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  • Storie

    Promuovi qui le tue storie.

    • giulia.mastrocicco
      Ho appena finito le mie lezioni, e dopo aver accompagnato Sandra al suo appuntamento dal parrucchiere sto andando alla mia prima lezione in palestra. Non sono mai stata una sportiva, ma volevo fare qualche attività fisica prima dell’estate. Mi sono iscritta a una che ti permette di fare tutte le attività che vuoi e la prima che faccio è Zumba.
      ‹Tu devi essere Francesca?› mi dice l'insegnante, ‹mi hanno detto che avrei avuto delle allieve nuove›
      ‹Si, sono io› dico
      ‹Piacere di conoscerti, io sono Denise›
      Sorrido e poi mi vado a posizionare in sala.
      La lezione inizia e incomincio alla grande, seguo l’insegnante senza nessuno problema, ma durante la pausa per concederci di idratarci, vengo avvicinata da una ragazza e alzando lo sguardo la riconosco. È Marta, la ragazza che ho conosciuto alla festa di Sandra. ‹Che ci fai qua?› dico
      ‹Che vuoi che faccia qui?› dice
      ‹Già, domanda stupida› dico
      ‹Alla fine non mi hai più chiamato› dice
      Mi mordo il labbro. ‹Mi sono dimenticata scusa, è che avevo troppo studio arretrato e …›
      Lei scoppia a ridere. ‹Non devi giustificarti, capisco, ma se vuoi domani sera puoi venire con me alla festa di un mio amico›
      ‹Io…›
      ‹Dai Francesca, ti mostro che cosa significa una vera festa› dice
      Ci penso qualche minuto, poi decido di accettare. ‹Ci sto d’accordo, a che ora vengo?›
      ‹Ti invio il mio indirizzo di casa mia› e ritorna alla sua postazione
      ‹Aspetta io…› dico. Non mi ricordo di averle dato il mio numero di telefono, questa ragazza è tutta matta ma sembra una brava ragazza. Potremo diventare amiche, e chissà magari aiutarmi con l’università, darmi qualche consiglio.
      A lezione finita, vado a cambiarmi poi aspetto il mio autista fuori dalla palestra. ‹Vuoi che ti accompagno a casa?› mi chiede Marta
      ‹No, dovrebbe arrivare il mio autista› dico, ‹ma è in ritardo, strano di solito è sempre in anticipo› decido di mandargli un messaggio, e lui mi risponde subito.
      “Ho chiesto un permesso oggi, pensavo che i tuoi ti avvertissero”.

      “Evidentemente no, scusa non volevo disturbarti”.

      ‹Il mio invito è sempre valido›
      Non volevo scomodarla, ma alla fine mi trovo ad accettarlo. ‹Grazie› dico
      ‹Figurati, infondo mi piace andare ogni tanto nella parte ricca› dice
      ‹Parte ricca? Perché adesso c’è una parte ricca e una parte povera?› dico, quasi sconvolta
      ‹Principessa, non sai quello che si nasconde dietro il tuo bel castello che tu chiami casa› dice
      Sbuffo per il soprannome. Odio essere chiamata principessa, è una cosa mi dà i nervi.
      Marta mi lascia davanti casa. ‹Allora ci vediamo domani sera› dice
      Annuisco. ‹A domani› dico scendendo dalla macchina, la saluto mentre attendo che il cancello si apre poi entro in casa. ‹Potevate non so avvertirmi dicendomi che l’autista non potevi venirmi a prendere› dico
      ‹Si, scusaci› dice.
      Vado a lavarmi poi li raggiungo a tavola. ‹Domani sera esco, ho una festa› dico
      ‹Sandra?›
      Annuisco, forse è meglio non dirle di Marta, prima vorrei sapere che tipo è. ‹A mezzanotte staró a casa› dico.
      In camera mia mi metto a guardare il mio armadio. Non posso lamentarmi di non avere vestiti ma non ho niente di semplice per domani, non vorrei presentarmi con il vestito di Louis Vuitton che mi ha regalato mia madre per i miei quindici anni. Forse mi metterò una semplice gonna a vita alta e un top rosso, e i stivaletti neri. Almeno posso dire di essere me stessa.
      Mi sono appena messa il pigiama quando Matteo mi chiama in videochiamata e parliamo tutta la notte. ‹Domani ci vediamo?›
      ‹No, ho un impegno in famiglia, non credo di uscire›
      Che diamine sto dicendo? Da quando mento al mio ragazzo?
      ‹Ah capisco›
      ‹Giá, mi dispiace› dico.
       
       
       
       
       
      ***
       
       
      Il taxi mi lascia davanti un piccolo appartamento dall’altra parte della cittá, e vado a citofonare al suo citofono. ‹Chi è?› risponde una voce adulta. Sembra quella della madre.
      ‹Francesca, un’amica di Marta› dico e il portone scatta
      ‹Terzo piano› dice
      Speriamo abbiano l'ascensore ma invece mi tocca farmela tutta a piedi. Faccio un respiro profondo e incomincio la scalinata.
      La porta è semiaperta ma prima di entrare busso leggermente poi entro. Mi trovo a madre davanti. ‹Ciao› dico
      Mi sorride ma la sua faccia mi fa capire che non si aspettava di vedere una persona come me. Ricca come me direi. ‹Marta?›
      ‹In camera sua, ultima stanza›
      Ringrazio e percorro il piccolo corridoio. La casa è praticamente il mio piano superiore, piccola. Tre stanzette, una cucina e un bagno. Il minimo indispensabile. Busso all’ultima porta e Marta mi apre la porta. ‹Ciao› dice
      ‹Ciao› dico, osservo il suo look un po’ dark poi guardo il mio. ‹Va bene?› le chiedo
      Lei si gira a guardarmi, ‹sei fantastica› dice
      ‹Non dirmelo per farmi contenta, do l’impressione di una ragazza semplice, no una snob?›
      ‹Francy, non è un vestito a farti sembrare ricca, snob, comportarti normalmente e soprattutto niente commenti›
      ‹Che genere di commenti?› dico
      ‹Commenti che fate voi di solito›
      Continuo a non capirla ma decido di non pensarci troppo.
      Saluta la madre poi con la sua macchina ci dirigiamo verso il luogo della festa. Dista qualche chilometro da casa sua. ‹Non farti illusione, è solo una confraternita, ci vivono in dieci› dice
      ‹Io non ho detto nulla› dico.
      Ci dirigiamo verso la porta, senza bussare Marta apre la porta poi ci dirigiamo verso il centro della sala, precisamente in un gruppo di ragazze.
      ‹Ehi come va?› dice Marta battendo il cinque a tutte, ‹lei è Francesca› mi presenta
      Saluto sorridendo
      ‹Ole dove l’hai trovata la principessina?› dice una ragazza dai capelli neri e viola e puzzava di erba e alcool. È disgustoso
      ‹Sabrina no› dice Marta al posto mio
      ‹Non importa, davvero› dico sedendomi in un posto libero, vicino a un ragazzo biondo. Uno forse sano, ma è troppo presto per dirlo. ‹Ciao› gli dico
      Lui alzo lo sguardo verso di me e mi sorride. Si, è l’unico normale. ‹Ciao, sono Samuele›
      ‹Francesca› dico
      ‹Matricola primo anno università?› dice
      Nego con la testa. ‹Quinto anno del liceo scienze umane› dico
      Appena lo dico tutti si girano verso Marta. ‹Ma è minorenne, potevi dircelo› dice sempre la razza di prima, Sabrina pare averla chiamata Marta
      ‹Che c’è strano? Non avete mai una 17enne prima o d’ora?› dico prendendo la bottiglia di vodka e la bevo attaccandomi dalla bottiglia, lasciando tutti stupiti
      ‹Hai capito la principessina, ci sa fare› dice, ‹io propongo a questo punto obbligo e verità›
      Strabuzzo gli occhi. ‹Non è un gioco da bambini?›
      ‹No, quello facciamo noi› dice, ‹iniziamo da te, obbligo e verità?›
      ‹Verità› dico
      ‹Sei vergine?›
      Perché tutti sono fissati con questa domanda? ‹Mmh si› dico
      ‹Vabbè è minorenne, questa gliela possiamo abbonare› dice Samuele al mio posto
      ‹Io avevo 15 anni quando l’ho persa› confessa Sabrina
      ‹Tu perché non sei normale› dice Samuele, ‹forse lei sta solo aspettando il momento giusto, e chissà la persona giusta per farlo›
      Lo ringrazio sorridendogli per avermi tolto da questo imbarazzo.
      Sabrina non commenta più e riprende nuovamente il giro. ‹Marta, verità od obbligo?›
      ‹Verità?›
      ‹Te la faresti la ragazzina?› dice indicandomi
      Ma cosa? Che razza di domanda sarebbe?
      ‹Sabrina sei una stronza› dice lei, ‹io non gioco più›
      ‹Oh stavo solo scherzando mamma mia› dice
      ‹Si, come no› dice.
      Mi alzo. ‹Vado a prendermi qualcosa da bere› dico e mi allontano dal gruppo, per dirigermi verso il tavolo degli alcolici. Ma mentre sto decidendo cosa prendere, sento un braccio attorno alla mia vita. ‹Perdona Sabrina, non sa quello che dice› dice Marta
      ‹Non fa niente, tanto non avevi neanche capito a che si riferisce› dico
      ‹Meglio, non credo sei pronta per sapere tutta la verità›
      Non so a che cosa si riferisce. ‹Che verità?› dico
      ‹Non è ancora il momento› dice
      Annuisco. ‹Capisco› dico
      ‹Ti consiglio vodka e succo di frutta alla mela› dice
      Sorrido e faccio come mi dice. Non l’ho mai assaggiato questa combinazione ma devo dire che è buono. Stanno troppo bene insieme come ingredienti. ‹Vuoi ritornare di là?› dice
      Guardo l’ora sul telefono ed è ancora presto per andarsene, annuisco e la seguo dagli altri, i quali stavano ancora continuando a giocare a obbligo a verità, e in questo momento due ragazze si stanno baciando con la lingua. Credo che era un obbligo. ‹Vuoi rigiocare, Francy?› dice
      Adesso sono diventata Francy, non più ragazzina?
      Ci penso qualche minuto, poi decido di accettare. ‹D’accordo, però niente di queste cose, non mi va di spiegarlo poi al mio ragazzo› dico
      ‹Capisco, potrebbe non capire e noi non vogliamo essere la causa della vostra rottura›
      Sorrido.
      ‹Obbligo e verità?›
      ‹Obbligo› dico
      ‹Ti obbligo a bere questi due shottini in un unico sorso› dice indicando due bicchieri davanti a me
      ‹Facile› dico e in due minuti li mando giù storcendo per il gusto troppo forte. ‹Ma che roba è?›
      ‹Assenzio›
      ‹Ma è orrendo› dico
      ‹Però forte› dice
      ‹Me ne sono accorta› dico.
      E la serata sembra esserci recuperata nonostante quei minuti di imbarazzo iniziali. Adesso sembra che ci conosciamo da moltissimo, e posso dire che sono anche molto simpatici.
      ‹Cazzo, è mezzanotte› dico alzandomi di scatto
      ‹Coprifuoco?› dice
      ‹Si, e i miei mi ammazzano se non rientro puntuale› dico, ‹vado fuori a chiamare un taxi› saluto tutti, recupero le mie cose poi esco dalla casa, cercando di chiamare un taxi. Ma il servizio mi dava spento, e nessuno rispondeva. ‹Lo hai trovato?› dice Marta venendomi accanto
      ‹No› dico
      ‹Posso accompagnarti io se vuoi?›
      ‹Non mi va di farti andare fino là sotto… passerà qualche autobus?›
      ‹Si, ma non ti ci mando a prendere l’autobus a quest’ora, c’è troppo gente ubriaca, resti a dormire da me, chiama i tuoi e dirgli che resti a dormire da un’amica›
      Alla fine mi tocca fare così, scrivo un breve messaggio sul gruppo di famiglia.
      “Sono rimasta a dormire da Sandra stanotte.
      Si lo so, dovevo avvertivi prima ma è stata una cosa improvvisa, al momento.
      Vi voglio bene, e a più tardi”.
      ‹Fatto› dico
      ‹Vuoi rientrare?›
      ‹Io in realtà vorrei andarmene, mi stanno facendo male troppo i piedi e ho un mal di testa incredibile, credo di aver bevuto troppo assenzio› dico
      ‹Vado a prendere le mie cose e ti raggiungo, aspettami in macchina› dice
      Annuisco e mi dirigo verso la sua macchinetta, era aperta e così salgo dentro aspettando che ritorni, e nel frattempo mi arriva un messaggio da mio padre.
      “Va bene. Grazie per averci avvisato”.
      Marta entra in macchina, poi usciamo dalla festa. ‹Allora come ti sono sembrati i miei amici?› dice
      ‹Ehm…folli?› dico scoppiando a ridere
      ‹Si, ottima descrizione› dice ridendo anche lei
      ‹Però si vedete che vi volete bene e che siete un sacco uniti› dico
      ‹Si, quando non siamo ubriachi o fatti, ci vogliamo bene›
      ‹Fatti?› dico
      ‹Voi nel mondo di ricchi non vi fate qualche tiro di canna?› dice
      Nego con la testa. ‹No, che io sappia› dico
      ‹Lo immaginavo› dice, ‹dovresti provare un giorno, fidati è divertente›
      ‹Forse un giorno› dico.
      Parcheggia sotto casa tua poi mi aiuta a scendere dalla macchina. ‹Oh, adesso devo fare tra rampe di scale, non credo di farcela›
      ‹Posso prenderti in braccio›
      La guardo. ‹No› dico e mi tolgo i tacchi, decidendo di farmela a piedi. ‹Io devo ancora cosa è significato quel commento di Sabrina su di me, che voleva dire se mi faresti?›
      ‹Te l’ho detto, Sabrina parla a vanvera poi non siamo ancora in intimità per raccontarti i segreti della mia vita› dice
      ‹Okay scusa, non l’ho chiederò più› dico.
      Entriamo nella sua casa e piano possibile arriviamo in camera sua, lei mi presta una sua vecchia maglietta, e incomincio a slanciarmi il vestito. ‹Come dormiamo?› dico
      ‹Sdraiate forse?›
      ‹Intendevo come ci sistemiamo?› dico
      ‹Io in un lato e tu in un altro› dice, ‹mai dormito con qualcuno?›
      Nego con la testa.
      ‹Manco con il tuo fidanzato?›
      ‹No, quelle volte che restavo a dormire da lui, mi offriva il suo letto e lui andava a dormire nella camera degli ospiti›
      ‹Romantico, almeno ti dava il suo letto› dice
      Sorrido. ‹I suoi sono all’antica, molto all’antica, direi› dico infilando sotto le coperte, e Marta anche, poi spenge la luce. ‹Buona notte›
      ‹Notte› dice lei.
       
      La mattina seguente mi sveglia nel letto sola, ma con l’aroma di caffè che mi arriva alle narici e i pancake, così mi alzo e raggiungo la cucina dove sento Marta parlare con la madre. Mi affaccio. ‹Buongiorno› dico
      ‹Giorno Francy› dice Marta, ‹spero che hai dormito bene›
      ‹Si, qualcuno russava…› dico
      ‹Ehi io non russo› dice lei offendendosi
      Sorrido, mentre la madre mi mette davanti una tazza di latte. ‹Non abbiamo il vostro stesso servizio…›
      ‹Oh no, si figuri, sai anche noi facciamo colazione con le tazze› dico ironicamente.  
      Ma dove pensa che vivo? In un castello incantato? Va bene che non avrà lo stesso conto in banca dei miei ma deve finire questa rivalità tra ricchi e poveri, ma che siamo nel medioevo?
      Marta fra poco si strozza per ridere alla mia battuta. ‹Mamma…› dice
      ‹Scusa› e se ne va, mentre al suo posto arriva un ragazzino, di almeno 12 anni. Uguale alla sorella, solo che lui ha i capelli biondi, forse avrà preso dal padre. Il quale non vedo in casa ma non voglio chiedere, magari è un tasto dolente per lei, per la famiglia. Evitiamo figure di merde di prima mattina.
      ‹Lui è Elliot, il mio caro fratellino› me lo presenta
      ‹Ciao› dico
      ‹Ciao› dice lui sbadigliando mentre si sedeva accanto me. ‹Come ti chiami?›
      ‹Francesca› dico
      ‹E vai anche tu all’università?›
      ‹No, purtroppo ancora no, vado al liceo› dico, ‹passerà qualche autobus in questa zona stamattina?›
      ‹Si, perché›
      ‹Dovrei tornare a casa e…›
      ‹Ti accompagno io›
      ‹Non vorrei disturbarti, non abitiamo vicinissime› dico
      ‹Ma figurati, poi non lo sai che a me piace guidare› dice
      Alzo le spalle. ‹Vabbè grazie allora› dico.
       
       

    • La carrozza avanzava piano, sobbalzando sui ciottoli che costituivano l’Avenue de Tourville, mentre caldi raggi di sole riuscivano ad oltrepassare le tendine dello sportello, illuminando i granelli di polvere presenti nell’aria. Buffo,- pensò Camelie osservando quel particolare, vagamente annoiata dal lungo e scomodo viaggio, - mi ricordano tante piccole, fragili meduse, perse nelle profondità dell’oceano. Sorrise piano tra sé e sé, ripensando al mare, alle sue placide onde blu e allo scrosciare perenne contro gli scogli del Dramont. Ci andò sette anni prima, appena sposata, in luna di miele. Ma i ricordi erano ancora vividi, colorati, come se fosse tutto accaduto solamente il giorno prima: ricordò la gita in barca, il caldo sulla spiaggia, i profumi e i colori del paese in cui alloggiarono… era tutto così magico allora, e al contempo così reale. Sicuramente molto più reale di quello che la attendeva di lì a poche ore. Guardò fuori dal finestrino della carrozza e per un attimo riuscì ad intrevederlo. Era immenso, spaventoso ma magnifico allo stesso tempo. Era il frutto dell’ingegneria contemporanea, un colosso di ferro e gas, parcheggiato esattamente sopra il Champ de Mars, come un pacifico titano che veglia sulla città. Su di esso, spiccava in caratteri cubitali dorati su uno sfondo porpora, il nome di quel gigante assopito. Dieu de vapeur.
      Che nome altisonante… pensò scettica. Lasciò andare la tendina e si riconcentrò sulla pacatezza del pulviscolo. Piccole meduse…
      Ne vide una qualche anno prima alla “Great Exhibition of the Works of Industry of all Nations” a Londra. Suo marito, da magnate dell’industria ferroviaria francese, era stato invitato a parteciparvi e quindi ebbero la possibilità di visitarla. In quell’occasione incontrò un vecchio capitano visionario, che stava presentando al mondo la sua creazione: una nave sottomarina chiamata Saint Mary. Ma non stava riscuotendo alcun successo. Alla gente non importava ciò che si celava sotto la superficie dell’acqua. I veri tesori erano sulla terraferma: a nessuno passava per la testa di cercare minerali e pietre preziose sul fondo dell’oceano. Curioso, come cambiasse idea la gente. Ripudiava l’acqua, forse in un riflesso di timore per qualcosa di così buio e misterioso, ma era in qualche maniera attratta dalle distese infinite della volta celeste, che sia essa colorata dal sole o tinta dalle stelle. Che sia una tentazione fuorviante, dettata da un bisogno contorto di nutrire il proprio ego? O una maniera per avvicinarsi a quel Dio che da secoli aleggia sulle teste dell’umanità, in nessun luogo e in tutti i luoghi contemporaneamente? Era come se la mano del progresso avesse accecato quel buon senso innato, che per millenni aveva assicurato all’uomo la sopravvivenza e concesso la sovranità su tutte le altre specie. Ripensò al mito di Dedalo e suo figlio Icaro, e si chiese se per caso i pannelli del dirigibile potessero essere isolati con uno strato di cera. Il pensiero della gente che, camminando per strada si ritrovasse colpita da grosse gocce di cera, cadute dal cielo, la fece sorridere. E’ forse così che nascono le superstizioni?
      Quando il cielo piangerà cera
      e sulle teste dell’ignaro
      cadrà un mostro di ferro e vapore
      l’ora del giudizio sarà alle porte.
      Ghignò, pensando a quanti ignoranti sarebbero capaci di lasciarsi influenzare da queste parole. Dai all’uomo una punizione inevitabile e oscura per le sue azioni, e lo avrai indottrinato a tuo piacere.
      La carrozza si fermò e dopo un po’ il paggio aprì la porta. Camelie alzò con grazia la gonna e scese i gradini del mezzo, appoggiandosi alla mano ferma del giovane servitore. Suo marito, Arnaud, la stava aspettando alle passerelle d’ingresso. Era partito qualche giorno prima di lei per assistere a delle conferenze d’inaugurazione del Dieu de vapeur. “Cose da signori”, aveva detto lui, come se lei fosse una capra addomesticata. Potrei demolirlo in qualsiasi ambito, se solo potessi.
      Si fece accompagnare fino al dirigibile, tenendo un ombrellino rosso per schermarla dai raggi aggressivi del sole estivo. Ogni passo che la avvicinava al dirigibile, ne aumentava le dimensioni e provò un moto di soggezione di fronte a quella creatura meccanica.
      “Mia cara, ben arrivata!”
      Di fronte a lei il marito, con dei baffetti neri ben curati e un accenno di grigiore nei capelli. Gli occhi azzurri e sorridenti tradivano un malcelato egocentrismo e una spiccata tendenza al nascondersi dietro convenienti maschere.
      “Com’è stato il viaggio?”
      Conosceva bene quel gioco, lei. E soprattutto conosceva bene lui.
      “Alquanto piacevole, grazie. Emani un buon profumo di mirto, caro. Strano a dirsi, ero convinta che a Parigi fosse esclusivo delle donne” disse sorridendo.
      Si divertì al vederlo cambiare colore in viso, da una leggera abbronzatura ad un rossore sostenuto.
      “Deve essermisi attaccato addosso durante la conferenza, sai la moglie del signore accanto ne era pregna”
      “Avrà voluto lasciarti un bel ricordo...”
      “Beh… no… comunque, sì, vieni saliamo”
      Godette di averlo smascherato così in fretta. Ogni occasione per mostrargli la sua superiorità era d’oro per lei.
      Aveva rinunciato all’amore circa un anno dopo il matrimonio, quando si rese conto che il marito doveva avere problemi di olfatto, per non rendersi conto della notevole varietà di profumi femminili che si portava appresso al rientro in casa. Oppure doveva realmente considerarla una capra. In ogni caso, per lei non era più un problema. Lo vedeva abbastanza poco da ignorarlo per la maggior parte del tempo.
      Si avvicinarono alla passerella e furono lasciati salire immediatamente, poi furono indirizzati verso la sezione della prima classe. Era un ristorante intero, con vetrate che coprivano tre quarti della sala. Sopra le loro teste c’erano i palloni, quindi guardando fuori si poteva vedere il telo di irrigidimento che li univa e la valvola di scarico del pallone anteriore.
      Un cameriere li fece accomodare ad un tavolo vicino alla vetrata centrale, dalla quale potevano vedere altri aristocratici fare la fila per salire. In tutto dovevano essere una trentina.
      “Quanto durerà il giro?”
      Arnaud si girò verso di lei con sguardo vagamente disinteressato.
      “Cosa, scusa?”
      “Il giro in dirigibile, quanto dura?”
      “Ah quattro o cinque ore, se non erro.”
      Camelie fece un cenno con la testa e tornò a guardare fuori. I nobili dovevano essere saliti con la loro stessa facilità perché ne erano rimasti già molto pochi sulla passerella.
      Un profumo di mirto le solleticò le narici e voltandosi vide una bionda vestita d’azzurro sorridere a suo marito. Lui si girò rosso in viso, quindi lei decise di dissimulare. Si girò verso la vetrata e alzò gli occhi al cielo. Ogni tanto si domandava come diamine avesse fatto un soggetto come Arnaud a diventare tanto potente. Alcuni (tra cui lei stessa) avrebbero potuto optare per un’indicibile fortuna.
      La sala si era riempita e aleggiava un clima di attesa, condito con decine di voci che conversavano in tono contenuto. Come autentici nobili.
      Ad un tratto, un tintinnio zittì tutti gli invitati e l’attenzione cadde su un uomo vestito totalmente di blu scuro. Era una classica divisa da capitano di una nave della marina. Beh, in fondo non era forse il dirigibile altro che una nave che solca i cieli?
      “Signore e signori, benvenuti nella mia umile carrozza” iniziò, con un largo e caldo sorriso. Ci fu un breve applauso di circostanza, dopo di che continuò, “vi voglio ringraziare tutti con il cuore, per la vostra presenza, oggi, e per avere creduto nel mio sogno. E vi voglio ringraziare per avere fatto questo sogno anche vostro con le vostre donazioni.” Un altro giro di applausi formali. E lasciatelo parlare, idioti.
      “Ebbene, sono molto fiducioso. Oggi, insieme, noi compieremo un passo verso il futuro. Un futuro in cui non ci saranno più muri invalicabili, montagne troppo alte o strade troppo impervie. Il cielo non ha ostacoli. E noi per primi lo percorreremo. Signore e signori, mi auguro di cuore che oggi mangerete e berrete in abbondanza, con la piena consapevolezza che state scrivendo con le vostre mani la storia dell’umanità.” Un applauso più sentito si allargò tra i nobili, come un’onda di puro entusiasmo e senso di importanza. Dopo di che, il capitano si inchinò con cortesia e si ritirò nella cabina di comando.
      Dopo qualche istante, la sala fu scossa da un lieve fremito, mentre un vago e sordo rumore meccanico proveniente dal motore, fece intuire ai passeggeri la partenza ormai prossima. Qualche istante dopo, Parigi cominciò ad inabissarsi lentamente, lasciando posto al cielo azzurro e a una lontana linea d’orizzonte immersa nei raggi del sole. Tutti si alzarono per accostarsi stupefatti alle vetrate. Un nobile andò in panico e tra le risate (che mal celavano un certo grado di tensione) si coricò a terra ansimando. Un altro, guardando verso il basso fu colto dalle vertigini e cadde privo di sensi con la testa contro il vetro, con una botta che ricordò uno strumento a percussione, agitando alcuni presenti. Se avesse rotto il vetro con una testata sarebbe stato esilarante, pensò Camelie.
      Si girò a guardare le facce meravigliate degli aristocratici e non potette non domandarsi se la stessa espressione fosse dipinta pure sul suo volto. Si voltò verso il paesaggio e si perse con lo sguardo in quella Parigi in miniatura che somigliava così poco alle cartine nelle biblioteche. Sì, immagino di averla anche io… pensò sorridendo.
      Dopo mezz’ora cominciarono ad arrivare i camerieri, con le portate. Inutile dire che erano tutte delicatezze di prima categoria: si iniziò con un piatto di Moules à la crème Normande, seguito da uno di Tripes à la mode de Caen, poi Rillettes, Bouillabaisse, Teurgoule e Tarte Normande.
      Ma la gente era troppo occupata ad osservare la città scivolare sotto i propri piedi, poi seguita dalla campagna, fino ad arrivare all’Oceano Atlantico.
      Dopo quattro ore, il viaggio non sembrava nemmeno a metà tragitto, e Camelie iniziò ad annoiarsi. Arnaud si era voltato a parlare con un nobile ben pasciuto e dal viso rubicondo (e la sua bionda e ammiccante compagna), sproloquiando di come in futuro pensava di usare dirigibili del genere per trasportare le materie prime e i materiali da costruzione per le sue ferrovie. Lei avrebbe tanto voluto interromperlo ed elencargli tutti i motivi per cui le sue parole lo mettevano in ridicolo di fronte agli altri magnati, ma evitò di agitare le acque e di concentrò sui discorsi degli altri passeggeri.
      “Vedi, mon amour, se potessi offrirti il cielo e tutto ciò su cui si appoggia, saresti la regina di tutto questo splendore”
      “Questo paesaggio è nulla al confronto dei tuoi occhi. Li osserverei per ore...”
      “Tornati a casa te ne farò avere uno privato di questi digeribili”
      “E’ ‘dirigibili’”
      “E’ quello che ho detto”
      “E quando la luna calerà il suo amorevole sguardo su questa terra, o Afrodite, benedici con un tuo bacio le ore che passeremo assieme, affinché la notte non trovi mai fine.”
      Camelie sentì un brivido correrle lungo la spina dorsale. Patetici.
      Si voltò verso il marito e con perfetta formalità si congedò, dopo di che si dirisse verso la cabina del capitano. Era curiosa di vedere il cuore di quel leviatano dei cieli. Materiale certamente più interessante dei discorsi di quella marmaglia di bambinoni troppo cresciuti.
      Bussò e venne il capitano stesso ad aprire la porta.
      “Ah madame, ha bisogno di qualcosa?
      “Mi chiedevo se era possibile assistere per un po’ al suo lavoro. Sa, tutta la faccenda mi incuriosisce e vorrei capire come riesca da solo a comandare una creatura simile”
      “Oh, la prego, entri, entri pure! Mi fa immensamente piacere vedere che c’è qualcuno interessato alla mia piccola, da un punto di vista un po’ più ‘tecnico’. Mi segua, le farò vedere.”
      Camelie fu colpita dalla sincera e contagiosa passione con cui il capitano parlava del Dieu de Vapeur. Le spiegò con viva eccitazione ogni singolo comando, funzione e scopo della cabina, e si trovò presto catturata dalle parole dell’uomo.
      “Vede l’uomo è stato creato con dei limiti a prima vista insormontabili. Ma quello che non vede, o almeno che vede con passiva indifferenza, è che noi abbiamo il potere e il dovere di superarli.” disse.
      “Dio non ha dato le ali all’uomo, però gli ha concesso il privilegio di avere le mani e il cervello con cui fabbricarsele. L’unico limite all’uomo, è l’uomo stesso.”
      “Come Icaro...”
      “Esattamente madame. Quel ragazzo, sempre che sia mai esistito, assieme a suo padre ha dimostrato agli dei che è solo questione di tempo.”
      “Questione di tempo per cosa?”
      “Semplice, perché l’uomo detronizzi il suo dio.”
      “Ma Icaro non fece una bella fine, nel suo tentativo di raggiungere il Sole.”
      “Perché apparteneva all’epoca sbagliata. Se solo quella mente brillante fosse nata nella nostra epoca, le posso assicurare che ora sarebbe qui al mio fianco.”
      “Ritiene che la Dieu de Vapeur possa avere successo lì dove Icaro fallì?”
      “Ne sono certo, e lo dimostrerò.”
      Camelie lo guardò negli occhi e vide una luce che emanava fiducia. Quell’uomo era convinto in quello che diceva. Oltre a quel sorriso rassicurante, iniziò ad intravedere un barlume di insanità mentale, ben mascherata dai suoi modi cordiali. Ebbe un fremito di paura.
      “Quindi lei ha intenzione di scoprirlo?”
      “Sì.”
      Un dubbio iniziò a prendere forma nella sua mente.
      “E quando lo farà?”
      “Mia cara, io, lei e tutti gli altri passeggeri siamo qui per questo! Non ha letto il volantino?”
      Lei ripensò al foglio che le fece leggere Arnaud qualche settimana prima.
       
      Una nuova era è alle porte! Salutate l’era del cielo!
      Il giorno 11 settembre 1860, date il benvenuto all’esploratore dei cieli,
      il Dieu de Vapeur!
      Il sole ci aspetta!
       
      “Ma non era solo uno slogan?”
      “Lo è, ma ciò non ha mai negato il suo scopo.” disse sorridendo.
      “E i passeggeri lo sanno?”
      “Non lo so. Potrebbero intuirlo, forse” disse il capitano e scoppiò in una grassa risata.
      Sono troppo occupati a essere idioti per capirlo.
      A Camelie l’idea di andare a morire non andava molto a genio. La preoccupazione aveva ormai invaso i suoi pensieri. Doveva trovare un modo per abbandonare il dirigibile.
      “Senta, capitano...”
      “Mi dica”
      “A che altitudine siamo?”
      “Non abbiamo ancora iniziato l’ascesa, quindi circa cento metri d’altezza.”
      L’idea di un gesto disperato la abbandonò immediatamente. Non sarebbe sopravvissuta ad una caduta simile, nemmeno finendo in acqua. Le venne un’idea, anche se molto azzardata.
      “E se io volessi scendere?”
      “Vuole scendere?”
      “Mi spiace, capitano. In un certo senso comprendo le sue idee, ma purtroppo non mi sento pronta per un viaggio di tale portata.”
      “Capisco… no, non può scendere.”
      “Perchè?”
      “Vede, gli uomini di là mi servono. Saranno il principio della prima colonia solare dell’umanità. Lei ne fa parte.”
      La mia discesa non deve essere un’opzione. Devo convincerlo.
      “Credo che ha scelto male, signore… sono malata da due anni oramai, non resisterei a tale viaggio… si ritroverebbe presto a trasportare un cadavere… un portatore di malattie. Non credo che le convenga.”
      “Sta mentendo.”
      “Mi dica, ha guardato gli invitati qualche volta durante il viaggio?”
      “Sì, perché?”
      “Allora avrà notato che mio marito non mi ha quasi parlato.”
      “Lo ammetto, ci ho fatto caso, ma se anche fosse?”
      “Lui sa, che mi manca poco, e sta già cercando di corteggiare un’altra. Io non ho detto nulla, perché capisco il suo fardello.”
      Il capitano ammutolì.
      “Le assicuro, capitano, che conoscendo mio marito, l’idea di diventare uno dei ‘fondatori’ della colonia solare lo intrigherebbe molto. Può contare su di lui. Ma su di me… mi spiace… non voglio essere portatrice di sciagura.”
      “Va bene, capisco il suo dilemma, la farò scendere. Vuole salutare suo marito?”
      “Meglio di no, potrei creare agitazione tra i passeggeri.”
      “Giusto, mi segua.”
      La accompagnò ad un angolo della cabina e aprì uno sportello. Dentro era presente una sedia coperta di cuscini e delle cinture di pelle che avevano lo scopo di fissare torso e testa allo schienale. Tutte le pareti erano coperte dello stesso materiale dei cuscini.
      “Si sieda.”
      Camelie fece come le era stato detto e si lasciò allacciare le cinture.
      “Vede questa levetta vicino alla sua mano? La tiri dopo l’impatto con la superficie dell’oceano e le cinture si slacceranno. Non prima, se le è caro quel poco che rimane della sua vita.”
      “Va bene. La ringrazio, capitano.”
      “Grazie a lei per l’onestà. Buon ritorno sulla terra.”
      “Grazie e buon viaggio.”
      Il capitano sorrise, chiuse lo sportello e tirò una leva sulla parete adiacente.
      Sentì solo le viscere smuoversi e un senso di opprimente stordimento quando la capsula si sganciò dal Dieu de Vapeur. Poi svenne.
      Si risvegliò sentendo uno scatto metallico dentro lo sportello, poi una fessura di luce andò allargandosi e qualcuno spalancò la porta. Un pescatore.
      “Dio mio… chi è lei.”
      “Camelie, piacere.”
      “Ma da dove viene?”
      “Mi pare ovvio. Vengo dal cielo”
      Sorrise.
      E del Dieu de Vapeur non se ne seppe più nulla.
       
      Fin.

    • Intravide dalla finestra la luce sommessa del Sole, che si faceva strada tra le foglie di quella via alberata, e che in lei suscitò grande gioia. Sarebbe stato un qualunque giorno di novembre, se non fosse stato per ciò che sarebbe successo, poche ore dopo l’alba. Si alzò dal letto, dopo una notte trascorsa quasi interamente a fissare il soffitto, con la consapevolezza del premio che le spettava, dopo cotanta attesa. Provò ad addormentarsi, invano, richiamando alla memoria quei momenti che lei tanto amava, quasi più del suo futuro sposo. Il cuscino, in pochi istanti, fu colmo di lacrime amare e contente che corsero via dagli occhi della giovane ragazza, perché sapeva che la distanza tra il suo cuore, e quello del suo amato, anche solo per un giorno, sarebbe svanita. Un’effimera allegria che avrebbe fatto dimenticare a quell’ingenuo cuore, tutto ciò che aveva subìto prima di conoscere il suo innamorato, il quale assunse, in così poco tempo, la concreta figura della felicità. Iniziò a vestirsi, e decise di indossare uno dei suoi abiti preferiti, simbolici della metà del Novecento, e che le calzò, come si suol dire, a pennello. Infilò il cappotto, e si diresse verso la stazione che diventò per lei, da quel giorno, uno dei pochi posti felici di Napoli: la sua città. Camminò veloce, ed il suo battito più di lei, e insieme corsero incontro alla felicità. Finalmente giunse alle panchine della stazione, e attese il treno quasi trepidamente. Passarono poco più di dieci minuti, ma che le sembrarono un’eternità, ma ecco che arrivava il treno. Binario giusto, orario giusto, posto giusto, e stavolta il momento non era sbagliato, come in tutte le favole. Vide tutte le persone scendere dal treno, e le osservò, una per una. Sapeva che lì, tra la folla, ci sarebbe stata la persona che più avrebbe atteso nel corso della sua vita. Valigia a quadroni rossa, scarpe classiche, giacca elegante, ed un lungo cappotto che lo rendeva incantevole. Era sicura che fosse lui, e lo riconobbe anche grazie al dono che portava in mano, che sapeva fosse destinato a lei. I loro sguardi si cercarono e si incontrarono da lontano, e fu così che in pochi istanti i loro occhi poterono finalmente baciarsi, e lo stesso fecero quelle labbra che avevano voglia di assaporarsi nuovamente. Si abbracciarono, e fu solo dopo quell’attimo cruciale, che iniziarono a parlare. Dopotutto si sa, un bacio è la migliore forma di dialogo: la più sincera, la più dolce, e la più intima, ed ogni bacio è sempre accompagnato da uno sguardo, nettamente più intimo del bacio stesso. Quegli occhi non si osservavano da tanto tempo, e sapevano che si mancavano a vicenda da troppi mesi. Lui le porse il pacchetto che le aveva preparato con tanta cura, e lei fece lo stesso, tirando fuori dal cappotto una scatolina che nascondeva un anello, ma nessuno dei due seppe il contenuto di quei doni, fino al momento in cui dovettero separarsi di nuovo, mentre si abbracciavano su quella famosa panchina che ormai diventò parte della loro relazione. Dopo i saluti, si incamminarono verso casa della giovane ragazza, in modo da sistemare i bagagli, e da far riposare il suo amato, ormai stanco a causa del lungo viaggio affrontato. Trascorsero le ore a parlare di ciò che le loro vite, improvvisamente separate, erano state costrette a subìre. Lei era attratta dalla voce di quell’anima così simile alla sua, ed era felice di ascoltare le parole che proferiva. Aveva aspettato per così tanto tempo quel momento, e si pentì di quelle volte in cui dedicò le sue preziose attenzioni alle persone sbagliate. Fu gelosa del passato, perché ingenuamente inconsapevole del futuro, pensò che avrebbe potuto parlare col suo amato tutte le volte che avrebbe voluto: ma non fu così. Dopo essersi vissuti, e dopo aver ricordato l’un l’altra il valore della contentezza, decisero di uscire per una passeggiata, cercando di rubare lo scalpore del tramonto, da regalarsi a vicenda. Lui prese per mano la donna della sua vita, e si sentì come quando non si hanno parole per esprimere ciò che si sente, e quindi ritenne giusto condividere con lei quel silenzio che stava ad equivalere tutte le parole mai dette. Poi, prese la coperta che avevano portato da casa, e la fece giacere sul prato che guardava in faccia il cielo come se non avesse paura di sfidare la maestosità delle stelle, e di quell’azzurro mescolato agli altri tenui colori del mondo. Si distesero sul morbido prato e, abbracciandola, le dedicò poche frasi, ma che furono ricordate per sempre. Sembrava una poesia, pensò lei. Passarono del tempo a scherzare e a ridere insieme, e videro il cielo, e poi le stelle che fino a pochi minuti prima si nascondevano alla vista di tutti gli innamorati del mondo, che dalle stelle potevano solo essere invidiati. Tornarono a casa, e trascorsero ogni minuto dei due giorni seguenti, amandosi sempre di più, e desiderandosi sempre di più, fino a quando lei non dovette salutare di nuovo il suo amato, nella speranza di rivederlo presto, su quella panchina della stazione.

    • CANTO DI  PENTECOSTE
       
      DI DOMENICO DE FERRARO
       
       
      Un  miracolo può essere di tanti tipi ed ogni miracolo contiene in se una verità intangibile che può cambiare la vita di un uomo o di una donna,  tutti possiamo ricevere un miracolo , un angelo appare ti comunica che per volontà divina tu sei stato prescelto a ricevere una grazia. E come vincere un terno a lotto e come  cambiare casa,  divenire improvvisamente da paraplegico uno scattate atleta  i miracoli badate bene sono una cosa seria , non si scherza con chi governa il nostro destino,  ne con gli angeli,  ne con dio. In un vicolo buio dove si squagliano le ombre e le zizze delle janare sono mosce e pendule , appese fuori al balcone fiorito,  dove cascate di gerani penduli , adombrano l’inferriata arrugginita  in un vicolo non lontano dal mare che accoglie ogni mistero ed ogni alito di vento si tramuta in uno zefiro musicale . La oltre la chiesa di sant’Anna tra vico del palladio e vico Bisio oltre il cavone , dove vivono i peggiori malviventi che fanno a botte per un non nulla pronti a  succhiare  il sangue alle loro vittime si concentra ogni male ed ogni demone governa indisturbato il fato degli uomini. E un luogo tetro dove in molti hanno paura dove la morte fa la spesa,  riduce in pochi battiti quel cuore infermo nel suo paradiso nel suo andare a ritroso nel tempo.  In  un palazzotto eroso dal tempo che vantava antiche memorie di tempi migliori che aveva visto  nascere e crescere gente nobile e sventurate massaie , poveri facchini e ciabattini senza parrucchino . Vivevano due famiglie che vantavano una lunga parentela comune . Il nonno era stato un capitano di fanteria e dal ritorno dall’ultima  guerra in quei tristi  tempi con i proventi dei saccheggi  commessi  in guerre come il sottrarre denari ai vinti  aveva comprato quel palazzotto e trasferito all’interno , moglie ed amante con al seguito figli e figliastri.
       
      Ora voi direte ma di che miracoli parli,  aspettate che adesso vedrete come nasce da una disgrazia una benedizione,  da una terra brulla  sboccia un fiore dai mille colori , una casa  diviene un castello,  una brodaglia , una minestra . Tutto è  lecito , tutto può avvenire sotto un  cielo che  trasforma il nostro essere ed anche il nostri averi.  Il nonno capitano si divideva tra moglie e amante e le due donne consapevoli dell’adulterio , si dividevano il marito per meta settimana,  dalla domenica al mercoledì la moglie legittima,  dal giovedì al sabato l’amante.  Ed i figli erano una unica famiglia e guai ad incontrarli per strada erano cosi uniti cosi fratelli di sangue che  a dire  qualche sparuto commento  su  quelle piccole canaglie t’avrebbe tagliuzzato o peggio spolpato come carne da macello , come minimo t’avrebbe riempito di botte.
       
      Maria  l’unica figlia del capitano  era una donna dedica a lavoro e dato che il palazzato  quasi s’univa alla chiesa di sant’Anna ,  Maria dopo aver fatto i servizi in casa si ritirava nella chiesetta antiqua alla sua abitazione e li vi passava diverse ore contemplando la statua di sant’Anna. Che vistosa come una farfalla colorata s’apriva incantata sull’altare di marmo apuano , venato di strisce rossicce  nelle cui  vene   sembra scorrere  il sangue dei defunti. Maria con un fazzoletto in testa parlava con la statua si confidava con lei di tutto il male ed i grattacapi che gli potevano capitare. La donna confidava nella statua lignea e la statua di sant’Anna la sorrideva dall’alto parlando al suo cuore, gli parlava in diverse lingue alcune antiche , alcune  quasi incomprensibili lingue perdute o sconosciute che sembravano essere parlati in altri pianeti ed in altre dimensioni. Il cinese e l’inglese il coreano ed il norvegese erano linguaggi magici che avvicinavano ed incantavano Maria nell’ascoltare quella statua lignea parlare cosi naturale che ella stranamente comprendeva ogni cosa detta.  Anche quando c’era molto gente,  Maria seduta nei primi scanni parlava con sant’Anna gli elencava i mali ed i peccati degli uomini e in diverse lingue faceva levitare il suo spirito in altre dimensioni ed in mondi onirici , cosi belli , cosi infiniti che il suo sguardo s’illuminava nel percorrere quelle dimensioni linguistiche quei luoghi sovrannaturali.  Ed anche se la gente non capiva ne tanto meno s’accorgeva di quei dialoghi  mentre  bande di scugnizzi entravano ed uscivano dalla chiesetta il dialogo tra i due rimaneva accesso ed interrotto.
       Maria  udiva  chiaramente la santa parlare in diverse lingue  al suo animo afflitto.
       
      Non sai quante pene ho in corpo
       Non disperare la vita è un gioco
      Si per te e facile basta alzare gli occhi e ti compare un panino tra le mani
      Ma cosa credi questo bene , viene dall’alto io sono un intermediaria
      Vorrei  diventare  nonna, vedere  sposata qualche  figlia mia
      Non ci sono parole e tutto questione di tempo
      E di tempo mi rimane poco, chi sa  quale  giorno c’incontriamo in paradiso se il signore vuole
      Ma dai fatti una risata che quando ridi mi sei simpatica assai
      Io rido ma tu poi il miracolo me lo fai
      Perché chi t’aiutato a comprare la macchina,  ti ricordi vincesti al superenalotto duemila euro
      Fu fortuna,  ma lo so dietro c’era la tua mano
      E lo puoi dire forte io qui conosco tutti i santi e sono in buona accordo con nostro signore che è un gran signore e non si tira mai indietro alle mie richieste di grazie  . Se puoi aiutarmi si fa in quattro. Poi c’è pure la parentela sono o non sono la nonna e la nonna è un bene prezioso parte del proprio essere.
       
      C’erano giorni in cui  quel  lungo dialogo  tra entrambe non si fermava  tra quelle quattro Mure si parlava di tante cose ed in fare spiritoso in lingue cosi strane che nascondevano un che di diabolico , si parlava d’amore e degli uomini di come sarebbe finita questa storia umana in un botto in una botta , tutto sarebbe ritornato a come s’era all’inizio,  cavernicoli a combattere i mostri generati dalla natura nemica.  Un parlare fatto di tante chiacchierate,  tra vecchie comare . Con Maria che elencava il suo disappunto e  sant’Anna taciturna la sull’altare meravigliosa coperta dalle ali degli angeli di fiori solinghi , di corone d’alloro che a vederla sembrava la madre celeste. Colei che governa il mondo e ti manda all’altro mondo. Da tempo immemorabile Maria  voleva bene a quella Sant'Anna e si affannava ad esaltarla fra la gente. Fino a pochi anni prima, per il ventisei di luglio, quasi estorcendo piccole somme ai conoscenti e ai passanti era sempre riuscita  a improvvisarle una festa. Venivano un po’ tutti del quartiere venivano vestiti a festa con l’abito buono con quell’aria di rapper  i più giovani,  di sorcio i soldati ,  di lupo , di leone affamato della vita  la tanta gente del quartiere , ed ogni cosa scorreva nell’attimo nell’imago nel dolce canto  tra le  nuvole che passano per il cielo e si confondo con i sogni degli innocenti   con l’essere che rinasce nella sua deleteria esistenza . L’incontrarsi fuori al bar Gambrinius  a prendere tutti insieme  un caffe bollente,  gustato in fretta al bar Maria era sempre li alla ricerca di una offerta da fare a sant’Anna e alla vergine Maria sua figlia.
       
      La gente non ci poteva credere che Sant’Anna parlasse con Maria che lei potesse parlare  in mille lingue  ed in tutte le lingue del mondo con una madre celeste , potesse entrare in confidenza con lei dirgli tutto quello che provava in cuor suo dei tanti mali che assisteva nello scorrere dei giorni pigri. Nell’illusione di un vivere mesto confuso nella forma si trascinava Maria per i vicoli derelitta con i suoi anni con i suoi capelli spettinati il mantesino sporco di sugo.  Intorno alla vecchi statua con il passare del tempo si fece una selva di candele , perennemente accese che illuminavano la volta della piccola chiesa e le ombre dell’incredulità  danzavano una mazurca , un tarantella con i spettri della fame e della disperazione . Giorni crudeli , occhi di lince dietro quei paraventi sacri si nascondeva il maligno.
       
      L’andare e venire, l’incessante folla che chiedeva una grazie , doni e quant’altro  in molti invasero la piccola chiesa e quel luogo un tempo tranquillo rifugio d’ anime pie divenne l’anticamera dell’inferno. Cosi una mattina  alcune devote nell’entrare in chiesa vide la statua di Sant’Anna con le spalle voltate. Provarono a metterla a posto ma niente dopo pochi minuti un tremore serpeggiava nell’aria e fiamme e fuoco avvampava intorno  alla statua  che adirata rigirava le spalle ad ogni uomo o donna a chiunque entrasse come fosse assente  per il loro subdolo comportamento e l’incessante richiesta di un bene deleterio.
       
      Lacrime e panico si spersero a macchie d’olio la gente non sapeva più a chi santo votarsi
      Madonna  mia, sant’Anna ci ha abbandonata
      Signora Carmelina siamo  rovinate ,una maledizione
       Peppino smetti di fumare quel sigaro
      Signora calate il paniere abbiamo tre uova fresche per Michele
      Qua sta succedendo la fine del mondo
      Calate le mani ,non parlate assai
      Io sono una persona educata e non ci sembra , me l’avete messa nell’interno della gonna
      Scusate pensavo fossero le tasche dei miei pantaloni
      Sant’Anna,  Sant’Anna mia
      Chiamate  il  parrocchiano
      Andiamo a Roma da papa Francesco
      Facciamo una processione
      Appicciamo tanti ceri facciamo un fioretto
      Ecco preghiamo
       Lei non metta  le mani dove non li dovete mettere ma questo è un vizio
      Scusate non ci vedo bene
      Mettetevi gli occhiali
       Sant’Anna,  santarella mia
      Che brutta gente che c’è in questo mondo
       
       Poi all’improvviso quando tutto il vicolo irruppe nella chiesetta, Sant'Anna , la statua aveva ripreso la sua posizione normale; ma di lì a poco il prodigio si ripeté e centinaia di occhi videro la statua girare le spalle . Lacrime e panico serpeggiarono ed un malessere si manifesto in diverse lingue ed espressioni dialettali che uno della Romania incominciò a parlare napoletano ed uno dei quartieri spagnoli austriaco . Tutto questo  lo interpretarono nell'unico senso possibile: che la santa si risentisse dell'abbandono in cui da anni l'avevano lasciata. L'indomani l'intero rione era impraticabile; la folla vi dilagò con massiccia lentezza, come lava che scende dal cratere di un vulcano in eruzione . Uomini e donne, oberati di colpe, sentendosi oscuramente responsabili dei più remoti ed imprecisi peccati, come sempre , accade quando il sovrannaturale ci sfiora, sfilavano pallidi e muti fra le vecchie pietre. Camminavano o stavano tutti seduti muti nella loro goffa figura uomini e donne , piccoli e vecchi tutti con le lacrime agli occhi a recitare il mea culpa ad interrogarsi su i mali commessi , sulla decisione d’essere o non essere,  chi sa che cosa , chi sa perché la santa gli aveva voltato le spalle per sempre , lasciandoli soli in quel loro inferno ch’era la loro vita quotidiana,  fatta di tante colpe , di tanti vizi,  poche virtù ed amori che si contano sulla punta delle dita.
       
      Anche la polizia fu allertata e venne il prefetto ed il sindaco della città di Napoli con la fascia tricolore di traverso  e una candela in mano pronto ad inginocchiarsi  a supplicare la santa perché rintonasse lieta ed amata come un tempo.  Benevole  con la faccia rivolta verso chiunque entrasse in chiesa a chiedere una grazia. Il commissario Russo fece i suoi dovuti interrogatori acciuffò  due o tre ladruncoli , interrogò un sacco di gente e fece un fioretto se Sant’Anna che se riusciva  ad  acciuffare quel malandrino che l’aveva offesa,  si avrebbe fatto a piedi da piazza del Carmine fino a Pompei a piedi , lui sua moglie e sua madre che stava paraplegica  in  carrozzella .
      Il commissario scuoteva il capo e si domandava  chi fosse   quel  patetico animale ch’aveva fatto adirare la santa che di pazienza sant’Anna ne aveva avuta sempre tanta ed amato gli uomini come tanti figli suoi ora perché non voleva più parlare con marocchini e portoghesi con napoletani e pugliesi per non parlare poi con i siciliani che era sempre andata d’accordo quello non riusciva proprio a capire ne a  digerire.  Chi impostore aveva  agito per lucro girando la statua ;  cosi che la gente  richiamata dal falso miracolo, mezza Napoli  era accorsa a pregare e portare tante offerte in denari e beni culinari mozzarelle e mortadelle,  finocchi e cetrioli che poi erano improvvisamente scomparsi al girarsi della statua  . Alcuni  birbanti e malviventi avevano sfruttato l’evento per vendere la loro mercanzia.  La gente continuava ad accorre copiosa,  penosa si trascinava sulle loro gambe malferme,  vecchi ed infermi in cerca di una grazia. Mentre  in un angolo Maria che era stata sempre una buona amica di Sant’Anna   continuava ad ascoltare  a  parlare tante diverse lingue , ascoltava il  canto di disperazione della santa  , un canto melodioso che porta le anime verso l’aldilà , verso quel paradiso  mitico, quel luogo ameno ove confluiscono tutte l’anima pie . La sentiva  mormorare dentro di lei  : figlia mia abbi pieta di tanta gente e di questo amore che lieto consuma il nostro vivere e c’unisce in quel amore  in cui il padre ed il figlio sono un'unica cosa. Maria non piangere domani quando tutti se ne saranno  tornati alle loro case,  ritorneremo a chiacchierare e non ti dimenticare di portate quei biscotti che a me piacciono tanto.
       
      Sant’Anna mia  non preoccuparti non t’abbandono , ti sarò sempre devota,  come una farfalla su un fiore  mi posero sopra di te , sarò il tuo scialle e la tua stella a sera ,  la tua luce e la tua voce per quegli ultimi figli tuoi. La mia fame  di santità e tanta,  quanto la tua , ed io domani  oltre  i biscotti ti porto pure due bistecche ed un fiasco di vino rosso ,  cosi sia fatto grazia a chi ci tiene in grazia,  festeggiamo questa santa Pentecoste , madre di ogni festa con canti e musici ,  pantomime e fuochi d’artifici . E tutti potranno parlare con te madre celeste in ogni lingua ed in ogni lingua che parlerai e loro parleranno ti capiranno e tu capirai il loro cuore ed il loro dire per rime in  metri allegri e vivaci , stupefacenti versi a cui la sorte dona un animo per essere divini al pare del divino che tu doni ad ogni uomo o donna di questa terra.   
       
       

    • Aradia si materializzò nella sala teletrasporto di Mosil alle 08;30 locali del 12 Marzo del 3518. Era una ragazza alta e slanciata, ben fatta, faccia ovale, delicata, bionda, occhi celesti. Era vestita con una camicia azzurra, pantaloncini corti bianchi, stivaletti marroni. Uscì all'aperto e vide, a 200 metri di distanza, le case del piccolo paese. Un giovanotto biondo come lei (ma in quel mondo erano tutti giovanotti) gli si parò davanti fissandola ardentemente negli occhi. Lei non era ancora abituata ai modi diretti in uso in quell'epoca e distolse lo sguardo con stizza; fece per andarsene ma l'uomo le disse: "Mi manda Giovanna; mi ha detto di accompagnarla nella prateria qui vicino". Lei rivolse lo sguardo verso di lui: "Doveva dirmelo subito. Mi porti da Giovanna". "Ok, mi segua". Si incamminarono lungo un sentiero che andava a destra, verso Ovest. Si inoltrarono nella pianura erbosa, profumata, con pochi alberi sparsi. Era primo mattino, il Sole era ancora basso e l'aria era fresca. Avevano percorso 150 metri quando videro, in lontananza, una figura nera in rapido movimento nella prateria. La figura si rivelò essere un cavallo nero al galoppo. Sopra il cavallo si palesò una figura minuta e anch'essa nera. Era Giovanna, vestita con il suo farsetto e i suoi pantaloni di lana nera. La ragazza teneva il petto premuto contro il collo del destriero e i suoi capelli corti e neri ondeggiavano nella corsa; così come ondeggiavano, ancora di più, le parti larghe delle maniche del farsetto. Giovanna evidentemente avvistò i nuovi venuti perchè il cavallo svoltò verso di loro e si lanciò al galoppo. "Mi scusi se non mi sono presentato. -disse l'accompagnatore- Io sono Georges Aron e sono un addetto al teletrasporto". "Non importa che ti scusi.- rispose Aradia in tono affabile- E diamoci pure del tu; io anche nella mia prima vita facevo così". "Grazie. E' un piacere immenso per me conoscere due donne speciali come voi". Aradia sorrise. Il cavallo si fermò a pochi passi da loro. L'animale nitrì ed ansimò per un poco; copiose gocce di sudore inumidivano il suo corpo. Giovanna accostò la bocca all'orecchio sinistro del cavallo e gli sussurrò: "Bravo Casimiro; ora riposati". La ragazza scese da cavallo. L'animale si mise a brucare l'erba mentre Giovanna avanzò verso i due nuovi venuti. Le due ragazze si fissarono negli occhi, ognuna di fronte all'altra. Nessuna delle due aveva uno sguardo normale. In quegli occhi non vi era traccia alcuna nè di imbarazzo, nè di aggressività. Sembrava che ognuna delle due esprimesse una esuberante curiosità verso l'altra mista ad una certa volontà di mantenere un certo distacco; quest'ultima tendenza era più accentuata in Giovanna. Georges si sentì messo da parte e provò disagio; gli parve che ognuna delle due stesse sondando l'anima dell'altra. E si ricordò di essere di troppo. "Em.., scusate -disse con voce tremolante- ma ecco, io ho delle faccende da compiere, e se non avete più bisogno di me....." "Si Georges- lo interruppe Giovanna- puoi andare". Georges ritornò verso la sala del teletrasporto e le due donne rimasero sole nella prateria; anche il cavallo si era allontanato, e di molto. Aradia distolse lo sguardo dagli occhi di Giovanna e accorgendosi del cavallo disse: "Non si è allontanato troppo?" "Casimiro è libero e fedele. Ritorna sempre. Vieni, sediamoci là" Giovanna indicò una panchina di pietra posta sotto un vicino platano. Le due ragazze si sedettero. Con le mani sulle ginocchia, Giovanna si rivolse alla nuova venuta: "Sei qui soltanto perchè le mie Voci mi hanno detto che dovevo vederti. Ma io non ne sono molto convinta. Sai bene com'è profonda la mia fede". Aradia gli sorrise. "Conosco la profondità della tua fede. Ma anche la mia è profonda, e le Voci parlano, hanno sempre parlato, anche a me; ed è per questo che sono qui". Un lampo di malignità guizzò negli occhi di Giovanna: "Ma la tua fede non è altro che superstizione!" Detto questo balzò in piedi, si piazzò di fronte ad Aradia con le mani ai fianchi e guardandola severamente continuò a dirgli: "Sei una sacerdotessa delle Streghe; una pagana, un' infedele. Ai miei tempi ti avrei staccato la testa piuttosto che parlarti". Aradia rispose con uno sguardo dolce e una voce altrettanto dolce: "No, non l'avresti fatto. Tu non hai mai ucciso nessuno; la tua legge è quella dell'amore. Ed è anche la mia". Giovanna lasciò andare le mani lungo i fianchi e il suo viso si distese un poco. "E va bene, Bella Pellegrina. E' proprio perchè ho una fede profonda che ho accettato di incontrarti; io obbedisco sempre alle mie Voci". "Non sempre Giovanna. Quella volta che ti gettasti dalla torre di Beaurevoir hai disobbedito a loro". Giovanna abbassò la propria faccia minacciosa sulla sua. Il suo naso arrivò ad un centimetro dal suo; i suoi occhi, a due centimetri dai suoi, esprimevano un tale furore che sembravano in grado di accecarla. Ma Aradia sostenne efficacemente quello sguardo feroce che la trafisse dentro. Lei stessa trafisse lei, a sua volta, con il proprio sguardo, anch'esso feroce. Ma poi lo sguardo di Aradia si fece tenero. Come un riflesso meccanico, anche quello di Giovanna si addolcì. La ragazza vestita di nero tremolò un poco; poi si allontanò, volse il proprio sguardo verso la prateria dove ad una certa distanza pascolava, placido, il suo cavallo. Si mise una mano alla fronte. Aradia si alzò, le andò vicino e le chiese: "Ti senti male?" "E' solo un lieve capogiro. Torniamo sulla panchina". Le ragazze tornarono a sedersi. "Erano le mie Voci" disse Giovanna in tono serio. "Ti hanno parlato mentre mi fissavi?" gli chiese Aradia. "Si. Mi hanno detto che devo fidarmi di te, che devo ascoltarti". "E' quello che dicono anche a me, Giovanna. Le nostre Voci ci dicono le stesse cose; immagina cosa può significare questo". "Cosa può significare?" "Significa che chi ci parla è lo stesso Dio!" La faccia di Giovanna assunse un'espressione esterrefatta. "Ma com'è possibile! -esclamò- Tu non sei cristiana!" Aradia cercò il suo sguardo e nel modo più dolce possibile gli disse: "Anche se gli uomini sono soliti venerare molti dei, in realtà è Uno, che è in molti. Un uomo nella sua vita è chiamato con molti nomi. Alcuni possono conoscerlo come un padre, o un amico. Per alcuni può essere un nemico o un fratello, e per altri un cugino. Ma non è per caso il solito uomo?” Giovanna assunse un'espressione perplessa. "Quindi -disse- tu sostieni che noi due veneriamo lo stesso Dio e che solo le forme in cui lo veneriamo sono diverse?" "Esatto Giovanna. Le forme non contano. L'importante è l'essenza. L'essenza divina è uguale per tutti; è l'essenza dell' Amore. Entrambe amiamo l'Universo e ogni creatura in esso contenuta". "Ma io ho un bisogno estremo delle forme della mia Religione! Non posso rinunciarvi!" "E infatti non devi rinunciarvi. Le forme sono un bisogno umano e ognuno deve essere libero di venerare Dio, o anche di non venerarlo, come meglio crede. L'importante è riconoscere che la varietà delle forme emana comunque dallo stesso Principio universale; il Principio dell'Amore. Giovanna, non c'è contraddizione tra la tua fede cristiana e la mia fede in Diana. Sono entrambe vere ed entrambe false; entrambe sono state istituzionalizzate ed entrambe sono state perseguitate. Ma la nostra missione, la mia e la tua, è la stessa missione". Giovanna fu scossa da un leggero fremito. Si voltò lentamente verso la propria interlocutrice. Nei suoi occhi vi era una strana luce. "La stessa missione, dici? Non è facile da credere e infatti non ci crederei se non fosse per le mie Voci. Sento dentro di me che dici la Verità. Ma io, dentro di me, sto combattendo. Se quello che dici è vero, dammi un segno!" Aradia si fece più seria. "E tu, ti ricordi quale segno hai dato al tuo re?" "Gli dissi che lui era l'erede legittimo del trono di Francia". "E io ti dico che tu, una semplice Pulzella, fosti scelta da Dio per un duplice scopo: salvare prima la Francia e poi salvare questo Universo. Lo faremo insieme". "Io questo lo sapevo. Ma non riesco a sentirmi pronta a collaborare con te". "Ti sei mai chiesta, Giovanna, perchè Dio ha voluto che la Francia fosse indipendente?" Giovanna allargò gli occhi. "Ma, mi sembra chiaro. Voleva che il mio paese fosse libero e indipendente! Gli inglesi furono cacciati!" "Si, Pulzella, ma tante nazioni sono state schiacciate da tante altre nazioni per secoli e secoli e Dio non ha mai mosso un dito. Perchè la Guerra dei Cento Anni doveva per forza risolversi con la sconfitta degli Inglesi?" Giovanna inarcò le sopracciglia. "Bè, Aradia, puoi immaginare che io questa informazione alle mie Voci non l'ho mai chiesta. Io obbedivo e basta". "Ecco, Giovanna, io invece alle mie Voci l'ho chiesto. Io lo so". "Tu lo sai, e io no?" "Dio ha voluto così. Ha voluto che te lo dicessi io. Ascolta". "Sono tutta orecchi". "Sarò comunque breve. Grazie a te la Francia, alla fine del Quattrocento, era il più forte, il più unitario e il più esteso degli Stati europei. Invece, se avessero vinto gli Inglesi, sarebbe stata simile all'Irlanda, una colonia di fatto. L'alleanza con la Borgogna avrebbe permesso agli Inglesi di impadronirsi del resto d'Europa. E, di conseguenza, di tutti gli altri continenti oltremare. L'Inghilterra sarebbe stata il solo, unico, grande, impero coloniale. Non ci sarebbe stata la Riforma protestante, ma solo la Riforma anglicana; la sede del Papato sarebbe stata trasferita a Londra e la Chiesa cattolica si sarebbe fusa con quella anglicana. L'unica altra potenza rivale dell'Inghilterra sarebbe stata la Russia. Non vi sarebbero state nè la rivoluzione americana, nè quella francese. Soltanto quella inglese, che è stata più moderata. Non ci sarebbe stato l'Illuminismo. La rivoluzione industriale si, ci sarebbe stata, ma si sarebbe espansa senza freni a tutto il pianeta, senza critica sociale. Niente socialismo, niente marxismo, niente movimento operaio. La meccanizazzione del pianeta, il pauperismo, l'inquinamento, l'effetto serra, si sarebbero sviluppati molto più rapidamente. A causa di questo, senza opposizione sociale, la vita sulla Terra si asrebbe estinta con un secolo di anticipo rispetto a quanto avvenne". "Quindi non ci sarebbero stati superstiti sulla Luna?" "No, Giovanna, l'umanità si sarebbe estinta del tutto. Noi ora non saremmo qui. E adesso, o meglio, tra cinquant'anni, tu dovrai salvare di nuovo l'umanità. O, meglio, noi due la salveremo insieme". "E tu sai da che cosa la dovremo salvare?" "Non ancora. Le Voci ce lo diranno al momento opportuno. Comunque so che sono evidenti anche a te le contraddizioni del Progetto cosmista". "Altro che. Ne ho discusso in modo aspro in più occasioni con Fedorov che tra l'altro, come sai, per me è un aderente all'eresia ortodossa orientale" "Lo so Giovanna, ma dovresti aver capito che le forme non sono importanti". "Sto comprendendo-disse Giovanna con una grande profondità nello sguardo- che è più importante il fine ultimo. Le forme sono semplici mezzi; comunque, io, per me, non posso farne a meno". "E, come ti ho già detto, fai bene. Perchè le forme, le tradizioni, servono a soddisfare il nostro senso estetico e a nutrire il nostro essere; e ciò accade proprio, con più forza, quando si riconosce il valore della molteplicità delle forme". "Ma tu vuoi comunque realizzare l'Epoca della Figlia; io invece voglio il Regno di Dio!" "Non c'è differenza Giovanna". "Sei sicura?" "Sono sicura, così come sono sicura che la Figlia sei tu". "IO?" Giovanna lanciò quasi un urlo e si agitò sulla panchina; ma dopo due secondi era già calma; assunse un'aria riflessiva e disse:"Le mie Voci...." "Ti stanno dicendo che è vero.-continuò Aradia- Non mi stancherò mai di dirti che le forme non contano, Giovanna. Ma i simboli si". "I simboli?" "I simboli che hanno accompagnato la tua venuta sulla Terra. Tu, non li hai notati?" "Io ho sempre fatto riferimento alle mie Voci e basta". "Lo sapevo. Te li dico io. Tu sei nata il 6 Gennaio, giusto?" "Giusto". "Il 6 Gennaio è il giorno in cui Diana volava sopra i campi con la scopa per benedirli" "Non c'entra niente con me! Per l'amor di Dio, non ho mai creduto nè alle Fate, nè alle Streghe, nè alle Fattucchiere!" "E non devi crederci Giovanna. Credi solo a Dio; la forma non ha importanza. Anche tu, al processo, hai detto che l'abito non conta". "E' vero!" "Si, è vero. Le forme sono come gli abiti. Quello che conta è chi li indossa, e il motivo per cui li si indossa, come li hai indossati tu per salvare la Francia e l'umanità". Giovanna ascoltava con perplessità. "Un altro segno, Giovanna -continuò Aradia- è il mese di Maggio" "Maggio?" "Si, tutti i fatti più importanti della tua prima vita sono accaduti in Maggio. Il 13 Maggio 1428 ti sei incontrata per la prima volta con il capitano di Vaucouleurs Robert de Baudricourt. L' 8 Maggio 1429 hai liberato Orleans dall'assedio. Il 23 Maggio 1430 sei stata catturata a Compiegne. E il 30 Maggio 1431 sei stata bruciata sul rogo a Rouen". "In effetti Aradia, mi sono sempre chiesta anch'io se questa ricorrenza del mese di Maggio nella mia vita avesse un significato oppure no". "Lo ha Giovanna. Maggio, nell'antica Roma, era il mese dedicato a Maia; un' altra delle tante antiche divinità della fertilità e della madre Terra. Cioè, un altro antico riferimento alla Grande Madre. Come Diana. Come me. Come te, Figlia della Grande Madre". Giovanna osservò Aradia con un'espressione di timore negli occhi. "Non aver paura, -le disse Aradia con dolcezza- è soltanto un altro modo per dire Figlia di Dio. Con te iniziò l'epoca della Figlia. Come avevo profetizzato io un secolo prima, tu saresti stata la prima donna, dopo il Medioevo, a rivendicare apertamente di vestirti come un uomo, di batterti come un uomo. Con te è iniziata l'epoca degli Stati nazionali senza i quali, tre secoli dopo, non ci sarebbero state le rivoluzioni democratiche. E' stato un processo travagliato, come predissi allora, e non è ancora concluso. Ma tu lo concluderai con me". Alcune lacrime colarono dagli occhi della Pulzella. "Capisco il tuo pianto. Stai prendendo coscienza della tua missione, vero?" "In parte Aradia. Sento dentro di me che dici il vero. Però ancora non comprendo fino in fondo lo scopo della missione" "Giovanna, tu sei sempre stata generosa verso i poveri, li hai sempre soccorsi, giusto?" "Giusto" "Ecco, la Grande Madre vuole ripristinare l'epoca in cui non c'era differenza tra ricchi e poveri. Non c'è contraddizione, in questo, con il Dio cristiano". "Comprendo Aradia, ma questo obiettivo non è già stato realizzato qui, nell'Universo attuale? Non c'è un altro obiettivo?" "Quello che è stato realizzato qui è debole e precario; e lo si vedrà tra cinquant'anni. Non ci sono soltanto i difetti del Progetto cosmista che conosciamo; in pentola bolle qualcosa di peggio". "E dopo aver compiuto anche questa missione, dopo, avremo davvero la vera Giustizia, la vera Pace?" "Si, e anche di più. Questo Universo era comunque nel disegno di Dio, nel disegno della Madre. Era un passaggio fondamentale, ma sarà chiaro dopo. Io posso darti anche un altro segno". "Quale?" "Tu, come me, non hai il mestruo" Giovanna strabuzzò gli occhi. "Te lo hanno detto i medici?" "Non ho mai incontrato i tuoi medici, i quali sono tenuti al riserbo. Lo so dalle mie Voci. Sono senza mestruo anch'io. Noi due siamo entrambe androgine, Giovanna". Giovanna parve calmarsi. "Un altro segno per la nostra missione?" "No, questo è qualcosa di diverso. Devo dirti qualcosa che ti sconcerterà di più. Pensi di sopportarlo?" "Penso proprio di si Aradia". "Io conosco il tuo segreto più intimo. E so quello che provi per me; è la stessa cosa che io provo per te". Giovanna diventò rossa. Con voce quasi rauca disse: "Io ho fatto voto di castità!" "Fino a quando a Dio sarebbe piaciuto. Così dicesti al processo. E adesso a Dio non piace più, Giovanna". Giovanna si mise a gesticolare con le mani, ripetendo spasmodicamente i movimenti che faceva quando cuciva. Poi alzò la testa di scatto, si voltò verso Aradia e prese a fissarla con ardore. "Le mie Voci mi hanno confermato che quello che mi hai appena detto è vero" disse la Pulzella. I loro sguardi aumentarono d'intensità. I due volti si avvicinarono. Poi Aradia mise una mano dietro la nuca di Giovanna e spinse la sua testa contro la sua. Si baciarono a lungo e con grande avidità.

    • Il corpo cadde con violenza, avvolto dall’erba alta. Un secco colpo sordo, ovattato. Lunghi steli verdi e gialli dall’odore selvaggio della natura calda estiva offrivano una cornice appuntita alla sagoma della ragazza.
      Igor l’aveva spinta senza pensarci, mosso dall’incontenibile voglia di possederla. Lei, stesa e arresa come un felino battuto, ora lo guardava respirando affannosamente. Il suo sguardo magnetico appariva di sottomissione, ma nascondeva un guizzo di fierezza.
       
      Solo un’ora prima stavano ansimando sudati per la fatica, insieme ai loro compagni di escursione. Loro due, due perfetti sconosciuti. Ma Igor l’aveva già puntata, come un predatore studia la sua preda per non sbagliare l’attacco. Mentre camminavano a poca distanza l’uno dall’altra, il violento caldo estivo scioglieva i cancelli del pudore e con essi la repressione degli istinti più primordiali: due ore con il cazzo duro non sono da augurare a nessuno! Povero Igor. L’immagine del culone della ragazza davanti alla sua faccia lo aveva torturato durante tutta la salita. Pantaloncini corti inguinali, per giunta. E quella misera canotta non riusciva nemmeno a contenere le mammelle della femmina…perché emanava così tanta carica di sesso? Questo era il pensiero fisso dell’uomo.
      Una tortura febbrile e continua. Ma, si sa, l’essere umano può resistere fino ad un certo punto: poi, superato il punto di non ritorno, esplode nella sua fiera e sincera verità. E l’uomo sappiamo che è e rimane una bestia.
       
      “Dimmi il tuo nome”, ordinò Igor guardandola dall’alto verso il basso.
      “Alida”. La sua voce era ferma. Non aveva timore, anzi. Sembrava padrona della situazione. Si scostò il ciuffetto azzurro dagli occhi e si tirò su sui gomiti, studiando il maschio che aveva di fronte. Alzò una gamba e solo in quel momento l’uomo notò l’enorme tatuaggio di un drago infuocato sulla coscia sinistra.
      Igor annusò l’aria e si calò i pantaloni. Ne emerse un orgoglioso membro eretto. Non era enorme, ma comunque le discrete dimensioni gli avevano permesso di ricevere in più di una occasione apprezzamenti dal gentil sesso.
      “Bene”, constatò lieta Alida, dopo aver soppesato con lo sguardo la verga che faceva ombra sopra di lei. “Cosa aspetti a montarmi?”.
      Era veramente una porca. Il sesso fatto in persona. Irresistibile.
      Igor si inginocchiò e la liberò dei pantaloncini insieme agli slip. Aveva una vagina enorme e pelosa, che brillava alla luce del sole, da quanto già tutta bagnata… La accarezzò con l’indice e il medio, gioendo della morbidezza di quel sesso tenero. I peli neri gli pungevano il dorso della mano.
      L’uomo coprì la ragazza e la penetrò con estrema facilità, senza il minimo sforzo. Il suo pene scivolava agile avanti e indietro, percorrendo il canale vaginale per tutta la lunghezza. Riusciva benissimo a spingere fino in fondo, infilandolo per intero, fino alle palle. Era davvero una goduria pompare quella bambolotta di carne morbida. Il suo odore di dolce sudore era inebriante. Lei, da parte sua, accompagnava complice i movimenti sussultori del suo maschio, tenendolo per la schiena e cingendolo stretto con le gambe. Igor martellava su di lei con colpi decisi, estraendo al massimo la sua asta per poi riconficcarla tutta intera all’interno del corpo della donna, in modo dolce ma deciso.
      “Sei una porcona…dimmi che ti piace…”. Lo eccitava talmente quel corpo…
       
      Poi lei lo graffiò sulla schiena. Otto squarci rossi che scintillavano al sole. L’uomo si sentì bruciare dietro, ma provò anche uno strano senso di eccitazione. Fu come una scossa che gli fece pulsare ulteriormente il cazzo indurendolo a dismisura. Rallentò leggermente il ritmo, ma quel tanto che bastava affinché la donna potesse prendere in mano la situazione. Con una mossa decisa ribaltò l’uomo di lato e lo stese a faccia in su.
      Igor, con le braccia aperte stese sull’erba, attese che lei si infilasse.
      Alida gli fu subito sopra. Con le gambe spalancate introdusse prontamente il cazzo rigido dritto dentro di lei. Mentre cavalcava l’uomo, si levò la canottiera e rimase a seno scoperto. Una ventata di profumo di violetta si disperse nell’aria. Le due mammelle candide sobbalzavano libere ad ogni colpo, schiaffeggiando le costole della donna. Igor vide che entrambi i capezzoli erano perforati da piercing ad anello. Inoltre sulla pancia c’era un tatuaggio di un angelo con alle spalle un diavolo che gli suggeriva qualcosa…
      “Ahhh, che bello, ce l’hai durissimo…mi fai godere!”. Alida era compiaciuta e sorrideva con gli occhi chiusi. Il membro dell’uomo violava ripetutamente quella sorca ormai sfondata da tanto ardore. Le grandi labbra abbracciavano in una V rovesciata l’asta del pene, avvinghiandosi a ventosa nel movimento verticale. Il rumore degli umori condivisi e delle carni sbattacchianti riempiva quell’angolo assolato protetto dalla siepe d’erba dalle mille sfumature di verde.
      Igor spingeva di reni come un ossesso. Quella vagina larga e lubrificata lo ospitava alla meraviglia e gli permetteva di esplorare impercettibili inclinazioni che solleticavano a meraviglia la sensibilità del suo glande. Sopra di lui, Alida sembrava un incrocio tra un’amazzone e una cos-play: il suo caschetto azzurro che sussultava come una medusa, il trucco pesante, le tette danzanti con i capezzoli bucati dagli anelli, il ventre possente con l’angelo e il diavolo, il drago sulla coscia e i peli che sbattevano ritmicamente contro la base del cazzo…  Se la guardavi intensamente potevi percepire una forza strana: ti faceva salire un’energia incontenibile! Tanto che Igor ne venne sopraffatto: spalancò gli occhi come in trance e si rizzò su, facendo leva con gli addominali. Affondò la faccia tra le tette della ragazza e prese tra i denti l’anello del capezzolo destro. Tirò con forza e lo strappò. Un grido stridulo emerse dall’anima della donna, accompagnato da un fiotto di sangue che schizzò sul viso dell’uomo. Questi sputò l’anello e si mise a leccare la ferita, succhiando più sangue che poteva.
      “Oh si, amore,…succhia, succhia…bevi il mio sangue”, gli stava accarezzando la testa la donna. Le sue pupille erano diventate rosso fuoco. Le sue narici si allargavano per respirare l’odore del suo stesso sangue.
      Il cazzo di Igor divenne ancora più duro, tanto da fargli male, dritto e implacabile dentro la vagina della donna che lo continuava ad accompagnare su e giù. L’uomo sentiva il sangue che gli scendeva nello stomaco e più giù, fino al basso ventre e ancora più giù, fino…
      Alida si fermò di scatto ed accolse il fiume di sperma che la stava inondando all’interno. Il corpo di Igor inarcato, mentre provava gli ultimi spasmi dell’eiaculazione.
      La donna gli aveva donato la sua forza attraverso il sangue e lui gliela aveva tornata regalandole il suo dolce seme caldo.
      Questo è l’equilibrio delle cose.
       

    • Ore 21.30.
      Aveva ormai le orecchie e l’anima troppo piene: spense l’impianto hi-fi e accese la tv per fare un po’ di zapping. La tv era giusto il contrario della musica: se una era l’allucinogeno, l’altra era lo psicofarmaco, a metà tra il tranquillante e il sonnifero, assolutamente da consigliare al posto del metadone.
      Continuava a cambiar meccanicamente canale. Man mano che pigiava i tasti però, era più che altro il telecomando, la sua ipnotica gommosità, piuttosto che lo schermo, ad attirare la sua attenzione.
      Per qualche strano motivo, pensò al fatto che prima o poi avrebbe voluto smontarlo, per scovare quel minuscolo lembo di plastica che, fin dal primo utilizzo, l’aveva trasformato in una sorta di maracas.
      Era solo una delle innumerevoli cose che si sentiva capace di rimandare per tutta la vita e che invece, se affrontate e risolte, pur nella loro relativa inutilità, avrebbero potuto donargli un senso di compiutezza.
      Si ricordò del portapenne stracolmo sulla sua scrivania, quando andava al Liceo: le penne senza più inchiostro si confondevano con le altre, ma sarebbero bastati cinque minuti per provarle una per una, scartare quelle che non scrivevano più e tenere quelle buone.
      Sarebbe stato così saggio applicare lo stesso criterio alla vita: mettersi a fare una cernita accurata delle cose inutili che non incidono più sull’esistenza, ma che restano celate dietro recondite fessure della mente, inestricabilmente intrecciate alle fresche sinapsi, come parassiti che germogliano sulle cicatrici dell’encefalo.
      Bisognerebbe, pensò Riente, praticare una specie di esercizio zen: immaginare di dover partire nel giro di qualche ora per un lungo periodo e passare quindi in rassegna tutte le cose da fare prima: spegnere il gas, staccare il contatore dell’elettricità, lasciare le stoviglie pulite e in ordine, controllare di aver pagato tutte le bollette, svuotare il frigorifero, staccare la spina, assicurarsi di lasciare aperte le ante, lasciare le chiavi di casa all’amico, salutare. E alla fine dell’esercizio immaginare che sarebbe bello lasciare questa vita con lo stesso senso di compiutezza.
      la tua storia...

    • Whitehorse
      Il blizzard arrivò senza preavviso, giunto da qualche parte ancora più a nord. In certi luoghi, anche se solo meteore per lo sguardo, ci si lascia sedurre, a certe anime della terra ci si affeziona in ogni caso e per ogni sempre. Alcune strade hanno il merito di svelare un certo languore cerebrale, a far la pace con guerre che non si sapeva di combattere.  Richard, tra i camper e i conteiner del circo, protetto da reti senza chiodi, chiavi senza porte, pensava alla terra, ai luoghi che aveva visitato, avanzando con passo zelante su un percorso privo di traguardi. Rifletteva, quella mattina, partendo dalle nebbie del pianeta, comunque luogo sempre troppo stretto per non sentire il richiamo della  fuga, troppo largo per non sentirsi agganciato agli accenti della sua eterna claustrofobia. “Pianeta”- pensava Richard “a chiamarlo così, sembra più grande!” e allora camminava lento in una proiezione senza centro, viziato dai singhiozzi di vita, permettendo ai forse di confondersi nel nevischio portato dal vento artico.
      E guardava ancora al fuori mentre entrava nel tendone della palestra “sei in ritardo!” gli dissero Rachel e Anna, le due contorsioniste già distese per lo streching finale “arrivo, arrivo!” ma sapeva che no, ormai il dentro e il fuori avevano perso la proiezione geografica.
      C’era un passo leggero e c’era lo zaino pesante che lasciò cadere sul tatami pieno di impronte e di direzioni. Sempre più rapido uscì dalla parta opposta a quella in cui era entrato. L’emozione di una disobbedienza, l’urgenza di un andare univoco. Una corsa, un forte bussare a piene mani su un permesso non autorizzabile. Un discorso d’addio senza invocazione. “Me lo posso prendere, o no?”
      “ancora qualche mese!” gli rispose Bruno consapevole che il prezzo del camper-casa non era un corpo di numeri. Carne e fedeltà sputata per caso su un terreno fertile. Non c’è valuta. Nè misura.
      “Sia!”. Tre lettere per un solo inesorabile punto. Un centro, il tendone delle sue scarpe vecchie. Odiava i saluti. Già lo sapeva, ma lei avrebbe dovuto salutarla. “Ti aspettavo” fece mamà stringendogli le mani.
      Non cercava di capire. Sapeva di sapere. Corse su passi volubili sopra terra vergine e sollevò lo sguardo per non soffocare. Il rimedio di un giorno sul finire di un abbraccio. “Aspetta!” la voce era quella di Bruno “hai ragione Richy!” sorrise “prendile”.
      Una stretta di mano. Un passaggio di chiavi. Aveva scelto di non lasciarlo per sempre. Da quelle mani la bussola di una possibilità.
      Il sole era vuoto, solo una scheda grigia su un soffitto di luce opaca. Ma  tutto si illuminava di un’alba perenne mentre Richard voltò le spalle uscendo da quello stesso cancello  di sempre, ma che questa volta, per la prima volta, non sarebbe uscito insieme a lui.
                                                             
                                                                                                 Oggi: Uomo a mare (Mediterraneo)
      C’era una volta il sapore dell’acqua, fratello del vento che tracima da margini impalpabili. E c’era un esodo di memorie, solo ombre di parole senza meta, maschere di cera sulle tempie della civiltà. In un  ricordo senza bussola, morire nudi davanti a promesse sfumate in bugie nella polvere di nebbia blu. E reale, come il suo corpo, quell’oceano di mani che supplicano primitiva dignità. Inedia del tempo sulle  meschinità umane, un tetto di ultimi sulla schiena di aristocratiche remissioni. Vivendo il presente riflesso all’ombra di un futuro che sbaglia strada e si consuma nel passato di pochi. Senza voce. Una mano, la sua, in trasparenza sull’acqua. Credeva d’essere troppo vecchia per riuscire a soffrire, e ora sapeva d’essere troppo giovane  per capire.  C’era una volta un sapore, quello dell’acqua del mare, sotto la volta di civiltà remote, disegnate nella storia da genti percosse su pavimenti di fango e neve. E c’era una volta una finestra, attraverso la quale sognava di essere uccello e di migrare nel sole, attraversando lo spazio, condividendo la meta, respirando l’aria lasciata libera di migrare. E c’è ora un coro senza nome, una coltre di vita ormai fredda, che trema afona sotto la chiglia della nave. Mise la fascia dei capelli davanti alla bocca, il mare mitiga, asciuga e regola, colora e riempie. Il mare savio, lui, sa aspettare la vita, ma non ha paura della morte. Lui ascolta e per chi può, regala segreti nel puerperio del silenzio. Il mare esagera, delle volte, ma non dimentica, fa’ lo spazio che serve, vive un regno che conosce. Respira e trema ma, il suo tempo, non ha lancette. Lui scorre come deve. Regala come può.

                                    

    • CAPITOLO 1.
       
      La limousine è fuori ad aspettarmi per portarmi a casa dopo cinque ore di scuola. Sono state veramente stancanti e interminabili. Sono all’ultimo anno e ho la maturità.
      Dopo sono sicurissima su quello che voglio fare dopo all’università: architettura alla Luiss. La stessa università che hanno frequentati i miei genitori, però loro hanno fatto giurisprudenza. È così che si conosciuti, fu amore a vista dicevano loro.
      I miei genitori sono tremendamente ricchi. Entrambi avvocati, indipendenti, non hanno mai perso una causa, e soprattutto si amano come il primo giorno, ogni mattina prima di uscire per andare ognuno ai propri uffici si scambiano un bacio. Li ammiro tantissimo e voglio avere la loro storia d’amore e la loro stessa carriera.
      Il mio sogno più grande, oltre che diventare un’architetta, è di andare in Africa e aiutare i più poveri di noi, ma i miei non sono molto d’accordo, loro voglio che io diventi un avvocato. Come anche il mio fidanzato Matteo. Io e lui ci conosciamo a 14 anni ed è anche l’età di quando abbiamo iniziato ad uscire insieme. Siamo nello stesso istituto, solo in classi e indirizzi diversi, e siamo la coppia più invidiata della scuola. Tipo il Re e la Reginetta delle serie tv.
      La mia vita è praticamente perfetta, e soprattutto é giá decisa. A volte ho veramente paura di come certe persone decidano per me quello devo fare.
      Entro in casa. Volete veramente che ve la descriva? Va bene, è su due piani. Al piano terra vi è un soggiorno con due divani, le scale che portano al piano di sopra dove vi sono le varie stanze, compresa la mia. La cucina è una stanza poco vicina al soggiorno, poco accanto il bagno di servizio, con la lavatrice.
      La mia camera si può dire una camera da principessa, è gialla. Un letto centrale a una piazza e mezza, una scrivania, uno specchio, un armadio. E infine il bagno personale.
      ‹Sono tornata, c’è qualcuno?› dico lasciando il giacchetto ad una cameriera
      ‹Signorina Francesca, i suoi genitori non ci sono e hanno detto che facevano entrambi tardi› mi comunica
      Annuisco. ‹Grazie› dico
      ‹Desidera qualcosa da mangiare?› dice
      ‹Si, ho voglia di fragole› dice
      ‹Fragole e panna, come piacciono a lei, glielo porto subito› dice
      Sorrido e mi vado a sedere fuori sul retro per rilassarmi qualche oretta prima di mettermi a studiare. Quando però mi viene a trovare Matteo. ‹Ciao splendore› dice lui lasciandomi un bacetto sulle labbra.
      Matteo è il ragazzo più richiesto della scuola, ed io la più invidiata. È bello, occhi verdi e capelli biondi, palestrato ma nonostante ciò è uno degli studenti migliori della scuola. Anche lui viene da una famiglia ricca, suo padre è l’ambasciatore, candidato alle elezioni nazionale come sindaco di Roma.
      ‹Ciao› dico, ‹non pensavo che passassi› dico
      ‹Volevo farti una sorpresa, però non mi trattengo molto. Devo raggiungere mio padre al comune, ha bisogno di me per la campagna elettorale› dice
      ‹Ah, ma stasera ci vediamo vero? Alla festa di Sandra› dico
      Sandra è una delle mie amiche più strette che ho al liceo. Ed è la regina delle feste dove quasi nessuno vorrebbe perdersele, ma è veramente difficile essere nella lista degli invitanti. Ancora mi chiedo come possiamo essere amiche io e lei, siamo così opposte.
      ‹Non lo so, devo vedere quanto ci metto da mio padre, al massimo ci vediamo direttamente alla festa› dice
      ‹Va bene› dico.
      Mi saluta di nuovo con un altro bacio poi se ne va, e io mi dirigo verso la mia camera per incominciare a studiare. Verso le sette di sera incomincio a prepararmi per la festa. Che inizia alle 9 ma Sandra vuole che sia da lei un’ora prima per aiutarla a finire di sistemare la sala. È un pochino ossessiva e controlla dieci volte se ha fatto bene una cosa.
      Decido di indossare un vestito semplice, ma elegante allo stesso tempo. Di color rosa chiaro e tacchi anch’essi rosa. Mi faccio velocemente la piastra, avendoli già lisci di mio, e alla fine penso al trucco. Adoro truccarmi. Fondotinta, rossetto ed eyeliner nero e matita sono i miei preferiti, non posso mai uscire senza averli addosso, è come se mi sentissi nuda senza.
      Prendo la mia borsetta e scendo al piano di sotto, dove mi incrocio con mio padre. ‹Ciao papi› dico lasciandoli un bacio sulla guancia, ‹sto andando alla festa di Sandra›
      ‹Vuoi che ti accompagno?› dice
      ‹Non serve, mi faccio accompagnare dall’autista› dico, ‹e rimango a dormire da lei›
      ‹Va bene, divertiti tesoro› dice.
      Sorrido e mi avvio verso l’uscita, dove Bruno, il nostro autista mi sta aspettando fuori dalla macchina.
      Bruno lavora da noi da tantissimi anni, mi conosce da quando ero piccola perché era lui che più delle volte mi portava a danza. Si ho studiato danza per alcuni anni, ma poi ho capito che non faceva letteralmente per me, così ho lasciato. Da piccola mi ero praticamente prefissata che dovevo diventare una ballerina a tutti gli effetti, solo perché mi ero invaghita di Roberto Bolle avendolo visto ballare in un film dedicato a lui. Per fortuna che è stata una cosa passeggera durata solo qualche annetto, prima di fissarmi con un’altra cosa.  
      La casa di Sandra è a pochi metri da casa, ed è anch’essa una villa a due piani, con piscina esterna, infatti ogni estate sono sempre da lei a farmi il bagno. Suono il citofono e mi viene ad aprire lei con il suo vestito in lungo verde pastello, e i tacchi color panna. Poi con questa cascata di capelli biondi e occhi celesti è fantastica. Sono quasi orgogliosa di essere la sua migliore amica, anche se ogni tanto passo quasi in penombra vicino a lei quando facciamo amicizia con dei ragazzi. Inoltre, lei se ne intende di buon gusto, con una madre che lavora nel campo della moda.
      ‹Finalmente Francy sei arrivata, stavo impazzendo› dice afferrando per il braccio e mi trascina dentro casa.
      ‹Che è successo di così grave?› dico
      ‹Manca quasi un’ora e non ho ancora finito di sistemare i tavoli del cibo› dice
      ‹Questo lo faccio io, non ti preoccupare› dico.
       
       
      *** 
       
       
      La festa è un successone, come tutte le sue feste. È venuta praticamente tutta la scuola. ‹Francy, potresti prendere gli altri bicchieri di carta?› dice
      ‹Si, vado› dico e mi dirigo verso la cucina.
      I bicchieri sono nella parte nella prima credenza, accanto al frigorifero. Prendo una sedia vicino al tavolo, sperando di non cadere. ‹Ma perché non possono metterli in un posto più agibile› mi lamento mentre allungo il braccio.
      ‹Hai bisogno di una mano?› dice qualcuno alle mie spalle, facendomi spaventare tanto che rovescio tutto lo zucchero per terra.
      ‹Porca misera, questa non ci voleva proprio› dico appoggiando il piede sulla sedia, ma lo metto male e perdo l’equilibro. Se non fosse stato per quella voce che mi ha fatto distrarre e cadere tutto lo zucchero, io mi sarei sicuramente rotta qualcosa. Aprendo gli occhi, vedo che era una ragazza, la quale non avevo mai visto. Ha i capelli corti, di colore blu.
      I suoi occhi, color verde smeraldo, sono fissi sui miei e non so come il motivo ma mi sotto il suo sguardo mi sento quasi a disagio. Come se lei potesse leggermi dentro, leggermi l’anima. Distolgo lo sguardo e faccio per alzarmi. ‹Grazie per avermi salvato› dico
      La ragazza mi aiuta a rimettere in piedi. ‹Vuoi una mano a pulire?› dice
      ‹No, ci pensa poi la cameriera› dico
      ‹Ah già vero potresti sporcati le manine e il tuo vestito› dice
      Ma che cosa vuole? ‹Be, le cameriere sono pagate per questo› dico raccogliendo i bicchieri da terra e faccio per andarmene
      ‹Comunque io sono Marta› dice allungando la mano verso di me
      Guardo la sua mano, poi alzo lo sguardo verso di lei. ‹Francesca› dico stringendole la mano, ma appena le nostre mani si sfiorano, sento come una scossa elettrica tanto da ritrarla indietro. ‹Ma che diamine? Se è un tuo pessimo scherzo, non farlo mai più› dico e me ne ritorno in salone, con i bicchieri.
      Quando ritorno in sala, mi accorgo che è appena arrivato Matteo. Lascio i bicchieri sul tavolo vicino a Sandra e gli corro incontro saltandogli quasi in braccio. ‹Sei contenta di vedermi vedo›
      Lo bacio, poi lo accompagno dai nostri amici. Si, abbiamo alcuni amici in comuni tra cui Sandra. È la sua ex sorellastra, la madre di lei ha divorziato qualche anno fa dal padre di lui ma nonostante loro due sono rimasti amici. A volte dicono che sono ancora fratellastri, è grazie per questo motivo che io e Matteo ci siamo conosciuti. Io stavo sempre a casa di Sandra a studiare e stando insieme a ridere e parlare abbiamo iniziato a provare qualcosa che va a oltre all’amicizia. Alla fine, è stato lui a fare il primo passo alla festa di fine anno del primo anno.
      A fine festa, gli ospiti iniziarono ad andare via quando mi raggiunge di nuovo la ragazza con la quale mi sono incontrata in cucina. ‹Che cosa vuoi ancora?› dico
      ‹Volevo scusarmi› dice
      Non capisco di cosa deve scusarsi, ‹scuse accettate› dico
      ‹Bella festa, ma io conosco feste migliori e molto più divertenti di queste› dice consegnandomi un foglietto, ‹se vuoi provare, basta che mi chiami e non te ne pentirai›
      Guardo il foglietto poi lo prendo. Posso decidere di non usarlo e buttarlo direttamente. ‹Grazie›.
      Mi sorride e va verso la sua macchina. Mi accorgo che è una panda vecchia e usata, bianca.
      ‹Chi è quella ragazza?› dice
      ‹Una ragazza ma non ho mai vista a scuola› dico
      ‹Perché non viene a scuola con noi, credo che faccia l’università›
      ‹E come mai era qua?› dico
      Alza le spalle. ‹Forse neanche lei voleva perdersi la mia festa, sono famosa anche all’università… non vedo l’ora di andarci l’anno prossimo. Sarà una figata, io e te insieme alla Sapienza›
      Le ho detto che sarai andata alla Sapienza solo per farla contenta, ma non sa che invece vorrei andare alla Luiss. Non credo che la prenderà benissimo quando le dirò la verità, una volta terminato il liceo ovvio.

    • Inizia a scrivere la tua storia..
       
      Due uomini e due donne...
       
      L'uomo è sdraiato su letto ore ormai da ore.
      La morte non è poi così lontana.
      C'è un silenzio quasi surreale in terapia intensiva, riempito solo dalle parole dei medici, dall'andirivieni degli infermieri, dal suono proveniente dal saturimetro che registra le attività vitali di colui che giace su quel materasso.
      Pochi metri più in là, in sala d'attesa, si è radunata una piccola folla, che aspetta notizie, pronta ad aggrapparsi a ogni singola parola.
      Tutti quelli che lavorano là dentro sanno come funziona.
      Quando un codice rosso, viola in quel caso, arriva a sirene spiegate non c'è quasi nessuno ad accompagnarlo.
      Poi la voce si sparge...
      Di bocca in bocca.
      Da un telefonino all'altro, anche tramite WhatsApp.
      L'uomo, nonostante la forte sedazione, si lamenta producendo un suono in cui nemmeno lui, da lucido, si riconoscerebbe.
      Ma lì tutto è diverso.
      La persona perde la sua autonomia motoria, decisionale e, persino, intellettuale.
      I farmaci lo tengono bloccato nel mondo dei sogni in attesa di attenuare le dosi e condurti al risveglio.
      Ha subito un intervento d'urgenza per debellare quel maledetto corpo estraneo.
      Prova a dire qualcosa...
      Un infermiere si avvicina, ma si tratta di un falso allarme.
      L'uomo, in divisa verde, pensa ai suoi figli che lo stanno aspettando, quando terminerà il suo turno, per festeggiare insieme il Natale.
      “Speriamo non scoprano dove sono i regali prima del mio arrivo”, pensa mentre monitora l'andamento della flebo che è collegata al corpo del paziente che sta assistendo.
      Come da tradizione, poco prima della mezzanotte, si travestirà da Babbo Natale, uscirà dall'appartamento e suonerà alla porta con un sacco pieno di regali di ogni forma e colore.
      I suoi figli staranno al gioco e cercheranno di non smascherarlo, anche se l'avranno riconosciuto, come spesso capita agli improvvisati Santa Claus, dagli occhi e dalle scarpe.
      “Sempre se riuscirò a tornare a casa con questo tempaccio”, aggiunge, mentalmente, qualche attimo dopo.
      Nel frattempo, in sala d'attesa, un secondo uomo viene circondato da un capannello di persone.
      È stanco e ha lo sguardo spento.
      Ha fatto qualcosa che mai gli era capitato di fare in passato. Roba forte, che lascia il segno.
      In diversi gli pongono una raffica di domande a cui cerca di rispondere mantenendo la calma.
      Prova a ricostruire come sono andati i fatti e a esporli, ma fatica.
      Alcuni scenari, nella sua mente, si sovrappongono, prendendo in ostaggio la verità. La ragione è sabotata dall'emotività.
      “Non doveva andare così, non doveva andare...”, ripete scuotendo il capo.
      Qualcuno prova a consolarlo, qualcun altro lo ignora, una donna, in particolare, è arrabbiata.
      Se ne sta in un angolo di quella sala e non sa cosa dire.
      È il dolore a paralizzarla.
      Un'altra donna è rassegnata. Si immaginava un Natale totalmente diverso e invece...
      Sa benissimo con chi prendersela, ma non vuole infierire. Prima o poi parlerà e i muri tremeranno come è già capitato in passato.
      Prima o poi, ma non ora.
      Due uomini...
      Due donne...
      Una città senza memoria...
      E una storia da raccontare...
      Dall'inizio...
      .

    • - Capitolo 1 -
       
      Villaggio di Lebem, 21 aprile del 350esimo anno dalla fondazione di Ashenfall...
       
      Quel giorno era tutto tranquillo: non c'era una bava di vento sulle colline, il cielo era limpido e azzurro, senza neanche una nuvola all'orizzonte e la vita andava avanti, così come sempre. L'unica cosa che disturbava gli abitanti del pacifico villaggio di Lebem era che non si sentivano gli uccelli cinguettare.
      Leonell era un ragazzo semplice e la sua famiglia lo era altrettanto: il padre Rodnor si guadagnava da vivere come falegname, mentre la madre Celine aiutava i suoi fratelli in campagna. Aveva messo piede fuori da Lebem poche volte: quando era ancora un bambino, aveva accompagnato il padre a Lorodol, un paese ai piedi delle montagne, sulla costa, a fare provviste per l'inverno. Durante il viaggio di ritorno però, i due erano stati investiti da una bufera di neve e si erano dovuti fermare lì per un paio di giorni. Al loro ritorno, la madre Celine li aveva abbracciati in lacrime: era così preoccupata. Questa semplicità piaceva a Leonell, ma non gli bastava: voleva vedere il mondo, conoscerne la storia, i grandi personaggi di cui tutti parlavano e intraprendere mille avventure. I suoi genitori non l'avrebbero mai permesso: c'era bisogno di braccia forti e giovani nei campi.
      Leonell aveva appena finito di mungere le mucche e doveva portare i secchi pieni di latte al padre. La strada che collegava la stalla alla casa non era tanto lunga, avrebbe dovuto solo attraversare il campo di grano, si trattava di pochi minuti a piedi.
      Era quasi arrivato quando incontrò la madre intenta ad andare al pozzo, dove Leonell l'avrebbe poi raggiunta. La bella Celine sorrise al figlio e lo baciò sulla fronte. «Vai! Papà ti sta aspettando» gli disse con l'affetto tipico di una madre.
      Lui si voltò e la guardò allontanarsi: portava il suo solito cappello di paglia e il suo immancabile grembiule bianco, che aveva sempre intorno, perfino al mercato del venerdì.
      Prima di proseguire, alzò gli occhi al cielo e si guardò attorno, passando in rassegna i monti che si stagliavano all'orizzonte e si ripeté nella testa i loro nomi: Punta Meneataris, dove si diceva fosse sepolto uno dei tanti re del vecchio Regno Bianco, il Thiafos, Vetta Corvina, il Koroll e infine il monte Elduri, un vulcano alto e possente.
      Quel particolare giorno, dalla cima dell'Elduri usciva un fumo bianco che saliva alto fino al cielo. Leonell non aveva mai visto uno spettacolo simile e si preoccupò parecchio.
      Poi, la terra iniziò a tremare.
      Il ragazzo perse l'equilibrio e cadde insieme ai secchi pieni di latte. "Papà mi ucciderà" pensò mortificato. Non aveva ancora capito che quello era l'ultimo dei suoi problemi.
      Il fumo dell'Elduri cambiò colore: passò in un primo momento dal bianco al grigio, poi dal grigio al nero e infine dal nero al rosso, senza contare il fatto che una nuvola di cenere si stava avvicinando al villaggio.
      Leonell non poteva rimanere lì: doveva trovare un riparo sicuro. Appena la terra smise di tremare, si rialzò e corse verso casa.
      Tuttavia, lì dentro non c'era suo padre e nemmeno i suoi zii e, ben presto, l'edificio iniziò a prendere fuoco e l'aria divenne irrespirabile.
      Leonell uscì subito e qualcosa lo colpì. Si accasciò al suolo, con la testa che gli pulsava per il dolore. Non riusciva però a rialzarsi, solo a strisciare. E allora strisciò, trascinandosi con tutte le forze che gli erano rimaste.
      Dietro la casa c'era una botola, da cui si scendeva in cantina, dove erano tenute le scorte per l'inverno e il vino. Leonell la raggiunse più in fretta che poteva: la nuvola nera ormai era vicina e la casa era completamente in fiamme.
      Aprì la botola e rotolò giù.
      Fortunatamente, l'adrenalina prese a scorrere nelle sue vene e, con uno scatto fulmineo, riuscì ad alzarsi e a chiuderla. Poi, tutto divenne scuro e Leonell non sentì più niente.
      Cadde di nuovo, sbattendo la testa.
      Le uniche cose che vedeva erano il grembiule e il cappello della madre che sparivano, come un lampo che s’irradia nel cielo e scompare subito dopo.
      Infine, solo silenzio.

    • Il signor Tian le schierò tutte in fila. Erano tutte giovani e simili tra loro: minute, carine e dolci. In loro c’era ancora la speranza e la sorpresa. Composte ed educate, seguivano con lo sguardo l’uomo che camminava nervosamente avanti e indietro, lungo il vuoto e verdastro seminterrato del palazzo.
      Finalmente qualcuno bussò alla porta metallica d’ingresso, incastonata tra i muri di cemento grezzo.
      Fecero ingresso tre uomini in giacca e cravatta, eleganti e distinti, che gettarono un saluto frettoloso a Tian. Quest’ultimo, in maniera esageratamente ossequiosa, scattò ad elargire inchini ad ognuno dei nuovi venuti.
      “Sono tutte?”. A parlare era il figuro che sembrava il più autoritario ed anziano.
      “Si, si. Proprio oggi è arrivata l’ultima”, sorrise in modo viscido il signor Tian. Poi, verso le ragazze: “Su, su, mettetevi meglio in riga. Fatevi vedere bene. Ecco, ecco”.
      L’uomo che aveva parlato stava scrutando le fanciulle con l’occhio del predatore. Aveva uno sguardo freddo e misterioso. Dava l’impressione di una persona crudele e senza scrupoli, ma mitigata dal fascino elegante del potere. Gli altri due individui rimasero dietro a lui. Quasi sicuramente erano le sue nuove guardie del corpo, pensò il signor Tian. Questi incontri avvenivano almeno due volte al mese e sapeva che gli scagnozzi non erano mai gli stessi. Istintivamente fece un passo indietro.  
      “Bene. Da domani inizieranno. Istruiscile in modo che sia tutto chiaro. Se ci fossero dei problemi, sai cosa fare”.
      Tian annuì ubbidiente, con un sorriso troppo affettato. Poi fece la consueta proposta, prima che i suoi padroni si congedassero: “Quale preferisce oggi?”.
      L’uomo anziano indicò con un cenno della mano una delle ragazze e poi prese la via d’uscita, seguito dagli altri due.
       
      Fuori, nel parcheggio sotterraneo, una Mercedes AMG GLE 43 SUV 4MATIC nera era parcheggiata poco lontano. Il signor Tian bussò discretamente sul finestrino posteriore oscurato. La portiera venne aperta e la ragazza scomparve dentro l’auto. Tian se ne andò con passi lenti e le spalle basse.
       
      La fanciulla riconobbe seduto sul sedile posteriore l’uomo anziano di prima. Solo che ora era aveva i pantaloni completamente abbassati e l’aria un po’ più rilassata. Lo sguardo gelido, però, era lo stesso. L’occhio femminile cadde subito sul pene dell’uomo, inquadrandolo e soppesandolo virtualmente. Era ancora moscio, ma notò già le discrete dimensioni.
      Dentro l’abitacolo c’era un odore di sigaro stantio ed alcool, che fecero salire un leggero senso di disgusto alla fanciulla.
      “Prego, vieni più vicino”, incominciò lui, battendo con la mano sul posto vuoto in mezzo al sedile, accanto a lui. “Qual è il tuo nome?”.
      “Mi chiamo Hui”, rispose lei con un filo di voce. Con la mano si tirò dietro l’orecchio una ciocca di capelli, mentre con la coda dell’occhio notò che l’uomo incominciava a toccarsi.
      “Non avere paura, non mangio mica”, scherzò l’anziano, mentre già stava portando la mano della fanciulla sul suo pene, cedendo il posto alla sua. Lei istintivamente lo strinse forte. Ora si era ingrossato e stava acquisendo già una certa consistenza. La ragazza, quindi, incominciò piano piano a fargli una sega.
      L’uomo prese lunghi respiri, godendosi le sensazioni che gli salivano da in mezzo alle gambe. Chiuse gli occhi e si concentrò sul fruscio della mano femminile che stava aumentando il ritmo, facendogli apparire e scomparire la cappella.
       
      “Piano, ragazza. Non vorrai mica che venga subito…”, la fece poco dopo rallentare con calma compiaciuta e sguardo sornione.
      Poi, con un sorrisetto stronzo sulle labbra, il vecchio afferrò i polsi di Hui e la accomodò sopra di lui. “Continua pure a menarmelo, tesoro”, ordinò, mentre incominciava a sbottonarle la bianca camicetta leggera. Lei ubbidì docile, ritrovandosi di lì a poco vestita solo del suo reggiseno. Aveva delle tette abbastanza grosse, almeno una quarta a giudicare da quanto trasbordava dalle coppe. La sua carnagione era bianchissima e liscia. Era così giovane…
      L’uomo liberò quelle mammelle generose e ne immerse compiaciuto la faccia, leccando goloso la pelle nuda. Aveva il sapore salato del sudore della fanciulla, mescolato ad una fragranza di violetta del suo profumo.
      I due grossi capezzoli marron scuro divenuti turgidi vennero vibrati dalla ruvida lingua maschile, che li masturbò finché divennero di marmo e provocarono brevi brividi pulsanti alla ragazza.
      Questa, imbarazzata di quella situazione, fingeva di godere con malcelata sicurezza, emettendo piccoli gridolini intermittenti di piacere. In realtà era disgustata dal fatto di essere toccata, leccata e posseduta da quell’individuo così ambiguo e sinistro.
      “Dottor Zhang, ne ha per molto?”. Una delle due guardie del corpo sedute davanti si stava informando. La zona posteriore dell’abitacolo era separata da un vetro oscurato che non permetteva di vedere cosa stesse accadendo dietro. “Mi spiace disturbala dottore, ma le devo ricordare l’appuntamento delle venti”.
      La faccia del vecchio riemerse dal seno bagnato di Hui.
      “Ancora un attimo, prego”.
       
      Il dottor Zhang pose nuovamente lo sguardo tagliente sul corpo della fanciulla, che sollevò leggermente per permettere alla mano di accedere alle mutandine azzurre. Queste vennero strappate da dietro con una violenza che fece sgranare gli occhi e sobbalzare Hui.
      Ora l’uomo aveva un’espressione dura e risoluta, quasi animalesca. “Forza tesoro, datti da fare. Non abbiamo molto tempo”.
      Agguantò la ragazza per i fianchi e se la sollevò proprio sopra il suo membro eretto, che infilò senza fatica dentro la vulva già schiusa.  Stranamente Hui era tutta bagnata e quindi non ebbe difficoltà a contenere quasi per intero quella verga di tutto rispetto.
      Stava diventando rossa e sorprendentemente sudata di eccitazione. Quelle maniere volgari ma autoritarie e quell’odore della pelle di uomo maturo la stavano conquistando e piegando alla lascivia del sesso incondizionato.
       
      All’inizio della penetrazione Hui provò un leggero dolore, e strinse le labbra e gli occhi. Prese qualche veloce respiro e incominciò ad abbandonarsi, mentre quel cazzo duro dalle dimensioni considerevoli scivolava agilmente dentro e fuori di lei con ritmo crescente.
      La ragazza ora sembrava addirittura provare piacere nell’essere deflorata in quella maniera, e da quell’uomo. Ma si sentiva comunque sporca, una puttana. Si stava vendendo come una schiava, piegata ai voleri di quell’uomo che aveva potere su di lei. Inchiodata a quel destino di dover compiacere sessualmente il suo aguzzino per conquistare la sua sopravvivenza. E il fatto che le piaceva anche, la confondeva.
       
      I due ormai scopavano con una foga sincopata, dettata dalla crescente eccitazione dei sensi. Entrambi fissavano dei punti sfocati ed indistinti uno dell’altro, mentre i corpi si muovevano verticalmente. E il rumore del morbido sedile di pelle nocciola attutiva egregiamente i sobbalzi delle chiappe del dottor Zhang.
      Hui continuava a sentiva il membro eccitato che la percorreva internamente, con costanti spinte implacabili e si incominciava a domandare quanto sarebbe potuto resistere ancora. L’uomo infatti iniziava ad ansimare sonoramente per la fatica e il quasi raggiungimento dell’orgasmo.
      L’aria all’interno dell’abitacolo ormai era diventata satura dei loro respiri ed i vetri si erano completamente appannati. Fuori la luce giallognola del parcheggio penetrava con un alone ad illuminare i due. La chimica degli odori inebriava le narici, che coglievano le molecole nei movimenti dell’etere. 
       
      Il vecchio all’improvviso afferrò Hui per i capelli e le gridò in faccia con gli occhi spiritati: “Guardami mentre ti vengo dentro!”.
      La ragazza fissò l’uomo intensamente, soffrendo di piacere per gli ultimi poderosi colpi che stava ricevendo. “Ahhhhh…”, un gemito roco e liberatorio annunciò che l’uomo le stava eiaculando dentro. Sentendo quegli spruzzi in lei, anche Hui non poté più trattenersi. In quell’istante erano un tutt’uno nel climax dell’orgasmo, sfatti e soddisfatti.
       
       “Vestiti ora. E vattene”, la liquidò quasi in malo modo il dottor Zhang, pulendosi il pene ridiventato floscio con un fazzoletto di carta e subito dopo rimettendosi i pantaloni.
      Hui lo guardava stordita e confusa. Mentre da un lato le era piaciuto quell’incontro così particolare e carnale, d’altra parte, però, si vergognava di quello che aveva appena fatto.  Aveva la lontana sensazione che il suo cuore stesse incominciando lentamente a diventare nero.
      Scese dall’auto e ritornò all’interno del seminterrato dove aveva lasciato le altre ragazze. Le trovò ancora lì, non più in riga ma ancora in piedi a formare un piccolo crocchio. Parlavano tra loro a bassa voce, in modo che il signor Tian non potesse sentirle. Erano spaventate perché non avevano la benché minima idea di cosa il loro destino le riservasse. Hui le osservava calma, con l’occhio calmo di chi ha già visto il finale.
       

    • COSI’ VA’ LA VITA
       
      Cosi va'  la vita cambia con il suo tempo,  scorre,  non si ferma davanti a nulla. 
      Sulla scia di vecchi concetti  deleteri,  ingarbugliati figli della sorte , erranti emergono  dal  vuoto della storia  da quelle mistiche conclusioni ed  utopie figlie della morte.
      Abbiamo  visto  insieme nascere il sole.
      Lui  era  assai allegro .
      Lo visto quando  pisciava  sopra un sasso.
      Sempre la stessa litania ,  vorrebbe  cambiare, stare  sempre qui con noi.
      E una malattia , un cuore ballerino ,  ubriaco  di vizi  che cerca di essere felice.
      Certo signore il traffico oggi era enorme,  un mare di auto , sotto quel sole cocente che ti spaccava il culo , strada facendo,  come se vorrebbe condurti  li nel buco della comune morale  e ci prova,  riprova  cerca una scusante ma è tutto cosi vano.
      Il traffico impazzisce l’ idea  di esseri uguali  , gente che sbarca  il lunario dalle grandi nave attraccate al  vecchio molo dei marinai.
      Un turista ,  mostra la faccia li in mezzo alla piazza  poi si mangia una pizza credendo  che questo posso essere un antidoto  per combattere la solitudine.
      Ma via non vorrai  girare di nuovo il coltello nella piaga.
      Io una botta a quella biondina gli la darei.
      Siete dei villani pensate solo a fottere,  non comprendete l’amore i sentimenti che sono forme  liriche ,  esametri concentrici,  chiuse in corolle di fiori nati  tra miti e mirti  .
      Io  non ci capisco nulla,  per me va bene anche un panino alla griglia con melanzane e se scappa il coniglio dal cilindro  io lo rincorro.
      La  seguo ,oltre questa utopia,  m’immergo nella società dei vinti , nell’ipocondria ,nella  bellezza di un vivere che non lascia che tu diventa  qualcuno.
      Porca  miseria ,  sono fuori da due ore,  busso,  ribusso nessuno mi apre.
      Mastico una  gomma tra i denti , la città e là che m’aspetta a gambe aperte come una vecchia mignotta , sdraiata sul divano.
      Beve la mia donna , s’ubriaca di sesso ed emozioni .
      Sigarette , consumate in fretta , sveltine una dopo l’altra .
      Ed un odore nauseabondo impregna la stanza.
      Faccio finta di non aver  visto nulla .
      Non mi calo le braghe per non far ridere le mosche .
      Che secondo me è meglio un uovo oggi , che una gallina domani.
      E poi rimane l’illusione,  la confusione dei sinonimi in un intreccio d’idee  ermafrodite ,fisici escrementi di vecchi ideali.
      Bello correre di sera lungo la litoranea .
      Correre con il vento che entra dal finestrino , con la luna che ti mostra il sedere.
       Il  suo seno gonfio di latte.
      Bello , passeggiare  lungo questo angolo di mondo senza mutande senza ideali, soldi ed altri dolori.
      Tutto passa ,  anche l’estate , come  l’inverno accenna ad uscire fuori dal sacco.
      State fermi scatto una foto.
      Ma siamo in tanti,  come conigli , cerchiamo l’erba magica tra boschetti. 
      Voliamo come aquile reali ,  scopriamo l’incanto d’essere vivi nel giorno  sotto il grande  cielo  che  rimane  muto.
      Ero  un amico sincero di tuo padre.
      La consuetudine ,  genera una voce tetra,  genera l’amore di traverso nel verso che esplode come una stella nel cielo , con  te che ti spogli sotto la doccia .
      Lavi   le tue parte intime,  lavi il  tuo corpo acerbo,  impregnato di odori  di brutte avventure , di viaggi verso l’isola che non c’è , verso questo amore di quattro soldi.
      Consumato troppo in fretta ,  bevendo una birra , mangiando un panino.
      E nell’ora più  bella tu allunghi la mano,  tra le mie gambe , allungo
      il  pene tu  la tua stupida lingua.
      Sono perplesso,  ma senza sesso sono un uomo perso,  sono una fiamma  dentro un braciere ,  un cielo pieno di stelle che s’apre all’infinito,
       ed oltre sogna  di vivere in questo corso e  ricorso,  in questa storia che  ti prende per mano come un uomo ferito  con  te che m’amasti  di nascosto
      Sono io che busso alla  porta del tuo cuore. 
      Non aver paura poi partirò di nuovo,  andrò dove mi pare , viaggerò nel vento  verso il sesso ,  simile alle  farfalle,  verso un confine che segna  il  sapere  dentro di noi  , crea l’amore.
      L’incoscienza d’essere vivi.
      Non è detto che ti punga,  ti prenda per un solo attimo in un stile  ellenico,  curvo , schifoso,  penetrante dentro una fessura per poi cadere dentro un fosso
      con il fine di un vivere che mostra la sua bellezza.
      Vorrei andare ma sono qui a pregare per te.
      Io non prego
      Io non vivo
      Io vorrei te
      Io sono te
      Io non sono nessuno
      Eccomi come sono
      Un bruco una crisalide
      Oh mio dio
      Scorre questa vita , corre la nostra auto , s’incurva verso oriente , sale i monti della beatitudine , s’arrampica verso un idea , verso qualcosa che trascende il credere.
      Un fiore
      Una casa
      Tanta gente per strada
      Molti sono già morti
      Altri aspettano di vivere
      Molti non comprendono
      Chi ruba
      Chi fotte
      Chi sputa sul bagnato
      Ed il mare di lontano si muove , s’infrangono le onde sugli scogli con violenza mentre si consuma in fretta questo amplesso ,
      mentre apri le gambe e mostri la tua vulva  pelosa,  una boscaglia nera grondante d’umori e di piaceri nostrani.
      Tutto è questo
      Nulla è  come ieri
      Stiamo  per morire
      Stiamo arrivando
      Fermi non sparate sul pianista
      Questa è una cosa seria
      Io non centro
      Mi sono fatto una canna
      Bello andiamo al cinema
      Mangeremo  panini ascolteremo canzoni
      Tutti qui l’amore
      Cosa cerchi amico
      Cerco la verità
      Io la fine di un principio
      Forse siamo fatti della stessa pasta
      Non so la follia mi costringe a credere ancora
      Volo
      Io suono
      Ascolta è  sera .
      La città piange i suoi morti.
      Piange la sua sorte.
      La sua mesta canzone è nell’eco delle voci dei ragazzi , corrono su i motorini sfrecciano , s’impennano,   combattono , s’uccidono  nell’ardore della giovinezza ,
      finiscono tra le braccia di una libertà senza nome.
       
      Se la vita sapesse il mio amore! me ne andrei questa sera lontano.
      Me ne andrei dove il vento mi baci , dove il fiume mi parli sommesso.
      Ma chi sa se la vita somiglia al fanciullo che corre lontano ...
      Chi sa se tutto è vero se la vita dopo avermi  preso  per mano, mi porterà  lontano,  la dove tutto e possibile  nella sera che cresce tra  le nuvole sparse dentro la mia faticosa vita,
       fatta d’oscuri presagi , di storie mai concluse. 
      Rimango solo in questa sera,  come tanti anni fa  la vita d’un tempo trascende  il mio  tempo  nell’amore che cercai d’afferrare tra le grate della realtà .
      Un  folle fiore,  un serio principio in un discendere verso ,l’inferno delle parole che morbide, leggiadre ,volano via e mi trasportano oltre questo mondo  ove  oltre vivo .
      Sali sopra il monte guarda.
      Io non so cosa sia vivere.
      Io sono qui che ti guido verso te stesso ,nell’ossesso, attraverso la penetrazione nell’abbraccio seco ,  bacio il tuo seno  e sono dentro di te.
      Sei colui  che non si stanca mai di dirmi  ti amo.
      Io sono quella  , sulla strada , che  si vende per  un breve  piacere.
      Si  son malato , vago  per il  sobborgo.
      Ma l'umido grigiore invernale mi rende triste e solo.
      A soffi , sale,  sulla via un afrore caldo da una palestra sotterranea
      ove giovani e nude belve assalgono nemici immaginari, in basso
      a scatti soffiando.
      Un vecchio mendicante guarda, con me, la scena senza nostalgie.
      Tutto è come l’avevo  immaginato , come girare un  film surreale.
      Come masticare bistecche,   accanto al fuoco  sotto le stelle.
      Ed il vecchio e solo una parte di  questa  poesia che fiorisce, scema nello scrivere , verso dopo verso, nel coito precoce ,nel fiotto di sperma  funesto  sulla vulva.
      E non ci sono mendicanti ne semafori.
      La fuori è tutto uguale.
      Tutto sa di vecchio
      Troppo baccano
      Tiro la barba
      Povero Babbo natale
      Siamo morti per dare vita ad un nuova idea d’amore.
      Non dire sciocchezze, si ricomincia  sempre da capo ,
      dopo aver scritto un sacco  di versi .
      Dopo  questa pizza fumante tu ed io seduti difronte all’eternità della nostra vita.
      Nel sonno incerto ,sogno ancora un poco.
      E' forse giorno. Dalla strada il fischio di un pescatore e la sua voce calda.
      A lui risponde con una voce assonnata.
      Un trasalire dei sensi - con le vele, fuori, nel vento? –
      lo sogno ancora un poco.
      Sogno di scappare di correre forte d’attraversare
      il mare le strade , di attraversare la città che si desta  dentro un ricordo.
      Livida alba, io sono senza dio.
      Visi assonnati , vanno per le vie,  sepolti sotto fasci d'erbe diacce.
      Gridano al freddo vuoto i venditori.
      Albe più̀ dense di colori , vidi su mari su campagne inutilmente.
      Mi abbandono all'amore di quei visi .
      M’abbandono al perdono all’ardore di una vita raminga
      che non regala medaglie.
      Si lava la faccia fa finta di non capire.
      E credere è  come mangiare un gelato al pistacchio.
      Facciamo in fretta,  possono  svegliarsi.
      Sono serio io .
      Ma questa è una guerra.
      Accidenti un cavolo di problema.
      L’alba ci afferra entrambi,  sembra un donna calda , piena di voglie mai assopite.
      Partorisce figli , partorisce scene surreali , ride poi te la da per mezzo scellino.
      Non è finita qui se viene il primo ministro finiamo tutti in galera.
      E la donna non era una stinco di santa sapeva dove vedere la sua pelle profumata
      A volte c’era qualcuno che voleva i soldi indietro.
      Tutto scorre anche la sera come il fiume verso il mare.
      La vita... è ricordarsi di un risveglio triste in un treno all'alba: dopo  aver veduto fuori la luce incerta:  dopo aver sentito nel corpo rotto la malinconia vergine e aspra dell'aria pungente.
      Dopo aver assaporato questa storia dopo aver partorito con dolore con la bocca colma di rabbia nell’alba radiosa nel silenzio infinito una nuova vita nasce  e muore il vecchio dire il canto delle lavandaie .
      Nuovi giorni , nuove vergini,  nuove storie che diventano tutt’une con questo ricordo.
      Il mio Amore era nudo in riva di un mare sonoro.
      Gli stavamo d'accanto- favorevoli e calmi -
      io e il tempo.
      Poi le rubò un idea.
      Lo macchiò d’ inchiostro.
       lo resto in riva di un mare sonoro.
      L'aria di primavera invade la città.
      Ai fanciulli la sera cresce un poco l'età.
      Cresce questa poesia , nella musica nell’indomani che giunge in fretta si denuda si spoglia e cerca dentro di se il mito una nuova rinascenza , un emozione in mezzo  all’ardire per rime eclettiche,   misogini  eufemismi e lirismi mitici concentrati in atti impuri.
      Tutto scorre la sera va verso la fine,  verso il piacere,  verso il nome e l’amore della sua età .
      Non sono qui a criticare.
      Fatti da parte.
      Non vuoi mangiare ?
      Non ho voglia.
      Ti metto un cuscino sotto la testa?
      Non farmi male.
      Perché dovrei?
      Siamo a maggio.
      Dovrebbe essere tutto cosi magico.
      Ci siamo,  scivolano le parole,  troppo sole per essere comprese.
      Togliti il vestito.
      Non voglio soffrire.
      Non ridere,  siamo ad un passo dalla salvezza.
      Forse sarà meglio chiamare a casa.
      Tua madre dorme.
      La città non si cura  di noi.
      Siamo li ad un passo dal tutto.
      In fondo ad un bicchiere di vino.
      Bevo alla  tua salute.
      Vanamente rivivo in  questo cuore :  oh assorte lontananze.
      E' più̀ vivo,   più mi distacco dall’ Amor dalla  confusa Morte.
      Cosi va la vita   rinchiusa  tutta  in  un verso,  il resto è nulla.
       

    • Il cielo è di un blu profondo come quello dell’oceano quando infinite scale di acqua lo separano dal seminterrato di sabbia. A volte appaiono delle nuvole bianche, ma scompaiono velocemente, come se una piuma le bucasse con la grazia di una ballerina. Altre volte, cumulonembi scuri e prepotenti si prendono il cielo. Allora, solo un martello d’acciaio può assottigliarli fino a farli scomparire.
           Vincent invece usa un pennello largo e sottile, mentre respira profondamente e mosso da qualcosa più grande di lui, dà vita alla tela che ha davanti. Aspira il vento che accarezza gli ulivi e le spighe di grano. Lo accarezza e lui ride. Piange di gioia. Poi si dispera e si tuffa nella sua malinconia di sempre. La tristezza lo avvolge, ma lo rasserena, come le sue pennellate avvolgono in un abbraccio struggente chi esterrefatto si ferma a fissare i suoi quadri.
           Gli siedo accanto, sulla terra nuda. Lo guardo dal basso, sul suo sgabello in legno, intento a catturare la natura divina. L’eternità di una pianura di messi disordinate e fieno sparpagliato in linee. C’è un ordine disordinato di fronte a noi, ma la mente di Vincent riesce a dare sempre un senso all’eternità. Al caos dell’universo.
           Continua a respirare Vincent. Non fermarti. C’è un senso a questa vita. Si chiama eternità. Vive nei tuoi quadri. Vive nei tuoi occhi. Vive negli occhi di chi sa vedere attraverso i tuoi.
       
           L’ispirazione di un genio non è pazzia, ma l’incomprensione da parte di una comunità di stolti.
       
           Siamo soli di fronte a questa piana infinita. Siamo soli di fronte alla soglia dell’eternità. Siamo soli di fronte alla matta ispirazione che non dura più di un istante.
       
           Confessami, tu non volevi raggiungere che questo luogo, tu non volevi che dipingere, lavorare, vivere nella più totale solitudine, con la sola compagnia dell’eternità.

    • Chi di noi non è curioso di conoscere quale deliziosa creatura ci sia nel profondo blu dell’oceano, la stessa nostra curiosità la divide anche una  graziosa conchiglia pettine, che vive ai bordi della barriera corallina. Si. Infatti la conchiglia pettine vive con la sua famiglia insieme agli abitanti di Sabbiopoli una città sulla sabbia dove l’acqua è poca profonda.
      Tutti gli abitanti del villaggio, sopratutto i più giovani, sono tentati di oltrepassare la barriera corallina e soddisfare la curiosità di conoscere cosa ci sia nel profondo oceano, attirati dal colore dell’acqua che assume un blu intenso.
          Non da meno la piccola conchiglia pettine che si chiama Penny muore dalla voglia di scoprire il fondale marino, anche se tutti gli adulti del villaggio  proibiscono di avvicinarsi alla barriera corallina per il semplice motivo che se cadono non riescono più a tornare in superficie perché le conchiglie, a differenza dei pesci, non hanno le pinne per nuotare e sarebbero cosi rimaste per sempre in fondo al mare lontano dal proprio villaggio.
        Penny, ogni giorno, dopo l’uscita di scuola si avvicina al confine tra la secca ed il profondo oceano per vivere il suo sogno: quello di scoprire cosa si cela nelle profondità del mare.
        “Penny Penny vieni via di li è pericoloso!” Gli urlano ogni giorno i suoi compagni di scuola, fino quando un giorno la curiosità della conchiglia pettine oltrepassa tutti i limiti…
                 Penny cade dalla barriera corallina scivolando sempre più in profondità nell’oceano fino giungere sul fondo.
          “Povera me” disse Penny “cosa mi e successo, dove mi trovo adesso!” E subito scoppia a piangere.
          Poco lontano Blu e Rossa, due pesciolini che si trovano da quelle parti, sentendo piangere, si avvicinano fino ad incontrare la conchiglia pettine.
                    Blu dice a Rossa “hai visto mai qualcosa del genere”
          “no” risponde Blu “mai vista una conchiglia di quella forma”
      “Ma sta piangendo! Come mai. Proviamo a chiedere perché” dice Blu
      Così Rossa si rivolge a Penny  “Ciao come ti chiami chi sei?”
      La conchiglia pettine risponde ai due pesciolini di essere caduta dalla barriera corallina continuando poi ancora a piangere.
      I due pesciolini non sapendo chi fosse e mai vista prima una conchiglia del genere decidono di portarla dal loro amico genietto Zampa Tenera, il cavalluccio marino,  per chiedergli cosa fare.
      “Vieni con noi non piangere, ti portiamo dal nostro amico Zampa Tenera, lui è un genio ti può aiutare!” dice a Penny Blu.
      Arrivati dal cavalluccio marino i due pesciolini presentano Penny a Zampa Tenera. Anche lui come Rossa e Blu non aveva mai visto una conchiglia del genere, e rimane cosi a pensare, pensare e pensare ancora, ma niente, non riusciva a ricordare che tipo di conchiglia fosse e da dove venisse Penny.
        “Aspettate un attimo che mi viene in mente una cosa forse…” dice Zampa Tenera ai suoi due amici pesciolini, che rimasero incantati a guardare il grande saggio sperando in una soluzione. Infatti Zampa Tenera prende un vecchio libro impolverato per saperne di più, e finalmente riesce a trovare un’immagine che raffigura Penny. Subito legge che si tratta di una conchiglia che vive nei bassifondi marini vicino alla barriera corallina, ed il nome di questa conchiglia è - conchiglia pettine - per la sua forma simile ad un pettine.
      Zampa Tenera subito spiega ai due pesciolini che devono riportare a casa la conchiglia pettine, perché questa specie di conchiglia vive solo sulla sabbia, non nelle profondità dell’oceano.
      I due pesciolini erano felicissimi di accompagnare Penny a casa, ma la loro gioia viene interrotta da Zampa Tenera che dice: “ascoltatemi amici miei!!
      Per arrivare sulla sabbia dove vive la vostra nuova amica, dovete passare per la Valle Nera dove vivono i granchi gracchianti, e sono molto pericolosi perché chiunque passa sopra di loro vene catturato dalle loro possenti chele. Se riuscite a passare la Valle Nera, allora incontrerete il grande scoglio dove vivono le alghe avvolgenti, così chiamate perché chi passa vicino loro viene afferrato per poi essere mangiato. Infine prima di arrivare alla spiaggia dove vive la conchiglia pettine, si deve passare per il mare aperto popolato dalle meduse urticanti, pericolosissime per le punture velenose dei loro tentacoli.”
      I due pesciolini bloccati dalla paura di quanto appena sentito, si guardano  tra loro, poi guardano Penny, ed infine guardano il loro amico cavalluccio marino Zampa Tenera.
      Poco dopo i due pesciolini decidono comunque di portare Penny a casa anche se era molto pericoloso affrontare i tre pericoli segnalati da Zampa Tenera.
      Blu Rosa e Penny partono per il lungo e difficile viaggio e dopo qualche ora arrivarono alla Valle Nera dove vivono i famosi granchi gracchianti! Ora che li vedono dal vivo… “fanno veramente paura!” Dice Blu a Rossa.
      I granchi erano tutti posizionati nel fondale della Valle Nera, tutti di color giallo, sembra che dormano. I tre avventurieri prendono un lungo respiro di coraggio e provano ad affrontare la valle dei granchi.
      Appena i nostri amici si affacciano alla Valle Nera, subito i granchi con le loro grandi chele cercano di afferrare i malcapitati, e tac toc tac stock! Un rumore infernale producono le loro chele, che si chiudono con forza cercando di afferrare i tre amici.
      Velocissimi, i pesciolini si muovono per non farsi prendere dai granchi  gracchianti, e col capo cercano anche di spingere Penny fuori dalla valle Nera.
      Finalmente a grande fatica riescono a passare la Valle e i granchi,  questa volta, rimangono a bocc’asciutta.
      Il cammino era ancora lungo, e quando i nuovi tre amici arrivano nei pressi del grande scoglio, si ricordano le parole di Zampa Tenera, che parla della presenza, li vicino, di alghe striscianti, in attesa del passaggio di qualche sventurato da potere afferrare e mangiare.
      Infatti, girato l’angolo, si trovarono davanti  tantissime alghe.
      Il moto delle correnti marine crea un movimento particolare alle alghe quasi ipnotico, e mentre Blu Rossa e Penny ci passano vicinino, queste subito si allungano cercando di prendere almeno uno dei tre amici. “Aiuto aiuto!” Urla Blu, “mi hanno afferrato aiutatemi!” Rossa e Penny si girano di scatto e vedono Blu con le alghe avvolte alla sua coda, non riesce più a muoversi. “Resisti sto arrivando” le urla Rossa, “ti aiuto ad uscire” dice ancora Rossa. Cosi cerca di aiutare Blu, ma la stretta delle alghe sulla coda di Blu  è troppo forte anche per lui. “Spostati Rossa lascia fare a me” dice Penny, e con un morso deciso costringe le alghe a lasciare per un attimo la presa. Blu approfitta dell’occasione per scappar via dallo scoglio e dalle malvagie alghe avvolgenti.
      Finalmente si trova furi pericolo lontano dalle alghe.
      “l’abbiamo vista brutta questa volta” dice Rossa ancora con gli occhi impauriti!  “Si vero” rispondono in coro Blu e Penny.
      Proseguono il loro percorso, e dopo del tempo si trovano in mare aperto; in lontananza si vedono delle spettrali ombre. “Guardate siamo arrivati dove vivono le meduse urticanti, come ci raccontava Zampa Tenera!” urla Rossa! “Si è vero sono tantissime” dice blu, “mi fanno una paura immensa” aggiunge Penny.
      Era arrivato il momento di affrontare anche le meduse urticanti, ma per un motivo che Penny non riusciva a capire, i due pesciolini non si muovevano, erano fermi come imbalsamati. “Cosa succede miei amici, cosa vi preoccupa, avete una strana espressione in viso!” dice Penny ai due pesciolini che si guardano timorosi.  “Si, infatti siamo molto preoccupati per il fatto che se le meduse ci toccheranno anche con un solo tentacolo, per noi sarà la fine!Noi pesciolini non riusciamo a sopravvivere al veleno che hanno nei tentacoli!Purtroppo, credo che non riusciremo più a proseguire, ci dispiace tanto” dice Blu. Penny si rimise a piangere di nuovo, era proprio triste questa volta più che mai.
      Anche i pesciolini incominciano a piangere, e proprio quando sembra ormai tutto finito, si sente a voce alta Penny che dice… “ho un’idea” e continua ancora a dire “facciamo cosi: entrate dentro il mio guscio, state stretti ma sicuri, le meduse non possono toccarvi con i loro tentacoli io ho la corazza durissima! Sapete, a me non farà niente il loro veleno!” Ottima idea hai avuto Penny, dicono i due pesciolini ed entrano dentro la corazza lasciando fuori solo la pinna per spingere penny verso il suo villaggio.
      Finalmente Blu Rossa e Penny riescono ad arrivare nella barriera corallina, ed arriva anche il momento più triste di tutta la loro avventura, quella di salutarsi.
      Incomincia Blu col dire “ciao Penny mi ha fatto tanto piacere conoscerti” e continua Rossa “si è stata una bella avventura questo viaggio fatto insieme!”  Con una piccola lacrimuccia continua Penny “certo amici miei, grazie di tutto è stato un piacere conoscervi, non vi dimenticherò mai”
      Un lungo abbraccio tra i tre nuovi amici, e poi Blu e Rossa tornarono nel profondo blu dell’oceano, non vedendo l’ora di raccontare il loro difficile ma avventuroso viaggio al loro caro amico Zampa Tenera.
      Così finalmente Penny ritorna a casa dove alle porte del villaggio ci sono ad aspettarla i suoi amici di scuola.
      “Ciao Penny sei riuscita a tornare, come stai, dove sei stata?
      Penny racconta la fantastica avventura che ha vissuto insieme ai suoi nuovi amici  Rossa, Blu e Zampa Tenera, e come insieme siano riusciti a sfuggire ai pericoli che hanno incontrato lungo il viaggio: i pericolosi  granchi gracchianti, le malefiche alghe avvolgenti e per finire gli spettrali tentacoli delle meduse urticanti.
      Rimasta un attimo sola, Penny, ripensando ancora alla  sua avventura, inizia a credere  che a volte la curiosità ti porta anche a belle avventure e nuove conoscenze.

    • i miei amici ogni tanto mi chiedono di te.
      come stai, cosa combini nella vita,
      se ti diverti lo stesso anche senza di loro.
      mi chiedono se stai continuando a studiare,
      se sorridi sempre di nascosto
      o se ti sei fatta spazio nel mondo.
      mi chiedono se ti sei innamorata,
      se ti ho scordata, se ti ho lasciata andare via.
       
      i miei amici ogni tanto mi chiedono di me.
      come sto, che combino nella vita,
      se continuo a divertirmi.
      mi chiedono se riesco a studiare, anche senza di te,
      se mi sono un pò svagato,
      e se ho trovato spazio nel mondo.
      mi chiedono se sono sempre innamorato,
      se mi hai scordato, se mi hai lasciato andare via.

    • Io ho esordito l'anno scorso con il romanzo "Rinascita sulla Luna", pubblicato da Montag. Ho scritto poi un secondo romanzo, di un terzo più lungo, che è attualmente in visione presso l'editore e che sarà eventualmente pubblicato nel 2020. Tuttavia io, curioso delle possibili reazioni, ho deciso di postare qui una parte del terzo capitolo. Il titolo del lbro è "La seconda missione di Giovanna d'Arco" e il romanzo tratta appunto di una avventura, ambientata nell' Universo futuro del XXXVI secolo, popolato da resuscitati delle epoche passate, che ha per protagnista la resuscitata Giovanna d'Arco. Nella parte che riporto narro l'incontro tra Giovanna d'Arco e il suo paggio Louis De Coutes dopo la loro resurrezione. La storia è narrata da De Coutes. Ecco:
       
      Mi incamminai su per il pendio che si innalzava dietro la casa. Conoscevo il luogo perchè lo avevo visionato su Internet; sapevo che Giovanna era all'eremitaggio di nostra Signora di Vermont. Salii di gran lena e quando fui a poco più di metà strada mi apparve, in tutta la sua maestosità, un grande faggio dotato di enormi e lunghi rami che scendevano quasi a terra. Non c'erano dubbi; era il famoso Albero delle Fate! Quando lo raggiunsi mi avvidi che l'enorme faggio troneggiava su un pianoro verde, poco distanziato dal limite della foresta di querce, sul quale proiettava una maestosa ombra. E in quest‘ ombra, a pochi metri dal tronco, zampillava l'acqua cristallina di una sorgente. In quello scenario paradisiaco una decina di gioiosi bambini si davano da fare a raccogliere fiori e a intrecciarli per farne ghirlande che poi andavano ad attaccare ai rami più bassi del grande albero. "Buongiorno signore" mi disse una bambina agitando una manina. Era seduta a terra ed impegnata a relizzare una ghirlanda. "Buongiorno signorina. Che cosa fate di bello?" "Facciamo corone di fiori per le Fate" rispose la piccola. "Alle Fate piacciono questi fiori?" "Certo che gli piacciono. -mi rispose un altro bambino arrampicato ai piedi dell'albero- E' per questo che mantengono l'acqua della sorgente fresca e pulita!" "Avete visto Giovanna?" chiesi. Mi risposero quasi tutti insieme indicandomi il nord: "zia Giovanna è lassù, alla cappella". Là, dove avevano indicato i bambini, vidi in lieve lontananza, vicino al margine del bosco, una figura nera china di fronte ad una piccola costruzione in pietra grigia. Salii ancora il pendio. E la vidi lì: china di fronte all'immagine della Vergine, a mani giunte, recitava il Padre Nostro. Assorta nella preghiera non si accorse di me. Aspettai con trepidazione. La vidi farsi il segno della croce; poi si alzò. Si voltò. Ebbi un tuffo al cuore e mi sentii avvampare quando, dopo tanti anni (55 anni, ma in realtà erano 2008!) rividi quel magnifico volto. Il suo viso tondo, delicato, si allargò in una espressione di gioia indescrivibile. I suoi grandi occhi marroni, quasi sporgenti, entrarono nei miei e mi sentii penetrare da quello sguardo luminoso (sempre più luminoso!) fin dentro l' anima.....era come l'avevo vista in battaglia: il suo corpo era perfetto, ben proporzionato; i capelli neri erano tagliati corti; indossava gli abiti da uomo del Quattrocento: camicia bianca di lino; calzoni neri che si attaccavano ad un farsetto nero tramite lacci di cuoio; alti stivali di pelle dotati di lucenti speroni. "Louis!" gridò al culmine della gioia. "Giovanna!" gridai a mia volta. Ci venimmo incontro e ci abbracciammo tra le lacrime.........Abbracciati stretti, a nessuno di noi due sembrò vero di poter sentire la pressione e il calore del corpo dell'altro.....io che l'avevo vista pregare e piangere nel castello di Chinon, che l'avevo seguita a Blois e poi a Orleans, che le avevo tante volte recato le sue armi, il suo cavallo, il suo prodigioso stendardo.....che le ero stato accanto in battaglia e avevo assistito a tutte le sue vittorie...da Orleans a Patay, all'incoronazione di Carlo VII a Reims....(e lui, il re, non si faceva vedere....era uno di quelli che si sentivano in colpa) e fino alle porte di Parigi..........ecco, non è possibile, amici lettori, descrivere un'emozione del genere; e so, per averne parlato con lei tante volte, che neanche Giovanna è in grado di descrivere quello che provava. Finì di piangere sulla mia spalla; poi mi guardò in faccia contangiandomi con il suo magico sorriso e mi disse con la sua caratteristica voce bassa, dolce e irresistibile: "Cattivo giovinetto! Ce ne hai messo di tempo!" Scoppiai a ridere tra le lacrime di gioia; poi gli risposi: "Volevo esser sicuro che entrambi fossimo ben pronti per l'incontro. Sono proprio così cattivo?" "O no ragazzo; anche quella volta, a Orleans, tu non avevi colpa. Anzi, fosti bravo a passarmi lo stendardo dalla finestra e a raggiungermi subito dopo". Emisi un sospiro; lei rise. Dopo una serie di sospiri reciproci sciogliemmo l'abbraccio. Continuammo a guardarci in faccia sorridendoci a vicenda. Poi io dissi: "Non mi sembra vero, mia Signora, che noi due si sia qui, insieme, in un altro mondo....sapessi quanto mi sono disperato quando ho saputo......" "Lo so. -mi interruppe- Ma chiamami Giovanna; lo preferisco". "Va bene". Si guardò un pò intorno; poi mi indicò la panchina di pietra posta ai margini della radura. Ci sedemmo. Uno dei bambini la salutò dal prato dell'Albero delle Fate e lei contraccambiò calorosamente il saluto. "Hai voluto tu i bambini a Domremy?" le chiesi. "Diciamo che ho fortemente contribuito alla loro presenza. Un mondo senza bambini non è un vero mondo"."Credo che tu abbia ragione. L'umanità ha sconfitto la morte. Eppure, a quanto pare il Paradiso ha un prezzo; siamo quasi senza bambini". Il suo sguardo si fece più serio. "Questo non è il Paradiso". Pronunciò questa frase con una voce più bassa del solito; e vidi sul suo volto una lieve malinconia. "Intendi dire che te lo aspettavi diverso?" le chiesi. "No.-affermò con decisione- Intendo proprio dire, in senso letterale, che questo non è il Paradiso!" "E allora, secondo te, questo mondo in cui noi ora ci troviamo, che cos'è?" Lei si fece ancora più seria. "Questo è un mondo artificiale. Il vero Paradiso è quello che è stato creato dal Re dei Cieli, da colui per il quale ho combattuto in Francia". Fui invaso dalla perplessità. Anche se l'avevo vista pregare pensavo che lo facesse per fedeltà ai riti a cui era affezionata. Invece, ci credeva ancora? Non mi decidevo a chiederglielo, ma lei indovinò i miei pensieri e mi precedette: "Non essere imbarazzato, so a cosa pensi. Si giovinetto, io credo ancora; anche più di prima, a dire il vero. Ne ho le prove". "Quali prove?" "Le mie Voci". "Le tue Voci? Ancora...." ero stupefatto. "Si, ancora. Si sono rifatte vive due mesi dopo il mio recupero. Adesso le sento più raramente, ma ogni tanto si rifanno vive, e le riconosco. In realtà, non hanno un'identità ben precisa. Non l'avevano nemmeno allora; io le attribuivo all' Arcangelo Michele, a Santa Caterina e a Santa Margherita, ma questo non ha importanza. L'importante è che sono sicurissima che le Voci vengono da Dio". "E che cosa ti dicono le tue Voci?" "Mi hanno detto che questo mondo creato dall'uomo non è lo stadio finale dell'umanità. Siamo in realtà tutti destinati ad andare nel vero Paradiso, che non è questo". "Quindi il Progetto cosmista non è valido? Perdonami, Giovanna, ma sapendo quello che sappiamo adesso, che siamo risorti, che l'Universo è così grande, ecco, non credi che le religioni della nostra epoca fossero soltanto, ecco, delle creazioni della mente umana?" Giovanna arrossì ed il suo corpo tremò lievemente. Con voce irata mi disse: "Stai insinuando che Dio non esiste? Preferirei farmi strappare tutte le membra piuttosto che rinnegare la mia fede. Sappi, giovinetto, che le mie Voci mi hanno detto che queste resurrezioni in realtà sono temporanee, che ci aspetta un'altra resurrezione veramente definitiva.....e che l'Universo che conosciamo è ancora troppo piccolo in confronto a quello che ha creato il Signore....noi andremo nell'Empireo! Io l'ho visto!" "L'Empireo..." esclamai io a bocca aperta, ma lei non mi lasciò parlare e proseguì "L' ho visto quand'ero sul rogo!". Io aggrottai la fronte. Tremando, tutto quello che mi riuscì di dire fu "Il rogo?..." "Si, caro garcon, il rogo. In quell'attimo in cui ero tra la vita e la morte, tra le tanti visioni, ho visto anche la luce dell' Empireo". La guardai tremando, nel mio intimo, di paura. Aveva toccato un argomento tremendo, che avrei preferito evitare. Infine mi decisi a dirgli, nel modo più delicato possibile: "Non oso pensare, Giovanna, quanto deve essere stato tremendo...." ma lei mi interruppe di nuovo (e la ringrazio ancora per questo) e con un improvviso lampo di malizia negli occhi mi disse: "Non è stato come pensi. Martin Ladvenu mi ha aiutata". "Come sarebbe ti ha aiutata? Sappiamo che ti diede i sacramenti" "Si, in cella, mio caro ragazzo, mi diede il sacramento dell'Eucaristia. Ma l'ostia che mi mise sulla lingua era molto particolare". Ebbi un tuffo al cuore. "Cosa ti diede?" "Quel buon frate me ne parlò ai margini della confessione. E io accettai la cosa come un dono, un aiuto del Signore. Mi disse di aver preparato un'ostia lievemente ispessita e cava all'interno. In tale cavità aveva messo un concentrato di estratto di semi di tasso". "L'albero della morte!" esclamai allargando gli occhi. "Esatto garcon. La quantità che mi mise in bocca era sufficiente ad uccidermi all'istante. Io, per tutto il tempo fino al momento dell'esecuzione, tenni quell'ostia ferma su un lato della bocca". Ero piacevolmente sorpreso. "Ma allora, non sei bruciata viva?" "Ci è mancato poco, perchè io, mentre le fiamme si avvicinavano, ebbi nuovamente le visioni dei Santi e mi dimenticai di ingerire l'ostia. Lo feci all'ultimo momento, dopo aver sentito le prime ustioni alle gambe; sai, fu quando gridai forte: Gesù!". "Hai ingerito il veleno in quel momento?" "Si, ho sentito ancora per pochi secondi le fiamme, ma ero già in stato di semi-coscienza e poi sono morta.". "Bè, meglio così" dissi guardando mestamente verso terra. "Comunque-lei proseguì-la cosa più importante furono le mie visioni". "E cosa hai visto?" "Subito dopo aver chiesto dell'acqua benedetta mi è apparsa una luce rosa. Ecco, mi sembrava di volare in un immenso cielo rosa. Ho pensato di essere in Paradiso e mi sono messa a pregare. Ho pregato di nuovo Santa Caterina, Santa Margherita e l' Arcangelo Michele, i quali mi sono apparsi di nuovo". "Erano proprio loro?" "Ho visto solo delle sfere di luce, ma sono sicura che erano loro: li ho riconosciuti dalla voce. Mi hanno detto che quello era l'Empireo e che mi sarei trovata lì dopo aver svolto la mia seconda missione". "La tua seconda missione?" esclamai ancora sorpreso. "Si, fui sorpresa anch'io. E infatti gli chiesi: ma dunque non sono morta? Non ho finito il mio compito? Mi rispose l'Arcangelo Michele: Questa morte è solo un passaggio. Ti ridesterai a una nuova vita nella quale adempirai ad un altro e più grande servizio. E dopo, Figlia di Dio, tutti verranno qui a godere i frutti dell'Età dello Spirito" poi l'Arcangelo sparì: vidi per un attimo la faccia di Gesù, gridai il suo nome, sentii dolore e ingerii l'ostia. Mi ricordo di aver visto una colomba bianca". Mi voltai di scatto verso di lei "Una colomba...." dissi quasi balbettando, ma lei mi interruppe di nuovo "Si, è stata l'ultima cosa che ho visto e ho saputo la storia di quel soldato inglese che disse di aver visto una colomba bianca tra le fiamme del rogo mentre morivo. Le mie Voci mi hanno detto che era un altro segno del Signore". Dentro di me ero confuso. Dopo il mio risveglio ero diventato ateo; adesso, nel giro di pochi minuti, unicamente perchè avevo conversato con Giovanna, ero passato dall'ateismo all'agnosticismo per approdare ad un nuovo incerto teismo......eppure c'era qualcosa che non andava. Misi le mani sulle ginocchia e scossi la testa; dentro di me giunsi alla conclusione che tutte quelle visioni, da quelle avute in punto di morte fino a quelle verificatesi dopo il suo risveglio, non erano altro che allucinazioni. Cosa ci poteva essere di più, per l'umanità, che non fosse la sua nuova, immortale condizione, estesa a tutte le generazioni? Ma non potevo dirlo a Giovanna. Dovevo assecondarla; e, facendolo, mentendo a colei che era, come aveva scritto Mark Twain, la persona più straordinaria di tutti i tempi, non potevo fare a meno dentro di me di provare un grande rimorso. "Bè, -dissi sorridendo- ringrazio Dio che tu non abbia sofferto troppo. Credo che le tue Voci, se sono reali, sapranno condurti di nuovo, come ti condussero allora". Lei si alzò, si mise dritta in piedi di fronte a me e guardandomi con severità mi disse con voce ferma: "Le mie Voci sono reali! Lo hanno stabilito anche gli psicologi che hanno sondato il mio cervello. Non soffro di allucinazioni" "Scusa, non sapevo questo. -gli risposi imbarazzato- Ma allora, cosa può essere questa seconda missione? Cosa può succedere di più ancora?" "Questo le Voci non me lo hanno ancora detto. Ma so che ci vorrà ancora tempo. La mia missione non comincerà prima che siano trascorsi almeno centotrent'anni da adesso". Detto questo si allontanò in direzione del margine del bosco e io gli andai dietro. Si fermò accanto alle prime querce e guardò dentro il bosco. Mi fermai alle sue spalle e guardai anch'io. "Vedi quell'albero, diverso dalle querce?" "Si, ha le foglie ad aghi" "Si, è un sempreverde e durante la nostra prima vita era molto longevo. Eppure è l'albero della morte. E' un tasso". "Si, capisco. Martin Ladvenu è stato bravissimo. Credo che andrò a trovarlo". "E fai bene" mi replicò lei mentre si voltava verso di me. "Vieni, -aggiunse- è ora di tornare a casa". Ci incamminammo giù per il pendio da dove ero venuto. Ci lasciammo alle spalle i bambini che, ridendo e scherzando, continuavano a giocare sotto l' Albero delle Fate.

    • Sapere quello che una persona ti sta per dire e in che modo te lo dirà è una sensazione davvero sgradevole. Non sopporto i dejà vu quotidiani. Stupitemi. Lo farò anch'io. Ho capito che porsi delle domande spesso non è sufficiente. Occorre che queste siano in un certo qual modo valide, che ti permettano di riflettere. Quando ciò non avviene è necessario  cambiare domanda. Riformulare. In questa dimensione nasce l'esigenza per la critica come strumento di ulteriore riflessione. Lo strumento che pone le basi per migliorare l'azione. Se non fa questo è un parere e mi interessa ben poco nel bene e nel male. L'elaborazione dei dati invece dipende dal mio cervello. Critico a me stesso il mancato esercizio della stessa. Questo perchè mancando le fondamenta purtroppo avviene comunque un informazione dei dati in quanto il cervello continua ad elaborare lo stesso ma in modo scorretto. Occorre dunque coadiuvare l'essere umano all'aspetto di una funzione, mescolare e vedere cosa ne esce fuori. L'uomo è un essere razionale, non può non pensare. Lo stai facendo. L'hai rappresentato. Hai dato importanza all'azione dandole un valore. Il valore glielo diamo noi. Cioè tu singolo, persona, unità. Una cosa bellissima vero? Ma purtroppo quasi surreale. Mi sono lasciato condizionare, sono stato  vittima o mi sono sentito tale per tantissimo tempo prima di comprendere di essere il carnefice di me stesso. Ora l'opzione del vendicatore mascherato non mi si addice, nemmeno quella del supereroe, dell'anti eroe, sono solo proiezioni su piccolo schermo. Indovinate chi resta? Io. Sto svolgendo azioni di resistenza, tutto qui. Resto connesso, ma al giorno d'oggi l'uomo percepisce un irrefrenabile voglia di dover dimostrare qualcosa al suo prossimo. Facciamo foto, video, stati, che vogliamo condividere in maniera compulsiva.A che pro? Il mio è quello di comunicare. Voglio interagire e in alcuni casi perchè no relazionarmi....Il vostro scopo qual è? Ve lo siete mai chiesti? Ovviamente adesso il mio motivo è questo. Per ipotesi(non troppo distante dalla realtà) sino a qualche settimana fa come motivazione potevo avere quella di ingozzare il mio ego o di abbellire la copertina. Quindi l'unica cosa che resta da fare è quella di essere aperto e di raccogliere i frutti che seminerò. Ho capito di avere tre feticci essenzialmente : gli esseri umani, la natura e la  scrittura . Tramite questi sono, divento e fluisco. E' lo status della paranoia che mi permette di creare, di provare a trasmettere come sto provando a fare adesso con questo mucchio di stronzate come presentazione.  Sono il vostro discutibilissimo Cazzeggiatore seriale

    • Era un mercoledì, hump Wednesday, quando mi accorsi, inequivocabilmente, della mia divinità. Ero Dio, o un dio? Il quesito è teologicamente arduo, ma una squadra di entusiasti specialisti ha deciso di incaricarsene a tempo pieno - li si lasci dunque lavorare.
      A stupirmi non è tanto il fatto di essere una divinità - il che mi era abbastanza ovvio anche prima - quanto il fatto di averlo scoperto soltanto adesso - se adesso è, si intende, un concetto dotato di senso temporale, considerando che io sono il creatore del tempo, e al tempo stesso l'infante regnante, il delfino della sua astratta culla.
      Scoprire in età avanzata il mestiere che fa per uno è parte della sua natura; scoprire la proprio identità come sostituzione o distruzione a colpi d'ascia di un'altra, una perfettamente accettabile peripezia all'interno dell'integratissima intelaiatura chiamata soap opera; ma come si reagisce alla notizia della propria onnipresenza, onniscienza, onnipotenza - insomma, alla notizia di essere principio, mezzo e fine di tutte le notizie?
      Il problema non è, ripeto, accettare questo onore falsamente oneroso, riceverlo e recepirlo dentro di me: è ricordare cosa facessi prima che la mia consapevolezza di esso esistesse, chi o cosa in me abbia creato questa amnesia disteista, questa amnistia di pseudocredenze le quali, prima di me, straripavano nel mondo. Era come, mettiamo, se mi fossi svegliato in un corpo d'artropode, o d'arrestato, con la differenza che, al contrario di quelli, ero totalmente libero e bello - vi invito ad abbassare lo sguardo sul mio corpo, e specialmente la parte inferiore di esso, se non mi credete.
      Sì, posso fare tutto, le più spericolate acrobazie sessuali come le più esagitate piroette d'arte - no, niente di tutto questo voglio fare. Anzi: non voglio volere, nemmeno il non voglio, si capisce. Godo così tanto del concetto, della limpida concettualità della mia esistenza, delle mie possibilità ultra e terrene, che non provo alcun desiderio di avere intenzione di sfruttarne nemmeno una.
      Certo la (voluta ed involuta) sterilità di un dio, la sua anticoncezionalità, è problema assai grave, in un'entità la quale, soi-disant, è informata di un'intrinseca fertilità, di un accesso alla diffusione urbi et orbi dell'idea di natalità come interfaccia, simbolo, battuta di inizio e start-and-stop, trial-and-error della propria ontologica verità. Per questo tutti i miei visir e scribi - mi piace chiamarli così, in modo affettuosamente antiquato - provano una certa riluttanza a mettersi in contatto con me. Non che progettino di negarmi o farmi del male - non possono, essendo io, non si dimentichi, e tutti loro e fuori di loro -, ma si trovano, bisogna concederlo, in ambagi mai frequentate. L'assemblata dozzina di teologi, certo troppo esigua, si trova alle prese con un'incombente logomachia di rare ed estreme, difficoltose proporzioni - giacché, com'è possibile estrinsecare la volontà di un dio già presente, sia pure come enigma, rebus, rovello in ognuna delle sue creature, ma ignota ad egli stesso?
      Questo ponderano, tra un tomo, un'orazione, un fact-checking, un coito e l'altro - e prego con loro, mentre indosso un paio di occhiali da sole e scivolo in un mantra selvoso di corpi perfetti e nudi, esterni ed interni a me, che non si trovino mai d'accordo col loro dio sull'unica soluzione possibile al problema: la raschiatura completa di ogni forma, modello, germe e concetto di vita (della mia come della loro, e con loro).

    • Ma’, hai lasciato che mi tagliassero i capelli. Perché non ricordi più quanto li volessi lunghi?
      Fai metri e metri tra il corridoio e le stanze, ti serve per dare un senso a tutto. Mi ripeti le cose due volte, ci metti un capito nel mezzo, tra la prima e la seconda, ogni volta è un pugno nelle tempie.
      Tra un po’ arriva l’infermiere, capito, tra un po’ arriva l’infermiere. Pugno nelle tempie.
      Signor Fausto è l’infermiere. Preme la sua gamba contro la mia, mi scopre il braccio e col dorso della mano mi tocca il seno mentre mi guarda negli occhi. Tu non ci fai caso, neanche lo controlli più, glielo lasci fare da anni. Mi guarda per essere sicuro che io sia sempre quella immobile e muta.
      Mi fai sedere a tavola vicina a te quando mangi, guardo le cose per ricordare la consistenza dell’acciaio, della porcellana, del vetro, ma si ferma tutto nella testa; nelle mani arriva solo sudore.
      Cerchi il telegiornale, lo vedevi sempre anche quando c’era ancora papà, speri di trovare notizie che mi somiglino; vuoi sentire di incidenti d’auto, di persone investite e quando le trovi, abbassi gli occhi verso il piatto e ingoi la fettina, gli spinaci e me.
      Una volta la settimana la signora Maura ti aiuta a mettermi seduta nella vasca e insieme mi fate il bagno; vi siete divise i compiti, lei si occupa dei capelli, della schiena, delle braccia, tu che sei mia madre mi lavi il busto, le parti intime, le gambe; sempre insieme mi sistemate sulla sedia, mi asciugate strofinando ognuno il proprio telo con delicatezza, i capelli per ultimi. Delle volte ho freddo, quando ve ne accorgete fate tutto più in fretta, delle altre volte non ci pensate.
      La mattina viene Caterina per la terapia, parla di continuo mentre mi piega ginocchia e caviglie; preme contro la pianta dei piedi e sotto ogni dito, poi sale lungo le gambe per passare a spalle e collo. La seguo con lo sguardo, come una falena che si accorda alla luce.
      A volte Caterina dice: lo vedi come è bella oggi, mamma, questa figlia tua? E come è brava a fare tutti gli esercizi?
      Quando lo dice urla, come una che vuole portare il rumore di fuori qui dentro, come se pensasse che i clacson, le serrande, i motori e le voci, posandosi sul mio corpo morto, lo resuscitassero; o forse urla per non morire pure lei. Dà sempre un’ultima boccata alla sigaretta prima di entrare in casa, sento il suo alito amaro quando mi porta le ginocchia al petto. Ha tre stelle tatuate sul collo, sotto l’orecchio destro, una più grande e due piccole, gliele guardo ogni volta che lega i capelli prima di cominciare.
      Quando la sera mi metti a letto, ma’, immagino il bianco dei miei occhi che riluce al buio come quegli adesivi fosforescenti che si attaccano al soffitto. Non mi metti su un lato, perché hai paura che possa cadere, mi lasci a pancia in su a fissare il soffitto.
      Non mi parli del mio incidente, non mi racconti della macchina che mi ha travolta lesionandomi il midollo, fai in modo che io non pensi alla sola cosa a cui voglio pensare.
      Se mi si formano lacrime negli occhi, sciogli una compressa in un po’ d’acqua e me la fai bere, perché pensi che siano per il dolore che provo in qualche punto del corpo, non lo sai, invece, quanto vorrei sentire una fitta.
      Ora ci facciamo belle, viene Sara con i bambini, capito, viene Sara, dici. Pugno nelle tempie.
      Sara mia sorella l’hai tenuta lontana da me, era incinta quando è successo tutto e non volevi darle troppi pensieri.
      Sara mia sorella si è tenuta lontana da me, i gemelli le hanno succhiato tutte le forze e dopo, la mia figura, seduta e immobile, non ha avuto più l’impatto che raccoglieva in principio, non produceva più le continue telefonate, le conversazioni sussurrate, le visite delle vicine che riempivano la credenza di zucchero e caffè.
      Vi mettete vicine tu e Sara, lei seduta, tu in piedi alle sue spalle, parlate molto fra di voi e cambiate la voce quando mi dite le cose; cercate anche voi il rumore che non fa morire.
      Nel mio torpore ascolto i tuoi passi nelle pantofole e l’aspirapolvere che urta contro le ruote della mia sedia, sento l’odore del pollo ridotto in crema, guardo Caterina e odio il signor Fausto.
      Oggi hai lasciato che mi tagliassero ancora una volta i capelli.
      Fa caldo, è arrivata l’estate, capito, è arrivata l’estate.
      Dopo il pugno, mi sono accorta che era vero, era arrivata e se ne fotteva di tutto; se ne fotte anche adesso, ma’, che ti guardo qui per terra che tremi e te ne vai con la schiuma alla bocca.
      Inizia a scrivere la tua storia...

    • RAP D’ AMORE MALEDETTO
       
      VERSI RAP D’AMORE
       
       
      Il mio verso rap, batte come fosse un martello sul ferro incandescente.   Vestito d’angelo   con l’ ali  di un uccello vaga sopra la città e non sa dove  finirà questo canto  , dove tutto il soffrire farà rima  con il mare.  Dove  il mio amore nascerà  , metterà radici  nella grigia metropoli del sesso ,  errante per lidi austeri , come ieri anche oggi non ho portato l’ ombrello.  il mio cuore sbava a poppa , deciso  deriso,  perduto  nella nebbia,  perduto in un idea che sale verso il monte  che parla con Gennaro,  con Filippo ed Andrea . Mesto martello pneumatico  entra dentro il corpo della volontà , scaturiscono  note dolenti , giorni ingrati senza giungere oltre  ciò che si pensa  di questa storia.  Una vergogna , un momento utopico , senza topiche senza ponti , senza guardie   alle calcagna , senza nulla che abbia la pena di credere e perseguire l’idea  di una bellezza amara.
       
      Lascia stare sono in pochi a capire, in  molti camminano senza mutande chi  se la ride ,  chi non ha peccato , chi  come un angelo ferito viene  portato al pronto soccorso,  lasciato sopra una barella in attesa che passi il chirurgo di turno . Ci sono i parenti in sala d’attesa  ci son due coccodrilli ed un orango tango , ci son Filippo ed Andrea c’è  il destino che t’aspetta , un lungo viaggio in questo fine maggio con un taglio alla gola , un colpo nella gamba sinistra ,  una  panciera che stringe  il  piacere e tu  non ridere,  scansati , non chiedermi nulla. Il tempo mi ha condotto in questo obitorio con un turbante in testa come un indiano ho recitato la mia parte . Siamo rimasti in pochi a capire ,  tre signore di mezza età ,  un ladro in  una ragione che trascende il mistero della vita.
       
      Il mio verso  vive nella poesia del mondo .  In mondi sconosciuti  . incapace  d ‘amare di volare via verso una nuova esistenza.  In mezzo a questo inferno con tante domande da fare  con mille turbamenti , con un cuore  che pompa sangue ,   colora  l’animo di strane sensazioni.  Ed  il cielo è solo la porta  d’ingresso per un nuovo amore . Metto un punto tra un  rigo e l’altro.    Non ho scusanti e come prendere la macchina in compagnia di mamma  come ieri alla  stazione  a fare  benzina , continuare ad osservare  il ragazzo che rubava  sogni al vecchio addormentato dentro la sua auto per poi  nascondersi   tra le pieghe del desiderio tra l’ idea di un amore   incline alla musica , alla speranza di esistere ancora.
       
      Lascia stare che qualche anno in più contano ,  lascia stare che viene presto natale ed andremo alle Maldive in bikini , tu con i tuoi tacchi alti ,  con quel aria da furbetta nel   tuo vestito migliore. 
      Ok baby fammi sognare , fammi passare la più bella notte della mia vita aggrappato alla gonna  della lussuria , come se fossi un condannato a morte in  questa città che risucchia il mio sperma,  misogino mitocondrio , generante una condizione umana migliore. E  al parco giochi i bambini corrono nei verdi  prati  dell’infanzia,  nella bella canzone dell‘amore malandrino, ed io  sono rimasto per ore a guardarli alla fine,  ho compreso che era  passato il mio tempo ,era  passato l’autobus delle sette.
       
      Ora sono  solo qui che mi cingo il capo  d’alloro , nell’ora meno opportuna con un terribile dolore lungo la schiena  che mi trascina per contrade deserte.  Strade   lontane  , illuminate dal   lume di una ragione che  infiamma il senso di essere , di credere. Come ieri sono qui ancora alla ricerca di una felicita , di uno spazio  tra le pieghe del tempo che spenga  il mio stupore  nell’ora meno opportuna.  Tutto cosi illogico come accingersi a capire dove è nato  questo errore madornale , dove la strada si è  piegata sotto le ruote dell’auto quando  sono entrato  in altri dimensioni ed in altre questioni  cicliche Mi son consumato come fossi una fiamma dentro una lampada  spenta . Dentro il mio tempo che scorre e mi trascina verso altre questioni ipercinetiche , chimiche astrazione , castrano l’ingegno biogenetico in malversazioni e discorsi campati in aria.
       
      Non ho compreso  nulla del mio verso ,  del mio pensiero rap  tutto cosi oscuro come le parole mosce che fanno la spola tra un rigo ingiallito ed il dubbio socratico ,  crescono  e non cessano  di stupirmi  nella loro fragile  femminilità  festaiola , funebre come l’aria salubre  che respiro . Senza capire cosa sono  stato  e quando sono caduto  in questo orrore ortografico , che non  mi lascia in pace . Sono quello che sono ,  forse un poeta dialettale che  non conosce le  lingue straniere  con un aria che non me la conta giusta. E questo il discorso d’affrontare nella sera che giunge come ieri sull’onda di un ricordo nella calura dei colori  gocciolanti  dal pennello intriso di bellezza. Una linea una forma tonda senza occhi senza testa  si muove lesta tra il dire e il fare . Un drago ,un mostro con mille teste , lancia fiamme  brucia vari concetti , cancella   il furbo sermone del prete circonciso. Ho visto il cielo cadere  ho visto,  le nuvole fare l’amore ,  come erano belle , come era incredibile  volare , perdersi nel giudizio  di un mondo d’astrofisiche dimensioni. Fuochi d’artificio,   illuminavano  l’amore e  non cera  nulla  che  valesse  la pena capire , non cera sorte migliore  quella di lasciarsi andare ,  nell’affrontare il proprio destino. Sull’onda del successo , chiuso nel cesso  da solo con i propri mostri , con quel dubbio sulla bellezza.
       
       
      Tutto cosi bello , quasi incomprensibile , quasi surreale,  una bomba calligrafica  trascritta  su fogli di carta igienica,  gettata alfine  dentro il buco dove il ragno balla la sua tarantella .  Meno male il ragno    sopra il muro , sale , scende si cala i pantaloni e giunge finalmente a placare le sue insane voglie. Ora il tempo ha dato scacco matto al giullare , ora la torre è caduta,  ora il cavallo è  morto,  ora siamo in più di mille a chiederci cosa ci facciamo qui a cantare tutti insieme oh bella ciao. Il tempo ci ha resi  diversi ,  preso per il collo ,  trascinato oltre ciò che noi credevamo  giusto, figli dispersi nel  sogno di un re e di un amore extraconiugale .  Una pena  mai  assaporata , un bene  mai assaggiato ,bella  tonda   come l’ossesso delle parole , come il sesso consumato in fretta dentro una macchina . Per pochi spiccioli tutto quello  credevamo,  morire  nell’illogicità dei fatti , nella forma che non  si piega al  nostro volere. Una volontà superiore ,  ci conduce verso  questo immortale  comizio , dove son tanti a parlare alcuni pronti a tirare sassi al malcapitato , tutti d’accordo che la morte non è  proprio la verità dei fatti commessi.
       
      Maledetto il mio rap improvvisato , nato tra montagne di rifiuti , durante un viaggio a ritroso , nell’ossesso di un sesso  sperimentale  cosi come ieri , con   un angelo ferito sopra un autobus,  andare  verso casa,  verso la fine d’una  sera dolce che t’afferra l’animo t’interroga ,  ti mette soggezione. Ed io non ho compreso , dove sia il bene di questa vita ,  dove sia il male di quest’anima afflitta,   tutto troppo facile da digerire da descrivere come queste  canzonetta  saltellante   nemica  delle mie  virtù.
       
      Qui tra cent’anni , con questo cuore che continua a battere , con  il mio stupido verso  rap , con  il tuo sorriso in  una giornata di pioggia  scendere , risalire , andare,  migrare  verso il  nulla,  verso qualcosa che non ha senso. E tutto scorre , come ieri anche oggi saremo a casa ad aspettare natale. Saremo li a capire , dove abbiamo sbagliato dove il signore ha lasciato l’auto fuori sosta.   anche se sembra tutto ridicolo il mio verso  rap mi porterà ad Itaca forse in Gerusalemme , forse ad Amsterdam , forse in viaggio su un cavallo alato . E rido,  forse sono folle,  come la luna che se la ride dietro le nuvole , laggiù a Mergellina,  che si gingilla con Gigino il meccanico fa la stupida con Nicola il pescivendolo , vola e balla sull’onda, porta il suo cuore dietro l’attimo represso,  nello scrutare il cosmo , seduto sulla spiga di grano tutto il peso della farfalla . Tutto il suo amore ingordo ,sordo ad ogni richiamo,  sordo all’odore della femmina  che arde nella  fiamma delle passione. Sono giunto , perverso ,  come un fiume in piena  in questo porto ,  in questo corpo abbandonato a se stesso. 
       
      Ultimo giro , ultima corsa il mio verso  rap,  ha  improvvisamente cambiato umore,  mi ha preso per il collo , mi ha baciato sulle labbra mi ha detto ti amo  poi si è  gettato dal ponte. Che bello  ho pensato mentre cadevo , ero vivo ed adesso , sono un uccello che vola in cielo , sono una rana  che saltella dentro il  bel giardino dell’esperienza insieme ad Ezechiele,  insieme a Pietro che non la smette di tirarmi la zampa  ,  che mi dice stai attento. Ed il mio verso  rap è  ridicolo,  piccolo , brutto quasi  sincero che lo vorrei regalare a tutti quello che conosco e non conosco o  credo di conoscere.  Sarò  una bella canzone , sarò libero di volare per la città , con l’ombrello in mano , in pompa magna,  come un morto al cimitero , come Ciccio che fuma una cicca , che intasca una mazzetta ,  che se la ride mentre si scopa la moglie del padrone.  Ora il mio verso rap diviene sempre più ridicolo,  piccolo,  innocente,  roseo come la rosa nel bel  giardino  fiorito là  tra le gambe di lei il fiore del peccato,  il fiore che soffre , stanca a sera mentre allarga le braccia per stringere il cielo a sé .
       
      Donerò il verso rap ,   sarò contento , così   un giorno  ti porterò a conoscere mia madre ,  ti regalerò il mio amore , la mia rima  sincera che arma poi  se la ride mentre trema,  mentre cerca per illogici giochi verbali , la cecità degli atti commessi. Là  sull’uscio della porta, sull’uscio del  mio silenzio,  il mio verso  rap , sarà il figlio  che desiderai , che  cercai tra le pagine dei libri , in quell’amore dannato  in quell’amore venduto . Dopo ,  berrò tutto il veleno,  di questo mondo , sarò il salvatore atteso,  di nuovo  crocifisso , denigrato, imprigionato , sarò il breve  sogno,  il fiume del divenire ,  sarò sulle labbra  di un nuova canzone,  con il mio amore ferito, e  mentre  imploro  pace,  rammento  la tua bellezza,  nudo davanti alla croce,   davanti al mondo intero. Il mio verso  rap , mi condurrà , oltre ciò che credo , forse nel puro amore ,  forse nella speranza di un vivere migliore nel decantare miti e versi rap , rapsodie della bella età che passa . 
       

    • La parte migliore della giornata di oggi è stata una conversazione, o forse quel che mi ha portato alla conversazione. Parole non dette, soprattutto. Con altre persone.
      Muro contro muro.
      Persone che non vogliono sentire ragioni, le tue ragioni. Tu che non vuoi sentire le loro.
      La cosa brutta del “non detto” è che viene detto nella nostra mente. Diamo per scontato. O semplicemente non abbiamo altri che ci rispondano e ci diamo ragione. Facile così. Beh, in realtà no. Così è tutto più difficile.
      Dopo una bella giornata di muri alzati, di capricci, di scarsa comunicazione, di lingue diverse, mi trovo a fare quello che volevo. Arrabbiato, perché va sempre così. Sempre a non parlare la stessa lingua, anche se vogliamo dire la stessa cosa. Sempre a non ascoltare l’altro. Stavolta non avrei ascoltato io. Non ne vado fiero. Sempre a ricercare il limite tra capire l’altro e giustificarlo. Sempre che esista.
      Ero lì, dove volevo essere. Stavo cercando di far funzionare un aggeggio interattivo, senza successo. Questo perfetto signor nessuno, mai visto prima, mi spiega come fare.
      Ed ecco che parte tutto.
      Basta poco. Parliamo per dieci minuti nemmeno. Del più e del meno, di cose si e cose no e forse. Che liberazione. Liberazione per una conversazione che non avevo avuto tutto il giorno, per aver ascoltato. Per riuscire finalmente a parlare. Evviva le persone! Niente muri, stessa lingua. Che soddisfazione parlare. Che soddisfazione comunicare! La comunicazione è tutto, non siamo soli. Quante cose si possono imparare dagli altri? Non c’è altro modo per imparare. Quante cose si possono capire su sé stessi dagli altri? “Io sono qui, ti vedo e ti ascolto.” Che meraviglia.
      E non serve altro.

    • Ti guardo entrare nella tua camera. Nell'angolo c'è una piccola TV con quella Playstation con cui abbiamo giocato interi pomeriggi. L'armadio a te non è mai servito a niente, la tua camera intera è l'armadio. Non mi vedi, ma io sono qui. Hai lo sguardo basso, forse ora hai capito qual'è il senso della vita? Esatto, la vita non ha alcun senso, è solo una tortura senza fine, ci sono momenti in cui ti sollevi per poi tornare nel baratro, quella si chiama felicità. Tu questo non lo hai mai capito, tu fuggi dalla verità.
      Io pensavo che tu mi amassi Pietro, invece sei scappato, ti sei nascosto in questa camera, mi hai lasciato da solo in mezzo ai miei aguzzini: mi hai lasciato appeso in camera con una corda al collo.
      Soffocavo, mi irrigidivo, dondolavo sfiorando appena la moquette con le scarpe da tennis, e tu eri qui, esattamente come lo sei ora, a guardare il telefono sul tuo letto. Non sei nemmeno venuto al mio funerale. Mi hai fatto una cosa orribile Pietro.
      Niente di tutto questo ha senso per te. Questa è solo la tua stanza ed io sono solo la persona che hai scaricato perché ti è venuta a noia. Che ne è di tutti i nostri discorsi, le notti che abbiamo passato ognuno nelle braccia dell'altro? Ma infondo di cosa mi lamento?, Io non merito amore.
      Non sono nessuno, sono lo scarto di una notte passata tra i miei genitori, nessuno mi ha mai voluto. Ho sempre cercato di essere buono, sono cambiato per te e per gli altri. Ti ho protetto da coloro che ti davano del frocio, finocchio... te lo ricordi? Non ne è valso a niente.
      Non vale essere buoni in un mondo simile, chi è altruista viene sempre imbrogliato, la gente si approfitta di te e delle tue debolezze. Io ero troppo buono per questo mondo.
      Sai, mi sarebbe piaciuto avere qualcuno che la vedesse come la vedevo io. Tu dicevi che la vita cambia in base a come la guardi; una sciocchezza e lo sai bene. Solo una scusa per farmi smettere di lamentarmi. Ero io ad essere negativo vero? Era solo la mia immaginazione perché mio padre è un alcolizzato e mia madre mi batteva ogni volta che ne aveva l'occasione.
      Ma io ti amo ancora come quando ero in vita. Rimani ancora la mia luce, forse è per questo che il mio spiritò ti sta ancora accanto.
      Ora che sono morto ti rendi conto che erano solo stupidaggini. Passa il tempo, invecchi, diventi brutto, debole, le persone a cui vuoi bene moriranno uno dopo l'altro e ti lasceranno da solo. Ora dimmi, cosa c'é di bello in questo?
      Quanto vorrei che tu potessi sentirmi, invece continui a guardare quel telefono.
      Angelo...
      Un momento, mi hai chiamato?... Cosa sta succedendo? Perché piangi?
      Mi avvicino, stai scorrendo le foto, i nostri discorsi su Whatsapp, allora qualcosa ti importa di me ora che non ci sono più.
      Mi siedo vicino a te, anche se non puoi vedermi. Se tu sapessi che sono qui...
      É tutta colpa mia...
      Hai ragione. Se mi avessi preso sul serio non mi sarei ucciso, pensavo che mi capissi. Anche tua madre non ti ha mai voluto bene. ti lascia a casa tutto il giorno e quando torna non ti degna di uno sguardo. Alla fine non eravamo tanto diversi, a nessuno importa niente di noi due. Adesso ti senti esattamente come mi sono sentito ogni giorno della mia vita. Come un gatto in mezzo al mare in tempesta.
      Angelo... dimmi, sono il tuo Angelo. Ti vedo asciugarti gli occhi... come faccio a rimediare adesso?
      I miei occhi vuoti si aprono. Mi inginocchio davanti a te con le mani trasparenti sulle tue braccia. Lo sai come rimediare.
      Raggiungimi, ti dico...danzeremo tra le fiamme dell'inferno o tra gli angeli del paradiso, resteremo insieme finché il tempo non diventerà indistinto, devi solo seguire il mio esempio. Fallo per me... dopo tutto cosa c'é in questa vita che non lasceresti? Sarai più felice da questa parte, credimi.
       
      Accidenti la porta si è aperta. Tua madre sbircia nella stanza. Io non ti lascio. Lei chiude la porta e si siede accanto a te.
      Ho saputo...era il tuo ragazzo giusto? Ha scoperto solo adesso cosa c'era tra di noi. Questo è indice di quanto conti per lei, Pietro. Cioè niente, sta cercando di consolarti perché si sente costretta.
      Lei ti chiede se vuoi parlare ed io rispondo di no. Pensavo che tu fossi più forte. Invece gli stai raccontando tutto. Ora conosce tutti i miei pensieri e il tuo senso di colpa e può usare tutto a suo vantaggio. Userà i tuoi sentimenti per calpestarti. Sei il solito ingenuo Pietro, ma ti perdono, quando sarai da questa parte non ci sarà più nessuno a farci soffrire.
      Eccola che inizia. Prende un bel respiro e... cosa sta facendo? Ti sta abbracciando e la sento sospirare insieme a te. Io non capisco, tutto mi aspettavo ma cosa sta cercando di ottenere in questo modo. Che vuol dire che gli dispiace? Cosa può saperne lei di quello che ho passato? Come si permette di fare la so-tutto-io?
      Sai... anni fa sono stata fidanzata anche io... e allora? lui...ha avuto una vita difficile come Angelo, mi diceva che io ero la sua unica luce. Ah, capisco, e allora? Io mi accorsi subito che in lui c'era qualcosa che non andava, ai nostri tempi stavamo lunghe ore al telefono. Mi diceva che la vita era la peggior disgrazia dell'umanità, che nessuno gli voleva bene, nessuno lo capiva e che non voleva l'amore di nessuno, per questo teneva così tanto a me. Io ne fui lusingata, mi dispiacque vederlo in quelle condizioni, volevo aiutarlo, proprio come hai fatto tu. E quindi? Gli facevo conoscere le mie amiche, andavamo insieme al cinema e lo invitavo a casa mia ogni quanto potevo. Cercai di risollevargli il morale, parlavo con lui, lo consolavo ma lui non voleva essere consolato, non voleva vivere felice... in che senso? Tutti vogliamo essere felici, forse voleva solo essere compreso.
      Un'estate lo invitai a passare un mese a casa mia, mi ci volle molto impegno per organizzarlo, ma il padre di lui era ben felice di togliersi il figlio da casa... volevo mostragli una vita diversa, la mia vita, così avrebbe capito perché era importante chiamare i servizi sociali. I servizi sociali? Lo avrebbero preso per portarlo da persone che non conosce, forse anche peggiori di suo padre. Ma lì mi accorsi che lui non voleva essere aiutato. Io capivo che per lui era difficile la vita, capivo che per lui non c'era una via d'uscita dalla sua situazione, ma se non avesse tentato sarebbe stato peggio. Lui non voleva provare a risolvere la sua situazione voleva solo sfogare tutta la sua frustrazione su di me. Ma è quello che ho fatto anche io... Pietro mi ha proposto molte alternative per migliorare la mia condizione ma io non ne ho provata una, anche io volevo solo sfogarmi, volevo che qualcuno mi capisse e basta, volevo solo che... solo stare meglio...ora capisco. La sua presenza divenne molto pesante in casa mia, non faceva altro che lamentarsi di quanto era brutto, di quanto era triste e non faceva niente per migliorare, dopo tre settimane mi ricordo, io mi arrabbiai con lui. Esattamente come è successo a noi, a nessuno piace avere intorno una persona che si lamenta in continuazione. Per molto tempo ero stata paziente, ma dopo un po' pensai che se non mi fossi arrabbiata lui non avrebbe mai capito. Gli dissi che se voleva rimanere doveva cambiare atteggiamento a quel punto fece le valige e se ne andò a casa sua. Come? Perché mai? Ma dopo tutto non lo avrei fatto anch'io?...non lo so...
      Qualche anno dopo lo ricontrai, stavo per sposarmi con tuo padre... e... lui aveva un'altra fidanzata... ti giuro che quando la vidi fui molto felice di non essere al suo posto...oddio, perché mi sento così male? perché suo malgrado era diventato identico a suo padre, non lo riconoscevo più.
      Questa storia mi sta dicendo qualcosa, mi sento tremare e non capisco, non... ma chi voglio prendere in giro? questa è la storia della mia vita. Ora capisco perché mi hai mollato, nemmeno io mi sarei sopportato. In realtà il nostro rapporto non era altro che un continuo sfogarsi e basta. Io pensavo di amarti ma invece volevo solo qualcuno con cui sfogarmi, invece tu stavi cercando di aiutarmi, e non l'ho capito.
      Io ti capisco figliolo, ma voglio che tu sia felice...i miei genitori non mi avevano mai detto una frase del genere, è vero, mia madre è diversa dalla tua, lei è... molto più affettuosa della mia. Con una madre come la tua anche io sarei stato felice. Quanto avrei voluto avere una madre più simile alla tua, Pietro... ti sto raccontando questo per farti capire che... certe volte le persone... non vogliono essere salvate, una relazione... è un aiuto reciproco, io aiutavo lui ma lui non faceva nulla per rendere il lavoro più facile a me, capisci? Ci sono persone che usano i propri sentimenti per sfogarsi sugli altri e... tu hai fatto di tutto per fargli cambiare idea, questo deve bastare, non potevi fare altro... come hai detto tu, lui aveva tutte le opzioni e ha deciso di uccidersi, è stata una sua scelta, era inevitabile che succedesse e... non voglio che tu ti senta in colpa... lo so che non ci sono mai a casa, ma... domani prendo un giorno di ferie e andremo a mettere dei fiori sulla tomba di Angelo ok?
      Tua madre ti vuole bene Pietro... e... ed ha ragione... ero un parassita e nonostante questo tu mi hai voluto bene, hai tentato di aiutarmi mentre io cercavo in tutti i modi di rotolarmi nel mio fango. È tutta colpa mia... ho gettato la responsabilità su di te e sul mondo, ma ho deciso io di uccidermi. Ora capisco che potevo tentar di guadagnare una vita migliore. Avevo tutta la mia vita davanti e adesso non l'ho più. Sono stato... un compagno terribile, vorrei essere ancora vivo per rimediare, e guadagnarmi di nuovo il tuo affetto. Sono stato mandato qui prima di andare nell'aldilà, perché questa è la vita che avrei potuto guadagnare se non mi fossi ucciso, la vita che non potrò mai avere.
      Angelo...Cosa vuoi dirmi Pietro? Stai sorridendo come se mi avessi sentito Non è vero che nessuno ti ha mai voluto bene...Pietro... ti voglio ancora bene Angelo e te ne vorrò sempre.... ti auguro di essere felice, ora che sei lontano da questo mondo orribile.
      I miei occhi cominciano diventare due fiumi di dolore e non riesco a smettere. Voglio stare accanto a te! Voglio ancora uscire insieme a te, parlare del più e del meno. Non potrò più abbracciarti, non potrò parlarti, non potrò percepirti. Tu eri l'unica persona che mi ha veramente voluto ed io sono scappato come un codardo. Ti vorrei ringraziare per aver tentato un'impresa disperata come me, anche se non ci sei riuscito. Voglio dirti che non è colpa tua, che non hai fatto niente di male.
      Ma ora non posso fare altro che andare avanti e aspettare che tu mi raggiunga, il più tardi possibile. Addio mio amato Pietro, anche io ti vorrò sempre bene. Mio caro Pietro...
       
       

    • Inizia a scrivere la tua storia...
      Il primo incontro tra Maddy e Giorgio Skanderbeg avvenne durante un umido pomeriggio di acquitrini. Da più giorni la città era infatti sotto la cappa di noiosi quanto interminabili piovaschi, e si premetta altresì che la ragazza non stava varcando l’ingresso della basilica per impetrare grazie a Nicola, il gran taumaturgo di Myra. Si trovava lì solo perché era in quel luogo e non in altri che soleva sprimacciare il materasso consunto dei suoi pomeriggi domenicali. A casa, del resto, Maddy cercava di restarci il meno possibile, giacché non la filava nessuno, incluso suo padre, l’ineffabile Vitopietro Cucumazzo, quasi sempre in poltrona a farsi ipnotizzare da un channel che gli riversava di continuo vecchi filmati dei campionati di calcio inerenti alla seconda metà del Novecento. Anche sua madre Agnese aveva tutt’altro da fare che badare a lei. Soprattutto nei giorni di festa, con l’amato gattone Fritz in grembo, la padrona di casa si intratteneva per ore nel tinello buono quasi sempre in compagnia di postulanti desiderosi di un prestito a tasso agevolato; sicché i borbottii adulatori di questi, spesso sovrastati dalle risate sprezzanti di lei, risuonavano sotto le volte a botte della casa senza misericordia di pausa. Dalla sua stanzetta al pianoterra, a Maddy toccava persino sorbirsi scalpiccii furtivi culminanti in stridori di chiavistelli e tapparelle abbassate in tutta fretta, cui di norma seguivano gridolini di eccitazione misti a grugniti lamentosi che le sembravano durassero un’eternità prima di affievolirsi in sincopati sospiri di acquiescenza. Non che fossero, come si può intuire, delle domeniche esaltanti.
         Spolverato con qualche “mi piace” il suo profilo Facebook, la poverina infilava un trench, si annodava la sciarpetta che usava per nascondere certi angiomi sul collo, e senza neppure che si desse un’occhiata allo specchio dell’ingresso spalancava il portone sui vicoli ancora pregni del silenzio metafisico della controra. Il fatto che Maddy amasse passeggiare sola soletta tra i lampioni del lungomare suscitava non poca malignità nel vicinato. A volte la poverina non aveva nemmeno il tempo di godersi la mareggiata, giacché molti equivocavano la sua solitudine tentando di attaccar bottone, e anche quella volta non mancò il greve venditore di sorbetti che la importunasse con epiteti e relative sconcezze gestuali. Curva sotto l’ ombrello Maddy, aveva riguadagnato in tutta fretta il percorso che attraverso la salita di via Venezia e l’antica corte del Catapano portava dritto in basilica. Quella volta, dicevo, stava per superare l’archivolto dell’ingresso quando inciampò, direi in modo alquanto rovinoso, nello sguardo plumbeo e leggermente salmastro di Giorgio Skanderbeg.
         Ma sì, diciamolo: anche Giorgio Skanderbeg amava bighellonare nei paraggi di quest’antico e nobile tempio cristiano, presentendo che in quel luogo e non altrove si sarebbe schiantato il fulmine rivelatore del suo destino. Aggiungo che i due non si amarono a prima vista forse perché, pur senza averne piena consapevolezza, l’uno intravide subito nell’altra il proprio irreversibile fallimento. A onor del vero, non si sarebbero neppure messi assieme se Maddy non si fosse ricordata che nessuno tra i tanti sconosciuti che  l’adescavano tra le navate della basilica, e massimamente nella cripta del santo odorosa di incenso, si era mai espresso  in maniera chiara e circostanziata circa un possibile sbocco matrimoniale.
      “Beh, se è solo per quello; ti garantisco che non sogno altro che mettere su famiglia.” Le disse a tal proposito Giorgio, cingendole con ruvida dolcezza le belle spalle tornite. E Maddy, lungamente scossa da un brivido di stuporosa riconoscenza, si lasciò trascinar via nel tumefatto pomeriggio barese senza quasi opporre resistenza.
         Del resto, quello straniero dai modi bruschi e decisi le ispirò subito sicurezza, sembrandole l’esatta antitesi del suo insipiente padre.  In realtà, come puntualmente le capitava, la bella e dolce Maddy fu alquanto lontana da una valutazione sensata, rivelandosi l’uomo tutt’altro che un buon partito. Ma chi era in realtà Giorgio Skanderbeg? Rispettando una tradizione di famiglia, costui si era fumato buona parte della gioventù prima come ospite in un tetro riformatorio di Durazzo, poi come scopino in una discarica alla periferia della stessa città. Qui il nostro si può dire trovasse un discreto riparo  dalle ansie del mondo, se non che la ditta fu bruscamente costretta a chiudere i battenti con messa in liquidazione dei dipendenti durante i disordini seguiti alla morte del dittatore Enver Hoxha.  Poco più che trentenne, e peraltro tutto preso dalla melensa speranza di una vita migliore, pensò bene di attraversare l’Adriatico a bordo di un gommone stracarico fino all’ inverosimile di altri disperati suoi pari. Il guaio fu che per l’inclemenza del mare e l’imperizia degli scafisti, la traversata si rivelò il primo grande trauma della sua appartata esistenza da pipistrello.  Agli agenti della capitaneria di porto, che lo acciuffarono in tempo mentre annaspava nelle luride acque del porto di Bari, dichiarò di chiamarsi Giorgio Skanderbeg e di discendere nientedimeno che dall’ eroe nazionale albanese Giorgio Castriota Skanderbeg, principe di Krujia, terrore dei turchi e padre venerabile del Paese delle Aquile.

    • Lo scorrere del tempo nella vita complicata e dolorosa di un uomo.
       
      Un anno di Ambrogio
      (A Franco, alla memoria)
       
      Inverno
      Sbilenco, passava dalla via sottostante. In giorni qualunque, invernali. Il giaccone più grande di qualche misura, per lui ch’era grande di suo, e una sciarpa marrone, sbiadita, lucida d’uso, avvolta più volte, come benda di mummia, a coprire le spalle, il collo, il volto e fin sopra al naso.
      Rideva per questo.
      Quando lo incontravo e scambiavo parole con lui, scostando quel tanto la benda, mi diceva di avere bevuto (a non dirlo non è che non si capisse!) e allora rideva e scopriva i pochi denti rimasti a far da baluardo a una bocca eccessiva. Proprio per via della mummia rideva: «Mi imbacucco per non disperdere l’alcol, sai? Con quel che mi costa…» starnazzava vibrando, con la tosse convulsa sul fondo.
      Quanti anni avrà avuto? Cinquantacinque, sessanta? Era quasi un delitto vederlo così. Era stato un bell’uomo una volta, lo dicevano in tanti, ma non si era sicuri che lo conoscessero. Era nato a Milano e il suo nome, Ambrogio, veniva da lì. Qualcuno parlava per sentito dire; qualche altro giudicava da ciò che restava: dal volto allungato, barbuto di barba tagliata di rado, rugoso. Dagli occhi ormai spenti ma di forma oblunga, di vago sapore orientale, con le iridi scure e con qualche riflesso bluastro. I capelli di un bianco pepato, lunghi e intatti, gli tenevano calda la testa e la nuca. Non usava cappello.
      Diceva di amare le donne. Le amava così, senza nulla volere. Ogni tanto, nei nostri parlare, sottovoce, me lo confidava. Non era più tempo d’amore di letto, era il loro profumo che adesso cercava. Gli bastava sfiorarle per strada, vederle ancheggiare, atteggiare un sorriso.
      Anni prima, era stato un buon professore. Ma la scuola che è fatta di strumenti antiquati, carte-registri-verbali, non era per lui. Si erano lasciati con rabbia: lui, in cambio di quel po’ di pensione, a percorrere strade; lei a ostinarsi a salvare apparenze e a macinare la carta. Anche da una moglie s’era già separato e quasi per le stesse ragioni. Nel seno però aveva un tarlo: sua figlia. Parlandone, smarriva lo sguardo nel vuoto. Era andata lontano, anni prima, con un giovane a lui sconosciuto. Australia o Indonesia o, forse, nel Madagascar, mai l’aveva saputo. C’era un cruccio remoto che languiva nel petto, ma in serate speciali, quando il bere era troppo, quando i piedi deformi d’artrite non volevano reggerlo più, ecco il colpo caino! Imprevisto, un dolore giungeva ed era una spina e un tormento che lo trafiggevano.
      «Non doveva,» diceva accorato, «non si lascia un padre così!».
      Se ero lì, mi abbracciava. Lacrimava copioso dagli occhi e dal naso e si asciugava col palmo di mano. Mi diceva parole gentili, complimenti grandiosi:
      «Sei l’amico migliore del mondo»… era tutta una finta: è la figlia che voleva abbracciare.
      Talvolta, era insieme a qualcuno. Si trattava di incontri casuali, fatti sempre per strada. Ibrahima o Vladimir o Ramirez erano i nomi e di certo, oltre quello, non possedevano molto. E allora, era lui che mutava in padrone. Un padrone indulgente che con l’ultimo soldo rimasto offriva del vino, un liquore, un panino al kebab.
      Era sempre disposto a parlare, di meno a seguire le voci degli altri. Raccontava di viaggi compiuti, di pericoli corsi. Quella volta in Irlanda, con l’amico Mícheál, che ha scolato una cassa di whisky nella notte soltanto (mai nessuno ha potuto sapere le bottiglie che tiene una cassa irlandese) e ha cantato canzoni sguaiate, ritmando con le dita e col palmo, tintinnando i bicchieri sulla tavola vuota. E quell’altra a Milano, era ancora al liceo, sfuggito d’un pelo alla carica della polizia attraverso viuzze contorte, a trovare rifugio nei bar, nelle chiese.
      Raccontava con tanta efficacia, che avresti creduto a ogni cosa. E non c’era motivo per assodare s’era vero o non vero. Restava il conforto di un racconto avvincente; del bell’italiano scorrevole e chiaro; di una voce imperiosa o suadente, sommessa o altezzosa, a seconda dei casi.
      Una sera, era fine d’inverno, arrivò l’ambulanza. Qualcuno l’aveva chiamata allarmato dalle urla strozzate provenienti dalla sua catapecchia.
      Non v’era modo di entrare.
      La porta era chiusa da dentro, bisognava sfondarla. Un piccolo pubblico inetto se ne stava a guardare:
      «Chiamate i pompieri!».
      «Nessuno ha chiavi di scorta?».
      «Un passepartout…».
      «Una scala, per raggiungere il tetto!».
      Era solo un parlare.
      Con Ramirez, accorso tra i primi, cominciammo a colpire con calci, spallate e la porta cedette ben prima di quanto creduto. All’interno, un gran tanfo di rancido, muffa o cos’altro. La corrente era stata tagliata, c’era solo la tremula luce di varie candele e, in mezzo alla stanza, un ammasso di cenci con dentro una vita che emetteva un lamento arrochito, già fioco.
      Gli infermieri, con fare sereno, impedendo alla gente di entrare, intervennero presto. Prime cure, barella, ambulanza, ospedale.
      Questa volta era stato salvato. E non era la prima. Il suo fisico, forte, stupiva gli stessi dottori. Con Ramirez, seduti sul letto, ridevamo di questo.
      «Quasi niente più sangue. In circolo solo alcol puro. Una sfida alla scienza!».
      Le infermiere lo prendevano a cuore. Le incantava con i miti greci. Traeva brani a memoria dalla Divina Commedia (l’amore di Paolo e Francesca o quel tristo Ugolino che si nutre di carne di figli) e recitava con voce potente, tremula come un belato. «Alla Bene!» s’incensava, talvolta.
      Citava Hegel in tedesco. Cantava in inglese rimasugli di ballate irlandesi, accennando un passo di danza, distante dal letto quel poco che gli consentiva la flebo.
      Chi l’andava a trovare ne provava stupore: andava per un moribondo e si trovava davanti un guerriero. Esaltava i progressi della medicina, ne parlava ammirato. Sembrava pentito, grato a quei sanitari che lo avevano tratto dal male. Diceva, convinto, che sarebbe cambiato.
      «Ora, basta!» e il tono era privo di dubbi. «Il fegato è ormai spappolato. Spremute, tisane, nient’altro! Mi ha detto il dottore,» e la voce si abbassava di tono, «che la prossima volta, rimango...» e il suo indice, storto, tracciava dei cerchi nell’aria.
      Una volta dimesso, era tutto diverso. Gli tornava qualcosa d’un tempo. Un vigore, un sorriso. Un colore leggero che levava quel giallo dal volto. Si drizzava col corpo, camminava spedito. Salutava senza più cerimonie, asciutto, concreto.
      Era proprio diverso.
      Ti saresti aspettato un successo. La stampa di un saggio (scriveva di filosofia); consulenze a un giornale; conferenze (più volte gli era stato proposto) su argomenti a lui cari: Platone, Aristotele o Giordano Bruno.
      Avresti creduto che una donna tra quelle che lui conosceva (ce n’era una sfilza: rumene, ucraine, ungheresi) gli restasse vicina per sempre. Poteva segnare un inizio. L’avvio di una vita diversa.
      Speranze sprecate!
      Appena cessata la cura, quando tutto ormai andava meglio, riprendeva il tormento. Dapprima, soltanto pensieri, poi… un bicchiere; un solo bicchiere per placare quello spasimo dentro. E man mano era tutto un franare nel gorgo già noto.
       
      Primavera
      Quando il parco era in via di fiorire e il clima più mite, mi chiedeva di andare con lui, al bar, lungo il fiume. Era ancora sbilenco e aveva bisogno di soste frequenti. Lo faceva con stile, ci teneva a non farsi notare; si appoggiava a un palo e poneva attenzione eccessiva a un tema da nulla: era solo un pretesto per potersi fermare. Imprimeva maggiore vigore alle braccia, che non erano stanche, e tentava così di celare l’inganno.
      Da seduti, riprendeva i discorsi di sempre. Ma una volta ne aggiunse uno nuovo: «Mia moglie è spacciata!».
      «Tua moglie?».
      «Sì! La mia ex moglie. L’ha aggredita quel male che nessuno perdona…».
      Si capiva che ne era colpito.
      Parlando di lei era sempre rimasto nel vago. Il problema maggiore era stata la diversa visione di come affrontare il domani, soprattutto da quando era nata la figlia. Ora, invece, ci teneva a chiarire: «Una donna di grande valore, famiglia dabbene, sprecata in un posto così».
      C’era un vero rimpianto nella sua voce. Si prendeva la colpa di tutto. E un giorno splendente di sole, col tepore già dentro alle ossa e i profumi nel naso, con le foglie rinate a stormire a un vento leggero… sua moglie, la sua ex moglie, morì.
      La morte vicina lo scosse in profondo. E non solo il fatto luttuoso, ma anche gli aspetti legati: i parenti, i vestiti, le questioni formali.
      Eppure qualcosa di buono gli accadde: rivide la figlia! Era giunta improvvisa (con la madre, di certo, era stata in contatto) e diffuse una sorta di tregua in quel grande dolore. Con i gesti avveduti, con il volto gentile, appariva più adulta di quanto non fosse. Abbracciava suo padre, gli diceva di stare tranquillo, provvedeva lei stessa alle tante incombenze che insorgono in casi così.
      Poi, proprio com’era venuta, la figlia diletta, quel po’ di famiglia che oramai gli restava, se ne ripartì. Ambrogio, si chiuse per giorni in un silenzio ostinato, fino a che, gradualmente, non riprese la vita di sempre.
      Vagava con passo malfermo, ciondolando pauroso, portando con immensa fatica il peso modesto del suo corpo smagrito. Ogni tanto, crollava. Un gradino più alto, una semplice crepa, un rametto a intralciare il suo passo e la gamba cedeva e il corpo, con parabole lente, si appiattiva per terra, con le deboli braccia e le mani in avanti non sempre bastanti a pararsi dai danni. Quando poi lo incontravi e gli chiedevi del ciglio rigonfio, del labbro spaccato era in grado di inventarti una storia con qualcosa di comico dentro, che valesse a strapparti un sorriso, a non essere in pena per lui.
       
      Estate
      Poi, un nuovo tormento: arrivava l’estate!
      Accadeva, alle volte, che le date più attese, le occasioni aspettate con ansia da tutti per lui fossero inferno e l’estate la odiava per questo. Perché era il suo inferno.
      Se ne andavano tutti, talvolta persino gli Ibrahima o i Ramirez. La città si svuotava. Ultimo, gli restava Peppino, il giovane amico del bar sotto casa, nelle pause a sedere con lui. Occupava il solito posto, sul davanti, all’aperto. Era lì per guardare le donne passare. Per lanciare un saluto. E non erano rare le volte che proprio una donna arrivasse, si piegasse arrossendo e, con modi gentili, gli chiedesse: «Professore, si ricorda di me?».
      Era ciò che colpiva Peppino. Egli, infatti, pensava che un uomo vestito in quel modo, ubriaco e malfermo, dalle sue parti, sarebbe stato un barbone e non ne avrebbero avuto tanto riguardo. Ambrogio, invece, era pasta diversa. Parlava di fatti remoti (cose vere, realmente accadute, delle quali a Peppino restava un ricordo sbiadito) come fossero appena avvenuti. Li spiegava da più angolazioni. Li metteva a confronto, li associava a dei nomi. Rivelava gli inganni, le intenzioni remote, i vantaggi di alcuni e lo smacco di altri. Era un velo che gli si squarciava. E capiva, Peppino, le vere ragioni di un gesto, di una diga crollata, di una grande tragedia dei cieli.
      Quasi come a compenso, non gli era gravoso, a chiusura del bar, sorreggere Ambrogio – come in una Pietà – e portarlo fin dentro la casa, nel medesimo letto disfatto, e riporlo a dormire dopo avergli sfilato le scarpe.
      Al ritorno, non ancora settembre, si andava a trovarlo. Accoglieva con gioia sincera. Mai un minimo cenno all’assenza, né un rimbrotto, un rabbuio. Nella casa nessun cambiamento. Anzi, i sughi sui muri, la finestra con il vetro incrinato, una sedia azzoppata e riposta in un canto rivelavano piccoli drammi dell’estate trascorsa. Si faceva fatica a non dirgli: «La vuoi mettere a posto la testa?».
      Rideva d’istinto palesando i suoi denti orfanelli ma, appena se ne ricordava, ci metteva, a rimedio, la mano davanti e assumeva l’aspetto impacciato, sorpreso, fino quasi a sembrare infantile.
      Animato, raccontava del viaggio a Lugano – l’aveva coinvolto Peppino –, l’avventura per strada col motore che si era fermato proprio dentro a un tunnel e dalle macchine che strombazzavano: «Italiani, liberate la strada!».
      Era un fatto da poco, durato anche meno di un giorno, ma il racconto si protraeva, si arricchiva di nuove quisquilie, diventava infinito, occupava un’estate.
       
      Autunno
      Poi, la pioggia d’autunno limitava le serate all’aperto e gli incontri avvenivano in casa. E non era malvagio. Una volta ripreso il lavoro si ha voglia di amici, di raccogliersi intorno a un desco, raccontarsi le cose già fatte, programmare il da fare. A un punto, si poneva il problema di Ambrogio: «Lo dobbiamo invitare? E se poi esagerasse col bere? È da amici lasciarlo ubriacare?». Trascorreva così un’intera serata a parlare di lui. Fino a quando non si decideva: «Lo faremo domani, a un patto però: che si beva soltanto aranciata!». Ma non c’era speranza! Era lui che arrivava col vino e, siccome l’aveva portato, bisognava pur berlo. E finiva alla stessa maniera, con la sbornia finale. Se qualcuno per porre rimedio diceva: «Ora basta col bere!» il viso gli si rabbuiava. «Non sono mica un bambino!» si irritava, diventava bizzoso. Prendeva di mira uno a caso e trovava il sistema per dirgli parole pungenti; talvolta, perfino, cattive. Era, insomma, il copione di sempre.
       
      Parlava assai poco del padre. Sapevamo che c’era, che viveva a Milano. Qualche volta, in certi discorsi, Ambrogio lo aveva citato: «Mio padre diceva…» e rievocava storie passate. Non andava mai oltre, però; ma quel giorno d’autunno, dalla strada, mi chiamò alla finestra: «Mi accompagni a Milano?» mi chiese e sentii la sua voce spezzarsi. Lo raggiunsi giù in strada. Non aveva bevuto e indossava il vestito migliore. Glielo chiesero solo i miei occhi e il suo cenno di capo me lo confermò.
      «È morto stanotte,» mi diceva per strada, «nessuno ha potuto aiutarlo. Mia madre è già andata da anni e da allora ha vissuto da solo. Chissà se ha sofferto…».
      Faceva una strana impressione sentirlo parlare dei suoi. Persone così, come Ambrogio, le si immagina figlie del mondo; nate da ciò che hanno fatto, dalle esperienze vissute. Eppure, ora c’era un dolore a provare il legame tra un figlio e un padre, il legame più antico di tutti.
       
      Col freddo pungente, indossava la benda di mummia, ma anche il nuovo cappotto, di cui andava fiero, comprato ai saldi all’Upim. Poi, d’un tratto, ci furono giorni che non era più in giro. Chi lo andava a trovare, lo scovava seduto su una vecchia poltrona, una magra coperta a scaldargli le gambe, gli occhialini sul naso e il libro a distanza, con le braccia distese. Non mancava al suo fianco la bottiglia di un vino ordinario, violaceo, atto più a placare l’urgenza del bere che a soddisfare il palato.
      Insolita, strana clausura, ma un giorno a quattrocchi non aveva saputo ingannarmi e lo confidò: era andato per terra disteso, da solo, lì in casa. Non sapeva per quale motivo, non lo ricordava, è certo ch’era caduto e aveva pestato la gamba.
      Scostò la coperta e mi fece vedere il ginocchio rigonfio: «Sto già meglio» diceva assai poco convinto «devo solo restare a riposo».
      Nella voce una vaga tristezza, un travaglio.
      «Ma cosa ti piglia?» gli urlavo per farlo reagire.
      «Non lo so!… È morta mia moglie, mio padre» mi guardava con gli occhi socchiusi, come fossi lontano, «e ora questo male al ginocchio… sono pieno di sfiga!» concludeva scuotendo la testa.
      Una vecchia stampella, comparsa improvvisa, divenne la sua terza gamba e riprese a vagare più sbilenco di prima, zoppicante, sbuffante. Lo faceva quasi fosse un dovere, per uscire di casa, per andare al bar, da Peppino, e placare così la sua sete gigante.
       
      C’è un Ambrogio nella vita di ognuno. Ci affanniamo per i nostri fardelli, li pensiamo esclusivi. Abbiamo pagato l’affitto? la bolletta del gas? Ci sono abbastanza risorse per la retta alla scuola del figlio?
      Sono i nostri problemi; ogni anno vissuto così.
      Ma c’è anche l’anno di Ambrogio. C’è il dolore di Ambrogio che è una strada, come un’erta infinita, che ogni anno si inasprisce di più. Un anno che, solo a pensarci, sgomenta.
      È inutile dirgli ogni tanto: «Sei un single, stai meglio di noi. Sei libero, non ti devi affannare!». Sono solo parole. Si capisce che siamo inadatti a proporre un rimedio efficace. Un legame più stretto, un impegno sociale, la lega alcolisti… tutto al vento! Le ragioni sono certo più grandi di ciò che un amico può fare. E alla fine, non potendo giovare, ci arrendiamo, pensando che esista qualcuno che si addossa il vizio per tutti. Sapendo che una sera d’autunno non saremo costretti anche noi, con grande fatica, a sfidare intemperie per cercare un liquore e franare, ennesima volta, in quel gorgo fatale.

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