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  • Storie

    Promuovi qui le tue storie.

    • Nightafter
       
      Lei annuì con un cenno del capo, nello sguardo le corse un fremito, forse un pensiero improvviso: fece per dire qualcosa, ma si fermò.
      “Dai camminiamo, andiamo in giù.” Disse, e gli chiese una sigaretta.
      Lui gliela offrì dal pacchetto, ne prese una anche per sé.
      Le diede da accendere, poi accese la sua dallo stesso fiammifero, il cerino consumato gli scottò i polpastrelli.
      Aspirarono assieme la prima boccata: lei esplose in un un colpo di tosse che trasformò in un sorriso, era nervosa. Si capiva da come guardava all’intorno, per non incrociare i suoi occhi, aveva una borsetta di cuoio rosso e con le dita giocava a far scattare la chiusura automatica.
      Si mossero lungo il viale alberato del parco, sotto i passi un tappeto di foglie agoniche nei colori di metà autunno, imbruniva e iniziava a rinfrescare.
      Camminavano lenti scambiando frasi brevi, lui disse qualcosa di spiritoso, lei rise.
      Era strano essere lì da soli, diverso da come era lo stare insieme di ogni giorno, sembravano entrambi personaggi di una storia che non era loro.
      La confidenza che avevano, ora qui sembrava essersi cristallizzata, come subisse la temperatura bassa del posto.
      “Ti va di prendere una cioccolata insieme oggi pomeriggio?” Glielo aveva chiesto a fine mattina, al termine della lezione di Plastica.
      Lei aveva alzato gli occhi dal lavoro a cui era intenta: una copia di testa dell'Aurora di Michelangelo, l'originale stava nelle Cappelle Medicee a Firenze.
      “Perché no?” Aveva risposto, con un accenno di sorriso, “Per me alle quatto va bene.”.
      Aveva le mani e il camice bianchi di creta disseccata, teneva i capelli fermati a chignon da un nastro di seta vermiglio, che lasciava scoperto il collo.
      La cremeria era sotto casa di lei, avevano scelto quella perché doveva rientrare entro le sei, aveva da ripassare per il compito di matematica dell'indomani. Dalla vetrata del locale si vedeva la cancellata del parco di fronte.
      Le cioccolate erano scadenti, troppo liquide e la panna montata era qualla da bomboletta spray, ma lei conosceva il posto e non ci aveva badato.
      Avevano parlato della scuola: i professori, le materie più ostiche, gli scherzi dei compagni, cazzate.
      Poi era entrato un uomo, adulto, quasi un vecchio: aveva ordinato un caffè al banco, lei si era voltata, nel vederlo e la luce nel suo sguardo era cambiata.
      Uscendo l'uomo le aveva fatto un cenno di saluto, lei aveva risposto con un gesto della mano, era tornata alle loro chiacchiere, ma aveva smarrito il filo del discorso lasciato in sospeso.
      Con un tono neutro le aveva chiesto chi fosse? Lei aveva risposto: "Un amico", senza aggiungere altro.
      Correva voce a scuola che lei avesse una storia con uno col doppio dei suoi anni, e lui non ci aveva creduto, ora sapeva.
      La visione delle mani dell'uomo sul corpo di lei gli balenò nella mente, turpe come l'immagine di una rivista porno, fu colto da una vertigine di nausea, non riusci a terminare la sua tazza di cioccolata.
      Il fumo delle sigarette indugiava nell’aria umida, confuso come i loro pensieri.
      Si chiese dove fossero gli argomenti elaborati nella mente centinaia di volte, nei discorsi immaginati con lei, che ora si erano dissolti come emulsione di pellicola vergine alla luce.
      Odiava quelle mezze frasi che nascevano dalle sue labbra, alla ricerca di uno straccio di discorso, era come il tentare di far partire a pedale un motorino ingolfato di miscela.
      Malediceva i suoi diciassette anni, così pochi per pesare sul piatto della bilancia, le sue parole gli apparivano puerili, non era così che si era immaginato agli occhi di lei al primo appuntamento da soli.
      Chissà che pensieri le passavano in mente in questo momento: si stava di certo annoiando, lo classificava un coglione, un ragazzino che le stava facendo sprecare quel pomeriggio?
      Frustrazione e tristezza gli rendevano le mani frenetiche: le nascondeva nelle tasche del giaccone, tormentando l’anello freddo del portachiavi.
      Camminarono fino al muraglione di cinta in fondo al parco, il viale terminava, si fermarono e spensero i mozziconi sotto i tacchi .
      C’era un gruppo di salici piangenti ormai spogli con due panchine di legno che si fronteggiavano, lei gli raccontò che d’estate, coperte dalle fronde, restavano nascoste alla vista, consentendo alle giovani coppie di appartarsi a limonare.
      Era l’angolo discreto dei primi baci, il rifugio degli innamorati ragazzini.
      Le mamme lo sapevano, quella storia era anche loro: per questo portavano i bimbi a giocare lontani, in altri punti del giardino.
      Giunsero al piccolo spiazzo delle altalene e lei si animò come per una improvvisa felicità: “Vieni, faccio un giro.” .
      Lo prese per mano e lo trascinò con l'entusiasmo di una bimba: il ghiaino crepitava sotto i passi di quella breve corsa, mise la borsetta a tracolla e si adagiò sul seggiolino.
      “Dai! Spingimi ti prego!”
      Il cigolio della catena e il loro ansimare, nello sforzo di quel gioco, erano l'unico rumore nell'aria condensata del tramonto che incalzava.
      Quando fu stanca, nel voltarsi si trovarono di fronte con i visi ravvicinati, mentre i respiri mescolavano vapori rarefatti, si guardarono negli occhi, fissandosi per un lungo attimo, in quel silenzio.
      La luce si ritraeva verso il confine della sera, allungando le ombre sul ghiaino del viale, lui pensò che quello era un momento perfetto per baciarla, non ce ne sarebbe stato uno più adatto.
      Si domandò se lo avrebbe ricambiato? Ne era stato certo quando aveva deciso vederla quel pomeriggio: ogni dettaglio di quella scena l'aveva vissuta decine di volte, ad occhi chiusi, solo nel letto della sua stanza.
      Poteva descrivere con esattezza il sapore e il calore delle sue labbra, il velluto cedevole della lingua che cercava la sua.
      Ora non era più sicuro di nulla e restava fermo, in quella esitazione che sospendeva il respiro del tempo: anche lei era immobile, forse attendeva che qualcosa spezzasse quel maleficio che legava i corpi e le parole.
      Restavano a guardarsi negli occhi, nel timore che il tempo ricominciasse a scorrere.
      Furiosa, la voce nella sua testa urlava: “Baciala! Baciala ora, coglione!”. Ma non si mosse.
      Lei gli porse la mano nel tacito invito al ritorno: la sua mano era calda, quella di lui gelida, fu un risveglio per entrambi.
      Guardò l’orologio: “Si è fatto tardi. Torniamo? “ Lui acconsentì con un cenno del capo, tornarono sui loro passi guardando la strada, senza dirsi più nulla fino al cancello.
      Si salutarono all’uscita con un bacio amichevole, sulle guance.
      La guardò attraversare veloce la strada fino al portone di casa, si strinse nelle spalle, sentiva freddo e una sensazione di inutilità gli pesava nel petto.
      Le auto sul corso Orbassano avevano già acceso le luci di posizione serali.
       

       

       

    • In amore, come in altre situazioni, la disperazione non è mai buona cosa.
      Così pensava Giulia imboccando la strada per Cernobbio. Era domenica mattina, in ottobre. Il sole era già alto nel cielo e diffondeva la sua luce ed il suo calore in contrasto con la data sul calendario.
      Era partita da casa con maglioncino e giacca ma ora in auto, l’effetto vetri, rendeva la temperatura davvero alta. Aprì i finestrini. Avrebbe voluto fermarsi per togliersi il maglione ma su quella strada c’erano poche possibilità di sosta. Finalmente trovò un piccolo slargo a bordo strada ed accostò. L’auto dietro di lei, un enorme SUV nero, che non aveva nessuna conoscenza della distanza di sicurezza, suonò il clacson indispettita.
      Partì da parte di Giulia il classico vaffa. Ho messo la freccia per tempo, andavo decisamente nei limiti di velocità, ma che vuoi! La strada non è di tua proprietà, ci sono anche gli altri!
      In maniche corte, rinfrescata e più a suo agio continuò ad inerpicarsi per la strada, tra curve e gallerie, che aveva percorso decine di volte. Le case che le si presentavano davanti e gli scorci del lago, a volte al piano finestrino, a tratti dall’alto, erano panorami già visti, ma sempre meravigliosi, soprattutto in una giornata così tersa.
      Il lago è cupo e triste quando è nuvoloso o piove, così dicevano tutti. Invece a lei piacevano anche i giorni uggiosi, con le nuvole che modificavano il profilo delle montagne. Quell’aria carica di umidità che dava fastidio ma ti faceva sentire viva.
      Ma ora questo sole l’accecava, era davvero forte. Ma davvero era ottobre? Il blu calmo dell’acqua faceva venire voglia di un giro in barca e di un bagno.
      Chiaro che dal finestrino entrava aria fresca. L’unico elemento che le ricordò che non era più estate. Oltre alle viti americane attaccate sui muri che erano oramai rosso intenso. E qualche foglia sul ciglio della strada che cadeva dagli enormi alberi delle ville del lago.
      A sua madre aveva detto che era fuori con gli amici, quando declinò l’invito a pranzo.
      Ai suoi amici aveva detto che era a pranzo dalla mamma, quando l’avevano invitata ad una gita in montagna.
      Così era sola in quel percorso. Si sentiva molto in colpa, non amava raccontare bugie a chi le voleva bene. Ma non avrebbero capito, decisamente no. Quello era un suo momento, che aveva deciso di affrontare da sola. Solo lei e Jeorg. No, non avrebbero capito nulla di lei e Jeorg.
      Sì forse era stata disperazione. Quando sono anni che provi a cercare qualcuno che possa entrare positivamente nella tua vita, renderti felice, dare un senso ai tuoi giorni, ma trovi solo persone disgustose! Beh magari disgustose no, non tutte, ma decisamente non compatibili. Persone che rendono il tempo trascorso in loro presenza inquieto e interminabile. Quella persone che mentre sei con loro e ti parlano, la tua vocina interiore inizia a suggerirti - scappa a gambe levate, via, via di qui! Immediatamente! – Persone che ti creano disagio non benessere.
      Jeorg era diverso, si erano conosciuti l’estate prima. Una gita estemporanea d’agosto - Che facciamo oggi? Ma se andassimo a Villa Balbianello? – ma perché no.
      Erano loro tre a casa in agosto mentre gli altri si divertivano in giro per il mondo o sulle affollate spiagge italiane – Ma perché no! Ci sono già stata ma rivederla sarà sempre interessante. Sì, ma chissà quanta gente, quanti turisti!
      In effetti il battello era strapieno all’andata. Un piccolo battello con parecchia gente in piedi. Giulia trovò un posto a sedere fuori, a prua, con un’aria che sferzava il viso per tutto il viaggio. Arrivò a destinazione con i capelli in una condizione disperata e con gli occhi che bruciavano nonostante gli occhiali. Ma almeno si era seduta. I suoi amici se l’erano fatta tutta in piedi.
      Sapevano che quella corsa faceva un sacco di fermate intermedie e tra attracchi e ripartenze ci misero una vita ad arrivare a Lenno. Finalmente, dopo l’Isola Comacina videro la punta del Balbianello, effettivamente sembrava che ci fossero molti turisti. Arrivarono che era già mezzogiorno e decisero di fermarsi a mangiare qualcosa. Seduti tranquilli ammiravano quel panorama, consueto forse, ma ci si stanca mai di ammirarlo?
      Procedettero sotto il sole afoso d’agosto, a piedi, lungo la strada che conduce alla villa. Spesso si fermavano a fare foto. Gente che andava e veniva, sembrava un marciapiede cittadino nell’ora di punta. Ma erano in gita, era estate, chi se ne importa della folla e del tempo che passa. Niente foga, niente fretta, nessun programma da rispettare.
      Prenotarono all’ingresso la visita guidata alla casa. Quella in italiano iniziava dopo un paio d’ore, nell’attesa avrebbero girovagato per il giardino.
      Appena entrati uno degli amici iniziò a gridare – Gnocca all’orizzonte! - In bella vista, in una costruzione sulla destra con grandi vetrate si vedeva distintamente una splendida ragazza con un abito da sposa. Giulia capì subito – Ma dai, un matrimonio proprio oggi, che spettacolo! – Ma mentre era immensa in questi romantici sogni i suoi amici continuavano a commentare l’avvenenza della bella sposa.
      In effetti arrivati alla Loggia una gentile signora li avvertì che dopo 10 minuti l’avrebbero chiusa per un matrimonio. Così si affrettarono a salire le scale e ad ammirare qual panorama splendido in quel luogo così famoso! Come non rivivere ogni volta la breve scena di Star Wars. Se ne parla tanto ma dura un minuto o poco più, e il panorama è pure tutto rielaborato al computer.
      Certo che sposarsi in quel posto era decisamente romantico! – pensò Giulia mentre i suoi amici iniziarono a mimare un duello con immaginarie spade laser – Facci una foto Giulia! La mettiamo su Facebook – A Giulia sembravano due rimbambiti, ma si prestò all’estemporaneo book fotografico con due bambini troppo cresciuti che giocavano a fare lo Jedi davanti ad uno dei panorami più belli del mondo. Sotto lo sguardo di divertiti turisti stranieri, i quali, un minuto dopo, stavano ripetendo la scena per i loro seguaci dei social. Giulia non riuscì a trattenere una risata di rassegnazione.
      Sulla Loggia c’erano ben disposte in due settori delle belle sedie. Davanti c’era un tavolo con una spettacolare composizione di fiori. In un angolo, un’arpista orientale e una flautista stavano provando la musica di accompagnamento. In questa elegiaca atmosfera gli amici di Giulia si fecero scattare una foto davanti al tavolo teneramente abbracciati. - Come rovinare una magnifica situazione! – pensò Giulia. Ma oramai era davvero abituata a queste esternazioni ironiche. La parte romantica non era proprio presente nei suoi due amici. O forse, la esorcizzavano.
      Vennero cacciati a causa dell’imminente cerimonia.
      Gli inviatati presero posto. Giulia e gli altri seguivano la scena dallo spiazzo sotto la Loggia.
      Improvvisamente lo scorse tra gli inviatati: un angelo biondo! Giulia non riusciva a toglierli gli occhi di dosso: era meraviglioso. L’uomo più bello che avesse mai visto.  Era ipnotizzata. Si muoveva nel gruppo di curiosi cercando di non perderlo di vista, con movimenti estremi del collo per non rabbuiare un solo fotogramma. Non era possibile che potesse esistere: e gli altri sembravano non accorgersi di tale meraviglia. Come potevano non notarlo!
      Gli amici di Giulia si accorsero del suo stordimento – Che hai visto Giulia? Un fantasma! –
      Macché – rispose Giulia – un figo da paura! Guardate, quello in piedi sulla destra –
      Chi il biondo? – chiesero
      Sì lui – rispose lei senza levare lo sguardo dal suo oggetto del desiderio. Si sentiva ridicola ma non le importava.
      Ma non è granché dai! Il classico nordico. Anche un po’ infantile nei lineamenti. Sembra un bimbo troppo cresciuto! -
      Non avevano convinto Giulia, per lei era l’immagine più spettacolare che avesse mai visto. La villa stava scomparendo dai suoi pensieri, il panorama non aveva più attrattiva, c’era solo lui.
      -Che palle sto matrimonio. Dai facciamo un giro del giardino – suggerì l’amico.
      Giulia girovagava dall’attracco delle barche fino all’immenso albero, ma i suoi pensieri erano altrove. Aveva come subito uno shock, lo stato mentale era quello.  
      Alla fine erano passate due ore ed era giunto il momento della visita della villa. Sedettero su di una panchina all’esterno in attesa della loro guida. La cerimonia era terminata, da qualche parte era in atto un rinfresco ma parte degli inviati, riconoscibili dagli abiti eleganti in contrasto con pantaloncini corti e canotte dei turisti, temporeggiava in giardino, incantati dalla bellezza del luogo. Una leggera brezza stava animando l’afa agostana. Ed era lì pure lui, si stagliava visibile tra la folla.
      Una meraviglia esponenziale.
      Lui se ne accorse, non si sa come, in quel trambusto vacanziero. Ma se ne accorse. Ad un certo punto gli occhi si incrociarono e sembravano non volersi separare. Giulia non era mai stata così sfrontata in vita sua. Finalmente riuscirono a lasciarsi, ma dopo cinque minuti stavano ancora cercandosi.
      La visita alla villa iniziò e fu decisamente interessante, tanto che per alcuni attimi il pensiero di Giulia vagò grazie alle esperienze del proprietario e alle sue avventure in giro per il mondo.
      Ma appena usciti se lo ritrovò davanti. La stava aspettando? No, incredibile, come poteva accaderle una cosa del genere. Proprio a lei quella fortuna inaspettata. Non ci era abituata.
      Con una voce ansiosa e uno strano colorito sulle guance si avvicinò a lei – Ciao, Sono Jeorg.
      Ciao sono Giulia – che fortuna sapere l’inglese! Pensò.
      Sono qui per il matrimonio del mio amico –
      Io sono qui in vacanza, una gita al lago! –
      Abiti a Como? –
      Sì, lì vicino –
      Bello questo posto –
      Sì, bello -
      E così i suoi due amici capirono che si erano persi Giulia. La lasciarono sola e proseguirono alla ricerca di scorci da fotografare.
      Accadde quindi che si conobbero. Quell’angelo stava piano piano tramutandosi in una reale presenza. Era olandese, abitava ad Amsterdam ma conosceva bene l’Italia. Ci veniva spesso per lavoro, a Milano e a Roma principalmente.  Parlarono per un’ora senza nemmeno accorgersi del tempo che passava. L’iniziale imbarazzo si tramutò piano piano in una piacevole sensazione di famigliarità. A volte capita, incontri sconosciuti con cui sei a tuo agio. A volte decisamente capita, di rado, ma capita.
      Jeorg le dava una strana sicurezza. Non era come quei broccoloni che le capitava di incontrare: Come ti chiami? Sei Single? Ci beviamo un caffè? Faresti sesso al primo incontro?
      Parlarono di botanica, di cucina italiana e olandese, di film (e ti pareva!) e anche del tempo e di turismo.
      Alla fine i due amici di Giulia, stanchi cominciarono a desiderare una buona birra e una pausa seduti.
      Giulia, a malincuore, dovette congedarsi, ma un’ansia dentro le imponeva di non credere che questa potesse essere la fine di tutto! Come! No, no di certo!
      Starai ancora qualche giorno sul lago? – chiese di getto, come guidata da una voce diversa dalla sua.
      Sì, ancora una settimana – rispose lui
      Ti lascio il mio cell? Nel caso ti serva una guida – la voce sconosciuta continuava ad avere il sopravvento.
      Certo. Un attimo che lo memorizzo. –
      E lui chiamò, il giorno dopo la chiamò. Giulia non aveva dormito bene. Aveva passato il tempo rigirandosi nel letto e autoconvincendosi che era stato solo un sogno, uno stupido sogno suggerito da un luogo così incantevole. Villa Balbianello era pericolosa! Troppo pericolosa per una ragazza single e romantica come lei.
      Si diedero appuntamento a Como, a Porta Torre e passeggiarono per quelle vie che Giulia conosceva bene. Si spinsero fino in fondo a Viale Geno e poi su fino a Sant’Abbondio. Parole su parole, informazioni turistiche e un po’ di shopping. Qualche caffè, un paio di birre e venne sera.
      Giulia non ritornò a casa. Spostò l’auto dal parcheggio a pagamento ad uno libero vicino al centro e passò la notte con Jeorg. Fu bello, a tratti anche imbarazzante, ma decisamente entusiasmante.
      Gli incontri proseguirono per tutta la settimana, andarono fino a Brunate con la funicolare, fecero il giro del lago in auto, pranzarono in un bellissimo crotto in montagna e giocarono sotto le cascate dell’Acquafraggia.  
      Ma alla fine Jeorg doveva andarsene. E Giulia non era disperata. Anzi, quasi sollevata. Aveva adorato quei momenti, spettacolari! Ma dopo un sogno prima o poi c’è il risveglio.
      Come quando, pensava, hai un’immensa voglia di panna montata quella vera, di pasticceria, ma dopo un paio di cucchiaiate, subentra una specie di nausea.
      Jeorg stava sorseggiando la sua birra su un tavolino del centro:
      Sei fidanzata? – Le chiese
      No – rispose Giulia
      Io ho una storia con una mia collega ad Amsterdam –
      Bene - commentò Giulia con un misto di gelosia profonda e sollievo.
      Si guardarono a lungo negli occhi. Ultime ore di gioco e coccole e poi
      Ti chiedo l’amicizia in Facebook, ti va? –
      E’ una buona idea? – pensò Giulia a voce alta – Sì dai, teniamoci in contatto.
      Giulia tornò a casa, non l’accompagnò in aeroporto come le aveva chiesto. E’ troppo bello, troppo. Un regalo estivo. Uno splendido regalo. Ma poi? Non ho voglia ora, non ho voglia di spezzare un bel sogno. Voglio che resti così.
      Certo, a volte il pensiero era martellante. Le mancavano quei momenti. Ma le mancava lui o le mancavano quei momenti? Non sapeva. Ma che importava. Non aveva nessuno in quel periodo. Nessuna storia seria o potenzialmente tale.
      Si scambiarono qualche messaggio, nulla di assillante.
      Poi venne ottobre:
      Ciao, sono Jeorg. Sarò a Milano la prossima settimana, ci vediamo nel weekend? -
      Le aveva dato appuntamento in uno splendido hotel sul lago. Giulia non sapeva se andarci o meno. Oddio, un amante olandese! Ma è quello che voleva? Non si sentiva molto a suo agio con questa idea, ma il pensiero di passare una splendida domenica con Jeorg la stuzzicava. Dopo un po’ che hai mangiato cucchiaiate di panna, passata la soddisfazione della scorpacciata, poi la voglia ritorna.
      Ed il tempo le dava ragione: una splendida domenica di sole!
      Arrivò a Tremezzo ma trovare un parcheggio era un’impresa! Bello il Lago di Como: sì certo, se hai un’auto che ti puoi mettere in tasca arrivata a destinazione. Lei con la sua vecchia station wagon svedese ereditata dallo zio che avrebbe fatto? Poi con costanza e una distanza di un paio di chilometri riuscì a trovare un buco. Sette manovre per entrarci, ma ce l’aveva fatta.
      Salì la scalinata dell’hotel. Jeorg l’aspettava sulla terrazza. Le sembrava che non fosse così bello come se lo ricordava, ma ad ogni modo era affascinante.
      Si salutarono con un tenero bacio. A Giulia balenò l’idea che forse gli era mancata. Però!
      Presero il battello fino a Bellagio e pranzarono in un ristorantino con vista lago. Sembravano una bella coppia straniera in vacanza. La cameriera parlò loro in inglese e Giulia le rispose in inglese.
      Ritornarono in hotel e con tutta naturalezza salirono in camera. Dalla finestra si godeva un panorama unico. Il tramonto era imminente ed i colori intensi.
      Giulia si ricordava Jeorg proprio così, un luogo conosciuto, un abbraccio forte, un’energia rinfrancante.
      Giulia avrebbe voluto chiedergli della collega ad Amsterdam ma non lo fece. Aveva paura di rovinare quella giornata. Tenne a freno una inutile ma forse naturale gelosia.
      Non aveva voglia di cenare. Salì in auto e tornò a casa.
      Forse alla prossima volta, forse no. Non aveva gli elementi per decidere in quel momento della sua vita. Così era e così andava bene.
      Arrivata quasi vicino a Como un’auto la incrociò. I fari abbaglianti la accecarono. All’improvviso le luci vennero verso di lei e venne centrata in pieno.
      Il colpo fu fortissimo, come può essere così forte a cinquanta all’ora?
      La sua macchina si fermò a destra contro il muro. L’airbag era scoppiato. Tutto accadde così velocemente, non c’era tempo per pensare.
      Sono viva, sono viva! - Riusciva a ricordare solo di aver detto quelle parole.

    • Favola 1
      Era il primo viaggio per la chiocciola. Si era presa un bel posticino economico sul primo volo per le Bahamas. 
      L'aereo stava per partire. Prese le sue valigie e si incamminò. Non era stato difficile prepararle. Quando si viaggia da soli è sempre tutto più facile. 
      Ecco il suo posto, prego – la hostess mostrò alla chiocciola un confortevole posticino proprio accanto al finestrino. Questa si accomodò e attese con entusiasmo la partenza. Poco dopo la hostess fece accomodare sul sedile accanto a lei una lumaca. Una lumaca! Colava bava dappertutto e soprattutto… non aveva nessun guscio sulla schiena! Scandaloso.
      La chiocciola non perse tempo: comunicò immediatamente alla hostess se il capitano potesse trovarle un posto libero, poiché avrebbe preferito viaggiare con un passeggero che avesse una certa decenza. La hostess obbedì e la chiocciola tornò a sedersi con notevole disgusto.
      Poco dopo la vide tornare. Purtroppo i posti disponibili nella terza classe sono terminati, ma abbiamo un posto libero in seconda classe – la chiocciola, tutta sorridente, fece spallucce – che peccato, pare che dovrò lasciare il mio posticino proprio accanto alla finestra – ma la hostess la fermò prima che potesse alzarsi – il posto è per lei – disse facendo strada alla lumaca. Questa si avviò verso la seconda classe, lasciando dietro di sé una chiocciola visibilmente imbronciata.
      Una volta arrivata si sedette accanto ad un lombrico alquanto grassoccio, comodamente seduto su una poltroncina in pelle. Quando la vide arrivare questo sgranò gli occhi e iniziò a girare la testa di qua e di là in cerca di qualcuno che disapprovasse quell'idea malsana. Quando capì che non sarebbe avvenuto decise di provare a scrutare la lumaca in modo fastidioso, così da farla spostare. Ma questa non se ne accorse neppure e si accomodò sulla poltrona, decisamente più comoda del sedile della terza classe. A questo punto il lombrico, giustamente seccato, disse alla hostess che pretendeva un altro compagno di viaggio. Questa annuì e sparì dietro ad una porticina. 
      Riapparve qualche minuto dopo visibilmente dispiaciuta – ci scusiamo per il disagio, il capitano ha deciso di liberare per lei un posto in prima classe, se non la disturba – il lombrico si gonfiò tutto – molto gentile da parte sua, da che parte? – 
      la hostess gli fece cenno di mettersi comodo – mi segua, la prego – disse invece alla lumaca, che per la seconda volta si alzò e si incamminò lungo il corridoio dell'aereo. Oltrepassarono una porticina ed entrarono nel corridoio della prima classe ornato addirittura di tappeto di velluto e divanetti. 
      La lumaca si sedette e prese a fissare tutte le celebrità presenti. Queste, che facevano altrettanto, iniziarono a chiacchierare ed a lanciarsi occhiate. Dopo poco dovettero smettere poiché la stanza sembrava un nido di api con tutti i loro mormorii e gli sguardi iniziavano ad essere terrorizzanti.
      Uno tra loro avvicinò la hostess e le bisbigliò qualcosa all'orecchio. Questa con maestrale pazienza sparì per la terza volta.
      Tornò cinque minuti dopo (ormai l’aereo aveva ritardato la partenza) con una chiave placcata in oro tra le dita.
      Mi segua per piacere – lei e la lumaca oltrepassarono la prima classe, giunsero quindi nella seconda.   L'attraversarono tra lamentele e malcontento generale, mentre il lombrico cicciotto guardava dritto fuori dal finestrino per non incontrare lo sguardo della lumaca, che aveva ormai autonomamente proclamato sua nemica giurata. Raggiunsero la terza classe, dove la chiocciola strillava frasi furibonde sulla scarsa qualità della compagnia e del suo personale, tentando di far insorgere tutto il corridoio contro il capitano e tramando inconsciamente una congiura contro la sdegnosa lumaca che le si era seduta accanto. I due uscirono quindi dall'aereo per entrare poi in un aereo di lusso, diretto per pura fortuna della lumaca alle Bahamas.
      La hostess le spiegò che uno dei vip si era sentito improvvisamente male e aveva lasciato la stanza vuota. Le consegnò le chiavi e la lasciò nella stanza extralusso dotata addirittura di mini-piscina con idromassaggio. La lumaca guardò fuori dal finestrino e si sedette aspettando la partenza. Era triste. Ed era sola. Avrebbe voluto viaggiare in compagnia. Com'erano sfortunate le lumache!
       

    • Favola 0
      C'era una volta un tipo che voleva raccontare. Non voleva narrare di fiabe che iniziano col “C'era una volta” e finiscono col “E vissero tutti felici e contenti". No. Nella sua testa quel che c'era una volta era ancora lì e quelli che vivevano felici e contenti non erano mai tutti.
      In effetti non voleva raccontare. Voleva descrivere. E come farlo se non in un racconto dove tutto può essere uguale e diverso allo stesso tempo. In una fiaba. In un frammento dove tutto quello che la dannatissima mente umana può arrivare a ricondurre ad un pensiero, un concetto o una semplice emozione. In un universo che più o meno sensatamente descrive l'insensatezza di tutto ciò che possiamo definire umanamente artificiale.
      O forse no. No, ripensandoci meglio non voleva tutta questa roba. Voleva solamente scrivere di esseri che fanno cose. Cose stupide e incomprensibili, cose che noi, ovviamente, da veri esseri umani quali siamo, non faremmo mai…
       
       

    • LA MEMORIA DELLA LUNA
       
      di DINO FERRARO
       
      La storia siamo noi ,siamo noi questo tozzo di pane,  questa strada che ci porta lontano oltre ogni muro, oltre ogni sogno. Siamo noi che viviamo ed amiamo che cerchiamo d’essere migliori , siamo noi che ridiamo e speriamo che un domani possa essere diverso da oggi. Un giorno qualunque  quando la notte   s’era dissolta con le prime luci dell’alba ,sorgendo  glorioso ad illuminare la vita puella che brama l’amore ed ingorda , assale se stessa , mite  sulle mille triste vicende della quotidiana esistenza , un uomo dall’aspetto  assai gentile  dal passato quasi sconosciuto  ,andava  per  la sua strada,  attraverso i pensieri  di mille e mille genti   di ogni razza , di ogni religione  al suo risveglio, improvvisamente s’accorse di aver perso  la  memoria ,non si ricordava  più chi fosse,  da dove veniva  ,quale era il suo nome . Incredulo  in quello stato confusionale  si mise a cercare la sua memoria ,la sua triste storia d’uomo qualunque ,uguale a Vincenzo ed Andrea  ma   ovunque andasse, vagando romito , incapace d’intendere chiedeva esausto  a chiunque  incontrasse,   persone o cose  chi  egli fosse  . Il quel suo stato di confusione , appicciato, appiccicato con dio ed altri idoli  l’uomo provò perfino, stanco di vagabondare , per molti continenti  senza  trovar risposta  alcuna di  chiedere alla luna  che  luminosa  , stava là nel cielo fosco  ignuda s’affacciava in quel misterioso universo,  beata nel cielo a sera  trapunto   di stelle, pallida e pura  splendida  nel buio  sopra la terra ,la luna l’ammirava muta e suadente  .  
      Sai dirmi  vegliarda   luna , tu regina della notte chi sono io?
      La luna  sbattendo delicatamente i cigli degli occhi  con voce  soave e dolce, colta  di sorpresa in quel momento   non sapendo effettivamente , cosa rispondere  a quella domanda gli  disse:   Vorrei aiutarti ma vedi  son  tanto vecchia, così tanto da non  ricordare neppure io  chi sono , ne tanto meno rammento , confesso del mio  passato. Il tempo ahimè ha ingannato anche me , mi ha lasciata sola per lungo tempo  è  passato cosi velocemente   che nell’oscurità  in cui sono immersa non ho potuto vedere   cosa ti è accaduto   per poterti oggi aiutarti . Troppe cose  oscure non mi hanno permesso  di vedere cosa veramente , accadesse  sulla terra  impedendo  che la mia fioca  luce illuminasse quelle disgrazie  che  colpiscono  ogni essere vivente  nell’ore funeste.  
      Poveretto che sono.
      Non disperare.
      Ed io piango per nulla?
      Per nulla ? Sei Vivo tanto basta.
      Vorrei essere un astro anch’io.
      Sai che barba.
      Sei propria bella.
      Grazie.
      Mi rifiuto di credere.
      Non ridere allora.
      Non sono cosi cretino.
      Non seguire l’ira.
      Mi bevo un caffè.
      Forse è Meglio.
      Ti ringrazio  comunque  proverò con qualcun altro   disse l’uomo  amareggiato e prosegui  per la sua strada recandosi  lesto da una stella assai luminosa . E tu Stellina  che brilli lassù  nel cielo  sapresti  dirmi quale è il mio nome,   chi sono io ? Bella domanda rispose la stellina , vorrei tanto aiutarti  ma credo di non essere in grado di farlo .
      Perché mai?
      Perché, perché, quanti perché.
      Scusa.
      Ecco non volevo.
      Va bene non grattarti il capo.
      Non sono io che mi gratto.
      Allora chi dici d’essere.
      Non lo so . Ti prego aiutami.
      Beh con i baffi staresti meglio.
      Io con i baffi mi prendi in giro.
      No , sarebbe una prova di coraggio.
      Ma io non ho paura, ma fuggo davanti al fuoco.
      Prendi l’acqua dal pozzo.
      Non ho sete.
      Di conoscenza vive la nostra esistenza.
      Ma sono figlio di nessuno.
      Credi di essere l’unico a non capire.
      Credo non vedo, non provo dolore.
      Sei proprio un bel tipo.
      Forse sono quello che sono.
      Ecco hai trovato un indizio.
      Veramente grato  bella stellina.
      Vedi di non smarrire  la strada intrapresa.
      Va bene stella ti saluto , non voglio farti perdere   altro  tempo prezioso. Così il  povero uomo  assai goffo di presenza  s’incamminò di nuovo per la sua strada , facendo  ritornò su i suoi passi  ,  andò a  bussare  ogni porta  che incontrasse , ogni  pubblico ufficio , palazzo civile , ogni luogo  di culto   che gli fosse  utile per ritrovare quella  sua  memoria perduta. Ma purtroppo la sua ricerca fu assai vana e in quella frenetica ricerca passarono giorni , mesi ,  anni . Con il passare  del tempo , guardarsi allo specchio  divenne sempre più faticoso , continuare  a  non sapere  chi sei , per il misero uomo  diventò   un gran problema. Quasi  un castigo  ,una colpa  non sapere chi fosse stato in  quella sua  antecedente esistenza,  trascorsa , chi sà in che modo. Essendo solo , senza parenti , decise dopo tante peregrinazioni   di far  ritorno  a casa  sua  l’unico luogo che egli conosceva e  di starsene finalmente  in pace ,  con se stesso   nella sua casa comodamente seduto  nella bella poltrona appartenuta  un tempo a suo nonno  ed aspettare  che  qualcosa tutto ad un tratto  avvenisse.  Aspettò un giorno, due , un mese   ed un anno  e forse più , attese  tanto che l’uomo  divenne tanto vecchio ,decrepito e debole. Il mondo s’era dimenticato di lui e lui del mondo  che gli aveva dato una vita difficile e ignara ,anonima a tal punto da perdere il ricordo di chi fosse , una vita  fatta di piaceri e piccole sciagure ,dignitosa  intrisa di  soddisfazioni che lui con coraggio  aveva affrontato ,una vita che gli aveva dato un nome che non ricordava   un amore ameno , immagini vaghe  d’un tempo trascorso nel bene e nel male .   La memoria è un bene prezioso  storia di un individuo  che è parte d’un popolo  e noi siamo   prodotto di quel  passato , di quella   storia a volte  meravigliosa, malvagia , ingannevole  che  ci guida attraverso  una multietnica   realtà  , verso  un singolare destino. Nel passato soltanto ,nelle opere compiute con senso  ,l’umanità acquista nozione e consapevolezza  di se stessa ,di quel che è  dei suoi valori   dei suoi errori ,la  fiducia nei suoi ideali e l’avversione,  verso l’orrore delle cose negative e demoniache  che la insidiano che  spesso continuamente  si persegue  ignari lungo il corso  naturale  delle sue cose . Non bisogna mai dimenticare  il  proprio passato ciò che fummo , saremo , soli ma  attraverso l’amore   potremmo ritornare così  a credere  in noi stessi e nel rispetto  verso il prossimo , nel confronto con qualsiasi colore della pelle che veste il nostro essere saremo liberi del nostro peccato. Il vecchio così s’addormentò ,  con quelle riflessioni   provò a sognare ciò che un giorno  era stato ed  in quel dormiveglia  rivide per un istante  la sua  misera vita,  lo  scorrere di ella , attimo dopo  attimo  , nel ridere , soffrire , amare , sognare, credere ,rivide  quelle  intime emozioni  che lo resero felice  nel viaggio intrapreso. Incominciò così  a correre  ad abbracciare quelle  persone care,  scomparse per sempre  ,ma intanto che correva  prese ad avvicinarsi sempre  più  alla tetra  signora  della morte  .  Ed un  vecchio  come lui gli andò incontro  affondando i piedi nella neve   insieme  ad altri  suoi compagni di sventura,  spinto da una mano crudele  verso neri  forni infernali  ove danzavano le fiamme del purgatorio,  dalle terribili fauci dai denti aguzzi e gli occhi umidi di pianto  che continuavano a bruciare ossa e carne  ed emanare un forte lezzo, senza tempo che diveniva nera cenere , fumo intenso , nube oscura sul capo di chi attendeva il suo turno. Si sentì chiamare  nel dormiveglia  :   Compagno vienimi ad aiutare, questa pietra è troppo pesante .
      Non c’è la faccio ad alzarla.
      Vengo aspetta.
      Presto ,corri son quasi allo stremo.
      Vengo con ali di angelo.
      Vieni con lacrime chiare.
      Non lasciarmi solo compagno.
      Vengo non arrenderti .
      Lasso son perduto.
      Muoio nei miei sogni.
      Funesto destino.
      Finestra che s’apre.
      Angelo vieni.
      Chiamatemi santo.
      Son solo con la mia pietra.
      Avanti compagno.
      Non cadere di nuovo.
      Ma là , su una oscura  scala  come una maledizione   un soldato   si  avvicinò   e lo colpì   con un bastone , ripetutamente con violenza imprecando contro il cielo. Il povero  vecchio crollò  a terra distrutto e l’aguzzino gli disse : Vedrai signor nessuno di massi ne porterai non  uno , ma due. Ed il vecchio sofferente , rispose    con un filo di voce : Ne porterò due ed anche tre , signore  non ho paura , son forte e dopo sé  non sei codardo t’ imbatterai con me fino alla morte. Ma quando giunse il suo turno trascinandosi  in lacrime verso il varco il vecchio chiese  alla morte . Signora la prego mi dica  chi sono io? La signora in quel momento , angusto , sorrise ed in poco tempo  si tramutò in un angelo di luce  e così gli rispose : Povero caro , non piangere più ,  figlio mio e l’abbracciò   baciandolo  sulla  sua rugosa fronte. Il  vecchio ritornò  così ad essere di nuovo  un bambino , un pargolo roseo nell’innocenza riconquistata gli  ritornò  alla mente il suo  passato,  la sua esistenza  trascorsa,  riemerse in lui  come l’onda dal mare e  con  quei  ricordi  egli chiusi  gli occhi  dolcemente  addormentandosi   per sempre  tra le braccia d’un  angelo  immenso  che lo condusse  in cielo cantando  il cantico dei cantici.    

    • La parte di lui
       
      Da qualche tempo a quella parte, la direzione generale aveva sostituito il vecchio Sirigatti, ormai prossimo alla pensione, con un giovane di belle speranze; uno splendido quarantenne, apparentemente spuntato dal nulla, a cui il significato della parola “gavetta” era del tutto sconosciuto. Si diceva fosse il figlio illegittimo di Giovanni Prezione, il proprietario della Grandemarchi, signore e padrone, tra le altre cose, della Work & Joy, la celebre catena di discount di articoli per il fai da te che consentiva a Massimo e ai suoi colleghi di permettersi l’affitto di un graticcio in periferia a cui tornare a fine giornata, un posto ameno dove potersi finalmente sentire liberi di odiare la propria occupazione quotidiana. Poco prima di abbandonarsi a un disgraziatissimo sonno screziato da incubi di natura lavorativa, nessuno avrebbe chiesto loro conto del mogio triste che gli sfaldava le guance.
      Arturo Ritorti, il nome e cognome dell’oscuro figuro che, in effetti, pareva la copia del suo presunto padre. A differenza del Dottor Prezione, che nel corso degli anni si era fatto crescere una lunga barba da Hell’s Angel, il suo volto era glabro come quello di un bambino. In compenso, sotto gli occhi, sfoggiava occhiaie violacee degne di Nosferatu.
      In confronto al pur poco accomodante Sirigatti, Ritorti faceva la figura del sergente maggiore Hartman. Dal severo istruttore di Full Metal Jacket pareva aver mutuato l’eloquio forbito e finemente genitoriale. «Ha le stigmate del vero leader» dicevano i più asserviti.
      «È un’insopportabile rompicoglioni» affermavano tutti gli altri.
      Quella mattina, poco dopo aver timbrato il cartellino, aveva convocato Massimo nel suo ufficio.
      «Ritorti ti vuole parlare» gli aveva detto un caporeparto con un’espressione dolente, liberamente traducibile con: “Ti capisco, fratello. Tieni duro, il mio cuore è con te!”.
      Il direttore lo stava aspettando con il sorriso più falso del mondo stampato sulla faccia, ne era certo. Aperta la porta, con l’anima a tracolla e la morte nel cuore, lo aveva trovato lì. Dita intrecciate e occhi spiritati, come sempre. Sul piano dello scrittoio dietro il quale era barricato, una penna stilografica che non aveva mai usato e una cornice d’argento con dentro la foto di un bambino dai capelli crespi e dalla carnagione piuttosto scura: a detta dei bene informati, suo figlio, sebbene né lui né la sua consorte potessero vantare origini nordafricane. Chi aveva voglia di pensar male era libero di farlo, a Ritorti non importava, la sua unica preoccupazione era far sì che il negozio prosperasse. Questa, la sua missione ufficiale. In realtà aveva palesato la propria natura di cacciatore di teste fin dal primo giorno. Dopo aver spadroneggiato nel centro Italia, la Work & Joy si apprestava ad affermarsi come una realtà di primo livello su scala nazionale, e ai piani alti avevano avvertito la necessità di svecchiare il parco venditori. Potare i rami secchi, i contratti full-time, quelli più onerosi, questo era venuto a fare; a rendergli la vita difficile, come minimo, a fargli capire che era giunta l’ora di guardarsi attorno, per così dire…
      «Massimo. Ti vedo cupo, pensieroso. Non ridi mai!» aveva esordito, guardandolo fisso negli occhi. «Io qui ho bisogno di gente allegra. Da te, come dagli altri “vecchi”, passami il termine, mi aspetto molto di più. Siete la spina dorsale del negozio, cazzo. Come fate a presentarvi al lavoro con quella faccia? In questo periodo di crisi avete la fortuna di lavorare per un’azienda con i controcoglioni, seria, solida… che vi paga tutti i mesi».
      Quel Voi non era certo frutto di un eccesso di galanteria tardo ottocentesca. Massimo era lì in rappresentanza della sua vituperata categoria, anche se nessuno lo aveva investito dell’ingrato ruolo di ambasciatore. Non sapeva cosa dire. Non che le sue parole lo stessero colpendo, né tanto meno che gli inducessero qualche tipo di elementare attività celebrale. Per un naturale spirito di conservazione, aveva deciso di mettere in stand-by ogni forma di pensiero, così come la sua lingua. Non era ancora giunto il momento di rimpinzarsi con una succulenta fetta di autostima mandandolo a farsi fottere.
      «Non puoi continuare così, devi cambiare atteggiamento, e di corsa! Hai capito?».
      Massimo aveva annuito, vittima di una specie di ipnosi, ma quasi felice che fosse tornato a un meno spersonalizzante e più consono Tu.
      «Posso renderti la vita molto dura, qui dentro. Spero che te ne renda conto».
      Era come se i suoi muscoli facciali si fossero pietrificati. Malgrado si sentisse appassire, aveva l’impressione che dalla sua espressione marmorea trasparisse noncuranza e sprezzo del pericolo. La cosa, quest’assurda quanto illusoria convinzione, lo rincuorava.
      «Da oggi mi aspetto maggiore disponibilità da parte tua. E poi salutami, cazzo… quando passi qui davanti – davanti al suo ufficio, intendeva – non saluti mai».
      Si trattava dell’unica cosa dannatamente inappuntabile che gli era uscita di bocca. Aveva ragione: non lo salutava mai. Non ci riusciva, era più forte di lui.
      “Non sono in grado di augurare una buona giornata a gentaglia come te” avrebbe voluto dirgli, eppure si era limitato ad annuire di nuovo e a congedarsi con un pavido: «Non mancherò!» nemmeno fosse diabetico e l’autostima di cui sopra avesse la forma invitante, ma suo malgrado mortifera, di un’enorme torta al cioccolato.
      Al netto di quello sgradevolissimo incontro, lo attendeva comunque una giornata tutt’altro che spassosa. Nei pressi della sua postazione, già stazionava un dinamico duo che aveva l’aria di essere in possesso dei requisiti base per fargli perdere la pazienza. Moglie e marito, probabilmente. A guardarli, stentava a credere a chi asseriva che, Flinstones a parte, esseri umani e dinosauri avevano abitato la Terra in ere geologiche differenti. Era certo che da ragazzo, il signore che tamburellava con le dita nodose della sua mano di cartapesta sul piano della scrivania, avesse cavalcato un triceratopo, che durante i week-end si fosse cimentato nella caccia allo pterodattilo. Già si vedeva sorreggersi la testa sul punto di esplodere. Di norma, spiegare qualcosa a persone di quell’età era un’impresa epica. I più, poi, erano sgarbati come adolescenti cresciuti in un sobborgo malfamato.
      «Buongiorno» aveva detto, riservandogli un sorriso a denti stretti, tirato e fasullo come quello di una marionetta, preparandosi al peggio.
      «Buongiorno a lei» gli aveva risposto l’uomo porgendogli la mano destra. Una stretta tremolante ma calorosa in cui, con l’aiuto della sinistra, lo aveva intrappolato in un saluto più confidenziale di quanto avrebbe voluto.
      «Innanzitutto desidero ringraziarla per il tempo che ci sta dedicando».
      La moglie, al suo fianco, annuiva silente. Massimo aveva strabuzzato gli occhi. Si era aspettato di doversi esprimere a gesti e grugniti. Era nervoso. Si sentiva ancora a disagio per via del colloquio con Ritorti. Forse avrebbe avuto bisogno di qualcuno da aggredire piuttosto che di quei due. Il tono della sua voce era calmo… come quello di Gandhi, si era detto, benché non avesse mai sentito parlare il Mahatma, qualcosa capace, in un modo che gli pareva impossibile spiegare razionalmente, di trascinarlo di peso in un mondo di sogno in cui concetti come stupidità, aggressività, e cattiveria erano sconosciuti, o, nella peggiore delle ipotesi, artifici letterari di fiabe per bambini scalmanati. Storie spaventevoli con una morale facile e radiosa: solo i buoni sopravvivono. Parlava lentamente, scandendo le parole. Nessuna inflessione dialettale. Uno splendido attore di teatro, un Vittorio Gassman con la dirittura morale di un mistico indiano.
      Spiegate le sue esigenze – stava cercando un decespugliatore che potesse manovrare malgrado le sue braccia inferme – come da copione, si era lasciato scappare confidenze poco attinenti allo specifico campo di attività del commesso che aveva di fronte. Nel giro di cinque minuti gli aveva ripetuto di avere ottantuno anni un numero di volte che non avrebbe saputo dire.
      «Sa, io e la mia signora ci siamo ritirati in campagna, ma di chiamare un giardiniere non ho voglia. D’altra parte, con la pensione che mi ritrovo, non posso nemmeno permettermelo».
      In gioventù aveva lavorato in Rai come direttore d’orchestra. Gli studi in composizione e tromba, e quindi qualche anno di oscura gavetta. Aveva snocciolato nomi da far tremare le ginocchia. Gente che aveva fatto la storia dell’intrattenimento radiotelevisivo della nazione. Massimo era stato rapito da quell’inconsueto fossile parlante. Si struggeva nella rimembranza di quegli anni, non tanto perché all’epoca aveva i capelli in testa e tutta la forza necessaria a potare una siepe senza l’aiuto di un costosissimo – ma potente e ultraleggero – marchingegno elettrico, quanto perché: «Ho fatto davvero una bella vita» aveva detto. Gli sembrava impossibile che esistesse qualcuno in grado di asserire una cosa del genere senza essere ubriaco fradicio. Certo, c’era sempre la possibilità che assumesse qualche farmaco da anziano con delle sorprendenti proprietà allucinogene, ma dubitava di essere mai stato più lucido di quel mucchietto d’ossa.
      Gli aveva porto un attrezzo che il vecchio pareva in grado di maneggiare con una certa agilità. Lo aveva guardato muoverlo su e giù, come se di fronte a lui si trovasse un grosso cespuglio. Sembrava soddisfatto, di cosa, Massimo, non avrebbe saputo dirlo, eppure era felice di averlo accontentato. Un appagamento che non aveva nulla a che fare con quello di un fido galoppino fiero di aver portato a termine il lavoro in maniera professionale, era più simile al contenuto ma caldo sentimento di gioia, quasi una forma di gratitudine nei confronti di un dio finalmente misericordioso, che un figlio prova dopo aver fatto qualcosa di buono per il proprio padre. Fin troppo banale, a quel punto, farsi vincere dalla tentazione di lasciarsi andare a bilanci malinconici. D’altra parte non aveva certo la presunzione di ritenersi una persona singolare. Esaurito da tempo lo slancio adolescenziale sull’onda del quale si era creduto un tipo “speciale”, il reflusso da età adulta, e i numerosi fallimenti in svariati campi dello scibile umano, lo avevano convinto di essere un individuo del tutto ordinario, quindi perché non abbandonarsi alla deliziosa voluttà della depressione?
      Mentre accompagnava la coppia in cassa, chissà perché, gli era venuto da pensare a Ritorti. A ben vedere, ad avvilirlo non era tanto la ciclopica portata dei propri insuccessi, l’impossibilità di poter dire, a quarant’anni da quel momento, una cosa tipo: «Ho fatto davvero una bella vita» quanto il constatare che la reale sussistenza di soggetti del genere – genere squisito vecchietto colto e beneducato – non era da rubricarsi alla voce “leggende metropolitane”.
      Con l’immagine sfocata ma indelebile degli occhi spiritati di Ritorti marchiata a fuoco sul fondo delle palpebre, la seppur evanescente corporeità dell’ex direttore d’orchestra che lo precedeva di qualche passo pareva suggerirgli quanto segue: “Esistono persone meravigliose, creature capaci di dipingere un sorriso sul tuo viso stanco senza alcuno sforzo… ma non appartengono al tuo mondo. Ora piangi pure se ti va, ma non troppo, però… io qui ho bisogno di gente allegra, cazzo!”.

    • LA MARCIA DELL’ANIMA
      DI DINO FERRARO
      Assettate , sotto a una croce con lo core chine di  passione i versi mi volano attorno e nù saccio chiù,  quale  via  mi porterà a casa,  dentro l’addore dè maccarune,  assetate sotto ò cielo,  simile  a tutti , come ieri che mi faceva a vino e pescavo, ridevo, pensavo che tutto fosse stato lecito  con una  donna  vicina,  moscia  che s’alliscia vicino a nù lampione  che s’arrampica  verso ò cielo .
       
      La paura di chi siamo e la puzza sotto ò naso e nù creature sotto ò muro,  attaccate a chesta canzone , che vola ,s’arrigrea e dice voglio campà , voglio dire chelle che me passe per la  cape . Sulagne ,  siente le voci dei condannati ò male passato , mortificato , zitto,  zitto senza nome , senza nà storia , che ti dice chi sei , chi ti ha fatto nascere dentro nù quartiere malfamato ,sotto n’albero mimose ,  sotto nù cielo  chine e stelle,  chine di nuvole e dulure , chine di passione per la  musica,  inseguendo  una bella figliola vestita di rosa , vestita di stracci , vestita come ò cielo , come era mamma soia quando incontrò a papa suo ,  sotto a una croce , sotto  la  grigia pioggia .
       
      Ora cosa siamo,  siamo miezzo stù burdello , dentro le budella di una città  chiù nera dello gravone , vola stà canzone pò ritorna,  si mette in riga,  saluta gli sposi saluta con bona creanza,  saluta  Antonio che rimasto incapace di parlare  dentro  a chesta  faccenda  con una faccia chiù verde di un pianta che s’arrampica sopra nù muro , che  sale , sale , lenta , sangue che scorre , scorre dentro le vene della vergine,  dentro il corpo che muore lentamente con tutti i suoi malanni .Ogni uomo è  padrone del proprio credo , ognuno può dire d’essere padre ,  figlio , spirito   dopo aver bevuto da questo calice le lacrime  versate dalla vergine  che hanno generato un nuovo mondo.
       
      Siamo partiti un bel mattino in groppa  ad un somaro,   lo ciuccio  è  storia ,  lo ciuccio della sciorta ,padre , madre , figlio  sono santi  nel  delirio  di un era ,  in cerca  di  un  luogo  che li porterà dentro e fuori dalla storia , che hanno scelti di vivere , dentro di me che veggo e spero. Ogni uomo,  afflitto da  timore  vari è  un limite alla propria libertà , un  frutto ammunate,  chiano , chiano coppe a nù muro , assieme a chesta morte.  Assieme alla speranza dalla  bocca zuccherosa , spizzicane,  rassegnate , saglie , coppe,  saglie fino addò stà Gesù.  Parla , dimmi  che senti , dimmi quello che vedi,  io non sono , quello che sono,  io sono dentro questo gioco,  nella forma di un dialogo interiore , migrante,  morto nel lontano sessantotto,  in fila in  un corteo con una scarpa rotta ai piedi , con una tasca pieni di sassi  , ascoltando  timide voci che mi sussurrano  Ulisse ritorna  in questa alcova,  sdraiati , dammi la tua  verga  ,  dammi il tuo coraggio  il penare di un uomo solo,  contro gli dei , contro il fato. Ed io rimango perplesso,  forse tutto è inutile,  rime,  metriche,  schemi che si susseguono,  quando  apri la porta e ti ritrovi in strada con i tuoi amici di sempre a giocare a pallone a giocare contro i mostri della ragione che vendono l’anima ad un angolo di strada ,  dentro una fiaba troppo brutta per essere venduta.  
      Vieni entra.
      Lasciami decidere.
      Beh  ti dico entra.
      Va bene mi spoglio.
      Ho qualcosa per te.
      Poco mi resta da vivere.
      Manco per scherzo.
      Tu mi cornifichi ?
      Io divido ed unisco.
      Ma il cuore non ha segreti.
      E uno scrigno pieno di tesori
      Forse ritorno a Milano.
      Salutami tua sorella.
      Non ho sorelle ne fratelli.
      Mi porti un bacione a Firenze
      Una cartolina potrei scriverla.
      Va bene rimango in attesa
      Fai bene non ti muovere.
      Mi sollazzo con poco.
      Rubiamo la luna?
      Non sono un ladro io.
      Neppure io.
      Allora andiamo su Marte?
      Troppo lontano.
      Non ho la mutande di ricambio.
      Io  ho  calzoni  troppo corti.
      Ma su Marte non c'è la guerra?
      Io penso che siano rimasti indietro nel tempo.
      Rammento un uomo  solo in partenza per Messina.
      Poveretto e rimasto assai scosso dal tuo comportamento.
      Io , un orsacchiotto di peluche.
      Io , una marmotta.
      La marmitta dell’auto si è rotta.
      Oh dio come faremo ad arrivare a Palermo.
      Nun vè muvite.
      E chi se move.
      Avasciate e mane.
      Aizeteve  ò  cazone.
      Te fatte a barba ?
      Ti sei messo ò  profumo?
      Mi faccio mezz’ora e suonno.
      Si acchiappo a   petrusino c’è faccio ò mazzo….
      Puveriello chillo tene lo scorbuto.
      Chi ha chiamato a Giovanni?
      Hai  risposto  a telefono?
      Manca  per la cape.
      Signora,  avascete ò panare
      Uhe screanzato  alzatevi ò cazone.
      Scusate mi  sono  distratto.    
      Vi siete  pigliate ò  caffè ?
      Mò mi faccio un  solitario.
      Mò mi  faccio tre ,quattro sorsi di vino.
      Passa ò tiempo , passa e gonfia queste  parole volgari ,  incurante di cosa si possa essere di come s’arriverà a conoscere la ragione che ha generato il male di un era . Ed in tanti si sono radunati fuori il palazzo comunale,  una folla sempre più minacciosa,  una folla ratta,  fatta di madre e figli , di calciatori , di campagnoli , di spazzini,  di figli e trocchie  che rubano il grano ai più poveri,  che ingrassano  alla faccia di  chi  fatica  ed è  bello  non  sapere  cosa è  il vero peccato.  Chi mangia tanto  vola in  paradiso tra tanti santi  con tanti voti , presi all’ultima elezione , viene condotto perfino   davanti al signore dell’universo,  che conosce questo amore e questo soffrire delle  derelitte folle. Tutto è un gioco di nuovi verbi  , che s’arrotolano nella mente di un santo,  nel loro  dubbio amletico  ci chiedono di morire in pace.
      Fa appriesse.
      Nun c’è stò chiù a fa finta.
      Mi hai  tagliato la basetta?
      Tengo tre uova sode.
      Chiame a Giggino.
      Nun voglio parti.
      E statte cà assieme a noi.
      Facime  appresse.
      N’ata vota , allora lo tiene per vizio.
      Mò , non  voglio parlà.
      Fai buono nun te mettere scuorno di niente.
      Io ,  sono una signora.
      Ovvero , chi dice il  contrario.
      Teresaa.
      Annuccia
      Angelina Genta , genta .
      Scinne fà apprese
      Te mise le  mutandine?
      No , madonna e mò , chi c’è lo dice al padrone.
      Il mondo ruota intorno ad una speranza , bizzarra, spaurita , scurrile che tiene in se tutta le maledizioni  della gente  e tutto il mistero di una generazione che si  è evoluta nella piega socratica o chimerica di una verseggiare  rado ,  poderoso, privo  d’interesse, freddo, ossessivo, volgare,  povera pulce  che salta e vuole far vedere che sà saltare , come il nesso logico  che avvolge in sé  ogni generazione passata  come questa storia che si sussegue nel bene e nel male , priva d’interesse,  priva di identità , morta prima di uscire da casa . Come ieri , anche oggi la logica ha dato i suoi frutti in forme semantiche,  prive di forme simboliche , prive di quel non sò , che  anima il mondo intero.
      Pigliateve  ò pullman.
      Me la faccio a piede è  meglio.
      Hai  visto a Giovanni ?
      E chi è ?
      Come Susanna.
      Chi Assuntina  la portiera.
      Beh prima faceva a sarta,  mò si fà chiamare Enrico.
      Santa Marta io mò piglia la scopa.
      Ascite fore.
      Francesco.
      Chi è  stò nel bagno.
      Pensare fa male.
      La morte è fisica .
      Un attimo è siamo in paradiso.
      Una corsa contro il tempo.
      Stò male non voglio ridere.
      Questi c’infornano.
      E che simme pizze ,pezzi  di  pane.
      No,  siamo giudei.
      Oh Madonna  mi ero  dimenticato.
      Scetate a stù suonno.
      Hai  chiamate a Pietro.
      Gli ho mandato una lettera di reclamo.
      Hai fatto bene , stiamo messi proprio male.
      Tanto , saranno due o tre metri.
      La vedi la fornace?
      Emana un calore tremendo.
      Chi si butta  per primo ?
      Io stò buono accussì.
      C’è piense  diventeremo  carbonella.
      Polvere eravamo e polvere ritorniamo.
      Nel vento voleremo.
      Che bello,  poter sputare in faccia il destino.
      Che magia
      Che disgrazia
      Pazzia
      Bellezza
      Pezzi di merda
      Forse domani potremo dirci liberi
      Forse domani saremo con il signore
      Con i nostri padri
      Con tutto il nostro popolo
      Assieme a Giggino
      Ad  Assuntina a scagliosa
      A  Paoluccio  il rigattiere.
      A  Ciccillo  che girava la manovella.
      E un film ?
      Un delirio.
      Un lungo corteo di popoli e gente di ogni ceto,  razza e pensiero , tutti insieme , verso quel punto che è la fine ed il principio d’ogni domanda senza risposta , che si ripete dentro di noi ,accompagnati da  note allegre,   note che muoiono all’alba. S’ odono i nostri vagiti i lamenti immemori d’un vivere , echi d’un sordo suono che contiene in sè ogni speranza , ogni logica , ogni memoria. Davanti a noi una piazza tanto grande,  che non riesce a contenere la gioia d’essere liberi , di poter dire tutto quello non si mai detto di  ogni filosofia,  forma geometrica,  linea che congiunge un punto all’altro  bagnato dal mare dalle sue onde , folli , ebbre di ricordi che sono rinati all’improvviso senza senso nel nostro esprimere tutto l’amore che si è provato nel stare da soli difronte a Dio.
      Voglio pregare.
      Voglio una pizza.
      Mi dà un panino ?
      Non vuole un insalata?
      Voglio la zuppa.
      Ho fame
      Mamma mia che buona.
      Si segga , assaggi.
      Veramente aspettavo il tram.
      E quello che porta alla felicità.
      Non sò forse.
      Forse sei morto con noi aspettando.
      Forse non  lo ho mai  capito  per davvero.
      Venga alla mostra.
      Mi vesto.
      Prego,  non dimentichi.
      Io non volevo ,avevo solo fame.
      Giovanotto lei mi ferisce.
      Io non pensavo a tanto,  per una scodella  mezza piena.
      Per un sacco di cose ed altro.
      Facciamo ammenda.
      Me lo scrivo dietro questo quaderno.
      Lo scrivere persegue una sua originale idea,  eclettica troppo bizzarra,  forse una delusione che sfocia nell’assemblaggio illogico di rime e versi cresciuti in fretta senza gradi , senza quella autorità morale,  legata alla prosodia . L'ultima cena è un punto d’incontro,  un luogo comune che fa desumere che tutto quello che si è detto ha una seria ripercussione etica sulla vita quotidiana e l’elemento cosi elencato,  sottoscritto,  versato alle casse dello stato come tributo ,un imbuto dove scorre ogni cosa dove il signore,  scivola incurante del patire dell’essere vittima di quel dissacrante moto dell’anima che rimanda  a pan duce degli astri.  Ed è propria una bella gatta da pelare,  d’acchiappare  ,   da soffriggere a fuoco lento renderla  tenera al palato di chi ha molto goduto d’amori d’altri tempi. Ed è giusto che ognuno possa sentirsi partecipe di questo gioco,  con il suo nome , con la sua volontà che riassume  tante tradizioni  antecedenti.
      Puozzo campà cent’anni.
      Puozzo addiventà santo.
      Puozzo piglià nù terno.
      Nà quaterna.
      Nà cosa di soldi.
      Sei  caduto dentro a stù pertuso.
      Chiamate li guardie.
      Io mi metto a malattia.
      A me nun m’interessa.
      Io sono di passaggio.
      Ma se pò sapè chi lo ha ucciso?
      Io tenevo a mia figlia per mano.
      Io mi faceva la barba.
      Ma come faremo a scoprire l’autore di questo delitto.
      Ci manca il sale. Io , lo trovo divertente.
      Forse  l'autore aveva una sua  vita segreta , un qualcosa mai detto , forse era quello che voleva far  appariva ma non si lavava mai il viso e per questo il signore del letto difronte gli tirò una scarpa dietro la testa , lo ciaccò , gli uscì  tanto  sangue , due giorni dopo morì.
       
      Nero questo cielo , c’è chi balla sopra la nostra terra,  il poeta è salito al cielo,  sanguinante e salito una bella sera con tutte sue speranze,  con una gran voglia di dire la sua di parlare ora con un santo ora con una santa , con molti , con se stesso,  oggi forse vive nel ricordo di tutti noi,  forse è morto per sempre ,  forse e lassù , perché lo abbiamo voluto tutti noi , forse era una brava persona , un uomo , un essere diverso,  un musico capace di fare  una musica strana che ti metteva  allegro , che ti faceva  capire che la vita e poca cosa senza l’amore di una donna,  senza avere eccessive ricchezze , un auto lussuosa  con tanto trucco con uno ,due , tre rose tra i capelli. Ella l’invito a sedersi , il poveretto ,  giunse appena in tempo,  tutto contento d’essere morto a quell’ora che sussurrò  all’orecchio del cocchiere del carro , avanti non fermarti . Poi la gioia prese il sopravvento , s’unirono alla danza gli angeli con  le ali ed i demoni senza corna , tutti gridarono come bello essere qui con te,  festeggiare questo momento, senza peli sulla lingua , come bello mangiare la tua carne , bere  il tuo sangue vermiglio,  assaporare  il tuo sogno che diventa roseo al solo vederlo. Poi tutti compresero il senso , il fine funereo,  fulgente, gemente,  elegante,  senza guanti , un guardare di traverso la storia che c’arriso , sotto l’unico vessillo, nella  sorte  avversa d’essere,  non essere poi fine a se stessi , una forma antica , essenza d’una tragedia immane,  una voce che si spegne nella sera , insieme alle tante paure,  insieme al nostro dire che ci conduce  metaforicamente lontano dalla follia di  essere balordi poeti  in questa tragica epoca.

    • Io ero terrorizzata, perché avevo paura di dirti tutto, che mi fidavo di te, che con te mi sentivo veramente me stessa, non dovevo nascondere niente, ma non potevo. Ogni volta che avevo questo pensiero mi dicevo "ha già qualcuno, è impegnato...molto impegnato! Non puoi". Avrei voluto dirti che, nonostante il motivo per cui ci fossimo conosciuti non fosse bello, non avrei mai cambiato nulla perché ero felice di averti incontrato.
      Avrei voluto dirti che ricordavo sempre il tuo sorriso. Che ero felice quando ti preoccupavi di risolvermi i problemi. Che ero sorpresa e contenta quando ti ricordavi le cose che mi riguardavano, anche quelle stupide, quelle dette mezza volta o quelle che nessuno si sarebbe ricordato mai. Avrei voluto dirti che anche io mi ricordavo tutto di te, che soffri a stare al sole, mentre io lo amo, che ti piace il mare, il caffè con una bustina e mezza di zucchero e che, come me, sei sempre convinto che le cose vadano male.
      Ma non ce l'ho fatta e, così, come tante altre volte, ho tirato fuori una battuta e ti ho preso in giro. Questo era quello che facevo sempre quando ero in imbarazzo e sapevo che era meglio non andare oltre, perché l'unica a soffrire sarei stata io. Qualche mese dopo, poi ci siamo rivisti. Era la prima volta dopo il nostro primo incontro.
      Ci siamo incontrati in occasione di un appuntamento che, secondo me, anche tu hai voluto che ci fosse. L'abbiamo, l'hai organizzato con grande cura, stando attento ad ogni dettaglio. Eri bellissimo, curatissimo...avevi tolto parte della "ferraglia" che avevi addosso. Orecchini, anelli, bracciali, che io avevo detto che non mi piacevano. L'hai fatto per me? Ho sperato di sì ma, ormai, non lo credo più, alla luce di come è andata.
      Ti avevo portato uno di quei braccialetti della fortuna colorati, niente di importante (era il tuo compleanno il giorno prima), ma non ho avuto il coraggio di dartelo. Ed è ancora là, conservato...chissà se te le darò mai. Quel giorno è stato bello, era come se fossimo molto "amici", mi hai presa in giro per i capelli che erano troppi e ricci...ma erano esattamente come i tuoi.
      Mi hai chiesto ripetutamente di venire ad un altro evento, che ci sarebbe stato qualche mese dopo. Perché insistevi? Perché avevi voglia di vedermi o perché lo facevi con tutti? Non te l'ho mai chiesto e, adesso, è inutile farlo. Sarebbe fuori luogo. Dopo quell'incontro, infatti, qualcosa è cambiata, lo sentivo ma non avevo diritto di chiedere spiegazione e, forse, mi mancava il coraggio.

    • L’uomo dal largo cappello si tuffò velocemente in mezzo alla folla. Chi lo conosceva sapeva che era solito sedere ad una panchina ai bordi della piazza e attaccare bottone col primo venuto avendo la capacità di parlare per ore senza mai interrompersi e soprattutto, senza dare all’altro la possibilità di replicare o controbattere in alcun modo. Tutti sapevano che di sicuro non era una cattiva persona, che anzi aveva cose intelligenti e sensate da dire, racconti di viaggi meravigliosi, esperienze di vita vissuta che in pochi avrebbero potuto eguagliare, aneddoti e fantasticherie degne di un cantastorie di altri tempi. Qualcuno diceva fosse venuto da terre lontane, qualcun altro che semplicemente aveva una fervida fantasia e quello che raccontava era in realtà frutto della sua immaginazione, eppure tutti rimanevano lì ad ascoltarlo, anche per delle ore, ridevano e annuivano come si fa con i bambini, e salutavano sempre cortesemente e quasi con rammarico quando erano costretti ad allontanarsi per andare a  sbrigare qualcosa di urgente da un’altra parte, dovendo così interrompere un racconto che stava nel pieno dello svolgimento.
       
      Ma quel giorno qualcuno racconta di averlo sentito improvvisamente farfugliare delle cose insensate e rimanere addirittura senza parole, lui che di parole ne aveva così tante che avrebbe potuto riempire volumi interi senza battere ciglio. Questo qualcuno sostiene di averlo sentito mormorare a un certo punto: “ Ho perso il filo… il filo…”
      Fu proprio in quel momento, pare, che l’uomo col cappello si alzò di scatto dalla panchina, lui che si muoveva con calma e pacatezza, e guardando a terra come chi abbia perso qualcosa di molto importante, si inoltrò tra la folla delle vie del centro.
      Il filo, il filo… dove sarà finito? Lo porto sempre con me, sta dentro la mia tasca destra, avvolto in un fazzoletto di seta così che non si possa sporcare o confondere con le altre cose che metto in tasca. Come posso averlo perso?
      Camminando e continuando a guardare a terra, le parole e le frasi sembravano mischiarsi nella testa in maniera confusa e vorticosa. Articoli e aggettivi si scontravano continuamente, i verbi erano persi, i nomi delle cose svanivano come neve al sole.
       
      L’uomo cominciò a vagare per il reticolato di vie della città vecchia. Percorreva ogni giorno quella stessa strada seguendo un ordine specifico che lui stesso si era imposto da quando si era trasferito in quella città, ormai vent’anni prima. Ripercorse quelle vie al contrario, camminando a marcia indietro nella speranza di riavvolgere il filo dei suoi ricordi e tornare al momento esatto in cui il fagottino dalla tasca era scivolato a terra ed era stato, forse raccolto da qualcuno, forse lasciato misericordiosamente in un angolo, in attesa.
      Andare a marcia indietro però gli aveva dato come unico risultato quello di sbattere contro macchine parcheggiate, pali della luce e persone non sempre troppo comprensive.
      L’uomo col cappello allora aveva scelto un gradino, vi si era seduto e aveva lasciato che la sua mente, ali spiegate, cominciasse a volare al di sopra della città, mentre lui rimaneva immobile a pronunciare parole che uscivano libere dalla sua bocca come se fosse un altro a pronunciarle al suo posto.
       
      La mente fece ritorno senza aver trovato il fagottino ma con un’idea: bisognava andare a parlare col pescatore, lui avrebbe trovato la soluzione.
      Il pescatore era un uomo anziano e passava intere giornate seduto lungo l’argine del fiume con la canna da pesca in mano. Nessuno aveva mai sentito la sua voce, anzi, tutti erano convinti che il pescatore non avesse mai parlato in vita sua, per questo i pesci gli erano così vicini.
      L’uomo col cappello si avvicinò al pescatore e, incapace di fare un discorso di senso compiuto, cominciò a gesticolare in maniera teatrale di fili e di disperazione e di nascondigli e di lacrime e di parole volate via.
      Il pescatore sollevò il suo berretto e guardò l’uomo, poi indicò un punto preciso all’orizzonte, in corrispondenza con il centro della città, con la piazza che l’uomo era solito frequentare ogni giorno da vent’anni.
      L’uomo lo guardò senza capire.
      Io vengo da lì, capisci, ho guardato dappertutto, ma non c’è nulla lì, ne sono sicuro.
      Ma il pescatore continuava a indicare quel punto mentre la canna da pesca puntava il fiume.
       
      L’uomo, rassegnato, tornò allora sui suoi passi e piano si diresse verso la piazza. Trovò la panchina su cui era seduto fino a qualche ora prima ancora libera e vi si sedette.
      Il cappello sembrava essere diventato troppo pesante da sostenere e gli ricadeva sugli occhi. Le parole che lo avevano accompagnato tutta la vita  ora gli turbinavano in testa vuote, cattive.
      Eccoti, perché sei andato via senza finire la tua storia? Mi piaceva molto… ma meno male che sei tornato così puoi finire di raccontarmela!
      La donna era apparsa all’improvviso senza farsi notare, si era seduta in silenzio e aveva pronunciato con gioia  e naturalezza queste parole.
      Ci volle un po’ perchè l’uomo, da sotto la falda del suo cappello, vedesse che la donna, con dita sottili, cercava di districare con pazienza un groviglio di fili colorati delicatamente poggiati sulle sue gambe, mentre ancora continuava a guardarlo attendendo il seguito della storia.
       
       

    • “Messi vicini per caso”, dice così una canzone di Pino Daniele e proprio così inizia la nostra “storia”. Tanto tempo fa ci hanno “messi vicini per caso”: io ho avuto bisogno di qualcuno che mi aiutasse e, per caso, ho trovato te. Potevo trovare chiunque ma ho trovato te, non so perché ma eri tu. Tu eri così diverso da me, troppo “ragazzino” e quando ti ho visto, un po’ superficialmente, ho pensato: “ma guarda com’è combinato questo”. Io, invece, non lo so che cosa hai pensato tu quando mi hai visto e ho sempre avuto timore di chiedertelo. Magari non hai pensato niente, ero un “lavoro” come un altro. Io non credevo al colpo di fulmine, non credevo a chi diceva: “appena l’ho visto, ho capito che era lui” ma, forse, adesso, devo ricredermi. Non so se sia stato un “colpo di fulmine” ma so solo che, dopo pochi giorni, ascoltando una canzone, improvvisamente e senza motivo, ho iniziato a pensare a te e non al tatuaggio o agli orecchini (che odio) ma al tuo sorriso, allo sguardo limpido, alla pazienza e alla dolcezza. Ho capito subito che non eri solo, dal primo giorno in cui ci siamo conosciuti. E l’ho capito da una telefonata che ti è arrivata. Erano le 19 circa, un orario in cui, forse, tu solitamente sei a casa e, infatti, qualcuno ti ha chiesto dove fossi. E tu, tagliando corto, hai risposto di essere ancora a lavoro. Non so se, poi, magari, la sera a casa hai parlato di questa nuova cliente o ti sei subito dimenticato di me. Ho scoperto che eri impegnato tornata a casa mia, dal tuo profilo social. Allora mi sono detta subito: “Lascia perdere…prenderai l’ennesima delusione”, ma non ci sono riuscita. In te giorni hai distrutto il mio equilibrio, faticosamente e dolorosamente raggiunto. E più dicevo di no, perché non potevo cadere in una situazione difficile, complicata e impossibile, più tutto andava nel senso opposto. Tu avevi la tua vita, il tuo passato, il tuo mondo reale e definito e io avevo la mia vita, il mio passato, il mio mondo altrettanto reale e definito. Due strade che avevano rischiato di incontrarsi anni prima, quando sono venuta la prima volta da te. Poteva succedere, ma non è successo. Le nostre strade potevano incrociarsi quando “era lì che si poteva”, come dice quella canzone improvvisa e rivelatrice che mi ha aperto gli occhi, ma non è accaduto. Invece, lo avevano fatto ora quando “non si poteva” e non si doveva. Quando tu avevi una compagna e un figlio. E io questo lo sapevo, per questo mi sono avvicinata a te sempre in punta di piedi. Ho cercato di “costruire” passo dopo passo il nostro rapporto ed ho creduto per un attimo di essere un po’ speciale per te. Ci ho creduto quando, improvvisamente, mi hai chiesto “perché non vieni in fiera?”. Forse era una domanda normale, non lo so. Ma tu sai bene che viaggiare non è semplice e, quindi, chiedermi questo non era così normale. Mi è sembrato tanto che fosse un pretesto per vedersi, visto che, ovviamente, non potevi chiedermelo esplicitamente. Non lo so, ma tutto il nostro rapporto, almeno nei primi mesi, mi è sembrato fatto da segnali lanciati che per te, magari, avevano un significato mentre per me un altro. Una rapporto sempre in “bilico”, tra le cose dette e quelle non dette. Tu non sei uno molto assiduo dei social, non scrivi post, non metti “like”, non so quanto usi la chat (con me la usavi tanto) e l’unico “like” che, in tanti mesi, hai messo a qualcosa che ho pubblicato io è stato a questa citazione:
       
      “Ti piace giocare?”
      “Mmh, sì”
      “Allora facciamo un gioco. Parliamo al telefono, usciamo insieme, ridiamo e scherziamo”
      “E poi?”
      “E poi niente, il primo che si innamora perde”
       
      Io non so perché, forse avrei dovuto chiederti il motivo per cui in tanto tempo solo questo. Forse tu l’hai fatto inconsapevolmente, ma per me ha avuto un senso. Come aveva un senso quando, a volte, passavamo tanto tempo  nel week - end a messaggiare. Quando, in realtà, non c’era motivo di farlo, se non il piacere di farlo. Lo ha avuto quando sei venuto nella mia città per un altro lavoro e, arrivato qua, hai postato la tua posizione esatta (cosa che non hai mai fatto e non fai neanche ora). Come a dire: “sono qua” e poi abbiamo passato parte di quella giornata a scriverci, finchè non hai ripreso l’aereo per tornare a casa. Io, sbagliando forse, ho pensato che tu a me ci tenessi un po’. Non ho mai pensato che fossi innamorato di me, non lo potrei dire assolutamente, ma ho pensato che ci fosse una complicità, un bel rapporto, complicato forse ma piacevole. E tu non sai quanto fosse complicato per me tenere i piedi per terra, anche quando accadevano certo cose, che per me avevano un peso. Io ero sempre incerta, insicura. Avrei voluto dirti tutto, raccontarti che mi mancavi, parlarti di più ma sapevo che non era opportuno, che non era realistico e che non c’era un futuro. Un giorno, poi, tu mi hai chiesto “ti fidi un po’ di me?”

    • Che razza di posto. Bè, certo, bisogna andare a cercarsi le lande deserte e isolate, altrimenti qualcuno del paese può vederci e raccontare tutto al barbiere, che lo racconterebbe a sua moglie, che lo racconterebbe al fruttivendolo e nel giro di mezza giornata saremmo, come dici tu? ah, si, sulla bocca di tutti.
      Per carità, capisco le tue esigenze. Ho sempre cercato di capirle, di accontentarti. Ma qui è novembre, la terra è dura dal freddo, le stoppie già impallidiscono dal rosso al giallo rigido e secco dell’inverno. Ecco, lo so, tu sorridi di queste considerazioni:
      “Come fai a pensare se la terra è dura o morbida? Ma che ti viene in mente?”
      Tu sei uno di città, in paese ci sei finito per cercarti un lavoro; la guerra non ha risparmiato nessuno. Ma io sono nata in una stanza piena di spighe di lavanda e mentre mia madre spingeva, la levatrice prendeva gli asciugamani da dentro una vecchia credenza di legno fatta a mano dal mio bisnonno. Fuori, nell’aia, spannocchiavano il mais. Ce l’ho negli occhi, la terra. So come respira.
      Fa un freddo maledetto, e tu non sei ancora arrivato.
      Lo so, sei molto impegnato, il lavoro. Non che ti sia andata proprio bene. Il posto che avevi trovato in città è durato poco, la concorrenza è tanta: siamo pieni di reduci che devono ricostruirsi una vita. Così si licenziano le donne e si aprono le porte ai veterani. Insomma, alla fine sei qui, ma non ti adatti. Non sei tipo da vita di campagna.
      Ma dove sei finito?
      Accidenti a questo freddo che svuota le ossa. Sono in bicicletta, mica ho la macchina io, e se non arrivi tu con la tua con questo cappottino mi congelo. Probabilmente sei stato trattenuto dal tuo capo: non succede sempre? Ma insomma, alla fine potevamo incontrarci un altro giorno, mica era una cambiale che fosse proprio oggi. Vabbè, tanto è lo stesso, sempre in questa campagna gelata saremmo finiti.
      E’ bello, bisogna ammetterlo. Le stoppie rossastre, le canne col ciuffo che non si muovono perché l’aria è ferma. Un po' di nebbia che si alza da un metro sopra il terreno. Peccato un fondo di damigiana che spunta dal pelo dell’acqua. Incivili. Mi affaccio alla spalletta del piccolo ponte. Anche questo sembra andare in rovina: i pilastri di cemento smangiucchiati da un’invasione di muffe, i tubi di contenimento rossi di ruggine a larghe macchie.
      Io volevo l’amore, quello grande. Pensavo sempre che doveva essere alto e bruno, riservato e mai volgare. Poi sei arrivato tu. Non ci somigliavi neanche un po’, al mio ideale. Neanche da lontano.
      Chissà che cercavo, boh. Forse solo un po' di calore. Ormai non ero più una ragazzina, e mi ero stufata di stare a sentire mia madre e le sue prediche sulla gioia di riservare la propria verginità al compagno della vita. E poi, diciamolo, non sono mai stata bella come certe mie amiche, il compagno della vita sarebbe rimasto un fantasma , un mezzo sogno di quelli che sembrano quasi veri quando arrivano all’alba.
      Ma dove sei?
      Alla fine non posso lamentarmi, uno straccio d’amore me lo hai dato: quello che potevi. Io lo capisco, hai due figli, come potevi lasciare tua moglie? D’altra parte devi darmene atto, non ti ho mai chiesto niente. Non sono sicura che vorrei sposarti, se anche tu potessi.
      Voglio dire, vieni a letto coi calzini, ti lavi i denti dopo i nostri incontri, non prima. E poi di che parlo con te che ogni volta che mi viene uno dei miei magoni, quei nodi che mi si strozzano in gola, tu ridi e mi dici:
      “Oddio le donne. E adesso che c’è?”
      Ora però fa proprio freddo. Mi ricorda l’unica volta che siamo stati fuori assieme. Bè, non da soli, ovviamente. C’era il parroco, abbiamo fatto una gita al santuario. Tua moglie era dalla madre coi bambini, sei venuto da solo. Era stato bello, ci eravamo seduti vicini sul pullman e tu mi facevi vedere le cose dal finestrini, e ridevi con quel tuo sguardo chiaro.
      Sì, quella volta mi sembrò quasi che potessimo essere una coppia, anche se dovevamo stare molto attenti, fra due tue vicine e mia zia che controllava seduta nei posti in fondo. C’era un freddo artico, e il prete doveva fare spesso pipì, così faceva fermare il pullman continuamente con delle scuse assurde. Ti ricordi che volle obbligarci a una fermata per rifornirci di ciambelle e vin brulè? Che poi neanche sapevamo dove metterli.
      Comunque adesso sono stanca, facciamo l’amore ogni tanto e quando ci lasciamo mi sento in bocca sempre di più un sapore amaro, come se avessi perso una partita. Magari è così, ho perso e non l’ho ancora capito.
       
      “Milena, cavolo, ma dove sei?”
      “Eh?”
      “Ti chiamo e non mi rispondi.”
      “Scusa, ero sovrappensiero.”
      “Sono in ritardo, lo so. Quel buffone del capo mi ha trattenuto. Lo sai com’è, mica posso lasciarlo là a parlare e andarmene.”
      “No, certo che no.”
      “Aspetta, controllo che non ci sia nessuno in giro, poi ti bacio.”
      “Chi vuoi che ci sia qui, è fuori dal mondo. Sembra Marte.”
      “Non si sa mai. E adesso andiamo giù lungo il canale. C’è un posto con delle dune, si sta riparati.”
      “Come l’hai trovato? Ci sei andato con qualche collega, o con la migliore amica di tua moglie?”
      “Ma che dici, sciocchina. A me piaci solo tu, lo sai. Allora, andiamo?”
      “Certo, andiamo.”
      Milena guarda avanti. Finge di non vedere lo spazzolino da denti che gli sporge dal taschino.

    • 8 dicembre, 10.30 pm
       
      Bridger Nicholas Faulkner sedeva sulla poltrona sotto la finestra che dava sulla strada, la tazza di caffè bollente nella sinistra, il Wall Street Journal nell’altra. La stanza era buia, ma una lama di luce palpabile filtrava tra i lembi dei pesanti tendaggi che coprivano l’alta vetrata, gettando una pozzanghera abbagliante sul pavimento dinnanzi ai piedi dell’uomo. L’aria era pesante, calda e umida, e gravava su ogni cosa come una cappa opprimente.
      L’uomo lasciò cadere il giornale sul bracciolo della vecchia poltrona di pelle marrone consunta, ed allungò il braccio per raccogliere il telefono dal davanzale della finestra.
      Lo prese e digitò un numero con sicurezza, come se lo avesse già fatto molte volte. Poi lo levò all’orecchio e si mise in ascolto, immobile.
      Nulla si muoveva, se non i suoi occhi, che sembravano correre per le pareti della stanza in cerca di una via di fuga, sbarrati.
      Sudava.
      -Daly Hadyn?-
      La sua voce riverberò profonda per l’ambiente.
      -Sono io.- rispose una voce roca e calma dall’altro lato, dalla quale traspariva una nota di stizza nell’udire il proprio nome.
      Bridger Nicholas si asciugò il sudore dalla fronte con il dorso della mano.
      -Ho un lavoro per te.-
      -Dove?-
      Una lacrima rotolò lungo la guancia dell’uomo, mentre stringeva i denti.
      -Main Street, 75, secondo piano, porta numero 6.-
      -Quanti?-
      -Uno.-
      Si udì il frusciare di un foglio.
      -Quando?-
      -Stanotte, dopo il dodicesimo rintocco.-
      Quando Bridger ebbe finito di parlare, la linea era già stata interrotta.
      Lasciò cadere a terra il telefono, e crollò sulla poltrona.
      Le mani gli tremavano, l’aria non riusciva a riempirgli i polmoni, ed annaspava come un pesce fuori dall’acqua.
      Terrore.
      Perché lo stava facendo? Avrebbe potuto risolvere la questione in molti altri modi. Dopotutto l’aveva già fatto molte volte.
      Già…molte volte…ma mai a sè stesso.
      Si alzò, reggendosi al bordo del tavolo per non cadere. Mosse qualche passo verso la finestra.
      La luna faceva capolino oltre il tetto del palazzo di fronte, alto, squallido, vecchio, un angosciante blocco di cemento tra lui e la luce.
      Nemmeno la notte portava sollievo, con le sue braccia vestite di placida oscurità, grave dei segreti che gli uomini le confidavano.
      Era un’amica fidata la notte. Ascoltava i sussurri, le confidenze, le paure mormorate alla finestra, e conservava ogni cosa in silenzio.
      Giungeva ogni giorno uguale, eppure diversa, carica di nuove storie.
      Era un’amica fidata, la notte.
      Non per lui.
      Non quella notte.
      Abbassò lo sguardo e prese una foto, poggiata sul davanzale, incorniciata d’argento. Era bella,  la sua Myra.
      Dov’era ora? Cosa stava facendo? I suoi biondi capelli stavano forse fluttuando nell’acqua della piscina della Garden Street, o forse i suoi giovani occhi di giada erano fissi sulla notte, come i suoi.
      La foto gli cadde di mano, e la cornice si frantumò a terra con un penetrante clangore metallico.
      Bridger non mosse un muscolo.
      Poi, dopo qualche istante di silenzio, si voltò, e andò nello studio.
      Era meno caldo li dentro.
      Con una lacrima che gli rotolava per la guancia, Bridger Nicholas si distese sul lettino, e chiuse gli occhi.
      Era pronto.
       
       
       
      La Main Street era tranquilla. Era da ore ormai che non passavano più auto, e da molto non si vedevano più neppure coppie che avevano tardato a rientrare a casa.
      L’uomo fumava, colmando l’abitacolo dell’auto di una spessa e calda nebbia che aveva ormai impregnato da tempo i sedili di pelle consunta.
      I fari della vecchia Mustang del ’70 erano spenti. L’autoradio era spenta.
      Le luci dell’appartamento al secondo piano del numero 75 erano spente.
      Scese dall’auto e chiuse la portiera, senza produrre alcun suono.
      La sigaretta era quasi finita.
      Si strinse nel giubbotto di pelle nera ed attraversò la strada, tenendo il volto basso.
      Faceva caldo, nonostante fosse ormai notte fonda.
      Un uomo passò li accanto, abbassando il capo e portandosi la mano destra al cuore. Lui lo imitò.
      La luna era un pallido occhio che nasceva dalle ciclopiche barricate che sbarravano l’accesso alla Città Vecchia. Oltre a quelle crescevano come alberi malati gli scheletri di cemento ed acciaio di quelli che erano stati palazzi del cuore economico e governativo della città.
      Con un sospiro gettò a terra la sigaretta ed entrò nell’edificio.
      Oltre la porta a due battenti si apriva uno stretto atrio, occupato per la maggior parte da una stretta scala coperta di piastrelle sporche, con un vecchio corrimano arrugginito che si avviluppava su se stesso verso la sommità del palazzo, dove un lucernario faceva filtrare la scarsa luce lunare attraverso vetri incrostati di muschio.
      Mosse un piede nella penombra.
      La suola dello stivale colpì il pavimento lucido, producendo un suono martellante che risuonò per le pareti dell’ambiente.
      Mosse un altro passo in direzione delle scale, questa volta con più attenzione.
      Uno scricchiolio.
      Un fruscio.
      L’uomo si sciolse nell’ombra, appiattendosi contro la parete.
      Rimase immobile per qualche istante, tentando di controllare il respiro. Il gelo che la vernice scrostata della parete trasmetteva alla sua schiena gli toglieva l’aria dai polmoni.
      Si accorse che le sue dita stavano afferrando spasmodicamente il nulla, in cerca di un appiglio.
      Si lasciò scivolare a terra, lentamente, mentre una atroce fitta di dolore alla nuca gli faceva digrignare i denti.
      Un lampo di luce attraversò il suo campo visivo, un bagliore cangiante, evanescente, quasi fosse all’interno della sua mente. Una sorta di purpurea stringa di dati che non sarebbe dovuta essere lì, dinanzi ai suoi occhi.
      Attese qualche istante, il fiato grosso.
      Si rialzò usando la parete come appoggio, le gambe tremanti. Impiegò qualche minuto a riacquisire stabilità.
      Nel mentre regnava il silenzio. Non una macchina che passava per la strada, non un uomo che scendeva le scale, non un ragazzo che tornava a casa troppo tardi, pronto ad ascoltare le grida dei genitori. Non un passo negli appartamenti sopra di lui.
      Forse dormiva.
      Riprese ad avanzare, con più sicurezza, senza emettere alcun suono. Era un’ombra. Una figura ammantata di oscurità che avanzava per una vecchia rampa di scale scarsamente illuminata da vecchi tubi al neon sfrigolanti, coperti di muschio e muffa, circondati da nubi di insetti.
      Raggiunse il secondo piano.
      Un lungo corridoio si dipartiva dal termine della rampa, accanto al quale un parapetto arrugginito e sfondato un tempo aveva prevenuto che gli abitanti cadessero nella tromba delle scale.
      Decine di porte si affacciavano su entrambi i lati, sino all’ascensore ad un lato ed una finestra sporca dall’altro, che fissava l’uomo come una scura orbita vuota.
      Una porta catturò la sua attenzione.
      Era aperta.
      Si avvicinò a passi lenti, tenendo lo sguardo fermo sull’oscurità che si trovava oltre quell’uscio. In qualche modo lo chiamava. Lo invitava ad annegare in lei. Lo invitava a scomparire.
      Si fermò dinanzi ad essa.
      Un sei di metallo arrugginito era incastonato nel vecchio legno della porta.
      Daly Hadyn entrò.
       
       

    • NUN Mè SCUCCIA’
      REFRAIN PRIMO
       Nun mè scuccià , lungi da me , mi perdo nel senso comune  , mi beo di mondi possibili nel vago soffrire, fugge da  me la colpa  di un tempo  tracchiuso, ciancioso che addiventa nà strappola , capricciosa che  me fa  chiagnere  che  me tocca lo core   mi dice : sposami fà  appresse.
      Me voglio scusà, mè voglio assettà d’into stù core è se me prode stù naso,  me mette a sparà, tu mi piglià per matto, nù tengo denare ,nu tengo la cape,  mò  mi piglio  ò pullman.
      Si nascesse n’ata vota , vurria essere nù vammariello che s’arrevote nell’onne dello mare,  nù chiagnere chiù , non soffrì  chiù , nun  alluccà d’into a stà recchia , nu me piglià  per lo cravettino ,  puorteme addò  sponta lo sole di primma mattina.
      Scinne nun mè scuccià  , scuordete ò male ,  nù parla a schiovere    miezzo fatte , rassegnate  scuparene  suonno  dentro sti  palazzi , miezzo stù  presepio , coppe stù  fuosso,  io zompo.
      A morte nun aspetta a nisciuno , suspiere , carezze non tenne la faccia  per risponnere , liscia,  spiritata  , paonazza,  s’incazza e cacace  ò cazzo che tiene a dicerie ?  stracche parole , azzecose , debiti , broglio e lenzuolo.
      Me faccio de conoscenza , de versi , di vino , de penziere  scustumate,  scannate . Sona la tammorra miezzo  alla piazza, ballano li scugnizze . Scinnite  currite  cà ci stà nà farenella,  se me passa stà freve , vaco  a pede fino a pompei . Addò  nasce stà ammore  , addò  si crede che tutto è  lecito , levateva annazze  famme vedè ,  intanto  passa ò curteo , quanta gente con a capo lo muorto che  chiuso nella bara,  nun ride , nun chiagne  , forse ricorda  ancora a  mammà.

    • La ragazza si avvicinò alla finestra e guardò oltre le sbarre: fuori era una giornata incredibilmente luminosa, ma del resto era sempre parecchio più luminoso rispetto a dove si trovava lei. Chiuse gli occhi e fissò il riflesso della collina di fronte svanire lentamente dalla sua retina, poi tornò a sedersi sul suo letto: da quanto tempo era li? Da sempre! Non aveva memoria dell’istante in cui era entrata in quel luogo e il fatto le fece pensare che probabilmente ci era nata li; certo, fosse dipeso da lei sarebbe uscita, si sarebbe messa a correre su quella collina che per tanto tempo era la sua unica percezione del mondo esterno, l’avrebbe valicata e sarebbe tornata in città, dalla sua famiglia, dai suoi amici, ma come poteva farlo? Non aveva nessuna possibilità, se non quella di restarci lì in attesa che qualcosa o qualcuno la tirasse fuori.
      Qualche passo e il muro di fronte era già raggiunto, una svolta verso sinistra e la porta sbarrava il passaggio. Come si sentiva schiacciata. Se almeno avesse potuto aprirla quella porta, solo un poco, il tempo di sgranchirsi le gambe e prendere una boccata d’aria, poi sarebbe tornata indietro e invece no, quella cazzo di porta era chiusa da chissà quanto e non c’era verso di spostarla nemmeno di qualche millimetro. Per un attimo la ragazza perse la pazienza e tirò un calcio proprio a quell’odiato varco che varco non era, essendo irrimediabilmente chiuso, un gesto abbastanza inconsueto per una come lei e difatti si sorprese, ma si sorprese ancora di più quando, dopo una piccola frazione di secondo, il rumore del colpo venne sostituito dal plin di qualcosa che cadeva. Come era possibile? Era sicura di conoscerla bene quella porta, con tutte quelle ore passate a fissarla se ne sarebbe accorta se per caso ci fosse stato qualcosa che sarebbe potuto cadere, eppure ora a pochi centimetri da lei, sul pavimento, un debole brillio certificava l’effettiva esistenza di un oggetto. Si chinò a raccoglierlo e per la terza volta in pochi secondi sentì quel colpo al cuore che capita quando succede qualcosa di inaspettato; non era possibile, non era proprio possibile, eppure...si avvicinò alla finestra per controllare meglio e si, non si stava sbagliando, quella era proprio una chiave e vuoi vedere che magari serve per uscire? Certo che se fosse stato così avrebbe dovuto prendere a testate il muro, aveva la soluzione a portata di mano e non se ne era mai accorta.
      Con un po’ di emozione si avvicinò alla porta e piano inserì la chiave nella toppa, niente da fare. Provò a invertire verso e questa scivolò dentro come se fosse stata appena oliata, poi uno scatto verso sinistra e
      Clac
      Alla donna sembrò di sentire un’incredibile energia provenire dall’esterno, tanto che per istinto la spinse con entrambe le mani, poi abbandonò la presa e restò a fissare la soglia circondata dalla luce che la stava seducendo sempre di più. Era il momento, non si poteva certo aspettare: senza pensarci troppo la aprì del tutto intenzionata a uscire fuori, ma subito venne abbagliata e dovette retrocedere per non perdere la vista. Era la luce esterna e lei aveva dimenticato come era fatta.
      Socchiuse l’uscio, tutta quella luminosità era troppa da sopportare e tornò a sedersi sul letto; dunque, la porta non era più chiusa a chiave, bene, bisognava solo socchiuderla poco a poco in modo che gli occhi si abituassero a vedere fuori, poi sarebbe bastato uscire e quindi….
      Quindi cosa c’era da fare? Dove sarebbe potuta andare una volta fuori di li? Sentiva che da sola non ce l’avrebbe fatta a camminare di nuovo in un posto che era più grosso dei due metri per tre in cui era abituata a stare. Se solo avesse potuto fare affidamento su qualcuno sarebbe stato tutto più semplice.
      Ma che stupida! Si ricordò improvvisamente che proprio li, vicino al suo letto in effetti qualcuno c’era: era la sua amica, la persona con cui aveva condiviso tutta l’infanzia e ultimamente, era il caso di dirlo, anche i momenti più bui. La chiamò mentre stava dormendo, come sempre
       
      -Hey, hey-
      -Mmmmmm-
      -Dai, sveglia-
      -Che c'è?-
      -Sveglia che è ora di uscire-
      -Ma che cazzo dici, se siamo chiuse qui dentro da sempre-
      -Si, ma ora Sempre è finito, guarda-
      La stanza si riempì di luce, troppa luce tutta assieme
      -Uuuuh e chiudi che mi hai appena svegliata-
      -Dormi sempre tu-
      -E che dovrei fare?-
      -Beh, comunque, hai visto?-
      -Si, si, ma….come hai fatto?-
      -Niente, c’era la chiave-
      -Come c’era la chiave?-
      -Eh si, era li sopra la toppa della porta-
      -Ma non prendermi in giro-
      -Te lo giuro!-
      -Belin! Allora usciamo-
      L’amica scese con un balzo dal letto ed era già pronta a uscire quando si fermò
      -Si, ma per andare dove?-
      -Eh, appunto-
      -Beh, ma qual’è il problema? Possiamo inventarcelo il dove -
      -Oh, bene. Sono contenta che anche tu la pensi così, perché avevo paura di non farcela da sola-
      -Potremmo andare sulla collina-
      -Si!-
      -E poi magari oltre-
      -Si!-
      -E scendere giù in città-
      -Si, si, si!-
      -E poi andremo dai nostri uomini, dalle nostre famiglie e da tutti i nostri conoscenti e diremo loro “Visto come siamo state brave? Siamo passate oltre la collina!”-
      -E non solo, potremo anche andare a raccontare alla gente come abbiamo fatto, in modo che anche loro, se si trovassero in una stanza buia, saprebbero come uscirne-
      -Si! E costruiremo case, così grandi da poterci vivere tutti insieme e ci saranno finestre enormi, in modo che non dobbiamo più vedere il buio-
      -Si, mi piace-
      -E allora?-
      -Facciamolo-
      Ma improvvisamente quell’entusiasmo si spense e al suo posto crebbe una commiserazione
      -Ma tanto non siamo capaci, dove andiamo?-
      -Hai ragione, c’è troppa luce la fuori, mica ci siamo più abituate-
      -Già, dopo tutto questo tempo-
      -Forse è meglio aspettare…-
      -Si, credo di si. Aspettiamo un momento migliore, quando ormai i nostri occhi si saranno riabituati alla luce-
      -Però potremmo lasciare la porta aperta, così, tanto da ricordarci che fuori c’è un mondo che ci aspetta-
      -Ma va! Ormai siamo come vampiri, se guardiamo troppo la luce i nostri occhi bruceranno-
      -Hai ragione, meglio chiudere-
      -Si. Chiamami quando ti senti pronta-
       
      L’amica si riaccasciò sul letto e si voltò con la faccia verso il muro, mentre la donna richiudeva lentamente la porta. Per un attimo ebbe la tentazione di lasciarla socchiusa, ma poi un soffio di aria calda la spaventò. Nascose la chiave sotto il materasso nella speranza di dimenticarsela: lontana ogni tentazione, lontano ogni pensiero; si avvicinò di nuovo alla finestra e scrutò il paesaggio cambiare lentamente colore prima col rosso del tramonto, poi col blu notte, il giallo autunno, il bianco inverno e il verde primavera. Pensò che si, fuori c’era una luce bellissima, ma tutto sommato lei dentro a quel buio ci stava bene e magari chissà, forse un giorno ne sarebbe uscita. O forse no.

    • L’altra mattina, mentre stavo ancora dormendo, qualcuno ha suonato il campanello di casa: era il vicino, un uomo sui trentacinque anni circa che da poco si era trasferito nell’appartamento a fianco insieme alla moglie e al figlio. Beh, quella mattina mi viene a cercare e a me già girano i coglioni perché stavo dormendo e odio essere svegliato quando dormo; apro e lo vedo li, con la faccia bianca come il latte, due occhi vuoti come di chi fosse posseduto da un fantasma
      -Ho ucciso mia moglie- dice
      -Frega cazzi- rispondo
      Lui sembra non avermi sentito e comincia a sciorinare una serie di scuse sul perché lo ha fatto e a me continua a fregare meno che niente. Sto valutando l’idea di chiudere la porta e tornare a dormire lasciandolo lì a parlare da solo, quando mi dice
      -Mi devi aiutare-
      -Io?-
      Abbandono l’idea di tornare a letto, sono curioso di capire come intende coinvolgermi in tutta questa storia e resto ad ascoltarlo: lui dice che devo aiutarlo a liberarsi del cadavere, che conosce già un posto - lo stava studiando da tempo - solo ha bisogno di qualcuno con un’auto o un furgone per portarci il corpo e che possibilmente gli dia una mano a scavare la fossa. Gli dico che va bene, tanto sua moglie non la sopportavo nemmeno con quella cavolo di mania di strillare come un’aquila sempre, tutto il giorno, così prendiamo due sacchetti di quelli neri da spazzatura, grossi, uno lo facciamo passare per la testa, l’altro dai piedi, leghiamo tutto con del nastro da pacchi e trasciniamo il cadavere per le scale senza preoccuparci degli altri condomini che tanto anche se ci vedessero non direbbero niente, carichiamo il corpo sulla mia auto poi mi metto alla guida e mi faccio indicare la strada, finché non arriviamo nei pressi di un grosso prato poco oltre un boschetto; ci fermiamo, scaviamo una fossa un po’ lontana dal ciglio della strada e ci gettiamo dentro la moglie rompicoglioni, chiusa in quella buca non dovrebbe più strillare.
       
      Mi sveglio, qualcuno sta suonando al campanello e anche se a me solitamente girano i coglioni quando mi svegliano, stavolta mi girano un po’ meno perché stavo facendo un brutto sogno. È il mio vicino, ha una faccia bianca come il latte e due occhi che pare sia posseduto da un fantasma.
      -Ho ucciso mia moglie-
      -Oh, mi dispiace- dico cercando di mostrare più compassione rispetto al sogno
      Lui comincia a sciorinare una serie di scuse sui motivi e io mi chiedo: ma perché cavolo l’hai uccisa se poi ti devi pure scusare? Non chiudo la porta, aspetto che mi chieda aiuto e difatti poco dopo:
      -Mi devi aiutare-
      -Io?-
      Ma tanto so già cosa vuole. Dice che devo aiutarlo a liberarsi del cadavere, conosce già un posto che stava studiando da tempo, ha bisogno di un uomo con un’auto o un furgone e che possibilmente possa dargli una mano a scavare la fossa. Io dico di si senza nemmeno ascoltarlo, tanto sua moglie non la sopportavo nemmeno con quella cavolo di mania di strillare come un’aquila tutto il giorno. E poi menava le mani, sì, li sentivo io gli schiaffi che tirava al bambino quando le venivano i cinque minuti e non va bene far male alle creature. E mamma mia, che brutta che era: faccia butterata, pancia molla, gambe che sembravano cotechini, culo basso, largo e flaccido. Dico io, si è mai vista una più brutta di così? E va bene che magari la bruttezza non giustifica un omicidio, ma meglio lei che una figa della madonna, no? Che poi magari se fosse stata figa non sarebbe nemmeno morta, mica uno è così scemo da ammazzare la moglie gnocca, almeno che lei non gli faccia le corna. E poi diciamocelo, lui le ha fatto un favore ad ammazzarla: sì, perché le sentivo le loro liti e la sentivo urlare che la sua vita ormai era rovinata; se lo era davvero, e non ho ragione di credere che non lo fosse, tanto vale terminarla, no? O sbaglio?
      Comunque, l’abbiamo messa dentro due sacchetti neri di quella da spazzatura, grossi, uno glielo mettiamo per la testa, l’altro per i piedi, leghiamo tutto con del nastro da pacchi e carichiamo sulla mia auto, incuranti degli altri vicini che tanto non hanno visto e se hanno visto se ne stanno, anzi, magari ci danno pure una mano. Stavolta ci portiamo pure il figlio, un bambino che frigna continuamente probabilmente per noia, perché non è possibile che gli manchi una madre come quella. Continua a dire “Mamma, mamma”, ma io mi convinco che invece dica “Panna, panna”, tanto che ad un certo punto sbraito
      -Ma non vedi che dobbiamo seppellire tua madre? Come cazzo facciamo a fermarci per comprarti la panna? Se stai bravo dopo ti compriamo tutta la panna che vuoi, ok?-
      Lui scoppia a piangere così forte che non riesce nemmeno a respirare e in poco tempo diventa talmente rosso che penso stia per scoppiargli la testa, mentre il padre si limita a guardarci come un ebete
      -Vuoi farlo smettere?- gli grido
      Poi mi metto alla guida, mi faccio indicare la strada, passiamo il boschetto, arriviamo nei pressi di un campo e dopo qualche metro cominciamo a scavare, scavare, scavare, sempre con le urla del bambino nelle orecchie, fino a quando la buca non ci sembra sufficientemente grande e gettiamo il sacco dentro. Stiamo per cominciare a richiuderla quando il bambino si getta sopra il sacco e si mette a strillare come un forsennato
      -Panna, panna, voglio la panna-
      Si agita
      -Paannaaaa-
      Si china verso il sacco
      -Paaaannaaaaa, noooo-
      Cerca di strappare il sacco con le mani. A questo punto perdo la pazienza e con la pala gli do un colpo dietro la testa secco e preciso; non lo sapevo, ma evidentemente devo essere bravo con i colpi, perché lui cade per terra con il cranio fracassato.
      -Cazzo, ora ci toccherà scavare una fossa più grande- dico e comincio a scavare
      Il vicino mi guarda incredulo, ha una faccia che fa davvero ridere ora con quella bocca aperta e gli occhi da pesce palla. E infatti gli scoppio a ridere in faccia
      -Che….che cosa hai fatto?- chiede
      -Avevi un figlio proprio capriccioso, lo sai? Ma gliela avete insegnata l’educazione?-
      Lui avanza verso me e cerca di strapparmi la pala dalle mani
      -Bastardo, bastardoooo- urla
      Bastardo? A me che l’ho aiutato? Bel ringraziamento!  Si piega in ginocchio, picchia con le mani per terra e io mi rompo definitivamente i coglioni. Senza pensarci due volte colpisco anche lui che tanto ormai sono capace a farlo e siccome sembra che gli abbia fatto solo un po’ male, per non farlo soffrire picchio ancora più forte e il sangue che esce da quella testa mi fa capire che stavolta ce l’ho fatta. Sono seccato, proprio ora che il lavoro era quasi terminato questi due hanno dovuto mettersi a rompere il cazzo, ma per fortuna scavare è meno pesante di quanto pensassi e in poco tempo riesco a fare una fossa abbastanza grande da contenerli tutti, poi li chiudo e non mi preoccupo nemmeno di appiattire il terreno, non ne ho voglia. Torno verso la macchina facendo roteare la pala, felice, forse finalmente da stanotte si potrà dormire in pace.
       
      La morale della storia? Non so se ce n'è una, ma so che mi sono svegliato di colpo. La mia vicina sta strillando come un’aquila.

    •  Ero lì, seduta in un lussuoso ristorante situato in quel famoso “Ile de france” , insieme alla mia famiglia, di fronte ad un enorme orologio. Ad un tratto la band del locale smise di suonare. Tra le risate, gli schiamazzi, la musica, nessuno si accorse del tempo che passava così in fretta.
      23:59. L’ultimo minuto dell’anno.
       Il mio sguardo era perso. Perso nel tempo. Perso in un anno che era passato così in fretta, e ora stava per voltarmi le spalle per sempre.
      10…9…8…7…6…5… gli ultimi secondi.
       D’un tratto la mia mente diventò uno scrigno di pensieri offuscati. Un flusso caotico e  incontrollabile. Il chiasso intorno a me cessò gradualmente, e poi ogni cosa sparì.
       Il conto alla rovescia è quel momento in cui ti isoli dal resto del mondo, e la tua mente comincia a vagare nel passato e nell’ignoto. Un misto di emozioni pervade l’ animo. Sono pochi secondi che durano un’eternità. Il tempo sembra fermarsi. E cominci a pensare a quell’anno, a tutte le persone che sono entrate a far parte della tua vita, e a tutte quelle che ne sono uscite. Pensi a quei momenti bui, e a quelli brillanti di un’apparente luce eterna. Ti vengono in mente i momenti in cui ti sei sentito sprofondare, e poi quelli in cui ti la tua vita sembrava una montagna russa che va solo in salita. Quelle volte in cui ti sentivi una perfetta nullità e quelle, invece, in cui ti sentivi speciale. Poi pensi a ciò che verrà. Ci pensi, e ti sale un’ansia…
      Pensi a chi irromperà nel tuo cammino come un uragano devastante.  Chissà chi è che ti farà piangere. O chi invece sarà capace di farti sorridere il cuore. Chissà se riuscirai a realizzare qualcuno di quei sogni che tieni rinchiusi nel tuo cassetto con tanta cura e tanta speranza. E la speranza…sì…speri fino in fondo che quell’anno possa essere migliore di quello appena concluso, e lo speri con ogni singola molecola del tuo corpo.
      …5…4…3…2…1…
      00:00. Eccolo. Un nuovo anno andato. Un altro appena cominciato. Una nuova opportunità per ricominciare tutto da zero.
      A scrollarmi dai miei intensi pensieri, fu la confusione che seguì la mezzanotte. Bottiglie di spumante appena stappate, musica e applausi, strilli, odore di baci, profumo di felicità. Era tutto così intenso. Nell’aria percepivo qualcosa di diverso, qualcosa di singolare. Era magia. Che fosse speranza? Sentivo un dolce effluvio di splendida voglia di vivere.
      Feci il primo sorriso dell’anno. Anche io  profumavo di felicità. Profumavo di voglia di vivere anche io.
      Premiai ciascuno dei membri della mia famiglia con un tenero bacio e un dolce augurio, per essere stati sempre parte di me, di ogni mio anno. Alle 00:05, circa, decisi che tutta quella festosità mi stava soffocando, e tutto quel frastuono mi stava davvero danneggiando l’udito. Lasciai il locale per prendere una boccata d’aria fresca. Uscii per riempirmi i polmoni col silenzio della notte.
      Beh, avevo quasi dimenticato che tutto il mondo era in festa, e che appena fuori dal ristorante, non regnava di certo tutto quel silenzio di cui avevo bisogno. Volevo solo…non so, stare un po' felice per conto mio.
      Decisi di fare una passeggiata, come se a quell’ora della notte, in un luogo così grande e abitato, in una notte accesa e rumorosa, fare una camminata da sola fosse la cosa più normale e sicura che ci potesse essere. Ma in quel momento questo era l’ultimo dei miei pensieri. A breve distanza da lì c’era un parco; l’avevo visitato quella mattina stessa, e mi era sembrato semplicemente incantevole. Avevo letto su internet che la sua illuminazione era minima, per poter guardare le stelle, e c’era un’altura completamente buia, che offriva la visuale del panorama migliore. Ero dannatamente curiosa, e se anche avesse potuto essere pericoloso, in quel momento non me ne importava nulla.
       Io ero troppo felice. E volevo vedere le stelle, perché amavo da impazzire quei puntini luminosi, perché insomma, mi davano una sensazione di immensità e di perfezione, e di bellezza pura, e anche di libertà.  E nessuno me lo avrebbe impedito. Quella notte il cielo apparteneva a me.
      Feci una piccola corsetta per arrivare lì più in fretta. C’era un vento leggero che mi accarezzava la pelle e mi smuoveva i capelli. Un’arietta fresca ,che mi dava una sensazione di assurda libertà.
      Appena arrivai di fronte il cancello, notai che era chiuso; ma quella sera non mi avrebbe fermato niente e  nessuno.
      Scavalcai. Fu piuttosto semplice.
      Entrai e percorsi il sentiero principale che portava dritto alla collinetta. Sorridevo . Non mi sfiorò assolutamente il pensiero che io potessi non essere l’unica persona che aveva voglia di stare sola quella notte. O che potessi non essere l’unica che amava guardare le stelle.
      Io correvo. Correvo verso l’infinito. Del resto non mi importava nulla.
       Poi qualcosa accadde. Mi prese un forte dolore alla milza, che mi costrinse a spegnere il mio sorriso, e a fermarmi a metà strada dalla meta. Mi girai e alla fioca luce di un lugubre lampione, vidi una figura nera e incappucciata che veniva verso di me a passo sereno. Inquietante.
       Mi sentii collassare. Respiravo a fatica. Persi ogni forza per qualche istante. Nella mia mente si fecero spazio i pensieri più macabri.
       “Il mio anno si conclude qua. O forse del tutto, la mia vita”, pensai.
       Tuttavia, con il cuore che mi balzava nel petto e un terribile nodo alla gola, decisi di riprendere a correre. Continuai a correre. A correre verso l’infinito.
      Corsi e mi accorsi che lui o lei che fosse, mi stava inseguendo: aveva cominciato a correre. Maledetta la mia felicità, cosa mi aveva fatto fare!
      Arrivai in alto con il fiatone e con tanta paura che dominava la mia mente e tutto il mio corpo. Inciampai su una pietra. Caddi. Decisi di mollare. “Se qualcosa può andar male, andrà male”. Non lo dicevo mica io.
      Mi affidai al destino.
      La figura nera ora era sopra di me. Diedi uno sguardo al cielo, e nonostante tutto, sorrisi. Era un cielo strabiliante.
      E, strano…ma il destino mi fece un regalo.
      Si tolse il cappuccio. Tutta la mia paura si fece da parte. Giuro, era il ragazzo più bello che io avessi mai visto nei sedici anni della mia vita. Mi persi nei suoi occhi, che brillavano come le stelle nel cielo, di un verde smeraldo che era puramente fiabesco. Il suo sguardo mi rapì l’anima.
       Onestamente, non sapevo cosa aspettarmi in quel momento; così non mi aspettai nulla. Lo fissai a lungo e rimasi incantata. Non saprei come descriverlo, perché era meramente indescrivibile.
      Fu davvero inaspettato ciò che fece. Rimasi trasognata. Si stese accanto a me, scrutò il cielo con aria sognante e come se ci conoscessimo da una vita, mi disse :
      “È la cosa più bella che io abbia mai visto, dopo di te”
      Girò la testa verso di me e mi vide sorridere. Fu uno dei miei sorrisi più veri. Non sapevo che dire, mi aveva completamente stupita.
      “Perdonami, se ti ho spaventata “
      “Pensi che io sbagli a credere che siamo qui per lo stesso motivo?”
      “Qualunque sia la risposta, non potrei chiedere di meglio”
      "Già. C'è qualcosa di magico nell'aria, questa notte"
      Forse sbaglio a pensarlo, ma in quel momento eravamo entrambi fontane di felicità e generatori di sorrisi. Senza un perchè. Eravamo soli, in una notte speciale. Forse a renderla così magica era il fatto che fossimo felici, e semplici sconosciuti. Fu uno di quei momenti speciali, uno di quei momenti che ti porti nel cuore per tutta la vita. Provavamo una sensazione di infinito.
       Io ero infinito. Lui era infinito. Eravamo perfetti. Sotto un cielo infinito. Sotto un cielo perfetto.
       Quello fu l’inizio di un qualcosa di immenso. Fu l’inizio di una storia rara, una delle più belle. Fu l’inizio di un amore perfetto ,e così dannatamente imperfetto.
      Un amore perfettamente imperfetto, e così vero. Un amore come solo nelle fiabe lo si può trovare.

    • Questo è uno stralcio scritto da me, di qualcosa che ha appena iniziato a prendere forma. Io mi chiamo Marcello e ho ormai 49 anni. Aspetto i vostri consigli e commenti. Non vi risparmiate
       
      L'asfalto era bagnato. Tutt'intorno alla rotonda, gli alberi trattenevano il vento rendendo l'atmosfera ancora più piatta e afosa. Illuminate dalla luce dei lampioni presenti, le gocce di pioggia parevano minuscoli fiocchi di neve. Ancora più in alto nel cielo, privo di stelle, si sfumava il chiarore grigiastro e fiacco della città. File ordinate di sempreverdi affiancavano la strada impedendo di trovare altri punti di riferimento. Contro quei tronchi avrebbe potuto finire l'auto di Sato. La sua Nissan era stata tamponata di proposito dall'unica altra vettura presente sulla strada. Ma l'immediato tentativo di evitare l'uscita dalla carreggiata, uno sterzare violento verso l'interno, l'aveva salvato. Il mezzo era sbandato zigzagando con il muso dentro l'aiuola spartitraffico. Il circuiti del motore elettrico avevano sbuffato un'ultima volta prima di spegnersi. L'urto aveva danneggiato qualche non specifica componente interna, distrutto la parte posteriore della vettura e spezzato il parafanghi. L'impatto era stato immediato. Tre secondi prima, Sato aveva l'assoluta certezza di essere l'unico nel raggio di trenta metri. Tutto si era svolto mentre l'auto si stava immettendo sulla strada verso la residenza, dove la notte prima si era trasferito. Gli era evidente che era appena scampato a un tentativo per metterlo fuori gioco, il secondo in due giorni, e che chi stava alla guida – o chiunque avesse programmato l'auto – era a conoscenza dei suoi spostamenti.
      Era mezzanotte e non c'era anima viva. Gli ingressi della rotonda, come del resto le uscite, erano deserte da almeno mezz'ora. Nessuno aveva visto l'impatto, né tanto meno i veicoli. Con le braccia tremanti e l'adrenalina ancora in corpo, Sato scrollava la rubrica con il pollice sudato. Stava seduto con la schiena appoggiata alla ruota destra anteriore. La terra gli bagnava le mutande. Con il timore di farlo cadere, teneva il palmare con due mani. Trovata la voce che stava cercando, si rialzò di scatto con il contatto “EMERGENZA STRADALE” in chiamata.
       
      L'agente assicurativo arrivò dopo mezz'ora. Di quell'uomo risaltava subito la bassezza, con un'età almeno due volte quella di Sato, motivata dall'espressione rugosa e da una lieve gobba, e la testa spelacchiata, coperta in parte da qualche ciuffo bianco. La sua espressione era la stessa di chi era stato buttato giù dal letto a schiaffi. Senza una divisa, indossava dei grossi guanti da lavoro, un gillet pieno di tasconi e dei pantaloni di jeans strappati in più punti, che gli erano vistosamente larghi. Al contrario, l'assicuratore che aveva raggiunto Sato il giorno precedente si era presentato in perfetta uniforme: un cappellino blu, una tuta da lavoro dello stesso colore, il tutto marchiato dallo stemma dell'azienda. Quell'anziano individuo era il primo agente estraneo al Network che gli capitava di fronte. Le pratiche burocratiche per l'incidente erano azzerate. Non erano previste domande sulla dinamica e non sarebbero stati richiesti nemmeno codici di identificazione o URL abitativi. Nessuna card da mostrare, nessuna scannerizzazione da satellite, nessuna firma elettronica e anche stavolta nessun profilo da perseguire. Sato aveva aggiunto quel contatto di chiamata da Cream circa ventiquattro ore prima. Su quel social network si potevano trovare anche questo genere di dritte, scampoli di un'epoca dove le reti sociali online erano anche luoghi dove poter rintracciare i “contatti giusti”.
      Non aveva la più pallida idea di chi avesse di fronte, se quell'uomo lavorasse a tempo pieno, se fosse alle dipendenze di qualcuno o se si occupasse anche d'altro. Aveva accettato anche il fatto che le telecamere non erano in grado di cogliere l'impatto. Era disilluso. Guardando le immagini si avrebbe potuto notare quell'anomalia: la parte posteriore dell'auto, spinta da una forza invisibile, accartocciarsi come presa in pieno da un'onda d'urto nata dal nulla. Non era ancora riuscito a darsi una spiegazione. Sotto la sua vecchia abitazione era successo lo stesso. L'assicuratore monitorando i video della zona aveva reagito con un silenzio esterrefatto e aveva annullato il report dell'incidente. Sato però era riuscito a riconoscere il colore del veicolo. La carrozzeria era dello stesso nero metallico che aveva visto poco prima, qualche istante prima dell'impatto.
       
      Appoggiato a un lampione, con la testa curva verso il basso, Sato sentiva la sua cena risalire attraverso l'esofago. Intanto la luce della stampante a ventosa in carbonio elastico aveva cominciato a lampeggiare regolarmente da un bianco tenue ad un pallido arancione. L'oggetto pompava attraverso un tubo bianco un mix di plastiche organiche e tungsteno da un grosso serbatoio, posto nel cofano della monovolume dell'agente clandestino. Per alcuni minuti la macchina operò a ritmo sempre più lento finché un segnale sonoro non ne segnò l'arresto. Quell'omino premette un tasto da un telecomando: la ventosa si staccò dall'auto e cominciò a contorcersi formando una palla bianca con il tubo. La sfera, diventata delle dimensioni di un pallone da calcio, finì di attorcigliarsi dentro il serbatoio.
      Aveva vomitato per tutto il tempo della riparazione. La sua schiena e il suo sedere erano bagnati fradici. Una macchia gialla e grigia era comparsa sull'asfalto. L'agente non aveva fatto una piega. Aveva finito il suo lavoro e stava chiudendo a fatica il cofano scassato della sua monovolume.
      Sato fece scivolare le mani umide sulla carrozzeria riparata per verificarne la qualità. Tastava ogni segmento per accertarsi del lavoro dello sconosciuto. Con la torcia del palmare accesa, si chinò piegando le gambe e la schiena. Il paraurti era liscio. I materiali erano stati stampati con un precisione. I tubi di raffreddamento erano sigillati. Non c'erano imperfezioni, nessun difetto di saldatura. Tutto era stato riavvolto da un nuovo strato di carbonio.
      L'agente impostò il suo palmare per la transazione in cryptodrop. Con una mano appoggiata sul vetro della sua Nissan, Sato pagò e fu sul punto di vomitargli sui piedi. Un balzo dell'uomo salvo le calzature dai succhi gastrici. Il suo stomaco, come pareva, non si era calmato.
      Un senso di assoluta debolezza prese Sato. Il veicolo dell'agenzia era ripartito.
       

    • LE MAGICHE SCARPETTE
      DI DINO FERRARO
      Ieri sera per strada  provavo un freddo intenso, sentivo  fischiare  il vento portato  dalla bufera che grasso e meditabondo s’ubriacava di gioia di dolci illusioni , entrava  nelle case in ogni negozio, sulle bancarelle illuminate  , tra sorrisi e strette di mano alzava la gonna all’anno andato.  E mentre il vento passava grandi e piccini attendendone  i più fortunati  nei loro giacigli tra morbide coperte , i più sfortunati in scatole di cartone sotto i ponti  al freddo al gelo arrivare  la befana  che la fa vedere a tutti e tutti sono allegri di quel calore  che emana di gioia d’allegria di una placida carezza.   Eccola giungere  tutto d’un tratto  buffa e vecchia con un gran capello in testa tutta spettinata , bella , brutta  figlia di una stella cometa , madre di ogni uomo , madre bacucca , maldestra,  sincera , scimunita nella sua malattia,  buffa vecchina a cavallo della sua scopa , scende per il camino dopo aver  attraversato   paesi e terre desolate, sorvolato  alti  monti innevati , trasportare  sulle sue spalle un sacco colmo di regali.  Faticoso viaggio che  compie ogni anno affrontando mille difficoltà  per  esaudire ogni desiderio di chiunque.
      Avanti venite ,ci son dolciumi ci son mille e mille ….
      oh fatto un sogno , che brutto era una vecchina che mi toccava.
      Ed io mi son calata dentro un camino , sono entrata sotto una porta, quanti bambini ho visto dormire beati nei loro lettini..
      Avrei voluto essere ancora un bimbo, poco tempo mi resta per sognare ancora.  
      I sogni non si comprano, le speranze si coltivano  nell’orto , là nel campo dei miracoli spunta un fiore incantato  ,prendilo. Seguendo i tuoi sogni ,  le  luci in lontananza   brillano nel buio ,ascoltando la melodia dei canti natalizi  ,  ognuno viaggia attraverso  un  magico mondo  tra paesi  minuscoli ,per  giungere in un luogo incantato  ove  ogni casa è così piccina che  ci vuole una  lente d’ingrandimento per vederla ,   là tra i monti  in tanti    lavorano ,cantano e costruiscono  un mondo diverso. Nel paese dei folletti  ove tutti son ciabattini  alti non più di un dito birichini con tacchi a spillo , con una parrucca in testa , con una mano tanto lunga che t’afferra all’improvviso , ti fa godere , ridere ritornare giovincello , ragazzino , impertinente , un po’ ladruncolo con una corda  sulle spalle che scavalca un cancello  , sale sopra un grattacielo , la tra le rovine di un epoca,  ammira l’orizzonte il ciel le nubi , i nuovi giorni che verranno , ammira di nascosto chi zampettando  fa  calzature alate , con tacchi a  punta  d’oro fino .
      Oh che bello ne voglio un paio per mio figlio.
      Non puoi averlo lo sai, se non hai fatto il buono per tutto l’anno?
      Qui lo giuro e non spergiuro,  mai ho detto,  brutta cosa.
      Vai che ridi , cosa  nascondi dietro la schiena ? un coltello molto affilato , tu nascondi il male e l’illusione , di essere ancora innocente forse sei nel vero , forse hai ragione figlio mio il dono più bello e quello del perdono.  
      Indossa anche tu le calzature  miracolose che ti possono far camminare  per  anni e anni interi , senza mai farti stancare. Migrare in   dimensioni e mondi fatati , attraversare   monti e valli innevate con ai piedi  tale miracolose scarpe  puoi ovunque  arrivare .  Puoi costruire e giungere dove vuoi  con  tali scarpe, dove il tempo non ha confini ed altri visi , ed altre ingiurie , il perdono ed il dono più  meraviglioso,  quello che hai coltivato di nascosto nel campo  dei miracoli . Amore si chiama, amor giocoso ,innocente , sincero che guarisce da ogni male che solo nel paese dei ciabattini  nel  il paese dei folletti  e dei bambini abbandonati  che hanno imparato un mestiere  ,  guidati dal gran mago  calzolaio, egli nasce . Folletti, matti, poeti, cantanti tutti insieme essi  fabbricano , aggiustano, creano   scarpe prodigiose  che regalano  ad  ogni persona  bisognosa, desiderosa di farsi strada nella vita ,che sogna  d’ andare lontano per  giungere un giorno  ad una meta ambita , ad una nuova dignità  , ad una nuovo vivere  in  pace  nella propria terra. Scarpe che vengono  fatte apparire   di notte  ai piedi del letto in umile casa  ove vivono i più poverelli  , coloro che  son privi   di ogni  bene .Appaiono  vicino al proprio letto  qualche volta  appese   al camino . Così al mattino  il poveretto dopo averle   trovate   li calza e camminando  diventa un altro . Oh che bello questa si che è una magia. Ma su via  tu racconti favole, che non hanno ali , che son come i sogni , svaniscono alle prime luci dell’alba. Abbi fede  figlio mio , un sogno è il canto dell’usignolo. Un bacio è un francobollo incollato sopra una busta spedita in lontane terre dove vivono e lavorano i propri amici  . Tu ti beffi , mi prendi in giro, giochi con la mia innocenza sei un folletto birichino,  una creatura della mia fantasia. Non ridere. Sto fermo. Non barare. Chi ne ha voglia , giammai. Ti dono una carezza. Meglio una bellezza,  un emozione in cui dentro ho visto un'altra esistenza. Ti piace dormire ? Apri gli occhi. Non voglio. Non gridare ti possono  sentire. Chi mai ? Sono in tanti ,giganti feroci, ammazzaciccia, svuotabudella, magnatrippa. Che terrore rimango in silenzio chiudo gli occhi , ritorno a dormire mi sforzo di volare via  di  continuare  a correre verso un sogno   che d’ali azzurre  mi porta in groppa,  fin lassù sopra i monti innevati  , dentro altre vite,  dentro un cuore che batte forte  e  mi fa dimenticare  l’odio e l’amore che mi trafisse l’esistenza che mi rese schiavo poi  mi fece ritornare fanciullo. Ritorno a ricordare le poche  calze appese,  solitarie   che si riempiono di ogni cosa tu desideri , caramelle cioccolatini  ,giocattoli , macchinine ,  telefonini , titoli bancari , rubini ,diamanti ,  pacchi pieni di ogni bene . Cosi ho compreso che il bene non il denaro ma sono le scarpe  magiche  costruite  nel paese dei  folletti  che sono  le nostre speranze  , son le  storie raccontate  di notte  ai bambini che  hanno  paura del buio , sono il sorriso degli innocenti   figli degli ultimi di questo mondo ,  sono una  passeggiata giù in centro citta , in mezzo alla gente  , sono un   desiderio di pace,  una  dolce  canzone   trovata  in fondo ad una calza  un po’ bucata che continua a risuonare  nella mente come   una soave melodia per tutto l’anno che verrà.

    • Prologo
      Il vento si era seduto e le ombre del borgo si allungavano sulle stradine di ciottoli, annunciando l'arrivo della notte. Le grida e le corse dei ragazzini, che rincasavano, risonavano per le vie fra le mura di pietra e legno del villaggio di Albene. Chiamato anche “il borgo dei mestieri”, sonnecchiava, da molto tempo, in una vallata ai piedi d’imponenti montagne, sempre innevate e per la maggior parte dell’inverno nascoste da bianche nuvole.
      La vallata scendeva a sud in un'insenatura che dava sul mare, dove alcune famiglie di pescatori erano indaffarate a sistemare per la notte le reti e i ferri del mestiere. Situato a poca distanza da un crocevia che portava alla città di Ramir, il borgo era in una posizione strategica. La comunità ne beneficiava per i servizi offerti a nobili, avventurieri o semplici commercianti di passaggio. Essi potevano ristorarsi o cercare riparo per la notte, e nel frattempo fare qualche buon affare prima d’incamminarsi verso la città.
      L’inverno era prossimo, l’aria fresca della sera ne annunciava l’arrivo. Fuori dalla fucina del borgo, seduta su uno sgabello, l’anziana Felo era assopita col capo chino. La lunga treccia bianca, dalle sfumature rossastre, scendeva dalla nuca adagiandosi sul petto. Una irregolare e incavata cicatrice, che andava dallo zigomo sinistro al labbro inferiore, gli donava un aspetto misterioso.
      All'interno, il figlio Ruth, stava sistemando con piccoli e precisi colpi di martello, l’impugnatura di una spada che avrebbe accolto una pregiata e intarsiata elsa. Dalla quale sperava di ricavare qualche moneta d’oro per passare il lungo inverno con la famiglia senza problemi. Ruth asciugandosi il sudore dalla fronte con l’avambraccio sinistro e guardando verso il sole morente mormorò: «Per oggi basta». Depose la spada sopra l’incudine, la guardò con fare soddisfatto e si incamminò verso l’uscita.
      «Madre è ora di rincasare, venite che qua prendete freddo» disse alla madre appisolata, scuotendole la spalla con le sue robuste mani. Felo aprì gli occhi lentamente, sollevando il capo sorrise verso il figliolo. Aggrappandosi con la mano, stanca e deformata dall'età, al braccio robusto del figlio si rizzò in piedi:
      «Va figlio, poi vi raggiungo, faccio due passi».
      «Come volete, non tardate. La notte è alle porte».
      Ruth portando le mani alla bocca a forma d’imbuto, gridò verso un gruppetto di ragazzini che giocavano nella piccola piazza accanto. Gridò più volte il nome dei suoi due figli, esortandoli al rientro verso casa. Scuotendo la testa rassegnato, si incamminò verso il proprio alloggio adiacente alla fucina.
      Felo respirò l’aria fresca della sera, sistemò il vecchio mantello sulle spalle, raccolse lo sgabello per andarlo a deporre all’interno. Lo sistemò in un angolo e, nel tornare verso l’uscita, il suo sguardo si soffermò sull’incudine. La spada non ancora finita, rifletteva debolmente i primi ba­gliori rossastri del tramonto. Si avvicinò a essa, era dav­vero una bella spada, incuriosita afferrò l’impugnatura, tese il braccio in avanti, la spada dritta davanti al viso. Il polso aveva perso quel tremolio e sembrava aver acquista­to l’agilità e la forza di un tempo. Il respiro si interruppe e il soffio della brezza serale si insinuò sotto il mantello facendolo ondeggiare. Felo chinò leggermente il capo per mirare la retta della lama, gli occhi prima soc­chiusi dalle rughe e dal tempo, brillarono di nuova vita. Mille ricordi vorticosi affiorarono alla mente. Mille batta­glie, mille ferite, mille umiliazioni e ancora mille e più vittorie. La lingua si seccò, arsa da quei ricordi e lo sguardo si perse sognante oltre la punta della spada.
       
      Là oltre il margine del mondo, là oltre le mura dell’antica Ulgar, là oltre il proprio destino; dove, tutto o niente era più lo stesso.
       
      Piccole risate dietro la porta riportarono Felo alla realtà. Con la coda dell’occhio e un sorriso compiaciuto sul viso, scrutò i ragazzini seminascosti dalla porta che si beffavano di lei. Alzò il braccio sinistro, distese la mano ad angolo retto davanti a sé. La runa, tatuata sul palmo iniziò a brillare di una fioca luce azzurra, bisbigliò strane parole e tutto intorno qualcosa di magico prese possesso della fu­cina. Felo raddrizzò il collo, assunse una posizione retta, ferma, statuaria. Il suo corpo sembrò mutare nella forma e nella giovinezza di un tempo. La spada era un tutt’uno con il braccio, un movimento veloce e deciso fece sibilare la lama nell’aria poi… tutto ritornò come prima.
       
      Intorno alla tavola, con le ciotole piene di zuppa di pesce e il pane, stava seduta la famiglia.
      «Padre, padre… la nonna ha fatto la luce», mimando con gesti quel che aveva visto, uno dei bambini. Ruth alzò lo sguardo ombroso verso la madre e con fare seccante la rimproverò:
      «Madre, quante volte devo dirvi che non voglio che vi vedano fare ciò. Sono tempi bui e sapete bene a quale rischio anda­te incontro se dovessero scoprirvi». Felo si rizzò in piedi, allontanò la ciotola sul tavolo con un gesto di stizza:
      «Non ho fame, vado a dormire!». Si coricò sul pagliericcio, strinse sul petto il monile di pietra che aveva appeso al collo, chiuse gli occhi.
      Respirò profondamente. L'ultimo.
      Ritornò bambina.

    • Dopo il mio inaspettato successo con l’emulazione di Hillsfar per Atari ST, proseguo  nel tentare con altri sistemi operativi del passato. Affermo subito, però, che non tenterò ancora di far girare la versione per Amiga, perché a mio avviso c’è qualcosa che non va alla base del programma e tentare tutti i correttivi possibili mi ruberebbe troppo tempo al mio, già di suo, esiguo. Così anche per l’emulazione per il Commodore 64 qui in oggetto, mi sono accontentato di risultati parziali, poiché il gioco lo condurrò sotto emulazione MS-DOS.
       
      http://paoloaugusto.blogspot.it/2017/11/hillsfar-su-c64.html

    • Le città medievali erano tutte fortificate. Hillsfar per la sua posizione strategica sulle vie di terra e il suo porto sul Mar della Luna non fa eccezione. Inoltre le città medievali avevano la necessità d’instaurare un rapporto “speciale” con i loro “dintorni”, cioè con quella fetta di territorio immediatamente fuori dalle mure fortificate che si estendeva, di solito non oltre le poche ore di viaggio, al limite una giornata. Questa zona che era più o meno come un “anello esterno” e che ai nostri giorni si è trasformata in sobborgo o periferia, prima dell’Epoca Industriale si chiamava contado, ed era indispensabile per la vita quotidiana delle città. Era nel contado che venivano coltivate le specie vegetali o tenuti gli allevamenti attraverso i quali la città si riforniva delle merci importanti più facilmente deperibili, come il latte, le uova, la frutta e le verdure fresche. Salvo casi eccezionali anche la maggior parte dei cereali proveniva dal contado, o nella sua cerchia erano stoccate le derrate alimentari, il legname per la costruzione (perlomeno quello comune) veniva ricavato lì, e infine, in caso di grave pericolo, le vie di fuga o di evacuazione passavano per forza di cose dal contado.
       
      http://paoloaugusto.blogspot.it/2017/10/hillsfar-e-dintorni.html

    • l'anno migliore

      By m00n, in Poesia,

      consolami,
      sono solo.
       
      ti consolo
      perchè lo sei anche tu.
       
      dimmi dove vai,
      ti raggiungo.
       
      andiamo in libreria.
      sediamo per terra,
      sfogliamo tutti i libri
      tenendonci per mano.
       
      parti ma torni.
      mi mandi le foto di quelle città.
      mi dici che ti manco.
       
      non mi raccontare
      di quel lui che hai conosciuto,
      ed io non ti racconterò di quella lei.
       
      non sappiamo
      che ci apparteniamo.
       
      devo andare, ma tornerò.
      accompagnami alla stazione.
       
      mi baci.
       
      tu vai a destra.
      io a sinistra.
       
      ti dico che mi manchi.
      sorridi malinconicamente.
       
      torno e ci vediamo.
      però finisce.
      non ci sei più.
       
      nonostante tutto,
      sei stata
      il mio anno migliore.

    • FATUI FUOCHI D’ARTIFICIO  
      DI DINO FERRARO
      Sere natalizie,  tante strade illuminate con  tanti alberelli pieni di luci , alcuni dietro le piccole  fatiscenti finestre , strette, sconosciute perse in un mare di finestre , di luoghi comuni che legano il nostro vivere ad un sogno , ad un morire lento che non conosce sosta . Ed ogni cosa è co-me l’abbiamo sempre immaginato,  fatta di  grandi viaggi , verso terre sconosciute  coronato d’amori timidi che t’indicano dove giungere per essere felici. Questo proseguire in  un sorriso dipinto sul viso,  mentre fugaci ci affacciamo dietro le tende colorate,  dietro gli anni passati insieme nello scorrere, un andare contro corrente verso qualcosa di indescrivibile , fatto di paradossi ed ossessioni , simili ad un frutto  maturo . Le mani si incontrano nella  piazza grande come il mondo ,  case piccole, minuscole, lontane , porte socchiuse  dentro il nostro cuore che si aprono , si chiudono , c’invitano ad entrare per es-sere ciò che siamo , ciò che vorremo essere . Luci tante luci , occhi , baci,  mani ed ancora corpi penduli , sotto, sopra , corpi che dormono nella nostra storia che si ama-no ed ancora vogliono morire per vivere per essere quello che avremmo tutti voluto essere.
      Ti pare bello,  mi lasci qui da solo.
      Non credevo di poterti essere utile.
      Utile , lo siamo tutti ma nessuno è indispensabile.
      Noi , forse un tempo, simili.
      Mio caro è giunto il tempo non senti  il canto dell’orco.  
      Ed io mi credevo un angelo.
      Io un povero diavolo.
      Volo.
      Gioco.
      Crepo.
      Canta .
      Non vuoi capire .
      Chiamo l’infermiere?
      Chiama chi vuoi.
      Siamo rimasti in soli.
      Bello.
      Vivo.
      Vorrei essere ciò ch’ero un tempo un gaio angelo.
      Ti ricordi che bello era volare.
      Quanta gente abbiamo aiutato .
      A morire.
      A vivere .
      A credere.
      Per nulla serio.
      Non bere.
      Non ruttare.
      Non dire nient’altro.
      Facciamo comunella.
      Facciamo giro , giro tondo .
      No siamo angeli , no bulli di periferia.
      Che strano , stare qui ed aspettare che qualcuno muoia.
      Sara quello che sarà.
      Forse abbiamo esagerato.
      Non credo.
      Era bello quando si era ignari.
      Perché adesso siamo stupidi?
      No , fessi.
      Il cielo è  un luogo dove poter volare,  dove poter osservare la gente che s’affatica ad andare ad entrare, uscire dai negozi in cerca di un regalo , un dono,  un mondo ca-povolto dentro una bottiglia , bello,  piccolo , un incanto, un ossesso di forme che si intrecciano dentro un dato di fatto , dentro questo giorno,  uguale ai tanti giorni e ai tanti secoli trascorsi. Un punto senza ritorno dove ogni cosa può succedere. Ed il via,  vai di facce diverse , simili a ciò che si desiderata essere,  oblique,  storte, facce sfregiate,  facce di monelli , di guappi , facce di donne sedotte ed abbandonate. Visi smilzi , simili ad ieri come  pioggia  che attraversano il cielo e colpisce  il cuore , piazze eterne , creature mezzo  la via,  macchine ed ancora macchine con a bordo , orchi e lupi mannari.
      Fammi il piacere.
      No,  non posso.
      Vorrei  fumare ?
      Infilati dentro.
      Sono quello che hai voluto.
      Io non ti ho mai costretta.
      Ero tua madre.
      Lo sei ancora.
      Mi hai girato il viso , mi hai chiamata schifosa.
      Lo fatto,  perché ti voglio bene.
      Non è  giusto che io soffra tanto, tuo padre…..
      Ti prego , non farmi ricordare.
      Fa male anche a me.
      Ero tuo figlio,  lo sono ancora nel bene nel male.
      Ci guardano ,gli angeli ci guardano figlio mio.
      Aspettano che  gli  andiamo incontro.
      Forse ,  perché siamo noi .
      E stato bello credere.
      E stato bello amarti.
      Anche per me ,sei e rimarrai in eterno mia madre.
      Il tempo non ci ha diviso.
      Abbiamo vissuto, gioito, creduto che dio non ci avesse mai dimenticato.
      Ed è stato cosi .
      Forse sono cambiato.
      Sei diverso nel sogno che trasforma i giorni.
      Rimango un bambino.  
      Piccolo e pallido dalla pelle  rosa tra le mie braccia.
      Sento ancora  il tuo cuore battere.
      Sento la tua manina gelida .
      Il cielo e gli angeli ci porteranno via.
      Saremo di nuovo un solo corpo, un solo spirito.
      Saremo il tempo , saremo di nuovo questo natale.
      Pastori scendono dai monti, soldati ritornano dalla guerra chi fuma uno spinello in un angolo ,chi non ha voglia di parlare in mezzo a tanta confusione in molti hanno dimenticato di fare regali .
      Hanno dimenticato cosa è l’amore l’affetto, un affetto affumicato, una fetta di prosciutto , un bignè alla crema un caffè al bar. Là  incontri amici che non vedi da anni ed in-contri  una umanità ferita che và avanti , che ieri  sembra-va  morta ed oggi sorride alla vita ,che si masturba per amori oscuri , per momenti felici per quello che sono stati i loro padri,  i loro avi , forse vermi che strisciano nel silenzio insieme ai tanti orrori quotidiani , nelle ore che la guerra non risparmia nessuno . Bancarelle colme di fuochi d’artificio , cipolle,  tricche tracche , botte a muro , palloni esplosivi. Questa vita và, esplode , cambia in un istante in un attimo che fugge per vicoli bui ove le voci si mescola-no agli spari , alle grida degli adulti ,all’incontro dentro un sorriso di una fanciulla. Tutto è come l’abbiamo immaginato un lungo viaggio , un unico carrozzone dove vi soni stipate dentro tutte le disgrazie,  le zite , le maritate,  le donnine allegre e i tanti altri che non hanno più un dio a cui pregare.
      Un angelo rimane un angelo.
      Domani potremmo essere di nuovo  in paradiso.
      Noi con tutti gli altri.
      Noi e voi.
      Con dio in persona.
      Senza alcuna arma da fuoco.
      Senza una gamba.
      Senza un dito.
      Senza denti.
      Con la febbre.
      Vedi .
      Che belli .
      Tanti fuochi d’artificio.
      Sul mare .
      Con l’onda che canta alleluia.
      Con te .
      Mano nella mano .
      Come due angeli .
      Come pargoli.
      Come oggi ,come ieri.
      Nello spirito santo.
      Sarò nero per tanti.
      Io ,bianco per alcuni.
      Due ali ,un solo corpo.
      Li salveremo tutti.
      Proprio tutti.
      Che bello .
      Non guardare, perché il male e in noi.
      Noi in lui , due angeli.
      Un tempo demoni.
      Un tempo, nemici.
      Ora amici.
      La stessa faccia, della stessa medaglia.
      Lo stesso uomo.
      La stessa donna.
      Da non credere come faremo a salvare tutti.
      Sara un impresa titanica.                                                                                  
                                                                                                                        II
       
      Una piccolo stanza ,un grande cuore dove si discute di tempi andati , di quando è non c’era nulla ed in tanti non capivano cosa era il male ed il bene , quando s’andava  per  vie  strette  lastricata di ghiaccio ed un usignolo cantava la sua canzone al mondo che rideva dell’ultimo uomo di questa terra . La neve  adesso copre  i monti ,copre  le strade di periferia dove pochi  amici s’incontrano, giocano a capire come sono diventati in questo mondo troppo sordo,  troppo buono per essere di nuovo cattivi o forse all’incontrario un altra volta  nel  gioco delle parti  che ci porta ad assumere l’indefinibile armonia del creato a ricoscerci nel  dialogo in  un gioco vorace , quasi verace schiocco e deficiente , che magistralmente articola il sa-pere d’ognuno,  ci porta con esso per mondi immaginari lungo scie di sospiri , di luci di natale , tra alberi illuminati fino alla vetta , fin dove la stella cometa giunge e si riposa dopo il lungo viaggio per terre remote lontane nel  nostro intelletto , lontane dal desiderio di ritornarci solo per un attimo .Si consuma questo essere , si strugge per nulla nel nulla , nella anima dei morti,  di chi non c’è più,  di chi ha creduto che potesse essere vero,  tanto vero da amare al primo sguardo,  cosi tuffarsi tra la folla e correre a perdifiato , cercare,  trovare amici , moglie,  figli,  trovare un regalo per tutti e non ci sono scusanti non c’è Nerone pronto a voler appiccare  un fuoco per Roma e per la sua  gloria,  per versi  e  versi  , noi siamo già all’inferno.
      Vedi di rigare diritto.
      Vedi di non farmi arrabbiare.
      Non vengo .
      Non credere.
      Non bevo.
      Ti credevo saggio.
      Non è vero .
      Siamo soli,  angeli o demoni.
      Siamo , madre e figlio.
      Siamo qui a piazza Navone.
      Quanti regali.
      Carbone , pan di zucchero.
      Mortadella,  farcita allo zenzero.
      Una cioccolata calda.
      Forza,  muoversi tra poco si parte.
      Dove ci porta ?
      Non sono affari tuoi.
      Che bel modo di rispondere.
      Nevica . Sui nostri corpi. Sulle nostre illusioni . Sul tempo che abbiamo amato. Amico mio. C’incontreremo  di nuovo non aver paura. Quando ? Quando il gallo canterà tre volte. Io t’aspetterò. Anch’io. Non dimentico. La neve intanto bagna e lascia sperare  ,rende ogni cosa santa, ogni cosa bianca, come le nuvole, come il credere bianco e puro,  senza nome , senza inseguire  i nostri passi  che diventano visibili sulla neve che lentamente si scioglie diventa acqua,  che scorre,  bagna e lascia sognare , un nuovo anno,  un nuovo mondo.

    • La mezzanotte è scoccanta da qualche minuto mentre fuori continua a nevicare. Erano anni che non accadeva. Un gatto nero scavalca il muraglione che circonda la città vecchia e scompare nell'oscurità della notte. È il 25 dicembre del 1976.
      Un buffo Babbo Natale di cartapesta è aggrappato alla ringhiera arruginita e traballante della palazzina di fronte, lo fisso. L'ansia mi logora lo stomaco.
      Mio nonno Alberto si avvicina claudicante. Mi abbraccia sorridente e mi dà una pacca sulle spalle: "Fede, non temere!" mi dice fiducioso.
      "Nonno... se Babbo Natale non viene?" rispondo rammaricato.
      "Verrà, Fede!" mi dice con la sua voce arrochita. Mi strizza l'occhio e mi invita a controllare la sala da pranzo. Poi si accomoda sulla sua sedia a sdraio e inizia a canticchiare.
      Afferro il mio orsetto di peluche e percorro il corridoio, da solo al buio, con il cuore in gola. Forse è la prima volta che il buio non mi spaventa.
      Fremo dall'ansia di raggiungere la porta d'ingresso che si trova in fondo al corridoio, sulla destra. La apro, cigola. Mi affaccio e guardo dentro con gli occhi lucidi: quasi scoppio a piangere. Non riesco a descrivere quello che provo: sono emozionato ma allo stesso tempo ho paura di non ricevere alcun regalo da Babbo Natale. Forse la mia lettera non è mai arrivata! Scrollo le spalle e sbuffo.
       
      Il camino è acceso. Il fuoco brucia mentre il mio cuore arde dentro di me di ogni emozione. La fiamma illumina la stanza buia mentre un immenso albero di Natale decorato a festa la sovrasta. Le ombre del fuoco e dell'albero disegnano sulla parete un antico affresco. Un guerriero danzante tesse le lodi al suo Dio: "Prostastevi, infedeli! Kabah è il nostro unico Dio..." sembra volerci dire con fare minaccioso. Ma è solo suggestione!
       
      Vicino al camino, un grosso dono colorato sovrasta gli altri, più piccoli e meno vistosi. Entro... mi avvicino ai pacchi e all'improvviso la finestra si apre sbattendo le ante contro il muro e facendo un gran fracasso. Mia madre urla per lo spavento ma è solo un attimo. L'aria gelida pervade la stanza: rabbrividisco. Le mie gambe assomigliano a due pali conficcati nel terreno: non riesco a muovermi. Il fuoco divampa da dentro il camino mentre una nuvola di fumo si diffonde via via per tutta la casa. Il guerriero danzante si materializza davanti ai mie occhi: mi afferra per il braccio con forza e mi offre in sacrificio al suo Dio, Kabah, Signore dell'oscurità.
       
      Silenzio. Poi...
       
      Qualcuno urla.
      Qualcuno piange.
      Altri cercano una via di fuga.
      Mio nonno crolla a terra esamine. La mia immagine è l'ultimo ricordo che ha di questo mondo che non mi appartiene più.
       
      Brucia la mia anima tra le fiamme dell'Inferno mentre il fuoco continua a mietere vittime innocenti e saziare la sete di sangue di Kabah.
       
       

    • Poiché il videogioco Hillsfar inizia in sella a un equino, spendo qualche parola sui cavalli nel GdR di D&D. Sicuramente non scriverò nulla di incredibilmente nuovo al riguardo: il cavallo è un animale per lo più domestico che nei mondi di D&D rappresenta il mezzo di movimento terrestre più classico e diffuso, praticamente tra tutte le società composte da esseri capaci di cavalcare. Esistono molti altri animali utilizzabili come bestie da soma, tiro e sella, alcuni estremamente nobili e intelligenti, persino magici, altri ancora molto più potenti di quanto mai potranno diventare i PG (draghi, unicorni, ippogrifi); ma come per gli oggetti magici o meravigliosi, e per gli Artefatti, sono delle costose rarità.
        Tuttavia è vero che nelle esperienze di gioco cavalli e cavalcature non hanno quasi mai il ruolo e l’importanza che contrariamente assumevano nelle epoche del passato reale più spesso prese come paralleli alle Ambientazioni di D&D. In primo luogo acquistare e mantenere un cavallo è più semplice per un avventuriero di D&D che per un “uomo di ventura” del passato nostrano, ciò non tanto per delle grandi differenze tra l’economia fittizia del GdR e quella delle epoche storiche trascorse, ma semplicemente perché il mestiere dell’onesto avventuriero di D&D fa guadagnare molti più soldi in assoluto.
      http://paoloaugusto.blogspot.it/2017/10/la-bestia-di-oggi-il-cavallo.html

    • Vivo in un paese della provincia novarese, di giorno in giorno sempre più cupo, abbandonato, dove invece di costruire, creare e modernizzare, si distrugge, abbatte e si sprofonda sempre di più nel classico immaginario di quelle cittadine americane da film horror/thriller anni '80, con tanto di nebbia a rendere il tutto più inquietante. E' proprio la nebbia nelle serate dei weekend a far da padrone, quando la gente va in città e io spesso cammino in compagnia del freddo e dei vicini schiamazzi di ragazzini che si incontrano ai "giardinetti", dove una volta c'erano i giochi per i bambini, un laghetto con i pesci e il verde. Proprio li passavamo quei pochi minuti che anticipavano il rientro pomeridiano ai tempi delle elementari. Ora rimane poco di quel luogo; i giochi sono stati vittime dello scorrere del tempo, del degrado e del disinteresse di chi avrebbe potuto rallentarne gli effetti, gli alberi sono stati abbattuti per realizzare l'ennesima palestra ora in costruzione. Le aule delle scuole sovraffollate e decadenti non hanno avuto la stessa priorità, però ora ci sarà più spazio per l'esercizio fisico che per l'apprendimento.
      E' sabato sera, arrivando a piedi da casa riesco a vedere la luce dell'insegna del bar dove mi reco solitamente, locale storico del paese che nel tempo ha notevolmente perso clientela. Saremo in pochi presenti fisicamente, ancor meno con la mente, io di certo sarò solo, solo tra novemila.

    •  Voglio cercare di offrire una panoramica che sia la più completa possibile su questo videogioco, perciò ho deciso di provare almeno a livello superficiale anche le versioni uscite su formati diversi dal DOS. In verità avevo scelto di provare per prima la versione per Amiga, ma i miei tentativi non sono ancora andati a buon fine.
       
      http://paoloaugusto.blogspot.it/2017/10/hillsfar-su-atari-st.html

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