci. Qualcuno aveva anche tirato fuori spranghe e lame. Non lui. Non che non fosse tipo da lama, ma nei due minuti di follia collettiva prima della carica dei poliziotti Barry era stato troppo intento a prendere a calci sulle costole un ragazzino lentigginoso. Poi era corso via, ma le telecamere a circuito chiuso fuori dallo stadio lo avevano ripreso. La rovina degli hooligans, quelle maledette telecamere.
      Poi l’arresto, il processo per direttissima, la diffida e tutto. Niente più stadio per lui, e mentre i boys si divertivano in curva, Barry doveva seguire le partite in tele. Una tortura. Si erano fatti furbi gli sbirri. Se il City giocava in casa, doveva firmare al commissariato più vicino all’inizio del secondo tempo. Troppo tardi per provare a imbucarsi. Se giocava fuori, invece, poteva firmare anche qualche minuto prima della partita, che tanto ad andare non aveva tempo di andare da nessuna parte. Ma almeno poteva vedersela alla tele in santa pace, la partita. Come quella sera dell’11 maggio 2013.
      Barry se ne stava seduto in poltrona, stringendo nella mano una latta di Guinness. Incredulo. Impietrito davanti allo schermo della tv. Non riusciva a credere ai propri occhi. Primo minuto di recupero. Calcio d’angolo di Maloney sulla testa di Ben Watson. Goal. Il City aveva perso la finale di WA Cup contro una squadra, il Wigan, che stava lottando per la retrocessione. Tutto questo non poteva essere vero.
      Barry se la prese con il tavolino dell’Ikea e con un paio di sedie. Poi tirò fuori la lama e aprì l’ultima latta di Guinness che aveva bevuto, tanto per finire di sfogarsi. Mentre girava il serramanico nella lattina, aprendola come se avesse per le mani un apriscatole, immaginava che fosse la pancia di quel maledetto ragazzino lentigginoso; lo stronzo che, pensava, era stato la causa di tutti i suoi problemi.
      Tirò fuori la pallina di plastica che si trova all'interno di ogni latta di Guinness per fare la schiuma. E rimase sbalordito. Non era come le altre. Era di plastica trasparente, e all’interno era ben visibile un foglio arrotolato. Barry, incuriosito, usò la lama per incidere e poi aprire la pallina, questa volta con molta delicatezza. Il foglio avvolgeva una piccola barretta metallica lucidissima, sulla quale c’erano un  bottone rosso e un minuscolo display sul quale lesse Press.
      Barry premette il pulsante, e sul display iniziò a scorrere una scritta in una lingua che riconobbe come Italiano. Recitava così: “Salve, Gentile Messere o Preziosa Madama! Chiunque voi siate, ovunque voi siate, avete vinto la somma di 1 milione di euro. Per ritirare la vincita, dovrete semplicemente recarvi presso la sede della prestigiosissima Accademia dei Cenciosi esattamente nella notte di domani, domenica 12 maggio corrente anno. L’indirizzo è: via Cenci s.n.c., Tiser, BL, Italy. NB: 1) se farete parola con anche solo una persona di questo messaggio, Noi lo verremo a sapere. E la vostra vincita sarà, ahiNoi, annullata. 2) condizione necessaria e vincolante per ritirare la vincita è la consegna presso la sede dell’Accademia del VED, ovvero di questo Dispositivo Elettronico di Visualizzazione. Cordiali saluti.”
      Barry accese il pc e copiò su google translate il testo. Lettera per lettera, parola per parola. E pensò a una presa per il culo. A uno scherzo del cazzo. Non poteva essere altrimenti, anche perché di Accademie dei Cenciosi su internet non ce n’era traccia. E la street view di google maps per quell’indirizzo mostrava un piccolo sentiero tra i boschi, senza alcuna casa o costruzione di sorta. Buttò pallina, foglio e barretta metallica nel cestino e andò al pub, per finire di sbronzarsi.
      E incontrò Alex. Erano due mesi che le andava dietro, alla brunetta. Due mesi, e ci aveva rimediato solo un paio di pomiciate, da ubriaco, fuori dal pub. Le piacevano le droghe sintetiche alla tipa, e Barry puntò dritto verso il bancone, dove “l’Old Man”, lo spacciatore di fiducia della zona da qualcosa come tre generazioni di boys, si stava facendo una pinta di rossa. Poi offrì da bere ad Alex. Sette birre e due paste dopo Barry ebbe il primo flash. Dove cazzo era finito? Musica techno. Minimal, microhouse e glitch. Non troppo alta. Un divano che gli sembrava ondeggiasse. Che fluttuasse nell’aria, proprio. Che ore erano? Salcazzo. Era tutto buio, a parte le luci colorate. Rave in un capannone? After a casa di qualche sballone, o nella villa di qualche figlio di papà imballato di sterle?
      Barry fece un bel respiro e cercò di riprendersi. Girò la testa a destra. Bracciolo del divano. Un attaccapanni, poi il muro. Sinistra. Accanto a lui, sul divano. Un tipo di colore. Coi rasta. E da buon rasta fumava un cannone, beato. Secondo flash. inginocchiata davanti al rasta. Alex. Con il cazzo del rasta in bocca. Gli stava facendo un pompino, proprio. Barry balbettò qualcosa per esprimere il pensiero che aveva in testa, qualcosa di confuso che mischiava concetti tipo “Ma guarda ‘sta troia” e “Cristo c’ero primo io. Mi aspettava di diritto quel pompino, a me.” Qualunque cosa fosse riuscito a balbettare, la risposta di Alex fu un mezzo sorriso e un dito medio alzato verso di lui. Barry ebbe un conato di vomito. Non riusciva quasi a muoversi, tanto gli aveva preso male, quella sera. Si alzò a fatica, appoggiandosi all’attaccapanni. Realizzò che doveva pisciare, si tirò fuori l’uccello e la fece nella tasca di un giubbotto lì appeso. Poi guadagnò l’uscita, non senza fatica.
      Una villa, con piscina anche. Ed era ancora notte. Stava per uscire dal cancello quando si sentì tirare per un braccio. Era Alex. Strafatta. – Ehi Barry, dove cazzo vai? La festa è appena iniziata.
      La guardò dritta negli occhi. Occhi grandi. Occhi verdi. Non riusciva a togliersi dalla testa l’immagine di lei che succhiava l’uccello al rasta. Anzi gli sembrava che dalla bocca della ragazza uscisse proprio un enorme cazzone nero, tipo proboscide, e che ondeggiasse nell’aria, tra lei e lui. L’effetto dei trip era ancora in circolo. Di brutto, proprio. – Be’ per me è finita. Sempre state sui coglioni ‘ste feste techno. Problemi?
      Alex sorrise, divertita. – No, figurati... è che pensavo che... insomma, ci potevamo divertire stanotte, no?
      Barry abbassò lo sguardo. Ancora quella proboscide, a pochi centimetri dalla sua faccia. Altro conato di vomito. L’idea di fare sesso con lei gli era venuta a nausea. – See... sarà per la prossima eh?
      – Aspetta Bar. Cosa mi stavi dicendo al pub, prima di venire alla festa? Di una cosa strana che ti era successa con una lattina di Guinness, tipo... avevi detto che era un segreto ma a me potevi dirlo.
      Odiava quando lo chiamavano Bar. Terzo flash. Latta di Guinness. Pallina della schiuma. Foglio. Barra metallica. Pulsante rosso. Display. Messaggio. Non dire niente a nessuno. – Salcazzo. Mi sono scordato. Doveva essere mica importante. Senti, siamo venuti con la mia auto?
      – Preciso. Sai che non ho mica la patente, io.
      – E dove cazzo sta la mia auto?
      – Tipo nel parcheggio lì davanti? – Alex indicò oltre il cancello.
      – Capito. Ora levati dai coglioni, eh? – Barry si girò e puntò verso il parcheggio, incurante degli insulti che la brunetta gli stava sputando dietro.
      Mentre guidava non fece altro che pensare a quel cazzo di messaggio. Uno scherzo? Ma di chi? Chi organizza uno scherzo del genere? Ci vuole una tecnologia mica male... risorse ci vogliono. Risorse. Soldi, conoscenze, agganci. Dentro una latta di Guinness, poi. Poteva essere uno scherzo? Sì, poteva. Ma dietro ci doveva essere qualcosa di grosso, vai a capire. Magari quelli della tele. Magari era un nuovo reality. Magari rischiava di finirci, in tele.
      Lui, Barry Lawson, direttamente dai casermoni delle coree di Manchester... in un reality show! Certo non erano un milione di sterle, o di euro... ma salcazzo se non si sarebbe preso la sua rivincita col mondo. Oh sì. In fondo quanto gli sarebbe costato tutto quanto? Si fermò a pisciare ancora lungo la strada e smanettò con lo smartphone. Google maps. Un aereo per Milano, treno fino a Bologna, o a Verona, poi Trento. Poi da lì poteva affittare una macchina. Qualche centinaio di sterle le aveva da parte. Perché no? “Perché no, Barry? Si vive una volta sola del resto... è sempre stato il tuo motto, no?”
      Si rimise in macchina, con una ritrovata lucidità. Il goal di ben Watson; la proboscide di Alex; tutto scordato. Tutto evaporato, proprio. Ora doveva solo farsi una doccia, raccattare quella barretta metallica e correre in aeroporto. Arrivò a casa che era quasi l’alba, e gli prese un mezzo accidenti quando si accorse che la madre aveva buttato la spazzatura. Si mise a rovistare nel cassonetto e ripescò il VED appena in tempo: il camion degli spazzini stava arrivando in quel momento. Se avesse tardato solo altri cinque minuti... non ci voleva neanche pensare. Barry ringraziò mentalmente il rasta e si fiondò sotto la doccia. Si cambiò, scrisse due righe alla madre e si rimise in auto. Destinazione: Manchester International Airport.
      I problemi più grandi li ebbe a Trento, per affittare l’auto, visto che di domenica era tutto più o meno chiuso. E quegli italiani di merda era anche difficile capirli, che il loro inglese faceva schifo, quando ti andava di culo che lo parlavano. Prese la macchina che erano le otto di sera. Due ore e mezza ci doveva mettere ad arrivare. Ma vuoi la macchina con la guida al contrario, vuoi il navigatore in una lingua sconosciuta, vuoi il fatto che non aveva dormito nulla, vuoi le strade di montagna senza indicazioni, ce ne mise quattro. Era mezzanotte quando il navigatore gli segnalò che era arrivato a destinazione. Nel bel mezzo del nulla. Una stradina quasi sterrata di montagna. Bosco a sinistra. Bosco a destra. Niente luci. Niente di niente. Barry girò la chiave e spense il motore. Si era portato una torcia e uscì dall’auto, accendendo quella. Aprì una birra, di cui aveva fatto scorte in un supermarket. Rumori del bosco. Rumori di animali, salcazzo che animali. Ma di Accademie nemmeno l’ombra. Di furgoncini della tele nemmeno. Niente di niente.
      Barry si fece una birra. Poi un’altra. Mezzanotte e mezza. Niente. Iniziava a innervosirsi. Ci aveva investito fino all’ultima sterla in quel cazzo di viaggio. Non poteva finire in quel modo, no. Continuava a rigirarsi per le mani quella barretta metallica, spingendo il pulsante rosso. Niente. Continuava a scorrere il solito messaggio. Ogni tanto tornava in auto, l’accendeva e si metteva a sentire un po’ di musica. Poi usciva di nuovo e con la torcia illuminava il bosco. Controllando il VED ogni due minuti. Si erano fatte le due di notte. La torcia si era esaurita, e stava aprendo la portiera per rimettersi in auto, rassegnato ad aver preso la più grande e memorabile fregatura della sua vita, quando dal bosco dietro di lui sentì una voce che lo fece trasalire. – Siete il signor Barry Lawson?
      ***
      Barry si svegliò con il respiro pesante. Si sentiva rintronato. Rallentato. Come dopo una sbronza colossale, condita magari con un trip andante verso il bad. Aveva addosso un pigiama a righe, ed era sdraiato su un letto. Lenzuola e pigiama, tutto profumava di buono. Di bucato appena fatto. Intorno a lui vide quella che gli sembrò la piccola stanza di un ospedale, ma più ordinata e pulita di una canonica stanza di ospedale. C’era anche un mazzo di fiori freschi in un vaso, sul comodino alla sua destra. Accanto al vaso un campanello, con un foglio di carta bianca sul quale c’era scritto semplicemente, in inglese, “Suoni, quando si sveglia”. E Barry suonò. Dopo pochi istanti entrò un ragazzo sulla ventina. Alto e magrissimo, con degli occhiali neri da nerd, vestito con una tuta blu di quelle che hanno gli infermieri nelle serie tv americane. Un orecchino circolare che sembrava d’argento gli scintillava sulla parte alta dell’orecchio sinistro. Entrò con un vassoio, che gli sistemò sul letto. – Immagino che avrà un certo qual appetito, signor Lawson. Mangi pure con calma, fra una mezz’ora avrà tutte le risposte alle domande che, sono sicuro, albergano vivacemente nella sua testa. Quella porta che vede lì conduce alla toilette interna della camera... si alzi adagio quando ha finito che potrebbe soffrire, ahimè, di una leggera forma di mancamenti o giramenti di testa. Per qualunque cosa, suoni senza indugio il campanello, e sarà mia cura mettermi a sua disposizione.  
      Il ragazzo uscì, veloce come era entrato. Barry, ancora un po’ fuori fase, era sempre più convinto di essere in tv. Non c’era altra spiegazione a quella situazione, e a quel modo del cazzo di parlare del tipo che lo aveva servito. Diede un’occhiata fugace agli angoli della stanza, cercando di immaginare dove potessero essere nascoste le telecamere, poi sorrise e attaccò il vassoio, sul quale c’era ogni sorta di ben di dio. Dalle uova col bacon alle salsicce, dal succo d’arancia fino ai cornetti con la crema e al cappuccino, quello vero, quello italiano. Dal nord al sud d’Europa, c’era praticamente tutto. Quando fu sazio scostò il vassoio e scese dal letto. Il ragazzo aveva ragione, si sentiva la testa girare, e per raggiungere il bagno dovette camminare adagio, rasente la parete, poggiandosi con una mano al muro.
      Si svuotò la vescica facendosi forza per non cadere nella tentazione di pisciare da seduto, che se c’erano telecamere anche nel bagno non voleva fare la figura della mezza checca. Fece lentamente un giro attorno a sé stesso prima di rinfilarselo nei pantaloni, per mostrare al mondo il suo uccello di oltre venti centimetri.
      Poi si diede una sciacquata alle mani e al viso, e quello che vide nello specchio lo lasciò perplesso. Aveva l’orecchio sinistro fasciato. Se lo sbendò e lo trovò arrossato, e soprattutto notò che c’era, sull’elice, un orecchino circolare che sembrava d’argento. Uguale a quello del ragazzo che gli aveva portato la colazione. Stesso orecchino. Stesso orecchio. Stessa posizione. Aveva sempre odiato gli orecchini, lui. Cercò di levarlo, ma appena lo toccava sentiva una fitta di dolore, e decise di rimandare l’operazione a tempi migliori. Quindi riguadagnò il letto e si sdraiò, aspettando le “spiegazioni” e sorridendo alle telecamere nascoste che, ne era sicuro, lo stavano riprendendo.
      Entrò un tizio dall’età indefinibile. Faccia d’angelo. Lineamenti delicati. Ma un sorriso che faceva paura. Barry gli avrebbe dato al massimo una venticinquina  d’anni, se non fosse stato per un accenno di rughe sulla fronte e dei peli bianchi che spuntavano qua e là dal pizzetto, indizi che facevano presumere che di anni ne doveva avere almeno una decina di più. Non molto alto, vestito con una mimetica e un maglione sbrindellato. Gli occhi gli brillavano. Lo accompagnava una tizia sulla trentina. Alta. Occhiali con la montatura di tartaruga. Camice bianco. Occhi di ghiaccio. Accanto a loro, ai piedi del letto su cui era sdraiato, si era sistemato il tipo che gli aveva servito la colazione. Il tizio iniziò a parlare, in italiano. Parlava lentamente, con pause frequenti, durante le quali Il ragazzo traduceva per Barry.
      – Innanzi tutto mi scuso, ma non parlo la tua lingua. In realtà non ne parlo nessuna di estera... sono tendenzialmente negato. Ma veniamo a noi. Barry Lawson. 34 anni. Di Manchester. 187 cm per 90 kg di peso. Genitori divorziati. Attualmente disoccupato, sei tornato a vivere con tua madre. Istruzione... sorvoliamo. Tifoso sfegatato del City, con una passione accentuata per alcool, droghe sintetiche, risse e donne di facili costumi. Corretto?
      Barry era perplesso. Doveva essere un nuovo tipo di presentazione per il pubblico del reality. – Esatto, socio. Posso dire al pubblico che... ’nsomma... se c’è uno che deve vincere sono io quello. Preciso. Al limone proprio. Tipo che potrei elencare tutta una serie di motivi che lo dimostrano eh... giusto per rompere un po’ il ghiaccio con gli spettatori. Che ne dici socio? Ti racconto la mia vita? Che ti faccio un’audience che te lo sei sempre sognato.
      Il tizio rimase un istante perplesso. Poi inarcò un sopracciglio e sorrise in modo impercettibile. – Temo ci sia un errore. Un fraintendimento. Tu non sei qui per il milione, Barry?
      – No... cioè... sì, cazzo! Preciso! Ma è che insomma... credevo che mica me lo davate davvero il milione. Cioè pensavo che era tipo un reality show o qualcosa del genere, con le telecamere e tutto.
      Il tizio si lasciò andare a un sorriso più generoso. – Oh no, nessun reality. L’Accademia dei Cenciosi non si occupa di queste... facezie, diciamo. Noi siamo intenzionati sul serio a darti un milione di euro, a determinate condizioni. Ma presumo che sarai curioso di sapere dove ti trovi, e perché.
      Barry si guardò intorno. In effetti sì, era curioso. Se quelli non erano gli studi di un reality, dove cazzo lo avevano portato? E perché? L’uomo continuò a parlare. – Ci troviamo in Svizzera. Nella sede principale dell’Accademia. Il luogo preciso ha poca importanza. In questo istante sono le nove del mattino di martedì 14 maggio... il mio compleanno, tra l’altro. Domenica notte ti abbiamo sedato, Barry, e ti abbiamo portato qui. Se ti stai chiedendo, anche se ne dubito, che fine abbia fatto l’auto che avevi affittato a Trento posso rassicurarti: è stata regolarmente riconsegnata al concessionario. E naturalmente abbiamo provveduto ad avvertire tua madre, tramite un sms dal tuo cellulare, del prolungamento della tua vacanza. Ti aspetta stasera, a casa. Per la cronaca, ha detto che cucinerà uno stufato, di quelli che piacciono tanto a te. Nel pomeriggio hai un volo da Zurigo. Provvederemo noi ad accompagnarti in aeroporto. Il biglietto per Manchester a tuo nome, naturalmente, è già stato fatto. Fin qui tutto chiaro?
      Barry era stordito. Non ci aveva capito granché, in effetti. – Cazzo mi hai fatto portare qui, socio? E perché mi avete sedato per due giorni? Non potevate darmi la valigetta coi soldi e tanti saluti?
      La tizia col camice bianco scosse impercettibilmente la testa. Il tipo col maglione sbrindellato invece continuò a parlare, imperturbabile. – Non funziona così, Barry. Come ti ho detto, ci sono delle condizioni. Il milione è depositato su un conto di una banca di Zurigo, un conto intestato a te, Barry. Un conto però vincolato: potrai accedere a quanto depositato solamente tra un mese, e in questo mese noi potremo, a nostra discrezione, prelevare dei soldi da quel conto. Eseguiremo un prelievo di centomila euro, decurtandoli dal totale, ogni qual volta tu commetterai un… errore.
      – Spetta socio... non ci sto capendo mica nulla. Cioè del tipo che quei soldi sono miei ma per un mese non posso toccarli?
      – Esatto. Questi sono i documenti bancari che lo attestano.
      Il tizio passò a Barry una cartellina rossa. Barry la aprì e iniziò a leggere, quasi incredulo. – Qua dice che quei soldi sono miei appena firmo il contratto. E che ci sarà un prelievo di centomila euro per ogni mio errore, tra quelli specificati sempre nel contratto... cazzo vuol dire? Cazzo di contratto sarebbe?
      Il tizio gli passò un’altra cartellina, questa volta verde. – Questo è il contratto Barry. Una firma qui sotto ed è fatta. Noi ci impegneremo a consegnarti un milione di euro tra un mese; tu ti impegnerai, in questo mese, esattamente fino alle ore 20.00 del 14 giugno, a non fare delle cose. – Barry stava leggendo, sbigottito. Il tizio bevve un sorso d’acqua, poi continuò a parlare. – Non dovrai guardare nessuna partita del City, o nessuna partita di football. Né dal vivo, né alla tele, né su internet. E neanche potrai ascoltarle per radio. Non potrai toccare alcool, o droghe di nessun tipo. Potrai fumare, se lo vorrai… quello sì, visto che non hai quel vizio. Dovrai astenerti da ogni sorta di rapporto sessuale con terzi, all’infuori della masturbazione ovviamente. E non dovrai in nessun caso e per nessun motivo colpire qualcuno, né con le mani, né con armi. Ah... ultima condizione. L’orecchino che ci siamo permessi di metterti. Quello è il simbolo dell’Accademia dei Cenciosi. Noi ci teniamo molto all’etichetta. Lo abbiamo saldato, quindi non puoi togliertelo. Se lo rimuovi con delle tenaglie o rompendolo, annulli il contratto. E niente soldi.
      – Sticazzi di ‘sto fottuto orecchino! – Barry si era messo a sedere sul letto, a gambe incrociate. – Sticazzi, dico io, dell’orecchino! Ma che vorrebbe dire che non posso bere o guardare il football o farmi una scopata o menare qualche stronzo?
      – Esattamente questo, Barry. Ogni volta che sgarri, per dirla come la diresti tu, noi lo verremo a sapere. Come hai visto, abbiamo mezzi potenti a nostra disposizione.
      Barry si calmò. – Quindi se faccio il bravo per un mese... mi cucco il milione?
      – Esattamente, Barry.
      L’hooligan fece un bel respiro. Poi sorrise. – Beh non sembra male... poi salcazzo se un periodo di riposo non ci vuole, eh socio? Lo diceva sempre il mio vecchio.
      Il tizio annuì, serio. – Era un uomo saggio il tuo vecchio, Barry.
      – E poi passato il mese... tipo che posso riniziare a fare qual che cazzo voglio?
      – Assolutamente. Potrai riprendere, se lo riterrai opportuno, le tue vecchie abitudini. Da milionario, magari.
      – Be’, mi sembra una proposta onesta! Datemi una penna che firmo.
      – Per correttezza Barry, devo farti notare le clausole del contratto. Ogni errore vale centomila euro. Se superi i dieci, vai sotto. E sono soldi che tu dovrai ridare a noi, Barry, nel malaugurato caso che la tua forza di volontà non sia all’altezza della tua ambizione. Questo passaggio ti è chiaro?
      Barry si fece serio e si fermò un istante a leggere le clausole. Poi tornò a sorridere. – Preciso, socio. Dai qua la penna. Ma la storia del messaggio nella birra com’è che funziona? E poi te e la socia qui, ce l’avete mica un nome? E poi vabbè… perché lo fate? Di dare i soldi dico... non che sia sbagliato eh, anzi... cioè del tipo che sono queste le cose che ti fanno capire che la giustizia in questo mondo non è morta e tutto, però ‘nsomma strano è strano. Ci siamo capiti no?
      L’uomo  ricambiò il sorriso. – Oh, be’… lo facciamo perché siamo dei ricercatori. E dei sognatori. L’Accademia è sponsorizzata, diciamo, da alcune tra le più prestigiose fondazioni europee. I modi in cui reclutiamo i nostri prescelti sono poi, mmm... variegati. E fantasiosi. Fantasiosi, si. Direi che è il termine più appropriato. In quanto a noi, Turgenev mi avrebbe chiamato il Nichilista, e così puoi chiamarmi se credi, anche se dubito tu sappia chi sia Turgenev.
      – Salcazzo. Sarà un magnate russo di quelli che si stanno comprando i club di football di mezza Europa. Preciso.
      Il Nichilista fece una smorfia strana. Ma riprese la sua espressione pacata e sorridente dopo un istante. – Sì. Preciso, Barry. La dottoressa qui, invece, lei è senza dubbio l’Idealista. Anche se ti sembrerà strano tra i due, non te lo nascondo Barry, è lei quella che crede che tu ce la possa fare. Ma, ahimè, l’esperienza e la statistica ci dicono che sarò io ad avere ragione, Barry, visto che nessuno finora ce l’ha mai fatta. In tanti erano sicuri di farcela. Camillo, Sergey, e tanti altri. Poveri illusi. Ti auguro di fare del tuo meglio per smentire me e dare finalmente una gioia a lei.
      – Preciso, socio Nichilista! Ecco qua. Firmato e tutto. Palla al centro e che inizi il match.
      Il Nichilista controllò, poi consegnò all’hooligan la sua copia del contratto, controfirmata. – Ora Jimmi, questo è il nome dell’interprete, ti consegnerà i tuoi abiti e le tue cose. Poi ti accompagnerà all’aeroporto. Ci faremo vivi noi tra un mese Barry, il 14 di giugno, dopo le 20.
      Il Nichilista tese la mano a Barry, che gliela strinse vigorosamente. Poi uscì, con la silenziosa dottoressa che era stata chiamata l’Idealista. Il tragitto fino all’aeroporto fu per l’hooligan terribilmente noioso. L’inserviente, o interprete che fosse, non era il massimo della conversazione, e rispondeva alle sue mille domande scrollando le spalle e dicendo “Non so”. Il viaggio in aereo invece fu molto tranquillo. E quella sera la madre gli fece trovare davvero lo stufato che lo faceva impazzire.
      ***
      Il mese successivo fu duro. Durissimo. Barry non si fidava di nessuno. Passanti, negozianti, ciclisti, persino conoscenti e amici... i primi giorni tutti ai suoi occhi sembravano delle potenziali spie dell’Accademia dei Cenciosi. Ogni volta che vedeva qualcuno con un orecchino circolare, o un piercing all’orecchio stile helix, si irrigidiva e si ammutoliva. Smise di frequentare il suo solito giro e i boys. Smise di andare alle feste e ai festini che organizzavano. Smise di andare al pub. Guardando alla tele una puntata di Elementary, la serie su Sherlock Holmes che aveva come protagonista Jonny Lee Miller, il Sick Boy di Trainspotting, si convinse che gli avessero piazzato delle telecamere nascoste dentro casa, e si trasferì al rifugio. Una sorta di capanno abbandonato in periferia che John Repard aveva risistemato, collegandoci acqua e corrente. John era in comunità in quel periodo, e Barry si appropriò, diciamo, del rifugio. Ripromettendosi di fare un bel regalo al tossico quando sarebbe diventato milionario. Una partita di roba buona, magari. Non quella merda con cui si faceva di solito il tipo. Barry scomparve così dalla circolazione per un mese. Comprò addirittura una nuova scheda telefonica. Il 14 giugno sera, verso le otto meno dieci, si ripresentò a casa sua. Stringeva tra le mani le cartelline, felice. Entrò in casa. All’ingresso c’era un biglietto della madre, che aveva avvertito quella mattina del suo ritorno, con un messaggio. “Sono al Bingo con le amiche. Ti ho lasciato la cena in frigo.”
      Appena entrato in cucina gli prese un mezzo colpo. Il tizio, il Nichilista, era seduto al tavolo. Assieme alla tizia, l’Idealista. Stavano giocando a scacchi. In piedi accanto a loro, Jimmi.
      – Cazzo siete entrati? La porta era chiusa...
      Il Nichilista si alzò e sorrise. – Oh Barry caro, il denaro è la chiave che apre tutte le porte, disse una volta Molière. Ma presumo tu non sappia chi sia Molière, vero?
      Jimmi tradusse, come sempre. L’hooligan ci pensò su un attimo, perplesso. – Salcazzo. Forse il presidente di qualche club francese?
      Il Nichilista sorrise. L’hooligan non perse tempo. – Be’, comunque direi che il gioco è finito, vero socio? Del tipo che qui c’è il contratto, e non ho sgarrato una sola volta. Preciso. Ora che succede? Fai una telefonata a quella cazzo di banca o cosa? Me lo hai portato il bancomat con la carta di credito e tutto?
      Il Nichilista prese tra le mani un pezzo dalla scacchiera. – La Torre Nera. Grande saga. Conosci King, Barry? È da quella saga che ho preso lo pseudonimo narrativo di Bango Skank, sai?
      – Ehi socio, mi hai rotto i coglioni con ‘sti indovinelli del mio cazzo. Voglio i soldi. Chiaro?
      Il Nichilista non si scompose. Anzi, sorrise. L’Idealista invece si stava trattenendo a stento. Era nervosa. O meglio, arrabbiata, furiosa. Fu ancora il primo a parlare. – Certo, Barry. Avrai tutto ciò che ti spetta. Ma dimmi, sei sicuro di non aver mai... commesso errori?
      L’hooligan si irrigidì. Si guardò attorno, sospettoso. – Preciso. Mai. Neanche uno, cazzo.
      Il Nichilista sorrise. – Bene. Allora vogliamo accomodarci in salone per sbrigare le pratiche burocratiche necessarie allo scioglimento del contratto?
      Quando furono seduti in salone il Nichilista controllò l’orologio. – Le venti e due minuti. Direi che ora si può festeggiare. Champagne, Barry?
      Sul tavolino basso c’era in effetti una coppa di champagne tenuta in ghiaccio. L’hooligan sorrise quando il Nichilista gli versò un bicchiere. Se ne versò anche lui due dita e chiese all’Idealista se ne voleva. Lei fece segno di no con un secco gesto della mano. Barry prese il bicchiere. – Be’ socio, direi che un brindisi ci sta tutto! Alla nostra e all’Accademia dei Cenciosi! Che sempre sia benedetta! – Finì il bicchiere con una sola sorsata. Il Nichilista invece non lo toccò affatto. Si fece serio, e iniziò a parlare. – Vedi Barry, nello champagne che hai appena bevuto c’era una droga. A effetto immediato. Niente di preoccupante o pericoloso, ben s’intende. Solo, per i prossimi dieci minuti sarai intorpidito. Vigile, consapevole e assolutamente nel pieno delle tue facoltà mentali, ma intorpidito. Una piccola precauzione che mi son permesso di prendere, considerando il tuo carattere... esuberante, diciamo così. E no, non potrai neanche parlare. Ma potrai ascoltare. E vedere. Questo dvd che c’è nel registratore, ad esempio.
      Il Nichilista spinse il tasto play del telecomando. Iniziarono a scorrere immagini di Barry. Dell’ultimo mese. In soggettiva. – Vedi, l’orecchino che ti abbiamo messo non è il simbolo degli accademici. O meglio, non è solo il simbolo. È un dispositivo assai sofisticato, un mirabolante ritrovato delle moderne tecnologie. Non chiedermi come funziona, io sono solo un intellettuale sfaccendato, Barry. Di scienza e tecnologia, ahimè, poco ne capisco. Ma, come sia o come non sia, questo orecchino contiene al suo interno una videocamera che ha ripreso ciò che hai fatto per tutto il mese, Barry. Ho selezionato per questa anteprima alcuni tra i momenti più significativi.
      L’hooligan non riusciva a parlare. Ma i suoi occhi esprimevano un terrore senza fine. Sullo schermo scorrevano le immagini di Barry che dava dei soldi a dei ragazzini. I ragazzini che portavano al rifugio dove Barry si era nascosto casse e casse di Guinness. “Bravi soci. Salcazzo se non vi apro la pancia con la lama se solo provate a farne parola con qualcuno. Chiaro? Prendetevi ‘ste due sterle per la commissione. Ripassate tra due giorni, che vi do la lista di quello che mi serve.”
      Barry che si era portato la tv da 42 pollici ed era riuscito ad attaccarla al satellite. Le partite del campionato inglese. Le partite del City. Le amichevoli della nazionale inglese, quella del 29 maggio con l’Irlanda, e soprattutto quella del 2 giugno col Brasile, a Rio. “Ahah... salcazzo se me la perdo questa! Inghilterra – Brasile, Nichilista dei miei coglioni. Mi spiace socio, ma quel che è giusto è giusto, dico io.”
      E ancora i tossici che gli portavano le pasticche. A uno di questi, che aveva provato a fregarlo, gli aveva spaccato il naso e qualche costola, a calci e a pugni. “Pezzo di merda di un tossico marcio. Volevi fregare Barry Lawson eh? Salcazzo se esiste qualcuno che può fregare Barry Lawson!”
      E così per dieci minuti. Fino ad arrivare a quel pomeriggio. Barry che si stava scopando Alex, da dietro. “Ah si! Barry! Sfondami il culo! Così cazzo! Scopami!” “Preciso, troia! Cazzo se era un mese che stavo in astinenza! Ahhhh… Ora sentimi bene. Te devi rimanere qui fino alle otto di stasera... tipo. Non è che non mi fido, ma ‘nsomma te rimani qui. Poi ti vengo a prendere e ti giuro che ti faccio un regalo di quelli da signora, proprio. Preciso!”
      Barry che tornava a casa. The end.
      Il Nichilista stava scuotendo la testa, mentre giocherellava con una barretta metallica simile a quella che l’hooligan aveva trovato nella latta di Guinness, passandosela da una mano all’altra. – Barry, Barry... hai commesso qualcosa come 187 errori. Capisci? Ogni dieci errori sono un milione di euro, quindi non serve essere geni della matematica per... – I dieci minuti erano passati. Barry non si sentiva più intorpidito. Tirò fuori la lama dal giubbotto e si scagliò contro il Nichilista che, impassibile, pigiò il pulsante rosso sulla barretta, tenendolo premuto per un paio di secondi. L’ hooligan rovinò a terra. Un dolore lancinante dritto nel cervello. Cuore che batteva impazzito. Bava alla bocca. Il Nichilista rimase imperturbabile. – Dicevo: non occorre essere geni della matematica per capire che non ti basterebbero mille vite per ripagarci, Barry. Ma dal momento che noi dell’Accademia dei Cenciosi siamo generosi voglio che tu sappia una cosa. Avrai l’enorme privilegio di poter ripagare il tuo debito dedicando, da questo preciso istante e per sempre, la tua vita a noi. Come avrai notato basta una leggera pressione su questo pulsante per provocarti dolori terribili. Cinque secondi e sei morto. Un’altra delle funzioni di quel mirabolante ritrovato delle moderne tecnologie che orna il tuo orecchio. È collegato alle tue terminazioni nervose, e se stai pensando di potertene liberare tagliandoti l’orecchio, come ha stupidamente pensato Sergey, be’... non avrai il tempo di rimanerne deluso. L’orecchino scoppierà, facendoti saltare la testa.
      Barry, a terra, piangeva come un bambino. Come non gli capitava da anni. Il Nichilista si alzò. – Seguici ora. Abbiamo un aereo per la Svizzera, tra un paio d’ore. Ci sono tante cose di cui parlare... tante cose da insegnarti... l’italiano per prima cosa! Uh, tempo di annoiarsi, credimi, non ce ne sarà! Ah! Io, per me, ero certo che avresti fallito, quindi credimi se ti dico che non provo nei tuoi confronti nessun rancore! Ma la dottoressa, l’Idealista... be’, lei ci è rimasta male, per l’ennesima volta. Cerca di non farla arrabbiare troppo, perché ha il terribile difetto di essere, mmm... vendicativa, ecco. Terribilmente vendicativa. Forza ora! Andiamo!
      Il Nichilista mise in un borsone da tennis lo champagne, la scacchiera e il dvd, poi lanciò il borsone a Barry, facendogli segno di prenderlo lui. Poi uscì, seguito da Jimmi. L’Idealista rimase ad aspettare davanti alla porta che l’hooligan si alzasse, prendesse la borsa e uscisse a sua volta. Quando le passò davanti, con ancora gli occhi umidi, Barry balbettò: – Sono... sono il vostro schiavo ora?
      Lei strizzò gli occhi e sorrise. E per la prima volta lui sentì la sua voce. Pronunciare solamente due parole. – Preciso, socio.

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