Vai al contenuto
  • Storie

    Promuovi qui le tue storie.

    • Tiziana_thehealingwriter
      Io ed M. siamo di quelli che “vorrei-ma-non-posso”. Anch’io e A. siamo di quelli che “vorrei-ma-non-posso”. ce lo siamo detti in modo, più che spudorato, poetico. E ci siamo promessi che, in un’altra vita, io sarei stata per lui e lui per me. Sappiamo entrambi di non credere alla reincarnazione. Quello che si dice, in questi casi, è una sublimazione. Godi, sapendo che non avrai mai l’oggetto del tuo desiderio. Non so quanto possa essere edificante. Non so davvero. Quello che so è che la sublimazione è un’altra faccia dell’attesa. Peccato che rimanga onirica. E proprio di questo può solo nutrirsi. Immagini e sogno.
      Con M. è stato diverso.
      Interno giorno. Abitacolo di un SUV. Una gita, più o meno, da un fornitore comune. periferia di Londra.
      Con M. è stato di quelle cose che ho classificato alla voce: “stupore”.
      Quella volta, nello sguardo di M., c’era anche rammarico, oltre che meraviglia stupefatta. La cosa mi colpì, ma, nei gorghi di un’insana insicurezza, nella certezza di un promessa da mantenere con un altro, non ho indagato. Nè approfondito.
      A ripensarci adesso, il rammarico di M. era più per una legame, il suo, più legante del mio. Chissà.
      A ripensarci adesso, un altro pensiero urticante si fa strada, con prepotenza premurosa, nella mia mente: c’era stato un prima in cui la voce, le nostre voci avevano (screanzate) creato attesa. Erotica. Decisamente. Senza volere. Ancora più sensuale. Titillante. L’attesa di vedere se quel corpo immaginato era della voce ascoltata al telefono. Non deludere, cioè, l’illusione desiderata.
      Ecco perché negli occhi di M. c’era rammarico. Ecco perché si sentiva il suo scombussolamento e il mio imbarazzo.
      Immaginate: l’abitacolo di una macchina, la scoperta stupefacente di un’attrazione, che lì, proprio lì e in quel momento, può consumarsi, esplodere, avere una forma. Immaginate: gli sportelli che si chiudono, con una diacronia che tende ancora di più l’attesa, l’incontro; l’esitazione della mano sulla chiave. Basterebbe un giro per dare vita al motore. E così l’incanto sarebbe spezzato. Allora, per quanto può, M. decide di aspettare. Lo assecondo. Anch’io voglio essere lì. In quel momento. E’ solido. Determinato. E poi abbiamo un scusa, validissima agli occhi del mondo, per restare lì dentro. In quell’intimità improvvisa e inaspettata. Dobbiamo confrontarci sull’incontro appena avvenuto. Prezzi, tempistica. Cose asettiche, distanti che ci dicono perché siamo lì, nelle pastoie di un desiderio inatteso, che si disvela.
      Distolgo lo sguardo dal suo sorriso e dalla sua bocca. M. ritorna serio a fissare il parabrezza, come fosse uno specchio magico per scrutare il suo futuro.
      Io sono promessa a un altro. M. è legato a un’altra (di cui non dirà mai. lascerà solo intuire. Come me, del resto).
      E’ il momento. La mano che prima ha indugiato, adesso non ha motivo alcuno di esitare. Con piglio consueto gira la chiave. Il motore si accende. La macchina si avvia. Con determinazione e rammarico.
       
       
       
       

    • La verità? Era stanca e non sapeva più cosa fare.
      Mentalmente contava le possibilità che restavano per racimolare del danaro, ma non sarebbero bastate. E proprio non sapeva come uscire da quel labirinto.
      Avrebbe chiesto ai suoi genitori, ma per quanto tempo avrebbe potuto farlo? Per quanto avrebbe potuto elemosinare cento euro al mese per farci entrare tutto?
      E il marito? Dov’era?
      Era di là. Dormiva un sonno profondo perché aveva mal di collo e perché doveva riaversi da giorni pesanti.
      E lei rimaneva nel soggiorno. Lo percorreva avanti e indietro, confusa e impotente. Non era possibile. Non c’era via d’uscita. Stranamente si sentiva sollevata.
      Non è forse vero che quando pensiamo che non ci sia più un’alternativa, accade una magia?
      Ma non era l’attrice di nessun film.
      Ecco perché aveva ceduto.
      Sentiva che non ce la faceva.
      Aveva bisogno di protezione.
      Di quella che non hai bisogno di chiedere
      Chiedere? Non era forse il suo errore più grande, quello di non farlo?
      E non era orgoglio, era la certezza che la risposta non l’avrebbe soddisfatta. Che le parole, pronunciate da chi le stava accanto, dopo un sì dorato e solenne, non avrebbero potuto corrispondere, mai e poi mai, al suo bisogno più profondo.
      E non era colpa di nessuno perché certe cose accadono e basta e, alla fine, non ha senso neanche cercare di capire perché.
      Avrebbe chiesto a sua madre. Di nuovo. E mentre formulava questo pensiero, si domandava quando avrebbe potuto ripagarla per tutto quello che continuava a fare per lei.
      Si sentiva in trappola e, nello stesso tempo, pronta ad accogliere l’epifania di una soluzione possibile e inaspettata. Non poteva non essere così.
      Era stanca perché aveva iniziato tardi a lottare per se stessa, a capire quello che le si agitava dentro e a come realizzarlo.
      Era stanca perché si sentiva sola. Di quella solitudine che non sai dire, che non puoi dire perché nessuno avrebbe potuto addolcire o compensare la ferita del grande rifiuto. L’amore negato da parte del padre. Il fatto che lui non l’aveva mai vista. Non la conosceva.
      Proprio così. Semplice e scontato.
      Ecco perché aveva ceduto e in quel contesto così inappropriato.
      Davanti a tutti.
      O forse era stato proprio per questo?
      Quando aveva appoggiato la sua testa contro la sua spalla, sotto all’incavo del suo collo il tempo si sera fermato. Le era sembrata la cosa più naturale che avrebbe potuto fare in quel momento. Si erano cercati. Trovati. Si era sentita sostenuta. Appoggiata. Aveva percepito il calore della complicità.
      Come se anche lui aspettasse quel momento. Lo volesse.
      In fondo, cos’era stato? Un gioco. Un incrocio di corpi dentro alla scatola di uno scherzo, ben confezionato.
      Il modo migliore perché quello che più desideriamo accada, senza contraddire la realtà, ma continuando a rimanerci dentro. Attimi. Che ognuno ruba come può per sentirsi meno solo.
      Non è per questo che tradiamo?
      Quindi, si. Aveva appoggiato la testa sulla sua spalla e si era sentita protetta. Come non le accadeva da un po’. Da troppo tempo. Certo. Era facile. Con un estraneo, per giunta. E come quando sei in treno e racconti di te e, solo alla fine del viaggio, ti rendi conto che non sai nemmeno come si chiama la persona che ti ha ascoltato.
      Quello che temeva è che non ce l’avrebbe fatta a sostenere tutto. Che da qualche parte, l’intonaco si sarebbe prima sbrecciato, poi scheggiato e, a poco a poco, le crepe nel soffitto e sulle pareti, avrebbero ceduto sotto a quel peso. La verità era che anche lei sceglieva la strada più semplice. Quella del silenzio. Da interpretare. Peccato che, chi avrebbe dovuto sentire queste parole non dette, annaspava. Non c’era scambio.
      Non ricordava più quand’era sta l’ultima volta in cui si erano baciati, con trasporto, perché accadeva e basta. Ricordava invece che per arrivare a questo ricongiungimento, c’era sempre stata una discussione, prima. Non sapevano più parlarsi, se non scontrandosi. Le faceva male. Ma di più, la straziava il fatto di doversi arrendere alla realtà: neanche lui le sapeva dare le risposte che voleva. Che l’avrebbero fatta sentire protetta, una volta per tutte. Neanche lui la sapeva proteggere. E lei, lei era stanca di farlo da sola. E per tutti. Ma non poteva essere diverso da così. Che alla fine ognuno si salva da solo.
      Quindi, cosa le restava? Il presente.
      Cosa poteva fare? Sperare. Avrebbe trovato una soluzione e le sue preghiere sarebbero state ascoltate. Con una grande digressione spazio-temporale, uno iato, così come accade quando l’uomo volge gli occhi al cielo, tra quello che chiede e quello che Dio ritiene necessario.
      È il tempo divino contro il tempo dell’uomo. Puoi solo accettare e aspettare. Senza perdere la speranza.
      Ma quel pomeriggio, all’uscita di scuola, si era concessa il trasporto di chi si lascia andare. Lui si era avvicinato, come al solito. Scherzoso e solido. Bisognava risolvere una faccenda di soldi per i regali di fine anno. Che quell’atrio scolastico era diventato una succursale del tempio di Gerusalemme, prima che i banchi degli avventori venissero ribaltati con veemenza. Mani che prendevano e scambiavano buste bianche, che riportavano nomi di questa o di quella mamma. Tre regali, anzi no, quattro, che non si dica che, proprio all’ultimo, ci si dimentica della rappresentante di classe. Uno strenuo baluardo contro le scocciature.
      Lei, diligente e compita, aveva prelevato senza fare torto a nessuno e aveva distribuito pani e pesci. A ciascuno il suo. A ogni regalo, l’esatta quantità di denaro.
      Quel pomeriggio, lui si era perso un pezzo. E aveva chiesto a lei. Perché l’ultimo tassello era quello più importante. L’ultima somma da versare. Poi non si sarebbero visti più. Nel senso che nessuno avrebbe più dovuto niente a nessun altro.
      Il suo braccio le sventolava sotto agli occhi. La sua mano era troppo vicina al viso, come se una strana forza avesse teso un tranello a entrambi. I suoi occhi lo osservavano mentre prendeva gli spiccioli per comporre il totale di quanto mancava. E poi, non sapeva come, lui aveva fatto una battuta e la testa di lei, compiacente della sua comicità, era volata contro il suo petto, nell’incavo del collo, il posto della protezione, che basta poco perché il braccio ti circondi le spalle per lasciare che il mondo là fuori passi inosservato. Il battito che accelera e una morsa di nostalgia che ti prende allo stomaco. Era questo che si provava quando ci si lascia andare, quando qualcosa accade e, non sai dire come, ma hai bisogno proprio di quello. Di sentirti avvolta. Di sentirti dire, senza dire, che tutto andrà bene.
      Era questa la forma del tradimento: chi dovrebbe ascoltarti non ti sente.
      Era questa la velocità con cui attecchiva e si muoveva. La velocità della cose rubate e inaspettate. Che ti sembra che puoi rimanere sospesa nel tempo.
      Fino a che la realtà non irrompe. Con la sua beffa. Non c’è via di scampo. Chi non sa cosa fare, può sperare, aspettare. Non può mollare. Non può dire di essere stanca. Non può nascondersi dentro all’incavo del collo di un estraneo. Per gioco. Deve rimanere, che quando si rimane si resiste. Con tenacia. Perseveranza. Il segreto del successo.
      La campanella suona.
      Il tempo riprende il suo incedere. Interrotto. Per poco. Per lo spazio necessario a capire che ancora sapeva riconoscere quello di cui aveva bisogno. Per comprendere che aveva sbagliato posto. Per non smentire la portata del suo bisogno. Che ancora non era finita. Che forse ce l’avrebbe fatta. Solo non sapeva come.
      La scommessa continuava. Un pausa. Breve. Un tempo riempito di calore. L’ultimo giro di giostra.

    • C’era una volta un giudice ansioso.
      Era così perché la sua mamma,
      fin da bambino
      gli affidava compiti che da bambino non erano
      per esempio:
      “Alfredo, vado al supermercato. C’impiego cinque minuti, bada a tuo fratello, se piange, dagli il ciuccio. Controlla il pannolino… non ha fatto la pupù”….e cose di questo genere…
      Alfredo si sedeva, buono buono, accanto alla culletta del fratellino e lì, tra i suoi pensieri bambini, cominciava ad affacciarsi una bestia strana che non aveva visto in nessuno dei suoi libri illustrati. Era verde, con gli occhi che dondolavano fuori dalle orbite. La voce come uno squittio che mormorava pericoli impressionanti.
      Seduto, buono buono, accanto alla culla del bambino sentiva questo strano mostro che prendeva forma, piano piano, e cresceva e cresceva…
      La mamma ancora era via, quei cinque minuti erano da indossare come un vestito scelto senza attenzione. Non erano mai cinque minuti. Molti di più. E Alfredo non sapeva contare.
      Quindi aspettava, buono buono, come la mamma gli aveva ordinato. E mentre aspettava, pensava a quello che avrebbe fatto dopo:
      .avrebbe costruito un castello, no questo no che poi veniva il terremoto e lo faceva crollare;
      no, una torre, no, questa no, perché Rapunzel non abitava più lì;
      no, un cavaliere con la spada sguainata, no, questo no, che poi si poteva ferire;
      no, avrebbe afferrato le zanzare con un dito solo, no, questo no, che poi si sarebbe punto e che cosa avrebbero detto gli altri bambini del suo gioco?
      Meglio aspettare e valutare quello che non avrebbe fatto.
      Divenuto più grande, Alfredo incontrò una donnina piccola. Aveva le mani piccole. I piedi piccoli, il viso piccolo. Un altro fratello piccolo, insomma, a cui badare.
      La lasciò a casa e le disse: “Io vado a lavorare. Tu resta qui, buona buona, che torno quando avrò finito la mia giornata. Stai attenta al gas. Chiudi bene le finestre. Non abbassare le serrande. Se vai al supermercato non parlare con gli estranei, tieni gli occhi bassi, mi raccomando…”
      Finiva ogni frase in questo modo perché non si sa mai da dove poteva venire quel pericolo che la portava via da lui.
      Alfredo era divenuto sua madre.
      Anche dietro al suo scranno, mentre ascoltava storie diverse di vite diverse, tutte interrotte, a un certo punto, e che normali non sarebbero mai tornate, ascoltava e pensava, come quando faceva la guardia a suo fratello più piccolo, che adesso viveva in giro per il mondo, senza una dimora, che la sua casa era il mondo.
      E lui restava lui.
      Ascoltava. Pensava. Valutava. Emetteva un giudizio secondo il dettato imperituro della legge.
      Alfredo era un giudice bravo perché era ansioso, vedeva il pericolo dove avrebbe potuto esserci. Amministrava la giustizia prima che questa si manifestasse.
      Non aveva figli. Solo quella moglie piccola alla quale dire tutto e tutto vietare. Ma alla moglie non poteva impedire di pensare.
      Così quella donna, piccola e minuta, con le mani piccole e le dita piccole, come quelle di un bambino, dalla crescita interrotta, prese carta e penna. Lo faceva di mattina, quando la casa era avvolta nel sonno e l’occhio vigile di Alfredo giaceva assopito sotto la palpebra, come un faro senza guardiano. Prendeva carta e penna e si issava sulla sedia del soggiorno, la stanza più vicina alla porta d’ingresso, e iniziava a scrivere.
      Pagina dopo pagina quella storia diventò un libro.
      Parola dopo parola, si accorse che la sua storia era la storia di Alfredo, il giudice ansioso, che era nato grande da una mamma bambina.
      I giorni passarono e divennero mesi. ogni mattina con le mani piccole e meticolose, arricchiva il racconto di un particolare, di un episodio, perché non si può divenire perfetti, ma la costanza e la ripetizione di un gesto aiutano tanto.
      La storia della donnina piccola, che parlava di Alfredo, prese forma di un libro. Cosa ne fai di un libro?
      L’hai letto e riletto. Aggiustato e limato. Tolto e aggiunto.
      “Idea!”, pensò la donnina. “Lo mando in giro per il mondo come il fratello di Alfredo, come quel figlio che non ho mai avuto”.
      Comprò una busta grande e spessa per proteggere e nascondere il suo tesoro.
      E la indirizzò al signor Eustachio Barberini, noto editore di storie e di poesie.
      L’aveva sentito parlare alla televisione, quella donna piccola che pensava che, un giorno, tutto le sarebbe servito, anche quella clausura. Anche quel confine, quel matrimonio.
      Il signor Eustachio Barberini sonnecchiava sulla sua poltrona quando la segreteria arrivò con il plico. Avvolto nella carta spessa e tenuto insieme da uno spago, spesso altrettanto. La scritta del destinatario con una penna stilografica, una cosa antica, qualcosa di nuovo. Qualcosa che avrebbe potuto vendere.
      Inizio a leggere e non si fermo più
      Il signor super mega editore pubblicò la storia. La diede in pasto ai suoi lettori provvisori, improvvisati e assidui.
      Dell’autore disse nulla.
      Una coltre di nebbia spessa, come quella che avvolge certi tratti d’autostrada su, al nord, a dicembre, perché i bambini non vedano chi sia davvero Babbo Natale. Una coltre di nebbia attorno all’autore, a meno del nome: uno pseudonimo, per l’appunto.
      Il signore Eustachio comunicava con il suo autore, punta di diamante, tramite il fermo posta, neanche fossero amanti clandestini.
      Una cosa così tanto antica e desueta che al signor editore pareva di essere un Robinson novello alla scoperta della pietra filosofale. Una cosa così strana e bizzarra che sapeva di clessidre e orologi a cucù, quando ancora c’era il tempo sensato di annusare le pagine e l’inchiostro di un libro appena stampato, per misurarne la scala di sapore e di bontà. Quando ancora le parole divenivano pietre incandescenti e i lettori avevano voglia di viaggiare e di conoscere altri mondi di belle storie senza fare il check-in.
      La donnina piccina sapeva bene come muoversi e come aggirare le paure di Alfredo, ecco perché si era nascosta dietro a un nome che non era il suo.
      Ebbe un fremito di gioia, lacrimosa e sincera, quando in TV, a tutto schermo, apparve la copertina del suo libro e, quasi subito, la faccia rubizza del signor Eustachio Barberini e i suoi baffoni che si schiudevano in un sorriso come il più orgoglioso dei padri.
      In un altra stanza, in una strada poco più in là degli studi televisivi, quel giorno, Alfredo, faceva qualcosa di inusuale per un giudice ansioso. Accese la TV perché non riusciva a pensare.
      Vide anche lui il servizio.
      E corse in libreria, alzando una folata di vento che lasciò la segretaria e i suoi collaboratori a bocca aperta, che il signor giudice aveva sempre un passo attento e giudizioso che non si sa mai poteva cadere.
      Corse in libreria a comprare il libro. E iniziò a leggerlo e non si fermò più.
      E si vide in quella storia.
      E corse ancora e di nuovo, una seconda volta: un fatto del tutto singolare.
      E corse a casa dalla sua donnina piccola. Che aveva capito tutto di lui.
      La liberò e liberò se stesso.
      Andarono insieme al negozio di nautica.
      Per comprare un battello e affittare uno skipper per fare il giro del mondo, che ancora un timone non sapeva tenerlo, il signor giudice. Ma avrebbe imparato perché non aveva più paura.
      Anzi no, avrebbe lasciato che imparasse la donnina, la sua cavallerizza che gli aveva donato un’altra possibilità.
      Anzi, no. Avrebbero imparato insieme…il giudice ansioso era divenuto indeciso.
      Accade a volte, quando non c’è più qualcuno a dirci quello che dobbiamo fare e la strada non è segnata. Ma è da disegnare.
       
       

    • Inizia a scrivere la tua storia..
      Offro un breve estratto dal mio romanzo 'La Vita Attesa' (Golem Edizioni, ottobre 2019). L'estratto è più o meno casuale, dato che scegliere qualcosa da un romanzo mi sembra come pensare di poter togliere da un corpo una mano, il piede, la testa, invece tutto è necessario a esso all'interno della narrazione. Per chi volesse il romanzo è ordinabile o trovabile in qualsiasi libreria d'Italia ed è ovunque anche online. Le pagine che ho scelto vanno dalla n. 20 alla 23
       
      «Chi ti mentisti ‘nta testa?!?» Il bandana non convinse mio padre. Non bastavano i turisti agghindati come corsari, i tanti arlecchini di mare che sfoggiavano indumenti presi a prestito dall’immaginario della TV e da quello della pop music, a convincere Enrico che a Tropea si poteva andare in giro così, peraltro con l’intenzione di recarsi alla più lasciva spiaggia. Quelli che tra un crostino alla ‘nduja e una sangria salivano a ballare sui tavoli non entravano in casa Ventrice. «Eh, malanova i turisti. Gianni, tu devi capire una cosa. Se uno anche è un genio, nel momento in cui fa il turista non capisce niente. Niente! Il turista è un bambino che va accompagnato tenendolo per mano, uno che i problemi che ha a casa li vede solo qua. Magari trattato a pesci in faccia nel suo paese, qui pretende di vivere come un re.» «Ma il turista è il re...» «Sì, sì, ma guarda i russi, i tedeschi, tu hai problemi con loro? Vanno al mare, sono tranquilli, rispettano le camere, vanno in giro con le guide in mano. Mentre gli italiani, tutti, si portano via i cuscini, gli accappatoi, disturbano gli altri, 'arrustunu satizzi' (salsicce) davanti ai bungalow nei villaggi.» Per lui, alto e brizzolato, con un naso gibboso come quello di un pugile, i turisti costituivano una specie di male necessario. Aveva lavorato all’ufficio di collocamento come ausiliario di non si sa bene cosa, ma poi di fatto era stato un po’ un tuttofare in varie strutture. Quando si affacciava aprile iniziava la stagione e si cominciavano a riassettare villaggi e chioschi, mangiati dal mare e dall’irruenza delle onde se sorgevano a ridosso della spiaggia. Era il periodo in cui papà camminava dinoccolato con in mano sempre qualcosa: cazzuola, martello, vernice, un secchio di cemento. Frequente vederlo discutere con qualcuno su ciò che si dovesse fare: nuovi perimetri, una mano di calce, la sistemazione di pensiline, dare un’occhiata al funzionamento dei frigobar. Il mare di aprile rimarca sempre la propria differenza dal mondo degli uomini. È un mare che dialoga con sé, con le creature che lo popolano, con i delfini che passano lontano e ogni tanto si vedono emergere, concedendo però la sua confidenza ai pescatori. Solare e riottoso al contempo. L’onda di aprile è una nota baritonale, che ti dice che il mondo è un mistero insondabile. E per quanto l’uomo potrà e dovrà lottare per la conoscenza ci sarà sempre uno scrigno inaccessibile, protetto da sirene e tritoni. E c’è la bellezza, quella suprema che appare all’improvviso, che si nasconde durante l’affollamento estivo. Il mare di aprile che unisce cielo e terra, che agita canneti ancora intirizziti, ti sussurra che ancora è riluttante ad accogliere migliaia di persone, ma inonda di una luce pregiata ogni scoglio, ogni anfratto, non ancora sfilacciato dai passi e dagli sguardi di molti. Amavo ricordare mio padre in questi preparativi, allora mi rammentavano che presto sarebbe arrivato il periodo in cui si vive sulla spiaggia, tra interminabili partite di pallone e sfide di nuoto con gli amici,  l’eco dei jukebox, sguardi che si incrociano e si promettono cose che le contingenze negano. Papà Enrico percepiva una pensione minima e arrotondava con lavori sempre più saltuari. Il sipario dell’estate si apriva e si allungavano le tende in casa Ventrice. L’estate per lui è sempre stata un’apnea da vivere in assoluta riservatezza, una stanza lasciata libera e vuota per altri, il chiudere le persiane durante i botti di Capodanno. Mia madre, una donna ancora piacente, bionda rossiccia, metà italiana e metà nordica, figlia della mescolanza dei porti. Una genitura marinaia nata da un fuggevole irlandese e mia nonna, una femmina simpatica e sdentata, che sembrava una strega buona con un podere di cipolle e tanti prodotti genuini. Uno dei terreni fertili e sabbiosi che si stende in alto sulla baia. Il mio nonno irlandese saputo di essere padre aveva pensato che il loro rapporto fosse comunque destinato a divenire uno scambio epistolare, magari più intenso, come quello di buoni amici o parenti che si mandano le fotografie per far vedere come sono cresciuti i propri figli o nipoti. Mio nonno si sentì come uno che pianta un albero e di tanto in tanto è curioso di sapere com’è cresciuto. Se da terra fertile nascono frutti buoni, tanto più dalle belle donne che vi abitano. Sul bandana anche Carmela, mia madre, dissentì «Ma dove vai in questo modo?». «A ma’, guarda che è normale andare in giro così...» «Boh, sta attento...» «A cosa?» «No mù ti pigghianu in giro...» «La moda cambia...» «Si, la moda, la moda...» Mia madre portava quel nome così mediterraneo che strideva con le sue fattezze. Era un ossimoro vivente. Come mio padre aveva condiviso quella riservatezza e il gusto delle convenienze sociali che, pare strano, trovano una nicchia nella gente di mare come un paguro cerca la sua conchiglia. Non per perbenismo borghese, ma forse perché il mare, troppo mare, è veicolo di tante, troppe idee, di infinite possibilità. A volte c’è bisogno di sentirsi come in quelle edicole che custodiscono la Madonna o San Francesco da Paola, protettore dei pescatori. Di irlandese, oltre a buona parte dei tratti somatici, lei aveva ereditato un senso epico nel percepire sé stessa e il mondo. Gli irlandesi sono Ulisse, sono la mitologia biblica, le sapienze ancestrali dei Celti, la forza dei romani. Me ne ero accorto le rare volte che andavo a messa con lei. Mamma sembrava far sue le pagine dell’Antico Testamento come se fossero le proprie vicissitudini. Accadeva ciò anche quando vedeva qualche film a tema storico o mitologico. Mi piaceva questo aspetto, mentre papà era sempre un po’ scettico. Di lei ne sono sicuro, perché in gita scolastica a Roma nella chiesa di San Clemente, presieduta dalla comunità irlandese, avevo ritrovato le stesse espressioni di mia madre di fronte alla lettura delle sacre scritture: un viso femminile incorniciato da una veletta demodé. Una capacità di interiorizzare i passi della Bibbia con espressioni di partecipazione, dispiacere o gioia come se si narrasse di eventi accaduti adesso tra le mura cittadine. Su di me ha sempre avuto un ascendente questa sua predisposizione. Mi sentivo un po’ cugino degli U2.
       
      Questa è la quarta di copertina:
      Albori degli anni ’90, in una Tropea assolata ed estiva. Gianni e Federico sono appena maggiorenni e vivono nella cittadina tirrenica, presa d'assalto dal viavai dei turisti. Un luogo che per loro è visto attraverso gli occhi di chi vi abita, quelli del quotidiano, dall’infanzia fino all’inizio della maturità. L’ultimo decennio del secolo scorso rappresenta il fulcro del loro difficile percorso di crescita, dove fanno da sfondo i grandi avvenimenti nello scenario italiano e internazionale (Tangentopoli, attentati, guerra nella ex Jugoslavia e in Ruanda). Le strade dei due amici divergono, amori e scelte differenti li allontanano. Tra loro si insinua, crescendo sempre più, un mistero che invade silenzioso lo spazio della loro esistenza, come accade che nella vita le cose non spiegate e coperte di reticenza diventino delle presenze ingombranti. Gianni segue la via accademica, partendo poi all’estero, mentre Federico quella della carriera in polizia. I loro destini però inaspettatamente finiranno per incontrarsi di nuovo. Vita criminale, personaggi fuori dalle righe, mutamenti inaspettati condurranno entrambi su un comune binario, per un breve tratto.
      Il finale scioglierà ogni nodo del presente e aprirà nuove porte al futuro.

      'Passammo in rassegna le foto come si fa con quei libretti che a un angolo li si sfrega con il dito e offrono l’illusione di un’animazione. Oh, non se ne trovava una decente! [...] Avevamo vinto però, perché sperimentando ci eravamo messi in gioco. Non si perde mai nella vita, se si vuole. O si vince o si impara. E si apprende sempre, anche se nel successo per certi versi è più difficile. È forse questa la discrasia che cominciava ad emergere. La necessità di considerarsi competenti, sempre e comunque, quando il mondo dei grandi, nel quale facevamo timidamente ingresso, invece cantava il contrario nonostante i proclami e i riguardi per le apparenze. Di certo, un universo molto meno curato dei dischi che ascoltavamo.'
       
      Note biografiche:
      Gino Pitaro nel suo percorso svolge varie attività, tra cui quella di redattore e di documentarista indipendente.
      Nel 2011 esce 'I giorni dei giovani leoni' (Arduino Sacco Editore), che ottiene buoni riscontri di critica e diviene una delle opere underground più lette nel 2012. 'Babelfish - racconti dall’Era dell’Acquario' (Edizioni Ensemble, 2013) è il secondo libro, con il quale vince il Premio Letterario Nazionale di Calabria e Basilicata III ediz. (sez. narrativa edita), il premio speciale “antologia” al Concorso Letterario Caterina Martinelli II ediz., il premio giuria 'Città di Parole' III edizione - con il patrocinio della Città di Firenze, dell'AICS (sezione cultura) e dell'Associazione Artecinema Rive Gauche -, il riconoscimento Libri di Morfeo, città di Siracusa I ediz. (4° posto). 'Babelfish' inoltre ha ricevuto una segnalazione al concorso letterario 'Percorsi letterari dalle Cinque Terre al Golfo dei Poeti'.
      'Benzine' è il romanzo pubblicato a fine 2015, che consegue apprezzamenti di critica e di lettori ancora maggiori rispetto alle prove precedenti. Con questa opera vince il ‘Premio Colli Aniene’ relativo al Concorso Letterario Caterina Martinelli IV ediz. e il ‘Premio Speciale della Giuria’ del Concorso Internazionale Scriviamo Insieme – VI edizione.
      'La Vita Attesa' (Golem Edizioni, 2019) è un romanzo scorrevole e al contempo ambizioso, un amarcord dal vago gusto felliniano, di singolare forza e contemporaneità. È il primo libro dell'autore distribuito e promosso da Messaggerie Libri.
      L'autore vive in provincia di Roma.

    • 1 Gennaio 2018
      "If I could, then I would 
      I'll go wherever you will go 
      Way up high or down low, I'll go wherever you will go 
      And maybe, I'll find out 
      A way to make it back someday 
      To watch you, to guide you through the darkest of your days 
      If a great wave shall fall and fall upon us all 
      Then I hope there's someone out there who can bring me back to you..."
       
      Alle mie delicate orecchie arriva la leggera melodia di una canzone, "wherever you will go", canzone dei The Calling, molto probabilmente riprodotta da qualche specie radio-sveglia o che so io, che sta riempiendo la stanza. Non riuscivo ad aprire gli occhi, e avevo un terribile mal di testa, dovevo darci un taglio con la Tequila. 
      Nonostante non avessi la minima idea di dove mi trovassi, e del perché il mio cuscino fosse così duro e perché stesse respirando, la prima domanda che mi sfiorò l'anticamera del cervello fu: "Riproducono ancora questa canzone alla radio?", era un classico nel 2009, bei tempi, quando ancora non capivo un cazzo della vita. 
      Passando a pensieri molto serie, vediamo se in qualche modo si riesco a ricapitolare il tutto e pensai a cosa avevo fatto la notte prima. Era l'ultimo dell'anno, io e i ragazzi eravamo andati a ballare, e fin qui tutto andava bene, anche se andare in discoteca per il 31 dicembre non era il massimo. 
      Un'improvvisa fitta alla testa s'impadronì di me, dovevo smettere davvero con tutta quella tequila. 
      Mi ricordai che avevo conosciuto un ragazzo e che avevamo deciso di andare lungo mare. 
      "Si, perché il primo gennaio le persone normali vanno sul mare, ovvio" disse Lili 
      "Non sono più normale da quando esisti tu nella mia testa."
      Molto probabilmente quel qualcuno, che in quel momento stava dormendo sopra il mio braccio destro impedendomi di muoverlo, doveva essere quel ragazzo e quel ragazzo stava russando come un trattore. Quando riuscì finalmente ad aprire un occhio, non servì a molto, dato che la stanza era immersa nel buio più totale, però constatai che stavo benissimo sotto al piumone che mi ricopriva in quel momento, c'era quel tepore che era impossibile abbandonare; in qualche modo però dovevo alzarmi. In qualche modo dovevo vestirmi e dovevo fuggire da quella stanza prima che, chiunque ci fosse con me, si svegliasse. Avevo il braccio sinistro libero, per fortuna, e con un po' di fatica riuscì ad accendere la piccola abat-jour, che si trovava vicino al letto, che illuminò di una leggera luce gialla la parte del letto dove mi trovavo io.
      Era ormai dieci minuti che stavo cercando di togliere tutto quel ben di dio da sopra il mio braccio, ma il tizio proprio non ne voleva sapere di scansarsi. 
      "Sei sicura? È un figo pazzesco" mi sentii dire 
      "Per prima cosa, non mi interessa. Secondo devo andarmene. Terzo nessuno dice più "figo" smettila." 
      "Fai come vuoi, ma io un pensierino di prima mattina ce lo farei" disse Lili 
      "No, è una regola, non scopare mai più di una volta con la solita persona" pensai.
      Alla fine il tizio con un grugnito più simile ad un animale che ad un essere umano si girò su un fianco e lasciò andare il mio braccio "Finalmente libera!" pensai alzano le braccia al cielo. Mi alzai velocemente dal letto e nel più totale silenzio cercai tutti i miei indumenti. Infilai in modo sbrigativo la brasiliana di pizzo rosso con il reggiseno coordinato, ovviamente regalato da Gabriel per natale, e infine indossai il vestito nero che avevo portato per tutta la sera precedente. Una volta prese le mie converse nere alte, cercai velocemente un foglio e una penna, scarabocchiai un "Grazie per la piacevole nottata Giacomo, baci." lo lasciai accanto al suo cellulare, presi la mia borsetta e uscì dalla camera dell'hotel. Mentre percorrevo il corridoio presi il cellulare dalla borsa e scorsi tutte le numerose notifiche tra Facebook, Instagram, messaggi di auguri del nuovo anno su WhatsApp e tutte le chiamate perse di Alberto. Alzai gli occhi al cielo. Avevo quasi 24 anni, e si preoccupava se passavano una notte fuori. Notai che c'era un messaggio da parte di Gabriel mandato intorno alle 3 di notte.
       
      Gabriel:
      Buon anno bambola! 
      Senti, ho visto che sei andata via con un tizio, appena ti svegli chiama Albe, lo sai. 
      Buona scopata. 03.26
       
      Chiamai il mio amico una volta entrata in ascensore per evitare che si preoccupasse ancora.
      «Pronto?» disse con voce assonnata
      «Albe, sto tornando ora a casa. Tra un'ora sono lì»
      «Dio santo Fleur! ma dove cavolo sei stata??» lo sentì imprecare
      «Ti racconto quando arrivo. Ora salgo in macchina» e riattaccai
      Una volta montata sulla mia Mercedes, comprata dopo tanti sacrifici, mi specchiai e constatai che si, ero orribile. La matita e il mascara nero che avevo sugli occhi era tutto sbavato, l'ombretto che mi ero messa la sera prima era praticamente inesistente e avevo delle enormi occhiaie, per non parlare dei miei capelli. 
      "Senti, mi è venuto un dubbio"
      «Dimmi Lili» 
      "Sei sicura che il tizio di sopra si chiamasse Giacomo?"
      Mi bloccai con le mani sul volante. Aveva fatto venire il dubbio pure a me. Qualche secondo dopo feci un'alzata di spalle e dissi «chissenefrega, tanto nemmeno lui si ricorderà il mio».
      Erano appena passate le 8 e ci avrei messo un'ora buona per tornare a casa se avessi preso l'autostrada, misi in moto e con Believer degli Imagine Dragons partì.
      Erano quasi già passati tre anni da quando quel giorno me ne andai via di casa dopo la discussione con mia madre e vivevo con i ragazzi. All'inizio ero eccitata all'idea di ciò, volevo vedere com'era abitare veramente con loro due, mi ero immaginata una sorta di convivenza come in quei film americani che guardano tutti alla tv, divertimento assoluto, tutti i fini settimane ci sarebbero state delle feste in casa nostra. Mi sarei immaginata noi tre sul divano a mangiare una ciottola di pop corn davanti a un film, tante, tantissime risate. Pensavo già ai nostri turni su chi doveva pulire casa. In sostanza una normale e pacifica convivenza con due ragazzi maturi, intelligenti, con delle responsabilità, che se ci fosse stato qualche problema si sarebbe risolto; pensai che erano più grandi di me di ben quattro anni, avevano già avuto delle esperienze del genere, pensai che mi avrebbero aiutata e invece. Eravamo andati ad abitare nella casa di proprietà del padre di Gabriel, o meglio, in una delle sue tante case. Il signor Leonardo era proprietario di alcuni, diversi, e molti appartamenti in tutta Italia e in più possedeva un maglificio in Cina. Si perché, quello che era il mio migliore amico aveva omesso di dire alla sua migliore amica che era ricco. Certo, non è la prima cosa che si dice quando ci si presenta, non mi aspettavo mica qualcosa tipo "Ciao, piacere mi chiamo Gabriel, ho 24 anni e ho un patrimonio che ammonta a qualche milione di euro", però avrei preferito sapere un qualcosa di simile dal mio amico. Però per fortuna non sbatteva in faccia a nessuno la sua situazione economica, anche perché come ha sempre detto lui "i soldi sono di mio padre, non mia", lui faceva tutto da solo, aveva un lavoro con cui si impegnava a pagare, come me e Albe, le bollette di casa e si impegnava al massimo negli esami universitari per mantenere la borsa di studio, beh era quello che facevamo tutti e tre. Ah, per diversi mesi mi aveva anche omesso l'esistenza di ben sei fratelli più grandi. Gabriel era il più piccolo, precisamente era il settimo fratello. Chiamato Gabriel in onore dell'arcangelo Gabriele.
      I suoi genitori erano molto credenti e sua madre, la signora Cara Dubois, di origini francesi, da quale maniaca del controllo era aveva deciso, ovviamente senza chiedere nessun parere del marito, di chiamare i propri figli con nomi che richiamassero il cristianesimo. Abraham era il fratello maggiore, poi venivano Benjamin, Caleb, Daniel, Ephraim e Fineas.
      L'unico con cui avevo legato un po' di più era Caleb, sapevo che si era laureato in Economia con il massimo dei voti all'università che aveva frequentato la madre, ovvero la Sorbona a Parigi. Scoprì che era il fratello maggiore di Gabriel perché, coincidenza, era il nuovo fidanzato di Serena. 
      E come mi pareva giusto infilai tutti i capi neri di Gabriel in lavatrice con un litro di candeggina, così la prossima volta impara a omettermi che ha 6 fratelli più grandi, quella merda e nello stesso tempo la mia migliore amica mi aveva omesso che stesse con una persona di dieci anni più grande di lei. 
      Degli altri sapevo poco o nulla, avevo parlato qualche volta con  Benjamin, sapevo che aveva una fidanzata e un bellissimo bambino. Non entravano mai nel particolare delle loro vite e soprattutto dei loro rapporti nel caso avessero una ragazza. Sapevo che abitavano anche lontani rispetto a dove abitavamo noi, so solo che si riunivano una volta al mese tra di loro per stare insieme. Il peggio di tutti e il più strano era Abraham, o come lo chiamavo io "AbraPaloInCulo". Laureato con il massimo dei voti all'università di Harvard e sapevo che poteva esercitare la professione di avvocato sia in America che in Italia.
      Con Gabriel e Alberto imparai in fretta che la convivenza che mi ero immaginata era tutt'altro, e era meglio se smettevo di leggere libri e di vedere film americani dove ti fa sembrare tutto bello e divertente, perché era tutto tranne che bello e divertente. Il fine settimana non c'era alcuna festa in casa, piuttosto tre studenti universitari con i nervi a pelle per gli esami e per i soldi che scarseggiavano, e se eravamo fortunati andavamo un paio di volte al mese in discoteca. Adesso la nostra situazione economica si era stabilizzata rispetto al primo anno. L'immagine di noi tre pacificamente seduti sul divano a vedere un film era una cosa praticamente impossibile, era più una sorta di corsa di velocità per vedere chi prendeva per primo il telecomando della televisione, ovviamente era Gabriel che vinceva, ma capitemi, alla seconda volta gli tirai una gomitata nello stomaco per prendermi quel telecomando. Da lì avevamo deciso che per la televisione facevamo i turni, il problema veniva la domenica, quando c'erano le partite di calcio. Tre squadre differenti nel solito orario, lì era un vero problema. Scordiamoci il fatto che quei due uomini, o meglio quelle due scimmie, si fossero mai rimboccate le maniche per pulire una volta casa, ma scherziamo? "La donna sei tu, toccano a te queste cose" disse un giorno Gabriel mentre eravamo tutti e tre seduti intorno al tavolo a pranzo. Mentre lui mangiava tranquillamente non si era minimamente accorto che io invece mi ero fermata con la forchetta a metà via tra il piatto e la mia bocca e vicino a lui si trovava Alberto che mi faceva degli strani versi con il viso e con le mani per intimarmi di non fare niente di assurdo, non gli avrei fatto nulla di pericoloso. Mi alzai con tutta tranquillità, andai al lavandino e riempì di acqua gelata la pentola dove avevamo preparato la pasta al ragù e gliela arrovesciai in testa. 
      "Sono stata clemente" gli dissi mentre mi guardava tra l'incazzato e il sorpreso
      "adesso smettila di fare il maschilista di merda e aiutami a pulire" dissi in tono duro. Mi conoscevano ancora poco, ma impararono in fretta a non farmi arrabbiare, ogni tanto mi facevano qualche scherzo che ovviamente gli contraccambiavo sempre di un paio di livelli in più per puro divertimento. Solo che un giorno esagerarono, dovete capire, avevo il ciclo da quella mattina, a lavoro non mi avevano ancora pagato e avevo fatto un esame che dire pietoso era un complimento.
       
      Flashback
      «non ci credo» sussurrai tra me e me.
      Ero appena rientrata dall'università e mi ritrovai sulla scrivania di camera il mio manuale di pedagogia completamente bagnato, era andato, non potevo salvarlo, era da buttare. 
      "ahahah non ci credo" mi disse Lili
      "Ridi?" domandai sarcastica
      "Certo, perché sono convinta che siano nei guai fino al collo" 
      "oh oh, puoi dirlo forte." 
      "Sono con te sorella!" Lili mi stava incitando. Tanto era inutile provare a calmarmi, quando prendevo la decisione su qualcosa ero come un treno.
      "Però, vacci piano dai, è solo un manuale" disse Lili
      "oh puoi stare tranquilla, ci andrò leggera, questo te lo prometto" e mi si formò il solito ghigno cattivo, avevo già le idee chiare su cosa gli avrei fatto. 
      Andai in cucina e trovai Gabriel e Albe a parlottare tra di loro del locale che frequentavano loro il sabato sera, il Black.
      «okei, se mi dite subito chi è stato e il perché lo ha fatto, vi prometto che ci andrò leggera» li avvisai subito gettando il libro sull'isola davanti alle loro facce. 
      «Sono stato io a farlo» mi fissò Gabriel. 
      Feci un respiro profondo, chiusi gli occhi, mi presi il setto nasale tra il pollice e l'indice. 
      «perché?» chiesi con calma 
      «ho perso una scommessa» 
      «Con chi?» chiesi per sapere a chi altro dovrei farla pagare 
      «Con me» disse Albe. 
      «bene». dissi, girai l'isola e andai verso il frigo per prendere una mela. 
      «Bene? tutto qui?» mi domandò lui con sorpresa «non me la fai pagare? non mi tagli i capelli mentre dormo?» mi guardò ancora più stupito. 
      Era quello che avevo fatto a Albe due settimane prima perché mi aveva messo un lassativo nel bicchiere di latte che prendo di solito la mattina prima dell'università, non vi dico com'è stato l'intero pomeriggio. Mi vendicai, gli misi tre goccioline di sonnifero nel suo bicchiere di camomilla che prendeva prima di dormire e mentre stava facendo i suoi stupendi sogni gli tagliai i capelli con le forbici. Era stato un dramma il giorno dopo considerando è molto geloso dei suoi capelli. Le cose sono molto semplici, non mi fai arrabbiare, non mi crei problemi con i miei esami e i miei corsi universitari e puoi stare tranquillo.
      «oh no!» risi «non lo farò, perché quello te lo aspetteresti» mi allontanai e lo salutai con la manina e con un sorriso malefico. 
      «ah Albe?» chiamai il mio amico e quando mi girai lo vidi spostare lo sguardo che aveva dal suo cellulare a me, «Ti avviso, sei colpevole quanto Gabriel anche se non me lo hai rovinato tu.» 
      Avevo pagato quel libro ben 50 euro e che fine aveva fatto? nella spazzatura, irrecuperabile!
      Sono passati dieci giorni da quando mi è stato distrutto il libro, oggi lo vedranno con chi hanno a che fare.
      «ehi Fleur!!» dissero in coro Gabriel e Alberto quando entrarono in casa. 
      Ero seduta sul divano in sala a vedere A-team alla tv 
      «sii??» gli chiesi senza togliere gli occhi dalla scena finale del film. 
      «Perché hai acceso il camino in pieno luglio?? ci sono 50 gradi fuori lo sai»? domandò Albe ridendo
      «Certo! 50 gradi come i 50 euro del mio manuale di pedagogia. Comunque volevo fare un po' di carne cotta alla brace per cena, mi era venuta la voglia» lo informai molto seria, non facendo trapelare niente della vendetta che avevo messo in atto... 
      Mi girai verso i ragazzi e li guardai senza trasmettere nessuna emozione. Se lo meritava e loro già sapevano che era successo qualcosa
      «Fleur» mi chiamò Albe 
      «Albe?» inclinai leggermente la testa verso sinistra con un piccolo sorrisino malefico che mi incorniciava la faccia.
      «Cosa hai fatto?» mi chiese, ormai conoscevano le mie espressioni del viso e sapevano benissimo quando avevo combinato qualcosa. Io invece notavo sempre di più la sua preoccupazione, riuscivo quasi a vedere le goccioline di sudore provocate dalla paura che gli scendevano lungo la fronte 
      «Credi davvero che sia la domanda giusta? Sei abbastanza intelligente da non pormi la domanda e darti la risposta da solo» risposi tornando a fissare la tv e cambiando canale per vedere se c'era qualcosa di interessante. Albe mi guardò ancora per un po', poi spalancò gli occhi e iniziò a spostare lo sguardo tra me e il camino e subito dopo corse in camera sua. 
      "Tre...due...uno...Eccolo" pensai «Fle!!» urlò Albe «perché cazzo mancano tre dispense di medicina dalla mia libreria?? cosa ci hai fatto??» mi domandò rosso in faccia con la vena del collo che pulsava. 
      «mi sembra ovvio» gli risposi guardandolo «mi sono serviti per preparare la cena» Albe mi guardò in silenzio, forse per assimilare anche cosa era successo. 
      Il suo sguardo alla fine si andò a fermare sul camino e infine li posò su di me 
      «Non me lo dire...» 
      «non te lo dico» dissi alzando le spalle e sorridendo. Gli stava bene! 
      «sono tre dispense» mi disse ancora incredulo. 
      «erano tre dispense» lo corressi 
      «ma...» mi guardò ancora sconvolto. 
      «50 euro per 50 euro» gli dissi e Albe spalanco la bocca, ancora non ci credeva che avevo bruciato i suoi manuali di medicina. Se ne andò verso la cucina, molto probabilmente a bere quanta più acqua potesse contenere la sua vescica per calmare i nervi che aveva. Gabriel stava ancora ridendo, era piegato in due e si teneva la pancia, mi girai verso di lui e lo chiamai 
      «Gabriel?» 
      «s... sì?» parlava con fatica dato che stava ancora ridendo 
      «fossi in te non riderei più di tanto» lo fissai. 
      Lui si mise in posizione eretta in pochi millesimi di secondo 
      «Fleur. Io non sono Alberto, te lo voglio ricordare» mi minaccia con voce dura 
      «Gabriel, devi capire che io con te mi diverto di più perché mi sottovaluti sempre, pensi che io abbia paura di te? ti sbagli. Ti vendicherai? d'accordo, ci divertiremo insieme, ma ricorda che se tu mi togli due io ti tolgo quattro e così via. Io sarò sempre due passi avanti a te» lo avvisai con il viso privo di emozioni. 
      «Fleur, cosa hai fatto?» si avvicinò con passo minaccioso verso di me pensando di spaventarmi e mi sovrastò con il suo corpo.
      «per cominciare smetti di fare il pavone che cosi ti rendi solo ridicolo e poi...» gli sorrisi dolcemente «voglio darti un piccolo aiuto, mi sento buona oggi, qualcuno sa che ore sono?» domandai 
      «sono quasi le 20» rispose lui
      «quasi le 20 mhmm...» mi picchietta l'indice sul mento 
      «che giorno della settimana è?» 
      «Martedì» rispose ancora lui, sicuramente stanco dei miei giochetti «arriva al dunque» 
      «mmmh... sono quasi le 20 ed è martedì, hai impegni stasera Gabriel?» gli domandai con voce innocente 
       «ho il turno al pub» mi guardò. 
      "tre secondi e ci arriva" pensai tra me e me 
      "sei stata cattiva con lui Fleur" mi disse Lili 
      "se lo è meritato!" gli risposi 
      Gabriel spalanco gli occhi 
      «Non hai osato...!» mi puntò un dito contro urlando! Nel mentre arrivò Albe dalla cucina e ci guardò 
      «Fleur, cosa gli hai fatto?» domandò mentre si aggiustava gli occhiali da vista che portava ogni tanto in casa
      «io? io gli ho solo ricordato che aveva il turno al pub» sbuffai. 
      Albe iniziò a guardarmi pensieroso, lo conoscevo bene, stava collegando le cose
      «Gli hai toccato la macchina?» domandò incredulo e spalancò gli occhi. 
      Li guardai entrambi con un ghigno malefico sul viso, cosi la prossima volta ci penseranno due volte a farmi arrabbiare.
      «Porca puttana Fleur! quella è una Maserati Levante ultimo modello! l'ha pagata uno stonfo!!» disse Alberto
      Gabriel non fiatava, secondo me non aveva ancora metabolizzato la cosa. 
      «"L'ha pagata uno stonfo"» scimmiottai Albe. «Possiede abbastanza soldi per comprarsi tutta la ditta Lamborghini, compresi il padre e la figlia, non avrà problemi a risolvere le conseguenze dei suoi errori». Poi mi girai verso il diretto interessato e gli parlai «Bada bene Gabriel, non è solo per il libro, ma sono anche tutte quelle piccole cose che mi fai, come prestare la mia biancheria alle tue puttanelle e per ogni volta che hai cambiato l'ora della mia sveglia facendomi fare tardi a lezione» lo rimbeccai 
      «Fleur, dimmi cosa hai fatto alla mia macchina» disse Gabriel digrignando i denti guardandomi 
      «Miscela di miele, zucchero, limone ed acqua» gli risposi tranquillamente cambiando ancora canale 
      "uh! Indiana Jones" 
      «Non...Non l'avrai mica messa nel serbatoio della benzina, vero?» mi domandò Gabriel
      «Avrei potuto, ero molto ma molto intenzionata, ma no, non sono stata così cattiva, ci ho solo ricoperto i sedili in pelle» Albe torna in silenzio verso la cucina non mettendo bocca nella nostra discussione perché tra me e Gabriel va così, siamo due caratteri che prendano fuoco facilmente ed esplodiamo ed è sempre meglio non intervenire. 
      Lui nel mentre si era incamminato con passi pesanti verso l'entrata del garage sotto casa dove conteneva le nostre auto. 
      "chissà se si sarà già riempita la macchina di formiche" mi domandai 
      Albe mi richiamo dalla cucina e girandomi lo vidi appoggiato al muro 
      «mmmh?» gli risposi continuando a guardare la tv 
      «l'hai fatta grossa.» 
      «pff!»
      Fine flashback
       
      Parcheggiai l'auto nel nostro garage precisamente alle 9.02 minuti, nonostante in superstrada non ci fosse nessuno e avevo raggiunto i 150km/h mi ci volle ugualmente un'oretta di strada. Stavo salendo le scale che portavano dal garage al nostro appartamento a piedi scalzi, avevo lasciato le scarpe in macchina, non avevo voglia di tenere tutto in mano le sarei andata a prendere più tardi, sempre se me ne ricordavo e sempre se mi veniva la voglia di farlo. Mentre giravo la chiave nella serratura di casa per aprire la porta blindata del nostro appartamento avevo gli occhi incollati sul telefono su alcuni messaggi delle mie amiche, Serena e Laura.
       
      Quelle giuste:
      Serena: Facciamo qualcosa questa settimana? 08.55
      Laura: È tornato Mattia ieri pomeriggio e va via sabato mattina, voglio stare un po' con lui, ma nel caso sabato sera ci sono per qualcosa. 08.57
      Fleur: Salutacelo! Comunque anche per me va bene sabato sera. 09.04
      Serena: Aggiudicato per sabato sera. 09.05
      Ma vedi di esserci Laura!!! 09.05
      Laura: Certo Caporale Maggior! 9.06
       
      Serena e Laura sono entrambe fidanzate, da poco più di un paio di due anni tutte e due, la differenza è che il fidanzato di Serena è Caleb il fratello di Gabriel. So che Mattia e Laura si sono conosciuti durante un mio compleanno in discoteca, anche se io non li avevo mai visti insieme quella sera, ma non ci ricordiamo molto in realtà, eravamo entrambe ubriache e quella sera toccava a Laura fare il turno da "mamma". Caleb, come Gabriel per molti anni ha fatto il ginnasta. Capelli molto corti, su una tonalità di castano scuro e diversi tatuaggi sparsi per il corpo. Aveva degl'occhi color nocciola e delle labbra leggermente carnose, ma non troppo. 
      Era un uomo simpatico quando iniziavi a conoscerlo, era un po' timido. Il fidanzato di Laura invece, appena uscito dalla maturità era entrato nell'esercito italiano nel corpo dei bersaglieri, infatti, come sempre appena tornava la nostra amica spariva per qualche giorno, come dicevo io ai miei amici "È tornato Mattia, ora se lo deve spupazzare tutto". Potevamo capirla, stava mesi senza vederlo perché era molto distante dalla nostra regione. La parte peggiore di tutta quella relazione era il giorno che partiva di nuovo e quello dopo, Laura si trasformava in uno zombie. Mattia era un ragazzo non altissimo, non arrivava nemmeno al metro e settanta, aveva le orecchie a sventola e i capelli cortissimi, quasi a pelle, color neri e gli occhi marroni. Aveva un fisico da militare, ovviamente, tutti gli allenamenti a cui era sottoposto. 
      Nel tempo ero riuscita a circondarmi di persone simpatiche e divertenti, che sapevano prendermi nel modo giusto e non erano mai noiose. Mi annoio molto velocemente della gente, il mio cervello ha bisogno di stimoli continui.
      Una volta entrata in casa lasciai borsa e chiavi sul mobiletto che rimaneva alla mia sinistra vicino alla porta, mi incamminai verso la cucina per mettere qualcosa nello stomaco e con la coda dell'occhio vidi una scimmia di un metro e novantacinque con le braccia incrociate al petto e le gambe divaricate. La scimmia in questione era Alberto, la maglia rossa con una strana scritta in inglese sul davanti veniva tirata dai muscoli del petto e delle braccia che erano in tensione, e nonostante i pantaloni della tuta grigia che portava gli stessero larghi si poteva notate che anche le sue gambe erano muscolose. 
      «Sai, se non fossi gay ti avrei già scopato da un po'» rifletto ad alta voce mentre i miei occhi lo guardano in tutto il suo metro e novantacinque. Era gay, e lo sapevo benissimo e non ci ho mai provato, però capitemi, sono una ragazza e quando davanti a uno spettacolo del genere le mie ovaie si svegliano.
      "Sei proprio una ninfomane" dice Lili 
      "Ma chetati"
      «Sai, se tu non fossi una ragazza ti prenderei a pugni» rispose lui. Per quanto delle volte ci fossero queste battutine tra me e lui o con Gabriel sapevamo che si scherzava e non dicevamo sul serio. Io e Gabriel eravamo troppo uguali, e beh, Alberto aveva altri gusti. 
      «dai, rovineresti questo faccino da angioletto» mi girai verso di lui facendogli un sorriso dolce e battendo le ciglia. 
      «Ogni giorno ho sempre di più la conferma» disse scuotendo la testa mentre si sedeva su uno sgabello intorno all'isola che avevamo in cucina
      « di cosa? Che sono un angioletto?» 
      «Che sei la figlia del diavolo» disse secco mentre io scoppiai in una risata. 
      Nel mentre avevo già preparato una tazza di latte e cereali per me, non riuscivo più a mangiare i pancake. Quando me ne andai di casa, insieme al tatuaggio mi feci fare anche il piercing alla lingua e ora, come mangiavo i pancake o i miei amatissimi gnocchi mi si appiccicavano tutti intorno alla pallina che avevo sulla lingua. 
      «Allora? Mi spieghi dove sei stata?» disse cambiando discorso 
      «Tu invece mi spieghi perché devi fare il padre?» dissi mentre con un movimento di braccio faccio volare il pancake in aria per riprenderlo subito. 
      «Non ne ho mai avuto uno Albe, non iniziare a farlo tu». Ero nata senza un padre, non che la cosa mi avesse creato dei problemi nella mia adolescenza. Giovanna, quella che era mia madre, era rimasta incinta di me quando aveva venti anni e lui se n'era andato lasciandola con la frase "fai quello che vuoi", non c'è da essere tristi, non c'è da provare pena per nessuno, io sto bene così, non ne ho mai sentito il bisogno di averlo. 
      «Non voglio fare il padre di nessuno Fleur. Però potevi avvisare o degnarti almeno di mandare un misero messaggio sul gruppo» disse con tono duro. Questa volta non potevo dargli torno, aveva ragione, lo so che avevo sbagliato a non avvisare nessuno dei due, sopratutto per il passato, però Gabriel mi aveva notata 
      « Gabriel aveva visto che ero con un ragazzo» dissi cercando una motivazione, non mi sarei mai scusata per il mio comportamento la parola "scusa" non esisteva nel mio dizionario. 
      «Gabriel era talmente ubriaco che mi aveva scambiato per una ragazza» disse. 
      Stavo mettendo i tre pancake nel piatto con un po' di miele, come piacevano a lui che mi blocco e alzo lo sguardo verso di lui
      « Davvero?» dico trattenendo una risata
      « Si, davvero. E la cosa era alquanto disgustosa» dice fa una faccia schifata 
      « Peccato, dovevo filmare l'evento, mi sarebbe servito sicuramente.» 
      Mi sedetti difronte a lui per mangiare, che dopo un paio di minuti ci arriva la voce di Gabriel dal corridoio dove sono situate le nostre camere da letto.
      « buona giornata bellezza.» 
      Guardo l'orologio e noto che sono le 09.45; ci giriamo verso la voce e notiamo uscire dal corridoio il nostro amico, con indosso dei pantaloni della tuta dell'Adidas banchi che gli cascano sul bacino facendo intravedere l'elastico dei boxer firmati Calvin Klein, insieme a una ragazza con dei lunghi capelli biondi vestita con un vestitino striminzito che la copre appena. 
      Alzo spontaneamente un sopracciglio 
      "A Gabriel non piacciono le bionde" mi dico 
      "un'altra sgualdrina." Dice Lili 
      « per te sono tutte sgualdrine tranne me» dico alzando gli occhi al cielo. 
      « non se né mai andata vero? » sussurra Albe al mio orecchio 
      « come? » mi giro di scatto verso di lui notando che era alle mie spalle 
      « hai parlato ad alta voce hai detto " per te sono tutte sgualdrine tranne me " » mi fa notare, lo guardo qualche secondo e sulle mie labbra si forma una linea, le mani formano dei pugni lungo i miei fianchi e conficco con forza le unghie nei palmi, devo stare calma, non mi piace parlare di Lili.
      « No, non se né mai andata » sussurro dura
      «ehi» mi si para davanti prendendo le mie mani nelle sue facendole rilassare « devi stare tranquilla con me, non l'ho mai detto a nessuno, ti puoi fidare » mi sorride leggermente e in fondo so che mi posso fidare ciecamente di lui. Quando mi svelò che era gay io gli confessai che fin dall'età di sei anni nella mia testa sentivo una vocina che mi parlava. 
      «Mi chiamerai?» la ragazza sbatte le lunghe ciglia rivolta a Gabriel distraendomi dalla piccola conversazione che avevo con Albe. Sapevo bene che Gabriel non avrebbe mai richiamato nessuna, quindi dato che mi annoiavo a morte, decisi di divertirmi.
      « ehi, cosa costi» la chiamai. 
      «Fleur, smettila» dice Albe alle mie spalle, ma ovviamente come sempre lo ignoro del tutto. La ragazza piega leggermente la testa verso destra per vedermi meglio
      « sì? dici a me?» mi domanda alzando un sopracciglio «si, parliamo un attimo da donna a..» la guardo da testa a piedi per pensare a un aggettivo idoneo per la persona che ho davanti «...donna(?) vabbè comunque, volevo semplicemente avvisarti che non ti richiamerà, solo questo. Non è stato un piacere avere questa intensa conversazione con te, ma adesso abbiamo da fare, quella è la porta. Ciao»
      « ehi!» fa un urlo stridulo. Io mi giro verso di lei con le sopracciglia alzate fino a toccarmi i capelli 
      "ma che... ha ingoiato un tacchino ieri sera?" 
      «chi ti credi di essere per parlarmi cosi? eh? e poi non sai cosa avrebbe fatto lui» continua con quella sua voce stridula. La guardo ancora basita domandandomi come si fa ad avere una voce del genere, ma soprattutto come ha fatto a sopportarla Gabriel, conoscendo il tipo 
      "credo sia brava con i pompini" mi fa sapere Lili 
      "Lo credo anche io! Deve essere proprio brava" rifletto 
      « Hai ragione» ammetto, facendo creare sul suo volto un piccolo sorriso di vincita. Piano piano mi avvicino a lei dicendo «ma dopo aver ascoltato la tua voce sono ancora più sicura che non ti chiamerà, ma chiediamolo a lui, Gabriel?» mi giro verso di lui che era seduto sullo sgabello in cucina aspettando che Albe finisca di cucinare i pancake, alza lo sguardo verso noi due 
      « sì? » mi domanda 
      « Avresti richiamato il tacchino? » indico con il pollice la persona alle mie spalle 
      « ehi! tacchino a chi? » urla ancora con quella sua voce stridula, 
      "dio, è insopportabile" 
      « ssh! non interrompere maleducata » l'avverto.
      « Gabriel? » incito il mio amico a rispondere 
      « no, non l'avrei richiamata » risponde rivolgendosi a me, subito dopo si gira verso la ragazza sorridendogli « bambolina, scopi a meraviglia davvero, hai un culo che è una favola, ma non è da me fare un secondo giro sulla solita giostra » gli fa un occhiolino e si gira verso Albe chiedendogli a che punto era con i suoi pancake. Mi giro verso la ragazza, sentendo in sottofondo la voce di Albe che risponde al suo amico di non rompergli le palle. Lei mi guarda con la bocca spalancata 
      « non sbattere la porta quando esci, grazie» mi giro verso i ragazzi. Sento chiudere la porta alle mie spalle e capisco che il tacchino se ne è andato. 
      «Notte Stronzo» dice Alberto mentre va verso la sua camera e fa il dito medio al suo migliore amico. 
      «Che gli hai fatto?» chiedo indicando con il pollice il ragazzo appena scomparso alle mie spalle e Gabriel con un sorriso dice «Niente, ho solo scopato come sempre, solamente che stavolta la ragazza aveva degli urli acuti.» 
      Scuoto la testa e ridacchio «Sempre il solito» 
      « a te? Com'è andata?» chiede mentre si versa un bicchiere di latte freddo
      « Ricordo poco, ma mi fanno male le gambe a camminare» dico alzando le spalle e al mio commento inizia a ridere. 
      «Se vuoi imparare qualcosina...» dice facendomi l'occhiolino
      « Muori » dico e scoppiamo entrambi a ridere. Anche sì mi fanno ammattire a tutte le ore del giorno quei due li adoro e non riuscirei a vivere senza. Non riuscire a stare senza le preoccupazioni e le raccomandazioni di Alberto, e non riuscirei a stare senza i commenti a sfondo sessuale di Gabriel. Sono due ragazzi stupendi, tranne quando fanno gli stupidi e combinano qualcosa, come quando Gabriel ha incendiato la pentola con la pasta dentro, e ancora oggi mi domando come diavolo abbia fatto. Sono dei ragazzi meravigliosi a loro modo, nonostante i miei quasi 24 anni, ad aprile, e i loro quasi 28 anni, a maggio e giugno, ci prendiamo sempre in giro e ci comportiamo come ragazzini delle elementari che si fanno sempre i dispetti a vicenda. 

    • Le avete presente le bambole di porcellana? 
      Quelle che la vostra nonna tiene dentro la vetrina di casa al sicuro dalla polvere e dai nipotini che ci vogliono giocare?
      Quelle bambole vengono costudite segretamente dentro a quelle teche di vetro e non vengono mai toccate perché possono rompersi.
      Sono state costruite e create con cura e con immenso amore. 
      Possiedono una bocca perfetta con una forma a cuore di un color rosato, disegnato sul loro volto, forse creato con un pennello dalla punta fine, dalla pazienza di una persona e dà una mano ferma. Sono state modellate alla perfezione, per essere perfette. 
      Indossano stupendi vestitini che sono sempre coordinati ai fiocchettini o a quei cappelli che portano. 
      La maggior parte di quelle bambole hanno dei lunghi capelli biondi che formano delle onde perfette e due occhi azzurri, sinonimo di bellezza in una ragazza. 
      Tutte quelle bambole, che avete visto fin da piccoli, tenetele ben presenti. 
      Era lei. 
      Quella bambola perfetta era Fleur.
      Fino all'età di nove anni era una di quelle bambole. 
      Ma vedete, Fleur non era bionda, Fleur non aveva gli occhi azzurri.
      Ha sempre portato fin da piccola dei lunghi capelli di un castano
      molto scuro, che in molti confondevano con un color ebano. I suoi occhi avevano una forma a mandorla, molto leggera ed erano del colore del buio, così scuri che ti perdi dentro a fissarli, così hanno sempre detto, questo è quello che prova lei ogni volta che si specchia. 
      Aveva un viso ovale molto delicato, delle labbra carnose, con un piccolo neo nella parte superiore del labbro a sinistra.
      Aveva un nasino delicato, non all'insù, non aquilino, non a patata, un piccolo e normale naso. 
      Sempre stata di costituzione magra, ma aveva quelle rotondità nei punti giusti fin da piccola che la rendevano morbida al tatto, e le anche sporgevano in fuori ogni volta che indossava il costume da bagno. Aveva la pelle olivastra. 
      Tutti a scuola la prendevano in giro, dicendogli che sembrava sporca perché era più scura dei suoi compagni e ogni giorno quando tornava a casa, nascondendosi da sua madre andava in bagno, si insaponava tutta e si grattava le braccia, le gambe, la pancia, fino ad arrossarsi tutto il corpo, fino a che non sentiva la sua pelle andar a fuoco, per vedere se riusciva a schiarirne il colore, ma non c'era niente da fare.
      La nostra Fleur non ha mai indossato un paio di pantaloni fino al suo nono compleanno. 
      Sua madre la vestiva sempre coordinata, con dei vestitini color pastello che erano intonati alle sue scarpette e hai fiocchi che portava in fondo alle sue lunghe trecce. 
      "Le signorine si vestono e si comportano sempre bene" ripeteva sua madre. 
      Lei le credeva. Era sua madre d'altronde, qualcuno potrebbe biasimarla? 
      Ogni mattina trovava il vestitino, ben stirato, steso sulla sedia di legno vicino alla sua scrivania, e lì accanto i fiocchetti da mettere in fondo alle trecce e le scarpette sotto il termosifone vicino alla porta. 
      Giovanna, sua madre, tutte le mattine quando la vedeva uscire dalla sua camera da letto le ripeteva la stessa frase che gli diceva da quando era nata "sembri una principessa, amore mio".
      Chi non ha mai sognato di essere una principessa? Cenerentola, Ariel, Belle, tutte tranne Biancaneve, perché diciamocelo, a chi piaceva essere Biancaneve? 
      Lei non sognava di essere una principessa. Quando sua madre inseriva la videocassetta nel registratore, Fleur era persa nell'osservare la matrigna cattiva e la strega, non le è mai interessata la principessa. 
      È sempre stata "deviata" fin da piccola. Non prendete con pesantezza la parola "deviata", lei stessa si definisce così.
      Era il primo marzo del 2001 la nostra Fleur avrebbe compiuto 6 anni quel giorno. Quel giorno si svegliò con un balzo dal letto perché aveva sentito chiamare il suo nome più volte e preoccupata che non fosse suonata la sua piccola sveglia rosa sul suo comodino si vestì di fretta e furia.
      "Le vere signorine non sono mai in ritardo" gli rimbombavano le parole di sua madre. 
      Per Giovanna avere un appuntamento alle 17.15 e presentarsi alle 17 era già ritardo.
      Mentre si stava infilando i suoi calzini di cotone con i ricami ai bordi di pizzo notò che la sua piccola sveglia segnava le 06.30 e non sarebbe suonata se non prima di un'ora. 
      "Fleur" sentì chiamare. 
      Si girò subito per vedere chi c'era dietro di sé, ma quando perlustrò tutta la camera constatò che era da sola. 
      "Fleur!" sentì nuovamente.
      Tremante corse a nascondersi sotto il letto al riparo da chiunque la stessa chiamando
      "Pensavo che tu fossi più intelligente!"
      «chi sei?» disse lei con la sua piccola vocina tutta tremante
      "In realtà, non ho un nome"
      Piano piano iniziò a uscire da sotto il letto e aprire le sei ante dell'armadio, fatto di legno, che aveva in camera per controllare da dove provenisse la voce. 
      «Dove sei?» chiese, guardando in giro per la stanza per capire chi e da dove, soprattutto, la stessero cercando
      "Sono dentro la tua testa, stupida!".
      Quel giorno Fleur scoprì di avere una voce nella sua testa. Aveva dentro di sé una piccola voce che le parlava, come il grillo parlante di Pinocchio, solo che stavolta non era un animale o un essere che esisteva fisicamente. 
      Parlando con questa vocina alla fine nacque, quella che possiamo definire un'amicizia, in realtà gli stava anche simpatica nonostante fosse caratterialmente il suo opposto.
      In quel giorno sentì dire alla sua nuova amica molte parolacce e ogni volta che la sentiva chiudeva di scatto gli occhi, per paura. Pensava che la madre potesse sentirla e picchiarla. Nella sua testa, tutte le volte sentiva sua madre che gli diceva sempre "Le signorine non sono mai volgari".
      Dopo un lungo pomeriggio sull'enciclopedia dei nomi ne trovò uno che gli piacque fin da subito da dare alla sua vocina, nonché nuova amica.
      Fleur la chiamò Lili, ma era solo un diminutivo, il suo vero nome era Lilith. Fleur scoprì che il significato di quel nome era che nella religione mesopotamica Lilith era il demone femminile associato alla tempesta, ritenuta portatrice di disgrazia, malattia e morte e in quel momento alla nostra Fleur gli sembrava perfetto.
      Fleur adorava sapere il significato dei nomi delle persone e una volta scoperto ne confrontava con il carattere di essa o esso.
      La domanda che assilla molte persone che hanno conosciuto Fleur da piccola e poi da grande, è "Cosa l'ha fatta cambiata così drasticamente?"
      È una domanda di una certa importanza. Le persone riscontrano sempre un cambiamento in una persona in qualcosa, magari un qualcosa di traumatico che gli è successo, oppure una qualche specie di ribellione nei confronti dei genitori troppo chiusi mentalmente, e tutti, ovviamente, attribuivano questo suo cambiamento al comportamento della madre, e a tutte le frasi che gli diceva da quando era nata. 
      "Le signorine sono brave a scuola"
      "Le brave signorine non giocano con i ragazzi e non si sporcano"
      "Le brave signorine non appoggiano i gomiti sul tavolo mentre pranzano"
      Era tutto un pretendere, era tutto un "le brave signorine fanno questo..." 
      "le brave signorine fanno quest'altro...".
      Non ha mai detto niente, nessuno ha mai detto niente.
      Le urla in casa quando Fleur portava a casa il voto di un compito 
      «Cos'è questo 8 a matematica?? Mi devi sempre mettere in ridicolo davanti agli altri genitori! Mi è nata una figlia stupida! Cos'ho fatto di male?» e mentre la madre si metteva le mani nei capelli chiudendosi in camera dallo sconforto del voto misero della figlia, che frequentava appena la terza elementare, Fleur si guardava le punte delle sue nuove ballerine di un color blu notte domandandosi dove avesse sbagliato. 
      Arresa ormai difronte al fatto che la madre non sarebbe mai uscita dalla camera per preparare la cena andò in camera a studiare più duramente e a stomaco vuoto quella sera.
      Le persone non devono soffermarsi sul "cosa" l'ha cambiata, si dovrebbero soffermare sul "chi". 
      La domanda che bisogna farsi è "chi ha incontrato?". E questo suo incontro avvenne all'età dei suoi nove anni.
      Quell'estate, mentre giocava con le sue amiche Sara e Gaia conobbe un ragazzo. 
      Qui potrei dire che è la solita minestra di sempre. Il ragazzo ribelle, che vestiva sempre di nero, odiava quella bambina sempre perfetta, gli faceva tutti i dispetti, ma alla fine di tutto nacque un'amicizia.
      Ed è proprio così. 
      Si chiamava Vincenzo, ed era più grande della nostra Fleur di un paio di anni.
      Ovviamente la sera stessa che tornò a casa si mise a sfogliare l'enciclopedia dei nomi nella sua cameretta e ne trovò il significato, alla lettera voleva dire "vincente" e lo era, lo sarebbe stato, in quel momento e per sempre. 
      Vincenzo, o Vince, come lo chiamava lei, portava dei lunghi capelli leggermente sotto la spalla, erano riccioluti, ma non quei riccioli ben definiti, di quelli che non hanno una forma precisa, e il loro colore era stupendo agli occhi della nostra protagonista, erano di un biondo tendente al rosso. 
      Aveva gli occhi di un verde smeraldo che riusciva a incantare ogni ragazza che incontrava. 
      Le labbra fini e quando sorrideva illuminava la giornata di Fleur. 
      Nonostante i suoi undici anni sfiorava quasi il metro e settanta e prometteva che in futuro sarebbe stato un ragazzo molto alto. 
      Aveva un fisico asciutto, come diceva la nostra ragazza nei pomeriggi che passavano a casa della loro amica Sara "Quando è senza maglietta riesco a contargli le costole".
      Vince, vestiva sempre di nero, nel suo armadio avrà avuto centinaia di jeans tutti uguali e tutti del solito colore, nero.
      Indossava sempre maglie dello stesso colore dei pantaloni, oppure con dei nomi delle Band, come quella dei Metallica, o degli AC/DC o dei Kiss e ai piedi portava sempre le solite Converse nere.
      Parliamo di loro adesso. 
      Dopo quel loro incontro ne avvennero subito altri, quasi tutti i pomeriggi si incontravano per giocare tutti insieme e lui gli faceva un sacco di dispetti.
      Gli tirava le trecce, la prendeva in giro per come si vestiva, le diceva sempre che sembrava la bomboniera del matrimonio dei suoi genitori. 
      La nostra Fleur aveva un segno particolare che la distingueva dai suoi amici, ogni volta che sorrideva gli si formavano due fossette sulle guance, e puntualmente Vince non sprecava tempo per infilarci il dito e dirle che era orrenda. Ma, in realtà, lui non lo pensava. 
      Pensava che era la bambina più bella che avesse mai visto nella sua vita, era solo un po' spenta. La definiva quasi falsa, non ha mai sopportato le persone false fin da piccolo, aveva un "potere" strano, riusciva a sentirle a distanza di metri e lui sapeva benissimo che lei era tra queste, ma non so perché, capì che non voleva farlo con cattiveria, non riusciva ad essere sé stessa. 
      La stuzzicava per questo, gli dava così tanta noia perché voleva vedere dove poteva arrivare, voleva testare la sua pazienza, voleva vedere quando sarebbe scoppiata. 
      Quel giorno arrivò a fine estate, una settimana dopo sarebbe rincominciata la scuola. 
      Fleur stava giocando con i suoi amici nella piazza vicino casa a "Guardie e Ladri" e in quel momento a lei era toccato il ruolo del ladro e a Vince quello della guarda. 
      Tra una corsa e l'altra Vince spinse, forse per sbaglio, forse apposta, la nostra Fleur a terra. 
      Si era sporcata tutto il nuovo vestitino che sua madre gli aveva comprato qualche giorno prima, aveva degli sbucci sulle ginocchia e aveva graffiato i suoi sandali preferiti. 
      "Le signorine non si sporcano mai! Le signorine non corrono come dei selvaggi!" le suonava in testa la voce di sua madre. 
      Quando Vincenzo le si avvicinò per aiutarla a rialzarsi, Fleur con la sua piccola manina gli tirò uno schiaffo sulla sua guancia destra con tutta la forza che aveva e gli disse 
      «mi hai altamente rotto le palle!»
      Al suono di quelle parole lei si meravigliò di sé stessa perché non si era mai permessa di dire certe cose, non era bello che quelle parole uscissero dalle labbra di una ragazza. 
      Lui invece non era affatto meravigliato di ciò, anzi, era contento che nella maschera che portava la ragazza si era formata una crepa. 
      Si girò molto lentamente e quando i loro occhi si incontrarono lei si occorse che lui le stava sorridendo.
      «Bene» gli disse Vince «ora si ragiona».
      Quando la ragazza rincasò quella sera stessa si prese due schiaffi per guancia dalla madre. Era sudata perché aveva giocato e corso con i suoi amici.
      Era sporca perché era caduta.
      Aveva rovinato il vestito nuovo.
      Aveva graffiato le scarpette.
      «Le signorine per bene non fanno queste cose! Come devo fartelo intendere?? Sei proprio uno sbaglio in tutti i sensi».Sono parole pesanti da dire a una bambina di nove anni, sono parole ancora più pesanti se quella bambina le sente dire dalla propria madre. 
      Una volta andata a letto senza cena si era messa sotto le coperte e rannicchiata su sé stessa. "Fleur, posso fare qualcosa per te?" sentì parlare, ormai quella che era la sua migliore amica.
      «No, Lili, voglio stare sola. Grazie» disse sottovoce per non farsi sentire dalla madre che era nella stanza accanto.
      Il pomeriggio dopo non vedendola uscire per giocare Vincenzo andò sotto casa sua e quando notò che sua madre stava andando via con la macchina per andare a lavoro, si avviò al campanello e suonò.
      Fleur appena lo vide dalla piccola telecamera dello schermo del citofono prese la cornetta del citofono e gli disse «Cosa vuoi Vincenzo?»
      «Puoi scendere? Volevo dirti una cosa» sospirò lui. 
      Dopo 5 minuti che stava aspettando si era ormai arreso, stava per saltare il cancello e bussargli alla porta ed ecco che uscì Fleur.
      Parlarono tutto il pomeriggio sdraiati nel prato di casa della ragazza. 
      Lui si scusò per averla spinta a terra e di avergli rovinato il suo vestito. 
      Lei sentendo quelle parole e sapendo che non si era mai scusato con nessuno capì che era sincero e gli sorrise affettuosamente e con un'alzata di spalle disse che non era importante e che ne aveva centinaia di vestiti.
      Scherzarono tutto il giorno, raccontandosi tante storie. Da lì nacque una stupenda, una forte, un incantevole e una dolorosa amicizia che dura tutt'ora nel cuore della nostra ragazza.
      Passarono i giorni, i giorni diventarono mesi, e i mesi si trasformarono in anni. 
      Vincenzo e Fleur erano inseparabili, facevano di tutto insieme.
      Quando sua madre scoprì che aveva un amico del genere andò su tutte le furie. 
      «Vergognati! Le signorine come te non frequentano quella gentaccia! Metallari! Portano solo guai».
      Era il 2007 e Fleur e Vincenzo avevano rispettivamente 12 e 14 anni. 
      In tre anni che lo aveva conosciuto lei era cambiata tantissimo, lui le aveva insegnato che doveva essere sé stessa, doveva trovare la sé stessa dentro di lei e farla uscire e lo doveva fare al più presto. 
      Doveva smettere di essere la "signorina" che le diceva sempre sua madre. 
      Doveva tirare fuori il carattere che aveva, come aveva fatto quel giorno quando lo schiaffeggiò.
      Doveva tentare nella vita.
      Doveva buttarsi a capo fitto nelle cose senza mai pensarci.
      Doveva crederci nelle cose che faceva e nelle cose che sognava. 
      Doveva credere in sé stessa. 
      Doveva smettere di farsi mettere i piedi in testa dalle persone.
      Doveva smettere di abbassare la testa difronte a chiunque. 
      Doveva tirare fuori le palle.
      E doveva ascoltare di più quella voce dentro di lei, quell'opposto che era comparsa il giorno del suo sesto compleanno. 
      Lei si confidò con lui un giorno e gli disse che dentro di lei esisteva questa vocina che si chiamava Lilith, o semplicemente Lili, e lui molto semplicemente gli disse «l'ho sempre pensato che eri deviata» e scoppiarono entrambi a ridere.
      Vince la faceva saltare dai muretti alti e come sempre tornava a casa con graffi e qualche volta anche con le caviglie slogate. 
      Fleur aveva iniziato a portare i pantaloni, le magliette e le scarpe e dopo tanti urli da parte della madre ogni tanto riusciva a convincerla a fargli lasciare i vestiti nell'armadio. 
      Era passata dal saltare i muretti ad entrare nella vecchia fornace abbandonata e pericolante vicino casa. 
      «Se non rischi nella vita che gusto ci sarebbe?» gli diceva.
      Dovevate vedere i loro litigi. Quando litigavano venivano giù anche le montagne. 
      Lui riusciva a tirare fuori la parte peggiore di lei e ne era contento. 
      Da quando quel giorno l'aveva fatta cadere mentre giocavano e aveva creato quella crepa nella maschera che portava era riuscito a insinuarsi al suo interno, ogni giorno, sempre di più, e quando litigavano usciva la vera Fleur.
      Quella cattiva, quella vendicativa, la stronza che sapeva esistere dentro di lei e a cui voleva bene. 
      Si dicevano di tutto, se ne dicevano di tutti i colori e maledicevano sempre il giorno che si erano incontrati, ma al termine di ogni litigio dopo che lei gli lanciava qualsiasi cosa avesse in mano e se ne andava via arrabbiata, dopo due ore esatte lui si presentava sotto casa sua senza chiedergli mai scusa. 
      Si faceva sempre mezz'ora di strada a piedi per andare al supermercato a comprare gli orsetti gommosi e come sempre gli andava a suonare il campanello e si mettevano seduti in giardino a mangiare le caramelle gommose in silenzio e il giorno dopo era come se non fosse successo niente.
      Avevano camminato per ore intere tutte le volte che perdevano il pullman per tornare a casa dalle medie. 
      Vince era bocciato diverse volte, non era bravo a scuola, non gli piaceva studiare. Al contrario Fleur era una secchiona e lui si stupiva sempre, per quanto ribelle era diventata ai suoi occhi, agli occhi della madre e di tutti gli altri, per quanto riuscisse a rispondere a tono alle persone, a scuola era bravissima, riusciva quasi sempre a prendere il massimo nei compiti e nelle interrogazioni.
      Era il 15 dicembre del 2007 e il tempo per tutto il pomeriggio era stato sereno, nel cielo era presente quel leggero sole invernale che era piacevole sentirlo sulla pelle in contrasto al freddo del mese. 
      Vince e Fleur avevano deciso di cenare insieme a casa di lui e guardarsi un film, avevano optato per "Codice d'onore". 
      Era stata una serata tranquilla, non erano sorti punti problemi, avevano sorriso e scherzato per tutto il tempo, erano entrambi felici o almeno era quello che credeva lei. 
      Era buio e lui come sempre si preoccupava per lei così, anche se solo per duecento metri, decise di accompagnarla a casa per sicurezza.
      Una volta arrivati alle scale di casa di Fleur lui gli disse sorridendo «Grazie della compagnia eh!». «Tua madre che ore smette il turno all'ospedale?» chiese lei 
      «Tra poco. Ci vediamo domani va bene?»
      «Ci vediamo domani» e con un dolce sorriso diede la buonanotte al suo amico e entrò in casa.
      Il giorno dopo non si videro, né quello successivo e nemmeno quello dopo ancora. 
      Non si videro più.
      Non riuscirono più a parlarsi.
      Non riuscirono più a sorridersi e a scherzare insieme. 
      Vince non c'era più. 
      Non era svanito nel nulla, anche se forse era meglio. 
      Vince era morto. Si era tolto la vita impiccandosi con la cintura all'armadio di camera sua. Quando Fleur lo seppe, non pianse, non disse niente, sul suo viso non si creò nessuna smorfia di dolore, di sorpresa o altro; sentì solo spezzarsi una parte del suo cuore. 
      Non andò al funerale il giorno dopo, ma andò a scuola, come se fosse un giorno qualsiasi. 
      Quel giorno iniziò a nevicare mentre lo portavano in chiesa e lui adorava la neve. 
      Fleur non si scorderà mai di Vince, lo porterà sempre dentro di sé, si tatuerà perfino una frase in suo onore, ma non pronuncerà mai più il suo nome davanti a nessuno.
      Dopo la morte di Vincenzo, Fleur parlava sempre più spesso ad alta voce con Lili senza badare se qualcuno l'ascoltasse, non gli interessava più l'opinione altrui. Aveva smesso di rispondergli mentalmente come faceva quando aveva sei anni. 
      Negli anni Giovanna, sua madre, si era preoccupata, ogni tanto sentiva sua figlia parlare da sola, era cambiata dopo aver conosciuto quel "Metallaro", come lo definiva lei, non indossava più i suoi vestiti e non si comportava più come una signorina, come le aveva insegnato. 
      Alla fine quando sentì parlare per l'ennesima volta Fleur da sola prese seri provvedimenti. 
      «Con chi parli?» gli domandò un giorno in finto tono gentile
      «Con Lili» rispose Fleur con tutta tranquillità. 
      «Oh Fleur hai 13 anni. Sei grande per avere un'amichetta invisibile sai? »
      «Mamma, lei non è un'amica invisibile, lei esiste davvero è....»
      «Adesso basta!» scatto in piedi «Sei una signorina, e sei troppo grande per queste sciocchezze. Comportati da adulta!» detto ciò Giovanna andò in camera e non usci dalla stanza fino all'ora di cena, saltando completamente il pranzo e non lo preparò nemmeno a sua figlia, che si dovette arrangiare da sola con un panino.
      Il giorno dopo alle 10.30 Giovanna portò sua figlia difronte a un palazzo con grandi finestre di vetro. Il cielo quella mattina era nero e il suo colore veniva riflesso sui vetri del palazzo per cui non si vedeva niente all'interno del grattacielo. 
      Arrivate al sesto piano furono accolte da una giovane ragazza che le accompagnò fino a una grande porta di legno. 
      Quando la madre bussò, Fleur sentì provenire dal suo interno una voce di un uomo che gli diceva che potevano entrare. 
      «Buongiorno Signora» disse lui rivolgendosi alla madre. 
      Fleur lo stava osservando dal basso con il suo metro e cinquantacinque scarso. 
      L'uomo aveva un accento straniero, forse inglese, era molto alto ed era anche giovane forse non arrivava nemmeno ai trentacinque anni, ed era vestito in modo elegante. Aveva i lineamenti del viso duri e ben definiti.
      Indossava un completo grigio fumo, una camicia bianca e la cravatta che si intonata al completo. 
      Notò un piccolo dettaglio che forse, anzi, quasi sicuramente a sua madre gli era sfuggito, riuscì a notare che dal colletto della camicia spuntava un leggero disegno nero, forse era una parte di un tatuaggio. 
      Era sicura che sua madre non lo avesse visto, non gli piacevano i tizi tatuati, diceva che chi aveva tatuaggi e piercing portavano solo guai. L'uomo aveva dei capelli corti completamente neri, come le piume di un corvo, una leggera barba che teneva curata e si notava perfettamente, ma quello che stupì Fleur furono i suoi occhi quando l'uomo abbasso lo sguardo verso di lei. 
      Erano diversi. Erano completamente contrastanti. 
      Il giorno e la notte.
      Aveva l'occhio destro dello stesso colore suo. Era di color buio che le persone potevano dire benissimo che era nero.
      L'occhio sinistro era di un azzurro chiaro, come quello del mare della Sardegna, limpido, senza impurità. 
      Era incantata da quegli occhi. 
      Eterocromia. 
      Aveva letto qualcosa sull'enciclopedia che aveva in casa.
      Era una ragazza molto curiosa e amava leggere di tutto. 
      L'uomo ovviamente si accorse che Fleur lo fissava negli occhi e si formo un piccolo sorriso sulle sue labbra carnose. 
      Aveva fatto colpo su di lei, ma su chi non lo poteva fare? Un colore del genere di occhi non si poteva scordare così facilmente.
      Mentre l'uomo parlava con la madre Fleur iniziò a guardarsi intorno.
      Era decisamente un ufficio, pensò subito. Difronte a lei c'era un enorme scrivania in legno con molti quaderni tutti sparsi sopra 
      "È un insegnante?" pensò. 
      Dietro la scrivania c'era una poltrona di pelle e ancora dietro, una gigantesca libreria che prendeva tutta la parete, piena zeppa di libri, alcuni rovinati e altri nuovi. 
      Curiosò ancora e notò che vicino a lei c'era un'altra poltrona e una specie di lettino dove potersi sdraiare e sul suo viso si formò un cipiglio. Era piccola, non stupida. 
      Alla sua sinistra, sul muro c'erano appesi vari quadri. 
      Assottigliò lo sguardo su uno di loro e riconobbe che erano delle lauree e attestati di merito, come quelli che teneva sua madre in sala.
      Fu svegliata dai suoi pensieri quando sentì chiudere la porta da dove era entrata e si accorse che era rimasta sola con l'uomo. 
      Erano ancora entrambi in piedi l'uno difronte all'altra e si fissavano. 
      Le labbra di Fleur formavano una linea dura, aveva 13 anni e le cose le capiva.
      «Ciao» disse lui sorridendogli
      «Salve, Signore» disse Fleur con gentilezza ed educazione. 
      Poteva avere tutti i difetti del mondo, ma finché qualcuno non gli faceva qualcosa di male lei era educata e gentile.
      «Oh ti prego. Non chiamarmi Signore e non darmi del lei, mi fai sentire vecchio.» Disse sorridendo.
      Una volta seduti entrambi, sulle poltrone, l'unica cosa che li separava era la scrivania di legno. 
      «Io sono Seth.» disse l'uomo presentandosi
      "il Dio del caos." Pensò Fleur 
      «So che ti piace cercare il significato dei nomi» disse lui 
      «Si» rispose fredda. 
      «Hai un nome bellissimo sai?» disse Seth accavallando le gambe «immagino che tu sappia cosa vuol dire»
      «Ovviamente» rispose con quel tono saccente che aveva e si voltò continuando a guardare il muro. 
      «Sei affetto da eterocromia» disse lei sviando dal discorso dai nomi. 
      Sapeva benissimo cosa voleva dire il suo nome, ma sicuramente lui non lo avrebbe mai sentito dalle sue parole, aveva il suo nome e cognome, poteva cercarlo su internet e scoprirlo da solo, ma sapeva anche benissimo che lui si era accorto che voleva sviare dall'argomento del suo nome, in fondo era parte del suo lavoro.
      «Si, si nota eh?» domandò retorico lui
      Fleur aveva letto che in certe culture dei nativi Americani l'eterocromia era nominata come "occhi di spettro", ed era ritenuta dare al suo possessore una doppia vista, sia sull'aldilà che sulla terra, invece le culture pagane dell'Europa occidentale consideravano l'eterocromia un segno che l'occhio del neonato è stato strappato via da una strega, o almeno così aveva letto. 
      L'uomo la fissava sorridendo, e Fleur si domandò cosa diamine stesse pensando
      "E' inquietante sai?" disse Lili nella sua testa
      "Io lo trovo bello" pensò sinceramente e sorridendo Fleur
      "E' bello quanto inquietante"
      «Allora...» iniziò a dire Fleur fissandolo dritto negli occhi «Lei cos'è? Uno psicologo?»
      «Sono uno psichiatra» disse lui aprendo un quaderno
      «Uno psichiatra, sono matta?» disse ironicamente
      «Credi di essere matta?» chiese lui 
      «Matto era il Cappellaio in Alice»
      Lui sorrise a quella risposta, sapeva che Fleur non era matta, non aveva niente che non andava, piuttosto era la madre che aveva bisogno delle sedute dallo psichiatra, la figlia non aveva assolutamente niente, ma pensò che magari sfogarsi le poteva far bene.
      «Tua madre mi ha detto che parli da sola» disse
      «La tua invece dov'è?» domandò Fleur 
      «A casa» disse lui 
      Parlarono per 45 minuti, di tutto e di niente, alla fine lei gli disse quando nacque Lilith, di cosa parlavano durante il giorno. 
      «Quindi cosa sarebbe?» chiese sicura di se 
      «Hai presente Dottor Jekyll e Mr. Hyde?»
      Lei annuì sapendo benissimo di cosa stava parlando
      «Ecco, uguale. E' una sorta di sdoppiamento della personalità». Lei continuò a fissarlo, stava già immaginando che di giorno era Fleur e la sera era un'altra persona. 
      «Ovviamente non ti trasformerai in un essere orripilante» disse il dottore facendo una risatina
      «Ma davvero? Non lo avrei mai detto» aveva 13 anni e non sapeva frenare la lingua
      «Fleur, ascoltami, è solo una voce»
      "E' solo una voce".
      Passarono anni, i primi mesi frequentava lo studio del dottore dal lunedì al venerdì, poi piano piano i giorni diminuirono fino a essere uno alla settimana, tutti i giovedì alle 17.30 aveva appuntamento nel suo ufficio. 
      Era entrata al liceo e conobbe Laura e Serena, e insieme diventarono presto migliori amiche.
      Serena era una ragazza dolce, timida, molto permalosa e riservata.
      Aveva dei lineamenti dolci, gli occhi marroni e dei capelli di un castano chiaro che gli arrivavano a metà schiena, aveva un fisico stupendo, dopotutto era una pallavolista. Aveva delle labbra fini e un nasino, che come diceva lei, era a forma di "culo" perché al centro aveva una sottile linea che glielo divideva. 
      Laura era la pettegola del gruppo, sapeva tutto di tutti, era informata su qualsiasi cosa di qualsiasi persona e a volte Fleur e Serena si domandavano se per caso non avesse messo telecamera nel loro paese e d'intorni. 
      Diversamente dal fisico di Serena e Fleur, Laura era più rotonda, ma aveva quelle rotondità nei punti giusti. Aveva delle guance paffute, labbra carnose e degli occhi grandi color verde. Aveva i capelli che gli toccavano appena le spalle tinti di biondo, anche se in realtà il suo colore naturale sarebbe stato un color cioccolato. Le mani sempre ben curate e ogni tre settimane andava dall'estetista per rifarsi le unghie. 
      Fleur aveva compiuto da qualche mese 15 anni e in quel periodo incontrò quello che sarebbe diventato il suo primo vero ragazzo. 
      Raffaele non era il classico belloccio della scuola, ma era carino, e stupendo agli occhi della nostra protagonista. 
      Capelli neri, corti dalle parti e lasciati più lunghi al centro, occhi marroni, un naso appunta e delle labbra comuni. Arrivava a sfiorare il metro e ottanta. 
      Ad oggi è diventato un ragazzo bellissimo, con i muscoli nei punti giusti e come ogni ragazzo faceva e fa strage di cuori, aveva solo un orribile difetto. 
      Un futuro avvocato, bello, con soldi e violento. 
      Lei per Raffaele perse completamente la testa se ne innamorò perdutamente.
      Con lui fece tutte le sue prime esperienze, fece l'amore con lui, i primi viaggi di qualche giorno con i genitori, la prima volta che dormi con un ragazzo, ovviamente a insaputa della madre.
      Aveva donato così tanto il suo cuore in mano a lui che a volte non riusciva a capire cosa c'era di sbagliato in quella relazione. 
      Perché sì, era sbagliata.
      Era il suo primo amore, credeva che il loro fosse vero amore, almeno, da parte sua lo era sicuramente.
      All'inizio erano come una qualsiasi coppia, era felice ed entusiasta e il sentimento che provava le sembrava anche ricambiato, ma la situazione cambiò molto velocemente.
      Dopo un anno di relazione iniziarono le brutte parole quando litigavano, la chiamava 'troia', le diceva che non valeva niente, ma poi come da copione tornava da lei e le diceva che tutte quelle cose non le pensava che erano parole dette solamente in un momento di rabbia, perché lo aveva ferito.
      Il dottore si era reso conto di qualcosa quando lei andava da lui e si sfogava, ma lei ci girava solo intorno al problema, non glielo aveva mai detto apertamente. 
      Delle volte ci aveva provato a toglierle le parole e i fatti dalle sue labbra, con delle domande in cui erano presenti dei tranelli, ma Fleur era una ragazza intelligente e oltre a capire che cosa stava facendo il suo psichiatra, deviava il discorso su altro, come i problemi a scuola e con la madre troppo insistente.
      Rabbia. Questo era il problema di Raffaele.
      Era stato sempre un ragazzo intelligente, veniva da una famiglia di brave persone rispettate da tutti. 
      Aveva ottimi voti al Liceo e tutti sapevano già che si sarebbe diplomato con il massimo. L'anno della maturità Raffaele aveva già ottenuto una borsa di studio per la Bocconi, una delle più famose università italiane per studiare legge. Aveva già un futuro scritto. 
      La situazione è degenerata quando stavano insieme da quasi due anni.
      Durante una discussione Raffaele colpì Fleur sulla guancia con uno schiaffo, secco e duro. In quel momento per lei si bloccò il mondo, non sentì nemmeno il dolore che si espandeva silenzioso sulla guancia, non gli vennero nemmeno le lacrime agli occhi, fu come quando la mamma ti toglie il cerotto con uno strappo così veloce che tu non te ne accorgi nemmeno e quello schiaffo fu identico.
      Mai, mai avrebbe dovuto perdonarlo o capirlo.
      Sarebbe dovuta andarsene nello stesso momento in cui la mano era entrata in collisione con la sua faccia e invece...
      Nella loro relazione c'erano momenti molti belli, davvero bellissimi, la trattava come vorrebbe essere trattata ogni ragazza.
      La riempiva di complimenti e di attenzioni, faceva quei piccoli gesti che le ricordavano del perché lo amasse. 
      Poi si ripeteva tutto come un film visto e rivisto fino a quando non le tirava dei pugni nei fianchi. 
      Imparò molto velocemente a colpirla in posti che teneva sempre coperti per non far suscitare nella madre o nelle persone che la circondavano domande del perché poteva avere lividi sul volto.
      Lui tornava dopo poche ore con il cuore in mano e sulla sua faccia un'espressione veramente dispiaciuta e iniziava a scusarsi, dicendo che non lo aveva fatto apposta, ma che era stata lei a portarlo a fare quell'azione, perché lo aveva ferito, perché lo stava facendo star male e lei, come da copione, gli diceva sempre che stava bene.
      La situazione esplose poco prima del suo ventesimo compleanno quando Fleur lo scopri a letto con un'altra ragazza. 
      Lui aveva lasciato la porta dietro casa aperta e lei era entrata tranquillamente e li aveva sentiti.
      Era delusa, arrabbiata, ferita, provava così tanti sentimenti nello stesso momento che non era in grado neanche lei stessa a distinguerli. Se ne andò via e nel primo pomeriggio gli inviò un messaggio domandandogli se potevano vedersi.
      Lo lasciò, gli spiegò il perché della sua decisione e lui come al solito si arrabbiò la trascinò a casa sua dove sapeva benissimo che erano soli.
      Quando chiuse la porta iniziò a schiaffeggiarla con forza, gli schiaffi se l'aspettava, ma il pugno che arrivò dopo no e cascò a terra. 
      Picchiò la testa sul pavimento di marmo e un dolore lancinante si espanse dentro di lei, le tirò un calcio nelle costole, ma ormai non sentiva più niente. 
      Era abituata a certe cose. 
      Il peggio venne quando iniziò a sbottonarle i pantaloni e li calò insieme alle sue mutandine e con due dita entrò dentro di lei in modo rude, Fleur non si oppose, era peggio se cercava di scappare così lo lasciò fare. 
      Quando finì la lasciò lì, da sola.
      Piano piano si alzò e andò a casa. 
      A sua madre gli disse che era cascata e lei ci credete subito. 
      Come fa una madre a non accorgersi che la propria figlia viene picchiata e peggio ancora.
      Un giorno in passato riuscì a sfogarsi con il suo dottore e lui aveva cercato di convincerla a denunciarlo, ma lei non lo fece, mai. 
      Era arrivato il suo primo anno di università e iniziò a prendere i treni la mattina presto per andare via di casa, iniziò a seguire tutti i corsi extra che poteva per rimanere via dal suo paese il più a lungo possibile, per rimanere via da lui il più possibile, perché nonostante lei gli avesse detto che era tutto finito tra loro due lui si ostentava a seguirla.
      Quando chiedeva di lei a sua madre lei le diceva la verità che era l'università o che ero rimasta in aula studio per prepararsi a degli esami.
      Era fortunata in un senso, per sua madre lo studio veniva prima di tutto e quindi quando gli diceva che ritardava perché doveva preparare gli esami era contentissima. 
      Giovanna era una donna molto all'antica e anche se era convinta che la purezza di sua figlia era sempre intatta non lasciava mai lei e Raffaele da soli in una stanza e non voleva che lui salisse in camera sua.
      La situazione andò avanti così per un paio di mesi poi smise di cercarla è finì il tutto. Si erano lasciati senza dirselo, solo scomparendo un po' alla volta.
      In questi anni Fleur era cresciuta bene, era diventata bellissima come le dicevano in molti, aveva una quarta di seno, la pancia piatta e un culo sodo e tondo. Aveva la fila di ragazzi che gli facevano la corte, ma non riusciva ancora a fidarsi di nessuno dopo Raffaele. 
      Il suo comportamento era diventato quello di una sorte di "bulla", rispondeva male a tutti, tirava frecciatine a chiunque gli capitava. Si ricordò finalmente tutto quello che una volta il suo migliore amico gli disse e così fece.
      Era capitato un paio di volte che fosse finita in questura perché aveva picchiato una ragazza, ma nonostante questo i suoi voti all'università erano alti, era una delle migliori studentesse di psicologia di tutta l'università.
      Dopo mesi che tutti i giorni prendeva il treno per andare a lezione all'università una mattina fece amicizia con due ragazzi più grandi di lei.
      Tutto era iniziato perché uno di loro, Gabriel per la precisione, fece notare al suo migliore amico Alberto che la vecchietta accanto a loro si stava infilando le dita nel naso e successivamente in bocca. 
      Una scena divertente, per Gabriel.
      Una scena disgustosa, per Alberto.
      Una scena tranquilla per chi aveva visto di peggio, per Fleur.
      Però la nostra Fleur  non seppe trattenere una risatina a tale vista e tra un commento e l'altro i tre ragazzi fecero conoscenza, i giorni successivi sono serviti sempre di più per rinforzare tale conoscenza che poi si trasformò in amicizia. 
      Fleur scopri che Gabriel era il solito donnaiolo. Aveva dei capelli castani scuri e portava un piercing alla lingua, aveva dei lineamenti ben definiti del viso, i suoi occhi verdi erano una calamita per le donne, aveva gli zigomi alti e come la nostra protagonista ogni volta che sorrideva gli si formava una fossetta sulla guancia sinistra, anziché due. Era molto più alto di Fleur superava il metro e novanta, mentre lei si era fermata al metro e sessantatré scarso. 
      Aveva un fisico muscoloso, per gli anni di ginnastica artistica.
      Era un ragazzo irascibile, scontroso con tutti perfino con il suo migliore amico, ma faceva parte del suo carattere, ma sotto sotto era un bravo ragazzo, aveva 24 anni e voleva goderseli e basta. 
      Per quello che si poteva vedere al di fuori non sembrava un ragazzo dedito allo studio, ma in realtà era molto intelligente e i voti degli esami alla facoltà di lettere lo dimostravano.
      Il problema nasceva quando un carattere come il suo andava a scontrarsi con la nostra Fleur, in quei casi volavano le pentole, e non sto scherzando, e come da rito Alberto usciva di casa per non beccarsi un mestolo dritto in fronte. 
      Alberto era l'opposto di Gabriel. Era il più maturo dei tre. Un ragazzo molto socievole e rideva spesso. 
      Aveva i capelli di un biondo scuro, corti, ma abbastanza lunghi da riuscire a prendere alcune ciocche e tirarle. Le punte erano tinte di un blu, ma che dopo tanti lavaggi si erano schiarite diventando un azzurro e da lì venne fuori il soprannome di "Puffo". Gli occhi erano di un marrone come la corteccia di un ulivo. 
      Quando sorrideva si potevano notare le due palline di un blu scuro che spuntavano dal labbro superiore, aveva uno "smile" e portava qualche orecchino sull'orecchio sinistro. 
      Alberto superava Gabriel di cinque centimetri buoni, sfiorava il metro e novantacinque e tutti potevano ammirare il suo fisico da nuotatore. 
      Alberto abitava da ormai nove anni con sua nonna Vera, da quando aveva 15 anni, perché i suoi genitori lo buttarono fuori di casa quando gli confessò che era omosessuale. 
      In quel periodo si stava frequentando con un certo Marco da qualche mese e ne era innamorato perso.
      Dopo mesi di su e giù con i treni ai tre amici venne l'idea di prendere un appartamento vicino alle loro università piuttosto che di farsi quasi due ore di treno al giorno per arrivare fin laggiù. Tutto questo portò Fleur ad andarsene di casa. 
      Quando quella sera tornò a casa disse a sua madre ciò che aveva deciso.
      «Mamma sono arrivata» urlò Fleur dalla porta per farsi sentire 
      «sono in cucina» disse Giovanna di rimando. 
      Oltrepassò l'entrata e girò verso destra per recarsi in cucina.
      «Com'è andata oggi?» domandò la madre e Fleur alzò gli occhi al cielo. Non le è mai piaciuto che la gente le chiedesse come stava, oppure come le era andato un esame o la sua giornata e la madre lo sapeva benissimo che non doveva domandarlo, glielo disse anche un tempo il dottor Seth che la seguiva ormai da diversi anni, ma si ostinava ad agire di testa sua. 
      «è andata in treno con i bimbi» rispose addentando una mela rossa e pensò "mm buona cazzo!"
      «Come sei spiritosa. I tuoi amici come stanno?» domandò la madre cercando di fare conversazione con sua figlia anche se la cosa la faceva ridere dato che non gli stavano molto simpatici i suoi amici; ma lei non voleva raccontargli i suoi fatti e non aveva la voglia di parlare, se non per chiedergli dell'appartamento. 
      «Stanno tutti bene» rispose secca. 
      «bene» disse Giovanna, ormai arresa all'idea di cercare di sapere di più sugli amici della figlia. 
      «senti, a proposito dei bimbi...» iniziò Fleur introducendo l'argomento di prendere un appartamento vicino alle loro università 
      «si?» si girò la madre verso la figlia guardandola nel viso e mettendosi le braccia incrociate sotto il seno.
      «diciamo che ci è venuta l'idea di andare a vivere tutti e tre insieme perché...» 
      Giovanna alzò una mano e fermò subito la figlia dal continuare la frase, si schiarì la voce 
      "ci siamo ora la vecchiaccia sclera" disse Lili. 
      "ragazza... calma" pensò Fleur
      "non capisci un cazzo! questa ora sclera e mi farà venire un'emicrania" continuò Lili
      Sua madre alza gli occhi e punta su di lei uno sguardo assassino. 
      «Mamm...»
      «Cosa diamine ti passa per la testa Fleur??» urlò lei quel giorno. 
      Fleur chiuse gli occhi, premette due dita sul setto nasale per calmarsi e face un bel respiro. 
      «mi spieghi cosa ti passa per quella testa? perché ti devi comportare in modo cosi immaturo? andare a vivere con due ragazzi in una casa da sola! ma cosa dico dei ragazzi, quelli sono dei teppisti, dei criminali! tutti colorati e bucherellati! che vergogna! provo pietà per i loro genitori che devono vederli in quella maniera tutti i giorni...»
      «mamma...» cercò di fermarla prima che esagerasse.
      «e tu? cosa vuoi fare? vivere con loro. Ovvio. Devi andare sempre conto corrente! ma dove sono finiti tutti i miei insegnamenti in questi anni è?» continuò ad urlare, se continuava ad urlare in quella maniera Fleur era convinta che gli sarebbe scoppiata la vena che aveva sul collo.
      «ho 20 anni...»
      «non mi interessa quanti anni hai, sei troppo piccola, finirai come loro, ti drogherai e finirai sotto un ponte. Si parla del tuo futuro! chi ti può mantenere? sarà una cosa umiliante per me quando in paese sapranno che mia figlia abita in un appartamento con dei teppisti!»
      «adesso basta» disse Fleur con tono calmo ma duro. Si alzò e battendo un pugno sul tavolo di legno e sentì scricchiolare qualcosa, molto probabilmente la sua mano, ma non gli interessa, era successo talmente tante volte che era abituata al dolore, anzi, ormai non lo sentiva più. 
      «hai ragione ne va del mio futuro, hai detto bene. Il MIO futuro, non il tuo, ho 20 anni voglio iniziare ad essere un minimo indipendente, sono i miei amici, ci passo sei giorni su sette quasi 24 ore insieme so chi sono, e so con chi vado ad abitare. Sono abbastanza grande da prendermi questa responsabilità. Non ce la facciamo più a tenere questi ritmi con i treni e i pullman, se siamo fortunati dormiamo 5/6 ore a notte, non sappiamo mai quando studiare perché non ci siamo mai a casa se non per dormire. Quindi abbiamo pensato di facilitarci il tutto prendendo un appartamento vicino all'università. Nemmeno lo compriamo, è di proprietà del padre di Gabriel e ce l'ha donato molto volentieri, dovremmo pagare solo le bollette e fare la spesa, siamo in tre e i ragazzi lavorano già e io posso dare una mano in casa e/o trovarmi un lavoretto part-time. Credi sia immatura per affrontare questo? sono troppo piccola? quando lo potrò fare allora? eh? è uno sbaglio ciò che sto facendo? non ne ho idea, ma voglio scoprirlo da sola» 
      Detto ciò Fleur si girò e salì le scale che portavano alla sua camera, aprì la porta e si chiuse dentro come faceva sempre.
      Sfilò il telefono dalla tasca posteriore dei suoi attillati jeans bianchi e scrisse un messaggio.
      Fleur:
      Puoi venire a prendermi per favore? 18.45
      Nel mentre che stava aspettando una risposta dal suo amico tirò giù dall'armadio le sue due valigie, le aprì e iniziò a mettere al loro interno tutte le maglie e felpe che possedeva. Aprì i cassetti e tiro fuori jeans, tute, pantaloncini e infilò tutto in valigia; tutta la sua biancheria intima, i suoi giacchetti. 
      Aprì lo zaino e inserì tutti i suoi libri e quaderni. Prese tutto l'occorrente e le cose a lei care. 
      Si inginocchiò difronte al piccolo divano che aveva in camera per prendere tutti quei risparmi che aveva racimolato tra paghette, feste e compleanni, "sono quasi 5 mila euro mi basteranno per un po'" pensò.
      Era passata mezz'ora da quando aveva scritto ad Alberto e di lui ancora nessuna traccia. Quando prese il telefono per chiamarlo, arrivò un suo messaggio.
      Alberto:
      Sono giù. 19.18
      Fleur:
      Arrivo! 19.19
      Uscì da camera sua le valigie e zaino in spalla e si avviò giù per le scale dritta verso la porta d'uscita. 
      «dove pensi di andare??» urlò la madre 
      «mi pare di averlo già detto. Non mi piace ripetere le cose due volte, lo sai.» la guardò. 
      Fissò i suoi occhi su di lei e la madre fece un passo indietro come se fosse impaurita «se esci da quella porta non credere di poter tornare!» l'avverti minacciandola. 
      «Allora puoi stare tranquilla» e detto questo chiuse la porta alle sue spalle. 
      Una volta uscita da casa fece un respiro profondo e si sentì finalmente libera. 
      Davanti a lei c'era l'Audi a3 bianca di Alberto. 
      Il ragazzo scese dalla macchina e aiutò la sua amica a caricare i bagagli che aveva.
      Una volta saliti entrambi e partiti, Fleur volse lo sguardo verso il suo amico e sussurrò solo un «grazie».
      Alberto con tutta confidenza appoggiò una mano sulla coscia di Fleur e la lisciò con tenerezza dicendole semplicemente.
      «tranquilla pastrocchia, adesso ci pensiamo noi a te» facendole un sorriso a 32 denti. Da quel giorno la vita di Fleur sarebbe cambiata, sarebbe andata a vivere con i suoi due migliori amici in un appartamento in una città nuova, ed era curiosa ed eccitata per questa nuova esperienza. Non vedeva l'ora di scoprirlo.
      Era ricapitato di dover stare un paio di giorni tutti e tre insieme soprattutto se avevano esami importanti da dare e ogni volta che lei usciva  per andare a comprare qualcosa, quando tornava a casa del suo amico i ragazzi avevano rotto sempre qualcosa. A volte aveva la paura che potessero dare fuoco a qualcosa, oppure non trovare più la casa. 
      «che ne dici?» chiese Albe richiamando Fleur dai suoi pensieri. 
      «Come scusa?» lo fissò domandandosi di cosa stava parlando.
      «un po' di tempo fa mi dicesti che volevi farti un piercing e un tatuaggio dedicato al tuo amico, volevo sapere se ti andava bene se ci passiamo ora in negozio» la informò. 
      Vincenzo. Le si formò una smorfia di dolore sul viso. Erano 8 anni era morto. 
      Il suo migliore amico. Non voleva mai pensarci, non le piaceva rievocare quel ricordo. Però le mancava, tantissimo, così tanto che a volte era faticoso persino respirare. Le mancavano i suoi capelli riccioluti e rossi lunghi fino alla spalla, le mancavano la sua voce mentre cantava le canzoni dei Metallica, le mancava guardarlo suonare la chitarra, le mancava perfino litigarci.
      Ma non poteva piangere, lui non avrebbe mai voluto, le aveva insegnato ad essere forte e di non abbattersi mai per nulla. 
      "No Fleur! devi essere forte" ricacciò indietro le lacrime, fece un bel sospiro e guardo il suo amico 
      «Ma sì, andiamo a fare questa pazzia!» disse sorridendo e lui sorridendole si diresse verso lo studio del suo tatuatore di fiducia

    • IV comandamento

      By MiaVega, in Poesia,

      Sono rimasta a guardare i loro corpi
      avvolti in buie coperte nere,
      addormentati nel sonno senza fiato.
       
      Li ho uccisi una notte
      che non riuscivo a dormire,
      li ho soffocati
      per rendere la cosa meno violenta.
       
      Li ho visti morire
      e li ho amati.
       
      I loro volti, pallidi,
      sono stati il prezzo 
      che gli ho fatto pagare per punirli
      di avermi abortito
      alla vita.
       
      Mi sono sdraiata tra loro,
      ho pianto a sentire le loro mani diventare fredde.
       
      Ed ora sono libera e sono schiava,
      sono nata e sono morta,
      è cambiato tutto e 
      tutto è rimasto come prima.

    • Vi racconterò una storia. La storia di una ragazza che per fortuna o per sfortuna esiste veramente. È inutile cercare di conoscerla fino in fondo, è inutile imparare a conviverci, perché non è affatto una passeggiata, ed è ancora più inutile cercare di capirla. Capire i suoi atteggiamenti, capire determinate scelte che faceva e che fa nella sua vita, è tutto inutile, come ti immagini che faccia una determinata azione, lei all'ultimo farà tutt'altro. Ma adesso veniamo a noi e da qui inizia la nostra storia.
       
      P.s Conversazioni e vicende raccontate e descritte sono realmente accadute.

    • Ciao a tutti!
      Ho deciso, dopo molti tentennamenti e paranoie come non ci fosse un domani, di provare a condividere un capitolo del racconto che sto tentando di scrivere nel mio tempo libero. Non ho particolari aspettative perché non mi sono mai confrontata con molte persone, ma ho pensato che se voglio migliorare - o almeno capire dove sbaglio - devo almeno tentare di farlo leggere a qualcuno che non sia mia madre!  
      Aggiungo che tra tutti, parto paradossalmente con il capitolo che mi convince di meno, nella speranza di un qualche aiuto che mi permetta di raddrizzare le sorti di questo estrapolato.
      Poca violenza? Più violenza? Troppe parolacce? Meno parolacce?
      Che la mia paranoia sia con voi, ringrazio già anticipatamente chiunque si sorbirà volutamente e senza forma di ricatto alcuna (tipo: sei mia madre, me lo devi!) questo brano
       
       
       
      Nel buio della sera le luci al neon dell’insegna dell’Edonè andavano a intermittenza, lanciando riverberi azzurri, tristi e tetri, sugli alberi spogli del viale. 
      Era estraniante guardare il locale dall’esterno, ascoltare la musica rimbombare tra quelle mura familiari e arrivare al suo orecchio in maniera indefinita. Si era seduto sul muretto del parco della stazione, da quella posizione aveva la perfetta visuale del parcheggio, quasi deserto non fosse stato per un gruppo di motorini ammassati in un angolo e qualche macchina messa non troppo bene.
      Forse stavano suonando i Sex Pistols, non ne era certo ma le urla stonate di “Anarchy in the U.K” erano difficili da confondere, non bisognava saper cantare, bastava urlarla con tutto il fiato e mangiare le parole con il nervoso e la rabbia. Insieme, grida chiassose d’incitamento, risate sguaiate di chi con l’alcool ci è andato giù piuttosto pesante.
      Non bastava la strada che li divideva a rendere quel baccano meno assordante, ma importava poco visto che il locale sorgeva sul viale dietro la stazione, in una zona particolarmente malfamata e frequentata solamente da quella parte di gioventù nostalgica ancora legata ad un passato vecchio di almeno un ventennio, di punk, di skinhead, di gabber. 
      Rilasciò una piccola nuvola di condensa e si strinse nelle spalle, per combattere il freddo di quella serata iniziata male. Le mani pendevano nel vuoto, tremavano, ma non era sicuro di non riuscire a tenerle ferme solo per i brividi. Si sentiva teso come una corda di violino e continuava a tendere le dita e a contrarle attorno al tirapugni, ancora e ancora, come per instillarsi una calma che proprio non riusciva a racimolare. I suoi amici ridevano tra di loro, chiacchierando del più e del meno con una semplicità ai suoi occhi disarmante, mentre Demian riusciva solo a restare raccolto nel proprio mutismo. L’ilarità con cui scherzavano lo turbava e scombussolava più di tutto, iniziava a nascere in lui la speranza che quella situazione si risolvesse con un nulla di fatto, una spedizione punitiva a vuoto, ché lui non aveva voglia di punire nessuno, voleva solo tornarsene a casa e che la vita gli facesse meno schifo.
      Eppure non finiva mai come desiderava, Dem stesso aveva iniziato ad ignorare le proprie aspettative e a seppellirle, perché lo sapeva fin troppo bene che tutto sarebbe sempre andato storto e, volente o nolente, avrebbe dovuto ingoiare i sensi di colpa ed il disagio, con tutto quello che si portavano dietro.
      Si convinceva ogni volta che sarebbe stata l’ultima, che avrebbe lasciato perdere Nico e tutto lo schifo che circondava quella vita, che non li avrebbe più seguiti perché lui non era questo, non poteva essere solo questo. Doveva esserci di più, doveva avere un luogo vero a cui fare ritorno, non era possibile che da qualche parte non ci fosse un cazzo di posto anche per lui. Alla fine però, la verità era soverchiante più di qualunque sciocchezza di cui tentasse di convincersi, il terrore di non avere qualcuno, di non avere nulla a cui aggrapparsi, era più forte di tutto.
      Lo rendeva vile, cieco e succube. 
      E lo faceva vergognare di se stesso, della propria pateticità.
      Demian non sapeva sopportarsi, e questa era l’unica certezza nella sua vita. Non sopportava di accostarsi alle persone normali. 
      Guardò distrattamente Nicolas ed i suoi ricci tagliati corti, quell’aria crudele e il sorriso strano, che sembrava una piaga, una linea tagliata netta sul volto duro; guardò Davide ed il suo non rendersi mai conto di niente, una vena d’innocenza che forse era solo eccessivo abuso di acidi, gli infiniti piercing e quei modi goffi di muoversi, la cresta biondo platino e la testa rasata ai lati. E poi c’era Andrea, che non ascoltava davvero e nascondeva parte del viso dietro ai capelli lunghi e annodati, e Teo che voleva solo litigare ed emanava la familiare aura di sprezzo e collera repressa, Alex che fungeva da cuscinetto tra il più grande e incattivito del gruppo e il più sciocco e inconsapevole.
      Ironicamente proprio loro, Nico in prima linea, lo avevano accolto, raccolto quasi con il cucchiaino sulla strada dopo che era stato picchiato a sangue per l’ennesima volta tanto da non riuscire più a rialzarsi.

       «Sei forte piccoletto!» aveva esclamato quello sconosciuto accostandosi a lui.
      Demian sentiva solo la bocca piena di sangue, a malapena riusciva ad alzare gli occhi sul nuovo venuto. Non si aspettava aiuto, si preparava solo ad incassare altri colpi, ma si era ritrovato un ragazzo più grande accovacciato su di lui, a fissarlo con un sorriso sghembo inquietante.
      «Te la sei cercata» gli aveva fatto notare, ma sembrava più una presa in giro che un rimprovero.
      Ed era vero, se l’era cercata, se si poteva definire “cercare rogne” il mandare a cagare un perfetto stronzo che non aveva fatto altro che sfotterlo definendolo scherzo della natura. 
      Non aveva potuto tacere, anche se loro erano in tre e lui un fottuto albino del cazzo troppo debole per potersi difendere in qualunque modo.
      Se non voleva aiutarlo né pestarlo più di quanto fosse possibile vista la situazione perché diavolo restava lì, a umiliarlo con la sua sola presenza?
      «Che cazzo vuoi?» aveva cercato di dirlo con freddezza, la voce però si era spezzata, le parole biascicate.
      «Mi piace il tuo carattere ragazzino, veramente.  Io sono Nicolas, ma chiamami Nico, è decisamente meno da figlio di papà»
       
      Si era proprio fumato il cervello, era certo. Riuscivo a malapena a parlare, per non dire respirare, e lui mi elucubrava sul suo stupido nome 
       
      Suo malgrado, per quanto gli era possibile, aveva abbozzato un sorriso, mostrando i denti sporchi di rosso.
      «De…mia...n» aveva sussurrato e Nico, allargando il sorriso, gli aveva preso la mano e gliel’aveva stretta. Poi lo aveva aiutato ad alzarsi, passandosi il braccio di Demian sulle spalle e caricandolo quasi completamente di peso su di sé.
      «Mi piace il tuo stile, davvero. Vieni con me Dem, la prossima volta vedrò di coprirti io le spalle»
       
      Chiuse gli occhi e rilasciò, insieme al fumo della sigaretta appena accesa, l’ennesimo, pesante sospiro di resa. Aveva un debito con loro. 
      Aveva un debito con Nicolas.
      Era sempre per quel debito che non sapeva dire di no, che si apprestava ogni volta a compiere azioni che lo rendevano indegno a se stesso, anche se lo sapeva che poi ci avrebbe messo giorni, forse settimane, per riuscire a guardarsi allo specchio senza disprezzarsi troppo. Poteva solo soffocare gli scrupoli e i rimorsi o non sarebbe riuscito a fare nulla, solo a causare disappunto. 
       
      Li terrai per dopo, tutti i tuoi inutili tentennamenti, te li farai sfilare per bene davanti agli occhi prima di andare a dormire.
      Nel migliore dei casi li vomiterai nel primo bagno appena resterai solo
       
      La realtà dei fatti era che non importava minimamente come si sentisse, bastava avere l’aria giusta, l’atteggiamento disinvolto, quasi annoiato, per non deludere le aspettative di nessuno e non contrapporsi all’entusiasmo dei compagni.
      Ad un tratto, un ragazzo uscì discretamente dal locale e attraversò a passo svelto il parcheggio per raggiungere il parco, poco lontano da dove si erano appostati loro. Demian fu il primo a notarlo, alzò pigramente la testa, la sigaretta quasi del tutto consumata rimase mollemente sospesa fra le sue dita mentre lo seguiva con lo sguardo, senza riuscire a parlare.
      Aveva trattenuto il respiro per qualche istante. 
      Sembrava un ragazzino, una presenza molto poco significativa. Non troppo alto, magro di quella corporatura scattante e nervosa, una zazzera di capelli spettinati che la luce porosa dei lampioni gli era parso avesse colorato di biondo, ma non ne era certo, la sua vista era debole e discutibile.
       
      Ora vorrei veramente solo tornarmene a casa, non voglio saperne più nulla. Quello stupido è persino più indifeso di quanto non lo sia stato io quando ho conosciuto Nicolas
       
      Rimase in silenzio, in attesa. 
      Quasi si convinse che gli altri non ci avrebbero fatto caso, se fosse rimasto rigido come nulla fosse, ma ovviamente aveva chiesto ancora una volta troppo: Nico gli tirò una leggera gomitata al braccio, ammiccando con la testa verso il nuovo venuto, con un’espressione seria e sadica che gli si inerpicò in un brivido su per ogni vertebra della schiena.
      Non avrebbe potuto fermarli e quasi gli venne da ridere. 
       
      È ridicolo, non ci proverai nemmeno, farai la tua parte e basta
       
      Spense il mozzicone della sigaretta contro il muro e scese con un leggero slancio. 
       
      La colpa non è mia, è di quel ragazzino. Deve essere proprio sprovveduto per non averci ancora notati. È questione d’istinto di sopravvivenza, in questo mondo che ti mangia vivo se non ne possiedi un briciolo sei fottuto, e la colpa è solo tua.
       
      Nico fece cenno a tutti di attendere sollevando un braccio. Un’altra figura, in quel parco abbandonato che era il loro quartiere e ritrovo, si stava avvicinando al ragazzino. Doveva essere l’acquirente venuto a ritirare la sua dose. Una sottile nausea gli lasciò in bocca il sapore di bile quando realizzò davvero cosa stesse per accadere. Sembrava troppo piccolo, si chiese se anche lui a suo tempo, nei suoi disagiati quattordici anni, apparisse tanto grottesco in quelle vesti. Tutto voleva meno che essere lì, ma non era una novità. Quando si trovava in un posto, immancabilmente desiderava essere altrove, in nessun luogo si sentiva a suo agio, era dannatamente inadatto a qualunque cosa facesse. Per questo chiuse gli occhi, si concentrò sul proprio respiro e ignorò la nausea e il malessere che gli comprimevano stomaco e polmoni.
       
      Non importa se quel moccioso è la metà di te, non importa.
       
      Una mano si poggiò sulla sua spalla, stringendola in un gesto d’incoraggiamento «Ehi Dem, svegliati. Dobbiamo dargli il benvenuto!»
      Nicolas non era del tutto malvagio, anche se poteva sembrarlo, all’apparenza. Pretendeva solo ciò che sentiva spettargli, non sapeva nemmeno lui cosa volesse, ma sapeva come ottenerlo e il metodo importava poco. Proteggeva ciò che aveva, e non era molto.
      Era spietato sì, ma non malvagio. 
      La vita attraverso quelle iridi d’acqua sporca era difficile da comprendere, Nico non aveva la tradizionale idea di bene e male, se sentiva l’impulso di fare qualcosa, quella cosa doveva essere naturalmente giusta, e lui seguiva solo se stesso, in maniera grottesca e incurante. Demian lo aveva capito nel tempo, aveva anche condiviso quell’ideale, ma non aveva la forza di perseguirlo con la coscienza intatta, non aveva quella libertà di spirito per convivere con se stesso, dopo.
      Decisamente però non gli riusciva di biasimarlo, quell’assurdo ragazzo di ventiquattro anni con un’esperienza di vita da far invidia ad un cinquantenne e l’entusiasmo di un bambino mentre tortura una lucertola. Lo disturbava solo il fatto che i bersagli di Nico purtroppo fossero ben più grandi di un semplice animaletto raccolto in giardino. 
      La bocca contratta in una linea dura ed esangue, non rispose all’amico, si limitò a seguire Alex, Dave, Teo e Andrea.
      «Ehi, pezzo di merda!» Teo apostrofò il ragazzino.
      Questo si voltò, il viso smunto corrucciato, e Dem poté vedere i suoi occhi enormi dilatarsi per lo stupore e sciogliersi in un istante in paura liquida. Era davvero biondo, con tondi occhi azzurri e tratti sottili, un po’ efebici, troppo infantili. Doveva essere straniero.
       
      Perché un moccioso simile, un rametto secco e spigoloso fin troppo incline a spezzarsi al minimo soffio di vento, è invischiato in simili affari? Lui e i suoi stupidi amici dovevano necessariamente dare fastidio a Nicolas giocando a fare gli adulti?
       
      «Maledizione» masticò a bassa voce, tra sé e sé, in un moto d’insofferente frustrazione. Il ragazzo nel frattempo era indietreggiato di qualche passo e stava cercando di dare un contegno alla propria espressione.
      «Volete della roba?» mormorò in maniera vaga, con un accento decisamente straniero, forse slavo.
      Un altro passo indietro ed incespicò nei propri piedi, gli occhi spaventati vagavano attorno, alla ricerca di una via di fuga o forse di qualche amico che fosse uscito a ripescarlo. Nessuno aveva fatto capolino dall’ingresso del locale però, era completamente solo, e forse era meglio così. 
      Nico non si fermava davanti ad un mero numero, non aveva senso della misura, se dovevano far del male a qualcuno meglio fosse solamente uno.
      I suoi compagni si erano allargati avanzando e lentamente lo avevano accerchiato, chiudendo ogni scappatoia.
      Il terrore su quel volto puerile Dem lo aveva conosciuto molto bene, era stato il suo, molto tempo prima. Insieme al rammarico, a quella mano crudele che gli stringeva le viscere in una morsa dolorosa, come un’onda d’adrenalina che riscosse tutti i nervi gli montò dentro una collera cieca a meschina. Aveva subito tanto e così a lungo che era giusto, ci doveva essere una sana giustizia da qualche parte che riportasse l’equilibrio, aveva bisogno di sapere che non era l’unico ad aver dovuto sopportare l’umiliazione e quel maledetto senso d’impotenza che attanaglia solo chi non è all’altezza di potersi difendere.
      E se non era la vita a dimostrargli che tutti vivevano in un maledetto pantano in cui ogni giorno si affondava un poco, allora ci avrebbe pensato da solo a tirare con sé altre persone. 
       
      Anche questo moccioso sopravviverà, proprio come me, e magari imparerà anche a fare meno cazzate in futuro e a difendersi
       
      «Non ho un cazzo adesso con me» aveva continuato quello, la voce esile tremava «State perdendo tempo»
      «È un peccato che sia da solo» osservò Teo con noia «Avrei voluto giocare di più»
      Alex sbuffò, sollevando appena le spalle «Meno rotture» constatò tranquillo, facendo scrocchiare le dita in un gesto intimidatorio.
      Fu la risata di Nico però, il suono più agghiacciante.
      Nicolas non rideva, raschiava la gola in un ringhio quasi animalesco «Avete sbagliato a venire qui» disse gelido, con il volto sfigurato dal familiare sorriso pericoloso da attaccabrighe «Lo dirai anche ai tuoi amici, quando potrai parlare di nuovo»
      Il ragazzo s’irrigidì, ora pienamente consapevole del pericolo, e si guardò ancora una volta attorno, calcolando le possibili vie di fuga. Fu naturale che i suoi occhi si posassero su di lui, Demian lo aspettava. Prima ancora che iniziasse a correre, Dem lo aveva capito, lo aveva sentito che ci avrebbe provato: aveva cercato il punto debole e l’aveva individuato, tra tutti, in lui. 
      Fremette d’indignazione nel rendersi conto di essere stato considerato, come sempre, il più scadente, l’anello debole. Strinse i denti e quando il biondino gli andò addosso cercando di abbatterlo con una spallata, nonostante fosse pronto quasi perse l’equilibrio, ma avendolo previsto riuscì a placcarlo tirandogli una ginocchiata nello stomaco con tutta la forza che aveva.
      Voleva fargli male, punirlo per aver dubitato di lui solo per il suo aspetto diafano.
       
      Io non sono un debole
       
      Voleva vendicarsi, perché in quegli occhi spaventati non riusciva a vederci la disperazione, non più, vi leggeva unicamente sprezzo, l’arroganza di mille volti, di tutte le persone che lo avevano sopraffatto sempre nella sua vita solo perché avevano colto la sua fragilità, la grettezza di chi non gli aveva mai mostrato un briciolo di pietà, gli occhi di tutti coloro che l’avevano fatto sentire un lebbroso, sbagliato, inadeguato.
      Impotente.
      Che lo avevano considerato o avvicinato soltanto per ricordargli che non valeva niente.
      Il ragazzo boccheggiò sulla sua spalla per un attimo, la bocca spalancata in un moto di stupore e dolore, poi cadde a peso morto su di lui e Demian lo lasciò scivolare a terra, pietrificato dall’improvvisa consapevolezza.
      Fu Alex ad afferrare il ragazzino per la giacca, impedendogli di abbattersi al suolo, lo strattonò bruscamente allontanandolo da lui.
      E Demian lo guardò immobile, inaspettatamente stanco, come svuotato. 
       
      È successo di nuovo
       
      Il suo orgoglio era stato troppo spesso ferito ed ora non riusciva a controllarlo, si sentiva spinto a reagire come se ogni gesto fosse un insulto alla propria persona. Ed era già pentito, avrebbe dovuto permettergli di scappare, lo sapeva fin troppo bene.
      Teo gli concesse un sorriso feroce e stranamente compiaciuto «Bel colpo», gli disse in un raro apprezzamento, prima di caricare il braccio e colpire il ragazzo in pieno stomaco. Ne seguì un lamento raccapricciante da animale ferito, un singulto che non aveva voce.
      Demian chiuse gli occhi piano, poi li strinse. Strinse i pugni, prese fiato. Non fece nulla, non avrebbe potuto nemmeno volendo, rimase come paralizzato davanti agli amici che a turno si divertivano a massacrare un indifeso. Rimase fermo per un tempo che gli parve infinito, e non c’era lui, solo i suoni e il senso di colpa, e quel “Perché non l’hai lasciato andare? Lo sapevi come sarebbe finita, lo sai sempre”.
      I gemiti erano ormai sfumati in un mormorio leggero, non gli vedeva il volto perché era letteralmente sopraffatto dai suoi compagni. Nessuno di loro conosceva la compassione, forse come lui ne avevano ricevuta troppo poca nella loro penosa esistenza, per poterne provare.
      Al diavolo cosa avrebbe pensato quel bastardo di Teo, avresti dovuto farlo scappare.
       
      Dovresti fermarli
       
      Eppure, le mani avevano ripreso a tremare troppo, non ci sarebbe riuscito, e non per paura di loro, quello mai. Se si fosse messo contro Nico conosceva bene quali sarebbero state le conseguenze, piuttosto prevedibili tra le altre cose, ma le avrebbe sopportate, non sarebbe stato nulla di diverso dal passato.
       
       Dopo però, che ne sarebbe di me?
      Ho già perso a sufficienza, la vita mi ha chiesto sempre tanto e ho già pagato abbastanza, non è giusto rinunciare ancora per uno sconosciuto che nemmeno mi ringrazierà.
       
      Come prevedibile, Teo non gli permise di restarsene con le mani in mano «Ehi, scherzo della natura, non ti prendi la tua parte? O hai paura di sporcare le tue manine bianche?» lo richiamò ad un tratto, dopo essersi reso conto che non aveva fatto nemmeno un passo.
      Era una sfida quella, Teo lo riteneva uno smidollato, aveva imparato ad accettare, pur con insofferenza, la sua presenza solo per Nicolas, ma non poteva sopportarlo ed il sentimento di sprezzo era reciproco. Gli altri ragazzi no, loro lo rispettavano, ma Teo era il più grande, il più violento e decisamente il più figlio di puttana tra tutti, quello che ci andava sempre troppo pesante qualunque cosa facesse e che avrebbe voluto prendere il suo faccino e spiaccicarlo al muro fin dal primo giorno in cui si erano incontrati.
      Alex stava tenendo il ragazzo da dietro, ormai ne sosteneva quasi interamente il peso, quel corpo piccolo e gracile era spezzato, ogni respiro un rantolo disumano di dolore, il volto una maschera viola e pulsante rigata di lacrime e sangue. Non c’era più l’azzurro limpido delle sue iridi strafottenti e intimorite, gli occhi erano gonfi, pesti. Aveva perso qualche dente, probabilmente aveva qualche costola rotta visto la contrazione del viso ogni volta che provava ad incamerare aria, e Dem si chiese come facesse ad essere ancora cosciente.
      «Allora, ti decidi a tirarti insieme?» insisté Teo, provocatorio.
      «Lui non è un vigliacco» ribatté Nico con astio, forse per difenderlo. Demian aveva l’impressione che Nicolas si sentisse oltraggiato ogni volta che Matteo lo accusava perché, in qualche modo, con quell’atteggiamento metteva in dubbio una sua scelta, come a dirgli che aveva sbagliato a permettergli di unirsi al loro gruppo.
      E Nico non sbagliava. Infatti si volse verso di lui e annuì, ad incoraggiarlo a far finire rapidamente la situazione a far rimangiare a Teo il proprio commento. Dave e Alex lo osservavano con la medesima sicurezza, erano convinti che non li avrebbe delusi, e Dem riusciva solo a pensare che, davvero, avrebbe preferito non dover dimostrare nulla a nessuno, non voleva farlo.
       
      Vorrei essere a casa, magari abbracciato a Sarah, a leggerle qualche storia. A stringere la sua manina sottile da bestiolina
       
      Sistemò il tirapugni, distese le dita, le strinse intorno agli anelli di metallo, in un gesto abituale.
       
      Vorrei che maman fosse nella sua stanza, per prendermi cura di lei. Vorrei fare i compiti e andare a scuola, domani
       
      Alzò il braccio sinistro e caricò il colpo, veloce, senza esitazioni.
       
      Non pensare, non pensarci
       
      All’impatto sentì la mandibola del ragazzo rompersi, la pelle lacerarsi. Il biondino lasciò andare un ultimo urlo straziato, il suono abbandonò le sue labbra insieme ad un fiotto di sangue, poi la testa gli ricadde inerme sul petto, come una bambola rotta. Finalmente il dolore gli aveva permesso di svenire, le lacrime però non smisero di bagnargli le guance gonfie e segnate. Un’immagine grottesca e angosciante così eccessiva da sembrare finta. Alex liberò il corpo martoriato del ragazzino che senza forze cadde a terra indifeso, ricoperto di sangue in un tale stato che sarebbe potuto tranquillamente apparire morto, e Nico soddisfatto gli strinse la spalla e gli sorrise con orgoglio «Sei un grandissimo bastardo, questo si che è un pugno come si deve! Che dici Teo, hai finito di rompere il cazzo per oggi?»
      Il più grande scrollò le spalle, disinteressato.
      «È meglio andarcene» fece notare Davide, allarmato. Aveva notato un movimento nel parcheggio, gli occhi di Dem corsero all’ingresso dell’Edonè, alcuni ragazzi stavano uscendo, forse a controllare perché il loro amico tardasse tanto. Teo diede un ultimo calcio al corpo inerme prima di avviarsi, e Demian e gli altri lo seguirono, lanciandosi in una corsa divertita, come avessero compiuto un’innocua marachella e fossero riusciti a sfuggire ad un rimprovero.
      «Ignora quello stronzo, io lo so che non sei il tipo che si tira indietro» gli disse ancora Nico, per incoraggiarlo. Aveva un modo assurdo, tutto personale, di cercare di infondere sicurezza. Doveva essersi convinto che gli importasse qualcosa delle parole di Teo e del suo veleno gratuito, ma a Demian quel loro concetto di “non tirarsi indietro” era del tutto estraneo e avrebbe riso di quella rassicurazione, se non si fosse sentito feccia. Non gliene importava niente, pensava solo all’articolazione che cedeva sotto il suo pugno, al dolore in quei lamenti, alla maschera tragica calcata sul volto di un ragazzo che sembrava più piccolo di lui.
       
      Quello che ho appena fatto non è diverso da ciò che ho appena subito. 
      Sei diventato come loro.
       
      Era diventato un carnefice che aveva ancora l’ardire di sentirsi la vittima, e si odiava. 
       
      Almeno una cosa devo farla, o non riuscirò più a guardare la mia petite peste negli occhi
       
      Prese il cellulare e compose rapidamente il numero 
      «Serve un’ambulanza»
       
       
       
      Si muoveva nell’oscurità come fosse lui stesso inconsistente e potesse dissolversi, ed era quella l’impressione, voleva dissolversi. Non aveva acceso la luce ed il silenzio assordante premeva come una coperta asfissiante sul suo corpo, ne appesantiva i movimenti. Raggiunse la porta socchiusa della camera di maman, guardò attraverso lo spiraglio alla ricerca di una sagoma familiare che non avrebbe ritrovato, Jenevieve era ancora in ospedale e se lei era ricoverata Demian poteva solo aspettarla. Aspettare che lei tornasse era il mantra della sua esistenza, come l’attesa davanti a quella porta. 
      Lalami, goffa a causa del sonno e delle grosse zampine che scivolavano sulle piastrelle, gli si avvicinò per mordicchiargli il fondo dei jeans. Era brillo e aveva mal di testa, non aveva voglia di giocare. Si chinò, le lasciò una tenera quanto rude carezza sul testone, poi entrò in camera di sua madre. Si stese sul letto matrimoniale che profumava di lei e del sandalo che spargeva nella stanza per togliere l’opprimente odore da malata, come lo definiva maman, mise il cuscino in posizione verticale e vi si aggrappò con forza, affondandovi il volto.
      La odiava, quella donna, prendersi cura di lei era l’unica ragione che riempisse le sue giornate, quando veniva ricoverata si sentiva sperso, non sapeva che fare, si lasciava trasportare.
      Viveva perché lei tornasse ancora a casa. 
      La bombola dell’ossigeno era ancora accanto al materasso.
       
      Presto
       
      Se lo ripeteva come un mantra.

      Solo qualche giorno e poi basta silenzio
       

    • Concediti.
      Concediti un po' di tempo per te stesso. 
      Sdraiati, fuma, mangia, bevi.
      Prendi in mano la tua vita e, sii libero. 
      Liberati da ogni preconcetto, spogliati, concediti.
      Rimani nudo davanti allo specchio e, pensa. 
      Pensa a ciò che hai fatto, a ciò che hai costruito e passato negli anni.
      Liberati. 
      Liberati da tutto ciò che ti è stato insegnato.
      Riscriviti.
      Sei felice?
      Sai che la risposta, porterà ad un bivio. 
      Non lo sei?
      Cambia il presente, non pensare più al passato e, non vivere nel futuro. 
      Quel che è stato non è più necessario, ciò che sarà, non è ancora avvenuto.
      Lasciati andare alle tentazioni, lascia che tutto sia lontano e distante.
      Guardati negli occhi e cerca di dirti la verità. 
      Per quanto scomoda possa essere, ti libererà dal peso degli anni, della sopportazione, delle accondiscendenze.
      Non importa quanti anni tu abbia se, addosso te ne senti la metà.
      Vivi per come ti senti realmente e, lasciati alle spalle il giudizio della gente. 
      Nessuno è un grado quanto te, di sapere chi sei davvero.
      Sensibile ostinato o, privo di ritegno non importa. 
      Lasciati alle spalle le parole della gente, i bisbiglii sottili ed inutili dei cliché mondani.
      Viviti davvero stavolta e, fai in modo che sia realmente tu a farlo.
      Chi ti vuol bene, ti accetterà sempre, a discapito dei cambiamenti, chi non lo farà, avrà avuto il piacere di conoscerti e tu, avrai imparato qualcosa. 
      Rivestiti e, conquista le tue vittorie, ma dannazione, 
      Amati. Amati sempre e, qualora tu sentissi la mancanza di qualcosa, 
      Fosse l'ultima cosa che fai, ma CERCALA.

    • lo trovi tutti i giorni in metropolitana, se gli chiedi chi è non sa risponderti. L’unica cosa che può fare è raccontare una storia d’amore.
      Realizzò di dimenticare in fretta le sue giornate. Nel giro di poco tempo, da che non ricordava quello che aveva fatto un mese prima, si ritrovò a non ricordare nemmeno cosa avesse mangiato come ultimo pasto.
      La strada per il circolo anziani che frequentava la ricordava invece molto bene. Così come ricordava il giorno in cui vide per la prima volta una donna, una radiosa settantenne con tanta voglia di vivere. Voleva avvicinarla, ma lei ballava dal primo momento in cui entrava in sala fino a pochi minuti prima di andar via. Ballava estasiata. Lui ne era stregato, ma lei era sfuggente, sempre in movimento, mentre il nostro caro amico era l’opposto: riflessivo e pacato. Era più da tavolino, una sigaretta, un bicchiere di vino bianco e una chiacchierata.
      I giorni passavano, l’uomo dimenticava sempre più in fretta, tanto che ogni volta che vedeva la donna per lui era la prima volta, non ricordando di averla già vista il giorno prima. Realizzò di avere qualcosa che non andava e allora fece una scelta. Decise di dimenticare qualche esperienza passata di poco conto, una piccola cosa che però gli permetteva di far spazio nella sua memoria e di riuscire così a fissare l’immagine di lei.
      Anche la prima sera che la invitò a cena, nella prospettiva di un incontro indimenticabile, prima di andarla a prendere con la macchina, eliminò una serie di ricordi. Voleva essere sicuro di avere tutta la memoria di cui avrebbe necessitato, così senza pensarci due volte cancellò tutto il periodo in cui aveva lavorato come impiegato. Eliminò anche i suoi primi giorni di scuola e le uscite con i suoi piccoli amici. Eliminò completamente la sua infanzia.
      La serata andò ben oltre le aspettative, entrambi si raccontarono e si dichiararono. L’amore che lui nutriva per lei era tanto forte, che gli dava delle emozioni tanto intense quanto avide di accaparrarsi uno spazio nella sua memoria. Lui barattava volentieri qualsiasi pezzo del suo passato per un pezzo di amore attuale. E allora via anche la gioventù, via l’età adulta, via le sue donne passate.
      Mesi dopo il suo cuore era pieno quanto la sua memoria, entrambi chiari, lucenti, vivi.
      In uno dei loro incontri, di sera a casa sua, mentre Jeff Buckley girava in un vinile cantando:
      “I made wine from the lilac tree
      Put my heart in its recipe
      It makes me see what I want to see
      And be what I want to be […]”
      Lei gli confessò che doveva andar via, scendere giù a Roma per un periodo ancora non precisato, non gli spiegò il motivo e lui non lo chiese. Si sentirono ogni sera, lei gli raccontava delle passeggiate per le strade di Roma, lui delle passeggiate per le vie di Torino. Poi, nell’ultima telefonata, lei gli chiese di andare a trovarla.
      L’uomo partì presto, prendendo il treno delle 5.50 del mattino dopo, in arrivo a Roma alle 10.00. La voglia e l’emozione di incontrarla erano forti quasi quanto lo erano stati la prima volta che uscirono insieme. Gli unici ricordi rimasti in mente che non fossero di lei erano oramai una manciata di immagini fisse: i visi dei suoi genitori, di sua sorella, del suo migliore amico e della prima donna che aveva amato. Quelli li aveva messi sin dall’inizio in cassaforte con l’avviso: “Da eliminare solo in casi di estrema necessità”.
      Il nostro vecchio amico faceva spesso un gioco la sera, a letto, prima di dormire: passava in rassegna tutte le persone a lui care immaginandole ridere, ormai nella sua memoria erano rimasti solo questi cinque. I primi piani erano sempre stretti: vedeva sua madre con la sua risata fragorosa, suo padre era sfocato così come la sua risata composta, sua sorella rideva timidamente ma di cuore; il suo migliore amico ridacchiava a piccoli intervalli regolari, ogni volta parlando sopra la risata ed emettendo solo sillabe incomprensibili. Palesava il suo divertimento più con l’intensità dei suoi occhi strizzati piuttosto che con la sonora risata ed infine il suo primo amore, che rideva con le lacrime e in maniera strozzata, tanto che poi finiva a tossire per i minuti successivi.
      Volle giocarsi tutto, stavolta però non senza esitare e non senza che il cuore e la mente dessero il loro parere sfavorevole. Ma la scelta spettava a lui e per la sua amata era pronto a tutto, anche a cedere il suo vissuto. E così in treno, mentre il finestrino, come fosse un televisore, trasmetteva la campagna laziale, lui chiuse gli occhi strizzandoli forte per non sentire il dolore dell’abbandono. Due lacrime scesero dagli angoli estremi delle palpebre chiuse, i visi sorridenti dei suoi cari riflessi nell’acqua salata scendevano lentamente lungo le sue guance, le curve in movimento deformarono quei sorrisi. Cancellati anche loro. Per sempre.
      La donna lo stava aspettando sul binario di arrivo, lui scese dal treno con un sorriso, a differenza di lei che lo stava aspettando con un viso triste. Andarono al bar della stazione, uno al piano superiore dove potevano rimanere tranquilli. Una volta seduti lei gli tenne le mani tra le proprie, lo ringraziò per il bellissimo anno che le aveva fatto trascorrere e mentre lei ricordava i momenti insieme, l’uomo aveva tutto vivido e chiaro, aggiungeva particolari che sorprendevano e allo stesso tempo commuovevano la donna. Dopo un quarto d’ora andarono via, fin giù in metropolitana. Proprio lì la donna scoppiò a piangere, lo baciò e gli disse che non voleva più vederlo e lui non la avrebbe più dovuta cercare.
      Un maremoto di emozione e tristezza si rovesciò dentro di lui, inondando l’ultimo spazio rimasto libero tra i ricordi. Riempì tutto, ogni fessura, le onde si infransero fino a scavalcare gli alti muri robusti che dividevano le varie memorie, coprendo così anche l’ultima giornata vissuta: dalla telefonata della sera prima fino a quell’istante, tanto che non memorizzò mai ciò che gli raccontò dopo. Lei era malata, in uno stato avanzato della malattia e non voleva che lui la vedesse appassire ulteriormente perché sapeva, per esperienza personale, che poi nella sua mente sarebbe rimasta impressa solo la sua immagine malata e decadente. E lei lo voleva evitare.
      Lui non disse una parola, mentre era ancora inebetito dalla notizia la donna gli diede l’ultimo bacio sulla guancia, scese alla sua fermata e lo lasciò lì seduto, con la sua piccola valigia, mentre fissava il vuoto davanti a sé.
      Come un corpo che riceve un colpo violento continua a vibrare mostrandosi indefinito, anche l’anziano signore rimase per parecchie fermate a vibrare non cogliendo ciò che gli era appena capitato. Una volta tornato in sé prese il fazzoletto di stoffa dalla tasca, lo aprì e si asciugò le lacrime. Lo fissò senza dire nulla. Non ricordava il motivo per cui avesse pianto e il perché fosse lì.
      Oggi lo trovi tutti i giorni in metropolitana, se gli chiedi chi è non sa risponderti. L’unica cosa che può fare è raccontare una storia d’amore.
      Ma non ricorda il finale.

    • Torino, 7 agosto 1706
      Il ragno zampettava sulla strada sterrata. Era grosso, nero e pigro, e una pallida luce rosata ingigantiva la sua ombra.
      Un istante prima di schiacciarlo sotto il suo stivale, Zolicheur si chiese se avesse coscienza di cosa stava scendendo su di lui, e se il suo istinto sarebbe stato quello di provare a scappare. Quel pensiero finì con uno scricchiolio sotto la suola, appena percettibile, soffocato dal rombo del Po. Il fiume scorreva sotto gli archi del ponte di pietra che collegava Torino alla collina, per poi lambire il fetido intrico di vicoli e capanne chiamato Borgo Moschino. Rami, fronde e altri rifiuti galleggiavano e passavano veloci, scomparendo dietro i platani.
      Dopo dodici settimane di assedio non c’erano più battelli a solcare le acque. Nemmeno quelli notturni dei contrabbandieri, che costituivano una parte consistente della fortuna di Zolicheur.
      E che adesso non ho più, grazie alla fottuta guerra del fottuto duca con i fottuti francesi.
      Lo chiamavano Zolicheur, joli coeur, perché il suo cuore era tutto tranne che tenero. Perché mettergli i bastoni tra le ruote significava un mare di guai. Guai per chi non pagava la protezione, guai per gli sbirri e per gli amici degli sbirri. Guai per chi non si faceva gli affari propri e per chi gli rovinava gli affari.
      Qualcuno lo stava facendo, però, sotto il suo naso: quelli che da qualche tempo rapivano gli abitanti del Moschino per portarli chissà dove a fare chissà cosa.
      Zolicheur fece la strada a ritroso, tornando verso le baracche, gli occhi nervosi a scavare nelle ombre sempre più lunghe. Quello era il suo borgo, come sue erano le puttane, la refurtiva e le merci di contrabbando. Provare a togliergli ciò che era suo era come provare a togliere al Duca il palazzo nella piazza del Castello: significava mettere il mondo alla rovescia, e lui non aveva alcuna voglia di iniziare a vivere con la testa all’ingiù. 
      Raggiunse un gruppo di uomini fermi a ridosso di un muretto coperto di edera.
      «Ci sono tutti» disse una figura alta. Al riparo dalle ultime luci del giorno, nascondeva i lineamenti sotto il mantello e il tricorno.
      «Ciascuno vada al suo posto» ordinò Zolicheur. 
      Li guardò allontanarsi, i suoi uomini, freddi e duri come lui, con le armi nascoste sotto le giacche o appese alle cintole. In cielo l’ultimo raggio di sole si estingueva per cedere il posto a una tenebra mista a nuvole gonfie di pioggia.
      Zolicheur si guardò attorno, ruotando su se stesso: tutto gli dava la sensazione di essere immobile, avvolto nel silenzio, ma questo non significava che non ci fosse qualcuno nascosto in agguato. Attraversò la strada là dove un platano segnava il cortile della “cà dle tre Boche”. Si fermò per qualche istante tra le erbacce altissime e le liane di edera rampicante, prima di andare ad acquattarsi contro una delle pareti annerite dal fumo. Ogni volta che tornava in quel luogo, che fosse giorno o notte, qualcosa lo tratteneva e gli toglieva il fiato: nessun  presentimento, nessuna minaccia concreta. Soltanto ricordi.
      Ai tempi in cui a Torino governava il vecchio Duca accanto alla sua bella sposa francese, in quella specie di locanda vivevano tre ragazze, e si diceva fossero sorelle, figlie illegittime di un nobile fuggite a Torino, damigelle della Madama Reale cadute in disgrazia: di certo avevano modi da signore che le altre puttane del borgo non sarebbero mai riuscite a imitare.
      Le chiamavano “le Tre Bocche”, o con altri soprannomi meno gentili. C’era Bocca d’Oro, che con le labbra ci sapeva fare, Bocca Asciutta che invece non ci sapeva fare per niente. E Bocconcino, la preferita dei clienti.
      Dopo aver tenuto testa alla guerra, alla povertà e alle malattie, ai clienti ubriachi e a quelli che menavano le mani, erano crepate per una candela accesa e un soffio di vento, e della casa in riva al fiume erano rimasti solo ruderi e storie di paura.
      Si raccontava di vagabondi che all’imbrunire avevano cercato riparo in quelle rovine, e al mattino dopo erano scomparsi. E a voce più bassa, qualcuno parlava di patti diabolici che ogni tanto riportavano le Tre Bocche sulla terra, a sedurre le anime come un tempo avevano fatto con i corpi.
      Anche se li aveva cercati, Zolicheur non aveva mai incontrato fantasmi tra i resti di quella che un tempo era stata la sua casa. Un tempo molto lontano, prima che la carità dei preti e la solerzia degli sbirri lo chiudessero in un orfanatrofio.
      Sua madre era Boconìn, Bocconcino, e ora che era un uomo, ora che di puttane ne aveva avute molte, Zolicheur poteva capire perché lei piacesse tanto. Non era solo bella: aveva una piega naturale sulle labbra, da far credere che il suo sorriso fosse autentico.
      Zolicheur l’aveva sognata qualche notte prima, e nel sogno sua madre sembrava terrorizzata:
      lo guardava e cercava di parlargli, ma con parole che Zolicheur non era riuscito a sentire. Si era risvegliato con un residuo di rabbia, frustrazione e un vago senso di allarme.
      In cielo le nuvole cedettero e la pioggia prese a cadere increspando il Po, grondando le fronde, inzuppando il cappello e la giacca, il tessuto, la pelle e le ossa. Zolicheur ripensò al ragno nero: si chiese se avesse presagito l’arrivo del temporale e se lui l’avesse sorpreso mentre andava a mettersi al riparo. 
      La pioggia scese, le ore trascorsero.
      Il cielo non si era ancora acceso dei colori dell’alba quando Zolicheur trasalì e una sorta di prurito prese a solleticargli la base del collo. Le sue orecchie avevano avvertito un rumore poco davanti a lui: uno scalpiccio lieve, forse di un ratto o un cane randagio.
      Sentiva il cuore pulsare e il battito ripetersi in sincronia sulla tempia.
      Avvertiva qualcosa di strano nella notte calda e umida, nella pioggerellina impalpabile e perfino nella cappa che impregnava l’aria, avvelenata dagli umori delle fogne che scaricavano nel fiume le lordure di Torino. A quel fetidume era abituato, ma allora perché gli sembrava così fastidioso? Perché perfino le baracche di legno e paglia sembravano diverse, più nitide, come se avessero voluto emergere o fuggire dalle ombre?
      Cominciò a contare in silenzio per mantenere la concentrazione.
      Uno. Due. Tre.
      Ebbe la curiosa sensazione di essere sospeso nel vuoto, poi di precipitare, come quando si è sul punto di addormentarsi: solo che era del tutto sveglio. Sveglio e pieno di rabbia.
      Sette. Otto.
      Nessuno può entrare nel mio territorio e farla franca.
      Nove. Dieci. Undici. Dodici.
      Come non l’aveva fatta franca lui, la prima volta. Il boia gli aveva marchiato la fronte con la V di voleur, il marchio d’infamia dei ladri.
      Vi marchierò altro che la fronte!
      Tredici. Quattordici.
      Lo scalpiccio di poco prima si ripeté, adesso più forte e solido.
      Quando fu arrivato a venti, Zolicheur vide una figura scura staccarsi da dietro la fila di capanne. Nel ritaglio di luce proiettato dalla lanterna che reggeva in mano schizzavano le gocce di pioggia, rimbalzando sul vetro. La figura indossava un mantello e portava il tricorno sulla testa: affondò il piede in una pozzanghera facendo un suono umidiccio. Alle sue spalle, un’altra sagoma. Poi una donna fece capolino, i capelli fradici schiacciati sulla testa: la pioggia le aveva sciolto il trucco segnandole le guance.
      La pioggia o il pianto? Un pensiero che passò per la mente di Zolicheur, ma senza mettere radici. La sua attenzione era altrove.
      La ragazza era una delle tante che si vendevano nelle sudice taverne in riva al Po, e che pagavano la protezione a Zolicheur. Si muoveva senza esitare né cercare di ribellarsi, uno strano comportamento per una che era stata rapita, o costretta contro la sua volontà.
      Lei è d’accordo! Sono tutte d’accordo!
      Ecco perché spariscono senza lasciare traccia!
      Zolicheur sentiva il cuore pulsare così in fretta che non riusciva più a distinguere i battiti. Avrebbe voluto cominciare a correre e iniziare subito il lavoro di coltello. Si sentiva invaso, allagato da quella voglia.
      No, non subito. Con calma. Molta calma.
      Più tardi avrebbe dato a quella puttana un esempio buono per tutte le altre.
      Dopo che avrò finito con lei, perfino a un lebbroso farà schifo toccarla.
      Fece un profondo respiro e uscì dal nascondiglio, strisciando nelle ombre, appoggiando i piedi con passo così delicato da affondare nel fango senza rumore, lo sguardo fisso sulla luce della lanterna che si allontanava.
      Man mano che raggiungeva uno dei punti di guardia stabiliti cominciavano a muoversi i suoi compari, e quando la piccola processione attraversò il ponte, la banda era al completo.
      Dall’altra parte del Po, le chiome degli alberi che ricoprivano le pendici fluttuavano alla brezza fresca e Zolicheur ebbe l’impressione che tutto il monte fosse in movimento. La sua mente fu accarezzata da quella visione, i pensieri si lasciarono cullare danzando al ritmo ipnotico.
      Fu l’odore a richiamarlo indietro. Un odore repellente che metteva voglia di voltarsi e darsela a gambe. Ma proprio quella sensazione aveva avuto il potere di svegliarlo dallo strano torpore di un istante prima.
      Distanti qualche decina di passi, quelli che Zolicheur stava pedinando oltrepassarono un’osteria, e i due uomini seduti davanti alla soglia li guardarono senza fare commenti, come se non ci fosse stato niente da vedere.
      (Come se non avessero visto niente.
      O come se avessero fatto finta di non vedere niente)
      Due ubriachi o due complici?
      La puzza aumentava. Sembrava stringersi tutt’intorno, poi aprirsi di forza un varco nelle narici ed entrare anche se si respirava solo con la bocca. Era qualcosa di diverso dal miscuglio di sterco, pesce marcio e sudore a cui Zolicheur era abituato vivendo tra le case di borgo Moschino.
      Cosa può avere quest’odore? si domandò, e una parte di lui riuscì a rispondere: un mucchio di carcasse. Un mucchio molto grosso. Un grosso cumulo di carogne lasciate marcire sotto il sole.
      Passò davanti alla taverna e guardò l’ubriaco seduto sui gradini: dormiva, la testa china sui ciottoli del cortile. Una lampada a olio spandeva lampi di luce tremula sulle guance e sul naso che sembravano rosso sangue. 
      Tornò la puzza, e questa volta suggerì la sensazione di un respiro mefitico esalato da un’invisibile nebbia.
      Gli ubriachi erano due, ricordò Zolicheur, e un brivido lo percorse mentre un mormorio gli sfiorava le orecchie e una nebbia lattiginosa s’insinuava nella sua testa. Un’ombra prese forma davanti a lui e riempì il vicolo di tenebre più scure e minacciose della notte. Un’ombra enorme, ma che apparteneva a un essere con due braccia, due gambe e… una testa di cane.
      Zolicheur sentì il fiato strozzarsi in gola e un gemito uscirgli dalle labbra socchiuse. La sua vescica ebbe un fremito, implorando di svuotarsi.
      Cercò di estrarre il coltello, ma la sua mano si rifiutò di obbedire, come se fosse stata insensibile, o come se fosse stata la mano di qualcun altro.
      È tutto inutile. Adesso mi ammazza.
      Attorno a lui si mossero altre ombre.
      I suoi compari cominciarono a gridare.
      E anche Zolicheur gridò, quando vide cosa si stava abbattendo su di lui.

      ***

      I cannoni della batteria francese spararono di nuovo.
      Passepartout sentì l’aria vibrare, lo scricchiolio dei mattoni sotto pressione, la polvere sbriciolata che scendeva dalla volta.
      «Cos’è stato?» Cordìn affondò lo sguardo nell’oscurità. «Sembrava…»
      «Zitto» ordinò Passepartout. L’aria viziata e polverosa rimandò echi della sua voce. Rimase fermo con le orecchie tese, trattenendo il fiato.
      Si scoprì di pensare che sarebbe stato più semplice se quel tratto di galleria fosse stato illuminato. Si scoprì di desiderare la luce e quel pensiero lo sorprese.
      Dopo due mesi e mezzo nelle gallerie sotto la Cittadella, Passepartout si era abituato a trascorrere interi giorni senza vedere una luce. Al buio aveva imparato a spostarsi e aspettare, a consumare il rancio e perfino a caricare le armi.
      Ma c’erano dei momenti, durante le guardie, in cui il silenzio era talmente fitto che anche il rumore più impercettibile aveva il potere di riempire l’oscurità di nemici in agguato. In quei momenti Passepartout non riusciva a scacciare la sensazione di essere osservato da occhi feroci e carichi d’odio. E allora, insieme alla paura, giungeva prepotente il desiderio
      che ogni cosa fosse ben illuminata. 
      Negli ultimi giorni i nemici avevano fatto progressi con gli scavi e le loro gallerie si erano avvicinate di molto: adesso sotto il bastione San Maurizio si fronteggiavano i minatori francesi e quelli sabaudi, gli uni sabotando il lavoro degli altri.
      Il capitano Bozzolino aveva aumentato la sorveglianza sotto la mezzaluna di Soccorso, sicuro che presto i francesi avrebbero cercato di penetrare da quella parte. I rumori di zappe e picconi risuonavano al di là delle pareti di mattoni, giorno dopo giorno, come pesanti conferme. Il nemico era vicino, sopra e intorno a loro, finora stava scavando a vuoto.
      Se e quando i francesi fossero riusciti a intercettare una delle gallerie,  il primo segno sarebbe stato il gemito di mattoni frantumati, poi un tremendo boato e una cascata di terra e detriti che scendeva dall’alto. In quel momento, invece, anche i picconi tacevano.
      Passepartout lasciò uscire il fiato in un sospiro di sollievo.
      «Falso allarme?» chiese Cordìn a bassa voce.
      «Falso allarme.»
      Prima di arruolarsi, Passepartout era stato un muratore disoccupato, con una moglie da mantenere e un figlio in arrivo. Con l’unica alternativa di soffrire la fame, aveva scelto di vestire l’uniforme blu dei minatori del Duca di Savoia. Nessuno era bravo come lui a infilarsi nei luoghi angusti, così avevano preso a chiamarlo Passepartout, “passa dappertutto”.
      Suo padre, Giacomo Micca, lo aveva fatto battezzare col nome di Pietro.
      «Si staranno ancora leccando le ferite dopo l’assalto dell’altro giorno»
      disse Cordìn. «Ma prima o poi ci riproveranno, questo è sicuro.»
      Continuava a fissare le tenebre con uno sguardo a metà fra il pensieroso e il preoccupato.
      Quattro giorni prima i francesi avevano lanciato contro le fortificazioni esterne il più feroce assalto alla baionetta dall’inizio dell’assedio. Secondo i disertori catturati, l’attacco aveva impegnato dieci battaglioni e venti o venticinque compagnie di granatieri. Le bandiere con il giglio avevano sventolato per tutta la notte sulle piazzeforti e lungo il cammino coperto
      davanti alla mezzaluna, finché il contrattacco non li aveva respinti. Non da tutte le posizioni, però.
      «Se dopo due mesi e mezzo tutto quello che sono riusciti a conquistare sono due piazzaforti ai lati di una mezzaluna, possiamo far sapere al
      Principe Eugenio di fare con calma che qui ce la caviamo benissimo.»
      «Non scherzare, Passepartout. Che venga più presto che può, il Principe Eugenio.»
      «Credi che non me lo auguri anche io? Voglio solo tornare da mia moglie e conoscere mio figlio.» Passepartout non riuscì a impedirsi di fare un debole sorriso, e al tempo stesso di rabbrividire.
      Fino a quel momento le difese sotterranee avevano retto bene quanto quelle di superficie, ma ogni progresso del nemico di sopra avrebbe avuto conseguenze anche sotto. E adesso i francesi controllavano gli angoli ai lati della mezzaluna.
      Un raschiare sottile arrivò dal buio pesto del cunicolo.
      «Un topo.» La voce di Cordìn aveva una sfumatura di incertezza.
      «Hai paura dei topi, adesso?»
      Cordìn scosse la testa.
      «Qui non sono né i topi né i francesi a farmi paura.»
      La prima volta che era sceso nelle gallerie, Passepartout aveva pensato alle sinistre leggende di cui gli avevano parlato i veterani e il sangue gli si era mutato in ghiaccio. Adesso era un veterano anche lui, e sapeva che il “respiro del Diavolo”, la polvere da sparo bruciata che uccideva i minatori, era il pericolo più grande perché non faceva rumore e non aveva odore.
      I topi facevano rumore.
      I francesi facevano rumore e puzzavano.
      «C’è davvero qualcuno» disse Cordìn in un sussurro bassissimo.
      «Cosa?»
      «Ascolta.»
      Per un attimo, quando avvertì l’odore, Passepartout credette che fosse uno scherzo della sua immaginazione. Per un attimo pensò che lo stava sentendo perché ci aveva appena pensato.
      No. Anche Cordìn l’aveva avvertito.
      Puzza di sudore, aglio e cipolle mal digerite.
      Passepartout sentì un brivido lungo la schiena. Il suo cuore perse un battito.
      I francesi erano entrati nella galleria.
      Come abbiamo fatto a non sentirli?
      Dovevano aver fatto la breccia più avanti, dalla parte delle loro trincee, approfittando della salva di cannone della batteria per coprire il rumore mentre spaccavano i mattoni del soffitto.
      Trovò a tastoni la pistola che teneva alla cintura, la impugnò mentre allungava l’altra mano verso Cordìn. In silenziosa sintonia cominciarono a risalire la galleria, dirigendosi verso il posto di guardia. Sotto i loro piedi, il pavimento di pietra era levigato, cosparso di briciole di mattoni. Insidie difficili da evitare nel buio. Bastava calpestarne una per frantumarla come un cristallo e diffondere il rumore a metri di distanza.
      Passepartout cercava di spostare con attenzione il peso per non far rumore, ma sentiva il tintinnare metallico che facevano la fibbia della giberna e il fodero della baionetta. E naturalmente anche lui puzzava.
      Un colpo di fucile frantumò il silenzio insieme all’illusione di non essere scoperti. Passepartout vide un’eruzione di scintille esplodere dalla parete accanto a lui. Il sapore dolciastro della paura gli riempì la gola. Aprì le labbra per dire… cosa? Non lo sapeva nemmeno lui. Le parole gli erano rimaste congelate in testa, la voce in gola. Sapeva solo che aveva cominciato a correre mentre altri spari tuonavano alle sue spalle.
      Dall’oscurità cominciarono a emergere delle ombre, circonfuse da un contorno dorato che Passepartout riconobbe come quello proiettato da lanterne con i vetri schermati. Le ombre erano sacchi di terra disposti a formare uno sbarramento. Al di là dei sacchi altre sagome, immobili anch’esse: soldati sabaudi.
      Cordìn raggiunse il posto di guardia per primo e la sua sagoma venne inghiottita da quella più grande del muro di sacchi messo a sbarramento del passaggio. Passepartout fu lì un istante dopo: si appiattì contro il riparo e sussurrò una preghiera alla Madonna della Consolata.
      Adesso tutti sparavano e la paura aveva ceduto il posto a una fredda determinazione. Prese la pistola dalla cintura e strinse tra i denti la bacchetta di caricamento per avere la mano libera e riempire la canna con la polvere, la stoppa e la palla. Il sapore del metallo gli scese in gola.
      Aveva compiuto quell’operazione così tante volte che riusciva a farla a occhi chiusi, ma sempre con la massima attenzione, dal momento che ogni errore poteva costargli la vita. Il suo vecchio istruttore gli teneva compagnia anche se non era davvero accanto a lui.
      “Tieni la canna in verticale! Non schiacciare troppo la palla contro la polvere! Impugna la bacchetta in modo che non ti buchi la mano se parte un colpo! Viso lontano dalla canna!”
      Passepartout sparò, caricò, sparò di nuovo. L’aria era di fiamme e fumo.
      «Indietro!» comandò finalmente una voce, quella del sergente.
      I soldati uscirono dai ripari: una fila ordinata e silenziosa, con moschetto in spalla e berrette di lana sulla testa, che si stagliava nelle tenebre della galleria.
      Passepartout si unì alla ritirata, riducendo il numero e la durata dei respiri per non lasciarli preda di quello del Diavolo. I suoi passi cominciavano a farsi pesanti e certo non solo per la stanchezza.  Appena possibile avrebbe dovuto bere molta acqua per purgarsi.
      Udì alle sue spalle uno scroscio simile a quello di una grandinata. Un suono che la prima volta che aveva sentito aveva trovato terrificante: erano i soldati del Duca che per ostruire il passaggio stavano facendo franare della ghiaia dalle gallerie di sopra attraverso i pozzi dell’aria. Poi avrebbero completato l’opera facendo esplodere delle bombe.
      Raggiunsero un tratto di galleria dove brillavano le lampade alle pareti: un rassicurante segno di aria respirabile. Passepartout ne inspirò una profonda boccata e chiuse gli occhi.
      «Ben fatto!» Sentì esclamare il sergente. «Stasera doppia razione di rancio!»
      Intorno a sé altre voci si scambiarono risate e congratulazioni.
      Per cosa? Si chiese Passepartout. Per avere difeso questa galleria? Per avere obbedito agli ordini, per avere sparato contro i nemici?
      Si appoggiò contro la parete di mattoni e lasciò che le spalle si afflosciassero.
      Ho ucciso degli uomini stanotte?
      Non lo sapeva, ma il pensiero di averlo fatto lo rattristò, come lo rattristava ogni volta. Si fece il segno della croce e chiese perdono a Dio.
      Stavo solo facendo il mio dovere: è tutto quello che può fare un uomo.
      Difendo la mia patria e cerco di rimanere vivo.
      Stanotte è andata bene.
      Chiuse gli occhi e prese un altro lungo respiro.
      Il nemico stava stringendo le maglie attorno alla Cittadella: i cannoni che tiravano contro la mezzaluna erano sempre più precisi e aprivano una breccia sempre più larga.
      Quando nella breccia ci fossero stati abbastanza detriti da poterli scalare, i francesi avrebbero lanciato un altro assalto alla baionetta. Ben più deciso e poderoso di quello di qualche giorno prima. Il “Grande Assalto” a cui tutti si stavano preparando e da cui si sarebbero decise le sorti della Cittadella e di Torino.
      Passepartout si sforzò di smettere di pensarci. Dietro le palpebre chiuse apparve il viso di Maria Caterina, nitido e sorridente come la ricordava nel giorno del loro matrimonio. E apparve quello più vago di suo figlio Giacomo Antonio che ancora non aveva conosciuto.
      Passepartout immaginò di dare un bacio a quei due visi.
      Poi seguì i suoi compagni a occupare le nuove posizioni di difesa.

    • (Á)NCORA

      By Consu394, in Letteratura Rosa,

      Introduzione
       
      Introduzione, sviluppo e conclusione. 
      Parti essenziali di ogni storia che si rispetti.
      Nella parte iniziale viene presentata l'ambientazione, con l'ingresso caotico dei personaggi; nello sviluppo, la vicenda si espande e i dettagli della storia vanno intrecciandosi inesorabilmente; nella conclusione, le questioni vengono finalmente risolte e i personaggi conquistano il loro lieto, o tragico, fine. 
      La mia, di storia però...non va proprio così.
      Non è così che la racconterò.
      Inizierò dallo sviluppo, riportandovi gradualmente all'introduzione e alla conseguente conclusione.
       
      Maria Stuarda, Regina di Scozia, disse: "Nella mia fine è il mio principio."
      Io dico: "Nel mio presente sono il mio passato e il mio futuro."

    • IL MOSTRO DELLE MERENDINE
       
      FIABA DARK  DI DOMENICO DE FERRARO
       
       
      La pioggia mi costringe a correre al  riparo sotto una pensilina,  rimango per ore,  sotto quel malandato pergolato di legno mentre  l’acqua insistente  scende copiosa. Inerme lasso nel desiderio di vivere , vorrei fuggire,  scappare ma mi sembra quasi impossibile .  I pensieri s’affollano alla mente in un crescendo di varie  confusione che mostrano il  loro  lato debole , la forza che converte il vero  in bello .  Riuscire a risolvere questo ennesimo caso giudiziario sarebbe un gran passo in avanti , la pioggia mi bagna il viso,  corro lesto , verso casa sperando ogni cosa si possa risolvere. La città brancola  nel buio.  Oggi  i vari amministratori locali si sono incontrati in prefettura ,  c’erano  proprio tutti con moglie e figli appresso . Tutti volevano sapere cosa sarebbe successo alle loro famiglie ,  protestavano  per l’incolumità delle loro famiglie  per la tutela dei propri beni. Oggi  è   una splendida  giornata , anche se piove ed io cerco,  riparo sotto questa tettoia in attesa passi la pioggia ed il cattivo sogno di un reato  che si perpetua ogni momento ,  continuamente , insistentemente facendo  rabbrividire la gente  mettere le mani nei capelli a chiunque credente o non credente.  
       
      Tutto è incominciato quasi due mesi fa,  dopo aver trovato  una donna  riversa nei campi disperata che urlava  gli avevano rubato tutto il raccolto ,  faticosamente colto nel suo orto . Era un giorno molto  simile a questo,  fosco,  scialbo come il colore dell’abito che indossava la donna. L’amore  spesso ferisce,  ti distrugge,  ti rende inerme difronte a ciò che siamo. Ed io da parte mia ho cercato sempre di posare il capello sopra un chiodo di  ferro . Si i miei sogni , si possono dire sono i miei guai , la mia debolezza ,  il mio difetto peggiore e se cerco di capire in fondo  ciò che sono è  perché vivo una vita da soldato , da guardia giurata. Non volevo divenire  un poliziotto,  era l’ultimo dei miei traguardi . La vita è  già cosi misera , piena di  problemi , cessi rotti da sostituire o pulire . La morte mi fa schifo . Il peccato m’inorridisce , il sangue fluisce nelle mie vene , ingrossa le mie pene  inonda il mio buon cuore , la sorte mi eleva all’inconsapevolezza dei fatti che a volte vivo . Ma si era arrivati ad un limite prefisso,  oltre l’impossibile,  caso irrisolto  in quell’aria nauseante, mista di odio , di crudeltà , di meschinità maschili che trafigge le  colpe nel non volere capire cosa siamo per davvero . Il mostro delle merendine per tutti era un mostro orrendo , il quale  s’aggirava solitario per le strade della città .  Poteva essere  chiunque un piccolo individuo con occhiali ,  capelli dipinti , con   un accento francese o dialettale con tanto di arma  esplosiva , pronto a derubare ogni leccornia , ogni dolcezza a quei poveri fanciulli.  Un bacio di cioccolato , un caramella alla menta tutto ciò che fosse dolce , l’attirava lo costringeva a trafugare a rubacchiare quella dolcezza  infinita,  quello zuccherino che indora  il buon umore dei grandi e dei bambini. Mangiare  l'altrui merenda  per il gusto di provare qualcosa di dolce , un amore al veleno fatto di pan di zucchero. Una maschera indossava questa mostro fatto di carne ed ossa  era goloso fino all’inverosimile. Forse abitava in una casa di pan di zucchero,  mangia spaghetti di zucchero filato , pan  di grano tenero,  pan per focaccia alla faccia del diabete. Il  male  l’ oblia,  la sua vita è un mistero , la morte l’accompagna in ogni luogo,  lui appare quando meno te l’aspetti. Sono tante,  oggi le vittime ed il procuratore ha diramato un avviso  di ricerca internazionale , vuole a tutti costi che sia preso. Oggi saranno all'incirca una ventina di derubati , tra cui molti bambini , donne di mezza età  vittime innocenti , tutti piccini   più un uomo , un contadino che non si capisce perché gli abbia rubato oltre  alla succulenta colazione   che doveva mangiare dopo lavoro  la sgangherata bicicletta . Hanno collegato a questi furti ,  come un atto scellerato,  un misoginia galoppante di  un uomo affetto da schizofrenia dolciaria.  Un maniaco seriale che s’alimenta di zuccherini e caramelline   che cerca di essere dolce , tenero ma in fondo emerge la sua cattiveria,  l’odio per il mondo che certo non è stato  tanto dolce con lui. 
       
      Ho fatto ammenda dei miei peccati.  lo sono un debole  per natura , non ho spirito di sacrificio  e forse mi andrebbe bene fare quello  che faccio per giungere a conclusione affrettate  possono rendermi sicuro di quello che faccio. Ho fatto tanto e non sono giunto a nulla  di certo , l’amore m’inquieta ed andare in giro in cerca di notizie di un presunto maniaco  mi mette un agitazione dentro. Faccio finta di essere deduttivo  non ho detto di essere un gran poliziotto , per giunta mia madre mi regalò una lente d’ingrandimento per vedere meglio. Era bella mia madre ,  profumata  come i fiori freschi  ,  come il pane sfornato . Mista di ingenuità , di leggiadre atipiche ecloghe che vado  cantando  per giorni duri.  Per il  mio amore per la patria,  non trovo  parole in merito. Odio questi bassofondi,  dove sono cresciuto . Odio me stesso per ciò che sono e credo d’essere stato , ma la vita mi costringe ad essere ciò che  non sono e non ci sono mezzi termini per superare l’odio  che mi assale,  mi distrugge la coscienza della bellezza.  La mia incapacità di vivere , d’amare mi costringe  a scendere nell’Ade . Ma l’amore mi ha trascinato con se,  oltre la morte . Ed io indago anche quando sono fuori di servizio . Quando tutti sanno che io non sono sveglio . La mia vita è racchiusa in quella divisa avvalorata da quei gradi che trafiggono la spalle ,  con le mostrine al vento . La luce entra illumina il mondo ed io non vorrei essere nei panni di quel povero mostro.
       
      Ecco cosa penso di questo caso è  una gran rottura di scatole
      Ispettore ha colto nel segno  mi dica la verità ma chi e questo mostro ?
      Narducci  non farmi ridere , vuoi fare il cretino
      Per carità  ispettore ci mancherebbe
      Allora portami una birra che ho sete
      Subito la rinfresco
      Non vogliono crescere , sono rimasti bambini
      Ispettore c’è al telefono il procuratore  capo
      Passamelo svelto
      Ecco parli.
      Pronto,  ispettore collodi
      Caro ispettore , no caro  non lo voglio dire a che punto stiamo
      a che punto , siamo giunti , vorrei avere notizie in merito ,  tutto sarà risolto a breve ? Guardi ne vale della sua carriera.
      Non si preoccupi tutto sotto controllo non perdo tempo nei   controlli.
       Lei mi preoccupa, lo sa  mi ha chiamato il sottosegretario  vuole avere dei fatti,  dei dati certi , no ipotesi ma sicurezze.
      Non s’arrabbi concluderemo l’indagine a breve
      A breve un corno , entro domani voglio quel maledetto mostro in prigione a scontare  il resto dei suoi giorni una pena capitale.
      Non mi faccia dire cose sconce,  tutto sarà fatto.
      lo spero  per lei, sto perdendo la pazienza , sono assalito dalla gente e da una marea di giornalisti scellerati.
      Sono sotto attacco,  lo stato e sotto attacco , Collodi
      Non voglio girare il coltello nella piaga,  ma tutto sarà risolto  mi creda,  siamo ad un pelo   per acciuffarlo .
      Acciuffatelo  ,  meglio  per lei e per la sua carriera,  perché non ne posso più sentire questo piagnisteo.
      State sereno,  senza pensieri.
      Arrivederci,  la prossima volta anzi entro la fine del mese voglio il caso risolto.
      Va bene procuratore non si preoccupi
      Ispettore non faccio lo stronzo, prima  la degrado poi la trasferisco.
      Ora mi offende
      Non l’offendo , l’avverto.
      Le sto dicendo che deve concludere
      Va bene .
      Narducci portami un caffè
      ispettore che faccio lo zucchero
      Narducci tu mi vuoi morto
      Non mi dica e come  faremo senza di lei
      Narducci  allora sei un coglione
      E’ una  domanda perché  non le so rispondere
      Narducci  vai a fare il caffè
      Presumo che sia meglio
      Dopo preparati,  usciamo ad indagare.
      Che bello non sto nella pelle
      Che guaio mi meritavo  di  meglio come assistente  forse un   un segugio  migliore.
       
      L’ispettore è una persona squisita. Però  non vuole fastidi ,  mi dice sempre di non rompergli le uova nel paniere. E  per questo  lo stimo tantissimo . Vorrei a volte vederlo felice anche se il tempo lo  ha costretto ad essere un misantropo . Un depresso cronico , causa le conseguenza dell'essere un uomo di giustizia . Tutto stato è  chiesa. Egli è tutto di tutto con quella sua aria di grande ispettore . Ed il  resto del mondo lo ha capito a volte l’ammira,  l’esulta  lo  trascina lontano da ciò che  crede d’essere  per davvero . L’ ispettore collodi un pezzo di pane,  più pane  che merda. La morte,  lo sollazza  la sorte lo incita. Ed il mostro lo denigra  Ma  egli non molla, riuscirà  di certo a mettere alle strette i tanti  mostri esistenti  in questa società i tanti  assassini nati per uccidere . Ma quanti mostri esistono in questa società ? si nascondono crescono,  si moltiplicano . Quanti mostri ancora nasceranno in luoghi inenarrabili , in spazzi circoscritti , dal senso interiore. Ed il mostro delle merendine , credo fosse uno come tanti , un mostro normale che vive la sua esistenza  crede in dio , va’ a  messa  si crede d’essere bello , ama una donna diversa ogni giorno , la domenica compra le paste , sorride alle disgrazie come tanti . Come un asino vola nel cielo , fugge dal peccato ,  se la ride delle proprie  disgrazie. Un mostro anomalo cresciuto in un quartiere periferico o nel centro della città. Ipotesi questa plausibile ,  quante volte mi sono chiesto che faccia  avesse , che nome avesse, quale fosse la sua età . Cosa pensasse del mondo,  come fosse nata questa sua mania di rubare le merendine ai bambini fuori la scuola. Un  delinquente spietato con la bava alla bocca , pronto a  divorare le sue vittime le tante merendine sottratte ai poveri scolari per il gusto di assaggiare,  un dolce tipico dell’infanzia. 
      La prima volta che conobbi l’ispettore collodi fu quando fui assegnato a questo dipartimento.  Io  Antonio  Narducci  di vico Equense figlio di un povero imbianchino  , mia madre faceva la casalinga ,  stendeva i panni sulla terrazza della vicina difronte . Ed ero felice d’essere  diventato un poliziotto esserlo  dopo tanta miseria passata , dopo che morì mio padre a casa mia non c’era nulla da mangiare. La  soddisfazione  di essere qualcuno,  d’indossare una divisa,  di credere che il mondo possa cambiare  in  quello che vedi e credi ,  frutto della tranquillità interiore,  frutto di un lungo percorso fenomenologico  che sfocia nella rassegnazione.  Risolvere casi giudiziari,  riuscire a svelare misteri irrisolti   far trionfare la giustizia, acciuffare  spaventosi malviventi , senza artigli , senza coltello,  con bazooka e carri armati. Delinquenti di ogni ceto sociale ,  corrotti , corrompono lo stato sociale. Io una persona tranquilla,  quasi anonima che riesce per virtù dello spirito santo a superare i test d’ammissione , divenire un poliziotto. Per settimane intere a casa , mia madre dopo l’assunzione nel corpo dello stato di polizia si festeggiò per diversi giorni ,  ci lasciammo andare a grande feste a base di  vari banchetti. E tutti aspettavamo arrivasse l’ora dell’assunzione ed il primo stipendio che ci avesse,  alleggerito dalla disperazione in cui versavamo . Sognammo di comprare prosciutti e varie leccornie . Pensare poi al riscatto morale familiare di essere dei fedeli servitori dello stato ci faceva sentire tra le stelle . Io poliziotto pronto a catturare  tutti i cattivi della zona.  Dall’Alpi agli Appennini. Da Monza a Caltanissetta. Fui assegnato  la prima volta dopo aver passato la selezione nei celerini . Mi ritrovai cosi a dover affrontare una marea di giovani arrabbiati che chiedevano i loro diritti,  lavoro e speranza , urlavano  basta alla corruzione.  Ed il  capitano ci disse di picchiare duro,  di non aver riguardo che era rivoluzionari . Feccia dello stato sovvertitori , capelloni , rivoluzionari , intellettuali senza  peli sulla lingua ,  che guardano alle stelle con il cannocchiale. figli delle loro  illusioni . Ecco cosa disse,  poi disse di non badare  a spese di andarci duro , più duro che mai.
       
      E il momento ? Tutti in riga . Chi  vuole disubbidire  facci un passo avanti.
      Minchia  amico,   picchia duro, non pensare tanto.
      Non posso,  non ho il coraggio
      Cosa dici o loro o noi
      Ma sono in tanti
      Ehi vuoi vivere ?  devi eseguire gli ordini
      Ma sono ragazzi come noi
      Cosa dici sono dei mostri
      Mostri loro o noi
      Non fare il filosofo
      Io sono un poliziotto
      Quindi non badare a spese,  picchia più che puoi
      Non mi sono arruolalo per il gusto di far male agli altri
      Siamo stati traditi dalla sorte
      Io credo più dalla storia
      Ragazzo se usciamo da questo casino andiamo in licenza premio.
      Spero finisca presto tutto.
      Ammira e pensa al lato positivo
      Non sono un crumiro
      Neppure io , ma ho famiglia e gli ordini vanno rispettati
      Che orrendo  dilemma
      Vai,  fatti sotto,  non indietreggiare
      La mia ragione si dissolve nel dubbio
      Sono solo dei mostri ricorda . Generati dalla società capitalista.
      Mostri orrendi,  pronti ad uccidere
      Bravo  narducci non dubitare  
      Comandante viva lo stato
      Narducci  non fare il cretino
      Domani sarà un bel giorno
      Domani licenzia premio per tutti . Ragazzi non indietreggiate
      Ho paura. Mi sento la pancia sotto sopra.  
      Non abbiate paura siate coesi , compatti siete dei poliziotti paladini della giustizia.
      Siamo all’inferno , non usciremo vivi da questa rivolta
       
      L’ispettore collodi lo ricordo in ufficio che fuma il suo sigaro crede in Buddha,  dice di essere un buddista. Ama una donna di Cesena  tifa per la Juve. Ha una macchina nuova , splendida rossa Jaguar   che va a duecento all’ora. l’ispettore collodi un mito alla stazione di polizia di Monte calvario. Entra in ogni luogo pubblico senza pagare ed ama diverse donne. Noi giovani poliziotti siamo per lui delle mezze seghe . lo si legge nei suoi occhi , siamo dei pivelli , abbiamo ancora  l’odore del latte  sulla bocca. Ed il mare canta delle idilliche canzoni , l’ascolto,  mentre passeggio,  affianco all’immensa spiaggia.  Corro nel vento,  vado veloce a passo d’uomo , vado a lavoro con tutti me stesso,  incompreso solo figlio della mia ridicola storia.  Ci vado con la mia vita e tutti i miei ricordi sono già tre anni indosso questa divisa . Sono felice,  non bado a spese ed ho imparato a picchiare duro a non fare domande neppure alla morte.
       
      Agente  Narducci  vieni subito nel mio ufficio
      Vengo ispettore volo
      Cosa mi racconta .  A che punto siamo con l’indagine sul mostro delle merendine ?
      Siamo ancora in alto mare  , pochi indizi , poche certezze.
      Non ci sono supposizioni ,  bisogna agire
      Agire , siete voi che conducete l’indagine
      Maledizioni mi stanno riempendo di rimproveri voglio questo maledetto mostro in galera
      Siete bravo,  riusciremo ad incastrarlo prima o poi
      Non voglio finire a guidare il traffico a Marsala
       Beh li  fanno un  buonissimo  liquore
       Narducci  allora sei cretino
      No
      Allora statti zitto
      Sono sincero,  signor ispettore il mostro delle merendine può essere chiunque
      Bella scoperta
      Non è  una scoperta , ma   un dato di fatto
      Narducci  ma tu stai ragionando o tergiversando
      Sono un uomo come tutti gli altri
      Narducci  pensare molto fa male
      Accidenti non ci avevo mai pensato
      Ecco pensaci
      Sarebbe meglio pensare ad una bella donna
      Dobbiamo  catturare  quel mostro  è  stato fatto un ritratto
      un identikit .
      No .Siamo ancora alla frutta
      Maledizione sono circondato da incapaci
      Signor ispettore non si arrabbi poi le sale il sangue alla testa . la pressione.
      Al diavolo la pressione. Voglio quel maledetto mostro in galera.
      Sarà fatto. L’indagine ci conducono a diversi tipi di individui
      Non voglio ipotesi ma fatti
      Siamo qui per vincere
      Non facciamo gli ignoranti
      Siamo poliziotti
      Appunto indaghiamo
      Sarà fatto .
       
      L’indagine fu complessa io e l’ispettore collodi,  girammo tutte le scuole della città . Facemmo la spola tra la questura ed i vari istituti scolastici della città . Sorvegliammo con cannocchiali .  Mettemmo cimici sotto il sellino dei motorini dei scolari più turbolenti . Ed  in attesa di una mossa falsa del mostro  di un suo  errore che c’ avrebbe permesso di risalire a lui . Che faccia avesse ?  io l’immaginario lentigginoso , brutto, con denti cariati, un mostro di pasta frolla ,  crudele  in attesa delle sue vittime .  Così allo scoccare dell’ora predetta  al suono della campanella,  allo sciamare dei scolari dall’uscita delle scuole , ecco vedemmo uno strano grassoccio ragazzo aggirarsi tra la folla , quasi   pronto a colpire. L’immaginai per un attimo  all’interno delle scuole che prepara dei piani per trafugare il misfatto , rubare quelle deliziose merendine , comprate con tante sacrifici dai genitori di quei scolari. Deliziose fette a latte al  miele, dolcetti soffici, al pistacchio , alla nocciola.
       
      Narducci  cosa pensi ?
      Io non penso , la seguo passo dopo passo.
      Siamo in due
      Se vedi qualcosa di strano chiamami subito
      Qui è  tutto normale,  sta per squillare la campanella d’uscita
      Bene lo prenderemo
      Ne sono convinto
      Siamo i migliori
      Non ne dubito
      Fai lo spiritoso
      Io per carità
      Allora datti da fare
      Subito ispettore
      Non è normale
      Non sono un rompiscatole
      Non ne posso più
      Vuoi finire ad Albenga
      Per carità meglio la galera
      Aspetta un mio segnale
      Non mi muovo da qui ,attendo il suo ordine
      Non fare mosse azzardate
      Spero finisca tutto presto
       
      La mia vita d’ispettore si può riassumere in pochi frasi e senza mezzi termini , sono diventato ispettore , grazie alla mia educazione familiare . Sono quello che sono,  forse sarò anch’io un mostro, qualcosa di strano  si nasconde anche in me,  un mostro di cartapesta . In  questa lotta interiore,  questa dura battaglia contro il male,  contro l’ipocrisia della società . Dover essere  a tutti costi dei paladini , della giustizia. Capaci di arrestare chiunque commetta un errore. Sono l’ispettore  Collodi non me ne vanto e mi sono laureato in giurisprudenza ed   economia  con una tesi sul marxismo e l’ordine sociale. Non ho voglia di fare il fesso,  la città li fuori e un groviglio di vicoli dove si nascondono migliaia di malviventi . Tutti siamo  delle potenziali vittime,  tutti siamo  dei spietati carnefici. Pronti a commettere un crimine a sovvertire le regole del vivere civili. Noi siamo chiamati a far rispettare queste regole,  le leggi di uno stato di diritto che non va mai per il suo verso giusto. Uno stato che non ama la sua gente ,  le divora all’interno nelle sue potenziali conclusioni , il fatto che anche noi siamo dei mostri dei potenziali criminali .  Tutti abbiamo sbagliato,  tutti abbiamo commesso un crimine,  una infrazione stradale . Tutti nascondiamo dietro le nostre spalle una turpe storia di delitti e crimini vari. Ed il vento sa di buono , ed il ricordo è  cosi dolce come le merendine divorate dal mostro. Un mostro che forse non esiste per davvero ,  frutto dell’immaginazione collettiva. Ed io non credo  riusciremo a catturare  mai quello giusto. Troveremo alla fine un capro espiratorio un povero cristo , affetto pure da diabete. Questo credo,  ma non posso darlo per scontato . La vita mi solleva dal dubbio di essere uomo di legge,  forse un onesto cittadino.  Tra una riga e l’altra una virgola  bianca , una passione  mi solleva dall’infausto incarico. E non vorrei più sentire il questore neppure il commissario con le loro lamentele . Sono dei mostri  a pari  dei  veri mostri di merendine.
       
      Ispettore a che punto siamo
      Signor commissario siamo a buon punto
      Mi prende per i fondelli ?
      Ci mancherebbe
      Non facciamo come al solito
      Il  solito storpia
      La fede nello stato quello anima la nostra missione
      Sono d’accordo
      Ora si dia da fare . Si figuri,  anche il presidente di circoscrizione mi ha tempestato di telefonate . Ed una telefonata dopo l’altra mi ha fatto saltare i nervi . Mia moglie poverina gli è  venuta la depressione nel vedermi in questo stato. Sono convinto che lei è un ottimo ispettore . Ma si dia una mossa , se no la mando a Caltanissetta a dirigere il traffico e questa volta non scherzo. Non è possibile che un piccolo mostro un deficiente qualsiasi sia capace di dare scacco matto alle forze dell’ordine. Con tutti i soldi che spende lo stato per munirci di macchine e uomini .
      La verità deve salire a galla.
      Signor commissario  ne sono convinto. Non ci saranno più  errori da parte mia. Ma  capisce  questo mostro è un mostro anomalo . Non ha uno profilo  preciso. In molti dicono porti gli occhiali,  sia  grasso, basso,  tarchiato , brufoloso . Forse potrebbe essere il fruttivendolo che sta fuori la scuola Giovanni pascoli , dove sono tanti commessi più furti. L’ipotesi  rincorre l’ipotesi e che il fruttivendolo, vero  ha una faccia di mostro e mangia molti dolci. Lo abbiamo  seguito, messo  sotto torchio non emerso nulla che potesse dirlo colpevole. Delle indagini  emerge  una figura strana con una doppia vita. Di giorno stimato fruttivendolo , di notte divoratore di dolciumi. Ha il diabete porta i baffi  non è simpatico a nessuno. I bambini lo temono.  Ma è innocente mi creda.
      Ispettore arriviamo al dunque non ne posso più sapere che  qualcuno ancora s’aggira per le strade  a commettere delitti vari . Quel  piccolo mostro mi mette l’ansia , non mi fa dormire. Mia moglie non ha più camomilla da farmi. Ed il telefono continua a squillare , non voglio più ipotesi ma fatti.
      Va bene signor commissario farò come dice.
      Bene procediamo non facciamo chiacchiere che  dalle   chiacchiere di quartiere poi salta fuori una filastrocca e quella maledetta tarantella che ci prende per fessi. Noi forze dell’ordine incapaci di acciuffare un  demente , un individuo fuori dal normale,  un divoratore di merendine. Pensa se fosse stato un ladro di santini  in che guaio fossimo  finiti . Poi i giornali continuano a gettare acqua sul bagnato. Ed io sono scivolato già tre volte e l’ultima volta quasi mi rompevo l’osso del collo.
       Va bene vuole  sentire gli incriminati farò  portate in questura il fruttivendolo il maggior sospettato insieme agli atri sospettati che sono Giuseppe  di professione meccanico. gran divoratore ed  adoratore di merendine,  cresciuto pane e merenda .  Fanatico delle  dolci fette a latte , merendine e  cioccolate nascoste nella cartella già da ragazzo lo chiamavano il merendino . Oltre a Giuseppe c’è il figlio dell’avvocato colombo una brava persona ma credo il figlio sia schizofrenico , odia le merendine e va dicendo in giro che un mondo senza merendine sarà un mondo migliore . Merende,  tante merende,  tanti guai.  Le merende  fanno ingrassare una merenda per essere meditativi .  Da mordere  dentro un sogno  per essere  liberi, grassi,  brufolosi come suo figlio.
      Che centra mio figlio non esiste più bravo ragazzo di lui.
       
      Quanti delitti mi porto seco , quanti notte passate in attesa di qualcosa  si risolvesse.  E sono pronto a cambiare vita  quando  giungeremo ad acciuffarlo , per quanti sforzi abbiamo fatto e quante indagini intraprese alla fine siamo giunti alla conclusione , che  il figlio del commissario è lui il mostro  delle  merendine. Non abbiamo  detto nulla  al  padre. L’indagine ci hanno condotti a lui dopo una serie di accertamenti. Dopo aver interrogato il fruttivendolo e Giuseppe ed il figlio dell’avvocato colombo è saltato una serie d’indizi  che hanno dato  il nome delle figlio del commissario.
      Marcovaldo  un bravo ragazzo che ha quattro in matematica e non ama gli esercizi fisici. Non è cattivo, deviato mentalmente , forse oppresso dal peso di essere un figlio di un commissario . Incapace digerire tutte   le merendine derubate ,  da mangiare prima e dopo le lezioni di nascosto per solo gusto di rubare. Le tante bustine vuote lasciate strada facendo , hanno  fatto scattare la molla,  cosa sia stato il punto della questione psichica che ha determinato questa mania .  Dire ogni cosa  al commissario  ancora non ci siamo riusciti , dirgli  suo figlio è  il mostro delle merendine m’inquieta assai .  Non ho il coraggio di dirglielo  . Ho paura mi sbatti la porta in faccia che mi mandi a dirigere il traffico a Caltanissetta. Ma le prove sono emerse copiose . Siamo certi sia lui il terribile mostro delle merendine.
       
      Ispettore cosa facciamo
      Narducci  non fare come a solito
      ispettore  non ho parole sono basito
      Ecco pensa al lato positivo della faccenda abbiamo risolto il caso trovato il colpevole , ora  l’ipotesi dovrebbe essere quella giusta  ed  io non andrò a Caltanissetta e tu continuerai ad essere il mio assistente
      L’idea non mai dispiace
      lo credo dove lo trovi un altro come me
      D'ispettore  come lei  ne nascono uno ogni cento anni
      Mi stai adulando
      Mi tengo agli ordini
      Vammi a prendere una caffè
      Subito
      Non ci mettere troppo tempo
      Sarò di ritorno a breve
      Lo spero ora il problema  è  chi gli lo dice al commissario .
      Suo figlio è il mostro delle merendine  . Quello mi prende per matto. Ma le prove ci sono. Ne siamo certi , dopo tante indagini , emerso il suo nome piano piano si è svelato,  il velo di maya è volato via, abbiamo  scoperto l’inganno la frode la colpa commessa e  lui senz’altro . Grasso occhialuto, con una propensione insana nel  misurare  chi gli sta di fronte di misurare il peso ed ogni misura attratto dall’odore dal profumo dei dolci caldi , fragranti , stipati nelle cartelle altrui. Abbiamo trovate  i  molti  resti delle merendine denunciate nel suo zaino .  E vicino casa sua  erano gettati  vari   pezzi di carta,  bustine svuotare . Nel vento vanno le mie domande . La colpa pesa sulla  mia condizione d’essere un ispettore ma come uomo provo un immensa pietà per quel povero ragazzo. Cresciuto nell’ordine prestabilito.  Nel  dover essere ad ogni costo una persona onesta , come il padre  forse questo conflitto psichico ha generato il mostro che e in lui .  Ha vestito i panni del mostro delle merendine inconsciamente come un riscatto personale difronte a ciò che un giorno poteva diventare , oppresso dal  peso della giustizia e dalla  figura istituzionale del padre . Gran brava persona ma per nulla  dolce e  comprensivo del male altrui.  L’amara verità emerge in questa indagine senza mezzi termini , un dato di fatto poco incline alla risoluzione certa  ad una azione congiunta a sconfiggere quel mostro che vive  in noi che ha diversi nomi e spesso  diverse forme .

    • Il ciclismo. Uno sport, che al contrario degli altri, non è un gioco. Si, lo so, a molti non piacerà quest’ultima affermazione, ma, pensateci bene: utilizziamo sempre frasi del tipo “giochiamo a pallone” o “giochiamo a basket”, che hanno un senso compiuto, ma non credo di aver mai sentito dire “giochiamo al ciclismo”. Certo, qualche bambino appassionato dall’infanzia, avrà sicuramente detto cose come “giochiamo ai ciclisti”; cosa che adesso non sentirei mai dire ad un bambino della fascia millennials. La mia passione per il ciclismo, non nasce come passione fondata, ma come impegno nell’imparare ad andare in bicicletta. Ricordo io e mio nonno, in un ventilato giorno di primavera, provare e riprovare le “nozioni di base” della bicicletta. Grazie a lui, quel giorno imparai ad andare in bici, e non lo scordai più. Ecco, da studente delle scuole superiori, posso confermare che una pagina di biologia o latino, si scordano con una velocità tale da non accorgersene nemmeno. La bicicletta invece no. La bicicletta rimane impressa nei ricordi: il suo equilibrio, il cambio, i pezzi, le cadute. Quello stesso giorno di primavera, capì cosa significava libertà, vocabolo di cui ognuno ha una propria concezione. Ero caduto nelle felici fauci del ciclismo, che mi avrebbero tenuto come ostaggio per tutta la mia vita. Ci sono persone che usano la bici come mezzo funzionale, chi la usa per atteggio, anche se non ha capito che gli anni 80’ sono finiti e chi la usa per sport e divertimento. Ecco, io rientro nella terza e prima categoria, ma, andiamo con calma. All’inizio non curavo molto la mia bici, o meglio, non mi importava che fosse un’Atala o una Pinarello, anche perché non sapevo nemmeno dell’esistenza di questi marchi. La prendevo e nelle domeniche mattina uscivamo a fare un giro. All’epoca era più in forma, più voglioso di fare cose del genere, ma, come accade per tutti i padri, ha cominciato ad allontanarsi da tutto ciò. Correvo, mi divertivo, andavo girando per le piste ciclabili senza barriere, e poi tornavo a casa per ora di pranzo. Durante la gita scolastica di terza media, fatta in veneto, conobbi due ragazzi, che mi aprirono al modo della MTB. Io non conoscevo bene questo mondo, ma decisi comunque di uscire con loro. Mi ero allontanato dalla mia bicicletta, perché ero cresciuto e non ci entravo, quindi mi feci prestare la bici di mio padre: una Bottecchia bianca in alluminio, con ammortizzazione anteriore, e freni a disco. Era la prima volta che usavo una bici così, ma imparai subito a capirne le dinamiche. Passai l’esame di terza media, e mi regalarono la mia prima bici da cross country: una Whistle in alluminio nera, con freni a disco idraulici e ammortizzazione frontale. Continuai ad uscire con i miei amici, ma con il tempo cominciai a dargli sempre di più buca, o per impegni scolastici, o semplicemente perché non avevo voglia. Uno dei due miei amici di uscita, visto come quello con la bici migliore, appena vide la mia fierissima bici nuova, squartò tutta la mia felicità con una semplice frase:” fa schifo”. Mi arrabbiai molto con lui, anche perché sono il tipo di persona che non si fa mettere i piedi in testa da nessuno e quindi dopo ciò e dopo altri avvenimenti minori, decisi di non uscirci più. Decisi di uscire una mattina durante le vacanze di pasqua in solitaria, come per la maggior parte delle uscite odierne, e mentre sostavo ne centro storico, incontrai un ragazzo, con una vecchia bici da “corsa”. Mi chiese a proposito della regolazione dei freni. Seppi aiutarlo, e decisi prendermi il suo numero di telefono per il futuro. Le nostre uscite non andavano moto bene, dato che io avevo una bici completamente diversa dalla sua, ma non ci importava molto, così, alla fine del primo anno di liceo, invece del tanto atteso corso per il patentino per i veicoli da 50, chiesi una bici da corsa. Non pretendevo molto, anche perché non avevo affinità con veicoli del genere, ma andai avanti e me ne uscii con un’Atala. Bellissima. Era il modello commemorativo professionisti 105. Pesava 8 kili, era di carbonio nero con una strisciata blu e bianca sui lati, 11 rapporti, 2 corone e freni a disco idraulici. Cominciai ad amare quella bici, e in contemporanea, anche il mio compagno di viaggio se ne prese una: un modello minore, ma altrettanto buono, che sicuramente sapeva usare meglio di come potevo usarla io: ana Scott in alluminio e forcella in carbonio, con freno a pattino, 11 rapporti e 2 corone. Oramai eravamo coordinati. In questo mese la mia bicicletta fa 3 mesi, e io non smetto di amarla ed usarla, anche se la scuola e lo sport mi tengono stretto. Bene, ora che ho parlato della mia esperienza ciclistica, passiamo al succo del racconto.

    • Guardati

      By ysuig, in Poesia,

      Guardati, chi sei?
      Hai perso le tue tracce,
      hai scordato il tuo nome, 
      non riconosci le tue orme.
      Non urlare.
      Siediti, guardati, sorridi.
      Le lacrime ti rigano il volto
      i tuoi singhiozzi riempiono i silenzi.
      Rimani seduta,  guardati e sorridi.
      Non piangere perchè sei sola,
      piangi perchè quando ne avevi bisogno
      non c'eri nemmeno tu per te stessa.
      Adesso alzati, guardati e finalmente amati. 

    • Di questo immenso “blog” tu sommo duce
      onore e gloria
      d’ogni sapienza luce
      accogli il dire mio povero e schivo
      che doveroso è il farlo
      finché vivo.
       
      Il sogno del poeta, fin dall'inizio
      sia di vantare un titolo italiano
      macheminchia di sogno sarebbe in ostrogoto
      per suscitare nel cuore di noi povera gente
      d’Euterpe e d’Eratò la sacra fiamma?
      Forse non sai quanto dolor lacrime e sangue
      il popol tuo versò per cancellare
      dalla sua offesa mente della TV il parlare?
       
      Tu che dall'alto,  d’ogni potere pieno
       di questo sito padrone e donno
      simile a un dio
      a te, io voglio dire (in gran segreto)
      che in italiano “dream" si dice sogno
       
      In quanto ai “writers”
      masnada d’animali
      che della villa vanno sconciando  i muri
      fosse per me i santi inquisitori
      sarebber poca cosa
      e mai bastante duri
       
      Noi miserelli, poveri e affamati
      (che dei poeti l’appetito è noto)
      pur c’acconciamo, lo stomaco ben vuoto
      a disquisire di epodi e di giambi
      ma vagolando in cerca di ristoro
      da un trucido parlar restiamo afflitti
      di gente strana, perduta e disperata
      anime strambe cui nulla fa difetto
                                                         a parte l’intelletto.
      Sono d’Albione i figli e i nipotini
      che non riuscendo a sillabar cristiano
      con suoni alieni, balbettii e singulti
      straziano l’aere di un parlare fratto
      insulto e offesa a gente come noi
      che non s’è arresa.
       
      Orsù, mio duce
      con sommo garbo e modi riverenti
      forte t’invito a ripulire il sito
      d’ogni linguaggio
      che d’italian non abbia alto il lignaggio.

    • c'era una volta, sul nostro amato pianeta, un bambino piccino piccino.

      Il bambino piccino piccino era una creatura meravigliosa, angelica nel aspetto e graziosa nei movimenti, come le lucenti ali di una farfalla, illuminate dal sole estivo.
       
      Una notte, allo scoccare della mezzanotte, al bambino piccino piccino vennero, come di consueto, rimboccate le coperte e gli venne raccontato qualche miracolo del salvatore, fino a che le candide palpebre non si fecero troppo pesanti, facendolo sprofondare in un sonno profondo, così profondo che nemmeno la luce poteva raggiungerlo.

      Laggiù muoveva passi muti, lenta e cieca, nell'oscurità avvolgente, un ombra viva di sentimento.
      Non aveva nulla intorno, ne un respiro, ne un sostegno,  fino a che incontrò il bambino piccino piccino.

      Agli occhi del bambino piccino piccino sembrava che l' ombra fosse in ricerca di qualcosa, osservava ogni spazio minuziosamente, senza perdere la speranza, nemmeno per un secondo.
      Al che il bambino piccino piccino, spaventato da tanta tenebra ma allo stesso tempo incuriosito da tanti elementi di novità, chiese cosa stesse cercando un ombra nel buio.
      l'ombra rispose, emozionata, che l'obiettivo della sua ricerca era la luce, ma non sapeva chi o cosa fosse. Chiese allora al bambino piccino piccino se lui sapesse come raggiungere questa tanto agognata meta.
      il bambino piccino piccino rimase incredulo, erano forme e materia che lui mai aveva visto e si chiese come facesse qualcuno senza bocca a poter emettere suono.

      Poco dopo, l'ombra, ormai stanca di cercare e meritevole di riposo,si sdraiò al fianco del bambino piccino piccino e si lasciò avvolgere completamente dal profondo nero, speranzosa che il bambino piccino piccino potesse aiutarla in questa impresa per la quale sapeva di esser nata.
      Ma il bambino piccino piccino si avvicinò al petto dell'ombra e piano piano, con le sue candide manine, la spinse senza pietà verso le più basse tenebre, fino a farla sparire.
      alzandosi da terra compiaciuto, il bambino piccino piccino, riempito dalla più oscura curiosità, si chiese come fosse possibile vedere un'ombra al buio.

    • PER ME

      By ©`iro, in Poesia,

      La  poesia per  me.
      Spesso mi son chiesto perché  scrivo parole in rima e la risposta  non l'ho trovata nel leggerle ma  nell'ascoltare  quelle parole.
      La rima mi pare crei una melodia che  a modo mio è poesia.
       
              ~  per me ~  
                     di Ciro Notaro
       
      Tante volte non basta dire  " ti voglio bene "...
      ci vuole un " ti amo "per far capire che è bene bene... ❤️
      e se poi non basta ancora
      ci devi  mettere un fiore...💐
      ma...se a queste  parole ci metti una serenata, il chiaro di  luna e il cuore...🎼🌙💗
      ecco fatto...
      hai scritto  una poesia d'amore.
       
      Le parole son parole,
      la poesia per me...è  musica e parole.   ©`iro

    • GENNARO  CUOR  DI ELEFANTE
       
      RACCONTO METAFISICO
       
       
       
      Sul finire di una   strada asfaltata vi  crescono dei fiori speciali, c’è  una casa silenziosa fatta di pelle ed ossa , dipinta di mille colori che diventano unici  nello scorrere del tempo. Un colore una ragione , un interrogativo  induce a riflettere là tra  gli intricati vicoli su ciò che siamo. Sotto un lampione d'ottone si ferma spesso un viandante vestito con abiti luridi e sudici declama versi canta  canzoni profumate di fresco  che portano  in seco il senso della  loro  realtà. Una strada sognante lastricata  di coccole aulenti , di semi di papavero ove  denti di leone volano nell'aria liberi nel vento. E la strada si fa più stretta,   radi  sono gli alberi ed il cuore palpita   ad ogni passo come se ci fosse un segreto da nascondere in seno. Gennaro  era uno che ne ha fatta di strada, lavorando come operaio in cantieri edili  al nord con una paga discreta  cavalcando  il drago dei viaggi ,  perduto in  immagini di un mondo lontano con la bava alla bocca , con il suo turbante di turco con la giacca a quadri color verde pisello che ama sfoggiare nelle corse a cavallo in cui egli è grande appassionato. Gennaro  un grande amicone , dal cuore grande più grande di quello di un elefante africano  ,  forte come quello di un  leone della savana  dal sangue vermiglio  il quale  bagna la terra vi  fiorisce un fiore ridente. Genny  era il  canto di un mondo libero ,  era un  film  a luci rosse  con tutte le sue voglie e turbamenti ,  intricati pasticci che possono emergere dal credere d’essere un gaudente indefesso. Ma  povero lui ,  la sorte  l’aveva condannato,  rendendolo bello agli occhi del popolo , quasi un santo tra i santi , un canto d’amore. Viveva in quella strada alberata  in mezzo a tanti vicoli oscuri dal sapore  di sale, lavata con  acqua ferrosa . Di viaggi intorno al mondo ne aveva fatti tanti  e la morte veniva a volte a passeggio con lui  portandosi a  guinzaglio la sorte incresciosa . Ballava il cretino   al suono dei tamburelli,  danzava la soubrette del teatro dei pupi una macabra danza per tutti gli impiccati ed il sangue gocciolava , scendeva lascivo  lungo il volto,  un rivolo esile  una goccia sull’immagini  dei martiri  dei poveri,  degli ultimi , il   sangue  rosso della storia degli avi che furono.  Gennaro  era grande,  più grande di un cattedrale  e sapeva fare a botte  poi rideva  della morte da solo . Tutti lo chiamano Genny era grande,  forse più grande di Mahatma Gandhi.
       
      Gennaro  non aveva tanti amici ne qualcuno a cui confidare il suo dramma interiore . La sua storia era  nata,  lungo la   strada in cui era cresciuto , una strada stretta ed oscura  dove,  credi sia più giusto uscire che entrare . La  sua casa era piccola,  spoglia tra le foglie di alberi secolari , nascosta tra  rami nodosi ,  sopra a quell’albero Genny viveva esule figlio di Eva,  sospirava ed ammirava il bel panorama ed il mare era la sua anima ed il cielo i suoi occhi. La strada scorreva  lungo il cammino,  gli alberi e le case abbelliscono il tutto e sembra che ogni cosa si pieghi alla volontà d’essere qualcosa di diverso,  un attimo poi tutto finisce.  Ed in quella strada illuminata  storta , bifolca che ti  conduce ad una desolata periferia un piccolo paese fatto  di case abusive  che si dirizzano   al suono delle cornamuse.  Un suono che si  ripete incessante simile ad una litania, la follia prende il sopravvento induce a riflettere su quella piaga interiore  . Gennaro  era stato a Milano a lavoro  era ritornato al paese per essere di nuovo se stesso. Difficile  giudicare un uomo dal suo passato,  dalla forza dei suoi ideali,  dalla canzone che lo ha accompagnato  per strade solitarie  dove non c’è nessuno che t’aspetta ,neppure una donna neppure un baule o peggio una tomba dove far riposare le ossa.
       
      Ho passato tutto quello che ho passato cercando di essere migliore. Da ragazzo sono partito  per il nord in cerca di fortuna ,  credevo di dover vincere una partita a pallone contro il mondo intero. Mi nascondevo nei miei ideali e  badavo bene dal parlare il mio dialetto. Ero quello che volevo essere ne più ne meno di un altro emigrante marocchino o tunisino. Senza alcuna  importanza .Ho dormito sotto i ponti , ammirando le stelle del nord luccicare,  piccole lucenti,  occhi di un universo che si trasforma in qualcosa d’irreale in una forma vogliosa ammiccante, puzzolente, bella al punto da costringerti ad aprire gli occhi sempre di più su quel mondo cosi lontano. Come  tanti , come me   ho condiviso la minestra mi sono detto libero d’essere quello che ero,   straccione con un occhio pesto,  ho guardato alla luna attraverso il buco della serratura. Che mondo, che sballo ed io ballavo  nel cuore della bellezza senza farmi male , ammiravo  questo amore di pochi euro , convinto che fosse  un fiore che sbocci all’improvviso nel deserto della  nostra anima.  Pensare di  lavorare per ore in  una catena di montaggio. All’interno di  un ingranaggio  generante  qualcosa di  meraviglioso .  Seguire un filo conduttore che mi conducesse   il sabato sera ad essere un altro a ballare nelle balere con le vecchie del paese.
      Mica sei un soldato ?
      Non che non lo sono,  son un operaio
      Hai dei muscoli d’acciaio
      Scarico merci
      Sei di  giù  o di Novara ?
      Io non son de nessun luogo , sono un uomo libero io
      Bravo puteo continua cosi
      Grazie signora adesso balliamo
      Fallo con lei e più giovane di me
      D’accordo prima bevo  un bicchiere di vino
      Sei proprio come mio marito
      Mi fa piacere sentirlo dire
      La tristezza luccica nei tuoi  occhi
      Sono  ad un passo dall’uscire da questo  soggetto teatrale
      Vivere e recitare,  ricorda
      Possiamo dirci personaggi entrambi
      Volenti o non,  recitiamo tutti lo stesso dramma
      Una tragedia  intrisa di destini che conducono ai nidi di ragno
       
      Gennaro  continuò a sognare a credere che la vita potesse essere benevole con lui . Ma un  triste presagio incombeva sulla sua esistenza  , un andare oltre ogni  risultato  continuare la  lotta  operaia che  ti cambia  e ti conduce a pensare,  potresti essere migliore.
      Dopo tutto chelle che  ho passato ,sciancato , tirando la carretta  sotto ò  sole.
      Aspetti  qualcosa cambi .
      Rammenta  una porta si chiude ed un altra sempre si apre così  entri in un mondo parallelo dove tutto può accadere Prese a correre con la sua  macchina .
      Gennaro non era contento di se e della sua vita, come   quando non baciò la sua ragazza vicino al mare o   quando si tuffò a pecorina sul letto insieme alla Carmen  , quando tutto era perduto ed era cosi bello vivere.  In  quelle  sere  di settembre  tutto da solo con se stesso,  una lacrima rigava  il suo viso, avrebbe  voluto  tornare indietro,  fare pace con dio dirgli quando gli dispiaceva  ma tutto era compiuto,  anche l’amore ha il suo prezzo fisso  , il suo dire ed il suo fare , tutto passa , come se fossimo  in  una barca in mezzo al mare  sotto la luna a settembre , bello vivere ed andare oltre questo sogno .  Un vivere fatta di parole  appiccicose , di baci attaccati sotto  le  suole delle sue scarpe. Ed aveva voglia di volare via  Genny di andare,  oltre questo giardino coltivato da  mezze seghe , invaso di ragni ,  cani  e coccodrilli che non hanno denti . E tutto va,  ma la campana  non avverte più i morti dell’ora della loro  resurrezione  e siamo milioni d’anime , tutte in ritardo  dirette all’oltretomba con un  vecchio vestito  con un dramma appresso  con una donna affianco, ma  tutti prima o poi arriveremo in paradiso a ritirare  il dono promesso. Grattandosi la pancia pelosa ,  Gennaro  sorride a se stesso  si ripromette di essere  migliore,  chi sa quale mistero lo trastulla. Quale  sorte o amore di una donna lo tormenta lo arrostisce sopra una piastra ed egli  non potrà mai gustare  quella carne nel proprio letto,  sognare sullo stesso cuscino.  Porgere la guancia , baciare  lo stesso viso , uguale a  sua madre . E ha dell’incredibile questa storia di Gennaro  dal cuore di elefante dalle grandi orecchie  come Dubbo avrebbe  potuto volare,  essere e non essere ,  credere che poesia  e mito sono sinonimi , equazioni di una esistenza in corso . Tutto può essere  amore , nulla non ti trafigge il cuore con un ago,  neppure con una spada,  la vita  ti conduce a credere che si  possa essere migliore , quando sei tu solo sotto  un  cielo  grigio  .  La libertà,  la morte ed il canto dei popoli  t’accompagnano lungo il viaggio. Grattandosi l’ascella   Gennaro scivolò oltre un mondo fatto di invidie di piccoli crimini. E c’è un fine ad ogni cosa e la casa di  Gennaro  era piccola , accogliente situata in quella foresta di edifici fatiscenti dalle mascelle di calcestruzzo. Ed  una canna fumaria pendeva  sul tetto,  sventolava nel vento freddo dell’inverno e pendulo  rimase a lungo  tra la tettoia e lo spigolo di un ricordo sordo ad ogni richiamo.  Gennaro   amava studiare  medicina , avrebbe  voluto   laurearsi diventare  un medico  divenire  un luminare come   quella statua di bronzo che osserva sempre davanti all’ateneo. Ed a volte gli parlava  ed il tempo scorreva  come un fiume in piena come una carta portata dal vento, una lancia pronta a  trafiggere il cuore in due parti.  
       
      Ragazzo hai conficcato il tuo pugnale nel mio cuore
      Sono un fumatore incallito,  vorrei laurearmi con cento e lode
      Vedi di andare,  dove ci vanno tutti
      Sono sprovvisto di frasi fatte
      Fatti uno spinello
      Non voglio finire sballato a letto con la gatta del vicino
      Non ridere del male altrui tutti possiamo cambiare la propria storia.
      Hai colto nel centro,  sono esterrefatto,  quasi strafatto
      Fatti un po’ i conti quante cose potremmo vedere insieme
      Io non bado a spese
      Sei un bravo ragazzo lo sempre saputo
      Io studio la conoscenza  per  giungere alla pace
      Non posso impedire che tu comprendi tutto , la vita , le donne sono l’altra faccia della medaglia di questa storia
      Vorrei  tanto divenire come te  , una persona importante
      Il tempo è generoso ,se son  rose  fioriranno ,non farti  seghe mentali danno  poco gioia nel farle 
      Sei stato un grande filosofo
      Ho studiato tanto  di notte e di giorno,  latino ,  greco ogni lingua per capire il senso delle parole.
      Sei la scala che conduce ad  ogni pensiero contemporaneo.
      Ingrata  sorte faccio  parte di questa triste commedia.
      Sono una statua nient’altro , un fantoccio di cartapesta .
      Conosci il passato ed il futuro  
      Non ha importanza conoscere a volte è meglio fare che essere.
      Vivere mi rende utile
      Non adirarti le comiche non fanno sempre ridere  
      Le cotolette si , quelle sono buone
      Ragazzo bada a parlare bene
      Mia figlia è una brava ragazza
      Sono convinto di quello che dici
      Perché vogliamo giocare a nascondino
      Tutto ciò non ti rende saggio
      La saggezza è una fortezza
      La forza del pensiero va perseguito
      Io amo l’attimo
      Nulla e come noi la desideriamo
      Il fingere mi rende vivo
      La bellezza è solo un mezzo
      Siamo all’altezza di capire chi ci ha creati
      Credi che lui non sappia
       Lo visto era a zonzo per via Margutta
      Senza casco
      Che peccato si è schiantato contro un palo
      Erano giorni gli dicevo di stare attento
      La vita è breve
      Si ma l’arte è lunga
      Un miracolo essere vivi  un tentativo di guarigione
      Il vero miracolo e parlare con te
      Giusto
      Non mettere l’accento
      Accidenti sono guarito
      Domani cambio casa
      Vai dove ti porta il cuore
      Bello non mi porto lo zaino
      Ecco alla stazione con tanti neri più neri di me chi giallo,  chi rosso ed io neutro  come questo sogno che mi trascina verso un fine che giustifica  il mezzo ,  verso la mia liberta , cerco di salire le scale , le salgo a quattro con il cuore  in gola è  un cuore cosi grande  il mio , tanto grande come il mondo in cui vivo forse più grande di quello di un elefante africano.
       
       
       

    • Ho 21 anni, mi guardo indietro e non ho nulla.
      Vorrei guardarmi allo specchio e trovare dinanzi a me l’immagine di una giovane donna senza problemi, senza ansie, senza paure, senza insicurezze e con un trascorso normale.
      Ho 21 anni e non so cosa vuol dire essere felice.
      Vorrei avere avuto una Famiglia. Vorrei aver avuto affetto. Vorrei essere stata amata.
      Ho 21 anni e non riesco a fidarmi di nessuno.
      Vorrei potere affidare la mia vita a qualcuno. Vorrei liberarmi la testa dalla miriade di problemi che mi affanna. Vorrei semplicemente non avere paura di amare.
      Ho 21 anni e vorrei non piangere tutte le notti sul mio cuscino.
      Vorrei sorridere alla vita e vorrei che ogni tanto la vita lo facesse con me.
      Ho 21 anni e vorrei non avere il peso sulle spalle di colpe che non sono le mie.
      Vorrei svegliarmi un giorno e pensare che vada tutto bene senza che questo sia solo un sogno.
      Ho 21 anni e vorrei davvero averne 21.
       
       

    • “Corri Mezzanotte corri”, urlava un ragazzo in sella al suo cavallo nero, mentre il sole scendeva veloce sulla valle.
       
         Amakna, Regno Solinis
      Tutto ebbe inizio in un tranquillo paesino nel regno di Solinis chiamato Amakna, dove vivevano un giovane ragazzo e suo padre. Il ragazzo aveva la carnagione pallida e un corpo magro con braccia e gambe lunghe; indossava un cappello sportivo con lo stemma di un teschio che lasciava intravedere dei capelli neri, una maglietta sportiva raffigurante un teschio sul petto e un paio di jeans militari. Il padre invece aveva origini orientali, capelli lunghi e una fascia sulla fronte, aveva una corporatura simile a quella del giovane ma la sua carnagione era più scura.
      “Pa’, io esco”, disse il giovane mentre indossava un paio di occhiali da sole scuri.
      “Ok figliolo, sta’ attento e non ti addormentare in giro”, rispose il padre.
      Mentre il ragazzo usciva un giornale gli cadde in testa, facendolo tornare in sé; immediatamente alzò gli occhi e notò un corvo volare via. Perché il giornale di Krokotopia si trova qui? pensò mentre lo raccoglieva, gli sarà cascato per sbaglio. Dopo un po’ raggiunse la locanda dove lo aspettavano i suoi due amici seduti ad un tavolo posto a destra dell'entrata. Quello seduto a destra, che stava pulendo minuziosamente i suoi coltelli, era un giovane ragazzo della stessa età di Damon, si chiamava Lars e aveva una corporatura muscolosa e capelli biondi molto corti; indossava una camicia bianca, con un gigantesco toro disegnato sulla schiena, e jeans grigi; Il secondo invece, seduto a sinistra, era poco più grande del primo e di corporatura snella; i suoi capelli, portati medio lunghi e pettinati all'insù e all'indietro, erano di un color viola chiaro. Indossava solo un copri bocca scuro e dei pantaloni di un'armatura molto aderente.
      “Sasuke smettila di spogliarti non sei il mio tipo!”, gridò il ragazzo biondo.
      “Ops, scusa! Non mi ero accorto di essere senza maglia!”, rispose il ragazzo dai capelli viola, per poi aggiungere: “Lars, guarda chi è arrivato finalmente!”, indicando il nuovo arrivato che si era addormentato sulla porta.
      “Penso che sia l'unico nel suo genere”, commentò sarcastico Lars dirigendosi verso il ragazzo. Una volta raggiuntolo prese fiato e “DAAAAAAAMOOOOOONNNN!!!”, gli gridò nell'orecchio facendolo saltare.
      “Ci sento benissimo, Lars, non serve che urli… zzzzzzz”, rispose Damon. Lars scosse rassegnato la testa e dopo averlo svegliato di nuovo lo accompagnò al tavolo dove sedeva il loro amico, che si era appena tolto i pantaloni.
      “Ti ho detto di non spogliarti!”, gridò Lars. Sasuke perplesso guardò in basso e commentò: “Dove sono i miei vestiti?”.
      “Siete un caso disperato voi due”, si lamentò Lars; poi chiamò il cameriere e riprese a pulire il coltello. “Salve, vi porto il solito?”, chiese il cameriere mentre tirava fuori un block notes dal grembiule bianco legato in vita.
      “Certo, a questo qua”, disse Sasuke indicando Damon, “del sangue, a me del buon sakè e per lui...”. Si volse pensieroso a guardare Lars, che era concentrato sui coltelli. “Ma sì, del latte per il torero!”, ricordò alla fine. Il cameriere ringraziò e si diresse al bancone per passare gli ordini mentre gli altri camerieri servivano o pulivano gli altri tavoli.
      Sulla parete dietro al bancone era presente una mensola con sopra delle bottiglie e dei piatti. Alcuni dei clienti ci stavano provando con una cameriera quando il barista, con una maglietta gialla e un grembiule con la pettorina, estrasse un fucile e lo puntò verso il tavolo.
      “Se non volete grattacapi andatevene di qui subito, oppure lasciate in pace le cameriere”, disse caricandolo. I clienti alzarono le mani per non rimanerci secchi. Una volta rimesso il fucile al posto il barista posizionò tre bicchieri con le rispettive ordinazioni e diede al cameriere il numero del tavolo.
      Mentre venivano serviti i tre ragazzi stavano parlando tra loro del più e del meno.
      “A proposito ragazzi, oggi quando sono uscito... ho trovato questo giornale e ho letto... che il regno di Krokotopia sta sprofondato nelle tenebre”, spiegò Damon mentre si addormentava, dopo aver messo il giornale sul tavolo e indicato l'articolo. Lars lo risvegliò colpendolo alla testa.
      “Ormai ti conosco Damon, so che vuoi andare a vedere cosa sta succedendo, giusto?”, chiese Sasuke mentre beveva il suo bicchiere di Sakè.
      “Eheheh, hai indovinato! Parto subito… zzzzzzz”, rispose sorridendo Damon, per poi addormentarsi. Lars colpì il tavolo con il manico del suo coltello, svegliandolo. “Menomale volevi partire subito”, commentò pulendo il manico.
      “Scusate ero sovrappensiero e senza farci caso mi sono addormentato, ora vado… zzzzzzz”, si scusò.
      “Non è possibile, di nuovo!”, commentò Sasuke, svegliandolo nuovamente. Damon salutò i suoi amici e quando fu uscito il ninja chiese: “Tu che lo conosci da più tempo di me, Lars, sai come mai si addormenta così spesso? Non è normale per un vampiro!”.
      “Ha iniziato a farlo quando avevamo diciott'anni; ho provato a chiedergli spiegazioni ma la sua risposta è stata vaga, ho capito solo che ha a che fare con i genitori”.
       
      Nel mentre Damon aveva raggiunto la stalla, dove preparò il suo cavallo per il viaggio. “Sei pronto per il viaggio Mezzanotte?”, chiese accarezzando il cavallo, il quale nitrì in segno di approvazione, svegliando il giovane che si era nuovamente addormentato.
       
         Krokotopia, Regno di Krokotopia
       Castello
      Il castello era molto elegante, la sua architettura era gotica. Aveva numerose torri fatte di mattoni scuri, quasi neri, così come il colore delle tegole del tetto. Le finestre erano ampie, ma per qualche strana ragione vi passava poca luce. I tetti delle torri erano a cono, i merli sulle mura a coda di rondine. Attraverso il cancello scalcinato lasciato mezzo aperto si riusciva ad intravedere un giardino dove tutto quanto era morto. In una stanza molto ampia, in cima ad una grande scalinata dell'ingresso, seduta su una grande sedia posta alla fine di una scalinata c’era una ragazza dai capelli corti e neri come la notte e un vestito regale, anch’esso di colore scuro. La donna stava discutendo con le sue strane guardie.
      “A che punto è la Zona Nera?”, chiese la regina.
      “A buon punto, ma c'è qualcosa che ci blocca”, rispose una guardia goblin.
      “Avete notizie della mia sorellina Kristal?”, aggiunse.
      “Sembra introvabile”, rispose un’altra guardia.
      “Possibile che voi stupidi goblin siate riusciti a farvela scappare?”, urlò la strega lanciando un vaso che finii fuori dalle finestra.
       Villaggio
      Al di fuori del castello sorgeva un villaggio in rovina. I pochi cittadini erano costretti a vivere in case decrepite, dove mancavano una parte di parete, oppure porte o persiane; ad altre mancava il tetto, altre invece erano completamente crollate. Gli edifici erano costruiti in pietra con uno stile del pieno medioevo. Al suo confine una ragazza dai capelli dorati e vestita con pochi stracci, sufficienti a malapena a coprirle le parti intime, stava scappando, stringendo un libro al petto, stava cercando di raggiungere la foresta. A poca distanza alcuni goblin, esseri dall’aspetto ripugnante e con la pelle verdastra, la stavano inseguendo. I goblin avevano le orecchie lunghe e appuntite che uscivano fuori dall'elmo, un naso lungo e ricurvo in avanti ed un mento appuntito. Indossavano delle armature completamente nere e riccamente lavorate. Erano composte da un elmo che ricordava la parte sopra del muso di un corvo, il petto era compatto ma con rifiniture che ricordavano la gabbia toracica; i bracciali ricordavano le ali di un corvo ripiegato, mentre i pantaloni neri avevano rifiniture che ricordavano le ossa di uno scheletro; le rifiniture sugli stivali alti e neri ricordavano le ossa delle zampe di un corvo.
      “Fermati!”, le gridò una soldato. La giovane non ascoltò e riuscì a nascondersi nella foresta, i cui alberi erano quasi tutti secchi. Soltanto alcuni conservavano qualche rada foglia sui rami contorti e sofferenti. Il terreno era privo di arbusti e coperto solo da erba secca.
      “Anf anf! Ma non si stancano mai quei goblin? Anf anf”, mormorò stancamente fra sé la ragazza. Nel mentre uno dei soldati propose al capo goblin di chiedere rinforzi per perlustrare la foresta. Questi lo ascoltò attentamente, per poi acconsentire. Ordinò quindi a una delle guardie di tornare al castello per chiedere rinforzi; nel mentre gli altri goblin iniziarono la ricerca della fuggitiva.
      Nel frattempo Damon era riuscito a raggiungere il regno di Krokotopia e si trovava dalla parte opposta della foresta. Mentre procedeva notò qualcosa che avanzava verso di lui. La cosa si muoveva lenta, come nebbia, lasciando alle sue spalle piante bruciate o marcite, mentre ad altre cadevano foglie, accartocciandosi a terra. Gli animali invece si trasformavano in zombie.
      “Che accidenti è questa cosa? Purtroppo se voglio raggiungere la città devo passare attraverso questa specie di gas nero”, commentò Damon mentre avanzava. Una volta oltrepassato il gas che gli stava lentamente andando incontro, si accorse che il suo cavallo si stava trasformando in una sorta di zombie, mentre lui non subiva alcun cambiamento. Mezzanotte iniziò ad agitarsi ma Damon con qualche parola e gesto riuscì a calmarlo, riuscendo così a proseguire per il villaggio.
       Castello
      Nella stanza del trono la regina ricevette la guardia che la informò di aver localizzato la ragazza ma che avevano bisogno di più soldati per la ricerca nella foresta. La regina non fiatò, si limitò ad alzare un braccio per acconsentire alla richiesta, poi appoggiò la testa sul pugno del braccio destro, che era appoggiato al bracciolo della sedia e fece un sorriso. Povera sciocca, davvero credi ancora di trovare una persona con un animo buono?! Lo dovresti sapere anche tu che per loro siamo solo delle persone con bel fisico da "usare" finché possono, pensava ricordandosi alcune scene del suo passato, quando lei e sua sorella venivano trattate come schiave, tenute nude, maltrattate e violentate dal loro padrone. Il suo sguardo tornò sulle guardie che non si erano ancora mosse, così gridò loro: “Cosa state aspettando?! Andate e non tornate a mani vuote!”.
      “Agli ordini!”, risposero scattando sull’attenti
      “Bisogna sempre ripetere le cose con questi goblin”, commentò quando all’improvviso si bloccò.
      “Che ci fa lui qui?”
      Foresta
      Nei pressi di un ruscello la giovane si era fermata per rinfrescarsi e per bere, quando fu raggiunta da Damon, in sella a Mezzanotte. Nello stesso momento una guardia riuscii a trovarla.
      “Ragazzi! l’ho trovata, venite!”, gridò il goblin.
      “Accidenti, mi hanno già trovata!”, disse la ragazza, cadendo a terra dallo spavento. Mentre il goblin la afferrava Damon si mise nel mezzo.
      “Non so quali problemi hai con questa ragazza, ma lei non vuole venire con te, quindi tieni giù le mani”, disse Damon, fermandolo.
      “Non ti intromettere, umano!”, disse l’altro continuando a trascinarla. Damon, che nel frattempo era sceso da cavallo, stava muovendo la gamba destra come se fosse nervoso.
      “Ti do cinque secondi per lasciarla andare”.
      “Ahahah! Altrimenti che fai?”, chiese il goblin. Damon da parola aspettò cinque secondi, poi visto che il goblin non l'aveva ancora lasciata si preparò a colpirlo con un calcio.
      “Ahahah, pensi di colpirmi con un calcio? T'informo che quest'armatura è di una lega più resistente perfino dell’acciaio”, lo provocò il goblin, ma Damon non si arrese. Sferrò il calcio e colpii in pieno il goblin, poi disse: “Calcio di sfondamento tiro di collo”. Il goblin finii contro un albero, sorpreso, notando che la sua impenetrabile armatura si era rotta dove il ragazzo lo aveva colpito. Damon si diresse verso il suo cavallo come se niente fosse, vi salì sopra e si avvicinò alla ragazza.
      “Forza, andiamo, ti porto lontano da qui”, le disse, offrendole aiuto per salire a cavallo. La giovane esitò per qualche minuto, ma dopo aver sentito i passi dei goblin avvicinarsi si decise ad afferrare la mano e salire a cavallo, il quale partì subito nella direzione opposta. Quando gli altri goblin raggiunsero il soldato a terra i due giovani si erano ormai allontanati.
       
      Mentre proseguivano attraverso il gas nero, Kristal osservava gli effetti della magia sulla flora e la fauna. Perché questo tipo ha deciso di salvarmi? Cosa avrà in mente di farmi? Dove staremo andando? Perché questa magia su di lui non ha effetto? iniziò a farsi mille domande quando, tenendosi forte a Damon per non cadere da cavallo, si decise a parlare.
      “Grazie per il tuo aiuto, io mi chiamo Kristal”, disse presentandosi.
      “Piacere, mi chiamo Damon ed è stato un onore aiutarti”, le rispose il giovane. Finalmente i due ragazzi oltrepassarono la zona nera e Kristal notò che solo il cavallo aveva cambiato aspetto, tornando il solito puledro completamente nero, mentre Damon restava lo stesso. Notò anche che il giovane si stava addormentando, scivolando da cavallo e trascinandola con sé. Kristal fece appena in tempo a svegliarlo. “Ma sei impazzito? Non ti addormentare mentre sei a cavallo!”, lo sgridò. “Scusa, a volte mi capit...zzz”, riuscì a dire prima di addormentarsi.
      “Ma come, di nuovo?! Meglio che prenda io le redini o qui finiamo a terra”, si disse Kristal colpendo Damon alla testa con il suo libro.
      “Non ti preoccupare, sono in grado di portarti ad Amakna”, la rassicurò il ragazzo, dopo essersi risvegliato. Kristal si rassegnò e si appoggiò di nuovo a lui, restando comunque in allerta. Forse ero più al sicuro con i goblin, pensò la ragazza mentre svegliava per l’ennesima volta Damon.
      Castello
      Nel castello la regina, venuta a conoscenza della fuga della ragazza, era furiosa. “Come diavolo avete fatto a farvela scappare?!?”, urlò la strega.
      “Non è colpa nostra, mia regina! Un tizio l'ha salvata portandola via con sé!”, ribatté una guardia.
      “RAZZA DI STUPIDI GOBLIN! DOVEVATE FERMARLO, ERA DA SOLO!”. “Ma mia regina, ha distrutto l'armatura di una nostra guardia”, provò a giustificarsi un'altra guardia.
      “Forse non ci siamo capiti… dovete trovarla, lei è l’unica che può mandare a rotoli il mio piano!”, sottolineò la regina.
      “Per fortuna ho capito dove sono diretti”, disse infine il capo delle guardie.
      “Che cosa aspettavi a dirlo, allora, un invito? PARTITE IMMEDIATAMENTE!”, ordinò la regina, innervosita. Nel frattempo pensava a quel misterioso ragazzo che era riuscito a sfuggire alla sua magia. Strano, davvero molto strano… a meno che…
      Le guardie stavano ancora uscendo quando furono fermate. “Prima di andare portatemi degli schiavi, ho bisogno di sfogarmi”, ordinò.
      “Come desidera, mia Signora”.
       
        Amakna, Regno Solinis
       Casa Damon
      Damon e Kristal erano finalmente riusciti a raggiungere la casa del ragazzo, dove si riposarono e rilassarono, soprattutto la giovane, che era sfinita da tutte le sue peripezie. La mattina seguente Kristal scese in cucina con addosso solo una lunga camicia chiara, unica cosa che aveva trovato da indossare per la notte.
      “Salve”, disse lei ancora assonnata.
      “Salve, come si sente oggi?”, chiese il signore che si trovava nella stanza.
      “Bene, grazie... oddio, mi scusi, non l'avevo vista! Lei sarebbe?”, chiese imbarazzata quando si rese conto di non parlare con Damon.
      “Non si preoccupi, ha dormito parecchio, la capisco. Comunque io sono Noa, il padre del dormiglione, emh, di Damon”, si presentò.
      “Io sono Kristal, lieto di conoscerla signore”, salutò facendo un inchino allargando delicatamente la parte finale della camicia, tenendola tra il pollice e le prime due dita di entrambe le mani, con i mignoli estesi.
      “Prego; si serva pure, nel mentre io vado a svegliare Damon”, la invitò Noa mentre usciva dalla stanza.
      Kristal prese un cornetto e iniziò a mangiarlo, guardandosi intorno. Il suo sguardo, vagando per la stanza, finii su una bottiglia dal contenuto rosso scuro. Incuriosita, la aprì e venne colpita da un aroma dolciastro. “Chissà che roba sarà?”, si chiese. “Quello è sangue, il cibo preferito di mio figlio”, le rispose Noa rientrando in cucina. “Sangue? Non sarà mica un vampiro?!”, commentò scherzosamente.
      “Non proprio, lo è solo per metà”, rispose serio il padre. Kristal fece una risatina nervosa.
      “Quindi anche lei è un vampiro?”, chiese un po’ impaurita.
      “No, stai tranquilla, non sono un vampiro e nemmeno sua madre lo era”, rispose; vedendola perplessa aggiunse: “Lo era suo padre, quando sua madre morì decise di affidarlo a me. Da allora l'ho cresciuto come se fosse mio figlio”.
      Mentre parlavano un rumore attrasse la loro attenzione. Uscirono dalla cucina per vedere cosa fosse successo e trovarono Damon a terra, in fondo alle scale con le gambe in alto appoggiate alla parete; a quanto pareva era caduto dopo essersi di nuovo addormentato in piedi.
      “Tutte le mattine la stessa storia, se va avanti così dovrò rifare il pavimento”, disse Noa. Alla ragazza sfuggii un'altra risatina, ma questa volta era di divertimento.
       
      In quel preciso momento tre goblin arrivarono in città. Il capo portava una sacca a tracolla di colore marrone chiaro.
      “Stiamo cercando una certa Kristal”, esordì il capo goblin, prendendo delle zucche dalla sacca, poi ordinò: “Consegnatecela subito e questo paese non subirà alcun danno”. “Forse…”, disse fra sé e sé sghignazzando, una delle due guardie che erano a fianco del capo goblin. A quelle parole Kristal uscì immediatamente
      “Eccomi qua, lasciate stare questo paese come lo avete trovato!”, disse. I goblin si misero a ridere, quando quello a destra crollò a terra, ucciso da un coltello conficcato nella gola lanciato da un ragazzo muscoloso e biondo
      “Tu sei l'amica di Damon, vero?”, chiese Lars avvicinandosi a lei. Kristal notò che indossava solamente i pantaloni rossi di un pigiama e i suoi capelli erano scompigliati come se si fosse appena alzato. Kristal sorpresa fece di sì con la testa. Due kunai (1) saettarono nell’aria, uccidendo la guardia a sinistra
      “Quindi non ti muovi di qui! Chiedo scusa se le mie armi possono averti spaventato”, aggiunse Sasuke, che era appena comparso su un tetto. La ragazza notò che a differenza dell'altro ragazzo lui sembrava molto riposato. Il capo goblin stava per aprire bocca quando Damon, sbucato dal nulla, lo mise K.O. con un calcio facendogli cadere la zucca che teneva in mano.
      “Grazie ragazzi”, disse poi il ragazzo ai suoi amici addormentandosi prima di riuscire a presentarli a Kristal.
      “Faccio da solo, se aspetto lui facciamo notte! Piacere, Lars”, si presentò il ragazzo biondo dandole la mano.
      “Io invece sono Sasuke”, si presentò l’altro ragazzo scendendo con agilità dal tetto. “Piacere ragazzi! Solo una domanda, Sasuke giusto? Ma sul tetto non eri vestito?”, chiese lei.
      “Giusto, dove sono finiti i miei abiti?”, si chiese Sasuke
      “Ma come dove sono finiti! Te li sei levati mentre scendevi!”, gli gridò Lars mentre puliva il coltello dal sangue. “E TU SVEGLIA! Inizio ad avere dei dubbi sul fatto che sei un vampiro”, aggiunse poi voltandosi verso Damon. Kristal notò la zucca illuminarsi, ma non fece in tempo ad avvertire il ragazzo che la zucca esplose avvolgendo Damon nell'esplosione; preoccupati controllarono se il loro amico stava bene, increduli si accorsero che non si era fatto niente. Va bene che è un vampiro, ma è normale che io sia ancora sorpresa che stia bene? pensò Kristal notando Lars e Sasuke tranquilli. Finita la minaccia, Kristal iniziò a pensare a cosa fare; doveva trovare un posto dove stare al sicuro senza mettere in pericolo altre persone. Di certo non posso tornare nella mia città, ma neppure posso abusare dell’ospitalità di Damon… Alla fine si decise a chiedere aiuto ai ragazzi che l’avevano aiutata. “Scusate ragazzi, mi potete consigliare un posto dove stare per un po’? Così potrò nascondermi finché non avrò deciso il da farsi”, chiese
      “Non se ne parla neppure! Puoi stare da Damon!”, disse Lars mentre puliva il suo coltello, raccolto dalla gola del goblin; Ma perché non si pulisce, maledetto! pensava nel mentre
      “Veramente, io...”, tentò di ribattere Kristal, ma venne fermata da Sasuke
      “Giusto!”, ribatté il ninja prima che Kristal potesse aggiungere altro
      “Quindi è deciso, vieni a stare da me”, disse Damon in tono definitivo, sorridendole e addormentandosi subito dopo. Intanto, nascosto dietro a una casa una strana figura li stava spiando compiaciuto.
       
      Mentre il tempo trascorse tranquillamente Kristal pensò spesso alla sua città e alla vita che era costretta a condurre; ma quei momenti vennero interrotti da Damon e i suoi amici. Un giorno in città arrivarono cinque guardie del re di Solinis. Indossavano un’armatura blu scuro con dei rilievi che ricordavano le strisce di una tigre e che lasciava scoperte le braccia; su una parte diversa dell'armatura era presente lo stemma del regno, ovvero un gigantesco uccello con ali spiegate dietro ad uno scudo rosso e delle spade accatastate sotto. L'elmo ricordava il viso di una tigre mentre gli stivali, alti fino al ginocchio, e i guanti erano di colore blu chiaro ed erano senza dita. Tutti gli abitanti uscirono per accoglierli.
      “Il re Aran vuole al suo cospetto i più coraggiosi cittadini di questo paese per riuscire a trovare il modo di fermare la catastrofe che si sta avvicinando al nostro regno. Il Re vi prega di accettare in molti”, annunciò la guardia imperiale con lo stemma al centro dell'armatura.
      Dopo che l’ambasciata del Re se ne fu andata i cittadini tornarono alle loro faccende. “Ragazzi io voglio andare, dopotutto si tratta del mio regno!”, disse Kristal.
      “Da sola non vai zzzzzzz”, cercò di dire Damon, addormentandosi.
      “Da soli non andate o arriverete fra un anno”, esclamò Lars sorridendo, mentre puliva ossessivamente il suo coltello
      “Ma non è pulito quel coltello, ormai?”, disse Kristal osservandolo
      “Deve splendere!”, commentò caustico Lars
      “Ehi, non è che per caso lo vuoi tu?”, aggiunse poi, sospettoso, lanciando un' occhiataccia a Kristal
      “Nonono!”, gli rispose la ragazza Questo è matto, pensava nel mentre. Alla fine fu Sasuke a chiudere la questione; sospirò e disse “E va beh, tutti in direzione Solinis”. Così i quattro prepararono i cavalli e partirono in direzione Solinis. Nel frattempo la Zona Nera era arrivata al Bosco degli gnomi provocandone la mutazione.
       
        Solinis
      I ragazzi dopo giorni di viaggio arrivarono nella capitale del regno, ovvero a Solinis. Gli edifici avevano uno stile medievale e sopra ad ognuno di essi era presente una banderuola segnavento. A dividere le case erano delle strade che si riunivano in una principale, molto più grande, che conduceva verso la montagna dove era situato un castello e affiancava un fiume che scendeva dalla montagna e, attraversando la città, formava una grossa esse. Vicino all'entrata della città erano presenti alcuni strani mulini a vento di colore bianco; le pale, costituite da una copertura passata fra le maglie della struttura della vela, erano in continua rotazione e dirigevano il vento verso gli edifici.
      “Eccoci arrivati a Solinis”, esclamò Lars
      “Per raggiungere il castello basterà seguire la strada principale, conduce direttamente lì”, spiegò Sasuke. Prima di proseguire decisero di scendere da cavallo e legarli ad una staccionata dove erano presenti altri cavalli. Mentre percorrevano la strada principale venivano travolti da folate di vento ogni volta che una strada si congiungeva con quella. Su alcuni cartelli erano presenti i nomi delle strade; Kristal lesse il nome di quella principale: Viale Windrose. Gli abitanti indossavano vestiti molto pesanti per ripararsi dal vento. Distrattamente sbatté il viso contro la schiena di Damon
      "Ehi non ti fermare di colpo", brontolò quando si accorse che il ragazzo stava dormendo, così fece un sospiro e iniziò a spingere il ragazzo chiedendo aiuto agli altri.
      Castello Eoljin
      Arrivati nei pressi del castello notarono che la parte davanti delle mura esterne, costruita con mattoni bianchi, aveva molte finestre e un ampio arco con il cancello tirato su. Due torri dai merli rettangolari si alzavano ai suoi lati e dalle ampie finestre canalizzavano il vento verso il paese. Una volta entrati seguendo gente a cavallo notarono un’enorme statua raffigurante una ragazza che puntava in direzione Nord-ovest. All’interno delle mura vi erano vari edifici adibiti al commercio, allo scambio e alla riparazione di armi e armature. Il castello era molto vistoso, aveva numerose finestre e alcune torri con il tetto a punta e uno spazio dove i soldati potevano camminare e fare la guardia. Giunti al portone del castello furono fermati dalle guardie
      "Siamo qui per l'annuncio del re Aran", spiegò loro Sasuke
      "Prego, da questa parte", ribatté la guardia a destra dei ragazzi lasciandoli passare. I ragazzi furono condotti davanti a una sala situata a sinistra dell’ingresso del castello. La guardia bussò una prima volta. "Capo?". Nessuna risposta; bussò una seconda volta, poi una terza, continuando a chiamare "capo". Ma perché devo fare questa bussata tutte le volte? pensò. Dall'interno della stanza finalmente una guardia rispose “avanti” nervosamente. Una volta entrati si guardarono intorno. Il capo, riconoscibile perché indossava un’armatura completamente bianca, stava litigando con un soldato per una sedia. La guardia chiese il permesso di potersi staccare dal suo posto per accompagnare i ragazzi dal re.
      "Prima di tutto dobbiamo sapere chi sono e da dove provengono", ordinò il capo "Piacere di conoscervi signore, io sono Kristal e loro sono i miei amici Damon, Lars e Sasuke. Proveniamo dalla città di Amakna", rispose Kristal
      "D’accordo, hai il permesso di accompagnare i qui presenti signori nella Sala della guerra". La guardia uscì dalla stanza seguita dai ragazzi, lasciando il capo delle guardie litigare per il posto.
      Dopo aver superato le scale ed aver girato prima a destra ed essere entrati poi nell'ultima stanza del corridoio, la guardia bussò una volta e, dopo aver aspettato la risposta dall'interno, entrò e informò il re degli ospiti. Avuto il permesso di accedere alla presenza del sovrano, Damon e gli altri entrarono nella stanza. Essa era molto luminosa; un piano rialzato con qualche scalino portava ad una scrivania, dove sedeva il re. Questa era situata davanti alle grandi finestre, ai lati delle quali erano presenti delle bandiere con lo stemma del regno. Le pareti erano occupate da delle librerie con delle guardie davanti; in mezzo alla stanza era presente un grosso tavolo rotondo con delle sedie, meno eleganti di quella dove sedeva il re. Dietro alla scrivania sedeva un signore dai capelli lunghi e un ciuffo davanti verso l'alto di colore azzurro; indossava una maglia che copriva le spalle e le braccia, sulla fronte una corona d'oro e da sotto la scrivania si intravedevano gli stivali bianchi e argentati. Seduti intorno al tavolo erano presenti delle persone, ognuna diversa dall'altra.
      "Bene, presumo che non arrivi nessun'altro", commentò il re ordinando di chiudere la porta, "Ringrazio i qui presenti di aver aderito alla mia richiesta, qualcuno ha idea di cosa fare?", chiese
      "Salve, mi chiamo Ascar e provengo dalla città di Arda. La mia idea era quella di capire cosa stia accadendo nel regno accanto", disse un giovane molto bello, con capelli lunghi e biondi; indossava un abito elfico molto elegante dai colori che variavano sulle tonalità di verde e un guanto alla mano sinistra. Damon notò alcune somiglianze fisiche con il re ma non ci diede molto peso.
      "Salve, mi chiamo Kristal. Sono originaria di Krokotopia, quando ho saputo dell'annuncio ero ospite di Damon proveniente da Amakna; ho voluto partecipare perché voglio salvare il mio regno. Questa catastrofe porta il nome di Morgana. Avendo subito una pessima infanzia è convinta che tutte le persone nel mondo siano ugualmente malvagie, quindi vuole dominare tutto portando morte e distruzione. Per questo motivo ha creato la magia che ha chiamato Zona Nera", spiegò la ragazza alzandosi e ricordando la sua vita da piccola.
      "Se provieni da quelle parti perché la magia non ha avuto nessun effetto su di te?", chiese un ragazzo che indossava un elmo da drago
      "Come mia sorella sono una strega e prima di scappare dal castello sono riuscita a creare una magia che mi ha reso immune a quella, poi fortunatamente mi sono imbattuta in questo ragazzo...", indicò Damon, "...e sono riuscita a salvarmi"
      "Come fai a sapere tutte queste cose?", chiese una ragazza dai capelli corti e castani; pur essendo seduta si capiva che era molto alta, la sua polo bianca era sgualcita e con qualche taglio qua e là
      "Come ho detto prima Morgana è mia sorella. Ho vissuto con lei quella pessima infanzia dove ci maltrattavano, ci tenevano chiuse in casa e ci trattavano da schiave, eppure credo ancora in persone pure di cuore, al contrario di mia sorella", replicò. "Bene, sembra che ora sappiamo con cosa abbiamo a che fare, ma come la possiamo fermare?", chiese Aran
      "Posso riuscire a fermare mia sorella, ma se vado da sola mi catturerebbero subito e mi getterebbero nelle celle, come punizione minima", rispose Kristal alzandosi.
      "Bene, dopo queste informazioni chi di voi intende partire e accompagnare la qui presente Kristal per questa missione si alzi", ordinò il re. Damon si alzò in piedi. "Non me la sento di lasciarti andare da sola, quindi ti accompagno”, disse addormentandosi
      "Certo, se vai da solo non arriverete mai, quindi mi sento costretto a venire con voi", si alzò Lars sorridendo seguito da Sasuke che rimase senza maglia
      "Ammiro la vostra determinazione e vi voglio aiutare, quindi contate pure me nella missione", si alzò Ascar
      "Prima di partire volevo sapere se verrò pagata per questa missione", chiese Mia; non ricevendo risposta si alzò e aggiunse: "Vorrà dire che riceverò una lauta ricompensa a missione finita". Dopo qualche minuto re Aran notò che nessun'altro si stava offrendo, così si alzò con le mani sulla scrivania e riassunse: "Allora è deciso, questa missione comprenderà: Ascar, proveniente da Arda; Mia proveniente da Moonlight; Damon, Lars e Sasuke, provenienti da Amakna. Essi accompagneranno la signorina Kristal fino a Krokotopia per fermare questa catastrofe che si sta avvicinando al nostro regno. Da oggi voi farete parte della Compagnia Celeste".
      Usciti dalla sala furono accompagnati alle loro stanze. Quella di Mia e Kristal era una camera con due letti a baldacchino; un grosso armadio era appoggiato alla parete destra, un separé copriva metà della porta che portava ad un bagno privato e l'angolo sinistro dietro la porta della stanza. Nella parte opposta della stanza erano presenti alcuni specchi. Appena entrate sentirono un buon profumo di pulito.
      "E così sei una principessa!", ruppe il ghiaccio Mia
      "La cosa è più complicata di quello che sembra", replicò Kristal. La ragazza si sedette su uno dei letti; wow come è comodo questo letto e che ben profumo che c'è qui, pensò.
      "E io che pensavo di ricevere un bel premio in denaro per averti riportato nel tuo regno", ribattè Mia che stava guardando dappertutto. "Uffa, va beh...scommetto che hai fatto qualche pensierino sui ragazzi che erano con te", aggiunse cambiando argomento. Kristal, presa alla sprovvista, arrossì e si coprì con il suo libro smorzando un NO. Mia sorrise
      "Immaginavo… e scommetto che è il ragazzo che si è alzato per primo, quello moro". La ragazza bionda non rispose ma strinse sempre di più il libro. Mia prese per il braccio Kristal e la trascinò fuori dalla stanza
      "EHI dove mi stai trascinando?", chiese lei
      "Ovvio, no?! Dai ragazzi!", rispose Mia continuando a trascinarla. Superate tre porte Mia si fermò proprio davanti all'ultima del corridoio. "Qui dentro c'è il ragazzo che ti piace, dai entriamo", disse bussando alla porta
      "Aspetta, aspetta!", cercò di fermarla Kristal, invano.
      Fu Lars ad aprire la porta a petto nudo, intorno alla vita portava un asciugamano. "Serve qualcosa ragazze?". Dietro di lui Ascar e Sasuke si stavano cambiando mentre Damon si era addormentato scalzo e con la maglia in mano
      "Vorremmo parlare con te e l'addormentato nel bosco", rispose Mia. Impossibile che quello li sia un vampiro, pensava. Sasuke guardò Kristal e, intuendo cosa avevano in mente, invitò Ascar a fare un giro per la corte del castello. Una volta usciti dalla stanza Lars fece entrare le ragazze. Kristal notò che la loro camera aveva pochi specchi ed era molto disordinata. Vicino alle finestre erano presenti delle casse; su una di esse c’erano il cappello e gli occhiali che Damon portava gelosamente sempre con sé. Alla sua sinistra notò una porta aperta dove si intravedeva una vasca da bagno. "Cosa ci volevi chiedere… Mia, giusto?", domandò Lars
      "Niente di particolare, non ho molto sonno e non mi dispiacerebbe passare un po’ di tempo con te", rispose lei maliziosamente spingendolo nel bagno.
      Kristal si rilassò, prese diverse volte fiato e si avvicinò al ragazzo ancora fermo. Per prima cosa gli accarezzò la schiena, rimanendo perplessa. Ho sempre pensato che i vampiri fossero freddi… ah già, è un mezzosangue... a quanto pare loro non sono freddi... dai Kristal farti forza, pensò passando la mano sul petto del ragazzo diventando sempre più rossa. Kristal fece scorrere la mano verso il basso, finendo poi nei pantaloni del ragazzo. Deglutendo afferrò il pene del giovane. Cavolo è messo davvero bene! pensò. Timidamente iniziò a muovere lentamente la mano, incerta. In quel momento si accorse che Damon si era svegliato e la stava fissando, sorpreso ed eccitato allo stesso tempo. Notò anche che le sue pupille, lunghe perpendicolarmente come quelle di un drago, erano circondate da un iride che ricordava una fiamma accesa. Dopo essersi accorta che la stava fissando arrossì vistosamente, era sul punto di fermarsi ma si fece coraggio e continuò il movimento della mano lungo l'asta del ragazzo, tirandolo fuori aiutandosi con l'altra mano. Damon afferrò il polso di Kristal e, avvicinando la testa alla parte destra del collo della ragazza, iniziò a baciarla dandole il giusto ritmo con la mano. Kristal era attraversata da brividi ogni volta che veniva baciata sul collo, ma continuò con il movimento della mano anche dopo che il ragazzo aveva smesso di darle il ritmo e aveva iniziato a sbottonarle la camicetta bianca, mettendo in mostra un reggiseno a triangolo di coloro blu chiaro. I movimenti si fecero più veloci, gli ansimi più forti, finché ad un certo punto la ragazza si fermò e si inginocchiò davanti al ragazzo, prendendo il pene gonfio del ragazzo in bocca. Accidenti è davvero grosso, ma ci devo riuscire, pensò mentre iniziava a muovere la bocca, facendo gemere il ragazzo. Ad un certo punto Damon mise la mano sulla testa della ragazza decidendo, nuovamente, lui il ritmo. Improvvisamente Kristal sentii riempirsi la bocca di un liquido denso. E adesso?
      "Se te la senti puoi inghiottirlo", disse Damon levando la mano dalla testa della ragazza. Kristal così fece, sentendo che il seme del ragazzo era amaro. "È un po’ amaro", commentò lei
      "Dipende dal fatto che bevo prevalentemente sangue", replicò lui riprendendo fiato e aiutandola ad alzarsi. Prese poi a baciarla e nello stesso tempo cercò di slacciarle il reggiseno. Una volta riuscitoci la distese sul letto. Kristal poteva sentire l'eccitazione crescere, avere Damon sopra di sé era magnifico, sentirlo leccarle e mordicchiarle i capezzoli, mentre con una mano aveva iniziato a giocare con la sua intimità infilandoci le dita e muovendole, facendola gemere. Piano piano scese con la bocca dandole dei baci su tutto il corpo, arrivando fino alla parte più intima della ragazza; iniziò a leccarla, facendole provare delle sensazioni mai provate prima. D'impulso gli mise le mani sulla testa per non farlo levare. Dopo qualche minuto anche il ragazzo bevve il nettare della ragazza. "Te la senti ti andare fino in fondo, tesoro?", le chiese lui. Kristal annuì con la testa. Così Damon si spinse in lei lentamente, fino a penetrarla completamente. Kristal smorzò un grido rimanendo senza fiato. Quando il ragazzo iniziò a muoversi fu pervasa da mille emozioni che attraversavano il suo corpo a partire dal basso ventre. Ogni affondo le provocava un piacere incredibile. Decise infine di abbracciarlo e di baciarlo, intrecciando la propria lingua con quella del ragazzo, per soffocare le urla di piacere. Ben presto i gemiti e gli ansimi aumentarono di volume, fino a riempire del tutto la stanza.
      Intanto Mia aveva spinto Lars nel bagno della stanza, facendolo finire con la schiena contro il muro. "Dovrei finire di pulire il coltello per la missione che inizieremo domani", trovò una scusa notando la ragazza spogliarsi. Mia non lo ascoltò e gli tolse l'asciugamano
      "Il mio strip tease ti ha eccitato vedo", sorrise lei. Lars continuava a negare. Interessante, è un osso duro questo qua, pensò inginocchiandosi e iniziando a mordicchiare delicatamente i testicoli del ragazzo. Successivamente si mise a leccare il pene del ragazzo partendo dal basso e aiutandosi anche con la mano. Ogni movimento della sua lingua faceva ansimare il ragazzo che decise di cercare un appiglio per sorreggersi. I pensieri di Lars, incentrati prima sul coltello, pian piano si concentravano sempre di più sulla ragazza e i suoi movimenti eccitanti, finché Lars non sentì improvvisamente la bocca di Mia avvolgergli completamente il pene; a quel punto fu sempre più difficile tenere la mente lucida. Improvvisamente non riuscì più a trattenersi e riempì la bocca della ragazza con il suo seme
      "Mmm non male, allora pensi ancora ai tuoi col...", Mia non fece in tempo a finire la frase che si ritrovò con la schiena contro la porta del bagno e sollevata da terra. Per non cadere portò le braccia attorno al collo e le gambe intorno alla vita del ragazzo. "C…cosa vuoi fare? Volevo divertirmi solo io, se lo infili dentro dovrai pagarmi, caro mio", cercò inutilmente di persuaderlo Mia. Mentre veniva penetrata da Lars cercava ancora di fermarlo, finché il ragazzo iniziò a baciarla sul petto; la ragazza si lasciò finalmente andare e i gemiti e gli ansimi invasero il bagno.
      Il re Aran, ancora sveglio, si affacciò alla finestra che dava sul cortile e fissò la statua. "Vi assomigliano in tutto e per tutto, specialmente quel Damon. Chissà dove siete adesso amici miei", disse con un alone di nostalgia. Ascar e Sasuke intanto giravano per la corte del castello scoprendo cose nuove sulla città.
       
      La mattina seguente Ascar, Sasuke, Mia, Lars, Kristal e Damon, si ritrovarono davanti alla statua. "Vi ringrazio ancora per esservi offerti per questa missione, ho fatto preparare i vostri cavalli. Compagnia Celeste siete pronti a partire?”, chiese il re. I ragazzi annuirono e dopo essere stati incitati dal re si diressero verso l'uscita della città. Mentre i ragazzi scendevano dal castello Kristal timidamente cercava di prendere la mano di Damon il quale, con decisione, l'avvicinò a sé e l'abbracciò. La ragazza arrossì di colpo ma si lasciò andare a quel caldo e confortante abbraccio. Mia invece bloccò Lars, nervosa
      "Ti senti appagato dopo quello che è successo stanotte? Dovrei farti pagare per quello che hai fatto...". Il ragazzo non sapeva come rispondere quando la ragazza lo prese per il colletto della maglia e lo avvicinò a sé, stampandogli un bacio in bocca e lasciandolo sorpreso. Arrivati vicino ai cavalli Kristal fermò il gruppo. "Scusate ragazzi, mi sono ricordata che ci conviene passare da Lyneel per prendere la Crystallite; è un cristallo particolare che ha la capacità di annullare gli effetti della magia di Morgana una volta reso magico", spiegò lei
      "Non ci sono problemi amichetta", ribattè Mia con un sorriso, mentre gli altri annuirono con la testa.
       
      (1) (arma da taglio giapponese, usata prevalentemente dai ninja in svariati modi. Come coltelli, arme di lancio ecc...)

    • Inizia a scrivere la tua storia...
      Ormai camminavo da oltre un'ora, da quando il mio fedele Maggiolino aveva deciso di mollarmi in aperta campagna.
      Oddio, la campagna era circostante, perché in verità la strada che stavo percorrendo era sorprendentemente asfaltata e in buone condizioni. Se non fosse stato per quel tacco dodici che avevo incautamente deciso di indossare quel giorno, quella passeggiata fuori programma non mi stava affatto dispiacendo.
      “Ci fosse almeno un'indicazione!” Pensai. Niente, il nulla. Inutile considerare una strada alternativa. Non potevo certo tagliare per la campagna, non avendo la più pallida idea di dove mi trovassi. Una FRECCIA conficcata in un tronco di platano tagliato; una freccia senza nessun'altra dicitura, invitava a prendere un sentiero un po' disconnesso. Ci pensai un po', sempre per via del tacco dodici, ma l'idea di continuare per la strada asfaltata per chissà quanti altri chilometri non mi entusiasmava neanche un po'. Presi per il sentiero e dopo appena una decina di minuti vidi una costruzione. Definirla casa mi sembra eccessivo: erano più quattro mura, con dei bandoni a farle da tetto... ma c'era una luce, e io speravo, forse anche un telefono.
      Al primo timido tentativo di bussare non rispose nessuno, il che fece vacillare la mia già scarsa fiducia di poter chiedere soccorso per il Maggiolino. Al secondo, idem. Provai a girare intorno alla costruzione sperando che ci fosse una finestra da cui intravedere l'interno. C'era. Ma dentro nessuno. Bussai sul vetro più e più volte, ogni volta con un po' più di decisione. Stavo per abbandonare l'impresa per tornarmene a malincuore sulla strada asfaltata, quando sentii il cigolio di una porta e sull'uscio apparire un'anziana signora che mi fece cenno di avvicinarmi. Chiunque altro mi avesse aperto avrei avuto delle esitazioni, ma la signora sembrava appena uscita da una favola dei fratelli Grimm o forse era soltanto la mia suggestione nel trovarmi immersa in un bosco.
      Mi invitò ad entrare e accomodarmi. Deve avermi vista un po' accaldata perché si disse dispiaciuta di non potermi offrire nemmeno un bicchiere d'ACQUA per via della pompa che si era bloccata e che lei non era riuscita a rimettere in funzione. Mi offrii di aiutarla; al che lei, prendendomi per mano, mi accompagnò fuori. Era una di quelle pompe a leva manuale. 
      Io quelle pompe lì le avevo viste solo in qualche vecchio film western. Non è che io mi intendessi di quegli aggeggi, ma mi sembrava che fosse soltanto ingrippata. Fu sufficiente un po' d'olio d'oliva,  e un po' d'olio di gomito, per farla sgorgare di nuovo in un getto così potente che se io e la signora non ci fossimo scansate di lato ci avrebbe fatto una bella doccia.
      Riempimmo alcune taniche d'acqua che la signora, evidentemente fiduciosa nelle mie capacità riparatorie, si era premunita di portare con sé e rientrammo in casa. 
      Mi diede tovaglia, tovaglioli, posate, bicchieri, invitandomi così, tacitamente, ad apparecchiare la tavola per due. Uscì di nuovo, rientrando subito dopo con un cesto colmo di UOVA e un ramo di ROSMARINO. Aveva delle galline lì fuori. E anche un orto evidentemente.
      Si mise ai fornelli e mentre le uova sfrigolavano in padella, nell'aria si sprigionò un profumo meraviglioso.
      Pensai che quel luogo, che a prima vista m'era sembrato così squallido, si era rivelato un piccolo mondo completo e autosufficiente, che bastava a sé stesso ed era bastato a me per farmi sentire accolta e al sicuro come non mi accadeva da tanto, troppo tempo. 
      E poi, quel profumo di frittata al rosmarino, di cui non avrei mai più dimenticato il sapore.

    • La pace tra umani ed elfi che per secoli aveva regnata sovrana sulla Sacra Valle, era stata cancellata da un giovane condottiero umano di nome Bolt. Facendo leva sulla paura che la sua gente provava nei confronti della magia che padroneggiavano gli elfi, Bolt riuscì con un colpo di stato a spodestare il vecchio regnante e ad istituire il suo governo militare. Fin da subito gli elfi capirono che stavano giungendo tempi bui. Gli umani li costrinsero a vivere in ghetti all'interno delle loro grandi città, furono resi schiavi e costretti a lavorare nelle pericolose miniere di lyrium o come cavie viventi per testare nuovi armamenti che i genieri umani preparavano con minuziosa dedizione. Thalion faceva parte di una delle poche comunità elfiche che era riuscita a trovare rifugio da quell'orrore nei folti boschi che circondavano l'intera Valle. Fin da subito gli elfi scampati al massacro cercarono di riorganizzarsi per cercare di fermare quella follia, fu così che decisero di mandare un volontario a Yshillyam, l'unica fortezza elfica nella Sacra Valle fin da subito distrutta dal potente esercito di Bolt, temendo che gli elfi potessero usarla per contrastare il suo potere. Thalion che era cresciuto fin dalla tenera età come servitore tra le ali di quel castello non ci pensò due volte, si propose immediatamente volontario. Era un viaggio rischioso, visto che ormai le terre della fortezza erano divenute di vitale importanza strategica per gli invasori; inoltre si avvicinava il periodo invernale, che avrebbe reso inacessibili molti percorsi a causa della neve e di conseguenza reso il viaggio lungo e tortuoso. Secondo il piano, il giovane sarebbe partito subito dopo le prime nevi, e camminando con il favore delle tenebre, sarebbe arrivato alla meta non prima di cinque lunghi giorni. Thalion ora era pronto, aveva preparato una piccola sacca con all'interno tutto ciò che riteneva di primario bisogno per l'imminente viaggio; e prima di lasciare quella che adesso era la sua casa per partire alla volta della sua missione, si osservò allo specchio. Nonostante fosse ancora un ragazzo, il suo viso sembrava molto più maturo, i lineamenti dolci del viso, le sue orecchie a punta e la sua esile corporatura ne facevano un tipico elfo. Le pesanti vesti che ricoprivano il suo corpo ne facevano uscire allo scoperto solo le lunghe orecchie e gli occhi rossi come due scintille nella buia notte. Il suo viaggio fu più semplice del previsto, le nevi non avevano reso impraticabili molti dei sentieri più veloci e sicuri, permettendogli di giungere ai piedi del castello durante l'alba del quarto giorno. Era passato molto tempo da quando Thalion aveva messo piede l'ultima volta a Yshillyam. Dell'inespugnabile fortezza ormai non restavano che le macerie di un glorioso passato, ormai sbiadito nel tempo. Mentre camminava per le rovine, la sua mente fu invasa da piacevoli ricordi della sua infanzia, che facevano brillare di una luce nuova quel luogo desolato. E così sembrava di scorgere bambini innocenti che giocavano per i giardini del castello, fedeli servitori intenti a sistemare le ali più remore o pareti decorate da stendardi con antichi simboli che venivano tramandati ormai da generazione in generazione. Solo il vento glaciale fu in grado di sopprimere i suoi ricordi e riportare Thalion alla dura realtà dei fatti. Mentre esplorava quel luogo non più a lui familiare come lo era stato un tempo, sentì muoversi alcune macerie. Appena il rumore sfiorò le sue orecchie, l'elfo con un balzo si nascose sopra un'impalcatura che un tempo doveva essere una colonna portante. Una volta appostatosi, estrasse rapidamente una freccia dal suo zaino, e la tese con il suo arco per neutralizzare qualsiasi minaccia si sarebbe presentata. L'attesa si stava facendo sempre più lunga, nell'aria si poteva percepire tutta la tensione del momento. Poteva essere un vecchio contadino venuto a depredare ciò che l'esercito aveva lasciato dietro di sè dopo l'assedio come poteva essere un'intera squadra di soldati di presidio in quella fortezza. Nel momento massimo di tensione di quei pochi secondi che a Thalion parevano anni, dalle macerie invece di spuntare la rossa armatura di un soldato di Bolt, apparirono due lunghe orecchie che fecero per un attimo sobbalzare per lo stupore il giovane elfo. Dopo le orecchie, dalle rovine pian piano spuntò fuori un esile elfo completamente avvolto in un bianco mantello, che si trascinava su delle gambe che dovevano aver passato momenti migliori. Infatti la figura dopo aver provato a  zoppicare per pochi metri, si accasciò con un tonfo su un muro, ove una volta a terra sibilò un lieve lamento. A quella vista, un moto di solidarietà per quel povero elfo si mosse nell'animo di Thalion che, senza far il minimo rumore, si avvicinò come un ombra alle sue spalle. Solo quando fu a pochi passi l'elfo si accorse della presenza di Thalion e, per quanto inizialmente provò a reagire, le sue attuali condizioni non gli permisero altro che far uscire dal candido mantello un dolce viso, un viso che Thalion immediatamente riconobbe, il viso di Niniel. La fanciulla ebbe solo il tempo di vedere l'elfo in viso, prima che le forze l'abbandonassero completamente. Thalion fece appena intempo a soreggere la debole elfa prima che essa cadesse rovinosamente sulla fredda neve, subito ne controllò il battito del cuore... era ancora viva, fortunatamente era solo svenuta.
      Niniel e Thalion erano cresciuti insieme, anche se erano di ceto sociale completamente opposto: l'elfa faceva parte della nobile famiglia che amministrava la fortezza e le sue terre, gestiva la politica con il vicino popolo degli umani ed era un rinomato luogo di ritrovo per le menti elfiche più brillanti. Al contrario Thalion era figlio di una famiglia storicamente al servizio del castello, dove i suoi compiti erano quelli di sistemare le camere degli ospiti, lucidare i candelabri e pulire le stalle dove gli Halla riposavano durante il giorno. Anche se con storie ben diverse, i due piccoli passavano intere giornate a giocare insieme, ad affrontare difficili percorsi nei folti del boschi, nelle buie notti osservavano insieme gli astri del cielo cercando di coglierne gli antichi segreti. Tutto ciò finchè la fortezza non fu assediata dagli umani di Bolt. Thalion riuscì a mettersi in salvo scappando per le campagne durante il clamore della battaglia, trovando rifugio nei vicini boschi, che non nascondevano più alcun segreto per lui. Aveva provato a portare con se la sua famiglia e Niniel, ma i primi avevano giurato di rimanere fino alla fine al fianco del proprio signore, mentre la seconda non poteva abbandonare la sua famiglia nelle sue ore più buie. Dopo la fuga, non ebbe più notizie della sua famiglia, ne tantomeno delle sorti della giovane Niniel, eppure ora l'averla rincontrata sembrava riempirgli l'animo di una nuova speranza. 
       

    • Sorge la notte sulla foresta
      e in cielo la luna mostra il suo volto.
      Ulula il lupo, il gufo si desta,
      appaiono lucciole in mezzo al raccolto.
      Ma tu, bimbo mio, vuoi fare la nanna,
      sei pronto a donarti al lieto riposo.
      Il babbo è uscito, con te c’è la mamma,
      ascolta il racconto, non essere ansioso.
      Fuori, nell’ombra c’è un uomo che aspetta,
      scuro nel volto, occhi di brace,
      una lettera al babbo consegna di fretta
      ed il cuore del babbo subito tace.
      Dormi tranquillo, mio angioletto,
      fuori la tenebra cala veloce.
      Legato a quell’uomo un destino abbietto,
      alla lettera forse una sorte più atroce.
      Solo un messaggio se di blu è tinta,
      rossa di sangue per renderlo schiavo,
      ma se dalla notte essa è dipinta
      potrò dire addio all’uomo che amavo.
       
      Una rossa alba all’orizzonte
      bacia del babbo la gelida fronte.
      Le mani con cui lavorava solerte
      giacciono ora di sangue coperte
      ed il tristo individuo dalla sorte punito
      come un fantasma col sole è svanito.
      Perciò bimbo mio, mi devi ascoltare,
      fai ora la nanna e non ti lagnare
      perché se la mamma si arrabbia davvero
      potrebbe chiamare per te un foriero.
       
       
      Ninna nanna del foriero
       
       
       
       
      Il grasso colava copioso dalle salsicce infilzate sui rami di nocciolo. La fiamma che Alberich era riuscito ad accendere crepitava come una stella nell’oscurità ondulata delle colline. Sopra di lui Orione sollevava la clava e la luna, ridotta al sorriso di un’invisibile divinità, faceva capolino da dietro l’orizzonte.
      Era freddo, molto freddo, ma Alberich non se ne curava. La sua attenzione era concentrata sulla carne che sfrigolava sopra il fuoco; sul profumo che gli riempiva le narici, la bocca ed il cuore. Aveva molta fame dopo un’intera giornata di viaggio e sentiva la stanchezza pervadergli le gambe e le spalle. Le vendite a Lipsia erano andate meglio del previsto e, sul retro del suo motociclo, non rimanevano altro che un paio di rotoli di stoffa grezza. Il resto si era trasformato, con sua somma gioia, in denaro sonante nelle sue tasche.
      Dopo aver dato una rimescolata ai fagioli, scaldati in un pentolino, Alberich tastò la carne. Ne assaggiò un piccolo pezzo, giusto per pregustarne il sapore speziato e cominciò quindi a sfilarle dai rami di nocciolo. Una tecnica che gli aveva insegnato suo nonno, quando da piccolo lo portava in campeggio in mezzo ai boschi.
      Nel completo silenzio delle colline una voce giunse al suo orecchio cavalcando il vento. Era un canto sommesso, via via sempre più intenso. Una voce piena, potente, leggermente arrocchita, che si levava in alto come volesse fondersi con la volta celeste. La canzone era accompagnata da uno strano cigolio metallico, come due lastre d’acciaio che si sfregano tra loro. Alberich si voltò e vide, in lontananza, una grossa figura spuntare da dietro la collina. Si stagliava tra l’erba bassa come una piccola montagna in movimento, bagnata dal tenue candore lunare.
      Il clangore, come il canto, si fecero via via più nitidi, e l’uomo seduto dinanzi al fuoco poté udirne le parole.
       
      Mi tocca andar ramingo mia bella per te.
      Ramingo, ramingo, per te darei la vita
      E mi tocca andar ramingo mia bella per te.
       
      Alberich non conosceva quella canzone, gioiosa e colma di tristezza allo stesso tempo ma, nonostante la voce non proprio intonata, trovava piacevole la melodia.
      La massa nel frattempo continuò a ciondolare verso di lui. Appoggiò le salsicce e portò la mano alla colt che teneva in una fondina legata alla cintura di cuoio. Non si sentì turbato, o meglio, non più del solito. La tensione che rizzava i peli del suo braccio si allentò non appena percepì l’arma tra le proprie dita. Da anni era abituato a viaggiare da solo, di villaggio in villaggio, di città in città, attraverso boschi, pianure e montagne, di giorno e di notte, ed aveva ormai imparato a conoscere i rischi del suo mestiere. Banditi, ladri ed assassini pullulavano in tutta la vecchia Europa: affrontare l’ennesimo scontro non sarebbe stato per lui un gran problema.
      Ad un tratto la canzone cessò ed Alberich poté scorgere la figura illuminata a distanza dalla luce delle fiamme. Sembrava un grosso animale carico di mercanzia, su cui sedeva un uomo alto. Un altro mercante, pensò nascondendo la pistola nella tasca destra del giaccone.
      L’animale si fermò ad una decina di metri dal fuoco. Da vicino Alberich notò che non si trattava di un animale qualsiasi, ma di un vecchio modello di belvoide: un cinghiale dalle dimensioni non indifferenti. Ecco spiegati i clangori metallici. Non riuscì però a vedere in faccia l’uomo in sella.
      “Giorni fasti e vita lunga”, disse lo sconosciuto facendo un cenno con la mano. “C’è forse spazio intorno al fuoco per un viaggiatore notturno e la sua bestia?”.
      La voce possente e arrocchita rimase sospesa nell’aria. Alberich squadrò il grosso belvoide che sbuffava e cigolava: le sue grosse zanne, gli occhi gialli e luminosi, la groppa inarcata colma di borse. Cosa diavolo vuole da me, non può forse accendersi un fuoco tutto suo? o meglio ancora andarsene via? Ma se non lo invitassi chissà quali scherzi potrebbe giocarmi nella notte. Non c’è da fidarsi. Forse è meglio averlo di fronte alla luce del fuoco che nascosto nel buio. Sono pur sempre armato in fin dei conti, pensò. “Giorni fasti e vita lunga a te, viaggiatore. Solo un figlio di cagna non metterebbe a disposizione il suo fuoco in una notte gelida come questa”.
      “Sante parole”, rispose l’individuo avvicinandosi. Solo in quel momento Alberich notò con stupore che allo sconosciuto mancava la gamba destra. Aveva visto pochi storpi in vita sua, ed erano tutti poveri disperati, barboni, fuorilegge o condannanti. A quali di queste categorie poteva appartenere quell’uomo?
      La mancanza dell’arto non sembrò costituire un gran problema: con un balzo lo zoppo balzò giù dalla sella, atterrando perfettamente ritto. Estrasse poi dal fianco del belvoide una gruccia finemente lavorata che si portò sotto l’ascella destra. Prese anche una vecchia borsa nera e se la mise a tracolla. Indossava un lungo cappotto rossastro ricolmo di tasche; dei vecchi pantaloni rattoppati; dei guanti a mezze dita e, all’unico piede, uno scarpone consunto. La bocca era coperta da uno scaldacollo di un rosso stinto.
      Di soldi non deve averne molti. Che non venga a cercare i miei, pensò Alberich stringendo la mano sulla pistola nella tasca. “Posso fidarmi di quel belvoide?”, chiese indicando l’animale che sbuffava e scuoteva la grossa testa.
      “Puoi stare tranquillo”, rispose lo sconosciuto assestando un paio di colpi sul fianco metallico della bestia. “Senza un mio comando, Jarmila non farebbe male ad una mosca. Poi ora deve riposare. Abbiamo viaggiato per tutto il giorno”.
      Lo sconosciuto estrasse da una delle bisacce legate alla parte posteriore del belvoide una piccola tanica e spruzzò un poco del contenuto sulle zampe e sulle spalle della bestia. Questa parve soddisfatta. Ciondolò, sbuffò dalle narici e si accucciò sull’erba.
      “Modello vecchio, eh? Non ne ho mai visti di così grossi”, ribatté Alberich senza togliere la mano dalla tasca e gli occhi dallo sconosciuto.
      “Vecchiaia è esperienza. Funziona per noi come per i belvoidi. Anche se devo ammettere che entrambi cominciamo a sentire i primi acciacchi. Vero Jarmila? Non saprei cosa fare senza questa bestiona” rispose l’individuo abbozzando un sorriso nascosto dallo scaldacollo. Si sedette accanto al fuoco con passo svelto, appoggiando la gruccia accanto a sé.
      “Posso sapere il tuo nome prima di offrirti una delle mie salsicce e un po’ di fagioli?”, disse Alberich raccogliendo la carne con la mano sinistra.
      “Dalibor di Brema. Il tuo nome invece?”.
      “Alberich Vogt, di Strasburgo”.
      “Ti stringerei la mano, Alberich di Strasburgo, ma vedo che è già impegnata a reggere la pistola”. Alberich non riuscì a mascherare lo stupore. “Comprensibile” continuò il tale di nome Dalibor. “Avrei fatto anche io lo stesso. Ma ti posso assicurare che non sono né un bandito né un ladro. Ora che abbiamo scoperto le carte puoi scegliere se passare la notte con gli occhi aperti e la mano in tasca, o fidarti delle mie parole, lasciare la pistola, e bere un goccio della mia grappa”. Le ultime parole furono accompagnate dall’apparizione di una fiaschetta in alluminio nelle mani di Dalibor.
      “E se invece, Dalibor di Brema, fossi io l’assassino?”.
      Dalibor svitò il tappo, scostò dalle labbra lo scaldacollo e mandò giù una sorsata di grappa. “Allora sarei fregato. A dire il vero però, sembri più un mercante che un assassino. Ma posso sempre sbagliarmi”. Sorrise, e per un attimo ad Alberich si gelò il sangue. I denti dell’uomo erano tutti acuminati, come quelli di uno squalo. Dalibor notò subito la reazione. “Mi dispiace. Per me è così naturale che a volte non ci faccio caso. Non puoi immaginare quanto affascini le donne”. Proruppe in una grassa risata accompagnata da un altro sorso di grappa.
      Alberich estrasse l’arma dalla tasca, il dito sul grilletto, la canna rivolta allo zoppo. L’uomo si grattò i capelli rossastri e leggermente brizzolati sui lati. “Se devi farlo, fallo subito, così l’ultima cosa che sentirò sarà il retrogusto di questa ottima grappa. Sicuro di non volerla assaggiare?”, disse porgendogli la fiaschetta. Alberich fissò lo sconosciuto. Le dita fremevano, la pelle emanava piccole scosse. In lontananza il richiamo di un uccello notturno. “Che sicurezze puoi darmi?”.
      “Nessuna. Solo la mia parola, e la promessa che il dio dell’ospitalità ti punirà per avermi fatto aspettare tanto per quelle salsicce. Inoltre temo che i fagioli stiano bruciando”.
      La pistola fremette per un istante, poi rientrò nella fondina. La fiaschetta prese subito il suo posto.
       
      I fagioli erano effettivamente bruciacchiati, ma i due uomini non si fecero troppi problemi. Dalibor tirò fuori da una delle sacche un poco di pane, del vino rosso e del formaggio stagionato per completare il pasto. Finita la cena l’uomo con una gamba sola offrì ad Alberich del tabacco aromatizzato con il quale riempirono le rispettive pipe. Jarmila giacque immobile, in modalità stasi, pronta a scattare al primo comando.
      Il mercante non si fidava di Dalibor, ma intuiva che, almeno per il momento, egli non costituiva un pericolo. Teneva però una mano sempre vicino alla cintura, per sicurezza. “E così sei di Brema”, disse dopo aver emesso dalle narici una nuvola di fumo. Dovette ammettere che il tabacco era davvero ottimo. “La canzone che cantavi a squarciagola al tuo arrivo l’hai imparata dai marinai della tua città? o sei stato tu stesso un marinaio?”.
      “Che dio mi fulmini se mai decidessi di puzzare di acqua salata!”, sbottò lo zoppo mentre il fumo fluiva tra i suoi denti appuntiti. “Non sono fatto per il mare. L’ho sempre saputo. La canzone? Si, era una canzone marinaresca, ma per me ha un altro significato…”. Gli occhi color dell’ambra fissi sulle fiamme, scintillarono come gemme.
      Dall’espressione torva Alberich capì che non doveva proseguire su quel sentiero. “Brema mi ricorda una favola che mio nonno mi raccontava quando ancora ero un moccioso sporco di terra. I musicanti di Brema se non ricordo male”.
      Dalibor sogghignò. “Già, la favola dei musicanti di Brema. Il cavallo, il cane, il gatto ed il gallo. Un’allegra combriccola. Peccato che, da quel che so, i musicanti di Brema furono un gruppo di spietati briganti che terrorizzarono la città ed i dintorni. Ma se la storia non mi inganna, furono impiccati tutti e quattro alla fine”. Rise.
      “E questo lo si racconta ai bambini?”, chiese ironico Alberich.
      “Non credo dormirebbero molto. Ma dimmi, cosa fai nella vita, oltre a cucinare all’aperto e a passare la notte all’addiaccio”.
      “Commercio stoffe di città in città”, disse il mercante indicando le due stoffe rimanenti sulla motocicletta. “Sono stato al mercato di Lipsia in questi giorni. Poi sono passato per Thurn. Tu invece?”.
      Dalibor si strofinò le mani. Indossava ancora i guanti a mezze dita, logori e sporchi. “Io consegno lettere”, rispose in modo vago.
      “Sei un postino?”.
      “Non proprio. Sono un foriero”. Gli occhi ambrati fissarono quelli azzurri del mercante.
      Un foriero? Ho già sentito una cosa simile da qualche parte, meditò Alberich portandosi la pipa alla bocca e sostenendo lo sguardo dell’uomo senza gamba. Decise infine di optare per la sincerità. “Ho già sentito parlare dei forieri, ma al momento non ricordo che cosa facciano”.
      Dalibor posò la pipa sulle ginocchia e si levò lentamente i guanti. Sul dorso della mano destra apparve uno strano tatuaggio: un passero trapassato da parte a parte da una freccia nera. Sulla mano sinistra era invece tatuata una grande A. “Quanti anni hai, Alberich?”.
      “Trenta”, rispose il mercante, portando con cautela la mano verso la cintura. Credeva che fosse giunto il momento di usare la pistola, ma così non fu.
      Lo zoppo allungò le mani verso il fuoco per scaldarle meglio. Dopo di che estrasse la fiaschetta dalla tasca e bevve un sorso di grappa. “Sei giovane”, disse asciugandosi i baffi incolti sulla manica. “Ormai non siamo più in molti a far parte della Corporazione dei Forieri. Professione ingrata! Ti basterà sapere che siamo a metà tra dei mercenari, dei postini e dei viandanti. Bevi un altro goccio di grappa. Ecco… bravo”.
      Alberich riconsegnò la fiaschetta e rimase in silenzio per qualche minuto. Aveva ancora una domanda da fare, ma temeva la risposta. “Posso chiederti un’altra cosa”, chiese cauto.
      Dalibor osservava le fiamme, attizzandole con qualche rametto che il mercante aveva preparato in precedenza. “Se devi, chiedi pure”.
      “Come mai quello?”, disse indicando il moncone con il beccuccio della pipa. “Perché non te lo fai curare?”.
      Lo zoppo osservò il nodo con cui terminava la gamba del pantalone destro, poi osservò la gruccia che aveva al suo fianco. “Non posso. Il mio corpo non me lo permette”. Chiaramente quella non era una risposta, ma Alberich trasse comunque le sue conclusioni. Il grido di un uccello notturno ruppe il silenzio delle colline. Il mercante sobbalzò, mentre Dalibor si voltò a malapena.
      “Quindi anche loro possono commettere degli errori”, rise tra sé il foriero. “Bene, buono a sapersi”, disse afferrando la gruccia e rialzandosi. “Meglio prepararsi, stanno arrivando”.
      La mano di Alberich scattò sulla pistola. “Chi sta arrivando?”.
      “Coloro che mi inseguono da quando ho lasciato Thurn”, rispose tranquillo lo zoppo, spalancando la bocca in un sorriso da squalo.
       
       
       
       
      II
       
       
       
      Sotto le stelle ragazzi e ragazze danzavano in circolo. Donne voluttuose, vestite con bustini e gonne corte, si stringevano ai rispettivi cavalieri, che a loro volta gioivano nel ricambiare quegli abbracci lascivi. Bambini e bambine imitavano gli adulti, tentando di imparare i passi di danza e divertendosi a spingersi l’un l’altro. La piazza era ricolma di persone per la festa del fondatore di Thurn, Caspar Graf, contadino, allevatore di capre ed eroe a tempo perso. Le lucerne elettrice, alimentate con tutta probabilità da un generatore solare, brillavano di una fredda luce biancastra, illuminando le strade lastricate.
      L’uomo senza gamba si fece largo tra la folla, appoggiandosi alla gruccia. Aveva lasciato Jarmila a ricaricarsi nei pressi del parco pubblico; la sua presenza, oltre ad essere ingombrante nel tumulto della folla, avrebbe dato troppo nell’occhio. Riuscì a fatica a raggiungere uno dei banconi posizionati attorno alla piazza, dove un oste mingherlino e allampanato colse al volo la moneta e restituì un boccale di birra schiumante. Tutt’attorno si udivano solo schiamazzi, risate, grida e musica. Di fronte al municipio era stato allestito un palco su cui una banda di giovani suonava un circolo circassiano. Dalibor riuscì a trovare un posto su una delle panche, accanto ad una vecchia signora incontinente e ad un uomo grasso che puzzava di aglio. Entrambi si fecero da parte al suo arrivo. Aveva davvero bisogno di fare un bagno.
      Il moncone attirò su di sé numerosi sguardi. In un modo dove la scienza medica era in grado di curare anche le peggiori menomazioni, non era facile incontrare uno zoppo. Dalibor lo sapeva, come sapeva che il suo corpo avrebbe rigettato qualsiasi tentativo di ricrescita: un altro dei vantaggi di essere un foriero.
      Abbassò gli occhi sul boccale ricolmo di un liquido simile all’urina. La birra era decisamente annacquata, ma la sua gola secca al momento avrebbe accettato persino acqua di fogna. Ne bevve un altro sorso per dimenticare il primo. Asciugandosi i baffi sulla manica della giacca, notò tra i danzatori una donna dai capelli corvini e dai lineamenti delicati. Indossava un abito verde che, arrivandole fino alle ginocchia, metteva in mostra le bellissime gambe snelle. Saltava e volteggiava tra le braccia di uomini che riuscivano a stringerla solo per un istante, prima che sparisse dalle loro mani come una folata di vento. Dalibor sogghignò vedendo i loro sguardi: occhi carichi di passione, brama e desiderio.
      Una gallina tra i lupi, pensò. Un particolare attirò la sua attenzione: pur apparendo tranquilla e solare, la ragazza si guardava spesso attorno: i suoi occhi si illuminavano per un momento, come se il vorticare delle persone avesse sputato una faccia amica, ma si spegneva subito dopo.
      Chi mai starai cercando, me forse, sorrise per la falsa speranza; bevve l’ultimo sorso di birra e lasciò il boccale sulla panca.
      Quando la musica terminò, la ragazza si diresse con disinvoltura verso le panche, continuando nel frattempo a guardarsi attorno. Dalibor, alzatosi, si avvicinò con l’intento di parlarle, ma venne preceduto. Tre uomini vestiti con uniformi nere ed una croce rossa sul petto circondarono la fanciulla. Il più vecchio tra loro, un individuo alto e magro dai capelli biancastri, le posò le mani sulle spalle, stringendole. “Signorina Ilsa Wolff, lei è in arresto per l’omicidio di Elko Werner”.
      Il viso della ragazza divenne prima di marmo, poi cadde in pezzi. “Elko!”, il nome fuoriuscì dalle sue labbra come un colpo di fucile nel silenzio della notte. Alcuni curiosi avevano già cominciato ad accalcarsi per godersi la scena. Gli arresti, come le esecuzioni, attiravano sempre un sacco di corvi. Uno degli uomini in divisa estrasse dalla cintura un paio di manette con cui serrò, non senza fatica, le bianche braccia della ragazza in lacrime. Quest’ultima, incredula, si dibatté come una cavalla selvaggia, lanciando calci, schiaffi ed improperi di ogni sorta. Il soldato più vecchio non perse tempo ed afferrò il manganello che teneva alla cintura. Lo sollevò vicino alla testa della fanciulla, ma il colpo non calò: qualcosa ne bloccò il movimento.
      La bocca dell’uomo in divisa si torse in modo mostruoso e il suo sguardo acceso inquadrò colui che, con quel gesto, aveva messo in discussione la sua autorità. Dalibor, la mano destra salda sulla gruccia e la sinistra attanagliata al braccio del soldato, ricambiò con uno sguardo annoiato.
      “Hai il manganello facile”, sbuffò, lasciandolo andare. “Tipico di voi soldati. Tutti bravi a picchiare le donne”.
      Gli altri due uomini in divisa estrassero i manganelli, pronti a scattare al primo ordine. Il più vecchio, abbassato il braccio armato, osservò attentamente lo straniero che gli stava di fronte. Dopo essersi sistemato i polsini della divisa ed i corti capelli bianchi, parlò con tono duro ma ironico: “Ma guarda un po’. Voi, camerati, dovete ritenervi davvero fortunati! Avete di fronte una leggenda vivente”, un sorriso da faina apparve sul suo viso smunto. “Allora, vediamo un po’. Gamba destra assente, gruccia lavorata, giacca rossa e rattoppata, maiale meccanico che dorme beatamente nel parco pubblico senza alcun permesso e puzza degna di una discarica. Fammi un bel sorriso”, disse ridacchiando. Nessun sorriso comparve sul volto del foriero, ma in compenso si mosse il dito medio. L’uomo in divisa fece finta di nulla; si voltò verso i commilitoni e parlò loro come se stesse pubblicizzando un prodotto garantito. “Signori, avete di fronte nientepopodimeno che un foriero!”, nessuna reazione da parte dei due soldati. “Non lo conoscete? Suvvia, nessuno dei due ha mai sentito parlare di Dalibor, la Tagliola di Brema?”, i volti rimasero impassibili. “Quanto mi dispiace”, continuò l’uomo rivolto allo zoppo. “Non ti conoscono, mio caro Dalibor”.
      Lo zoppo portò un dito al naso e soffiò fuori il muco da una narice. “Con chi ho il piacere di parlare?”, disse porgendo poi la stessa mano all’uomo in divisa, che si scostò con repulsione.
      “Sono il Colonnello Caspar Voss”, disse sfoderando nuovamente il sorriso da faina. “Alto membro dell’Esercito del Grande Impero di Germania”. Lo sguardo del foriero si spostò sulla grande croce rossa al centro della divisa. Maledetti esaltati, pensò. “I miei ossequi”.
      Gli occhi di Caspar erano freddi come il ghiaccio. “Se non appartenessi alla corporazione dei forieri ti avrei già fatto picchiare per la mancanza di rispetto. Ai miei ragazzi fremono le mani”, questa volta i due soldati elargirono sorrisi da cani affamati. “Portate via questa cagna”, disse indicando la ragazza.
      “Fermo”, intimò Dalibor, frugando nella borsa nera che teneva a tracolla.
      Caspar alzò lo sguardo verso il cielo. “Non dirmi che…”.
      “Ilda Wolff ho una Missiva per te”.
      Caspar imprecò. “Questa ragazza è in arresto”.
      “E con ciò?”, rispose con tranquillità il foriero, estraendo dalla borsa una lettera dalla busta bianca. “È una Destinataria, ed in quanto tale ha il diritto di ricevere la sua Missiva, indipendentemente dalla sua condizione. Ma queste cose non dovrei di certo spiegarle ad un Colonnello del Grande Impero di Germania, vero?”.
      Caspar imprecò di nuovo. “Non prenderti gioco di me, feccia!” ringhiò. La sua mano fremette. “Fai in fretta”.
      La donna venne spinta davanti al foriero. Nel suo volto si leggeva perplessità mista ad angoscia. Da vicino, nonostante le lacrime e i capelli scompigliati, era ancora più bella. Dalibor ispirò il suo profumo e le porse la busta. Le mani della donna fremettero.
      “Aprila”, gli occhi del foriero, come quelli di un falco, seguirono i veloci movimenti delle dita. Il suo braccio si spostò in maniera impercettibile verso il fianco sinistro. Dalla busta bianca comparve una lettera rossa. Nessuna parola, solo il disegno di un passero trapassato da una freccia.
      “Cosa vuol dire?”, chiese la ragazza con un filo di voce.
      Dalibor sentì la tensione abbandonargli le sue spalle. Il braccio tornò al suo posto. “Significa che forse hai ancora una possibilità di salvarti la pellaccia. Ascoltami bene. Ora posso soddisfare una tua richiesta, una soltanto. Perciò chiedimi di liberarti da qui. Forza!”.
      La notizia colpì la ragazza come un pugno allo stomaco. “Posso chiederti qualsiasi cosa?”.
      “Non posso portarti a ballare sulle stelle, né spegnere il sole pisciandoci sopra. Ma, per quel che posso, sì. Ora, chiedimi di liberarti e sarai libera. Questi soldati non potranno fermarti”.
      La ragazza guardò fisso il foriero. “Scopri che fine ha fatto il mio Elko”, disse infine con voce strozzata.
      “Boia il cane!”, imprecò il foriero. “Perché devi rendere le cose così difficili? Con me non devi giustificarti né giocare alla bella innocente…”.
      “Ho detto che devi scoprire che fine ha fatto Elko Werner! Lo amo e voglio sapere cosa gli è successo”.
      “Ci state mettendo troppo!”, tuonò il Colonnello Carpar alle loro spalle.
      Dalla bocca di Dalibor fuoriuscì un ringhio. “E sia! Mi servono delle informazioni però. Descrivilo”.
      “Capelli neri, corti, occhi marroni, alto poco più di me, magro, sbarbato”.
      “Voce?”.
      “Voce?”.
      “Sì, descrivimi la sua voce”.
      “Ehm, profonda, calda…”.
      “Hai idea di cosa possa essergli successo?”.
      “Non lo so. Dovevamo incontrarci questa sera…”.
      “Sforzati!”, insistette il foriero.
      “Aveva dei problemi con Bodo…”.
      “Chi diavolo è Bodo e perché ha problemi con lui?”.
      “Bodo Meyer, uno dei signorotti di questa città. Maledetto criminale. I problemi sono.. forse… causati da me”.
      “Da te?”.
      “Sì. Bodo non ha mai nascosto di avere un debole per me. Ma la sola idea di essere toccata da lui mi fa venire la nausea”.
      “Mmh. Dimmi qualcosa di più su questo Bodo”.
      “Un uomo enorme, grasso, calvo. È il padrone della macelleria locale, ma è solo una copertura, gestisce un sacco di cose losche”.
      “Devi essere più specifica. Il tempo stringe. Parlami delle sue abitudini”.
      “Rimane quasi sempre chiuso in casa, è troppo pigro per muoversi. Gli piacciono le prostitute ed il cibo, soprattutto quello più costoso. Ha due persone di fiducia che fanno i lavori sporchi per lui. Dietger ed Ezra”.
      “Parlami di loro”.
      “Dietger è tarchiato, con i cappelli neri e le braccia completamente tatuate. Adora bere e adora le donne, ancora più di Bodo. Ezra è alto, magro, con i capelli lunghi e biondi e gli occhi gonfi e azzurri. A lui piace soprattutto giocare a carte. Scommette forte”.
      “Come fai a sapere tutte queste cose?”, chiese ad un tratto Dalibor, scrutando il viso della ragazza.
      Lei resse lo sguardo. “Perché un tempo lavoravo per Bodo, almeno finché non è arrivato Elko”.
      “Tempo scaduto!”. Due mani afferrarono Ilsa per le braccia. Caspar comparve dietro di lei. “Uomini, le manette. Ecco, da brava… allora, Tagliola?”.
      “Lettera rossa”, rispose il foriero. “Che, come ben saprai, vuol dire che devo esaudire una sua richiesta. Ilsa Wolff ha chiesto di scoprire cos’è accaduto ad Elko Werner”.
      Il Colonnello Caspar scoppiò in una risata. “Allora ti è andata bene, caro il mio foriero. Elko Werner è morto”.
      “Posso vedere il suo corpo?”, chiese il foriero senza scomporsi.
      Gli occhi del Colonnello divennero due fessure. “Non c’è nessun corpo”.
      “Allora come potete accusarla di omicidio?”.
      “La cucina della sua casa è ricoperta di macchie di sangue. Abbiamo trovato anche un grosso coltello, l’arma del delitto. Sappiamo che i due si frequentavano e che Elko voleva lasciarla…”.
      “Menti, sporco bugiardo!”, esclamò la ragazza, ricevendo in cambio un pugno in faccia dal soldato che la stava trattenendo. La sua guancia iniziò a gonfiarsi ed un rivolo rosso sgorgò dalle labbra.
      Dalibor si grattò la barba con indifferenza. “Mi sembrano prove un po’ troppo fantasiose. Nessuna prova scientifica?”.
      La risata di Caspar suonò ancora più forte. “I Mastrimorte hanno analizzato il sangue e tanto basta. Il caso è chiaro, lampante direi. Questa donna è colpevole di omicidio premeditato”.
      Bella mia, questi ti vogliono proprio incastrare. Dovevi chiedermi di liberarti direttamente. Stupida. “Chiedo del tempo per effettuare una piccola indagine”.
      “Ma quale indagine!? L’indagine è già stata condotta dai miei uomini. Abbiamo l’assassino, il luogo, l’arma del delitto ed il movente…”.
      “… e nessun corpo”, Dalibor sorrise mettendo in mostra i denti appuntiti.
      Il Colonnello imprecò. “Questa strega avrà fatto a pezzi il corpo e se lo sarà mangiato per quanto ne so. Non serve il cadavere. Abbiamo già tutto il resto”.
      Dalibor si rizzò per bene. Tolse il guanto dalla mano destra mettendo in mostra il tatuaggio del passero infilzato dalla freccia. “Io sono Dalibor di Brema, della corporazione dei forieri, agisco in nome del codice della Foreria e tu… tu mi hai rotto le palle. Devo forse ricordarti la legge? l’importanza del mio ruolo? o devo forse ricordati cosa posso fare? Quel che Ilsa Wolff ha chiesto, io lo porterò a termine. È il Codice della Forieri che lo impone. E non sarà di certo un grembiulino con una croce rossa a fermarmi”.
      Il Colonnello Caspar tentò di incassare il colpo, ma l’espressione sul suo viso fu chiara. “Cane bastardo… come ti permetti… oh, maledizione!”, si passò una mano sulla faccia e osservò i soldati che erano rimasti impassibili. “Dannato te e tutta la tua corporazione di larve… hai un giorno, un giorno soltanto. Dopo di che faremo impiccare questa cagna”.
      Dalibor guardò Ilsa, i cui occhi erano ricolmi di lacrime. “Un giorno basterà”.
       
       
       
       
       
      III
       
       
       
       
       
      L’osteria Alle Quattro Oche era una bettola incastrata in una viuzza a pochi passi dal centro del paese. Sul marciapiede di fronte alla porta d’ingresso trovavano rifugio numerose prostitute, mentre lungo il muro scrostato, frotte di ubriaconi si soffermavano ad espellere i propri bisogni oppure trovavano un comodo appoggio per smaltire la sbornia. I tavoli, tutti rigorosamente sporchi ed appiccicosi, erano pochi e perennemente gremiti di persone. Le vecchie panche reggevano a malapena il peso della gente che si sedeva, o meglio vi si gettava, in modo sconsiderato. L’oste, un uomo ben piazzato e dalla faccia butterata, prima di servire la birra ambrata e oleosa tipica della casa, sciacquava i boccali in una tinozza posizionata sotto il balcone. L’acqua veniva poi sostituita a fine serata… se l’oste se lo ricordava.
      Dietger Koff, ubriaco e fiero d’esserlo, se ne stava malamente seduto sulla panca più distante dall’entrata, sollevando il suo sesto boccale di birra al ritmo di una canzonaccia che cantava a squarciagola. Al suo fianco un donnone biondo e dall’ampia scollatura rideva, mentre le braccia dell’uomo, coperte di tatuaggi, la palpavano ovunque. Dall’altra parte del tavolo un omuncolo emaciato, con capelli radi e baffetti, osservava la scena. I suoi occhi acquosi erano incastonati in due profonde occhiaie, che si facevano più scure ad ogni risata della donna.
      “Avanti Karl! Avanti, questa sera c’è da festeggiare!”, urlò Dietger all’uomo smunto mentre la sua mano si faceva largo tra le grazie della signora.
      Karl osservava sua moglie mentre quell’orco la toccava e sapeva di essere inerme: aveva contratto un debito salato, e quello era l’unico modo per ripagarlo. Lei stessa aveva proposto quella soluzione, assicurandogli che avrebbe affrontato la cosa con serenità. Forse la stava affrontando con troppa serenità.
      La porta del locale si spalancò e sulla soglia comparve un uomo zoppo che si reggeva ad una gruccia. I clienti del bar, nonostante la stranezza dell’individuo, erano troppo impegnati a bere, mangiare e giocare a carte per concedergli più di un’occhiata. Lo zoppo ordinò una birra al bancone, fece una chiacchierata con l’oste e si sedette su una panca che si era appena liberata, poco distante da dove Dietger continuava l’esplorazione della donna.
      Finito l’ennesimo boccale di birra, l’uomo tatuato cinse ai fianchi la bionda e si alzò di scatto, stringendola a sé. “Io e tua moglie abbiamo un discorsetto da fare”, disse sputacchiando residui di birra in faccia al marito e sorridendo come un lupo con un agnello tra le grinfie.
      L’omiciattolo sembrò colto da uno spasmo di terrore. “Ma… Dietger… io…”.
      L’uomo tatuato schiantò un pugno sul tavolo che attirò l’attenzione di tutti i clienti. Il marito si zittì.
      “Ricorda i patti Karl. Dopo questa, e forse un altro paio di sere, i conti saranno saldati”, Dietger strinse più forte la donna. “Giusto, mia cara?”.
      La donna osservò il marito per un istante. “Ma certo Dietger. Karl è d’accordo”, rispose con una risatina.
      I due lasciarono l’omiciattolo e si diressero verso una porticina nascosta dall’ampio bancone. Questa conduceva sul retro dell’osteria, in un vicolo stretto e lastricato ricoperto di spazzatura. Dietger non perse tempo e si gettò sulla donna come una iena affamata. Questa si lasciò andare per un attimo, poi lo allontanò con un delicato colpo di palmo. “Devo andare un attimo in bagno”, disse sorridendogli. “Tutta quella birra…”. L’uomo, preso dalla foga, tentò di insistere, ma la pressione sulle spalle si fece più forte. “Ci metterò un attimo, dopo di che sarò tua, non ti preoccupare”.
      “Va bene, vai. Ma fai in fretta”.
      La donna si sollevò e rientrò nel locale. Dietger approfittò dell’occasione per espletare le sue funzioni: i litri di birra avevano fatto effetto anche su di lui. Stava finendo di sistemarsi i pantaloni quando sentì la porta riaprirsi alle sue spalle.
      “Finalmente hai finito”, disse stringendosi la cintura. Non fece in tempo a voltarsi che qualcosa di duro lo colpì sulla testa facendolo barcollare. Due colpì ben assestati su entrambe le gambe lo mandarono definitivamente a terra. Sentiva sulla nuca l’umida durezza della strada mischiarsi con il sangue ed il sudore. Sopra di lui lo zoppo che poco prima era entrato nell’osteria gli premeva la gruccia sul torace con la mano destra, mentre con la sinistra gli puntava contro una rivoltella vecchio modello. Dietger tentò di muovere le gambe, ma senza alcun successo. Era come se non facessero più parte del suo corpo. “Chi… chi diavolo sei?”, chiese con molta fatica. Ogni parola rimbombava nella sua testa causandogli delle fitte allucinanti.
      “Dove si trova Elko Werner?”.
      “Chi?”.
      Lo zoppo aumentò la pressione della gruccia sul torace. “Non ho tempo, dimmi dove si trova”.
      “Non lo so”, rantolò Dietger. Gocce di sudore scendevano sulle sopracciglia rade bruciandogli gli occhi. “Tu non sai chi sono io. Non ti azzardare a…”. La gruccia gli colpì violentemente la faccia facendogli volare un dente. L’uomo tatuato si portò le mani alla bocca, da cui cominciarono ad uscire sangue ed improperi.
      “Per l’ultima volta. Dov’è Elko Werner? Pesa bene le parole, perché potrebbero essere le ultime che dirai”.
      Panico e adrenalina presero il controllo del corpo di Dietger. Tentò di rialzarsi facendo leva su tutta la sua forza fisica, ma in cambio ricevette un altro colpo, questa volta diretto alle costole. Qualcosa si spezzò con uno schiocco secco.
      “Questa sera mi sento buono”, continuò lo zoppo sorridendo sotto i baffi. “Ultima possibilità”. La canna della pistola si avvicinò pericolosamente alla fronte di Dietger.
      “Non so dove sia Elko!”, le parole uscirono dalle labbra come un rantolo. “Aveva problemi con il capo, ma non so niente di più. Te lo giuro!”.
      Lo zoppo lesse la verità nello sguardo di Dietger, ma l’espressione sul suo viso si fece più dura. “Allora dimmi dov’è Ezra”.
      Gli occhi di Dietger si spalancarono per la sorpresa. “Ma tu chi diavolo sei? Non ti ho mai visto prima…”. Una leggera pressione della gruccia sulle costole rotte accompagnata da un dolore lancinante conclusero la frase.
      “Dov’è Ezra?”.
      “Come faccio a saperlo?”, piagnucolò l’uomo tatuato. La gruccia si sollevò piano. “Va bene, va bene! Di solito va a giocare a carte in un club privato in via Magnolie”. La gruccia tornò a posarsi sulle costole. “Ora lasciami andare, per Dio!”.
      Lo zoppo scoppiò a ridere. “Ecco vedi. Ci voleva tanto. Se avessi risposto subito ti saresti risparmiato un dente e qualche costola”.
      L’odio montò come un’onda nella testa di Dietger, eclissando dolore e paura. Tentò un ultimo scatto, ma invano. La maledetta gruccia mise a segno un altro colpo, dritto nei gioielli di famiglia. Dietger vide le stelle, sia in senso letterale che in senso figurato. Le mani andarono subito a constatare l’entità del danno, mentre lo zoppo rinfoderò la pistola, estrasse dall’interno della logora giacca rossa una boccettina e riempì una siringa con il contenuto. Dietger, con le poche energie che gli restavano, tentò di scansare l’ago, ma senza successo. Il dolore ad un tratto diminuì, accompagnato da un senso di torpore generale. La testa si fece pesante, gli occhi divennero vitrei e dopo qualche piccolo spasmo divenne tutto buio.
       
      “Scusa se ci ho messo un po’. Sono andata in bagno e poi mi sono fatta un altro giro di whisky, spero di non averti fatto aspettare trop-”, la donna si trovò davanti Dalibor, che nel frattempo aveva nascosto il corpo dell’uomo dietro ai bidoni dell’immondizia. “E tu chi sei? Dov’è Dietger?”.
      “Dietger sta facendo un sonnellino che durerà perlomeno tutta la notte. Sempre che non abbia sbagliato provetta. Alcune si somigliano dannatamente”, rispose lo zoppo sistemando la gruccia sotto l’ascella.
      “E adesso? Io mi ero preparata per fare… certe cose”, piagnucolò la donna.
      “Le farai con tuo marito”.
      “Mio marito non è in grado di soddisfarmi”.
      “Problemi tuoi. Credo che l’abbia scelto tu”.
      La donna sbuffò. “Matrimonio di convenienza, se ti interessa saperlo. Ora dimmi perché non dovrei andare a chiamare l’oste”.
      Dalibor osservò la donna in silenzio. Anche se un poco in carne non era niente male. “Va bene. Vuoi che facciamo un patto?”.
      “Cosa proponi?”.
      “Se proprio devi sfogare gli istinti fuori dalla tua sacra unione, potrei provarci io”.
      “Tu?”, la donna ridacchiò. “Sei zoppo e puzzi come un cane”.
      “Non ti preoccupare, non ho perso ciò che serve. Ma se non ti va bene cavoli tuoi”.
      Dalibor fece per andarsene. Fu forse l’effetto dell’alcol, o la spinta degli ormoni, o il fatto che tanto valeva ormai portare a termine qualcosa, sta di fatto che la mano della donna lo trattenne. “Aspetta… va bene… oddio, spero che ne valga la pena. Togliti lo scaldacollo dalla bocca”.
      “Meglio di no”.
       
      Trenta minuti dopo i due rientrarono: lei con un sorriso estasiato stampato sul viso, lui con la pipa accesa in bocca.
      Si diresse verso l’oste, lasciando alla fedele mogliettina il compito di fugare i dubbi del marito. “Aggiungo questo a quel che ti ho dato prima. Spero che le tue orecchie sentano meglio ora. Offri anche un giro a tutti quanti”, disse allungando un sacchettino di marchi verso l’uomo dietro al bancone.
      L’oste abbozzò un sorriso e prese il sacchetto. “Fino a pochi secondi fa non sentivo nulla. Ma ora ho ricominciato a sentirci benissimo”.
      Dalibor ricambiò il sorriso. “Dormirà per un po’”.
      “Meglio così, eravamo tutti stanchi di sentirlo cantare”.
      “Sai dirmi dov’è via Magnolie?”.
      L’oste gli indicò la strada. Il foriero ringraziò e, zoppicando oltre la porta, si fuse con la notte.
       
       
       
      IV
       
       
      Dalibor sollevò le due carte coprendole con la mano: due regine gli sorrisero in modo soave. Dannazione, pensò il foriero guardando negli occhi Ezra. L’uomo dai capelli biondi e la faccia cadaverica ricambiò lo sguardo. I suoi occhi azzurri, gonfi ed acquosi, brillarono per un istante. Patetico, anche un cieco riuscirebbe a capirlo.
       
      Non fu difficile trovare il club privato in via Magnolie; anche se, più che di un club, si trattava di una squallida bisca, e definirla bisca era ancora un eufemismo. Dietro alla massiccia porta di quercia un armadio a due ante che puzzava di broccoli valutava la clientela da uno spioncino. A Dalibor fu vietato l’ingresso, perché era zoppo, o perché puzzava più del butta fuori, o perché aveva l’aspetto di un barbone senza un soldo. Quando si ripresentò davanti allo spioncino pensò bene di non far vedere la faccia barbuta, ma solo un sacchetto di moneta sonante. La parola magica funzionò meglio di un “Apriti sesamo”.
      Il locale era piccolo, fumoso e poco illuminato. Dalibor scorse con la coda dell’occhio l’armadio a due ante fare un cenno ad un uomo seduto in un angolo buio; questi a sua volta lo rimandò ad una donna dai capelli verdastri poggiata ad una lunga tavolata che fungeva da bancone. La donna sparì per qualche minuto e riapparve con un uomo biondo e magro che corrispondeva alla descrizione di Ezra. Nel frattempo il foriero, per non dare nell’occhio più di quanto non stesse facendo già, si spostò verso uno dei tavoli dove quattro uomini erano impegnati in una partita di Black jack.
      L’uomo biondo apparve al suo fianco, poggiandogli una mano sulla spalla con fare disinvolto. Lo zoppo si trattenne dall’amputargliela all’istante. “Buonasera, non ti ho mai visto da queste parti”, disse l’individuo con una terribile voce nasale.
      “Sono di passaggio”, grugnì il foriero scostando la mano con un movimento di spalle.
      “Un viaggiatore, ma che bello. Beh caro il mio pellegrino, devi sapere che in questo posto non si può guardare. Si deve giocare”.
      Dalibor scrutò di sottecchi l’uomo biondo. Il sorriso gli si apriva sul volto come un taglio netto, da uno zigomo all’altro. “Con chi ho il piacere di parlare”, disse tornando ad osservare la partita.
      “Mi chiamo Ezra, Ezra Konrad. E tu chi sei, caro il mio zoppo”.
      Il foriero ridacchiò sotto i baffi. “Solo uno zoppo”.
      “Gli zoppi non hanno nome?”.
      “Non dalle mie parti”.
      Gli occhi dell’uomo si avvelenarono, ma riuscì ad incanalare la rabbia in una risataccia. “Che temperamento focoso. Va bene, va bene, Zoppo sia allora. Sto per partecipare ad una partita di poker con un paio di amici, vuoi aggiungerti?”.
      Dalibor abbassò lo scaldacollo, scoprendo i denti in un sorriso. “Ma certo”.
       
      Se non fu difficile trovare il club, entrarvi, trovare Ezra e parlare con lui, fu invece difficile tentare di non vincere ad ogni mano. Quella che stava giocando era la partita più falsa e stupida a cui avesse mai partecipato. I due “amici” di Ezra giocavano solo per avvantaggiare il loro caro “amico” che, dal canto suo, era un pessimo giocatore. Dalibor, abituato alle partite nella vecchia Praga o a Dobrek, dove saper giocare era questione di vita o di morte, riusciva a leggere le carte degli avversari come se fossero tatuate sul loro viso, tanto più che Ezra non riusciva a celare in alcun modo lo scintillio dei suoi occhi alla presenza di una buona mano. Dalibor fece del suo meglio per perdere, ma alla lunga la cosa divenne davvero impossibile.
      Ed ora eccolo lì con due regine per le mani e un gruzzolo di monete grande il doppio di quello dell’avversario. Erano rimasti solo lui ed Ezra: sul suo viso l’ennesima espressione di gioia mal celata. Speriamo sia la volta buona, pensò il foriero. L’avversario osservò nuovamente le sue due carte; sorrise; tentò di nasconderlo con un colpo di tosse; scrutò per un attimo il foriero, dopo di che, con un teatrale movimento di mani, spinse l’intero mucchio di monete al centro del tavolo. “Mi gioco tutto”, disse con la sua insopportabile voce nasale.
      “E sia”, rispose lo zoppo coprendo la puntata. Questo scemo dev’essere molto sicuro.
      Ezra girò le sue due carte: coppia di assi. Una bella coppia non c’è che dire. Ora, non voglio più vedere altre regine su questo tavolo, altrimenti… pensò il foriero scoprendo la sua coppia di donne.
      Furono girate tre carte: un due, un jack e un asso. L’uomo dai capelli biondi saltò sulla sedia, ridendo tra sé come un bambino con le mani in un barattolo di caramelle.
      Rimasero altre due carte da voltare, e la sorte volle che fossero due regine.
      Il bambino con le mani nel barattolo di caramelle si mise a bestemmiare come uno scaricatore di porto. Dalibor guardò incredulo il poker che stava di fronte ai suoi occhi e soffocò una serie di bestemmie. Il piano era semplice: doveva perdere, affermare di non poter pagare il proprio debito così che Ezra, accompagnato dai suoi “amici”, lo avrebbe gentilmente scortato fuori per cercare di “rimediare” alla mancanza di denaro. In quel momento lui avrebbe agito. Invece il suo piano era andato in fumo per colpa di quattro donnacce dei bassi fondi vestite in modo elegante. Ora doveva farsi venire una nuova idea.
      Il volto dell’uomo biondo divenne paonazzo. La voce nasale risuonò come la nota sgraziata di un violino. “Sembra che tu abbia vinto tutto eh? Mio caro Zoppo”.
      “Già, e sembra che qualcuno qui giochi peggio di una scrofa cieca”, rispose Dalibor tirando a sé la montagnola di monete e spingendola dentro un sacchetto. “Impara a giocare, prima di invitare qualcuno al tuo tavolo. Ora, se non vi dispiace, me ne andrei. Vi ho già spennato abbastanza… polli”. Dopo un veloce cenno del capo il foriero si diresse verso la porta con il sacchetto di monete infilato in una delle tasche della giacca rossa. Dietro di lui, i tre uomini si misero a confabulare in modo accanito. Dalibor fece finta di nulla.
      Uscì in strada e procedette lentamente, accentuando il suo zoppicare. Era ormai notte fonda e non c’era più nessuno in giro. L’aria fresca gli riempì i polmoni e la frescura fu un vero piacere dopo la calura della bisca. Sentì la porta aprirsi alle sue spalle, poi uno scalpiccio di passi. Quattro mani lo afferrarono di colpo e lo spinsero in un vicoletto fuori dal raggio luminoso delle lanterne elettriche.
      “Vedo che hanno riaperto il pollaio”, disse soffocando un colpo di tosse. Uno dei due “amici” di Ezra lo guardava con fare cagnesco, stringendo fra le mani un grosso coltello a serramanico, mentre l’altro lo teneva bloccato con una presa dietro la schiena. “Vi sembra il modo di trattare un menomato? Mi avete fatto cadere la gruccia”. L’uomo alle sue spalle strinse la presa, mentre l’altro gli portò il coltello al collo. Dalibor sentì i muscoli delle spalle tirarsi.
      Ezra comparve poco dopo, strofinandosi le mani. “Ma guarda chi si rivede, lo Zoppo. Cosa ci fai in questo vicolo buio?”.
      “Faccio conversazione”, rispose il foriero reggendo il suo sguardo. “O almeno ci provo”.
      Il sorriso scomparve dal volto dell’uomo. “Credo che tu abbia qualcosa di mio”, disse storcendo la bocca. “Sei straniero, quindi posso perdonare il fatto che tu non sappia chi hai di fronte, ma quel che ci hai detto prima… no… quello non si perdona”.
      “Facciamo così. Vi do due secondi per lasciarmi andare, tornare dentro, prendermi una birra e portarmela fuori, altrimenti tu, tizio alle mie spalle, potrai dire addio al naso e tu, scemo col coltello, potrai dire addio al braccio”.
      Ezra ridacchiò. “Uno zoppo che straparla. Meraviglioso. Tirategli fuori i soldi e fatelo sparire”.
      La testa di Dalibor scattò all’indietro come un colpo di maglio. Si sentì un tremendo crack. Dannazione, troppa forza, pensò trattenendo la scossa di dolore alla nuca. L’uomo con il coltello gli si lanciò contro, ma il foriero lo evitò con un mezzo giro a destra. Prima che potesse voltarsi, Dalibor gli afferrò il braccio e lo girò violentemente. L’uomo cadde a terra di colpo, svenuto per il dolore. Ezra tentò di fuggire in strada, ma lo zoppo estrasse la sei colpi e la puntò su di lui. “Non un altro passo… non ti conviene”.
      Ezra doveva essere provvisto di un udito molto fine, perché si immobilizzò non appena udì il rumore del cane della pistola.
      Lo zoppo gli si avvicinò. “Allora, come la mettiamo”, riusciva a contare le gocce di sudore che, come fiumiciattoli, scendevano dai folti capelli biondi. “Torniamo dai tuoi amici. E non provare a fuggire, non ti converrebbe”, disse raccogliendo la gruccia.
      “Li hai ammazzati”. La voce di Ezra aveva perso ogni sicurezza.
      Dalibor gettò un’occhiata ai due uomini: uno giaceva appoggiato al muro, la bocca ed il naso ridotti ad un grumo di sangue, gli occhi aperti e vuoti. L’altro, sdraiato a terra, mugolava leggermente; il coltello abbandonato a pochi passi. “Solo uno dei due. Troppa enfasi nella testata”, disse lo zoppo sputando per terra. “Che la terra gli sia lieve ed il viaggio breve”.
      “Chi sei tu?”, chiese Ezra con voce fioca. La sua pelle pallida brillava nell’oscurità del vicolo.
      “Te l’ho già detto. Uno zoppo. Ora tu mi dirai dove si trova Elko Werner”.
      Ezra strabuzzò gli occhi. “Elko Werner? Cosa vuoi che ne sappia”.
      Dalibor sbuffò, grattandosi la barba con la canna della pistola. “Proviamo così”.
      Ezra vide la canna sollevarsi verso di lui. Si coprì il viso ed urlò, ma non partì alcun colpo. Il foriero rinfoderò la pistola; estrasse il sacchetto di monete dalla tasca; lo soppesò; lo alleggerì di una decina di pezzi e lo fece poi oscillare verso l’uomo biondo. “Questo può funzionare”.
      Ezra si riprese subito. “Potrebbe… ma finirei nei guai se parlassi troppo”.
      “Poche informazioni basteranno”.
      L’uomo biondo titubò. “Conosci Bodo Meyer, il macellaio?”.
      “Già sentito”.
      “Ecco, lui possiede una casetta in mezzo al bosco accanto al paese. Credo che domani all’alba ci andrà”.
      “Capisco… e sarà accompagnato?”.
      “Due, tre persone al massimo. Forse addirittura una soltanto. Dipende dalla giornata”.
      “Bene”.
      “Cosa vorresti fare?”.
      “Questo non ti deve interessare”, rispose il foriero lanciandogli il sacchetto. L’uomo biondo lo afferrò al volo. I suoi occhi acquosi scrutarono il foriero. “Rischi la pellaccia zoppo. Non sai con chi hai a che fare”.
      “Questa l’ho già sentita”, rise Dalibor estraendo da una delle tasche una fiaschetta. Bevve una bella sorsata del suo contenuto e si asciugò soddisfatto i baffi con la manica. “Ah grappa mia! Se non ci fossi tu”. Dopo essersi rimesso in tasca la fiaschetta, il foriero si avvicinò ad Ezra e gli appoggiò la mano sinistra sulla spalla. Erza sentì la carne pressata da una morsa. “Non serve che ti dica che se parlerai con qualcuno di quel che è successo, se avviserai il tuo capo o se solo noterò qualche differenza da quel che mi hai detto, ti troverò e allora… diciamo che invidierai la sua fine”, disse accennando all’uomo dal volto tumefatto appoggiato al muro. “Non ci sarà essere vivente né legge in grado di garantire la tua sopravvivenza. Noi ce ne infischiamo delle vostre leggi”.
      Ezra, stordito dal sorriso da squalo, dall’alito e dalle parole, non emise suono fin che lo zoppo non raggiunse la strada. “E cosa devo fare con loro?”, chiese rendendosi conto del tremore della sua voce.
      “Problemi tuoi”, rispose il foriero prima di sparire dietro l’angolo. “Ti ho già pagato abbastanza”.
       
       
       
      V
       
       
       
      Le lucerne elettriche si spensero, lasciando spazio alla tenue luce del sole che si levava dietro alle basse colline. Alcuni camini iniziarono a sbuffare e sulla strada qualche passante già ciondolava assonnato in direzione delle osterie. Nella piazzetta poco distante i primi ambulanti montavano tavole per esporre la loro merce, mentre gli spazzini si davano da fare per pulire i resti dei bagordi della notte precedente. In lontananza, sulla strada, si notavano motocicli, alcuni belvoidi carichi di sacchi e addirittura un’autovettura: cosa più unica che rara. Nell’aria l’odore del pane si mischiava ai profumi delle spezie e al tanfo della ruggine.
      Odio i giorni di mercato, pensò Dalibor finendo di fasciarsi il taglio che si era inferto sull’avambraccio. Una leggera brezza gli accarezzava la barba malcurata, portando con sé un sentore di cioccolata. Lo stomaco del foriero brontolò in tutta risposta.
      Da due ore se ne stava seduto ad intirizzirsi dietro ad un cespuglio di alloro in un piccolo parco di fronte ad una villetta incastonata tra grezzi edifici di mattoni rossi. Un individuo dall’aria assonnata, che il foriero compatì alla prima occhiata, faceva la guardia al portone in legno verde, appoggiandosi al muro nel tentativo di non crollare a terra.
      Gli occhi si soffermarono sulla villa. La carne doveva fruttare bene al macellaio per potersi permettere una tale casa, soprattutto se farcita di gioco d’azzardo, estorsione e chissà cos’altro. Un bel piattino, non c’è che dire, pensò.
      Passarono altri venti minuti prima che Bodo Meyer facesse la sua comparsa sulla soglia, vestito di raso verde brillante. Dalibor si chiese perché mai un maiale dovesse fare soldi uccidendo i suoi simili. Il macellaio era infatti di stazza media, calvo e grosso come un barile, tanto che la cintura di cuoio che gli stritolava la vita sembrava stesse per esplodere da un momento all’altro. Nonostante fosse mattina presto e facesse abbastanza freddo, la sua fronte era già imperlata di sudore che il porcello tentava di asciugare con un fazzoletto della grandezza di una tovaglia.
      Il povero uomo di guardia aveva infine ceduto alla necessità, accasciandosi a terra con la testa a penzoloni. Il macellaio pensò bene di svegliarlo assestandogli un colpo sulla schiena con il bastone da passeggio. La guardia saltò in piedi come una cavalletta ed iniziò a sciorinare una serie di scuse. La sciorinata fu interrotta da un altro uomo con faccia da mastino che afferrò l’addormentato per il collo e lo trascinò dentro. Poco dopo l’uomo ricomparve, asciugandosi le mani sporche con un fazzoletto bianco: il rosso del sangue risaltò sul bianco della stoffa.
      Bodo sbadigliò vistosamente e si incamminò con il mastino alle sue spalle. Dalibor lasciò che i due proseguissero per un po’, dopo di che, stiracchiatosi, si mise all’inseguimento.
      Lungo le vie lastricate i mercanti e i venditori ambulanti si erano dati da fare. I tre uomini passarono accanto a bancarelle ricolme di ortaggi, carni e formaggi. Sulle griglie sfrigolavano salsicce e pancetta e su grandi padelle venivano rimestate patate al rosmarino del colorito dell’oro. Altre tavolate erano invece coperte di ogni sorta di mercanzia: oggetti bizzarri provenienti da ogni parte del mondo, attrezzi da cucina, stoffe variegate, gioielli e cappelli assurdi. Il cielo stesso sembrava frizzare di tutti quei profumi e quei colori. Ma gli occhi del foriero non si staccarono dal maiale vestito di raso e dal suo fedele mastino, che procedevano a testa alta sotto gli sguardi intimoriti dei paesani. Più di una volta lo zoppo dovette soffermarsi davanti a qualche bancarella, per non dare troppo nell’occhio. Acquistò perfino una ciambella ripiena per placare un poco il brontolio del suo stomaco.
      Dopo aver superato una serie di viette labirintiche, Bodo ed il suo scagnozzo giunsero al confine del paese. Gli alti edifici, le casette strette tra loro e il lastricato lasciarono spazio alla terra battuta, ai ciuffi d’erba e ai primi alberi sparsi.
      Il nascondersi divenne più difficile, ma dopo tanti anni il foriero non era di certo a corto di trucchetti e soprattutto di precauzioni. Non poteva fidarsi della parola di Ezra, quindi stette all’erta, aspettandosi un attacco da un momento all’altro. Il macellaio ed il grugno da mastino non si accorsero di nulla mentre s’inoltravano nel piccolo boschetto di faggi. Alla vista degli alberi lo zoppo tirò un sospiro di sollievo: le cose per lui si facevano più semplici, dato che i fitti cespugli, le rocce ed i tronchi degli alti alberi fornivano un’ottima protezione.
      La casetta in sasso, a cui giunsero poco dopo, era piccola, malmessa e abbandonata a sé stessa. Sul tetto mancavano alcune tegole e lo steccato scrostato che la circondava stava in piedi per miracolo. Bodo diede un’occhiata attorno ed entrò dalla porticina, passandoci a malapena di profilo, mentre l’uomo con la faccia da mastino rimase fuori. Dalibor si fermò poco distante e si sedette dietro ad una quercia. Sì tranquillizzò quando non sentì altri rumori oltre ai trilli degli uccelli, al mugolare dei rami spogli e al graffiare di qualche piccolo animaletto nel sottobosco. Cominciò quindi a frugarsi nelle tasche, estraendone una boccetta identica a quella usata con Dietger, l’ultima a sua disposizione. Si sciolse poi la benda sul braccio e si impiastricciò la faccia con il suo stesso sangue. Rifasciò la ferita, nascose la siringa nella manica e, come in preda al panico, iniziò a chiedere aiuto a gran voce.
      I merli che saltellavano indifferenti sui rami volarono via spaventati. L’uomo con la faccia da mastino, sorpreso dalla richiesta d’aiuto, esitò per qualche momento prima di dirigersi verso la quercia. Giuntovi trovò un lurido zoppo malmesso con il volto ricoperto di sangue.
      “Aiutatemi vi prego, sono stato aggredito e mi hanno derubato. Figli di cagna!”.
      Il mastino si guardò intorno tentando di capire la situazione.
      “Aiuto! Per l’amor di Dio!”, continuò a starnazzare lo zoppo, divincolandosi come una trota fuor d’acqua.
      “Stai buono, adesso ti aiuto”, disse l’altro decidendosi a fare qualcosa. Si chinò su di lui e lo afferrò sotto le ascelle. L’odore e lo sforzo gli fecero per un attimo mancare il respiro. Dalibor colse l’occasione per estrarre la siringa e piantargliela sul collo. Il malcapitato imprecò, lasciando la presa. Dopo un paio di giravolte cadde a terra colto da un sonno profondo.
      Buonanotte, buon samaritano… ora pensiamo al maiale, pensò il foriero mentre riponeva la siringa. Raccolse poi la gruccia e si diresse verso la casetta.
      Nonostante avesse messo fuori gioco lo sgherro, continuò a stare in allerta. Il piccolo edificio poteva infatti essere colmo di uomini pronti a saltargli addosso al primo comando. Per sicurezza perciò, decise di fare un giro attorno al perimetro. Sul muro posteriore, accanto ad una catasta di legna ammuffita, trovò un buco sulla parete in sasso che doveva fungere da finestra. Si sporse con cautela per guardare, ma l’apertura, grande come il suo viso, non permetteva di vedere molto.
      La stanza era spoglia e debolmente illuminata da una candela. Bodo stava in piedi con un oggetto tra le mani, parlando a qualcuno fuori dal campo visivo. Guardando meglio il foriero si accorse che le mani del macellaio erano sporche di sangue. Senza perdere altro tempo, si diresse verso la porta; estrasse la sua sei colpi e con una spallata al legno irruppe nella stanza.
      Un uomo stava legato ad una sedia a ridosso del muro con le braccia stese e incatenate ad un piccolo tavolo in legno. Bodo gli stava di fronte con una tenaglia tra le mani; gli occhi porcini iniettati di sangue e un ghigno malefico stampato sul volto. Un altro uomo se ne stava seduto in un angolo della stanza, guardandosi le mani. Quest’ultimo saltò in piedi non appena il foriero entrò nella stanza e, con una prontezza di riflessi ammirabile, estrasse a sua volta la pistola e prese la mira. Dalibor fu però più rapido. L’uomo, colpito da un proiettile su entrambe le spalle, cadde a terra rovinosamente e non si mosse. Bodo rimase impietrito. Le gocce di sangue cadevano dalle sue mani formando una piccola pozza che si mischiava con la polvere che ricopriva l’intero pavimento.
      “Salve Bodo”, disse lo zoppo, avvicinandosi di qualche passo. “Tu invece devi essere Elko se non mi sbaglio”. L’uomo legato alzò la testa e annuì. Il volto era una maschera di lividi e rigonfiamenti, e dai corti capelli neri scendeva un sipario di sangue. La cosa peggiore erano però le mani. Dalibor capì immediatamente a cosa servisse la tenaglia: già due delle dita di Elko erano state separate dal resto della mano e giacevano poco distanti sul tavolo. Il foriero si stupì della resistenza dell’uomo; molti al suo posto sarebbero già svenuti.
      “Chi diavolo sei?”, urlò Bodo con una voce che somigliava più ad un grugnito. “Perché Otto ti ha fatto entrare?”.
      “Otto sta dormendo il sonno dei giusti mio caro porcellino. Ora, che ne dici di mettere giù quella tenaglia e di seguirmi senza fare tante storie?”.
      “Un lurido zoppo che osa parlarmi in questo modo!”, la pappagorgia dell’uomo vibrò in una risata. “Ma tu lo sai chi sono io, a chi stai andando a rompere le palle?”.
      “A uno dei tre porcellini?”.
      Gli occhi porcini di Bodo mandarono saette, ma l’uomo si tranquillizzarono subito, mettendo in mostra i denti piccoli e bianchi come perle in quel che doveva somigliare ad un sorriso.
      “Ora”, continuò il foriero. “Vedi di collaborare. Se farai il bravo poi ti darò un po’ di avanzi di carote”.
      “E se non lo facessi?”, rispose l’altro. La tenaglia nelle sue mani si mosse lentamente. Il viso contratto in un’orribile smorfia di soddisfazione.
      Dalibor scoprì i denti. “Non ci rimane che scoprirlo”.
      Il maiale si mosse, ma non in direzione dello zoppo. Con calma fece alcuni passi verso l’uomo legato; aprì la tenaglia con l’intenzione di staccare un altro dito, ma prima che ciò potesse accadere il foriero si portò alle sue spalle e gli assestò un colpo alla nuca con il calcio della pistola. “Un maialino alquanto sadico”, aggiunse poi ridendo a crepapelle.
      Elko non si unì alla risata perché troppo impegnato a morire dissanguato. Dalibor lo liberò dalle catene aprendo le manette con una forcina e fasciò le mani con quel che rimaneva delle bende a sua disposizione. “Ti ha ridotto una meraviglia”, disse poi facendogli bere un sorso di grappa.
      L’uomo tossì in maniera convulsa, ma sembrò riprendere conoscenza. “Grazie”, sussurrò con voce profonda anche se leggermente strozzata. “Credevo di essere spacciato”.
      “E invece eccoti ancora qua, bello come il sole. Ora porta pazienza finché arriva la mia dolcezza”.
      Da una delle tasche il foriero estrasse un piccolo telecomando e premette l’unico pulsante rosso. Bodo venne legato come un salame con le stesse corde con cui Elko era tenuto prigioniero.
      Poco dopo un tremendo frastuono scosse l’intero boschetto, come se una mandria di bufali avesse fatto irruzione all’interno di una cristalleria. Dalibor aprì la porta e si trovò davanti il grosso muso metallico di Jarmila. Il belvoide, felice di vedere il suo padrone, cominciò a sbuffare e a ciondolare il grosso testone. Il foriero le assestò un paio di pacche affettuose. Issò poi, non senza uno sforzo, l’uomo dalle spalle bucate sul posteriore del cinghiale, mentre Elko prese posto sulla groppa. Bodo il salame fu caricato sul muso della bestia, in equilibrio tra una zanna e l’altra.
       
      Caspar uscì dalla cella pulendosi le mani dai residui di sangue. Alle sue spalle Ilsa Wolff, rannicchiata sul pavimento, piangeva tenendosi la faccia coperta da grossi ematomi. Il pavimento bianco attorno a lei era ricoperto da macchioline rosse come coriandoli. Il colonello ripose il fazzoletto nel taschino e si riempì le narici con l’odore pungente dell’ammoniaca. Adorava la pulizia della sua centrale, il suo biancore, il suo ordine.
      “Manda a lavare la cella 5”, ordinò ad uno degli uomini in divisa. “E preparate la detenuta per l’impiccagione”. L’affronto della sera prima gli faceva ancora pulsare le tempie. Di fronte ai suoi occhi vedeva lo zoppo con i denti da squalo; sentiva la sua strafottenza perforargli i timpani; il suo odore imperniare l’aria. Avrebbe voluto ucciderlo, stringergli le mani attorno al collo e sentire la vita fluire via da quel lurido corpo, ma non poteva, o meglio non avrebbe potuto. Il Grande Impero di Germania tutelava i forieri e le loro malefatte, ma c’erano sempre altre vie, meno legali, da percorrere. Il colonnello infatti aveva in mente di mandare un piccolo squadrone di suoi fidi a fare una visitina alla Tagliola di Brema. Dopotutto poteva sempre accadergli un incidente, e la legge non bada agli incidenti.
      Un clamore improvviso ruppe il filo dei suoi pensieri. Un coro di voci, accompagnato da clangori metallici e grida di sorpresa, si avvicinò alle porte della sua caserma. Caspar uscì accompagnato da due uomini. Di fronte alle scalinate un gigantesco cinghiale meccanico se ne stava accucciato accanto ad uno zoppo, intento a scaricare qualcosa. La folla, tutt’attorno, osservava la scena commentando a gran voce.
      “Cosa diavolo sta succedendo!?”.
      Per tutta risposta Dalibor scaraventò l’uomo dalle spalle forate sui gradini e Jarmila fece lo stesso con il grasso corpo del macellaio. Elko scese lentamente dalla groppa del belvoide, sorreggendosi sulla spalla di Dalibor. La caduta svegliò Bodo che si mise a scalciare e a grugnire, mentre l’altro uomo, privo di sensi, tremava spargendo sangue sulle scalinate bianche.
      “Abbiamo il colpevole, l’arma del delitto ed il movente”, disse Dalibor gettando la tenaglia insanguinata ai piedi del Colonello. “Questo è Elko Werner, risorto… o forse mai morto”, rise. “Ora, caro il mio maialino, vuoi forse raccontare com’è andata?”, diede un paio di colpetti con la gruccia al macellaio che in tutta risposta iniziò a bestemmiare.
      Caspar osservava la scena allibito. Le vene sulle tempie si ingrossarono e gli occhi sembrarono uscirgli dalle orbite. La folla invece pareva molto divertita.
      “Il qui presente Bodo Meyer”, continuò il foriero, “Ha rapito Elko Werner e lo ha trattenuto in una casetta nel boschetto qui accanto. Elko è stato minacciato, malmenato e torturato, come dimostra la sua mano destra”. Elko, nonostante la mancanza di forze, annui e mostrò la mano fasciata. Dalibor scoccò un sorriso in direzione del Colonnello. “Ergo, non essendoci alcun cadavere, temo che la signorina Ilsa Wolff debba essere rilasciata”.
      Caspar, adirato all’inverosimile per tutta quella pantomima, stava per dare l’ordine di uccidere Elko e lo zoppo, quando quest’ultimo lo anticipò. “Colonnello Caspar”, disse a gran voce in modo che tutti potessero sentire. “Mi rimetto a lei per porre fine a questo inaudito caso di violenza e riportare la giustizia nelle tranquille strade di Thurn”.
      La folla cominciò ad applaudire. “Ben detto! Che il macellaio venga punito”. “Bravo”. “Colonnello riporti la giustizia”. Vedere Bodo Meyer, temuto dall’intero paese, ridotto alla stregua di un salame, diede coraggio a molti. Il Colonnello guardò il foriero che sorrideva mostrando i suoi denti da squalo. Il popolo tutt’intorno acclamava giustizia ed aspettava con ansia il verdetto.
      Caspar capì di essere in trappola. “Liberate la prigioniera”, disse asciugandosi la fronte con il fazzoletto sporco di sangue. “Ed arrestate quell’uomo”, aggiunse indicando Bodo. Il macellaio venne trascinato via da due soldati, non prima di aver minacciato l’intera città e aver fulminato con lo sguardo il Colonnello.
      “Mandate questo tizio in ospedale”, disse alla folla il foriero, indicando l’uomo dalle spalle forate. “Ѐ stato un caso di legittima difesa”, disse poi al Colonnello.
      Caspar si avvicinò al foriero. Le parole uscirono dalle sue labbra come il sibilo di un serpente. “Dovrei farti ammazzare, cane che non sei altro. Vedi di non farti mai più vedere a Thurn, o giuro sul mio Kaiser che ti sbudellerò con le mie mani”.
      “Parole pesanti”, ripose l’altro. “Quasi quanto quel maiale del macellaio. Ma dimmi, quant’è che ti pagava?”.
      Il Colonnello si diresse verso la porta della caserma senza degnarlo di una risposta. Le macchie di sangue ancora brillavano sul bianco della scalinata.
      Poco dopo dalla porta della centrale uscì Ilsa Wolff, che si diresse di corsa verso Elko e Dalibor. Alla luce del sole i lividi sul suo bel viso sembravano ancora più grossi.
      “Vedo che non ti hanno risparmiata”, disse il foriero preparandosi la pipa. “D’altronde i soldati del Kaiser non sono certo famosi per le buone maniere”.
      Ilsa accarezzò il volto tumefatto di Elko. Calde lacrime iniziarono a scorrere sulle sue guance arrossate. Si strinsero forte e si baciarono.
      Il foriero accese la pipa con un fiammifero. “Una bella coppia di tumefatti”.
      “Ti ringrazio, Dalibor di Brema”, disse la ragazza staccandosi dall’abbraccio dell’uomo e afferrando la mano dello zoppo. Questi rimase per un poco a specchiarsi nei dolci occhi della fanciulla, perso nei loro meandri. Una fitta al cuore lo riportò alla realtà.
      “Ringrazia la buona sorte. Con questo il mio compito è terminato. Vi do un ultimo consiglio, curatevi come meglio potete e fuggite da questo posto. Non so quanto il maiale possa rimanere rinchiuso, ma non credo passerà molto tempo. Potete immaginare cosa succederà dopo”. Prima che i due potessero rispondere, lo zoppo saltò sul dorso di Jarmila e, salutandoli con un cenno del capo, si incamminò lungo la via lastricata che portava verso il centro del paese.
       
       
       
      VI
       
       
       
      Dalibor teneva la lista nera in una mano, nell’altra un panino con la salsiccia. Non erano nemmeno le dieci del mattino, ma la fame ed il brontolio del suo stomaco era divenuti davvero insopportabili. Jarmila riposava sotto una quercia poco distante, attirando l’attenzione di qualche bambino. Il centro del paese era ricolmo di gente che si accalcava alle bancarelle per spolparle fino all’osso. La salsiccia ed i crauti si abbracciavano nella sua bocca creando un tripudio di sapore.
      Con tutta probabilità Elko e Ilsa sarebbero morti, uccisi dai soldati, oppure dagli scagnozzi di Bodo, era lo stesso. I loro corpi sarebbero spariti dalla faccia della terra e nessuno avrebbe più sentito parlare di loro, ma questo non era più un suo problema. La vita era così: un giorno si vive, un giorno si muore. La Singora dal Freddo Tocco è sempre pronta. Dalibor si chiese quando sarebbe finalmente arrivato il suo giorno; la fine della carnevalata che era costretto a definire vita.
      Finì il panino e si concentrò su un giovane uomo biondo, con i capelli legati a coda di cavallo, intento a caricare un paio di rotoli di tessuto su un vecchio motociclo. Secondo la lista si chiamava Alberich Vogt, di Strasburgo, venditore ambulante di tessuti. Poteva andare in quel momento a consegnargli la Missiva, ma era chiaro che l’uomo stava per andarsene da Thurn e Dalibor voleva fare lo stesso. Un poco di tranquillità non avrebbe fatto male, soprattutto perché il foriero era certo che il Colonnello Caspar si sarebbe vendicato in qualche modo. Poteva già scorgere senza difficoltà attorno a sé alcune sentinelle nascoste, incaricate di tenerlo d’occhio.
      Il giovane mercante salì sulla motocicletta e partì lasciandosi dietro una nube di polvere. Il foriero gli lasciò un po’ di vantaggio. Salì poi su Jarmila e si mise all’inseguimento. Prima di allontanarsi dalla piazza, Dalibor si fermò accanto ad un individuo appoggiato ad un muro e intento a fumare un sigaro. L’uomo fece finta di non vederlo, ma lo zoppo gli sorrise. “Salutatemi il Colonnello Caspar”.
      L’altro allora sgranò gli occhi e aprì la bocca facendo cadere il sigaro. Dalibor spronò Jarmila e si gettò con lei nel dedalo di vie.
       
       
       
       
      VII
       
       
       
      I cinque soldati si avvicinarono come ombre al falò ormai spento. La brace mandava gli ultimi bagliori, un cuore di fuoco, tingendo la notte di un rosso sfumato. Due uomini dormivano avvolti nei sacchi a pelo. Un grosso belvoide carico di merce riposava poco distante.
      I soldati erano silenziosi come foglie, addestrati a compiere omicidi muti, ad uccidere persino il rumore. Rimasero immobili alcuni minuti, ascoltando il respiro ed il movimento dei corpi. Il primo, armato di un lungo coltello, si avvicinò al corpo del foriero, riconoscibile per la stampella che teneva vicino. Avvicinò la lama alla gola, trattenendo il respiro. Lo zoppo aprì gli occhi di colpo. “Ora!”, urlò infilzando la lama di una corta spada simile ad un taglierino nella gola del soldato. Il sangue gli schizzò la faccia. Nello stesso istante Alberich si sollevò, sparando a due soldati ma colpendone solo uno alla spalla.
      “Jarmila!”, tuonò il foriero.
      I due soldati che si erano tenuti a distanza ebbero appena il tempo di vedere due luminosi occhi gialli apparire nel buio. Jarmila caricò con tutta la sua forza facendoli letteralmente volare in aria. L’uomo che non era stato colpito alla spalla gettò il coltello ed estrasse la pistola, puntandola verso Alberich. Dalibor gli si lanciò addosso giusto in tempo per deviare la traiettoria del proiettile. Invece che al cuore, il mercante di stoffe fu colpito di striscio al braccio.
      Il foriero e il soldato rotolarono a terra in un abbraccio di pugni e morsi. Dalibor ad un tratto si trovò sopra l’avversario con Rasoio, la sua spada corta, ancora stretta nella mano. Il soldato gli sferrò un pugno dritto sul naso. Il foriero vacillò ma riuscì comunque a calare la lama.
      Alberich si portò la mano al braccio ferito. “Dannazione! Dannazione a te, Dalibor di Brema”.
      Lo zoppo sputò sangue, si sollevò e pulì la lama sulla giacca. Richiamò poi il belvoide che andò a stendersi al suo fianco. I soldati con cui l’animale meccanico aveva giocato finora erano ridotti a mosaici d’ossa.
      Il mercante estrasse dal suo zaino dell’alcol e una benda. Dopo essersi fasciato, riprese in mano la pistola e rimase immobile a guardarla.
      “Mi spiace. Tu non c’entri con tutto questo. Non potevo fare altro. Credevo che mi avrebbero raggiunto molto prima, invece li avevo sopravvalutati. Se avessero visto due fuochi accessi, o anche solo il tuo, non avrebbero avuto alcuna esitazione ad eliminarci entrambi. Questi soldati sono gente sbrigativa, sorda ad ogni spiegazione”, disse Dalibor sedendosi. Con un fazzoletto si pulì il naso ed il viso coperti di sangue. “Mettiti un poco di questo, aiuterà la ferita a rimarginarsi più in fretta”, aggiunse passandogli un vasetto contenente un unguento verdastro.
      L’uomo fece un cenno di dissenso con la mano. “Immagino tu mi stessi seguendo, giusto?”.
      Dalibor accese la pipa e tirò una boccata, sputando subito dopo: sapeva di sangue bruciato. “Si, hai ragione”.
      “Per quale motivo?”.
      “Perché ho una Missiva da consegnarti”.
      “Una Missiva?”.
      “Sì, come ti dicevo noi forieri consegniamo lettere, e dobbiamo fare ciò che esse dicono. Alcune sono belle, altre… meno”.
      Alberich continuò a stringere la pistola. “Capisco. E se adesso ti sparassi?”.
      Il foriero sorrise. “Faresti bene. Ma con tutta probabilità verresti raggiunto da un altro foriero. Da questo destino, caro Alberich, non si può fuggire”, c’era un che di amaro nella sua voce. Volse lo sguardo alla volta celeste. Le stelle splendevano enormi nel gelo e nell’oscurità.
      “E sia allora”, rispose dopo un po’ il mercante, riponendo la pistola. “Devo sapere qualcos’altro?”.
      Lo zoppo lo guardò. I suoi occhi ambrati brillavano nel tenue rossore delle braci. “Blu un semplice messaggio; rosso un servizio che mi legherebbe a te; nera…”. Alberich comprese nonostante il silenzio. Guardò le braci, poi le colline assopite attorno, il suo motociclo, comprato in gioventù dopo aver duramente risparmiato.
      Dalibor estrasse dalla borsa nera, poggiata accanto al sacco a pelo, una busta bianca e gliela porse.
      Le mani di Alberich tremarono a contatto con la carta. “E se non volessi aprila?”.
      “Sarei costretto a farlo per te”, la voce del foriero era attutita, leggera, come se giungesse da una grande distanza.
      Il mercante trattenne il respiro, ascoltò per un attimo il cuore pulsare nelle tempie e infine aprì la busta, estraendone una lettera nera. Alzo lo sguardo, ma il foriero non c’era più. Sentì qualcosa di freddo e tagliente passargli sulla gola. Gli occhi gli si chiusero e l’ultima cosa che sentì nella sua vita fu il sussurro di Dalibor, che sembrava un alito di vento carico di tristezza. “Mi dispiace, che la Signora dal Freddo Tocco ti guidi con gentilezza”.
       
      Il foriero rimase seduto accanto al corpo del mercante per una buona mezzora, incapace di muoversi. Portare a termine il proprio compito, nonostante i molti anni di servizio, lo lasciava vuoto e disgustato dalla vita. Si tolse la giacca; sollevò il sudicio maglione e la maglietta mettendo in mostra la carne. Vi passò sopra la lama che stringeva nella mano, aprendosi tre tagli, piccoli ma profondi, che tamponò immediatamente con un fazzoletto. Prese poi la busta dalle mani del mercante e vi impresse le impronti digitali del morto, usandone il sangue come inchiostro. Ricompose quindi il corpo e salì sul dorso di Jarmila. A est il cielo si stava tingendo di un verde pallido, l’alba era vicina.
      “Andiamo Jarmila. Non abbiamo più nulla da fare qui”.
      Il belvoide assentì grugnendo.
      Quando il sole fece capolino da dietro le colline per illuminare di nuovo il vasto mondo, il foriero e il suo grosso belvoide erano svaniti nel nulla, lasciando dietro di loro sei corpi ed un falò spento.
       
       
       
       

    • Conosciamo tutti o quasi David Edgar Wallace come il grande scrittore americano morto recentemente in età giovanile. Se la sua narrazione è certamente apprezzabile, non lo è meno il suo contributo di critico. Infinite Jest è un'opera lunghissima ed appassionante, un romanzo a tema. Cito volentieri la bella critica di Luca Briasco in Americana : "Continuatore ed erede della migliore tradizione post-moderna, ne ha offerto una versione aggiornata all'epoca del televisivo e di internet, riproducendo nei suoi torrenziali romanzi e racconti l'estetica dello zapping e il soffocante plenum informatico"(pag. 169).
      Poco più venti Briasco riconosce l'ambivalenza che caratterizza questo enorme lavoro di Wallace:"Benché tutti i recensori abbiano riconosciuto il talento dell'autore non sono mancate le accuse di solipsismo e di auto-compiacimento , il rimprovero di chi percepisce in quest'opera gigantesca un eccesso che danneggia e compromette la qualità della satira" Mc Inerney condivide che Wallace abbia avuto talento, ma si lamenta della lunghezza del testo. Michico Kakutani parla di "un vasto compendio enciclopedico di tutto ciò che, a quanto pare, è passato per la mente di Wallace". 
      E' un libro innanzitutto sulla crisi dei rapporti tradizionali, travolti e quasi annullati dallo strapotere delle relazioni virtuali. Lo stile con frasi molto lunghe e prive di punteggiatura rimanda al Saramago di L'assedio a Lisbona . Come Saramago e Borges, Wallace entra a pieno titolo nei paradossi dell'auto-referenzialità. Esamina con fredda lucidità i meandri del pensiero virtuale e non si sottrae ad una cinica auto-analisi. 
      Gli interessi sono i soliti (il cinema, il tennis), ma è chiaro che i rapporti tradizionali sono stati sostituiti da un nuovo tipo di comunicazione. Egli cerca con sottile ironia un filo logico in quello che sarebbe da giudicare un contesto assurdo. 
      Un altro volume enorme e grandioso di Wallace è The Pale King . La storia è quella della vita di un impiegato , ormai ridotta al ripetersi di vuoti formalismi, incapaci di dare un senso alle persone che gravitano attorno a questi uffici. Rispetto all'altro libro, è meno ossessiva la ricerca stilistica di una scrittura neutra, ma sono descritte in modo lucido ed obiettivo le carenze della società post-moderna. 
      L'assenza timbrica di Infinite Jest , riproducendo atmosfere kafkiane, conferisce al contesto un tono surreale. Le parole hanno un suono che è alla ricerca del tono giusto: il senso del discorso, cercando se stesso, riesce a trovare qualcosa di positivo . 
      Leggiamo in Infinite Jest : "Una volta che la donna disse che era venuta dove effettivamente era venuta, egli avrebbe voluto prendere a calci l'intero sistema. Gli capitava che sarebbe voluto scomparire in un buco nero, dove trovare un supporto a qualcosa dentro di lui"
      In The Pale King l'autore invece scrive: "Egli poteva vedere l'uomo col vestito ed un grigio cappello rimanere senza emozioni, appoggiandosi con il braccio e guardando verso il lato opposto, dove piccole forme situate su sedie da campo stavano qui in riga in modo da indicare linee d'acqua". Lo stile ossessivo e ripetitivo del primo caso diventa nel secondo caso formalmente più elaborato. Infatti nel secondo caso il rapporto Dentro-Fuori è completamente invertito: se inizialmente la dinamica aveva un ruolo soprattutto interno, poi la scrittura riproduce in modo accurato ed esigente le pieghe del reale.
      Consideriamo per un attimo il Wallace critico e saggista di Di carne e nulla del 2012.  In La retorica e il melodramma matematico ricorda che molti romanzieri hanno attinto a piene mani , traendone ispirazione, al Teorema di Fermat e ai risultati sui primi". Egli scrive a pag. 34: "Può darsi che la matematica non sia riconosciuta come un'arte, proprio perché ha bisogno di tanto allenamento e tanta pratica per poterne apprezzare l'estetica." .
      Che egli sia un profondo conoscitore della matematica si evince anche a pag. 49: "E' importante rendersi conto che nessuna di queste omissioni conterebbe davvero senza la scelta di un collegamento così stretto tra teoria dei numeri e realtà dei personaggi storici" E' una frase tratta da Zio Petros è la Congettura di Goldbach . Il protagonista è Petros , il quale aumenta continuamente la sua alienazione. Non si tratta di leggere in modo errato il Teorema di incompletezza di Godel,  è il suo stesso solipsismo a decretarne il fallimento (come uomo e matematico) alla stregua del Satana di Milton. 
      Wallace dice a pag. 99 in Futuri narrativi e vistosamente giovani : "Come in tanta narrativa, le icone popolari sono usate con la massima serietà come parametri dell'attualità; così riconduciamo le tecniche preferite da molti giovani scrittori alle radici esperienziali di noi stessi spettatori consumati" . Ancora "Guardiamo gli attori interpretare i loro personaggi. Il valore umano contemporaneo non solo è isomorfo al fenomeno del guardare, ma è radicato in esso.. Le preziose distinzioni tra il vero essere ed il semplice apparire si confondono, nel senso dell'esse-est-percepi berkleyano".
      In Il plenum vuoto Wallace manifesta il suo apprezzamento per il romanzo di Markson, Wittgenstein's mistress .  Wallace si dedica ad un autore relativamente sconosciuto e ne scava le pieghe rispetto al fenomeno post-moderno. Il personaggio femminile (Kate) quando batte a macchina esprime parole e voci, ma allo stesso tempo le reprime. Flaubert avrebbe parlato di affermazione necessaria del Fuori.
      Wallace continua a pag. 132: "Picasso, che si rifà a Velasquez come Markson si rifà a Kierkegaard e a Wittgenstein , impone l'idea di opera d'arte visiva, che non è solo una rappresentazione, ma anche cosa ed oggetto". In Borges sul lettino  Wallace confronta Kafka e Borges, uno espressionista, proiettivo e personale, l'altro metafisico e chiuso in se stesso. 
      E unibus pluram contiene affermazioni originali alla pag. 656 di una raccolta di brani pubblicata da Penguin: "Gli scrittori di fiction tendono ad essere terribilmente auto-coscienti. Dedicano il loro tempo produttivo a studiare come le persone si connettono, mentre essi spendono molto meno tempo libero a chiedersi come avvengano tali connessioni".
      In Some remarks on Kafka's funniness l'autore afferma a pag. 850: "Un altro handicap per studenti dotati si nota nelle associazioni kafkiane. A differenza che nei lavori di Joyce e Pound, Kafka le crea non in quanto inter-testuali o storiche. Tali evocazioni sono inconsce o addirittura archetipiche, nel senso in cui il mito deriva dal magma primordiale. Tutto ciò accade perché abbiamo a che fare con incubi e non con eventi surreali"
      Concludendo, credo di essere stato un interprete abbastanza fedele del genio post-moderno di Wallace. La sua analisi del testo e della parola regge i ritmi della matematica e dell'informatica, ma conserva le radici di un universo che è ancora mitico. La rete dei computer e dei cellulari così non distruggerebbe il linguaggio tradizionale, ma avrebbe un suo senso, nascosto quanto si vuole, che potrebbe essere analizzato in base a proprie leggi di composizione interne.

    • Capitato per caso in un quartiere desolatissimo. L’albergo che avevo prenotato in centro si è rivelato peggio del previsto, in una zona affollatissima, puzzolente, e sporca al di là di ogni aspettativa. Mi sono sentito stanco di questi ambienti, stanco di stanze vecchie, stanco di bagni neri con sempre il coperchio del vaso rotto, stanco dello sporco sui muri, stanco di dovere stare attento a dove poggiare le mani, stanco della polvere di queste strade, lastricate di bottiglie di plastica calpestate da mille e mille piedi ancora più sporchi, lasciate lì con l’indifferenza di chi non se ne cura e neanche se ne accorge, lasciate lì perché non se non lì dove, lasciate lì perché non ci sono cestini, bidoni, che se anche ci fossero non resisterebbero una notte, non ci sarebbero più la mattina dopo; stanco degli odori fetidi dei canali di scolo, di acqua nera e viscosa come petrolio, stagnante, colma delle stesse bottiglie di plastica calpestate, galleggianti, di tappi di plastica, pezzi di buste di plastica, di brandelli di pneumatici, carte imputridite nere più dell’acqua; liquame, liquame fetido, avanzi di cibo che uccelli e galline e capre e mucche provvedono a ripulire, avanzi che molti ritroveranno nelle uova, nella carne che masticheranno, per quanto sanata dal fuoco; stanco dei mille negozi addossati l’uno all'altro in tre metri quadrati ciascuno, del loro odore costante, persistente nelle narici, di polvere impastata ad acqua, di legno umido seccato al sole, di spezie e di saponi che sanno di grasso, di unto, di melma; stanco dei bambini che tendono una mano girando un palmo all’insù e tendono l’altra, degli uomini che chiedono un’aranciata, accovacciati assieme su pietre o quel che c’è, qualche spicciolo, che tanto ne ho di sicuro per ognuno, di donne sedute a farsi intrecciare i capelli, a farsi pulire le unghie dei piedi, che non manca mai quella che appena passato ti invita a passarci del tempo, per farti ridere dietro dalle altre, complici, per un attimo tornate bambine a mascherare il pudore dietro lo scherno; stanco di calpestare sterco sotto la sabbia, oramai secco, oramai disfatto sotto le scarpe di chi ce l’ha, sennò le piante dei piedi, stanco del suo odore di stalla che impregna l’aria, i vestiti, la pelle che lo trasuda dal cibo esposto e mangiato, è un odore masticato; stanco delle porte pesanti di ferro che non si chiudono e non si aprono, delle grate di ferro alle finestre, un carcere immeritato che ti fa colpevole per coloro da cui quelle grate dovrebbero preservarti, stanco delle maniglie di ferro che non si incastrano nei battenti, delle lamiere di ferro dei tetti che amplificano fino a fare male ogni singola goccia di pioggia, una, due, tante, tantissime, sempre di più fino allo scroscio assordante che ingoia ogni altro rumore, i suoni delle parole, i miagolii striduli dei gatti in calore, cani che ringhiano rabbiosi, i rumori della strada, uomini e donne e macchine e camion pesanti come un branco di cinghiali che pestano la terra con la pesantezza della loro stazza; stanco dell’ozio perché fa caldo, stanco dell’ozio perché è nell'indole, perché qui è così, stanco dell’ozio perché non c’è lavoro quando di lavoro ce ne sarebbe per tutti anche solo a ripulire le strade, le case, i muri, i vestiti che uno indossa ogni giorno, i letti dove dormono i propri figli, le scuole dove i propri figli dovrebbero stare, ma il lavoro è lavoro solo se è pagato e se non è pagato non sei tenuto a farlo, non devi farlo, che se lo fai senza essere pagato, se sei disposto a farlo, non te lo pagheranno a maggior ragione; stanco che se il lavoro manca, quello pagato, sia sempre colpa del governo, dei politici, dei funzionari pubblici corrotti, della polizia corrotta che collude coi colpevoli corruttori, stanco che sia sempre colpa di qualcun altro; stanco dei bambini per strada perché la scuola è gratuita sì ma chiede l’uniforme e l’uniforme è da comprare, chiede libri e quaderni e penne e tutto il resto che è tutto da comprare, e prima bisogna comprare il cibo, che i soldi mancano già per quello, e pure dove il cibo non manca i soldi mancano per comprare uniformi e libri e quaderni e tutto il resto che ai bambini spetta, perché le loro menti e il loro spirito non restino tali anche da adulti; sono stanco degli uomini che mi chiedono di assistere un bambino che mi chiede da mangiare, stanco di vedere che non lo assistono loro, là dove forse manca il denaro ma il cibo abbonda, assuefatti alla sua fame come a quell'odore di urina e sudore che lui si porta addosso, assuefatti da non accorgersene più; la fame è narcotica, appena non la senti più non senti più il bisogno di soddisfarla che gli altri ancora hanno, la pancia piena come la salute, la tua salute, quella degli altri che non ce l’hanno è questione loro, la salute, come la fame, è una questione privata, ognuno per proprio conto.
      Sono uomini e donne e bambini, tanti, sono troppi, per poterli vedere ancora, per potersene ancora accorgere, per notare la differenza tra l’uno e l’altra, perché proprio differenza non ce n’è, sono tutti uguali, vestiti integri o pantaloni laceri, sono tutti gli stessi volti, gli stessi uomini e donne e bambini, e animali, che stanno vivi per sopravvivere.
      Sono stanco, cerco rifugio in una stanza d’albergo che se anche non somiglia alla mia almeno non somigli alle loro, e mi dico che finirà, finirà per me perché so che da questo limbo, e più che un limbo è un inferno se poco poco hai visto qualcosa di meglio, ma è casa se ci hai sempre vissuto e di meglio non ne hai mai visto, da questo posto io posso uscirne, posso andarmene quando voglio. Loro no. E in questa stanza di albergo che non somiglia alla mia più di quanto non somigli alle loro, finisco per sentirmi stanco di sentirmi stanco, sarà che ho chiuso porte e finestre per non sentire più quei rumori di fuori, sarà che una doccia fresca avrà portato via almeno il sudore polveroso della giornata, sarà che ho mangiato pane e pomodoro che anche senza sale sa più di casa che di qui, sarà che la stanchezza della giornata via via è scivolata via su queste righe, sarà, ma a rileggerle quasi quasi mi vergogno, e ancora più fanno rabbia, mi ritorna in mente chi di loro avendo la possibilità, anche solo per una notte, di avere una stanza d’albergo pulita, con un bagno pulito, con un letto pulito che non sapesse di sabbia fine da ingoiare tra le lenzuola, anche solo per una notte la reclamasse come se non avesse conosciuto altro che quella pulizia e quell'odore di bucato fresco.

×