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  • Storie

    Promuovi qui le tue storie.

    • Francesca 96

      IO & TE

      By Francesca 96, in Poesia,

      Siamo stati tutto e niente...
      siamo stati fuoco e fiamme
      fulmini e tempesta
      pioggia e vento.
      Siamo stati armi e scudi
      guerra e battaglie
      pianti e tristezza...
      siamo stati urla e paura..
      siamo stati distanza,assenza, nostalgia....silenzio.
      Siamo stati l'irripetibile.
      Noi che ci siamo presi e perduti,
      noi che siamo ritornati.
      Noi che abbiamo aspettato, sognato e sperato...
      noi che abbiamo sbagliato.
      Noi che ci siamo odiati e amati in questa catena di sentimenti così contrastanti.
      Noi che abbiamo lottato contro i nostri dubbi
      mostri delle nostre incertezze.
      Noi che ci siamo ritrovati e amati più forte.
      Noi così maledettamente diversi, costantentemente divisi e meravigliosamente uniti.
      Io e Te..
      come Venere e Marte,
      come pianeti lontani,
      come stelle in competizione...
      come il sole e la luna
      come il giorno e la notte
      come il buio e la luce...
      insieme SENZA ARRENDERSI MAI.
      Abbiamo fatto tremare il mondo
      e innamorare il cielo...
      abbiamo fatto piangere le nuvole
      e rallegrato le rondini.
      Abbiamo illuminato la luna,
      e riscaldato il sole...
      abbiamo fatto tacere il dolore,
      e sospirare l'anima.
      Abbiamo chiuso porte e aperto le stanze dei nostri cuori.
      Noi non saremmo forti come il fuoco,
      liberi come un'aquila,
      coraggiosi come un leone.
      Forse non conosciamo il potere della verità
      nè la fragilità della promessa.
      Siamo stati un passato da raccontare 
      e la separazione da dimenticare.
      E tu sei sempre stato qui:
      al di là del tempo, della distanza e del rifiuto...
      ci hai sempre creduto.
      E io sono sempre stata qui:
      in questa continua attesa tra verità nascoste 
      ed emozioni contrastanti.
      Perchè in fondo noi siamo questo...
      più forti delle fiamme,
      più liberi di un'aquila,
      più fragili di una promessa...
      sognanti più di un bambino. 
      E con i bagagli carichi del nostro passato
      siamo ancora IO & TE...
      più forti, più liberi, più fragili...
      con le nostre speranze e i sogni
      di questo nuovo inizio...
      questa volta senza fine.

    • IL TOCCO DELL'INFINITO

      By Francesca 96, in Poesia,

      Non esiste pace senza angoscia,
      sorriso senza lacrime,
      coraggio senza paura,
      forza senza fragilità.
      Dopo le nuvole c'è sempre il sole
      e dopo la tempesta brilla l'arcobaleno.
      In fondo è proprio questo il vero mistero...
      alla fine di un tunnel buio
      si scopre la luce
      e non esiste dolore senza gioia.
      Alla fine del mare si nota l'orizzonte
      linea continua tra gli estremi del cielo...
      sembra quasi di poterla toccare con le dita.
      Ho sbagliato! Non è la fine...
      l' orizzonte che vedo
      è il mare che va verso l'infinito.
      Così vorrei fosse la mia vita...
      come il mare.

    • Un giorno del 2026, la Francia attacca la coalizione araba capeggiata e aiutata da Russia, Cina e India; la flotta del neocostituito Impero Ottomano attacca la flotta USA nel Mediterraneo, distruggendola quasi interamente, una nuova ma gigantesca Pear Harbour, con morti feriti e mezzi miliatari distrutti. Partono due Mig francesi e bombardano la zona del centro di Teheran. Il giorno dopo RUssia, Cina e India dichiarano guerra a Francia e Stati Uniti. Interviene al loro fianco l'Inghilterra contro la flotta ottomana e la coalizione RCI e gli dichiara guerra. Il giorno dopo interviene l'Italia, il governo di Estrema Destra capeggiato da forze coalizzate in parlamento, dichiara guerra alla triplice ottomana intesa e di lì inizia tutto...

    • In quei occhi potevi scrutare il suo animo
      silenziosi ma tanto potenti
      parlavano senza emettere suoni
      un universo ignoto per lo più
      solo pochi osavano scrutarne gli abissi profondi
      non sapevi se perderti al loro interno o decidere di ignorarli
      quegli occhi sprigionavano amore non ostante quel profondo dolore

    • Lande d' indescrivibili silenzi assalivano il mio cuore, ormai corroso dal dolore che lacerava lento ed inesorabile ogni fibra di esso.
      Terreni bruciati e straziati erano i paesaggi della mia anima che a lungo era stata straziata da un amore ingannevole.
      La vittima sacrificabile nell'altare di un amore esistito forse solo nella mente, perchè di ricordi esso viveva e niente più.
      Le sue mani che stringevano il cuore in tumulto, l'avevano ridotto a pezzi, lacrime di sangue sgorgavano da esso, ma in fondo non importava, era quello lo scopo.
      Lande irrorate dal color carminio tingevano quel puro cuore una volta inondato dalla luce, ora le tenebre e il dolore ne tingevano il paesaggio.
      Nulla più di vivo rimaneva, la morte scendeva.

    • Questo luogo questo tempo
      A lungo dimenticato
      ne resta la memoria in quell'incessante ticchettio
      un battito di tempo
      come la sabbia di un deserto che si libra e scompare all'orizzonte
      l'amore una volta vivido e intenso sta scomparendo insieme a me
      non ricordo l'esatto momento che tutto si è fermato
      che le lancette han smesso di muoversi
      semplicemente tutto sta scomparendo
      insieme a te che te ne vai
      di me non resta che il dolore della mia anima
      l'orologio si è rotto non si muove più.

    • A stento riesco ancora a sentire qualcosa, questo mio cuore caldo pulsante stretto per così tanto tempo nelle tue mani, lentamente sta morendo. L'amore che un tempo lo riempiva, lo nutriva e lo faceva battere è stato portato via, lentamente sta morendo. Stretto così a lungo che a stento ora posso dire che batta, lentamente la presa delle tue mani è arrivata a far gemere dal dolore ogni sua piccola parte.
      Quel sentimento così nobile che lo caratterizzava sta mutando e del suo rosso carminio ora resta solo il sangue che lentamente cola dalle cicatrici.
      Un nero intenso lo avvolge cingendolo con le ali della rabbia, del dolore.
      Lentamente il suo amore si trasforma in odio, ritorna a battere, ma ormai più nulla riuscirà a restituirli la sua luce.
      Lentamente discende l'oblio.

    • Tu ed io

      By Lam, in Letteratura Rosa,

      :Chi lo avrebbe mai detto, io e tu dentro quella stanza d'albergo, mi sentivo cosi sporca in quel momento, aver premeditato il nostro primo incontro dopo anni, li in una stanza. Gia sapendo che non era solo un caffè, ma che, sicuramente quella sera mi avresti presa anche se non sapevo come. quel giorno sembrava non arrivare mai il momento. Ricordo che iniziai la mia giornata di lavoro felicissima, ed appena finito corsi a casa per prepararmi, tu mi aspettavi al centro del piccolo villaggio, ed io arrivai con un caffè, ti avvicinasti a me e mi desti un bacio sulla guancia per salutarmi, e mentre apristi lo sportello della macchina per farmi salire, mi guardavi negli occhi come se fossi una delle ragazze più belle che avessi mai visto. 
      Era una vita che non ci vedevamo pero per la prima volta dopo anni vedevo un'uomo diverso, difronte a me. Audace pieno di passione, iniziasti a parlarmi e sfiorarmi le ginocchia, continuando a salire, fino ad arrivare ad unn punto dove ormai non connettevo più, e trovandoti nella prima piazzola di sosta mi baciasti, perchè quel desiderio di me. Quando poi arrivammo in città in quel hotel dove avevi prenotato mi presi tra le tue bracia ed iniziasti a baciarmi, poi stendendomi nel letto mi presi con tanta forza, che solo una domanda scorreva nella mia testa, perche tutta quell'avidità nell'avermi. 
      A mezzanotte dopo ore d'amore e chiacchiere decidesti di riaccompagnarmi a casa. Ed il giorno dopo non ebbi tue notizie, ed ecco qua un altra umiliazione altre paure, perchè non chiamavi.
      Ma ecco che alle dicianove arriva quella chiamata, che tanto aspettavo ed ecco che i miei sogni non erano infranti, passammo ore al telefono a programmare il nostro prossimo incontro, e questa volta uno normale, passarono i giorni le settimane ed il nostro amore fioriva, e tu non eri più come quel primo giorno, no, eri totalmente diverso più dolce più forte più tutto.
      Finchè un giorno decidesti di prendermi e portarmi via.Con te.,

    • tre racconti su venti
       
      INCIPIT
       
              Mia figlia sorrideva triste e io mi domandavo se quello non fosse l’ultimo dolore che le recavo. Mi accarezzava spesso, forse per tenere nei palmi il mio odore.  L’ho sempre amata e le sono stato vicino ma, come due parallele, non ci siamo mai intersecati. Pur sforzandoci, rimanevamo due dirimpettai che si cercano guardandosi ogni giorno e alzano la mano in segno di saluto. Non rimaneva altro che un sorriso, una carezza: tutto lì.
              La mia vita ormai era altrove.
              Ultimi giorni di angoscia e di preparazione poi, via verso l’isola sconosciuta, speranzoso di ricominciare e lasciare tutto e tutti alle spalle.
              Un’altra vita.
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
      SINOSSI
       
              Sbarcai a Creta un giorno di maggio per un periodo di conoscenza. Appena attraversato il tunnel  mi ritrovai in una selva di corpi che mi stringeva e pressava, un carnaio in cui la cacofonia di lingue mi stordiva. I variopinti abbigliamenti dei turisti ondeggiavano come fiori al vento, profumi e odori si condensavano in un unico miasma soporifero. L’altoparlante sovrastava il brusio insistente. Il tintinnio dei bicchieri e delle tazzine del bar, collocato sotto una finta tettoia di palme, si perdeva cristallino sulla pletora di voci . Ero turbato e confuso. Scombussolato dai discorsi di quell’ultima cena con gli amici da Maria, la gestrice del ristorante che aveva preparato una tavola degna di un convivio luculliano, ripercorrevo costantemente la serata. Gli amici che mi dicevano: tanto Creta è a un tiro di schioppo, in tre ore sei a casa. Qualcuno mi rammentava che forse, un periodo sabbatico, mi avrebbe solamente giovato. Qualcun’altro mi confortava raccontando delle cazzate che combinavamo imitando il film “amici miei”. La maggior parte ironizzavano sulla mia imminente partenza, mancavano dieci giorni, paragonandomi all’emigrante veneto con la valigia di cartone tenuta da uno spago. Mia figlia, seduta di fronte a me, sorrideva triste e io mi domandavo se quello era l’ultimo dolore che le recavo. Mi accarezzava spesso, forse per tenere nei palmi il mio odore. L’ho sempre amata e gli sono stato vicino ma, come due parallele, non ci siamo mai intersecati. Pur sforzandoci, rimanevamo due dirimpettai che si cercano guardandosi ogni giorno alzando la mano in segno di saluto. La mia vita ormai era altrove.
              I fuggiaschi, quelli che se ne vanno da una realtà divenuta, nonostante tutti gli sforzi per raddrizzarla, storta e insostenibile, tendono ad annullare, dimenticare e annichilire ogni traccia del passato. Sperimentano di tutto per nascondere e confondere le orme e i segni lasciati dal transitare sulle vestigia di un passato prossimo e remoto. Io ero consapevole di me stesso, dei miei trascorsi. Non cercavo di scomparire e mi attaccavo agli affetti ancor più di quando li frequentavo ma me ne dovevo allontanare per salvarli, perché non rimanessero in me come rovine ma semplici e attuali ricordi. Il passato è come un fantasma che appare nei momenti bui e quando meno te lo aspetti ti segue mormorandoti i fallimenti che hanno costellato la vita, dimenticando i successi. Avrei dovuto aver pietà di me e dei miei atti, quell'antica “pìetas” che rispecchia, tra l’altro, il sentimento religioso, il rispetto della famiglia, il valore gerarchico che ancora confusamente albergavano in me. Non avevo fatto mai chiarezza e neppure avevo imparato che la pietà è quella parte dell’amore che non chiede nulla ed è di per se stessa una preghiera. Ora lo sapevo ma sembrava che tutto fosse perduto.
      “Forse semplicemente accantonato”. Mi dissi un preda all’angoscia.
      Avevo bisogno di respirare. Uscii e mi sedetti sulla panchina dell’ingresso guardando i turisti che trascinavano i trolley o si caricavano in spalla zaini voluminosi dai quali pendevano i più disparati oggetti. File ordinate di nordici stazionavano di fronte ai box delle varie autolinee. Frotte di italiani e spagnoli assalivano corriere ed autobus come fossero diligenze nel farwest mentre, personaggi più distinti e ricchi, incedevano, naso all’in su, verso il parcheggio dei taxi.
      Ero stanco e frastornato. La decisione di partire mi era costata parecchio in emozioni e convinzioni. Il tempo per i se ed i ma era scaduto. Mi trovavo solo in un paese straniero con una lingua incomprensibile. Alle spalle una vita di successi e disastri non mi aveva insegnato niente dell’amore, della tolleranza e della pace: avevo gustato solo avventure. Portavo sulle spalle le azioni passate come Atlante la volta celeste. Esausto, mi sentivo imbrigliato in una ragnatela di crucci e rincrescimenti. Più progettavo di riemergere e più affondavo  invischiato in una densa melassa che m’impediva movimenti fluidi. Nuotavo nell’affanno e avevo paura. L’ego si ribellava alla situazione di stasi e all’accondiscendenza supina di una realtà devastante. Pagavo il motto preferito: meglio rimorsi che rimpianti. Non sono ubbidiente per natura e tanto meno il mio carattere si adatta all’inerzia.
      “Cerco  pace, anche se dolorosa”. Mormorai guardandomi ancora una volta attorno alla ricerca di un segno, di un indizio che rivelasse che quanto stavo facendo fosse la cosa giusta,  e mi chiesi: “Perché qui?”
      Era vero che avevo accettato un invito, era altrettanto vero che Creta era la meta ideale per lontananza e, al contempo, per vicinanza al mio paese. Avevo altresì ricevuto proste dalla Spagna e dal Venezuela, persino dalla Germania da dove, alcuni amici, mi avevano scritto offrendomi ospitalità. Perfino dalla Norvegia mi aveva telefonato una vecchia “morosa” sperando di riavermi tra le sue braccia. Io avevo scelto Creta senza un preciso motivo se non quello di incontrare una vecchia amicizia.
       Da un’ora stavo seduto a pensare, recriminare e  immaginare, nell’attesa dell’autobus che da Chania  mi avrebbe condotto a Rethymnon. Quando arrivò, trascinai le valige e mi sedetti al primo posto per avere una visuale migliore del nuovo panorama.
              Seduto a osservare il paesaggio, ancora verde della primavera, mi resi conto che mi rimanevano solo due opzioni: o credere in me stesso e nelle mie possibilità o no e ciò sarebbe stato come un trampolino o una fossa, una ripida e difficile salita o una fluida e veloce discesa nel precipizio della fine.
       
              Ora percorro le strade dell’isola, che fu patria di Minosse, alla ricerca di una dimensione consona al mio spirito curioso ed errabondo. Nel girovagare peregrinante, senza precise mete, incontri casuali e cercati tingono i giorni di colori vivi e avvenimenti fortuiti mi donano nuova linfa.      Le donne, tutte, sono il leit motiv. I suggestivi paesaggi di Creta permeano di eros e pathos le mie esperienze di errabondo.
       
              Un racconto in capitoli trattato con ironia e fraseggio interiore dialettale (tradotto). Uno scambio di battute con la coscienza vigile, descrivono la  mia attuale vita tra avventure amorose, amicizie sincere e veleggiate sul mio Koala 38.
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
      L’EPILOGO
              Da giorni le immagini e i ricordi del recente passato tornavano assillanti. Come in un film al rallentatore, fotogramma dopo fotogramma, sembravano una locomotiva lanciata contro di me che, impassibile e immobile, la vedevo arrivare sbuffante. Inerte e trasognato attendeva l’urto, la deflagrazione che avrebbe dato inizio a un nuovo corso della vita o alla fine. Era sicuro che tergiversando ancora sarebbe successo così. Allora decise.
              “Basta”.
              Avrebbe chiuso e racimolato, in qualche modo, un po’ di soldi e si sarebbe inventato altro. Era stanco di una professione divenuta esclusivamente un mercato  nel quale muoversi significava ripudiare ogni idealità costruita sin li. Negli ultimi anni e per il luogo dove professava, immaginare l’architettura come “arte primaria” non aveva futuro e neppure si prospettavano soluzioni tali da mettere a frutto l’esperienza trentennale e un curriculum di tutto rispetto. Era penoso, triste e drammatico abbandonare il lavoro, nella maturità professionale, che era stato passione, attaccamento, esaltazione e tormento. Era dunque arrivato al capolinea della professione. Mancavano soli due anni alla pensione e non voleva buttarli in inutili e vani tentativi di riemergere. Pensò di cambiare, di dedicarsi a una delle sue grandi passioni: la cucina. Per trovare stimoli e sopravvivenza aprì, con un amico, un ristorante al piano terra di un piccolo centro commerciale, defilato dalla via principale e immerso nella zona residenziale tra piccoli condomini e giardini privati.
              “In cueo al mondo”. (in fondo al mondo).
              Di sera, nel periodo in cui stava chiudendo l’attività dello ”studio”, ordinata alla bell’e meglio la scrivania e, salutato con un sogghigno il collega, si allontanava in fretta, quasi a voler lasciarsi l’afflizione alle spalle. Nella sua testa, un ristorante doveva essere l’epitome alla professione esercitata:
              “Pure nella cucina si esercita fantasia e creatività”.
              Il suo non sarebbe stato un banale ristorante alla moda ma un’esplosione di idee per gente con idee e con voglia di vivere e curiosità. Pensava a quante valenze erano insite in un luogo ove: “No se se impenize soeo a panza”. (non solo ci si riempie la pancia)
              Lo pensava come un angolo di aggregazione con molteplici sfaccettature e possibilità: cucina di ricerca, vini solo veneti, spazio musica, spazio teatro, biblioteca, zona pranzo, angolo relax, area convivio per compagnie, angolo degustazione prodotti autoctoni e un locale  prive. Ogni giorno immaginava qualcosa da inserire. Alla fine smise di congetturare. “No bastaria un capanon da mie metri” (Non basterebbe un capannone da mille metri).
              Il caso volle che, proprio in quel periodo, ricevesse una richiesta che, lo capì in seguito, avrebbe trasformato e condizionato il resto della sua vita.
      L’amico, industriale di successo, tra un caffè e una consulenza, aveva discusso con Al della sua follia: aprire un ristorantino. Conosceva la sua passione per la cucina; ogni tanto, infatti, lo reclamava nella sua villa per allestire velocemente una cena per ospiti che capitavano all’improvviso. Al era ben disposto a queste improvvisate performances, poiché riteneva che, oltre che a un favore all’amico, fosse  un occasione di conoscenza di personaggi illustri e ben dotati di portafoglio.
              Fu chiamato con urgenza al telefono da Piero: “Vien qua, movete” (vieni qui, muoviti).
              “Cossa ghe xe?” (che cosa c’è?).
              “Te go dito de vegnar qua, tanto o zo che no te ghe gnente da fare” (ti ho detto di venire qui, tanto lo so che non hai nulla da fare).
      E aggiunse: “Desbrigate” (sbrigati).
              Si recò, quindi, presso l’ufficio dell’amico, su al terzo piano. Salendo con l’ascensore tutto in vetro ammirava la sua opera mentre scrivanie, scaffali e impiegati sprofondavano velocemente nei piani che si inabissavano sotto di lui.
              Sdraiato sul divano finta zebra gli fece cenno di versare da bere indicando con la mano il bar.        Si sedettero ad analizzare le varie proposte che Pietro immaginava per la sua nuova fabbrica. Seguì un’accanita discussione sulle soluzioni organizzative degli spazi esterni.  Gli innumerevoli tentativi di farlo desistere dall’idea della sequoia, voleva piantumarne addirittura un viale, a qualcosa approdarono. Al non cedeva facilmente alle richieste del ricco amico, ci teneva all’integrità del progetto e l’altro, di contro, non ne voleva sapere di essere contraddetto. Gli sforzi prodotti per fargli comprendere il non luogo che si sarebbe venuto a creare con l’utilizzo delle sequoie, approdarono a qualche modifica alla proposta di Piero. Alla fine accettò di organizzare gli spazi esterni con una piantumazione di liquidambar stiracyflua anziché di sequoie.
              Poi, su richiesta di Al, ordinò, non nell’interfono ma gridando a squarciagola affinché lo sentissero fino al piano terra, due caffè.  La segretaria dell’ufficio accanto partì come un razzo giù per le scale. Con l’ascensore avrebbe perso qualche secondo.
              “Però !” Esclamò Al. “I xe tuti co a fifa inte el cueo, ma cossa ghe feto aea matina, i morsegheito pena che i riva? (sono tutti con la paura piantata nel culo, ma cosa gli fai al mattino quando arrivano, li mordi appena arrivano?).
              Piero sorrise e fissandolo strepitò.“Fin desso ghemo zogà, desso xe ora de robe serie” (sinora abbiamo giocato, ora è venuto il momento delle cose serie).
              Di fronte al caffè, a bruciapelo, senza tante parafrasi, gli fece la proposta. “Perché non riapri la pizzeria che sta al piano terra del mio centro commerciale? E chiusa da cinque anni ma è completamente arredata, funzionante e con una cucina attrezzatissima”.
              “Si, te ghe razon (si, hai ragione). Ma è in culo al mondo, non ha spazi esterni o giardino e nessuna visibilità”.
              Era infatti posizionata nell’angolo più nascosto del complesso edilizio che dava sull’abitato, difficile da individuare anche da chi transitava a piedi nei paraggi.
              “Non si vede dalla strada e c’è da sputare sangue solo ad inventarsi qualcosa”.
              “Non te la senti, ti mancano le palle?”.Lo schernì Piero.
              “Lo sai che quelle non mi mancano.     Il fatto è che non ho i soldi sufficienti per quest’avventura. Bisogna trovare l’idea giusta per far funzionare quel locale.  Comunque servono almeno tre anni e una montagna di soldi ed io da solo non ce la faccio”.
              L’amico lo scrutò pensieroso col suo sguardo d’aquila. Al immaginava che stava per progettare o inventarsi qualcosa per convincerlo ad accettare la proposta e che la chiamata per le variazioni degli spazi esterni era stata solo una scusa. Lo conosceva bene. 
              Piero fece una telefonata alla moglie richiedendola immediatamente in ufficio. Poi, deposto il telefono, si rivolse nuovamente ad Al. “Ti faccio una proposta che non puoi rifiutare”.
              “Sentiamo”
              “Aspettiamo che arrivi Lella”.
              “Beh…perché? Tanto comunque decidi sempre tu.” Rispose Al impertinente. Si era intanto avvicinato alla finestra e l’aveva aperta accendendosi una sigaretta. Sapeva che a lui dava fastidio ma che tollerava il suo vizio.  Ogni volta gli ingiungeva di usare lo swap, la sigaretta elettronica. Gli rispondeva:   “No me piaze e moeghea de proporme i sufimigi” (non mi piace e finiscila di propormi suffumigi).
              “Sempre a cagnarve valtri do” (sempre a bisticciare voi due).  
              Lella apparve sull’uscio della parete vetrata e, elegante come al solito, intervenne a tacitare i due. “Moèghea” (smettetela). E rivolta al marito: “Cosa vuoi. Cosa significa questa riunione?”
              “Sentì qua” (State attenti).  Ribattè  Piero. “Zo drio proporghe che a piseria la gestissa lu” (Gli sto proponendo la pizzeria in gestione).
              “Fai quello che vuoi purché funzioni.  E’ l’angolo morto dell’edificio”. Si espresse lei sfogliando sbadatamente il libro sfilato dallo scaffale ove erano riposti i prototipi.
              “Apunto, in cueo al mondo” (Appunto in culo al mondo). Ribattè Al aggiungendo.“El voe darmea proprio a mi. Cossa ghe goi fato de mae, e parchè proprio a mi?” (Vuole darla proprio a me. Cosa gli ho fatto di male, e perché proprio a me?).
              E Lella poggiando il libro sula scrivania. “Ha ragione, sappiamo che il tuo studio è in sofferenza e che lo vuoi chiudere, sappiamo delle tue previsioni future, dei tuoi desideri, ne abbiamo già discusso con te in tempi non sospetti, qualche sera a casa mia”. Poi, per rinforzare la proposta del marito. “E poi sono convinta pure io che un personaggio come te ce la può fare. Sei ancora in forze, un bell’uomo che il tempo ha segnato poco. Sei uno sportivo e piaci alla gente”.
              “Gnanca par sogno!” (assolutamente no). Ribattè Al. “No buto chei  quatro bessi che go da na parte pa na sparada che podaria finir mae”. (Non butto via quei pochi soldi che ho da parte per una spacconata che potrebbe finire male)
              Piero si alzò dalla poltrona incespicando sul finto tappeto di zebra, in pendant col divano, aggrovigliato attorno alle razze della poltrona per il continuo oscillare sulle ruote che imprimeva col suo nervosismo cronico.  Prima di finire il giro attorno alla scrivania incespicò ancora e, per riprendere l’equilibrio, si poggiò a una pila di libri sparpagliandoli sul piano di cristallo. Una sonora bestemmia silenziò la moglie che aveva avuto un azzardo di ilarità.
              In quell’ufficio tutto decantava ricchezza e potere, dal soffitto in cartongesso, tinto di un rosa pallido luccicante, alle pareti in encausto veneziano, dai divisori in vetro serigrafato ai costosi arredi che, un architetto che non aveva ancora scelto da che parte stare, aveva allestito come un  postribolo e col quale Al aveva avuto un pesante alterco rinfacciandogli, volgarmente, la sua indefinita sessualità.    
              Osservando l’incedere tronfio e impacciato dell’amico ricordò un film di Fantozzi e la “poltrona di pelle umana” sulla quale sedeva il “direttore”. Una risata sonora allibì i due che la credevano indirizzata a loro.  Al si scusò spiegando l’aneddoto. Piero non convinto lo guardò torvo.
              “Ben femo cussì” (bene facciamo così). Si era fermato in centro stanza guardandolo pensieroso, poi: “Pa do ani no te me paghi l’afito, te usi tuto queo che ghe ze rento e te fe queo che te voi e se te ghe bisogno zo qua e…. va in cueo” (Per due anni non mi paghi l’affitto, usi tutto quello che c’è dentro e fai quello che vuoi e se hai bisogno io sono qua e … vai a fare in culo).
              “Ma Piero!” S’indignò ad arte Lella.
              “Si, el me ga roto i cojoni, ghe dao na posibiità, e lu la buta” (Si, mi ha rotto i coglioni, io gli do una possibilità e lui la butta via).
              “Non mi sono ancora espresso”.  Incalzò Al passando dal dialetto all’italiano.     “L’offerta è interessante ma ci devo pensare. Devo trovare persone affidabili e convinte dell’avventura e che abbiano il coraggio di condividere il progetto”.
              “No a xe na ventura” (Non è un’avventura). Urlò Pietro. “A xe na posibiità che te dao” (È una possibilità che ti do).
              “Sei proprio un amico, Pietro”.  Rispose Al, sorridendo beffardamente. “Ma, in genere, per quel che ti conosco, le tue proposte convengono solo a te. Ci devo pensare e una risposta te la do in settimana”.
              Pietro incalzò.“No te ghe da spendare pi de vintimie euri, e mi me carico i costi de tutti i impianti che serve” (Non devi spendere più di ventimila euro, e io mi sobbarco tutti i costi per la sistemazione degli impianti). Poi, con fare condiscendente: “Te digo de pì, te garantizo trenta dei me dipendenti ogni medodì” (ti garantisco trenta dei miei dipendenti ogni mezzogiorno).
              “Ti co vintimie euro no te te neti gnanca el cueo e in te chel posto co chea cifra no te fe na ostia” (Tu con ventimila euro non ti pulisci neppure il culo e con quella cifra lì non si combina nulla).
              “Comunque”. Riprese. “Devo trovare qualcuno che gestisca la cucina e che partecipi all’impresa. Devo elaborare un progetto, sottoportelo, preventivarlo e metterlo in opera. Ti darò una risposta fine settimana”.
              “Al, tu conosci un sacco di persone, hai un’esperienza di ristoranti poiché la tua è una famiglia di ristoratori e hai voglia di cambiare”.
              “Si, Lella, grazie della fiducia e grazie della proposta, fine settimana si decide”.
              Appena uscito, era ancora nell’androne d’ingresso, telefonò a Manuel, emigrato in Germania a lavorare come cuoco in un ristorante stellato. Con lui si era dilettato in gare culinarie e non solo. Era una bella e cara persona. Un amico di condivisioni. Se n’era andato poiché qui aveva perso la casa in una vicenda quasi surreale. Al lo aiutò come poté ma fu tutto inutile: una triste storia.
              “Assame perdare che stao ben qua” (Lasciami perdere che io sto bene qui)
              Fu la risposta secca e asciutta. Senza Manuel non se la sentiva di affrontare da solo quella sfida.  Nonostante il diniego dell’amico e nella speranza di convincerlo o trovare qualche altra soluzione, aveva intanto redatto una bozza di ristrutturazione da pizzeria a ristorantino: da 150 a 70 posti, angolo lettura con divanetti Chesterfield, angolo musica live su pedana, fornitissima libreria. Prevedeva 2500 volumi, tanto li avrebbe avuti gratis da Piero. Completavano l’ambiente: un’enoteca e  un angolo assaggi e aperitivi, con affettatrice Berkel rossa a volano in bella vista ed un prive  per i dirigenti dell’azienda  di Piero. Nonostante la proposta dei due anni gratis e un progetto ambizioso ma realizzabile, non aveva il coraggio di affrontare l’impresa senza l’amico.
              Deciso a recarsi da Piero per rifiutare l’offerta, si era alzato, il venerdì, con l’amaro in bocca, un turbinio di pensieri e un sentimento bigio: non se la sentiva proprio di affrontare quel cimento da solo. Dopo la doccia si preparò il the. Si stava accomodando al tavolo con la teiera fumante in mano, quando il telefono prese a ronzare.  Azzerava la suoneria per non essere disturbato di notte. Conosceva le bestie dei suoi amici di scappatelle.
              Guardò il numero, estero, ma non lo conosceva. Il prefisso però lo fece sobbalzare. “Si?”
              “Vien torme so al Marco Poeo de Venessia” (Vieni a prendermi, sono al Marco Polo di Venezia).
              La voce dell’amico squarciò il grigiore. Guidò come un pazzo. Era abituale per lui andare a velocità sostenuta nostante i sei punti rimasti sulla patente. Giunse che Manuel usciva dal terminal. Si abbracciarono, salirono presto in auto perché doveva riprendere l’aereo alle sette di sera e, con un'altra follia automobilistica, furono di fronte al ristorante. Mostrò l’ambiente e dispiegò il progetto stampato su un grande foglio sul lungo tavolo centrale, riempito di schizzi a mano libera e appunti. Elencò i termini proposti dal proprietario e che cosa si poteva ancora ottenere.
              Manuel lo guardò incredulo e deciso sbottò. “Si fa! Torno a febbraio, tu inizia a ottenere i permessi, poi assieme lo realizziamo. Prepara il contratto con lui e quello tra di noi”.
              Al non stava nella pelle. Era la volta buona di una svolta seria. Manuel tornò con la voglia di rimettersi in gioco. Tutto fu realizzato nel giro di due mesi.
              All’apertura intervenne il paese. Lui era un personaggio conosciuto. Il sindaco tagliò il nastro ed ebbe inizio l’avventura.
              Nel  contempo era pure giunto agli sgoccioli il tempo dello studio di architettura.    Quando entrava in ufficio per chiudere con gli ultimi impegni, lo coglieva la depressione e lo infastidiva lo sguardo topesco del collega in perenne competizione con Al per dimostrare la propria superiorità ma non possedeva né le qualità né le capacità.
              “E’ arrivato il momento di chiudere, dell’ufficio non ne posso più”.
              Il dottore gli aveva comunicato che doveva cambiare aria, smettere, se voleva salvarsi dalla depressione in cui stava lentamente scivolando.
              “E’ arrivato il momento di aver coraggio”. Si disse ancora una volta pensando a ciò che lasciava: professione ed esperienza.  “Succeda quel che deve ma io mi fermo qui”.
              Non aveva mai raggiunto la ricchezza perché non l’aveva mai cercata anteponendo al sacrificio di una vita dedita ai soldi, la voglia di vivere e di assaporare quello che la vita poteva riservargli. Si permetteva una vita interessante: un lavoro come architetto, una barca a vela, anche se piccola, escursioni in montagna, viaggi per il mondo, una casa ricavata dal precedente ufficio, una figlia, le canne da pesca, le mostre, il cinema, la pittura e tutte quelle altre cose di cui si era attorniato e che viveva con intensità, non ultima la passione per la cucina. Non amava più i luoghi in cui aveva vissuto per lavoro, come Milano o Tmisoara, Monaco o Asmara,  dove si era fermato il tempo sufficiente per viverli e detestarli. Neppure gli piaceva uscire con i colleghi o gli arricchiti poiché se non parlavano di denaro, sparlavano di donne e ognuno a casa aveva moglie e figli. Lui, pluridivorziato e con una figlia, invece, era single e libero e non intendeva sottostare a regole sociali che non condivideva.
              Lo studio fu chiuso o meglio, lasciò al socio tutto il carnet clienti, prese solo le sue cose personali. Salutò il collega che si sentiva tradito e si dedicò interamente al ristorante che diventò il suo rifugio, il suo futuro e forse quello della figlia. Aveva speso soldi ed energie, aveva coinvolto Manuel nell’avventura e stava funzionando.
              La sera, perché lavorava solo di sera, si animava, non vedeva l’ora di cambiarsi, infilare la camicia bianca col nome del ristorante e il suo ricamato in rosso e nero e uscire incontro ai clienti, servire il vino, decantarlo e discorrere animatamente con gli ospiti che gradivano la sua presenza. Amava chiacchierare con la cameriera, mentre chiudevano, lavando i bicchieri e riassettando bancone e sala.  Lei, una ragazza volenterosa, mite e colta, dimostrava affetto verso il suo titolare. Ne era gratificato e si sentiva felice quando chiudeva e andava al solito bar per incontrare gli amici che prima avevano cenato da lui.
              Fu quello un periodo in cui la vita gli sorrideva. Non gli mancavano le serate scapestrate con gli amici, i giri a Venezia o a Firenze a qualche mostra, i concerti di musica sinfonica o il teatro. Nel ristorante organizzavano serate di cultura con presentazione di libri, performance teatrali, cantastorie che riempivano la prima parte della settimana e l’altra si concludeva con musica live, jam session, dj e tutto ciò lo impegnava e lo gratificava.
              Manuel in cucina era un mago. I clienti, la sera, arrivavano anche da lontano: Vicenza, Padova, Venezia e anche oltre. Di giorno, la ditta di Pietro e altre due aziende di successo della zona, riempivano tutti e settanta i posti e a volte facevano anche il doppio turno.
              Ora, che era libero dalle incombenze della professione, dedicava più tempo al ristorante e immaginava già modifiche e migliorie. Un pomeriggio, comunicò a Manuele una sua elucubrazione, questi, alzata la mano in gesto d’attesa, rientrò in cucina e prese uno spadone da spiedo e avvicinandosi a lui con passo da schermitore: “Sentimo!” (Ascoltiamo).
              “Che ne dici se prendiamo anche il locale di lato, costruiamo una parete di vetro e ci mettiamo due grandi tavoli.  Uno lo attrezziamo per disegno ed uno per cene private. Un tendaggio per chi vuole la privacy. In tal modo la gente mi vede dipingere e i clienti possono scegliere se nascondersi o farsi vedere ?”.
              Manuele sorridente, tra una sciabolata e un affondo. “Che ne dici, invece, di andare in cucina a dare una mano? Ti te ghe sempre bee invension e dopo ghe toca a chealtri farse el cueo”. (Tu hai sempre belle idee ma poi tocca agli altri farsi il culo).
              I giorni trascorrevano serenamente, anche se l’impegno profuso era notevole. Si erano, però, dati dei tempi che permettevano di vivere una vita equilibrata: lunedì e martedì chiuso di sera e la domenica tutta pure. Così ognuno si riservava degli spazi e dei tempi per conciliarsi col mondo. Trascorsero due anni sereni e indimenticabili ma venne il tempo del dispiacere.
              Si presentò alla fine di settembre Lella paventando la possibilità che tutto l’immobile fosse ceduto ad un grande marchio internazionale di abbigliamento.
              “Ciò cosa comporterebbe per noi?”
              “Che dovrete lasciare l’immobile.
              Una bomba esplosa in una stanza ermetica li avrebbe storditi di meno. Seguirono giorni di colloqui, pensieri, controproposte. Al si recò negli uffici del suo amico e mentre saliva le scale di ardesia pensava: “Bell’amigo che go incontrà” (Bell’amico che ho incontrato).
              Si rifiutò persino di incontrarlo. Demandò alla moglie l’incarico di gestire l’intera faccenda. Al fece svariate proposte per poter continuare il lavoro col ristorante. Fu tutto inutile. Per provare a opporsi dovevano affidarsi a un legale ma il consulente di categoria sconsigliò tale azione.
              “Un disastro”. Esclamò Al, rannicchiato nella vecchia poltrona di pelle consunta dell’ufficio di Toni, il consulente commerciale.
              “Si, una battaglia infinita, senza speranze”.        E con ciò si alzò e tese la mano.
              Era finita.
              Una sera, seduti fuori dal ristorante, decisero che non valeva la pena continuare. Lavorare con l’incertezza che di li a pochi mesi avrebbero forse, anzi sicuramente, dovuto abbandonare l’esercizio non aveva senso. Era una morte lenta, una morte per inedia.
              “Molliamo”. Esordì Manuele.
              “Si”.        Fu il monosillabo di Al. E gli sovvenne quanta disponibilità Piero aveva dimostrato quando lo convinse ad accettare la proposta. “Sapeva già allora che avrebbe venduto lo stabile, ma avere dei locali sfitti lo avrebbe deprezzato, per cui la proposta”.
              Poi rivolto a Manuele. “Mi dispiace averti coinvolto in questa disavventura. E’ solo colpa mia.”
              Manuele lo guardò con gli occhi lucidi, gli tremavano le labbra. Al si sentiva responsabile per averlo trascinato in quella vicenda. “Assolutamente non devi. Ho accettato, non mi hai obbligato”.
              Facendo cenno di si con la testa Al aggiunse: “Alieniamo tutto e chiudiamo, non mi va di stare qui ad aspettare la fine”.
              E così fecero. Vendettero la cucina e tutta l’attrezzatura che c’era e se ne andarono.
              Fu una botta tremenda.
              Manuele ripartì per l’estero e Al cominciò a pensare che a quel punto forse, anche per lui, si prospettava una scelta simile. Dove e come non ne aveva idea. Pensò al cugino in Venezuela. Qualche anno prima era andato a fargli visita poiché non lo vedeva da anni. Fu una vacanza costellata di imprevisti, tutti relativi all’attività delinquenziale di giovani bande che lì regnano sovrane incontrastate.
              “Un paese troppo pericoloso”.
              Pensò all’amico architetto, che aveva già mollato la professione e aperto un ristorante in Spagna che ogni tanto lo chiamava offrendogli la possibilità di entrare in società.
              “No, basta con i ristoranti”.
              Gli passò per la testa di andare in Eritrea, dove anni addietro restaurò,  per il governo, gli alberghi di Asmara del periodo coloniale italiano.
              “Quelli fanno una guerra con l’Etiopia un giorno si e l’altro pure”.
              L’idea di tornare a lavorare in Romania, l’aveva frequentata per lavoro per cinque anni, non lo attirava.  
              “E’ un paese di ladri e puttane”.
              “Anche la Mongolia potrebbe essere una soluzione”. C’era stato quaranta giorni con un amico e li aveva conosciuto un italiano che organizzava safari e faceva il ricercatore per l’università. Molto ben ammanicato col governo, conosceva parecchie ditte europee che avevano degli appalti in corso e si era offerto di aiutarlo.
              “Troppo lontana, bel paese per turismo ma triste per abitarci ... e poi manca il mare”.
              Così i giorni passavano senza che trovasse una soluzione. Frequentava gli amici e i fratelli e si dedicava alle sue passioni: la pittura, le escursioni, i musei, le mostre, i concerti. Accettava ogni proposta che lo portasse fuori dal paese e lo distogliesse da quella nera posizione di stallo e dai ricordi.
              Ricevette la telefonata di un’amica che, dopo anni di silenzio aveva casualmente, o forse no, ritrovato e ogni tanto passava per il ristorante per un bicchiere ed una chiacchera. Una persona che Al aveva sempre avuto nel cuore, con la quale condivise molto e per molto tempo. Poi le reciproche delusioni obbligarono ambedue ad allontanarsi. Ammirava Miriam, piccola, energica, affascinante come una trappola, seducente e inquietante come una gorgone, magnetica come una sirena. “Ulisse si era legato all’albero maestro per sfuggirle”.
              “Ciao Al, come stai?”. Esordì on voce preoccupata. “Ho sentito cos’è successo al ristorante. Te l’avevo detto di non fidarti di quell’uomo. Lui non ha amici. Lui usa tutto e tutti per i suoi scopi. Ti avevo avvisato ma tu non mi ascolti mai. Non mi hai mai ascoltato”.
              Lei era così: prima ti riversava contro una slavina di improperi, ti spogliava di ogni possibilità di difesa, poi, quando ti aveva denudato, se ne stava li ad ascoltare, con aria innocente, se avevi qualcosa da dire.
              “Non me lo aspettavo un tiro mancino del genere. Non lo credevo capace di tanto”. Sbottò.
              “Sei sempre il solito credulone. Ma quando imparerai a non fidarti della gente?”.
              “Ora però non so che fare. Ho un po’ di idee, qualche progetto per il prossimo futuro che potrei mettere in atto ma mi sento galleggiare in un mare di perplessità. Non sono sereno e la botta è lungi dall’essere digerita. Ci vorrà del tempo ed intanto devo pensare a come sbarcare il lunario”.
              “Perché non vieni con me a Creta?”
              La sua repentina richiesta spiazzò Al. “A fare che?”
              “E qui che fai?”
              “Nulla”
              “Beh, vieni qui a fare lo stesso e con calma ci guardiamo attorno se c’è qualcosa che vale la pena di intraprendere che garba a tutti e due. Intanto dai un occhio alla mia costruzione. Dividiamo le spese per l’alloggio e ti do qualcosa per il controllo: poco però”.
              “Non ti smentisci”. Concluse Al.
              Pensieroso stava valutando la proposta appena ricevuta e, poggiato il telefonino sul tavolo, ne stava fissando lo schermo come sa da quello dovesse uscirne un’ispirazione. E pensava: “In fin dei conti non è un’idea sbagliata. Qui che ci faccio. Tutto è andato in malora. Per ripartire, sia come architetto che ristoratore dovrei comunque cambiare zona. Se rimango qui senza fare nulla consumo quei pochi “bessi” che mi sono rimasti e poi mi trovo in braghe di tela, come si suol dire.
              “Sei ancora lì?” La voce di Miriam, che usciva gracchiante dal viva voce, lo riportò alla chiamata.
              “Si”
              “E allora?”
              “Devo decidere ora?”
              “Perché quando vuoi decidere?” E in dialetto Miriam riprese: “A setimana dei tre zoba?” (La settimana con tre giovedì?).
              “Va ben, vegno, quando ze parte?” (Va bene, vengo, quando si parte?).
              ”Tra quindici giorni. Io un’idea di un lavoro l’ho già ma te ne parlerò a tu per tu”.
              Al accettò con perplessità ma dopo qualche giorno, a cuore sereno, gli parve un’ottima scelta. Miriam aveva deciso di costruire un piccolo B&B a Creta, “in un luogo non pressato dal turismo di massa”, così si era espressa. Sarebbe trascorso più di un anno e nell’attesa lei era propensa ad inventarsi qualche attività per incamerare qualcosa per le spese.
              “Di sicuro di mezzo c'è un architetto, un costruttore e tutto il seguito che ruota attorno all’edilizia. Potrebbero essere dei validi agganci per un nuovo inizio. E poi c’è questa idea della quale mi vuole parlare a tu per tu che mi stuzzica. Lei non fa mai nulla a caso e lo fa solo se c’è una discreta redditività.”
              Formulava questi pensieri nei giorni che preparava i bagagli, avvisava la figlia, la famiglia e gli amici della prossima partenza. Nessuno obiettò alcunché.  Tutti capivano, anche se dispiaciuti, la scelta obbligata. La figlia, quando andò a trovarla, pianse ma lo abbracciò sussurrandogli: “Fai bene. Mi hai sempre accompagnato nei miei momenti difficili, se avrai bisogno verrò”.
              Se ne tornò a casa mesto e pensieroso.  Aprì la porta e, come faceva di solito, si tolse le scarpe spingendo la punta dell’una sul tacco dell’altra. Cogitabondo si guardò attorno.
              Camminando scalzo assaporò, forse per l’ultima volta, l’intimità e il possesso del suo nido. Già le emozioni principiavano a sopirsi e a virare verso differenti mete. Il freddo pavimento di cotto fiorentino era mitigato dalla molteplicità di tappeti con cui  lo aveva adornato. Si muoveva lentamente per l’ampio open space, che prima era stato il suo studio, osservando meticolosamente la mobilia firmata, tutti gli oggetti appesi o disposti sugli innumerevoli scaffali: lampade, coltelli di ogni foggia, archi, compound e balestre, preziosi vetri di Murano, argenti di ogni dove, avori, libri in quantità enorme, ossidiane e oggetti in alabastro, statuette e calchi in ceramica, in gesso ed in terracotta. Sostò di fronte alla testa di un putto, eseguito dalla figlia in terracotta. Un viso sorridente ma triste che lo guardava fisso e che aveva comuni assonanze con una foto di lei, ritratta con la testolina bionda coronata da fiori cremisi di petunia, che portava sempre con sé. L’aveva scattata al Vittoriale l’estate che lei compiva tre anni. Striato di rosso e con gli occhi dalle pupille scavate  trasmetteva un senso di vuoto e, al contempo, di profondità, di tormento e melanconia. Fissando quello sguardo inquieto ci cadde dentro e s’immerse nel ricordo dei disperati tentativi del passato di riemergere dalla situazione di  sballo in cui era sprofondata. Aveva vissuto quel periodo quasi in simbiosi con lei accompagnandola lungo la difficile risalita. Si appoggiava cercandolo, respingendolo e sfidando il suo affetto. Al traeva forza dall’insolita comunione che s’era creata tra loro  anche se, in qualche modo, gli rinfacciava di essersene andato di casa, di averla abbandonata. I sensi di colpa allora erano insopportabili e nel colmarli, forse, le aveva arrecato un danno maggiore. “Ci sarò”. Sentiva le parole dell’amore e del vuoto che inevitabilmente lasciavano perché proiettate nel futuro. Annaspava nella confusione dei sentimenti, nell’incertezza e nel dubbio.
              S’inginocchiò sull’Isfahan azzurro dell’ingresso, si copri gli occhi con i palmi e si lasciò andare ad un singhiozzo convulso ed ininterrotto.  Rimase prostrato  ore in preda ad uno sconforto che lo squassava e assaporò quel dolore  come se fosse l’ultimo. Lo volle, lo spinse, lo chiamò, se lo tenne dentro il più a lungo possibile perché quello doveva essere veramente l’ultimo: dopo, non ci sarebbe stato il tempo dei rimpianti e tanto meno quello dei rimorsi.
              Aveva il groppo allo stomaco. Lasciare la sua vita per l’ignoto non era poi cosa semplice ma … lo aspettava un’altra sorte. Non voleva finire i suoi giorni da vecchio nella casa per anziani vicina come successe a molti dei suoi zii e conoscenti. 
              “Senectus ipsa morbus” (La vecchiaia stessa è una malattia). Amava ripetersi,  citando la locuzione di Seneca che aveva imparato sui banchi del liceo. Non riusciva a percepirsi vecchio e bisognoso. Proiettandosi nel prossimo futuro s’immaginava ancora energico e battagliero, pur col vigore misurato dal tempo trascorso.
              “Omnia mea mecum porto”  (Tutto ciò che di buono è mio lo porto con me).
              Alzatosi, si era fatta l’alba, si diresse allo specchio, che baluginava il riflesso della prima luce, si guardò e si sorrise: con sé avrebbe portato solo la sua epica e la sua odissea.
       
      “Omnia mea, mecum porto”, ovvero  tutto ciò che è mio lo porto con me”. Così dicevano gli antichi per sottolineare che la vita e le sue peripezie possono rubare averi e inestimabili ricchezze, ma non quel che davvero ti appartiene: l’amore, l’intelligenza, la dignità. La società dell’avere per l’essere mal si adatta al detto latino. 
      Nel bagaglio della propria esistenza la filosofia antica poneva una formidabile certezza. Nessuna burrasca o nessun temporale sarà mai tanto forte da consentire al saggio navigante di perdere ciò di cui è padrone assoluto: la propria essenza. La frase è attribuita al grande Lucio Anneo Seneca o a Biante di Pirene.
       
       
      L’INIZIO (L’insegnante di inglese)
      Si era imbarcato una prima volta a Venezia per una settimana di indagini sull’isola. Voleva capire come poteva essere condotta la vita una volta che avesse deciso di stabilirvisi e quali fossero le opportunità di lavoro. Non che aspirasse a continuare la professione di architetto, proveniva da una famiglia di commercianti e ristoratori e gli sarebbe piaciuta un’ attività nel mondo del turismo. Ora tornava definitivamente senza avere, nella prima visita, consolidato alcunché.
              Al chek-in incontrò una copia di italiani che s’imbarcavano per Creta e, nella sala d’aspetto del gate, gli raccontarono poi le peripezie per andarsene dall’Italia: un bel paese che non amavano più.
      Anche lui si apprestava ad espatriare.
      Il suo lavoro aveva cessato di esistere, anzi, i suoi lavori, sia quello di architetto sia quello di ristoratore. Pensava a quanto triste era stata la mattina che, svegliandosi angosciato ed emergendo da incubi di povertà col groppo alla gola, aveva realizzato che sia la professione di architetto che  quella di ristoratore avevano concluso il loro corso.
      I primi anni da architetto li aveva vissuti come un pioniere. Il mondo, allora, appariva un terreno da conquistare mentre ora erano solo gomitate. L’unico spazio e l’ultima frontiera era l’informatica ma quel mondo pullulava di gente arrabbiata, prona o subdola in cerca di gloria ed il ristorante era stato una bella ma fugace chimera.       
      La realtà intorno a lui si stava facendo sempre più estranea, distante e incomprensibile. “Un giorno scriverò di questo mondo in transizione dove la mia collocazione è dubbia. Ho l’impressione di essere un dinosauro in via di estinzione”. 
      Si disse e s’indusse a placare il disordine di emozioni che lo stavano assalendo. Ricordando una frase dei sonetti del Foscolo “dorme quello spirto guerrier ch’entro mi rugge”,  si girò verso il finestrino alla sua destra ad osservare la pista che correva via veloce.
      Più in alto le nubi celavano, a tratti, la vista di sotto in un alternarsi di nebbia e limpido, in un susseguirsi ipnotico che liberava fantasia e ricordi.  
      Ricordava al liceo le sue performances alle interrogazioni quando, in piedi sulla sedia, il prof lo incitava a declamare e poi spiegare quanto aveva appena recitato.  Lui godeva di tali improvvisate recite e si esprimeva come un mimo, in rappresentazioni enfatiche declamando versi e spiegazioni.         
      Ricordava ancora una lettura sul Foscolo: “Come quella pace del cuore che si può provare talvolta dopo che tutto il tempo speso cercando di risolvere mille difficoltà, dopo tutte quelle fatiche che non hanno portato a nulla, nella vita, nel destino personale di solitudine e di esilio, nella consapevolezza che tutto ha una fine, anche quel coraggio, quello spirito indomito che lo hanno sempre contraddistinto, possono venir meno. Quasi come se l'ansia di combattere che ruggisce dentro il cuore si placasse, per stanchezza, per tedio o per debolezza e, alla sera,  trovasse pace”.
       In quelle frasi e in quei pensieri riconobbe la sua attuale condizione e con tristezza alzò lo sguardo verso il cielo a tratti sereno. Seduto a ridosso della parete dell’aereo, accanto ad una signora che leggeva I Pilastri della Terra di Ken Follett, aveva poggiato la testa sul plexiglas di quel piccolo pertugio per ammirare, cercando panacea al suo malessere, la pittorica quadratura dei campi ed il loro viraggio nei colori del verde. Osservava con tristezza il reticolo di strade e fiumi della sua terra che costituivano l’ossatura di una regione prospera ma devastata dalle costruzioni indiscriminate.  Andava individuando i paesi che erano stati nella sua quotidianità  e, mentre l’aereo prendeva quota,  le immagini  sfumarono in un quadro di Pollok.
      Nel mentre era immerso in questi pensieri affiorarono alla mente alcune citazioni cartesiane. Aveva studiato filosofia al liceo e ne aveva proseguito con saltuario interesse lo studio nei tempi successivi. Amava Cartesio e Kant. E come in un display alcune frasi, che furono il lite motive della sua vita, gli sovvennero e si dipanarono chiaramente: “Ora, anche se la mia opinione è che non tutte le cose che s’insegnano in filosofia siano vere come il Vangelo….essa è la chiave di tutte le altre scienze”.  Ed inoltre: “ Non avrebbe accolto nessuna cosa per vera se non si fosse presentata alla mente con tale chiarezza e distinzione da non avere alcun motivo di dubitarne”. E l’immancabile assioma: “cogito ergo sum”. L’unica certezza di esistere. Reputava, ne era convinto, che il pensiero era l’unica sicurezza di vita, che solo attraverso il pensiero si poteva prendere coscienza del mondo, l’elaborazione alchemica o chimica era propria dell’essere consapevolmente esistente.
      La riflessione che in quel momento sfiorò Al, dettato probabilmente dagli ultimi tristi accadimenti che lo avevano travolto, fu: “Abbiamo sostituito  cogito con habeo ergo sum e la vita è divenuta una forsennata corsa alla dimostrazione del possesso, all’evidenza della proprietà, alla necessità del successo quale conferma dell’esistenza, all’obbligo di produrre e consumare per sentirci vivi, ci siamo ancorati alla labilità dei sentimenti e delle emozioni. Ciò ci rende ricattabili”. A convalidare quei pensieri una frase di Erich Fromm: "Gli individui che fanno propria la modalità di vita dell'avere godono della sicurezza, ma sono per forza di cose insicuri. Dipendono da ciò che hanno, come denaro, aspetto fisico, potere, beni, in altre parole, da qualcosa che è al di fuori di loro. Ma che ne è di loro se perdono ciò che possiedono? Quindi io sono ciò che non ho?"
      Quest’ultima si stampò come un marchio nella memoria perché sottolineava ciò che in quel momento stava vivendo. Rendendosi conto che entrava in un campo minato cancellò dalla lavagna della mente i pensieri dicendo: “Sto andando nel paese dei padri della filosofia, lasciamo a loro le incombenze”.  E si concentrò sul paesaggio che sfumava sempre più e si perdeva nell’irregolarità delle nubi.
      La signora che leggeva di tanto in tanto alzava gli occhi dal libro e lo guardava, percepiva lo sguardo dai piccoli cambiamenti di postura che facevano cigolare il sedile di quel volo di “economic class”. Per osservare il viso di Al doveva spostarsi in avanti poiché lui aveva poggiato la fronte sul finestrino e gli dava la nuca. Quando l’hostess passò col carrello Al si rimise a sedere retto per ordinare un caffè e osservò la signora accanto e che girata la testa soddisfò la curiosità. Al mostrò uno dei suoi accattivanti sorrisi. Aveva letto quel libro anni addietro e non era altro che un libro ben scritto ma simile a tanti altri prodotti per il commercio.
      “E’ un libro avvincente?”. Indicando col movimento del mento il libro che giaceva aperto sulle ginocchia della donna.
      “Si. Molto avvincente” .
      “Non poteva dire altro”. Pensò Al, e si riappoggiò al finestrino. Non era una persona interessante.
      Il viaggio continuò tra un’alternanza di pensieri che lo coglievano di sorpresa: da citazioni filosofiche rappacificanti l’agitazione provocata da quella scelta drastica di partire a immagini evocative di momenti sereni e disperanti del passato recente.
      “Che acquisto, che perdo, ne sarò capace?”. Erano i quesiti che si presentavano incessanti e ai quali dare una risposta era tormentoso per la quantità di confutazioni che si potevano applicare ai responsi. Oltre a queste domande, imperativa era quella sulla lingua da adottare in quel paese. Lui conosceva il tedesco ed il francese, nell’isola si parlava il greco e molto inglese che alla scuola, ovviamente, era la lingua straniera di riferimento.
      “Dovrò dedicarmi allo studio dell’inglese”.
      L’aereo atterrò in un bellissimo pomeriggio soleggiato, era caldo seppur fosse maggio e un leggero vento asciugava il sudore.  Al si avviò a ritirare il bagaglio stivato nella carlinga dell’aereo e che ora, con molta probabilità, gli addetti stavano posizionando nei nastri trasportatori della sala di arrivo.  Trascinò i bagagli fin fuori dall’aeroporto e li, piccola e nervosa, era in attesa la sua amica. Un grande sorriso si stampò su quel faccino da ranocchia e si incamminò verso di lui con il suo caratteristico procedere dinoccolato. Si salutarono con un abbraccio affettuoso. Al, poggiato a terra il bagaglio,  accostò la guancia alla sua poggiandole le braccia sulle spalle ed accettò sorridendo il suo: “Ben arrivato”.
      Il noto profumo della sua pelle liscia come il velluto scardinò una quantità di emozioni e ricordi che lo avvilupparono in una coperta protettiva. Era l’unica persona alla quale avrebbe permesso intromissioni nella sua vita, sulle cui mani avrebbe, senza esitazione, posto la sua.  L’aveva conosciuta anni addietro e avevano vissuto esperienze contrastanti, stimolanti, difficili ma mai banali. Era tra le poche persone che al momento del bisogno c’era, attiva, dura, razionale ma spassionata. Quella sequela di emozioni durò il tempo di uno sguardo. Subito si riprese e:“Come stai? che bello rivederti!” Esclamò. Lei, con il suo solito fare asciutto e deciso: “Dai carica i bagagli che andiamo a prendere un caffè in un bel posto”.
      “Dove, vicino al porto?”
      “Si c’è una pasticceria con i tavoli all’aperto, dobbiamo anche prendere il pane. Poi un salto in centro a Chania a fare un po’ di spesa e di corsa a casa che c’è un mucchio di roba da fare”.
      Non si smentiva, veloce, razionale e pratica. Ricordava alcuni momenti di tensione quando spesso esclamava, se lui indugiava all’edoné. “Prima il dovere poi il piacere”.
      Caricò quindi i bagagli sull’auto usata che lei aveva da poco acquistato col suo assenso. Aveva visto la foto della 206 blu elettrico che lei gli aveva mandato su whatsapp con un’unica descrizione: il costo. Lui aveva risposto. “Si”.
      Era una macchina abbastanza ben tenuta, il blu elettrico della carrozzeria mitigava la miriade di botte e strisci che aveva ricevuto in dotazione. Nel complesso non era diversa da tante altre auto cretesi che portavano i segni del tempo, delle disattenzioni e della noncuranza.  Risaltava però una marmitta colossale, in acciaio cromo dai riflessi aggressivi e all’accensione un rombo-ferrari riempì il parcheggio.
      Al sorrise. Abituato alla sua Audi si sentiva impacciato in quel minuscolo abitacolo ma, questo era,  e se ne fece una ragione.
      La villa affittata sorgeva dirimpetto alla scuola nel paese di Roumeli.  Con un grande giardino su due terrazzamenti, una piscina ed un portico prospiciente la zona giorno ed uno la zona notte, era da considerarsi una casa per vacanze. Tre stanze da letto, due bagni, un grande soggiorno-cucina col caminetto ed un solarium sul tetto costituivano una casa atta anche a degli ospiti paganti in quanto una delle stanze ed un bagno erano autonomamente edificati rispetto al resto della casa.
      Nei giorni seguenti il suo arrivo sperimentò la difficoltà della comunicazione.  Il greco era una lingua ostica e lui non conosceva l’inglese per cui i primi furono “i giorni del mimo”.  Lui amava definirli così in quanto dal cafeneio al supermercato, dal ristorante alla macelleria ogni richiesta era trasmessa con gesti, mimiche e l’aiuto del google  translator. Il compagno di Miriam, che arrivò successivamente, parlava correttamente in inglese e, in ogni dove e momento servisse l’uso della lingua inglese, con fare da professore,  amava apostrofarli: “Barriere linguistiche inaccessibili vi relegano a semplici boscimani culturalmente azzerati”.
      I primi giorni che trascorse sull’isola furono dedicati ai bagni, alla pesca e al sole. “Tanto per acclimatarmi”. Spiegò a Miriam che lo voleva attivo da subito.
      Decise che doveva frequentare qualche corso d’inglese e cominciò ad indagare. Aveva visto giù al porto la sede di una scuola di lingue ma la trovò sempre chiusa fino a quando non decise di pranzare alla taverna di fronte e attendere il tempo necessario fintantoché non fosse arrivato qualcuno.  Verso le due di un pomeriggio, in compagnia di Antonio, si posizionò sul tavolo estremo all’esterno, giusto dirimpetto alla scuola e ordinò una frittura di calamari e del vino bianco Vilana. Una ragazza arrivò verso le tre e mezzo, lui pagò velocemente, si avviò alla volta della scuola e suonò il campanello. La stessa venne ad aprire e, con l’intermediazione dell’amico, chiese se c’era la possibilità di corsi privati per attempati ignoranti. La ragazza rispose che i corsi sarebbero ripresi a settembre. La delusione di Al fu così evidente che lei stessa rimase interdetta e poi, a seguito di richieste pressanti se conoscesse qualche docente disponibile all’insegnamento privato, scrisse su un biglietto il numero di telefono di una professoressa che gestiva una scuola al paese vicino e che forse era interessata a dare lezioni.
      Qualche giorno prima Antonio, nelle sue ricerche di materiali da costruzione, aveva incontrato una ragazza, “un toco de gnoca” (una gran bella donna), che a Rethymno teneva corsi di inglese e aveva proposto ad Al di interessarsi “che ne valeva la pena” .La distanza da casa e il costo l’avevano indotto a temporeggiare. Avrebbe chiamato successivamente e verificato le possibilità.
      A Prinos la scuola si trovava in una laterale della via principale. Il paese aveva una sola via a due corsie delimitate da un’aiuola centrale e marciapiedi laterali dotati di speroni per impedire “il greco parcheggio selvaggio”, come lo definiva lui. Dalla via principale, sulla quale si affacciavano le attività commerciali allocate su edifici vecchi e fatiscenti ed alcuni risultati di improbabili esercizi di architettura moderna, si aprivano strette viuzze intasate di suv. La scuola era uno di quegli esercizi ma, ad onor del vero, gli piaceva.  Quella via era larga e consentiva il parcheggio anche difronte alla scuola e li posizionò il suo “tamarro”, così definiva la 206 blu elettrico.
      Venne ad aprire un bionda signora sui quaranta, distinta ed aggraziata che lo fece accomodare in ufficio. Attorno al vestibolo, al quale si accedeva subito dall’ingresso, si aprivano le porte delle varie classi per i corsi di inglese e l’ufficio di presidenza era la prima porta a sinistra. Erika, in lingua italiana, poiché aveva frequentato a Venezia l’università di lingue, illustrò le modalità dei corsi e le attività scolastiche ma Al l’interruppe e chiese:“A me interessano lezioni private, non me la sento di seguire dei corsi con ragazzini delle elementari o delle scuole medie”.
      Lei si soffermò un attimo guardandolo, poi abbassò lo sguardo pensosa e prendendo una sigaretta dal pacchetto poggiato sulla scrivania colma di testi e registri, l’accese. Volute di fumo riempirono la stanza e lui, fumatore accanito da trenta sigarette al giorno, venne una voglia tale che, non trattenendosi domandò:“Posso fumare anch’io?”. Gentilmente lei, allungando il braccio oltre la scrivania, porse il pacchetto che aveva già cavato di tasca e infilato la cicca tra le labbra. Sorridendo Erika gli passò l’accendino che teneva in mano.
      Due sigarette in quella stanzina fecero l’effetto di un incendio e quindi si alzò per aprire la finestra. Ad Al piacque subito quella donna, sorridente e dalle movenze decise che parlava un italiano semplice ma corretto e si mostrava disponibile alle sue esigenze. Lo condusse in giro per la scuola illustrando le attività che ivi venivano svolte. I suoi alunni erano prevalentemente ragazzi delle medie e alcuni delle superiori. La scuola dava una bella impressione, linda, pulita e le insegnanti lo accolsero, nella visita alle classi, con gentilezza e discrezione. L’edificio era di recente costruzione. L’architetto aveva tentato un’architettura diversa da quella che Al vedeva nelle nuove proposte, specialmente quelle rivolte al turismo.
      “Scatoe da scarpe disegnae da architeti che ga soeo sfogià giornai” (Scatole da scarpe create da architetti che hanno solo sfogliato riviste). Definiva così la banale uniformità delle costruzioni di ultima generazione, interpreti di un facile razionalismo.
      Ritornati in ufficio si accordarono sulle modalità per le lezioni che a dopo avergliene illustrati alcuni, comunicò: “Ho una sorella che al centro del paese gestisce una cartolibreria, li puoi ordinare a lei che pure parla in italiano”.
      Il primo pensiero fu: “Con tutte queste persone che parlano in italiano sarà un’impresa difficile lo studio dell’inglese o sarà un vantaggio?”
      Tutti gli avevano detto che, per imparare bene una lingua, l’insegnante doveva essere di madrelingua e non conoscere quella dell’allievo, all’inizio è più difficile ma col trascorrere del tempo diventa un vantaggio. Si disse che invece forse era meglio così perché avrebbe potuto anche imparare qualcosa della lingua greca. Una volta congedatosi si diresse alla cartoleria e con sorpresa la sorella, altrettanto gentile, lo accolse chiamandolo per nome. “Evidentemente si sono già parlate al telefono.”
      Consegnò la lista dei testi che gli aveva scritto Erika su di un foglio e cominciò a guardarsi intorno. La cartoleria era allestita in un piccolo locale che dava sulla strada principale con un’unica vetrina e la porta di accesso ricavata sull’angolo della stessa. Alle pareti scaffali estesi fino al soffitto, colmi di quaderni, blocchi, album e tutto il necessario per la scuola.  C’erano pure i giochi didattici. Le attrezzature da stampa stavano verso il fondo del locale prima di un piccolo magazzino tre gradini più in basso e il banco di servizio, in un angolo, era stracolmo di gadget, offerte per la scuola e giocattoli. Si aveva l’impressione di un bazar, ove si può trovare di tutto, che di una cartoleria. Curiosando nell’attesa che concludesse la telefonata di ordinazione dei libri trovò, sotto una pila di notes dalla copertina multicolore, due cartelle con cartoncini rigidi a strappo che gli piacquero. Rammentò di averne visti di simili a Fabriano quando, con amici era andato, un natale, a fare un giro di piacere con stazionamento ad Assisi e visite a Perugia,  Gubbio, Spoleto, dove aveva frequentato la scuola sottufficiali, Norcia e Cascia.  Sfilò quindi i quaderni dalla pila e controllò i cartoncini: “Ottimi per l’acquarello e le matite Caran d’Ache”.
      Terminata la telefonata gli rivolse la domanda: ”Allora come ti trovi qui a Creta?”
      “Bene direi, ma è ancora presto per capire il mondo che ho attorno, non è molto tempo che mi sono stabilito a Roumeli”.
      “Ma da quando sei qui?”.
      “E’ appena un mese e comincio ora ad acclimatarmi”.
      Il suo italiano era corretto come quello della sorella.“Anche tu sei stata in Italia?”
      “Si, come Erika mi sono laureata in Italia”.
      “Ah, ora capisco. E come mai questo lavoro? è poco attinente alla tua laurea”.
      “Ho fatto per quindici anni la guida turistica, poi mi sono stancata e con mio marito abbiamo aperto questa cartoleria”.
      Era una persona che ad Al provocava una strana emozione. Non sembravano sorelle. Erika si mostrava aperta, curiosa ed era una persona solare. Lei invece aveva si un atteggiamento di curiosità ma al contempo schivo. Alta, longilinea e con i capelli lisci che, sciolti, le cadevano sulle spalle, aveva uno sguardo sfuggente quasi a voler passare inosservata. Erano ambedue belle donne anche se molto diverse l’una dall’altra. Indubbiamente, per il suo temperamento, trovava assonanza col carattere di Erica più che in quello della sorella ma era felice di aver fatto conoscenza con quelle due donne poiché sarebbero state dei riferimenti importanti per la sua permanenza sull’isola.
      I mesi successivi confermarono l’intuizione. Erika non era solo la sua insegnante di inglese, era divenuta un’amica.  Si era instaurato tra loro un rapporto di familiarità e simpatia, nonostante la differenza di età, che andava ben al di là di quello tra allievo ed insegnante. Capitava spesso che alle ore di insegnamento si alternassero momenti di confidenza. Avevano ambedue esperienze simili, una vita vissuta senza se e senza ma, bevendo con bramosia dalla cornucopia dell’edonismo ed accettando l’ingrata esperienza del dolore. La loro era stata una vita in bilico tra matrimoni e lavoro,  figli e desiderio di libertà, successi ed insuccessi.  Seppur in termini temporali diversi avevano vissuto cercando di appagare appieno i desideri senza nascondersi ad alcuno, senza mediazioni e avevano espiato per gli insuccessi o le avversità, senza farli scontare ad altri.
      Erika aveva affrontato una malattia con coraggio e quando ne discutevano Al rimaneva ammirato della naturalezza di come la raccontava e della forza con la quale aveva fronteggiato la situazione. Ciò faceva crescere la stima che, in quei periodi di studio e approfondimento del rapporto amicale, era sorta spontaneamente ed in qualche modo i loro racconti di vita avevano gettato un ponte tra le rispettive personalità. Nell’analizzare le reciproche esperienze notavano delle similitudini comportamentali che facevano si che la comunicazione non fosse solo il mero racconto degli accadimenti ma una partecipazione effettiva alle emozioni vissute dell’altro. Si ascoltavano, ambedue avevano questa capacità, e ciò rendeva fluido il rapporto da sembrare esteso nel passato e nel futuro. A volte si dedicavano il tempo di un caffè nel centro storico di Rethimnon o qualche cena in caratteristiche ed introvabili taverne nascoste nei piccoli centri montani.  Come spesso accade a chi è straniero e poco o nulla conosce del luogo, ricorreva spesso ai suoi consigli su dove andare a mangiare, a fare la spesa o a come pagare una bolletta. Lei si spendeva volentieri per aiutarlo nelle piccole pratiche quotidiane. Ammirava la sua insegnante e teneva molto all’amicizia. Da uomo non disdegnava qualche pensiero che si spingesse oltre ma subito l’allontanava poiché era un’ idea che avrebbe potuto provocare solo problemi e incrinare un rapporto amicale sincero e così ben costruito. In quei momenti si ripeteva: “Meglio una buona amicizia che un tentativo destinato a fallire”.  Ma subito dopo. “È forse impossibile avere un rapporto fisico e mentale ed essere sinceri?”.
      Dualismi che lo aveva accompagnato spesso nelle scelte o nelle rinunce. Scelse il primo.
                           
       
      IL KAFENEIO (A zonzo)
              Alle lezioni di inglese si alternavano giorni dedicati solo alle sue passioni, o meglio, alla voglia di percorrere l’isola, scavare tra la gente, curiosare tra i paesetti, perdere tempo ammirando negozietti e laboratori. Amava andare alla ricerca di contadini che vendevano olio o vino. Erika era una grande fonte di informazioni ma anche i bar nei quali si recava per un “elliniko sketo” (caffè greco amaro) e tesseva qualche rapporto con gli avventori.
       
              Non li conosceva per nome e neppure dove abitavano, sapeva solo che vivevano tra le casupole e le villette del paese addossate le une alle altre come una casbah ma ne conosceva le voci, o meglio le grida, i loro alterchi da pollaio. Erano giovani e come tutti i giovani cercavano di primeggiare gli uni sugli altri, di mettersi in mostra, di farsi ammirare dalle cinque ragazze sedute al tavolo lì in fondo sull’angolo e che facevano finta di niente sapendo di essere osservate. Li individuava per il tono di voce, oramai era un habitué e loro lo tolleravano gentilmente. Lui arrivava, salutava e si sedeva sugli sgabelli alti di fronte al banco, raramente al tavolo poiché non cercava compagnia. Gli bastava l’attenzione della signora Maria del Kafeneio che lo osservava con ammirazione, reputandolo un cliente importante, uno straniero laureato che viveva in paese, che aveva scelto di trascorrere molto tempo tra di loro e che, evviva la sincerità “ consumava per due”. Lo disse lei un giorno quando incapace di trattenere oltre la curiosità gli chiese da dove venisse, dove abitava, con chi, quanto si sarebbe fermato e cosa faceva? Ormai erano due mesi che quel signore distinto si affacciava alla porta esclamando:   “Kalimera”. Ed entrando chiedeva:      “Can I have a coffee?”
      Ricordava la prima volta quando chiese un caffè.       “One coffee please, black and without sugar”. (un caffè nero e senza zucchero).
              E la barista in un inglese che denotava lo studio della lingua sin dalla giovane età: “Espresso or greek coffee?” (espresso o un caffè greco).
      Lui conosceva il caffè greco ma udire la parola “espresso” gli fece ammorbidire le papille ed optò per quello ma subito si pentì. Non aveva dapprima visto la macchina del caffè, infatti era minuscola, per mono dosi e nascosta dietro ad un fornello ed altre varie attrezzature per la miscelazione dei cappuccini (zestò o kryo kapoutsìno - freddo o caldo capuccino). Ormai aveva ordinato e non se la sentì di declinare e scegliere altro. Arrivò la signora, dopo aver attivato la minuscola macchinetta che sembrava più uno strumento di tortura che un accessorio da bar tanto era vecchia, gongolante e con un vassoio di plastica marron, di quelli che si usano nelle fiere paesane, con sopra una tazzina stracolma di caffè che ormai aveva pure debordato: schiuma zero, tazzina fredda e aroma di bruciato, accanto un piattino e due biscotti dall’aspetto appetitoso e il classico bicchiere di acqua fredda. Depositò il bicchiere d’acqua, il piattino con i due biscotti e la tazza di caffè osservandolo e regalandogli un sorriso accogliente come a dire “so che sei italiano e che voi amate l’espresso ristretto”. Lo guardava per cogliere qualche espressione, qualche sfumatura che plaudisse a quel caffè. Rimase delusa poiché Al guardò la tazzina come fosse un estraneo arrivato improvvisamente in casa.      Non sapeva che fare: trangugiare la broda con un sorriso di partecipazione, sorseggiare con indifferenza ed esclamarne la bontà, berlo salutare e non se ne parli più di tornare. Lui però, da navigato viaggiatore, guardò la tazzina un po’ schifato sorseggiò e disse:       “No, questo non è l’espresso che voglio, mi scuso”.
              Lei ci rimase veramente male.
              “Mi scuso ancora, è meglio che proviamo con un caffè greco”.
      Tornò dietro al banco e si mise ad armeggiare col fornello dandogli le spalle. Accese il gas, ci pose sopra il pentolino con l’acqua da scaldare e, dopo aver versato tre cucchiaini di polvere finissima, iniziò a mescolare. Intanto guardava Al e sorrideva forzatamente nella speranza di soddisfare il cliente distinto. Quando reputò la mistura pronta per la mescita prese due tazze una grande ed una ancora più grande che sembrava una scodella e alzandole una con la destra e una con la sinistra chiese con due cenni della testa, ora indicando l’una e dopo l’altra, quale delle due preferisse. Si sentì in dovere di rispondere garbatamente e non urlare disperato. Indicò quella più piccola nella speranza che non la riempisse tutta invece lei, per gentilezza pensò Al, la colmò e gliela porse sempre con un sorriso accattivante disegnato sul volto avvizzito dall’età.
      Al guardò il caffè e poi lei sorridente e ricambiando il sorriso, afferrò delicatamente la tazza e la avvicinò alle labbra, convinto che fosse necessario e imperativo non sputare. Lei lo fermò e gli fece depositare la tazza sul piattino spiegando in greco, lui intuì non capì, che doveva attendere affinché la polvere si depositasse sul fondo. Se ne era dimenticato, il caffè miscelato ha bisogno del tempo di decantazione, lo sapeva fin da quando in Turchia la prima volta non bevve ma mangiò caffè.
      Depose la tazza e si guardò attorno, i ragazzi e le ragazze lo osservavano, alcuni con indifferenza, altri con sorrisi di scherno altri ancora con viva curiosità. Li guardò tutti con calma, capì che doveva inventarsi qualcosa per non divenire oggetto di scherno. Allora, come suo solito nelle situazioni dove solo la fantasia poteva porre rimedio e ribaltare la situazione, disse loro in veneto spiaccicato e ad alta voce:  “Scuseme fioj, ma se voaltri fusi a Venessia e ordinasi na ombra e un cicheto faresi a stessa figura de merda”. (scusatemi ragazzi, ma se voi foste a Venezia e ordinaste un bicchiere di vino ed un bocconcino fareste la stessa mia magra figura).
      Lì per lì non capirono, ovvio, e bisbigliando tra loro si domandavano che lingua fosse. Cercavano di tradurre, parlottando tra loro, quel gergo che non era inglese e neppure italiano ma poteva assomigliare allo spagnolo. Così pensò Al udendo tra il vociare il vocabolo “ispanikà” e, guardandoli divertito, interdetti sul da farsi, sorrise.
      La signora prese coraggio e chiese:      “But that language or idiom is this?”(che lingua o idioma è?).
              “This is my” (è il mio). Rispose  con noncuranza e la signora fingendo di capire asserì con la testa guardando i ragazzi che parevano un pubblico alla prima di un film, tutti allineati e seduti sulle sedie in attesa. Nessuno proferiva parola ma i punti di domanda si potevano vedere danzare sulla testa di ognuno come nei fumetti. Quello della signora era il più evidente.
      Spiaccicò un frasario in greco all’indirizzo della platea che parve accontentarsi della risposta che Al non capì e mai seppe.
      Ripresa in mano la tazzina sorseggiò il caffè. Un aroma forte, intenso dal vago sentore di cioccolato fondente stimolò le narici e le papille accolsero con gioia il gusto amaro del forte caffè.
              “It is really very good!” (è veramente molto buono). Esclamò forte anche per farsi sentire dagli spettatori che non avevano cambiato posizione.
      Molti intesero bene la frase, probabilmente i più bravi dei vari corsi d’inglese che si tengono nei paesi in quanto la scuola non preparava molto anche se ne è obbligatorio lo studio. Quelli che non capirono chiesero e dettero l’impressione di essere soddisfatti.   Pure la signora fu soddisfatta perché regalò ad Al un sorriso a tutta dentiera e in greco espresse gratitudine.
      Com’era solito comportarsi quando vinceva una mano e non voleva perdere la posizione conquistata, si rivolse alla barista ed in inglese stentato, aveva appena seguito solo cinque lezioni con la “teacher” di Perama, volgendosi verso i ragazzi esclamò: “Can I offer you something?” (posso offrire qualcosa?). E senza aspettare risposta chiese alla signora di portare delle birre.
      Da quel giorno, ogni volta che entrava al kafeneio, lo accoglievano gentilmente e con la solita curiosità dovuta ad uno straniero che vive in un paese di collina in una casa caratteristica e non, come tutti i normali turisti, negli alberghi o “studios” della costa.
       
       
      I FRANCESI, LE DUE BARISTE E UN PICCOLINO
              Sostava spesso nei “kafeneio” che incontrava nel suo girovagare, a volte senza meta, altre con scopi programmati ma sempre scegliendo percorsi diversi e spesso casuali.  Amava bighellonare, ammirare i paesaggi, fermarsi ove la curiosità lo stimolava: un dirupo, una spiaggia, una caverna, un kafeneio  squallido, una “taberna” sotto una pergola di buganvillea,  un monastero, un santuario, una chiesa costipata di fedeli o una spersa fra i monti e vuota come un portafogli. In tutte però vi si trovava sempre un trespolo per le candele di suffragio, di svariate misure a seconda della fede, che potevano arrivare fino a due metri e forse anche più. Pure lui un giorno si senti “in odor di santità” ed accese la più lunga che trovò .
               In genere le poche indicazioni  lo costringevano a percorsi lunghi ed estenuanti su strade sconnesse o addirittura appena tracciate: le forature erano sempre in agguato, e non solo quelle. Ormai il meccanico Manolis, quando lo sentiva arrivare, perché Al con quella marmitta da F1 si sentiva da lontano, si fregava di sicuro le mani. C’era sempre un pezzo da cambiare.   Ogni volta che arrivava lui lasciava il lavoro in atto, si strofinava le mani sui pantaloni, allungava il gomito perché non si sporcasse le mani
              “Che ci sarà?”
              “Ci sarà che questa macchina è piena di problemi”. Rispondeva spiegando cosa avesse l’auto che non andava.
              Manolis allora dopo aver dato un’occhiata all’auto, si metteva all’opera, a volte la sollevava pure sul trespolo, guardando Al con un sorriso, esclamava: “Problema”.
              Una volta terminato il lavoro andava a provarla sulle strade che circondavano Perama. Forse era il rombo della marmitta, forse le ruote da tamarro che stimolavano il suo innato desiderio di correre, fatto sta che lo si sentiva scalare le marce ed accelerare, come un novello Shumi, sui tornanti della collina alle spalle dell’officina.
              Ritornato dalla prova, scendeva soddisfatto, ancora un’occhiata all’auto con piglio professionale, e consegnava le chiavi. Al allora chiedeva: “Quanto spendo questa volta?”
              “Ligo, ligo” (poco poco). Rispondeva.
              Ed Al si meravigliava perché non era assolutamente caro.
              “Forse mi ha preso in simpatia o aspetta la botta giusta”.
              Quel giorno, con l’auto sistemata, si sentì di affrontare un percorso più impervio del solito e decise di andare a visitare una chiesetta bizantina dalle parti di Amari, verso il Psiloritis, sperduta in una valle e nascosta da querce secolari. Senza indicazioni di sorta e senza copertura di rete per google  maps, con una gomma che lentamente si sgonfiava e lo preoccupava non poco,  né lui né Manolis se n’erano accorti,   raggiunse la destinazione dopo una mezza giornata di tentativi.
              Dalla strada principale, si fa per dire, era infatti poco più di una carrettiera, una stradina scendeva ripida verso un avvallamento mezzo coperto di querce e mezzo di canne.
              “Probabilmente c’è una sorgente od un laghetto di quelli dove, d’estate crescono le ninfee”. Pensò mentre, prudentemente, procedeva alla volta del boschetto.
              Semi sommersa dalle fronde delle querce una piccola chiesetta ortodossa, segnata dal tempo e dipinta di calce, giaceva solitaria in una piccola radura. Fermò l’auto, lontano dall’erba secca sotto una maestosa quercia, i cui rami più bassi sfregavano sulla capote che, come il calcio della pistola di un killer del west, portava i segni della guida disinvolta di Al.         Scese per visitarla e si avvicinò alla porticina d’ingresso. Provò a girare la maniglia di ferro incastonata sulla porta massiccia dipinta pure a calce e spinse il battente. Con sua sorpresa si aprì e apparve, nella penombra, un luogo di una spiritualità sconcertante. Raggi di sole filtravano dalle feritoie in alto chiuse dai vetri multicolore. Gli argenti che incorniciavano le icone dei santi, incastonate in un fondale di legno istoriato e scurito dal tempo, mandavano baragli intermittenti.  Fuori, i movimenti delle folte fronde delle querce, proiettavano momenti di chiaroscuro. Un Cristo troneggiante al centro, dietro un altare di un unico blocco di roccia grezza, lo osservava serio. Attorno, santi adoranti e cherubini festosi, coronavano l’immagine che il tremolio dei raggi solari rendevano viva. La quiete era totale.
              Si sedette sull’ultimo dei pochi banchi, poggiando le ginocchia sull’inginocchiatoio eroso dalle rotule di migliaia di fedeli che di lì dovevano essere passati nel tempo. Assaporò quel momento di solitudine beandosi dell’atmosfera idilliaca e silenziosa, quasi fantastica.
              Pensò brevemente alla sua vita trascorsa e recitò una avemaria, poi si fece coinvolgere dalle luci baluginanti e dal silenzio. Rimase seduto con le braccia conserte e poggiato sulle ginocchia per un tempo che gli parve lunghissimo. Poi il dolore dei menischi gli consigliò di uscire.
              Nella calura di fuori, all’ombra delle fronde, trovò due francesi, probabilmente appena arrivati: un lui ed una lei, tutt’e due con i capelli lunghissimi che non subivano uno shampoo da parecchio tempo.
              “Podisti improvvisati” .
              Entrambi senz’acqua e qualcosa da mettere sotto i denti, poiché i loro zainetti erano sgonfi come una palla bucata, stavano seduti affranti su una piccola e malridotta pietra da macina. Appena lo videro, animati di nuova energia, si eressero e alzando le braccia al cielo si rivolsero ad Al nella loro lingua.
              “ Buon Dio, per fortuna che è arrivato Lei”
              “Perché?  Che vi è successo. Vi siete persi?”.
              Rispose guardando i due più simili a dei profughi appena sbarcati sulle coste italiane che a dei turisti. Le scarpette ginniche da passeggio, sporche e malridotte, senza calzini e senza berretto, la dicevano lunga sulla loro conoscenza del trekking. Le magliette di due taglie più grandi, con disegni pop, sporche, sbrindellate in più parti ed i calzoncini sfrangiati li facevano apparire magri e patiti: gente di un’altra epoca.
              Un attimo di perplessità.  Doveva raccapezzarsi.
              “Forse mi son perso qualcosa o forse mi son perso negli anni ’60. Un ritorno al passato, come nei film.  Un salto temporale”.
              Gli sembrava proprio di vedere quei personaggi, che sul finire degli anni ’60, incontrava per strada quando, in moto, percorreva  lunghe distanze per una capatina a Parigi, a Lione, ad Amsterdam o Copenaghen, a Francoforte o Monaco, oppure nei paesetti dello Schwarzwald, dove aveva alcuni amici. Qualche volta inforcava la Benelli 650 S2 per raggiungere,  a Milano, zona Brera per farsi un caffè. Lì non mancavano le tardone che aspettavano il giovinastro giusto per una scopata ginnica.
              Sull’autostrada scatenava tutta la potenza della moto, il suo orgoglio, allora negli anni ’70 ce n’erano poche di grossa cilindrata. Scatenava tutta la potenza del due cilindri all’andatura media dei centosettanta all’ora: adrenalina pura. Gli sembrava di essere Steve McQueen, uomo immagine dell’importatore americano.  Nei suoi  giri vedeva spesso giovani come i due derelitti, tutti con lo zaino in spalla ed il braccio teso con il pollice all’insù a chiedere un passaggio. Non gli era mai piaciuta quell’aria da accattoni anche se pure lui, a volte, praticava l’autostop.
              “Almanco i fusse neti” (Almeno fossero puliti).          Era l’esclamazione ad ogni incontro.
              Anche questi due puzzavano, di sudore ad onor del vero, e non di “cristiano rancido” come amava appellare quelli che giravano l’Europa a sbafo.
              “Ci dà un passaggio al paese più vicino, sì da prendere un autobus, siamo sfiniti e senz’acqua?”
              Al li guardava e non rispondeva. Pensava alla ruota che si stava sgonfiando un po’ alla volta. Recandosi  lì, aveva sentito che l’avantreno sbandava un po’ nelle curve. Bisognava sostituirla e quella era l’occasione buona.
              “Manodopera e ombra delle querce a gratis”.
              Loro, un po’ basiti, attendevano risposta. Non sapevano come interpretare il silenzio di quello straniero che li fissava e taceva. I due si misero a parlottare tra di loro guardandolo, ogni tanto, di sottecchi. Vestito della tuta leggera da softair, quel giorno gli piaceva così, se ne stava lì impalato a osservarli.  Considerava pure quanto i francesi disprezzassero gli italiani e gli sembrava, se pur minima, di avere l’occasione di una piccola rivincita.
              “Va bene” Disse in francese presentandosi.         “Io mi chiamo Al e sono italiano, prima di partire però c’è un piccolo problema da risolvere”.
              Lo guardarono stupiti e con aria interrogativa.
              “Bisogna sostituire una ruota, mi aiutate?”
              Lo guardarono annuendo e intanto si sfilarono gli zainetti.
              “Perché poi? Tanto sono vuoti. Che se li portano a fare se non ci mettono dentro neppure una bottiglia d’acqua”.
              Lui era un classico francese, alto, magro, con gli occhiali, il naso sottile e aquilino; lei bruttina e sciatta, con i capelli lisci e cadenti come quelli delle figlie dei fiori che si cingevano la fronte con coroncine di margherite.  Non sembravano persone di compagnia: troppo demordé, troppo altrove, troppo appiccicati l’un l’altro.
              “Forse sono degli insegnanti”.  Pensò dirigendosi all’auto. Si stese sotto il bagagliaio ed iniziò a svitare il trespolo che reggeva la ruota di scorta della sua Peugeot, acquistata usata. Era anche convinto di aver preso una sonora trombata:  “Tremila euri per questo ferro”.
              Steso a terra armeggiava con il dado della gabbia che conteneva la ruota. E intanto pensava.
              “Il dado fa fatica a svitarsi, la posizione del vano chiave sul cruscotto è nascosto dal volante, situato in nicchia e difficile da trovare, i pulsanti per l’ apertura dei cristalli troppo arretrata e quasi sotto il freno a mano, col sole poi il cruscotto si rifrange sul vetro, il radiatore dell’aria condizionata è troppo attaccato a quello dell’acqua e c’è uno scambio termico che fa funzionare male ambedue e per finire, la maniglia per l’apertura del cofano è da cercare come in una “caccia al tesoro”.
              “Accidenti ai progettisti francesi”.
              Persino l’elettrauto aveva chiesto aiuto per aprirlo.
              Un amico, che un giorno aveva guidato l’auto perché non amava la guida disinvolta di Al, sortì: “Questa macchina, di sicuro, l’ha progettata un idraulico”.
              Tolse quindi la gomma, tiro fuori il cric e la scatola delle chiavi e la gettò su un panno che aveva steso a terra. Posizionò l’attrezzo ed iniziò a sollevare l’auto non prima di aver allentato i dadi. Loro stavano li a guardarlo.
              “Non fate nulla?  Niente lavoro niente passaggio.  Conoscetelo slogan del Martini?”. Rivolgendosi a loro in tono aspro. “No Martini, no party”
              Lo guardarono senza capire ma si chinarono prontamente sulla ruota e finirono di svitarla. Al capì che doveva ordinare loro tutto ciò che dovevano fare.
              “Questi no ga mai vuo na machina, i xe sempre ndai a piè”(Questi non hanno mai avuto un’auto, sono sempre andati a piedi).
              Li seguì passo passo.  In piedi dietro di loro indicava i lavori da eseguire. Alla fine controllò la tenuta dei bulloni e li guardò. “Bravi, avete fatto un buon lavoro, ora possiamo andare”. Porse loro la sua bottiglia d’acqua. Bevvero con avidità.      Allora tirò fuori pure la busta dei sandwich e gliela diede. Increduli, azzannarono la “bubana” (1) con vero piacere.
              Una volta rifocillati, Al li fece sedere dietro. “Almanco no zento a spussa del suore” (Almeno non sento il puzzo del sudore).
              Loro le intesero come parole di di cortesia.
              “Mejo cuzì” (Meglio così)
              Lentamente, poiché il ruotino di scorta non permetteva velocità, si avviarono alla volta di Amari e poi verso l’unico lago di acqua dolce di Creta, percorrendo tutta la valle verso sud-est. Qui fecero una breve sosta per ammirare le acque cristalline e Al offrì un caffè da “Gidospito”.  Naturalmente loro non si offersero di pagare.
              “ Questi se come i genovesi o quei da Montebeuna, un brazeto curto e uno longo”(Costoro sono come i marsigliesi o quelli da Montebelluna, un braccio corto per dare ed uno lungo per avere).
              Ripresero il viaggio dirigendosi verso casa, Al li scaricò sulla New road, ad una fermata per autocorriere. Alcuni saluti, alcuni convenevoli. Scrissero su un foglietto i loro nomi e i rispettivi numeri di telefono e porgendolo si dissero felici qualora, passando da loro, parti li  avesse chiamati.
              “Ok”. Fu il commento asciutto di Al che salì in macchina e si diresse alla volta di Ag. Paraskevi  gettando il foglietto sul porta oggetti. Tanto non sarebbe mai più passato nelle vicinanze di Lione e, se anche fosse successo, di sicuro non avrebbe fatto la telefonata.
              Arrivò accaldato e sudato, sotto un sole che spaccava le pietre. Parcheggiò l’auto rovente sotto l’unico ulivo della stradina, dopo casa sua, che portava al cimitero sulla collina. Aveva voglia di fare una doccia, togliersi di dosso polvere e  stanchezza.
              Depose i vestiti impolverati nel cesto di vimini della biancheria sporca e lentamente, assaporando la frescura del pavimento, si diresse alla doccia.
               Prima l’acqua calda gli tolse polvere e tensioni poi quella fredda lo rinvigorì ma aveva addosso tanta spossatezza che preferì buttarsi sul divano a riposare un po’ e leggere. Più tardi avrebbe fatto un salto al paese prima di Rethymnon al kafeneio.
      Lì aveva realizzato le prime conoscenze di Tsemes. Le due bariste più una, cioè le due belle: Eleni, la greca ventiquattrenne e Lavy,  la moldava trentacinquenne, infine Kikilia, la greca abbondante sia di culo che di simpatia.         Sempre al bar aveva pure conosciuto il lato gentile dei greci maschi: Mihaili curioso ma cortese, Stavros disponibile a qualche lavoretto di muratura pur di arrotondare, Costa in perenne discussione col fratello Hektor ma che ogni sera, con l’aiuto di Varsos, si rappacificavano e offrivano rakì agli amici presenti ed infine Niko,  Piccolo, magro con cinquantacinque mal portati diceva di conoscere il tedesco ma lo pronunciava che suonava comunque greco o ostrogoto.  Del suo linguaggio Al percepiva tutto ma capiva solamente una parola su dieci, sia che parlasse greco, inglese o tedesco e doveva fargli ripetere più volte la frase. Niko, di rimando, rideva. “Tu non conosci il tedesco bene come me”.
              Ciò capì Al alla terza ripetizione. Provava con impegno a comprendere il lessico e l’idioma di quel personaggio perennemente ubriaco che un giorno gli portava in omaggio un litro d’olio della sua “farma” ed un altro un litro di vino, sempre della sua “farma”. Lui però non aveva una fattoria.  Al ricambiava offrendogli “raki” che Niko trangugiava con avidità.  Qualche volta si accordavano  per un passaggio fino a Rethymno,  Niko infatti aveva solo un variopinto ciclomotore di targa e provenienza ignota e che non sempre funzionava.
              A volte Succedeva che lo incontrasse in città; infatti nei giorni di sole si spostava a cavalcioni del suo “motore”. Il rapporto di misura tra Niko ed il ciclomotore era pari ad Al con la sua vecchia Benelli ma in versione mignon.
              Quegli incontri originavano saluti e abbracci a iosa. Si appiccicava e voleva assolutamente insegnargli qualcosa di Creta o della città.
              Un dì di pioggia gli diede un passaggio. Si era fermato al kafeneio per un cappuccino e per salutare le sue amiche. Niko era lì sconsolato poiché non poteva recarsi in centro: diluviava, era primavera.
              Per tutto il tragitto non fece altro che ringraziarlo del passaggio in greco, in tedesco ed in inglese.  Arrivati al parcheggio era convinto che Niko se ne andasse per suo conto, invece se lo trovò sottobraccio che si riparava sotto il grande ombrello che teneva sempre nel bagagliaio. Era ottimo per la pioggia ed, in spiaggia, per il sole.
               Al caffè della “porta grande”, così chiamavano l’arco veneziano che dava l’ingresso alla città vecchia,  dopo avergli offerto un primo rakì, nell’inutile tentativo di toglierselo di torno, subì la pressante  richiesta di rimanere in compagnia “dell’italiano”. Così lo chiamava quando aveva ecceduto con l’alcool.  Al accondiscese controvoglia.
              Volle condurlo dal sarto ove si era fatto accorciare un paio di pantaloni nuovi. A malincuore accettò l’invito, aveva alcune cose da fare per conto dell’amica italiana e, per sbrigarsi, prese per una manica il piccoletto e si fece indicare la strada trascinandolo poi con passo celere, così che Niko sembrava pendere dal braccio di Al.
              Arrivarono dal sarto con i piedi inzuppati nelle scarpe che pompavano zampilli ad ogni passo, tanto era forte il piovasco.
      Il negozio era una piccola bottega, su una laterale  della Antistaseos, dotata di una scaffalatura in mogano appoggiata alla parete di fondo  dove facevano bella mostra pezze di stoffa vecchie ma di ottima tessitura, ordinatamente disposte sui ripiani. Altri mobili tra cui una macchina da cucire a pedale tipo Singer di fronte alla vetrina, un tavolo con su stesa una coperta come fondo per stirare ed un ferro da stiro anni ’50 col manico di legno e la spina in ceramica completavano l’arredamento.
              “Dallo spessore della piastra peserà cinque chili”. Pensò.
              Quando stirava, per accomodare le balzane, lo vide fare sui pantaloni di Niko, stendeva una pezzuola di cotone a protezione del capo, gialla per le bruciature e, posizionando il ferro sul capo, vi ci si appoggiava sopra di peso con le mani sovrapposte una sull’altra sul manico del ferro. Si alzava sulle punte dei piedi per esercitare maggior pressione spruzzando prima  abbondante acqua nebulizzandola con uno spruzzino di quelli che si usano per la pulizia di casa. I pantaloni nuovi vennero poggiati sul tavolo ancora fumanti di vapore, accorciati e stirati.
              Niko non stava nella pelle, voleva provarli.
              “Mi devi dire se sto bene, se ho fatto un buon acquisto”. Esordì invitandolo ad assistere alla prova. Tolse le scarpe allagando il pavimento. I calzini gocciolanti li posò su una sedia.  Si sfilò i pantaloni della tuta Adidas,  indossava quella come capo per la città e rimase in mutande: minuto, con le gambe magre, corte, pelose e storte sembrava un granchio zoppo.
               Intanto il sarto prese i calzini di Nico e li strizzò fuori dalla porta, poi toccò ad Al di togliersi le scarpe e consegnare le calze. Dopo la strizzatura il sarto ci poggiò sopra il ferro per asciugarli.
              “Molto gentile”. Al ringraziò per quella accortezza e rimase a piedi nudi sul pavimento di legno.
              Niko aveva già indossato il nuovo capo. Il risultato era fin troppo evidente: c’era il solo cavallo tanto erano corte le sue gambe e il girovita, troppo largo,  faceva scivolare i pantaloni sotto la pancia.
              Orgoglioso si girò verso l’amico per chiedere il suo parere.
              “Si Niko, ti stanno bene, fai bella figura”. Mentì spudoratamente guardando il sarto con aria interrogativa. Questi fissò il cliente, si avvicinò facendo il giro del tavolo, si accucciò e diede due strattoni ai pantaloni  tirandoli verso il basso, con tanta veemenza da accucciare il pover’uomo e lo lasciò con le mutande alle ginocchia ed il dondolo penzolante. Perplesso li prese, poggiandoli piegati sull’avambraccio, si sedette al tavolo e con forbice, ago e filo spostò l’ultimo bottone e costruì un’altra asola.
              Rifece fare la prova. I pantaloni stavano su ma un rigonfiamento esagerato sulla patta dava la sensazione che Niko fosse superdotato. Lui si guardò allo specchio, notò con evidente stupore e soddisfazione la protuberanza e, con gioia mal celata, alzò il pollice in segno di approvazione. Simulando l’andatura di un modello Al enunciò con enfasi. “Ti farai ammirare da tutte le donne!”
              Non stava più nella pelle, voleva uscire indossando i pantaloni. Al lo convinse che il completo composto da casacca della tuta, pantaloni nuovi e scarpe ginniche sporche di malta non erano forse l’abbinamento più adatto per fare bella figura. A malincuore il piccoletto accettò il consiglio e si fece avvolgere in una carta da pacchi l’indumento e se lo mise sottobraccio. Al intanto, infilati i calzini e calzate le scarpe, esaminava le pezze. Niko lo osservava. “Perché non ti fai fare un vestito?”
              “No, non ne ho bisogno”.
              “Qui costa poco e, hai visto, il sarto è bravo”.
              “No Niko, forse un’altra volta, ora devo proprio andare, mi aspettano, ti ho detto che ho un appuntamento”.
              “Ma prima beviamo qualcosa assieme”.
              “Abbiamo già bevuto a sufficienza l’ultima volta”.
              Qualche giorno prima, infatti, gli aveva fatto da Cicerone in un giro per il centro città accompagnandolo a conoscere i suoi abituali cafeneio. Il risultato fu che Al tornò all’auto ubriaco e dovette stare seduto, con la testa poggiata al vetro della porta, in attesa che passasse lo stordimento. Niko, che aveva  richiesto il passaggio di ritorno, non capiva che avesse l’amico seduto immobile con le mani sul volante..
              “Stai male?”. Chiese insistentemente. E Al : “Ne”.(Si)
               Was hast du? (Ma cos’hai?).  Si espresse in tedesco, poi, visto che Al non rispondeva in inglese bofonchiò. “What happen?” (Che succede).
              I folti baffi alla greca, che gli coprivano tutta la bocca, filtravano le parole come un torchio le vinacce. Ne uscivano gorgoglii, borborigmi e borbottii astrusi ed enigmatici. Un distillato di tedesco,  inglese, italiano e greco. Si vantava infatti di aver lavorato in Zvizzera ed in Italia, di aver studiato inglese alle elementari.  Affermava pure di conoscere anche un po’ il russo, imparato in due mesi di lavoro a Mosca con un’impresa romena e lì asseriva di avere moglie e figlia. Il suo lessico era un’interpretazione molto personale delle lingue col risultato di produrre un barcollante idioma da ubriaco.
              Pressato dall’insistenza di Niko, Al ingranò la marcia e partì alla volta di Adele trascinando con sé la catena del divisorio del posto auto.
              Niko non si scompose, più che in un abitacolo d’auto sembrava immerso in una bottiglia di rakì.
              Quel giorno avevano visitato otto cafeneio e Al aveva conosciuto tutti i beoni di Rethymno.
              Si diressero poi verso Tsemes, sotto la pioggia scrosciante e si fermarono al cafeneio del centro.  Al non voleva andarci poiché non intendeva farsi vedere in quelle condizioni da nessuna delle tre cameriere.
              “Per un ultimo goccio”.         Postulò Niko.  “Questa volta offro io”.        Predicò col dito indice alzato come se non intendesse ricevere contraddizioni.
              Scesero in fretta e si diressero di corsa verso il bar.
              Eleni li accolse con la solita grazia ed una punta di curiosità apparve nel suo sguardo interrogativo quando li vide entrare in coppia. Al sorrise e con un’alzata di spalle e allargando le braccia ammise la sua impotenza nei confronti di Niko. “Che ci vuoi fare, è tutta la mattina che mi fa bere”.
              La guardò con interesse. Era bella come può esserlo una mora greca: longilinea e ben fatta, i seni piccoli e la bocca carnosa.“Da baci”.
              Sempre pronta, accorta e gentile senza essere servizievole. Aveva, ogni volta, una parola ed un sorriso che modulava a seconda dell’avventore. Si accostava, poggiava la mano sulla spalla del cliente e con l’altra  serviva il caffè ed esclamava: “Gia sou”. Oppure.  “Oriste” .  (1) E se ne andava sculettando nei collant attillati e variopinti.  Era sempre curata nel vestire anche se un po’ puttanesco. Schiena e spalle scoperte da t-schirt  attillate o camicette vaporose scollate al punto giusto. A volte, gonnellini ad altezza topa facevano intravvedere la congiunzione delle gambe.
              Quel giorno una tunica rossa le copriva la schiena scendendo fino ai glutei e calzava degli stivali sui collant neri che mettevano in risalto le lunghe gambe.
              “Ci devono passare quattro dita tra l’una e l’altra, questo è il canone! … e lei lo rispetta appieno”.  Pensava guardandole il culo. Si eccitava a quello spettacolo.
              “Eleni sei proprio una bella donna”.
              Lei rispose con un sorriso mettendo in mostra una dentatura perfetta.
              “Purtroppo sei troppo giovane ed io troppo vecchio”
              “Ma no”. Rispose seriamente e replicando. “La tua età, la tua cultura, il tuo modo di vestire ed i capelli da ragazzino ti rendono un uomo affascinante”.
              Al, infatti, era sempre spettinato, i suoi capelli brizzolati, nonostante l’impegno profuso quando li asciugava col phon o gli sforzi del barbiere, erano sempre scompigliati e “diritti come spaghi”, come amava definirli sua madre quand’era piccolo.
              “Già, sono affascinante ma non me la dai, quindi troppo vecchio per te”.  Rispose una volta che lei pronunciò quella frase in italiano stentato.
              “Non è detto, vedremo”. Disse Eleni una sera che pochi avventori le avevano permesso di chiacchierare un po’ seduta accanto a lui.  Affiancati e appoggiati ambedue con i gomiti al bancone, dal lato riservato ai clienti, seduti sugli sgabelli imbottiti, rivestiti di velluto marron, si guardavano con piacere.
              Il proprietario li osservava curioso e intanto gettava un tronco nel camino. Fuori faceva freddo e pioveva ancora.
              Era vestita di una shirt che le lasciava scoperte le spalle e scendeva a mo’ di gonnellino sulle cosce.
              “Io con la cerata da barca sto bene, come fa resistere con quella misera maglietta”. Pensò e guardandola le rivolse un sorriso dicendo: “Ma non hai freddo?”.
              “Si”. Rispose chinandosi verso lui e poggiando una mano sul dorso della sua per fargli sentire quanto fredde fossero.  Al invece aveva sempre le mani calde anche d’inverno.
              “Forse per la pressione alta”. Pensò.
              “Ma perché non indossi qualcosa di più caldo?”
              “Piace al padrone ed ancora di più ai clienti.
              E dopo un po’” .Ricevo più mance quando mi vesto così”
              “Beh, non mi sembra un motivo sufficiente: ammalarsi per pochi euri”.
              Le prese le mani tra le sue chiudendole a coppa. Lei si chinò ancor più in avanti e poggiando gli avambracci sulle ginocchia di Al si lasciò riscaldare.
              “Non puoi appiccicarti così, sono vecchio ma non sono fatto di ferro”
              Osservava i piccoli seni dalla scollatura della maglietta. Lei si accorse dello sguardo impertinente e da sotto in su lo osservò sorridendo. Non comprese la battuta.
              “Di ferro?”. Evidentemente la traduzione non era delle migliori. Ci voleva poco …
               Al s’impegnò in un tradotto più comprensibile. Lei, in risposta gli accarezzò le cosce scivolando con le mani fino alle ginocchia mentre Al non staccava gli occhi dai seni.
              “O ohe piazzo o a xe vaca”. Mormorò spontaneamente ed Eleni lo guardò con aria interrogativa.
              “What?” (Cosa?)
              “ In this awy it  excites me” (In questo modo mi ecciti).
              Lei sorrise scrollando i lunghi capelli ed abbassando la nuca fin quasi a toccargli le gambe col viso. I capelli riversi coprivano appena la scollatura della schiena. Un piccolo neo sulla spalla sinistra attirò l’attenzione di Al che lo accarezzo con la punta delle dita. Lei si alzò per tornare dietro al bancone, era entrato un ragazzotto.
              “A xe vaca”. Questa volta stette attento e non lo disse ad alta voce ma le rivolse un sorriso.
              Intanto Sorge, il titolare, se ne stava sdraiato su una poltroncina con i piedi su di una sedia rivolti al caminetto.
              Servì dell’Ouzo con ghiaccio ed acqua al ragazzotto che si  sedette all’altro capo del bancone, costruito ad elle attorno ad un largo pilastro in modo da formare due distinte aree.
              Eleni tornò da Al, sul lato più piccolo del banco ed un po’ defilato. Poggiò le braccia conserte sul piano così da fare alzare i seni che apparvero sodi nel loro prorompente candore.
              “Andremo a cena una di queste sere, nella tua serata libera?”
              Non disse di no. “Dove?”
              “Dove vuoi tu”
              “E poi?”
              “Poi dipende da te”.
              “Kalà” (Bene). Rispose in greco e non disse altro.
              Georgos intanto si era alzato dopo aver attizzato il fuoco e si avvicinò ondeggiante di rakì e sonno.
              “Ena ellenikò kafè”. Al ordinò il secondo caffè, facendo finta di nulla,  mentre digitava sul Samsung una frase sul translator.
              Georgos sorrise, gli andava a genio quell’italiano che consumava caffè a nastro. Al infatti non beveva altro, al massimo chiudeva la serata con un rakì.
              “Eleni fa bon” (Si rende disponibile).
              Elucubrava e proiettava. Pensava però che la ragazza, così piena di vita, non fosse seriamente attratta da lui. Troppa era la differenza di età. “Quasi trent’anni”.
              La disponibilità dimostrata però lo stuzzicava. Pur nella consapevolezza che, eventualmente, non poteva trattarsi di una cosa seria.  Filava col pensiero su questa ipotesi.
              “Magari, saria mejo” (Magari, sarebbe meglio).
              “Chissà cossa che nassaria” (Chissà che ne nascerebbe)
              “Podaria esser na roba granda o na bianca da paura” (Potrebbe essere una cosa grande o un flop pazzesco)
              “Po darsi che a ga voja de sgroparse un vecio latin lover” (Può darsi che abbia voglia di provare un vecchio latin lover). Si succedevano, nella testa di Al, pensieri, voglie e perplessità. Più ci pensava e più notava la possibilità di un incontro. In fin dei conti non sarebbe stata la prima volta che si accompagnava ad una giovanissima.
              “Ma son passati anni. Forse perché sono italiano o, semplicemente, ha voglia di qualcosa di diverso”.
              Continuava a sciorinare ipotesi a suo favore, poi emersero ricordi di esperienze passate. Serbava memoria di quando, in giovinezza, aveva accarezzato l’idea di trombarsi la vicina di casa, che si faceva anche suo padre.
              Rammentò quando, da militare in quel di Palmanova, città fortificata prima e militarizzata poi quale baluardo a nord est contro il blocco sovietico, aveva intrecciato un rapporto con la proprietaria di una trattoria. Ci portò il padre una volta che lo venne a trovare e un giorno lo incontrò proprio di fronte alla trattoria. Non lo aveva avvisato che veniva in visita.
              “Ciao, che fai qui?”. Preso alla sprovvista il padre non seppe rispondere.      Quella volta capì da chi aveva ereditato i geni dell’avventura e della sfacciataggine.
               Lei era più vecchia di quindici anni ma elegantissima, molto piacente e di una sensualità inusuale e prorompente. Lo affascinò oltre ogni aspettativa. Aveva perso la testa ed ogni momento era buono per scavalcare la recinzione di cemento della caserma, irta di ferri appuntiti, e correre a tuffarsi nel suo letto. Lei si era affezionata a quel militare tutto nervi e sempre pieno di voglia. Lo copriva quando, di notte, scappava dalla caserma e gli permetteva di stazionare la Jeep dell’esercito nel suo garage. Gli custodiva le pistole ed i vestiti quando, lui e i due rondini, andavano a Udine a giocare a boowling.
              “Quindi tutto è possibile”. La guardò e le fece un cenno. Eleni si avvicinò col vassoio in mano.       “Quando?”
              “Presto”. Si allontanò a servire nuovi arrivati.
              Dirigendosi al tavolo pensò a Lavy e a quanto era diversa. Era l’altra cameriera bella, sui trentacinque, di origini moldave,  sposata con un italiano da Torino. Si erano trasferiti a Creta, anche loro, per reinventarsi una nuova vita. Ambedue con alcuni disastri alle spalle, stanchi della complessità dell’Italia avevano intenzione di aprire un atelier molto particolare.
              “L’idea non è male”. Si espresse un giorno Al mentre lei raccontava dei trascorsi burrascosi e del desiderio di smettere di fare la cameriera.  Con il compagno, avevano individuato un luogo a poca distanza dall’abitazione che avevano comperato e rinnovato. Nel loro ipotetico progetto,  il locale doveva avere un piccolo bar-caffetteria con il solo bancone ed un grande tavolo con funzione di ufficio dove lei, in contatto con agenzie ed alberghi, forniva collegamenti, servizi e informazioni; alcuni divanetti avrebbero completato l’arredamento.
              Lavy conversava molto con Al e gli dava consigli preziosi su dove trovare questo o quello: la taverna veramente tipica, non turistica e non dispendiosa, il prezzo della legna per il caminetto, l’elettrauto onesto, il falegname per i telai dei quadri. Aveva sempre una risposta alle sue richieste e molta disponibilità. Si era perfino recata alla capitaneria di porto per chiedere informazioni sulla licenza della barca di Al da noleggiare ai turisti che avessero avuto voglia di avventura velica. Tra loro si era stabilito un legame molto amicale e rispettoso.  Raccontava della propria vita passata, dell’incontro con Pietro e di quanto quest’uomo avesse fatto per lei, sola e preoccupata in un’ Italia dove non trovava lavori decenti che rispettassero il suo essere donna.
              Lo accoglieva sempre con un caloroso “ciao” e i suoi occhi ridenti esprimevano il piacere dell’incontro. All’inizio un pensierino Al lo aveva fatto ma poi capì l’impossibilità dell’avventura.
              “Troppo legata alla figlia ed al marito e timorosa di rovinare tutto”.
              Considerò Al un dì che voleva proporle un’uscita in spiaggia. Accantonò quindi l’idea di farle una corte spietata. E chiuse lì il pacchetto delle strategie amorose.
              Un giorno, si era portato appresso il PC portatile e se ne stava seduto al tavolo nell’angolo del collegamento w-fi a guardare i frequentatori del bar: gli inglesi che giocavano a biliardo ad un gioco che non capiva, una 125 con strane regole, i giocatori di carte che gridavano e sacramentavano e quelli che si divertivano “a freccette”.
              Guardava e pensava. “Però i capelli biondi, gli occhi azzurri, la terza di seno, le gambe lunghe e diritte ed il culo androgino!”  Facevano sfavillare la fantasia di Al e quei pensieri non erano  facili da riporre nel cassetto delle memorie.
              “Mah … pazienza”
              Si guardò attorno, il cafeneio si andava vuotando: gli inglesi avevano terminato e riposero le stecche sulla rastrelliera, il perdente pagò ed uscirono; i giocatori di carte, ormai afoni si accomodarono sulle poltroncine per guardare la partita in TV mentre quelli che si trastullavano a freccette se n’erano andati da un pezzo.
              Al si alzò dalla sedia in ferro col cuscino bombato oltre misura, chiuse il PC poggiandolo sul  tavolino di finto marmo e si avvicinò al bancone sedendosi sullo sgabello. Loro, non avendo altro da fare gli si avvicinarono spandendo sorrisi. Chiacchierò  un po’ con tutte e due. Verso le undici si apprestava a lasciare il locale quando arrivò Kikilia, la terza cameriera, accompagnata da un energumeno, forse il fidanzato o il marito. Aveva deciso di fare una capatina al bar poiché le tre dovevano organizzare i turni settimanali col proprietario.
              Si appartarono nel retro bar: uno stanzino multifunzione. Era infatti: deposito, cucina, disbrigo, magazzino e zona lavaggio. Discussero animatamente berciando ogni tanto. Uscirono dopo un quarto d’ora sereni e tranquilli.
              Kikilia lo venne a salutare e tutte e tre appoggiate al banco da una parte e Al dall’altra intavolarono una discussione su che lingua era opportuno che lui imparasse per prima.
              Al stava, contro voglia, studiando l’inglese con un’insegnante laureata in Italia. Però loro convennero che sarebbe stato meglio se lui, per prima cosa, avesse imparato un po’ di greco.  Kikilia, belloccia ed in carne con un culo prominente, come certe negre pigmee, ma cordiale e vivace, dotata di un vocione baritonale disse: “Te lo insegno io il greco!”. E rivolta alle colleghe.         “Siamo a Creta, deve conoscere prima il greco”.
              “Si ma qui si parla molto l’inglese per via del turismo”. Ribatté  Eleni.
              Lavy se ne stava zitta e divertita a guardare.
              “Io ti insegno il greco e tu l’ italiano”.         Intervenne Eleni.
              “Allora io ti seguo nel corso d’inglese”. Kikilia mollò la presa, non voleva e non poteva competere con le colleghe che si offrivano come insegnanti al divertito Al e poi c’era il compagno che li guardava.
              “Bene, affare fatto”.  Replicò Al guardando Kikilia che, divertita, strizzò l’occhio alle due colleghe.
              “Quando iniziamo?”
              “Lunedì. Al pomeriggio sono libera poiché è il turno di Lavy”.  Canticchiò Eleni mimando passi di danza.
              “Vuoi vedere che non è solo un modo per intrattenere i clienti”.         Macchinò Al e ad alta voce ed in italiano:   “Il gioco si fa duro”.
              Guardando Lavy, che l’italiano lo conosceva, le sorrise complice. Lei, alla richiesta di Eleni di tradurre, ammise menzognera, che non aveva capito.
              “ Ben! A tien el mocoeo”. (Bene! regge il moccolo)
              Intanto Eleni, con l’indice, tracciava dei segni sul bancone.  Lavy guardava e, schernendosi, con la mano sulla bocca, sorrideva compiaciuta. Al non capiva, si poggiò col gomito sul bancone per girarsi meglio e comprendere i segni. “ Un cuore?”
              “No”
              “Ah”. S’illuminò.
              “Bene, bene”.
              Elleni sorrise.
              Al cavò allora dallo zaino, che aveva sempre al seguito, il blocco dove scriveva e disegnava in ogni dove ed in ogni momento ed aprì le pagine sugli schizzi del giorno. Amava dipingere e coglieva ogni momento di tranquillità per disegnare a matita. I bozzetti originavano poi idee per composizioni. Schizzava su ogni foglio che aveva a portata di mano: a volte su tovagliette al bar o sulle tovaglie di carta delle taverne che poi portava con sé.  Lo zaino traboccava di fogli ordinatamente piegati e riposti. Tracciava profili od ombreggiava immagini che trattavano lo stesso tema  anche se lo illustrava con tecniche diverse. Dagli schizzi poi traeva l’idea per comporre un quadro dove maestria e tecnica rendevano l’immagine intrigante, piacevole e stimolante. Dipingere era una delle sue passioni. Aveva partecipato a parecchie mostre e tenuto personali. Un discreto successo aveva coronato quell’inclinazione. Un noto regista aveva persino presenziato ed introdotto una sua personale a Venezia.
              Mostrò quindi gli schizzi alle due ragazze che esaminarono le immagini con interesse e sorpresa,  esclamando “oh” a ripetizione ogni qualvolta Al girava pagina. Una sequenza di organi maschili e femminili,  intrecciati, avviluppati, intessuti, aggrovigliati, intricati e avvolti. Spesso divergenti o convergenti ed in numero dispari.  Ad Al piaceva fantasticare sul terzo o quinto incomodo. Costruiva scenari metafisici, fantastici: “Cosmi spermatozoici”, così definiva alcuni suoi quadri una cara amica ora scomparsa. La sequenza dei bozzetti e la quantità tennero impegnate le due ragazze che, con curiosità, giravano una pagina dopo l’altra o sfogliavano, aprendole con cura, le tovagliette così ben ripiegate.
              “Evidentemente piacciono”.         Pensò al gongolante.
              Chiesero perché dipingesse quei soggetti, cosa lo stimolasse a disegnare quelle forme e perché non dipingeva altri soggetti.     Eleni si rivolse ad Al raddrizzandosi sulla schiena e ravvivando i capelli facendoli scivolare sulle dita a mo’ di pettine. Con serietà: “Potresti dipingere anche i paesaggi di Creta, sono così affascinanti e poi potresti venderli ai turisti”.
              “Per quelli basta una macchina fotografica, non serve un pittore e poi ce ne sono ad ogni angolo che scopiazzano le cartoline e poi spacciano i disegni come fossero vedute reali”.
              “Dipingeresti il volto mia figlia interpretando una sua foto con la tua tecnica?”. Chiese Lavy.
              “Beh, ci posso provare, mandami una sua foto per email”
              “Per me cosa dipingeresti?”.  Intervenne Eleni che non voleva farsi soffiare la scena di quel teatrino che stava nascendo.
              Al la guardò sornione: “Per te dipingerei la tua cosina, ne farei un’opera d’arte”.
              Eleni, per la prima volta, arrossì e si voltò, con fare sdegnato, verso la collega come per dirle: “Ma senti questo”.
              “Ho detto qualcosa che non va?
              “Ma no, ma sei così, così …”. Cercò la parola, e chiedendo  l’aiuto dalla collega guardandola e, battendo, con stizza, un piede sul pavimento esclamò.
              “Diretto”.  Consigliò Lavy.
              “No, sfacciato”.  Incalzò Eleni ed Al rispose. “Sfacciato, forse, però sincero”
              E visto che nessuna delle due rispondeva. “E’ un’ idea, non un obbligo. Non lo sto chiedendo, lo sto solo proponendo”
               Dovette sudare le classiche sette camice per spiegare la differenza tra chiedere e proporre. La spiegazione stemperò la tensione che si era venuta a creare. Lavy rimase sorridente ed Eleni un po’ alla volta perse il broncio.
              “E’ proprio abile questa donna”. Si convinse Al che riprese, con la sua solita aria indifferente o, se vi pare meglio, con la solita faccia di bronzo.
              “Come non detto ma la proposta rimane valida”.
              “Sei proprio incorreggibile”.        Lo apostrofò Lavy.
              Eleni intanto si era avvicinata ai due clienti, che dall’altro lato del bancone parlottavano, chiedendo loro se bevevano altro.
              Al ordinò un altro ”elliniko scketo” all’amica moldava. Eleni colse l’occasione della lontananza della collega e avvicinandosi all’orecchio di Al:
              “Mi piacerebbe vedere come la dipingi”.
              “Gavea intivà, a xe proprio vaca” (Avevo indovinato, è proprio vacca).  Pensò Al guardandola negli occhi e:    “Quando vuoi il mio atelier è a tua disposizione, anche questa sera”.
              “Cosa?”
              “La mia casa”. Ribadì.
              “Al, te l’ ho già detto, presto verrò”.    E si scostò poiché ritornava Lavy col caffè e mostrò soddisfazione per Al, battendogli un buffetto sulla guancia e col dito alzato: “Al birichino”.
              Chiacchierarono ancora.  Su richiesta, spiegò la sua tecnica di pittura. Non amava la tela per dipingere ma le tavole di legno. Si faceva fare i telai da un falegname, ce n’era uno proprio a dieci metri da casa sua. Glielo aveva indicato Lavy, lui neppure si era accorto che attaccato alla sua abitazione c’era un minuto laboratorio di falegnameria.  Un tedesco che otto anni prima, come lui, aveva abbandonato la patria e si dedicava a piccoli lavori di restauro di mobili antichi per sbarcare il lunario.
              A Creta, se non fai il turista e ti adegui alla vita degli abitanti dei paesini, basta veramente poco per vivere.
               Le tavole poi le trattava con un impregnante all’acqua e successivamente vi stendeva, rasando, del gesso Bologna, resine e altri pigmenti:  mistura che in venti anni era riuscito ad ottimizzare ed ora era la sua formula segreta. Sulla superficie ottenuta lavorava con matite acquarellabili e tempere in modo che l’acqua facesse penetrare il colore nello strato di gesso come nell’affresco. Infine alcune velature ad olio facevano risaltare i chiari e scuri. Spesso dorava parti di superfici con emulsione collosa e foglia oro.
               La descrizione tenne alta l’attenzione delle ragazze che si dimostrarono soddisfatte esclamando l’una:
              “Ma è così complicato!”
              E l’altra. “Complicato ma interessante, come il pittore”.
              “Vedo!”.         Esclamò divertita Lavy all’indirizzo dell’amica e iniziò le attività di chiusura del kafeneio.
              Al finì di sorseggiare il caffè, poi veloce si avvicinò ad Eleni, chinata ad osservare e sfogliare il blocco di schizzi, la baciò leggermente sulla nuca. Lei si drizzò guardandolo con un sorriso stupito, appena abbozzato.
              Al salutò le amiche e i due avventori.
              “Kalì nychta”. (buona notte)
              Georgos sdraiato sulla poltroncina e con i piedi sulla sedia, rivolti al fuoco, dormiva.
              Al infilò le mani in tasca e uscì speranzoso.

    • TUTTI IN  SCENA DOPO SCENA 
      PSICODRAMMA FUTURISTA
      PERSONAGGI IN PROGRESSO
      Carolina
      L’uomo senza cappello
      Una Maschera
      La Befana
       
      Interpretare  per versi  il vivere,  s’eleva il dire di molti anni che nel travaglio ci hanno condotti a recitare  e morire in un dramma  solitario ai confine di un mondo sempre più avido di sentimenti.  Incapaci di amare   si scioglie ogni enigma , ogni  parsimonia , fatto di molti ardori congiunti   nel dolce mio infinito .  Lasso  nella sorte avversa ,  corre lesta come fosse la slitta di santa Claus , mesta,  appresso al senso di poter interpretare le molte vite , congiunte al credere che trasforma il nostro essere in un luccicante albero di Natale.   Così  si rimane  in bilico nel proprio  dire,  fatto di tante locuzioni , mezzi  termini che affluiscono  nel corpo  di una donna ,chiatta,   scontrosa fatta di tante scorbutiche  , ebbrezze , di mistiche bellezze.
      Sei tu Carolina ?
      Certo aprite vi ho portato il pranzo
      Non posso  scendere,  mi potresti aiutare
      Sono qui per questo
      Tu sei  la figlia di don Salvatore
      Per servirvi
      Credevo che  sapessi  volare
      Se avrei potuto volare avrei  rivisto  da lassù il mio cagnolino
      A me non interessa ,però ho visto Carmela tua madre che baciava  il falegname
      Perché  non gli avete  fatto una foto
      Perdonami ho la testa tra le nuvole   
      Facciamo come se fossimo di nuovo a Natale
      Non sei  sposata ?
      Lo cercato tanto uno sposo  
      La fiamma delle passioni  riscalda l’animo  e spinge alla generosa prole di molti parti  senza  età e genuflesse ere
      Voi conoscete tutta la gente del quartiere ?
      Fatti , fummo a credere per vivere in letizia
      Non dite così
      Non credo di conoscere la genealogia della morale
      La morale è  una molla elastica , fatta di tante diverse forze
      Non dite per davvero ?
      Non voglio interagire
      Sentite a me sarà meglio cambiare paese
      L’acqua scende sempre nel verso giusto
      Sono qui che l’aspetto
      Come è  dura la sorte  tonda è scura
      Non fate finta di non capire
      Il dubbio permane a volte in eterno
      Io  avrei voluto partecipare
      Era meglio  accendere  la lampada  ,  fare cosi  luce
      Gesù non sei l’unico che lo ha pensato
      Sei un  poco indietro
      Dietro dove ?
      Sotto la panca  si  canta
      Non avete messo l’acqua a bollire
      Un po di caffè ?
      Grazie tante.
      La scena è sempre la stessa il paese un crocevia di diseredati , disoccupati , folli e criminali.
      Non mi ricordo di averne  mai conosciuti simili
      Beh facciamo teatro
      Per favore lei si ostina ad essere un autore
      Interpreto  l’umanità redenta
      Carta straccia
      Facciamo macchiette
      Non direi più bugie
      Credimi  è duro come il pane
      Con la mortadella sopra diventa più morbido
      Mi vuol prendere in giro
      Non era nei mie programmi
      Per lo più cerco di capire l’antifona
      Sei  un anfitrione ?
      Certo un uomo di teatro
      Una maschera ?
      Si fa per campare
      Teatranti
      Non perda  l’espresso vale un sorriso
      Mi basta un caffè
      La seconda scena è quasi identica , tranne che nel paese sono tutti morti tranne il becchino ed il macellaio
      Io non vivo
      Certo rappresenti la maldicenza
      Che intelligenza
      Mi ritieni un idiota
      Non mi illudo
      Non voglio affondare la spada nella piaga
      Siamo in viaggio
      Lei  cerca sempre il pelo nell’ uovo
       L’ipocrisia mio caro
      Sà per questo  sto pagando mille euro al mese
      Mille euro ma questa è una rapina
      Cosa rappresentiamo insieme
      Un accidenti
      La destra non  rinnega mai  le sue  radici ma  alla fine c’è lo fatta sono stato convocato in vaticano
      Accidenti  sei diventato un pezzo grosso
      Per questo mi hanno dato una medaglia
      Hanno bussato alla porta
      Chi bussa alla mia porta?
      Sono la  maschera
      Ecco dove eri finite  
      Sei un indifferente
      Si fa quello che si può
       La malattia avanza
      Certo cambia le persone
      Anche una maschera si può ammalare
       Non  bisogna mai mollare
      Mi chiamo Dolly
      Adesso è tutto chiaro anche se nascondi in sé un concetto deleterio
      Che simpatico
      Ora ti meno
      Va bene terza scena,  cambia la forma, c’è tanta gente che vuole entrare a far parte della compagnia . Facce molto simile al male che coltivano dentro che s’identifica con la maschera . In molti diventano una sequenza psichica più un accidenti un verbo incarnato,  la folla si fa enorme qualcuno dalla platea  grida: Chiamate un dottore . La cosa non interessa  nessuno , rimangono tutti fermi.
      Il regista si arrabbia,  sbatte la porta in faccia alla  maschera .
      Ella piange poi tutto si appaga
      L’anima ha una sua emivita
      Non voglio più  tirare l’acqua al mio mulino
      La forza di una rappresentazione stà nella sua espressione , più esprimi più rappresenti la realtà . Le  molte parole  a volte sono come trappole per topi . Questo è un  dato di fatto , ed il teatro trascende ogni morale
      Illusione mio caro , solo  fumo arrosto
      Io non fumo
      Facciamo  finta di essere noi stessi
      Mi chiamano in scena
      Il regista grida tutti in scena
      La sequenza interompe il discorso
      Forse non siamo in sintonia
      Elevare alla potenza ,  quest’idea  mi mette i brividi
      A me fa battere i denti
      Non provate  ad aprire i regali prima della mezzanotte
      Ci potrebbe essere un disguido giudiziario
      Certo la maschera è il fulcro di ogni conoscenza
      Come la vita , la morte alberga  in noi stessi
      Certo bisogna sempre mangiare  la parte più cotta
      Facciamo come se fossimo a capodanno
      Stò  per giungere ad una sana conclusione
      Una questione preliminare
      Nulla,  tiene a freno la lingua
      La scena quarta è una replica delle successive non c’è interconnessione né una certa valenza tutta  l’ azione è incentrata nella fermezza e nel coraggio dimostrato per quanto cambi la scena i personaggi assumono  sempre una figura poco brillante
      Ecco cosa volevo dire poco fa ,bisogna essere sempre sinceri
      Per questo  ho comprato una bottiglia di bourbon
      La mia perplessità è  nell’essere insieme maschere
      Parlare per ore senza arrivare ad una conclusione siamo come    frittelle senza buco , senza alcuna  radice culturale.
       La finzione è  l’inizio di una nuova scena che si ripete all’infinito Tutto quello che abbiamo descritto in questa quarta scena , scema nella convinzione che la conversazione sia una importante prerogativa per sanare una malattia insita nella  propria espressione. Ma dato che la somma di questo dire,  rimanda ad un ulteriore scena che inscena una sequenza di azione a discapito  della loro origine pragmatica. La rivoluzione culturale s’ incentra  nella rappresentazione di una maschera che non ha nulla da rappresentare se non quel mondo che desidera essere.
      Ora giriamo pagina
      E già la frittata è fatta
      Non bruciare  il libro
      Domani vado dal dottore
       Io credevo di rimarginare una  profonda ferita
      La falsità è  la porta di un amore usato ai propri  fini  
      Ora non offendiamo
      Ci vorrebbe ben altro
       Facciamo ammenda di vari torti subiti
      Sono d’accordo con lei
      Non mi riprenda da dove  ho iniziato
      Non voglio uccidere  il concetto
      Mi creda è un intercalare quasi una  frase scurrile
      La scena  trascende  tutto quello che crediamo come il signore intorno all’albero con  la sua allegria.
      Rincorre  una gioia   l’ immagine versatile   come acqua che scorre.
      Non mi rendo conto del fatto  dato che a volte sono  incapace di tagliare una fetta di panettone diritta.
      Ma andiamo, l’amore non ha bisogno di un coltello per essere condiviso
      Ecco lei vorrebbe definire una passione come se fosse una fetta di panettone 
      Ci provo ma non giungo a nessuna conclusione  fatto sta  che l’illuminismo  ha oscurato la ragione di molte persone.
       Questo potrebbe essere un buona conclusione interdisciplinare
      Mi ricorda la fiaba di  zia Antonietta.
      Non si perdeva mai una partita a briscola.
      Era un signora dalle tante capacità linguistiche.
      Ero certo che sarebbe diventata  santa ma  fini per essere zitella poi si sposò in tarda età con il fratello  del salumiere.
      Lui  era un buono a nulla.
      Tutti in paese lo chiamavano la pulce  a me non era mai piaciuta questa definizione , ma chi siamo noi per definire un concetto .
      La  tristezza è disarmante, ci  rimanda sul punto di non capire per  poi  ritornare  indietro a ciò che siamo . L’insieme di queste scene sono il frutto di una razionalità  avida di sapere incentrata sul dare e l’avere .
      Noi siamo ogni cosa , questa maschera , questo tempo ed  ogni  maschera rifiuta di essere se stessa , poiché in fondo è  una maschera. Tutta la storia definisce  chi siamo  come potremmo essere  senza dover indossare una maschera per non  essere una maschera triste. La logica impone una riflessione sostanziale , sulla attività espressiva su quello che si desume essere nella  ricerca etimologica  nella forma data che rimanda  alla leggenda. E un racconto è l’anima   di questo dramma  scritto per essere interpretato da una maschera.
      La quinta scena riassume ogni altra iniquità , non tralascia la sostanza delle cose , neppure l’ antepone alla ricerca filologica ma và oltre quella sostanziale espressione che riassume ogni scena .   L’albero di natale a questo punto può essere il fulcro del nostro discorso e i due personaggi immaginari , il signore senza capello e la maschera un aspetto dell’essere come si potrebbe essere per davvero . Ora l’albero di natale  non definisce nulla  ma chi ha stabilito che noi  dobbiamo  interloquire  con un albero di natale.
      Certo lui è un concentrato di tanti natali passati
      Così è divertente vedere un angelo appeso ad un ramo che gioca con un  filo dorato
      Sono l’immagine di una ragione metafisica.
      Una lunga storia che ritrarre se stessi.
       E la Michelangiolesca  estasi della creazione
      Non mi prenda in giro
      Non ho molto tempo ancora
      Le posso regalare  due gabbiette di mele annurche
      Quelle le vorrei portare al mio primario
      Ti sei fatto vecchio
      E il concetto che mi rattrista
      Non posso credere che una canzone natalizia faccia così effetto su di me
      Sentire i canti del natale mi fa piangere
      Lei pianga che dopo andiamo al bar a bere whisky  
      Compriamo un panettone
      Questa  potrebbe essere  una buona notizia
      Mi sono permesso di portarle in dono,  incenso , oro e mirra
      Ma che dolce pensiero
      Non volevo venire a mani vuote
      Siamo quasi alla fine della scena , l’angelo canta  la sua leggenda narra della gioia universale,  della messinscena che  lo ha condotto  in casa di questo povero uomo senza cappello. Dove  ha incontrato una maschera per  poter cosi sconfiggere il male del mondo . Certo è stato una dura battaglia. Tutto è iniziato quando gli angeli sono diventati demoni . Ma  dato che nella storia in genere chi ci va sempre di  mezzo è  quel piccolo ,dolce pargoletto che dorme dentro la culla , tra sua madre e suo padre,  tra il bene ed il male la nostra rappresentazione prende una strana piega.
      Ora la scena potrebbe divenire,  ancora più raccapricciante in quanto il racconto conduce all’errore insito nella morale. Un Natale atipico fatto di tante voci ,  considerazione legate allo scorrere del vivere  insieme e per questo l’albero lo hanno legato è messo fuori al balcone .  Anche se un albero di natale  rappresentare  nel male e nel bene l’albero della vita .  Lo scorrere del tempo  ci conduce dalla stazione  ferroviaria , fino alla nostra piccolo abitazione  dove siamo presi dal furore  di divenire pastori di questa sacra rappresentazione  . Ma questo non interessa nessuno , tranne forse alla maschera o al signore senza capello che aspetta  tutto questo finisca  presto.  Così come noi  interessa che  l’albero  della vita faccia i suoi  frutti , dolci  al solo vederli.  Tutto ad un tratto vengono tutti a vedere il miracolo avvenuto nella note di natale  ,dalle lontane province dell’impero da Marsala e da Caltanissetta. Perfino dall’Austria e dall’Australia. Qualcuno in  compagnia di un canguro di nome Gigino.
      Ma voi siete certo che ci saranno tutti
      Come vedete la verità , viene sempre a galla
      Ma voi fate  teatro o siete l’archivista capo
      Dietro le scene si scopre ogni cosa
      Forse vi porto una birra
      Non bevo
      Ma voi non fumare , non bevete , ma si può sapere cosa fate ?
      Che vi debbo dire rappresento  questa maschera di natale , scena dopo scena.
      E la befana ?
      Quella viene a cavallo della sua scopa più tardi

    • Il suo Malessere era un ragno.
      Lo teneva avvolto in una ragnatela spessa e stretta, pur di non farlo scappare. Era un’amante gelosa, la sua Ragna, talmente tanto da isolarlo. Non doveva esserci nessuno, all’infuori di Lei, ed ormai la sua presenza era diventata quasi un’abitudine, per quanto la odiasse.
      Era un sussurro costante nella sua testa, altre volte addirittura un brusio, ma che ripeteva sempre le stesse cose finché lui non finiva col crederle. A quel punto, soddisfatta, si accoccolava su di lui, e non diceva nient’altro. Lo lasciava solo, con quei pensieri distorti. Era crudele, la sua Ragna.
      Non voleva nemmeno che parlasse con qualcuno ed anzi, se lo faceva, si arrabbiava. “Cosa stai facendo?!” Gli strillava nelle orecchie, se anche solo provava a chiedere aiuto, “Non capirebbero, e poi non stai così male! Sei un impostore!” Allora lui, con la morte nel cuore, metteva su il più bello dei suoi sorrisi, ed incominciava a mentire. “Sto bene, non vedi?” E l’altra persona ci credeva. Erano le volte in cui la Ragna vinceva, rafforzandosi.
      Lui sospettava che Lei avesse ragione. Dopotutto nessuno sembrava vedere, o forse non volevano, il grosso e nero animale appeso un giorno sul suo petto, quello dopo sulla sua testa, ma sempre con le zanne ben aperte per divorarlo tutto intero. Perciò perché parlarne? Tanto valeva restarsene in silenzio. E così fece. Non ne parlo più.
      Un pomeriggio di dicembre come potevano essercene tanti altri, si addormentò. Sapeva di non doverlo fare, perché dormire troppo rinvigoriva la Ragna, ma non gliene importò. Era molto stanco, e poi che male poteva fargli?
      Al suo risveglio se la ritrovò accanto, a ricordargli che lui era un mostro, ed i mostri non meritavano perdono. Né compassione. “Guarda cos’hai fatto, è inutile che t’illudi, che lo nascondi,” Aggiunse, “Io lo vedo.” Lei posò una zampa sul suo torace. Gli mancò il respiro. Restò immobile nel letto per un tempo infinito, fissando gli occhi dell’orrendo animale e pregando che quell’agonia finisse “Sei orribile. Sei un ragno anche tu.” Forse non aveva tutti i torti, era davvero viscido e velenoso come un ragno.
      Non ebbe nemmeno la forza di replicare, se ne tornò a dormire. L’indomani mattina era ancora lì, e così anche nei giorni a seguire.
      Non se ne meravigliò, erano insieme da molti anni. Dapprincipio, lui era solo un bambino e lei un piccolo ragno sulla sua spalla, a cui non diede troppo peso. Poi, col passare del tempo, iniziò a crescere.
      Di più, sempre di più, sino ad arrivargli al ventre. Era talmente grande da sollevare i tavoli e rovesciare le sedie, quando si muoveva sulla casa. E se gli si appoggiava sopra, lo costringeva a camminare con un’andatura curva, perché non ne riusciva a sostenere il peso. Lo opprimeva.
      Stufo di averla attorno, una sera le chiese “Ragna, perché sei ancora qui?” E poi aggiunse, “Vent’anni sono tanti, non sei un po’ stanca?” Lei lo guardò con stupore, e per un po’ non disse nulla. Se ne stette lì, in preda alla confusione, quasi non lo sapesse nemmeno lei. “Non lo so, sono sempre stata qui. Dove altro potrei andare?”
      “Beh, per esempio,” Insistette lui, cercando per lo meno di mettersi anche lei, ma la ragna con la sua mole lo costrinse a sdraiarsi nuovamente nel letto sfatto, “Potresti trovare qualcun altro da tormentare, perché io sono tanto stanco e vorrei riposare. Tu no?” Fece una pausa, “Ci saranno sicuramente molti altri dolori di cui potrai nutrirti a sazietà, perché proprio il mio?” Così come il corpo umano necessitava di cibo per funzionare correttamente, allo stesso modo lei senza la sofferenza altrui non poteva esistere. Le era indispensabile. E ce n’era così tanta, nel mondo, che decidere di restarsene con lui, un qualsiasi ragazzo traumatizzato, gli sembrò ridicolo.
      Ancora una volta, la Ragna se ne restò in silenzio, a rimuginare. Di certo non si aspettava una domanda del genere. “A dire il vero, potrei,” Gli si accese in petto una speranza improvvisa, “Ma non voglio. Sto bene qui.” Spense quella piccola, flebile fiamma, e smise di prestargli attenzione. Quasi fosse annoiata.
      Lui, per niente soddisfatto, afferrò una delle zampe della Ragna e la strinse con rabbia. Lei si alzò di soprassalto, con gli occhi dilatati dalla paura, e tentò di divincolarsi dalla presa. Ma non servì a niente. “Perché non te ne vai?” Le chiese a denti stretti, quasi urlando. Era davvero stanco di portarsi appresso quel mostro. Lo odiava, tanto quanto sé stesso e forse persino di più.
      Intanto la ragna prese a tremare, si agitò come un’ossessa e cercò di scappare. “Lasciami la zampa,” Lo supplicò, “No!” Esclamò lui, “Sei tu che devi lasciare me!” Allora la Ragna, ritrovandosi con le spalle al muro, gridò “Non posso semplicemente andarmene da un’altra persona. Siamo legati per sempre.” Lui mollò la presa e gli si appannò la vista, non aggiunse altro. Non c’era nulla da dire. La Ragna non poteva andarsene. Quella prospettiva lo atterrì.
      Per sempre era davvero tanto, troppo tempo.

    • Su questo testo non ho fatto nessuna prefazione in particolare, tranne dire che il testo racchiude una miriade di scritti e audio proveniente da Whatsapp, Facebook, Ecc. i quali sono stati trascritti. Direi che la prefazione corrisponde al sottotitolo “Politica, sociologia, scienza, storia, tecnologia, polemiche (è scoppiata la polemica!), progressisti, modernisti, cattocomunisti, conservatori, finti “fascisti”, gli intelligenti e i somari”.
       
      Capitolo I
      Da dove parte la santità? Che cos'è questa cosa grande che io e te dobbiamo fare? Non posso accontentarmi di cose piccole, io devo fare cose belle… hai vent'anni? Allora è giunto il momento di puntare in alto… come puoi accontentarti? Come diceva Sant'Agostino: “c'è un'inquietudine santa nel cuore tuo…”. Il segreto è “non buttare via niente della tua vita”. Ti serve tutto, ma quanto ti è già accaduto non hai saputo sfruttarlo bene e anche quello che ti accadrà. Dio può trasformare in bellezza anche la storia più disperata! “Non abbiate paura di essere santi”, perché ne hai paura? Noi abbiamo paura di andare fino in fondo, ma bisogna andare fino in fondo, non abbiamo nulla da perdere nella realtà, ma abbiamo paura, tanta paura… abbiamo paura di credere alla bellezza che noi siamo ma Cristo crede in noi, egli muore e risorge per amore tuo ma crede in te! Noi abbiamo lo stesso valore del sangue di Cristo, ma se la tristezza regna nel nostro cuore perdiamo tutto il valore che abbiamo faticosamente conquistato. La fortuna è Cristo che per noi è stato flagellato, torturato, crocifisso, è morto ma poi è risorto! Lui ritiene che ne valga la pena e si possa fare.
      Dio ti ama perché ti ha creato lui e sa che sei bello, sa che sei bella… sai perché ti ha creato Dio? Perché senza di te non si può fare, si sono persone che solo tu puoi amare, ci sono cose che solo tu puoi fare, parole che solo tu puoi dire, sentimenti che solo tu puoi provare! In nome di Cristo, sii te stesso di fronte a Dio! Speriamo che ci sia qualche coraggioso in questa terra!
      Bé, cari amici lettori, come lo sapessi per esperienza, ma sì, sono credente, qualcuno c'è e anche nei tempi recenti!
       
      Capitolo II
      Amici, vi commento il Vangelo di Natale: il 25 dicembre, Natale, rappresenta la festa del Solstizio di Inverno ed è una festa pagana (all'origine) che è stata mutuata dal Cattolicesimo per farla sua! Per chi non lo sapesse, vi è stato un errore di sei anni a causa di Dionigi il Piccolo Aeropagita, quindi Gesù dovrebbe essere nato sei anni dopo il convenzionale anno zero o d.C.. Tutto ciò perde di importanza di fronte al fatto che Gesù sia venuto nel mondo. Il Natale, importantissima solennità, offre la possibilità di celebrare quattro Messe diverse per tipologia di Letture bibliche: la messa Vespertina della Vigilia, la messa della notte, la messa dell'aurora e la messa del giorno. Il commento e la narrazione non le proseguo perché sono contenute nei testi (di cui uno già prodotto – Commentari Biblici A, B e C). Tuttavia ho deciso di riportare a mo' di copia-incolla questa parte:
      “Commentari Biblici riferiti alle letture evangeliche di Mercoledì 25 dicembre 2013 – Natale del Signore - Solennità
      A cura di Massimiliano Lanza
      Il Natale, importantissima solennità, offre la possibilità ai fedeli di ben quattro Messe diversificate per tipologia di letture bibliche; abbiamo analizzato solamente i vangeli.
      1) Matteo 1,1-25. La pericope riporta inizialmente la genealogia di Gesù. Chi conosce poco la Bibbia, questo elenco dice molto poco ed è addirittura arido, chi conosce al di là della media la S. Scrittura avrà un'idea più vicina alla comprensione, chi conosce a fondo la Bibbia avrà una visione globale e la genealogia dice tanto! In questa sede non faremo un analisi della simbologia dei numeri (14 generazioni per 3) ma un dato è certo: Cristo si rivela nella storia, nella storia reale! Tra queste generazioni ci sono personaggi gloriosi ma anche personaggi umani e peccatori, perché Gesù prende su di sè la storia dell'uomo, bella o brutta che sia, perché Gesù ama l'uomo e lo redime totalmente! Anche questo fa parte del mistero del Natale! Per integrare questa pericope evangelica, la quale narra il mistero dell’elezione di Maria a ricevere Gesù Cristo nel grembo verginale, sono ispirato ad utilizzare una frase di Karl Barth, teologo protestante, della Scuola protestante liberale:
      “Il segno di un tale mistero (l’Immacolata concezione), che è rivelato dall’avvenimento della risurrezione, è il miracolo della nascita di Gesù Cristo: il fatto di essere concepito per opera dello Spirito Santo e di essere nato dalla vergine Maria” (Karl Barth, la dottrina della elezione, Torino, 1983, p. 974 – Angelo Stefano Bessone, Prediche della Domenica, Biella, 1986, pp. 28-29). Barth, protestante, non nega tuttavia l'illibatezza e l'importanza della Vergine Maria nella storia della salvezza, la quale ha ricevuto il Cristo.
      Giuseppe è l’immagine dell’uomo giusto, tanto è vero che decide di licenziare (dal greco apolusai – significato lett. ripudiare) in segreto. Invece, analizzando il verbo precedente -  ebouletze, possiamo dire che Giuseppe, prima della rivelazione dell’angelo in sogno, lasciò alla sorte in segreto Maria, evitandole la condanna per lapidazione, legge vigente per le donne colte in flagrante adulterio; in realtà Maria è la Tota Pulchra, non possiede il marchio del peccato delle origini.
      Il termine sogno è reso in greco con onar, da cui l’aggettivo “onirico” (si veda Sigmund Freud, sulla psicologia dei sogni – ricordiamo che Freud, nonostante il suo ateismo, scrisse i cinque pilastri sull’amore che ricordano molto da vicino il “comandamento dell’amore” di Gesù). In questo caso San Giuseppe ha un rivelazione e non una manifestazione dall’inconscio.
       Il termine partorirà è reso con texetai e significa anche essere partoriti, essere generati.
      Il termine Emmanuele – emmanouel può essere anche tradotto con “con noi è Dio”, la traduzione classica è “Dio-con-noi”, cioè Dio non si accontenta solamente di averci creato ma è dentro di noi. Il suffisso el richiama a Dio.
      Maria è colei “che non aveva conosciuto uomo”, conoscere un uomo o una donna nella cultura ebraica, significava aver avuto rapporti coniugali con lei/lui; soprattutto nel caso delle donne il marito poteva utilizzare il divorzio, l'atto di ripudio, separandosi così dalla donna, peccatrice. Se la stessa fosse stata colta in flagranza di adulterio, la legge ebraica prevedeva la condanna capitale. Giuseppe è un giusto e come ho già affermato intendeva evitare a Maria tale sorte, ma nel frattempo la visione celeste impedisce a Giuseppe di lasciare la futura moglie, difficile da capire ma penso sorprendente il fatto che egli, nonostante conoscesse i fatti, rimase in silenzio. I vangeli non attribuiscono parole a Giuseppe come invece fa regolarmente la filmografia, ma in tal caso si tratta di fiction.
      Concludo con una domanda? Anche noi siamo capaci di rimanere in silenzio anche di fronte ai drammi della vita? Per riuscirci prendiamo esempio dalla sposo di Maria.
       
      2) Luca 2,1-14. Il Censimento di Cesare Augusto: Si parla di censimento apograjesJai – apografestzsai: la traduzione del termine oltre che di censimento ha un suo sinonimo, ossia iscrizione in un registro; si parla di gioia e il termine è reso in greco con euaggelion - euanghelion, che appunto richiama al termine italiano Evangelo, ossia buona notizia; si parla di gloria e il termine è reso in greco con doxa - doxa, il suo significato si trova al quarto brano evangelico commentato. Si parla di un segno e il termine è reso in greco con shmeion – semeion e oltre a segno traduce indizio, marchio, suggello, segnale, indicazione, segni di potenza (miracoli, soprattutto attribuiti a Gesù). Il termine è in Luca ma è assai più noto nell'Evangelo di Giovanni in cui il segno richiama al miracolo.
      Riflettendo sulla pericope di Luca 2 possiamo intuire che il miracolo più grande è la venuta di Cristo in mezzo a noi con la sua nascita circa 2000 anni fa. Il miracolo più grande è che Dio in suo figlio Gesù ci redime dai peccati.
      3) Luca 2,15-20: in tale pericope i termini salienti sono meditando (Maria meditava nel suo cuore le parole riferite a suo figlio, senza aggiungere chiacchere) e avvenimento: il primo termine è reso in greco con sumballo – sumballo e, oltre a meditare, significa confrontarsi: la meditazione, in buona sostanza, è il confronto con la realtà. Maria si è confrontata con suo figlio, accettando anche ciò che risultava lontano dalla sua intelligenza e intuizione ma serbandolo nell'intimo con saggezza, certa di una comprensione futura; avvenimento è reso in greco con rhma – rema, derivato di rematoV – rematos, significa accadimento/avvenimento ma anche sinonimo di parola, detto, enunciato.
      Maria non si lascia spaventare dagli avvenimenti legati a suo figlio ma accetta la volontà di Dio, obbedisce apparentemente in silenzio. La saggezza della donna esemplare la spinge però a conservare nel cuore le Parole di Dio. Anche noi siamo pronti a far tacere noi stessi ed accogliere le parole di Dio? Con Sant'Ignazio di Antiochia dico: O Signore, prendi e ricevi la mia sensibilità, la mia intelligenza, la mia immaginazione, i miei affetti, tutto è tuo e a te io lo restituisco.
      4) Giovanni 1,1-18.
      Da una riflessione di un Arcivescovo: IL MONDO del peccato sarà vinto per sempre se opereremo con Cristo Giorno per giorno, con fede. Dobbiamo accogliere quel bambino di Betlemme come salvatore, è il Verbo che si è fatto carne, egli era la vita e non si può "vivere senza la vita". Accogliere Cristo significa accogliere ogni persona, accogliere Dio nella maniera più profonda, vivere la vita e la rinascita di Gesù oggi in questo mondo. Dio ci indica la strada della gratuità, c'è una dimensione di gratuità nella nostra vita, Gesù si spoglia della sua divinità.
      In Gesù troviamo il Salvatore, perché ha provato l'esperienza umana, perché in modo solidale vive la vita umana.
      Fin dalla nascita è stato rifiutato, è nato in una stalla, ha dovuto emigrare in Egitto.
      Dobbiamo recuperare la gratuità della vita; tale cultura supera ogni fase di crisi, dobbiamo avere la speranza di chi vive accanto a noi ed è precario, semplicemente perché ci manca anche una semplice relazione con lui; tali persone hanno bisogno dell'amore e della tenerezza di Dio. Se siamo in grado di far sperare agli altri un futuro migliore, dando anche del superfluo, davvero saremo uniti a Dio!
      L'augurio di oggi dovrebbe essere quello di donarsi agli altri. Papa Francesco ha parlato dell'importanza della casa per trovare un luogo sereno e sicuro. Invitiamo le istituzioni a muoversi in tale direzione; dobbiamo trovare una soluzione a chi non può pagare l'affitto nelle case, soprattutto in case popolari.
      La mia riflessione:
      Verbum caro factum est: il Verbo si è fatto carne e noi abbiamo visto la gloria di Lui, pieno di grazia e verità.
      Verbo (parola) logos – logos: dal greco si traduce con parola, discorso, menzione, dichiarazione, affermazione, risposta, promessa, detto, proverbio, massima, ordine, comando, proclamazione, dottrina, ipotesi (in filosofia), questione, soggetto, argomento, fama, tradizione, leggenda, conversazione, dialogo, eccetera, eccetera; tutto ciò che richiama discorsi e parole riguarda il termine logos; nella tradizione Neotestamentaria è la Parola di Dio fatta persona con la venuta di Gesù.
      Carne - sarx – sarx oltre al significato di carne, si riferisce al corpo fisico, materialità, corporeità dell'uomo, carne, uomo, uomo terreno, criterio, intelletto umano, natura umana, secondo criteri dettati dall'umana natura, carne, condizione di peccato.
      Gloria - (Kabod - ebraico) – doxa - doxa in Greco: la sua traduzione richiama diversi sinonimi, nella fattispecie: deliberazione, immaginazione, errore, apparenza, volere, opinione altrui, gloria, onore, splendore, stima, plauso, magnificenza, fulgore, splendore, rutilio, manifestazione di Dio comunicata ai salvati; il termine è utilizzato moltissimo nei formulari liturgici, sia Cattolici, che greco-ortodossi.
      Grazia – caritoV – karitos: il primo significato dal greco è grazia, poi viene generosità, amabilità, benevolenza, favore, gratitudine, ringraziamento, condizione di grazia, dono.
      verità - aleJeiaV – alezeias: dal greco il primo significato è verità, poi vengono realtà, condizione oggettiva, reale delle cose, veracità, sincerità, manifestazione di Cristo, criterio per l'agire morale del cristiano.
      Il Natale parla rappresentativamente della bellezza di Dio e il teologo protestante K. Barth asseriva: parlando di bellezza di Dio: soltanto per spiegare la sua gloria, che in ogni caso racchiude e porta ad espressione come quella che noi chiamiamo bellezza.
      Il Figlio di Dio, Gesù, Figlio per eccellenza ci ha resi figli nel Figlio, creati a sua immagine. Dio ha assunto la nostra carne, si è calato nella nostra realtà, assumendo tutto di noi, la vita umana e anche la morte. Egli non ha solamente assunto il peccato perché Gesù è Dio, non è creatura peccatrice ma il suo Spirito ci rende simili a lui, come lo è già sua madre, Maria. Egli non ha scelto una generazione di angeli perfetti o di nobili virtuosi ma si è calato nella realtà, la sua discendenza ha anche emeriti peccatori. Dio ama l'uomo così com'è ed è Lui a credere in Noi più che noi a credere in Lui, per quanto ci reputiamo credenti.
      Siamo pronti a diventare strumento nelle mani di Dio?
      Massimiliano Lanza1”
       
       
       
       
       
      Capitolo III
      Sulla filosofia di Leibniz
      Leibniz si presenta
      Ciao a tutti,
      Sono Gottfried Wihelm Leibniz, l'antesignano della scienza del futuro, l'informatica! Io sono un autodidatta, mi sono accostato alla biblioteca di mio Padre, poi ho studiato filosofia, diritto, matematica a Lipsia e a Jena, ho discusso la tesi a carattere logico-matematico. A me non interessava insegnare nelle università, m’interessava la vita di corte e mi piaceva l'organizzazione del sapere.
      Nel 1668 mi sono dato alla politica diventando consigliere dell'elettore di Magonza, Giovanni Filippo Schonborn. Dopo essere stato in diverse corti, sempre pensando alla logica e alla matematica, sono entrato in contatto con Pietro il Grande e con Eugenio di Savoia, anche se m’importava fondare delle accademie e così avvenne: nel 1700 ho fondato l’Accademia delle scienze di Berlino (anche se non si poteva sempre parlare di scienza vera e propria, ma ho fatto del mio meglio!).
      Oltre a tutto ciò ho attraversato l'Europa, ho scoperto il calcolo infinitesimale e tanti altri tipi di calcoli, ho collaborato e litigato con Newton, sono morto ad Amburgo ed ora vi parlo dal "paradiso dei filosofi"; anzi, un illuminista nel paradiso cristiano è un po' insolito, non vi pare? Sono sepolto in una Chiesa luterana, con Gesù che mi rimprovera il fatto d’essere illuminista, ma elogia che, grazie a me, l'umanità verso il progresso: ha pensato a me, forse il buon Dio crea alcune persone appositamente, ma è Lui che decide, io ne sono onorato!
      Ho conosciuto tanti matematici e scienziati: Arnauld, Melebranche, Huygens, Newton, Spinoza, Samule Clarke e l'italiano (vostro connazionale) Antonio Muratori.
      La logica secondo Gottfried Wihelm
      Quand'ero giovane mi interessai di logica, avevo vent'anni nel 1666 e scrissi la Dissertatio de arte Combinatoria. Mi ispirai ad un certo Hobbes e studiai la logica obiettivamente. Le operazioni mentali per me erano una sorta di calcolus ratiocinator. La parte più interessante che studiai (ma io ero non privo di ingenuità, la dedicai alla logica simbolica (ma perché dovetti affrontare argomenti così difficili o cercarmi guai?). L'ingenuità mia stette nel fatto ce io facevo coincidere verità con correttezza dal punto di vista di quest'ultima (ma che caspita di ragionamenti facevo?). Per me le affermazioni diventavano vere solo quando erano formalmente corrette (sembro un giurista, un burocrate, certo un matematico più che un filosofo). I posteri dicono che avessi inaugurato il trionfo della sintassi sulla semantica, che gli amici positivisti se ne appropriarono. I posteri dicono che la grammatica viene insegnata sulla base dei miei modelli, insomma anche la grammatica italiana o tedesca, è pura logica e matematica! I cari posteri, da me, hanno inventato l'informatica, con frasi senza senso ma architetture informatiche sensate.
      Ero convinto che si potesse creare un linguaggio universale e necessario semplicemente combinando dei simboli, sul significato dei quali vi doveva essere un consenso preventivo. Il mio amico Hobbes sì che la sapeva lunga, ma per me ragionare è calcolare, ovvero i concetti possono essere sostituiti dai simboli, più facile, apparentemente, vi pare? Cari miei lettori, non c'è più bisogno di usare frasi auliche e solenni, frasi prolisse, lunghe discussioni: gli esseri umani possono parlare anche con simboli, cosa che oggi miei uomini e donne del futuro, utilizzate con Tablet, Pc e Smartphone.
      Un linguaggio universale della scienza
      Nella prima fase della sua vita convinto che molte cose si sarebbero risolte con il buon senso, ma non era così; ideai un linguaggio universale per le scienze, sempre basato su simboli, che i miei amici studiosi chiamarono "pasigrafia": nella mia epoca, nel Settecento, voleva dire che un sistema di segni convenzionali, universali per tutti, potevano essere compresi da persone di lingua diversa, ma ciò, secondo me è mera utopia. La cosa complessa era quella di stabilire corrispondenze tra le parole di una data lingua e dei simboli leggibili nella lingua propria. A tal proposito voglio vedere che cosa farete voi, miei cari lettori!
      I numeri arabi, che ognuno legge nella propria lingua, sono un qualcosa che rappresenta quanto vio ho detto. I missionari Gesuiti cattolici che si recavano in Cina e Giappone, ritenevano (azzardandosi) che i simboli di tali lingue potessero essere imparati e utilizzati come linguaggio comune dalla popolazione mondiale. A proposito di "pasigrafia" i miei posteri inventarono l'alfabeto morse e il telegrafo, inventarono i segnali stradali e il linguaggio dei segni per i sordomuti. Non so spiegare tali fenomeni perché li ho solo previsti, anzi visti “dall'alto”.
      Nel 1714 scrissi la Monadologia, in cui capii che la logica non poteva spiegare tutti gli eventi ricchidi contraddizioni, cioè eventi che una spiegazione logica o una giustificazione non ce l'hanno.
      Capitolo IV: La natura analitica delle proposizioni
      Cari amici, se volete capire la mia “logica”, dovete comprendere e studiare l'analisi logica, focalizzandovi su Soggetto, Predicato Verbale e Complemento oggetto.
      I miei amici scienziati hanno poi inventato e studiato i predicati: essi ci dicono ciò che è vero e ciò che non è vero: in questo modo è facile, tutti possono capire una procedura scientifica di tale portata, non è più logica, ma di nuovo buon senso, verità e giustizia. Per me l'analisi logica è pura matematica, sono algoritmi, come spiegava un mio antenato-scienziato di nome Euclide.
      La matematica è commensurabile, Dio no, è incommensurabile. Studiate e capirete, leggere e capirete, pregate e capirete.
      Dicono che anche il mio amico Cartesio abbia usato il mio metodo, ma no, forse no, lui era per Cogito Ergo Sum.
      Cambiando discorso sempre su Cartesio, si può considerare, come il mio collega rifiutava il concetto di materia “viva”, perché significava che fosse magica! Ciò significa che la legge della gravitazione universale di Newton sia magia? Non credo proprio. E lui lo sapeva!
       
      Capitolo IV
      Di omelie di sacerdoti ne ho sentite tante, ne ricordo una di un presbitero Domenicano (i Domenicani o Ordo Predicatorum [o.p.} sono dei veri predicatori, amici dell'Ordine Francescano) il quale, parlando di San Giuseppe, esordì con una battuta di spirito dicendo: “San Giuseppe era un uomo paziente, adesso, invece, gli uomini, fanno che mettere in cinta le donne quando vogliono e se ne vanno” oppure, sempre lo stesso sacerdote: “San Giuseppe era paziente con Maria, ora non c'è nessun problema, via una, ce ne sono altre dieci”. A volte, per accattivarsi l'oratorio, i buoni retori predicatori non fanno altro che delle battute (accettabili se non sono volgari, anche se non ortodosse e poco sante) e le persone evitano di dormire durante l'omelia.
       
      Capitolo V
      Stavo guardando un documentario sui ponti e si parlava che solo con l'invenzione del calcestruzzo le cose cambiarono, per non parlare della malta, usata spesso dai romani: la cupola del Pantheon non crollerà mai!
       
      Capitolo VI
      Una volta scrissi:
      “ 
       
       
       
       
       
       
       
       
       
      SLIDE!!
      06/03/14
      La funzione di trasmissione del segnale motorio è l’EFFERENZA, dal cervello va al midollo, da qui viene trasmesso ai muscoli attraverso i nervi periferici; le fibre essendo molto lunghe possono essere colpite da varie patologie, ISCHEMIA, TRAUMI, INFIAMMAZIONI;
      i chemioterapici danno effetti collaterali a livello del SNP, in alcuni casi il nervo periferico va incontro a processi degenerativi senza sapere la vera causa; anche a causa dell’invecchiamento che lo fa diventare più fragile; anche nei pz non malati al di sopra per esempio dei 75 anni; magari un insieme di concause minori (terapie farmacologiche, intolleranza agli zuccheri, predisposizione a malattie CV);
      all’interno del nervo periferico ci sono assoni più grandi (che servono per lo stimolo al movimento) e fibre più piccole non sempre mielinizzate (sensibilità termo dolorifica); la MIELINA è presente nel SNC e nel SNP, è un isolante che permette una conduzione più rapida, sono mielinizzate solo quelle che hanno un diametro maggiore e una necessità di trasmissione più rapida, come le fibre che controllano il movimento; il NEURONE PRIMARIO si trova nei gangli delle radici dorsali, PSEUDOUNIPOLARI (struttura a T), prototipo del neurone sensitivo;
      il sistema SENSITIVO si trova nei gangli, dei prolungamenti che vanno in parte a comporre il nervo periferico e un prolungamento che va nel SNC verso il midolo spinale, poi al TALAMO e la CORTECCIA.
      SEMEIOTICA DEL DEFICIT: Segni clinici legati al deficit
      MODALITA’ INSORGENZA: acuta, subacuta, cronica
      Parte distale o prossimale, uno o più nervi,
      DEFICIT DI FORZA: di solito nelle parti distali cioè mani e piedi, inciamperà; quando la malattia è diffusa soprattutto, dopo un po’ di tempo visto che il segnale non arriverà correttamente al muscolo il pz potrà avere minore trofismo muscolare (da non confondersi col tono, che è la resistenza che la parte del corpo oppone al movimento), che è proprio la massa muscolare; la mancata trasmissione fisiologia potrà causa una parziale disconnessione tra fibre muscolari e nervi, il muscolo potrà avere contrazioni spontanee non comandate dal nervo (FASCICOLAZIONI), come dei guizzi sotto la pelle che il muscolo può avere;
      MIOCHIMIE: contrazioni spontanee più strutturate perché riguardano più unità motorie;
      NEUROMIOTONIA: difetto del rilascio della fibra
      DISTURBI DELLA SENSIBILITA’:
      ·        Il soggetto sente di meno
      ·        Disturbi qualitativi, il pz percepisce in maniera diversa lo stimolo, tocca una superficie calda e la sente fredda, o una liscia la sente con formicolio (PARESTESIE); cioè la fibra è danneggiata non trasmette bene e trasmette stimoli anomali;
      i nervi innervano anche gli organi, ci può essere eccesso o mancanza di sudorazione, sbalzi di pressione o battito cardiaco, deficit di nervi VEGETATIVI AUTONOMICI; per valutare i nervi periferici più grandi si può usare la tecnica di esame DEI RIFLESSI OSSOTENDINII, cioè un martelletto di gomma che da una stimolazione SENSITIVA (di pressione), con questa pressione si attivano le fibre che innervano quel tendine e si vede il riflesso; si vede sia l’afferenza che l’efferenza; se il nervo periferico è danneggiato ci può essere una riduzione dei riflessi osteotendinei, o perché le fibre non trasmettono lo stimolo, o perché quelle motorie sono danneggiate o una combinazione delle due;
      i guizzi sottopelle possono essere anche fisiologiche dopo per esempio attività fisica;
      MONONEUROPATIA: coinvolto solo un nervo, per es SINDROME DEL TUNNEL CARPALE, dovuto a intrappolamento del mediano per un passaggio stretto, conflitto tra il canale carpale e il nervo mediano; oppure intrappolamento del NERVO SCATICO a livello del ginocchio; situazioni meccaniche;
      MONORADICOLOPATIA: per es ERNIA DISCALE, situazioni meccaniche;
      diabete invece agisce a livello sistemico
      POLINEUROPATIE: di solito iniziano dai piedi o dalle mani per arrivare alle parti prossimali, possono colpire anche le fibre sensitive; bisogna indagare se è colpita più la mielina o più l’assone; di solito quelle assonali sono più gravi di quelle demielinizzanti;
      ELETTRONEUROGRAFIA: per vedere la velocità dei nervi, stimolando uno stimolo elettrico al nervo, si registra vedendo se la fibra conduce bene; se la velocità è ridotta di solito vuol dire che le MIELINA è danneggiata, se varia l’AMPIEZZA allora è l’assone a non funzionare bene (se il potenziale prodotto dallo stimolo è più basso del normale);
      esistono delle malattie che portano anche a DEFORMITA’ ARTICOLARI.
      NEUROPATIE DISIMMUNI: Il sistema immunitario aggredisce il nervo periferico dando danni acuti o cronici
      GUILLEM BARRE’ (GBS): Entro poche settimane il pz non riesce più a deambulare, nel tempo si diffonde anche ad altre funzioni (capacità respiratoria, battito cardiaco) che di solito portano il pz al ricovero perché sono un emergenza neurologica; comincia dai piedi arrivando alle parti prossimali, forma di paralisi acuta; di solito causata da infezione o vaccini, c’è stimolazione del SI; ipersensibilità contro la mielina che viene scambiato con l’agente esterno; prevalentemente demielinizzante, si può avere produzione aumentata di proteine, riscontrabile con il liquido cerebrospinale (in cui galleggia il cervello e il midollo spinale), non si trova un aumento di cellule infiammatorie se non minimo (nelle meningiti o encefaliti abbiamo aumento di cellule e anche di proteine); rallentamento di conduzione nervosa, a volte la conduzione può essere bloccata con latenza lunga a livello distale per avere risposta elettrica del nervo;
      di solito è la mielina ad essere colpita nelle malattia autoimmuni neurologiche ma esistono anche forme assonali;
      malattie piuttosto rare (circa 5-10 casi su 100000); a Novara 10-15 all’anno, ma sono malattie che è importante riconoscere perché trattabili farmacologicamente; se non riconosciute con tempismo possono portare a forte disabilità o addirittura a morte;
      GM1: una componente della mielina, un ganglioside, che viene ad essere riversato di anticorpi specifici, tipici di questa forma a blocchi di conduzione (MMN)
      PLASMAAFERESI: pulizia del plasma da questi anticorpi e per un po’ di tempo il nervo funziona;
      NEUROPATIA DIABETICA: complicanza più frequente del diabete, 15% nei primi 5 anni e 75% dopo 40 anni; la patogenesi è di tipo vascolare quindi in realtà può essere considerata una complicanza vascolare del diabete;
      forme asimmetriche più rare!!
      Ora il piombo viene poco utilizzato quindi è un problema minore il danno da piombo; anche se in paesi in via di sviluppo è ancora presente;
      va in sofferenza la GIUNZIONE NEUROMUSCOLARE; il segnale dal nervo motore deve arrivare al muscolo e si deve liberare l’acetilcolina; la struttura può essere danneggiata perché esistono degli anticorpi che danneggiano i recettori che ricevono l’acetilcolina; quindi quando c’è la liberazione il recettore può essere danneggiato e non funzionare bene; può essere danneggiato la parte principale (AChR) o proteine vicino;
      MIASTENIA GRAVIS (forma classica): danneggiata la struttura post-sinaptica; patologia in aumento (80 su 100000), ogni anno c’è un caso nuovo circa, sono pz che vivono a lungo; ci sono anche casi giovanili prima dei 40 anni; il segno clinico più importante all’esordio è la VISIONE DOPPIA, i muscoli che muovono gli occhi sono tra i più finemente innervati e quindi vanno incontro prima all’affaticamento; se la malattia colpisce solo gli occhi non è pericoloso, ma se l’affaticabilità interessa i muscoli respiratori la persona può anche morire per paralisi respiratoria; l’indebolimento è progressivo durante la giornata; solo il 10 15% rimane confinata agli occhi (stadio 1); in alcuni di questi soggetti c’è difficoltà a rimozione del TIMO che invece di atrofizzarsi, sopravvive e fa maturare questi anticorpi, a volte va incontro a ipertrofia o anche a crescita neoplastica;  dando acetilcolina al pz il pz migliora; oppure si da una stimolazione elettrica ripetitiva al pz; se si va a stimolare delle fibre ripetutamente con stimoli continui posso vedere nella risposta un decremento di ampiezza per l’esaurimento di acetilcolina; il pz non guarisce anche se si toglie il TIMOMA, ma si toglie perché se viene fatto nel pz giovane a inizio malattia si può avere un miglioramento clinico, e perché può evolvere in neoplasia maligna;
      le forme senza anticorpi sono molto meno, perché la possibilità di trovare altri anticorpi è molto migliorata;
      TERAPIA: si aumenta la produzione di acetilcolina bloccandone il degrado, si può dare anche CORTISONE e IMMUNOGLOBULINE;
      SINDROME MIASTENIFORME: danneggiata la struttura PRESINAPTICA, forma più rara, in occasione di tumori si possono trovare anticorpi che danneggiano la parte presinaptica; di solito c’è sotto un tumore, ma se si sottopone a un maggiore carico di lavoro il pz può migliorare, perché c’è un difetto di rilascio, i canali del calcio presinaptici sono importanti per questa trasmissione, quando arriva lo stimolo elettrico vengono attivati i canali del ca che aprono le vescicole di acetilcolina, quindi più si stimola più aumenta il potenziale;
      MIOPATIE
      Molto rare nell’adulto, pochi centri se ne occupano, riguardano molto più i bambini; di solito sono malattie EREDITARIE (DUCHENNE o BECKER) o INFIAMMATORIE, INFETTIVE, METABOLICHE; le forme ereditarie sono quelle più importanti;
      DUCHENNE mutazione neoformata, senza legame genetico;
      è una malattia in cui manca una proteina responsabile del mantenimento della fibra muscolare, quindi queste degenerano man mano che si contraggono, sono più fragili e danneggiabili; compare già nel secondo anno di vita; tipicamente fa fatica ad alzarsi in piedi, deve appoggiarsi alle ginocchia (tipico delle malattie neuromuscolari); alla lunga le fibre vanno incontro a fenomeni di necrosi e il tess muscolare viene sostituito da tessuto connettivo, i muscoli si ingrandiscono, vengono perse le caratteristiche di elasticità muscolare e il bambino cammina sulle punte; in pochi anni il bambino finisce sulla sedia a rotelle, da anche INSUFFICIENZA CARDIACA perché viene colpito anche il muscolo cardiaco; di solito tra i 15 20 anni il bambino muore;
      DIAGNOSI: se il muscolo va in sofferenza si liberano degli ENZIMI, quindi questi si trovano maggiormente nel sangue (CREATIN FOSFOCHINASI); con un esame specifico ad ago si può investigare la fibra muscolare, si vede se il muscolo soffre (fenomeni di rimaneggiamento muscolare) o fenomeni di attività spontanea del muscolo; si può fare anche un analisi genetica;
      DISTROFIA DI BECKER: stesso tipo di trasmissione col cromosoma X con però ridotta espressione e il pz può deambulare fino ai 15 20 anni; qua è ridotta e non assente la DISTROFINA
      SCAPOLO OMERALE NO!!!
      DISTROFIA MIOTOMICA: forma dominante legata a un difetto genetico del cromosoma 19 in cui si espande una tripletta codificante e causa la MIOTOMIA, impossibilità di rilascio del muscolo, va in una brusca contrazione involontaria che si rilascia lentamente, malattia che combina una IPOSTENIA MUSCOLARE con fenomeno miotomico, il soggetto stringe il pugno e non riesce più a rilasciarlo
      MIOPATIE METABOLICHE NO!!!
      CLINICA: STANCHEZZA, CRAMPI, DOLORI, CDK E MIOGLOBINA nel sangue e urine
      MIOPATIE INFIAMMATORIE: danneggiamento con meccanismo autoimmune, linfociti citotossici che danneggiano le fibre muscolari, più spesso quelli prossimali con anche dolore, malessere generale, ves alta, muscolo con necrosi a causa di attacco dei linfociti t citotossici;
      DERMATOMIOSITE: più spesso associata a neoplasie, forma PARANEOPLASTICA
      TERAPIA: stessa delle altre malattie infiammatorie del nervo, IMMUNOGLOBULINE, IMMUNOSOPPRESSORI, CORTISONE, colpiscono più i bambini, nell’adulto il deficit è più prossimale, si ha atrofia o pseudoipertrofia con manifestazioni cardiache; CDK aumentano nelle malattie del muscolo, con l’esame ad ago si andrà a investigare l’alterazione dell’attività muscolare che nelle malattie del nervo è diversa;
       
      Biella, 10/03/2016
      Corso di Laurea in Scienze Infermieristiche
      Lezioni:
      a)               Neurologia (14-16);
      b)        Geriatria (16-18).
       
      Neurologia (a)
      Docente: Prof. Cristoforo Comi, medico dal 1997, docente di Neurologia ai futuri medici, infermieri, Fisioterapisti, specializzandi in Neurologia a Novara
      MALATTIA CELEBRO VASCOLARI
      La Neurologia, oggi, opera a livello o a regime di Day-hospital, meno a livello di degenza.
      Parliamo dell’Ictus, o stroke, dal latino o dall’inglese “colpo”.
      Lo stroke può essere ischemico, oppure emorragico. Il concetto è simile all’infarto cardiaco, con la differenza che il tessuto celebrale, è molto più fragile, va in necrosi molto più rapidamente.
      Definizione di ICTUS (WHO):
      Si tratta di una disfunzione focale o globale dell’encefalo, a insorgenza acuta o subacuta, dovuta a causa vascolare che determina TIA, Transit Ischemical Attack e può avere una durata da uno a sessanta minuti.
      Brain Attack: può avere una durata da 1 a 24 H.
      Prevalenza di ICTUS in Italia: ogni giorno 536 casi; capita anche per l’età avanzata (siamo secondi solo dopo il Giappone!!). Dopo il Giappone abbiamo la percentuale di anziani più elevata e pertanto aumentano i casi di ICTUS.
      A Novara, in neurologia, ci sono 1000 ricoveri all’anno di cui il 60% sono ICTUS!
      Esordio e andamento
      Insorgenza acuta
      Deficit neurologico focale, andamento peggiorativo, andamento migliorativo (TIA e Brain Attack).
      -         Stazionarietà
      DEFICIT NEUROLOGICI FOCALI:
      -         EMIPARESI
      -         EMIANESTESIA
      -         EMIANOPSIA
      -         ATASSIA
      -         AFASIA
      -         DIPLOPIA
      -         PARALISI FACCIALE
      -         DISARTRIA
      -         DISFAGIA
      A ciascuna di queste è applicato un punteggio: più è alto il punteggio, più è a rischio il soggetto. L’ICTUS è una malattia eterogenea:
      1) Ischemia da trombo-embolismo da ATS di  grossi tronchi arteriosi;
      2) Ischemia cardioembolica.
      -         La mortalità acuta (30 gg) dopo l’Ictus è pari a circa il 20%, mentre quella dopo un anno ammonta al 30% circa.
      -         Le emorragie (parenchimali e sub aracnoidee).
       
      MALATTIE CELEBRO VASCOLARI FOCALI
      SONO L’85%
      Si tratta di un tappo che chiude la circolazione e avviene, solitamente, sui vasi di grosso calibro.
      Possono essere:
      -         Basilari
      -         Vertebrali
      -         Carotidi interne
      1) Aterosclerosi  Cerebrale
      2) Aterosclerosi Cerebrale Media (vedere il triangolo di Willis
      1) Arco aortico
      2) Tronco aortico
      L’infarto più è distale più è piccolo e non compromette la parte dell’emisfero.
       
      Infarto singola branca ACM
      L’infarto branca superiore ACM
      Il tempo incede sull’esito diagnostico dell’ICTUS, soprattutto per chi abita nei centri urbani in cui ci siano molti grandi ospedali.
      Infarto celebrare acuto (6 ore) con segni iniziali di sofferenza cerebrale: si nota una perdita dei confronti dei nuclei sella base e una tenue ipodensità.
      L’ipodensità più marcata è segno della C.M. iperdeusa nella fase iperacuta di un ictus ischemico.
      Meccanismo steno – occlusivo
      -         Tromboflebite aterosclerotica
      -         Embolia cariogena
      L’Ecocolor-doppler è utile a individuare il volume del sangue che  scorre nelle arterie.
      Fattori di rischio dell’ICTUS:
      -         Età
      -         Ipertensione arteriosa
      -         Diabete mellito
      MALATTIE CELEBRO VASCOLARI, MAGGIORI FATTORI: LA FIBRILLAZIONE ATRIALE.
      EMBOLIA CARDIOGENA
      -         Malattia del nodo seno-atriale
      -         Pervietà del forame orale
      La fibrillazione atriale e neurologica vascolare
      F.A. è la causa più comune d’ictus ischemico nella popolazione anziana.
      Avviene occlusione embolica dell’arteria celebrale media di sinistra.
      Malattia ATS dei piccoli vasi arteriosi (sindromi lacunari).
      -         Meccanismo emodinamico
      -         Malattie ematologiche
      -         Altre cause
      Infarti lacunari:
      Infarti di piccole dimensioni, situati in profondità, in zone non corticali degli emisferi e nel tronco encefalico (lacunar stroke).
      -         Infarto lacunare (vasculiti)
      Arteriti in corso di collagenopatie
      -         Lupus Eritematoso Sistemico (LES)
      -         Mal di Jo Green
      -         - Renarterite nodosa: arteriti granulomatose.
      -         Mal di takayasu
      -         Arterite temporale
      -         Arterite giganto-cellulare intracranica.
      VASCULITI SISTEMICHE
      -         Malattia di Wegener;
      -         Malattia di Charg-Strauss;
      -         Malattia di Balcet;
      -         Malattia di Burger
      -         Sarcoidosi
      Principali sindromi
      -         Sindromi del circolo carotideo:
      1) Sindrome totale della carotide interna (CI) o della carotide media (ACM).
      2) Insorgenza improvvisa di :
      -         Emiplegia …. Braccio
      -         Emiplegia FBC Afasia Infarto totale ACM di DX.
      3)  ACA = Sindrome dell’Arteria Cerebrale Anteriore; ACP = sindrome dell’Arteria Cerebrale Posteriore.
      4) Sindrome di occlusione delle arterie talari (?);
      5) Infarto del cervelletto;
      6) Sindromi lacunari del tronco;
      COME TRATTARE L’ICTUS
      Prevenzione primaria: correzione fattori di rischio:
      ICTUS
       
       
       
       
       
       
      Trattamento fase acuta
       
       
      Prevenzione secondaria                    Riabilitazione
       
      L’Ospedale Maggiore di Novara è il secondo del Piemonte e uno dei più  grandi Ospedali d’Italia.
      Occorre:
      -         Prevenzione primaria;
      -         Farmaci: statine per il colesterolo;
      -         La prevenzione: fase acuta
      -         Poi: somministrazione di trombolitici per mezzo di trombo lisi;
      -         Tenere la pressione né troppo alta, né troppo bassa, fare esami del sangue, Emogas analisi, eccetera
      -         È necessario ripristinare un rapporto ematico per prevenire l’edema.
      Emorragia celebrale a sede tipica
      Emorragia cerebrale primaria profonda dell’iperteso:
      Non sono perdite caratteristiche (in ordine di frequenza):
      -         Striato (putamen o dinamico-capsulare)
      -         Talamo (Talamo - capsulare)
      -         Cervelletto
      Emorragia cerebrale a sede atipica
      Malformazione  …. Venosa (MAV)
      L’infarto celebrale colpisce per l’85%, l’emorragia celebrale per il 18%
      Emorragia sub aracnoidea
      L’aracnoide è appena sotto la Dura madre: nello spazio interstiziale, nei pressi del liquor celebrale. Sarebbe la sede più frequente di aneurismi intracranici in una casistica non selezionata. Gli aneurismi sono molto frequenti.
       
      12/03/14
      Una volta si Registrava l’attività cerebrale e i SEGNI e SINTOMI del pz facendogli un video, vedendo una correlazione;
      il COMA viene spesso stadiato con l’EEG, anche la diagnosi di MORTE CEREBRALE;
      NEUROBIOLOGICHE COGNITIVE: disturbi della memoria
      PSICOLOGICHE: depressione e ansia
      SOCIALI: stigma
      Una crisi non è sufficiente per fare diagnosi di epilessia, ma la diagnosi di epilessia deve avere almeno una crisi epilettica; può venire una crisi per es nell’anziano che prende le benzodiazepine per 6 anni e poi smette all’improvviso di prenderle.
      DISTRIBUZIONE BIMODALE, ha due picchi, prevalentemente i bambini adolescenti e gli anziani;
      FOCALE: la scarica elettrica nasce da una piccola parte del cervello, se la scarica si propaga secondariamente diventa generalizzata
      GENERALIZZATA: Originano da un area più bassa (di solito ipotalamica), e si ha interessamento di circuiti bilateralmente
      CRISI TONICO-CLONICHE GENERALIZZATE
      FASE POST CRITICA: Spossato, tende a dormire, pian piano riacquista il colore della cute e la coscienza
      CRISI MIOCLONICHE GENERALIZZATE
      Di solito il pz è cosciente
      CRISI A TIPO ASSENZA, EEG: Ogni quadratino ce ne sono 3 (3hz) di sequenze di complessi punta-onda, inizio improvviso e fine brusca;
      ASSENZA ATIPICA: forme appartenenti a sindromi gravi dell’infanzia
      Oggi non si usano più i termini SEMPLICI e COMPLESSE, si preferisce descrivere la COSCIENZA; cioè con o senza ALTERAZIONE; a seconda di dove parte la scarica ci sarà una diversa manifestazione clinica;
      FENOMENI VEGETATIVI: la nausea, il disagio gastrico, per es l’AURA EPIGASTRICA
      CRISI LOBO TEMPORALE: paura intensa (si può scambiare per attacchi di panico), coscienza preservata, durano secondi o minuti;
      CRISI FOCALE MOTORIA: può partire con delle clonie alla faccia, ma poi passa nella mano;
      continua ad avere automatismi, con dei movimenti random,
      EPILESSIA: spesso sono dovute a mutazioni di canali (per es del sodio) che si trovano sulla membrana dei neuroni
      EPILESSIA CON ASSENZE DELL’INFANZIA (CAE) detta anche piccolo male: Importante perché le assenze e le crisi si ripetono, e una delle più frequenti infantili, tra i 4 e gli 8 anni;
      EPILESSIA MIOCLONICA GIOVANILE: frequenti al mattino, speso fotosensibili; es ragazzina in gita con deprivazione del sonno e prima crisi;
      la TERAPIA ANTIEPILETTICA risolve le crisi solo nel 70% di casi, anche provando tutti gli antiepilettici;
      il 30% va seguito per il trattamento neurochirurgico, si andrà ad individuare precisamente l’area interessata e verrà poi rimossa;
      spesso farmaci TERATOGENI, poi se la pz ha una crisi convulsiva durante la gravidanza rischia di fare male a se e al bambino, è necessario trovare un bilancio rischio/beneficio tra terapia e avere crisi; si imposta una terapia prima che inizi la gravidanza usando il minimo dosaggio possibile e evitando i farmaci più teratogeni; si da ACIDO FOLICO nei primi 3 mesi (organogenesi), è raccomandato il parto naturale e l’allattamento; non dovrà perdere sonno, dimenticare la somministrazione del farmaco soprattutto vicino alla gravidanza;
       
      14/03/14
      problema rilevante e invalidante, il neurologo si trova spesso ad affrontarlo, il problema è capire se il mal di testa è benigno o se è spia di una malattia grave (cefalea secondaria, per es a un tumore o un emorragia che comprimono le strutture agosensibili); quindi la prima domanda è se il pz ha una malattia pericolosa o se è una CEFALEA PRIMARIA, che è o un EMICRANIA o una CEFALEA TENSIVA, oppure forme più rare;
      vanno cercati dei segni come la rigidità nucale nelle meningiti oltre che ai segni classici di cefalea, anche l’articolazione temporo mandibolare, alcuni hanno problemi e questa difficoltà di masticazione si riflette sulla postura e sensibilità delle zone circostanti dando cefalea cronica, che è curabile con terapia odontoiatrica; oppure una SINUSITE, può avere una cefalea continua e si può guardare se c’è opacamento dei seni;
      FUNZIONE VISIVA: aumento pressione endocranica si riflette sul fondo dell’occhio, o assimetrie delle pupille, problematiche nel movimento oculare; la neurologia nasce come concetto di diagnosi di sede, correlare il segno neurologico e la sede del problema;
      una crisi ipertensiva può manifestarsi con cefalea, e abbassando la pressione migliorerà anche la cefalea;
      AUSCULTAZIONE VASI CAROTIDEI: soprattutto per le fistole, produzione di un tipico soffio
      TAC: si fa sempre in caso di cefalea, perché altrimenti si potrebbe etichettare come cefalea primaria un problema più grave; quindi adesso si fa quasi sempre di routine;
      CEFALEA A GRAPPOLO: una forma di dolore molto intenso che si presenta in attacchi ravvicinati fra loro che vengono definiti grappoli di attacchi, per es sta bene per 5 mesi e 5 giorni di fila grappoli di cefalea, c’è anche una componente VEGETATIVA molto importante (sudorazione, rossore del volto), vengono definite forme di cefalea AUTONOMICA;
      CEFALEA SECONDARIA
      se una persona non ha mai avuto cefalea fino ai 40 anni e poi presenta cefalea è probabile che sia secondaria;
      ICTUS è un caso un po’ a se, da cefalea solo se c’è molto edema intorno all’ischemia, se no normalmente l’ischemia non è dolorosa;
      la CEFALEA è invalidante è fastidioso, con costi sociali pesanti, ma nella gran parte dei casi non è pericolosa per la vita, escluse le condizioni secondarie;
      EMICRANIA: colpisce persone giovani, è una causa di disabilità maggiore della cefalea tensiva, ma non perché sia più frequente (circa la metà della tensiva) ma perché costringe la persona a completa inattività perché è molto più fastidiosa, ha vomito e peggioramento del dolore appena si muove o fa qualcosa, è molto variabile da soggetto a soggetto anche come frequenza, e potrebbe dare difficoltà nella diagnosi differenziale col grappolo; è difficile che sia emicrania se è mal di testa lieve;
      è più frequente nei paesi occidentali, questo per una questione GENETICA di razza caucasica, che è più ricca, e lo stile di vita dei paesi industrializzati favorisce l’emicrania perché è più frenetico, non è sufficiente ma è un fattore predisponente, per es lo studente può avere emicrania dopo aver fatto un esame per un rilassamento psicofisico;
      se la forma è solo nel periodo mestruale si tratta in modo diverso perché non avrebbe senso dare una terapia per tutto il mese;
      l’emicrania si modifica grazie alla terapia e perché alcuni sviluppano una forma tensiva sotto l’emicrania, magari il pz parte con un emicrania, poi sviluppa anche una CEFALEA TENSIVA, che quando diminuisce l’emicrania poi rimane solo tensiva; infatti nella realtà non c’è una differenza così netta tra tensiva e emicrania, alcune forme sono una coabitazione delle due, con vari attacchi a volte di emicrania e a volte tensivi;
      magari uno con cefalea non mangia e quindi dopo gli viene l’attacco, oppure dormono meno o bevono un po’ di più, devono seguire uno stile di vita più regolare e controllato, vini (soprattutto con molta anidride solforosa) possono peggiorare il malditesta; gluttamato di sodio (presente nel cibo cinese)
      il diametro dei vasi, quindi la vasodilatazione e vasocostrizione ha un ruolo importante nell’emicrania, per es se mangio molto gelato in fretta, colpi di freddo e caldo variano rapidamente il diametro vascolare e quindi possono dare cefalea; la SEROTONINA determina una modificazione del calibro vasale, dando costrizione e dilatazione rapida, quindi ci sono farmaci che agiscono sul recettore della serotonina;
      OSMOFOBIA: ipersensibilità agli odori;
      alcuni hanno una FASE PRODROMICA (fase che precede la cefalea) eccitatoria e altri inibitoria, nello stesso soggetto di solito è sempre lo stesso dopo;
      AURA EMICRANICA: c’è in una percentuale bassa, presenza di segni neurologici legati all’attacco, ci sono alterazioni neurologiche visive (forme geometriche, scintille, perdita di campo visivo), sono fenomeni rari (circa il 15%), può essere anche SENSITIVA (formicolio), raramente di tipo MOTORIO (movimento o parola);
      è importante interrompere il CICLO VIZIOSO, se c’è un attacco e non viene spezzato il cerchio ci può essere cronicizzazione del fenomeno, è importante identificare il tipo di emicrania e trattarlo in maniera precisa; aiutano molto i DIARI dove il pz annota la frequenza, l’intensità degli attacchi, nausa, vomito, aura; perché da questo si può arrivare a una terapia su misura fatta bene;
      FASE ALGICA: di solito non va oltre le 24 ore, se va avanti più a lungo si può parlare di STATO EMICRANICO; in questa fase Il pz tenderà a stare al buio e silenzio, sdraiato, senza fare attività fisica, mentre con cefalea tensiva il pz ha beneficio a fare una passeggiate; ci sono anche persone che hanno alcuni attacchi con aura e altri senza;
      si può avere anche ISCHEMIA di una zona di encefalo in occasione di attacchi emicranici, se non si tratta in modo adeguato possono esserci delle cronicizzazioni; serve il diario perché dovrebbe dover fare la profilassi; si possono dare anche consigli di comportamenti di vita;
      alcuni pz prendono continuamente farmaci e si crea una sindrome da abuso di farmaci, questo perché c’è l’uso dell’automedicazione, i FANS non vanno mai presi con l’emicrania, danno effetto parziale ma alla lunga danno più danni che benefici!!
      TRIPTANI: farmaci che da il neurologo per l’emicrania, bloccano l’attività riflessa vascolare; quelli di ultima generazione sono più rapidi e più efficaci; esistono soggetti che rispondono a un triptano rispetto a un altro, quindi c’è anche una soggettività a questi farmaci;
       
      CEFALEA TENSIVA
      Forma più frequente, meno grave dell’emicrania, ci sono statistiche disomogenee perché magari non vanno neanche dal neurologo questi pz, ha un impatto notevole economico, quelle lieve sono compatibili con l’attività lavorativa, più frequente nelle donne, età più avanzata, favorita da patologie osteoarticolari; anche i vizi posturali possono dare rischio elevato di cefalea; il picco è verso i 50 anni;
      probabilmente è un termine di molte forme che dipende da molti fattori diversi, i fattori scatenanti sono simili all’emicrania, ma qui c’è più omogeneità per la specificità del dolore pulsante; attacchi con intensità più bassa, frequenza minore dell’emicrania; pz spesso estremamente nevrotici; sentore di CERCHIO ALLA TESTA (come avere un casco stretto in testo), non c’è forma con aura, non c’è rapporto con il ciclo e migliora con una blanda attività fisica;
      alla prima visita il neurologo esclude che sia una forma secondaria (perché la cefalea tensiva assomiglia a forme secondarie) e dare il diario al paziente; spesso sono persone insoddisfatte o con problemi psicologici;
      la terapia è più difficile che nell’emicrania perché meno intenso il dolore, prima si potrebbe agire sullo stile di vita prima di dare terapie, curare l’insonnia, gli attacchi di panico, l’ansia ecc; se non si riesce a fare si usano gli ANTIINFIAMMATORI o dei MIORILASSANTI (che però alterano la lucidità mentale, darà sonnolenza), ora esistono delle formulazioni con la thc usati per la spasticità, potrebbero funzionare anche con la cefalea;
       
      Biella, 16/03/2016
      Neurologia – Lezione due
      Università del Piemonte Orientale
      Scuola di Medicina
      Dipartimento di Medicina Transazionale
      Corso di Laurea in Scienze Infermieristiche
      2° anno – 2° semestre.
      Lezione tenuta da:
      Dott. Cristoforo Comi
      Dott. Giacomo Tondo
      Clinica Neurologica
      Università del Piemonte Orientale
      Argomento: demenze neuro-degenerative.
      Definizione di demenza
      Compromissione intellettiva acquisita, cronica e progressiva di normali funzioni cognitive.
      Criteri DSM IV – American Psychiatric Association (APA).
      a)Presenza di deficit cognitive multipli;
      b) È una malattia neurologica. Per il 30% colpisce pazienti > di ottanta anni.
      Nel 2000 vi erano venti milioni di pazienti dementi al mondo, nel 2020 se ne prevedono quaranta milioni, nel 2050 sessanta milioni.
      Le cause sono:
      ü Per il 42% alzhaimer
      ü Per il 20% si tratta di patologie vascolari
      ü Per il 10% di patologie miste.
      Quadro cognitivo
      La demenza provoca il declino cognitivo, in altre parole:
      incapacità a ricordare i contenuti amnestici acquisiti e ad immagazzinare nuove informazioni. Alterazioni della memoria diacronica.
      Manifestazioni cliniche:
      -         Mancanza di consapevolezza;
      -         Sindrome atopica di Reich;
      -         Afasia sul linguaggio
      -         Aprassia sulla memoria
      Manifestazioni cliniche:
      o   Alterazioni dell’umore (depressione, ansia, irritabilità);
      o   Disturbi delle percezioni.
      Test da applicare NPS che calcola il MMSE: Mini Mental State Examination.
      MCI = Mild Cognitive Impairments.
      Alterazioni della memoria, ma normali funzioni cognitive.
      Attività quotidiane
      MCI – Criteri diagnostici
      1) Disturbo di memoria definito come la presenza di uno dei seguenti: ……………………………. ???????????
      Dopo quarantotto mesi la metà degli MCI diventa un caso di Alzhaimer.
      Classificazione delle demenze
      Degenerative o primarie
      Corticali
      -         Malattia di Alzhaimer
      -         Fronto temporale e malattia di Pick
      Demenza vascolare ischemica
      Provoca:
      -         Depressione
      -         Disturbi metabolici
      -         Intossicazione da farmaci
      -         Infezioni dello SNC
      -         Lesioni strutturali
      -         Idrocefalo normo teso
      Malattia di Alzhaimer
      Il primo caso descritto dal Dott. Alzheimer.
      “Come ti chiami?
      -         Augusta
      E il tuo cognome?
      -         Augusta”.
      Epidemiologia
      50% di tutte le forme di demenza primaria.
      Esordio
      -         Gene App 21 (APP CRON 21 – Peptide precursore amiloide).
      -         Prenesenicina  2(PSEN1) – CROM 14
      -         Preneselinina 2 (psen 2) – CROM 1
      Malattia di Alzheimer
      Fisiopatologia
      Causa le placche beta amiloidi.
      Beta amiloide
      La proteina precorritrice dell’amiloide.
      Gomiti neuro fibrillare
      I microtubuli (supporto interneo dei neuroni, sono stabilizzati da una patina chiamata Tau). Nell’Alzheimer la modificazione delle tau provoca il collasso dei microtubuli e le terminazioni dei gomitoli neuro fibrillari.
      Malattia di Alzheimer – patogenesi
      Fattori di rischio:
      ü Età
      ü Storie famigliari
      ü Mutazioni su cromosomi 1,14 e 21
      ü Apo E  4
      ü Trauma cranico.
      NEUROPATOLOGIA
      Quadro macroscopico:
      -         Atrofia corticale temporale mesiale bilaterale
      -         Sistema convergico (ippocampo).
      -         Livelli corticali di chat (correlato con deficit cognitivo); livelli acme – recettori nicotinici.
       
       
      correlazione anatomo-clinica
      Brain cross sections                                                    I primi segni sono visibili
      Nella corteccia entorinale, suoi …………….. nell’ippocampo
      -         Le modificazioni possono iniziare 10 – 20 anni prima.
      -         Iniziale atrofica cerebellare e perdita neuronale
      -         I sintomi di AD lieve includono il deficit mnesico (ematoma recente), alterazione del giudizio (trascuratezza per l’igiene e per il vestirsi), ansia e cambiamenti del tono dell’umore.
      I sintomi di AD:
      -         Atrofia molto marcata;
      -         Sindrome alogica;
      -         Dipendenza totale del caregiver.
      La morte insorge dopo otto o dieci anni.
      Sistemi cognitivi: si utilizza la PET
      Importanza della clinica
      Diagnosi caratteri clinici (NINCDS – ADRDA)
      Deficit di due o più  aree cognitive.
      -         Peggioramento progressivo della memoria.
      -         Importante il dosaggio della vitamina B12
      -         TC e Rm cranio – encefalo
      -         RMN  e PET scan, per indicare i marcatori della diagnosi
      -         Genotipizzazione (ACP, RS1, PS2).
      Malattia di Alzheimer: terapia;
      terapia: sistema colinergico, proiezioni verso aree di interesse cognitivo.
      Uso degli inibitori dell’insieme ACETIL – COLISTENASI.
      TEMATICA della AD MODERATA
      Trementina (??) proteina ad eridov (??), farmaco antagonista  del recettore del glutammato.
      ALTRE TERAPIE
      Terapia comportamentale a base di:
          Antidepressivi;
          Antipsicotici atipici.
      Terapie di riabilitazione:
      Neuro cognitiva nelle fasi iniziali, in altre parole selegilina, vitamina E, giuko biloba (???). Risultati aneddotici
      Immunoterapia – vaccino VS Abete, modulatori della secretasi.
       
      Demenze Fronto temporali
      Accumulo di proteina Tau iperfosforilata.
      -         Malattia di Pick
      -         Variante frontale:
      apatia (inerzia, depressione, ritiro sociale o disinibizione (impulsività), concetti sociali inopportuni, linguaggio inappropriato , iperafasia) + deficit esecutivo.
      Afasia non fluente progressiva: : anomia,  linguaggio telegrafico, mutismo.
      Demenza semantica
      ATROFIA DELLA CORTECCIA CELEBRALE
      Demenza a corpi di Keily
      Il 15% delle demenze sono degenerative
      Si crea un deficit congenito e parkinsoniano (scogliosi).
      Differenziali sono con AD e PD; i corpi di lewy sono accumuli intra – cito - plasmatici di alfa .
      DEMENZA VASCOLARE
      REQUISITI DI BASE
      -         Infarti lacunari
      -         Assenza di storia di stroke
      -         Demenza progressiva.
      Diagnostica della demenza vascolare
      -         Anamnesi
      -         Inizio associato a stroke con possibile miglioramento sintomatico.
      SCLEROSI LATERALE AMIOTROFICA
      Si tratta di una malattia dei motoneuroni, definita anche come malattia di Charcot.
      Sindrome del II motoneurone.
      Ipotrofia muscolare
      Ipotonia, iposenia, caratteristiche del segno di Babiuscky. Possono essere associati episodi di spasticità.
      La sindrome dei I motoneurone è l’ipotrofia muscolare.
      SLA significa Sclerosi Laterale Amiotrofica, caratterizzata da riso e pianto spastico.
      Il crampo muscolare è determinato da una contrazione muscolare involontaria, improvvisa e dolorosa.
      Disturbi di forza (arti superiori), disturbi di forza (arti inferiori). Esordio raro: insufficienza respiratoria acuta. Diagnosi di Elettromiografia.
          Elettromiografia: esame ad ago  che misura ricca attività spontanea, rellutamento (???) ridotto, unità motorie di ampiezza e durata.
          Elettro neurografia: simile alla precedente;
          SMT = Stimolazione Magnetica Trascranica: ridotto numero di unità motorie.
      Diagnosi di SLA – criteri di El Scorial
      Decorso clinico                            progressione costante lineare
      Un epidemiologo molto famoso, Prof. Chiò, docente Città della Salute della Scienza – Torino, esperto di SLA ha collaborato con il Procuratore Guariniello, causa insorgenza della SLA in vari ambiti, tra cui quello calcistico, poiché i prati sintetici favorivano l’insorgere della malattia. Ha sviluppato un percorso ottimale per accelerare la diagnosi.
      La collaborazione deve essere tra Medico di Base e Neurologo.
      IL MORBO DI PARKINSONS
      Scoperto da James Parkinsons nel 1817. Egli non era propriamente un neurologo, la neurologia ancora non esisteva come disciplina, tuttavia egli monitorò alcuni casi.
      Alcune considerazioni:
      all’epoca in Inghilterra l’aspettativa di vita era solamente di cinquant’anni, cioè difficile determinare il fenomeno di studio. Casi di Parkinsons certamente se ne vedevano di meno e quindi meno pazienti si ammalavano e la malattia stessa era rara. In una popolazione come l’attuale, in cui i 2/3 delle persone hanno più di 65 anni, la diagnosi su un parkinsons è più facile che accada.
      Il tremore è la percezione che colpisce di più riguardo alla malattia. Aspetto della postura, con il tronco piegato in avanti.
      L’incidenza è di 11 nuovi casi annui, la prevalenza è > 200/100.000. La maggiore prevalenza di anziani è inferiore solo al Giappone per quanto riguarda la situazione italiana.
      Incidence and Prevalence
      Incidence                                     Prevalence
      Number of new cases                   Total number of people
      In a population,                         in a population with the
      Usually / 100.000                        condition,
      Around 11 per 100.000              Le cumulative incidence
      A livello di                                   Per annum minuts Death
                                                             Around 100-200 per
                                                             100.000
      Neuropatologia. Avviene una degenerazione di neuroni dopominergici.
      -         Degenerazione della sostanza nera
      -         Presente un taglio sagittale
      -         È una malattia la cui diagnosi è ispettiva
      -         Avvengono:
      1)  Traumi piccoli;
      2)  Sono pendolari;
      3)  La scrittura si modifica: i pazienti scrivono piccolo.
      4)  Ipertono plastico (dovuto a rigidità).
      In campo cognitivo i pazienti soffrono di instabilità.
      Caratterizzato da:
          Bradicinesia (> a riposo)
          Tremore (4-6 HZ)
          Rigidità
      Sintomi maggiori:
      riduzione ritmica e dei movimenti spontanei a, riduzione, ampiezza del passo e sincinesie pendolari, micrografia, ipocinesia, bradicinesia.
      Fenomeno del coltello a serramanico.
      Sintomi non motori
          Anosmia
          Depressione, dolore (freezing shoulder)
          Brain back criteria:
      Step 1
      Diagnosis of  parkinsonians syndrome
      Step 2
      Exclusion criteria for IPD
      Step 3
      Supportive criteria for IPD syndrome
      Brady / Hipomilesia - Hipomilesia – Poverty of movement /loss or facial expression, arm sing, gesture, passive movement/Reinforcement – C / Involuntary Rhythmical 4-6 Hertz, still rolling, first symptom in 75%, also occur 20% never developed it – gestural ADL tremor can a postural instability.
      Cast cardinal feature to appear limited diagnostic specificity in the elderly pull test /early falls creed flag.
      Step 2: History of repeated strokes / History of repeated head injury. History of definitive encephalitis. / cerebella signs palsy / cerebella paugs (???) / negative response to career doses for levodopa.
      Step 3 – Positive supportive criteria.
      [> 3 for ‘definitive’ PD] / Accuracy of diagnosis Brain bank post –mortem series       24% error rate. 10% latest studies / 2% MD specialists / community series.
      Follow up and review of diagnosis is important. Elementi negative diagnosis alternative. To support diagnostic. RMN encefalo (normale in PD)
      -         Specs Dat scna
      -         Scintigrafia miocardica.
      Parkinsonismi
      Parkinsonismo vascolare / parkinsonismo iatrogeno / MSA = Atrofia aldisisemica.
      -         Directonomia (incontinenza urinaria, ipotensione ortostatica).
      -         Parkinsonismo scarsamente responsivo e L-dopa
      -         Sindrome cerebellare
      -         Iperrelessia / Babinski / Stridor laringeo,
      -         Psd Parkinsonismo prevalentemente acinesico – rigido – disturbo del movimento (acinesia, rigidità, distonia, riflesso miotonico, tremore, instabilità posturale), asimmetrico.
      -         Segni corticali (aprassia, ipoestesia, arto alieno, disfasai, demenza, segni di liberazione frontale).
      -         Segni bulbari o rimozioni.
      -         Terapia farmacologica (L. Dopa)- Dopanico agonisti.
      Biella, 22/03/2016
      SCLEROSI MULTIPLA
      Dott. Cristoforo COMI, Struttura Complessa di Neurologia a Direzione Universitaria – Novara (NO), Ospedale Maggiore della Carità – Università degli Studi del Piemonte Orientale – Scuola di Medicina
      La Sclerosi Multipla è una malattia frequente nei più giovani. Essa provoca disabilità nei giovani ed è seconda dopo i traumi; ha un  impatto socio - economico notevole.
      La Sclerosi Multipla è una malattia demielinizzante del Sistema Nervoso Centrale. Anche precocemente vengono danneggiate delle cellule neuronali.
      I  neuroni vengono colpiti a causa del danneggiamento della guaina e danneggiano anche gli assoni.
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
      Il sistema nervoso centrale possiede meno capacità rigenerative.
      Alcune molecole sono bersagliate, riconosciute dalle cellule di difesa come corpi estranei e vengono attaccate.
      Attivazione immunitaria e infiammazione. I parte della malattia: la base è più guaribile ma, se non si riesce a bloccare la malattia, diventa maggiormente degenerativa. Abbiamo un sistema di difesa che difende dall’auto-immunità. I linfociti attivati devo essere riprodotti nel tempo.
      Sclerosi Multipla (S.M.)
      Principale causa di disabilità neurologica nel giovane adulto.
      -         Prevalenza: 70/100.000;
      -         Più frequente nel sesso femminile = 3:2;
      -         Esordio clinico: 20 – 40 anni, con il picco intorno ai 30 anni.
      Le persone di etnia nordeuropea sono le maggiormente colpite, nonché gli Stati Uniti. Gli Akeuaziti (Ebrei colpiti maggiormente e geneticamente dalla patologia),  prima e durante il nazismo, migrarono negli Stati Uniti e il numero di  ammalati di sclerosi, nella East Cost degli U.S.A. è molto elevato.
      Processo Virale
      Mimetismo molecolare, diffusione dell’Epitopo.
      Studi di migrazione
      Soggetti che migrano dopo i 15 anni: rischio area precedente.
      Soggetti che migrano prima di 15 anni: rischio nuova area  di:
      -         Sclerosi multipla;
      -         Componente genetica.
      1.  Aggregazione famigliare: aumenta rischio relativo nei fratelli (20-40 anni);
      2.  Predisposizione razziale: gruppi etnici resistenti residenti in regioni ad alto rischio.
      3.  Correlazioni suggestive: tre elementi loci (??) polimorfici e la suscettibilità alle malattie.
                                                                                                                                                             
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
      Interessamento dei nervi cranici:
      ·        Disturbi visivi: Neurite Ottica Retro Bulbare (NORB);
      ·        Diplopia: pareri oculomotori di Oftalmologia intermediale;
      ·        Nevralgia trigeminale;
      ·        Paresi facciali;
      ·        Infiammazione del nervo ottico;
      ·        Esame delel lettere e se il paziente non vede bene è necessario l’intervento del Neurologo, può fare molti esami, TAC, eccetera
      ·        Rischio della verifica di visione doppia.
      In base alle esperienze del nostro docente che è stato negli Stati Uniti, dove ha lavorato come medico, già circa quindici anni or sono le organizzazioni sanitarie erano maggiormente progredite rispetto ai nostri standard, per cui già allora gli Infermieri potevano fare una anamnesi, prima ancora della successiva diagnosi medica. Accade ora con i giovani Infermieri , freschi di Laurea, i quali sono ugualmente in grado di fare anamnesi, anche se per ora tutto ciò accade soltanto nei grandi ospedali.
      Interessamento delle vie sensitive:
      ·        Parestesia /cinestesia;
      ·        Dolore neurogeno;
      ·        Segno di Lh Ermitte (sensazione di scossa elettrica lungo la schiena);
      ·        Il formicolio può essere un sintomo di sclerosi (termine dialettale = ranf).
      Interessamento motorio cortico – spinale:
      ·        Emisindrome motoria;
      ·        Sindrome midollare;
      ·        Spasticità.
       
      Interessamento motorio cerebellare:
      ·        Atassia;
      ·        Triade di Charcot;
      ·        ---------------------?????????????
      Interessamento sfinterico:
      ·        Minzione imperiosa / urgenza;
      ·        Incontinenza.
      Interessamento cognitivo comportamentale:
      ·        Depressione;
      ·        Demenza;
      ·        Psicosi.
      Da vecchi si ha una bassa reazione cognitiva, quindi una demenza.
      Decorso clinico
      Primo episodio
      (Clinically isolated syndrome)
       
       
                                                                     Remission
       
       
      Intervallo libero da sintomi
       
                                                                     Ricaduta
       
      Secondo episodio
      1.  Progressione dei sintomi sin dall’esordio;
      2.  Reflessing remmitting;
      3.  Secondary Chronic Multiple sclerosis progressive.
      I tipi due e tre sono quelli su cui bisogna prestare maggiormente attenzione nella clinica e anche sui risultati.
      -----------------------------------------------------------------------DIAGNOSI:
      ü Macrolite della storia clinica;
      ü Evidenza di disseminazione spazio-temporale;
      ü Diagnostica strumentale:
      -         Risonanza magnetica nucleare;
      -         Esame del liquor;
      -         Potenziali evocati.
      OLIGLOCLONAL BANDS IN CFS PROGNOSI
       
      +
      -
      Esordio:
      Esordio:
      NORB
      Sintomi motori
      Sintomi sensitivi
      Età avanzata
      Sesso femminile
      Sesso maschile
       
      Le donne sono maggiormente colpite dalla malattia ma guariscono più facilmente.
      Viene valutata la disabilitù nel tempo per mezzo dell scale EDSS:
      -         Punteggio sistema;
      -         Funzionale nell’esame neurologico;
      -         Punteggio autonomia della deambulazione;
      -         GRAVIDANZA:
      ü Tendenza alla riduzione delle ricadute durante la gravidanza, ed aumento delle cadute nel puerperio;
      ü Nessun effetto sulla evoluzione generale della malattia.
       
      -         VACCINAZIONI:
          Assenza di effetti negativi, anzi modo protettivo di vaccinazione anti-influenzale;
          Nessun rischio complicante e vaccinazione anti-epatite B.
      -         TERAPIA DELLE RICADUTE:
      o   Ciclo steroideo (cortisone) metilpredisolone e.v. Prevenzione per esempio (vale per le ricadute).
      -         TERAPIA IMMUNOMODULANTE:
      ·        I linea:
      ü Terapia orale
      ü Meniflunomide
      24/03/14
      È un problema rilevante dal punto di vista socio economico; l’attenzione negli ultimi anni è stata rivolta a cercare di capire quali fossero i segni premonitori della demenza e cercare di bloccarla, identificare la fase PRODROMICA, con dei farmaci anche non tradizionali (biologici, vaccini, anticorpi ancora in sperimentazione) e bloccare la morte neuronale; è una condizione che probabilmente inizia nell’età adolescenziale e man mano si perdono questi neuroni; quindi si identifica con dei TEST COGNITIVI l’inizio della demenza, lavorano soprattutto sulla MEMORIA, perché l’halzaimer inizia solitamente con disturbi della memoria; se la demenza però inizia a livello frontale non la identifico con i test della memoria, però i disturbi della memoria sono la maggioranza quindi si punta su quella prevenzione; non bisogna confondere il deficit della memoria (attiva, procedurale) con una persona che si distrae o è disattento o sovrappensiero o simili;
      se una persona ha una lesione cerebrale come un MENINGIOMA, una volta tolto magari le funzioni cognitive recuperano, se è maligno avrà altri problemi oltre la demenza, quindi con la TAC o la RMN posso notare problemi reversibili; in un pz diabetico per esempio scompensandosi l’equilibrio metabolico può avere anche un transitorio DEFICIT COGNITIVE, quindi bisogna sempre escludere cause ormonali, elettrolitiche ecc.;
      bisogna stare anche attenti ai parenti che potrebbero dire che era normale fino al giorno prima in realtà è demente da tempo ma i parenti vogliono abbandonarlo ….
      DECLINO COGNITIVO: Inizia ad avere difficoltà a vestirsi, a cucinare, a parlare dopo magari 6-10 anni dalla diagnosi, non è il quadro di esordio
      FORME FRONTALI (oppure fase in cui si estende anche a livello frontale): compaiono i DISTURBI DEL COMPORTAMENTO, difficile da gestire da parte del caregiver; è la parte emotivamente più problematica; con la progressione si possono avere difficoltà anche a mettere in ordine informazioni acquisite oltre ad avere difficoltà ad acquisire nuove informazioni;
      SINDROME ALOGICA DI REICH: solo il corpo senza la persona, con una degenerazione totale del SN
      Alcune malattie colpiscono inizialmente altre aree del cervello e che si estendono anche a funzioni cognitive, in cui la demenza è un fenomeno collaterale o successivo all’evoluzione della malattia, quindi sono demenze che iniziano nella corteccia o che iniziano in altre zone e colpiscono successivamente la corteccia;
      è sempre necessario indagare in una nuova diagnosi di demenza che non ci siano fattori come lesioni, uso di farmaci, depressione ecc.
      ALZAIMHER
      Molto frequente, circa il 20% dei casi sono familiari, ci sono mutazioni a carico di 3 geni che globalmente in tutta la popolazione mondiale sono responsabili del 20 25% dei casi, ci sono zone molto frequenti e zone in cui non ci sono proprio, sono famiglie che si sono trasmesse il difetto genetico; oltre queste 3 mutazioni gli altri casi sono SPORADICI, probabilmente c’è un ruolo della genetica ma non legato alla trasmissione di un singolo difetto in un singolo gene, ci sono più geni predisponenti e protettivi che danno il fenotipo alzhaimer, la patogenesi è molto complessa e comporta una progressiva perdita di neuroni che è caratteristica anche dell’invecchiamento;
      perdere tutti questi neuroni comporta anche una incapacità di FUNZIONI BIOLOGICHE normale, si perde la componente cellulare più nobile (neuroni) e viene meno l’OMEOSTASI, generando un evoluzione che diventa più ripida, all’inizio una perdita lieve con poi un crollo rapido; spesso ci sono pz che arrivano al DEA con diagnosi di alzaihmer di 2 anni prima più o meno stabili con poi un crollo; questo perché ci sono dei momenti di peggioramento (INFEZIONE, cambiamento normali abitudini di vita, l’anziano va in vacanza con la famiglia e lui esce fuori di testa perché è tolto dal suo habitat naturale);
      la prima manifestazione è la PERDITA DELLE CELLULE, che si vede come ATROFIA del tessuto, sia con una TAC o RMN sia analizzando il tessuto sulla persona morta;
      ci sono modificazioni che sono extracellulare, deposito di AMILOIDE all’esterno della cellula, ma è causa o effetto della malattia? Domanda ancora aperta;
      vedendo che ci sono anche alterazioni INTRACELLULARI di proteine di impalcatura del neurone (proteina rau del microtubulo), senza questi pilastri crolla la struttura cellulare del neurone;
      si sa che l’amiloide normalmente c’è ma viene eliminata perché il taglio del frammento dell’amiloide lungo da parte delle proteasi e viene eliminata o se fatta male l’amiloide si deposita; i neuroni vanno in sofferenza perché non riescono a eliminare sostanze che non dovrebbero stare li e che la cellula sana normalmente elimina, trovare dei depositi vuol dire che ci sono meccanismi di eliminazione che non funzionano;
      la placca è dovuta all’aggregazione di proteine che normalmente sono solubili, mentre se si stacca il frammento a bastoncino dell’amiloide si crea il deposito;
      COMPLESSO DI PROTEASI: cestino di spazzatura della cellula, se le sostanze che devono essere eliminate vanno in questo cestino la cellula sta bene, se succede qualcosa a questo complesso la cellula muore e si sviluppa la malattia degenerativa; questo vale per molte malattie neurologiche, cambiano le sostanze che si accumulano e dove si accumulano;
      si è visto che chi prende anti infiammatori per anni ha minore rischio di sviluppare Alzheimer, ma probabilmente può essere la malattia cronica che protegge dall’ Alzheimer e non la terapia;
      ESTROGENI: ruolo dibattuto, compare nelle donne in menopausa più frequentemente, magari è il calo di ormoni che favorisce, un minimo di razionale può esserci, sembra che il mantenimento della fertilità sia protettivo negli sviluppi di demenza;
      PARADIGMA DELLA NEUROLOGIA: quello che vediamo nel pz è in relazione del punto in cui la malattia colpisce (CORRELAZIONE ANATOMO CLINICO);
      l’aumento delle potenzialità di cura sta portando a vedere forme molto avanzate di malattia degenerativa; anche se manteniamo persone molto deficitate in vita per molto tempo in condizioni eticamente particolari;
      nella FORMA INIZIALE se faccio una RMN il cervello è macroscopicamente normale, poi inizio a vedere alterazioni a livello TEMPORALE nell’ Alzheimer r breve finché vengono colpiti i lobi FRONTALI  e si ha la forma più grave;
      nell’alzaimher non esistono terapie in grado di arrestare la malattia, ci sono due categorie di farmaci:
      ·        BENEFICIO SINTOMATICO: inizio di vantaggio con poi crollo parallelo alla storia naturale della malattia, il miglioramento può durare da 1 a 3 anni, poi crollano con la stessa rapidità dei pz che hanno Alzheimer e non assumono terapia; sono rimborsati e danno sollievo a inizio malattia; sono gli INIBITORI DELL’ACETILCOLINESTERASI, simili ai farmaci per la miastenia, si è visto che i neuroni superstiti se hanno più ACH migliorano temporaneamente la funzione, è un palliativo che consente all’apparato di funzionare un po’ meglio per qualche tempo, o la MEMANTINA, migliora indirettamente la trasmissione dei neuroni polinergici, migliora la  memoria, agisce in parallelo all’altro gruppo di farmaci; si possono usare in ASSOCIAZIONE,
      PARKINSON
      Malattia frequente, a Novara circa 200 persone colpite, nell’ospedale di Novara arriviamo a circa 300 350 pz; dati riferiti alla forma più frequente (IDIOPATICA), ci sono anche cause VASCOLARI, si può avere lo stesso fenotipo con cause non degenerative ma problematiche di circolazione intracerebrali, la SINUCLEINA si deposita perché non viene processata correttamente;
      ci può essere o meno il TREMORE, ma sicuramente c’è la LENTEZZA, che è la caratteristica fondamentale, c’è anche la RIGIDITA’ sempre, a volte il tremore è a riposo e scompare al movimento; unilaterale e fortemente ASIMMETRICA; non colpisce solo il movimento ma anche altre funzioni e altre zone, quindi può anche avere sintomi NON MOTORI (calo tono dell’umore, stitichezza, diminuzione PA), esintomi prodromici di varie malattie neurologiche (perdita olfatto (ANOSMIA) e disturbi sonno (RBD)), se il sonno rem si infiltrano in altre fasi del sonno il pz è agitato e molesto;
      DIAGNOSI
      ·        LENTEZZA MOVIMENTO
      ·        Almeno uno tra INSTABILITA’ POSTURALE, TREMORE e RIGIDITA’ MUSCOLARE (fase avanzata)
      Pz che gesticolano poco, pz che fanno fatica a fare movimenti ripetitivi (battere per terra il piede, chiudere e aprire le dita), si vede una riduzione dell’ampiezza del movimento, tipico della BRADICINESIA;
      il TONO non c’entra con la TROFIA, è la resistenza che offre quando lo muoviamo, IPOTONO quando l’arto è flaccido (es lesione del plesso brachiale) oppure IPERTONO (rigidità, spasticità dopo lesione del motoneurone, specialmente il primo, il secondo diventa iperattivo e c’è spasticità); il TROFISMO è la normale fisiologia del muscolo che è trofico perché innervato;
      il TREMORE riguarda più frequentemente l’arto superiore, l’INSTABILITA’ POSTURALE solitamente è più tardiva;
      bisogna escludere altre sindromi atipiche parkinson simili, sono più difficili da diagnosticare per la presenza anche di altri segni;
      a inizio malattia il livello di accuratezza della diagnosi è più basso, ci sono studi che dimostrano che c’è un tasso del 25% di errori, ora il tasso è diminuito al 10% e scende al 2% negli esperti;
      non esiste un test diagnostico, è una diagnosi CLINICA, l’unico esame è una SCINTIGRAFIA CEREBRALE (DAT SCAN), in questo caso legando la sostanza radioattiva al trasportatore della dopamina, se c’è disturbo del segnale vuol dire che si usa meno dopamina, e quindi avere il segnale sotto un certo livello è più suggestivo di una malattia di parkinson;
      all’inizio c’è un rallentamento della velocità di ragionamento, ha una funzione cognitiva apparantemente meno brillante ma ci arriva, un po’ dopo; ci sono anche forme di transizione tra alzaimher e parkinson; in fase avanzata queste due malattie sembrano simili, con compromissione cognitiva e motoria;
      la RMN nel parkinson serve solo a escludere altre sindromi che si possono manifestare in modo simile, se ho un pz che la sviluppa a 79 anni magari faccio solo tac, se ha 40 anni faccio anche RMN perché è un caso più complesso;
      GENETICA: gene che codifica per una proteina (PARCHINA)
      Ci sono anche forme in cui c’è il parkinson pià altro (per es demenza), le ultime 3 della slide hanno parkinson e demenza, l’ultima e la terzultima sono malattie della TAU, forme in cui è colpita quella proteina tubulare, le demenze fronto temporali sono anche loro della TAU; sono malattie che agiscono su vie comuni quindi potrebbero portare a rimedi terapeutici;
      certe terapie fanno venire il parkinson, per esempio il PLASIL in soggetti predisposti, specialmente farmaci usati per disturbi psichiatrici (schizofrenia, bloccanti della dopamina), ma anche calcio antagonisti; importante che l’esame scintigrafico è normale perché c’è blocco recettoriale, non è un problema della dopamina;
      VASCOLARE: fenotipo simile a quello classico.
      24/03/14
      IDROCEFALO NORMOTESO
      A inizio malattia la difficoltà a camminare può ricordare il parkinson e quindi andare in diagnosi differenziale;
      il liquido cerebro spinale non viene assorbito in maniera sufficiente o ha una cinetica alterata, nel normoteso non c’è una vera ipertensione, quindi anche fare una derivazione al peritoneo non avrebbe molto senso, ci può essere dilatazione dei ventricoli; a volte si può decidere di togliere un po’ di liquido e vedere se ci corrisponde un miglioramento, in questo caso non sarebbe normoteso, ma le camere si dilatano molto, togliendo liquor il cervello si porta vicino alla struttura normale pur essendo ai limiti alti della pressione e non iperteso;
      MSA (ATROFIA MULTISISTEMICA)
      DISFUNZIONE del SISTEMA NEUROVEGETATIVO, come cali di pressione (ipotensione ortostatica), controllo del sistema vegetativo genito urinario, impotenza; malattie più diffuse del parkinson ma che possono essere identiche nelle prime settimane e poi coivolgere più sistemi;
      MSA – P: c’è un parkinson simmetrico scarsamente responsivo alla terapia, la rigidità e la lentezza del movimento sono molto evidenti rispetto a tutto il resto
      MSA – C: forma più cerebellare, con incoordinazione motoria, tremore cinetico,
      PSP: TAUPATIA, collasso microtubulare, fenotipo parkinsoniano ma anche una demenza e disturbo verticale della motilità oculare; c’è demenza oltre a una caratteristica difficoltà a muovere gli occhi verso il basso e verso l’alto, forma più spesso scambiata per una concomitanza di halzaimer più parkinson;
      DEMENZA A COLPI DI LEVY: allucinazioni visive, cambiamenti della condizione clinica all’inizio della malattia all’interno della giornata; la risposta alla terapia farmacologica non sempre c’è, anzi potrebbe anche avere un effetto paradosso peggiorativo sul quadro clinico;
      FTD – PARKINSONISMO: si cerca di incasellare le malattie ma ci sono molti pazienti che non entrano pienamente in una categoria;
      LEVODOPA: farmaco storico per il parkinson, farmaco migliore, soprattutto per i pz che iniziano nell’età tra i 70 e 75 anni;
      MALATTIA DI HUNTINGTON
      Colpisce i NUCLEI dei NEURONI; malattia EREDITARIA NEURODEGENERATIVA rara in cui convivono aspetti COGNITIVI e MOTORI, all’inizio è tipico il MOVIMENTO INVOLONTARIO, classificabili come IPERCINESIE o DISCINESIE, cioè invece di essere un movimento all’interno di un asse di equilibrio come il tremore; ha dei punti in comune con il Parkinson perché è lo stesso circuito funzionale, qui si ha ipercinesia grossolanamente evidete, movimenti involontari ampi, continui che cambia continuamente sede, è come se la persona fosse continuamente in movimento, malattia molto grave che porta a morte in pochi anni, dominata almeno all’inizio da ipercinesia, rapida, improvvisa, irregolare, aritmica, un pz che cerca di camuffare i movimenti sentendosi a disagio, cerca di inserirli in una sequenza motoria normale per renderli meno imbarazzanti; movimenti che disturbano la capacità normale di movimento, primo provvedimento è cercare di limitare i movimenti involontari; questi movimenti diventano marginali con l’avanzare della malattia, riguardano sia il volto che gli arti e il tronco, le persone che prendono per moltissimi anni levodopa possono avere movimenti simili nelle fasi avanzate di parkinson, questo perché non viene più metabolizzata in modo corretto; la degenerazione dei neuroni del nucleo caudato è la causa principale;
      ATETOSI: movimento tipo polipo, ipercinesia più lenta;
      espansione del gene, molto instabile, più è espanso e più è precoce l’esordio, dipende dall’instabilità del gene e dalla tendenza di anticipare nelle generazioni successive (soprattuto se è paterna);
      il pz quando cammina non fa un passo uguale all’altro, hanno un modo di camminare strano, due passi breve e uno lungo per es, viene definito IRREGOLARE, molto anarchico e irregolare, anche la direzione non è lineare, hanno anche difficoltà di equilibrio, il pz non riesce a stare fermo (IMPERSISTENZA MOTORIA), il TONO MUSCOLARE è RIDOTTO;
      COMPONENTE COGNITIVA e AFFETTIVA: spesso DEPRESSO, altissimo rischio di suicidio, anche perché si rendono conto del loro destino avendolo avuto in famiglia; di solito c’è un disturbo OSSESSIVO COMPULSIVO prima del DETERIORAMENTO COGNITIVO, adottano comportamenti identici e rituali, non fanno determinate cose per ragioni scaramantiche, schema motorio molto ossessivo, iperordinati, legati a sequenze motorie;
      TERAPIA: si può fare poco perché non si riesce ad arrestare la perdita neuronale, anche se conosciamo il difetto (il gene malato), questo perché dovrei cercare di riparare il gene con approccio di terapia genica  ma la sequenza è molto grande ed è difficile farlo in tessuti diversi; anche le terapie CELLULARI (STAMINALI o altri approcci teoricamente difendibili e applicabili) non hanno mai trovato applicazione perché mettere dentro cellule nuove non cambierebbe molto, perché sono cellule che non hanno apprendimento; si può bloccare i movimenti involontari del pz, cosa che funziona all’inizio, ma quando il pz progredisce anche la sequenza motoria normale semplice non è più possibile quindi farebbe ancora peggio bloccare il movimento, potrebbe dare anche disfagia per esempio; quindi si tratta solo la prima fase di malattia;
      SLA
      La ricerca non ha dato molti frutti, perché siamo lontanissimi da avere un vantaggio terapeutico, è una malattia incurabile; fondamentalmente ha delle varianti, ma accomunate dalla ATROFIA MUSCOLARE, SCLEROSI perché quando si perdono neuroni si vede una sostituzione con cellule della glia, colpisce i NEURONI DI MOTO, la MIOTROFIA colpisce di solito muscoli delle mani (ad artiglio, scavata), poi a seconda che sia colpito il primo o secondo neurone si possono avere segni differenti;
      all’inizio della malattia ci possono essere più segni del primo neurone, come aumento riflessi osteotendinii, molto scattanti, con la presenza del segno piramidale di BABINSKI, che si dovrebbe vedere solo nel bambino piccolo;
      SPASTICITA’: aumento del tono muscolare, cioè della resistenza alla mobilizzazione passiva del segmento analizzato, la differenza con la rigidità del parkinson riguarda sia estensori che flessori, nella spasticità prevale l’ipertono nei muscoli FLESSORI degli arti superiori e un ipertono ESTENSIVO degli arti inferiori; all’inizio l’arto ha una resistenza enorme e poi di colpo molla (fenomeno del COLTELLO A SERRAMNICO), tipico della spasticità e se è proprio evidente non c’è bisogno di fare la manovra;
      esistono malattie del motoneurone associate a demenza, se il pz vive a lungo ha il tempo di fare ammalare anche altri neuroni, e sviluppa DEMENZE FRONTALI;
      DIAGNOSI: si può avere un supporto dalla NEUROFISIOLOGIA, se il muscolo non viene più innervato in maniera adeguata dal motoneurone avrà manifestazioni differenti dal muscolo correttamente innervato, ci sono potenziali più ampi ma meno frequenti, ridotto numero di unità motorie però, si può fare analisi dei muscoli delle mani;
      ci sono altre cause di mancato collegamento tra muscolo e SNC (NEUROPATIE MOTORIE per esempio);
      POLIOMIELITE: infezione da virus che va a colpire i neuroni motori, ma il danno da virus è localizzato e di solito c’è miotrofia dell’arto, è uguale alla sla ma è monofasica, l’infezione finisce e anche i problemi motori;
      i sottotipi sono importanti per la prognosi, forme che colpiscono il 1 sono più gravi di quelle del 2;
      FORMA BULBARE grave perché da paralisi respiratoria, avrà decordo più rapido, va in diagnosi differenziale con la miastenia bulbare, ma quest’ultima è trattabile e la sla bulbare no;
      ERRORI DIAGNOSTICI
      MIELOPATIA
      Sono malati particolari, hanno necessità assistenziali enormi, 5-10 casi su 100 000, incidenza e prevalenza molto vicini, mortalità molto rapida; perdono capacità di camminare, mangiare, hanno un costo enorme le cure e il percorso di questa malattia,
      l’età media di insorgenza è di circa 60 anni;
      GENETICA: casi a trasmissione dominante, sono stati scoperti 6 geni nuovi negli ultimi anni;
      TRATTOGRAFIA: conta quanti fasci sono sopravvissuti, analisi quantitativa dei fasci cortico spinali
       
       
      26/03/14
      Ci sono casi in cui la malattia è degenerativa sin dall’inizio (FORME PROGRESSIVE), o in cui diventa degenerativa; non è tra le malattie più frequenti in neurologia ma è tra le più frequenti nei GIOVANI, malattie che incidono molto sui costi INDIRETTI (mancata produttività); guardando la storia della neurologia dagli anni 90 a oggi nel mondo SM sono uscite molte terapie che hanno cambiato favorevolmente il panorama, quindi attualmente sono malattie curabili (rallentamento dell’evoluzione della malattia); non sempre porta a disabilità e a sedia a rotelle, in circa metà dei casi non ci si accorge neanche visivamente che il pz sia affetto; quando c’è una autoreattività e il sistema immunitario non riconosce la mielina la attacca e la distrugge, in realtà non è solo il danno alla mielina, ma la malattia può colpire anche direttamente i neuroni;
      tutti noi abbiamo delle cellule del sistema immunitario che sono abbondanti e che sono pronte ad essere attivate per microorganismi o per cellule che si riproducono e devono essere bloccate (tumori); queste cellule a volte hanno dei traditori all’interno che attaccano quello che dovrebbero difendere, questo deriva dal fatto che ci sono errori nella produzione di queste cellule, e poi perché le cellule malate hanno delle analogie con le cellule normali; le cellule iniziano a morire anche quando non c’è una forte reazione infiammatoria, perché l’infiammazione si accende e si spegne;
      la forma più frequente è con una fase SUB ACUTA (infiammatoria) che poi lascia il pz in una fase di REMISSIONE (che può portare con se degli strascichi), se in questo fase avanzano meccanismi degenerativi il pz peggiora anche se non ha una continuazione di malattia;
      sembra che il grosso dell’effetto favorente dei virus avvenga nell’età pediatrica, sono virus che colpiscono le persone quando hanno un sistema IMMUNITARIO e NERVOSO non ancora maturo, mentre se l’adulto viene in contatto con questi virus ha una probabilità bassa di aver intaccato il proprio sistema immunitario;
      se due bambini fratelli o gemelli vengono separati e vivono in due aree diversi possono avere comunque un rischio dipendente dalla famiglia, nei fratelli è più basso che nei gemelli (soprattutto omozigoti), in più c’è una assenza dell’effetto dell’ambiente all’interno della famiglia, e chi ha una malattia autoimmune abbia più rischio di averne due, una cosa interessante emersa negli ultimi anni è che prendendo 1000 malati di SM e mille che non hanno malattie autoimmuni, è merso che alcune varianti di geni che producono proteine del sistema immunitario sono distribuite in modo diverso, quindi grazie alla genetica si possono vedere modificazioni predisponenti la malattia e l’evoluzione;
      dalla retina in poi è interesse NEUROLOGICO, si infiamma il NERVO OTTICO e la pz non vede più, oppure la persona vede doppio con entrambi gli occhi, ma se vede doppio solo con un occhio è un distacco della retina;
      la malattia si chiama SCLEROSI (connettivo che sostituisce gli ormoni morti) MULTIPLA perché interessa diverse aree dell’encefalo e/o del midollo, ma in tempi diversi, perché deve esserci un evoluzione di queste lesioni negli anni, perché viene colpita una zona piuttosto che un'altra? Forse perché ci sono zone con permeabilità delle venule maggiore, perché le sostanze infiammatorie devono uscire dal torrente sanguineo ed entrare nelle cellule neuronali, ma in realtà è una possibile spiegazione, la vera risposta non c’è ancora;
      SEGNO DI LHERMITTE: la comparsa di una sensazione di scossa elettrica lungo la colonna vertebrale a seguito di una brusca flessione del collo; si piega velocemente il collo in avanti e compare una scossa, dava indicazioni diagnostiche soprattutto prima che ci fosse la RMN (fino agli anni 80), la ricchezza dei segni clinici era la base per sospettare la malattia, e le prime terapie efficaci nascono negli anni 80, prima si faceva solo cortisone; la RMN serve per fare diagnosi ma anche per vedere se la terapia è efficace per rallentare la malattia;
      DANNO ALLE VIE MOTORIE: danno più grave della malattia, perché non potersi muovere è una grossa limitazione, o un EMISINDROME classica oppure può essere colpito il MIDOLLO (BILATERALE) PARAPARESI o PARAPLEGIA (se è più grave) se interessa arti inferiori, TETRAPARESI o TETRAPLEGIA se interessa la parte superiore; è uscito da poco un farmaco derivante da THC che conserva l’effetto MIORILASSANTE senza l’effetto PSICOTROPO;
      hanno spesso un INCONTINENZA URINARIA se è interessato il MIDOLLO, perdono un po’ il controllo, ora si studia anche l’INTERESSAMENTO COGNITIVO, se il pz ha DEFICIT COGNITIVO è meglio non dare la vera cannabis ma si possono dare i farmaci derivati senza effetto psicotropo;
      chi inizia dopo hanno più spesso LESIONE MOTORIA (dopo i 40 anni)
      EVOLUZIONE
      85-90% dei casi, pz con NEURITE OTTICA, FORMICOLIO, PERDITA DI FORZA per 15 giorni nelle gambe;
      non si può predire se il pz con SM evolverà o meno, se la pz avrà o meno un altro ATTACCO, nel decorso di sx [slide] dopo varie ricadute si può arrivare a fare PROGRESSIVA;
      DIAGNOSI
      Nel giovane ci può essere anche ICTUS, il tempo di sviluppo però dell’EMISINDROME da SM va da 2 giorni a anche qualche settimana, sarà poco probabile lesione vascolare (che si manifesta in secondi o minuti) e sarà difficile che si tratti di tumore che è molto più lento;
      EVIDENZA DI DISSEMINAZIONE SPAZIO-TEMPORALE: la si ottiene con la RMN, che è capace di vedere le lesioni ma anche di datarle, si capisce se la zona è infiammata o riparata, questo aiuta molto; quindi la RMN è l’ESAME CENTRALE per SM e importante per capire se la terapia funziona;
      ESAME DEL LIQUOR: liquido che serve per proteggerlo dai colpi, poi questo ambiente offre degli scambi a livello biochimico;
      esiste una produzione di ANTICORPI all’interno del SN, quindi l’analisi del LIQUIDO CEREBRO SPINALE vede se si producono anticorpi, SENSIBILE ma poco SPECIFICO, se ne produce pochi o non ha infiammazione o ha una malattia a stadio iniziale con poca infiammazione,
      una persona che ha un solo episodio e non ha altre lesioni non può essere etichettato come SM, è probabile che in futuro il trattamento si inizierà già su questi pz; ma adesso devono esserci lesioni in punti diversi;
      SCALA EDSS: non per seguire andamento biologico della malattia, perché biologicamente se colpisce…
      Se tratto l’infiammazione riduco il numero di ricadute sicuramente però la disabilità a lungo termine la intacco poco perché dipende dai meccanismi riparativi, se la persona ha la sfortuna di essere un cattivo riparatore andrà male anche con tecniche estreme o simili; quindi il bisogno irrisolto è trovare farmaci e trattamenti per la NEURODEGENERAZIONE, infatti il trattamento della fase DEGENERATIVA non è molto utile;
      il topo e il ratto sono animali poco costosi ma lontani dall’uomo, mentre le scimmie sono più simili ma costosi.
      NATAMIZUMAB: anticorpo monoclonale, molto specifico, che agisce sul sistema delle INTEGRINE, che sono molecole che consentono alle cellule attivate del sistema immune e che fanno il danno nel SN di passare dal comparto vascolare al sistema nervoso, con questo farmaco riesco a diminuire l’effetto di queste cellule, il problema è che togliendo queste cellule se quella persona ha contratto un virus in precedenza, in particolare il JC VIRUS, che ha iniziato a interessare il mondo medico quando si è scoperto l’AIDS, questo virus presente nell’ambiente limita molto l’uso del natamizumab, perché rischia di riattivarlo, è una terapia straordinaria ma è sicuro solo nei pz che non hanno contratto il JC, soprattutto se immaginiamo un impiego per lungo tempo, se è positivo si può usare per brevi periodi ma è pericoloso, le terapie più efficaci sono anche le più aggressive nella SM,
      il JC provoca una LEUCOENCEFALITE MULTIFOCALE PROGRESSIVA, distrugge in maniera massiva la mielina;
      NEUROMIELITE OTTICA: assomiglia molto la SM, si usa un approccio di trattamento che mira a bloccare gli anticorpi (PLASMAFERESI, IMMUNOGLOBULINE)”.
       
      Capitolo VII
      Lo so, cari amici lettori, con quest'ultimo capitolo vi ho annoiato un po', ma tra le mie vicende della vita c'è anche la Medicina e Chirurgia. Ma penso, lunghezza della vita permettendo, che riuscirò a farvi ancora divertire. Questo testo, ed è una digressione che mi sembra appropriata, è anche un insieme di molte argomentazioni, non sempre concatenate e logiche tra di loro e, un metodo fondamentale, comodo per non scrivere troppo, è il classico metodo copia-incolla. Una volta conobbi una ragazza on line, Jyuliya (credo fosse Estone o Russa), dopo poche chat mi invaghii di lei ed ecco il testo di un'e-mail che le scrissi, adattata con un linguaggio corretto ma il più possibile verosimile a quanto scrissi:
      “Cara Jyuliya,
      ho letto la tua e-mail. Come stai? Spero bene. Questa settimana è stata intensa, tra lavoro, studio e numerose preghiere ho dovuto tirar fuori il meglio di me! Io sono credente e prego molto. La novità è che sto migliorando, ma la mia disabilità rimane e non c'è soluzione di sorta, almeno per ora, di lenirla o farla scomparire del tutto, comunque non posso lamentarmi, la scienza si sta interrogando a come risolvere la mia patologia.
      A volte la nostra routine quotidiana può dare veramente fastidio, purtroppo capita spesso che ci annoiamo. Io amo molto il mio lavoro e non ho questo genere di problemi (cioè, a dire il vero è esattamente il contrario, ovvero la lettera risale al 2011, oggi, nel 2019-20, epoca in cui scrivo il testo non amo per niente il mio lavoro, lo svolgo perché sono salariato e non sono un accidioso; tuttavia sto prendendo la piega di preparare concorsi in altri enti pubblici, cambiare professione, fare della mia seconda professione (non retribuita e non ufficiale) la mia vera professione, ma le difficoltà sono insormontabili), però a volte soffro, soprattutto perché ci sono persone che secondo me non hanno buoni valori, ma lasciamo stare questo discorso. [Una volta sul posto di lavoro tentarono di farmi accoppiare con una sessantenne con diversi problemi lei stessa, anche se molto colta e istruita: Laurea in Lingue e Letterature Straniere, lingue studiate Francese e Russo, tesi di Laurea su Fedor Dostoevskij in lingua originale Russa, musicista, scrittrice di canzoni, poetessa e scrittrice, insomma un florilegio di passioni e studi – anche lei amava il suo lavoro… direte “ha fatto la battuta” - ma purtroppo non era certo la persona adatta per me, il mio scopo, nel matrimonio è fare figli, non solo, ma il compito precipuo è salvaguardare e proseguire la specie e il nome… non voglio che la mia famiglia sia in via di estinzione, ad evitare tutto ciò ci hanno già pensato altri, i miei fratelli, poiché ho un fratello e una sorella].
      A me, oltre il lavoro e i miei studi nel campo dell'Archeologia biblica, mi interessano molto l'arte, mi piace disegnare e sono un appassionato di videogiochi sulla Seconda guerra mondiale (nel 2011).
      Io sono contento che tu mi voglia bene e che voglia trovare l'amore entro la fine dell'anno o in breve tempo ma ricordati sempre che sono disabile e che dovrai vivere una situazione difficile con me.... Te la sentiresti? Spero di sì, altrimenti dimmelo subito e continuiamo ad essere amici, comunque sono molto contento della tua lettera! Ho visto le foto, sei proprio bella… (pericolosi i tre puntini di sospensione, oserei dire ambigui e sospetti) mi piacerebbe abbracciarti e baciarti (attento Massimiliano, sei credente e praticante, poi ti devi confessare...), sei stupenda! Lo voglio! Se per te andrà bene la situazione penseremo come organizzarci.
      TI saluto e ti abbraccio di cuore, Massimiliano”.
      Riporto ora la sua risposta, l'ho corretta poiché è stata tradotta con Google traduttore ed è inattendibile in molti punti e riporto solo ciò che è intelligibile, ossia:
      “Buon giorno il mio!!!! (divertente, senza prendere per il naso la persona che scrive, per cui riporto l'originale)
      Come stai? Cosa c'é di nuovo nella tua vita? Come ti senti?
      Spero che tu stia bene.
      Penso che dovresti essere interessato a sapere qualcosa su di me.
      A volte mi sento come se stessi vivendo lo stesso giorno che si ripete con il suo ciclo ogni volta.
      Ogni giorno, quando vado a lavorare, vedo le stesse persone e i superiori. Sono stanca del mio lavoro, ma a me piace l'occupazione che svolgo (contraddizione vera e propria), come già sai io lavoro a scuola! È bello insegnare alla gente! (?) Uscire di casa la mattina mi rende consapevole come sarà la mia intera giornata. La cosa più importante nella mia vita è che l'uomo che vivrà con me sia molto felice della nostra relazione. T'interessa essere felice nella tua vita? Che cos'è per te la felicità? (mi sembra di essere dallo psicologo o in un gruppo di lavoro per adolescenti in oratorio); la sua risposta: “Per me, la felicita è compiuta quando posso avere vicino le persone che amo e amare loro. Ho sempre cura dei miei cari, ho perlomeno ho sempre avuto cura di loro, ora che non ci sono più me ne rendo conto. Ero molto stanca di essere sola. Non posso spiegarlo a parole, ma in tutti questi anni non ho trovato un uomo decente per me stessa. Avevo un tempo un uomo che ho molto amato e rispettato”. Fin qui credevo fosse una donna ma la seguente mi fece abbandonare subito l'idea:
      “Sono una donna ma in realtà mi piacerebbe un'altra donna per me. Sto cercando qualcuno che distruggerà (o che riuscirà a distruggere) la mia solitudine.
      Non ho il Personal Computer a casa, ma ugualmente parlo con te quando sono al lavoro (e brava, così se tutto va bene sarai licenziata, licenziat.. o, va bè, è lo stesso)! A volte vado negli Internet Cafe (saggia idea) per poter scrivere con te. Cosi posso ottenere le risposte on-line dal mio migliore amico (???). Le tue lettere mi aiutano a non essere solo. Parlare con te è molto importante per me. Mia madre mi ha dato alcuni consigli per creare un buon padre di famiglia. Lei mi ha dato questo consiglio: trovare l'amore su Internet. Mi ha detto che l'amore non ha eta, ma ora nella mia vita sei venuto tu, caro! E sono molto felice. Ogni volta che mi scrivi una lettera sei sempre più vicino a me. Sto dicendo la verità, mi fiderò di te per tutta la mia vita. E sono sicuro che non mi tradirai. [E poi scrive…]: E tu non barare troppo (???). Mi piace comunicare con te (con chi? Con un baro, magari a poker – ho sempre l'impressione, anche a distanza di tempo, che la persona in questione mi abbia letteralmente “preso per il culo”). La vita nella mia città è dura, ma i suoi abitanti sono brave persone. Sono felice di parlare con i miei concittadini (e le soluzioni sono due: o è il Sindaco, oppure perché ca…. Parli con me se parli sempre con i tuoi compaesani). Nella mia città non riesco a trovare l'uomo giusto, poiché la maggior parte sono persone troppo anziane o troppo giovani, non c'è una via di mezzo. I
      ragazzi con cui ho parlato sono andati a vivere nelle città vicine. Molti ragazzi che conosco sono rimasti in città, ma ci si trova di tanto in tanto per una bella bevuta (o sbronza, come preferite). Sento che quest'anno avrò un grande cambiamento, me lo ha detto anche l'oroscopo (andiamo bene, proprio bene!...).
      Quest'anno voglio trovare l'amore. Ho finito la lettera e mi aspetto una rapida risposta da parte tua (penso che sia ancora lì che aspetti, ma avrà già trovato, presumo, l'amore della sua vita).
      Ti auguro tutto il meglio.
      Sto aspettando la tua risposta.
      Il tuo amico Jyuliya!”
       
      Capitolo VIII
      Nel presente capitolo riporto uno scritto sulla mia patologia che mi ha causato l'invalidità, è l'inizio di un altro testo che ho approntato in passato, leggete:
       
      “La distrofia muscolare, questa sconosciuta
       
      Prefazione
       
      Il libro che sto per scrivere non è un romanzo, sembra un manuale per gli studenti di una Scuola di Medicina ma non lo è, è un testo di divulgazione scientifica nella specializzazione in area medica di Neurologia, una parte della specializzazione, anche se, chi scrive, benché laureato ed esperto di Medicina non sia un medico. La presente è più che altro una storia di malattia, non di guarigione, considerando che non sono l’unico caso nella mia famiglia ad aver ereditato la malattia. Nella mia patogenesi vi è il bisnonno da parte materna e uno zio sempre di parte materna. Innanzi tutto è una malattia degenerativa muscolare, ereditaria, portata da un soggetto sano, la mamma. Nella mia presunzione ho deciso di scrivere un testo sulla Distrofia Muscolare e spero che sia gradito a chi lo leggerà o per lo meno serva a qualcuno e a qualcosa.
       
      Con quale titolo l'autore scrive?
       
      I titoli sono stati già accennati precedentemente. Mi chiamo Massimiliano Lanza e ho iniziato a studiare medicina da “autodidatta” alla tenera età di 12 anni, frequentavo la seconda media! Quell'anno il programma di scienze prevedeva lo studio dell'anatomia, quindi del corpo umano. Ci fu un argomento che più di tutti suscitò il mio interesse: il cervello! La conseguenza è che approfondii talmente le questioni inerenti l'anatomia e la fisiologia da trascurare tutto il resto. Alla fin fine si trattava di un vero trattato di anatomia! Ero sempre piuttosto attento, quando veniva il Pediatra a casa per mio fratello, ad osservare le procedure di visita, piuttosto che ascoltare ciò che diceva a mia madre, con una propensione a vedere una sorta di “storia di cura” nata da tali discorsi. Per non parlare del fascino che emanava la fatiscente ed abnorme struttura (ora la terza in Italia) dell'Ospedale San Giovanni Battista (Molinette) di Torino, nel 1988, quando in via Cherasco 15, ci presentammo a visita neurologica, io e mio fratello, accompagnati dal fisioterapista e genitori, dopo essere arrivati in treno a Porta Nuova. Ci sarebbero altri episodi che non racconterò ora ma che emergeranno nel corso della narrazione.
      Il vero studio che ho compiuto in area medica parte effettivamente dal 2012 anche se, dal 2009, ho iniziato ad affrontare autonomamente alcune tematiche. Tra il 2014 e il 2017, tra conferenze in ASL Biella, tra studi autonomi, conferenze ascoltate presso il Nosocomio biellese, tra attestati e anche ECM conseguiti, ho sostenuto anche a corsi singoli i programmi del Dipartimento di Medicina Transazionale dell'Università del Piemonte Orientale, tra corsi effettivamente frequentati e altri di cui ho avuto le dispense, grazie anche ad una compagna di corso e ad un'amica la quale mi ha prestato tutti i libri di medicina, quelli in possesso, durante i suoi studi e anche dopo il suo passaggio al C.d.L. in Fisioterapia. Tra il 2014 e fino ai giorni nostri (a parte un periodo di malattia causa un ricovero d'urgenza in Cardiologia, causato anche dalla mia patologia), sono volontario presso l'A.I.L., Associazione Italiana Leucemia, Fondazione Clelio Angelino sede di Biella, prima presso la Struttura Complessa di Oncologia e poi presso in Day Hospital in area medica, curando la parte amministrativa della S.C. di Ematologia. Alcune di queste notizie le leggerete nella mia biografia.
      La Medicina, oltre all'Astrofisica e all'Astronomia, sono i miei campi di interesse preferiti, in parte anche trattati a livello accademico.
       
      Biografia dell'autore particolare non aggiornata:
      Massimiliano Lanza è nato a Biella nel 1970, di famiglia di origini umili di cui va fiero, figlio di un Operaio Tessile e di un Impiegata, ha vissuto nel comune di Borriana (BI) fin dalla nascita. Ha frequentato le scuole elementari presso il suo comune, le Scuole Medie presso la Scuola Media statale di Ponderano (BI) e successivamente presso la scuola Media Salesiana di San Cassiano a Biella. Dopo alcuni anni di frequenza all'ITIS “Q. Sella” e di corsi di Formazione Professionale si è dedicato al mondo del lavoro nel tessile. Riprendendo poi gli studi nel 1992 ha conseguito la qualifica professionale da Videoterminatista e poi in seguito ha conseguito il Diploma di Maturità Magistrale – indirizzo Sociopsicopedagogico presso l'Istituto Magistrale Statale “Rosa Stampa” di Vercelli. Ha poi frequentato l'Istituto Superiore di Scienze Religiose di Novara, Istituto affiliato alla Facoltà Teologica dell'Italia Settentrionale, anni in cui si è poi riaffacciato al mondo del lavoro presso Poste Italiane e poi successivamente, dopo una breve parentesi di lavoro nel privato, nel mondo della Scuola Pubblica. In quegli anni, con una frequenza personalizzata, ha frequentato e sostenuto gli esami presso la Scuola di Teologia del Seminario Diocesano di Biella, con le integrazioni già frequentate in Facoltà. Per un solo anno ha poi frequentato il Corso di Laurea in Filosofia presso l'Università degli Studi del Piemonte Orientale. Successivamente ha frequentato il Corso di Laurea in Servizio Sociale e poi in Scienze dell'Amministrazione e Consulenza del Lavoro del Dipartimento di Culture, politiche e società e poi di Giurisprudenza dell'Università degli Studi di Torino, succursale di Biella Città Studi. Ha sostenuto la tesi per gli studi teologici intitolata “Il Peccato Originale”. Ha sostenuto la tesi di laurea per gli studi in scienze sociale “Lettura ad Alta Voce: la cura degli altri e di sé alla luce delle Medical Humanities”. Quest'ultima tesi l'ha preparata interamente presso l'Ospedale degli Infermi di Biella, sotto la direzione della Struttura Complessa di Formazione e Comunicazione, iniziando anche le attività di volontariato nel campo della Lettura ad Alta Voce ai pazienti della Medicina Riabilitativa e successivamente in campo Ematologico con la Fondazione Clelio Angelino aderente all'Associazione Italiana Leucemia (A.I.L.), prima presso la Struttura Complessa di Oncologia, poi presso il Day Hospital area Medica. Successivamente all'ultima tesi ha frequentato diversi corsi singoli presso il Corso di Laurea in Scienze Infermiristiche, sede di Biella, due moduli di un Master in Humanities and Information Thecnology (I.C.T), per un anno ha frequentato di dipartimento di Scienze dell'Università dell'Insubria frequentando il C.D.L. in Ingegneria della Sicurezza, per un altro anno il Dipartimento di Scienze della Terra e dell'ambiente dell'Università di Pavia, frequentando il Corso di Laurea in Scienze Geologiche e poi presso l'Università Milano Bicocca frequentando il Corso di Formazione “Genere, politica e istituzioni”. Svolge libera attività di studio e ricerca avvalendosi dei servizi della Biblioteca Biomedica dell'Azienda Sanitaria Locale di Biella.
      Massimiliano Lanza, Biografia (sintetica):
      nato a Biella il 25/08/1970, dopo il Diploma di Maturità Magistrale indirizzo sperimentale socipsicopedagogico, ha intrapreso per 4 anni la Scuola Diocesana (Diocesi di Biella) di Formazione Teologica, per 6 anni il Corso Istituzionale in Sacra Teologia con tesi "Il Peccato Originale" e per un solo anno l'Istituto Superiore di Scienze Religiose di Novara affiliato alla Pontificia Facoltà Teologica dell'Italia Settentrionale.
       
      Da vent'anni lavora per il mondo della scuola, presso l'Istituto di Istruzione Superiore "G. E Q. Sella" di Biella; in questi anni, limitatamente a tempi e circostanze, ha continuato gli studi:
       
      nel 2008 ha conseguito il Master Post Laurea (solo a corsi singoli) in Didattica a Distanza e Filosofia Medievale sul Web presso la Drengo Srl di Roma;
       
      Nel 2016 ha conseguito l'Attestato a corsi singoli in Scienze Infermieristiche presso l'Università degli studi del Piemonte Orientale presso la sede di Biella;
       
      nel 2017 ha conseguito la Laurea in Scienze dell'Amministrazione e Consulenza del Lavoro (L-19) presso l'Università degli studi di Torino con tesi: "Lettura ad Alta Voce: la cura degli altri e di sé alla luce delle Medical Humanities", nel 2018 l'Attestato in Ingegneria della Sicurezza presso l'Università Insubria di Varese, nel 2019 il corso di Formazione Universitaria in Criminologia presso l'Università Nuova Bicocca di Milano e attualmente è iscritto al III anno (dopo riconoscimento crediti) al corso di Laurea Magistrale a ciclo unico (LMG/01) in Giurisprudenza presso l'ateneo torinese.
       
      Ha curato per due trienni i commentari biblici anno A, B e C del lezionario, e a tal proposito ha collaborato con alcuni enti sociali e religiosi.
      Ha pubblicato su www.lulu.com diversi e-book di natura teologica, scientifica, sociologica e politologica.
       
      Capitolo I
      Una nascita e uno sviluppo iniziale normali
      Sono nato durante l'estate del 1970, il 25 agosto alle 9.50 di mattino, al reparto di ostetricia dell'Ospedale di Biella. Come tutti i bambini ho avuto uno sviluppo normale, un bimbo come tutti, con una crescita nella norma. La patologia si è scoperta all'età di sei anni, al termine di una visita medica presso lo studio di un Neurologo di fama, il Prof. Bergamini dell'Università di Torino. A prima vista la diagnosi fu chiara: distrofia muscolare. A dire il vero si susseguirono poi una quindicina di giorni di ricovero presso il nosocomio biellese nei quali, attraverso esami clinici e con l'ultimo esame, l'elettromiografia, venne confermata definitivamente la diagnosi (sette anni dopo a livello di commissione medico legale come minore non deambulante). Tuttavia ci ritorneremo perché seguirà un capitolo dedicato all'argomento.
      Fino a sei anni dunque tutto normale (a parte alcuni fatti premonitori). A cinque anni bisognava che imparassi a viaggiare in bicicletta senza il supporto delle rotelle. Fu un impresa farmi imparare le semplici regole (a parere dei grandi) per mantenermi in equilibrio, pedalare con il mezzo di trasporto. Alla fine ci riuscii! Ero sempre lento nell'imparare, soprattutto ciò che aveva un risvolto pratico. Non camminavo veloce ma i sintomi della malattia ancora non comparivano, anche se le prime difficoltà nel correre, sporadicamente, comparivano. Un episodio lo ricordo con lucidità: avevo cinque anni, ultimo anno di Scuola Materna (ora si chiama Scuola dell'Infanzia), e accadde un fatto da “bambini” già atti alla difesa e in un certo senso all'uso della forza. I compagni di asilo, “litigando” con me o giocando, mi assalirono e saltarono addosso, al punto che mi spaventai, non per il fatto in sé ma perché avevo difficoltà a districarmi e a rialzarmi. Era un primo sintomo? Come ho già scritto la rivelazione si ebbe l'anno dopo ma c'è un fatto, slegato dalla patologia, che deve essere raccontato: quando nacqui avevo entrambi i piedi divaricati (cercare il termine esatto, se possibile, per cui dovettero poi ingessare gli stessi e, di conseguenza, il pediatra prescrisse scarpe ortopediche (che tenni credo fino alla fine della scuola elementare e che ogni anno acquistavo). I ricordi non sono proprio nitidi, ma ricordo che papà mi portava a Torino una volta l'anno, ad acquistarle. Ci recavamo alla stazione di Santhià in auto, prendevamo il treno per Torino Porta Nuova, prendevamo il taxi e ci recavamo in Piazza Castello in un negozio di Ortopedia (allora non vi erano molti negozi nelle zone provinciali e bisognava recarsi al capoluogo di regione). La città sabauda la rividi varie volte, in primis per visite mediche, per diversi anni e poi anche per altro, per studi in tempi più vicini all'epoca in cui scrivo”.
       
      Capitolo IX
      Ora riporto l'inizio di un altro testo che approntai tempo fa:
      “Massimiliano Lanza
       
      Giulia Bianchi
      Diario del 1940
       
      Prefazione dell'autore
      Mi sono preoccupato, come da promessa che decisi di mantenere tempo fa nei confronti di un amica, di redigere una sorta di Diario che una giovane donna (il cui scritto mi fu fornito dalla figlia) scrive durante un periodo di degenza in un sanatorio all'interno di un istituto religioso, declamando, paradossalmente i ricordi più belli. La storia che leggerete è una storia di malattia che poi diventa una storia di guarigione, tra tenebre e luce; l'inquietudine, la sofferenza fisica, diventano grazia, gioia: “trasformerò i vostri lutti in gioia”, come afferma la Bibbia! Cercherò di trascrivere questo diario con lo stesso linguaggio, con pochissime varianti e correzioni, più che altro per una questione stilistica, quasi rifinendo leggermente il testo, con l'aggiunta di qualche breve didascalia, per trasmettere alla figlia e ai lettori che lo affronteranno, l'originalità di un messaggio che una donna santa (o almeno potrebbe essere tale) trasmette.
      27 marzo 2019,
      Massimiliano Lanza
       
      Giulia Bianchi
       
      (8 agosto 1940)
       
      Istituto “Cottolengo” in località Bioglio (Biella)
       
      “I mie ricordi più belli”
       
       
      Capitolo I
      Una giornata triste
       
      Si hanno delle ore così tristi, così angosciose nelle quali l'anima ha bisogno di vedere dinnanzi al suo sguardo non una pagina, che non riuscirebbe a leggere, ma un solo pensiero che dà sollievo e conforto. Nell'ora della sua passione, Gesù ha pronunciato quella parola che è tutta la storia della vita.
      “Fiat”: Non lasciarti opprimere povero cuore. Dio ti guarda con occhio paternamente pietoso, il dolore è la prova sublime dell'amore, il sacrificio ti rende più grande dinanzi a Dio: Fiat!
      Soffri in pace; passerai questa triste giornata, domani non resterà che la 2 tua purezza, e la bellezza di quell'angoscia che si avrà purificato per cielo: Fiat!”.
       
      Capitolo X
      ccc
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
      Massimiliano Lanza, Biografia:
      nato a Biella il 25/08/1970, dopo il Diploma di Maturità Magistrale indirizzo sperimentale socipsicopedagogico, ha intrapreso per 4 anni la Scuola Diocesana (Diocesi di Biella) di Formazione Teologica, per 6 anni il Corso Istituzionale in Sacra Teologia con tesi "Il Peccato Originale" e per un solo anno l'Istituto Superiore di Scienze Religiose di Novara affiliato alla Pontificia Facoltà Teologica dell'Italia Settentrionale.
       
      Da vent'anni lavora per il mondo della scuola, presso l'Istituto di Istruzione Superiore "G. E Q. Sella" di Biella; in questi anni, limitatamente a tempi e circostanze, ha continuato gli studi:
       
      nel 2008 ha conseguito il Master Post Laurea (solo a corsi singoli) in Didattica a Distanza e Filosofia Medievale sul Web presso la Drengo Srl di Roma;
       
      Nel 2016 ha conseguito l'Attestato a corsi singoli in Scienze Infermieristiche presso l'Università degli studi del Piemonte Orientale presso la sede di Biella;
       
      nel 2017 ha conseguito la Laurea in Scienze dell'Amministrazione e Consulenza del Lavoro (L-19) presso l'Università degli studi di Torino con tesi: "Lettura ad Alta Voce: la cura degli altri e di sé alla luce delle Medical Humanities", nel 2018 l'Attestato in Ingegneria della Sicurezza presso l'Università Insubria di Varese, nel 2019 il corso di Formazione Universitaria in Criminologia presso l'Università Nuova Bicocca di Milano e attualmente è iscritto al III anno (dopo riconoscimento crediti) al corso di Laurea Magistrale a ciclo unico (LMG/01) in Giurisprudenza presso l'ateneo torinese.
       
      Ha curato per due trienni i commentari biblici anno A, B e C del lezionario, e a tal proposito ha collaborato con alcuni enti sociali e religiosi.
      Ha pubblicato su www.lulu.com diversi e-book di natura teologica, scientifica, sociologica e politologica.
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
      1Massimiliano Lanza, Commentari Biblici Anno A, B, C, stampato in proprio, autoproduzione, ad uso privato degli studenti.

    • Su questo testo non ho fatto nessuna prefazione in particolare, tranne dire che il testo racchiude una miriade di scritti e audio proveniente da Whatsapp, Facebook, Ecc. i quali sono stati trascritti. Direi che la prefazione corrisponde al sottotitolo “Politica, sociologia, scienza, storia, tecnologia, polemiche (è scoppiata la polemica!), progressisti, modernisti, cattocomunisti, conservatori, finti “fascisti”, gli intelligenti e i somari”.
       
      Capitolo I
      Da dove parte la santità? Che cos'è questa cosa grande che io e te dobbiamo fare? Non posso accontentarmi di cose piccole, io devo fare cose belle… hai vent'anni? Allora è giunto il momento di puntare in alto… come puoi accontentarti? Come diceva Sant'Agostino: “c'è un'inquietudine santa nel cuore tuo…”. Il segreto è “non buttare via niente della tua vita”. Ti serve tutto, ma quanto ti è già accaduto non hai saputo sfruttarlo bene e anche quello che ti accadrà. Dio può trasformare in bellezza anche la storia più disperata! “Non abbiate paura di essere santi”, perché ne hai paura? Noi abbiamo paura di andare fino in fondo, ma bisogna andare fino in fondo, non abbiamo nulla da perdere nella realtà, ma abbiamo paura, tanta paura… abbiamo paura di credere alla bellezza che noi siamo ma Cristo crede in noi, egli muore e risorge per amore tuo ma crede in te! Noi abbiamo lo stesso valore del sangue di Cristo, ma se la tristezza regna nel nostro cuore perdiamo tutto il valore che abbiamo faticosamente conquistato. La fortuna è Cristo che per noi è stato flagellato, torturato, crocifisso, è morto ma poi è risorto! Lui ritiene che ne valga la pena e si possa fare.
      Dio ti ama perché ti ha creato lui e sa che sei bello, sa che sei bella… sai perché ti ha creato Dio? Perché senza di te non si può fare, si sono persone che solo tu puoi amare, ci sono cose che solo tu puoi fare, parole che solo tu puoi dire, sentimenti che solo tu puoi provare! In nome di Cristo, sii te stesso di fronte a Dio! Speriamo che ci sia qualche coraggioso in questa terra!
      Bé, cari amici lettori, come lo sapessi per esperienza, ma sì, sono credente, qualcuno c'è e anche nei tempi recenti!
       
      Capitolo II
      Amici, vi commento il Vangelo di Natale: il 25 dicembre, Natale, rappresenta la festa del Solstizio di Inverno ed è una festa pagana (all'origine) che è stata mutuata dal Cattolicesimo per farla sua! Per chi non lo sapesse, vi è stato un errore di sei anni a causa di Dionigi il Piccolo Aeropagita, quindi Gesù dovrebbe essere nato sei anni dopo il convenzionale anno zero o d.C.. Tutto ciò perde di importanza di fronte al fatto che Gesù sia venuto nel mondo. Il Natale, importantissima solennità, offre la possibilità di celebrare quattro Messe diverse per tipologia di Letture bibliche: la messa Vespertina della Vigilia, la messa della notte, la messa dell'aurora e la messa del giorno. Il commento e la narrazione non le proseguo perché sono contenute nei testi (di cui uno già prodotto – Commentari Biblici A, B e C). Tuttavia ho deciso di riportare a mo' di copia-incolla questa parte:
      “Commentari Biblici riferiti alle letture evangeliche di Mercoledì 25 dicembre 2013 – Natale del Signore - Solennità
      A cura di Massimiliano Lanza
      Il Natale, importantissima solennità, offre la possibilità ai fedeli di ben quattro Messe diversificate per tipologia di letture bibliche; abbiamo analizzato solamente i vangeli.
      1) Matteo 1,1-25. La pericope riporta inizialmente la genealogia di Gesù. Chi conosce poco la Bibbia, questo elenco dice molto poco ed è addirittura arido, chi conosce al di là della media la S. Scrittura avrà un'idea più vicina alla comprensione, chi conosce a fondo la Bibbia avrà una visione globale e la genealogia dice tanto! In questa sede non faremo un analisi della simbologia dei numeri (14 generazioni per 3) ma un dato è certo: Cristo si rivela nella storia, nella storia reale! Tra queste generazioni ci sono personaggi gloriosi ma anche personaggi umani e peccatori, perché Gesù prende su di sè la storia dell'uomo, bella o brutta che sia, perché Gesù ama l'uomo e lo redime totalmente! Anche questo fa parte del mistero del Natale! Per integrare questa pericope evangelica, la quale narra il mistero dell’elezione di Maria a ricevere Gesù Cristo nel grembo verginale, sono ispirato ad utilizzare una frase di Karl Barth, teologo protestante, della Scuola protestante liberale:
      “Il segno di un tale mistero (l’Immacolata concezione), che è rivelato dall’avvenimento della risurrezione, è il miracolo della nascita di Gesù Cristo: il fatto di essere concepito per opera dello Spirito Santo e di essere nato dalla vergine Maria” (Karl Barth, la dottrina della elezione, Torino, 1983, p. 974 – Angelo Stefano Bessone, Prediche della Domenica, Biella, 1986, pp. 28-29). Barth, protestante, non nega tuttavia l'illibatezza e l'importanza della Vergine Maria nella storia della salvezza, la quale ha ricevuto il Cristo.
      Giuseppe è l’immagine dell’uomo giusto, tanto è vero che decide di licenziare (dal greco apolusai – significato lett. ripudiare) in segreto. Invece, analizzando il verbo precedente -  ebouletze, possiamo dire che Giuseppe, prima della rivelazione dell’angelo in sogno, lasciò alla sorte in segreto Maria, evitandole la condanna per lapidazione, legge vigente per le donne colte in flagrante adulterio; in realtà Maria è la Tota Pulchra, non possiede il marchio del peccato delle origini.
      Il termine sogno è reso in greco con onar, da cui l’aggettivo “onirico” (si veda Sigmund Freud, sulla psicologia dei sogni – ricordiamo che Freud, nonostante il suo ateismo, scrisse i cinque pilastri sull’amore che ricordano molto da vicino il “comandamento dell’amore” di Gesù). In questo caso San Giuseppe ha un rivelazione e non una manifestazione dall’inconscio.
       Il termine partorirà è reso con texetai e significa anche essere partoriti, essere generati.
      Il termine Emmanuele – emmanouel può essere anche tradotto con “con noi è Dio”, la traduzione classica è “Dio-con-noi”, cioè Dio non si accontenta solamente di averci creato ma è dentro di noi. Il suffisso el richiama a Dio.
      Maria è colei “che non aveva conosciuto uomo”, conoscere un uomo o una donna nella cultura ebraica, significava aver avuto rapporti coniugali con lei/lui; soprattutto nel caso delle donne il marito poteva utilizzare il divorzio, l'atto di ripudio, separandosi così dalla donna, peccatrice. Se la stessa fosse stata colta in flagranza di adulterio, la legge ebraica prevedeva la condanna capitale. Giuseppe è un giusto e come ho già affermato intendeva evitare a Maria tale sorte, ma nel frattempo la visione celeste impedisce a Giuseppe di lasciare la futura moglie, difficile da capire ma penso sorprendente il fatto che egli, nonostante conoscesse i fatti, rimase in silenzio. I vangeli non attribuiscono parole a Giuseppe come invece fa regolarmente la filmografia, ma in tal caso si tratta di fiction.
      Concludo con una domanda? Anche noi siamo capaci di rimanere in silenzio anche di fronte ai drammi della vita? Per riuscirci prendiamo esempio dalla sposo di Maria.
       
      2) Luca 2,1-14. Il Censimento di Cesare Augusto: Si parla di censimento apograjesJai – apografestzsai: la traduzione del termine oltre che di censimento ha un suo sinonimo, ossia iscrizione in un registro; si parla di gioia e il termine è reso in greco con euaggelion - euanghelion, che appunto richiama al termine italiano Evangelo, ossia buona notizia; si parla di gloria e il termine è reso in greco con doxa - doxa, il suo significato si trova al quarto brano evangelico commentato. Si parla di un segno e il termine è reso in greco con shmeion – semeion e oltre a segno traduce indizio, marchio, suggello, segnale, indicazione, segni di potenza (miracoli, soprattutto attribuiti a Gesù). Il termine è in Luca ma è assai più noto nell'Evangelo di Giovanni in cui il segno richiama al miracolo.
      Riflettendo sulla pericope di Luca 2 possiamo intuire che il miracolo più grande è la venuta di Cristo in mezzo a noi con la sua nascita circa 2000 anni fa. Il miracolo più grande è che Dio in suo figlio Gesù ci redime dai peccati.
      3) Luca 2,15-20: in tale pericope i termini salienti sono meditando (Maria meditava nel suo cuore le parole riferite a suo figlio, senza aggiungere chiacchere) e avvenimento: il primo termine è reso in greco con sumballo – sumballo e, oltre a meditare, significa confrontarsi: la meditazione, in buona sostanza, è il confronto con la realtà. Maria si è confrontata con suo figlio, accettando anche ciò che risultava lontano dalla sua intelligenza e intuizione ma serbandolo nell'intimo con saggezza, certa di una comprensione futura; avvenimento è reso in greco con rhma – rema, derivato di rematoV – rematos, significa accadimento/avvenimento ma anche sinonimo di parola, detto, enunciato.
      Maria non si lascia spaventare dagli avvenimenti legati a suo figlio ma accetta la volontà di Dio, obbedisce apparentemente in silenzio. La saggezza della donna esemplare la spinge però a conservare nel cuore le Parole di Dio. Anche noi siamo pronti a far tacere noi stessi ed accogliere le parole di Dio? Con Sant'Ignazio di Antiochia dico: O Signore, prendi e ricevi la mia sensibilità, la mia intelligenza, la mia immaginazione, i miei affetti, tutto è tuo e a te io lo restituisco.
      4) Giovanni 1,1-18.
      Da una riflessione di un Arcivescovo: IL MONDO del peccato sarà vinto per sempre se opereremo con Cristo Giorno per giorno, con fede. Dobbiamo accogliere quel bambino di Betlemme come salvatore, è il Verbo che si è fatto carne, egli era la vita e non si può "vivere senza la vita". Accogliere Cristo significa accogliere ogni persona, accogliere Dio nella maniera più profonda, vivere la vita e la rinascita di Gesù oggi in questo mondo. Dio ci indica la strada della gratuità, c'è una dimensione di gratuità nella nostra vita, Gesù si spoglia della sua divinità.
      In Gesù troviamo il Salvatore, perché ha provato l'esperienza umana, perché in modo solidale vive la vita umana.
      Fin dalla nascita è stato rifiutato, è nato in una stalla, ha dovuto emigrare in Egitto.
      Dobbiamo recuperare la gratuità della vita; tale cultura supera ogni fase di crisi, dobbiamo avere la speranza di chi vive accanto a noi ed è precario, semplicemente perché ci manca anche una semplice relazione con lui; tali persone hanno bisogno dell'amore e della tenerezza di Dio. Se siamo in grado di far sperare agli altri un futuro migliore, dando anche del superfluo, davvero saremo uniti a Dio!
      L'augurio di oggi dovrebbe essere quello di donarsi agli altri. Papa Francesco ha parlato dell'importanza della casa per trovare un luogo sereno e sicuro. Invitiamo le istituzioni a muoversi in tale direzione; dobbiamo trovare una soluzione a chi non può pagare l'affitto nelle case, soprattutto in case popolari.
      La mia riflessione:
      Verbum caro factum est: il Verbo si è fatto carne e noi abbiamo visto la gloria di Lui, pieno di grazia e verità.
      Verbo (parola) logos – logos: dal greco si traduce con parola, discorso, menzione, dichiarazione, affermazione, risposta, promessa, detto, proverbio, massima, ordine, comando, proclamazione, dottrina, ipotesi (in filosofia), questione, soggetto, argomento, fama, tradizione, leggenda, conversazione, dialogo, eccetera, eccetera; tutto ciò che richiama discorsi e parole riguarda il termine logos; nella tradizione Neotestamentaria è la Parola di Dio fatta persona con la venuta di Gesù.
      Carne - sarx – sarx oltre al significato di carne, si riferisce al corpo fisico, materialità, corporeità dell'uomo, carne, uomo, uomo terreno, criterio, intelletto umano, natura umana, secondo criteri dettati dall'umana natura, carne, condizione di peccato.
      Gloria - (Kabod - ebraico) – doxa - doxa in Greco: la sua traduzione richiama diversi sinonimi, nella fattispecie: deliberazione, immaginazione, errore, apparenza, volere, opinione altrui, gloria, onore, splendore, stima, plauso, magnificenza, fulgore, splendore, rutilio, manifestazione di Dio comunicata ai salvati; il termine è utilizzato moltissimo nei formulari liturgici, sia Cattolici, che greco-ortodossi.
      Grazia – caritoV – karitos: il primo significato dal greco è grazia, poi viene generosità, amabilità, benevolenza, favore, gratitudine, ringraziamento, condizione di grazia, dono.
      verità - aleJeiaV – alezeias: dal greco il primo significato è verità, poi vengono realtà, condizione oggettiva, reale delle cose, veracità, sincerità, manifestazione di Cristo, criterio per l'agire morale del cristiano.
      Il Natale parla rappresentativamente della bellezza di Dio e il teologo protestante K. Barth asseriva: parlando di bellezza di Dio: soltanto per spiegare la sua gloria, che in ogni caso racchiude e porta ad espressione come quella che noi chiamiamo bellezza.
      Il Figlio di Dio, Gesù, Figlio per eccellenza ci ha resi figli nel Figlio, creati a sua immagine. Dio ha assunto la nostra carne, si è calato nella nostra realtà, assumendo tutto di noi, la vita umana e anche la morte. Egli non ha solamente assunto il peccato perché Gesù è Dio, non è creatura peccatrice ma il suo Spirito ci rende simili a lui, come lo è già sua madre, Maria. Egli non ha scelto una generazione di angeli perfetti o di nobili virtuosi ma si è calato nella realtà, la sua discendenza ha anche emeriti peccatori. Dio ama l'uomo così com'è ed è Lui a credere in Noi più che noi a credere in Lui, per quanto ci reputiamo credenti.
      Siamo pronti a diventare strumento nelle mani di Dio?
      Massimiliano Lanza1”
       
       
       
       
       
      Capitolo III
      Sulla filosofia di Leibniz
      Leibniz si presenta
      Ciao a tutti,
      Sono Gottfried Wihelm Leibniz, l'antesignano della scienza del futuro, l'informatica! Io sono un autodidatta, mi sono accostato alla biblioteca di mio Padre, poi ho studiato filosofia, diritto, matematica a Lipsia e a Jena, ho discusso la tesi a carattere logico-matematico. A me non interessava insegnare nelle università, m’interessava la vita di corte e mi piaceva l'organizzazione del sapere.
      Nel 1668 mi sono dato alla politica diventando consigliere dell'elettore di Magonza, Giovanni Filippo Schonborn. Dopo essere stato in diverse corti, sempre pensando alla logica e alla matematica, sono entrato in contatto con Pietro il Grande e con Eugenio di Savoia, anche se m’importava fondare delle accademie e così avvenne: nel 1700 ho fondato l’Accademia delle scienze di Berlino (anche se non si poteva sempre parlare di scienza vera e propria, ma ho fatto del mio meglio!).
      Oltre a tutto ciò ho attraversato l'Europa, ho scoperto il calcolo infinitesimale e tanti altri tipi di calcoli, ho collaborato e litigato con Newton, sono morto ad Amburgo ed ora vi parlo dal "paradiso dei filosofi"; anzi, un illuminista nel paradiso cristiano è un po' insolito, non vi pare? Sono sepolto in una Chiesa luterana, con Gesù che mi rimprovera il fatto d’essere illuminista, ma elogia che, grazie a me, l'umanità verso il progresso: ha pensato a me, forse il buon Dio crea alcune persone appositamente, ma è Lui che decide, io ne sono onorato!
      Ho conosciuto tanti matematici e scienziati: Arnauld, Melebranche, Huygens, Newton, Spinoza, Samule Clarke e l'italiano (vostro connazionale) Antonio Muratori.
      La logica secondo Gottfried Wihelm
      Quand'ero giovane mi interessai di logica, avevo vent'anni nel 1666 e scrissi la Dissertatio de arte Combinatoria. Mi ispirai ad un certo Hobbes e studiai la logica obiettivamente. Le operazioni mentali per me erano una sorta di calcolus ratiocinator. La parte più interessante che studiai (ma io ero non privo di ingenuità, la dedicai alla logica simbolica (ma perché dovetti affrontare argomenti così difficili o cercarmi guai?). L'ingenuità mia stette nel fatto ce io facevo coincidere verità con correttezza dal punto di vista di quest'ultima (ma che caspita di ragionamenti facevo?). Per me le affermazioni diventavano vere solo quando erano formalmente corrette (sembro un giurista, un burocrate, certo un matematico più che un filosofo). I posteri dicono che avessi inaugurato il trionfo della sintassi sulla semantica, che gli amici positivisti se ne appropriarono. I posteri dicono che la grammatica viene insegnata sulla base dei miei modelli, insomma anche la grammatica italiana o tedesca, è pura logica e matematica! I cari posteri, da me, hanno inventato l'informatica, con frasi senza senso ma architetture informatiche sensate.
      Ero convinto che si potesse creare un linguaggio universale e necessario semplicemente combinando dei simboli, sul significato dei quali vi doveva essere un consenso preventivo. Il mio amico Hobbes sì che la sapeva lunga, ma per me ragionare è calcolare, ovvero i concetti possono essere sostituiti dai simboli, più facile, apparentemente, vi pare? Cari miei lettori, non c'è più bisogno di usare frasi auliche e solenni, frasi prolisse, lunghe discussioni: gli esseri umani possono parlare anche con simboli, cosa che oggi miei uomini e donne del futuro, utilizzate con Tablet, Pc e Smartphone.
      Un linguaggio universale della scienza
      Nella prima fase della sua vita convinto che molte cose si sarebbero risolte con il buon senso, ma non era così; ideai un linguaggio universale per le scienze, sempre basato su simboli, che i miei amici studiosi chiamarono "pasigrafia": nella mia epoca, nel Settecento, voleva dire che un sistema di segni convenzionali, universali per tutti, potevano essere compresi da persone di lingua diversa, ma ciò, secondo me è mera utopia. La cosa complessa era quella di stabilire corrispondenze tra le parole di una data lingua e dei simboli leggibili nella lingua propria. A tal proposito voglio vedere che cosa farete voi, miei cari lettori!
      I numeri arabi, che ognuno legge nella propria lingua, sono un qualcosa che rappresenta quanto vio ho detto. I missionari Gesuiti cattolici che si recavano in Cina e Giappone, ritenevano (azzardandosi) che i simboli di tali lingue potessero essere imparati e utilizzati come linguaggio comune dalla popolazione mondiale. A proposito di "pasigrafia" i miei posteri inventarono l'alfabeto morse e il telegrafo, inventarono i segnali stradali e il linguaggio dei segni per i sordomuti. Non so spiegare tali fenomeni perché li ho solo previsti, anzi visti “dall'alto”.
      Nel 1714 scrissi la Monadologia, in cui capii che la logica non poteva spiegare tutti gli eventi ricchidi contraddizioni, cioè eventi che una spiegazione logica o una giustificazione non ce l'hanno.
      Capitolo IV: La natura analitica delle proposizioni
      Cari amici, se volete capire la mia “logica”, dovete comprendere e studiare l'analisi logica, focalizzandovi su Soggetto, Predicato Verbale e Complemento oggetto.
      I miei amici scienziati hanno poi inventato e studiato i predicati: essi ci dicono ciò che è vero e ciò che non è vero: in questo modo è facile, tutti possono capire una procedura scientifica di tale portata, non è più logica, ma di nuovo buon senso, verità e giustizia. Per me l'analisi logica è pura matematica, sono algoritmi, come spiegava un mio antenato-scienziato di nome Euclide.
      La matematica è commensurabile, Dio no, è incommensurabile. Studiate e capirete, leggere e capirete, pregate e capirete.
      Dicono che anche il mio amico Cartesio abbia usato il mio metodo, ma no, forse no, lui era per Cogito Ergo Sum.
      Cambiando discorso sempre su Cartesio, si può considerare, come il mio collega rifiutava il concetto di materia “viva”, perché significava che fosse magica! Ciò significa che la legge della gravitazione universale di Newton sia magia? Non credo proprio. E lui lo sapeva!
       
      Capitolo IV
      Di omelie di sacerdoti ne ho sentite tante, ne ricordo una di un presbitero Domenicano (i Domenicani o Ordo Predicatorum [o.p.} sono dei veri predicatori, amici dell'Ordine Francescano) il quale, parlando di San Giuseppe, esordì con una battuta di spirito dicendo: “San Giuseppe era un uomo paziente, adesso, invece, gli uomini, fanno che mettere in cinta le donne quando vogliono e se ne vanno” oppure, sempre lo stesso sacerdote: “San Giuseppe era paziente con Maria, ora non c'è nessun problema, via una, ce ne sono altre dieci”. A volte, per accattivarsi l'oratorio, i buoni retori predicatori non fanno altro che delle battute (accettabili se non sono volgari, anche se non ortodosse e poco sante) e le persone evitano di dormire durante l'omelia.
       
      Capitolo V
      Stavo guardando un documentario sui ponti e si parlava che solo con l'invenzione del calcestruzzo le cose cambiarono, per non parlare della malta, usata spesso dai romani: la cupola del Pantheon non crollerà mai!
       
      Capitolo VI
      Una volta scrissi:
      “ 
       
       
       
       
       
       
       
       
       
      SLIDE!!
      06/03/14
      La funzione di trasmissione del segnale motorio è l’EFFERENZA, dal cervello va al midollo, da qui viene trasmesso ai muscoli attraverso i nervi periferici; le fibre essendo molto lunghe possono essere colpite da varie patologie, ISCHEMIA, TRAUMI, INFIAMMAZIONI;
      i chemioterapici danno effetti collaterali a livello del SNP, in alcuni casi il nervo periferico va incontro a processi degenerativi senza sapere la vera causa; anche a causa dell’invecchiamento che lo fa diventare più fragile; anche nei pz non malati al di sopra per esempio dei 75 anni; magari un insieme di concause minori (terapie farmacologiche, intolleranza agli zuccheri, predisposizione a malattie CV);
      all’interno del nervo periferico ci sono assoni più grandi (che servono per lo stimolo al movimento) e fibre più piccole non sempre mielinizzate (sensibilità termo dolorifica); la MIELINA è presente nel SNC e nel SNP, è un isolante che permette una conduzione più rapida, sono mielinizzate solo quelle che hanno un diametro maggiore e una necessità di trasmissione più rapida, come le fibre che controllano il movimento; il NEURONE PRIMARIO si trova nei gangli delle radici dorsali, PSEUDOUNIPOLARI (struttura a T), prototipo del neurone sensitivo;
      il sistema SENSITIVO si trova nei gangli, dei prolungamenti che vanno in parte a comporre il nervo periferico e un prolungamento che va nel SNC verso il midolo spinale, poi al TALAMO e la CORTECCIA.
      SEMEIOTICA DEL DEFICIT: Segni clinici legati al deficit
      MODALITA’ INSORGENZA: acuta, subacuta, cronica
      Parte distale o prossimale, uno o più nervi,
      DEFICIT DI FORZA: di solito nelle parti distali cioè mani e piedi, inciamperà; quando la malattia è diffusa soprattutto, dopo un po’ di tempo visto che il segnale non arriverà correttamente al muscolo il pz potrà avere minore trofismo muscolare (da non confondersi col tono, che è la resistenza che la parte del corpo oppone al movimento), che è proprio la massa muscolare; la mancata trasmissione fisiologia potrà causa una parziale disconnessione tra fibre muscolari e nervi, il muscolo potrà avere contrazioni spontanee non comandate dal nervo (FASCICOLAZIONI), come dei guizzi sotto la pelle che il muscolo può avere;
      MIOCHIMIE: contrazioni spontanee più strutturate perché riguardano più unità motorie;
      NEUROMIOTONIA: difetto del rilascio della fibra
      DISTURBI DELLA SENSIBILITA’:
      ·        Il soggetto sente di meno
      ·        Disturbi qualitativi, il pz percepisce in maniera diversa lo stimolo, tocca una superficie calda e la sente fredda, o una liscia la sente con formicolio (PARESTESIE); cioè la fibra è danneggiata non trasmette bene e trasmette stimoli anomali;
      i nervi innervano anche gli organi, ci può essere eccesso o mancanza di sudorazione, sbalzi di pressione o battito cardiaco, deficit di nervi VEGETATIVI AUTONOMICI; per valutare i nervi periferici più grandi si può usare la tecnica di esame DEI RIFLESSI OSSOTENDINII, cioè un martelletto di gomma che da una stimolazione SENSITIVA (di pressione), con questa pressione si attivano le fibre che innervano quel tendine e si vede il riflesso; si vede sia l’afferenza che l’efferenza; se il nervo periferico è danneggiato ci può essere una riduzione dei riflessi osteotendinei, o perché le fibre non trasmettono lo stimolo, o perché quelle motorie sono danneggiate o una combinazione delle due;
      i guizzi sottopelle possono essere anche fisiologiche dopo per esempio attività fisica;
      MONONEUROPATIA: coinvolto solo un nervo, per es SINDROME DEL TUNNEL CARPALE, dovuto a intrappolamento del mediano per un passaggio stretto, conflitto tra il canale carpale e il nervo mediano; oppure intrappolamento del NERVO SCATICO a livello del ginocchio; situazioni meccaniche;
      MONORADICOLOPATIA: per es ERNIA DISCALE, situazioni meccaniche;
      diabete invece agisce a livello sistemico
      POLINEUROPATIE: di solito iniziano dai piedi o dalle mani per arrivare alle parti prossimali, possono colpire anche le fibre sensitive; bisogna indagare se è colpita più la mielina o più l’assone; di solito quelle assonali sono più gravi di quelle demielinizzanti;
      ELETTRONEUROGRAFIA: per vedere la velocità dei nervi, stimolando uno stimolo elettrico al nervo, si registra vedendo se la fibra conduce bene; se la velocità è ridotta di solito vuol dire che le MIELINA è danneggiata, se varia l’AMPIEZZA allora è l’assone a non funzionare bene (se il potenziale prodotto dallo stimolo è più basso del normale);
      esistono delle malattie che portano anche a DEFORMITA’ ARTICOLARI.
      NEUROPATIE DISIMMUNI: Il sistema immunitario aggredisce il nervo periferico dando danni acuti o cronici
      GUILLEM BARRE’ (GBS): Entro poche settimane il pz non riesce più a deambulare, nel tempo si diffonde anche ad altre funzioni (capacità respiratoria, battito cardiaco) che di solito portano il pz al ricovero perché sono un emergenza neurologica; comincia dai piedi arrivando alle parti prossimali, forma di paralisi acuta; di solito causata da infezione o vaccini, c’è stimolazione del SI; ipersensibilità contro la mielina che viene scambiato con l’agente esterno; prevalentemente demielinizzante, si può avere produzione aumentata di proteine, riscontrabile con il liquido cerebrospinale (in cui galleggia il cervello e il midollo spinale), non si trova un aumento di cellule infiammatorie se non minimo (nelle meningiti o encefaliti abbiamo aumento di cellule e anche di proteine); rallentamento di conduzione nervosa, a volte la conduzione può essere bloccata con latenza lunga a livello distale per avere risposta elettrica del nervo;
      di solito è la mielina ad essere colpita nelle malattia autoimmuni neurologiche ma esistono anche forme assonali;
      malattie piuttosto rare (circa 5-10 casi su 100000); a Novara 10-15 all’anno, ma sono malattie che è importante riconoscere perché trattabili farmacologicamente; se non riconosciute con tempismo possono portare a forte disabilità o addirittura a morte;
      GM1: una componente della mielina, un ganglioside, che viene ad essere riversato di anticorpi specifici, tipici di questa forma a blocchi di conduzione (MMN)
      PLASMAAFERESI: pulizia del plasma da questi anticorpi e per un po’ di tempo il nervo funziona;
      NEUROPATIA DIABETICA: complicanza più frequente del diabete, 15% nei primi 5 anni e 75% dopo 40 anni; la patogenesi è di tipo vascolare quindi in realtà può essere considerata una complicanza vascolare del diabete;
      forme asimmetriche più rare!!
      Ora il piombo viene poco utilizzato quindi è un problema minore il danno da piombo; anche se in paesi in via di sviluppo è ancora presente;
      va in sofferenza la GIUNZIONE NEUROMUSCOLARE; il segnale dal nervo motore deve arrivare al muscolo e si deve liberare l’acetilcolina; la struttura può essere danneggiata perché esistono degli anticorpi che danneggiano i recettori che ricevono l’acetilcolina; quindi quando c’è la liberazione il recettore può essere danneggiato e non funzionare bene; può essere danneggiato la parte principale (AChR) o proteine vicino;
      MIASTENIA GRAVIS (forma classica): danneggiata la struttura post-sinaptica; patologia in aumento (80 su 100000), ogni anno c’è un caso nuovo circa, sono pz che vivono a lungo; ci sono anche casi giovanili prima dei 40 anni; il segno clinico più importante all’esordio è la VISIONE DOPPIA, i muscoli che muovono gli occhi sono tra i più finemente innervati e quindi vanno incontro prima all’affaticamento; se la malattia colpisce solo gli occhi non è pericoloso, ma se l’affaticabilità interessa i muscoli respiratori la persona può anche morire per paralisi respiratoria; l’indebolimento è progressivo durante la giornata; solo il 10 15% rimane confinata agli occhi (stadio 1); in alcuni di questi soggetti c’è difficoltà a rimozione del TIMO che invece di atrofizzarsi, sopravvive e fa maturare questi anticorpi, a volte va incontro a ipertrofia o anche a crescita neoplastica;  dando acetilcolina al pz il pz migliora; oppure si da una stimolazione elettrica ripetitiva al pz; se si va a stimolare delle fibre ripetutamente con stimoli continui posso vedere nella risposta un decremento di ampiezza per l’esaurimento di acetilcolina; il pz non guarisce anche se si toglie il TIMOMA, ma si toglie perché se viene fatto nel pz giovane a inizio malattia si può avere un miglioramento clinico, e perché può evolvere in neoplasia maligna;
      le forme senza anticorpi sono molto meno, perché la possibilità di trovare altri anticorpi è molto migliorata;
      TERAPIA: si aumenta la produzione di acetilcolina bloccandone il degrado, si può dare anche CORTISONE e IMMUNOGLOBULINE;
      SINDROME MIASTENIFORME: danneggiata la struttura PRESINAPTICA, forma più rara, in occasione di tumori si possono trovare anticorpi che danneggiano la parte presinaptica; di solito c’è sotto un tumore, ma se si sottopone a un maggiore carico di lavoro il pz può migliorare, perché c’è un difetto di rilascio, i canali del calcio presinaptici sono importanti per questa trasmissione, quando arriva lo stimolo elettrico vengono attivati i canali del ca che aprono le vescicole di acetilcolina, quindi più si stimola più aumenta il potenziale;
      MIOPATIE
      Molto rare nell’adulto, pochi centri se ne occupano, riguardano molto più i bambini; di solito sono malattie EREDITARIE (DUCHENNE o BECKER) o INFIAMMATORIE, INFETTIVE, METABOLICHE; le forme ereditarie sono quelle più importanti;
      DUCHENNE mutazione neoformata, senza legame genetico;
      è una malattia in cui manca una proteina responsabile del mantenimento della fibra muscolare, quindi queste degenerano man mano che si contraggono, sono più fragili e danneggiabili; compare già nel secondo anno di vita; tipicamente fa fatica ad alzarsi in piedi, deve appoggiarsi alle ginocchia (tipico delle malattie neuromuscolari); alla lunga le fibre vanno incontro a fenomeni di necrosi e il tess muscolare viene sostituito da tessuto connettivo, i muscoli si ingrandiscono, vengono perse le caratteristiche di elasticità muscolare e il bambino cammina sulle punte; in pochi anni il bambino finisce sulla sedia a rotelle, da anche INSUFFICIENZA CARDIACA perché viene colpito anche il muscolo cardiaco; di solito tra i 15 20 anni il bambino muore;
      DIAGNOSI: se il muscolo va in sofferenza si liberano degli ENZIMI, quindi questi si trovano maggiormente nel sangue (CREATIN FOSFOCHINASI); con un esame specifico ad ago si può investigare la fibra muscolare, si vede se il muscolo soffre (fenomeni di rimaneggiamento muscolare) o fenomeni di attività spontanea del muscolo; si può fare anche un analisi genetica;
      DISTROFIA DI BECKER: stesso tipo di trasmissione col cromosoma X con però ridotta espressione e il pz può deambulare fino ai 15 20 anni; qua è ridotta e non assente la DISTROFINA
      SCAPOLO OMERALE NO!!!
      DISTROFIA MIOTOMICA: forma dominante legata a un difetto genetico del cromosoma 19 in cui si espande una tripletta codificante e causa la MIOTOMIA, impossibilità di rilascio del muscolo, va in una brusca contrazione involontaria che si rilascia lentamente, malattia che combina una IPOSTENIA MUSCOLARE con fenomeno miotomico, il soggetto stringe il pugno e non riesce più a rilasciarlo
      MIOPATIE METABOLICHE NO!!!
      CLINICA: STANCHEZZA, CRAMPI, DOLORI, CDK E MIOGLOBINA nel sangue e urine
      MIOPATIE INFIAMMATORIE: danneggiamento con meccanismo autoimmune, linfociti citotossici che danneggiano le fibre muscolari, più spesso quelli prossimali con anche dolore, malessere generale, ves alta, muscolo con necrosi a causa di attacco dei linfociti t citotossici;
      DERMATOMIOSITE: più spesso associata a neoplasie, forma PARANEOPLASTICA
      TERAPIA: stessa delle altre malattie infiammatorie del nervo, IMMUNOGLOBULINE, IMMUNOSOPPRESSORI, CORTISONE, colpiscono più i bambini, nell’adulto il deficit è più prossimale, si ha atrofia o pseudoipertrofia con manifestazioni cardiache; CDK aumentano nelle malattie del muscolo, con l’esame ad ago si andrà a investigare l’alterazione dell’attività muscolare che nelle malattie del nervo è diversa;
       
      Biella, 10/03/2016
      Corso di Laurea in Scienze Infermieristiche
      Lezioni:
      a)               Neurologia (14-16);
      b)        Geriatria (16-18).
       
      Neurologia (a)
      Docente: Prof. Cristoforo Comi, medico dal 1997, docente di Neurologia ai futuri medici, infermieri, Fisioterapisti, specializzandi in Neurologia a Novara
      MALATTIA CELEBRO VASCOLARI
      La Neurologia, oggi, opera a livello o a regime di Day-hospital, meno a livello di degenza.
      Parliamo dell’Ictus, o stroke, dal latino o dall’inglese “colpo”.
      Lo stroke può essere ischemico, oppure emorragico. Il concetto è simile all’infarto cardiaco, con la differenza che il tessuto celebrale, è molto più fragile, va in necrosi molto più rapidamente.
      Definizione di ICTUS (WHO):
      Si tratta di una disfunzione focale o globale dell’encefalo, a insorgenza acuta o subacuta, dovuta a causa vascolare che determina TIA, Transit Ischemical Attack e può avere una durata da uno a sessanta minuti.
      Brain Attack: può avere una durata da 1 a 24 H.
      Prevalenza di ICTUS in Italia: ogni giorno 536 casi; capita anche per l’età avanzata (siamo secondi solo dopo il Giappone!!). Dopo il Giappone abbiamo la percentuale di anziani più elevata e pertanto aumentano i casi di ICTUS.
      A Novara, in neurologia, ci sono 1000 ricoveri all’anno di cui il 60% sono ICTUS!
      Esordio e andamento
      Insorgenza acuta
      Deficit neurologico focale, andamento peggiorativo, andamento migliorativo (TIA e Brain Attack).
      -         Stazionarietà
      DEFICIT NEUROLOGICI FOCALI:
      -         EMIPARESI
      -         EMIANESTESIA
      -         EMIANOPSIA
      -         ATASSIA
      -         AFASIA
      -         DIPLOPIA
      -         PARALISI FACCIALE
      -         DISARTRIA
      -         DISFAGIA
      A ciascuna di queste è applicato un punteggio: più è alto il punteggio, più è a rischio il soggetto. L’ICTUS è una malattia eterogenea:
      1) Ischemia da trombo-embolismo da ATS di  grossi tronchi arteriosi;
      2) Ischemia cardioembolica.
      -         La mortalità acuta (30 gg) dopo l’Ictus è pari a circa il 20%, mentre quella dopo un anno ammonta al 30% circa.
      -         Le emorragie (parenchimali e sub aracnoidee).
       
      MALATTIE CELEBRO VASCOLARI FOCALI
      SONO L’85%
      Si tratta di un tappo che chiude la circolazione e avviene, solitamente, sui vasi di grosso calibro.
      Possono essere:
      -         Basilari
      -         Vertebrali
      -         Carotidi interne
      1) Aterosclerosi  Cerebrale
      2) Aterosclerosi Cerebrale Media (vedere il triangolo di Willis
      1) Arco aortico
      2) Tronco aortico
      L’infarto più è distale più è piccolo e non compromette la parte dell’emisfero.
       
      Infarto singola branca ACM
      L’infarto branca superiore ACM
      Il tempo incede sull’esito diagnostico dell’ICTUS, soprattutto per chi abita nei centri urbani in cui ci siano molti grandi ospedali.
      Infarto celebrare acuto (6 ore) con segni iniziali di sofferenza cerebrale: si nota una perdita dei confronti dei nuclei sella base e una tenue ipodensità.
      L’ipodensità più marcata è segno della C.M. iperdeusa nella fase iperacuta di un ictus ischemico.
      Meccanismo steno – occlusivo
      -         Tromboflebite aterosclerotica
      -         Embolia cariogena
      L’Ecocolor-doppler è utile a individuare il volume del sangue che  scorre nelle arterie.
      Fattori di rischio dell’ICTUS:
      -         Età
      -         Ipertensione arteriosa
      -         Diabete mellito
      MALATTIE CELEBRO VASCOLARI, MAGGIORI FATTORI: LA FIBRILLAZIONE ATRIALE.
      EMBOLIA CARDIOGENA
      -         Malattia del nodo seno-atriale
      -         Pervietà del forame orale
      La fibrillazione atriale e neurologica vascolare
      F.A. è la causa più comune d’ictus ischemico nella popolazione anziana.
      Avviene occlusione embolica dell’arteria celebrale media di sinistra.
      Malattia ATS dei piccoli vasi arteriosi (sindromi lacunari).
      -         Meccanismo emodinamico
      -         Malattie ematologiche
      -         Altre cause
      Infarti lacunari:
      Infarti di piccole dimensioni, situati in profondità, in zone non corticali degli emisferi e nel tronco encefalico (lacunar stroke).
      -         Infarto lacunare (vasculiti)
      Arteriti in corso di collagenopatie
      -         Lupus Eritematoso Sistemico (LES)
      -         Mal di Jo Green
      -         - Renarterite nodosa: arteriti granulomatose.
      -         Mal di takayasu
      -         Arterite temporale
      -         Arterite giganto-cellulare intracranica.
      VASCULITI SISTEMICHE
      -         Malattia di Wegener;
      -         Malattia di Charg-Strauss;
      -         Malattia di Balcet;
      -         Malattia di Burger
      -         Sarcoidosi
      Principali sindromi
      -         Sindromi del circolo carotideo:
      1) Sindrome totale della carotide interna (CI) o della carotide media (ACM).
      2) Insorgenza improvvisa di :
      -         Emiplegia …. Braccio
      -         Emiplegia FBC Afasia Infarto totale ACM di DX.
      3)  ACA = Sindrome dell’Arteria Cerebrale Anteriore; ACP = sindrome dell’Arteria Cerebrale Posteriore.
      4) Sindrome di occlusione delle arterie talari (?);
      5) Infarto del cervelletto;
      6) Sindromi lacunari del tronco;
      COME TRATTARE L’ICTUS
      Prevenzione primaria: correzione fattori di rischio:
      ICTUS
       
       
       
       
       
       
      Trattamento fase acuta
       
       
      Prevenzione secondaria                    Riabilitazione
       
      L’Ospedale Maggiore di Novara è il secondo del Piemonte e uno dei più  grandi Ospedali d’Italia.
      Occorre:
      -         Prevenzione primaria;
      -         Farmaci: statine per il colesterolo;
      -         La prevenzione: fase acuta
      -         Poi: somministrazione di trombolitici per mezzo di trombo lisi;
      -         Tenere la pressione né troppo alta, né troppo bassa, fare esami del sangue, Emogas analisi, eccetera
      -         È necessario ripristinare un rapporto ematico per prevenire l’edema.
      Emorragia celebrale a sede tipica
      Emorragia cerebrale primaria profonda dell’iperteso:
      Non sono perdite caratteristiche (in ordine di frequenza):
      -         Striato (putamen o dinamico-capsulare)
      -         Talamo (Talamo - capsulare)
      -         Cervelletto
      Emorragia cerebrale a sede atipica
      Malformazione  …. Venosa (MAV)
      L’infarto celebrale colpisce per l’85%, l’emorragia celebrale per il 18%
      Emorragia sub aracnoidea
      L’aracnoide è appena sotto la Dura madre: nello spazio interstiziale, nei pressi del liquor celebrale. Sarebbe la sede più frequente di aneurismi intracranici in una casistica non selezionata. Gli aneurismi sono molto frequenti.
       
      12/03/14
      Una volta si Registrava l’attività cerebrale e i SEGNI e SINTOMI del pz facendogli un video, vedendo una correlazione;
      il COMA viene spesso stadiato con l’EEG, anche la diagnosi di MORTE CEREBRALE;
      NEUROBIOLOGICHE COGNITIVE: disturbi della memoria
      PSICOLOGICHE: depressione e ansia
      SOCIALI: stigma
      Una crisi non è sufficiente per fare diagnosi di epilessia, ma la diagnosi di epilessia deve avere almeno una crisi epilettica; può venire una crisi per es nell’anziano che prende le benzodiazepine per 6 anni e poi smette all’improvviso di prenderle.
      DISTRIBUZIONE BIMODALE, ha due picchi, prevalentemente i bambini adolescenti e gli anziani;
      FOCALE: la scarica elettrica nasce da una piccola parte del cervello, se la scarica si propaga secondariamente diventa generalizzata
      GENERALIZZATA: Originano da un area più bassa (di solito ipotalamica), e si ha interessamento di circuiti bilateralmente
      CRISI TONICO-CLONICHE GENERALIZZATE
      FASE POST CRITICA: Spossato, tende a dormire, pian piano riacquista il colore della cute e la coscienza
      CRISI MIOCLONICHE GENERALIZZATE
      Di solito il pz è cosciente
      CRISI A TIPO ASSENZA, EEG: Ogni quadratino ce ne sono 3 (3hz) di sequenze di complessi punta-onda, inizio improvviso e fine brusca;
      ASSENZA ATIPICA: forme appartenenti a sindromi gravi dell’infanzia
      Oggi non si usano più i termini SEMPLICI e COMPLESSE, si preferisce descrivere la COSCIENZA; cioè con o senza ALTERAZIONE; a seconda di dove parte la scarica ci sarà una diversa manifestazione clinica;
      FENOMENI VEGETATIVI: la nausea, il disagio gastrico, per es l’AURA EPIGASTRICA
      CRISI LOBO TEMPORALE: paura intensa (si può scambiare per attacchi di panico), coscienza preservata, durano secondi o minuti;
      CRISI FOCALE MOTORIA: può partire con delle clonie alla faccia, ma poi passa nella mano;
      continua ad avere automatismi, con dei movimenti random,
      EPILESSIA: spesso sono dovute a mutazioni di canali (per es del sodio) che si trovano sulla membrana dei neuroni
      EPILESSIA CON ASSENZE DELL’INFANZIA (CAE) detta anche piccolo male: Importante perché le assenze e le crisi si ripetono, e una delle più frequenti infantili, tra i 4 e gli 8 anni;
      EPILESSIA MIOCLONICA GIOVANILE: frequenti al mattino, speso fotosensibili; es ragazzina in gita con deprivazione del sonno e prima crisi;
      la TERAPIA ANTIEPILETTICA risolve le crisi solo nel 70% di casi, anche provando tutti gli antiepilettici;
      il 30% va seguito per il trattamento neurochirurgico, si andrà ad individuare precisamente l’area interessata e verrà poi rimossa;
      spesso farmaci TERATOGENI, poi se la pz ha una crisi convulsiva durante la gravidanza rischia di fare male a se e al bambino, è necessario trovare un bilancio rischio/beneficio tra terapia e avere crisi; si imposta una terapia prima che inizi la gravidanza usando il minimo dosaggio possibile e evitando i farmaci più teratogeni; si da ACIDO FOLICO nei primi 3 mesi (organogenesi), è raccomandato il parto naturale e l’allattamento; non dovrà perdere sonno, dimenticare la somministrazione del farmaco soprattutto vicino alla gravidanza;
       
      14/03/14
      problema rilevante e invalidante, il neurologo si trova spesso ad affrontarlo, il problema è capire se il mal di testa è benigno o se è spia di una malattia grave (cefalea secondaria, per es a un tumore o un emorragia che comprimono le strutture agosensibili); quindi la prima domanda è se il pz ha una malattia pericolosa o se è una CEFALEA PRIMARIA, che è o un EMICRANIA o una CEFALEA TENSIVA, oppure forme più rare;
      vanno cercati dei segni come la rigidità nucale nelle meningiti oltre che ai segni classici di cefalea, anche l’articolazione temporo mandibolare, alcuni hanno problemi e questa difficoltà di masticazione si riflette sulla postura e sensibilità delle zone circostanti dando cefalea cronica, che è curabile con terapia odontoiatrica; oppure una SINUSITE, può avere una cefalea continua e si può guardare se c’è opacamento dei seni;
      FUNZIONE VISIVA: aumento pressione endocranica si riflette sul fondo dell’occhio, o assimetrie delle pupille, problematiche nel movimento oculare; la neurologia nasce come concetto di diagnosi di sede, correlare il segno neurologico e la sede del problema;
      una crisi ipertensiva può manifestarsi con cefalea, e abbassando la pressione migliorerà anche la cefalea;
      AUSCULTAZIONE VASI CAROTIDEI: soprattutto per le fistole, produzione di un tipico soffio
      TAC: si fa sempre in caso di cefalea, perché altrimenti si potrebbe etichettare come cefalea primaria un problema più grave; quindi adesso si fa quasi sempre di routine;
      CEFALEA A GRAPPOLO: una forma di dolore molto intenso che si presenta in attacchi ravvicinati fra loro che vengono definiti grappoli di attacchi, per es sta bene per 5 mesi e 5 giorni di fila grappoli di cefalea, c’è anche una componente VEGETATIVA molto importante (sudorazione, rossore del volto), vengono definite forme di cefalea AUTONOMICA;
      CEFALEA SECONDARIA
      se una persona non ha mai avuto cefalea fino ai 40 anni e poi presenta cefalea è probabile che sia secondaria;
      ICTUS è un caso un po’ a se, da cefalea solo se c’è molto edema intorno all’ischemia, se no normalmente l’ischemia non è dolorosa;
      la CEFALEA è invalidante è fastidioso, con costi sociali pesanti, ma nella gran parte dei casi non è pericolosa per la vita, escluse le condizioni secondarie;
      EMICRANIA: colpisce persone giovani, è una causa di disabilità maggiore della cefalea tensiva, ma non perché sia più frequente (circa la metà della tensiva) ma perché costringe la persona a completa inattività perché è molto più fastidiosa, ha vomito e peggioramento del dolore appena si muove o fa qualcosa, è molto variabile da soggetto a soggetto anche come frequenza, e potrebbe dare difficoltà nella diagnosi differenziale col grappolo; è difficile che sia emicrania se è mal di testa lieve;
      è più frequente nei paesi occidentali, questo per una questione GENETICA di razza caucasica, che è più ricca, e lo stile di vita dei paesi industrializzati favorisce l’emicrania perché è più frenetico, non è sufficiente ma è un fattore predisponente, per es lo studente può avere emicrania dopo aver fatto un esame per un rilassamento psicofisico;
      se la forma è solo nel periodo mestruale si tratta in modo diverso perché non avrebbe senso dare una terapia per tutto il mese;
      l’emicrania si modifica grazie alla terapia e perché alcuni sviluppano una forma tensiva sotto l’emicrania, magari il pz parte con un emicrania, poi sviluppa anche una CEFALEA TENSIVA, che quando diminuisce l’emicrania poi rimane solo tensiva; infatti nella realtà non c’è una differenza così netta tra tensiva e emicrania, alcune forme sono una coabitazione delle due, con vari attacchi a volte di emicrania e a volte tensivi;
      magari uno con cefalea non mangia e quindi dopo gli viene l’attacco, oppure dormono meno o bevono un po’ di più, devono seguire uno stile di vita più regolare e controllato, vini (soprattutto con molta anidride solforosa) possono peggiorare il malditesta; gluttamato di sodio (presente nel cibo cinese)
      il diametro dei vasi, quindi la vasodilatazione e vasocostrizione ha un ruolo importante nell’emicrania, per es se mangio molto gelato in fretta, colpi di freddo e caldo variano rapidamente il diametro vascolare e quindi possono dare cefalea; la SEROTONINA determina una modificazione del calibro vasale, dando costrizione e dilatazione rapida, quindi ci sono farmaci che agiscono sul recettore della serotonina;
      OSMOFOBIA: ipersensibilità agli odori;
      alcuni hanno una FASE PRODROMICA (fase che precede la cefalea) eccitatoria e altri inibitoria, nello stesso soggetto di solito è sempre lo stesso dopo;
      AURA EMICRANICA: c’è in una percentuale bassa, presenza di segni neurologici legati all’attacco, ci sono alterazioni neurologiche visive (forme geometriche, scintille, perdita di campo visivo), sono fenomeni rari (circa il 15%), può essere anche SENSITIVA (formicolio), raramente di tipo MOTORIO (movimento o parola);
      è importante interrompere il CICLO VIZIOSO, se c’è un attacco e non viene spezzato il cerchio ci può essere cronicizzazione del fenomeno, è importante identificare il tipo di emicrania e trattarlo in maniera precisa; aiutano molto i DIARI dove il pz annota la frequenza, l’intensità degli attacchi, nausa, vomito, aura; perché da questo si può arrivare a una terapia su misura fatta bene;
      FASE ALGICA: di solito non va oltre le 24 ore, se va avanti più a lungo si può parlare di STATO EMICRANICO; in questa fase Il pz tenderà a stare al buio e silenzio, sdraiato, senza fare attività fisica, mentre con cefalea tensiva il pz ha beneficio a fare una passeggiate; ci sono anche persone che hanno alcuni attacchi con aura e altri senza;
      si può avere anche ISCHEMIA di una zona di encefalo in occasione di attacchi emicranici, se non si tratta in modo adeguato possono esserci delle cronicizzazioni; serve il diario perché dovrebbe dover fare la profilassi; si possono dare anche consigli di comportamenti di vita;
      alcuni pz prendono continuamente farmaci e si crea una sindrome da abuso di farmaci, questo perché c’è l’uso dell’automedicazione, i FANS non vanno mai presi con l’emicrania, danno effetto parziale ma alla lunga danno più danni che benefici!!
      TRIPTANI: farmaci che da il neurologo per l’emicrania, bloccano l’attività riflessa vascolare; quelli di ultima generazione sono più rapidi e più efficaci; esistono soggetti che rispondono a un triptano rispetto a un altro, quindi c’è anche una soggettività a questi farmaci;
       
      CEFALEA TENSIVA
      Forma più frequente, meno grave dell’emicrania, ci sono statistiche disomogenee perché magari non vanno neanche dal neurologo questi pz, ha un impatto notevole economico, quelle lieve sono compatibili con l’attività lavorativa, più frequente nelle donne, età più avanzata, favorita da patologie osteoarticolari; anche i vizi posturali possono dare rischio elevato di cefalea; il picco è verso i 50 anni;
      probabilmente è un termine di molte forme che dipende da molti fattori diversi, i fattori scatenanti sono simili all’emicrania, ma qui c’è più omogeneità per la specificità del dolore pulsante; attacchi con intensità più bassa, frequenza minore dell’emicrania; pz spesso estremamente nevrotici; sentore di CERCHIO ALLA TESTA (come avere un casco stretto in testo), non c’è forma con aura, non c’è rapporto con il ciclo e migliora con una blanda attività fisica;
      alla prima visita il neurologo esclude che sia una forma secondaria (perché la cefalea tensiva assomiglia a forme secondarie) e dare il diario al paziente; spesso sono persone insoddisfatte o con problemi psicologici;
      la terapia è più difficile che nell’emicrania perché meno intenso il dolore, prima si potrebbe agire sullo stile di vita prima di dare terapie, curare l’insonnia, gli attacchi di panico, l’ansia ecc; se non si riesce a fare si usano gli ANTIINFIAMMATORI o dei MIORILASSANTI (che però alterano la lucidità mentale, darà sonnolenza), ora esistono delle formulazioni con la thc usati per la spasticità, potrebbero funzionare anche con la cefalea;
       
      Biella, 16/03/2016
      Neurologia – Lezione due
      Università del Piemonte Orientale
      Scuola di Medicina
      Dipartimento di Medicina Transazionale
      Corso di Laurea in Scienze Infermieristiche
      2° anno – 2° semestre.
      Lezione tenuta da:
      Dott. Cristoforo Comi
      Dott. Giacomo Tondo
      Clinica Neurologica
      Università del Piemonte Orientale
      Argomento: demenze neuro-degenerative.
      Definizione di demenza
      Compromissione intellettiva acquisita, cronica e progressiva di normali funzioni cognitive.
      Criteri DSM IV – American Psychiatric Association (APA).
      a)Presenza di deficit cognitive multipli;
      b) È una malattia neurologica. Per il 30% colpisce pazienti > di ottanta anni.
      Nel 2000 vi erano venti milioni di pazienti dementi al mondo, nel 2020 se ne prevedono quaranta milioni, nel 2050 sessanta milioni.
      Le cause sono:
      ü Per il 42% alzhaimer
      ü Per il 20% si tratta di patologie vascolari
      ü Per il 10% di patologie miste.
      Quadro cognitivo
      La demenza provoca il declino cognitivo, in altre parole:
      incapacità a ricordare i contenuti amnestici acquisiti e ad immagazzinare nuove informazioni. Alterazioni della memoria diacronica.
      Manifestazioni cliniche:
      -         Mancanza di consapevolezza;
      -         Sindrome atopica di Reich;
      -         Afasia sul linguaggio
      -         Aprassia sulla memoria
      Manifestazioni cliniche:
      o   Alterazioni dell’umore (depressione, ansia, irritabilità);
      o   Disturbi delle percezioni.
      Test da applicare NPS che calcola il MMSE: Mini Mental State Examination.
      MCI = Mild Cognitive Impairments.
      Alterazioni della memoria, ma normali funzioni cognitive.
      Attività quotidiane
      MCI – Criteri diagnostici
      1) Disturbo di memoria definito come la presenza di uno dei seguenti: ……………………………. ???????????
      Dopo quarantotto mesi la metà degli MCI diventa un caso di Alzhaimer.
      Classificazione delle demenze
      Degenerative o primarie
      Corticali
      -         Malattia di Alzhaimer
      -         Fronto temporale e malattia di Pick
      Demenza vascolare ischemica
      Provoca:
      -         Depressione
      -         Disturbi metabolici
      -         Intossicazione da farmaci
      -         Infezioni dello SNC
      -         Lesioni strutturali
      -         Idrocefalo normo teso
      Malattia di Alzhaimer
      Il primo caso descritto dal Dott. Alzheimer.
      “Come ti chiami?
      -         Augusta
      E il tuo cognome?
      -         Augusta”.
      Epidemiologia
      50% di tutte le forme di demenza primaria.
      Esordio
      -         Gene App 21 (APP CRON 21 – Peptide precursore amiloide).
      -         Prenesenicina  2(PSEN1) – CROM 14
      -         Preneselinina 2 (psen 2) – CROM 1
      Malattia di Alzheimer
      Fisiopatologia
      Causa le placche beta amiloidi.
      Beta amiloide
      La proteina precorritrice dell’amiloide.
      Gomiti neuro fibrillare
      I microtubuli (supporto interneo dei neuroni, sono stabilizzati da una patina chiamata Tau). Nell’Alzheimer la modificazione delle tau provoca il collasso dei microtubuli e le terminazioni dei gomitoli neuro fibrillari.
      Malattia di Alzheimer – patogenesi
      Fattori di rischio:
      ü Età
      ü Storie famigliari
      ü Mutazioni su cromosomi 1,14 e 21
      ü Apo E  4
      ü Trauma cranico.
      NEUROPATOLOGIA
      Quadro macroscopico:
      -         Atrofia corticale temporale mesiale bilaterale
      -         Sistema convergico (ippocampo).
      -         Livelli corticali di chat (correlato con deficit cognitivo); livelli acme – recettori nicotinici.
       
       
      correlazione anatomo-clinica
      Brain cross sections                                                    I primi segni sono visibili
      Nella corteccia entorinale, suoi …………….. nell’ippocampo
      -         Le modificazioni possono iniziare 10 – 20 anni prima.
      -         Iniziale atrofica cerebellare e perdita neuronale
      -         I sintomi di AD lieve includono il deficit mnesico (ematoma recente), alterazione del giudizio (trascuratezza per l’igiene e per il vestirsi), ansia e cambiamenti del tono dell’umore.
      I sintomi di AD:
      -         Atrofia molto marcata;
      -         Sindrome alogica;
      -         Dipendenza totale del caregiver.
      La morte insorge dopo otto o dieci anni.
      Sistemi cognitivi: si utilizza la PET
      Importanza della clinica
      Diagnosi caratteri clinici (NINCDS – ADRDA)
      Deficit di due o più  aree cognitive.
      -         Peggioramento progressivo della memoria.
      -         Importante il dosaggio della vitamina B12
      -         TC e Rm cranio – encefalo
      -         RMN  e PET scan, per indicare i marcatori della diagnosi
      -         Genotipizzazione (ACP, RS1, PS2).
      Malattia di Alzheimer: terapia;
      terapia: sistema colinergico, proiezioni verso aree di interesse cognitivo.
      Uso degli inibitori dell’insieme ACETIL – COLISTENASI.
      TEMATICA della AD MODERATA
      Trementina (??) proteina ad eridov (??), farmaco antagonista  del recettore del glutammato.
      ALTRE TERAPIE
      Terapia comportamentale a base di:
          Antidepressivi;
          Antipsicotici atipici.
      Terapie di riabilitazione:
      Neuro cognitiva nelle fasi iniziali, in altre parole selegilina, vitamina E, giuko biloba (???). Risultati aneddotici
      Immunoterapia – vaccino VS Abete, modulatori della secretasi.
       
      Demenze Fronto temporali
      Accumulo di proteina Tau iperfosforilata.
      -         Malattia di Pick
      -         Variante frontale:
      apatia (inerzia, depressione, ritiro sociale o disinibizione (impulsività), concetti sociali inopportuni, linguaggio inappropriato , iperafasia) + deficit esecutivo.
      Afasia non fluente progressiva: : anomia,  linguaggio telegrafico, mutismo.
      Demenza semantica
      ATROFIA DELLA CORTECCIA CELEBRALE
      Demenza a corpi di Keily
      Il 15% delle demenze sono degenerative
      Si crea un deficit congenito e parkinsoniano (scogliosi).
      Differenziali sono con AD e PD; i corpi di lewy sono accumuli intra – cito - plasmatici di alfa .
      DEMENZA VASCOLARE
      REQUISITI DI BASE
      -         Infarti lacunari
      -         Assenza di storia di stroke
      -         Demenza progressiva.
      Diagnostica della demenza vascolare
      -         Anamnesi
      -         Inizio associato a stroke con possibile miglioramento sintomatico.
      SCLEROSI LATERALE AMIOTROFICA
      Si tratta di una malattia dei motoneuroni, definita anche come malattia di Charcot.
      Sindrome del II motoneurone.
      Ipotrofia muscolare
      Ipotonia, iposenia, caratteristiche del segno di Babiuscky. Possono essere associati episodi di spasticità.
      La sindrome dei I motoneurone è l’ipotrofia muscolare.
      SLA significa Sclerosi Laterale Amiotrofica, caratterizzata da riso e pianto spastico.
      Il crampo muscolare è determinato da una contrazione muscolare involontaria, improvvisa e dolorosa.
      Disturbi di forza (arti superiori), disturbi di forza (arti inferiori). Esordio raro: insufficienza respiratoria acuta. Diagnosi di Elettromiografia.
          Elettromiografia: esame ad ago  che misura ricca attività spontanea, rellutamento (???) ridotto, unità motorie di ampiezza e durata.
          Elettro neurografia: simile alla precedente;
          SMT = Stimolazione Magnetica Trascranica: ridotto numero di unità motorie.
      Diagnosi di SLA – criteri di El Scorial
      Decorso clinico                            progressione costante lineare
      Un epidemiologo molto famoso, Prof. Chiò, docente Città della Salute della Scienza – Torino, esperto di SLA ha collaborato con il Procuratore Guariniello, causa insorgenza della SLA in vari ambiti, tra cui quello calcistico, poiché i prati sintetici favorivano l’insorgere della malattia. Ha sviluppato un percorso ottimale per accelerare la diagnosi.
      La collaborazione deve essere tra Medico di Base e Neurologo.
      IL MORBO DI PARKINSONS
      Scoperto da James Parkinsons nel 1817. Egli non era propriamente un neurologo, la neurologia ancora non esisteva come disciplina, tuttavia egli monitorò alcuni casi.
      Alcune considerazioni:
      all’epoca in Inghilterra l’aspettativa di vita era solamente di cinquant’anni, cioè difficile determinare il fenomeno di studio. Casi di Parkinsons certamente se ne vedevano di meno e quindi meno pazienti si ammalavano e la malattia stessa era rara. In una popolazione come l’attuale, in cui i 2/3 delle persone hanno più di 65 anni, la diagnosi su un parkinsons è più facile che accada.
      Il tremore è la percezione che colpisce di più riguardo alla malattia. Aspetto della postura, con il tronco piegato in avanti.
      L’incidenza è di 11 nuovi casi annui, la prevalenza è > 200/100.000. La maggiore prevalenza di anziani è inferiore solo al Giappone per quanto riguarda la situazione italiana.
      Incidence and Prevalence
      Incidence                                     Prevalence
      Number of new cases                   Total number of people
      In a population,                         in a population with the
      Usually / 100.000                        condition,
      Around 11 per 100.000              Le cumulative incidence
      A livello di                                   Per annum minuts Death
                                                             Around 100-200 per
                                                             100.000
      Neuropatologia. Avviene una degenerazione di neuroni dopominergici.
      -         Degenerazione della sostanza nera
      -         Presente un taglio sagittale
      -         È una malattia la cui diagnosi è ispettiva
      -         Avvengono:
      1)  Traumi piccoli;
      2)  Sono pendolari;
      3)  La scrittura si modifica: i pazienti scrivono piccolo.
      4)  Ipertono plastico (dovuto a rigidità).
      In campo cognitivo i pazienti soffrono di instabilità.
      Caratterizzato da:
          Bradicinesia (> a riposo)
          Tremore (4-6 HZ)
          Rigidità
      Sintomi maggiori:
      riduzione ritmica e dei movimenti spontanei a, riduzione, ampiezza del passo e sincinesie pendolari, micrografia, ipocinesia, bradicinesia.
      Fenomeno del coltello a serramanico.
      Sintomi non motori
          Anosmia
          Depressione, dolore (freezing shoulder)
          Brain back criteria:
      Step 1
      Diagnosis of  parkinsonians syndrome
      Step 2
      Exclusion criteria for IPD
      Step 3
      Supportive criteria for IPD syndrome
      Brady / Hipomilesia - Hipomilesia – Poverty of movement /loss or facial expression, arm sing, gesture, passive movement/Reinforcement – C / Involuntary Rhythmical 4-6 Hertz, still rolling, first symptom in 75%, also occur 20% never developed it – gestural ADL tremor can a postural instability.
      Cast cardinal feature to appear limited diagnostic specificity in the elderly pull test /early falls creed flag.
      Step 2: History of repeated strokes / History of repeated head injury. History of definitive encephalitis. / cerebella signs palsy / cerebella paugs (???) / negative response to career doses for levodopa.
      Step 3 – Positive supportive criteria.
      [> 3 for ‘definitive’ PD] / Accuracy of diagnosis Brain bank post –mortem series       24% error rate. 10% latest studies / 2% MD specialists / community series.
      Follow up and review of diagnosis is important. Elementi negative diagnosis alternative. To support diagnostic. RMN encefalo (normale in PD)
      -         Specs Dat scna
      -         Scintigrafia miocardica.
      Parkinsonismi
      Parkinsonismo vascolare / parkinsonismo iatrogeno / MSA = Atrofia aldisisemica.
      -         Directonomia (incontinenza urinaria, ipotensione ortostatica).
      -         Parkinsonismo scarsamente responsivo e L-dopa
      -         Sindrome cerebellare
      -         Iperrelessia / Babinski / Stridor laringeo,
      -         Psd Parkinsonismo prevalentemente acinesico – rigido – disturbo del movimento (acinesia, rigidità, distonia, riflesso miotonico, tremore, instabilità posturale), asimmetrico.
      -         Segni corticali (aprassia, ipoestesia, arto alieno, disfasai, demenza, segni di liberazione frontale).
      -         Segni bulbari o rimozioni.
      -         Terapia farmacologica (L. Dopa)- Dopanico agonisti.
      Biella, 22/03/2016
      SCLEROSI MULTIPLA
      Dott. Cristoforo COMI, Struttura Complessa di Neurologia a Direzione Universitaria – Novara (NO), Ospedale Maggiore della Carità – Università degli Studi del Piemonte Orientale – Scuola di Medicina
      La Sclerosi Multipla è una malattia frequente nei più giovani. Essa provoca disabilità nei giovani ed è seconda dopo i traumi; ha un  impatto socio - economico notevole.
      La Sclerosi Multipla è una malattia demielinizzante del Sistema Nervoso Centrale. Anche precocemente vengono danneggiate delle cellule neuronali.
      I  neuroni vengono colpiti a causa del danneggiamento della guaina e danneggiano anche gli assoni.
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
      Il sistema nervoso centrale possiede meno capacità rigenerative.
      Alcune molecole sono bersagliate, riconosciute dalle cellule di difesa come corpi estranei e vengono attaccate.
      Attivazione immunitaria e infiammazione. I parte della malattia: la base è più guaribile ma, se non si riesce a bloccare la malattia, diventa maggiormente degenerativa. Abbiamo un sistema di difesa che difende dall’auto-immunità. I linfociti attivati devo essere riprodotti nel tempo.
      Sclerosi Multipla (S.M.)
      Principale causa di disabilità neurologica nel giovane adulto.
      -         Prevalenza: 70/100.000;
      -         Più frequente nel sesso femminile = 3:2;
      -         Esordio clinico: 20 – 40 anni, con il picco intorno ai 30 anni.
      Le persone di etnia nordeuropea sono le maggiormente colpite, nonché gli Stati Uniti. Gli Akeuaziti (Ebrei colpiti maggiormente e geneticamente dalla patologia),  prima e durante il nazismo, migrarono negli Stati Uniti e il numero di  ammalati di sclerosi, nella East Cost degli U.S.A. è molto elevato.
      Processo Virale
      Mimetismo molecolare, diffusione dell’Epitopo.
      Studi di migrazione
      Soggetti che migrano dopo i 15 anni: rischio area precedente.
      Soggetti che migrano prima di 15 anni: rischio nuova area  di:
      -         Sclerosi multipla;
      -         Componente genetica.
      1.  Aggregazione famigliare: aumenta rischio relativo nei fratelli (20-40 anni);
      2.  Predisposizione razziale: gruppi etnici resistenti residenti in regioni ad alto rischio.
      3.  Correlazioni suggestive: tre elementi loci (??) polimorfici e la suscettibilità alle malattie.
                                                                                                                                                             
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
      Interessamento dei nervi cranici:
      ·        Disturbi visivi: Neurite Ottica Retro Bulbare (NORB);
      ·        Diplopia: pareri oculomotori di Oftalmologia intermediale;
      ·        Nevralgia trigeminale;
      ·        Paresi facciali;
      ·        Infiammazione del nervo ottico;
      ·        Esame delel lettere e se il paziente non vede bene è necessario l’intervento del Neurologo, può fare molti esami, TAC, eccetera
      ·        Rischio della verifica di visione doppia.
      In base alle esperienze del nostro docente che è stato negli Stati Uniti, dove ha lavorato come medico, già circa quindici anni or sono le organizzazioni sanitarie erano maggiormente progredite rispetto ai nostri standard, per cui già allora gli Infermieri potevano fare una anamnesi, prima ancora della successiva diagnosi medica. Accade ora con i giovani Infermieri , freschi di Laurea, i quali sono ugualmente in grado di fare anamnesi, anche se per ora tutto ciò accade soltanto nei grandi ospedali.
      Interessamento delle vie sensitive:
      ·        Parestesia /cinestesia;
      ·        Dolore neurogeno;
      ·        Segno di Lh Ermitte (sensazione di scossa elettrica lungo la schiena);
      ·        Il formicolio può essere un sintomo di sclerosi (termine dialettale = ranf).
      Interessamento motorio cortico – spinale:
      ·        Emisindrome motoria;
      ·        Sindrome midollare;
      ·        Spasticità.
       
      Interessamento motorio cerebellare:
      ·        Atassia;
      ·        Triade di Charcot;
      ·        ---------------------?????????????
      Interessamento sfinterico:
      ·        Minzione imperiosa / urgenza;
      ·        Incontinenza.
      Interessamento cognitivo comportamentale:
      ·        Depressione;
      ·        Demenza;
      ·        Psicosi.
      Da vecchi si ha una bassa reazione cognitiva, quindi una demenza.
      Decorso clinico
      Primo episodio
      (Clinically isolated syndrome)
       
       
                                                                     Remission
       
       
      Intervallo libero da sintomi
       
                                                                     Ricaduta
       
      Secondo episodio
      1.  Progressione dei sintomi sin dall’esordio;
      2.  Reflessing remmitting;
      3.  Secondary Chronic Multiple sclerosis progressive.
      I tipi due e tre sono quelli su cui bisogna prestare maggiormente attenzione nella clinica e anche sui risultati.
      -----------------------------------------------------------------------DIAGNOSI:
      ü Macrolite della storia clinica;
      ü Evidenza di disseminazione spazio-temporale;
      ü Diagnostica strumentale:
      -         Risonanza magnetica nucleare;
      -         Esame del liquor;
      -         Potenziali evocati.
      OLIGLOCLONAL BANDS IN CFS PROGNOSI
       
      +
      -
      Esordio:
      Esordio:
      NORB
      Sintomi motori
      Sintomi sensitivi
      Età avanzata
      Sesso femminile
      Sesso maschile
       
      Le donne sono maggiormente colpite dalla malattia ma guariscono più facilmente.
      Viene valutata la disabilitù nel tempo per mezzo dell scale EDSS:
      -         Punteggio sistema;
      -         Funzionale nell’esame neurologico;
      -         Punteggio autonomia della deambulazione;
      -         GRAVIDANZA:
      ü Tendenza alla riduzione delle ricadute durante la gravidanza, ed aumento delle cadute nel puerperio;
      ü Nessun effetto sulla evoluzione generale della malattia.
       
      -         VACCINAZIONI:
          Assenza di effetti negativi, anzi modo protettivo di vaccinazione anti-influenzale;
          Nessun rischio complicante e vaccinazione anti-epatite B.
      -         TERAPIA DELLE RICADUTE:
      o   Ciclo steroideo (cortisone) metilpredisolone e.v. Prevenzione per esempio (vale per le ricadute).
      -         TERAPIA IMMUNOMODULANTE:
      ·        I linea:
      ü Terapia orale
      ü Meniflunomide
      24/03/14
      È un problema rilevante dal punto di vista socio economico; l’attenzione negli ultimi anni è stata rivolta a cercare di capire quali fossero i segni premonitori della demenza e cercare di bloccarla, identificare la fase PRODROMICA, con dei farmaci anche non tradizionali (biologici, vaccini, anticorpi ancora in sperimentazione) e bloccare la morte neuronale; è una condizione che probabilmente inizia nell’età adolescenziale e man mano si perdono questi neuroni; quindi si identifica con dei TEST COGNITIVI l’inizio della demenza, lavorano soprattutto sulla MEMORIA, perché l’halzaimer inizia solitamente con disturbi della memoria; se la demenza però inizia a livello frontale non la identifico con i test della memoria, però i disturbi della memoria sono la maggioranza quindi si punta su quella prevenzione; non bisogna confondere il deficit della memoria (attiva, procedurale) con una persona che si distrae o è disattento o sovrappensiero o simili;
      se una persona ha una lesione cerebrale come un MENINGIOMA, una volta tolto magari le funzioni cognitive recuperano, se è maligno avrà altri problemi oltre la demenza, quindi con la TAC o la RMN posso notare problemi reversibili; in un pz diabetico per esempio scompensandosi l’equilibrio metabolico può avere anche un transitorio DEFICIT COGNITIVE, quindi bisogna sempre escludere cause ormonali, elettrolitiche ecc.;
      bisogna stare anche attenti ai parenti che potrebbero dire che era normale fino al giorno prima in realtà è demente da tempo ma i parenti vogliono abbandonarlo ….
      DECLINO COGNITIVO: Inizia ad avere difficoltà a vestirsi, a cucinare, a parlare dopo magari 6-10 anni dalla diagnosi, non è il quadro di esordio
      FORME FRONTALI (oppure fase in cui si estende anche a livello frontale): compaiono i DISTURBI DEL COMPORTAMENTO, difficile da gestire da parte del caregiver; è la parte emotivamente più problematica; con la progressione si possono avere difficoltà anche a mettere in ordine informazioni acquisite oltre ad avere difficoltà ad acquisire nuove informazioni;
      SINDROME ALOGICA DI REICH: solo il corpo senza la persona, con una degenerazione totale del SN
      Alcune malattie colpiscono inizialmente altre aree del cervello e che si estendono anche a funzioni cognitive, in cui la demenza è un fenomeno collaterale o successivo all’evoluzione della malattia, quindi sono demenze che iniziano nella corteccia o che iniziano in altre zone e colpiscono successivamente la corteccia;
      è sempre necessario indagare in una nuova diagnosi di demenza che non ci siano fattori come lesioni, uso di farmaci, depressione ecc.
      ALZAIMHER
      Molto frequente, circa il 20% dei casi sono familiari, ci sono mutazioni a carico di 3 geni che globalmente in tutta la popolazione mondiale sono responsabili del 20 25% dei casi, ci sono zone molto frequenti e zone in cui non ci sono proprio, sono famiglie che si sono trasmesse il difetto genetico; oltre queste 3 mutazioni gli altri casi sono SPORADICI, probabilmente c’è un ruolo della genetica ma non legato alla trasmissione di un singolo difetto in un singolo gene, ci sono più geni predisponenti e protettivi che danno il fenotipo alzhaimer, la patogenesi è molto complessa e comporta una progressiva perdita di neuroni che è caratteristica anche dell’invecchiamento;
      perdere tutti questi neuroni comporta anche una incapacità di FUNZIONI BIOLOGICHE normale, si perde la componente cellulare più nobile (neuroni) e viene meno l’OMEOSTASI, generando un evoluzione che diventa più ripida, all’inizio una perdita lieve con poi un crollo rapido; spesso ci sono pz che arrivano al DEA con diagnosi di alzaihmer di 2 anni prima più o meno stabili con poi un crollo; questo perché ci sono dei momenti di peggioramento (INFEZIONE, cambiamento normali abitudini di vita, l’anziano va in vacanza con la famiglia e lui esce fuori di testa perché è tolto dal suo habitat naturale);
      la prima manifestazione è la PERDITA DELLE CELLULE, che si vede come ATROFIA del tessuto, sia con una TAC o RMN sia analizzando il tessuto sulla persona morta;
      ci sono modificazioni che sono extracellulare, deposito di AMILOIDE all’esterno della cellula, ma è causa o effetto della malattia? Domanda ancora aperta;
      vedendo che ci sono anche alterazioni INTRACELLULARI di proteine di impalcatura del neurone (proteina rau del microtubulo), senza questi pilastri crolla la struttura cellulare del neurone;
      si sa che l’amiloide normalmente c’è ma viene eliminata perché il taglio del frammento dell’amiloide lungo da parte delle proteasi e viene eliminata o se fatta male l’amiloide si deposita; i neuroni vanno in sofferenza perché non riescono a eliminare sostanze che non dovrebbero stare li e che la cellula sana normalmente elimina, trovare dei depositi vuol dire che ci sono meccanismi di eliminazione che non funzionano;
      la placca è dovuta all’aggregazione di proteine che normalmente sono solubili, mentre se si stacca il frammento a bastoncino dell’amiloide si crea il deposito;
      COMPLESSO DI PROTEASI: cestino di spazzatura della cellula, se le sostanze che devono essere eliminate vanno in questo cestino la cellula sta bene, se succede qualcosa a questo complesso la cellula muore e si sviluppa la malattia degenerativa; questo vale per molte malattie neurologiche, cambiano le sostanze che si accumulano e dove si accumulano;
      si è visto che chi prende anti infiammatori per anni ha minore rischio di sviluppare Alzheimer, ma probabilmente può essere la malattia cronica che protegge dall’ Alzheimer e non la terapia;
      ESTROGENI: ruolo dibattuto, compare nelle donne in menopausa più frequentemente, magari è il calo di ormoni che favorisce, un minimo di razionale può esserci, sembra che il mantenimento della fertilità sia protettivo negli sviluppi di demenza;
      PARADIGMA DELLA NEUROLOGIA: quello che vediamo nel pz è in relazione del punto in cui la malattia colpisce (CORRELAZIONE ANATOMO CLINICO);
      l’aumento delle potenzialità di cura sta portando a vedere forme molto avanzate di malattia degenerativa; anche se manteniamo persone molto deficitate in vita per molto tempo in condizioni eticamente particolari;
      nella FORMA INIZIALE se faccio una RMN il cervello è macroscopicamente normale, poi inizio a vedere alterazioni a livello TEMPORALE nell’ Alzheimer r breve finché vengono colpiti i lobi FRONTALI  e si ha la forma più grave;
      nell’alzaimher non esistono terapie in grado di arrestare la malattia, ci sono due categorie di farmaci:
      ·        BENEFICIO SINTOMATICO: inizio di vantaggio con poi crollo parallelo alla storia naturale della malattia, il miglioramento può durare da 1 a 3 anni, poi crollano con la stessa rapidità dei pz che hanno Alzheimer e non assumono terapia; sono rimborsati e danno sollievo a inizio malattia; sono gli INIBITORI DELL’ACETILCOLINESTERASI, simili ai farmaci per la miastenia, si è visto che i neuroni superstiti se hanno più ACH migliorano temporaneamente la funzione, è un palliativo che consente all’apparato di funzionare un po’ meglio per qualche tempo, o la MEMANTINA, migliora indirettamente la trasmissione dei neuroni polinergici, migliora la  memoria, agisce in parallelo all’altro gruppo di farmaci; si possono usare in ASSOCIAZIONE,
      PARKINSON
      Malattia frequente, a Novara circa 200 persone colpite, nell’ospedale di Novara arriviamo a circa 300 350 pz; dati riferiti alla forma più frequente (IDIOPATICA), ci sono anche cause VASCOLARI, si può avere lo stesso fenotipo con cause non degenerative ma problematiche di circolazione intracerebrali, la SINUCLEINA si deposita perché non viene processata correttamente;
      ci può essere o meno il TREMORE, ma sicuramente c’è la LENTEZZA, che è la caratteristica fondamentale, c’è anche la RIGIDITA’ sempre, a volte il tremore è a riposo e scompare al movimento; unilaterale e fortemente ASIMMETRICA; non colpisce solo il movimento ma anche altre funzioni e altre zone, quindi può anche avere sintomi NON MOTORI (calo tono dell’umore, stitichezza, diminuzione PA), esintomi prodromici di varie malattie neurologiche (perdita olfatto (ANOSMIA) e disturbi sonno (RBD)), se il sonno rem si infiltrano in altre fasi del sonno il pz è agitato e molesto;
      DIAGNOSI
      ·        LENTEZZA MOVIMENTO
      ·        Almeno uno tra INSTABILITA’ POSTURALE, TREMORE e RIGIDITA’ MUSCOLARE (fase avanzata)
      Pz che gesticolano poco, pz che fanno fatica a fare movimenti ripetitivi (battere per terra il piede, chiudere e aprire le dita), si vede una riduzione dell’ampiezza del movimento, tipico della BRADICINESIA;
      il TONO non c’entra con la TROFIA, è la resistenza che offre quando lo muoviamo, IPOTONO quando l’arto è flaccido (es lesione del plesso brachiale) oppure IPERTONO (rigidità, spasticità dopo lesione del motoneurone, specialmente il primo, il secondo diventa iperattivo e c’è spasticità); il TROFISMO è la normale fisiologia del muscolo che è trofico perché innervato;
      il TREMORE riguarda più frequentemente l’arto superiore, l’INSTABILITA’ POSTURALE solitamente è più tardiva;
      bisogna escludere altre sindromi atipiche parkinson simili, sono più difficili da diagnosticare per la presenza anche di altri segni;
      a inizio malattia il livello di accuratezza della diagnosi è più basso, ci sono studi che dimostrano che c’è un tasso del 25% di errori, ora il tasso è diminuito al 10% e scende al 2% negli esperti;
      non esiste un test diagnostico, è una diagnosi CLINICA, l’unico esame è una SCINTIGRAFIA CEREBRALE (DAT SCAN), in questo caso legando la sostanza radioattiva al trasportatore della dopamina, se c’è disturbo del segnale vuol dire che si usa meno dopamina, e quindi avere il segnale sotto un certo livello è più suggestivo di una malattia di parkinson;
      all’inizio c’è un rallentamento della velocità di ragionamento, ha una funzione cognitiva apparantemente meno brillante ma ci arriva, un po’ dopo; ci sono anche forme di transizione tra alzaimher e parkinson; in fase avanzata queste due malattie sembrano simili, con compromissione cognitiva e motoria;
      la RMN nel parkinson serve solo a escludere altre sindromi che si possono manifestare in modo simile, se ho un pz che la sviluppa a 79 anni magari faccio solo tac, se ha 40 anni faccio anche RMN perché è un caso più complesso;
      GENETICA: gene che codifica per una proteina (PARCHINA)
      Ci sono anche forme in cui c’è il parkinson pià altro (per es demenza), le ultime 3 della slide hanno parkinson e demenza, l’ultima e la terzultima sono malattie della TAU, forme in cui è colpita quella proteina tubulare, le demenze fronto temporali sono anche loro della TAU; sono malattie che agiscono su vie comuni quindi potrebbero portare a rimedi terapeutici;
      certe terapie fanno venire il parkinson, per esempio il PLASIL in soggetti predisposti, specialmente farmaci usati per disturbi psichiatrici (schizofrenia, bloccanti della dopamina), ma anche calcio antagonisti; importante che l’esame scintigrafico è normale perché c’è blocco recettoriale, non è un problema della dopamina;
      VASCOLARE: fenotipo simile a quello classico.
      24/03/14
      IDROCEFALO NORMOTESO
      A inizio malattia la difficoltà a camminare può ricordare il parkinson e quindi andare in diagnosi differenziale;
      il liquido cerebro spinale non viene assorbito in maniera sufficiente o ha una cinetica alterata, nel normoteso non c’è una vera ipertensione, quindi anche fare una derivazione al peritoneo non avrebbe molto senso, ci può essere dilatazione dei ventricoli; a volte si può decidere di togliere un po’ di liquido e vedere se ci corrisponde un miglioramento, in questo caso non sarebbe normoteso, ma le camere si dilatano molto, togliendo liquor il cervello si porta vicino alla struttura normale pur essendo ai limiti alti della pressione e non iperteso;
      MSA (ATROFIA MULTISISTEMICA)
      DISFUNZIONE del SISTEMA NEUROVEGETATIVO, come cali di pressione (ipotensione ortostatica), controllo del sistema vegetativo genito urinario, impotenza; malattie più diffuse del parkinson ma che possono essere identiche nelle prime settimane e poi coivolgere più sistemi;
      MSA – P: c’è un parkinson simmetrico scarsamente responsivo alla terapia, la rigidità e la lentezza del movimento sono molto evidenti rispetto a tutto il resto
      MSA – C: forma più cerebellare, con incoordinazione motoria, tremore cinetico,
      PSP: TAUPATIA, collasso microtubulare, fenotipo parkinsoniano ma anche una demenza e disturbo verticale della motilità oculare; c’è demenza oltre a una caratteristica difficoltà a muovere gli occhi verso il basso e verso l’alto, forma più spesso scambiata per una concomitanza di halzaimer più parkinson;
      DEMENZA A COLPI DI LEVY: allucinazioni visive, cambiamenti della condizione clinica all’inizio della malattia all’interno della giornata; la risposta alla terapia farmacologica non sempre c’è, anzi potrebbe anche avere un effetto paradosso peggiorativo sul quadro clinico;
      FTD – PARKINSONISMO: si cerca di incasellare le malattie ma ci sono molti pazienti che non entrano pienamente in una categoria;
      LEVODOPA: farmaco storico per il parkinson, farmaco migliore, soprattutto per i pz che iniziano nell’età tra i 70 e 75 anni;
      MALATTIA DI HUNTINGTON
      Colpisce i NUCLEI dei NEURONI; malattia EREDITARIA NEURODEGENERATIVA rara in cui convivono aspetti COGNITIVI e MOTORI, all’inizio è tipico il MOVIMENTO INVOLONTARIO, classificabili come IPERCINESIE o DISCINESIE, cioè invece di essere un movimento all’interno di un asse di equilibrio come il tremore; ha dei punti in comune con il Parkinson perché è lo stesso circuito funzionale, qui si ha ipercinesia grossolanamente evidete, movimenti involontari ampi, continui che cambia continuamente sede, è come se la persona fosse continuamente in movimento, malattia molto grave che porta a morte in pochi anni, dominata almeno all’inizio da ipercinesia, rapida, improvvisa, irregolare, aritmica, un pz che cerca di camuffare i movimenti sentendosi a disagio, cerca di inserirli in una sequenza motoria normale per renderli meno imbarazzanti; movimenti che disturbano la capacità normale di movimento, primo provvedimento è cercare di limitare i movimenti involontari; questi movimenti diventano marginali con l’avanzare della malattia, riguardano sia il volto che gli arti e il tronco, le persone che prendono per moltissimi anni levodopa possono avere movimenti simili nelle fasi avanzate di parkinson, questo perché non viene più metabolizzata in modo corretto; la degenerazione dei neuroni del nucleo caudato è la causa principale;
      ATETOSI: movimento tipo polipo, ipercinesia più lenta;
      espansione del gene, molto instabile, più è espanso e più è precoce l’esordio, dipende dall’instabilità del gene e dalla tendenza di anticipare nelle generazioni successive (soprattuto se è paterna);
      il pz quando cammina non fa un passo uguale all’altro, hanno un modo di camminare strano, due passi breve e uno lungo per es, viene definito IRREGOLARE, molto anarchico e irregolare, anche la direzione non è lineare, hanno anche difficoltà di equilibrio, il pz non riesce a stare fermo (IMPERSISTENZA MOTORIA), il TONO MUSCOLARE è RIDOTTO;
      COMPONENTE COGNITIVA e AFFETTIVA: spesso DEPRESSO, altissimo rischio di suicidio, anche perché si rendono conto del loro destino avendolo avuto in famiglia; di solito c’è un disturbo OSSESSIVO COMPULSIVO prima del DETERIORAMENTO COGNITIVO, adottano comportamenti identici e rituali, non fanno determinate cose per ragioni scaramantiche, schema motorio molto ossessivo, iperordinati, legati a sequenze motorie;
      TERAPIA: si può fare poco perché non si riesce ad arrestare la perdita neuronale, anche se conosciamo il difetto (il gene malato), questo perché dovrei cercare di riparare il gene con approccio di terapia genica  ma la sequenza è molto grande ed è difficile farlo in tessuti diversi; anche le terapie CELLULARI (STAMINALI o altri approcci teoricamente difendibili e applicabili) non hanno mai trovato applicazione perché mettere dentro cellule nuove non cambierebbe molto, perché sono cellule che non hanno apprendimento; si può bloccare i movimenti involontari del pz, cosa che funziona all’inizio, ma quando il pz progredisce anche la sequenza motoria normale semplice non è più possibile quindi farebbe ancora peggio bloccare il movimento, potrebbe dare anche disfagia per esempio; quindi si tratta solo la prima fase di malattia;
      SLA
      La ricerca non ha dato molti frutti, perché siamo lontanissimi da avere un vantaggio terapeutico, è una malattia incurabile; fondamentalmente ha delle varianti, ma accomunate dalla ATROFIA MUSCOLARE, SCLEROSI perché quando si perdono neuroni si vede una sostituzione con cellule della glia, colpisce i NEURONI DI MOTO, la MIOTROFIA colpisce di solito muscoli delle mani (ad artiglio, scavata), poi a seconda che sia colpito il primo o secondo neurone si possono avere segni differenti;
      all’inizio della malattia ci possono essere più segni del primo neurone, come aumento riflessi osteotendinii, molto scattanti, con la presenza del segno piramidale di BABINSKI, che si dovrebbe vedere solo nel bambino piccolo;
      SPASTICITA’: aumento del tono muscolare, cioè della resistenza alla mobilizzazione passiva del segmento analizzato, la differenza con la rigidità del parkinson riguarda sia estensori che flessori, nella spasticità prevale l’ipertono nei muscoli FLESSORI degli arti superiori e un ipertono ESTENSIVO degli arti inferiori; all’inizio l’arto ha una resistenza enorme e poi di colpo molla (fenomeno del COLTELLO A SERRAMNICO), tipico della spasticità e se è proprio evidente non c’è bisogno di fare la manovra;
      esistono malattie del motoneurone associate a demenza, se il pz vive a lungo ha il tempo di fare ammalare anche altri neuroni, e sviluppa DEMENZE FRONTALI;
      DIAGNOSI: si può avere un supporto dalla NEUROFISIOLOGIA, se il muscolo non viene più innervato in maniera adeguata dal motoneurone avrà manifestazioni differenti dal muscolo correttamente innervato, ci sono potenziali più ampi ma meno frequenti, ridotto numero di unità motorie però, si può fare analisi dei muscoli delle mani;
      ci sono altre cause di mancato collegamento tra muscolo e SNC (NEUROPATIE MOTORIE per esempio);
      POLIOMIELITE: infezione da virus che va a colpire i neuroni motori, ma il danno da virus è localizzato e di solito c’è miotrofia dell’arto, è uguale alla sla ma è monofasica, l’infezione finisce e anche i problemi motori;
      i sottotipi sono importanti per la prognosi, forme che colpiscono il 1 sono più gravi di quelle del 2;
      FORMA BULBARE grave perché da paralisi respiratoria, avrà decordo più rapido, va in diagnosi differenziale con la miastenia bulbare, ma quest’ultima è trattabile e la sla bulbare no;
      ERRORI DIAGNOSTICI
      MIELOPATIA
      Sono malati particolari, hanno necessità assistenziali enormi, 5-10 casi su 100 000, incidenza e prevalenza molto vicini, mortalità molto rapida; perdono capacità di camminare, mangiare, hanno un costo enorme le cure e il percorso di questa malattia,
      l’età media di insorgenza è di circa 60 anni;
      GENETICA: casi a trasmissione dominante, sono stati scoperti 6 geni nuovi negli ultimi anni;
      TRATTOGRAFIA: conta quanti fasci sono sopravvissuti, analisi quantitativa dei fasci cortico spinali
       
       
      26/03/14
      Ci sono casi in cui la malattia è degenerativa sin dall’inizio (FORME PROGRESSIVE), o in cui diventa degenerativa; non è tra le malattie più frequenti in neurologia ma è tra le più frequenti nei GIOVANI, malattie che incidono molto sui costi INDIRETTI (mancata produttività); guardando la storia della neurologia dagli anni 90 a oggi nel mondo SM sono uscite molte terapie che hanno cambiato favorevolmente il panorama, quindi attualmente sono malattie curabili (rallentamento dell’evoluzione della malattia); non sempre porta a disabilità e a sedia a rotelle, in circa metà dei casi non ci si accorge neanche visivamente che il pz sia affetto; quando c’è una autoreattività e il sistema immunitario non riconosce la mielina la attacca e la distrugge, in realtà non è solo il danno alla mielina, ma la malattia può colpire anche direttamente i neuroni;
      tutti noi abbiamo delle cellule del sistema immunitario che sono abbondanti e che sono pronte ad essere attivate per microorganismi o per cellule che si riproducono e devono essere bloccate (tumori); queste cellule a volte hanno dei traditori all’interno che attaccano quello che dovrebbero difendere, questo deriva dal fatto che ci sono errori nella produzione di queste cellule, e poi perché le cellule malate hanno delle analogie con le cellule normali; le cellule iniziano a morire anche quando non c’è una forte reazione infiammatoria, perché l’infiammazione si accende e si spegne;
      la forma più frequente è con una fase SUB ACUTA (infiammatoria) che poi lascia il pz in una fase di REMISSIONE (che può portare con se degli strascichi), se in questo fase avanzano meccanismi degenerativi il pz peggiora anche se non ha una continuazione di malattia;
      sembra che il grosso dell’effetto favorente dei virus avvenga nell’età pediatrica, sono virus che colpiscono le persone quando hanno un sistema IMMUNITARIO e NERVOSO non ancora maturo, mentre se l’adulto viene in contatto con questi virus ha una probabilità bassa di aver intaccato il proprio sistema immunitario;
      se due bambini fratelli o gemelli vengono separati e vivono in due aree diversi possono avere comunque un rischio dipendente dalla famiglia, nei fratelli è più basso che nei gemelli (soprattutto omozigoti), in più c’è una assenza dell’effetto dell’ambiente all’interno della famiglia, e chi ha una malattia autoimmune abbia più rischio di averne due, una cosa interessante emersa negli ultimi anni è che prendendo 1000 malati di SM e mille che non hanno malattie autoimmuni, è merso che alcune varianti di geni che producono proteine del sistema immunitario sono distribuite in modo diverso, quindi grazie alla genetica si possono vedere modificazioni predisponenti la malattia e l’evoluzione;
      dalla retina in poi è interesse NEUROLOGICO, si infiamma il NERVO OTTICO e la pz non vede più, oppure la persona vede doppio con entrambi gli occhi, ma se vede doppio solo con un occhio è un distacco della retina;
      la malattia si chiama SCLEROSI (connettivo che sostituisce gli ormoni morti) MULTIPLA perché interessa diverse aree dell’encefalo e/o del midollo, ma in tempi diversi, perché deve esserci un evoluzione di queste lesioni negli anni, perché viene colpita una zona piuttosto che un'altra? Forse perché ci sono zone con permeabilità delle venule maggiore, perché le sostanze infiammatorie devono uscire dal torrente sanguineo ed entrare nelle cellule neuronali, ma in realtà è una possibile spiegazione, la vera risposta non c’è ancora;
      SEGNO DI LHERMITTE: la comparsa di una sensazione di scossa elettrica lungo la colonna vertebrale a seguito di una brusca flessione del collo; si piega velocemente il collo in avanti e compare una scossa, dava indicazioni diagnostiche soprattutto prima che ci fosse la RMN (fino agli anni 80), la ricchezza dei segni clinici era la base per sospettare la malattia, e le prime terapie efficaci nascono negli anni 80, prima si faceva solo cortisone; la RMN serve per fare diagnosi ma anche per vedere se la terapia è efficace per rallentare la malattia;
      DANNO ALLE VIE MOTORIE: danno più grave della malattia, perché non potersi muovere è una grossa limitazione, o un EMISINDROME classica oppure può essere colpito il MIDOLLO (BILATERALE) PARAPARESI o PARAPLEGIA (se è più grave) se interessa arti inferiori, TETRAPARESI o TETRAPLEGIA se interessa la parte superiore; è uscito da poco un farmaco derivante da THC che conserva l’effetto MIORILASSANTE senza l’effetto PSICOTROPO;
      hanno spesso un INCONTINENZA URINARIA se è interessato il MIDOLLO, perdono un po’ il controllo, ora si studia anche l’INTERESSAMENTO COGNITIVO, se il pz ha DEFICIT COGNITIVO è meglio non dare la vera cannabis ma si possono dare i farmaci derivati senza effetto psicotropo;
      chi inizia dopo hanno più spesso LESIONE MOTORIA (dopo i 40 anni)
      EVOLUZIONE
      85-90% dei casi, pz con NEURITE OTTICA, FORMICOLIO, PERDITA DI FORZA per 15 giorni nelle gambe;
      non si può predire se il pz con SM evolverà o meno, se la pz avrà o meno un altro ATTACCO, nel decorso di sx [slide] dopo varie ricadute si può arrivare a fare PROGRESSIVA;
      DIAGNOSI
      Nel giovane ci può essere anche ICTUS, il tempo di sviluppo però dell’EMISINDROME da SM va da 2 giorni a anche qualche settimana, sarà poco probabile lesione vascolare (che si manifesta in secondi o minuti) e sarà difficile che si tratti di tumore che è molto più lento;
      EVIDENZA DI DISSEMINAZIONE SPAZIO-TEMPORALE: la si ottiene con la RMN, che è capace di vedere le lesioni ma anche di datarle, si capisce se la zona è infiammata o riparata, questo aiuta molto; quindi la RMN è l’ESAME CENTRALE per SM e importante per capire se la terapia funziona;
      ESAME DEL LIQUOR: liquido che serve per proteggerlo dai colpi, poi questo ambiente offre degli scambi a livello biochimico;
      esiste una produzione di ANTICORPI all’interno del SN, quindi l’analisi del LIQUIDO CEREBRO SPINALE vede se si producono anticorpi, SENSIBILE ma poco SPECIFICO, se ne produce pochi o non ha infiammazione o ha una malattia a stadio iniziale con poca infiammazione,
      una persona che ha un solo episodio e non ha altre lesioni non può essere etichettato come SM, è probabile che in futuro il trattamento si inizierà già su questi pz; ma adesso devono esserci lesioni in punti diversi;
      SCALA EDSS: non per seguire andamento biologico della malattia, perché biologicamente se colpisce…
      Se tratto l’infiammazione riduco il numero di ricadute sicuramente però la disabilità a lungo termine la intacco poco perché dipende dai meccanismi riparativi, se la persona ha la sfortuna di essere un cattivo riparatore andrà male anche con tecniche estreme o simili; quindi il bisogno irrisolto è trovare farmaci e trattamenti per la NEURODEGENERAZIONE, infatti il trattamento della fase DEGENERATIVA non è molto utile;
      il topo e il ratto sono animali poco costosi ma lontani dall’uomo, mentre le scimmie sono più simili ma costosi.
      NATAMIZUMAB: anticorpo monoclonale, molto specifico, che agisce sul sistema delle INTEGRINE, che sono molecole che consentono alle cellule attivate del sistema immune e che fanno il danno nel SN di passare dal comparto vascolare al sistema nervoso, con questo farmaco riesco a diminuire l’effetto di queste cellule, il problema è che togliendo queste cellule se quella persona ha contratto un virus in precedenza, in particolare il JC VIRUS, che ha iniziato a interessare il mondo medico quando si è scoperto l’AIDS, questo virus presente nell’ambiente limita molto l’uso del natamizumab, perché rischia di riattivarlo, è una terapia straordinaria ma è sicuro solo nei pz che non hanno contratto il JC, soprattutto se immaginiamo un impiego per lungo tempo, se è positivo si può usare per brevi periodi ma è pericoloso, le terapie più efficaci sono anche le più aggressive nella SM,
      il JC provoca una LEUCOENCEFALITE MULTIFOCALE PROGRESSIVA, distrugge in maniera massiva la mielina;
      NEUROMIELITE OTTICA: assomiglia molto la SM, si usa un approccio di trattamento che mira a bloccare gli anticorpi (PLASMAFERESI, IMMUNOGLOBULINE)”.
       
      Capitolo VII
      Lo so, cari amici lettori, con quest'ultimo capitolo vi ho annoiato un po', ma tra le mie vicende della vita c'è anche la Medicina e Chirurgia. Ma penso, lunghezza della vita permettendo, che riuscirò a farvi ancora divertire. Questo testo, ed è una digressione che mi sembra appropriata, è anche un insieme di molte argomentazioni, non sempre concatenate e logiche tra di loro e, un metodo fondamentale, comodo per non scrivere troppo, è il classico metodo copia-incolla. Una volta conobbi una ragazza on line, Jyuliya (credo fosse Estone o Russa), dopo poche chat mi invaghii di lei ed ecco il testo di un'e-mail che le scrissi, adattata con un linguaggio corretto ma il più possibile verosimile a quanto scrissi:
      “Cara Jyuliya,
      ho letto la tua e-mail. Come stai? Spero bene. Questa settimana è stata intensa, tra lavoro, studio e numerose preghiere ho dovuto tirar fuori il meglio di me! Io sono credente e prego molto. La novità è che sto migliorando, ma la mia disabilità rimane e non c'è soluzione di sorta, almeno per ora, di lenirla o farla scomparire del tutto, comunque non posso lamentarmi, la scienza si sta interrogando a come risolvere la mia patologia.
      A volte la nostra routine quotidiana può dare veramente fastidio, purtroppo capita spesso che ci annoiamo. Io amo molto il mio lavoro e non ho questo genere di problemi (cioè, a dire il vero è esattamente il contrario, ovvero la lettera risale al 2011, oggi, nel 2019-20, epoca in cui scrivo il testo non amo per niente il mio lavoro, lo svolgo perché sono salariato e non sono un accidioso; tuttavia sto prendendo la piega di preparare concorsi in altri enti pubblici, cambiare professione, fare della mia seconda professione (non retribuita e non ufficiale) la mia vera professione, ma le difficoltà sono insormontabili), però a volte soffro, soprattutto perché ci sono persone che secondo me non hanno buoni valori, ma lasciamo stare questo discorso. [Una volta sul posto di lavoro tentarono di farmi accoppiare con una sessantenne con diversi problemi lei stessa, anche se molto colta e istruita: Laurea in Lingue e Letterature Straniere, lingue studiate Francese e Russo, tesi di Laurea su Fedor Dostoevskij in lingua originale Russa, musicista, scrittrice di canzoni, poetessa e scrittrice, insomma un florilegio di passioni e studi – anche lei amava il suo lavoro… direte “ha fatto la battuta” - ma purtroppo non era certo la persona adatta per me, il mio scopo, nel matrimonio è fare figli, non solo, ma il compito precipuo è salvaguardare e proseguire la specie e il nome… non voglio che la mia famiglia sia in via di estinzione, ad evitare tutto ciò ci hanno già pensato altri, i miei fratelli, poiché ho un fratello e una sorella].
      A me, oltre il lavoro e i miei studi nel campo dell'Archeologia biblica, mi interessano molto l'arte, mi piace disegnare e sono un appassionato di videogiochi sulla Seconda guerra mondiale (nel 2011).
      Io sono contento che tu mi voglia bene e che voglia trovare l'amore entro la fine dell'anno o in breve tempo ma ricordati sempre che sono disabile e che dovrai vivere una situazione difficile con me.... Te la sentiresti? Spero di sì, altrimenti dimmelo subito e continuiamo ad essere amici, comunque sono molto contento della tua lettera! Ho visto le foto, sei proprio bella… (pericolosi i tre puntini di sospensione, oserei dire ambigui e sospetti) mi piacerebbe abbracciarti e baciarti (attento Massimiliano, sei credente e praticante, poi ti devi confessare...), sei stupenda! Lo voglio! Se per te andrà bene la situazione penseremo come organizzarci.
      TI saluto e ti abbraccio di cuore, Massimiliano”.
      Riporto ora la sua risposta, l'ho corretta poiché è stata tradotta con Google traduttore ed è inattendibile in molti punti e riporto solo ciò che è intelligibile, ossia:
      “Buon giorno il mio!!!! (divertente, senza prendere per il naso la persona che scrive, per cui riporto l'originale)
      Come stai? Cosa c'é di nuovo nella tua vita? Come ti senti?
      Spero che tu stia bene.
      Penso che dovresti essere interessato a sapere qualcosa su di me.
      A volte mi sento come se stessi vivendo lo stesso giorno che si ripete con il suo ciclo ogni volta.
      Ogni giorno, quando vado a lavorare, vedo le stesse persone e i superiori. Sono stanca del mio lavoro, ma a me piace l'occupazione che svolgo (contraddizione vera e propria), come già sai io lavoro a scuola! È bello insegnare alla gente! (?) Uscire di casa la mattina mi rende consapevole come sarà la mia intera giornata. La cosa più importante nella mia vita è che l'uomo che vivrà con me sia molto felice della nostra relazione. T'interessa essere felice nella tua vita? Che cos'è per te la felicità? (mi sembra di essere dallo psicologo o in un gruppo di lavoro per adolescenti in oratorio); la sua risposta: “Per me, la felicita è compiuta quando posso avere vicino le persone che amo e amare loro. Ho sempre cura dei miei cari, ho perlomeno ho sempre avuto cura di loro, ora che non ci sono più me ne rendo conto. Ero molto stanca di essere sola. Non posso spiegarlo a parole, ma in tutti questi anni non ho trovato un uomo decente per me stessa. Avevo un tempo un uomo che ho molto amato e rispettato”. Fin qui credevo fosse una donna ma la seguente mi fece abbandonare subito l'idea:
      “Sono una donna ma in realtà mi piacerebbe un'altra donna per me. Sto cercando qualcuno che distruggerà (o che riuscirà a distruggere) la mia solitudine.
      Non ho il Personal Computer a casa, ma ugualmente parlo con te quando sono al lavoro (e brava, così se tutto va bene sarai licenziata, licenziat.. o, va bè, è lo stesso)! A volte vado negli Internet Cafe (saggia idea) per poter scrivere con te. Cosi posso ottenere le risposte on-line dal mio migliore amico (???). Le tue lettere mi aiutano a non essere solo. Parlare con te è molto importante per me. Mia madre mi ha dato alcuni consigli per creare un buon padre di famiglia. Lei mi ha dato questo consiglio: trovare l'amore su Internet. Mi ha detto che l'amore non ha eta, ma ora nella mia vita sei venuto tu, caro! E sono molto felice. Ogni volta che mi scrivi una lettera sei sempre più vicino a me. Sto dicendo la verità, mi fiderò di te per tutta la mia vita. E sono sicuro che non mi tradirai. [E poi scrive…]: E tu non barare troppo (???). Mi piace comunicare con te (con chi? Con un baro, magari a poker – ho sempre l'impressione, anche a distanza di tempo, che la persona in questione mi abbia letteralmente “preso per il culo”). La vita nella mia città è dura, ma i suoi abitanti sono brave persone. Sono felice di parlare con i miei concittadini (e le soluzioni sono due: o è il Sindaco, oppure perché ca…. Parli con me se parli sempre con i tuoi compaesani). Nella mia città non riesco a trovare l'uomo giusto, poiché la maggior parte sono persone troppo anziane o troppo giovani, non c'è una via di mezzo. I
      ragazzi con cui ho parlato sono andati a vivere nelle città vicine. Molti ragazzi che conosco sono rimasti in città, ma ci si trova di tanto in tanto per una bella bevuta (o sbronza, come preferite). Sento che quest'anno avrò un grande cambiamento, me lo ha detto anche l'oroscopo (andiamo bene, proprio bene!...).
      Quest'anno voglio trovare l'amore. Ho finito la lettera e mi aspetto una rapida risposta da parte tua (penso che sia ancora lì che aspetti, ma avrà già trovato, presumo, l'amore della sua vita).
      Ti auguro tutto il meglio.
      Sto aspettando la tua risposta.
      Il tuo amico Jyuliya!”
       
      Capitolo VIII
      Nel presente capitolo riporto uno scritto sulla mia patologia che mi ha causato l'invalidità, è l'inizio di un altro testo che ho approntato in passato, leggete:
       
      “La distrofia muscolare, questa sconosciuta
       
      Prefazione
       
      Il libro che sto per scrivere non è un romanzo, sembra un manuale per gli studenti di una Scuola di Medicina ma non lo è, è un testo di divulgazione scientifica nella specializzazione in area medica di Neurologia, una parte della specializzazione, anche se, chi scrive, benché laureato ed esperto di Medicina non sia un medico. La presente è più che altro una storia di malattia, non di guarigione, considerando che non sono l’unico caso nella mia famiglia ad aver ereditato la malattia. Nella mia patogenesi vi è il bisnonno da parte materna e uno zio sempre di parte materna. Innanzi tutto è una malattia degenerativa muscolare, ereditaria, portata da un soggetto sano, la mamma. Nella mia presunzione ho deciso di scrivere un testo sulla Distrofia Muscolare e spero che sia gradito a chi lo leggerà o per lo meno serva a qualcuno e a qualcosa.
       
      Con quale titolo l'autore scrive?
       
      I titoli sono stati già accennati precedentemente. Mi chiamo Massimiliano Lanza e ho iniziato a studiare medicina da “autodidatta” alla tenera età di 12 anni, frequentavo la seconda media! Quell'anno il programma di scienze prevedeva lo studio dell'anatomia, quindi del corpo umano. Ci fu un argomento che più di tutti suscitò il mio interesse: il cervello! La conseguenza è che approfondii talmente le questioni inerenti l'anatomia e la fisiologia da trascurare tutto il resto. Alla fin fine si trattava di un vero trattato di anatomia! Ero sempre piuttosto attento, quando veniva il Pediatra a casa per mio fratello, ad osservare le procedure di visita, piuttosto che ascoltare ciò che diceva a mia madre, con una propensione a vedere una sorta di “storia di cura” nata da tali discorsi. Per non parlare del fascino che emanava la fatiscente ed abnorme struttura (ora la terza in Italia) dell'Ospedale San Giovanni Battista (Molinette) di Torino, nel 1988, quando in via Cherasco 15, ci presentammo a visita neurologica, io e mio fratello, accompagnati dal fisioterapista e genitori, dopo essere arrivati in treno a Porta Nuova. Ci sarebbero altri episodi che non racconterò ora ma che emergeranno nel corso della narrazione.
      Il vero studio che ho compiuto in area medica parte effettivamente dal 2012 anche se, dal 2009, ho iniziato ad affrontare autonomamente alcune tematiche. Tra il 2014 e il 2017, tra conferenze in ASL Biella, tra studi autonomi, conferenze ascoltate presso il Nosocomio biellese, tra attestati e anche ECM conseguiti, ho sostenuto anche a corsi singoli i programmi del Dipartimento di Medicina Transazionale dell'Università del Piemonte Orientale, tra corsi effettivamente frequentati e altri di cui ho avuto le dispense, grazie anche ad una compagna di corso e ad un'amica la quale mi ha prestato tutti i libri di medicina, quelli in possesso, durante i suoi studi e anche dopo il suo passaggio al C.d.L. in Fisioterapia. Tra il 2014 e fino ai giorni nostri (a parte un periodo di malattia causa un ricovero d'urgenza in Cardiologia, causato anche dalla mia patologia), sono volontario presso l'A.I.L., Associazione Italiana Leucemia, Fondazione Clelio Angelino sede di Biella, prima presso la Struttura Complessa di Oncologia e poi presso in Day Hospital in area medica, curando la parte amministrativa della S.C. di Ematologia. Alcune di queste notizie le leggerete nella mia biografia.
      La Medicina, oltre all'Astrofisica e all'Astronomia, sono i miei campi di interesse preferiti, in parte anche trattati a livello accademico.
       
      Biografia dell'autore particolare non aggiornata:
      Massimiliano Lanza è nato a Biella nel 1970, di famiglia di origini umili di cui va fiero, figlio di un Operaio Tessile e di un Impiegata, ha vissuto nel comune di Borriana (BI) fin dalla nascita. Ha frequentato le scuole elementari presso il suo comune, le Scuole Medie presso la Scuola Media statale di Ponderano (BI) e successivamente presso la scuola Media Salesiana di San Cassiano a Biella. Dopo alcuni anni di frequenza all'ITIS “Q. Sella” e di corsi di Formazione Professionale si è dedicato al mondo del lavoro nel tessile. Riprendendo poi gli studi nel 1992 ha conseguito la qualifica professionale da Videoterminatista e poi in seguito ha conseguito il Diploma di Maturità Magistrale – indirizzo Sociopsicopedagogico presso l'Istituto Magistrale Statale “Rosa Stampa” di Vercelli. Ha poi frequentato l'Istituto Superiore di Scienze Religiose di Novara, Istituto affiliato alla Facoltà Teologica dell'Italia Settentrionale, anni in cui si è poi riaffacciato al mondo del lavoro presso Poste Italiane e poi successivamente, dopo una breve parentesi di lavoro nel privato, nel mondo della Scuola Pubblica. In quegli anni, con una frequenza personalizzata, ha frequentato e sostenuto gli esami presso la Scuola di Teologia del Seminario Diocesano di Biella, con le integrazioni già frequentate in Facoltà. Per un solo anno ha poi frequentato il Corso di Laurea in Filosofia presso l'Università degli Studi del Piemonte Orientale. Successivamente ha frequentato il Corso di Laurea in Servizio Sociale e poi in Scienze dell'Amministrazione e Consulenza del Lavoro del Dipartimento di Culture, politiche e società e poi di Giurisprudenza dell'Università degli Studi di Torino, succursale di Biella Città Studi. Ha sostenuto la tesi per gli studi teologici intitolata “Il Peccato Originale”. Ha sostenuto la tesi di laurea per gli studi in scienze sociale “Lettura ad Alta Voce: la cura degli altri e di sé alla luce delle Medical Humanities”. Quest'ultima tesi l'ha preparata interamente presso l'Ospedale degli Infermi di Biella, sotto la direzione della Struttura Complessa di Formazione e Comunicazione, iniziando anche le attività di volontariato nel campo della Lettura ad Alta Voce ai pazienti della Medicina Riabilitativa e successivamente in campo Ematologico con la Fondazione Clelio Angelino aderente all'Associazione Italiana Leucemia (A.I.L.), prima presso la Struttura Complessa di Oncologia, poi presso il Day Hospital area Medica. Successivamente all'ultima tesi ha frequentato diversi corsi singoli presso il Corso di Laurea in Scienze Infermiristiche, sede di Biella, due moduli di un Master in Humanities and Information Thecnology (I.C.T), per un anno ha frequentato di dipartimento di Scienze dell'Università dell'Insubria frequentando il C.D.L. in Ingegneria della Sicurezza, per un altro anno il Dipartimento di Scienze della Terra e dell'ambiente dell'Università di Pavia, frequentando il Corso di Laurea in Scienze Geologiche e poi presso l'Università Milano Bicocca frequentando il Corso di Formazione “Genere, politica e istituzioni”. Svolge libera attività di studio e ricerca avvalendosi dei servizi della Biblioteca Biomedica dell'Azienda Sanitaria Locale di Biella.
      Massimiliano Lanza, Biografia (sintetica):
      nato a Biella il 25/08/1970, dopo il Diploma di Maturità Magistrale indirizzo sperimentale socipsicopedagogico, ha intrapreso per 4 anni la Scuola Diocesana (Diocesi di Biella) di Formazione Teologica, per 6 anni il Corso Istituzionale in Sacra Teologia con tesi "Il Peccato Originale" e per un solo anno l'Istituto Superiore di Scienze Religiose di Novara affiliato alla Pontificia Facoltà Teologica dell'Italia Settentrionale.
       
      Da vent'anni lavora per il mondo della scuola, presso l'Istituto di Istruzione Superiore "G. E Q. Sella" di Biella; in questi anni, limitatamente a tempi e circostanze, ha continuato gli studi:
       
      nel 2008 ha conseguito il Master Post Laurea (solo a corsi singoli) in Didattica a Distanza e Filosofia Medievale sul Web presso la Drengo Srl di Roma;
       
      Nel 2016 ha conseguito l'Attestato a corsi singoli in Scienze Infermieristiche presso l'Università degli studi del Piemonte Orientale presso la sede di Biella;
       
      nel 2017 ha conseguito la Laurea in Scienze dell'Amministrazione e Consulenza del Lavoro (L-19) presso l'Università degli studi di Torino con tesi: "Lettura ad Alta Voce: la cura degli altri e di sé alla luce delle Medical Humanities", nel 2018 l'Attestato in Ingegneria della Sicurezza presso l'Università Insubria di Varese, nel 2019 il corso di Formazione Universitaria in Criminologia presso l'Università Nuova Bicocca di Milano e attualmente è iscritto al III anno (dopo riconoscimento crediti) al corso di Laurea Magistrale a ciclo unico (LMG/01) in Giurisprudenza presso l'ateneo torinese.
       
      Ha curato per due trienni i commentari biblici anno A, B e C del lezionario, e a tal proposito ha collaborato con alcuni enti sociali e religiosi.
      Ha pubblicato su www.lulu.com diversi e-book di natura teologica, scientifica, sociologica e politologica.
       
      Capitolo I
      Una nascita e uno sviluppo iniziale normali
      Sono nato durante l'estate del 1970, il 25 agosto alle 9.50 di mattino, al reparto di ostetricia dell'Ospedale di Biella. Come tutti i bambini ho avuto uno sviluppo normale, un bimbo come tutti, con una crescita nella norma. La patologia si è scoperta all'età di sei anni, al termine di una visita medica presso lo studio di un Neurologo di fama, il Prof. Bergamini dell'Università di Torino. A prima vista la diagnosi fu chiara: distrofia muscolare. A dire il vero si susseguirono poi una quindicina di giorni di ricovero presso il nosocomio biellese nei quali, attraverso esami clinici e con l'ultimo esame, l'elettromiografia, venne confermata definitivamente la diagnosi (sette anni dopo a livello di commissione medico legale come minore non deambulante). Tuttavia ci ritorneremo perché seguirà un capitolo dedicato all'argomento.
      Fino a sei anni dunque tutto normale (a parte alcuni fatti premonitori). A cinque anni bisognava che imparassi a viaggiare in bicicletta senza il supporto delle rotelle. Fu un impresa farmi imparare le semplici regole (a parere dei grandi) per mantenermi in equilibrio, pedalare con il mezzo di trasporto. Alla fine ci riuscii! Ero sempre lento nell'imparare, soprattutto ciò che aveva un risvolto pratico. Non camminavo veloce ma i sintomi della malattia ancora non comparivano, anche se le prime difficoltà nel correre, sporadicamente, comparivano. Un episodio lo ricordo con lucidità: avevo cinque anni, ultimo anno di Scuola Materna (ora si chiama Scuola dell'Infanzia), e accadde un fatto da “bambini” già atti alla difesa e in un certo senso all'uso della forza. I compagni di asilo, “litigando” con me o giocando, mi assalirono e saltarono addosso, al punto che mi spaventai, non per il fatto in sé ma perché avevo difficoltà a districarmi e a rialzarmi. Era un primo sintomo? Come ho già scritto la rivelazione si ebbe l'anno dopo ma c'è un fatto, slegato dalla patologia, che deve essere raccontato: quando nacqui avevo entrambi i piedi divaricati (cercare il termine esatto, se possibile, per cui dovettero poi ingessare gli stessi e, di conseguenza, il pediatra prescrisse scarpe ortopediche (che tenni credo fino alla fine della scuola elementare e che ogni anno acquistavo). I ricordi non sono proprio nitidi, ma ricordo che papà mi portava a Torino una volta l'anno, ad acquistarle. Ci recavamo alla stazione di Santhià in auto, prendevamo il treno per Torino Porta Nuova, prendevamo il taxi e ci recavamo in Piazza Castello in un negozio di Ortopedia (allora non vi erano molti negozi nelle zone provinciali e bisognava recarsi al capoluogo di regione). La città sabauda la rividi varie volte, in primis per visite mediche, per diversi anni e poi anche per altro, per studi in tempi più vicini all'epoca in cui scrivo”.
       
      Capitolo IX
      Ora riporto l'inizio di un altro testo che approntai tempo fa:
      “Massimiliano Lanza
       
      Giulia Bianchi
      Diario del 1940
       
      Prefazione dell'autore
      Mi sono preoccupato, come da promessa che decisi di mantenere tempo fa nei confronti di un amica, di redigere una sorta di Diario che una giovane donna (il cui scritto mi fu fornito dalla figlia) scrive durante un periodo di degenza in un sanatorio all'interno di un istituto religioso, declamando, paradossalmente i ricordi più belli. La storia che leggerete è una storia di malattia che poi diventa una storia di guarigione, tra tenebre e luce; l'inquietudine, la sofferenza fisica, diventano grazia, gioia: “trasformerò i vostri lutti in gioia”, come afferma la Bibbia! Cercherò di trascrivere questo diario con lo stesso linguaggio, con pochissime varianti e correzioni, più che altro per una questione stilistica, quasi rifinendo leggermente il testo, con l'aggiunta di qualche breve didascalia, per trasmettere alla figlia e ai lettori che lo affronteranno, l'originalità di un messaggio che una donna santa (o almeno potrebbe essere tale) trasmette.
      27 marzo 2019,
      Massimiliano Lanza
       
      Giulia Bianchi
       
      (8 agosto 1940)
       
      Istituto “Cottolengo” in località Bioglio (Biella)
       
      “I mie ricordi più belli”
       
       
      Capitolo I
      Una giornata triste
       
      Si hanno delle ore così tristi, così angosciose nelle quali l'anima ha bisogno di vedere dinnanzi al suo sguardo non una pagina, che non riuscirebbe a leggere, ma un solo pensiero che dà sollievo e conforto. Nell'ora della sua passione, Gesù ha pronunciato quella parola che è tutta la storia della vita.
      “Fiat”: Non lasciarti opprimere povero cuore. Dio ti guarda con occhio paternamente pietoso, il dolore è la prova sublime dell'amore, il sacrificio ti rende più grande dinanzi a Dio: Fiat!
      Soffri in pace; passerai questa triste giornata, domani non resterà che la 2 tua purezza, e la bellezza di quell'angoscia che si avrà purificato per cielo: Fiat!”.
       
      Capitolo X
      ccc
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
      Massimiliano Lanza, Biografia:
      nato a Biella il 25/08/1970, dopo il Diploma di Maturità Magistrale indirizzo sperimentale socipsicopedagogico, ha intrapreso per 4 anni la Scuola Diocesana (Diocesi di Biella) di Formazione Teologica, per 6 anni il Corso Istituzionale in Sacra Teologia con tesi "Il Peccato Originale" e per un solo anno l'Istituto Superiore di Scienze Religiose di Novara affiliato alla Pontificia Facoltà Teologica dell'Italia Settentrionale.
       
      Da vent'anni lavora per il mondo della scuola, presso l'Istituto di Istruzione Superiore "G. E Q. Sella" di Biella; in questi anni, limitatamente a tempi e circostanze, ha continuato gli studi:
       
      nel 2008 ha conseguito il Master Post Laurea (solo a corsi singoli) in Didattica a Distanza e Filosofia Medievale sul Web presso la Drengo Srl di Roma;
       
      Nel 2016 ha conseguito l'Attestato a corsi singoli in Scienze Infermieristiche presso l'Università degli studi del Piemonte Orientale presso la sede di Biella;
       
      nel 2017 ha conseguito la Laurea in Scienze dell'Amministrazione e Consulenza del Lavoro (L-19) presso l'Università degli studi di Torino con tesi: "Lettura ad Alta Voce: la cura degli altri e di sé alla luce delle Medical Humanities", nel 2018 l'Attestato in Ingegneria della Sicurezza presso l'Università Insubria di Varese, nel 2019 il corso di Formazione Universitaria in Criminologia presso l'Università Nuova Bicocca di Milano e attualmente è iscritto al III anno (dopo riconoscimento crediti) al corso di Laurea Magistrale a ciclo unico (LMG/01) in Giurisprudenza presso l'ateneo torinese.
       
      Ha curato per due trienni i commentari biblici anno A, B e C del lezionario, e a tal proposito ha collaborato con alcuni enti sociali e religiosi.
      Ha pubblicato su www.lulu.com diversi e-book di natura teologica, scientifica, sociologica e politologica.
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
      1Massimiliano Lanza, Commentari Biblici Anno A, B, C, stampato in proprio, autoproduzione, ad uso privato degli studenti.

    • Lunedì 17 settembre 2018
       
      -Non entrare con le scarpe sporche di fango!- Dice la madre al piccolo Luca, ma è ormai troppo tardi: il pavimento è di nuovo da lavare. Dietro di lui entra il padre che è andato a prenderlo dopo il secondo allenamento di calcio della sua vita. –Com’è andata oggi?- Chiede Carla ai due uomini mentre si arma di una scopa e di un panno bagnato. –Bene! Oggi abbiamo fatto i tiri e ho fatto due goal!- Esclama il bambino. –Bravo amore! Però la prossima volta togliti le scarpe prima di entrare: promesso?- -Si, va bene mamma- -E ora va di sopra a farti una doccia calda- Senza lamentarsi Luca va in bagno. –Allora, hai intenzione di uscire anche questa sera?- dice Carla rivolgendosi al marito. –Si, lo sai che il mercoledì ho il calcetto con gli amici- ribatté Fabio. –Ok, allora ti lascio qualcosa da mangiare sul tavolo in cucina al tuo ritorno- -Va bene, grazie amore. Vado a prepararmi che sono già in ritardo. Ci vediamo dopo- Le dà un bacio e va a cambiarsi. 
      La sera a cena è tornata anche Gaia, sorella più grande di Luca, dopo un pomeriggio di studio dalle amiche. –Tesoro, vedo che ti stai impegnando di più a scuola rispetto agli anni scorsi, le superiori sono toste, vero?- Chiede Carla alla ragazzina. –Si mamma, ci tartassano di compiti e di cose da studiare: sono passati solo dieci giorni e già non ce la faccio più, non oso pensare all’inizio delle prime verifiche e interrogazioni- risponde Gaia disperata. –Vedrai che ti abituerai, è solo questione di impegno, poi ti conosco: in ogni ambito dove ti imbatti riesci sempre a dare il meglio di te!- Cercando di rassicurarla. –Speriamo, perché cinque anni con questi ritmi difficilmente sopravvivrò. Poi mi piacerebbe non smettere con il basket, lo sai mamma, ne sono innamorata da quando ero piccola e vorrei continuare- 
      -Sono sicura che riuscirai a gestire scuola e sport-
      -A proposito: gli allenamenti quest’anno sono di martedì e giovedì dalle 17.30 alle 19.30, mi potete portare vero?- -Certo, ti porterò io- Risponde sorridente Carla.
       
      Pensieri estate 2018
       
      La scuola scelta da Gaia per il liceo è stata lo scientifico, non sapendo la professione che avrebbe svolto da grande ha preferito seguire l’ indirizzo che aprirà più porte nella scelta di una università, nella speranza di avere le idee più chiare una volta raggiunto l’anno del diploma. Nel suo cuore però c’è sempre uno spazio per il basket, sognando ogni giorno di diventare una campionessa a livello nazionale. È la ragazza più alta della squadra, 
      l’Albatese, visto il suo metro e settantadue: riesce ad andare a rimbalzo con facilità grazie anche alle sue doti atletiche ed è riuscita a portare la sua squadra al secondo posto in campionato, sfiorando il primato sfumato solo all’ ultima giornata perdendo in trasferta contro una compagine sulla carta non alla loro altezza. 
      Gaia in quella maledetta partita è stata fermata da una botta al ginocchio nei primi minuti di gioco e non ha potuto dare il suo aiuto alla squadra che ha sofferto a rimbalzo tutto il match, risultando alla fine la chiave in negativo per l’Albatese. Così il campionato regionale lombardo fu vinto dall’Olimpia Milano, squadra favorita ad inizio stagione per il titolo.
      Nei mesi estivi di stop per il campionato Gaia si è allenata da sola nel giardino di casa ogni giorno per molte ore, cercando di migliorare la tecnica di tiro, suo punto debole. Nelle due settimana di vacanza in un villaggio a Villasimius, luogo incantevole situato nel sud della Sardegna,  ha giocato contro ragazzi e ragazze più grandi di lei: con la sua fisicità e il suo grande atletismo ha dato prova di tenere testa a tutti, lasciando a bocca aperta ogni giocatore. 
      Gaia era abituata a ricevere complimenti, soprattutto quando era in vacanza: nessuno credeva alla sua età, ogni persona le dava 2 o 3 anni in più per via della sua stazza fisica.
       
      Martedì 18 settembre 2018
       
      -…e per oggi abbiamo finito, ricordatevi la versione per domani!- Dice la professoressa Bianchi che con questa affermazione seguita da svariati lamenti degli alunni conclude la lezione e la giornata scolastica per la prima B.
      -Oggi vieni da me a studiare?- chiede Sara a Gaia. –Si, va bene, grazie! Vado a casa a mangiare e poi ti raggiungo come ieri?- - Si, certo. Porta il dizionario di latino per la versione. Io lo devo ancora comprare!- -Ok, ci vediamo dopo.- Conclude Gaia che va spedita verso casa. 
      La scuola è solo ad un chilometro così poteva tornarci comodamente a piedi. 
      Seduti a tavola Gaia dice ai suoi genitori.- Vado anche oggi da Sara a studiare, dobbiamo fare la versione e studiare matematica per domani.- -va bene amore, ma la conosci da soli 10 giorni, sei già così in confidenza?- ribatte la madre.- si, mamma. Fa sport anche lei: tennis a livello agonistico. Avremo lo stesso problema di abbinare scuola e sport quest’anno e cerchiamo di aiutarci a vicenda. Credo che diventerà una mia grande amica!- risponde Gaia.- - Ah, bene. Se vuoi ti posso accompagnare io prima di andare al lavoro- interviene il padre.- No, non ti preoccupare: abita a soli due isolati da qui, è più comodo andarci a piedi- Fabio annuisce e chiede- Luca, tutto bene? Ti vedo molto silenzioso… è successo qualcosa a scuola?- -No, va tutto bene, i miei compagni sono simpatici però le maestre ci danno tanti compiti,- sbuffa il bambino e continuando- perché io non posso andare dai miei amici come fa mia sorella?- -tu sei ancora troppo piccolo, puoi stare con la mamma tutto il pomeriggio e ti aiuterà nei compiti- risponde Fabio. Così Luca finendo velocemente il pranzo va in camera con il broncio.
      Gaia si alza subito da tavola e va a fare qualche tiro a canestro, eccitata per l’ inizio della nuova stagione, mancando solamente una settimana all’ inizio degli allenamenti. –wow, i tiri da due li ho migliorati un casino: sto avendo delle percentuali altissime qui a casa, non le avevo mai avute prima d’ora- gridò Gaia al padre che la sta osservando. –è vero, hai fatto grandi passi avanti, sono sicuro che quest’anno farai vedere a tutti quanto vali, e tu per me in questo sport vali molto- -grazie pà, spero che quello che dici sia vero! Non vedo l’ora di iniziare, ma ora devo correre da Sara, sono già in ritardo- risponde Gaia prendendo cartella e dizionario uscendo di corsa dal giardino. Il padre si dirige verso l’auto e va al lavoro.
      Il pomeriggio di studio da Sara è interminabile: la versione data dalla prof. Bianchi non ha grandi difficoltà, però essendo la prima della loro vita risulta un’ impresa ardua per le due ragazze da portare a termine. -Non può essere così difficile il latino… come faremo a studiarlo per 5 anni?- brontola Gaia finita la versione –e non è finita qua, ora dobbiamo studiare matematica e poi fare le equazioni- continua Sara lamentandosi. 
      Finiscono di fare i compiti praticamente all’ ora di cena, così Gaia saluta velocemente l’ amica e corre a casa dove la aspetta la sua famiglia per mangiare. –avete così tanto lavoro da fare per la scuola? La mamma di Sara mi ha detto che avete studiato tutto il pomeriggio ininterrottamente!- chiede Carla. –si, con questo ritmo non ce la potrò mai fare per tutto l’anno… spero sia solo il primo periodo, altrimenti non so come farò con il basket. - risponde Gaia sconsolata. – Dai ora non pensarci e goditi la cena, la mamma ha preparato un risotto fantastico!- Cerca di consolarla il padre –se vuoi dopo andiamo a fare due tiri fuori, ti va?- -si, va bene! Non aspettavo altro- conclude Gaia che mangia in tutta fretta per precipitarsi in giardino. Le temperature sono ancora alte essendo le ultime dell’estate e la sera fuori si sta molto bene, dopodiché avrebbero portato il canestro nel garage per l’ inverno imminente. –facciamo uno contro uno stasera?- Chiede Gaia speranzosa. –va bene, però vacci piano, non ho più 20 anni purtroppo e il mio ginocchio non è quello di una volta- -si papà, lo so. Non c’è bisogno di ripeterlo sempre-
      E con questa frase iniziano a giocare, con Gaia che corre felice divertendosi ad umiliare il padre che, nonostante l’altezza di un metro e ottantacinque, non prende un rimbalzo, i pochi tiri che riesce a fare sono tutti difficili perché la ragazzina ha energia da vendere e salta contestando ogni singolo tentativo. -wow, dovrei rimettermi in forma: sono senza fiato- dice Fabio sedendosi sulle sedie in giardino, da dove Luca e Carla stanno assistendo alla partita. Tutti e tre ammirano Gaia tirare e palleggiare: è fortissima e bella da vedere, nonostante l’ altezza riesce a muoversi con grazia e velocità. 
      -noi rientriamo, tu resta pure quanto vuoi- dice Fabio. –ricordati che domani hai la scuola- rammenta la madre. Gaia sarebbe rimasta fino all’indomani ad allenarsi, ma sa che deve rientrare e così, dopo una doccia calda, si mette a letto a dormire fino al mattino seguente.
       
      -dovrei buttare giù qualche chilo, ma con il lavoro non so quando potrei allenarmi. Mi piacerebbe riuscire a giocare ancora con Gaia, ma se vado avanti di questo passo non potrò più- dice Fabio alla moglie. –sarebbe bello! Potresti andare a correre la domenica mattina e io ti farei stare a dieta, però ricordati quello che è successo al tuo ginocchio, non puoi esagerare- rammenta Carla. <<e come faccio a dimenticarlo…>> pensa Fabio fra sé, e gli ritorna alla mente quella brutta serata, dove i suoi sogni vennero infranti.
       
      Ricordi 1998
       
      -dai, non puoi non giocare stasera, senza di te siamo spacciati- implora Roberto a Fabio, suo compagno di classe e migliore amico. –ma lo sai che non posso, sto per firmare il contratto con l’ Inter, se scoprono che ho giocato una partita della scuola mi faranno subito delle storie. Non posso rischiare- ribatte Fabio.
      Era stato contattato proprio una settimana prima ed era felicissimo. Stava per finire il liceo e da settembre avrebbe giocato con l’ Inter, suo sogno fin da quando era un bambino. Sarebbe diventato un giocatore professionista a tutti gli effetti. 
      –per favore, con te sarà tutto più semplice, quelli della quarta E sono agguerriti ma con te vinceremo sicuramente! Non puoi farci questo- persiste Roberto che vuole a tutti i costi farlo giocare la sera, nella finale del campionato della scuola. Tutta la sua classe lo implora di partecipare, anche solo dalla panchina se il risultato fosse stato negativo per la sua quinta A. 
      Passata tutta la mattinata scolastica a dire di no ai suoi compagni di classe Fabio torna a casa e si mette a studiare per l’imminente maturità, quando riceve una chiamata dalla ragazza che gli piace: Cristina. 
      –ciao Fabio. Ho saputo che stasera non vuoi proprio giocare, sarebbe davvero un peccato far perdere la nostra classe-
      -ciao Cristina. Lo sai benissimo che non posso, ti prego non insistere- 
      -dai, lo so che in fondo vuoi giocare, se vincerete avrei una sorpresina per te…- 
      -se la metti così non posso rifiutare, però parto dalla panchina, giocherò solo il secondo tempo sempre se necessario-
      -grazie Fabio, davvero. Allora ci vediamo dopo la partita, lo dici tu agli altri?-
      -si, va bene, lo dico io che ci sarò-
      Fabio passa il resto del pomeriggio a pensare a Cristina e a quello che avrebbe fatto con lei dopo la partita, non vedeva l’ora, aspettava quel momento da quando l’aveva vista il primo giorno di scuola di quell’ anno. Era bella, alta e formosa,  aveva ciò che ogni uomo cerca nel corpo di una donna, e se anche fosse durato per una sola notte, ne sarebbe valsa la pena. In fondo si trattava solo di giocare una partita di calcio.
      Durante il primo tempo la squadra di Fabio soffre e subisce due gol nonostante l’impegno di tutti i compagni, quindi, con questo risultato, è il turno del campione dalla panchina, lui che non voleva giocare ma che alla fine si è presentato, ora si sta riscaldando ed è pronto ad entrare. Tutti i suoi amici a bordo campo lo incitano e lui, comunque, non vede l’ora di entrare e regalare una gioia ai suoi compagni di classe, quelli di una vita. Inizia il secondo tempo e la musica cambia subito: Fabio con tutta la sua classe fa quello che vuole con il pallone e riesce a mettere in porta i suoi compagni per due volte, ribaltando il risultato sul due a due. I minuti passano ma la palla non vuole entrare: Fabio con un paio di tiri ha sfiorato il gol vittoria… ma proprio su una delle ultime azioni con il campione che porta la palla sulla tre-quarti campo ecco che un avversario entra in netto ritardo e colpisce il ginocchio destro di Fabio. Gli spettatori gelano nel silenzio, Fabio urla di dolore e i professori corrono a soccorrerlo, temendo subito il peggio. Da lì in poi inizia il calvario: dai dottori non arrivano buone notizie, i quali lo operano subito per evitare ulteriori danni. Al suo risveglio Fabio capisce che l’infortunio è molto serio e vedendo la sua gamba immobilizzata da un’enorme gesso si mette immediatamente a piangere capendo che la sua carriera è a forte rischio di finire prematuramente…
       
       

    • Giancarlo
      Tempo fa in ambulatorio ho avuto modo di conoscere due persone : un uomo di mezz’età e una ragazza poco più che ventenne.
      Ho pensato subito che si trattasse di padre e figlia, perché oltre ad avere gli stessi occhi color verde mare, il loro sguardo sembrava emanare la stessa vitalità ed energia.
      Spesso accade, che un genitore accompagni personalmente il proprio figlio a sottoporsi agli esami tossicologici, ma quella volta, come mi spiegarono poco dopo, i ruoli erano esattamente invertiti.
      Marisa era lì insieme a suo padre, ma era lui che si doveva sottoporre alle indagini tossicologiche.
      In realtà i suoi problemi di dipendenza dall’alcol risalivano a circa dieci anni prima, ma ormai ad ogni rinnovo della patente, la Commissione Patenti gli chiedeva di ripetere quegli accertamenti, per essere sicuri che non avesse avuto ricadute.
      Marisa mi raccontò di essere una studentessa della facoltà di psicologia, e mentre me lo diceva, riconobbi nello sguardo di Giancarlo, un moto di sano orgoglio paterno.
      Scherzando glielo avevo anche detto, mentre mi accingevo a tagliargli una ciocca di capelli per le indagini richieste, e lui con un sorriso luminoso mi aveva confessato:
      “E’ vero dottoressa, sono orgoglioso di mia figlia, è una ragazza intelligente e sensibile, se non fosse per lei, chissà che fine avrei fatto….”
      Aveva emesso un profondo respiro Giancarlo, subito dopo aver finito di parlare, come se quelle sue parole, da sole, fossero bastate a far riemergere un dolore pungente, che da tempo doveva albergare nel suo cuore.
      A quel punto Marisa, che era seduta dall’altra parte della stanza, era intervenuta:
      “Papà, ma perché ci pensi ancora, ormai è acqua passata, devi lasciare andare quanto è accaduto, altrimenti non consentirai mai alle tue ferite di guarire”.
      A quali ferite si riferiva Marisa? Mi chiesi, in silenzio, mentre, continuavo a fare il mio lavoro.
      “Ma come faccio Marisa? Se rifletto soltanto a quanto dolore ho provocato a te e a tua madre, mi sembra addirittura che mi manchi il respiro”.
      A quel punto, ricordo che lo sguardo della ragazza si era soffermato sul mio viso e probabilmente aveva letto nella mia espressione, quelle domande che in silenzio mi stavo ponendo. Infatti mi disse:
      “ Mio padre dottoressa ha avuto dei seri problemi con l’alcol.
      Parliamo di una vera e propria dipendenza, che l’aveva portato a cambiare profondamente la sua personalità.
      Quando ci penso, credo che si fosse trasformato addirittura in un altro uomo: non poteva essere il mio papà, me lo ripetevo allora e me lo continuo a ripetere ogni volta che ritorno con il pensiero a quel periodo così faticoso e infelice della nostra vita”.
      “Ma Marisa un cambiamento in grado di generare una dipendenza, doveva aver avuto origine da qualcosa, un evento scatenante ci doveva essere stato”,    avevo chiesto, mentre Giancarlo era andato nel bagno per fornire il campione urinario.
      “ Certo dottoressa, il tutto era cominciato quando gli affari dell’azienda che papà gestiva, avevano iniziato ad andare male….”
      “ Colpa della crisi forse” avevo aggiunto io, cercando di aiutarla in quell’amaro racconto.
      “Non solo purtroppo, o quantomeno, non fu quella la circostanza più dolorosa per mio padre.
      In realtà lui gestiva la sua azienda insieme a due altri soci e di comune accordo avevano deciso di estendere la loro attività anche in un’altra provincia. Gestivano un’impresa di pulizie, gli affari andavano bene, ricordo che in quegli anni facevamo sempre delle vacanze al mare in posti bellissimi.
      Il papà riempiva di piccoli regali me e la mia mamma.
      Si dice che il denaro non dia la felicità, ma a noi, quel tranquillo benessere ce la dava e come.
      Eravamo felici, di quella contentezza fatta di piccole cose, di attenzioni quotidiane, di pensieri inaspettati, di gioiose premure.
      Ho avuto una bella infanzia, serena, soprattutto mi sono sentita molto amata.
      Ma improvvisamente quando avevo circa dieci anni tutto iniziò a cambiare.
      Papà prese a lamentarsi degli affari, diceva che forse avevano sbagliato alcuni investimenti, forse erano stati troppo ambiziosi e avevano fatto il passo più lungo della gamba.
      Iniziarono a circolare meno soldi, ma quello non sembrò un problema grave, almeno inizialmente.
      La mamma che aveva fatto da sempre la casalinga, trovò lavoro come commessa, in una nota boutique del centro, che era di proprietà di alcuni nostri amici.
      Ma questo, non turbò il nostro equilibrio, perché la mamma continuava a ripetere che non tutto il male viene per nuocere. Diceva infatti che era molto contenta di quel lavoro che in un certo senso, l’aveva sottratta alla monotonia della vita domestica.”
      “E allora cosa fu a destabilizzare l’equilibrio di Giancarlo?” chiesi incuriosita a Marisa.
      “Cosa fu a destabilizzarmi? Glielo dico io dottoressa” mi aveva risposto Giancarlo che nel frattempo era uscito dal bagno.
      “Avevamo deciso di aprire una nuova filiale e a me sembrava che anche lì gli affari andassero abbastanza bene.
      Davamo lavoro ad una ventina di persone e si era creato un bel clima di collaborazione anche con la sede centrale dove avevamo altre quaranta persone che lavoravano per noi.
      Ero soddisfatto dottoressa del mio lavoro, ero orgoglioso di pagare i miei dipendenti regolarmente, di aver sempre liquidato tredicesima e quattordicesima, oltre a vari premi per la produttività.
      Per cui, quando iniziai a prendere coscienza del fatto che i soldi sul conto dell’azienda non erano più quelli di prima, fui fortemente destabilizzato.
      Tremavo al solo pensiero di non riuscire a pagare gli stipendi, ma mi rendevo conto, che a breve, tutto ciò sarebbe inevitabilmente accaduto.
      Non riuscivo a capire cosa stesse succedendo, perché il lavoro non era diminuito e non mi risultava che ci fossero dei mancati pagamenti da parte dei nostri clienti, o quantomeno non per cifre particolarmente importanti.”
      “Cos’è che era accaduto allora Giancarlo?” avevo chiesto turbata.
      “Quello che stava avvenendo lo scoprì quando decisi di dare un’occhiata alle entrate e alle uscite del nostro conto. Di quello dell’azienda intendo.
      Non mi ero mai interessato del denaro, io gestivo il personale, i loro turni, i rapporti con le aziende esterne. Ma non i soldi. Mi ero sempre fidato dei miei soci, perché non avrei dovuto?
      E invece mi resi conto di essermi sbagliato sul loro conto e soprattutto su me stesso….. sulle mie capacità di gestire un’azienda…”
      “Ma cosa centri tu papà, ti sei fidato e basta, la dottoressa non lo sa, ma uno dei due soci era proprio tuo fratello. Non potevi immaginare che ti raccontassero solo mezze verità, che da tempo avevano iniziato a sottrarre denaro all’azienda che poi buttavano nelle sale da gioco.
      Cosa potevi saperne tu, che invece passavi le tue serate con me e la mamma a giocare a Monopoli.
      Lo sa una cosa dottoressa?
      Il mio papà era uno che si commuoveva per ogni cosa.
      Si era commosso quando era nato il nostro gattino, e anche quando erano uscite le prime rose da una piantina che avevamo preso da un’aiuola, a casa della nonna, la sera in cui lei era morta. L’avevamo piantata nel nostro giardino, e quando papà la vide fiorire non riuscì a trattenere le sue lacrime.
      Per lui, io lo so, era come se una parte della nonna fosse ancora lì: lei adorava quella pianta di rose bianche, gliela aveva regalata il nonno per un suo compleanno.
      E poi papà si emozionava sempre quando io, nelle ricorrenze importanti,  recitavo le poesie. Non so ancora oggi, se si emozionasse di più per il loro contenuto, o per me che le interpretavo.
      Ma ad un tratto tutto ciò sparì, di colpo papà, iniziò a non commuoversi più.
      Era sempre arrabbiato con me, con la mamma, con il mondo intero.
      Urlava e basta. Noi a suo dire, sbagliavamo sempre tutto, l’intero mondo era sbagliato”. Aveva raccontato tutto d’un fiato Marisa, quasi volesse con le sue parole liberarsi di un fardello pesante, che ancora sentiva gravare sulle sue esili spalle.
      “No, in verità dottoressa ero solo arrabbiato con me stesso, per essere stato un ingenuo, un facilone, e poi come le ha detto Marisa uno dei due soci era mio fratello……ero stato ingannato dal mio stesso sangue, come dire, da una parte di me” aveva aggiunto con la voce tremante Giancarlo.
      “Purtroppo Giancarlo credo che anche suo fratello fosse vittima di una dipendenza, forse anche più grave della sua…” gli risposi guardandolo dritto negli occhi.
      “Certo dottoressa, ma questo io lo capì molto dopo, quando iniziai a curare la mia di dipendenza.
      Ma prima dovetti toccare il fondo.
      Avevo iniziato a bere senza neanche farci caso, senza essere realmente cosciente di quello che facevo. Ma ogni volta che bevevo, i miei pensieri si dissolvevano nella nebbia che l’alcol generava nella mia mente.
      Ma se da una parte, in quei momenti, le mie preoccupazioni si affievolivano, la rabbia invece cresceva sempre di più, nei confronti di tutto e di tutti.
      Mi sentivo una vittima, mi sentivo ingiustamente ingannato, e non mi importava di essere diventato causa di sofferenza per gli altri.
      Ero troppo concentrato sul mio dolore per preoccuparmi anche di quello di chi mi stava attorno” confessò Giancarlo con un filo di voce.
      “Ma come fece a liberarsi dalla sua dipendenza?” gli chiesi.
      “In un certo senso sono stato fortunato.
      Una sera avevo bevuto, avevo litigato con mia moglie per delle banalità come ormai accadeva di frequente.
      Lei si era messa a piangere e io non so perché, ma quelle lacrime che le avevo visto versare tante volte nella mia più totale indifferenza, quella sera, non riuscivo proprio a tollerarle.
      A tutto ciò si aggiunsero le parole di mia figlia, che sentendo sua madre piangere, era arrivata in cucina e semplicemente, guardandomi dritto negli occhi mi aveva detto: papà perché non sei più tu?
      Ricordo che quella domanda mi provocò un dolore quasi fisico.
      Era come se quelle parole avessero addirittura il potere di graffiarmi l’anima.
      Come se quel quesito che la mia bambina innocentemente mi aveva posto, racchiudesse tutte quelle domande a cui da tempo, io stesso, non riuscivo a dare risposta.
      A quel punto avevo preferito scappare, il desiderio di andare via da quella casa si era trasformato improvvisamente in un urgenza che non poteva essere rimandata.
      Di colpo mi sentii prigioniero, come se avvertissi nitidamente la sensazione di essere stato privato mio malgrado, della mia libertà…….forse della mia stessa vita.
      Ma poi per un attimo pensai, che non era la mia casa ad essere diventata una prigione, e tanto meno mia moglie e mia figlia dei carcerieri come ultimamente avevo iniziato a credere, forse ero solo prigioniero della mia dipendenza, era lei che prepotentemente mi teneva in ostaggio.
      Disperato avevo preso la macchina e mi ero diretto non so neanche io dove.
      Ma quella sera avevo bevuto davvero troppo e alla prima curva che avevo imbroccato, ero uscito fuori dalla carreggiata andandomi a schiantare contro un albero, al lato della strada.
      Fui portato in ospedale in gravi condizioni, rischiai la vita, ma paradossalmente, quella circostanza, mi consentì di recuperarla.
      Sono stato in coma per due settimane, ma io ero presente in quella stanza della sala rianimazione, mi sembrava solo di aver varcato i limiti del mio corpo, come se non fossi più contenuto nei suoi confini.
      Lo so dottoressa che probabilmente quelle sensazioni erano dovute ai farmaci, ma mi sembrava di scrutare dall’esterno me stesso, e la cosa peggiore era che osservavo, con un’improvvisa  lucidità, una persona che non mi piaceva più.
      Mi resi conto di non essere più l’uomo che ero sempre stato.
      A quel punto non ricordo se soffrissi di più per le ferite causate dall’incidente o per quei graffi nell’anima, provocati dalla consapevolezza del degrado, che l’alcol aveva portato nella mia vita.
      Improvvisamente mi sembrò che il dolore che sentivo nel mio corpo e nella mia anima, occupasse tutto lo spazio del mio essere, riuscendo ad albergare e a fare da padrone, in ogni singola cellula, come se di colpo, tutto il mio essere, fosse diventato una sua proprietà.
      Una mattina, non so come accadde, mi ritrovai nuovamente nel mio corpo.
      I dolori li avvertivo ancora, forse anche più di prima, però nel profondo mi sentivo diverso, come se una parte di me fosse morta, e un’altra invece rinata.
      Quando presi coscienza di quanto era accaduto, chiesi prima di tutto scusa a mia moglie e poi a Marisa: mi vergognavo di tutto ciò che ero stato, del dolore che avevo provocato.
      Avevo cercato di fuggire dalle difficoltà che mi si erano presentate, nella maniera più ignobile….”
      “Ora basta papà, perdonati, noi l’abbiamo fatto da tempo, anzi io e la mamma non ti abbiamo mai neanche condannato, e tu questo lo hai sempre saputo” aveva detto Marisa interrompendolo bruscamente.
      “Non è così facile purtroppo…. Comunque dottoressa decisi che mi sarei fatto aiutare sia per liberarmi dalla mia dipendenza che per riuscire a fare ordine nella mia mente e soprattutto nel mio cuore.
      Quando si dice che tra il primo vagito e l’ultimo respiro si nasce e si muore tante volte, io penso, che per me, sia stato proprio così”.
      Avevo ascoltato in silenzio il racconto di Giancarlo, anche perché erano gli ultimi utenti della giornata, fuori nella sala d’aspetto, non c’era più nessuno ad attendere il proprio turno.
      Avevo osservato Marisa abbracciare  con lo sguardo suo padre, e poi ricordo, che a bassa voce aveva detto:
      “Papà anche se tu non fossi il mio padre, se anche fossi un uomo estraneo, per te stesso egualmente ti amerei.”
      Riconobbi nelle sue parole i versi di una poesia di Camillo Sbarbaro.
      Di colpo mi voltai verso Giancarlo e vidi il suo volto che teneramente si rigava di lacrime.
      Sorridendo pensai: ecco è tornato ad essere il padre che Marisa ricordava, un uomo ancora in grado di  commuoversi dinanzi all’ascolto di una poesia recitata dalla propria bambina.
      Salutai  Giancarlo e Marisa con un abbraccio, grata per avermi donato con il loro racconto, un frammento della loro vita  che, come in uno scrigno, racchiude , paure, rimorsi e speranze in quel loro continuo alternarsi che caratterizza come sempre, ogni storia di ordinaria quotidianità.


    • Mi è sempre piaciuto da impazzire guardare l'immagine riflessa nello specchio dei nostri corpi abbracciati sul letto, e poi addormentarsi, dopo aver fatto l'amore.
      Tuttavia, malgrado tentassi con tutte le mie forze di vivere il momento senza riflettere, senza pormi domande e senza pensare al domani, i foschi pensieri occupavano sempre più spesso la mia mente. Vedevo i nostri corpi riflessi nello specchio e mi sembravano perfetti nella loro imperfezione, non riuscivo ad immaginare nulla di più armonioso di quei corpi contrastanti. Per quanto diversi, mi parevano nati per stare insieme. Il corpo trascurato e decadente di un uomo alla soglia dei sessant'anni, amalgamato a quello fresco e scolpito di una trentenne, per i più può rappresentare un'immagine disgustosa, ma non certo per me. L'immagine disgustosa trovavo fosse quella che si affacciava alla mia mente, che vedeva quell'uomo nel letto con una donna della sua età, la sua compagna di sempre, quella dalla quale ogni giorno tornava. Ero innamorata di lui e non riuscivo a digerire questa sua scelta, ma la mia inquietudine andava al di là della naturale gelosia, io ero letteralmente sbigottita dal suo modo di comportarsi, non mi capacitavo di come fosse possibile mettermi da parte per scegliere una sessantenne. La mia pelle liscia, i miei seni pieni, il mio fondoschiena sodo, il mio bel viso, la mia freschezza, la mia passione, tutto questo gettato via senza esitazione per tornare a casa da una vecchia. Avevo sempre provato una rabbia e uno sconforto immani per questa situazione, ma quel giorno per la prima volta la rabbia lasciò il posto ad un pensiero di solidarietà verso quella donna. Forse un tempo anche lei era stata bella come me, e forse per questo lui l'aveva presa, aveva goduto di questa bellezza, aveva spremuto tutto quel che di buono poteva spremere da lei, esattamente come adesso sta facendo con me. Lei è invecchiata al suo fianco, io invece sarei ancora in tempo per salvarmi, per consumare la mia bellezza e la mia giovinezza con chi le merita, non con chi è capace soltanto di prendere senza dare nulla in cambio, di succhiare come una sanguisuga fino a prosciugare l'anima, di approfittare e cavalcare l'onda con freddo egoismo, noncurante del cuore degli altri. Per la prima volta realizzai che il marcio era in lui, non in lei, che era lui a tenermi per la gola, era lui a tradire contestualmente me e lei, prendendosi gioco di entrambe. Quella donna non era una mia rivale, era una vittima tanto quanto me.
      Come di consueto, dopo il sesso, lui si era addormentato, sereno e pacifico, nessun morso di coscienza, come fosse solo con se stesso, come se io e lei neanche esistessimo. E io nonostante tutto restavo lì abbracciata a lui, dilaniata dalla consapevolezza che avevo appena acquisito, cercando di trattenere le lacrime. Stremata mi addormentai anch'io.
      Poco dopo mi svegliai, ero intorpidita, cercai di muovere le mani ma mi facevano male, mi sentivo strana, la pelle del mio viso mi pareva raggrinzita, facevo fatica ad aprire gli occhi e quando finalmente li aprii non riuscii ad emettere suono tanto era il terrore che provavo nel vedere le mie mani: dita storte, deformate, mani da vecchia, martoriate dall'artrite. Non potevo crederci, sentivo il mio corpo come se non fosse più il mio, pareva un incubo. A fatica chinai il collo, anch'esso dolorante, e scorsi i seni sgonfi, la pelle rugosa in ogni angolo del mio corpo. Terrorizzata mi volsi verso lo specchio, lentamente, per vedere il mio viso. Stavolta un grido di orrore eruttò dalla mia gola: non c'era la mia immagine riflessa nello specchio, c'era soltanto la sua che continuava a dormire beato, ma di me nessuna traccia. Volsi lo sguardo a lui che nonostante il mio urlo non aveva fatto una piega, ebbi paura fosse morto e invece no, respirava normalmente, dormiva sereno, come se io non fossi stata lì, come se io non fossi neanche mai esistita. A fatica mi liberai dal suo abbraccio e mi avvicinai allo specchio, nel quale continuavo a non vedermi. Istericamente lo presi a pugni, frantumandolo e tagliandomi, poi corsi in bagno, cercando un altro specchio, ma nemmeno in quello mi riflettevo. Disperata mi appoggiai piangente a quello specchio, lo toccavo compulsivamente con le mani ferite fino a farlo diventare soltanto una macchia di sangue. Volsi lo sguardo alle mie mani dove erano ancora conficcati pezzi di vetro, poi tornai a guardare lo specchio e con un asciugamano cercai di togliere il sangue. Sotto quello strato rosso vivo riuscivo finalmente ad intravedere una sagoma, la mia, ma quando l'immagine divenne chiara lo spettacolo che mi trovai davanti fu altrettanto agghiacciante. Vedevo nello specchio una vecchia signora, rugosa, labbra ormai consumate, sottili, che nulla avevano a che fare con le mie carnose. Capelli crespi e grigiastri. Occhi spenti, troppo stanchi della vita. La cosa più terribile però, era che quella vecchia non mi assomigliava molto, non sembrava l'immagine di me stessa proiettata nel futuro, sembrava piuttosto l'immagine di sua moglie, proiettata qualche anno avanti, sì, pareva proprio lei, per quel poco che avevo avuto occasione di vederla, potevo notare una forte somiglianza con l'immagine ora riflessa nello specchio. La mia immagine. Guardo me e vedo lei, come fossimo la stessa cosa, due immagini, soltanto due figure, non due esseri umani, non per lui.
      Con uno scatto impressionante e un nodo in gola mi svegliai, svegliando anche lui che attonito mi domanda cosa mi prende. Mi guardo le mani, mi tocco il viso, i capelli, mi volto verso lo specchio, rivedo il mio corpo giovane e bello, le mie forme intatte e il mio viso incantevole. Lui insiste nel chiedermi cosa succede, pare quasi preoccupato, mi domanda di raccontargli che incubo ho fatto. Ma si è davvero trattato soltanto di un incubo? Sebbene la mia immagine nello specchio sembri perfetta, mi pare che qualcosa sia diverso dal solito. Mi alzo e mi avvicino allo specchio scrutando attentamente la mia faccia. I miei occhi, ecco, i miei occhi: non sono più i miei! Hanno perso la luce, sono spenti, opachi, mesti, assomigliano a quelli di lei, così glieli avevo visti in fotografia, così forse glieli aveva fatti diventare quell'uomo, così stanno diventando i miei, mentre i suoi restano accesi e fiammeggianti.
      Mi è sempre piaciuto da impazzire guardare l'immagine riflessa nello specchio dei nostri corpi abbracciati sul letto, e poi addormentarsi, dopo aver fatto l'amore. Sì mi è sempre piaciuto, fino ad oggi.

    • VERSI  DI FINE ANNO
       
      Versi  di fine d’anno  tante strade illuminate con  tanti alberelli pieni di luci ,  mostriciattoli vari  saltellano  sui rami, folletti e letti pieni di amanti , sogni che rincorrono altri sogni come una luce in fondo ad un tunnel.  Piccole luci  alcune dietro  fatiscenti finestre , strette, sconosciute , perse in un mare di finestre. Tanti  luoghi comuni ,  legano il nostro vivere ad un avventura mai finita,  ci ha condotti lontano oltre questo credere  nel ridere di noi stessi , siamo rinati come Gesù. Fuggire da  un morire lento ,  senza  sosta . Ed ogni cosa è come l’abbiamo sempre immaginata,  fatta di  grandi amori  , viaggiare verso,  immense città , luoghi coronati di concetti  timidi che t’indicano dove giungere per essere felici. Questo proseguire per strade silenziose  con   un sorriso tenero,   sul  viso,  mentre fugaci , ci affacciamo dietro angoli ,  dietro gli anni passati , insieme nello scorrere, un andare contro corrente,  verso qualcosa di indescrivibile , fatto di paradossi ed ossessioni . Come un frutto  maturo . Ci si incontra nella  piazza grande , tra  case piccole, minuscole, porte socchiuse  dentro il nostro cuore si aprono , si chiudono , c’invitano ad entrare per essere ciò che siamo , ciò che vorremo essere . Luci tante luci , occhi ,  mani ed ancora corpi penduli , sotto, sopra ,  dormire  nella storia,  abbandonati in un amore banale , morire per vivere per essere quello avremmo tutti voluto essere.
       
      Ti pare bello,  mi lasci qui da solo a capodanno
      Non credevo di dover assistere a questa fine  .
      Un ultimo ballo
      Certamente , prendi la mia mano.
      Noi , forse un tempo, simili a dei
      Mio caro è giunto il tempo degli uomini non senti  il canto dell’orco.
      Ed io confidavo in  un angelo.
      Io in un povero diavolo.
      Volo.
      Gioco.
      Cambio.
      Canto .
      Non vuoi capire siamo rimasti soli con questo cuore
      Chiamo l’infermiere?
      Chiamalo subito
      Siamo rimasti in balia di mille pensieri
      Bello.
      Vero.
      Vorrei essere ciò ch’ero un tempo un  angelo dalle ali grandi.
      Ti ricordi che bello,  era volare.
      Quanta gente abbiamo aiutato .
      A sperare.
      A sopravvivere .
      A credere.
      Per nulla serio.
      Non bere.
      Non ruttare.
      Non dire nient’altro.
      Facciamo subito.
      Facciamo giro , giro tondo .
      No siamo angeli , no bulli di periferia.
      Che strano , stare qui ed aspettare che qualcosa cambi.
      Sara quello che sarà.
      Forse abbiamo esagerato.
      Non credo.
      Era bello quando si era ignari del futuro.
      Perché , adesso abbiamo dimenticato?
      No , siam divenuti  fessi.
      Ci resta questo mondo.
      Il cielo è  un luogo dove poter volare,  dove poter osservare la gente . In molti   s’affaticano  ad andare ad entrare, uscire dai negozi in cerca di un regalo , un dono.  Mi sembra un mondo capovolto dentro una bottiglia . Tanto  bello,  piccolo , un incanto, un ossesso di forme,  si intrecciano dentro un dato di fatto , dentro questo giorno di fine anno ,  uguale ai tanti giorni e ai tanti secoli trascorsi. Un punto senza ritorno,  dove ogni cosa può accadere di nuovo . Ed il via,  vai di facce diverse , simili a ciò , si desidera essere,    storte, facce ,  facce di monelli , di guappi , facce di donne sedotte ed abbandonate. Visi simili ad ieri . Sotto la  pioggia  che bagna  sogni  gli indumenti  , piazze eterne ,  macchine ed ancora macchine con a bordo , orchi e lupi mannari.
      Fammi il piacere.
      Ero perso per strade nere ed abbandonate
      Vorrei  volare via   
      Entra fai presto.
      Sono quello che ho  voluto essere .
      Nessuno ti ha costretto.
      Sono  tua madre.
      Lo so.
      Eppure mi hai offesa  , mi hai derisa.
      Lo fatto,  perché ti voglio bene.
      Non è  giusto  io soffra tanto …..
      Ti prego , non farmi ricordare.
      Fa male anche a me.
      Sono  tuo figlio,  lo vivo nel bene nel male.
      Gli angeli ci guardano figlio mio.
      Aspettano per portarci via con loro.
      Forse verso un mondo migliore.
      E stato bello sperare.
      E stato bello amarti.
      Anche per me ,sei e rimarrai in eterno mia madre.
      Il tempo non ci ha diviso.
      Abbiamo vissuto, pregato Dio di non abbandonarci.
      Ed è stato cosi .
      Forse siamo fantasmi tra varie fantasie.
      Sei diverso nel sogno che trasforma le ore .
      Rimango un bambino.
       Piccolo e pallido dalla pelle  rosa tra le mie braccia.
      Sento ancora  il tuo cuore battere.
      Sento la tua manina gelida .
      Il cielo e gli angeli ci porteranno lassù.
      Saremo di nuovo un solo corpo, un solo spirito.
      Vivremo  di nuovo questo natale.
       
      I pastori  con il loro gregge scendono dai monti, molti soldati ritornano dalla guerra , chi fuma uno spinello su una panchina nel parco  ,chi non ha voglia di parlare in mezzo a tanta confusione in molti hanno dimenticato di essere uomini .
      Hanno dimenticato cosa è l’amore ,  un affetto affumicato, una fetta di prosciutto , un bignè alla crema, un caffè al  volo al bar. Là  incontri amici,  non vedi da anni ed incontri  una umanità ferita che và  ancora avanti .  Ieri credevo di esser   morto  oggi sorrido alla vita   in  momenti felici identici ai tanti perché . Bancarelle colme di fuochi d’artificio , cipolle,  tricche tracche , botte a muro , palloni esplosivi. Questa vita và, esplode , cambia  in un attimo  per vicoli bui ove le voci si mescolano agli spari , alle grida degli immigrati  ,dentro  un sorriso di una fanciulla. Tutto è come l’abbiamo immaginato fosse  , un lungo viaggio , un unico carrozzone dove vi sono stipate dentro tutte le disgrazie,  le zite , le maritate,  le donnine allegre e i tanti altri che non hanno più un Dio d’adorare.
      Un angelo rimane un angelo.
      Domani potremmo essere di nuovo  in paradiso.
      Noi con tutti gli altri.
      Noi e voi.
      Affianco a nostro signore .
      Senza alcuna arma da fuoco.
      Senza una gamba.
      Senza un dito.
      Senza piede .
      Con la febbre.
      Vedi ,vidi , vinci
      Che belli ,neri e lucenti
      Tanti fuochi d’artificio.
      Sul mare .
      L’onda canta alleluia.
      Un mare d’immagini.
      Mano nella mano .
      Come due angeli .
      Come , quando eravamo fidanzati
      Come ieri nell’aria che respiriamo.
      Nello spirito santo.
      Saremo  santi  per  sempre.
      Io ,bianco per alcuni.
      Due ali ,un solo corpo.
      Li salveremo tutti.
      Proprio tutti.
      Un urlo di gioia .
      Non guardare oltre , perché il male è in agguato.
      Noi in lui , santi al pari dei santi.
      Un tempo per morire.
      Un tempo, per amare
      Ora amici.
      La stessa faccia, della stessa medaglia.
      Lo stesso uomo.
      La stessa donna.
      Da non credere , come faremo a salvare tutti.
      Sara un impresa titanica.
                                              
                                                 II
       
      Una piccolo stanza ,un grande cuore,  si discute di tempi andati , di quando non c’era nulla neppure da mangiare  . Ed in tanti non capiscono  cosa è  il male ed il bene , Quando s’andava  per  vie  strette,   fredde  ed un cardillo  cantava la sua canzone al mondo  . La neve  adesso copre  i monti ,copre i tetti delle case , dove pochi  amici s’incontrano, giocano a carte. In molti  diventati in questo mondo , sordi,  troppo cattivi  per essere di nuovo  salvati. Mentre il  gioco delle parti  ci porta ad assumere un indefinibile aspetto a riconoscerci nel  dialogo  sciocco che magistralmente articola il sapere d’ognuno,  ci porta con esso per mondi immaginari , lungo scie di sospiri , tra le  luci di natale , tra alberi illuminati fino alla vetta dei monti di marzapane  , fin dove la stella cometa splende .  Dopo  aver compiuto il lungo viaggio per terre remote,  lontane dal capire , lontane dal desiderio di ritornarci solo per un attimo .Si consuma questo essere , si strugge per nulla nel nulla , nell’ anima di chi non c’è più,  di chi ha creduto che potesse essere vero,  tanto vero da cambiare per davvero. Cosi tuffarsi tra la folla , correre a perdifiato ,  trovare amici , trovare un regalo per tutti e non ci sono scusanti non c’è Nerone.  Pronto a voler appiccare  un fuoco per Roma e per la  sua personale   gloria,  in  versi  e  versi  , noi siamo già all’inferno.
      Vedi di rigare diritto.
      Vedi di non farmi arrabbiare.
      Non vengo .
      Non venire .
      Hai cambiato tragitto.
      Ti credevo saggio.
      Non è  detto .
      Siamo soli,  angeli o demoni.
      Siamo , madre e figlio.
      Siamo qui a piazza Navone.
      Quanta gente.
      Carbone e  pan di zucchero.
      Mortadella,  farcita allo zenzero.
      Una cioccolata calda.
      Forza,  muoviti  tra poco si riparte.
      Dove andremo ?
      Non  è dato sapere.
      Non è un  bel modo di rispondere.
      Piove.
      Sui nostri corpi.
      Sulle nostre illusioni .
      Sul tempo trascorso.
      Amico mio.
      Ci rivedremo   di nuovo non aver paura.
      Quando ?
      Quando il gallo canterà tre volte.
      Io sarò li ad aspettarti.
      Anch’io.
      Non dimenticare.
      Canterò per te
      Io per te pregherò.
       
      La pioggia  intanto bagna e purifica l’animo   ,rende ogni cosa santa, ogni cosa  pulita , come il cielo , come il credere senza peccati,  puro,  senza nome , senza alcun interesse   i nostri passi,  diventano visibili  nel fango  che lentamente si scioglie , diventa acqua,   scorre,  bagna e lascia sognare , un nuovo anno,  un nuovo mondo.

    • Piano-bar

      By Alberto Galimberti, in Poesia,

      Rintoccano i ballon ad un ritmo scialbo e piano,
      picchiano i vetri opachi sottili stille in cielo e 
      nel velo d'un sommesso mormorio, 
      leggero tintinna il ride. 
       
      Il brandy caldo scorre  in gola e giù nel cuore,
      e muore il gelo in bocca per ebbri brii brusii, 
      fruscii di sordi passi risuonano muti in basso ed
      il contrabbasso batte felpato il tempo in swing.
       
      Languido lento sale il nemboso e bigio fumo
      e in profumo sfuma i profili ed i contorni, 
      ritorni di scale e accordi fra fil di Murad levan,
      e pian o forte ammalia lo sciolto suono jazz.
       
      E nel déjà-vu di souvenir banale ecco il cliché: 
      cosce in calze scure, cappotto in pelle nera 
      altera le dita schiocca ed un fischio parte già,
      di là osserva i tavoli ma per lei è solo il sax. 

    • Piano-bar

      By Alberto Galimberti, in Poesia,

      Rintoccano i ballon ad un ritmo scialbo e piano,
      picchiano i vetri opachi sottili stille in cielo e 
      nel velo d'un sommesso mormorio, 
      leggero tintinna il ride. 
       
      Il brandy caldo scorre  in gola e giù nel cuore,
      e muore il gelo in bocca per ebbri brii brusii, 
      fruscii di sordi passi risuonano muti in basso ed
      il contrabbasso batte felpato il tempo in swing.
       
      Languido lento sale il nemboso e bigio fumo
      e in profumo sfuma i profili ed i contorni, 
      ritorni di scale e accordi fra fil di Murad levan,
      e pian o forte ammalia lo sciolto suono jazz.
       
      E nel déjà-vu di souvenir banale ecco il cliché: 
      cosce in calze scure, cappotto in pelle nera 
      altera le dita schiocca ed un fischio parte già,
      di là osserva i tavoli ma per lei è solo il sax. 

    • UN ALTRO ANNO STA FINENDO
      Ho camminato osservando i volti, immaginando le loro vite. Visi dolci, sereni, sorridenti, stampati, ma che trasmettevano una vibrazione.
      Nonostante il luogo fosse conosciuto, sprigionava una piacevole novità, un' emozione come se fosse sempre la prima volta.
      Lunghe camminate sul molo, con l' aria salmastrosa sulla faccia, il rumore delle onde che mi tiene compagnia.
      E quelle pinete con alberi secolari che nelle giornate torride regalano frescura.
      GrossI massi di marmo lucidati costantemente dalle onde del mare, incisI sbalzatI, sbeccatI, anneritI...
      Oggi è l' ultimo giorno dell' anno, ripenso alla mia vita, a questi ultimi 12 mesi... Che emozione.”
      Dopo un momento di sospensione, ho ripreso lentamente a camminare con lo sguardo che scorreva tra immagini smaltate in color seppia e laccate a colori.Rimango in silenzio
      Lentamente rivolgo lo sguardo al cielo, verso le grandi vette delle Apuane che delimitano l' orizzonte.
      Sono a metà fra l' immensità del mare da una parte e le vette maestose delle ALPI. Come in una cartolina.
      Fra poche ore scriverò 2020, mai come in questo momento ho sentito il tempo solo numeri, Il tempo giusto è dentro di me.
      31/12/2019
       

    • Non avevo voglia di uscire quel giorno, come sempre del resto, ma non potevo dirle nuovamente di no, così le proposi di pranzare insieme. Adottavo spesso quell'escamotage: uscire a mangiare insieme, anziché uscire dopocena come invece eravamo solite fare tempo prima, perché mentre mangio ho l'impressione che il tempo passi più velocemente, o comunque il momento mi sembra meno inutile, perché sono fuori non soltanto per chiacchierare a vuoto ma anche per mangiare. E' brutto parlare così a proposito di un'uscita con quella che dovrebbe essere la tua migliore amica, ma questo è, poco ci posso fare. Sebbene io non sia particolarmente veloce nel mangiare, una delle poche certezze che avevo è che avrei finito la mia pizza prima di lei, in quanto parlare con la bocca piena è difficoltoso e rallenta l'atto del masticare. Durante le nostre uscite, infatti, parlava praticamente solo lei, rendendosi inevitabilmente lenta nel mangiare, mentre io mi limitavo ad ascoltare. Forse, o forse nemmeno quello, forse mangiavo e basta, cercando di mascherare al meglio la mia noia, e stando attenta a non cadere nel mugolio di assenso “Mh, mh”, tipico di chi sta facendo finta di ascoltarti o di chi vuole farti tacitamente capire che forse è ora di tenere chiusa quella bocca per almeno un secondo. Non so se davvero lei non si accorgesse della mia insofferenza o se preferisse far finta di non accorgersene. Temo che il mio stato d'animo fosse abbastanza lampante, specialmente quando finivo di mangiare e rimanevo lì a guardarla, aspettando che facesse altrettanto, e sicuramente mi scappava uno sguardo che parlava e che diceva “Muoviti, cacchio, mangia! Zitta e mangia!”. Forse riesco a moderare la lingua, ma gli occhi penso di no, quelli hanno vita propria. E invece no, lei non tace, continua imperterrita a raccontarmi aneddoti riguardanti la sua nuova e brillante storia d'amore.
      Ad ogni modo, una fettina dopo l'altra, quella pizza, la sua, sembra finalmente essere quasi finita e io comincio a vedere la luce in fondo al tunnel: fra poco usciremo dal ristorante e ognuna andrà per i fatti suoi. Non avevo calcolato che il suo ragazzo avrebbe potuto telefonarle avvisandola di aver finito il turno di lavoro e, ignorando che lei fosse con me, proporle di prendere un caffè insieme. Un motivo in più per togliere il disturbo velocemente, per fare in modo che si incontrassero, ma lei interpreta la cosa in modo diverso: quale occasione migliore per farci finalmente incontrare? Perché il caffè non lo prendiamo tutti e tre insieme visto che io e lui ancora non ci siamo conosciuti? Lui accetta, e io, mio malgrado, anche.
      Usciamo dal ristorante ma invece di andare ognuna per i fatti suoi come da mio disegno mentale, ci incamminiamo nella stessa direzione, incontro a lui, per rintanarci in qualche posto dove lui potesse rimediare almeno un panino in quanto, a differenza nostra, non aveva ancora pranzato.
      Ecco che lo raggiungiamo e dopo i convenzionali saluti, strette di mano e “piacere – piacere mio”, ci infiliamo nel primo kebabbaro che troviamo su quella strada, e per quanto il locale fosse di rango estremamente basso, il ragazzo era troppo affamato per dirigersi verso un altro posto e decise di pranzare lì, dove il classico odore di fritto, spezie e cipolle si amalgamava disgustosamente bene con la puzza di sudore dei camerieri. Cercando di respirare il meno possibile, mi arrovellavo il cervello nel tentativo di trovare una scusa, un pretesto, una balla qualsiasi per congedarmi. Tuttavia non era facile elaborare un pensiero e men che meno esprimerlo, non soltanto per lo stordimento dovuto al fetore del locale ma anche in quanto tra due logorroici che vomitano in continuazione frasi al vento diventa un'impresa ardua riuscire a prendere la parola, ad aprire una parentesi all'interno del loro vortice di ciarle. Pertanto restavo lì interdetta a sentirli e tutte e due, io e lei, eravamo lì a contemplarlo mentre mangiava quel kebab colante di maionese o di non so cosa: lei estasiata, io anelando la fine del mondo. Se c'è una cosa che non ho mai sopportato, è restare lì a reggere il moccolo ad una coppia di freschi fidanzatini che si scambia mielose smancerie, frasi che fanno salire il diabete e sguardi da pesci lessi in amore. Figurarsi trovarsi di fronte a tutto questo in un buco lercio e puzzolente come una latrina, con una lei che lo sguardo da pesce lesso ce l'ha anche quando non è innamorata e un lui che sprigiona frasi banali in stile Baci Perugina da una bocca unta da salse turche.
      “Tata, domenica ho una sorpresa per te!
      “Veramente?! Amore, grazie! E che sorpresa è?”
      “Non posso mica dirtelo, altrimenti non è una sorpresa!”
      “Dai dammi qualche indizio, fammi indovinare!”
      “Qualche indizio... Vediamo... Cosa posso dirti? Beh, diciamo che ti regalo la cosa più preziosa che esista!”
      “La cosa più preziosa che esista?! Cioè?!”
      “Eh, cioè... Sei tu che devi indovinarlo! Io l'indizio te l'ho dato!”
      Lei sorrideva inebetita, lo guardava implorando altri indizi e lui allora la incalzò sospirando, con una folata all'aroma di cipolle: “Dai tata, cosa potrebbe essere? Indovina... quale potrebbe essere una cosa preziosa?”
      Oro. Diamanti. Gioielli. Soldi. Anello di fidanzamento. Buoni omaggio. Smartbox. Vestiti firmati. Borsette griffate. Questi alcuni dei tentativi di lei.
      “No, no, niente di tutto questo, pensaci bene, qual è la cosa più preziosa che abbiamo? Ci sono anche dei trattati di filosofia su questo tema” - suggerì lui
      Me ne ero stata zitta fino a quel momento, ma dal principio di quel discorso avevo una parola che mi scoppiava in gola.
      “Il tempo!” - mi intromisi fermamente
      Entrambi mi guardarono stupiti, lui sorridendo e lei invece come per chiedermi se fossi scema, che razza di risposta fosse la mia.
      “Esatto, brava!” - esclamò lui.
      “Il tempo?! - gli domandò sbigottita lei – Ma in che senso?”
      “Nel senso che di solito la domenica sera ci vediamo ma stiamo insieme poco perché al lunedì mattina mi devo alzare presto, invece questo lunedì la sveglia suona più tardi e quindi domenica sera possiamo stare insieme più a lungo!”
      “Ah ok – sorrise lei, e poi si rivolse a me – Questi sono i problemi delle coppie di fidanzati che vivono ancora con le rispettive famiglie e che quindi non possono passare la notte insieme. Non tutti hanno la fortuna di avere una casa” – Alludeva chiaramente al fatto che io invece vivessi da sola, destando la sua invidia. Era la sua specialità far pesare al prossimo, come fosse una colpa, quel qualcosa che lei non aveva per mera mancanza di coraggio o di determinazione; perché del resto la sua famiglia era più ricca della mia, il suo stipendio più alto del mio e io pagavo l'affitto della casa in cui abitavo, mica me l'avevano regalata. L'unico mio vantaggio era non avere figli, mentre lei una figlia ce l'aveva, ma anche di questo, a detta sua, era come se lei non avesse alcuna responsabilità. Sebbene l'avesse concepita durante un rapporto sessuale consenziente e avesse deciso di partorirla, la colpa è soltanto del “bastardo” che anni fa l'ha messa incinta. Come se durante il concepimento e la gravidanza lei fosse stata al cinema e non si fosse accorta di nulla, come se avesse fatto tutto lui, soltanto lui, come se l'avesse violentata o se le avesse vietato di abortire. Che lui fosse un idiota tutta Italia lo sapeva e tutta Italia l'aveva messa in guardia, era palese che la loro storia sarebbe presto naufragata, soltanto lei avrebbe potuto credere il contrario, ma riconoscere i propri errori e le proprie responsabilità era troppo per lei, era decisamente più facile accusare lui e addirittura accusare chiunque avesse qualcosa che lei non aveva la forza di guadagnarsi. Questo suo atteggiamento mi faceva ribollire il sangue e stavo per tirarle una frecciatina velenosa quando lei, tranquilla e incuriosita, mi domandò: “Ma dimmi, come hai fatto ad indovinare? Io non ci sarei mai arrivata a pensare che si trattasse del tempo”
      “Beh, semplice – risposi – ci sono arrivata perché lo penso veramente – E lei seguitava a guardarmi come fossi pazza, allora proseguii - Io penso veramente che il tempo sia la cosa più importate che abbiamo, quella che scorre più inesorabilmente, quella che non torna, che non possiamo recuperare, né trattenere. Senza il tempo non possiamo fare nulla, goderci nulla. Tutto è vano se non c'è il tempo. Non trovi?”
      “Mah... oddio... non ci ho mai pensato...” - disse lei ridendo stoltamente
      “Esattamente! - intervenne lui sorridendomi con ammirazione – Io la penso esattamente come te! Ma a quanto pare siamo in pochi ad apprezzare il valore delle cose che contano veramente, delle cose che non si possono monetizzare”
      Sentendo quelle parole rivolsi lo sguardo a lei, preoccupata, temevo potesse reagire male perché di fatto lui la stava indirettamente definendo come una persona venale, frivola e non particolarmente perspicace. Lei invece non fece una piega, forse era talmente poco perspicace che non aveva neanche colto l'essenza delle sue parole. Ero imbarazzata per lei, al suo posto sarei sprofondata, lei invece rideva giuliva, seguitava a trovare assurde e divertenti le nostre teorie. Non sapevo se compatirla o invidiare la sua stupidità grazie alla quale si crogiolava anche mentre le si stava dando della cretina. Ma l'invidia, a differenza sua, non mi appartiene, tanto meno quando la cosa da invidiare è un animo superficiale.
      Faceva un caldo apocalittico in quel locale, o forse avevo caldo perché in quel posto, con quella gente e con quei discorsi mi si era bloccata la digestione della pizza. Mi tolsi il golfino e rimasi con una maglietta a mezze maniche aderente e scollata che valorizzava il mio seno prosperoso. Sarebbe improprio dire che non me ne accorsi, ma posso assicurare che non miravo a quello: inevitabilmente, per un attimo, gli occhi del ragazzo caddero complimentosi sul mio décolleté.
      Immediatamente lo sguardo da triglia di lei si trasformò in sguardo da pescecane, fulminò lui con un'occhiataccia e me con una furia ancora peggiore. Ne seguì un silenzio gelido e spiacevole. Io, che la mia unica intenzione era quella di andarmene e che nemmeno lontanamente avevo mirato a sedurlo; lui, che sedotto infatti non era, nel suo sguardo non c'era stato nulla di scabroso; lei, che si lasciava destabilizzare dalla presenza di un paio di ghiandole mammarie ben sviluppate e che invece non aveva prestato la minima importanza al discorso intrapreso poc'anzi. Per lei il problema era che il suo ragazzo avesse guardato il seno di un'altra donna. Soltanto guardato, peraltro, così come si guarda una cosa bella, una scultura, un quadro, una fotografia; soltanto guardato, non desiderato. Che c'è di male nel posare lo sguardo su una cosa bella? In qualunque forma sia, cosa c'è di sbagliato nel guardare la bellezza? Non è forse naturale volgere gli occhi verso qualcosa di bello? Ma tutto finisce lì, non necessariamente la cosa evolve in desiderio carnale, tradimento, sogno proibito, amore o chissà cos'altro. Trovavo fosse molto più intimo il sorriso di stima che lui mi aveva rivolto sentendomi parlare del tempo, trovavo che quella fosse un'affinità mentale decisamente più significativa, che aveva con me e non con lei. Io fossi in lei mi sarei rammaricata nel percepire quella nostra intesa intellettuale e quella sottile ma tagliente critica che lui aveva rivolto nei confronti delle persone fatue, delle quali lei aveva dimostrato di far parte. Per questo mi sarei amareggiata, fossi stata in lei, non per la semplice e naturale occhiata che lui aveva riservato ad un altro corpo. Ma come si può spiegare, a chi ritiene che una borsetta di Gucci abbia più valore del tempo, che penetrare la mente di una persona ha molto più valore che penetrarne il corpo?
      Istintivamente scossi un poco il capo e con una leggera risata attonita feci per rimettermi il golfino; poi ebbi un ripensamento, mi stiracchiai elegantemente la schiena spingendo in fuori il seno e mormorando quanto quelle sedie fossero scomode e quanto fosse tardi, che era venuto il momento di salutarli. Con il golfino a cavallo dell'avambraccio uscii ancheggiando, mettendo in risalto un'altra parte del mio corpo che valeva la pena guardare. Mi veniva da ridere immaginando dietro di me lo sguardo imbarazzato di lui e quello inferocito di lei.
      Tornai a casa con la percezione ancora più netta di quanto il tempo fosse la cosa più preziosa che abbiamo, era anche in momenti come questo che ne trovavo la conferma, quando lo sentivo scorrere sprecato, in mondi che non mi appartengono.

    • UNO STRANO SOGNO D’UNA NOTTE DI NATALE                                    
       
       
       
                                                  DI :
       
       
                               DOMENICO DE FERRARO
       
                                                                                                        
       
       
       
       
       
                                            ATTO UNICO
                                    
       
       
       
      PERSONAGGI:
       
       
       
       
       Giuseppe  Esposito: Padre di Genny
       Maria  Konigsberg :  Moglie di Josef
       Gennarino  Esposito: Figlio di Josef
       Alberto  Mutus  : Dottore Matto
       Jack  Nicolaus  :  Babbo Natale
       
       
        
      Scena.
       
      Scocca l’ora tardi e il suono dell’orologio sulla facciata della
      Cattedrale emette un cupo suono.  Nel bel mezzo del suo laboratorio il dottor Mutus  prepara l’ultimo intruglio di sua invenzione  con cui potrà conquistare l’intera città. Si tratta di una sua originale formula chimica in grado di cancellare la  memoria  di ogni singolo individuo per poter così manovrare  a suo piacimento le persone.
       
       
       
       
      Alberto:  Diventerò potente  e ricco nessuno oserà  più fermarmi  . Milioni d’esseri  umani  saranno soggiogati alla mia volontà .
      Mi reputavano  un  pazzo.
      Hanno sbagliato a fare i conti.
      Vedranno di cosa  sarò capace di fare .
      Governerò su tutto il mondo . Sarò il signore dei  loro sogni ,
      manovrerò ogni loro    intimo  desiderio represso.
      Prima di ogni cosa farò dimenticare loro  la gioia di questo odioso Natale. Cancellerò  finalmente per sempre dalla loro mente la memoria del natale. Il proposito di dover essere buoni ad ogni costo.   Il composto è pronto , godo al pensiero di tanta sofferenza che andrò a disseminare  tra quella villica gente . Ora non mi resta altro che distribuirlo gratis  per le strade della città . Come farmaco contro l’influenza e contro ogni male che mina il corpo umano.
       
      Canticchia
      Come son felice di veder morire si tanta gente
      i tanti vecchi rompicoglioni che si credono d’essere tanti Napoleoni.
      Come son contento d’istillare  in loro il  dolce saper nulla
      Il  non essere felice in questo odioso giorno.
      Natale vecchia carogna , sei in groppa alla tua renna
      vola, vola  che cadrai nel baratro dell’incoscienza.
      Natale senza collare , natale in mutande.
      Natale che non dona pace .
      Natale un male che duole dove il dente duole .
      Natale ballando  intorno all’albero senza palline.
      Natale dei poveretti , degli ultimi . morte al Natale , viva la Befana.
       
       
      Esce  cosi dal suo laboratorio. Con in mano due grande scatole
      piene di bottigline contenente  il suo diabolico intruglio. Quasi inciampa poi si riprende. Maledice il gradino . poi va per la sua strada.
       
       
       
      Stesso giorno , sera tardi.
       
       
      Giuseppe : Qua bisogna chiamare subito un medico Maria 
      Il bambino ha la febbre  alta .  Ed anch’io  ti confesso a dire il vero non mi sento tanto bene. Sarà colpa di tutto quello che ho mangiato in questi giorni. Mi sento un arancino. Uno strudel. Una cotoletta impanata pronta a friggere nell’olio di arachidi.
       
       Maria: Predi un digestivo
       
       Giuseppe:  Non voglio rendere la  mia vita  più amara
       
       Maria: Andrai di corpo
       
       Giuseppe: Ho nel corpo molte cose
       
       Maria: Sodomie
       
       Giuseppe: Peccati e dubbi
       
       Maria: Un bel miscuglio
       
       Giuseppe: Colpa del coniglio fatto alla cacciatora
       
       
      Maria  : Va bene . Io conosco , un bravo dottore , me la consigliato una mia  cara amica. Si chiama Dottor Mutus  la  settimana scorsa
      guarda caso  è riuscito  a guarire l’intera  sua famiglia  da una terribile brutta indigestione.
       
       
      Giuseppe  : Chiamalo subito cosa aspetti.
       
       
       Maria :  Ho il numero del suo cellulare  segnato sulla mia agenda. 
       
       Compone il numero .
       
       
      Maria : Pronto Dottor Albert  Mutus?
       
       
      Albert o:   Si mi dica .
       
       
      Maria : Dottore sono l’amica della Signora Rosa Miraglia sua assistita . Me la dato lei il suo numero . Le voglio chiedere cortesemente di  venire assolutamente qui a casa mia .
      Mio figlio ha una  febbre altissima.
      So che lei è un bravissimo pediatra.
      Stà molto male m’ aiuti per favore.
       
       
      Alberto  : Non potrei signora in questo momento sono molto
      occupato. Ho una delicata missione da compiere
      E che sarà mai
       
      Lei non può capire si tratta di una cosa seria 
       
      Maria : Le pagherò tutto il tempo dell’intera visita medica  non si preoccupi .
       
       
      Alberto : Non si tratta di denaro .
       
       
      Maria : La prego.
       
      Alberto: Non posso,  ho da fare
       
       Maria: Se viene le faccio assaggiare le mie ciambelle alla crema
       
       Alberto: Non è per i dolci . Ho da fare le ripeto.
       
       Maria: Le faccio un massaggio
       
       Alberto: Io non voglio essere massaggiato .
      Guardi mi mandi un messaggio ci penserò
       
       Maria: Lo faccio subito
       
       
       
      Alberto :  Va bene ritengo la saggezza una mia virtù  ma sia l’ultima volta questa . Lei sottrae del tempo prezioso alle mie ricerche. 
       
       
      Maria : L’aspetto.
       
       
      Alberto:  A presto.
       
       Maria: Non faccia tardi
       
       Alberto: Non mi metta fretta , se no cambio idea
       
       Maria: Per carità non parlo più
       
       Alberto: Ci vediamo verso mezzogiorno 
       
       
      Maria  : Giuseppe il dottore ha accettato di venire a visitare il bambino trà  poco sarà qui.
       
       
      Giuseppe  : Bene .  Aiutami a cambiargli  il pigiamino è tutto sudato.
       
       
      Maria : Si ora t’aiuto.
       
      Intanto il Dottor Mutus continua a distribuire il suo  intruglio in omaggio  per le strade della città . La gente accorre a frotte. La voce si sparge in un battibaleno. Tutti corrono verso il suo banchetto dove distribuisce gratis le bottigline miracolose che guariscono da ogni male.
       
      Alberto :  Che successo a quest’ ora le bottigline di sciroppo  che guariscono  da ogni male,  distribuite   in omaggio  con dentro il mio composto chimico saranno su tutte  le tavole della città .
      Tra non molto  i primi effetti  si manifesteranno.
      Che felicità soggiogare una popolazione intera ai mie voleri.
       
      Si mette a cantare :
       
      Vorria  addiventà nu cunto
      Vorria addiventà na nuvola
      Vorria addiventa questa favola bella
      Senza natale senza pensieri  con la figlia braccia
      Signore dei tuoi sogni
      Padrone del mondo intero.
      Ballare , cantare essere ossequiato  servito  e riverito.
      Vorria  addiventà na creaturella
      nà canzona allegra  che  mi dà tanta  felicità .
      Ah ah ah ah ah …..
      Natale senza a pippa,  con le pantofole ai piedi a spasso per la città
      Nessuno mi fermerà sono un genio malvagio io.
      Un  orco ,  un essere diabolico,  sono il dottor Mutus tremate gente.
      Tremate bambini nei vostri lettini  la mia mano  vi sfiorerà.
      Ah ah ah ah ah …….
       
       
       
       
      Giuseppe : Sono passate tre ore e questo tuo medico ancora non viene. Intanto la febbre sale. Hai preparato la tisana  Mara ?
       
       
      Maria : Scusami non so cosa mi stà capitando, sono così stressata
      non riesco a concentrarmi su quello che faccio.
       
       
       
      Giuseppe : A dire il vero anch’io  mi sento   un tantino strano.
      Ho dei freddi   brividi  lungo la schiena come sé stessi per gelare .  Agghiacciato da uno strano terrore ,una strana sensazione che mi rode l’animo.  Che tempo . Piove a dirotto. Purtroppo  Gennarino  ha bisogno d’un dottore ,non so cosa fare.   Debbo uscire al più presto e andare a trovare  un medico per mio figlio.
       
       Maria: Dove vai ?
       
       Giuseppe: Esco
       
       Maria: Copriti fuori , piove forte
       
       Giuseppe: Non sono Batman
       
       Maria: Lo so sei mio marito
       
       Giuseppe: Debbo trovare una soluzione
       
       Maria: Aspetta che viene il dottore
       
       Giuseppe: Son tre ore che aspettiamo gli vado incontro
       
       Maria: Va bene
       
       
      Apre L’armadio  ( un bianco coniglio  con gli occhiali
      inseguito da una bambina , scompaiono  in un angolo oscuro)
      Prende l’impermeabile ed una giacca di lana.
      L’indossa.
       
       
      Giuseppe  : Fa molto freddo fuori , uscire e andare a trovare questo medico che  poi non conosco mi sembra un impresa impossibile  .
      Ma sé m’arrendo è la fine. Gennarino   può peggiorare da un momento all’altro ed io non so  che medicine dargli.
       
       
      Gennarino   : Papà dove vai ? Mi sento tanto male . Non lasciarmi solo.
       
       
      Giuseppe: Dormi piccino mio adesso  viene la mamma.
      Io esco un attimo a fare un importatane commissione.
       
       
       Gennarino   : Mi brucia la gola .Papà.
       
       
      Giuseppe : Non parlare , non sforzarti  ,prova a dormire farò presto ritorno.
       
      Esce dalla camera del figlio.  Rivolgendosi alla moglie:
      Mara  esco non resisto  vado a vedere che fine ha fatto
      questo dottore.
       
       
      Maria : Stai attento c’è brutto tempo. Non preoccuparti vedrai
      tra non molto sarà qui . Ho  chiamato il medico  poco fa mi ha detto
      che era bloccato nel  traffico.
       
       
       
      Giuseppe  : Tu bada al bambino io esco.
       
       
      Intanto Babbo Natale  con  la sua slitta  trainate dalle  sue renne
      solca il cielo nuvoloso.
       
       
      Jack  : Che pioggia non riesco a vedere da un palmo di naso.
      Strano non vedo come tutti  gli altri anni le  tante luci natalizie
      che illuminano la  città . Debbo scendere più in basso verso la terra
      rischiando, che  il forte vento mi spinge fuori rotta .
       
      Si cala nella nebbia è  atterra ignaro sull’ autostrada
       
       
      Giuseppe  è in macchina .  Percorre la strada a moderata velocità
       
      Giuseppe  :  Cosa è quella non è possibile ma chi è quel matto
      che mi viene incontro sopra a quel carro. ( Suona forte il clacson)
      Ehi  attento  scansati. 
       
       
       
       
      Jack : Dove sono finito ?
      Delle luci, qualcosa mi viene contro a tutta velocità
      Non riesco a fermare la slitta. Attenzione  per tutte le renne.
       
       
       
      Giuseppe  : Ahi che botta .
       
       
       
      Jack: Cosa è successo ?ahi mi fa  tanto male la testa.
      (Rendendosi conto dell’accaduto)
      Benedetto figliolo mi  hai  quasi ammaccato la slitta e intontito le renne.  Ma dove hai  presa la patente di volo?
       
       
      Giuseppe  : Cosa dice  mica volavo,  io stavo andando a una velocità moderata causa la forte nebbia Mi aiuti per favore .
      Non c’è la faccio ad  alzarmi.
       
       
      Jack:  Subito.  Per tutti i folletti sono sceso troppo in basso fino
      ad arrivare  sulla terra.  Ecco tenga beve un sorso di questo la farà
      sentire subito bene. 
       
       
      Giuseppe : Ma lei ha un viso conosciuto mi ricorda tanto babbo natale
       
       Jack: Sono io babbo natale
       
       Giuseppe: Non ci posso credere
       
       Jack: E vero,  caro mio , sono babbo natale
       
       Giuseppe: Deliro  il mio cervello non funziona a dovere ,sarà per causa della botta
       
       Jack: Mi ha riconosciuto
       
       Giuseppe: Certo la rassomiglianza è impressionante
       
       
      Jack: Si sono proprio io  Babbo Natale si è convinto .
       
       
      Josef :  Mah  ed io sono il  Mago Merlino  .
      Certo amico è tutto a posto .Sei Babbo Natale.
      (Lo scontro gli avrà provocato qualche
      trauma cranico) sussurra tra sé .
       
       
      Jack: Ma dove andava a quest’ora  con questo brutto tempo ?
       
       
      Giuseppe : Andavo a cercare un dottore per mio figlio gravemente ammalato .
       
       
       
      Jack : Stà  molto  male ?
       
       
      Giuseppe : Si mi creda .Sono disperato.
       
      Jack: Cosa gli è successo ?
       
      Giuseppe: Non so di certo, ha la  febbre molto alta.
       
      Jack: Delira
       
      Giuseppe: Si un po’ come me
       
      Jack: Sarà il ballo di san Vito
       
       Giuseppe: Ma  se siamo a santo Stefano
       
      Jack: Tutte le feste sono uguali.  Salga sulla mia slitta . Si sieda lì  in un battibaleno  troveremo il medico che cerca.
       
       
      Giuseppe : Ma questa sembra  propria la magica slitta di babbo natale?
       
      Jack: Si fidi
       
      La slitta s’innalza in volo è sorvola la città triste ,  silenziosa.
       
       
      Giuseppe : Ma stiamo volando non ci posso credere .
       
       
      Jack : Mi crede adesso che sono Babbo Natale
       
       
      Giuseppe  :  Un pochino però dopo mi spiega come fa a volare .
      Cosa è questa  una slitta volante  di sua invenzione ?
       
      Jack: non crede ai suoi occhi
       
      Giuseppe: Va bene  basta con commenti stupidi .
      Adesso l’importate è trovare il medico .Anche se  trovare il dottor Mutus è come cercare un ago in un pagliaio .
       
       
      Jack : Non si preoccupi  ci penso io , metta questi  magici occhiali
      l’aiuteranno a trovarlo.
       
       Giuseppe: Meraviglioso riesco a vedere e sentire  i pensieri della gente. Vada piano mi sembra di vederlo , vada  un po’ più giù
      ancora , eccolo è lì in quella macchina . Il dottor Mutus .
       
       
      Jack: Tieniti, atterriamo .
       
       
      La slitta si ferma davanti la macchina del dottor Mutus
       
       
      Giuseppe : Dottore non abbia paura scenda dalla macchina
      Sono il marito della signora che ha chiamato  per quel  bambino ammalato.
       
       Alberto: Ah quasi dimenticavo. Come sta ?  stavo giusto venendo a visitarlo
       
      Giuseppe:  Ha  la febbre alta dottore
       
      Alberto: Gli ha dato una tachipirina
       
      Giuseppe: No ,  non lo so forse mia moglie
      Alberto: Male . Malissimo  la malattia è una regola di vita bisogna curare i dettagli.
       
      Giuseppe: Credevo che ammalarsi forse una cattiveria
       
      Alberto: La malattia è una cotoletta digerita male
       
      Giuseppe: Ecco perché stamani non mi sentivo benne
       
      Alberto : Non ci posso credere . Ma lui  è ?……
       
       
      Giuseppe  : Si è lui, non è lui ,non lo so . Non me lo chieda vorrei capire pure io chi è per davvero forse san Nicolas,  forse babbo natale,  forse un pupazzo di neve travestito da babbo gelo.
      Ora salga sulla slitta . Presto.
       
       
      Alberto:  Và bene.
       
       
      Jack : Signori tenetevi  su  Bianchina vai. 
       
       
      Dopo un po’ a casa di Josef
       
       
      Maria : Dottore.  Finalmente l’aspettavo venga il bambino
      stà veramente molto male .
       
       
      Alberto:  Su  signora mi dia il tempo di visitarlo e vedrà tra non molto starà subito bene.
       
       
      Maria : Dottore ….
       
       
      Alberto :  Si calmi andrà tutto bene.
      Una bacinella d’acqua calda , una siringa , un po’ di cotone
       
       Maria: Dottore ha la febbre
       
       Alberto: Lo so si tratta di un virus . bisogna isolarlo.
       
       Maria: Povero virus
       
       
       
      Lo visita, accuratamente. Un colpo dietro la schiena, un colpo sul petto. Una tiratina d’recchie . Caccia la lingua. Fai bum.
      Bene mi è  tutto chiaro . Adesso le prescrivo  dei farmaci .
      Signora dica a suo marito  d’ andarli subito a comprarli .
       
       
      Maria :  Subito dottore.   Rivolgendosi al marito
      Giuseppe devi correre subito in farmacia Gennarino   ha bisogno di queste medicine per guarire.
       
       
      Giuseppe : Corro. Anzi volo.
       
       
      Jack : Vedrà signora andrà tutto bene .
      Siete una bella e gentile famigliola. 
      Il bambino  è forte c’è la farà senz’altro a superare questo
      stato febbrile.
       
       
      Maria :  Le  sue parole mi riempiono di speranza.
      Sa lei mi ricorda tanto. Con questa sua lunga barba bianca .
       
       
      Jack : Si me lo dicono tutti. 
       
       
      Maria : Gradisce un grappino alla menta o all’arancio?
       
      Alberto: No.  Grazie non bevo in servizio 
       
       
      Jack: Dottore
       
       
      Alberto : Mi dica.
       
       
      Jack : Lei è cosciente del male che ha fatto  a questa città?
       
       
      Alberto : Io cosa ho fatto?
       
       
       
      Jack : Non faccia il finto tono con me . So tutto di lei .
      Ti conosco da quando eri piccino.
      Ho letto le tue lettere di natale sempre con grande attenzione.
      Io ho impiegato l’ intera mia vita  per vedere gli uomini felici in questi giorni freddi e cupi . Ho impiegato tanta fatica a
      portare  gioia e speranza nei cuori della gente comune. .
      Non permetterò di certo che lei con le sue malvagie intenzioni faccia del male a  tanti innocenti.
      Sappiamo benissimo tutti e due cosa ha fatto.
      Ora la prego mi dia l’antidoto  lo distribuirò io di persona a chi né ha bisogno .Nessuno saprà nulla delle sue malvagie intenzioni  ha la mia parola di Santa Claus.
       
       Alberto: Lei sa tutto
       Jack: Io ti conosco
       Alberto: Tu sei l’uomo vestito di rosso che scendeva sempre lungo la canna fumaria e finiva sempre per bruciacchiarsi un po’ il sedere
       Jack: Ti ricordi
       Alberto: Rammento il tuo sorriso ed i tuoi regali
       
      Inginocchio
       
      Alberto : Mi perdoni, distruggerò la formula e il composto creato
      te lo prometto.  Non volevo fare del male  , volevo cambiare il mondo ma è  troppo tardi . Hai ragione è meglio che rimanga come è .  Ecco  l’antidoto.
       
       
      Jack : Ora aiuta  questo bambino a guarire . Io con la mia slitta
      trainata dalle renne  volerò  casa per casa a portare l’antidoto necessario .
       
       
      Alberto : Fai  presto potrebbe essere già troppo tardi.
       
       
      Jack: Volo su tetti , attraverso le nuvole , per sogni ed altri incantesimi con la mia slitta volo in ogni casa.  Io giungerò in fretta.
      A guarire e salvare l’umanità intera.  
       
       
      Maria  : Quando ritorna   Giuseppe . 
      Sente bussare forte alla porta.
      Corre ad aprire.
      Giuseppe   finalmente.
       
       
      Giuseppe  :  Dottore  ho girato tutta la città .
      Ecco le medicine richieste.
       
       
       
      Alberto : Bene dopo queste iniezioni starà subito bene.
       
       
       
      Passa un po’ di tempo.
       
      Maria  : Venite correte la città si è illuminata improvvisamente
      a festa . Guardate quante luci .Stelle scintillanti solcano il cielo ballano il can can .Luci intermittenti. Alberi  decorati è magnifico.  Stupefacente universo  , quanti fuochi d’artificio .
       
       
      Alberto :  C’è la fatta evviva . C’è la fatta. Sia ringraziato il suo santo nome. 
       
       
      Giuseppe  : Chi? dottore chi c’è la fatta?
       
       
      Alberto : Nulla un mio amico mi aveva promesso un piccolo miracolo  per questo natale. Sa avevo perso la speranza d’essere uomo anch’io  , di sentirmi , di nuovo buono come un tempo bambino . Adesso so che è tutto passato  mi sento guarito  rinato grazie anche a voi . Ma correte ad abbracciare vostro figlio non  sentite vi stà chiamando.
       
       
      Giuseppe :  Gennarino   piccolo mio.
       
       
      Gennarino  : Papà  , Mamma.
       
       
      Maria : Tutto  è passato piccolo mio ,non aver paura .
      ci sono io qui vicino a te.
       
       
      Giuseppe  : Dottore non so come ringraziarla .
       
       
      Alberto : Non mi deve nulla  anzi questa notte  con il vostro coraggio di genitori  mi avete voi insegnato tante cose che io avevo dimenticato d’essere.   Buon Natale .
       
       
       
      Giuseppe  e Maria :  Buon Natale e Buon  Anno
      Dottore Mutus che i molti sogni ed i molti anni trascorsi la conducono a quello che desideri  essere .
       
      ( Alzano gli occhi al cielo la slitta trainata delle renne
      solca  il cielo stellato jack sorride ,lo  salutano tenendo  stretto
      tra loro il piccolo Gennarino  ) 
       
      Grazie di tutto  a presto.
       
      Jack : Forza Lampo su Fiocco oh oh oh oh corri , schiocca , vai.  Forza Babbo appari e scompari in ogni casa ed in ogni cuore sei il dono  desiderato il pacco colorato , quel mistero chiuso in noi che ha diverse forme e diversi aspetti molto  simile all’ amore di questo mondo.  Ho Ho Ho  Buon Natale  e Felice Anno nuovo  a Tutti voi ……
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       

    • Quello che state per leggere, è tutto vero. Non c’è finzione nella malattia, non c’è spazio per il dubbio nel dolore altrui. Anche quando può sembrare irrazionale, il dolore è incontestabile. Questa è la tragica storia di una fragile donna e della sua discesa all’inferno dai risultati infausti.
       
      “È così importante sapere dove una storia comincia o finisce? Saperne l’origine cambierebbe il finale? Non credo ma che questa storia sia avvenuta nella seconda metà degli anni ’90 in una cittadina operaia di poco più 60 mila anime nel sud della Francia è un’informazione che aiuta a inquadrarne il contesto socio-culturale e a dare credito e realismo a questa discesa all’inferno.”
       
      La pioggia batteva forte da giorni sui tetti della città ma Juliette aveva finito le sigarette e il the e armata con ombrello e stivali, si era imposta di uscire lo stesso e già che c’era, aveva comprato anche una rivista di moda, altra grande passione oltre alla pittura, probabilmente trasmessale dalla madre Margerine: una sarta esperta, morta appena tre anni prima. Tornata a casa, la giovane donna di 28 anni si mise accucciata sul puff posizionato di fronte alla finestra del salotto, a sorseggiare un the e a sfogliare la sua rivista. La morte della madre non era mai stata realmente metabolizzata dalla figlia e aveva segnato uno doloroso spartiacque nella vita della giovane che all’epoca studiava all’accademia delle belle arti ma aveva dovuto abbandonare il sogno di diventare un’artista per andare a lavorare in un vecchio negozio di antiquariato per poter tirare avanti unendo la sua misera busta paga alla pensione minima della madre così dolce e pacata e presenza fondamentale nella vita della figlia nonostante fosse sopraffatta dai lavori di sartoria e dagli orari impietosi per poter sopperire al ridicolo sostentamento corrisposto mensilmente dal padre Vincent, uomo violento e dispotico, insensibile e dalle mille vite parallele. Morto un anno prima della mamma di Juliette, non aveva lasciato che debiti come eredità.
      La mamma di Juliette era una bellissima donna, giovanile e sempre vestita con gusto, dai modi garbati e forse troppo ingenua. Era una sognatrice e spesso le sfuggiva il quadro completo della situazione, cercando di vedere del buono in tutto e tutti salvo poi finire spesso scottata da false speranze o da amicizie deludenti e il matrimonio ne era la prova più straziante. Anche Juliette era una bellissima ragazzina: alta, snella dai capelli lisci e nero corvino, dalla carnagione chiarissima e un pò emaciata. Aveva preso gli occhi del padre che erano di un verde scuro con rade tonalità di castano. Graziosa nei movimenti e inconscia della sua fresca bellezza, era sempre stata umile e si prestava anche a giochi da “maschiaccio”.
       
      In ogni caso, l’infanzia della giovane non era sempre stata rose e fiori, nata nel 1969, Juliette era cresciuta in una famiglia del ceto medio, senza preoccuparsi di mancanze materiali ma nemmeno vivendo nel lusso. Il padre Vincent era un commerciale in un frangente nel quale l’industria terziaria era in ripresa e lavorava molte ore ma pur sempre a pochi chilometri da casa. La paga era buona e in breve tempo divenne più cospicua, tanto che obbligò la moglie a lasciare il lavoro per dedicarsi totalmente alla dolce mansione di madre, svolta per altro alla perfezione. Vivevano in un appartamento non troppo grande di proprietà della mamma di Juliette, la quale era affetta da cecità a causa di una malattia sopraggiunta intorno al compimento dei settanta anni. Juliette crebbe quindi contornata dall’affetto delle due donne, coccolata e istruita fin da piccola alla cultura, al bello e al giusto.
      Il padre, un uomo alto e sovrappeso, sempre vestito in modo elegante e costoso e con un marcato accento del nord e sempre profumato all’eccesso, a differenza era spesso assente per lavoro e anche quando si trovava a casa, trascorreva la maggior parte del tempo a bere e a dormire davanti alla televisione nella camera da letto. Il grande problema era l’alcolismo e il distacco completo da parte della figlia che ogni tanto cercava di accattivarsi con regali costosi e saltuari.
      Ben presto si scoprì che l’uomo intratteneva relazioni extra coniugali e faceva uso di una droga che dal sud America era stata introdotta come farmaco anti convulsivante, rilassante e stordente in caso di abuso, la cocaina usata anche in psichiatria già da un paio di decenni.
      Tra le mura casalinghe riecheggiavano urla e pianti a causa del padre che tramite vessazioni psicologiche nei confronti della mamma e della nonna di Juliette rendevano quella casa un posto per niente sereno e veramente ostico per una adolescente così sensibile. Margerine chiese e ottenne la separazione da quell’uomo, due giorni dopo il Natale del 1988, poco dopo il compimento dei 19 anni della figlia.
      Cambiò le serrature di casa ma anche da fuori, tramite telefonate al domicilio o pedinamenti, l’uomo continuò per un paio di anni a essere una spina nel fianco per le tre donne.
       
      Quando cresci con imposizioni, disaccordi, urla e sei abbastanza sensibile da carpirne le sottili rasoiate che esse rappresentano, è come se la tua pelle si assottigliasse e diventasse sensibile anche a una folata di lieve brezza estiva. Una pianta ha bisogno di cure e sole per crescere fruttifera e sana ma questi lussi parte dell’adolescenza di Juliette la quale spesso si feriva con piccole lamette lasciate nell’armadietto del bagno dal padre e ancora li a distanza di tempo. A volte lo faceva per sentire qualcosa, sentirsi viva, altre per il gusto di vedere il sangue caldo uscire dalla sua carne che usava come le tempere usate durante le ore di pittura per scrivere parole di odio sullo specchio, salvo poi cancellarle in fretta per non addolorare la madre, stando attenta a non scoprire mai la schiena, piena di cicatrici mai suturate. La conformazione fisica di Juliette era cambiata di poco: sempre magrissima, con gli occhi grandi dai quali però traspariva una certa malinconia e ampie occhiaie e dai lunghi capelli neri portati sciolti. Appariva spesso emaciata e dalla pelle tirata e di porcellana tendente al grigio nei momenti di autoimposto digiuno.
       
      I vent’anni rappresentarono un grande cambiamento nella giovane che ormai lontana dal padre padrone, vicina alla madre e alla nonna era riuscita a iscriversi all’accademia di belle arti della città poco distante. Durante la settimana prendeva il treno per poter tornare nel fine settimana a casa ma dopo un paio di anni di umili lavoretti estivi, riuscì a comprarsi una piccola macchina per essere più autonoma e presente per le necessità della sua famiglia. La sua vera famiglia erano infatti le due donne con le quali aveva sempre vissuto.
       
      I parenti paterni erano stati poco presenti nella sua infanzia e non l’avevano mai amata, tutti gli atteggiamenti erano di circostanza e convenienza. Di origini campagnole, lo zio di Juliette, un uomo calvo magro e dagli occhi di ghiaccio, era riuscito a laurearsi in biologia ma come si suole dire, “puoi togliere il contadino dalla campagna ma non puoi togliere la campagna dal contadino” e quindi una certa grettezza si palesava in mancati biglietti di auguri di compleanno o buone feste, regalini saltuari o inviti spontanei durante le ricorrenze. Il fratello del padre aveva due figli con i quali la ragazza non aveva mai legato e forse, anche se a posteriori ciò avrebbe potuto influire sulla sua stabilità mentale, neanche le importava averne. La nonna paterna, vedova del marito, era una donna di facili costumi, dal fare sboccato e la totale noncuranza nel vestiario mentre la zia, una donnetta insignificante sempre in vesti dimesse e capelli ondulati portati quasi sempre a coda di cavallo, faceva poco più che da ombra che altro.
       
      Dalla parte materna i rapporti non erano deteriorati ma semplicemente decisero di trasferirsi tutti, nonno e nonna esclusi, nella capitale e quindi era difficilissimo riuscire a mantenere i contatti. Tuttavia il bel ricordo del nonno materno e del fratello della nonna, facevano bene al cuore di Juliette alla quale venne risparmiato lo scabroso dettaglio che il prozio si era tolto la vita tramite asfissia per onorare un insano patto strappatogli dalla moglie ovvero che una volta che lei se ne fosse andata, lui l’avrebbe dovuta seguire. Anche uno dei due nipoti della nonna, primo cugino di Juliette era mentalmente disturbato e soggetto a crisi di pianto improvvise, deliri e attacchi di ansia. A ben vedere, nella famiglia, scorreva un pò di sangue “infetto”.
       
      Ma quel pomeriggio piovoso quei ricordi non  sfioravano Juliette che sorseggiando quel the, sfogliava la sua rivista e fumava una sigaretta: fumava tanto e beveva the bollente e ogni tiro e sorso le trasformavano la lingua in una fornace ma forse era parte del suo punirsi o dare poca importanza alla sua vita. In compenso le capitava spesso di pensare che quella casa fosse troppo grande per lei sola che a 28 anni aveva avuto solo amori sbagliati e quello vero era finito con una scottatura infernale e senza un’apparente ragione. Il sangue e le lacrime versate per quell’amore spentosi tre anni prima avrebbero potuto riempire l’argine del fiume che collegava le due parti della cittadina. Cercò di compensare con un amore intrapreso con un uomo di sei anni più adulto ma che finì con lo sfruttarla sia sentimentalmente che economicamente. Ferita per l’ennesima volta, Juliette ebbe il coraggio di rialzarsi dopo due anni e un tentato suicidio con la consapevolezza che ciò che le aveva fatto bene era andato per sempre e quello che la faceva stare male pure: almeno sapeva cosa non voleva, la parte difficile era ora trovare quella che facesse al caso suo e le facesse trovare stabilità e conforto.
      Finito il the, in abito da camera e calzettoni grigi fatti a maglia, appoggiò la puntina del giradischi su una traccia di un gruppo britannico di nome “Joy Division", chiamata “She’s lost control” che le ricordava quante volte lei stessa avesse giocato con l’oscurità senza il minimo controllo della situazione.
      Dopo qualche passo improvvisato, si accasciò sul legno del parquet e rimase immobile per qualche minuto. Si spostò poi in camera da letto che era la penultima stanza a destra del lungo corridoio della sua abitazione, la stessa nella quale dormiva da 28 anni e che nel tempo aveva arredato in base alle sue esigenze: di bambina prima, di adulta poi. La carta da parati presentava fiori rosa antico con boccioli di rosa e rovi, il tutto su campo bianco avorio. Sulla sinistra si trovava un armadio a tre ante, da lei lavorato in uno stile che voleva emulare una curata consunzione ma con strati di smalto a donargli il tocco di modernità necessario, nell’anta centrale vi era posto uno specchio, lo stesso usato negli anni da Juliette per contarsi le ossa e le cicatrici. Il peso era sempre stato un problema avendo sofferto per anni di anoressia nervosa data la pesantezza portata in casa dal padre. Non mangiava molto nemmeno ora perché lo considerava quasi uno spreco di tempo. La scrivania era ampia, di legno laccato e con scanalature atte a sorreggere matite, pennelli, penne e un porta oggetti a forma di cuore donatole dalla nonna che usava come svuota tasche o dove riponeva la cancelleria. Nell’angolo destro c’era un treppiedi con tante tele sopra, un porta tempere e pennelli vari e subito accanto un cestino colmo di fogli accartocciati e strappati in quanto non riusciva mai a essere soddisfatta dei suoi lavori che attraverso i tratti forti e decisi sembravano voler tirar fuori l’abisso di tristezza che sentiva dentro. Nei pressi del letto, aveva sistemato un comodino dello stesso stile dell’armadio dove si trovava una piccola macchina da cucire, un portagioie e un’applique a forma di rosa con un cappello rosato a dare calore alla lampadina interna. Il letto era attaccato al muro, con un’impalcatura in ferro battuto e lenzuola sempre fresche. Dormiva sempre accanto al muro, Juliette, perché sentiva un senso di protezione derivare da esso: il muro non si muoveva, non urlava ed era sempre li, dove lei avrebbe potuto trovarlo. Al centro della stanza era infine posto a terra un grande tappeto circolare di colore rosa con tanti piccoli con tanti piccoli ricami alle estremità. Di di fianco alla scrivania era situata una finestra che spesso non riceveva luce e calore esterni a sufficienza, costringendola a usare la lampada del comodino o la luce centrale che era appesa al centro del soffitto e che partiva da un rosone di gesso robusto e si completava nella forma di candeliere a coppetta.
       
      Mancavano 45 minuti all’apertura del negozio di antiquariato dove lavorava e dopo una breve doccia, si mise addosso quello che le capitava, senza prestarvi la solita cura. Una volta partita in macchina, arrivò con i soliti dieci minuti di anticipo sui quali si poteva sempre contare: aveva una serie di riti da compiere prima di aprire al pubblico: sistemava le tazze alla stessa distanza l’una dall’altra, posizionava gli oggetti in serie di tre e doveva entrare e uscire dalla soglia per tre volte. Aveva una piccola forma di disturbo ossessivo compulsivo ma nulla di ingestibile. Il negozio era di proprietà di un italiano, fuggito in Francia a seguito della seconda guerra mondiale. Di corporatura robusta e dall’altezza scarsa, Mario portava lunghi baffi, camicie a quadretti di flanella e immancabili bretelle. Voleva molto bene a Juliette, non sapeva molto del suo passato e non faceva tante domande anche se era un uomo molto sensibile e attento e una volta percepito questo, Juliette spesso gli raccontava qualche ricordo o semplicemente la sua giornata. Mai stato sposato ma quarto di sei fratelli, Mario sapeva come relazionarsi agli altri e non giudicava mai. Il suo comportamento leale e pulito gli erano valsi la stima e la fiducia della giovane  collega.
      Il negozio, situato su due piani accessibili tramite vecchie scale a chiocciola in legno grezzo, aveva ampi soffitti in legno e travi a vista con rifiniture di ferro borchiato. Anche se non vendeva molto, il padrone era legato personalmente a molti dei pezzi in esposizione. Essendo di proprietà e con la sola Juliette da pagare, riusciva a tenere in piedi l’attività e a pagare al meglio delle sue possibilità la ragazza.
      Il suo lavoro le piaceva anche perché la maggior parte dei clienti erano persone erudite e con inclinazioni artistiche che saltuariamente si intrattenevano in conversazioni con la giovane commessa.
      Tornando a casa all’ora di cena, Juliette si fermò in un piccolo negozio di alimentari dove comprò dell’insalata, una baguette e due litri di spremuta d’arancia. Salite le scale, aprì la porta del suo appartamento che mai le apparse così ampio e vuoto e scoppiò in un pianto incontrollato prendendo a pugni il muro fino a ferirsi le nocche arrivando al sangue. Tornata in se, cenò e si mise davanti alla televisione che trasmetteva un vecchio film horror in bianco e nero con tante scene cruente che entrarono nella testa della ragazza quasi fossero una spirale vorticosa che le penetrava il cervello. Cadde così in un sonno profondo prima ancora che le 23:00 fossero scoccate. Era sabato e sapeva di poter dormire oltre al solito orario dato che il giorno dopo il negozio sarebbe stato chiuso per il riposo domenicale. Juliette si svegliò nel suo caldo letto vestita del suo pigiama preferito, attraversò il corridoio e andò in cucina per prepararsi un cappuccino e mangiare due biscotti secchi. Ingoiato il primo boccone, sentì una stretta allo stomaco e lancinanti dolori addominali e accasciandosi alla credenza in legno antico, cercò una sigaretta per rifuggire quel gusto schifoso di reflusso gastrico che le aveva raggiunto l’esofago. Riuscì a finire il cappuccino e poi corse allo specchio per guardarsi le amate ossa e concentrandosi sullo stomaco quasi come per controllare cosa ci fosse di sbagliato in esso. Dopo una rapida controllata, si rimise a letto e continuò a pensare allo strano avvenimento accaduto poco tempo prima si alzò e girovagò senza meta per la casa salvo poi rimettersi a letto dormendo fino al tardo pomeriggio di quella domenica di ottobre e quando si rialzò sentì uno strano scricchiolio delle ossa a cui però non diede peso in virtù del tempo umido e a una possibile posizione sbagliata tenuta durante il sonno. Per cena, stappò una bottiglia di vino rosso e mangiò una zuppa di legumi seduta alla sua tavola rotonda coperta da una tovaglia in pizzo, conservata dal corredo della nonna, salvo poi mettersi davanti alla televisione lasciandola accesa per simulare una compagnia che da tanto le mancava mentre leggeva la rivista comprata il giorno prima. Il giorno dopo avrebbe dovuto alzarsi presto e andò a letto dopo aver letto poche pagine e guardato una decina di immagini.
       
      Al risveglio, bevette una sorsata di the e portò un panino in un sacchetto per la pausa pranzo. Aperto il negozio ed eseguiti i soliti riti, si mise dietro al bancone col suo quaderno da disegno che impiegava per disegnare ciò che le passava per la testa o fare un ritratto di un cliente appena uscito vista l’impeccabile memoria fotografica. Riaprendo per il turno pomeridiano, Mario passò a farle visita e vedendola sciupata, le chiese se tutto andasse bene e come si sentisse, a una prima occhiata, l’uomo capì che c’era del tormento e del malessere nella ragazza e le disse di darsi una sciacquata al viso e guardandosi nello specchio del bagno si vide grigia in volto, con ampie occhiaie e una pelle grigia e spenta. A quel punto, un getto di bile si fece strada nella sua cavità orale, lasciando il suo stomaco ancora più vuoto del solito. Riordinatasi, una volta uscita dal negozio corse al pronto soccorso lamentando dolori allo stomaco, vomito, dolori alle ossa e alle articolazioni e disse che il suo volto le sembrava trasfigurato e sciupato. Il giovane medico che la visitò, vedendo il panico negli occhi della donna, prestò molta premura e fece analisi e le domande di routine e dopo un paio di ore, anche le analisi del sangue furono pronte risultando perfette a parte una carenza di globuli rossi.
      Prima di lasciarla andare, il dottore vide una foto su un documento della donna che faceva capolino dal portafoglio e subito la riguardò in volto, notando che non c’era alcun pallore o grigiore particolare come lamentato dalla ragazza. Ciò gli fece pensare a qualche di forma stress o di un lieve cedimento nervoso, una volta riesaminata la storia clinica le prescrisse vitamine per l’anemia e le consigliò il numero di uno psicologo qualora la ragazza sentisse la necessità di parlare.
       
      Mario andò a trovarla a casa e le disse di prendersi la settimana libera per tornare in forze e la trovò tutta raggomitolata in una coperta con il riscaldamento casalingo spento e tutte le tapparelle tirate giù. Dopo averle portato un caffellatte, si sedette vicino a Juliette e le chiese il perché di tutto quel buio e di quell’isolamento. Di tutta risposta Juliette disse che aveva la sensazione che il suo corpo stesse smettendo di funzionare e poi affermò di sentire un costante fetore nell’aria. Mario le diede un bacio in fronte e le disse di chiamare subito lo psicologo e di non preoccuparsi eccessivamente per il lavoro. Dopo tre giorni, la ragazza venne accolta dal Dott. Remy, un uomo dalla barba incolta, alto e pasciuto con occhialini tondi e un fare rassicurante che subito la fece accomodare nel suo ambulatorio. Le chiese i motivi per i quali si fosse rivolta lui e la donna rispose che aveva la sensazione di invecchiare a vista d’occhio e quasi di non sentirsi più lo stomaco visto che vomitava spesso e anche la minima briciola. Il dottore l’ascoltò con pazienza e le prescrisse un blando antidepressivo da prendere dopo i pasti consigliandola di mangiare qualcosa per via dell’anemia e del sottopeso. Tornata a casa, una volta che la porta si chiuse alle sue spalle, Juliette guardò la sua casa ormai adorna di vecchi ricordi e scarna nell’arredamento ed ebbe la sensazione di “non esistere”, di essere in un posto dove lo spazio occupava la sua dimensione interiore. Si diresse in cucina, aprì il frigo e mangiò un pezzo di formaggio e due uova al tegamino salvo poi prendere il farmaco prescrittole. Le era stato detto che per fare effetto, sarebbero occorsi una decina di giorni e quindi, senza stimoli, si buttò sul letto senza però aver sonno o avvertire stanchezza alcuna.
      Trascorse neanche due ore, si svegliò dal lieve torpore e non capì dove si trovava, la sensazione di essere in un posto che non le apparteneva era opprimente e dalla frustrazione, prese un bicchiere e lo ruppe a terra per poi tagliarsi ripetutamente ma senza sentire male alcuno, quasi come se il sangue che sgorgava e di cui era intrisa non fosse il suo. Dopo un paio di minuti si riprese e corse in bagno a disinfettare le ferite alle mani e fasciarsele con bende di fortuna, poi con la scopa in mano, buttò i vetri insanguinati nel bidone dell’immondizia posto sotto il lavabo. Appena finito di rassettare, suonò il campanello: era Mario, venuto ad assincerarsi delle condizioni fisiche e mentali della sua amica, lei aprì e come l’uomo le diede le spalle, lei prese un pesante posacenere e glielo ruppe sulla schiena, correndo poi in un angolo emettendo grugniti animaleschi. L’uomo, sotto shock, cercò di riprendersi e calmare Juliette cercando e riuscendo ad avvicinarla e lo abbracciò piangendo a dirotto e scusandosi per il folle gesto. Seduti sul divano, l’uomo ancora dolorante apprese poi che Juliette aveva visto lo specialista e che le aveva prescritto quel farmaco che mai era riuscita a tenere senza rigurgitarlo quasi totalmente. Mario, molto preoccupato ma cercando di rimanere il più calmo possibile, le suggerì di fare una passeggiata il giorno seguente per svagarsi e assaggiare un pò di aria fresca. Congedatosi, Juliette corse allo specchio della sua camera e si spogliò per controllarsi tutta: si vedeva già morta guardando le anche e le clavicole sporgenti, la pelle grigiastra, i capelli fini e raccolti e una rientranza nello sterno. Si sedette sul tappeto rosa e vuoi per l’astinenza dal cibo, vuoi per il farmaco, si addormentò profondamente. Si svegliò nel cuore della notte in seguito a un terribile incubo dove aveva percepito la dannazione eterna della sua anima ed era costretta a subire mutilazioni ed essere bruciata per ore su un rogo. Ormai sveglia, si vestì e passò a casa di Mario per fare due passi e una volta usciti, lei quasi non parlava seppur incalzata dall’amico. Nulla sembrava avere più senso per lei, provava a trattenere il respiro ma non riusciva a gonfiare i polmoni. La mattinata in quel dì francese era soleggiata ma Juliette sentiva tanto freddo. Si fermarono a mangiare qualcosa giusto per riempire un pò quello stomaco che sembrava non appartenerle quasi più e per prendere il medicinale. Dopo qualche parola, la ragazza iniziò a lamentarsi dicendo che sentiva odore di carne in putrefazione nonostante si trovassero di fronte a una pasticceria… Esordì in fine con una richiesta alquanto strana: voleva andare al cimitero e in un primo attimo di sgomento, Mario pensò di far bene ad assecondarla e in macchina raggiunsero il camposanto. Una volta varcata la soglia, Juliette disse che finalmente si sentiva “profumata” e a casa e colse l’occasione per salutare i suoi defunti, poco dopo guardò il suo accompagnatore e lo vide così fuori posto che gli gridò di andarsene e lasciarla nella sua “vera casa”. Intimorito e preoccupato più che mai, il signore fece retromarcia e tornò a casa sua.
       
      Alla luce dei fatti, occorrevano contromisure immediate e infatti, nella seconda seduta con il dottor Remy, descritti i vari sintomi e l’inefficacia del farmaco, il medico decise di ricoverarla d’urgenza all’ospedale psichiatrico vicino una ventina di chilometri dalla città natale di Juliette. Stranamente acconsentì e vi fu portata nel pomeriggio stesso. Per le prime 48 ore, venne messa sotto osservazione in una camera sicura e monitorata 24 ore su 24. Pur disponendo di comodino, letto, una finestra e di libri, la ragazza alternava momenti di delirio, autolesionismo come strapparsi i capelli sbattere la testa fra le mani, urlare e dimenarsi, a momenti di tranquillità in cui leggeva libri stesa sul letto. La mattina del secondo giorno, entrata l’infermiera per le cure e l’igiene personale, le sfilò la penna dal taschino per poi piantarsela in varie zone di tutto il corpo e ridere chiedendo di chi fosse tutto quel sangue dato che lei non se lo sentiva più scorrere nelle vene. Entrata d’urgenza tutta l’equipe medica, la ragazza venne messa in un letto di contenzione fino all’arrivo del Dottor Remy, già avvertito dell’accaduto. Al colloquio, la ragazza disse di non sentire più dolore n'è emozioni, di avere la sensazione di essere già morta e quindi di non poter morire una seconda volta. Delirava, la poveretta, quando diceva che sotto la pelle avvertiva degli insetti striscianti sotto la pelle. Per una settimana venne deciso di nutrirla tramite flebo e tenerla costantemente sedata nella speranza che si riprendesse un pò da quei momenti terrificanti. Passata una settimana, i dottori ricominciarono a parlare con lei che però sembrava ferma sulle sue vecchie credenze e affermazioni dicendo che doveva essere punita per il fatto di essere nata, addossandosi anche le colpe del padre e sostenendo di meritare l’oblio per non aver fatto qualcosa in più per la mamma e la nonna.
      Come ultimo rimedio, la giovane donna venne sottoposta a terapia elettro-convulsivante per svariati giorni: tutto questo sembrò frastornarla ma anche rinsavire facendole chiedere che giorno fosse e l’ora precisa, convinta di dover andare a lavorare al negozio di Mario che era stato a visitarla mentre lei era fortemente sedata.
      Dopo una settimana di sedute dagli esiti incoraggianti, venne dimessa a un mese di distanza e fu quindi libera di tornare a casa sua ma dopo pochi giorni il feto pestifero tornò a farsi largo nelle sue nari e tutto d’un tratto, il malessere le piombò sulle spalle, più forte di prima. Questa volta la trovò senza difese e forze e allora, in preda alla disperazione prese una lametta per tagliarsi le vene, convinta di non avere più sangue e quindi di ottenere solo il piacere del rosso scarlatto gocciolare a terra ma un certo punto. Il rumore metallico della lametta sancì il fatale momento: la lametta era caduta perché il polso che le diede il potere di ferirla, le diede anche quello di ucciderla. Fu trovata da Mario che dopo tre giorni, in pensiero per lei chiamò la polizia la quale sfondò la porta e trovò la ragazza riversa su se stessa in un bagno di sangue e sentirono anche loro quel fetido odore di putrefazione che ora era realtà.
       
      Finisce qui la storia di Juliette che da tempo morta spiritualmente, ora lo era anche fisicamente. Finisce così la sua storia, senza neanche un dolore da dividere in due, senza neanche la certezza di essere creduta ma che almeno poteva riposare in quella che, almeno negli ultimi tempi, sentiva sua natural dimora.

    • Da sempre la terra è fonte di vita: dall’inizio dei tempi fornisce i suoi frutti al fine di provvedere alle necessità dell’uomo. In cambio, l’uomo ha sempre dovuto sudare per poter coglierne i frutti. Un “do ut des” piuttosto equo.
      Al giorno d’oggi, le macchine hanno sostituito in buona parte la mano d’opera, sollevando così i contadini da compiti particolarmente onerosi e permettono una raccolta e una distribuzione infinitamente maggiore rispetto alla manovalanza. Tuttavia, nel paesino in cui questa storia trova il suo spazio conta ben 1800 abitanti, il lavoro manuale è rimasto intatto e la metà degli abitanti si occupa ancora di agricoltura.
       
      Il paese è davvero triste: uno di quelli che ti fanno diventare matto dalla noia, di quelli che ti porta a drogarti per evadere ma sei così isolato che per una canna devi farti dieci chilometri a piedi e dal quale non puoi fuggire perché fuggire da un posto come quello e un pò come fuggire da se stessi e questo è miseramente impossibile. Ci sono anche i farabutti ovviamente: sono ladri di pollame, salami, formaggio o per i veri professionisti, c’è il rame da rivendere agli zingari rubato dalla vecchia e decadente ferrovia, da anni ormai in disuso. Manolo era un ragazzo molto alto, magrissimo, dai capelli lunghi e un’andatura particolare. Non rideva mai e il massimo che gli si potesse strappare era un sorriso sghembo sminuito dai sempre presenti occhiali da sole neri. Non aveva amici e la sua unica confidente era la madre che era nata in una grande città dalla quale era stata tolta dall’amore da tempo estinto, per il marito, morto da due anni all’epoca dei fatti.
       
      Il suo posto preferito era il cimitero, dove i suoi demoni interiori venivano sopiti dalla calma e la sacralità di quel luogo. La strada che lo conduceva a esso lo costringeva a passare lungo il viale alberato costellato di alberi di castagne che per ricordare quanto fosse ostile il posto in cui viveva, erano per 365 giorni l’anno carichi di gusci spinosi che contenevano castagne nemmeno commestibili. Una volta, da piccolo, passeggiando con la madre, un riccio gli cadde in testa così forte che svenne. Era come se la natura gli volesse dire di scegliere un’altra strada o forse lo volesse avvertire che era meglio errare per altri lidi. In fondo al viale c’era la vecchia ferrovia e alla sua sinistra c’era un bar dal quale uscivano solo fumo di sigarette e bestemmie e qualche donnaccia sboccata. Proseguendo a destra, per arrivare al cimitero, erano presenti due cavallini a dondolo, uno dei due senza testa, mettendo a nudo la struttura curva di bronzo, ormai arrugginito, la quale faceva pensare a Manolo a una decapitazione appena avvenuta e che quel sostegno a mezzaluna fosse un forte e zampillante flusso di sangue arterioso.
      Finalmente era arrivato e come al solito aveva in cuffia la stessa canzone funebre ad accompagnarlo. Ogni volta che vi si trovava di fronte, restava qualche secondo a guardare il cancello di ferro ritorto e poco curato e ne rimaneva sempre egualmente affascinato. Ne conosceva ogni centimetro, a volte provava perfino a contare i sassolini di ghiaia e sapeva benissimo quando i parenti avrebbero portato quei determinati fiori su quelle determinate tombe.
       
      Ci restava fino alla chiusura e spesso si sdraiava a guardare il cielo sulle lapidi o nell’erba, accanto alle tombe. Il custode era solo come lui: il ragazzo non aveva nessuno a parte la madre per scelta, lui per mestiere poiché non tutti apprezzano colui che mette i corpi dei propri cari sotto tre metri di terra, senza però considerare che è lo stesso che se ne prende cura e veglia sulle persone che lo avevano evitato in vita. Di fronte al cimitero c’è un casolare in condizioni pietose e abitato da un vecchio che in paese è quasi una leggenda, lo si vede solo una volta all’anno: alla “festa del cervo”: arriva con un carrello enorme, lo riempie di vino fino all’inverosimile e poi con andatura claudicante, torna a casa sua. Il vecchio viene chiamato “l’eremita cieco”, infatti il vecchio infatti, rimase cieco durante la seconda guerra mondiale ma tutto questo non gli impediva di fare qualsiasi cosa, non usava nemmeno un bastone o un cane guida: in paese si mormorava che fosse in grado di sentire il battito dei cuori e a orientarsi sentendo l’aria sul volto e gli odori tramite l’olfatto.
      Manolo lo vedeva di tanto in tanto nel suo terreno, sempre chino e sporco di concime e letame dei maiali o del latte delle due mucche che possedeva di cui una completamente nera e con occhi gialli come la luna, simile a un angus australiano.
      La visita giornaliera del ragazzo sarebbe cambiata radicalmente e in modo repentino, in quanto un giorno, arrivato all’appuntamento giornaliero con il suo luogo del cuore, capeggiava una scritta sui ritorti ghirigori dei cancelli in ferro battuto del cimitero: “CHIUSO PER LUTTO”. Uno scherzo di cattivo gusto? Difficile dati i cervelli degli abitanti di quella lingua di terra e cemento… Trovarono il corpo appeso a un robusto ramo di uno degli alberi più possenti e anziani del cimitero. Nella vita e nella morte fu solo. Chiusero il cimitero in cerca di un altro becchino e poiché Manolo aveva 28 anni e una faccia che aveva prodotto pochi sorrisi ed era perfetta per cominciare ad accumulare rughe e grinze ma il vero motivo per cui ottenne il posto era per mancanza di concorrenza. Molti sognano di fare gli attori, i medici o gli avvocati: lui sognava di fare il becchino! Calcolò anche il vantaggio di poter godere appieno della vista del podere del cieco contadino. Era maggio ovvero il periodo in cui, teoricamente, tutti gli alberi danno i frutti anelati tutto l’anno e la temperatura consente l’abbondanza del raccolto di frutta e verdura. Come di consuetudine, il vecchio curvo era intento a seminare perlopiù pomodori, patate, zucchini, melanzane e carote. Per quanto riguarda il piccolo frutteto, vi si poteva trovare un meraviglioso e generosissimo fico, un albero di ciliegie, un pesco e un altro albero di cui non riuscivo a stabilirne l’aspetto in quanto era sito dietro al malconcio casolare. Data l’andatura claudicante, impiegò tre giorni per la semina completa, giorni che erano ore, ore che il giovane si era messo perfino a contare.
       
      Manolo si prendeva delle piccole pause per schiacciare piccoli pisolini tra chi ormai riposava in eterno e in quei piccoli minuti di sonno, sentiva di esistere e non vivere, di procrastinare il momento in cui anch’esso non si sarebbe più risvegliato ma non lo temeva perché d’altronde, è così sottile la linea tra la vita è la morte che non vi è da temerla: finita una, subentra l’altra e il nostro corpo tornerà cenere e terra da concime e magari da quella terra cresceranno fiori e noi saremo parte di essi ed è questa l’eternità, l’unico modo di evitare l’oblio. Il passatempo preferito del giovane custode ora era diventato scrutare il campo del vecchio che inaspettatamente era arido come il deserto del Sahara. Nell’ora di chiusura per l’orario per il pranzo, il ragazzo si avvicinò al campo e vide che mentre il contadino era intento a scandagliare il terreno, si tagliò accidentalmente il palmo della mano destra e ne sgorgò parecchio sangue ma non vedendo, torno lentamente in casa per fasciarsi e per quel giorno non lo si vide più. Il giorno seguente, l’area intrisa di sangue faceva spazio a una benché minima crescita di tuberi. Il vecchio se ne accorse tastando il terreno e per l’emozione, fece sgorgare da quegli occhi offesi dalla guerra una lacrima che si andò a posare nella fila delle dei pomodori: già nel pomeriggio iniziarono a ergersi rossi pomi da quel terreno stregato. Due più due faceva quattro anche per il reduce di guerra che ormai aveva associato sangue e lacrime alla crescita dei prodotti della terra. Incominciò a piangere, forse per la sua condizione, forse per un amore perduto, forse per un figlio mai avuto, per un errore o un orrore. Poco contava: il giovane lo vide sbandare per il campo versando lacrime al terreno che lo ripagava con fave e zucchini che pazientemente raccoglieva con il suo carrello: lo stesso che usava nell’incursione annuale alla “fiera del cervo”, dove faceva scorta di vino forte e rosso come il sangue.
      Qualche giorno dopo e qualche frutto e ortaggio dopo, Manolo, cercò di saltare il fosso di pochi centimetri che separava il cimitero dal suolo di sua proprietà, curioso di poter vedere questa specie di miracolo “in terra” (perdonate la battuta). Subito dopo vide uscire il vecchio sempre ricurvo, pieno di tagli il quale avvertì la sua presenza e lo cacciò a suon di dialettali bestemmie. Intimorito e intrigato, tornò al suo ruolo di custode e fece un giro di ronda per vedere che non ci fosse nessuno a dar fastidio alla pace o a profanare il sacro. Vide due ragazzi amoreggiare all’ombra degli alberi che facevano da verde gabbia al suo posto di lavoro. Erano ragazzini e data la crisi e al fatto che quasi tutte le donne erano casalinghe, non c’erano tante case libere per i giovani amanti, era un paese per vecchi, un paese in via di estinzione, un cazzo di buco insomma. Li lasciò fare dunque e apprezzò sardonico la performance teatrale dei due ragazzi che finsero una tristezza e una afflizione da veri professionisti incrociando il suo sguardo mentre lui gli sorrise complice e loro abbassarono il volto affrettando il passo.
       
      Tornando a casa, Matteo si ricordò di avere un binocolo: vecchio regalo non gradito da parte di quel menefreghista bastardo dello zio. Il giorno dopo, decise di usarlo subito per spiare quasi in maniera feticista il vecchio contadino e notò una parata di zucchini alquanto maestosa, subito dopo, uscì il possessore e notò che gli mancava una mano e aveva un vistoso moncone rappezzato alla bene meglio. Ormai il giovane aveva capito e lo aveva capito e anche il vecchio, che guardò nella direzione del cimitero e togliendosi il cappello, mostrò una zona di carne viva a lato del grinzoso capo per poi rimettere la vecchia coppola nella sua naturale collocazione. Sapeva di essere osservato e fornì quella vista come regalo per la costanza dimostrata da Manolo. Dopo una settimana era tutto fiorito, cresciuto e raccolto e capì quello che era successo, per avere qualcosa dalla terra, devi dare qualcosa alla terra che ti da il cibo ma ti fa diventare suo pasto dopo essere stato sepolto da un suo velo. Dopo un paio di giorni che il vecchio non si affacciava più dal casolare, Manolo attraversò il campo e non sentendolo muoversi in casa, uscì nel cortile interno e lo trovò ormai cibo per corvi, lo arrotolò in una coperta e si caricò sulle spalle ciò era rimasto del martire della terra e lo seppellì con la pala e il suo cappello, chiuse i suoi occhi, curò lo spazio che si era guadagnato a sangue, lacrime e fatica. Finito, il giovane custode volle togliersi la curiosità di vedere l’albero che si ergeva nascosto dal casale: l’albero era morto, scuro, ricurvo, affascinante da morire. Matteo corse così al cimitero, preparò un cartello con scritto “CHIUSO PER LUTTO”, ritornò davanti all’albero, slegò la mucca nera, fece un bel cappio e un nodo resistente e lo buttò in mezzo ai rami secchi che sembrarono muoversi per abbracciare il cordone. Si mise il cappio al collo e si impiccò e mentre l’aria non arrivava più al cervello e i piedi cercavano un appoggio assente, il suo ultimo pensiero andò alla madre e a quale potesse essere il suo fiore preferito e non avendone idea, immaginò un girasole, radioso e solare come lei. Ecco, le persone sono solite dire: “nella prossima vita mi piacerebbe fare il cantante, il dottore, l’avvocato o la modella”. Lui no: lui voleva rinascere girasole cosicché la madre potesse rivederlo in ognuno di essi e capire che non era stata colpa sua se la morta aveva attratto il figlio più della vita: la morte lo aveva prenotato il giorno in cui nacque e la terra lo aveva fatto ormai fatto suo e non vi era ritorno. Il giorno dopo chissà cosa pensarono le persone di fronte al nuovo cartello: il neo sbocciato fiore non potè girarsi a guardarle, poiché quel giorno il sole non emanava i suoi caldi raggi e anche se i galli canteranno lui non si potrà mai più risvegliare.

    • PICCOLO MIRACOLO DÌ NATALE
      Il freddo inverno bussa forte alle porte di ogni casa che incontra ,facendo udire il suo lugubre lamento ,il trascinare delle sue catene. Attraverso pianure deserte gelando ogni cosa ,scalando montagne altissime piene di neve ove infuriano i venti e danzano gli spiriti delle terre del nord. Giungono silenziosi fino alle porte delle tristi città portando neve e gelo ,bussando ogni porta , visitando ogni luogo un tempo sfiorato dal tiepido sole primaverile. Giuseppina era una bambina dai lunghi capelli biondi che gli scendevano come una cascata sulle fragili spalle e dai grandi occhioni blu come il mare . Giuseppina detta Giusy non ha mai conosciuto il suo papà, morto tragicamente alla sua tenera età , viveva con la mamma che lavorava ai mercati generali come contabile , in una piccola casa al secondo piano di una fatiscente palazzina a tre piani in vicolo lungo e storto .
      Una mattina di fine dicembre Giuseppina pur essendo l’ultimo giorno di scuola non aveva nessuna intenzione d’andare a scuola , inventò a tal proposito mille scuse alla sua mamma per non andarci dicendo : mi fa male la pancia , oggi non mi sento assai bene , non ho neppure finito di fare i compiti , mamma posso rimanere qui a casa, ti prometto che sarò buona e non combinerò pasticci. Va bene Giusy mi raccomando però , non aprire la porta a nessun sconosciuto , fai i compiti ci vediamo stasera , vieni qui dammi un bacio . Oh mamma rispose lei affrettandosi a correre incontro baciandola . Ti voglio tanto bene. La mamma di lì a poco andò a lavoro lasciando Giusy da sola a casa. La neve copriva ogni cosa , un bianco coniglio sbucò fuori dalla boscaglia e sorridendo sventolando le sue enormi orecchie corse lesto sul manto di neve lasciando le fragili tracce lungo il sentiero. Un netturbino mezzo ubriaco svuotava i cassonetti ricolmi d’immondizia mentre un arzillo vecchietto se ne andava passeggiando con il suo cagnolino per strada con indosso il suo grande cappotto abbottonato fino al collo. Mancavano pochi giorni al santo natale le strade erano addobbate a festa e si vedevano tanti negozi pieni d’ogni leccornia .
      Molti dicono che questi sono giorni particolari la magia della natura prende il sopravvento e trasforma ogni male in bene e viceversa . Basta poco per scoprire questo particolare fenomeno , basta chiudere gli occhi dolcemente e lasciarsi condurre dalla fantasia nel mondo della fantasia. Giusy aveva un gran freddo quella mattina cosi tornò a letto e infilatosi sotto due o tre coperte al calduccio chiuse gli occhi per continuare a dormire , in questo suo dormiveglia vide apparire un ombra sottile scivolare tra le pieghe del tempo venire avanti farsi sempre più visibile. La vide scendere dolcemente dalle nuvole, un ombra quasi oscura che prendeva la forma di un strano essere che le facevano assai paura , ma nel qual tempo si sentiva terribilmente attratta a scoprire cosa fosse quella strana ombra. Intimorita Giusy ma per nulla spaventata chiuse ancora di più gli occhi e s’infilò ancora più sotto le coperte . L’ombra apparve e scomparve sui muri delle case , poi lesta la vide correre sui tetti camminare in bilico sulle tettoie con un gran sacco nero sulle spalle . Girandosi furtivo , s’infilava lungo i comignoli guardandosi attorno guardinga, vi scendeva dentro. Giusy voleva gridargli Chi sei ?
      ma non aveva ne forza, ne voce, per farlo si sentiva inerme ,pronta ad essere chi sa mangiata anch’ella da quella brutta ombra apparsa improvvisamente tra i suoi sogni. Giuseppina in quei istanti avrebbe voluto la sua mamma ed il suo papà vicino ,ma ella non aveva un papà come tutti i bambini di questo mondo, si sentì cosi indifesa in preda ad uno strano fenomeno .Avrebbe voluto scappare , uscire fuori dal letto,chiedere aiuto ma si sentiva sola , pietrificata dalla paura. Poi provò a guardare meglio quell’ombra che la terrorizzata è vide che aveva una precisa forma , era una figura d’un uomo grande e robusto con un berretto in testa .
      Non riusciva però a vedere il viso, così pensò subito ad un mostro orribile che voleva mangiarla in un sol boccone.
      L’uomo di spalle grande e grosso era vestito tutto di rosso ed aveva un enorme sacco sulle spalle . Camminava sui tetti, illuminati lievemente dalla luna che faceva capolino dietro le nubi. Si calava lungo i camini e scendeva , scendeva fin giù poi ritornava su tutto allegro con il suo sacco un po’ più sgonfio. Giusy pensò: forse è un mostro che mangia bambini , non voglio morire , ti prego madonnina abbi pietà di me sono così giovane . Oh se ci fosse qui la mia mamma o il mio papà gli darebbe un sacco di legnate a quell’ orribile mostro.
      Tutto ad un tratto sentì un rumore nella sua stanza , pensò sarà un colpo di vento o il gatto della vicina che rincorre qualche topo vagabondo.
      Non aveva il coraggio di cacciare fuori la testa da sotto le coperte così intimorita che sudava freddo la poverina. Senti così un altro rumore questa volta un tintinnio di campanelli che emetteva una dolce e soave melodia. Giuseppina voleva gridare ma non ebbe ne il coraggio ne la forza per farlo . Mezza morta dalla paura ,senti una leggera e calda carezza sfiorarle
      i lunghi soffici capelli biondi ed un senso di pace l’invase in un istante un bene profondo le sollevò subito il suo morale ed un ricordo felice la conquistò impadronendosi di lei . Così tutto ad un tratto non ebbe più paura ed ebbe anche il coraggio di uscire fuori da sotto le coperte e quasi gridando disse :chi sei ? per favore non farmi del male. Poi di nuovo impaurita rimase nascosta ancora sotto le coperte . Nel buio udii una voce amica rispondergli non aver paura , non ti faccio del male . Esci pure fuori da lì sotto , non hai niente da temere. Va bene io esco , ma tu fai il bravo e non mangiarmi in un sol boccone.
      AhAhAhAh rise il gigante vestito di rosso.
      Hai paura che ti mangio , io non mangio i bambini .
      Loro sono miei amici .Sono qui per sapere cosa desideri.
      Cosa desidero? Rispose Giuseppina. Si quali doni desideri per questo santo natale.
      Io non so.. disse Giuseppina un po’ turbata .
      Posso uscir da sotto le coperte mi prometti che non mi farai nulla di male?
      Promesso esci pure .
      Così nel sbucare da sotto le coperte vide davanti a sé un grande omone rosso di viso con una folta barba bianca un sorriso beato stampato sulle labbra .
      So che quest’anno sei stata particolarmente buona ,hai aiutato
      la mamma nei lavori di casa , ti sei comportata assai bene con tutti.
      Qualche bugia mi dicono i miei folletti l’hai detta ,ma non c’è nulla di male in questo sé dette a fin di bene.
      Beh io … disse Giuseppina.
      Va bene non preoccuparti disse l’omone non devi scusarti ,anch’io da piccolo ho detto qualche bugia per salvarmi dalle birichinate che combinavo.
      Ma tu chi sei? Disse Giusy fissando negli occhi l’omone
      Beh questo lo dovresti sapere, senza che io ti dica altro.
      Lo dovresti sentire nel tuo cuore chi sono .
      Sentire dentro di me , rispose Giusy meravigliata.
      Possibile che ti sei dimenticata di me mia piccola Giusy .
      Come sé in un lampo si fossero sciolti ogni dubbio Giuseppina gridò :
      no , non mi sono dimenticato di te come avrei potuto e piangendo scese di fretta dal letto e scalza corse a braccia aperte verso il grande omone vestito di rosso .
      Tu sei il mio papà ..e piangendo continuava a ripetere il mio papà Si che lo sono disse l’omone e l’abbraccio forte a sé e la bacio sulla fronte e accarezzò i suoi lunghi capelli biondi .
      Poi la tenne stretta a sé sul suo petto come faceva quand’era piccolina.
      Intanto la neve continuava a fioccare ed il freddo divenne intenso .
      In quell’intenso particolare momento la mamma di Giuseppina ritornò da lavoro, apri la porta di casa lentamente ed una luce immensa quasi l’accecò ,quando riuscì a vedere ogni cosa chiaramente vide la sua bimba felice con tanti regali . Cosi assai meravigliata le chiese chi gli aveva dato così tanti giocattoli . Giusy rispose Mamma guarda quanti doni me li ha portati papà ,era vestito di rosso ed aveva una lunga barba .Tra i tanti doni c’era anche un sacchetto pieno
      di pietre preziose per lei , un grosso anello con rubino , una collana di diamanti , un pizzico di speranza per andare avanti , un soffio di felicità , tante perle colorate, ed un assegno con tanti zeri . La mamma non ebbe il coraggio di chiedere ulteriori spiegazioni. Continuò ad abbracciare la sua bambina , una lacrima gli corse lungo il viso e tra le ombre della sera le sembrò vedere quello strano omone vestito di rosso cosi simile al suo defunto marito ,sorridergli per un attimo e dirgli sussurrando buon natale amore mio.
       

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