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  • Storie

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    • Deaexmachina
      Eccola apparire, una reggia su quattro ruote trainata da quattro massicci cavalli; pietre provenienti da ogni dove, persino dal Vulcano Ira, generosamente donate all’emerito nano Occulto, senza un motivo, a istoriare la sua carrozza da unico, libero viandante della terra degli Spicchi: dopo una vita di sberleffi, si era preso la sua rivincita, finalmente sorrideva dal basso a coloro che lo avevano sempre guardato dall’alto e che ora gli si inchinavano!
      Fortunato Quel Giorno in cui la Gemma fu distrutta e lui, per caso, era lì. In un lampo aveva intuito il potenziale di quell’evento e ne aveva approfittato sornione.
      “Voglio essere unico e adorato”.
      L’aveva desiderato velocemente, senza pensare alla forma e alle implicazioni; del resto la Gemma era sempre stata lì, al centro del tabernacolo, al centro della Radura d’Oro, al centro di quel periptero circolare di pietre, antiche quanto il mondo stesso. Erano solo leggende che, distrutta, avrebbe avverato qualsiasi desiderio di chi si fosse trovato nelle vicinanze, in quel preciso istante. Aveva approfittato della situazione e la sua vita era diventata la migliore che si potesse avere. Era l’unico nano al mondo e tutti lo riverivano: il sorriso sulle sue labbra era diventato eterno.
      Attraversando lo Spicchio degli Arbori, al canto degli uccellini di quell’angolo di mondo così boscoso, rideva a pensare alla sorte di Semper e Oblion, più vicini di lui alla Gemma, ma così stupidi: uno era diventato più folle e l’altro un codardo. Si divertiva a ricordare loro quel momento ogni volta che se ne congedava: “Attento a ciò che desideri”, diceva, e la sua sinistra risata lo accompagnava nell’uscita. Idioti.
      In ogni Spicchio, la gente aveva volti e costumi diversi, ma tutti uguali negli atteggiamenti, come se fossero un lago piatto, su cui ogni tanto Occulto si divertiva a lanciare una pietra per vedere che piega prendesse una certa situazione. Tanto non avrebbe fatto male a nessuno, grazie al filantropico Semper che aveva desiderato la fine delle guerre. Non che non avesse, anche questo, un lato positivo per Occulto; amava quel nuovo mondo così pulito e sereno.
      Era già sulla strada ombrata da alberi altissimi che formavano un tetto con il loro fogliame, la strada che portava al Mezz’Albero. Come sempre, ai due lati della via, tutti si inchinavano al suo passaggio.
      Il Mezz’Albero rappresentava il centro sacro degli Arbori, ed era letteralmente mezzo, come se una mannaia gigante lo avesse diviso a metà; nella parte tagliata si contavano a malapena i cerchi dell’età, tant’erano concentrici. Era il segno di Quel Giorno in quello Spicchio.
      Il custode del posto era chiamato Maestro del Silenzio ed era sempre la stessa anima che trasmigrava in un corpo nuovo mantenendo, così, la memoria del mondo.
      Niente era scritto, e lo studio della memorizzazione e dell’ascetismo era arduo.
      Allora il Maestro era Vegliardo e i suoi giorni fisici stavano per finire: doveva scegliere il nuovo sé tra i pochi studenti che erano giunti alla prova finale di andata e ritorno nella propria morte. Ogni figura di Maestro portava migliorie all’Anima del Silenzio, e Vegliardo vantava un’impeccabile chiaroveggenza.
      Occulto sperava di partecipare alla festa dell’investitura, dato che la longevità del Maestro la rendeva unica, per una vita normale. Difatti, nemmeno lui aveva visto quella di Vegliardo.
      OCCULTO: “Vecchio mio, alfine ci siamo?!”.
      Irrispettoso come suo solito, era balzato giù dal carro proprio sullo spiazzo sacro, strillando a Vegliardo che, come d’usanza, sedeva ad occhi chiusi e con le mani sul bastone della saggezza proprio nella metà libera del Mezz’Albero.
      Lentamente, il vecchio raggiunse e superò Occulto indicandogli, in silenzio, un luogo più opportuno al dialogo, mentre qualcuno si premurava di portar via la carrozza.
      OCCULTO: “Sono qui per te, amico mio! E per rendere i miei omaggi al nuovo te”, lo punzecchiò con un plateale inchino. “Ti ricorderai ancora di me? Scegli un corpo ben in forma, mi intendi...”, toccandosi l’inguine.
      Vegliardo non rispondeva mai alle sue provocazioni.
      VEGLIARDO: “Sono passati molti cicli dal nostro ultimo incontro. Hai trovato riscontro nel mio oracolo?”.
      Per esattezza, ne erano passati ventitré di cicli: “Un leone lo ucciderà”, questo aveva detto allora, interrogato circa la sorte di un certo Oblion.
      OCCULTO: “Ho risolto. Non si avrà più memoria di un animale chiamato ‘leone’. Li ho debellati tutti”, compiaciuto.
      Nel linguaggio comune, da Quel Giorno, erano sparite parole troppo cruente o inerenti alle guerre e alle uccisioni. Ma Vegliardo, proprio per la sua natura di memoria trasmigrata, sapeva tutto del mondo di prima, e con sé avrebbe portato anche quella brutta notizia.
      VEGLIARDO: “Il tempo del mio viaggio ultimo è venturo, ma non prossimo”.
      Occulto non era avvezzo a parole forbite e sibilline, quindi gli bastò uno sguardo per far intendere di spiegarsi in modo semplice.
      VEGLIARDO: “Qualcosa si sta muovendo”.
      Prima che potesse argomentare, arrivò ansante un giovane robusto, con occhi neri e capelli rasati alla maniera dei seguaci. Indossava la camicia grigia di lino grezzo di ogni studente.
      VEGLIARDO: “Gayl, sai che non puoi urlare e ancora non hai capito che non devi correre o portare teco energie nega...”, lo rimproverò il vecchio.
      GAYL: “L’ho visto ancora...”,lo interruppe.
      Per tutta risposta, il Maestro chiuse gli occhi e alzò una mano: ne avrebbero parlato poi, da soli. Quindi si congedò quanto più amabilmente potesse.
      VEGLIARDO: “Qualcosa si sta muovendo, per cui non è giunto il mio momento. Sei sempre il benvenuto, se vuoi restare, ma non ci saranno feste”. E, lentamente, sparì nel bosco.
      Occulto non amava crucciarsi e arrovellarsi, quindi, quasi saltellando, si diresse alla casa più vicina per farsi rifocillare.

      Non era che agli inizi nella dottrina delle visioni. Sapeva meditare a lungo e mantenere il controllo nel gioco delle provocazioni, ma Gayl aveva paura delle sue visioni. Ogni volta tornava alla realtà in un bagno di sudore e tremante. Questo perché erano ‘diverse’. Gli altri ragazzi affrontavano viaggi negli Spicchi per poi parlare di ciò che avevano vissuto e trarne insegnamento, tutti insieme seduti davanti al Mezz’Albero. A Gayl era successo una sola volta: si era recato, in trance, nello Spicchio dei Ronnier, alle Tre Pietre, e aveva visto tre donne intente a lavorare a un arazzo per lui. Lo avevano deriso: non una, ma ben tre femmine per il suo subconscio pervertito, tanto più che ormai i seguaci del Silenzio non potevano più prendere moglie, da Quel Giorno in cui l’Albero si era spaccato.
      Il Maestro Vegliardo, però, gli credeva e ascoltava i suoi resoconti. Ciò che angosciava Gayl era un bambino dagli occhi rossi e dal ghigno inquietante: bruciava, sventrava, martoriava in ogni modo corpi privi di volto, ed era come se Gayl fosse costretto a guardare, con le spalle al muro.
      GAYL: “Perché devo guardare, Maestro?”, ancora tremava.
      VEGLIARDO: “Mmm...”, rifletteva.
      Le mani del ragazzo stringevano l’orlo della veste del vecchio, ai cui piedi si era gettato come un cane che cercasse conforto dal padrone.
      VEGLIARDO: “Potresti lasciare la scuola...”.
      GAYL: “No, no Maestro... questo mai! Mi aiuti a capire...”.
      VEGLIARDO: “...Non ho detto di smettere il tuo insegnamento. Non diventerai Maestro, Gayl, non ne hai la stoffa. Ma qualcosa sarai”.
      GAYL: “Cosa?”, nella disperazione.
      VEGLIARDO: “Ti aiuterò a scoprirlo. Nel prossimo viaggio, non sarai solo”.
      Tornato in sé, Gayl fece qualche esercizio di respirazione. Rimasto orfano, per lui il Maestro era come un padre e si fidava ciecamente delle sue parole.
      VEGLIARDO: “Molti cicli fa, avevo predetto qualcosa al nano e ora mi ha detto di aver risolto diversamente da ciò che ho visto. Ma non è così, figliolo. Il destino trova sempre il modo di compiersi. Capiremo quale sarà il tuo”.
      C’erano ombre intorno a quel ragazzo, e sussurri antichi. Prima di trasmigrare doveva rischiarare la sua aura.

    • Improvvisamente. Istantaneamente. Si rese conto di essere innamorato di quella creatura sconosciuta. Lo seppe e basta, ne era certo, con la stessa consapevolezza intuitiva che ci fa apparire ovvio il risultato di due più due. Quell'amore fu per lui una verità assiomatica.
      Ma che fare allora? Fabio non lo sapeva. Si limitò a restare lì immobile, a osservare quella creatura bellissima e senza nome, quella persona i cui contorni si confondevano con quelli di innumerevoli altre persone nella semioscurità epilettica della discoteca. Quella persona che, nonostante ciò, risaltava su tutte le altre come una figura sullo sfondo, come una macchia di colore in un mondo in bianco e nero. Effettivamente, i suoi capelli tinti lo distinguevano dalle altre teste more o castane o fulve o di qualsivoglia colore naturale: erano di un verde acido, un verde lisergico. Ma non era questo, o meglio non solo questo a renderlo così evidente contro la massa scura di gente che si agitava e oscillava e saltava nel rumore scomposto vomitato dal sound system. Era stato qualcos'altro a stregare Fabio, qualcosa di imprecisato, che non riusciva ancora a spiegarsi. Forse, era stata la sua aria assente, indifferente, come se tutto ciò che gli accadeva attorno non lo toccasse. Come se non fosse cosciente di essere lì, come se non fosse davvero lì. La sua presenza pareva quasi un errore, come un'incongrua giustapposizione onirica, o un'allucinazione. Ed il suo abbigliamento trasandato e casuale, una felpa grigia ed un pantalone di tuta, non faceva che amplificare quella dissonanza. Non che la gente attorno a lui indossasse giacca e cravatta, era pur sempre una serata senza pretese e tendente al trash; eppure le altre persone davano comunque l'idea di aver scelto il loro abbigliamento appositamente per la festa,
      indipendentemente da quale fosse il criterio opinabile di tale scelta. Il ragazzo dai capelli verdi, invece, pareva aver indossato indumenti a caso, quasi si fosse trovato a passare di lì di ritorno dalla drogheria o dal negozio di tabacchi. Non ballava neppure, si muoveva quasi impercettibilmente, lì da solo circondato dalla folla scura e brulicante. Quasi annoiato, ai piedi del palco su cui si esibivano le drag. Lui le osservava con una curiosità distratta, di chi guarda un paesaggio scorrere oltre il finestrino di un treno. Fabio avrebbe voluto avvicinarsi, ma non osava. Il suo gruppo di amici si spostò e dovette seguirli, perdendo di vista il ragazzo dai capelli verdi.
      "Hai visto il tipo con i capelli verdi?" chiese ad una sua amica.
      "Quale?"
      "Poi te lo faccio vedere" rispose Fabio.
      "Ma perché?"
      "Perché forse mi sono innamorato"
       
      Eppure, molti provarono nei giorni seguenti a convincerlo che non si potesse definire amore quel semplice capriccio dei sensi, magari decorato successivamente dalla sua immaginazione. Ad esempio, gli facevano notare come non sapesse nulla di quella persona, neppure il nome. Obiettavano che invece l'amore era il frutto di un lungo percorso di conoscenza, che si fondava sull'intimità, sulla complicità, eccetera. Però a Fabio davvero non importava quale fosse la denominazione corretta per ciò che provava. La tassonomia dei sentimenti era un lavoro per i poeti e gli psicologi. Lui fu semplicemente sicuro di non aver mai provato nulla di così intenso nella sua vita. E quando tutti gli sottolineavano l'illusorietà e la frivolezza di un tale sentimento, con le argomentazioni più svariate, le più sensate e logicamente solide, Fabio sorrideva del loro patetico tentativo di combattere con la logica qualcosa che sentiva nel profondo della propria carne: era un po' come provare a fermare un uragano a colpi di missili balistici. Inutile.
      Infatti, quel solo incontro era stato sufficiente affinché Fabio intravedesse qualcosa di bellissimo in quel corpo, in quel viso, in quei capelli verdi, al di là della sua mera bellezza fisica. Era stato come leggere una poesia di un poeta sconosciuto ed innamorarsi dell'autore attraverso le sue parole, come se le parole fossero una sorta di accesso segreto, tale da permettere di sbirciare all'interno di un mondo sotterraneo meraviglioso. Fabio ancora non sapeva bene cosa avesse visto guardando il ragazzo dai capelli verdi, non riusciva ancora a razionalizzarlo, eppure sapeva di aver visto qualcosa di unico, e di essersene innamorato. In fondo, quando leggeva i versi dei suoi poeti preferiti, Pessoa o Baudelaire o Elliot, Fabio non si preoccupava di dissezionarne la bellezza in modo scientifico, di parafrasarli per esplicitarne il significato come viene chiesto di fare dai professori delle superiori. Tutt'altro, Fabio amava quei versi senza neppure capirli, e forse la comprensione analitica ne avrebbe addirittura dissipato la bellezza, ne avrebbe fatto a pezzi la bellezza come si fa a pezzi un corpo perfetto durante l'autopsia. Per questa ragione, Fabio si domandava se fosse meglio lasciare le cose così com'erano, senza mai neppure provare ad avvicinarsi a lui, per paura che ciò avrebbe infranto l'incanto che stava vivendo. Trascorse la settimana ad immaginare cose che forse non avrebbe avuto il coraggio di provare a rendere reali, labbra che forse non avrebbe mai voluto provare a baciare, situazioni che forse non avrebbe mai voluto provare a creare. Era tutto perfetto così, nella sua immaginazione, mentre nella realtà la perfezione non può esistere.
       
      E quando il sabato successivo lui ed i suoi amici tornarono nello stesso locale, davvero non aveva idea di cosa sarebbe successo se lo avesse visto nuovamente. Il suo cuore fibrillava e il suo stomaco si accartocciava mentre guardava in tutte le direzioni cercando una testa verde in quell'alveare di teste e corpi in ombra. Lo cercava, ma sperava di non trovarlo. Perché se lo avesse scorto avrebbe avuto la responsabilità di scegliere tra il rimorso di aver agito ed il rimpianto di non averlo fatto. E lo vide. Il ragazzo dai capelli verdi. Era lì.
      Fabio fuggì via, terrorizzato dalla sua responsabilità, si rifugiò dentro un intruglio verde quasi fluorescente che ordinò al bancone. Era alcol puro aromatizzato all'etanolo. Improvvisamente la scelta divenne scontata. Fabio appoggiò il bicchiere di plastica da qualche parte ed avanzò diretto verso di lui, propulso dall'alcol, che ottundeva l'ansia provata fino a quel momento. Scorse gli occhi del ragazzo dai capelli verdi che apparivano e scomparivano insieme con le luci epilettiche della pista da ballo. Quegli occhi lo guardavano. Lo risucchiavano a sé come buchi neri.
      E quando si trovò di fronte a lui, gli preso il viso tra le mani, lo baciò come se fosse la cosa più ovvia e la più naturale da fare. Sentì le sue labbra morbide muoversi tra le sue, un bacio violento e dolce allo stesso tempo, che durò per un tempo indefinibile. Fabio strinse il suo corpo contro il suo baciandolo con più passione, con più desiderio, sentendo la propria erezione a contatto con quella di lui. Gli prese la mano per portarlo fuori dalla folla indistinta e convulsa, per condurlo fino ad uno dei divanetti appartati. Fabio si sedette, e lo tirò a sé, lo baciato intensamente, insinuando le mani sotto la sua maglia per sentire contro i polpastrelli il calore della sua schiena nuda. Strinse il suo corpo magro, catturò la sua vita mentre le loro gambe si intrecciavano.
      Quando le luci si accesero, alle cinque del mattino, Fabio rimase a contemplare lungamente il suo viso, osservando la sua espressione seriosa, di chi lascia fluire mille pensieri in sottofondo, senza badarci troppo. Provò a penetrare quell'inquietudine distratta attraverso i suoi occhi grandi a forma di foglia. Notò la loro frangia di ciglia lunghissime, e le sopracciglia spesse e scure. Gli chiese come si chiamasse su Instagram, perché non poteva lasciare che una creatura così bella gli sfuggisse. E lui rispose, e poi scivolò via come se nulla fosse appena successo, come se si stesse alzando da un tavolo dopo aver pranzato da solo. Fabio rimaneva lì sul divanetto, osservandolo mentre, senza voltarsi, si intrufolava tra la folla accalcata all'uscita. Si sentiva sopraffatto da un senso di beautitudine che gli impediva di muoversi, come un fumatore d'oppio abbandonato sui cuscini di una fumeria. Gli faceva uno strano effetto la consapevolezza di star vivendo un momento che avrebbe ricordare fino alla fine dei tempi.
      Si era addormentato spulciando il suo profilo Instagram, scoprendo così qualche scarna informazione sul suo conto. Cioè, che si chiamava Diego e che aveva diciotto1 anni e che frequentava il liceo artistico. Possedeva solo pochi dati, ma nonostante ciò era convinto di aver intravisto l'essenza del ragazzo dai capelli verdi, e di avergli lasciato intravedere la propria. Avevano bypassato tutte le costruzioni sociali come i dati anagrafici e personali, lasciando accedere l'uno al nucleo più recondito dell'altro, come attraverso un passaggio segretissimo dietro una cascata che passa sotto le mura e conduce direttamente al cuore della fortezza.
       
      Il giorno successivo a quel bacio, Fabio non aveva avuto altro pensiero al risveglio se non aprire il proprio profilo Instagram per scoprire se il ragazzo dai capelli verdi lo avesse seguito di rimando. E appena lo aprì, trovò la notifica che aspettava. Non era riuscito a trattenere l'euforia, aveva salvato uno screenshot e lo aveva inviato istantaneamente a quegli amici stretti che erano con lui la sera prima, e che in macchina di ritorno dalla discoteca si erano sorbiti il suo racconto quasi delirante dell'accaduto. La sua stanza gli pareva insolitamente luminosa, quasi fosse stata lucidata tutta quanta come un pezzo d'argenteria, quasi si ritrovasse all'interno di una fotografia post-prodotta. Si era alzato di scatto dal letto, ed aveva iniziato a compiere una serie di azioni casuali senza minimamente prestare attenzione a ciò che stava facendo: era come se avesse inserito il pilota automatico mentre invece la sua mente era occupata dal pensiero di lui e dal ricordo vivido del loro incontro, del sapore fruttato delle sue labbra, probabilmente dovuto a qualche cocktail che aveva bevuto, del fiato caldo di lui che sentiva sulla propria bocca quando le loro labbra si separavano per alcuni attimi, del calore delle sue cosce sotto il tessuto del pantalone.
      Tuttavia, Fabio non aveva voluto scrivergli. Ancora una volta aveva preferito crogiolarsi nella dolcezza della pura potenzialità, lasciando che la perfezione restasse una possibilità, e non rischiare invece che venisse smentita da ciò che effettivamente sarebbe successo. Aveva trasfigurato quell'incontro nella sua immaginazione, attribuendogli connotazioni liriche, forse addirittura rielaborandolo in modo artistico. Come fanno i romanzieri con eventi della propria vita: li epurano di tutto ciò che è esteticamente sgradevole e ci ricamano sopra ghirlande e volute che non sono mai esistite. Allo stesso modo Fabio ne dipingeva il seguito nella sua mente con colori meravigliosi, dipingeva il ragazzo dai capelli verdi raccontare del loro incontro a qualche sua amica con quell'apparente noncuranza che sembrava caratterizzarlo, lo immaginava indugiare ogni tanto sul ricordo del loro bacio chiedendosi si fossero rivisiti il sabato successivo.
       
      Fabio aveva perso interesse in qualsiasi argomento di conversazione che non fosse il ragazzo dai capelli verdi.
      Eppure, trovava irritante quando il suo interlocutore si interessava eccessivamente a dettagli fisici o anagrafici. Avrebbe voluto che si interessassero del sentimento in sé, che giudicassero quest’ultimo in base alla sua profondità, e non in base al suo oggetto. Si ritrovava a pensare che coloro i quali gli rivolgevano quelle stupide domande avessero, nel corso della loro vita, selezionato il proprio partner come si seleziona un impiegato ad un colloquio di lavoro, cioè avendo una serie di requisiti da spuntare su un taccuino. A Fabio, d’altro canto, non impostava minimamente se l’oggetto del suo sentimento possedesse o meno determinati requisiti. Non era stato lui a sceglierlo, la decisione era stata già preso dentro di lui e a sua insaputa. Amare, per Fabio, non era tanto andare contro la razionalità quanto piuttosto trascenderla. Era arrendersi all’impenetrabilità di un mistero, accettare una verità come assiomatica: non era necessaria alcuna spiegazione o giustificazione di ciò che sentiva, lo sentiva e basta. 
      E allora, che importava a loro se l’oggetto del suo sentimento fosse fisicamente bello o brutto? Effettivamente era bellissimo, e questo aveva di sicuro acceso la sua attrazione, ma ciò che provava non si limitava certo alla sola attrazione fisica. D’altro canto quanti altri ragazzi e ragazze ugualmente bellissimi vedeva Fabio ogni giorno? Eppure, per loro provava solo una vampata di attrazione fisica che spariva poi immediatamente senza lasciare traccia, senza imprimersi in alcun modo nella sua memoria, appena spariva anche il corpo che l’aveva provocata. Quindi, perché proprio lui e non un altro? Perché solo lui? Erano domande irrilevanti.
      Tuttavia, ad irritato maggiormente erano coloro i quali obiettavano quanto poco Fabio conoscesse l’oggetto del suo sentimento. A loro faceva notare di aver avuto in passato innumerevoli relazioni durature, con persone di cui era arrivato a conoscere ogni vezzo, ogni peculiarità, ogni idiosincrasia. Era arrivato a scoprire ogni dettaglio della loro vita e del loro passato. Ma queste erano cose del tutto parallele al suo sentimento. La conoscenza che aveva maturato dei suoi partner precedenti era scaturita da lunghe conversazioni e confidenze intime nel corso del tempo. Una conoscenza pur sempre filtrata dalle parole e dalle intenzioni comunicative dei suoi interlocutori, che Fabio aveva potuto quindi conoscere nel modo in cui loro si erano voluti mostrare. Dapprima si erano sforzati di dipingere sé stessi nel modo più positivo possibile, come del resto Fabio stesso aveva fatto con tali persone. E con il progredire della conoscenza, pian piano, ciascuno dei due aveva fatto accedere l’altro ad un livello più interno di se stesso, attraversando gradualmente, una per una, le cerchie murarie concentriche con cui ognuno difende la propria essenza come le mura concentriche di un castello feudale. Invece, nella passionalità puramente viscerale del loro abbraccio infinito, Fabio aveva avuto l’impressione di conoscere il ragazzo dai capelli verdi forse meglio di chiunque altro avesse mai conosciuto. Proprio perché non lo conosceva, perché lì per lì non sapeva neppure il suo nome. Infatti, non conoscendosi, nessuno dei due si doveva impegnare per confermare costantemente una certa immagine di sé. Nessuno dei due poteva sentirsi invischiato in alcuna dinamica preesistente, perché il loro incontro era esploso dal puro nulla come l’universo nel Big Bang. Non c’era alcuna sovrastruttura precostituita a regolamentare il loro rapportarsi, perché non sapendo nulla l’uno dell’altro non c’erano elementi su cui poggiare tali sovrastrutture. Insomma, era questo il motivo per cui Fabio trovava ridicolo che qualcuno ponesse l’accento su quanto poco tempo fosse passato dal loro primo ed unico incontro: quell’incontro era stato più rivelatorio e significativo di mille ore di conversazione. 
      Con il passare dei giorni, però, si era cominciata a far strada dentro Fabio una consapevolezza insopportabile, la consapevolezza che anche il ragazzo dai capelli verdi avrebbe potuto tranquillamente scrivergli, eppure non lo aveva ancora fatto. Forse, pensava Fabio, anche lui vuole crogiolarsi il più possibile nella possibilità della perfezione, come stava facendo lui. O forse aspettava che fosse Fabio a scrivergli, facendosi desiderare. Ma poteva anche essere che non avesse alcun interesse a farlo. Poteva anche essere che per il ragazzo dai capelli verdi quell’incontro non avesse avuto minimamente il significato che aveva avuto per Fabio, e che anzi non avesse più pensato a lui, e che Fabio fosse stato solo un capriccio del sabato sera, un frivolo sprazzo di libidine dovuto magari all'euforia alcolica. E quando il sabato successivo Fabio era entrato nella discoteca con il cuore che gli bruciava nel petto, e ne aveva esplorato ogni angolo, si era trovato in fine a dover considerare che l’altro poteva magari non avere una voglia disperata di rivederlo come la aveva lui, e poteva magari non aver trascorso l’ultima settimana pensando a lui insistentemente, e poteva non aver vissuto ogni istante successivo al loro incontro solo in funzione del fatto che si sarebbero incontrati di nuovo. Insomma, Fabio di colpo si trovò di fronte all’impossibilità di negare di essere, magari, una persona insignificante per colui la cui esistenza era ormai diventato il fulcro delle sue giornate.
      Si era congedato dai suoi amici con una scusa che non si era nemmeno preoccupato di articolare. Era tornato alla sua macchina, si era chiuso nella solitudine dell’abitacolo con una pioggerellina di Novembre che tamburellava sul parabrezza, accentuando il patetismo di quella situazione. Si era accasciato sul volante ed era scoppiato in lacrime disperate. Si rese conto di essere ridicolo, singhiozzando per una persona che aveva visto una volta solo in vita sua e la quale forse aveva già dimenticato della sua esistenza. Era arrabbiato contro sé stesso per la propria ingenuità e stupidità, eppure si sfogò violentemente contro il volante, facendo suonare il clacson un paio di volte. Però non riusciva biasimarsi, era stato sedotto dalla dolcezza di quell’illusione, dalla quale Fabio aveva tratto un piacere tale da non riuscire ancora a lasciarla andare completamente, nonostante tutte le evidenze fossero ormai a sfavore. E si rese conto che solamente una cosa poteva fare, solo una. 
      “Stasera non sei venuto?” gli scrisse. 
      Gli era sembrato che fosse la cosa più adatta da scrivere, abbastanza laconica ed impersonale da non lasciare intuire la sua condizione patetica. Rimase immobile a fissare lo schermo, con l’orologio sul cruscotto che segnava il trascorrere dei minuti, e le gocce che precipitavano sul parabrezza con un piccolo tonfo, per poi serpeggiare giù lungo il vetro. A intervalli quasi regolari riceveva messaggi dai suoi amici che cercavano di capire dove fosse e cosa fosse successo. Fabio avrebbe voluto che gli importasse di loro, però proprio non riusciva a farselo importare. Non leggeva neppure cosa gli stessero scrivendo, guardava le notifiche dei messaggi apparire di colpo sullo schermo, e le lasciava lentamente scivolare via dalla sua attenzione. Proprio come le gocce di pioggia. E quando arrivò il messaggio che aspettava, fu come se l’universo si fosse di colpo ridotto solo a quel: “ho la febbre.” Seguì un selfie sotto le coperte, con i capelli verdi arruffati e schiacciati contro il cuscino. I suoi occhioni a forma di foglia con le iridi del colore del muschio. Tutte quelle emozioni negative non solo furono annichilite istantaneamente, ma addirittura espulse dalla sua memoria, obliterate come un file dall’hard disk. Fu come se non le avesse mai provate, come se anzi avesse sempre provato quella gioia appena esplosa dentro di lui. Cedendo di non avere più nulla da guadagnare dall’ostentare freddezza, gli rispose: “speravo tanto di rivederti stasera.” La replica arrivò subito: “dai ci vediamo sabato prossimo.” Fabio si rese conto che non c’era altro da aggiungere: così era già tutto sufficientemente perfetto. 
      Rispose agli amici ignorati per circa un’ora, scusandosi sentitamente, e tornato dentro al locale spiegò la situazione, offrì a ciascuno un drink, perché il denaro era improvvisamente diventato irrilevante e poteva sperperarlo senza rimorsi. Prese anche lui il solito intruglio verde fluorescente, un bicchiere di etanolo corretto.
      Ballò come un invasato, collassò sulla tazza del cesso e vomitò tutto quanto. Si rese conto di non essere mai stato così felice. 
       
      Nei giorni successivi, Fabio scoprì l'orrore delizioso di quel suo sentimento. Scoprì la sensazione di benessere estatico che sentiva pervadere il suo corpo, quasi avesse ricevuto un’iniezione di metadone, al solo pensiero di lui, al pensiero che lui esistesse e che fosse a portata di un messaggio. Scoprì il dubbio angosciante se scrivergli oppure no, in bilico tra il desiderio disperato di un contatto ed il terrore che, scrivendogli con troppa frequenza, risultasse petulante. E l’ansia dolcissima quando Fabio decideva in fine di scrivergli ed aspettava la risposta, fissando lo schermo del cellulare con la stessa tensione di un imputato che osserva la giuria sul punto di emettere un verdetto di vita o di morte. E la frustrazione quando la risposta tardava, rendendo inutile e irrilevante qualsiasi cosa che altrimenti gli avrebbe per lo meno strappato un sorriso. E la rabbia folle e ingiustificata contro chiunque altro gli scrivesse durante l’attesa, illudendolo con il suono della notifica. E la gioia esplosiva quando infine la risposta arrivava, eclissando tutto ciò che altrimenti lo avrebbe magari rattristato. Dell’affabilità verso chiunque altro gli scrivesse subito dopo, perché il mondo era istantaneamente diventato un posto bellissimo popolato solo da persone adorabili. Fabio provava questo e molto altro, emozioni meravigliose e terribili allo stesso tempo. Gli dilaniavano le viscere al punto che pareva di avere dentro la gabbia toracica una creatura mostruosa la quale si agitava e scavava con artigli di talpa per aprirsi una via d’uscita attraverso la carne.
       
      Ma quando Fabio lesse quel messaggio si sentì stracciato dentro come un foglio di carta. Una frattura si era aperta dietro al suo sterno, una scavatrice si era messa a trivellare nel suo petto. La gravità si fece di colpo fortissima e lo precipitò in un abisso, lasciando vuoto il suo corpo fisico come il vecchio esoscheletro di un insetto dopo la metamorfosi. Il messaggio era: “mi sono fidanzato aiutooo.” Diego lo aveva scritto così, dal nulla, nel mezzo di una conversazione in cui stavano parlando di tutt’altro. Lo aveva scritto quasi fosse un’informazione qualunque anziché il terribile colpo di accetta che troncava di netto un idillio durato quasi due settimane. Fabio si sforzò di articolare una risposta più meno neutra, nel patetico tentativo di non lasciare intendere il suo cataclisma interiore. Scrisse: “con chi?” Ma la risposta non gli importava. Trascinò avanti la conversazione per un altro paio di battute, sempre per ostentare una poco credibile indifferenza. E quando lasciò cadere il cellulare sul letto si sentì quasi inebetito, stordito dall’impatto di quel massaggio al punto che gli ci volle un po' per razionalizzare cosa stesse succedendo dentro di lui. Si accorse di sentirsi come se il nucleo più tenero ed inerme di sé stesso venisse preso a coltellato, massacrato, straziato. E lui guardava quel martirio completamente rassegnato alla propria impotenza, quel martirio ad opera delle forze che governano l'universo, qualunque esse fossero. Provava verso tali forze una rabbia ed un odio viscerali: erano colpevoli di avergli teso una trappola sadica, approfittando della sua ingenuità. Le forze dell’universo gli avevano infatti mostrato la cosa più bella che avesse mai visto, e Fabio aveva ovviamente iniziato a desiderarla come non aveva mai desiderato altro, illudendosi di poterla avere, di poter essere felice come non era mai stato prima. E invece, quella felicità che stava sfiorando gli era stata impietosamente scippata dalle mani. 
      Fabio si abbandonò sul letto, arrendendo tutto sé stesso al dolore bruciante e quasi fisico che sentiva nel petto, acuito da quel senso di ingiustizia cosmica. Quest'ultima suscitava ora una furia violenta, che Fabio rivolgeva contro il cuscino o il materasso, ora un pianto disperato e rabbioso, con rivi copiosi che scivolavano sul viso contorto in una smorfia e sulla mascella contratta che gli serrava i denti. E quando quel maremoto emotivo si placó, quando Fabio si sentì fisicamente stanco di singhiozzare e di prendere a pugni il cuscino, si accorse che dentro di lui non rimaneva che vuoto e cenere. Un senso di desolazione, di insignificanza universale, di disinteresse totale per sé stesso al punto che sarebbe rimasto lì immobile per l'eternità, lasciando morire il suo corpo come una pianta d'appartamento negletta. 
       
      Quando il sabato andò con i suoi amici al locale, si trovò di fronte l'orribile scena: Diego insieme al suo nuovo fidanzato, un tizio dal collo taurino e dai lineamenti sgraziati. A Fabio sembrò bruttissimo, ma ovviamente il suo giudizio fu tutt'altro che oggettivo. Per circa mezz'ora resistette all'impulso di scoppiare in lacrime, poi si allontanò inosservato dal suo gruppo di amici in pista e, tornata alla macchina, si mise a guidare senza meta per la città. Quest’ultima, sferzata da una pioggia perfettamente coerente con il suo stato interiore, era totalmente indifferente ai suoi singhiozzi e al suo patimento, con la gente che affollava i bar e i locali, sicuramente godendosi la serata tra drink e risate alticce. Si sentì tremendamente solo, ma allo stesso tempo sapeva che non avrebbe avuto la forza di tollerare la pietà di un amico. E questo pensiero gli fece ricordare degli amici che aveva preso l'impegno di riportare a casa, e che già avevano cominciato a fare vibrare il suo cellulare. Decise di tornare dentro, afferrò un tizio carino che gli ammiccava dalla pista e, dopo averlo trascinato davanti a Diego, iniziò a baciarlo con foga quasi teatrale. Ma Diego non sembrò accorgersene: tra le braccia del suo fidanzato era in uno stato stupefatto, forse sotto l'effetto di chissà quale acido o pasticca. E proprio in quel momento lo ritrovarono i suoi amici, i quali non poterono non comprendere una scena così ovvia. Ma Fabio prevenne ogni manifestazione di compassione urlando nell'orecchio di uno di loro che li avrebbe incontrati fuori, al termine della festa. Quindi fuggì nuovamente in macchina, e rimase lì a consumare nella sua pena e nei singhiozzi disperati il resto della notte. 
      Erano le cinque quando  liquidò con freddezza monosillabica i tentativi dei suoi amici di consolarlo: Fabio proprio non riusciva a non trovarli molesti. Quelli capirono, e durante il tragitto si misero a discorrere tra loro come se Fabio non fosse lì. Effettivamente avrebbe voluto sparire, avrebbe voluto annichilirsi almeno per un paio di settimane.
      Tornato a casa, Fabio si gettò sul letto senza neppure togliersi i vestiti e le lenti a contatto. Rimuginava ancora su quanto fosse stato crudele da parte dell’universo torturarlo in questo modo, quando avrebbe potuto semplicemente non incontrare mai Diego, non innamorarsi mai di lui, e la sua vita avrebbe continuato ad essere accettabile come lo era prima. E allora desiderò non averlo mai visto in quella dannata discoteca. Desiderò dimenticarsi della sua esistenza. Lo bloccò su tutti i social network, cancellò il suo numero dalla rubrica e le loro conversazioni dall’archivio. Si ripromise di non mettere più nel piede nel luogo maledetto in cui tutto era iniziato.
       
      Con il passare delle settimane, Fabio pensava al ragazzo dai capelli verdi via via con meno frequenza. Tutti gli consigliarono di conoscere altre persone, e in effetti Fabio ebbe appuntamenti con vari ragazzi e ragazze. Molte erano persone attraenti ed  intellettualmente stimolanti, con alcune di loro avviava anche delle frequentazioni che sembravano inizialmente promettenti. Tuttavia, Fabio si trovava prima o poi di fronte all’evidenza che nessuno di loro avrebbe mai suscitato in lui qualcosa di lontanamente paragonabile a ciò che gli aveva fatto provare Diego, e che l'attrazione fisica e mentale impallidiva di fronte alla potenza di quell’amore esplosivo.
      Dopo aver conosciuto un sentimento così intenso, la prospettiva di accontentarsi gli appariva patetica e triste.
      Quelle frequentazioni gli sembravano delle pantomime allo scopo di illudere sé stesso e l’altra persona. Dunque, dopo vari tentativi fallimentari, si disse che avrebbe preferito la solitudine, perché avrebbe potuto amare solamente Diego. Lui e nessun altro. Al limite, decise, avrebbe avuto qualche rapporto occasionale qualora il bisogno di affetto fisico si fosse fatto insopportabile.  
      Era il periodo dei saldi invernali quando Fabio entrò un negozio di abbigliamento e si trovò di fronte ad un espositore con felpe di vari colori fluo. Giallo evidenziatore, rosa shocking, blu elettrico. E anche verde. Un verde acido, un verde lisergico. Ci fu una conflagrazione dentro di lui. Di colpo, si rese conto che l’amore per Diego in realtà non si era mai affievolito, ma era rimasto per due mesi compresso come un gas in un remoto anfratto di lui. E ora quella scintilla lo aveva fatto detonare. Sentì la cicatrice dentro il petto pulsare di dolore; un dolore che, si rese conto, gli era mancato. Un dolore che gli era caro. Un dolore che era la manifestazione di un sentimento di pari potenza, che era la misura dell'intensità del suo amore, che era il prezzo commensurato per qualcosa di meraviglioso. Qualcosa che pochi, Fabio ne era convinto, hanno la fortuna di provare nel corso della propria vita. Si sentì un folle per aver cercato di disfarsi di una cosa così rara e preziosa, di una cosa che aveva ispirato nei secoli le più grandi opere d’arte ed i più grandiosi componimenti, una cosa che da sola aveva il potere di dare senso una vita intera. Capì che pur potendo vivere tranquillamente senza quell'amore, stava rinunciando all'unica cosa per cui valesse la pena morire. E non poteva affatto essere sicuro che prima o poi lo avrebbe provato per qualcun altro, anzi gli sembrava piuttosto improbabile. E allora, decise di accettare quel sentimento stupendo anche con il suo doloroso rovescio, di arrendersi alla sua forza e lasciarsi trascinare ovunque lo avesse portato. Quasi sicuramente, lo sapeva, ciò lo avrebbe portato ad un disastroso naufragio. E lo accettava. Sapeva che si sarebbe autodistrutto, che quell’amore era una pistola carica che stava puntando contro il suo stesso petto, era uno strapiombo sul cui bordo stava camminando pericolosamente. E lo accettava. Uscì di corsa dal negozio e prese il cellulare dalla tasca. Sfiorò il grilletto con il dito, si sporse vertiginosamente oltre il bordo. Ritrovò il profilo Instagram di Diego tramite uno screenshot, e lo sbloccò. 
      Sparò. Saltò. 
      “Ehi” scrisse.

    • Bro

      By Fabulae, in Letteratura non di genere,

      Filli aspiró un'altra boccata di catrame, osservando l'estremità della sigaretta accendersi di un luccichio incandescente. Lui e Alessio erano rimasti a fare qualche tiro in porta, dopo l’allenamento, mentre gli altri erano già andati via. Poi, Alessio era entrato nello spogliatoio, mentre Filli era andato a sedersi sugli spalti, a fumare in silenzio come faceva spesso. Guardava distrattamente il cielo crepuscolare di Marzo ma senza guardarlo, guardando oltre, guardando qualcosa di indefinibile che era in realtà dentro di lui. Qualcosa che non capiva, qualcosa che però provava distintamente, che sentiva nel petto, ma a cui non riusciva a dare una spiegazione né tantomeno un nome. Era una sensazione dolciastra, intensa, penetrante. Era qualcosa che gli provocava benessere e malessere allo stesso tempo, e cioè una specie di tristezza agrodolce, in perfetta armonia con il mood di quell’ora decadente. Ma era in verità un’emozione molto più composita. Era euforia nel momento in cui preparava il borsone della scuola calcio nel primo pomeriggio sapendo che lo avrebbe visto di sicuro, o anche certe mattine andando a scuola e immaginando di incontrarlo nel corridoio; era ansia, ma un’ansia deliziosa, durante il tempo che trascorreva insieme a lui; era una lieve irritazione quando Alessio rivolgeva le sue attenzioni ad altri amici, o a Jessica; era malinconia nei momenti come quello, cioè quando Filli era da solo e la situazione esteriore la fomentava. Del resto, Filli era particolarmente suscettibile ai cambi d’umore dovuti al tempo atmosferico, o alla musica, o al momento della giornata. E lo era sempre stato, ma da quando conosceva Alessio quei cambi di umore repentini erano diventati infinitamente più frequenti. Nonostante adorasse crogiolarsi in quella malinconia, lo assalì improvvisamente l'urgenza di abbandonare la sua solitudine pensosa e raggiungere Alessio nelle docce prima che lui avesse finito. Perché adorava chiacchierare con Alessio in una situazione tanto intima, sotto la doccia, soprattutto se da soli. In tali occasioni, sentiva con lui una connessione che non aveva mai provato con nessun altro, anche se poi blateravano solo di argomenti spiccioli. Come se lo scroscio dell’acqua avesse il potere di isolare loro due dal resto dell’universo, e trasportarli in una dimensione della stessa consistenza del vapore che aleggiava tra i loro corpi, una dimensione irreale ed immateriale, dove non esisteva altro se non i loro corpi nudi e bagnati. E poi, di soppiatto, quando Alessio parlava dandogli le spalle, Filli sbirciava il suo corpo nudo, i suoi polpacci, le sue cosce muscolose, il suo sedere addirittura, ma solo perché provava verso il corpo di Alessio, e verso Alessio in generale, un’ammirazione sproporzionata. E dopo quelle fugaci occhiate ritraeva velocemente lo sguardo per paura che l’altro si girasse e, cogliendolo in flagrante, pensasse che fosse Filli frocio. E Filli era certo di non essere frocio. Era sempre stato un ragazzo mascolino, amante del calcio, e mai si era sognato di fare cose da froci come truccarsi o indossare vestiti da donna. Era solo ammirazione, la sua. Si alzò di scatto, spense la sigaretta contro il muretto e si affrettò verso la palestra.
       
      Entrò nello spogliatoio inanimato. Un odore chimico fruttato, di bagnoschiuma o di deodorante. Si sfilò i vestiti  di dosso con foga e cavò lo sciampo e l’accappatoio fuori dal borsone, che era appoggiato sulla panca proprio affianco al borsone di Alessio. Si precipitò verso le docce da cui proveniva il rumore dell’acqua che Filli immaginò scivolare sul corpo nudo di Alessio. Immaginò le sue gambe bagnate e l'acqua grondare sui suoi peli che in quella circostanza assomigliavano sempre a fili di muschio lungo il getto di un fontanile. Ma proprio in quell’istante lo scroscio si spense. Filli fu assalito da una fitta pungente di rabbia contro se stesso, per aver perso tempo. Entrando, vide Alessio uscire dal cubicolo e indossare l’accappatoio, strofinarsi energeticamente i capelli riccioluti con il tessuto del cappuccio. Si accorse di Filli, gli sorrise distrattamente. Filli rimase per un istante a guardarlo: l’accappatoio lasciava scoperte le sue gambe dal ginocchio in giù. Osservò le caviglie grosse, e i peli sparsi e bagnati, orientati verso il basso, appesantiti dall’acqua come fili di muschio in un fontanile. Alessio gli sgusciò di fianco, senza guardarlo.
       
      Filli avrebbe voluto urlare, ma non lo fece. Indirizzò invece la sua rabbia contro il muro della doccia piastrellato di azzurro, e lo scroscio dell’acqua coprì il rumore delle sue nocche che impattavano ripetutamente contro la superficie fredda e bagnata. Non sapeva perché lo stava facendo, e non si poneva il problema, perché quella rabbia cieca e indefinita gli impediva di pensare. 
       
      Nello spogliatoio trovò l'amico di spalle, intento a strofinarsi i capelli con un asciugamano. Indossava un paio di boxer grigi, che aderivano perfettamente alla forma del suo corpo, alle linee curve delle sue cosce e del suo fondoschiena. Alessio si volò, sentendolo arrivare. Si scambiarono un sorriso formale, e poi Alessio tornò ad asciugarsi con lo sguardo assente. Anche Filli si asciugava, si era tolto l’accappatoio ed era rimasto nudo, si strofinava il corpo bagnato con l’asciugamano. E provò una sensazione insolita, come se quel silenzio fosse una specie di tenda per coprire frasi che non venivano dette. Aveva la sensazione che Alessio avrebbe voluto iniziare un discorso, ma non lo faceva, e quasi si sforzasse di sembrare completamente indifferente alla sua presenza. 
       
      Ripensò allora a quella cosa strana che Alessio gli aveva detto qualche giorno prima, fumando insieme dietro la palestra durante la ricreazione. Alessio aveva lasciato cadere il suo mozzicone esausto e, distrattamente, con nonchalance, aveva detto “bro, poi ti devo dire un fatto." Ed era andato via così, e non ne avevano più parlato. Filli fremeva dalla voglia di sapere di cosa si trattasse, ed era la prima volta che i due si ritrovavano da soli dopo quell’evento. Però non osò porre la domanda, continuò ad asciugarsi in silenzio. 
       
      Alessio lo stava osservando. Filli se ne accorso e per qualche istante si sforzò di rimanere impassibile, ma era uno sforzo titanico. Allora sollevò lo sguardo ed incrociò quello di Alessio. Gli sorrise in modo impacciato, ma Alessio non ricambiò il sorriso e continuò a fissarlo.  “Ti devo dire quel fatto, bro” esordí quindi Alessio. 
      “Che fatto?” chiese Filli, cercando pateticamente di dissimulare di aver pensato giorno e notte alla natura di quel misterioso “fatto.” La sua voce tremava quasi; di certo tremavano le sue mani. Eppure si sforzò anche lui di sembrare indifferente, continuando a strofinarsi l’asciugamano sul petto. “Un fatto che volevo dirti da un po’,” ma non aggiunse altro. Estrasse il fohn ed andò ad asciugarsi i capelli davanti allo specchio. Il rumore occupò lo spazio destinato a rivelazioni che non venivano proferite.
       
       
      Filli si sentiva come di fronte ad una scelta rischiosissima che avrebbe determinato il suo destino. Come dovesse spiccare un salto di diversi metri per salvarsi da un morte certa. Doveva dire qualcosa, incrinare quel silenzio. Ma non sapevo cosa. E allora disse una cosa che non aveva alcun senso, ed era quasi certo che non fosse stata la sua mente a concepirla. Sembrava come se la sua volontà gli fosse sfuggita di mano, come se un'entità estranea avesse preso possesso del suo apparato fonetico e lui stesse lì sotto forma di coscienza impotente ad assistere alla scena.  Disse: "mi vuoi confessare che sei frocio?"
      Alessio spense l'asciugacapelli, si voltò: "…che hai detto, bro?" "Ho detto, mi vuoi confessare che sei frocio?" Il cuore di Filli pulsava frenetico.
      "Te sei frocio" rispose Alessio, vagamente irritato.
      "Tanto è questo che vuoi dirmi" incalzò.
      Alessio appoggiò l'asciugacapelli sulla mensola, con una calma minacciosa. Marciò verso di lui, guardandolo sfacciatamente negli occhi, con il passo marziale di un plotone inarrestabile. Si bloccò con il viso a pochi centimetri dal suo. Filli poteva sentirne il respiro sulle labbra, e il suo sguardo trafiggergli i bulbi oculari.
      "Ripetilo, su" disse Alessio.
      Filli inspirò, e ripeté: "secondo me mi vuoi confessare che sei frocio."
      Non riusciva a capire come la sua volontà avesse potuto perdere il controllo di ciò che diceva. Alessio lo fissava stupito, interdetto. Scattò con la velocità di una mantide religiosa e spinse Filli contro la spalliera di legno, premendogli l'avambraccio di taglio contro pomo di Adamo. Filli soffocava, ma non disse nulla, quel contatto fisico era terribilmente dolce, e rimase a fissare le pupille di Alessio che a sua volta lo fissava in silenzio con minacciosa serietà. 
      Ma quella giocosa pantomima si rivelò come tale nel momento in cui Alessio non riuscì più a trattenersi dal ridere. Anche Filli rise di rimando. Quindi, Alessio cominciò a colpire a pugni, con forza misurata, la spalla dell'altro, il quale si parava e cercava inutilmente di sgusciare dalla morsa. I due giocavano spesso a prendersi a pugni, a fare la lotta, come due leoncini. Era il loro modo di dimostrare l'affetto e la fiducia reciproci: ognuno dava all'altro la possibilità di danneggiarlo fisicamente con la certezza che però non lo avrebbe mai fatto. Ognuno consegnava all'altro il proprio corpo vulnerabile. Proprio come nel sesso. 
      Filli aveva provato a contrattaccare, ma Alessio gli aveva afferrato il polso, avevo preso il controllo del suo braccio. Filli cercò allora di spingerlo via con l'altro braccio, ma Alessio era monolitico. Filli premeva inutilmente la mano contro il petto dell'altro. E sentì sotto il palmo la deliziosa sensazione dei suoi muscoli irrigiditi al di sotto delle la pelle nuda e calda. Ebbe la tentazioni irresistibile di accarezzarli. Osservò quel corpo così vicino al suo. Osservò la muscolatura definita, e la sottile striscia di peluria che saliva dall'ombelico e lungo lo sterno. Con uno spasmo improvviso cercò ancora di divincolarsi, ma, come nelle ragnatele, questo ebbe l'effetto di
      intrappolarlo ancora di più nella stretta di Alessio, il quale ora premeva il suo corpo sul corpo ancora nudo di Filli. Sentì la carne calda di Alessio contro la sua, il petto a contatto con il suo, il basso ventre a contatto con il suo, e il rigonfiamento dei boxer contro l'inguine nudo. 
       
      Avevano smesso di ridere, si guardavano in un silenzio serioso, quasi solenne. Sentivano l'uno il fiato dell'altro solleticare le labbra.  E allora Filli ebbe quel pensiero assurdo e terribile, quel pensiero impensabile, e in effetti non era stato lui a pensarlo: era piuttosto la manifestazione cosciente di un desiderio profondo a indomabile. Guardò le sue labbra immobili così vicine alle sue. 
      E accadde una cosa incredibile. Accadde che Filli sentí qualcosa esercitare una pressione crescente contro la pelle del suo inguine , qualcosa che si trovava sotto il tessuto dei boxer dell’amico: fu innegabile che il corpo di Alessio stava effettivamente confessando quella veritá inconfessabile. Ma la cosa più terribile fu che, si accorse, anche il suo corpo stava facendo lo stesso. Filli vide nello sguardo di Alessio lo stesso panico e lo stesso orrore che erano esplosi dentro di lui. 
       
      Che fare dunque? Chiaramente, nessuno dei due lo sapeva, erano entrambi sconvolti e interdetti, paralizzati dal terrore. Di certo non si poteva fare finta di nulla, essendo ció che stava accadendo innegabile, entrambi coscienti che anche l’altro se n'era accorto. E intanto, I loro corpi, traditori e bastarsi, quasi a volersi prendere gioco di loro, continuavano inesorabilmente a fare affluire sangue ai corpi cavernosi. Filli sentí i palmi di Alessio premere sulla sua gabbia toracica, esercitare una pressione che lo sbalzó all'indietro, ponendo fine a quell'abbraccio dolce e terribile. Filli barcolló, quasi perse l'equilibrio per la forza con cui Alessio lo aveva spinto via, lontano da sé. Filli rimase immobile a fissare Alessio, senza sapere cosa dire o casa fare, con la sua erezione pericolosamente esposta alla vista dell'amico. Ma Alessio non lo guardó, riprese ad asciugarsi, a compiere quelle azioni meccaniche che compiva in quello spogliatoio tutte le altre volte: finí di asciugarsi i capelli ancora umidi con l'asciugamano, infiló addossola canottiera e la felpa, infiló il pantalone della tuta, infiló i calzini di spugna e le sneakers. Senza guardarlo. 
       
      Filli era ancora lí, statuariamente immobile e nudo, a fissare Alessio il quale riponeva le sue cose dentro il borsone come se fosse solo in quello spogliatoio. Lo osservó rispondere al cellulare, dire: “sí pa', sto uscendo,” lo osservó indossare il giubbotto e tirarne su la zip, lo osservò afferrare il borsone dicendo, ovviamente senza guardarlo: “ciao eh.” Alessio andò verso la porta d’ingresso, ma prima di uscire si bloccó. Senza voltarsi, disse: “comunque, il fatto che volevo dirti é che forse mi fidanzo con Jessica.” E, detto ció, andó via, lasciando Filli ancora nudo e immobile.

    • Era l’alba di un lunedì di ottobre quando don Ignazio si affacciò dalla finestra della sua canonica per respirare la fredda bruma del mattino, come quando, bambino,  dalla finestra padana delle sue contadine origini, respirava la nebbia fredda con consumata apnea, e gli sembrava così di rubare all’aria quell’umido elemento che inzuppava ogni cosa di quell’ambiente e forse impregnava tutto il mondo e la stessa vita, e persino nei rintocchi del campanile e nel muggire delle mucche si poteva riconoscere, vivida e reale, … la nebbia!
      Era allora convinto che l’alito fresco di Dio dal cielo si stendesse pietoso sulla pianura per coprirne le nudità e le miserie, manifestando agli uomini la pochezza delle cose terrene per ispirarli alla grandezza celeste, e da questa nebbiosa epifania traeva forse origine la sua vocazione. Ma erano passati ormai  sessant’anni da quando aveva cominciato a combattere la sua infinita battaglia dalla parte del Cielo, e ne sentiva ormai tutto il peso.
      Quella mattina tuttavia don Ignazio non aveva certo spalancato la finestra sui ricordi, che gli era ormai impossibile rivivere quelle agricole sensazioni da quando era stato assegnato (trent’anni fa) a quella parrocchia di periferia suburbana brianzola, dove perfino la chiesa era una vera e proprio catastrofe cementizia,  riadattamento spettrale di un vecchio opificio, assediata da palazzine fatiscenti, brulicanti di famiglie operaie e praticamente senza Dio o comunque poco interessate all’aldilà.
      S’affacciò invece sul presente, sullo smog untuoso e maleodorante in cui era decaduto il mistico alito divino dalle parti di Milano, che più che nebbia era ormai fumaggine densa ed oleosa, il rutto di un Divino evidentemente malato di gastrite, ormai incapace di ispirare alcunché.
      Avendo inaugurato il giorno prima la nuova statua della Madonna, don Ignazio quella mattina voleva godersene dalla finestra l’effetto. Sì, perché ormai anche l’infinita battaglia dalla parte del Cielo era degenerata in una quotidiana e insidiosa guerriglia, da don Ignazio ingaggiata non senza sconfitte, contro l’indifferenza religiosa, trent’anni di prima linea che lo avevano visto impestare il popoloso quartiere con tabernacoli, statuette, immagini sacre, cappelle e iscrizioni mariane in uno sproporzionato proliferare di richiami mistici verso un Trascendente che non disdegnava però di materializzare soluzioni terrene assai concrete e percepibili, come i ciclopici murales sulla passione del Cristo (veramente tremendo quello di 12 metri per 6 dipinto con straordinario sofferente realismo sulla scuola materna parrocchiale delle Ancelle del Sacro Cuore Agonizzante di Gesù), o i materialissimi stendardi pubblicitari appesi ai lampioni per reclamizzare le funzioni domenicali, dove una specie di S.Trinità nazista (con la croce vagamente uncinata) ogni cinquanta metri di corso Gramsci ordinava perentoriamente ai disorientati conducenti: “prega!” E la sua ultima impresa era stata appunto la statua esterna della Madonna.
      L’aveva fatta collocare nel giardino della canonica proprio sotto le sue finestre, a lato della strada pubblica principale del quartiere, da questa separata solo da un basso muretto, acciocché quei senza Dio dei suoi parrocchiani dovessero ogni mattina, recandosi al lavoro, sbattere necessariamente lo sguardo sulla sacra figura, una superba Madonna a grandezza naturale (su un piedistallo di tre metri), devotamente ammantata con gli occhi fiduciosi al cielo e le mani giunte in preghiera, nitida affermazione di fede da opporre alla distrazione mattutina della masse operaie i cui pendolari pensieri si dimostravano pervicacemente allergici alla preghiera nonostante gli stendardi pubblicitari e pericolosamente inclini a  perdersi, ancora incerti nel sonno, in mille terrene preoccupazioni, affitti, bollette, precariato, cassa-integrazione e  caro-benzina.
      Aprì così la finestra per vedere l’impatto della statua sui passanti e per poco non gli venne l’infarto.
      La statua era stata nella notte sostituita con un altra, sempre a grandezza naturale, raffigurante una Madonna punk con tanto di piercing al labbro e creste ai capelli, con ombelico nudo sotto un giubbotto che a malapena le copriva il seno e pantaloncini cortissimi che lasciavano due irriverenti cosce  troneggiare fuori  dagli stivaloni di pelle, anelli ed orecchini da rockstar, lo sguardo tutt’altro che rivolto al cielo e le mani tutt’altro che giunte.
      Non ci si poteva sbagliare, era certamente un sacrilego scherzo ignobilmente perpetrato nella notte dai giovinastri anticlericali del dirimpettaio centro sociale,  o almeno così pensò don Ignazio, certamente con la complicità di tutti gli abitanti di quel quartiere di senza Dio. Ah, ma questa volta gliela avrebbe fatta pagare cara, oh sì!
      Nel giro di due ore la statua sacrilega venne rimossa e demolita, ne venne ordinata un’altra che fu consegnata in settimana in tutto identica alla prima e fu avvertita la Curia, che avvertì il Sindaco, che avvertì il Prefetto, che incaricò per le indagini i Carabinieri, che interrogarono 43 persone, tutti i ragazzi del centro sociale, senza venire però a capo di nulla.
      Don Ignazio era furente e per la messa della nuova inaugurazione, la domenica seguente, obbligò alla funzione perfino i ragazzi del centro sociale, a pena di denuncia formale contro ignoti, e nessun parrocchiano, praticante o non, osò esimersi, compresi 7 sciiti e 18 indù residenti nel quartiere (miscredenti indiziabili di sacrilegio e perciò caldamente consigliati a non mancare), presenti nei loro costumi tradizionali.
      Il sagrato fu gremito da oltre 10.000 anime rassegnate, si scomodò perfino l’Arcivescovo e il coro intonò la messa solenne extralunga con tanto di banda. Gli operai del Comune collocarono sul piedistallo la seconda statua che un esercito di chierichetti asperse di abbondante incenso con incensieri caricati a fumogeni da stadio e le prime dodici file di personalità furono offuscate dalla nube tossica con svenimenti plurimi, la moglie del Sindaco starnutì come un tricheco tisico per almeno mezzora, ma non osò alzarsi dal suo posto, e si sarebbe ricordata a lungo il tanfo d’incenso marcio che stazionò sul quartiere per le successive due settimane.
      Ma quando durante l’omelia dell’Arcivescovo, la nebbia incensoria gradualmente diradò restituendo alla vista la nuova statua, le coronarie di don Ignazio ebbero un altro duro colpo: la statua di gesso si era nuovamente tramutata in una Madonna punk, stessi piercing, stesse creste, stesso look, e perfino un sigaro nella mano destra, sempre di gesso, ma che mandava fumo di tabacco.
      Ci fu un baccano infernale, la funzione fu sospesa, i giovani del centro sociale applaudirono, molti parrocchiani  sghignazzarono, si pensò ad un abile azione organizzata dei Disobbedienti, a un sabotaggio di Greenpeace, forse la nube d’incenso era un pretesto usato da chierichetti collusi con gli Anarchici Antagonisti, qualcuno ipotizzò trattarsi di un attentato delle Brigate Rosse, qualcuno giurò che gli sciiti presenti erano dei terroristi infiltrati e si aspettava da un giorno all’altro la rivendicazione per videocassetta di Bin Laden.
      Ma l’Arcivescovo e don Ignazio, che erano sempre stati lì, a un metro dalla statua, con gli occhi puntati proprio sul piedistallo, sapevano bene che non si era avvicinato  nessuno. Stesero formale denuncia contro ignoti per vilipendio alla religione di Stato,  poi la sera, in gran segreto, aiutati da un manipolo di guide scouts dell’A.g.e.s.c.i. assolutamente fidate, trasferirono la Madonna punk e don Ignazio in curia, presso l’Arcivescovo, che voleva ormai vederci chiaro.
      Quella notte l’Arcivescovo ebbe un sonno agitato, molto agitato, fu svegliato di soprassalto alle tre dalle urla disperate di don Ignazio, che accanto alla statua di gesso piangeva in preda all’isteria: la statua bianchissima e immobile della Madonna punk si era messa a fumare la pipa, che impugnava sempre con la destra, una immobile pipa di gesso che mandava però un ottimo fumo di tabacco aromatizzato alla vaniglia, il preferito di don Ignazio, accanito tabagista. Con la sinistra reggeva invece un altrettanto gessato ed immobile fiasco di Chianti, scolato per oltre metà, il turacciolo di gesso bianco sputato a terra, come era avvezzo fare l’Arcivescovo (originario di Firenze e grande estimatore di malvasia). E nel fiasco di gesso immobile il vino c’era davvero. Lo stesso Arcivescovo, sbigottito, constatò il fatto miracoloso e poi, sempre più trasecolato, staccò alla statua il fiasco e se ne servì uno sconsolato bicchiere, offrendo il secondo al povero don Ignazio. Quindi telefonò nel cuore della notte a Roma.
      Dal Sant’Uffizio alle cinque del mattino confermarono che una qualsivoglia immagine della Madonna, in quanto simulacro della Madre di Dio immacolatamente concetta, mai avrebbe potuto essere intaccata e nemmanco scalfita da presenza demoniaca ovvero maligna, che pertanto ogni evento soprannaturale connesso con statue e/o immagini della Madonna era per certo da attribuirsi immantinente all’Opera ed alla Volontà  Divina. Tuttavia scolarsi una fiascata di Chianti appariva un evento incerto e bisognoso di immediato accertamento teologico, anche perché l’Arcivescovo attestava telefonicamente al Sant’Uffizio che di vino buono così non ne aveva mai assaggiato, ed il Sant’Uffizio conosceva bene l’esperienza dell’Arcivescovo, una vera autorità in materia etilica. Ma se il miracolo del buon vino poteva inserirsi nella più solida tradizione teologica con riferimento alle nozze di Caana, la faccenda del tabacco e del look punkettaro era cosa mai prima cognita.
      La mattina dopo arrivarono da Roma quindici guardie svizzere in borghese che caricarono in gran segreto la Madonna punk e la trasportarono in Vaticano. E qui successe veramente di tutto.
      La statua della Madonna punk beveva come una spugna e fumava come un turco, facendo impazzire tutti i teologi e gli esegeti convocati dal Collegio Cardinalizio. Gli esperti testarono e provarono e analizzarono, ma non era che una semplice statua di gesso bianco a grandezza naturale, senza alcuna anomalia o cavità o artificio nascosto. Ogni mattina veniva trovata in una posizione ed in un posto diverso, e qui rimaneva di gesso immobile fino alla notte successiva.
      Gli spaventi più famosi li fece prendere rispettivamente al Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, che se la ritrovò sulla tazza del cesso nel proprio appartamento privato in inequivocabile postura, ed al Cardinal Segretario di Stato, che la sorprese nel cortile della Pigna a piantar semini di marijuana.
      Sua Santità non riusciva a capacitarsene. Ma cosa avrà voluto mai significare, una Madonna punk! Per cosa questa volta si era scomodato con tanto palese miracolo il Paradiso? Poi cominciò perfino a muoversi durante il giorno. Passeggiava a lungo per i cortili vaticani e all’ora di pranzo si fiondava nell’appartamento pontificio con ottimo appetito. Il Papa cominciò a farci l’abitudine e a prenderla quasi in simpatia. Una ragazza fatta di gesso col piercing si muoveva con la naturalezza della giovanissima età e sembrava guardare curiosa tutto quello che incontrava con irriverente ingenuità, praticamente ignara di essere la Madonna in Vaticano. Mangiava spaghetti col Papa, giocava a calcio con le guardie svizzere, vinceva a briscola col Cardinal Segretario, tracannava vino e tabacco, raccoglieva fiori e accarezzava i gatti, dormiva su un lettuccio di vimini nella camera a fianco di quella papale e saltava di gioia ogni volta che sentiva le campane,  tutto con una sconcertante naturalezza, ma non diceva una parola.
      Finchè un giorno dette un bacio filiale sulla guancia al Papa, salutò con la mano tutto l’incredulo Collegio Cardinalizio, e prima che le guardie svizzere potessero fermarla infilò di corsa il portone di S. Damaso e si dileguò per le strade di Roma. I servizi segreti di mezzo mondo non riuscirono a rintracciarla. Cosa abbia fatto nell’anno che trascorse fino alla sua riapparizione nessuno lo seppe mai.
      Ricordo però che ci furono delle guerre assurde, in Iraq, in Afghanisthan, e che sui telegiornali, nei servizi degli inviati di guerra, alcuni miei amici giornalisti hanno giurato di aver visto una ragazza punk comparire, magari sullo sfondo, confusa tra sopravvissuti e distruzioni, in atto di aiutare i superstiti, ma con lo sguardo triste.
      Ma cosa fosse venuta a fare e perché fosse apparsa col look punkettaro è un enigma ancora irrisolto. I teologi vaticani non sanno nemmeno oggi che pesci prendere, il Sant’Uffizio brancola nel buio più assoluto. Non una parola dell’accaduto è mai stata fatta trapelare. Nessuno al mondo sa, infatti, della Madonna punk, e voi che adesso ne siete stati messi a conoscenza farete bene a tenervelo per voi perché i servizi segreti non scherzano e son pronti a farvi scomparire pur di sottacere la cosa. Guai se il mondo sapesse!
      L’unica cosa che ho saputo io, direttamente da don Ignazio, è che dopo un anno dalla sua scomparsa, una mattina di ottobre, dalla sua finestra, se la vide comparire nella nebbia giù nella strada, sempre col solito vestito punk e con il sigaro, e la vide scrutarsi intorno con circospezione, e poi, quando fu sicura che nessuno al di fuori di don Ignazio l’avesse vista,  gli fece un gesto d’intesa, e saltò sul piedistallo rimasto vuoto riassumendo la stessa identica posizione della prima volta, quindi si pietrificò per sempre. Si udirono dalla canonica delicate musiche angeliche allontanarsi in cielo e da quel momento la statua, ridiventata una semplice statua, non si mosse più. Don Ignazio scrollò la testa tra se e se e si dette del balordo perché  in sessant’anni di onorata vocazione non aveva ancora capito un cazzo della fede. Quindi scese ed andò a farsi fare la tessera al centro sociale, di cui oggi è vicepresidente, gran tracannatore di chianti ed infaticabile  organizzatore di concerti rock. Se non ci credete andate davanti alla sua parrocchia: troverete la statua di una ragazza punk su un piedistallo alto tre metri che guarda la strada con un benevolente sguardo di ingenua simpatia.
       
       

    • La Mente Mente è un Thriller Psicologico ad alto contenuto Distopico.Sesso, rapimenti irrisolti, omicidi terrificanti e scambi di coppie tra persone insospettabili, tra le ipocrisie di una società sempre più controllata e spiata. Un viaggio ai confini della mente, dove ciò che sembra assodato e condannabile cambia consistenza a seconda dell'occasione. Sette affascinanti donne appartenenti all'alta società di Dallas, svaniscono nel nulla in poco meno di un mese. La polizia allarmata, inizia subito le indagini e scopre che queste donne sono scomparse insieme alle loro auto. Le immagini delle numerose telecamere presenti nella city non aiutano affatto a chiarire il mistero, inoltre una di loro è la moglie del consigliere del presidente degli Stati Uniti alla Casa Bianca, il senatore Gormon. Il caso viene affidato immediatamente all'Fbi e a guidare la squadra investigativa, viene posto Frank Miller, agente speciale del Bureau. Un vero e proprio cacciatore di "Serial Killer" reduce da decine di casi risolti in giro per l'America e soprannominato appositamente dalla stampa "Frank Thriller". Ma nonostante gli sforzi, anche Miller è quasi costretto ad arrendersi. Nessun indizio, nessuna ripresa, nessuna richiesta di riscatto. E l'ipotesi del Serial Killer inizia a consolidarsi ora dopo ora. Ma quando tutto sembra perduto, avviene la tragica svolta. L'intera squadra di ritorno da un sopralluogo, grazie all'intuito del loro capo, ispeziona una baracca sospetta lungo il fiume "Trinity" a Dallas. All'interno di due pozzetti congelatori vengono ritrovati i corpi smembrati di tutte le donne scomparse. Ma non ci sono impronte digitali chiare ne altri indizi riconducibili al vero assassino. Durante le autopsie però, il Coroner ritrova una traccia di DNA sul seno di soltanto una delle vittime. E' liquido seminale appartenente ad un chirurgo incensurato che lavora in un ospedale in città. Robert Carini. Miller e le squadre speciali lo arrestano nel comfort della sua villa poche ore dopo. Carini durante l'interrogatorio sostiene di aver avuto rapporti occasionali con alcune prostitute in passato, ma quei resti appartengono alla moglie del senatore Gormon. E nonostante la sua dichiarata innocenza, viene comunque condannato alla pena capitale, al processo evento che sconvolge la nazione. Cinque anni dopo, la sentenza sta per essere eseguita tramite iniezione letale, ma Carini ha il diritto di incontrare chiunque voglia prima di essere giustiziato e sceglie di parlare con l'uomo che lo ha arrestato. Miller dopo diverse titubanze, parte alla volta del carcere di massima sicurezza ADX di Florence in Colorado, assieme al nuovo avvocato che gli è stato affidato d'ufficio dopo essere stato abbandonato da tutti i precedenti: La giovane e affascinante Cathlyn Mills. A metà viaggio però, una fabbrica di rifiuti tossici esplode lungo la strada che stanno percorrendo e i due vengono catapultati in una piccola contea nel 1957 vivendo un esperienza ai confini della realtà. Frank Miller e Cathlyn Mills si risvegliano in auto, la nube tossica li ha narcotizzati e sembrerebbe che entrambi abbiano compiuto soltanto uno strano sogno. Vengono soccorsi e poche ore dopo ripartono storditi per Florence. Da quell'incontro, Miller ottiene soltanto degli insulti, ma non il suo avvocato, poiché secondo la legge sui diritti umani, a Carini, trenta giorni prima dell'esecuzione gli sono state sospese le cure psichiche ed ora sostiene di ricordare il nome della donna sui cui è stato trovato il suo liquido seminale, e sopratutto il contesto dove questo è avvenuto. Un club per scambisti di Dallas. E' convinto di essere stato incastrato o usato per coprire il vero Serial Killer e fornisce alla Mills il soprannome con cui conosceva quella donna, assieme a quello di altre sue partner occasionali.L'avvocato tornata a Dallas, inizia una disperata indagine recandosi in quel club sotto falso nome, e scoprirà che la mente mente più di quanto abbia mai sospettato..

    • Hanno sistematicamente distrutto o occultato il più possibile le antiche conoscenze poiché esse contenevano il segreto della nostra identità e della vera natura della vita. Hanno manipolato tutte le maggiori indagini e ricerche volte a studiare le antiche conoscenze occulte e i manufatti antichi diffusi in tutto il mondo, assicurandosi che niente trapelasse della nostra vera natura e origine e che, nel caso in cui qualcosa emergesse, non venisse mai reso pubblico, né il suo vero valore venisse compreso.  Hanno creato le religioni per imprigionare le menti della popolazione, riempirle di un senso di limitazione e di inferiorità e dipingere le conoscenze esoteriche come espressione del "male". Hanno fondato la "scienza" per legittimare solo la sfera fisica e negare l'esistenza di altre frequenze di vita e sopprimere la conoscenza del nostro io multidimensionale. Ciò viene fatto ricompensando quelli che si allineano al partito e distruggendo la reputazione di chi non lo fa.  Hanno introdotto i media per sommergere e schiacciare le nostre menti con la realtà che vogliono imporci; e per attaccare, ridicolizzare, condannare e distruggere chiunque minacci di denunciare la truffa e l'illusione su cui essa si poggia. La manipolazione mediatica la loro arma. Hanno focalizzato il mondo e la comunicazione su tutto ciò che è materiale - soldi, le vincite al lotto, il possesso delle cose, e hanno stimolato in noi un'ossessione nei confronti del sesso come esperienza fisica piuttosto che spirituale. Il sesso basato esclusivamente sulla dimensione fisica mantiene a basso livello la nostra frequenza essendo un atto puramente fisico.
      Il sesso basato sull'amore aumenta la nostra frequenza poiché ci riconnette con la nostra scintilla di puro amore. Hanno isolato l'energia maschile e femminile, ponendole in contrapposizione e impedendone la fusione dell'energia maschile e femminile all'interno di tutti noi, fusione che potrebbe dar luogo a una terza forma di energia, una forza vibrazionale potenzialmente elevata, e che potrebbe liberarci da questa prigione vibrazionale, la Matrice. Hanno mantenuto e mantengono ancora basse le energie vibrazionali del pianeta Terra riempindoci di alimenti e bevande di medicinali e di aria di sostanze tossiche o nocive destinate a sopprimere in noi la capacità di sperimentare la nostra personalità multidimensionale e a bloccare i canali attraverso cui i nostri più elevati livelli possono comunicare con la dimensione fisica. In alcuni punti della Terra hanno celebrato riti per poter ridimensionare il campo vibazionale del pianeta fino a renderlo senza energia. Le guerre... Le guerre poi sono state creare da loro e ad ogni livello di conflitto si diffondeva dipendenza finanziaria e crescite sproporzionate di disoccupazione e di miseria, cosicchè noi potevamo rimanere sempre bassi di livello. La paura, il senso di colpa, la rabbia, il risentimento e la frustruzione nacquero negli esseri umani. Ci hanno posto condizioni e ci hanno ricattato pur di non svelare la loro identità minacciandoci di disintegrare la nostra bellezza interiore, la nostra capacità di vedere oltre. Solo applicandoci con la consapevolezza riusciremo a sconfiggerli. Eliminare immediatamente ogni autorità esterna, ritrovando lo spirito libero che c'è in noi, nella nostra individualità camminando cosi a testa alta davanti a loro.
      "Sono stanco, devo fare qualcosa. Devo migliorare la qualità della mia vita..."

    • Cio' che piu' segna insegna..è una regola di vita, perche' quello che fa male, emotivamante e umanamente, ci insegna a vivere, ma sopratutto ci aiuta a cercare di evitare quello che potrebbe di nuovo ferirci. Una regola che ben si applica all'amore, in tutte le sue manifestazioni negative, come negativo puo' essere un amore breve, finito male per mille motivi, che dentro lasciano decisamente segni profondi ma riparabili dal tempo, certi amori iniziano e bruciano nel breve volgere di un attimo, forse perche' troppo impetuosi e senza basi su cui poggiare, certi amori bruciano in fretta e per questo c'e' sempre chi rimane bruciato e di solito chi si brucia ha poi bisogno di tempo per curare le ferite provocate da quel fortissimo ed irresistibile calore umano. Ma questa regola di vita non è soltanto per l'amore ma per tutto ciò che può accadere nella nostra vita. Qualsiasi cosa accade di negativo è sempre motivo per guardare avanti in positivo. Spesso si vive anche in contesti nei quali abbiamo a che fare con molte sfaccettature come nel lavoro, a scuola, durante una vacanza con gli amici; esperienze semplici ma proprio per questo ricche di situazioni che potrebbero segnare il nostro tempo e scalfire la nostra esistenza. Sono del parere che come nelle relazioni amorose qualsiasi impedimento diventa un giovamento anche nelle altre manifestazioni quotidiane. Prendiamo la "resilienza", si lo so oramai questo termine è superato e inflazionato ma poniamo il caso che l'atto coraggioso di assorbire un urto senza rompersi (Wikipedia docet) ci aiuti a comprendere che un individuo umano è in grado di superare qualsiasi ostacolo ma soltanto se "segnato" dal dolore e dalla fatica subiti in quel tragitto. Posso piegarmi ma non spezzarmi, posso cadere nelle acque piu' profonde del mondo ma posso anche uscirne fuori a testa alta, respirando ancora l'aria. Quando si è toccato il fondo è ora di risalire anche se le ferite sanguinano, bruciano, e toccano l'anima fino a farla urlare di dolore, ma non possiamo permetterci di stare sul fondo a lungo aspettando i soccorsi.

    • LA TOPICA
      Una cosa è certa che chi conosce la topica  , campa cent’anni e si potrebbe dire che  credere nella sopravvivenza,  sia il succo del discorso , poiché la speranza è un pezzo di strada , fatto insieme . E la speranza , rimarrà sempre tale,  in quanto chi ha sempre mangiato  formaggio , non ha nulla da temere. Tutto è  dato per scontato , certo nella logica dei fatti , precostituiti ad immagine di una divinità organica che concentra in se il dato di fatto come espressione del vero t’induce  a farti  crescere la barba  per essere simile ad un moderno profeta metropolitano . Una distopia  , una questione che persegue  una proposta ignobile , certo la sposa era assai  pelosa , mentre la giostra continuava a girare  nel paese della  meraviglia  al suono di mille campanelli.
       
      Ed il signor Topo continuò a  sognare  giorni migliori,  sognava  una casa tutta sua , di fare un viaggio nelle indie in cerca del per se ,  un lago dove poter fare il bagno.
      Le varie ricerche ontologiche  che il signor Topo aveva condiviso con il signor Gatto  non avevano  cambiato il contenuto programmato della sua  ricerca etimologica  , incentrata sul discorrere  di idiomi , ed idiozie varie che trascendono  la volontà di azione. In questo concetto linguistico , riassumente  il senso della storia , vengono  rimandate varie,  domande insite nel discorso filologico.
      Un programma serio,  fatto ad immagine della stessa ragione pura  che noi desumiamo sia il senso della partecipazione omologata all’ inchiesta , intrapresa nel comprendere il concetto come oggetto e soggetto. Una qualsiasi  topica, un argomento che riassume ogni argomentazione insita nel discorso,  intrapreso come forma  tipica come soggetto ed oggetto , sintesi di una realtà individuale che rappresenta il nesso logico del divenire come azione.
       
      Ma spesso volte la vita ti passa accanto  , senza neppure guardati in faccia , passa con tutte le  sue passione , che appassiscono    come fiori  , in vecchie memorie che viaggiano sopra  un mare che si agita all’interno della coscienza , che ti conduce verso  nuove avventure metafisiche,  oltre ogni intendimenti ed ogni personale comprensione , per finire   in fondo all’illusione dell’essere .  Cosi fermo sotto la pensilina il signor Topo ,  aspetta  passi  l’autobus che lo  porterà lontano,  da quello che teme  , da quello che sogna  o  spera  di afferrare,  nell’attimo illogico di una realtà mutevole , nella sua forma grammaticale , migrante ,  sgranocchiante, crocchiante , nell’eco di una libertà trascendentale   . Uno spazio virtuale ove  hai la possibilità di incontrare  i   mostri dell’apocalisse ,  trasformati in idee sibilline  . E con lo sguardo svanito di che non ha più nulla da dire, vedrai  l’amore e la morte,   venirti incontro nella logica dei fatti presunti,  compromessi nel nesso licenzioso , senza pubblicità,  senza ancore , simili a  nave alla deriva ,  con lo stesso viso  della  stessa medaglia di un vivere trascorso nel peccato venereo.
      Come poter giustificare , tutto il  male che aspira ad essere se stesso in  questo barlume di coscienza , orgiastica, tale d’afferrare  la sua comprensione organica , nell’idea insita nell’ immagine di una realtà in movimento.  
       
      Finirai per farti male, ed essere bollato come beato ,  da molti  perseguitati come ieri . Anche oggi non hai steso i panni ad asciugare,  fuori al balcone,  difronte  la casa del professore .
       Alcuni  ragazzini , giocano  sotto la sua finestra , si  sbaciucchiano,  negli occhi luccica  la loro  giovinezza,  scorre la bellezza dell’adolescenza  che  illumina  i molti pensieri  stesi al sole.
      Sarebbe stato bello,  seguire  il traffico,  ma sono le nove e senza mutande si avvia un  signore per strada,  urlando ai quattro venti la propria follia. Nell’incoscienza dei fatti in molti , sono rimasti a guardare , sperare , tutto passasse inosservato. Che tutto fosse preso alla leggera   come un pennello sopra una tela ,  tratteggiante una riga ,  nel  risvolto della  medaglia , lasciata appesa al petto del vecchio soldato in posa nella foto .
       
      Prendere per i fondelli questo paradigma filosofico e come osservare se stessi , mentre tutto passa e spassa , qualcuno  sposta i mobili di casa , sposta la  statua del santo , spera tutto passi in fretta,  che arrivi presto  l’ autobus delle sette per andare a lavoro.
      Qualcun altro è pronto a  gridare  di lasciare perdere il giudizio storico.
       
      Poi sei arrivato tu , con tutti i tuoi timori, le speranze,  le mistiche delusioni , che si confondono nell’ipocrisia dei sensi , nello scorrere degli atti mistici,  di un mondo  in declino,  tali da   sembrare fuochi d’artifici ,  espressioni dialettali che hanno una loro ragione dialettica. E non c’è nulla di normale,  nulla di serio, ogni cosa,  ha  lo stesso peso utopico,  che funge da esempio,  per chi non crede in se stesso ,  molte volte espresso troppo in fretta camuffato da  rima caduta  nella trappola del ragno poetico.
       
      In fondo il Topo era un ladro di auto   che aveva compiuto  molte avventure ,  molti errori.  Tutti lo chiamavano l’uomo ragno , chi  Nembo kid  il quale  sapeva rubare con la gomma tra i denti , la valigia da viaggio  al viaggiatore , distratto sotto la metro,  mentre saluta la sua ragazza , mentre il mondo viaggia   verso altre epidemie ed altre esperienze , poche chiare che si scolorano nella speranza dell’essere uomini  o topi in preda alla paura di morire.  Il Topo  non era un pope,  neppure un ortodosso , convinto che essere musulmano  poteva essere una salvezza , una certezza che rimanda alla musica liturgica ove emerge il fatto  che siamo tutti uguali alla fine nel  giudizio estetico. L’immagine del tempo , scorre  dietro le spalle,  parla  della sua inquietudine,  dei suoi turbamenti di ladro poiché essere ladro,  significa essere soli in mezzo agli altri.  Significa essere Topi e come topo sei vittima  di  un sistema giuridico  che  spesso volte non conduce  a nulla di buono , se non a quella  esperienza interiore che apre , questa porta , verso un altro mondo. Saper parlare un'altra  lingua , ti da il diritto di comprendere l’altro,  ti da il mezzo che aziona il cervello,  che ti fa volare,  verso altre dimensioni , ed altre storie surreale ed il topo era cosciente che si può essere topi e persone perbene,  ma la svolta morale è  una certezza insignificante nel processo conoscitivo che rimanda ad una certezza,  poco conveniente che non adduce a nessun risultato metafisico . Poiché un argomento è una topica ed un topos è  il processo conoscitivo che riassume il nostro percorso poetico,  come principio e fine , come un volo pindarico  verso altre isole , ed altri pianeti , ove vivono altri esseri assai simili a noi . E tutti  hanno paura del topo che in noi , poiché rappresenta la coscienza storica , la  coscienza del male  che ti rende incompreso e perfino capace di finire  in galera per aver provato a rubare il santo Graal  al  diavolo in volo , verso Stoccolma.
       
      Certo la pigrizia,  inizia con una giornata di pioggia , con la sua bocca a forma di fragole di giardino,  con quella aria stralunata,  che rimette ogni peccato in gioco. Frutto di  tutta la bellezza,  di una città  in delirio , fatta ad immagine di una notte stellare che si rispecchia nel sogno di milioni di anime defunte .  Cosi  il topo  resta  accanto  al morto per ore seduto al  suo fianco in attesa tutto passi.
      Il male , ha una lingua gialla a volte  diventa verde come una pianticella, piccola  come un   bambino ,  cresce  con la vita , cresce  con il sapere che vive nell’ accento  linguistico della gente condotta all’obitorio. Contagiati ,  portati  per strada  selvagge e solitarie , dove si vende l’amore e la speranza dove  sono in tanti a  cantare vittoria  insieme alla signora trombetta  che con sua  figlia   cerca la pace dei sensi.
       
      Spesso  è  molto difficile capire il prossimo,  poiché c’è  sempre qualcuno dietro le spalle pronto a dirti addio  , qualcosa di dissimile che  aspetta che tu faccia l’errore di muoverti troppo in fretta. Un essere  troppo , diverso dall’essere  gatto o topo , volpe  con zampe lunghe come  le gambe del gigante delle favole. Ed il topo è morto ed risorto in un giorno qualsiasi  nella  speranza messianica annunciata al mondo intero,  mentre in molti,  continuano a  pensare d’ essere salvi  nella topica in un argomento utopico che conduce sempre vuoi o non vuoi ad una certa  felicità .

    • AMAMI

      By Crystal Poet, in Poesia,

      Amami quando è sera 
      quando il cielo si veste di blu
      Ama ciò che mi fa splendere
      e t’inebrierò di luce
       
      Sii la certezza che non ho avuto
      Il silenzio che non ho sentito
      e la carezza che ho desiderato
       
      Sii la cometa di notte
      e la potenza del vento!
      Amami e non resterai deluso 
       
      Ti sussurrerò i miei sogni 
      sulle tele di poesia
      e invocherò il tuo nome 
      tra dolcezza e passione 
      Crystal Poet
       

    • FANTASCIENTIFICO  FRANCESCO
       
      Quando la terra diventa un inferno gli uomini , camminano  sopra una sola gamba , quando la terra gira all’incontrario, gli uomini  combattono contro  il male, nelle ore difficili  affiora il loro coraggio ,  contro l’inciviltà dei secoli passati . Quando la terra gira,  balla nel vuoto della memoria ,  la morte giunge e non si sa  dove  scappare  . La vita  diventa    avara ,  cattiva   , cosi  chi ha  fede , nell’aldilà  chiudi gli occhi  , provi a sognare  nuove dimensioni , un piccolo pianeta  situato in una remota galassia chiamato Francesco dall’aspetto assai grazioso ove vivono tanti  simpatici  esseri  minuscoli e laboriosi  .
       
      Piccoli esseri,  dai buffi nomi  dalle stature ridotte che rompono ogni schema ed ogni preconcetto,  ogni dire , ed ogni  fare   metrico  In quell’ottica utopica  si giunge facilmente  alla fine nel trascendere la logica dei fatti , verso una nuova forma  grammaticale . Ed in  fondo all’universo ,  questo  mondo colorato ,  appare, luminoso  vi  vagano tanti fantasmi ,  fioriscono tante illusioni , molte nascono  fuori   i piccoli balconi delle  loro abitazioni.
       
      Questi piccoli esseri  ,  sanno pensare,  cose grandi e importanti, 
      sanno sognare , un amore diverso  che emerge  nell’essenza delle cose,  che scivola nell’ardire ed in altri  dire.  Per strade ardue , per trasverso, costoro  sanno fare calcoli fisici ed  astronomici  e tante altre  cose  di cui noi poveri umani,  non riusciremmo mai a fare.
      Rimani sbalorditi dalla loro abnegazione , dal negoziare,  dall’essere ultimi e felici nello scorrere dei fatti che precludono nuovi mondi e nuovi modi di fare , finiti nel fondo della coscienza che biasima, avanza,  salta , in  questo destino errante come fosse una gazzella inseguita da un leone affamato.
       
      Un mondo piccolo , un microcosmo ove nascono altre desideri ed altri interrogativi , megalitici , malaticci nel circoscrivere il  risultato di un essere unico,  fatto ad immagine di chi avanza  nello spazio abitato da tanti spettri,  piccoli esseri, cappuccini, monaci ,bonzi rabbini ,sacerdoti,  barbieri  che portano con se sempre la bibbia. Ubriachi di parole,  legati al carro dell’incomprensione,  le città, sono tante, luminose e solitarie nello spazio che si piega nello scorrere del tempo nella sorte avversa.
      In  questo lontano  pianeta , distante da noi  anni luce  puoi  ripeto raggiungerlo, chiudendo gli occhi e  sognando con candore ,  una sorte migliore , un amore legato al dito che non fa male se tagliato  in tempo prima che giunga la cancrena. Su  questo pianeta,  vivono tutti  coloro  che  hanno offerto  con coraggio la loro vita   agli ultimi di questo universo  , essi hanno  rappresentano in vita  i nostri ideali , la carità , la passione , la misericordia , l’idillio di un vivere che traluce all’alba , che brilla nell’oscurità dello spazio profondo .
       
      Ideali  che hanno alimentato gli animi  di ogni singolo essere vivente in questa creazione cosmica ,  in questa comica realtà che trascende il dire ed il fare , di chi vaga ramingo per angiporto solitari, attaccati  alle ali di un angelo che conosce il senso della divinità.  E l’amore regala un nuovo  essere ed un divenire diverso un per se nell’in se che funge da colorante per i capelli grigi che penduli , giacciono,  sulla cute del cranio rasato . E la morte  la fa da  padrone ,  gonfia il petto , gonfia la pancia,  dice d’essere invece  non è  nessuno come l’essere dialettico che  scorrere nei vari idiomi .  Qui sulla vecchia terra malata,  uccisa dai rifiuti , da tanti che non  hanno a cuore la sorte di questa terra , di questo pianeta , qui dove   venivano chiamati  santi,  martiri, giusti, teologhi, filosofi. Su  quel lontano pianeta,  son  solo uomini e donne di buona volontà , che lavorano tutti i giorni  correndo  di qua e di là.
       
      Ognuno uguale all’altro, senza alcuna distinzione , s’aiutano  a vicenda  per poi ritornare   sereni a casa a sera   in allegria  intorno al desco  all’ombra della  grande   luna Francescana . Essi   discutono di ciò che bene ,di ciò che male.  Passano  a volte ore  a meditare  su grandi  temi dell’esistenza ,  insita di tante domande filosofiche , politiche , esistenziali che si squagliano nel discorrere dell’essere e delle frasi fatta che saltano dalla logica del peccato uccidendo  l’ipocrisia ,  accendendo l’animo di tanta poesia. Bello  , leggere  i grandi libri di quegli  uomini , di chi vive eremita , pensando in un punto sconosciuto di questo universo una nuova vita , una nuova genealogia,  una logica che trascende l’essere nel suo divenire , creatura di Dio. Una vita   che contiene   tanti segreti e tante delusioni . Poi verso notte,  quando il cielo francescano viene illuminato da milioni di stelle ,  li  puoi udire cantare,  una dolce ninna nanna ,  li  puoi  udire   fin giù  sulla terra ,  un  dolce canto  di pace  e di speranza   per tutti coloro che ancora credono che    quel  piccolo  strano pianeta  chiamato  Francesco sia il ancora il paradiso ,  la  mitica terra promessa.
       

    • C’è qualcosa che  si nasconde  nel  nostro essere  in un punto impreciso  di questo tempo  oscuro .Qualcosa  che conduce  l’animo  dentro una realtà in cui i versi   scivolano come fossero acqua  sgorgante  dalla pura fonte della grammatica. C’è un uomo nascosto nei nostri sogni che ragiona intorno al  nostro cuore , che dialoga con  l’animo degli altri    .  Sorride  nella sera,  che scende . C’è qualcosa , dietro questo specchio che riflette la mia immagine,  c’è qualcosa che conduce  ogni uomo alla sua vita di sempre .  Ogni maschera ed ogni mistero, nasconde  in noi una  parte del nostro vivere che si muove  tra  le parole dette  , coperte di cenere , bagnate dalla pioggia ,  attraversate  dall’estro della fantasia.  
       
      In ogni parola  c’è una parte di noi che s’eleva dentro il nostro animo , muore per logiche  raminghe,  come fossero estremi tentativi di vivere,  una nuova vita surreale.   Versi  sinceri  , dall’aspetto buffo , in piedi sopra uno scanno , seduti  sopra una sedia ,  tante parole elette a grandi imprese , si muovono nella mia storia,  danzano per estremi tentativi di vivere una gioia infingarda  un storia che nasconde in se un nuovo traguardo   per  poter giungere a quella casa in mezzo al prato dove sono nato .  Versi ,  germogliano  in  grammatiche grottesche  tra i  teschi allineati  nel silenzio intorno ad una  tomba,  abbandonata tra l’erba alta del mio  passato.
       
      C’è un donna nascosta nei miei  sogni , che danza con il mio  animo,   vive nella mia  storia , si muove  con me,  tra i giorni faticosi , si perde tra il cielo ed il mare . Si   matura  sopra l’albero della vita.   Fa frutti, grappoli sapienti di esperienze ,  vissute ,  sapienza   ove germoglia  il fine  di ogni  ragione .  Cosi giungerà  il tempo del racconto ,  un mito,  un gigante con il suo cappotto marrone , arriverà con le scarpe rotte ,  lungo  la strada , percorsa  in silenzio . Fine a dividere il bene dal male , la trama  dal suo dramma .   Mille  bandiere al vento e nel vento sventola l’ immagine  della  realtà  il suo divenire  . Dolce il vivere ,  lo scorrere per rime che t’abbandona  tra mille  pensieri confusi,  nell’attimo ove ogni cosa sparisce. In un crescendo di pensieri  che non fanno più ridere , neppure scrivere all’incontrario la loro misera storia di parole comuni.
       
      Poiché c’è chi si nasconde dagli altri , chi dalla morte,  chi dalla vita che continua a tirare l’acqua al suo mulino nella frenetica corsa verso la felicita.
      C’è sempre un motivo per vivere e morire.
      C’è chi si nasconde dentro un bicchiere di vino,  
      Chi dentro un amore senza prezzo
      Chi sopra un comò , chi dentro questa storia
      che si scrive a quattro mani con  chi è  morto.
      Cosi quando , sarai libero  , saprò cosa dirti
      Vedrò  sbocciarti  , come un fiore selvatico
      Sono perplessa nella  mia forma
      Hai  un buon motivo per vendere il tuo  corpo
      Sono appagata  su questa  spiaggia
      Sei  in questo tramonto
      Ti aspetterò  all’orizzonte per vivere con te
      Saprai,   quando  udirai   le  mie  rime,  
      Ascolterò  le onde del  mare distesa nel letto
      Sono certa che saprai ridere della mia  sorte
      Bisogna andare fino in fondo ai propri ideali  
      Bisogna prendere il bene ed il male di petto  
      Seguire  la sorte che ognuno si merita
      Seguire  la giacca dell’operaio , come le scarpe  del bimbo seduto , sopra questo muretto ,  seguire  la signora che sogna d’essere una donna per davvero che  sa donare  una parte di se  e non conosce il fine   ne la speranza di  cosa si  è  andando avanti nel vento delle parole .  Le quali  non sono  polvere di stelle , non sono  nulla , sono insipide , feriscono come la spada che trafigge  di nascosto la verità . Dietro questo amore , c’è sempre qualcuno,  che muore  , che prende una strada diversa ,  che canta  o fa finta di capire ed aspetta tutto  finisca presto.  
       
      Bisogna andare sempre avanti , fino in fondo a  questa  strada.  Bisogna saper ridere , come  del  dire che si  muove tra i denti del vecchio,  che fuma la sua pipa , fuori al bar con tutti i suoi anni.  Ed anche se siamo in tanti,  potremo  dire un giorno  di aver vissuto questa vita.  Di aver amato questa  terra  con la falce ed  il martello tra le mani ,  con  il sorriso dell’afflitto , seduto  sopra le nuvole.  Con il signore dei venti  , con la bella ed il suo amante, diretti verso l’isola dei nostri sogni in compagnia del cane  che canta la  sua canzone in macchina , mentre tutti  noi corriamo  verso un nuovo canto ed una nuova vita.  
       
       

    • Candido: “Ho sempre avuto l’impressione che necessitasse di un restauro. I colori mi sono sempre sembrati incerti e privi dei contrasti originali. Ma quando passo davanti a S. Lorenzo in Lucina entro quasi sempre in chiesa e mi fermo ad osservarlo” dice a bassa voce mentre, lentamente, siede su una panca, prossima all’altare.
      Mirra: “Chi è il pittore?” chiede lei sedendosi accanto.
      Candido: “Guido Reni”
      Mirra: “E che cosa ti colpisce in particolare?”
      Candido “Mah. Il vigore, la luce e lo sguardo doloroso del Cristo, mentre rimette lo spirito nelle mani del Padre, e il mondo, alle sue spalle, è già nel buio, è già entrato nel tempo in cui sarà senza di lui. Non è un Cristo annientato e vinto; qui, pur esanime, sembra prepararsi già al trionfo sulla morte e a condurre gli uomini alla salvezza perché, come tanti pecoroni smarriti, non sono stati capaci di distinguere il bene dal male e a salvarsi da soli, obbedendo alle leggi di Dio, così chiare, così semplici.” Si gira a guardarla.
      Mirra: “Scusa ma il tuo Buddismo, Taoismo, Induismo. Lo zazen, il Chi Qong, il Tai Chi … Come si coniugano con questo tuo … Mah … slancio cattolico? sussurra lei con un mezzo sorriso ironico.
      Candido: “Una volta sono stato a cena con un principone nero romano, suo padre e parte della corte sopravvissuta. Nel breve tragitto, a piedi, da Piazza Venezia fino a Fontana di Trevi, dove era il ristorante, si fermò in tutte le chiese che incontravamo. Si scusava, superava rapidamente la porta, si segnava, dopo aver bagnato la mano nell’acquasantiera, e si genufletteva. Poi usciva subito. Mi sembrò un rito strano, esibizionistico, un vezzo papalino. Invece negli anni mi sono sorpreso a fare anche io la stessa cosa”
      Mirra: “E perchè?”
      Candido: “Mi gratifica. Entrando in molte chiesa di Roma mi si spiega davanti agli occhi, in pochi secondi, un sistema di storie, opere e capolavori dell’uomo in cerca Dio che mi coinvolge completamente, nell’inconscio e nei sensi.”
      Mirra: “Ah ho capito la visita turistica con suggestioni mistiche” soggiunge lei sollevando gli occhi, che hanno ora assunto i toni più scuri dell’ambra, e scrutano il soffitto decorato.
      Candido: “Si, sono risucchiato dalle vetrate, dalle scene della vita dei santi e dei martiri, dagli altari, e da tutti quegli strati di vita, cultura ed arte, depositatisi nei secoli, che fanno di una chiesa un organo della città. Ma la parte che preferisco, tuttavia, è la commedia umana che vi si rappresenta. Le pie donne, anziane, timorose e decise, che, a sera, recitano il rosario; la fretta dell’anziano sagrestano che corre veloce, da un lato all’altro del tempio, badando, affannato, alle mille cose da fare; il parroco che appare sempre all’improvviso in modo tanto, apparentemente, spontaneo quanto teatrale, per verificare che tutto sia pronto per la messa; il turista intimidito, con i pacchi in mano e la fotocamera che ciondola dal collo; i bambini che sghignazzano incoscienti e scorazzano ovunque. Le persone in chiesa mi sembrano sempre personaggi fuggiti dal presepe, dopo aver preso vita improvvisamente”.
      Mirra: “Comunque è vero. Il tempo nelle chiese è sempre un po sospeso. Rarefatto.” mentre continua a scrutare iscrizioni, dipinti, sacelli.
      Candido: “Visito anche le chiese moderne. Quelle di cemento armato, fredde e spoglie, come garage, il frutto di progetti troppo spesso falliti. Mi immergo in quella sacralità metropolitana, scarna e distratta, testimoniata da brutte vetrate colorate, cristi postmoderni, piante finte, lumini elettrici, luci al neon e colori stonati sulle pareti. Lì prevale l’umanità. L’odore di brodo che arriva dal refettorio dell’asilo limitrofo, le suore indaffarate, i cori dei bambini al catechismo, le piatte e raggelanti comunicazioni delle morti e delle nascite affisse sulla bacheca di legno all’entrata. Penso sempre che una chiesa che si rispetti dovrebbe comunicare anche le resurrezioni!” ride sommessamente
      Mirra: “Uno dei tuoi acquari insomma” osserva mentre tenta di inquadrarlo col cellulare per scattare una foto.
      Candido: “Proprio no. Davanti a questo Crocefisso ho sempre chiesto qualcosa. Far tornare un amore, la serenità, successo nel lavoro. Ora chiedo solo perdono, a chiunque sia in ascolto. E ringrazio. Con l’occasione chiedo anche salute”.
      Mirra: “Ma scusa allora sei un credente?” domanda lei mentre verifica l’esito dei suoi scatti.
      Candido: “No . Non in senso tecnico. No. Voglio dire … Il concetto è “scherza coi fanti e lascia stare i santi” ridendo sommessamente.
      Mirra: “Che ridi scemo! Pensavo fossi serio invece cazzeggi sempre!” aggiunge sorridendo mentre spegne il cellulare.
      Candido: “Insomma. Credo che non ci si debba sottrarre allo sviluppo di una intelligenza spirituale, che ci guidi verso una mera disponibilità ad ascoltare, ad avvertire i segnali e i messaggi di uno sconosciuto imperatore, quasi sempre indecifrabili. Finché con l’ascolto non si giunge alla questione fondamentale ovvero la necessità di abbandonare il sé. E li cascano quasi tutti gli asini.”
      Mirra sorride intimidita.
      Candido: “Natura umana e rito sono inscindibilmente legati. Non possiamo prescinderne. Se vuoi tutto è rito. Non trovo differenze tra offrire una ciotola di frutti e un bastoncino di incenso alla statua di Shiva e portare qualche fiore fresco ad una Madonnina ignorata, chiusa in una veccia edicola, posta al bivio tra due vicoli. Così anche gli omaggi dei monaci novizi ai maestri zen mi sembra che condividano la stessa natura di altri gesti rituali, come cedere il posto nella fila, allo sportello di un ufficio pubblico, ad una anziana suora. Anche la recitazione del rosario e la ripetizione di un mantra assolvono, secondo me, allo stesso scopo, ovvero silenziare la mente ed aprirla ad altro. Ed è anche il modo migliore, sinora scoperto dall’uomo, per liberare le sue energie migliori, quelle più nascoste, forse proprio per custodirle inconsciamente, e non sprecarle in modi meno benefici. E questi gesti li sento sempre più necessari ora che, superata la linea d’ombra, i sogni notturni impestano i miei stati d’animo ben oltre il mio risveglio, i continui bilanci mi levano il sonno, e “il cane nero alle mie spalle” non smette di seguirmi, perché credo che mi aiutino a raggiungere qualche breve, transitoria ma autentica redenzione. Credo siano la fonte di quella strana felicità che mi prende la sera, quando inforco il motorino e ritrovo inaspettatamente la voglia di ridere imitando un amico, un cliente, una malafemmina o storpiando una canzone pubblicitaria o inventandone una senza senso. O quando un impegno mi porta in un quartiere dove non vado da tanti anni, consentendomi di vedere luoghi mutati, facce sconosciute, mode, vestiti, palazzi e balconi da osservare, botteghe esotiche in cui curiosare, cercare dischi di vinile, portafortuna, e popoli e razze nel loro quotidiano. Del resto, non saprei come spiegare altrimenti questa euforia improvvisa, leggera e inafferrabile, questo vento fresco, del tutto inaspettato, che riappare come un amico perduto che torna e che speri non ti abbandonerà mai, anche quando non ci sarà più nulla da fare. E questo è un koan”.
      Mirra: “Cos’è un koan?”
      Candido: “Un indovinello senza soluzione”.
      Mirra: “Non capisco”.
      Candido “Sono tecniche dello Zen Rinzai con le quali si cerca di far naufragare il pensiero razionale favorendo quello intuitivo, la parte più profonda e unica del nostro sè. A seconda della risposta che dai, il maestro valuta il tuo grado di illuminazione”.
      Mirra: “Come?”
      Candido: “Ne vuoi sentire qualcuno?”
      Mirra: “Si dai!”
      Candido: ”Qual è il suono di una sola mano che applaude?
      Mirra: “Ma …”
      Candido: “Il cane ha la natura di Buddha?”
      Mirra: “Aspetta …”
      Candido: “Prima che sorga la mente, dove sono le cose?”
      Mirra: “Smettila!” e ride.
      Candido: “E, come chiedeva sempre, da ragazzi, er Sor Edmondo appena seduti al tavolo della sua osteria: bianco o rosso?”
      Mirra ride con la mano davanti alla bocca.
      Candido “E poi. E’ lecito per un uomo non riuscire a staccarsi neanche un istante dagli occhi di una donna gargantuescamente più giovane?”
      Mirra: “La so! La so! Sono illuminata! Andiamo a prendere il motorino!” urla ridendo e tirandolo con la mano fuori dalla chiesa.
      EXEUNT

    • Il gruppetto di ragazzi raggiunsero la scuola a sera inoltrata con le proprie bici, tranne Jake che arrivò sul portabagagli posteriore di quella Zack. I quattro superarono la recinzione arrugginita attraversando uno dei tanti punti in cui era stata aperta, e si diressero subito verso quella che un tempo sarebbe dovuta essere la palestra.
      Dei canestri rimanevano solo i tabelloni, crepe profonde percorrevano i muri come vene sporgenti, dal pavimento spuntavano piante ed erbacce secche.
      Jake si guardava attorno attraversando la polvere fluttuante e i raggi di luna che entravano dalle finestre senza vetri, mentre iniziava seriamente a chiedersi cosa potesse esserci lì di tanto importante da far litigare il trio riguardo al mostrarglielo o meno. Zack aveva insistito moltissimo, elencando ai suoi compagni gli innumerevoli pregi di Jake e i mille vantaggi che avrebbe portato al gruppo.
      «Ragazzi in cerchio, Jake tu in mezzo.» ordinò Cleo fissandolo dritto negli occhi.
      «Beh in teoria visto che siamo solo in tre non sarebbe più un triangolo?» intervenne Zack esibendo un sorrisone innocente.
      Cleo e Jude si girarono lentamente verso di lui con le espressioni più serie che erano in grado di fare aspettando le fatidiche parole.
      «Ok ok, sto zitto!» disse alzando le mani. «Mamma mia come siamo seri qui».
      Il gruppo si dispose nella formazione, gli occhi severi di Cleo tentavano di scrutare i pensieri di Jake attraverso quelli del ragazzo, trovando solamente confusione e curiosità.
      La ragazza tirò fuori un vecchio diario verde dal suo borsello, lo aprì perfettamente nel mezzo e fissò di nuovo Jake. Sulla copertina e sulla prima pagina c’era scarabocchiata una firma. “Di E.P.H. per tutti i sognatori.”
      «Ora ripeti con me. E tenta di essere convinto di ciò che dici».
      «Va bene, ma...mi spiegate almeno un po' che succede? Perché inizia ad essere abbastanza strana la cosa.» rispose Jake.
      «E lo sarà ancora di più fra poco.» disse Zack ridacchiando.
      «Non ti preoccupare, se seguirai noi non succederà niente.» aggiunse Cleo.
      Ma il tentativo della ragazza di rassicurarlo fece venire a Jake ancora più interrogativi.
      Che significa “se seguirai noi”? Seguire dove? E cosa potrebbe succedere altrimenti?
      «Ripeti con me: Io sono ancora in grado di sognare, giocare e amare la vita.»
      «Io sono ancora in grado di sognare, giocare e amare la vita».
      «E anche se molti sogni si sono infranti.»
      «E anche se molti sogni si sono infranti.»
      «Molti mi aspettano ancora...nel DreamsHall.».
      Il ragazzo alzò un sopracciglio in un’espressione confusa.
      “Tenta di essere convinto di ciò che dici”.
      Quindi continuò. «Molti mi aspettano ancora…»
      Jude e Zack sgranarono gli occhi in trepidante attesa di sentire quel nome.
      «Nel DreamsHall.»
      Improvvisamente le scritte sul diario iniziarono a brillare sempre forte di una luce gialla, la palestra iniziò a vorticare su sé stessa sempre più velocemente, il suono del vento e di risate di bambini riempirono le orecchie dei ragazzi che nel processo stavano ringiovanendo fino a ritornare bambini a loro volta.
      Il battito di Jake accelerò eguagliando la velocità di rotazione della palestra, il sangue gli pulsava nelle orecchie, i peli del braccio gli si rizzarono come aculei, un senso di pesantezza gli si formò nello stomaco e iniziò a salire fino in gola.
      Dopo una interminabile mezza dozzina di secondi la palestra iniziò a rallentare e il cuore di Jake seguì il suo esempio. Quando la stanza smise di roteare la palestra era completamente diversa, gli occhi del ragazzo vagarono contando le numerose differenze. La luce notturna era stata sostituita da un luminoso sole mattutino, al posto delle crepe e delle erbacce la stanza era tappezzata di graffiti colorati e rampicanti fioriti che la percorrevano per tutta la sua superficie. Infine adesso non solo gli anelli dei canestri c’erano, ma erano persino fatti di luce al neon e fluttuavano su e giù sincronizzati.
      Jake tenne la bocca aperta così a lungo da seccarsi la lingua, ma la pacca gentile di Zack lo fece rinsavire.
      «Benvenuto nel DreamsHall!» gridò Zack con la sua voce stridula da undicenne.
      Jake si voltò di scatto, rimase impalato e lo squadrò da testa a piedi per poi tastarsi corpo e viso accorgendosi di aver letteralmente perso 4 anni di vita.
      «Cosa mi avete fatto? Cosa diavolo sta succedendo?» controllando se ciò che aveva in mezzo alle gambe fosse ancora al suo posto.
      «Tranquillo. Il DreamsHall ti porta agli anni di maggior allegria e spensieratezza giovanile.» disse Cleo legandosi in una coda di cavallo i lunghissimi capelli neri che le erano spuntati dopo la trasformazione.
      «Si può…tornare indietro?» chiese Jake.
      «Certo vai tra’! Ma adesso doppiamo portarti in segreteria li ti registrerai, se passerai la prova potrai entrare nel DreamsHall quando vuoi.» intervenne un Jude grassottello e con gli occhiali.
      Jake lo guardò in tralice. «Oddio! Sei veramente Jude?» domandò sollevando entrambe le sopracciglia e indicandolo ripetutamente. Il Jude alto e muscoloso aveva lasciato posto ad una sua versione infantile del tutto inaspettata.
      «Lascia stare.» Jude e Cleo risposero in coro con tono annoiato.
      Zack era in disparte stringendosi il ventre e trattenendo le risate come si fa con il vomito.
      Jake avrebbe voluto chiedere di che prova parlasse ma la situazione surreale fece perdere la sua domanda tra mille sue simili, estasi, e curiosità.
      Usciti dalla palestra il quartetto venne investito da una quantità incredibile di persone, i corridoi a forma di tubo erano come percorsi da dense file di formiche dirette al formicaio, bambini, adulti, personaggi dei film, dei cartoni, alieni, maghi, e altri studenti da ogni parte del mondo che avevano trovato il DreamsHall si riversavano in quel labirinto di colori accesi disorientando ancora di più il nuovo arrivato.
      Ma in mezzo a così tante stranezze gli occhi di Jake si posarono su un individuo dall’aspetto apparentemente anonimo. Umano, capelli corti castani, occhi chiari, vestito con un insolito completo nero.
      «...Zack...» Jake tasto compulsivamente la spalla dell’amico per attirare la sua attenzione il più in fretta possibile. «Ma quello era Luke Skywalker?».
      «Già, che tipo. È uno dei prof di educazione fisica.» rispose sorridendo e scuotendo la testa, come a ricordare divertenti aneddoti riguardanti l’eroe spaziale. «Da quel che ho capito è come se nel DreamsHall si materializzassero tutti i desideri più profondi e comuni dei giovani studenti di tutto il mondo, quindi anche desiderare di imparare dai propri idoli.»
      «Indipendentemente dal fatto che siano reali o meno?»
      «Esatto.»
      Dopo aver risalito il fiume di persone i quattro arrivarono alla segreteria della scuola situata al centro del primo piano. Era un’enorme cubo metallico ricoperto da effetti cromatici simili al bismuto, con diverse porte sparse disordinatamente su ogni faccia, il cubo girava su sé stesso come una porta girevole ad ogni contatto volontario o meno, e ad ogni sua rotazione l’assetto delle porte cambiava.
      Jake lo fissava atterrito mentre si avvicinava lentamente.
      «C’è…c’è qualcosa di normale in questo posto?»
      «Caro mio, questo è solo l’inizio.» disse Cleo mentre un sorrisetto beffardo si allargava sul suo volto.
      «Cosa devo fare?» Jake si avvicinò, con la cautela che si usa con le belve feroci, o con una madre arrabbiata. Il cubo emetteva suoni metallici, voci, rumori confusi al suo interno che rendevano difficile tranquillizzarsi.
      «Tranquillo Jake, se ce l’hanno fatta Jude e Cleo puoi riuscirci benissimo anche tu.» lo rassicurò Zack.
      «Sei proprio simpatico Zack.» un sorriso sarcastico lampeggiò sul volto di Cleo.
      «Ragazzi. Farcela a fare cosa? Io non sto davvero capendo nulla, e non sto facendo domande perché non so quali fare, potete dirmi qualcosa in più?» inspirò profondamente.
      «Fra’ vuoi sincerità?» Jude pulì le lenti degli occhiali con la maglia aspettando una risposta.
      «Si certo.»
      «In verità sappiamo poco pure noi. Siamo arrivati qui quasi per caso qualche mese fa, e abbiamo avuto la tua stessa reazione. Infondo abbiamo sempre creduto che cose del genere non potessero esistere, mondi paralleli, magia...» sorrise pensieroso. «Non ti diciamo quasi nulla perché a noi non è stato detto quasi nulla, solo...vai, questo l’unico modo che ci ha permesso di conoscere il mondo e questo mondo, ognuna delle nostre esperienze è stata diversa ma meravigliosa, quindi preferiamo che tu faccia la tua e che sia una bella sorpresa.»
      «Era quello che volevo dire io» borbottò Zack.
      «Per questo non volevamo farti venire qui così presto, volevamo sapere di più anche noi.»
      «Non era per mancanza di fiducia quindi?» domandò Jake al Gruppo.
      Jude sorrise. «No.»
      «Sei l’ultimo arrivato nel gruppo, ma sei del gruppo.» continuò Cleo.
      «Ho insistito io, lo sai no?» Zack gonfiò il petto.
      «Vi conosco solo da qualche mese, eppure sono qui. È un bel atto di fiducia, e voglio ricambiare.» Jake sorrise.
      Cleo ricambiò per prima e aggiunse. «All’interno del cubo troverai uno dei responsabili della scuola in base a che porta apri, lui o lei ti dirà tutto sulla prova che dovrai affrontare, sempre se la vorrai ancora affrontare.»
      «Voglio farlo!» disse Jake, il discorso del gruppo era finalmente riuscito a mettere ordine ai suoi pensieri, lasciando spazio solo alla curiosità.
      Il ragazzo aprì la prima porta che gli si parò davanti, ed entrò all’interno del cubo ancora in movimento. In mezzo ad esso vi era una vecchia scrivania in legno con cumuli di fogli e libri sparsi ovunque, dietro essa era seduto un uomo anziano dalla folta e lunga barba bianca e un cappello a punta. Il vecchio lo guardò da sopra i piccoli occhiali, si alzò e accarezzò la fenice appollaiata nella gabbia accanto a lui, che ricambiò con beccate amichevoli sulle dita.
      «Guarda Fannie, un nuovo arrivato.» si avvicinò a Jake tendendogli la mano e si presentò. «Il mio nome è…»
      «Albus Silente!». Il nome del potente mago esplose nella bocca del giovane.
      Albus ridacchiò compiaciuto. «Vedo che mi conosce già. Posso chiederle il nome.»
      «J…Ja…Jake!»
      «Jake, che bel nome. Benvenuto, sa già perché è qui?».
      «Non ne ho la pallida idea a dir la verità.»
      «É qui per sostenere una piccola prova. Sa cos’è un ippogrifo»
      «Certo!» dopo aver intuito spalancò la bocca e continuò. «No. Aspetta. Non vorrai mica dirmi che dovrò cavalcarne uno?»
      «All’incirca.» rispose ridacchiando. «Prima dovrà semplicemente farci amicizia.»
      «Cosa?»
      «E solo poi cavalcarlo»
      «Aspetta cosa?»
       
       
      Tra i vari spazi aperti attorno alla scuola vi era un campo da Quiddich ben curato con erba verde e luminosa, spalti colorati e stendardi svolazzanti ovunque. Spesso veniva utilizzato anche come luogo di ricreazione, ma in quel momento era per Jake il posto in cui credeva avrebbe perso la vita.
      Era perfettamente al centro del campo a solo una decina di metri dalla creatura che lo osservava con sguardo solenne, non era Fierobecco, il manto di questo ippogrifo era di un molto grigio molto scuro quasi nero, ed aveva un collare argentato di cui Jake ignorava l’utilità. La bestia scalpitava e trottava impaziente, due supervisori la stavano strigliando e calmando, mentre un terzo molto giovane con occhi azzurri e capelli scuri tentava di calmare Jake e contemporaneamente, elencare i vari punti della prova.
      «Ha tre fasi: socializzazione, interazione e volo.»
      «Volo?» Jake sgranò gli occhi.
      «Si ma non ti preoccupare, se non completi le prime due fasi il volo è escluso dalla prova.»
      «Quindi mi converrebbe non superarla per mia incolumità giusto?»
      Gli occhi azzurri del giovane supervisore si strinsero perplessi.
      «Nel DreamsHall non si muore.» appoggiò una mano confortante sulla spalla di Jake, abbassandosi leggermente a causa della differenza di altezza. «Al massimo ci si sveglia o si finisce come me.»
      Jake prese un lungo respiro. «Va bene.» Poi buttò fuori tutta l’aria. «Cavalchiamo ‘sto ippogrifo!»
      I due supervisori si avvicinarono con la creatura, che ora aveva un’elaborata sella in cuoio ornato con motivi circolari e cinghie in acciaio scintillante sulle briglie. La bestia sussultò brevemente alzando le zampe anteriori e sbattendo gli zoccoli scuri a terra, Jake indietreggiò per un istante. Pochi secondi dopo i due erano l’uno difronte all’altro a soli 3 metri di distanza.
      «Cerca di non mostrarti agitato, guardalo negli occhi.» sussurrò Occhi azzurri.
      «La fai facile tu.» borbottò Jake.
      «È come approcciarsi a un grosso cane, mostrati sicuro e amichevole e il gioco è fatto.»
      «Va bene»
      Jake iniziò ad avanzare, ma la tensione creata dal momento mise fretta al suo battito e alle sue gambe mettendo in agitazione anche il pennuto che in risposta emise un strillo acuto a allargò le ali per farsi più grosso.
      «Più piano, più piano.» lo avvertì il ragazzo.
      Jake si girò in direzione dell’ammonimento, e vide il giovane dietro di lui a qualche passo di distanza. Era rimasto nella sua posizione lasciando avanzare solo Jake per non far agitare la creatura.
      «Non ti preoccupare sono dietro di te.»
      Jake annuì e avanzò.
      Anche uno dei due supervisori dell'ippogrifo era rimasto indietro, ma quello con più sintonia con la creatura avanzava con essa tenendola per le briglie.
      Pochi secondi dopo Jake era già con una mano sul suo muso accarezzandola cautamente e sorridendo. Iniziava chiedersi il senso di questa prova. Perché far fare una cosa del genere a quello che apparentemente era un ragazzino di 11 anni? Che significa “al massimo ci si svegli…
      «Bravo. Ora dagli questo.» Il secondo esaminatore porse al giovane esaminato il corpo di un furetto. «Lentamente.»
      «Posso?»
      «Si, sì.»
      Prima ancora che Jake potesse effettivamente dare il suo regalino al pennuto questi glielo strappò di mano con una rapida beccata.
      «Ok bello. Sei proprio affamato.» esclamò Jake.
      «È solo ingordo.» L’esaminatore, un grosso omone barbuto che poteva vagamente ricordare Hagrid tirò Jake per la manica fino a portarlo davanti alla sella. «Ora puoi anche cavalcarlo. Ah si chiama Crepuscolo.»
      «Veramente?» il giovane esaminato granò gli scintillanti occhi nocciola e alzo un tantino troppo la voce, Crepuscolo squittì in risposta.
      «Shhh. Non scherzo.» L’uomo prese Jake per i fianchi e lo sollevò di peso posizionandolo sul destriero alato che si lamento con un breve strillo. «Hai socializzato. Hai interagito. E ora voli.»
      «Oh mio dio...ma che succederebbe se dovesse andare male? Che succederebbe se mi... “svegliassi”?» domandò dalla schiena di Crepuscolo.
      L’omone tirò fuori dalla sua grossa tracolla in pelle un altro furetto e lo lanciò all’ippogrifo che lo addentò al volo. «Ti ritroveresti mezzo rintronato nel luogo da cui sei venuto e potresti fare più fatica ad entrare la prossima volta. E ora vai!»
      L’esaminatore diede una forte pacca sul didietro della creatura, lo schiocco risuonò come uno sparo e Crepuscolo scattò in avanti stridendo insieme a Jake.
      «Aspettaaaaaa.»
      «Tieni strette le briglie e rilassati.» Gli grido tra le mani Occhi azzurri. «Pensa a un momento felice e divertiti, questo è anche il tuo sogno!»
      «Ehi, smettila!» gli intimò Hagrid 2.0.
      Appena si staccarono da terra il vento cominciò a schiaffeggiare Jake costringendolo a farsi più piccolo e aerodinamico. Non percependo il graduale aumento di quota il ragazzo non riuscì a non guardare in basso accorgendosi di aver già superato il confine del campo da Quiddich. I suoi compagni era in piedi sugli spalti, esultavano e lo osservavano allontanarsi.
      Una visione incoraggiante.
      “Pensa a un momento felice e divertiti”.
      La prima cosa che gli venne in mente fu proprio il suo undicesimo compleanno, quella volta c’erano pure suo padre e lo zio Kirk che non vedeva da anni.
      Il volo del pennuto si stabilizzò, i tremolii e le folate violente diminuirono gradualmente.
      Suo padre e suo fratello arrivarono insieme con mezz’ora di ritardo. Tutti gli altri invitati erano presenti e già intenti a socializzare dieci minuti prima dell’orario previsto, ma i due fratelli divennero subito l’anima della festa con barzellette e aneddoti divertenti sull’infanzia di Jake. Come quella volta che zio Kirk aveva sollevato in aria una volta di troppo un neonato Jake, che espresse la sua gratitudine ricolorando la camicia bianca dello zio in qualcosa di più tendente al pistacchio. Gli adulti risero fragorosamente, mentre i bambini presenti si diedero a smorfie e versi di disgusto.
      Il divertimento tenne testa all’imbarazzo, ma quella sera vinse il primo, grazie ad una spettacolare performance di suo padre e suo zio mezzi ubriachi che cantavano a squarcia gola in piedi al ristorante un misto tra “Tanti auguri” e la canzone del matrimonio dei genitori di Jake.
      Non li aveva mai visti cosi uniti.
      Dopo quel giorno non aveva più visto suo zio.
      Perché? Tagliare i contatti e rovinare un rapporto tanto bello era davvero così facile?
      Suo padre gli aveva mai spiegato perché, preferiva non parlarne.
      Domande dolorose si accumulavano nella mente del ragazzo, si accigliò fissando a occhi stretti il paesaggio verdeggiante davanti a sé.
      Crepuscolo perse quota velocemente, la sensazione di vuoto interruppe quello che avrebbe dovuto essere un bel ricordo. Grossi alberi si stagliavano davanti a loro e la creatura sembravano non essere più in grado volare, minacciando seriamente un rovinoso schianto sulle conifere.
      «Crepuscolo!» grido Jake, un forte calore si espanse nel petto, il cuore gli pulsava in gola. «Sali, sali, ci stiamo per schiantare.»
      L’ippogrifo sbatté le ali più forte nel vano tentativo di riprendere quota, scalciava in aria e strepitava, il suo panico alimentava quello di Jake. I due gridarono all’unisono schiantandosi violentemente sul primo albero che si trovarono davanti, la pelle del ragazzo grattò contro la corteccia, il corpo del pennuto cadendo finì sopra ad un grosso ramo, e Jake lo seguì a ruota gridando. Prima su un ramo e poi su un altro. Il tonfo fece cadere decine di foglie aghiformi sul suolo.
      Dopo l’ultimo ramo Jake si schiantò al suolo a pancia all’aria, ma al posto di un pizzicante letto di foglie la sua schiena incontrò il pavimento della palestra della scuola, e al posto del cielo coperto dalle chiome degli alberi vide il soffitto della stanza.
      “Gli altri non ci sono”.
      Si rialzò mugugnando, e passò le mani su tutto il corpo per capire in quali punti avesse subito danni maggiori accorgendosi si non avere nemmeno un graffio o un livido, e di non star provando alcun dolore.
      «Oh...ecco cosa intendeva con: “Al massimo ci si sveglia”»

    • La sera.

      By kaibagirl98, in Poesia,

      "Passeggiamo?", annuisci,
      "Andiamo."
      L'aria calda mi conforta,
      con te sto sempre bene.
      Il silenzio è piacevole,
      la sera mi rasserena:
      Tutti i fiori s'assomigliano
      e gli alberi sono chiazze nere
      in mezzo al tragitto.
      "Sai", penso "Se solo fosse
      tutto diverso, probabilmente
      preferirei il giorno
      alla notte, tutto
      andrebbe per verso giusto."
      Ma che ne puoi sapere.
      Sorrido, sorridi.
      "Non ti penso mai,
      eppure-"
      "Va tutto bene?"
      Balzo, mi volto,
      mi guardi.
      Sei adorabile.
      "Va tutto bene."
       

    • La luce che trapassava i suoi occhi era calda e familiare il sole si levava all’ orizzonte irrorando con i suoi raggi il suo volto, e tutto cio’ che si estendeva dietro le sue spalle. Allungo' il braccio verso uno spuntone di roccia che sembrava essere un buon appiglio ma improvvisamente si fermo’ insicura sul da farsi.
       
      Il suo respiro si faceva sempre più lento <non cadere> <non perdere la concentrazione> <non distrarti> una sensazione di lieve torpore si faceva pian piano strada sulla sua pelle piccoli granelli di sabbia le graffiavano il volto e quasi mi sembrava di sentirli graffiare le pietre di  rosa della parete rocciosa dove si era dovuta arrampicare. Il sole iniziava a pizzicarle gli avambracci.
       
      Alle sue spalle 20 metri più in basso il vuoto. una grande bocca del canyon prima destinazione della relazione geologica di base. Nelle sue orecchie e nel suo il petto il rocambolesco scrosciio del fiume sottostante, più in la’ e tutt’intorno, il deserto. Sporadiche piante autoctone crescevano contro ogni predizione tra le rocce incastonate ai lati del fiume.
       
      <Doversi arrampicare ogni giorno per lavoro su un albero o una parete di roccia e scoprire tutt a d' un tratto di soffrire di vertigini>
       
      Inspiro’ a fondo e tento’ di liberare la mente e concentrarsi sul suo Assignment. Finalmente Allungo la mano ed afferro’ la roccia. <e’ ora di tornare, devo fare in fretta o rimarro’ bloccata qui fino a domani a far compagnia ai cactus>
       
      Finalmente dopo diversi minuti di arrampicata raggiunse la grotta e vi si accascio’ sul bordo. 
       
       
      Iniziai con dei campioni organici dei piccoli cactus Aizoacea sud-africana Carpobrotus  indossai i guanti speciali e dopo aver scelto la pianta migliore iniziai la potatura. Quel cactus in particolare possedeva diverse proprieta’ particolarmente importanti per il progetto Genesi. Elevati dosi di Arginina presenti nella corazza del bulbo centrale avrebbero conferito la capacita’ di auto rigenerazione in caso di intemperie ed eccessivo calore tipico delle steppe che si erano create sul pianeta  negli ultimi anni.
       
       
      Era ormai sette anni che  la Fondazione incaricata della progetto Genesi spediva squadre di surveyer in diverse aree geologiche del Pianeta nella speranza di raccogliere campioni. Meno della meta' dei campioni erano fino ad ora stati già prelevati e raffrontati tra loro centinaia di volte ed erano due anni che la famiglia  LAI aveva esclusivo diretto accesso a qualsiasi informazione riservata e presiedevano il comitato decisionale. Il figlio maggiore Deanovor, prendeva parte in qualita' di vicepresidente e aveva potere decisionale per tutto quello che riguardava i finanziamenti. Avrebbe potuto chiudere il rubinetto da cui scrosciavano i milioni di dollari di fondi in qualsiasi momento. Rubinetto che, aveva portato la sua famiglia ad essere la piu' potente famiglia del sud-Est asiatico della fine del 1900 complice il fatto, di aver ereditato infiniti possedimenti terrieri con risorse di acqua dolce potabile. Quando l'acqua inizio a finire i Lai iniziarono ad incassare. Da allora i Lai non si fermarono piu', la piu' grande banca dati del genoma umano, in grado di replicare qualsiasi forma di vita esistente su pianeta. Ora, autoproclamati detentori dell' esclusivo regale diritto e prestigio di poter coordinare il progetto che avrebbe cambiato il pianeta per sempre. 

    • Ore di passione

      By Darkett87, in Poesia,

      Eri tu a dirmi 
      “Il tuo profumo m’ impicca”
      Erano le tue mani sensuali
      ad accendere le mie sensazioni
      sublimi
      guardavo allo specchio
      la tua schiena nuda e dicevo
      “Che maschilista”
      Sdraiati sulle mie lenzuola
      hai saputo rendere due ore
      della mia vita come di fuoco
      che sapevano di passione 
      nell’ unione dei nostri corpi frementi 
      che odoravano dei nostri ardori
       

    • CANZONE ALL’INIZIO DI SETTEMBRE
       
       
      All’inizio di settembre  dopo tanto patire  Marisa , ti trovasti in un bel posto per sognare ed io fui felice della tua  nuova vita . Del lungo viaggio  fatto , dentro questa esistenza , che rifiorisce  come un fiore selvatico.  Ti vidi volare   come un airone   nel vento ,  verso il mare dei ricordi, perduta  dove saltellano  i versi  nel canto . Nel mattino di questa vita , ebbi la certezza che  questo amore  non aveva  più lacrime da versare  .  
      Molte  erano scese,   fitte , goccia dopo goccia come fossero  lacrime di vetro pronte  a rompersi in mille pezzi.
      Cosi capii perché́ t'erano stati chiesti gli occhi in prestito per il loro particolare colore simile all'iride delle finestre.
      Compresi tutto ad un tratto  , cosa eravamo stati  insieme               nell’ intrigato germogliare  intorno all’albero della vita .
      Quasi mi  sembrò  quel sentimento , un serpente piumato ,  un mostro  dai mille occhi , dalle mille mani ,
      teso verso la città con i suoi dolori partoriti dal  ventre  delle muse che danzano sopra il manto stradale.
      Muse le  quale  non vogliono essere viste nude con la loro farfalla in  volo ,  libere sul prato dell’immaginazione.
      Molte di loro  dirette  verso la casa dei  satiri  , verso l’indefinito sistema che raccoglie il senso delle cose.
      Alla fine mi fu chiaro , perché́ quel gran parlare
      della tua bella conchiglia auricolare.
      Ora fai presto a venire che dobbiamo partire. Mi dicesti.
      Ed io risposi : Aspetta debbo  allacciarmi  le scarpe e cantare
      Fai presto  se parte questo treno,  perdo  tutto il mio  tempo
      Non dire scemenze c’è Crescenzo che ci attende
      Non posso essere circonciso ed incidere un disco
      Il senso del discorso non  chiude
      Sei fermo all’anno duemila
      Non voglio vendere questa anima al migliore offerente
      Fai come me vivi e lascia vivere
      Io voto chi voglio ,  poi  annego nel mio interloquire
      Sei fuori di testa  da tempo
      Credo  lo sono da quando,  decisi di  prendere la nave per le indie
      A bordo il comandante suonava il suo piano a poppa
      Che giorni
      Quante  vite  spese , verso l’avventura
      Quanta parole vendute troppo  in fretta
      Vorrei bere di nuovo ,  acqua dalla fonte della giovinezza
      Ti credi  sincero
      Non prendermi di petto
      Non rompo il silenzio
      Sei fuori di senno
      Sono dentro un giorno migliore

      Quanti contrasti , abbiamo attraversato  insieme, perché́ in quello che credevamo
      c'era tutta la nostra  educazione  la nostra  pazzia ,  i tuoi comportamenti e le reazioni contrarie
      le tue belle presenze , gli abbandoni
      le carezze in cambio delle tue carezze
       le scontrosità̀ , le irritazioni.
      Non ho rimorsi ,  sono  stata vera dentro e bella fuori
      Non voglio essere frainteso   e come non capire un accidente ed incollare un francobollo
      Non per nulla mi chiamano Brigitte Bardot
      C'era anche qualcuno che ti diceva " Signorina è tardi
      dobbiamo andare" tu dicevi "no io voglio ancora restare
      Sei  certo di quello che dici
      Era uno scherzo
      Era l’amore non marmellata
      Era dolce spalmarla su una fetta di pane secco
      Era come te e me nei giorni difficili
      Quanti ricordi e quanti dolori  abbiamo condiviso
      Il mio viso è l’espressione di un desiderio sbocciato in fretta
      Ed io sono la tua ispirazione ,   la tua  locomotiva
      Dai andremo per il mondo ancora  
      Per me è un viaggio verso l’infinito  
      Non sai  cosa avrei fatto per sentirmi un pò meno solo per dolcemente navigar sul dorso e sul tuo petto e fare una capriola
      che ribaltasse il cielo.
      Tante  passioni , tanta confusione , intanto tutto passa
      Se non passa chiamo il capostazione
      Ero certo che c’è l’avremmo fatta
      Ero una figura geometrica
      Un triangolo amoroso
      Non voglio essere incompreso   ma il tuo  vecchio amante mi era antipatico
      Non importa lo era anche a me
      Non guardo in fondo all’anima dell’invidia
      Io mi vesto
      Io  sono una capretta
      Bruchiamo l’erbetta in cima al monte  
      Non portare le pecore al pascolo , quando bazzica  il lupo
      La pazzia spesso  anima le canzoni di protesta 

      Guarda,  quanti  passeggeri in questo vagone ,  grappoli affannati
      d'uve segrete dalle pelli boriose e fini. Soli  per i prati di questo martirio,  in questa giostra di forme voraci , che cercano di afferrare la vita segreta  delle maschere.  Il  mondo  si è capovolto nell’indifferenza  , abbiamo dimenticato il vero volto di Dio .            Ed il mondo cadrà  come al solito   in bilico su un filo,  mentre i presidenti canteranno la loro canzone d’amore. L’Europa ,  un luogo dove vivere e portare le pecore al pascolo. Mentre  l’uomo nero  guarda il signore  dal buco della serratura ,  guarda il sedere  della donna seduta  sopra il suo cappello di paglia.
      Perché́ tu che ti senti , alle volte  parte di una mandria che pascola , che va per terre lontane per i prati celesti .  In gruppo   , andremo tutti,  dove spunta il sole , dove danzano queste idee,  dove la donna si lasciò andare , mesta nel suo eterno  femminio   in disordine  nell’essere misto alla lava del vulcano ,all’ immagine che si scioglie nello scorrere del tempo , nato dal ventre  del volgo.
       
      Ora  dimmi Marisa : Possa  partecipare ai rosei  tuoi selvaggi festini
      sotto  curvi cieli estivi che scendono
      come coperchi sul tetto bollente
       Posso venire a casa tua con i  miei freschi  pensieri mattutini                        
       che soffiano sotto i cuscini. E tu  m’assali
      con gli abbracci e le guance
      già̀  calde  come  all'equatore
      perché́ di te già̀   mi sono cibata  bellezza del mio tempo , nel calore che  ebbi bisogno ,  nell’orgoglio  del mio vivere distratto.  Mi sono sfamato  di Panem et  circenses ,  di viaggi ,  di tanti canti  per  comprendere  alfine questa civiltà inferma , la quale segue  inerme   questa estate che   muore lentamente sul tuo  piccolo seno.
       
       

    • gelsomino

      By pxvalina, in Poesia,

      si smuove tra la neve
      tra ghiaccio cristallino,
      poi si lascia carezzare
      e dal vento trasportare
       
      ondeggiando delicato
      verso un mondo inesplorato,
      da solo e con destrezza
      volteggia tra la brezza
       
      insegue la sua alba
      la luce con lui cambia,
      lasciando in questa danza
      la dolce sua fragranza
       
      procede nel suo viaggio
      nel tempo senza tempo,
      a volte c'è un miraggio
      a volte solo il vento…

    • Mamma Adeline fu un fantasma per me. La vidi solo negli occhi di mio padre e in diverse apparizioni notturne che mi lasciarono confuso e secco di lacrime. Come i polpastrelli striscianti di un cieco che cercano di comporre il viso di uno sconosciuto, anch'io potevo solo immaginare i suoi lineamenti. Mio padre, il giorno della sua morte, incenerì ogni foto sulla porta di casa. Bruciò pure la valigia rettangolare di finta pelle che per anni le custodì gelosamente. Nel falò si salvarono a malapena i rinforzi angolari di acciaio che tenevano insieme le facce di quella valigia. Così l'unico volto di cui ebbi davvero bisogno, lo persi in quell'abbraccio di fuoco che si portò via per sempre tutti i lineamenti di mamma e una parte delle mie lacrime.
      Di quei pianti mio padre ne segnò a migliaia nelle pagine del suo diario di pelle nera, detto da lui il “Libraccio”, in cui annotava tutte le noie e le disgrazie che gli capitavano. Il Libraccio era un mattone pesante, delle dimensioni di due palmi di mano uniti a chiedere la carità, riempito di cartaccia giallognola e tutta ondulata sui tagli per l'umidità che si era bevuto. Si poteva chiudere con un piccolo gancio d'ottone che pacificava la prima di copertina con la quarta, tenendo segrete tutte le frustrazioni che si attorcigliavano in quei fogli. Ogni volta che papà lo apriva, il gracchiare delle pagine succhiate dal tempo sembravano accusare la mia esistenza.
      «François! Perché hai fatto questo a tuo padre? » sussurrava pagina sette.
      Pagina quarantacinque rispondeva: «Non se lo meritava! E adesso chi riporterà tua madre in vita?».
      Pagina ventitré non si sottraeva al processo: «Colpevole di omicidio!» e pagina cento, dall'alto della sua importanza numerica, gridava: «Colpevole di esistere!».
      1957, il numero delle pagine del Libraccio. 1957, il mio anno di nascita.

    • ...E come ipnotizzata da quelle note così sensuali, così tristi, così drammatiche, il mio corpo si sollevò lentamente dal muretto in pietra,  come se non fossi più io a gestire le mie membra, e con la testa ed i sensi sintonizzati sulla stessa malinconia di quella melodia, i miei piedi si mossero con sensuale flemma verso il centro dello spiazzo, o forse verso il centro del mio io. Immobile giusto il tempo di un battito del cuore, mi spogliai della mia ruggine e cominciai la mia danza. Ed fu come sentirsi nuda di qualsivoglia vergogna, imbarazzo, ripensamento; lasciai che le mie braccia oscillassero secondo una cadenza tutta loro, gremita di una sensualità che pensavo non mi appartenesse.
       
      “Ay de mí llorona, llorona, llorona, llevame al rio...”
       
      Sentii il mio corpo fondersi con i pianti di disperazione che la donna cantava, senza chiedermi il perché. Dimenticai ciascuno dei miei più terribili ricordi e caddi incantata da quella litania. Non ero più me, il mio nome, il mio lavoro, il mio aspetto, né il mio avere o le mie mancanze. Le persone che intorno iniziarono a fissarmi con curiosità, presero le sembianze di ombre scure, dalle forme tondeggianti e non mi sentii più così infastidita da quei sguardi che avrebbero dovuto punzecchiarmi l’ego. Tutto sembrava fondersi perfettamente in quei miei gesti, in quelle mie movenze. E c’era ordine in quel caos. Perso il senso del tempo e ancorata alla certezza di quelle strofe, ispessivo l’asprezza dei miei gesti all’ indurirsi di quei lamenti che diventavano sempre più amari, sempre più tristi. 
      “Tapame con tu rebozo, llorona porque me muero de frío...”
       
      Al suono della strofa più straziante, sentii un improvviso calore estraneo; forte partiva dal bacino e come un fuoco che brucia lentamente la legna, questo lentamente bruciava ogni fibra del mio corpo. Percorreva le curve nascoste dei miei fianchi ed ad ogni Sol saliva sempre più su. Sempre di più, saliva. Mosso dai ritmi così dannatamente ipnotici, raggiunse con prepotenza il mio costato, e le mie braccia, e poi le spalle, il collo ed infine il mio volto. Non ricordavo quale fosse il sapore del freno e ebbra di libertà, accompagnai la mano del peccato verso il mio sedere e quasi come se fosse tutto parte di una coreografia, poggiai la mia gamba attorno all'anca del proprietario, chiudendolo in una morsa di fuoco. Per due secondi soltanto ci fu in me la convinzione di poter essere Circe l’incantatrice: ad ogni mio passo sguaiato, Ulisse accompagnava il suo senza esitazioni. E non c’era ragione per cui non dovesse ubbidirmi. 
       
      “No se que tienen las flores Llorona, las flores del campo santo...”
       
      La musica gitana incalzava e la donna gridava i suoi lamenti con più angoscia, il cuore pompava più intensamente e quelle mani di fuoco sembravano stringermi con maggiore fermezza. Sentii che nudo era il mio corpo sotto quella presa perché il raso del mio vestito non bastava a contenere tutta quella veemenza. E solo allora, solo dopo che l’ultima strofa di quella nenia fu pronunciata, la musica si fu assopita e non restò che l’alternarsi dei nostri affanni,  Tomàs mi strinse a sé mentre con la mano ancora calda di lussuria, mi strinse il mento verso il suo, costringendomi a guardarlo dritto negli occhi. Un sibilo rauco gli tuonò in gola, carico di brama ma prima che le sue labbra potessero assaggiare il sapore delle mie, una pioggia intensa ci crollò addosso. Ed il fuoco si spense con un battito di mani, quello dei nostri spettatori che dopo tutto quel tempo avevano finalmente ripreso le sembianze di tanti uomini smilzi e donne eleganti.
      Con l'effetto di un filtro anti-incantesimo, la pioggia spazzò via ogni traccia di magia e quella versione audace del mio essere scomparve nel nulla. "Oddiomio".
      Fradicia, con i capelli ormai scompigliati e attaccati alla fronte, e ansimante, mi ritrovavo ad un centimetro di distanza dal volto di Tomàs, così vicina che facile mi era percepirne il sapore della sua saliva. "Cazzo. Cazzo. Cazzo". Mi ritirai velocemente dalla sua presa prima che potesse dirmi qualcosa, sistemai il vestito e senza dire alcuna parola, corsi via verso l'uscio di casa. 
      "Ma che cazzo mi è passato per la mente? Come è potuto accadere, cioè che cazzo Nina, ma che ti è preso? Porca puttana non ne combini una buona, una. Non potevi semplicemente startene lì seduta per qualche altra mezz'oretta, attendere che la torta fosse tagliata, gli auguri cantati e buonanotte a tutti, no? Non potevi fare la cosa più semplice, tipo restartene ferma a guardare? "...
      (to be continued..)

    • SICILY SERENATA  JAZZ
       
      Un  lieto vento   passa nel calore delle parole che mi hanno condotto per mano lungo il viaggio , in un'altra terra   . Un  dolce vento   mi ha  portato  lontano con se nell’onda del caldo  meriggio , avvolgente il senso delle mie  parole  espresse nella ricerca del senso di questa vita.  Una nuova terra,  dove è tutto possibile , dove un banale  amore , dove cantano i ranocchi sotto la luna , dove sgambettano le ballerine dalle gambe lunghe,  dove il treno della vita corre , portando  via questa mia malinconia dal buio dei secoli passati. Una oscurità  in fondo all’anima di Polifemo,  nell’antro dei Titani ove  ballano tutti insieme questa sciocca tarantella.
      Qui all’ombra dei grandi  pini marini , nel ballo   del solleone , ruggente  lungo le coste  africane   balzante nell’ombra raminga  ,perduto   tra le nuvole del cielo azzurro di porto Empedocle.   Una Dea  si mostra  senza veli ,  sorge dalle onde del mare , vaga  per valli di lacrime,   si bagna nell’ acqua  cheta del mare chiaro  ove galleggiano i corpi dei migranti.   Tra le meste  onde dei miei ricordi di viaggio in esuli pensieri dalle varie  forme danzanti  intorno al sepolcro  del pio poeta   figlio del caos ,  emerso dal fondo dei mari,  dal fondo dei secoli passati  da   altre realtà  sovrumane  d’ infinita bellezza. 
      Mattino d’ agosto , son giunto su un autobus con le mie lacrime piegate nel fazzoletto,  ho visto case accartocciate all’ombra di un dramma  pirandelliano perdute nell’ avventura  in  austeri misteri eleusini . E  sulla scia di un canto acheo , son caduto come una lucciola nel fitto bosco.  Mi sono rialzato dietro la grande casa bianca di luigi ove l’alba,  colora l’orizzonte e la vasta piana precipita dal magno promontorio fin giù nel tramonto di un tempo  che passa e solca questa morte e questo canto. .
      Sotto un pino marino, solitario  assopito all’ ombra di un immagine , ho gioito nel mio animo,  ho danzato con gli dei e le muse , ho danzato con la mia disperazione ho  viaggiato  contro corrente,  verso spiagge bianche e immaginarie , rapito dalla storia , ho cavalcato schiere di  zefiri marini.
      Una campagna di fiori selvaggi  giunge fin giù sulla spiaggia.  Lungo lo   stretto sentiero sabbioso , m’inerpico  alla ricerca di un amore    che mi renda  vivo . Cado ,  riverso per odi ed inni in mitiche egloghe ed esperimenti linguistici in altre elocuzioni  , in brevi stornelli  , seguo  il mio metro nel sabbatico   sapere,  cerco  l’amore e la verità dell’andare contro corrente.
      Poi qualcuno  mi grido di salire.
      Io corro verso l’autobus facendomi arrivare le gambe dietro la schiena
      Aspettatemi , vengo anch’io.  Non lasciatemi  devo  assolutamente  pigliare l’autobus.
      Fate presto , tra poco  si parte per un'altra avventura   
      Quanto ho corso
      Tra poco partiamo , tenetevi  
      Non avete cuore
      Chi parla di cuore , queste sono poesie
      Si ma io non sono un poeta da meno
      Forse si,  forse no
      Siamo in una farsa
      Salga,  faccia presto il primo atto tra  poco ha inizio.
      Lascio quello che ho visto , alle mie spalle ,rimango una parte della mia anima nel   principio e  la fine del caos che ha generato questi  stupidi miei versi.
      Così vado  via con  le mie impressioni  ,  espresse   nel solleone  affilati come una falce che miete la spiga dorata nel campo incolto. Spiga , recisa ,  spezzata  nel  gambo  qui sull’altopiano d’azzurre argille da cui osservo il mare aspro africano.
       
      Il battito della vita è simile al battito delle ali di  una farfalla che vola verso il mare ,  vola verso i templi nudi , distesi al sole,  nella luce  che acceca la coscienza, ti trascina in  epoche lontane ,  t’accompagna per mano lungo i ripidi pendi dei miti ,  verso  il verbo  e la sua  storia. Forse solo,  adesso  mi sento meno solo ,  meno capace  di chiedere perdono.  Ed il palpitare  della vita è il battito delle note , il salire,  lo scendere,  l’ andare a passo  lento ,  lungo la via sacra , fino al fondo  all’ essere Dio.
      Ed  un  Dio  antico si mostra con il suo tempo,   tra la gente  con il suo accento gallico  con la sue vesti lacere.  Circondato  da muse  e vestali nella funzione dell’ essere un anfitrione    dalle sembianze  greche  .
      Ercole, era  l’amore di Hera e questo condusse  Zeus alla pazzia.    Il  quale scagliò un fulmine nella notte tempestosa , piena di stelle . Impauriti  in molti   si nascosero nell’ ovile con la pecora, la capra , la moglie , il collega , con il collare del cane , senza coda tagliata,  senza  amore per il prossimo.
      Questo disse Iddio agli uomini :  fate del bene  ma poi si appartò con una valchiria  era bionda,  tutta bionda,  bianca come il latte , dolce come il miele , splendida come la luna nuda sul monte.
      Sublime ,  esclamò qualcuno,  ma era trascorso  il  suo tempo,  il suo andare a ritroso  , il suo sentire,  sotto le stelle lucenti nella sera    d’ agosto in questo magico luogo  oltre ogni immaginario comprendere Iddio.
      Sarebbe stato  bello avere un Dio per amico . Ma  Giunone  stanca si tolse la gonna , mostrando cosi al volgo  la sua vulva nera cangiante  colore  dal nero di seppia  al rosa . Si mostrò  ignuda sotto un  ulivo,  lasciva nel corpo  rendendo Ercole un demone intenzionato ad ammazzare  Zeus.   Ora quale dolce canzone  ,quali  canti di guerra e d’amore  canti agli dei. Ercole.  
      Il grido degli achei , echeggiò sopra le onde del mare , nel vento udimmo il grido del  perdono,  l’amore cercato per strade deserte , oltre ogni intendimento. La mia stupidità non aveva limiti.
      Sul mio capo, chi sà se  sarà  mai posto  dell’alloro, sulle mie spalle   il vello della pecora che m’avvolse   con il  suo  soffice manto,  sotto la luna calante nel canto di odisseo .
      Mi abbandono  al suono  del ritmo jazz,  incalzante nella calda  sera  africana .
      Forte come una zappa,  spacca  la dura  zolla di terra , da  cui nacquero  tante leggende . Da  cui i titani  caddero  per volere  di Zeus negli abissi della conoscenza e in quelle  titaniche sembianze   pagai  il caro prezzo dell’ udire   un ritmo siculo  jazz.
      Zogna,  zogna ,  taralli  zogna e pepe.
      Talamone   tu  godi ,  sembri nu ciuccio , sembri  nà scigna , senz’altro nà  rilla , sotto le  piante di ulivi , senti , senti come suona  sotto a luna.  
      Nù piezzo ,  guaglione e chisto  Talamone .
       Stù sarchiapone , sona buono.  
      Sotto un  cielo chino di stelle  senza  mutanda,  senza scarpe , chiamate li guardie , chiamate a  Tonino ,  chiamate chi volete , io sono  il  caos ,  fatemi  sentire un'altra  bella canzone , che  gira , rigira  mi sembra , una lingua  nella gola di Giulia.
      Non hai pagato il biglietto.
      Mi manca il resto di nulla ,  mi manca tanto,  per capire che tutto vada  bene .
      Poi , verrà il tempo dei frutti maturi che cadranno dall’ albero della vita,  poi verrà il signore con il cappello storto a reclamare la sua esistenza , la sua indifferenza,  la sua ignoranza,  la sua clemenza .
      Signor giudice,  si  sono rubata la mia bellezza .  Chi prenderà ora la luna per mano, chi farà l’ amore con giunone sopra il talamo .
      oh Talamone sei proprio tu , che inquieti i miei sogni  sopra le rocce , sopra le nuvole,  io spingo il carro di apollo .
      Sono Apollo ,  sono Pippo , sono Topolino , sono  Paperino ,  sono il senso della storia viscerale che scende,  scema , scende,  sciarabbonda dalla bocca come  la lava dal vulcano. Scende la sciara di fuoco   un fiume di cenere ,  attraversa queste terre , entra in questa anima , in questa  leggenda,  lungo lo stretto  , oltre l’arcipelago,  verso salina , fino a vulcano  cercando il senso di  questo amore tra le isole  , dentro il nome degli dei.
       Si suona tutta la notte, chitarre e tamburi  , qui ai piedi del tempio dedicato a giunone ,qui in questo angolo di mondo , dimenticato sotto le stelle sicule . Ed  una dolce  voce,  echeggia e porta via i tristi  pensieri,  miti intrecciati , misti di rabbia , di verve ed erre mosce  sotto il palco ,   rutto con lo ventaglio in mano Chi è   grosso,  chi piccirillo , chi più grande d’un  elefante , chi più grande  di un  gorilla che sorride con una banana in mano.   Io sono il senso   di questo ricercare per rime che  trascende le generazione , trascende libero il senso  della storia. Io  sono sballato nel gioco del lotto,  sotto il palco , vorrei afferrare il  microfono in mano.  Ascolto  il suono , il musico ribelle , la bolla di sapone , sull’orlo  dell’ universo aspetto  di  fluire nella ragione  dell’ amore.  Danzo , jazz  con  giunone. A spasso con  Zeus  qualcuno , ci grida fermate quei due  mascalzoni.  
      Chi le ha  detto di  entrare .
      Per fortuna c’è sempre qualcuno che dice buonanotte
      Sono al  bar ,  bevo una aranciata questa volta non ci  casco                          
      non giocherò più  con gli Dei  a mosca cieca.
      Più in là , c’è chi continua  ad offendere il  sacro nell’iperbolica  congiunzione carnale.
      Ad un passo dal sasso  nel sesso , non cesso di capire  l’ignominia dei cognomi,  io sono il figlio di nessuno  , l’angelo ribelle  che vola libero in questa serenata jazz , per Giunone e Zeus.
       

    • ..
      Il profumo della fine dell'estate si sente nell'aria della piccola cittadina di Milven. Uno spiraglio di luce attraversò la finestra di legno e gli illuminò il viso, svegliandolo. Guardò l'orologio appeso al muro, erano le dieci del mattino e lui era di nuovo in ritardo. Intanto, il rumore dei passi della signora Gray giù per le scale diveniva sempre più forte.
      «Timoteo, presto o farai tardi!» disse aprendo lentamente la porta. Mentre entrava nella stanza la sua attenzione veniva attratta dalla montagna di libri sul comodino, restavano in piedi infrangendo qualche legge fisica. Lo guardò con aria preoccupata prima di dirigersi verso di lui e dirgli la solita frase di ogni mattina, «Sei di nuovo rimasto a leggere fino a tardi» 
      Timothy sbuffò girandosi dall'altra parte. 
      «Non ti preoccupare, non sono rimasto più del solito» disse velocemente come se la risposta fosse una routine. Timothy è un ragazzo di quattordici anni piuttosto magrolino con i capelli neri ricci e gli occhi verdi e il naso un po 'a patata, molto timido e riservato non amava stare con gli altri ragazzi dell'istituto Liwell.
      Non capiva perché la signora Grey tutte le mattine continuava a dirgli semper la stessa cosa, ciò lo infastidiva ma capiva anche che era una premura da parte sua.
      «Devi sbrigarti ci sono ospiti, non ricordi?» disse mentre lo incitava ad alzarsi. 
      Doveva arrivare una nuova insegnante ea lui questo non piaceva particolarmente. Era rimasto affezionato alla professoressa Harris la quale gli assegnava semper nuovi libri da leggere maturare in lui una profonda passione per la lettura.
      Con il viso visibilmente stanco si sedette sul letto, passò le dita tra i capelli arruffati e le mandò uno sguardo distaccato, era solito farlo appena sveglio, non amava essere rimproverato perché era in ritardo ogni mattina. Infine la signora Grey uscì dalla stanza facendo sbattere la porta.
      Timothy afferrò i pantaloni e la maglietta sgualcita sparsi sulla sedia, andò in bagno e si vestì velocemente. Non appena fu pronto aprí uno dei cassetti del comodino, prese un taccuino e una penna e li lanciò nella borsa.
      Si diresse verso la scrivania e prese dal cassetto un piccolo bauletto in legno scuro. Lo tenne con entrambe le mani e aprì il coperchio con cura. All'interno scintillava un ciondolo di pietra viola con sopra inciso un albero. La signora Gray glielo aveva dato raccontandogli che lo aveva trovato accanto a lui in orfanotrofio, da quel momento passava intere giornate in biblioteca nel tentativo di capire cosa significasse quell'albero. Tutto questo assillava la sua mente costantemente.
      Scese le scale immerso nei suoi pensieri, il corridoio era tappezzato di quadri, nonostante passasse di lì ogni giorno, la sensazione di essere osservato lo faceva sentire sempre a disagio mettendogli addosso una certa angoscia.
      Arrivato in cortile vide tutti i ragazzi in fila, non gli era mai piaciuto il rito di presentazione quando qualcuno arrivava in istituto, gli sembrava eccessivo che tutti dovessero mettersi in fila e fare un inchino. 
      Si sistemò i vestiti e si mise in fila sperando che nessuno notasse il suo ritardo. 
      Al centro del cortile c'era una donna dall'aspetto semplice e delicato, con la pelle molto chiara che faceva risaltare gli occhi celesti ei capelli neri. Guardò tutti i ragazzi per un po 'prima di presentarsi e giunta davanti a Timothy si soffermo a guardarlo e gli sorrise. Rimase confuso da quel gesto, lo conosceva forse? S qualcosa sui suoi genitori? Stava di nuovo fantasticando e la sua mente ipotizzava come al solito.
      «Salve ragazzi sono Amanda Carter, mi sono trasferita qualche anno fa dagli Stati Uniti. Sono la vostra nuova insegnate di lettere, spero che insieme passeremo un buon anno »disse con una voce delicata e calma. Tutti si inchinarono facendola arrossire di colpo.
      Timothy non gradiva particolarmente i cambiamenti, impiegava sempre parecchio tempo ad adattarsi e questo lo portava ad isolarsi dalle persone sentendosi a disagio.
      Rimase colpito dalla semplicità e delicatezza con cui si era mostrata quella donna. Aveva avuto un atteggiamento accogliente con i ragazzi quasi materno.
      Nel frattempo arrivò la direttrice con passo deciso, era una donna esile ma dalla grande presenza. Con due grandi occhi neri e cupi. Vestiva sempre con un tailleur grigio antracite. Era una persona diffidente e non amava fare discorsi lunghi. Si limitò ad augurare alla nuova insegnante un buon inizio e ricordò a tutti che per qualsiasi problema bisognava rivolgersi a lei.
      Finito l'incontro Timothy andò sotto l'albero più maestoso presente nel giardino e si sedette a leggere come suo solito. Teneva tra le mani con cura l'ultimo libro assegnatogli da Harris prima di andarsene e lo leggeva attentamente sperando di trovare qualche messaggio implicito ma più andava avanti più la delusione aumentava, forse era lui a non capire il significato di quel libro, si soffermava sul titolo "La coscienza dell'io", sembrava troppo complesso ma la curiosità lo spingeva a continuare a leggere.
      Rimase come al solito sotto quell'albero tutto il pomeriggio, nonostante vedesse gli altri ragazzi giocare la cosa non suscitava mai interesse in lui. La Harris cercava sempre di coinvolgerlo per farlo stare con gli altri ma non era mai riuscito veramente uno sbloccare. 
      Preferiva passare il tempo sui libri che sembravano capirlo di più.
      Un signore dall'aspetto ben curato con un bel completo nero che sembrava fatto su misura si diresse verso Timothy, era il guardiano dell'istituto. Ogni volta che lo vedeva perso nei suoi libri cercava di convincerlo a giocare ea stare un po 'con gli altri ragazzi, sempre con frasi e motivazioni diverse anche se poi stranamente finiva sempre a raccontare cose di se stesso e della sua vita. 
      Si avvicinò come al solito con le parole già pronte sulle labbra. 
      «Sei di nuovo qui da solo?» disse lanciandogli uno sguardo preoccupato 
      «Questo è l'ultimo libro signor Victor, non si preoccupi per me, io sto bene così» 
      «Ragazzo starsene sempre immerso in qualche libro ti farà dimenticare che là fuori c'è un mondo tutto da scoprire»
      Le parole del guardiano sapevano semper colpire nel profondo Timoteo tanto che iniziava a chiedersi se davvero si stava perdendo qualcosa. 
      «Grazie, cercherò di fare del mio meglio» 
      Mentre parlava con Victor il suo sguardo cadde sul suo bastone dove c'era incastonata una pietra di un blu molto scuro con inciso un corvo. Rimase stupito dalla somiglianza con quella posseduta da lui. Pensò che era molto strano ma che fare domande sarebbe stato rischioso.
      Era arrivata in un attimo la sera, il cielo si era tinto di un'arancione molto delicato Timothy era rimasto ad osservarlo per un po ', con lo sguardo perso. Prima di recarsi a mensa.
      All'ora di cena i ragazzi si ritrovavano tutti insieme per cenare. Lui era solito recarsi a mensa per ultimo e sedersi a un tavolino in un angolo così da poter continuare a rimanere solo nei pensieri. 
      Una signora con il viso tondo e piuttosto in carne con un grembiule un po 'sporco si avvicinò con un vassoio pieno di pietanze e gliela pose davanti facendolo sobbalzare. «Devi mangiare qualcosa» disse con un sorriso ma in tono deciso. 
      «La ringrazio signora Morris, non deve preoccuparsi così tanto per me» 
      Era solita portagli lei da mangiare quando lo vedeva distratto. Aveva sempre riservato nei suoi confronti delle premure. Timothy mangiò volentieri la cena ricambiando il sorriso. In fondo gli era simpatica quella donna.
      Finita la cena era solito rientrare subito nella sua stanza senza unirsi agli altri ragazzi che invece dopo cena si intrattenevano a parlare o fare giochi di società. 
      Mentre percorreva il corridoio che lo riportava in camera sua vide una ragazza, nonostante non parlasse mai con nessuno ricordava tutti i visi dei suoi compagni. Lei non l'aveva mai vista prima e pure a differenza degli altri ragazzi suscitò subito in lui dell'interesse. Provò ad avvicinarsi ma lei scomparve lasciandolo confuso. Stava sognando? Si era di nuovo perso nei suoi pensieri a tal punto? La sua mente a volte sembra non appartenergli e lui odiava questa sensazione. 
      Continuò a dirigersi verso la sua stanza pensieroso, aprì la porta posò il libro sulla scrivania e si tolse i vestiti gettandoli sulla sedia accanto al letto, prese da sotto il cuscino il pigiama e lo indossò. Guardò per un po 'fuori dalla finestra, c'era un bel cielo stellato e un vento leggero che gli scompigliava i capelli. Gli piaceva sentire quell'aria fresca sul viso. Chiuse gli occhi respirò profondamente riuscendo per un attimo a liberare la sua mente da ogni pensiero.
      Si mise a letto e continuò a leggere il libro. Era convinto che al suo interno nascosto tra le righe ci fosse un messaggio della signora Harris o che in quel libro ci fosse qualche risposta alle sue domande. Voleva capire perché il signor Victor aveva una pietra simile alla sua, forse era a conoscenza di qualcosa su di lui, questo era quello di cui lui si era convinto. 
      Si spensero tutte le luci allora prese da uno dei cassetti del comodino una torcia e continuó a leggere.
       

    • 11 Novembre 1974                                       1
      Il lutto era solo una piccola  parola
      su un dizionario ma, dopo la tua morte
      è diventato uno strano modo di vivere per me.
       
      Non ricordo precisamente quando ti ho salutata, ricordo solo il vuoto ed il rombo di un motore, le ruote che scivolavano sul selciato ed il viso di mia sorella, attento come me a guardare ciò che non sarebbe più tornato.
      Ricordo una musica che ancora mi accompagna ogni volta che ti penso, Chopin Spring Waltz , questa è la tua musica, quella che ti rappresenta, quella che pulsa nelle mie vene, quella che mi ricorda che tu sei ancora qui , ogni giorno accanto a me.
      La finestra si chiude sopra di noi, siamo io, mia sorella e le grandi mani di mio nonno.
      “ E’ ora di andare signorine, il pullman  non aspetta chi se la prende comoda “
      C’era una strana luce quel giorno ed un silenzio assordante in quella via di paese, come se la gente sapesse  e la natura aspettasse il ritorno di chi, non lo fece mai più.

    • IL PIANETA DEI FICHI D’INDIA
       
      Spesso , senza accorgersene il tempo scorre all’ incontrario quando  non vuole farsi capire , quando  getta l’ amo nel mare aperto e cerca di prendere un bel pesce da cucinare. L’ ansia mi assale sul treno , mentre attraverso  la trinacria , terra ove pascolano le vacche magre , inseguite dai  tori di apollo , ove i sauri alati  vengono cavalcati dalle muse del parnaso.  Nella  mia corsa contro il tempo nella  parte rassegnata nella mia  maschera , il mio  soggetto, l’ oggetto  della mia esistenza , affonda  le sue radici , nella  ricerca etimologica . La quale ,  nulla  vale , simile al  volo delle farfalle sui prati in fiori , macchiati di sangue  innocente , un volo che mi costringe ad essere me stesso , nello sfarfallio  musicale che si contorce nei concetti elementari di un vivere enigmatico. Effettivamente provo , un certo smarrimento,  ritrovarmi solo,  con me stesso , nelle mie mutande,  sul  principio di un viaggio che  è un interrogativo linguistico    che tira il  suo carretto di dialetti e  prova  a vendere le sue  espressioni  surreali Lungi dal pensare  che un giorno ,  sarei ritornato sui passi  della mia originaria fonologia  linguale . Sulla scia di migranti e dei re magi nel silenzio di un sistema chiuso,  nella sua scurrile esistenza  mezzo fatto con l’aspetto  d’acheo ottuso ,  perciò tanto folle  da  portare  davanti ad una  chiesa un satiro  e  farlo confessare del male commesso . Effettivamente la pedanteria  era inusuale nella sua immagine lasciva di cagna in calore . Lasciando  da parte , ogni altro interrogativo , questo mio viaggio  era gustoso come  una fetta di anguria o peggio un sistema metrico di rime senza senso. Così proseguo nel mio idioma volgare , lo segue nella lasciva sorte come se fossi una vongola innamorata di una cozza e nella raffigurazioni di una ragione senza senso che presume il buon senso.  M’invento la  storia dell’ intolleranza che  rincorre la bellezza in  un genere  generante   una certo sbigottimento.
      Così il senso della mia  bellezza è quasi dimenticato nella sua aporia metrica che striscia , scivola,  balla con  Turiddu  dai baffi  neri corvino . Balla con tutti ,  divenendo a volte   rosso,  verde , giallo  nello  splendido sole  del mattino. Ed   in  ogni cosa , ella scorre come il veleno nelle vene  del   serpente  proveniente dal pianeta dei serpenti alieni , striscianti , molto ricchi che amano mutare  pelle al sole caldo della  Trinacria  . Serpenti educati sibilanti, sibillini,   impettiti , camminano a testa alta per le strade delle città , tentando i loro vicini , passandogli sotto le gambe arrovellandosi nelle storie più assurde , capaci di suonare batterie gran cassa , trombette e di fare un concerto scatenante ,  risuonante per tutte le contrade che attraversano strisciando , scampanellando   si muovono  nella polvere  contro il tempo. E l’ordine delle parole  rettile , segue il  sistema  grammaticale come  una forma racchiusa nella sua speranza di essere.
      Diverse , volte ho provato a volare ad andare contro quello che credevo , ma sono giunto sempre al termine di un concetto che presumeva  l’amore come soggetto . Dopo tanti tentativi , l’amore era sempre li ad aprirmi la porta per farmi entrare in un altra dimensione. La prima volta che giunsi sul pianeta Trinacria ,  era un pianeta arido con tanti fiori di cactus,  fioriti al sole di giugno , immagine di  un sogno di un Dio nudo sugli scogli ,  seduto in disparte a  prendere il sole.   Sciolte ,  erano le  tante membra  dei morti che si sollevavano  nel vento ,  passavano alla velocità del suono  , portandoti oltre quello che sentivi nel petto .  Ed era un pianeta arido  ai suoi tempi ,  solitario , incompreso, con un grande cuore che batteva nel ventre della madre terra . Non c’erano  a quei tempi  cammelli  parlanti, ma cavalli alati e qualche puparo con la coppola che raccoglieva polvere di stelle sopra i tetti delle case affacciate sulle sponde delle coste . Una lunga fila di case , costruite dalla pubblica amministrazione comunale  gestite dal consorzio del circolo equestre , governato  da Michele Ferro.
      Non chiedetemi come riuscì a salvarmi dalle lupare  o  crisi mistiche che mi perseguitavano  nella loro genealogia.   Michele Ferro governava tutto il pianeta trinacria  e non aveva timore di essere incarcerato poiché l’amore trionfa sempre prima o poi . E le coltivazioni dei  fichi d’india erano  un buon introito,   fatto a spese dei contadini , educati al rispetto , pagati in natura con due o tre botte nel deretano o dietro la schiena , sulla testa , sul cappello con pannocchie e grappoli di uva matura , con baci , abbracci dati con quell’ ardore  pagano , di continuare a vivere una vita aldilà del bene e del male.  Cespugli ,  interminabili di fichi d’ India dai vari colori dalle strane forme,  germogliati dalla terra , grigia ed aspra.   Il vento ,  passa   portandomi   oltre quello che si crede,  verso una giusta causa , nella  speranza di milioni , di malcapitati trascinati dalle  loro terre verso un isola che sarebbe dovuto galleggiare nel vuoto della storia.
      Purtroppo la storia di Michele Ferro era di pubblico dominio , era una storia sinusale,  truce come le cimici , sporca come l’acqua del rubinetto che scorre giallognola,  acidula un po’ ferrosa dall’ aspetto inquietante.
      Egli ,  tirava  i fili dei pupi , sordi , ciechi , storpi, cattivi e buone marionette , lusinghiere maschere di un tempo arcaico che metteva timore nell’evocarlo .
       Stiamo per arrivare a Catania.
       Il capotreno è andato in bagno.
      La signora si gratta l’ ascella  , mentre il signore nessuno avanza
      di un passo  avanti e dietro
      Il treno ritorna ,  sempre alla sua stazione d’origine.
      Siamo a Messina
      E qui che nato  il  messia ?
      Cosi dicono.
      Mi sapete dire quando ci manca per Termine Imerese ?
      Io non lo so, sono di Padova
      Io di Brescia
      La biscia e sua amica
      C’è sempre qualcuno che piscia contro vento.
      Io sono di striscia la notizia
      Lei non scende ?
      Ma ,  sono chiuso  in bagno
      Lei conosce la storia della Trinacria ?
      Certo sono un professore
      Lei uno   scienziato?
      Non mi faccia ridere
      Lei è  cosciente di quello che dice ?
      Certo che lo sono.
      Stiamo tornando indietro
      Mancano due ore per Messina
      Povero  messia
      Si metta comodo
      Mi sembra un  pallone gonfiato
      Non stiamo in una  mongolfiera
      Potremmo evitare sotterfugi
      Ma , ora  io chiamo il capotreno
      Ma questa non è  stazione spaziale
      Mi creda simo tutti extraterrestri
      Cosa da non credere
      Madonna pure il capostazione è un alieno.
      Sopra tutto lui , poiché sa    guidare  la locomotiva.  
      Mio Dio voi mi fate piangere
      E piangete tanto , ci manca poco per Messina
      Il messia , voi lo avete conosciuto ?
      Io , una volta sono stato a casa sua
      Come era simpatico , aveva i baffi all’insù.
      Che bello un messia con i baffi
      Una  signora di Modena se ne innamorò , dopo due anni  ebbe due figli . Uno usci bianco , l’altro  nero .
      Ma siete certo che il  messia fosse proprio  di Messina.
      Non avevo alcun dubbio ,   era cresciuto a Taormina.
      Che dite , signore ,  vi volete togliere davanti al finestrino
      La mascherina
      Questo c’ è la con me
      Faccio finta di essere di Mantova
      Se va  bene , tra due ore  al massimo saremo a Termini Imerese.  
      Hai mangiato ?
      Ho bevuto
      Hai fatto bene
      Che simpatico
      Ma questi fichi d’india a quanto li vendete ?
      Con le spine o senza
      Con tutta la buccia
      Con la buccia sono gratis
      Un buon prezzo.  
      Questa è la terza volta che me lo fate pesare.
      Se non vi garba chiamo il  capotreno.
      Per carità basta che arriviamo in orario ,  fate come volete.
      Il pianeta  trinacria era popolato da strani esseri alcuni venivano dai Tropici  ,  chi dal polo nord , chi dal polo sud. E poiché  non cera molto da capire molto da creare , perché la giornalista piemontese  era decisa ad incontrare il proprietario dell’isola , il signor Michele Ferro di provata fede antifascista .  Figlio di Achille Ferro , pretore a trapani , discendente diretto del bandito Giuliano. Il quale  sapeva andare in groppa  allo ciuccio con  la lupara sulle spalle per le montagne della Madonia , tenendo testa a plotoni di valorosi carabinieri  provenienti da Torino.  E le strade a quei tempi,  erano disseminati di   cadaveri ,  trucidati  dall’ ignoranza  , estensione  linguistica  tipicamente nordica chi voleva dire,  siete tutti avvertiti.  La giornalista  , voleva  incontrare Michele Ferro nelle vesti del  bandito Giuliano in qualità di luogotenente , addetto alla pubblica sicurezza. Essere  atipico  nel diverso sentire l’ennesima predica antipartitica.
      La confusione,  avrebbe  potuto degenerare in molte fasi , arrivare a false questione estetiche,  giungere a desumere che meglio scappare o trascinare in tribunale Michele Ferro e le sue  cattive compagnie  che in parte sono come le tante frottole fatte in parlamento che non si possono chiamare tali , poiché ogni comma contiene una legge,  fatta a regola d’arte per chi governa . Il discorso , sostanzialmente,  divenne,  ipocondriaco,  incentrato sulla facilità dei costumi per quanto la società dei  manigoldi perdurò per molto tempo a spese di chi  vendeva  salsicce o facesse  capriole per vivere  perché  come si dice : nu cicero nu tenne costume e non si fa ò  bagno a mare , perché tiene  paura dell’ acqua calda. E quando furono  chiamati  al processo  contro  cosa nostra, le tante vittime reali o irreali mostrarono un regolare contratto firmato e controfirmato da Michele Ferro alias il bandito giuliano .
      Voi lo conoscete a Michele Ferro
      Come no un padrone d’oro 
      Non è  cattivo  
      Per carità una brava persona
      In mezzo  alla piazza  vedete ci sta Gigino
      Chillo sta sempre là
      Ma che fa dalla mattina  alla sera
      Si conta li pili
      Come è  strano
      Siamo tutti figli di una storia
      Tenete a mente a Pasquale  
      Come no ,  l’innamorato di Margherita
      Proprio lui , quello si vendette mezzo palazzo paterno per averla
      Bontà sua
      Cosa ci vuoi fare , siamo nati per soffrire
      Io faccio  la tratta Palermo , Torino ogni giorno
      Io Messina , Termine imerese una volta al mese.
      Questa storia va cambiata
      Se lo sa don Michele non ci da la più  la sua benedizione
       Mo’ pure prete è  diventato
      A volte si , a volte no
      Comunque il paese dei fichi d’india è  un paese che si mantiene sull’ illusione  comune della storia che sostanzialmente potrebbe essere polvere di stelle o un immagine  di quella  fanciullezza che anima in genere  gli esseri umani. E si possono distinguere diversi delitti in base all’ insufficienza dei casi . Il  nostro eroe non voleva proprio sapere di diventare carne in  scatola o peggio una réclame di calzini. Il fico d’india era una parte di sé stessi , spinoso , dolce un frutto che a rigore di logica ,  detiene un primato  oserei  direi quasi deleterio,  troppo spinoso , capace di pungere,  di far male. Il fico d’ india della trinacria  non è indiano , neppure giapponese qualcuno dice fosse  originario della Mesopotamia chi dell’ Egitto.  E non c’è ragione per chiamare un uomo,  fico d’india ma l’invidia  fa  parte della nostra vita spirituale , si manifesta come un  soggetto evolutivo dell’ esistenza di  fatto che racchiude la sua storia. Un idea  matura  ,dolce , creativa  che   cinge   il capo ad un fico d’ india , la sua corona di spine.
      Tutto il pianeta  Trinacria  era una proprietà di Michele Ferro che non era cattivo e non era neppure un fico d’india , forse veniva dalla Russia ed era stato da ragazzo  dolce come una ciliegia con la buccia rosa che diceva la gente che era più buona delle ciliegie rosse . Ma lui Michele Ferro , era un dittatore , nato anche un  po’ misantropo,  un topo che abitava sotto un nido di fichi d india.  La si nascondeva ,  faceva il padrone , qualche volta cucinava fichi d’india alla brace . Molta   gente veniva  da tutte le parti dell’ universo a gustare i suoi piatti . Perfino ,  un gatto una volta  venne e divenne  tanto furbo che si mise un turbante in testa e divenne così un famoso fachiro.
      Il sogno di  Michele  era di  diventare padrone dell’universo conosciuto  . Una tentazione molto simile ad   una coda di serpente che si muove  frenetica , indisponente  nella sua potenza  , simile ad  un urlo disumano  con il quale conquistare la scena  ove  Michele Ferro con tutta la banda interpreta la  parte di vecchi farabutti.   
      Che vulvite fare , statevi accorto al  Talamone
      La gente sbigottita,  incominciò a gridare a  credere che Giunone fosse un gommone , dove tutti gli immigrati si buttavano dentro si tuffavano dal gommone per giungere tra le braccia di  Giunone.
      Mio Dio chi è  stato ad uccidere il  Talamone
      Io niente viddù  
      Come dite  oh che tragica scena
      Mi riducete ad uno straccio
      Non voglio buttarmi  a mare,  ne saltare la corsa , sono  prigioniero dei mie disturbi psichici,  sono venuto in compagnia del satiro.
       Hai portato il cane a fare la spesa
       Il cane non è mio
      Io sono di passaggio.  
      Giunone è  una vecchia signora  che si concede  a Zeus in mezzo al prato.
      Voi  che dite , avete chiamato le guardie qui c’è ercole può confermare i  miei buoni propositi. Il mare di notte è illuminato dalle stelle  come i pensieri profondi di Poseidone su  una  barca senza remi che ritorna a riva  , nel senso di marcia nella direzione opposta.
      Qui sul pianeta dei fichi d’inda in molti  sono rimasti senza Dio , solo Michele Ferro conosce la vera  storia del Talamone   che  a tavola   ama mangiare  il fegato dei suoi nemici .
      Veramente io  sono a secco con la benzina
      Siamo  in mezzo al caos
      Io sono il caos
      Noi siamo  l ‘essenza stessa della bellezza  
      Cosa ha reso tale questa  storia
      Sono stanco di viaggiare indietro nel tempo
      Non preoccuparti prima o poi ripartiamo
      Il pianeta dei fichi d’ india  è  un pianeta senza un Dio . Una terra senza solchi ,   capace di generare o  salvare il mondo  tramite la filosofia dei tragici  greci. Pertanto la chiarezza degli atti , implica una illusione certa che il pianeta dei fichi d’ india sia per meta governato da rossi e per meta neri  , qualche bianco vorrebbe avere la parte migliore ma ormai i neri non gli la danno per vinta. Cosi tutto scorre i fichi d ‘india riposano all’ombra ,  illuminati da mille raggi di sole che potrebbero bruciare la sorte di un popolo.
      La terra è  fertile  ed il pianeta dei fichi d’ india aspetta qualcuno ritorni a zapparla  .  Dopo la morte di Michele Ferro in molti si sono proposti a divenire podestà,  padrone , barone,  marchese , magistrato. Ma la morale rimane illibata , un limbo ove le donne si rifuggono  dalla lussuria sfrenata e dalla caducità del vivere. La morte di un fico d’india è  determinante per capire l’ amore ed il risvolto della conclusione espressive . Poiché chi potrebbe  governare con giustizia un pianeta di fichi che non pungono ne piangono , ma si autogestisce   a seconda delle tasse prescritte.
      L’ invasione  dei migranti , fu gestita  pochi mesi prima della fine del dittatore Michele Ferro . Tutti i suoi gregari furono messi in prigione . Chi in pigiama lesse le sue memorie , chi in mutande recitò  le gesta  di  Michele Ferro  che a molti piacque  tanto perché gli ricordava  la loro  infausta  infanzia.
      Il pianeta divenne dopo la sua morte,  un luogo ameno,  tutti erano liberi di fare quello che avrebbero sempre voluto fare,  niente dalla mattina alla sera , senza dar conto a chi ti spia dal buco della serratura o ti segue con  occhio  languido dalla finestra.
      L’ esistenza è breve ed il pianeta dei fichi d india è  una dimensione quasi fiabesca , simile alla  scoperta di se stesso. E  come essere  votato per  essere qualcosa altro che un semplice personaggio di una banale commedia umoristica.
      Le rane ed  i ciclopi in quella occasione funebre piansero  il mesto corpo  del defunto . L’ultimo atto ,  dava inizio ad un nuovo amore Rosso , rosa , azzurro,  grigio color topo che qualcuno scambiò  per fumo di Londra.
      La figura  del fico d’ india , impose  una certezza che non esiste una volontà , capace di generare  la storia di ogni singolo individuo quando questo crede in sé stesso.
      Ma voi siete certo
      Certissimo
      Non ridete  
      Chi ride.  
      Non mi volete pigliare per il sedere
      Per carità
      Come siete romantico
      E che mi sono lavato stamattina
      Con acqua di colonia
      Con acqua di rose
      Stasera facciamo  festa
      Io ieri ho visto cadere una stella cadente
      Ma era  sicuro che fosse una stella e non un fico d’ india
      Non saprei dirle
      A me sembrava una stella
      Ed io le dico che era un fico d’India.
      Dio segue il nostro cammino per dubbi e impressioni , pensieri nascosti che accendono stelle nel cielo, ci  segue pari passo nei nostri sogni , nel nostro soffrire per rime e mondi sconosciuti Attraverso dimensioni  plastiche ove immaginiamo di essere dei fichi d’india , degli indiani d’ America o di Calcutta a passeggio sulla nave che ci sta traghettando da un pianeta all’ altro,  da un continente ad un altro continente . Dove  in fine , troveremo un altro mondo ed altri fichi d’india , forse più spinosi , meno dolci . Fichi che  crescono  nella certezza di essere un giorno mangiati , poiché la vita vale quella che vale e cresce senza terra da arare,  senza rime ne amori pagati a caro prezzo. Poiché la libertà è  sempre il male minore difronte alla tirannia e all’ arroganza della razza padrone di cui appartengono i tanti Michele Ferro che vorrebbe dominare il pianeta trinacria senza creare qualcosa di buono , senza pagare  le tasse  dovute  ai lavoratori e ai picciotti della buona società.

    • A distinguersi dalle grottesche convulsioni edilizie del grumo, come io nominavo il mio paese, c'era l'obitorio, un cubo di cemento bianco armato, tutto spigoli vivi, con due finestroni che scrutavano gli astanti della piazza decidendo se entravano per restarci, ed un portone di ferro leggero che apriva la sua bocca per inghiottire noi bifolchi. Fu piazzato al centro del nostro mondo nemmeno fosse stata la cattedrale di Notre-Dame, ma nella sua bruttura cementizia ci rammentava ogni giorno che saremmo potuti diventare tutti suoi visitatori stabili in qualsiasi momento. Così, nei giorni migliori, poteva tramutarsi da cattedrale di morte a chiesa di vita. Il tempo ed io avevamo l'obitorio come comune compagno. Quel monolite di cemento ci inghiottiva tutti i giorni, con la stessa voracità con cui si mangiava le vite dei paesani. Ma comprensione che io fossi un bimbo allacciato senza attenzioni alla vita di mio padre si accese all'età di cinque anni, quando proprio entrando e uscendo dall'obitorio, cominciai a credere che quel mostro comprendesse il mio disagio e mi rigurgitasse dal suo stomaco con benevolenza.
      «Francois! Ti ho detto mille volte di togliere le mani da quella faccia!».
      «Scusa Papà. Lui non odora affatto di buono però...».
      «Eh, certo. È morto. Ma l'ho appena incipriato. Se ci metti sopra le mani, poi devo rifare tutto, devo rifare!».
      Papà mi trascinava sempre con sé, non avrebbe potuto fare altrimenti visto che perse mamma dopo che lei mi lasciò il suo posto sulla terra. Da quel momento, e per ogni attimo restante, lessi in quegli occhi poco paterni le pagine del suo intimo libro intitolato: Che diavolo sei venuto a fare al mondo?. Ma io ormai ero lì, io con lui, io con lui tutti i giorni, io con lui affamato di vita, io con lui abbracciato alla morte.

    • Reminiscenze dal futuro
       
      Non mi ricordo quando fu la prima volta che me la presentarono, non ricordo nemmeno quando fu la prima volta che la vidi e mi sorrise. Forse era accompagnata dai suoi genitori o da un suo tutore. I miei genitori ed i suoi erano soci di una delle compagnie marittime più importanti del paese, con affari ricchissimi oltreoceano. Per questo erano assenti per la maggior parte dell’anno e noi bambine dovevamo rimanere a carico di parenti, ma soprattutto di bambinaie e istitutrici. Era un mondo così lontano da quello che c’è adesso; diversi costumi, una diversa sensibilità. Irena ed io passavamo la maggior parte della giornata in uno studio decorato con tappeti persiani e alte librerie di mogano alle pareti, piene di volumi antichi, soprattutto romanzi di cavalleria e libri di storia. Le altre stanze erano tutte arredate con antichi mobili in legno pregiato, arazzi alle pareti e quadri di rinomati artisti.
       
      Nel nostro studio passavamo le giornate a imparare con l’aiuto della nostra istitutrice e ricevevamo la visita dei nostri parenti e amici, e talvolta dei curatori d’affari delle nostre famiglie.
      I genitori d’Irena avevano preferito che vivessimo insieme. La loro casa, un castello in mezzo alle colline, era un luogo che aveva bisogno di considerevoli riparazioni e le fonti d’acqua intorno erano insalubri per cui bisognava costruire dei pozzi adeguati. Io fui molto contenta di averla come compagna. Irena aveva i capelli biondi e lunghi, raccolti all’indietro con un nastro rosso. Di solito vestiva di bianco; vestito bianco, calze bianche e scarpe in raso bianco. La sua pelle era pallida come l’avorio, i suoi occhi di un azzurro cielo, belle labbra rosa completavano il quadro. Era una bellezza delicata, una fanciulla che sembrava scaturita da qualche antica fiaba. Io, invece, avevo capelli lunghi e scuri, occhi verdi come quelli di mia madre, e mi piaceva vestire di velluto rosso nei mesi invernali.
       
      Il tempo passava e la nostra amicizia crebbe immensamente. Siccome di rado ci separavamo, eravamo le migliori amiche possibili e non potevamo esimerci dal pensare a noi e al nostro legame come a qualcosa d’insolito e sorprendente. Mi sembrava di vederla in ogni albero, in ogni piccolo uccello che scorgevo dalle alte finestre delle nostre stanze. Perfino nell’aria fuori e nella soave brezza estiva individuavo la sua impronta, qualcosa di dolce, tenue e fatato.
       
      C’era un parco di fronte alla villa nella quale vivevamo. C’era anche una strada in mezzo al verde che conduceva alla nostra casa e vedevamo di frequente le carrozze passare, portando qualche invitato o qualche messaggero con importanti notizie d’oltremare. Dalla finestra dello studio potevamo guardare quel posto con sguardo trepidante perché era da lì che ci arrivavano novità dal mondo.
       
      Un giorno d’inverno, quando Irena stava per compiere tredici anni, eravamo rimaste da sole nella stanza mentre una delle domestiche era andata nelle cantine per prendere della legna da ardere. Faceva ormai molto freddo, e fuori candidi fiochi di neve cadevano senza sosta fino a formare un fine mantello tutt’intorno. All’improvviso sentimmo un suono, come un becchettare contro i vetri della nostra finestra. Senza pensarci troppo mi avvicinai e vidi che fuori c’era un piccolo uccello bianco come la neve, gli occhi piccoli e neri come l’onice. Mi fece pena. Magari ha freddo, riflettei. Senza pensarci due volte aprii la finestra ed esso entrò subito volando e finì per posarsi su uno scaffale. Non avevo mai visto un uccello simile in tutta la mia vita. E pensare che di solito mi piacevano i libri di zoologia e pensavo di conoscere ogni razza d’uccello del nostro paese e della nostra regione. Ma uno così candido, con un becco così lustro e arancione, non lo avevo mai visto. Era più piccolo di una colomba e aveva uno sguardo che denotava qualcosa di simile all’intelligenza in termini umani.
       
      Aveva le piume bagnate, ma indietreggiò spaventato quando mi avvicinai per asciugarlo con il mio fazzoletto. Si mise a pigolare come un pulcino, ma non lo era di sicuro.
      Irena seguiva la scena da una certa distanza, quasi non ci credesse a quello che vedeva.
       
      “Iris,” mi disse, “io ho visto quest’uccello in un sogno giusto ieri notte.”
       
      “Davvero? Come mai non me ne hai parlato? Di solito mi racconti tutto.”
       
      “Non te ne ho parlato perché le immagini di questo sogno erano alquanto confuse. Ma appena ho visto questo… essere, me ne sono ricordata subito.”
       
      “Perché lo chiami ‘essere’?” chiesi con curiosità. “Si tratta solo di un povero animaletto smarrito.”
       
      Irena mi fissò con quei suoi occhi azzurri carichi di mistero e mi rispose:
       
      “Non è un essere di questo mondo ma di un altro. Quando si sarà asciugato dobbiamo farlo andare via.”
       
      “E se volesse rimanere con noi? Possiamo prendergli una gabbia e chiedere ai domestici di lasciarcelo tenere.”
       
      “Una creatura magica come quella non vorrà mai rimanere prigioniera, ne sono certa.”
       
      “Come fai ad essere sicura che sia magica? Perché l’hai vista in sogno?”
       
      “Sì,” mi rispose con tranquillità, mentre continuava a fissare di tanto in tanto l’uccellino che si sistemava le penne con il becco.
       
      All’improvviso sentimmo la porta che si apriva ed entrò Eugenia, la cameriera. Essa aveva il grembiule bianco sporco di carbone e portava della legna da ardere tra le braccia. Si lamentò.
       
      “Speriamo che questa legna non sia umida altrimenti ci riempirà la stanza di fumo. C’era un gran casino in quella cantina.”
       
      Con la coda dell’occhio vidi che l’uccellino, lesto, si era nascosto dietro ad un busto di uno dei miei avi che si trovava sullo scaffale. Eugenia non notò nulla di strano e si mise di buona volontà ad accendere il fuoco nel camino. Ci mise anche un po’ di foglie secche e accese il tutto con l’aiuto del lume di una lampada ad olio che aveva a portata di mano.
       
      Noi seguimmo attentamente il processo e quando la ragazza finì, si sistemò il grembiule alla buona e prima di ritirarsi, chiese se non volevamo della cioccolata calda. Noi due annuimmo e Eugenia, con uno stanco sorriso, sparì dietro la porta.
       
      C’era un tavolino di legno che di solito usavamo per le nostre merende nello studio. Lo sistemammo alla svelta per quando la domestica tornasse portandoci le tazze di cioccolata appena promesse e alcuni biscotti. Avvicinammo due sedie al tavolino.
       
      L’uccellino, quando sentì andare via la cameriera, mise il becco fuori da dietro il busto dell’illustre antenato. Era strano, anche se non aveva alcuna espressione discernibile, era come se fosse sollevato e contento. Mi sembrò curioso interpretare il comportamento dell’animale come se avesse un significato emozionale tipico di noi esseri razionali.
       
      Irena, qualche volta, gli lanciava qualche occhiata di circospezione.
       
      Ad un certo punto l’uccellino si appollaiò e chiuse gli occhi. Poco dopo Eugenia tornò e bussò sommessamente alla porta. Irena, lesta, le aprì e il nostro pennuto amico si nascose di corsa dietro il busto.
       
      La donna si era cambiata il grembiule e adesso ne indossava un altro, bianchissimo. Con cautela mise il vassoio sul tavolino. Noi la seguivamo con lo sguardo. Mise le tazze di cioccolata fumante sui piattini e in mezzo al tavolo ci mise un piatto carico di biscotti alla cannella e zenzero. Noi fissammo estasiate tutto quello che era stato preparato per noi e per il nostro godimento. Subito dopo Eugenia si scusò, dicendo che aveva altro da sistemare e di chiamarla quando avessimo finito. 
       
      Noi ci mettemmo a merendare di buona lena e l’uccellino poco a poco, uscì dal suo nascondiglio. Notai che ci guardava con interesse, di tanto in tanto muovendo la testa ai lati di scatto, quasi fosse divertito. Aveva gli occhi particolarmente brillanti.
       
      Una volta finito il tutto, Irena si alzò e si avvicinò al nostro amico lentamente. Questo la guardò senza paura mentre essa gli andava incontro.
       
      “Irena,” dissi, “perché stai andando verso di lui? Non ne eri preoccupata?”
       
      “Sì,” mi rispose, “ma ho sentito che mi chiamava per nome.”
       
      Aprii gli occhi grandi dalla sorpresa.
       
      “Io, non ho sentito niente. Ne sei proprio sicura?”
       
      “Certo che ne sono sicura. Ti ho già detto che non si tratta di un animale comune.”
       
      Qualche volta, durante le lezioni, avevo già notato che Irena aveva la tendenza a distrarsi e impensierirsi anche nel pieno delle spiegazioni, una cosa che aveva suscitato più volte la preoccupazione, o meglio, l’irritazione della nostra istitutrice. A volte mi aveva confidato idee alquanto bizzarre; come il fatto di essere in comunicazione con il fantasma di un suo antenato o di poter presagire quando ci stavano per arrivare lettere dai nostri genitori. Quest’ultimo fatto si avverava quasi puntualmente, anche se io in genere consideravo il tutto un frutto del caso, una fortuna.
       
      Notai che l’uccellino si era appollaiato di nuovo e sembrava oltremodo tranquillo mentre Irena con un dito gli accarezzava la testa soavemente. Esso sembrava fidarsi di lei.
       
      “Lui sa comunicare con la mente,” mi disse. “Anche se in molti non sarebbero in grado d’interpretare le sue parole… perché non sono tanto parole, ma visioni. Sono immagini di verdi foreste e laghi cristallini, il posto magico da dove lui proviene. Vuole che gli apriamo la finestra per lasciarlo andare via. C’è un varco verso il suo mondo proprio nei dintorni, nell’incavo del tronco di un vecchio albero nodoso.”
       
      Io seguii il suo discorso non più sorpresa dalla stranezza delle sue idee alle quali ero ormai abituata. Mi alzai dal tavolo per andare ad aprire la finestra. C’era un po’ di vento e alcuni fiocchi di neve entrarono e caddero, bagnando il pavimento in legno e i tappeti pregiati.
       
      L’uccellino bianco si preparò per spiegare il volo e in men che non si dica era già andato via dalla stanza. Le sue ali sembravano quasi d’argento e cristallo mentre volava, era una creatura divina senz’altro.
       
      Entrambe lo vedemmo allontanarsi all’orizzonte fino a scomparire.
       
      “Non so perché, ma credo che mi mancherà, nonostante ci conoscessimo appena,” dissi.
       
      “Non devi,” mi rispose Irena. Mi ha promesso una cosa perché lo lasciassimo libero.”
       
      La fissai con curiosità.
       
      “Di che si tratta?”
       
      “Questa notte riceveremo una rivelazione nel sonno. Entrambe sogneremo la stessa cosa. Lui mi ha detto che era importante.”
       
      Quel giorno aspettai che arrivasse il momento di andare a dormire con trepidazione. Dormivamo in stanze separate, ornate di lunghi tendaggi alle finestre e letti a baldacchino di antica foggia. La cameriera era in procinto di andare via dalla mia camera dopo avere sistemato lo scaldaletto. Mi lasciò la lampada ad olio sopra il comodino ricordandomi che dovevo spegnerla prima di addormentarmi. Se ne andò via dopo avermi sistemato le coperte e darmi la buonanotte.
       
      Quando sentii che c’era quiete tutt’intorno, mi alzai, e portando con me la lampada ad olio mi avviai lungo il silenzioso corridoio dove si trovavano la mia stanza e la stanza d’Irena. Quando arrivai di fronte alla sua porta vidi che da sotto proveniva una luce chiara e fluttuante. Anche lei era sveglia. Suonai tre volte, tre colpi leggeri, come eravamo d’accordo fare quando volevamo rimanere per un po’ sveglie in compagnia l’una dell’altra, prima di metterci a dormire. Lei mi aprì la porta lentamente per non fare rumore. La seguii nel suo letto, di solito rimanevamo lì a scaldarci a vicenda, abbracciate il più delle volte, soprattutto quando faceva freddo.
       
      Irena indossava una lunga camicia da notte bianca ornata di nastri di seta. Portava calze fino alla coscia perché soffriva il freddo. Di solito si spazzolava ed intrecciava i capelli prima di andare a dormire. Io portavo una camicia da notte morbida color rosa e avevo solo calze al ginocchio molto leggere, infatti ero un po’ infreddolita in quel momento.
       
      Ci accomodammo tutte e due sul letto, e la mia amica mi coprì amorevolmente con le sue pesanti coperte. Sentii il tepore dello scaldaletto vicino ai miei piedi. Rimanemmo per un po’ abbracciate senza dirci una parola, sentivo il suo tiepido respiro sul mio collo. A volte intrecciavo le mie gambe alle sue per scaldarmi meglio ma quella volta non lo feci. Pensai che ormai eravamo troppo cresciute per quelle effusioni infantili. Io ormai avevo dodici anni e lei ne stava per compiere tredici.
       
      “Credi che le cameriere se ne renderanno conto se rimango qui fino al mattino? Siccome dobbiamo sognare le stesse cose, secondo le previsioni di quell’essere magico, preferisco rimanere qui con te.”
       
      “Non credo che dicano niente ma sarebbe meglio che tu tornassi a dormire nella tua stanza prima che sia giorno.”
       
      “Non so se riuscirò a svegliarmi in tempo,” risposi.
       
      Lei rise sommessamente, il suo riso aveva sempre avuto un’incantevole e dolce cadenza.
       
      “A volte riesco a svegliarmi prima dell’alba. Se capita questa volta, prometto di destarti perché tu possa tornare nella tua stanza.”
       
      Mi baciò sulla fronte e dopo si girò per spegnere la sua lampada ad olio che giaceva sul suo comodino.
       
      Io chiusi gli occhi e cercai di rilassarmi in attesa che il sonno arrivasse presto e in sordina come era sempre successo. Dal lato del mio letto sentivo il respiro d’Irena che si faceva sempre più lento e rilassato. Io mi misi sul fianco e accomodai il mio cuscino sotto il mio collo per stare più confortevole. Arrivarono le prime avvisaglie di sonno sotto forma di suoni sussurrati, era il soffio del vento gelido fuori che la mia mente trasformava a suo piacimento, mi capitava spesso quando ero nel dormiveglia. Poi questi suoni iniziarono lentamente a sembrare le note di un pianoforte. Il suono si trasformò in melodia ed io ero in una grande sala e sentivo delle persone parlare intorno. C’era una lunga tavola imbandita con tante leccornie con in mezzo un grande recipiente in porcellana pieno di punch. L’aria profumava di limone e cannella, rosa e garofani. Io avevo un vestito grigio perla e scarpe da ballo ai piedi, in mano avevo un ventaglio di piume. All’improvviso vidi una giovane donna vestita di bianco, il suo vestito era fatto di seta e pizzo finissimo. Era una creatura bellissima, la pelle d’avorio, i capelli biondi acconciati in alto con ornamenti fatti di fiori minuscoli. Era Irena, ma non quella che conoscevo ma una ragazza di circa vent’anni. Le andai vicino e vidi che eravamo quasi alte uguali. Un grande specchio ovale in un angolo mi rimandò l’immagine di una giovane bruna, dalla carnagione chiara, labbra di un naturale rosa acceso, elegantemente vestita. Mossi il ventaglio per essere sicura che fossi io. Potevo vedere il sole tramontare in quel momento dalle lunghe finestre, i candelabri con le candele accese erano in ogni dove. C’era anche un lampadario di cristallo anche esso corredato di tante candele che irradiavano una luce soffusa e spettacolare.
       
      Sentivo la gente intorno parlare. C’erano tanti giovani, uomini alti e belli, elegantemente vestiti. Io ballai con uno di loro e vidi che Irena ballava con un altro che ad un certo punto avvicinò le sue labbra al suo orecchio per sussurrale qualcosa. Io seguivo la scena provando uno strano sentimento. Sentivo che il mio compagno mi parlava ma non riuscivo a seguire il suo discorso.
       
      All’improvviso la musica si fermò e la stanza rimase in penombra. Dalla finestra scorgevo un roccioso e grigio paesaggio. C’erano anche delle colline in lontananza. Guardai fuori dalla finestra e vidi i mattoni in pietra con cui era costruito quel castello. Era forse la dimora d’Irena.
       
      Mi girai quando sentii un rumore di pianto sommesso e vidi la mia unica amica, sempre vestita di bianco, con gli occhi arrossati mentre mi diceva: “Iris, che devo fare? I miei genitori hanno combinato il mio matrimonio con un illustre nobiluomo della regione. Io non so come sottrarmici. Non posso inventarmi delle scuse, ma anche se lui è una persona gentilissima, l’unica cosa che so è che non voglio diventare sua moglie. Cosa dovrei fare?”
       
      E la verità che fino a quel momento avevo negato a me stessa mi colpì come una sferzata di vento impetuoso. Lei si era avvicinata a me tendendomi le braccia, come se cercasse consolazione e io l’avevo abbracciata senza remore. Mi sentivo sciogliere al contatto con il suo corpo tiepido. Sentii le sue tempie pulsare con forza quando accarezzai le sue guance e i suoi capelli che profumavano di fiori delicati. Asciugai le sue lacrime con le mie stesse dita.
       
      “Magari possiamo trovare un modo di rimanere insieme,” dissi.
       
      “Il mio futuro marito ha affari oltreoceano e andremo a vivere là una volta sposati… non potremo rivederci mai più.”
       
      “Posso sempre fare un viaggio e trovare il modo per vederti, non voglio che tu ti senta sola, così lontana da tutti coloro che ti sono cari.”
       
      Lei mi fissò coi suoi occhi tristi.
       
      “Non te lo volevo dire per non farti soffrire, ma ho sentito i miei genitori parlare dei tuoi e del matrimonio che stanno combinando per te.”
       
      La notizia mi trafisse come un bagno in acqua gelida. All’improvviso sentii di stare cadendo in un pozzo profondo, un abisso per la mia anima e il mio amore. Non potevo permetterlo, ma non avrei neanche saputo come oppormici, proprio come lei. Era quello alla fine il destino di ogni donna. Di fronte a questa consapevolezza non potei evitare che lacrime inondassero i miei occhi anche se non volevo aggiungere il mio dolore al suo, già così grande.
       
      La tenni stretta mentre mormoravo al suo orecchio frasi di consolazione perché anch’io cercavo di consolarmi con le mie stesse parole.
       
      La stanza scomparve all’improvviso e mi ritrovai in un posto sconosciuto. Sembrava uno studio arredato con mobili in legno d’antica foggia, c’erano dei dipinti raffiguranti paesaggi alle pareti e da una finestra si poteva scorgere l’azzurro del mare lontano.
       
      Una donna anziana coi capelli raccolti e coperta con una mantellina di pizzo scriveva su un foglio di carta; c’era un calamaio con dell’inchiostro dove lei intingeva la piuma ogni tanto. Non la riconobbi all’inizio ma poi la guardai negli occhi e seppi che non poteva essere nessun’altra donna al mondo tranne Irena. Essa scriveva senza sosta. La vidi finire di scrivere sopra uno dei fogli di carta e poi alzandosi piano, andare a prendere una piccola bottiglia di vetro che c’era sopra il ripiano di un armadietto vicino. La vedevo arrotolare il foglio e ficcarlo dentro la bottiglia che dopo chiudeva con un tappo di sughero. C’erano già altre due bottiglie pronte con altrettanti fogli dentro, sullo stesso ripiano.
       
      La vidi fissare il mare dalla finestra con un’espressione triste e rassegnata. Ad un certo punto prese le bottiglie sistemate in fila con cura, per metterle dentro ad un cestino. Il sole tramontava all’orizzonte ed essa camminò fino alla spiaggia e si addentrò in acqua dopo essersi tolta le scarpe. C’era una piccola imbarcazione con dei remi che lei usò per addentrarsi in mare. Era già abbastanza lontana dalla battigia quando fece il gesto di far cadere il prezioso contenuto del cestino in mare aperto. La notte appena arrivata era serena e illuminata dalla luna.
       
      Prima di gettare le bottiglie in acqua, Irena le rompeva contro la prua della barca, così che non potessero tornare a riva, e i fogli si bagnavano rendendo incomprensibili le parole in essi scritte. Era come se si trattasse di un rito al quale era abituata.
       
      Per un attimo fissò la luna all’orizzonte, mentre su uno dei fogli che lentamente si intrideva d’acqua, si potevano leggere frammenti di frasi sbiadite.
       
      Ti ho amata, solo Dio sa quanto ti ho amata e ho pregato per te sotto la luna, una notte dopo l’altra fino all’infinito.
       
      Un giorno sulla tua tomba porterò i più bei fiori che troverò, rose rosse, cariche di profumo, per omaggiare la tua persona e l’amore che ho provato per te.
       
      Non dubitare, sei sempre stata amata più di ogni altra cosa al mondo, più della mia stessa vita e della famiglia che mi è stata imposta. Ho adempiuto al mio dovere, ma il mio cuore e la mia anima sono sempre stati legati a te e al tuo ricordo.
       
      Vedevo lacrime d’argento sul suo viso, invecchiato ma ancora così bello… ma capii, da questa visione del futuro, che io sarei morta prima di lei.
       
      Mi misi a pregare, una supplica non diretta al dio dei cristiani, ma alla creatura magica che aveva permesso tutte queste visioni. Volevo che mi ascoltasse e mi salvasse, anzi, ci salvasse da quell’incubo di vita che nessuna delle due avrebbe mai voluto.
       
      “Voglio rimanere insieme a lei,” supplicai, “sono disposta a pagare qualsiasi prezzo. Ti prego, ascoltami.”
       
      Mi ritrovai in una stanza oscura del castello d’Irena, solo la luce della luna illuminava d’argento il pavimento e ricopriva il tutto di un bagliore quasi soprannaturale. All’improvviso lo vidi arrivare, in volo, entrando dalla finestra spalancata. Il piccolo uccello si fermò a terra ma nell’istante in cui chiuse le ali, si trasformò in un bel giovane vestito di bianco, con ali simili a quelle degli angeli. Aveva un aspetto delicato e quasi femmineo, grandi occhi neri e capelli rossi. Era bellissimo.
       
      “Per favore,” gli chiesi, “puoi fare qualcosa per noi? Non voglio vivere di rimpianti tutti i giorni della mia vita come è accaduto a Irena. Voglio avere una vita vera, insieme a lei. Aiutaci, se puoi.”
       
      La divina creatura mi posò una delle sue bianche mani sulla spalla mentre ero inginocchiata di fronte a lui, le mani raccolte sul grembo e la testa china.
       
      “C’è solo una cosa che posso fare per voi, ma va contro le leggi naturali di questo mondo.”
       
      “Qualsiasi cosa è meglio del destino che di sicuro avremo restando qui.”
       
      “Allora dovete attraversare insieme a me il varco verso il mio mondo da dove potete rinascere in un mondo del futuro molto diverso da questo. Saresti disposta a lasciare il corpo che adesso possiedi qui? Perché solo il tuo spirito può attraversare la mia magica porta.”
       
      Sollevai lo sguardo per guardarlo dritto negli occhi.
       
      “Lo voglio,” esclamai senza il minimo dubbio.
       
      “Ricorda che deve essere d’accordo anche Irena.”
       
      “Puoi metterti in contatto con lei ed interpellarla? Io la posso solo vedere, ma non so se mi ascolta.”
       
      “In realtà questa è una visione, o meglio, un sogno condiviso. Irena, in particolare, può ascoltare ciò che dici e provare i tuoi stessi sentimenti. Non c’è alcun mistero ai suoi occhi.”
       
      In quel momento vidi un raggio di luce viva attraversare la notte fuori e le stelle in cielo si illuminarono come diamanti purissimi. Rimasi estasiata per un attimo davanti a quello spettacolo così fantastico e unico.
       
      “Cosa sta succedendo?” domandai.
       
      “Quel fenomeno che hai appena visto fuori era la sua risposta,” mi disse la creatura. “Anche lei vuole andare via di qui insieme a te.”
       
      “Cosa facciamo adesso?”
       
      Lui mi guardò in maniera gentile, mi fece alzare e dopo mise un piccolo oggetto sul palmo della mia mano, e chiuse le mie dita sopra di esso.
       
      “Chiudi gli occhi,” mormorò
       
      **
      Ero da poco arrivata nel dormitorio dell’università di cui avevo ricevuto una borsa di studio. Per prima cosa aprii le valigie che avevo messo sul letto a una piazza a mia disposizione insieme ad altri mobili essenziali: un armadio, una scrivania e un comodino. Svuotai e accomodai il contenuto nell’armadio, non avevo tanta roba. Dopo essermi riposata un po’ e aver fatto una doccia veloce, scesi al piano di sotto dove si trovava l’area mensa. Questa era una lunga sala con molti tavoli rotondi disposti in fila corredati da quattro sedie ciascuno. Nel mezzo si trovava un tavolo lungo con un forno a microonde e un angolo per i condimenti. Avevo una tessera nella quale avevo caricato precedentemente del denaro e anche un paio di carte di credito che mi avevano dato i miei genitori. Mi misi a mangiare un panino davanti ad un tavolo vuoto, e vidi gli studenti che già si conoscevano che si radunavano in piccoli gruppi intorno. Uno di loro mi fece un gesto e dopo fece un cenno agli altri compagni del suo gruppo. Una delle studentesse si avvicinò a me per fare un po’ di chiacchiere di circostanza, e in maniera molto gentile mi fece capire l’andamento del posto e tutta l’informazione che potevo reperire tramite la segreteria. Mi fece ricordare che mi servivano anche i libri di testo scaricabili che si trovavano accedendo tramite un link con una password rilasciata dal personale addetto, sempre in segreteria. Siccome era già sera, avrei dovuto aspettare fino al giorno seguente per sistemare tutto.
       
      Il giorno dopo mi svegliai presto per andare in segreteria e presso altri uffici per reperire tutta l’informazione e il materiale occorrente per iniziare le lezioni già il giorno seguente. Mi ero messa un paio di jeans e una camicia bianca. Una volta svolti tutti i miei giri, andai in mensa per pranzare. Al mattino mi ero arrangiata prendendo un po’ di caffè e una fetta di torta in uno dei chioschi che c’erano nel campus a disposizione degli studenti. Ricevetti pure una chiamata dei miei genitori che mi chiesero come stavo.
       
      A pranzo mi ritrovai con la stessa ragazza del giorno prima, si chiamava Sarah ed era allo stesso tavolo in compagnia di una ragazza bruna, dal fisico slanciato, vestita in maniera molto sportiva. Sarah, invece, indossava jeans alla moda e una camicetta rosa col pizzo, portava orecchini dorati e aveva i capelli biondi raccolti in una coda di cavallo. Parlando del più e del meno, lei mi disse che aveva un biglietto per il museo di storia naturale del posto, lo aveva acquistato online, ma non poteva più andarci perché aveva già fatto altri piani.
       
      “Se ne può usufruire solo oggi,” mi disse, “perché è inclusa una visita al centro delle farfalle e al padiglione di entomologia. Purtroppo ho un sacco di cose da fare e non ho ancora neppure scaricato i libri di testo.”
       
      Io accettai l’improvviso regalo e mi preparai quel pomeriggio per andarci. Misi nel mio dispositivo l’indirizzo del museo, e dopo presi la metropolitana ed un autobus per arrivarci. Da fuori vidi l’edificio in stile Art Nouveau corredato da un duomo in vetro dove, pensai, si trovasse il recinto delle farfalle di cui Sarah mi aveva parlato. 
       
      Visitai il posto, fermandomi nella sezione minerali, con l’esposizione di tanti gioielli d’epoca che tanto m’interessavano. Comprai un paio di cataloghi e due souvenir da uno dei negozi che si trovavano all’interno. Una volta fatto questo mi diressi nel luogo dove si trovavano le farfalle.
       
      C’era una grande cascata in mezzo, e tutto intorno c’erano pareti in vetro disposte a cerchio su tre piani. Il posto era stato costruito e curato il più possibile per somigliare alla foresta pluviale dalla quale provenivano le farfalle. C’era una rigogliosa vegetazione e l’aria era mantenuta ad una determinata umidità costante grazie ad un sofisticato meccanismo.
       
      Io guardavo la cascata con diletto da dietro il vetro. Se andavo al piano di sotto, avrei potuto apprezzarla in tutto il suo splendore, ma decisi di rimanere dove ero ad osservare una bellissima farfalla gialla che mi volava intorno. Sorrisi con la gioia nel cuore, mi piaceva così tanto quel posto, pieno di quelle delicate creature così colorate. All’improvviso vidi uno sciame di farfalle azzurre volare intorno ad un albero esotico dai frutti rossi e succosi. Forse erano particolarmente golose del succo di quei frutti, pensai. Le loro ali erano di un blu intenso dai riflessi metallici, sembravano esseri magici. Ad ogni modo un improvviso pensiero mi sfiorò ed ebbi come la sensazione di avere visto quello spettacolo da qualche parte. Forse risaliva a qualche ricordo infantile perso nella notte dei tempi, e pensai che non poteva essere altrimenti perché mi accorsi di conoscere bene quel particolare tipo di farfalla.
       
      Poco dopo il piccolo sciame finì il suo compito e si sciolse, e mentre le guardavo andar via, mi sorse davanti una figura che non avevo notato prima. C’era una ragazza che guardava dall’altro lato del vetro, proprio di fronte a me, nel lato opposto della cascata. Essa era bionda, molto bella e vestita interamente di bianco: un vestito primaverile con le mezze maniche e ballerine bianche ai piedi. Mi sembrava proprio di conoscerla anche se non capivo come né quando l’avessi vista, anche se dentro di me ero sicura che quel fatto fosse veramente accaduto. Ripensai alle mie compagne di scuola, alle feste del liceo, alle mie prime amiche d’infanzia, e non riuscivo a trovare l’origine di quel ricordo da nessuna parte. Notai che anche lei mi fissava con un’espressione stupita prima di toccarsi istintivamente il petto dove aveva una collana con un ciondolo blu di cristallo. Era un ciondolo a forma di farfalla.
       
      Chiusi gli occhi un attimo ed ebbi la chiara visione di una mano dalle lunghe dita che mi metteva un oggetto identico sul mio palmo aperto. Era forse una fantasia scaturita da un momento già vissuto? O solo un sogno che non ricordavo di avere avuto mai? Sembrava così lucido e puro come se fosse veramente accaduto un giorno forse lontano, perduto tra le maree della mia storia.
       
      Aprii gli occhi e vidi che il luogo sembrava essersi fermato nel tempo, i visitanti erano rimasti immobili come colti da un silenzioso sortilegio. Un secondo dopo scomparvero come tante ombre sotto una luce scintillante che apparve improvvisa per spazzare via tutto. Tutto svanì, come inghiottito dalla notte, tranne un corridoio dove all’altro estremo, ancora sconcertata, c’era quella ragazza bionda. La visione del mio destino si fece chiara e dominò ogni angolo di quel paradiso scaturito dall’apparente nulla. La vegetazione dalla bellezza esuberante adesso cresceva in ogni dove e il corridoio era adesso un sentiero di terra e sabbia bianca. Le farfalle liberate da ogni recinto e costrizione volavano intorno, selvagge nella loro abbagliante ed eterna grazia. Lo spettacolo mi fece ricordare che c’era in quel mondo una divinità dalle ancestrali origini che vegliava su di me, anzi vegliava su di noi. Un essere dalle bianche ali, divino e potente.
       
      In mezzo allo spettacolo delle farfalle azzurre, circondata da esse, c’era quella ragazza il cui nome non avrei mai potuto dimenticare, e lo sapevo perché lei era più sacra per me della mia stessa vita. Era Irena.
       
      Per sempre Irena, la fine e l’inizio della vita, la fine e l’inizio dell’amore. Feci solo in tempo a mormorare, mentre lei si avvicinava a me:
       
      “Ti prego, resta con me, ora e sempre, negli anni a venire e che questa visione d’amore non sparisca mai.”
       
      Fine

    • All'inizio di questo trattatello su enrico VIII ho scritto che forse questo monarca era affetto da una strana perversione sessuale: una donna lo eccitava solo se era sua moglie, contrariamente alla consolidata e ricercata pratica dell'evasione extraconiugale, molto in voga tra i maschietti anche allora.
      Era chiaramente una battutina scherzosa ma, a ben pensarci, ispirata proprio da questo quinto matrimonio con caterina howard. Ancora oggi appaiono infatti alquanto nebulosi e oscuri i motivi per cui il Re volle sposarsela.
      Si dice fosse una ragazza procace e molto attraente, ma appare  comunque alquanto inspiegabile  l'opportunità del matrimonio, perchè caterina non era di certo il tipo di donna che bisognasse sposare per goderne le grazie, specie per un re.
      Ognuno nasce coi suoi talenti e le sue inclinazioni, diciamo che caterina era nata più con quelle di amante che quelle di moglie, con gli annessi obblighi di fedeltà e moralità di comportamento.
      Caterina tuttavia non era una donna  lasciva o immorale ma solo poco accorta e alquanto ingenua. In fondo era giovanissima, solo 19 anni, e alquanto lontana da quella ambizione furba e maliziosa delle cortigiane.
      Di famiglia molto nobile,  aveva però avuta un'infanzia assai povera a causa dei rovesci di fortuna di un padre poco avveduto nell'aministrazione del proprio patrimonio. Tant'è che non aveva nemmeno potuto provvedere per la figlia a un'istruzione consona al suo rango.
      Questa sua indole disinvolta e alquanto irriflessiva non tardò a farla trovare ben presto nei guai.
      Accettò di buon grado di sposare il re ( e chi non lo avrebbe fatto?), senza però mai immedesimarsi davvero nel ruolo di regina, cioè nel capire completamente – insieme ai privilegi – quali obblichi e costrizioni tale ruolo avrebbe comportato. Era, e restò fino alla fine, una ragazza disinvolta e spensierata, molto incline agli svaghi e ai divertimenti di corte, una natura, tutto sommato, consona alla sua età e alla sua indole.
      Non riuscì nemmeno a capire che, in quanto regina, non era più una comune mortale, a cui erano concesse le comuni passioni di un cuore giovane e romantico. A una regina, infatti, non era concesso di innamorarsi di nessuno, perchè i destini di un popolo e di una nazione non potevano essere in balia di un romantico cuore femminile.
      E infatti si innamorò, di un certo Culpepper, un gentiluomo di corte ricco e affascinante, il tipico belloccio sciupafemmine frivolo e vanesio , un tipo d’uomo per cui le donne son sempre andate matte.
      Tale passione le fu fatale, perché divenne – sempre grazie alla scarsa prudenza di caterina – di dominio pubblico e non poteva restare senza conseguenze.
      Fu condannata al patibolo, una condanna che oggi appare drastica ed eccessiva, ma non bisogna dimenticare che era pur sempre una regina e  - in quanto tale – soggetta ad una scala di valori diversa rispetto alle comuni mortali. ( se si dovesse punire sempre con la decapitazione l'adulterio, della popolazione mondiale, sia maschile che femminile, resterebbe una ben scarsa rappresentanza)
      Intanto il re, mentre caterina andava incontro al suo triste destino si era, come sempre, già invaghito di un'altra donna – tale Caterina Parr – la quale – una volta tanto impersonava un tipo femminile molto adatto  a lui, intelligente, colta, raffinata e.... soprattutto fedele. Il problema vero non era più la regina, ma il re, che – ormai vecchio e completamente in sfacelo fisico – non poteva nemmeno più assolvere decentemente ai suoi obblighi coniugali.
      E infatti di lì a poco defunse, facendo di caterina parr l'unica delle sue mogli a potersi fregiare di una non ricercata vedovanza .
      Alla fine dell'intricata storia, cosa dire di Enrico VIII° e delle sue tribolate vicende matrimoniali?
      Come re non fu un granchè, e l'unico motivo per cui è passato alla storia risiede proprio in questa sua spiccata attitudine al matrimonio: c'è da dire però, ad onor del vero, che non fu nemmeno quel despota crudele e sanguinario come alcuni storici vanno sostenendo.
      Diciamo che fu più che altro vittima della sua fissazione verso un erede maschio, e dei suoi sogni di gloria. L'erede maschio fu talmente un'idea fissa che anche quando l'ebbe avuto, brigò e si risposò altre tre volte per averne un'altro.
      Cosa che ebbe come  unico effetto di esporlo ulteriormente al dileggio della pubblica opinione,  creandogli una fama di orco che forse non meritava del tutto.
      Ma tant' è, ognuno, come si è detto, è schiavo delle proprie vocazioni naturali: c'è chi sogna e ambisce a restare scapolo tutta la vita.
      Enrico invece incarnò la figura del marito.
      De gustibus.
       
       (fine)
       

    • Questo quarto matrimonio di enrico VIII°, quello con Anna di Cleves fu, per certi versi, il più curioso dei sei: si potrebbe definirlo una vera e propria farsa, non priva di risvolti anche un po' comici.
      Intanto fu quello che durò meno (circa sei mesi) e sotto un certo aspetto è come se non fosse mai avvenuto, in quanto, a detta del re, mai consumato.
      Diciamo che enrico, come avviene quasi sempre  per i bidoni, se l'era anche un po' cercata: difficile infatti pensare che un matrimonio nato sulla base di un' immagine vista solo su un ritratto possa riuscire bene..
      Quando anna approdò alle coste inglesi, enrico, non si sa se spinto dall'impazienza di vedere la futura sposa o se per una sorta di cattivo presentimento, fu assalito da una fretta incontenibile di vedere la futura sposa.
      E cosi non aspettò che gliela portassero a corte, ma le andò incontro egli stesso, con alcuni cortigiani
      Sembra che l'incontro sia stato tutt'altro che felice e romantico.
      Anna , poverina, non aveva niente che potesse piacere al re: era bruttina, leggermente goffa, completamente priva di un'educazione degna di una futura regina, e oltretutto molto ignorante: non solo non conosceva una sola parola d'inglese, ma non parlava neppure un corretto tedesco, se non  una specie di dialetto sassone, che nessuno era in grado di comprendere, se non a gesti.
      Non c'è da stupirsi quindi che il suo primo incontro col re, in una sorta di locanda, sia stato un vero e proprio disastro . Anna sulle prime, non capì nemmeno con chi aveva a che fare, e lo trattò alquanto bruscamente, non avendo capito che si trattava del re,
      Il re, che si aspettava una fanciulla piacente e affascinante, ne fu talmente deluso che minacciò di giustiziare il povero pittore che aveva eseguito il fatale ritratto, per aver ingannato il re.
      Quando poi scoprì che la teutonica bruttezza della futura consorte era oltretutto aggravata da una completa ignoranza e disinteresse per la musica, che lui tanto amava, la sua ira giunse al colmo e solo un miracolo salvò la vita del povero pittore ( enrico in fondo non era un sanguinario)
      Insomma, come s'è detto,  le premesse per un bidone c'erano tutte.
      E bidone fu.
      E cosi si determinarono quei risvolti comici  a cui accennavo all'inizio. Immaginiamoci questo re, abituato alla raffinatezza e all'avvenenza di anna bolena e delle dame di corte inglesi, nel trovarsi di fronte questa ragazzotta tedesca bruttina e gesticolante che cercava disperatamente, con suoni sgraziati, incomprensibili e gutturali, di imbastire almeno una presentazione decente, una volta che si riuscì a farle capire che quell'energumeno che aveva davanti era il re d' inghilterra e suo futuro sposo
      Enrico, per giunta, date le circostanze, dovette fare buon viso a cattivo gioco. Non era certo un idiota, e si rese conto che, respingendo anna, si sarebbe reso ridicolo agli occhi di tutta l' europa, nella quale già non godeva di una buona fama.
      Ormai la frittata era fatta, e cosi, anche per evitare conseguenze sul piano politico con il ducato di sassonia,  dovette sposarsela lo stesso. Non si sa chi tra i due fosse più da compiangere.
      Se il povero enrico aveva sperato che magari la prima notte il suo giudizio su anna avrebbe potuto essere controbilanciato dalla scoperta a sorpresa di qualche "risorsa nascosta", magari un bel corpicino fresco e attraente ( in fin dei conti la ragazza aveva solo 20 anni) che avesse potuto un pò  mitigare  la sua avversione, anche qui dovette rimanere molto deluso.
      La natura purtroppo non era stata prodiga di doni con questa poveraccia, e sembra che le sue “grazie” non abbiano avuto alcun effetto sul re, tant'è che, come già accennato, il matrimonio non fu consumato, e il divorzio, di lì a pochi mesi, non si fece attendere, com'era ampiamente prevedibile.
      L' antico vizietto di frequentare un po' troppo, tuttavia, le dame di compagnia della regina, non era del tutto svanito da parte di enrico. Anna, prima di divorziare, gli procurò, involontariamente ovvio, la sua sostituta, nella persona di una certa Catherine Howard, una donnina graziosa e abbastanza disponibile, sia col re che purtroppo anche con qualcun altro.
       
       
       
      (segue)

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