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    • Massimiliano Lanza
      Massimiliano Lanza
      Commentari biblici anno C 2015/2016
      La presente bozza, che si spera diventerà un volume, rappresenta la raccolta di tutti i commentari biblici effettuati dall'autore nell'anno liturgico 2015/2016, riguardanti i Vangeli domenicali e festivi dell'anno C, proclamazione dell'Evangelo Secondo Luca.
      Massimiliano Lanza, Biografia:
      nato a Biella il 25/08/1970, dopo il Diploma di Maturità Magistrale indirizzo sperimentale socipsicopedagogico, ha intrapreso per 4 anni la Scuola Diocesana (Diocesi di Biella) di Formazione Teologica, per 6 anni il Corso Istituzionale in Sacra Teologia con tesi "Il Peccato Originale" e per un solo anno l'Istituto Superiore di Scienze Religiose di Novara affiliato alla Pontificia Facoltà Teologica dell'Italia Settentrionale.
       
      Da vent'anni lavora per il mondo della scuola, presso l'Istituto di Istruzione Superiore "G. E Q. Sella" di Biella; in questi anni, limitatamente a tempi e circostanze, ha continuato gli studi:
       
      nel 2008 ha conseguito il Master Post Laurea (solo a corsi singoli) in Didattica a Distanza e Filosofia Medievale sul Web presso la Drengo Srl di Roma;
       
      Nel 2016 ha conseguito l'Attestato a corsi singoli in Scienze Infermieristiche presso l'Università degli studi del Piemonte Orientale presso la sede di Biella;
       
      nel 2017 ha conseguito la Laurea in Scienze dell'Amministrazione e Consulenza del Lavoro (L-19) presso l'Università degli studi di Torino con tesi: "Lettura ad Alta Voce: la cura degli altri e di sé alla luce delle Medical Humanities", nel 2018 l'Attestato in Ingegneria della Sicurezza presso l'Università Insubria di Varese, nel 2019 il corso di Formazione Universitaria in Criminologia presso l'Università Nuova Bicocca di Milano e attualmente è iscritto al III anno (dopo riconoscimento crediti) al corso di Laurea Magistrale a ciclo unico (LMG/01) in Giurisprudenza presso l'ateneo torinese.
       
      Ha curato per due trienni i commentari biblici anno A, B e C del lezionario, e a tal proposito ha collaborato con alcuni enti sociali e religiosi.
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
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      Commentari Biblici riferiti alle letture bibliche di domenica 29 novembre 2015 – I DOMENICA DÌ AVVENTO C A cura di Massimiliano Lanza.
       
      Geremia 33,14-16
       
      Tessalonicesi 3,12-4,2 Luca 21,25-28.34-36
       
      Il linguaggio è apocalittico. Oggi celebriamo la prima domenica dell'avvento del Signore. Ci accompagnino le parole di Giovanni Paolo II, aprite, spalancate le porte a Cristo ed egli vi salverà. Come i primi cristiani, diciamo: vieni Signore Gesù! Oggi applichiamo anche il Credo, là dove afferma: "Aspetto la risurrezione della carne e la vita del mondo che verrà, Amen".
       
      L'avvento apre una stagione nuova per la comunità cristiana. Quel figlio che c’è dato è segno e garanzia di una promessa di un futuro, inizio di un'umanità riconciliata dentro l'amore di Dio che di fa carne nell'Immanuel, il Dio con noi. Prepararsi per il Natale è un dovere sacrosanto per un cristiano, un appuntamento antico di venti secoli. È un appuntamento sempre nuovo perché Dio è novità assoluta, perché Dio non si ripete mai, sempre nuovo è il tempo della vita! Ogni momento ci offre esperienze identiche, caratteri originali e singolari. La nostra coscienza ha i suoi limiti. Ogni volta Dio suggerisce e indica a ciascuno di noi itinerari sorprendenti e singolari; ci invita a essere fedeli, responsabili, vivaci in modo crescente.
       
      Moltman J. afferma che dobbiamo avere speranza nella vita eterna, durevole e sicura.
       
      Bessone A.S. afferma che l'Avvento propone una speranza realistica e il credente attende il sole che sorge dall'alto.
       
      Geremia, nella pericope contenuta nella prima lettura, ci presenta il Messia, Gesù, come i profeti avevano previsto!
       
      Nel testo evangelico è contenuto il termine apolutrwsiV - apolytrosis, che significa redenzione, perché Dio ci vuole bene e vuole salvarci tutti (se lo vogliamo!).
       
      Occorre regalarsi alcuni momenti dello spirito: la preghiera quotidiana è importante per coltivare l'amicizia e la comunione con Dio durante la Settimana, di là dalla Messa domenicale, sempre indispensabile, ma non basta! Dobbiamo rompere i ritmi stressanti del lavoro e mettersi in ascolto del Figlio e del Padre, è necessario confrontarsi con la Parola di Dio, lasciarsi penetrare e orientare, è il Signore che parla! E per chi ci crede davvero anche i regali di qualche messa la settimana. Questo momento dello Spirito dovrebbe essere il pane quotidiano, un'esigenza interiore, una necessità. Dobbiamo avere fame e sete di Dio.
      In secondo luogo dobbiamo santificare il lavoro: il dovere di ogni giorno non è tempo perso ma il luogo normale dell'incontro con Dio, facendo tutto con amore, serenità, competenza e professionalità come persone giuste e oneste. La preghiera impegna la vita e la vita si fa preghiera. Siamo i sacerdoti della vita e il lavoro diventa il nostro sacrificio, la nostra Messa.
       
      In terzo luogo dobbiamo impegnarci per il servizio agli ultimi, a cominciare da coloro di casa nostra e della nostra comunità. Ogni persona che incontro mi porta il mistero di Dio, innanzi tutto l'attenzione: dobbiamo accorgerci che gli altri ci sono e hanno dei problemi. La cosa più importante è l'ascolto, farci carico delle loro esigenze e urgente e dare una mano in concreto a chi ha bisogno. Dio è dentro, s’incarna a tutte le situazioni di disagio. I poveri sono la “carne di Dio”. Cristo non nasce perché Cristo è già nato e noi non ci siamo accorti, abbiamo a volte detto di no e non accolto. Maria, la madre di Dio, ci doni la sua mente, il suo cuore ma soprattutto la sua fede e il suo amore.
       
      Di parole ne abbiamo già pronunciate molte e con queste ultime auguro a tutti
       
      voi un buon cammino d'avvento!
       
      Massimiliano Lanza
       
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      Commentari Biblici riferiti alle letture bibliche di domenica 06
       
      dicembre 2015 – II DOMENICA DÌ AVVENTO C A cura di Massimiliano Lanza.
       
      Baruc 5,1-9
       
      Filippesi 1,4-6.8-11
       
      Luca 3,1-6
       
      Oggi la pericope evangelica ci dice che la "Parola di Dio, che è eterna, tocca l'uomo nel tempo" (Bessone A.S., Prediche della Domenica : 15), ma non i potenti, Giovanni il Battista, semplice come tanti altri personaggi biblici. Con Lui si può dire che la Parola di Dio affonda letteralmente, come afferma Bessone A.S., essa cade su un giovane di circa 26-28 anni, un germoglio che spunta nel deserto, luogo sterile, che è però predicatore efficace.
       
      La prima lettura ci ha fatto intravedere quello che saremo: Gerusalemme sarà ricostruita e il popolo ritorna alla città, perché è un popolo nuovo. La prima lettura è di Baruc, nello spazio temporale tra Baruc e noi nasce Gesù Cristo, il quale ha adempiuto la sua promessa. L'Evangelista Luca narra che “nell'anno quindicesimo dell'Impero di Tiberio" scende il fiume di grazia verso di noi, la Parola, il Logos, Dio stesso! La nostra è l'unica Religione in cui Iddio scende e
      si fa carne: è l'annuncio del Natale: “il Verbo si è fatto carne”! Ci sono proclamate le grandi opere di Dio! Giovanni il Battista anticipa ciò che avverrà con la Vergine Maria ma Egli predica con "forti parole", Maria fa silenzio. Entrambi perseguono lo stesso obiettivo ma in modo diverso; in Maria, ad esempio, c'è stato il sì, in modo diverso a Giovanni Battista, il migliore dopo Cristo tra i nati di donna e Maria la migliore dopo Cristo tra i nati di donna, direi per entrambi i migliori insieme a Cristo, anche se Cristo viene sempre prima di tutto!
       
      Il capitolo proposto oggi dalla Chiesa è parte del cosiddetto "trittico pre-sinottico", in altre parole l'evangelo di Luca, nella sua fase preparatoria, attinto dalla tradizione orale. Vi è, nonostante quanto affermato sopra, una separazione tra Giovanni il Battista e Gesù, è inserita la genealogia di Gesù, la conversione ha un carattere pratico e quotidiano.
       
      Giovanni il Battista ci fa capire che "c'è un deserto abitato da abitanti velenosi (il peccato), ma anche un deserto buono", un deserto di purificazione, orientato dalla parola, efficace e feconda; egli inaugura un "secondo esodo". G. B. "non annunzia un codice religioso e morale... ma predica la penitenza in vista della remissione dei peccati" (B. Prete). Ogni uomo vedrà la salvezza di Dio è una frase importantissima e il termine greco di riferimento è soterion, da soteria, salvezza.
       
      Terminando possiamo affermare che, una volta che siamo raggiunti dalla Parola “divina”, siamo sanati. Giovanni Battista, dopo la discesa della parola si è fatto testimone invocando il Signore. Che cosa dobbiamo dire ai fratelli dopo aver ascoltato la Parola? "Rallegratevi, o fratelli, i vostri nomi sono scritti nel cielo"! Gli angeli, a Natale dicono ai pastori: vi annunziamo una grande gioia. Cristo risorto: i discepoli gioirono nel vedere il Signore. Amen Massimiliano Lanza
       
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      Commentari Biblici riferiti alle letture bibliche di martedì 08
       
      dicembre 2015 – IMMACOLATA CONCEZIONE DI MARIA (Solennità) A cura di Massimiliano Lanza.
       
      Genesi 3,9-15.20
       
      Efesini 1,3-6.11-12
       
      Luca 1,26-38
       
      Maria, priva del peccato originale, è la piena di grazia; lei ci spinge ad
      assomigliare sempre di più a Dio, al suo Figlio Gesù, sforzandoci di diventare santi e immacolati in Dio, come la Vergine Immacolata.
       
      Dio ha guardato Maria con occhio di predilezione e l'ha preservata dal peccato originale. Siamo peccatori fragili e siamo inclini al peccato. Dio ci vuole bene, come un padre vuole bene a suo figlio in qualsiasi condizione si trovi. Dio non annulla la ragione umana, il bisogno di capire. Se siamo capaci di cogliere i segni dei tempi possiamo interpretare la volontà di Dio su di noi e troviamo una spiegazione alla croce, alla redenzione. È necessario iniziare una relazione nuova.
       
      Dio si rivela nella storia, segue naturalmente la storia dell’uomo.
       
      In Maria vi è l'accettazione, lei è la cariV - karis, in altre parole piena di grazia, lei è la gioia, infatti, la giusta traduzione non è “Ave Maria” (sebbene terminologicamente corretto) ma “Rallegrati Maria”, non è un semplice saluto, ma identifica teologicamente Maria nella storia della salvezza cristiana. Il termine kecaritomenh - kecharitomene – è un passivo – l'ordine è venuto da Dio e viene da Dio stesso. Il termine significa piena di grazia ed è un aoristo passivo, derivante da ecortasqhn - ecortastzev.
       
      Il filosofo Wiggestein, autore del Tractatus Logicus Philosoficus, ha parlato dell'importanza del giardino, superiore alla casa, nel giardino l'uomo è stato ingannato dal serpente e in un giardino l'uomo è stato redento. Paradiso deriva da paradeison e significa giardino. Il giardino è un recinto, e da lì vi è la derivazione del claustrum, della clausura.
       
      La domanda provocatoria è: vogliamo veramente stare nel giardino soprannaturale di Dio o rimanere legati alla carne che porta alla corruzione?
       
      Chi ha orecchi intenda
       
      Massimiliano Lanza
       
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      Commentari Biblici riferiti alle letture bibliche di domenica 13 dicembre 2015 – III DOMENICA DÌ AVVENTO C A cura di Massimiliano
      Lanza.
       
      Sofonia 3,14-18
       
      Filippesi 4,4-7
       
      Luca 3,10-18
       
      La pericope (brano) evangelica di oggi contiene il secondo saggio della predicazione di Giovanni il Battista. Rigaux B. ci dice che il contenuto dei versetti da 10 a 14 è scritto in un "greco elegante".
       
      Giovanni il Battista era certamente un personaggio che provocava un certo fascino e molti si recavano da lui con motivazioni scarsamente religiose. Essi chiedono quale sia la via da percorrere e gli è indicata dal Battista. Il brano che leggiamo ha delle similitudini con le prescrizioni evangeliche che Gesù dava ai discepoli. Tutti danno la disponibilità a seguire il maestro (non Gesù, in questo caso ma Giovanni). Essi sono persone di diverse categorie sociali che però intendono convertirsi seriamente, in contraddizione ai curiosi Farisei e Dottori della Legge, i quali erano paragonati a delle "vipere", incapaci di compiere gesti di autentica conversione.
       
      Lo schema della pericope oggi proposta è quello didattico della domanda-
       
      risposta, con il quale Luca ci fa conoscere lo stile di predicazione del
       
      Precursore, il quale non esorta al fanatismo o a compiere strane imprese, ma
       
      desidera che i propri adepti siano impegnati nelle loro umili vicende reali, nella
       
      loro situazione professionale di vita. Per stemperare l'uditorio da ogni
       
      esagerazione non esorta gli stessi a lasciare i loro mestieri, ma a svolgerli nella
       
      giustizia e con amore.
       
      Egli consiglia:
       
      Alle folle di lasciare il superfluo, quale vestiario e cibo, ai meno abbietti;
       
      Ai soldati di non maltrattare e non estorcere.
       
      In ogni condizione di vita, dunque, è possibile la conversione e la pratica, con discrezione e carità, della propria professione.
       
      La predicazione del Battista costituiva un problema; certamente il tono era diverso da Gesù, anche se, come il Divin Maestro, controbatte in continuazione Farisei, Scribi e Dottori della Legge. L’ambiente della sua predicazione era particolare e particolare era l'atteggiamento assunto, sino a suscitare nelle folle il pensiero che potesse essere il Messia atteso, giacché le attese messianiche erano diffuse. Egli non si presta all'equivoco, dicendo che non è lui il messia sperato. Le contrapposizioni aiutano alla fine a capire. Egli contrappone il proprio battesimo a quello di Gesù (acqua-fuoco), afferma che il Cristo è più forte di lui. È un'economia nuova di salvezza, presto inaugurata da Gesù, riferita all'economia vecchia di salvezza (Giovanni Battista), il quale è raffigurazione di Elia. Gesù è il "nuovo Elia". Luca, tuttavia non contrappone i due.
      A disposizione per eventuali chiarimenti sull'esegesi auguro a tutti buona
       
      Domenica.
       
      Massimiliano Lanza
       
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      Commentari Biblici riferiti alle letture bibliche di domenica 20
       
      dicembre 2015 – IV DOMENICA DÌ AVVENTO C A cura di Massimiliano Lanza.
       
      Michea 5,1-4
       
      Ebrei 10,5-10
       
      Luca 1,39-48
       
      La liturgia della Parola della domenica odierna ci porta alle seguenti considerazioni:
       
      Non dobbiamo essere condizionati dal giudizio umano: ciò che è insignificante ha grande significato davanti a Dio;
       
      Il luogo dei natali di Gesù non era noto (ora lo è) ma Dio rende Grandi i poveri, gli ultimi. Betlemme di Efrata significa Betlemme Feconda (oggi la città è denomina Ain-Karim, 6 Km a ovest di Gerusalemme);
       
      I sacrifici degli antichi rimediavano al peccato solo nell'immediato. Gesù Cristo ci redime completamente;
       
      Sant’Elisabetta elogia nella cugina Maria il dono della fede perfetta. Ispirata spiritualmente, Maria esprime il Magnificat, cantico di origine Veterotestamentaria, ispirato al Cantico di Anna e altri similari.
       
      Maria ha ricevuto la rivelazione da parte dell'Angelo di Dio e si reca in fretta dalla cugina Elisabetta. Le note storiche sono precise ma essenziali. Luca evangelista ci fa ascoltare due discorsi:
       
      1) La lode di Elisabetta che proclama Maria Beata;
       
      2) Maria che esalta la potenza salvifica di Dio.
       
      La sintesi dei fatti? Un incontro, un saluto, un sussulto. Un fatto nuovo accade: Elisabetta riceve il dono dello Spirito Santo che la spinge a pronunciare una parte delle parole utilizzate poi dalla Chiesa nella preghiera dell'Ave Maria. Grazie a tale ispirazione considera la presenza di Maria e ne intuisce il profondo
       
      nesso spirituale: la proclama benedetta (dal greco euloghmenh - eulogemene) tra le donne, per merito di un "frutto benedetto" (dal greco euloghmenoV - eulogemenos) nel suo seno. "La Benedizione è l'esuberanza di tutto ciò che è pieno e che trabocca!" (Bessone A.S., Prediche della domenica - C, 1985, pag. 30). È un "frutto umano", un bambino, come affermò Bessone A.S.: "Dio è più
      umano dell'uomo". Maria è benedetta essendo la madre del Benedetto, il Signor Gesù, per questo è beata (dal greco macaria - makaria) avendo ricevuto, come detto prima, il dono della fede perfetta. Essa lo è (beata) perché ha udito e messo in pratica la Parola del Signore. S’intuisce una grande dignità correlata a Maria e al bambino che sta per nascere, definita (e può essere interessante capire il pensiero della Chiesa appena nata) Madre di Dio (la madre del mio Signore). La maternità di Maria è costituita da un unico duplice aspetto, fisico e spirituale. Maria, come anche affermano i Padri della Chiesa, ha concepito Gesù nel suo corpo, nella sua mente e nel suo cuore. Sul piano fisico ha avuto una gravidanza inimitabile, su quello spirituale un esempio a tutti i credenti.
       
      Nel suo grembo porta il Santo, "colui che è fonte di ogni benedizione e sorgente della gioia messianica" (Rossano P., Nuovissima Versione della Bibbia, Luca, San Paolo, Cinisello Balsamo, 1978, pag. 74).
       
      Maria inizia a proclamare il Magnificat, dimostrando di essere la serva del Signore in una situazione di bassezza.
       
      Joseph Ratzinger, il Papa emerito Benedetto XVI, così scrisse: "Vi sono troppe poche persone capaci di vivere nel silenzio, di fondarsi sulla Parola di Dio, di lasciarsi penetrare da essa così che questa divenga realmente il loro pane. Chi di noi potrebbe dire che la Sacra Scrittura, i Salmi, sono divenuti il linguaggio spontaneo del cuore? In fondo, ci cibiamo di minestra di lenticchie quando [invece] nella Sacra Scrittura c'è la Parola che esce dalla bocca di Dio. (Bessone A.S., 1985 : 32-33; cit. da Ratzinger Joseph, Predicazione e dogma, Brescia 1974, p. 333).
      Massimiliano Lanza
       
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      Commentari Biblici riferiti alle letture evangeliche di Venerdì 25 dicembre 2015 – Natale del Signore - Solennità
       
      A cura di Massimiliano Lanza
       
      Il Natale, importantissima solennità, offre la possibilità ai fedeli di ben quattro Messe diverse per tipologia di letture bibliche.
       
      1)
       
      Santa Messa vigilare
       
      "Quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo"
       
      Riferimenti biblici:
       
      Isaia 62,1-5
      Salmo 88: "La mia alleanza gli sarà fedele". Atti degli Apostoli 13,16-17.22-25 Vangelo: Matteo 1,1-25
       
      I lettura: La pericope è tratta dal Profeta Isaia. Analizziamo alcune parti:
       
      Abbandonata: dall'Ebraico 'azubah. Sarai chiamata mio compiacimento (in essa): hepçibah / e la tua terra sposata: è un componimento poetico che il Signore dedica a Gerusalemme che si fa addirittura suo sposo.
       
      lettura: La pericope è di tipo pasquale, tratta da Atti degli Apostoli. "Dio trasse per Israele un salvatore" si può tradurre anche con Dio suscitò, risuscitò per Israele un salvatore. Il verbo greco è egeirw egeiro e, tra gli altri significati, abbiamo sono risvegliato, risuscito, ergo; tutto ciò per dimostrare che il Cristo è risorto definitivamente nella storia e anche la Solennità del Natale richiama oltre al tema importantissimo dell'incarnazione, l’altrettanto importante mistero della risurrezione. La lettura fa una sorta di resoconto storico collegando Davide e la sua dinastia a Giovanni Battista (l'ultimo profeta dell'Antico Testamento) a Gesù, il Dio-con-noi che ci salva.
       
      Vangelo: La pericope riporta inizialmente la genealogia di Gesù. Chi conosce poco la Bibbia, questo elenco dice pochissimo ed è addirittura arido, chi conosce di là dalla media la S. Scrittura avrà un'idea più vicina alla comprensione, chi conosce a fondo la Bibbia avrà una visione globale e la genealogia dice tanto! In questa sede non faremo un’analisi della simbologia dei numeri (14 generazioni per 3) ma un dato è certo: Cristo si rivela nella storia realmente! Tra queste generazioni ci sono personaggi gloriosi ma anche umani e peccatori, perché Gesù prende su di sé la storia dell'uomo, bella o brutta che sia, perché Gesù ama l'uomo e lo redime totalmente! Anche questo fa parte del mistero del Natale! Per integrare questa pericope evangelica, la quale narra il mistero dell’elezione di Maria a ricevere Gesù Cristo nel grembo verginale, sono ispirato a utilizzare una frase di Karl Barth, teologo protestante, della Scuola liberale:
       
      “Il segno di un tale mistero (l’Immacolata concezione), che è rivelato dall’avvenimento della risurrezione, è il miracolo della nascita di Gesù Cristo: il fatto di essere concepito per opera dello Spirito Santo e di essere nato dalla vergine Maria” (Karl Barth, la dottrina dell’elezione, Torino, 1983, p. 974 – Angelo Stefano Bessone, Prediche della Domenica, Biella, 1986, pp. 28-29). Barth, protestante, non nega tuttavia l'illibatezza e l'importanza della Vergine Maria nella storia della salvezza, la quale ha ricevuto il Cristo.
       
      Giuseppe è l’immagine dell’uomo giusto, tanto è vero che decide di licenziare
       
      (dal greco apolusai – apolusai – significato lett. ripudiare) in segreto. Invece, analizzando il verbo precedente - eboulhJh – ebouletze, possiamo dire che Giuseppe, prima della rivelazione dell’angelo in sogno, lasciò alla sorte in
      segreto Maria, evitandole la condanna per lapidazione, legge vigente per le donne colte in flagrante adulterio; in realtà Maria è la Tota Pulchra, non possiede il marchio del peccato delle origini.
       
      Il termine sogno è reso in greco con onar – onar, da cui l’aggettivo “onirico” (si veda Sigmund Freud, sulla psicologia dei sogni – ricordiamo che Freud, nonostante il suo ateismo, scrisse i cinque pilastri sull’amore che ricordano molto da vicino il “comandamento dell’amore” di Gesù). In questo caso San Giuseppe ha una rivelazione e non una manifestazione dall’inconscio.
       
      Il termine partorirà è reso con texetai – texetai e significa anche essere partoriti, essere generati.
       
      Il termine Emmanuele – emmanouhl – emmanouel può essere anche tradotto con “con noi è Dio”, la traduzione classica è “Dio-con-noi”, cioè Dio non si accontenta solamente di averci creato ma è dentro di noi. Il suffisso hl – el richiama a Dio.
       
      Maria è colei “che non aveva conosciuto uomo”, in altre parole la conoscenza di un uomo o una donna nella cultura ebraica, significava aver avuto rapporti coniugali con lei/lui; soprattutto nel caso delle donne il marito poteva utilizzare il divorzio, l'atto di ripudio, separandosi così dalla donna, peccatrice. Se la stessa fosse stata colta in flagranza di adulterio, la legge ebraica prevedeva la condanna capitale. Giuseppe è un giusto e come ho già affermato, intendeva evitare a Maria tale sorte, ma nel frattempo la visione celeste impedisce a Giuseppe di lasciare la futura moglie, difficile da capire ma penso sorprendente il fatto che egli, nonostante conoscesse i fatti, rimase in silenzio. I vangeli non attribuiscono parole a Giuseppe come invece fa regolarmente la filmografia, ma in tal caso si tratta di fiction.
       
      Termino con una domanda: Anche noi siamo capaci di rimanere in silenzio anche di fronte ai drammi della vita? Per riuscirci prendiamo esempio dallo sposo di Maria.
       
      2)
       
      Santa Messa della Notte (celebrata dalle 21.30 in poi o tradizionalmente alle ore 24) "Gloria a Dio nel più alto dei cieli"
       
      Riferimenti biblici:
       
      Isaia 9,1-3.5-6
       
      Salmo novantacinque: "Cantate al Signore un canto nuovo". Tito 2,11-14
       
      I lettura: Dio castiga il suo popolo ma usa misericordia qualora faccia frutti di conversione e si converta (così possiamo interpretare ancora una volta da Isaia). Consigliere ammirabile, Dio potente, Padre per sempre, ecc.: appellativi utilizzati anche al momento in cui il Faraone saliva al trono, termini
      mutuati probabilmente dal paganesimo e attribuiti a Gesù opportunamente adattati a Dio vivo e vero.
       
      lettura: tipico brano biblico utilizzato per le feste natalizie: dimostra la
       
      salvezza di Dio in atto ed è di stile apocalittico, dimostrando la vicina parusia (venuta del Signore). Essa ci esorta a vivere con sobrietà, giustizia e pietà in questo mondo.
       
      Nell'attesa della beata speranza del nostro grande Dio e salvatore Gesù Cristo: nell'attesa gloriosa del Signore che verrà a rinnovare i nostri cuori nella pace, che verrà definitivamente con il suo Regno: in quel momento Dio sarà tutto in tutti.
       
      Vangelo: Luca 2,1-14
       
      Il Censimento di Cesare Augusto: Si parla di censimento apograjesJai –
       
      apografestzsai: la traduzione del termine oltre che di censimento ha un suo sinonimo, ossia iscrizione in un registro; si parla di gioia e il termine è reso in greco con euaggelion - euanghelion, che appunto richiama al termine italiano Evangelo, ossia buona notizia; si parla di gloria e il termine è reso in greco con
      doxa - doxa, il suo significato si trova al quarto brano evangelico commentato. Si parla di un segno e il termine è reso in greco con shmeion – semeion e oltre a segno traduce indizio, marchio, suggello, segnale, indicazione, segni di potenza (miracoli, soprattutto attribuiti a Gesù). Il termine è in Luca ma è assai più noto nell'Evangelo di Giovanni in cui il segno richiama al miracolo.
       
      Riflettendo sulla pericope di Luca, possiamo intuire che il miracolo più grande è la venuta di Cristo in mezzo a noi con la sua nascita circa 2000 anni fa. Il miracolo più grande è che Dio in suo figlio Gesù ci redime dai peccati.
       
      3)
       
      Santa Messa dell'Aurora (quasi ovunque celebrata solo nelle Cattedrali o nelle Parrocchie più popolate - come la Santa Messa vigilare) "Maria, da parte sua, serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore"
       
      Riferimenti biblici: Isaia 62,11-12
       
      Salmo novantasei: "Una luce si è levata per il giusto". Tito 3,4-7
       
      I lettura: la pericope in Oggetto è tratta dal "Libro della Consolazione" di Isaia.
       
      Ecco arriva il tuo Salvatore: l'incarnazione del Verbo che sopporta la croce e
       
      risorge. Città non Abbandonata: si tratta della Gerusalemme celeste che sarà sempre illuminata dalla Luce dell'Agnello (Gesù, il Salvatore).
       
      II lettura: richiama al dono del Battesimo e, consequenzialmente, dello Spirito Santo (lavacro di rigenerazione e di rinnovamento nello Spirito Santo). "Si sono manifestati la bontà di Dio": Dio ci ama e crede in noi; abbiamo la sua
      grazia nel sacramento del Battesimo e con la conferma del suo Santo Spirito, per cui affrontiamo le "erte" della vita con brio attendendo una ricompensa più grande.
       
      Vangelo: Luca 2,15-20
       
      Nella pericope che stiamo analizzando i termini salienti sono meditando (Maria meditava nel suo cuore le parole riferite a suo figlio, senza aggiungere chiacchiere) e avvenimento: il primo termine è reso in greco con sumballo – sumballo e, oltre a meditare, significa confrontarsi: la meditazione, in buona sostanza, è il confronto con la realtà. Maria si è confrontata con suo figlio, accettando anche ciò che era lontano dalla sua intelligenza e intuizione ma serbandolo nell'intimo con saggezza, certa di una comprensione futura; avvenimento è reso in greco con rhma – rema, derivato di rematoV – rematos, significa accadimento/avvenimento ma anche sinonimo di parola, detto, enunciato.
       
      Maria non si lascia spaventare dagli avvenimenti legati a suo figlio, ma accetta la volontà di Dio, obbedisce apparentemente in silenzio. La saggezza della donna esemplare la spinge, però, a conservare nel cuore le Parole di Dio. Anche noi siamo pronti a far tacere noi stessi e accogliere le parole di Dio? Con Sant'Ignazio di Antiochia dico: O Signore, prendi e ricevi la mia sensibilità, la mia intelligenza, la mia immaginazione, i miei affetti, tutto è tuo e a te io lo restituisco.
       
      4)
       
      Santa Messa del Giorno
       
      "Il Verbo si è fatto carne ed è venuto ad abitare in mezzo a noi”.
       
      Riferimenti biblici:
       
      Isaia 52,7-10
       
      Salmo novantasette: "Il Signore ha manifestato la sua salvezza". Ebrei 1,1-6
       
      I lettura: "come sono belli sui monti i piedi del messaggero di lieti annunzi": il messaggero è quasi certamente Giovanni Battista, il precursore di Gesù. "Senti? Le tue sentinelle alzano la voce": la voce è Giovanni il Battista, voce di uno che grida nel deserto, preparate la via al Signore, eccetera, eccetera.
       
      lettura: in questa pericope tratta dall'epistola agli Ebrei ci sono annunziati gli ultimi tempi, la pienezza del mondo grazie alla restaurazione di Gesù. Figlio: è Gesù, il Figlio di Dio per eccellenza, superiore a tutti i profeti dell'Antico Testamento.
       
      Costituito erede: tratta la filiazione divina, Gesù è erede in parti uguale con il Padre essendo seconda persona della Santissima Trinità.
       
      Vangelo: Giovanni 1,1-18
       
      Da una riflessione di Cesare Nosiglia, Arcivescovo di Torino: "il mondo del peccato sarà vinto per sempre se opereremo con Cristo Giorno per giorno, con
      fede. Dobbiamo accogliere quel bambino di Betlemme come salvatore, è il Verbo che si è fatto carne, egli era la vita e non si può "vivere senza la vita". Accogliere Cristo significa accogliere ogni persona, accogliere Dio nella maniera più profonda, vivere la vita e la rinascita di Gesù oggi in questo mondo. Dio ci indica la strada della gratuità, c'è una dimensione di gratuità nella nostra vita, Gesù si spoglia della sua divinità.
       
      In Gesù troviamo il Salvatore, perché ha provato l'esperienza umana, perché in modo solidale vive la vita umana.
       
      Fin dalla nascita è stato rifiutato, è nato in una stalla, ha dovuto emigrare in Egitto.
       
      Dobbiamo recuperare la gratuità della vita; tale cultura supera ogni fase di crisi, dobbiamo avere la speranza di chi vive accanto a noi ed è precario, semplicemente perché ci manca anche una semplice relazione con lui; tali persone hanno bisogno dell'amore e della tenerezza di Dio. Se siamo in grado di far sperare agli altri un futuro migliore, dando anche del superfluo, davvero saremo uniti a Dio!
       
      L'augurio di oggi dovrebbe essere quello di donarsi agli altri. Papa Francesco ha parlato dell'importanza della casa per trovare un luogo sereno e sicuro. Invitiamo le istituzioni a muoversi in tale direzione; dobbiamo trovare una soluzione a chi non può pagare l'affitto nelle case, soprattutto in case popolari".
       
      La mia riflessione:
       
      Verbum caro factum est: il Verbo si è fatto carne e noi abbiamo visto la sua gloria, piena di grazia e verità.
       
      Verbo (parola) logos – logos: dal greco si traduce con parola, discorso, menzione, dichiarazione, affermazione, risposta, promessa, detto, proverbio, massima, ordine, comando, proclamazione, dottrina, ipotesi (in filosofia), questione, soggetto, argomento, fama, tradizione, leggenda, conversazione, dialogo, eccetera, eccetera; tutto ciò che richiama discorsi e parole riguarda il termine logos; nella tradizione Neotestamentaria è la Parola di Dio fatta persona con la venuta di Gesù.
       
      Carne - sarx – sarx oltre al significato di carne, si riferisce al corpo fisico, materialità, corporeità dell'uomo, carne, uomo, uomo terreno, criterio, intelletto umano, natura umana, secondo criteri dettati dall'umana natura, carne, condizione di peccato.
       
      Gloria - (Kabod - ebraico) – doxa - doxa in Greco: la sua traduzione richiama diversi sinonimi, nella fattispecie: deliberazione, immaginazione, errore, apparenza, volere, opinione altrui, gloria, onore, splendore, stima, plauso, magnificenza, fulgore, splendore, rutilio, manifestazione di Dio comunicata ai salvati; il termine è utilizzato moltissimo nei formulari liturgici, sia Cattolici, che greco-ortodossi.
      Grazia – caritoV – karitos: il primo significato dal greco è grazia, poi viene generosità, amabilità, benevolenza, favore, gratitudine, ringraziamento, condizione di grazia, dono.
       
      Verità - aleJeiaV – alezeias: dal greco il primo significato è verità, poi viene realtà, condizione oggettiva, reale delle cose, veracità, sincerità, manifestazione di Cristo, criterio per l'agire morale del cristiano.
       
      Il Natale parla rappresentativamente della bellezza di Dio e il teologo protestante K. Barth asseriva: parlando di bellezza di Dio: soltanto per spiegare la sua gloria, che in ogni caso racchiude e porta ad espressione come quella che noi chiamiamo bellezza.
       
      Il Figlio di Dio, Gesù, Figlio per eccellenza ci ha resi figli nel Figlio, creati a sua
       
      immagine. Dio ha assunto la nostra carne, si è calato nella nostra realtà,
       
      assumendo tutto di noi, la vita umana e anche la morte. Egli non ha solamente
       
      assunto il peccato perché Gesù è Dio, non è creatura peccatrice ma il suo
       
      Spirito ci rende simili a lui, come lo è già sua madre, Maria. Egli non ha scelto
       
      una generazione di angeli perfetti o di nobili virtuosi ma si è calato nella realtà,
       
      la sua discendenza ha anche emeriti peccatori. Dio ama l'uomo così com'è ed è
       
      Lui a credere in Noi più che noi a credere in Lui, per quanto ci reputiamo
       
      credenti.
       
      Massimiliano Lanza
       
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      Commentari Biblici riferiti alle letture bibliche di domenica 27
       
      dicembre 2015 – OTTAVARIO DÌ NATALE - FESTA DELLA SACRA FAMIGLIA C - A cura di Massimiliano Lanza.
       
      Siracide 3,3-7.14-17a
       
      Colossesi 3,12-21
       
      Luca 2,41-52
       
      La festa odierna è stata introdotta alla fine del secolo scorso da Papa Leone XIII. La famiglia attuale è entrata in crisi a causa, come afferma Bessone A.S. dal "processo d’industrializzazione".
       
      L'antica famiglia racchiudeva in sé le ultime generazioni ed era sotto l'autorità del vecchio padre, il Patriarca, il quale aveva potere assoluto su tutti i discendenti. La famiglia patriarcale (oggi è diffusa nell'occidente la famiglia mononucleare) era di natura economica: il lavoro univa la famiglia, a differenza di oggi che la divide! Accadeva che i giovani e i validi provvedessero ai vecchi e
      ai malati, garantendo anche la continuità delle tradizioni. La famiglia dell'epoca era caratterizzata dall'unità, fattore assai difficile oggi per una svariata serie di motivi.
       
      La chiesa vuole, per le famiglie, per le persone, lo sviluppo della libertà e proprietà privata (e chi scrive, non sta elogiando la Rivoluzione Francese!), e dei mezzi di produzione economica. È necessario aiutare le famiglie a crescere, soprattutto dando un'adeguata retribuzione ai lavoratori (lo scrivente non intende fare da sindacalista!).
       
      Per spiegare meglio la famiglia, alla luce di quanto afferma il Padre Caldelari C., bisogna necessariamente riferirsi a Dio, creatore e Padre: essa trae origine dal concetto teologico summenzionato, ossia nella famiglia si generano i figli, si fa comunità, si è genitori, si è padri e madri. Inoltre, la vita è "dono" e "mistero", cioè sicuramente c’è donata e il perché è sconosciuto: una cosa sappiamo di per certo, ovvero che Dio ci vuole bene e ci ha pensati in una famiglia, dove ci ha creati a sua immagine e somiglianza. Di fronte a dono e mistero, i nostri atteggiamenti devono essere riconoscenza e responsabilità, riflettendo sul fatto che la vita stessa viene da "Qualcun altro", Dio!
       
      La pericope evangelica di oggi ci dice che "i suoi genitori (di Gesù) erano soliti andare a Gerusalemme ogni anno per la festa di Pasqua". Era legge che ogni israelita si recasse tre volte all'anno a Gerusalemme (a Pasqua, a Pentecoste e alla festa delle Capanne) dall'età di dodici anni in poi, al tempio di Gerusalemme. Se una persona risiedeva a più di una giornata di cammino, ne era esentata. La famiglia di Gesù ne era esentata ma per devozione e desiderio, vi si reca ugualmente. A Luca evangelista non preoccupa tutto ciò, poiché ne dà un significato molto cristologico. Gesù vi si reca con i genitori durante la festa di Pasqua, quindi in brano evangelico contiene un forte richiamo pasquale. Il riferimento a Gerusalemme è negativo: la città in cui si mettevano a morte i profeti, la città che mise a morte Gesù Cristo. A Gerusalemme succede che i genitori di Gesù:
       
      Perdono momentaneamente il Figlio;
       
      Non ne comprendono subito il mistero (impenetrabile per loro, figuriamoci per noi! Solo la fede può arrivare a far comprendere il mistero);
       
      Gesù proclama i diritti del "Padre suo";
       
      Gesù evangelizza nel tempio, la capitale della spiritualità rabbinica;
       
      Gesù subirà passione, morte e glorificazione grazie al tempio;
       
      Gesù è ritrovato dopo tre giorni e ciò richiama la permanenza nel sepolcro, la disavventura del Profeta Giona nel ventre della balena (esempio veterotestamentario profetico riferito al Cristo).
       
      Cristo è "mistero totale" e ne intravediamo il destino pasquale. Secondo il teologo Laurentin R. "è un gesto profetico destinato a significare il mistero
      della sua e morte e del suo ritorno al Padre".
       
      Nel racconto, scritto con un genere letterario storico e accurato (tipico di Luca, medico ed evangelista), notiamo che Gesù parla nel tempio con autorità, sapendo con esattezza ciò che dice, essendo autorevole esegeta della Parola di Dio e con una concreta dimostrazione che cresceva in età, sapienza e grazia. Sempre secondo ciò che afferma Laurentin, possiamo dire che Gesù sostenendo "devo occuparmi delle cose del Padre mio" (dal greco en toiV tou partoV mou - en tois tu patros mu) accentra la sua autorità sul Padre, è consapevole di essere il Figlio di Dio per eccellenza e di dover subire la passione, proprio ciò che costituiva il mistero più grande!
       
      Spero sia comprensibile a tutta la mia mailing list una spiegazione un pochino più sistematica... Ancora auguri di Buon Natale e Buon anno! Massimiliano Lanza
       
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      Siete invitati, inoltre a prendere nota, liberamente, della bibliografia.
       
      Bibliografia:
       
      Bessone A.S. (1986), Prediche della domenica anno C, Biella
       
      Caldelari C. (2003), Preghiere del dì di festa, Riflessioni domenicali per credenti e non credenti, Messaggero di Sant'Antonio - Editrice, Padova Ghidelli C. (1978), Nuovissima versione della Bibbia, Luca, Edizioni Paoline Leone XIII (1898), Rerum Novarum, Lettera enciclica sulla giustizia, San Paolo, n. 34
       
       
       
      Commentari Biblici riferiti alle letture evangeliche di Venerdì 01 gennaio 2016 – Maria Santissima Madre di Dio - Solennità
       
      "I pastori poi se ne tornarono, glorificando e lodando Dio"
       
      Riferimenti biblici:
       
      Numeri 6,22-27
       
      Salmo 66: "Ci benedica Dio e lo temano tutti i confini della terra". Galati 4,4-7
       
      Vangelo: Luca 2,16-21
       
      A cura di Massimiliano Lanza
       
      La solennità odierna riguarda:
       
      La maternità (santa) di Maria: definizione dogmatica (cioè secondo i dogmi promulgati, secondo la dottrina cattolica) di Maria Madre di Dio;
      Il dono della Pace: la tradizionale "giornata della pace" è stata voluta da Papa Paolo VI ben 49 anni or sono!
       
      Il dono della benedizione.
       
      Inoltre, oggi dobbiamo parlare di tre aspetti: la benedizione, la misericordia e la gioia. Tali aspetti li troviamo nella Liturgia della Parola di oggi:
       
      I lettura:
       
      il libro dei numeri ci parla della benedizione: il Signore prescrive una
       
      benedizione per i figli di Israele: “Il Signore vi benedica e custodica.... ”
       
      La benedizione di Dio è il favore e la protezione sul popolo eletto, il quale doveva ancora affrontare il cammino nel deserto per giungere alla terra promessa.
       
      Salmo responsoriale:
       
      Il Salmo responsoriale aiuta a rafforzare il concetto di benedizione: “Dio abbia pietà di noi e ci benedica, su di noi faccia splendere il suo volto”.
       
      II lettura:
       
      Ma quando venne la pienezza dei tempi: l'epoca definitiva della venuta di Gesù; in termini teologici: tempo escatologico. In greco la pienezza dei tempi è il cosiddetto "pleroma", dal greco to plhrwma tou cronou - TO PLEROMA TU CRONU.
       
      Dio è libero e quindi, di conseguenza, con la venuta del Messia, l'uomo è un uomo libero, non più schiavo del peccato.
       
      Vangelo:
       
      La pericope di oggi, ad eccezione del versetto 15 che non è riportato e del versetto 21 in aggiunta, è pressappoco la stessa del Vangelo di Natale letto durante la terza Messa, la celebrazione dell'aurora; a parte le aggiunte e il versetto 21 il commento è pressappoco lo stesso. Naturalmente, sul versetto 21, ho aggiunto un brevissimo commento sempre mio.
       
      Il brano evangelico odierno ci parla della gioia: i pastori che tornarono “glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto” (il Signore Gesù!). "Luca ama sottolineare l'aspetto propagandistico del Vangelo" (Ghidelli C., 1978).
       
      La gioia degli angeli con i pastori è simile a molti scritti riferiti ai manoscritti di Qumran, in cui si nota la comunità angelica che gioisce riguardo ai grandi interventi divini nella storia, anche perché la comunità è luogo di manifestazione della presenza divina (sempre da quanto afferma Ghidelli C.). L'armata celeste presente con Gesù alla mangiatoia dimostra che non si tratta della nascita di un uomo qualunque ma del Figlio di Dio, quello per eccellenza. Nell'inno che inizia con "Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini che egli ama" vi è il termine greco eudociaV - EUDOKIAS: il prefisso eu significa buono e gli esegeti sono divisi nel comprendere se si tratti di buona volontà degli uomini che corrispondono al disegno divino, oppure benevolenza
      di Dio che agisce indipendentemente dai peccati degli uomini. Questa frase inizia un inno di lode a Dio e non si capisce se la divisione metrica sia binaria o ternaria. La versione più attendibile, alla fine, è che la "benevolenza divina viene a visitarci in casa nostra" (H. H. Bainton).
       
      Alla fine Dio ci porta la pace, un dono gratuito. Nella pericope vi sono tre aspetti rilevanti (anche riguardo la pace):
       
      Il binomio gloria-pace;
       
      Il binomio Dio-uomini;
       
      Il binomio cielo-terra.
       
      In tale pericope i termini salienti sono meditando (Maria meditava nel suo cuore le parole riferite a suo figlio, senza aggiungere chiacchere) e avvenimento: il primo termine è reso in greco con sumballo – sumballo e, oltre a meditare, significa confrontarsi: la meditazione, in buona sostanza, è il confronto con la realtà. Maria si è confrontata con suo figlio, accettando anche ciò che risultava lontano dalla sua intelligenza e intuizione ma serbandolo nell'intimo con saggezza, certa di una comprensione futura; avvenimento è reso in greco con rhma – rema, derivato di rematoV – rematos, significa accadimento/avvenimento ma anche sinonimo di parola, detto, enunciato. Maria non si lascia spaventare dagli avvenimenti legati a suo figlio ma accetta la volontà di Dio, obbedisce apparentemente in silenzio. La saggezza della donna esemplare la spinge però a conservare nel cuore le Parole di Dio. Anche noi siamo pronti a far tacere noi stessi ed accogliere le parole di Dio? Con Sant'Ignazio di Antiochia dico: O Signore, prendi e ricevi la mia sensibilità, la mia intelligenza, la mia immaginazione, i miei affetti, tutto è tuo e a te io lo restituisco.
       
      Al termine del brano evangelico si parla di circoncisione e dell'imposizione del
       
      nome e, come previsto dall'Angelo, il bambino di chiama Gesù, ovvero Dio-
       
      salva. Cristo si assoggetta dunque alla legge ebraica e anche tale
       
      sottomissione è per il nostro bene, per la nostra salvezza. Lasciamoci dunque
       
      redimere e salvare da Gesù!
       
      Massimiliano Lanza
       
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      Bibliografia:
       
      Ghidelli C. (1978), Nuovissima versione della Bibbia, Luca, Edizioni Paoline
       
      Commentari Evangelici riferiti al Vangelo di domenica 03 gennaio 2016 – SECONDA DOMENICA DOPO NATALE - ANNO C A cura di
      Massimiliano Lanza
       
      "Il Verbo si è fatto carne ed è venuto ad abitare in mezzo a noi”.
       
      Riferimenti biblici:
       
      Siracide 24,1-4.8-12
       
      Salmo 147: "Glorifica il Signore Gerusalemme".
       
      Efesini 1,3-6.15-18:
       
      Vangelo: Giovanni 1,1-18
       
      La pericope evangelica di oggi è lla stessa letta durante la Santa Messa del giorno di Natale, tralasciando alcune parti e ad eccezione di prima e seconda lettura di cui aggiungerò una brevissima esegesi e la nota sulla consuetudine natalizia a fine meditazione.
       
      La pericope riportata nella prima lettura dell'Antico Testamento tratta dal libro del Siracide, ci parla di aspetti fondamentali: la Sapienza è Gesù Cristo stesso che si è incarnato e così tutta la descrizione. Al versetto otto vi è l'espressione "Fissa la tenda in Giacobbe" che richiama il Vangelo di oggi con il “, venne ad abitare [il Verbo, Gesù, la parola, il logos – logos]. Tal elogio glorificativo e descrittivo riguarda il Figlio di Dio in maniera esclusiva.
       
      La pericope neotestamentaria tratta da Efesini, al versetto 6 dice: "secondo il beneplacito della sua volontà. E questo a lode e gloria della sua grazia, che ci ha dato nel suo Figlio diletto". Sul termine grazia, si veda la descrizione sotto. La chiave di lettura dell'epistola sta nel fatto che Paolo si sia ispirato a esporre il piano, il progetto che Dio (con il suo mistero) ha per ciascuno di noi. Al versetto 18 dice: "Possa egli davvero illuminare gli occhi della vostra mente..." e per mente Paolo intende il cuore! L'uomo amerà Dio con tutto il suo cuore e altre frasi simili...
       
      Il termine mente è tradotto dal greco cardiaV - cardias che significa appunto cuore e sta per mente.
       
      Verbum caro factum est: il Verbo si è fatto carne e noi abbiamo visto la sua gloria, pieno di grazia e verità.
       
      Verbo (parola) logos – logos: dal greco si traduce con parola, discorso, menzione, dichiarazione, affermazione, risposta, promessa, detto, proverbio, massima, ordine, comando, proclamazione, dottrina, ipotesi (in filosofia), questione, soggetto, argomento, fama, tradizione, leggenda, conversazione, dialogo, eccetera, eccetera; tutto ciò che richiama discorsi e parole riguarda il termine logos; nella tradizione Neotestamentaria è la Parola di Dio fatta persona con la venuta di Gesù.
       
      Carne - sarx – sarx oltre al significato di carne, si riferisce al corpo fisico, materialità, corporeità dell'uomo, carne, uomo, uomo terreno, criterio,
      intelletto umano, natura umana, secondo criteri dettati dall'umana natura,
       
      carne, condizione di peccato.
       
      Gloria - (Kabod - ebraico) – doxa - doxa in Greco: la sua traduzione richiama
       
      diversi sinonimi, nella fattispecie: deliberazione, immaginazione, errore, apparenza, volere, opinione altrui, gloria, onore, splendore, stima, plauso, magnificenza, fulgore, splendore, rutilio, manifestazione di Dio comunicata ai salvati; il termine è utilizzato moltissimo nei formulari liturgici, sia Cattolici, che greco-ortodossi.
       
      Grazia – caritoV – karitos: il primo significato dal greco è grazia, poi viene generosità, amabilità, benevolenza, favore, gratitudine, ringraziamento, condizione di grazia, dono.
       
      Verità - aleJeiaV – alezeias: dal greco il primo significato è verità, poi vengono realtà, condizione oggettiva, reale delle cose, veracità, sincerità, manifestazione di Cristo, criterio per l'agire morale del cristiano.
       
      Il Natale parla rappresentativamente della bellezza di Dio e il teologo protestante K. Barth asseriva: parlando di bellezza di Dio: soltanto per spiegare la sua gloria, che in ogni caso racchiude e porta ad espressione come quella che noi chiamiamo bellezza.
       
      Il Figlio di Dio, Gesù, Figlio per eccellenza ci ha reso figli nel Figlio, creati a sua immagine. Dio ha assunto la nostra carne, si è calato nella nostra realtà, assumendo tutto di noi, la vita umana e anche la morte. Egli non ha solamente assunto il peccato perché Gesù è Dio, non è creatura peccatrice ma il suo Spirito ci rende simili a lui, come lo è già sua madre, Maria. Egli non ha scelto una generazione di angeli perfetti o di nobili virtuosi ma si è calato nella realtà, la sua discendenza ha anche emeriti peccatori. Dio ama l'uomo così com'è ed è Lui a credere in Noi più che noi a credere in Lui, per quanto ci reputiamo credenti.
       
      A quando detto finora aggiungo una breve postilla: la consuetudine di Celebrare il Natale il 25 dicembre risale agli albori del IV secolo. Giovanni Paolo
       
      aveva affermato che il Natale ricordava la festa del solstizio d'Inverno, il cosiddetto giorno del "sole invitto" (Bessone A.S., Prediche della Domenica C, Biella, 1986) in cui si adorava il Dio sole in attesa dei grigiori dell'inverno. I cristiani, per contrastare usanze pagane, iniziarono dunque a celebrare il Natale: per il cristianesimo il sole da adorare è Gesù Cristo Nostro Signore, incarnato per noi.
       
      A conclusione della riflessione odierna, possiamo affermare che Dio ci ha dato il meglio e vuole il meglio per l'umanità, per coloro che lo seguono e che vorranno seguirlo. La prima lettura dal libro sapienziale del Siracide, l'Inno cristologico di Efesini e il prologo del Vangelo di Giovanni rappresentano il mistero di Dio che è grande e che non rinuncia, credendo nell'uomo (inteso come cristiano o chi vuole farsi cristiano), ad attuare il piano di salvezza. Dio si
      fatto realmente carne e, come affermò Schillebeelcx, ci ha amati rendendosi visibile. Sta all'uomo, infine, rispondere alla chiamata, accettando l'amore e la benevolenza infinita di Dio!
       
      Massimiliano Lanza
       
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      maestro.max@hotmail.it o massimiliano.lanza.121@istruzione.it Bibliografia:
      Bessone A.S. (1986), Prediche della domenica anno C, Biella
       
      10. Commentari Evangelici riferiti al Vangelo di domenica 10 gennaio
       
      2016 – BATTESIMO DEL SIGNORE – (Festa) A cura di Massimiliano
       
      Lanza
       
      Vangelo: Luca 3,15-16.21-22 (I lettura Isaia 40,1-5.9-11 ; II lettura
       
      Lettera a Tito 2,11-14; 3,4-7)
       
      Note introduttive:
       
      Gesù è proclamato Figlio di Dio Prediletto (dal Padre) durante il battesimo, in cui appare su di lui lo Spirito Santo in “forma corporea”. Il Padre stesso riconosce in Gesù il Messia “inviato ai poveri” (Biffi I.). Egli viene proclamato sacerdote, profeta e re. Oggi si attua il mistero di Cristo che “porta su di sé i peccati del mondo” (Biffi I.). Il Signore ci salva (e vuole salvare tutti!) non per nostro merito ma per i meriti della sua misericordia, i meriti della sua passione, morte e risurrezione, il frutto del Battesimo al fiume Giordano. Egli si è offerto una volta per tutte per noi!
       
      Leggendo il brano evangelico ci accorgiamo che Gesù riceve lo Spirito Santo e subito dopo prega, a dimostrazione di quanto affermato inizialmente e aggiungendo che la preghiera era un tema caro a Luca; c’è da dire, a parere degli esegeti e dimostrando il tutto, che in realtà Gesù prega alla fine della discesa della colomba (il tempo verbale è un presente, mentre durante il battesimo è all’aoristo, al passato). Accettando il battesimo, benché non fosse necessario data la sua figliolanza divina, Cristo attua per noi il disegno della salvezza, mostrandoci il volto del Padre.
       
      Nota storica:
       
      La festa liturgica del Battesimo del Signore, dopo il Concilio Vaticano II, sostituisce la Prima Domenica del Tempo Ordinario o per Annum. Anticamente (teologicamente è ancora un concetto valido) il Battesimo del Signore veniva ricordato durante la solennità dell’Epifania (tra i tanti significati già delineati, il Padre Callisto Caldelari, Frate Francescano Minore elvetico, ce ne fornisce un altro: “bella manifestazione”). Infatti, nel breviario Romano del nuovo ordine, è
      affermato che durante l’Epifania, si contemplano tre prodigi: Gesù si manifesta al mondo, viene battezzato al Giordano e, infine, si ricorda il miracolo compiuto a Cana di Galilea, in cui cambiò l’acqua in vino (Cfr. Antifona ai II Vespri per il testo originale, noi abbiamo sintetizzato). A conferma di quanto sinteticamente affermato la Chiesa, durante l’anno liturgico C, celebra l’Epifania, la prima domenica utile (a conclusione del Tempo di Natale) il Battesimo del Signore e infine celebra la domenica successiva le nozze di Cana (Cfr. Bessone A.S.).
      Per arrivare al nucleo:
       
      Con il battesimo, porta del cielo, rigenerazione (il cui pegno è lo Spirito Santo) siamo chiamati a diventare “fedeli imitatori del Signore”. Egli ha dato l’esempio e i credenti lo seguono. L’imitazione di Cristo (fra l’altro è anche il titolo di un libro il cui autore è anonimo) non è semplice, significa prendere la propria croce e seguirlo.
       
      Lo vedremo fra breve: nella pericope evangelica odierna la prima lettura ci fa intuire la figura di Giovanni il Battista (“una voce”), complementare a Gesù, tant’e vero che egli veniva spesso scambiato con il Messia, per la gente era il frutto delle aspettative messianiche. Il Battista lo sa bene e, onde evitare confusioni, fornisce prova di contrapposizione tra Gesù e sé stesso o per lo meno si mostra quasi inadeguato (io non son degno di sciogliergli i legacci dei sandali, cioè si pone più umile di un gesto molto umiliante) nei confronti di Dio. Egli parla del suo battesimo (di acqua) differente dal battesimo divino (di fuoco e Spirito Santo); Giovanni chiude l’Antico Testamento, Gesù ne è superiore inaugurando il nuovo. La prima lettura è tratta da Isaia, dal Libro delle Consolazioni, scritto da un profeta vissuto alla fine dell’Esilio, è il famoso “Deutero-Isaia”. Nel brano odierno è ivi trattato il tema del buon pastore, profezia di carattere messianico. Gli esegeti, tra le righe, riconducono le descrizioni alla figura di Giovanni il Battista, come affermavano sopra.
       
      Nel battesimo, inoltre, si ricorda il valore vitale e salvifico dell’acqua: tutti sanno che l’acqua è anche distruttiva (pensiamo al diluvio universale ma, meno metaforicamente, alle alluvioni!). Dalla distruzione dell’acqua, solitamente si sviluppa la vita (la natura è rigenerante!), così come accade in grandi tratti fluviali soggetti a fenomeni di inondazione.
       
      Il termine, battesimo, a conforto di quanto affermato, deriva da bapto - bapto, che significa immergere. Dopo il battesimo Gesù emerge e si aprirono i cieli, discese la colomba, esattamente come dopo il diluvio, ovvero la storia ricomincia nuovamente in Cristo! I Padri della chiesa latini disquisirono abbondantemente sull’argomento.
       
      Con l’evento oggi descritto si dimostra teologicamente la divinità di Gesù, in quanto Seconda Persona della Santissima Trinità.
       
      Un secondo concetto teologico, desunto chiaramente da Luca durante l’episodio al Giordano,è che gli avvenimenti narrati richiamano alla Pasqua e alla
      Pentecoste, ovvero il fondamento della Chiesa e del Cristianesimo, grazie a Gesù che inaugura la salvezza per tutta l’umanità.
       
      Lasciamoci guidare dall’Agnello, Gesù Cristo, lasciamoci cambiare, convertire, affinché il terreno scosceso si trasformi in piano e possiamo essere consolati! Massimiliano Lanza
       
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      Bibliografia:
       
      Bessone A.S. (1986), Prediche della domenica anno C, Biella
       
      Biffi Inos (1984), Introduzione e commenti a Messale di ogni giorno, Piemme, Casale Monferrato
       
      Caldelari C. (2003), Preghiere del dì di festa, Riflessioni domenicali per credenti e non credenti, Messaggero di Sant'Antonio - Editrice, Padova Ghidelli C. (1978), Nuovissima versione della Bibbia, Luca, Edizioni Paoline Merk A., Barbaglio G. [a cura di] (1990), Nuovo Testamento, Greco e Italiano, EDB, Bologna
       
      Commentari Evangelici riferiti al Vangelo di domenica 17 gennaio
       
      2016 – SECONDA DOMENICA PER ANNUM (DEL TEMPO ORDINARIO) -
       
      ANNO C - A cura di Massimiliano Lanza
       
      Vangelo: Giovanni 2,1-12 (I lettura Isaia 62,1-5 ; II lettura Seconda Lettera di San Paolo apostolo ai Corinzi 6,13-15.17-20)
       
      Il Vangelo di oggi rappresenta l’inizio della vita pubblica di Gesù, il miracolo delle Nozze di Cana. Secondo l’evangelista Giovanni il primo “segno” o “miracolo” di Cristo avviene a un matrimonio, perché Dio, come affermava il Padre Caldelari, si sposa con l’umanità. Il profeta Isaia parla di Gerusalemme terra sposta (cfr. la Prima lettura Liturgia odierna). Certamente la trasformazione dell’acqua in vino è paragonabile al “segno sacramentale” dell’Eucarestia: la diffidenza dell’acqua è trasformata nella sicurezza e nella gioia del vino. Il prodigio narrato nella pericope evangelica della II domenica per Annum anno C è la gioia: la felicità di essere con Gesù, tant’è vero che sono invitati anche i discepoli.
       
      Bessone afferma che “il vino simboleggia tutto ciò che la vita può avere di piacevole”, per esempio l’amicizia. Secondo Dufour rappresenterebbe “la gioia che può offrire la terra pur con la sua ambiguità”.
       
      Il Cantico dei Cantici ci parla spesso del vino accostato all’amore tra lo sposo e la sposa. Il testo afferma “Dammi da bere i baci della tua bocca; le tue carezze
      entusiasmano più del vino” (Cantico dei Cantici 1,2).
       
      Schnackenburg affermava che “il vino ha importanza poiché è un dono di Gesù, un segno di lui e per lui”.
       
      Nell’Antico Testamento il vino è segno dell’inizio del tempo della salvezza, per il Nuovo è simbolo escatologico dei tempi messianici, perché, a dire di san Paolo apostolo “questo ha preparato Dio per coloro che lo amano” (Cfr. Prima lettera di San Paolo Apostolo ai Corinzi 2,9). Ricordiamo, inoltre, che Gesù ha bevuto “del frutto della vita” durante l’ultima cena, simboleggiando il suo sangue sparso per la remissione dei peccati.
       
      Il buon vino di Cana rappresenta la carità di Dio, “il segno della gioia che la venuta del messia realizza”.
       
      Sant’Agostino affermava che “quando si pensa che la festa finisca salta fuori il vino buono, conservato fino allora, il vino nuovo mai gustato prima”.
       
      Per terminare l’esegesi di oggi, vi è una frase su cui porre l'accento: Gesù dice
       
      a sua Madre Maria che non è ancora venuta la sua ora. Quale ora? Il momento
       
      fatidico della salvezza della croce! La colletta di oggi dice che Cristo si è unito
       
      all’umanità, si è sposato con essa, proprio attraverso la croce, con quel sangue
       
      che ci ha redento e resi simili a Lui! Egli l’ha “abbondantemente riversato su di
       
      noi con ogni sapienza e intelligenza, poiché egli ci ha mostrato il disegno del
       
      suo volere, rappacificando, con il sangue della croce gli esseri della terra e
       
      quelli del cielo”.
       
      Massimiliano Lanza
       
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      Bibliografia:
       
      Bessone A.S. (1986), Prediche della domenica anno C, Biella
       
      Caldelari C. (2003), Preghiere del dì di festa, Riflessioni domenicali per credenti e non credenti, Messaggero di Sant'Antonio - Editrice, Padova
       
      Schnackenburg R. (1973) , Il Vangelo di Giovanni, Vol. I, Brescia
       
      Commentari Evangelici riferiti al Vangelo di domenica 24 gennaio
       
      2016 – TERZA DOMENICA PER ANNUM (DEL TEMPO ORDINARIO) -
       
      ANNO C - A cura di Massimiliano Lanza
       
      Vangelo: Luca 1,1-4; 4,14-21 (I lettura Neemia 8,2-4.5-6.8-10; II lettura Prima Lettera di San Paolo apostolo ai Corinzi 12,12-31)
      Oggi, nella prima e seconda lettura si parla di assemblea. L'assemblea è importantissima e la stiamo sperimentando in questo momento. Nella liturgia è centrale la Parola di Dio. Ascoltando la prima lettura vediamo che il Popolo di Israele addirittura piange ascoltando le parti della Sacra Scrittura. Il Concilio Vaticano II ha dato impulso alla Parola di Dio e noi ringraziamo i padri conciliari: nei tempi antichi la Santa Messa era in Latino e la maggior parte della popolazione non la capiva, la Messa era valida anche solamente al momento della consacrazione ma oggi, essendo le celebrazioni in italiano, è molto formativo e importante ascoltare e meditare la Parola di Dio. A nessuno
       
      chiesto di fare il Teologo o il Biblista ma tutti possono leggere la Bibbia per conto proprio e pregare e crescere con essa, ovviamente la leggiamo alla luce del Magistero della Chiesa ma oggi tutti possiamo partecipare alla lettura e ascolto della Parola. Sapete, c'è molta ignoranza al tempo presente, lo ripeto non dobbiamo essere dei biblisti ma comunque documentarci sulla storia della salvezza così come dice il Signore. Tali parole siano scolpite nel nostro cuore. Tutta la tradizione scritta ci dice che dopo il peccato originale tutto si è confuso e oggi noi assistiamo continuamente alla confusione. Siamo totalmente disorientati, noi cristiani, che a volte disorientiamo il mondo. Tutti noi vogliamo sempre fare “bella figura”, possediamo Chiese splendide sul piano artistico e architettonico. Tutto ciò per dare onore a Dio Padre in Cristo Gesù e nello Spirito Santo. Come segno dei tempi dobbiamo dare attenzione al nostro corpo, alla nostra anima. Dobbiamo trovare nutrimento pieno dalla parola che
       
      annunciata; la Buona Novella viene a essere una notizia anche drammatica. Nessuno vuole stare male. Il Figlio di Dio pone l’accento dov'è la ferita.
       
      La Buona Notizia che viene data a Nazareth: “oggi si è adempiuta la Scrittura che avete ascoltato”. Questo luogo è inondato da una notizia splendente ma questa buona novella diventa poi momento di discussione e di discordia, Gesù
      quasi buttato giù dal precipizio in cui si collocava la città.
       
      Oggi, è necessaria l'unione con tutti, soprattutto con le persone che soffrono: la Scrittura è esposta ai credenti, non alla luce del mondo ma alla Luce del Figlio di Dio, con la coscienza di Pietro che tenderebbe a rinnegare Gesù ma che non lo fa e parla secondo la sua Grazia. Alla luce del Figlio di Dio dobbiamo vedere le sue piaghe, le quali ci guariscono da tutti i malanni, soprattutto morali e che scandalizzano i piccoli: il nostro compito, in nome di Dio, è sanare i più deboli.
       
      Al Dio della vita noi chiediamo di presentarci una sposa, la Chiesa con un abito bianco, il profeta Osea ci venga in aiuto in questo. Se un membro è ferito, dobbiamo aiutarlo e generare dei passi che portano alla salvezza (Lanza M. (2013), Commentari biblici, Anno Pastorale 2012-13, in Omelie ed Esegesi, Omelie dal 14 al 31 gennaio 2013, Anno della Fede, pp. 2-3).
       
      Fin dagli inizi della sua opera Luca si presenta e disegna cosa intende fare.
      L’esegesi di oggi parte dal capitolo uno di Luca per poi passare al capitolo quattro, un altro paragrafo sulla vita pubblica di Gesù. I primi versetti introducono l’opera lucana, rivelano la sua intenzione, essere un evangelista, distinguendosi dallo storico e identificandosi con un Teologo della salvezza, come affermò Lohse. Luca sa che non è solo, dietro di lui c’è la comunità dei credenti, la Chiesa. Luca era un medico, pertanto il suo stile era preciso e coglieva il particolare, il suo Vangelo si rivolgeva al ceto degli intellettuali. L’evangelista sceglie accuratamente e compone ordinatamente. Nella predicazione della Chiesa primitiva si proclamava che solo in Gesù Cristo vi è la salvezza, ovvero per tutti quelli che aderiscono Gesù Cristo, lo accettano e ricevono il Suo Battesimo. È necessario affermare che Dio ama tutti e vuole tutti salvati, i modi possono essere molteplici. L’opera lucana, nel suo complesso, richiama il kerygma apostolico primitivo, in altre parole l’annuncio del Regno di Dio. Annunciare il Regno di Dio significa annunciare la verità.
       
      Il soggetto della pericope evangelica odierna è riferito al libro del Profeta Isaia, alla profezia di 61,1-2, dal libro delle consolazioni, già contenuto nel “trito Isaia”. Finezza letteraria ma non solo, a dimostrare che il Nuovo Testamento contiene l’Antico.
       
      Secondo Luca Gesù è stato investito dallo Spirito Santo durante il Battesimo al fiume giordano e lo Spirito lo accompagnerà sempre. La fama di Gesù si diffondeva certamente in tutte le regioni limitrofe, egli legge un brano di Isaia e così inizia il racconto di oggi, ambientato a Nazareth. Vi è qui una curiosità: nelle traduzioni dai manoscritti si evince che Luca utilizza non Nazareth ma Nazara.
       
      Secondo E. Osty Gesù fece diverse visite a Nazareth, città in cui aveva trascorso l’infanzia: nella prima visita viene festeggiato, nella seconda suscita meraviglia, nella terza viene minacciato.
       
      Secondo Schurmann H. le visite sono semplicemente aggiunte posteriori, probabilmente da autori della cerchia di San Luca.
       
      Le parole convertitevi e credete al vangelo sono programmatiche e paradigmatiche: programmatiche perché ai catecumeni (coloro che si preparavano a ricevere il battesimo, chiaramente adulti) veniva proposto come “programma di vita”, paradigmatiche perché richiamano lo schema pentecostale (ossia riferito alla discesa dello Spirito Santo, il quale ha formato l’Ecclesia); il paradigma è il contenuto di un concetto più importante, tant’è vero che la Filosofia, la Politologia, l’Etica e persino la Teologia utilizzano criteri appunto paradigmatici. Gli occhi erano tutti fissi su Gesù, perché in quel momento si compiva un atto liturgico.
       
      “Lo Spirito del Signore è su di me, mi ha consacrato con l’unzione”: Gesù dona all’umanità sollievo, finalmente le profezie si attuano, il suo vangelo si caratterizza per la liberazione dell’uomo dal peccato, dalla gioia messianica,
      dall’intervento di Dio sui poveri e gli oppressi, alla proclamazione dell’anno di Grazia (da cui la derivazione del Giubileo). Egli ha presentato in “termini inequivocabili” la sostanza dell’evangelo.
       
      “Oggi si è compiuta questa scrittura”: in Cristo Gesù si attuano le promesse
       
      antiche (il verbo ivi usato è al tempo perfetto, in altre parole indica il
       
      compimento di un evento del passato i cui effetti perdurano al presente). Il
       
      messaggio di Gesù è di grande consolazione, egli proclama guarigione,
       
      liberazione, libertà e grazia! Egli si rivolge agli anawim, termine ebraico che
       
      significa oppressi e contriti di cuore, è l’annuncio del tempo del perdono, del
       
      tempo della pace! La pace è dono di Dio ed è anche riconciliazione con il suo
       
      amore.
       
      Massimiliano Lanza
       
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      Bibliografia:
       
      Ghidelli C. (1978), Nuovissima versione della Bibbia, Luca, Edizioni Paoline
       
      Lanza M. (2013), Commentari biblici, Anno Pastorale 2012-13, in Omelie ed Esegesi, Omelie dal 14 al 31 gennaio 2013, Anno della Fede – ad uso privato per gli studenti.
       
      Commentari Evangelici riferiti al Vangelo di domenica 31 gennaio
       
      2016 – QUARTA DOMENICA PER ANNUM (DEL TEMPO ORDINARIO) -
       
      ANNO C - A cura di Massimiliano Lanza
       
      Vangelo: Luca 4,21-30 (I lettura Geremia 1,4-5.17-19 ; II lettura Prima Lettera di San Paolo apostolo ai Corinzi 12,31-13,13)
       
      Per comprendere il senso della pericope evangelica di questa domenica è necessario riflettere sulla preghiera di colletta, propria dell’anno C:
       
      “O Dio, che nel profeta, accolto dai pagani e rifiutato in patria manifesti il dramma dell’umanità che accetta o respinge la tua salvezza, fa che nella tua Chiesa non venga meno il coraggio dell’annunzio missionario del Vangelo”: il coraggio è forza necessaria per l’annuncio, analizzate le tristi statistiche sulla frequenza dell’assemblea domenicale, dati che devono fare riflettere, soprattutto perché culturalmente la religione e le religioni hanno una grande importanza, anche culturalmente (Karl Marx definiva le religioni oppio dei popoli!).
      Come può notare chi mi legge, la pericope evangelica riprende la finale della scorsa domenica e inizia così la narrazione. Come pro-memoria mi ricollego a quanto scritto domenica scorsa:
       
      “Oggi si è compiuta questa scrittura”: in Cristo Gesù si attuano le promesse antiche (il verbo ivi usato è al tempo perfetto, in altre parole indica il compimento di un evento del passato i cui effetti perdurano al presente). Il messaggio di Gesù è di grande consolazione, egli proclama guarigione, liberazione, libertà e grazia! Egli si rivolge agli anawim, termine ebraico che significa oppressi e contriti di cuore, è l’annuncio del tempo del perdono, del tempo della pace! La pace è dono di Dio ed è anche riconciliazione con il suo amore”.
       
      Il vangelo di oggi ci parla di un Gesù che non è riconosciuto come profeta, ma solamente il “figlio di Giuseppe”. A differenza della scorsa volta gli scribi e il popolo lo vogliono buttare giù da un dirupo, soprattutto dopo l’affermazione (contenuta solo nel Vangelo di San Luca): al tempo di Elia soltanto a una Vedova, per sopperire alla siccità e carestia, fu mandato il profeta, in Zarepta di Sidone e solo a un lebbroso, Naaman il Siro, fu mandato il profeta Eliseo per la guarigione. Perché?
       
      Il motivo è semplice: il popolo non voleva sentire le parole pungenti di Gesù (la profezia non afferma mai concetti divertenti), voleva essere superiore alla Parola di Dio (della serie ascoltiamo l’omelia e poi non la viviamo e pratichiamo) e il vero precipizio sono le tenebre dell’ateismo, teorico o pratico che sia, e del peccato (gli storici e gli archeologi biblici non sanno dire se in quel punto esistesse un burrone o meno).
       
      La predicazione di Gesù per una parte dell’uditorio era “piena di grazia”, per un'altra parte suscitava meraviglia ma anche invidia e livore. A volte capita a chi è di umili origini diventare scienziato, teologo, filosofo, docente e di non essere apprezzato, dicendo che non è sufficientemente preparato chi non appartiene a un elevato ceto sociale: San Paolo dirà che “tra di noi non ci sono molti nobili, non molti ricchi”, a dire che la ricchezza vera sta in Cristo. Ghidelli afferma che a tutto ciò Gesù “risponde con chiarezza e reagisce con fermezza”. “Nessun profeta è bene accetto in patria”: Gesù non è bene accetto, è emarginato, deriso, non capito, suscita polemiche e odio, eppure compito non solo Suo ma di ogni predicatore è di predicare con coraggio, di dichiarare la verità, anche quando è scomoda!
       
      Il profeta Ezechiele ebbe una rivelazione a riguardo, esortato da Dio a vaticinare (cioè a profetare, a tenere omelie come si direbbe oggi, a predicare insomma) a Israele, che il popolo ascolti o non ascolti, a dire che non sempre l’inviato, l’apostolo di Dio è bene accolto.
       
      Schmid J. affermava ”che già gli antichi profeti hanno dato la preferenza agli stranieri, e un profeta agisce sempre per mandato divino … che per divino
      volere la sua patria deve passare in seconda linea di fronte ai forestieri, anche quando si tratta di miracoli … che la libera elezione di Dio non ha alcun riguardo a vincoli di parentela o di patria”. Quest’ultima a rafforzare il concetto che abbiamo prima espresso.
       
      Alla fine del brano il popolo lo porta sul precipizio ma non possono fargli alcun male, perché non è ancora venuta la sua ora, la morte in croce. Gesù è indifferente alle critiche, passa in mezzo a loro, volta le spalle e se ne va!
       
      Per terminare affermo che l’annuncio della Verità scaturente dalla Buona Novella deve essere proposto, non imposto, ignorando le critiche e parlando sempre con carità, come afferma la seconda lettura, l’Epistola di Paolo di oggi: Vi mostro una via migliore di tutte, dice san Paolo … la carità non si adira, non si vanta, non si gonfia, non risponde al male ricevuto, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta! La carità deriva dal termine greco agaph – agape ed è il massimo dell’amore, cioè la sicurezza assoluta che viene da Dio e che ama tutta l’umanità, soprattutto i peccatori. San Paolo dice che rimangono tre cose: fede, speranza e carità, ma la più importante è la carità.
       
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      Bibliografia:
       
      Bessone A.S. (1986), Prediche della domenica anno C, Biella
       
      Caldelari C. (2003), Preghiere del dì di festa, Riflessioni domenicali per credenti e non credenti, Messaggero di Sant'Antonio - Editrice, Padova
       
      Ghidelli C. (1978), Nuovissima versione della Bibbia, Luca, Edizioni Paoline
       
      Lanza M. (2016), Commentari biblici, Anno Pastorale 2015-16, in Omelie anno C – ad uso privato.
       
      Commentari Evangelici riferiti al Vangelo di domenica 07 febbraio
       
      2016 – QUINTA DOMENICA PER ANNUM (DEL TEMPO ORDINARIO) -
       
      ANNO C - A cura di Massimiliano Lanza
       
      Vangelo: Luca 5,1-11 (I lettura Isaia 6,1-2.3-8 ; II lettura Prima Lettera di San Paolo apostolo ai Corinzi 15,1-11)
       
      Il titolo da proporre per questa quinta domenica del Tempo Ordinario è una
      domanda: siamo tutti profeti? Molto spesso noi cristiani avvertiamo tutta la nostra impurità e indegnità, così come capitò al profeta Isaia. Non c’è nulla da fare: Dio è perfettamente santo, le creature, noi, no! Dio però è Onnipotente, è in grado di cancellare e distruggere tutte le nostre iniquità. Con Dio non solo siamo perdonati ma anche in grado di svolgere la sua missione in terra, come suoi discepoli e apostoli. A tal fine la nostra risposta è contenuta nella prima lettura: “Chi manderò e chi andrà per noi?”. Ed io risposi: “Eccomi, manda me!”. Come affermava il buon Joseph Ratzinger dobbiamo ringraziare Dio che ha scelto strumenti inadeguati (gli uomini) per proclamare la Buona Novella! Per completare la risposta alla domanda iniziale, prima di addentrarci nell’esegesi, con le parole di Serafino Falvo (quando era ancora appartenente alla Congregazione dei Gesuiti), ex religioso Napoletano, affermo che il profetismo, la santità, sono comuni a tutti i cristiani! Talvolta anche le persone virtuose affermano che non possono né fare miracoli né profetare, con frasi del tipo “Farò del mio meglio, ma certo non posso fare miracoli!”… L’ultima frase, per chi ha fede e la coltiva, non è buona. La fede smuove le montagne e, fugando ogni pensiero di tipo eccessivamente carismatico o solo protestante (le correnti meno equilibrate, chiaramente), i doni del Signore sono per tutta la Chiesa, dal Papa all’ultimo dei battezzati, se possiamo fare confronti. La profezia non è predire il futuro ma affermare ciò che Dio vuole per noi qui e ora. Essere profeti è una buona cosa, salvo che chi parla annuncia un Vangelo diverso e San Paolo ci insegnava “anatema sit!”, sia anatema, cioè maledizione. Chi annuncia deve avere la condotta coerente alle parole, rendersi conto che è Dio che parla tramite lui o lei, attenersi al testo sacro.
       
      In ogni caso nella liturgia di oggi, sia la prima lettura sia il Vangelo disegnano racconti di vocazione: il primo, la chiamata di Isaia, la seconda di Pietro che diventa “pescatore di uomini” dopo il miracolo della pesca abbondante.
       
      Il racconto di Luca è di stile tradizionale e, come sempre, le fonti sono accurate.
       
      Il profeta, benché diverso da Dio sia raffigurato come un re seduto su di un trono glorioso.
       
      Il termine santo, riferito a Dio, il tri-aghios, cioè il tre volte santo (richiamo alla Trinità) è tradotto dal greco agioV - aghios che significa senza terra, “che trascende la terra, al di là della terra” (A.S.B., 1986). La pericope evangelica di oggi contiene tre elementi:
       
      La prima predicazione di Gesù;
       
      La pesca miracolosa;
       
      La chiamata di Pietro.
       
      Gesù è identificato come il Maestro, dal greco epistata – epistata e richiama il termine filosofico epistemologia, riferito ovvero al metodo di docenza: Gesù insegnava alle folle su una barca! Insegnava ai semplici e ai colti, senza alcuna
      discriminazione. Le folle, riprendendo il titolo di un testo di Karl Rahner, diventano uditori della parola, essi sono servitori e uditori della parola. Gesù non fa altro che annunciare la parola di Dio agli uomini, non parola umana agli uomini ma parola divina agli uomini e donne del tempo presente.
       
      Dopo la predicazione Cristo e i discepoli partono con la barca e si recano alla pesca e Pietro mette alla prova la sua fede, crede fermamente nel Maestro e getta prontamente le reti. Come risposta tutti sono entusiasti, Pietro si riconosce indegno e peccatore, Gesù lo esorta a non temere, a lasciare tutto (cosa che subitamente fanno) e a seguirlo.
       
      La frase “d’ora in poi sarai pescatore di uomini” può anche essere tradotta con “da questo momento prenderai, conservandoli vivi, degli uomini”. Tutto ciò si attuerà pienamente solo con il Cristo Risorto!
       
      Massimiliano Lanza
       
      Potete inviare i commenti alla stessa sui collegamenti ipertestuali già indicati o con comunicazione via e-mail a:
       
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      massimiliano.lanza.121@istruzione.it
       
      Bibliografia:
       
      Bessone A.S. (1986), Prediche della domenica anno C, Biella
       
      Caldelari C. (2003), Preghiere del dì di festa, Riflessioni domenicali per credenti e non credenti, Messaggero di Sant'Antonio - Editrice, Padova
       
      Falvo S. (1977), Il risveglio dei carismi, San Paolo, Bari
       
      Ghidelli C. (1978), Nuovissima versione della Bibbia, Luca, Edizioni Paoline
       
      Lanza M. (2016), Commentari biblici, Anno Pastorale 2015-16, in Omelie anno C – ad uso privato.
       
      Commentari Biblici riferiti alle letture bibliche di mercoledì 10
       
      febbraio 2016 – Le Sacre Ceneri - COMMENTO AL VANGELO, LEGGI
       
      MATTEO 6,1-6.16-18
       
      A cura di Massimiliano Lanza
       
      Il Padre tuo che vede nel segreto ti ricompenserà
       
      Gesù, sovvertendo la logica farisaica, nel capitolo VI di Matteo ci parla di tre capisaldi di capitale importanza per i giudei, l'elemosina, la preghiera e il digiuno. I farisei ne avevano fatto delle norme esteriori, pensando al plauso che avrebbero ricevuto dagli uomini ma il Padre nostro che vede nel segreto,
      Lui solo ci ricompenserà!
       
      La Preghiera, dal greco proseuchestze - proseuchsJe è anche la supplica e Gesù fa leva sulla preghiera personale, cioè di chiuderci in camera e pregare Dio in segreto. Vi è indubbiamente una parte pubblica della preghiera, pensiamo alla Santa Messa, ai Vespri o al Santo Rosario: per evitare di inorgoglirsi le azioni liturgiche menzionate devo essere praticate con attenzione, concentrazione e umiltà, evitando inutili e dispersive distrazioni o peggio giudicare o addirittura criticare gli astanti, peccato molto grave, ancor più durante la Messa; chi soffre di tale peccato ha il tempo della Quaresima per porvi rimedio.
       
      La traduzione del termine digiuno è anche la frase-sinonimo sono sobrio. Un inno della Liturgia della Ore di rito Romano afferma "sia parca e frugale la mensa, sia sobria la lingua ed il cuore... è tempo di ascoltare la voce dello Spirito", accogliendo la parola di Gesù: Non di solo pane vive l'uomo ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio. Non si tratta di non mangiare ma di non mettere al primo posto il cibo e il solo nutrimento ma anche di nutrirci dell'Eucarestia e della Parola di Dio leggendo la Bibbia, in particolare il Nuovo Testamento e in modo assai speciale il Vangelo di Gesù (ricordiamo che i Vangeli Canonici sono quattro: Matteo, Marco, Luca e Giovanni).
       
      Come sempre a voi le considerazioni personali! Buona Quaresima! Massimiliano Lanza
       
      Commentari Evangelici riferiti al Vangelo di domenica 14 febbraio
       
      2016 – PRIMA DOMENICA DÌ QUARESIMA - ANNO C - A cura di
       
      Massimiliano Lanza
       
      Vangelo: Luca 4,1-13 (I lettura Deuteronomio 26,4-10 ; II lettura Lettera di San Paolo apostolo ai Romani 10,8-13)
       
      La Quaresima, si evince dall’orazione di colletta, è “segno sacramentale della nostra conversione”, in altre parole una rappresentazione esatta di come deve essere la nostra vita spirituale, uno spaccato di cristianesimo applicato, un orientamento della nostra vita alle esigenze del Vangelo. Una particolarità: per il rito Romano la Quaresima è già iniziata il mercoledì delle ceneri, secondo il rito Ambrosiano la Quaresima inizia oggi con la prima domenica; il rito Romano, però, ha il tempo di Avvento più corto; il rito Ambrosiano, in realtà, ha il tempo liturgico di Avvento più lungo di due settimane e ciò compensa in qualche modo la mancanza delle ceneri e dei giorni seguenti alle stesse. Ritornando al commento, affermiamo che lo Spirito datore di vita lo porta nel deserto, luogo di morte. Le tentazioni sono ridotte a tre, in realtà sono di più perché si dice "il diavolo esaurì ogni tentazione". L'uomo non può vivere solo di pane o solo di pietre. La seconda tentazione:
       
      il potere su qualche situazione, persona, realtà, istituzione, ecc. La tentazione
      in oggetto ci accompagna sempre e allora dobbiamo rimettere Dio al primo posto.
       
      La terza tentazione. L'ultima: piegare Dio ai nostri bisogni e alle nostre richieste.
       
      Attraversando le tre tentazioni scopriamo che questi momenti vanno "attraversati". Gesù si allontana quaranta giorni dalla folla prima di iniziare l'attività pubblica. Non dobbiamo evitare le tentazioni ma attraversarle con la stessa forza di Cristo! Certo: il diavolo tornerà ("se tu sei Figlio di Dio, scendi dalla croce"). La Quaresima è il tempo per ordinare la propria vita. Quel Dio cui far spazio si rivela in Gesù Cristo che è il Signore che da vita. Nella malattia, sofferenza, solitudine chiediamo la forza che questo tempo di Quaresima sia tempo di riscoperta di Lui e di Lui (Gesù) solo!
       
      La prima lettura ci parla della gratitudine del popolo eletto verso Dio che li ha liberati dalla schiavitù d’Egitto e che li libera ancora dalla schiavitù del peccato. Il soggetto è il dono della terra promessa, tanto caro a Israele. In questi pochi versetti si narra la storia della salvezza.
       
      La seconda lettura ci parla del dono della salvezza che proviene dalla fede. È necessario credere, soprattutto con il cuore, alla morte e risurrezione di Cristo, centro di tutto l’anno liturgico e vita cristiana (la seconda lettura è una pericope tratta dalla lettera ai Romani; l’epistola parlava di giustificazione per mezzo della fede). La pericope ci parla poi anche della ribellione di Israele con il peccato e richiama il battesimo cristiano.
       
      Il Vangelo ci parla delle tre tentazioni di Gesù: il cibo (il Messia non è un filantropo), il potere (il Messia non è un dittatore), la sfida a Dio (solo Dio è da glorificare). A rimedio di tutto ciò dobbiamo dividere il cibo a chi non ne ha (cosa non sempre facile, per chiunque), gestire meglio il potere politico, valutarsi limitatamente al nostro essere umani.
       
      Cristo vince in virtù e in forza dello Spirito Santo, frutto della Pentecoste. Il dono dello Spirito è esposto dall’evangelista Luca sia nel Vangelo sia negli Atti degli Apostoli. Dio ha poi sconfitto il Diavolo con i suoi stessi mezzi: Satana aveva ingannato Adamo ed Eva con un albero e Gesù sconfigge il male sull’albero della croce.
       
      In Luca, gli avvenimenti inerenti, le tentazioni, a differenza di Matteo, tendono verso il futuro, la risurrezione, la redenzione di Gesù. Per Matteo la rilevanza è nel passato, poiché considera la liberazione attuata nell’Esodo. Nello specifico Luca:
       
      Correla le tentazioni di Gesù al Battesimo;
       
      Correla le tentazioni alla Passione di Gesù (… si allontanò (il tentatore) per tornare al tempo fissato). A riguardo Lo studioso Dupont ci
       
      dice che l’espressione acri kairou – acri kairu (tempo fissato, dal greco) è ricca di significato (la traduzioni potrebbe anche essere “per un
      certo tempo”).
       
      La terza tentazione si attua a Gerusalemme, centro della spiritualità Ebraica, il cavallo di battaglia di Luca sul luogo sacro per eccellenza. Le tentazioni finiscono a Gerusalemme, per il momento, per ritornare poi al momento della prova finale, la crocifissione
       
      La terza tentazione, inoltre, ci parla di potere, Thn exousian – Ten exusian, il dominio del demonio che vuole far entrare l’umanità nelle tenebre, a differenza di Cristo che la fa entrare nella gloria della risurrezione;
       
      Secondo lo studioso Paoli, i tre vizi umani descritti nel Vangelo sono sostanzialmente avarizia, tirannia e vanagloria. “L’uomo nel Vangelo è tra lo Spirito e Satana: la sua scelta è tra queste tre linee, ed è una scelta non una eredità. Sono uomo e quindi sono valere, avere e potere. Devo farmi, non partendo da zero, ma da una posizione alienata, decaduta, e la mia scelta ha necessariamente il carattere di una liberazione. L’uomo nuovo nasce in questo processo di liberazione”.
       
      Riguardo alla “trappola delle tentazioni” il teologo evangelico Kark Barth così afferma: “La nostra attività è veramente determinata da quello che vogliamo. Noi siamo costretti a raggiungere lo scopo che ci siamo prefissi (…). Ormai l’uomo diventa lo schiavo e lo zimbello delle cose, di tutta la natura e la cultura di cui non ho saputo vedere la negazione e la fondazione in Dio; e ormai non c’è più alcun potere superiore che lo protegga da ciò che egli stesso ha posto come il suo Altissimo”.
       
      Buona domenica a tutti!
       
      Massimiliano Lanza
       
      Potete inviare i commenti alla stessa sui collegamenti ipertestuali già indicati o con comunicazione via e-mail a:
       
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      Bibliografia:
       
      Barth K. (1962), L’epistola ai Romani, Milano, p. 26
       
      Bessone A.S. (1986), Prediche della domenica anno C, Biella
       
      Biffi Inos (1984), Introduzione e commenti a Messale di ogni giorno, Piemme, Casale Monferrato
       
      Caldelari C. (2003), Preghiere del dì di festa, Riflessioni domenicali per credenti e non credenti, Messaggero di Sant'Antonio - Editrice, Padova
       
      Dupont J.(1968-69), Le salut Gentil et e signification théologique
      du Livre der Actes, in N.T. St. 6, 132-155
       
      Ghidelli C. (1977), Atti degli Apostoli, Torino
       
      Ghidelli C. (1978), Nuovissima versione della Bibbia, Luca, Edizioni Paoline
       
      Lanza M. (2013), Commentari biblici, Anno Pastorale 2012-13, in Omelie anno C – ad uso privato.
       
      Commentari Evangelici riferiti al Vangelo di domenica 21 febbraio
       
      2016 – SECONDA DOMENICA DÌ QUARESIMA - ANNO C - A cura di
       
      Massimiliano Lanza
       
      Vangelo: Luca 9,28-36 (I lettura Genesi 15,5-12.17-18 ; II lettura Lettera di San Paolo apostolo ai Filippesi 3,17 – 4,1)
       
      La domenica odierna ci dice che il volto di Cristo si trasfigura e dimostra la bellezza di Dio che lascia un segno profondo nell'umanità. Il bello ci piace: sia ciò che vediamo con gli occhi, sia ciò che sperimentiamo nella vita. Dio ha messo in noi un desiderio profondo di bellezza. Abramo è invitato a guardare le stelle e a contarle. Dobbiamo cercare il volto e la grandezza di Dio e invocarlo su di noi in questa forma.
       
      Benché ancora lontana la Pasqua, la trasfigurazione ci presenza il Cristo già risorto, considerando anche che i Vangeli sono stati scritti alla luce della risurrezione. Tuttavia non dimentichiamo che con Mosè ed Elia, apparsi con Gesù, egli parlava della sua dipartita in Gerusalemme. La croce per Gesù, le angosce e le sofferenze della vita per noi credenti, sono esperienze di crescita e preludio di vita nuova. Leggendo la prima lettura, un passo di Genesi, si nota come Dio terminò con Abramo un’alleanza, fatto che sarà ricordato più avanti da San Paolo: il patriarca era un segno a mo’ di esempio per tutti i cristiani. Nella seconda lettura San Paolo ci dice che saremo trasfigurati ma nei cieli, concetto espresso con parole affabili.
       
      Per capire l’esperienza del Figlio di Dio è necessario leggere il prefazio della Messa riferito alla seconda domenica di Quaresima:
       
      “Egli, dopo aver dato ai discepoli l’annunzio della sua morte, sul santo monte manifestò la sua gloria e chiamando a testimoni la legge e i profeti indicò agli apostoli che solo attraverso la passione possiamo giungere al trionfo della risurrezione”.
       
      La trasfigurazione è la parte più importante dell’opera Lucana: con l’episodio della confessione di fede di Pietro e con la pericope odierna, assistiamo ad una vera e propria teofania, così come accade ad Abramo. Il ministero di Gesù sta volgendo al termine, giungendo a Gerusalemme e alla croce. La trasfigurazione, inoltre, richiama all’esodo (l’uscita di Israele dalla schiavitù egiziana) e all’ascensione di Gesù che avviene al termine del periodo post-
       
      pasquale. Il richiamo è comunque alla doxa – doxa, la gloria. Per arrivare alla gloria è necessario passare per la persecuzione e per tanto si parla di un nuovo
      esodo con Gesù.
       
      Luca presenta le tre teofanie principali di Gesù: il battesimo, la trasfigurazione, la pasqua-pentecoste. Il primo e il secondo sono preludio dell’ultimo. L’evangelo di oggi può essere trampolino di lancio per uno studio comune tra antico e nuovo testamento. La pericope di oggi (e le altre parti del vangelo lucano) è ricca di teofanie veterotestamentarie e di letteratura apocalittica giudaica.
       
      Le teofanie sono così catalogate:
       
      Il monte: di significato profondamente cristologico, paragonabile al discorso della montagna in Matteo e altrove – ricordiamo Mosè al Monte Sinai;
       
      Mosè ed Elia: rappresentavano la Legge e i grandi Profeti dell’Antico Testamento. Gesù è identificato come il nuovo Mosè (il quale aveva visto Dio e non era morto, come si credeva presso gli antichi ebrei). Elia rappresenta Gesù poiché, alla sua morte, salì direttamente in cielo con un “carro di fuoco”, simile uququinqqqqqqqquindi al Risorto. In realtà Luca si preoccupa di far risaltare Elia profeta nella persona di Gesù. Elia e Mosè hanno a che fare con un monte, il Carmelo per il primo e il Sinai per il secondo, così come Cristo che si trasfigurò sul monte. Egli attua in totale la legge di Mosè, i profeti e anche i salmi, i quali sono per antonomasia profetici;
       
      La gloria, poi, è un attributo messianico assai rilevante. Gesù è qui definito il figlio prediletto e il profeta, è il Messia sofferente identificato nel deutero - Isaia. Il brano di oggi non è correlato direttamente con quanto affermato sopra ma implicitamente è ivi contenuto il destino di sofferenza del Cristo. Egli rimase inascoltato!
       
      Il tema del riposo: si tratta di una questione escatologica, cioè la pace interiore che viene soltanto da Dio;
       
      La tenda: è simbolo nuziale, del matrimonio tra Dio e l’umanità, essa richiama a Mosè, che veniva “ricevuto da Dio” nella tenda del convegno;
       
      La voce dal cielo: è l’autorevolezza di Dio che entra in gioco a dare ufficialità alla missione del Figlio Prediletto, Gesù: egli è identificato come il Figlio regale, il Servo sofferente e il profeta.
       
      Per terminare i punti appena enucleati, cito, con C. Ghidelli, Riesenfeld: “Non bisogna dimenticare, sempre come riferimento alla trasfigurazione, che la nuova realtà, personificata da Gesù, a proposito dei prototipi presenti nell’Antico Testamento e nel culto giudaico, rappresenta non una seconda riproduzione né una spiritualizzazione, ma una seconda creazione nel quadro però delle antiche categorie e degli antichi motivi”.
       
      Luca fornisce in questo brano riferimenti cronologici precisi (otto giorni dopo) e, tipico di Luca, è raffigurato un Cristo sempre orante. Sul piano letterario, a
      differenza di Matteo, tralascia il termine greco metamorfoomai - metamorfoomai per evitare fraintendimenti con la cultura pagana, come sostiene A. Feulliet.
       
      I due uomini rappresentano i due angeli presenti al momento della risurrezione e al momento dell’ascensione.
       
      Dopo tutte le spiegazioni esegetiche riportate, un altro particolare è di estrema importanza: il post trasfigurazione fa convergere Gesù a Gerusalemme, capitale e centro di tutta la spiritualità giudaica, culla della Chiesa, centro di tutta la cristianità.
       
      Un altro particolare è che la trasfigurazione è un racconto simile all’episodio del Getsemani: il Cristo orante e la debolezza dei discepoli. I capisaldi sono dunque preghiera e vigilanza. Pietro, Giacomo e Giovanni, testimoni dell’evento, sono ancora troppo ignoranti per capire e, infatti, ne esce l’espressione: ”Maestro, è bello per noi stare qui, facciamo tre tende, una per te, una per Mosè e una per Elia” (Cfr. brano evangelico). La nube che giunge inizia a far rendere conto ai discepoli di quanto accadeva, subentra il timore, Dio è coinvolgente.
       
      La voce del Padre “questo è il figlio mio, l’eletto, ascoltatelo!” rappresenta
       
      l’ufficialità di Gesù rivelato come il prediletto che compie la missione redentiva
       
      dell’umanità.
       
      Una particolarità:
       
      Secondo Rengstorf, un esegeta biblico deutonico, l’evento della trasfigurazione si svolse probabilmente in ore notturne, tempo propizio per la preghiera di Gesù. In effetti, nella notte avvengono l’esodo, la creazione, la risurrezione di Cristo. La Chiesa riproduce tutti gli aspetti citati durante la celebrazione della Veglia Pasquale (pasqua significa passaggio ed esodo uscita). Termino con una citazione:
       
      Paolo VI, sabato 5 agosto 1978, il giorno prima della sua morte scrisse: “Sulla cima del Tabor, Cristo svela per qualche istante la sua divinità e il precedente destino della figura umana”. Noi vediamo il corpo di Cristo nostro fratello ma è anche il nostro corpo che va verso la gloria, la nostra sorte e il nostro splendore. Ci aiuti Maria, la donna della fede, pronta come Abramo a celebrare il suo “eccomi”.
       
      I discepoli, quando videro il Signore Risorto, gioirono nel cuore; i credenti devono sperare che la Quaresima li faccia progredire nella costante ricerca della bellezza di Dio.
       
      Massimiliano Lanza
       
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      Bibliografia:
       
      Bessone A.S. (1986), Prediche della domenica anno C, Biella
       
      Caldelari C. (2003), Preghiere del dì di festa, Riflessioni domenicali per credenti e non credenti, Messaggero di Sant'Antonio - Editrice, Padova
       
      Feulliet A. (1959), Le récit Lucanien de la tentation, in Bi. 40, pagg. 613-631
       
      Ghidelli C. (1978), Nuovissima versione della Bibbia, Luca, Edizioni Paoline
       
      Lanza M. (2013), Commentari biblici, Anno Pastorale 2012-13, in Omelie anno C – ad uso privato.
       
      Lanza M. (2015), Commentari biblici, Anno Pastorale 2014-15, in Omelie anno B – ad uso privato
       
      Commentari Evangelici riferiti al Vangelo di domenica 28 febbraio
       
      2016 – TERZA DOMENICA DÌ QUARESIMA - ANNO C - A cura di
       
      Massimiliano Lanza
       
      Vangelo: Luca 13,1-9 (I lettura Esodo 3,1-8.13-15 ; II lettura Prima Lettera di San Paolo apostolo ai Corinzi 10,1-6.10-12)
       
      Il vangelo di oggi contiene due parti distinte: la prima ci dice che tutti siamo peccatori, la seconda che Dio dà a tutti i peccatori, la possibilità di pentirsi e salvarsi.
       
      La prima parte è spiegata commentando due episodi di cronaca (di cronaca nera, così anche come accade oggi) reali, la seconda per mezzo di una parabola.
       
      Ritornando alla prima parte è da notare che i giudei credevano che a ogni peccato corrispondesse un castigo materiale, qui in terra prima ancora che nell’eternità. I due fatti erano un eccidio operato dal governatore Pilato e una disgrazia umana che a tutti può accadere. Il primo episodio avvenne perché il Governatore fermò la rivolta degli Zeloti, un gruppo fanatico nei confronti della Legge e tradizione ebraica, il quale voleva sovvertire la “dittatura” imperiale romana (gli Israeliani, al di là delle polemiche attuali, difendono comunque sé stessi dagli oppressori). Di là dalle ultime considerazioni, gli Israeliti ragionavano che se a quelle persone erano accadute tali cose, significava che erano peccatori irresoluti e quindi meritevoli di un castigo. Gesù rifiuta tale visuale, dicendo che, in realtà, tutti gli uomini sarebbero meritevoli di castighi: a conforto di quanto affermato la preghiera dell’Atto di contrizione contiene la
      frase “perché peccando, ho meritato i tuoi castighi”, ma contiene anche la frase “e molto più perché sei infinitamente buono e degno di essere amato sopra ogni cosa” (parte positiva della preghiera). Alla fine il messaggio di Gesù è che dobbiamo convertirci (sinonimo di fare penitenza), cioè invertire la nostra rotta, appunto essere buoni (non a Natale o a Pasqua ma sempre), amare di più il prossimo, pregare di più e meglio. Come affermato nel 2013, “Gesù mette in guardia sulla ricerca della falsa sicurezza; ci dice di evitare di fare il rapporto peccato-punizione ma il suo Invito riguarda la conversione. L'invito è produrre frutti di bene. I segni di Gesù devono portare alla conversione. Se non ci pentiamo e non cambiamo direzione di marcia, non possiamo arrivare verso Dio. Le sventure invitano alla conversione. Da una religiosità di abitudine dobbiamo arrivare ad una fede vissuta”.
       
      Dimostrando quanto affermato sopra, notiamo come, a un certo punto, Gesù
       
      esordisca dicendo: “Credete che quei galilei abbiano subito tale sorte perché
       
      Erano più peccatori di tutti gli altri Galilei? Vi dico che non è così; anzi, se non
       
      convertirete, perirete tutti allo stesso modo”. I Farisei pensavano che fosse
       
      giusta la loro sorte, peccatori e loro, invece giusti.
       
      Gesù, ancora una volta, ribalta la situazione, fa il teologo “dogmatico”, ed esorta tutti a cambiare, ad essere vigilanti, perché a chiunque può accadere (e
       
      i mass-media, attualmente, ne danno forte risalto).
       
      Cristo è addolorato perché i Farisei non voglio convertirsi, tutti presi nei loro
       
      ragionamenti, tutti concentrati sul fatto che solo loro sono “giusti”. Egli allora
       
      aggiunge la parabola del fico sterile (comune a Luca), il quale ha bisogno di
       
      cure. Quali? La misericordia e il perdono. Il teologo J. Schmid diceva che il fico
       
      era un’immagine molto in voga per rappresentare Israele. Nel Vangelo, lo ricordiamo, oltre al fico, è utilizzata l’immagine della vigna, nonché nei profeti
       
      Veterotestamentarii.
       
      Se si leggesse attentamente la pericope evangelica, si evince che da tre anni la
       
      pianta era sterile. Tre anni sono il tempo del ministero messianico, il tempo in
      cui Gesù predica, il tempo finale prima della croce. Gli studiosi, nonostante
       
      questa felice intuizione, dicono che non è certo il collegamento tra un
       
      evento e
       
      l’altro.
       
      “Signore, lascialo ancora per quest’anno”: significa l’anno di grazia del Signore,
       
      richiamo al tempo del Giubileo (ricordiamo i giubilei avvenuti nella storia della
       
      Chiesa). Secondo Luca, in realtà, Gesù attende ancora la conversione di Scribi
       
      e Farisei, cosa che purtroppo non avvenne.
       
      Riguardo al fico scrissi nel passato:
       
      “Il Papa emerito, Benedetto XVI, durante la sua ultima omelia, prima delle dimissioni, il 13 febbraio 2013, giorno delle Sacre Ceneri, affermò che pochi sono disposti ad agire sul proprio cuore.
       
      La prima lettura dell’attuale domenica ci parla della trascendenza e dell'immanenza di Dio; il pensiero va all'episodio singolare del roveto ardente. Dio non preclude la possibilità di redimersi, vedi l'episodio del fico. Dio non ha creato all'inferno e non manda nessuno all'inferno, all'inferno ci andiamo noi e se non seguiamo i suoi comandamenti ci autocondanniamo con il nostro peccato”.
       
      Per terminare affermo che l’uomo è un triste peccatore ma la colpa è felice, come affermava Sant’Agostino: “O felice colpa, che mi ha dato un così grande redentore”!
       
      Massimiliano Lanza
       
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      Bibliografia:
       
      Bessone A.S. (1986), Prediche della domenica anno C, Biella
       
      Ghidelli C. (1978), Nuovissima versione della Bibbia, Luca, Edizioni Paoline
       
      Lanza M. (2013), Commentari biblici, Anno Pastorale 2012-13, in Omelie anno C – ad uso privato
       
      Ortensio da Spinetoli (1982), Luca, Cittadella Editrice, Assisi, pagg.
      454 - 456
       
      Rengstorf Karl Heinrich (1980), Luca, Brescia, pag. 280
       
      Commentari Evangelici riferiti al Vangelo di domenica 06 marzo
       
      2016 – QUARTA DOMENICA DÌ QUARESIMA - ANNO C - A cura di
       
      Massimiliano Lanza
       
      Vangelo: Luca 15,1-3.11-32 (I lettura Giosuè 5,9.10-12 ; II lettura Seconda Lettera di San Paolo apostolo ai Corinzi 5,17-21)
       
      Il vangelo di oggi è la classica parabola del Figliol prodigo, esemplificazione dell’amore di Dio ma anche dell’invidia da parte dei cosiddetti “giusti”.
       
      Per spiegare la misericordia di Dio, concetto contenuto nella pericope evangelica, parto da un Enciclica, edita da Giovanni Paolo II nel 1980, “Dives in misericordia”. L’episodio, qui non riportato interamente, parla di un uomo che aveva due figli, uno leale, l’altro no, un ingrato! Il secondo chiede al Padre di dividere l’eredità e parte per un paese lontano, vivendo da dissoluto e sperperando i suoi averi con le prostitute. Pentito, ritorna dal padre, accettando ogni eventuale punizione che gli avesse inflitto. Il Padre (immagine di Dio) invece di punirlo, lo redime, gli ridà la dignità perduta e lo accetta di nuovo a casa. Fa festa, il figlio perduto è stato ritrovato. L’altro fratello, tornando dai campi, sente la musica e apprende che era tornato il fratello prodigo, che suo padre festeggiava. Egli è arrabbiato e forse, pensandoci, lo sarebbe chiunque ma i beni del padre erano sempre a sua disposizione; egli, come tutti i peccatori, non accetta che il padre, Dio, possa perdonarlo. A volte capita di sentire l’espressione “Dio dovrebbe fare venire il cancro ai delinquenti punendoli”, come se noi potessimo gestire la situazione e dare a Dio consigli. Il Santo papa afferma: “Quel figlio, che riceve dal padre la porzione di patrimonio che gli spetta e lascia la casa per sperperarla in un paese lontano, vivendo da dissoluto, è in un certo senso l’uomo di tutti i tempi […]”. L’uomo, dopo aver sperperato i suoi averi, conosce la miseria e la fame, si fa assumere da un allevatore di porci ma continua a vivere la povertà. In questa situazione “avrebbe voluto saziarsi con qualche cosa, magari anche con le carrube che mangiavano i porci. Ma persino questo veniva rifiutato. L’analogia si sposta chiaramente verso l’interno dell’uomo”. Gesù ha affermato che dall’interno dell’uomo esce il male e non vi entra dall’esterno. Egli, come argomentava il Papa, aveva perso davvero la cosa più importante, la dignità di figlio. Non se ne rende ancora conto, neanche quando afferma: “Quanti salariati in casa di mio padre hanno pane in abbondanza, ed io qui muoio di fame”! Egli misura se stesso con il metro dei beni che aveva perduto, che non “possiede” più, mentre i salariati in casa di suo padre li “posseggono”.
       
      Come si svela in questo brano la misericordia di Dio?
       
      La figura del genitore, del padre, come abbiamo già affermato sopra, è figura
      di Dio Padre. “Il padre del figliol prodigo è fedele alla sua paternità, fedele a quell’amore , che da sempre elargiva al proprio figlio. Tale fedeltà […] si esprime ancor più pienamente con quella gioia, con quella festosità così generosa nei confronti del dissipatore, dopo il ritorno, che è tale da suscitare l’opposizione e l’invidia del fratello maggiore, il quale non si era mai allontanato dal Padre e non ne aveva abbandonato la casa”.
       
      La gioia del padre sta nel fatto che era stata salvata l’umanità del figlio (in quest’occasione, appunto, si commuove, ma sono lacrime di gioia). Al figlio fedele egli afferma che bisognava fare festa perché suo fratello era morto ed è stato ritrovato, è “risuscitato dal male”.
       
      Il padre ama suo figlio e quest’amore è pari all’inno della carità di San Paolo apostolo: “La carità è paziente, è benigna la carità […], non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto […], si compiace della verità […], tutto spera, tutto “sopporta” e non “avrà mai fine””.
       
      Anche tutti noi credenti abbiamo forti pregiudizi, talvolta, sulla misericordia. Valutiamo la divina misericordia esteriormente e invece è un qualcosa d’interiore. La misericordia di Dio, quando ci perdona (basta che lo vogliamo), dimentica il male da noi commesso.
       
      La parabola del figliol prodigo, terminando questa prima parte, “esprime in modo semplice, ma profondo, la realtà della conversione” (realtà espressa anche nella liturgia di domenica scorsa).
       
      Veniamo ora a un’esegesi più dettagliata ma che sicuramente proporrà anche concetti simili:
       
      La parabola di oggi è stata pronunciata da Gesù per scribi e farisei. Essa è stata variamente interpretata. È battezzata con vari nomi: la parabola del figliol prodigo, la parabola del padre misericordioso, la parabola dei due figli, ecc. Il messaggio, in effetti, va considerato tenendo conto del punto di vista di entrambi. La richiesta del patrimonio con il verbo “dammi” da parte del figlio scapestrato in sé e per sé non è peccaminosa. Il peccato è riferito a vari fattori: secondo Schlatter perché ha dilapidato i beni del padre, per Bornhauser perché conduceva una vita immorale, per Lyonner era l’immagine di Adamo che voleva essere autonomo rispetto a Dio. L’Antico Testamento contiene vari brani sulla liceità, anche giudaica, di ereditare e avere beni paterni.
       
      Il fatto che il fratello dilapidò i beni con le prostitute è simbolo d’impurità legale; il fatto, invece, che si saziasse di carrube è segno di grave miseria.
       
      Il centro, il nucleo, della parabola è l’amore del padre più che il pentimento del figlio. Egli riconosce tuttavia di avere peccato, segno del suo itinerario interiore di conversione. Egli percepisce la dimensione verticale del suo male, cioè di aver peccato contro il cielo (immagine di Dio) e contro il padre. Ascoltando le righe del vangelo di oggi viene in mente il peccato del re Davide, il quale, come il figliol prodigo, afferma, di non essere più degno.
      Allontanandosi da casa cerca la libertà, ritornando acquisisce la vera libertà e soprattutto, come abbiamo già affermato, la vera libertà.
       
      Non basta essere giusti per salvarsi, ma bisogna entrare nella logica nuova inaugurata da Gesù, l’amore. L’amore si attua nella partecipazione alla comunione, è l’agape, il massimo che si possa desiderare!
       
      Dio è amore! L’immagine del padre misericordioso è la fotocopia di Dio, prima che ci rechiamo a chiedere perdono lui ci ha già perdonati e ci abbraccia con vero affetto!
       
      Massimiliano Lanza
       
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      Bibliografia:
       
      Bessone A.S. (1986), Prediche della domenica anno C, Biella
       
      Ghidelli C. (1978), Nuovissima versione della Bibbia, Luca, Edizioni Paoline
       
      Commentari Evangelici riferiti al Vangelo di domenica 13 marzo
       
      2016 – QUINTA DOMENICA DÌ QUARESIMA - ANNO C - A cura di
       
      Massimiliano Lanza
       
      Vangelo: Giovanni 8,1-11 (I lettura Isaia 43,16-21 ; II lettura Lettera di San Paolo apostolo ai Filippesi 3,8-14)
       
      Il Vangelo di oggi ci parla nuovamente di misericordia.
       
      Sant’Agostino, a proposito dell’episodio dell’adultera afferma che “la miseria si trovò, sola, davanti alla misericordia” a dire che la nostra miseria sta davanti a Cristo che è misericordia. Dio, infatti, ha condannato il peccato, non l’uomo!
       
      La pericope evangelica di oggi è un testo bellissimo. Gesù sta insegnando nel tempio e giungono farisei e dottori della legge con una donna colta in flagrante adulterio. Il marito non fu catturato, probabilmente era riuscito a fuggire, ma la mentalità dei capi del popolo ebraico era misogina e sessuofoba, quindi il peccato era certamente più grave per la donna (oggi impensabile, anche se in certi casi tale mentalità non è stata ancora superata). La pena era capitale, per lapidazione.
       
      Gesù predica non la vendetta ma il perdono, non il castigo ma la conversione! Tutto ciò era preso in odio dai capi religiosi di Israele. Essi, per metterlo alla prova, gli pongono una questione difficile e delicata, per poterlo trarre in inganno (poco prima era stato quasi arrestato, ma le guardie del sommo
      sacerdote non vi riuscirono perché la folla lo considerava un profeta e poi anche per l’arringa di difesa di alcuni membri del Sinedrio, tra cui Nicodemo). Gesù è “tra l’incudine e il martello”: se avesse risposto di applicare la legge di Mosè non sarebbe stato misericordioso; se avesse assolto la donna, si sarebbe dimostrato a suo favore, cioè adultero come lei. In realtà egli non risponde, scrive per terra. Alcuni esegeti sostengono che lo scrivere in terra significava che egli descriveva con degli aggettivi il peccato degli uomini che accusavano l’adultera, ma la questione è aperta a varie interpretazioni. Alcuni interpretano il fatto secondo il diritto Romano: i giudici, prima di emettere la sentenza, dovevano scrivere il verdetto di proprio pugno. Ma ai giudei sembra non importare e incalzano ad interrogarlo. Allora Gesù esprime la famosa frase “chi
       
      senza peccato scagli la prima pietra”, a dire “non voglio il sangue di questa donna!”. E scriveva di nuovo per terra al termine dell’affermazione. Egli, poco prima, non guardava in faccia gli accusatori, ma solo al momento della fatidica frase, alza la testa.
       
      In realtà i capi religiosi di trovarono in una situazione imbarazzante: secondo la cultura ebraica chi aveva diritto a scagliare la prima pietra? Il testimone che aveva sorpreso la peccatrice e che aveva ingenerato la sentenza di morte.
       
      Gesù, in pratica, chiede chi fosse il testimone qualificato che per primo avrebbe dovuto scagliare la pietra. Il testimone doveva essere incensurato ma non penso che Gesù lo ritenesse tale.
       
      Nella pericope odierna “si chiede il parere su una sentenza da dare o forse già data”. I farisei cercano di trarre in inganno un uomo considerato dal popolo un maestro e un nuovo Mosè. Il caso è chiaro: donna adultera. Pena: capitale.
       
      Fonte: la legge ebraica data da Mosè, scritta nel libro del Levitico: “L’uomo che commette adulterio con la donna del suo prossimo dovrà morire, lui e la sua complice” (Levitico 20,10). Gli Ebrei, ritornando all’accenno del diritto romano di cui si parla più sopra, non erano più abilitati a comminare sentenze di morte (causa la dittatura Romana che li sottoponeva allo Ius gladii) e si pensava che praticassero in moltissimi casi giustizia sommaria (un po’ come Comeini e prima Hitler, Stalin, Mao Tze Tung, per fare esempi calzanti) e quindi ignorando la legge dell’Impero.
       
      Il teologo Rudolf Schnackenburg affermava: “Chi scrive sulla sabbia e in tutto ciò che non ha consistenza, è esente da colpa”. Diffusa è la semplice spiegazione che il gesto di Gesù significasse riflessione, il rinviare una decisione, la volontà di non intervenire sul caso (questa e altre di cui sopra sono tutte possibili interpretazioni), il non volere giudicare. Sant’Agostino affermava: “sarà scritto nella polvere chi si allontana da te; perché essi hanno abbandonato il Signore, la fonte dell’acqua zampillante”. A volte, ecco perché la condanna, si tende a fare paura alle persone perché non pecchino o commettano reati, come gli “spaventapasseri” negli orti, ma la giustizia di
      questo mondo è comunque miseria. San Giovanni Paolo II, nell’enciclica Dives in misericordia affermava: “L’esperienza del passato e del nostro tempo dimostra che la giustizia da sola non basta e che, anzi, può condurre alla negoziazione e all’annientamento di se stessa, se non consente a quella forza più profonda che è l’amore, di plasmare la vita umana nelle sue varie dimensioni” (Giovanni Paolo II, Dives in misericordia).
       
      Il dialogo che intercorre tra Gesù e l’adultera è breve ma efficace. In realtà porta alla liberazione, è liberatorio. “Nemmeno io ti condanno”, dice, “va, e d’ora in poi non peccare più”. Egli salva la donna ma condanna chiaramente il peccato, suo e degli accusatori.
       
      Non occorrono successivi commenti sulla misericordia. Per Israele gli adulteri, in realtà, erano chi tradiva i rapporti profondi, tra i molti i rapporti spirituali, i rapporti di fedeltà nei confronti di Dio, pensiamo alla contaminazione del culto idolatrico e negromantico.
       
      Oggi Dio è stato un po’ dimenticato, è difficile considerare un adultero / un’adultera nei confronti di Dio. Il peccato di adulterio non è quasi più considerato, a volte anche la gerarchia ecclesiastica o i teologi ne mitigano notevolmente la colpevolezza; tutto ciò accade per una forte crisi di fede contemporanea. Chi crede poco in Dio non si considera né adultero né peccatore ma ognuno ha il libero arbitrio, pertanto è libero di compiere le proprie scelte. Siamo condizionati dai segni dei tempi: se uno compie un atto simile, è giustificato e scusato, dicendo che non ha compiuto nulla di scandaloso (anche quest’ultimo concetto sottoposto a varie interpretazioni). La cosa più importante, come affermava Padre David Maria Turoldo, è essere consapevoli dei propri peccati e pensare che “Dio per noi ha fatto prodigi, abbiamo il cuore pieno di gioia”.
       
      Massimiliano Lanza
       
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      Bibliografia:
       
      Bessone A.S. (1986), Prediche della domenica anno C, Biella
       
      Caldelari C. (2003), Preghiere del dì di festa, Riflessioni domenicali per credenti e non credenti, Messaggero di Sant'Antonio - Editrice, Padova
       
      Schnackenburg R. (1977), Il Vangelo di Giovanni, Brescia, II, pp. 306-306
      Commentari Evangelici riferiti al Vangelo di domenica 20 marzo
       
      2016 – DOMENICA DELLE PALME – SETTIMANA SANTA - ANNO C - A cura di Massimiliano Lanza
       
      Vangelo: 1) Alla processione Luca 19,28-40; 2) Durante la Celebrazione Eucaristica Luca 22,14 – 23,56 (I lettura Isaia 50,4-7 ; II lettura Lettera di San Paolo apostolo ai Filippesi 2,6-11)
       
      Oggi inizia ufficialmente la Settimana Santa, tempo di passione e di rievocazione dei passi principali della storia salvifica. Commenterò, come molti predicatori ed esegeti fanno, il vangelo introduttivo, il quale ci parla del Re che entra in Gerusalemme su un puledro e viene acclamato dalle folle, le quali lo condanneranno poco dopo. Vengono rievocati dunque i segni della salvezza, mediteremo sul mistero della Croce che ha salvato l’umanità.
       
      Il puledro che cavalca Gesù è figlio d’asina e ben sappiamo come il termine “asino” sia stata usato, e lo è tutt’ora, per denigrare lo studente che non ha studiato o la persona che non è colta, oppure chi sfoggia bellamente la propria ignoranza. Gesù sceglie un puledro non puro, perché ha “nascosto queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le ha rivelate ai piccoli”. L’asino è comunque un simpatico e tenero animale, tutt’altro che stupido.
       
      Un tempo l’arcivescovo di Marsiglia, ai tempi il Cardinale Etchegaray, così scriveva: “Io vado avanti come un asino… Sì, proprio come quell’animale che un dizionario biblico così descrive: “L’asino della Palestina è molto vigoroso, sopporta il caldo, si nutre di cardi; ha una forma di zoccoli che rende molto sicuro il suo incedere, costa poco il mantenerlo. I suoi difetti sono la caparbietà e la pigrizia” (Dheilly, pag. 52). Io vado avanti come quell’asino di Gerusalemme, che, in quel giorno della festa degli ulivi, divenne la cavalcatura regale e pacifica del Messia. Io non sono sapiente, ma una cosa so: di portare Cristo sulle mie spalle e la cosa mi rende più orgoglioso”.
       
      La domenica odierna è anche detta da alcuni liturgisti, da alcuni esegeti, un segno “pre-pasquale”. La seconda lettura di oggi, utilizzata in tutti e tre gli anni liturgici è un inno cristologico: “Cristo Gesù pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma spogliò sé stesso, assumendo la condizione di servo e diventando simile agli uomini. Apparso in forma umana umiliò sé stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di Croce. Per questo Dio lo ha esaltato e gli ha dato il nome al di sopra di ogni altro nome; perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi, nei cieli, sulla terra e sotto terra; e ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore a gloria di Dio Padre”.
       
      A riguardo di quest’ultima non c’è nulla da dire, soltanto è doveroso inginocchiarsi a quella croce che ci dà la salvezza! A differenza del vecchio Adamo che voleva essere simile e superiore a Dio, il nuovo Adamo, l’uomo
      Cristo Gesù, si umilia fino alla morte di croce per essere gradito al Padre. L’episodio odierno, dell’ingresso trionfale di Gesù in Gerusalemme, insieme ai versetti 41-44, è conclusione di una precedente sessione. Dopo l’introduzione seguono delle note topografiche (si trovavano, prima di Gerusalemme a Betfage e poi a Betania.
       
      Gesù poi si reca nel tempio ad insegnare, come era accaduto all’inizio del Vangelo così accade alla fine, perché alla fine del racconto quasi ci siamo. Da notare che Betania è il paese di Marta, Maria e Lazzaro, il terzo fratello che Gesù ha risorto (ricordiamo il famoso episodio della risurrezione di Lazzaro). Egli manda i suoi discepoli a sciogliere un asino, che però ha dei proprietari; sembra che i discepoli di Gesù lo rubino, in realtà l’espressione originale greca fa capire che i nostri beni appartengono prima di tutto al Signore e sono a Lui necessari.
       
      Prima dell’episodio Gesù aveva previsto “troverete un puledro legato”, dimostrando il profetismo messianico che principalmente viene da Dio. Quando fu vicino alla discesa del Monte degli Ulivi: è una precisazione che solo Luca ci offre. Gli apostoli osannavano Cristo per i miracoli e i segni compiuti; molto probabilmente, anche se l’episodio è contenuto in una pericope del Vangelo di Giovanni, si allude alla Risurrezione di Lazzaro.
       
      Benedetto Colui che viene (termine greco o ercomenoV - o ercomenos)…: la redazione lucana è molto specifica. Egli toglie l’espressione di origine aramaica Hosanna in ragione dei suoi destinatari che parlano il greco: invece di regno scrive re, secondo la profezia di Zaccaria, simile a Matteo, dimostrando che la finalità di questa pericope evangelica, che introduce l’inizio della settimana santa, mostra Gesù che, entrando gloriosamente in Gerusalemme è contemporaneamente Profeta, Re, Messia e Salvatore. come
       
       
       
      Massimiliano Lanza
       
      Potete inviare i commenti alla stessa sui collegamenti ipertestuali già indicati o con comunicazione via e-mail a:
       
      maestro.max@hotmail.it
       
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      massimiliano.lanza.121@istruzione.it
       
      Bibliografia:
       
      Bessone A.S. (1986), Prediche della domenica anno C, Biella
       
      Caldelari C. (2003), Preghiere del dì di festa, Riflessioni domenicali per credenti e non credenti, Messaggero di Sant'Antonio - Editrice, Padova
      Ghidelli C. (1978), Nuovissima versione della Bibbia, Luca, Edizioni Paoline
       
      Mgr. Etchegaray (1978), in Bollettino diocesano di Marsiglia, Marsiglia (Francia)
       
      Commentari Biblici riferiti alle letture bibliche di domenica 27
       
      marzo 2016 – PASQUA DÌ RISURREZIONE - ANNO C - A cura di
       
      Massimiliano Lanza
       
      Vangelo della notte: Luca 24,1-12; Vangelo del giorno: Giovanni 20,1-9 ; alla Santa Messa Vespertina per l’anno C si legge Luca 24,13-35 (I lettura Atti degli Apostoli 10,34.37-43 ; II lettura Lettera di San Paolo Apostolo ai Colossesi 3,1-4 oppure I lettera di San Paolo Apostolo ai Corinzi 5,6-8)
       
      A cura di Massimiliano Lanza
       
      Cristo è Risorto secondo le Scritture!
       
      Alcune parti del presente commento sono state tratte dallo scorso anno (la liturgia del giorno ha le stesse letture, cambiano i vangeli della notte e il vangelo della Santa Messa vespertina, celebrata la sera della domenica, per intenderci).
       
      Tornando alla nostra esegesi, possiamo affermare che la frase sopra riportata, il titolo, per intenderci, è tratta dal Credo, Gesù "è veramente risorto secondo le scritture". Il bel tempo della Quaresima è terminato e si attua pienamente, anche a livello liturgico (la liturgia terrestre interconnessa con la celeste), la pienezza dell'anno, la festa della Redenzione con la celebrazione della Pasqua, Solennità per eccellenza, frutto della precedente passione e morte di Gesù in croce. Il patibolo (ed è dimostrato dagli scritti giovannei) è la gloria di Dio per l'uomo vivente. Cristo è risorto nei nostri cuori ed è sempre vivo e presente in mezzo a noi! Le letture della Veglia della Notte (o serale) sono diverse, Antico e Nuovo Testamento; il senso delle nove letture (qualora fossero lette completamente poiché alcune sono obbligatorie, altre no) è che Dio si è sempre rivelato nella storia dell'uomo ma "ultimamente si è rivelato per mezzo del Figlio che ha costituito erede di tutte le cose e per mezzo del quale ha creato il mondo".
       
      Ora un’occhiata al lezionario della Messa del giorno:
       
      I lettura
       
      La pericope è tratta da Atti degli Apostoli 10,34.37-43, la traduzione è precedente alla riforma dei lezionari. Gesù incomincia dalla Galilea la sua predicazione come riporta il brano biblico; un'altra traduzione può essere "i suoi inizi in Galilea". Ricordate, durante le feste natalizie, la famosa frase "Galilea delle genti, il popolo immerso nelle tenebre vide una grande luce". Quale? La luce del Cristo vivente, la luce del Cristo risorto. Il Cristo è
      apparto a testimoni prescelti, i quali erano a lui familiari. La familiarità è stata proprio il modo di rivelarsi pienamente di Dio in Gesù. Si può dire: "Abbiamo vissuto famigliarmente in sua compagnia per quaranta giorni dopo la sua risurrezione dai morti".
       
      Parlando di risurrezione dobbiamo ricordare la prima, condizione sine qua non (eccetto il peccato grave) di tutti i battezzati (percepibile solo a livello spirituale come armonia) e la seconda, alla fine del mondo: i vivi che ci saranno risorgeranno direttamente e gli altri là dove saranno morti e/o sepolti. Si parla anche di prima risurrezione o prima morte (per chi fu morto fisicamente prima della fine del mondo) e di seconda risurrezione o morte, in altre parole con il corpo le persone risorgeranno (ed è certo che accadrà a tutti, ma non tutti saranno nella gioia, per quanto Dio non si stanchi di cercarci) e andranno chi alla Vita eterna chi alla dannazione eterna.
       
      Salmo responsoriale
       
      La pericope salmodica è tratta dal Salmo 117 e ci dice che grande è la misericordia di Dio, il quale in Gesù è "testata d'angolo" ma scelta e preziosa davanti a Dio Padre.
       
      II lettura
       
      La seconda lettura di oggi è una pericope tratta da Colossesi 3,1-4: il brano biblico parla della risurrezione spirituale in attesa della gloriosa.
      Vangelo
       
      La liturgia del giorno propone in alternativa al Vangelo della Veglia (suggerito) la pericope di Giovanni 20,1-9 e, leggendo il brano, s’individua da subito:
       
      L'imperizia dei Discepoli a riconoscere la redenzione attuata da Cristo;
       
      L'evangelista Giovanni fa entrare prima Pietro dimostrando la preminenza del Papa nella Chiesa.
       
      La pericope evangelica letta anche durante la Solennissima Veglia Pasquale è tratta da Luca 24,1-12 (racconto della risurrezione) ed è di seguito commentato: la pericope evangelica è tratta dal capitolo ventiquattresimo di Luca, strutturato così:
       
      Esperienze al sepolcro;
       
      Apparizione ai discepoli di Emmaus (che commenterò);
       
      Apparizione agli Apostoli (non commentata qui);
       
      Ascensione di Gesù (commentata al momento della domenica omonima).
       
      Solo i primi due versetti concordano con Marco, dopo di che, se abbiamo iniziato a conoscere l’evangelista Luca, è opera a sé. L’attuazione della Risurrezione va creduta con un atto di fede; Luca ci dà un’esemplificazione di una spiegazione che coniuga le istruzioni di Gesù ai discepoli per il periodo post-risurrezione e i profeti che avevano vaticinato la dipartita e
      avevano previsto la risurrezione di Cristo.
       
      Gesù viene qui definito “il vivente tra i morti”. Negli altri due vangeli sinottici (cioè leggibili anche in tre colonne con temi e racconti paralleli) Gesù è definito “il crocifisso” (staurwJhnai- staurotzenai), anche nel momento della risurrezione. La differenza è che Luca lo identifica con il vivente (ton zwnta – ton zonta): Il verbo greco che richiama la vita compare soltanto in Luca.
       
      Si evidenzia “Il carattere redentivo del messianismo di Gesù”, come affermava Rigaux.
       
      necessario affermare che Luca insiste anche sull’incredulità dei discepoli, ma ciò sarà chiarificato nei versetti successivi.
       
      Tuttavia, solo con l’invio dello Spirito Santo nasce la Chiesa e solo allora la fede “la farà da padrona” e scomparirà ogni sentimento di incredulità.
       
      Nel fatto della risurrezione vi sono un fatto storico e uno metastorico (al di dà della storia): la risurrezione è un avvenimento salvifico, che rientra a completare, come affermano i professionisti in campo teologico, l’economia della salvezza. Luca, tuttavia, tiene separato il momento storico da quello metastorico, tiene separata la fede e la ragione, viene da pensare. Egli, tuttavia, insiste anche sulla possibilità di passare dai fatti osservati alla fede, ammaestrati solamente dallo Spirito divino.
       
      La fede nella risurrezione percorre una triplice via, così come suggerisce Danielou:
       
      Attraverso la Parola di Dio;
       
      Attraverso il ricordo delle parole di Cristo;
       
      Attraverso il riferimento alle Scritture, “che avevano annunciato l’azione escatologica della effusione dello Spirito per rinnovare tutte le cose e nel riconoscimento che questa azione si compie nella risurrezione”.
       
      Secondo l’evangelista Luca lo schema della risurrezione è il seguente:
       
      L’Angelo del Signore presente;
       
      La voce dell’Angelo;
       
      La paura del veggente;
       
      Il veggente si prostra;
       
      L’Angelo del Signore lo solleva e gli dà l’annuncio della risurrezione. Alcune pagine del Vecchio Testamento contengono delle apparizioni con sequenze simili.
       
      Il Papa emerito, Benedetto XVI, fa notare che lo schema è accompagnato dalla tematica della luce.
       
      Sant’Agostino aggiunge che le parole non servono di fronte al mistero ma solo il “giubilo”.
       
      Tutto ciò è contenuto nel Preconio di Pasqua, l’Exultet pasquale, in cui vi è la
      famosa frase di Agostino: “Felice colpa, se abbiamo meritato un così grande redentore”.
       
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      La pericope evangelica che verrà letta durante la celebrazione vespertina è tatta da Luca 24,13-35 (episodio dei discepoli di Emmaus) ed è di seguito commentato: la struttura del racconto è composto dal:
       
      Dialogo dei due discepoli con un pellegrino, sulla cronaca del processo, condanna e pena capitale comminata a Cristo;
       
      Gesù fa una sorta di “esegesi” sulle sacre scritture, alla luce di Mosè, dei Profeti e dei Salmi;
       
      Riconoscimento di Gesù durante la cena;
       
      Notizie circa il ritorno a Gerusalemme.
       
      Dupont definisce l’episodio un “capolavoro” di tutto il Vangelo.
       
      Si intuisce il Kerigma, l’annuncio che questa pericope fornisce e la confessione di fede che ne scaturisce.
       
      L’episodio ha una dimensione liturgico-sacramentale, con chiara allusione eucaristica: vi è un accenno alla cena e, prima, spezza il pane. Tuttavia Laconi ci esorta ad andare oltre, perché il tema è sempre la risurrezione. A riguardo vi
      anche un altro schema:
       
      Aspetto storico: apparizione del Risorto;
       
      Aspetto teologico: riconoscimento dello stesso;
       
      Aspetto catechetico: prassi liturgica desunta dai gesti compiuti. Personaggi e luoghi:
       
      I due discepoli sono personaggi definiti;
       
      il villaggio di Emmaus è altrettanto un luogo indefinito.
       
      Il non riconoscere Gesù significa che non capivano il mistero della vita, morte e risurrezione del Signore. Il cuore dei due discepoli è triste, pigro e tardo. Rappresentarli dialoganti in cammino significa che anche tra gli Ebrei vi era l’usanza dei filosofi peripatetici greci, i quali riflettevano su tematiche spirituali (a loro modo) passeggiando.
       
      Venendo al linguaggio vi è da segnalare il verbo paroiceiV – paroikeis: significa
       
      stato di uno straniero che si trova in una città: Cristo viene scambiato per un forestiero, secondo la traduzione latina “advena sum, peregrinus habito”.
       
      I due discepoli avevano bisogno di un po’ di fede, dato che per loro la morte di Gesù era una tragedia (doveva essere il condottiero di Israele a liberare il popolo dall’oppressione romana). Per Gesù invece la sua morte è necessaria (stolti e tardi di cuore a non credere alle parole dei profeti- così disse loro).
      Luca sottolinea che la responsabilità dei capi spirituali è rilevante riguardo la morte di Gesù.
       
      Schlier dice che il sepolcro vuoto, tornando ancora ad una tematica di fede, non è prova della risurrezione ma riferimento e rimando ad essa.
       
      Koch afferma che il sepolcro vuoto porta al nucleo dell’evento. Nauck, invece, afferma che il sepolcro vuoto è testimonianza del risorto.
       
      In buona sostanza il messaggio di oggi è che la salvezza di Cristo passa attraverso la sofferenza, dal greco:
       
      paJein h eiselJein eiV ten dwxan - Pathein e eiselthein eis ten doxan.
       
      Come augurio di Pasqua, desidero ricordare a me stesso e a tutti i miei lettori
       
      che Dio ci vuole bene!
       
      Massimiliano Lanza
       
      Bibliografia:
       
      Bessone A.S. (1986), Prediche della domenica anno C, Biella
       
      Caldelari C. (2003), Preghiere del dì di festa, Riflessioni domenicali per credenti e non credenti, Messaggero di Sant'Antonio - Editrice, Padova
       
      Dupont J. (1960), Le salut des gentils et la signification théologique du Livre des Actes, in N.T.St., n. 6
       
      Ghidelli C. (1978), Nuovissima versione della Bibbia, Luca, Edizioni Paoline
       
      Lanza M. (2015), Commentari biblici, Anno Pastorale 2014-15, in Omelie ed Esegesi, anno B – ad uso privato per gli studenti.
       
      Rigaux B. (1970), Temoignage de l’evangile de Luc, Bruges
       
      Commentari Biblici riferiti alle letture bibliche di domenica 03
       
      aprile 2016 – II DOMENICA DÌ PASQUA (FESTA DELLA DIVINA
       
      MISERICORDIA) - ANNO C - A cura di Massimiliano Lanza Vangelo: Giovanni 20,19-31 (I lettura Atti degli Apostoli 5,12-16 ; II lettura Apocalisse 1,9-11a.17-19)
       
      A cura di Massimiliano Lanza
       
      Il presente commento è stato già pubblicato lo scorso anno ma è stato riveduto e corretto.
       
      La prima lettura ci dice che i primi doni che il Signore Risorto dà ai suoi discepoli sono l’unità e l’amore reciproco.
       
      La seconda lettura, pericope tratta da Apocalisse, ci dice che Giovanni ebbe una visione di domenica (il giorno del Signore). La visione lo fa cadere a terra tramortito ma il Signore stesso lo desta, dicendo. “Non temere! Io sono il Primo e l’Ultimo. Io ero morto ma ora vivo per sempre e ho potere sopra la morte e sopra gli inferi”.
      La pericope evangelica di oggi si può dividere in tre paragrafi: 1) Il Signore dà la Pace; 2) Gesù Effonde lo Spirito Santo; 3) Il Signore si manifesta a Tommaso.
       
      Qualunque possa essere lo spunto che ha indotto l’evangelista a raccontare l’incontro di Tommaso con il Risorto, ha comunque un eminente significato teologico e pastorale. Secondo Rudolf Schnackenburg “esso mira a guidare i credenti allo stesso Risorto, che per Giovanni è realtà perennemente viva”. La domenica di oggi termina l'ottavario pasquale e il tema è pressoché identico, salvo variazioni, alla Pasqua di Risurrezione. Ricordiamo che con la Pasqua la croce non è dimenticata ma trasfigurata!
       
      Tommaso detto Didimo (gemello) era assente la sera di Pasqua. Il santo "epistemologo" emette la famosissima professione di fede: Mio Signore, mio Dio! Tommaso non è in torto perché cerca le prove ma perché le cerca a sproposito, mettendo letteralmente “il carro davanti ai buoi”. Bessone afferma che “prima c’è la sapienza e dopo la logica formale; prima la scoperta poi la verifica, prima l’intuito della costruzione e poi il calcolo del cemento armato”.
       
      Il fatto più importante della risurrezione è il passaggio (appunto la ‘Pasqua’) da questo mondo al Padre, non solamente un cadavere rianimato, come del resto era accaduto a Lazzaro. Purtroppo il razionalismo, nemico di Dio e dell’Intelletto non comprende la logica della vita divina. Tommaso avrebbe dovuto intuire la verità!
       
      “Otto giorni dopo, i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù a porte chiuse si fermò in mezzo a loro”. Non sono le prove che creano la verità, ma in realtà è il contrario: Gesù fa vivere la Chiesa e la fa ardere d’amore.
       
      Il Vangelo di oggi è famosissimo ed è comunemente letto tutti e tre gli anni del ciclo liturgico, la seconda domenica dopo Pasqua. Il brano ci parla dell'Incredulo Tommaso che poi, vedendo e toccando le piaghe di Cristo, si "ri-crede". Tommaso è l'immagine del positivista, cioè di chi deve verificare empiricamente gli avvenimenti affinché siano veritieri. Egli è l'immagine di noi tutti, a volte siamo dubbiosi; un padre della Chiesa diceva che anche se ai nostri sensi quello che vediamo è pane e vino, quello che gustiamo al palato è pane e vino, per fede è indispensabile credere che si tratti del Corpo e Sangue di Cristo; sono simboli, appunto sacramento, di realtà superiori ma, termina il Santo, realmente sono Corpo e Sangue di Gesù. E' necessaria la fede per credere!
       
      Tommaso non è né un positivista né un epistemologo e Gesù non è un facilone che ci dice che si crede solo e sempre senza vedere. Tommaso ha bisogno di sicurezza (come noi tutti) e Gesù invece richiede una fede la quale è come l'amore, cieca!
      Il rimprovero a Tommaso (“Perché mi hai veduto, hai creduto”) è introduzione alla successiva beatitudine (“Beati coloro che crederanno senza aver visto”), forma stilistica (la beatitudine) usata sia nell’Antico sia nel Nuovo Testamento, singolarmente utilizzata nel vangelo giovanneo.
       
      Gesù è tornato otto giorni dopo, come ogni domenica, da duemila anni e, fortunatamente, anche se chiudiamo le porte del nostro cuore, riesce ugualmente a entrare. È necessaria la fede! La nostra fede deve “avere come oggetto il Cristo Signore, cioè il Figlio di Dio”. La conoscenza del Cristo storico aiuta a sviluppare meglio la fede nella sua divinità. A livello di cultura generale ricordo, tra le varie filmografie su Gesù, il film Il Vangelo di Matteo di Pier Paolo Pasolini. È la conoscenza di Gesù maestro e profeta a essere fondamentale: egli non dà norme di diritto ma d’amore, l’amore contro l’odio ad esempio, i doni della pace e del perdono!
       
      La parola “fede” è tradotta dal greco pisteusanteV - PISTEUSANTES e il termine episteme deriva da fede e significa metodologia delle scienze: una volta che uno scienziato fa una scoperta, è necessario che i colleghi credano, abbiamo fede (in senso lato) affinché la ricerca dia i suoi frutti. Noi siamo credenti e dobbiamo avere una grande fede a capire che Gesù sia che vegliamo (siamo nella vita fisica) sia che dormiamo (siamo nella morte apparente e solamente fisica, siamo nella vita spirituale) siamo redenti, salvati e viviamo con Lui. Tommaso riscopre Gesù suo Signore e suo Dio, il quale è sempre vivo nella sua Chiesa!
       
      Massimiliano Lanza
       
      Bibliografia:
       
      Bessone A.S. (1986), Prediche della domenica anno C, Biella
       
      Caldelari C. (2003), Preghiere del dì di festa, Riflessioni domenicali per credenti e non credenti, Messaggero di Sant'Antonio - Editrice, Padova
       
      Lanza M. (2015), Commentari biblici, Anno Pastorale 2014-15, in Omelie ed Esegesi, anno B – ad uso privato per gli studenti.
       
      Schnackenburg R. (1981), Il Vangelo di Giovanni, Volume tre, Brescia
       
      Commentari Biblici riferiti alle letture bibliche di domenica 10
       
      aprile 2016 – III DOMENICA DÌ PASQUA - ANNO C - A cura di
       
      Massimiliano Lanza
       
      Vangelo: Giovanni 21,1-19 (I lettura Atti degli Apostoli 5,27-32.40-
       
      ; II lettura Apocalisse 5,11-14) A cura di Massimiliano Lanza
       
      Per iniziare ho estrapolato da altri commentari quanto segue: “Se non abbiamo un rapporto di amore con Dio e con Gesù, non lo possiamo
      seguire. L'amore di Cristo deve essere quello che Lui ha rivelato in mezzo a noi. L'amore è fare la volontà del Padre fino a sacrificare se stessi; il sacrificio é autentico quando seguiamo i suoi comandamenti e facciamo la volontà del Padre, come Lui ha fatto.
       
      Dobbiamo avere fiducia in Cristo Risorto! È necessaria allora la fiducia piena in Dio, non soltanto sempre e secondo la logica degli uomini!
       
      Il Signore interviene nella nostra vita solamente se lo mettiamo al primo posto: egli è stato definito come "il Risorto operante". Lo preghiamo? Chiediamo a Lui aiuto? È necessario far intervenire in noi la parola del Signore!
       
      L'esperienza dei Santi è per noi fondamentale e ne possiamo cogliere nuovi stimoli: Madre Teresa di Calcutta, ad esempio, diceva di prestarsi come strumenti nelle mani del Risorto. Il Signore è ancora e sempre presente! San Massimiliano Kolbe, morto nel 1941 ad Auswicht, diceva che voleva costituire una Cooperativa, una società con Dio, tra il suo peccato e la sua Grazia. “Voglio, o Signore, che la mia volontà coincida con la Tua! Amen” Dio chiede la corresponsione di un amore grande a Pietro che però è amato di amore infinito. Nella confessione lodiamo Dio, più che elencare i peccati; Dio ci ama, non ci chiede promesse, sa che siamo fragili e lo tradiamo in continuazione ma lui crede in noi e ci ama. Tuttavia la Confessione è la manifestazione assoluta dell’Amore di Gesù, che perdona i peccati e ci dona la Salvezza eterna; Egli ci rispetta nella nostra libertà, ci ama di amore eterno e infinito.”
       
      Venendo al commento redatto ho scritto quanto segue:
       
      La pericope evangelica contiene due racconti:
       
      L’episodio della pesca miracolosa (racconto abusato e molte volte ironizzato);
       
      L’episodio della professione di fede di Pietro all’amore di Dio. Dio lo perdona per il rinnegamento e gli affida la missione apostolica.
       
      La pesca descrive una Chiesa operosa. Essi si recano a pescare di notte, cioè una Chiesa sempre presente. Il testo greco dice che Pietro era nudo, cioè, essendo un pescatore (e vista l’epoca, non esistevano tute impermeabili), è in prima fila per “lavorare”.
       
      Tutto ciò è simbolico. La Chiesa non è un’anarchia, è Pietro a prendere l’iniziativa e tutti gli altri lo imitano. Anche a una Chiesa ordinata e anch’essa coinvolta nel processo di rivoluzione digitale, potrebbe toccarle la vacuità in sorte. Infatti, gli apostoli, finché non arrivò Gesù non presero nulla.
       
      La barca si riempì di 153 grossi pesci. Secondo San Girolamo, la zoologia greca considerava che le specie ittiche conosciute fossero 153. A riguardo Sant’Agostino affermò che la somma aritmetica da uno a diciassette faceva
      Chiaramente si deduce che il numero rappresentato è simbolico e significa pesca abbondante.
       
      Viene poi successivamente descritto molto semplicemente il pasto di Gesù, apparso risorto agli Apostoli. Schnackenburg affermò: “Sotto quest’aspetto egli ritorna sempre a manifestarsi nella sua comunità credente”.
       
      Il primo a riconoscere il Signore è l’apostolo Giovanni, il discepolo che amava; in realtà non c’è (come viene da pensare) rivalità o discriminazione con San Pietro: la Chiesa spirituale (giovannea) ha bisogno della Chiesa istituzionale (petrina), anche per dimostrare, oltre al primato petrino, il perdono di Gesù dopo il rinnegamento. Secondo Schnackenburg molti studiosi tendono a “riabilitare” la figura di Pietro negli incontri con il Risorto. Tuttavia, la tradizione ortodossa chiama “Santo teologo” l’apostolo Giovanni, verità ma non conflitto con Pietro.
       
      Il pasto con Gesù è dunque simbolo dell’eucarestia.
       
      Una curiosità: l’Evangelo di Giovanni ha due finali, una al capitolo venti, l’altra al capitolo ventuno, letto l’odierna domenica. Il capitolo ventuno sarebbe un’aggiunta postuma, datata circa il 100 d.C. Su chi l’abbia aggiunto, gli esegeti hanno formulato varie ipotesi: alcuni affermano si tratti di un discepolo della cerchia giovannea, chi l’Evangelista Luca e altre ipotesi che non riporto.
       
      L’insegnamento della pericope evangelica odierna è che Dio ci chiede, nel nostro cuore, se realmente lo amiamo. Dio ci ama effettivamente tutti di un amore incommensurabile e ha fiducia in noi. Anche noi, come l’Apostolo Giovanni, alla domanda “mi ami?” rispondiamo: “tu sai tutto, lo sai che ti amo”.
       
       
       
      Bessone A.S. (1986), Prediche della domenica anno C, Biella
       
      Caldelari C. (2003), Preghiere del dì di festa, Riflessioni domenicali per credenti e non credenti, Messaggero di Sant'Antonio - Editrice, Padova
       
      Lanza M. (2013), Commentari biblici, Anno Pastorale 2012-13, in Omelie ed Esegesi, anno C – ad uso privato per gli studenti.
       
      Schnackenburg R. (1981), Il Vangelo di Giovanni, Volume tre, Brescia
       
      Commentari Biblici riferiti alle letture bibliche di domenica 17
       
      aprile 2016 – IV DOMENICA DÌ PASQUA - ANNO C - A cura di
       
      Massimiliano Lanza
       
      Vangelo: Giovanni 10,27-30 (I lettura Atti degli Apostoli 13,14.43-
       
      ; II lettura Apocalisse 7,9.14b-17)
      A cura di Massimiliano Lanza
       
      Il brevissimo brano evangelico (non per questo privo di contenuti) di questa domenica pone l’accento sulla figura del Pastore. Il Pastore di cui si parla è Cristo risorto che è “esattamente la mano di Dio”. I chierici che regolarmente leggono l’Ufficio Divino, alla prima preghiera dell’Ufficio delle Letture, al momento dell’invitatorio leggono il Salmo novantaquattro, il quale dà un’idea di Dio creatore e pastore:
       
      “Nella tua mano sono le profondità della terra e le vette dei monti”. La Nuova Vulgata, la Bibbia in Latino promulgata da San Giovanni Paolo II arreca quest’espressione: “In manu eius sunt profunda terrae et altitudines montium ipsius sunt”.
       
      Sono molteplici i testi che parlano della mano, ossia dell’intervento di Dio e pertanto è difficile elencarli dettagliatamente. La mano è la stessa di Cristo risuscitato, quella di Dio con le “dita lunghe”, una mano dolce, carezzevole, giusta e anche severa, una mano forte come quella di un pastore, una mano che chiude il recinto e nessun nemico lo può aprire. Nessuna “pecora” scappa dalle mani del pastore divino.
       
      Il profeta Geremia dice con le parole di Dio: “Io susciterò dei pastori che le faranno pascolare; esse non avranno più paura né timore; nessuna andrà perduta. Oracolo del Signore” (Geremia 23,4).
       
      La prima lettura afferma “abbracciarono la fede tutti quelli che erano destinati alla vita eterna”. I destinati alla vita eterna per i rabbini sono tutti gli ebrei, per i cristiani è necessario prima il Battesimo e la professione di fede in Cristo. In proposito Sant’Agostino, nell’opera De correptione et gratia afferma:
       
      “Se qualcuno di essi perisce, é Dio che sbaglia; ma nessuno di essi perisce, perché Dio non sbaglia; se taluni di loro periscono, Dio è vinto dalla colpa umana; ma nessuno di loro perisce, perché Dio non può assolutamente essere vinto”.
       
      La frase “nessuno le rapirà dalla mia mano” è riferita alla predestinazione. San Tommaso d’Acquino afferma: “Coloro che, in forza della predestinazione divina, sono ordinati ad avere la vita eterna, sono scritti semplicemente nel libro della vita e mai ne saranno cancellati” (S. Th., I, q. 24, a.3). La predestinazione, continua il Santo teologo, ha le caratteristiche dell’assoluta gratuità e dell’infallibile efficacia. Dio salverà infallibilmente quanti non si rifiutano di essere salvati.
       
      San Paolo, a proposito del Pastore, afferma che nessuna creatura “potrà mai strapparci dall’amore di Dio che ci giunge nel Cristo Gesù, nostro Signore” (Cfr. Romani 8,38).
       
      Tutto quanto scritto è positivo. Tuttavia, la seconda lettura, pericope tratta
      da Apocalisse parla di gioia preceduta dalla persecuzione, alludendo probabilmente a quella di Nerone, utilizzata come esempio. Alla fine si parla di felicità escatologica (ovvero riferita alla fine dei tempi), allusione a vita futura, eccetera.
       
      Ritornando ancora al brano evangelico la frase “Io e il Padre siamo una cosa sola” è richiamo al mistero della Trinità. Gesù è la seconda persona del “circolo trinitario”.
       
      Per terminare affermiamo che Gesù è riconosciuto dalle pecore mediante la voce e pensiamo umanamente com’è importante; talvolta riconosciamo le persone tramite la voce (pensate ai non vedenti quando è importante!). In realtà la domanda che tutti noi dovremmo farci, è la seguente: ascoltiamo la voce di Gesù (la parola di Dio, una persona ispirata, una testimonianza) o continuiamo ad ascoltare le mille voci del nostro mondo? Sappiamo che se ascoltiamo Gesù abbiamo una guida e un difensore.
       
      Massimiliano Lanza
       
      Bibliografia:
       
      Bessone A.S. (1986), Prediche della domenica anno C, Biella
       
      Caldelari C. (2003), Preghiere del dì di festa, Riflessioni domenicali per credenti e non credenti, Messaggero di Sant'Antonio - Editrice, Padova
       
      26. Commentari Biblici riferiti alle letture bibliche di domenica 24
       
      aprile 2016 – V DOMENICA DÌ PASQUA - ANNO C - A cura di
       
      Massimiliano Lanza
       
      Vangelo: Giovanni 13,31-33.34-35 (I lettura Atti degli Apostoli 14,21-27 ; II lettura Apocalisse 21,1-5)
       
      Il Vangelo di oggi ci parla di carità fraterna; l’amore (sinonimo di carità) ha una sua dimensione ontologica, cioè parte dall’essere, dal profondo dell’uomo. Bessone afferma che “prima di essere un dovere morale”, l’amore fraterno “è la presenza del Signore risuscitato dentro di noi”. Parafrasando un altro commento si può affermare che Gesù, nella sua vita, sperimentò il tradimento e lo sgomento. Il Figlio di Dio ci ha fatto conoscere il Padre e la sua misericordia senza limiti. I gesti: la lavanda dei piedi. Io dono lo Spirito, io sono la vite, voi i tralci. Gesù proclama la preghiera sacerdotale. Dio ci dà un comandamento nuovo: amatevi gli uni gli altri. L'amore reciproco si vive anche per chi ha il dono della fede: è la prova che tutti noi siamo legati a Gesù nella realizzazione delle promesse di Dio. Nuovi cieli e Nuova terra per una vera storia di salvezza! Viviamo come una sposa adorna per il suo sposo.
       
      È necessario lavorare con Dio per far scomparire il lutto, il lamento e l'affanno. Il pane eucaristico ci fa vivere quanto ci è stato insegnato.
      Amare il prossimo “significa prendere come misura non la ristrettezza del nostro cuore” ma la grandezza del cuore di Dio, il quale è più grande del cuore dell’uomo. Schnachenburg afferma che “nella misura dell’amore di Gesù nasce il dovere dei discepoli”. L’amore di Gesù riversato nei nostri cuori è l’origine del nostro amore verso il prossimo. L’amore è dono. Nell’Evangelo di Giovanni è contenuto il termine didwmi - didomi, che significa dare. È Dio che ci ha messi al mondo e che ci ha amati per primo. La legge dell’amore è la vita nuova inaugurata dal Cristo Risorto e asceso al cielo, è l’amore che vige all’interno del Circolo Trinitario, in cui il Padre e il Figlio si amano con il legame indissolubile dello Spirito Santo. San Tommaso d’Acquino affermava che l’amore di Dio è la ricetta di ciò che dobbiamo fare. Per attualizzare quanto scritto l’affermazione corrispondente è “il sociale è l’alibi della carità”.
       
      Per terminare mi soffermo sull'esegesi della Seconda lettura tratta da Apocalisse.
       
      Nella pericope (brano biblico) di riferimento si parla di cieli e terra nuovi. Nuovo cielo, dal greco ouranon cainon – URANON CAINON, Nuova terra, dal greco ghn cainhn – GHEN CAINEN, perché i cieli e la terra di prima erano scomparsi. Riguardo a quest'ultima il termine scomparsi è apelJon
       
      – APELZON: la traduzione autentica, letterale dal greco è allontanarsi, salpare alla volta di... Com’è stato affermato nella Chiesa Cattolica, con il contributo del Santo Papa Giovanni Paolo II, dobbiamo prendere il largo: la Chiesa è una barca che naviga, quindi significa prendere il largo dalle cose passate e protendersi per le future. La nave della Chiesa, a differenza dei giorni odierni, i cieli e terra nuovi non saranno più oppressi dai nemici. Ritornando a "Nuovo cielo/Nuova terra" la traduzione letterale rispetto a nuovo è recente, nel senso di: non ancora usato, non ancora conosciuto, nuova Gerusalemme, alleanza, creazione.
       
      Nella pericope si parla di una "sposa adorna per il suo sposo"; il termine
       
      greco per indicare sposa è numfon – NUMFON: il vocabolo sta per sposa e anche fidanzata. Si parla anche, in gergo biblico, di "fidanzata dell'Agnello", ovvero Gesù": la fidanzata, la sposa dell'Agnello è la Chiesa.
       
      Dio-con-loro, in greco è riportato nella seguente forma:
       
      o qeoV met autwn estai – O THEOS MET'AUTON ESTAI. Ed egli sarà il Dio-con-loro.
       
      Il termine penJoV – PENZOS sta per dolore, lutto e pianto. Parafrasando l'omelia riportata più sopra possiamo affermare di volere "lavorare con Dio per far scomparire il lutto, il lamento e l'affanno".
       
      Massimiliano Lanza
       
      Bibliografia:
      Bessone A.S. (1986), Prediche della domenica anno C, Biella
       
      Lanza M. (2013), Commentari biblici, Anno Pastorale 2012-13, in Omelie ed Esegesi, anno C – ad uso privato per gli studenti.
       
      Schnackenburg R. (1981), Il Vangelo di Giovanni, Volume tre, Brescia
       
      Commentari Biblici riferiti alle letture bibliche di domenica 01
       
      maggio 2016 – VI DOMENICA DÌ PASQUA - ANNO C - A cura di
       
      Massimiliano Lanza
       
      Vangelo: Giovanni 14,23-29 (I lettura Atti degli Apostoli 15,1-2.22-
       
      ; II lettura Apocalisse 21,10-14.22-23)
       
      La domenica odierna ci insegna che la fede in Dio è la caratteristica del cristiano. È salutare sperare e avere fede. Oggi, troppe volte, assistiamo al dramma del suicidio, il quale è tragico e contagioso, dovuto a motivi psicologici e psichiatrici, alla depressione, alla crisi economica, ma anche alla mancanza di fede tra i cristiani e i cattolici; tale fenomeno non deve caratterizzarci! La nostra "ancora di salvezza " è Gesù Cristo, che ci aiuta a superare le nostre povertà e i mali che ci affliggono! È necessario anche che ci s’interroghi sul significato di peccato, giustizia e giudizio.
       
      Verso la fine della prima lettura, pericope tratta da Atti degli Apostoli si legge. “Lo Spirito Santo e noi abbiamo deciso...”. Il significato della frase estrapolata dall’ambiente è che le decisioni prese dallo Spirito Santo sono anche le nostre, perché a Esso siamo incorporati.
       
      La preghiera di colletta (recitata subito dopo il Gloria) ci esorta a testimoniare il Vangelo di Cristo con le parole e con le opere.
       
      Il brano evangelico ci trasmette le seguenti parole: “Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui…
       
      Queste cose vi ho detto quanto ero ancora tra voi. Ma il Consolatore, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, egli vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che vi ho detto”.
       
      Soggetto di questa pericope evangelica è lo Spirito Santo, il verbo è “mandare”. Egli vuole stabilire la dimora tra gli uomini e lo Spirito permise agli Apostoli di ricordare tutte le parole di Gesù nella sua vita terrena. In noi, discendenti dei testimoni oculari, si sviluppano tre aspetti spirituali:
       
      La presenza dello Spirito;
       
      La dimora divina in noi;
       
      L’insegnamento dello Spirito Santo.
       
      I cristiani non sono panteisti ma hanno la garanzia di Dio che si è incarnato nell’uomo in Cristo, il quale ha sperimentato tutta la drammaticità della vita umana e l’ha redenta. Sempre l’evangelista Giovanni incalza: “Verrà lo spirito
      che vi difende. Io ve lo manderò. Egli verrà e mostrerà di fronte al mondo che cosa significano peccato, giustizia, giudizio”. In linguaggio accessibile significa (si confronti il brano evangelico a conferma):
       
      Peccato perché i conterranei di Gesù non gli credevano;
       
      Giustizia perché Gesù doveva ritornare al Padre;
       
      Giudizio perché il dominatore del mondo, Satana, è stato già condannato.
       
      Noi tutti, anche chi scrive, ha bisogno di una guida, lo Spirito Santo che procede dal Padre, abbiamo bisogno di Gesù, e anche della Chiesa, la quale ci guida alla comprensione della Parola di Dio, la Bibbia. In ambiente protestante ciò non occorre poiché ognuno è autonomo nell’interpretazione, ma senza l’aiuto dello Spirito non siamo in grado di comprendere. Per terminare ho mutuato una frase di Yves Congar: “Il nostro modello sta nell’accettare la fede che nello studiarla”. Leggendo il Vangelo di Luca, secondo l’interpretazione del Beato John Enrich Newman, ci accorgiamo che Maria è modello di chi ha accettato la fede.
       
      Massimiliano Lanza
       
      Bibliografia:
       
      Bessone A.S. (1986), Prediche della domenica anno C, Biella
       
      Caldelari C. (2003), Preghiere del dì di festa, Riflessioni domenicali per credenti e non credenti, Messaggero di Sant'Antonio - Editrice, Padova
       
      Congar Yves (1983), La tradizione e la vita della Chiesa, Roma, pag. 115
       
      Lanza M. (2013), Commentari biblici, Anno Pastorale 2012-13, in Omelie ed Esegesi, anno C – ad uso privato per gli studenti, Biella, pag. 25
       
      Commentari Biblici riferiti alle letture bibliche di domenica 08
       
      maggio 2016 – ASCENSIONE - ANNO C - A cura di Massimiliano
       
      Lanza
       
      Vangelo: Luca 24,46-53 (I lettura Atti degli Apostoli 1,1-11 ; II lettura Ebrei 9,24-28; 10,19-23)
       
      Con l’ascensione di Cristo la nostra umanità è entrata nella gloria, l’uomo ha varcato la soglia della casa di Dio! Noi, membra del suo corpo, viviamo nella speranza di raggiungere Cristo nostro capo nella gloria.
       
      Sentire Cristo con l’intelligenza significa conoscerlo, ma non una conoscenza superficiale o soltanto storico-biografica. Cristo va conosciuto ancora più profondamente, impossessandosi del suo messaggio; è certo che chi consegue tale conoscenza e accetta di sentirlo spiritualmente rimarrà
      affascinato dalle sue parole. Non è sufficiente la conoscenza della mente, è indispensabile anche la conoscenza del cuore.
       
      Cristo è molto esigente e ci domanda l’impossibile: “Siate perfetti, com’è
       
      perfetto il Padre mio che è nei cieli”. Ci chiede cose difficili, è vero, ma ci
       
      dona la forza per superarle.
       
      Venendo al testo:
       
      “… li benedì”: è il gesto tipicamente sacerdotale con il quale Gesù si congeda dai suoi. Esso può indicare anche il carattere sacerdotale di Gesù Messia. Dobbiamo notare che il terzo vangelo termina così com’era iniziato: all’inizio Zaccaria era nel Tempio a svolgere le proprie funzioni sacerdotali; alla fine i discepoli, dopo aver ricevuto la benedizione del Risorto, sono nel tempio a lodare e benedire Dio.
       
      “Si separò da loro ed era portato nel cielo”: con i migliori esegeti riteniamo autentica anche la seconda parte di Atti degli Apostoli 1,9-11. Il fatto avviene durante il gesto benedicente di Cristo ed è seguito da un atto di fede dei discepoli, i quali lo avevano appena adorato. Il significato è di carattere sacerdotale e richiamo al ristoro di Gesù alla destra del Padre: per i primi cristiani è la prova lampante dell’autenticità della missione, della verità e dell’insegnamento che scaturisce dall’episodio provvidenziale della passione-morte di Gesù.
       
      “Nel cielo”: Luca vi vuole trasmettere la dimensione teologica dell’evento fondandolo sulla sua realtà storica. All’evento corrisponde una dimensione terrestre (Gesù che si cela alla vista dei suoi al momento dell’Ascensione): la dimensione è storica, orientata al passato, ma anche proiezione al futuro, aspetto cristologico dell’Ascensione. Ormai Cristo è entrato nel seno del Padre, nel pieno della sua signoria ma vi è anche un aspetto ecclesiale, in altre parole lo Spirito Santo che sarà effuso sulla Chiesa da Gesù, ormai entrato nella gloria. L’Ascensione ha una sua dimensione storica, prefigurazione del ritorno glorioso del Figlio dell’uomo sulle nubi del cielo. “Se ne ritornarono a Gerusalemme”: la capitale Israelitica è la città nella quale saranno indissolubilmente legati gli inizi della predicazione apostolica. In essa i cristiani ricevettero il dono dello Spirito Santo e pertanto nasce la Chiesa.
       
      Infine è il tema della gioia a concludere il vangelo lucano: “Questa gioia e questo atteggiamento di preghiera sono indice della fede degli apostoli. Essi sanno ormai con tutta certezza che il Signore vive, oggi più che mai, in mezzo a loro, avendo egli portato a termine la sua missione salvifica”. Un altro commentario focalizza su due aspetti:
       
      Gesù fu elevato in alto: “L’Alto, la Nube, il Cielo è Dio stesso”. Si tratta di una caratteristica della liturgia secondo il Rito Romano: “In Cristo asceso al Cielo, la nostra umanità è innalzata accanto a te nella
      gloria”. La partenza di Gesù da questa terra non significa abbandono o fuga, ma è presenza più estesa di Gesù nella Chiesa. La salita di Gesù al Padre è condizione per cui Cristo si può realmente afferrare.
       
      “Salito al cielo, siede alla destra del Padre” è l’articolo del Credo, come a dire: alla destra di una re, siede solo un re, alla destra di Dio solo Dio. La Chiesa come corpo di Cristo è ricettacolo della forza di Cristo.
       
      “Di questo vuoi siete testimoni”: occorre essere testimoni della presenza di Gesù. Il testimone “testimonia fatti, non chimere”. Testimoniare è dunque un verbo che, in prospettiva biblica assume il significato di affermazione che s’impone.
       
      Per terminare affermiamo: “Quando verrà […] lo Spirito di verità […] egli mi renderà testimonianza; e anche voi mi renderete testimonianza, perché siete stati con me fin dal principio” (Giovanni 15,26).
       
       
       
      Bessone A.S. (1986), Prediche della domenica anno C, Biella
       
      Caldelari C. (2003), Preghiere del dì di festa, Riflessioni domenicali per credenti e non credenti, Messaggero di Sant'Antonio - Editrice, Padova
       
      Congar Yves (1983), La tradizione della Chiesa, Roma, pag. 61
       
      Ghidelli C. (1978), Nuovissima versione della Bibbia, Luca, Edizioni Paoline
       
      Commentari Biblici riferiti alle letture bibliche di domenica 15
       
      maggio 2016 – PENTECOSTE - ANNO C - A cura di Massimiliano Lanza 1) Santa Messa vigilare - Vangelo: Giovanni 7,37-39 (I e II lettura non riportate, poiché ivi proposta varietà di testi biblici);
       
      2) Vangelo: Giovanni 14,15-16.23-26 (I lettura Atti degli Apostoli 2,1-11 ; II lettura Romani 8,8-17).
       
       
       
      A cura di Massimiliano Lanza
       
      Veni creator Spiritus, imple superna gratia!
       
      Durante la solennità odierna, data la varietà di brani biblici proposti, mi orienterò a commentare le letture bibliche della Santa Messa del giorno, uguali (I lettura e salmo) per i tre anni liturgici, differenti II lettura e Vangelo. All’inizio commenterò comunque la pericope evangelica della Santa Messa vigilare.
       
      Il brano evangelico tratto dal capitolo VII di Giovanni ci parla di “fiumi di acqua viva che sgorgheranno”: questa promessa messianica va riferita alla liturgia della festa ebraica delle capanne. Essa consisteva in una preghiera
      per richiedere la pioggia seguita da un ringraziamento per il miracolo dell’acqua.
       
      La pericope evangelica proclamata durante il giorno dimostra che Gesù è Dio, è parte della Trinità, ha l’autorità di Dio stesso. Lo Spirito Santo “confonderà” il mondo, proprio perché non si osserva la Parola del Signore. Oggi è ricordata l'effusione dello Spirito Santo, mistero teologico riguardante la Chiesa attuale e che originò la Chiesa nel post-risurrezione, cinquanta giorni dopo, anche se alcuni autori e alcune versioni bibliche collocano la Pentecoste lo stesso giorno della risurrezione. In effetti Pentecoste sta per Pasqua, oppure Pentecoste a compimento del mistero pasquale. Un autore del VI secolo, facendo l'esegesi della prima lettura, afferma che la Chiesa, essendo diffusa in tutto il mondo, parla tutte le lingue e ben sappiamo come la sede del Papa sia orientata alla mondialità. La prima lettura, tratta da Atti degli Apostoli, parla di persone che comprendevano l’esposizione di Pietro nella lingua natia. In realtà, non escludendo il verificarsi del miracolo, si può affermare (opinione anche diffusa tra i biblisti) che si trattasse di un evento al contrario di Babele, in cui, se ricordate il famoso episodio della confusione delle lingue, gli uomini non si comprendevano più. Nel tempo del Nuovo Testamento, lo Spirito Santo crea unione e sintonia tra le genti, le quali si comprendono. Lo Spirito, inoltre, non è evento nuovo: l’intera Bibbia parla dello Spirito. L’osservanza dei Comandamenti è possibile solo con l’ausilio dello Spirito Santo.
       
      San Paolo ci dice che "Gesù è il Signore"! È lo Spirito che ha ispirato Paolo a scrivere delle epistole meravigliose, è lo Spirito che, nonostante tutti i limiti, fa parlare il magistero, ordinario e straordinario nella Chiesa, in una parola i diaconi, i presbiteri, gli episcopi (i vescovi) e il Papa sono e devono stare sotto lo Spirito Santo sovrano, Re dei Re, Signore dei Signori, nella Parola. Lo Spirito è fuoco: nel Cantico dei Cantici è scritto che l'amore è fuoco e che i grandi fiumi non possono spegnerlo. Il fuoco, pauroso e affascinante al contempo, che tutto avvolge e diventa una cosa sola, come i credenti con il Signore.
       
      Infine è lo Spirito Santo che agisce nei credenti, è il "pneuma", è il soffio vitale, è "Colui che è", come a Mosé la rivelazione del roveto ardente: "Io sono colui che sono". Lo Spirito è rappresentato dal verbo essere ebraico, il quale è vita, richiama all'esistenza, è fortezza e gloria sia dei progenitori sia dei credenti in Cristo!
       
      Inoltre, lo Spirito Santo fornisce i doni di:
       
      Parlare ed esortare;
       
      È energia spirituale che zampilla, come una sorgente, dal cuore dell’uomo;
      È dono che Dio elargisce gratuitamente.
       
      La mia personale esperienza, all'inizio dei miei studi teologici, durante le convocazioni del Rinnovamento nello Spirito Santo è stata l'esplosione dei carismi ma a volte il fanatismo a essi frammisto. Lo Spirito Santo, oltre a infonderci saggezza ed equilibrio, ci dia anche una vera guarigione. Nel passato fui testimone di un "miracolo" o "guarigione straordinaria" (tra l’altro il fatto fu studiato sul piano medico), frutto dell'invocazione continua dello Spirito (si trattava di una donna sofferente da una forma di sclerosi multipla, poi completamente sanata).
       
      L'Effusione dello Spirito Santo, avviene sacramentalmente durante la Confermazione o Cresima ma è presente sostanzialmente in tutti gli altri sacramenti.
       
      Gesù è mediatore tra Dio e il popolo, come Mosè. Il popolo non è ancora pronto a stare vicino a Dio e solo Mosè, l'eletto, è ammesso a stare alla presenza di Dio, colloquiando con lui come con un amico, come già era avvenuto in passato con Abramo. Ora, invece, grazie al Battesimo e alla figliolanza divina, tramite l'ausilio dello Spirito Santo, questa grazia è riservata a tutti, così da diventare altri Gesù. Noi formiamo l'umanità nuova rigenerata da Gesù morto in croce. Ognuno di noi può parlare con Dio nell'intimo del suo cuore. Noi siamo la Chiesa, siamo il luogo, dove Dio è vicino, è amico, è Padre! Man mano che diamo il nostro assenso, siamo un seme che deve germogliare e crescere. Il lavorio dello Spirito è lento perché si adatta alla nostra partecipazione sempre più consentita, con speranza, la quale ci porta in paradiso, nella realtà di Dio. Abbiamo tuttavia Maria, madre della Chiesa nascente, tramite il discepolo Giovanni sulla croce. La madre è presenza accogliente con il dono dello Spirito su tutta la Chiesa. Siamo partecipi e piccoli strumenti dello Spirito Santo, fonte zampillante per la vita eterna. Noi siamo occasione e strumento con il quale il Signore può servirsi, come Maria.
       
      Preghiamo ogni giorno lo Spirito Santo, non solo a Pentecoste.
       
      Massimiliano Lanza
       
      Bibliografia:
       
      Bessone A.S. (1986), Prediche della domenica anno C, Biella
       
      Caldelari C. (2003), Preghiere del dì di festa, Riflessioni domenicali per credenti e non credenti, Messaggero di Sant'Antonio - Editrice, Padova
       
      Lanza M. (2013), Commentari biblici, anno pastorale 2012 – 2013 in Omelie anno C, ad uso privato per gli studenti
       
      Lanza M. (2014), Commentari biblici, anno pastorale 2013 - 2014 in
      Omelie anno A, ad uso privato per gli studenti
       
      Commentari Biblici riferiti alle letture bibliche di domenica 22
       
      maggio 2016 – SANTISSIMA TRINITÀ (SOLENNITÀ) - ANNO C - A cura di Massimiliano Lanza
       
      Vangelo: Giovanni 16,12-15 (I lettura Proverbi 8,22-31 ; II lettura Romani 5,1-5).
       
       
       
      A cura di Massimiliano Lanza
       
      Dopo averlo celebrato a Pasqua e Pentecoste, anche oggi entriamo nel vivo del Mistero di Dio.
       
      Per spiegare la Trinità (ammesso che si possa) è necessario, come afferma
       
      Padre Caldelari, rispondere a due domande:
       
      Perché vi è una festa dedicata alla Santissima Trinità?
       
      Perché Gesù, nel Vangelo, ne parla poco (o almeno così sembra)? La prima domanda ha una facile risposta: la solennità odierna è relativamente recente, poiché fu introdotta nel Medioevo, a corollario del Tempi forti liturgici celebrati nell’anno: Avvento, Natale, Quaresima, Pasqua-Pentecoste. La Santissima Trinità è la “ciliegina sulla torta” di tutto l’anno liturgico, a completamento, come già è avvenuto con la Pentecoste, della Pasqua.
       
      In realtà, tutte le collette, tutte le preghiere liturgiche e anche altre devozionali, tutte le orazioni richiamano al Padre, a dire che anche Lui è festeggiato.
       
      Se ricordate, la scorsa domenica, ho comunque fatto accenno al mistero di oggi con la seguente affermazione: “… Gesù è Dio, è parte della Trinità, ha l’autorità di Dio stesso”.
       
      La formula battesimale: “Andate in tutto il mondo e battezzate ogni creatura nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo” è tardiva, aggiunta in seguito nei vangeli come espressione liturgica della chiesa primitiva adorante il mistero di Cristo. A proposito di vangelo rilevante è la pericope di oggi: “Molte cose ho ancora da dirvi – dice Gesù – ma per il momento non siete capaci di portarne il peso”. Il “peso” era davvero oneroso per i pii israeliti, gli apostoli e i discepoli di Gesù. Difficile era per loro comprendere la realtà teandrica di Dio, unico in tre persone (i farisei avrebbero potuto anche accusare Gesù di politeismo non comprendendo la verità). A conforto di tutto ciò Gesù afferma: “Quando verrà lo spirito di verità, egli vi guiderà alla verità tutta intera”. La colletta afferma:
       
      “… tu che nel figlio ci hai riconciliati …” (a conforto che la Trinità è riconciliazione).
       
      In buona sostanza la Trinità inabita in noi ed è scintilla divina nel nostro
      cuore.
       
      Non è possibile dire fino in fondo chi sia veramente Gesù senza arrivare alla Santissima Trinità. La “Trinità economica” è ciò che propone la Chiesa. Non ha nulla a che fare con l’economia ma sta a dire che Dio si rivela anche come Figlio e Spirito Santo; tutto ciò avviene nell’economia dell’opera di redenzione della sua casa che siamo noi.
       
      A contrapporre la dottrina trinitaria vi è il monoteismo ebraico (i cui rappresentanti erano Sabellio e Prassea), il quale vuole salvare l’unità di Dio (os monarchiam tenemus) riducendo il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo a semplici modi o attributi “secondo cui l’unico Dio si manifesta agli uomini nella storia della salvezza”. In sostanza si trattava di una Trinità immanente, quasi materiale.
       
      Il pericolo è di leggere la dottrina trinitaria come se Padre, Figlio e Spirito fossero tre individui subordinati al Padre; non sono tre creature! Anche Ario diffuse una simile eresia.
       
      La Chiesa, contro gli ebraizzanti, reazionari, contrappone che il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo sono tre persone, cioè agiscono personalmente; contro i grecizzanti contrappone la dottrina secondo la quale le tre persone hanno la medesima sostanza, cioè sono divine.
       
      Il prefazio di oggi, ad un certo punto, proclama: “… non nell’unità di una sola persona, ma nella Trinità di una sola sostanza”. Non si tratta di giochi di parole ma di verità teologiche.
       
      Dio è un essere sociale, come affermava il Teologo anglicano G.A. Gordon, pertanto il Padre e il Figlio sono uniti dal vincolo di amore dello Spirito Santo. All’interno della Trinità vi è un procedere tra le persone, le quali però si aprono alle creature, a noi, agli uomini e alle donne che popolano la faccia della terra. Sant’Agostino la identifica come “relazione sussistente”, in altre parole dono totale di Dio in sé e per l’umanità.
       
      Per terminare si può dire che “Padre e Figlio cesserebbero di esistere, se per un solo istante esitassero a porre il segno del loro vincolo di amore, lo Spirito Santo …”.
       
      Buona festa trinitaria a tutti!
       
       
       
       
       
      Massimiliano Lanza
       
      Bibliografia:
       
      Bessone A.S. (1986), Prediche della domenica anno C, Biella
       
      Caldelari C. (2003), Preghiere del dì di festa, Riflessioni domenicali per credenti e non credenti, Messaggero di Sant'Antonio - Editrice, Padova
      Lanza M. (2016), Commentari biblici, “Pentecoste!”, anno pastorale
       
      2015 - 2016 in Omelie anno C, ad uso privato per gli studenti – in corso d’opera
       
      Schmaus M. (1958), Essenza del Cristianesimo, Alba, pp. 209-223
       
      Commentari Biblici riferiti alle letture bibliche di domenica 29
       
      maggio 2016 – SANTISSIMO CORPO E SANGUE DÌ CRISTO (SOLENNITÀ) - ANNO C - A cura di Massimiliano Lanza
       
      Vangelo: Luca 9,11-17 (I lettura Genesi 14,18-20 ; II lettura Prima Lettera di San Paolo Apostolo ai Corinzi 11,23-26).
       
       
       
      A cura di Massimiliano Lanza
       
      Oggi, solennità del Santissimo Corpo e Sangue di Cristo, si parla della moltiplicazione dei pani e dei pesci, non si sa se avvenuta a Betsaida, o tra Betsaida e il deserto o altrove. Gesù dunque moltiplica i pani e i pesci, utilizzando un vero e proprio “rito di consacrazione”. Il richiamo è all’eucarestia (il rendere grazie, lo spezzare il pane) e alla Chiesa apostolica. La solennità di oggi è tardiva, poiché l’eucarestia si ricorda il giovedì santo, durante la Santa Messa in Cena Domini; il giovedì santo è però inserito nel triduo pasquale e non è soltanto l’ultima cena! In essa si sviluppa il tradimento di Giuda; era necessario che la Chiesa istituisse una solennità apposita, in cui si celebrasse l’adunanza “festosa” del popolo di Dio.
       
      Il memoriale eucaristico non è semplice ricordo ma attualità di Cristo che muore e risorge durante la consacrazione (meglio la transustanziazione) del pane e del vino che diventano Corpo e Sangue di Dio. Il "Corpus Domini" richiama la Pasqua per due aspetti: la Pasqua vera e propria giacché passaggio (passaggio anche da pane e vino a corpo e sangue di Cristo) e la Pentecoste poiché si invoca lo Spirito Santo sulle specie eucaristiche. Eucarestia, peraltro, deriva del verbo greco eucaristo e significa azione di grazie.
       
      Venendo ai simboli, prendendo ad esempio il vino, in conformità a studi esegetici si può affermare che esso rappresenta la gioia di vivere, in conformità a Cantico dei Cantici l’amore tra un uomo e la donna, la sapienza, la responsabilità, il dolore e la sofferenza (se riferito direttamente al sangue di Cristo), il sangue dell’alleanza (sulla base di Mosè che benedisse il popolo con il sangue dell’aspersione), ecc.
       
      La prima lettura riferita alla solennità odierna è una pericope di Genesi; viene narrato l’incontro tra Abram e Melchisedek, re di Salem, al quale viene offerto pane e vino. Melchisedek è un personaggio complesso da spiegare, in estrema sintesi è l’immagine del vero Sommo Sacerdote, Cristo. Nella
      breve narrazione Dio viene tradotto da El Elion, il vero Dio di Abramo. Melkisedek è qui rappresentato come Messia, Re (di Gerusalemme) e Sacerdote. L’augurio finale è la benedizione (irrevocabile anche secondo il Vecchio Testamento), conclusione di ogni eucarestia e/o azione liturgica. J. Dupont, a riguardo del brano evangelico, ci dice che i Dodici (come del resto è risaputo) sono gli Apostoli; nella vicenda non hanno un ruolo marginale, a differenza del Vangelo di Giovanni (gli apostoli si confondono tra la folla, perché i protagonisti sono Gesù e le folle), anche se non capiscono la profonda intenzione di Gesù, che va valutata tramite la fede. Egli non vuole rimandare le folle digiune ma non vuole che i discepoli facciano provviste, provvede Lui stesso. Essi non sono designati con il titolo esatto oi apostoloi - oi apostoloi ma con oi dwdeca – oi dodeca; il primo titolo è ufficiale e “non è una semplice designazione che conveniva ai dodici nel momento esatto della loro missione pubblica, quanto un titolo che appartiene loro in proprio e che definisce la loro prerogativa agli occhi dei credenti”.
       
      Far sedere la folla a gruppi di cinquanta è una norma mutuata da Esodo, poiché Mosè aveva ordinato ai giudici di far sedere le folle a gruppi di cinquanta.
       
      Il richiamo della moltiplicazione è paragonabile alla manna distribuita da Dio stesso nel deserto, figura della realtà più grande, l’eucarestia. Alla fine il miracolo stupisce e fa esultare la folla.
       
       
       
      Massimiliano Lanza
       
      Bibliografia:
       
      Bessone A.S. (1986), Prediche della domenica anno C, Biella
       
      Caldelari C. (2003), Preghiere del dì di festa, Riflessioni domenicali per credenti e non credenti, Messaggero di Sant'Antonio - Editrice, Padova
       
      Dupont J. (1968-69), Le salut des Gentils et le significations theologique du Livre de Actes, in N.T. St. 6, pp. 132-155
       
      Ghidelli C. (1978), Nuovissima versione della Bibbia, Luca, Edizioni Paoline
       
      Lanza M. (2013), Commentari biblici, anno pastorale 2012 - 2013 in Omelie anno C, ad uso privato per gli studenti
       
       
       
      Commentari Biblici riferiti alle letture bibliche di domenica 05
       
      giugno 2016 – X DOMENICA PER ANNUM (DEL TEMPO ORDINARIO) -
       
      ANNO C - A cura di Massimiliano Lanza
      Vangelo: Luca 7,11-17 (I lettura Primo Libro dei Re 17,17-24 ; II lettura - Lettera di San Paolo Apostolo ai Galati 1,11-19).
       
       
       
      A cura di Massimiliano Lanza
       
      Dopo le solennità del tempo ordinario ritorniamo alle domeniche per annum così come le conosciamo e oggi si parla di risurrezione. La prima lettura parla della risurrezione, per mezzo di Elia, del figlio unico della vedova in Zarepta di Sidone e il Vangelo narra della risurrezione del figlio unico della vedova di Naim; durante il T.O., come al solito, prima lettura e vangelo concordano.
       
      I due miracoli sono segno della potenza di Dio che libera dalla morte, ma mentre Elia compie gesti complicati (era profeta, non Dio), Gesù segue una “procedura” (se così la possiamo definire) semplice, a dimostrare che “un grande profeta è sorto tra noi e Dio ha visitato il suo popolo” e la visita è la caratteristica del profeta, è un vero atto di profezia, è un uomo preso dalla parola di Dio, non si tratta di magia, le parole diventano opere (confronta Dei Verbum). Il profeta entra in rapporto immediato con Dio (G. Von Rad) che, come recita la preghiera di colletta propria, illumina il mistero del dolore e della morte. Inoltre Dio fa crescere, edifica, esorta, solleva dal male e dal dolore (A.S. Bessone).
       
      Le pericopi di oggi, la veterotestamentaria e il vangelo, ci parlano di risurrezione, dottrina introdotta tardivamente nell’Antico Testamento (II secolo a.C.) e chiaramente ben sviluppata nel Nuovo che parte subito dalla risurrezione come fondamento teologico.
       
      Franco Giulio Brambilla, vescovo di Novara, durante gli anni di insegnamento presso la Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale, così argomentava: “Paolo” apostolo “tenta di rispondere alle obiezioni dei Corinzi di mentalità greca: essi avevano difficoltà a pensare alla risurrezione dei corpi e si chiedevano come fosse il corpo dei risorti […]”. Per spiegarlo l’apostolo collegava il discorso della risurrezione con l’attesa della sopravvivenza di là della morte, mistero presente in tutte le culture, comprese quelle atee (pensiamo alle filosofie indiane, le famose religioni senza Dio, tra cui il Buddismo).
       
      L’episodio della vedova di Naim è tramandato soltanto da Luca; un racconto simile, oltre la prima lettura di oggi, si trova nel Secondo Libro dei Re (4,18-37), con la differenza che la prima è operata da Elia e la seconda da Eliseo (il maestro e il discepolo). Luca intende porre Gesù in linea con gli antichi profeti, come sarà proclamato dalla folla entusiasta. Il paragone va anche a Giovanni il battezzatore (v. 22: i morti risorgono).
       
      Naim non dista molto da Sunem, la località, dove il profeta Eliseo compì il
      miracolo (vedi sopra).
       
      Nel brano evangelico è la prima volta che Gesù è chiamato o KurioV - o Kyrios (il Signore), titolo che era attribuito solamente a Jahvé. In realtà è un invito ad adorare il Signore che l’evangelista, ispirato, propone. Qui Gesù
       
      svelato come vero uomo (si commuove alla vista del bambino morto) e vero Dio, Signore, che è capace di sacrificare la vita anche ai morti. Oggi si
       
      parlato anche di morte e un altro commento afferma: “Oggi si parla della morte: la società non ne parla mai, ed è giusto, l'uomo è fatto per la vita! Eppure Dio farà risorgere anche i nostri corpi umiliati per la sepoltura. Se ci atterrisce e spaventa il pensiero della morte dall'altra parte è di grande consolazione sapere che Cristo, in quel momento, sarà pronto ad accoglierci nella sua pace e a portarci alla vita eterna in paradiso e alla risurrezione dei nostri corpi!”.
       
      La folla coglie la dimensione messianica di Gesù, Elia redivivo, che viene a visitare il suo popolo. Il verbo visitare è tradotto dall’ebraico paqad e greco epesceyato - epeschepsato. La presenza e le parole di Gesù rappresentano la volontà salvifica di Dio. Cristo è il suo strumento nella storia. Il miracolo narrato oggi ha valore apologetico e taumaturgico, ma anche epifanico, cioè ha natura di rivelazione e fa vedere la forza dell’intervento storico-salvifico di Dio, il quale viene nella storia a visitare il suo popolo. La realtà di questa storia è al femminile: abbiamo una donna, vedova e affranta, così com’era capitato ad Elia ed Eliseo. Dio è poi glorificato e non è un qualcosa di propagandistico di fronte alla folla ma è un elemento didattico e dottrinale nei confronti del popolo che deve “imparare”.
       
      Massimiliano Lanza
       
      Bibliografia:
       
      Bessone A.S. (1986), Prediche della domenica anno C, Biella
       
      Caldelari C. (2003), Preghiere del dì di festa, Riflessioni domenicali per credenti e non credenti, Messaggero di Sant'Antonio - Editrice, Padova
       
      Ghidelli C. (1978), Nuovissima versione della Bibbia, Luca, Edizioni Paoline
       
      Lanza M. (2013), Commentari biblici, anno pastorale 2012 - 2013 in Omelie anno C, ad uso privato per gli studenti
       
      Von Rad Gerhard (1979), Deuteronomio, Brescia
       
      Commentari Biblici riferiti alle letture bibliche di domenica 12
       
      giugno 2016 – XI DOMENICA PER ANNUM (DEL TEMPO ORDINARIO) - ANNO C - A cura di Massimiliano Lanza
       
      Vangelo: Luca 7,36 – 8,3 (I lettura Secondo Libro di Samuele 12,7-10.13 ; II lettura - Lettera di San Paolo Apostolo ai Galati 2,16.19-21).
       
       
       
      A cura di Massimiliano Lanza
       
      La domenica odierna è un prezioso richiamo alla misericordia di Dio, sempre pronto a perdonare le nostre miserie. È nuovamente l’incontro tra la miseria e la Misericordia, come affermava Sant’Agostino, l’incontro tra la povertà umana e la ricchezza di Dio.
       
      Vi sono due fatti narrati nella prima lettura e nel Vangelo a confermarlo. La prima lettura narra del pentimento del Re Davide, il quale aveva fatto morire un suo fedele condottiero in battaglia, facendolo mettere in una posizione rischiosa da uno dei suoi generali, per sposare sua moglie Betzabea. Il profeta Natan fa notare a Davide che Dio disprezza il suo gesto, considerandolo una grande ingiustizia, con le conseguenze legate al peccato. Egli riconosce la sua colpa: “Ho peccato contro il Signore”. La risposta arriva prontamente: “Il Signore ha perdonato il tuo peccato; tu non morirai”.
       
      Il Vangelo parla di un banchetto cui Gesù è invitato. Il racconto che si ascolta è tipico di Luca; sostanzialmente: una prostituta (erroneamente definita come Maria Maddalena) cosparge i piedi di Gesù con un unguento profumato, li bagna con le lacrime che asciuga con i capelli, si pente! Egli si trova in casa di un fariseo e, secondo le prescrizioni rituali, tratte dal libro del Levitico, non era possibile avere contatti con le prostitute, ritenute impure. Egli era considerato un profeta e, secondo la mentalità farisaica, un profeta non pranza con peccatori e meretrici. La risposta di Gesù è eloquente: a chi “si perdona poco”, significa che “ama poco”. Il paragone precedente era condonare dei debiti, avendo un amore più grande a chi si condona di più.
       
      Alla fine la donna è perdonata per la sua fede che la salva.
       
      Tutto ciò accadde perché il fariseo di nome Simone, aveva invitato Gesù a mangiare con lui. Tali inviti sono accettati volentieri da Gesù, che approfitta, con un esempio reale, a esortare il popolo alla misericordia.
       
      La meretrice di cui parlo sopra è anonima, tuttavia rappresenta una certa categoria di persone alle quali Cristo rivolge una particolare attenzione, lui amico dei peccatori. Egli accetta tutti i peccatori e rivolge indistintamente la
      conversione e la salvezza. Non c’è detto il modo in cui questa donna passa dal disordine alla conversione: essa deve il perdono dei suoi molti peccati a un precedente incontro con Gesù, poiché quando entra nella casa, essa ha già maturato il pentimento per il male fatto.
       
      Il fariseo, non accetta la cosa, ragiona tra sé (se costui fosse un profeta) e in un certo senso mormora contro Gesù reputandolo incapace di leggere i cuori. In realtà, leggendo i pensieri del fariseo in un'altra prospettiva, tendono a dimostrare che si tratta veramente di una profezia, quella di Gesù, una profezia nuova. Egli entra in dialogo con il fariseo per giustificare il suo atteggiamento e anche quello della donna. Tale dialogo esiste sia in una forma ellenistica sia in una forma rabbinica. Alcuni esperti lo definiscono un dialogo di tipo socratico (ossia riferito al grande filosofo greco Socrate). La domanda è posta da un avversario il quale risponde con una contro domanda, la quale sollecita una risposta dell’avversario che viene definitivamente debellato.
       
      L’altro esempio che fa Gesù è un creditore che aveva due debitori. Egli prese spunto da un episodio della vita comune. Tutto converge alla riconoscenza del debitore per il condono ricevuto. “Emerge già a questo punto la liberalità - bontà del padrone e la riconoscenza – amore del debitore”.
       
      Alla fine il fariseo risponde correttamente, ma la sua risposta è scolasticamente esatta, non a livello di umanità. Egli rimane sempre un fariseo, il quale è caduto in una “domanda-trabocchetto”. Egli non ha colto il significato profondo dell’intervento di Gesù. Egli vuole dimostrare che la donna aveva in sé un amore esuberante, femminile, che si traduceva in gesti, ma questi gesti avevano bisogno di essere rettamente interpretati. Alla fine si può dedurre che l’amore è l’effetto e conseguenza del perdono! Rigaux afferma: “Si ha torto a vedere nell’amore testimoniato a Gesù durante il banchetto la ragione del perdono. Non è l’amore che dona il perdono ma la fede e il pentimento. La peccatrice ha inteso e accolto la parola del Maestro prima di compiere il suo gesto. Essa ha colto l’occasione di esprimere al suo benefattore l’omaggio della sua contrizione e della sua riconoscenza amorosa. Essa sa che le sue numerose colpe le sono perdonate. Simone prende per peccatrice colei che ha trovato in Gesù il suo salvatore”.
       
      La pericope evangelica si chiude con il ministero itinerante di Gesù e le donne che, con gli apostoli, seguono Gesù. Egli guarisce queste donne dai loro mali, compie esorcismi, guarigioni, le eleva a una condizione più elevata di quanto la mentalità orientaleggiante avesse imposto. In Gesù l’umanità trova il salvatore contro tutti i mali.
       
      Massimiliano Lanza
       
      Bibliografia:
       
      Bessone A.S. (1986), Prediche della domenica anno C, Biella
       
      Caldelari C. (2003), Preghiere del dì di festa, Riflessioni domenicali per credenti e non credenti, Messaggero di Sant'Antonio - Editrice, Padova
       
      Ghidelli C. (1978), Nuovissima versione della Bibbia, Luca, Edizioni Paoline
       
      Rigaux B. (1970), Témoignage de l’evanglile de Luc, Bruges
       
       
       
      Commentari Biblici riferiti alle letture bibliche di domenica 19
       
      giugno 2016 – XII DOMENICA PER ANNUM (DEL TEMPO ORDINARIO) - ANNO C - A cura di Massimiliano Lanza
       
      Vangelo: Luca 9,18-24 (I lettura Zaccaria 12,10-11; II lettura - Lettera di San Paolo Apostolo ai Galati 3.26-29).
       
       
       
      A cura di Massimiliano Lanza
       
      La domenica odierna ci esorta a ricercare la versa sapienza e soprattutto a riconoscere il Cristo, ad esempio perseguendo l’ideale evangelico delle beatitudini. Dobbiamo seguire il Figlio di Dio e non il figlio della perdizione (il diavolo), il quale è fautore della falsa sapienza, quale ad esempio il disprezzo del dolore, umiliante per l’uomo e non mezzo di crescita e sensibilizzazione. È falsa sapienza affermare che la giustizia e il perdono sono inconciliabili. Tale “vera” sapienza ha il suo maestro in Gesù, il quale non si colloca nel chiuso di un’aula ma su di un colle aperto. La cattedra di Cristo ci insegna a compiere atti di amore verso il Padre e verso i fratelli. A differenza di Marco, Luca omette alcune parti nel suo Vangelo (chiamate nel loro complesso “la grande omissione”), non tratta l’itinerario di Gesù verso Gerusalemme, omette i rimproveri di Gesù a Pietro, avendo deciso di dare rilievo e rispetto al primo degli apostoli (la pericope di oggi si colloca nel momento della confessione di fede di Pietro). Gesù si sforza di fare capire ai suoi di superare definitivamente l’indecisione dei loro contemporanei circa la sua reale identità.
       
      Egli aveva pregato per loro prima di sceglierli, così ora si ritira in preghiera per manifestare loro il destino della crocifissione.
       
      Gesù è il Cristo di Dio, in altre parole l’unto, il consacrato, il salvatore dell’uomo. Nell’Antico Testamento la parola unto, consacrato compare spesso e sta ad indicare il re di Israele oppure un personaggio scelto da Jahvé per una missione speciale. Qui Pietro esprime la sua fede in Gesù di Nazareth. Egli non coglie tuttavia l’interezza del mistero di Gesù. Per tale
      ragione Gesù si appresta a completare il quadro abbozzato da Pietro indicando le sofferenze che sarebbero avvenute contro il Messia. Pietro, tuttavia, è debole e, nel momento del pericolo, non esiterà a tradire il Messia.
       
      Gesù rimarca sulla necessità che il Figlio dell’Uomo sia crocefisso ed esprime una necessità conseguente dal punto di vista salvifico. Senza alcuna ombra di fatalismo o determinismo storico, Dio porta a compimento la sua realtà salvifica proprio attraverso tanti eventi o accadimenti storici concatenati. Figlio dell’uomo è uno dei titoli che è dato a Gesù, il quale è anche il Cristo Storico. Il richiamo è riferito al profeta Daniele e anche al Messia sofferente di Isaia. Il titolo, a detta dei migliori studiosi, è assai antico nell’ambiente evangelico ed ha una certa rilevanza dogmatica. Inoltre esprime, a detta di Schweizer e Cullmann, una solidarietà profonda con l’umanità sofferente. Un altro titolo sarebbe Figlio di Davide, poiché di discendenza davidica, ma apriremmo un’altra parentesi.
       
      Stiamo dunque riflettendo sul primo annunzio inerente alla passione di Gesù, momento comprensibile, da parte degli apostoli, solo dopo la risurrezione. Il brano di oggi suscitò la riflessione nelle prime comunità cristiane, soprattutto il mistero della sofferenza. Vi sono due aspetti importanti da considerare:
       
      Gesù invita a prendere la propria croce e seguirlo, perché è salvezza;
       
      Le sofferenze della vita rappresentano la croce: non salvano in sé e per sé ma solo se le mettiamo nelle sue mani.
       
      A me stesso e a tutti rivolgerei la domanda: voi chi dite che sia Gesù?
       
      La domanda fondamentale: chi è per me, per te Gesù? Ai dodici Egli rivolge questa inquietante domanda. Il Maestro non era semplicemente un profeta. Per tutti risponde Pietro: tu sei il Cristo di Dio! Le sue parole indicano una fede illuminata dall'alto. Gesù non è un profeta, lo stesso Messia e Salvatore che ha preso su di sé la nostra umanità per liberarci. Questo Gesù è il Cristo di Dio ma la vera identità di Gesù di Nazareth diventa più chiara se la si mette al pari della croce.
       
      A noi cristiani si aprono altre possibilità. Oggi il Cristo di Dio ci aiuta a rinvigorire la nostra fede un po' stanca. Per te che porti ogni giorno la croce pesante, ti rendi conto di essere riuscito a scoprire che non è una zavorra ma è un trampolino per la risurrezione!
       
       
       
      Massimiliano Lanza
       
      Bibliografia:
       
      Caldelari C. (2003), Preghiere del dì di festa, Riflessioni domenicali
      per credenti e non credenti, Messaggero di Sant'Antonio - Editrice, Padova
       
      Ghidelli C. (1978), Nuovissima versione della Bibbia, Luca, Edizioni Paoline
       
      Commentari Biblici riferiti alle letture bibliche di domenica 26
       
      giugno 2016 – XIII DOMENICA PER ANNUM (DEL TEMPO
       
      ORDINARIO) - ANNO C - A cura di Massimiliano Lanza
       
      Vangelo: Luca 9,51-62 (I lettura Primo Libro dei Re 19,16.19-21; II lettura - Lettera di San Paolo Apostolo ai Galati 5,1.13-18).
       
      Il Vangelo di questa domenica ci parla di situazioni umanamente difficili da gestire. Gesù ci chiede semplicemente di mettere al posto dell’umano il divino. I termini di paragone, del tutto simili a Matteo, sono: le volpi hanno le tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’Uomo non ha dove posare il capo … (risposta al “ti seguirò dovunque tu vada”), oppure “lascia che i morti seppelliscano i loro morti”.
       
      In realtà, entrando nello specifico, la domenica odierna può essere definita come la domenica della libertà nel servizio e si correla soprattutto al mondo del lavoro, al mondo dell’educazione e al mondo della finanza, nonché gli aspetti inerenti i colleghi di lavoro, il “vicino di lavoro”. In tutti i settori grossomodo elencati si può insinuare un tipo di servizio non libero, il contrario del Vangelo! In essi può invece attuarsi la bellezza del Regno di Dio.
       
      Il vangelo odierno è parallelo, se vogliamo, alla prima lettura: Eliseo sta arando ed Elia, gettandogli addosso il mantello, lo fa profeta, suo successore. Alla fine Gesù nel vangelo dirà: nessuno che ha messo mano all’aratro si volge indietro, è adatto per il Regno di Dio.
       
      Una spiegazione alla durezza della pericope evangelica di oggi è la seguente:
       
      Non bisogna fondare la propria fede sulle sicurezze materiali o psicologiche;
       
      Non ci si deve aggrappare ad un passato morto e definitivamente superato;
       
      È necessario andare avanti verso quella porzione di campo che attende il nostro lavoro.
       
      Per quel che riguarda l’esegesi la frase “scenda un fuoco dal cielo” per quei samaritani che non accolsero Gesù, era già accaduto ad Elia quando aveva augurato una sorte simile ai suoi avversari. Egli sgrida i discepoli poiché Gesù intendeva convertire anche i Samaritani ma la sua sequela richiedeva scelte radicali.
      Il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo è una frase che richiama la sua sepoltura, l’unico momento in cui il Dio fatto uomo poserà il capo.
       
      Alla fine di tutte queste brevi digressioni qual è la sostanza del discorso? Chi pensa di progettare il futuro da sé, senza Dio, rischia di essere escluso dal suo Regno! La ricetta è proprio la libertà nel servizio, che tutti gli uomini, siano credenti oppure no sono tenuti a perseguire.
       
       
       
      Massimiliano Lanza
       
      Bibliografia:
       
      Caldelari C. (2003), Preghiere del dì di festa, Riflessioni domenicali per credenti e non credenti, Messaggero di Sant'Antonio - Editrice, Padova
       
      Ghidelli C. (1978), Nuovissima versione della Bibbia, Luca, Edizioni Paoline
       
      Commentari Biblici riferiti alle letture bibliche di mercoledì 29
       
      giugno 2016 – SANTI PIETRO E PAOLO – solennità - A cura di
       
      Massimiliano Lanza
       
      Vangelo: Matteo 16,13-19 (I lettura Atti degli Apostoli 12,1-11; II lettura – Seconda Lettera di San Paolo Apostolo a Timoteo 4, 6-
      17.18).
       
      A Gesù che chiede cosa i discepoli pensano di lui risponde Simon Pietro con la caratteristica professione di fede: "Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente". A ciò risponde il Cristo stesso: "Beato te, Simone... né la carne né il sangue te l'hanno rivelato ma il Padre mio che sta nei cieli". Nel famoso prologo del Vangelo Giovanneo si dirà che "non da volere di carne né da volere di sangue, ma da Dio sono stati generati". La risposta di Gesù è similmente contenuta anche altrove.
       
      Leggendo la prima lettura o ascoltandola nella proclamazione, si evince come la Chiesa intera sia unita al suo pastore e come una preghiera incessante salga affinché Pietro sia liberato e così avviene.
       
      Pietro primo degli apostoli, in seguito solamente il Vescovo di Roma il quale presiedeva, nella comunione della carità, anche le altre Chiese (ricordiamo Sant'Ignazio di Antiochia); solo dopo alcune generazioni di Vescovi si arriverà a definirlo papa, come unico rappresentante dell'unità della Chiesa. Pietro e Paolo sono uniti nel martirio e, secondo quando scrisse Sant'Agostino, benché martirizzati in momenti diversi, Pietro precedette, Paolo seguì e, aggiungiamo noi, martirizzati entrambi sul colle Vaticano, meritano di essere celebrati in un'unica festa! Essi erano un cuor solo e
      un'anima sola per la gloria di Dio.
       
      Il brano famosissimo di Giovanni 21,15-19, appendice del Vangelo stesso, fa dire a Pietro, interpellato dal Maestro, per tre volte "certo Signore, tu lo sai che io ti amo". Pietro aveva rinnegato per tre volte il Cristo perché aveva timore e per tre volte accetta il Cristo per amore seguendolo poi con il grande Apostolo Paolo nel martirio: proprio grazie ad esso la Chiesa fa scaturire dal suo seno "fiumi di acqua viva" e nuovi cristiani che seguiranno l'annunzio del Cristo.
       
      Massimiliano Lanza
       
      Bibliografia:
       
      Lanza M. (2015), Riflessioni private sulla solennità di Pietro e Paolo, ad uso privato degli studenti.
       
      Commentari Biblici riferiti alle letture bibliche di domenica 03
       
      luglio 2016 – XIV DOMENICA PER ANNUM (DEL TEMPO ORDINARIO) - ANNO C - A cura di Massimiliano Lanza
       
      Vangelo: Luca 10,1-12.17-20 (I lettura Isaia 66,10-14c ; II lettura - Lettera di San Paolo Apostolo ai Galati 6,14-18).
       
      La domenica odierna ci porta al tema della missione. Sembrerebbe una chiesa un po’ improvvisata. Il numero di settantadue discepoli rappresenta, in realtà, tutte le genti pagane rispetto all’ebraismo. La missione è mondiale ma è insidioso il pensiero di Gesù: “Vi mando come pecore in mezzo ai lupi”. Il Signore manda i discepoli senza molti mezzi di sussistenza e li invita a farsi ospitare, non per approfittare del prossimo ma per una questione pratica (all’epoca l’ospitalità era molto diffusa).
       
      Se scorrete la pericope evangelica, si nota che anche “alcune donne” si apprestavano alla missione, tra cui “Maria di Magdala, dalla quale erano usciti sette demoni, Giovanna, moglie di Cusa, amministratore di Erode, Susanna e molte altre che li assistevano con i loro beni” (Luca 8,3). Chi annuncia il Vangelo ha diritto di vivere anche da questo lavoro, diritto di vivere, intendiamoci, non di arricchirsi (e qui sospendo il giudizio su alcuni ecclesiastici ricchi).
       
      Il Vangelo può essere annunciato da tutti: poveri, ricchi, ignoranti e sapienti, catechisti e semplici laici, contadini o operai, impiegati o quadri, dirigenti e politici; più speculativamente può essere annunciato meglio da Teologi, Vescovi, Cardinali, dai Papi, se tutti questi rendono buona testimonianza.
       
      Riguardo alla povertà apro una parentesi: il Papa (a partire da Paolo VI in poi, particolarmente con Giovanni Paolo II e i suoi 104 viaggi) viaggia in aereo, allo scopo, però, di raggiungere terre lontane e sempre per
      evangelizzare, non per fare turismo!
       
      Sant’Agostino rifiuta un’eredità, allo scopo di mantenere sobria la sua diocesi di Ippona. In realtà un cristiano santo potrebbe gestire una banca, con un forte distacco. Tutte le cose materiali dovrebbero essere usate con distacco, a maggior ragione beni più grandi. Come si diceva domenica scorsa, anche nel mondo della finanza si può essere cristiani!
       
      San Gregorio VII fu un Papa illuminato, in grado di usare il denaro con criterio e santità, così come afferma Joseph Lortz; inoltre, egli dirigeva la Chiesa da imperatore (allora si usava.) ma mantenendo distacco e non perdendo la spiritualità.
       
      I discepoli ebbero successi ma anche insuccessi. Tra i successi vi era l’esorcismo ma anche il monito di Gesù: “Non rallegratevi, però, perché i demoni si sottomettono a voi; rallegratevi piuttosto che i vostri nomi sono scritti nei cieli”. Avere i propri nomi scritti nel cielo, significa che i meriti vengono da Dio e non dall’uomo, strumento.
       
      La pericope evangelica di oggi è estratta da un brano più lungo con la seguente struttura:
       
      Istruzioni ai discepoli da parte di Cristo;
       
      Minacce contro i renitenti;
       
      Il ritorno dei discepoli.
       
      Luca scrive tenendo conto degli altri evangelisti e s’ispira particolarmente a Matteo, sempre vangelo sinottico, come già spiegai.
       
      Il contesto, come già affermato, è la sequela radicale verso Gesù, cioè la donazione totale a lui e anche di lui, visto che sta per giungere a Gerusalemme, luogo del processo e supplizio conseguente. Come detto sopra i settantadue rappresentano anche i popoli pagani, dato che all’epoca si credeva che le nazioni pagane fossero settantadue, quindi una missione aperta alla mondialità. In realtà il numero settantadue era anche lo stesso dei collaboratori di Mosè, quindi riveste un duplice significato. Infine settantadue siamo tutti noi battezzati, impegnati nella quotidianità ad annunziare Cristo.
       
      Gesù, inoltre, invita i discepoli a utilizzare la preghiera prima di qualsiasi azione di predicazione.
       
      Il fatto che esortasse a non salutare nessuno lungo la via, era anche qui pratico, non era questione di maleducazione, poiché i saluti orientali comportavano dei convenevoli di lunga durata. Tuttavia ha anche il significato di considerare le persone tutte uguali, evitando i favoritismi personali.
       
      Il modo per praticare tutto quanto ho scritto è chiedere a Dio i doni del “coraggio apostolico” e della “libertà evangelica” che non si arrende di fronte alla difficoltà!
       
      Massimiliano Lanza
       
      Bibliografia:
       
      Bessone A.S. (1986), Prediche della domenica, anno C, Tipografia Ferraro, Ivrea (TO)
       
      Caldelari C. (2003), Preghiere del dì di festa, Riflessioni domenicali per credenti e non credenti, Messaggero di Sant'Antonio - Editrice, Padova
       
      Ghidelli C. (1978), Nuovissima versione della Bibbia, Luca, Edizioni Paoline
       
      Lortz J. (1975), Storia della Chiesa in prospettiva di Storia delle Idee, San Paolo
       
      Commentari Biblici riferiti alle letture bibliche di domenica 10
       
      luglio 2016 – XV DOMENICA PER ANNUM (DEL TEMPO ORDINARIO) -
       
      ANNO C - A cura di Massimiliano Lanza
       
      Vangelo: Luca 10,25-37 (I lettura Deuteronomio 30,10-14 ; II lettura - Lettera di San Paolo Apostolo ai Colossesi 1,15-20).
       
      La domanda caratterizzante la quindicesima domenica è “Maestro, che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?”
       
      La risposta potrebbe essere che Gesù non cambia la Bibbia ma la realizza. Il proprio pensiero teologico Gesù lo fa dichiarare a un dottore della legge: “Che cosa è scritto nella legge, che cosa vi leggi?”. La sintesi è fatta dal testo di Deuteronomio, atto costitutivo della preghiera uoqu
       
       
       
      quotidiana del devoto ebreo la recita dello “Shemà Israel” (il “che cosa vi leggi” significa “recita”): Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente” e da un altro testo tratto dal libro del Levitico: “amerai il prossimo tuo come te stesso”.
       
      L’inquisitore di Gesù è in linea con il maestro, l’ortodossia degli ebrei prevede l’amore di Dio e l’amore del prossimo prioritari, tanto da far dire a Cristo “hai risposto bene”, ossia ad angolo retto, in greco orJwV – orthos. L’inquisitore però non perde l’abitudine di giustificarsi e chiede a Dio chi sia il suo prossimo: Gesù risponde con il racconto del buon Samaritano che si legge nella pericope evangelica odierna. La narrazione, potrebbe essere considerata un “incidente stradale”, giacché per strada un povero era stato derubato e malmenato. Un sacerdote e un levita passano davanti all’uomo ferito e non si fermano: ciò dovrebbe far pensare a tanti ecclesiastici ma
      anche a tanti laici devoti, i quali frequentano la Santa Messa e poi fuggono di fronte alla sofferenza, altrui e propria.
       
      L’altruismo che Gesù elogia nel Samaritano non è sentimentale, ovvero ha una base teologica: la verità di Dio passa dalla mente alla bocca e dalla bocca si trasferisce al cuore, dal cuore, alla parti “periferiche” del corpo”, per poter compiere opere di misericordia, come desidera il Papa regnante e come desideravano i suoi venerati predecessori. Se Dio non amasse l’uomo, l’uomo non varrebbe nulla! Vedendo il prossimo, vediamo Dio!
       
      Il Samaritano diventa figura del Cristo che realizza perfettamente il comandamento dell’Amore! Raffigura i beati degli ultimi tempi, paragonati ai beati del discorso della montagna.
       
      Gesù propone una vera e propria lezione di catechesi in tre momenti:
       
      Enuclea un principio dottrinale: l’amore di Dio e del Prossimo;
       
      Fornisce indicazioni pratiche;
       
      Dialoga con il suo interlocutore. Egli risponde alla domanda del dotto con un’altra domanda.
       
      Qui il prossimo è identificato con chiunque. Il Samaritano, un nemico dei giudei, un non osservante (ai giorni nostri diremo un eretico e uno scomunicato), soccorre il povero. Vero israelita è chi ama realmente ed è anche vero discepolo di Gesù.
       
      Il buon Samaritano aveva un cuore attento, a differenza del sacerdote e del levita. Egli è da imitare: “Va e anche tu fa lo stesso”!
       
      Massimiliano Lanza
       
      Bibliografia:
       
      Bessone A.S. (1986), Prediche della domenica, anno C, Tipografia Ferraro, Ivrea (TO)
       
      Caldelari C. (2003), Preghiere del dì di festa, Riflessioni domenicali per credenti e non credenti, Messaggero di Sant'Antonio - Editrice, Padova
       
      Ghidelli C. (1978), Nuovissima versione della Bibbia, Luca, Edizioni Paoline
       
      Commentari Evangelici riferiti al Vangelo di domenica 17 luglio
       
      2016 – SEDICESIMA DOMENICA PER ANNUM (DEL TEMPO ORDINARIO) - ANNO C - A cura di Massimiliano Lanza
       
      Vangelo: Luca 18,38-42 (I lettura Genesi 18,1-10 ; II lettura Seconda Lettera di San Paolo apostolo ai Corinzi 1,24-28)
       
      Oggi prima lettura e Vangelo sono concordi sul senso dell’ospitalità.
       
      Un esempio di omelia per la liturgia odierna
      Luca è particolarmente sensibile all'universo femminile e per ciò ci racconta l'episodio di Marta e Maria che ci mette in crisi. Il racconto che è narrato passa, o meglio deve passare al nostro cuore, rivelerebbe le verità di come siamo noi stessi nei riguardi del Signore.
       
      Gesù entra per farci fare un cammino di conversione, per proporre a noi un cambiamento radicale.
       
      Le due donne sono sole, da Giovanni sappiamo che hanno un fratello, Lazzaro, risuscitato da Gesù. Gesù conosce le tradizioni ebraiche che infrangono il buon costume. A Gesù poco importano le critiche; Marta è la padrona, la governatrice della casa in cui si trovano. A lei tocca l'accoglienza e la preparazione per l'ospite era una sorta di rituale, l'ospite era sacro, all'epoca ci s’intratteneva. L'accoglienza la attua Maria. In Ebraico non esiste la parola discepolo al femminile, non esiste discepola: Gesù, parlando con Maria, sovverte tale tradizione. Maria ascolta Gesù e interviene nella discussione. Nella Genesi vi è un termine, esed, riferito alla donna, la donna è l'aiuto che Dio ci dona. Dio crea la donna per l'uomo perché sia Sua presenza di Dio per l'altro; oggi avviene nel matrimonio sacramentale. Quando Marta chiede a Gesù, l'aiuto lo fa in tale situazione; chiede un aiuto perché possa ricevere anche lei la libertà dai doveri, che spesso caratterizzano la nostra vita.
       
      La risposta di Gesù non si lascia attendere, la parte migliore è fare la volontà di Dio, compiere ciò che lui dice e nessuno può toglierci la libertà. Papa Francesco ha detto di "non lasciarci togliere la speranza". La libertà è costituita dall'ascolto della Parola di Dio. Il Signore ci invita a dare la giusta importanza alle cose e il primo compito è ascoltare Dio che viene a visitarci. La priorità è l'ascolto e l'accoglienza di Dio che è presente sempre nella nostra vita. Dio viene in nostro aiuto e quest’accoglienza permette ad Abramo di realizzare la promessa di Dio. Dio stesso ci conferma che le sue promesse sono realizzate. Abramo uccise un vitello e accolse Dio in casa sua, è sproporzionato ma significa che a Dio bisogna dare tutto e così Dio può realizzare le sue promesse. Quando noi spalanchiamo il nostro cuore, Dio ci permette di far diventare realtà la sua parola. Sara sorride all'annuncio del figlio, fisicamente sa che è impossibile ma nulla è impossibile a Dio e tutto ciò si realizzerà nella sua vita. A noi oggi Dio invita ad accogliere la sua parola.
       
      L'invio è far entra Dio nella nostra vita e vedremo come Dio è fedele, proprio quando non ce lo aspettiamo più Dio compie quanto ciò aveva realizzato; sperimenteremo così una fede vissuta e autentica.
       
      Essere discepoli del Signore non è un qualcosa che provoca reazioni di simpatia e Dio, attraverso di noi, ci rende collaboratori e strumenti di salvezza al mondo: Gesù Cristo è lo stesso ieri, oggi e sempre.
       
      Dio è chi può dare valore alla nostra vita. La nostra Chiesa travalica i muri, arriva soprattutto agli ammalati, ma anche ai carcerati: anche loro hanno
      bisogno di amore.
       
      Il mondo ha perso Cristo, è in crisi perché ha perso il Signore e quando arriveremo davanti al tribunale di Dio, diremo: ho accolto, accoglici. Non puoi dire amo Dio che non vedi se non ami il prossimo che vedi. Gesù ci invita ad amare i fratelli, come noi stessi, anche se non è possibile, ma dobbiamo amarci gli uni gli altri come Dio ha amato noi: ci dia il Signore la grazie per mettere in pratica la parola, agitur seguitur esse, l'agire segue il suo essere come diceva San Tommaso D'Acquino, e allora viviamo così.
       
      Esegesi
       
       
      Il luogo in cui ci troviamo è Betania, dove vivevano le due sorelle di Lazzaro. I padri della Chiesa hanno voluto leggervi la superiorità della contemplazione sull’azione. Alcuni autori moderni dicono che si tratta di un esempio di Gesù per raccomandare il valore di due ministeri vigenti nella chiesa primitiva: la liturgia e la diakonia (il servizio). Siamo di fronte a due tipologie di apostolato: Maria diventa il tipo del vero discepolo di Cristo, perché ascolta la Parola di Dio. La Parola di Dio ha un posto prioritario nella vita del cristiano, il quale deve poter contemplare. Il cristiano deve far fruttificare il seme della parola nel suo cuore e deve mettere al secondo posto le faccende terrene, compiendole ma non rinunciando alla vita spirituale. Marta è il tipo impegnato nella vita pastorale (altrettanto importante ma non bastante da sola), sottovalutando però il valore della salvezza, il dono che Gesù offre.
       
      Quando Marta si mette ai piedi del Signore, fa notare proprio il corretto atteggiamento del discepolo perfetto. Gesù, del resto, con lei vuole essere un vero maestro, che loda o rimprovera ma, in ogni caso, superando la prassi dei rabbini i quali non si degnavano di istruire le donne.
       
      Marta vuole servire Gesù a tutti i costi ma si dimentica che egli non è venuto per essere servito ma per servire, è Lui che compie la diakonia. Lei vuole servire un pasto decente a Gesù e finisce per perdere il gusto per il “vero cibo”: la fame e la sete della giustizia e della verità. Secondo Moffat Maria sceglie il piatto migliore. La parte migliore scelta da Maria è certamente la Parola di Dio. “Gesù si trova al centro della scena, tanto che in lui si incarna in modo molto chiaro la salvezza. In sostanza non si parla delle due sorelle, ma di Gesù, poiché quello che oggi è indispensabile è appunto lui stesso”. Marta vedeva il figlio, chi immola la Vita Eterna anzi, Vita Eterna lui stesso.
       
      Orientamenti pastorali
       
       
      A tavola si fanno le migliori discussioni, si è allegri, vi è il senso del convivio, dell’accoglienza e della comunicatività. I pilastri per un pranzo “sociale” sarebbero la cordialità, l’amicizia, la comunicazione, ricco o povero sia il
      convivio. Marta e Maria, da sempre, rappresentano la vita della Chiesa. Massimiliano Lanza
       
      Potete inviare i commenti alla stessa sui collegamenti ipertestuali già indicati o con comunicazione via e-mail a:
       
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      massimiliano.lanza.121@istruzione.it
       
      Bibliografia:
       
      Bessone A.S. (1986), Prediche della domenica anno C, Biella
       
      Caldelari C. (2003), Preghiere del dì di festa, Riflessioni domenicali per credenti e non credenti, Messaggero di Sant'Antonio - Editrice, Padova
       
      Lanza M. (2013), Commentari Biblici anno pastorale 2012-13, in omelie ed esegesi
       
      Rengstorf Kark Heinrich, o.c. in Bessone A.S. (1986), Prediche della domenica anno C, Biella
       
      Commentari Evangelici riferiti al Vangelo di domenica 24 luglio
       
      2016 – DICIASSETTESIMA DOMENICA PER ANNUM (DEL TEMPO
       
      ORDINARIO) - ANNO C - A cura di Massimiliano Lanza
       
      Vangelo: Luca 11,1-13 (I lettura Genesi 18,20-21.23-32 ; II lettura Lettera di San Paolo apostolo ai Colossesi 2,12-14)
       
      Il Vangelo di oggi ci parla del valore della preghiera. Le nostre preghiere sono sempre esaudite; il Signore ci dà sempre ciò che gli chiediamo! Gesù ci invita ad avere fiducia che la preghiera sia esaudita ed è di una forza impressionante! Quando non esaudisce le nostre preghiere, il Signore non lo fa per difetto ma per eccesso: non ci esaudisce perché preghiamo male e chiediamo di più di quanto dovremmo.
       
      Matteo afferma che Gesù dà “cose buone”, Luca dice che il Signore effonde lo Spirito Santo su chi prega. Gesù afferma “se anche voi che siete cattivi date
       
      cose buone ai vostri figli, molto di più farà il Padre Celeste” (il verbo è ponhroi – poneroi). A riguardo vi sono anche altri contributi. Il Concilio Vaticano II, nella Sacrosantum Concilium, ricorda che Cristo è presente quando la Chiesa (riunita) prega e loda e ha promesso “dove sono due o tre riuniti nel mio nome, là sono io in mezzo a loro”. La preghiera cristiana ha inizio da Dio e compimento in Dio.
       
      “Credi nella presenza di Cristo?” dicono i monaci di Taizé – “Credi nella presenza di Cristo in te, anche se non ne senti alcuna risonanza sensibile”. Quando non chiedo nulla, la mia preghiera è giusta, potente ed efficace. Una preghiera tratta dalla Liturgia, così afferma: “Dio Onnipotente ed eterno, perdona ciò che la coscienza teme e aggiungi ciò che la preghiera non osa
      sperare”.
       
      Callisto Caldelari così afferma che la nostra preghiera si basa sul “dammi”, “fammi”, eccetera. La preghiera di Cristo è invece incentrata sulla domanda “venga il regno di Dio sulla terra”. Nella prima lettura Abramo, con la forza della sua insistenza e tenacia, tenta di far desistere il Signore, rappresentato dal misterioso pellegrino, di risparmiare Sodoma e Gomorra che avrebbero meritato il castigo. Abramo è tuttavia il giusto che intercede con insistenza presso Dio.
       
      Il Vangelo di oggi è una piccola Catechesi di Gesù sulla preghiera. È una delle esigenze fondamentali sia a livello personale, sia comunitario proposta da Gesù. Ogni vero e buon maestro proponeva ai discepoli una preghiera tipica che conteneva la sintesi della propria dottrina, del proprio insegnamento. Gesù si propone di fare la stessa cosa. Un tema caro a Luca è Cristo in preghiera, luogo d’incontro tra Lui e il Padre. Gesù rivolge la sua preghiera al Padre, la Liturgia rivolge le preci eucaristiche, le collette e altre orazioni al Padre.
       
      Il termine Padre in Matteo ha un sapore giudaico (vedi il verbo abinu), in Luca
       
      più specificamente cristiano. Entro le tensioni teologiche del “già e non ancora” vanno lette e interpretate tutte le questioni inerenti il rapporto con il Padre. La preghiera è certamente un qualcosa che a noi, pellegrini sulla terra, riveste una forte rilevanza spirituale.
       
      Santificare Dio e il suo nome era un concetto tipico dell’Antico Testamento, soprattutto nelle correnti dell’ebraismo e del giudaismo. La volontà di Dio è sempre salvifica; Dio si manifesta nella pienezza dei tempi anche a livello universale, nella sua giustizia salvifica, nella sua santità che ci santifica e infine nella sua misericordia che elargisce il perdono.
       
      Luca ci dice “dacci ogni giorno il nostro pane quotidiano”: egli pensa maggiormente al pane “escatologico” (cioè, come dicevamo altre volte, inerente la pienezza dei tempi o anche il paragone al pane eucaristico).
       
      L’indicazione di quotidiano è la derivazione dal greco epiousion – epiusion, che significa anche necessario, pane per il giorno seguente, ecc. può significare anche “pane assegnato”, necessario, sufficiente.
       
      Perdonaci i nostri peccati, a differenza di Matteo che dice “rimetti a noi i nostri debiti”, si passa qui dal concetto giuridico all’ambiente storico. Vi è una rilevanza dell’ostinazione dell’uomo al peccato sanata da Dio. Ci deve essere un sincero pentimento accettando il perdono da Dio, arrivando a una vera e propria metanoia, la conversione.
       
      Dio ci perdona ma noi dobbiamo avere un atteggiamento simile a Lui nei nostri confronti. Luca utilizza il tempo verbale al presente, a differenza di Matteo, perché l’obbligo del perdono è quotidiano e continuo.
       
      Dopo il Pater, continua la pedagogia della preghiera con la parabola dell’amico insistente, il quale fa cedere la controparte e ottiene ciò che desidera. J.
      Schmid afferma: “Se questa interpretazione è giusta, in prima linea non sta l’interpellante ma l’interpellato”.
       
      La fiducia, basata sulla fede, è il fulcro della preghiera cristiana. Chiedete, cercate e bussate, sono i tre imperativi della preghiera.
       
      Massimiliano Lanza
       
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      massimiliano.lanza.121@istruzione.it
       
      Bibliografia:
       
      Bessone A.S. (1986), Prediche della domenica anno C, Biella
       
      Caldelari C. (2003), Preghiere del dì di festa, Riflessioni domenicali per credenti e non credenti, Messaggero di Sant'Antonio - Editrice, Padova
       
      Ghidelli C. (1978), Nuovissima versione della Bibbia, Luca, Edizioni Paoline
       
      Commentari Evangelici riferiti al Vangelo di domenica 31 luglio
       
      2016 – DICIOTTESIMA DOMENICA PER ANNUM (DEL TEMPO
       
      ORDINARIO) - ANNO C - A cura di Massimiliano Lanza
       
      Vangelo: Luca 12,13-21 (I lettura Qoèlet 1,2; 2,21-23 ; II lettura Lettera di San Paolo apostolo ai Colossesi 3,1-5.9-11)
       
      Nella prima lettura troviamo una pagina meravigliosa tratta dal Libro del Qoèlet, dove uno scrittore certamente pessimista afferma:
       
      “Vanità delle vanità perché chi ha lavorato con sapienza, con scienza e con successo dovrà poi lasciare i suoi beni a un altro”.
       
      La pericope evangelica di oggi narra di un contenzioso per un’eredità di cui Gesù avrebbe dovuto fare da arbitro. Egli si rifiuta, non fa sociologia e la sua missione verte su ben altro, oltre anche gli stessi problemi sociali. L’eredità spettava al primogenito e in caso di lite doveva intervenire il giudice; è scelto Gesù perché veritiero e imparziale.
       
      Egli sposta l’attenzione ai veri tesori, quelli per il futuro, la vita eterna, l’incorruttibilità!
       
      I farisei si ritenevano sapienti anche per il denaro, ma Gesù propone loro un’altra sapienza, un’altra via (l’Ebreo era certo che l’accumulo di denaro proveniva dalla benevolenza di Dio). Tradizionalmente tale introduzione precede, come afferma Dupont, il racconto del ricco stolto. Egli ha pensato a sfruttare – prosegue Dupont – “le sue ricchezze solo per la vita presente e non ha visto la possibilità di trarne vantaggio anche per la vita futura”.
       
      Un salmo afferma: “L’uomo nella prosperità non comprende, è come gli animali che periscono”. Il significato non è mancare di rispetto agli animali ma
      significa che l’uomo pensa solo alle ricchezze quando ne è in possesso e non pensa al paradiso, uno stato superiore ed eterno alle ricchezze.
       
      Rigaux afferma che Dio vorrebbe che il ricco stolto si liberasse di se stesso: il suo errore (afferma Dupont) è stato quello di non ascoltare né i Sapienti, né Dio. È necessario avere tesori indefettibili per salvarsi l’anima.
       
      Massimiliano Lanza
       
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      massimiliano.lanza.121@istruzione.it
       
      Bibliografia:
       
      Bessone A.S. (1986), Prediche della domenica anno C, Biella
       
      Caldelari C. (2003), Preghiere del dì di festa, Riflessioni domenicali per credenti e non credenti, Messaggero di Sant'Antonio - Editrice, Padova
       
      Dupont J.(1968-69), Le salut Gentil et e signification théologique du Livre der Actes, in N.T. St. 6, 132-155
       
      Ghidelli C. (1978), Nuovissima versione della Bibbia, Luca, Edizioni Paoline
       
      Rigaux B. (1970), Temoignage de l’evangile de Luc, Bruges
       
      Commentari Evangelici riferiti al Vangelo di domenica 07 agosto
       
      2016 – DICIANNOVESIMA DOMENICA PER ANNUM (DEL TEMPO
       
      ORDINARIO) - ANNO C - A cura di Massimiliano Lanza
       
      Vangelo: Luca 12,32-48 (I lettura Sapienza 18,6-9 ; II lettura Lettera agli Ebrei 11,1-2.8-19).
       
      La parola “chiave” di questa domenica è: dov'è il tuo tesoro, là sarà anche il tuo cuore.
       
      Gesù chiede di donare tutto per amore. In noi scatta un meccanismo psicologico di attaccarsi ai beni. Vendere tutti i beni e darli in elemosina: è il consiglio evangelico, una proposta di Gesù che incute molta paura. Gesù non ci ha detto di prendere tutti i nostri beni e buttarli dalla finestra; Egli dice di gestire i propri beni, tutto ciò che Dio ci ha donato. Noi dobbiamo giocare i nostri beni alla luce dell'amore.
       
      La prima considerazione che possiamo far scaturire dalla parabola di oggi è il tema della vigilanza: Beati quei servi che sono trovati vigilanti, pronti e disponibili al momento del bisogno. Il discepolo di Gesù deve essere sempre disponibile; Gesù è servo e lo è per amore: Dio è, come dice Isaia, il Dio-con-noi, Dio Padre tergerà ogni lacrima dai nostri occhi.
       
      Dio è come un ladro, viene di notte, all'improvviso; solo chi si ritiene padrone
      dei beni della terra e considera appunto Gesù un ladro, non lo considera l'autore dei beni e teme che gli vengano sottratti da Dio stesso.
       
      Questa parabola è per noi o altri? È certamente per chi ha maggiori disponibilità, queste persone hanno capito ciò che Dio vuole e alimentano il bene anche per gli altri. Le ricchezze del mondo non sono assolute ma un dono di Dio per i fratelli, una vita sul sentiero del vero discepolo di Gesù, altrimenti è una follia. Le ricchezze non devono occupare il nostro cuore, secondo gli Ebrei la parte più intima per l’uomo, per Freud fu l’inconscio, per i cristiani la sede dei sentimenti, centro del rapporto intimo con Dio e il cuore, come si afferma nella Bibbia e come asserisce Rengestorf è sede della volontà (buona o cattiva dipende da noi).
       
      I soggetti del vangelo della domenica odierna sono:
       
      La Vigilanza nell’attesa;
       
      La fedeltà (in attesa di Cristo) nell’attesa;
       
      La tragicità di questo tempo di attesa;
       
      Essere capaci a leggere i segni dei tempi;
       
      Gli uomini sono a un bivio: pentirsi o morire.
       
      Il Discepolo di Gesù ha fiducia nella vittoria sul male del Regno di Dio. Il discepolo di Gesù ha fede; come affermò il teologo protestante Tillich, in altre parole “Credere è accettare di essere accettato da Dio”.
       
      Le parabole ivi narrate sono dette parabole dell’imminenza escatologica. Secondo Laconi, “l’era escatologica sta per suonare”. La prospettiva è sempre quella della parusia: bisogna stare attenti perché non sappiamo quando il Signore verrà. Per accogliere il Signore è necessario avere i cinti pronti, come a Pasqua, aspettando il suo arrivo! La speranza è quella delle beatitudini; le lucerne accese ricordano la parabola delle dieci vergini.
       
      Vi è un termine greco di riferimento, oiconomoV - oikonomos, che richiama il valore dei vescovi (i padroni) alla guida della Chiesa, con l’incarico di responsabili della salvezza delle anime.
       
      Massimiliano Lanza
       
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      maestro.max@hotmail.it
       
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      massimiliano.lanza.121@istruzione.it
       
      Bibliografia:
       
      Bessone A.S. (1986), Prediche della domenica anno C, Biella
       
      Caldelari C. (2003), Preghiere del dì di festa, Riflessioni domenicali per credenti e non credenti, Messaggero di Sant'Antonio - Editrice, Padova
      Ghidelli C. (1978), Nuovissima versione della Bibbia, Luca, Edizioni Paoline
       
      Rengestorf Karl Heinrich, Il Vangelo secondo Luca, 278
       
      Commentari Evangelici riferiti al Vangelo di domenica 14 agosto
       
      2016 – VENTESIMA DOMENICA PER ANNUM (DEL TEMPO ORDINARIO) -
       
      ANNO C - A cura di Massimiliano Lanza
       
      Vangelo: Luca 12,49-57 (I lettura Geremia 38,4-6.8-10 ; II lettura Lettera agli Ebrei 12,1-4).
       
      È inevitabile, la sequela del vangelo genera divisione! Cristo divide l’umanità con il vangelo, con tutte le sue pretese e soprattutto con il ritorno di Gesù a Gerusalemme per il sacrificio della croce: propriamente parla della sua dipartita, della sua passione, morte e risurrezione.
       
      Egli vorrebbe portare un fuoco sulla terra e lo vuole portare acceso: è il Battesimo dello Spirito Santo! È il vivo desiderio di Gesù di passare attraverso la sua morte, redenzione di tutta l’umanità. Questo fuoco è in linea con il battesimo (di sangue) sulla croce. È opportuno capire però il giusto significato che non deve essere ristretto solo a tali argomenti. L’evangelista Luca presenta il suo scritto in una prospettiva storico-salvifica, si orienta verso la totalità del mistero pasquale che comprende la Pentecoste e la Parusia (seconda venuta) del Signore. In tale contesto le immagini del fuoco e del battesimo si dilatano fino a farci intravedere il mistero della Pentecoste e l’imminenza del Giudizio Divino.
       
      È sorprendente la frase che Lui ha portato non la pace ma la divisione! La pace è dono messianico per eccellenza, “sintesi di tutti i doni di Dio all’uomo”; non si tratta però di un quieto vivere, poiché le persecuzioni da sempre incombono sui cristiani e sulla Chiesa. Gesù non annuncia una pace facile e comoda (come asserivano da sempre i falsi profeti). Il povero profeta Geremia (calato in una cisterna sporca!) non annunciò tempi facili, il suo vaticinare (parlare in modo profetico) creava scompiglio nella società giudaica di allora. Gesù è venuto a portare “la divisione”, perché potessimo guardarci dentro.
       
      Il Vangelo ha delle esigenze radicali e comporta quindi divisione, nei confronti del mondo, dove, a volte, sono compromessi gli affetti più cari. La fedeltà a Cristo deve essere assoluta e la spada è ciò che si oppone a tale fedeltà, all’insegnamento del Signore. Tale divisione diventa “positiva” quando le sue cause sono Cristo e il Vangelo.
       
      Per comprendere quanto fin qui affermato la necessità è quella di saper leggere i segni dei tempi: la vigilanza non consiste soltanto in forza e coraggio ma anche in capacità di lettura e soprattutto la capacità di andare controcorrente! Il discorso di Gesù non è rivolto soltanto ai potenti della terra ma anche alle folle, le quali devono imparare a giudicare ciò che è giusto. Il paragone di Gesù è calzante: sapete dire “che tempo farà” (oggi la meteorologia è una scienza
      tecnologicamente sviluppata), in base ai segni premonitori e non sapete giudicare i tempi definitivi della salvezza inaugurati da Cristo. Non si trattava solamente d’incapacità ma d’ipocrisia, poiché i segni a riguardo erano abbondanti ed eloquenti.
       
      Massimiliano Lanza
       
      Potete inviare i commenti alla stessa sui collegamenti ipertestuali già indicati o con comunicazione via e-mail a:
       
      maestro.max@hotmail.it
       
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      massimiliano.lanza.121@istruzione.it
       
      Bibliografia:
       
      Bessone A.S. (1986), Prediche della domenica anno C, Biella
       
      Caldelari C. (2003), Preghiere del dì di festa, Riflessioni domenicali per credenti e non credenti, Messaggero di Sant'Antonio - Editrice, Padova
       
      Ghidelli C. (1978), Nuovissima versione della Bibbia, Luca, Edizioni Paoline
       
      Commentari Biblici riferiti alle letture bibliche di lunedì 15
       
      agosto 2015 – ASSUNZIONE DI MARIA VERGINE - Solennità - A cura di Massimiliano Lanza
       
      Vangelo:
       
      S. M. Vigilare: Luca 11,27-28 (I lettura Primo Libro delle Cronache 15,3-4.15-16; 16,1-2 - II LETTURA Prima Lettera di San Paolo ai Corinzi 15.54-57);
       
      S. M. del Giorno: Luca 1,39-56 (I lettura Apocalisse 11,19; 12,1-6.10 - II LETTURA Prima Lettera di San Paolo ai Corinzi 15.20-26).
       
      Oggi è Santa Maria Assunta in cielo. E' una solennità importantissima, perché è la condizione cui arriveranno i credenti, dopo Cristo che è la primizia e poi chi sarà di Cristo e poi sarà il giudizio finale, in altre parole il giudizio di amore e fiducia che Dio ha per ciascuno di noi.
       
      La festa odierna è il Dogma dell'Assunzione di Maria, proclamato da Pio XII nel 1950.
       
      Alle porte di Gerusalemme vi è una Chiesa intitolata alla "Dormizio virginis", in cui la tradizione definisce il luogo in cui è morta e ascesa al cielo la Vergine Maria. La festa odierna richiama l'Ascensione e la prima lettura di oggi, testo tratto da Apocalisse, definisce Maria (o meglio così si deduce teologicamente) come la Chiesa; da quel momento in poi, Chiesa e Maria sono la stessa immagine.
       
      Le devozioni Mariane talvolta sono "esagerate" poiché Maria è una sola, le rappresentazioni su Maria sono un'infinità: bianca, nera, messicana,
      meticcia, iconizzata, scolpita come statua, rappresentata in dipinti in chiese ma è la stessa e unica Maria, la stessa Madonna che veneriamo. Il vangelo proclamato durante la Santa Messa vigilare dice: "Beati piuttosto chi ascolta la Parola di Dio e la osservano" e così ha fatto Maria, così c’è chiesto a noi credenti. Gesù vuole evidenziare il fatto che a tutti i credenti è estendibile la prerogativa di essere fratelli, sorelle, padri e madri di Gesù (è la caratteristica del vero credente che si oppone agli avversari). Tutto ciò lo afferma una donna dal popolo (la quale però dichiarava beati i “parenti” di Gesù ma, senza saperlo, ha fatto in modo che Gesù accennasse alla “parentela spirituale”) e tutti sappiamo come poco fossero considerate le donne all’epoca! Si tratta quindi di un simbolo. Maria è un modello per i credenti.
       
      La Madre santa ha avuto il privilegio di essere la Madre di Dio, la Theotokos. Se leggiamo le litanie lauretane o altre litanie specifiche alla Vergine riconosciamo che Maria rappresenta tutte le categorie umane e sociali, nel bello e nel cattivo tempo, nella buona o nella cattiva sorte. Lei ha avuto un privilegio ma è rimasta umile, non per niente "santa".
       
      Dio ci aiuti a seguire l'esempio, anche solo imitandone il silenzio. L'Assunzione di Maria riguarda la condizione cui noi arriveremo, dopo la vita terrena. La condizione sarà di un corpo glorificato e incorruttibile ma che sempre, per l'eternità loderemo Dio.
       
      La mamma occupa un posto privilegiato nella vita umana, vuoi da un punto di vista umano, vuoi da un punto di vista spirituale, com’è avvenuto con Maria. Lei, preservata dal peccato originale, è strumento di salvezza.
       
      Oggi incontra il volto del Padre nella Gerusalemme celeste, con Gesù, che non ha mai abbandonato in ogni giorno della sua vita, è stata sempre con Lui, fin sotto la croce. É stata la prima, tra i credenti, ad accogliere il regno di Dio e ad osservare la sua Parola. Per seguire Maria dobbiamo vivere in comunione piena con il suo Figlio, Gesù.
       
      La prima lettura ci parla anche di "draghi" i quali non ci fanno perdere la speranza e affidiamoci allora a Maria che in Gesù ci porta la pace; il Magnificat è l'incontro di Dio con le creature per le quali siamo poi "assunti" in cielo.
       
      Vi è pure il Magnificat di tutte le donne sofferenti e che subiscono vari soprusi (stupri e omicidi, purtroppo).
       
      Mettiamo in pratica il Magnificat e viviamo la devozione a Maria come questione di Fede, fiducia, amore e sincerità, esercitando, per quanto possibile, la perfezione di una relazione basata sul cuore puro.
       
      Il magnificat è il canto di ringraziamento di Maria al suo creatore. Lei affermerà: ”D'ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata”. Lei è consapevole di essere beata davanti a Dio. Oggi la Chiesa, nella sua
      sapienza, capisce che Maria è certamente assunta in cielo. Essa, dopo aver trascorso un tempo sulla terra, ritorna a Dio, e lo fa tramite suo figlio. Lei è regina del Cielo e della terra, essa è la regina nostra, è come una mamma, Maria, essendo la madre mia, diventa mia regina. C'è anche Maria, la nostra fede non si basa solo nella relazione tra me creatura e Dio creatore, ma anche Maria ci è stata affidata da Dio e allora siamo quel discepolo cui è stata affidata la madre. Senza Maria non si va da nessuna parte. La nostra fede è nella Santissima Trinità, il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. Il Cielo ha avuto bisogno di questa giovane e la terra, con fare protestante, non riconosce più Maria. Che questa madre assunta in Cielo sia un modello per noi.
       
      Inviate pure vostri commenti ed osservazioni ai seguenti indirizzi di posta elettronica:
       
      massimiliano.lanza.121@istruzione.it
       
      maestro.max@hotmail.it
       
      Bibliografia:
       
      Bessone A.S. (1986), Prediche della domenica anno C, Biella
       
      Lanza M. (2013-2015), Commentari Biblici, anni vari, ad uso privato per gli studenti
       
      Commentari Evangelici riferiti al Vangelo di domenica 21 agosto
       
      2016 – VENTUNESIMA DOMENICA PER ANNUM (DEL TEMPO
       
      ORDINARIO) - ANNO C - A cura di Massimiliano Lanza
       
      Vangelo: Luca 13,22-30 (I lettura Isaia 66,18-21 ; II lettura Lettera agli Ebrei 12,5-7.11-13).
       
      Oggi si parla della porta stretta per entrare in Paradiso (come direbbe un buon catechista per infanti). Cristo è la porta, è il passaggio, la Pasqua eterna nel suo Regno. Dobbiamo conoscere Dio e non basta seguire un cattolicesimo tradizionale o perché così ci è stato insegnato, per questo ci dirà (speriamo mai) non vi conosco, qualora non arrivassimo al grado spirituale di conoscenza. Conoscere, per la Bibbia è un rapporto stretto, intimo e filiale con una persona, nel caso Dio! Dobbiamo essere uomini e donne di fede e non solamente seguaci della storia! Nelle letture bibliche di oggi riecheggia il tema dell’universalità nel Nuovo Regno, dove gli ultimi saranno i primi e i primi ultimi. Gli ultimi rappresentano i pagani che si convertono, i primi rappresentano i Giudei, esclusi perché, nella loro presunzione, non comprendono la conversione, si ritengono esclusivamente giusti e non possono piacere a Dio.
       
      Gesù afferma: “Sforzatevi” di entrare nella porta stretta, in altre parole il verbo greco agwnizesJe - agonizesthe. Esprime l’idea di lotta e di aggressività (contro lo spirito del male!), di prontezza e di urgenza. Occorre non perdere
      tempo! (Ghidelli).
       
      Occorre, dunque, solo ed esclusivamente seguire le istruzioni del Divin Maestro!
       
      Massimiliano Lanza
       
      Potete inviare i commenti alla stessa sui collegamenti ipertestuali già indicati o con comunicazione via e-mail a:
       
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      Bibliografia:
       
      Bessone A.S. (1986), Prediche della domenica anno C, Biella
       
      Caldelari C. (2003), Preghiere del dì di festa, Riflessioni domenicali per credenti e non credenti, Messaggero di Sant'Antonio - Editrice, Padova
       
      Ghidelli C. (1978), Nuovissima versione della Bibbia, Luca, Edizioni Paoline
       
      Commentari Evangelici riferiti al Vangelo di domenica 28 agosto
       
      2016 – VENTIDUESIMA DOMENICA PER ANNUM (DEL TEMPO
       
      ORDINARIO) - ANNO C - A cura di Massimiliano Lanza
       
      Vangelo: Luca 14,1.7-14 (I lettura Siracide 3,17-18. 20.28-29 ; II lettura Lettera agli Ebrei 12,18-19.22-24).
       
      Dio non odia i potenti, anche se ci spinge a stare dalla parte degli umili, degli ultimi, degli indifesi, delle categorie fragili in generale. Non dobbiamo mai odiare i nobili, i potenti, i responsabili delle nazioni, i capi, ma nemmeno avere troppo a che fare con loro.
       
      La massima cristiana “chi si umilia sarà esaltato” ha le sue radici nel cuore della realtà cristiana: la morte e la risurrezione di Gesù.
       
      Dio non ha bisogno né della nostra sapienza, né della nostra superbia! Un prefazio canta: “Tu non hai bisogno della nostra lode… i nostri inni di benedizione non accrescono la tua grandezza, ma ci ottengono la grazia che ci salva”.
       
      L’umiltà non fa parte della tirannia di Dio, non mina la nostra libertà. Il Cardinale Carlo Maria Martini affermava che l’umiltà è riconoscere di non sapere.
       
      Il termine greco per indicare umile è tapeinwJesetai - TAPEINOTSESETAI, da cui la derivazione del termine italiano “tapino” e non credo qui di fornire successive spiegazioni.
       
      I sacerdoti, i religiosi e i laici di rito Romano o Ambrosiano che leggono il Breviario (la Liturgia delle Ore), recitano, ogni giorno durante i Vespri, il cantico della Beata Vergine Maria, il “Magnificat”. La versione latina della
      vulgata a un certo punto afferma: “Deposuit potentes de sede et exsultabunt umiles” (“Ha rovesciato i potenti dai troni ed ha innalzato gli umili”).
       
      La cornice in cui si ambienta la pericope evangelica della XXII domenica è il banchetto, inserito nel ciclo delle “Parabole dell’invito divino”. Cristo è dunque invitato a pranzo per discutere sulla questione del sabato (il giorno sacro agli ebrei). Gli Scribi e i Dottori della Legge intendono porre un tranello a Gesù, per poterlo condannare su questioni canoniche.
       
      Un altro elemento da notare è la presenza del pane, richiamo certamente al Pane di vita e, più teologicamente, in maniera velata, al pane eucaristico. Gesù si trova, ancora una volta, a confronto con persone pregiudizievoli. A lui si presume che non gli importasse molto.
       
      Gli apostoli hanno visto Cristo, noi no, ci fidiamo di quanto ci è stato tramandato. Eppure Cristo lo possiamo riconoscere: egli è manifestato soprattutto nei poveri, negli umili, nei diseredati. Cerchiamolo!
       
      Massimiliano Lanza
       
      Potete inviare i commenti alla stessa sui collegamenti ipertestuali già indicati o con comunicazione via e-mail a:
       
      maestro.max@hotmail.it
       
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      massimiliano.lanza.121@istruzione.it
       
      Bibliografia:
       
      Bessone A.S. (1986), Prediche della domenica anno C, Biella
       
      Caldelari C. (2003), Preghiere del dì di festa, Riflessioni domenicali per credenti e non credenti, Messaggero di Sant'Antonio - Editrice, Padova
       
      Ghidelli C. (1978), Nuovissima versione della Bibbia, Luca, Edizioni Paoline
       
      Commentari Evangelici riferiti al Vangelo di domenica 04 settembre
       
      2016 – VENTITREESIMA DOMENICA PER ANNUM (DEL TEMPO
       
      ORDINARIO) - ANNO C - A cura di Massimiliano Lanza
       
      Vangelo: Luca 14,25-33 (I lettura Sapienza 9,13-18; II lettura Lettera ai Romani 9,10.12-17).
       
      La pericope evangelica di oggi si riassume così: non è facile seguire l’esempio e gli insegnamenti di Gesù. Continua così il viaggio di Gesù verso Gerusalemme e tutto ciò che dice, è ormai rivolto a tutti i “cristiani”.
       
      Nella pericope evangelica odierna Gesù non vuole abolire il quarto comandamento, onora il padre e la madre, ma lo porta a perfezione facendoci mettere Dio al primo posto. Il termine odiare significa posporre, amare meno. Il fatto di odiare padre, madre, moglie, marito, figli e figlie e perfino la propria vita non va inteso letteralmente, ma nel senso di una radicalità alla sequela di
      Cristo. Umanamente è impossibile ma Cristo Gesù lo rende fattibile!
       
      La parabola è la costruzione della torre, per la cui costruzione bisogna essere in grado di portarla a termine. È necessario riflettere prima di intraprendere un’impresa: in campo cristiano ognuno ha la propria missione ed è inutile seguire sogni e miraggi, perché certe “vocazioni” sono specifiche per alcuni credenti e bisogna avere capacità, forza e tenacia per portarle a termine. Il fallimento è scandaloso e imperdonabile!
       
      Per seguire Gesù, a detta dell’evangelista Luca, è necessario abbandonare tutto, proprio tutto, anche le nostre angosce e paure!
       
      Massimiliano Lanza
       
      Potete inviare i commenti alla stessa sui collegamenti ipertestuali già indicati o con comunicazione via e-mail a:
       
      maestro.max@hotmail.it
       
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      massimiliano.lanza.121@istruzione.it
       
      Bibliografia:
       
      Ghidelli C. (1978), Nuovissima versione della Bibbia, Luca, Edizioni Paoline
       
      Commentari Evangelici riferiti al Vangelo di domenica 11 settembre
       
      2016 – VENTIQUATTRESIMA DOMENICA PER ANNUM (DEL TEMPO
       
      ORDINARIO) - ANNO C - A cura di Massimiliano Lanza
       
      Vangelo: Luca 15,1-32 (I lettura Libro dell’Esodo 32,7-11.13-14; II lettura Prima Lettera di San Paolo Apostolo a Timoteo 1,12-17). Nella prima parte della pericope evangelica si gioca sul binomio perdere-trovare (pensiamo alla pecorella smarrita). L’immagine che scorgiamo è quella del Cristo Buon Pastore, il quale va in cerca dell’unico peccatore che ha però bisogno di conversione! La gioia poi per la conversione del peccatore ha una dimensione comunitaria, poiché il pastore lo comunica agli amici.
       
      Vi è più gioia in cielo: la parola cielo sostituisce Dio dato che gli Ebrei non lo potevano nominare invano.
       
      Di là degli aspetti menzionati possiamo dire che Dio va in cerca della pecora dispersa e non aspetta che torni da sé.
       
      Nella seconda parte della pericope evangelica odierna si parla, ancora una volta, della misericordia di Dio; per spiegarla parto da un Enciclica, modifica da Giovanni Paolo II nel 1980, “Dives in misericordia”. L’episodio, qui non riportato interamente, parla di un uomo che aveva due figli, uno leale, l’altro no, un ingrato! Il secondo chiede al Padre di dividere l’eredità e parte per un paese lontano, vivendo da dissoluto e sperperando i suoi averi con le prostitute. Pentito, ritorna dal padre, accettando ogni eventuale punizione che gli avesse inflitto. Il Padre (immagine di Dio) invece di punirlo, lo redime, gli ridà la
      dignità perduta e lo accetta di nuovo a casa. Fa festa il figlio perduto è stato ritrovato. L’altro fratello, tornando dai campi, sente la musica e apprende che era tornato il fratello prodigo, che suo padre festeggiava. Egli è arrabbiato e forse, pensandoci, lo sarebbe chiunque ma i beni del padre erano sempre a sua disposizione; egli, come tutti i peccatori, non accetta che il padre, Dio, possa perdonarlo. A volte capita di sentire l’espressione “Dio dovrebbe fare venire il cancro ai delinquenti punendoli”, come se noi potessimo gestire la situazione e dare a Dio consigli.
       
      Il Santo papa afferma: “Quel figlio, che riceve dal padre la porzione di patrimonio che gli spetta e lascia la casa per sperperarla in un paese lontano, vivendo da dissoluto, è in un certo senso l’uomo di tutti i tempi […]”. L’uomo, dopo aver sperperato i suoi averi, conosce la miseria e la fame, si fa assumere da un allevatore di porci ma continua a vivere la povertà. In questa situazione “avrebbe voluto saziarsi con qualche cosa, magari anche con le carrube che mangiavano i porci. Ma persino questo veniva rifiutato. L’analogia si sposta chiaramente verso l’interno dell’uomo”. Gesù ha affermato che dall’interno dell’uomo esce il male e non vi entra dall’esterno. Egli, come argomentava il Papa, aveva perso davvero la cosa più importante, la dignità di figlio. Non se ne rende ancora conto, neanche quando afferma: “Quanti salariati in casa di mio padre hanno pane in abbondanza, ed io qui muoio di fame”! Egli misura se stesso con il metro dei beni che aveva perduto, che non “possiede” più, mentre i salariati in casa di suo padre li “posseggono”. Come si svela in questo brano la misericordia di Dio?
       
      La figura del genitore, del padre, come abbiamo già affermato sopra, è figura di Dio Padre. “Il padre del figliol prodigo è fedele alla sua paternità, fedele a quell’amore , che da sempre elargiva al proprio figlio. Tale fedeltà […] si esprime ancor più pienamente con quella gioia, con quella festosità così generosa nei confronti del dissipatore, dopo il ritorno, che è tale da suscitare l’opposizione e l’invidia del fratello maggiore, il quale non si era mai allontanato dal Padre e non ne aveva abbandonato la casa”.
       
      La gioia del padre sta nel fatto che era stata salvata l’umanità del figlio (in quest’occasione, appunto, si commuove, ma sono lacrime di gioia). Al figlio fedele egli afferma che bisognava fare festa perché suo fratello era morto ed è stato ritrovato, è “risuscitato dal male”.
       
      Il padre ama suo figlio e quest’amore è pari all’inno della carità di San Paolo apostolo: “La carità è paziente, è benigna la carità […], non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto […], si compiace della verità […], tutto spera, tutto “sopporta” e non “avrà mai fine””.
       
      Anche tutti noi credenti abbiamo forti pregiudizi, talvolta, sulla misericordia. Valutiamo la divina misericordia esteriormente e invece è un qualcosa d’interiore. La misericordia di Dio, quando ci perdona (basta che lo vogliamo),
      dimentica il male da noi commesso.
       
      La parabola del figliol prodigo, terminando questa prima parte, “esprime in modo semplice, ma profondo, la realtà della conversione” (realtà espressa anche nella liturgia di domenica scorsa).
       
      Veniamo ora a un’esegesi più dettagliata ma che sicuramente proporrà anche concetti simili:
       
      La parabola di oggi è stata pronunciata da Gesù per scribi e farisei. Essa è stata variamente interpretata. È battezzata con vari nomi: la parabola del figliol prodigo, la parabola del padre misericordioso, la parabola dei due figli, ecc. Il messaggio, in effetti, va considerato tenendo conto del punto di vista di entrambi. La richiesta del patrimonio con il verbo “dammi” da parte del figlio scapestrato in sé e per sé non è peccaminosa. Il peccato è riferito a vari fattori: secondo Schlatter perché ha dilapidato i beni del padre, per Bornhauser perché conduceva una vita immorale, per Lyonner era l’immagine di Adamo che voleva essere autonomo rispetto a Dio. L’Antico Testamento contiene vari brani sulla liceità, anche giudaica, di ereditare e avere beni paterni.
       
      Il fatto che il fratello dilapidò i beni con le prostitute è simbolo d’impurità legale; il fatto, invece, che si saziasse di carrube è segno di grave miseria.
       
      Il centro, il nucleo, della parabola è l’amore del padre più che il pentimento del figlio. Egli riconosce tuttavia di avere peccato, segno del suo itinerario interiore di conversione. Egli percepisce la dimensione verticale del suo male, cioè di aver peccato contro il cielo (immagine di Dio) e contro il padre. Ascoltando le righe della seconda parte del vangelo di oggi viene in mente il peccato del re Davide, il quale, come il figliol prodigo, afferma, di non essere più degno. Allontanandosi da casa cerca la libertà, ritornando acquisisce la vera libertà e soprattutto, come abbiamo già affermato, la vera libertà.
       
      Non basta essere giusti per salvarsi, ma bisogna entrare nella logica nuova inaugurata da Gesù, l’amore. L’amore si attua nella partecipazione alla comunione, è l’agape, il massimo che si possa desiderare!
       
      Dio è amore! L’immagine del padre misericordioso è la fotocopia di Dio, prima che ci rechiamo a chiedere perdono lui ci ha già perdonati e ci abbraccia con vero affetto!
       
      Massimiliano Lanza
       
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      Bibliografia:
       
      Ghidelli C. (1978), Nuovissima versione della Bibbia, Luca, Edizioni
      Paoline
       
      Commentari Evangelici riferiti al Vangelo di domenica 18 settembre
       
      2016 – VENTICINQUESIMA DOMENICA PER ANNUM (DEL TEMPO
       
      ORDINARIO) - ANNO C - A cura di Massimiliano Lanza
       
      Vangelo: Luca 16,1-13 (I lettura Amos 8,4-7; II lettura Prima Lettera di San Paolo Apostolo a Timoteo 2,1-8).
       
      Il Vangelo di oggi ci dice che non possiamo servire Dio e il denaro (mammona,
       
      secondo la precedente traduzione biblica). La lezione verte sulla jilarguria – philarguria: amore per il denaro. Dio non condanna il possesso dei beni terreni ma il loro cattivo uso, eventualità che si può facilmente verificare.
       
      Il Vangelo definisce l’uomo ricco ingiusto: oiconomon thV adiciaV - oikonomon tes adikias. Il termine scaltro è reso con jronimoV – phronimos.
      Altre considerazioni:
       
      1) Gesù va alla ricerca della sua creatura perché non si perda. Dobbiamo essere ancorati con forza all'amore di Dio come Padre.
       
      Nel Vangelo esalta e loda chi gli ha derubato del suo. È una parola controcorrente, come può il padrone lodare l'amministratore dei beni se manca qualcosa? L'amministratore cerca consensi tra i debitori perché quando sarà licenziato, qualcuno di essi possa aiutarlo.
       
      Come domenica scorsa un figlio per convenienza ritorna dal Padre, così questa domenica di nuovo un Padre che accoglie e perdona. Non potete servire Dio e la ricchezza, dare a Dio la centralità e il primato, il primo posto a Dio nella nostra esistenza. Nulla e nessuno può prendere il sopravvento nella nostra vita. In tutta umiltà dobbiamo riconoscere che nei confronti di Dio abbiamo un figlio amato. Non si possono servire due padroni. Maria, nostra Madre, è l'esempio della figliolanza riconosciuta con amore.
       
      Dio vuole preghiere e suppliche affinché siamo salvati!
       
      2) Dio ci dimostra che le persone disoneste, purtroppo, sono più scaltre delle oneste, le quali vivono fede da Chiesa come edificio o da sacrestia, invece di fare come dice il Papa, ossia sporcarsi tra l'umanità, rischiando di sbagliare ma amando il prossimo. San Paolo esorta Timoteo a camminare sulla retta via come Cristiano. Oggi assistiamo al male che dilaga, siamo il 17% di persone privilegiate contro l'83% di poveri, provocati dal nostro egoismo o di gruppi, nazioni,nei confronti di altre. Nella prima lettura vediamo che già ai tempi degli israeliti si "compravano i poveri per niente".
       
      Ciò che oggi abbiamo ascoltato sarebbe terreno di riflessione catechetica e teologica.
       
      Esorto tutti, me compreso, a cogliere l'invito di Papa Francesco, uscire dalle sacrestie e fare del bene all'umanità. È necessario riflettere sul monito all'accoglienza!
       
      Massimiliano Lanza
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      Bibliografia:
       
      Ghidelli C. (1978), Nuovissima versione della Bibbia, Luca, Edizioni Paoline.
       
      Lanza M. (2013), Commentari Biblici in Omelie ed esegesi anno C
       
      (2012-13), ad uso privato.
       
      49. Commentari Evangelici riferiti al Vangelo di domenica 25
       
      settembre 2016 – VENTISEIESIMA DOMENICA PER ANNUM (DEL
       
      TEMPO ORDINARIO) - ANNO C - A cura di Massimiliano Lanza Vangelo: Luca 16,19-33 (I lettura Amos 6,1.4-7; II lettura Prima Lettera di San Paolo Apostolo a Timoteo 6,11-16).
       
      La Domenica odierna la potremmo nominare "... della giustizia" poiché si parla di un'ingiustizia terrena che poi diventa giustizia divina. Nella prima lettura è intravisto il castigo per i "buontemponi" che sfruttano le forze e i proventi (già miseri dei poveri) e non pensano ai reali problemi della società. Le persone menzionate sono le prime a "aprire" le fila verso l'esilio in Babilonia.
       
      Il Buon Gesù ci fa capire, tramite un racconto parabolico, la differenza nell'aldilà tra un egoista e un povero mendicante, l'egoista all'Inferno e il povero mendicante in Paradiso. In realtà, se i lettori notano, il ricco non è nominato, mentre il mendicante sì: Lazzaro. In realtà Gesù non si preoccupa di definire le due persone, non dice, in effetti, neanche se i due praticassero la fede o meno. Nella narrazione è chiaro però il contrappasso, il ricco senza Dio nell'aldilà e il povero con Dio nell'aldilà. Il ricco, nel caso della vicenda narrata, è "stolto", come tutti quelli che si costruiscono il paradiso in terra in modo artificiale e Dio sa come l'uomo ne sia capace! Se si vive come se Dio non esistesse alla fine, le conseguenze sarebbero devastanti, in questa vita e nella futura!
       
      Ricchi o poveri dobbiamo accogliere il meglio nella nostra vita: Cristo Gesù! Più facilmente, nonostante le difficoltà, arriveremo alla salvezza. Il povero si nutriva di ciò che cadeva dalla mensa del padrone, non da briciole e in tal caso, durante un processo di "beatificazione", la controparte avrebbe di che obiettare!
       
      Venendo al testo, il sostantivo mendicante è reso in Greco con ptwcoV - ptokos e sul significato possiamo definire mendicante chi si deprime e anche chi si rannicchia per spavento, spaventato da un mondo iniquo, consumista ed egoista anche se tra i ricchi c'è l'altruista (ricordiamo che
      Dio non odia i ricchi).
       
      Il sostantivo inferno è reso con il termine Basanous (basanous), e il significato sta appunto a Luogo di tormento, si potrebbe anche dire Luogo di tortura, tormento, sofferenza e infermità.
       
      All'inferno, fortunatamente, non ci manda Dio ma lo scegliamo noi stessi, le nostre opere cattive ci dicono la strada da percorrere; il brano evangelico su cui abbiamo disquisito è il dito puntato di Gesù contro i Farisei e gli Scribi, i quali accumulavano ricchezze disprezzando i poveri e usando "bilance false". Siamo chiamati a meditare su noi stessi e le nostre "false sicurezze", non solo in denaro ma anche spirituali.
       
      Massimiliano Lanza
       
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      Bibliografia:
       
      Lanza M. (2013), Commentari Biblici in Omelie ed esegesi anno C (2012-13), ad uso privato.
       
      Commentari Evangelici riferiti al Vangelo di domenica 02
       
      ottobre 2016 – VENTISETTESIMA DOMENICA PER ANNUM (DEL
       
      TEMPO ORDINARIO) - ANNO C - A cura di Massimiliano Lanza Vangelo: Luca 17,5-10 (I lettura Abacuc 1,2-3; 2,24; II lettura Seconda Lettera di San Paolo Apostolo a Timoteo 1, 6-8.13-14). La pericope evangelica appena letta ci dice che oggi è la domenica della fede potente in Dio ma anche dei servi inutili, i giusti sono i servi inutili. Il giusto vivrà mediante la fede! È l'affermazione del profeta Abacuc nella prima lettura, il cavallo di battaglia di San Paolo nel Nuovo Testamento e anche, tristemente il cavallo di battaglia dello scisma causato da Lutero nel XVI secolo! Dobbiamo cogliere il mondo di Dio. Che grande fortuna poter aver la fede trasmessa e testimoniata, che è un dono dato a tutti quelli che lo desiderano! "La Chiesa, sposa di Cristo, ci annuncia sempre la stessa parola, lo stesso Vangelo. Il Vangelo ci dice: "Signore, aumenta in noi la fede!" Sarebbe bello che anche noi condividessimo questa richiesta".
       
      Vedendo le sofferenze del mondo diciamo: "perché, Signore, il dolore, la sofferenza, la morte? Dio ha dato una risposta esistenziale, Gesù è entrato nella vicenda umana, ha condiviso il dolore umano e l'ha inchiodato con lui sulla croce".
       
      La fede apre la porta a orizzonti grandi. Se l'uomo ci chiude la porta, noi entriamo dalla finestre, ciò anche che affermò il Santo di Pietrelcina
      quando disse: "se anche Dio chiude la porta Maria ci apre la finestra e ci fa entrare nel Regno!
       
      Una volta fatto tutto quello che dovevamo, riconosciamo che siamo servi inutili, la realtà di un cammino spirituale. Alcuni esegeti affermano che essere servi inutili significa iniziare ad amare, per "amore", non per "obbligo". Non dobbiamo fermarci all'obbligo, perché l'obbligo presuppone il timore e il timore presuppone il castigo, l'amore non ha timore.
       
      L'evangelista Luca distingue sempre gli Apostoli (i dodici) da cui derivano i Vescovi e i pastori dai discepoli, da cui derivano sacerdoti e diaconi e anche noi laici, in un certo senso diaconi perché in qualche modo al servizio della Chiesa.
       
      Allora sorge la domanda e anche un po' di confusione: siamo servi inutili, semplici servi o amici? Qual è l’ambiente ideale? La risposta è: servi inutili significa anche ordinari [douloi acreioi - duloi achreìoi = dal greco significa servi inutili o anche servi ordinari] e il servo è sì inutile ma anche amico di Dio e il Signore si compiace di lui, il termine greco è eudokew - eudokeo, cioè compiacimento.
       
      Massimiliano Lanza
       
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      Bibliografia:
       
      Lanza M. (2013), Commentari Biblici in Omelie ed esegesi anno C (2012-13), ad uso privato.
       
      Commentari Evangelici riferiti al Vangelo di domenica 09
       
      ottobre 2016 – VENTOTTESIMA DOMENICA PER ANNUM (DEL
       
      TEMPO ORDINARIO) - ANNO C - A cura di Massimiliano Lanza Vangelo: Luca 17,11-19.
       
      La domenica odierna il Signore ci invita al ringraziamento; le letture bibliche contengono due momenti di riconoscenza: l’episodio di Naaman il Siro (prima lettura) e l’episodio del lebbroso Samaritano, l’unico che ringrazia tra i dieci sanati, l’unico peccatore (considerato così dagli ebrei di Gerusalemme), a differenza degli altri nove che si ritenevano giusti. Naaman il Siro pensa di ringraziare Eliseo con un regalo materiale che rifiuta. Allora, come regalo, si impegna nei confronti del profeta a non più sacrificare per gli déi ma al Dio vero!
       
      Nel Vangelo abbiamo ascoltato l'episodio dei dieci lebbrosi guariti.
      Vedendo Gesù a distanza, doverosa per le prescrizioni ebraiche che impedivano ai Lebbosi di avvicinarsi ai "sani", i malati (possiamo interpretare anche nello spirito) alzano la voce - hran jonhn - eran fonen: il termine eran deriva da airo (airw) e oltre ad alzare significa elevare, accrescere, esagerare, eccitare la voce a provocare una reazione da parte dell'interlocutore ma significa anche pongo, riporto (come se i dieci volessero riportare il precedente stato di salute, quello sano, grazie a Gesù). L'alzare la voce è anche inteso come apportare, arrecare (arrecare il coraggio alla voce), trascinare via, cioè prendendo Gesù e tenendolo per sé, significa anche alzare, prendere afferrare, espiare il peccato, distruggere il peccato, la richiesta a Gesù era, in buona sostanza, la distruzione dal peccato.
       
      Al termine della richiesta i lebbrosi furono sanati: venne messa alla prova la loro fede e ottennero la guarigione. Il termine greco è ecaJarisJhsan - ecatzaristzesan e il suo sinonimo è mondati.
       
      Lo straniero è il Samaritano e sappiamo che i samaritani erano nemici dei giudei; nella pericope odierna vediamo come il nostro personaggio sia stato l'unico su dieci a ringraziare il Signore per il miracolo e precedentemente il dono della fede. Il termine greco è allogenhV - alloghenes e significa che proviene da altrove, appunto Samaria. Ricordiamo che anche nell'episodio del malcapitato percosso e derubato dai briganti, sempre un samaritano si appresta a soccorrerlo. Per la seconda volta vediamo come la salvezza di Gesù sia rivolta ai pagani, perché, i suoi compatrioti, mancano di fede e carità ma anche noi oggi rischiamo di essere relegati in tale categoria. Come ha affermato oggi il Santo Padre non siamo più capaci, anche in famiglia, a dire "permesso, grazie, scusa", parole semplicissime che però hanno una rilevanza semantica notevole.
       
      La grazia, come affermava uno dei più grandi padri della Chiesa, Sant'Agostino, è gratis. Noi, "che siamo i cattivi", non siamo capaci a ringraziare, perché? Perché Dio è il nostro ringraziamento e già l'eucarestia, Dio che ringrazia, diventa, per Suo merito, ringraziamento da parte nostra!
       
      Massimiliano Lanza
       
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      Bibliografia:
       
      Lanza M. (2013), Commentari Biblici in Omelie ed esegesi
      anno C (2012-13), ad uso privato.
       
       
       
      Commentari Evangelici riferiti al Vangelo di domenica 16
       
      ottobre 2016 – VENTINOVESIMA DOMENICA PER ANNUM (DEL
       
      TEMPO ORDINARIO) - ANNO C - A cura di Massimiliano Lanza Vangelo: Luca 18,1-8.
       
      la prima volta, nei tre anni del ciclo liturgico, che ricorre questa domanda, senza risposta, da parte di Gesù: “Il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?”. È necessario per noi cristiani riflettere su questa frase che richiama la fine dei tempi. é l'argomento di cui vorrei parlare oggi, perchè si parla, come avete ascoltato, si parla del valore della preghiera - la donna, con la sua insistenza ottiene giustizia dal giudice disonesto e Mosè fa vincere Israele in battaglia con il gesto delle mani alzate - e la fine dei tempi.
       
      Oggi però dobbiamo anche riflettere sulla fine dei tempi e lo dobbiamo fare con fede. Nel momento cui recitiamo il Padre Nostro (e mi auguro che lo preghiamo tutti i giorni) diciamo "liberaci dal male" e, mentre preghiamo con tali parole, pensiamo al grande mistero di Dio che sconfigge il male, di Gesù, che ha inchiodato il peccato una volta per tutte sulla croce.
       
      Ritornando al tema della preghiera, dobbiamo dire che essa non deve essere condizionata e deve essere scevra da interessi personali.
       
      Dio chiede una preghiera incessante con una fede non interrotta, un credo professato ogni giorno. La preghiera deve poter sempre essere presente nella nostra vita perché abbiamo il bisogno fondamentale di Dio, il quale non è il giudice ingiusto che cede alle nostre richieste ma fa prontamente giustizia quando preghiamo autenticamente, genuinamente e con la ricerca costante di Dio.
       
      Dio desidera essere cercato ed amato, Dio non è semplice e potente guaritore ma è Padre. Dio è un Padre al quale io non posso farne a meno, Dio è un Padre che non si cerca solo al momento del bisogno. Dio vuole la preghiera con il cuore, perché è un padre su cui possiamo sempre contare.
       
      Analizzando questo brano possiamo dire che la vedova è il simbolo della persona, debole, indifesa, povera, disattesa e maltrattata e per tale caratteristiche chiede giustizia.
       
      Sul testo greco c'è una frase che dice dall'originale - macroJumei ep autoiV ; - macrozumei ep'autois? = Li farà a Lungo aspettare? Si può anche tradurre con li farà pazientemente aspettare? La risposta sta nel fatto che i tempi del Signore, talvolta, sono lunghi e certamente non come i
      fedeli si aspetterebbero; la risposta è no ma dobbiamo essere pazienti fino al momento in cui saremo esauditi.
       
      L'invito a pregare incessantemente è contenuto in ciascuna delle lettere di San Paolo, anzi, sembra che Paolo raccomandi vivamente la pia pratica. Gesù ci dice di non sprecare parole ma al contempo di insistere con la preghiera: essa è come il respiro "dell'anima" e, dato che dobbiamo respirare sempre pena la morte, dovrebbe essere un atteggiamento automatico e al contempo vitale!
       
      Joseph Ratzinger (prima di essere Papa Benedetto XVI) scriveva sull'importanza della trascendenza, bloccata dalla storia attuale o comunque combattuta e perseguitata. Ratzinger ci esorta anche a difendere, pregando, i nostri fratelli cristiani e poveri nei paesi dove sono perseguitati e ci spinge ad essere missionari, cioè far trasparire da noi il germe divino che proviene dalla Santissima Trinità che ci ha creati!!
       
      Massimiliano Lanza
       
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      Bibliografia:
       
      Lanza M. (2013), Commentari Biblici in Omelie ed esegesi anno C (2012-13), ad uso privato.
       
      Commentari Evangelici riferiti al Vangelo di domenica 23
       
      ottobre 2016 – TRENTESIMA DOMENICA PER ANNUM (DEL TEMPO
       
      ORDINARIO) - ANNO C - A cura di Massimiliano Lanza Vangelo: Luca 18,9-14.
       
      Il tema conduttore della domenica odierna è la preghiera, di nuovo ritornata come "respiro dell'anima", anche se intesa in modo diverso. La preghiera è ossigeno per la vita spirituale, tema ricorrente ma nel brano evangelico va evidenziata la parabola, la rappresentazione:
       
      due uomini, un fariseo e pubblicano, entrambi pregano ma il risultato è l'opposto: un atteggiamento da evitare, l'altro da imitare.
       
      La preghiera riguarda l'intimo dell'uomo. Il fariseo, in realtà, enuclea le sue virtù, non guarda a Dio ma a sé stesso, è in piedi, con atteggiamento presuntuoso e saccente. Egli, alla fine, accusa chi si comporta male, ma Dio preferisce il pubblicano, perché si pente e fa ammenda dei suoi peccati. Egli ha sbagliato ma è giustificato perché confessa gli errori. Il fariseo in realtà comincia bene e dice "ti ringrazio", tuttavia, al di là della
      "forma" successiva era veramente un pio, un puro, un separato, lo stesso significato della parola "fariseo". Il pubblicano era un "ladro qualificato" quindi, tra le righe, il Giudeo osservante non aveva tutti i torti ma Gesù smonta questo modo di fare. L'errore del fariseo è la sua autosufficienza, egli è ricco, non ha altri problemi! Il fariseo non è cattivo perché sta ritto in piedi ma perché non rende merito a chi lo fa stare in piedi con un fondamento, ovvero Dio!
       
      Abbassarsi di fronte a Dio è un modo nobile per alzarsi ed essere sostenuto da Lui. E poi non dimentichiamo la morte, dobbiamo essere umili perché destinati a rimanere distesi e a ritornare ad essere terra, humus. Le migliori sculture, nell'antichità, non erano raffigurate in piedi. San Paolo, alla fine ci dice "chi crede di stare in piedi, guardi di non cadere".
       
      La Prima lettura non ci dice di non pregare ma di pregare con il cuore; i poveri, disarmati, pregano con il cuore e Dio non li discrimina. Giovanni Paolo I, il papa del sorriso, diceva che "una giornata senza preghiera è una giornata persa".
       
      Le tematiche di oggi sono: preghiera, digiuno, giustificazione, umiliazione, esaltazione.
       
      Sull'umiliazione, Plummer sosteneva che "l'umiltà è il passaporto per essere ammessi nel Regno di Dio".
       
      Il termine “giusto” in greco è exthemeo - exthemeò, nel testo originale "essere giusti" è reso con exouJenountaV - exouthenountas - è ricorrente anche in Paolo (Cfr. Romani 14,3).
       
      Sempre in greco la preghiera è anche una supplica, tradotto da proseuch - proseuchè.
       
      Digiuno ha lo stesso significato indicato sul testo ed è tradotto dal sostantivo nesteuw - nesteuo.
      Umiliazione è resa dal sostantivo tapeinwn - tapeinon; il termine tapino deriva da qui. Esaltazione è resa dal sostantivo uyon - ufon, che significa altezza sociale, ma anche l'altezza di Dio e del Cielo, inoltre significa elevo e innalzo. Penso che il fariseo pensasse proprio all'altezza sociale e, commento personale, niente a che fare con Dio.
       
      Massimiliano Lanza
       
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      Bibliografia:
       
      Lanza M. (2013), Commentari Biblici in Omelie ed esegesi
      anno C (2012-13), ad uso privato.
       
       
       
      Commentari Evangelici riferiti al Vangelo di domenica 30
       
      ottobre 2016 – TRENTUNESIMA DOMENICA PER ANNUM (DEL
       
      TEMPO ORDINARIO) - ANNO C - A cura di Massimiliano Lanza Vangelo: Luca 19,1-10.
       
      Per tradurre l'omelia odierna, l'uomo ha il desiderio naturale, ma inefficace di vedere Dio. Ecco perché Zaccheo sale sul Sicomoro; tale fatto rappresenta tutti noi, abbiamo uno stimolo, inefficace però, di vedere Dio. Se qualcuno di voi è andato in Palestina si sarà recato a Gerico che si trova pressapoco al centro della Terra Santa, è un'oasi nel deserto, dove, con una certa approssimazione si intravede la pianta su cui salì il nostro Zaccheo.
       
      Zaccheo è insoddisfatto e vuole vedere Gesù;
       
      Diventa un incontro efficace per Zaccheo perché Gesù lo chiama;
       
      Zaccheo non cambia mestiere, si converte.
       
      Chi era Zaccheo? Gesù lo cerca, lo trova, va a casa sua. Per Gesù Zaccheo è importante! Zaccheo si rende conto di quel che è solo incontrando Gesù. Noi, se non facciamo delle cose grosse, ci sentiamo "persone per bene". Il Cristiano non è colui che non deve fare male ma è colui che deve fare il bene. Se non incontriamo Dio sul serio pensiamo di essere giusti. Il bene che coltiviamo in una famiglia, avendo anche la possibilità di studiare, lo dobbiamo far fruttare per gli altri. Don Oreste Benzi qui era un maestro: "tu non puoi essere un borghese ma in comunione con Dio e con il prossimo. Ciascuno di noi mette quanto ha ricevuto, dà il suo dono.
       
      Don Oreste Benzi diceva che ogni uomo ha la sua vocazione, la sua chiamata specifica. Anche i poveri hanno la chiamata che è la chiamata necessaria per tutta l'umanità, la chiamata per rendere più umano il mondo. I poveri non sono da mantenere, non è un compito del cristiano, il quale, però, deve essere vicino al povero per poter compiere il cammino con lui. Molte persone pensano di non valere nulla perché la società non le considera migliori, ma le membra più deboli sono le più necessarie.
       
      Don Oreste dice che sono state pensate tante rivoluzioni, comunismo, totalitarismo, nazismo, tutto è passato: se tu metti Gesù al centro della vita vedrai ciò che prima non potevi vedere. Mettere Dio al centro è una novità davanti agli occhi, dobbiamo aprire gli occhi perché Dio vuole salvarci dal male, a volte semplicemente tiepidezza e tristezza! Il Signore
      venuto perché noi abbiamo la vita e l'abbiamo in abbondanza. Deve cambiare il nostro cuore!
       
      Ci sono tante ingiustizie, non è giusto l'aborto, non è giusto l'attuale sistema carcerario perché non è educativo, è diseducativo! I cristiani non devono tacere ma devono parlare, devono gridare la verità. La grande rivoluzione, chi vuole mettere veramente Dio nella propria vita, non siamo più soli!
       
      Geremia parlava di zoppi, ciechi, la donna partoriente. I poveri non vanno aiutati e rimanere nei propri agi, non serve tale aiuto. La grande rivoluzione, ipotizzata anche da Don Benzi, la vita è tutto dono, grazia, anche la debolezza è grazia, ci avviciniamo a persone concrete che possono stare vicino a noi!
       
      Il Segreto di Don Oreste era quello di Maria, lo stesso di tutti noi. "Zaccheo significa Dio ricorda", come ha anche affermato il Santo Padre. Riprendendo la prima omelia possiamo dire che l'uomo ha il desiderio naturale, ma inefficace di vedere Dio. Tutti gli uomini sono dunque inadeguati a vedere Dio. Gesù riconosce Zaccheo come figlio di Abramo ma nella linea della fede, così la conclusione del brano evangelico.
       
      Gesù alza gli occhi e vede Zaccheo, i due quindi hanno lo stesso intento, l'uno ricerca l'altro. Vi è un avverbio, molto ricorrente in Luca, che ci chiarisce quanto detto, l'avverbio shmeron - SEMERON, che significa il giorno d'oggi, oggi, il momento, il tempo presente, l'oggi di cui si parla, per Zaccheo: oggi la salvezza è entrata in questa casa.
       
      La restituzione quantitativa dei beni da parte di Zaccheo, è ben di più delle prescrizioni ebraiche che fissavano ad un quinto del reddito la cifra massima da elargire ai poveri; la conversione il nostro uomo la fa iniziare da qui.
       
      Luca rivolge la sua attenzione soprattutto ai peccatori, evidenziando la bontà di Dio e per tal motivo si parla della conversione di un pubblicano, Zaccheo.
       
      Il termine salvezza è reso invece con swthria - soteria e l'originale greco
       
      traducibile con liberazione, salvezza, salute, camino della salvezza o per la salvezza, salvezza eterna, totale e definitiva. La conversione non è un punto di arrivo per Zaccheo, comporta un lungo cammino e il fatto di voler restituire quattro volte tanto e dare la metà dei beni a poveri è solo l'inizio di questo bel cammino che porterà alla salvezza "eterna, totale e definitiva". Da aggiungere che il momento della conversione ci aiuta e grazie ad esso siamo "già salvi" ma comporta che coltiviamo e teniamo accesa la nostra lampada.
       
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      Lanza M. (2013), Commentari Biblici in Omelie ed esegesi anno C (2012-13), ad uso privato.
       
      Commentari Evangelici riferiti al Vangelo di domenica 06
       
      novembre 2016 – TRENTADUESIMA DOMENICA PER ANNUM (DEL
       
      TEMPO ORDINARIO) - ANNO C - A cura di Massimiliano Lanza Vangelo: Luca 20,27-38.
       
      Dio è l'origine della vita in senso umano. Se Dio non avesse voluto una realtà non l'avrebbe nemmeno creata.
       
      Noi cristiani dobbiamo vivere la vita umana come una testimonianza di fede. I fratelli Maccabei erano pronti a morire piuttosto che trasgredire le leggi dei padri.
       
      Siamo in tempi difficili, dobbiamo essere fedeli all'insegnamento della Chiesa e all'insegnamento del Papa. Amiamo Dio sopra ogni cosa e sopra la nostra vita? Anche noi vogliamo testimoniare nella nostra vita la nostra fede in Gesù Cristo e la vita eterna. Vogliamo testimoniare che stiamo camminando verso la casa del Padre. Gesù ha detto che dove c'è Lui saremo anche noi. Gesù è la vita e dona sé stesso. In Lui partecipiamo alla vita vera, Gesù ci dona la vita immortale. Maria è la madre di Cristo, la madre della vita eterna. Dio ci guarisce con tutta la mente e con tutta la forza. Dobbiamo cercare di capire il bene che c'è! La vita è più forte del male e del peccato e in Cristo possiamo vincere!
       
      Aggiungiamo di seguito uno stralcio di un’omelia tenuta in una casa circondariale alcuni anni fa:
       
      “Dobbiamo privilegiare la vita eterna. Siamo in una casa circondariale. Il carcere assomiglia ad un cimitero ma la vita all'interno è presente! C'è voglia di vivere anche se la vita è molto faticosa.
       
      In un carcere, aspettando il tempo entro il quale si può uscire, attendendo a progetti e sogni si attende di poter vivere, si attende la risurrezione. Una volta usciti si diventa dei "ri-sorti".
       
      Nella pericope evangelica odierna vi è subito una polemica [antilegonteV - antilegontes] tra i Sadducei, i quali, legati soltanto ai primi cinque libri della Bibbia, la Torah, negavano la risurrezione. In realtà anche all'inizio la Sacra Scrittura parla del Dio dei vivi, di Abramo, Isacco e Giacobbe.
       
      Essi negano che vi sia, "dicono che non c'è" risurrezione dei morti e che solo l'anima continua la vita"; i farisei comprendevano la risurrezione ma anche per loro la vita futura è continuazione della presente.
      Gesù afferma (dal testo originale): "isaggheloi gar eisin, cai uioi eisin Qeou thV anastasewV uioi onteV - isaggheloi gar eisin, cai uioi eisin Theou tes anastaseos uioi ontes - e gioca sui termini: immortalità, figliolanza divina, risurrezione. La traduzione, naturalmente è "e nemmeno possono più morire, perché sono uguali agli angeli di Dio e, essendo figli della risurrezione, sono figli di Dio". Il termine isaggheloi - isaggheloi significa uguale, simili agli angeli.
       
      I Sadducei derivavano il loro pensiero dal pensiero ellenistico (greco) che nega la risurrezione e parla solo di immortalità dell'anima. oV aggheloi - os aggheloi: significa come gli angeli.. "saranno come angeli di Dio".
       
      I Sadducei negavano la risurrezione e Gesù fa presente che Lui è il Signore dei vivi e afferma che nel Pentateuco (i primi cinque libri, la legge, la Torah) contiene la dottrina della risurrezione: nel roveto ardente Dio si presenta a Mosè (MwushV - moyses) come il Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe e non è un Dio dei morti ma dei vivi.
       
      Accettiamo Gesù nella nostra vita e saremo partecipi di certo della risurrezione futura.
       
      Potete inviare i commenti alla stessa sui collegamenti ipertestuali già indicati o con comunicazione via e-mail a:
       
      maestro.max@hotmail.it
       
      massimiliano.lanza.121@istruzione.it
       
      Bibliografia:
       
      Lanza M. (2013), Commentari Biblici in Omelie ed esegesi anno C (2012-13), ad uso privato.
       
      Commentari Evangelici riferiti al Vangelo di domenica 13
       
      novembre 2016 – TRENTATREESIMA DOMENICA PER ANNUM (DEL
       
      TEMPO ORDINARIO) - ANNO C - A cura di Massimiliano Lanza Vangelo: Luca 21,5-19.
       
      Dobbiamo incollarci a Cristo! Come sarebbe diversa la vita se lasceremo entrare la presenza buona di Cristo.
       
      Si parla del dono dell'immaginazione (chi non era entrato nel Tempio lo immaginava) e del tempo del pellegrinaggio a Gerusalemme.
       
      Per Israele il Tempio significava che il Signore era in mezzo a loro e senza il tempio la nazione "era persa".
       
      Senza lo Spirito Santo le cose non sono più vere. Anche se vi sono le Rivelazioni private (e buona parte la Chiesa approva) c'è sempre prima la fede.
       
      Nella pericope si parla di guerre, rivoluzioni: l'insegnamento è che di fronte ad esse non dobbiamo provare terrore, ma dobbiamo provare gioia quando ci si riunisce, perché nemmeno un capello del nostro capo cadrà.
      Non possiamo avere paura di Dio, perché significherebbe che non lo conosciamo.
       
      La pericope evangelica proposta la domenica introduce la Grande apocalisse Lucana, che si concluderà al v. 36. Si parla della distruzione del tempio: materialmente le chiese, come edifici materiali, deperiscono e crollano, ma spiritualmente la Chiesa è la nostra casa in cui coabitiamo con Cristo e i mattoni siamo noi, pietre vive impiegate per la costruzione del tempio.
       
      Nell'esegesi odierna vorrei farvi fare attenzione sugli ultimi due versetti del brano evangelico, il v. 18 e il 19:
       
      "Ma nemmeno un capello del vostro capo perirà". Il termine perirà deriva da apolhtai - apoletai e può essere tradotto anche con lascio dietro, abbandono, perdo, cesso di essere, vengo meno, rimangi indietro, m'allontanano, ma anche seguo, oppure mi separo da, abbandono, lascio, dimentico (il rischio reale di dimenticare Dio), vengo lasciato, rimango (questi ultimi termini più positivi), permango, resto, resto per il futuro: non perirà significa anche che, al contrario, vivremo in eterno.
       
      "Con la vostra perseveranza salverete le vostre anime". Parla della perseveranza (upomonh - upomonè) che salva e fa guadagnare anime. Il termine greco comprende entrambi i significati sopportazione e costanza di fronte alle persecuzioni. A livello semantico si parla di costanza, perseveranza, sopportazione, pazienza, attesa, speranza. E noi? Siamo pronti ad essere costanti, a perseverare, a sopportare, ad essere pazienti attendendo e sperando la venuta del Signore?
       
      Massimiliano Lanza
       
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      Bibliografia:
       
      Lanza M. (2013), Commentari Biblici in Omelie ed esegesi anno C (2012-13), ad uso privato.
       
      Commentari Evangelici riferiti al Vangelo di domenica 20
       
      novembre 2016 – NOSTRO SIGNORE GESù CRISTO RE
       
      DELL’UNIVERSO – SOLENNITà ANNO C - A cura di Massimiliano Lanza
       
      Vangelo: Luca 23,35-43.
       
      Gesù è Re per chi soffre, per chi è povero, è Re per gli ultimi. Egli soffre per chi vive nel peccato. Anche Re Davide ha sperimentato il peccato!
      Dio vuole farsi Re nei nostri cuori; il Regno di Cristo è debole ma il Buon Ladrone ha accesa la lampada accesa per la fede. Gli altri, Farisei, Dottori della Legge, Soldati romani, stanno a guardare e, anzi, dileggiano il Cristo.
       
      L'altro condannato tenta Cristo come fece Satana nel deserto: se tu sei il Figlio di Dio salva te stesso e anche noi! L'altro non sfida Gesù e non lo insulta ma scende nel suo Io e formula una preghiera di soccorso e di aiuto: egli riconosce il proprio peccato, cosa che la società odierna rifiuta. Chi guarda i propri peccato e il Cristo nella fede entra nel Regno di Dio. e chiediamo a Gesù: "ricordati di me quando entrerai nel tuo Regno" e la sua risposta "oggi sarai con me in paradiso".
       
      Oggi vediamo la figura di Gesù che è Re, il Re dei giudei. Mentre i farisei e i dottori della legge stavano a vedere senza fede, mentre i soldati romani lo schernivano, un uomo, il "buon ladrone", a differenza dell'altro, fa la sua professione di fede nella Misericordia di Gesù. La risposta non si fa attendere: oggi sarai con me in paradiso. L'oggi per l'evangelista Luca significa sempre. San Giovanni Crisostomo dice del ladrone: O ammirabile ladrone! Hai veduto un uomo crocifisso e lo proclamasti Dio! Potete inviare i commenti alla stessa sui collegamenti ipertestuali già indicati o con comunicazione via e-mail a:
       
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      Bibliografia:
       
      Lanza M. (2013), Commentari Biblici in Omelie ed esegesi anno C
       
      (2012-13), ad uso privato.

    • Introduzione
       
      Montmartre, 2 agosto 1984.
      In un torrido pomeriggio d'estate nasce Gabriel Lacroix.
      Bimbo timido e riservato, figlio unico di genitori insegnanti, cresce nell'omonimo quartiere parigino noto per il suo importante background artistico e per essere stato il centro della vita Bhoèmienne nell'800, circondato da bellezza e cultura.
      Frequenta la Sorbona e si laurea a pieni voti in Storia dell'arte, conseguendo poi dottorati di ricerca e aprendosi così la strada all'insegnamento. 
      Personalità variegata, complessa e dalle mille misteriose sfaccettature; Gabriel, in parte incarna la figura del letterato a 360 gradi per la sua cultura polivalente, la sua passione per le diverse forme d'arte e la sua irrimediabile e profonda sensibilità femninea, in parte recupera il fenomeno del dandismo ottocentesco, con la sua eleganza, raffinatezza e la sua perenne incostanza.
      All'età di 23 anni si troverà a sposare una donna più grande di lui e a crearsi una vita e un'identità schiacciate sotto il peso di rigidi e rigorosi schemi; un "io" rabberciato e tenuto insieme a fatica e troppo a lungo.
      Ma la vera essenza di sé non si può celare per sempre, e sarà nella città eterna che acquisirà nuove consapevolezze.
       

    • Maya Brendan ha tutto ciò che una ragazza vorrebbe avere: è bella, ricca, popolare e corteggiata. Eppure le manca qualcosa. E' quella che sta vivendo la vita che vorrebbe? Neanche lei lo sa. Forse quel mondo dorato e perfetto non fa per lei.. o forse non le è mai appartenuto. Blake Parker ha una ragazza diversa per ogni sera, attacca brighe, guida troppo veloce la sua moto e ha un passato burrascoso. C'è solo una definizione per quelli come lui: ragazzo sbagliato. Ma questo incontro casuale cambierà inaspettatamente il corso della vita di Maya... e quando tutte le certezze le crolleranno sotto i piedi sarà solo l'inizio, una spinta decisiva per spiccare il volo verso una vita nuova e inattesa....

    • Per essere apprezzati come scrittori bisogna scrivere qualcosa di originale, e, se non lo è, che sia almeno ben scritto.
      Non lo so se è possibile scrivere qualcosa di davvero originale, in un modo o nell'altro si scopre sempre che c'è stato qualcuno prima di noi che l'ha già scritto (o fatto), e anche meglio. (Di solito i greci).
      Stavo proprio leggendo un romanzo di Sartre dove il protagonista dice che quando si tiene un diario bisogna stare attenti a ciò che si scrive: non esagerare. Non trasformare un oggetto che di solito nemmeno consideriamo, in chissà quale elemento fondamentale e rappresentativo del nostro inconscio. Evitare queste strane, un po' psichedeliche e fuori luogo, descrizioni di una stupida matita posata su un tavolo.
       
      Effettivamente ha senso. Ci ho pensato, di sfuggita. Se mi soffermassi sulla descrizione accurata, minuziosa e psicologica, della matita sulla mia scrivania, vorrebbe dire che non so di che diavolo parlare, o che mi sto esercitando per un compito scolastico, o che, al contrario, sono un qualche genio pazzo che riesce a scoprire l'ignoto dietro la stupida immagine di una matita.
      La verità però è che io non so più di che diamine parlare. Divoro libri per assimilare più nozioni possibili e, soprattutto, per navigare tra diversi stili di scrittura. Anche perché di solito dopo qualche mese il contenuto del libro è per me già un mistero.Quando termino la lettura mi viene un'irrefrenabile voglia di scrivere. E questo non succede solo con i libri, ma anche con il canto, il disegno e quant'altro. Tendo a imitare, a quanto pare. Sento un'esibizione canora meravigliosa e mi vien voglia di cantare, vedo un ragazzo che suona il pianoforte come se stesse danzando con le dita e mi vien voglia di suonare, vedo un disegno ben fatto e mi vien voglia di disegnare... e così via.
       
      La mia voglia di voler esser parte di un "Anch'io" , cresce e mi porta a fare di tutto. E' così forte che quando inizio m'illudo che sarà tutto perfetto: che scriverò un ottimo romanzo, che canterò come una professionista, che farò un bellissimo disegno o che imparerò in mezz'ora un nuovo spartito al pianoforte.
      Poi in realtà non è mai così: non canto come loro, né disegno, scrivo o suono come loro. Deludo sempre le mie aspettative. Ma perché è normale così, non posso aspettarmi di riuscire a far tutto di colpo solo perché l'ho visto fare a qualcun'altro.
       
      Questa cosa mi da' sempre fastidio, e chi s'impegna tutta la vita in quel che fa avrebbe voglia di mandarmi a quel paese se leggesse ciò. Nulla viene così a caso, si può nascere con qualche predisposizione particolare (che raramente chiamo talento, mi da' fastidio anche pensare che possa esistere), ma se non si cura questa muore subito.
      Probabilmente è legato alla pazienza, forse non ne ho. Quando desidero qualcosa non voglio assillarmi, mi stressa perché se desidero qualcosa non mi piace aspettare, per cui la maggior parte delle volte me ne dimentico totalmente finché non arriva il momento giusto. 
      Però ci son quelle volte in cui m'esplode in petto la voglia di cambiare drasticamente qualcosa nella mia vita, questo sentimento è come un tuono che si preannuncia e mi romba dentro. Contenerlo è difficile, a volte devo cambiare colore dei capelli, a volte vestirmi in un modo totalmente diverso dal solito, a volte devo farmi un buco in più all'orecchio o che altro.
      Quando non posso far niente per farlo tacere lo affronto, è una strana battaglia a dirla tutta. Un po' simile a quella di Bill con IT. Uno scontro mentale, fatto di parole, di pensieri e senza spargimenti di sangue. (Ma anche qui, non mi ricordo molto bene tutta la scena del romanzo).Dura un attimo, davvero un attimo. Ma Dio solo sa quanto davvero può durare un simile attimo se parliamo di contenuti. 
      In quell'istante riesco quasi ad analizzare tutta la mia attuale situazione, tutte le mie possibilità, i miei futuri, come ho vissuto fino ad allora. Non so se sia davvero una battaglia quanto più una resa, una fuga. Un rimandare quella tempesta. Forse è come se automaticamente mi cancellassi la memoria, come fanno in Men in Black, e decidessi di risotterrare quei pensieri per un'altra volta. Pensieri che scalpitano e fan vibrare la terra finché, da soli, non riemergono.E io continuo a risotterrare. Ci metto poco ma non sconfiggo mai il mio IT. Non mi sembra di poterlo affrontare diversamente. Posso quietarlo per un po' ma non lo zittirò mai.
       
      Non lo so, forse è anche giusto così, che ognuno abbia il suo IT personale. Però mi vien male a pensare di aver sempre questa vaga sensazione di rimpianto, rimorso e rancore. E non ci posso pensare che se mi fa stare così male ora che ho solo diciott'anni, chissà come mi sentirò quando ne avrò anche solo trenta. Perché un simile meccanismo di difesa non può durare per sempre. Più cresco più il tuono acquisisce potenza, più i pensieri parole, e più rumore c'è dentro meno riesco a star bene fuori. E ciò cresce, dentro di me, con me, grazie a me.
       
      Una resa automatica, triste, senza gloria, la mia. Le cui uniche memorie vengon riportate sotto forma di frasi, di parole, di lettere le une vicino alle altre. Che dan memoria di ciò che è stato, e come fanno i cantastorie tentano di non darla vinta alle tenebre intonando versi in rima per sconfiggere il tempo.
      La rima, spada tratta contro l'effetto dello spazio-tempo. Ci sono dei trucchi, come quelli che i ragazzi usano per scaricare gratuitamente e illegalmente alcune applicazioni. Non si tratta mai né di affrontare né tanto meno di sconfiggere l'ostacolo, anche perché ce ne sono alcuni che semplicemente fan parte della strada. Però si può usare l'ingegno e aggirarlo talmente bene che sembrerà quasi non sia mai stato lì.
       
      Sicuramente non è il mio caso, il mio metodo è già fallito in partenza e vado come un treno che non può più fermarsi verso la fine del binario. 
      L'unico metodo che continuo a riscontrare, che continuo a immaginare possa essere non del tutto un fallimento, è quello della superficialità. E ho sempre cercato un equilibrio, perché è sempre di quello che si parla: di riconciliazione tra cavallo bianco e cavallo nero. Ma più ci provo più mi sembra che tale equilibrio non possa esistere. Sarà un problema del perno, dei pesi, della lunghezza dei bracci. Fatto sta che si alternano sempre, ed è l'unico modo. A volte la superficialità prende il sopravvento e chiudi gli occhi per un po', sempre conscio, nel tuo inconscio, di quel piccolo e lontano rombo di tuono che si avvicina; e certe volte impervia la tempesta, così forte che non vedi più.
      In un modo o nell'altro i tuoi occhi sono sempre chiusi, o guardi troppo in su o guardi troppo in giù. O cadi nel mare o le tue ali di cera vengono sciolte dal sole. 
      Alla fine l'unica scelta che abbiamo è quella di che morte morire.
       
      E io non lo so come voglio morire, perché amo la profondità del mare tanto quella del cosmo e mi ostino a pensare che l'una si rispecchi nell'altra: così come la luna di notte nuota nell'acqua sotto forma di platessa e l'albero stende i suoi rami andando a congiungersi alle costellazioni. E vedo continui scambi di sguardi, in un labirinto di specchi dove lo spazio sembra immenso ma ovunque io guardi ritrovo sempre la mia immagine vista da angolazioni diverse. E tutto rimpicciolisce e diventa un sasso, diventa un buco nero e diventa un occhio quando mi guardo allo specchio, tutto si confonde, tutto s'unisce, si mischia e prende Vita, la vera Vita. E quando tutto ritorna in sè, con un maestoso Big Crunch, un collasso del sistema, allora comparirà il mio volto, e il tuo, e le stelle del cielo si uniranno alle foglie dell'albero, i pesci agli uccelli e i miei occhi alla Luce.
       
      E forse quel Noumeno è uno solo, e sono Io.
       
      Angolo Immagine (e Altro)
      Non sapevo assolutamente che titolo dare a questo scritto, dato che scrivo seguendo semplicemente i miei pensieri irrazionali, mi perdo sempre in divagazioni, e non è mai facile capire di cosa io parli, alla fine, nell'insieme generale delle cose. Però quando ho riletto tutto mi è sembrato di aver davvero ripercorso una strada a ritroso, a imitazione del Big Crunch. Non sono partita con l'idea della fine e poi la fine è sembrata davvero La Fine, il ritorno alle origini per intenderci. 
      Insomma, spero abbiate capito il motivo del titolo.
      Ho scelto l'opera di Escher "Mano con sfera riflettente" perché ci rivedo la situazione dello specchio ma anche del Big Crunch, non sono una critica d'arte ma posso vedere quello che voglio vedere. E in quest'illusione prospettica c'è un'intera stanza, un volto e un'indispensabile mano che regga il tutto.

    • RACCONTO VISIONARIO
       
      Mi sono perduto in un mare di parole con un  sogno chiuso nel mio animo , ho attraversato strade affollate,  fingendo di essere santo . Sono salito verso il cielo grigio dei giorni andati. Ho lasciato il mio amore morire. Ho  riso  in un angolo buio  della ma coscienza , sotto un albero addobbato , pieno di palline colorate , decorato  di nastri argentati,  fili dorati e mentre salgo verso la  cima di quell’albero , immagino un mondo migliore,  meno crudele. Canto ,  andando  verso amori  perduti  nella bella idea,  tutto scorre  ed il tempo passa portandosi  via questa vita infame. Oltre ogni giudizio ,  noi diamo   vita  alla forma  espressiva che ci accoglie in seno , ci tiene stretti come figli,  travasa in noi quell’amore che abbiamo rincorso , salendo da  sotto il ramo più basso.  Tutto sarà come l’avevamo immaginato  nella sua concezione di  esseri unici , come palline colorate , appese all'albero . Alcune persone  ,  osservano lo scorrere dell'immagini proibite che animano l’albero . Bassi e maestosi alberi , nelle diverse forme  luccicano in  ogni angolo di strada,  alberi in cui si nasconde un piccolo uomo che soffre,  prega , spera in qualcosa di migliore.  Canta  tra i suoi fitti  rami , la sua vita , canta le sue passioni.   Viene  da un lontano pianeta . Disceso sulla terra , porta con se   quella pace cercata  dagli uomini di buona volontà . E  sono tanti che gli vanno incontro , chi lo chiama babbo natale , chi abbominevole uomo delle nevi.
       
      Le strade s’ illuminano  di luminarie colorate , dalle forme armoniose , luccicanti , psichedeliche.  Le strade  sono piene di gente che perde tempo a guardare ,  comprare un oggetto insolito. I mercatini natalizi , sono un momento utopico ,  una fusione di espressioni liturgiche e consumistiche , incentrate nella concezione  globale  di cosa sia la grazia.  Una canzona s’ode  per strada , ci conduce per mano  sulle sue note dall' ali spiegate  nel  vento ,  sospirante sulle   grigie case  va oltre i segreti e le incertezze, la mesta tristezza. Fin dove le donne sedute in attesa di un amplesso ,  nella  gaia  scienza  , di corsa verso  il sesso del  tempo rimasto . Ricordi  di perduti amori , ricordi piccoli fragili di quando s’era piccoli , si giocava a palla con il mondo dietro alle spalle con la morte che tira diritto e danza sulle macerie della città  distrutta , dalla guerra che ha mietuta tante vittime e se portato  via tanti cari.  Tutto l’amore di questo mondo non è  racchiuso dentro un pugno di mano  ma in una parola dolce che  risuona nel placido mattino al nostro  risveglio. Oltre questo mondo crudele  , come fosse ieri  dopo la  buia notte ancora  in pigiama , sperando un amore rinasca. Una stella di Natale  , sboccia sulla cima dell’albero  , ove si sono nascosti,  tanti omini verdi, tanti minuscoli impiegati,  saltellanti  allegri in compagnia  degli scioperanti.  Nel vivere questo sogno ,  si trascende il vero,  si  nasconde in se tutto l’amore di questo mondo orrendo, senza peli,  senza piedi , fatto ad immagine di un uomo di colore nero. Lui costruisce  giocattoli da donare ai dannati  all’inferno , dove ci sono tanti  peccatori  in attesa di un dono, il sangue scorre, bagna la terra , le donne pregano gli uomini lavorano .  Il sole  ritorna a splendere  come un amore solingo. Intanto tanti  simpatici omini si danno da fare a costruire un ponte che conducono  verso altre dimensioni.
       
       
      Andiamo è tardi
      Sono qui, aspetta  stò facendo colazione
      Fai ampresse se no il signore del quarto piano te chiamme ignorante
      Io sono uno gnomo , non un  mostro
      Hai  fatto ampresse lo visto sei sempre lesto
      Che vuó fa  siamo condannati a soffrire
      Non ridere che te ne fotte nello scuro  ,  appicciame la luce
      Tu  piense sempre  cose  strane , ma che tiene dentro a sta cape
      io  non sono un imbroglione, ma si me sfastrio mette tutti faccia ò muro
      Chesta te mierete,  stare  senza un amore
      Io non vorrei  capire  , mi vorrei  abbandonare alle parole sincere
      Accorto sono  parole amare,  sono verbi senza veli,  senza consonanti.
      Tiro a campare che te ne frega
      Ma cosa  credi che scenne a coppa a muntagna
      Maccarone  noi te canuscimme
      Avete fatto un complotto contro di me
      Nun sai  addò posarlo chisto candelabro
      Chiove e come chiove
      Signora  calate lo panaro
      Avete visto a Giannino
      Poco fa stava insieme  a Peppino giocavano a palline
      Voi tenete sempre voglia di scherzare
      Chesta canzone è bella assai
      Io nun voglio stare male
      Facciamo come si nu fosse successo mai niente
      E quasi mezzogiorno,  s’odono  le campane fare din ,don, dan
      Ma mo’ chi li porta questi  giocattoli all’inferno
      Quanta gente che c’è sta l’abbascio
      Te la taglia chesta barba,  mi sembri  babbo natale
      Io  vorrei  capi che ti ho fatto di male
      Nun c’è pensa,  guarda annaze
      Me sente ,  offeso e vilipeso
      Sarà  ò  biscotto a latte
      Lo sapevo m’avesse fatte male
      Cheste tene sempre qualcosa da dire
      Voi fatevi i fatti vostri , mo’ ci parlo io con la figlia vostra
      Ecco , isso,  essa è o malamente
      Io  ti chiamo ,  perché  tu non mi rispondi
      Io  non te voglio sposare
      Io so sempre  innamorato di te
      Fattela passa chesta febbre
      Questa  notizia  va pubblicata  sopra tutte i giornali
      Signora vuoi avete sentito,  lo ha confessato
      Ma fate le persone serie
      La figlia vostra è strana assai
      Lasciatela  sfogare , lo volete un bicchiere di rosolio
      Grazie lo prendo con piacere 
       
      Sera di fine novembre , tutte le stelle del cielo splendono mentre gli angeli cantano alleluia . Su di un ramo alcuni monelli giocano a pallone.
       
      Giuseppe scendi,  andiamo a giocare a pallone
      Mamma , hai vista la maglietta pulita ?
      Sono tre jorni che lave panni , faccia a lavatrice tutte l 'ore
      State attenti alla  nonna
      Oggi è domenica ,la portiamo in  chiesa  accusi se sente la messa
      Chesta è  poesia
      Chi ha bussate  ? aprite
      Signora concetta come mai qui a chest’ora
      Vi ho portato un po’ di dolce , la fatto ieri sera,  in pasticceria mio figlio Michele
      Che profumo , trasite  ve la pigliare  una tazza  di caffè paris
      Grazie   trase con piacere
      Avete sentito , hanno arrestato l'amministratore del palazzo di fronte vendeva le sigarette  di contrabbando per arrotondare lo stipendio.
      Non c’è più rispetto ,  il mondo è cambiato
      lo potete dire forte , non c’è sta chiù rispetto
      Per questo , ogni giorno mi sento nervosa
      Che ci volete  fare significa  che non si volevano  bene veramente
      Io la conosco troppo bene  la figlia mia è assai schizzinosa  ha fatto le scuole alte  e stata all’università a Milano
      Pure mia figlia ha fatto le scuole,  però alla fine se sposata a Tonino nù bravo guaglione che di mestiere fa ò scupatore. 
      Siamo nati per soffrire
      Lo potete dire forte
      Non c’è   più  trippa per gatti
      Si hanno mangiato pure i gatti
      Che fortuna ,  mia madre buon’anima è sempre stata onesta
      Che bellezza .
      Chesta è  ammore.
      A poesia ,  quella che rovina questo mondo
      Ma pigliatevi  il caffè si fa freddo
      E già   me lo  diceva sempre pure  mamma  fa ampressa se non si fa freddo.
       
      L’albero si anima di vari personaggi ,  s’affolla di persone strane , alcune buffe , figlie della mia fantasia .Tutti entrano a far parte  dell’albero , della sua storia surreale,  fatta ad immagine di un vecchio Dio . Seduti sui rami nodosi,  seduti sulle cime dell’albero,  il vento passa,  la città s’illumina,  la gente corre , contro il suo tempo,  porta a casa un piccolo sentimento , una luce,  un sogno musicale,  un pensiero felice.  La metro corre attraverso l’intestino della città .  Ci si abbandona al tempo che passa   nei secoli  trascorsi , nella mente di milioni di esseri , tutto vanno dove gli pare  , io  in silenzio l’ osservo  in disparte , non riesco a capire quale sia il mio posto. Cosa ci faccio io  in questo mondo che va  sempre più indietro  per poi scomparire  con tutto il suo dolore  Domani andremo  tutti a lamentarci dal sindaco ,  alla camera dei deputati . il mondo è  un luogo di dolore , ove in molti  cantano  l’amore sofferto , l’uomo si farà grande , per essere capito.  Il  signore del quarto piano comprerà una nuova macchina e andrà a fare una gita a Castello di Limatola . Porterà la moglie,  la figlia,  la  nipote . Tutti vedranno che bell’auto si è comprato. Con la  macchina  nuova , attraversa i piccoli  i paesi , le piccole città va su per monti , verso una sospirata felicita.  Poi verrà  l’uomo nero,  vestito da babbo natale , verrà vestito di rosso a cantare canzoni di natale per i detenuti. L’aspetterà  la morte  dietro un vicolo , qualcuno sparerà le botte a muro ed i tricchi ,  tracche . La signora Carmela dal bagno di casa , griderà chiama le guardie , mentre don Filippo piallerà il mobile dell’ottocento che gli ha portato ad aggiustare il signor Palumbo , dirigente del distretto sanitario . A me resterà  un sogno dentro la tasca , lo venderò al miglior offerente e quando sarò citato in tribunale , sarò condannato a pagare una retta alla lega.
       
      A voi vi piace la pizza ?
      Me lo chiedete pure
      Quando sarete in paradiso nun ve scurdate di noi
      Non vi preoccupate facciamo nà bella tavolata
      Lo portate voi il prosciutto ?
      Chi si accolla  il capo collo
      Lo sciopero andrà organizzato
      Siamo tutti d’accordo
      La rivolta dovrà scoppiare
      Facciamo come se fosse una passeggiata
      Non vi preoccupate ce pensammo noi
      A me  tutte sta gente  chine di  soldi mi da fastidio
      Siete sempre dello parere che sarebbe stato meglio fare il pizzaiolo e non il professore
      A fare le pizze si  guadagnano  un  sacco di soldi
      Allora la rivoluzione non ha cambiato niente.
      Ma vuoi non ve fate  mai i fatti vostri
      A guardarvi buono  tenete la stessa faccia di vostro padre buonanima
      Ma perché vuoi conoscevate mio padre  ?
      E chi no lo conosceva  suo  padre
      Badare a come parlate io vi denuncio per calunnia
      Denunciatemi  pure,  nun tengo paure , credevo di avere a che fare con una  persona educata
      Tenete la faccia come le zoccole vecchie
      Mò state esagerando , non ammetto tanta confidenza
      Ma vuoi non siete lo figlio di Antonio Vallefuoco ?
      Ma chi ò conosco questo Antonio  mio padre si chiamava Giuseppe
      Adesso capisco  l’errore , scusate mi sono sbagliato non volevo offendervi , ma vedo vi siete comparato un nuovo vestito
      Vi piace e di marca buona,  pura lana
      Quanto avete pagato ?
      Trecento euro
      Vi hanno fatto  una rapina
      lo pago a rate
      Ora capisco.
      Ma voi non siete di qui ?
      Avete un accento romanesco
      Ho vissuto tanti anni tra Roma e  Bologna
      Belle città si sta tanto bene , gente educata
      Quando  mi guardate  mi fate assai impressione
      Io sono l’assistente di babbo natale
      Veramente ?
      Non ci credete , andate a domandare a babbo natale è seduto , sotto l’albero , se non sono il suo assistente
      lo non credevo di offenderla, l’aria è intrisa di cattiveria
      Non dite che vi ho mandato io
      Per carità ,  chi parla  poi io lo conosco  bene a babbo natale
      e un tipo ferrigno , m’avesse fà una cazziata ?
      No per carità quello è  buono come il pane , andate non vi preoccupate
      Chesta è  la volta bona,  cambio paese me ne vado a vivere a Casapesenna in campagna  a  crescere  le  galline
      Scusate babbo natale , ma voi lo conoscete quel signore li ?
      Quanto ti ha chiesto per essere suo  amico ?
      Mi ha chiesto venti euro
      Facciamo cosi a me mi date dieci euro ed io a natale le porto il regalo che volete
      Ma allora questo è un vizio di famiglia,  io volevo  sparagnare
      Non c’è più religione , questi si sono venduti a mastro Geppetto  insieme a pinocchio.
      E quello che penso pure io , non c’è niente da fare
      La signora del terzo piano , domani si opera alla colecisti
      La signora è vedova,  il  marito era una brava persona
      Si ma ella  ci ha messo un sacco di corna
      A  Napoli le corna sono  come i funghi
      Siamo  tutti innamorati di questa città
      Chesta è  bona ,la botta ha cambiato ogni cosa.
      Speriamo non  scoppia un'altra  bomba
      Che ci vuole, a  mettere un po’ di sale sopra  la coda
      Me pigliate per Gigino ò  salumiere
      Facevo cosi per dire
      Guagliò  io sono babbo natale
      Ma la barba , sembrava  finta
      Ma quale finta è  tutto originale
      Questo  vestito dove  l’avete comprato ?
      Me la donato mio padre che faceva il babbo natale fuori ai magazzini generali in tempo di guerra
      Veramente come è  bello,  sembra nuovo
      Io  non scendo dalle stelle,  io vengo d’Afragola
      Potremmo essere amici
      L’amore è  una cotoletta fritta
      Io pensavo fosse un sacco di caramelle
      Mò piglia a vasca con tutte i pesciolini e te la getto addosso
      Stiamo  calmi  chesta storia deve finire con  un  lieto fine
       
       
      L’albero continua ad affollarsi . In molti ci salgono sopra,   in molti  parlano delle loro  disgrazie , chi come la frittata se bruciata nella padella. Una ipotesi  possibile  entra dolcemente nell’animo di quegli uomini che s’arrampicano,  frettolosamente  vanno verso l’alto mentre   da un foro un raggio di luce  illumina un ramo . Là   in cima , ove sono seduti tutti i sindaci della zona. Parlano del più del meno di come devono aumentare i profitti comunali. Discutono di creare,  una legge per raggirare il malcontento popolare. Di creare una forza di polizia per contrastare la malavita locale. Un odore di caffè si sente nell’aria,  accompagnato da  un profumo di fiori secchi , fiori di campo,  raccolti di fianco al vecchio cimitero , dove riposa il vecchio John che venne qui ad abitare in queste zone , credendo di trovare pace , dentro di se.  Sperava di divenire  un uomo qualunque , credeva di poter  diventare famoso di dipingere quadri di grande valore . Immagini surreali , frammenti metafisici che rappresentano   la sua fervida immaginazione .  Immagini  che gli danzavano  dentro di se.  John era un uomo di colore ed aveva vissuto per anni ad Amsterdam , aveva girato in lungo e largo per l’Europa ed ora era finito a fare  il ragazzo nel negozio delle bibite , serviva i clienti  a volte ,  stava  alla cassa  spesso ,   continuava  a sognare  ancora la sua terra e al giorno quando diventerà famoso.
       
      Nun c’è simme capito buono. Ma come ve lo debbo  dire  diamoci da fare  stamme sotto natale
      Padrone ma  sua moglie  non vuole pagare gli arretrati
      Mò ci parlo io con mia moglie , però deve finire la  storia che io  non sono buono , certo non sono babbo natale .
      Questa è  un’azienda seria.
      Io vi pago e voi dovete fare il vostro dovere
      Stamme  un altra volta  in bocca ò lupo
      Carminiello  avresti  una sigaretta ?
      Tieni  ma quando  te  li compri ?
      Nun tengo ò tiempo
      Tu non tiene i soldi
      Come hai  fatto a capire ?
      Mò mi vorresti piglià per scemo
      Per carità , chesta è la penna , scrivi
      Cosa  debbo scrivere , chi sape scrivere
      Veramente non sai scrivere , questa  è una cosa assai grave
      Piacere io mi chiamo Filippo
      Io Antonio
      Io mi chiamo John e si non vi mettete a faticare , gli  lo dico al padrone
      L’uomo nero doveva essere nostro amico invece sta dalla parte del padrone
      Voglio scrivere,  una bella lettera a babbo natale
      Ma tu credi ancora a babbo natale ?
      Certo che ci credo,  babbo natale esiste , io ci ho sempre creduto
      Io preferisco la befana ,  bionda e nuda
      Non dirmi , tiene sempre la stessa capa
      Tu fatica e non parlà troppo  che sta passando il padrone
       
      L’albero un luogo dove si nascondono  tutti  i disperati  di questo mondo dimenticato . Dove John dipinge e sogna  la sua terra , dove Filippo e Antonio  ridono   delle loro disgrazie. E mentre giunge dallo spazio profondo  una navicella piena di strani turisti galattici . La stella  sulla cima dell’albero s’illumina ed  il mondo si sveglia. Scendono altri piccoli esseri , tutti pronti a decantare le meraviglie del creato. Tutti in fila per ammirare un quadro, una piazza , questa  meravigliosa città in bilico  sull’albero di natale  sito difronte al palazzo del re , creata  dalle mani di un  antico Dio,  creata  come Dio comanda , fatta ad immagine dei sogni e delle speranze di ogni abitante di questa città. Io ci passo toccando ferro, l’ammiro questo albero e mi luccicano gli occhi al ricordo del tempo trascorso sotto le stelle , sotto questa  bianca luna che splende sul mare difronte all’antico maniero del re.

    • Si svegliò sentendosi meglio quella mattina, certo era anche martedì. Il giorno precedente era stato a lavoro, niente di speciale, un altro turno al bar dove gli unici due obbiettivi erano arrivare a fine e nascondere la sua inquietudine a colleghi e  clienti. La seconda gli riusciva piuttosto bene; Sam era di turno con lui, uno strano ragazzo sui 29, con tutta una serie di intolleranze alimentari che erano la causa del suo incarnato praticamente avorio e la sua corporatura minuta.  Aveva le braccia e le nocche coperte da decine di piccoli tatuaggi old school dalle forme più infantili e curiose,  i capelli rossastri che più british non si poteva, ed un gusto per il bizzarro che risultava comunque abbastanza autentico. Era un buon compagno per passare il tempo, anche se non si erano mai frequentati al di fuori del bar; lui avrebbe voluto, ma si sa com’è in queste situazioni, manca sempre l’iniziativa accostata alla scommessa di promettere il proprio tempo a qualcuno, ed in una città come Londra il buttar via tempo per qualcun altro non era ammissibile, a meno che uno non lo facesse da solo certo, allora sì.
       Sam produceva musica nel suo tempo libero, strumentali e colonne sonore underground per lo più, ogni tanto suonava all’Old Blue Last, un pub vicino a Liverpool street dove ogni sera qualcuno si esibiva, questo faceva di lui un’ottima risorsa per quanto riguardava il repertorio musicale del caffè; egli aveva sempre in mente qualche band sconosciuta ai più che spesso e volentieri si rivelava assai più valida delle proposte di massa. Era uno che prendeva la vita così, sul momento, il suo non avere aspirazioni era la sua forza più grande, e tutto sommato gli pareva una persona di gran lunga più felice di lui e di tanti altri.
       Ma tornando al martedì, quella mattina si svegliò tranquillo. Era uno dei suoi giorni liberi, fece colazione, poi le lavatrici, e poi uscì, come se la paralisi del weekend precedente non si fosse mai verificata, ma d’altro canto che altro poteva fare? Il tempo non era dei migliori, come era da aspettarsi, ma questo non lo scoraggiò. Aveva appuntamento con Jaime, che sarebbe uscito dalla lezione delle nove per incontrarlo prima di quella delle una. Era contento di vederlo, nonostante tutto, il tempo passato con il suo ragazzo, per quanto avesse solo diciannove anni e lui ventiquattro, e la situazione di quel rapporto al livello intimo non fosse proprio delle migliori al momento, era in grado di distrarlo dalla moltitudine di disordini che avevano luogo dentro la sua testa. Si apprestò verso la fermata della metropolitana, che a quell’ora già si era svuotata fortunatamente di tutti i lavoratori, ed era facile trovare un posto a sedere. Una volta salito sul treno trovò un posto non troppo vicino ma nemmeno troppo lontano dagli altri viaggiatori del vagone, estrasse dal suo zaino il saggio di Virginia Woolf che doveva leggere per l’università, ripose lo scontrino sbiadito che usava come segnalibro dall’alba dei tempi qualche pagina più in là e cominciò a leggere il capitolo quinto.  In realtà gli era stato richiesto di leggere solamente i primi tre capitoli, ma una volta divorati, il genio di quella donna lo aveva affascinato a tal punto che davvero non se la sentiva di abbandonare il volume prima di essere giunto a fine. Il titolo in questione era A room on one’s own, uno di quei libri di cui al liceo ti parlano a malapena, affinché tu tenga a mente solamente due aspetti: il titolo, e che si tratta di un testo importante. In realtà         A room on one’s own era un saggio che non solo aveva anticipato i movimenti femministi del ’69, ma era anche un formidabile esempio di critica, tanto opinionista quanto creativa, che forniva un oggettivo spaccato della società europea del 1929, portando alla luce aspetti che comunque si potevano vedere reiterati fino ai giorni nostri. Perso com’era nei meandri di quella voce così accattivante e precisa, dotata di un’eleganza sublime ed un intelligenza affilata, che dispiegava sotto i suoi occhi le questioni sessiste più scomode del secolo scorso con uno stile disteso e sapiente, manca poco che perdeva la fermata.
      Euston, Londra centro, quella dei palazzi vittoriani, della gente di fretta, degli autobus rossi a due piani, dei franchising, dei manager, e delle multinazionali. Era da un po’ che non veniva la, tutto quello sfavillare, quell’ossessione per il commercio gli faceva spesso  venire l’angoscia ultimamente. Ma eccoci qua, dove per attraversare un viale ci volevano dieci minuti, e ad ogni angolo spuntava un altro ristorante inutile di fronte al quale qualcuno mendicava avvolto in un vecchio piumone stracciato e logoro -come se al mondo non ci fosse già abbastanza disparità-
      Dopo tutte quelle ore in casa, e al bar, e poi di nuovo in camera, dopo quelle notti e quei giorni così mischiati tra di loro, affacciarsi a vedere cosa combinasse Londra quella mattina del 13 novembre si rivelò una proposta quasi allettante. Così egli si faceva strada fra la folla di persone, per lo più vestite in nero, che arrabbiate e rapide facevano a spinte per essere un passo avanti a chi si trovasse al loro lato. Attendendo al semaforo si meravigliò, pensando alle vite degli individui che lo stavano ora circondando, e poi alla sua. Pensò a come aveva trascorso la sua paralisi, ed ai temi su cui a lungo aveva ponderato. Pareva che nessuno si curasse del suicidio di Alcesti, o delle ultime parole di Romeo, che nessuno leggesse Mallarmé o le Notti bianche, che nessuno si stesse preoccupando della sconfitta delle lettere e del primato insorgente della superficialità.
       Dopo un’attesa quasi soffocante riuscì finalmente ad attraversare la strada, e dall’altra parte, fuori dal raggio d’azione della stazione della metropolitana, la situazione era meglio. Giunse a passi svelti al palazzo dentro cui Jaime aveva lezione, ma non lo trovò. Aspettò alcuni minuti, e finalmente giunse. Lo baciò e lo abbracciò con vigore, il suo odore gli era mancato durante quell’ibernazione a cui si era sottoposto e di cui Jaime non sapeva pressoché nulla. Cominciarono a passeggiare, avevano un’ora, e se inizialmente le cose andarono bene, non ci volle molto perché il nervosismo prendesse piede in entrambi. La conversazione cadde sul tema della corrida, e del plausibile parallelo che poteva esserci fra la famosa tradizione spagnola ed i giochi circensi che avevano luogo nell’antica Roma, dal momento in cui la Spagna fu a tutti gli effetti una provincia romana, o almeno questo era quello che lui sosteneva, partendo dal sottolineare la ovvia somiglianza fra la pianta di un anfiteatro e quella di una Plaza de toro. Non si sa come, la discordanza di Jaime portò rapidamente ad una profonda disarmonia nei due, segno latente che un germe stava mangiando già da un po’ la loro rispettiva idea l’uno dell’altro, e lo stava facendo di soppiatto, poco alla volta ma costantemente.  Non fu tanto il fatto che Jaime sosteneva assurdamente che la corrida fosse una tradizione tutta spagnola, mentre è ben noto che fin dai tempi di Creta ed addirittura di Gilgamesh che la tauromachia era una pratica in voga fra la maggior parte dei popoli indoeuropei, quanto il fatto che entrambi cercavano di averla vinta in un certo qual modo sull’altro, come se l’obbiettivo principale di quello scambio di opinioni fosse schiacciare l’interlocutore. E così fu, dopo un paio di risposte mal date e nemmeno mezz’ora i due si separarono. “Come ti pare, vai a lezione” disse lui, mentre Jaime non disse proprio niente e lo lasciò andare come un palloncino.
      Dapprima si recò in un caffè all’angolo di Travistock Square, dove i due si erano bruscamente separati, ma era pieno. Uscì, e sostò per un po’ su una panchina all’interno del parco al centro della piazza. Un caffè non era proprio quello di cui aveva bisogno pensò, la sua giornata era sull’orlo di rovinarsi, e visto com’erano andate quelle precedenti, stavolta non poteva davvero permetterselo, era quindi necessario trovare al più presto la dimensione più giusta. Optò per la biblioteca della sua università, che comunque non distava molto. Se proprio il suo ragazzo non aveva intenzione di rendergli la vita facile a questo punto tanto valeva portarsi avanti con le letture per la lezione successiva. Ogni volta era così quando un’incomprensione si manifestava, -e succedeva spesso di recente- uno doveva per forza alienarsi, trovare la forza di fare qualcos’altro. Certo Jaime non aveva la minima idea di ciò che egli stesse passando, non sapeva nulla delle paralisi e nemmeno di quel senso di melanconia che abitava i suoi pensieri da un bel po’ ormai, e lui si vergognava troppo per parlargliene, preferiva che le cose andassero cosi, male.  Giunto in biblioteca consultò il programma della prossima lezione, si trattava di Paratesti, la lezione si sarebbe svolta sotto forma di seminario, ed ognuno doveva scegliere una delle letture consigliate ed analizzarne il paratesto in questione. La lista era composta da una ventina di titoli, ma solamente di pochi conosceva l’autore. Optò per Nabokov, Fuoco pallido, un poemetto in quattro canti dal contenuto alquanto criptico, in special modo se letto in inglese. Gli ci vollero un paio d’ore per terminarlo, e quello che ne evinse fu un’articolata riflessione da parte dell’autore su quanto riguardava la morte, la vita oltre la morte, la scrittura ed il suo potere, e come tramite questa uno potesse interloquire con l’universo. Per quanto riguardava l’uso del paratesto, era ancora un po’ confuso; sicuramente doveva trattarsi dell’indice, ma la maniera precisa di come quest’ultimo colmasse il vuoto fra il testo ed il documento, o di come interagisse attivamente con esso da un punto di vista critico, che era quello che gli era stato richiesto di approfondire dal suo professore, gli risultava ancora comunque ostico. Dopo un paio di tentativi di mettere insieme due idee con un senso andati a vuoto ed il bisogno di una sigaretta decise di lasciar perdere. Finito di scrivere le annotazioni sul testo che reputò necessarie al fine di porre le domande giuste a lezione, ripose il libro nello zaino ed uscì. Erano le tre, alle quattro avrebbe fatto buio, e lui sapeva bene dentro di sé che questo inevitabile imbrunire prematuro dell’inverno non avrebbe affatto giovato al suo umore. Di Jaime nessuna notizia, sarebbe rimasto solo quindi,  bisognava correre ai ripari, al chiuso, ma a casa non voleva tornare. “La National Gallery chiude fra due ore” pensò, ma ci era stato da poco.  Decise di fare un giro alla TATE Britain, che restava la sua galleria preferita in città. Forse tutti quei quadri simbolisti di persone morte o prossime alla morte lo avrebbero aiutato a schiarirsi le idee sul testo di Nabokov, chissà. Giunto alla palazzina neoclassica sul lungofiume che richiamava piuttosto fedelmente la forma di un tempio greco,  si apprestò a salirne gli imponenti gradoni, ed una volta dentro già si sentì riavere un poco. Si diresse immediatamente verso la sua stanza preferita, quella  a sinistra una volta superato il corridoio che tagliava a metà la pianta dell’edificio. Era una sala rettangolare, grande e dai soffitti altissimi con una cornice di decori stuccati che correva tutta attorno. Gli stucchi erano abbastanza belli da rendere armoniosa l’atmosfera generale per lo spettatore, ma anche sufficientemente discreti così da non distogliere troppo l’attenzione dalle decine di quadri che si trovavano lungo tutti e quattro i muri della sala. Erano tantissimi, tutti di dimensioni e con cornici diverse. Per la maggior parte si trattava artisti britannici della metà del XIX° secolo, c’era però anche una statua, un incredibile bronzo di un uomo a petto nudo intento a strangolare un serpente che gli si attorcigliava tutto attorno dal torso fino alle gambe, ed il modo in cui la bestia ed il corpo dell’uomo -dalla muscolatura scolpita e l’espressione infuriata- si avvitavano l’un l’altro creava un dinamismo unico, un vortice in perpetuo movimento da qualunque angolo uno lo guardasse. Quell’opera trasudava violenza pura, rabbia, lotta, odio quasi. Più uno ci girava intorno e più si rendeva conto che era impossibile trovare l’imperfezione in quel metallo nero fuso con tanta maestria; si trattava un trionfo del neoclassicismo a tutti gli effetti. Questa volta non si disturbò nemmeno a leggere il cartellino per ricavarne il nome dell’artista, lo aveva letto così tante volte che sarebbe stato inutile, tanto non se lo sarebbe ricordato, andiamo avanti. A fianco, proprio a metà della parete di destra, era appesa l’enorme tela di Waterhouse, The Lady Of Shallott. Questo era uno dei cavalli di battaglia della collezione del museo, ed uno degli esempi di arte preraffaellita più noti universalmente. La Lady, capelli rossi e sottili appena un poco mossi dal vento, si imbarcava con il suo lungo vestito bianco ed una pesante coperta ricamata a bordo di una gondola scura, decorata in punta da un orpello dorato da cui pendeva una piccola lanterna all’interno della quale brillava una flebile fiammella. Il paesaggio era lacustre, umido, e in quella una natura tetra la gondola stava per abbandonare la riva e dirigersi in un’acqua salmastra, lasciandosi alle spalle il crepuscolare panorama boschivo. L’espressione di lei, che con il mento portato alto guardava lo spettatore dall’alto in basso con occhi socchiusi, era dotata di un enorme presunzione, e questo faceva di quell’enorme tela una delle più belle che lui avesse mai visto. Non importava quante volte si fosse trovato di fronte a quel capolavoro, era una perpetua prima volta, uno stupore sempre rinnovato, di fronte alla sublime malinconia della Lady of Shalott.
      Di rimpetto, c’era sua sorella, L’Ophelia di Millais, un altro vanto della galleria. Un quadro di dimensioni notevolmente minori, ma dotato di una carica estetica e drammatica senza pari, i due se la giocavano, ma nessuno mai vinceva. Ophelia aveva un significato speciale per lui, un posto d’eccezione nel suo cuore di poeta. Ophelia era il titolo di una nota poesia di Rimbaud, una delle liriche “giovanili” se così si può dire di un poeta comunque giovanissimo. Fu quella poesia a suscitare in lui l’interesse per l’arte e la letteratura, quando anni addietro la lesse in un libro preso alla sorella. L’Ophelia di Rimbaud segnò in lui un mutamento radicale di spirito, fu la scintilla che accese il fuoco della sua profonda metamorfosi adolescenziale, l’origine di quel tutto che ora stava drammaticamente precipitando in un niente. Nella lirica il poeta francese descriveva il transitare lungo le sponde ombrose del fiume, del macabro fantasma della povera Ophelia, l’eroina pazza su cui qualche notte prima era tornato a fantasticare, in una maniera così romantica e spettrale che era impossibile non restare del tutto attoniti e stupefatti di fronte a cotanta bellezza racchiusa in quei versi. Poche cose, secondo lui si avvicinavano alla perfezione a questo mondo, almeno per quanto riguardava il creato umano: una menzione poteva essere la 9° di Beethoven, un'altra il David di Michelangiolo, e poi c’era Ophelia di Rimbaud, violini su carta, una sinergia di immagini ed emozioni più unica che rara, una vera gemma nella storia della poesia francese e mondiale. E per quanto riguardava il quadro di Millais le sue opinioni erano delle più simili. La tela era forse la migliore rappresentazione grafica del testo del poeta, un raro caso di perfetta aderenza, di ekphrasis. Nelle pennellate di Millais, nella composizione, nella distribuzione dei toni, nell’espressione morente della donna, con la bocca e gli occhi socchiusi sopra il suo ultimo respiro, in quelle mani aperte e sottili, egli rileggeva ogni singolo verso di Rimbaud. Per molto tempo restò della convinzione che il giovane poeta doveva aver visto il quadro, e le date in effetti coincidevano: Un Rimbaud sedicenne scrisse Ophelia nel 1870, mentre il quadro di Millais, che superava in bellezza le moltissime altre Ophelie ritratte nel corso della storia, perfino quella di Cabanel, risaliva al 1854. Inoltre, la descrizione del paesaggio, delle piante, dei salici piangenti che pendevano su le acque morte del fiume, degli animali nascosti tra le fronde di cui il poeta faceva menzione, tutti questi elementi erano facilmente rintracciabili nel quadro con una precisione ed un’aderenza quasi  . L’unico elemento mancante, quello essenziale per supportare una tale tesi era  dove Rimbaud avesse visto l’opera. Il ragazzo veniva dalla campagna, aveva origini povere, era del tutto implausibile che fosse riuscito a recarsi a Parigi per vedere il quadro. Giunse nella capitale sotto invito di Verlaine solamente dopo aver scritto Ophelia. Poteva averla vista stampata su qualche libro o rivista certo, ma comunque non era abbastanza per poter dimostrare una vera conversazione fra i due.
      Più e più volte a scuola pose questa domanda ai suoi insegnanti di letteratura e di storia dell’arte senza mai ricevere una risposta esauriente che fosse un no o un sì deciso. Era sempre un forse, un lavarsene le mani di una domanda ostica e fuori programma. Nei suoi primi tempi a Londra, appena ventenne, si era recato al museo quasi ogni giorno, con il libro di poesie sottobraccio e i fascicoli di arte presi in prestito in biblioteca, aveva esaminato il quadro a fronte del testo infinite volte, sottolineando le innumerevoli rassomiglianze, confrontando biografie, fonti archivistiche, lettere, ma non ne venne mai a capo. Possibile che un ragazzino avesse quasi raggiunto Shakespeare? Ma poi lui, lo aveva mai letto il testo di Shakespeare? No, ed avrebbe dovuto. Così fece, e preso il suo telefono dalla tasca consultò internet. Eccolo, ci volle poco. Apparentemente la morte della fanciulla non fu mai messa in scena, ma solamente riferita da Gertrude – Che rispetto del teatro antico- pensò – Non mettere in scena la morte, di Gertrude ce ne occuperemo poi- e proseguì a leggere.  Non poteva credere di essersi perso quell’originale, il testo di Shakespeare lo sconvolse. Ella vagava per i boschi in preda alla pazzia con decine di specie di fiori intrecciati in ghirlande, c’erano i salici, ed il ramo che si spezzò per invidia, diceva così, e le sue vesti si gonfiarono d’acqua. Era chiaro, Rimbaud aveva semplicemente letto Shakespeare, ma questo non toglieva certo nulla alla poesia, piuttosto pensò che lo avrebbe dovuto leggere molto prima, ma per lo meno il mistero era risolto e quella volta, quando si soffermò di fronte a Ophelia, si limitò semplicemente a recitare in testa i versi della splendida poesia, come l’orazione di un monaco di fronte all’idolo, e si accontentò della fitta foresta di corrispondenze che vibravano nel suo animo a discapito dell’esattezza storica.
      La voce del vecchio guardiano tuonò nel silenzioso scorrere dei suoi pensieri come il primo fulmine di un temporale. Erano le cinque e mezza, la galleria stava chiudendo, restavano solamente trenta minuti. Dato un ultimo sguardo ad Ophelia si diresse nelle stanze successive, non aveva molto tempo prima di venir cacciato nel buio del freddo tardo pomeriggio autunnale che imperversava all’esterno, così l’avidità crebbe nei suoi occhi e nel suo cuore a dismisura. Aveva fame, fame di quelle opere, di quei dettagli che ancora non aveva scorto nelle visite precedenti. Non si era minimante reso conto dello scorrere del tempo, e ora, avuto un assaggio con i quadri della prima sala, lo stomaco del suo animo si era aperto ed andava riempito in fretta a furia. Il museo che conosceva così bene diventò improvvisamente un labirinto: dove andare, da chi soffermarsi, I Turner?  Ma no, per quanto eccezionali restavano comunque il prodotto di un animo di gran lunga troppo pretenzioso, ed ora non aveva voglia di mettersi a decifrarne uno. Cerano Sergent e Watts, oppure quell’unico quadro di Sorolla appartenente alla collezione, quell’Alma-Tadema che non aveva mai trovato ma che vedeva su tutti i cataloghi, ma più accelerava il passo e più si perdeva. Tutto incontrò tranne ciò che voleva, le cornici e le statue gli sfrecciavano accanto come animali impazziti, o forse stava impazzendo lui, quella corsa contro il tempo era senza meta, e il suo spirito incontentabile ed incostante lo spingeva sempre più alla deriva dell’arte, la tempesta era perfetta, senza speranza. Svoltato il corridoio che conduceva all’ala est, quando pensava che oramai non c’era più nulla da fare, che se ne sarebbe andato via ancora affamato, insoddisfatto e vuoto, ecco che come un faro sul promontorio, in una stanzetta a sinistra, qualcosa di materializzò, e lo colse del tutto impreparato. Un’abbazia di campagna, eretta su di un prato scuro ed umido, con un rigagnolo che proveniva dalla foresta e scorreva verso valle. Su la sponda un carro trainato da animali, ed il pastore con lui. Con le mura gotiche e le guglie la chiesa puntava in alto ad un cielo nuvoloso, tagliato da un sottilissimo arcobaleno appena visibile fra le nuvole nere di un temporale appena finito. Non aveva mai prestato troppa attenzione ai quadri raffiguranti le campagne, li trovava molto simili tra loro, e di conseguenza spesso privi di unicità. Quanto distratto era il suo occhio, e quanto maldestro quell’immeritato senso di superiorità, questo pensò, che era stato un cieco. Si fermò, entrò nella stanza e si sedette su la panca di fronte all’opera da solo. Quel cromatismo era così intenso, dai colori scuri e boschivi, fedeli all’Inghilterra ed ai suoi paesaggi ombrosi; Il cielo, che racchiudeva ogni spettro di blu esistente, sposava a meraviglia il grigio della chiesa ed il verde scuro della brughiera mentre colava a picco su una cittadella appena abbozzata in lontananza. C’era quiete, tantissima quiete in quel quadro. Non riusciva a credere di esser passato di lì così tante volte e di non essersi mai fermato davvero a leggere in quei tratti della rigogliosa natura d’oltre manica  la poesia che questa potesse trasudare. Un nome: John Constable, che di lì in poi sarebbe rimasto scolpito nella sua mente a caratteri leggibili. Rimase assorto in quell’atmosfera rurale per un po’, perse di nuovo la cognizione del tempo, e dieci minuti gli sembrarono ore, tanto era potente la forza descrittiva di quell’opera, e quando le sei scoccarono, lentamente egli si alzò, indossò il cappotto e si diresse vero l’uscita colmo di gioia per le scoperte appena fatte, per la sua ingoranza felicemente colmata, e la sua ingenuità crollata sotto i dolci colpi delle parole di Shakespeare.

    • In quel momento, posata la penna, si rese conto, leggendo e rileggendo quei versi originati da una regione così dolente e violenta del suo cuore, di star piangendo sottovoce su quelle orribili confessioni che gli si mostravano ora sotto forma di cicatrici, indelebili su la carta.  Un pianto sommesso, sincero, costernato come il lamento drammatico di quel cigno che oramai già si trovava altrove.
      Seduto di fronte al freddo sconfinato di quella notte realizzò quanto fosse solo, solo al mondo, ma anche di quanto abbracciasse in un certo senso questa solitudine perpetua, un ennesimo vizio a cui non riusciva a trovare rimedio alcuno; al pari di ogni dipendenza, la si detesta tanto quanto se ne sente il bisogno. Pianse ininterrottamente e silenziosamente per alcuni minuti, poi, inesorabile come l’arrivo dell’alba allo sfumare delle tenebre, si asciugò quelle poche lacrime rimaste sul viso, guardò il cielo vuoto, e si alzò. Decise che era giunto il momento di tornare a casa, di abbandonare su quella sponda le rovine di uno stato d’animo infondo così superfluo, che a niente giovava se non ad accrescere il processo di ossidazione inesorabile e malsano che aveva preso vita in lui. La speranza di un orizzonte luminoso rimaneva comunque la priorità, anche in questi casi, soprattutto in questi casi a dire il vero.  Con la sua poesia in tasca, ed il senso di soddisfazione per aver espiato almeno un poco di quella ineffabile tristezza che lo avvolgeva, si incamminò ripetendosi fra un pensiero e l’altro che dopotutto quella serata non era andata poi così male, che per lo meno qualcosa aveva scritto, e che forse in questo risiedeva il vero senso della realizzazione che cercava, nella poesia, nella profondità delle parole. In fin dei conti era vero che il termine poesia derivava dal lemma greco POIEO, fare, comporre, assemblare. Trovava davvero interessante come gli antichi greci attribuissero un significato così pratico ad un vocabolo che al giorno d’oggi rappresenta invece una sfera così lontana dalla vita quotidiana. La poesia, ma cos’era infondo? In cosa risiedeva davvero quel suo potere profondo, quel suo innegabile senso di appartenenza all’assoluto? Si ricordò tutto ad un tratto delle parole di Keats, di quello scrocio di luce inesausto che è la poesia. Inesausto, quella parola lo catturò più di tutte le altre fin dalla primissima volta in cui lesse quel lungo componimento; aveva racchiuso nel suo contesto una potenza tale, un significante così incisivo che per un attimo solo tornò con la mente a quei paradisi perduti in cui usava sommergersi anni addietro, quando le responsabilità del mondo reale erano lontane, ed i santuari dell’arte vicini, nella sua camera a Firenze, con la finestra che dava sul campanile di Santa croce, protetta dagli alberi del giardino interno del condominio silenzioso. Quante notti a quella finestra, a leggere Narciso e Boccadoro, rivolto verso quelle stelle minuscole ma che comunque ancora erano visibili, a sprofondare nelle Danse Macabre di Saint-Saes, bruciando cristalli sul suo piccolo incensiere, facendo attenzione ai passi della madre nel caso si svegliasse e lo scoprisse sveglio. Ora era diverso, a londra di stelle non se ne vedevano mai, invece di affacciarsi su un trionfo dell’architettura italica, si affacciava sulle palazzine alte scure decorate solamente dal mosaico di luci di quelle case in cui qualcuno ancora vegliava. Giunse nuovamente a Walford House, dove abitava con altri inquilini che andavano e venivano a rotazione ad intervalli di qualche mese, tutti di nazionalità diverse, con cui però era molto difficile stabilire un rapporto che andasse oltre le chiacchiere superficiali di quando si trovava in cucina con uno di loro. Varcò la soglia della sua stanza, e lasciate andare le scarpe ed il cappotto provò a svestirsi anche della malinconia che gli era rimasta attaccata per tutto il ritorno da quella passeggiata. Infondo, quantomeno era uscito, bisognava guardare al miglioramento, e non farsi trascinare in basso dal senso di colpa verso sé stessi, altrimenti, tanto valeva non provare nemmeno a sopravvivere, tanto valeva crepare. Ecco, il suicidio, la morte prematura, era una cosa che, seppur contemplata al livello concettuale, rimaneva un’opzione da escludere a priori. Considerava infatti il togliersi la vita una colossale perdita di tempo, non solo per sé stesso, per il tempo che non avrebbe più avuto indietro, ma anche per chiunque si sentisse vicino a lui, per i mesi, gli anni forse che ci sarebbero voluti alla sua famiglia ed ai suoi cari per colmare quel dolore che sarebbe rimasto comunque indimenticabile.
      “Per quanto un’anima possa star precipitando rovinosa verso un baratro che sembra senza fondo, arrecarsi la morte non risolve mai nulla. Credete che al cigno nero fregasse qualcosa della morte del cigno bianco? E Ofelia, con il suo gesto tanto coraggioso quanto sconsiderato che idea ha finito col dare di sé ai posteri? Quella della pazza. Su la questione Romeo e Giulietta direi che è proprio il caso di sorvolare, mai visto un amore tanto profondo quanto stupido -pensò-, sul serio a Giulietta non venne in mente nulla di nemmeno marginalmente più intelligente che fingersi morta? Ma quelle ultime parole di lui, quel sentimento d’amore così instancabile e morboso, “E così, con un bacio, io muoio”, dopo averla guardata un’ultima volta. Per un secondo tentennò, ed il suo cuore si schiuse nel vedere quella frase oramai letta e sottolineata così tante volte che avrebbe saputo trovarla in un batter d’occhio in ogni edizione della tragedia, poi chiuse il libro e si ricordò che comunque si trattava di due morti del tutto evitabili, che arrecarono solo altri problemi e sofferenza alle persone che componevano le vite dei due giovani, quanto egoismo. Eppure, era a conoscenza di un suicidio derivato dalla purezza di un’anima caritatevole, uno di quei rarissimi casi in cui qualcuno si tolse la vita per amor dell’altruismo. Il sacrificio di Alcesti, colei che fu più forte di suo marito, che passò sopra all’abbandono della vita, dei figli, dell’amor proprio. Si ricordò del suo ultimo anno di liceo, delle ore spese a tradurre il testo euripideo verso per verso, di come l’incredibile forza di quella donna avesse troneggiato su le sventure della sua casa, di come essa capì che dalla sua morte dipendeva il destino di tutti. Una donna guerriera in una società aristocratica e maschilista, che con una dignità ed una fierezza da lui mai viste prima si approntò ad affermare che “più nulla è chi muore”.  Era proprio qui il nodo nevralgico del suo problema con i suicidi, Alcesti non morì perché desiderava esser niente, non si ridusse ad un niente per porre fine al suo dolore, il suo dolore non fece mai nemmeno parte dell’equazione, Alcesti si tolse la vita per il marito e per i figli, tuttavia senza annullarsi, anzi, divenne leggenda. E la nobiltà infinita da cui il suo sacrificio originò fu tale che le fu concesso un ritorno. Moltissime volte aveva riletto la fine della tragedia, quella in cui Eracle riporta la donna velata tra i vivi ed essa non può parlare né toccare cibo umano per tre giorni al fine di essere sconsacrata del tutto dal mondo dei morti. Che pratica curiosa pensava, questo rispetto nei confronti di qualcosa che è così doloroso.
      Chiusa questa meditazione e chiusi tutti i libri che aveva aperto e serrato più volte, li spostò sul tavolo un po’ alla rinfusa, ci avrebbe pensato domani.  Era proprio ora di andare a letto, di nuovo, ma stavolta per stanchezza. Si mise quanto più poteva sotto il piumone, ma lasciò la tenda aperta. Poteva vedere dalla sua finestra sia la luna mutare con le stagioni sia la punta bianca illuminata a neon dello Shard, ma solo quando era disteso sul letto. Quella vista lo aiutava a riconciliarsi con sé stesso, gli ricordava che casa non era poi così lontana, che il sole sarebbe sorto di nuovo, per poi ritramontare, che comunque sia non aveva molto senso la tristezza esistenziale, tanto quanto per un poeta non aveva senso parlare della luna, questa non se ne sarebbe curata comunque, e quelle dei poeti, da Esiodo a Leopardi, erano comunque tutte supposizioni. Si ricordò che il suo telefono era in modalità non disturbare da già due giorni, ma optò per lasciarlo così almeno per un'altra notte. Scrisse solamente un breve messaggio al suo ragazzo, una buona notte che in realtà stava per “voglio dormire solo”.  Quella relazione era quanto di più vicino ad un punto morto, forse c’era speranza, ma in questo momento la forza di combattere anche per questo proprio non la aveva, se la cosa era da lasciar andare, beh che venisse lasciata andare allora, già i crociati sapevano che se non li puoi salvare allora devi lasciarli morire su la strada.

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      CAPITOLO 2.
      Si era fatta notte sul quartiere di Shadwell, dove lui abitava da ormai due anni. In quella zona risiedeva una grandissima comunità musulmana, l’odore dei loro mercati della loro cultura inondava i silenzi del quartiere che restava comunque piuttosto malmesso. Aveva la reputazione di essere un luogo malfamato, ma nella realtà dei fatti, a Shadwell non succedeva mai niente. Le notti erano scandite solamente dal passaggio dei treni della sopraelevata fuori dalla sua finestra. Più tarde si facevano le sue fantasticherie e la sua inerzia, più i treni erano vuoti. Non aveva voglia di leggere, di scrivere tanto meno, e per cosa poi? Celebrare la propria insoddisfazione alla finestra? Non si trattava di un “blocco dello scrittore”, concetto questo che gli pareva piuttosto sciocco, dal momento in cui sapeva in cuor suo che chi scrive, lo fa per bisogno, un’esigenza fisiologica dell’animo, non si trattava nemmeno di un caso di vanità ferita, era una necessità di altro tipo, più ampia, più coinvolgente, d’aria, aveva proprio bisogno d’aria!
       Dato un ultimo sguardo al giardino di periferia su cui affacciava la sua stanza -esso consisteva solamente in uno spazio rettangolare, lungo e stretto, che si estendeva al fianco della palazzina fra il muro e la ferrovia, sul suolo povero di prato falciato crescevano due alberi di cui non conosceva la specie- si alzò dalla sporgenza della nicchia su cui sedeva vicino alla finestra e indossò i suoi scarponcini marroni, infilò la giacca, controllò di avere le chiavi e, dopo tre giorni di ibernazione dello spirito, uscì. Dapprima prese lo stradone principale, una main road lastricata di pali della luce, ferri vecchi, loschi negozi di alcolici ed alimentari gestiti da immigrati e moltissimo traffico. Ora si ricordava perché aveva smesso di fare passeggiate serali, tutto quel rumore e quelle scene di vita ostile gli facevano raccapricciare le membra, d’altronde di meglio non poteva permettersi, e tornare a casa dalla famiglia, ammettendo così la sconfitta dei suoi più sentiti ideali non era un’opzione.  Decise di voltarsi e si ricordò di una strada che portava ai canali dopo un bel pezzo da camminare nel buio delle palazzine periferiche a mo’ di alveare. Si avviò, e non appena si trovò in una zona più calma del quartiere, provò finalmente un po’ di sollievo, quando infine giunse ai canali, la quiete lo pervase donandogli una vista su la città notturna illuminata dai grattaceli della city dall’altra parte del tamigi. Si sentiva piccolo, piccolissimo di fronte a quell’immensità di luci che sfolgoravano nel buio, l’aria fredda di novembre gli scalfiva il viso, e per sentire meno freddo, cominciò a camminare lungo i docks. L’acqua era scurissima e liscia come un blocco di marmo nero dove qua e la sfavillavano bianche insenature di luce riflessa. Cosa c’era venuto a fare non lo sapeva nemmeno lui, ma il giorno dopo era libero, quindi poteva permettersi di vagare a vuoto nella mezzanotte di un territorio sconosciuto quanto voleva. Giunse al termine del vialetto che costeggiava il canale, e si sedette a fiore dell’acqua, guardava i riflessi delle case mescolarsi con l’oscurità circostante, incapace di levare lo sguardo al cielo. Dalla nebbia salmastra si fece largo un cigno, uno solo, bianco come la morte, ed avanzando portava con sé l’eleganza funebre di un neoclassicismo corrotto, quelle statue più mute del marmo che le formava, ma che comunque risultavano di una bellezza all’occhio umano capace di catalizzare ogni sorta di sentimento, dal rammarico alla sconfinata spensieratezza, le stesse statue che erano solite abitare le antiche residenze nobiliari, fedeli adepte dell’estetica palladiana, oramai ridotte a cimeli museali sparse ovunque per la vecchia Europa. Se dapprima si trovò come rapito da quella visione così bianca e dall’andatura imponente, presto si rese conto che non c’era assolutamente niente di nobile o di drammatico in quella creatur; essa agonizzava, come tutti quanti,  fra i rifiuti e la sporcizia delle acque urbane, tuffando il collo un tempo elegante e sontuoso nella melma che rivestiva a strati la superfice del canale in cerca di cibo, e si riduceva a mangiare i rifiuti, gli scarti degli umani, plastica, vetro, ossa e dio solo sa cos’altro. In quell’esatto momento, per l prima volta in tre giorni, riuscì a distaccarsi dall’egoismo della sua sofferenza, e provò pena, provò pena per quella bestia obbligata a sopravvivere, come lui, in un habitat sbagliato, dovendosi fare strada fra l’inquinamento ed i veleni di una civiltà ormai spacciata, in cui ogni sorta di amore per la purezza era svanito, polverizzato nell’aria torbida di una realtà che all’individuo medio si presentava comunque ostile. Una realtà fatta di bassi più che di alti, di tasse che strangolano chi già è morente, di esseri umani alla deriva delle isole mediterranee, respinti dalle frontiere della pace promessa. Fu allora che estrasse il quaderno dalla rilegatura pesante e la costola in pelle che portava sempre con sé, ricevuto dalla madre il natale precedente ed incominciò a scrivere:
      L’opalescenza di queste acque di ricordo
      Cela sprezzante e notturna
      Ogni mia trascendenza
      Come cenere dimentica in un’urna.
       
      Come velo su un cadavere
      Nasconde alla noncuranza altrui
      Questa virtuosa tristezza
      Fatta di morbose austerità
      Che osservano recondite da angoli bui
       
      L’amore m’è sfuggito, mentre dormivo
      Soave nel bianco bosco
      Dei miei desideri,
      In una dimensione che non conosco
       
      Mi aggiro fra ploranti vanità
      Pur sapendo
      Che tutta questa luce
      Prima o poi
      Mi ferirà
       
      Fiume di città
      Tu che rifletti i palazzi simboli di un’epoca
      E che silente non ti muovi,
      Travesti di splendore la mia anima
      Che agogna come un crisantemo
      Cresciuto fra il vile dei rovi.
       
      Io ti amavo e ti credevo,
      Ma non sono che un bocciolo
      Fragile
      Posto su uno stelo
       
      E come esso, per te son fiorito
      Ma come tale
      Tu per te
      Mi hai reciso
       
      Muore qua il mio amore
      La mia speranza,
      il mio giovanil’ coraggio
      Come il mio ardore
       
      Sepolto
      Sotto il vero manto della notte
      Che dopo un intero giorno
      Nel suo freddo emancipare
      Il fiume, che sa, inghiotte.
       
      In quel momento, posata la penna, si rese conto, leggendo e rileggendo quei versi originati da una regione così dolente e violenta del suo cuore, di star piangendo sottovoce su quelle orribili confessioni che gli si mostravano ora sotto forma di cicatrici, indelebili su la carta.  Un pianto sommesso, sincero, costernato come il lamento di quel cigno che oramai già si trovava altrove.
      Seduto di fronte al freddo sconfinato di quella notte si rese conto di quanto fosse solo, solo al mondo, ma anche di quanto abbracciasse in un certo senso questa solitudine perpetua, un ennesimo vizio a cui non riusciva a trovare rimedio alcuno; al pari di ogni dipendenza, la si detesta tanto quanto se ne sente il bisogno. Pianse ininterrottamente e silenziosamente per alcuni minuti, poi, inesorabile come l’arrivo dell’alba allo sfumare delle tenebre, si asciugò quelle poche lacrime rimaste sul viso, guardò il cielo vuoto, e si alzò. Decise che era giunto il momento di tornare a casa, di abbandonare su quella sponda le rovine di uno stato d’animo infondo così superfluo, che a niente giovava se non ad accrescere il processo di ossidazione inesorabile e malsano che aveva preso vita in lui. La speranza di un orizzonte luminoso rimaneva comunque la priorità, anche in questi casi, soprattutto in questi casi a dire il vero.  Con la sua poesia in tasca, ed il senso di soddisfazione per aver espiato almeno un poco di quella ineffabile tristezza che lo avvolgeva, si incamminò ripetendosi fra un pensiero e l’altro che dopotutto quella serata non era andata poi così male, che per lo meno qualcosa aveva scritto, e che forse in questo risiedeva il vero senso della realizzazione che cercava, nella poesia, nella profondità delle parole. Dopotutto era vero che il termine poesia derivava dal lemma greco POIEO, fare, comporre, assemblare. Trovava davvero interessante come gli antichi greci attribuissero un significato così pratico ad un vocabolo che al giorno d’oggi rappresenta invece una sfera così lontana dalla vita quotidiana. La poesia, ma cos’era infondo? In cosa risiedeva davvero quel suo potere profondo, quel suo innegabile senso di appartenenza all’assoluto? Si ricordò tutto ad un tratto delle parole di Keats, di quello scrocio di luce inesausto che è la poesia. Inesausto, quella parola lo catturò più di tutte le altre; aveva in sé racchiuso nel suo contesto una potenza tale, un significante così incisivo che per un attimo solo tornò con la mente a quei paradisi perduti in cui usava sommergersi anni addietro, quando le responsabilità del mondo reale erano lontane, ed i santuari dell’arte vicini.
      Varcò la soglia della sua stanza, e lasciate andare le scarpe ed il cappotto provò a svestirsi anche della malinconia che gli era rimasta attaccata per tutto il ritorno da quella passeggiata. Infondo, quantomeno era uscito, bisognava guardare al miglioramento, e non farsi trascinare in basso dal senso di colpa verso sé stessi, altrimenti, tanto valeva non provare nemmeno a sopravvivere, tanto valeva crepare. Ecco, il suicidio, la morte prematura, era una cosa che, seppur contemplata al livello concettuale, rimaneva un’opzione da escludere a priori. Considerava infatti il togliersi la vita una colossale perdita di tempo, non solo per sé stesso, per il tempo che non avrebbe più avuto indietro, ma anche per chiunque si sentisse vicino a lui, per i mesi, gli anni forse che ci sarebbero voluti alla sua famiglia ed ai suoi cari per colmare quel dolore che sarebbe rimasto comunque indimenticabile.

    • CAPITOLO 1.
       
      La tazza di tè che teneva in mano si stava freddando, che ore erano? Le sette e cinque di sabato sera, non proprio l’ora migliore per un tè verde tiepido, non che pianificasse di uscire in ogni caso. Oramai erano tre giorni che andava vanti in questo modo, si svegliava, tardi, e fumava dell’erba, così, tanto per cominciare male la giornata. Poi si sedeva al computer, alle volte sul letto, e fingeva di iniziare il suo grande capolavoro, l’opera che lo avrebbe distinto, che lo avrebbe innalzato all’olimpo delle lettere, se davvero ne esisteva uno. Dopo poche ore si rimetteva a dormire, era pura depressione, i problemi non ti colgono mentre dormi, nulla ti coglie, sei protetto, sigillato, in una bolla di inconscio ed ipocrisia, generata dalla sconfinata debolezza del singolo a fronte dell’impatto con una società  post-moderna che si è dimostrata un palese fallimento. Si narcotizzava, questo faceva, e mentiva, agli amici, al fidanzato, alla famiglia. Diceva di dover studiare, ma tutto quello che faceva era leggere stralci di autori proposti dalla sua università giudicandoli quasi per la maggior parte degli inetti totali, gente che non avrebbe mai dovuto scrivere, o che avrebbe dovuto avere il buon senso di smettere. Sentiva di star sprecando il suo far niente dando credito al lavoro di questi individui, allora andava allo scaffale della libreria e prendeva a sfogliare uno o due di quei classici che in tempi liceali animavano più di tutto il suo intelletto. Francesi, tantissimi erano Francesi, decadentisti, simbolisti, degenerati dalle esistenze malconce ed incomprese che per qualche strano scherzo della critica sono ora diventati leggenda. Ma più si ripeteva che leggere potesse dare un significato al suo tempo, più ogni sordido dettaglio di quella stanza lo riportava alla realtà, ossia che un significato alla sua esistenza semplicemente ancora non c’era, che non era stato in grado di procacciarselo come molti dei suoi simili. Ritornando alla stanza, questa era essenzialmente brutta. Un vecchio letto all’inglese che consisteva in un materasso su cui aveva dormito chissà chi sorretto da due casse di legno rivestite di un orribile stoffa bianca con ricami giallastri. I muri erano anch’essi macchiati dai precedenti inquilini, probabilmente altri giovani reietti della società che erano venuti nella grande città voltando le spalle alla madre terra per trovare qualcosa di cui non erano nemmeno certi dell’esistenza. Di fianco alla finestra c’era il tavolo, nella sua ultima stanza non ne aveva uno, e doveva scrivere sul letto. Sul piano c’erano i pesanti libri che leggeva per la tesi, quella sugli Uffizi, in via di compimento, ma era un po’ che non li apriva. Due volumi delle poesie di Mallarmé goffamente tradotte in inglese – nemmeno lui sapeva cosa si aspettava quando decise di approcciare il grande maestro in una qualsiasi lingua che non fosse il Francese né l’italiano, per di più l’inglese, una lingua così fredda e poco accurata, dai suoni così improbabili e barbari, rimasticati da un popolo tendenzialmente ignorante - , uno Zaratustra di Nietzsche lasciato a metà, ne aveva abbastanza di tutto quel predicare sconclusionato, e un posacenere pieno di ultime sigarette. Fra un foglio e l’altro con qualche poesia annotata sopra di recente, alcune penne e la custodia dei suoi occhiali c’erano lattine di birra vuote, dove nei giorni e nelle notti precedenti -delle notti lunghe, perenni, simili ad antiche ere geologiche che al risveglio disgelano intorbidite sul mondo reale- aveva sperato di trovare ispirazione, comprensione, o semplicemente qualcosa che facesse scorrere il tempo ad un ritmo diverso dal solito. E adesso che si fa? Si disse. Come ogni volta che uno scenario del genere si approntava, ossia ogni circa due o tre settimane, egli sperava di poter mettere in ordine la sua intera vita in una sola serata di solitudine, vecchi dischi di Bowie, narcotici e stupefacenti di bassa lega e vino, accostando questo mix di incoscienza ed autodistruzione alla lettura di quegli autori che giudicava eletti, degni della sua più idiota e non richiesta attenzione. Sperava di poter ricreare quel misticismo giovanile in cui ogni anelito si schiudeva ed egli leggeva e scriveva tutta la notte, noncurante della sveglia, o di un futuro prossimo nel campo dell’editoria. Scriveva i suoi incubi, i balletti macabri del suo subconscio un po’ disturbato, scriveva senza una meta e senza un perché. Ma era bello, si sentiva pieno dopo, si sentiva qualcosa, qualcosa di unico ed inspiegabile, un sentimento che oramai era un ricordo, come lo erano le sue grottesche e criptiche elegie giovanili. Questa ossessione per la cristallizzazione dei momenti, delle fasi, delle passioni, lo aveva portato ad un punto di non ritorno, era un treno dai freni rotti puntato a tutta velocità verso la stazione, impossibile da deragliare. E lui, in cabina di comando, davanti, pur vedendo lo schianto approssimarsi sempre di più, invece di saltare giù dal veicolo e mettersi in salvo, decideva invece di sedersi e con comodo prepararsi a morire internamente ogni dannata volta che il problema di questa noia di stare senza azioni si ripresentava. Il vero problema non risiedeva nella mancanza di talento, di quello ne aveva da vendere, o di originalità, piuttosto nella sua inviolabile sfiducia non solo nei confronti di sé stesso, ma anche in tutto l’universo sociale che lo circondava. Firenze, dove era cresciuto, era stata per la sua formazione interiore una nivale campana di vetro, un bellissimo palcoscenico di ploranti vanità che piangevano su di lui rare meraviglie dai cornicioni scolpiti ed il monumentale silenzio delle chiese. In un tale ecosistema artistico-culturale, la sua mente si era formata seguendo un dogma antico, inusuale per la sua generazione. Quella città, e gli studi classici che con discontinuità aveva perseguito, avevano collaborato per sviluppare in lui un particolarissimo senso del romantico morente, una sorta di fusione ideologica fra estetica e filosofia all’osso, un Siddharta che incontra un Des Essientes, un gotico metafisico che abitava la sua mente portandolo a credere in un  esistenza dettata dal vizio giovanile, improntata a spogliarsi dell’innocenza al più presto, e tuffarsi nel nero delle arti proibite, o delle idee se vogliamo; Quelle letterature che a scuola non ti fanno studiare, quei Rimbaud su cui gli insegnanti sorvolano, il poeta ragazzino, questo diceva la sua antologia di scuola, e questo gli disse la sua insegnante. Un ragazzino che stravolse un’epoca, un ragazzino che divenne un re. Gli anni scorsero, come le belle poesie scorrevano inconsapevoli su le pagine dei suoi libri, gli amori andarono e vennero, il padre, in special modo, che se ne andò, e la madre che divenne ancora più pazza di prima. Ora, quasi dieci anni e fin troppe sigarette dopo, si trovava nella veglia della sua flebile esistenza, in una casa ammuffita di una palazzina di merda a Londra est. Si era appena ridestato da uno dei suoi profondi comi indotti dai fumi e dall’alcool, un’altra giornata data in pasto ai fantasmi, alle vestigia di un passato poetico e prolifico ora dimentico sul fondo di un pozzo più profondo di quanto i suoi sensi interiori potessero scorgere. Come mai non riusciva ad allontanare il passato, il ricordo? Perché si rilegava nelle ombre della sua immaginazione febbrile? Perché si impuntava nel restare così fermamente aggrappato all’immagine trascorsa di se? Era il momento di lasciare andare, e lui lo sapeva, ma comunque non ci riusciva, nemmeno lontanamente. Da quattro anni ormai viveva preda di questo strano morbo narcisistico dello spirito, ed ora ve lo spiego: Non era necessariamente innamorato di sé stesso, piuttosto del vecchio sé stesso, del ragazzo dai sogni di chimera, che traduceva Ovidio e Tucidide in una condizione mentale tutta leopardiana, incapace di evolversi. Per quanto quasi tutto attorno a lui lo deprimesse, uscire era raramente un’opzione presa in considerazione, nel suo isolamento infatti aveva qualcosa che fuori davvero non riusciva a trovare da nessuna parte, la speranza. Non la trovava quando andava al pub con i suoi amici inglesi, dall’humor così diverso e le abitudini indecifrabili per la sua mente mediterranea, e nemmeno quando, in preda alle crisi più profonde di solitudine e frustrazione, si recava nei grandi musei di Londra per annegare nei preraffaelliti e negli specchi di cromatico silenzio portati alla luce della mano sapiente di Tiziano. Anche nei musei, in quei templi del bello e del sapere, le persone, i visitatori tanto quanto il personale, rimanevano comunque cosa da poco ai suoi occhi. Con nessuno sentiva un vero legame, nessuna opera idolatrata o ignorata riusciva davvero a far scaturire in chiunque altro all’infuori di lui ciò che sperava di vedere. Cosi le intendeva queste visite, passeggiate fra solitarie foreste di capolavori, silenziose e private. Ma almeno all’interno delle gallerie si sentiva al sicuro, si sentiva parte di un mondo altro a cui così disperatamente anelava. Restava comunque tutto un falso, una finzione del pensiero, un rimedio momentaneo, un’ennesima perdita di tempo. Non appena varcava le soglie dell’uscita, ecco il molle esistenziale della Londra dei poveri che tornava a gravare sulle spalle già stanche a ventiquattro anni. Eravamo giunti a novembre, e se nei due mesi precedenti era riuscito a cavarsela con solamente due o tre tracolli emotivi della durata di un giorno al massimo, questa volta il freddo, arrivato tutto insieme a distribuire la sua dose annuale di morte in ogni angolo della città dal centro scintillante dei palazzi di Holborn alle periferie abitate dal malessere e gli scarti della globalizzazione, lo aveva stroncato. A malapena si trascinava a lavoro, un lavoro scarsamente retribuito in un caffè a un paio di fermate da casa sua. Il bar era piccolino, nemmeno troppo brutto, dotato di un’atmosfera familiare e rilassata, due tavolini rettangolari di legno bianco e sei posti a sedere che davano su una vetrata affacciata su la strada.  Si trovava nei dintorni di Bank, la zona dei broker, dei cosiddetti uffici dove dio solo sa la gente cosa fa tutto il giorno, dei colletti bianchi, dove transitavano quelle persone che nella vita, almeno su carta, non avevano toppato. Le persone con un lavoro vero, che avevano sacrificato al dio denaro, tanto benevolo quanto infido, la loro vita monofamiliare. Persone che potevano permettersi di pagare un cappuccino tre sterline e quaranta, un prezzo ridicolo per un espresso con un po’ di schiuma arrangiata sopra a cuoricino. Persone cordiali ma che comunque lo guardavano dall’alto in basso, che lo consideravano alla stregua di quella micidiale e rumorosa macchina da caffè con cui era costretto ad armeggiare tutto il giorno quattro giorni a settimana per permettersi quella squallida stanzetta. Eppure, ad ogni occhiata storta o insoddisfatta, ad ogni risposta insofferente di qualche stronzo che era uscito troppo tardi per fare colazione fuori ed incolpava lui del suo ritardo in ufficio, egli non faceva altro che sentirsi superiore, sempre più frustrato certamente, almeno da un lato, ma dall’altro non avrebbe fatto a cambio di esistenze con nessuno di loro. Più restava incompreso e più si sentiva dentro che la colpa di tutto questo non era sua, ma bensì di ciò che lo circondava. Che colpa ne aveva lui se la società aveva deciso di abbandonare l’amore per la cultura ed il sapere e aveva cominciato invece a venerare l’ignoranza? Cosa c’entrava lui se il mondo aveva deciso che per essere felice dovevi essere fondamentalmente ricco e bello, bianco ed etero, e possibilmente uomo? Lui non si arrecava nessuna responsabilità della mediocrità intellettuale che lo circondava, ma a questa si approcciava come Virgilio tra i dannati, “Di lor non ti curare, ma guarda e passa”. Ora io vorrei chiedere al lettore, che visione assurda e passivo-aggressiva è mai questa? A quale tipo di esistenza poteva mai portare? A che genere di realizzazione poteva mai aspirare? Nessuna. Lo sapeva, ma sperava di sbagliarsi. Ad ogni mano bruciata con la piastra per panini, ad ogni ora trascorsa in quel locale in preda alla tristezza più mesta, guardando la vita scorrere libera fuori dalla vetrata al mutare delle stagioni londinesi, ad ogni ordine ricevuto che lo segnava con l’eterna prigionia degli ingranaggi di un orologio che tanto prima o poi diventerà vecchio, smetterà di funzionare, e verrà gettato via, ad ogni conversazione vuota con i suoi colleghi, egli sperava che un giorno la vita gli avrebbe dato una qualunque sorta di risposta, di reazione alle sue passioni così radicate, ma niente, mai niente, solamente la consapevolezza che se fosse stato uno stronzo qualunque e avesse deciso di studiare economia, adesso non sarebbe in  quella situazione. Ma se davvero avesse deciso di buttare via la sua esistenza in quest’altra maniera, non avrebbe mai davvero  conosciuto le gioie recondite di quei libri che consumava con tanta passione, quei testi ricchi e datati che rubava nelle biblioteche, quegli Abissi di Huysmans, quello stile affilato e irriverente dei drammi tragicomici di Dürrenmatt, quell’esalare di emozioni che scoppiò in una maschera di lacrime di fronte alla Nike di Samotracia al Louvre di Parigi, dove era finalmente riuscito a recarsi la primavera precedente con il suo ragazzo dopo aver messo faticosamente via il tempo ed i soldi. E che città Parigi, quanta bellezza, “da strapparsi gli occhi” pensava guardando i grigi palazzi art nouveau dal lungo Senna abbracciando Jaime, “da far tremare il cuore” pensava quando, anelante quanto un pretendente, se ne stava la, rapito dalle pennellate vaghe e sottili delle monumentali tele appese all’interno dello studio di Gustave Moreau.
      Ma stiamo sviando, questa storia comincia da un sabato sera qualunque in cui il nostro personaggio si è svegliato alle sette di sera nel bel mezzo di una crisi di depressione esistenziale stagionale come mai nessuna prima. Per un po’ provò a rileggere quanto scritto il pomeriggio dello stesso giorno prima di sotterrarsi nei meandri del sonno, sperando di risvegliare almeno un poco la voglia di vivere, ma non funzionò, non che le sue parole gli risuonassero sorde o quant’altro, suonavano corrette, ma senza nessun accodo, niente fioriva da quelle righe. Quel pomeriggio infatti, verso le tre, si era concentrato per scrivere un diario dei suoi sogni. L’elaborato riuscì piuttosto bene, a lui piaceva, ma restava comunque privo di senso, un vuoto a forma di vuoto, l’ennesimo nel buio della cella dove egli stesso si era allucchettato gettando via la chiave il più lontano possibile dalle sbarre e volontariamente. Aveva letto il manifesto surrealista di Breton pochi giorni addietro, una delle poche proposte della sua tutor all’università che giudicò all’altezza della sua miseria. E per un giorno, solo per un giorno, aveva creduto che nei sogni risiedesse la chiave per liberarsi delle sue incertezze. Povero illuso, Freud non funzionò ai tempi e non avrebbe funzionato ora, avrebbe dovuto prevederlo. Qualsiasi disciplina che si sviluppasse attraverso l’interpretazione di qualcosa di mutevole era per lui tutta fuffa, qualcosa da cestinare, un cenacolo che dava da mangiare agli idioti, dai sogni, alla cristallo terapia, al destino. E proprio di questo scrisse, il primo sogno che affrontò riguardava paradossalmente l’incontro con una chiromante, avvenuto poche notti prima negli affanni del suo respiro notturno ed inconsapevole.
      “ Ciò che si dice del destino non ha alcun senso -pensò-, la chiromante predica con scaramanzia e negligenza, noncurante delle responsabilità che il suo verdetto può avere; I miei peccati appartengono a me solo, così il mio passato, così il mio futuro.
      Esso può dispiegarsi in due modi: uno rimane comunque incerto, tanto a me quanto alla chiromante intendiamoci, ma tutto sta nella voglia che io ho di scoprire quanto incerto, fino a che punto o frangente, si può spingere la disperazione e l’invito dell’ignoto? questa potrebbe risolversi nel sollievo di un esistenza realizzata, come anche precipitare nel baratro della seconda possibilità: un destino certo - a me ma non alla chiromante-
      la morte, il suicidio, la strada più facile da percorrere, quella che conduce al santuario ultimo, dove questo “IO” può finalmente risuonare come un coro d’orchestra che si eleva nel feroce buio, e nutrirsi come una bestia, del mio corpo, del mio sangue. qualunque sia l’avvenire, ciò che è certo è che né la chiaroveggente né le dicerie più assurde sul destino lo sanno. non lo sa Virginia con la sua saggistica impeccabile, non lo sa il vino, né la notte, o le stagioni, non lo sa questa pagina e non lo sa Socrate. è qualcosa, per quanto strano possa riecheggiare nel suo essere estremamente banale, che non si può sapere, ma solo assaporare, solo sul momento, come il primo boccone di un cibo sconosciuto: può sciogliersi sul palato con la stessa dolcezza con cui sole e mare si incontrano al tramonto, o potrebbe anche fare schifo, finché non lo addenti non lo sai, ed una volta che lo mastichi è già troppo tardi. Certo puoi sempre sputarlo, questo è vero, e dimenticarlo, come io dimenticherò questo scritto, ma comunque, per chiudere la metafora, se il destino fosse un boccone, dolce o schifoso che sia -come la vita- in ogni caso finirà espulso dal tuo orifizio nel bagno di casa tua”. Riletto ciò, nulla si smosse, era come se non lo avesse scritto. Quanto lontano era tutto questo da quello stile romantico e dissoluto, posseduto da misteriose convinzioni riguardanti lo spirito poetico d’altri tempi, che usava adottare nei suoi scritti giovanili, e quanta speranza ai tempi, verso i sedici o diciassette anni, usava riporre in quelle poesie, quei flussi di coscienza feroci, animati da una passione pura, trasparente nei confronti del loro significato. Ma dall’altra parte, quando li rileggeva, il che non accadeva spesso, ma accadeva, quanta sovrastruttura ci trovava, quante menzogne, maschere, illusioni, teatri, e fantasie rivoltanti. C’erano delle volte, prima di crollare nei suoi sonni malati e profondi, in cui pensava davvero di non saper più scrivere, o di non averlo mai saputo fare, e così, anche l’ultimo araldo della sua esistenza, la scrittura, crollava inesorabilmente sotto al colpo dei cannoni della sua indolenza presa a frustate dal suo senso di inadeguatezza verso il mondo intero.
       
       
       
      CAPITOLO 2.
      Si era fatta notte sul quartiere di Shadwell, dove lui abitava da ormai due anni. In quella zona risiedeva una grandissima comunità musulmana, l’odore dei loro mercati della loro cultura inondava i silenzi del quartiere che era piuttosto malmesso. Aveva la reputazione di essere un luogo malfamato, ma nella realtà dei fatti, a Shadwell non succedeva mai niente. Le notti erano scandite solamente dal passaggio dei treni della sopraelevata fuori dalla sua finestra. Più tardi si facevano le sue fantasticherie e la sua inerzia, più i treni erano vuoti. Non aveva voglia di leggere, di scrivere tanto meno, e per cosa poi? Celebrare la propria insoddisfazione alla finestra? Non si trattava di un “blocco dello scrittore”, concetto che a lui pareva piuttosto sciocco, dal momento in cui sapeva in cuor suo che chi scrive, lo fa per bisogno, un’esigenza fisiologica dell’animo, non si trattava nemmeno di un caso di vanità ferita, era una necessità di altro tipo, più ampia, più coinvolgente, d’aria, aveva bisogno d’aria! Dato un ultimo sguardo al giardino di periferia su cui affacciava la sua stanza -esso consisteva solamente in uno spazio rettangolare lungo e stretto che si estendeva al fianco della palazzina fra il muro e la ferrovia soprelevata, sul suolo povero di prato falciato crescevano due alberi di cui non conosceva la specie- si alzò dalla sporgenza della nicchia su cui sedeva vicino alla finestra e indossò i suoi scarponcini marroni, infilò la giacca, controllò di avere le chiavi e, dopo tre giorni di ibernazione dello spirito, uscì. Dapprima prese lo stradone principale, una main road lastricata di pali della luce, ferri vecchi, loschi negozi di alcolici ed alimentari gestiti da immigrati e moltissimo traffico. Ora si ricordava perché aveva smesso di fare passeggiate serali, tutto quel rumore e quelle scene di vita ostile gli facevano raccapricciare le membra. Decise di voltarsi e si ricordò di una strada che portava ai canali dopo un bel pezzo nel buio fra palazzine moderne a mo’ di alveare. Si avviò, e non appena si trovò in una zona più calma del quartiere, provò finalmente un po’ di sollievo, quando infine giunse ai canali, la quiete lo pervase donandogli una vista su la città notturna illuminata dai grattaceli della city dall’altra parte del tamigi. Si sentiva piccolo, piccolissimo di fronte a quell’immensità di luci che sfolgoravano nel buio, l’aria fredda di novembre gli scalfiva il viso, e per sentire meno freddo, cominciò a camminare lungo i docks. L’acqua era scurissima e liscia come un blocco di marmo nero dove qua e la sfavillavano bianche insenature di luce riflessa.

    • Capitolo 1.
      Era una mattina di ottobre, un giorno qualsiasi fra tanti, ero seduta su una panchina vecchia nel parco.
      Era come inverno quella mattina, il freddo si sentiva di già. Di solito avevo la mente assente in quel periodo, ma in quel particolare giorno mi accorsi di molte cose,
      tipo le persone anziane che parlavano di molte cose, forse per loro cose importanti, ma ero sicura che se avessi chiesto ad uno di loro di cosa discutevano, mi avrebbe detto che osservano il tempo metereologico o i piccioni che davano sempre fastidio nel parco.
      Allo stesso modo io in quel momento mi stavo facendo domande inutili su quelle persone.
      Ero presa dai pensieri quando ad un certo punto notai un bambino che entrava di corsa dal cancello principale del parco, attraversava l'entrata facendo dei salti, non tanto alti ma per la sua altezza sembravano impegnativi. Una volta entrato, si avvicinò al muretto dove si posavano i piccioni, con un po di biscotti e incominciò a spezzarli a gettarli sul muretto. Vedendo i volatili mangiare di scatto, fu di un allegria e di una spontaneità grandiosa.
      Non sono mai stata attenta a tutto, molte cose le ho trascurate nel tempo.
      Di una cosa sono sempre stata sicura, di aver una particolare attenzione per i dettagli, quando cammino, sto seduta, vedo molte piu cose del normale della realtà forse alcune cose le immagino, ma quasi tutto viene accuratamente osservato dai miei occhi scuri.
      Ancora non era passata quella sensazione di freddo nel mio corpo, avevo solo una giacca di jeans con sotto una maglia e un pantalone largo ma sottile. Consideravo il fatto di fare una passeggiata lungo il giardino del parco, ma avevo intenzione di guardare un altro po' quella gente che entrava ed usciva dal cancello, era sconosciuta ma allegra, come io non ero in quel momento.
      In quel momento infatti avevo tante cose da sistemare, da migliorare. In ogni caso questo non mi impediva di pensare a quelle persone del parco, su cosa di bello stessero facendo in quel giorno.
       

    • In una landa desolata e ghiacciata, dove regnavano soltanto la solitudine e la tristezza, due anime impavide correvano senza meta.
      Si trattava di un uomo e un bambino, fianco a fianco sfidavano il gelo e il freddo senza lamentarsi, lo facevano ogni giorno, ogni mattina. Partivano all’alba e si fermavano in prossimità di un lago ghiacciato circondato da immensi cristalli violacei. Il Pianeta SFX era famoso proprio per quello: innumerevoli cristalli colorati crescevano dal terreno come se fossero alberi. Per questa particolare caratteristica veniva anche chiamato “il pianeta dei cristalli”.
      L’uomo si girò sorridendo al ragazzino, rimasto indietro di un paio di metri, i suoi capelli lunghi e neri si muovevano al ritmo del vento. Il bambino si fermò posando le braccia ai fianchi, indossava dei pantaloni corti, il torso era nudo, un armacollo reggeva una spada e dal suo viso ovale traspariva una tremenda stanchezza, i suoi occhi verdi erano tutt’altro che amichevoli mentre fissava il suo maestro. Quest’ultimo era vestito al suo stesso modo, ma non portava con sé nessun’arma. I suoi occhi smeraldo risposero allo sguardo dell’allievo con la stessa intensità, sul suo volto compariva però un sorriso compiaciuto.
      L’uomo continuò a fissarlo e poi ad un tratto scoppiò a ridere, spaventando il ragazzino.
      “Cominci a diventare ripetitivo, Ologold!” disse l’uomo. “Anche ieri ti sei fermato proprio in questo punto.”
      L’allievo cominciò a sbuffare e a rimuginare a bassa voce.
      “Non ci vedo nulla di divertente, e poi come fai a sapere che anche ieri ci siamo fermati qui?” chiese Ologold. “Questo pianeta è tutto uguale, sempre ghiaccio e cristalli.”
      “Un tempo le cose non erano così…”
      I due ricominciarono a correre e il ragazzino rimase deluso non avendo ricevuto una chiara risposta, cosa che accadeva molto spesso, purtroppo. Tutto ciò non faceva altro che aumentare ancor più la sua sete di curiosità. Dunque il pianeta in passato era abitabile, ma cosa poteva aver causato una tale desolazione? Il cielo era incolore e a malapena lo si distingueva dall’orizzonte ghiacciato, non esisteva né fauna né flora, il pianeta dei cristalli era privo di vita.
      L’addestramento con l’inseparabile maestro Syter, guerriero tanto forte quanto crudele, era iniziato due anni prima, ma per sua fortuna con lui si comportava in modo diverso, lo trattava con gentilezza e gli concedeva parecchie libertà, perciò alle volte osava disubbidire ai suoi ordini. Tempo prima, l’intero arco della mattinata era dedicato allo studio: storia della magia e arti marziali per la maggior parte, ma c’era spazio anche per le materie fondamentali di qualunque disciplina, come la matematica o la lingua. Ora le attività scolastiche erano state ridotte e spostate dopo il pranzo. Nel tardo pomeriggio riprendeva infine gli allenamenti con altri tre maestri, visto che Syter doveva lasciare il pianeta per i suoi misteriosi affari. Ogni giorno si davano il cambio, soltanto la domenica era dedicata al riposo.
      Finalmente poté vedere dei colori oltre quel triste panorama privo di vita: i cristalli, il lago… significavano cinque minuti di tregua.
      Ignorava il motivo di quella vita troppo movimentata per un ragazzino di nove anni, programmata come se tutto quel che faceva avesse uno scopo futuro. Da un lato odiava quell’eccessiva organizzazione, ma dall’altro l’amava. Sapeva di avere come insegnante lo stregone più potente di tutti i tempi e si sentiva un vero e proprio principe pronto a ereditare il suo regno. Amava il potere, lo bramava, per questo andavano d’accordo.
      “Oggi che faremo?” chiese Ologold.
      “Io me ne starò fermo e mi godrò la scena” rispose Syter beffardo.
      “Non ti difenderai?!”
      “Non ho detto questo… colpiscimi” disse e s’indicò il petto, dove aveva uno strano tatuaggio raffigurante un sole nero.
      I due si posizionarono a una decina di metri l’uno di fronte all’altro. Syter aveva le braccia conserte, in attesa. Ologold, irritato dal suo comportamento canzonatorio, cominciò a correre verso il suo avversario.
      Purtroppo il colpo non andò a buon fine e il suo avversario lo schivò con estrema velocità, come il vento. Il ragazzino era però testardo e, anche se in affanno, cominciò a balzare da un lato all’altro  per cercare di cogliere di sorpresa Syter, ma ancora una volta il maestro evitò ogni attacco con facilità.
      “Come fai?”domandò l’allievo da terra, fermo e irritato.
      Un violento colpo al ventre lo fece sobbalzare e lo allontanò di qualche metro.
      “Prima regola, mai fermarsi in un combattimento corpo a corpo” disse Syter.
      “Ti ho fatto una domanda!” protestò il ragazzo.
      “E io ti ho dato una risposta!” tuonò il maestro. “Combatti come se stessi per morire, respira come se fosse l’ultimo fiato che hai in corpo, dai sempre il massimo, non lasciare che la rabbia ti pervada. Altrimenti non diverrai mai veloce come me!”
      Ologold si rimise in piedi, ricomponendosi.
      “La rabbia è un’arma, non deve essere un tuo punto debole!”.
      L’allievo cominciò a correre in direzione del suo mentore e, quando fu a meno di un metro da lui, alzò il pugno osservando i suoi occhi verdi, sembrava compiaciuto, pronto a contrattaccarlo ancora, ma questa volta non avrebbe abboccato. Ologold cambiò tattica all’improvviso e, con un balzo felino, andò alle spalle del suo avversario per colpirlo con una ginocchiata alla schiena. A quel punto si allontanò, spaventato per quello che aveva appena fatto, prima di inginocchiarsi a terra ansimante. Era esausto. Avrebbe dovuto presto imparare qualche incantesimo legato alla resistenza. Syter rimase in piedi, non si era mosso né aveva emesso parola dopo aver subito il colpo.
      “Scusa maestro” balbettò l’allievo.
      “Non hai alcun motivo per scusarti, ho dovuto aspettare un po’, ma alla fine ce l’hai fatta” disse Syter, poi allungò le braccia verso il cielo.
      Ologold tirò un sospiro di sollievo. Aveva già visto soldati morire per mano del suo maestro solo per un’affermazione sbagliata.
      “Adesso puoi mostrami quello che sai fare con la magia, coraggio ragazzino!” lo provocò con aria ironica lo stregone.
      “In che senso?” chiese l’allievo.
      “Con le arti marziali non sei mai stato una cima e nemmeno io, se devo essere sincero, ma con la magia sono il migliore in tutte le galassie” affermò Syter. “Ho motivo di credere che anche per te valga la stessa cosa.”
      Ologold si rimise in posizione, chiuse gli occhi per richiamare a sé ogni singolo frammento di energia attorno a lui. Non si trattava di nomi o teorie scientifiche, la magia derivava da una particolare molecola presente nell’atmosfera stessa. Il trucco era saperla individuare e utilizzarla a proprio vantaggio.
      Un potente fruscio d’aria. Un’ombra si mosse.
      Ologold si precipitò alle spalle del suo avversario, convinto di beffarlo ancora una volta, Syter però fu più veloce di lui ed evitò così il suo attacco. Ma non lo aveva evitato spostandosi come in precedenza. Si era smaterializzato.  
      L’allievo guardava estasiato il suo mentore a una decina di metri da lui.
      “Ho aumentato la mia velocità, ma non ho ottenuto alcun risultato. Quando mi insegnerai il teletrasporto?” domandò sconsolato il ragazzo.
      “Presto.”
      Aveva applicato la magia al combattimento e senza utilizzare alcuna formula magica. Nemmeno lui a nove anni era in grado di fare ciò. Strabiliante, pensò Syter. Ora capiva perché Katzehin, uno dei tre maestri pomeridiani del ragazzo, lo elogiava in quel modo.
      “Maestro?!” esclamò Ologold.
      “Dimmi.”
      “Ti ricordi le teche degli elementi che hai messo in camera?”
      Lo stregone capì subito a cosa si stava riferendo: poche settimane prima aveva infatti predisposto delle sfere di cristallo nella sua stanza, erano quattro e dentro ognuna di esse si celava uno degli elementi della natura che costituivano la magia: acqua, fuoco, terra e aria.
      Il compito che gli aveva affidato era semplice, doveva provare a infilare la mano in ognuna di esse ogni mattina, quando sarebbe arrivato il momento, avrebbe capito a cosa sarebbero servite.      
      “Ebbene?” domandò incuriosito Syter.
      “Credo che il fuoco mi abbia scelto, ho infilato il braccio attraverso il vetro e mi sono sentito pervadere da un calore indescrivibile, sono svenuto e mi sono risvegliato poco prima della nostra partenza” spiegò il ragazzo.    
      “Bene, molto bene. E come te la cavi?” lo incalzò il maestro incrociando le braccia.
      Ologold unì le sue mani e, allargandole poi verso l’esterno, evocò un immenso drago infuocato che andò a dirigersi verso l’uomo che aveva dinanzi. Syter rispose annullando l’attacco in avvicinamento con un getto acquatico.
      “Niente male” commentò lo stregone.
      “E questo?!” insistette Ologold con aria provocatoria mentre il suo corpo veniva lentamente circondato da una barriera rossastra infuocata.
      Ora era il suo mentore che lo guardava con aria esterrefatta, mentre contemplava le fiamme vorticanti che lo avvolgevano. Gli antichi l’avevano nominata barriera mistica, un’arte che non faceva parte della magia, si manifestava soltanto ai prescelti o a coloro che riuscivano a dominare dopo anni il proprio elemento primario. Quel ragazzino riusciva a stupirlo ogni giorno di più.
      “Posso vedere la tua?” chiese Ologold.
      “Sì, ma ricordati che questo non è un gioco, utilizzala solo in casi eccezionali” raccomandò il maestro.
      Syter si concentrò per un attimo e ad un tratto, dal nulla comparve la barriera perfetta: lava incandescente rappresentava il fuoco, burrascosi oceani rappresentavano l’acqua, potenti uragani l’aria e fluttuanti tempeste di sabbia, la terra.
      Ologold distolse però lo sguardo da essa, perche la valle ghiacciata al’improvviso cominciò a tremare, il cielo divenne nero, come se un una nube maledetta avesse oscurato il mondo, un tuono squarciò infine il tetro panorama prima di abbattersi sul ghiaccio poco lontano.
      I due si guardarono intorno mentre le barriere mistiche che li circondavano si spensero assieme alla luce del giorno. La magia prima iniziò a perdere la propria intensità e infine, dopo aver emanato un’ultima scintilla, cessò di brillare, proprio come una lampadina giunta alla fine della propria esistenza.            
       

    • Il mio nome è Stefania, ho 22 anni e ho un tumore.
      Dovete sapere che da dove vengo io avere il TUMORE è una cosa naturale, è all'ordine del giorno, in un comune di 199 561 abitanti almeno la metà è ammalata e le persone che non lo sono già si preparano per quando toccherà a loro, perché qui a Taranto la situazione non può che peggiorare.
      Forse non tutti voi conosceranno Taranto, beh ve la presento io.
      Taranto è nata come una città spartana, situata in Puglia, si trova al centro esatto fra due mari, conosciuta per il castello Aragonese, per i delfini, per le cozze, ma con mio grande rammarico è soprattutto conosciuta per l'Ilva.
      Ai miei occhi ovviamente è la città più bella del mondo, non che io ne abbia viste poi così tante, ma credo che ognuno di voi reputi la propria città natale come la più bella, quella dove ci si può rifugiare sempre e comunque, quella che resterà casa nella testa e nel cuore, beh Taranto per me è così, la amo con tutta me stessa e soffro al pensiero che oltre me debba morire anche lei. Purtroppo vivo in una città sacrificata dall'ipocrisia generale, vivo in una città lasciata a morire per dell'acciaio, dove lo Stato preferisce vendere l'acciaio che far vivere dei poveri bambini innocenti, bambini che non avranno nemmeno l'occasione di poter vedere altre città perché qui a Taranto si può solo morire.
      Ho un tumore e vivo a Taranto, dovrei odiare la mia città, detestarla per le cose che mi sta togliendo, ma come faccio ad odiarla se anche lei è messa alle strette come me? come faccio ad incolparla di tutto se assieme a me muore un po' alla volta anche lei? e la cosa più brutta è che nessuno fa niente, muore un bambino di tre mesi con all'interno del suo cervello tracce di polveri sottili e nessuno fa niente, muore un bambino di tre anni e nessuno fa niente, bambini delle medie che sono costretti a spostarsi di cento metri perché la scuola in cui erano risulta essere troppo inquinata, e allora io mi chiedo, possono davvero cento metri salvare quelle povere anime? davvero quei cento metri sono sufficienti a farli vivere? quanto ancora dovremo lottare prima di riuscire a respirare un po' di aria senza diossina? Quante altre persone come me dovranno morire prima ancora di aver vissuto?
      Alcune volte vorrei solo che tutto questo finisca, niente più dolore, niente più medicine, solo pace, ma poi mi basta guardare fuori dalla finestra vedere quel sole che splende anche in inverno e mi si riscalda l'anima è allora che penso che magari una piccola speranza per Taranto c'è, magari per me è troppo tardi ma spero ardentemente che la situazione cambi per tutti quei bambini,adolescenti e adulti che un futuro, seppur incerto ce l'hanno.
      Avere questo male alla mia età è orribile-ovviamente- si hanno progetti per il futuro, progetti di cambiare, viaggiare, scoprire chi siamo e chi vogliamo essere, e nel momento in cui ti viene diagnosticata la malattia tutto svanisce, magari all'inizio un po' di speranza la si ha ma quando si inizia a fare il ciclo di terapia che forse è peggio della malattia stessa, che con questa MEDICINA cambi ma non per il tuo volere, che i capelli iniziano a cadere, il viso a gonfiare e il corpo a diventare sempre più scheletrico, queste speranze iniziano a vacillare e quando dopo tutto questo processo estenuante al momento dell'esito dell'esame fatto per vedere i miglioramenti ti comunicano che le metastasi sono aumentate e sono andate ad attaccare altri organi, le speranze sono già belle che andate e l'unica cosa che pensi è ''sopravviverò ad un altro ciclo di chemio?'' perché ovviamente non sarà uguale a quella precedente, sarà più aggressiva ed è allora che della tua persona non rimane nulla, solo un guscio vuoto e dolorante.
      Il dolore mi accompagna ovunque, anche nei sogni, è sempre con me e so che più si avvicinerà il momento dei saluti finali più il dolore si farà insostenibile e a dirla tutta muoio di paura, vivo con la costante paura di arrivare a non sopportarlo più in silenzio e già mia mamma ha perso dieci anni di vita da quando abbiamo scoperto questo male, se iniziassi a mostrare realmente il dolore che provo non mi sopravviverebbe, ne sono certa, perché noi malati oltre a dover subire questo dolore dobbiamo anche preoccuparci dei nostri cari, perché ovviamente anche loro soffrono, io ho visto il deteriorarsi della donna che mi ha messo al mondo, anche lei non è più la stessa, i suoi occhi non brillano più, sono in un buio perpetuo e non c'è niente che io possa fare, la notte piange, la sento benissimo, piange tutte le sere fino ad addormentarsi ed io con lei, non vorrei farlo ma quando vedi che tutto sta andando via troppo velocemente, che te lo stanno strappando via dalle mani con prepotenza alcune volte non ti resta altro che piangere fino a svuotarti e in quei momenti mi sento una codarda, vorrei essere più forte, non avere paura di nulla, affrontare tutto questo senza pensare che avrei tanto voluto che accadesse a qualcun'altro anziché a me, e mi sento orribile nel momento stesso in cui finisco di completare il pensiero, ma non posso negare che lo faccio, molto più spesso di quanto vorrei, magari quando le mie amiche vengono a trovarmi in ospedale e mi raccontato le cose che hanno fatto, i posti visti, le persone conosciute, i libri interminabili da studiare per l'università e vedere che la loro vita va avanti mentre la mia è rimasta bloccata al giorno della diagnosi fa male, e lo ammetto sono egoista a pensare quelle cose, me ne vergogno, ma darei qualsiasi cosa per stare al loro posto, vivere la vita che avrei dovuto avere, senza terapie, ospedali e soprattutto senza il tumore.
      Mi vergogno, ma ci penso.
      La prima volta che mi ricoverarono, subito dopo la diagnosi, per poter iniziare il primo ciclo di Chemioterapia mi misero in stanza con una ragazza, portava sempre dei grandi turbanti colorati in testa, ricordo che ero spaventata, avevo una paura fottuta, paura del dolore, paura di perdere capelli, di perdere la mia vita fra quelle pareti, paura di non esserci più.
      Roberta, così si chiamava, aveva la mia età attuale, io all'epoca avevo appena compito 20'anni, avevo ancora gli occhi pieni di vita e capelli lunghi e folti, lei era un po' più spenta, più magra, più vicina a finire...
      Roberta per me è stata una parte fondamentale, mi ha insegnato tutto, mi ha insegnato a non far vedere troppo il dolore, i metodi per far passare il tempo durante la terapia e soprattutto da lei ho imparato a piangere all'interno senza far cadere nemmeno una lacrima dai miei occhi, lasciando il mio volto impassibile soprattutto quando comunicavano l'avanzamento della malattia e che invece di migliorare ero già un passo più vicina alla tomba, mi sosteneva nonostante le sue spalle fossero più fragili delle mie, la ringrazierò per tutta la breve durata della mia vita e non sarà mai abbastanza per tutto quello che ha fatto per me.
      La cosa più importante che ho imparato da lei però, è il potere della gentilezza, un gesto, una parola o uno sguardo fatto nel momento giusto può salvare una persona, può tenere saldi i pezzi come fosse la colla più forte al mondo.
      E' morta che aveva ancora molto da dare, aveva così tante cose da vedere e da provare, aveva 22 anni, un sorriso sempre accennato sul volto e degli occhi che pian piano si son spenti fino a chiudersi del tutto.
      Voleva avere dei figli, ricordo che una sera si sfogò piangendo a dirotto, eravamo in camera, lei era appena tornata da una seduta di terapia, era così stremata che non riusciva nemmeno a camminare, piangeva bisbigliando e quei bisbigli facevano più male di una qualsiasi parola gridata, ricordo che diceva <<non volevo finisse così, volevo avere la possibilità di lasciare un segno nel mondo, volevo la possibilità di innamorarmi per davvero, di andare a studiare fuori e con la scusa sarei andata a vivere con le mie migliori amiche, volevo che il mio papà avesse l'opportunità di accompagnarmi all'altare, avrei voluto tremendamente essere mamma, avere un qualcosa di così prezioso e inestimabile e invece eccomi qua a morire e cos'ho fatto nella vita a parte imbottirmi di medicine e morire lentamente? non è giusto, io volevo vivere, volevo una vita normale, volevo solo un'opportunità, solo quello, non credo di pretendere troppo>> non potevo far altro che ascoltare e piangere senza farglielo vedere, perché in fondo anche io avevo fatto quel discorso a me stessa, anche io avevo posto mille domande a Dio senza però trovare una risposta che potesse giustificare tutto questo male, tutto questo dolore, ricordo una volta, la sera stessa che mi hanno diagnosticato questo tumore alle ossa, che ero impazzita, gridavo come una forsennata, mia mamma non sapeva come calmarmi, ero stata presa da una furia cieca, gridavo e piangevo, poi quando sfinita mi sono accasciata a terra la mia adorata mamma è venuta a coprirmi con il suo corpo stringendomi forte a lei, come se potesse fondersi in me e prendersi il mio dolore, ricordo che le dissi fra le lacrime <<PERCHÉ A ME?>> vedevo nei suoi occhi la disperazione non sapeva cosa rispondermi, sfido chiunque a spiegare a vostra figlia di appena 20'anni il perché una malattia le stia togliendo la vita, dopo quel giorno non le ho più mostrato il mio dolore, o almeno non palesemente, so che capisce quando il dolore diventa insostenibile ma cerco di non darlo a vedere molto, cerco di stringere i denti e sopportare, lo faccio per lei, per non distruggerla ulteriormente.
      Roberta è morta a soli 22 anni, non ha visto praticamente nulla, non ha potuto costruirsi una famiglia, non ha potuto sbagliare per poi rimediare, non ha potuto vivere.
      Roberta è morta a soli 22 anni con un tumore al cervello, la causa? INQUINAMENTO.
      Dopo la sua morte la rabbia dentro di me è esplosa, non riuscivo a capire come potesse esserci così tanta ipocrisia nel mondo, per il 27 gennaio giornata della memoria tante belle parole su come l'uomo non debba più cadere in tutta quella cattiveria, e per noi? e per noi bambini, ragazzi e adulti di Taranto che pian piano stiamo morendo tutti cosa si fa? dico io cosa si fa, l'immunità legale per colui che possiede la fabbrica e non fa niente se questa fabbrica ci sta uccidendo tutti, non fa niente se viola il diritto alla vita e alla salute, di noi a nessuno importa e sinceramente non vedo gentilezza in questo, non riesco a scorgerne nemmeno un piccolo barlume, perché magari non tutti conosceranno la nostra situazione, ma penso che l'ipocrisia sia tanta e l'ingiustizia nei nostri confronti ancor di più, troppo finto buonismo, false gentilezze, ma intanto noi moriamo e l'italia intera sta a guardare.
      La rabbia è tanta ma voglio davvero finire la mia vita con tutta questa rabbia nel cuore?
      Ormai ho capito che è questione di mesi, forse tre se sono fortunata, ho rifiutato altre terapie sarebbero state inutili, ormai sono piena, il male mi ha invasa totalmente, però ho sviluppato una certa consapevolezza forse dettata dalla stanchezza di lottare contro un qualcosa di troppo grande, ho capito di dover impegnare i miei ultimi mesi in qualcosa di più grande, che possa aiutare il prossimo ragazzo di Taranto che vedrà portarsi via il futuro, che vedrà portarsi via la vita.
      Voglio insegnare a tutti quei ragazzi che proveranno tutte le emozioni che anche io ho provato, emozioni che vanno dall'incredulità, al rifiuto, alla consapevolezza, al dolore straziante fino ad arrivare al mio stato attuale, LA RASSEGNAZIONE, a tutti quei ragazzi vorrei insegnare l'importanza della famiglia, l'importanza dei sorrisi anche se spenti, anche se fatti a mezza bocca, i sorrisi sono fondamentali ti alleggeriscono l'anima, ti permettono di ritornare, seppur per poco, nella tua persona originaria e questo non può che fare bene alle persone che ci hanno messo al mondo, prendono un respiro un po' meno dolorante, per loro e per noi stessi sono fondamentali quei momenti non lasciateveli scappare.
      Poi vorrei dare un consiglio a tutti quei genitori che si vedranno privati della cosa più importante della loro vita, anche se fa male, anche se non capite perché, anche se vorreste essere al loro posto, prendervi il loro dolore, lasciate che prendano consapevolezza di quello che potrebbe accadere, lasciate che si sfoghino che rompano cose, che si incazzino con il mondo, con Dio, magari anche con voi stessi, lasciateli per un momento, torneranno quando al loro intero si sarà creata un minimo di triste rassegnazione, sarà difficile, credetemi lo so per esperienza, ma alla fine arriveranno alla conclusione che ormai è andata così, inizieranno a crescere troppo velocemente, le loro spalle inizieranno a cedere, voi non dovrete far altro che sostenerli, ma questo è un viaggio, se così lo si può definire, da fare individualmente.
      Siamo soli nonostante le persone che ci amino ci restino vicine, siamo noi e basta, nessuno può capire, molto spesso non riusciamo nemmeno noi a farlo completamente.
      Prima di tutto questo avevo dei sogni, dei progetti, avrei voluto lavorare nel mondo dell'editoria, essere una donna in carriera, affermata nel lavoro e nella famiglia, avrei voluto vedere tantissime città come New York, Parigi, Londra, avrei voluto avere la possibilità di scrivere un libro, avevo ancora così tanti libri da leggere, compleanni da festeggiare e tramonti da vedere, ma la vita ha voluto così, lo Stato italiano ha voluto questo, lo hanno voluto tutte quelle persone che si sono girate dall'altra parte dinanzi all'evidenza, tutti quei politici che giocano sulla disperazione delle persone per tenere aperta una fabbrica che uccide più persone di quanto produca acciaio, giocano sul lavoro, come fosse un ricatto, fabbrica aperta uguale lavoro garantito, nonostante la morte di tutte queste persone l'idea della chiusura non è stata presa minimamente in considerazione.
      Siamo carne da macello, nient'altro, solo un numero che sale con il passare degli anni, la nostra vita vale meno dell'acciaio, ma io ora mi chiedo,perché a Genova il problema è stato risolto? i bambini di Genova hanno qualcosa in più, sono migliori rispetto ai nostri bambini, la vita dei bambini di Genova vale più di quella dei bambini di Taranto?
      Non mi rassegnerò mai, finché potrò ancora aprire gli occhi ed essere me stessa, cercherò sempre un modo per aiutare, non smetterò mai di sperare che qualcosa cambi, che l'italia intera si renda conto di quanto qui stiamo soffrendo, bambini piccolissimi che hanno perso i genitori, genitori che hanno perso i loro figli, fratelli, pian piano ci stanno sterminando tutti.
      Mi sento come in un campo di concentramento, usata dal sistema, lasciata a morire come fosse nulla, come se non valessi nulla, come se la mia vita fosse un prezzo ragionevole da pagare, ma la nostra giustizia dov'è?
      La mia povera Taranto tanto bella quanto condannata.

    • Inizia a scrive
      Quanto mi sarei ancora lasciata andare?Che cosa stavo cercando di dimostrare?
      Non volevo rispondermi.Era bastata una sera per trasformarmi nella persona che non pensavo esistesse.Società,tradimenti e sesso ad un tratto mi parvero tanto fondamentali che ebbi il coraggio di servirmi di loro in una sola notte,quella notte.
      Tutto cominciò in un piccolo e affollato bar di Parigi.Io me ne stavo seduta a sorseggiare un caffè ,trascinata completamente dalla folla e persa nel pensiero di un ragazzo che mi tormentava dentro.Cercavo intorno a me qualcuno che potesse parlarmi,magari avrei potuto discutere d'arte o di poesia o meglio ancora di viaggi.Adoravo peregrinare in posti sconosciuti e consumare in me stessa quell'amore innato per tutto ciò che di autentico esiste.
      Eppure mi trovavo nella romantica Parigi, mi ero trasferita da poco per intraprendere un nuovo corso di storia medioevale.Ero riuscita ad ottenere quel posto grazie alla borsa di studio offertami dall'università di Roma e alla mia passione ,l'unica che mi dava la forza per non crollare mai.La mia lingua gustò l'amara bevanda come se fosse veleno, i francesi potevano vantare del loro cibo raffinato e dei musei ma non del caffè.
      Sola mi alzai per andare a saldare il conto, quando incontrai una vecchia amica dell'Italia,anche lei era venuta qui per studio.Le aspettava uno stage linguistico incentrato sull'antica e maestosa cattedrale di Notre Dame.Si chiamava Jennie ,trascorrevo quasi ogni estate con lei, durante gli anni del liceo.Il mio appartamento estivo era proprio difronte al suo,ancora non posso togliermi dalla testa l'episodio della festa che avevamo organizzato ,trasformatasi successivamente in un party in lingerie e alcolici.
      <Oh mio dio ,Ti ricordi! è stata la serata più entusiasmante della mia adolescenza > disse scoppiando in una fragorosa risata.
      <Come posso dimenticarlo,le persone ne hanno parlato per settimane>risposi ugualmente divertita.
      Dopo aver rievocato alcuni dei più bei ricordi passati insieme ,qualcosa di inaspettato colse la mia attenzione.
      Un ragazzo moro ci passò affianco .Indossava una giacca scura ed era totalmente griffato.Riconobbi ogni singola marca ,quelle marche di cui ne ero oggetto anche io.
      Poi ebbi un flash, ma si ,mi dissi lui era Leonard ,il ragazzo che prese una cotta per me a quindici anni .I lineamenti infantili avevano lasciato posto ai  tratti da uomo.
      Salutò Jennie.< Non posso crederci Leonard!,Anche tu qui,certo che è piccolo il mondo>.
      Tra la sorpresa e l'entusiasmo di lei cercai di sgattaiolare indisturbata,ma non feci neanche  in tempo a girarmi .< Fiammetta!Ti ricordi di Leonard?>
      Quella domanda mi colse di sorpresa.<Sei ..il ragazzo che..aveva..>
      <Una cotta per te a  quindici anni,già> < Ne è passato di tempo da allora. Anche non scorderò mai la nostra prima volta insieme>.un risolino divertito uscì dalla sua bocca, prima di continuare  <Ricordo come la luna impallidiva i nostri corpi..>. la sua voce si fece quasi rauca nel descrivere quelle che molto probabilmente dovevano essere le sue fantasie.
      <In fin dei conti non sei cambiato affatto.>dissi senza distogliere lo sguardo dal suo.
      <Non c'è rimedio ai caratteracci,dovresti saperlo>.anche lui sfidava il mio sguardo.
      <Cosa ne dite di festeggiare?!Simili incontri non si fanno spesso>ruppe il gelo Jennie.
      <Oh guarda! Come si è fatto tardi ,mi piacerebbe unirmi a voi ma avrò almeno una ventina di pagine da studiare per l'esame di domani> .
      <Che peccato,ci sentiamo alla prossima>ribatté lei.
      Me ne andai senza altri saluti.
      Quella sera non riuscii a studiare ,oltre alla solita agitazione per l'esame,provavo irritazione e non potevo non pensare all'incontro avuto nel pomeriggio con Leonard .Fisicamente poteva anche presentare differenze ma l'aria da presuntuoso aveva avuto la meglio su di lui ,sopprimendo anche le ultime briciole di sensibilità umana ,fino a portarlo all'esagerazione del suo egocentrismo.
      Cercai di non pensare e ripresi a studiare.
       

      L'indomani passai l'esame con il massimo punteggio, ormai non mancava così tanto alla partenza per il ritorno in Italia.Anche se ultimamente l'idea di rimanere in Francia mi aveva sfiorato la mente parecchie volte.
      Dopo l'esame tornai al solito caffè parigino.Non distinguevo che voci francesi mischiate all'argot della città. Stavo leggendo un libro.
      <Età dell'innocenza , amante dei grandi classici> sussurrò una voce familiare dietro al mio orecchio.
      <Il passato ci insegna molto.Una cosa che ho imparato è che tutto seppur apparentemente cambiato, in fin dei conti non muterà mai.>dissi sarcastica.
      Senza dirmi niente, si sedette dinanzi a me < Questo è il commento di chi ha dei segreti> mi osservò un istante <Concedimi di offrirti un caffè ,così magari potrai svelarmi cosa nascondi Fiammetta> disse con compostezza.
      <Leonard che c'è? Perchè sei qui?> gli chiesi ,già esausta.
      <Affari! E  le francesi, accidenti  sono così focose>.
      <Risparmiami i tuoi sogni erotici e se non ti dispiace vorrei continuare  la lettura del libro.>
      <Stasera un locale nei dintorni darà una festa , spero che tu ci sia>
      <Chi ti dice che io voglia venire>
      <Andiamo Fiammetta,per una sera puoi anche smetterla di fingere di fare la brava>un sorriso gli rigò le labbra carnose.
      <Perché non inviti qualche francese.Come hai detto che sono ?  Aspetta non m'interessa>.
      nel dirlo lo fissai così intensamente che credetti di potermi macchiare il viso del nero pece dei suoi occhi.Dovevo ammettere che la sua presenza non mi provocava  solo irritazione,desideravo quasi toccarlo.Ero attratta? No, dissi a me stessa,bisogna provare repulsione per i tipi come lui.
      <Ti piacerà sentire che non riesco a trovare la ragazza adatta a me e  che voi donne,nonostante la vostra disparata bellezza  siete tutte uguali.>
      <Non ti piacerà sentire che non è così.> a quel punto non ce la feci a trattenermi<Sai cosa penso?Tu sei così sicuro di te,hai le idee chiare e non ti piace che qualcuno ti dica come dev'essere fatta qualcosa perché  tu pensi di sapere esattamente come dev'essere fatta.La tua ragazza ideale sarà colei che sgretolerà il tuo narcisismo >la mia voce divenne quasi un ammonimento.
      <Quella persona non esiste>disse lui girando lo sguardo.
      <Si,probabilmente stasera verrò. Mi è venuta improvvisamente voglia di divertirmi >.
       
       
      Osservai l'armadio per ore  senza trovare niente che potesse convincermi che io sarei andata davvero in una festa organizzata dalla persona più odiosa che conosca.
      Mi rassegnai a me stessa ,la quale  mi propinava  l'immagine di lui in ogni istante ed io provavo vanamente di cancellarla.
      Stavo per commettere un grosso sbaglio,eppure non provavo timore anzi ero quasi eccitata all'idea di farlo.
      Decisi per un vestito sofisticato sui toni del blu.
      Ero pronta,il locale non distava molto dal mio appartamento così decisi di andare a piedi.La luna piena tondeggiava eterea  nel cielo color dell'ebano e irradiava di luce opaca la notte.
      Era Marzo.
      Mi strinsi con forza nel mio cappotto nero.
      Quando arrivai a destinazione ,vidi una folla aspettare all'entrata .L'attesa mi metteva sempre nervosa,odiavo le discoteche ,odiavo quel momento .Il vetro a specchio di una macchina rifletté  il mio viso .Anche io ero cambiata,ma quanto?.
      Avevo riflettuto abbastanza a lungo , quella sera sarebbe rimasta in quel locale. D'altronde  cosa avevo da perdere? mi chiesi
      Entrai.
      La bolgia di caos mi invase , cercai di non cadere e raggiunsi un tavolo libero.Mi liberai degli indumenti,appena in tempo per vedere Jennie corrermi in contro.
      <Fiammetta,sei venuta.Vuoi vedere dov'è la vera festa?>
      Eccome pensai. Era arrivato il momento di iniziare le danze.
      <Ti seguo>.
      Scendemmo in una scala a chiocciola,il pavimento era imbrattato di vodka e cannucce.
      <Questa serata non ce la dimenticheremo > affermò Jennie porgendomi un gin tonic.
      Si,pensai,non me la dimenticherò.
      Cominciai a bere ,sentì la testa leggera e le gambe molleggiare.
      Lasciai le ragazze divertirsi e raggiunsi il piano superiore.La musica mi fasciò i timpani come esplosioni sonore , tutto rimbombava sordo.
      E poi lo vidi ,Leonard stava baciando una francese o forse due .Nel suo essere dannatamente elegante ,incarnava ciò di cui avrei dovuto stare alla larga e invece mi avvicinai al suo tavolo.I nostri occhi si incontrarono,sorrise nel vedermi trattenuta nonostante fossi su di giri.Mi porse la mano,l'afferrai e mi attirò a sé. Le luci ci abbagliavano facendoci perdere l'equilibrio.
      Una notte,brandelli di stelle e luna piena.Il briciolo di me ovunque,in quell'ambiente dove non sarei dovuta essere.
      <Lasciati andare>mi disse.
      <Lo faresti con la ragazza dei tuoi sogni?>
      Appoggiai la mano sulla sua nuca .Sentivo ogni fibra di lui aderente al mio vestito.
      <Guardami.>le sue mani mi cinsero i fianchi.<Sei sicura?>
      Mi avvicinai ancora di più ,in silenzio ci baciammo.
      Ci baciammo in quell'istante divorato dal desiderio.
      Non avrei dovuto dare ascolto al mio cuore.
      Avrei dovuto stare lontana da lui. 
       
       
       

    • Era un raro giorno di sole. In una stagione estiva in cui la pioggia non aveva osato tirarsi indietro dal gettare continuamente la sua acqua piovana.
      Stavo pedalando energicamente sulla mia bici già da dieci minuti. Tra un'ora sarei dovuta essere a lavoro e cercavo con tutta me stessa di velocizzare l'andatura,nonostante la stanchezza e il sole cocente sulle mie spalle candide. Dopotutto sapevo che alla fine sarei arrivata in ritardo e avrei dovuto trovare qualche buona giustificazione.
      Arrivai al porto della mia città: sfilate di barche da pesca fatiscenti costeggiavano il molo accanto ai piccoli yacht.Pensai che chiunque avrebbe giudicato quello spettacolo grottesco.
      Non sapevo bene che cosa mi avesse condotto lì ,in un posto illuminato dal mare schiumoso ,carico di un forte odore di pesce. Eppure ero consapevole che ad avermi spinto in quel luogo,era stato un ragazzo a cui non potevo fare a meno di indirizzare ogni mio pensiero.
      Direi fosse l'unico pensiero in grado di darmi una pienezza che a stenti credevo esistesse.
      Era stato proprio lui ,a guidarmi fin dove avrei voluto trascorrere un'intera notte a guardarlo nei suoi occhi come magneti e il  volto imperlato dal chiarore lunare.
      <Entra pure,ti mostro l'interno del mio yacht. È un vero gioiellino te l'assicuro.> urlò Francesco,mentre mi faceva cenno di seguirlo.
      All'inizio provai un po' di difficoltà a trovare l'equilibrio su quella casa galleggiante,poi iniziai a scrutare ogni angolo immaginando di viverlo con Gabriel.
      Improvvisamente  rintocchi di ricordi mi rimbombarono in testa,le sue mani ruvide sui miei fianchi,le sue labbra piene sulle mie e poi i nostri corpi uniti l'un l'altro in un unica forma sinuosa. Gabriel aveva la capacità di farmi sentire così splendidamente diversa. Le mie guance avvamparono ,mentre dentro una fulgida sensazione minacciava di trasformarsi da fiamma in incendio. Avevo lasciato a briglia sciolta le mie emozioni ed ora non riuscivo a rimanerne indifferente. Mille paure si attanagliavano,contorcendomi lo stomaco. Ma il desiderio di appartenergli, di fondere i miei occhi con il suo sguardo di ghiaccio e fuoco era tutto ciò per cui consideravo valesse la pena rischiare.
      Così scelsi un posto nel quale avrei passato ogni secondo piena di Gabriel ,una presenza pronta ad ubriacarmi come vino. 
      <Sì,è perfetta>conclusi.
      Dopo aver accordato data,ora e prezzo,feci per andarmene quando Francesco mi trattenne< Senza essere scortese...Sai,chiedo sempre ai miei clienti il perché di questa scelta , festeggiate il vostro tempo insieme ?> finì elargendo un sorriso incuriosito.<No,diciamo che si tratta più di una dimostrazione> dissi in modo secco e nella mia voce doveva esser parsa  un po'  di insicurezza,poiché lo sguardo di lui si fece indagatorio.<Sono sicuro che ne rimarrà colpito.>.
      Andai via certa di essere già in ritardo e realmente incerta di ciò che avevo combinato. Affittare uno yacht?? Stavo per lanciare una sorta di dichiarazione!
      Non riuscivo a far cessare una vocina che continuava imperterrita a strepitare, urlandomi: Fiammetta,sei impazzita?,ma ormai avevo imparato a lasciarla fare. Per quanto apparisse difficile tutta la situazione ,non avevo intenzione di abbandonare per l'ennesima volta il battito del mio cuore.
      Raggiunta la hall del mio luogo lavorativo,lo vidi. Gabriel mi fronteggiava con la sua solita aria da superbo. La sua sicurezza mi faceva venire i nervi,con lui apparivo così impacciata ,al contrario di come sarei sembrata a qualunque altra persona, la quale mi avrebbe definito sicuramente altezzosa e sfacciata.
      Il cuore cominciò a sussultare, scoppiettando da tutti i lati del petto,mentre cercavo disperatamente e senza molto successo di non sembrare troppo sconvolta.
      Dopo qualche minuto di silenzio cominciai a rimettere apposto le idee, benché non avessi affatto la situazione sotto controllo.
      <Vorrei perdermi in chiacchiere con te ,ma come puoi notare sono in ritardo> scappai senza lasciare a lui il tempo di replicare.Sentii il suo sguardo bruciarmi la nuca. Ad un certo punto avevo la sensazione di essere stata scoperta,come un criminale a cui avevano sfatato l'alibi. Percepivo dentro di me la sensazione di star cambiando... Ero davvero diversa o sempre la stessa?
      Qualcosa mi gelava dall'interno. Volevo conoscerlo e allo stesso tempo uno zampillo di sconosciuta incertezza mi penetrava l'anima.
      Avrei corso il rischio.
       
       
       
      Passarono i giorni e il sapore dei momenti con Gabriel si fece più intenso,singolare,come se allo scoccare di ogni minuto marchiasse la mia dimensione e la sua essenza mi riempisse di un'energia sconosciuta.
      Così come lo scorrere veloce del tempo ,arrivò il fatidico giorno,in cui mi sarei dovuta buttare a capofitto su quello yacht e avrei osato sfiorare il suo cuore per sempre.
      Mi preparai con fervida agitazione. Non sapevo bene che cosa indossare,come acconciarmi i capelli.. Che a dire il vero in quel momento mi accorsi di quanto indomabili e spettinati fossero. Ma Il problema era che non m'importava nulla di tutto ciò. Ero semplicemente proiettata verso il ponte tra il mio cuore è quello di Gabriel.
      Mi trapuntavo la testa di possibili immagini,nessuna delle quali effettivamente sembrava troppo convincente.
      In meno di un'ora ero pronta,uscii e mi diressi nel luogo dell'incontro.
      Aspettai torturandomi le mani,in netto anticipo,respirando a fatica. Focalizzai l'ambiente intorno a me,non potei non osservare l'insondabile passare degli istanti,probabilmente erano stati loro: mi avevano portato  in quella panchina nella fresca sera do Settembre ad aspettare un ragazzo di cui sapevo poco e niente.
       
      Arrivò con un breve ritardo,lo vidi giungere da lontano. Stretto nelle sue spalle larghe, mi tolse il fiato. Il cuore cominciò a scalpitare rumorosamente.
      Ecco, il momento era arrivato,non potevo più tornare indietro. Un minimo errore avrebbe messo a repentaglio l'albore del mio amore ancora sconosciuto.
      Cazzo,pensai.Ero già così innamorata che solo l'idea mi rendeva dannatamente vulnerabile.
      All'improvviso occhi celesti catturano i miei color acqua sotto un cielo tratteggiato di una miriade di stelle ,nel blu di quella notte incantata. Con l'aiuto di Francesco ero riuscita ad adornare l'imbarcazione con piccole candele,creando l'atmosfera giusta.
       
      E in un attimo ci ritrovammo nello yacht . A quel punto accesi la musica, scelta accuratamente per noi e cominciammo a vivere dentro il nostro sogno.
      Avevo tolto il vestito blu che mi avvolgeva ed ero rimasta in un semplice intimo coperto da una sottile vestaglia in pizzo, anch'essa di un blu scuro.
      Ci avvicinammo intrepidi ,sprofondando nei nostri corpi caldi,nei nostri sguardi attenti ed ipnotizzanti.
      Morbide carezze mi percorsero la schiena ed io mi abbandonai letteralmente in lui,nelle sue braccia robuste,assaggiai l'incavo del suo collo con baci proibiti e mi feci strada fino a raggiungere le sue labbra tiepide.
      Il tocco fu devastante, le mani arrivarono ai capelli mentre la bocca avida esplorava ogni centimetro di noi ustionando la pelle ad ogni tocco.
       La luna fu testimone di quella silenziosa passione,la quale eternava un amore più forte dell'amore stesso ,ora brillante sulla nostra carne color avorio.
      Come un onda che avvolge la sabbia ,io cinsi le braccia intorno al collo di Gabriel . Egli m'impedii di muovere altro passo e mi spinse nell'esigua stanza da letto.  Consumammo il fuoco che non perdeva attimo per divampare tra noi,ci scottava per ricordarci di prendere respiro poiché anche esso risultava superfluo in quella notte così sbagliata e perfetta.
      Ci unimmo nel suono dei nostri affanni,nei cristalli delle lacrime che rigavano le guance ardenti. Non sentivo nient'altro che lui,incapace di frenare le lacrime ,i suoi sentimenti penetrarono i miei e si impregnarono nelle ossa,li percepivo radicati così in profondità da sentire la loro compostezza riempirmi la gola. Ero piena di Gabriel,eppure qualcosa mi diceva che non c'era niente di mio . 
      Realizzai che avevo speso tutto di me per l'amore più imprevedibile che potessi avere.
      Ebbi paura e un'insulsa gelosia mi invase l'anima.Non sapevo quando ancora avrei potuto trattenermi.
      Ero immersa nei suoi occhi,respiravo il suo respiro, in un attimo paragonai le sue pupille a vasti abissi di ricordi,mischiati a pensieri che non osavo nemmeno sfiorare.
      Nonostante tutto ,ero certa di conoscerlo già,era come se fosse sempre esistito,se l'avessi sempre desiderato. Consapevole tuttavia di essermi uno sconosciuto e immaginavo quali misteri avrebbe potuto nascondere.
      Poi ci fu un istante. Solenne.
      Assorbii il mio cuore è lo sentii stringersi ancora e ancora,credevo si stesse per schiacciare . Tutto si immobilizzò nell'istante in cui una sua lacrima mi bagnò il viso.  Quest'ultimo fu segnato da stilli d'acqua salata che baciai ad uno ad uno,desiderosa di volerne ancora. Avrei voluto sussurrargli.  "ti amo ", lo avevo sulla punta della lingua da giorni in realtà,ma mi sembrava assurdo che potessi provarlo davvero,così in poco tempo.
       
      Restammo li,appesi l'un l'altro ,avvolti in noi stessi.
      <non voglio andarmene> disse piano.
      <non te ne andrai> gli sussurrai dolcemente .
      Poggiai le mie mani e chiusi i suoi occhi aspettando l'alba di un amore per cui avrei dato la vita.
       
       

    • Guardavo il sole farsi a spicchi tra le nuvole viola.Qualche istante e ci sarebbe stato un temporale,lo sapevo.
      Mi portai al volto le pagine spiegazzate del mio ultimo romanzo ,di cui ne avevo dedicato la lettura durante tutto il viaggio di ritorno in Italia.
      Sentivo  il respiro suggestivo della madre patria ,adesso in balia di scontri politici e disperazione .
      Presi una pagina e lessi <Amore>  ,guardai le dita candide premere sulla carta e sentii pulsare il sangue a  quella pressione .Poi riflettei su quella parola.
      Quanto mistero in cinque lettere pensai.
      Sentieri intricati si svelarono nei miei pensieri lasciando vagare i ricordi come nuvole nel cielo.Una goccia cadde sulle mie labbra e lessi un'altra parola <Guerra>.
      Non avevo voltato pagina,"amore e guerra" si trovavano addirittura sulla stessa riga.Lo trovai assurdo,amore e guerra non possono stare vicini.Due opposti,due significati distinti eppure con così tanto in comune.Ripensai alle lezioni sul Medioevo francese,cavalieri che combattevo in difesa dell'amore per la propria donna ,per l'amore di quelle persone che credevano in loro,per amore di loro stessi.
      L'amore portava alla guerra ,ma non viceversa.
      Chiusi gli occhi e respirai ancora,lasciai che le gocce  più pesanti penetrassero le mie  labbra e le sentii sulla lingua.
      La vita mi stava scorrendo dentro .Mi alzai,coprii il libro con il mio cappotto e ritornai a casa.
      Abitavo in un piccolo quartiere di Milano ,gente tranquilla,affidabile eccetto la mia coinquilina .Si chiamava Lola ,aveva i capelli rosso fuoco e praticava il buddismo anche se non aveva studiato granché al riguardo. Come me, sognava di laurearsi e dedicare la vita ad aiutare gli altri.Ma non sapeva che in realtà ciò che più desideravo era poter diventare attrice.
      <E tu vorresti diventare medico?!> le dissi mentre fissava impietrita il sangue di un uccello morto a ridosso di un marciapiede.
      <Esatto! Medico,non veterinario> ribatté lanciandomi un'occhiata .A quel punto la presi per un braccio e l'allontanai.
      <Andiamo>
      Dopo la pioggia era uscito il sole .Ma ormai mi ero già seduta sulla mia scrivania ,lo stereo aveva preso a suonare vecchie canzoni anni '90 e immersa nel mio mondo, iniziai a battere  con la mia vecchia macchina da scrivere:
      <Il respiro della vita> mi sembrava un titolo originale per un nuovo romanzo,per il primo romanzo a cui avevo dedicato mesi di ispirazione e incertezze sulle mie capacità da scrittrice.Non che ora ne fossi convinta,ma pensavo che scrivendo ciò che provavo ogni giorno mi avrebbe aiutata a scrivere poche pagine alla volta ,così da completare la mia storia.
      Ero sicura che il racconto si sarebbe  basato sugli altri.Davo molta attenzione a ciò che non conoscevo,a ciò che non era mio ,per questo motivo avrei trasformato tutti miei pensieri in inchiostro per il mio libro.
      Mi sono chiesta ,oggi che cosa provo?
      Le mie dita si fermarono brutalmente ,la macchina arrestò l'ultimo ticchettio ed io mi alzai,guardai fuori dalla finestra e vidi spuntare la luna .Con la foga di pensare non avevo fatto caso al calar del sole.Aprii la finestra e riempii i polmoni del profumo di sera,la luna era ancora lì ,voleva essere contemplata ed io non mi lasciai pregare. 
      Sapevo dove volevo essere in quel momento.Avrei voluto guardare negli occhi una persona mentre il mio udito scorgeva le sue frasi logiche e la mia testa elaborava quelle parole come una vita da svelare ,scatenando in me emozioni indicibili .Potevo farlo con ciò che sapevo fare meglio,ossia ascoltare.Solo in quel dannatissimo momento sentivo il bisogno di ascoltare una voce che non fosse la mia ,avrei potuto per un attimo  acquietare la bufera di me stessa.
      Chiusi gli occhi .

      La sveglia squillò facendomi alzare di soprassalto,con la coperta ancora avvolta mi incamminai in cucina,Lola stava spalmando di marmellata una fetta biscottata.
      <Bonjour!> sorrise.<Sembri caduta dal letto.Nottataccia?>
      Ripensai alla scorsa notte,ricordavo solo a tratti l'incubo che mi aveva tormentata fino all'alba.
      I sogni erano una delle cose a cui facevo attenzione,blocchi di immagini non fisiche mi travolgevano senza che io avessi la possibilità di ribellarmi.
      <Incubi>
      <Di nuovo?> disse ,spalancando gli occhi.
      Nell'ultimo periodo ero dimagrita e le mie occhiaie da universitaria si erano fatte più evidenti,per non parlare degli  incubi di cui non sapevo la provenienza e che mi aggredivano nel cuore della notte,svegliandomi in preda al panico .Alcune notti mi ritrovavo tanto sudata che ero costretta a farmi una doccia prima di riprovare a prendere sonno.
      <Già,vedrai che passeranno>dissi più a me stessa che a lei.
      Aprì il frigo. Era completamente vuoto<Ehi, qui c'è bisogno di far la spesa!> 
      <Vai tu? Io ho lezione tutto il giorno> sgattaiolò via tra le parole ,ma io la fermai in tempo<Da quanto non entri in un supermercato ,o ancora peggio cucini?> 
      <Sai che sono una frana a fare la spesa ,figuriamoci in cucina> cercò di giustificarsi,ma all'esagerare del mio sguardo ammonitore disse< Eh va bene,la prossima volta giuro,ci vado io>
      Le sorrisi<Buona giornata> conclusi prima che chiudesse la porta alle sue spalle.
      Non toccava che vestirmi e raggiungere la fermata dell'autobus.Il mio abbigliamento era molto colorato,amavo le gonne lunghe e i tessuti vintage.Indossavo spesso giacche e le mie scarpe raramente erano basse vista la mia statura.
      Infilai un cappello e uscii.
       

    • Inizi
      <Avremo un bambino!> gridai a Luca che non smetteva di fissarmi, con gli occhi sgranati sul punto di sciogliersi in lacrime.
      <Amore dici davvero?> mi chiese portandosi le mani alla bocca.
      Sì, risposi a me stessa con tutta la gioia che avevo in cuore.La stessa gioia con cui avevo guardato il test di gravidanza, nonostante i dottori ci avessero ripetuto che sarebbe stato difficile avere dei bambini a causa del mio problema alle ovaie. Io mi ero sentita sempre sbagliata ma ora era tutto diverso.
      Mi avvicinai a lui e mi toccai la pancia  piatta.Così fece anche  Luca ,s'inginocchiò e appoggiò le sue dita sulle mie.
      Piansi di felicità. Avevo aspettato quel momento da ormai non si sa più quanto tempo. Ci eravamo riusciti ad avere il bambino che tanto desideravamo,dopo anni di sforzi e incubi che mi svegliavano nel cuore della notte completamente sudata.Incubi ritraevano un bimbo dai lineamenti così delicati da sembrare un angelo ,lo stesso colore dei miei occhi nei quali potevo riflettere il mio volto identico al suo,stretto fra le mie braccia mentre giocava con una ciocca dei miei capelli color miele.
      Tutto sembrava così vero in quel momento che nell'attimo in cui prendevo coscienza del mondo reale,mi disperavo dicendomi che non avrei mai avuto un figlio tutto mio.
      Invece  ce l'avevamo fatta.Io e Luca  avremmo avuto un dono:un bambino bellissimo.
      Abbracciai mio marito fortissimo <Attenta !> mi sussurrò lui all'orecchio.
      A quelle parole lo strinsi ancora più forte.
      <Devo approfittarne ,quando la mia pancia sarà diventata un cocomero non potrò davvero abbracciarti così> risposi ridendo.
      Luca mi scoccò un bacio sulla fronte<Andiamo a festeggiare> disse infine.

      Passarono i giorni , i più belli della mia vita. Tutti si prendevano cura di me ,ormai non esisteva nient'altro che il bambino.
      Arrivò la prima ecografia. Fu un'emozione indescrivibile ,sentivo attimo dopo attimo crescere la creatura dentro il mio corpo e ogni volta che ci pensavo l'anima mi fluttuava entrando in uno di pace capace di farmi sentire viva. 
      "Grazie", ripetevo ogni volta al cielo ,"per avermi dato la possibilità di diventare madre".
      La pancia crebbe a dismisura e tutto continuò ad essere perfetto. Scoprii che sarebbe stato un maschio. A Luca gli si accese lo sguardo quando lo seppe, non avrebbe potuto essere più contento.
      Ci fu un lungo battibecco sulla scelta del nome. Ma tra battute e risate alla fine scegliemmo per Edoardo. Sì, nostro figlio si sarebbe chiamato proprio Edoardo.
      Arrivò anche il momento di allestire la cameretta.Con l'aiuto degli amici e dei familiari che non smettevano di gioire e congratularsi con noi, potemmo creare uno spazio per il bambino.Antonio dipinse le pareti con meravigliosi disegni ed io mi occupai di tutto il resto.Una volta finito , ogni sera accendevo la luce e immaginavo giocare mio figlio, lo immaginavo scrutare gli oggetti con quella curiosità infantile che noi adulti non sappiamo comprendere.

      Passarono anche i mesi.Giunse inaspettatamente il compleanno di mia madre. Ci invitò a festeggiare a casa , aveva organizzato una grande cena in giardino. Il clima era mite ,presto sarebbe arrivata l'estate. Era possibile scorgere già i fiori tingersi dei più vivaci colori e l'aria calda accarezzava la pelle.
      Ero ancora a casa.
      Un soffio...all'improvviso persi i sensi e caddi a terra .Precipitai nel buio appena in tempo per vedere  lo sguardo terrorizzato di Luca chinarsi svelto per raccogliermi. Ma troppo tardi per salvarmi. 
      Sentii rimbombare nelle orecchie il tonfo sordo del mio corpo sulla terra fredda.
      Sentii gridare mio marito che mi incitava a svegliarmi ancora e ancora....Ascoltai il suono familiare della sua voce e lottai con tutta me stessa per aprire i miei dannati occhi.Qualcosa però, che non riuscivo a capire, mi attanagliava la mente facendomi rimanere nel limbo.
      Ombre nere mi volteggiavano nella testa, impedendomi di ragionare lucidamente.Respiravo a fatica. Sentivo l'affanno dei miei polmoni contorcersi per la mancanza di ossigeno. Perché stavo così male? Entrai nel panico.Percepivo chiaramente il sudore percorrermi lento la fronte.
      Nero, bianco e poi grigio ,davanti a me tutto correva ininterrottamente.
      Forse Luca stava guidando. Si, perché all'improvviso qualcosa mi premette  la pelle.<Amore, stai tranquilla. Presto sarà tutto finito> mi sembrò di udire, tra il profumo di lenzuola disinfettate e il caos della mia vista ,che mi abbandonò prima che potessi sforzarmi ancora.

      Poi mi svegliai. Spalancai le palpebre e ciò che vidi mi spaventò.Una luce al neon mi colpì il viso. Respirai a fatica e percepii il fastidioso prurito dei tubi sul naso e il dolore pungente delle vene imbottite di aghi attaccati ad enormi flebo.
      Mi girai e vidi dei girasoli in un vaso color avorio, abbassai lo sguardo.Accanto ai girasoli giaceva Antonio chino sul mio braccio.
      Appena mi mossi , lui alzò il capo e potei osservare il pallore della sua pelle ,le occhiaia contornargli gli occhi rossi ,sembrava piangesse da giorni.Quanto tempo era passato?
      <Amore ti sei svegliata> sorrise lui.
      Incontrai il suo sguardo .Mi sentivo svuotata,Luca si accorse della mia confusione e divenne serio<Devi stare calma e riposare ...>sospirò ma io lo interruppi <Cosa mi è successo?>
      <Hai perso i sensi , hai fatto una brutta caduta e..>
      <E il bambino?> chiesi immediatamente allarmata senza voler sentire altro.
      Luca si avvicinò al mio viso sbiancato dal timore, timore di quello che stava per dirmi.
      <Mi dispiace> fu tutto quello che riuscì a dirmi,la sua voce tremava .
      MI-DIS....MI DISPIACE ripetei nella mia testa come se non sapessi il significato di quelle parole.
      Ecco la sensazione di vuoto, gli occhi di mio marito,l'ospedale... Sembrava un incubo, uno di quelli in cui vorresti urlare per svegliarti ma ti accorgi di non avere voce, oppressa dalla tua stessa incoscienza.
      Cercai in me stessa un indizio, qualcosa che mi facesse capire che dentro di me c'era ancora il calore di quella piccola creatura di cui tanto avevo desiderato l'esistenza.Non trovai niente.
      Avevo perso il bambino.
      Il dolore arrivò e in un'ondata mi travolse soffocandomi tra i miei stessi singhiozzi.Avrei voluto strapparmi il cuore.
      Precipitai di nuovo nel buio, nel buio della mia esistenza.Il dolore calò in profondità come se una lama incandescente mi attraversasse da parte a parte.Dei brividi cominciarono a percuotermi con scosse violente in tutto il corpo.
      Sarei potuta impazzire se non fosse stato per Antonio che m'immobilizzò le braccia ,fissandomi con quegli occhi che mi avevano fatto innamorare dal primo giorno e dove avrei potuto trovare sempre conforto. Ma nonostante ciò continuai ad agitarmi,fu presa da convulsioni e vomitai. Poi la mia vista si fece scura e non vidi più nulla.

      Adesso sono sveglia.Giaccio sul precipizio di un burrone.Ho versato sudore per arrivare fin lì.
      Indosso un vestito bianco.
      <Ti amo Luca> dissi.Scivolai giù.
      Non si fatica a morire.
      a a scrivere la tua storia...

    • Era ubriaco, non c'era altra spiegazione.
      La città di Roma era un tripudio di suoni, colori, umori e odori. Le strade pullulavano di gente che danzava e urlava: fiumi di vino scorrevano come sangue copioso durante il Sacco di qualche anno prima.
      Lo stesso che aveva distrutto una realtà facendone sorgere una completamente nuova, lasciando di quella vecchia, una memoria lontana ma terribile da ricordare.
      I carri sfilavano addobbati con ghirlande di fiori e festoni colorati e su di essi decine di persone con indosso abiti differenti e disparati: là c'era Cosetta, che aveva scelto di interpretare il ruolo di una badessa, proprio lei, la più licenziosa delle locandiere di via della Scimmia, adesso se ne stava in piedi sul carrozzone con un aspetto morigerato, salvo poi di tanto in tanto scoprirsi i generosi seni verso la folla di sotto.
      Poco più in là c'era Rico, il curato della chiesa di San Bartolomeo che vestito da boia, bestemmiava e indicava a caso promettendo morte a coloro i quali incrociavano il suo sguardo.
      E poi altri ancora, che giocavano al mondo alla rovescia: Semel in anno licet insanire.
      Berto di Cosimo, apprendista macellaio, guardava tutto questo con occhi la cui vista era amplificata dal troppo vino, bevuto dal pomeriggio fino a qualche minuto prima. La testa leggera e priva di pensieri, il cuore irrorato di baldanza e l'equilibrio precario, lo rendevano un candidato perfetto per quei festeggiamenti. 
      Godeva appieno di tutta la musica che i suonatori, sparsi qua e là, eseguivano senza sosta, in una cacofonica e allegra melodia dionisiaca.
      Mosse un piede, poi ne mosse un altro; batté le mani e lasciò che il ritmo lo avvolgesse come una guaina o una cappa, penetrando fin dentro il corpo e l’anima.
      A quel punto le ultime remore della ragione avevano già ceduto, come le difese della città di Roma sotto gli assedi e si lanciò nella folla senza pensare a nulla se non a vivere l'ebrezza del momento.
      Era la prima festa di Carnevale a cui assisteva; lui, che veniva da un piccolo villaggio nascosto tra i calanchi del viterbese. Fuggito per la fame e la disperazione, adesso si trovava all'interno di una sarabanda irresistibile, da cui non poteva sottrarsi, un inno e un invito alla vita in tutta la sua pienezza.
      Senza rendersene conto, Berto scivolò accanto ad una ragazza che aveva ghirlande di fiori tra i capelli, questa afferrò la sua mano e lo trascinò con sé nella danza, oltre il carro appena sfilato davanti ai loro occhi.
      “Questa è vita!” pensò con soddisfazione sempre maggiore, mentre muoveva i passi di un Saltarello improvvisato dagli strumenti a pochi passi da loro.
      La giovane donna gli cinse il collo con le sue braccia e sorridendo lo baciò sulle labbra.
      Fu allora che Berto non capì più nulla, danzò ancora più veloce, come in balìa di una frenesia inspiegabile.
      Gli sembrava di vedere la musica scorrere dagli strumenti; sentiva gli umori suoi mischiarsi a quelli della ragazza come ingredienti di un elisir mistico all'interno di un calderone alchemico.
      Non era questo il Carnevale?
      Una colorata e magica farsa in cui ognuno poteva per una notte essere altro; l'ultimo giorno prima dell'inizio della Quaresima, dove tutto era concesso, persino che una bella e profumata ragazza si mettesse a ballare con un garzone e lo baciasse e che, come stava accadendo in quel momento, lo portasse lontano dalle luci dalla festa, verso i Fori Imperiali.
      La ragazza rideva, i fiori tra i suoi capelli scuri scintillavano come piccole fiammelle; si appoggiò ad una colonna spezzata attirando Berto a sé.
      Lui non se lo fece ripetere.
      Le loro bocche si avvicinarono, le loro mani dapprima intrecciate, scivolarono lievi sui corpi, carezzando; esplorando.
      In cielo splendeva una luna generosa che mandava aloni argentati sulle rovine e sulle loro carni nude e avvinghiate; nonostante l'aria fredda di Febbraio, nessuno dei due sembrava avvertire il gelo della notte invernale che li circondava.
      Lei con gli occhi semichiusi in estasi gemente, gli graffiava le spalle stringendolo forte e mordendo il collo; lui appoggiato, alla colonna con entrambe le mani, sentiva il cuore accelerare e quasi esplodere fuori dal petto: mai aveva provato una sensazione intensa come in quel momento. Odorava la sua pelle; i capelli; le spalle e i seni, come le più belle e preziose delle fragranze d'oriente.
      Quando arrivò l'apice, tra gemiti e grugniti, ognuno sembrò perdersi nel proprio mondo personale, fatto di pensieri ed emozioni amplificate.
      Berto scivolò quasi in un sonno lieve, avvertì la ragazza rialzarsi rimettendo le vesti e andando via senza dire una parola.
      Avrebbe voluto fermarla, chiederle il nome, ma era troppo spossato per reagire, così lasciò che svanisse nella semioscurità, concentrandosi sulla sensazione di benessere e di pace che provava in quel momento.
      C'era tranquillità intorno a lui, da lontano giungevano ovattati i suoni del carnevale, come attraverso una bolla d'acqua; non sentiva freddo, ma i suoi sensi erano amplificati e riuscivano a percepire quasi il suono del vento tra gli steli d'erba, o il rumore degli insetti nella terra.
      Poco dopo si rivestì e tornò verso la festa, dove nulla sembrava cambiato: tutti bevevano, ballavano e si divertivano.
      Seguendo la scia di persone, si ritrovò in una piccola piazza, dove tante torce dardeggiavano vivacemente. Qualcuno gli passò un fiasco di vino, lui bevve copiosamente, asciugandosi le labbra col dorso della mano; scrutò alla ricerca della ragazza dalle ghirlande tra i capelli, ma non la vide; notò invece un uomo, vestito di cenci colorati e lisi, con una maschera nera che gli copriva metà del volto, osservarlo silenzioso, noncurante della baldoria che lo circondava.
      Non ballava; non beveva né si muoveva, era fermo e continuava a fissarlo con insistenza; Berto sentiva che tra tutti cercava proprio lui e questo lo metteva a disagio.
      Cercò di non pensarci e continuò a muoversi a ritmo della musica, ma per quanto ci provasse, sentiva sempre gli occhi dello sconosciuto addosso. A malincuore lasciò quella zona della città, spostandosi oltre, non c'era luogo quella notte a Roma dove non ci fosse festa, doveva decidere solo quale direzione prendere e tuffarsi nell'orgia di suoni e colori.
      Imboccò un vicolo laterale, dove uomini e donne avvinghiati si erano appartati lontani dalla folla, sbucando in una via molto più grande di quella dove era inizialmente e per poco non restò secco trovandosi un volto enorme di un leone che ruggiva furioso verso tutti i presenti.
      Ma era soltanto una maschera che continuò nel suo cammino, come se nemmeno lo avesse visto. Fece due passi mischiandosi nella folla che scorreva come un torrente in piena, deciso a dimenticare quella spiacevole sensazione che aveva provato nell’essere osservato da quella maschera; ma ecco che la rivide ancora: era a bordo strada, alla sua destra, fermo a guardarlo sfilare dietro il carro che lo precedeva.
      Sempre la solita espressione, sempre la stessa apatia nei confronti della festa chiassosa attorno a lui.
      Berto strinse i pugni, avrebbe voluto corrergli incontro e sferrargli due colpi su quel volto liscio e privo di peli.
      Come era possibile, si disse che un cencioso gli rovinasse la più bella serata della sua vita?
      Ma proprio in virtù di ciò, quello che aveva provato in quelle ore folli ore, gli diede la forza necessaria per ignorarlo e continuare a festeggiare ancora, sempre più forte, ma per quanto si sforzasse, avvertiva con insistenza lo sguardo della maschera.
      Alla fine, non resse più.
      Si staccò dalla folla e arrivò proprio davanti a lui, agitando la mano minacciosamente: «Ahò, ma che te guardi?».
      La maschera, di cuoio scuro bollito, era piena di rughe sul volto, lasciava scoperta la parte inferiore della faccia, dove un paio di labbra sottili e dipinte di un rosso scuro brillante, accentuavano le forme.
      Sul lato destro della fronte spuntava un piccolo corno, mentre gli occhi erano due neri pozzi scintillanti, che sembravano assorbire tutta la luce attorno.
      Vestiva un aderente abito a losanghe colorate, sporco e vecchio come quello di un volgarissimo giullare di strada.
      Teneva un lungo bastone nodoso tra le mani, appoggiato per terra.
      Poi le labbra si distesero in un sorriso affilato e Berto d’istinto portò la mano al coltello che teneva nascosto nella giubba.
      «Berto, mio caro ragazzo, ben arrivato!» lo salutò lui, con un vistoso inchino.
      «Orsù, andiamo adesso, che la schiera ci attende e la notte è ancora lunga», parlava con voce affettata, usando un tono canzonatorio.
      «Ma chi sei? Che vuoi?» Berto cercava di mantenere un’aria minacciosa, qualcosa in quella figura gli suggeriva che non c’era da stare tranquilli affatto.
      «Per favore, non scaldarti, non è necessario. È un onore quello che ti viene concesso: essere scelto per far parte della allegra famiglia di Arlecchino, che sarei io», la maschera appariva sinceramente eccitata e ripeté di nuovo l’inchino.
      «È uno scherzo, no?» chiese Berto interdetto.
      «Ma certo. Tutto è uno scherzo! La vita; la morte; l’amore e il dolore. Tutto! Non prendere nulla sul serio, perché non ne vale la pena. Adesso vogliamo andare?»
      «Dove?» la mente del ragazzo era sempre più confusa.
      «A camminare, fino alla fine del mondo e oltre».
      Per un attimo un pensiero balenò nella mente semplice del giovane: «Sono morto?»
      Arlecchino allargò le braccia e il sorriso: «Così pare, ma non devi essere triste, perché accade, sempre»
      «Ma come è possibile?» continuava a non capire.
      «Tutti muoiono prima o poi. È la legge»
      «No, come sono morto?»
      «Nel migliore dei modi: dopo aver giaciuto con una giovane e fresca donna. Chi non vorrebbe andarsene, così?»
      «Tu sei un demone?»
      Arlecchino scrollò le spalle: «Una specie».
      «Questo non è possibile!» protestò Berto. «Io sono andato a messa quasi tutte le domeniche e delle feste comandate. Non ho fatto nulla di male!»
      «Questi cavilli legali sinceramente non mi interessano e non spettano a me. Se però ti può consolare, non finirai all’infermo, né in paradiso. Sarai in un posto di mezzo, dove non esiste tempo e spazio».
      Tutto quello che il demone diceva, per Berto non aveva alcun senso; poi alla mente ritornò un consiglio che gli aveva dato anni fa sua nonna, su come allontanare gli spiriti maligni e affini; alzò indice e mignolo della mano sinistra formando il segno dello scongiuro per eccellenza: le corna.
      Rivolse le punte verso il basso e sputò in direzione della maschera, che però non si scompose affatto.
      «Hai finito? Non so, vorresti fare altro? Preghiere; suppliche?»
      «Io…io…» balbettò Berto.
      «Tu…tu…Ascolta ragazzo: sei morto, fattene una ragione! Se la fanno tutti. Consolati che prenderai il mio posto e non dovrai essere tu a venire colpito da questa», gli mostrò il bastone bitorzoluto che aveva tra le mani e che a guardarlo da vicino, sembrava essere molto pesante.
      Accanto la festa continuava, nessuno faceva caso a loro, o forse nemmeno li vedevano.
      «Il tuo posto?»
      «Cosa credi, che mi scomodassi per un garzone di macelleria se non dovesse essere il mi sostituto?»
      «Ma io non sono un demone, sono un essere umano!» ribatté Berto.
      «E quindi? Credi che tutti nascano demoni? Hai avuto la fortuna di morire in questa notte di festa. Guarda caso io e la mia schiera passavamo di qui. Ne ho approfittato perché sono stanco. Faccio questo lavoro da secoli ormai e ho bisogno di prendermi un po’ di riposo. Andare a vedere com’era Ninive a quest’ora mille anni fa, ad esempio. Oppure scoprire come è andata la storia con il Maresciallo de Rais…»
      «Cosa?»
      Arlecchino guardò Berto: «Comincio a sospettare di non aver fatto la scelta giusta. Ascolta, ragazzo: comincia con l’afferrare questa», gli porse la clava che non era poi così pensate come aveva pensato, tanto da riuscire a tenerla con una mano sola.
      Poi iniziò il resto.
      Dapprima un prurito che partiva dal petto, sempre più intenso; sempre più fastidioso e che si irradiava in tutto il corpo. Berto lasciò l’arma e cominciò a grattarsi furiosamente. Si tolse gli abiti che indossava, restando completamente nudo.
      Gli sembrava di impazzire, il formicolio era adesso dappertutto e andava ad aumentare; laddove le unghie passavano, grattandosi ferocemente, lasciavano solchi nella pelle. Ben presto l’epidermide si aprì come lembi di un tessuto e lui la strappò via, scuoiandosi completamente, lasciando scoperta non la viva carne, ma un abito a losanghe colorate che aderiva perfettamente alle forme del suo corpo, macchiato del suo stesso sangue e siero.
      Lo stesso fece sul volto, strappandosi via la faccia e il cuoio capelluto, rivelando sotto il suo nuovo aspetto: una maschera scura dalle fattezze rugose e con un piccolo corno sulla fronte.
      «Va meglio, no?»
      Allibito, Berto si guardò addosso, avrebbe voluto urlare ma sembrava che la voce fosse morta in gola. Quando si riprese, la trasformazione era ormai completata, era diventato Arlecchino, il Signore della Caccia Selvaggia.
      «Addio caro mio e cerca di non essere parco nelle bastonate. È gente pigra che va stimolata. Stammi bene!» e così dicendo il vecchio Arlecchino si mescolò nella folla.
      Fu allora che li vide, una parata di anime schierate attorno a lui in attesa di riprendere la cavalcata notturna e il loro maestro di danza che li dirigesse a suon di clava.
      C’erano vescovi ed eretici; suore e prostitute; assassini e santi; vagabondi e re; ricchi signori e poveri fanciulli.
      Ognuno di essi, traslucido nelle luci della festa, recava i segni della propria morte; chi aveva il segno di un nodo scorsoio attorno alla gola e chi si reggeva le budella fumanti da uno squarcio nel ventre.
      Chi aveva il volto livido per annegamento, mangiato dai pesci e gonfio e chi la pelle mangiata dalle fiamme, distrutta e carbonizzata da un antico rogo.
      Erano in tanti e tutti aspettavano frementi, spaventati ma allo stesso tempo eccitati da un sadico mistico piacere di ricominciare la danza.
      Il nuovo Signore della Caccia guardò il vecchio, ormai solo un contorno confuso tra i viventi, poi sollevò la clava facendola roteare sopra la sua testa e colpì il primo che si trovava a tiro, un vescovo che cadde bocconi gemendo tra il dolore e l’estasi erotica.
      Allora l’intera massa eterogenea si mosse, fendendo la gente che palpitante festeggiava il carnevale.
      La Caccia Notturna era cominciata ancora una volta.
      a scrivere la tua storia...

    • LA FORTEZZA DEL DIAVOLO
       
       
       
      Tanto tempo fa…
       
      L’isola d’Elba, situata nell’arcipelago toscano, fino alla vittoria di Pisa sulla flotta saracena nell’874, subì innumerevoli attacchi dei pirati.
      Nel 1003 e nel 1016 fu ripetutamente assalita dal pirata Mujahid al-Amiri.
      Dopo la sconfitta di Pisa nella battaglia della Meloria, avvenuta nel 1284, Genova tento più volte di impossessarsi dell’isola, molti isolani furono fatti prigionieri e tenuti nelle carceri genovesi.
      In seguito, l’isola subì un declino economico, aggravato da carestie ed epidemie di peste nel 1384, e l’isola si spopolò.
      Alla fine del XIV secolo, un colpo di Stato, portò al potere a Pisa, Pietro Gambacorti, rovesciato pochi anni dopo da Jacopo Appiano.
      Il figlio, Gherardo, vendette Pisa al duca di Milano, Galeazzo Visconti.
      L’isola d’Elba, Pianosa e Montecristo, divennero il principato di Piombino.
      Genova, approfittando della debolezza degli Appiani, nel 1401 tentò di occupare nuovamente l’isola d’Elba cingendola d’assedio, ma gli isolani uniti agli aiuti provenienti da Piombino, fecero fallire l’invasione.
      Nella metà del XV secolo, ripresero le incursioni dei corsari tunisini e un nuovo tentativo di Genova, alleatasi con gli Aragonesi, di occupare l’isola, fallì grazie alla inespugnabilità del forte di Volterraio.
      Nel 1544, l’isola fu attaccata da Khvr al-Din Barbarossa, uno dei comandanti musulmani più temuti a quei tempi e molti isolani furono fatti prigionieri.
      Cosimo dè Medici, ottenne in seguito, l’affidamento dell’isola, dall’imperatore CarloV, per garantirne il rafforzamento delle fortificazioni.
      L’isola, fu ancora attaccata da Francesco I Re di Francia e nemico dell’imperatore CarloV, alleatosi con i pirati musulmani di Dragut.
      I paesi elbani furono nuovamente saccheggiati nel 1553 e nel 1555.
      Jacopo VI Appiano si rivolse all’imperatore, che riassegnò il principato di Piombino agli Appiani, ma lasciò l’isola d’Elba ai Medici.
      Un secondo affidamento dell’isola ai Medici, fu interrotto dal nuovo Re di Spagna, Filippo II.
      Con la scusa di difendere il principato di Piombino dalle mire espansionistiche dei Medici, Filippo II, mandò la sua flotta all’Elba e fece costruire una piazzaforte spagnola al Longone di “Porto Azzurro”.
      All’inizio del seicento l’isola si trovò divisa in tre parti.
      I francesi assediarono e conquistarono la piazzaforte di Longone, ma quattro anni dopo gli spagnoli se ne impossessarono.
      Le lotte per conquistare l’isola continuarono per tutto il secolo e gli isolani subirono devastazioni, arresti e demolizioni delle loro difese.
      Nel 1734, il presidio spagnolo del Longone passò al Regno di Napoli.
      Nel 1796, Napoleone si impadronì del porto di Livorno, mentre gli inglesi che erano sbarcati sull’Elba, gli impedirono di occupare anche Portoferraio, occupando tutta l’isola, fortificando e ristrutturando il bastione di San Giovanni Battista, installando batterie di cannoni.
      Nel 1799, Napoleone proclamò l’annessione della Toscana alla Francia e inviò le sue truppe per occupare Portoferraio.
      I francesi tiranneggiarono gli isolani, a loro ostili e saccheggiarono Capoliveri.
      In seguito alla pace di Luneville, furono ceduti ai francesi tutti i possedimenti dei Lorena e il Re di Napoli cedette il Longone.
      Nel 1802, l’isola passò interamente alla Francia.
      Si dette impulso all’economia agricola ed estrattiva, creando nuove infrastrutture.
      L’inverno del 1805 fu molto difficile per l’isola d’Elba, a causa di grandi temporali che causarono gravi danni ai raccolti e per l’esplosione della santabarbara di forte Longone.
      A seguito della sconfitta di Lipsia nel 1814, Napoleone fu costretto ad abdicare e venne esiliato sull’isola d’Elba che, con il trattato di Fontainebleau, lui, sua moglie Maria Luisa e i loro eredi, avrebbero, in base all’articolo 3 del menzionato accordo, goduto della piena sovranità dell’isola.
      Napoleone, prima di fare ritorno in territorio francese, rimase alla guida della piccola isola per dieci mesi, dal 14 aprile 1814 al 1° marzo del 1815.
      Nel 1860, fu votata l’annessione del granducato di Toscana al Regno di Sardegna.
      In seguito all’annessione, l’isola subì una gravissima depressione economica.
      All’inizio del Novecento, Ubaldo Tonietti (concessionario delle Miniere) e Pilade del Buono, fondarono la Società Elba con lo scopo di creare un impianto siderurgico per lavorare il ferro sull’isola.
      Nel 1907, esplose un altoforno provocò la morte di tre operai e il ferimento di altri.
      Con lo scoppio della prima guerra mondiale, lo stabilimento siderurgico di Portoferraio assunse un’importanza strategica.
      La mattina del 23 maggio 1916, un sottomarino tedesco emerse nella baia di Portoferraio e cannoneggiò gli altiforni e le ciminiere, causando gravi danni alla struttura.
      Dopo la fine della guerra, la crisi economica e la disoccupazione colpirono in modo drammatico l’isola.
      Nel giugno del 1921, la società chiuse temporaneamente e licenziò tutti gli operai.
      In quello stesso periodo incominciarono i primi scontri tra gli anarchici, i socialisti e il crescente movimento fascista.
      L’isola divenne luogo di confino per alcuni.
      Alla fine della seconda guerra mondiale, dopo l’armistizio di Cassibile, il 16 settembre del 1943, i tedeschi bombardarono Portoferraio, distruggendo lo stabilimento siderurgico e occuparono l’isola. Dopo nove mesi di occupazione, l’Alto comando alleato, liberò l’isola con l’Operazione Brassard.
      Il 16 giugno del 1944, i francesi si impadronirono della parte occidentale dell’isola.
      Le truppe francesi, composte soprattutto da militari senegalesi, impiegarono tre giorni per completare l'occupazione e compirono violenze e razzie anche contro la popolazione civile.
      Lo stabilimento siderurgico non venne più ricostruito.
      Le miniere furono sfruttate ancora fino agli anni ottanta.
      Dal 1996, l’isola fa parte del Parco Nazionale dell’Arcipelago Toscano.
       
      L’imponente complesso fortificato del Longone, situato in posizione dominante sulla sommità del promontorio di Porto Azzurro, è stato realizzato in soli due anni, tra il 1603 e il 1605.
      Quando gradualmente la struttura militare fu dismessa, venne convertita in carcere.
      Funzione che svolge tutt’ora.  
       
       
       
       
                                                                                                                                                                                ***
       
      “Quando tieni la testa alta,
      mentre tutti gli altri l’abbassano…
      considerati una persona libera.”
       
       
       
       
       
      Forse non ero stato abbastanza scaltro da evitare questa punizione, sentivo di non avere raggiunto nessun risultato nella vita, se non di aver fatto le esperienze peggiori.
      Fra un mese compirò cinquantatre anni, vecchio troppo presto e furbo troppo tardi.
      La vita mi aveva fatto molte prediche circa la virtù della pazienza, cercando di spiegarmi che era un disagio necessario da sopportare, anche dopo averla conquistata.
      E credetemi anche voi, perché ho avuto una vita veramente difficile.
      Dopo il processo e la condanna per omicidio volontario, fui spedito al carcere del Friuli-Venezia Giulia.
      Era un carcere di media sicurezza, progettato negli anni Ottanta per giovani delinquenti al loro primo reato.
      Nel 2004 le prigioni italiane erano così affollate che cominciarono a spedirvi, anche criminali più incalliti.
      Insomma, quelli più deboli, i più giovani mandati lì per evitare di affrontare le condizioni di vita dei
      carceri più duri, si ritrovarono a condividere la carcerazione con  criminali veri, colpevoli soprattutto di reati violenti,
      Rapinatori, assassini e trafficanti di droga.
      Quando vi arrivai, c’erano trecentocinquanta detenuti, a fronte di una capienza effettiva di 180 posti letto.
      Per il settanta per cento erano stranieri extra-comunitari, zingari e polacchi.
      Mi assegnarono alla sezione di media sicurezza, una delle più vecchie.
      Ogni cella ospitava tre detenuti e misurava tre metri e mezzo per due e mezzo.
      Come entrai nella cella, mi presentai con educazione e cortesia, ma ero incazzato come una belva.
      Sapevo che ci sarei rimasto almeno vent’anni.
      Durante i primi tempi, alcune persone si erano avvicinate, più per curiosità che per fare amicizia.
      Non mi ritenevo un soggetto litigioso o aggressivo, ma sapevo come difendermi.
      Un mese dopo, mi avvicinò un detenuto.
      Gli piaceva il mio giubbotto.
      Mi chiese se potevo regalarglielo.
      In effetti, non me lo chiese, me l’ordinò.
      Dammi il giubbotto!
      Che altro potevo fare, di fronte a una simile richiesta.
      Mi sfilai il giubbotto e glielo consegnai, insieme alla mia reazione, che fu talmente rapida e violenta, che rimase sconcertato, forse perché abituato a quella prassi dove gli era andata bene altre volte.
      Gli sferrai un cazzotto alla trachea, non riusciva più respirare, annaspava e boccheggiava cercando l’ossigeno.
      Dopo un’ora, ero in viaggio, su un furgone blindato, con destinazione Porto Azzurro.
       
       
                                                                                                                                                                         ***
       
      Oggi…
       
      Dell’empatia si parla solo in positivo, come un’attitudine pro-sociale, che favorisce le relazioni umane, la cura e la condivisione della sofferenza altrui.
      In realtà, non si tratta di una capacità garantita, che possiamo dare per scontata, al contrario è molto
      fragile, vulnerabile e soggetta a cadute.
      Subisce delle variazioni individuali notevolissime.
       
      Per Valerio Ferri, il Direttore del carcere di Porto Azzurro, la capacità empatica era pressochè assente.
      E questa assenza, finiva per giustificare sia le scorrettezze quotidiane sia la sua crudeltà.
       
       
      Venerdì 16 maggio, mattina
       
      Il dottor Ferri mi odiava.
      Il suo odio era talmente sconfinato, da far intravedere un sentimento opposto.
      Era la seconda volta, in due anni, che mi convocava nel suo ufficio.
      Quando mi vedeva, gli scattava un qualcosa che lo sconcertava e lo gettava in affanno, gli consumava l'aria e lo spingeva a volgarità.
       
      «Cos’è sta roba?»
      Mi agitò, irritato, davanti al viso, un reclamo che avevo inviato al Magistrato di Sorveglianza di Livorno.
      Ci studiammo per qualche secondo.
      Notai nei suoi occhi una luce di disprezzo.
      Cercai di essere cortese e gentile, anche se mi costava fatica.
      «Dottor Ferri, ho scritto al Magistrato di Sorveglianza, perchè lei non ha mai risposto alle numerose domandine che le ho rivolto, per chiederle un colloquio».
      «Quali domandine?»
      «Che Domandine?»
      «Io non ho mai ricevuto tue richieste di colloquio».
      «Dimmi cosa vuoi, una volta per tutte, ma per favore si breve e smettila di importunare il Magistrato».
      «Sono io che comando su quest’isola».
       
      «Signor Direttore, i motivi li conosce già».
      «La vita che mi offrite in questo carcere, mi sta portando allo sconforto».
      «Non mi fate lavorare, non mi fate studiare, non posso entrare nemmeno in biblioteca per consultare testi o leggere libri».
      «Il cibo è scadente e manca addirittura la guardia medica».
      Ci fissammo l'un l'altro, per diversi minuti in modo innaturale.
      Sembrava che stesse cambiando colore in volto, o forse era solo una mia impressione?
      Rispose: «Al momento non ci sono posti di lavoro liberi, sono tutti occupati dagli sconsegnati, per quanto riguarda lo studio e la biblioteca, vedremo in seguito».
      Lo guardai per alcuni istanti prima di rispondere, quindi, ripresi il discorso, con un pò di faccia tosta, come se mi avesse detto lui di proseguire.
      «Signor direttore, le vorrei far notare che, in questo istituto, lavorano sempre le stesse persone da anni».
       
      Per chi non lo sapesse, gli “Sconsegnati”, sono detenuti che, in carcere, godono della fiducia dei direttori e dei secondini.
      Possono andare dove vogliono, hanno una notevole libertà di movimento, senza mai essere accompagnati o controllati dai secondini.
      In realtà, fanno la spia e si arruffianano in tutti i modi, le autorità carcerarie per ottenere privilegi e benefici penitenziari.
      Insomma i loro leccaculo personali.
      Nella fortezza del Diavolo, questi, erano favoriti sia nelle liste di lavoro che, nelle migliori condizioni detentive, addirittura, venivano usati, anche per picchiare i detenuti invisi alla direzione.
      Spacciavano droga e distillavano Grappa, assolutamente indisturbati, per non parlare poi di chi lavorava in cucina, che aveva in pratica “licenza” di rubare.
      Si appropriavano dei beni alimentari quali, l'olio, il caffè, lo zucchero, i formaggi, la carne e i prodotti inscatolati che, poi si dividevano tra i pochi privilegiati, affamando i loro stessi compagni di prigionia.
      Il carrello del vitto, quando arrivava ai piani delle sezioni, era così misero di cibo che il più delle volte, il solo vederlo arrivare, scatenava litigi violentissimi tra i detenuti, per accaparrarsi le poche razioni.
      Questa cornice, conteneva una tela fatta di annichilimento verso la solidarietà e il rispetto tra le persone detenute, e ispirato un quadro di concorrenza sleale per l'accaparramento delle poche risorse , incoraggiando  una condotta deviante e delinquenziale che condizionava la vita di molti.
       
      Quel giorno, notai che, il Direttore era più sgradevole del solito.
      Era pieno di tic nervosi, ogni tre parole si toccava  l'orecchio destro , strizzava continuamente gli occhi.
      La sua scrivania, era così ordinata che gli oggetti che stavano sopra, sembravano incollati.
      Forse li ripassava nell’ordine da schema , ogni momento , come un vero maniaco dell'ordine.
       
      Fissandomi, disse: «Tu hai un sacco di energie positive e molto da dare, ma è necessario che abbia più cura di te stesso».
      Pensai, scioccamente, che forse quell’affermazione nascondesse una minaccia.
      Se così fosse stato,  non ne capivo il motivo.
      Forse ero stato prolisso?
      Risposi: «Grazie signor Direttore. In effetti sto esplorando diverse opzioni».
       
      Era patetico, pensai dentro di me, esercitava la sua autorità, all'interno del carcere, ma non ci capiva un cazzo di gestione carceraria.
      Era stato messo lì da un amico di un suo amico.
      Non era a conoscenza neanche che, il “modello 393” era una domandina semplice, che si usava per fare richieste di acquisto esterne all’istituto, o per richiedere dei colloqui o sollecitare  istanze inevase.
      Sosteneva la necessità che, infliggere il tormento corporale, fosse una misura necessaria per rieducare chi, non si piegava alle sue “regole”.
      Si vantava, addirittura, che nel suo istituto godessero di buona salute tutti: dagli internati più anziani agli invalidi civili, tossicodipendenti e malati psichiatrici compresi, al punto da non ritenere necessario il servizio di guardia medica.
      Non consentiva, di nominare una rappresentanza di detenuti o internati, designata mensilmente, in base all’articolo 9 dell’Ordinamento Penitenziario, al controllo dell’applicazione delle tabelle e della preparazione del vitto nella cucina del penale.
      Presumevo,  allora, come adesso, che non sapesse dell’esistenza di tale Ordinamento.
      Secondo i suoi calcoli, da “esperto nutrizionista”, le calorie erano distribuite equamente fra tutti.
      Il colloquio per lui era terminato.
       
      Intuivo, dal suo sguardo, i diversi modi in cui mi avrebbe punito di lì a breve.
      Quindi, lo incalzai: «Signor Direttore, con questo suo comportamento, sta sottoponendo i detenuti ad una umiliazione continua e, a una disumanizzazione costante, li sta riducendo ad automi inadatti alla vita sociale».
       
      Mi rispose: «Attento a quello che dici, potresti pentirtene».
      «Quando si comincia qualcosa è bene sapere anche come finirla».
       
      Si alzò, e scostandosi un lembo della giacca, infilò una mano nel taschino del panciotto e mi disse: «Ti prendi una di queste, e ti fumi uno di questi».
      «Il consiglio migliore che abbia mai dato».
      Mi diede una piccola pasticca bianca e un sigaro.
      «Si fa così, ti prendi una di queste e ti fumi uno di questi».
       Ripeté.
      «Ma non dirlo a nessuno!»
      Uscii dalla stanza con questa frase nelle orecchie “ma non dirlo a nessuno”.
      Mi sentivo come se mi avesse introdotto in una società segreta.
      Al secondino che mi riaccompagnò in sezione, gli dissi con un gran sorriso: «il direttore mi ha fatto dei regali, ma non lo dica a nessuno. Mi raccomando».
       
      La pasticca la buttai nel cesso e il sigaro lo regalai a un tunisino che stava di fronte la mia cella, Talbi Lofti.
      Nel pomeriggio, stavo pisciando tranquillamente, quando udii la porta aprirsi alle mie spalle.
      «Va bene, voltati lentamente», ansimò una voce.
      «Subito, intendo», rantolò di nuovo la voce. 
      Scrollando le ultime gocce, mi girai.
      Un secondino tozzo e pesante, con un manganello massiccio stretto nel pugno enorme, mi fissava con aria minacciosa.
      Mentre guardavo quel manganello, calò il buio.
       
      Mi risvegliai nudo, nella cella d’isolamento, che era priva di finestre, c’era solo un vecchio materasso di gommapiuma buttato per terra.
      Puzzava ed era pieno di scarafaggi.
      Una buca sul pavimento all’angolo destro della cella, fungeva da gabinetto e sprigionava un fetore insopportabile.
      Dopo poche ore passate lì dentro, i miei capelli puzzavano di urina.
       
      Verso mezzanotte, entrò in cella, il medico che viveva sull’isola.
      Aveva un aspetto cadaverico, faceva cattivo odore, era pallido con delle grosse occhiaie nere che gli contornavano gli occhi.
      Aveva le due dita della mano destra, ingiallite dalla nicotina.
      Mi domandò, se avessi contratto malattie infettive e, quali fossero le mie preferenze sessuali.
       
      Ci sono due modi in cui le autorità carcerarie possono affrontare ciò che percepiscono come una minaccia.
      Possono assorbirla, o annientarla.
       
      Nella fortezza del Diavolo, le due cose andavano di pari passo.
       
       
      (…)
      Una mattina, mentre scendevo le scale per andare ai passeggi, uno stronzetto dai capelli neri mi sputò addosso.
      Uno sconsegnato.
      Io mi scansai, ma quello stronzo mi seguì e mi sputò ancora addosso, centrandomi sulla maglietta.
      Allora rimasi fermo davanti a lui, ricevendo l’ennesimo sputo.
      Rimasto sul terzo scalino, riuscì a colpire la sua faccia, avendola, a poca distanza dalla scarpa, come un pallone pronto per il calcio di rigore , con la grazia di Francesco Totti.
      Da quel momento, non ha più camminato allo stesso modo.
       
      In quella fortezza, c’eravamo resi conto che, ribellarsi sarebbe servito a ben poco, in ogni caso, nessuno lo avrebbe mai fatto.
      Si trattava sostanzialmente di paura.
      Eri senza difese, più cercavi di farti gli affari tuoi, più la paura si espandeva.
      In quelle condizioni si provava un senso di fragilità, come un criceto in procinto di essere sottoposto a tortura.
      Tutta l’isola era controllata dai secondini e dagli sconsegnati.
      Un cenno qui, un occhiolino là.
      E tutti sapevano tutto.
       
      Vedevi pozze di sangue che spuntavano dalle celle, e d’un tratto ti rendevi conto che era in corso un
      pestaggio.
      L’orrore più grande era assistere ai blitz dei secondini durante la notte.
      Udivo dei rumori sordi e delle urla soffocate e il giorno dopo, spuntavano detenuti ammaccati e con gli occhi neri.
      La squadretta dei picchiatori, poteva fare irruzione nelle celle o nelle docce a qualsiasi ora. 
      Erano efficienti e scaltri come figli di puttana.
      E avevano carta bianca.
       
      Un’altra pratica molto diffusa nella fortezza, era nascondere un paio di canne, addosso a qualcuno, per poi punirlo o chiuderlo dal lavoro.
      Era una prassi talmente ordinaria che dopo un po’, te l’aspettavi.
       
      (…)
      Ricordo ancora, quando mi affacciai per la prima volta nel cortile dei passeggi.
      Provai un brivido di freddo, era agosto.
      L’intera struttura aveva lo scopo di intimidirti al massimo.
      Feci una panoramica mentale.
      Trecento metri di lunghezza e centocinquanta circa di larghezza, tutto recintato all'intorno con filo spinato e cocci di vetro.
      Alzando la testa, si ammiravano stagliarsi nel cielo, dei cavi d’acciaio intrecciati talmente fitti, che il sole faceva fatica a filtrare.
      La forma era quella di un rettangolo irregolare.
      In uno dei lati del muro di cinta era incastrato un robusto portone, chiuso, e sorvegliato da sentinelle armate di mitra.
      Per accedere al cortile, bisognava prima rispondere all'appello del mattino, poi, tirare giù le braghe e piegarsi per permettere a un secondino, munito di un bastone con applicato sulla punta uno specchietto, di guardarti il buco del culo.
      C’era anche l’appello del pomeriggio e della sera, o anche più volte durante il giorno, a secondo dell’umore dei secondini e della loro sapiente capacità di contare velocemente. 
       
      Alcuni detenuti, tra i più pericolosi o di carattere intrattabile, amavano camminare da soli nelle ore in cui non lavoravano.
      A volte, mi intrattenevo un po’ di più nel cortile.
      Osservavo in disparte, le facce indurite e marchiate di quelle persone disadattate, provando a indovinare a che cosa pensassero.
      Erano, quasi tutti soggetti pericolosi, violenti o psichiatrici.
      Alcuni di loro, arrivavano alle mani anche solo per uno sguardo troppo prolungato.
      C’era chi dava fuoco alla cella, perchè voleva più gocce per dormire.
      Altri, aggredivano i detenuti più giovani e li trascinavano nelle docce per violentarli.
      Oppure si infilavano nelle loro brande, minacciandoli con un coltello alla gola.
      I secondini si giravano dall’altra parte per non intervenire.
      Chi faceva queste indecenze, se ne fregava delle conseguenze.
      Erano criminali con pene da trent’anni all’ergastolo, cosa gli potevano fare di più?
      E poi, il direttore, aveva volutamente messo insieme, quel miscuglio di delinquenti, criminali e pervertiti.
      Lo scopo di mettere insieme diverse tipologie di detenuti che, non potevano coesistere, era proprio quello di farli litigare per poi, lui imperare.
      Così, in molti, per evitare di litigare con questi psicopatici, arrivavano a chiedere di essere isolati.
       
      La verità era, che molte di quelle persone, non avrebbero dovuto stare in carcere, semmai in una struttura psichiatrica.
       
      Come Efisio Piras, per esempio, un Sardo della provincia di Oristano.
      Soprannominato il pastorello.
      Era un uomo sulla cinquantina, sul metro e settanta, magro ma solido.
      Aveva un viso scavato e rugoso, capelli grigi cortissimi e uno sguardo tagliente.
      La sua occupazione preferita, mentre passeggiava nel cortile, era quella di osservare le sentinelle sopra gli spalti.
      Contava i loro passi e sapeva a memoria tutti gli orari dei turni che svolgevano nelle torrette anti-evasione.
      Ogni secondino che terminava il turno sulle mura, rappresentava per lui un giorno di galera espiato. Ogni giorno conteggiava un turno e in tal modo, dal numero dei turni si regolava quanto gli rimaneva da scontare.
      Un pomeriggio, notai, come si era rabbuiato in viso, dopo che aveva saputo di un detenuto, che aveva trascorso in galera più venti anni, che finalmente usciva in libertà.
      Provava invidia e irritazione, di non poter godere lui di quella opportunità.
      Piras, era stato condannato a trent’anni di carcere per aver ammazzato una coppia di turisti tedeschi.
      Li aveva avvicinati con la scusa di affittargli un monolocale vicino il mare.
      Una volta portati in casa, gli aveva offerto un bicchiere di Turriga, una Grappa locale.
      Li aveva drogati, poi sodomizzati per diversi giorni, sia la donna che l’uomo e infine uccisi.
      Per disfarsi dei cadaveri, li aveva fatti a pezzi e gettati in pasto ai suoi maiali.
      La polizia aveva ritrovato soltanto i capelli e le unghie, le uniche parti del corpo umano che i maiali non digeriscono.
      Gli restavano ancora sedici anni da scontare.
      Ed era una vera mina vagante.
      Poteva essere calmo e rilassato, oppure, di colpo, diventare cattivo e violento. 
      Si muoveva al confine tra la malvagità e l’infamia.
       
      Oppure, c’era Eddine Jabrane, alias testa bucata.
      Lo chiamavamo così perché pregava con tale frequenza, da essersi provocato un buco sulla fronte.
      Aveva un’inclinazione alquanto spirituale e, solitamente, nell’offrirti del tabacco ti raccontava qualche impresa del Profeta.
      Era un buon ambasciatore della propria fede, ed era il tipico imbroglione marocchino. 
      Quando ti sorrideva, non la smetteva più e continuava a fissarti.
      Era stato condannato all’ergastolo ostativo.
      Si era macchiato di uno dei crimini più odiosi.
      Aveva rapito due bambine italiane di dodici e tredici anni.
      All’uscita della scuola media in Via Carlo Pascal a Milano.
      Dopo averle caricate in macchina a forza, e portate nello scantinato di suo cugino, vicino al quartiere San Siro.
      Le aveva stuprate e poi strangolate.
      Era stato preso da una ronda dei carabinieri, mentre stava cercando di disfarsi dei corpi, gettandoli nella Garbogera, un torrente che attraversa la provincia di Monza e della Brianza.
       
      Nella fortezza, avevamo la sensazione che i guai fossero sempre in arrivo.
      Si respirava tensione nell’aria.
      Era come lo squilibrio tra gli ioni negativi e quelli positivi prima di un temporale.
      Dall’affanno, percepivi che qualcosa stava per spezzarsi.
       
      Una sera di settembre, era giovedì, un algerino iniziò a litigare con una guardia, perché non voleva farlo scendere in infermeria.
      Si mise a urlare che stava male, tutti gli arabi uscirono dalle celle e si buttarono nella mischia.
      Arrivarono di corsa, anche gli albanesi e i rumeni, perché temevano che fosse coinvolto qualcuno di loro.
      La guardia chiamò altri secondini e si scatenò una rissa gigantesca.
      Sembrava il finimondo.
      Nel corridoio volava di tutto, sgabelli, scope, secchi di plastica, rotoli di carta igienica e bombolette di gas.
      Urlavano tutti: «Ammazza lo sbirro!».
      Era ormai, una rivolta e i secondini dovettero intervenire in massa con caschi e scudi antisommossa.
      Il corridoio,  finita la battaglia, aveva cambiato colore per tutto il sangue versato.
      Quando l’insurrezione era stata domata, i soggetti più pericolosi li sbatterono in una sezione distaccata dal carcere.
      Sapevamo tutti che, finire in quella sezione, era un’esperienza allucinante.
      Senza contare che, i secondini, a squadre di sei, ogni tre ore, entravano nelle celle e li massacravano di botte con i manganelli girati dalla parte del manico.
      Sentivamo le loro urla tutte le notti.
      Distesi per terra senza materasso e senza bagno, erano costretti a sdraiarsi sui loro escrementi.
      Alcuni di loro, rimasero in quella sezione per oltre un anno.
       
       
      (…)
      Ricordo ancora, la sera del mio arrivo sull’isola di Porto Azzurro
      Insieme con gli altri novellini, i secondini ci spinsero per andare subito sotto la doccia, dove ci spararono addosso un getto vaporizzato antipidocchi.
      Poi, mentre cercavo di riprendermi e darmi una ripulita, qualcuno mi diede un colpetto sulla spalla, e girandomi lo vidi.
      L’uomo arrivato era vestito in modo elegante, ed era entrato  nel locale  con un’aria padronale.
      Con il suo ingresso l’atmosfera intorno cambiò, come se fosse arrivato il momento della verità.
      Come se la serata avesse acquistato un senso.
      Quello era il suo locale.
      L’uomo scambiò qualche saluto con i nuovi arrivati, distrattamente, e poi dopo aver parlato a bassa voce con un secondino, sparì dietro una porta.
      Quella fu la prima volta che vidi il Direttore del carcere.
      Dopodiché, ci scambiammo tutti un’occhiata, perché sapevamo che la cavalcata stava per iniziare.
       
      C’è qualcosa di primordiale nel modo in cui reagiamo alle sensazioni.
      Ci sono forme di malvagità subliminale, che passano attraverso il non accorgersi e il non tener conto della loro presenza.
      Quella sera, provai qualcosa di simile.
      Allora, non ragionavo come adesso, ma quello che mi rimase impresso, fu un’indefinibile senso di sfiducia e rassegnazione.
       
       
       
       
       
       
       
       
                                                                                                                                                                            ***
       
       
       
       
       
      Certamente, pochi sanno che cosa può voler dire stare chiuso in un carcere.
      Sottostare agli eccessivi formalismi dei secondini e alle soffocanti regole imposte della prigione.
      Assistere alla sfilata quotidiana di criminali.
      Dei detenuti che sbraitano, aggressivi e bellicosi.
      In un crescendo di difficoltà che mettono a dura prova, anche il delinquente più incallito.
      Sentire tutti i giorni nell’aria, un odore acre di detergenti e puzza di sudore, tanto da essere costretti a serrare le labbra per trattenere il respiro.
      Di come le malattie infettive si diffondono e con quale velocità.
      La cella, che non supera i cinque metri quadrati, con le brande che occupano quasi tutto lo spazio calpestabile.
      Il pavimento di terra battuta e cemento, e le pareti chiazzate di muffa verdastra.
      Il buco della “turca”, che emana un fetore di urina stantia.
      Un piccolo lavandino, di colore bruno-rossiccio, aggredito dalla ruggine e dal calcare, dove lavarsi e farsi la barba.
      Il tavolino e lo sgabello, al lato della turca, imbullonati nel pavimento, per mangiare.
      La finestra, con sbarre orizzontali e verticali, così strette e vicine fra loro, che a malapena consente una mano di passarci.
      Le notti, che si trascorrono in cella a rimuginare, per poi attendere ancora, un nuovo maledetto giorno.
      La consapevolezza, dell’orrore di essere intrappolati in quell’esiguo spazio per l’eternità,vivendolo
      appieno nella sua monotonia, nella sua clausura e nella prevedibile e insignificante esistenza, che lentamente ti prosciuga l’energia vitale.
       
      In carcere, le bugie sono la moneta corrente, la menzogna e l’inganno sono la costante, perché si è costretti a vivere, sempre, in territorio nemico.
       
       
       
      In questa storia, i luoghi e i nomi sono di pura fantasia, ma i personaggi sono autentici, come l’atmosfera minuziosamente descritta.
       
       
       
      Federico Berlioz
       
       

    • NERO COME L’AMORE
       
      FIABA BREVE ED ORRIBILE
       
       
      Lo squillo della vecchia sveglia risuonò interrottamente   quella mattina di fine ottobre come fosse un fischio lungo e incessante penetrante la  vastità della stanza. Ebbi un sobbalzo , quasi saltai dal letto , provai ad afferrarla  a gettarla per terra. Forse avrei voluta  calpestarla.  Non udire più quel maledetto frastuono di trilli interrotti  che si propagavano come onde  radio remote  nell’aria . Quel rumore assordante  mi destarono da un terribile incubo avuto durante la notte. Era giunto il  mattino come tanti , uguali alla barba del profeta , uguale alla sorte dell’uomo che legge i fumetti sulla fermata dell’autobus. Come  un albero di natale spoglio che aspetta in un angolo d’essere decorato. La neve scende. L’aria diventa gelida , fa battere i denti fa rosicare l’esistenza incompresa  .  E nel  funambolo gioco dell’essere e apparire. Tutto scorre , tutto è simile ad una pallina decorata da mettere sull’albero. La  vecchia sveglia,  immobile,  posata  sul comò  s’ udii   decisa come fosse la tromba che saluta l’alza bandiera, il clacson del vecchietto che corre lesto per strade deserte, lo scricchiolio delle travi del  solaio rosichiate da un stuolo di  termite .Mattina di lunedì, fa molto freddo , una nuova settimana spunta nell’alba del nuovo giorno , un nuovo approccio con la realtà, un correre verso l’assurdità , incontro ad  una guerra che non ha mai fine. Un sogno che si bagna di sangue ed altre storie affiorano dal senso delle cose . Fluiscono in un crescendo di esistenze di mezzo ,  si destano nella loro acerba esperienza ,  deleteria , asincrona, incapace di credere ad un mondo migliore . Tutto ad un tratto udii un grido  stridulo risuonare  nell’aria di quel mattino. Ebbi paura ,  non sapevo come comportarmi, una disgrazia , un terribile infortunio , una caduta accidentale , pensai fosse  capitata al mio vicino di casa   Amilcare  Compagnoni il quale  accortosi del ritardò al lavoro  , saltò giù  dal letto  di corsa con le ciabatte bucate  si precipitò  in fretta in bagno .  Amilcare compagnoni un tipo segaligno con pochi capelli in testa, impiegato agli uffici comunali. Un rompiscatole di primo ordine. Un uomo di poche parole. Con occhiali spessi venticentimetri.  Cieco come una talpa. Sempre pronto a bastronarti , ad insultare il prossimo,  soprattutto chi è di  colore diverso dal suo , senza riguardo per chi fatica a vivere con quei pochi denari sudati  . Una tenera alba dalle labbra rosate  copriva i  lontani monti  di  vellutati colori. Tutto scorreva , tutto andava  nel caso e nel vento di questa vita che cambia ogni momento faticosamente , prendeva forma in ciò che noi speriamo o temiamo , si amalgama nelle parole copiate , nello slancio creativo , nella sostanza delle cose decifrate con cura che emergono dalla coscienza.  Ingurgitò tre  uova sbattute , ed un bicchiere di latte fresco Amilcare  e dopo essersi  ritenuto sazio . Andò in bagno a radersi . In un primo momento  non gli sembrò ,vedere nulla di strano allo specchio nella tiepida penombra, il suo viso si rifletteva ,  lievemente, s’illuminava prendeva , forma , colore. Accesa  la luce,  incominciò a notare  qualcosa d’ incredibile strano  , sul suo viso come una pugnalata  dietro la schiena ,qualcosa si  materializzò  nella  sostanza del peccato , che s’incancrenisce ed  oscura la nostra esistenza. A poco a poco  si fece visibile la terribile verità ripudiata ,  la sostanza oscura delle parole concentriche , incline alla piorrea , lascive nell’insipido sapore  dei sostantivi.  Il suo viso di solito roseo , era  divenuto nero, la sua pelle aveva cambiato colore  . Lanciò un urlo disumano, alzò le mani al cielo  ,mentre  un  gatto di passaggio sopra al tetto, di casa , drizzo il pelo , l’orecchie  ,  corse terrificato all’udire quel lancinante urlo di dolore si  lanciò  nel vuoto per cadere  in testa ad una massaia  che si recava a far la spesa , senza il suo solito cappellino.  La signora  Cinzia sua vicina di casa ottantenne , mezza  sorda  a quell’urlo atroce  si svegliò di colpo e corse a chiudere la finestra pensando fosse in arrivo  una terribile bufera. Amilcare accertato la sua trasformazione dopo aversi a lungo lavato il viso , pensò  fosse fuliggine o grasso caduto dal cielo. E  con  abbondante acqua calda provò a  strofinare   tutto il corpo con la spugna da bagno.   Dopo diversi tentativi e ripetuti lavaggi , dovette  amaramente,  ammettere d’ aver cambiato aspetto. D’essere divenuto un terribile negrone. Un uomo di colore , nero, cosi nero come il carbone  Non riuscendo a dar spiegazione a quello strano fenomeno. Dopo essere svenuto. Rialzatosi. Fattosi due ,tre bicchiere di cognac stravecchio. Incominciò a riflettere su quel suo sfortunato cambiamento. Un accidente. Una trasformazione , una mutazione genetica. Forse  lo scherzo di qualche stupido suo conoscente . Pensò a cosa gli fosse capitato  se fosse uscito di casa , in quello stato  di certo non sarebbe stato più il solito Amilcare di sempre.  Addio lavoro , amici. Ripensò a quello , poteva, accadergli  andando  incontro ai tanti curiosi. Pensò di recarsi da  un chirurgo plastico. Avrebbe voluto precitarsi in ospedale. Ma l’avrebbero preso per matto. Provò anche a darsi un poderoso pizzicotto. Forse stava solo sognando. Nero tutto nero si vedeva allo specchio , come un indigeno dello Zimbabwe.   Pensò alle tante domande , ai perché , ai come, a quella folla di curiosi  che gli avrebbe corso  indietro chiedendogli cosa gli era successo  . E sé lui non fosse il solo , ad aver  cambiato pelle ?  Ma no,  stava vivendo, solo  degli attimi di  follia , tra dieci minuti avrebbe sentito squillare di nuovo  la sveglia  si sarebbe alzato  e dopo essersi  lavato il viso , ogni cosa sarebbe  sicuramente  ritornato normale come prima.  
      Era solo un brutto sogno , quello che ora stava vivendo .
      La colpa  forse era di quei peperoni mangiati la sera prima? I peperoni gli  avevano sempre procurato una tormentata  non facile digestione.
      Prese ad ammirarsi  in tutti gli specchi della casa.
      Si denudò e con suo enorme stupore dovette ammettere definitivamente d’essere  diventato tutto nero dalla testa ai piedi. Lui che aveva sempre avuto un rapporto  conflittuale con quel colore .Al punto da considerare,  ogni cosa colorata d’oscuro  segno di disgrazia. Era diventato tutto ad un tratto  nero come un corvo , nero come un lupo mannaro, nero come un incubo prima d’un dolce dormiveglia  in una notte di plenilunio piena di stelle.
       
      Povero me cosa mi è successo
      Sei diventato nero
      Hai detto niente
      Ben ti sta,  eri nemico di chi nero vive
      Sono nero per volontà divina
      Ecco uomo diventerai nero quando il mondo sarà tutto bianco.
      Chi me la fatto fare di leggere la bibbia
      Non proferire frasi sconce
      Sono indignato , signore perché mi tratti in questo modo
      Ti ho reso nero , come la notte per amarti di più
      Signore sei grande e saggio ma voglio ritornare ad essere come ero prima
      Uomo non dire falsa testimonianza il nero e l’anima di questo mondo
      Si ma chi mi prende per scarafaggio che faccio l‘ammazzo
      Non alzare le mani contro chi ti ama
      Amare che parolone quello mi danno un calcio nel sedere mi fanno andare a casa , dicendomi vai via sporco negro
      Nero , sei una storia d’amore, il colore  dell’universo , il senso di  questa storia nera , più nera della sorte degli uomini , sarai  alfine il signore di questo mondo.
      Bello essere nero , ma se quelli si muoiono di fame patiscono tutte le sofferenze.
      Gli ultimi saranno i primi ,  cosa credi anch’io sono nero
      Tu signore,  grande signore dell’universo,  nero come la notte , nero come l’idea che si trasforma nella sostanza delle cose.
      Si caro , sono nero e desidero che anche tu lo sia
      Grazie signore,  accetto il tuo regalo ma lo scherzo è bello quando dura poco
      Non è uno scherzo
      Da oggi sarai per sempre  nero
      Va bene allora voglio essere un nero ricco
      Il nero non accetta raccomandazione chi è nero si guadagna da vivere da solo.
      Signore non abbandonarmi
      Dovresti essere fiero,  uomo di essere nero
      Va bene accetto la sorte  sarò nero  per amor tuo
       
      Cosi Amilcare diventò per sempre nero ed era confesso stupito quando lo vidi la prima volta sotto l’androne, nero più nero del carbone  mentre aspettava di prendere l’ascensore.
      Lui non accennò nessun discorso io non gli dissi nulla salimmo in silenzio fino allo stesso pianerottolo dove abitavamo. Ci salutiamo normalmente come se nulla fosse mai accaduto.   Confesso dopo l’essermi stupito nel vederlo  rimasi assai meravigliato ed ebbi quasi invidia per ciò che gli era successo . Era bello vedere Amilcare nero non più bianco come un cadavere , nero signore del suo destino ,  nero come l’anima del mondo, nero come l’amore. Nero il come il resto del mondo , che vive e spera nel buio dell’esistenza e va' sperando , verso   giorni migliori.
       
       

    • Ciao miei carissimi lettori! Vi propongo una storia dal racconto particolare ma a modo suo bella! Buona lettura.
      Questa storia parla di una ragazza e di un ragazzo con vite diverse, le quali cambieranno il giorno del loro primo incontro. Chi sono loro due?
      Lei è Mariasole, una ragazza di 25 anni ma che, a causa di una grossa perdita, è dovuta crescere prima degli altri. Ora sembrerebbe essere felicemente fidanzata e avere tutto ma si renderà conto che si sta sbagliando di grosso quando incontrerà lui, colui che gli cambierà la vita indissolubilmente e irrimediabilmente.
      Lui è Roger, un ragazzo dolce e gentile, che tutte le ragazze vorrebbero avere ma che a quanto pare non sembrerebbe essere interessato a nessuna fino a quando non incontrerà Mariasole, colei che gli farà battere il cuore per la prima volta.
      Una sola cosa rischia di allontanarli l’uno dall’altro: un segreto che lei si porta dietro da anni.
       
      1.     prologo
      Pov Mariasole
      Come ogni mese di quella data, ero seduta di fronte a mia madre.
      “Ciao mamma, come stai? Visto, sono venuta a trovarti anche oggi!” Non ricevendo risposta, d’altronde come poteva rispondermi una lapide? Alzai lo sguardo verso il cielo, erano le 17:00 del pomeriggio, il sole stava per tramontare, visto che era autunno e le giornate tendevano ad accorciare prima. 
      Tornai a fissare la lapide di mia madre e mi persi nei pensieri: erano passati diversi anni dalla sua scomparsa e ancora oggi il dolore di quel maledetto giorno faceva male.
      Chi sono io? Mariasole, o come tutti amano chiamarmi Sole, e sono una ragazza cresciuta troppo in fretta a causa di un trauma che ho subito quando ero ancora una ragazzina. Ho 25 anni e sono felicemente fidanzata con un ragazzo che ho conosciuto all’incirca un anno prima e con il quale convivo da cinque mesi. Ma tutto stava per cambiare, la mia vita sarebbe stata stravolta, ancora una volta, quella stessa sera con un semplice incontro.
      Interruppi i miei pensieri quando sentì dire dal custode del cimitero dire
      “Preghiamo le persone presenti di iniziare ad incamminarsi verso l’uscita, stiamo per chiudere”
      Mi asciugai le ultime lacrime che uscivano dagli occhi e mi diressi verso l’uscita.
      Quando uscì dal cimitero erano le 19:00, chissà perché quando passavo del tempo con lei, le ore passavano in fretta; così mi avviai verso casa, dove sarei tornata alla vita di sempre.
      Durante il tragitto verso casa, accessi il cellulare, misi le cuffie per ascoltare la musica e feci partire la playlist: destino volle che come prima canzone ascoltassi quella di Alberto Urso “E poi ti penti”, una delle mie preferite. Mentre ascoltavo quella canzone, iniziai a riflettere sulla mia vita in generale, a quanto fosse cambiata da un giorno all’altro, ed infine pensai al mio fidanzato ma non ebbi modo di pensarci più di tanto perché la canzone finí e ne iniziò un’altra, triste, ma significativa. La cantante si chiama ERA e il titolo era una semplice parola: Mother. Conoscendo la traduzione a memoria fu inevitabile non pensare a mia madre, all’ultima volta che ci parlammo, alla notizia che non ce l’aveva fatta, alla sua messa...e fu così che feci, con i ricordi, un tuffo nel passato, a quel giorno che mi ha completamente stravolto la vita.

    • Ciao miei carissimi lettori! Vi propongo una storia dal racconto particolare ma a modo suo bella! Buona lettura.
      Questa storia parla di una ragazza e di un ragazzo con vite diverse, le quali cambieranno il giorno del loro primo incontro. Chi sono loro due?
      Lei è Mariasole, una ragazza di 25 anni ma che, a causa di una grossa perdita, è dovuta crescere prima degli altri. Ora sembrerebbe essere felicemente fidanzata e avere tutto ma si renderà conto che si sta sbagliando di grosso quando incontrerà lui, colui che gli cambierà la vita indissolubilmente e irrimediabilmente.
      Lui è Roger, un ragazzo dolce e gentile, che tutte le ragazze vorrebbero avere ma che a quanto pare non sembrerebbe essere interessato a nessuna fino a quando non incontrerà Mariasole, colei che gli farà battere il cuore per la prima volta.
      Una sola cosa rischia di allontanarli l’uno dall’altro: un segreto che lei si porta dietro da anni.
       
      1.     prologo
      Pov Mariasole
      Come ogni mese di quella data, ero seduta di fronte a mia madre.
      “Ciao mamma, come stai? Visto, sono venuta a trovarti anche oggi!” Non ricevendo risposta, d’altronde come poteva rispondermi una lapide? Alzai lo sguardo verso il cielo, erano le 17:00 del pomeriggio, il sole stava per tramontare, visto che era autunno e le giornate tendevano ad accorciare prima. 
      Tornai a fissare la lapide di mia madre e mi persi nei pensieri: erano passati diversi anni dalla sua scomparsa e ancora oggi il dolore di quel maledetto giorno faceva male.
      Chi sono io? Mariasole, o come tutti amano chiamarmi Sole, e sono una ragazza cresciuta troppo in fretta a causa di un trauma che ho subito quando ero ancora una ragazzina. Ho 25 anni e sono felicemente fidanzata con un ragazzo che ho conosciuto all’incirca un anno prima e con il quale convivo da cinque mesi. Ma tutto stava per cambiare, la mia vita sarebbe stata stravolta, ancora una volta, quella stessa sera con un semplice incontro.
      Interruppi i miei pensieri quando sentì dire dal custode del cimitero dire
      “Preghiamo le persone presenti di iniziare ad incamminarsi verso l’uscita, stiamo per chiudere”
      Mi asciugai le ultime lacrime che uscivano dagli occhi e mi diressi verso l’uscita.
      Quando uscì dal cimitero erano le 19:00, chissà perché quando passavo del tempo con lei, le ore passavano in fretta; così mi avviai verso casa, dove sarei tornata alla vita di sempre.
      Durante il tragitto verso casa, accessi il cellulare, misi le cuffie per ascoltare la musica e feci partire la playlist: destino volle che come prima canzone ascoltassi quella di Alberto Urso “E poi ti penti”, una delle mie preferite. Mentre ascoltavo quella canzone, iniziai a riflettere sulla mia vita in generale, a quanto fosse cambiata da un giorno all’altro, ed infine pensai al mio fidanzato ma non ebbi modo di pensarci più di tanto perché la canzone finí e ne iniziò un’altra, triste, ma significativa. La cantante si chiama ERA e il titolo era una semplice parola: Mother. Conoscendo la traduzione a memoria fu inevitabile non pensare a mia madre, all’ultima volta che ci parlammo, alla notizia che non ce l’aveva fatta, alla sua messa...e fu così che feci, con i ricordi, un tuffo nel passato, a quel giorno che mi ha completamente stravolto la vita.

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      Interpunzione
       
       
       
       
       
      Sembriamo a Londra.
      Il fumo di sigarette sale a scie lunghissime. Ai tavoli, ogni volto è sezionato a scomparti. Alzando gli occhi, è tutta una cappa nebulosa.
      Il vecchio catapulta col pollice la mollica al bastardino raggomitolato sotto il tavolo. – Piglia D’Annunzio! – poi dice.
      – Bau! – fa il cane spelacchiato dopo aver preso al volo la mollica.
      – Perché “ D’Annunzio” ? – chiedo al vecchio.
      – Perché! – Curvo sul cane, il vecchio si gira verso di me; alza un sopracciglio, sogghigna. Ridacchia, mostrandomi la bocca sdentata. Poi si fa serio.
      – La vita è piena di perché, sa? Ma a questo perché voglio proprio rispondere. Lo chiamo D’Annunzio perché quel cane abbaia mettendo gli esclamativi a fine parola.
      – Davvero?
      – Non l’ha sentito, poco fa, com’era secco e ben calibrato il bau del cane?
      – Okay, l’ho sentito, ma mica ci ho colto un punto esclamativo alla D’annunzio. Anzi, per dirla tutta, non so come sia possibile attribuire a un latrato un segno d’interpunzone. Considerando, si capisce, che un bau non è proprio una parola. 
      – Lei sbaglia, mio giovane intellettuale, perché il punto esclamativo è sì un segno d’interpunzione simile al punto, ma è altresì un segno sonoro che si accorpa alla parola come si accorpa un accento. Se non si capisce questo temo che il punto esclamativo sia destinato a morire.
      – Un punto esclamativo che si sente? Arabo. Io la pastasciutta nello stomaco, sento. Altro che punti esclamativi.
      – È questione di ritmo. Questione di suoni, di peso delle parole…
      – Le parole avrebbero… un peso?              
      – Eccome. Ci sono parole che si dicono una volta sola e durano tutta una vita. Pesano nella testa e lì risiedono: come macigno nell’acqua.
      – Bau…– riprende strascicato quel minchia di cane.
      – Ecco, ha sentito adesso? – fa il vecchio morsicandosi il labbro inferiore e agitando in aria il suo bastone. – Questa volta ha abbaiato mettendo i puntini di sospensione a fine parola. Non ha notato che ogni latrato somigliava a un sospiro?
      – E quindi, per questa sua… chiamiamola impressione, lei ci mette i punti di sospensione?
      – Vabbè, io ce li metto! Come se io mi inventassi le cose tanto per stupire un giovane intellettuale ostinato come lei. Ce li mette chiunque ha l’orecchio giusto a percepire la fonetica che ci vuole. I segni interpuntivi mica sono solo visivi, seguono tonalità che lo scrittore vuol dargli.
      – Sì vabbè, magari lo scrittore mette il punto e il lettore legge con l’esclamativo.
      – Che intende dire?
      – Dico: poiché si hanno addosso i suoni e il ritmo che madre natura ha deciso, perché non considerare l’ipotesi che uno legga con i punti esclamativi delle frasi che lo scrittore chiude con un punto?
      – Questa è pura anarchia.
      – Volevo solo dimostrarle dove porta il suo ragionamento di punti esclamativi a fine parola.
      – E dove porta?
      – Nel nulla mischiato col niente.
      – Allora mi dica lei il ruolo che ha il punto esclamativo rispetto al punto.
      – Per me il punto esclamativo non ha un ruolo, è un fronzolo, un segno quasi inutile. Se lo togli, nessuno si accorge della sua assenza. Se c’è, è un sovrappiù; e più se ne mettono, più sovrappiù si ottengono.
      – Quindi mi par di capire che per lei il punto esclamativo è solo un segno perlopiù estetico, visivo.
      – All’incirca meno quasi. Io lo vedo il punto esclamativo, mica lo sento. Per sentirlo, come lei dice, debbo inventarmelo nella mente, debbo pensarlo. E io penso alle patatine fritte, alle belle fanciulle, non ai punti esclamativi.
      – Bau; bau; bau – riprende ancora quel minchia di cane.
      – Scommetto che ora lei ci vede il punto e virgola, a fine bau – faccio io al vecchio.
      – Infatti, non sbaglia, mio giovane intellettuale. Lei avrebbe pure l’orecchio adatto per cogliere i suoni interpuntivi giusti, solo che si ostina a darmi torto per partito preso.
      – Guardi che dove lei ha percepito i punti e virgole io ho sentito appena una pausa più duratura, fra un latrato e l’altro. Personalmente non metterei alcun segno, userei magari l’accapo, dove lo spazio bianco funge da un punto che si rincorre, giacché in effetti punto non è, ma di fatto inchioda la parola isolandola in un suono tutto chic.
      – Ma lo spazio bianco, l’accapo come lo chiama lei, è solo visivo.
      – Macché! Non c’è suono più assordante di uno spazio bianco: solo che per sentirlo si ha bisogno di vederlo, scandirlo con l’accapo.
      – Lei per sentire ha bisogno di vedere, non ha immaginazione – dice il vecchio Poeta sferrando un colpo di bastone sul tavolo.
      – Non credo. Il punto esclamativo di per sé non dice un emerito nulla: è la costruzione della frase che innesca i suoni che si percepiscono. Diciamo che il punto esclamativo può risultare brillante o non brillante, a seconda come viene caricata la frase. Ma le ripeto: per me è un segno inutile.
      Il vecchio non dice nulla, spinge la sedia all’indietro. Si alza aiutandosi con il bastone. Mi fa cenno con il capo, per salutarmi. Si allontana lentamente fra i tavoli. Lo seguo ostinato, fino a che lo vedo sparire nella nebbia.
      – Bau! – mi fa quel minchia di cane rizzando le orecchie e fissandomi dritto negli occhi.
      – Eppure quel vecchio non aveva poi tutti i torti: quello era davvero un bau da punto esclamativo!
       
       
       
       
       

    • I quattro, riuniti, camminarono per una trentina di metri. Zitti, pensando ognuno alla propria sbornia. Finché Toni, come al solito il più pratico: «Se vogliamo andare da qualche parte chi è che guida?».
      Era la stessa domanda che Meme aveva in testa ma che non avrebbe voluto sentirsi fare: in qualche angolo della sua mente annebbiata c’era scritto che, secondo alcune leggi morali, su come funzionavano le cose all’interno del gruppo e di come si era svolta la serata, l’auto l’avrebbe dovuta prendere Pier. Replicò così stizzito, senza far riferimento a tali leggi morali per non dare a vedere di essere troppo alticcio: «Dai cazzo!...guida te Pier che non hai bevuto niente!»».
      «Eh sì,…chi sono il più stronzo io? Che devo prendere la macchina?»,» rispose candidamente l’altro, ignorando del tutto le sue leggi ataviche. Così Meme, sempre più convinto che gli altri non potessero esser ignari di certi codici di comportamento, e il rifiuto dell’amico fosse in realtà dovuto alla vigliaccheria: «Guido io allora!» col tono di voler dare una lezione a tutti. Poi tra sé e i fumi dell’alcol: «Sono un vero leader». Se Meme era talmente sbronzo da pensare di poter guidare gli altri lo erano altrettanto da permettere che lo facesse. Dopotutto il Non era il solo a fiutare quell’odore nella brezza leggera di quella notte. Era come il sapore del sangue per gli squali: un misto di vodka, adrenalina, mirtillo, cannella, pelle di donna liscia, morbida, calda, fremente, da baciare fino alla morte. Al diavolo tutto: c’era una notte, una sola ed unica notte da vivere, così Dani: «Prendi la mia di macchina, ho dei bei cd da sentire».
      «Ok»,» annuì Meme, accompagnando la risposta con un cinque per la fiducia accordatagli: era la loro serata e poco importava se a pagare per tutti fosse stato lui.
      Sfrecciarono in autostrada in direzione nord: Riccione, la capitale del divertimento. Meme, le braccia tese, immobili sul volante. Lo sguardo stralunato: quasi sul parabrezza proiettassero un film dell’orrore. Le zaffate di stanchezza ed il dolore alla caviglia ogni qual volta sfiorasse la frizione. Nulla importava ora. C’era poi Dani a tenerlo sveglio con gli sbattimenti e le urla che inseguivano moribonde le note del cd. Toni e Pier se ne stavano in silenzio, dietro, annichiliti. Meme lo sguardo fisso, concentrato, sulle due linee bianche dell’asfalto, mentre con la coda dell’occhio misurava l’intensità degli stop di chi stava davanti. A benedirli gli dei del Rock: A-ha, Bon Jovi, Queen. Dani aveva i testi delle canzoni, stampati da internet, sul vano del cruscotto. Li porse agl’altri che rifiutarono. Anche Meme li respinse, per il disappunto dell’amico. Il fatto era che lui non aveva bisogno dei testi per cantare: quelle parole ce le aveva ben impresse in mente, tanto ci credeva e tante volte se le era ripetute come inni, ogni qual volta era sceso in campo. In campo nella vita di tutti i giorni.
      Prese così ad urlare a squarcia gola:
       
      Fiends will be friends
      when you’re in need of love they give you care and attention [1]
       
      Gli amici resteranno amici
      quando hai bisogno di amore ti prestano cura ed attenzione
       
      In uno sforzo sovraumano riuscì a voltarsi per un impagabile sguardo d’intesa con l’amico di fianco. Ma subito avvertì la strada andar via e l’auto a destra verso il guardrail. Dai sedili posteriori gli «ohhh» di spauracchio. Di scatto si voltò in cerca del binario bianco al centro della carreggiata. I riflessi assopiti, impiegò qualche istante per metterlo a fuoco. Con le braccia sempre tese, come bastoni sul volante, che continuarono ad o a oscillare prima di raddrizzare. La macchina sbandò da destra a sinistra con gli «ohhhh»» che non si placavano. Passata la turbolenza attimi di silenzio, finché: «Tutto bene Meme?» domandò Toni.
      «Mi sa che forse è meglio se ti fermi» suggerì Pier. Ai due era passata la sbornia.
      «No-no, tutto bene, andate tranquilli» rispose Meme boccheggiando.
      In realtà gli sembrava di guidare un disco volante al posto della Renault Clio dell’amico, tanto gli girava il mondo. Avrebbe voluto una corda da poter legare al camion davanti. Lasciare il volante e lasciarsi andare sul sedile. La risposta data da Meme ai due dietro rivitalizzò Dani, che di nuovo alzò lo stereo a tutto volume. La festa poteva riprendere. Scandendo nuovi inni Meme non osò più voltarsi ma a tentoni cercò la mano dell’amico. L’energia sgorgò tra i loro corpi:
       
      Don’t stop me now
      I’m having such a good time, I’m having a ball
      Don’t stop me now
      if you wanna have a good time just give me a call [2]
       
      Non fermatemi proprio ora
      Sto passando un così bel momento, sono in palla
      Non fermatemi proprio ora
      Se volete divertirvi chiamatemi
       
      intonarono Freddy Mercury, Brian May, Roger Taylor, John Deacon, Matteo Memetti e Daniele Maggioli.
      Presero l’uscita di Riccione, poi la statale verso nord, diretti alla discoteca Marajà. D’un tratto il volume della musica si abbassò. Un abbaglio. Un luccichio in fondo alla via. All’altezza di un distributore di benzina il giubbotto catarifrangente di un agente di polizia, sporto sul ciglio della strada. All’interno del piazzale, nella penombra, la gazzella: un’Alfa 156 con lo sportello aperto. Il collega pronto con il taccuino dei verbali sopra il tetto. Sembravano attenderli da ore. Come superlatitanti. E già che troppe volte l’avevano scampata bella. Troppe notti da suicidio imboccando, fradici di liquore, la statale come una roulette russa. Svegliandosi la mattina nella speranza di non udire al tg locale di qualche poveraccio, finito sotto le ruote di un’auto impazzita, guidata da quattro vampiri con le bocche ancora sporche di sangue. Vogliosi di rientrare nella bara prima che facesse giorno.
      Mancano duecento metri al distributore. Nessun’auto davanti a loro. Meme scruta lo specchietto: sabato sera, sulla statale che porta alla discoteca più affollata di Riccione neanche una vettura. Quasi ci sia stata una soffiata. Potrebbero esserci viuzze a destra o a sinistra per evitare l’alt ma lui non è nelle condizioni d’imboccare una portaerei. La paura lo fa rinsavire abbastanza da ridurre la velocità non troppo bruscamente e da chiedere una gomma da masticare agl’amici, sicuro l’alito l’avrebbe tradito. Ormai ad una ventina di metri si vede esibire la paletta. La Clio si adagia dolcemente sul ciglio della strada, come avesse terminato il carburante.
      «Patente e libretto!» sente domandarsi dal finestrino aperto, mentre una ventata d’aria fresca lo aiuta a riprendersi. Lui svelto sradica via la patente dal portafoglio mentre Dani è già pronto con il libretto in mano. Meme porge entrambi all’agente, che li esamina.
      «Chi è il proprietario della vettura?».
      «Sono io!» risponde di rimando Dani, come un attore al debutto con un’unica battuta. Abbassa poi la testa per farsi riconoscere.
      «Allora mi favorisca anche un suo documento»».
      «Subito!» si tasta con una mano il sedere mentre, con piccoli scatti di reni, cerca di sollevarlo dal sedile. Trascorre mezzo minuto buono che riesca ad ea estrarre il portafoglio da una tasca. E di lì la patente, che porge direttamente all’agente, andando con il braccio a dare una botta in faccia a Meme. Il quale cerca di rimanere calmo. Il tizio in uniforme consegna il tutto all’altro sulla volante, in collegamento con la centrale per i dovuti controlli. Trascorrono cinque minuti. Trecento attimi di silenzio. Dentro la Clio nessuno, non solo non è in grado di profferir parola, ma neanche di baluginare un qualsiasi minimo pensiero. Tutti con la sola ed unica domanda a pendere dal mento: «Perché ci mettono tanto?».
      Poco dopo l’agente torna e restituisce tutti i documenti a Meme.
      «Voi due uscite dalla macchina» fa segno con la testa l’agente.
      «Oh cazzo nooo!......ecco ci siamo, ci siamo cazzo: addio patente» si sente dire dalla sua mente Meme, mentre come un automa, indugiando su ogni movimento, esce dall’auto.
      L’altro è già fuori che si tira su i pantaloni, calati nei suoi goffi tentativi di sfilarsi il portafoglio dal culo. L’agente non fa troppo caso a Dani, nervoso duro. Aspetta con impazienza Meme. Poi una volta davanti a lui gli ordina: «Cammina avanti e indietro lungo la linea».
      «Questa?» chiede ossequioso Meme, indicando l’unica riga presente ai bordi della carreggiata.
      Un piede avanti all’altro intraprende il percorso: «Cacchio! Se sapevo che la prova era questa facevo altri due bicchieri» scherza tra sé riacquistando colorito. Tagliato il traguardo non trattiene un sorriso beffardo. Così l’agente, la cui figura smilza ed il volto appuntito, si distinguono ora nitidamente sotto la luce gialla del lampione, si rivolge a Dani: «Ora tu!» accompagnando l’ordine con un gesto poco spontaneo del capo, quasi gli mancasse qualcosa: un’arma, un fucile in mano per indicare.
      Dani proprio non riesce a contenersi, la sua agitazione deborda come la camicia scura dai jeans bianchi. In un ultimo tentativo prima di iniziare prova ad infilarsela dentro con le mani: senza risultato. Parte svelto. Tanta la tensione si è calato completamente nella parte: è quasi convinto di essere davvero su un filo appeso in aria. Per non precipitare allarga le braccia, come gli equilibristi. Solo poi, sul punto di cadere, in un gesto istintivo, appoggia un piede di lato.
      «Sì, va beh, è arrivato il circo» pensa ad alta voce l’agente, pur mantenendo il suo fare asettico da caserma.
      Quella battuta ha l’effetto di sdrammatizzare il tutto. Gli altri tre (anche Toni e Pier sono usciti dall’auto) irrompono in una risata soffocata. Giunto al traguardo Dani fissa l’agente. Pallido non riesce a chiudere la mandibola, che si muove a spasmi, mentre un rivolo di saliva gli cola sul mento. Il poliziotto lo guarda con insofferenza, tirando la bocca di lato in un’espressione più di rassegnazione che di disprezzo. Come un professore con un alunno irrecuperabile. Poi girandogli le spalle: «Ti è andata bene che non guidavi».
      «Ho fatto guidare lui apposta» risponde Dani d’un fiato, con il sangue tornato a circolare.
      «Sì, lui, con quell’alito» sbuffa, indicando col braccio la direzione ai Nostri, l’agente. I quattro guizzano in auto. Meme si accerta di aver allacciato la cintura ed aver messo la freccia. Poi, visto che passare per di lì le auto non vogliono proprio saperne, lentamente guadagna il centro della carreggiata, come una tartaruga che prende il mare. Solo dopo una cinquantina di metri, animata di vita propria, la musica torna a rimbombare. Più forte, più cattiva. Anche Toni e Pier sono nel pieno della bolgia. Dani può ridistribuire gli spartiti, che nessuno osa rifiutare. Per la sorpresa di Meme anche Pier prende a cantare a squarcia gola, come probabilmente non ha mai fatto in vita sua. Lui, dal canto suo, dopo quella prova di self-control, si sente ancora più leader. Alza la mano in cerca delle altre tre, che non si fanno attendere, raggiungendo la sua in una stretta salda come l’acciaio.
       
      This ain a song for the broken hearted…
      It’s my life, it’s now or never, I ain’t gonna live forever
      I just wanna live while I’m alive
      It’s my live, my heart is like an open highway
      Like Frankie said, I did it my way
      I just wanna live while I’m alive
      It’s - my - life!
       
      Questa non è una canzone per cuori infranti…
      È la mia vita, è ora o mai più, non vivrò per sempre
      Voglio vivere solamentefin quando sarò vivo
      È la mia vita, il mio cuore è come un’autostrada aperta
      Come disse Frankie, ho fatto a modo mio
      Voglio vivere solamente fin quando sarò vivo
      È la mia vita![3]
       
      c’era scritto in uno di quei fogliacci sporchi e spiegazzati. Poi in fondo tre parole. Ma un solo nome: Jon Bon Jovi.
       
      [1] Dal brano dei Queen Friends Will Be Friends
      [2] Dal brano dei Queen Don’t Stop Me Now
      [3] Dal brano dei Bon Jovi It’s My Life

    • Sono giorni terribili. Spume di nuvole accatastate scorrono lente senza mai sostare, il sole non ha tregua. Qui il cielo è in perenne movimento e a volte mi prende una sorta di capogiro, di disorientamento, tanto da sentirmi un mezzo senza coscienza, come se fungessi da semplice conduttore per una qualche energia. La luce va e viene, negli intervalli tra un cumulo di nuvole e l’altro le foglie degli alberi nella foresta esplodono in un verde che declina ogni sua tonalità al massimo grado di risoluzione e lasciano lo sguardo senza scampo. Poi la pioggia. Si sente a malapena, appanna gli occhiali, ed è talmente sottile che di fatto nemmeno si vede, in un primo tempo. Ma è quando inizia a tirare vento che c’è da preoccuparsi. Quelle stesse foglie smettono di splendere e attaccano a frusciare, prima di borbottare e successivamente ad emettere boati animati da una nota lugubre. Gli strilli degli uccelli poco a poco s’interrompono, i rami si svuotano. C’è da assicurarsi un riparo quando il vento comincia a tirare, lo dicono tutti da queste parti. E questi giorni non sono buoni per andare nella foresta. Cosa puoi fare quando i soffi del vento contorcono il flusso rigido dell’acqua piovana facendole acquisire una traiettoria orizzontale e il grigio ormai uniforme del cielo viene schiarito da bagliori sinistri? Cosa puoi fare se non renderti conto di essere solo? Meglio guardarla dalla finestra la pioggia, con la tv che trasmette partite di rugby a cui tutti concedono una manciata di secondi di attenzione ma che nessuno segue per intero. Non si presta attenzione a niente nel giorno di riposo; che si stia sprofondati tra i cuscini di pelle dei sofà con gli smartphone in mano o seduti a uno dei tavoli spizzicando torte economiche e bevendo tè non si presta attenzione a niente. Un suono improvviso simile a uno sfrigolio; ma non c’è nessuno ai fornelli, nessuno sta friggendo qualcosa. L’acqua della piscina si smuove in lievi ondate da un lato all’altro del rettangolo. Meglio guardarla dalla finestra la pioggia.
      O puoi fare come Carl, seduto fuori dalla porta della sua camerata con una sigaretta tra le dita e appoggiata a terra una tazza piena di un liquido giallo che assomiglia a piscio; pare fissare qualcosa davanti a sé con lo sguardo mesto di qualcuno che non è più in grado di spaventarsi di fronte a niente. Per Carl quella pioggia è solo pioggia. E in effetti a pensarci bene quella pioggia non è altro che pioggia. Le cose sono cose.
      Dicono che la paura sia una sensazione utile in quanto rappresenta una sorta di campanello d’allarme nei momenti in cui è necessario uno stato maggiore di allerta. Ma forse non è proprio così. La paura aziona il campanello d’allarme, il quale spesso non ci rende guardinghi, ma ansiosi piuttosto, e a volte paranoici. E l’ansia e la paranoia sono assassine, immobilizzano e rendono vulnerabili. Si è già morti quando si è vulnerabili. La paura è qualcosa di così nobile che non dovrebbe appartenerci, ci mostra un territorio che nessuno ha davvero bisogno di conoscere.
      Una sera ho provato a parlarci, con Carl. Era seduto sul divano sotto il pergolato, fuori dalla sala comune. Gli ho chiesto un sorso di birra e così mi ha passato la lattina dicendo qualcosa che non ho capito. Non mi ha guardato, ma ha cominciato lui a parlare, non ricordo dicendo che cosa. Gli ho detto di voler andare nel deserto e gli ho chiesto se lui ci fosse stato. Mi ha risposto di sì, che ci andò con la moglie e i figli e che non è proprio niente di che, il deserto, se non sole e terra rossa, sole e terra rossa. Sole e terra rossa, dunque. Poi mi ha raccontato della Nuova Zelanda, dicendomi  che è una merda, e che anche l’Australia è una merda, ma il tabacco e l’alcool costano meno quindi gli conviene di più stare in Australia. Gli ho domandato quanti anni avessero i figli e mi ha risposto che non saprebbe dirlo, è passato troppo tempo da quando li ha visti l’ultima volta, ma spera stiano bene, anche se non ci crede troppo. Sai, ha detto d’un tratto, mia moglie ha smesso di bere quando ha scoperto Dio e da lì ogni cosa è cambiata. Siamo rimasti in silenzio per qualche secondo, io gli ho restituito la lattina e lui mi ha fatto cenno di tenermela. Poi, mentre stavo per rientrare nella sala comune mi ha toccato il braccio e con espressione seria mi ha detto di non andare nel deserto, che non è una buona idea.
      La piscina ora è la miniatura di un mare in burrasca, i vetri vibrano e quello sfrigolio oramai è un martellare incessante; no, nessuno sta friggendo qualcosa. La telecronaca della partita di rugby non si sente più, e chi sta parlando ora ha alzato il tono di voce. Non si presta attenzione a niente nel giorno di riposo. E io nemmeno non stavo prestando attenzione a niente quando l’ho saputo. Quel primo sbuffo di tempesta si era quietato, ma si sapeva che ce ne sarebbero stati degli altri, prima della tempesta vera e propria. Eppure in quel momento, quando l’ho saputo, ho capito che cosa avrei fatto quel giorno, non c’era nulla di più chiaro, e quel non prestare attenzione a niente d’un tratto mi è parso alieno. Quello spizzicare torte economiche, quel parlare a vanvera, quel pianificare programmi per le ore successive, tutto questo d’un tratto mi è parso alieno. Quella mia indolenza mattutina, quei gesti lenti, pigri, rilassati, d’un tratto mi sono parsi alieni. D’un tratto tutto mi è parso alieno e ho capito che cosa avrei fatto quel giorno e come sarebbero stati i seguenti terribili giorni. Nella sala comune c’è un odore di plastica bruciata che proviene dalla stufa elettrica in continuo surriscaldamento e la porta sbatte in continuazione a causa del viavai di persone che vanno e vengono. I giorni di riposo possono essere l’incombenza più crudele, si fanno attendere e desiderare, ma in sostanza tutto ciò che fanno non è altro che bloccare un flusso che stava acquisendo il giusto ritmo, come un dj che sbaglia clamorosamente un mix e taglia le gambe a tutta la pista; si è impreparati nei giorni di riposo e nella sala comune si vaga da una parte all’altra, dentro e fuori, senza prestare attenzione a niente perché non può esserci nulla a cui prestare attenzione, semplicemente. Mosche ridestate da una lampadina che s’illumina d’improvviso.
      La prima volta che la tempesta mi ha sorpreso stavo risalendo la fila di viti che avevo appena potato, strappando rimasugli di rami dal cavo di ferro più in alto; il cielo aveva un colore tendente al violaceo e piovigginava. Con il capo avvolto dal cappuccio non avevo notato cambiamenti repentini evidenti, soltanto un lieve intensificarsi della pioggia e del vento, fattori che ora so riconoscere come segnali d’avvertimento. Così mi sono apprestato ad iniziare la potatura di una nuova fila di viti e raggiunta la metà di essa mi è sembrato che qualcosa nel cielo s’illuminasse. Stava tuonando, ma il rombo del tuono era coperto dallo sciabordare delle chiome degli alberi tutt’attorno al vigneto. Ho continuato il lavoro fino a quando il vento non ha inclinato il flusso d’acqua conferendogli una traiettoria orizzontale, poi chicchi di grandine compatti come sassi hanno cominciato a colpirmi sulla schiena ed è allora che ho dovuto fermarmi. Ho alzato lo sguardo, non si vedeva più nessuno. Il cielo s’illuminava sempre più di frequente. Poco dopo ho notato la macchina del capo e quella degli altri ragazzi andare via, dirigersi verso il cancello d’uscita. Non c’era nessun riparo. Mi avevano dimenticato e non c’era nessun riparo. Sono rimasto immobile in mezzo a file di viti e cavi di metall sotto una tempesta che anche da queste parti si vede raramente, in balia di ogni energia ostile e in particolare dei fulmini, senza poter fare nulla. Tornato in ostello ho pensato che mai prima mi era capitato di sentirmi solo ed essere davvero solo, e dimenticato.
      Da un momento all’altro non stavo più non prestando attenzione a niente. Dopo che ho saputo anzi non potevo più prestare attenzione ad altro. Ho battuto sulla tastiera del computer un paio di imprecazioni finite su due diverse finestre della chat, poi ho tirato giù lo schermo del portatile e sono rimasto seduto sul divano, con lo sguardo fermo sulla fessura nella parte superiore del muro da cui spesso durante la sera fa capolino una pantegana che ormai ha una certa familiarità con tutti gli ospiti; mi sarebbe piaciuto vederla affacciarsi su di noi radunati nella sala comune durante la mattinata del primo dei due giorni di riposo, mi sarebbe piaciuto perché sarebbe stato come lanciare una sfida che solo io sarei stato in condizione di accettare. Ma non si è affacciata e non ho potuto accettare nessuna sfida. Il cielo è torbido e denso come cemento armato in una betoniera. E’ un giorno severo, uno di quei giorni in cui è assai complicato trovare una ragione per uscire di casa, uno di quei giorni che sarebbe da far transitare con gli occhi chiusi impegnandosi a non prestare attenzione a niente. Ma quando ci si impegna a non prestare attenzione a niente significa che non è più possibile non prestare attenzione a niente, perché l’attenzione è focalizzata su qualcosa che non si può fare a meno di non ignorare. Non ricordo a chi abbia detto che sarei partito e a chi non l’abbia detto, non mi era sembrato così importante al momento; sarei tornato e avrei raccontato a tutti delle cose, cose uguali e cose diverse, avrei avuto qualcosa da raccontare a tutti, una volta tornato, ma certo non prima. Dire che sarei partito sarebbe solo stata un’informazione come un’altra di non fondamentale importanza e si sà che i rapporti tra le persone non si basano su questo tipo di cose, come le informazioni. Quindi a qualcuno ho detto che sarei partito e a qualcun’altro non l’ho detto, senza nessun criterio particolare, solo non ci ho prestato attenzione. Adesso che ho saputo però continuo a fare mente locale circa chi lo sapesse e chi no, della mia partenza, ma ho molti dubbi in merito e di certo non è sano pensare a queste cose in questa situazione visto che non farebbe alcuna differenza. E certamente non è una buona cosa calarsi in certi ricordi per esaminarli uno per uno passo per passo per una cosa così futile. Ogni ricordo che si va a esaminare potrebbe far emergere dei dettagli che alla luce degli ultimi fatti farebbero assumere alla vicenda un impatto diverso, se possibile ancora peggiore; potrebbe emergere per esempio che una conversazione insignificante è stata l’ultima e soprattutto sarà l’ultima per sempre, o che un casuale saluto con augurio di rivedersi a presto una mattina qualsiasi dopo una notte brava qualsiasi non solo non ha portato a non rivedersi presto, ma a non rivedersi mai più. Questi giorni andrebbero lasciati transitare tenendo gli occhi chiusi. E invece quel giorno non ho avuto dubbi su cosa fare. Ho lasciato i due cellulari sul letto e mi sono caricato la sacca in spalla. Il tempo in quel momento si era stabilizzato, chiazze azzurre limpide emergevano qua e là dalla coltre di nubi grigiastre, ma chiunque sapeva che quella situazione non sarebbe durata.
       
       
       
       

    • Quanto è grasso il mio angelo custode. Non dico che ne volevo uno di quelli alti, con i riccioli biondi sulle spalle e due ali eleganti a impreziosire la schiena, ma un angelo mappato per stare in un barile di vino mi innervosisce parecchio. Oziho mi dice sempre che l'aspetto fisico lassù non conta. È un discorso che potrei accettare se non vi fosse un’iconografia millenaria a smentirlo.
      Ho nove anni e vivo in un tendone a strisce blue e rosse. O meglio, passo la maggior parte del mio tempo dentro ad un tendone come questo. Sono la più piccola della squadra e nonostante mi chiami Rosetta per tutti sono Nanù. Nomignolo affibbiato da un vecchio pagliaccio ebreo. Ora non c'è più, è morto durante uno spettacolo tra i cerchi di alluminio e le sue palline colorate. Ha preso fuoco il suo goffo costume rattoppato e a nulla sono servite le secchiate d'acqua degli amici. Natan se ne è andato così, tra i sorrisi della platea che credeva in un altro colpo di scena e gli scherzi del suo repertorio sparsi sulla sabbia. Neanche il giorno del suo funerale la gente piangeva. Ci si raccontava delle sue bravate e si rideva come se tutto fosse ancora un enorme scherzo.
      Il circo è uno spettacolo per bambini ma sono i grandi a divertirsi di più. Partecipano in modo rumoroso e consumano più noccioline delle scimmiette acrobatiche. Portano i propri figli tra le gabbie degli animali prima dello spettacolo e lì che faccio la mia comparsa in scena.
      Distribuisco le cartoline degli animali più rappresentativi dello zoo, indossando un cilindro bianco e due scarponi rossi da clown. Con queste cartoline i bambini vengono informati sulla provenienza, sulle abitudini alimentari, sulle caratteristiche emotive degli animali.
      Mi giro verso l'angolo buio alle mie spalle tra la gabbia dello struzzo e il laghetto delle grus.
      Appoggio una mano sulla bocca per non farmi sentire dai visitatori intenti a lanciare mollichine di pane nelle gabbie.
      "Quando non mi devi salvare la vita o farmi compagnia con le tue paranoie non potresti andare a fare altro? Non è permesso agli angeli avere un doppio lavoro?" Mi sorride, composto, con i suoi occhi sottili e neri. Fa due passi verso di me e con una piroetta scompare nel nulla, lasciando un po' di polvere sui miei ridicoli scarponi. Una leggerezza che stona con la mole del suo corpo. Forse ha ragione lui, lassù non esistono bilance.
      "Scusa... scusa piccola...." una voce sottile, acuta, stretta tra laringe e mento mi sorprende,
      mentre sono ancora intenta a guardare nel vuoto. Mi giro facendo una panoramica sulle persone che ho intorno. Un signore con un trench cammello fin sotto le ginocchia, sta scartando una caramella per una bambina seduta a cavalcioni su un poni di plastica. Un gruppetto di scolari strattonano la maestra, per raggiungere più velocemente la gabbia delle tigri. Il custode dai lineamenti orientali è seduto sul cornicione di una panchina. Non l'ho mai visto sorridere, mai senza il suo berretto di lana calzato fin sotto le sopracciglia. Nessuno incrocia il mio sguardo.
      "Sono qui Nanù, nella vasca proprio di fronte a te." Faccio attenzione alla direzione del suono. Chiudo e riapro gli occhi come per scongiurare un'allucinazione. Seguo con lo sguardo un arco immaginario per non perdermi in inutili particolari. Finché come una molla mi giro di scatto e torno su due occhi rotondi e neri. È l'ultimo arrivato nel nostro circo, un alligatore bianco. Maestro Vaahl non gli ha dato ancora un nome, ma tutti capiamo che sta parlando di lui quando usa aggettivi tipo raro, prezioso, costoso. Lo guardo attentamente e lui sembra seguire i movimenti impercettibili dei miei occhi.
      Non può essere stato quel coccodrillo albino a chiamarmi, a meno che sto impazzendo.
      "Perché mi guardi così? Anche a te faccio paura?"
      Va bene, sto impazzendo.
      "Dici a me?"
      La mia voce è stranamente squillante come se dovessi intavolare una conversazione con un'amica di scuola dall'altra parte dell'aula. Mi giro verso il gruppetto di visitatori, sono già a qualche metro da me. Il custode guarda verso il basso, nascosto in chissà quale mondo della sua mente.
      Sto rimpiangendo di aver cacciato via Oziho.
      Il lucertolone corazzato ora, un po' goffamente, avanza verso di me. Ha una vasca con due dita di acqua alle spalle e tre palme di cartone ad arredare la sua stanza di plexiglas. Un cartello avvisa i visitatori a non avvicinarsi troppo al vetro, per non innervosire l'ospite.
      Nessuna mollichina, nessuna attenzione, solo una foto ricordo a debita distanza mentre i bambini vengono portati via dai genitori annoiati.
      Non è proprio la star che uno si aspetta, assonnato a trascinare il pancione su una sabbia nera. Eppure su ogni locandina del circo di Vaahl i denti aguzzi dell'alligatore stringono la testa di un giocoliere, per creare quella che il mio capo chiama, la suspense dei cretini.
      Ormai è così vicino a me da creare con l'alito, eteree figure opache sul vetro della gabbia. Sembra quasi sorridermi con quel faccione schiacciato a terra e rugoso. È di un bianco sporco. E non c'è nulla di aggressivo in quella espressione assonnata, al contrario di quello che viene riportato nella sua scheda di presentazione appoggiata a terra. Viene definito irascibile, bellicoso, spaventoso soprattutto nella stagione degli amori. Secondo me invece è anche un po’ romantico.
      "Ho bisogno del tuo aiuto Nanù..." mentre resto ipnotizzata dal suo sguardo gentile, qualcuno mette la mano sulla mia spalla e mi gira verso di se come un pupazzetto snodabile. Il gillet nero del maestro Vaahl si allarga paurosamente mentre prende fiato. "Ma sei impazzita Nanù, tu qui a fissare il nostro costosissimo amico e i visitatori in giro senza una guida a buttare la spazzatura nelle gabbie? Fila dritto nella tenda che tra mezz'ora si inizia, dopo lo spettacolo facciamo i conti." Anche quando si arrabbia il viso resta attaccato al corpo senza flessibilità. Le guance si colorano di migliaia di puntini rossi e le labbra restano immobili su un viso schiacciato ai poli. Mi viene da ridere, ma mi devo trattenere, è pur sempre un rimprovero.
      Inizia lo spettacolo, sono dietro le quinte ad osservare i movimenti degli altri, per non sbagliare ancora una volta i tempi del mio ingresso in scena. Anche a scuola mi rimproverano di avere sempre la testa per aria. Non sono distratta. Oziho mi ripete che è normale per una bambina fantasticare, correre con l'immaginazione.
      Eccolo il mio angelo custode, in piedi sui gradini dell'arena. I suoi occhi puntati su di me sono uno stimolo e una rassicurazione. Non applaude a nessuno, tranne a me. Non ama il circo, dice sempre con uno sguardo triste che gli animali dovrebbero vivere nel loro ambiente naturale e non essere sfruttati in uno stupido gioco. Dalle schede che distribuisco è chiaro che ognuno di questi animali aveva una casa, una famiglia, un parco dove correre, una vita avventurosa da vivere e che ora sono costretti a posare in pochi metri quadri di sabbia, esibendosi in evoluzioni ridicole. Forse ha ragione lui, gli animali non dovrebbero far divertire gli umani. Dovrebbero essere lasciati in pace.
      Uno scappellotto dietro la nuca mi riporta dentro l'arena. È il momento del mio piccolo show e mi accorgo seccata di aver sbagliato un'altra volta i tempi.
      Le grida di eccitazione ritmano le mie evoluzioni in aria. Sono un funambolo tra i trapezi e la più piccola a passare di mano in mano tra gli acrobati. Quelle sensazioni di infinita libertà e di naturale fiducia si legano strette in una emozione unica. Vedo i colori del tendone mescolarsi in una ruota cromatica. Le teste degli spettatori capovolgersi velocemente sotto la forza di un'onda per surfisti.
      "Nanù...." sto ancora dondolando per aria in attesa del gran finale, attaccata all'attrezzo solo con la mano destra e Oziho è lì a fianco a me. Stringo i denti per non togliermi dal volto il sorriso di scena.
      "Che ci fai qui maledetto angelo impazzito?"
      È serio. Una espressione così non ammette repliche.
      "È arrivato il momento del mio show piccola nanù. Il mondo è della natura non degli uomini. Oggi ogni cosa deve ritornare al suo posto. Corri dal coccodrillo bianco e apri la sua gabbia. Ridagli la libertà."
      Stava succedendo qualcosa di irrimediabile e all'improvviso mi accorgo di avere paura da lassù. Mi tremano le gambe. Mi lascio cadere a piombo sul trapezio aggrappandomi con le mani. Inizio a dondolare per prendere velocità. Lascio la presa iniziando a girare in aria come una trottola.
      Oziho è lì sul tappeto ad aspettarmi con un'espressione divertita.
      Sento la terra tremare.
      La testa della giraffa si è impigliata a un baobab di cartone mentre le scimmie si arrampicano schiamazzando sui tiranti del tendone. Il vecchio leone arranca inseguito dalla zebra con la parrucca cotonata di scena. Le grus impazzite dall'eccitazione tentano improbabili salti dalla schiena dell'ippopotamo. Sembra un festino a bordo dell'arca di noè, stavolta non per divertire gli uomini. Gli spettatori sono in fuga dal tendone terrorizzati mentre sta andando in scena il più esilarante degli spettacoli. In prima fila con le mani sulla testa, liscia come la buccia di una mela, il maestro Vaahl piange incredulo ai suoi occhi.
      Corro verso la gabbia del mio amico coccodrillo.
      Un catenaccio ferma il mio entusiasmo, lo stringo tra le mie fragili dita guardandomi intorno inerme.
      Il guardiano soprammobile è lì seduto a pochi metri da me, alza lo sguardo lentamente. Ha degli occhi blu come il mare in tempesta. Un sorriso taglia il suo viso facendo intravedere un canino annerito.
      "Cerchi queste piccola?" Come un sonaglio fa vibrare in aria un mazzo di chiavi. Me le lancia senza aspettare una risposta alla sua domanda.
      Il passo goffo dell'alligatore si anima in una corsa improvvisata, come davanti ad una preda veloce.
      I suoi occhi mi dicono grazie e io sono contenta di non vederlo più da dietro a un vetro. Appoggio la mano sul suo muso rugoso e gli grido "Vai..."
      In pochi minuti i versi degli animali si allontanano verso le praterie. Mi metto a cavalcioni sulla sella del poni di plastica.
      Il silenzio viene rotto dal respiro di qualcuno che sopraggiunge alle spalle.
      Allungo la mano in cerca della sua. È calda, rassicurante, avvolgente.
      "Non dovevi morire papà, non dovevi andartene così. Sono ancora troppo piccola per riuscire a stare in piedi da sola."
      Oziho stringe ancora più forte la mia mano sudata. Ha un sorriso comprensivo e un'espressione buffa sul viso, per stemperare la mia malinconia.
      "Andiamo Rosetta dovremo trovare un altro posto per questa notte. La libertà degli altri ha un costo... "
      Continuo la sua frase tra me e me "...la nostra."
      Da quando è successo quell'incidente due anni fa, ora mi sento più forte. Continuo ad avere paura, ma non piango più. Ho la certezza che lui non mi lascerà mai sola.
      Addio amico mio albino, addio circo.
       
       

    • Giovanni, affermato autore teatrale incontra alla serata inaugurale della mostra di lei la ex-moglie, che ha lasciato due anni prima anche se la amava e ama ancora.
      Fra conversazioni frivole e saluti formali la conversazione fra i due si stringe mentre lei lo guida di quadro in quadro fino davanti a quella onda bianca, tumultuosa e purissima, che si stacca dallo sfondo blu.
      Era un quadro che aveva dipinto per lui, e che lui adorava, anche se aveva insistito per lasciarlo quando se ne era andato.
      Il ricordo del passato li avvicina e li rende insofferenti ed estranei al contesto in cui si trovano.
      Decidono quindi di uscire per un aperitivo.
      Al tavolino, nel bar, l'illusoria vicinanza presto scompare e lascia il posto ai vecchi rancori, all'incompiutezza dell'amore, alle gelosie che li avevano allontanati.
      Senza rancore si accomiatano, escono dal bar e si avviano per strade opposte. Non si rivedranno mai più.
      Alla galleria d'arte, all'improvviso, mentre nessuno guarda, i sostegni del quadro cedono e l'onda bianca si infrange fragorosamente al suolo paralizzando i presenti, per un attimo muti. 

    • Una donna scappa nel buio.
      Fugge dal Venezuela, verso l'America. Le impellenze oscure di una vita circonfusa dalla miseria la spingono verso l'unica, vera salvezza. Senza mai più tornare.
      Cammina per ore, giorni. Non cammina per rilassarsi, perché la sua pelle è bruciata dal sole. Questa faccenda di vivere. A volte è così insensata. Mentre lascia il suo paese, si chiede quali mestieri potrà intraprendere. Si chiede come dovrà muoversi, una volta arrivata in America. Sarà una vita bella o brutta?
      Il tragitto è lungo e tortuoso, non per tutti. Molti abbandonano, molti muoiono. Un deserto fatto di pietre, erbacce e polvere sotto una graticola di quaranta gradi, che non suggerisce altro che una visione di perdita e abbandono, ma a lei fa un effetto diverso, le offre quella fantasia che non avrebbe mai pensato d’avere in Venezuela, un miraggio che diventa realtà. Quello di una vita felice, come se fosse un diritto e non un dovere. Il suo sguardo speranzoso, pieno d’energia, è come uno scintillio in quei paesaggi deserti.
      E poi c’è il muro.
      Conosci questo muro? Lo trovi, ci sbatti contro. Questo muro è insensibile e sopprime le emozioni.
      Questo muro t’impone di immobilizzarti e fissarlo in silenzio. Questo muro è il centro d’attrazione dell’area.
      Lei, dopo aver alzato lo sguardo per incontrare il blocco di cemento, fa un sorriso.
      Nell’afa insopportabile, libera un sorriso timido e imbarazzato. Quel muro le ha fatto perdere in un sol colpo, come un singhiozzo, la speranza di vivere, della felicità, la speranza dell’America. In un sol colpo, si rende conto di non essere in grado di gestire la sua emotività, ma ugualmente si vive la perdita della speranza senza paura, senza angoscia. Non le frega più niente. Se ne vuole solo liberare.
      Quando muore diventa bianca.
       
       
       

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