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  • Storie

    Promuovi qui le tue storie.

    • Spirito dell' Ottantaquatt
      Questa ragazza di classe mi sta parlando dell’aspirazione prometeica di creare la bellezza ideale attraverso la fotografia.
      Kiyomi mi spiega con fascino acuto la maniera in cui percepiva i cieli e la luce color ottano e mandarino, che scivolava nel maraschino. I colori erano la sua passione.
      “I colori discernono l’idea di bellezza per poi ricrearla casualmente, Stefano. La natura ha disperso la bellezza in maniera casuale e sta a noi ricercare gli elementi e immortalarli. Questa è la mia filosofia.”
      Bel modus operandi rispondo, mentre le prendo la mano. “Ti va di ballare?”
      “Vuoi provarci?”
      “Non dico mai no, Kiyomi. Ma questa volta è assolutamente no...”
      “Ok, allora” replica lei sorridendo.
      La serata è bellissima. La ragazza è bellissima. L’atmosfera è in fiamme in questo club e il mio maelstrom da fancazzista sta risalendo prepotentemente a galla, cresce secondo dopo secondo, lo vedo riflesso negli occhi di Kiyomi, una lucentezza differente sul suo viso, e questo l’ha provocato il mio effetto arousal personale. Mi sembra di essere tornato a vecchi tempi, quando la vita mi sembrava solo un campus di Storia dell’Arte. Io e Kiyomi. Tutto è cambiato in questi sei mesi. La prendo per mano cercando di arrivare nel buco di platea, in prossimità del palco, dove la calca è intensa.
      Ci lasciamo spingere da centinaia di ragazzi che se la stanno ballando alla grande al suono dub step del dj di turno e io mi metto a urlare con loro, notando la mia ex ragazza con la coda dell’occhio che mi guarda come fossi un ragazzino.
      In sei mesi, l’ho sentita solo una volta. Per sbaglio, mi era partita una chiamata.
      Ma ora, in questo momento, i neri capelli di Kyiomi attraggono la luce dei lampioni romani, mentre le sue labbra si schiudono per informarmi con entusiasmo che è stata al Mizuma, al Mori, al Watari, all’Hara e al Wako prima di sopprimere tutto a favore degli esami.
      Durante il periodo Erasmus ha vinto diversi premi a concorsi di fotografia e persino allestito una minuscola mostra in un pub a Nerima dal titolo Sezione Aurea. Kiyomi mi confessa che le è sempre piaciuto Zeusi, il pittore greco.
      “Adoro la sua bellezza compositiva, dove nulla è in eccesso. Totalmente assente l’hybris, la tracotanza, capisci Stefano?”
      “Assolutamente si.”
      Kiyomi si sposta una ciocca dietro l’orecchio con un sorriso a labbra serrate. “Sai, Stefano... una volta, pur con le mie ingenuità, ho scritto un trattatello con una fortissima tenuta teorica dal titolo I sollievi, un excursus personale su Sakai Hotsu e Kikuchi, i pittori del Nihonga, e Okuda Gensou, Gojo Jin, Kikuchi Yosai della scuola di Kyoto.”
      “Ce l’hai?”
      “Sì. Una volta te lo farò leggere...”
      “Spero tu abbia una copia in italiano!”
      Ci appartiamo nelle retrovie del locale, dietro un cumulo di bunker.
      Ho la bocca asciutta e gli occhi salati di sudore, i miei piedi sono andati a forza di essere calpestati. Beviamo un bicchiere di vino all’aperto, sedendoci su una panchina scassata che dà su un campetto di basket abbandonato. Uno spettacolo. Lei mi parla di altri colori: oro rosa, zaffiri, granati e ametiste... ci guardiamo negli occhi.
      Ballo di sguardo psichico tra noi.
      Lei continua a dribblare i miei segnali univoci. La sua inconfondibile voce nasale però mette d’accordo tutti. È come uno stimolatore neuronale, il suo la-la-la, per me. Per tutta la conversazione ha messo gli occhi solo sul cellulare e nient’altro. Quando termina il suo monologo, subentra un silenzio teso e imbarazzante. Secondi passano. Nessuno parla. Forse dovrei provarci.
       Chiedile del Giappone, Stefano.
      Chiedile come va la serata.
      Chiedile di uscire un’altra volta, deciso e intraprendente. Evita di mangiarti le tappe, abbi una voce sicura e sorridi con gli occhi. Resta imperturbabile.
      Ma fai come ti pare Ste’, basta che non la butti in coglionella come sempre!
      Dopo aver buttato la cicca mi massaggio il collo bollente, cercando qualcosa di sensato da dire. Nel momento in cui riesco ad aprire di nuovo bocca, scoppiano i fuochi d’artificio. Schizzano nell’aria come amplessi di dei greci, si arrotolano su loro stessi, s’alzano, esplodono, fischiano come all’ultimo dell’anno. Tutto avviene a circa un chilometro in linea d’aria dal locale dove ci troviamo e nessuno sente in quanto c’è una discoteca in fiamme e nessuno esce. Kiyomi ci rimane. Anche io.
      “Guarda Stefano, sono bellissimi!”
      Mi alzo, e mentre guardo con orgoglio i scoppi di luce nel cielo le rispondo: “amica mia, era già tutto previsto, li ho fatti preparare apposta per te!”
      “Come no, eh eh eh. Tu ci sai fare!”
      Le sposto una ciocca di capelli dietro l’orecchio. Ha il viso finemente levigato, Kiyomi, sottile e lucente anche a notte fonda.
      “Ho voglia di baciarti, Kiyomi.”
      “Anche io, troppa. Mi sembra così strano non poterlo fare.”
      “Come mai?”
      “Sono un po’ sbronzetta, Stefano. E in fin dei conti ti conosco appena... è vero, siamo stati tre mesi insieme...”
      “Quattro!”
      “Voglio solo guardare i fuochi d’artificio.”
      “Prima che si spenga tutto, allora, ti bacio veloce.”
      “Io sono qua.”

    • Concordi sul pragmatismo animale, attingevamo alla canina saggezza, nella ricerca di un riparo.  L’intransigente orbita della terra raggiungeva il suo afelio alle cinque, ora in cui, il sole emergente, minacciava  tutti quanti inesorabile, restituendo, a ogni cosa, la propria verità.
      Come nella fiaba di Cenerentola, ma al contrario, mutate per incanto da una zucca le magiche carrozze si sarebbero trasformate in polverosi motor home delle più svariate epoche, furgonacci trasformati, tramite rumorosi e tossici generatori a gasolio, in accoglienti camper o caravan. Camion che rimorchiavano mini appartamenti trendy con divanetti in tema zebrato, tavolinetti di design e bull terrier bianchi con una macchia nera sull'occhio che di nome facevano Ebola o Tossina.
      I rampolli in canotta da basket e d3 e le loro debuttanti in fondina e gonne animalier, dopo aver tutta la notte danzato, si sarebbero guardati in faccia: smostrati e pallidi, spogliati di ogni artificio e ritornati alla subumana sorte di abiti consumati, volti grigi di polvere e visione midriatica. 
      Il mattino non si sarebbe stupito per l’epidemia di smascello che colpiva un individuo su tre, non avrebbe fatto caso al prodotto dell’abomaso dei giovani ruminanti che ne aveva coagulato, come caglio, la saliva ai lati della bocca, non si sarebbe curato, il giorno, della  sfilata di narici incoronate da cristalline concrezioni e neppure del corteo di pittoreschi entropion e nistagmi vari.
      Il giorno strappava alla discrezione del buio individui cenciosi, che vagavano, guidati da un intimo e sciamanico stupore dissociato.
      Il sorgere del sole illuminava anfratti isolati dove umani mutanti si rotolavano nella polvere, vittime di chissà quale delirio.
      Nella arida e omogenea distesa, gialla di terra polverosa, gli unici punti di riferimento erano gli assembramenti di vecchi automezzi: Furgoni, camper, caravan, camion, vecchi van, qualche tenda e rottami.
      Mi ero svegliata avvolta in una vecchia trapunta color pesca, adagiata sotto un unico arbusto. 
      Qualcuno mi aveva portata lontana dai capannoni fatiscenti e dalla loro babele.
      Qualcuno si era preso cura di me mentre ero dissociata dal mio corpo. 
      La stessa persona che mi aspettava fuori dal k hole. Che era lì, al mio risveglio, ogni volta.
      Mentre riprendevo possesso del mio corpo, sentivo la sua voce, il suo respiro, il suo difendere il perimetro in cui riposavo.
       Luca, il mio ragazzo e padrone della casa che occupavamo era, come sempre, disperso.
      Faceva un cazzo di caldo. Avevamo lasciato il bivacco per cercare acqua e salcazzo cos’altro.
      Dopo la fase spegnimento, uscita e successivo rientro nel corpo, c’era la fase trip, che per noi due, Philo e me, era un incessante ridere di qualsiasi cosa: La gente, i suoni, le mie dispercezioni, parole inventate, il nostro stesso storto deambulare, la totale incapacità di leggere lo spazio in cui ci muovevamo, come se ad ogni passo si aprissero voragini, le nostre facce lisergiche e snaturate, i nostri eloqui smozzicati.
      Raggiunta l’area degli accampamenti il sole era diventato un problema importante.
      I cani, incuranti della polvere e dei gas di scarico dei generatori avevano trovato ristoro nello spazio tra il suolo e il piano inferiore dei furgoni alloggio, in quel rettangolo buio, sollevato dal suolo per mezzo di quattro o otto cerchi in gomma e ferro.  
      Sembrava tutto così semplice e ovvio che avrei rinunciato alla mia umana orizzontalità in cambio della quale l’evoluzione aveva reso vulnerabili i miei punti vitali.
      Soprattutto il cuore, in quel giorno, come un cane, avrei voluto non aver esposto. Mi sarei fatta quadrupede pur di proteggerlo.
      “Non c’è un brandello d’ombra neanche a pagarlo”.
      “Già”.
      “Torniamo da quel cespuglio discarica”
      “Però qui magari troviamo qualcosa con cui stonarci”
      “Dubito e comunque non ho soldi”
      “Guarda quei cani, che furbi, loro sì che hanno capito come si sta al mondo, dovremmo fare come loro”.
      “Tipo? Accucciarci sotto i furgoni?”
      “ Sì, potremmo, perché nessuno lo fa? Solo noi ci abbiamo pensato?”
      “Sì, perché noi siamo furbi”
      “Furbi come i cani”.
       
       
      Avevamo riso  pensando ai cani, che non potevano ridere della loro astuzia. Ridevamo, isterici, cinici, tristi e felici. Ridevamo della mia fragilità, della nostra amarezza, della nostra solitudine. Ridevamo del nostro dramma di amanti senza permesso e senza speranza.
      Erano gli ultimi giorni di leggerezza.
      Giorni di Stetoscopi per parlare attraverso porte chiuse, di padelle grattate, di deltoidi costellati, di notti sul divano, di “Apri la mano che ti faccio un regalo”,  di peli pubici tagliati con le forbici e nascosti in tasca, collane di gomma, neologismi che diventavano litanie, “tirati su i pantaloni che ti si vede il tanga e son pur sempre un uomo”, di viaggi in treno, di gambe che si sfiorano, di materassi luridi, di baci bagnati di pianto, di sedativi e lacrime nella vasca da bagno.
      Le ultime feste felici, le dita intrecciate strette, ancora per poco, agli ultimi brandelli di innocenza.
      Prima di quel viaggio.
      Prima del mio diploma, della mia fuga per fare la Veterinaria, prima dell’atteso esordio psicotico di Luca e della, meno attesa ma temuta, prima pera di Philo, delle bugie, delle macchie di sangue in bagno, sotto al lavandino,  sudore, pupille, abbandono. Philo dove sei? Perché non torni a casa? 
      Amarci non ci pareva cosa, a Philo e a me, non era il momento, lui non aveva voglia, io non avrei sopportato un altro abbandono.
      Eravamo noi i cani, randagi e stupidi. Sapevamo ridere di compassione ma non eravamo furbi.
      Luca, Philo e io ci siamo lasciati così. Come cani randagi. Io a Bologna, università e Ser.t perché anche senza buchi, la mia mente era corrotta, Philo nell’eroina e nella vigliaccheria dei robbosi e Luca nella follia. Tutti gli altri dileguati: Kappa è partito per New York, Kira, la rottweiler di Luca, moglie di Ubiq il cane che mi ha accompagnata per diciotto anni, è morta di solitudine e abbandono, Nena, compagna di Cilly, si è rubata l'Iveco con le ruote gemellate e è scappata col pusher tunisino che vendeva a entrambi la roba, Cilly  è partito per la Normandia insieme a Baslas che è stato trovato, anni dopo,  in un bosco in Francia con il cranio sfondato e i polsi legati. Morto stecchito. Tanti altri sono morti o impazziti.
      A me restava il ricordo di Philo. Di quanto lo amavo.
      Ci siamo rivisti, Philo e io, negli anni a seguire, ma senza mai guardarci negli occhi. Abbiamo camminato su una spiaggia fatti di LSD senza parlare, rigirandoci in bocca parole troppo difficili da sputare.
      Senza saper cosa dire.
      Poi per dieci anni nulla.
       Beffardo come sempre, come a volerci prendere per il culo,  il caso ci ha riavvicinati.
      Distrutti dalla vita.
      Io appena ripulita dall’ossicodone e con una Laurea e mezza e lui con le braccia  scavate di cicatriziali depressioni grosse quanto una moneta da 5 centesimi e qualche dente in meno.
      Amarci era la sola cosa che ci sembrava avesse un senso a quel punto, ma la vita non va mai come vorresti. La vita ti restituisce i detriti che l’alta marea ti aveva portato via senza garbo, quando pare a lei.
      Amarci è la sola cosa sensata da fare, se togli gli 80 mg di Metadone di Philo, le due bocce di xanax al giorno, il mio disturbo borderline, un tentato suicidio e un fidanzato che non mi ama ma che non se ne va.
      Ci proveremo ancora. Per ora ci amiamo ancora, in segreto.
       Forse questo è l’anno buono.

    • Tuco
       
      Faccia abbronzata da bracciante, capello ingellato, effetto bagnato, barba impeccabile e parfum d'etè di Kenzo.
      Da quando, a un decennio dalla revoca, per fuga da posto di blocco, ha riottenuto la patente, il Tuco si sbatte un po’ di più: si alza presto la mattina per andare a lavorare al distributore  di benzina, a una ventina di chilometri da casa sua, va al servizio a soffiare, fa gli esami del sangue e quando i controlli sono vicini qualcuno deve accollarsi la responsabilità del suo autocontrollo. “ “Ragazzi, stasera statemi dietro” e poi si presenta già sbronzo. Come quella volta che i 99 suonavano al crash e il Tuco da settimane tampinava Anna detta Nina perché lo accompagnasse a vederli e poi, a pochi giorni dal concerto, aveva iniziato a fare ostruzionismo: Mah, alla fine, non so se vengo, ci penso, domani devo andare in commissione al colloquio col medico e se vengo con voi, lo so già io, come va a finire”.
      “Tuco, non sei obbligato a bere, sta solo a te.”
      “No, mi sa che lancio il fold”.
      Poi, puntuale come la morte, ogni sacrosanta volta arriva la telefonata:
      “Ehi Tux, dimmi”.
      “Oh Vecchia, è tutto nelle tue mani, Nina, sul serio, sei mia sorella, io stasera vengo, ma tu, lo sai già, devi impedirmi di bere più di due birre, anche se ti supplico, mi raccomando”.
      “Ok Tuxival, ciao, tra le altre cose, io sto bene, grazie e comunque va bene, sarò integerrima”
      “Va be, magari anche tre”.
      “Allora, due o tre?”
      “Due, e basta”
      “Vada per due, un sorso dalla mia in caso e il tuo portafogli lo tengo io, in borsa”.
      “Andata”.
      Sotto casa del Tuco, all’ora stabilita,il copione poi si ripete ,quasi sempre uguale e anche la scena è la stessa: Tuco entra in auto rotolando con due Ipa in mano.
      Seguono silenzio e sguardi perplessi.
      “Ero a pranzo dal nonno” Inizia Tuco con eloquio impastato. “Ha aperto due bozze il vecchio bastardo, cosa facevo, non gli facevo compagnia? Son rovinato”.
      Tutti sanno già che le due Ipa portate da casa non giungeranno mai a destinazione ancora chiuse.
      Vaffanculo Tucano.
      Fa caldo. Tanto. È agosto.  La città è deserta. I pochi disgraziati non ancora in fuga fanno tutti quanti parte del sempre più folto gruppo dei precari, disoccupati o visionari free lance.
      Chi è nato nei primi anni Ottanta in una delle più ricche città della zona, lo sa.
      Cosa se ne fa Tuco, col suo tucano tatuato sulla coscia, i suoi occhi verdi e gialli e le cicatrici dei suoi diciotto piercing, di una laurea in Tecniche del settore moda?
      Ateneo di Bologna, sede di Rimini, Facoltà di Lettere e Filosofia, uno di quei corsi di laurea che all’inizio del millennio sbucavano ottimisticamente dal nulla, quei corsi ibridi, atipici, vere e proprie licenze al cazzeggio in cui il Tuco ha, impunemente sguazzato per otto anni. Ufficialmente la durata prevista per il conseguimento della Laurea del Tuco era di tre anni, ma chi è il fuori sede che non si è un po’ perso nel periodo dell’Università? Chi, è lecito domandarsi, appena annusata la libertà, non ne ha, un pochino, approfittato? Chi, si chiede il nostro eroe, non è mai entrato a far parte di crew Hip Hop, chi non si è improvvisato deejay? Chi, perdio, non ha mai coltivato erba e distribuito volantini anarchici per strada?  Se lo chiede il Tuco che cosa ci sia di strano nel farsi arrestare con accusa di violazione di domicilio almeno una volta nella vita. Era stata una svista, una piccola distrazione. Aveva bevuto molto quella sera, è vero, soprattutto tenuto conto della promessa fatta a Marion, aveva bevuto un po’ troppo, probabilmente, aveva bevuto comunque abbastanza da non riconoscere la porta di casa.  Ma lei, la Marion, la aveva presa troppo male. È vero anche che stava per sfondare a calci la porta dell’appartamento dei vicini del piano di sopra, ma quella cazzo di porta non si apriva, non doveva forse insistere nel tentativo, più che legittimo di entrare in casa?
      L’insistenza del Tuco è una di quelle forze a cui in natura è impossibile opporsi.
       Anna se la ricordava bene la volta che il Tuco voleva a tutti i costi che lei gli tagliasse i capelli. Era finita male.
      Il Tuco invece di quell’episodio si ricorda solo la faccia terrorizzata di sua madre che, la mattina dopo il fattaccio nu, lo fissava con orrore scendere le scale per andare a fare colazione.
       “Ma che hai fatto?”
      “Che ho fatto? Perché mi guardi così?”
      La madre lo aveva accompagnato davanti allo specchio del bagno e solo allora il Tucano aveva iniziato a intuire qualcosa: Il cranio costellato di zone glabre, come se, qualcuno strafatto di lsd, gli avesse tagliato i capelli, mentre lui dormiva.
      Non si ricordava nulla di quando, la sera prima, il cervello mandato in merda da una terribile sbronza molesta, aveva praticamente costretto la Nina, ubriaca quanto, lui a Sistemargli il taglio.
      “Non sono capace”
      “Ma va, dai!”
      “Sono ubriaca! Non ho voglia, lasciami stare!”
      Non aveva voluto sentire ragioni.
      Di fronte all’insistenza molesta e sbronza del Tuco nessuno può vincere e dopo diverse ore di trattative, insulti e minacce, presa a sfinimento, Anna aveva acceso la macchinetta da barbiere, dando inizio al massacro.
      Il Tuco raramente sa quello che vuole, ma quando lo vuole, lo vuole subito e non potendo accettare un no come risposta, lui insiste.
       
      È mattina, ma al distributore di benzina il tempo segue un disegno tutto suo, il suo trascorrere lo si misura in gocce, come negli ospedali.
      Mentre per Nina, al lavoro, sono i medicinali delle flebo che goccia a goccia scandiscono i minuti, le ore, i giorni, qui, all’area di servizio, sono le gocce di sudore a contare il tempo.
      Tuco, nel minuscolo e fetido cesso, si sciacqua la faccia, si lava le mani, guarda dentro il buco del lavandino dal quale esce un odore strano. Lo specchio, eroso sugli angoli da un verde ossido rimanda la faccia di Tuco leggermente distorta.
      Tuco allo specchio, con pettine e cera, dà un senso e un verso alla moltitudine di capelli, che l'estate, ogni anno, arricchisce di riflessi di un biondo spettacolare. Si pettina Tuco, scopre la fronte e si liscia la barba sotto la quale nasconde alcune brutte cicatrici regalo dell’acne.
       Tuco è bello, ma nessuno glielo ha mai detto. Non si sente bello infatti. Non la vede la meraviglia di quegli occhi grandi e verdi dalle ciglia lunghissime. Non glielo hanno mai detto che con quegli occhi lì ci poteva fare l’attore da quanto sono espressivi.
      Non si è mai piaciuto, forse perché da ragazzino era cicciotto. Non si piace tanto nemmeno ora che è diventato secco e che potrebbe avere un sacco di femmine.
      Tuco è un romantico. Anche adesso, mentre si pettina i capelli, sta pensando a Luisa, la sua donna. In realtà Luisa sua lo è quando ne ha voglia lei.
      Non è la classica bella figa, ma è la classica tipa che piace a Tuco: minuta, labbra sottili, lentiggini, occhi piccoli, aria da stronzetta indie snob.
      Luisa si lascia amare a intermittenza. Lo vuole per sé, lo vuole diverso ma il problema principale è che lo vuole sobrio.
      Ogni volta che il Tuco, devastato dall’ennesima lite, getta la spugna e si mette ad uscire con un'altra, lei ritorna, fa i capricci, lo rivuole, lo riprende, poi, allontanata la rivale, si stufa e si ricomincia lo psicodramma.
      Anche adesso è in fase repulsiva. Tornerà. Torna sempre.
      Tuco lancia un'ultima occhiata allo specchio, esce dal bagno e la fronte torna ad imperlarsi di sudore.
      Domani-fanculo-parto coi rega.
      Una donna elegante è ferma in auto, davanti alla pompa numero due, aspetta di essere servita.
      “Il pieno, grazie.”
      “Buongiorno a lei”, risponde il Tuco mentre si allontana, rigirandosi in bocca imprecazioni che rotolano, dure, l’una sull’altra, come biglie.
      Domani.
      L’aria calda, mescolandosi agli idrocarburi, si fa liquida, l’asfalto ondeggia.
      Solo che arrivi domani
      Dopo aver servito la donna elegante col Suv, Tuco si spara il primo caffè corretto della giornata, sono le nove.
      La mattina gocciola lenta, tra gas di scarico, birre ed esalazioni benzeniche.
      Solo che arrivi domani, fanculo Lu, al mare ci vado con lo zio, la Nina e la Vi e magari è pure la volta buona che me la scopo, la Vi, che è tutta la vita che me la deve.
      A mezzogiorno Tuco si chiude nel ripostiglio, dietro al negozietto dove vendono Arbre Magiques e caramelle, apre la sua brandina da campeggio che tiene nascosta in auto e si addormenta per tutta la pausa pranzo. Sogna il mare, sogna birre ghiacciate e pisolini al fresco.
      Le ferie non esistono, ma questo finesettimana ci leviamo dal cazzo.
      Dove andiamo? Non importa, basta andare. Devo solo andare da Nello a comprare una ventina di grammi d'erba.
      Devo ricordarmi il frigo.
      Devo ricordarmi tutto.
       
       
       
       
       
      Lo Zio
       
      Nell’officina, lo Zio si occupa della programmazione delle macchine utensili, anche se il suo diploma prevederebbe per lui una diversa mansione, una diversa fatica, un diverso salario. Il posto dello zio dovrebbe essere dietro a una scrivania, di fronte a un monitor, lo Zio avrebbe diritto a un poggiapiedi ergonomico per prevenire i problemi posturali dovuti al lavoro d'ufficio, invece gli sono toccate delle pesanti scarpe antinfortunistiche, che maledice ogni sera, massaggiandosi il ginocchio. Fanno 38 gradi dentro al capannone. I padroni, tra cui Ezio, che con lo Zio si conoscono fin da bambini, non cacciano un soldo per tutelare i dipendenti: Non concedono pause per mangiare durante i turni, contano i minuti che gli operai trascorrono al cesso
      Ezio è il capo di tutto da quando il padre è morto. Ezio è un cocainomane alcolista, la cui inettitudine ha, più volte, fatto tremare le fondamenta dell'azienda miliardaria di cui si è improvvisamente ritrovato al comando. Ezio si masturba ogni mattina, seduto alla scrivania dell’ufficio, senza nemmeno preoccuparsi di chiudere la porta, come se nessuno potesse vederlo, come se, gli strani individui che si ammazzano di lavoro per lui fossero privi di occhi, orecchi e intelletto, oltre che di denaro.
      Ezio è butterato e viscido e da quando ha deciso di darsi una regolata ha iniziato a mettere peso, si è gonfiato, impigrito. Un leopardo grasso e scemo, pensa lo Zio, ogni volta che lo osserva. Un tempo eravamo amici, pensa subito dopo.
      In estate, tra i muri di macchinari in moto, l’aria sembra solidificarsi, la temperatura all’interno delle sale raggiunge livelli immorali e pericolosi e non è insolito vedere qualche operario perdere i sensi: quegli stronzi scansafatiche, e poi cosa fai, non li mandi in pronto soccorso? Ma che si mettessero nei nostri panni questi emiliani di merda, noi che dobbiamo mandare avanti un’impresa, che cacciamo i soldi, a noi chi ci tutela?
      Ezio se ne frega, ma la madre e la sorella storcono il naso, si incazzano: questi pezzenti svenevoli, sempre a far finta di star male, che vogliono la pausa per bere e per mangiare, che si lamentano del caldo. Dovrebbero solo ringraziarci che gli diamo da lavorare, di questi tempi. Bestie. Tutta colpa dei tipi come quell’amico di Ezio, che parla di coscienza sociale e rivendica diritti a tutto spiano, quella spina nel fianco, parassita di un sindacalista.
      Parla tanto lo Zio, è vero, a volte a sproposito, ma non per idiozia, piuttosto per quel genere di spontaneità che la Nina ha sempre considerato sintomo di purezza d’animo: Tutto voce e cuore è il mio Claudio.
      Zio Megafono, lo chiamano i ragazzi.
      Parla eccome lo Zio, con un timbro troppo alto, fastidioso perfino, soprattutto dopo qualche bicchiere di troppo, è stato operato due volte al ginocchio sinistro, che però continua a far male. A fiaccargli i legamenti adesso, sono quelle maledette scarpe antinfortunistiche che pesano come mattoni . Prende gli antidolorifici con la codeina, lo Zio, perché quel cazzo di ginocchio grida e batte e scrocchia, tira, e quando lo allunga fa rumore di rami secchi spezzati.
      Le iniezioni di acido ialuronico aiutano, ma costano come un figlio in collegio.
      Era una promessa del calcio lo Zio. E poi? E poi basta: il famoso ginocchio lo aveva mollato. Addio calcio.
      Addio al sacrosanto e imprescindibile diritto, che spetterebbe ad ogni essere umano, di sognare in grande.
      E allora, finite le scuole, per tenere a freno la sua inquietudine aveva fatto cose brutte, cose pericolose, con gente cattiva.
      Aveva dovuto cacciare un sacco di soldi per uscirsene dal quel brutto giro e uscirne significava rinunciare a un bel po' di contanti extra.
      Tutto era partito quell’estate di Blow, quando i ragazzi piangevano miseria e Loris era ancora vivo.
      Quando poi, avevano iniziato a pedinare la Nina e a fare discorsi strani, lo Zio aveva pagato ed era stato zitto; lo Zio parlava tanto, ma non in quel senso.
       “La tua fidanzata è molto bella, cosa va a fare tutti i giorni alla stazione, in bicicletta?” 
      “Non ti sarà mica venuto in mente di metterti a fare da solo il nostro Business vero Zio?”
      “Abbiamo visto la tua nipotina, Zio, somiglia molto a tua sorella. Sei fortunato.”
      Lo Zio si era ingoiato un secchio di merda, aveva chiesto un prestito alla sorella e, con una pietra in gola, aveva pagato.
      Il cadavere di Loris, infine, ritrovato in un’auto ferma in mezza campagna, a fare da conferma alla convinzione dello Zio che la Nina gli avesse, inconsapevolmente salvata la vita.
      Domani la porto al mare, la Nina, che lei è bella e se lo merita. Devo dire al Tuco di prendere il frigo. Devo far controllare la macchina. Devo dire alla Vi di fare una delle sue ricerche.
       
       
       
       
       
      VI
       
      Vittoria, detta Vi, si guarda allo specchio e si vede grassa. Non che nessuno si sia mai lamentato dei suoi seni enormi, che erano enormi già quando al liceo portava una trentotto o dei suoi bei fianchi o delle fossette che sembrano fare da accento alla maestosità del suo culo, e non è neanche una che si lamenta, delle sue rotondità-ha problemi ben più gravi-dice lei, ma in realtà ci sta male.
      E faglielo entrare in testa alla Vi che un po' di autocritica non le farebbe male, che gli uomini non sono proprio tutti da buttare, non sono tutti esseri inutili.
      Vai a spiegarle che magari, una volta tanto, potrebbe scendere dal piedistallo e contare fino a venti prima di mandare a fare in culo il povero stronzo di turno che, intimorito dalla sua rabbiosa intransigenza, se la fila via a gambe levate.
      La Vi ha iniziato a mettere peso e ad odiare gli uomini in modo irreversibile dopo la fine della sua storia con Denny, che era rimasto l'ultimo barlume di speranza nel genere maschile a cui si teneva aggrappata.
      I maschi, alla Vi, la hanno sempre, inequivocabilmente delusa: Primo il nonno, che le infilava le mani sotto la gonna, le sfiorava il seno.
      Vecchio rattuso, lo chiamava, ma che allungasse le mani, la Vi, se lo è tenuta per sé fino a quando, quel nonno di merda, non ha tirato le cuoia. Lo ha accompagnato alla morte odiandolo e dopo averlo seppellito, senza lacrime, ha sputato fuori la verità. Lo ha raccontato come se fosse un dettaglio da poco, nella vastità di merdosa inettitudine della vita di quell’uomo.
      Lo ha raccontato come se fosse roba da nulla perché lo faceva anche con la mamma e con la zia e la mamma guai anche solo a metterla in discussione.
       Perché, mamma, non lo hai allontanato? Perché, tu che sapevi, ce lo hai portato in casa? 
      Poi il babbo, che ha sempre lavorato, ha fatto quello che ha potuto, che portava tutta la famiglia in vacanza in roulotte ma che poi, un bel giorno, non è più andato bene e la mamma lo ha cacciato. È tornato a vivere con i giostrai, la famiglia elettiva che aveva abbandonato per costruirsene una sua. È andato in depressione, ha avuto un ictus e manco voleva andare in ospedale.
       E a noi chi ci pensa?
       Ma poi, Mamma, perché lo hai mandato via?
      Perché devo sopportare la vergogna di un padre mezzo zingaro che fa il giostraio?
      E a completare il quadro, Fabio, la sua metà, il gemello della Vi, che con la Vi non ci azzecca proprio un cazzo.
      Fabio ha bisogno di aiuto, non posso lasciarlo solo con mamma, Fabio è scappato dalla comunità, Fabio ha picchiato la mamma, Fabio non posso lasciarlo in mezzo a una strada, Fabio qui, Fabio lì.
      Scuse.
      Purghe.
       Pretesti per non tagliare il cordone, mezzucci per sabotare la  storia con Denny, che la Vi se la voleva sposare, che la amava e voleva invecchiare con lei, Denny che andava a tirare fuori dai guai Fabio, quando lo beccavano a rubare bici, a fare casino, che pagava i suoi debiti, Denny che sopportava, con pazienza da asceta, le imprevedibili sfuriate della Vi, che scaturivano all’improvviso, dal nulla.
      Perché, mamma non hai cacciato anche Fabio per strada quando è scappato dalla comunità? Quando ci ha rubato e venduto tutti i gioielli, quando mi prendeva i soldi dalla borsa?
      Perché, mamma, ho dovuto mollare il D.A.M.S, che mi piaceva e che andavo benissimo siccome Fabio non trovava lavoro e tutto era un casino?
      Perché, hai permesso che ti picchiasse e che ci facesse vergognare?
      Perché, mamma non hai amiche oltre a tua madre?
      Perché, mamma vuoi che io diventi come te?
      Dopo anni di testardaggine, di muri, rassegnato, Denny aveva incontrato un'altra.
      Amava la Vi, ma non era più sicuro di essere ricambiato. L’altra era bella, dolce e aveva voglia di convivere e di darsi completamente. Anche lei aveva un fratello problematico, ma non aveva paturnie, non aveva la fobia dei piedi, amava ricambiare il sesso orale e con lei non era sempre, tutto, solo, un enorme problema.
       La Vi, probabilmente, non credeva che una vita normale, per lei, fosse possibile.
      Non credeva di meritare qualcosa di bello.
      Quanta perversione nel volersi immolare.
      Il mito della donna forte, madre coraggio.
       Affronta tutto a muso duro, la Vittoria e quando può, attacca, per prima.
      Se ne va in giro dicendo che vuole un figlio, da tirare su da sola, chiede di essere fecondata e basta.
      Io da sola ci sto da Dio.
      Cazzate Vi. Nessuno sta bene da solo. Nemmeno tu.
      Vittoria si guarda il culo e sceglie tra i costumi da bagno quale mettere in valigia. La cassintegrazione se non altro le ha concesso un po' di tempo libero.
      Andiamocene al mare, Dio, fa che Fabio non meni la mamma mentre sono via.
      Non voglio pensare a niente.
      Voglio sbronzarmi fino al coma, voglio fare il bagno nell'acqua salata.
      La Vi ha bisogno di questo finesettimana come tutti e quattro.
      Sono grassa.
      E chissenefrega.
       Io mangio.
       A me le magre stanno sul cazzo.
       
       
       
      La Nina
       
      Eccola là, la Nina, accucciata di fronte al portone di casa, le mani frugano impazienti e isteriche l’interno della borsa, afflosciata sul suolo. Così china, accosciata in equilibrio sui talloni, trasandata e minuscola, Nina, sembra ancora più piccola. Una piccola fiammiferaia, una zingara, una che fa la pipì per terra. La Nina affronta senza paura la schizofrenia architettonica dell’interno di quella cattedrale del caos, dove: accendini, rossetti, briciole, documenti e una miriade di altri oggetti impensabili convivono senza una logica. Si sposta i capelli da davanti al viso, gli occhiali da sole le scivolano lungo il naso dritto, sudato, finendo risucchiati, a loro volta, nel ventre di quella borsa dalle le fauci spalancate, che pare senza fondo. Nina odia il rituale quotidiano della ricerca degli oggetti, ne odia l’assurda coreografia, la necessità di un piano d’appoggio, odia l’ansia che la pervade quando la ricerca si protrae più a lungo del previsto, odia affacciarsi a quel microcosmo dai confini di stoffa che è lo specchio della sua esistenza.
       Vorrebbe poter fare come gli uomini la Nina, riporre tutto quanto nello spazio di un portafogli, o in tasca: vorrebbe, degli uomini, avere il pragmatismo, la freddezza, il distacco. Vorrebbe imparare a fare a meno. Invece, la sua natura nomade e dipendente la spinge ad accumulare, ad attaccarsi.
       La Nina, spesso, quando cerca qualcosa nella borsa si affida solo alle mani, annaspando alla cieca, soppesando, esaminando al tatto, fa ricorso alla vista solo in situazioni estreme; non è che non ci pensi è che proprio non le viene. Gli occhi servono per leggere, per guardare le cose belle, per piangere, per comunicare.
      Gli occhi della Nina, dicono, sono identici a quelli di suo nonno paterno, neri, cupi, indecifrabili
      Quel nonno che, senza saperlo, le ha insegnato che la ribellione è   un’espressione di libertà e di coraggio, glielo ha insegnato senza conoscerla mai, pagando però con la sua stessa vita il prezzo di quella disobbedienza. Quel nonno perseguitato, sequestrato di notte, torturato e messo in fila insieme ad altri cinque ribelli ad attendere, inevitabile, la mitraglia. Meglio morto che fascio.
      Lo Zio era uno dei pochi a riuscire ad affacciarsi a quel ribollire cupo appena dietro le fessure degli occhi di Nina e a riuscire a guardarci dentro, guardarci oltre e trovarci cose belle. Forse perché quelle cose belle erano state messe lì per lui.
      “Zingara, punk, non siamo in uno squat a Londra o in un capannone dismesso a ballare sotto le casse, la puoi aprire la borsa, tiralo fuori quel pacchetto di paglie invece di frugare come una scimmia”.,
      Lo Zio si era innamorato della Nina un ‘estate in Salento. Lei lo aveva portato a un teknival e gli aveva insegnato una delle cose più importanti da sapere nella vita, ovvero che se hai la fortuna di trovare del buon oppio fresco, l’ultima cosa al mondo che devi fare è fumarlo come si vede nei film, a meno che tu non voglia sprecare quel meraviglioso dono di madre Natura, la sola cosa da fare è avvolgerne una pallina da almeno uno 0,4 in una cartina e buttarlo giù con un po’ d’acqua, poca che poi senno lo vomiti e addio otto ore di paradiso e prurito.
      In quell’occasione, osservando quel piccolo folletto destreggiarsi tra marcioni, camper, cani e muri di casse con la grazia di una libellula, lo zio aveva creduto di aver incontrato la donna della sua vita.
      Il pensiero lo aveva sfiorato già una volta, anni prima a casa dello zio: la Nina era lì per caso, con il tizio con cui se la faceva all’epoca per comprare del fumo. lo Zio giocherellava con la sua beretta per fare il fico.
      “Me la fai tenere un po’ in mano?”
      Era autunno, Nina indossava una gonnellina plissettata tartan, grigia e rossa, ammiccante e inverosimile allusione allo stile “college inglese”, stivali pesanti e collant neri, leggermente velati, o forse erano autoreggenti? Inconsapevole dell’impatto erogeno del suo gioco, impugnata l’arma che credeva un giocattolo, Anna si era avvicinata allo Zio, seduto sul divanaccio lurido della mansarda, aveva allargato le gambe e tendendo le braccia aveva puntato il ferro in faccia allo Zio.
       Bang.
       Colpito.
      Quella volta lì, lo Zio era dovuto restare seduto sul divano a lungo e a ripensarci, poi, da solo, la stessa notte, gli era venuto inevitabile toccarsi.
      La Nina estrae le chiavi dalla borsa ed entra in casa, quel bilocale che ha arredato da sola, in cui vive da sola, perché la vita purtroppo non è mai come nei film e l’amore cambia e a volte fa paura.
      Prima dello Zio, Anna, non si era mai sentita davvero amata e protetta. Non conosceva la quiete, non credeva che esistesse qualcuno con cui poter essere completamente sincera, qualcuno che non scappasse terrorizzato se messo di fronte ai suoi lati oscuri.
      Nonostante la consapevolezza del fatto che Lo Zio fosse l’unico amore possibile, lei era scappata, come sempre.
      Nina, artista imbattuta della fuga.
      L’appartamento è straordinariamente in ordine. Evento raro, in genere collegato all’imminente visita lampo del pezzo di merda con cui la Nina ha da un po’ deciso di rovinarsi la vita. Mette a posto per lui, che la tiene legata, sospesa in un’attesa senza tempo, imbrigliata in una rete di fantasie e illusioni, dalla quale forse, nemmeno lei vuole liberarsi.
      Non glielo dice, a lui, che al mare ci va con Lo Zio, non che pensi che a lui freghi qualcosa, o che anche se fosse, possa lui permettersi di indignarsi, non lo fa perché non vuole ammettere che non è ancora riuscita a dimenticarlo, ad andare avanti.
      A volte lo zio stenta a riconoscere la donna che un tempo era un’appendice della sua persona, quella che gli aveva ridato la voglia di viere, alla quale era impossibile mentire, quella che gli riconosceva il senso di colpa dal tono di voce.
       Anche la Nina non si riconosce più. Non si ricorda com’era tutto più facile prima, non si ricorda che un tempo era capace di ridere, di essere buffa e di credere in sé stessa.
      Dove sei finita Nina?
      Quand’è che hai smesso di credere che la vita possa essere divertente? Che c’è gente che ti vuole bene e che hai ancora tanto da dare e da ricevere?
      Nina prepara uno zaino per un fine settimana al mare, preleva qualche soldo al bancomat, porta il cane dai suoi e torna alla casa dove per anni ha vissuto insieme a Claudio.

    • Ormai vicino agli ottanta anni, è ritornato qui alla Fontan del Papa un giorno d’estate con sua moglie Luigina.
      Sicuro il suo passo, commovente il suo incedere.
      Basilio ritornava alla sua storia, al suo passato, alla sua gioventù, al ricordo di sua madre Rosa e di suo padre Giovanni.
      La memoria è viva nella figura di suo padre con l’immancabile pipa di terracotta dove infilava una cannuccia, “quante volte dovevo recarmi in paese a comprargli il tabacco”.
      Gli occhi, il cuore lo guidavano sicuro “ecco.. ecco.. li c’era il letto delle mie sorelle, loro dormivano nella stanza con mia madre e mio padre, di qua, due rapazzole i miei fratelli e io.
      Il camino faceva fumo e la finestra mandava spifferi”.
      Chiedo: – “il bagno, come facevate? – “… un secchio per la notte e poi là” una levata di testa ad indicare l’oliveto. L’acqua? … “eh quella pesava ogni volta e le mie sorelle la prendevano al fontanile e la portavano in casa. Quando ci si doveva lavare, si riscaldava l’acqua sul fuoco con un grosso callaro, un gettacqua sapone di Marsiglia e uno alla volta ci lavavamo, sempre davanti al fuoco.
      In estate invece ci si lavava ai bottagoni, ma solo noi maschi”.
      Il lavoro era tanto dall’alba al tramonto.. in questo magazzino (“Cinabro”) ci mangiavamo, com’era buono tutto, quante bell’acquacotte, tanta frutta zuccherina.
      In questa stanza invece (Pungitopo) mettevamo tutte le olive raccolte e ogni sera le spalavamo, le rigiravamo In autunno con le castagne, la raccolta delle olive … cinque, sei, sette ragazze venivano da Tolfa , la mattina presto si cominciava .. no, altro che teli, con le mani si faceva tutto con le mani, un secchio ed un robusto sinale e le mani diventavano veloci rastrelli, le olive raccolte a grappolo dall’albero e una ad una quelle che cadevano a terra … le piante erano circa ottocento.
      Alla fine del raccolto poco prima di natale veniva il camion di Nunzio e trasportava tutto a Vetralla per farne un’unica macinata.
      Il molino aveva due grosse ruote in pietra, triturava tutto, macinava, impastava, poi con delle pale larghe circa una ventina di centimetri l’impasto era steso su dei larghi dischi di saggina.
      Il frantoiano seguiva tutto questo con gesti sicuri, non lasciava che sbavature fuoriuscissero da questi larghi cerchi, che andavano ad impilarsi uno ad uno sull’asse che le avrebbe pressate lentamente … molto lentamente: la spremitura.
      L’olio usciva raccolto alla base verso un canale ad imbuto … eccolo, eccolo il sottile filo d’oro iniziava a uscire, si ingrossava, diveniva verde cupo, l’olio era messo nelle larghe damigiane impagliate, via una via l’altra il camion ritornava con il prezioso carico di olio “un anno ne abbiamo raccolte addirittura 94 quintali di olive e quanto olio ..tanto.. che poi vendevamo a circa 300 lire al litro”.
      Basilio illumina i sui occhi, quando racconta delle “noccioline”.. “le avevamo piantate proprio ai piedi del fontanile dove nasce l’acqua li e la terra è sempre umida, adatta per coltivare noccioline, le tiravamo su e appigliate alla radice venivano fuori ricchi graspi, ma proprio tante …a Tolfa le vendevamo a Boby … quanti soldi che ci dette quella volta … quanti soldi..!”
      Era il 1940 quando Basilio venne ad abitare con la sua famiglia alla Fontana del Papa aveva 11 anni, ancora oggi, racconta “ Quando ci vivevo, non ho mai sofferto la fame, c’era tutto”.
      La proprietà della Fontana del Papa, a quel tempo era molto più estesa e comprendeva anche l’altro casale, e giù fino al fosso di Santa Lucia, i due molini fino al bagnarello.
      Racconta Basilio:- “l’affitto che pagavamo per ogni anno era di cinquecentomila lire .. tanti soldi quasi l’equivalente del costo di una casa, ma quello che ne veniva da questo terreno era una ricchezza, gli animali ci aiutavano in questo, per la pulizia del terreno, le bestie mangiavano e concimavano, le vacche ci davano il latte che ogni giorno portavamo al paese L’uliveto e il prezioso olio, l’orto, gli alberi da frutto per ogni stagione, noci, castagne le dolcissime prugne “goccia d’oro”, le ciliegie, nocciole, fichi, pesche, albicocche, more … la grazia di Dio era su questa terra.
      Gli uomini lavoravano la terra e coltivavano l’orto, si occupavano del bestiame, insomma dei lavori più pesanti Le mie sorelle con mia madre non erano da meno nel duro lavoro della campagna, nell’orto e in casa. Si lavorava tutti insieme.
      Gli asini con le ceste erano i mezzi di trasporto per i prodotti che portavano al vicino paese.”
      Nel 1951 Basilio e la sua famiglia furono costretti a lasciare la Fontana del Papa, ancora Basilio ne parla con amarezza.
      Quando Basilio, appoggiandosi al suo bastone mi ha salutato per ritornare a casa, nel palmo della mano gli ho messo una pipa in terracotta rossa che durante i lavori avevamo trovato, Basilio mi ha guardato mi ha sorriso e ha detto: – “ma è quella di mio padre!”
      L’ha stretta in pugno e ha rivolto lo sguardo verso l’uliveto e il cucuzzolo del diruto castello, verso ricordi e affetti lontani, verso suo padre. 

    • Quando era il giorno stabilito di “bucata” le donne della Fontana del Papa seguivano un procedimento particolare.
      Si cominciava con il setacciare la cenere di fornelli e camini, che si era messa da parte nei giorni antecedenti.
      Non era cenere comune ma in prevalenza di olivo, cerro o olmo, escludendo accuratamente legni come il castagno perché ricco di tannino, elemento che avrebbe macchiato i panni.
      Il bucato veniva bagnato e strofinato con sapone di Marsiglia dove erano visibili le macchie più grosse, una specie di rudimentale prelavaggio.
      Un contenitore, il paiolo, veniva messo sul fuoco del camino per la preparazione dell’acqua che doveva essere bollente.
      Sopra i panni si poneva un telo di cotone grezzo e robusto sul quale era sistemata della cenere.
      Si versava, quindi, abbondante acqua bollente che, miscelandosi alla cenere e filtrata dal telo di cotone grezzo, arrivava a bagnare i panni. Il liquido così ottenuto, la liscíva, assicurava un’azione sbiancante e disinfettante sul bucato.
      Questo vi era lasciato in ammollo per un po’ di tempo, trascorso il quale veniva tirato fuori e ci si recava al lavatoio per la battitura e risciacquatura.
      Chiaramente la cenere sullo straccio non era gettata via ma veniva fatta asciugare al sole ed anche usata per lavare piatti e stoviglie, in una sorta di riciclaggio perfetto, come perfetto era l’impatto ambientale, molto vicino allo zero.
      L’inconfondibile odore di fresco e di pulito del bucato era ovunque dopo questo trattamento con acqua e cenere filtrata.
      In primavera era una festa per gli occhi.
      I pesanti teli bianchi di lino, ricamati uno a uno con le iniziali delle spose, brillavano sul verde lussureggiante del prato assorbendo la fragranza delle erbe aromatiche, la mentuccia, la salvia, la lavanda. Un profumo stordente di pulito inondava le camere nuziali.

    • Lorne arrivò un giorno d’estate, doveva occuparsi di Emma che aveva quattro anni e di Luca che di anni ne aveva dieci.
      Andrea era appena nato.
      Lorne era giovanissima poco più che ventenne bionda e bella.
      La sua terra di origine le Highland. Perfettamente disordinata ma determinata, provvedeva da sé alla sua camera.
      Spesso, da invadente madre Italiana intervenivo a mettere un po’ d’ordine.
      Il mattino Lorne andava con Emma e Luca al giardino comunale, mentre io mi occupavo del mio lavoro, insegnavo francese e inglese ai ragazzi rimandati a settembre.
      Quei giorni d’estate si concludevano quasi sempre con lunghe passeggiate attraverso il territorio dei Monti della Tolfa.
      Ogni giorno luoghi diversi, la Farnesiana con la stupenda chiesa neogotica in rovina e il suo borgo, Cencelle e gli scavi, Piantangeli con i suoi resti dell’antica abbazia e il panorama fino ai Monti Cimini il cuore della Tuscia, la faggeta di Allumiere e le sue antiche miniere di allume, il Bagnarello con le sue acque bollenti e curative, l’Eremo della Trinità luogo preferito da Sant’Agostino, le tombe etrusche di Pian della Conserva… con lei devo dire “riscoprivo” questa mia terra. Nuove immagini si realizzavano nella mente, il sogno lontano incominciava a materializzarsi, vedevo attraverso gli occhi nuovi di Lorne ciò che avevo ogni giorno sotto gli occhi.
      La sera poi, prima di cena, era ormai una consuetudine per Lorne andare con i bambini a comprare un litro di vino rosso alla “fraschetta”.
      Le fraschette hanno un’origine antichissima. In epoca medioevale nacque l’usanza per i viticoltori delle campagne intorno a Roma specie nella zona dei Castelli Romani di apporre una frasca ben carica di foglie sopra l’ingresso della cantina in modo tale da indicare che il nuovo vino era pronto da bere.
      La cantina di Gemmetto era sotto casa nostra, nel centro del paese.
      Arredata all’insegna della semplicità: le botti di vino dominavano l’ambiente, disposte su un lato, mentre per i clienti vi erano panche come sedili e tavolacci arrabattati.
      Poveri gli ornamenti lungo le pareti, ma vi erano esposte delle attrezzature tipiche per la realizzazione del vino.
      Infine in fondo al locale, la grotta, scavata nel masso, una roccia dura ma friabile e renosa, si snodava per un centinaio di metri con in fondo uno slargo, a una temperatura costante di 12°, dove era conservato “Gemmetto’s wine”, diceva Lorne, il vino di Gemmetto.
      Il locale era sprovvisto di cucina, non veniva offerto nulla, eccezion fatta per il vino, del pane ed eventualmente del prosciutto e olive che servivano a preparare il palato alla degustazione del nettare di Bacco.
      Per tutto il resto, gli uomini locali (era molto raro che le donne frequentassero questi luoghi) arrivavano muniti di affettati o porchetta comprata alla vicina bottega di Alimentari e tra una partita a scopa, a briscola e a la morra degustavano il vino dell’annata.
      Lorne, con i bambini per la mano, indugiava nell’ascoltare il suono della voce degli uomini cantilenare i numeri al gioco della morra, osservare l’apertura del pugno tentando di indovinare la somma dei numeri delle dita spalancate.
      Le abitazioni nel centro del paese hanno tutte queste grotte e cantine. 
      Ogni famiglia ne aveva una. Erano scavate nelle lunghe giornate d’inverno, quando non esistevano altri divertimenti, quando il tempo doveva passare e non soltanto davanti al camino o in piazza a chiacchierare.
      Così si lavorava, si scavava la terra e il materiale ricavato era accumulato.
      Sarebbe servito ai mastri muratori durante la bella stagione per diventare malta utile a costruire e legare i muri delle nuove case.
      Queste grotte hanno ognuna una grandezza diversa dall’altra, dipendeva da quanto poteva spendere il proprietario della cantina.
      Più mani scavavano, più costava.
      Una grotta in particolare sotto un antico casolare, dove si lavorava il formaggio.
      Le scale di discesa larghe circa un metro e mezzo e in fondo, dopo una trentina di scalini una grande stanza alta oltre i due metri e in un angolo un pozzo.
      Con Lorne entriamo in questa grotta, anche se invasa di un’acqua limpida e trasparente, con le luci delle torce i colori della roccia riflettono sfumature di rosa.
      Non le avevo mai viste prima queste grotte.
      Al disopra, invece, l’antica “Caciara” ancora conservava le sistemazioni della lavorazione del sale, i muri intrisi dell’olezzo putrefatto del formaggio e gli effluvi salmastri del sale.
      Come molti giovani che se ne vanno da soli per il mondo, Lorne era una ragazza piena di vita, puntigliosa, gioviale, una punta di rancore l’avvertivo, ma apparteneva al suo passato.
      Era sempre pronta a dire Ok ma poi le sue decisioni potevano essere anche altre. Una parte di lei non l’ho mai conosciuta, mi è sempre sfuggita.
      Eppure questa ragazza ha cambiato la nostra vita.
      Abbiamo soltanto seguito un suo pensiero, imparato a “vedere” attraverso i suoi occhi, imparato ad “apprezzare” il grande valore della nostra terra.

    • Anna, bimbetta che dorme, avvolta in una vecchia e pungente coperta militare sui sacchi del farinaccio, un piccolo caldo pertugio s’era creato sotto il suo peso leggero.
      I ricordi dipanano e rianimano di vita quelle porte sgangherate e abbandonate nei vicoli stretti delle case che si abbracciano attorno alle vecchie mura del castello dei Frangipane.
      Lì, poco distante e di fronte al maestoso portale del Palazzaccio c’era il forno, dove la fornaia “la fija de la roscia” cuoceva il pane.
      Era il suo lavoro, la sera provvedeva a riempire il forno con lunghi pezzi di legno di ogni tipo, il migliore era l’ulivo, ma non sempre ce n’era di questo legno prezioso e così Bellino il poeta il marito della fornaia trasportava al forno, sulla groppa del suo asino, ogni tipo di legno, meno il castagno che avrebbe “schizzato” scintille sulle “coppie” di pane.
      La fornara era un lavoro particolare e faticoso, alle tre del mattino la fornaia si svegliava e dalla vicina casa di via ripa alta scendeva e, dopo poche decine di metri si trovava nella larga stanza, le fascine ormai ben asciutte e soprattutto secche dell’anno precedente e poste nel forno dalla sera avanti, velocemente il fuoco era acceso.
      Socchiusa la bocca del forno, una sbirciata al foglio dove c’era la lista delle donne che s’erano “segnate” a cuocere il pane, talvolta la fornaia usava un pezzetto di carbone per scrivere, la memoria era forte, un rapido sguardo al fuoco e via fuori, nel buio della notte riconosceva ogni casa, ogni porta. Un fragoroso picchio alla porta e uno strillo secco:- “ le quattro per le cinque!”-
      Le donne in fretta scoprivano il grosso impasto che veniva suddiviso in quattro cinque pezzi e collocato con una spolverata di farinaccio sulle tavole che il giorno prima avevano preso al forno.
      Tutto è pronto, le tavole venivano poste sopra la “curoja” ben appoggiata in testa, ben coperte e affacciandosi fugacemente uscivano di casa.
      Alle quattro del mattino il pane doveva essere al forno.
      Alle cinque si iniziava a cuocere.
      Non c’era il termometro e per sapere se il forno era a giusta temperatura, Assunta posava una foglia di cardo: se questa si appassiva, il forno era pronto, se invece la foglia diventava nera, era troppo caldo.
      Pochi attimi e la lunga pala di legno avrebbe nascosto il pane dentro quella bocca infuocata … ma prima c’èra la “conta” a chi sarebbe toccato il centro e a chi il lato e a chi l’entrata del forno.
      Il posto migliore per la cottura era il centro, ai lati cuoceva troppo, all’entrata cuoceva poco, nel centro era perfetto.
      La donne chiacchieravano e lavoravano ai ferri, talvolta accesi scambi di vedute, che la fornaia subito attenuava.
      Tra poco il prezioso e dorato cibo sarebbe stato sfornato e una volta a casa posto nella cassa del pane.
      Una volta finito di cuocere il pane e il forno era meno caldo, allora si cuocevano i dolci, molti cuocevano le mele e le pacche erano messe ad essiccare sulla parte posteriore esterna del forno. Deliziose erano le mele avvolte in pasta di pane.
      I tempi erano duri, Bellino faceva l’ortolano e tutta la roba dell’orto serviva alla loro tavola e alla vendita, quando c’erano tante uova, queste venivano “barattate” con un po’ di olio dall’Eva, il prosciutto era scambiato con il farinaccio, a casa rimaneva la spalla.
      Anna ricorda quei tempi con tenerezza e passione, l’acqua in casa non c’era, il bagno neppure.
      Il desinare era povero ma ricco di inventiva, le zucchine erano cucinate in molti modi, i fagioli erano il piatto principe, la carne solo poche volte e durante le feste ed è su quella vita di sacrifici che i figli hanno potuto capire il senso del rispetto del cibo, e che forse oggi non c’è più.

    • Scendo all’imbocco della medina, la città araba. Le botteghe mi disorientano con la profusione della merce esposta. Contratto l’acquisto di un anello e con l’amuleto di cui finalmente sono entrato in possesso m'inoltro nel dedalo fra le pareti cieche e bianche da cui non arrivano suoni.
      La città non è più così aliena: una sua porzione minuscola mi appartiene, la stringo fra le dita.
      Ma in fondo siamo noi, l’amuleto, la fedele e immarcescibile riproduzione di noi stessi, il feticcio custodito nella tasca da cui non ci separeremo più.
      Il viaggio è il riscatto della condizione nomade, è l'idea e l'atto della scelta, l'aleatorietà del movimento, il confronto, il disagio, la scena vuota, lo specchio e il pozzo, il simbolo e la cosa, l'avventura e la sua parafrasi burlesca, il centone di ogni altro viaggio passato e a venire.
      La vita quotidiana, al paragone, è una parentesi ottusa, per quanto ripetuta, ostinata, che non riesci proprio a grattar via.

       

    • In breve molto breve.
      Un gruppo politico nel periodo che precede tangentopoli, con i soldi sottratti all'Eni decide di pianificare la realizzazione di un complesso termale in una situazione strategica e fortunata ovvero la vicinanza con una grossa città e un porto importante e acquista, per mezzo di un "colletto bianco" un grosso appezzamento di terreno in un parco naturale. Il terreno viene intestato ad una società offshore coperta da due altre società svizzere.
      Succede che scoppia tangentopoli, il "colletto bianco" è arrestato,  la proprietà abbandonata.
      Dopo anni, due giovani vedono un casale e un terreno abbandonato ma ci vedono il lavoro per una famiglia e un sogno. Acquistano e con enorme sacrificio recuperano il tutto e iniziano a lavorare e con successo.
      Il gruppo politico però non aveva abbandonato il vecchio progetto e torna all'attacco, prima con problemi legali, poi e nel corso degli anni riescono ad infiltrarsi nella famiglia, gli accordi partono, il "colletto bianco" ricompare, le prime tranche vengono pagate, attraverso compravendite e prestanomi e atti simulati.... ma ancora non ci riescono.
       
      In ultimo arriva una prestanome che compra in un lampo.
      Menti finissime si muovono agevolmente nella procura
      Una donna, l'unica rimasta ancorata a quel sogno e rimasta sola, abbandonata da tutti e dai figli, tiene duro, sa che la verità è dietro quei soldi con cui hanno pagato.
       
      Il finale non lo so ancora. Ma  la donna continua sognare
      Tutto dipende.

    • CANTO DI CAPODANNO 2020
       
       
       
      Innanzi, innanzi per le fosche radure , dove si sta all’erta,  prima che  scenda la sera a mietere il mio dolore ,  palpitante,  solitario in fondo al tuo animo,  nel tuo amore di madre. Mi perdo , dove il giorno cade nel sogno  d’inverno,  verso un nuovo anno , con tutte le mie sconfitte i mie desideri  racchiusi  in  un sistema algebrico in  una forma senza tempo.
       
      In questo mio verseggiare in diversi idiomi , vorrei festeggiare  la fine di  questo anno  con  queste parole alate per cieli foschi e piovosi , Perdermi tra le  luci degli alberi di Natale che brillano  tra le contrade innevate.   Nel senso  dei sentimenti d’ogni uomo. Mano e  mano su questa terra contaminata,  in   questo delirio  che scivola nella mia ridicola  lirica ,  il mio canto  diventa un inno alla vita di molti anni passati.
       
      Vorrei saltare questo fosso oscuro , trovarmi tra le braccia di una donna allegra , gozzovigliare,  attendere il  nuovo anno,  una nuova speranza che mi faccia sorridere   nella conoscenza e nella bellezza. Io mi perdo ramingo per racconti e versi sinistri , solitario ,  sotto una stella in  una sera  d’inverno , vicino questo fuoco , vicino alla fiamma della vita che brucia i mie dubbi , le mie incertezze . Ed è  tutto cosi illogico,  come la morte , come il salto nel vuoto che  porta a compimento il senso  delle parole nell’alcova dei sogni.
       
      Cade  la neve in ugual modo  sulla terra  si stende e  cede ,  stride sotto il piede: avanti fugge il sospirare mio per l'aereo ferito. Ogni altro cosa  tace. Corro tra le stanche  nubi la luna sul  gran bianco e orrende le ombre disegnano  quel pino che tende cruccioso al suolo. Informe i rami infranti, mi faccio piccolo ed avanzo nella sera fredda con tutte le mie incertezze ,  incontro una donna che balla nuda nei miei pensieri , nella mia esistenza. E non fingo ne  riesco e fresco rinasco dalla guerra , dalla fame , dalla miseria dagli anni addietro che sono trascorsi indifferentemente in questo giro di frasi e ed espressioni primitive . E vedrò il mondo danzare in  una vecchio ritornello , sentirò il somaro ragliare , la pecora belare , vedrò  la vecchia spiare dietro uno specchio,  narrare questa storia che non sa ne di sale ne  di pie  passioni . E sono in tanti la in piazza ad attendere , qualcosa accada. E verrà un nuovo anno e verrà la mucca e la donna senza zucca  dentro una carrozza trainata da tre cavalli bianchi , andare cantando  quasi ignuda in giro per la città . Lei donzella della campagna mesta , dalla bella chioma bionda come l’onda che schiuma a riva e sorride alla speranza dei pesci venuti a galla .  Canta  questa storia che passa e non si fermerà al perché al nome dell’idiota che è in me .  Dialogo della  mia  rovina nella  epica fasulla , fatta ad immagine del caso. E non ci sono più indiani metropolitani , ne  presbiteri , ne alice nel paese delle meraviglie che rincorrono  il bianco coniglio .  Poiché l’amore ha superato , quella soglia dell’essere e dell’avere, di devenire  desti  nella saggezza che trascina con rabbia la bella nella baia del sole levante. E le barche andranno e ritorneranno dai mari dell’oriente , porteranno milioni di fiale di vaccini , tutti efficaci ,  tutti capaci di guarire da un male che mina il corpo e la forma , tua tonda molto simile  al mondo , abbigliata di  quanto amore e rimasto.
       
       
      Nel pensiero di morte mi cingo . Cingimi o bruma e gela  l'interno senso i frangenti che tempestano forti; Ed emerge il pensiero su quei marosi,  naufrago, ed al ciel grido : O notte  o inverno.  Che fanno laggiù́ nelle loro  tombe i morti? Oh vorrei  andare  e scendere nell’oblio delle frasi fatte , nella forma perfetta,  attendere senza sparare  tric-trac e bottamuro , senza alzare bandiera , senza nessuno che mi costringa a baciare  il volto della morte nascosta dietro queste parole . Che sono belle ed amiche della sorte .  Seguo colei che io chiamo amore . Ma ella è  partita , mi ha lasciato qui da solo con te luna ad ammirare il mare della mia terra. E l’onda dell’incoscienza mi trascina verso quell’essere negletto che non si pente , ne rimane perplesso all’ossesso. Oh quanto sesso avrei voluto fare . Quanto amore avrei voluto donare . Ma la luna si inabissa nel buio della notte e tutto scompare al mio sguardo in questa vita e in questo amore. Che non ha nome , neppure due gambe con cui passeggiare  , sopra un cornicione in bilico nella fantasia che trasforma ogni cosa. Ed avrei voluto cambiare vita , ma prometto quando arriverà la mia ora,  io mi tufferò  nel caos ,  con tutti i miei versi e le mie stupide canzoni romantiche.
       
       
       
      Ammiro le  stelle che splendono  sul  mare . Le quali dicono - O bella luna, non dormire.  O bella luna, svegliati ché noi vogliamo per l’universo   andare.  Vogliamo fermarci sulle povere  camerelle ,  ove nel sonno sta nostra sorella.  Nostra sorella splendente e bruna che un mago ci ha rapita, o madre luna. Quale delitto e mai  questo?  Cosa rispondi ,  non hai  nome,  non hai  senso .
      Ti trastulli in   questa serenata,  fatta a lume spento,  sotto la luna madre in questo vecchio anno che è  passato , portandosi tante giovani vite,  tanti vecchi amici,  tanti compagni d’arme e d’avventure   Emergere dalla fonte di aretusa , da dentro la caverna di Procolo,  sopra il monte dell’Olimpo. 
      Sulla  cima  del  colle , rispondono i pini e dalla riva del fiume
      gli ontani:
      O stelle da begli occhi piccolini, perché́ fate quei discorsi vani?
      Ella ci apparve in seno alla morte .
      E dove ella sbocciò , ninfa dal suolo
      Crebbe  come una rosa ora  canta  come un usignolo. -
      Prima  che le stelle tramontano nel mare,
      Al monte e al piano tace ogni rumore:
      La terra buia una camera  ardente pare
      Ove s'addormenta  al fin l'umana prole.
      Come breve è la notte, o bella mia!
      Desto nel bosco l'uccellino già̀ pia.
      L'alba dell’inverno t'imbianca le strade ,
      E il saluto del mondo in cuor mi pone.
       
      Cosi ascolto il canto del pio uccello smarrito  nel bosco,  nella sera d’inverno. Vaga il mio pensiero,  fino ai limiti di un universo  che non deduce il primato dell’incoscienza e piango,  mi dispero , cerco un senso adatto all’occasione. Ed ho trascorso , una intera notte con la morte e con la sua sorella sorte , che si è fatto  beffa del mio sentire. E verranno i malandrini con i mandolini e gli aquiloni voleranno verso il mare nell’orizzonte , ove tutto è grazia   con il canto del pio uccello in un sogno  ella  si fa bella nel suo  destino .
       
      Ho giocato con la vita , ora che sono giunto , alla fine di questo anno anelo all’innocenza  che germoglia tra le radure sempre verdi , ove non c’è nessuno in  attesa in fondo alla strada,  percorsa e la morte gira distratta per strade silenziose e fredde , con tutto quello che avevo da dire e non ha  mai detto.  Con il fiato in gola , con la mia agonia , che balla in questa sera  di fine anno , con tutte le mie speranze che mite si avvicinano a te e ti baciano nel sonno. Sono accanto al tuo letto nell’ora cupa con il timore di uomo perplesso nell’ossesso delle parole che minute si fanno rosse.
      Avrei  voluto  capire
      Quando ho bussato , nessuno mi ha aperto
      Ero fuori al freddo
      Non ero preparato a finire  l’anno, prima di  aver  inviato  questa lettera alla befana
      Tutto cosi sempliciotto
      Cerca , trova,  hai sotterrato  un amore
      Ero gioioso
      Ero alla fermata dell’autobus
      Che sera piovosa
       
       
      Sale la nebbia sui prati bianchi , alta  come un cipresso , nel camposanto un campanile,   sembra vero , segna il confine fra la terra e il cielo.
      Prendimi amore adesso tra le tue  braccia , stringimi non mi lasciarmi  da sola.
      Poiché  tu che vai, tu rimani
      Se vedrò   la neve,  me  ne andrò domani
      Rifioriranno le gioie passate nel  vento  di un altro anno che verrà.
      Non voglio cadere nel ridicolo sono matto e canto la mia vita come ella viene .
      Anche la luce sembra morire  con l'ombra incerta di un divenire
      dove anche l'alba diventa sera e i volti sembrano teschi di cera.
      Ora sarò  nel vuoto nell’incoscienza,  scherzo e sputazzo
      faccio lo stronzo.
      L’ ammetto  non ho capito nulla
      Tu che vai,  tu rimani ,  ricorda anche la neve morirà̀ domani
      L'amore  ci lascerà,   nella stagione del biancospino
      La terra stanca sotto la neve , dormire nel  silenzio di un sonno greve d'inverno , raccogliendo  la mia fatica , di mille secoli passati , in  un'alba antica.
      Ma tu che stai, perché́ rimani?
      Un altro inverno tornerà̀ domani , cadrà̀ altra neve a consolare i campi , cadrà̀ altra neve sul camposanto.
      Solo adesso, prova gioia  e sono fuori dal gioco ,  nella  pia speranza , che spezza questo delirio , questo amore rimosso.
      Rimango desto  in attesa che giunga la fine di questo soffrire,  nervoso ,  come le parole dette,  durante  questa anno .
      Ogni cosa finisce in bocca ad un pesce.
      Cresce , scema poi  si rammenta di tanto inverno , di tanto amore , mai  fatto,  tutto muta con te e  senza di te , siamo rimasti in pochi alla festa di fine anno.
      Sia lieta la gioia  del verseggiare , sia lieve la vita.
      Sia lieto questo canto di fine anno.

    • L’ESTATE ARRIVA

      By Ugo21, in Poesia,

      L'estate arriva,
      Gli ombrelloni, il caldo ti scioglie
      I sentimenti volano via,
      Nella brezza di un temporale.
       
      L'estate arriva,
      Ti chiudi nelle scatolette metalliche,
      Per raggiungere mete lontane
      Alla velocità di una lumaca.
       
      L'estate arriva,
      Hai già detto tutto
      Il fresco autunno porterà
      Il riposo dei colori caldi
      Nell'attesa del freddo inverno.

    • FANTASTICA NOTTE PRIMA DI NATALE                                             
       
      UNA VISITA DI SAN NICHOLAS
       
       
                                    
      Era la notte prima di Natale e tutta la casa era immersa nel  silenzio, nulla si muoveva, nulla si udiva ,neppure uno squittio di un  topino. Le povere calze, erano appese in bell'ordine al camino,
      aspettavano che San Nicholas   arrivasse presto a far visita.
       
       
       
      PERSONAGGI:
       
       
       
       
       Peppino : Padre
       Mariella   :  Madre
       Gennarino  : Figlio
       Dott. Mouse  : Dottore
       San  Nicholas  :  Babbo Natale
       
       
        
      Scena.
       
      Il tempo scorre,  le lancette si muovono , il suono dell’orologio sulla facciata della  cattedrale emette un cupo suono.  Nel bel mezzo del suo laboratorio il dottor Mouse  sta per ultimare  una sua invenzione , soluzione   con cui potrà conquistare l’intera città. Si tratta di una sua originale invenzione in grado di far dimenticare la memoria del natale a chiunque  per poter così manovrare  a suo piacimento le persone. Mouse è un solitario per natura ,  forse gli manca qualche rotella , ma  tutto sommato è un buono  uno scienziato  che aspira ad essere ricordato  nella storia dell’umanità. Come poter reprimere , quella sua aspirazione di sperare di poter  volare e  cambiare il mondo .  Mouse è uno di noi un tipo  insolito , un topo  che vive di sogni e di altri assopiti desideri.
       
       
       
       
      Mouse :  Diventerò potente  e ricco nessuno oserà  più dirmi nulla di male . Milioni d’esseri  umani saranno soggiogati dalla mia volontà .  Mi reputavano  un  pazzo.
      Vedranno di cosa  sarò capace di fare .
      Governerò su tutto il mondo.
      Diverrò il   signore dei  loro sogni ,veglierò sui   loro intimi desideri . Farò dimenticare loro  la gioia di questo odioso Natale. Cancellerò per sempre dalla loro mente la memoria del natale le luci  ed il voler  divenire  per forza buoni ad ogni costo.   Il composto è pronto , non mi resta altro che distribuirlo gratis  per le strade della città . Cancellerò  l’idea di questo natale odioso ,  questo natale dove non si fa altro che  mangiare a sbafo . Sembrano tanti   cani affamati che latrano in mezzo alla grande piazza dove splende ,l’albero della cuccagna .  Cosa è il  natale , come si può   essere  felici a natale . Un folletto  è questo  babbo natale , un  signore senza ombrello . Un omino grasso   che viaggia nella notte e sogna di essere reale. Cosa è questo mio aspirare ad un miglior  ruolo in questa società . Mi hanno condannato  ad essere una persona inutile , un cattivo , un metodista  , un misantropo .  I miei sogni,  cadono sulla terra,  come cadono le stelle nel vasto universo. Sono io Mouse l’antipatico  personaggio il dottore Mouse colui che ha scoperto la formula che farà dimenticare ogni natale presente , passato e futuro.  
       
       
      Esce dal suo laboratorio. Con in mano due grande scatole
      piene di bottigline,  contenente  il suo diabolico intruglio.
        
      Stesso giorno,  sera tardi.
       
      Peppino : Qua bisogna chiamare subito un medico Mariella 
      Il bambino ha la febbre . Anch’io a dire il vero non mi sento tanto bene. Sarà forse  che ho mangiato  troppo in questi giorni. Quanti pensieri mi rincorrono  nell’animo, mi ballano dentro con le mie paure i miei timori di padre. Mio figlio è  febbricitante , forse ha il covid forse è solo  una malattia asintomatica. Forse non sono un buon padre. Non credo in babbo natale e continuo a  ballare  sulle macerie della mia vita.Sono incapace  di volare ,sopra un altro pianeta.
      Questa vita mi ha condannato ad un ruolo che non mi piace.
       
       
      Mariella  :  Stai tranquillo amore,  io conosco un bravo dottore,  me la consigliato una mia  cara amica. Si chiama Dottor Mouse  la passata  settimana    e riuscito  a guarire l’intera  sua famiglia  da una terribile brutta indigestione.  E specializzato in  ogni malattia, conosce ogni patologia  vedrai troverà una soluzione.
      Lui è un professore.
      Uno scienziato,   forse  un po' scemo .
      Ma chi se  ne importa davanti a tante disgrazie , se capace di far guarire il nostro piccolo Gennarino  lo dovremo solo ringraziare.
       
      Peppino: Chiamalo subito cosa aspetti.
       
      Mariella :  Ho il numero del suo cellulare  segnato sulla mia agenda. 
      Fai presto
      Non preoccuparti lo rintraccio subito
      E un bravo dottore mi fido di te
      Stati sicuro il migliore
      Dicono tutti di essere bravi , poi non conoscono neppure  l’anatomia
      Questo è  uno scienziato te lo ripeto
      Sa cantare
      Sa anche ballare e fa strani esperimenti nel suo laboratorio
      Allora  è nu genio
      E chi  lo sa,  cosa dice la mia amica
      Sia fatta la volontà dello cielo
      Speriamo  in quella  bella madonna ci aiuta
       
      Mariella compone il numero .
       
      Mariella : Pronto Dottor  Mouse?
       
      Mouse:   Squit , si   sono io mi dica .
      Perché ha detto squit
      Difetto professionale mi dica
      Dottore  la prego deve  venire  immediatamente
      qui a casa mia .Mio figlio ha una  febbre altissima.
      Stà molto male m’ aiuti per favore.
      Mouse :  Signora adesso sono occupato. Non potrei proprio provi a chiamare qualche altro mio collega, in questo momento  le ripeto sono molto  occupato.
       
      Le pagherò tutto il tempo dell’intera visita medica  non si preoccupi .
       
      Mouse: Non si tratta di denaro .
       
      La prego.  Sono una madre disperata nun tengo chiù lacrime
      Signora non pianga . che mi commuove.
      Io piango dottore
      Io le sono vicina , stia calma
      E come faccio a stare calma , quando  mi sale 
      il sangue alla testa nel vedere mio figlio in quelle condizioni
      Gli ha dato un aspirina ?
      Due dottore  ogni tre ore , ma niente la febbre
      non si abbassa.
      Vedrò di venire quanto prima
      Si,  ma non faccia tardi
      Signora io faccio quello che posso
      Lo credo lei è un professore
      Scusate che centra
      Centra , centra , caro dottore
      Va bene se lo dice lei è  tutto a posto
      Se venite subito le faccio trovare un bel pezzo di formaggio
      Mouse :  Và bene ma non sia questo un ricatto  .
      Lei sottrae del tempo prezioso alle mie ricerche. 
      Mariella : L’aspetto.
      Mouse :  Va bene .  Tenga pronto il formaggio.
      Dottore  per lei anche due pezzi.
       
       
      Mariella  : Peppino il dottore ha accettato di venire a visitare il bambino trà  poco sarà qui.
      Peppino : Bene . 
      Aiutami a cambiargli  il pigiamino è tutto sudato.
      Mariella : Si ora t’aiuto.
      E sudatissimo
      La febbre sale
      Non aver paura andrà tutto bene
      Vorrei piangere
      Non ti lasciare andare
      Sono sull’orlo della follia
      Siamo fortunati ad amarci tanto
      Questo era quello che volevo sentire
      da te in questi momenti difficili.
      Sono consapevole di averti fatto male in passato
      Mi hai ferita
      Sono una bestia
      Va bene  ti perdono siamo a natale pensiamo a Gennarino
       
      Intanto il Dottor Mouse uscito di casa di fretta con tutti i suoi dubbi , le sue incertezze prova  a distribuire il suo  intruglio in omaggio  per le strade della città .
       
      Mouse : Finalmente c’è lo fatta ho versato la mia soluzione nell’acquedotto comunale a  quest’ ora  la mia soluzione disciolta nelle  bottigline di vino spumante   distribuite   in omaggio  con dentro il mio composto chimico saranno su tutte  le tavole della città .
      Fra non molto  i primi effetti  si manifesteranno.
      Berranno , si ubriacheranno e si trasformeranno.
      La trasformazione è insita nella soluzione.
      Io sono un genio
      Io sono pazzo
      Io sono Mouse il dottor Mouse
      Che felicità provo nel soggiogare  una popolazione intera
      ai mie voleri.
      Li trasformerò tutti in  topi
      In conigli
      In cani
      Sarò  il loro padrone
      Sarò  il signore dei loro sogni
      Questa è follia  si , sono matto
      Forse non hanno torto a dire che mi manca qualche rotella
      Il mio animo anela  alla gloria.
      Voglio il potere , voglio essere il signore del creato.
      Sono indisciplinato.
      Sono quello che sono , ora bevete e trasformatevi.
      Si mette a cantare :
      Voglio   diventare ricco e potente .
      Voglio diventare un gran signore.
      Il signore dei  sogni di questo mondo
      Ballare ,cantare , essere adorato , servito  e riverito.
      Voglio diventare  sapiente  in ogni scienza
      Cantare una canzona allegra  che  dia  tanta  felicità .
      Oh Si Oh Si Oh Si
      Nessuno mi fermerà sono un genio malvagio io.
      Nato  diabolico.  Sono il dottor Mouse  tremate gente.
      Tremate bambini nei vostri lettini  le mie mani si tendono su di voi.  Ah ah ah ah ah …….
      La mia canzone, vi farà volare, il mio intruglio vi trasformerà.
      Sarete felici con me e solo con me
      Sarete quello che avete voluto sempre  essere
      Io sono mouse  e ti rompo ò musso
      Sono russo chiù russo di  tutto quanti
      Come mi voglio bene, come son bello
      Sono mouse e ti rompo ò musso , sono russo chiù russo dello sangue che ti scorre dentro le vene.
      Sono contento ,  ballo coppo  ò munno
      Sono mouse e ti rompo ò musso perché son russo chiù russo e  busso  alla  tua porta di casa  tu apri  la porta che io traso .
       
       
      Peppino : Sono passate tre ore e questo tuo medico ancora non viene. Intanto la febbre sale. Hai preparato la tisana  Mariella ?
       
      Mariella : Scusami non so cosa mi stà capitando, sono così stressata  che non riesco a concentrarmi su quello che faccio.
      Peppino : A dire il vero anch’io  mi sento   un tantino strano.
      Un brivido sento  lungo la schiena come sé stessi per cadermi il mondo addosso. Che tempo . Piove a dirotto.
      Intanto Gennarino  ha bisogno d’un dottore ,non so cosa fare.  Debbo uscire al più presto e andare a trovare un medico per mio figlio. Se voglio salvarlo.
       
      Apre L’armadio  ( un bianco coniglio  con gli occhiali
      inseguito da una bambina scompaiono  in un angolo oscuro)
      Prende l’impermeabile ed una giacca di lana.
      L’indossa.
       
      Peppino  : Fa molto freddo fuori , uscire e andare a trovare questo medico che non conosco neppure  mi sembra un impresa impossibile  . Ma sé m’arrendo è la fine. Genny  può peggiorare da un momento all’altro ed io non so che medicine dargli.
       
       
      Gennarino  : Papà dove vai ? Mi sento tanto male .
      Non lasciarmi solo.
      Peppino : Dormi piccino mio adesso  viene la mamma.
      Io esco un attimo a fare un importatane commissione.
      Gennarino   : Mi brucia la gola .Papà.
      Peppino : Cerca di non pensarci ,prova a dormire farò presto ritorno.
      Esce dalla camera del figlio.  Rivolgendosi alla moglie:
      Mariella   esco non resisto ,  vado a vedere che fine ha fatto
      questo dottore.
       
       
      Mariella  : Dove vai con questa pioggia. Non andare ,  vedrai  tra non molto sarà qui . Lo chiamato  poco fa mi ha detto  che era bloccato nel  traffico.
      Peppino : Tu bada al bambino io esco.
      Sei un testardo
      Sarò  testardo , la vita di mio figlio non voglio buttare via.
      Non fare cosi , vedrai tutto si risolverà
      E se il tuo dottor mouse  fosse   un millantatore
      Non è un villano
      Non ho detto che maleducato,  ma  fa aspettare tanto tempo per una visita.
      Vedrai  sarà presto qui
      Lo stai ripetendo da ore
      Ma tu tieni a capa tosta
      Io tengo a capa tosta e vero per questo esco  lo vado a pigliare per lo cravattino .
       
       
      San Nicholas   intanto con  la sua slitta  trainate dalle  sue renne  solca il cielo nuvoloso.  In direzioni di città e metropoli . Ha da consegnare tanti regali tanti giocattoli. Sorrisi , gioie . Forse una soluzione a questo coronavirus. Tutto scorre le renne volano compatte .  San Nicholas  sulla slitta sorride come a solito . Il cielo è  stellato e una notte meravigliosa un po’ turbata dalla fitta pioggia.
       
       
      San Nicholas   : Che pioggia non riesco a vedere da un palmo di naso. Strano non vedo come tutti  gli altri anni le  tante luci natalizie  che brillano in città . Debbo scendere più in basso verso la terra il forte vento mi spinge fuori rotta .
      Che brutto mestiere e il mio. Fare il babbo natale . Mio nonno era babbo natale , ed anche il mio bis, bis nonno. Tutti  nella mia  famiglia a natale si trasformano  per incanto in babbo natale. Tutto l’anno,  onesti lavoratori di giocattoli a natale,  babbo natali grassi e rossi , sorridenti , giocondi intorno al mondo , sopra una slitta a portare regali.
      Questa la  nostra gioia , questo il mio augurio , siate felice
      Vorrei esserlo anch’io
      Essere un babbo felice.
       Ma sono triste il mio cuore è triste per le tante disgrazie ed i tanti mali che minano la salute degli uomini.
      Il male  è duro a vincere. Duro  andare avanti senza   credo. Bisogna avere fede in un ideale. In un sogno. Bisogna ritornare bambini a natale per essere felici questo e il segreto del natale.
       
      Si cala nella nebbia e atterra ignaro sull’ autostrada
       
      Peppino   è in macchina che percorre la strada a moderata velocità
      Cosa è quella , non è possibile ma chi è quel matto
      che mi viene incontro sopra a quel carro.
      ( Suona forte il clacson)
      Ehi  attento  scansati. 
      Ma sei  matto.
      Accidenti non riesco a sterzare.
      San Nicholas  : Dove sono finito ?
      Quante  luci,  attenzione qualcosa mi viene contro a tutta velocità. Non riesco a fermare la slitta. Attenti  per tutte le renne. Per la barba del profeta.
      Cosa è successo ?ahi ahi mi fa male tanto  la testa.
      (Rendendosi conto dell’accaduto)
      Benedetto figliolo mi hai quasi ammaccato la slitta e intontito le renne. Ma dove hai  presa la patente di volo?
      Peppino  :  la patente di  volo cosa dice ? io stavo andando a una velocità moderata , causa la forte nebbia .
      Lei è un irresponsabile ,  mi stava quasi ammazzando
      Mi ha ferito una renna
      Io la cito in tribunale
      Mi aiuti per favore .
      Non c’è la faccio ad  alzarmi.
      San Nicholas :  Subito. 
      Per tutti i folletti sarò  sceso troppo in basso, fino
      a percorrere raso l’autostrada.  
      Ecco tenga,  beve un sorso di questo la farà sentire subito bene. 
      Che faccia strana che ha
      Sara bella la sua
      No volevo  offenderti e che mi ricorda una strana figura assai familiare ecco  babbo natale . Rammento ero piccolo
      Era la notte prima di Natale e tutta la casa era in silenzio,
      nulla si muoveva, neppure un topino.
      Le calze, appese in bell'ordine al camino,
      aspettavano che Babbo Natale arrivasse.

      I bambini rannicchiati al calduccio nei loro lettini
      sognavano dolcetti e zuccherini;
      La mamma nel suo scialle ed io col mio berretto
      stavamo per andare a dormire quando, dal giardino di fronte alla casa, giunse un rumore . Corsi alla finestra per vedere che cosa fosse successo, spalancai le imposte e alzai il saliscendi.

      La luna sul manto di neve appena caduta
      illuminava a giorno ogni cosa ed io vidi , con mia grande sorpresa,
      una slitta in miniatura tirata da otto minuscole renne
      e guidata da un piccolo vecchio conducente arzillo e vivace;
      capii subito che doveva essere Babbo Natale.

      Le renne erano più veloci delle aquile
      e lui le incitava chiamandole per nome.
      "Dai, Saetta! Dai, Ballerino!
      Dai, Rampante e Bizzoso!
      Su, Cometa! Su, Cupido! Su, Tuono e Tempesta!
      Su in cima al portico e su per la parete!
      Dai presto, Muovetevi.

      Leggere come foglie portate da un mulinello di vento,
      le renne volarono sul tetto della casa,
      trainando la slitta piena di giocattoli.

      Udii lo scalpiccio degli zoccoli sul tetto,
      non feci in tempo a voltarmi che
      Babbo Natale venne giù dal camino con un tonfo.
      Era tutto vestito di pelliccia, da  capo a piedi,
      tutto sporco di cenere e fuliggine
      con un gran sacco sulle spalle pieno di giocattoli:
      sembrava un venditore ambulante
      sul punto di mostrate la sua mercanzia!
      I suoi occhi come brillavano! Le sue fossette che allegria!
      Le guance rubiconde, il naso a ciliegia!
      La bocca piccola e buffa arcuata in un sorriso,
      la barba bianca come la neve,
      aveva in bocca una pipa
      è il fumo circondava la sua testa come una ghirlanda.
      Il viso era largo e la pancia rotonda
      sobbalzava come una ciotola di gelatina quando rideva.
      Era paffuto e grassottello, metteva allegria,
      e senza volerlo io scoppiai in una risata.
      Mi fece un cenno col capo ammiccando
      e la mia paura spari, non disse una parola e tornò al suo lavoro.
      Riempì una per una tutte le calze, poi si voltò,
      accennò un saluto col capo e sparì su per il camino.
      Balzò sulla slitta, diede un fischio alle renne
      e volò via veloce come il piumino di un cardo.
      Ma prima di sparire dalla mia vista lo udii esclamare:
      Buon Natale a tutti e a tutti buona Notte
      Ecco , io ho questo ricordo nascosto nel mio cuore.  
      Sono io,  figliolo non ti agitare e tutto sotto controllo
      Non ci posso credere
      Non credere è un peccato
      Io sono  diventato ateo
      Ora stiamo esagerando
      Non ho scritto la letterina quest’anno
      Lo so ,adesso stai cercando un medico per tuo figlio ammalato
      Ma  allora  tu sei  veramente Santa Claus
      San Nicholas : Si sono Babbo Natale mi ha riconosciuto .
      Peppino  :   Piacere ed io sono il  Mago Merlino  .
      Certo amico è tutto a posto.
      Sei Babbo Natale. (Lo scontro gli avrà provocato qualche
      trauma cranico) sussurra tra sé .
      Credo che andavi un po’ troppo forte  
      Peppino: Andavo incontro al  dottore per mio figlio gravemente ammalato .
      San Nicholas  : Stà tanto male ?
      Peppino : Si mi creda .Sono disperato.
      San Nicholas : Sali  sulla mia slitta .
      Ma siamo sicuro.
      Non ti fidi,.
      Non posso credere ai miei occhi
      Dormo o son destro.
      E tutto a posto siamo a natale ed io sono veramente santa Claus
      Dai sali  in un lampo  troveremo il medico che cerca.
      Peppino : Ma questa è propria la magica slitta di babbo natale?
      San Nicholas :  non ti  fidi
      Per carità in questo momento se vedo la befana la invito al ballo di capodanno.
       
      La slitta s’innalza in volo e sorvola la città triste e silenziosa.
       
      Peppino : Ma stiamo volando non ci posso credere .
      Credi che io sono Santa Claus
      Lo spero
      La speranza è una invenzione
      Dopo mi spieghi  come fai  a volare ,cosa è questa
      una slitta volante  di  tua  invenzione . Va bene  nessuna spiegazione.l’importate e trovare il medico . Ma come  faremo a trovare il dottor Mouse  e come cercare un ago in un pagliaio .
      San Nicholas : Non si preoccupi  ci penso io , metti questi occhiali t’aiuteranno a trovarlo. Accidenti , riesco a vedere e sentire  i pensieri della gente. Vai  piano mi sembra di vederlo , vai   un po’ più giù  ancora eccolo è lì in quella macchina .
      Il dottor Mouse  .
      San Nicholas : Tieniti, atterriamo .
      La slitta si ferma davanti la macchina del dottor Mouse
      Peppino : Dottore non abbia paura , scenda dalla macchina
      Sono il padre del bambino ammalato.
      San Nicholas  : Non ci posso credere . Ma lui  è ?……
      Peppino : Si è lui, non è lui ,non lo so .
      Ora salga sulla slitta . Presto.
      Mouse  Và bene.
      Nicholas  : Signori tenetevi  su  Bianchina vai. 
       
       
      Dopo un po’ a casa di Peppino
       
       
      Mariella  : Dottore Finalmente l’aspettavo venga il bambino
      stà veramente molto male .
      Mouse    Calma   mi dia il tempo di visitarlo e vedrà tra non molto starà subito bene.
      Mariella  : Dottore è  molto grave
      Non lo so,  speriamo non sia covid bisogna fargli un tampone rapido
      Dottore io svengo
      Stia su mi prepari una tisana calda
      Le faccio una bottiglia di the caldo
      Va bene mi porti il the
      Stia serena  , andrà tutto bene.
       
       
      Lo visita e dopo aver fatto il tampone rapido  con il risultato negativo gli prescrive dei farmaci .
      Mouse :  Il bambino ha bisogno di questi farmaci .
      Signora dica a suo marito  d’ andare  subito a comprarli .
      Subito dottore.   Rivolgendosi al marito
      Peppino  devi correre subito in farmacia Gennarino 
      ha bisogno di queste medicine per guarire.  
      Fai ampresse non perdere tempo.
      Aspetta fammi riprendere,  ora vado.
       
      Nicholas  : Vedrà signora andrà tutto bene .
      Siete una bella e gentile famigliola. 
      Il bambino  è forte c’è la farà senz’altro a superare questo
      stato febbrile.
       
      Mariella :  Le  sue parole signore  mi riempiono di speranza. Sa lei mi ricorda tanto. Con questa sua lunga barba bianca .
      Si lo dica babbo natale. Non l’aveva ancora capito,  sono io
      Credevo fosse  uno scherzo
      Non è uno scherzo e questa non è una commedia
      semmai una farsa da quattro soldi.
      Nicholas : Si  lo dicono tutti. 
      Mariella : Mi deve scusare sé non le offro nulla ma mi sento
      così confusa. 
      Nicholas: Dottore
      Mouse : Mi dica.
      Nicholas : Lei è cosciente del male che ha fatto  a questa città?
      Mouse: Io cosa ho fatto?
      Nicholas : Non faccia il finto tono con me .
      Io ho impiegato l’ intera mia vita  per vedere gli uomini felici in questi  gelidi giorni ,  portare la gioia  il calore di ritrovarsi tutti insieme .  Non permetterò di certo che lei  distrugga il natale con le sue malvagie intenzioni che  faccia del male a degli innocenti. Sappiamo benissimo tutti e due cosa ha fatto. Voleva annientare la memoria del natale.
      Ora la prego mi dia l’antidoto  lo distribuirò  io di persona a chi né ha bisogno .Nessuno saprà nulla delle sue
      malvagie intenzioni  ha la mia parola di Santa Claus.
       
      Inginocchio
       
      Mouse : Mi perdoni, distruggerò la formula e il composto creato te lo prometto Non volevo fare del male a nessuno  ,non so neppure io perché lo fatto.  Ecco  l’antidoto.
       
      Nicholas : Ora aiuta  questo bambino a guarire . Io con la mia slitta  trainata dalle renne  andrò casa per casa a portare l’antidoto necessario .
       
      Mouse : Fai  presto,  potrebbe essere già troppo tardi.
      Le luci del natale , guarda  incominciano a spegnersi. La gioia dell’essere a natale  . La felicità vola via dalle mani  degli innocenti. Sui i  presepi si aggirano  di già brutta gente malfattori e ed assassini.
      Nicholas : Volo su tetti  attraverso le nuvole con la mia slitta
      In ogni casa io giungerò .
       
       
      Mariella   : Quanto ritorna Peppino  . 
      Sente bussare forte alla porta.
      Corre ad aprire.
      Peppino   finalmente.
      Peppino :  Dottore  ho  corso per  tutta la città .
      Ecco le medicine richieste.
      Mouse : Bene dopo queste iniezioni starà subito bene.
       
      Passa un po’ di tempo.
       
      Mariella : Venite correte la città si è illuminata improvvisamente a festa . Guardate quante luci .Stelle scintillanti .Luci intermittenti. Alberi  decorati è magnifico.  Stupefacente,  quanti fuochi d’artificio .
       
      Mouse  :  C’è la fatta evviva. C’è la fatta.
      Sia ringraziato il cielo. 
      Peppino : Chi? dottore chi c’è la fatta?
       
      Mouse  : Nulla un nostro comune  amico mi aveva promesso un piccolo miracolo  per questo natale. Sai  avevo perso la speranza d’essere felice  di sentirmi di nuovo buono come un tempo. Adesso so che è tutto passato , mi sento guarito  rinato grazie  a voi . Ma correte ad abbracciare vostro figlio non  sentite vi stà chiamando.
      Peppino :  Genny   piccolo mio.
      Gennarino  : Papà  , Mamma.
      Mariella  : Tutto  è passato piccolo mio ,non aver paura .
      ci siamo noi  qui vicino a te.
      Peppino : Dottore non so come ringraziarla .
      Mouse  : Di nulla,  anzi questa notte  con il vostro coraggio di genitori mi avete voi insegnato tante cose che io avevo dimenticato d’essere.   Buon Natale .
      Peppino   e Mariella  :  Buon Natale
      Dottore : non dimenticate d’essere buoni
      ( Alzano gli occhi al cielo la slitta trainata delle renne
      solca  il cielo stellato San Nicholas  sorride .
       Da basso lo  salutano tenendo  stretto  tra loro il piccolo Gennarino  guarito dall’inaspettato male stagionale.
      Grazie di tutto  Babbo  
      Nicholas : Forza Lampo su Fiocco oh oh oh oh
      Buon Natale  e  Buon Notte   !!!!
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       

    • La mia raccolta di racconti nasce come umile manifesto di disagio esistenziale, per trentenni allo sbaraglio o anche solo per condividere piacevoli momenti di cinismo e indolenza. La sinossi: In un futuro non troppo lontano, gli otto personaggi di questi racconti cercano di capire come stare al mondo. C’è chi vende le proprie mutande usate a sconosciuti, chi riesce a parlare solo attraverso citazioni altrui, chi si cura con un cane, chi si spaccia per un serial killer e così via. Non ce la possono fare, verrebbe da dire. E se invece fossero semplicemente avanti? In un’era immaginaria in cui l’umanità è in piena crisi esistenziale, tutto è ammesso e tutto è normale, pur di trovare quella chiave con cui accettare e accettarsi. E se poi ci aggiungi un tocco di cinismo e ironia, forse impari anche ad essere felice.

    • II
      Le Rovine di Nuova Roma  (composizione e posologia)   

      Quella bizzarra creatura battezzata Le Rovine di Nuova Roma sarebbe sorta poco fuori Caprarola, un pittoresco paesino nei pressi del lago di Vico. Questo luogo, nobilitato dallo splendido Palazzo Farnese, era tanto affascinante e ricco di storia, quanto anonimo e inquietante. Perso nella vegetazione, sul fianco scosceso di una collina, appariva il rudere che avrebbe dovuto ospitare gli adepti di Giampaolo. Una setta dedita al culto del Dio Sole? Un’organizzazione sovversiva para comunista? Un centro di recupero per figli di papà anticonformisti con la tendenza a cercare risposte sul fondo di una bottiglia? Emidio non era ancora riuscito a determinare i contorni di questo progetto.  Un attimo prima di varcare la soglia di quell’edificio fatiscente, aveva sentito il bisogno di chiarire i suoi dubbi a riguardo. Se doveva fronteggiare l’ascesa al potere di un nuovo Jim Jones, o di una specie di Shoko Asahara nato all’ombra der Cupolone, aveva il diritto di saperlo. «Senti, cosa vorresti? Sì, insomma, quali obiettivi si prefiggerà la tua… associazione?» «Non sarà un’associazione». «Una setta?» lo aveva incalzato, mentre il suo cuore cambiava marcia, passando dalla seconda alla quarta grattando rumorosamente sulla frizione dell’anima.  Giampaolo si era messo a ridere. Aveva scosso la testa, come di fronte alla domanda sciocca di un bambino spaventato. 
      «No, niente di tutto questo». Emidio aveva tirato un sospiro di sollievo, pentendosi di aver mostrato tanta apprensione. Si era sentito un povero gonzo, e il desiderio di essere lontano da lì gli era bruciato in petto. Sì, in qualsiasi altro luogo, ma non lì. Persino nel negozio di elettrodomestici e complementi d’arredo in cui aveva lavorato per dieci anni. In fondo era un posto sicuro. In quel momento lo percepiva così. Sempre meglio della tomba delle mie ambizioni, com’era solito apostrofarlo quando vi era ancora prigioniero.  «Non ho un’idea precisa, sai. Devo ancora iniziare le audizioni». «Audizioni?» «Sì, insomma, i colloqui. Voglio avere intorno le persone giuste. Mi capisci?» Emidio aveva annuito, silente e privo della benché minima cognizione di ciò che quello sballato avesse in mente. Come aveva potuto pensare che un tipo inconcludente, schiavo del ´boh´, e geneticamente incapace di fare del male a una mosca potesse vestire la tunica rituale di un sacerdote satanico sanguinario e carismatico? Un vago sollievo aveva spazzato via l’untuosa sensazione di stupidità che gli si era spalmata addosso e, pur non comprendendo il fine ultimo di quel viaggio, né dove lo avrebbe condotto (con ogni probabilità da nessuna parte, si era detto, colmo di noia e rammarico), si era apprestato a entrare.  Il primo impatto non era stato dei migliori. Gli pareva impossibile che un uomo tanto benestante avesse potuto vivere lì dentro. Aveva lasciato al proprio nipote quasi mezzo milione di euro. Cos’era suo nonno, un ricco eremita? Come aveva accumulato quella piccola fortuna? Se non fosse stato per lui, Giampaolo avrebbe avuto un problema più grosso di quello di non disporre di quattro mura da denominare Le Rovine di Nuova Roma.   
      Uno spiantato parecchio confuso sul da farsi, privo di aspirazioni quanto della determinazione necessaria a imboccare una strada di qualsivoglia genere, e in più incline alla dipendenza (da qualsiasi cosa: alcol, droga, sesso, e pure da sogni tardoadolescenziali e pseudo-fricchettoni di emancipazione dalla società, a quanto pareva). Figlio di genitori separati che avevano dissipato i loro averi con i rispettivi nuovi coniugi, Giampaolo pareva il risultato più ovvio di un’equazione piuttosto elementare. A Emidio spiaceva ammetterlo, ma lo riteneva un luogo comune vivente. Durante la sua breve esistenza aveva fatto tutto ciò che ci si poteva aspettare da un ragazzo privo di una struttura familiare di stampo tradizionale, come se a sceneggiare la sua vita fosse stato chiamato il responsabile di qualche filmaccio dalla morale facile, di quelli che dopo cinque minuti sai già come andranno a finire. Il protagonista, sensibile e tormentato dalla propria incapacità di rapportarsi con una realtà greve e priva di una ´visione umanistica´ che possa far sperare in un domani migliore, compirà una stoica Via Crucis inginocchiandosi a ogni tappa, scendendo, di un gradino alla volta, una scala che lo porterà di fronte alla porta dell’inferno (a cui si guarderà bene dal bussare), per poi risalire lentamente rinnegando senza troppe remore gli anni ribelli. Al cinema, una storiella simile avrebbe incassato parecchio. Sarebbe stata in grado di dare filo da torcere ai cinepanettoni, Emidio ne era certo. Come al solito, la rabbia giovanile avrebbe pagato bene, per poi lasciare spazio alla disillusione, all’età dei compromessi, ai tradimenti a se stessi, alle rughe, alle pesanti borse sotto gli occhi, pessime contraffazioni di quelle dei propri vecchi. Tormentato e ottuso, Giampaolo si era trascinato in giro per il mondo. A Londra, raggomitolato su un materasso lurido, alla catena di pessime droghe sintetiche, aveva vissuto dentro uno squat da incubo. A spasso per Goa, in India, si era perso in una ricerca da romanzo d'appendice, e a Cuba, affogando nel rum sulle tracce del Che (subito smarrite per seguire le natiche marmoree di una morena che sognava l'Italia), aveva persino rischiato di prendere moglie. Poi il ritorno, con la coda tra le gambe. Lavori saltuari e malpagati, un po’ di furti e tante botte. “Forse sono state quelle a farlo rinsavire”, avrebbe potuto dire qualcuno se solo fosse rinsavito. Ancora un impiego senza futuro, e un sogno, gonfio di birra, che torna a galla, frustrato dall'impossibilità economica di perseguirlo. Non lo avrebbe mai ammesso (in fondo da bambino gli voleva bene a quel vecchietto), ma la morte di suo nonno era stata un terno al lotto.  
      «Audizioni!» aveva esclamato Emidio ridendo di gusto, facendo attenzione a non calpestare un gatto mummificato che giaceva sulla soglia di quella che una volta doveva essere stata la cucina. «Cos’è, vuoi fare una specie di reality su come sopravvivere senza lavorare?». Una battuta alla quale Giampaolo non aveva replicato. Sembrava stesse prendendo seriamente in considerazione l’eventualità di produrre uno show chiamato La Comunità da vendere a qualche emittente digitale che permettesse a tutti, previo pagamento di un canone adeguato, di godere della visione delle gesta quotidiane di un gruppo di scoppiati dediti alla contemplazione della natura selvaggia, alla meditazione guidata, e a una sana ubriachezza molesta. 
      «Mi sono espresso male. Sempre lì a pesare le parole, tu. Un giorno o l’altro diventerai davvero uno scrittore, vedrai!» lo aveva detto senza intento denigratorio, come un buon augurio. Emidio lo aveva recepito in questa maniera. Si era lasciato andare al piacere di sentirsi amato e, in cuor suo, in quel momento, pur non proferendo parola, aveva sperato che l’amico ottenesse quel che voleva. Qualunque cosa fosse. «Come intendi reclutare i tuoi… coinquilini? Si può dire così?» «Non lo so, di come ti pare», aveva fatto spallucce. «Ho qualche contatto. Innanzitutto una ragazza che ho conosciuto su Facebook». «Tutto qui?» «Da qualche parte bisogna pure cominciare». Il pavimento era coperto da uno spesso strato di terriccio. In alto, tra le travi in legno che reggevano il soffitto, nidi di rondine e ragnatele. L’aria era fredda e umida, sapeva di marcio. Se non fosse stato certo che il nonno di Giampaolo era morto in ospedale, a seguito di una lunga malattia, avrebbe temuto di veder spuntare una gamba o un braccio putrefatto da qualche anfratto buio. C’era poca luce. Filtrava attraverso una finestra dai vetri rotti che si affacciava sul lago poco distante. «Su Facebook? Non sapevo che persone interessate a cose di questo genere frequentassero i social network». «Con quello che non sai ci si potrebbe riempire un’enciclopedia». Stavolta la voce del suo amico era suonata aspra di sarcasmo, simile a quella di un vecchio saggio. «Ci sarà da lavorare parecchio» aveva detto Emidio tentando di riprendersi, di cambiare discorso e al tempo stesso di mostrarsi partecipe. A ben vedere, non si trovavano nella cucina. Definirla tale era inesatto. La casa consisteva in un’unica ampia sala, una sorta di tetro loft. Un ipotetico hipster ne sarebbe andato matto, avrebbe fatto pazzie pur di accaparrarsela. Sarebbe arrivato a vendere al chilo la propria barba chilometrica a qualche collega glabro, pur di racimolare la folle somma di denaro che lo divideva dalle muffe che prosperavano indisturbate su ogni superficie, dalle porte cigolanti come in un brutto film dell’orrore, e da quell’indescrivibile sensazione di catastrofe imminente. Lì dentro si sarebbero potuti tenere party degni di restare negli annali! «Sì», aveva ammesso un po’ preoccupato, «è ridotta male». Muoveva piano le labbra. Un mormorio appena percettibile. Stava facendo il conto di quanto sarebbe occorso per rendere vivibile quel posto? Avrebbe dovuto attingere a piene mani dal suo tesoretto. Emidio aveva nascosto un sorriso dietro la mano che teneva premuta sulla bocca. Non era certo che l’amico si sarebbe dissanguato. Continuava a ritenerlo un simpatico impostore, un borghese piccolissimo a cui, chissà perché, piaceva vestirsi da autonomo sessantottino. Uno spettacolo avvilente. In più aveva sempre sospettato che fosse un po’ taccagno. Un peccato imperdonabile per un nemico giurato della proprietà privata. «Be’, mettiamoci al lavoro!». Una dichiarazione improvvisa che aveva sorpreso Emidio al punto di costringerlo a riposizionare la mascella al proprio posto con le mani, onde evitare di farla cadere a terra. L’aveva guardato inforcare in tutta fretta la porta d’ingresso che penzolava, malinconica, sui cardini. «Dove vai? Che vuoi fare adesso?»  «La casa l’abbiamo trovata, no? C’è. Esiste. Adesso è ora di riempirla!». Era montato in macchina con un balzo, pieno d’entusiasmo. «Non vieni?» aveva domandato, vedendolo impalato sull’uscio. «Dove?» «A Caprarola. Ho un appuntamento con la ragazza che ho conosciuto su Facebook, non te l’avevo detto?» «No». «Vabbè, che differenza fa? Hai di meglio da fare? Vuoi dare una spolverata ai soprammobili?» Emidio si era voltato. La stanza disadorna, più bisognosa di un miracolo divino che di un’impresa di pulizie. «Arrivo».

    • Rumore

      By Sugo, in Letteratura non di genere,

      Respirava con affanno seduto a riva dove la sabbia è ben asciutta. Sì, perché non sopportava più nemmeno l'idea di una qualsiasi superficie umida. Il suo corpo no, quello era ancora bagnato e le gocce su di esso, in sincrono con i suoi muscoli, con la sua pelle, si muovevano comandate dall'impulso potente del suo cuore. Teneva le gambe strette tra le braccia in una posizione raccolta, compatta, stretta oltre modo. Tutto era ancora in tensione. Se avesse mai praticato il nuoto a livello agonistico si sarebbe sentito come un esordiente che aveva vinto l'oro alle olimpiadi. La roccia calcarea diet di lui, nell'ora del tramonto creava su di lui un riflesso giallo e sulla sua pelle ebano acquistava un colore ocra, caldo e rassicurante. Lui pure ora era al sicuro. Niente più si muoveva sotto di se. Era sulla terra, sulla madre terra. Terra straniera ma sempre terra era. Alle sue spalle il peso incalcolabile di un nuovo paese da cui in quel momento si stava facendo cullare. Milioni di persone, centinaia di lingue, una moltitudine di paesi da visitare creavano quasi una sinfonia nelle sue orecchie. Ma lui era ancora concentrato su altro. Di fronte a lui c'era ancora il giorno appena trascorso. C'era il mare. C'era la morte. Chiuse gli occhi. Il film nella sua mente comincio improvvisamente.
      Mentre la carretta stava affondando, tutto intorno a se era rumore. Ogni donna, uomo o bambino che fosse, parlando nella sua stessa lingua provocava solo un assordante Rumore. Non riusciva a distinguere nemmeno una parola, neanche una semplice espressione, come se fosse straniero tra stranieri. Odore di sudore , sangue e urina, se avesse avuto la memoria più lunga avrebbe riconosciuto l'odore di quando era venuto al mondo, ma lì no, lì non c'era niente che avesse a che fare con la vita, c'era solo odore di morte. Il rollio era fortissimo e l'acqua ormai arrivata al bacino, non dava scampo. Il tempo, il tempo poi era come se aspirasse con forza tutta l'aria che aveva nei polmoni. E continuava a ripetersi come un mantra che non sapeva nuotare, che non sapeva nuotare. Come se nuotare fosse mai servito in quella camera infernale. Ecco l'ultimo atto, ecco l'ultimo istante. Ecco! Avvertì un rumore come di frattura. Un tonfo subacqueo che veniva da sotto i suoi piedi tremolanti. Bolle di aria, turbinio di correnti, mani, piedi, pugni, strappi, dolore e solo alla fine, aria. Si, si era ritrovato in superficie. Non sapeva come era accaduto, ma così era. Ed ora? Ora sarebbe annegato, se non si fosse reso conto subito che con il suo sgambettare e la sua forza nelle braccia riusciva a stare a galla. Prima trattenne il fiato e poi subito dopo si costrinse a controllarlo. E poi capì che era solo, unico e solo uomo in mezzo all'azzurro. Sopra di se e tutto intorno a se, solo azzurro. La terra si vedeva ma era distante. La puntò famelico come se volesse azzannarla, e iniziò in qualche modo a dirigersi verso di lei.
      Aprì gli occhi e per un attimo riuscì a sentire il rumore delle onde, che piccole, leggere, e lente accarezzavano i sassi di fronte a se. In questo suono udiva ancora l'eco di quella giornata. La vita gli aveva insegnato tanto e ricordò il gesto che doveva fare. Proprio come un mese prima aveva fatto, lasciando il suo villaggio in Kenia. Sèrine prese una manciata di sabbia con la mano, se la mise nella tasca dei pantaloni che rappresentavano il suo unico indumento, e ancora una volta, senza paura si era messo in cammino.
       

    • Se c’è una cosa che ho capito è che non me ne frega un cazzo. Voi direte, di che? Di quello che ho intorno? Della vita? No, no. Non me ne frega un cazzo. Punto.
      Non me ne frega un cazzo di quello che ho fatto, del mio passato. L’altro giorno ho scoperto che, nonostante abbia nascosto il mio profilo Facebook ai non amici, erano comunque accessibili i miei post del 2009. Sono andato quindi a vedere cosa avessi pubblicato nel 2009. La morte. Post dal senso dell’umorismo che attribuirei a mia madre, una cinquantenne alle prese con i social, tanto per dire. Post da chiaro maniaco sessuale, che in realtà cercava ancora la prima fiamma. Per non parlare dei tantissimi stati che nei quali denunciavo la mia accidia: Guglielmo Mori non sta a fa un cazzo; non fa un cazzo; pure oggi non ha fatto un cazzo. Aggravante: scrivevo gli stati in terza persona perché contavo anche il mio nome. Undici anni dopo, lo ripeto: la morte. E alla distanza di un click la resurrezione: click, elimina, sei sicuro di voler eliminare il post? Si. Click, elimina, sei sicuro di voler eliminare il post? Si. Click, elimina, sei sicuro di voler eliminare il post? Si. Ho fatto fuori tutta la mia vita dal 2008 al 2010. È andata, non è mai esistita. Nessuno ne ha più ricordo. Non c’è più traccia.
      Ho capito che del mio futuro non me ne frega un cazzo. Il futuro è imprevedibile per sua stessa natura, no? Quando mi chiedevano: che vuoi fare da grande? Ma che ne so. Una miriade di possibilità, di alternative e l’unica cosa che potevo fare era scartarne qualcuna. Mica scegliere tra le tante, no. Scartarne qualcuna. Vuoi fare l’astronauta? Allora non potrai fare il giardiniere. Vuoi fare l’impiegato? Allora non potrai fare il cestista. Devi scegliere un percorso e seguirlo fino in fondo. Una bella strada dritta come quelle americane: via, dritta per dritta col deserto ai lati. Ma una sicurezza c’è. Lo Stato. Sono cresciuto con una sola sicurezza nella vita. Da grande devi lavorare per lo Stato. Perché lo Stato è sicuro, lo Stato ti tutela, il 27 di ogni mese hai il tuo stipendio lì nel conto. Lo Stato è il futuro. Fatti assumere in qualche ministero, fai tutti i concorsi che puoi, non importa dove ti mandano. Il posto è fisso e lo stipendio pure. E gli inseganti? Tre mesi di vacanza. Quindi ad un certo punto quando mi chiedevano “Che vuoi fare da grande?” inconsciamente pensavo “beh potrei fare questo, quell’altro o quell’altro ancora”, ma in fondo al mio cuore il seme dell’impiegato statale aveva iniziato a germinare.
      Se c’è una cosa che ho capito è che del mio presente non me ne frega un cazzo. Ma poi che è sto presente? Quanto dura? Perché se era presente quando ho iniziato a scrivere questa cosa, ora è passato. E del passato non me ne frega un cazzo. Il prossimo presente che vivremo, invece, non è futuro ancor prima di essere presente? E del futuro non me ne frega un cazzo. Quindi devo concludere che il presente non è altro che quella linea sottile che divide due realtà, entrambe inafferrabili perché una già passata, morta e sepolta e l’altra, neanche nata, è già destinata a finire in un attimo, nasce proprio col completo. E di entrambe non me ne frega un cazzo.
      Se c’è una cosa che ho capito è che ogni volta che dico che non me ne frega un cazzo, quel chiodo che ho dentro la testa, che mi ricorda costantemente i miei fallimenti, le mie figure di merda, i miei sbagli e mi grida, con la mia voce, che sono un coglione, mi penetra un po’ di più nel cervello. Quando arriverà al centro, quando non si potrà più muovere, né avanti né indietro, allora per toglierlo saranno cazzi, veri, amari. Però, fino a quel momento, anzi, fino al momento prima dell’irreparabile, non me ne frega un cazzo.
       

    • Da bambina la mamma mi parlava sempre di un suo bisnonno che nel testamento scrisse:
       
      – Io sottoscritto Benigno Mifi, nel pieno delle mie capacità fisiche e mentali, dichiaro qui le mie volontà. Chiedo che vengano lette, ad un anno esatto dalla mia partenza, nel caso non faccia ritorno da questo viaggio che mi porterà in luoghi mai esplorati.
      Dispongo quindi che tutti i miei averi siano così distribuiti:
      * Alla mia cara sorella golosa lascio tutti i miei dolci abbracci;
      *Al mio fratellino scialacquone lascio le ultime quindici bottiglie della cantina di famiglia, che si ubriachi per non pensare alla sua povertà;
      * Alla mia cugina pettegola lascio una copia di questo testamento, che si rincuori per una volta con chiacchiere vere;
      *Al mio adorato nipote Mike lascio invece la mia casa, tutto quello che contiene e la storia che allego a questo documento. Sono sicuro che ne farà un ottimo uso.
       
      In fede
      Benigno Mifi
       
      Questa storia fu fatta pubblicare in una cinquantina di copie, per farle regalare alle scuole dei paesi più vicini a quello natio del bisnonno della mia cara mammina. Il nipote del bisnonno, ossia il padre di mia mamma, cioè mio nonno, insomma il famoso Mike, era a quei tempi un ragazzo di 19 anni che amava sia lo sport che lo studio.

      Assistette alla lettura del testamento con attenzione, poi scoppiò in una fragorosa risata e, quando si furono tutti voltati a guardarlo, disse: – Dai vostri occhi escono lacrime di odio per colui che ha saputo leggere nei vostri cuori –.
      Prese quindi visione del manoscritto citato nel testamento, si trasferì nella dimora del suo benefattore e, con i soldi ricavati dalla vendita della sua, fece stampare il libro da una piccola casa editrice della zona.
      Una volta ebbi anch'io l'occasione di vederne una copia. Aveva la copertina realizzata con uno spesso cartone azzurro e il titolo scritto con caratteri scarlatti in rilievo. Disegni arabescati incorniciavano la possente figura di un cervo dal fiero sguardo.
      La storia che ora vi riporto, la sto copiando proprio dal manoscritto, cercando però di rendere lo stile verbale più simile all'Italiano moderno.
      Ne modifico quindi un pochino la forma, ma non i contenuti.
       
      Prefazione
       
      Oggi mi accingo a scrivere il racconto delle mie avventure dopo aver redatto il testamento, per lasciare ai posteri anche una lezione di vita. Avendolo quindi messo nelle tue mani, caro nipote, sono sicuro che le mie volontà saranno esaudite.
       
      14/03/1947
      In fede
       
      Benigno Mifi
       
      Iniziamo a dire che, come molti sanno, la mia vita non è stata di certo esemplare, perché ho rincorso sempre un sogno trascurando i miei doveri familiari e religiosi.
      Per questo miraggio, sono andato in giro per il mondo uccidendo centinaia di animali, cui solo ora chiedo perdono.
      Certo, sono stato un cacciatore elogiato per la mia precisione. Pochi sapevano come me, mirare alla tempia degli animali e sfondargli la testa. Molti meno ancora, sapevano scuoiarne il corpo in modo da non rovinare neppure un centimetro della preziosa pelliccia.
      Tuttavia, quello che mi spingeva sempre avanti, fino a scovare gli animali più furbi e intelligenti, che mi costavano molto più tempo di pazienti pedinamenti controvento, di poste sotto un freddo terribile, a volte rimanendo attaccato per ore su un unico spuntone di roccia o addossato a una parete alta anche più di cento metri, era un segreto legato a qualcosa che mi successe tanti anni or sono.
      Un fatto che mi segnò l'esistenza e che accadde quando le mie ossa erano tenere, i miei muscoli non ancora temprati e il mio sesso inesperto. Avevo circa quindici anni, e quella sera ascoltavo annoiato le solite vecchie storie che il mio bisnonno ci stava raccontando.
      C'era stata una gran festa in paese per il suo ottantesimo compleanno, e oltre a noi, nipoti legittimi, si erano radunati diversi altri monelli con la scusa di ascoltare le sue storie, ma attirati più dai famosi dolcetti della mamma.
      Senza farmi notare, avevo cercato di squagliarmela di nascosto verso la cucina per assaggiarne in anteprima qualcuno, ma le donne di casa mi avevano scoperto e cacciato in malo modo.
      – Monello di un birbante! – mi redarguì in modo severo mia mamma, ridendo sotto i baffi per la mia tentata marachella, –dovrai aspettare come tutti gli altri che siano pronti–. 
      Poco più tardi posarono un enorme e profumato vassoio sul grande tavolo del salone, dove un ampio camino scoppiettava alimentando l'atmosfera dei racconti del bisnonno.
      – Adesso –, stava dicendo, – vi racconterò una storia mai sentita, un'avventura mai affrontata –.
      – Sì, come tutte le altre volte –, pensai, – Vi racconterò di un pezzo d'oro grosso come una noce acerba. Lo sapete, ragazzi, dov'è nascosto questo pezzo d'oro? –.
      Un coro di “nooo” si alzò dai presenti.
      Era proprio vero. Il nonnino sapeva la sua parte alla perfezione, e con le sue parole anche l'evento più banale diventava un grande racconto pieno di avventura e mistero. Mi dissi che tanto dovevo stare lì, e allora meglio ascoltarlo quest’evento, che starmi a rodere il fegato senza far nulla.
      Quella volta però la storia mi stava prendendo, non per autoconvinzione, ma perché veramente mi stavo appassionando. Il bisnonno assicurò che era un'antichissima leggenda tramandata di padre in figlio come una preziosa eredità. Solo che nessuno aveva mai avuto abbastanza fegato da andarlo a cercare, questo tesoro.
      La leggenda dice che fosse custodito nel cuore di un animale vecchissimo e molto saggio, e per questo fu chiamato:
      “Il cuore d'oro di Madre Natura”.
      Ad un tratto Giuseppe, uno dei figli maggiori di mia cugina Esterina, se ne uscì con una domanda che a tutti doveva esser sembrata molto intelligente, visto il coro di sguardi interessati che ne seguì: – Come può vivere un animale con un pezzo di metallo dentro al cuore? –.
      – Perché paragoni l’oro a un metallo qualunque? –, rispose prontamente il nonno.
      Quel racconto era così assurdo che non convinse del tutto neanche i più piccoli. Per un motivo sconosciuto, però, fece presa nella mia mente, e col passar del tempo cresceva dentro di me la voglia di scoprire cosa c'era di vero in quella strana storia.
      – Di che animale si stratta? –, mi sentii chiedere a quel punto.
      Il bisnonno mi lanciò un’occhiata acuta, a metà tra un sorriso e un’approvazione, ma continuò imperterrito il suo racconto facendo finta di non avermi sentito.
       
       
      CAPITOLO 1.
      Uno stile tutto mio
       
      Fin da piccolo mio padre mi aveva insegnato a sparare col fucile, e crescendo mi convinsi che il cacciatore di pelli poteva essere un lavoro come un altro per guadagnarmi il pane.
      All'inizio andavo con gli adulti della famiglia. Poi, un giorno, decisi che ero pronto per cercarmi una preda tutta mia. Avevo appena quattordici anni ma, a detta di tutti, anche la scaltrezza di un ventenne.
      Andai a est dalla solita zona frequentata dal gruppo di mio padre, perché sapevo che da quelle parti passava un giovane cervo per recarsi a mangiare in un prato poco lontano. Ci misi due ore per trovare la pista e dopo un'altra di pedinamento lo vidi che pascolava tranquillo sui bordi di un ruscello di montagna.
      Mi appostai dietro uno spuntone di roccia sperando che la direzione del vento non cambiasse, e al momento giusto esplosi un solo colpo fracassandogli il cranio.
      Gli altri cacciatori mi criticavano per questo modo di uccidere le prede, dicendo che era meglio mirare al cuore perché così non si sporcava la pelliccia.
      Gli rispondevo dicendo che ho un sistema infallibile per togliere il sangue. Segretamente, invece, lo adottai fin dall'inizio perché odiavo avvicinarmi alla preda e vedere i suoi occhi accusatori che m’incolpavano d’infiniti peccati.
      Provai una volta a parlare a mio padre di questo problema, ma mi rispose che – è naturale: la preda mica è contenta di essere ammazzata –.
      Forse aveva ragione: come poteva un cacciatore sentirsi in colpa per far qualcosa di necessario per la sua sopravvivenza? Riflettei molto su questo e col tempo iniziai a non farci più caso, ma non cambiai mai il consueto modo di agire.
      Un anno dopo conobbi la mia Beatrice, il nostro fu un incontro di sguardi e m'innamorai all'istante. Dal quel momento in poi ebbi un nuovo motivo per cercare di fare sempre buona caccia: portare doni alla sua famiglia.
      Quasi dimenticai il mio scopo, perché avevo sempre lei nei pensieri. Sei mesi dopo chiesi la sua mano al padre che acconsentì solo dopo avermi parlato “a quattr'occhi”.
      Non ci vedevamo spesso, ma ogni volta era meraviglioso, e in quelle due orette che passavamo insieme, mi sembrava di toccare il cielo con un dito: avevo totalmente e irrimediabilmente perso la testa. Certo, avrei voluto vederla più spesso e da soli, ma a quei tempi non era consentito, e non volevo proprio rovinare la buona opinione che i suoi avevano di me: un padre offeso non ci pensa due volte a negare alla figlia il permesso di maritarsi.
      Nei tre anni successivi continuai ad andare a caccia, e il successo fu tale che mi permise di mettere un bel gruzzolo da parte per la cerimonia.
      Beatrice ed io ci sposammo il tre maggio milleottocento90. Decisi di rifarmi delle costrizioni pre/matrimoniali nei quattro mesi successivi, che passai quasi esclusivamente con la mia splendida e dolcissima consorte, per parlare, amoreggiare e conoscerci a fondo.
      Letteralmente l'adoravo e tutto di lei mi piaceva, anche i suoi difetti. In ogni modo, dopo quei mesi, dovetti ricominciare le mie battute di caccia se avessi voluto mantenere la famiglia che prima o poi sarebbe cresciuta.
       
      Neanche a dirlo, infatti, un giorno, tornando da una delle esplorazioni, trovai i miei suoceri con la mia adorata Beatrice tutti sorridenti. Lì per lì, mi sembrò normale quel piccolo raduno di famiglia, ma quando mi mostrarono un paio di scar
      pine minuscole capii.
      Inaspettatamente tutte le mie resistenze mascoline svanirono e quasi svenni. Subito soccorso da un bel bicchiere di liquore, mentre arrossivo per aver mostrato una debolezza che non sapevo di avere.
      – Tranquillo –, mi rassicurò mio suocero, – reagii così anch’io la prima volta che seppi di esser dover diventare padre –. In cuor mio avrei urlato per la felicità, ma mi ricomposi nel modo più veloce che potei.
      Nove mesi dopo nacque il più bel bimbo che avessi mai visto, forse perché era il mio, ma mi sembrava un gioiello splendente. Per fortuna anche la sua mamma non ebbe conseguenze, e anzi non l'avevo vista mai così radiosa.
      Mettendo da parte questo lato della mia vita, continuai sempre la ricerca, e con la scusa di dover mantenere la famiglia andavo sempre più lontano.
      All'inizio stavo via per quindici o venti giorni al massimo, poi iniziai a fare viaggi lunghi anche tre o quattro mesi.
      Ormai avevo anche preso contatti con cacciatori all'estero che sempre più spesso mi chiedevano di accompagnarli nelle loro spedizioni, data la mia esperienza e la nomina di cacciatore senza paura. Coglievo quelle occasioni per fare domande e chiedere informazioni, ma senza svelare la mia segreta missione.
      Periodicamente spedivo cartoline, soldi e regali a casa, e anche se sentivano terribilmente la mia mancanza almeno quanto la sentivo io di loro, non riuscivo a fermarmi.
      Passavo di paese in paese, cercando di conoscere gli avventurieri del luogo e sperando di avere qualche notizia utile per la mia ricerca.
      Più di una volta seppi di un orso, di un cervo o di qualche altro animale che sembravano avere qualcosa di speciale, particolare o inspiegabile. Di alcuni, i cacciatori dicevano che avevano più di cent’anni, altri che erano di dimensioni straordinarie. Insomma erano abbastanza mitizzati e, col tempo, imparai a distinguere i racconti dove la realtà veniva stravolta, da quelli dove invece c'era un fondamento di verità.
      Trovai e uccisi molti degli animali che avevo incluso nel secondo tipo di storie, ma nessuno di loro aveva il pezzo d'oro nel cuore.
      Una volta arrivai perfino a cercare il bufalo bianco di una delle antiche leggende dei nativi americani. A quei tempi non conoscevo così bene gli “indiani d'America” dal sapere che odiano esser chiamati in quel modo, e per capire che la maggior parte dei loro animali mitologici hanno ben poco di fisico, essendo spiriti guida. Forse, chi mi raccontò la leggenda era uno che ne capiva meno di me. Non potevo di certo sapere che i luoghi e le date d'avvistamento, che mi avevano fatto prendere lucciole per lanterne, erano state aggiunte da lui per rendere verosimile le sue panzane.
      Quella fu l'ultima volta che riuscirono a ingannarmi.

    • Scorre questa vita mentre m’ interrogo  del male che m’affligge.   Nell’apocalisse  delle stagioni , trascinandomi  nei versi scialbi,  baffuti , pomposi che si muovono nel dolce  desio  ,circoscritto  nel  creato.  La morte vaga , esule per lidi austeri . Traffica  sotto il banco del fruttivendolo , oltre questa indicibile,  mole di lavoro , oltre questo colloquio , oltre questi cimiteri fioriti , ove i morti  si uniscono in coro nei  giorni  dei defunti.
       
      Bambino ebbro di innocenza ,  rincorri la bellezza delle stagioni passate , rincorri la  bianca farfalla nel prato sempre verde,  dove si sedeva un tempo  tua madre nel rimorso  di un ricordo doloroso.  Sono passato e non ho compreso cosa ha significato amarti  . Sono passato dal vinaio e non ho bevuto vino, ne ho partecipato alla rivolta contro il vinaio,  che crede di essere più furbo  degli ubriaconi.
       
      Il padre ritornerà da lavoro,  vi ritornerà portando in dono questo sorriso alla sua sposa , nello scibile si  trascende l’organico essere di una ragione fatta ad immagine della verità. La falsità si liscia i baffi , fa finta di nulla ,  di credere che si poterebbe stare meglio senza pagare le tasse. E la città è un labirinto di vicoli stretti,  di lupanari  frequentati da belle donne che hanno imparato a volare insieme agli angeli.
       
      Anche se  non riesco a spiegarmelo  , spingo,  avanti questo cuore, provando a  capire il nesso logico,  che riassume la sorte di noi uomini .  Scopro l’insignificante  ,  rimango  con la scopa in mano a scopare,  fuori il basso mentre,  passa il boss delle  cerimonie. Sono , stato in africa , tanto tempo fa , sono stato oltre,  quello che tu credi ,  nelle vesti di un  fachiro,  ho preso un areo a Nairobi , per stare alle cinque , ben vestito dal signore  dei pigmei.
       
      Un canto ,  mi portò lontano,  oltre questa religione  letteraria del più del meno , dell’essere poeti o  morti al qual tempo . Sotto le carrube il moribondo , suonava  il mandolino,  cantava  la sua triste canzone  , tanta triste che tutte le signore della buona società , si riunirono  intorno alla sua tomba . E  bomba non bomba la bandiera , sventolò  nel vento del mattino , nell’eco dei canti dei morti del sessantotto .
       
       Là,  dove  sono  perse le  fievole tracce degli anni e ancora confusi , si spera in un tempo migliore,  in un fiorire di rime in un essere che  salverà noi tutti da questo male che ci affligge. Cresce  il contagio in un gioco di rime , di dare e avere , d’incontri occasionali e  tutti sono d’accordo che finiremo per ritrovarci   al  camposanto a parlare con i morti del passato. Con quell’aria ,  che non significa nulla , ci siamo rivisti,  strada,  facendo e bastato un attimo ed io sono perito  poi risorto,  poi sono passato in altre forme disdicevoli , trascinato dal  verbo  delle rime e dei versi fasulli .  Ho preso il  mio volo , ed il vero volto di ciò che sono.
       
      L’eterna fugacità delle passioni,  riassume  una immagine apocalittica , fa  emergere una logica dei fatti che si possono desumere dalle imposte. Molti lo hanno scoperto  ,   usando i propri  piedi ,  cosa si può divenire ,  di che pasta siamo fatti . Ed io non ho chiaro,  il significato di ciò che sarei potuto essere , senza essere quello che sono stato. Ed ho visto le dolci meretrice , sotto il ponte della Maddalena,  le ho viste vendere un sorriso ,  ed il loro corpo a poco prezzo , ad un pazzo marinaio,  ad un passante distratto , ad un venditore di collant ,  ad un ladro,  ad un ragazzo in cerca di emozioni. Ho visto,  poi non  sono riuscito a tacere , poiché quello che andava detto , lo dissi   sul muso del signore con i baffi , seduto fuori al bar senza ombrello. Che aspettava l’autobus per ritornare a casa con la speranza   tutto  passasse in fretta  insieme a  questa guerra,  intrisa di tanta violenza.   Giunta con i turisti  ed i tedeschi , con i  loro teschi argenti sul berretto .Mentre la madre ed il padre del morto , rimasero   seduti in chiesa a pregare le anime di tutti i  defunti.
       
      Ogni essere , richiama a se i vani amori della sua infanzia , non c’è una influenza , ne un discorrere di fatto ,di  come si è  di come eravamo , siamo risorti  nel canto perseguito come se fossimo signori dei nostri sogni  . Come fossero presi da uno strano moto che rinasce,  scema fa finta di capovolgere il vero e le rime astruse , nello scorrere dei versi sibillini. Non c’è differenza,  ne perdura la vita,  nella morte,  poiché l’amore è  stato  sepolto  per sempre nei fossi bassi del pio camposanto.  
       
      Un raggio  di sole  scioglie la corolla dei fiori di campo dondolanti nel pomeriggio  , fiori danzanti  nella scena surreale ove tutto scorre , attraverso  questo fiume di morti che discutono  animosamente , mentre escono ed entrano dal camposanto.   Ed è inutile ridere,  come tacere  ed il diverso,  emerge cosi distrattamente nella mente , nella perdurante armonia di una poesia che non sa di sale,  che sale , scende , non dice nulla di buono,  tenera come la morte , come la ragione  dialogica di Socrate.
       
      Esiste un tempo per raccontare,  un tempo per vivere e per ridere della nostra corporale morte , sarà un giorno felice ,ascoltare il canto di tante anime pellegrine,  sarà come se tutto , fosse  sempre stato  nella sorte avversa . Sotto la  pioggia che bagna gli occhi , le mani .  Nel sole che riscalda il conoscere ed il cuore di questo tenero  amore fanciullo.  Anima  di un vagabondo ,  moribondo,  assopito  sotto il ponte della pia  Maddalena. Ove io passo , dove in tanti sono passati , prima e dopo di me.
       
       

    • Ini
      Estratto dal libro “Dieci” - IL FANTASMA DELLA DOMENICA -
      CAPITOLO 1. LE MISTERIOSE APPARIZIONI
      «Zitte, fate silenzio, ho sentito le tavole del pavimento scricchiolare… lui è qui». Fu quasi un sussurro quello che uscì dalle labbra di Amos ma la reazione delle sorelle fece capire al ragazzo che avevano udito il suo ammonimento. Rimasero immobili come statue, gli sguardi rivolti verso il soffitto. La luce che filtrava dalle assi di legno illuminava l’ampio appartamento. I ragazzi videro chiaramente l’ombra proiettata sul loro pavimento, come se vi fosse qualcosa al piano di sopra che
      ostacolasse il naturale percorso della luce, qualcosa o… qualcuno. L’ombra prese a spostarsi lentamente verso di loro, questo tolse ogni dubbio ai ragazzi sulla sua origine. Dorothea stava per urlare ma la sorella riuscì a tapparle la bocca appena in tempo… un rumore metallico seguiva l’ombra nel suo lento incedere. La misteriosa presenza parve fermarsi, se ne resero conto sia dall’immobilità dell’ombra che dall’assenza del rumore udito poco prima. Rimase ferma per un
      tempo che ai fratelli parve interminabile, poi sembrò sparire improvvisamente. «Ve l’avevo detto che sarebbe venuto», sussurrò Amos alle sorelle. La sua voce tremava leggermente per l’esperienza appena vissuta. «Oggi è domenica, lui viene sempre la domenica», concluse con fare sapiente il ragazzo. «Potrebbero essere gli uomini neri che ancora ci stanno cercando», disse la piccola Dorothea, «la mamma ha detto che dobbiamo rimanere nascosti qui sotto fino alla fine della guerra.» L’umore dei tre divenne subito tetro. «Non possono essere i nazisti», esclamò Dalila, «loro sarebbero entrati in forze rompendo tutto, noi invece non abbiamo sentito altri rumori all’esterno della casa.» «E poi c’è l’altra questione», aggiunse il fratello, «come le spieghi le visite solo
      la domenica?» Dorothea si concentrò per tentare di dare una spiegazione ai fratelli più grandi.
      Odiava sentirsi esclusa da certi ragionamenti perché considerata troppo piccola, al contrario, amava avere sempre l’ultima parola. Rimase in silenzio per un po’, poi mise su un’espressione rassegnata… non riusciva a formulare alcuna ipotesi che potesse far luce sul mistero. Era la prima volta che assisteva all’ambigua apparizione ma aveva ascoltato i racconti di Amos le sere precedenti. Avvolta nelle calde coperte, con il cuscino ben stretto tra le piccole braccia, ascoltava rapita il fratello descrivere le misteriose apparizioni che, stranamente, si manifestavano sempre la domenica e mai durante gli altri giorni. La voce della madre li fece trasalire, la sentirono chiamarli con il suo solito tono pieno di apprensione. «La mamma ci cerca, dobbiamo andare.» Con quelle parole Dorothea mise fine alla questione, corse verso la cucina felice di non dover ammettere la sconfitta. «Mi raccomando, non parlate con la mamma del fantasma, non ci permetterebbe più di uscire dalla nostra camera», si raccomandò con loro Amos mentre le seguiva correndo verso la cucina. Trovarono Kassandra, la loro madre, china sul vecchio braciere in ottone e rame, i carboni al suo interno dovevano essere ancora caldi perché, oltre al calore che i figli riuscirono a percepire, si notavano scintillii arancioni tra di essi, eppure lei continuava ad ammucchiarli con le mani prive di protezione. «Dove siete stati, non sarete per caso usciti di casa vero?», chiese la donna mentre guardava negli occhi Dorothea, sapeva che la figlia più piccola non sarebbe riuscita a mentirgli.
      «No mamma, non siamo usciti di casa, eravamo nello studio di papà perché Amos ci voleva far vedere… ahi!» La bambina prese a massaggiarsi la caviglia appena colpita dal fratello. «Scusa, non l’ho fatto apposta.» Poi, rivolto alla madre, Amos concluse quello che la sorella stava provando a dire: «Siamo andati nello studio di papà perché volevamo vedere la sua foto», affermò sforzandosi di assumere un’espressione che potesse apparire triste, «è via da così tanto tempo che quasi non riusciamo a ricordarci il suo viso. Ma quando torna, quando finirà questa maledetta guerra?» Il tentativo di distrarre la madre da quello che Dorothea stava per confessare ebbe successo, il suo sguardo si addolcì mentre provava a rispondere al figlio: «Vedrai che tuo padre tornerà presto, la guerra finirà e lui e il nonno potranno far ritorno a casa», disse stringendolo forte a sé, Dorothea si unì all’abbraccio subito imitata da Dalila. Kassandra strinse forte quei fragili corpi, il calore emanato dal braciere bastava appena a scaldare l’ampio appartamento ricavato sotto la loro fattoria. Lacrime calde presero a solcare il suo viso mentre la memoria tornava inesorabile al giorno in cui aveva visto per l’ultima volta suo padre e suo marito: Le colonne di persone, ammassate come bestie, venivano spinte verso i già colmi vagoni da uomini prepotenti di nero vestiti. I volti erano emancipati e gli sguardi persi mentre portavano i pochi averi in piccole sacche che gelosamente stringevano al petto. Tra di essi Kassandra riconobbe il volto del padre e dell’amato marito. Lei osservava tutto dal sedile posteriore dell’auto della signora Neumann, un’aristocratica donna tedesca amica di Kassandra ormai da molti anni. Quella mattina l’anziana signora era passata a prenderla alla fattoria un’ora prima dell’alba. Sua nipote Brunhilde aveva passato la notte con forti dolori e febbre alta, a niente erano serviti i rimedi del dottor Agimund. Al contrario, lo sciroppo preparato in precedenza da Kassandra aveva alleviato le sofferenze della fanciulla. La signora Neumann aveva dovuto passare l’intera notte ad assistere la nipote. Quando Brunhilde finalmente prese sonno, lasciò la fedele domestica a vegliarne il riposo e, indossato l’elegante cappotto, ordinò all’autista di preparare la macchina. Arrivò alla fattoria di Kassandra dopo un breve viaggio. Il sole stava appena sorgendo, nonostante questo trovò il signor Bonifatius Cassel, padre di Kassandra, già in piedi con una tazza di caffè fumante stretta nelle forti mani. L’uomo si tolse il cappello e fece un inchino fin troppo esagerato, la guerra era in corso già da diversi mesi e l’odio dei nazisti verso tutte le minoranze era ormai manifesto. Con passo lento l’anziano si diresse verso l’abitazione senza cercare di nascondere il disprezzo che provava per la donna. Lei si accorse ovviamente dell’atteggiamento ostile dell’uomo, non provò però nessun rancore, il suo cuore era puro e non vi si poteva trovare traccia di odio neanche cercando ostinatamente… ma questo lui non poteva saperlo. Kassandra uscì subito dopo, evidentemente era stata avvisata delle condizioni della nipote della signora Neumann dato che portava con sé una voluminosa borsa medica. La signora osservò Kassandra stringere le mani davanti alla bocca fino a formare una specie di megafono ed urlare verso i campi, seguì allora il suo sguardo ed individuò una piccola figura in lontananza, muoveva su e giù il cappello per rispondere al saluto della donna. L’autista aprì lo sportello e lei prese posto accanto all’anziana signora. La salutò con calore mentre l’auto partiva. «Quell’uomo che stavo salutando è mio marito Angelus», disse Kassandra quasi per giustificare il suo comportamento poco consono. La signora Neumann annuì con il capo, poi fece un gesto con la mano, come se volesse scacciare una fastidiosa mosca. Kassandra capì che, in quel modo, intendeva chiudere una questione per lei evidentemente poco rilevante. Proseguirono il viaggio in silenzio, ognuno preso dalle sue preoccupazioni. La signora Liliana Neumann pensava con ansia crescente alla nipote, sperava in cuor suo che stesse ancora dormendo nel suo letto. Kassandra non smetteva di pensare ai figli. Suo marito e a suo padre dovevano svolgere un importante lavoro nei campi e sarebbero stati lontani dalla fattoria quasi tutto il giorno. La donna era terrorizzata all’idea di lasciarli senza alcuna protezione. Aveva avuto l’accortezza di ordinare loro di rifugiarsi nell’appartamento celato sotto la grande fattoria fino al suo ritorno. Nonostante questa premura, la donna sentiva l’ansia partire dallo stomaco ed invadere il suo corpo, prese a guardare il paesaggio dal finestrino dell’auto per distrarsi.
      La famiglia Cassel viveva in una splendida fattoria sulle sponde della laguna di Stettino, nota anche come laguna dell’Odra, situata sulla foce del fiume Odra, condivisa tra Germania e Polonia. La tenuta era molto vasta. Il padre di Kassandra, Bonifatius Cassel, gestiva la proprietà con l’aiuto di Angelus, marito di sua figlia, ed alcuni braccianti del luogo pagati a giornata. Il lavoro era molto ma i due uomini parevano infaticabili, con sacrificio ed umiltà riuscirono ad avviare un’attività che negli anni divenne molto florida. Con l’inizio della guerra cambiò tutto. Cominciò la propaganda, l’esaltazione della razza ariana a discapito delle altre, la ricerca di una capo espiatorio su cui
      indirizzare l’odio collettivo. Le minoranze furono inevitabilmente prese di mira. Fu avviato un programma di eliminazione, anche fisica, sia degli avversari politici che di persone appartenenti a categorie ritenute nocive per il mondo come omosessuali, zingari, disabili e soprattutto ebrei.
      La preoccupazione si leggeva negli occhi degli uomini quando le prime scritte ingiuriose apparvero sui recinti che delimitavano la loro proprietà. Le persone del luogo, che solitamente prestavano servizio presso la fattoria dei Cassel, cominciarono a non presentarsi più al lavoro. Il clima di odio ed intolleranza che pian paino si stava creando verso di loro costrinse il signor Bonifatius a prendere una drastica decisione. Con l’aiuto di Angel e di Kassandra, svuotarono i grandi magazzini posizionati sotto l’abitazione principale, ammucchiarono i sacchi di semi e fertilizzanti vicino al fienile insieme alle altre attrezzature che occupavano gli ampi locali. Avrebbero pensato successivamente alla loro sistemazione, pensò l’anziano signore, in quel momento priorità era creare un rifugio sicuro per la sua famiglia. Dopo aver ripulito i locali pensarono all’arredamento, che ovviamente doveva essere essenziale. Trasportarono di sotto i lettini dei bambini, gli adulti si sarebbero dovuti accontentare di soluzioni diverse, era impensabile riuscire a spostare le pesanti strutture in ferro delle camere da letto fin là sotto. Mentre Kassandra si occupava delle scorte alimentari, gli uomini costruirono delle reti di fortuna con delle assi di legno trovate nel magazzino. Vi sistemarono sopra dei piccoli materassi, ricavati ammassando della vecchia lana all’interno di grandi sacchi, cuciti poi pazientemente da Kassandra e sua figlia Dalila. I loro vecchi materassi sarebbero rimasti nelle camere da letto, decise Bonifatius. Contava di rimanere poco in quegli angusti e bui locali e non avrebbe avuto senso trasportarli fin là sotto. Ma non era quello l’unico motivo che lo spinse a prendere quella decisione. Se ci fosse stato un controllo da parte dei soldati nazisti l’uomo sperava che, non trovando nessuno in casa, questi potessero credere che gli occupanti si fossero dati alla fuga. Trovare i letti privi di materassi avrebbe potuto solo insospettirli. Ultimati i lavori di allestimento, quando tutte le stanze al piano inferiore furono pronte all’uso, Bonifatius si premurò di celarne l’esistenza, ottenendo buoni risultati. Nascose la vecchia entrata dei magazzini murando letteralmente la porta. Ricavò un secondo passaggio, molto più piccolo, praticando un buco sul muro e nascondendolo poi con un pesante armadio. Prima di posizionare il vecchio mobile, Bonifatius ne intagliò il retro, ricavandone una porzione che si poteva far scorrere per accedere all’entrata segreta. Celò il taglio fatto sul legno grazie alla sua esperienza nei lavori manuali. Il risultato fu sorprendente. Ad un esame attento l’interno dell’armadio appariva privo di qualsiasi modifica. Solo sapendo esattamente in quale punto fare pressione si poteva far scorrere la porzione magistralmente intagliata. Una volta sistemato il mobile il risultato fu perfetto. Potevano accedere velocemente ai locali di sotto senza lasciare alcun segno alle loro spalle.
      I figli di Kassandra si trovavano proprio all’interno di quelle buie stanze quando l’auto della signora Neumann si fermò nell’elegante cortile della sua lussuosa casa. I nazisti entrarono nella loro fattoria nello stesso istante in cui la donna seguiva l’anziana signora dentro casa. Misero a soqquadro tutte le stanze e quando si resero conto che l’abitazione era deserta sfogarono la frustrazione rompendo i mobili e tutti i piatti e i bicchieri. I figli di Kassandra udirono tutto rannicchiati nei loro lettini pochi metri sotto i piedi dei soldati. Dalila teneva stretta a sé la piccola Dorothea, sentiva quel corpicino sussultare ogni qual volta dal piano superiore giungeva un tonfo o un forte rumore. Per tutta la durata dell’incursione la ragazza tenne la mano sulla bocca della sorella per evitare che un urlo rivelasse la loro presenza ai soldati. Guardando il soffitto vedeva i piccoli fasci di luce che filtravano dalle fessure del legno venir interrotti continuamente, a riprova della frenetica attività che si svolgeva pochi metri sopra di loro. Kassandra entrò nella buia camera di Brunhilde, congedò con un gesto della mano la donna che vegliava la fanciulla e si mise seduta accanto a lei. Attenta a non destarla, per prima cosa controllò la febbre posando delicatamente una mano sulla sua fronte. La trovò asciutta e fresca, lo sciroppo che le avevano somministrato aveva fatto effetto, ora la bambina aveva solo bisogno di riposo. Kassandra rimase poi ad osservare la fanciulla, spostò lo sguardo nell’ampia stanza… quanto era grande ed accogliente, pensò, soprattutto se paragonata a quella in cui i suoi figli si trovavano in quel momento. Il suo pensiero corse inevitabilmente alla fattoria, avvertiva uno strano senso di angoscia, decise che sarebbe tornata da loro. Chiuse delicatamente la porta della camera di Brunhilde e si avviò per le scale. Trovò signora Neumann nell’ampio salone, la cameriera aveva appena finito di versare il tè. Con un gesto la invitò a sedersi vicino a lei. «Sua nipote si è ripresa perfettamente signora, non ha più la febbre e il suo riposo è sereno», disse la donna rimanendo però in piedi, «con il suo permesso, ora avrei urgenza di tornare dai miei figli», concluse tenendo lo sguardo fisso in terra. Kassandra si ostinava a mantenere un atteggiamento remissivo e rispettoso con l’anziana signora anche se la loro era un’amicizia ormai consolidata. La signora Neumann stava per replicare, che diamine, pensò, si potrebbe fermare almeno per il tè, ma una nota di apprensione avvertita nella voce di Kassandra la fece desistere. «Ma certo mi cara», rispose invece, «avviso subito l’autista. Prima di partire però mi dovresti preparare un po’ di sciroppo, mi sentirei più sicura avendone una piccola scorta.» Kassandra si mise subito al lavoro, nel preciso istante in cui lei accendeva il fuoco sotto la pentola per scaldare la miscela di ingredienti, a qualche chilometro di distanza altri fuochi si stavano accendendo ma lo scopo di questi era di certo meno nobile del suo.
      Dalila stava per togliere la mano dalla bocca di Dorothea, da diversi minuti non si avvertivano più rumori al piano di sopra. Amos stava cercando di guardare l’esterno attraverso una piccolissima feritoia sul muro. «Non vi muovete, non sono andati via, è pieno di soldati qui fuori», sussurrò
      il ragazzo. Dalila strinse a sé la sorella, la sentiva tremare e trattenere a stento i singhiozzi, prese a carezzarle i capelli e a sussurrarle parole confortanti nel vano tentativo di placarne le paure. Cosa stavano facendo quei maledetti là fuori, pensò lei con rabbia. Non riuscì più a trattenersi… «cosa stanno facendo quei diavoli, perché non vanno via?» La ragazza si rese conto di aver usato un tono di voce troppo alto «Ti prego, dimmi che stanno andando via», aggiunse poi con voce appena
      udibile. Guardò Amos negli occhi sicura di leggervi rimprovero per la sua mancanza di attenzione di poco prima, quello che vi lesse però la allarmò ancor di più. «No Dalila, non stanno andando via», le rispose lui, «stanno accendendo dei fuochi, temo abbiano intenzione di bruciare la fattoria.»
      Quello che accadde dopo i ragazzi non riuscirono a vederlo con gli occhi ma udirono tutto dal loro nascondiglio segreto: «Che cosa state facendo con quelle torce?» La voce indignata del nonno Bonifatius. «Non c’è bisogno che bruciate la casa, noi siamo qui, diteci come possiamo aiutarvi.», La voce più conciliante del loro amato papà. «Chi vive in questa fattoria insieme a voi? Dove sono vostra moglie e i vostri figli?» Una voce prepotente ed autoritaria pose quella domanda. «Siamo solo noi due», sentirono rispondere il loro papà, «mia moglie è partita due settimane fa per andare ad assistere la madre malata, ora si trovano in Polonia insieme ai miei figli.» Dopo questo i ragazzi udirono solo silenzio, sembrava prolungarsi all’infinito. All’improvviso arrivò fino a loro un grido, seguito subito da un tonfo… il rumore di un corpo che cade pesantemente in terra. Udirono le urla indignate del padre, le risate sboccate di molte persone a loro sconosciute come unica risposta. Vi furono poi le frasi di scherno, gli appellativi ingiuriosi che ferirono le orecchie dei bimbi nascosti pochi metri sotto di loro. Dorothea terrorizzata voleva urlare, Dalila la trattenne a stento, Amos si unì a lei e insieme riuscirono a placarla. Passarono diversi minuti, continuarono ad avvertire movimento al piano superiore ma pian piano sembrò tornare la tranquillità. Improvvisamente i soldati andarono via, sentirono i camion allontanarsi dalla fattoria. I fratelli attesero di udire nuovamente la voce del padre e del nonno… il silenzio che avvertirono premeva su di loro come un macigno. Si guardavano angosciati senza sapere cosa fare.
      Kassandra continuava a girare nervosamente la fede nunziale che portava al dito mentre osservava il paesaggio scorrere velocemente dal finestrino dell’auto della signora Neumann. L’anziana signora comprendeva perfettamente il suo stato d’animo, non erano certo tempi facili quelli per una famiglia ebrea come i Cassel. Nonostante questo, considerava esagerate le sue paure. Erano ancora
      sconosciuti, a lei come al resto del mondo, gli orrori che il regime avrebbe portato a compimento. Passarono pochi minuti e le convinzioni della vecchia signora crollarono all’istante appena scorse ciò che stava accadendo alla stazione dei treni. Ordinò all’autista di accostare, Kassandra non si era accorta di nulla. «Ora devi essere forte», le disse Liliana, «cerca di non fare sciocchezze», continuò
      indicando alla giovane donna la scena che l’aveva così tanto turbata. Kassandra fu costretta ad assistere impotente mentre il padre e il marito venivano fatti salire su quel maledetto treno, i suoi occhi si spostavano freneticamente in tutte le direzioni. Stava cercando i suoi figli, aveva il terrore di vederli insieme a tutti gli altri disperati… in quel caso nessuno sarebbe riuscito a trattenerla in quella maledetta auto. «Mamma, se mi stringi così forte non riesco a respirare>>, la voce di Dalila strappò la donna dai suoi tristi ricordi. Si rese conto che stava inconsapevolmente stringendo troppo i propri figli, li lasciò andare pur controvoglia. Quante settimane erano passate da quel maledetto giorno, si chiese la donna, da quanto tempo i miei figli non vedono la luce del sole? Ripensò al viaggio di ritorno dalla stazione ferroviaria: La sua angoscia per ciò che avrebbe potuto trovare una volta giunta a casa, le parole di conforto della signora Neumann che provava a mitigare le sue paure. Giunta alla fattoria rifiutò categoricamente l’aiuto gentilmente offerto dall’anziana signora: «Da qui in poi devo proseguire da sola, lei ha già fatto tanto per noi signora Neumann, non voglio coinvolgerla ulteriormente», le disse Kassandra mentre stringeva quell’esile corpo in un sincero abbraccio.  In realtà la donna non intendeva rivelare l’esistenza dell’appartamento segreto a nessuno, neanche a lei. La signora parve capire cosa intendesse dire la giovane ragazza, aiutare la donna a nascondersi avrebbe potuto metterla in guai seri. Kassandra entrò in casa solo quando sentì l’auto allontanarsi. Non badò alla devastazione che trovò dentro, corse subito al vecchio armadio. Dopo aver sistemato in modo precario un’anta trovata divelta, la donna fece scorrere il pannello di legno e finalmente poté abbracciare i figli. Dopo quel tragico giorno i nazisti tornarono alla fattoria molte volte, loro li udivano girare rumorosamente per la casa vuota. Per fortuna avevano trasportato nelle cucine provviste di cibo sufficienti per un lungo periodo, potevano restare nascosti in quei bui locali senza la necessità di uscire fuori. «Stavi per raccontare tutto alla mamma!» Amos si avvicinò alla porta chiusa della loro camera e, poggiando l’orecchio sul freddo legno, ascoltò ciò che avveniva all’esterno, intanto continuava a parlare alla sorella piccola: «Se mamma viene a sapere del fantasma non ci farà più uscire dalla nostra camera, lo sai come è fatta», continuò mentre si allontanava dalla porta, ormai sicuro che la madre fosse impegnata in cucina. Dorothea lo guardava sentendosi in colpa, si vedeva che faticava a trattenere le lacrime. Intervenne in sua difesa la sorella maggiore: «Lasciala stare Amos, lei è solo preoccupata che possano essere i soldati, per questo voleva parlarne a mamma», affermò Dalila mentre stringeva la sorella in un abbraccio protettivo. «Del resto, anche io non sono convinta sia un fantasma, potrebbe essere un vagabondo di passaggio», concluse fissando il fratello. «Un vagabondo che viene solo la domenica?», affermò Amos con una punta di sarcasmo nella voce, «e poi come lo spieghi quel rumore metallico?», continuò il ragazzo portandosi nuovamente vicino alla porta. «Come fai a sapere che le visite del fantasma avvengono solo la domenica? Chiusi qui sotto non riusciamo più a contare i giorni ormai da molto tempo.» Questa volta fu Dalila ad usare un tono sarcastico. «So che è domenica perché la mattina presto sento suonare le campane del paese», rispose semplicemente Amos mentre ascoltava i rumori all’esterno della camera. Il dito portato davanti al naso bastò al ragazzo ad imporre il silenzio… l’orecchio poggiato sulla porta, il rumore di piatti in cucina, la certezza che la madre fosse lontana, poi ecco pronto il piano. Per quanto avventato e pericoloso fosse, venne accolto con entusiasmo dalle sorelle… la prossima domenica avrebbero incontrato il fantasma.
      CAPITOLO 2. IL BAMBINO FANTASMA
      Kassandra era china sul vecchio braciere, la legna all’interno ardeva di un rosso vivo, si vedeva l’aria tremolare tutto intorno. Alzò a malapena il viso sentendo i figli salutarla. Li vide dirigersi verso la stanza che lei aveva arredato personalmente al solo scopo di dare conforto al marito nei lunghi giorni di attesa e che, suo malgrado, lui non ebbe mai modo di usare. Tornò a dedicare la sua attenzione al braciere, vide nuvolette di fumo bianco partire da esse… impiegò qualche secondo
      per capire che erano le sue lacrime a generarle. «Avete sentito le campane questa mattina?», chiese Amos alle sorelle mentre chiudeva la porta alle spalle. «Sì, le abbiamo sentite, e allora?», rispose Dalila, improvvisamente sembrava meno convinta della validità del piano del fratello. «Vedrete che verrà anche questa volta», affermò con convinzione Amos. «Appena sentiremo il rumore metallico io e te saliremo nel massimo silenzio le scale», continuò guardando con serietà la sorella negli occhi, lei annuì rassegnata e lui finì di esporre il suo ardito piano: «Dorothea rimarrà vicino al corridoio a controllare mamma, se si allontanerà dalla cucina dovrai fischiare due volte, sarà questo il nostro segnale di allarme.» La sorella piccola era lieta di non dover partecipare a quella pazza avventura, l’idea del fantasma rumoroso la terrorizzava. Non lo diede a vedere però mentre si dirigeva verso il fondo del corridoio, assunse invece un atteggiamento offeso sperando di salvare le apparenze. Amos e Dalila rimasero in silenziosa attesa. Il rumore metallico arrivò e, benché atteso, procurò ai ragazzi un’ondata di autentico terrore, sentirono tutti i peli del corpo rizzarsi ed il sangue gelare nelle vene. Si Guardavano negli occhi immobili come statue di ghiaccio, la paura li aveva bloccati a tal punto che il piano preparato con tale cura rischiava di fallire, quella consapevolezza sembrò spronare Amos: «Muoviamoci o lo perderemo di nuovo», proruppe mentre afferrava Dalila per le spalle e la trascinava di peso verso la porta, un’occhiata a Dorothea gli confermò che la mamma si trovava ancora in cucina. Imboccò le scale senza controllare se la sorella lo stesse effettivamente seguendo. Il pannello di legno dell’armadio si mosse producendo un rumore lievissimo ma, all’orecchio di Amos, parve il più forte dei suoni. «Ora andiamo», disse senza voltarsi, esternava una sicurezza che in fondo non provava. Si trovò dentro il loro vecchio salone, tutte le imposte erano chiuse e, nonostante fuori vi fosse il sole, all’interno regnava l’oscurità. Guardandosi intorno il ragazzo notò dei dettagli che lo inquietarono… la casa sembrava cambiata. Durante le perquisizioni dei soldati nazisti avevano udito chiaramente il rumore di mobili buttati in terra, di piatti ed altri oggetti rotti. Erano stati costretti a rimanere impotenti, nascosti nell’appartamento segreto, mentre i soldati devastavano la loro casa. Si era aspettato quindi di trovare i segni di tanta devastazione. Invece tutto appariva in perfetto ordine, i mobili sembravano addirittura aggiustati. Rimase scioccato Amos… quasi si dimenticò del rumoroso fantasma. «Forza, proviamo ad avanzare», sussurrò alla sorella. Senza attendere risposta si inoltrò nell’ampio salone. Il loro vecchio tavolo in legno non c’era più, al suo posto il ragazzo vide un basso tavolino di marmo con piccole gambe intagliate. «Cosa sta succedendo?», si chiese sconvolto. Stava per continuare la sua avanzata ma un rumore giunse dal punto in cui era venuto, udì il cigolio di una porta che veniva leggermente aperta, poi qualcos’altro… una specie di sussurro. La paura tornò a farsi sentire. Amos si nascose come meglio poteva, udì un fruscio alle sue spalle, poi nuovamente quel sinistro rumore seguito da un sussurro giunse dal fondo della stanza. «Lui è qui», esclamò con voce appena udibile alla sorella nascosta dietro di lei… un leggero tocco sulla spalla gli confermò che il messaggio era stato compreso. Amos si fece coraggio, uscì dall’improvvisato giaciglio e si sporse per cercare di scorgere la fonte del rumore. Fece pochi passi e si nascose dietro il divano. Sentì alle sue spalle la sorella che silenziosamente lo seguiva nel buio. Amos si mosse di qualche passo, sentì il rumore metallico, aveva però qualche cosa di strano… sembrava provenire da una direzione diversa rispetto a quelli uditi in precedenza. «Amos… Amos», una voce sussurrò il suo nome, al ragazzo tremarono le gambe, la voce proveniva dal punto in cui era venuto. Sentiva il respiro della sorella alle sue spalle e questo sembrò dargli un po’ di coraggio. Si sporse ulteriormente per scrutare oltre il divano… le ante dell’armadio che celavano l’entrata del loro appartamento erano entrambe aperte, la sorella si trovava all’interno e sembrava lo stesse cercando sporgendosi nella buia stanza. Nello stesso istante udì un fruscio dietro di lui, questa volta seguito dal consueto rumore metallico. Amos conobbe in quel momento il significato della parola terrore… come negli incubi peggiori, il giovane udiva l’ignoto avvicinarsi lentamente alle sue spalle ma non riusciva a compiere alcun movimento, la paura lo aveva inchiodato lì. Dalila rimase ferma ai piedi delle scale, indecisa sul da farsi. Vide Amos salire e sparire nell’oscurità, il leggero rumore di legno contro legno confermò alla ragazza che il fratello aveva superato il passaggio. Diete un’occhiata disperata a Dorothea nella speranza di ricevere un segnale di allarme ma rimase delusa, il pollice alzato della sorella gli confermò che tutto era tranquillo. Non aveva scuse, lentamente prese a salire le scale. Arrivata in cima trovò il passaggio incautamente aperto, rimase sul confine dei due mondi torcendosi nervosamente le mani. Gli ammonimenti della madre sui pericoli che avrebbe potuto trovare fuori dal loro sicuro rifugio tornarono a tormentarla, improvvisamente capì la stupidità del piano elaborato da Amos. Dalila si sporse nella stanza buia cercando inutilmente di individuare il fratello, le porte dell’armadio cigolarono sotto il suo peso. La ragazza vide solo oscurità, provò allora a sussurrare il suo nome nel buio. Al terzo tentativo avvertì un rumore, subito dopo vide una figura sporgersi dal divano, stava guardando nella sua direzione e in quel momento lo riconobbe, era Amos. La ragazza stava per pronunciare il suo nome ma notò un movimento furtivo alle sue spalle, una figura informe stava seguendo lentamente il fratello, uno straziante rumore metallico accompagnava il suo lento avanzare. L’urlo di Dalila si unì a quello di Amos, la ragazza stava per fuggire da quella paurosa scena ma si rese conto che il fratello era rimasto bloccato. Quando lo raggiunse la creatura aveva già allungato le braccia per afferrarlo, lei lo prese con decisione dalle spalle e lo trascinò via di peso. Mentre correva verso il passaggio Dalila si aspettava di sentirsi afferrare da un momento all’altro ma non accadde nulla. Chiusero frettolosamente la porzione scorrevole dell’armadio per celarne il passaggio e si precipitarono giù per le scale. Trovarono la madre che li attendeva con un’espressione di allarme e paura in viso. «Dove siete stati e che cosa erano quelle urla?», chiese la donna mentre guardava le buie scale. I fratelli si guardarono disperati negli occhi, dovevano inventare una scusa plausibile o la madre avrebbe scoperto tutto. «Stavamo controllando che il passaggio segreto fosse correttamente chiuso, mi era sembrato di veder filtrare della luce», annunciò prontamente Dalila. Kassandra cercò conferma nello sguardo del figlio, Amos confermò la versione muovendo semplicemente il capo, non sarebbe riuscito a mentire alla mamma. Kassandra parve tranquillizzarsi, si incamminò verso la cucina, non era però del tutto convinta la donna. «Per quale motivo avete urlato tutti e due?», chiese prima di entrare nella stanza. Questa volta fu Amos a prendere la parola: «un ragno gigante è sbucato all’improvviso», esclamò il ragazzo mentre addentava una mela per evitare di incrociare lo sguardo di Kassandra. La scusa sembrò convincere la donna, lasciò i figli litigare scherzosamente per il cibo e si chinò sul braciere, la legna si stava esaurendo ed il freddo cominciava a farsi sentire negli umidi locali. Dopo aver mangiato, i ragazzi si rifugiarono nella loro stanza lasciando la madre in cucina. Appena la porta fu chiusa alle loro spalle iniziarono a parlare tutti e due insieme, l’eccitazione si mescolò alla paura mentre entrambi raccontavano l’esperienza appena vissuta. Dorothea seguiva con lo sguardo prima uno poi l’altra per non perdere neanche un dettaglio dei loro racconti, sembrava una spettatrice di un incontro di tennis. «Allora, lo avete visto o no il fantasma?» Quella semplice domanda sembrò troncare la discussione, Amos e Dalila esitarono entrambi prima di rispondere. «Più che visto, io l’ho sentito», ammise Amos tremando leggermente al ricordo. «All’inizio, sentendo il fruscio alle mie spalle, avevo creduto fossi tu che mi seguivi, a proposito, perché sei rimasta dentro l’armadio?», esclamò il ragazzo guardando con rimprovero Dalila. La ragazza non seppe spiegare il suo tentennamento: «Volevo controllare mamma prima di salire, quando sono arrivata su non sono riuscita a trovarti nel buio della stanza», si giustificò con un filo di voce. Amos evitò di infierire, prese per buona la scusa della sorella, pur conscio che i motivi che gli avevano impedito di seguirla erano altri. Una mano posata amichevolmente sulla spalla di Dalila intendeva comunicare alla ragazza che tutto era sistemato tra loro. L’espressione di sollievo sul volto della sorella fu evidente, questo sembrò spronarla a parlare: «Io non l’ho solo sentito il fantasma, io l’ho anche visto», disse lei tenendo lo sguardo basso. I fratelli la scrutarono in silenzio, Amos con uno sguardo dubbioso in volto, Dorothea al contrario sembrava deliziata ed impaurita al contempo, quell’avventura rompeva la monotonia del loro vivere da reclusi. Con aria da cospirazione si fece più vicino alla sorella maggiore, «sul serio lo hai visto?», chiese incredula, «ed era bianco con i buchi al posto degli occhi?», aggiunse ingenuamente, strappando un sorriso ai fratelli. La sorella sembrò riflettere seriamente su quanto chiesto, la sua espressione divertita mutò mentre con la mente tornava a quei terribili momenti, con un filo di voce prese a raccontare: «Era buio, le finestre tutte chiuse, vedevo la polvere danzare nei pochi fili di luce che filtravano dalle fessure del legno, cercavo Amos in quell’oscurità ma non riuscivo a vederlo. Ho provato a chiamarlo diverse volte, poi deve avermi sentito perché l’ho visto sbucare da dietro il divano. Nel momento in cui l’ho riconosciuto ho notato un movimento alle sue spalle. All’inizio ho visto un’ombra seguirlo, poi una figura informe è apparsa nell’oscurità. Ho urlato, sono corsa da Amos e l’ho afferrato un attimo prima che lo facesse il fantasma.» Dalila prese a tremare al ricordo, il fratello la strinse forte mentre Dorothea seguiva tutto con attenzione, sembrava eccitata più che impaurita. «Non fare così Dalila», disse il fratello per cercare di calmarla, «l’hai detto tu, era quasi tutto buio, magari ci siamo fatti prendere dal panico, forse i rumori e l’ombra che hai visto hanno una spiegazione razionale.» Il suo tentativo di rasserenare la situazione lo aveva fatto, il ragazzo guardò le sorelle per vedere se era riuscito a convincerle. Dorothea aveva accolto con evidente delusione la sua teoria, Dalila invece alzò gli occhi dal pavimento e lo guardò per la prima volta da quando erano entrati nella loro camera; «quando sono venuta a prenderti dentro il salone l’ho visto, è stato solo una frazione di secondo ma ho visto chiaramente il fantasma». Con quelle parole la giovane riportò l’ignoto dentro quella stanza. Il silenzio regnava mentre i tre riflettevano su quanto appena rivelato, fu sempre Dorothea a porre il secondo interrogativo: «Hai detto di averlo visto, puoi descriverne le sembianze?» Dalila chiuse gli occhi e tornò con la mente a quei concitati momenti, fu un sussurro quello che uscì dalle sue labbra: «L’ho visto solo per un attimo, era tutto scuro, non sono sicura ma mi è parso che il fantasma avesse le sembianze di un bambino, almeno la parte superiore del corpo».  I fratelli attesero che il tremore passasse e lei ricominciasse il racconto. «Ho visto le sue braccia tese pronte ad afferrarti, mentre fuggivo ho guardato sotto quel piccolo corpo che pareva muoversi come fosse un serpente, difatti non ho visto le gambe. Al suo posto ho scorto una massa informe che, muovendosi, sembrava trasportare di peso il corpo mutilato del bambino, come i centauri della mitologia greca, metà uomo e metà cavallo.» I fratelli la scrutarono con occhi sgranati, forse attendevano un segnale che rivelasse che la descrizione appena fatta era frutto della sua fantasia, inventata solo per spaventare loro, ma quando questo non giunse entrambi si fecero seri. Un freddo gelido sembrò calare dentro la stanza, improvvisamente l’avventura che avevano sognato di vivere si tinse di foschi colori. La descrizione di Dalila aveva dato un volto alla creatura fino a quel momento solo immaginata e le sue sembianze erano talmente terrificanti che persino la scaltra Dorothea sembrò turbata. Fu Amos a rompere il silenzio: «Io non sono riuscito a vedere il fantasma, ne avvertivo solo i movimenti alle mie spalle ma non me ne curavo pensando fosse Dalila. Però mentre vagavo per la stanza buia ho notato alcune cose forse più inquietanti del fantasma stesso, non so come spiegarlo ma il nostro vecchio salone sembrava… diverso.» Le parole del ragazzo catturarono l’attenzione di Dalila: «Cosa intendi dire che era diverso?»
      «Nonostante il frastuono che abbiamo udito quando i nazisti sono entrati dentro casa, il rumore di mobili rotti, di piatti e bicchieri buttati in terra, quando camminavo per il salone non ho visto niente sul pavimento. I mobili sembravano sistemati ed alcuni erano addirittura diversi dai nostri, come se ora vi abitassero altre persone», rispose Amos.Le sorelle si guardarono incredule, tante strane teorie presero ad uscire inarrestabili dalle loro bocche. Sarebbero andati avanti all’infinito ma furono interrotti dal richiamo della madre, la cena era pronta. Decisero di rimandare a dopo le loro congetture, corsero verso la cucina facendo a gara e spintonandosi, sembrava avessero dimenticato gli orrori appena vissuti. Il calore sprigionato dalle braci aveva riscaldato l’ambiente, entrando i ragazzi trovarono la tavola apparecchiata e la madre che li attendeva già seduta al suo posto. Si sedettero dopo aver salutato Kassandra con un bacio sulla guancia. Amos guardò Dorothea negli occhi, aveva già avvisato la sorella di non parlare con la madre del fantasma, vedendo però l’eccitazione a stento trattenuta dalla piccola capì che sarebbe stato un compito assai arduo per lei. Iniziò quindi a parlare prima che potesse farlo lei, pose delle domande a sua madre nel tentativo di distrarre Dorothea: «Mamma, secondo te quando finirà la guerra?», chiese il giovane, poi senza attendere risposta aggiunse; «quando potremo riabbracciare papà e il nonno?» Amos si pentì subito di aver fatto quella domanda, l’espressione della madre si rabbuiò. Si alzò dalla sedia senza rispondere e si avviò verso la riserva di legna. «Non so quando finirà questa maledetta guerra», affermò la donna mentre prendeva dei ciocchi di piccole dimensioni dal mucchio, «però so che noi dobbiamo rimanere nascosti in questo rifugio segreto se vogliamo essere al sicuro», concluse mentre stringeva tra le mani i pezzi di legno talmente forte che queste assunsero una sfumatura bianca per la pressione. Finito di mangiare i ragazzi uscirono correndo dalla cucina, chiusi al sicuro nella loro camera elaborarono un nuovo piano. Questa volta avrebbero atteso il fantasma direttamente nascosti dietro il passaggio segreto, avrebbero però scrutato le sue mosse rimanendo al suo interno.
      CAPITOLO 3. LA FOTOGRAFIA
      I giorni passarono velocemente, le campane del vicino paese suonarono a festa quella domenica mattina. Kassandra fu meravigliata di vedere i figli già in piedi a quell’ora, varcarono assonnati la porta e con naturalezza si sedettero composti a tavola. Quell’insolita circostanza avrebbe dovuto mettere in allarme la donna. Normalmente era costretta a svegliare uno per uno i figli, vederli tutti e tre insieme avrebbe dovuto far sospettare alla madre che avevano qualcosa in mente. La donna era invece completamente presa nel vano tentativo di scaldare i vasti locali, continuava ad incrementare il braciere con piccoli pezzi di legna. Le scorte alimentari lasciate da nonno Bonifatius sembravano non finire mai. I ragazzi mangiarono a sazietà e poi uno ad uno sgattaiolarono dalla cucina.
      Fu Dalila a dire alla mamma la scusa che avrebbe dovuto coprire le loro reali intenzioni: «Andiamo nello studio di papà a leggere una favola a Dorothea.» I fratelli chiusero rumorosamente la porta dello studio del padre, rimanendo però all’esterno. Con passo felpato Amos e Dalila salirono le buie scale, come la volta precedente Dorothea rimase di guardia in fondo al corridoio. Fecero scorrere nel massimo silenzio la porzione di armadio che celava il passaggio segreto. Amos lo varcò per primo, fu costretto però ad entrare nella stanza per permettere alla sorella di passare. Il loro piano prevedeva di non entrare ma di attendere il fantasma al sicuro dentro l’armadio, non avevano tenuto conto del poco spazio all’interno. Si ritrovarono entrambi fermi immobili nel buio salone. Amos si mosse con maggior sicurezza e raggiunse il divano, si nascose dietro mentre chiamava silenziosamente la sorella. Dalila era scioccata, non riusciva a muoversi, continuava a guardare il loro vecchio salone non riconoscendolo. Man mano che gli occhi si abituavano all’oscurità nuovi particolari apparvero alla ragazza. Un tavolino in marmo di cui ignorava l’origine, pentole nuove appese alle pareti mai possedute dalla sua famiglia. Notò una foto incorniciata su un tavolino, le persone ritratte attirarono la sua attenzione benché non fossero ben visibili nella stanza poco illuminata. Stava per avvicinarsi ed afferrarla ma avvertì in quel momento la porta di casa aprirsi cigolando, si affrettò a raggiungere Amos dietro il divano dimenticando la foto. I fratelli rimasero in silenzio, entrambi udivano il battito del cuore dell’altro, poi il familiare rumore metallico arrivò alle loro orecchie. Dalila strinse talmente forte la mano del fratello che lui fu costretto a liberarsi della presa, contemporaneamente portò il dito al naso per imporre il massimo silenzio. Pian piano si allontanò dal riparo del divano e scrutò nella direzione in cui aveva sentito provenire il rumore. Raggi di sole filtravano dalle imposte illuminando parzialmente la stanza, granelli di polvere danzavano alla luce formando figure fantasiose, il ragazzo le osservava rapito. La mano della sorella sulla sua spalla lo riportò alla realtà: «Guarda lì», le sussurrò lei. Il ragazzo seguì le sue indicazioni e vide cosa gli stava indicando, rimase perplesso e affascinato dallo strano fenomeno. Entrambi i ragazzi guardavano verso la cucina, sembrava che l’aria stesse tremando per effetto di un grande fuoco, ma non scorsero alcuna fonte di calore che potesse giustificare quello strano fenomeno… poi accadde qualche cosa di ancor più misterioso. L’immagine della loro vecchia cucina prese a sostituire quella in cui si trovavano, videro apparire i loro vecchi mobili proprio come i ragazzi li ricordavano. Durò solo pochi secondi, poi tutto tornò come prima. I fratelli si guardarono sgomenti. Amos stava per parlare ma un avvertì un fruscio provenire dalla cucina, guardando attraverso l’aria rarefatta cercò di individuarne la fonte. Vide un’ombra avanzare lentamente verso di loro, il mobile bastava a celarne quasi completamente la figura, il ragazzo scorgeva solo una parte della testa, il suo sinuoso avanzare metteva i brividi. «Guarda dietro quel mobile», sussurrò il ragazzo con tono allarmato, «sta venendo verso di noi.» La paura li aveva bloccati entrambi, seguivano con gli occhi il lento incedere della creatura. Videro la punta della testa arrivare fin al bordo della cucina, poi improvvisamente fermarsi. I ragazzi non potevano vedere materialmente cosa si nascondesse lì dietro, l’ombra che proiettava dentro la stanza arrivava però a lambire i loro piedi. La osservarono scioccati, rappresentava la prova che la creatura era reale e ora si trovava a pochi centimetri da loro. La situazione sembrava in stallo, poi improvvisamente la creatura si mosse con una rapidità sorprendente. Uscì dal suo riparo, nello stesso momento compì un movimento che fece urlare di terrore i fratelli… la parte superiore del suo piccolo corpo compì una sorta di piroetta, mentre il resto rimase immobile. I suoi occhi si inchiodarono su quelli dei ragazzi, un urlo straziante uscì dalla sua bocca. Il panico si impossessò dei fratelli, corsero verso il passaggio segreto rovesciando tavolini e sedie. Amos varcò il passaggio preso dal panico, nella fretta non si accorse del lembo di camicia impigliato in uno dei chiodi, si ritrovò la schiena quasi nuda quando si fermò al sicuro nelle buie scale. Dalila correva dietro al fratello, avrebbe voluto tuffarsi in quel maledetto passaggio ma doveva attendere che lo varcasse prima Amos, istintivamente allungò una mano ed afferrò la foto incornicia notata poco prima. Subito dopo si affrettò ad attraversare il varco e a chiudersi il passaggio alle spalle. La ragazza non aveva avuto il coraggio di voltarsi per vedere se il fantasma l’avesse seguita. Si sedette accanto al fratello, entrambi ansimanti tesero l’orecchio nel timore di udire il suono metallico seguirli lungo le scale, per fortuna l’unico rumore che udirono fu lo scalpitio di piccoli piedi che correvano verso di loro. Dall’angolo del corridoio apparve la figura allarmata di Dorothea: «Cosa è successo lì sopra?», chiese la fanciulla, poi, voltandosi verso la cucina, aggiunse con tono concitato; «la mamma vi ha sentito urlare, è molto allarmata, preparatevi perché sta arrivando.» Appena la bambina finì la frase la figura di Kassandra irruppe tra loro, aveva il grembiule sporco di cibo e fuliggine, le mani annerite dal carbone e l’espressione allarmata… si calmò subito appena vide i figli. «Cosa erano quelle urla?», eslamò la donna mentre osservava con stupore l’oggetto che Dalila stringeva in mano, «e non raccontatemi ancora la storia del ragno gigante!», continuò senza staccare gli occhi dalla cornice che la figlia stringeva con forza. I figli la guardavano senza rispondere, Kassandra si protese verso Dalila e con rabbia gli strappò la foto dalle mani: «Da dove viene questa foto, dove l’avete presa?», chiese la donna tenendo l’oggetto in mano senza guardarlo. Dalila stava per dire qualche cosa ma improvvisamente udirono un rumore di passi provenire dal soffitto, qualcuno stava camminando nelle stanze superiori, polvere fine prese a cadere sulle loro teste. Kassandra cinse i figli in un abbraccio protettivo. «Non vi muovete, fate silenzio, loro sono qui, ci stanno cercando», ammonì la donna in un sussurro appena udibile. La misteriosa presenza sopra di loro prese a camminare lentamente, dopo ogni passo si fermava alcuni secondi, poi riprendeva il suo lento avanzare… come una persona intenta a cercare qualcosa. Nuvole di fumo uscivano dalla bocca di Kassandra ad ogni suo respiro, la temperatura stava scendendo lì sotto, nonostante la situazione la donna si ritrovò a pensare al braciere abbandonato in cucina. La famiglia Cassel rimase ferma sulla soglia delle scale mentre i passi continuavano a rimbombare nei bui locali, Kassandra stringeva a sé i figli terrorizzati. Passarono diversi minuti prima che la calma tornasse a regnare nel loro appartamento. La donna continuò a imporre il silenzio nonostante non si udisse provenire alcun rumore dal piano superiore. «Potrebbe essere un trucco, dobbiamo rimanere zitti ancora un po’.»
      I minuti passavano, la donna non si decideva a lasciare liberi i figli, continuava a guardare il soffitto con occhi spaventati… «mamma, io devo fare la pipì.» La semplice richiesta della piccola Dorothea strappò un sorriso ai fratelli, la madre ne fu subito contagiata e la tensione si allentò. Si trasferirono tutti in cucina nel massimo silenzio. «Non possiamo sapere se i soldati sono andati via davvero», sussurrò loro la madre, «ora voi andate in camera vostra ed evitate qualsiasi rumore fino a nuovo
      ordine.» Mentre i ragazzi stavano per uscire dalla cucina la donna aggiunse: «Dopo mi dovrete spiegare cosa erano quelle urla e dove avete trovato questa cornice.» Nel pronunciare quelle parole la donna guardò per la prima volta l’oggetto che stringeva in mano. Per sua fortuna i figli avevano già lasciato la stanza e non videro la sua faccia stravolta quando osservò il volto immortalato nella fotografia. La memoria tornò a quel maledetto giorno… il treno in attesa sui binari, colonne di disperati sferzati con i bastoni venivano fatti salire sui vagoni in attesa. Il viso dell’amato marito, dietro di lui suo padre Bonifatius. Faticava a tenere il passo di Angelus, stava per rimare indietro ma un uomo con un’elaborata divisa militare ed un vistoso cappello lo colpì con un calcio dietro la schiena. Il volto di quel soldato, quegli occhi piccoli e gelidi… era lo stesso ritratto nella fotografia che la donna stringeva in mano. Kassandra era scioccata… cosa ci faceva la fotografia di quel maledetto in casa sua? continuava a chiedersi. Non riusciva a distogliere lo sguardo da quel maledetto volto. Sentì la rabbia divampare dentro di sé, scagliò la cornice contro il muro con tale impeto da mandare in frantumi il vecchio legno. Il rumore attirò i figli, lì sentì correre verso la stanza abbandonando ogni precauzione. Speriamo che i soldati siano andati via, pensò Kassandra mentre raccoglieva i pezzi di cornice dal pavimento. I figli entrarono spaventati in cucina.
      «Che cosa è successo mamma, cosa era quel forte rumore?», chiese Amos mentre un’occhiata al pavimento e alla cornice rotta gli diede la risposta, senza bisogno che la mamma parlasse.
      Kassandra raccolse la foto da terra, prese ad osservarla con maggior attenzione mentre parlava con i figli: «Dove avete preso questa cornice?», domandò loro con un tono di voce talmente gelido che i ragazzi ne rimasero impressionati. Mentre poneva la domanda Kassandra osservava l’altra figura immortalata nella foto, un bambino in carrozzella posava accanto all’uomo, la mano di lui sulla
      spalla del giovane in un naturale gesto protettivo suggerì alla donna che potesse essere il figlio.
      Nel frattempo, nessuna risposta arrivò dai figli. «Allora, mi volete dire dove avete preso questa cornice?», ripeté la donna mentre, distogliendo gli occhi dalla foto, prese ad osservarli con sguardo severo. Amos e Dalila avevano un’espressione scioccata in volto, la bocca della figlia era spalancata, entrambi osservavano il retro della foto. «Mio Dio mamma, leggi la data scritta dietro», riuscì a dire sua figlia. «Non mi interessa della data!», urlò Kassandra mentre voltava la foto, «dovete dirmi dove diavola l’avete…» non riuscì a finire la frase. Leggendo quanto scritto dietro l’immagine la donna ebbe un mancamento, sarebbe finita rovinosamente in terra ma fortunatamente Amos riuscì a sorreggerla con l’aiuto di Dalila. La piccola Dorothea osservava la scena da un angolino della cucina, era rimasta in disparte dato che non aveva ancora capito bene l’importanza della cornice e perché la madre tenesse tanto a scoprirne la provenienza. Avrebbe voluto ascoltare il racconto del fantasma dai fratelli, argomento ben più eccitante di una vecchia foto, pensò la bambina mentre la raccoglieva da terra. Osservò l’immagine dell’uomo e del piccolo bambino non trovando niente di misterioso in essa. La depose sul tavolo con l’immagine rivolta verso il basso, stava per raggiungere ifratelli e la madre ancora svenuta ma si bloccò quando lesse la data scritta sul retro; - 12 febbraio 1945 -. La fanciulla rimase perplessa, nonostante la giovane età percepì del mistero in quell’appunto. Non riusciva ancora a fare i conti, ma ricordava che quando lei e la sua famiglia si erano rifugiati nell’appartamento segreto era l’anno 1939… la data scritta dietro la foto doveva essere per forza sbagliata, pensò mentre raggiungeva Amos e Dalila. La notte scese veloce, l’appartamento celato sotto la grande fattoria era immerso nel buio, ad eccezione di un piccolo barlume proveniente dalla cucina. Kassandra sedeva sul tavolo di legno, i figli accanto a lei e la misteriosa foto al centro. Le candele spente per maggior sicurezza, unica fonte di illuminazione le braci che, ardendo dentro il grande braciere, riscaldavano e illuminavano parzialmente l’ambiente. «Avanti, ora raccontatemi tutto dal principio», disse la madre ai figli, con lo sguardo indicava la foto al centro del tavolo. L’immagine del misterioso uomo e del bambino in carrozzella sembrava danzare per l’effetto del calore che il vicino braciere produceva nell’aria. «Amos, guarda il bambino», sussurrò Dalila al fratello, «il suo viso assomiglia a quello del fantasma.» Dorothea sobbalzò sulla sedia, si fece più vicino ai fratelli per ascoltare meglio, finalmente si parlava del misterioso fantasma. Kassandra, al contrario di Dorothea, rimase perplessa quando udì l’affermazione della figlia. «Ma quale fantasma? Di cosa stai parlando? Non provare ad inventare strane storie… voglio sapere dove avete preso questa foto», urlò la madre sbattendo i pugni sul tavolo. I figli rimasero meravigliati dalla sua reazione, da quando vivevano nell’appartamento segreto erano abituati a svolgere tutte le mansioni nel massimo silenzio, la paura di essere uditi all’esterno aveva instillato questa precauzione nel loro stesso essere. Mai avevano udito la madre alzare il tono della voce in quel modo. Fu Amos a raccontarle la storia del fantasma e della sua strana peculiarità di visitare la loro casa sola la domenica: «La prima volta che ho avvertito la presenza del misterioso fantasma ero solo, Dalila e Dorothea erano in cucina con te, stavate preparando il pane. Io mi ero rifugiato nello studio di papà perché quella mattina avevo voglia di leggere un libro, sai che non riesco a concentrarmi se intorno a me non c’è silenzio assoluto. La stanza era ben illuminata dalla luce che filtrava dal piano di sopra, non accesi le candele, mi misi seduto sulla sedia e iniziai a leggere. Ero talmente assorto dalla storia che il mondo esterno smise di esistere, non udivo neanche più le vostre risate provenire dalla cucina. Ad un tratto la pagina che stavo leggendo divenne buia, sollevai gli occhi verso il soffitto e vidi che proprio sopra di me i raggi del sole non riuscivano più a passare attraverso le fessure del legno, mi resi subito conto che qualcosa si trovava fermo pochi metri sopra di me. Osservai più incuriosito che spaventato la porzione di buio che sovrastava la mia testa quando questa prese a muoversi lentamente, uno straziante rumore metallico seguiva il suo lento movimento. Cominciai ad avere paura, volevo chiamarvi ma temevo che dal piano di sopra potessero udirmi, rimasi immobile. L’ombra continuò ad avanzare nella camera… quel maledetto rumore rischiava di farmi impazzire, poi improvvisamente tutto finì e ci fu di nuovo il silenzio. Continuai ad osservare il soffitto per diversi minuti, non accadde nulla. Vidi la luce che pian piano sbiadiva e decisi di raggiungervi in cucina. Voi eravate così allegre, con le mani imbiancate e le macchie di farina ovunque, persino sul viso, non so, mi convinsi che il fenomeno a cui avevo assistito poteva avere tante spiegazioni razionali. Ad esempio, poteva esser stato un animale, o persino un vagabondo… comunque decisi che non era il caso di parlarvene.» Amos aveva un’espressione colpevole mentre guardava la madre, lei rimase però imperturbabile e lo spronò a proseguire il racconto. «I giorni passarono e quasi non pensai più a quanto successo nello studio di papà. Andai altre volte a rifugiarmi lì. All’inizio stavo con l’orecchio teso in attesa di udire altri inquietanti rumori, poi, dato che nulla accadeva, cominciai a rilassarvi e a dimenticare l’accaduto. La domenica successiva, come da abitudine, eravamo intenti alla preparazione del pane, questa volta partecipai anche io. Udii strani rumori provenire dal piano di sopra nel pomeriggio, ricordo che in quel momento ero in bagno. Corsi nello studio e assistetti alla medesima scena, non vidi l’ombra muoversi per la stanza perché il sole era ormai basso, la sua luce non arrivava comunque fin sotto il nostro appartamento. Il rumore stridulo però era il medesimo, oltre ad esso sentii chiaramente il tonfo di un oggetto che cadeva in terra. Poi, come la volta precedente, tutto finì improvvisamente. Allora ebbi la certezza che stava accadendo qualche strano fenomeno nel nostro vecchio appartamento. Decisi di non parlarne con te, mamma, perché ero certo non si trattava di soldati nazisti. Sono già venuti ad ispezionare la casa e le loro visite sono state sempre violente e molto rumorose. Abbiamo udito i loro mezzi arrivare e parcheggiare in cortile prima di sentirli invadere la casa. Quanto stava accadendo era diverso, decisi di parlarne a Dalila e Dorothea.» Il ragazzo si preparò al rimprovero che era sicuro sarebbe arrivato, guardando la madre però la vide concentrata nel suo racconto e decise di proseguire: «La domenica successiva ci siamo chiusi nello studio di papà tutti e tre insieme, non abbiamo dovuto attendere molto prima che lo strano fenomeno si ripetesse, questa volta però hanno assistito alla scena anche Dalila e Dorothea.» Detto questo Amos prese a fissare la sorella, lui aveva fatto la sua parte, ora toccava a Dalila proseguire. La madre guardò le figlie in cerca di una conferma a quanto detto da Amos, la trovò nei loro sguardi seri e privi di qualsiasi incertezza, poi Dalila proseguì il racconto: «É stato tremendamente inquietante, i rumori, la certezza di una presenza estranea così vicino a noi… però a differenza di Amos non ero certa si trattasse addirittura di un fantasma. In principio anche io pensavo potesse essere un animale o un vagabondo in cerca di cibo. Così, mossa dalla curiosità, ho accettato con entusiasmo l’idea di salire al piano di sopra e cercare di vedere con i nostri occhi la fonte di quegli strani ed inquietanti rumori.» Udite quelle parole il volto di Kassandra sbiancò, l’idea dei figli all’aperto la terrorizzò a tal punto che prese a tremare lievemente. «Dove avete preso quella cornice?», chiese la donna con voce apparentemente calma. Stava cercando di dominare il turbine di emozioni che pian piano sentiva salire dallo stomaco ed invadere il suo corpo. Intendeva ottenere il maggior numero di informazioni possibili dai figli, era suo dovere proteggerli. L’apparente calma della madre spinse Dalila a continuare il racconto. Descrisse quanto accaduto nel loro vecchio salone al piano di sopra, la sua corsa disperata verso il passaggio segreto dopo aver sottratto Amos dalla presa della misteriosa creatura, la scusa del ragno raccontata per giustificare le urla. Poi raccontò del secondo incontro, le movenze terrificanti della creatura, la fuga in preda al panico, la cornice presa per istinto mentre attendeva che il fratello passasse attraverso la stretta apertura… concluse il breve racconto con voce trafelata. Kassandra rimase in silenzio talmente a lungo da costringere i figli a scambiarsi sguardi interrogativi… «che ne pensi mamma?», chiese Amos a Kassandra. «Non so cosa pensare ragazzi, però potrebbe non essere un fantasma, magari è un povero sventurato capitato in questa casa chissà per quale motivo». Detto questo Kassandra prese a guardare intensamente i figli; «perché avete pensato ad un fantasma?», esclamò fissandoli negli occhi. Fu Amos a rispondere, mentre parlava continuava a tenere lo sguardo fisso in terra, come se si vergognasse di quanto stava per dire: «Abbiamo visto l’aria tremolare come se un fuoco ardesse a poca distanza… poi è apparso quella specie di essere. Si muoveva come un serpente e l’aria tutto intorno a lui continuava a sfumare mentre avanzava verso di noi. Ha tentato di afferrarmi, poi ha urlato… non so cosa fosse ma sicuramente non apparteneva al nostro mondo». Le parole di Amos portarono l’ignoto dentro la stanza, nessuno osava fiatare, persino la piccola Dorothea si era fatta silenziosa e, convinta che nessuno se ne fosse accorto, si era messa più vicina alla mamma. «Il fantasma non è l’unica cosa strana che abbiamo notato lassù.» Le parole di Dalila rimasero sospese nella stanza… gli occhi della madre erano già colmi di inquietudine mentre attendeva che lei continuasse. La ragazza se ne rese conto ma aveva un disperato bisogno di raccontarle quanto visto, a malincuore proseguì il racconto: «La nostra vecchia stanza appariva diversa, non so come spiegarlo a parole, ma mentre la osservavo sembrava mutare davanti ai miei occhi… pur rimanendo la stessa, sembrava appartenere ad un tempo diverso dal nostro». Kassandra guardò la figlia, questa volta il suo sguardo apparve meno inquieto, una leggera ruga apparve agli angoli della sua bocca, stava quasi sorridendo nonostante la gravità della situazione. «Puoi provare a spiegarmi meglio tesoro, cosa intendi quando dici che sembrava appartenere ad un tempo diverso?», domandò abbassando lo sguardo per nascondere lo scintillio divertito che sicuramente si scorgeva nei suoi occhi. Fu nuovamente Amos a prendere la parola, spiegò alla madre gli strani oggetti visti nella loro vecchia camera, il misterioso tavolo in marmo che aveva sostituito quello in legno, i mobili aggiustati ed i pavimenti puliti. Ascoltato il racconto del figlio lei si fece nuovamente seria, lentamente prese la fotografia dal tavolo. Kassandra osservava il volto del militare, i figli fissavano la data assurda scritta nel retro, provarono a parlare tutti insieme. La madre impose il silenzio, avrebbero affrontato un mistero per volta, inutile provare a risolverli tutti insieme, disse ai figli. Decise quindi di spiegargli dove aveva già visto la persona ritratta nella fotografia. Questo significava dover raccontare loro l’orrore visto alla stazione dei treni, l’incognita sul futuro del loro padre e del loro nonno. Era pronta ad affrontare il dolore e la rabbia che ciò avrebbe inevitabilmente portato? si chiese la donna mentre esitava a parlare. - 12 febbraio 1945 -. Kassandra fissava quella data assurda sul retro della fotografia, rigirandola nelle mani prese ad osservare con maggior attenzione il volto dell’uomo… neanche si accorse del gesto mentre meccanicamente indossava gli occhiali. I figli la guardavano incuriositi, lei continuava ad osservare quel maledetto volto. Cosa stai cercando, pensò mentre lo sguardo si concentrava sulle rughe dell’uomo, non starai cercando sul suo volto la prova dei sei anni passati? Questo pensiero la terrorizzò, buttò la foto sul tavolo come se scottasse. «Tutto bene mamma?» I figli la osservavano spaventati. «Fa freddo qui dentro», esclamò Kassandra. Si alzò dal tavolo e mise altri pezzi di legna nel vecchio braciere… «cerchiamo di risolvere un mistero per volta», aggiunse con un filo di voce. Le mani a coppa sopra la pentola confermarono alla donna che il calore stava aumentando, si alzò e raggiunse i figli. «Venite qui vicino a me, vi racconterò dove ho già visto quell’uomo», sussurrò rassegnata. Si misero tutti e quattro intorno al tavolo, il calore delle braci scaldava ed illuminava la stanza. Parlando con voce calma e piatta la madre raccontò in quale circostanza aveva visto l’uomo, pur evitando i particolari più crudi, descrisse gli orrori a cui aveva assistito alla stazione dei treni. Quando finì il suo racconto nessuno dei figli parlò, rimasero in silenzio… si udiva solo il sommesso pianto della piccola Dorothea. Fu Dalila la prima a parlare, pose la domanda che certamente stava tormentando anche i suoi fratelli: «Mamma, dove hanno portato papà e il nonno, dove era diretto quel maledetto treno?» Kassandra chiuse delicatamente la porta della camera dei figli, era avvilita per non esser riuscita a rispondere alla domanda di Dalila. Forse non avrei dovuto dirgli la verità, si disse mentre si avviava verso la cucina. Sentiva i bisbigli dei figli provenire dalla stanza, faticheranno a prender sonno, pensò mentre raccoglieva il braciere… CONTINUA
      zia a scrivere la tua storia...

    • Il treno davanti al mare

      Manarola, Cinque Terre. In quel pomeriggio
      quasi dʼestate arrivò da lì la chiamata a cui seguì
      la partenza del nostro gruppo di volontari, a
      bordo dellʼambulanza. Le Cinque Terre sono
      luoghi meravigliosi, offrono paesaggi che sono
      stati celebrati da grandi scrittori, pittori, musicisti.
      I versi di Montale, e prima Dante, Petrarca, Boccaccio,
      e ancora Cervantes e DʼAnnunzio; e poi
      così tanti meravigliosi testi di canzoni che dipingono
      luoghi ed emozioni vissute, da Bindi, a De
      André, Endrigo e Luigi Tenco, e poi alcune tra le
      splendide opere pittoriche del movimento dei Macchiaioli.
      Dalla fine degli anni 90 nella lista dei luoghi
      patrimonio dellʼumanità UNESCO, questi territori
      straordinari raccontano storie antiche e moderne
      attraverso scorci indimenticabili, e parlano di
      una terra incredibile, stretta tra mare e collina, che
      ha saputo nei secoli lasciare una forte impronta e
      diventare protagonista nel luminoso fronte delle
      eccellenze storico-culturali, naturalistiche ed enogastronomiche
      italiane. Mai ti aspetteresti dunque
      di poter associare un luogo così incantevole ad un
      accadimento che può rimanere nella memoria
      come fortemente traumatico. In fondo però, è parte
      del lavoro che svolge il volontario, trovarsi di
      fronte ad immagini forti e in situazioni delicate, di
      pericolo, nelle quali cʼè qualcuno da far calmare e
      da rassicurare, qualcuno da soccorrere e a cui
      dare speranza, tutto questo è normale amministrazione
      per chi svolge questa attività. Ci sono
      casi però, come quello raccontato in questo
      capitolo, in cui la gravità dellʼevento va decisamente
      oltre ogni immaginazione.
      Siamo a bordo dellʼambulanza, come dicevo, per
      un codice rosso presso la stazione di Manarola. Era
      la metà di giugno del 2018, giornate calde e una
      brezza tesa, e nel tardo pomeriggio ci dirigiamo lì
      con alcuni colleghi di attività per affrontare un soccorso
      molto delicato: una persona travolta sui binari
      da un treno merci. Ci viene comunicato dalla
      centrale operativa che sono già sul posto le forze
      dellʼordine. In circa venti minuti, che non sono
      molto considerando la distanza tra il luogo dellʼaccaduto
      e La Spezia, arriviamo dunque a destinazione.
      Ovviamente a seconda dei codici indicati dalla
      centrale, e della gravità dunque ipotizzabile interpretando
      quanto ci viene comunicato, chi è
      alla guida della vettura di soccorso sa gestire al
      meglio la velocità, sempre allʼinterno delle regole
      del Codice della Strada e sempre muovendosi
      con attenzione e con la massima cautela, ma
      diciamo che se la chiamata ci trasmette informazioni
      che danno a intendere che sia necessaria
      una certa fretta, il team a bordo farà certamente
      in modo di essere ancor più rapido e performante
      per garantire un soccorso il più possibile tempestivo,
      oltre che ovviamente accurato nelle modalità.
      Ecco, lʼaccuratezza è una caratteristica importante
      per chi decide di intraprendere questo
      tipo di attività. Penso di ritrovarmi molto nella
      definizione di “persona dedita allʼaccuratezza”,
      e questo non per darmi delle arie, perché poi
      nella vita e nelle cose che si fanno, prima o poi e
      in qualche modo, tutti possiamo fare degli errori
      o renderci conto che quella determinata cosa la
      potremo far meglio la prossima volta, però diciamo
      che tra gli aggettivi che mi si addicono,
      quello di essere una persona “accurata” nelle
      cose che fa corrisponde nella sostanza e nella
      forma a verità.
      In tutti gli ambienti condivisi col prossimo ci
      sono regole di buona convivenza, regole che attengono
      al rispetto dellʼaltro e di ciò che si fa,
      nel caso di una associazione di volontariato attiva
      nellʼambito del soccorso il senso di responsabilità
      chiaramente è ancora più sentito, sia individualmente
      che a livello di comunità e di partecipazione.
      E questo aiuta molto, in varie direzioni,
      perché respirare e condividere una certa
      serenità in un ambiente nel quale spesso ci si può
      trovare ad avere a che fare con emozioni forti e
      con la necessità di una solida tenuta psicologica,
      diventa decisamente importante. La serenità ed
      il rispetto aumentano, se possibile, di valore.
      Lʼatmosfera che troviamo una volta giunti con
      lʼambulanza nella stazione di Manarola è a dir
      poco surreale: turisti italiani e stranieri, ambienti
      affollati, come ovvio considerando la stagione ed
      il fine settimana, ma regna un anomalo assordante
      silenzio. Lʼimmagine visiva sembra davvero non
      corrispondere a quella che, se si trattasse di un
      film, verrebbe definita come colonna sonora e dialoghi.
      Ci facciamo dunque largo tra le persone,
      domandando dove fosse il ferito, per raggiungerlo
      in fretta, per provare a restituire speranza
      ad una situazione che sembra essere decisamente
      disperata, almeno stando al tono della chiamata
      e alle facce che ci troviamo di fronte, così attonite
      e (alcune) decisamente scioccate. Qualcuno
      prova a dissuaderci dal proseguire; turisti stranieri
      e viaggiatori italiani che ci suggeriscono
      chiaramente di evitare che il nostro sguardo arrivi
      fin là, perché a quanto dicono la scena è terribile,
      raccapricciante. Ma anche in questi casi,
      anche quando sai che potrai trovarti a dover tenere
      testa ad emozioni insostenibili, a visioni
      traumatizzanti, devi andare. A meno che non ci
      sia un pericolo imminente, devi andare. E quindi
      si va.
      La scena è atroce, disumana. La figura umana
      sulla scena dellʼincidente quasi non è codificabile
      come tale, a causa della immane gravità
      dellʼimpatto.
      Possiamo avere tanti tipi di vite, tanti tipi di problemi
      da risolvere, di sogni da realizzare, e purtroppo
      anche tanti tipi di morte; e alcuni modi di
      morire, a cui talvolta ci può capitare di assistere,
      come in questo caso, sono i peggiori in assoluto.
      È impossibile immaginare cosa ci si possa trovare
      davanti quando si ha a che fare con un
      incidente simile, sono situazioni che metterebbero
      alla prova chiunque. Dʼaltra parte essere un
      volontario è anche questo, significa accettare di
      trovarsi ad avere a che fare con ogni possibile tipologia
      di incidente, malori, conseguenze di colluttazioni,
      significa offrire il proprio aiuto a
      chiunque sia coinvolto in qualcosa di simile.
      Eravamo in quattro, due ragazze e due ragazzi,
      la più grande di noi al volante. Arrivavamo dal
      pronto soccorso perché avevamo portato unʼaltra
      persona, e durante il viaggio ci siamo confrontati
      tra di noi perplessi da ciò che poteva essere successo.
      Ti fai domande, paranoie, ansie, poi inizi
      a ragionare e dici: cosa potrò mai fare? Se la persona
      non ce lʼha fatta dovrò farmene una ragione,
      se invece magari la persona è riuscita a
      sopravvivere, qualunque sia la menomazione
      con cui dover fare i conti, in qualche modo andrà
      comunque bene.
      Lʼimpatto visivo alla fine fa meno impressione del
      pensiero e del dubbio. Come spesso accade nel
      mondo delle cose immaginate e di quelle reali con
      cui alla fine entriamo in contatto, tangibili e visibili,
      finché pensi a cosa ti troverai davanti può assalirti
      lʼansia e forse anche lʼangoscia, ma nel momento
      in cui superi il primo secondo di normale
      sconvolgimento e sconcerto, non puoi fare altro
      che constatare la realtà, che in genere essendo finita
      e definita, non è mai comunque così spaventosa
      come lʼimmaginazione. Magari è più inquietante,
      sul momento, ma ha una sua forma, specifica e
      netta. Cʼerano organi un poʼ ovunque, sparsi lì
      dove la persona investita è stata ritrovata. Una ragazza
      ha domandato se quello che vedeva fosse un
      polmone.
      Io credo che quando si svolge unʼattività come questa
      si tende a sviluppare una sorta di autoprotezione:
      lʼessere umano ha mille risvolti, il nostro
      cervello mille risorse. Non riusciamo a comprendere
      consapevolmente quanto la nostra mente sia
      in grado di gestire e organizzare degli stati di
      “emergenza”, eppure è evidente che sia così. Voglio
      dire, comʼè possibile che io i miei compagni
      di ambulanza in una situazione come questa abbiamo
      riscontrato una maggiore ansia e un maggiore
      disagio nella prima parte del soccorso, cioè
      quando siamo stati chiamati, molto più che non
      dopo essere giunti sul posto ed aver affrontato
      una visione così tosta? La spiegazione alla fine è
      semplice: si entra in quello che potremmo
      definire il nostro personalissimo ed individuale
      codice rosso psicologico. Cʼè unʼemotività a cui
      bisogna dare una risposta, cʼè un costrutto psicoemotivo
      e un lavoro che lʼinconscio svolge
      alle spalle della nostra consapevolezza. Ecco, io
      credo che alla fine le reazioni che ci troviamo ad
      avere in questo genere di situazioni siano invece
      comprensibili e decisamente logiche, per quanto
      possa fare impressione ad un ascoltatore esterno
      il fatto di sapere che una volta entrati in contatto
      con questa tragica situazione avvenuta, possa esserci
      da parte di un gruppo di volontari un atteggiamento
      allʼapparenza leggero, superficiale
      nelle reazioni o addirittura ironico (certamente
      non in questo caso, ma capita) negli scambi tra
      di noi. Si tratta di strumenti, armi assolutamente
      legittime senza le quali attività come queste non
      si potrebbero emotivamente tollerare.
      Dopo la compilazione del “foglio di viaggio” - così
      si chiama in gergo tecnico il documento che riguarda
      il soccorso effettuato da quellʼambulanza in
      quel giorno e orario ed in quel luogo - e lʼinserimento
      del “ codice nero“, simbolo che non lascia
      purtroppo spazio ad alcuna forma di speranza,
      siamo rientrati in sede, con lo spirito di chi è pienamente
      consapevole del fatto che purtroppo
      non si potesse fare altro che riscontrare la realtà.
      La grande gioia di fare il volontario sta nel fatto
      di poter aiutare il prossimo; lʼaltra faccia di questa
      luna così luminosa è rappresentata dal rischio
      di non avere il magico potere di salvare chiunque,
      in qualunque situazione. È bene ricordarlo,
      a se stessi, ogni volta che ce nʼè bisogno. Perché
      se si trascura questo aspetto cʼè il rischio di lasciare
      spazio a rischiose contorsioni psicologiche
      che, nella mente di un volontario, possono
      farsi strada e provocare piccole o grandi forme
      di fragilità psicologica incompatibili con questo
      percorso. Bisogna esserci, lucidamente, fare
      sempre del proprio meglio, ma anche rispettare
      determinati confini di azione e di pensiero, assicurando
      in questo modo a se stessi e alle persone
      con cui si interagisce quella necessaria serenità
      di fondo che consente ai volontari di portare
      avanti con il massimo delle energie questa meravigliosa
      missione.
       
      Continua...

    • Ore 5.30. La sveglia mi chiama. Inchiodo i piedi a terra. La partenza è tra un’ora. Voglio sfruttare le prime ore di una mattina d’agosto per non soffrire l’afa mentre pedalerò, anche se gli ultimi caldi non mi sono sembrati insopportabili. Ne approfitto per liquefare un te verde, tre gallette smaltate con marmellata di mirtilli e una scodella di avena, mandorle e uvetta. Leggerezza per pedalare facile dall’inizio. Proposito? Divorare 150 chilometri, sfruttando la sfida per raggiungere quel pianeta verde sul quale avevo sempre fantasticato, ma che non avevo ancora osato esplorare: il Parco Regionale del Delta del Po.
      Parto da Bologna, periferia nord, direzione Lidi ferraresi, Valli di Comacchio per capirsi. Nei due borsoni laterali che mi guardano le spalle, aggrappati alla mia Speed, ho caricato giacca a vento, 200grammi di insalata d’orzo come ricetta di mamma insegna, qualche galletta per il pranzo, 6 barrette proteiche da centellinare, un litro di sali minerali, un litro di acqua naturale e un litro di voglia di pedalare. L’avventura parte puntuale alle 6.30.
       
      Le prime sgambate a freddo invogliano a mettersi la giacchetta, ma resisto. L’esperienza mi ha insegnato che la pedalata è il miglior sistema di riscaldamento ecologico esistente. La prima parte del tragitto mi è ben chiara, un po’ perché l’ho pianificata la sera prima, un po’ perché pedalo nelle mie zone, quelle in cui abbraccio quei trenta chilometri alla volta quando voglio rilassare corpo e mente. Budrio paese arriva in fretta. Affianco un boschetto con due lunghi filari di alberi che si guardano tra loro, creando una grotta impenetrabile di rami, mentre sulla destra sorpasso una sistola che, nel suo impazzire idraulico, schizza regalandomi brividi di risveglio. Passo Selva Malvezzi col suo affascinante nome d’altri tempi. Tempi di tardo ‘400.
      Appena uscito dal paese, la Speed inizia a parlarmi con un ticchettio che accompagna la pedalata. Sarà parafango anteriore balbettante? Borsoni che giocano con i raggi? Un mostro invisibile nella scatola del movimento centrale? Scendo, controllo, esamino. Nulla. Allora approfitto per consolarmi con una barretta e una manata di crema solare, protezione 100, per difendermi dal sole che mi sorride in mattinata, ma che a fine giornata, sarà pronto a pugnalarmi alle spalle.
       
      Pedalo in mezzo ai campi verdi-gialli, mentre la mia fantasia gioca con le immagini delle regioni del Midwest, tra Iowa, Kansas, Nebraska, gli stati americani dei grandi raccolti in cui credo di navigare. Controllo la mappa digitale per verificarlo. Sono ancora in Italia. Ma la grande area verde si sta avvicinando. Campotto è il mio prossimo traguardo. Un paesino sprofondato nell’immensa macchia naturale che vedo salutarmi dalla cartina. Capisco che il parco sta iniziando ad abbracciarmi quando l’incrocio che calpesto precede un viale alberato da fiabe, accompagnato sulla destra da un corso d’acqua i cui colori si sposano con la bellezza circostante. Incrocio corridori, camminatori e altri ciclisti che mi sorridono, in preda ad uno stato di beatitudine che inizio a respirare quanto più sprofondo nel parco. Specchi d’acqua lunghissimi gareggiano con le strade bianche che mi accompagnano nel grande cuore del polmone verde.
       
      Le mie gambe spingono veloci per esplorare vecchi ponti, chiuse maestose, sentieri stretti, morbide salite, argini immensi e folti boschetti, regno di uccelli di ogni tipo. Il cinguettio di certe specie somiglia al ticchettio della mia Speed che ancora non mi ha abbandonato, e di cui ancora non ho capito la provenienza. Non me ne curo e attraverso tutto il parco per sbucare su una statale che vorrebbe portarmi al mare, ma io devo ancora pranzare e capisco che tutta la meraviglia del parco ha cancellato dalla mia testa l’idea necessaria di una pausa. Sono in zona Longastrino. A 10 chilometri dal mare, ma sento che non ho più gambe. Devo trovare un’ombra dove fermarmi e campeggiare. Anche il cuore fatica a pompare. Sono sfinito.
       
      Trovo sulla strada per Anita, paesello che affaccia sulle acque delle valli di Magnavacca e Fossa di Porto, uno spiazzo che fugge dal cemento della strada, regalandomi l’ombra di un grande albero affettuoso. Asciugamano appoggiato sulla terra d’erbacce, insalata d’orzo in bocca, schiena stirata a terra e lunghi respiri. Ho già deciso che, non solo non raggiungerò il mare, ma nemmeno Anita, come se mi pentissi di una mancata occasione amorosa. Ma la stanchezza mi sta apostrofando a male parole: ‘Se continui ti lascio qui! Torniamo a casa!’.
      Mi regalo allora trenta minuti di stretching, respiri profondi, sorsi d’acqua brevi e un po’ di ascolti musicali al limite del sonno. E quando riprendo conoscenza, appoggio le mie terga sulla sella, direzione Bologna. Cambio strada per cambiare cartoline. Raggiungo Argenta. Rientro e riesco fugacemente dal Parco del Delta del Po. Sterzo per Marmorta che, a discapito del nome vagamente lugubre, mi regala un bar di anziani giocatori di carte, dove rapisco due bottigliette di acqua gelata in un frigo che è un monolite di ghiaccio. Mi faccio accompagnare all’uscita dalla battuta della barista che, vedendomi sgusciare sulla porta fradicio di sudore e sgonfio di fatica ironizza: “Sete, eh?”. Già!
       
      Mi fermo allo stadio di Molinella per mangiare l’ultima barretta, sedermi su una panchina solitaria e osservare quanto la vita frenetica non appartenga a queste zone. Alla fine, mi sento bene. Nel viaggio di ritorno ho mangiato e bevuto con giudizio e sento d’aver imparato come gestire il segreto del cicloturista da lunghe percorrenze. Così mi mangio pure Mezzolara, San Giovanni in Triario, Lovoleto e Sabbiuno. Sono praticamente sotto casa ma guardo il navigatore. 124 chilometri. Eh no! Cifra tonda o non se ne fa niente. Decido di farmi altri sei chilometri nelle campagne che conosco bene. Mi chiedono un ultimo sforzo e io glielo dedico con tutto il mio cuore spremuto dalle pedalate. 130! Ok. Ora posso tornare a casa davvero. Negli ultimi metri di questa avventura sento che, oltre all’entusiasmo per questa vita su due ruote, qualcos’altro non mi ha ancora abbandonato. Il ticchettio della mia Speed, che fino all’ultimo ritma la mia sgambata senza farsi vedere, che ad oggi non ho ancora localizzato, e che sono sicuro mi accompagnerà anche nella prossima avventura.

    • IL TASSISTA DELLE ANIME ERRANTI LONDRA, 31 OTTOBRE 1974
      L’elegante sala dell’Aldwych Theatre era gremita di persone, anche osservando l’anello superiore non si riusciva a scorgere un posto libero. Gente distinta, seduta ordinatamente, attendeva con finta trepidazione che il trasandato presentatore aprisse la busta che stringeva in mano e annunciasse il nome del vincitore del concorso di letteratura dell’anno 1974. Le donne sedute ai tavoli trattenevano il fiato mentre la busta veniva aperta con studiata lentezza. Douglas osservava quel teatrino messo su ad arte con distacco. Come la maggior parte degli scrittori presenti alla serata, sapeva che anche quell’anno il premio per il miglior libro pubblicato sarebbe stato vinto da lui, d’altronde i numeri parlavano chiaro. Aveva iniziato a scrivere il suo primo romanzo quando ancora lavorava sul taxi, ricordava quasi con nostalgia le tante pagine stilate mentre attendeva i clienti. L’idea vincente era stata quella di trascrivere su carta le strane storie che aveva vissuto nelle notti londinesi alla guida del suo mezzo. Il successo era stato immediato e travolgente, sin dal primo romanzo.
      «Il vincitore del concorso di letteratura 1974 è…» suspense da mestierante, «Douglas Thomson!» L’uomo fece per alzarsi ma fu bloccato dall’abbraccio dei figli. Alisa ed il piccolo Edan si complimentarono con il papà a modo loro, lui non fece nulla per sottrarsi al loro abbraccio, benché sentisse su di sé gli sguardi degli invitati. Amava il contatto con il calore dei loro corpi, d’altronde se aveva deciso di smettere di lavorare sul taxi e provare quella nuova avventura era stato proprio per i figli. Intendeva godere di ogni istante possibile insieme a loro, conscio che una volta cresciuti li avrebbe pian piano persi di vista. Un colpo di tosse, discreto ma amplificato dal microfono, lo strappò dai suoi pensieri. Una fugace occhiata alla moglie Alexandra, giusto per raccogliere il suo sorriso, poi l’uomo salì sul palco per ritirare il meritato premio.
      La serata si concluse oltre la mezzanotte. Douglas, con in braccio il piccolo Edan ormai prossimo al sonno, attendeva che gli portassero la macchina all’ingresso della sala, la moglie e la figlia erano lì con lui. Alexandra si avvicinò al marito, lo abbracciò e gli sussurrò all’orecchio; «caro, questa sera è preferibile che guidi io.»Lui aveva bevuto parecchio durante la serata e lei sapeva che non era abituato all’alcool. Douglas era conscio di aver esagerato con i drink ma, forse ferito nell’orgoglio maschile o perché ancora tronfio per l’ennesimo riconoscimento ricevuto, scostò la donna minimizzando quanto da lei detto e fece un ulteriore passo verso l’uscita. Alexandra provò nuovamente a convincerlo, iniziarono a discutere ma furono subito interrotti dal rombo della potente Aston Martin. Per evitare scenate davanti al parcheggiatore la donna si rassegnò. Sistemò i figli sui sedili posteriori e assunse un’aria un po’ offesa mentre attendeva che il marito le aprisse lo sportello. Dopo aver lasciato una lauta mancia al parcheggiatore, l’uomo partì facendo schizzare un po’ di ghiaia con le ruote posteriori.
      L’incidente avvenne a pochi isolati da casa. Un furgoncino in panne era fermo sul ciglio della strada, il conducente aveva abbandonato il veicolo, probabilmente si era recato a piedi nel vicino paese in cerca di aiuto. Douglas vide l’ostacolo troppo tardi, provò ad evitarlo ma l’impatto fu inevitabile e devastante. L’auto si spezzò in due, la parte anteriore finì la sua corsa contro un albero, il fuoco avviluppò invece il resto del veicolo che rimase fermo sul ciglio della strada. Marito e moglie riuscirono a scorgere la figlia uscire quasi illesa dalle lamiere in fiamme, provarono allora a liberarsi per trarre in salvo il piccolo Edan ma ogni sforzo fu inutile, assistettero alla morte atroce del loro bambino senza poter intervenire.
       
      4 NOVEMBRE 1974; CIMITERO DI HIGHGATE, L0NDRA
      Gli addetti delle pompe funebri erano in attesa ai bordi della piccola fossa, impassibili e totalmente immobili, apparivano come statue di granito che osservavano silenziose il dolore immenso che si respirava dinnanzi a loro. Parenti ed amici stavano per dare l’ultimo saluto al povero Edan, posando un fiore sulla sua tomba sancivano la fine dei suoi giorni su questa terra. La musica di sottofondo prodotta dai suonatori di cornamusa contribuiva a dare un senso di profonda tristezza alla scena. Douglas rimase in disparte per tutta la cerimonia, si sentiva terribilmente in colpa per la morte del figlio, sapeva che la responsabilità era sua e non aveva certo bisogno che parenti ed amici glielo ricordassero con i loro sguardi accusatori. Attese quindi che l’ultimo parente si congedasse, solo allora si portò sul ciglio della fossa e, tra le lacrime, gettò il suo fiore e disse addio per sempre al figlio. Douglas passò il resto della giornata vagando per le strade di Londra, stava intenzionalmente ritardando il suo rientro a casa, ne era consapevole, ma il clima ostile che si era creato nei suoi confronti dopo la morte del figlio gli era insostenibile. Certo era lui il responsabile di quella tragedia ma non ricevere neanche una parola di conforto dalla moglie e dalla figlia gli sembrava un castigo troppo crudele, in fondo era lui quello che soffriva di più, aveva amato alla follia il bambino sin dal primo momento.
      Era ormai sera quando fece ritorno a casa. Varcò il grande cancello e si diresse subito verso il suo studio, un po’ discosto dal resto della casa. Aveva intenzione di lavorare al libro quella notte, avrebbe dormito sul divano decise, del resto era dal giorno della morte di Edan che l’uomo passava le notti lì. Rimase davanti alla macchina da scrivere fin oltre la mezzanotte ma, nonostante ciò, il foglio che continuava a fissare restò bianco e vuoto. La mente ritornava inesorabilmente al giorno dell’incidente, decise allora di stendersi sul divano e provare a dormire, solo un’oretta, si disse mentre chiudeva gli occhi.
       
      5 NOVEMBRE 1974; IL VECCHIO TAXI
      Fu svegliato da un rumore improvviso in cortile, guardò l’orologio a muro e con stupore si rese conto che era ormai mattina. Avvertì nuovamente del movimento all’esterno, così si precipitò fuori giusto in tempo per vedere Alexandra salire in auto assistita dal fedele autista, Alisa era già seduta all’interno. Douglas era ancora in vestaglia ma non se ne curò, avanzò di qualche passo per intercettare l’auto e salutare le donne. Quando questa le passò accanto, solo la figlia sembrò accorgersi di lui, lo fissò con occhi colmi di dolore e null’altro fece, un sorriso, un cenno con la mano... si allontanò così, con occhi che tutto guardavano ma nulla vedevano. L’auto uscì dall’elegante cancello in ferro battuto lasciando dietro di sé una nuvola di polvere, Douglas rimase a contemplarla senza curarsi dei domestici e dei loro sguardi. Devo essere proprio un bello spettacolo pensò, spettinato e ancora in vestaglia che rincorro l’auto di mia moglie come un cagnolino, anzi non l’auto di mia moglie, si disse poi, la mia auto. Con fare stizzito allora si rivolse agli uomini ancora fermi dinnanzi a casa e gli urlò contro: «Cosa avete da guardare, andate a svolgere le vostre mansioni!» Loro parvero non capire e rimasero fermi ad osservare l’auto che si allontanava.  Questo scatenò l’ira di Douglas, con un calcio fece cadere il grande vaso di fiori che toccando terra si ruppe in mille pezzi. Il forte rumore attirò finalmente l’attenzione dei domestici, guardarono verso l’uomo spaventati. «Vi ho detto di andare in casa», urlò nuovamente lui e, senza controllare se il suo ordine fosse stato eseguito, si chiuse la porta dello studio alle spalle.
      Passò l’intera mattina cercando le parole giuste, fermo davanti alla macchina da scrivere contemplava il foglio inesorabilmente bianco. Provò a tornare con la mente ai tempi in cui lavorava con il suo taxi per le tenebrose strade londinesi, era alla ricerca di una storia che valesse la pena raccontare nel suo nuovo romanzo. Per quanto si sforzasse Douglas non riuscì a scrivere nulla.
      Era ormai pomeriggio così decise uscire un po’ dallo studio, aveva bisogno di bere qualche cosa di forte, si diresse allora verso casa ed il suo fornito angolo bar. Douglas stava scegliendo una delle tante bottiglie quando sentì la porta di casa aprirsi, fecero il loro ingresso Alexandra con la figlia... l’uomo rimase bloccato con la bottiglia ancora in mano. Sapeva come la pensava la moglie sui super alcolici, quasi non li sopportava già prima della tragedia, dopo la morte di Edan cominciò a odiarli, li teneva in casa solo per gli ospiti. Douglas rimase fermo con un’espressione colpevole in volto, attendeva la sfuriata della moglie... che non arrivò. Vide Alisa, carica di libri e quaderni, salire le scale di marmo e dirigersi verso la propria stanza quasi ignorandolo. La moglie invece continuava a fissare la bottiglia con orrore… «quella maledetta bottiglia», gli disse lei in un sussurro. Douglas la rimise al suo posto e, capendo di aver commesso un errore, andò incontro alla donna con l’intenzione di abbracciarla, ma lei non gli diede il tempo, corse verso la sua camera senza dire neanche una parola. Lui sentì sbattere la porta ed addirittura chiudere a chiave, ne rimase molto colpito. Ha ragione lei, pensò subito Douglas, come ho potuto decidere di bere dopo quanto successo. La camera chiusa a chiave era stato un messaggio inequivocabile... capì che il suo isolamento nello studio in fondo alla proprietà non era finito. Diede un’ultima occhiata alla porta chiusa di sua moglie e di sua figlia, poi uscì e si diresse verso lo studio. Si sentiva triste ed avvilito, era conscio di aver quasi perso l’affetto della sua famiglia, così mentre camminava prese una decisione... finirò il libro, si ripromise, sarà un altro successo e pian piano le cose torneranno come prima. Quel pensiero sembrò rinfrancare l’uomo, con passo deciso si diresse verso il suo rifugio. Prima di entrare però, notò un taxi parcheggiato proprio fuori dal cancello della sua proprietà, era identico a quello con cui aveva lavorato in passato. Sembrava stesse aspettando qualcuno, comunque non vi diede peso e si chiuse la porta alle spalle. Seduto sulla poltrona fissava il foglio bianco, provò a isolarsi mentalmente come sempre faceva quando scriveva, ma continuava a pensare al taxi parcheggiato fuori. Perché continuo a rivedere l’immagine di quella vecchia auto? Non riuscì a trovare una risposta Douglas. Pensò allora al suo di taxi, parcheggiato a poche centinaia di metri da lui. Dopo il successo e la ricchezza avrebbe dovuto chiaramente disfarsene, Douglas invece non lo fece mai. Non seppe spiegarne le ragioni, né a sé stesso e né alla moglie… quante volte gli aveva ripetuto di rottamare quella vecchia autovettura. E invece eccola lì, Douglas la osservava sull’uscio dell’autorimessa, parcheggiata in mezzo a vetture sportive ed eleganti sembrava comunque non temerne il confronto. Tozza ed imponente, nera come la notte, due fanali tondi che scrutavano come fossero occhi, la linea poco aggraziata la faceva apparire come una stolta contadinella in mezzo a tante nobildonne. Douglas rise per quel suo accostamento, osservando il vecchio automezzo si rese conto quanto fosse legato a quella vettura. Quanti ricordi scaturivano semplicemente osservandola... belli a volte, strani e brutti in altre circostanze, però sapeva con certezza che grazie a lei tutto era iniziato e, capì in quel momento, grazie a lei avrebbe trovato nuovamente il successo. Ma certo, si disse, ora so cosa devo fare, riprenderò a lavorare la notte sul taxi. Era convinto che gli avrebbe dato nuovi spunti per completare finalmente il suo libro, ne aveva bisogno lui e ne aveva bisogno soprattutto la sua famiglia. Passò il resto della giornata all’interno dell’autorimessa… l’auto era ferma da diversi mesi e, nonostante lui l’avesse revisionata e messa in moto regolarmente, aveva comunque bisogno di diversi interventi di manutenzione. Douglas era un ottimo meccanico e non ebbe bisogno di chiedere aiuto, riuscì a revisionare completamente l’auto che era quasi ora di cena. Rientrò nello studio, si fece una doccia e si addormentò subito, troppo stanco anche solo per mangiare.
       
      6 NOVEMBRE 1974; L’UOMO MISTERIOSO E L’ANTICA MONETA
      Quando Douglas si svegliò vide che fuori era buio, un’occhiata all’orologio a muro gli confermò che era da poco passata la mezzanotte. Tornare a dormire era fuori discussione, l’uomo sapeva per esperienza che se ci avesse provato sarebbe
      rimasto comunque sveglio. Decise così che quella era la sera giusta per tornare a lavorare con il suo vecchio taxi. Si vestì in fretta e, afferrato l’impermeabile, uscì dal suo studio e andò verso l’autorimessa. Mentre si dirigeva verso l’auto gettò un’occhiata alla sua casa, era tutta buia tranne la finestra di Alisa, vedeva filtrare una lucina al suo interno e Douglas immaginò che la figlia avesse problemi a prender sonno. Provava una gran pena per lei e per la moglie, in cuor suo sperava di portare un raggio di sole nelle loro vite appena finito il libro, sempre se sarà un successo come i precedenti, pensò Douglas facendo segni di scongiuro con le mani. L’auto partì al secondo tentativo, l’uomo fece un po’ di fatica a riabituarsi al vecchio cambio, ma bastarono pochi minuti e riprese familiarità con il mezzo. Uscì dal cancello della sua proprietà e si diresse verso Londra. Arrivare in città avrebbe richiesto due ore di marcia ma Douglas sapeva di non avere alternative, in campagna dove abitava non avrebbe certo trovato clienti. Douglas si godeva il viaggio… aveva sempre amato guidare la sera per le solitarie strade di campagna, l’oscurità della notte rischiarata qui e là dal riverbero della luna avevano su di lui un effetto rilassante, quasi ipnotico. Era talmente assorto che quasi non vide l’uomo fermo immobile sul ciglio della strada, rischiò seriamente di investirlo, riuscì a sterzare a pochi centimetri da lui fermandosi poi al centro della carreggiata. Douglas rimase immobile dentro il veicolo, stringeva ancora il volante con entrambe le mani e tremava leggermente. Impiegò qualche minuto per riprendere il controllo di sé, riacquistata lucidità il suo primo pensiero fu per il misterioso uomo. Scese dall’auto e lo cercò, temendo di averlo investito o comunque spaventato. Lo vide invece fermo nella stessa posizione e sembrava non aver capito il pericolo che aveva appena corso.
      Douglas si avvicinò con cautela; «signore, si sente bene? Ha bisogno di aiuto?», chiese con la voce tremante per l’ansia. L’uomo non rispose ma lo fissò intensamente, lui allora notò i suoi abiti lacerati in più punti, sembrava fosse stato trascinato. Osservò il resto del corpo in cerca di eventuali ferite, non ne trovò ed anzi, il suo aspetto appariva sereno e pulito, in netto contrasto con il suo abbigliamento. Ma cosa ci faceva da solo in mezzo alla campagna? si chiese Douglas. Temendo che fosse sotto shock per qualche motivo decise di accantonare le sue domande, almeno per il momento. Così, cercando di non allarmarlo con movimenti bruschi, lo prese per mano e lo condusse verso l’auto. «Se mi consente, la accompagno a casa», gli disse mentre lo fece accomodare sul sedile posteriore del suo taxi, come un normale cliente. «Signore, ricorda dove si trova la sua casa? Mi può dire dove la posso portare?», chiese Douglas.
      Lui lo fissò nuovamente ma questa volta rispose; «Abraham, mi chiamo Abraham, e devo tornare a casa.» Detto ciò, indicò con la mano la direzione da seguire; «dobbiamo prendere quella strada», esclamò con fare sicuro. Senza chiedere ulteriori spiegazioni, Douglas partì seguendo le sue indicazioni. Durante il tragitto lo strano signore rimase in silenzio, scrutava la notte attraverso il grande finestrino della macchina. Douglas lo osservava dallo specchietto retrovisore, avrebbe voluto chiedergli per quale motivo si trovasse solo in quella strada isolata e cosa fosse accaduto ai suoi vestiti ma capì che non era quello il momento di porre quelle domande. Douglas tenne per sé i propri interrogativi e continuò a seguire la strada indicatagli dall’uomo… forse quando arriveremo presso la sua abitazione le risposte arriveranno da sé, pensò. Guidò per quasi un’ora prima che il misterioso passeggero gli facesse segno di girare in una stradina sterrata. Lui vide una targa in legno che ne indicava l’accesso, non riuscì a leggere cosa ci fosse scritto a causa dell’oscurità ma notò con sollievo che il cancello alla fine del viale era aperto. Parcheggiò il taxi in uno spiazzo di terra battuta di fronte ad una piccola e malridotta casupola in legno. Grazie alla leggera luminosità prodotta dalla luna Douglas poté distinguere alcuni dettagli… un triciclo di legno sembrava esser stato abbandonato vicino ad una piccola ed arrugginita altalena, un vecchio copertone di auto sostituiva il consueto seggiolino, sotto di essi si vedevano ammucchiati alcuni giocattoli vecchi e malandati. Quegli indizi gli suggerirono la probabile presenza di un bambino all’interno dell’abitazione. Osservò attraverso il parabrezza la casa buia e silenziosa, forse attendeva che qualcuno al suo interno gli venisse incontro, magari destato dal rumore dalla macchina, ma non avvenne, la casa rimase avvolta nell’oscurità. «Ora devo andare», affermò improvvisamente il passeggero. Douglas ebbe un sussulto, quasi si fosse dimenticato della sua presenza. L’uomo aprì lo sportello e, senza attendere la risposta di Douglas, si incamminò verso la casa e sparì nella fredda notte. Prima di scendere aveva lasciato una moneta sul sedile posteriore, nonostante Douglas fosse intenzionato a non far pagare nulla per quel servizio, quando vide la moneta e pensò alla tanta strada percorsa decise di non protestare. Attese che il signore sparisse alla sua vista e, invertendo la marcia, tornò per lo stesso viale da cui era venuto. Aveva guidato molto quella sera così decise di tornare direttamente a casa, ormai era troppo tardi per arrivare fino a Londra. Parcheggiò il taxi nell’autorimessa che erano quasi le tre di notte, spossato e assonnato fece comunque molta attenzione durante la manovra, non voleva arrecare danno alle altre autovetture custodite al suo interno.  Prima di scendere dal mezzo si allungò sul sedile posteriore e prese la moneta, distrattamente la mise nella tasca del pesante giaccone. Scese e si incamminò verso lo studio, dopo pochi passi però si fermò perplesso… osservava la sua collezione di auto. Mancavano quattro modelli, tre auto sportive italiane ed una Rolls-Royce verde scuro. L’uomo non ne capì il motivo, era però troppo affaticato ed insonnolito in quel momento per pensarci, decise che avrebbe chiesto spiegazioni alla moglie il giorno successivo. Era molto stanco Douglas quando entrò nel suo studio, si spogliò e gettò gli abiti sul divano, si stava dirigendo verso il bagno quando sentì il tintinnio che produsse la moneta nel cadere sul pavimento. Si era quasi dimenticato di averla, così si inginocchiò e la raccolse da terra, sollevandosi la accostò alla luce e rimase meravigliato. Non era una moneta britannica quella che stringeva in mano, non ne capiva il paese di origine ma era fatta d’oro e sembrava essere molto antica. Entrò in bagno continuando ad osservarla, notò alcune incisioni sui bordi, erano rovinate dal tempo ma Douglas sperava di decifrarle con l’aiuto di una lente di ingrandimento. Purtroppo, non ottenne alcun risultato, malgrado la lente gli trasmettesse un’immagine molto nitida, le incisioni erano talmente erose da risultare illeggibili. Un gufo fece sentire il suo richiamo nella silenziosa notte, Douglas guardò l’orologio, erano quasi le quattro, aveva bisogno di riposare. Sistemò la moneta su una mensola e decise che il giorno successivo l’avrebbe restituita al legittimo proprietario, aveva infatti un valore troppo superiore al servizio da lui offerto. Del resto, a giudicare dalle condizioni misere della casa, quell’uomo doveva passarsela male, concluse mentre si sdraiava in quel divano scomodo e duro… ultimamente era diventato il suo giaciglio, pensò con tristezza Douglas prima di crollare in un sonno profondo.
       
      7 NOVEMBRE 1974; LA BAMBINA DI HYDE PARK
      Alexandra si svegliò urlando quella mattina, reduce da un terribile incubo, allungò istintivamente la mano ma accanto a sé sentì solo il vuoto. Questo la riportò alla realtà nell’arco di un secondo, aveva già dimenticato il brutto sogno quando si alzò dal letto. Certo, era abituata a dormire sola nel grande letto a baldacchino, capitava infatti sovente che il marito si trasferisse nel suo studio quando lavorava ad un nuovo libro. A volte potevano passare anche diverse settimane prima che lui, barba lunga e capelli incolti, facesse il suo trionfale ritorno nelle calde mura domestiche. Lei allora lo accoglieva sempre con la massima dolcezza e comprensione possibile, cercando di non fargli capire quanto quella situazione le pesasse. La solitudine che stava vivendo in quel momento aveva invece un significato completamente diverso, la donna ne era pienamente consapevole, non sarebbe arrivato il sapore dolce della riconciliazione questa volta, pensò lei mentre, spazzolandosi i lunghi capelli, spostava istintivamente lo sguardo verso la grande finestra e lo studio del marito che da essa si scorgeva.
      Alisa dormiva ancora profondamente quando la mamma bussò alla sua porta, amava rimanere tra l’abbraccio delle calde coperte e sognare ad occhi aperti mondi fantastici dove il male non aveva sede. Prima non era così, piena di energie e vitalità, era sempre la prima ad alzarsi la mattina. La tragedia l’aveva sconvolta e cambiata radicalmente. La mamma bussò con più vigore. «Alisa ti prego alzati e vestiti», ribadì attraverso la spessa porta di legno, «voglio essere fuori prima che il signore si presenti in casa, vorrei evitare altre inutili sofferenze.» Pur controvoglia la ragazza emerse dal mondo ovattato e caldo e, scostando bruscamente le pesanti coperte, le lasciò cadere sul pavimento con fare stizzito. Quanto mi manca mio fratello, pensò mentre osservava il letto vuoto accanto al suo. Come la madre poco prima, anche lei volse lo sguardo verso la finestra e, con occhi indecifrabili, prese a guardare lo studio del padre. Il richiamo di sua madre la strappò dai suoi pensieri, corse in bagno e cercò di sistemarsi nel minor tempo possibile. Uscendo in cortile le donne trovarono l’autista che le attendeva con un grande ombrello aperto, era una giornata grigia velata da una pioggia leggera ma molto fitta. Alexandra strinse la figlia e la guidò verso il calore della lussuosa auto. Prima di prendere posto dietro consegnò all’autista i mazzi di fiori. «Mettili nel portabagagli con molta cura, anche se il tragitto fino al cimitero è molto breve non vorrei che si sgualcissero», si raccomandò la donna. Sistemati i fiori con dovizia, l’autista mise in moto l’elegante auto e, inserita la marcia, attese il cenno della signora prima di avviarsi.   L’auto percorse a bassa velocità il grande spiazzo per poi sparire oltre il cancello. Prima di lasciarsi la casa alle spalle Alexandra ebbe una fuggevole visione dell’uomo, stava fermo immobile davanti all’autorimessa, incurante della pioggia, sembrava ammirare le poche auto rimaste parcheggiate al suo interno. Era stata una saggia decisione lasciare la casa prima del suo arrivo rifletté lei, era decisa ad evitare altre sofferenze, a sé stessa ma, soprattutto, alla figlia. Per fortuna aveva ancora qualche fedele domestico rimasto al loro servizio, che se ne occupino loro, decise. Non pensò più a lui e prese a godersi il breve viaggio, cinse le spalle della figlia e l’attirò a sé, amava il contatto con lei e desiderò che il viaggio durasse all’infinito.
       
      Douglas fu svegliato dal rumore della saracinesca dell’autorimessa che veniva aperta, nonostante la sera precedente avesse fatto molto tardi, percepì subito quel rumore a lui tanto familiare. Uscì dal suo studio nel momento stesso in cui vi passava davanti l’auto con la moglie e la figlia, ebbe una veloce visione delle due, neanche il tempo di salutarle, pensò. Con tristezza vide l’auto attraversare il cancello e sparire nella fitta pioggia. Stava per rientrare quando un movimento davanti alla porta dell’autorimessa attirò la sua attenzione, scrutò attraverso la pioggia e vide due uomini che parlottavano tra loro. Uno lo conosco, si disse osservando il familiare volto del ragazzo che prestava servizio alle sue dipendenze, si chiamava Clarence ed era stato assunto come meccanico e tuttofare personalmente da lui. L’altro uomo, al contrario, era per lui un perfetto sconosciuto. Pensò di andare da loro e chiedere spiegazioni, magari non in vestaglia e spettinato come sono ora, rifletté mentre mirava il suo aspetto trasandato nel riflesso di una finestra del suo studio. Decise allora che si sarebbe prima cambiato, avrebbe poi parlato con Clarence e lo sconosciuto signore. Stava per abbottonarsi la camicia quando alle sue orecchie arrivò un rumore familiare, piegò allora la testa di lato e in silenzio attese che il rumore si ripetesse. Neanche pochi secondi ed eccolo di nuovo, questa volta sembrava esser più vicino. Capì all’istante cosa fosse… incurante della camicia aperta e senza scarpe si precipitò fuori. Quasi cadde sul tappeto di fronte alla porta, riacquistò l’equilibrio ed eccolo fermo sotto la pioggia che, come un pazzo, gesticolava verso l’auto sportiva che inesorabilmente si allontanava dalla sua proprietà: «La mia Jaguar», urlava Douglas, «riporta indietro la mia Jaguar!», continuava a ripetere come un ossesso. Rimase qualche minuto fermo sulla soglia del cancello ad osservarla allontanarsi, incurante della pioggia che gli aveva ormai bagnato tutto il corpo. Versò qualche lacrima per la sua autovettura ormai andata. Perché Alexandra mi sta facendo questo si ripeteva nella mente, certo comprendeva che la loro situazione economica non era florida come una volta, però Douglas sperava di concludere il suo libro a breve… sarà un successo come i precedenti e mi ricomprerò tutte le auto, si ripromise. Quel pensiero sembrò spronarlo, fu con passo deciso che si diresse verso lo studio e la sua macchina da scrivere. Nonostante i buoni propositi era quasi l’ora di cena e Douglas non aveva scritto neanche una parola, il foglio vuoto sembrava fissarlo con fare accusatorio. Decise allora di uscire con il taxi, sperava di vivere qualche strana avventura e poterla poi trasferire su carta. D’altronde, lo aveva fatto con i precedenti libri ed il risultato era stato sempre magnifico. Stava per uscire, quando notò un luccichio sopra la mensola di fronte a lui, allungò la mano e strinse la misteriosa moneta d’oro guadagnata il giorno precedente, se ne era quasi dimenticato. La mise in tasca con l’intenzione di riportarla al legittimo proprietario. Douglas trovò l’autorimessa aperta così entrò e andò verso il taxi, mise in moto e lasciò scaldare il motore per qualche minuto. Dopo aver controllato le spie di acqua ed olio, partì nella fredda notte, direzione Londra, questa volta senza strani incontri, pensò mentre, manovrando con cautela, usciva dall’autorimessa. Come sperato, raggiunse la città dopo un viaggio tranquillo e senza incontri misteriosi. Cercò con la mano la moneta nella tasca interna della giacca, la trovò lì, dove l’aveva messa. Si ripromise di restituirla a fine turno, avrebbe dovuto fare solo una piccola deviazione sulla via del ritorno, era convinto di poter ritrovare la strada percorsa la notte precedente.
      Douglas fermò l’auto nei pressi del Tower Bridge. Non scelse a caso quel luogo, gli era invece assai familiare, era proprio all’ombra del grande ponte che tutte le notti soleva parcheggiare il taxi e iniziare i lunghi turni di lavoro. Sembrava passata una vita anziché pochi anni, pensò con infinita amarezza l’uomo. Passarono diverse ore ma nessuno sembrava aver bisogno di un taxi quella notte, Douglas ingannò il tempo ammirando il grande ponte attraverso il parabrezza dell’auto. Una nebbia leggera si innalzava dal fiume sottostante, bianca e luminosa, sembrava fluttuare verso l’alto nel vano tentativo di celare il ponte alla vista di Douglas ma, al contrario, riusciva a farlo apparire ancora più bello e misterioso. Passò un’altra ora di inutile attesa, un’occhiata all’orologio da taschino confermò che era ormai tempo di rientrare. Douglas aveva sperato in qualche cliente ma dovette rassegnarsi… andrà meglio domani, si disse mentre faceva ritorno verso casa. L’uomo la vide nei pressi di Hyde Park… maglietta bianca e calzoncini dello stesso colore la facevano risplendere come un faro nella buia notte. Sembrava essere una ragazza molto giovane, sicuramente vestita in modo poco consono alle temperature rigide di quella sera, pensò mentre si avvicinava con la sua auto. Non seppe spiegarne il motivo ma sapeva con certezza che stava attendendo lui e il suo taxi. Si avvicinò ulteriormente ed un cenno della sua piccola mano confermò a Douglas il suo primo pensiero, «stava aspettando proprio me», disse ad alta voce. Si accostò al marciapiede e lei prese posto sui comodi sedili posteriori, allora lui si voltò verso la donna con l’intenzione di chiedere la destinazione ma si bloccò subito… la tremolante luce dell’abitacolo bastò ad illuminare il suo volto e lui rimase colpito e meravigliato. Vedendola da lontano gli era parsa una giovane ragazza, era invece il volto di una bambina quello che stava osservando. La sua dolce voce interruppe sul nascere le domande che stava per esternare. «Mi puoi portare a casa per favore?», chiese la fanciulla. Douglas ebbe bisogno di qualche secondo per riacquistare il controllo di sé, non che fosse spaventato dalla bambina, ma averla trovata da sola di notte in prossimità del parco era una circostanza che lo inquietava parecchio. «Cosa ci facevi da sola in un luogo così isolato?», provò a chiedere lui mentre, armeggiando con le chiavi, mise in moto il veicolo. La bambina parve non udirlo o ignorò di proposito la domanda. Osservandola seduta con la schiena perfettamente eretta e le manine sulle ginocchia appariva all’uomo come una scolaretta in attesa di esser chiamata dal maestro alla lavagna, rimase a guardarla senza sapere bene cosa fare. Avrebbe dovuto portare la bambina al primo posto di polizia, Douglas ne era consapevole, l’istinto però gli suggeriva che non era quello il corso che avrebbe dovuto intraprendere quella storia. Il destino aveva messo quella povera fanciulla sulla sua strada e lui se ne sentiva stranamente responsabile. <<Mi puoi indicare la strada per raggiungere la tua casa?», chiese Douglas allontanandosi con l’auto dal buio e misterioso parco. Percorse solo poche centinaia di metri quando sentì una leggera pressione sulla spalla, la bimba si era sporta dal sedile; «puoi fermarti davanti a quel portone rosso, è lì che abito», sussurrò mentre con la manina indicava il punto esatto. Douglas accostò l’auto davanti ad una bella casa a due piani, nonostante fosse buio si intuiva l’eleganza dell’abitazione: Il prato perfettamente curato e i fiori disposti ad arte incorniciavano un cortile ampio in cui si stagliava con eleganza la scala in marmo bianco. Lo stesso colore aveva l’intera casa, fatta eccezione per il grigio delle imposte ed il verde delle rampicanti che, partendo dalla base dell’abitazione, ne cingevano l’intera facciata come fosse una ragnatela tessuta da un ragno enorme. Il portone rosso spiccava in quel candore come una goccia di sangue in una tazza di latte, aveva un non so che di inquietante, pensò Douglas mentre arrestava il motore del taxi. Stava per accendere la luce interna dell’abitacolo ma nuovamente sentì la mano della bambina sulla sua spalla; «non ho soldi con me», le sussurrò lei, «ma torna domani in questa casa e troverai il mio papà, lui saprà cosa fare.» L’uomo fece per protestare ma con un gesto della mano lei lo zittì; «qui hai finito… per ora. Adesso vai a casa», le disse lei con un tono ed una sicurezza impossibili da riscontrare in una bambina, in quel momento sembrava che i ruoli si fossero invertiti… Douglas appariva smarrito come fosse un bambino, non protestò quando la fanciulla scese dall’auto e sparì senza timore nell’oscurità.
      Il sole stava timidamente annunciando la sua venuta colorando di un cupo arancione la buia notte quando Douglas fece ritorno presso la sua abitazione. Trovò l’autorimessa aperta così parcheggiò il suo taxi senza dover scendere dall’auto. Era troppo stanco per notare i tanti spazi ormai liberi al suo interno, lì dove prima riposavano potenti autovetture ora si vedeva solo lo spazio vuoto che, bianco, risaltava nel grigiore del locale. Percorse il breve tratto che lo separava dal suo studio senza voltarsi verso la casa dove sapeva dormire la moglie e la figlia, era troppo stanco o forse si stava abituando al suo isolamento forzato. Si chiuse la porta alle spalle e, senza curarsi di accendere le luci, si sdraiò sul divano e prese subito sonno.
       
      8 NOVEMBRE 1974; IL CARRO FUNEBRE E LA MISTERIOSA LETTERA
      La villa di Douglas si trovava quasi a ridosso dello stretto della Manica… la vicinanza al mare assicurava un’aria priva del pesante inquinamento che si respirava a Londra ma, al contempo, le turbolenze che dallo stesso mare partivano creavano una perenne foschia che, velando il cielo, gli conferivano un colore grigio che lo faceva apparire quasi minaccioso. Erano rare le giornate in cui si poteva ammirarne l’azzurro senza la loro fastidiosa presenza. Quella mattina Douglas si svegliò con un raggio di sole che, filtrando dalle imposte, gli illuminava il viso e, trasmettendogli calore, sembrava il preludio di una giornata meravigliosa. Corse ad aprire le pesanti finestre e rimase paralizzato di fronte all’azzurro intenso del cielo, neanche una piccola nuvola osava quella mattina rovinare il candore di quel panorama, sembrava che cielo e mare si fossero fusi per dare vita ad uno spettacolo che lasciò Douglas senza fiato. Quando tutto nella sua vita andava per il verso giusto, quando aveva successo sul lavoro, amore e rispetto dalla famiglia, insomma prima che Douglas rovinasse tutto assecondando i propri deliri di onnipotenza convinto che, ad un uomo con un successo simile, niente di brutto sarebbe potuto accadere… rimanendo poi vittima di se stesso e facendo pagare il prezzo più alto al figlio più piccolo… bè, in quei momenti di felicità giornate così belle non venivano mai sciupate. Partivano sempre tutti insieme per andare ad ammirare il mare o per fare picnic su qualche prato. Douglas si vestì in fretta e, preso lo zaino da campeggio in un angolo dello studio, si precipitò fuori e corse verso la casa principale. Aveva intenzione di buttar giù dal letto la figlia e, insieme ad Alexandra, partire per uno dei loro fantastici viaggi che tante volte avevano restituito alla famiglia la serenità perduta. Certo non aveva dimenticato la sua difficile situazione famigliare ma, complice la splendida giornata, era convinto che le donne avessero accantonato l’astio che provavano per lui. Era sua la responsabilità della tremenda tragedia capitata alla famiglia, ma stava scontando la sua pena e la condanna che le donne le avevano inflitto non poteva certo durare in eterno, si ripeteva mentre raggiungeva la casa. Man mano che si avvicinava però le sue convinzioni cominciarono a vacillare, una veloce occhiata all’autorimessa gli restituì l’immagine ignorata la sera precedente… la sua collezione di splendide autovetture era ormai solo un ricordo. Erano rimaste tre auto all’interno dell’enorme locale, tra esse spiccava come un toro nero tra eleganti gazzelle il tozzo taxi… sembrava osservarlo con i grossi fanali come occhi di una qualche misteriosa creatura. Alexandra allora è proprio intenzionata a farmela pagare, pensò mentre desolato osservava l’autorimessa. Ormai il senso di euforia provato solo pochi istanti prima sembrava svanito, al suo posto l’uomo sentiva solo una gran rabbia ed un forte senso di rivalsa. Dimentico dei suoi progetti precedenti, si diresse verso lo studio… finirò quel maledetto libro e sarà un altro successo, si ripeteva dentro, «allora vedremo se continueranno ad ignorarmi e a trattarmi come un reietto», disse ad alta voce mentre si chiudeva la porta alle spalle. Diede un calcio al basso tavolino rovesciando il piccolo vaso con i fiori ormai morti da tempo, era furioso per il comportamento della moglie. Aveva scelto personalmente uno ad uno ogni veicolo della collezione, erano stati l’unico lusso che si era concesso, ed ora lei lo stava privando pian piano di quel meritato compenso. Ancora in preda alla rabbia, diede un calcio alla sedia che aveva di fronte facendo cadere il pesante giaccone messo lì la sera precedente, la moneta d’oro cadde in terra e prese a girare vorticosamente rimanendo perfettamente ferma sullo stesso punto. Continuò a girare per diversi secondi senza mai rallentare, come se a procurarle quel moto fosse una forza invisibile. Douglas l’osservò come ipnotizzato, aveva completamente dimenticato l’incontro avvenuto appena due sere prima con il misterioso uomo, pensò con un forte senso di colpa. Capì subito che avrebbe dovuto risolvere quella questione prima di potersi dedicare finalmente al suo libro. Raccolse il giaccone da terra, non attese che la moneta smettesse di girare ma la prese e la rimise nella tasca interna. Uscì dallo studio dimenticandosi la porta aperta alle sue spalle. Entrò nell’autorimessa cercando di ignorare l’eco prodotto dai suoi passi dato che gli avrebbe ricordato quante poche auto vi fossero custodite al suo interno. Raggiunse il suo taxi e partì lasciando una nuvola di polvere dietro di sé. Mentre usciva dall’elegante cancello in ferro della sua abitazione pensava al percorso da fare per raggiungere la casa dell’uomo e restituire finalmente la preziosa Moneta… notò appena il taxi identico al suo parcheggiato più o meno nella stessa posizione di quello visto appena due giorni prima, un facoltoso signore deve usarlo per i suoi spostamenti, pensò distrattamente Douglas.
      Alisa era intenta ad indossare il costume, faceva molto freddo quella mattina e lei avrebbe volentieri evitato di bagnarsi. Le urla di Edan che si divertiva con i suoi genitori in acqua avevano però su di lei un effetto ipnotico… come i marinai
      che secoli fa venivano inesorabilmente attratti dal canto delle sirene verso gli infidi scogli, anche la ragazza non seppe resistere al quel piacevole suono, strinse il costume intero che la cingeva fin quasi ai polpacci e si avvicinò restia all’acqua. Deve esser congelata, pensava mentre timidamente allungava il delicato piede verso la risacca. Rimase completamente senza fiato quando sentì l’acqua fredda che gli bagnava interamente la schiena, le grida di scherno di Edan rivelarono il colpevole senza che la ragazza avesse avuto bisogno di indagare, le risate dei genitori completavano il meraviglioso quadro famigliare. «Ti prendo birbantello», urlò lei e, tra risate e false minacce, prese ad inseguire il fratello. Lo aveva quasi preso quando un rumore estraneo irruppe inatteso rompendo l’incanto, sembrava il trillo di una sveglia, ma non c’era una sveglia quel giorno al mare, pensò con amarezza Alisa. La voce della mamma che la invitava a svegliarsi la strappò dal sogno in modo così brusco e doloroso che lei ebbe l’impulso di colpirla. Aprì gli occhi, il volto di sua madre la riportò alla realtà, osservandola la ragazza pensava a quanto fosse invecchiata nell’ultimo periodo. Rimaneva sempre una bella donna ma le preoccupazioni che aveva dovuto affrontare ultimamente avevano lasciato segni indelebili sul suo volto… piccole rughe agli angoli della bocca, borse nere sotto gli occhi e qualche filo bianco tra i capelli erano alcuni tra i segnali che facevano preoccupare la figlia. Alexandra andò al piano di sotto per dare le ultime disposizioni all’autista lasciando Alisa alle prese con trucchi e spazzole, era il primo giorno nella nuova scuola e la ragazza voleva fare una buona impressione. Scese le scale correndo e trovò la mamma già in attesa in auto, ringraziò con un cordiale cenno del capo l’autista che gli aprì la portiera e si accomodò vicino a lei. Era molto eccitata Alisa, passando con l’auto vicino allo studio del padre notò con sorpresa che la porta era aperta, gli sarebbe piaciuto poter entrare e parlare con lui, meditò mentre la lussuosa auto lasciava l’abitazione. Durante il tragitto Alisa non pensò più al papà, stava per iniziare per lei una nuova avventura ed inevitabilmente la giovane mente prese a galoppare… sognò storie d’amore tormentate, incontri romantici ed avventure meravigliose che ancora doveva vivere ma che era sicura avrebbero riempito la sua vita da lì a venire.
       
      Douglas stava guidando da quasi un’ora, il sole basso che penetrava dall’ampio parabrezza illuminava il cupo abitacolo e, riflettendosi sulle superfici di lucido legno, creava giochi di luci che affascinavano l’uomo. Era talmente rapito da essi
      che quasi non vide la targa di legno che delimitava la strada sterrata, passandoci davanti la notò solo all’ultimo momento. Frenò bruscamente e, dopo aver controllato che la via fosse libera, fece inversione col pesante veicolo e si fermò davanti al cartello in legno. Una scritta, fatta con una vernice nera, ormai logora e scolorita in più parti, indicava la strada come “proprietà privata della famiglia Turner.” Douglas ricordava perfettamente quella targa in legno. La notte che rischiò di investire l’uomo era troppo buio per leggere la scritta ma, mentre percorreva la via, altri particolari gli vennero alla mente… era sicuro di aver preso la strada giusta. Ebbe conferma appena avvistò la piccola casa in legno, la vecchia e arrugginita altalena era sempre lì, qualcuno doveva aver ritirato il triciclo e i pochi giocattoli ma a parte quello tutto era come quella sera… o forse no. Douglas notò in quel momento alcuni particolari, vide delle corone di fiori accatastaste sul ciglio della porta e, volgendo lo sguardo verso lo spiazzo subito dietro la misera abitazione, notò diversi veicoli parcheggiati… nero e lucente spiccava tra essi un carro funebre. Perplesso e incuriosito Douglas scese dal veicolo, passando davanti all’abitazione udì delle voci sommesse provenire dall’interno, provò a spiare attraverso le imposte di legno ma l’oscurità fu l’unica cosa che vide. Decise di allontanarsi dall’abitazione, le corone di fiori sistemate in ordine davanti l’uscio di casa ed il carro funebre con la bara visibile al suo interno non lasciarono dubbi all’uomo… aveva scelto il giorno sbagliato per restituire la misteriosa e preziosa moneta, stavano piangendo un caro defunto all’interno di quella casa. Con discrezione si allontanò dall’abitazione dirigendosi verso il carro funebre. Era una splendida autovettura italiana, quattro fari tondi sembravano scrutarti con severità, la bordatura in ferro lucido che sovrastava i fanali era stata sapientemente sollevata in corrispondenza di essi, formando così una curva aggraziata che sembrava conferire un’espressione perplessa al frontale dall’auto. Proseguì ammirandone le lisce fiancate, carezzò con la mano il lungo cofano fino ad arrivare alla grande cupola in vetro trasparente. Era un autentico capolavoro italiano, i bordi in ferro lucido e le lanterne appese ai quattro angoli le conferivano un’aria elegante e dignitosa, sembrava un’anziana ed elegante contessa capitata per errore in qualche infido pub londinese. Nonostante la situazione poco consona Douglas non poté fare a meno di ammirare la splendida autovettura, era sempre stato un grande appassionato di auto. Stava per allontanarsi e tornare al taxi, aveva deciso che sarebbe tornato a restituire la moneta in un momento meno delicato, ma proprio all’ultimo pensò di guardare dentro il veicolo, aveva notato un’immagine al suo interno e la curiosità lo spinse ad avvicinarsi. La foto dell’uomo che aveva rischiato di investire quella notte apparve agli occhi di Douglas, certo, poteva anche non essere lui, nonostante la somiglianza fosse impressionante, dopotutto lo aveva visto solo una volta e per giunta di notte, ma il nome scritto subito sotto l’immagine non lasciava alcun dubbio: - Abraham Turner, 08.12.1912 - 03.11.1974 - Douglas rimase sbalordito, ricordava perfettamente di aver chiesto il nome al misterioso passeggero; “Abraham, mi chiamo Abraham, e devo tornare a casa…” così aveva risposto. Come poteva l’uomo esser morto il tre novembre se due giorni dopo quella data lui aveva quasi rischiato di investirlo sul ciglio della strada? si chiese sconvolto. Continuando a fissare il volto sorridente nella foto cercava di formulare dentro di sé qualche ipotesi plausibile, qualunque cosa potesse spiegare quella assurda situazione.  Le sue riflessioni furono interrotte dal vociare di persone, voltandosi Douglas vide un corteo di uomini e donne uscire ordinatamente dall’abitazione e stringersi intorno ad una figura esile e vestita di nero. Notò che teneva per mano un bambino di circa otto anni mentre al petto stringeva un corpicino completamente avvolto in una morbida coperta, non ebbe bisogno di porre domande per capire che si trattava della moglie del defunto. Avrebbe voluto avvicinarsi e porgere le sue condoglianze, magari fare una carezza al bambino e, prima di congedarsi, consegnare loro la preziosa moneta. Già pregustava le loro espressioni di sorpresa e i sentiti ringraziamenti che sapeva sarebbero sicuramente giunti. Come poteva spiegare loro di aver avuto quella preziosa moneta da un uomo morto due giorni prima, pensò con rammarico. Potrò rispondere ai loro interrogativi? Mi crederanno o penseranno io sia un pazzo o peggio un ladro? La mente di Douglas continuava a formulare domande a cui sapeva di non poter dare risposta, decise di lasciare la preziosa moneta in bella vista sul cofano dell’auto e raggiungere il taxi cercando di non farsi notare. Douglas rimase a lungo seduto a contemplare la scena attraverso il parabrezza, il corteo si stava avviando mestamente verso le autovetture, osservando la donna non poté non provare una gran pena per lei. Era talmente grande il suo dolore che faticava a camminare, anche da quella distanza si notava che veniva sorretta da due robuste donne che, tenendola saldamente per le spalle, la aiutavano a seguire il corteo fino alle auto. Douglas osservava la scena ma la sua mente vagava altrove… stava provando a dare una spiegazione razionale al misterioso incontro con un uomo morto due giorni prima. Nella sua mente cercava di formulare qualsiasi spiegazione che non includesse l’esistenza di fantasmi ma, per quanto si sforzasse, non riuscì a dare un senso all’accaduto. Le sue riflessioni furono interrotte da un forte urlo, proveniva dal parcheggio delle auto e Douglas volse lo sguardo in quella direzione. La scena che vide gli restituì un briciolo di serenità... il bambino che fino a poco prima aveva visto in lacrime stringere saldamente la mano della sua mamma, ora saltellava contento vicino al cofano del grande carro funebre, stringeva qualche cosa nella piccola mano e, tra urla di gioia, stava mostrando il misterioso oggetto alla madre. L’uomo vide la reazione di meraviglia e sorpresa della donna, la vide guardarsi freneticamente intorno come se cercasse qualcosa… o qualcuno. Poi sentì le lacrime che, non invitate, scendevano copiose sul suo viso mentre osservava la gioia della donna. Non aveva bisogno di avvicinarsi per scoprire cosa avesse scatenato quell’improvvisa felicità. Mise in moto il taxi e si allontanò dall’abitazione. Restituire la preziosa moneta senza dare spiegazioni era stata la decisone giusta, pensò mentre si lasciava alle spalle il cartello in legno che delimitava la proprietà dei Turner e con esso anche quella misteriosa avventura. Quando Douglas scorse la sua casa in lontananza ne rimase sorpreso, non si era reso conto di aver percorso tutta quella strada tanto aveva la mente rapita da quanto appena successo. Parcheggiò il taxi nel solito posto, scese dall’auto e si avviò verso l’uscita. La misteriosa avventura appena vissuta lo aveva reso euforico, sapeva di aver del materiale per il suo libro, del materiale eccezionale per giunta. Spinto da tanta euforia si diresse verso la casa con l’intenzione di raccontare tutto ad Alexandra e la figlia, sicuro che il fascino della sua storia le avrebbe rapite a tal punto da fargli dimenticare l’odio che provavano per lui. Stava per spengere le luci dell’autorimessa quando il suo sguardo fu attratto da un piccolo pezzo di stoffa bianca, sembrava essersi incastrato nel battente della portiera posteriore del taxi. Incuriosito Douglas si avvicinò, quando provò a tirarlo si rese conto che non era stoffa bensì carta. Inginocchiandosi si portò più vicino e rimase esterrefatto quando capì cosa fosse il misterioso oggetto… una busta da lettera era rimasta incastrata nella portiera posteriore, ne sporgeva solo una piccola porzione. Con cautela l’uomo aprì lo sportello e recuperò la malconcia busta, si sedette poi sul comodo sedile posteriore e esaminò con attenzione la misteriosa missiva. All’esterno non vi era scritto niente che potesse indicare a chi fosse destinata, soppesandola Douglas capì che conteneva una lettera al suo interno ma l’assenza di un preciso destinatario gli impedì di visionarne subito il contenuto. Come era finita quella lettera nel suo taxi, fu la prima domanda che si pose. Non poteva averla lasciata il misterioso uomo della moneta, Douglas ricordava di aver pulito l’auto subito dopo quell’incontro per eliminare le tracce di terriccio rimaste sui sedili posteriori. Continuava a stringere la misteriosa lettera in mano, indeciso se aprila rischiando di violare l’intimità di qualche sconosciuto, quando un ricordo eruppe nella sua mente come un fulmine in una giornata serena… «la bambina», disse ad alta voce. “Non ho soldi con me ma torna domani in questa casa e troverai il mio papà, lui saprà cosa fare.” “Qui hai finito, per ora, adesso vai a casa.” Le parole sussurrate quella notte nei pressi del parco di Hyde Park dalla fanciulla tornarono nitide nella mente di Douglas. Aveva dimenticato quel tenero incontro preso dal turbine degli eventi delle ultime ore, guardando la busta che ancora stringeva in mano ebbe finalmente chiara l’identità del misterioso mittente. Maglietta bianca e calzoncini del medesimo colore, non era un abbigliamento consono alle fredde nottate londinesi… fu quello il primo pensiero che Douglas ricordò di aver avuto la notte in cui vide la fanciulla che vagava nei pressi del buio parco. Doveva aver lasciato la lettera sul sedile affinché io la trovassi, dedusse in quel momento, successivamente nello scendere dal veicolo deve averla inavvertitamente fatta scivolare in terra per poi bloccarla definitivamente chiudendosi la portiera alle spalle, concluse. Quel pensiero lo convinse ad aprile la busta e leggere il contenuto della lettera… se ne pentì quasi subito:
      “Caro papà, spero di non doverti mai consegnare questa busta e di poter risolvere questo mio problema da sola, senza coinvolgere te o peggio ancora la piccola Abigail. Se dovessi fallire so che non potrei mai confessarti i miei tremendi peccati
      guardandoti negli occhi, mi vedrei costretta a consegnarti questa lettera. Mi vergogno tremendamente per quello che sto per scrivere ma tenermi tutto dentro mi sta logorando l’anima, mi sento sporca e impura per le azioni che sono stata
      costretta a commettere. Vorrei parlare con qualcuno ma non so con chi, temo di essere giudicata e questo mi costringe a tenermi tutto dentro. Così ho deciso di scrivere queste parole. Ricordo ancora con quale gioia annunciasti a me e Abigail che lo zio Hermon aveva accettato la tua richiesta, avrebbe dato lezioni di musica a noi sorelle per tutta la durata dell’anno scolastico e magari anche in futuro, se ci fossimo dimostrate all’altezza. Capivo la tua gioia, d’altronde zio Hermon oltre che un famoso musicista era anche tuo fratello, non avresti potuto trovare persona più adatta avrai pensato… errore, grave errore papà. Ricordo quando tutto è iniziato. Lui è stato molto bravo papà, si è avvicinato pian piano a me, con maestria è riuscito ad abbattere tutte le mie reticenze, facendomi sentire unica al mondo, preziosa come la più rara delle gemme, è riuscito a farmi fare delle cose orrende di cui mi pento e che mi fanno sentire sporca anche al solo pensarci. In principio erano solo sguardi intensi o velati sorrisi, mi rendevo conto che mentre spiegava dedicava la maggior attenzione a me trascurando Abigal. Poi cominciarono i contatti fisici, lievi e delicati in principio ma comunque carichi di significati nascosti. La mano che indugiava sulla mia più del dovuto mentre suonavamo il piano insieme, la sua coscia che sentivo sfiorarmi intenzionalmente ogni qual volta si protendeva per voltare le pagine dello spartito. Arrivarono poi i piccoli doni. Un paio di orecchini in argento con una bella pietra la prima volta, una collanina con il ciondolo di giada la seconda. Ho nascosto quei doni nella mia cameretta papà, non avrei saputo giustificarne la provenienza se tu me lo avessi chiesto. Se mai leggerai questa lettera potrai controllare personalmente, li ho nascosti dentro mister Fuffy, il mio orsacchiotto preferito, ricordi, me lo hai regalato proprio tu per i miei otto anni. Comunque, quei gesti di attenzione ed addirittura i doni scatenarono in me emozione nuove, non avevo mai provato nulla di simile e faticavo a capirle e di conseguenza a gestirle. Quanto avrei voluto avere la mamma vicino a me, con lei sono sicura sarei riuscita a parlare, lei avrebbe saputo consigliarmi. Mi manca molto la mia mamma. Con questo non voglio cercare giustificazioni, so che non è stata colpa tua se lei è morta, so che era molto malata. Ricordo che cominciai a truccarmi di nascosto prima dell’inizio delle lezioni di musica. Niente di vistoso per carità, solo un velo di mascara, un po’ di lucida labbra, maggior attenzione all’abbigliamento, mio malgrado cominciavo a desiderare gli sguardi dello zio, mi facevano sentire bella e desiderata. Non giudicarmi male papà, non pensare cose brutte su di me, te ne prego. Sei un papà meraviglioso, lo sei sempre stato, severo ma comprensivo, ma sei comunque un uomo e non puoi sapere come ci si sente alla mia età, i turbamenti interiori che avverto, gli sbalzi di umore che fatico a controllare, vedermi un corpo da donna ma sentirmi dentro ancora una bambina. Zio Hermon invece sembrava capire queste emozioni che stavo vivendo, si fermava sempre più spesso a parlare con me dopo le lezioni di musica. Mi capiva papà, mi tranquillizzava papà, sapeva placare i miei timori e le mie insicurezze papà, mi faceva sentire donna, donna a soli dodici anni. Il giorno del mio dodicesimo compleanno lo zio ci fece provare gli accordi di Per Elisa al pianoforte, ricordi la mamma lo suonava sempre? Era il suo brano preferito, mentre con gli occhi chiusi ascoltavo lo zio intonare quella melodia mi sembrava di vedere lei. Piansi molto papà, così zio mi sussurrò all’orecchio che a lezione finita si sarebbe fermato a parlare con me. Ero molto triste e scossa, lui mi tranquillizzò parlandomi sottovoce, era molto comprensivo e rassicurante. Mi sfogai, stavo piangendo e traevo conforto dal contatto con zio, mi teneva stretta stratta sussurrandomi parole confortanti all’orecchio. Come mi sentivo al sicuro tra le sue braccia papà, mi sembrava il posto più sicuro del mondo in quel momento. Poi sentii la sua mano sfiorarmi il ginocchio, non gli diedi assolutamente peso abbandonandomi ancora nel suo caldo e confortante abbraccio. La mano cominciò a salire pian paino, la sentivo sfiorare delicatamente il bordo dei pantaloncini e lenta ma inesorabile salire su. Nuove emozioni ancor più travolgenti delle precedenti assalirono il mio corpo quando la sua mano raggiunse il centro delle mie gambe, rimasi paralizzata… completamente rapita da quella sensazione nuova e travolgente. Zio continuava a sussurrarmi parole confortanti all’orecchio, mi ripeteva quanto fossi bella e brava, quanto fosse speciale il nostro rapporto, e intanto la sua mano si intrufolava nei miei pantaloncini. Non provai a sottrarmi in alcun modo, sia perché rapita da quella sensazione piacevole e sia perché nulla avrei fatto per allarmarlo o offenderlo, non avrei voluto sottrarmi al suo abbraccio per nessun motivo al mondo, mi sentivo sicura e protetta con lui. Quello che successe dopo papà non avrò mai la forza di raccontarlo, a nessuno, mi rendo conto solo ora di non riuscire neanche e scriverlo su questa lettera. Tornai nella mia cameretta trovando Abigail, corsi subito in bagno temendo che lei potesse intuire quanto fossi sconvolta, non avrei potuto rispondere alle sue tante domande in quel momento. Mi chiusi dentro a chiave e piansi, piansi perché non capivo cosa fosse successo con zio ma mi sentivo sporca e in colpa, sapevo di aver fatto qualcosa di sbagliato ma non comprendevo le emozioni contrastanti che stavo vivendo. Non potevo farmi vedere da te in questo stato papà, finsi di avere la febbre quel giorno, passai il mio compleanno da sola nel buio della cameretta. La settimana dopo zio Hermon entrò in casa per la consueta lezione, si comportò come se nulla fosse accaduto, ci fece suonare un brano molto complicato e le ore passarono velocemente. Come di consueto finita la lezione Abigail si precipitò fuori il grande salone che ospitava il pianoforte, la sentii rincorrere il nostro cagnolino fuori in giardino. Avevo una gran voglia di correre a giocare con loro ma proprio mentre stavo per lasciare l’aula sentii la mano di zio afferrami la spalla, aveva voglia di parlare un po’ con me, di parlare nel modo speciale che conoscevamo solo noi, mi disse con un ghigno terribile. Papà giuro, io non ne avevo più voglia, mi aveva fatto un male terribile fare quelle cose con lui, volevo che tutto finisse, gli dissi perfino che gli avrei restituito tutti i regali se la smetteva. A quel punto lui si arrabbiò molto, mi urlò delle cose cattive, che ero stata io a provocarlo, che ero stata io a volerlo, che lui non aveva colpa. “Sai che fine farai Swami? Se tuo papà lo viene a sapere sai cosa ti farà? A chi pensi che crederà, ad un adulto o ad una povera bambina? Verrai cacciata di casa, coperta di vergogna, mandata a vivere in qualche comunità insieme a tutte quelle come te, sarai scacciata ovunque andrai!” Questo mi urlò contro, non era più lo zio gentile e comprensivo quello che avevo davanti in quel momento papà, non era tuo fratello, ai miei occhi apparve come un orco, ne avevo paura, non riuscii a dirgli di no. Andò avanti per quasi un mese, io ne ero devastata. Rimanevo sveglia nel mio letto tutti i giorni successivi alle lezioni di musica e in quelli che la precedevano non andava certo meglio. Capii che così non potevo andare avanti, dovevo affrontare lo zio, volevo che la smettesse e che lasciasse immediatamente la nostra casa, temevo che anche Abigail diventasse una sua vittima, avevo notato che ogni tanto la guardava con occhi calcolatori, sembrava studiarne le fattezze. Avrei pensato io a spiegarti tutto papà, a spiegarti per quale motivo avevo preteso l’allontanamento di tuo fratello dalla nostra casa, sono sicura che mi avresti creduto. Mi serviva solo l’occasione buona, dovevo rimare sola con lo zio per potergli parlare, ma questo non sarebbe dovuto succedere dopo le lezioni di musica, avrebbe nuovamente approfittato di me e non sarei riuscita a sopportarlo ancora. L’occasione buona arrivò. Una settimana fa, a fine lezione, mi alzai prima di Abigail, non avevo voglia di trattenermi con lui così appena finito di suonare il brano mi tirai su dallo sgabello senza dare allo zio il tempo di trattenermi. Avrebbe dovuto rincorrermi questa volta ma ero convinta che non lo avrebbe fatto, non davanti a mia sorella almeno. Prima di lasciare il salone sentii pronunciare il mio nome, mi fermai senza voltarmi. “La prossima lezione non si svolgerà qui in casa, dato che dovremmo studiare canto ho deciso che passeremo la giornata in Hyde Park, faremo lezione all’aperto.” Detto ciò, lo sentii alzarsi spostando pesantemente lo sgabello, raccogliere il suo borsone e lasciare la camera. Ecco l’occasione buona papà, sicuramente troverò del tempo per parlare con lui la prossima settimana al parco senza dover rimanere troppo isolata, cercherò di avere sempre sott’occhio Abigail. Lo affronterò, lo convincerò a confessarti tutto quello che è accaduto tra di noi e, fatto ciò, voglio che lasci per sempre la nostra casa, sono sicura che riuscirò a farlo ragionare. Nel caso dovessi fallire papà, allora sarò costretta a consegnarti questa lettera, sperando nel tuo perdono e comprensione. Sono convinta che subito dopo averti confessato tutto comincerò a sentirmi di nuovo bene, apprezzando i piccoli piaceri che la vita mi saprà donare. Sei sempre stato tu a ripetermelo papà, non potrai mai apprezzare in pieno la bellezza di una giornata di sole se prima non avrai vissuto una settimana di tempesta, non può esistere la gioia se prima non hai vissuto la tristezza. Ecco papà, io ho avuto la mia dose di tempesta e di tristezza, dopo l’incontro con zio al parco spero tanto di iniziare a vivere la mia parte di gioia. La tua adorata figlia Swami”
      Douglas fissava i fogli tremare nelle sue mani, un mix di odio e pietà si stava insinuando nel suo corpo, rimase scioccato e commosso leggendo le parole della ragazza, ma anche perplesso. Da quanto scritto su quei fogli la lettera non si
      sarebbe dovuta trovare sul taxi, non era lui il destinatario né tanto meno la persona deputata a recapitarla, inoltre Swami sperava di non doverla mai far leggere. Nel caso non fosse riuscita nel suo intento l’avrebbe consegnata lei, magari non personalmente, almeno questo era quello che aveva scritto. Cosa era accaduto in seguito? Era riuscita poi a parlare con lo zio? Perché la lettera si trovava nel suo taxi? Possibile che la bambina l’avesse semplicemente smarrita? Cosa ci faceva Swami da sola nel parco quella notte? Quali orrori aveva dovuto sopportare quella povera bambina? Ma soprattutto, era riuscita a fermare l’orco? Troppi interrogativi attendevano una risposta, Douglas si sentiva terribilmente in apprensione per il destino della povera bambina, ma avrebbe avuto il coraggio di consegnare la lettera al papà di Swami? “Torna domani in questa casa e troverai il mio papà, lui saprà cosa fare” Le parole della bambina tornarono nuovamente a risuonare nella sua mente, solo che ora che conosceva la storia della povera fanciulla avevano per l’uomo un significato completamente diverso, risuonavano come una richiesta di aiuto… Douglas non ebbe dubbi su cosa fare. Il taxi uscì sgommando dalla grande casa, la giornata si era mantenuta serena e un timido sole stava pian piano abbandonando la scena pennellando il cielo con mille sfumature rosse, osservandolo l’uomo pensò fosse una coreografia adatta alla situazione. Era infatti in apprensione per la sorte della bambina, sentiva aleggiare su di lei un grande pericolo. Guidò per le solitarie strade di campagna assorto nei suoi pensieri, pian piano il buio oscurò il paesaggio intorno a lui. Douglas accese i fanali dell’auto e proseguì la sua corsa verso la fumosa città londinese, lì sperava di trovare risposte ai tanti interrogativi che lo perseguitavano.
       
      9 NOVEMBRE 1974; RIVELAZIONI
      Era ormai passata la mezzanotte, Douglas continuava a vagare inutilmente per le buie vie londinesi, non riusciva a ricordare la strada fatta la notte precedente.
      Aveva però percorso solo poche centinaia di metri dopo l’incontro con la bambina, decise quindi di continuare le ricerche proprio da quel punto. Si diresse quindi verso Hyde Park. Girò in auto per quasi un’ora ma non riuscì
      a trovare la casa di Swami. Poi notò che alcune strade erano interdette al traffico, chiuse con delle rudimentali transenne, impedivano l’accesso ai veicoli nelle vie occupate da diverse bancarelle. Decise di parcheggiare il taxi e proseguire a piedi. Con la mano toccò la lettera che teneva celata nella tasca del pesante giaccone, era deciso a consegnarla al papà di Swami solo se avesse ritenuto che lei si potesse trovare ancora in pericolo… se non fosse riuscita a denunciare lo zio orco, ad esempio.  Ma come farò ad appurarlo? si chiese Douglas. Guardandosi intorno rifletté sul problema… l’enorme parco che sembrava estendersi all’infinito, la moltitudine di persone e le tante strade e vie che lo costeggiavano lo aiutarono a formulare una strategia. Usando Hyde Park come punto di partenza, provò a ricostruire mentalmente la strada fatta quella notte, scartando le vie già percorse con il taxi. Si rese conto che ne rimanevano solo altre sei o sette da controllare, partì da quella più vicina. Arrivato nei pressi della transenna che ne delimitava l’accesso ai veicoli, Douglas capì subito che non poteva essere quella la strada giusta. Tra le varie bancarelle che esponevano cibo e prodotti locali scorse la fine della via, era un vicolo cieco e lui ricordava di aver proseguito nello stesso senso di marcia dopo aver lasciato la ragazza nella sua abitazione. Stava per voltarsi e provare con la via successiva quando il volto di Swami apparve improvvisamente all’uomo… vide gli stessi occhi che lo fissarono quella notte, la stessa espressione serena ma decisa che riscontrò subito in lei… fissò la bambina in bianco e nero che, dalle pagine del The Times, sorrideva felice alla vita. Rimase sbalordito Douglas, ma quello che lesse subito sotto la foto lo colpì con tale forza che fu costretto ad afferrare la transenna per non cadere, per fortuna nessuno sembrava badare a lui:
      “Chi ha brutalmente ucciso Swami Marshall? In corso le indagini per far luce sul brutale omicidio di Hyde Park, Scotland Yard non rilascia alcuna dichiarazione.” Notò poi un’altra foto sulla prima pagina di quel maledetto giornale, la distanza non gli permise di distinguere bene i particolari ma rimase di ghiaccio quando capì cosa stesse guardando... qualche giornalista senza scrupoli doveva aver fotografato il corpo di Swami e deciso poi di pubblicare la macabra immagine. Nonostante il lenzuolo bianco tentasse di celare la vista di quel povero corpicino si scorgevano dai suoi lembi le gambe della povera bambina. La foto era in bianco e nero ma Douglas notò le gambe nude ed il bordo dei suoi calzoncini. Maglietta bianca e calzoncini dello stesso colore la facevano risplendere come un faro nella notte, ma era vestita troppo leggera per quella fredda notte, troppo leggera, continuava a ripetere Douglas tra le lacrime della disperazione. Incurante dei tanti passanti l’uomo prese a piangere senza contegno. Le persone andavano su e giù per la stretta via, alcuni già carichi di acquisti stipati nelle tante buste che pesantemente si portavano appresso, altri trascinandosi dietro bambini urlanti ed eccitati dalle tante bancarelle di dolciumi. Nessuno sembrava far caso a quell’uomo che, testa stretta nelle grandi mani, piangeva e si disperava per la tragica sorte della piccola Swami. Pian piano la rabbia si fece strada in lui, sostituì la disperazione con tale velocità che Douglas seppe immediatamente cosa fare. La lettera. Doveva assolutamente consegnare la lettera al padre di Swami, raccontare in quale circostanza l’aveva avuta... “lui saprà cosa fare”, aveva detto la bambina quella tragica notte, Douglas sperò fosse davvero così. Per prima cosa dovrò trovare la sua abitazione, si disse, poi mi presenterò alla porta chiedendo di parlare con il signor Marshall, quando avrò l’uomo di fronte allora gli consegnerò la lettera. Stava per avviarsi verso la seconda via da ispezionare quando fu assalito da un tremendo dubbio, le parole scritte sul giornale tornarono nella sua mente… chi ha ucciso? Pensando a quanto scritto Douglas capì che non si sarebbe potuto presentare come l’ultima persona ad aver visto in vita la povera bambina, per giunta di notte e proprio nel luogo in cui il corpo fu rinvenuto. Non finì di formulare quel pensiero, si bloccò scioccato in mezzo alla folla con un’espressione stravolta in volto, la bocca aperta e la mano che sembrava voler bloccare un urlo… io ho incontrato la bambina ieri notte, pensò scioccato, quando è stato ritrovato il suo corpo e come può la notizia essere già sul giornale? All’improvviso capì che il piano appena elaborato sarebbe servito solo a fare di lui il principale indiziato per quel terribile delitto. Doveva acquisire maggiori informazioni prima di decidere la mossa migliore da compiere… ma come poteva avere le informazioni che cercava? Non sarebbe certo potuto andare da Scotland Yard a porre le sue domande, doveva trovare un’altra strada. Guardandosi intorno Douglas cercò la risposta ai suoi problemi, fu di nuovo Swami a suggerirgli la strategia giusta. Osservando nuovamente quel volto sorridere sulle pagine del famoso giornale Douglas capì. «Il giornale, ecco dove trovare le risposte ai miei interrogativi», disse ad alta voce. Si avviò quindi verso l’edicola cercando nel frattempo una moneta nelle tasche ma le sue mani rimasero vuote. Nella fretta di uscire ho dimenticato il mio portafoglio a casa, pensò quando ormai era troppo tardi. Fermo davanti alla pila di giornali rimase indeciso sul da farsi. Sapeva che il suo sarebbe apparso un comportamento come minimo curioso ad eventuali osservatori, sembrava però che né l’edicolante, né i passanti l’avessero notato. Ebbe solo un attimo di esitazione, poi decise… sfilò velocemente una copia dalla pila di giornali e si allontanò velocemente. Correva come fosse inseguito da un branco di lupi, evitava di voltarsi per paura di perdere l’equilibrio. Quando pensò di aver messo una buona distanza dell’edicolante ed eventuali inseguitori, Douglas si voltò, rendendosi conto che nessuno l’aveva seguito. Si mise seduto per riprendere fiato, poi aprì il giornale e, trovato l’articolo che cercava, lo lesse interamente sotto la fioca luce di una lanterna che illuminava l’entrata di un pub:
      “Ieri doveva essere una giornata come tante per Anderson White, addetto alla pulizia di Hyde Park. Finito il suo turno di lavoro sarebbe tornato a casa dalla moglie e la figlia. Come poteva immaginare il povero uomo che, tra cartacce e foglie secche, la punta della sua scopa andasse a lambire il corpo di una povera fanciulla? Eppure, è proprio ciò che è accaduto ieri. Erano le quattro del pomeriggio quando il povero Anderson scorgeva tra le foglie il corpicino della bambina. Non osò avvicinarsi preferendo dare subito l’allarme ad un agente della Parks Police che si trovava nei paraggi. La scena del crimine è stata subito isolata e le indagini sono in corso. Nessuna dichiarazione è stata lasciata al momento da Scotland Yard. Il nome della vittima è stato subito reso noto dato che, solo qualche ora prima, Hermon Marshall, zio della vittima, ne aveva denunciato la scomparsa. Siamo riusciti ad avere una sua breve dichiarazione. “Sono sconvolto per quanto accaduto, ero legatissimo a mia nipote, le volevo bene come fosse mia figlia. Il giorno della disgrazia sono stato in sua compagnia per tutta la mattina, avevamo programmato una lezione di canto proprio in Hyde Park. Piaceva ad entrambi l’idea di passare una giornata all’aperto. Purtroppo, Abigail, la sorella di Swami, si è svegliata con la febbre alta, avrei voluto annullare la lezione ma lei ha tanto insistito, alla fine ho ceduto e siamo andati noi due da soli. É stata una giornata magnifica. Prima di pranzo ho lasciato mia nipote sulla soglia di casa, ricordo che aveva premura di assistere la sorella malata. Così l’ho salutata e sono andato via. Non so cosa sia accaduto dopo.”
      Era andata al parco da sola, fu la prima cosa che Douglas pensò. Solo, al freddo, seduto su una panca di legno illuminato da una flebile luce, l’uomo continuava a guardare l’articolo. Qualcosa in quelle parole lo aveva colpito ma non riusciva ancora a capire cosa fosse. Lo zio di Swami stava mentendo, quello Douglas lo sapeva ma non rappresentava certo una grande scoperta, aveva già chiara la natura del loro rapporto grazie alle parole scritte dalla ragazza. Lesse nuovamente l’articolo e alla fine capì… le quattro del pomeriggio… era l’orario in cui l’addetto al parco aveva trovato il corpo di Swami. Lui però aveva incontrato la bambina quella stessa notte, aveva parlato con lei e alla fine l’aveva accompagnata a casa. Era morta, la bambina era già morta quando lui la incontrò. Quella consapevolezza rischiò di sconvolgerlo definitivamente… si alzò e prese a vagare per le affollate vie stringendo la copia del The Times tra mani.
       
      10 NOVEMBRE 1974; VERITA’ NASCOSTE
      Il signor Montgomery Marshall era ancora in vestaglia nonostante l’ora della colazione fosse passata già da molto. Il cameriere fermo davanti alla porta della sua camera da letto era indeciso, non sapeva se fosse stato inopportuno bussare o meno. D’altronde era la prima volta che si trovava in una così imbarazzante situazione, il signor Marshall era sempre il primo ad alzarsi e mai era stato necessario doverlo svegliare. L’uomo in vestaglia rimase immobile di fronte alla grande finestra, osservava senza vedere il bel panorama che da lì si dominava. Aveva un pensiero fisso che lo tormentava, come un tarlo stava scavando nel suo cervello rischiando di minarne la ragione. Swami, la sua figlia prediletta, uccisa in modo così brutale e privo di umanità. Violata e poi lasciata morire al freddo e al buio, in quel maledetto parco come fosse una vecchia bambola. Chi aveva fatto questo? si chiedeva. La rabbia che sentiva dentro rischiava di farlo impazzire, un leggero colpo alla porta lo strappò dai suoi pensieri. «Signore, in salone ci sono gli ospiti in attesa, suo fratello mi ha avvisato che il corteo per il cimitero partirà a breve, posso dire loro di attenderla?» La voce del cameriere riportò signor Marshall alla realtà… gli ospiti in attesa giù in salone, il corpicino di sua figlia chiuso per sempre in quella lussuosa scatola di legno, il suo viso che non avrebbe mai più rivisto, la sua risata che non avrebbe mai più udito, i suoi morbidi capelli che non avrebbe mai più potuto accarezzare. Troppo dolore per l’uomo, sapeva di non potercela fare. Stava per scacciare il fastidioso cameriere, desideroso di rimanere solo con il suo dolore ma una vocina, udita al di là della porta, gli diede una scossa che lo fece sobbalzare… Abigail lo stava chiamando. La piccola Abigail, ancora non aveva capito bene la portata della disgrazia, ma questo non consolò minimamente l’uomo, sapeva che il dolore sarebbe arrivato, presto o tardi sarebbe arrivato, e allora sarebbe stato devastante per lei. Swami aveva preso con naturalezza il ruolo lasciato vacante dalla defunta moglie, la bambina avrebbe sofferto più di lui la sua perdita. Ma avrebbe avuto tempo per questo, pensò mentre la piccola irrompeva nella camera. «Swami mi ha scritto una lettera», disse lei mostrando al papà una busta tenuta ben salda nella sua manina. «L’ha trovata Cripoter nella buca dove si mettono le lettere, appunto», concluse porgendo al papà la busta. «Cripoter deve essere Christopher, il nostro maggiordomo», rispose il padre sorridendo mentre prendeva la lettera, «la buca invece sarà sicuramente la casset…» Non finì la frase il signor Marshall, il sorriso si spense sul suo volto quando la calligrafia della defunta figlia apparve dinnanzi a sé… la sua espressione cambiò mentre ne leggeva il contenuto. La bimba vide il padre portarsi le mani al volto e stringerlo con tale forza che lei ebbe timore potesse rompersi, poi udì il suo urlo che, nonostante fosse attutito dalle mani ancora strette davanti al viso, racchiudeva in sé un tale dolore e rabbia che lei ne fu spaventata. Si scostò velocemente osservandolo correre giù per le scale con la vestaglia ancora indosso.
       
      Il signor Hermon Marshall stava assaporando un delizioso rosé mentre con occhi calcolatori osservava una tenera fanciulla seduta accanto alla mamma, a poca distanza da lui. Le treccine che le cadevano sulle spalle erano di un nero intenso, messo in risalto dal bianco del suo vestito. In quel momento stava discutendo con la mamma e dalla sua espressione l’uomo capì che difficilmente si sarebbe arresa. Aveva un’espressione decisa e serena nel qual tempo, gli ricordava tanto la nipote, Swami. Non pensò più alla bambina dopo Hyde Park, d’altronde non lo faceva mai, non aveva rimpianti l’uomo. Certo non aveva previsto quel finale, certo che no, lui preferiva ridurre al silenzio le sue prede inculcando loro paure e sensi di colpa, gli era sempre andata bene del resto. Non con Swami, rimuginò il signor Hermon con rabbia. Lei era diversa e
      avrebbe dovuto capirlo, purtroppo non aveva avuto scelta, si consolò…
       
       
       
       
       
      Inizia a scrivere la tua storia...

    • Eccola apparire, una reggia su quattro ruote trainata da quattro massicci cavalli; pietre provenienti da ogni dove, persino dal Vulcano Ira, generosamente donate all’emerito nano Occulto, senza un motivo, a istoriare la sua carrozza da unico, libero viandante della terra degli Spicchi: dopo una vita di sberleffi, si era preso la sua rivincita, finalmente sorrideva dal basso a coloro che lo avevano sempre guardato dall’alto e che ora gli si inchinavano!
      Fortunato Quel Giorno in cui la Gemma fu distrutta e lui, per caso, era lì. In un lampo aveva intuito il potenziale di quell’evento e ne aveva approfittato sornione.
      “Voglio essere unico e adorato”.
      L’aveva desiderato velocemente, senza pensare alla forma e alle implicazioni; del resto la Gemma era sempre stata lì, al centro del tabernacolo, al centro della Radura d’Oro, al centro di quel periptero circolare di pietre, antiche quanto il mondo stesso. Erano solo leggende che, distrutta, avrebbe avverato qualsiasi desiderio di chi si fosse trovato nelle vicinanze, in quel preciso istante. Aveva approfittato della situazione e la sua vita era diventata la migliore che si potesse avere. Era l’unico nano al mondo e tutti lo riverivano: il sorriso sulle sue labbra era diventato eterno.
      Attraversando lo Spicchio degli Arbori, al canto degli uccellini di quell’angolo di mondo così boscoso, rideva a pensare alla sorte di Semper e Oblion, più vicini di lui alla Gemma, ma così stupidi: uno era diventato più folle e l’altro un codardo. Si divertiva a ricordare loro quel momento ogni volta che se ne congedava: “Attento a ciò che desideri”, diceva, e la sua sinistra risata lo accompagnava nell’uscita. Idioti.
      In ogni Spicchio, la gente aveva volti e costumi diversi, ma tutti uguali negli atteggiamenti, come se fossero un lago piatto, su cui ogni tanto Occulto si divertiva a lanciare una pietra per vedere che piega prendesse una certa situazione. Tanto non avrebbe fatto male a nessuno, grazie al filantropico Semper che aveva desiderato la fine delle guerre. Non che non avesse, anche questo, un lato positivo per Occulto; amava quel nuovo mondo così pulito e sereno.
      Era già sulla strada ombrata da alberi altissimi che formavano un tetto con il loro fogliame, la strada che portava al Mezz’Albero. Come sempre, ai due lati della via, tutti si inchinavano al suo passaggio.
      Il Mezz’Albero rappresentava il centro sacro degli Arbori, ed era letteralmente mezzo, come se una mannaia gigante lo avesse diviso a metà; nella parte tagliata si contavano a malapena i cerchi dell’età, tant’erano concentrici. Era il segno di Quel Giorno in quello Spicchio.
      Il custode del posto era chiamato Maestro del Silenzio ed era sempre la stessa anima che trasmigrava in un corpo nuovo mantenendo, così, la memoria del mondo.
      Niente era scritto, e lo studio della memorizzazione e dell’ascetismo era arduo.
      Allora il Maestro era Vegliardo e i suoi giorni fisici stavano per finire: doveva scegliere il nuovo sé tra i pochi studenti che erano giunti alla prova finale di andata e ritorno nella propria morte. Ogni figura di Maestro portava migliorie all’Anima del Silenzio, e Vegliardo vantava un’impeccabile chiaroveggenza.
      Occulto sperava di partecipare alla festa dell’investitura, dato che la longevità del Maestro la rendeva unica, per una vita normale. Difatti, nemmeno lui aveva visto quella di Vegliardo.
      OCCULTO: “Vecchio mio, alfine ci siamo?!”.
      Irrispettoso come suo solito, era balzato giù dal carro proprio sullo spiazzo sacro, strillando a Vegliardo che, come d’usanza, sedeva ad occhi chiusi e con le mani sul bastone della saggezza proprio nella metà libera del Mezz’Albero.
      Lentamente, il vecchio raggiunse e superò Occulto indicandogli, in silenzio, un luogo più opportuno al dialogo, mentre qualcuno si premurava di portar via la carrozza.
      OCCULTO: “Sono qui per te, amico mio! E per rendere i miei omaggi al nuovo te”, lo punzecchiò con un plateale inchino. “Ti ricorderai ancora di me? Scegli un corpo ben in forma, mi intendi...”, toccandosi l’inguine.
      Vegliardo non rispondeva mai alle sue provocazioni.
      VEGLIARDO: “Sono passati molti cicli dal nostro ultimo incontro. Hai trovato riscontro nel mio oracolo?”.
      Per esattezza, ne erano passati ventitré di cicli: “Un leone lo ucciderà”, questo aveva detto allora, interrogato circa la sorte di un certo Oblion.
      OCCULTO: “Ho risolto. Non si avrà più memoria di un animale chiamato ‘leone’. Li ho debellati tutti”, compiaciuto.
      Nel linguaggio comune, da Quel Giorno, erano sparite parole troppo cruente o inerenti alle guerre e alle uccisioni. Ma Vegliardo, proprio per la sua natura di memoria trasmigrata, sapeva tutto del mondo di prima, e con sé avrebbe portato anche quella brutta notizia.
      VEGLIARDO: “Il tempo del mio viaggio ultimo è venturo, ma non prossimo”.
      Occulto non era avvezzo a parole forbite e sibilline, quindi gli bastò uno sguardo per far intendere di spiegarsi in modo semplice.
      VEGLIARDO: “Qualcosa si sta muovendo”.
      Prima che potesse argomentare, arrivò ansante un giovane robusto, con occhi neri e capelli rasati alla maniera dei seguaci. Indossava la camicia grigia di lino grezzo di ogni studente.
      VEGLIARDO: “Gayl, sai che non puoi urlare e ancora non hai capito che non devi correre o portare teco energie nega...”, lo rimproverò il vecchio.
      GAYL: “L’ho visto ancora...”,lo interruppe.
      Per tutta risposta, il Maestro chiuse gli occhi e alzò una mano: ne avrebbero parlato poi, da soli. Quindi si congedò quanto più amabilmente potesse.
      VEGLIARDO: “Qualcosa si sta muovendo, per cui non è giunto il mio momento. Sei sempre il benvenuto, se vuoi restare, ma non ci saranno feste”. E, lentamente, sparì nel bosco.
      Occulto non amava crucciarsi e arrovellarsi, quindi, quasi saltellando, si diresse alla casa più vicina per farsi rifocillare.

      Non era che agli inizi nella dottrina delle visioni. Sapeva meditare a lungo e mantenere il controllo nel gioco delle provocazioni, ma Gayl aveva paura delle sue visioni. Ogni volta tornava alla realtà in un bagno di sudore e tremante. Questo perché erano ‘diverse’. Gli altri ragazzi affrontavano viaggi negli Spicchi per poi parlare di ciò che avevano vissuto e trarne insegnamento, tutti insieme seduti davanti al Mezz’Albero. A Gayl era successo una sola volta: si era recato, in trance, nello Spicchio dei Ronnier, alle Tre Pietre, e aveva visto tre donne intente a lavorare a un arazzo per lui. Lo avevano deriso: non una, ma ben tre femmine per il suo subconscio pervertito, tanto più che ormai i seguaci del Silenzio non potevano più prendere moglie, da Quel Giorno in cui l’Albero si era spaccato.
      Il Maestro Vegliardo, però, gli credeva e ascoltava i suoi resoconti. Ciò che angosciava Gayl era un bambino dagli occhi rossi e dal ghigno inquietante: bruciava, sventrava, martoriava in ogni modo corpi privi di volto, ed era come se Gayl fosse costretto a guardare, con le spalle al muro.
      GAYL: “Perché devo guardare, Maestro?”, ancora tremava.
      VEGLIARDO: “Mmm...”, rifletteva.
      Le mani del ragazzo stringevano l’orlo della veste del vecchio, ai cui piedi si era gettato come un cane che cercasse conforto dal padrone.
      VEGLIARDO: “Potresti lasciare la scuola...”.
      GAYL: “No, no Maestro... questo mai! Mi aiuti a capire...”.
      VEGLIARDO: “...Non ho detto di smettere il tuo insegnamento. Non diventerai Maestro, Gayl, non ne hai la stoffa. Ma qualcosa sarai”.
      GAYL: “Cosa?”, nella disperazione.
      VEGLIARDO: “Ti aiuterò a scoprirlo. Nel prossimo viaggio, non sarai solo”.
      Tornato in sé, Gayl fece qualche esercizio di respirazione. Rimasto orfano, per lui il Maestro era come un padre e si fidava ciecamente delle sue parole.
      VEGLIARDO: “Molti cicli fa, avevo predetto qualcosa al nano e ora mi ha detto di aver risolto diversamente da ciò che ho visto. Ma non è così, figliolo. Il destino trova sempre il modo di compiersi. Capiremo quale sarà il tuo”.
      C’erano ombre intorno a quel ragazzo, e sussurri antichi. Prima di trasmigrare doveva rischiarare la sua aura.

    • Improvvisamente. Istantaneamente. Si rese conto di essere innamorato di quella creatura sconosciuta. Lo seppe e basta, ne era certo, con la stessa consapevolezza intuitiva che ci fa apparire ovvio il risultato di due più due. Quell'amore fu per lui una verità assiomatica.
      Ma che fare allora? Fabio non lo sapeva. Si limitò a restare lì immobile, a osservare quella creatura bellissima e senza nome, quella persona i cui contorni si confondevano con quelli di innumerevoli altre persone nella semioscurità epilettica della discoteca. Quella persona che, nonostante ciò, risaltava su tutte le altre come una figura sullo sfondo, come una macchia di colore in un mondo in bianco e nero. Effettivamente, i suoi capelli tinti lo distinguevano dalle altre teste more o castane o fulve o di qualsivoglia colore naturale: erano di un verde acido, un verde lisergico. Ma non era questo, o meglio non solo questo a renderlo così evidente contro la massa scura di gente che si agitava e oscillava e saltava nel rumore scomposto vomitato dal sound system. Era stato qualcos'altro a stregare Fabio, qualcosa di imprecisato, che non riusciva ancora a spiegarsi. Forse, era stata la sua aria assente, indifferente, come se tutto ciò che gli accadeva attorno non lo toccasse. Come se non fosse cosciente di essere lì, come se non fosse davvero lì. La sua presenza pareva quasi un errore, come un'incongrua giustapposizione onirica, o un'allucinazione. Ed il suo abbigliamento trasandato e casuale, una felpa grigia ed un pantalone di tuta, non faceva che amplificare quella dissonanza. Non che la gente attorno a lui indossasse giacca e cravatta, era pur sempre una serata senza pretese e tendente al trash; eppure le altre persone davano comunque l'idea di aver scelto il loro abbigliamento appositamente per la festa,
      indipendentemente da quale fosse il criterio opinabile di tale scelta. Il ragazzo dai capelli verdi, invece, pareva aver indossato indumenti a caso, quasi si fosse trovato a passare di lì di ritorno dalla drogheria o dal negozio di tabacchi. Non ballava neppure, si muoveva quasi impercettibilmente, lì da solo circondato dalla folla scura e brulicante. Quasi annoiato, ai piedi del palco su cui si esibivano le drag. Lui le osservava con una curiosità distratta, di chi guarda un paesaggio scorrere oltre il finestrino di un treno. Fabio avrebbe voluto avvicinarsi, ma non osava. Il suo gruppo di amici si spostò e dovette seguirli, perdendo di vista il ragazzo dai capelli verdi.
      "Hai visto il tipo con i capelli verdi?" chiese ad una sua amica.
      "Quale?"
      "Poi te lo faccio vedere" rispose Fabio.
      "Ma perché?"
      "Perché forse mi sono innamorato"
       
      Eppure, molti provarono nei giorni seguenti a convincerlo che non si potesse definire amore quel semplice capriccio dei sensi, magari decorato successivamente dalla sua immaginazione. Ad esempio, gli facevano notare come non sapesse nulla di quella persona, neppure il nome. Obiettavano che invece l'amore era il frutto di un lungo percorso di conoscenza, che si fondava sull'intimità, sulla complicità, eccetera. Però a Fabio davvero non importava quale fosse la denominazione corretta per ciò che provava. La tassonomia dei sentimenti era un lavoro per i poeti e gli psicologi. Lui fu semplicemente sicuro di non aver mai provato nulla di così intenso nella sua vita. E quando tutti gli sottolineavano l'illusorietà e la frivolezza di un tale sentimento, con le argomentazioni più svariate, le più sensate e logicamente solide, Fabio sorrideva del loro patetico tentativo di combattere con la logica qualcosa che sentiva nel profondo della propria carne: era un po' come provare a fermare un uragano a colpi di missili balistici. Inutile.
      Infatti, quel solo incontro era stato sufficiente affinché Fabio intravedesse qualcosa di bellissimo in quel corpo, in quel viso, in quei capelli verdi, al di là della sua mera bellezza fisica. Era stato come leggere una poesia di un poeta sconosciuto ed innamorarsi dell'autore attraverso le sue parole, come se le parole fossero una sorta di accesso segreto, tale da permettere di sbirciare all'interno di un mondo sotterraneo meraviglioso. Fabio ancora non sapeva bene cosa avesse visto guardando il ragazzo dai capelli verdi, non riusciva ancora a razionalizzarlo, eppure sapeva di aver visto qualcosa di unico, e di essersene innamorato. In fondo, quando leggeva i versi dei suoi poeti preferiti, Pessoa o Baudelaire o Elliot, Fabio non si preoccupava di dissezionarne la bellezza in modo scientifico, di parafrasarli per esplicitarne il significato come viene chiesto di fare dai professori delle superiori. Tutt'altro, Fabio amava quei versi senza neppure capirli, e forse la comprensione analitica ne avrebbe addirittura dissipato la bellezza, ne avrebbe fatto a pezzi la bellezza come si fa a pezzi un corpo perfetto durante l'autopsia. Per questa ragione, Fabio si domandava se fosse meglio lasciare le cose così com'erano, senza mai neppure provare ad avvicinarsi a lui, per paura che ciò avrebbe infranto l'incanto che stava vivendo. Trascorse la settimana ad immaginare cose che forse non avrebbe avuto il coraggio di provare a rendere reali, labbra che forse non avrebbe mai voluto provare a baciare, situazioni che forse non avrebbe mai voluto provare a creare. Era tutto perfetto così, nella sua immaginazione, mentre nella realtà la perfezione non può esistere.
       
      E quando il sabato successivo lui ed i suoi amici tornarono nello stesso locale, davvero non aveva idea di cosa sarebbe successo se lo avesse visto nuovamente. Il suo cuore fibrillava e il suo stomaco si accartocciava mentre guardava in tutte le direzioni cercando una testa verde in quell'alveare di teste e corpi in ombra. Lo cercava, ma sperava di non trovarlo. Perché se lo avesse scorto avrebbe avuto la responsabilità di scegliere tra il rimorso di aver agito ed il rimpianto di non averlo fatto. E lo vide. Il ragazzo dai capelli verdi. Era lì.
      Fabio fuggì via, terrorizzato dalla sua responsabilità, si rifugiò dentro un intruglio verde quasi fluorescente che ordinò al bancone. Era alcol puro aromatizzato all'etanolo. Improvvisamente la scelta divenne scontata. Fabio appoggiò il bicchiere di plastica da qualche parte ed avanzò diretto verso di lui, propulso dall'alcol, che ottundeva l'ansia provata fino a quel momento. Scorse gli occhi del ragazzo dai capelli verdi che apparivano e scomparivano insieme con le luci epilettiche della pista da ballo. Quegli occhi lo guardavano. Lo risucchiavano a sé come buchi neri.
      E quando si trovò di fronte a lui, gli preso il viso tra le mani, lo baciò come se fosse la cosa più ovvia e la più naturale da fare. Sentì le sue labbra morbide muoversi tra le sue, un bacio violento e dolce allo stesso tempo, che durò per un tempo indefinibile. Fabio strinse il suo corpo contro il suo baciandolo con più passione, con più desiderio, sentendo la propria erezione a contatto con quella di lui. Gli prese la mano per portarlo fuori dalla folla indistinta e convulsa, per condurlo fino ad uno dei divanetti appartati. Fabio si sedette, e lo tirò a sé, lo baciato intensamente, insinuando le mani sotto la sua maglia per sentire contro i polpastrelli il calore della sua schiena nuda. Strinse il suo corpo magro, catturò la sua vita mentre le loro gambe si intrecciavano.
      Quando le luci si accesero, alle cinque del mattino, Fabio rimase a contemplare lungamente il suo viso, osservando la sua espressione seriosa, di chi lascia fluire mille pensieri in sottofondo, senza badarci troppo. Provò a penetrare quell'inquietudine distratta attraverso i suoi occhi grandi a forma di foglia. Notò la loro frangia di ciglia lunghissime, e le sopracciglia spesse e scure. Gli chiese come si chiamasse su Instagram, perché non poteva lasciare che una creatura così bella gli sfuggisse. E lui rispose, e poi scivolò via come se nulla fosse appena successo, come se si stesse alzando da un tavolo dopo aver pranzato da solo. Fabio rimaneva lì sul divanetto, osservandolo mentre, senza voltarsi, si intrufolava tra la folla accalcata all'uscita. Si sentiva sopraffatto da un senso di beautitudine che gli impediva di muoversi, come un fumatore d'oppio abbandonato sui cuscini di una fumeria. Gli faceva uno strano effetto la consapevolezza di star vivendo un momento che avrebbe ricordare fino alla fine dei tempi.
      Si era addormentato spulciando il suo profilo Instagram, scoprendo così qualche scarna informazione sul suo conto. Cioè, che si chiamava Diego e che aveva diciotto1 anni e che frequentava il liceo artistico. Possedeva solo pochi dati, ma nonostante ciò era convinto di aver intravisto l'essenza del ragazzo dai capelli verdi, e di avergli lasciato intravedere la propria. Avevano bypassato tutte le costruzioni sociali come i dati anagrafici e personali, lasciando accedere l'uno al nucleo più recondito dell'altro, come attraverso un passaggio segretissimo dietro una cascata che passa sotto le mura e conduce direttamente al cuore della fortezza.
       
      Il giorno successivo a quel bacio, Fabio non aveva avuto altro pensiero al risveglio se non aprire il proprio profilo Instagram per scoprire se il ragazzo dai capelli verdi lo avesse seguito di rimando. E appena lo aprì, trovò la notifica che aspettava. Non era riuscito a trattenere l'euforia, aveva salvato uno screenshot e lo aveva inviato istantaneamente a quegli amici stretti che erano con lui la sera prima, e che in macchina di ritorno dalla discoteca si erano sorbiti il suo racconto quasi delirante dell'accaduto. La sua stanza gli pareva insolitamente luminosa, quasi fosse stata lucidata tutta quanta come un pezzo d'argenteria, quasi si ritrovasse all'interno di una fotografia post-prodotta. Si era alzato di scatto dal letto, ed aveva iniziato a compiere una serie di azioni casuali senza minimamente prestare attenzione a ciò che stava facendo: era come se avesse inserito il pilota automatico mentre invece la sua mente era occupata dal pensiero di lui e dal ricordo vivido del loro incontro, del sapore fruttato delle sue labbra, probabilmente dovuto a qualche cocktail che aveva bevuto, del fiato caldo di lui che sentiva sulla propria bocca quando le loro labbra si separavano per alcuni attimi, del calore delle sue cosce sotto il tessuto del pantalone.
      Tuttavia, Fabio non aveva voluto scrivergli. Ancora una volta aveva preferito crogiolarsi nella dolcezza della pura potenzialità, lasciando che la perfezione restasse una possibilità, e non rischiare invece che venisse smentita da ciò che effettivamente sarebbe successo. Aveva trasfigurato quell'incontro nella sua immaginazione, attribuendogli connotazioni liriche, forse addirittura rielaborandolo in modo artistico. Come fanno i romanzieri con eventi della propria vita: li epurano di tutto ciò che è esteticamente sgradevole e ci ricamano sopra ghirlande e volute che non sono mai esistite. Allo stesso modo Fabio ne dipingeva il seguito nella sua mente con colori meravigliosi, dipingeva il ragazzo dai capelli verdi raccontare del loro incontro a qualche sua amica con quell'apparente noncuranza che sembrava caratterizzarlo, lo immaginava indugiare ogni tanto sul ricordo del loro bacio chiedendosi si fossero rivisiti il sabato successivo.
       
      Fabio aveva perso interesse in qualsiasi argomento di conversazione che non fosse il ragazzo dai capelli verdi.
      Eppure, trovava irritante quando il suo interlocutore si interessava eccessivamente a dettagli fisici o anagrafici. Avrebbe voluto che si interessassero del sentimento in sé, che giudicassero quest’ultimo in base alla sua profondità, e non in base al suo oggetto. Si ritrovava a pensare che coloro i quali gli rivolgevano quelle stupide domande avessero, nel corso della loro vita, selezionato il proprio partner come si seleziona un impiegato ad un colloquio di lavoro, cioè avendo una serie di requisiti da spuntare su un taccuino. A Fabio, d’altro canto, non impostava minimamente se l’oggetto del suo sentimento possedesse o meno determinati requisiti. Non era stato lui a sceglierlo, la decisione era stata già preso dentro di lui e a sua insaputa. Amare, per Fabio, non era tanto andare contro la razionalità quanto piuttosto trascenderla. Era arrendersi all’impenetrabilità di un mistero, accettare una verità come assiomatica: non era necessaria alcuna spiegazione o giustificazione di ciò che sentiva, lo sentiva e basta. 
      E allora, che importava a loro se l’oggetto del suo sentimento fosse fisicamente bello o brutto? Effettivamente era bellissimo, e questo aveva di sicuro acceso la sua attrazione, ma ciò che provava non si limitava certo alla sola attrazione fisica. D’altro canto quanti altri ragazzi e ragazze ugualmente bellissimi vedeva Fabio ogni giorno? Eppure, per loro provava solo una vampata di attrazione fisica che spariva poi immediatamente senza lasciare traccia, senza imprimersi in alcun modo nella sua memoria, appena spariva anche il corpo che l’aveva provocata. Quindi, perché proprio lui e non un altro? Perché solo lui? Erano domande irrilevanti.
      Tuttavia, ad irritato maggiormente erano coloro i quali obiettavano quanto poco Fabio conoscesse l’oggetto del suo sentimento. A loro faceva notare di aver avuto in passato innumerevoli relazioni durature, con persone di cui era arrivato a conoscere ogni vezzo, ogni peculiarità, ogni idiosincrasia. Era arrivato a scoprire ogni dettaglio della loro vita e del loro passato. Ma queste erano cose del tutto parallele al suo sentimento. La conoscenza che aveva maturato dei suoi partner precedenti era scaturita da lunghe conversazioni e confidenze intime nel corso del tempo. Una conoscenza pur sempre filtrata dalle parole e dalle intenzioni comunicative dei suoi interlocutori, che Fabio aveva potuto quindi conoscere nel modo in cui loro si erano voluti mostrare. Dapprima si erano sforzati di dipingere sé stessi nel modo più positivo possibile, come del resto Fabio stesso aveva fatto con tali persone. E con il progredire della conoscenza, pian piano, ciascuno dei due aveva fatto accedere l’altro ad un livello più interno di se stesso, attraversando gradualmente, una per una, le cerchie murarie concentriche con cui ognuno difende la propria essenza come le mura concentriche di un castello feudale. Invece, nella passionalità puramente viscerale del loro abbraccio infinito, Fabio aveva avuto l’impressione di conoscere il ragazzo dai capelli verdi forse meglio di chiunque altro avesse mai conosciuto. Proprio perché non lo conosceva, perché lì per lì non sapeva neppure il suo nome. Infatti, non conoscendosi, nessuno dei due si doveva impegnare per confermare costantemente una certa immagine di sé. Nessuno dei due poteva sentirsi invischiato in alcuna dinamica preesistente, perché il loro incontro era esploso dal puro nulla come l’universo nel Big Bang. Non c’era alcuna sovrastruttura precostituita a regolamentare il loro rapportarsi, perché non sapendo nulla l’uno dell’altro non c’erano elementi su cui poggiare tali sovrastrutture. Insomma, era questo il motivo per cui Fabio trovava ridicolo che qualcuno ponesse l’accento su quanto poco tempo fosse passato dal loro primo ed unico incontro: quell’incontro era stato più rivelatorio e significativo di mille ore di conversazione. 
      Con il passare dei giorni, però, si era cominciata a far strada dentro Fabio una consapevolezza insopportabile, la consapevolezza che anche il ragazzo dai capelli verdi avrebbe potuto tranquillamente scrivergli, eppure non lo aveva ancora fatto. Forse, pensava Fabio, anche lui vuole crogiolarsi il più possibile nella possibilità della perfezione, come stava facendo lui. O forse aspettava che fosse Fabio a scrivergli, facendosi desiderare. Ma poteva anche essere che non avesse alcun interesse a farlo. Poteva anche essere che per il ragazzo dai capelli verdi quell’incontro non avesse avuto minimamente il significato che aveva avuto per Fabio, e che anzi non avesse più pensato a lui, e che Fabio fosse stato solo un capriccio del sabato sera, un frivolo sprazzo di libidine dovuto magari all'euforia alcolica. E quando il sabato successivo Fabio era entrato nella discoteca con il cuore che gli bruciava nel petto, e ne aveva esplorato ogni angolo, si era trovato in fine a dover considerare che l’altro poteva magari non avere una voglia disperata di rivederlo come la aveva lui, e poteva magari non aver trascorso l’ultima settimana pensando a lui insistentemente, e poteva non aver vissuto ogni istante successivo al loro incontro solo in funzione del fatto che si sarebbero incontrati di nuovo. Insomma, Fabio di colpo si trovò di fronte all’impossibilità di negare di essere, magari, una persona insignificante per colui la cui esistenza era ormai diventato il fulcro delle sue giornate.
      Si era congedato dai suoi amici con una scusa che non si era nemmeno preoccupato di articolare. Era tornato alla sua macchina, si era chiuso nella solitudine dell’abitacolo con una pioggerellina di Novembre che tamburellava sul parabrezza, accentuando il patetismo di quella situazione. Si era accasciato sul volante ed era scoppiato in lacrime disperate. Si rese conto di essere ridicolo, singhiozzando per una persona che aveva visto una volta solo in vita sua e la quale forse aveva già dimenticato della sua esistenza. Era arrabbiato contro sé stesso per la propria ingenuità e stupidità, eppure si sfogò violentemente contro il volante, facendo suonare il clacson un paio di volte. Però non riusciva biasimarsi, era stato sedotto dalla dolcezza di quell’illusione, dalla quale Fabio aveva tratto un piacere tale da non riuscire ancora a lasciarla andare completamente, nonostante tutte le evidenze fossero ormai a sfavore. E si rese conto che solamente una cosa poteva fare, solo una. 
      “Stasera non sei venuto?” gli scrisse. 
      Gli era sembrato che fosse la cosa più adatta da scrivere, abbastanza laconica ed impersonale da non lasciare intuire la sua condizione patetica. Rimase immobile a fissare lo schermo, con l’orologio sul cruscotto che segnava il trascorrere dei minuti, e le gocce che precipitavano sul parabrezza con un piccolo tonfo, per poi serpeggiare giù lungo il vetro. A intervalli quasi regolari riceveva messaggi dai suoi amici che cercavano di capire dove fosse e cosa fosse successo. Fabio avrebbe voluto che gli importasse di loro, però proprio non riusciva a farselo importare. Non leggeva neppure cosa gli stessero scrivendo, guardava le notifiche dei messaggi apparire di colpo sullo schermo, e le lasciava lentamente scivolare via dalla sua attenzione. Proprio come le gocce di pioggia. E quando arrivò il messaggio che aspettava, fu come se l’universo si fosse di colpo ridotto solo a quel: “ho la febbre.” Seguì un selfie sotto le coperte, con i capelli verdi arruffati e schiacciati contro il cuscino. I suoi occhioni a forma di foglia con le iridi del colore del muschio. Tutte quelle emozioni negative non solo furono annichilite istantaneamente, ma addirittura espulse dalla sua memoria, obliterate come un file dall’hard disk. Fu come se non le avesse mai provate, come se anzi avesse sempre provato quella gioia appena esplosa dentro di lui. Cedendo di non avere più nulla da guadagnare dall’ostentare freddezza, gli rispose: “speravo tanto di rivederti stasera.” La replica arrivò subito: “dai ci vediamo sabato prossimo.” Fabio si rese conto che non c’era altro da aggiungere: così era già tutto sufficientemente perfetto. 
      Rispose agli amici ignorati per circa un’ora, scusandosi sentitamente, e tornato dentro al locale spiegò la situazione, offrì a ciascuno un drink, perché il denaro era improvvisamente diventato irrilevante e poteva sperperarlo senza rimorsi. Prese anche lui il solito intruglio verde fluorescente, un bicchiere di etanolo corretto.
      Ballò come un invasato, collassò sulla tazza del cesso e vomitò tutto quanto. Si rese conto di non essere mai stato così felice. 
       
      Nei giorni successivi, Fabio scoprì l'orrore delizioso di quel suo sentimento. Scoprì la sensazione di benessere estatico che sentiva pervadere il suo corpo, quasi avesse ricevuto un’iniezione di metadone, al solo pensiero di lui, al pensiero che lui esistesse e che fosse a portata di un messaggio. Scoprì il dubbio angosciante se scrivergli oppure no, in bilico tra il desiderio disperato di un contatto ed il terrore che, scrivendogli con troppa frequenza, risultasse petulante. E l’ansia dolcissima quando Fabio decideva in fine di scrivergli ed aspettava la risposta, fissando lo schermo del cellulare con la stessa tensione di un imputato che osserva la giuria sul punto di emettere un verdetto di vita o di morte. E la frustrazione quando la risposta tardava, rendendo inutile e irrilevante qualsiasi cosa che altrimenti gli avrebbe per lo meno strappato un sorriso. E la rabbia folle e ingiustificata contro chiunque altro gli scrivesse durante l’attesa, illudendolo con il suono della notifica. E la gioia esplosiva quando infine la risposta arrivava, eclissando tutto ciò che altrimenti lo avrebbe magari rattristato. Dell’affabilità verso chiunque altro gli scrivesse subito dopo, perché il mondo era istantaneamente diventato un posto bellissimo popolato solo da persone adorabili. Fabio provava questo e molto altro, emozioni meravigliose e terribili allo stesso tempo. Gli dilaniavano le viscere al punto che pareva di avere dentro la gabbia toracica una creatura mostruosa la quale si agitava e scavava con artigli di talpa per aprirsi una via d’uscita attraverso la carne.
       
      Ma quando Fabio lesse quel messaggio si sentì stracciato dentro come un foglio di carta. Una frattura si era aperta dietro al suo sterno, una scavatrice si era messa a trivellare nel suo petto. La gravità si fece di colpo fortissima e lo precipitò in un abisso, lasciando vuoto il suo corpo fisico come il vecchio esoscheletro di un insetto dopo la metamorfosi. Il messaggio era: “mi sono fidanzato aiutooo.” Diego lo aveva scritto così, dal nulla, nel mezzo di una conversazione in cui stavano parlando di tutt’altro. Lo aveva scritto quasi fosse un’informazione qualunque anziché il terribile colpo di accetta che troncava di netto un idillio durato quasi due settimane. Fabio si sforzò di articolare una risposta più meno neutra, nel patetico tentativo di non lasciare intendere il suo cataclisma interiore. Scrisse: “con chi?” Ma la risposta non gli importava. Trascinò avanti la conversazione per un altro paio di battute, sempre per ostentare una poco credibile indifferenza. E quando lasciò cadere il cellulare sul letto si sentì quasi inebetito, stordito dall’impatto di quel massaggio al punto che gli ci volle un po' per razionalizzare cosa stesse succedendo dentro di lui. Si accorse di sentirsi come se il nucleo più tenero ed inerme di sé stesso venisse preso a coltellato, massacrato, straziato. E lui guardava quel martirio completamente rassegnato alla propria impotenza, quel martirio ad opera delle forze che governano l'universo, qualunque esse fossero. Provava verso tali forze una rabbia ed un odio viscerali: erano colpevoli di avergli teso una trappola sadica, approfittando della sua ingenuità. Le forze dell’universo gli avevano infatti mostrato la cosa più bella che avesse mai visto, e Fabio aveva ovviamente iniziato a desiderarla come non aveva mai desiderato altro, illudendosi di poterla avere, di poter essere felice come non era mai stato prima. E invece, quella felicità che stava sfiorando gli era stata impietosamente scippata dalle mani. 
      Fabio si abbandonò sul letto, arrendendo tutto sé stesso al dolore bruciante e quasi fisico che sentiva nel petto, acuito da quel senso di ingiustizia cosmica. Quest'ultima suscitava ora una furia violenta, che Fabio rivolgeva contro il cuscino o il materasso, ora un pianto disperato e rabbioso, con rivi copiosi che scivolavano sul viso contorto in una smorfia e sulla mascella contratta che gli serrava i denti. E quando quel maremoto emotivo si placó, quando Fabio si sentì fisicamente stanco di singhiozzare e di prendere a pugni il cuscino, si accorse che dentro di lui non rimaneva che vuoto e cenere. Un senso di desolazione, di insignificanza universale, di disinteresse totale per sé stesso al punto che sarebbe rimasto lì immobile per l'eternità, lasciando morire il suo corpo come una pianta d'appartamento negletta. 
       
      Quando il sabato andò con i suoi amici al locale, si trovò di fronte l'orribile scena: Diego insieme al suo nuovo fidanzato, un tizio dal collo taurino e dai lineamenti sgraziati. A Fabio sembrò bruttissimo, ma ovviamente il suo giudizio fu tutt'altro che oggettivo. Per circa mezz'ora resistette all'impulso di scoppiare in lacrime, poi si allontanò inosservato dal suo gruppo di amici in pista e, tornata alla macchina, si mise a guidare senza meta per la città. Quest’ultima, sferzata da una pioggia perfettamente coerente con il suo stato interiore, era totalmente indifferente ai suoi singhiozzi e al suo patimento, con la gente che affollava i bar e i locali, sicuramente godendosi la serata tra drink e risate alticce. Si sentì tremendamente solo, ma allo stesso tempo sapeva che non avrebbe avuto la forza di tollerare la pietà di un amico. E questo pensiero gli fece ricordare degli amici che aveva preso l'impegno di riportare a casa, e che già avevano cominciato a fare vibrare il suo cellulare. Decise di tornare dentro, afferrò un tizio carino che gli ammiccava dalla pista e, dopo averlo trascinato davanti a Diego, iniziò a baciarlo con foga quasi teatrale. Ma Diego non sembrò accorgersene: tra le braccia del suo fidanzato era in uno stato stupefatto, forse sotto l'effetto di chissà quale acido o pasticca. E proprio in quel momento lo ritrovarono i suoi amici, i quali non poterono non comprendere una scena così ovvia. Ma Fabio prevenne ogni manifestazione di compassione urlando nell'orecchio di uno di loro che li avrebbe incontrati fuori, al termine della festa. Quindi fuggì nuovamente in macchina, e rimase lì a consumare nella sua pena e nei singhiozzi disperati il resto della notte. 
      Erano le cinque quando  liquidò con freddezza monosillabica i tentativi dei suoi amici di consolarlo: Fabio proprio non riusciva a non trovarli molesti. Quelli capirono, e durante il tragitto si misero a discorrere tra loro come se Fabio non fosse lì. Effettivamente avrebbe voluto sparire, avrebbe voluto annichilirsi almeno per un paio di settimane.
      Tornato a casa, Fabio si gettò sul letto senza neppure togliersi i vestiti e le lenti a contatto. Rimuginava ancora su quanto fosse stato crudele da parte dell’universo torturarlo in questo modo, quando avrebbe potuto semplicemente non incontrare mai Diego, non innamorarsi mai di lui, e la sua vita avrebbe continuato ad essere accettabile come lo era prima. E allora desiderò non averlo mai visto in quella dannata discoteca. Desiderò dimenticarsi della sua esistenza. Lo bloccò su tutti i social network, cancellò il suo numero dalla rubrica e le loro conversazioni dall’archivio. Si ripromise di non mettere più nel piede nel luogo maledetto in cui tutto era iniziato.
       
      Con il passare delle settimane, Fabio pensava al ragazzo dai capelli verdi via via con meno frequenza. Tutti gli consigliarono di conoscere altre persone, e in effetti Fabio ebbe appuntamenti con vari ragazzi e ragazze. Molte erano persone attraenti ed  intellettualmente stimolanti, con alcune di loro avviava anche delle frequentazioni che sembravano inizialmente promettenti. Tuttavia, Fabio si trovava prima o poi di fronte all’evidenza che nessuno di loro avrebbe mai suscitato in lui qualcosa di lontanamente paragonabile a ciò che gli aveva fatto provare Diego, e che l'attrazione fisica e mentale impallidiva di fronte alla potenza di quell’amore esplosivo.
      Dopo aver conosciuto un sentimento così intenso, la prospettiva di accontentarsi gli appariva patetica e triste.
      Quelle frequentazioni gli sembravano delle pantomime allo scopo di illudere sé stesso e l’altra persona. Dunque, dopo vari tentativi fallimentari, si disse che avrebbe preferito la solitudine, perché avrebbe potuto amare solamente Diego. Lui e nessun altro. Al limite, decise, avrebbe avuto qualche rapporto occasionale qualora il bisogno di affetto fisico si fosse fatto insopportabile.  
      Era il periodo dei saldi invernali quando Fabio entrò un negozio di abbigliamento e si trovò di fronte ad un espositore con felpe di vari colori fluo. Giallo evidenziatore, rosa shocking, blu elettrico. E anche verde. Un verde acido, un verde lisergico. Ci fu una conflagrazione dentro di lui. Di colpo, si rese conto che l’amore per Diego in realtà non si era mai affievolito, ma era rimasto per due mesi compresso come un gas in un remoto anfratto di lui. E ora quella scintilla lo aveva fatto detonare. Sentì la cicatrice dentro il petto pulsare di dolore; un dolore che, si rese conto, gli era mancato. Un dolore che gli era caro. Un dolore che era la manifestazione di un sentimento di pari potenza, che era la misura dell'intensità del suo amore, che era il prezzo commensurato per qualcosa di meraviglioso. Qualcosa che pochi, Fabio ne era convinto, hanno la fortuna di provare nel corso della propria vita. Si sentì un folle per aver cercato di disfarsi di una cosa così rara e preziosa, di una cosa che aveva ispirato nei secoli le più grandi opere d’arte ed i più grandiosi componimenti, una cosa che da sola aveva il potere di dare senso una vita intera. Capì che pur potendo vivere tranquillamente senza quell'amore, stava rinunciando all'unica cosa per cui valesse la pena morire. E non poteva affatto essere sicuro che prima o poi lo avrebbe provato per qualcun altro, anzi gli sembrava piuttosto improbabile. E allora, decise di accettare quel sentimento stupendo anche con il suo doloroso rovescio, di arrendersi alla sua forza e lasciarsi trascinare ovunque lo avesse portato. Quasi sicuramente, lo sapeva, ciò lo avrebbe portato ad un disastroso naufragio. E lo accettava. Sapeva che si sarebbe autodistrutto, che quell’amore era una pistola carica che stava puntando contro il suo stesso petto, era uno strapiombo sul cui bordo stava camminando pericolosamente. E lo accettava. Uscì di corsa dal negozio e prese il cellulare dalla tasca. Sfiorò il grilletto con il dito, si sporse vertiginosamente oltre il bordo. Ritrovò il profilo Instagram di Diego tramite uno screenshot, e lo sbloccò. 
      Sparò. Saltò. 
      “Ehi” scrisse.

    • Bro

      By Fabulae, in Letteratura non di genere,

      Filli aspiró un'altra boccata di catrame, osservando l'estremità della sigaretta accendersi di un luccichio incandescente. Lui e Alessio erano rimasti a fare qualche tiro in porta, dopo l’allenamento, mentre gli altri erano già andati via. Poi, Alessio era entrato nello spogliatoio, mentre Filli era andato a sedersi sugli spalti, a fumare in silenzio come faceva spesso. Guardava distrattamente il cielo crepuscolare di Marzo ma senza guardarlo, guardando oltre, guardando qualcosa di indefinibile che era in realtà dentro di lui. Qualcosa che non capiva, qualcosa che però provava distintamente, che sentiva nel petto, ma a cui non riusciva a dare una spiegazione né tantomeno un nome. Era una sensazione dolciastra, intensa, penetrante. Era qualcosa che gli provocava benessere e malessere allo stesso tempo, e cioè una specie di tristezza agrodolce, in perfetta armonia con il mood di quell’ora decadente. Ma era in verità un’emozione molto più composita. Era euforia nel momento in cui preparava il borsone della scuola calcio nel primo pomeriggio sapendo che lo avrebbe visto di sicuro, o anche certe mattine andando a scuola e immaginando di incontrarlo nel corridoio; era ansia, ma un’ansia deliziosa, durante il tempo che trascorreva insieme a lui; era una lieve irritazione quando Alessio rivolgeva le sue attenzioni ad altri amici, o a Jessica; era malinconia nei momenti come quello, cioè quando Filli era da solo e la situazione esteriore la fomentava. Del resto, Filli era particolarmente suscettibile ai cambi d’umore dovuti al tempo atmosferico, o alla musica, o al momento della giornata. E lo era sempre stato, ma da quando conosceva Alessio quei cambi di umore repentini erano diventati infinitamente più frequenti. Nonostante adorasse crogiolarsi in quella malinconia, lo assalì improvvisamente l'urgenza di abbandonare la sua solitudine pensosa e raggiungere Alessio nelle docce prima che lui avesse finito. Perché adorava chiacchierare con Alessio in una situazione tanto intima, sotto la doccia, soprattutto se da soli. In tali occasioni, sentiva con lui una connessione che non aveva mai provato con nessun altro, anche se poi blateravano solo di argomenti spiccioli. Come se lo scroscio dell’acqua avesse il potere di isolare loro due dal resto dell’universo, e trasportarli in una dimensione della stessa consistenza del vapore che aleggiava tra i loro corpi, una dimensione irreale ed immateriale, dove non esisteva altro se non i loro corpi nudi e bagnati. E poi, di soppiatto, quando Alessio parlava dandogli le spalle, Filli sbirciava il suo corpo nudo, i suoi polpacci, le sue cosce muscolose, il suo sedere addirittura, ma solo perché provava verso il corpo di Alessio, e verso Alessio in generale, un’ammirazione sproporzionata. E dopo quelle fugaci occhiate ritraeva velocemente lo sguardo per paura che l’altro si girasse e, cogliendolo in flagrante, pensasse che fosse Filli frocio. E Filli era certo di non essere frocio. Era sempre stato un ragazzo mascolino, amante del calcio, e mai si era sognato di fare cose da froci come truccarsi o indossare vestiti da donna. Era solo ammirazione, la sua. Si alzò di scatto, spense la sigaretta contro il muretto e si affrettò verso la palestra.
       
      Entrò nello spogliatoio inanimato. Un odore chimico fruttato, di bagnoschiuma o di deodorante. Si sfilò i vestiti  di dosso con foga e cavò lo sciampo e l’accappatoio fuori dal borsone, che era appoggiato sulla panca proprio affianco al borsone di Alessio. Si precipitò verso le docce da cui proveniva il rumore dell’acqua che Filli immaginò scivolare sul corpo nudo di Alessio. Immaginò le sue gambe bagnate e l'acqua grondare sui suoi peli che in quella circostanza assomigliavano sempre a fili di muschio lungo il getto di un fontanile. Ma proprio in quell’istante lo scroscio si spense. Filli fu assalito da una fitta pungente di rabbia contro se stesso, per aver perso tempo. Entrando, vide Alessio uscire dal cubicolo e indossare l’accappatoio, strofinarsi energeticamente i capelli riccioluti con il tessuto del cappuccio. Si accorse di Filli, gli sorrise distrattamente. Filli rimase per un istante a guardarlo: l’accappatoio lasciava scoperte le sue gambe dal ginocchio in giù. Osservò le caviglie grosse, e i peli sparsi e bagnati, orientati verso il basso, appesantiti dall’acqua come fili di muschio in un fontanile. Alessio gli sgusciò di fianco, senza guardarlo.
       
      Filli avrebbe voluto urlare, ma non lo fece. Indirizzò invece la sua rabbia contro il muro della doccia piastrellato di azzurro, e lo scroscio dell’acqua coprì il rumore delle sue nocche che impattavano ripetutamente contro la superficie fredda e bagnata. Non sapeva perché lo stava facendo, e non si poneva il problema, perché quella rabbia cieca e indefinita gli impediva di pensare. 
       
      Nello spogliatoio trovò l'amico di spalle, intento a strofinarsi i capelli con un asciugamano. Indossava un paio di boxer grigi, che aderivano perfettamente alla forma del suo corpo, alle linee curve delle sue cosce e del suo fondoschiena. Alessio si volò, sentendolo arrivare. Si scambiarono un sorriso formale, e poi Alessio tornò ad asciugarsi con lo sguardo assente. Anche Filli si asciugava, si era tolto l’accappatoio ed era rimasto nudo, si strofinava il corpo bagnato con l’asciugamano. E provò una sensazione insolita, come se quel silenzio fosse una specie di tenda per coprire frasi che non venivano dette. Aveva la sensazione che Alessio avrebbe voluto iniziare un discorso, ma non lo faceva, e quasi si sforzasse di sembrare completamente indifferente alla sua presenza. 
       
      Ripensò allora a quella cosa strana che Alessio gli aveva detto qualche giorno prima, fumando insieme dietro la palestra durante la ricreazione. Alessio aveva lasciato cadere il suo mozzicone esausto e, distrattamente, con nonchalance, aveva detto “bro, poi ti devo dire un fatto." Ed era andato via così, e non ne avevano più parlato. Filli fremeva dalla voglia di sapere di cosa si trattasse, ed era la prima volta che i due si ritrovavano da soli dopo quell’evento. Però non osò porre la domanda, continuò ad asciugarsi in silenzio. 
       
      Alessio lo stava osservando. Filli se ne accorso e per qualche istante si sforzò di rimanere impassibile, ma era uno sforzo titanico. Allora sollevò lo sguardo ed incrociò quello di Alessio. Gli sorrise in modo impacciato, ma Alessio non ricambiò il sorriso e continuò a fissarlo.  “Ti devo dire quel fatto, bro” esordí quindi Alessio. 
      “Che fatto?” chiese Filli, cercando pateticamente di dissimulare di aver pensato giorno e notte alla natura di quel misterioso “fatto.” La sua voce tremava quasi; di certo tremavano le sue mani. Eppure si sforzò anche lui di sembrare indifferente, continuando a strofinarsi l’asciugamano sul petto. “Un fatto che volevo dirti da un po’,” ma non aggiunse altro. Estrasse il fohn ed andò ad asciugarsi i capelli davanti allo specchio. Il rumore occupò lo spazio destinato a rivelazioni che non venivano proferite.
       
       
      Filli si sentiva come di fronte ad una scelta rischiosissima che avrebbe determinato il suo destino. Come dovesse spiccare un salto di diversi metri per salvarsi da un morte certa. Doveva dire qualcosa, incrinare quel silenzio. Ma non sapevo cosa. E allora disse una cosa che non aveva alcun senso, ed era quasi certo che non fosse stata la sua mente a concepirla. Sembrava come se la sua volontà gli fosse sfuggita di mano, come se un'entità estranea avesse preso possesso del suo apparato fonetico e lui stesse lì sotto forma di coscienza impotente ad assistere alla scena.  Disse: "mi vuoi confessare che sei frocio?"
      Alessio spense l'asciugacapelli, si voltò: "…che hai detto, bro?" "Ho detto, mi vuoi confessare che sei frocio?" Il cuore di Filli pulsava frenetico.
      "Te sei frocio" rispose Alessio, vagamente irritato.
      "Tanto è questo che vuoi dirmi" incalzò.
      Alessio appoggiò l'asciugacapelli sulla mensola, con una calma minacciosa. Marciò verso di lui, guardandolo sfacciatamente negli occhi, con il passo marziale di un plotone inarrestabile. Si bloccò con il viso a pochi centimetri dal suo. Filli poteva sentirne il respiro sulle labbra, e il suo sguardo trafiggergli i bulbi oculari.
      "Ripetilo, su" disse Alessio.
      Filli inspirò, e ripeté: "secondo me mi vuoi confessare che sei frocio."
      Non riusciva a capire come la sua volontà avesse potuto perdere il controllo di ciò che diceva. Alessio lo fissava stupito, interdetto. Scattò con la velocità di una mantide religiosa e spinse Filli contro la spalliera di legno, premendogli l'avambraccio di taglio contro pomo di Adamo. Filli soffocava, ma non disse nulla, quel contatto fisico era terribilmente dolce, e rimase a fissare le pupille di Alessio che a sua volta lo fissava in silenzio con minacciosa serietà. 
      Ma quella giocosa pantomima si rivelò come tale nel momento in cui Alessio non riuscì più a trattenersi dal ridere. Anche Filli rise di rimando. Quindi, Alessio cominciò a colpire a pugni, con forza misurata, la spalla dell'altro, il quale si parava e cercava inutilmente di sgusciare dalla morsa. I due giocavano spesso a prendersi a pugni, a fare la lotta, come due leoncini. Era il loro modo di dimostrare l'affetto e la fiducia reciproci: ognuno dava all'altro la possibilità di danneggiarlo fisicamente con la certezza che però non lo avrebbe mai fatto. Ognuno consegnava all'altro il proprio corpo vulnerabile. Proprio come nel sesso. 
      Filli aveva provato a contrattaccare, ma Alessio gli aveva afferrato il polso, avevo preso il controllo del suo braccio. Filli cercò allora di spingerlo via con l'altro braccio, ma Alessio era monolitico. Filli premeva inutilmente la mano contro il petto dell'altro. E sentì sotto il palmo la deliziosa sensazione dei suoi muscoli irrigiditi al di sotto delle la pelle nuda e calda. Ebbe la tentazioni irresistibile di accarezzarli. Osservò quel corpo così vicino al suo. Osservò la muscolatura definita, e la sottile striscia di peluria che saliva dall'ombelico e lungo lo sterno. Con uno spasmo improvviso cercò ancora di divincolarsi, ma, come nelle ragnatele, questo ebbe l'effetto di
      intrappolarlo ancora di più nella stretta di Alessio, il quale ora premeva il suo corpo sul corpo ancora nudo di Filli. Sentì la carne calda di Alessio contro la sua, il petto a contatto con il suo, il basso ventre a contatto con il suo, e il rigonfiamento dei boxer contro l'inguine nudo. 
       
      Avevano smesso di ridere, si guardavano in un silenzio serioso, quasi solenne. Sentivano l'uno il fiato dell'altro solleticare le labbra.  E allora Filli ebbe quel pensiero assurdo e terribile, quel pensiero impensabile, e in effetti non era stato lui a pensarlo: era piuttosto la manifestazione cosciente di un desiderio profondo a indomabile. Guardò le sue labbra immobili così vicine alle sue. 
      E accadde una cosa incredibile. Accadde che Filli sentí qualcosa esercitare una pressione crescente contro la pelle del suo inguine , qualcosa che si trovava sotto il tessuto dei boxer dell’amico: fu innegabile che il corpo di Alessio stava effettivamente confessando quella veritá inconfessabile. Ma la cosa più terribile fu che, si accorse, anche il suo corpo stava facendo lo stesso. Filli vide nello sguardo di Alessio lo stesso panico e lo stesso orrore che erano esplosi dentro di lui. 
       
      Che fare dunque? Chiaramente, nessuno dei due lo sapeva, erano entrambi sconvolti e interdetti, paralizzati dal terrore. Di certo non si poteva fare finta di nulla, essendo ció che stava accadendo innegabile, entrambi coscienti che anche l’altro se n'era accorto. E intanto, I loro corpi, traditori e bastarsi, quasi a volersi prendere gioco di loro, continuavano inesorabilmente a fare affluire sangue ai corpi cavernosi. Filli sentí i palmi di Alessio premere sulla sua gabbia toracica, esercitare una pressione che lo sbalzó all'indietro, ponendo fine a quell'abbraccio dolce e terribile. Filli barcolló, quasi perse l'equilibrio per la forza con cui Alessio lo aveva spinto via, lontano da sé. Filli rimase immobile a fissare Alessio, senza sapere cosa dire o casa fare, con la sua erezione pericolosamente esposta alla vista dell'amico. Ma Alessio non lo guardó, riprese ad asciugarsi, a compiere quelle azioni meccaniche che compiva in quello spogliatoio tutte le altre volte: finí di asciugarsi i capelli ancora umidi con l'asciugamano, infiló addossola canottiera e la felpa, infiló il pantalone della tuta, infiló i calzini di spugna e le sneakers. Senza guardarlo. 
       
      Filli era ancora lí, statuariamente immobile e nudo, a fissare Alessio il quale riponeva le sue cose dentro il borsone come se fosse solo in quello spogliatoio. Lo osservó rispondere al cellulare, dire: “sí pa', sto uscendo,” lo osservó indossare il giubbotto e tirarne su la zip, lo osservò afferrare il borsone dicendo, ovviamente senza guardarlo: “ciao eh.” Alessio andò verso la porta d’ingresso, ma prima di uscire si bloccó. Senza voltarsi, disse: “comunque, il fatto che volevo dirti é che forse mi fidanzo con Jessica.” E, detto ció, andó via, lasciando Filli ancora nudo e immobile.

    • Era l’alba di un lunedì di ottobre quando don Ignazio si affacciò dalla finestra della sua canonica per respirare la fredda bruma del mattino, come quando, bambino,  dalla finestra padana delle sue contadine origini, respirava la nebbia fredda con consumata apnea, e gli sembrava così di rubare all’aria quell’umido elemento che inzuppava ogni cosa di quell’ambiente e forse impregnava tutto il mondo e la stessa vita, e persino nei rintocchi del campanile e nel muggire delle mucche si poteva riconoscere, vivida e reale, … la nebbia!
      Era allora convinto che l’alito fresco di Dio dal cielo si stendesse pietoso sulla pianura per coprirne le nudità e le miserie, manifestando agli uomini la pochezza delle cose terrene per ispirarli alla grandezza celeste, e da questa nebbiosa epifania traeva forse origine la sua vocazione. Ma erano passati ormai  sessant’anni da quando aveva cominciato a combattere la sua infinita battaglia dalla parte del Cielo, e ne sentiva ormai tutto il peso.
      Quella mattina tuttavia don Ignazio non aveva certo spalancato la finestra sui ricordi, che gli era ormai impossibile rivivere quelle agricole sensazioni da quando era stato assegnato (trent’anni fa) a quella parrocchia di periferia suburbana brianzola, dove perfino la chiesa era una vera e proprio catastrofe cementizia,  riadattamento spettrale di un vecchio opificio, assediata da palazzine fatiscenti, brulicanti di famiglie operaie e praticamente senza Dio o comunque poco interessate all’aldilà.
      S’affacciò invece sul presente, sullo smog untuoso e maleodorante in cui era decaduto il mistico alito divino dalle parti di Milano, che più che nebbia era ormai fumaggine densa ed oleosa, il rutto di un Divino evidentemente malato di gastrite, ormai incapace di ispirare alcunché.
      Avendo inaugurato il giorno prima la nuova statua della Madonna, don Ignazio quella mattina voleva godersene dalla finestra l’effetto. Sì, perché ormai anche l’infinita battaglia dalla parte del Cielo era degenerata in una quotidiana e insidiosa guerriglia, da don Ignazio ingaggiata non senza sconfitte, contro l’indifferenza religiosa, trent’anni di prima linea che lo avevano visto impestare il popoloso quartiere con tabernacoli, statuette, immagini sacre, cappelle e iscrizioni mariane in uno sproporzionato proliferare di richiami mistici verso un Trascendente che non disdegnava però di materializzare soluzioni terrene assai concrete e percepibili, come i ciclopici murales sulla passione del Cristo (veramente tremendo quello di 12 metri per 6 dipinto con straordinario sofferente realismo sulla scuola materna parrocchiale delle Ancelle del Sacro Cuore Agonizzante di Gesù), o i materialissimi stendardi pubblicitari appesi ai lampioni per reclamizzare le funzioni domenicali, dove una specie di S.Trinità nazista (con la croce vagamente uncinata) ogni cinquanta metri di corso Gramsci ordinava perentoriamente ai disorientati conducenti: “prega!” E la sua ultima impresa era stata appunto la statua esterna della Madonna.
      L’aveva fatta collocare nel giardino della canonica proprio sotto le sue finestre, a lato della strada pubblica principale del quartiere, da questa separata solo da un basso muretto, acciocché quei senza Dio dei suoi parrocchiani dovessero ogni mattina, recandosi al lavoro, sbattere necessariamente lo sguardo sulla sacra figura, una superba Madonna a grandezza naturale (su un piedistallo di tre metri), devotamente ammantata con gli occhi fiduciosi al cielo e le mani giunte in preghiera, nitida affermazione di fede da opporre alla distrazione mattutina della masse operaie i cui pendolari pensieri si dimostravano pervicacemente allergici alla preghiera nonostante gli stendardi pubblicitari e pericolosamente inclini a  perdersi, ancora incerti nel sonno, in mille terrene preoccupazioni, affitti, bollette, precariato, cassa-integrazione e  caro-benzina.
      Aprì così la finestra per vedere l’impatto della statua sui passanti e per poco non gli venne l’infarto.
      La statua era stata nella notte sostituita con un altra, sempre a grandezza naturale, raffigurante una Madonna punk con tanto di piercing al labbro e creste ai capelli, con ombelico nudo sotto un giubbotto che a malapena le copriva il seno e pantaloncini cortissimi che lasciavano due irriverenti cosce  troneggiare fuori  dagli stivaloni di pelle, anelli ed orecchini da rockstar, lo sguardo tutt’altro che rivolto al cielo e le mani tutt’altro che giunte.
      Non ci si poteva sbagliare, era certamente un sacrilego scherzo ignobilmente perpetrato nella notte dai giovinastri anticlericali del dirimpettaio centro sociale,  o almeno così pensò don Ignazio, certamente con la complicità di tutti gli abitanti di quel quartiere di senza Dio. Ah, ma questa volta gliela avrebbe fatta pagare cara, oh sì!
      Nel giro di due ore la statua sacrilega venne rimossa e demolita, ne venne ordinata un’altra che fu consegnata in settimana in tutto identica alla prima e fu avvertita la Curia, che avvertì il Sindaco, che avvertì il Prefetto, che incaricò per le indagini i Carabinieri, che interrogarono 43 persone, tutti i ragazzi del centro sociale, senza venire però a capo di nulla.
      Don Ignazio era furente e per la messa della nuova inaugurazione, la domenica seguente, obbligò alla funzione perfino i ragazzi del centro sociale, a pena di denuncia formale contro ignoti, e nessun parrocchiano, praticante o non, osò esimersi, compresi 7 sciiti e 18 indù residenti nel quartiere (miscredenti indiziabili di sacrilegio e perciò caldamente consigliati a non mancare), presenti nei loro costumi tradizionali.
      Il sagrato fu gremito da oltre 10.000 anime rassegnate, si scomodò perfino l’Arcivescovo e il coro intonò la messa solenne extralunga con tanto di banda. Gli operai del Comune collocarono sul piedistallo la seconda statua che un esercito di chierichetti asperse di abbondante incenso con incensieri caricati a fumogeni da stadio e le prime dodici file di personalità furono offuscate dalla nube tossica con svenimenti plurimi, la moglie del Sindaco starnutì come un tricheco tisico per almeno mezzora, ma non osò alzarsi dal suo posto, e si sarebbe ricordata a lungo il tanfo d’incenso marcio che stazionò sul quartiere per le successive due settimane.
      Ma quando durante l’omelia dell’Arcivescovo, la nebbia incensoria gradualmente diradò restituendo alla vista la nuova statua, le coronarie di don Ignazio ebbero un altro duro colpo: la statua di gesso si era nuovamente tramutata in una Madonna punk, stessi piercing, stesse creste, stesso look, e perfino un sigaro nella mano destra, sempre di gesso, ma che mandava fumo di tabacco.
      Ci fu un baccano infernale, la funzione fu sospesa, i giovani del centro sociale applaudirono, molti parrocchiani  sghignazzarono, si pensò ad un abile azione organizzata dei Disobbedienti, a un sabotaggio di Greenpeace, forse la nube d’incenso era un pretesto usato da chierichetti collusi con gli Anarchici Antagonisti, qualcuno ipotizzò trattarsi di un attentato delle Brigate Rosse, qualcuno giurò che gli sciiti presenti erano dei terroristi infiltrati e si aspettava da un giorno all’altro la rivendicazione per videocassetta di Bin Laden.
      Ma l’Arcivescovo e don Ignazio, che erano sempre stati lì, a un metro dalla statua, con gli occhi puntati proprio sul piedistallo, sapevano bene che non si era avvicinato  nessuno. Stesero formale denuncia contro ignoti per vilipendio alla religione di Stato,  poi la sera, in gran segreto, aiutati da un manipolo di guide scouts dell’A.g.e.s.c.i. assolutamente fidate, trasferirono la Madonna punk e don Ignazio in curia, presso l’Arcivescovo, che voleva ormai vederci chiaro.
      Quella notte l’Arcivescovo ebbe un sonno agitato, molto agitato, fu svegliato di soprassalto alle tre dalle urla disperate di don Ignazio, che accanto alla statua di gesso piangeva in preda all’isteria: la statua bianchissima e immobile della Madonna punk si era messa a fumare la pipa, che impugnava sempre con la destra, una immobile pipa di gesso che mandava però un ottimo fumo di tabacco aromatizzato alla vaniglia, il preferito di don Ignazio, accanito tabagista. Con la sinistra reggeva invece un altrettanto gessato ed immobile fiasco di Chianti, scolato per oltre metà, il turacciolo di gesso bianco sputato a terra, come era avvezzo fare l’Arcivescovo (originario di Firenze e grande estimatore di malvasia). E nel fiasco di gesso immobile il vino c’era davvero. Lo stesso Arcivescovo, sbigottito, constatò il fatto miracoloso e poi, sempre più trasecolato, staccò alla statua il fiasco e se ne servì uno sconsolato bicchiere, offrendo il secondo al povero don Ignazio. Quindi telefonò nel cuore della notte a Roma.
      Dal Sant’Uffizio alle cinque del mattino confermarono che una qualsivoglia immagine della Madonna, in quanto simulacro della Madre di Dio immacolatamente concetta, mai avrebbe potuto essere intaccata e nemmanco scalfita da presenza demoniaca ovvero maligna, che pertanto ogni evento soprannaturale connesso con statue e/o immagini della Madonna era per certo da attribuirsi immantinente all’Opera ed alla Volontà  Divina. Tuttavia scolarsi una fiascata di Chianti appariva un evento incerto e bisognoso di immediato accertamento teologico, anche perché l’Arcivescovo attestava telefonicamente al Sant’Uffizio che di vino buono così non ne aveva mai assaggiato, ed il Sant’Uffizio conosceva bene l’esperienza dell’Arcivescovo, una vera autorità in materia etilica. Ma se il miracolo del buon vino poteva inserirsi nella più solida tradizione teologica con riferimento alle nozze di Caana, la faccenda del tabacco e del look punkettaro era cosa mai prima cognita.
      La mattina dopo arrivarono da Roma quindici guardie svizzere in borghese che caricarono in gran segreto la Madonna punk e la trasportarono in Vaticano. E qui successe veramente di tutto.
      La statua della Madonna punk beveva come una spugna e fumava come un turco, facendo impazzire tutti i teologi e gli esegeti convocati dal Collegio Cardinalizio. Gli esperti testarono e provarono e analizzarono, ma non era che una semplice statua di gesso bianco a grandezza naturale, senza alcuna anomalia o cavità o artificio nascosto. Ogni mattina veniva trovata in una posizione ed in un posto diverso, e qui rimaneva di gesso immobile fino alla notte successiva.
      Gli spaventi più famosi li fece prendere rispettivamente al Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, che se la ritrovò sulla tazza del cesso nel proprio appartamento privato in inequivocabile postura, ed al Cardinal Segretario di Stato, che la sorprese nel cortile della Pigna a piantar semini di marijuana.
      Sua Santità non riusciva a capacitarsene. Ma cosa avrà voluto mai significare, una Madonna punk! Per cosa questa volta si era scomodato con tanto palese miracolo il Paradiso? Poi cominciò perfino a muoversi durante il giorno. Passeggiava a lungo per i cortili vaticani e all’ora di pranzo si fiondava nell’appartamento pontificio con ottimo appetito. Il Papa cominciò a farci l’abitudine e a prenderla quasi in simpatia. Una ragazza fatta di gesso col piercing si muoveva con la naturalezza della giovanissima età e sembrava guardare curiosa tutto quello che incontrava con irriverente ingenuità, praticamente ignara di essere la Madonna in Vaticano. Mangiava spaghetti col Papa, giocava a calcio con le guardie svizzere, vinceva a briscola col Cardinal Segretario, tracannava vino e tabacco, raccoglieva fiori e accarezzava i gatti, dormiva su un lettuccio di vimini nella camera a fianco di quella papale e saltava di gioia ogni volta che sentiva le campane,  tutto con una sconcertante naturalezza, ma non diceva una parola.
      Finchè un giorno dette un bacio filiale sulla guancia al Papa, salutò con la mano tutto l’incredulo Collegio Cardinalizio, e prima che le guardie svizzere potessero fermarla infilò di corsa il portone di S. Damaso e si dileguò per le strade di Roma. I servizi segreti di mezzo mondo non riuscirono a rintracciarla. Cosa abbia fatto nell’anno che trascorse fino alla sua riapparizione nessuno lo seppe mai.
      Ricordo però che ci furono delle guerre assurde, in Iraq, in Afghanisthan, e che sui telegiornali, nei servizi degli inviati di guerra, alcuni miei amici giornalisti hanno giurato di aver visto una ragazza punk comparire, magari sullo sfondo, confusa tra sopravvissuti e distruzioni, in atto di aiutare i superstiti, ma con lo sguardo triste.
      Ma cosa fosse venuta a fare e perché fosse apparsa col look punkettaro è un enigma ancora irrisolto. I teologi vaticani non sanno nemmeno oggi che pesci prendere, il Sant’Uffizio brancola nel buio più assoluto. Non una parola dell’accaduto è mai stata fatta trapelare. Nessuno al mondo sa, infatti, della Madonna punk, e voi che adesso ne siete stati messi a conoscenza farete bene a tenervelo per voi perché i servizi segreti non scherzano e son pronti a farvi scomparire pur di sottacere la cosa. Guai se il mondo sapesse!
      L’unica cosa che ho saputo io, direttamente da don Ignazio, è che dopo un anno dalla sua scomparsa, una mattina di ottobre, dalla sua finestra, se la vide comparire nella nebbia giù nella strada, sempre col solito vestito punk e con il sigaro, e la vide scrutarsi intorno con circospezione, e poi, quando fu sicura che nessuno al di fuori di don Ignazio l’avesse vista,  gli fece un gesto d’intesa, e saltò sul piedistallo rimasto vuoto riassumendo la stessa identica posizione della prima volta, quindi si pietrificò per sempre. Si udirono dalla canonica delicate musiche angeliche allontanarsi in cielo e da quel momento la statua, ridiventata una semplice statua, non si mosse più. Don Ignazio scrollò la testa tra se e se e si dette del balordo perché  in sessant’anni di onorata vocazione non aveva ancora capito un cazzo della fede. Quindi scese ed andò a farsi fare la tessera al centro sociale, di cui oggi è vicepresidente, gran tracannatore di chianti ed infaticabile  organizzatore di concerti rock. Se non ci credete andate davanti alla sua parrocchia: troverete la statua di una ragazza punk su un piedistallo alto tre metri che guarda la strada con un benevolente sguardo di ingenua simpatia.
       
       

    • La Mente Mente è un Thriller Psicologico ad alto contenuto Distopico.Sesso, rapimenti irrisolti, omicidi terrificanti e scambi di coppie tra persone insospettabili, tra le ipocrisie di una società sempre più controllata e spiata. Un viaggio ai confini della mente, dove ciò che sembra assodato e condannabile cambia consistenza a seconda dell'occasione. Sette affascinanti donne appartenenti all'alta società di Dallas, svaniscono nel nulla in poco meno di un mese. La polizia allarmata, inizia subito le indagini e scopre che queste donne sono scomparse insieme alle loro auto. Le immagini delle numerose telecamere presenti nella city non aiutano affatto a chiarire il mistero, inoltre una di loro è la moglie del consigliere del presidente degli Stati Uniti alla Casa Bianca, il senatore Gormon. Il caso viene affidato immediatamente all'Fbi e a guidare la squadra investigativa, viene posto Frank Miller, agente speciale del Bureau. Un vero e proprio cacciatore di "Serial Killer" reduce da decine di casi risolti in giro per l'America e soprannominato appositamente dalla stampa "Frank Thriller". Ma nonostante gli sforzi, anche Miller è quasi costretto ad arrendersi. Nessun indizio, nessuna ripresa, nessuna richiesta di riscatto. E l'ipotesi del Serial Killer inizia a consolidarsi ora dopo ora. Ma quando tutto sembra perduto, avviene la tragica svolta. L'intera squadra di ritorno da un sopralluogo, grazie all'intuito del loro capo, ispeziona una baracca sospetta lungo il fiume "Trinity" a Dallas. All'interno di due pozzetti congelatori vengono ritrovati i corpi smembrati di tutte le donne scomparse. Ma non ci sono impronte digitali chiare ne altri indizi riconducibili al vero assassino. Durante le autopsie però, il Coroner ritrova una traccia di DNA sul seno di soltanto una delle vittime. E' liquido seminale appartenente ad un chirurgo incensurato che lavora in un ospedale in città. Robert Carini. Miller e le squadre speciali lo arrestano nel comfort della sua villa poche ore dopo. Carini durante l'interrogatorio sostiene di aver avuto rapporti occasionali con alcune prostitute in passato, ma quei resti appartengono alla moglie del senatore Gormon. E nonostante la sua dichiarata innocenza, viene comunque condannato alla pena capitale, al processo evento che sconvolge la nazione. Cinque anni dopo, la sentenza sta per essere eseguita tramite iniezione letale, ma Carini ha il diritto di incontrare chiunque voglia prima di essere giustiziato e sceglie di parlare con l'uomo che lo ha arrestato. Miller dopo diverse titubanze, parte alla volta del carcere di massima sicurezza ADX di Florence in Colorado, assieme al nuovo avvocato che gli è stato affidato d'ufficio dopo essere stato abbandonato da tutti i precedenti: La giovane e affascinante Cathlyn Mills. A metà viaggio però, una fabbrica di rifiuti tossici esplode lungo la strada che stanno percorrendo e i due vengono catapultati in una piccola contea nel 1957 vivendo un esperienza ai confini della realtà. Frank Miller e Cathlyn Mills si risvegliano in auto, la nube tossica li ha narcotizzati e sembrerebbe che entrambi abbiano compiuto soltanto uno strano sogno. Vengono soccorsi e poche ore dopo ripartono storditi per Florence. Da quell'incontro, Miller ottiene soltanto degli insulti, ma non il suo avvocato, poiché secondo la legge sui diritti umani, a Carini, trenta giorni prima dell'esecuzione gli sono state sospese le cure psichiche ed ora sostiene di ricordare il nome della donna sui cui è stato trovato il suo liquido seminale, e sopratutto il contesto dove questo è avvenuto. Un club per scambisti di Dallas. E' convinto di essere stato incastrato o usato per coprire il vero Serial Killer e fornisce alla Mills il soprannome con cui conosceva quella donna, assieme a quello di altre sue partner occasionali.L'avvocato tornata a Dallas, inizia una disperata indagine recandosi in quel club sotto falso nome, e scoprirà che la mente mente più di quanto abbia mai sospettato..

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