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  • Storie

    Promuovi qui le tue storie.

    • emanueleShellman

      Fantasie

      By emanueleShellman, in Poesia,

      Fantasie di vita
      scaturiscono come fiume in piena
      da menti stanche.
      Giorni passati a guardare avanti,
      percorrendo sentieri irti di spine.
      Ma leggendo il tuo sogno
      vedo apparire certezze, 
      che non mi appartenevano più.
      Sento le tue mani nel vento,
      come ali di gabbiano
      sferzare l'aria.
      Odo parole cantate fra risa e pianti,
      sguardi persi tra fiocchi di nuvole.
      Cadono soffici i sogni,
      che abbandonati da menti sfinite,
      ritornano a terra 
      per sciogliersi al sole della vita.

    • Extraño...

      By emanueleShellman, in Poesia,

      Extraño tus ojos claros
      Extraño tus manitas
      Extraño tu simpatía y tu belleza.
      Sigue llorando pensando
      a las dulces palabras, a la risa
      a momentos pasados juntos
      En mi cabeza loca
      Ya me vi a mi lado
      con el corazón rebosante de amor
      Pasando años serenos y felices.
      Nunca pensé que
      Los años nos habrían quitado tanto.
      y ese tiempo nos hubiera puesto
      Uno frente al otro como dos hermanos.
      Sin calor, sin calor
      pero solo un lento paso del tiempo
      Hasta el cumplimiento de una promesa.
      Indeleble, eterno.

    • Poche idee e confuse, questo a simboleggiare l'inizio della mia serata, in uno di quei soliti week-end in cui hai semplicemente voglia di te stesso, di comode  ciabatte,  dell'inseparabile divano ed una birra fredda, la più economica a cui confidare i segreti più intimi. Sotto la doccia, il veloce getto d'acqua portava via la schiuma  dal mio corpo, a ritmo di Vibrazioni:
      "L’alba che scopre il mio viso
        Sono sveglio e mi vesto nel posto
        Sbagliato
       Così sbagliato"….
      Continuavo a canticchiare, in una doccia Sanremese, in pieno stile debuttante allo sbaraglio, vorranno perdonarmi le "Vibrazioni", ho fatto del mio meglio,  ma la parola "sbagliato" mi convinse al tradimento d' Amore più difficile e complicato della storia, senza spiegazioni abbandonai il divano.
      Vestito velocemente, come un amante frettoloso, uscii di casa, mi piacerebbe dire a bordo della mia fiammante auto, o un Harley stile biker,  ma a disposizione avevo una bicicletta e la mia cara e vecchia "Non fare scherzi", una Daewoo Lanos del 2001 km 200.000, battezzata così  perché uscire in sua compagnia era un colpo indescrivibile di adrenalina, la sua permalosita' e gelosia alla vista di altre macchine poteva decretare il fine serata, e passeggiatina a piedi…
      Con lo stereo a palla, mi funzionava un solo altoparlante, il vento in faccia, il finestrino lato passeggero non completava la  chiusura, mi diressi verso il quartiere della mouvida giovanile, almeno questa era l' intenzione, perché Non fare scherzi  insensibile come sempre decise di fermarsi in via "Vicolo Pistacchio"…
      Una lunga passeggiata,  gli amici quando servono non rispondono mai, fui attirato ed incuriosito da una gran folla di ragazzi fuori da un bar, regalano da bere pensai, decisi  di entrare. Bella musica, bel locale, non ricordo il nome forse "Su di Giri", bella gente,  avevo una gran sete dopo la maratona serale a cui avevo partecipato, e semplicemente volevo dell'acqua minerale. Con fatica mi avvicinai al bancone, domandai una minerale, una ragazza  come fossi un alieno mi guardò sorpresa,  con vergogna cambiai scelta e fu subito amore: "WISKEY SOUYR"…..letto per sbaglio sulla brochure aperta dei cocktails..
      Il whiskey sour, pur avendo un’anima d’acciaio, è un cocktail avvolgente, dal sapore preciso e netto, con i profumi caramellati e affumicati del bourbon che si ritrovano rinfrescati dalla carica aromatica del limone.
      Il metodo di preparazione è quello dei primi cocktail:
      zucchero nel bicchiere, succo, whiskey e ghiaccio sbriciolato o almeno questa è la prima ricetta scritta da Jerry Thomas.
      Oggi si tende a usare lo sciroppo di zucchero per avere un cocktail più amalgamato e compatto, ma nulla  vieta di usare il metodo antico.

      Ingredienti e dosi del Whiskey Sour

      4,5 cl di bourbon whiskey
      3 cl di succo di limone
      1,5 cl di sciroppo di zucchero

      Pix promenade...

    • La minuscola sala d'attesa aveva un paziente in più quella sera di giugno. Riviste spiegazzate, sedie di fòrmica multicolore e un vecchio radiatore a elementi di ghisa arredavano un pavimento a piastrelle azzurrine.

      Due anziane signore parlottavano fitto, fitto dando occhiate furtive al nuovo malato di cui sapevano solo che era immigrato dell'Est e che chiamavano Igor.

      Viveva in una vecchia stalla fatiscente in compagnia di quattro cani, grossi e d'indole, ma che tutti ritenevano addestrati tanto da chiamarli “i leoni” per il loro stare immobile ai quattro angoli dell'edificio, ma abbaiando furiosamente se si avvicinava qualcuno.

      Niente pigione per Igor che già aveva fatta la sua di prigione per furto e ricettazione, nonché risse e con queste inizia la sua storia perché immancabilmente ubriaco quando volavano i cazzotti e le sedie.

      Inutile dire che nessuna delle due donne era al corrente della o delle patologie di cui soffriva Igor, un pezzo d'uomo ritratto della salute e della virilità, se essa si esprime con la prestanza di cui abbondava, ma senza farne sfoggio.

      Faccia lunga, fronte ampia, carnagione chiara, occhi azzurri e una dentatura lattea, unita a un fisico da atleta, lo rendevano veramente un bell'uomo, anche quando ciondolava in preda all'alcool, come quella sera che navigava su una sedia, ora qua a destra; ora là a sinistra: mai dritto sulla spalliera.

      Non c'era da temere, però, perché per sua stessa ammissione lui poteva uccidere cinquanta uomini, ma neppure toccarla una donna, cosa che ne faceva un gentleman forse addirittura d'altri tempi, quelli che battevano le pendole, come lui, ora qua, ora là su quella sedia, pendola lui stesso.

      Il tempo passò in fretta, sebbene più in fretta fosse passato l'immancabile informatore scientifico che alla sua vista, alla vista di un fuorilegge fuorisedia -ora qua, ora là- passò prima del suo turno, che le rogne lui le curava, ma non le voleva.

      Venne anche il turno di Igor che fece fatica ad alzarsi dalla sedia, tanto che cadde quasi in avanti e, appoggiandosi a un'altra sedia, fece un rumore tale che il dottore uscì di corsa dall'ambulatorio per prestare soccorso.

      “”Cosa succede?” esclamò prim'ancora di superare la scrivania.

      “Niènte dotore,niènte. Per poco cadere” rispose Igor ridendo sonoramente da ubriaco.

      Il dottore dette un sospiro di sollievo che risollevò anche la sua pazienza, già messa alla prova da una ventina di pazienti anziani e tra sé disse che ci mancava il gran finale: l'ubriaco dell'est che non bastava Furia.

      “Venga, si sieda che si sentirà meglio” disse prendendolo per un braccio, lui che nemmeno era la sua metà, cosa resa ancora più evidente da un pallore e una magrezza stempiata con cui lottava ricorrendo a un riportino, mentre una barbetta incolta pretendeva d'ingannare l'occhio, sebbene rada e biondiccia.

      “Allora, quanti bicchieri?”.

      “Due dotore, due bottiglie. Whisky”.

      “Olà, non ci siamo fatti mancare nulla se anche di marca”.

      “Jack dotore, il vecchio Jack” disse aprendosi alla seconda sonora risata che mostrò tutta la sua bianchissima dentatura.

      Il dottore avrebbe voluto mettersi a ridere, ma si astenne subito dopo averla abbozzata e, piegando la testa a sinistra per non farsi notare troppo, riprese la calma.

      “Ma io dotore non qui per Jack”.

      “Per sua moglie allora? Non ci credo” lo interruppe sorridendo il dottore.

      “Ah-ah-ah, no dotore, io non moglie io...” disse alzandosi a stento scostando la sedia e correndo nuovamente il rischio di cadere “Io, vede...” e stese le braccia a volo d'uccello, stringendo le ginocchia, lungo e dritto come un palo.

      “Ecco io così!”concluse lucidissimo, fermo, dritto e immobile su una gamba sola e le braccia perpendicolari al corpo tanto da formare alle ascelle un angolo di novanta gradi perfetto.

      Poi ruotò i polsi in senso antiorario, dopodiché fletté gli avambracci fino a toccarsi le spalle: ora la destra, poi la sinistra e tutto in perfetto equilibrio, cosa che lo faceva somigliare a un ginnasta o a un pugile stando all'ultimo movimento: la rotazione della testa come a sciogliersi i muscoli del collo prima del match.

      Mai barcollò, sebbene quei movimenti, specie su una gamba sola, avrebbero fatto perdere l'equilibrio a un ventenne sobrio.

      Il dottore aveva assistito a tutta la scena e da ultimo si strinse il volto e la rada barba con la mano sinistra, per poi mordersi il labbro inferiore in un moto di riflessione stupita.

      “Da quando Igor?”.

      “Io sempre, sempre così quando sbronzo, quando Jack!”.

      “Bah, di solito l'abuso di alcool fa perdere l'equilibrio, mentre tu lo acquisti. Ho capito bene?” chiese il dottore.

      “Sì dotore, sì. Io in equilibrio quando Jack” rispose Igor.

      “Hai mai fatto visite specialistiche? Sai, il tuo potrebbe essere un caso scientifico interessante. Personalmente mai ho avuta una notizia simile, men che meno ho assistito a un performance simile. Che ne diresti di farci degli esami?”.

      “Bène dotore, bène. Fare esami. Posso adesso sedere?” chiese educatamente Igor.

      “Certo, certo scusami se ti ho tenuto così scomodo...oddio, stai bene così però...” disse ridendo il dottore che subito mise mano al file delle impegnative e vergò tutta una serie di esami, molti per la verità, che il caso lo incuriosiva.

      “Li ho prescritti urgenti, vedrai che tra un po' di giorni ti chiamano. Fatti trovare pronto, ma non ubriaco, per favore!”.

      “No, no niente Jack dotore. Parola!” e così fu perché mai, nonostante una decina d'esami, si presentò ubriaco.

      Neppure quando, risposte alla mano, tornò all'ambulatorio per conoscerne l'esito che fu ottimo: sano come un pesce, anzi, sano come Igor.

      Il dottore alla fine della lettura dei referti, si strinse il mento con la mano, aprì bene gli occhi e sospirò, concludendo il tutto con una smorfia di dubbio

      “Qui Igor va tutto a meraviglia, non saprei dirti. Che ne diresti se, scompagnandoti, ti portassi da uno specialista, un luminare intendo, bada bene, sui disturbi dell'equilibrio che poi...che vuoi disturbare se sbronzo sembri un ginnasta...boh!?” esclamò di nuovo il dottore per poi aggiungere: "“Che fai Igor,vieni o no a Milano? M'interessa il caso, Igor, m'interessa davvero per questo ti accompagnerei”.

      “Bène, bène dotore vengo. Io pagare il viaggio”.

      “Lascia fare,rimettiamo tutto al Sistema Sanitario. Il modo lo trovo. La scienza ha un prezzo, caro Igor!” replicò il dottore per poi aggiungere “Ti chiamo io per comunicarti il giorno della visita, dammi il numero di cellulare e fatti trovare pronto ma...un po' sbronzo che sbronziamo..ma che dico, sbrogliamo la faccenda”.

      “Ah-ah-ah-aha dotore sempre Jack allora! Due giorni, quattro bottiglie ah-ah-aha” gridò entusiasta Igor alla proposta che non avrebbe potuto essere più piacevole.

      “Mi raccomando:che rimanga tra me e te. Andiamo in macchina e guido io, d'accordo?”.

      “Sì dotore. Lei chiama, io bevo e lei guida ah-ah-aha!”.

      “Ci vediamo, allora”.

      “Sì, buonasera dotore”.

      Grazie al fatto di essere colleghi e a qualche conoscenza nel giro di una settimana la visita ultra-specialistica fu possibile e partirono per Milano, non dopo però aver fatto il pieno all'auto e a Igor, il quale non esagerò e ricorse a una sola bottiglia di Jack prima del viaggio certo, però, in virtù di quell'esperienza che solo la strada sa insegnarti, che la seconda e magari la terza l'avrebbe offerta lo specialista e pure una riserva: un Old, addirittura.

      Il viaggio fu veloce e silenzioso nonostante che Igor scoppiasse in sonore e immotivate, per il dottore, risate.

      All'autogrill, Igor fece conoscenza con un gruppo di ragazze straniere in gita, le quali non gli tolsero gli occhi di dosso, specie quando notarono la proporzione tra le sue spalle e i suoi glutei che lo rendevano, ai loro occhi, oggetto di meraviglia.

      Dette loro un'ultima occhiata dalla porta a vetri che le rifletteva e si voltò per un dispiaciuto occhiolino da quell'avanzo di galera che aveva fatta l'ennesima strage, perché lui poteva uccidere cinquanta uomini, ma conquistare 100 donne.

      La clinica era in centro e si avvalsero della metropolitana per giungerci e poco dopo già erano a colloquio con il dottor Toni, luminare internazionale sui disturbi dell'equilibrio, ma che stavolta avrebbe dovuto affrontare il primo caso della sua vita: l'alcool come sostanza non solo coadiuvante al suo miglioramento ma, i quel caso, capace di renderlo addirittura miracoloso.

      Il medico condotto illustrò il caso con Igor silente, mostrando tutti gli esami fatti che Igor, ubbidiente, aveva portati con sé. Dall'anamnesi non risultò niente, così come niente aveva refertato il medico curante, per cui si procedé a una serie di esami specialistici ad hoc che si avvalsero del contributo di tutta l'equipe interna e, telefonicamente, esterna.

      Da ultimo si decise di osservare il fenomeno ocularmente e si ordinarono al bar dei liquori di cui fu chiesta non solo la preferenza, ma anche l'uso abituale.

      “Jack, solo Jack dotore” disse Igor allo specialista e così ne arrivarono tre bottiglie "Old" che Igor scolò senza l'uso del bicchiere, come suo solito e come gli era stato consigliato di fare.

      Già dopo la prima bottiglia, digiuno e con i fumi di quella casalinga, Igor divenne loquace parlando del più e del meno.

      Poi, alla seconda, dopo circa una mezz'oretta, si alzò e barcollava un po', ma fu alla metà della terza bottiglia che l'equilibrio fu perso e ciò lo costrinse ad appoggiarsi ora al medico curante; ora allo specialista e, infine, a un infermiera a cui dette un bacio sulla guancia, facendogli poi l'occhiolino, il secondo in poche ore.

      “Ecco, adesso Dottor Toni, adesso! Guardi! Igor fermo!” gridò il medico condotto.

      Igor, rimanendo sul posto, strinse le ginocchia, allargò le braccia e si mise su una gamba sola rivolto all'intera equipe che guardava serio di sottecchi  uno a uno facendosi da sinistra per poi tornare a destra.

      Roteò i polsi in senso orario e antiorario, fletté prima l'avambraccio destro sino alla spalla, poi il sinistro e, sempre su una gamba sola, sciolse i muscoli del collo come un pugile al primo round. Tutto questo su una gamba sola e un'espressione lucida, ferma impenetrabile che andava da una parte all'altra della fila di dottori che aveva davanti.

      Lo specialista, come suo solito quando concentratissimo, fece vagare la lingua su tutto il palato e chiuse il pugno sinistro facendo strisciare ritmicamente il pollice sull'indice.

      “Scenda...voglio dire torni su due gambe” ordinò a Igor.

      Igor obbedì e la conseguenza fu un ciondolare ubriaco senza freno, tanto che dette il secondo bacio all'infermiera che, divertita -ma anche più- sorrise con gli occhi dolci.

      Poi Igor scolò l'ultima metà della terza e ultima bottiglia, mentre i dottori discutevano tra loro senza rendersi conto che Igor aveva già preso appuntamento con la signorina.

      L'equipe non fece passare molto tempo per esprimere un primissimo giudizio, ma prima ancora chiese di nuovo a Igor di riprendere l'assetto precedente, cosa che Igor fece volentieri e tutto da capo, tranne aggiungere l'incredibile: un surplace su una gamba sola, alternando sinistra e destra ritmicamente a braccia divaricate ruotando, ovvio, i polsi in senso orario e antiorario, flettendo, poi, gli avambracci sino alle spalle.

      L'intero personale rimase allibito: tre bottiglie di “Jack Old” e tutto in perfetto ordine nel disordine, se non addirittura nel caos dell'ubriachezza, nonostante un esercizio estremamente difficoltoso persino per un ginnasta professionista!

      Il parlottare dei medici, dopo di ciò, si fece fitto e irritato, a volte giunse a essere nervoso, perché le ipotesi di studio potevano essere tutte e tutte sbagliate, ma un soluzione doveva esserci: mai era esistito un presidio farmacologico col nome di “Jack Old l'impassibile” che permetteva l'impossibile!

      Si decise un ultimo esame del sangue per valutare il tasso alcolico e il metabolismo, ma tutto indicava una sbronza colossale che faceva ripartire le ipotesi nuovamente da zero.

      Per un paio di ore, dopo tutti gli esami possibili, l'intera clinica fu piegata alla sbronza di Igor, ma poi dovette cedere, cedere professionalmente e personalmente perché incapace di giungere a una diagnosi sensata che non apparisse essa stessa ubriaca.

      Erano tutti in fila ed erano sei, sette con l'infermiera che aveva assistito divertita ed eccitata; e come accadeva durante leva, il caso obbligò al passo in avanti. Lo fece il luminare che chiuse l'argomento con il discorso di resa.

      “Mi scusi, mi dice per favore come ccazzo fa?”.

      “Aha-ah-ah-aha” rise fragorosamente Igor ripetendo daccapo tutto quanto l'esercizio ma cambiando l'espressione del volto, che si fece serissima, come quella di un maestro che ripete una lezione non compresa dagli studenti, sebbene due esempi, tanto che le figure e gli esercizi furono così lenti che sembravano mimati.

      “Capischi?”chiese Igor su una gamba sola, le braccia aperte e, stavolta, le palme aperte e le dita divaricate come per quasi un “dammi il cinque” tra amici davanti agli occhi dell'equipe .

      “Tu, capischi?” chiese di nuovo Igor rivolto al luminare.

      Il luminare aggrottò le sopracciglia, inarcò le labbra e appena appena accennò un no muovendo la testa calva e bassa, al che Igor “scese” per barcollare di nuovo e di nuovo abbracciare l'infermeria ormai sua.

      Dopo la dimissione di Igor, per giorni il luminare rifletté sul caso e riuscì a stilare una relazioncina, ma promettendosi, però, di pensarci ancora un po' su sull'opportunità di proporre il caso all'attenzione della comunità scientifica.

      Le due paginette che aveva scritte al computer necessitavano della sua firma in calce e la vergò. Prima il nome per esteso; poi passò al cognome, ma qui ebbe una pausa a metà parola, quasi l'ultimo estremo tentativo di capirci qualcosa.

      Rimase con la penna in mano puntata sull'ultima lettera scritta per una decina di secondi, poi si grattò il mento con l'altra mano; incurvò le labbra per "un'invenzione a U" dei pensieri e sgranò gli occhi, per poi scrivere di fretta le lettere mancanti al cognome come per uscire da quel tunnel buio d' ipotesi.

      Inserì la relazione stampata in una cartella contenuta in un cassetto della scrivania che aveva la chiave. Chiuse quel cassetto e chiuse la faccenda per riprendere, oltre la porta dello studio, il suo solito equilibrio, pardon, aplomb.

      Inizia a scrivere la tua storia...

    • Introduzione
      Così mi disse una volta il diavolo: “Anche Dio ha il suo inferno: è il suo amore per gli uomini”.
      (Friedrich Nietzsche)
       
      I cacciatori di demoni sono stati oggetto in diverse occasioni di racconti, favole, libri di genere fantastico e sono stati protagonisti del cinema horror o fantasy. A nessuno però è venuto in mente che potrebbero esistere davvero, nel nostro mondo e più vicini di quanto potremmo immaginare.
      L’Ordine Venatorius è la prova concreta dell’esistenza di una realtà inimmaginabile, recondita quanto lo stesso Ordine, concreta quanto l’acqua degli oceani e la luce della luna che vi si specchia. Proprio la luna, musa ispiratrice di poeti e scrittori, faro luminoso nelle notti buie, tornerà a fare da portale alla creatura più oscura dell’inferno: il Messor antithei, il servo di Satana, il predatore di anime. L’Ordine è in fermento, in attesa del suo ritorno; si organizzano per affrontarlo, per salvare quante più vite possibili. Non solo: si preparano a liberare dalla dannazione le anime delle vittime che altrimenti diverrebbero scherno e oggetto di tortura in un inferno atroce e spietato.
      Venator – L’incubo dell’Inferno è la strada che vi condurrà al romanzo Quella Bestia di mio Padre.
       
       
      Ordine Venatorius – Gerarchia
      L’Ordine Venatorius è una congregazione segreta istituita dalla Chiesa circa mille anni fa per cacciare e combattere i demoni e altre creature soprannaturali. Nacque, in origine, con il solo scopo di individuare e annientare una delle creature demoniache per eccellenza: il Messor antithei, un demone lupo dall’aspetto agghiacciante che, per ordine di Satana, durante le notti di luna piena, si rendeva artefice di efferati massacri, durante i quali reclamava le anime per il suo signore e padrone. Le vittime erano state innumerevoli; per secoli e secoli il Messor antithei aveva terrorizzato i popoli della terra finché un giorno, un religioso con il suo sacrificio, barattò una tregua, un armistizio che avrebbe avuto la durata di cinquecento anni. Durante questo periodo, il demone lupo divenne una leggenda o, come affermò qualcuno, una favola per spaventare i bambini capricciosi; ma il tempo stava per terminare e, anche se ormai dimenticato, il Messor sarebbe tornato a mietere anime per l’inferno, ma avrebbe trovato pane per le sue orride zanne: i Venatores.
      Praetorium: è la sede Vaticana dove vengono coordinate le operazioni dell’Ordine. A essa fanno riferimento tutte le basi operative sparse per il mondo. Con il passare dei secoli, il progresso e l’evoluzione della tecnologia hanno reso l’Ordine Venatorius una delle istituzioni più potenti del pianeta, e la più segreta.
      Praefecto Venatoris: è il capo supremo dell’Ordine. A livello militare risponde esclusivamente al Pontefice. È anche a capo dell’attività giuridica interna, del tutto indipendente dal sistema giudiziario italiano. Presiede il Processo Venatorio, che in casi eccezionali può essere retto direttamente dal Santo Padre.
      Primo Ufficiale Comandante – Primus: è l’ufficiale più alto in grado dopo il Praefecto Venatoris, di cui è sostituto e portavoce. Mentre il Praefecto non lascia mai il Praetorium, Primus coordina le azioni militari direttamente sul campo. La sua squadra è composta da dieci Venatores, cacciatori super addestrati scelti direttamente da lui.
      Ufficiali Venatores: ogni base operativa è retta dagli ufficiali. Ogni ufficiale Venator ha sotto il suo comando un determinato numero di Venatores. Gli ufficiali, inoltre, si distinguono tramite nomi in codice che richiamano i numeri latini ordinali, a partire da Secundus, Tertius, Quartus e via discorrendo. Ai Venatores sono invece attribuiti i numeri latini cardinali: Unus, Duo, Tres…
      Venatores: sono i cacciatori, i soldati, i guerrieri della Chiesa. Sono addestrati a livello fisico e soprattutto psicologico ad affrontare situazioni inverosimili, creature infernali ed esseri soprannaturali.
      Emissarius e Dux emissarius: mentre i Venatores si occupano della parte operativa, gli Emissarii invece sono i membri dell’Ordine che stazionano nella base e fanno da guida a chi è in battaglia.  Costantemente dietro i monitor, sono in contatto con i cacciatori attraverso le più sofisticate apparecchiature elettroniche. Il Dux emissarius è il capo settore, organizza i piani di attacco esponendoli al Praefecto.
       
       
      La soffiata
       
      Erano le sei del mattino quando Primus si lasciò cadere di peso sul letto dopo aver sfilato e posato sul comodino il suo medaglione. Ogni Venator ne aveva uno appeso al collo, rappresentava una sorta di distintivo che ogni cadetto conseguiva dopo essere stato consacrato all’Ordine e per lui era come una seconda pelle. Aveva preso posto sul suo petto da almeno vent’anni, ma lui aveva conosciuto i demoni molto tempo prima. Era ancora un bambino quando uno di loro aveva ucciso sua madre, solo perché si era intromessa in una lite tra ragazzini. Aveva superato i trentotto anni da qualche mese, e la scena di sua madre che gli moriva tra le braccia viveva ancora nei suoi occhi. Nonostante ciò, il suo cuore non aveva mai bramato vendetta.
      Una lunga nottata dietro i monitor, nel distretto italiano, gli aveva appesantito le palpebre al punto da chiuderle prima ancora di toccare il cuscino. Prendere sonno e riposare un po’ sarebbe stata un’impresa, lo dimostrava il cellulare che aveva preso ad assillarlo con il suo trillare. Non lo afferrò subito anche se nella tasca interna della giacca, la vibrazione era fastidiosa. Poi cedette.
      «Pronto!» rispose con la voce che gli usciva appena.
      «Capità, so’ io. V’ho disturbato?» proruppe tutto eccitato Osvaldo, un contadino cinquantenne che Primus aveva conosciuto alcuni anni addietro.
      «Dimmi piuttosto perché mi chiami a quest’ora.»
      «Sto a lavorà nei campi, capità. Qua, quando il sole picchia te ne devi scappà»
      «Io invece ho appena finito di lavorare. Hai fiutato qualcosa?»
      «Un fetore da vomito.»
      Primus sospirò. «Immagino ti riferisca a una strega. Riesci a percepirne la natura?»
      «Puzza di pelo bruciato. Uno schifo mai sentito. È una ignis.»
      «Una strega del fuoco… perfetto. Non c’è essere che io detesti di più, soprattutto dopo l’ultima volta che ne ho affrontata una. Piango ancora l’auto che mi ha fatto esplodere, e non era nemmeno l’auto di ordinanza. Da dove proviene?»
      «Dal litorale, capità, tra Lido dei Pini e Tor San Lorenzo. Se volete, lascio tutto e vi risolvo il problema.»
      «Me ne occupo io, Osvaldo. Torna a lavorare.»
      «N’attimo capità, aspettate! È una cattiva, questa. Lo sapete che più forte è il tanfo e più sono crudeli; le mie narici stanno soffrendo. Lasciatela a me.»
      «Ne hai avuta una tre mesi fa, ho altri demoni da accontentare.»
      «Ma io non faccio che servirvi e comportarmi bene…»
      «Mettiti bene in testa che non ho alcun obbligo nei tuoi confronti, è chiaro?» lo ammonì Primus. «Vivi tranquillo, lavori e ti diverti solo perché abbiamo stretto una collaborazione. Lo sai cosa ti spetterebbe se l’Ordine Venatorius scoprisse la tua esistenza, vero? Lo sai che fine fanno i demoni, non è così?»
      «Sì, capità, lo so. Li rimandano all’inferno.»
      «E dal momento che tu non ci vuoi tornare, continua a collaborare e a comportarti bene. Non avere altre pretese e ritieniti fortunato.»
      «E vabbè, capità, come ordinate.»
       
       
      Per una strega
       
      Primus chiuse la chiamata per effettuarne una subito dopo. Pochi istanti più tardi qualcuno rispose.
      «Primus! Nottataccia?» Era Nestore, il titolare di un prestigioso night club alla periferia di Napoli.
      «Avrei preferito affrontare cento demoni» si lamentò Primus «piuttosto che stare dietro a un monitor ad aspettare. Stanotte è stata registrata un’elevata attività soprannaturale a sud di Napoli.»
      «Sì, e sapevo che mi avresti chiamato perciò ho indagato. Si tratta di una setta satanica; c’è stata una cerimonia di possessione completa. Abbiamo un nuovo demone in famiglia. Vuoi l’indirizzo del covo? Sono ancora tutti lì.»
      «E che fai, me lo chiedi?»
      Dopo una divertita risata, Nestore gli comunicò l’indirizzo di un bed and breakfast che risultava avere quattro camere su due piani e uno scantinato piuttosto esteso.
      «Grazie per la soffiata. Chi è il posseduto?»
      «Un poveraccio di strada, uno che se ne va in giro giorno e notte imbottito di alcool e droga. Chi lo sa, magari ora diventa una persona migliore!» Risero entrambi.
      «Diventare un essere migliore grazie al diavolo che hai in corpo è davvero il colmo. Conosci la natura del demone?» chiese Primus.
      «Un inviolato, uno di quelli facili che ancora non sono stati plasmati. Sono quelli che vengono invocati in questo tipo di rituali. Posso prenderlo con me, mi serve un assistente per… le mie cose. E poi, se lo modelliamo a dovere potrebbe rivelarsi utile.»
      «Devo comunicare quanto prima l’indirizzo alla sede di Napoli. Se riesci ad arrivare prima dei Venatores, te lo puoi prendere.»
      «Ora che ci penso… è da un po’ che non mi fai godere.»
      Primus restò a dir poco a bocca spalancata. «Illuminami! Quando ti avrei fatto godere?»
      «Non hai niente per me?»
      Il sospiro di Primus sapeva di sollievo.
      «Che avevi capito?» ribatté Nestore divertito. «Lo sai quanto noi demoni odiamo le streghe, quanto le detestiamo e che daremmo per averne una tra le mani. Non ci credo che non te ne è capitata una di quelle cattive.»
      «L’hai avuta quattro mesi fa, l’accordo è di una ogni sei mesi.»
      «Non sei stato certo tu a procurarla. Era una terrorista del cazzo ed è stata una fortuna per tutti essermi trovato in aeroporto quella mattina. Mi devi più di un favore.»
      Primus si lasciò andare all’ennesimo sospiro. «C’è una striga ignis qui, sul litorale, tra Lido dei Pini e Tor San Lorenzo, ma potrebbe non essere più lì. Sembra che il suo puzzo sia disgustoso in una maniera orripilante.»
      «Bene! Cattivissima, come piace a me. Tra meno di tre quarti d’ora sarò lì.»
      «Spero che nel frattempo la tua preda non combini cazzate, altrimenti dovremo intervenire.»
       
       
      L’incendio
       
      La strega, sotto le vesti di un’innocente sportiva in tuta e scarpe da ginnastica, era giunta in scooter alla Pineta di Castel Fusano. Solo quaranta minuti dopo che Osvaldo, il demone contadino, l’aveva percepita, governava fiamme e fuoco sull’intera pineta distruggendo un’importante fetta di macchia mediterranea e avvolgendo nel fumo chilometri e chilometri di area circostante. Ogni sforzo dei vigili del fuoco per domare l’incendio risultava vano. Per ogni rogo che veniva arginato e spento, ne prendevano vita altri due: un’Idra continua che si protrasse per ore e ore tra nuvole di fumo e vapore. I Venatores si erano portati sul posto fin da quando era trapelata la notizia. Affrontare una strega del fuoco era sempre un problema perché si nascondeva tra le fiamme, anzi lei stessa divampava e il più delle volte era impossibile scorgerla.
       
      La ragazza in tuta e scarpette da ginnastica passeggiava spensierata tra i sentieri selvaggi della tenuta presidenziale di Castel Porziano cercando un posto favorevole da cui far partire un nuovo incendio.
      «Ehi, baby!»
      La ragazza si voltò di soprassalto ruotando lo sguardo in ogni direzione. Non vedeva nessuno e il panico le serrò la gola quando percepì la presenza di un demone.
      «Sono qui, bellezza.»
      Dopo essersi voltata verso la voce, i suoi dubbi divennero certezze. Nestore la fissava col suo ghigno soddisfatto seguito da dieci orridi artigli che gli spuntavano dalle dita. Aveva sfilato la sua pregiata camicia di seta che, piegata con cura, era stata posta su un grosso masso ai piedi di un albero. «Devi appartenere a una nuova generazione. È la prima volta che mi capita una strega con un potere a lungo raggio. Immagino che neanche i Venatores conoscano questa novità, infatti sono concentrati su Castel Fusano. Possono disporre dei mezzi più potenti di questa terra, ma a loro manca questo,» disse picchiettandosi il lato del naso con l’indice artigliato «il fiuto di un demone.»
       
       
      Il demone
       
       
      Non furono più solo gli artigli a caratterizzare la sua figura; il corpo di Nestore, in una manciata di secondi, assunse le fattezze di una creatura infernale spaventosa: le pupille si allungarono e le iridi divennero rosse come il sangue. Il suo volto si deformò in una figura animalesca e due corna arcuate spuntarono ai lati della fronte. Una serie di guglie rosse attraversava il collo e la zona dorsale, erano presenti anche sulla parte superiore delle braccia e dei polsi. Ogni parte del suo corpo era divenuta rossa e più possente, mentre un forte ruggito fece tremare non solo la ragazza, ma ogni filo d’erba che li circondava. La strega si diede alla fuga consapevole di non avere scampo contro il demone che la inseguiva. Essendo il fuoco il suo unico potere, non poteva certo usarlo contro qualcuno che nel fuoco ci era nato, perciò la fuga era l’unica alternativa che le restava. Lei era più veloce, lui era più agile. Lei svirgolava tra gli alberi e i cespugli con slalom prodigiosi, lui saettava da un tronco all’altro, da una chioma all’altra finché non la raggiunse. La bloccò a terra infilzandole una spalla con gli artigli di una mano, mentre con l’altra si accingeva a compiere un atto che, come aveva l’abitudine di affermare, lo faceva godere. Di solito avveniva dopo una lunga tortura, ma era un piacere a cui, questa volta, doveva rinunciare.
      «Non posso permettermi di portarti via con me, dolcezza» le mormorò con un vocione rauco e selvaggio. «I Venatores sono vicini, già li sento; hanno occhi e orecchie dappertutto e mi sembra strano non siano giunti prima. Purtroppo mi resta poco tempo… devo andare a riprendermi la camicia.»
      Con una spinta brutale, conficcò l’altra mano nel suo torace, le strappò via il cuore e se ne cibò. Esisteva un solo modo per uccidere una strega, non il corpo perché era mortale, ma lo spirito. Questo era legato indelebilmente al cuore e una volta strappato dal petto, il demone poteva appropriarsene soltanto cibandosene.  Egli veniva poi inondato da un’energia nuova che dava vita a una sorta di beatitudine, un piacere estremo, molto simile a quello che genera il sangue umano in un vampiro. Per cui i demoni non erano spinti solo dall’odio nei confronti di queste creature, ma da ciò di cui potevano beneficiare.
      Un gruppo di Venatores, alcune ore dopo, circondava la povera vittima immersa nell’erba divenuta di un colore scarlatto; altri del gruppo si tenevano a distanza per impedire eventuali intrusioni.
      «Pensa che sia lei, signore?»
      «Ci sono due modi per scoprirlo» rispose Primus. «Chiamare gli altri a Castel Fusano e farci confermare che l’incendio è domato, oppure…» suppose, tirando su la manica della giacca e infilando la mano nel torace della vittima. «Non ha più il cuore» sentenziò. «Il movimento soprannaturale che abbiano registrato lo ha provocato un demone. È il suo modo di uccidere una strega.»
      «Che cosa ne facciamo?»
      «Scoprite chi è. Se ha una famiglia lasceremo che se ne occupino le forze dell’ordine. In caso contrario, la porteremo alla base per la cremazione.»
      «Forze dell’ordine? Non vorrei trovarmi al loro posto. Ne avranno di lavoro da fare!»
      «Troveranno qualcosa per spiegare l’accaduto: sacrifici satanici, pazzi serial killer… non hanno che da scegliere. Loro non sanno che esistiamo, e a noi non interessano le loro cose.»
      Dopo essersi distanziato di alcuni metri, Primus avviò una chiamata dal cellulare.
      «E anche stavolta vi ho fatto un grosso favore» rispose Nestore soddisfatto.
      «Quindi sei stato tu? Te la devo autorizzare una strega, cazzo!» lo ammonì facendosi il segno della croce come riparazione per un termine non consentito.
      «Mi avevi dato il permesso di prenderla e l’ho fatto.»
      «Come faccio a sapere che hai preso quella giusta? Ci sono quelle neutrali che non hai il permesso di toccare.»
      «L’incendio è spento, e non certo per opera dei vostri pompieri; e poi una strega la riconosco a fiuto, lo hai dimenticato? È una nuova generazione, controllano i poteri a distanza. Dovresti imparare ad avere più fiducia; quando un demone stringe un patto con un uomo è lo stesso di quando un uomo stringe un patto con il diavolo: è inviolabile.»
      «Va bene, evita di farmi la ramanzina. Scusa.»
       
       
      L’attesa
       
      Una vasta area del Praetorium ospitava i laboratori: chimici, tecnologici, informatici. Primus si stava dirigendo verso l’arsenale; era in attesa di un prototipo su cui si stava lavorando da qualche tempo: una nuova arma, o per meglio dire, la modifica di un’arma già esistente che avrebbe dovuto mettere al tappeto l’attesa creatura infernale.
      «Morelli, ho saputo che mi cercava.»
      «Sì, signore, volevo fosse il primo a vederla. Mi segua» lo invitò il capo settore del laboratorio armamenti. Giunsero in un vasto poligono bombardato da colpi continui e di varia intensità; da lì, si addentrarono in un corridoio che li condusse all’armeria di primo grado, quella che ospitava armi pesanti.
      «Eccolo qui!» esclamò Morelli eccitato.
      «Mi… mi sembra familiare.»
      «Lo so, può considerarlo il diretto discendente del Mp5K con il pregio di essere più piccolo, più leggero, più maneggevole. Non si limita solo a lanciare granate, ha una doppia canna, la seconda dal calibro inferiore che sputa questi teneri gioiellini là dove le granate dovessero fallire.»
      «Carini! Me li presenta?»
      «Questi piccoli bozzoli racchiudono una carica di oltre diecimila volt, che si libera tre secondi dopo lo sparo. Non ucciderà il Messor, niente può ucciderlo, ma lo metterà fuori gioco il tempo necessario per poterlo gestire. È altamente sconsigliabile mancare il bersaglio.»
      «Un Venator non manca mai il bersaglio. Promosso. Avvii immediatamente la produzione, voglio che ogni cacciatore presente sulla faccia della terra ne abbia uno.»
      «Lo faccio subito, signore.»
      La loro conversazione fu interrotta dallo squillo del cellulare che Primus portò subito all’orecchio.
      «Praefecto!»
      «Ho appena indetto una riunione straordinaria. Voglio tutti gli ufficiali nella Sala del Consiglio entrò mezz’ora.»
      «Sarà fatto.»
      Giusto mezz’ora dopo l’ordine del capo supremo, tutti gli ufficiali erano presenti nella Sala del Consiglio seduti ai lati di un lungo tavolo rettangolare. Si alzarono all’unisono non appena il Praefecto fece il suo ingresso, poi sedettero; egli preferì non accomodarsi alla sedia presidenziale e annunciare il suo discorso in piedi.
      «Da ciò che riportano gli archivi storici segreti e tutta la documentazione in nostro possesso, possiamo affermare con certezza che il tempo sta per scadere. Abbiamo calcolato una data approssimativa intorno agli ultimi due mesi dell’anno, perciò ci restano tre mesi per prepararci a ciò che dovremo affrontare. È vero, finora non abbiamo fatto altro, ma un conto è parlare del Messor antithei e un conto è trovarselo davanti. In poche occasioni i nostri predecessori sono riusciti a metterlo in fuga, ma noi siamo cinquecento anni più avanti e abbiamo armi ineguagliabili. Voglio che in questi tre mesi intensifichiate al massimo l’addestramento fisico: se non fate in tempo a sparargli, dovete essere in grado perlomeno di schivare i suoi colpi. Una sua artigliata è in grado di aprirvi in due.»
      «Eliminarlo definitivamente? Non dovremmo pensarci?» propose Secundus.
      «È un po’ rischioso prendere in considerazione che una spada possa realmente ucciderlo, anche perché la profezia dice che solo la giusta mano la può brandire. Per il momento preferisco affidarmi a qualcosa di più concreto e sicuro.»
      «Sta di fatto…» s’intromise Primus «che il Santo Padre ha intenzione di recarsi in Egitto e reclamare ciò che ci spetta di diritto. È giusto che la Falcata Sacra abbia il suo posto qui in Vaticano e non è detto che la giusta mano che dovrà brandirla non sia quella del Pontefice in persona.»
      «Questa è una possibilità che il Santo Padre ha preso in considerazione, per questo partirà tra due giorni per il Monastero di Santa Caterina.»
      «Dobbiamo aspettarci la perdita di molte vite umane, non è così?» proferì uno degli ufficiali.
      «Ho paura di sì» assentì il Praefecto. «Finché i nostri sistemi non lo avranno localizzato, o finché non giungerà notizia di massacri misteriosi, non potremo affrontarlo. L’unico vantaggio che abbiamo è sapere che si manifesterà nelle notti di luna piena e che per un po’ si tratterrà nello stesso posto, prediligendo luoghi affollati, perciò dopo la prima comparsa dovremmo essere preparati per le volte successive.»
       
       
      Epilogo
       
      I tre mesi trascorsero in fretta, un po’ troppo in fretta, nella snervante attesa di un mostro che avrebbe commesso delitti efferati e che nessuno avrebbe potuto prevedere né impedire. Presto, notizie di decine e decine di morti, avrebbero invaso i notiziari di ogni parte del mondo. I cacciatori erano pronti, non solo per combattere, avevano un altro compito non meno importante: salvare le anime dei caduti. Prima del sorgere del sole, ogni anima poteva essere sottratta al potere demoniaco che le aveva rapite attraverso un rito di benedizione autorizzato dal Santo Padre, e i Venatores, sotto le vesti di Ministri di Dio, potevano attuarlo sulle vittime del Messor. Proprio a questo i Venatores si stavano preparando, considerando l’impossibilità di prevedere il luogo della prima comparsa.
       
      L’atmosfera natalizia si era cominciata a respirare già dal mese di novembre attraverso le interminabili pubblicità televisive, l’allestimento delle vetrine dei negozi, i primi alberi di Natale che comparivano nei grandi centri commerciali. All’arrivo delle feste tutto si intensificò con l’acquisto dei regali, il pianificare pranzi, cene e cenoni. C’era invece chi aveva programmato viaggi di piacere e, perché no, viaggi di lavoro che avrebbe fatto coincidere con qualche gradito fuori programma, come poteva essere un salto alle Hawaii. Certo, l’arcipelago del Pacifico era sempre stato una meta molto ambita per vivere una vacanza rilassante, grazie alla bellezza dei paesaggi, all’ambiente selvaggio che offre un mare da sogno, ma qualcuno non la penserà così. Ci sarà chi alle Hawaii non vorrà mai più tornare perché, da unico sopravvissuto, non potrà mai dimenticare ciò che i suoi occhi hanno visto.

    • c'è il sole fuori, è un vero peccato per uno come me, di questi tempi
      significa dover constatare la bellezza della vita senza poterla cogliere
      ieri sera ero in giro, cercavo qualcosa, qualcuno 
      sono rientrato a mani vuote, distratto da persone che si sanno muovere sotto le luci
      io ero in giro, cercavo qualcosa, come ogni sera
      cercavo uno sguardo, cercavo qualcuno
      cercavo te, ma ho realizzato che 
      sono io quello sbagliato, voi almeno ci provate a eludere il vuoto
      ieri sera ero in giro e ho capito che non esisti al di fuori della mia mente.
       
       
       
       

    • Vougue

      By Pix Promenade, in Poesia,

      Le braccia le ho consumate
      a furia di tante strisciate
      le moto le grandi sgommate
      non vivo in un mondo di fate....
      Se pensi e credi nei numeri
      nei fiori dei muri un po' umidi
      i primi che fanno gli stupidi
      la rosa dagli angoli  lucidi...
      Le scie che ti rendono vergine
      quelle chimiche fanno le zoccole
      ai tuoi piedi le vuoi solo morbide
      le scarpe griffate da " Vougue".

      Pix Promenade
       

    • La pecora andava intorno brucando tranquilla. Era ai margini del gregge ora e pareva non fare caso al maschio poco più in là. Muto sentiva lento il rintocco dei campanacci e l’odore lontano del bosco. La pecora gli era vicina e lui sapeva già il resto, senza stupore. Da tanti anni portava le bestie al pascolo che un po’ era bestia anche lui e del gregge sapeva quanto c’è da sapere.
      Il montone s’alzò e ricadde sulla femmina, che incurvò la schiena sotto il suo peso, belando con voce mielata. In cielo due falchi intrecciavano arabeschi indolenti,  planando nel vento, lasciandosi portare dall’aria mutevole, attenti alle prede. Muto li seguiva con gli occhi e provava dentro una gran pace, come se quegli svolazzi suonassero musica alle sue orecchie sorde, come se il belato dolce della pecora trafitta fosse una nota che risuonava nella sua mente. Sentiva le marmotte fischiare lontano e il gracchiare dei corvi come vibrazioni nel petto e intanto fiutava l’odore di resine sospeso nell’aria. Ogni tanto qualche bestia del gregge alzava il muso da terra, lo guardava e gli belava qualcosa che non poteva udire, ma che sentiva nel cuore, e sorrideva per ricambiare il saluto.
      Il montone stava allentando la stretta. Ancora un po’ e si sarebbe staccato, si sarebbe allontanato nel pascolo, fendendo il gregge con calma severa, a testa alta e tronfio, e avrebbe cercato buona erba più in alto, già dimentico di cosa era accaduto. Non ci avrebbe pensato più, fin quando non avesse fiutato di nuovo l’odore.
      Muto trasse fuori dalla bisaccia di tela una pagnotta e un pezzo di cacio e prese morderci dentro, col gusto di chi ha piacere a riempirsi la bocca e masticare. Non perdeva di vista le pecore, ma intanto guardava una chiazza di neve, più in là, mentre l’ombra le scorreva addosso, rifluendo via, e il sole vi accendeva formicolanti scaglie di luce. Qualche pecora s’era accucciata e continuava a brucare. Anche Muto masticava adagio, lasciando che il tempo fluisse e, ogni tanto, beveva un sorso di vino annacquato, ma non perdeva di vista le bestie né la scintillante macchia di neve che risplendeva nel sole come una gemma. Alzò di nuovo gli occhi al cielo turchino, facendosi schermo con la mano. Non mancava più molto. Già la luce colava dal monte e presto si sarebbe versata nel prato e dentro il ruscello e tutto avrebbe mandato scintille e bagliori. Da dove stava seduto sentiva scorrere l’acqua crosciando sommessa ed era come se lo chiamasse, suadente, ma lui lo sapeva quando veniva l’ora d’andare. Quando brilla l’erba del ciglio e l’acqua diventa diamante. Non si sarebbe lasciato incantare. Né prima né dopo. Solo in quell’attimo avrebbe potuto cogliere le prietre di sogno.
      Trasse di tasca il fazzoletto e lo svolse con un triste presagio per guardare ancora quellle che aveva colto il giorno prima.  E infatti eccole lì, riverse nel palmo, morte anche loro come tutte le altre. Tirò un profondo sospiro, pensando che le pietre muoiono in fretta fuori dall’acqua, più in fretta, quasi, dei pesci. Le cogli che sono lucide e vive, splendenti di gemma, i colori lucidi e tersi, morbidi, netti e guizzanti nell’acqua, ma appena le peschi cominciano subito a ricoprirsi d’un velo di morte e i colori appassiscono sotto i tuoi occhi, sfumando in un grigio uniforme. Guardava le due che aveva tenuto avvolte nella stoffa pulita, sperando che potesse servir da rimedio, e pensava quanto aveva sperato anche altre volte. Alla fine era sempre lo stesso. Non c’erano santi né madonne, morivano tutte. Restavano tonde e levigate ma non c’era più quella pelle vellutata che vedeva palpitare sott’acqua, nella corrente argentina, e che solo per pochi momenti gli risplendeva nel palmo. Poi la vita sbiadiva.
      Scese dal masso dove stava seduto, staccando croste di muschio. Fece un buco per terra, col suo coltello, pose una manciata d’erba sul fondo e vi adagiò  le pietre morte. Le ricoprì con la zolla e la pigiò col piede, provando un senso di colpa. Era lui che le uccideva e provava una gran pena per loro, davvero non avrebbe voluto, ma era più forte di lui. Quelle, ormai, erano morte, già lontane nel tempo, già un ricordo. Lui ora ascoltava il richiamo dell’acqua farsi impaziente e s’immaginava le pietre luccicare sul fondo. Sperava che potesse essere quello il giorno giusto per trovarne che non morissero subito, le voleva belle e rotonde e liscie ma non tanto grosse, non tanto abituate all’acqua da non potersi adattare a star fuori.
      Muto sentiva se stesso già teso al primo passo verso il ruscello e gli dilagava dentro una voglia d’andare da togliergli il fiato. Sapeva che le avrebbe trovate. Erano là, nell’acqua gelida, che l’aspettavano. Era ora d’andare.
      Il prato, in un punto, era blu di genziane e Muto si chinò a guardarle. Per un momento il pensiero delle pietre sbiadì, s’accucciò, poi si stese nell’erba fino avere la faccia in mezzo al fitto di fiori, col blu dei petali che gli sommergeva lo sguardo, che gli entrava negli occhi e gli invadeva il cuore.
      La gente, quando lo vedeva così, ghignava, dicendo che ascoltava l’erba crescere e si batteva col dito le tempie, ammiccando agli amici. Ma lui era mica toccato, è la gente che è scema e dice così, tanto per dire. Mica si può sentire il suono dell’erba che cresce, anche se rumore ce n’è, in mezzo agli steli. Basta chinarsi e porgere orecchio e si sentono mille fruscii e fermenti di vita, tra l’erba. Ma non era per quello! La gente parlava e lui no, così non poteva spiegare. Era la luce e il colore! Tanta luce e colore da averne gli occhi stanchi, alla fine. Fa in fretta la gente a parlare! A fare andare la lingua. Lui no, era mai stato capace. Ma gli occhi li aveva e aveva il naso e le orecchie. Per ascoltare un lombrico strisciare, per fiutare la fragranza della rugiada sul muschio, prima che il sole l’asciughi. Per vedere la luce e il colore che c’è nelle cose, una spiga dorata che freme alla brezza, una penna di corvo iridescente di mille colori, il mutevole azzurro del cielo percorso da nuvole bianche o di porpora, o grigie come fuliggine. Il colore e la luce del ghiaccio, lo scarlatto dei papaveri e il vellutato bagliore di brace, l’ansia di fiamma nel camino. Un filo d’erba a primavera e le betulle in autunno. E poi fiordalisi, genziane. Saziarsi di blu.
      Come mai la gente non capisce?
      Lui s’avvicinava con gli occhi finché tutto il resto spariva e il suo mondo diventava un abisso di verde, o di rosso o di giallo dei tarassachi e ci si poteva perdere dentro e starci incantato, come guardasse negli occhi una serpe. Allora nient’altro esisteva perché lui assorbiva il colore e ci stava dentro come un pesce nel fiume, felice.
      Perché la gente non capisce? Non è capace? Forse a cercare di spiegarle, le cose svaniscono, come le pietre?
      Le pietre! Dio buono, lo stavano aspettando! Le genziane ci sarebbero state ancora domani, le pietre che l’attendevano forse non ci sarebbero state più, si sarebbero allontanate, fatte rotolare dalla corrente lontano da lui e non sarebbe riuscito a ritrovarle.
      Mutò s’alzò, mentre il blu delle genziane trascolorava in un azzurro sbiadito, in trasparenze di ghiaccio che rivelavano altri colori lucenti. Era già in ritardo e la voglia di pietre gli lievitava nell’anima come un pane, così l’ultimo tratto lo fece di corsa, anelante.
      E, come sapeva da prima, le pietre erano là, evanescenti nell’impeto terso dell’acqua eppure stagliate sul fondo, vicine, compagne nell’aspettarlo. Muto le colse ma tenne la mano nell’acqua, che avessero il tempo d’abituarsi a lui, di sentire amiche le sue dita e lui di sentirle vive nel palmo. Il gelo della corrente gli mordeva la carne ed era come se lentamente la sua mano morisse. Gli pareva di legno quando trasse le pietre all’aria ma pensava che loro dovevano soffrire ben più di così. Guardava il lucido nero verdastro facendo schermo, con l’altra mano, alla luce del sole e vedeva i due sassi fissargli addosso, dalla penombra dei palmi, lo sguardo triste di chi sa vicina la morte. Uno sguardo severo d’accusa per quella loro condanna inattesa, che non meritavano. Restò sulla riva, tenendo un occhio sul gregge e mettendo ogni tanto la mano nell’acqua ma lasciandola ogni volta di meno e pensava che forse così loro avrebbero imparato a viver nell’aria. Poi l’ombra della montagna cominciò ad aleggiare sul prato e spense i bagliori dell’acqua, segnandogli l’ora di fischiare ai cani per avere le bestie radunate e pronte al ritorno.
      Il sentiero, selciato nell’ultimo tratto, scendeva in paese allargandosi in piccola piazza, davanti alla cappella e al solo negozio, l’emporio dove si trovava di tutto, e Muto l’attraversava ogni giorno. La gente a quell’ora smetteva i lavori e il bottegaio usciva ad agganciare le imposte e a scambiare quattro parole con quelli che tornavano dal lavoro nei campi con fasci di erbe per i conigli e in spalla gli attrezzi. Ma quando passava lui la gente faceva solo un gesto alla svelta o un sorriso appena accennato, quasi mai parole perché non ci sarebbero state risposte, e poi con suo padre non c’era amicizia.
      Dalla piccola piazza partiva un vicolo stretto, acciottolato e pesante dell’odore di strame. Dalle stalle veniva, oltre l’odore, un tepore di corpi e i versi sommessi di vacche e vitelli eccitati dall’abbaiare dei cani e dai campanacci.
      Muto stava con il suo vecchio nell’ultima casa in fondo al vicolo angusto e ogni giorno passava tra quelle vecchie case addossate, d’un ruvido grigio incrostato di muschi, e davanti alle solide porte, più ferro che legno per generazioni di chiodi piantati e di rattoppi fatti con rugginose lamiere. Scalpelli e  lame d’accetta e ferri da bestie, che non servivano più, eran ficcati ogni tanto nei muri, per fermare una pietra sconnessa o anche soltanto posati lì e dimenticati alla pioggia.
      Ricoverate le bestie Muto fece i lavori di sempre ed era già buio quand’ebbe finito. In casa il suo vecchio se ne stava seduto in un angolo, al buio, spenta la stufa, e borbottava le sue bestemmie con voce impastata, da ciucco. Ogni tanto schizzava sulle tavole consunte del pavimento una saliva nerastra di tabacco masticato e scolava un bicchiere di grappa. Da quando Muto era stato in età di darsi da fare il suo vecchio s’era ridotto così e faceva più niente e anche per mettere sotto i denti un boccone aspettava che lui arrivasse a preparare un piatto di zuppa. Muto si dava da fare, alla svelta, impaziente di poter uscire nel vicolo e andare nel prato e perdere gli occhi nel nero infinito del cielo, rotto soltanto dai tenui fantasmi delle creste spolverate di neve e così aspettare che si levasse la luna, limpida e splendente e benigna.
      Muto andò a sedersi sul bordo del lavatorio di pietra scavata e trasse di tasca i suoi sassi e li guardò con affetto, alla luce d’una finestra dove già brillava un’amichevole riverbero di fiamma. Ma anche quelli erano già sfioriti, il bel nero lucente s’era appannato e il loro sguardo era opaco, adesso, spento come quello dei ciechi. Sentì lacrime bagnargli le ciglia per la pena e la delusione e la rabbia e con rabbia prese a dar pugni sul bordo del lavatoio e ci lasciò cadere le pietre. Dio è cattivo, pensava, a lasciare che tutto muoia così in fretta, a non lasciare speranze a nessuno, a voler tutti infelici, e piangeva dentro di sé, come piange una bestia, come ulula il lupo.
      Dalla finestra affacciata sul vicolo la Maestra lo vide. S’era accesa una sigaretta e s’era sporta a fumare, per non far puzza di fumo in casa e non sentirsi sgridare.
      Era una ragazza di lì, tornata in paese perché ci stavano ancora i suoi vecchi e loro non volevano saperne di spostarsi in città, d’andarsene via da quel grumo di case dove non c’era niente se non l’agonia. Non era stato difficile ottenere quel posto, nel paese vicino. Anche quello era poco più grande d’un cimitero e non ci voleva andare nessuno. In classe aveva una dozzina di teste vuote in cui cercare d’infilare qualcosa, prima che si mettessero al lavoro nei campi o sparissero anche loro, come tutti. Anche quelli con cui aveva giocato bambina e scambiato baci furtivi nei fitti delle betulle o sotto le spalle del ponte di legno non c’erano più. Qualcuno s’era sposato in altri paesi, altri avevano passato la catena dei monti, altri l’oceano. Ogni tanto scrivevano a casa e dicevano di stare bene e salutare gli amici. Muto allora era troppo bambino e nei loro giochi non c’era. Tornando, però, la Maestra aveva trovato soltanto vecchi decrepiti, così era stata spesso con lui, là dove le case finivano e c’era solo più il prato che strapiombava dal monte e rivi croscianti tra i massi.
      Nata lì, adesso si sentiva straniera.
      Aveva saputo cos’è la città, aveva imparato che è orribile e bella. Uno impara ad amarla senza neppure rendersi conto quanto sia bastarda e anche se arriva a sprezzarla diventa difficile voltarle le spalle e tornare. Ma era cresciuta in un mondo dove i vecchi contan qualcosa ed era tornata, sapendo di dividersi in due, ma non aveva messo in conto che, adesso, al paese si sarebbe sentita soffocata così. Quella gente non la sentiva più sua e certi discorsi che sentiva fare le apparivano bestemmie, ma discutere con quelle teste vuote, eppure più dure che roccia, era come dar la testa nel muro. Sognava in continuo quante parole aveva fatto in città con gli amici, ad anima aperta. Così Muto era per lei uno sfogo di tutto quanto doveva tenersi dentro e quando lui la incontrava e le si metteva di fianco, camminando se lei camminava, sedendosi accanto a lei quando lei cominciava a soffiare e si prendeva una pausa, quasi fosse un cane che s’accuccia accanto al padrone, lei prendeva a parlare. Parlava e parlava, senza fare attenzione a cosa diceva, si spurgava del fiele e la mente le tornava serena, il cuore meno strizzato e sorrideva vedendolo affezionarsi così. Era quasi sicura che il più delle cose che gli diceva lui non potesse comprenderle e sorrideva a vederlo scuotere il capo in cenno d’assenso, come un cane scodinzola sentendo suonare la voce del suo padrone, ma lei era certa che tutto rimaneva, per Muto, come sospeso nell’aria, mentre accarezzava le sue pietre con occhi tristi.
      Lei spesso aveva pensato che per forza è triste uno che non può parlare con gli altri, dire cos’ha nel cuore, sentire ragionamenti, altre volte, però, s’era detta che era una fortuna e uno può riposarsi sapendo che tanto non potrebbe dire niente a nessuno. Muto, certe volte, sembrava parlarle con gli occhi e dirle quello che dicono al padrone le bestie, con quello sguardo umido e caldo d’affetto ma con dentro un’angoscia profonda, come di chi sa meglio di te, come di chi ha tutto compreso e sa che l’uomo è troppo malfatto per poter mai arrivare a capire. C’è sempre questo, pensava, quando uno è diverso, che non riesci a capire se sia di meno di te o se sia di più, ma più ci pensi e più ti convinci che è sbagliato pensarci e ti convinci d’essere tu il più scadente dei due. Forse era proprpio questo il motivo che la spingeva a parlare con Muto come si parla ai monti o all’acqua del rio, per sfogare la pena di tanto silenzio e intanto mettere ordine dentro la testa, dicendogli cosa che non avrebbe detto a sua madre e sapendo che tutto sarebbe rimasto un segreto suo soltanto e che lui non l’avrebbe mai giudicata.
      Ma questo non le bastava per esser contenta.
      Fosse stata in città, con gli amici, avrebbe discusso per ore dei dubbi che aveva.
      Però non avrebbe cavato un ragno dal buco e alla fine, come sempre era successo, l’unica via sarebbe stata scrollarsi di dosso le parole come fossero croste di sporco, andare a letto con uno e sciacquarsi la mente. Il problema sarebbe rimasto, acquattato nei recessi dell’anima. Per cosa si parla? Soltanto perché stare zitti è fatica? Oppure si vuole qualcosa? E che cosa? Uno parla perché si vuole aprire, vuole far dono di sé? Ma ci riesce mai? Oppure vuole restare padrone di sé e pretende il possesso degli altri? Quel che si dice, il più delle volte non importa a nessuno e allora perché parlare? Forse Muto l’aveva capito nascendo e stava beato così, che non doveva farsi problemi. Però si riuscirà mai, stando zitti, a capirsi? Stava con Muto anche per questo, perché lui poteva essere la risposta a queste domande e per tutto il tempo che passava con lui cercava di capire, di sondare, di ragionare. Però alla fine arrivava contro un muro che non riusciva a passare. Spesso s’era chiesta se lei non fosse troppo qualunque, troppo scipita, troppo identica agli altri per meritarsi che lui le stesse dietro così e l’avvolgesse con quel suo sguardo pulito e denso d’affetto.
      Aveva un ricordo che le pesava, un dubbio d’essere insipida e sciocca come tutti quegli altri che pensava insipidi e sciocchi. Un giorno Muto l’aveva trascinata nel prato, il paese distante, le aveva premuto le spalle, sorridente, e l’aveva stesa per terra. Nel tempo d’un amen s’era detta “Bene, questa è una cosa che posso capire, non ci sono mai volute tante parole, per questo. E’ tanto tempo che non lo faccio, ho voglia di farlo e lui non è male, chissà com’è con un ragazzo che certo non l’ha mai fatto. E c’è il vantaggio che non andrà in giro a raccontarlo ai quattro venti.” Lui le aveva sfiorato le palpebre, con le dita, abbassandogliele, e le aveva voltato il viso verso la luce. Lo sentiva fremente e, diosanto!, s’era sentita femere tutta anche lei e aveva aspettato col fiato sospeso che le mani lui la toccassero. Ma invece lui le aveva posato sulle ciglia qualcosa. Erano petali e lei s’era sentita sospesa nel blu, come un gorgo che l’inghiottiva. Non era riuscita a non averne paura e s’era scossa, levandosi di scatto, mentre Muto restava disteso, con due petali di genziana sugli occhi chiusi, sorridente, a lasciarsi cullare da quel senso di vuoto ammaliante e spaventevole. Ma s’era sentita sporca, come se la città l’avesse segnata per sempre.
      Così, altre volte, aveva fatto quel che faceva lui, per arrivare a capire. Aveva tenuto il viso rivolto al sole, con le palpebre chiuse, e aveva visto fantasmagorici giochi di luce, fantasmi di rosso e d’arancio, di giallo e di porpora che s’avvolgevano e s’intrecciavano come fuochi fatui, come aurore boreali. E altre, vedendolo in ginocchio, col viso tuffato tra i fiori o tra l’erba, l’aveva imitato, per arrivare a capire quella sua voglia d’annegarsi nei colori del mondo. Aveva visto altre volte bestiole fermarsi incantate e vibranti, attirate dall’occhio d’un serpe, e questo era tutto quello che riusciva a concludere. Che per Muto i colori erano come per gli altri è l’aria da respirare. Darsene una ragione era troppo difficile, per lei. Avrebbe avuto bisogno che lui le spiegasse, che aprisse la bocca e pronunciasse pensieri. Lei era troppo poca roba per capire il silenzio.
      Adesso, mentre la luna sorgeva sul filo dentato dei monti, affacciata al buio gonfio d’odori del vicolo, lo sentiva mugolare un pianto profondo e dare pugni sul lavotoio di pietra. Scese nel vicolo, gli sedette vicino e gli tenne le mani, tentando di lenire il dolore che gli leggeva negli occhi. La luna intanto saliva, gettando la sua gelida luce sui tetti ingrommati di muschio e sul po’ d’acqua rimasta in fondo al lavatoio. La Maestra vide Muto prendere il coltello e scavare una buca per terra. Lo guardò fare, scorata di non riuscire a comprendere, mentre Muto allungava la mano a raccogliere due pietre che stavano in fondo alla conca del lavatoio. Lo vide guardarle, adagiate nel palmo aperto, e il dolore dissolversi, scomparire la pena e il suo viso atteggiarsi alla gioia felice, mentre col piede ricopriva la buca che aveva appena fatto. Muto tese la mano e le sorrise, mentre lei guardava le pietre lucenti alla luna e sentiva dentro di sé come una vampata di luce.
      Ripensò il sorriso felice di Muto quando trovava le pietre e scintillavano al sole e la pena crescente di lui mentre l’aria le asciugava. Lo ricordò tuffarle di nuovo nell’acqua e starle a guardare come rapito, finché nuovamente la pena e il dolore gli riempivano gli occhi. Poi lo sconforto con cui scavava una buca col coltello e ci seppelliva le pietre, coprendole con la zolla erbosa e disponendovi sopra dei fiori. E lei, stupida com’era, non era mai arrivata a comprendere quella semplice cosa. Per Muto le pietre erano vive, forse animali splendenti che voleva con sé perché simili a lui, bestie senza parole e prese a calci da tutti. Il suo tormento era di non riuscire a tenerle in vita, una volta tratte dall’acqua, di vederle morire poco per volta tra le sue mani, di essere lui a farle morire, volendosene fare padrone.
      Doveva esser così!
      Per certo era così e lei si sentiva dilatare d’orgoglio per esser riuscita a comprendere un anima anche senza parole, e la gioia più grande, che la sommergeva come un pensiero d’amore, era sapere che poteva fare per lui qualcosa di grande e di bello. Eccitata all’idea, lo prese per mano e lo tirò con sé, verso casa, dentro la sua cucina, quasi correndo.
      Nella sua stanza frugò la borsetta e ne trasse un boccettino di smalto da unghie. In città se le verniciava di rosso ma qui, al paese, l’avrebbero guardata di storto, così non si dava più il rossetto alle labbra e lo smalto era trasparente, soltanto per lucidarle, le unghie. Una vanità trattenuta ma alla quale non voleva rinunciare. Forse per non sentirsi ancora del tutto forestiera alla città. Adesso, con quello, avrebbe resuscitato le pietre e le avrebbe fatto vivere a lungo. Sorrise tra sé al pensiero che sarebbe diventata gesù per due sassi e si chiese se anche quello là, alla fine, non avesse fatto che trucchi per incantare gente bambina dentro la testa.
      La Maestra asciugò le pietre con uno strofinaccio dei piatti e per esser sicura le rivoltò sulla piastra della stufa e le tolse, poi, facendole ballare nei palmi e soffiandoci sopra per raffreddarle. Vedeva Muto agitarsi al suo fianco e bagnarsi le ciglia a guardare le pietre morire di nuovo. L’immaginava pensarla crudele e gli diceva abbi pazienza, non ti crucciare, aspetta e vedrai, abbi fede. E intanto sentiva il cuore agitarsi nel petto, al pensiero della gioia sicura di Muto. Tirò il fiato un paio di volte, per calmare l’affanno e fermare le mani, poi col pennellino coprì le pietre di smalto, stendendolo bene e compatto, e sorrise nel vedere gli occhi sgranati di Muto. Davanti a lui, la Maestra lo guardava e adesso lo comprendeva. Stava accadendo un miracolo, una cosa grande e bella e misteriosa, e dovette fermargli la mano che tendeva a toccare, con l’istinto dell’uomo che il mistero lo fugge oppure lo deve scoprire in punta di dita.
      Quando la lacca fu asciutta, Muto prese in mano le pietre e le guardò scintillare, vive ai bagliori caldi del fuoco, nella debole luce d’una casa di povera gente. I colori più nitidi e tersi di quando l’aveva trovate eran tornati quelli di prima, persino più lucenti che prima, e più morbida tenera e dolce al tatto era la pelle. Pensava quanto più risplendenti sarebbero state nel sole. La Maestra vedeva gli occhi di Muto bagnarsi di gioia e sentiva dentro un nodo di pena per quel ragazzo non ben finito che la gente teneva lontano, non potendo capirlo, e che versava il suo amore sopra due pietre. Pensò che a qualcosa, almeno, era servito patire la vita in quel posto sperduto e di slancio volle fare di più, volle donargli la magia d’essere lui a ridare vita alle pietre, a fare il miracolo, d’essere lui dio per i suoi sassi. Spinse il boccettino verso di lui, attraverso il tavolo, e gli serrò le mani intorno, offrendoglielo, triste al pensiero di quanto poco bastava a farlo felice e triste anche perché sapeva che, dopo di quello, non poteva fare di più.
      Il giorno dopo la gente, andando a far fieno o portando le vacche al pascolo, vide Muto seduto per terra, fuori di casa, con manciate di pietre stese al sole come fagioli a seccare. Lui s’era svegliato prima che il cielo sbiadisse ed era corso nel pascolo a riesumare tutte le pietre che aveva seppellito lassù e altre ne aveva prese nella corrente del rio. Le aveva lasciate morire al sole, sapendo che poteva ridare loro la vita, e le aveva sfiorate con le dita, chiedendo scusa di quel supplizio, ma promettendo che sarebbero rinate e avrebbero vissuto nell’aria, che ci sarebbero riuscite, grazie a lui e alla Maestra che gli aveva svelato il mistero. Seduto sulla soglia di casa le aveva verniciate con cura ponendole all’ombra ad asciugare e non stancandosi di guardarle beato. Sentiva il padre bestemmiare perché non usciva le bestie e non si dava da fare, ma non l’ascoltava e l’inveirgli contro del vecchio era un fastidio leggero, non più che il prurito d’una mosca che poteva scacciare solo aggrottando la fronte. Quand’ebbe finito lo smalto, e c’erano ancora pietre da far rivivere, Muto corse dalla Maestra per averne dell’altro e lei capì che poteva fare ancora qualcosa. Così, in mattinata la Maestra s’avvolse lo scialle intorno alle spalle e scese il sentiero fino al bivio e poi giù, a destra, per la strada in terra battuta, prendendo le scorciatoie, passando per fratte e boschetti che aveva tante volte pestato andando alla scuola o al piccolo cinema dell’oratorio e che le facevano riaffiorare ricordi di gioia eccitata.
      Si era un gruppo di cinque o di sei, e a volte si faceva la gara per giungere primi e s’arrivava al paese con la lingua di fuori. Più tardi ci si metteva più tempo, fermandosi a volte dentro i cespugli a sfiorarsi le labbra e a cercar di capire cosa c’è di diverso tra un uomo e una donna. La Maestra, andando con passo allegro e facendo sbandierare la gonna, sorrideva al ricordo dell’ansia che la prendeva per il gusto inquieto di fare peccato e pensava quanta innocenza stava invece in quelle carezze date per sfida al proibito. Già da allora s’era convinta che fosse una vita ben grigia e noiosa quella che il prete ordinava al catechismo e da allora mai più aveva creduto che dio fosse così meschino da aver fatto tante belle cose solo per poi non volere che la gente ci mordesse dentro di gusto. Scendendo i sentieri ripidi che tagliavano i boschi, la Maestra sospirava quei tempi e poi i discorsi fatti con gli amici in città e le gioie provate, le carezze date e riprese col piacere d’essere liberi e di sentire le pelli sudate toccarsi. Ma qualcosa aveva, adesso, per sentirsi contenta e pulita e scendendo i sentieri frustava l’aria con una frasca di felce e fischiettava un motivo. Perfino le ragnatele tese tra i rami, che s’incollavano al viso e ai capelli, non le davano fastidio. La sua terra era quella, era fatta così, del sentore di muffe e di funghi, di resine e spore, di foglie marcite, di ragni e di lombrichi, di vipere. Ma di vipere oneste. Pane al pane, vino al vino. Se non mi pesti non ti mordo. Se mi pesti cerco di fare cosa posso. Chiaro e pulito, non come in città.
      Vide un ramarro, che stava a scaldarsi sul fusto d’un rovere e si fermò, sorridendo di se stessa. Muto l’aveva contagiata, si disse, mentre s’avvicinava lentissimamente, per portare lo sguardo più vicino che poteva a quella pelle di smeraldo, fino a vedere soltanto più quello. Un’ondata d’un verde impossibile che la tenne bloccata finché il ramarro fuggì. Riprese il sentiero col petto fremente d’un’emozione che in città non si poteva provare.
      In paese cercò il falegname e volle sapere quale vernice fosse migliore, quale più trasparente e più lucida, e se ne fece dare un campione. Poi fece festa a se stessa, andando a sedersi al Caffè e bevendo un liquore. S’accese una sigaretta e la fumò mentre vedeva gli sguardi di certi che la facevan sentire graziosa e irrequieta di tornare in città. Ripresa la strada, però, pensava gli anni che aveva trascorso a farla a piedi per lungo e per largo le avevano lasciato buone gambe ma reso il fiato più corto col fumo e i vapori del cielo. Invece qui, bisognava pur dirlo, l’aria era di specchio e accendeva le guance e faceva i sangue frizzante. Nel bosco, sui sentieri appena accennati, uno magari si sente solo e spaurito da quel silenzio, dalla pace interrotta soltanto dalla sorpresa d’un frullo d’ali o dal fruscìo improvviso di foglie secche e t’accorgi che solo non sei e basterebbe sapersi fermare e stare in silenzio, come Muto, per renderti conto di quanta vita s’annida dove pensi il deserto. Ma l’uomo è capace? Si sopporta il baccano delle città, pensava, si resiste al frastuono di bombe e alle urla angosciate ma il silenzio ci manda atterriti a strisciare in un angolo buio dell’anima.
      Che razza di strana bestia, noi siamo, diceva a se stessa.
      Il sole baluginava schegge di luce tra i rami dei larici e delle betulle e aleggiava nebbie di polvere d’oro sui cespi di felci e il mondo pareva un sogno di fate, ma uno ha bisogno che le meraviglie durino poco, ha bisogno di sedersi sulle immondizie per riuscire a capire quanto bello può essere il mondo. Una biscia stava esausta su un masso, stremata dal pasto, e dalle piccole fauci dilatate sporgeva la coda di una salamandra. Pareva, la biscia, non avere inizio né fine e, nel vederla, la Maestra si chiese chi avrebbe mangiato la biscia e poi chi avrebbe mangiato chi avesse mangiato la biscia e così di seguito, fino alla fine del tempo, come una giostra che gira e non potrai mai capire se stai davanti o di dietro e a chi.
      I giorni dopo passarono tranquilli, ognuno uguale a quello di prima ed esempio di come sarebbe stato domani. Di diverso c’era soltanto che la Maestra sentiva la gente parlare della nuova stranezza di Muto, di stare per ore a verniciare sassi e a fare il suo nome la gente si toccava col dito la tempia e stringeva le spalle. Tutti, dopo lo sprezzo che si ha per i lavativi che non hanno mai combinato niente di buono, avevano pena per il padre di lui che era rimasto senza un appoggio e che, alla sua età, doveva farsi tutto da solo. Ma lei lo sapeva che queste non sono cose che il paese tiene a mente per molto. Ogni cosa successa, nel borgo, è come una pietra caduta nel rio, che un poco il corso lo cambia, ma l’acqua presto s’adatta e rimane la stessa e la nuova corrente pare quella di sempre. La gente si sarebbe abituata a vedere Muto seduto sulla soglia di casa con le sue pietre lucenti sparse intorno ad asciugare e avrebbe scrollato le spalle, pensando che male non ne faceva a nessuno.
      Ma qualcosa di nuovo c’era, nell’aria, e prese Muto un mattino d’aria tersa come cristallo e di sole splendente. Può darsi che fosse un baluginare di luce su qualche ciottolo delle case dilavate dalla pioggia recente o una vena brillante sulle larghe ardesie dei tetti o che diavolo d’altro.Qualcosa fu, comunque che prese i suoi occhi e li tenne ben fermi, mentre l’idea, prima ancora d’essere espressa, gli faceva battere il cuore nel petto. Come una chioccia quando il guscio s’incrina e del pulcino c’è ancora soltanto l’idea che lei se n’è fatta, Muto già vedeva dentro di sé il domani e gioiva prima ancora d’aver finito il pensiero.
      Tutto un paese rinato! Dio buono, questo sì che sarebbe stato un miracolo grosso, tutto un paese di pietre rinate, un paese tutto di pietre vive!
      Muto corse dalla Maestra e la prese per mano e se la tirò dietro, per farle capire. La condusse nel vicolo, correndole avanti e guardandosi indietro se lei lo seguisse, poi riprendendo la sua corsa esultante, come fa un cane quando pensa il padrone convinto e s’avventa per la voglia d’andare, ma per strada si ferma e l’aspetta, fa andare la coda e abbaia e s’avventa di nuovo. Poi Muto intinse il pennello e prese a verniciare qualche pietra della sua casa e poi qualcuna di quella della Maestra e la guardò sorridente e fiducioso, facendo un cenno a tutta la casa, poi a tutte le case lì intorno.
      La Maestra s’accorse che stava lì come una scema, con gli occhi sgranati e la bocca aperta, e gesù!, pensava, ma gesù era poco, ci sarebbe voluto di più e ancora non sarebbe bastato per dire tutta la sua sorpresa. Tutto un paese dipinto! Ed era stata lei a mettere in moto questa faccenda che nella testa di Muto era lievitata e adesso non si fermava. Verniciare un paese! E poi cos’altro avrebbe inventato? C’erano i massi del greto e la pietraia, ai piedi del monte, e perche no? La stessa montagna, che aveva lastroni a strapiombo. Che fare? Dirgli sei matto, cosa vai a pensare? Spiegargli che non c’era vernice abbastanza, che la vernice ha un prezzo e lei non aveva soldi abbastanza. Che la magìa costa cara e lei non era ricca a sufficienza? Che tutto il suo miracolo si riduceva a una questione di soldi? Un paese che scintillava nel sole, aveva mai sentito un’idea balzana così. Aveva nemmeno mai sentito un’idea più bella, però, e forse la sua bellezza stava proprio nel fatto d’essere matta così. Ma alla gente che dire? E poi quanto denaro sarebbe servito? Le case non erano molte, ma erano case, mica conchiglie e quanta vernice ci sarebbe voluta? Doveva pensarci, ma intanto Muto avrebbe potuto cominciare con la sua, con quella poca che gli era rimasta e lei procurargliene altra.
      Aspettò che la gente tornasse dai campi e iniziò il suo giro per tutte le case.
      Alla Maestra lo stare in città e viverci dentro con gente diversa e con pochi pudori aveva aperto gli occhi quel tanto che tornando al paese e vedendo le cose da fuori, aveva fatto presto a scoprire le magagne di ognuno. E adesso che le serviva l’aiuto di tutti poteva fare buon uso di ciò che sapeva. Così si buttò sulle spalle lo scialle e bussò alle porte. Parlava all’uomo di casa e spiegava cosa voleva e le sarebbe spiaciuto davvero se la moglie fosse venuta a scoprire di lui e quell’altra o di qualcos’altro che aveva sulla coscienza. Il rischio era che si sapesse chi aveva fatto legna nel bosco tagliando piante non sue o chi aveva fienato nel campo di un altro, o chi aveva spostato i termini per allargarsi la terra. In paese, volendo, c’è molto da dire e ognuno nasconde qualcosa. Così la Maestra chiese ai maschi ai vespri, con le donne alla messa e ripassò al mattino, coi maschi al lavoro, per incitare le donne a dare qualcosa anche loro. Si rendeva conto che non era un sistema pulito e che avrebbe dovuto confessarlo, ma il confessore stava anche lui nel mazzo di chi doveva metter la mano in saccoccia, quindi la Maestra scrollò le spalle, scusando se stessa perché era tutto per un buon fine. E quei pochi su cui non c’era niente da dire li convinse dicendo che tutti gli altri avevano dato ed ebbe da loro per non esser da meno.
      Finito il giro scese di nuovo al paese e disse al falegname, che la guardava basito, di portare su al Borgo con il furgone tutte le latte che aveva e di fare provvista di quella vernice, che al Borgo ne sarebbe servita moltissima.
      Muto si mise al lavoro dall’alba al tramonto, con foga. Scrostava il muschio da ogni pietra della sua casa, la ripuliva e lavava, la verniciava con cura quand’era asciugata e, in cima alla scala o sul tetto a larghe sfoglie di pietra non provava neppure fastidio per suo padre che gli bestemmiava contro in continuo. Solo una volta che gli aveva rovesciato per terra un barattolo di vernice, con un calcio stizzoso, urlandogli dietro dio ti danni te e quella bagascia di tua madre, Muto era sceso con calma dalla scala a pioli ed era andato in cantina e con l’accetta aveva sfasciato un barilotto di grappa. Poi era tornato al lavoro, mentre il suo vecchio cercava, con una brocca di smalto scheggiato, di raccogliere quanto ancora colava. Dopo d’allora il suo vecchio non si fece più sentire. S’intanò in cantina a borbottare con voce impastata, bestemmiando contro quel suo figlio derelitto e il destino schifoso, poi contro la Maestra che gli dava spago e la gente del posto che s’era fatta incantare e contro il governo ladro che permetteva quella follia.
      La vernice durò abbbastanza da finire la casa, muri e tetto e davanzali. Ce ne fu anche per far rivivere il legno del ballatoio e delle porte e quando Muto andò nel prato per vedela lontana e scintillante nel sole, tirandosi dietro la Maestra, vide che era proprio come l’aveva pensata, col sole che si frangeva sul muro in tante scaglie di luce. Anche la gente sciamò nel prato a guardare e qualcuno continuava a scuoter la testa, ma altri, i più, parevano presi da una frenesia, contagiati anche loro dal sogno. Qualcuno ancora aggrottava la fronte, mentre la Maestra parlava, qualcuno era in dubbio, ma i più stendevano le labbra in sorriso e accennavan di sì.
      La Maestra diceva che la casa era più bella, così, più pulita e più sana, e che era una gioia per gli occhi guardarla e di questo dovevano rendere merito a Muto. Intorno si vedevano i picchi scintillanti di neve e il sole e il cielo stesso, ora, a primavera appena iniziata, inondavan di luce l’erba nuova dei prati e l’acqua limpida e tersa come una lama dentro i ruscelli e anche la casa di Muto. Uccelli garrivano in cielo, fiori spuntavan nei prati e tutto pareva esultare e rendere grazie di tanta bellezza. Ma non le loro case opache e qualunque. Un borgo di pietre morte e indifferenti al rinascere. Ma se avessero fatta loro la fantasia di Muto, se si fossero rimboccati le maniche, tutto il paese sarebbe diventato come un canto di grazie e alla pasqua vicina le campane avrebbero echeggiato rintocchi da tutte le chiese ma lì, al Borgo, il paese stesso, ogni muro, ogni tetto, ogni singola pietra avrebbero testimoniato che loro erano gente devota e il Borgo avrebbe brillato al sole e alla luna come un faro per tutti quelli della vallata. La gente avrebbe levato gli occhi a guardare il Borgo splendente, il più alto di tutti e di tutti il più vicino a dio e il più caro al signore.
      La Maestra parlò e parlò, come fosse un comizio, non sapendo lei stessa da dove le venivano quelle parole in cui mai aveva creduto, ma continuando a trovarne e per la prima volta pensando che potessero servire a qualcosa. Parlò e parlò, incitata dai sorrisi, dai volti torvi che si destendevano e altre parole si affollavano nella sua mente vedendo sorrisi più numerosi, teste assentire, rendendosi conto che nessuno più tentennava, trasportato dalla foga del gregge. Parlò finché l’idea non fu penetrata in ognuno come un germe di malattia che macerasse la notte, nel sogno, e al mattino qualcuno venne, dicendosi disposto, anzi, impaziente di cominciare i lavori. Altri vennero dietro, cercando ognuno di non essere ultimo, di non far la figura di quello che non si cura di dio.
      Si fecero scale e impalcature. Muri crepati o franati del tutto furon rifatti daccapo, vetri nuovi vennero posti alle finestre al posto di quelli rotti e tenuti insieme col nastro, le grondaie aggiustate e sistemato il selciato nei vicoli e in piazza. Le case furon raschiate e lavate, spazzata la polvere e staccate le croste di muschio tra una pietra e l’altra e verniciato ogni sasso del Borgo, come Muto mostrava dovesse essere fatto. La Maestra passava tra una casa e l’altra, nell’odore pungente della vernice, ed era stupita guardando la gente al lavoro. L’avevano ascoltata e avevan capito le sue parole, lei le aveva donate e loro l’avevano prese e capite e adesso erano loro i padroni dell’idea ed erano convinti di cosa facevano. Con gioioso stupore sentiva d’essere di nuovo figlia e sorella di quella gente che l’aveva compresa. Chi fischiava, chi cantava a gola spiegata, tutti si tiravano ad esser contenti e felici, a scambiarsi sorrisi, saluti e pacche sulle spalle. Le donne ogni tanto portavano vino e tutti si radunavano intorno al fiasco, contenti d’essere insieme e ristorarsi un momento con un bel coro tonante che echeggiava tra i monti e giù per la valle.
      La Maestra pensava che forse Muto non l’avrebbe capito mai, ma questa era la vera magìa, il miracolo grosso, che la gente nel Borgo riuscisse a vedere se stessa negli altri e stesse con loro e ne fosse contenta. Muto pensava a tutte le pietre che avrebbero ripreso la vita, che sarebbero tornate splendenti ed era felice e si sentiva grande, per questo. Ma quanto più grande si sarebbe sentito se avesse potuto capire d’aver ridato la vita a tutto un paese di gente? Sarebbe mai riuscito a comprendere questo? Vedendolo in mezzo agli altri a dare una mano, invitato a bere un sorso di vino, con braccia che si posavano sulle sue spalle, sentendolo chiamato di qua e di là da uomini e donne, importante per tutti, la Maestra capiva d’aver fatto bene a dare retta al suo cuore, mentre la mente le diceva “Vaneggi!”. Si sentiva piena di gioia per lui e  quasi le pareva che il bene che gli voleva non potesse esser maggiore se fosse stata lei a fabbricarlo.
      Ogni tanto Muto, posato il pennello, scendeva dalle scale e dai ponteggi e le andava vicino, se ne stava lì, davanti a lei a guardarla, con un’espressione ridente e gioiosa. Lei gli passava le dita tra i capelli irsuti e gli restituiva il sorriso, grattandolo dietro le orecchie come un cagnetto e gli faceva un cenno col capo. Muto, allora, tornava di corsa al lavoro con gli altri. Si chiedeva se l’avrebbero capito, questo, in città, quelli a cui avesse cercato di spiegare e sogghignava tra sé, immaginandosi gli sguardi ironici e la domanda scontata. “Era così bravo, a letto?” Non si sentiva più tanto sicura di volerci tornare, in città.
      Venne la pasqua e il lavoro era finito. Alzandosi il sole alle spalle del monte tutta la gente fu fuori. Le campane oscillarono un paio di volte e poi i primi rintocchi staccati, poi più festosi. Uccelli erano già in volo nel cielo e i primi raggi del giorno accendevano scintille di luce sopra le case di nuovo vive. La Maestra volgeva intorno lo sguardo e vedeva che tutto era come l’aveva già visto dentro di sé ma quello che sentiva nel cuore non l’aveva previsto e a qualcuno voleva dir grazie di questa pace. Muto non c’era, però. Al primo cantare del gallo era salito più in alto nel prato, per avere negli occhi tutto il paese e vederlo palpitante di vita. La Maestra s’inerpicò verso di lui.
      Se ne stava seduto a gambe incrociate, diritto, e guardava le ombre ritrarsi, lente fluire dai tetti e abbandonare il paese lasciandolo lì, immerso nel sole e sfolgorante di luce. La Maestra lo vide sfiorato e lasciato dall’ombra e salì verso di lui, per dirgli parole questa volta convinte, per fargli capire cos’era stato per lei, per dirlo a lui per primo che sentiva mancarle la voglia d’andare via, che non sarebbe partita, che sarebbe rimasta con lui.
      Arrivata dov’era Muto, la Maestra fermò i passi di colpo col cuore sospeso, poi corse e cadde in ginocchio accanto a lui e lo guardava e non sapeva che dire. Con dita sconvolte sfiorava i capelli incrostati in duri cernecchi, le guance e le spalle e tutta la pelle del corpo lucente e vischiosa. Fermo. Solo gli occhi vaganti. Anche lui aveva voluto cantare, in qualche modo, lodi al signore.
      Inizia a scrivere la tua storia...

    • Mi sono sempre considerata una ragazza abbastanza realista nonostante viva ventiquattro ore su ventiquattro in un mondo tutto mio.
      Per questo, non capisco perché la maggior parte delle persone trovi scomoda questa mia caratteristica.
      Cadere in questi pensieri durante il giorno, mi capita spesso tanto quanto mi capita di vivere in un mondo completamente mio, in una realtà completamente diversa da quella in cui vivevo.
      Forse mi prenderete per pazza, ma ehi, io sono fatta così e se a qualcuno non va bene; chi mi ama mi segua, chi mi odia si fotta.
      In questo momento, sono sul divano con le cuffie nelle orecchie mentre la musica sparava a tutto volume e un libro nelle mie mani mentre lo leggevo e mi facevo travolgere.
      Sentii qualcuno picchiettare un dito sulla mia spalla e in automatico alzo lo sguardo per vedere chi fosse.
      Tolgo una cuffia e corrugo leggermente la fronte.
      «Dimmi.»
      «Non fare l'acida una volta tantum.»
      Roteai gli occhi al cielo e sbuffai alzando poi le sopracciglia nella speranza che si decidesse a parlare.
      «Visto che domani non hai nessun corso, stasera.. -si fermò per un momento quando si accorse che stavo per interromperlo- Zitta, non mi interessa quale scusa hai questa volta. Tu stasera vieni con me a questa festa che hanno organizzato al campus.» Mi disse Louis e facendomi chiaramente capire che non accettava ancora una volta un no come risposta.
      Ora starete pensando che non sono tipa da feste di questo genere o che non mi piacciano per niente ma, ci tengo a precisare che non è affatto così, semplicemente non ho voglia di stare in mezzo ad un branco di ragazzi e ragazze con gli ormoni a palla, che non fanno altro che strusciarsi addosso e bere quanto più alcolici possibili senza pensare alle conseguenze del giorno dopo.
      Anche perché se voglio, so anche io divertirmi come tutti gli altri.
      Se vi state chiedendo chi o cosa è Louis per me, rispondo immediatamente.
      Oltre ad un incredibile rompi palle di prima categoria è anche uno dei miei migliori amici. Praticamente siamo cresciuti insieme visto che i nostri genitori sono amici da ancora prima che noi nascessimo e abitavamo praticamente uno difronte all'altro visto che la sua casa si trovava direttamente difronte alla mia dall'altro lato della strada.
      Nonostante nel campus gli alloggi erano divisi tra maschi e femmine, Louis stava praticamente sempre nel mio che dividevo con Bea, la mia coinquilina -se così si può dire- nonché la mia migliore amica.
      Oltre a Bea e Louis, c'erano poi anche Niall, Liam e Zayn.
      Eravamo praticamente come fratelli e tutto sembrava funzionare tra noi, forse perché nonostante l'amicizia che c'era, sapevamo comunque mantenere un rapporto dove ognuno da un certo punto in poi si faceva i cazzi propri. La cosa ovviamente mi stava più che bene e forse era anche questa specie di patto che riusciva a mantenere sano questo nostro rapporto di amicizia.
      *
      «Ehi, bellezza.»
      Mi sentii chiamare e subito alzai la testa divertita verso la mia amica che stava ora rientrando da un corso che a differenza mia aveva avuto.
      La sua esuberanza mi aveva conquistata dal primo giorno che l'ebbi conosciuta, forse perché era così diversa da tutte le altre che avevo conosciuto in precedenza.
      «Cosa stai facendo?» Mi chiese mentre si toglieva le scarpe e infilava le pantofole. Scrollai le spalle in risposta e lei subito intuì che non stavo facendo nulla di quello che facevo di solito.
      «A volte mi sembri un vegetale.» Mi prese in giro senza nascondere il sorriso che abbelliva il suo viso. «Sul serio! Non so come diavolo fai a stare giornate intere senza fare niente tutto il giorno. A me verrebbe un esaurimento nervoso.»
      «Non è vero che sto sempre senza fare niente.» Mi difesi sapendo già quale sarebbe stata la sua risposta oltre all'alzare gli occhi al cielo.
      «Sistemare la stanza non è propriamente fare qualcosa.» Rispose infatti guardandomi roteando poi gli occhi al cielo proprio come avevo presupposto. «Visto che io non ci sono mai qui dentro e tu non lasci mai niente in giro per più di due secondi.» Concluse e quella volta fui io a rotearli visto che tendeva -di tanto in tanto- ad essere leggermente melodrammatica.
      «Allora, sarai lieta di sapere che stasera ci sarò anche io alla festa che hanno organizzato.»
      Sapevo già quale sarebbe stata la sua reazione a quella mia rivelazione e infatti subito infilai il naso nel libro che stavo leggendo e facendo finta di non sentirla mentre lei dava di matto.
      Non capisco perché di tutta quell'euforia. Non era di certo la prima volta che partecipavo a quel genere di festa.
      «Aspetta...» Disse dopo aver messo da parte per un attimo la sua euforia e venendosi a sedere vicino a me sul divano guardandomi con aria interrogativa.
      Non alzai lo sguardo dal libro poggiato sulle mie gambe nonostante il suo fissare mi stesse cominciando leggermente ad irritarmi.
      «Quest'idea non è stata partorita di tua spontanea volontà.» Non era una domanda era semplicemente una constatazione. «Ti conosco ormai, non saresti mai venuta di tua spontanea volontà. -Si prese il mento tra le dita continuando ad osservarmi e mormorando qualche parola che non riuscii a comprendere tanto che stava sussurrando.- Ecco, ora ha tutto più senso.»
      Solo a quel punto alzai lo sguardo e lo portai sul suo volto e alzando le sopracciglia spronandola a continuare così che potessi essere anche io a conoscenza della sua teoria.
      «Qui c'è lo zampino di quel coglione di Louis.» profanò infine. Mi morsi il labbro inferiore -cpsa che feci d'istinto- nonostante avrei voluto farle credere che era stata una mia idea quella di partecipare alla festa ma quel coglione -appunto- non si sarebbe mai fatto fuggire l'opportunità di vantarsi ancora una volta di essere riuscito a trascinarmi ad un'altra festa.
      «Questa volta cos'ha dovuto prometterti?»
      Un cipiglio si formò sul mio viso a quella domanda. Solo dopo averci pensato su per qualche secondo che mi ricordai del patto che avevamo fatto la scorsa volta.
      «Questa volta non mi ha promesso nulla. -Dissi e sospirai quando lei alzò le sopracciglia non del tutto convinta.- Mi ha solo detto; "Zitta, non mi interessa quale scusa hai questa volta. Tu stasera vieni con me a questa festa"» Replicai le sue stesse parole prima di sparire dietro la porta da cui era entrato.
      A quel punto non è che avevo altra scelta e così mi ero arresa senza realmente combattere, forse perché volevo andarci anche io solo che non avevo il coraggio di ammetterlo altrimenti sul serio mi avrebbero trascinato ogni weekend a tutte le feste che si tenevano in quel dannato campus.
      Sentii Shady ridacchiare al mio fianco mentre si passava i lunghi capelli castani su una spalla e si alzava.
      «Vedrai che non te ne pentirai.»
      Le ultime parole famose. Pensai.
      «Sai già cosa mettere?» Mi chiese mentre usciva dal bagno ed io alzavo per la millesima volta gli occhi da quel libro per guadare la mia amica che in quel momento era completamente nuda se non fosse stato per l'intimo.
      «No, non lo so!»
      Ritornai a concentrarmi sul libro mentre speravo che non mi interrompesse ancora una volta. Avevo ancora tempo per pensare a quello che dovevo indossare per quella fantomatica festa e se non c'era nulla che mi convincesse potevo sempre frugare nel suo armadio. Sapevo che non si sarebbe lamentata, anzi.
      E infatti. «Mhm. Il mio armadio è sempre disponibile per te, dolcezza.»
      Ridacchiai mentre scuotevo lentamente la testa e sentendo anche lei fare lo stesso.
      *
      Passammo il resto del pomeriggio in questo modo; io che leggevo e lei che cercava di studiare ma si lamentava ogni due per tre e alla fine rinunciai alla mia lettura per avvicinarmi a lei per vedere se potevo aiutarla o sono sicura che avrei cominciato a vedere del fumo uscirle dalle orecchie e la testa prendere fuoco.
      Appena mi vide, notai i suoi occhi luccicare e non potei fare a meno di ridere. L'ho già detto che era melodrammatica?
      Spostai da sotto il tavolo l'altra sedia e mi sedetti vicino a lei, spostando poi il suo libro da sotto il suo naso al mio e vedendo cosa stesse facendo e cosa dovesse comprendere.
      Diedi una veloce occhiata e mi resi conto che quell'argomento l'avevo già studiato e che avevo anche degli appunti che l'avrebbero aiutata a comprendere facilmente l'argomento.
      «Ho degli appunti, aspetta. Te li prendo così te li leggi e capisci di più visto che ho cercato di rendere il concetto il più semplice possibile.»
      Mi alzai dalla sedia sulla quale mi ero seduta e camminai verso la mia camera dove avevo il quaderno che mi interessava farle avere.
      Una volta trovato, tornai da lei e la vidi mentre trafficava con il suo telefono. Alzai gli occhi al cielo alla sua poca attenzione e arricciai le labbra per trattenermi dal ridacchiare.
      Non ero una secchiona, mi limitavo semplicemente a fare quello che dovevo ma in confronto a lei sembravo davvero una secchiona e lei non perdeva tempo dal prendermi in giro, cosa che non si risparmiò di fare appena le lanciai il quaderno davanti agli occhi. Lei lo aprì e posso giurare di averla vista strabuzzare gli occhi. In risposta alzai gli occhi al cielo aspettandomi già il commento che non sarebbe mancato.
      «Cazzo, sei proprio una secchiona.»
      Ecco, appunto.
      «In confronto a te tutti sembrano secchioni.»
      Lei rise e presi di nuovo il quaderno per metterle gli appunti che le interessavano direttamente sotto gli occhi.
      «E poi -cominciai a parlare attirando nuovamente la sua attenzione.- Se fossi davvero una secchiona invece di prenderti i miei appunti mi sarei messa a spiegarti quello che sta scritto per farti capire nel modo più semplice possibile quell'argomento. Ma indovina?» Domandai retorica non aspettandomi davvero una risposta da parte sua. Ma siccome stavamo parlando di Bea non mi sarei per niente sconvolta se mi avesse sul serio risposto.
      «Non lo stai facendo?»
      Alzai gli occhi al cielo facendola ridere mentre mi limitavo a sedermi di nuovo sul divano e ad aprire di nuovo il libro e ricominciando a leggere da dove mi ero interrotta.
      *
      «Devi fare anche tu la doccia, giusto?» Chiesi a Bea mentre mi alzavo dal divano mentre lei era intenta a guardare distrattamente la tv.
      Aveva passato circa mezz'ora sul quaderno che le avevo dato prima di alzarsi sbuffando e lamentandosi con un "Non ce la faccio più" che mi fece alzare per la milionesima volta quel giorno gli occhi al cielo ma infondo di cosa mi stupivo? Il suo tempo record sui libri era stato un'ora e in due anni che vivevo con lei e quindi passavo praticamente tutto il mio tempo con lei, le volte che l'avevo vista studiare si potevano contare sulle dita di una mano ma nonostante questo, non l'avevo mai sentita lamentarsi che non aveva passato un corso o un'esame.
      «Sì, ovvio. Puzzo di studio.»
      Bloccai i miei passi e mi voltai verso di lei cercando di capire cosa avesse voluto dire con quella frase. Lei si accorse del mio cipiglio e non perse tempo ad illuminarmi con la sua spiegazione.
      «Sento la puzza di libri su di me ed io ho una reputazione da mantenere.»
      «Ci sei stata mezz'ora sui libri, direi che la tua reputazione è ancora intatta.»
      «Un tempo più che sufficiente per far capire agli altri che ho perso mezz'ora su un libro.»
      «Quindi io puzzo di studio quando passo più di mezz'ora sui libri?»
      Annuì. «Ovvio, nessuno è immune a quella puzza.»
      «E che puzza sarebbe?»
      Continuai ma giusto per vedere fino a che punto riuscisse ad arrivare e anche perché mi stavo divertendo a vederla sforzarsi mentre cercava di dare un senso alle sue stesse parole.
      «Di stress e di psicopatico.»
      Scoppiai a ridere ma in un certo senso aveva ragione e infatti. «Facci caso, -disse quando si accorse che ormai della mia risata era rimasto solo un sorriso- quando una persona passa più di un tot di tempo sui libri si sente la puzza di stress e di psicopatico a miglia di distanza. Te ne accorgi subito quando una persona ha passato più di cinque minuti sui libri.» Spiegò e annuii cercando di non ridere.
      «Ora capisco perché tu sei sempre fresca come una rosa.»
      «Il troppo studio ti fa diventare pazzo, non lo sapevi?»
      Beh, quella cosa non era del tutto una bugia.
      «Vado a farmi una doccia, va'.»
      Mi incamminai verso la camera da letto mentre la sentivo urlare un "Fai presto che è tardi e devo fare anche io la doccia."
      Guardai l'ora e mi resi conto che era effettivamente tardi ma non me ne importò più di tanto.
      Anche perché si sapeva che quelle feste iniziavano sempre tardi.
      Raggiunsi il bagno e cominciai spogliarmi, riponendo i vestiti e l'intimo che stavo indossato nel cesto dei panni sporchi e aprire l'acqua della doccia per farla diventare di una temperatura accettabile.
      Aprii l'anta della doccia e mi ci infilai dentro, lasciando che l'acqua che cadeva dal soffione bagnasse il mio corpo e rilassasse all'istante i miei muscoli. Dopo aver perso un paio di minuti in apnea sotto lo getto dell'acqua versai un po' di shampoo nel palmo della mia mano e cominciai a lavare i capelli frizionando le dita tra i miei capelli e le ciocche.
      Dopo essermi sciacquata ripetetti quell'azione una seconda volta e dopo li risciacquai abbondantemente passando poi a lavare il mio corpo dopo aver versato un po' di bagnoschiuma sulla spugna.
      Una volta eliminato ogni traccia di schiuma dal mio corpo, uscii dal box doccia e legai un asciugamano intorno ad esso mentre prendevo un altro asciugamano per metterlo a mo' di tubante intorno ai miei capelli.
      Uscii dal bagno così che Bea potesse entrarci mentre io ritornavo in camera e mi asciugavo definitivamente. Presi l'intimo dal cassetto del comò che avevo vicino al letto e lo indossai dopo aver preso un reggiseno semplice di colore bianco e uno slip dello stesso colore con della fantasia in pizzo, ovviamente in coordinazione col reggiseno.
      Una volta coperte le parti intime mi avvicinai all'armadio e dopo aver aperto le ante cominciai a scrutare ogni tipo di abito che avevo nella speranza di trovarne uno abbastanza carino e adatto per quelle occasioni.
      Come ho già detto non era la prima volta che andavo ad una festa del genere ma ovviamente tutte le volte che dovevo andarci tutti i vestiti che avevo improvvisamente mi sembravano troppo scontati per quel genere di festa. Non volevo dare l'idea di Santa ma non volevo nemmeno dare l'idea di essere una puttana che non perde occasione di strusciarsi con ogni ragazzo che gli capitava sotto.
      Sbuffai e chiusi il mio armadio proprio mentre Bea entrava in camera e mi guardava con un cipiglio sul viso. «Fammi indovinare, non ti piace nulla di quello che hai.»
      La guardai mordendomi il labbro inferiore e lei ridacchiò avvicinandosi al suo armadio e aprendolo.
      «Prego, è tutto tuo.»
      Ridacchiai e mi avvicinai mentre lei indossava l'intimo.
      Dopo un po' a cercare qualcosa che attirava la mia attenzione, finalmente trovai un vestitino bianco davvero molto bello.
      Mi voltai così verso Bea e le feci vedere la mia scelta. Soffermò gli occhi sul capo per alcuni minuti e infine con un sorriso decretò un mi piace, mettilo.
      Sorrisi soddisfatta e lo indossai, ringraziandomi mentalmente per aver già indossato la lingerie del colore giusto.
      Un fischio attirò la mia attenzione e mi voltai verso Bea che mi stava guardando con un sorriso malizioso sul viso e subito capii dove stesse andando a parare.
      «Farai girare la testa a tutti i ragazzi con quello addosso stasera.»
      Alzai gli occhi al cielo sentendola ridacchiare e mi incamminai verso il bagno per truccarmi e asciugare i capelli.
      Una volta in bagno mi ricordai di non aver ancora lavato i denti e cosi prima di cominciare a truccarmi presi lo spazzolino e il dentifricio e li lavai. Mi sciacquai la bocca e mi asciugai posando poi l'asciugamano.
      Frizionai per l'ultima volta i capelli e presi il phon cominciando ad asciugarli.
      Non li asciugai completamente ma li rimasi leggermente umidi, presi una molla per capelli e li legai alla rinfusa cosi che le ciocche non mi infastidissero mentre mi truccavo.
      Non mi era mai piaciuto il trucco pesante quindi mi mantenevo sempre su un tono leggero e semplice.
      Presi il tubetto di BB cream del colore della mia stessa carnagione cosi da dare alla pelle un effetto naturale senza imperfezioni -non che ne avessi davvero bisogno ma mi piaceva l'effetto che dava- e cominciai a stenderla in modo omogeneo sul viso. Una volta finito, presi la piccola trousse di ombretti che avevano solo i colori che andavano dal bianco al nero e il pennellino per applicarlo sulle palpebre.
      Misi una semplice base bianca e poi una con i glitter, dopo aver finito con l'ombretto cominciai a dare una forma sfumata con l'ombretto nero così da farla sembrare una linea dell'eye-liner.
      Soddisfatta, passai un po' di blush sulle goti e infine applicai del mascara sulle ciglia rendendole più lunghe e corpose.
      Slegai i capelli dopo essermi lavata le mani e li frizionai passandoci dentro le dita così da dargli la forma che volevo ma lasciando la naturalezza che avevano e quindi senza lisciarli o dare una forma più definita alle mie onde che prendevano la forma di boccoli se solo li attorcigliavi un po'.
      Uscii dal bagno soddisfatta del mio outfit e del mio make up proprio quando sentii qualcuno bussare alla porta.
      Non mi stupii quando l'aprii di trovarci Louis con un sorriso che andava da un orecchio all'altro e i suoi occhi celesti brillare più del solito.
      Rimase lì immobile a squadrarmi da capo a piedi con quando poi non emise un fischio.
      «Scusa, devo aver sbagliato alloggio. -Cominciò e alzai gli occhi al cielo ma questo non lo fermò dal dire qualsiasi cosa dovesse dire- sto cercando una ragazza, lei si chiama Gea. L'hai vista per caso?»
      «Hai finito di fare il coglione?» dissi e solo in quel momento notai la presenza anche degli altri ragazzi.
      «Ciao, gente. Prego entrate e già che ci siete lasciate quel coglione di Louis fuori.»
      Ridacchiai e mi allontanai dalla porta mentre lasciai che Niall, Liam e Zayn entrassero e chiudessero poi la porta alle loro spalle.
      «Siamo quasi pronte.»
      Mi allontanai da loro mentre facevano esattamente come se fossero a casa loro ed entrai di nuovo in camera per spruzzare del profumo su collo e polsi e infilare un paio di décolleté neri.
      Raggiunsi poi i ragazzi nell'altra stanza e insieme aspettammo che anche Bea fosse pronta. Siccome tutti i posti erano stati occupati da tutti e quattro mi andai a sedere sulle gambe di Zayn che con un sorriso e il suo immancabile occhiolino non se lo fece ripetere due volte prima di lasciarmi sedere sulle sue gambe e poggiava una mano sul mio fianco.
      Dovrei sentirmi in imbarazzo o a disagio ma la verità era che con Zayn era sempre stato tutto diverso tra noi, tanto da prendere la decisione di provare a stare insieme e dopo essere usciti per un po' e ci fidanzammo ufficialmente ma la cosa non durò molto e ci rendemmo così conto che la nostra era solo una profonda amicizia che ci legava e così prenderemmo l'unica soluzione possibile, fare come se non fosse mai successo nulla.
      Probabilmente ciò che ha contribuito di più a fare in modo che non succedesse nulla nel gruppo era che eravamo arrivati entrambi a quella conclusione e quindi in un certo senso non avevamo rovinato nulla.
      Sentii la sua mano poggiarsi su un mio fianco e a quel punto mi girai verso di lui che appena captò i miei occhi chiari su di lui mi rispose con un occhiolino che mi fece ridacchiare.
      Senza dubbio Zayn era di una bellezza che ti lasciava senza fiato ma, in una relazione, la bellezza non è tutto.
      «Sono pronta!»
      Sentimmo poi Bea arrivare come un fulmine nel salone dov'eravamo seduti sempre nel suo impeccabile stile.
      Notai perfettamente il suo sguardo indagatore su di me quando mi vide seduta sulle gambe di Zayn e sapevo già cosa mi avrebbe detto ed io le avrei dato sempre la solita risposta. Non c'è niente tra me e Zayn smettila con questa storia.
      Ci alzammo tutti dal divano e dopo aver preso la giacca li raggiunsi chiudendo la porta alle nostre spalle.
      «Dov'è che si fa questa festa?» Chiesi sospirando.
      «Come sempre la tua voglia di partecipazione arriva alle stelle.» Disse ironico Zayn guardandomi e non trattenendosi dal ridacchiare, al che alzai gli occhi al cielo sbuffando.
      «Non sai quanto.» risposi in modo ironico e mi allontanai raggiungendo Bea poco più avanti intenda a parlare animatamente con Niall e Louis mentre Liam ascoltava in silenzio ridacchiando e scuotendo la testa quando uno dei due suoi migliori amici se ne uscivano con qualche battuta; quei due erano esilaranti, non c'è che dire.
      *
      Arrivammo difronte la casa che aveva organizzato la festa circa dieci minuti più tardi. I tacchi mi facevano già un male cane e mi stavo maledicendo mentalmente per averli messi.
      Il cortile cosi come la casa stessa brulicavano già di ragazzi e ragazze già ubriachi fino al midollo o di coppie che non facevano altri che mangiarsi il viso a vicenda.
      Feci un verso di lamento disgustata e mi trattenni dal dire loro prendetevi una stanza quando passavamo vicino a qualche coppia suscitando la risata di Louis quando mi sentì.
      Lo guardai con uno sguardo truce e lui tutto ciò che disse fu «Rilassati!»
      Alzai gli occhi al cielo e cercai di fare come mi aveva suggerito.
      Nel frattempo Bea mi stava già trascinando con lei per raggiungere un tavolo dove c'erano tutti gli alcolici che esistevano al mondo.
      «Tu cosa vuoi Zara?» Mi chiese Bea mentre prendeva un bicchiere di plastica e ci versava dentro qualche liquido trasparente, probabilmente della vodka.
      Arricciai le labbra non sapendo cosa prendere e cosi scrollai le spalle prima di dire «Fai tu ma niente di troppo forte.» La avvisai guardandola e lei alzò le mani in segno di resa e aggiungeva; «Agli ordini capo.»
      Ridacchiai scuotendo la testa a quelle parole e la lasciai fare fidandomi siccome sapeva quali fossero i miei gusti.
      Dopo un po' mi passò il bicchiere di plastica che aveva in mano dopo averlo preparato e lo presi portandolo istintivamente sotto il mio naso e sentendo che odore avesse mentre Bea mi guardava con un sopracciglio alzato.
      «Se non lo assaggi non saprai mai se ti piace o meno, segugio.» Mi prese da una parte in giro mentre dall'altra mi spronava a bere.
      Senza pensarci ancora, portai il bordo del bicchiere alle labbra e presi un leggero sorso assaggiandolo. Sentii il sapore dell'alcol scorrere lungo la mia gola e bruciandola leggermente al passaggio ma tutto sommato il gusto era piacevole e cosi continuai a bere sotto lo sguardo divertito della mia amica.
      Un paio di minuti più tardi avevo già finito il primo bicchiere e senza che io ne sapessi nulla Bea me ne stava già prendendo un altro. Non ero convinta di berne ancora uno ma dopo aver passato circa cinque minuti a convincermi a bere per sciogliermi un po' alla fine acconsentii e accettai anche quel secondo bicchiere.
      A quel punto mi sentivo più euforica del solito. Non ero ubriaca ma di sicuro mi sentivo più leggera rispetto a quando ero arrivata.
      Finito anche quel secondo bicchiere, Bea mi trascinò verso il centro della casa e cominciammo a ballare insieme a tutto quell'ammasso di corpi sudati e che si strusciavano senza pietà addosso a qualsiasi ragazza.
      Ad un tratto sentii un paio di mani poggiarsi senza timore sui miei fianchi e a quel punto sapevo chi potesse essere. Solo due persone si comportavano in quel modo con me, Louis e Zayn, quindi sicuramente era uno dei due. Mi voltai tra quelle mani e il viso di Louis felice e ubriaco era la prima cosa che vidi.
      «Ti stai divertendo?» Mi chiese dopo poco e spostando le mani dai miei fianchi alle mie spalle cominciando a ballare. Stavo per rispondere quando una voce a noi più che familiare era particolarmente vicina.
      Alzai cosi lo sguardo e trovai la mia amica Bea più ubriaca di me che cercava di infilarsi tra me e Louis.
      «Ehi stronzi, non lasciatemi da sola.»
      Ridacchiai mentre Louis lasciava che un braccio circondasse le spalle della mia amica.
      Avevo sempre sperato che quel coglione di Louis si facesse avanti con Bea ma ogni volta ne trovava una per fare il coglione con un'altra. Sapevo anche che a Bea il ragazzo non gli era poi cosi indifferente come voleva farmi credere e convincermi.
      Mi allontanai da loro quando cominciai a sentire i miei piedi chiedere pietà e quindi decisi di allontanarmi da lì e fare una pausa. Mi feci spazio fin quando l'ammasso di gente non diminuì e trovai gli altri ragazzi seduti su un divano a parlare.
      Mi avvicinai a loro e solo in quel momento mi accorsi che una ragazza era seduta sulle gambe di Zayn mentre entrambi avevano un bicchiere in mano ed erano intendi a parlare di qualcosa che non ero in grado di capire vista la distanza e la musica alta che ti spaccava i timpani.
      Sorrisi e mi andai a sedere tra Niall e Liam.
      «Già stanca?» Mi chiese Niall guardandomi con un sorriso sulle labbra e gli occhi celesti di un colore leggermente più scuro rispetto al solito.
      «È ubriaco?» Chiesi rivolgendomi a Liam che vidi subito annuire facendomi ridacchiare.
      «Non sono ubriaco. Sono ancora in grado di intendere e di volere.» Si difese il biondo che si alzò per darci una dimostrazione di quello che aveva appena detto ma fallì miseramente facendoci scoppiare a ridere.
       
       
       

    • Non voglio iniziare una storia. La cosa mi irrita, ma devo ammettere che nello stesso momento sento una estrema necessità di esternare almeno sulla tastiera quelli che sono i miei assurdi pensieri.
      Ho il terrore questa sera. Ho fatto pensieri incredibilmente tristi. 
      Potrei buttarmi giù. Ma sarebbe troppo doloroso. E sono una vigliacca, una di quelle che non ha nemmeno il coraggio di buttarla, la sua vita. 
      Allora ho pensato, "potrei uccidermi in altri modi". Esempio? Una flebo di Potassio. Peccato non essere più in ospedale, tra prescrizioni, registri e avvisi. Avrei potuto farlo, ma poi sarebbe stato un reparto non più di gioia. Mi viene in mente la area di negatività e pesantezza che aleggiava nelle mura dell'Edificio 9. 
      Quinto piano, tre lettere, un acronimo, tre parole. In grassetto, concise, forti, aspre. Interruzione volontaria di gravidanza, IVG. 
      E forse scritto così fa meno paura, si campisce di meno. Sei meno mostro se pronunci tutto così, senza far capire, mangiando le parole e con rapidità. 
      Le urla, mi vengono in mente quelle. 
      I due ascensori partivano dall'atrio dell'ingresso, uno più grande a destra e l'altro a sinistra. Per il quinto piano altri due erano situati alla fine del corridoio degli ambulatori di ginecologia ed ostetricia. 
      Si aprivano le porte e ti trovavi in un piccolo corridoio spoglio, in cui le mura avevano come unica decorazione la straziante scrittura di una donna che in rappresentanza del buonismo e dell'ipocrisia, lasciava traccia del suo passaggio scrivendo "stronze assassine". 
      Vorse una stessa ostetrica, o un'allunna, o una specializzanda. 
      Tutte nude stiamo difronte a tanta aridità di spirito. Ed io rimasi atterrita dinanzi a tanta scarsa empatia. 
      Un inno al rispetto di scelta e di opinione, un inno alla mente che raggiunge la comprensione dell'altro. Un inno alla donna che rispetta la donna.
       
      Dicono che i tempi sono cambiati, innalzano la medicina cucita su misura e come sarti si vestono di  una fatta a pennello, senza considerare che per coprirsi hanno denudato i colleghi, che con scarsa stoffa indosso cercano di tappezzare la strada e i buchi di chi in quel reparto c'è finita per una notte di passione, forse non sua, forse non d'amore, forse di terrore. 
      Le stanze sono silenziose nel pomeriggio. Il reparto resta chiuso per carenza di personale. Di solito restano le donne che optano per un aborto del secondo trimenstre. 
      Legge 194/78, la donna può abortire nel secondo trimestre, dopo 12 settimane di gestazione, solo su indicazioni precise. Lo stato psicofisico materno deve essere in pericolo serio, così come la salute del bambino. 
       

    • ORA NEL MIO DIRE PER RIME

      Ora nel mio dire per rime austere  andrò con passo lesto per strade in  musica  a cercare l'idea di Anchise tra  le belle candide mutande di Ermione  nei giorni uguali  tinti di mistero di Priamo . La voce s’ode nel pianto  mesta e sola . Spoglia di grande voglie  in gran fretta fuggo dall'indifferenza in mezzo a tante inquietudini. Di male in peggio con la mente  incline al vizio. Solo con tanti pensieri misti d'invidia ,  tentato da demoni antichi,  migro in vecchi sortilegi di partito . La magia di ore  bussano alla mia porta ,  premono  contro il  mio cuore incompreso.
       
      Vedrò con i miei occhi il male compiuto tra ombre fameliche  frasi striminzite decadenti  in sinistre estri per  strade cupe.  Scarpe rotte ai piedi , senza dovere chiedere ammenda di tanti peccati di come la lirica rima ed  implora pietà . Le badanti sono in festa ed il mio cuore tace sopra una tomba muto , soddisfatto, percepisco ogni male mentre una  lama affilata  penetrano nella mia  pelle. Mi sono girato di scatto confuso dal sesso spregiudicato. Ora cosa mi resta di tante gioia , di tanto amore se non l'andare per rime e nell'andare controcorrente,  cheto assolve al mio peccato. 
      La morte verrà a rapirmi nell'estasi dei versi, mi porterà lontano nell'inconsapevole bellezza ,  bianca come la neve,   fredda come  la sorte . Nei giorni da leone tra timide carezze neppure la prudenza  sazia lo spirito delle canzoni che infide   nell'arcano dire e nella sofferenza generano un dolce delirio lirico. Or dunque ammiro in disparte le luci delle feste,  faccio un salto in  centro con il mio cappotto nuovo nel tempo emulo dell'odio accumulato negli anni addietro .
       
      Gusterò  le parole  ghiotte , ingurgitare  in fretta insieme  all’orco delle favole con  il protagonista di tanti drammi   d’ amori mentre canto  l' arme, altro ancora non temo se non la morte. Come dello spirito, così del corpo lungi per desideri infausti in cerca del vero  sotto la  fica  gravida  s’arriccia ed eccita il pensiero . Soave  maldestro  pene in merito a tante  sentenze in merito alla disciplina promessa si avanza tra le fosse senza rancore.  Scialbo dire l'ultimo auspicio di molte riverenza in chete  esperienze metriche poco soddisfazione , rinnego  l'amore e la maleducazione. 
       
      Divento parte integrante di un sistema alieno con  coraggio  affrontò il gioco delle parti  il fuggire  oltre  le colonne         d’ercole .  Racconto il  viaggio era di dicembre a breve l'amore domato come un timido capriolo  si nascondeva  tra la gelida  radura e mostrava  il suo muso  nero ,gli occhi di cerbiatto , le orecchie a sventola . In quell’incanto    vidi la morte nella notte tenera   mostrare la sua anima precaria. Appreso,  andai  deriso poi  subito capii  come in un ciclo  di resurrezioni  forte come un toro le spezzati le natiche e cheto nell'imbrunire ascoltai  un dolce canto di encomio per tanta mesta sapienza.  Attendo ora la notte tra tante tette senza  cadere in rete non da retta a nisciuno se a caccia a currea , cacciala non fa lo maccarone l’ammore carnale  spesso  porta alla pazzia . 
      E se  vecchia diventa questa sciorta ,  non chiagnere su latte versato nel canto del mattino freddo di dicembre luccica l'aurea  di un amore promesso,  senza permesso   cerchiamo una via d'uscita al danno avuto  e non capiamo chi siamo nè dove la terra gira e si rigira ,  cresce e scema in  muta speme in intelletto austero in voglie si represse che mesto  il sesso si fa  in fretta dentro un cesso  poscia ci casca si a pennello nell'ora meno allegra. 

    • A proposito dei King Crimson, forte di tanti anni spesi bene nei loro ascolti, Vi intratterò con una strana storia nata per le strade della cittadina di Brunico in Val Pusteria  (BZ), mio grande amore del passato.
       
      Siamo nel '75, più di 40 anni fa, quando Rupert, nomignolo d’arte con cui il mio amico Gunther K. era chiamato simpaticamente dai suoi compari, prendendo spunto  dall’omonimo brano dei King Crimson, si appresta quotidianamente a suonare dal vivo le sue canzoni preferite di quel Gruppo meraviglioso.
       
      Condiviso anche dal sottoscritto era il suo amore per quella Band, tanto che ogni mattina, appena smontato dal turno di notte presso l’Hotel Blitzburg, si reca velocemente nella centrale Via dei Bastioni, e inizia a suonare a modo suo la loro magnifica Musica, mentre è seduto a margine della storica fontana in marmo sita nei pressi della quieta ed elegante Birreria Forsterbräu.
       
      Quella strada a quell’ora è ancora deserta, ed unico aperto è l'antico Cafè Restaurant dell’Hotel Post, sito nei pressi ma sul lato opposto della strada, unanimemente apprezzato per la sua pasticceria artigianale, e per il suo arredamento un po’ retrò fatto di divani damascati, tappezzerie in tinta e lumi soffusi.
       
      A dispetto delle gelide temperature tipiche di questi posti, specie sui monti, dove scendono nei periodi invernali sino a meno 15-20 sottozero, il sole mattutino iniziava a scaldare l’antico ed ordinato selciato, mentre il Quartiere si riavviava gradualmente come ogni giorno, dando vita anche ai Mercatini di Natale ivi presenti,  approntati per l’occorrenza davanti a quella Birreria come di consueto.
       
      Il tempo passa veloce, ed ora Rupert si trova con le sue vicende a metà anni '80, e non lavora più di notte al Blitzburg, ma lavora come intrattenitore musicale al Forsterbräu, grazie ai suoi apprezzati "assoli" di chitarra acustica, impreziositi dalla sua bella voce, alternando dei suoi amati King Crimson brani del calibro di Cadence and Cascade, Sailor's Tale, Exiles e Book of Saturday…
      E’ finalmente soddisfatto dei suoi successi musicali, poichè, sempre più bravo e stimato, il suo palcoscenico ora non è più l’antistante fontana, a volte battuta dalla pioggia, o peggio ancora ghiacciata dalla neve o dal troppo freddo, ma si è spostato in un'accogliente saletta al primo piano di quel locale.
       
      Dopo tanti sacrifici, i tempi per Lui sono cambiati in meglio, grazie a Forsterbräu che lo paga mensilmente, permettendogli di metter su famiglia, grazie anche alle sue partecipazioni musicali a Feste popolari che di tanto in tanto si tengono in Val Pusteria a Campo Tures, San Candido, Dobbiaco, San Lorenzo, etc.
       
      Chi scrive, nel mentre è tornato a vivere nel Nord Ovest, pur mantenendo saldi contatti con quel mondo, tanto che ogni tanto fa un passo a Brunico, specie in occasione dei Mercatini di Natale, quando dorme nel vicino Blitzburg, e la sera ascolta le canzoni suonate da Rupert in quella saletta.
       
      Tutto corre veloce, compresa la sua notorietà musicale, tanto che una sera, mentre sta intrattenendo come di consueto i suoi ascoltatori, riceve da un importante producer una buona proposta discografica in grado finalmente di assicurargli un futuro migliore.
       
      Rupert ci pensa un po’ e poi si convince, perchè questa è l'occasione della sua vita, trasferendosi rapidamente prima a Bolzano e poi a Milano, quando le sue prospettive di lavoro diventano ancora più importanti.
       
      Pare tutto perfetto, poiché lo stesso compone anche la musica che poi suona, mentre al Forsterbräu è calato il silenzio in quanto l’intrattenimento musicale a cui prima dava vita ora non c’è più; analogamente Rupert a Milano ha perso il suo slancio iniziale, e progetta da un po’ di tornare alla sua Musica, in quella saletta al cospetto dei suoi frequentatori.
      Spesso i ricordi però ti scavano l’anima, tanto che un giorno il nostro Amico, anzichè rinnovare il suo contratto, chiude ogni eventuale prospettiva musicale e torna deciso al Forsterbräu, anche se, dispiaciuto, non trova più tra il suo pubblico chi sta scrivendo in questo momento.
       
      Passa ancora qualche anno, tanto che ora siamo ai giorni nostri, ed il sottoscritto, libero dagli impegni che lo tenevano distante da Brunico, un giorno decide che la stessa per un po’ sarà nuovamente la sua casa, ed appena giunto in Città corre in Birreria, e poi rapidamente verso quella saletta al primo piano dedicata ai King Crimson, da cui sente suonare la loro Musica come una volta.
      Il loro suono, magistralmente condotto dalle evoluzioni acustiche di Robert Fripp, appare perfetto, anche se suona stranamente lontano; anziché esserci Rupert con le note di Epitaph, scopro con mio grande stupore al suo posto due diffusori musicali, fatto che viene spiegato dai presenti con un chiarimento da me purtroppo tristemente atteso:
       
      Ormai è tardi caro Amico mio per cercare Rupert, perché qualche giorno fa è salito in Paradiso, unendosi a Greg Lake nel suo ultimo viaggio, con cui ora suona felicemente insieme a tanti altri ugualmente Grandi come Jimi Hendrix, Frank Zappa, Janis Joplin, Nick Drake, Jim Morrison, Lowell George, John Martyn, e tanti altri ancora di cotanto peso.
      Forse però tutto ciò non ha avuto ancora un fine, e mentre esco dal Forsterbräu, anziché non credere ai miracoli impossibili, mi accingo a comprare presso lo stesso i biglietti per i suoi prossimi concerti che si terranno in Paradiso; poi, passando davanti all'antica fontana in pietra, suo primo palcoscenico, gli mando sottovoce un amorevole saluto, Ciao Rupert a presto !!!
      .

    • Prefazione
                                  di Renzo Arbore
       
       
          Sono nato in Italia, il “bel paese” di Dante, il più bello del mondo stando all’opinione diffusa ribadita dall’UNESCO. Più precisamente, sono nato nelle Puglie — che nel 2014 due giganti
      internazionali come National Geographic e Lonely Planet hanno entrambi dichiarato la “regione più bella del pianeta”. Infine, da molti anni abito a Roma: Caput Mundi, Citta Eterna, Capitale Doppia, dello Stato Repubblicano e della Chiesa Cattolica. Una fortuna, che include una fortuna, che ne include una terza! O, se amate la precisione, una Fortuna che ne include altre due.
          Circostanze del genere, i viaggi fatti nel corso della vita, l’attivita di giramondo che mi ha traghettato nei luoghi più disparati dei cinque continenti della Terra alla guida de “L’orchestra italiana” — tutto questo mi situa nella posizione ideale per valutare il libro che vi accingete a leggere. Un libro, “Il Genio italiano” — ovverossia, nientemeno: “Venticinque secoli di civiltà italiana a beneficio dell’umanità” — che mantiene quel che l’impegnativo sottotitolo annuncia.
          Un saggio, in genere, è una finestra spalancata su un panorama fisso. “Il Genio italiano” mi pare piuttosto come quelle terrazze circolari che circondano la sommità delle torri panoramiche di grandi città, rotonde en plain air che consentono allo sguardo di spaziare in giro a 360 gradi, dai dettagli sottostanti all’estremo orizzonte. Spalanca la vista sulla creatività italiana sparsa per il mondo; lo fa zumando dal vicino al lontano, dal presente al passato.
          “Un popolo che ignora il proprio passato non saprà mai nulla del proprio presente” lasciò scritto Indro Montanelli e, mi sento di aggiungere, non potrà progettarsi un futuro. Questo libro ci restituisce il passato, rischiara il presente, incoraggia il futuro.
          Dall’inizio della crisi sono trascorsi sette anni, le fatidiche “vacche magre” della tradizione biblica son sfilate. Forse, si può sperare che il giro di boa c’è stato e sia giunto il momento di spiegare al vento lo spinnaker.
          “Il Genio italiano” dimostra che non solo l’Italia è il paese più bello del mondo (cosa risaputa e scontata), ma che è stato anche il più creativo, quello che attraverso i secoli e le generazioni ha dato il maggior contributo alla civiltà globale. Lì per lì potrebbe sembrare una millanteria gratuita, esagerata, sciovinista. Non lo è. La Penisola si distende al centro del Mediterraneo, cioè dell’unico mare che bagna insieme i tre continenti più antichi: Europa, Africa, Asia; uno specchio d’acqua che negli ultimi millenni ha attirato sulle sue sponde decine e decine di popoli e culture, talune di portata capitale come quella greca, quella egizia, quella araba. E quasi tutti questi popoli sono venuti a insediarsi nel nostro territorio, vi si sono combattuti e compenetrati, generando mescolanze molteplici e dando vita a formidabili civiltà di sintesi quali Roma e il Rinascimento.
          “Il Genio italiano” tratta di tantissime cose; lo fa in modo fluido e accattivante, senza fratture, senza mai stancare. Vengono illustrate le grandi istituzioni sorte in Italia: università, musei, banche; viene approfondita l’opera di personalità geniali, come Dante, Leonardo, Galileo; vi si tratta d’arte, di scienza, di tecnologia. Non solo le scoperte italiane d’un tempo, ma pure invenzioni moderne tipo la plastica, il PC, il microchip. A me interessa in particolare ciò che si “teletrasmette” (come potete ben immaginare, visto che la mia attività di artista si è espressa soprattutto attraverso la radio e la televisione), e nel libro trovo la novità dell’“onda radio a fusillo”, scoperta recente del fisico Fabrizio Tamburini: una sorta di banda larga wireless, elevata al cubo, che moltiplicherà le connessioni della rete planetaria. Una scoperta equiparabile all’invenzione della radio da parte di Marconi, la cui figlia Elettra ha difatti presenziato, nel 2010, al primo esperimento di trasmissione di quest’onda tridimensio- nale.
          Il libro passa in rassegna pure cose accessorie, ludiche, festose, eleganti, partorite dall’ingegno di casa nostra. Talune mi stanno proprio a cuore: i jeans, la canzone napoletana, il mandolino, la tombola partenopea (che in America diventa “Bingo”), il jazz!
          Si, anche nel jazz il genio italico ha avuto la sua parte, e una parte assolutamente primaria! Nel 2013 produssi il film-documentario Da Palermo a New Orleans... E fu subito Jazz, diretto da Riccardo Di Blasi. Era dedicato alla gloriosa “Original Dixieland Jass Band”, capeggiata dal cornettista Nick La Rocca, originario di Palermo, composta da suoi amici, quasi tutti di stirpe sicula. Questo manipolo d’improvvisatori incise nel 1917, a New York, il primo disco jazz della storia. S’intitolava Livery Stable Blues. Digitate il nome della “band” su Wikipedia e potrete ascoltarlo. Nella propria autobiografia, Louis Armstrong racconta come da ragazzo avesse tratto ispirazione dalle performance musicali di questo gruppo in jam session. Il blues, è stato detto, è quella musica che ti fa star bene quando stai male, e gli italiani sono da sempre maestri in quest’arte! Lo dimostrano tante altre cose illustrate nel libro: il carnevale, la gastronomia, la moda, la danza, lo stile, il gioco, la satira, la barzelletta...
          Tuttavia, occorre ammettere che l’Italia sconta tutte queste magnificenze e delizie con vari difetti e lati oscuri del suo “Genio”. Il libro li mette a fuoco. Prima di tutto quelli, diciamo così, veniali.
          Una volta ebbi l’occasione di sedere a tavola accanto a Henry Kissinger, l’ex Segretario di Stato americano. Conversando, gli chiesi cosa ne pensasse di noi italiani. ‘‘L’italiano è il piu intelligente del mondo. Ha un solo limite: la sua furbizia’’ fu la risposta agra che diede, memorabile e calzante sciabolata foderata di lode.
          Ce la meritiamo davvero! L’attitudine all’imbroglio, alla dissimulazione, al compromesso, ai distinguo, a indossare una maschera (‘‘...la spiccata propensione a mascherarsi, in teatro come a carnevale, è variante giocosa di quell’attitudine tutta italiana alla menzogna che fa fallire gli exit-poll elettorali e dannare i sondaggisti’’) sono tipiche del costume nostrano.
          Ma il testo esamina anche lati oscuri ben più gravi: ‘ndrangheta, camorra, mafia, scandali, corruzione, truffe, impunità, sprechi... E stragi, disastri naturali, oppure dolosi o colposi: ‘‘Nessun paese, in tempo di pace, ha avuto nel corso degli ultimi settant’anni una cronaca altrettanto feroce e funesta della nostra’’.
          Nondimeno, l’impronta generale de “Il Genio italiano” è decisamente positiva e dovrebbe essere letto da tutti gli studenti delle scuole e delle università. Sarebbe di riscatto anche ai numerosi giovani che sono dovuti emigrare all’estero per trovare un posto di lavoro adeguato ai loro meriti e alla loro preparazione.
          Leggendolo, potranno prendere coscienza delle grandi potenzialità che hanno ereditato da un così ingente passato, svilupparle, metterle in opera, aiutando il Paese a ritrovare se stesso, vale a dire il proprio futuro.
       
       
         Maggio 2016                                           Renzo Arbore
       

    • E' da tempo che non scrivo,e da tempo ripenso a questi anni che sono volati come  foglie al vento; hai sempre custodito i miei peggiori segreti , la bellezza della vita la vivevo e la godevo con chi fino a poco fa aveva ancora senso di esserci. Cosa dovrei dirti ora?  sono sola, rimasta con nulla e intenta a riprendermi in mano la mia esistenza. Ho cambiato casa,  città, ma sempre più lontana da quelle che sono le mie origini, i miei più bei ricordi, la mia famiglia i miei amici, che mi cercano e vogliono notizie; faccio sempre lo stesso lavoro, ma la fantasia e la creatività non è più intensa come a 20 anni, il mio cuore è dolorante e la mia mente lotta per poter dimenticare, lenire, trovare per così dire un po' di pace. Ieri, sistemando quello che avevo gettato in malo modo nei cartoni del trasloco, ho ritrovata una foto con mio nonno, avrò avuto un anno o forse due , sono rimasta a fissare quel momento, quelle sensazioni, così nitide e intense, era come se fosse li, che con la sua solita forza mi imponeva di asciugarmi la faccia e uscire a fare quello che sapevo fare meglio, osservare e scattare. Così, ho afferrato la mia macchina fotografica e sono andata a scoprire la città che mi stava ospitando. Ho camminato tanto, riflettevo mentre la gente mi passava accanto, li guardavo e pensavo a quanto fossero frenetici, banali; già... sono incazzata ,un tradimento è sempre difficile da digerire , soprattutto quando lo scopri con i tuoi occhi, ma tutta sta gente dove correva?, ho iniziato a scattare , così, come veniva, poi, stanca, me ne sono tornata a casa , ho aperto una bottiglia di vino (ultimamente bevo tanto) e ho scaricato le foto al pc, sono rimasta quasi stupita da tutta quella naturalezza,espressioni rubate a gente che in quei momenti avrebbe potuto sentirsi in qualsiasi modo, pensavo a quanta persone avevo fotografato in posa e a quanto mi avevano schifato; ma a cosa pensavo quando li ritraevo con le loro facce di cera? piatti e falsi come produzioni dei cinesi.Guardavo la bottiglia e mi rammaricavo del fatto che stesse per finire, e come spesso mi accade ne ho aperta una seconda, mi rendo conto che è come bere acqua, non mi fa nulla, che cazzo devo fare per stupidirmi , per non pensare..non so che cosa mi è preso, forse la soddisfazione di quegli scatti ma ho preso il telefono e ho  chiamato un amica che non sentivo da tempo, non so perché l'ho fatto, sono settimane che non considero nessuno, accumulo messaggi , senza che me  ne freghi qualcosa...mi ha risposto subito, la voce preoccupata, tremante, quasi piangeva e io, fredda e distaccata, come se le stessi facendo una cortesia; parlavo con lei, bevevo e riguardavo quelle foto ragionando sulla fine che avrebbero dovuto fare.La vita è strana, chissà se mai perdonerò o dimenticherò, di certo continuerò a scriverti a raccontarti, forse mi innamorerò di nuovo e forse avrò dei figli, ora non importa, affronterò il mondo con i suoi cambiamenti e li mostrerò con gli occhi della gente; forse ho trovato uno scopo, anche se..caro diario..ci sto ancora lavorando.

    • Tutte le mattine si svegliava preparava sua figlia per la scuola, salutava sua marito avvocato prestigioso e strapagato e dopo aver dato le ultime indicazioni alla domestica usciva per incontrare l'amica di sempre per una colazione e una passeggiata nel centro di Bologna. Da tempo pensava che le mancasse qualcosa, ma cosa può mancare a una donna benestante, bella , cosa? Il sesso, mancava quello nella vita di Giulia. Il marito non la toccava più da tempo, trascorreva le sue lunghe giornate tra ufficio e "cene di lavoro" ,che altro non erano che incontri con le migliori escort di Bologna; e quando rientrava stanco e soddisfatto della giornata trascorsa si spogliava, e si stendeva nel letto addormentandosi all'istante. Le sensazioni di Giulia erano tante in quei momenti, le venivano alla mente i consigli dell'amica che la spronava a guardarsi intorno, ad uscire e fare come lei che da tempo si divertiva con un uomo molto più giovane . I giorni passavano, e lei, nei suoi momenti di completa solitudine nella sua enorme casa, alleggeriva i suoi bisogni dandosi piacere; travolta da fantasie più disparate accarezzava il suo corpo immaginando le migliori compagnie. Cosa avrebbe dovuto fare diversamente, accettare forse i consigli dell'amica? lasciare il marito che ormai da tempo non si interessava più a lei se non economicamente? Si sedette ancora nuda davanti al computer, e nell'istinto più totale iniziò cercare, leggere, finché non si trovò davanti a un sito d'incontri, le parve tutto molto semplice, si iscrisse e aspettò di avere novità. Non passò molto tempo dai primi messaggi, si sentiva eccitata e confusa al tempo stesso, voleva incontrarlo, così si organizzarono per una cena nel fine settimana che sarebbe arrivato a breve. I giorni che la separavano dal' incontro sembravano lunghissimi, interminabili ,ma arrivò e quella sera iniziò a prepararsi come non faceva da tempo. Si fece una lunga doccia , si asciugò e cosparse il corpo di crema, si guardò allo specchio ammirando il corpo da quarantenne ancora perfetto, si mise reggiseno e mutandine coordinate, fece scivolare sulle sue lunghe gambe  calze velate e finì con una gonna attillata nera ,camicetta bianca di seta e scarpe con tacco. Prese la borsetta , le chiavi di casa , salutò la figlia che quella sera sarebbe rimasta con la baby sitter , e uscì, un taxi l'attendeva in strada, l'avrebbe portata da lui. Il tassista l'osservava dallo specchietto ma lei faceva finta di nulla , non dava peso a quello sguardo curioso ed eccitato . Arrivarono, lo pagò e si diresse all'interno dell' hotel , disse chi era e chi stava cercando, ma nessuno era li per lei, fu travolta da rabbia e delusione, ma da signora qual era ringraziò e si diresse verso l'uscita.Il tassista era ancora lì, scese dalla macchina e si incamminò verso di lei, Giulia non ci fece caso, ma poi lo notò e senza pensarci troppo gli andò incontro. Salirono sul taxi e 

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      MORIRE SENZA CONOSCERE
      Morire  senza conoscere il senso di ciò si è rincorso in mille avventure perduto nell’attimo di un vivere incosciente ,  nell’amore di un tempo  travolgente in   questa  passione che mai si ferma.  Invero in quel senso  cresce e travolge ogni vita , ogni attimo racchiuso nella vita di ognuno. L’amore è  morte di un amore coltivato  per stagioni che  si susseguono nel correre nell’andare a ritroso. 
      Vedrai te stessa riversa sopra un letto di spine vedrai i tuoi occhi fuori dalle orbite, vedrai nascere, crescere, scrivere l’attimo della bellezza saffico , ed ogni pensiero  sarà triste  e condurrà becero  alla follia. Vedrai come lo stambecco salta lo steccato , come l’uomo si prodiga nella sua preghiera per giungere dove l’amore rinasce,  dove ogni cosa ritorna ad essere un breve sogno di una nuova era 
      Ammirerai le cattedrali del pensiero,  vedrai sfilare le donne altere nel tuo intelletto, belle senza mutande riverse sul letto nell’amore carnale. E lei sarà mia poi un bacio,  un soffio di note spazzerà via questa vita e con essa la sorte di milioni di animali di uomini dabbene dalle lunghe barbe.  Bella la vita  si trascina con sè l’odio  di tanti uomini  di sbiecco  nel senso di essere se stesso. Curerai  l’amore malato  accanto alla sorte,   poi svanire in mille rime in quell’amore che non ha prezzo. 
      Tutto scorre, senza senso, senza domani come ieri ti ho visto aggrappato al tuo mesto  amore  racchiuso in sconce frasi senza accento, senza forma , nella fusione di corpi acerbi . Bellezza dannata , mangiata da stormi di avvoltoi . Mi porterai dove ogni cosa ha inizio mi regalerai questo amore infermo,  un gelato a due gusti,  un vivere che fa  gelare il sangue . Tutto scorre ed io so come sarà poi alla fine del viaggio,  sarò sul tuo seno,  dormirò e sognerò armate di scheletri . Sognerò armate di amanti  in guerre  senza fine che  ci conducono oltre il nostro pregiudizio. 

      Mi vestirò da marinaio sarò l’ artefice  dei tuoi ricordi nell’attimo intrapreso soppesato sarò la morte ed il bacio il graffio  inferto dalla zampa di leone che infligge il segno sulla pelle nera.  Candita terra sangue dei miei avi  bagni  i solchi dei sentimenti sbocciati folli e decisi nella loro storia immane . Mondi sconosciuti , uomini,  donne tutti alla ricerca della verità. E vedrò dalla nave andare per lidi deserti questo amore lo vedrò chino nei suoi pensieri essere il sogno lasciato dal sapore di un gelato alla fragola . Dal sapore di un bacio su labbra pendule nel dire per rime ed altri miti  . Vita ti trovai seduta dentro di me e non comprenderai  chi eri in verità,  non ero io ma forme di me che meste si sono radunate e sono apparse  nel verso rincorso. 
      Tutto scorre , tutto è cosi confuso,  acqua sporca  scorre nei nostri sogni nella vita che abbiamo sognato  nella forma  in cui rinasceremo e saremo la dignità mista al vero   saremo tutto quello che abbiamo sperato essere. Saremo il giorno , obliquo,  saremo l’amore di un uomo saremo la preghiera che s’eleva nel vento e ci trasporta per mondi sovrumani per mondi senza delitti nell’attimo intrapreso nel passo nell' esplosione di forme e contenuti lassi nel discorrere questo epilogo. Riverso  su questo talamo coperto di fiori ove il canto s'eleva vano sopra le miserie del mondo conosciuto. 
      Rido e vorrei ritornare indietro a quando l’amore non mi faceva male. Per mano con mio padre mi portava sulle giostre di cavallucci  vestito  di stelle di memorie lasse per speme ed imperiture elastici che stringono il pantalone cascante fino ai tondi goffi ginocchi . Oggi con tutta la mia voglia di essere qualcuno , cado  nell’accidia , salto  il foss  e la giostra di cavallucci gira ancora nella mia mente ed una musica  m’inebria ancora mi porta via  nell’attimo in questo amore fatale. Io vivrò ancora mille vite,  vivrò un amore senza pagare il biglietto e salirò su nel cielo con il mio vestito buono , salutando amici e parenti salutando la giostra di cavallucci che continua a girare,   girare e rigirare nella mia mente  ed il mondo è bello la pace la meta dei miei sogni . Fragili, fili  legano  ogni cosa nel mio amore di bimbo felice  di essere ciò che sono , felice di correre in groppa al cavalluccio  rido  nella mia incoscienza. 
      Ammirerai le donne sedute dentro il tuo intelletto le cercherai dentro una chiesa , dentro te stesso nel canto del mattino,  nell’attimo ancora precluso al senso degli ultimi , all’amore che non ha nome e non ha sesso. 
      Sarò  con te quello che son stato per molti anni.
      Mi amerai e mi lascerai vivere  nel tuo cuore. 
      Dammi la mano non aver paura di capire chi sono.
      Quando giungeremo ad Itaca saremo un sola persona saremo quello che abbiamo perseguiti  e l’amore non ha prezzo sa di  prezzemolo  finocchio, aglio e peperoncino.  Travaglio incredulo  una meraviglia che avvolge le nostre vite in mille avventure in riva al mare. 
      Son folle a pensare tale cose,  son folle nel verso,  vivo,  fermo,  giro e rigiro intorno ad una frase che mi rattrista mi conduce nel vago canto ed ascolto  questa voce in me  eco di un canto che ha illuminato il mio dire e le mie rime  tenere come la notte trascorsa. 
       

    • Inizia a scrivere la tua storia...
      Provo a chiamarti ma non rispondi, provo a cercarti ma non riesco a trovarti, sembra di ritornare a giocare a nascondino, ma questa volta sono sola, ma ancora non lo so. Dove sei? Io sono qui, ti sto aspettando. Sono ferma al nostro posto, sono immobile cercando di capire. Ho urlato il tuo nome ma il vento lo ha portato via, così lontano da me. Provo a gridarlo di nuovo, ma questa volta nemmeno lo sento. Il vento mi travolge e mi sconvolge, mi svuota e mi riempie e non mi fa pensare. Mi hai sempre preso in giro per questo, mi hai sempre ridicolizzato perché ritenessi il vento un mio amico. Non mi credevi quando ti dicevo che lui c’è sempre, che ogni volta che mi capita qualcosa, lui è presente e che cambia anche in base al momento. Oggi lui c’è, tu no. Dove sei? IL vento è impetuoso, soffia forte, ti sta cercando, adesso siamo in due. Squarcio il tempo con la mia voce, nessuno risponde. Ti vedo, sei arrivato, finalmente. Hai lo stesso sorriso di papà e li stessi occhi della mamma, sei così uguale a loro. Sta succedendo qualcosa, ma non riesco a capire cosa. Stai andando via, qualcuno ti ha chiamato più forte di me. Hai cambiato strada, non vieni più verso di me. Hai perso il tuo sorriso, una lacrima ti riga sul volto. Perché mi saluti? Dove vai? Ritorna. Sto urlando, ti prego, torna da me. Ho paura, sono sola, avevi detto per sempre. Ti ricordi? Eravamo soli, io ne avevo 6 e tu 12, avevi detto :<<Sono l’unico di cui potrai fidarti. Io ci sarò sempre, non andrò mai via. Mi prenderò cura di te, SEMPRE>>. Dove sei? Perché mi hai fatto questo? Era il nostro patto, niente e nessuno avrebbe superato il nostro amore, così si era detto, così si era sempre fatto ma ora non capisco. Lui urla, piega alberi, sparpaglia foglie, muove oggetti, sembra spostare i palazzi. E’ arrabbiato. Come biasimarlo? Ci hai abbandonati, ma per chi, per cosa? C’è la mamma, anche lei ti chiama. La sua voce è rotta, non fa altro che bisbigliare. I suoi sibili sono assordanti, sono come lame che ti trafiggono il cuore. E’ lì in un angolo, rannicchiata con il so rosario in mano. Sta pregando, prega per te, prega affinché tu torni. Qui nessuno ha capito che non tornerai. Forse lo sappiamo tutti, ma fa troppo male e così facciamo finta che una speranza esiste. Continuiamo a guardarci, sperando che un nostro sguardo ti materializzi davanti ai nostri occhi. Papà non c’è, ormai non c’è mai. Ti chiamo per nome, il vento si è fermato ma tu non sei tornato. Sto correndo, ma non lo sapevo, guardo avanti. Dinanzi a me solo campi. Corro, corro ancora e ancora. Vedo qualcosa, spero che sia tu, aumento la velocità. Lo vedo, sono delusa, rallento. Non è un essere umano quello, cos’è quella cosa deforme? Non dirmi che sei tu. Mi avvicino lentamente, ho paura. La cosa non si muove, ormai nemmeno io. Ha una lettera in mano, c’è scritto il mio nome. Il cuore mi sta scoppiando, Eolo è ritornato all’azione. Ho deciso, prenderò la lettera. Lo faccio? L’ho fatto. E’ tra le mie mani, la apro, mi blocco. E’ la tua grafia, la riconosco subito. Sto tremando, ho il sangue gelato, non lo sento scorrere, il cuore si è bloccato. Ho due fontane al posto degli occhi. Il mio volto è deformato dal dolore. Come puoi dirmi queste cose? Come puoi darmi questo compito? Perché hai scelto me? Sai che non posso. Sono in ginocchio, sulla terra umida che mi avvolge le ginocchia. Mi sento sprofondare. Guardo meglio la ‘’cosa’’. Ha qualcosa di famigliare, ma non capisco. Sono sicura di una cosa, non sei tu, ma chi è? Glielo chiedo, quasi sottovoce. E’ arrivato in soccorso il vento, ora lo so. Non ho più paura, la guardo e le sorrido. Le prendo la mano e le accarezzo il viso, adesso sembra così tenera, non è poi così terrificante. La guardo e non riesco a capire perché non ci sono arrivata prima. Sono io, era palese.
      Sono tutta sudata, ho il fiatone e il volto rigato dalle lacrime. Mi guardo intorno, capisco che è un sogno, è tutto normale quasi sorrido. Mi giro, guardo il tuo letto, è vuoto. Non ci sei, ma dove sei?

    • Verbo essere (comunque)

      By Ospite, in Poesia,

      Verbo essere (comunque)
       
      Nonostante tutto
      io sono
      tu sei
      noi siamo
      oltre lʼinvisibile notte
      che ci è caduta addosso
      oltre la voglia
      stanca
      di non essere più
      oltre il silenzio che ci soffia contro.
      Io sono tu sei noi siamo.
      Parole che respirano
      ̶  e possono urlare  ̶
      punti fissi ma liberi
      di ogni invisibile notte
      che ci attraverserà.

    • Provate le cose velate. Attraverso il vetro di impronte davanti ai vostri occhi perché voi, disabili eroi, siete incapaci di aprirvi il petto in due, di squarciarlo con le vostre mani disinfettate, di strappare la seta, di lacerare i tessuti, di staccare i fili. Avete mai visto il vostro stesso cuore? Il cuore che pompa disperatamente, con furore, aggrappandosi con tutte le sue forse alle pareti del vostro timido corpo, quasi come se fosse sul punto di esplodere, di divorarsi. La purezza e l'impulsività della rabbia cruda confusa per nervosismo immaturo, confusa per tremolio improvviso ed uno spettacolino di crisi epilettiche. Come i bambini che fingono di piangere per attirare le attenzioni delle madri distanti, già al corrente di tutto, mute e ghiacciate. Perché dovreste iniziare a cucirvi la pelle del vostro candido petto ancor prima di pugnalarlo, solo per affermare di aver sofferto? Ma lasciate che il sangue sgorghi! Come testimonianza effimera del più tossico del masochismo, come passaggio verso l'autodistruzione e la perdita del controllo. A cosa pensereste se il vostro sangue iniziasse a scendere sui vostri polsi, a correre come vento fra le dita, a cadere come gocce di vino ai vostri piedi. Che delusione, che noia! Quanto vi agitereste, coprendovi di bende e gessi, gridando aiuto a coloro che avete prima calpestato con la più sporca delle vostre suole, con il vostro cuore ignorante ed incurante di voi, con i denti che scricchiolano e le lacrime che scappano, patetici!

    • Mia bella isola

      By Lady Ann, in Poesia,

      Navigando in una mare di schiuma
       
      ti vedo in sogno,  mia bella isola lontana,
       
      i colonnati di eucalipto piantati sulla spiaggia
       
      al posto degli ombrelloni...
       
      Tu sei musica e parola insieme,
       
      il mio pensiero ti ha fatta nascere.
       
      Avremmo potuto coltivarti con passione
       
      e saresti meravigliosamente ricca di fiori,
       
      la tua pelle color di perla,
       
      un gioiello in mezzo al mare,
       
      un mare pieno di veleno.

    • Per tutto il giorno la primavera vagò smarrita 
      lungo la via deserta, senza incontrarla,
      in una delle palazzine con il portone di ferro,
      una donna in deliquio attendeva il suo momento;
      la signora Arazzi non sapeva se andare via
      o restare, la macchia scura
      sulle piastrelle della cucina era diventata
      indelebile e forse puzzava un po' di marcio,
      il suo compagno, irrigidito a terra,
      scricchiolava; anche lei, come una cosa tra le cose,
      sarebbe crepata davanti al frigo;
      e misurava in continuazione
      la distanza fra lei e il frigo,
      il silenzio e i suoi respiri corti;
      solo ora, guardando quel misero fagotto,
      capiva che l'amore è una cosa fantastica,
      inventato apposta per riempire un vuoto,
      ma poi ti ammazza;
      glielo aveva sentito gridare sempre;
      lui amava umiliarla; da ubriaco,
      la disprezzava integralmente,
      da sobrio, negava il male fatto;
      si era sforzata di tenerlo com'era,
      e finalmente lo aveva perduto,
      avrebbe dovuto essere lei la prima, e invece
      lui era riuscito a fermarsi in tempo,
      non le batteva più sulla faccia
      quel canovaccio fetido, non minacciava più
      e non sogghignava
      come un padre, un fratello, un marito,
      un figlio... Nessuno di loro l'aveva amata.
      Lo ricordò con sgomento.
      Basta fai schifo! Gridavano
      tutti e due dentro un vortice di lame. Sì,
      dirà al giudice che
      lo ha ucciso perché non la amava.
      La signora Arazzi vuole pace,
      non questo silenzio di morte.
       

    • era da tanto che non andavo al mare, mi ero dimenticata di quanto fosse bello respirare a ritmo delle onde. avanti e indietro, come una cantilena, come un armonia, dentro e fuori, come la cosa più naturale del mondo, come l'unica cosa importante al mondo.
       
      le onde sono bellissime di inverno. non capisco perchè la gente deve aspettare per forza l'estate per andare al mare. d'estate il mare è troppo affollato, confusionario, incompreso. se uno va al mare, deve essere nelle condizioni di poterlo ascoltare, osservare, percepire, altrimenti è tolto il senso dell'andarci, non c'è più nessun effetto benefico.

      ecco perché è bello il mare di inverno, non perchè fa "spirito ribelle", e quindi è figo a priori perchè va contro la normalità, ma perchè non c'è nessuno e si può davvero godersi il mare.
      pensavo queste cose, mentre guardavo le onde blu scuro infrangersi in una spuma bianca bianca, mentre il tempo passava e io ero lì, ferma a respirare. fine.

    • Palazzo Provana di Druent
       
      Pietro Aglieri si fermò davanti alla finestra per sbirciare attraverso gli assi che la sbarravano. Bagliori sinistri riempivano il cielo notturno.
      «L’Inferno si prenda i Francesi e la guerra!»
      Non passava più giorno senza che su Torino si abbattesse una pioggia funesta, e le gocce erano grosse e nere, con un filamento incandescente che si lasciava dietro una scia di fumo. Quando quella pioggia toccava terra c’erano tetti sfasciati, palazzi che crollavano e persone che morivano.
      Dalla Cittadella, dove la battaglia infuriava, proveniva il borbottio di un enorme stomaco in subbuglio, e il vento portava l’odore acre della polvere da sparo. Pietro riusciva a riconoscere il suono dei tamburi dei reggimenti, ordinati e continui, e le scariche dei moschetti che sembravano scrosci di grandine.La testa gli faceva male come dopo una sbornia, anche se non aveva toccato vino. Soltanto un goccio, a dire il vero.Un bicchiere di quello buono, forse due. La cantina del palazzo a sua disposizione, e nessuno che potesse fare la spia. Sarebbe stato un delitto non approfittarne.
      Uno o due bicchieri, non di più. Monsù Druent l’avrebbe fatto frustare se l’avesse sorpreso ubriaco, oltretutto quando gli era stato ordinato di fare la guardia.
      In strada passò una squadra di soccorso che forse andava a spegnere un incendio. Ormai capitava di continuo: una bomba scoppiava e una casa bruciava. Accorrevano mastri da muro, falegnami e brentatori con i loro preziosi strumenti del mestiere che, anziché vino, trasportavano litri e litri d’acqua.
      La Cittadella era un bersaglio difficile da colpire: merito dei lavori di monsù Bertola, stimatissimo ingegnere del Duca, che aveva fatto spianare boschi, scavare fossati e innalzare colline. Torino, invece, era un bersaglio molto più grande e facile da colpire. E quando il generale la Fojada
      (che Dio maledica anche lui!)
      aveva rivolto i cannoni sulla città, le bombe non avevano avuto riguardo per nessuno. Nemmeno per la Duchessa, i principini e la Madama Reale, visto che un boulet rouge, una bomba incendiaria, era piombata sulle scuderie del Palazzo Ducale proprio mentre si apprestavano a partire per Cherasco. Erano rimasti illesi per miracolo. O per puro caso.
      Pietro si portò la fiasca alla bocca e piegò la testa indietro: l’acqua gli scivolò in gola, schizzò sulle labbra e sul mento, gocciolò sul petto. Le fitte continuavano a tormentargli le cervella.
      «Alla salute di quella canaglia che mi tiene qui a morire.»
      Non osava pronunciare ad alta voce il nome del padrone, Giacinto Antonio Ottavio, conte Provana e signore di Druento: in quel palazzo anche i muri avevano orecchie, forse anche adesso che non c’era nessuno.
      La Congregazione aveva comandato di portare via fieno, carbone, legna e materiali infiammabili dalla Città Vecchia, e di accogliere nelle cantine l’acciottolato rimosso dalle strade, per impedire che le palle nemiche vi rimbalzassero. La maggior parte degli abitanti della zona era stata sfollata: chi poteva permetterselo si trasferiva da amici e parenti, gli altri si accampavano nei prati di Vanchiglia o sotto i portici di via di Po. Anche monsù Druent se n’era andato con tutta la famiglia e la servitù, ma Pietro era rimasto, a turno con altri valletti e stallieri di casa, a sorvegliare la casa del padrone dai ladri e dai saccheggiatori.
      E se una bomba sfonda il tetto, non ammazzerà che un servo.
      Pace all’anima sua. E che Dio maledica monsù Druent.
      Il caldo era asfissiante e non c’era da stupirsi che la testa gli facesse male. Si passò la mano sulla fronte e le dita s’inumidirono di sudore
      appiccicoso. Reggendosi alla balaustra, iniziò a salire la scalinata per fare il giro delle stanze e controllare che nessuno si fosse arrampicato su un balcone o avesse forzato una delle finestre. Quegli equilibristi zingari che aveva visto in piazza Carlina ne sarebbero stati capaci.
      I passi echeggiavano nella volta nera dell’atrio, il movimento dondolante della lampada faceva danzare le ombre al ritmo del pulsare doloroso della testa, e tutto sembrava in sincronia con il rimbombo dei cannoni.
      Pietro arrivò in cima alla scalinata con la testa che sembrava sul punto di scoppiare, fradicio di sudore.
      A qualche passo da lui c’era il quadro di Matilde, la sventurata figlia di monsù Druent, ritratta con l’abito della festa e lo sguardo verso la scala. Pietro fece in tempo a pensare che fosse una scelta di cattivo gusto mettere un quadro
      (quel quadro)
      proprio lì: quello stesso scalone era crollato il giorno della festa di matrimonio di Matilde, e nella confusione per poco non era andata persa la collana che la sposa aveva avuto in prestito dalla Duchessa di Savoia. Adesso tutti sapevano che era stato un cattivo presagio, ma il Conte suo padre aveva vietato di parlarne. Dello scalone, del cattivo presagio, del matrimonio. Della figlia.
      Pietro chiuse gli occhi, li riaprì di scatto.
      Al pulsare della testa si era unito quello del cuore, così violento che pareva volesse scappare dal petto. La pelle si accapponò per un brivido di freddo.
      Non c’era mai stato un quadro in cima allo scalone. Non c’erano più quadri di Matilde in casa, perché monsù Druent non amava le sconfitte e qualunque cosa gliele ricordasse. Matilde si era uccisa buttandosi dalla finestra quando suo padre le aveva ordinato di tornare a casa pur di non pagare la dote matrimoniale pattuita.
      Pietro soffiò un respiro tremante e lo vide formare una nuvola davanti ai suoi occhi. I brividi non arrivavano da dentro di lui, comprese, ma da tutto intorno. Il calore dell’estate era svanito come se qualcosa l’avesse risucchiato via.
      Matilde Provana era morta suicida da cinque anni, eppure era lì, di fronte a lui, gli occhi sbarrati e senza espressione. Qualcosa vorticò sulle labbra dello spettro piegandole in una specie di sorriso.
      «T r a d i t o r e » disse. La voce sembrava la stessa che Pietro ricordava, eppure diversa, in un modo che avrebbe saputo spiegare solo paragonandola a un sussurro portato dal vento.
      «T r a d i t o r e. »
      La sagoma vacillò, come se fosse stata al di là di una parete d’acqua, e un istante dopo fu inghiottita dalle tenebre.
      Pietro si fece avanti con cautela per toccare il muro. Era solido, tiepido per il calore trasudato dopo un’altra giornata torrida. Niente buchi, niente fessure. Niente porte nascoste dalla tappezzeria. Batté la parete con le nocche della mano. Il suo mal di testa era più forte che mai e anche il caldo era tornato, o forse non era mai andato via.
      Traditore…
      Era a lui che si rivolgeva, madama Matilde? A lui che aveva tradito la fiducia del padrone bevendo il vino della sua riserva?
      Pietro serrò le labbra e strinse i denti. Sarebbe morto piuttosto che raccontare a qualcuno ciò che aveva appena visto. Altrimenti monsù Druent sarebbe venuto a saperlo. E si sarebbe arrabbiato, oh, se si sarebbe arrabbiato.
      Gli unici spiriti di cui riconosceva l’esistenza, il padrone, erano quelli del vino. E Pietro non aveva alcuna intenzione di farsi licenziare con l’accusa di essersi sbronzato durante il turno di guardia. O, ancor peggio, per aver creduto di vedere qualcuno che doveva essere morto e sepolto.
       
      ***
       
      Borgo Dora
       
      Se qualcuno fosse entrato nella bottega in quel momento, avrebbe potuto confondere Fioreste Chevalier con una scultura di legno dipinto, dimenticata tra gli scaffali e i vasi di fiori secchi. Una statua dai lineamenti pensosi, forse di un santo che attendeva di essere portato agli onori di incensi e preghiere.
      «Gi-a-soli.» Fioreste appoggiò la mano buona su quella avvizzita e incominciò a strofinarla lentamente.
      Laura lo incoraggiò con un sorriso, senza smettere di lavorare.
      «Certo, i girasoli. Siamo a giugno, in piena fioritura.»
      «E-ano belli, i miei gi-a-soli, eh?» Fioreste ricordava i suoi campi di fiori a Nizza, quand’era un ricco e importante mastro profumiere.
      «I più bei campi di girasole di tutta la riviera» lo accontentò Laura. Sarebbe piaciuto anche a lei tornarci: a quei campi sull’altopiano, alla cascina, alla sua stanza con la finestra affacciata sul mare, al laboratorio di profumi.
      Da fuori giungevano le voci della strada, le mosche che ronzavano e il monotono chiocciare delle galline. Sullo sfondo, il martello di monsù Clemente si abbatteva sull’incudine. Erano i suoni di tutti i giorni che accompagnavano la giornata in quel lembo di terra tra le mura di Torino e la Dora: una ragnatela di vie, baracche, mulini e botteghe che qualcuno chiamava “Balòn” e altri “Borgo Dora”.
      «G-uatta più fine» invitò Fioreste indicando il secchio dove si accumulavano le scaglie di sapone. Gratta più fine.
      Ormai Laura si era abituata a sentirlo parlare così, come un ubriaco. Vederlo ridotto in quello stato le stringeva il cuore, e ogni volta le veniva da ricordare l’uomo che era, prima che la paralisi gli portasse via metà del corpo.
      (Prima che fossimo costretti a scappare a Torino
      Prima che la mamma morisse.
      Prima che Maurizio ci portasse via tutto per goderselo in fondo a un pozzo)
      Il loro garzone non li aveva solo derubati del denaro e delle essences absolues. Il suo inganno criminale aveva arrecato tanta rabbia e dolore a Fioreste che il suo cuore era andato vicino a fermarsi per sempre.
      Gli sbirri del Duca non erano riusciti a punirlo perché un’altra giustizia si era abbattuta su di lui: Maurizio era morto forse la stessa notte del suo furto, sbranato dai lupi o dalla bestia che la gente chiamava l’Uomo del Crocicchio e che si diceva fosse un diavolo. O il Diavolo in persona. Un brivido attraversò Laura dalla schiena alla punta dei piedi, eppure nella bottega faceva caldo, perfino con la porta e le finestre aperte.
      «Cerèa, monsù Fiorest!» esclamò qualcuno da fuori, nel dialetto di Torino.
      «Bon-sjou-u!» biascicò il profumiere, agitando il braccio sano, e Laura si affacciò a guardare.
      Scendeva una pioggia estiva così lieve che le goccioline si asciugavano subito a contatto della strada. Le nuvole non avevano abbastanza forza da coprire il cielo, e le pietre del selciato luccicavano ai raggi del sole. Un uomo camminava trascinando un mulo con insulti, botte e carezze. Era stato lui a salutare Fioreste: monsù Albino, che aveva una casetta e un campo vicino al ponte.
      «Cerèa, Bino!» lo salutò Laura, anche lei in torinese. «Che notizie?»
      L’uomo si fermò a guardarla e le rivolse un sorriso triste, grattandosi i capelli sudati sotto il cappello di feltro.
      «La Congregazione vuole proibire le adunanze di popolo e le processioni per paura delle bombe.» Il mulo scosse la testa come se l’avesse voluto contraddire, e lui diede uno strattone alla cavezza.
      «Bisognerebbe che cadessero pagnotte dal cielo anziché bombe, nessuno patirebbe più la fame» commentò Laura. Ogni giorno aumentava la fila dei poveri davanti alle mense delle chiese e dei conventi.
      «Il giorno che cadranno pagnotte dal cielo, alla fame non penseremo più.»
      Albino mise una mano in tasca e tirò fuori mezza cipolla. Ne addentò un bel morso e si pulì le labbra con la mano.
      Era sceso un improvviso silenzio. Albino fece un sospiro e disse:
      «Noi andiamo, cerèa tòta.»
      «Cerèa Bino.»
      Le campane della Consolata cominciarono a cantare; dopo un attimo si unirono quelle del Duomo, delle chiese di Santa Chiara e Sant’Agostino, poi di tutte le altre, in un concerto che sembrava una melodia.
      Le cinque del pomeriggio. Presto le ombre proiettate dalle mura di Torino si sarebbero allungate sulle prime case di Borgo Dora, sui mulini e sulle fabbriche, dando ristoro dal calore di quell’estate tanto calda.
      Fu allora che Laura vide Filippone attraversare la strada.
      Era un omino tracagnotto, un po’ lento di comprendonio, ma gentile e ingenuo. Quasi tutti i giorni andava col fratello al mercato in città,
      tirando senza fatica un carretto carico d’ortaggi: ma adesso era solo e camminava senza una direzione, la testa sollevata al cielo e la bocca aperta come per bere la pioggia.
      Laura stava per chiamarlo, quando lui si fermò davanti alla casa del cestaio Jean-Cristophe Favre e prese a guardarla con insistenza. Non era diversa dalle altre case in quella zona del Balòn: la bottega al piano di sotto e le stanze a quello di sopra, il recinto, il cortile con il piccolo orto, l’intonaco biancastro che non si era ancora squamato al sole.
      Ma la porta era chiusa e le finestre sbarrate. Lo erano già da qualche giorno: ed era da qualche giorno che Laura non vedeva Jean-Cristophe.
      Molti torinesi erano scappati prima dell’inizio dell’assedio. Dopo che le bombe erano iniziate a cadere altri li avevano seguiti, trascinati dall’esempio dei nobili: la famiglia del Duca, metà della Congregazione, e perfino Sua Altezza Reale in persona, alla testa della cavalleria. 
      Come spinto da un’ispirazione improvvisa, Filippone aprì la porta della casa del cestaio. Fece un passo avanti per affacciarsi, poi arretrò di scatto. Mentre s’incamminava di nuovo sotto la pioggia leggera con un passo che sembrava una corsa, borbottava qualcosa che Laura era troppo distante per sentire.
      Era una scena molto strana: ma era anche strano che Jean-Cristophe avesse lasciato Torino senza nemmeno salutare i suoi vicini.
      «Papà, avete visto monsieur Favre negli ultimi giorni?» Fioreste scosse la testa.
      Laura continuava a pensare allo strano comportamento di Filippone, e ripensò alla notte in cui Fioreste era stato male: tutti i vicini avevano sfidato la paura dell’Uomo del Crocicchio per offrire il loro aiuto.
      «Vado a vedere se ha bisogno di qualcosa.»
      Si sentì addosso gli occhi di Fioreste, li evitò per non lasciargli leggere i dubbi e la paura. La mente era l’unica parte di lui rimasta agile come un tempo.
      Si tolse il grembiule e prese dal banco i guanti di seta, da due anni suoi compagni quasi inseparabili. Ogni volta che abbassava gli occhi per guardarsi le mani deturpate, Laura aveva l’impressione di sentire sulle labbra il sapore salato delle lacrime. Non quelle versate il giorno dell’incidente, mentre la soda bruciava la carne, ma quelle che sapevano di rimpianto e vergogna. Era già sulla porta, quando Fioreste le disse: «Po-u-ta il cane.»
      Anche lui aveva paura. Oppure era riuscito a sentire quella di Laura, a dispetto degli sforzi con cui lei aveva cercato di nascondergliela.
      Il cortile ospitava l’orto, il gabinetto, il capanno degli attrezzi e una tettoia sotto cui si riparava il cane. Non appena la vide, Calandrino cominciò a scodinzolare, uggiolando. 
      «Vieni» gli disse Laura. Mentre armeggiava con la corda per slegarlo dalla staccionata, Calandrino era troppo grato e felice per accorgersi che le stava leccando il guanto di stoffa e non la pelle della mano.
      Per strada c’erano alcune donne che portavano grosse ceste di panni, e che guardarono Calandrino con timore. Era un cane dall’indole mite, ma era pur sempre un grosso cane, imparentato con i lupi, che tirava la corda del guinzaglio con tale forza da minacciare di strapparla. Calandrino le ignorò, curioso di scoprire quel breve tratto di strada lontano da casa.
      Si fermarono davanti alla porta di Jean-Cristophe e Laura notò che era chiusa. Avrebbe giurato che Filippone l’avesse lasciata aperta, nella sua ansia di
      (fuggire)
      allontanarsi.
      Abituata a riconoscere i profumi più fini, Laura ebbe prima la sensazione di annusare qualcosa, e subito che non ci fosse niente da annusare. Niente di diverso dall’odore di pollame, sudore, pane sfornato che, quando il vento soffiava dalla parte giusta, nascondeva quello putrido delle concerie.
      Invece qualcosa c’era, e anche Calandrino l’aveva riconosciuto non appena era giunto all’ombra della casa, perché aveva smesso di tirare e fiutava l’aria, le orecchie e la coda dritte. Laura percepiva quella vigile consapevolezza, e non sapeva se sentirsi rassicurata o spaventata.
      «Monsieur Jean Cristophe?»
      Nessuno le rispose. Si sentì attraversare da una vampata di calore, chiuse gli occhi aspettando che passasse.
      Non sentiva alcun suono provenire da dentro, ma aveva la curiosa impressione che i rumori intorno a lei, e perfino la sua voce, suonassero meno vividi. Come se fossero stati assorbiti dall’ombra stranamente imponente della casa, che pure era piccola.
      Toccò la porta che si aprì come una bocca affamata. Calandrino annusò freneticamente, ma non si mosse di un passo.
      Laura guardò dentro: l’unica stanza era vuota, impregnata dell’odore di muffa e avanzi di cibo ormai guasto. Sul tavolo pasteggiava una colonia di formiche. Il pagliericcio era intatto. Non c’era nulla che facesse pensare a una sciagura, ma Laura capì che qualcosa doveva essere successo.
      Ecco cos’aveva sentito Filippone, poi Calandrino, e adesso lo sentiva anche lei: il disagio di chi si trova al posto sbagliato, di chi ha visto qualcosa che è meglio non vedere, pur senza sapere cosa.
      Aveva già conosciuto quella sensazione, e tornava a provarla ogni volta che si soffermava a pensare al modo in cui aveva ereditato la sua bottega.
      Era un lascito del saponaio Bruno, il suo vecchio padrone, che le aveva scritto una lettera per dirle che andava ad espiare il suo rimorso in un monastero.
      Quale rimorso, per quale crimine? La lettera non lo diceva.
      E Bruno non sapeva scrivere.
      Un dettaglio mancante, come nella casa vuota di Favre. Un dettaglio che Laura non riusciva a trovare ma che a volte le sembrava che vagasse come un’eco lontana dentro di lei.
      Un brivido la attraversò con violenza. Fece un passo indietro e si tirò contro la porta, asciugandosi un velo di sudore.
      Jean-Cristophe poteva essere rimasto ferito da qualche parte in città.
      Succedeva di continuo: una scheggia sollevata dallo scoppio di una bomba, un pezzo di cornicione franato nella via di sotto. Forse tra qualche giorno il cestaio sarebbe tornato a casa con una benda sulla testa e avrebbe ricominciato a intrecciare vimini per venderli al mercato.
      Oppure gli era successo qualcosa di più brutto. Molto più brutto.
      Per la seconda volta quel giorno, il pensiero di Laura tornò all’Uomo del Crocicchio che portava via la brava gente per prendersi la loro anima.
      La Congregazione aveva vietato le processioni religiose per evitare che gli assembramenti di persone finissero sotto il tiro delle bombe
      francesi. Laura non poté fare a meno di chiedersi se quella decisione non avesse reso più forte il nemico di Dio.
       
      ***
       
      Palazzo Graneri
       
      Le strade di Torino erano le stesse di tutti i giorni, rumorose e brulicanti di gente, eppure non erano le stesse.
      Le pattuglie della guardia civica erano più frequenti e guardinghe. Dai vicoli e dai mercati erano scomparsi i mendicanti, accolti nell’Ospedale di Carità, che lo volessero o no. Servi e monaci, suore e vivandieri indugiavano davanti ai banchi del mercato senza comprare, scegliendo con cura merci che costavano molto più di qualche giorno prima. E poi c’erano i profughi in fuga dalle campagne: uomini e donne di ogni età, dagli sguardi stanchi, spaventati, sconfitti.
      Mentre costeggiava il giardino del principe di Carignano, il conte Giovanni Battista Gropello si chiese quanti di quei profughi fossero spie infiltrate dal nemico.
      Due dame dall’aspetto matronale, tutte in ghingheri e pizzi, gli passarono davanti parlando fitto fitto.
      «È una follia restare ancora!»
      «Perfino Sua Altezza è fuggito…» Riconobbero Gropello e gli rivolsero un sorriso imbarazzato. Ricominciarono a parlare, ma a bassa voce. Dietro le alte cancellate e gli alberi del giardino del principe di Carignano emerse palazzo Graneri, tre piani di elegante pietra bianca di Gassino e una torretta d’avvistamento. Il picchetto di guardie scattò sull’attenti al suo passaggio; Gropello ricambiò con un cenno del capo.
      «Monsieur, siete atteso» balbettò un cameriere fermo ai piedi della scalinata.
      «Lo so.»
      «Vi… annuncio?»
      Gropello ringhiò: «Sono atteso.»
      Il valletto deglutì e fece un passo di lato per lasciarlo passare.
      Quando fece il suo ingresso nello studio il Conte scoprì di essere l’ultimo.
      Un gruppo di uomini fissava le mappe srotolate su una scrivania, altri si dissetavano con acqua e vino. Si voltarono a guardarlo: quasi tutti indossavano le uniformi dell’alto comando.
      Venne ad accoglierlo il feldmaresciallo von Daun. Gropello aspettò sulla soglia il padrone di casa osservandolo mentre cercava di non urtare mobili e invitati al suo passaggio. Era un uomo alto e imponente, reso goffo da una pronunciata zoppia.
      «Venite, venite monsieur Gropello.» Il suo francese era ottimo, ma l’accento alemanno era inconfondibile. «C’è un piccolo rinfresco» aggiunse, indicando un tavolo vicino alla finestra.
      «Possiamo cominciare?» chiese il vicario di polizia, conte Fontanella, asciugandosi il sudore che colava sotto la parrucca. «Altri impegni mi chiamano.»
      Sembrava esausto e ne aveva tutte le ragioni. Le bombe cadute sulla Città Vecchia avevano costretto molti torinesi a lasciare le case e cercare riparo sotto i portici di via di Po, e questo dava lavoro sia ai ladri che agli sbirri del vicario.
      Il tavolo del rinfresco era apparecchiato con pane, salame e fette di toma, calici e bottiglie di vino di Piossasco. Gropello notò che il generale si era adeguato ai gusti della corte torinese, gusti che avrebbero fatto storcere molti nasi, a Vienna come a Parigi. Era un segnale incoraggiante, da parte di chi doveva tenere uniti gli uomini del Duca nel momento più difficile.
      Si servì di salame e del croccante “pane a bastoncini” che i panettieri di Torino avevano imparato a sfornare da qualche anno, poi
      andò ad accomodarsi tra il maggiore della piazza Foschieri e l’ingegnere militare Bertola.
      Von Daun aspettò che tutti fossero seduti, aspirando lunghe boccate dalla pipa di porcellana. La fronte spaziosa e il viso rasato di fresco gli conferivano un’espressione piacevolmente rilassata, ma lo sguardo vigile nei suoi occhi faceva pensare a un’aquila in volo, pronta a planare sulla preda.
      «Ho buone notizie» disse, «una lettera arrivata ieri sera. Sua Altezza Reale è giunta sana e salva a Carmagnola senza scontri con il nemico.»
      «Sia lodato Dio» esultò il Vicario. Gli altri lo fecero in maniera più composta.
      Gropello si limitò ad annuire, anche perché aveva la bocca piena. Il pane era croccante, fresco di forno, e il formaggio saporito: Gropello ripensò a quanto erano costate le scorte di cibo messe da parte nei mesi precedenti. Il Duca voleva che il suo popolo e i suoi soldati fossero ben nutriti, perché li amava come un padre, o per lo meno perché gli piaceva sentirselo dire, ma anche per assicurarsi che non si diffondesse la tentazione di ribellarsi o disertare.
      Il governatore della Cittadella, monsù D’Allery, chiese la parola.
      «Il nemico ha quasi finito di scavare la prima trincea parallela alla linea di fortificazioni» spiegò, «dalla scorsa notte ci bombardano con
      una batteria di mortai che fa piovere massi nella Cittadella.»
      «Quanto tempo prima che arrivino sopra le nostre gallerie?» Von Daun si rivolse al capo degli ingegneri. Bertola si accarezzò il pizzo e rispose:
      «Dipende da quanto loro saranno veloci a scavare e da quanto noi saremo bravi a impedirglielo.»
      «Per questo c’è un solo modo» lo interruppe d’Allery. «Difesa aggressiva: sortite per rallentare gli scavi.»
      Gropello studiò quell’uomo snello dai gesti rapidi e nervosi come il suo modo di parlare. Un buon comandante: per lui parlava la carriera di vittorie. Un soldato ligio al dovere, che a Verrua aveva guidato una resistenza ben oltre ogni attesa o speranza. Un uomo sprezzante del pericolo, capace di continuare a combattere e incitare perfino con due pallottole in corpo. Non c’era da stupirsi che i suoi uomini lo venerassero.
      «Come si comportano gli ussari?» chiese uno degli ufficiali imperiali al seguito di von Daun, con un marcato accento gutturale.
      «Sono ansiosi di andare in battaglia» rispose D’Allery con un sorriso feroce.
      Il graduato lo fronteggiò con una smorfia di disprezzo.
      «Bestie selvagge sempre ansiose di sangue, io so che…»
      «Ci interessa la loro obbedienza e il loro valore» lo interruppe Von Daun.
      Gropello si scambiò un’occhiata d’intesa con Foschieri.
      I nobili austriaci avevano una bassa opinione degli ungheresi, che consideravano sudditi riottosi e alleati inaffidabili. Ma fino a quel momento i cavalieri ussari e i battaglioni di fanti che si facevano chiamare “aiduchi” avevano dato innumerevoli prove di coraggio nella difesa della città. L’estate precedente, il reggimento Bagoscy era riuscito a trattenere il nemico per oltre una settimana, resistendo all’interno di una comunissima cascina fortificata.
      Il Duca di Savoia era stato chiaro: contro un nemico superiore, per numero e armamenti, bisognava restare uniti. Così gli ufficiali piemontesi avevano accettato un austriaco come comandante supremo, e von Daun riconosceva davanti a tutti il valore degli ungheresi.
      Nel frattempo l’ingegner Bertola aveva aperto un’altra mappa sul tavolo per illustrare le difese sotterranee: due livelli di cunicoli che si allungavano verso la campagna, dalla Cittadella e dai principali bastioni della città.
      «Abbiamo scavato le gallerie di mina a sette metri» spiegò Bertola, indicando le linee che dipartivano dalla Cittadella. «Profonde abbastanza da arrivare sotto le trincee francesi facendo saltare in aria i loro cannoni. Le gallerie di contromina sono sette metri più in basso, appena sopra le falde di acqua. Da lì saremo capaci di bloccare gli scavi dei minatori nemici.»
      «Come arriva l’aria lì sotto?» Gli occhi di Von Daun guizzavano, freddi e intelligenti.
      «Stavo per dirvelo: sarà il nostro punto debole» ammise l’ingegnere. «I pozzi d’aerazione sono stati chiusi per ragioni di sicurezza, quindi dobbiamo lasciare aperti gli accessi alle gallerie direttamente nel fossato.»
      «Se il nemico riesce a scendere nel fossato…» Von Daun scosse il capo e i boccoli della parrucca danzarono attorno al suo collo. «Entrerà nelle gallerie… e da lì nella Cittadella.»
      «Parlateci chiaro» intervenne Gropello. «Quant’è concreto il rischio?»
      «Il fossato è profondo sei metri, liscio e ripido come il collo di un fiasco di vino» assicurò D’Allery. «Dovrebbero riuscire a calarsi con le corde, sotto il fuoco dei nostri moschetti. E se anche ci riuscissero, i granatieri sorvegliano gli ingressi alle gallerie.»
      Il suo ottimismo era contagioso.
      «Il capitano Bozzolino» continuò «ha istruito la compagnia di minatori: se per malaugurio i francesi dovessero conquistare una delle gallerie superiori, verrà fatta saltare la scala di collegamento.»
      «Quando dovremo preoccuparci delle gallerie?» chiese Von Daun al Bertola.
      «Non prima di metà luglio» rispose l’ingegnere, e un mese era abbastanza tempo da spostare il problema in secondo piano.
      Il consiglio di guerra passò a discutere l’organizzazione dei rifornimenti e degli ospedali, il pattugliamento fuori città, l’addestramento della milizia urbana.
      Il vicario di polizia espose la sua preoccupazione per l’aumento dei furti, anche se la minaccia della forca era stata un buon deterrente: un solo saccheggiatore era stato colto con le mani nel sacco, e subito impiccato.
      Delle scorte fece il punto lo stesso Gropello:
      «Abbiamo bestiame, farina, olio e vino per cinque mesi. C’è tutta la polvere da sparo che si potesse comprare, a qualunque prezzo… Ne stiamo fabbricando altra, ma non sono sicuro che sia abbastanza. Credo sia meglio che Sua Altezza Reale sia messo al corrente di quanta ce ne resta dopo ogni giorno di guerra.»
      Von Daun si limitò a un cenno d’assenso: la questione della polvere era già stata discussa prima della partenza del Duca.
      Prese la parola Foschieri per dire che i suoi uomini stavano sorvegliando le famiglie francesi a Torino, in particolare gli elementi sospettati di collaborare col nemico. Alcuni erano già ospiti delle carceri sabaude, altri sarebbero andati a raggiungerli nei prossimi giorni.
      Il generale Isnardi di Caraglio prese la parola. Era un uomo dalle spalle larghe, con l’aspetto d’un guerriero d’altri tempi. Come il conte d’Allery, anche lui aveva la fama di eroe: si era distinto nel difendere fino all’ultimo uomo la cittadella di Nizza. Per questo il Duca lo aveva nominato governatore di Torino.
      «Sono giorni difficili» esordì, girando attorno al tavolo. «Sugli spalti servono uomini forti e calmi, ma bisogna che anche il popolo sia forte e calmo, in modo che noi possiamo dedicare tutte le risorse alla difesa.»
      «I torinesi hanno fede nella vittoria» assicurò Foschieri. Nessuno poteva dirlo meglio di lui, che si aggirava in incognito tra la gente per saggiarne gli umori. E, si diceva, per far tacere le lamentele e i dissensi.
      «Hanno fede nella vittoria perché hanno fede in Dio.» Gropello si riferiva al prodigio dell’eclisse del 12 maggio. A distanza di due mesi, quel miracolo faceva ancora parlare: nelle osterie, tra i banchi dei mercati, ai lavatoi e perfino nelle chiese, durante le celebrazioni.
      Il Duca non avrebbe potuto sperare in un prodigio più favorevole a benedire la battaglia decisiva.
      Gropello aveva abbastanza esperienza da sapere che molti eventi guidati dal caso potevano venire ingigantiti dalla fede e dalla superstizione. Lui stesso, meno di due anni prima, aveva fatto giustiziare una pazza con la fama di strega, colpevole solo di trovarsi al posto sbagliato nel momento sbagliato.
      «Faremo bene a non confidare troppo nella fedeltà del popolo» ammonì. «Potrebbe cambiare come cambia il vento.»
      Il marchese di Caraglio divenne scuro in volto.
      «Da quando il Duca ha lasciato la città, molti stanno cercando di fuggire.»
      «Nessuno qui fugge.» Lo sguardo di von Daun era di ghiaccio. «Nessuno. Se no c’è la forca.»
      «Sua Altezza Reale aveva solo due scelte» ricordò d’Allery, con impeto. «Star chiuso dentro le mura di Torino, o disturbare le azioni del nemico con la cavalleria.»
      «Il difetto dei soldati… e dei generali» aggiunse Gropello quando i suoi occhi incrociarono quelli del governatore «è sempre una visione militare delle cose.»
      «Se sapete qualcosa che noi ignoriamo, parlate» lo invitò Bertola.
      Gropello si alzò in piedi, ottenendo subito il silenzio.
      «L’altra notte un ufficiale francese ha fatto una passeggiata davanti alle postazioni avanzate della Cittadella. Sotto il tiro dei nostri cecchini. Quante volte sostengono di averlo colpito, monsù D’Allery?»
      Il comandante della Cittadella lo fissò stupefatto: «Voi come lo sapete?»
      «Quante volte, monsieur?»
      «Tre. Ma era poco dopo il tramonto, la luce era poca…»
      «Tre colpi. Uno al petto, uno alla spalla e uno alla testa» Gropello spostò lo sguardo su Von Daun, poi su Caraglio. «E l’ufficiale, dicono i cecchini, non è morto. Non è caduto. Come se non si fosse accorto di essere stato colpito.»
      «È una fandonia!» esclamò Bertola. Gropello lo guardò con un sorriso amaro:
      «Chiaramente è una fandonia. Ma cosa dicono i soldati che erano di guardia?»
      Incalzato dagli sguardi dei presenti, il governatore rispose con un filo di voce: «Che l’ufficiale era una specie di diavolo.»
      Gropello annuì, senza l’ombra di un sorriso.
      «E voi, monsù Foschieri, volete raccontarci le dicerie di Borgo Dora e nell’isola di San Francesco su certe persone che la sera non fanno ritorno a casa?»
      «Dicono che è il Diavolo a portarli via» rispose il maggiore della piazza, stringendo le labbra in una smorfia di disappunto.
      «Non sono queste le cose di cui dobbiamo preoccuparci» obiettò Von Daun.
      «E invece sì.» Gropello tornò a sedersi, spostando lo sguardo su ciascun membro dell’alto comando. «Un diavolo che si aggira tra le trincee francesi e studia le nostre difese. Un diavolo che rapisce i torinesi dei quartieri poveri. Fantasmi che risorgono e si manifestano agli occhi dei loro cari. Questi sono segni, segni che il popolo potrebbe leggere a nostro sfavore. Non sono partiti solo il Duca e la sua famiglia. Anche la Sindone non è più in città, e prima o poi qualcuno potrebbe ricordare che Torino non gode più della protezione della più santa delle reliquie. Finché il popolo crederà che Dio è dalla nostra parte, non dovremo temere disordini. Ma se dovesse capitare il contrario…»
      Nessuno ebbe la forza, o il coraggio, di finire la frase.
       
      ***
       
      Parco del Viboccone
       
      I bambini camminavano lungo il viale del parco del Duca, sotto la volta di una cattedrale fatta di rami e foglie. Erano vestiti tutti uguali, calzoni neri e camicia bianca, e formavano una fila ordinata, come piccoli soldati. Educati, gentili, silenziosi.
      Così gli orfanelli dell’Ospedale di Carità mostravano gratitudine verso il Duca e verso le istituzioni che si erano prese cura di loro.
      Quel giorno avevano scoperto fontane con giochi d’acqua, aiuole di fiori, radure nascoste, piccole colline e isolette. Da lontano avevano anche ammirato le corna di un cervo. Erano gli incanti della tenuta di caccia del Duca, di cui la corte poteva godere a piacimento, e che ogni tanto, con gran sfoggio di cristiana carità, venivano offerti ai sudditi più sfortunati.
      C’era una fenditura nel fianco della collina, una rientranza impossibile da vedere a meno di prestarvi molta attenzione, eppure larga abbastanza da permettere di entrare uno per volta. Conduceva in una grotta col pavimento di pietra, e la cascata era una tremula parete che lasciava passare la luce del sole.
      Sto sognando.
      La consapevolezza attraversò Gustìn mentre il se stesso bambino entrava in una finta grotta e vi scopriva panche con cuscini e un tavolo imbandito di biscotti e panini con burro e zucchero.
      Era un sogno fatto di ricordi sbagliati.
      Il parco e la grotta artificiale erano quelli del Viboccone, ma Gustìn non poteva averlo visto da bambino perché era stato chiuso molto tempo prima che lui nascesse. 
      La visita degli orfanelli nel parco del Duca era accaduta davvero, sì, ma alla Venaria, mentre la vecchia tenuta di caccia del Viboccone aveva accolto alcuni incontri segreti di Gustìn quando già lavorava per Gropello, per questo riconosceva i luoghi. 
      Il suo sogno stava mescolando ricordi di età diverse alle fantasie del bambino che era stato, quando le caverne dall’aspetto misterioso nascondevano tesori e incredibili avventure.
      Rivivendo quel ricordo vide padre Olindo con il suo sorriso.
      (Un sorriso falso come quello di Giuda)
      Il bambino che giocava nella finta grotta non sapeva che qualche anno dopo avrebbe odiato il prete con tutto il cuore. Che avrebbe cercato di ammazzarlo, per quello che aveva fatto a… Milo.
      (Lui… è qui?
      Sì, c’era. C’era anche lui quel giorno.)
      Guidato dalla consapevolezza del se stesso adulto, il Gustìn bambino si voltò a guardare l’amico inseparabile della sua infanzia.
      Milo era troppo magro, perfino tra gli orfanelli dell’Ospizio di Carità, e troppo pallido, con i segni viola sotto gli occhi di chi dorme troppo poco. Si stancava e si ammalava facilmente, eppure quel giorno aveva fatto di tutto per essere il primo della fila. Forse per essere sicuro di vedere tutto quello che poteva, il più in fretta possibile: come se avesse saputo che non gli rimaneva abbastanza tempo.
      Il ricordo della morte di Milo penetrò con violenza nella mente di Gustìn
      (morte imminente… oppure già avvenuta?)
      e gli fece così male che minacciò di svegliarlo.
      «T o r n a  a  s o g n a r e, G u s t ì n!» disse Milo con una voce che sembrava troppo lontana. Lo prese per mano, trattenendolo accanto a lui nel sogno, come per chiedergli di rimanere piccoli e senza pensieri ancora per un poco, dimenticando entrambi di essere l’uno diventato adulto, l’altro cibo per i vermi.
      Era stato Gustìn ad accorciare il suo vero nome, Camillo.
      Torna a sognare!
      Il tenente che conduceva la visita al parco fece segno ai bambini di seguirlo per un’ultima sorpresa. Dell’ufficiale Gustìn non ricordava il nome né il viso, ma avrebbe potuto descrivere nei particolari il numero di galloni d’argento sulla divisa blu del reggimento Guardie, la forma delle fibbie degli stivali, la foggia del cappello.
      Oltre alla cascata c’era un sentiero tra due file di gabbie dov’erano rinchiusi grossi animali d’aspetto minaccioso, bestie feroci che la Famiglia Reale aveva portato a Torino da ogni parte del mondo. Il bambino Gustìn sentì soltanto puzza di merda e piscio, ma la coscienza che viveva in lui e che sapeva tutto avvertì qualcos’altro. Qualcosa di oscuro.
      Un brivido lo percorse quando le dita della mano che stringeva nella sua divennero aguzze come ramoscelli e fredde come ghiaccioli.
      Comprese, con la certezza che appartiene solo ai sogni, che il bambino che lo teneva per mano era morto eppure in qualche modo cosciente. Quella stessa gelida certezza gli suggerì la parola “risvegliato”.
      Non guardarlo in viso! si sentì dire, ma la voce non usciva dalla bocca.
      Parlò invece Milo, di nuovo con quella voce strana
      «F e r m a l i   G u s t ì n!»
      Chi devo fermare?
      (Non guardare Milo!)
      Cosa devo impedirgli?
      (Non guardarlo, per carità!)
      «F e r m a l i   o   s u c c e d e r à   q u a l c o s a   d i   t e r r i b i l e.»
      Voglio svegliarmi, pensò nitidamente. Voglio tornare a casa.
      «T u  s e i  g i à  a  c a s a» sibilò Milo.
      Attratto da una volontà estranea e implacabile, lo sguardo di Gustìn si posò sulla gabbia più vicina. Era vuota, ma conteneva dei mobili.
      Mobili di una camera da letto. La sua camera.
      Gustìn aprì gli occhi e scoprì di essere sdraiato nel suo letto: i tenui bagliori color latte della luna s’insinuavano dalle fenditure della finestra rivelando i contorni della stanza, l’armadio, la cassapanca, il tavolino con lo specchio e la bacinella.
      Non provò nemmeno a cercare di riaddormentarsi. Glielo impedivano il cuore che batteva fortissimo e la sensazione di puzza che sembrava uscita dal sogno per aggrapparsi a ogni pelo nelle sue narici. Puzza di selvatico, di serraglio, di belve feroci.
      Udì il soffiare di un gatto.
      Castore e Polluce avevano abbandonato la loro posizione preferita, in fondo al letto. Castore aveva il pelo fulvo e i modi guardinghi, e occhi astuti da cacciatore; Polluce era smilzo e nero come la notte, lo sguardo vivace.
      Gustìn vedeva le loro sagome sotto il tavolo della toeletta, le code basse e gonfie, lo sguardo fisso in direzione della cassapanca.
      Li chiamò e loro non risposero, immobili come solo un gatto sa essere quando studia una preda. O un altro predatore.
      Solo allora Gustìn si accorse che nella stanza faceva freddo. Un freddo concreto, reale, come quando si è preda della febbre.
      Il caldo di quell’estate del 1706 toglieva il fiato, e lui era scosso dai brividi.
       
      ***
       
      Palazzo Levaldigi
       
      La vedova del conte Truchi di Levaldigi, Maddalena Quadro, chiuse la porta.
      Girò la chiave nella serratura e nascose la porta dietro il tendaggio di velluto nero. Tutte le pareti della stanza erano coperte di nero, tranne una nicchia, a cui si accedeva varcando un sottile velo di stoffa bianca.
      La vedova controllò che sul mobiletto accanto alla parete tutti gli oggetti fossero disposti nel modo giusto: inchiostri, pennelli, un flauto e tre campanelle d’argento. Infine raggiunse al tavolo il consigliere Bonaventura Dentis, che la aiutò ad accomodarsi prima di farlo a sua volta. Solo allora cominciò a parlare:
      «Mi preme rammentarvi il vostro giuramento: nulla dovrà essere divulgato, per nessun motivo al mondo.»
      L’uomo alla sua sinistra, il botanico Filippo Monier, teneva le mani sulle spalle della moglie, già seduta al tavolo. Il viso accigliato di lei, la
      sua postura rigida, piegata in avanti, davano la sensazione che cercasse di sfuggire a quella presa, piuttosto che esserne protetta. Entrambi annuirono.
      «Le nostre sedute hanno un unico motivo» continuò la dama. «Avere la possibilità di parlare con i nostri cari. Da quando ci siederemo a quel tavolo, le nostre volontà e i nostri pensieri dovranno essere interamente votati a questo scopo.»
      «Non occorre ricordarcelo» protestò Monier.
      «Sì, invece.»
      A parlare era stata l’unica persona nella stanza che non indossava un abito di squisita fattura, una parrucca ben acconciata o gioielli di valore. Una donna di età avanzata, con addosso vestiti dai colori troppo vivaci perfino per i gusti delle dame più stravaganti, un foulard a nasconderle i capelli. L’unico gioiello era un ampio orecchino dorato. La donna, già seduta al tavolo in corrispondenza dell’unica tenda bianca della sala, era una zingara.
      Quella presenza avrebbe potuto screditare la reputazione della padrona di casa e perfino dei suoi invitati: non molti anni prima, la Madama Reale aveva proclamato editti severi contro i gitani. Eppure, quando la zingara disse “sì, invece”, nessuno osò metterla a tacere. Nessuno osò contestare quelle due parole.
      «Siete persone istruite, senza pregiudizi» dichiarò la Contessa, dopo un lungo silenzio. «Avete già incontrato apparizioni come quelle che cercheremo di evocare stasera. E ben sapete come io non sia nuova a tali esperimenti. Ma vi posso giurare, su ciò che mi è più caro, che in questa casa non erano mai avvenuti prodigi tanto straordinari come quelli a cui ho assistito nelle ultime notti.»
      Dall’esterno proveniva il rombo delle cannonate: l’attacco alla Cittadella era ricominciato. Eppure, in quel luogo sepolto sotto spesse fondamenta di pietra, il mondo reale sembrava lontanissimo.
      «Perché gli spiriti sono agitati?» domandò Monier. La vedova scosse la testa: non sapeva perché da qualche giorno i sussurri fossero diventati grida, o perché ciò che prima era stato invisibile avesse scelto di manifestarsi in modo tanto chiaro.
      «Forse domanda non giusta.» La zingara aveva una voce che pareva quella di una ragazzina. «Forse domanda giusta non è “perché”, ma “per chi” spiriti sono agitati?»
      «Volete dire che qualcuno sta agitando gli spiriti?» Il consigliere Dentis sembrava parlare in falsetto. Si diceva che fosse stato castrato da bambino affinché potesse dedicarsi al canto.
      La zingara lo fissò con i suoi occhi di un castano rossiccio: occhi intelligenti, che come la voce sembravano di una persona molto più giovane.
      «Qualcuno scava in parete tra nostro mondo e quello di morti.»
      Una bomba scoppiò vicina, seguita da grida di paura e di allarme. 
      «Possono farci del male?» chiese la moglie di Monier.
      «Spiriti non ha potere su vivi, se vivi non concede. Se tu cerca paura, tu ha paura. Se tu cerca insegnamenti, tu riceve.»
      «Ma se vogliamo incontrare una persona amata non è detto che verrà.» C’era una nota amara nella voce della vedova. «Non si può sapere se lo spirito si manifesterà e rimarrà in silenzio, o se non risponderà alla chiamata.»
      «Ma se è vero che le apparizioni in questi giorni rispondono in modo più nitido che in passato…» la moglie del botanico fece un lungo sospiro «non c’è momento migliore per provare a parlare con i nostri defunti.»
      Lo pensavano tutti. Per quello erano lì.
      In silenzio presero posto, mentre Dentis spegneva tutte le lampade della sala, tranne quella sul tavolo, che aveva i vetri verniciati di rosso: il baluginare sanguigno permetteva di distinguere i visi e le mani dei presenti, avvolgendo invece la sala in una tenebra che ne faceva smarrire le dimensioni. Il tendaggio dietro la zingara, esposto a quella luce, sembrava una cortina di nebbia scarlatta affacciata sul nulla.
      «Formiamo la catena» comandò Dentis, e tutti allungarono le mani sul tavolo, incrociandole con quelle dei vicini. «Il nostro spirito guida è un soldato austriaco, crediamo sia caduto pochi giorni fa durante l’assedio. Si chiama Stephan. Tre colpi quando risponde sì, due per il no. All’inizio lasciate che sia madame la contessa a porgere le domande, poi parlate uno per volta.»
      Prese un campanello e lo fece suonare tre volte: il trillo si prolungò nell’aria in piccoli echi fino a svanire nel nulla.
      Il silenzio durò un istante, poi la zingara cominciò a borbottare qualcosa nella sua lingua. A poco a poco, i lineamenti diventarono rigidi come una maschera, la testa appoggiata sulla spalla e la bocca socchiusa.
      Borbottava a voce sommessa, con interruzioni sempre più lunghe della sua musicale parlantina.
      Sussultò una volta. Una seconda.
      La tenda alle sue spalle cominciò a gonfiarsi.
      Il drappeggio faceva intuire la forma di un viso, di una parrucca militare e perfino di baffi. Divenne la sagoma di un uomo. Era come se una persona si fosse avvolta nei veli e vi fosse passata attraverso.
      «Mi ha toccato la spalla!» esclamò la moglie di Monier.
      «Descriveteci cosa succede» la invitò il consigliere.
      «È… una mano. Grande, pesante. Una grossa mano!»
      «Siamo in presenza del soldato Stephan?» chiese Dentis ad alta voce.
      Tre pacche si susseguirono una dietro l’altra.
      «Mi ha preso per un braccio… come per staccarmi dalla catena!» La voce della donna tremava eccitata.
      «Lasciatelo fare!» esclamò la vedova.
      Il braccio destro della donna si sollevò, la mano ruotò all’indietro, muovendosi piano a descrivere un piccolo cerchio.
      «Sto toccando un viso! Sento i baffi che mi pungono le dita.»
      «È lui» disse il consigliere «vuole farsi riconoscere.»
      A conferma di quelle parole, si levò nell’aria un odore estraneo: sudore e polvere da sparo. La vedova suonò il campanello.
      «Soldato Stephan, vi chiedo se altre entità sono presenti.»
      Si udirono tre colpi sul legno del tavolo rimasto al buio. Sì.
      «Vogliono manifestarsi?»
      Due colpi. No.
      I presenti si scambiarono sguardi confusi, escludendo la zingara, l’unica immersa in uno stato simile al sonno.
      «La nostra chiamata vi ha offesi?» continuò la contessa.
      No.
      «Qualcuno tra noi vi procura fastidio?»
      No.
      «Qualcosa vi impedisce di parlare?»
      Tre colpi. Sì.
      La voce del botanico tremò nel silenzio.
      «Qualcuno vi impedisce di parlare?»
      Sì.
      Una corrente d’aria gelida si insinuò nella stanza, facendo muovere le tende.
      «Siamo in presenza del soldato Stephan?» riprovò la vedova.
      Sì.
      «E ci sono altri spiriti in questa stanza?»
      Sì.
      «Qualcuno che… abbiamo amato?»
      Sì.
      «Posso parlare con lui?»
      No.
      La zingara mosse la testa come per allontanare un insetto fastidioso.
      A tutti fu chiaro che stava facendo cenno di no.
      Vi fu un’altra ondata di gelo, più forte della precedente: la accompagnò una nauseante zaffata di odore dolciastro. La contessa era vicina alle lacrime:
      «Vi imploro!»
      Il consigliere Dentis aprì la bocca e per qualche istante sembrò quasi in lotta con se stesso, incapace di proferir parola. Poi gridò:
      «Di chi avete paura? Chi vi minaccia?»
      Rispose un rumore di vetro che batte su legno, poi un altro, più sottile, come quello di una mano che gratta sulla porta con le unghie.
      Un ultimo refolo di vento freddo fece tremare le tende. Poi la zingara aprì gli occhi, lentamente. Si guardò intorno e disse:
      «Andati via.» Era stremata.
      Il consigliere si era alzato per accendere i lumi, la sua voce parve arrivare da lontanissimo. «Venite a vedere.»
      Sul tavolo contro la parete era stata rovesciata una boccetta di inchiostro, qualcuno aveva scritto sulla tovaglia di lino:
       
      le Traditeur
       
      Una parola francese che ormai si udiva soltanto in chiesa, vecchia di secoli. La lingua comune preferiva “traître” per indicare il traditore.
      Gocce di inchiostro colavano dalle estremità contorte delle lettere.
      Sembravano lacrime color cenere.

    • CANTO AFRODISIACO 

      Mi alzo dal letto con una canzone in gola ,  sono ad un passo dal sogno di milioni di persone ,  canto la bella vita mentre  osservo le mutande della signora stese al sole ad asciugare. Canto  di una città piccola, bella,  dannata nella sua voglia di essere , frenetica   nel suo sesso sfrenato,  nel senso di capire chi siamo.  Tutto scorre ,scivola via  con il  canto del netturbino che  s'ode mentre pulisce le strade, raccoglie  profilattici  colorati ,  gettati sotto il marciapiede,  dove germi e microbi , saltellano  allegri , felici di essere figli di  un dio minore.
      Bello , tanto bella  questa vita , insieme al popolo dei sogni ,  insieme alla donna dei miei canti  insieme a Carolina che la da per pochi  euro e ti sorride contenta dopo averlo fatto.   Insieme a Giovanni che se la ride in un angolo di muro. Insieme alle mie ridicole poesiole   nel canto  che mi conduce   verso altre terre , verso un destino diverso.  Ero io,  a vivere e ridere   ben vestito come un re di picche  sul  punto dal  capire ogni cosa. Ero  io  la bomba che esplose in mezzo alla folla  .  Ero io  il verso   dei poeti ubriachi, danzanti ignari in questa ballata in onore della  casta vergine . Pregando,  inginocchiati derelitti in altri odi,  in altre litanie come ieri,  oggi sono quello che sono e non ho scusanti,  sono solo all’inizio di un altra canzonetta.
      Bello,  troppo bello , tanto da non poter capire  cosa sia veramente  successo . E vedrai  il mondo cadere nella fossa dei serpenti,  vedrai con i tuoi occhi cadere l’uomo nella buca , farsi male,  alzarsi poi chiedere i danni insanguinato.  Matto più matto dell’orco citrullo dai denti d’acciaio. Vedrai il mondo , donarti il suo amore , sarai   bello più bello di ieri ,  sarai la pupilla di un dio inerme dentro la fossa dei leoni.   Sarai quello  desideri essere e non ci saranno scusanti ne matrone in pantaloncini,  non ci saranno amanti ad attenderti alla fine del tuo viaggio .  Ubriaco fradicio , sbattuto dentro un racconto , dentro un panino con prosciutto. Sarai,  ricorda l’amore di una donna sola,  sarai l’ultimo ed il primo.  Sarai e non pensare  di essere stato tradito  anche  tu dalle tue poesie .  Tu  gira a largo , nuota veloce , contro le mille correnti avverse,  non aver paura di annegare dentro la tua casta  ragione . Non avere paura di dire ciò che sei . Sarai sempre il suo amore,  sarai sempre la sua giovinezza e nel tempo trascorso insieme , sarai figlio mio l’amore di un tempo deriso,  sarai  solo al principio,  fino alla fine,  ed  io  sarò  sempre con  te.

      E ci sarà sempre qualcuno  al  mercato,  venderà  patate e  memoria,  si metterà in posa  , si farà fotografare per  apparire su facebook . Ella,  bella cosi bella, il sangue scorre come un fiume in piena,   sconvolto,  rimango nell’amplesso nella voglia  della sua  giovinezza. Figli della mia bellezza,  ebbrezza,  stato d’animo   mi conduce a capire ciò che sono stato,  ciò che sarò.  E quando salterai il fosso dei dubbi ,  ti troverai da solo contro i giganti del pensiero,  sarai li pronto a combattere con le tue virtù. Il vizio  ti corrode ti rende inerme nell’attimo  incerto nella morte insita nelle frasi copiate di qua e di là  in poemi fantastici . In  amori paradisiaci,  tutto uscirà  fuori come un  dolce  canto nel  gaio mattino nell’eco del vento,  poscia  mi ha condotto in una nuova storia contro l’ingratitudine .  Contro il male ho mangiato mortadella, ho mangiato salame , ho mangiato questo cosciotto d’agnello ed ho ruttato dopo aver bevuto  vino poi mi sono addormentato con la televisione accesa ho sognato d’essere  Carlo Conti ho sognato di fare l’amore con Vanessa incontrata. 

      Quando l’amore busserà alla tua porta sarai nudo, sulla  soglia del peccato e non  saprai  che pesci pigliare , sarai come il primo uomo su questa terra , sarai Adamo in cerca di Eva , sarai il dio dei padri , sarai e non capirai cosa ti succede.   Solo nello  scorrere per rime ed altre imprese,  nell’ossesso del sesso negli anni miti  che  avanzano e danzano con te. Nel bel valzer delle  vacanze  tra le braccia di una donna matura  tra le mani delle caste signore una pena enorme,  un lungo sorriso,  un ammiccamento , sono ad un passo dal cadere tra le sue braccia , la stringo , la faccio mia , sono il suo amore il suo tormento , sono il bene ed il male,  sono l’ultimo uomo,  il suo  primo amore. 
      Ed il treno continuerà a correre sulle rotaie di ferro ed il ballo non avrà mai fine . Viaggiare  dentro la   notte dei  tempi,  fino alla fine di questo ossesso,  nella speranza miezzo all’ate , miezzo fatto,  miezzo pazzo in questa piazza desolata  guardando la gente  in faccia che passa va in chiesa entra nelle sacre Mure entra senza togliersi il cappello . Poi   qualcuno  ordina  un caffè al bar dello sport ed il barista ride  sotto i baffi . Sà  che sua moglie ha pulito e lavato
      casa ,  ha messo ogni cosa apposto , ha messo a letto i bimbi,  ha svuotato la cantina dei ricordi . Ed è un giorno fortunato per il barman questo , tanta gente entrerà dentro il  suo bar  , tutti vestiti per bene,  chi non ha più nulla da dire. Tutti  sono felici , oppure  folli e nun c’azzecca niente se  hai il pene piccolo,   le pene sono tante come le stelle del cielo.  Aspettiamo l’ora  per poter dire la nostra , poter cantare la nostra canzone,  tutti insieme in mezzo alla bella piazza , insieme ai pazzi del paese , insieme al cane legato ad un palo,  insieme al calzolaio ,  al sarto insieme a Carolina che la da sempre per pochi euro per la felicita di tutti. 
       

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