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    Promuovi qui le tue storie.

    • LadyLigeiaForever
      Reminiscenze dal futuro
       
      Non mi ricordo quando fu la prima volta che me la presentarono, non ricordo nemmeno quando fu la prima volta che la vidi e mi sorrise. Forse era accompagnata dai suoi genitori o da un suo tutore. I miei genitori ed i suoi erano soci di una delle compagnie marittime più importanti del paese, con affari ricchissimi oltreoceano. Per questo erano assenti per la maggior parte dell’anno e noi bambine dovevamo rimanere a carico di parenti, ma soprattutto di bambinaie e istitutrici. Era un mondo così lontano da quello che c’è adesso; diversi costumi, una diversa sensibilità. Irena ed io passavamo la maggior parte della giornata in uno studio decorato con tappeti persiani e alte librerie di mogano alle pareti, piene di volumi antichi, soprattutto romanzi di cavalleria e libri di storia. Le altre stanze erano tutte arredate con antichi mobili in legno pregiato, arazzi alle pareti e quadri di rinomati artisti.
       
      Nel nostro studio passavamo le giornate a imparare con l’aiuto della nostra istitutrice e ricevevamo la visita dei nostri parenti e amici, e talvolta dei curatori d’affari delle nostre famiglie.
      I genitori d’Irena avevano preferito che vivessimo insieme. La loro casa, un castello in mezzo alle colline, era un luogo che aveva bisogno di considerevoli riparazioni e le fonti d’acqua intorno erano insalubri per cui bisognava costruire dei pozzi adeguati. Io fui molto contenta di averla come compagna. Irena aveva i capelli biondi e lunghi, raccolti all’indietro con un nastro rosso. Di solito vestiva di bianco; vestito bianco, calze bianche e scarpe in raso bianco. La sua pelle era pallida come l’avorio, i suoi occhi di un azzurro cielo, belle labbra rosa completavano il quadro. Era una bellezza delicata, una fanciulla che sembrava scaturita da qualche antica fiaba. Io, invece, avevo capelli lunghi e scuri, occhi verdi come quelli di mia madre, e mi piaceva vestire di velluto rosso nei mesi invernali.
       
      Il tempo passava e la nostra amicizia crebbe immensamente. Siccome di rado ci separavamo, eravamo le migliori amiche possibili e non potevamo esimerci dal pensare a noi e al nostro legame come a qualcosa d’insolito e sorprendente. Mi sembrava di vederla in ogni albero, in ogni piccolo uccello che scorgevo dalle alte finestre delle nostre stanze. Perfino nell’aria fuori e nella soave brezza estiva individuavo la sua impronta, qualcosa di dolce, tenue e fatato.
       
      C’era un parco di fronte alla villa nella quale vivevamo. C’era anche una strada in mezzo al verde che conduceva alla nostra casa e vedevamo di frequente le carrozze passare, portando qualche invitato o qualche messaggero con importanti notizie d’oltremare. Dalla finestra dello studio potevamo guardare quel posto con sguardo trepidante perché era da lì che ci arrivavano novità dal mondo.
       
      Un giorno d’inverno, quando Irena stava per compiere tredici anni, eravamo rimaste da sole nella stanza mentre una delle domestiche era andata nelle cantine per prendere della legna da ardere. Faceva ormai molto freddo, e fuori candidi fiochi di neve cadevano senza sosta fino a formare un fine mantello tutt’intorno. All’improvviso sentimmo un suono, come un becchettare contro i vetri della nostra finestra. Senza pensarci troppo mi avvicinai e vidi che fuori c’era un piccolo uccello bianco come la neve, gli occhi piccoli e neri come l’onice. Mi fece pena. Magari ha freddo, riflettei. Senza pensarci due volte aprii la finestra ed esso entrò subito volando e finì per posarsi su uno scaffale. Non avevo mai visto un uccello simile in tutta la mia vita. E pensare che di solito mi piacevano i libri di zoologia e pensavo di conoscere ogni razza d’uccello del nostro paese e della nostra regione. Ma uno così candido, con un becco così lustro e arancione, non lo avevo mai visto. Era più piccolo di una colomba e aveva uno sguardo che denotava qualcosa di simile all’intelligenza in termini umani.
       
      Aveva le piume bagnate, ma indietreggiò spaventato quando mi avvicinai per asciugarlo con il mio fazzoletto. Si mise a pigolare come un pulcino, ma non lo era di sicuro.
      Irena seguiva la scena da una certa distanza, quasi non ci credesse a quello che vedeva.
       
      “Iris,” mi disse, “io ho visto quest’uccello in un sogno giusto ieri notte.”
       
      “Davvero? Come mai non me ne hai parlato? Di solito mi racconti tutto.”
       
      “Non te ne ho parlato perché le immagini di questo sogno erano alquanto confuse. Ma appena ho visto questo… essere, me ne sono ricordata subito.”
       
      “Perché lo chiami ‘essere’?” chiesi con curiosità. “Si tratta solo di un povero animaletto smarrito.”
       
      Irena mi fissò con quei suoi occhi azzurri carichi di mistero e mi rispose:
       
      “Non è un essere di questo mondo ma di un altro. Quando si sarà asciugato dobbiamo farlo andare via.”
       
      “E se volesse rimanere con noi? Possiamo prendergli una gabbia e chiedere ai domestici di lasciarcelo tenere.”
       
      “Una creatura magica come quella non vorrà mai rimanere prigioniera, ne sono certa.”
       
      “Come fai ad essere sicura che sia magica? Perché l’hai vista in sogno?”
       
      “Sì,” mi rispose con tranquillità, mentre continuava a fissare di tanto in tanto l’uccellino che si sistemava le penne con il becco.
       
      All’improvviso sentimmo la porta che si apriva ed entrò Eugenia, la cameriera. Essa aveva il grembiule bianco sporco di carbone e portava della legna da ardere tra le braccia. Si lamentò.
       
      “Speriamo che questa legna non sia umida altrimenti ci riempirà la stanza di fumo. C’era un gran casino in quella cantina.”
       
      Con la coda dell’occhio vidi che l’uccellino, lesto, si era nascosto dietro ad un busto di uno dei miei avi che si trovava sullo scaffale. Eugenia non notò nulla di strano e si mise di buona volontà ad accendere il fuoco nel camino. Ci mise anche un po’ di foglie secche e accese il tutto con l’aiuto del lume di una lampada ad olio che aveva a portata di mano.
       
      Noi seguimmo attentamente il processo e quando la ragazza finì, si sistemò il grembiule alla buona e prima di ritirarsi, chiese se non volevamo della cioccolata calda. Noi due annuimmo e Eugenia, con uno stanco sorriso, sparì dietro la porta.
       
      C’era un tavolino di legno che di solito usavamo per le nostre merende nello studio. Lo sistemammo alla svelta per quando la domestica tornasse portandoci le tazze di cioccolata appena promesse e alcuni biscotti. Avvicinammo due sedie al tavolino.
       
      L’uccellino, quando sentì andare via la cameriera, mise il becco fuori da dietro il busto dell’illustre antenato. Era strano, anche se non aveva alcuna espressione discernibile, era come se fosse sollevato e contento. Mi sembrò curioso interpretare il comportamento dell’animale come se avesse un significato emozionale tipico di noi esseri razionali.
       
      Irena, qualche volta, gli lanciava qualche occhiata di circospezione.
       
      Ad un certo punto l’uccellino si appollaiò e chiuse gli occhi. Poco dopo Eugenia tornò e bussò sommessamente alla porta. Irena, lesta, le aprì e il nostro pennuto amico si nascose di corsa dietro il busto.
       
      La donna si era cambiata il grembiule e adesso ne indossava un altro, bianchissimo. Con cautela mise il vassoio sul tavolino. Noi la seguivamo con lo sguardo. Mise le tazze di cioccolata fumante sui piattini e in mezzo al tavolo ci mise un piatto carico di biscotti alla cannella e zenzero. Noi fissammo estasiate tutto quello che era stato preparato per noi e per il nostro godimento. Subito dopo Eugenia si scusò, dicendo che aveva altro da sistemare e di chiamarla quando avessimo finito. 
       
      Noi ci mettemmo a merendare di buona lena e l’uccellino poco a poco, uscì dal suo nascondiglio. Notai che ci guardava con interesse, di tanto in tanto muovendo la testa ai lati di scatto, quasi fosse divertito. Aveva gli occhi particolarmente brillanti.
       
      Una volta finito il tutto, Irena si alzò e si avvicinò al nostro amico lentamente. Questo la guardò senza paura mentre essa gli andava incontro.
       
      “Irena,” dissi, “perché stai andando verso di lui? Non ne eri preoccupata?”
       
      “Sì,” mi rispose, “ma ho sentito che mi chiamava per nome.”
       
      Aprii gli occhi grandi dalla sorpresa.
       
      “Io, non ho sentito niente. Ne sei proprio sicura?”
       
      “Certo che ne sono sicura. Ti ho già detto che non si tratta di un animale comune.”
       
      Qualche volta, durante le lezioni, avevo già notato che Irena aveva la tendenza a distrarsi e impensierirsi anche nel pieno delle spiegazioni, una cosa che aveva suscitato più volte la preoccupazione, o meglio, l’irritazione della nostra istitutrice. A volte mi aveva confidato idee alquanto bizzarre; come il fatto di essere in comunicazione con il fantasma di un suo antenato o di poter presagire quando ci stavano per arrivare lettere dai nostri genitori. Quest’ultimo fatto si avverava quasi puntualmente, anche se io in genere consideravo il tutto un frutto del caso, una fortuna.
       
      Notai che l’uccellino si era appollaiato di nuovo e sembrava oltremodo tranquillo mentre Irena con un dito gli accarezzava la testa soavemente. Esso sembrava fidarsi di lei.
       
      “Lui sa comunicare con la mente,” mi disse. “Anche se in molti non sarebbero in grado d’interpretare le sue parole… perché non sono tanto parole, ma visioni. Sono immagini di verdi foreste e laghi cristallini, il posto magico da dove lui proviene. Vuole che gli apriamo la finestra per lasciarlo andare via. C’è un varco verso il suo mondo proprio nei dintorni, nell’incavo del tronco di un vecchio albero nodoso.”
       
      Io seguii il suo discorso non più sorpresa dalla stranezza delle sue idee alle quali ero ormai abituata. Mi alzai dal tavolo per andare ad aprire la finestra. C’era un po’ di vento e alcuni fiocchi di neve entrarono e caddero, bagnando il pavimento in legno e i tappeti pregiati.
       
      L’uccellino bianco si preparò per spiegare il volo e in men che non si dica era già andato via dalla stanza. Le sue ali sembravano quasi d’argento e cristallo mentre volava, era una creatura divina senz’altro.
       
      Entrambe lo vedemmo allontanarsi all’orizzonte fino a scomparire.
       
      “Non so perché, ma credo che mi mancherà, nonostante ci conoscessimo appena,” dissi.
       
      “Non devi,” mi rispose Irena. Mi ha promesso una cosa perché lo lasciassimo libero.”
       
      La fissai con curiosità.
       
      “Di che si tratta?”
       
      “Questa notte riceveremo una rivelazione nel sonno. Entrambe sogneremo la stessa cosa. Lui mi ha detto che era importante.”
       
      Quel giorno aspettai che arrivasse il momento di andare a dormire con trepidazione. Dormivamo in stanze separate, ornate di lunghi tendaggi alle finestre e letti a baldacchino di antica foggia. La cameriera era in procinto di andare via dalla mia camera dopo avere sistemato lo scaldaletto. Mi lasciò la lampada ad olio sopra il comodino ricordandomi che dovevo spegnerla prima di addormentarmi. Se ne andò via dopo avermi sistemato le coperte e darmi la buonanotte.
       
      Quando sentii che c’era quiete tutt’intorno, mi alzai, e portando con me la lampada ad olio mi avviai lungo il silenzioso corridoio dove si trovavano la mia stanza e la stanza d’Irena. Quando arrivai di fronte alla sua porta vidi che da sotto proveniva una luce chiara e fluttuante. Anche lei era sveglia. Suonai tre volte, tre colpi leggeri, come eravamo d’accordo fare quando volevamo rimanere per un po’ sveglie in compagnia l’una dell’altra, prima di metterci a dormire. Lei mi aprì la porta lentamente per non fare rumore. La seguii nel suo letto, di solito rimanevamo lì a scaldarci a vicenda, abbracciate il più delle volte, soprattutto quando faceva freddo.
       
      Irena indossava una lunga camicia da notte bianca ornata di nastri di seta. Portava calze fino alla coscia perché soffriva il freddo. Di solito si spazzolava ed intrecciava i capelli prima di andare a dormire. Io portavo una camicia da notte morbida color rosa e avevo solo calze al ginocchio molto leggere, infatti ero un po’ infreddolita in quel momento.
       
      Ci accomodammo tutte e due sul letto, e la mia amica mi coprì amorevolmente con le sue pesanti coperte. Sentii il tepore dello scaldaletto vicino ai miei piedi. Rimanemmo per un po’ abbracciate senza dirci una parola, sentivo il suo tiepido respiro sul mio collo. A volte intrecciavo le mie gambe alle sue per scaldarmi meglio ma quella volta non lo feci. Pensai che ormai eravamo troppo cresciute per quelle effusioni infantili. Io ormai avevo dodici anni e lei ne stava per compiere tredici.
       
      “Credi che le cameriere se ne renderanno conto se rimango qui fino al mattino? Siccome dobbiamo sognare le stesse cose, secondo le previsioni di quell’essere magico, preferisco rimanere qui con te.”
       
      “Non credo che dicano niente ma sarebbe meglio che tu tornassi a dormire nella tua stanza prima che sia giorno.”
       
      “Non so se riuscirò a svegliarmi in tempo,” risposi.
       
      Lei rise sommessamente, il suo riso aveva sempre avuto un’incantevole e dolce cadenza.
       
      “A volte riesco a svegliarmi prima dell’alba. Se capita questa volta, prometto di destarti perché tu possa tornare nella tua stanza.”
       
      Mi baciò sulla fronte e dopo si girò per spegnere la sua lampada ad olio che giaceva sul suo comodino.
       
      Io chiusi gli occhi e cercai di rilassarmi in attesa che il sonno arrivasse presto e in sordina come era sempre successo. Dal lato del mio letto sentivo il respiro d’Irena che si faceva sempre più lento e rilassato. Io mi misi sul fianco e accomodai il mio cuscino sotto il mio collo per stare più confortevole. Arrivarono le prime avvisaglie di sonno sotto forma di suoni sussurrati, era il soffio del vento gelido fuori che la mia mente trasformava a suo piacimento, mi capitava spesso quando ero nel dormiveglia. Poi questi suoni iniziarono lentamente a sembrare le note di un pianoforte. Il suono si trasformò in melodia ed io ero in una grande sala e sentivo delle persone parlare intorno. C’era una lunga tavola imbandita con tante leccornie con in mezzo un grande recipiente in porcellana pieno di punch. L’aria profumava di limone e cannella, rosa e garofani. Io avevo un vestito grigio perla e scarpe da ballo ai piedi, in mano avevo un ventaglio di piume. All’improvviso vidi una giovane donna vestita di bianco, il suo vestito era fatto di seta e pizzo finissimo. Era una creatura bellissima, la pelle d’avorio, i capelli biondi acconciati in alto con ornamenti fatti di fiori minuscoli. Era Irena, ma non quella che conoscevo ma una ragazza di circa vent’anni. Le andai vicino e vidi che eravamo quasi alte uguali. Un grande specchio ovale in un angolo mi rimandò l’immagine di una giovane bruna, dalla carnagione chiara, labbra di un naturale rosa acceso, elegantemente vestita. Mossi il ventaglio per essere sicura che fossi io. Potevo vedere il sole tramontare in quel momento dalle lunghe finestre, i candelabri con le candele accese erano in ogni dove. C’era anche un lampadario di cristallo anche esso corredato di tante candele che irradiavano una luce soffusa e spettacolare.
       
      Sentivo la gente intorno parlare. C’erano tanti giovani, uomini alti e belli, elegantemente vestiti. Io ballai con uno di loro e vidi che Irena ballava con un altro che ad un certo punto avvicinò le sue labbra al suo orecchio per sussurrale qualcosa. Io seguivo la scena provando uno strano sentimento. Sentivo che il mio compagno mi parlava ma non riuscivo a seguire il suo discorso.
       
      All’improvviso la musica si fermò e la stanza rimase in penombra. Dalla finestra scorgevo un roccioso e grigio paesaggio. C’erano anche delle colline in lontananza. Guardai fuori dalla finestra e vidi i mattoni in pietra con cui era costruito quel castello. Era forse la dimora d’Irena.
       
      Mi girai quando sentii un rumore di pianto sommesso e vidi la mia unica amica, sempre vestita di bianco, con gli occhi arrossati mentre mi diceva: “Iris, che devo fare? I miei genitori hanno combinato il mio matrimonio con un illustre nobiluomo della regione. Io non so come sottrarmici. Non posso inventarmi delle scuse, ma anche se lui è una persona gentilissima, l’unica cosa che so è che non voglio diventare sua moglie. Cosa dovrei fare?”
       
      E la verità che fino a quel momento avevo negato a me stessa mi colpì come una sferzata di vento impetuoso. Lei si era avvicinata a me tendendomi le braccia, come se cercasse consolazione e io l’avevo abbracciata senza remore. Mi sentivo sciogliere al contatto con il suo corpo tiepido. Sentii le sue tempie pulsare con forza quando accarezzai le sue guance e i suoi capelli che profumavano di fiori delicati. Asciugai le sue lacrime con le mie stesse dita.
       
      “Magari possiamo trovare un modo di rimanere insieme,” dissi.
       
      “Il mio futuro marito ha affari oltreoceano e andremo a vivere là una volta sposati… non potremo rivederci mai più.”
       
      “Posso sempre fare un viaggio e trovare il modo per vederti, non voglio che tu ti senta sola, così lontana da tutti coloro che ti sono cari.”
       
      Lei mi fissò coi suoi occhi tristi.
       
      “Non te lo volevo dire per non farti soffrire, ma ho sentito i miei genitori parlare dei tuoi e del matrimonio che stanno combinando per te.”
       
      La notizia mi trafisse come un bagno in acqua gelida. All’improvviso sentii di stare cadendo in un pozzo profondo, un abisso per la mia anima e il mio amore. Non potevo permetterlo, ma non avrei neanche saputo come oppormici, proprio come lei. Era quello alla fine il destino di ogni donna. Di fronte a questa consapevolezza non potei evitare che lacrime inondassero i miei occhi anche se non volevo aggiungere il mio dolore al suo, già così grande.
       
      La tenni stretta mentre mormoravo al suo orecchio frasi di consolazione perché anch’io cercavo di consolarmi con le mie stesse parole.
       
      La stanza scomparve all’improvviso e mi ritrovai in un posto sconosciuto. Sembrava uno studio arredato con mobili in legno d’antica foggia, c’erano dei dipinti raffiguranti paesaggi alle pareti e da una finestra si poteva scorgere l’azzurro del mare lontano.
       
      Una donna anziana coi capelli raccolti e coperta con una mantellina di pizzo scriveva su un foglio di carta; c’era un calamaio con dell’inchiostro dove lei intingeva la piuma ogni tanto. Non la riconobbi all’inizio ma poi la guardai negli occhi e seppi che non poteva essere nessun’altra donna al mondo tranne Irena. Essa scriveva senza sosta. La vidi finire di scrivere sopra uno dei fogli di carta e poi alzandosi piano, andare a prendere una piccola bottiglia di vetro che c’era sopra il ripiano di un armadietto vicino. La vedevo arrotolare il foglio e ficcarlo dentro la bottiglia che dopo chiudeva con un tappo di sughero. C’erano già altre due bottiglie pronte con altrettanti fogli dentro, sullo stesso ripiano.
       
      La vidi fissare il mare dalla finestra con un’espressione triste e rassegnata. Ad un certo punto prese le bottiglie sistemate in fila con cura, per metterle dentro ad un cestino. Il sole tramontava all’orizzonte ed essa camminò fino alla spiaggia e si addentrò in acqua dopo essersi tolta le scarpe. C’era una piccola imbarcazione con dei remi che lei usò per addentrarsi in mare. Era già abbastanza lontana dalla battigia quando fece il gesto di far cadere il prezioso contenuto del cestino in mare aperto. La notte appena arrivata era serena e illuminata dalla luna.
       
      Prima di gettare le bottiglie in acqua, Irena le rompeva contro la prua della barca, così che non potessero tornare a riva, e i fogli si bagnavano rendendo incomprensibili le parole in essi scritte. Era come se si trattasse di un rito al quale era abituata.
       
      Per un attimo fissò la luna all’orizzonte, mentre su uno dei fogli che lentamente si intrideva d’acqua, si potevano leggere frammenti di frasi sbiadite.
       
      Ti ho amata, solo Dio sa quanto ti ho amata e ho pregato per te sotto la luna, una notte dopo l’altra fino all’infinito.
       
      Un giorno sulla tua tomba porterò i più bei fiori che troverò, rose rosse, cariche di profumo, per omaggiare la tua persona e l’amore che ho provato per te.
       
      Non dubitare, sei sempre stata amata più di ogni altra cosa al mondo, più della mia stessa vita e della famiglia che mi è stata imposta. Ho adempiuto al mio dovere, ma il mio cuore e la mia anima sono sempre stati legati a te e al tuo ricordo.
       
      Vedevo lacrime d’argento sul suo viso, invecchiato ma ancora così bello… ma capii, da questa visione del futuro, che io sarei morta prima di lei.
       
      Mi misi a pregare, una supplica non diretta al dio dei cristiani, ma alla creatura magica che aveva permesso tutte queste visioni. Volevo che mi ascoltasse e mi salvasse, anzi, ci salvasse da quell’incubo di vita che nessuna delle due avrebbe mai voluto.
       
      “Voglio rimanere insieme a lei,” supplicai, “sono disposta a pagare qualsiasi prezzo. Ti prego, ascoltami.”
       
      Mi ritrovai in una stanza oscura del castello d’Irena, solo la luce della luna illuminava d’argento il pavimento e ricopriva il tutto di un bagliore quasi soprannaturale. All’improvviso lo vidi arrivare, in volo, entrando dalla finestra spalancata. Il piccolo uccello si fermò a terra ma nell’istante in cui chiuse le ali, si trasformò in un bel giovane vestito di bianco, con ali simili a quelle degli angeli. Aveva un aspetto delicato e quasi femmineo, grandi occhi neri e capelli rossi. Era bellissimo.
       
      “Per favore,” gli chiesi, “puoi fare qualcosa per noi? Non voglio vivere di rimpianti tutti i giorni della mia vita come è accaduto a Irena. Voglio avere una vita vera, insieme a lei. Aiutaci, se puoi.”
       
      La divina creatura mi posò una delle sue bianche mani sulla spalla mentre ero inginocchiata di fronte a lui, le mani raccolte sul grembo e la testa china.
       
      “C’è solo una cosa che posso fare per voi, ma va contro le leggi naturali di questo mondo.”
       
      “Qualsiasi cosa è meglio del destino che di sicuro avremo restando qui.”
       
      “Allora dovete attraversare insieme a me il varco verso il mio mondo da dove potete rinascere in un mondo del futuro molto diverso da questo. Saresti disposta a lasciare il corpo che adesso possiedi qui? Perché solo il tuo spirito può attraversare la mia magica porta.”
       
      Sollevai lo sguardo per guardarlo dritto negli occhi.
       
      “Lo voglio,” esclamai senza il minimo dubbio.
       
      “Ricorda che deve essere d’accordo anche Irena.”
       
      “Puoi metterti in contatto con lei ed interpellarla? Io la posso solo vedere, ma non so se mi ascolta.”
       
      “In realtà questa è una visione, o meglio, un sogno condiviso. Irena, in particolare, può ascoltare ciò che dici e provare i tuoi stessi sentimenti. Non c’è alcun mistero ai suoi occhi.”
       
      In quel momento vidi un raggio di luce viva attraversare la notte fuori e le stelle in cielo si illuminarono come diamanti purissimi. Rimasi estasiata per un attimo davanti a quello spettacolo così fantastico e unico.
       
      “Cosa sta succedendo?” domandai.
       
      “Quel fenomeno che hai appena visto fuori era la sua risposta,” mi disse la creatura. “Anche lei vuole andare via di qui insieme a te.”
       
      “Cosa facciamo adesso?”
       
      Lui mi guardò in maniera gentile, mi fece alzare e dopo mise un piccolo oggetto sul palmo della mia mano, e chiuse le mie dita sopra di esso.
       
      “Chiudi gli occhi,” mormorò
       
      **
      Ero da poco arrivata nel dormitorio dell’università di cui avevo ricevuto una borsa di studio. Per prima cosa aprii le valigie che avevo messo sul letto a una piazza a mia disposizione insieme ad altri mobili essenziali: un armadio, una scrivania e un comodino. Svuotai e accomodai il contenuto nell’armadio, non avevo tanta roba. Dopo essermi riposata un po’ e aver fatto una doccia veloce, scesi al piano di sotto dove si trovava l’area mensa. Questa era una lunga sala con molti tavoli rotondi disposti in fila corredati da quattro sedie ciascuno. Nel mezzo si trovava un tavolo lungo con un forno a microonde e un angolo per i condimenti. Avevo una tessera nella quale avevo caricato precedentemente del denaro e anche un paio di carte di credito che mi avevano dato i miei genitori. Mi misi a mangiare un panino davanti ad un tavolo vuoto, e vidi gli studenti che già si conoscevano che si radunavano in piccoli gruppi intorno. Uno di loro mi fece un gesto e dopo fece un cenno agli altri compagni del suo gruppo. Una delle studentesse si avvicinò a me per fare un po’ di chiacchiere di circostanza, e in maniera molto gentile mi fece capire l’andamento del posto e tutta l’informazione che potevo reperire tramite la segreteria. Mi fece ricordare che mi servivano anche i libri di testo scaricabili che si trovavano accedendo tramite un link con una password rilasciata dal personale addetto, sempre in segreteria. Siccome era già sera, avrei dovuto aspettare fino al giorno seguente per sistemare tutto.
       
      Il giorno dopo mi svegliai presto per andare in segreteria e presso altri uffici per reperire tutta l’informazione e il materiale occorrente per iniziare le lezioni già il giorno seguente. Mi ero messa un paio di jeans e una camicia bianca. Una volta svolti tutti i miei giri, andai in mensa per pranzare. Al mattino mi ero arrangiata prendendo un po’ di caffè e una fetta di torta in uno dei chioschi che c’erano nel campus a disposizione degli studenti. Ricevetti pure una chiamata dei miei genitori che mi chiesero come stavo.
       
      A pranzo mi ritrovai con la stessa ragazza del giorno prima, si chiamava Sarah ed era allo stesso tavolo in compagnia di una ragazza bruna, dal fisico slanciato, vestita in maniera molto sportiva. Sarah, invece, indossava jeans alla moda e una camicetta rosa col pizzo, portava orecchini dorati e aveva i capelli biondi raccolti in una coda di cavallo. Parlando del più e del meno, lei mi disse che aveva un biglietto per il museo di storia naturale del posto, lo aveva acquistato online, ma non poteva più andarci perché aveva già fatto altri piani.
       
      “Se ne può usufruire solo oggi,” mi disse, “perché è inclusa una visita al centro delle farfalle e al padiglione di entomologia. Purtroppo ho un sacco di cose da fare e non ho ancora neppure scaricato i libri di testo.”
       
      Io accettai l’improvviso regalo e mi preparai quel pomeriggio per andarci. Misi nel mio dispositivo l’indirizzo del museo, e dopo presi la metropolitana ed un autobus per arrivarci. Da fuori vidi l’edificio in stile Art Nouveau corredato da un duomo in vetro dove, pensai, si trovasse il recinto delle farfalle di cui Sarah mi aveva parlato. 
       
      Visitai il posto, fermandomi nella sezione minerali, con l’esposizione di tanti gioielli d’epoca che tanto m’interessavano. Comprai un paio di cataloghi e due souvenir da uno dei negozi che si trovavano all’interno. Una volta fatto questo mi diressi nel luogo dove si trovavano le farfalle.
       
      C’era una grande cascata in mezzo, e tutto intorno c’erano pareti in vetro disposte a cerchio su tre piani. Il posto era stato costruito e curato il più possibile per somigliare alla foresta pluviale dalla quale provenivano le farfalle. C’era una rigogliosa vegetazione e l’aria era mantenuta ad una determinata umidità costante grazie ad un sofisticato meccanismo.
       
      Io guardavo la cascata con diletto da dietro il vetro. Se andavo al piano di sotto, avrei potuto apprezzarla in tutto il suo splendore, ma decisi di rimanere dove ero ad osservare una bellissima farfalla gialla che mi volava intorno. Sorrisi con la gioia nel cuore, mi piaceva così tanto quel posto, pieno di quelle delicate creature così colorate. All’improvviso vidi uno sciame di farfalle azzurre volare intorno ad un albero esotico dai frutti rossi e succosi. Forse erano particolarmente golose del succo di quei frutti, pensai. Le loro ali erano di un blu intenso dai riflessi metallici, sembravano esseri magici. Ad ogni modo un improvviso pensiero mi sfiorò ed ebbi come la sensazione di avere visto quello spettacolo da qualche parte. Forse risaliva a qualche ricordo infantile perso nella notte dei tempi, e pensai che non poteva essere altrimenti perché mi accorsi di conoscere bene quel particolare tipo di farfalla.
       
      Poco dopo il piccolo sciame finì il suo compito e si sciolse, e mentre le guardavo andar via, mi sorse davanti una figura che non avevo notato prima. C’era una ragazza che guardava dall’altro lato del vetro, proprio di fronte a me, nel lato opposto della cascata. Essa era bionda, molto bella e vestita interamente di bianco: un vestito primaverile con le mezze maniche e ballerine bianche ai piedi. Mi sembrava proprio di conoscerla anche se non capivo come né quando l’avessi vista, anche se dentro di me ero sicura che quel fatto fosse veramente accaduto. Ripensai alle mie compagne di scuola, alle feste del liceo, alle mie prime amiche d’infanzia, e non riuscivo a trovare l’origine di quel ricordo da nessuna parte. Notai che anche lei mi fissava con un’espressione stupita prima di toccarsi istintivamente il petto dove aveva una collana con un ciondolo blu di cristallo. Era un ciondolo a forma di farfalla.
       
      Chiusi gli occhi un attimo ed ebbi la chiara visione di una mano dalle lunghe dita che mi metteva un oggetto identico sul mio palmo aperto. Era forse una fantasia scaturita da un momento già vissuto? O solo un sogno che non ricordavo di avere avuto mai? Sembrava così lucido e puro come se fosse veramente accaduto un giorno forse lontano, perduto tra le maree della mia storia.
       
      Aprii gli occhi e vidi che il luogo sembrava essersi fermato nel tempo, i visitanti erano rimasti immobili come colti da un silenzioso sortilegio. Un secondo dopo scomparvero come tante ombre sotto una luce scintillante che apparve improvvisa per spazzare via tutto. Tutto svanì, come inghiottito dalla notte, tranne un corridoio dove all’altro estremo, ancora sconcertata, c’era quella ragazza bionda. La visione del mio destino si fece chiara e dominò ogni angolo di quel paradiso scaturito dall’apparente nulla. La vegetazione dalla bellezza esuberante adesso cresceva in ogni dove e il corridoio era adesso un sentiero di terra e sabbia bianca. Le farfalle liberate da ogni recinto e costrizione volavano intorno, selvagge nella loro abbagliante ed eterna grazia. Lo spettacolo mi fece ricordare che c’era in quel mondo una divinità dalle ancestrali origini che vegliava su di me, anzi vegliava su di noi. Un essere dalle bianche ali, divino e potente.
       
      In mezzo allo spettacolo delle farfalle azzurre, circondata da esse, c’era quella ragazza il cui nome non avrei mai potuto dimenticare, e lo sapevo perché lei era più sacra per me della mia stessa vita. Era Irena.
       
      Per sempre Irena, la fine e l’inizio della vita, la fine e l’inizio dell’amore. Feci solo in tempo a mormorare, mentre lei si avvicinava a me:
       
      “Ti prego, resta con me, ora e sempre, negli anni a venire e che questa visione d’amore non sparisca mai.”
       
      Fine

    • All'inizio di questo trattatello su enrico VIII ho scritto che forse questo monarca era affetto da una strana perversione sessuale: una donna lo eccitava solo se era sua moglie, contrariamente alla consolidata e ricercata pratica dell'evasione extraconiugale, molto in voga tra i maschietti anche allora.
      Era chiaramente una battutina scherzosa ma, a ben pensarci, ispirata proprio da questo quinto matrimonio con caterina howard. Ancora oggi appaiono infatti alquanto nebulosi e oscuri i motivi per cui il Re volle sposarsela.
      Si dice fosse una ragazza procace e molto attraente, ma appare  comunque alquanto inspiegabile  l'opportunità del matrimonio, perchè caterina non era di certo il tipo di donna che bisognasse sposare per goderne le grazie, specie per un re.
      Ognuno nasce coi suoi talenti e le sue inclinazioni, diciamo che caterina era nata più con quelle di amante che quelle di moglie, con gli annessi obblighi di fedeltà e moralità di comportamento.
      Caterina tuttavia non era una donna  lasciva o immorale ma solo poco accorta e alquanto ingenua. In fondo era giovanissima, solo 19 anni, e alquanto lontana da quella ambizione furba e maliziosa delle cortigiane.
      Di famiglia molto nobile,  aveva però avuta un'infanzia assai povera a causa dei rovesci di fortuna di un padre poco avveduto nell'aministrazione del proprio patrimonio. Tant'è che non aveva nemmeno potuto provvedere per la figlia a un'istruzione consona al suo rango.
      Questa sua indole disinvolta e alquanto irriflessiva non tardò a farla trovare ben presto nei guai.
      Accettò di buon grado di sposare il re ( e chi non lo avrebbe fatto?), senza però mai immedesimarsi davvero nel ruolo di regina, cioè nel capire completamente – insieme ai privilegi – quali obblichi e costrizioni tale ruolo avrebbe comportato. Era, e restò fino alla fine, una ragazza disinvolta e spensierata, molto incline agli svaghi e ai divertimenti di corte, una natura, tutto sommato, consona alla sua età e alla sua indole.
      Non riuscì nemmeno a capire che, in quanto regina, non era più una comune mortale, a cui erano concesse le comuni passioni di un cuore giovane e romantico. A una regina, infatti, non era concesso di innamorarsi di nessuno, perchè i destini di un popolo e di una nazione non potevano essere in balia di un romantico cuore femminile.
      E infatti si innamorò, di un certo Culpepper, un gentiluomo di corte ricco e affascinante, il tipico belloccio sciupafemmine frivolo e vanesio , un tipo d’uomo per cui le donne son sempre andate matte.
      Tale passione le fu fatale, perché divenne – sempre grazie alla scarsa prudenza di caterina – di dominio pubblico e non poteva restare senza conseguenze.
      Fu condannata al patibolo, una condanna che oggi appare drastica ed eccessiva, ma non bisogna dimenticare che era pur sempre una regina e  - in quanto tale – soggetta ad una scala di valori diversa rispetto alle comuni mortali. ( se si dovesse punire sempre con la decapitazione l'adulterio, della popolazione mondiale, sia maschile che femminile, resterebbe una ben scarsa rappresentanza)
      Intanto il re, mentre caterina andava incontro al suo triste destino si era, come sempre, già invaghito di un'altra donna – tale Caterina Parr – la quale – una volta tanto impersonava un tipo femminile molto adatto  a lui, intelligente, colta, raffinata e.... soprattutto fedele. Il problema vero non era più la regina, ma il re, che – ormai vecchio e completamente in sfacelo fisico – non poteva nemmeno più assolvere decentemente ai suoi obblighi coniugali.
      E infatti di lì a poco defunse, facendo di caterina parr l'unica delle sue mogli a potersi fregiare di una non ricercata vedovanza .
      Alla fine dell'intricata storia, cosa dire di Enrico VIII° e delle sue tribolate vicende matrimoniali?
      Come re non fu un granchè, e l'unico motivo per cui è passato alla storia risiede proprio in questa sua spiccata attitudine al matrimonio: c'è da dire però, ad onor del vero, che non fu nemmeno quel despota crudele e sanguinario come alcuni storici vanno sostenendo.
      Diciamo che fu più che altro vittima della sua fissazione verso un erede maschio, e dei suoi sogni di gloria. L'erede maschio fu talmente un'idea fissa che anche quando l'ebbe avuto, brigò e si risposò altre tre volte per averne un'altro.
      Cosa che ebbe come  unico effetto di esporlo ulteriormente al dileggio della pubblica opinione,  creandogli una fama di orco che forse non meritava del tutto.
      Ma tant' è, ognuno, come si è detto, è schiavo delle proprie vocazioni naturali: c'è chi sogna e ambisce a restare scapolo tutta la vita.
      Enrico invece incarnò la figura del marito.
      De gustibus.
       
       (fine)
       

    • Questo quarto matrimonio di enrico VIII°, quello con Anna di Cleves fu, per certi versi, il più curioso dei sei: si potrebbe definirlo una vera e propria farsa, non priva di risvolti anche un po' comici.
      Intanto fu quello che durò meno (circa sei mesi) e sotto un certo aspetto è come se non fosse mai avvenuto, in quanto, a detta del re, mai consumato.
      Diciamo che enrico, come avviene quasi sempre  per i bidoni, se l'era anche un po' cercata: difficile infatti pensare che un matrimonio nato sulla base di un' immagine vista solo su un ritratto possa riuscire bene..
      Quando anna approdò alle coste inglesi, enrico, non si sa se spinto dall'impazienza di vedere la futura sposa o se per una sorta di cattivo presentimento, fu assalito da una fretta incontenibile di vedere la futura sposa.
      E cosi non aspettò che gliela portassero a corte, ma le andò incontro egli stesso, con alcuni cortigiani
      Sembra che l'incontro sia stato tutt'altro che felice e romantico.
      Anna , poverina, non aveva niente che potesse piacere al re: era bruttina, leggermente goffa, completamente priva di un'educazione degna di una futura regina, e oltretutto molto ignorante: non solo non conosceva una sola parola d'inglese, ma non parlava neppure un corretto tedesco, se non  una specie di dialetto sassone, che nessuno era in grado di comprendere, se non a gesti.
      Non c'è da stupirsi quindi che il suo primo incontro col re, in una sorta di locanda, sia stato un vero e proprio disastro . Anna sulle prime, non capì nemmeno con chi aveva a che fare, e lo trattò alquanto bruscamente, non avendo capito che si trattava del re,
      Il re, che si aspettava una fanciulla piacente e affascinante, ne fu talmente deluso che minacciò di giustiziare il povero pittore che aveva eseguito il fatale ritratto, per aver ingannato il re.
      Quando poi scoprì che la teutonica bruttezza della futura consorte era oltretutto aggravata da una completa ignoranza e disinteresse per la musica, che lui tanto amava, la sua ira giunse al colmo e solo un miracolo salvò la vita del povero pittore ( enrico in fondo non era un sanguinario)
      Insomma, come s'è detto,  le premesse per un bidone c'erano tutte.
      E bidone fu.
      E cosi si determinarono quei risvolti comici  a cui accennavo all'inizio. Immaginiamoci questo re, abituato alla raffinatezza e all'avvenenza di anna bolena e delle dame di corte inglesi, nel trovarsi di fronte questa ragazzotta tedesca bruttina e gesticolante che cercava disperatamente, con suoni sgraziati, incomprensibili e gutturali, di imbastire almeno una presentazione decente, una volta che si riuscì a farle capire che quell'energumeno che aveva davanti era il re d' inghilterra e suo futuro sposo
      Enrico, per giunta, date le circostanze, dovette fare buon viso a cattivo gioco. Non era certo un idiota, e si rese conto che, respingendo anna, si sarebbe reso ridicolo agli occhi di tutta l' europa, nella quale già non godeva di una buona fama.
      Ormai la frittata era fatta, e cosi, anche per evitare conseguenze sul piano politico con il ducato di sassonia,  dovette sposarsela lo stesso. Non si sa chi tra i due fosse più da compiangere.
      Se il povero enrico aveva sperato che magari la prima notte il suo giudizio su anna avrebbe potuto essere controbilanciato dalla scoperta a sorpresa di qualche "risorsa nascosta", magari un bel corpicino fresco e attraente ( in fin dei conti la ragazza aveva solo 20 anni) che avesse potuto un pò  mitigare  la sua avversione, anche qui dovette rimanere molto deluso.
      La natura purtroppo non era stata prodiga di doni con questa poveraccia, e sembra che le sue “grazie” non abbiano avuto alcun effetto sul re, tant'è che, come già accennato, il matrimonio non fu consumato, e il divorzio, di lì a pochi mesi, non si fece attendere, com'era ampiamente prevedibile.
      L' antico vizietto di frequentare un po' troppo, tuttavia, le dame di compagnia della regina, non era del tutto svanito da parte di enrico. Anna, prima di divorziare, gli procurò, involontariamente ovvio, la sua sostituta, nella persona di una certa Catherine Howard, una donnina graziosa e abbastanza disponibile, sia col re che purtroppo anche con qualcun altro.
       
       
       
      (segue)

    • Qui mi concedo una piccola parentesi
      Mi son spesso chiesto quale corso avrebbero preso le vicende di Enrico VIII se avesse ipoteticamente potuto sapere che quell'erede maschio che egli cercava con tanto accanimento, destinato nei suoi progetti a rendere grande e gloriosa l'inghilterra, ce lo aveva già in casa, nella persona della piccola elisabetta, che diventerà di lì a pochi anni una delle regine più illustri delle storia inglese.
      Probabilmente non sarebbe cambiato nulla: per la mentalità dell'epoca un grande sovrano non poteva che essere di sesso maschile.
      D'altronde quella di elisabetta è stata anche la vicenda di una predestinazione singolare e straordinaria, uno di quei casi storici anche un po' beffardi, in quanto nulla poteva far presagire che proprio la figlia di anna bolena, terza per linea di successione al trono, disprezzata un po' da tutti in quanto figlia di una regina talmente in disgrazia da essere stata decapitata, potesse un giorno assurgere a un destino tanto glorioso. Nessun inglese, benchè popolo notoriamente avvezzo all' azzardo, ci avrebbe scommesso un penny, c'è da giurarci.
      Eppure successe.
      Ma torniamo alla vita del barbablù inglese.
       
       
       
      Anna bolena fu giustiziata dunque la mattina del 19 maggio 1536.
      Come se la passava nel frattempo il "povero" vedovello mentre si susseguivano tali tragici accadimenti?
      Intanto pare fosse tutt'altro che inconsolabile. Il giorno dopo l'esecuzione di anna, infatti, convolò già a nozze, per la terza volta, con un'altra dama di corte, tale Jane Seymour, con la quale già da tempo aveva una relazione.
      Un adulterio, dunque.......però ad essere stata decapitata per adulterio era stata anna bolena!
      Quando si dice essere nati re.....
      Certo avrebbe potuto aspettare un pò, se non altro per buon gusto. Ma di enrico si può dire tutto, eccetto che fosse un ipocrita. In fin dei conti le precedenti mogli le aveva fatte eliminare lui, dunque che senso avrebbe avuto fingersi addolorato o in lutto?
      Di jane seymour c'è da dire alquanto poco. Personaggio un pò scialbo, per  certi versi era l'esatta antitesi di anna bolena: tanto semplice e tranquilla questa quanto l'altra fu complessa e turbolenta. Oggi si direbbe “senza grilli per la testa”. Non sappiamo quanto questa tranquillità esteriore corrispondesse a quella interiore, visti i recenti e inquietanti trascorsi coniugali del consorte.
      Si può tuttavia presumere che nel momento in cui si scoprì in attesa di erede, non dovette dormire poi sonni cosi tranquilli per i restanti nove mesi, in un'epoca in cui non esistevano ecografie per stabilire a priori il sesso del nascituro.
      E invece, ciò che non era riuscito alle due precedenti regine, riuscì alla terza, pagandolo però un prezzo altissimo, il più alto possibile.
      Mise infatti al mondo il tanto agognato figlio maschio, ma si ammalò di febbre puerperale, un'infezione molto comune tra le gestanti dell'epoca, e che la portò ben presto alla tomba.
      Molte testimonianze dell'epoca raccontano che il re ne fosse sinceramente addolorato, e forse c'è da crederci: jane era una donna tranquilla che non gli procurava alcun tipo di problema, e inoltre gli aveva dato il tanto desiderato figlio maschio. Cosa avrebbe potuto desiderare di più?
      A questo punto avrebbe potuto ritenersi appagato e tirare i remi in barca, come suol dirsi, ma enrico – nonostante l'incipiente declino fisico e un processo di ingrossamento che lo porterà in pochi anni a diventare una specie di gigantesco energumeno goffo e sofferente – era pur sempre ancora un uomo valente ed energico, e quindi tutt'altro che precocemente insensibile al fascino femminile. Inoltre, quantunque monarca assoluto ed autoritario, era pur sempre alquanto soggetto alle opinioni e ai pareri dei vari cortigiani, uomini di stato e consiglieri che lo circondavano, i quali cominciarono ad esercitare delle pressioni perchè si risposasse ancora, apparendo alquanto disdicevole, all'epoca, che un re non avesse al suo fianco una regina.
      Tali atteggiamenti amorevoli verso il re non erano ovviamente del tutto disinteressati. Ogni “clan” a corte aveva la sua candidata all'importante titolo di regina, ma il re stavolta, anche per effetto della triste fama che ormai s'era procurata (due mogli morte e una ripudiata) volle rivolgersi fuori dal patrio suolo, e cominciarono delle indagini tra tutte le nobildonne d'europa per trovare la poverina disposta a un destino quantomeno inquietante.
      Poiché un re di allora non poteva certo viaggiare per andarsi a cercare la fidanzata, furono mandati vari emissari un po' dappertutto, ufficialmente in veste di diplomatici, ma in realtà per fare da ruffiani al re. Tra questi addirittura un valente pittore, con il compito di eseguire, in un'epoca in cui non era stata ancora inventata la  fotografia,  dei ritratti delle gentili donzelle “papabili”. E qui cominciarono i guai di questo poverino il quale, per fare cosa gradita al re, pare si sia mostrato abbastanza incline a ritrarre le grazie delle aspiranti al trono inglese con una certa qual generosità.
      Facilmente immaginabile come in queste condizioni fosse facile cadere nell'equivoco e nell'errore, visto che Enrico era uno di quegli uomini che giudicava una donna soprattutto in base all'aspetto fisico.
      Tra i ritratti sottoposti al giudizio del re ce ne furono un paio che attirarono la sua cupidigia, ma per varie ragioni politiche le candidate furono scartate.
      E cosi si arrivò a una certa Anna di Cleves, una nobile ragazzotta del reame di Sassonia, che non era esattamente Miss Universo, ma che comunque, complice una certa opera di abbellimento del pittore, (evidentemente seguace della filosofia del "basta che respirino"), risultò abbastanza piacente e accettabile agli occhi del re.
      A quei tempi e tra soggetti così nobili, non si usava frequentarsi da fidanzati: si passava direttamente al matrimonio, a volte perfino, come in questo caso, non essendosi mai visti di persona. Il monarca faceva la sua formale richiesta di matrimonio, ci si accordava sulle modalità (soprattutto la dote) e la sposa,  conseziente o no che fosse, partiva direttamente per la cerimonia, piena di belle speranze.
      E fu cosi che Enrico VIII prese il classico “bidone”, come si suol dire un po' più a sud dell'inghilterra.
       
      ( segue)
       

    • Ma chi era davvero anna bolena?
      Mica facile rispondere.
      Malgrado la  rilevanza storica del personaggio, inquadrarne storicamente la figura e darne un giudizio compiuto è ancora oggi, a distanza di 5 secoli, alquanto problematico.
      Anna fu un personaggio tra i più controversi della storia inglese e umana, questo è certo.
      Uno di quelle figure storiche la cui personalità e le cui vicende sono destinati a suscitare leggende e annose discussioni nelle quali gli stessi  storici fanno fatica a raccapezzarsi e a discernere tra invenzione e realtà, fino a trasformarsi in mito.
      Intanto ne è incerto ancora oggi l' esatto anno di nascita: 1501 o 1507?
      Mai stabilito con certezza, nonostante le numerose ed autorevoli ricerche
      C'è poi da dire paradossalmente, a dare credito a certe superstizioni, che non è nemmeno sicuro che sia morta.
      Gli avvistamenti del suo fantasma, infatti, che siano avvenuti nella Torre di londra o in altri austeri palazzi e castelli, sono talmente numerosi e  tanto frequentemente testimoniati da personaggi più o meno degni di fede, da costituire una vera e propria letteratura a sé stante, un classico della mitologia inglese.
      C'è stato perfino chi giura di averci parlato.
      Insomma ancora oggi, a distanza di cinquecento anni, anna bolena intriga e fa discutere.
      Ebbe una personalità complessa e poliedrica, questo è certo, con dei tratti personali sorprendentemente attuali e perciò all'epoca abbastanza insoliti, con atteggiamenti molto stravaganti che, seppur all'inizio esercitarono un certo ascendente sulla corte inglese, alla lunga furono poi guardati con sospetto e malevolenza.
      Un'indole indipendente e forte, una sorta di femminista ante litteram, la cui natura irrequieta e capricciosa non poteva non avere ripercussioni negative sul rapporto con Enrico, di carattere a sua volta autoritario e accentratore.
      Intanto l'aspetto fisico, anch'esso abbastanza controverso.
      Fu davvero quella grande bellezza come ci è stato tramandato con una certa enfasi dai contemporanei?
      Alcuni affermano di si, altri testimoniano che non fosse niente di speciale.E non essendoci stati conservati ritratti originali dell'epoca, in seguito alla persecuzione della sua immagine pepetrata post- mortem per disposizione reale, non potremo mai saperlo con certezza.
      Per esempio, aveva davvero 6 dita a una mano?
      Sembra sia pura invenzione. In un'epoca come quella tale deformità non avrebbe mancato di ingenerare il sospetto di stregoneria, con le conseguenze del caso.
      E inoltre una riesumazione dello scheletro, avvenuta nell'800, smenti definitivamente tale diceria. Questo testimonia, tuttavia,  quanto accanimento ci sia stato nella fantasia popolare per screditare anna bolena.
      E' sicuro invece che il suo aspetto fisico fosse quantomeno insolito e particolare: in un'epoca in cui i canoni  classici di bellezza femminile erano rappresentati da capelli biondi e dalla carnagione quanto più chiara possibile, lei era bruna, e di carnagione scura, quindi anche in questo più moderna delle sue contemporanee, visto l'attuale mito dell'abbronzatura.
      Di certo era una donna di notevole fascino e intelligenza.
      I molti anni trascorsi presso la corte reale in francia, ne avevano fatto una donna colta e raffinata, amante dell'arte, del ballo e della musica ( sembra se la cavasse egregiamente anche nel canto).
      Una personalità poliedrica e affascinante, dunque, ma anche alquanto frivola, capricciosa e un po' vanesia. Una lady gagà dei giorni nostri, a voler un pò estremizzare
      Tratti caratteriali che se all'inizio avevano affascinato enrico, mal si conciliarono alla lunga con l'indole del re. Se si aggiunge il fatto che ella considerava la sua lingua madre più il francese che l'inglese, ne vien fuori infatti quasi il ritratto di una nobildonna francese più che inglese, e si capisce anche perchè non riuscì mai a sfatare una certa ostilità popolare nei suoi riguardi.
      Enrico VIII, ancor prima del verificarsi delle sue intricate vicende matrimoniali, era considerato allora una specie di orco, rozzo e arrogante, un despota assolutista ed autoritario e la vicenda del ripudio di caterina, non fece che confermarne questa poco invidiabile fama. Ma va detto , ad onor del vero, che proprio il suo successivo comportamento con caterina dimostrò invece che – anche se lo sarebbe pienamente diventato negli anni a venire – a quei tempi non lo era ancora del tutto. Almeno non verso caterina d' Aragona, moglie ormai ripudiata di fatto e messa da parte senza tanti scrupoli per sposare Anna Bolena. Verso di lei mostrò sempre una condotta moderata che, dato il tipo di uomo che era e soprattutto alla luce di come si comportò poi in futuro con le altre consorti (con due mogli decapitate) si potrebbe anche definire mite e benevola. In effetti caterina venne sempre trattata coi riguardi che il suo rango meritava, ed enrico, che aveva poggiato tutta la questione sulla verginità di caterina all'atto delle nozze, su questo punto non osò mai smentirla pubblicamente quando la ormai ex regina dichiarava ostinatamente, nelle varie sedi, perfino in un solenne processo, che il matrimonio col precedente marito arturo non era mai stato consumato, contraddicendo di fatto ciò che il re invece andava sostenendo ( cioè in pratica dandogli del bugiardo)
      A un re di allora sarebbe bastato molto meno per sbarazzarsi definitivamente di una moglie ormai tanto scomoda, ma enrico, un po' per convenienza, un po' per ragion di stato e forse – a me piace pensare – anche un po' per affetto, seppe arrivare  ai suoi scopi per vie traverse, senza maltrattare eccessivamente Caterina, né tanto,meno assumere atteggiamenti drastici nei suoi riguardi..
      Ella naturalmente fu allontanata dalla corte, ma provvista di tutti gli agi e i privilegi a cui era abituata e consoni al rango di ex regina d'inghilterra. Tutto questo non per un eccesso di generosità, ma anche, o forse soprattutto, come già accennato, per calcolo politico, essendo caterina molto amata dal popolo.
      Cosa che non poteva dirsi di anna, che non seppe, e forse neppure volle, mai conquistarsi la benevolenza dei sudditi.
      Tuttavia la tragedia vera di anna bolena fu il suo destino “biologico”, cioè la ventura di non aver potuto mettere al mondo un figlio maschio, che era , secondo alcuni, la vera ragione per cui il Re aveva ripudiato Caterina e sposato lei. Lei e il Re, che aveva già avuto una figlia femmina da caterina, ebbero un'altra figlia ( la futura grande Elisabetta I), ma nonostante altri due parti e un aborto, non ebbero il tanto desiderato figlio maschio. Questo decretò il destino di anna bolena in modo tragico, come si vedrà..
      Sta di fatto, comunque, che ben presto Enrico si stufò del carattere di anna,  anche sobillato dai tanti nemici che la poverina aveva a corte, i quali, pur di inimicarle il re, si inventarono di tutto, fino a far aprire contro di lei un vero e proprio procedimento giudiziario.
      Alle luce delle attuali conoscenze, oggi sappiamo che quello contro Anna Bolena fu uno dei processi più ingiusti, pretestuosi e falsi della Storia, e non solo di quella inglese. Fu anzi, a dirla tutta, una vera e propria ignominia, una delle macchie maggiori sulla condotta del barbablù inglese, con la corresponsabilità anche del clero, che anche allora aveva la sua nefasta influenza sui destini delle nazioni.
      Fatto sta che la povera anna fu accusata un po' di tutto, perfino di incesto col fratello, e altre imputazioni altrettanto infamanti. nonché false e completamente infondate. Incredibile a dirsi, vennero messi sotto accusa e processati non solo i presunti amanti, ma addirittura quei poveracci sospettati di avere avuto qualche piccolo flirt con lei anteriore alla sua conoscenza col re, quando la poverina non aveva obblighi di fedeltà verso chichessia, men che mai verso il re.
      E' quasi del tutto certo che nemmeno sul principale capo d'accusa, l'adulterio, ci fossero delle prove degne di fede. Anna era una donna a cui piaceva essere al centro dell'attenzione, è vero,  ed ebbe molti corteggiatori, ma da qui ad affermare che avesse una vera e propria relazione con qualcuno, ce ne passa. Tradire il re, e un re come enrico VIII poi, significava morte certa, non va dimenticato.
      Ma tant'è, anna ormai era tanto invisa a corte e allo stesso re, che si perpetraromo nei suoi confronti le peggiori nequizie, non ultima quella di non riservarle una difesa adeguata ed autorevole, come spetterebbe ad ogni essere umano e tantopiù a una regina.
      Tutto questo naturalmente non poteva che avere una sola conclusione: la condanna a morte, per alto tradimento verso la figura del re.
      E fu così che di lì a pochi giorni anna bolena si trovò rinchiusa nella famigerata torre di Londra, in attesa di esecuzione.
      L'unico atto di clemenza che le fu riservato fu quello che, anziché essere decapitata con la scure, fu dacapitata con la spada, trattamento “ di riguardo” riservato solo ai nobili, su concessione del re.
      Ma seppe morire con dignità come, tutto sommato, con dignità era vissuta.
       
      (segue)
       


       

    • Abbandono
       
      Già il solo pensiero mi fa star male, ma lo devo fare.
      Ci sono momenti nella vita in cui devi essere deciso, devi farti forza, indurire il cuore e fare quello che va fatto.
      Perchè non posso più andare avanti cosi.
      O io o lui, non lo sopporto più.
      Sta sempre a far casino, sempre a lamentarsi, non dorme la notte, sporca dappertutto, vuole continuamente uscire, e negli ultimi tempi ha cominciato anche a fare la pipì sul pavimento, perchè non ce la fa a trattenersi.
      Il problema è che ormai è vecchio, non è nemmeno più di compagnia, ha i giorni contati ormai.....
      E quindi portarlo da qualche parte e lasciarcelo non è più nemmeno un' azione nefanda.
      Tanto prima o poi morirà lo stesso....magari di una morte lenta, sofferta.
      Si consumerà a poco a poco come una lampada votiva, fino a spegnersi.
      E per me vederlo morire cosi sarebbe una sofferenza atroce.
      E allora, mi son detto oggi, non è meglio che muoia all'improvviso, senza rendersene conto, mentre attraversa l'autostrada mezzo rimbambito dallo sfrecciare delle auto, dai clackson strombazzanti, sbatacchiato magari a 2 kilometri più in là, ma già trapassato?
      In fin dei conti il mio è un atto di misericordia, di pietà.....
      E cosi, sempre più convinto e deciso, oggi siamo usciti, siamo entrati in macchina e ci siamo diretti senza più remore verso la rampa autostradale, che è a poca distanza da casa.
      Mentre camminavamo evitavo di guardarlo.
      C' era uno strano silenzio tra noi, un silenzio cupo, sofferto.
      Sapevo che probabilmente aveva capito, perchè, anche se vecchio, è ancora lucido ed è sempre stato intelligente.
      Ma non ci ho pensato più di tanto.
      Abbiamo imboccato l'autostrada, e ci siamo fermati alla prima piazzola.
      Mi sono guardato bene in giro, guardingo, per vedere se arrivasse qualcuno.
      Ma per fortuna in questo tratto di strada il traffico è scarso.
      E così mi son fatto forza, cercando di non pensare ai tanti momenti belli passati assieme, e l' ho fatto....senza scrupoli, senza rimorsi.
      Ho estratto le chiavi dal cruscotto addentandole con la bocca, poi son saltato fuori dal finestrino aperto, e me ne sono andato lentamente, camminando sul ciglio della strada, e abbaiando, senza più girarmi indietro.
      Tutti i cani dovrebbero avere il mio coraggio, quando il padrone comincia a rompere le palle.
       

    • Inizia a scrivere la tua storia..
       
       
      In un raptus da sindrome del viaggiatore, mi son letto nientedimeno che una biografia di Enrico VIII, un personaggio storico che mi ha sempre affascinato.
      Ma perchè è tanto famoso Enrico VIII?
      Com' è noto, ognuno ha le sue aberrazioni mentali.
      Quella di Enrico VIII era veramente singolare: gli piaceva il matrimonio.
      Lui adduceva ragioni dinastiche, ma ho sempre avuto il sospetto che avesse una rarissima perversione sessuale: una donna lo eccitava solo se era sua moglie.
      Vabbè, de gustibus.
      Fatto sta che si sposò ben sei volte, un record da far invidia perfino a liz taylor
      Tanto da passare alla Storia come l'unico re che ebbe più mogli che amanti.
       
      La prima e più duratura moglie di Enrico VIII fu Caterina D' Aragona, vedova prematura del principe Arturo, fratello maggiore di Enrico e quindi erede al trono.
      Vedova perchè Arturo, di salute alquanto malferma, aveva avuto il buon gusto (dal punto di vista di Enrico) di morire giovanissimo, appena un po' dopo aver sposato Caterina, facendo di fatto del secondogenito Enrico il futuro re d' Inghilterra..
      E sembra che avesse avuto altresì anche il buon gusto (sempre dal punto di vista di Enrico), di non aver consumato il matrimonio. Cosa alquanto verosimile, perchè aveva solo 15 anni alla sua prima notte e probabilmente ancora convinto che quell' attrezzino pendulo che aveva tra le gambe gli servisse solo ad evacuare la nobile vescichetta
      E la sposina? Ne aveva 16, ma non è che fosse messa molto meglio.
      Al principe e alla principessa era stato insegnato di tutto, eccetto come si fanno i figli (oddio, dopo 5 secoli non è che le cose siano molto cambiate)
      Questi matrimoni tra ragazzini, nelle famiglie reali, erano all' epoca molto comuni.
      Li si faceva sposare, li si metteva in una stanza da letto e ci si affidava all' istinto naturale, o alla speranza che pastrocchiando pastrocchiando i due sposini imbroccassero la via giusta.
      Questa dell'illibatezza di Caterina può sembrare questioncella da poco, ma non lo è.
      Su di essa, anni dopo il matrimonio, si versarono fiumi d' inchiostro, provocò qualche vittima illustre (tra cui la stessa Caterina) e fu perfino oggetto di un processo che oggi definiremmo mediatico, anche se all'epoca, per fortuna di chi ci visse, non esistevano nè bruno vespa né vittorio feltri.
      La questione, mai del tutto risolta, ebbe comunque delle conseguenze eclatanti: basti dire che se l'inghilterra oggi non è cattolica, lo si deve a questo ( a dimostrazione di come la Storia spesso vien fatta nelle camere da letto)
      Tutta la diatriba nacque dal solito classico triangolo.
      Il prode Enrico, con la scusa che Caterina non riusciva a dargli un figlio maschio, ma in realtà perchè la sposina – che non era stata esattamente Miss Universo nemmeno da ragazza e che aveva comunque quasi 10 anni più del consorte - gli si era prematuramente avvizzita, si era attaccato alle svolazzanti gonne di una certa Anna Bolena, dama di corte, femmina alquanto charmant con dei trascorsi in terra di Francia..
      Ma la signora in questione, che sembra elargisse le sue grazie con una certa nonchalance tutta francese, quando si trattò di concederle al re, mise sull'altro piatto della bilancia una richiesta clamorosa: diventare regina d' inghilterra!!
      Una quisquilia....e poi dicono mara carfagna!!
      Il re sulle prime si schernì, adducendo il classico “tengo famiglia”.
      Ma lei fu irremovibile
      Al povero re non restò altra scelta, se voleva intrufolarsi sotto le svolazzanti gonne di anna, che elaborare un' idea audace perfino per un re di allora: sbarazzarsi della prima moglie.
      Idea audace in virtù di un piccolo particolare, una schiocchezzuola: non era stato ancora inventato il divorzio..
      Oggi sarebbe bastato conoscere il cardinal Bertone, una congrua donazione e via col liscio.
      Ma all'epoca la Chiesa su certe cose non transingeva.
      Anche perchè nel caso in questione si sarebbe inimicato il grande imperatore Carlo V, nipote di Caterina, quello sul cui impero “non tramontava mai il sole” ( e figuriamoci se la Chiesa voleva correre il rischio di farlo tramontare proprio a roma!)
      Insomma, nisba.
      Nun se po' ffà, avrebbero detto un po' più a sud.
      E allora come fare.
      Ammazzarla?
      Altri re passati e futuri, nella stessa situazione, non erano stati a pensarci su più di tanto. Un po' di veleno e poi la recita del vedovello inconsolabile.
      Ma si dà il caso che Caterina non fosse una qualunque, ma nientemeno che una reale di spagna, nazione potentissima, che all' epoca era l' America di oggigiorno, sempre in giro per il mondo ad “esportare la democrazia” e ad importare tutto ciò che si poteva arraffare.
      A quel punto il re, consigliato da sconsigliabili consiglieri, tentò prima la furbata.
      Dopo venti anni, una figlia, due parti prematuri e svariati aborti, gli venne improvvisamente il sospetto che Caterina avrebbe potuto anche non essere stata quella intonsa sposina che aveva sostenuto di essere all'atto del matrimonio, essendo stata già sposata col defunto fratello.
      L' idea non era male, perchè all'epoca c'era una legge che vietava il matrimonio tra cognati.
      Purtroppo aveva il difettuccio di essere completamente falsa e pretestuosa. Ma quando mai i re si son fatti impressionare da queste quisquilie?
      Il matrimonio di Caterina D' Aragona con il malaticcio Arturo era stato infatti annullato, in quanto non consumato.
      Caterina ed Enrico, quindi, non erano mai diventati cognati juris facto.
      Ma postulando il caso contrario - e cioè che il pur malaticcio Arturo, pastrocchiando pastrocchiando, avesse, prima di esalare l'ultimo respiro e forse proprio per questo, fatto il proprio dovere coniugale - la cosa assumeva un aspetto drammatico, perchè faceva automaticamente decadere il successivo matrimonio tra Enrico e Caterina, in quanto cognati ( Lo so, sembra una puntata di Beautiful, ma le cose stavano cosi)
      Insomma, da quell'atto, avvenuto o no, dipendevano i futuri destini dell'Inghilterra.
      (Azzz.....e il povero arturo che – ipotizzando che fosse successo davvero - pensava di essersi fatto solo una semplice scopatina!! )
      Ma la Chiesa non abboccò.
      E men che mai abboccò Caterina la quale, sempre disponibile ai voleri del re in tutto e per tutto, su questo punto si dimostrò irremovibile.
      Per tutto il resto della sua vita sfidò l' ira del re, sostenendo caparbiamente di essere stata completamente “fanciulla” al momento del matrimonio (allora si diceva cosi, fanciulla), mettendosi in una situazione alquanto critica ( e negli anni a venire si constatò poi quanto fosse pericoloso mettersi contro Enrico VIII ).
      I tentativi di ridurla a più miti consigli, e di assecondare il re, furono numerosi, autorevoli e accorati, ma non ci fu nulla da fare.
      Caterina era un tipetto tosto e piena di dignità (non per niente degna figlia di Isabella di Castiglia, colei che aveva concesso le tre caravelle ad un certo Cristoforo Colombo ...chiamalo poco!!)
      E così a quel poveraccio di Enrico, sempre più attizzato dalle chimeriche grazie di anna bolena e impedito a raggiungerle per l'esistenza di certe antipatiche regole, non restò che una scelta: cambiare le regole.
      La Chiesa non vuole fare ciò che voglio io?
      E io mi faccio la Chiesa su misura, e chi s' è visto sé visto!!
      E fu così che Enrico VIII - proprio come si è visto fare a qualche personaggio dei giorni nostri - si inventò una religione ad personam.
      .

    • Pratico cadaveri da che ne ho memoria. Mio padre gestiva i servizi funebri di un paesello alle pendici del Ballon d'Alsace, un monte stritolato tra i dipartimenti dell'Alto Reno, del Vosgi e il territorio di Belfort. La mia infanzia scelse subito sotto quale ombra coltivare i propri passatempi. Bare, cripte, campisanti e processioni diventarono il mio paese delle meraviglie, come un ragazzino tra le rutilanti attrazioni di un luna park. Il mio primo giro di giostra lo feci a cinque anni, durante una tanatoprassi operata da mio padre ad un contadino delle secche campagne di Lepuil, il nostro disordinato cumulo di case che gareggiavano per il grigiume delle facciate, la decadenza dei legni crudi delle finestre, la confusione delle tegole dei tetti e le spastiche geometrie dei mattoni sputati sui muri. Chi mi raccontò che gli abitanti del paese, dopo la seconda grande guerra, decisero di costruire le case più spaventose mai concepite per allontanare quelle che consideravano visite indesiderate, morti ambulanti, cani malarici, notturne presenze rumorose, fu il dottor Robert. Medico legale, architetto, vivaista, cuoco eccellente e buon amico di famiglia, il dottor Robert fu come un secondo padre. Un primo dovrei dire, considerando che Lazare avrebbe voluto declassarsi in silenzio. Si, Lazare, mio padre. È curioso come la sua famiglia avesse già visto in lui una certa affinità con le sventure. La storia del suo nome infatti regalò i natali ad altre parole che avrebbero definito posti macabri e sinistri come i lazzaretti, pezzenti e disagiati chiamati in Spagna lazzari, furbi e furbetti che in Italia avrebbero chiamato lazzaroni.

    • Cap. 3 Il faraone Atur II
       
      Erano trascorsi dieci giorni durante i quali, la città di Tebe aveva vissuto il lutto per la morte del faraone Atourak e della regina Ashani. I loro corpi erano stati mummificati e deposti nelle rispettive tombe con tutti gli onori possibili, con moltissimi oggetti in oro e pietre preziose. I loro organi erano stati posti nei vasi canopi.
      Adesso la vita doveva proseguire, adesso era tempo che Atur diventasse faraone dell’alto e basso Egitto, ma in seguito a tutti gli avvenimenti, non aveva ancora preso moglie, non c’era stato il tempo, per i suoi genitori, di completare la ricerca della sposa adatta.
      Atur decise di rivedere la ragazza di cui si era innamorato a prima vista; chiamò due dei suoi servitori e ordinò loro di andarla a prendere.
      Non appena gli fu davanti, pensò che fosse ancora più bella della prima volta.
      “Ragazza avvicinati per favore!”, le disse e lei si avvicinò impaurita.
      “Non temere, non voglio farti alcun male! Ti prego dimmi come ti chiami!”
      Lei prese un briciolo di coraggio e iniziò a parlare.
      ” Mi chiamo Namir, signore”.
      “Sei figlia del contabile di palazzo, vero?”, le domandò allora.
      “No, mio signore, il contabile e sua moglie mi hanno allevata come fossi figlia loro, ma in realtà i miei genitori sono altri e io non so chi siano. Ho solo questo medaglione, che portavo quando mi hanno trovata davanti alla loro porta di casa. Dei miei veri genitori mi resta soltanto questo e spero che voi non vogliate portarmelo via!”, Atur le sorrise.
      “Ma no, che dici! Non mi permetterei mai di farti questo torto, io vorrei solo…”
      “Solo cosa, mio signore?”
      “Vorrei solo che diventassi mia moglie e la mia regina!”
      “Ma, mio signore, la legge è chiara, io non posso. Non sono nobile!”, rispose dispiaciuta.
      “Mia dolce Namir, la legge dice che io devo sposare una nobile, tu dici di non esserlo, ma questo medaglione che porti racconta un altra storia. Per me tu sei nobile, solo che non sapevi di esserlo, faremo delle ricerche e vedrai che scopriremo da dove provieni. Quindi adesso vuoi rendermi felice diventando mia moglie?”
      “Mio signore, ne sono onorata e accetto con gioia, vi amerò con tutto il cuore e vi donerò una discendenza sana e forte!”.
      Il matrimonio fu celebrato circa quindici giorni più tardi e nella stessa cerimonia Atur e Namir furono proclamati: faraone e regina dell’alto e basso Egitto.
      Malik e i suoi complotti erano ormai alle spalle, nessuno avrebbe interferito ancora.

    • Cap. 2            La fine di Atourak
       
      Anche un faraone amato come Atourak aveva i suoi nemici, e lui non ne aveva idea, ma proprio nel suo palazzo c’era chi lo voleva morto per prenderne il posto.
      Il suo collaboratore più fidato, il suo braccio destro, l’uomo a cui avrebbe affidato l’intero regno in caso di bisogno, in realtà tramava da molto alle sue spalle.
      Malik (questo era il suo nome) aveva pianificato da tempo tutto quanto nei minimi dettagli.
      L’idea prevedeva che dovesse perire tutta quanta la famiglia, per questo aveva fatto versare il veleno di tre aspidi, nelle bevande della cena. In questo modo, non ci sarebbe stata salvezza per nessuno dei tre.
      Nel palazzo di Atourak la cena era un momento solenne, il faraone invitava a partecipare a turno anche uno dei suoi collaboratori, Malik fu informato che quella sera sarebbe stato il suo turno, da un lato era soddisfatto perché avrebbe assistito al suo trionfo, dall’altro provava terrore di venire scoperto e condannato a morte.
      All’ora concordata si presentò e fu invitato a sedersi, i servitori iniziarono a portare i cibi e le bevande, Atourak e la regina consumarono senza sospettare di nulla, ma ad un certo punto furono colpiti da terribili dolori all’addome e mancanza di respiro, fino a che non caddero entrambi per terra, esanimi.
      Atur, che era arrivato in ritardo e aveva iniziato appena a mangiare, si precipitò a tentare di rianimare i suoi genitori, ma senza riuscirvi.
      Si rese conto che il cibo non poteva essere stato perché lui stava benissimo, allora annusò le bevande e si rese conto che qualcosa non andava, ne ebbe la certezza soprattutto dopo essersi accorto che uno dei bicchieri, oltre al suo, non era stato toccato, sebbene riempito come gli altri.
      Atur chiamò allora uno di quelli che avevano servito a tavola e lo interrogò.
      “Avete assaggiato i piatti e le bevande prima di servirle?”
      “Si, signore!”, rispose lo schiavo.
      “Ed era tutto in ordine? Nessuna pietanza o bevanda avariata?”
      “No signore!”, ribadì lo schiavo.
      “Per favore, dimmi, chi dei collaboratori di mio padre, era invitato questa sera?”
      “Si tratta di Malik!”, rispose con sicurezza.
      “Grazie, mi sei stato utile, puoi andare!”
      Lo schiavo si congedò.
      Atur ne chiamò un altro.
      “Per favore vai a cercare Malik e digli di presentarsi a me prima possibile!”
      “Va bene signore, vado subitò!”
      Malik si presentò poco dopo, per non destare sospetti, Atur iniziò subito con le domande.
      “Malik, tu eri invitato alla cena questa sera?”
      “Si signore?”
      “Dimmi, allora: perché non c’eri quando io sono arrivato?”
      Malik iniziò a sudare e innervosirsi, qualcosa stava andando storto e doveva mettersi al riparo dai sospetti.
      “Mi ero ricordato di una cosa che dovevo assolutamente fare per il faraone, sarei tornato comunque, poi…”
      “Malik. Il faraone, mio padre e la regina, mia madre, sono stati assassinati. Mi auguro che tu mi stia dicendo tutta la verità!”
      “Ma si, certo signore!”, rispose sempre più nervoso.
      A quel punto, Atur si ricordò del calice ancora pieno, sapeva che quello era stato il posto di Malik e volle metterlo ancora alla prova.
      “Malik vedo che il tuo bicchiere è pieno, non avevi sete durante la cena?”
      “Non capisco signore! Cosa vuol dire?”
      “Malik, il tuo bicchiere contiene ancora tutto il vino che vi era stato versato, le pietanze erano saporite, possibile che tu non abbia avuto voglia di bere?”, lo incalzò, vedendo che stava entrando in difficoltà.
      “Signore, mi perdoni, ma neanche voi avete bevuto, nemmeno voi avevate sete?”, disse tentando di togliersi dall’impiccio.
      “Malik, mi sorprendi! Mi hai visto crescere e non ti ricordi che io sono allergico a qualsiasi bevanda contenente succo d’uva? Io sono arrivato in ritardo e ho a malapena fatto in  tempo ad iniziare a mangiare, prima di vedere i miei iniziare a contorcersi e poi a finire per terra senza vita, ma non avrei comunque bevuto ciò che era sul tavolo, questo ha mandato all’aria i tuoi piani, non è così?”
      “Signore, può anche essere, ma potete accusarmi senza prove?”, disse allora spavaldo.
      Atur prese il calice di Malik e glielo porse.
      “Bevi! Se sei innocente non ti accadrà nulla!”
      “Signore, non posso adesso, ciò che è accaduto mi ha profondamente scosso, sa quanto ero legato a vostro padre e…”, Atur non lo fece terminare e spazientito lo costrinse.
      “Bevi! Oppure devo pensare che c’è qualche altro motivo per cui non vuoi farlo!”
      L’uomo prese il calice e lo portò alla bocca, ma si guardò bene dal bere davvero. Sapeva che il veleno era stato mescolato nella brocca e che quindi se avesse bevuto sarebbe morto anche lui, “ma come potersi togliere d’impiccio?”, pensò fra se. Mentre pensava Atur lo incalzò nuovamente.
      “Malik bevi oppure ti farò rinchiudere nelle prigioni del palazzo per avermi disobbedito!”
      L’uomo si vide costretto a mandare giù il liquido avvelenato e dopo poche gocce anche lui iniziò ad avere gli stessi sintomi di avvelenamento. Mentre moriva tentò di pronunciare una maledizione, ma il tempo non gli bastò e cadde a terra esanime come gli altri.
      Atur lo guardò contorcersi e poi morire.
      “In questo modo paghi per l’assassinio del faraone, mio padre e per mia madre, che tu sia maledetto, traditore!”
      Fece portare via il cadavere e ordinò che fosse gettato in pasto ai coccodrilli, cosicché la sua anima non potesse riscattarsi.
      Per un egiziano credente quella era la morte peggiore e non dava diritto a una sepoltura dignitosa.

    • Inizia a scrivere la t
      Cap.1  “Il giovane Atur”
      In Egitto, nel 2500 ac regnava un faraone molto amato dal popolo perché era severo, ma giusto. Il suo nome era Atur II
      Quello del suo regno era stato un periodo florido, poche condanne a morte, niente fame ne povertà, nemmeno gli schiavi si lamentavano perché venivano trattati quasi al pari degli uomini liberi.
      Atur era salito al trono dopo la morte di suo padre, il faraone Atourak I a sua volta molto amato, e lo dimostrava il fatto che la sua tomba nella valle dei re, a differenza di altre, non era mai stata profanata.
      Quando Atur era soltanto un ragazzo, il faraone e la regina si prodigarono per trovargli una moglie sana da cui avere figli in grado di proseguire la dinastia.
      Un giorno, camminando per le vie di Tebe, Atur vide una giovane, molto bella, una ragazza che non aveva mai visto prima, i suoi occhi e il suo sorriso lo colpirono immediatamente. Tornato a palazzo, il giovane pensò subito di parlarne con suo padre e sua madre, descrisse la ragazza con così tanti particolari che a loro sembrò di averla proprio lì davanti.
      Dopo tutta quella descrizione così meticolosa, Atourak gli chiese come si chiamasse la ragazza, ma Atur non seppe rispondere perché non aveva avuto il coraggio di rivolgerle la parola.
      Il faraone scoppiò a ridere di gusto.
      ” Ma come? L’hai descritta così bene, hai detto di sentirti innamorato e non  le hai chiesto il nome?”
      “Padre, mi è mancato il coraggio di parlare, non volevo che lei mi giudicasse uno sfacciato!”, mentre parlava provava dentro di se una sorta di rimorso per non aver nemmeno tentato di avvicinarla.
      Il faraone parlò con la moglie, in privato, di questo fatto. Loro avevano immaginato per il figlio, una moglie che fosse dal sangue nobile, poi, dato che la religione lo permetteva, lui avrebbe potuto tenersi la “popolana” tra le concubine e farne addirittura la preferita, ma la moglie doveva essere di famiglia nobile e facoltosa.
      La regina suggerì al marito di mandare qualcuno di cui loro potevano fidarsi a cercare informazioni sulla ragazza “senza nome”, ovviamente di nascosto dal figlio.
      Fin da subito non si rivelò un compito facile, con così poche informazioni, ma l’uomo del faraone ci riuscì in un tempo relativamente breve ed andò subito a riferirlo. Si trattava della giovane Namir, figlia del contabile di palazzo. Purtroppo non aveva nobili origini e non avrebbe potuto, in ogni caso, divenire moglie di un faraone.
      Atourak mandò a chiamare il figlio per dargli la notizia, sapeva bene che gli avrebbe dato un dolore, ma non c’era altra scelta.
      “Figlio devo dirti una cosa, ma temo che non ti piacerà”, esordì.
      ” Padre, di cosa si tratta?” chiese il ragazzo, che ancora non immaginava nulla.
      “Vedi, caro Atur, quando mi parlasti di quella giovane che avevi visto e di cui non sapevi il nome, io mi sono un po’ preoccupato e ho fatto fare delle ricerche, dalle quali ho scoperto che la ragazza si chiama Namir ed è la figlia del contabile del nostro palazzo e…”, Atur, che a stento tratteneva la contentezza per ciò che aveva sentito, interruppe il padre.
      “Grazie per aver fatto questa ricerca, sono contento che sia una ragazza molto vicina alla nostra famiglia!”
      ” Atur, mi dispiace dirtelo, ma tu non puoi sposare questa fanciulla. E’ benestante, d’accordo, ma non è di stirpe nobile, se vuoi puoi fare di lei la tua preferita, la legge lo permette, ma dovrai sposarne un altra!”
      “No, ti prego, padre, io voglio lei! Oppure non diventerò mai faraone!”, disse cercando di sembrare autorevole.
      “Atur, tu non puoi rifiutarti, sei l’unico figlio maschio di questa famiglia e la dinastia dovrà continuare con te, tua madre non può avere altri figli quindi devi rassegnarti! Ho già dato disposizioni perché venga iniziata la tua piramide, mentre non manca poi molto ormai al giorno in cui mi dovrai succedere!”
      “Padre, ma che state dicendo? Il vostro regno durerà ancora molti e molti anni, poi io non sono pronto a diventare faraone, sono troppo giovane e inesperto! D’accordo, sposerò chiunque mi ordinerete di sposare, ma dovete assicurarmi che il vostro regno durerà ancora tanto”.
       

    • BLUES DI LUGLIO  IN  AUTOBUS
       
       
       
      Sole di luglio , sole di lengua , sciogli  in me tanti  ricordi , come  quando  quella volta   sono  asciuto  pazzo  appresso ad una guagliona,  dentro l’onda del mare burrascoso,  schiumoso , insieme a tante  vaiasse   , ballai  coppe allo  munno , affondando le mani nella sabbia.  Sballato , malato , non mi facevo capace che l’ammore mi aveva tradito   per  ire , verso altri lidi  e mentre io  andavo dietro a tante disgrazie  mi abbandonai nella mia  dolce favola dell’estate.
       
      Nella mia ragione  poetica , divenni   un toro  ferito che muove la coda nel  tramonto della sua vita ,   mossi i miei passi  lungo  spiagge immense ,  sentivo  lo core che mi sbatteva  m’pietto, sentivo  a vita che mi lasciava  dentro a tante ingiustizie. Ora tutto è passato  mi rilasso e penso a te sopra  ponte  vecchio e ti chiamo  ma tu non rispondi . E mentre piango la morte di un vecchio amico  , stracco nun saccio che pesci pigliare . Ora   mi  elevo  dentro un  sospiro   di pace , nel soffio del vento che vola e  va ,  oltre mi conduce,  sfastriato nello sciore della giovinezza appassita  ,assomiglio a  tanti gliommeri   nello scrivere versi  che mi gorgogliano  nel pensiero  nella frescura , sotto le fronne , degli alberi in fiore.  Penso tanto al tempo trascorso ,  ascolto la bella canzone dello tempo andato  ,  ripenso a te  , mentre  scendo  nell’inferno delle mie passioni ,  rassignato  dentro una nova canzone. Rimango,  appocondruto dentro un altro motivo  musicale poi scendo  e vado alla processione.
       
      Le parole sono di rame , sono di ferro,  l’ammore è una carogna  che abbaglia  e fa figli  sotto la luna di luglio , partorisce mezzo all' erba bagnata  dalla rugiada del mattino.  Ed io sento  il fischio dello treno passare , correre , sopra alle rotaie arrugginite  , migranti , scintillanti , quanta gente e asciuto pazze stamattina appresso a chesto corteo funebre . Poi  tutto  è vano  come fosse un  tarlo che mi rode dentro il cervello .  Per quanti giorni  ti ho aspettato ,  ritornassi  vestita,  tutta di rosa , con il tuo sorriso appeso alle tue rosse labbra.  
       
      Quante pene  , tenevi astipato dentro questo petto  ,
      in  questo amore  fatto di plastica e di cartone. 
      Non mi hai mai dato il tempo di capire
      Non era   rimasto tempo , neppure me stessa .
      Sono nuda nella tua ragione
      Ed io che credevo di essere tuo
      Ti sei sbagliato,  non ti sei fatto la barba di nuovo stamane
      Ho preso  l’autobus delle sette
      Sei un indisciplinato
      Non credo che gusterò questo gelato
      Facciamo come fossero n’ammurato come tanto tempo fa
      Volesse truva pace
      Io una spiaggia libera , nu poco fresco, sotto l’ombrellone
      con una bella fetta di melone
      Pensi  sempre alla panza
      Sono una cagna
      Sei un ondata  di calore
      Spero un piacere
      Come fosse stato bello se tutto fosse stato vero
      Hai chiusa la porta di casa dei tuoi ricordi?  sai posso entrare i ladri
      Cammina , chi vuole che se li  rubi
      E se  si rubano chesto core
      Io  vado dalla polizia
      Mi prendi in giro  ma io ricordo  quando mi lasciasti  mezzo a piazza Dante con  due  povere creature  con i  fiocchetti intrecciati nei capelli.
      Il  tempo è  passato  ci  ha resi assai simili nell’errore commesso
      Ora vorrei passeggiare e non pensare altro
      Questa volta me lo mangio  quel gelato al pistacchio
      Credevi che ti fossi scordata
      Come posso dimenticare,  quest’anima  mia  appassionata  
      è una stella mezzo allo cielo
      Io  ti confesso mi sento una barca alla deriva
      Ci vediamo stasera  a piazza plebiscito
      Mi raccomando alle otto in punto.
       
       
       
       
       
       
      Questa vita mi ha segnato assai ,  mi ha corrotto,  mi ha condotto  dall’altra parte  la su quel  ponte, mi ha lassato a pensare che l’ammore  rimane una carogna ,  un  sogno  proibito , forse una canzone che arape le scelle e vola verso altre confini , tra i vicoli sporchi che addorono di mare e  miti sentimenti.  Ed io  ho vissuto   in mille artifici ,  ma  mi prenderò  la  mia rivincita  , quando tutto sarà passato,  venderò questa passione al  mercato tra le fronne di limone ed i carciofi  , le carote arancione ,  tra gli strepiti della gente che passa e va verso la marina a tuffarsi dallo scoglio con e senza mutande.
       
      Poiché non esiste una morale  che mi  possa condannare , poiché viviamo secondo la legge della giungla  e in questa corsa verso l’ossesso   le mie  ossa scintillano al sole  d’agosto. 
      E non credevo fosse tutto possibile , quasi mi sembrava  di stare due passi dalla morte di un era , ad un passo dall’essere contagiato   .   
      Non pensarci  ho comprato  una bottiglia  di birra , una  , due,  forse tre  per placare questa sete d’ ingiustizie ,questa voglia  di libertà ,  questa voglia di  caffè.
      Beviamo fino ad ubriacarci
      Possa il cielo liberarci dal male
      Ci pensi a Gigetto
      Che cretino che sei
      Non lo dire in giro che lo chiamo Gigetto
      Tu lo chiami Gigetto io la chiamo Luisella
      Che coppia che siamo
      Sotto questo sole
      Io allungo la mano
      Non ti permettere io sono una signora
      E se ti sposo
      Se mi sposi io mi spoglio
      Io mi squaglio
       
      Ed ora mi  rilasso e penso  di andare a vivere a Milano. La tra tanti grattacieli , di certo troverò una gatta da dare in sposa a  questo mio sorcio , cosi darò  cinque,  sei schiaffi alla  mia cattiva sciorta  e mi riconoscerò  nello scrivere improvvisato    nello sbaglio,  mi abbocco tra la folla , dato  sono fatto di carne anch’io . Io sono di spirito e ossa  , sono tanti anni orsono che ho rubato il fuoco agli dei  i quali  mi hanno incarcerato dentro un carcere insieme a  Gennarino  che faceva il battilamiero  si vantava di avere un pisello  assai lungo  , una comara  a porta capuana , un amante  ad Avellino . Ed  avrei voluto vomitare tutto lo schifo provato e visto  in questa vita  ma  sono rimasto al mio posto  a ripensare  all’ imbroglio  ordito nei mie confronti  , legato ad un malessere mi ha preso per mano,  mi ha portato per altre mete immaginarie , cantando la mia libertà perduta che dalle ali bianche  vola in alto come fosse un gabbiano , quasi   a sembrare una virgola  nel cielo azzurro. Quanto avrei voluto  fuggire da  quel  mio carcere  condominiale  andare a  Madrid  a cavallo di una  nuova fantasia.
       
      Ma le  parola sono amiche e nemiche della  mia  ragione poetica ,  sono  fatte di  varie leggende , miste di varie leghe , hanno l’aspetto   di ametista . Ed elle sono tante ,  alcune belle , altre volgari , altre figlie del volgo,  figlie di sere e di notte d’ammore , sono  simili a chesta sciorta che scivola come l’acqua  sporca, sotto i marciapiedi .  Ed elle  si mostrano   sotto il sole , poco mistiche ,  assai  cretine  , scarabocchi su  fogli di carta bianca , su cui allacciare  le proprie idee filosofiche  .   Cosi passo e  butto  l’uocchio  in giro e sono finito nello vascio della  signora giuseppina che non  ha voluto sapere di accattarsi i libri della fabbri editore , all’epoca dei fatti ,  cosi io  sopra al cumulo di monnezza  ho   gettato   via ogni cosa , ogni mia speranza ed ogni mia canzone. Lascio  un errore  grammaticale e piglio un'altra scorciatoia epistemologica  , questa vita  spesse volte non tiene  rispetto per chi soffre  , mi tiene  spesso per mano e mi porta verso il mare   come fosse di nuovo fanciullo  io canto a Napoli come  a Firenze ,  trionfalmente a Ravenna  mi fanno  tanti complimenti . Questo blues  viaggia con me  in un autobus , ove  scrivo   tanti versi sciagurati .  Fermo al mio posto , vicino al finestrino , osservo il paesaggio scorrere  ,  non  piango ,  ne rido  nel mio  dire continuo ad  inseguire   fiabe  e leggende    ,provo a narrare  storie, varie  realtà , mi trasformo in  diversi  personaggi   e rassomiglio  assai,  almeno cosi dicono i miei amici  ad  un  povero cristo in croce nel giorno del giudizio.
       

    • Tanto non avrebbe dormito comunque e in quelle ore prima dell’alba decise di chiamarlo.
      Ti lascio.
      E' finita.
      Chiuse la comunicazione e spense il cellulare.
      Poi guardò l'uomo che le dormiva accanto.
      Se lui avesse capito o no le sue parole, nel dormiveglia, non le importava....

    • LA POVERA PULCE


       

       
      Ogni storia  prima o poi  finisce  e con la  fine  di una fiaba nasce una leggenda , leggera come il vento che fischia con il treno che passa , sfrecciante  sulle rotaie dell’ovest. Resta un grappolo in gola , un bicchiere di vino da bere in compagnia di una pulce ,un amore banale che trascende ogni cosa, un lungo viaggio nell’aldilà . Una fiaba figlia  di un vecchio libro chiuso sopra gli scaffali impolverati, tra vecchie questione illogiche  ,aspetti di un vivere ermetico  Il  mito  della pulce affiorò alla mia  coscienza , durante una banale lite , l’ odio vestito da gendarme  mi spinse verso  oltre ogni ragione, speranze , tra  questi righi , sotto questo cielo,  camminai per giorni ,lottando contro il male che assediava  questa povera pulce,  figlia della polvere dei morti,  figlia di ogni sognare e vivere che trascende il racconto nel divenire  della vita.


       
      Ho fatto un voto , mi sono impegnato ad essere diverso , ho composto un nuovo racconto , una nuova filastrocca, una scena banale in cui si racconta di una pulce diversa fatta ad immagine della divinità .  Cosi  durante uno dei miei pellegrinaggi per i sentieri aspri della brughiera ho trovata la  pulce  suddetta , lo tenuta  nascosta  sotto il letto , lo saziata con  le  tante male azioni  della gente  cattiva, gli ho dato da mangiare  ogni diceria  ed ogni ipocrisia .  Una pulce cosi non l’avevo vista prima,  grigia a volte chiara come un foglio di carta , una pulce poetica  con tanti occhi appuntiti come capocchie di spillo . Uno spillo può essere  il  principio di una storia e la pulce non aveva  un nome qualunque,  era grassoccia , mistica  , smargiassa  , mangia peli , mangia polvere , succhiava avida dalla carne  del cane il sangue innocente , il sangue della storia altrui.   Amavo   una  pulce  ,  quanto era bella , una pulce   sincera , assai simpatica  ci passavo i miei  migliori  momenti , ci giocavo a carta , ci salivo   in groppa e correndo , saltando  in  mezzo alle campagne , in  mezzo alla città  per sobborghi luridi ed oscuri in mezzo ai tanti  guai , quanti paesi ho conosciuto quante storie ho sentito raccontare.


       
      La vita  scorre , ti porta lontano  a volte dentro un mistero profondo ,fatto di baci ,carezze ,in  mille e mille , notti spese a pregare , anche se non avrei mai creduto che avrei  girato il capo dall'altra parte,  lontano da  quel crocifisso appeso alla parete ed  avrei  affrontato quei mostri che mi perseguitavano. Non sapevo  se sarei  entrato con forza  nella  sociale  coscienza , insieme alle mie  paure , affrontando  l'orrore che  avevo provato , affrontando  la morte,  la vita che  avevo  cercato di  raccontare anch’io .


       
      La pulce  crebbe  sempre di più,  si fece  assai bella , molti dicevano  fosse  un mostro generato dalla mia fantasia, forse dalla mia ignoranza .  Io  non conosco la storia altrui , io  non conosco altre pulci  simili alla mia . Non ho preso una laurea  in letteratura moderna  , non ho votato , chi dovevo votare , io sono cresciuto , convinto  che questa creatura fosse l’ultima   speranza per questo mondo,  capace di salvarci dal male , nata  dalla terra che distruggiamo ogni giorno  , capace di sconfiggere tutte quelle creature malvagie  di  notte , vengono ai piedi del  mio letto a guardarmi  dormire nudo nel mio navigare nel mare  della meraviglia.


       
      Ho cambiato  vita,  sono passato a nuove gioie, nuovi intendimenti , momenti di un vivere che cambiando  colore mi  hanno riportano  indietro nel tempo i quali mi hanno  fatto conoscere cosa significa essere o non essere. Tutto scorre all'incontrario , tutto diviene per mano di una  ingrata divinità , una storia raccontata più volte  , inseguendo  un  breve lasso di tempo , questo vivere , oltre ogni ragione,  oltre me stesso , oltre ogni altro  dolore. Mi lascio andare e vivo  una vita surreale in cui poter  vivere , credere,  volare.


       
      Povera pulce  eri cosi carina ,  ti trovai , attaccata  sopra alla mia camicia , mentre andavo passeggiando lungo un sentiero in mezzo ad una oscura  brughiera. Pulce  sincera, saltellavi, canterina mi cantasti una bella canzoncina , sgambettasti  allegramente,  sembravi  un diva  del varietà. Chierica pulce   conoscevi il cuore degli uomini , avevi a lungo viaggiato, percorso paesi nazioni, città , villaggi. Una volta in Africa , rischiasti d'essere uccisa , impaurita  cantasti con occhi sgranati ed implorando , improvvisasti un simpatico  spettacolo, ma  lo stregone  del villaggio ti voleva prima  lessare poi imbalsamare , condurti come regalo di compleanno ad una regina di una tribù rivale. Una pulce  imbalsamata , con un sorriso cucito sul viso. La scappasti per poco ,  causa la tua innata ilarità , dopo aver cantato: dormi piccina ,dormi sul mio cuore… facesti addormentare tutti quanti , così scappasti sopra la gobba  di un dromedario  per poi imbarcarti a Tunisi e  far dunque ritorno nella tua natia Europa.


       
      Quante avventure , quante disgrazie , quanti guai hai passato . Una volta mentre stavi attaccato dietro il colletto di un parroco di campagna  un improvviso  schiaffo, un forte ceffone   dato di traverso   ti  fece , uscire tutte quello che avevi mangiato  per lo deretano.  Ti salvasti per un pelo  , ti salvasti pur ferita nell’orgoglio  , a causa di un filo di ragno teso per caso  dal cappello del parroco ad una finestra  scassata  e solagna , aperta  su di una bella campagna , dove si coltivavano  aglio, peperoncini, lattughe, carciofi . Che bello dicesti e ti menasti a cuppitiello , forse ti sentisti felice eri ancora carina  , lesta  ed assai intelligente .


       
      Mezzo a quella campagna trovasti una zecca  campagnola  ironia della sorte t'innamorasti al primo colpo,  rimanesti estasiata , travolta da una tempesta di passioni fu un amore fulminante a volte allucinante. Rimanesti tre anni e mezzo in  quell'orto,  facesti amicizia   con pulci  di altre specie,  con lumache, lombrichi , farfalle, insetti diversi che giocando ,scherzando,  divennero i tuoi migliori amici  in alcuni casi i tuoi incubi peggiori. Facesti trenta pulci in un colpo solo con la zecca che amavi , piccolini,  tutti simili a te ti chiamavano papà pulce  . Eri felice come non mai , ti facesti crescere due bei baffi,  camminavi con un cappello di paglia in testa,  i tuoi figli crebbero velocemente. Dopo aver seppellito la tua povera consorte zecca già vecchia di un lustro,  pensasti di ritornare su i tuoi passi  di ritornare a viaggiare e conoscere nuove terre. Intanto la carovana di un famoso  circo passò un bel giorno dalle tue parti diretta da   un famosissimo  prestigiatore , il quale sentito alcune pulci  della zona,  volle conoscerti  a tutti costi , per proporti un spettacolo eccezionale. Imparasti così il triplo salto mortale all'indietro , imparasti a saltare da  una mano all'altra  , da un  capo  all'altro,  da un monte all'altro , da un domani all'altro divenisti una star. Con te portasti , tre dei tuoi  trenta figlioli , oramai sparsi per il mondo dal nord al sud , una pulce femmine e due maschietti, ed  anche loro divennero come te , degli eccezionali artisti  circensi.


       

       
      Vecchia pulce  ora riposi  nel vecchio cimitero delle pulci famose , sotto una croce a forma di cuore , in cima ad una montagna di rifiuti.  Ti hanno  sepolta  in compagnia del tuo amore. Piangenti i tuoi figli , ti stavano tutti attorno di ritorno  dalle terre lontane con i lori figli , tuoi nipoti, tanti quante le stelle del cielo.  Moristi durante uno dei tanti spettacoli , acrobatici  , causa ,  essere stato schiacciato da un spettatore grasso oltre ogni limite  sedutosi su di una sedia,  dove tu saltando eri finita facendo il quadruplice salto all’indietro  con giravolta mortale  ,  dopo tante glorie , dopo tanti successi , riposi  ora  in una scatola di fiammiferi. Ricordato da tutta la gente  del circo equestre come la pulce più carina mai apparsa in scena ,  gloria per  mille e mille generazioni ,  uomini , donne, bambini di ogni età  ,  pulci  come te , piccole  , indifese , ignari di cosa l'aspetta il domani.  Dormi oggi beata  ,  sognando ancora  mondi diversi , giorni diversi e non ti domandi più chi sei ? perché sono innamorata  ? quando ogni cosa finirà ?  quando la cattiva o buona sorte continuerà a scrivere questa tua triste storia di povero pulce  e del  suo amore per la vita.


    • Candido: “Attenta perchè questi sampietrini dissestati potrebbero essere letali per le tue caviglie” osservandola districarsi, inconsapevolmente, tra insidie stradali di ogni genere, con esito sempre fortunato ed inspiegabile.
      Leucippide: “Non ti preoccupare sono abituata. Tu comunque dammi il braccio e stammi vicino così in caso di disastro mi afferro a te e cadiamo insieme” dice Lei distogliendo gli occhi dalla strada per girarsi a guardarlo negli occhi. Sorridendo. E’ ancora bella.
      Leucippide:  “Ma è lontano questo vietnamita?” chiede lei per interrompere uno sguardo evidentemente diventato troppo lungo.
      Candido: “No è lì in fondo. Resisti!”
      Leucippide: “Spero ne valga la pena. Sei rimasto fissato con la cucina esotica? Ricordo ancora quelle serate a caccia di un introvabile ristorante indiano vicino alla Stazione. Ovviamente in motorino!” ridendo.
      Candido: “Sembravi seguirmi volentieri all’epoca” replica lui ghignando come lo Stregatto.
      Leucippide: “Altri tempi. So che non te ne rendi conto ma sono comunque passati quindici anni. Ma sbaglio o zoppichi?”
      Candido: “Ehm. In realtà la cucina esotica mi piace, ma ne potrei tranquillamente fare a meno. Dell’atmosfera, invece, no. Inoltre, più o meno inconsciamente, tendo a passare più tempo possibile in tutti quei luoghi che, in qualche modo, mi attraversano, sollecitando il mio inconscio, senza resistenze. Via Giulia è uno di quelli.”
      Leucippide: “Vedi ho ragione. Sei rimasto lo stesso, con la tua vena visionaria che scorazza indisturbata e fuori controllo”.
      Candido: “Forse si. Forse hai ragione. Eppure a volte, mentre passeggio, di sera, per questi vicoli e stradine, lasciandomi dietro la Chiesa dello Spirito Santo dei Napoletani, Santa Maria dell’Orazione e morte, l’Arco Farnese, il Mascherone, quindi palazzo Farnese, la piazza e le fontane … il mio dialogo interiore, dopo un pò, si calma naturalmente, passo dopo passo. E spesso sorge un pensiero che mi coglie sempre di sorpresa. Come se si presentasse sempre per la prima volta. Come se  provenisse da un’entità terza, sconosciuta che vuole essere certa dell’avvenuta consegna. Ed è l’idea che Roma mi sopravviverà, che non mi sarà più madre. E’ Roma il problema e non altre forme di attaccamento. Mi rattrista, certo, lasciare che so la Nike di Samotracia o l’Annunziata di Antonello da Messina, il  compianto del Cristo Morto di Niccolò dell’Arca oppure … un preludio di Bach. Ma niente mi sconvolge come separarmi da Roma e dalle braccia possessive della divinità che ne custodisce lo spirito. E la mia reazione, a questa presa di coscienza, è sempre la stessa: incontenibile  e coglionesca. I miei occhi, immancabilmente, cominciano a inumidirsi e  riesco a fermare le lacrime solo barando, scherzando,  pensando alla possibilità di un patto, dopo essere morto, col Padreterno, per il quale accetterei volentieri di rimanere qui a Roma anche come fantasma, pagando il mio tributo di inquietudine, di attesa ultraterrena, scontate sulla Terra, per chissà quanto tempo. Come uno di quei personaggi di quel film, ricordi? Con Gassman, Mastroianni, Buazzelli ed Eduardo de Filippo? Aspetta il titolo era …  Fantasmi a Roma! Ecco io credo che dopo essere morto accetterei di dimorare, da ectoplasma, in qualche palazzetto romano, anche non gentilizio, vestito ancora di questa mia divisa metropolitana, proseguendo testardamente nello sforzo di venire a patti con le mie meschine manie, le mie ossessioni e l’eco dei miei desideri inesauditi. Proprio come Fra Bartolomeo, Buazzelli, frate goloso, come Reginaldo, Mastroianni, eterno libertino, come il Caparra, Gassman, pittore, iracondo ed Annibale, Eduardo, nobile solitario. Ma, come loro, ancora a Roma, ancora qui” ride.
      Leucippide “Forse non sarai pesantemente invecchiato. In compenso, però, stai impazzendo. Ma che dici, che ti viene in mente? Tu muori e finisce tutto. Roma viene via con te. Semplice” ride.
      Candido: “Si è vero, forse è tutto molto semplice. Forse ho una gran confusione in testa sai? Mi sento stanco, vinto, stracciato, e il pensiero di chiudere così mi leva il respiro. E so anche che quando intravedo una strada, chiara e diritta per stabilizzarmi, il giorno dopo, tutto sarà di nuovo nebuloso, illeggibile. Vuoto”.
      Leucippide: “E qual è la novità? Tu sei sempre stato così. Hai sempre voluto seguire le tue mappe del tesoro. Scambiate sempre per l’essenza della libertà” soggiunge lei con un improvviso tono basso e severo. “Salvo poi scendere dalla giostra, triste e sconsolato, non sapendo bene quando potrai risalirci”
      Candido: “Ah questo è parlare!” sfregandosi le mani per il freddo. “Tu, invece, hai trovato un equilibrio?”
      Leucippide: “Il mio baricentro è mio figlio” sempre più seria.
      Candido: “Chiaro! Io invece il baricentro lo perdo in continuazione. La mia posizione spazio – temporale è possibile ricavarla solo seguendo logiche quantistiche, che solo i sogni riescono, a volte, ad individuare ed, eventualmente, modificare”.
      Leucippide: “I sogni? Ahia!” urla aggrappandosi al suo braccio.
      Candido: “Cos’è?!”
      Leucippide: “No niente. Stavo per cadere in una catacomba. Magari è la strada più breve per arrivare al vietnamita! Dicevamo. Cosa farebbero i sogni?”
      Candido: “Mah. Non so. Succede tutto in modo piuttosto misterioso. Dai miei ricorrenti bagni in mare, per esempio, è sparita, da qualche tempo, quella luce grigia, piatta, da eclisse solare che li impregnava. Sono scomparse anche quelle barche a vela semiaffondate delle quali normalmente cado, stringendo un’ultima cima, per poi essere trascinato via, con loro, da correnti furiose, verso un lido che non arriverà mai. E qualche notte fa, finalmente, ho fatto un bagno. Integro, lucido, luminoso. Riemergevo da un fondale sicuro, dove l’acqua non era troppo alta, ritrovandomi davanti a una spiaggia solitaria, sullo sfondo della quale una pineta sembrava stendere i rami più alti verso il sole, come per accoglierlo, col suo abbraccio odoroso, nella discesa, ormai prossima. Era l’Adriatico. Ma non era il mare di casa mia. Forse era quello dei miei cugini che, in effetti, erano in acqua con me. Da qualche parte. Rimasi quindi in balìa dei raggi del sole per qualche istante, mentre le minuscole particelle di sale sulla mia fronte e sul viso si agitavano, eccitate dalla luce, facendomi rabbrividire. Chiusi gli occhi qualche istante e quando li riaprii non c’era più nessuno in acqua. Una lieve brezza aveva cominciato a soffiare dal mare verso terra. Poche bracciate mi avrebbero portato al sicuro. Sulla spiaggia.”
      Leucippide: “E l’effetto sulla tua vita reale quale sarebbe stato?”
      Candido: “Non so se ne è una diretta conseguenza, ma così mi è sembrato. La mattina dopo, tra le esalazioni del mio magmatico Averno interiore, ho ritrovato un’immagine persa che, pure mi era preziosa. Una notte in cui mi sorridevi, nuda, coi capelli per aria, luminosa, in piedi sulla soglia di casa tua, e mi salutavi con un cenno. Dalla tua stanza arrivavano le ultime note di “Waltz for Debbie” che ci avevano tenuto stretti insieme fino a qualche minuto prima”
      Leucippide: “Ciccio. Nun ce provà. Non ci provare. NUN – CE – PRO – VA’!”
      EXEUNT
       
       

    • LE VISIONI DELL’ORCO  VEGETALE
       
      Racconto Fantascientifico di : Dino Ferraro
       
       
      Riccardo era  cresciuto nell’immaginare altri mondi ed altre dimensioni possibili , un tipo segaligno dalla  poca  barba sul viso segnato da tante piccole rughe allineate   all’incontrario nel senso di una vita spesa a fare il commerciante di galline bioniche  , il portapacchi di cervelli informatici  , il fattorino underground . Aveva anche lavorato in una birreria di alieni ortodossi , facendo  l’ operaio per mille  euro al mese. Era un disgraziato o forse la disgrazia gli era sempre stato  attaccata alle calcagna , qualcuno diceva che con una costola  in meno avrebbe potuto essere un fenomeno da baraccone.  Ma Riccardo era caparbio come un bolide solcava l’universo  , correva , andava dove gli pareva  e mai si curava  di chi lo inseguiva. Quando dopo una giornata di lavoro rientrava a casa riassaporava  il segreto delle cose casalinghe,  la sua comoda poltrona,  la sua magica televisione , dove poter viaggiare con la fantasia verso dimensioni surreali . Avventure virtuali dove si manifestavano  tutta l’ indisciplinata chiaroveggenza di  una realtà fenomenica . Se il mondo era stato distrutto, per poi rinascere  dopo una guerra nucleare già per ben tre volte questo non conduceva Riccardo a trarre conclusioni affrettate di cosa fosse  capace la logica umana abbinata ad  una logica aliena.
       
      Il suo attuale lavoro all’istituto di commercio era ben pagato ed il viaggio di ritorno , verso casa  era piacevole come il vento che passa e ti porta verso altre dimensioni surreale. Riccardo era un duro,  un uomo tutto di un pezzo e forse qualche rotella gli mancava , ma questo faceva  parte del gioco del dare e dell’avere. Riccardo , rammentava  come era un tempo,  quando giocava con le galline elettriche nella fattoria dello zio Piero ,  le inseguiva mentre queste  correva a più non posso cosi le galline mettevano la marcia , pigolando,  arrivavano dove tramonta il sole , nella luce di un odissea di forme che divenivano  concentriche , psichedeliche,  forme estreme della vita  generanti  altra vita ed altre storie. Una  psiche instabile  quella di Riccardo retta dal caso  insolito dal giudizio interiore.  La fredda luce del mattino lo colpì mentre entrava in casa e posò la sua borsa contenente tutti i documenti occorrenti per intentare causa ad una società di robot sabotati dalla critica televisiva avversaria .  La prima cosa che fece fu  dirigersi  lesto fuori al balcone ad annaffiare i suoi amati fiori , innesti alieni provenienti dal pianeta Kronos dove regna perpetuo il caos e le persone non sono persone normali , come speri di trovarli al supermercato , sotto casa o andando all’edicola a comprare il giornale. La vita su Kronos è  una illusione metafisica ,  una visione distorta della realtà e quei fiori erano il frutto di quella terra , lontana milioni di anni luce dalla terra . I fiori dai  teneri  petali si aprivano all’incanto del sole,  sbocciavano,  eliotropi  , con i loro teneri germogli  al tiepido sole della terra. L’intensa  luce solare   li eccitava  ed i fiori  divenivano dopo un po’ al sole  festosi ,incominciavano a saltare  dal vaso , facevano l’inchino a loro padrone ed altre strane cose iperboliche.  
       
      Non esiste soddisfazione cosi grande come quella del creare del vivere dell’assaporare il giusto senso dello scorrere degli attimi psichici che uniscono la forma dell’esistenza  alla primordiale ellittica conclusione di un ciclo caotico di forme e contenuti , generanti un simulacro pietistico di sentimenti umani.  Una  lunga serie di fatti irreali e decadenti nell’intendimento generico su generis creante una simbiotica forma esistenziale. L’atto creativo emerge nell’attimo  in cui  noi deduciamo il tempo trascorso nell’idea della vita in se  legata  allo scorrere di un tempo mnemonico ove non ci sono avvisi,  soste ove tutto scorre nell’immaginare nel creare una volontà che ti conduce verso il divino.  Sul lavoro Riccardo era un metodico , anche se per tutta la sua vita passata , ne aveva passate di cotte e di crude , brutte e  belle , intrise  di nefasti introiti  di inghippi  tragici  e  congiunti a quella sequenza ordinaria di cose su dette. Poiché Riccardo era un visionario un tipo fuori dal normale e le sue prime visione li ebbe in età pediatrica quando già bimbo in braccio alla madre vide trasformare un vaso di fiori in un serpente . E quell’allucinazione poi del padre che divenne un orso mentre lo prendeva in braccio lo fece cosi impaurire che pianse cosi tanto da sgolarsi.
      Povero piccino vieni dalla mamma
      Forse il piccolo ha fame
      Gli dò un po’ di latte
      Eccolo vizialo
      Ma dai caro e latte mio materno gli fa bene
      La società va avanti, progredisce e tu gli dai ancora il tuo latte.
      Credo tu  adesso stia  esagerando
      Non esagero ieri un  professore diceva che il latte materno contiene tracce di un vissuto psichico materno che potrebbe influire sulla crescita del neonato
      Stupidaggini per millenni noi mamme abbiamo allattato  i nostri piccoli
      Ma ti sto dicendo la verità
      Non voglio sentire queste baggianate  
      Li  vuoi chiamare   fesserie  , ma  restano  assiomi scientifici
      Faccio  finta di  non aver capito
      Si però non inchinare troppo la testa al piccolo potrebbe affogarsi.
      E’ un ingordo
      Uguale alla madre
      Ti sbagli è identico a te.
      Sarà,  ma io non sono una fotocopiatrice
       
      Riccardo aveva sempre avuto  paura di essere un replicante incallito  forse  in verità aveva paura d’immaginare un altra vita possibile.  E quei fiori che annaffiava con tanta cura , crescevano a dismisura erano fiori magici , incantati.  Capaci di divenire  strane forme,  oggetti,  irreali,  una lunga scia di fiori  la quale  creavano  una strada fiorita che conduceva verso il cielo.  Quell’ammasso di vegetali,  aveva preso forma di un razzo , di un areo , di un mostro dalle tante bocche,  pronto ad aprire le fauci ed ingoiare tutta la realtà circostante , un fiore , un vegetale vivente pensante , capace d’ intuire  cosa stessi facendo , come lo stessi facendo . Quell’essere tutto verde era capace d’ avvertire il male circostante , crescere  a dismisura .  In quella piccola serra , dove veniva annaffiato ogni giorno,  l’essere mostruoso prendeva aspetto di ogni cosa possibile ed era incredibile  vederlo trasformarsi in  cosa  sarebbe potuto divenire . E quando disse le prime parole . Riccardo rimase meravigliato immobili con l’annaffiatoio in mano avrebbe voluto fuggire ma non  ebbe  la forza di farlo.
       
      Salve come ti chiami disse l’essere vegetale muovendosi come fosse un lungo serpente verde
      Riccardo dondolò la testa strinse l’annaffiatoi e disse :
      Mi chiamo Riccardo sono colui che ti annaffio
      Bene facciamo amicizia ?
      Come no  l’amicizia è una cosa seria
      Lo dici a me , non sai da quando ti curo,  ti annaffio ti ho portato  pure  a spasso quando eri un piantina.
      Che bello rammento quelle  passeggiate  ecologica  quasi biblica
      Sei  il risultato di tante guerre nucleari.
      La guerra che brutta cosa sul nostro  pianeta non ci sono guerre , si fa l’amore tutti i giorni .
      Anche qui  se per questo,  un giorno si , un giorno no.
      Forse è  stato il troppo amore a condurci alla rovina
      Sei bello
      Tu più bella di me
      Sei simpatico , sono un maschio
      Piacere Caterina
      Non sapevo ti chiamassi Caterina
      E il nome di mia nonna
      Io Riccardo come mio padre
      Hai un padre ?
      L’avevo ora non so che fine ha fatto
      La vita gioca brutti scherzi
      Lo puoi ben dire
      Che bello conoscerti  come sei grassoccio
      Anche tu sei grassoccia e che denti aguzzi che hai
       
      Vedere una pianta prende forma di un essere umano mette un po’ di timore,  una certa intolleranza  di cosa si possa divenire nella sostanza delle cose , mostri,  creature fantastiche che si muovono nell’oscurità dello spazio siderale . Esseri insoliti  provenienti da lontanissime galassie dopo aver  viaggiato nella dura scorza di asteroide ,aver solcato universi sconosciuti , attraversato  notti interminabili , stagioni dopo stagioni tramutandosi  in esseri pluricellulari  contribuendo cosi  a creare una nuova civiltà , una nuova storia sul pianeta terra.  
       
      La forza primordiale che animava lo spirito della creatura sempre verde era impressionante ,  poiché ella era capace di tramutarsi in mille forme , prendere le sembianze di chiunque gli fosse accanto. Una creatura simile pensò Riccardo ti può far diventare tanto ricco che non avrò più bisogno di nessuno. Il mondo mi acclamerà come salvatore  ed inventore ,  glorificandomi , mi  osannerà come colui che  stato capace di creare un legame terreno con le creature proveniente dallo spazio. E la logica della creazione ,  cambia ogni momento   conduce verso una nuova ragione ed un nuovo concetto dello spazio e del tempo.  
       
      Quella creatura fantastica era  capace di cambiare il corso degli eventi di generare nuove dimensioni vegetali  di rendere le cupe strade della citta in luoghi sempre verdi,  dove poter andare a passeggiare. Un mare di verde , tante piante ,antropomorfe   che s’arrampicano , crescono , verso l’alto,  vanno verso il cielo , sopra i palazzi , attraverso i cunicoli stradali , entrano   nelle case,  nei pubblici uffici  , creando cosi  un mondo diverso una dimensione  parallela dove i vegetali reagiscono alla realtà  imperante, soggiogando la dimensione onirica .    
       
      Riccardo era miope ,  tanto miope che non riusciva a vedere con limpidezza il mondo circostante  , quella sua miopia lo costringeva a guardare l’universo dal suo punto di vista . Quel giorno dopo lavoro Riccardo non ritornò  subito a lavoro con la sua navicella spaziale sorvolò l’intera metropoli , si posò  su un grattacielo e si mise ad ammirare lo sconfinato scenario biblico della metropoli , infestata da strani alieni , esseri pluricellulari   , strani animali pensanti che tramutavano ogni cosa che toccavano  .  Riccardo era un visionario,  era capace di vedere e attraversare  dimensioni surreali ,  capace di parlare con esseri e creature , frutto della sua fantasia. Riccardo era un veggente e poteva viaggiare nel tempo .
       
      Potrei essere in ogni  luogo,  potrei vivere mille avventura ma la realtà  effettuale mi frena , mi costringe a scendere da questa navicella a solcare l’indefinito , l’attimo successivo  di una morale  senza domani . Io m’abbandono  alla sorte e viaggio con la mia fantasia,  mentre i tanti mostri della mia coscienza prendono vita si trasformano  in mostri orrendi frutto della paura e rassegnazione. La citta mi si stringe intorno,  mi rende partecipe di una dimensione  fisica ove   quello che io credevo possibile  diviene un  algoritmo informatico   trascendente  la mia azione . La mia vita è un nulla , un tutto che prende forma dall’immagine in simbiosi con  questo mostro vegetale  proveniente da chi sa quale lontanissima galassia. Io mi rigenero  nell’auto creazione,  nell’azione irreversibile dell’atto puro   racchiudente  in se ogni sapere.  Ogni principio ed ogni fine  , ogni bene ed ogni amore  vive in una dimensione psichica che frutto di una creazione onirica subconscia di una scienza inesatta di una filosofia decadente , una storia intollerante ove  un mare di parole    si muovono nel dormiveglia , nella tremula  ora   nell’alba chiara illuminante la mia mente in preda a mille visioni surreali.   E proseguo il mio viaggio nell’onirico in questo spazio ove nasce e cresce ogni cosa impensabile e la bellezza anima il mio vivere le mie parole taglienti appuntite come matite che si trasformano in semafori allucinanti in strade pericolosi  percorse da comitive di alieni ubriachi travestiti da orchi vegetali.
       
       
       
       

    • Vorrei aggrapparmi a questo momento
      a questo momento come l’acrobata si lancia
      lancia da trapezio a trapezio
      a trapezio a trapezio a trapezio
      a trapezio senza mai paura di cadere.
       
      Di cadere ho paura nel sonno ora
      ora che nel sonno cado senza volere
      volere controllare tutto, ma non posso
      non posso aggrapparmi alle illusioni
      alle illusioni che sono momenti
      momenti che sono trapezi
      che sono trapezi che sono trapezi che sono trapezi
      che sono trapezi, che se guardi meglio sono quadrati
      quadrati un po’ ammaccati
      ammaccati d’equilibrio urtato
      urtato linee e schemi in cui
      in cui non possiamo più rientrare perché
      perché questo perché è un momento
      un momento bellissimo,
       
      ma del resto già passato.

    • La leggenda narra che in un Paese lontano, nello spazio e nel tempo, in una terra baciata dal sorgere del Sole prima di tutte le altre, ci fosse un grande castello.
      Nel castello viveva il signore di quelle terre, Jou era il suo nome; con lui vivevano sua moglie Chika e sua figlia Fumiko.
      Poiché vicino alla vecchiaia, il ricco feudatario decise di pensare al futuro del suo regno, dando in sposa la sua unica figlia a un ricco mercante di sete, Fumio.
      Questi ne fu felice e orgoglioso: il suo signore aveva scelto lui fra i tanti pretendenti, forse poiché vedeva nella sua ricchezza una sicurezza e una stabilità, che sfociavano quindi nella fiducia.
      Fumiko invece rimase devastata dalla notizia, poiché in cuor suo sapeva già di amare un altro uomo: Takeshi, uno dei samurai al servizio di suo padre.
      Era coraggioso, onorevole e bello, ma, purtroppo, anche lontano: il suo signore infatti l’aveva mandato a combattere a ovest, al comando del suo esercito.
      Il matrimonio fu quindi deciso, senza che la fanciulla potesse opporsi al volere dei genitori.
      In lacrime si gettò sul grembo della madre, dichiarando di non volersi sposare, ma Chika, accarezzandole i capelli, provò a farla ragionare, a farle capire che quella era la scelta più saggia per tutti.
      La più saggia, forse, ma non la più giusta.
      Con quel pensiero in testa, Fumiko decise di scappare, di abbandonare il castello nel cuore della notte e rifugiarsi nella Foresta di Bambù, un posto così buio e fitto, che nessuno osava addentrarsi; se fosse entrata lì, non l’avrebbero più ritrovata e lei, un giorno, sarebbe stata libera di riunirsi al suo amato Takeshi.
      La foresta l’accolse nel suo abbraccio freddo e umido, ma così profondo, che la fanciulla non ne poté più uscire; passò i giorni a vagare sulla terra bagnata, affondandovi i piedi, accettando ogni graffio sulla pelle, prima come indice di speranza, poi come dannazione.
      Non riuscì a trovare cibo o acqua, perse la strada, rimanendo intrappolata tra le alte piante, e finì i suoi giorni maledicendo la Luna per non averle insegnato il cammino.
      Alla sua morte, la Luna sentì quelle aspre parole e decise di punirla, legando il suo spirito a quella foresta per l’eternità: da quel giorno, l’anima di Fumiko, permeata dei raggi della Luna, diventò l’unica fonte di luce presente nella Foresta di Bambù.
      Mesi dopo questi avvenimenti, quando la campagna ebbe termine, Takeshi tornò dal suo signore, vittorioso, come ci si aspettava dal grande guerriero che era.
      Scoprì però che la sua amata Fumiko era scomparsa, dilaniata dal tormento di dover sposare un altro uomo.
      Pazzo d’amore, andò subito in cerca di Fumio: voleva eliminare il suo rivale, incolpandolo della sparizione della ragazza.
      Ma, quando se lo ritrovò davanti, con il bavero della sua giubba tra le mani strette dalla rabbia, quando lo guardò negli occhi, riconobbe l’innocenza di quell’uomo, la cui colpa era stata, forse, solo quella di voler compiacere il suo signore.
      Lo lasciò andare, quindi, senza infliggere alcun colpo.
      Venne allora a sapere che Fumiko era scappata nella foresta, così pensò che forse non tutto era perduto, che forse avrebbe potuto ritrovarla, perché solo lui avrebbe potuto avere il coraggio di addentrarsi in quel posto maledetto e riportarla a casa.
      Jou, ascoltate le sue intenzioni e sconfitto dall’afflizione che aveva provocato alla sua unica figlia, gli concesse di andare e gli promise che, se l’avesse tratta in salvo, avrebbe permesso loro di sposarsi.
      Takeshi partì quindi alla volta della foresta, senza nemmeno aspettare il sorgere del Sole, tanto era la brama di ritrovare la sua amata; ma dopo qualche ora tra gli alti bambù, capì di essere in trappola.
      Ebbe l’impressione che quelle piante si muovessero, per confondere i suoi passi e fargli perdere la strada.
      Le tenebre erano tutte intorno, ovunque volgesse lo sguardo non distingueva un animale, non distingueva altro suono, se non quello del vento tra le canne rigide.
      Finché un bagliore catturò la sua attenzione, qualcosa di etereo ed evanescente, a qualche metro di distanza, alla sua destra.
      Mosse qualche passo, cercando di raggiungere l’unica fonte di luce in quella desolazione.
      E poi lo vide: uno spettro maledetto.
      Le vesti stracciate, le carni lacerate; brillava, eppure era lordo della terra che sfiorava.
      Takeshi estrasse la lunga katana e si mise in posizione di difesa, puntandola contro lo spettro; gli intimò di fermarsi, di arretrare, di non fare un altro passo nella sua direzione, ma quello sembrava non ascoltare i suoi avvertimenti.
      Così, quando fu ormai a pochi passi da lui, Takeshi sollevò la spada e, con un gesto rapido e preciso, la calò sull’avversario, squartandolo in due parti, di traverso, lungo il busto e fino al bacino.
      Lo spettro urlò, come se potesse realmente provare dolore, rivelando per la prima volta il suo vero volto all’uomo che aveva sempre amato.
      L’anima di Fumiko pianse lacrime di luce, mentre quelle che una volta erano state le sue labbra pronunciarono un voto d’amore eterno nei confronti del samurai.
      Solo in quel momento Takeshi la riconobbe, quasi udendo quelle parole senza voce e che mai l’avrebbero avuta.
      Vide l’essenza della sua donna dissolversi nell’aria, trasformandosi in migliaia di piccole luci, che presero a volteggiargli attorno, quasi a volerlo proteggere, o salutare, per dirgli addio per sempre.
      Da quel giorno si dice che chiunque entri in quella foresta non abbia mai più smarrito la strada, perché guidato da milioni di lucciole a indicargli il cammino.
      Fu così, quindi, che prese il nome di Foresta delle Lucciole.

    • C’è una falla nella stanza
      creatasi per la risonanza
      della tua mancanza,
      perché sull’ala della risacca
      non sei ancora rincasata,
      ma spiovono raggi
      che m’abbagliano taciti
      come i voli pindarici
      di augelli fugaci,
      audaci
      sono questi primi giorni di primavera,
      i più vivaci.

    • Pinocchio

      By marghepesca, in Poesia,

      Cresciamo, è vero:
      talvolta ansiosi di diventar grandi,
      ma in verità
      per amor di quelli
      che non hanno più altro che esser grandi!
       
      E che tristezza diventar grandi,
      mentre un venticello
      mi scompiglia i capelli fatti di cenere:
      vecchia,
      mi sento già vecchia.
       
      È la piena vita
      dopo la piena morte dell’infanzia,
      dicono.
       
      È l’attesa infinita
      di aspettative sempre migliori di noi,
      dico io.
       
      Oh, ma non posso credere che l’infanzia sia già finita,
      che questa
      sia la vera vita.
       
      Pinocchio,
      tu vuoi crescere in fretta,
      ma chi rincorri
       se la tua impazienza non salterà mai abbastanza
      per raggiungere quelle aspettative
      sempre migliori di te?
       
      Non posso credere
      che non ci siano più palloni da calciare,
        tutti al di là della siepe
      sono andati,
      in quel buio
      infernale;
      che non ci siano più balene da cui farsi ingoiare
      vivide, vive, voraci
      come la mia voglia
      verace,
      di leggere e nutrirmi di luce
      nel buio più feroce.
       
      Non posso credere di non avere più parole da dire,
      parole di conforto,
      parole da sussurrare a me stessa,
      mentre l’infanzia
      muore
      lesta,
      mentre trucida e straziante
      s’impunta una tempesta,
      detriti a terra;
       
      come un animale in pena,
      un cerbiatto ferito
      da solo nella foresta,
      svuotato delle sue viscere
      e del suo cuore
      che pulsava infinito,
      linfa,
      aveva sete di crescere,
      e adesso?
       
      Pinocchio,
      Pinocchio,
      Pinocchiooooo,
      perché vuoi crescere,
      perché vuoi perdere l’incoscienza
      felice,
      l’unica bellezza,
      il fanciullino in festa
      che ride…
       
      Quanto è grande quella
      paura di sbagliare,
      lo sciame delle tue bugie
      come d’estate le zanzare,
      svelta, mi porta alla
      deriva per spirare…
       
      Non voglio crescere
      se devo aspettare aspettative
      sempre migliori di me.
       
      Non voglio crescere
      se questo vuol dir crescere,
      se l’infanzia non mi parla più,
      se il tuo sogno di bambino si realizza,
      accorgendoti che
      non era quello che volevi tu.
       
      Non voglio crescere
      se è questo che mi devo aspettare,
      un pezzo di legno tra le mani
      e la mia incapacità di ascoltare,
      la mia incapacità di capire che
       
      si può crescere,
      senza rincorrere:
      che c’è un’altra vita piena d’infanzia
      dopo la piena morte di questa.

    • PERSONAGGI IN VIAGGIO VERSO L’IGNOTO
       
       
       
      Guardare passare  Vincenzo Pulcinella   per le strade del mio paese con la sua  angoscia  legata  al suo destino  mi sconforta assai . Lui  figlio di un mite  calzolaio  , perduto tra i vicoli della città in cerca di pace . Pulcinella che non la da a bere  a nessuno , che si muove come un buffone in cerca di gente come lui  da avvolgere nella carta stagnola come si fa con il pesce che puzza dopo essere  stato svuotato delle sue interiore. Vincenzo non è un fesso è in verità un filosofo,   conosce tante cose. Poiché   ogni concetto  si eleva alla sua  rappresentazione  verso   quella ricerca interiore in un  mondo fenomenico colmo di tanti perché ed illusioni . Pulcinella passeggia ,  viaggia con il pullman prende il treno , va in piazza mercato,  pulcinella beve il caffe in piazza plebiscito . Egli che conosce l’animo umano sa cosa significa essere un fisico bestiale,  una libellula un libero pensatore. Vincenzo aveva un amico e quel giorno doveva andare a trovare il dottor Felice  sciosciamocca  per sapere il risultato di alcuni esami clinici fatti. Le pulci  possono essere pulci salterine un po’ cretine come le rime , pulcinella se la rideva  di se stesso , si lisciava i baffi e si muoveva tra la folla come fosse uno qualunque.    Pulcinella è  sempre stato un eremita a volte  una tigre verace  dipinta di celeste  che si nasconde nel prato tradito dall’aspetto di tifoso juventino  . Mette  tante paure  pensare un pulcinella  diverso che trama contro il mondo che dorme sulle panchine del parco pubblico ,  beve vino sotto la luna  va a zonzo zufolando arie di  protesta contro il governo dei sorci ,  pronto a fare festa  in caso di vittoria della vita sulla morte, pronto ad uccidere i fantasmi  delle tante paure che s’avvicinano alla sua  ragione di uomo e di maschera. . Un dialettica che non sa di sale , neppure di caciocavallo che va a cavallo con il pennacchio in testa indossando  una maschera segnata dalla sofferenza  avvezza  ad ogni cambiamento . La quale si trasforma in ciò che siamo e in ciò che rappresentiamo. Cosi la filastrocca  sciocchina con tanta perline  cucite sulla pancia gonfia  mi angoscia mi mette davanti a tante domande  diritte,  trasverse , false domande senza alcune risposte ,  vado cercando  nei  grandi libri polverosi , una risposta alle tante domande dure e molli libere di andare dove gli pare libere di essere una bella giornata una gioia di parole legate alla vita che passa .  Si cerca nel libro della vita  in cui è scritto ogni verità .   Ed io  seguo pulcinella lungo il viale  del tramonto ,  tenendo  premuto il grilletto  della mia calibro trentotto pronto ad esplode un colpo  secco alla schiena del povero pulcinella epigono di una disavventura amorosa.   Dopo tante  tragedia con tanta voglia e buona volontà  mi lavo la faccia mi metto il vestito  a righi . Quante amore  dovrò regalare ancora  alla gente , l’amore  mi pare di averlo conosciuto  mentre  scrivevo , mentre  fumavo  come fossi un turco in vacanza . Portava i sandali ai piedi , odorava   di rose , a volte appariva  freddo ed aspro come  la mite conoscenza . Quanti sogni  ho fatto quel pomeriggio di giugno,  ragionando con Dio gli parlavo della mia voglia di essere ,   della Russia , egli riservato  non mi rispondeva , valevano le  parole fritte , le parole  che portavano  ai piedi , pantofole uguali portate oltre quello che s’intende e  si crede.  Ci ho messo tanto a capire l’antifona , forse era  un errore grammaticale  forse una  nave  colma di vocali , circondata da vaghe farfalle , figlie della luna  dea dell’amore ,  impaurite  sul mare  dell’avventura .
       
       
      Il viaggio   scivolò  leggero   sulle onde del contagio , con le sue  tante colpe commesse  come fosse una storia  vera , quasi  sincera  si diramò per il mondo in presa diretta come se fosse una   commedie mai recitate con  soggetto , fu   messa  in  scena  a giudicare la sorte degli uomini e di pulcinella.
       
      Come facile parlare del vago  dire ed ogni ago punge la pelle la rende sottile , capace di trasformarsi in pelle di omo,  di orco,  di corvo , di cheto personaggio minore.
       
      Vorrei seguire la tua  ira  come  l’ olio segue il vino che in verità  bevo prima che venga  la notte
       
      Perché siamo fatti della stessa sostanza,  frammenti misti in incerti retaggi, come vorrei parlare delle tante  nuvole che volano  per il cielo , bisognerebbe essere  sinceri lo so.
       
      Certo bere vino , induce ad una certa conoscenza,  la scienza è  la figlia di quell' esperienza mista di virtù e vocali dall' ali  leggere che attraversano  il giorno del giudizio.
       
      Io penso,  ma vorrei una conferma, l’animo  può il salire la scala  santa per giungere alla ragione dei fatti.
       
      Pulcinella si leva la faccia sorride allo specchio
      Poi dice;. Se fossi stato un  vero pagliaccio come io sono ora sarai il padrone di questo circo Tanti cerchi  simili a tante esistenze  , sono cadute  nella manica della  mia camicia. Ecco io reagisco al male come se fossi un pagliaccio  anche se l’ ago della bilancia gira all' incontrario,  gira contro l’odio  di  tanta gente senza peli sulla lingua?
       
      Dottor sciosciamocca
       
      Caro il mio Vincenzo  c’è  del vero nelle tue parole , ed elle sono belle  come  erano  un tempo , basse e sincere  .  Tanti  personaggi come lei dovrebbero suonare  la  ciaramella  nell' aria  ligia al dovere  . Dolce perdersi nel ricordo dopo covid19
       
      Ma tu mi prendi per fesso mi hai visitato hai detto ero sano come un pesce ora scendo e ti do un sacco di legnate
       
      Pulcinella cerca di capire le rime sono  un imbroglio ruotano intorno  all' impossibile si  beano dell' ignoranza  altrui avanzano  senza circostanze e senza misteri.
       
      Avanza  tu che avanza io , sono di altro lignaggio  io , io sono  una leggenda che emerge dal fondo della storia
       
      Caro il mio pagliaccio hai la testa dura come il legno dei faggi . Leggi tanto ,  certo per te è dura la vita di marionette , coltivare la buona fortuna  nell’orto della speranza spezza la schiena ,  figlia della pazienza e della intelligenza  ogni  azione reagisce ad una sua azione  combinata e nuovi intendimenti
       
      Io faccio uno sproposito sono fatto di carne di tante facezie  mi piace mangiare polpette  sono  una  buona forchetta.
       
      Pulcinella sale sul dorso di un missile
       
      Dottor sciosciamocca
       
      Pulcinella dove vai non fare ,  l’asino scendi da quel missile ti potresti fare male
       
      Pulcinella  :  Per carità sono pronto a sfidare ignoto voglio abbandonare  questo mondo ingrato , andare, fuggire   in altri universi
       
      La testa . La testa che pasta molle
       
      Io parto tu non vieni ?
       
      Non voglio ho  tante cose da fare qui sulla terra
       
      Sali che ci divertiamo
       
      M’inviti a nozze
       
      Io non mi sposo,  io parto
       
      Sei  avanti  di un  posto
       
      Il posto ho dannato vorrai  dire il mostro
       
      Che mostro di Egitto  io  non gioco  con  il giullare
       
      Dico dove vai  ?
       
      Dove mi pare se mi pare è  lecito
       
      Io non ti capisco
       
      Neppure io e te
       
      Sei morto
       
      Si muore per amore o  perché si e liberi , si bea chi si bea del poco
       
      Facciamo la rivoluzione
       
      Non posso sto per partire
       
      Dove vai Pulcinella il mondo ha bisogno di  te
       
      Ho smesso di far sorridere  gli altri , ora rido io alla faccia di chi mi vuol male
       
      Ah Pulcinella hai cercato l’ ago nel pagliaio , ora sei  fuori dal gioco  addio pargolo della risata
       
      Statte buono professore
       
       
      Mandami una cartolina non con la Bartolini
       
      Sei una barzelletta,  balzi  sempre  sul letto all’improvviso
       
      Il letto è  come una leva , dove puoi amare chi vuoi
       
      Sei un grande filosofo
       
      Tu pulcinella l’uomo più simpatico del mondo.
       
      Vai , vai Pulcinella e non guardarti indietro,  poiché la vita è sudore ,  lavoro e tu non hai mai lavorato in vita tua . Tu pulcinella , una povera pulce compagno di tante avventure viaggiatore instancabile , chierico irregolare. Hai passeggiato ,  lungo la corona di spine di nostro signore,  ti sei seduto a contemplare questa umanità ferita dalla malattia. Sei rimasto per giorni , mesi , anni sopra quel calvario con le tue arie di filosofo , di storico,  eri certo tutto si sarebbe potuto  risolvere  che saremmo guariti dal male del secolo all’improvviso .  Che per virtù dello spirito santo, avremmo  scacciato   la nera sorte,  sorella della morte . Pulcinella il circo della vita,   oggi perde una maschera  importante, perde un suo figlio diletto , perde un idea di libertà.  Ora  ti sento come fossi una canzone   ronzante  per l’aria , una gracchiante melodia cantata da tanti corvi neri , accovacciati sopra il tetto della chiesa parrocchiale del sacro cuore.  Ascolto la tua voce rincorrere i tanti concetti concentrici diramarsi nello spazio andare oltre quello che credevamo oltre questa vita . Rammento  l’immagine di te che viaggia nella memoria collettiva , vaga animalesco nella sua  esperienza teatrale . Figura mitica buffone di corte,  chierico intransigente,  bocciolo  di rosa  voce dei vicoli,  amore ed altre belle parole che vado inseguendo lungo le strade da te frequentate un tempo. Tutto è bello , come l’unica verità possibile che esplora il nostro essere il nostro destino di esseri vivi , aldilà del bene e del male legati animosità dei fatti . Pulcinella , amico  mio sei finito sulla luna ed ora come farai a ritornare indietro.
       
       
       
      Vincenzo  sulla luna vi giunse un bel giorno di  giugno ,  quando tutti i marziani vanno a fare la spesa al supermercato galattico.  In quei luoghi  si parla uno strano linguaggio quasi incomprensibile che  trascende ogni logica formale fatta ad immagine di un universo popolato da strani  personaggi . La luna è un luogo unico per abitarci , un posto meraviglioso per viverci , passeggiare,  incontrare  appunto strani personaggi. Ragionare del più e del meno questo era il detto ed il fatto , come se pulcinella non avesse mai compreso la sua posizione sociale.  Ovvero quella di servitore malpagato preso a calci nel sedere dal padrone .Vincenzo Pulcinella non era un tipo qualunque era quello che molti possono pensare,  un esistenza di mezzo,  una voce che echeggia nell’oscurità di un essere primordiale fatto ad immagine dell’essere uno e trino . Amava  correre verso l’impossibile
      questo in vero gli serviva  a poco poiché  Vincenzo era diventato cosciente del fatto  , mentre viaggiava verso la luna aggrappato al missile. Là  all’estremità di un missile che sfrecciava nello spazio oscuro , verso una dimensione onirica dove venivano a galla ogni mostro ed ogni cosa  che alloggiava nella sua coscienza inquieta , si tramutava all’improvviso  in ciò che era plausibile.  
       
      Quando mise piede sulla luna Vincenzo Pulcinella non poteva credere ai suoi occhi.  Tutto gli sembrò assai  strano come il risvolto di una medaglia bucata che ha due facce , forse tre e non viene lucidata da tempo. E come nella favola di Aladino  dalla  lampada magica spunto fuori  un genio balordo che sapeva  parlare inglese e  tedesco. La storia continuò  nella faticosa ricerca di un sillogismo,  atto a coprire  le lacune interiore di un dialogo senza domani. In riva al lago come l’ago della bilancia,  il mondo si divise  in buoni e cattivi , in belli e brutti. La ricerca filologica assunse  diversi significati, dai contorni sistemici incentrati sulla chiaroveggenza degli atti preposti . Ed  il lungo viaggio tramutò Vincenzo Pulcinella in un essere senza tempo ,un drago,  un mostro dalle tante teste. E  quando provò a  pensare di testa sua  si ritrovò  sulla luna alla ricerca di un luogo dove poter  pensare d’essere  il solito  pulcinella.  Si ritrovò cosi  da solo con le sue tante  teste che non sono testi biblici neppure elaborazioni grafiche della filologia dell’azione . Ma  la prospettiva di quel salto nel buio che avrebbe  cambiato la figura di  pulcinella  in qualcosa di  meglio o di  peggio. Che la vita sia crudele che  spesso nascondi in se un mistero , tante storie collegate alla morte e vita di un concetto singolo. Fa presumere d’essere immortali ma la storia inevitabilmente si ripete nella sua circostanze e nei suoi termini. Cosi non c’è un fine ne un mezzo per poter giungere alla verità ad una certezza.
       
      Giunto sulla luna Vincenzo pulcinella avrebbe voluto cambiare numero telefonico , avere un numero speciale  con il quale  avrebbe potuto ricevere ogni messaggio ed ogni chiamata dalla terra  . Ma l’amore è  un materasso a due piazze,  un po’ sporco,  unto di sugo dove  si affonda mentre dormi  abbracciati al cuscino. E mondi surreali  mi trascinano verso  l’infinito e le parole sono figlie della  mia memoria.
      Sono triste nella restante frase
      Non tirare il lenzuolo potrebbe sporcarsi
      Ma questa è una buffonata
      No , sono i puffi che giocano sotto la fontana
      Vincenzo pulcinella cerca di darsi un contegno sa che tutto inutile che quel marziano apparso all’improvviso davanti è  frutto della sua immaginazione.
      Vincenzo.  Tu vivi qui ?
      Il marziano. Io mi chiamo marziano sono di passaggio
      L’avevo immaginato
      Da cosa
      Dai tuoi abiti
      Io non porto , abiti questa è  la mia pelle
      Che orrore
      No definiscilo un errore poiché  la logica dei fatti ha unito  la vita alla morte
      Sono felici di  conoscerti
      Io sono un immagine
      Io mi chiamo Vincenzo
      Piacere il marziano
      Facciamo una mazurca
      Volentieri qui sulla luna
      Dove se no andiamo, balliamo fino allo sfinimento , dimentichiamo tutto l’orrore di questa vita
      Io vorrei aiutarti
      Io non posso
      Va bene , facciamo come se tutto fosse possibile
      Ecco bravo cammina io ti seguo
      la strada è lunga
      Non ho paura
      Ci aspetta un lungo viaggio
      Non possiamo ritornare indietro
      Sono contento di stare qui
      Io di poter ballare con te
       
      Cosi i due amici ovvero Vincenzo ed il marziano s’avventurarono per le valli deserte della luna pallida chiara come la luce  che penetra  la terra. Una luce viva l’illuminava quella  vita li guidava oltre quel loro dubbi e timori , miti di un vivere che si trasformava  nell’improvvisazione dell’ essere salvi  da chi  quali orrori. E nel bene e nel male  sarebbero giunti dove volevano giungere. Non tutte le ciambelle riescono con il buco c’è sempre qualcosa che va storto e la storia ad avere la peggio o meglio emerge  l’ennesimo tentativo di poter cambiare padrone,  luogo di nascita . Tutto è  irreale nello scorrere dei versi cosi Vincenzo insieme al marziano si ritrovò nella valle dei teschi  ove le ossa di antichi animali preistorici splendono alla luce del giorno.
       
      Vincenzo: Forse abbiamo sbagliato strada
      Il marziano: Non conosce il gioco
      Sei mio amico bada a dire il vero
      Non voglio ferirti
      Io sono già morto
      Sei ad un passo dall’incoscienza
      Sono scienza
      Sei una educazione patriarcale
      No bevo camomilla
      Ero felice un tempo con il mio padrone
      Puoi sempre ritornare ad essere te stesso
      Vorrei ma non conosce il senso di queste parole a volte rosse , a volte bianche
      Certo non è facile poter volare liberi
      Lo hai detto è tutto un tentativo
      Una parte di questa leggenda
      Dicasi leggenda per me rimane un dramma.
       
      Cosi i due amici giunsero a quel punto dove si può conoscere se stessi cosi Vincenzo pulcinella divento una stella un punto fermo nell’universo poetico poiché chi siamo noi se non una leggenda che mangia un'altra leggenda che cresce risplende di luce propria a tarda sera . Oggi  tutti possono ammirare questa stella di nome Pulcinella assai graziosa una stella, un punto fisso nello spazio della propria coscienza , frutto di una conoscenza  trascendentale  dei fatti commessi e perseguiti con coraggio lungo  le strade della metafisica.  

    • Era tardi e faceva freddo, ma purtroppo la strada era l’ unico posto per poterlo vedere, vedere l’ uomo che mi aveva colpito guardandolo profondamente nei suoi occhi, occhi promettenti notti insonni, forse solo nella mia immaginazione, nelle mie notti bianche e sole, forse lui poteva riempire quel vuoto e quel gelo che quella sera la sua assenza regnava all’ angolo dove si riuniva con i suoi amici , allora decisi con la complicità di una mia amica che chiamai a telefono per venire a farmi  compagnia per attendere l’ arrivo del maschio che non ci fu, di comprare una bottiglia di vino e berla insieme a lei vicino a dove abitava il ragazzo che volevo vedere quella sera… Gli enigmi creano interrogativi nella mente assillanti, la mia amica credeva che qualcuno le controllasse la linea mobile ma io la rassicuravo dicendole:“Sta tranquilla sia io che te non conosciamo nessuna persona che arriverebbe a fare una cosa così ignobile”. Lei mi raccontò che il suo ex fidanzato era così geloso che quando lei lo lasciò lui arrivò a dirle:” Se ti vedo con un altro sei finita”, il vino mi arrivava nelle vene quasi ribollendo a queste parole e come lei smise di parlare un brivido di freddo mi si drizzò lungo la schiena. Io pensavo che il ragazzo con lo sguardo profondo quella sera davvero non lo avrei visto che davvero avrei dovuto sognarmelo durante la notte nel mio letto mentre qualche raggio lunare avrebbe filtrato dalla finestra della mia stanza  per illuminarmi il volto. Mentre tornavo a casa vedevo una macchina parcheggiata davanti al portone , quella era dell’ex di Clora ma io non feci caso a questo , mentre aprivo la porta con le chiavi sentivo qualcuno avanzare dietro di me , mi girai e vidi il volto di Giulio rosso di rabbia più del mio dal vino mi prese per le spalle sbattendomi con la schiena più di una volta contro il muro, diceva frasi incomprensibili anche se riuscivo solo a decifrare il nome della mia amica ad un tratto mentre stavo per perdere i sensi la polizia arrivò e lui si diede alla fuga correndo come un matto quale doveva essere , i poliziotti mi aiutarono a rialzarmi e mi chiesero se mi sentivo bene non pronunciai con loro tante parole avevo paura che il mio alito etilico potesse compromettere la mia posizione e passare dalla parte della ragione a quella del torto , gli risposi solo che mi sentivo bene e che sarei voluto salire su a casa entrai e vedevo i poliziotti svanire lentamente dalla mia vista. Mi misi in pigiama e lessi qualche pagina del libro di narrativa che avevo comprato in una libreria on line mentre leggevo vedevo le lettere annebbiarsi doveva essere l’ effetto dell’ alcool bevuto prima insieme a Clora la lingua iniziava ad impastarsi e le palpebre chiudersi lentamente, riposi il libro sul comodino, mi accovacciai sotto le coperte e con un leggero mal di schiena dovuto alla colluttazione con Giulio mi addormentai sperando di sognare Alessandro il ragazzo dagli occhi profondi. In quel sogno Alessandro indossava una camicia bianca e un paio di pantaloni marroni, il suo fisico possente e muscoloso mi faceva girare la testa persino nel sonno, lo vedevo in tutta la sua bellezza mentre passeggiava per il centro incurante di chi poteva incontrare, aveva tutta l’ aria di qualcuno che desiderava qualcosa di nuovo, di speciale ed ecco che comparivo io postandomi davanti a lui mentre le nostre labbra si incontravano in un ansimo perfetto che sapeva di passione il rumore di quel bacio idilliaco mi destò e guardai la sveglia battere ancora le quattro e mezza della notte , mi alzai per andare in bagno e sentivo ancora il dolore alla schiena non avevo nulla, neanche una medicina per farmelo passare , mi rimisi a letto e addormentandomi di nuovo pensavo che il giorno dopo sarei andato in farmacia per comprare una pomata. A volte mi chiedo se l’ amore è un toccasana per la vita  oppure solo un fardello che si porta dietro senza avere nessun beneficio , pensavo ad Alessandro mentre mi preparavo per andare alla festa di Monica, lui era il mio unico pensiero negli ultimi giorni lo avrei voluto chiamare per stare insieme a lui, se solo avessi avuto il suo numero lo avrei fatto e sarei stato con lui invece di andare a quella festa che sarebbe stata sicuro noiosa, la mia unica interazione con Alessandro fu quella di chiedergli d’ accendere, lui stava squagliando dell’ hashish mi porse l’ accendino, accesi la sigaretta e gli restituii l’ accendino porgendoglielo tra le dite e guardai i suoi occhi così profondi nei quali mi persi, mi vedevo nello specchio vestito e pronto per scendere Clora era sotto casa che suonava il clacson scesi e non volli raccontarle del fatto che mi successe col suo ex avevamo tutti voglia di evadere quella sera , ci salutammo sorridendoci reciprocamente, Clora mise in moto e ci dirigemmo alla festa di Monica pronti a divertici il più possibile. Siamo entrati in casa di Monica e c ‘ erano ragazzi che ballavano della musica anni 60 che io considerai subito troppo retrò , C’era del buffet avanzato che Monica conservò per me e Clora che arrivammo in ritardo alla sua festa ma in tempo per la torta suonò il citofono Monica la festeggiata nonché padrona di casa andò a rispondere e disse che c’ era una persona che mi cercava giù , un brivido mi attraversò il corpo, credevo fosse Giulio l’ex di Clora che magari ci aveva seguiti ed ora voleva scontarsela di nuovo con me , ma se tra loro due  era finito tutto cosa altro voleva, mandare qualche suo amico in ospedale , scegliere proprio la festa della sua migliore amica ,  scesi con l’ ascensore ed andai a vedere chi era questa persona che mi cercava. Uscii dal portone e vidi Alessandro , il cuore iniziò a battermi fortissimo , le mani mi sudavano e non sentivo freddo ma un calore che mi partiva dalla punta dei piedi fino alla testa, mi salutò per nome disse chiare e tonde queste parole :“Ciao Lidio sai ti cercavo per dirti delle cose, sapevo che saresti venuto qui cioè ti ho seguito trovandoti già sulla strada scusa per averti interrotto ma avevo l’ urgente necessità di parlarti “. Io con quelle parole che biascicai per l’ emozione gli dissi :“ Dimmi pure “. “ Ho notato che mi guardi sempre quando siamo vicini  a viale Ceccarini , ti mostri però sempre timido e quella volta che mi hai chiesto da accendere capii subito che avevi un’ attrazione per me è così o è solo la mia immaginazione?”, :” No Alessandro hai capito bene quelli che erano i miei sguardi per te , quando ti chiesi da accendere avrei voluto dirti altre cose ma il fatto di aver interagito con te anche solo per pochi secondi mi fece sentire talmente bene che mi bastò quella “, : “ Io sono qui con la macchina”, “ Se vuoi possiamo andare nella tua macchina per parlare qui fa un freddo boia “, “Io non ho mica intenzione di parlare “ , “ E osa vuoi fare Alessandro? “ , “Ben altro che parlare” . Lui mi prese per la vita e mi attirò a se credevo di essere in un sogno ma quella era la pura realtà l’ uomo che più mi piacque tra  quelli per cui mi innamorai era abbracciato a me , le nostre bocche si unirono in un bacio lungo e intenso mentre sentivo la musica dei Portishead provenire da casa di Monica e che era così complice col nostro bacio che durava ancora mentre ci dirigevamo verso la sua macchina .  Alessandro si spogliò rapidamente e quando lo vidi solo in boxer mi prese un eccitazione mai provata con nessuno , glie li abbassai e la mia bocca prese il suo cazzo che era lungo e duro e io pompavo per farlo godere quanto lui avrebbe desiderato , mi venne in bocca due volte e mentre succedeva questo lui chiamandomi “amore” mi slacciò i pantaloni , mi abbassò gli slip e mi penetrò con tutta la dolcezza e la voglia necessaria che aveva di farmi suo , ci dividemmo lui sfinito e io che lo guardavo sorridendo e con gli occhi lucidi gli dissi “Non sai quanto ho desiderato questo , io ti amo , ci baciammo felici di aver fatto l’ amore, si rivestì e lo invitai a salire su alla festa  per presentare il mio nuovo ragazzo che lui felicemente e con la gioia negli occhi accettò di diventare.

    • Quella notte, anzi, quella mattina, mi svegliai alcune volte e riuscii a spiegare, grossomodo, cosa fosse successo, anche se me ne vergognavo oltremodo. Mi era successo qualcosa di orribile, ed io mi sentivo in colpa. E se fossi stata io a provocare Olaf? Magari era stata la scollatura, o la veste troppo leggera. Non riuscii ad abbandonare il pensiero di aver fatto qualcosa di sbagliato, nemmeno quando ripresi sonno. Nel momento in cui mi svegliai in mattinata, ebbi finalmente modo di capire tutte le conseguenze dell'accaduto; mi sentivo pessima, sarei voluta morire per non dover convivere con i pensieri che si aggiravano nella mia mente, quella sensazione di essere una donna abbattuta, spezzata, trafitta da una spada invisibile. Quello che un tempo avevo individuato come la mia dignità, quel sentimento particolare che non riuscivo a descrivere con parole, ma che avevo sempre sentito come mio, ora sembrava essermi stato rubato da Olaf. Era come se qualcosa mancasse, mi era stata asportata violentemente una parte che non sarei riuscita a recuperare in nessun modo. Ogni pensiero di in uomo, di avere una persona a fianco nel letto di cui fidarmi e con la quale viaggiare insieme alla scoperta dell'intimità, bruciato e le ceneri sigillate in una cassa di terrore forgiata dalle mie stesse lacrime. Ma tutti quei pensieri, tutte quelle cose venivano sovrastare dal mio ultimo e più chiaro pensiero, quello più concreto e papabile nel momento in cui udii la voce di Olaf riecheggiare lungo i corridoi di casa Heatswey. In quel momento nulla riuscì a tenermi a letto, perché già avevo avuto una preoccupazione che andava ben oltre tutte quelle riflessioni sulla mia dignità. Il mio comportamento, quel comportamento che avevo usato come difesa per non morire nei giorni a seguire per i troppi maltrattamenti, non sarebbe rimasto senza conseguenze, e proprio per questo era importante farmi perdonare dal mercante e riuscire a convincerlo di darmi una seconda possibilità. Gia sapevo che avrebbe parlato col signor Heatswey, quel buon signore dal quale tanto desideravo tornare. Lui non si era mai avvicinato a me in modo inopportuno, eppure aveva fatto sempre tantissimi apprezzamenti sul mio aspetto. Mi chiesi se anche lui fosse capace di azioni simili, se in fondo anche lui desiderasse soltanto saltarmi addosso.
      Mi reggevo a malapena in piedi, eppure corsi. Quella era una cosa importante, tanto che mi sarebbe sembrato da egoista fermarmi solo un attimo per riposarmi. Non si trattava solo di me, e questo mi metteva le ali. Mi fermai soltanto nel momento in cui mi trovai di fronte ad Olaf ed il padrone di casa. Abbassai lo sguardo e rimasi dritta, senza dare accenno di dolore. Il mio cuore stava per esplodere ed iniziai a risentire della mia fretta, ma l'importante era dimostrarmi dispiaciuta per la fuga, non per tutti gli altri accaduti. Mi sentivo male a dover tornare da lui, ma la prospettiva di lasciarlo, di pretendere di non essere più sua moglie, lasciando quindi ai miei genitori dei debiti per il denaro che il mercante aveva pagato, per me era ancor più orrenda. Mi faceva schifo quel uomo, ma lo schifo si poteva superare, il dolore sarebbe diventato solo un'abitudine fastidiosa prima o poi, o perlomeno lo speravo.
      《 Mio signore.》Mi inchinai davanti a lui con leggerezza, nascondendo alla perfezione il mio disgusto. Eppure, se io fossi stata una donna di un certo rango, in quel momento gli avrei sputato in un occhio, dandogli contemporaneamente fuoco.
      《 Eccola.》Fece una smorfia quando mi vide, ed io deglutii. Olaf si rivolse di nuovo ad Heatswey, sorridendo sotto i baffi per la freddezza con la quale mi aveva trattata. Sapeva di avermi colpito, lo sentiva. 《 Penso che tra noi sia tutto chiarito, ho fatto annullare il matrimonio e rimarremo esattamente come appena deciso...》 
      《 Annullato?》Non riuscii a trattenermi dall'interromperli, mi sembrò di sentirmi sprofondare, tanto che non riuscivo a badare alle buone maniere. Non mi sarebbe mai stato permesso di parlare con loro due in quel modo, ma probabilmente il signor Heatswey comprese il mio stato, decidendo di ignorare il mio comportamento.
      《 Esattamente. È stata la prima cosa che ho fatto stamattina.》Sorrise fieramente, mentre io ebbi voglia di sputargli in faccia per davvero.
      《 Ma mio signore, mi dispiace per il mio comportamento...》Mi inginocchiai.《 Mi dispiace, sono solo una ragazzina indegna e stupida, non sapevo come comportarmi, i patti erano altri e mi sono sentita confusa!》Era abbastanza difficile trovare quelle parole, perché non era quello che avrei voluto dirgli.《 Ma prometto, se riuscisse a perdonarmi, io sarei per lei la moglie perfetta, sarei disposta a subire tutte quelle cose ogni giorno, mio signore.》Già solo ad immaginarlo, mi percorsero dei brividi freddi, ma dovevo dire quelle cose, e probabilmente anche agire di conseguenza.
      《 Abbiamo già trovato un altro accordo per te.》Sentire la voce dolce del signor Heatswey era quasi piacevole in confronto al pensiero di dovermi anche solo avvicinare ad Olaf. Si era preoccupato molto per me, ma purtroppo ultimamente lui aveva avuto i suoi problemi, motivo per cui aveva cercato qualcuno a cui vendermim e non sarebbe stato facile per lui annullare un patto.《 Magari vi lascio da soli, così potrete parlarne voi due.》Si voltò di nuovo verso Olaf, con sguardo preoccupato.《 Buona giornata , signor Avory.》Gli strinse la mano e si allontanò da noi, lasciandomi leggermente in preda al panico. Non ero pronta ad essere con lui da sola, ma forse era anche importante che mi abituassi a fare cose non proprio piacevoli.
      《 Mio signore...》Non sapevo nemmeno che dire, nella mia testa c'era il vuoto, per la prima volta nella mia vita.
      《 È inutile che fingi devozione, so che la mia presenza ti crea ribrezzo.》Mi osservò con attenzione mentre cercavo di fingere che non fosse vero, inutilmente.
      《 La mia famiglia si troverà in difficoltà ora.》Ero sul punto di piangere. Per la prima volta dal suo arrivo, guardai in faccia Olaf, sulla sua guancia c'era un taglio enorme; probabilmente quando lui si era divincolato, dopo essere stato colpito con la spilla, quest'ultima gli aveva strappato via una parte della sua pelle. Io non me lo ricordavo, ma riuscivo a riportare alla mente il modo in cui era scattato in tutte le possibili direzioni, quindi mi sembrava una spiegazione logica.《 La prego, abbi pietà per una sola volta nella vita.》Mi sentii ancora più derubata della mia dignità, chiedendogli quelle cose. Stavo implorando un uomo, che non meritava nemmeno di vivere, di maltratarmi per il resto dei miei giorni.
      《 Sono un uomo clemente, ho proposto un accordo che farà in modo che alla tua famiglia non tocchi nessuna punizione per il tuo comportamento.》Mi meravigliò sentire quelle cose, una certa leggerezza si fece strada nella mia testa, ero quasi sollevata. Mi alzai, persino.《 Rimarrai in mio possesso finché non avrò trovato qualcuno disposto a comprarti. Capirai, ovviamente, che non desidero avere un essere pericoloso come te in casa mia, quindi rimarrai qui.》Non riuscii a trattenermi dalla gioia, sul mio viso si fece strada un largo sorriso, ero felice di poter rimanere con la mia famiglia, non avrei potuto nasconderlo nemmeno impegnandomi.《 Non gioire, piccolo fiore, sto già contrattando con un parente, può trattarsi solo di giorni prima di arrivare ad una conclusione, dopodiché andrai via per sempre. Presto sarai sua. Ecco, ho promesso che alla tua famiglia non succederà nulla, però prometto altrettanto che tu non vedrai mai più giorno felice in vita tua.》Ora era lui a sorridere mentre io lentamente sbiancavo. Cosa significava?《 Ti pentirai di avermi fatto questo!》Indicò la ferita sulla guancia.《 Ci saranno giorni in cui rimpiangerai di non essere rimasta ieri sera, serate in cui desidererai le torture di ieri.》Se ne andò urtandomi con la spalla, talmente forte da farmi quasi cadere. Scoppiai in lacrime. La minaccia di Olaf mi faceva paura; avevo visto quanta crudeltà ci potesse essere in lui, non dubitavo delle sue parole. Rimasi lì almeno per mezz'ora, rannicchiata in un angolo, ma poi sentii qualcuno avvicinarsi e decisi di far finta di non aver mai sentito quelle minacce. Ora sapevo che il tempo con la mia famiglia fosse limitato, quindi decisi di godermelo, almeno per quegli ultimi giorni. La cosa faceva male in modo quasi insopportabile, ma dovevo essere forte ed imparare a tenere nascosti i miei problemi. Spiegai ai miei familiari che a breve sarei andata via, ma tenni per me le cose che aveva detto Olaf. Non volevo farli preoccupare, quindi decisi di far credere ai miei cari che semplicemente il mercante avesse capito che non fossimo compatibili, che avesse sbagliato, e che, come atto di gentilezza per scusarsi, mi avesse trovato una nuova dimora, che però ancora non conoscevo. Era difficile mentire, soprattutto a mia sorella, ma non volevo peggiorare le cose. La mia famiglia si sentiva ferita già fin troppo per l'accaduto, non avrei mai potuto pretendere che portassero anche quel peso sulle loro spalle.
      Quella sera stessa decisi di fare una passeggiata con mia sorella. Erano quelli i momenti che mi sarebbero mancati di più, quegli attimi in cui ci tenevamo per mano e passeggiavamo per il bosco, alla ricerca di bacche e legna da ardere, e magari qualche piccolo tesoro dimenticato da qualcuno. Una volta avevamo trovato una bambola di pezza trasandata, ed io avevo impiegato serate su serate a ricucirne i pezzi rotti, a creare dei vestiti per quella piccola bambolina con qualsiasi pezzo di stoffa avessi trovato in giro per casa, e nel momento in cui la avevo consegnata a mia sorella, coi suoi abiti nuovi, bottoni al posto degli occhi - che prima erano stati entrambi ricamati con fili colorati, ne trovai i resti - e le cuciture simili a delle cicatrici, la mia piccola era scoppiata a piangere tra le mie braccia. Ancora a volte Joana, così il nome di mia sorella, dormiva con la bambola di pezza, e a vederla mi si scaldava il cuore. Lei era l'immagine dell'amore fatto persona.
      《 Chi è quella?》Mi sentii abbastanza scossa quando vidi in lontananza Olaf con una ragazzina, aveva forse l'età di mia sorella. Presi Joana e la tirai dietro un cespuglio, non avevo voglia di certo di essere vista da lui.
      《 È la signora Weathey con sua figlia, a quanto pare.》Joana si sedette per terra,
      《 Chi sarebbe? Cosa ci fa con quel porco?》Il pensiero che Olaf potesse già pensare ad un'altra moglie, ancora più giovane di me, mi faceva inorridire. Non volevo che nessuna bambina o donna subisse qualcosa di simile a quello che era successo a me.
      《 Sono mesi che la signora Weathey ha problemi con sua figlia. La sento sempre in chiesa, si lamenta di lei e cerca un posto in cui mandarla, credo la odi. Probabilmente sta chiedendo consiglio a lui, dato che conosce il mondo. A volte io e quella ragazza giochiamo insieme, ma è abbastanza strana.》Mi osservò con un qualcosa di curioso nello sguardo. Dalla sera prima, a volte mi guardava in quel modo, ed io mi chiedevo quale pensiero oscuro la tormentatsse. Certo, poteva solo riguardare l'accaduto, ma Joana sapeva che di certo non la avrei uccisa per una domanda fastidiosa. Jo era sempre stata curiosa, e spiegarle un dettaglio dell'accaduto non mi avrebbe dato fastidio, anzi, forse si sarebbe tranquillizzata a sapere quei dettagli, a poter studiare l'atto in modo da essere pronta a difendersi ed evitare i miei errori, se ne avesse avuto bisogno. Anche lei, prima o poi, sarebbe diventata una giovane donna, anche se la cosa faceva particolarmente male a me, che in lei vedevo sempre una piccola bambina.《 Elaine, il tuo occhio è orribile.》Notò.《 Spero non si infetti.》Le sorrisi, sedendomi vicino a lei. Anche io avevo quella speranza, ma avevo usato degli infusi di erbe e probabilmente sarebbe andato a migliorare nei giorni a seguire.《 Posso chiederti una cosa?》Le tremava il labbro inferiore. Mi sentii scombussolata nel sapere che quel avvenimento suscitasse tanto dolore in mia sorella. Annuii. Jo sospirò e rimase in silenzio per alcuni secondi.《 Come ti senti?》Tirai un sospiro di sollievo, quando finalmente riuscì a formulare la frase. Le sorrisi e poi abbassai lo sguardo. Avevo capito la domanda, e a lei non avrei potuto mentire.
      《 Non vuoi saperlo veramente.》Le risposi, e fu la prima volta che quel giorno rispondessi con sincerità a quella domanda.
      《 Se potessi, prenderei il tuo posto,... almeno non soffriresti.》Rimasi scossa dalle parole di Jo. Immaginare che qualcuno abusasse di lei in quel modo, mi creava paura, lei era come una figlia per me ed io avevo sempre avuto il compito di proteggerla. Ero più grande di soli due anni, ma Jo per me non era mai stata solo una sorella.
      《 Perché dici così? Hai appena tredici anni, immaginare che queste cose succedano ad una bambina della tua età, mi mette i brividi!》Le accarezzai il viso.
      《 Ma tu sei così bella. Ho sempre immaginato che tu un giorno sposassi un uomo nobile e bellissimo e gentile. Lo sai anche tu che ora le possibilità che succeda sono diminuite. Ecco, se potessi, prenderei il tuo posto, così potresti vivere felice un giorno.》Jo si alzò e si allontanò, prima che potessi dirle quanto fosse una considerazione stupida. La raggiunsi e la presi per la mano. Esattamente quelle cose mi sarebbero mancate di più di mia sorella. Lei era così pura e nobile d'animo. Decisi di non infierire e preferii parlare di altro, era più scossa di me. 
      Il giorno dopo fui svegliata da mia sorella e dal mio fratellino più piccolo, Bartie. Saltellavano felicemente intorno a me, canticchiando una melodia allegra e battendo le mani. Mi dovetti trattenere dal piangere, perché mi resi conto in quel momento che non avrei più visto scene simili in futuro, li avrei abbandonati, e non sarebbero mai più successe quelle cose in mia presenza.
      《 Eli, c'è un uomo che vuole parlare con te, sciacquati il viso e corri da lui!》Sentii dire mia madre. Balzai in piedi e mi vstii velocemente. Mi lavai il viso, constatando che il mio occhio fosse migliorato, anche se ancora continuava ad essere gonfio e dolorante. L'uomo che era venuto per me, sicuramente era stato mandato dal mio futuro padrone, e questo mi fece vergognare ulteriormente per lo stato in cui si trovava il mio viso. Sarei voluta essere bella, ed invece ero ferita. Decisi di mettere uno dei miei vestiti più carini, volevo fare buona impressione, non mettere a rischio la prospettiva di essere venduta, non fare adirare ulteriormente Olaf. Contava solo il benessere della mia famiglia, non volevo metterlo a rischio una seconda volta. Mia madre mi accompagnò nella stanza in cui il signore mi attendeva e poi andò via, senza nemmeno presentarsi. L'uomo era accompagnato da due ragazze bellissime di poco più grandi di me stessa. Mi vergognai ancora di più di non essere proprio presentabile, data la loro bellezza. Mi fecero delle domande normalissime inizialmente; mi fu chiesto il nome, l'età,cosa avessi fatto fino a quel giorno, la provenienza. Anche Olaf aveva mandato un servo per farmi domande del genere prima del matrimonio, non mi sembrò nulla di troppo strano.
      《 Benissimo. Ora potresti alzarti e spogliarti?》Concluse l'uomo. Rimasi pietrificata e non riuscii a capire il senso di quella frase. Quale motivo poteva mai avere di vedermi nuda? Era un'altra delle idee di Olaf, giusto per infierire ancora?
      《 Mio signore, non credo sia una cosa necessaria...》Non riuscivo a trovare le parole adatte, volevo rimanere rispettosa, ma anche esprimere la mia disapprovazione.
      《 Non c'è bisogno di vergognarsi, vogliamo solo dare un'occhiata al tuo corpo, dopodiché potrai rivestirti.》Mi incoraggiò l'uomo. Le due ragazze si erano già alzate per aiutarmi. Non feci in tempo di rispondere che le ragazze mi stavano già togliendo il vestito. Rimasi nuda, infine, nonostante i tentativi di protesta. Una vergogna che non avevo mai provato prima, mi inondò improvvisamente, avrei voluto coprire ogni centimetro del mio corpo. L'uomo iniziò a scrivere qualcosa su un foglio sul quale aveva annotato le mie precedenti risposte, mi chiedevo se vi scrivesse tutti i miei difetti. Avevo il seno piccolo, della peluria rossiccia sull'inguine, il sedere piccolo. Se fossi stata un uomo, di certo non mi sarebbe piaciuta una donna come me, non mi sarei scelta da sola come serva per determinate cose. Certamente non avevo un fascino da bambina, ma non somigliavo per nulla ad una donna.
      《 Signore, servirò un uomo?》Decisi di fare quella fatidica domanda. Certo che avrei servito un uomo, non era poi una cosa di cui dubitare, ma io con quel servire intendevo altro. Doveva pur esserci un motivo per cui quel tipo mi avesse chiesto di spogliarmi. Lui alzò lo sguardo dal foglietto e rimase in silenzio per qualche secondo. Sembrava cercare una risposta senza riuscire a trovare quella ideale e meno dolorosa.
      《 Beh... sì, grossomodo direi proprio che servirai degli uomini...》L'uomo riabbassò subito la testa, quasi volesse farmi capire che non avesse voglia di rispondermi. Scrisse per alcuni secondi, e poi si rivolse di nuovo a me, che tremavo come una foglia. 《 Posso chiederti se sei vergine?》Quella domanda sembrava sconfortare più lui che me. Arrossii, e quasi automaticamente cercai di coprire il seno con le mani. Mi vergognavo ancora di più a parlarne, anche se da un certo punto di vista, l'unico a dover provare vergogna sarebbe dovuto essere Olaf. Io non avevo fatto nulla di male, la mia unica colpa era essere nata donna e ricadere nei suoi perversi gusti.
      《 No, mio signore.》Deglutii le lacrime che sentivo salire lentamente. Avrei voluto dirgli quanto mi dispiacesse non esserlo, quanto fosse doloroso sapere che molte mie opportunità fossero state spazzate via in una sola notte. E invece rimasi in silenzio. Mi vergognavo persino di quella mia autocommiserazione. Se fossi stata una persona sola, mi sarei opposta a tutte quelle torture e avrei vendicato la mia dignità, e invece mi sentivo come legata da delle grosse catene che mi tenevano strette al mio senso di responsabilità, che mi impediva di fare qualcosa.
      《 Bene, quindi le dichiarazioni del signor Avory sono state sincere anche su questo.》Decisi di non lasciarmi sconcertare da quel nome; era normale che un cliente mandasse qualcuno ad accertarsi delle condizioni della merce che desiderava acquistare, in quel caso me, quindi era altrettanto normale che Olaf fosse stato interrogato sulle mie condizioni, e allora probabilmente avrei sentito più spesso quel nome.《 Direi che puoi rivestirti. Domani stesso verranno a prenderti.》Mi sorrise per la prima volta da quando era lì. Non era un sorriso gentile, dava più l'impressione di essere triste, pieno di compassione. Mi resi conto di quanta pena dovessi fare a tutti, e questo mi tirava giù ulteriormente. Le ragazze mi aiutarono a rivestirmi, mentre il signore lasciava la stanza. Dopo quelle domande, mi chiedevo chi fosse stato il mio prossimo padrone, e che intenzioni avesse con me. Mi chiedevo se ci fossero state altre mani a dissacrare il mio piccolo tempio con forza, se davvero mi aspettasse tanto dolore. Da qualche parte nel mio cuore, speravo che il mio prossimo padrone fosse un uomo attraente e dolce, speravo di incontrare gentilezza. Certo, non mi aspettavo di venire trattata come una principessa, non volevo regali e non desideravo nemmeno che andasse ai miei tempi ed aspettasse che quelle ferite guarissero; volevo solo che mi trattasse con più gentilezza, che invece di entrare nel mio esile corpo violentemente, quelle mani mi regalassero delle carezze. Non mi aspettavo un grande amore, né di essere sposata o messa alla pari con qualcuno, semplicemente non volevo subire violenze da nessuno. Ovviamente quelle paure le tenni per me, decisi di inventare una storia per la mia famiglia. Non mi piaceva il pensiero di condividere il dolore con loro, se mi trovavo in quella ssituazione la colpa era solo mia, loro non meritavano quella pesantezza. Dissi loro soltanto che me me ne sarei andata il giorno dopo, non potevo proteggerli anche da quel dolore. La presero tutti con apparente calma, ma sapevo che stavano soffrendo quanto me. Non volevo scoprire chi fosse il mio padrone, non volevo sentire mani sul mio corpo, vivere in un'altra casa. Tutti quei pensieri sembravano orrendi, desideravo solo poter fermare il tempo e rimanere ferma in quel giorno. Il domani era troppo vicino, riuscivo a sentirne quasi il sapore nella bocca. Tra alcune ore avrei scoperto quale sarebbe stato il mio destino, ed io non ero pronta, io ero appena capace di lasciare la mia casa per alcune ore senza finire in pianti orrendi, non si poteva pretendere da me che fossi pronta ad andare via per sempre.
      《 Sai cosa mi ha detto il signore che è venuto per me oggi!》Coccolavo mia sorella dopo pranzo, Jo era stata l'unica a rendere visibile il suo tormento per me. Joana non voleva lasciarmi andare ed era scoppiata in lacrime come una bambina, quindi mi sembrava solo giusto tentare di renderla più tranquilla, inventando cose belle. Facevo sempre così, inventavo un mondo pet lei, per evitare che sentisse dolore.《 L'uomo da cui andrò, è ricchissimo e giovanissimo! Dicono sia un principe venuto da lontano, un uomo dell'animo nobile e dall'aspetto piacevole!》Le sorridevo, parlando. Jo sembrava credere a quelle menzogne, ma in fondo era una bambina, probabilmente voleva anche credere a quelle cose.《 Dicono che sceglierà moglie tra le sue serve, e poi farà un viaggio per tutto il mondo con tutti coloro che lavorano per lui!》Stavo iniziando a credere anche io a quelle bugie. Più che altro desideravo fossero cose vere, con tanta forza che riuscivo già a vedermi nelle vesti della moglie del principe ricco e generoso. Mi vergognavo di quei sogni, ma erano pur solo sogni, ed io ero solo una ragazzina con un destino fin troppo crudele davanti. Volevo preservarmi almeno quel piacere.《 Quando torneremo, giuro che verrò da te e ti porterò un regalo da ogni paese che avrò visitato.》Le accarezzavo i capelli, mentre Jo ascoltava le mie parole con attenzione. Ero l'unica che riuscisse a raggiungerla e farla stare calma.
      《 Promettimi che ritornerai da me e staremo insieme per sempre...》Jo era vicina alle lacrime, lo sentivo.
      《 Certo che te lo prometto, mia piccola principessa.》 Le baciai la fronte. Non avevo mai visto una bambina più bella di mia sorella. Le accarezzai le guance calde, chiedendomi come facessi a meritare di avere tra le braccia tale meraviglia.
      《 Ti amo, Eli. Ricordalo sempre, quando sarai triste perché non siamo più insieme.》Non risposi. Mi chiedevo se fosse giusto mentire così tanto, ma la realtà era troppo crudele. Come avrei mai potuto dire a quella ragazzina così pura e affettuosa, che un signore mi avesse chiesto di spogliarmi per capire se fossi una merce buona? Jo non era pronta a conoscere la crudeltà del mondo, lei era piccola e già che avesse capito cosa mi fosse successo la sera prima era troppo, avrei voluto proteggerla anche da quello.
      Dopo aver coltivato il campo per tutto il pomeriggio, il signor Heatswey mi permise di fare un bagno caldo nel bagno della casa. Dovevo essere pulita per la mattina seguente, non voleva fare brutta figura. Feci entrare anche mia sorella. Lei amava i bagni caldi, ma purtroppo generalmente la mia famiglia si lavava con l'acqua del fiume che scorreva là vicino, solo d'inverno ci era concesso riscaldare l'acqua. Dopo aver fatto il bagno, Joana andò a dormire, mentre io decisi di rimanere un altro po'. Mi osservavo allo specchio, notando quanto sembrassero vuoti i miei occhi da quando Olaf mi aveva derubata della mia felicità. Mi aveva rubato tutto, ogni speranza, ogni piccolo barlume di felicità. Fu quello il pensiero che mi accompagnò nella nostra stanza da letto, e con il quale mi addormentai, abbracciata a Jo.

    • CAPITOLO I
      Norowa Shurui era eterocromico, infatti aveva un occhio di colore azzurro e un altro di colore dorato. I suoi compagni d'orfanotrofio erano piuttosto affascinati dalla particolarità di quelle iridi; poteva capitare che qualcuno si soffermasse a guardarlo per lungo tempo, come si farebbe con un oggetto antico dietro alla vetrina di un museo, e lui non si infastidiva di quelle attenzioni. Non protestava ma nemmeno si vantava quando qualcuno gli diceva che i suoi occhi erano belli, tutto ciò in cui si limitava era sorridere con sincerità. Dentro di sé però, non era molto felice di quel bicolorismo poiché arrivato ai dodici anni di età non era ancora stato adottato da nessuna coppia. Già da qualche tempo aveva dato la colpa proprio a quegli occhi, credendo che i genitori che venissero in visita li trovassero troppo strani e quindi, tendevano a non considerarlo come potenziale figlio. Quelli che venivano adottati erano quasi sempre i bambini più belli e a Norowa la bellezza non mancava affatpossibilitia si era sempre più convinto che fossero gli occhi il problema. Il suo orfanotrofio si trovava in Giappone, in una modesta città, ed era stato abbandonato lì quando era appena neonato.
      Il giorno in cui le coppie facevano visita per scegliere ed adottare un bambino era il mercoledì e lui non vedeva l'ora che arrivasse quel giorno, facendo ogni martedì sera il conto alla rovescia, sperando in ogni singolo tentativo che quella sarebbe stata la volta buona. Ma non era mai il giorno giusto, perché non trovava mai i genitori giusti. A volte chiedeva alle istruttrici perché nessuno lo volesse adottare e loro rispondevano con falso interesse "Molti genitori vogliono bambini più estroversi, ma non preoccuparti! Un giorno avrai la tua occasione"
      <<Quindi il problema sarebbe la mia riservatezza? Solo perché non parlo molto non significa che non sia interessante...>> disse a se stesso la notte prima di un mercoledì, mentre era sdraiato sul letto a pancia in sù e fissava il soffitto con un filo di sconfitta. Molte cose della sua persona tendeva a vederle in senso negativo, seppur non mostrasse mai turbamenti o insicurezze all'esterno anzi, dava l'impressione di essere il ragazzino più sicuro di questo mondo. Un'altra cosa che certamente sorprendeva tutti e che aveva attribuito anche ad essa una fetta di colpa, era la sua altezza di ben un metro e settanta centimetri, e vedeva gli altri come piccoli nanetti al suo confronto.
      <<Forse non mi prendono sul serio con un'altezza del genere>>
      Probabilmente non avrebbe mai trovato risposte a quei dubbi e tale conclusione lo fece girare di lato e mettere una mano sotto il cuscino, un po' accigliato. Il resto di quella nottata non seppe cosa successe, perché le sue palpebre si chiusero e finalmente prese sonno, spegnendo definitivamente il motore del suo cervello in crescita. Domani forse, sarebbe significato qualcosa di importante.
      Si alzò ben prima dei suoi compagni di stanza solo per potersi preparare in anticipo in vista dello sperato evento e dirigendosi verso i bagni maschili, per poco non si ritrovò con il naso schiacciato per terra. Il suo vicino di letto lasciava puntualmente le pantofole sparse per il pavimento e Norowa le fulminò con lo sguardo. Dopo essersi lavato, indossò la divisa dell'orfanotrofio, che consisteva in una camicia bianca, con un nastro blu scuro avvolto attorno al colletto, un paio di pantaloni scuri (le bambine avevano la stessa tenuta, con la differenza che portavano la gonna) e dei mocassini marroni. Prese in mano un pettine e si chiese a cosa potesse mai servirgli, dal momento che i suoi capelli nerissimi erano più scompigliati che mai. Già, quei capelli dalla lunga frangia, lo rendevano identico al protagonista di un fumetto manga e questo confessò a se stesso, che gli piaceva. Mise il pettine al suo posto, come se fosse un oggetto troppo pericoloso per un bambino.
      Trascorse un'abbondante ora e arrivò il turno di tutti i bambini appartenenti ad una fascia di età tra i dieci e i dodici anni. L'incontro si tenne come di consueto in un accogliente salotto pieno di poltrone, divani e persino un camino. Non c'erano molti adulti quella volta: una coppia di sposi novelli, un duo di coniugi piuttosto maturi di età e...una donna, all'apparenza sola, non più tanto giovane. I bambini entrarono un po' intimiditi, sotto l'incoraggiamento di una delle istruttrici, e ben presto nacque un chiacchiericcio in quell'atmosfera, tra genitori che facevano domande e orfani che si presentavano a loro.
      "Ok Nor, fai come ti ho detto. Sorridi e resta calmo, niente scemenze e niente scene mute. Oggi è la volta buona" pensò, stringendo i pugni.
      Tuttavia, nessuno sembrò prestargli attenzione e proprio quando stava iniziando ad andare nel panico, giurò di aver visto la donna che stava da sola fargli cenno, con un gesto della mano, di avvicinarsi. Era seduta sul divano centrale della stanza e tutti gli altri presenti stavano bellamente ignorando anche lei.
      <<Mi sembra di capire che sei solo soletto>>
      <<Anche lei, signora...>> constatò.
      <<Oh? Per caso stai cercando di dirmi che sono l'unica single qui dentro?>>
      <<Cosa intende per "single"?>> le chiese, inclinando la testa.
      <<Lascia perdere>> disse, con una risata radiosa <<Lo saprai quando sarai un po' più grande. Ti va di dirmi come ti chiami?>>
      <<Norowa Shurui>>
      <<Il tuo nome è molto singolare per essere quello di un bambino. Ma ti dirò che mi ispira>>
      La signora con la quale stava conversando aveva dei capelli rossi raccolti in una treccia, ornata da un fiore rosa, e degli azzurri che gli davano un senso di sicurezza e...comprensione. Era vestita in modo curato e semplice, sul suo volto senza trucco si intravedevano delle sottili rughe che per assurdo, la rendevano molto più bella di come avrebbe potuto renderla un normale rossetto. Quella donna gli piaceva a pelle e si immaginò come sarebbe stata se fosse diventata la sua...mamma.
      <<Dimmi, Norowa. E' una mia impressione o c'è qualcosa di speciale in te?>>
      Gli sembrò una domanda alquanto strana e senza un fine ben chiaro; tuttavia, non si astenne dal rispondere come meglio riteneva.
      <<Non credo di essere speciale. Chi è speciale, fa cose speciali. E io non ho ancora fatto nulla che possa definirsi come tale>>
      La bella donna dai capelli rossi alzò le sopracciglia in segno di interesse, lasciando presagire che la domanda appena postagli, avesse ottenuto una risposta che lei voleva sentirsi, come se si trattasse di una prova.
      "Se è un test e l'ho superato, potrebbe pensare che sia...intrigante?" rifletté con se stesso, illuminandosi lo sguardo.
      <<Il mio nome è Josei Mirikiteki. Finalmente ci conosciamo>>
      Gli tese una mano e Norowa la guardò interrogativo e lei capì subito quale fosse la sua titubanza <<In Occidente le persone si salutano dandosi una stretta di mano. Non credi che sia una cosa carina? Stringi la mia mano, Norowa>>
      Il cuore del corvino arrivò in gola per l'emozione e accontentò la gentile signora, notando che la sua mano era particolarmente calda e piacevole da toccare. Aveva sempre sognato di poter stringere la mano di un'ipotetica mamma e Josei era davvero incantevole.
      <<Cosa c'è, Norowa? Perché piangi ora?>>
      <<Nessuno mi aveva mai concesso tutte queste attenzioni. L-la prego, signora Mirikiteki...m-mi adotti!>>
      Josei non apparve stupita dalla reazione e si fece molto seria in volto <<Ascolta Norowa, io non sono qui per adottarti>>
      <<Come...?>>
      <<Sono qui per un motivo molto più importante. Tu sei un bambino unico nel tuo genere e ci sono...persone che non lo accettano. Devo metterti in guardia su ciò che inevitabilmente accadrà tra non molto>>
      <<Persone? Di chi sta parlando? E cosa vogliono da me?>> la interrogò con tono un po' arrabbiato, asciugandosi le guance inumidite.
      <<Non mi aspetto che tu capisca e credo che non sia nemmeno il momento per parlartene. Quello che conta è che comprenda questo unico concetto: coloro che ti cercano e che verranno da te, ti uccideranno>>
      Esterrefatto da quella dichiarazione, percepì dentro di sé non solo la delusione ma anche un'inquietudine mai provata prima perché quella donna, che nemmeno conosceva, gli stava parlando di morte. La sua morte. Fu preso da brividi di raccapriccio e si allontanò, sbarrando gli occhi.
      <<L-lei dice così solo per spaventarmi. Se non vuole avermi tra i piedi, le basterebbe ignorarmi come fanno tutti gli altri genitori. Che bisogno c'è di dire una cosa così crudele?>>
      <<Immaginavo reagissi così>> rispose Joei, senza un briciolo di impazienza <<Hai tutte le ragioni per sentirti in questo modo. Non potrai mai capire di cosa sto parlando fin quando non lo vivrai. Allora, permettimi solo di dirti un'ultima cosa e questa, gradirei immensamente che la tenessi a mente>>
      <<....Ancora? Non le basta la cattiveria che ha appena detto?>> disse, sempre più spaventato e offeso.
      <<Norowa, ascolta le mie parole. La morte, quando verrà da te, potrebbe sembrarti brutta e cruenta, ma ti prometto che sarà veloce e ti sembrerà come un brutto sogno che ben presto finirà. Sappi che io, non ti abbandonerò al tuo destino e non sarai solo. Ti prego di credere almeno in questo>>
      Più Josei parlava, e più si sentiva in una situazione divisa tra la presa in giro e l'assurdità, quel tipo di assurdità che faceva accapponare la pelle. Non aveva capito minimante cosa significasse quel discorso, l'unica parte che gli appariva più chiara era che sarebbe presto morto. L'incontro si concluse pochi attimi dopo e due orfani di sua conoscenza, furono adottati quel giorno. Nessuno invece aveva adottato lui, e nessuno aveva udito la macabra conversazione con la donna dai capelli rossi. Quella notte, si mise sotto le coperte e tremò nonostante non facesse così freddo. Se avesse provato a parlare con un'istruttrice di quanto gli era stato detto, era già sicuro che non gli avrebbero dato il minimo ascolto. In generale, non ricordava di essere mai stato considerato, né dai suoi coetanei, né dagli adulti. Il loro interessamento si limitava alla constatazione della bellezza dei suoi occhi, e basta. Tutto il resto era solo un'enorme muro che si interponeva tra lui e gli altri. Il forte tremore che sembrava non voler abbandonare il suo corpo, lo tenne sveglio tutta la notte e stringendo con forza le palpebre chiuse, ripeté a se stesso per tutto il tempo "Io non morirò. Quella donna era una bugiarda...non poteva essere lei la mia mamma"
      La mattina seguente, fu l'ultimo ad alzarsi in quanto i suoi compagni erano già nel piano inferiore per la colazione e i letti erano già stati rifatti. Con i capelli in stato di totale ribellione, si mise seduto e guardò verso la grande finestra che si trovava in fondo alla camera. C'era un sole meraviglioso e la vista di quei raggi caldi e gioviali, lo fecero sentire meglio, dandogli un po' di coraggio per affrontare la nuova giornata. La colazione deliziosa, contribuì ulteriormente a metterlo di buon umore, scacciando tutti i brutti pensieri di quella notte.
      "Sono stato proprio uno sciocco a bermi una cosa simile. Cosa ne poteva mai sapere quella donna di ciò che mi sarebbe successo? Era solo un pessimo modo per liquidarmi, d'altronde le avevo chiesto di adottarmi. Non accadrà un bel niente di quello che ha detto, è per forza così. Spero di non rivederla mai più"
      Eppure, era triste dover constatare una cosa simile perché la signora Mirikiteki dava proprio l'impressione di essere una persona gentile quanto affascinante, ma evidentemente era stato troppo affrettato. La giornata si prospettava non molto diversa da tante altre che aveva vissuto, e invece accadde qualcosa: la venuta di un nuovo orfano. Verso l'ora di pranzo, furono chiamati tutti quelli della sua età, lui compreso naturalmente, per le presentazioni.
      <<Bambini, lei è una vostra nuova compagna. Mi raccomando, siate gentili, intesi?>>
      Tutti i maschi guardarono la ragazzina con sguardi incantanti, poiché aveva un aspetto a dir poco magnetico. Aveva una pelle più chiara di quella di una bambola, un naso piccolo e delicato, e dei capelli perfettamente lisci, neri come il carbone, e lunghi a tal punto da arrivarle fino alle ginocchia. Erano suddivisi da una riga cutanea centrale, lasciando libera la fronte pallida, e permettendo a tutti di ammirare gli occhi grandi e anch'essi di colore nero, un po' spenti ma ugualmente belli.
      Norowa si sentì invadere da uno strano calore e disse a voce molto bassa "E' proprio carina..."
      C'era da dire però, che la sua espressione la faceva sembrare una persona decisamente cupa. Sembrava infastidita da tutte quelle occhiate, anche se osservandola più attentamente, tutto ciò che si poteva leggere era un totale disinteresse e apatia.
      <<Perché non ti presenti e non dici a tutti come ti chiami?>> le chiese l'istruttrice, mettendosi dietro di lei e poggiandole una mano sulle spalle. La ragazzina sembrò inizialmente disapprovare, fin quando non decise di far udire a tutti la sua voce bassa ma graziosa.
      <<Yami Amaidesu>>
      "Yami...mi piace"
      I maschietti furono piuttosto presi dalla nuova orfana, causando l'invidia di diverse ragazzine, e ciascuno di loro provava ad attrarre la sua attenzione, chi tempestandola di domande, chi facendole vedere quanto fosse bravo nei trucchi di magia, chi provando a parlarle nella speranza di una reazione di qualche tipo. Yami, tuttavia, ignorava chiunque le si avvicinasse, senza nemmeno rivolgere loro lo sguardo. Durante le ore di gioco, nel cortile dell'orfanotrofio, non accettava l'invito di alcuno a giocare insieme, non si faceva mai spingere sull'altalena e cosa più importante, non parlava mai. Norowa non provò nemmeno a tentare una presentazione, non tanto per la timidezza bensì perché si era talmente stancato di essere ignorato da chiunque, che pensò fosse il caso di iniziare a fare come quella bambina: ignorare. Una parte di lui però, era davvero curioso di conoscere quella misteriosa bruna e i giorni successivi, molte conversazioni dei bambin erano proprio incentrati su di lei. Alcuni la ritenevano una persona troppo antipatica, altri si erano lasciati incantare talmente tanto dal bel visino, da non poterle resistere. Norowa, durante i pasti, ogni tanto buttava un occhio verso il suo tavolo e puntualmente, era sempre da sola. All'apparenza, non dava l'impressione di soffrirci o di essere impacciata anzi, si sentiva a suo agio e quell'espressione di indifferenza non la abbandonava mai, tant'è vero che giurò di non averla mai vista sorridere.
      Nel frattempo, per diverse notti non riuscì a dormire come aveva sempre fatto. Credeva di essere riuscito a dimenticare totalmente quello strano episodio avvenuto con quella donna, ma iniziò a pensare di essersi sopravvalutato, perché il tremore non scompariva e poteva fare persino degli incubi, delle volte. Una notte, non ne potette più di starsene nel letto in preda alla paura e così si alzò silenziosamente e ritenne che una passeggiata in giro gli avrebbe fatto bene. Prese con sé un accendino che aveva trovato casualmente tempo fa (con grande probabilità apparteneva ad un'istruttrice) e lo accese. Non aveva affatto paura del fuoco e lo vedeva piuttosto come un amico grazie al quale addentrarsi nei bui corridoi che stava attraversando proprio in quel momento. Scese con cautela le scale, allo scopo di prendere una boccata d'aria una volta raggiunto il cortile che si trovava all'esterno, ma si sorprese di sentire una vocina femminile cantare una malinconica melodia provenire proprio dal suddetto luogo. Quando arrivò a destinazione, si nascose nell'ombra per spiare chi stesse cantando e realizzò che si trattava di Yami. I lunghi capelli svolazzavano tra la lieve brezze di quella notte primaverile ed era di spalle, rivolta verso la luna. Risultava essere particolarmente intonata e la voce era così calda e adorabile che sarebbe rimasto incantato a guardarla lì per tutto il resto della nottata.
      "E se fosse l'occasione giusta per parlale? Forse con me potrebbe aprirsi un po'...o magari dovrei solo girare i tacchi"
      <<Hey, tu. Mi stai spiando?>>
      Trasalì a quella domanda e si accorse che la ragazzina, aveva smesso di cantare e stava guardando verso la sua direzione. Uscì allo scoperto arrossendo appena e si mise le mani tra i ciuffi, con fare perplesso.
      <<Come hai fatto a capire che ero qui?>>
      <<Ho sentito il rumore dei tuoi pensieri>> gli disse, come se fosse una cosa ovvia.
      <<Sono così rumoroso? Ah ah ah...allora la prossima volta dovrò stare più attento>>
      <<Sei il ragazzo con gli occhi di colore diverso>>
      Il corvino si fece più vicino, mettendosi difronte a lei e godendosi la piacevole brezza.
      <<Allora mi hai notato>>
      Yami girò il viso contrariata <<E' possibile. Hai qualcosa di diverso dagli altri>>
      <<Forse stai parlando della mia altezza>> gli rispose tranquillamente, notando l'abissale differenza di statura tra i due <<Devo essere una sorta di gigante>>
      <<Non mi riferivo all'altezza>>
      <<Allora a cosa?>>
      <<Sto parlando di come sei. Hai qualcosa di diverso, te l'ho detto>>
      <<Però non sai cosa, giusto?>>
      <<Non ho detto questo>>
      Norowa superò la ragazzina e si sedette sull'altalena, notando che lei si era girata apposta per continuare a guardarlo in faccia. Allora, poteva darsi che non aveva intenzione di ignorarlo.
      <<Ti andrebbe di darmi qualche spinta per l'altalena?>>
      <<No. Non mi interessa farti un favore>> gli rispose senza alcun riguardo. Non era arrabbiata, aveva soltanto quel suo tipico atteggiamento annoiato, eppure la noia non la ostacolava a un punto tale da smettere di guardare il ragazzo che senza stare troppo a badarci, si era dato la spinta da solo e dondolava con un sorriso sulle labbra.
      <<Cosa ci fai sveglia a quest'ora?>> le chiese, mentre lei si era seduta per terra affianco all'altalena.
      <<Cantavo>>
      <<Sei davvero brava, sai?>>
      <<Uhm>>
      <<Io mi chiamo Norowa Shurui>>
      <<Uhm>>
      <<Potresti dire qualche parola in più?>>
      <<Anche tu parli poco>>
      Con un salto alquanto agile, scese dall'altalena e si sedette vicino alla corvina, incrociando le gambe. Lei guardava in basso, con occhi vuoti.
      <<Hai ragione, non sono un tipo che parla molto. Non credevo mi stessi osservando>>
      <<E' solo perché hai qualcosa di diverso>>
      <<Sei diventata un disco rotto? Ho capito, ok?>> e le rivolse un luminoso sorriso, mettendole una mano sulla testa per farla girare verso di sé. La bambina ebbe per la prima volta da quando era giunta all'orfanotrofio, un'espressione diversa. Sembrava imbarazzata e le guance erano rosate.
      <<Perché ti imbarazzi, adesso? Non sei abituata a vedere le persone sorridere?>>
      <<Non è nulla>> gli rispose, voltandosi immediatamente dall'altra parte, ancora un po' rossa <<Dimentica quello che hai visto. E non guardarmi>>
      <<Perché fai così? Temi che qualcuno possa dirti qualcosa di cattivo?>>
      <<Non deve interessarti>>
      <<Se hai paura di relazionarti con gli altri, io lo so bene. Non sono molto aperto, sai? Dicono che è per questo che non vengo ancora adottato da nessuno>>
      <<Cosa ti cambia se vieni adottato?>> gli chiese, lanciandogli un'occhiata severa.
      <<Voglio avere una famiglia e andarmene da qui. Chiedo troppo?>>
      <<No...credo di no>>
      Ci fu una pausa di silenzio per diversi minuti, lei aveva le gambe rannicchiate al petto mentre lui ammirava la bellezza delle stelle che decoravano il manto oscuro. Non avrebbe aggiunto altro a quella conversazione, se non fosse stata proprio lei a volerla continuare, con sua sorpresa.
      <<Io invece non voglio essere adottata. Non sarei felice in una famiglia nuova o in qualsiasi altro luogo. Credo che rimarrò qui per sempre>>
      <<Non potrai rimanerci per sempre. Prima o poi crescerai e a quel punto, non avresti un posto dove andare>>
      <<Allora cosa...dovrei fare?>>
      <<Aspettare i genitori giusti>>
      <<E se non arriveranno mai?>>
      <<Beh, in quel caso...>> gattonò fino a mettersi difronte a Yami e a inginocchiarsi <<Verrò a prenderti io, se vorrai>>
      <<Mi stai dicendo che sarai tu ad adottarmi?>>
      Norowa scoppiò in una risata <<No, ovviamente. Però se quel giorno sarai ancora qui e io sarò in un altro posto, potrei portarti via da questo dimenticatoio e chissà, potremo fare tante cose insieme...ad esempio, mangiare il gelato!>>
      Stava provando a rassicurarla o a strapparle una qualsiasi altra reazione, perché gli era bastato ben poco per capire che erano molto più simili di quanto credesse. Entrambi con tanti dubbi, entrambi senza una meta, entrambi soli in un mondo circondato da tante persone. Yami inizialmente stava cedendo, ma si ricompose in fretta e fece finta di non importarle di quello che il bel ragazzino dagli occhi diversi, le stava dicendo.
      Ciò che avvenne in seguito ebbe dell'incredibile, perché come se un filo invisibile li avesse ormai legati l'uno all'altra, i due ragazzini presero a parlarsi sempre più spesso. Da quelle chiacchiere e da quel tempo trascorso facendosi compagnia a vicenda, nacque un'amicizia quasi surreale, come se lui fosse in grado di farla parlare senza problemi, un'impresa in cui tutti gli altri fallivano, e lei avesse la capacità di capire come fosse fatto senza che dovesse dirgli nulla. C'era una sana complicità che li portò a conoscersi poco per volta, finché quasi tutto il tempo libero lo passavano solo e unicamente tra loro, da soli, a volte giocando, a volte rincorrendosi o altre volte ancora incontrandosi in segreto di notte, nel cortile dove era iniziato il loro primo dialogo. Yami, con lui, aveva gli occhi leggermente più vivi e poteva persino capitare che gli concedesse dei sorrisi. Norowa invece, quando stava con lei, aveva sviluppato una sorta di chiacchiera che riusciva a sfruttare solo in presenza dell'amica. Ma nonostante le cose stessero andando meglio del previsto, ogni volta che guardava Yami non si limitava solo a constatare il fatto che fosse una ragazza di poche parole e dagli atteggiamenti estremamente misurati, ma percepiva una sensazione che non era in grado di spiegarsi, una sorta di ombra o di oscurità che la avvolgeva e che la rendeva atipica rispetto alle altre bambine. Magari era dovuto alla sua serietà anche nelle cose più leggere, o a quello sguardo che diventava vuoto con chiunque non fosse lui, o ai suoi discorsi maturi per essere soltanto una dodicenne. Ma non era nemmeno questo, lei provava fastidio per le cose rumorose e assillanti, come ad esempio le persone. Una volta gli aveva persino confessato che non aveva paura dei film horror e che anzi, le piacevano molto. Non giocava mai con le bambole, perché la trovava una cosa da "bambinette" e le piaceva moltissimo il colore nero. Non aveva paura praticamente di nulla, né dei temporali, né del mostro sotto al letto, né di qualsiasi altra cosa i comuni bambini temessero. Qualcosa in lei, era ambiguo e fuori dalle regole e non riusciva ancora a individuarla con esattezza. La cosa divertente era che anche Yami provava lo stesso per lui, considerandolo come una sorta di eccezione e seppur nemmeno lei non avesse ancora capito perché, sapeva che gli piaceva questa caratteristica e ciò le bastava. Dopo molte settimane dall'inizio della loro amicizia, passeggiavano in una di quelle tante notti per i corridoi e chiacchieravano a voce bassa, finché Yami gli fece una domanda.
      <<Shurui-kun, tu non hai mai sonno?>>
      <<Yami-chan, quante volte devo ancora dirti che puoi chiamarmi per nome?>> la rimproverò con tono scherzoso e scuotendole la testa con una mano.
      <<Smettila di fare così>> disse, con il suo solito portamento indifferente e calmo.
      <<Sei divertente, piccoletta>>
      <<Sei tu ad essere troppo alto>>
      <<Già, per questo gli adulti non mi prendono sul serio>>
      <<Se tu fossi molto basso, avrebbe senso dirlo>>
      <<Anche per i troppo alti accade la stessa cosa! Me lo sento...>>
      <<Norowa-kun, tu non hai mai sonno?>> gli ripeté come se avesse fatto copia e incolla, modificando soltanto il nome.
      <<Mi capita di non dormire molto bene>>
      <<Perché?>>
      <<Prima che tu venissi all'orfanotrofio, mi è successa una cosa che mi ha scosso e da allora non faccio che ripensarci>>
      <<E' una cosa brutta, quindi>>
      <<Sì...una donna...mi ha detto che tra non molto sarei... morto>>
      Yami si limitò a puntare gli occhioni neri sull'amico, senza scandalizzarsi di quanto appena udito <<Anche a me è successa una cosa del genere. Un uomo, mi disse che sarei morta ma che il mio destino sarebbe stato crudele e che lui sarebbe venuto a salvarmi>>
      <<Cosa?! Allora non sono l'unico...anche a me hanno detto una roba del genere, solo che quella donna non ha parlato di destino crudele. Yami-chan, perché non me lo hai mai detto?>>
      <<Nemmeno tu lo hai mai fatto>>
      <<V-vero. Non so il motivo, forse volevo soltanto dimenticarmene. Però, devi aver avuto molta paura>>
      <<No. Ero solo scettica>>
      "E io che me la sono fatta addosso per tutto questo tempo"
      <<Ma cosa significa ciò che ci è stato detto?>>
      Yami era sul punto di riaprire bocca ma qualcosa la fermò, un rumore sinistro provenire dalle oscure profondità del corridoio attraverso il quale stavano camminando. Il rumore di qualcosa che strisciava per terra, qualcosa che raschiava, fino a produrre un suono assordante. Qualcosa che sembrava simile ad un'arma fatta d'acciao. Dei passi molto pesanti e trascinati si facevano vicini ogni secondo che passava e potevano persino udire gli echi dei sospiri di quello che sembrava essere un uomo. L'istinto di Norowa gli stava scongiurando di non perdere un altro centesimo di tempo e di portare via Yami da lì, perché quella situazione non era normale. Qualcosa non quadrava e non si trattava di un'immaginazione. Afferrò una mano dell'amica e mettendo un dito sulla bocca le fece "shh". La trascinò con sé, tenendola per mano con sicurezza e voltando alla loro destra, dove si trovava la cucina. Non sapevano chi sarebbe arrivato se avessero aspettato, ma la prudenza non era mai troppa e quell'acciao continuava a raschiare sul pavimento, mentre i sospiri si trasformarono in lamentele, quasi come se l'uomo non riuscisse a sostenere il peso di ciò che stava portando con sé. Una volta in cucina, Norowa chiuse la porta e cercò di udire i passi dell'estraneo, per capire se sarebbe proseguito dritto lungo il corridoio oppure sarebbe entrato anch'egli, voltando a destra. Ci fu un momento in cui la presenza dell'individuo era particolarmente vicina ed entrambi i bambini trattennero il fiato fin quando non lo si udì allontanarsi.
      <<Forse se ne è andato>> sussurrò il corvino.
      <<E' come ci ha detto quella donna>> disse Yami, con occhi talmente stupiti da esserle diventati più piccoli e le mani che non smettevano di fermarsi <<Sarà lui a ucciderci. E' arrivata la nostra morte>>
      <<Yami-chan, non dirlo neanche per scherzo!>>
      <<No, invece...moriremo...lui ci ucciderà. E' qui per questo>>
      <<Qui non morirà proprio nessuno oggi, ok? Nessuno si permetterà di toccarci nemmeno un capello>>
      <<Non puoi, Norowa-kun. Ormai le nostre fini sono segnate...>>
      <<Ti è venuta la tremarella di colpo? Ti ho detto che non è assolutamente possibile quello che stai dicendo>> le poggiò le mani sulle spalle e la guardò con occhi pieni di sicurezza, ignorando la paura che lui stesso stava provando <<Ho deciso di nasconderci qui solo per un mio scrupolo, ma in realtà non lo abbiamo visto e potrebbe essere chiunque. Quindi niente panico, non ne abbiamo motivo>>
      <<Tanto hai pensato anche tu la stessa cosa. E come spieghi quegli strani rumori?>>
      <<Adesso è una perdita di tempo cercare di fare delle ipotesi. Senti piuttosto che faremo>>
      Annuì soltanto, non completamente convinta.
      <<Butterò un occhio fuori per vedere se c'è via libera. Dopo di ché, ti porterò nei dormitori femminili, così potrai tornare in camera tua e vedrai che sotto le coperte, assieme alle altre bambine, non ti accadrà nulla. Agiremo nell'ombra, come dei ninja>>
      <<E tu cosa farai? Quando avrai lasciato me, sarai da solo>>
      <<Tornerò anche io nella mia camera>>
      <<Ma non puoi affrontare il tragitto senza di me...lascia che sia io a farlo...>>
      <<No, voglio assicurarmi che sia tu la prima ad essere al sicuro. Devo proteggerti, no?>>
      <<Così morirai, Norowa-kun...>> gli disse, lasciandosi scappare qualche piccola lacrima. Era la prima volta che la vedeva piangere.
      <<Sciocca, ti devo ancora ripetere quello che ti ho detto prima? Qui non morirà nessuno, oggi>>
      Il sorriso dell'amico la rassicurò un po' e finalmente i due, prendendosi per mano, uscirono dalla cucina e a passi veloci ma prudenti, si addentrarono nei corridoi seguiti dalla luce lunare, a volte fermandosi in qualche angolo per controllare se lo sconosciuto fosse nei paraggi ma all'apparenza, era svanito. Raggiunsero la prima rampa di scale che li avrebbe condotti al piano dedicato ai dormitori, tuttavia udirono di nuovo gli stessi agghiaccianti passi scendere ancora una volta verso la loro direzione. Era tutto buio e non potevano vedere con esattezza chi stesse scendendo, finché Norowa non prese il suo affezionato accendino e lo usò come una lanterna. Fu allora che videro qualcuno o qualcosa, dall'aspetto tanto bizzarro quanto familiare che ormai li aveva raggiunti, e se ne stava fermo sul piccolo pianerottolo che ergeva al di sopra di loro i quali, nel frattempo, erano rimasti bloccati in mezzo alla scalinata. Era un uomo vestito di nero dalla testa ai piedi, con una lunga tunica a ricoprire interamente il corpo, una cappello simile ad una bombetta ma più schiacciato, e una maschera a celare interamente il suo viso. Quest'ultima era la parte davvero strana del suo abbigliamento, perché aveva la forma di un enorme becco d'uccello, dotata di due cerchietti molto piccoli all'altezza degli occhi, per permettergli soltanto di vedere. Il naso e tutto il resto del viso erano coperti dal materiale della maschera e solo dopo, un po' scioccamente, notarono qualcos'altro di molto più preoccupante: una falce, che reggeva con una mano e che aveva trascinato tutto il tempo.
      I bambini fecero immediatamente dietro-front, e corsero velocemente verso la direzione opposta all'uomo che, notando la loro fuga, si era dato all'inseguito ma senza correre. Camminava molto tranquillamente come se stesse facendo una passeggiata in giardino, solo che la falce sembrava essergli d'impiccio.
      <<Norowa-kun, dove andiamo adesso?>>
      <<Continua a correre. Non so chi sia, ma quell'arma non lascia intendere niente di buono. Potrebbe essere un pazzo che si è intrufolato nell'orfanotrofio>>
      Si distanziarono di parecchio dall'uomo e stavolta entrarono in una delle classi dove si tenevano le lezioni mattutine. Norowa cercò di respirare profondamente e di non farsi vedere troppo preoccupato, così da rassicurare Yami che nonostante fosse anche lei abbastanza coraggiosa, era visibilmente più provata.
      <<Anche tu provi paura ogni tanto, eh? Sta tranquilla, ti proteggerò io>>
      <<Ci troverà. Dobbiamo essere invisibili...come hai detto tu>>
      Il rumore della falce stava avanzando ed era quasi chiaro che di lì a poco, l'uomo dalla maschera d'uccello sarebbe entrato per controllare dove fossero.
      "Sotto i banchi ci vedrà...però la scrivania è ben protetta dai pannelli di legno. Una persona sola potrà entrarci, in due non ci stiamo perché sono maledettamente troppo alto"
      Guardò verso un armadio che conteneva degli abiti scolastici di ricambio, molto simile ad un guardaroba per capienza ed aspetto.
      "Se faccio entrare Yami lì dentro, dovrebbe essere più protetta. Ci sono molte più probabilità che venga da me, piuttosto che da lei...l'armadio è piccolo quindi nemmeno lì potremo entrare in due"
      <<Ascoltami, Yami. Tu->>
      <<No>>
      <<Eh?>>
      <<So già cosa stai per dire, abbiamo pensato alla stessa cosa. Ma sarai tu ad entrare nell'armadio, io andrò sotto la scrivania. Sono più piccola ed è facile che non mi vedrà con questo buio>>
      Il tempo stava per scadere e lo sconosciuto sarebbe entrato di lì a poco. Norowa non aveva tempo per discutere e cercare di convincere, quindi prese in braccio l'amica caricandola su una spalla e aprì l'armadio, mettendola lì dentro e non curandosi delle proteste a bassa voce della corvina. Chiuse la porta dell'armadio, come se ci avesse buttato dentro una scopa ammuffita, e corse verso la scrivania, mettendocisi sotto appena in tempo. L'uomo si fermò infatti difronte alla porta e bussò.
      "Cosa cavolo si aspetta, che gli diciamo di accomodarsi?" pensò il corvino, provando a farsi il più minuto possibile.
      Bussò una seconda volta alla porta, e dopo essersi reso conto che nessuno gli avebbe dato alcuna risposta, aprì lentamente l'uscio e tirò fuori il suo lungo becco. Norowa dovette fare un grosso sforzo per contenere il respiro affannato che stava attraversando naso e gola già da un po', e spiò attraverso una fessura della scrivania per vedere se Yami non si fosse mossa da lì. L'inquietante individuo si mise al centro della classe e guardò a destra e a sinistra per diverse volte, come se dovesse prendere una decisione. Optò infine per andare alla sua sinistra, dove si trovava l'armadio in cui era nascosta la ragazzina.
      "No no no no. Non andare di là...accidenti, bastardo di un uomo uccello"
      Colto dalla totale improvvisazione, batté un pugno sulla superficie del pannello, così da attrarre l'attenzione dell'inseguitore; il diversivo ebbe effetto e subito il mascherato cambiò totalmente direzione, avanzando verso Norowa che era totalmente a corto di idee e si stava dando dell'idiota per circa un centinaio di volte. Era sul punto di alzarsi e scapparsene facendo il giro della scrivania, recuperando con più tempestività possibile la sua amica, ma un urlo femminile provenire proprio dall'armadio, gli fece battere il cuore all'impazzata. Le ante si aprirono e Yami si accasciò a terra, per poi strisciare spaventata il più lontano possibile da un altro uomo mascherato che usciva tranquillamente dall'armadio. Era vestito allo stesso identico modo di quell'altro e non ebbe la lucidità di chiedersi come fosse sbucato da lì. Uscì dal suo precario nascondiglio, allo scopo di aiutare l'amica, ma l'altro, il loro primo persecutore, non gli diede il tempo di farlo perché alzò con entrambi le mani la pesante falce e usò la parte del manico per colpire il ragazzino sulle gambe, così da farlo cadere di faccia per terra e provocargli un forte dolore.
      <<Norowa!>>
      <<Yami...allontanati da lei, mostro!>> urlò, rivolgendosi a colui che aveva afferrato la bambina per il tessuto della tunica da notte. L'uomo che invece lo aveva colpito, gli stava proprio alle spalle ed era pronto ad un nuovo attacco, ma stavolta non avrebbe usato il manico...
      Norowa aveva come unico obiettivo quello di correre verso Yami, strisciando come un serpente, ma le gambe gli facevano troppo male e i movimenti erano molto limitati. Ebbe solo il tempo di vedere l'orribile scena dell'uomo trapassare con la sua falce il corpo dell'amica, e gridare il nome di colei che ormai era quasi certamente morta in un lago di sangue.
      <<Yami!!!>>
      Dopo di ché, qualcosa di duro e tagliente gli si conficcò sulla spina dorsale, fino a raggiungergli la parte dove si trovava lo stomaco e udire il rumore delle sue viscere muoversi, spruzzando sangue lungo tutto il pavimento. Era un dolore talmente lancinante e profondo, da sembrargli quasi surreale e dopo aver sputato un'abbondante quantità di sangue, cercò di vedere cosa stesse facendo l'altro uomo alla sua amica, ma la vista era troppo annebbiata e tutto ciò che riuscì a scorgere, negli ultimi istanti di vita, fu il cadavere di Yami che veniva portato in braccio.
      "Yami...ti avevo detto che ti avrei protetta...scusami. Non sono un bravo cavaliere"
      Chiuse gli occhi e finalmente sentì che quel terribile bruciore abbandonare il suo corpo, perché ormai non poteva più sentirlo. Era stato brutalmente ucciso e ora, era morto."

      Spazio Autrice: se questo primo capitolo ha suscitato il vostro interesse, su Wattpad avrete la possibilità di leggere il seguito, vi basterà cercare il titolo del libro!

       
      To be cont

    • Voglio raccontarvi una storia, accaduta veramente e di cui ho avuto il piacere di visitare il luogo laddove si svolsero i fatti.
      Lomello è un piccolissimo paese in provincia di Pavia immersa tra campagne e risaie sulla provinciale 193bis sorge una villa abbandonata: Villa De Vecchi. La sua notorietà può essere paragonata a quella di un altra tenuta sovente al centro di storiacce di spettri e fantasmi, vale a dire Villa di De Vecchi di Cortenova, in Valsassina, meglio nota con il nome di “Casa Rossa”. Secondo la leggenda, a Villa De Vecchi la maledizione iniziò dopo che il proprietario della tenuta trovò la moglie assassinata e la figlia scomparsa. La storia di cui tanti in questo paese me ne hanno parlato è che un brutto giorno di fine estate del 1912 il proprietario di questa tenuta eretta in mezzo ai campi di riso tornò da una battuta di caccia. Ad attenderlo, sulla porta d’ingresso, avrebbe dovuto esserci la bella e giovane moglie sposata pochi mesi prima. Invece no, la sposina era all’ultimo piano della torretta della villa in compagnia di un giovane stalliere. Il proprietario lavò nel sangue il tradimento con due colpi di fucile, più un terzo per se stesso. Villa De Vecchi è in uno stato di abbandono totale. Abbandonata da oltre trent’anni, ma la proprietà, acquisita negli anni Settanta dal re del riso, Francesco Sempio, si è data da fare per limitarne il degrado e le incursioni di spiritisti, predatori e semplici curiosi. C’è un piccolo particolare che non quadra . Al bar del Paese di Lomello è appesa ad una parete la foto della villa datata 1931. molto probabilmente pochi giorni dopo la sua inaugurazione e, in piedi fermo avanti all’ingresso, si vede un uomo.  Si tratta di Pietro Cerri, il proprietario che la fece ricosruire e chiamare Villa Cerri. C’è qulache piccola estemporaneità: se la Villa venne costruita nel 1931, non poteva certo esistere 1912, anno in cui viene fatto risale l’omicidio-suicidio che avrebbe dato avvio alla maledizione, e se il proprietario era vivo e vegeto davanti all’ingresso nel 1931, non poteva certo essersi suicidato nel 1912. A questo punto, chiarito che Villa Cerri non fu teatro di alcun fatto di sangue, rimane da capire come si sia potuta sviluppare la leggenda degli amanti maledetti. Una brutta vicenda che vide un’intera famiglia sterminata a colpi di coltello da un rapinatore, anche se alcuni dicono che ci fosse di mezzo una storia di corna. Alla fine, comunque, il colpevole venne preso e giustiziato nel fiume Agogna, una delle ultime esecuzioni capitali della Lomellina. La vicenda risale ai primi dell’800, quasi 100 anni prima della leggenda su Villa Cerri, ma forse, mescolata con un altra storia di tanti anni fa che parla di una tresca amorosa fra due ex dipendenti della tenuta, potrebbe essere stato il trampolino di lancio della leggenda.

    • Vado a raccontarvi una delle mie tante gite in moto per l’Italia del nord nelle quali ho avuto il piacere di essere innanzitutto accompagnato da due amici motociclisti e appassionati di paranormale che mi hanno aiutato a comprendere ancora di piu’ questo mondo cosi assurdo, irreale seppur cosi tangibile del mondo paranormale o di quelle attività elettromagnetiche in luoghi non piu’ abitati da persone fisiche ma da residui delle loro vite precedenti. Il castello di Landriano in provincia di Pavia è stato per me uno dei posti piu’ interessanti del nord-ovest d’Italia. Giugno 2017, giornata soleggiata e calda ma non afosa. Con la mia Harley Davidson in compagnia di Luca e Mary sulla Indian partimmo da Milano in direzione Landriano, nella bassa pavese. Il tragitto non presentò alcun problema e arrivammo a destinazione poco prima delle 10 di mattina. Un caffè al primo bar del paese (6000 abitanti) e due domande al benzinaio (i benzinai sanno tutto…) su come arrivare al castello. Una volta giunti al castelllo, nonostante fosse pieno giorno, l’atmosfera di quel luogo oramai abbandonato da moltissimi anni anche se oggi di proprietà privata, rilasciava qualcosa di strano. Suggestione forse…non lo so. Il castello risalirebbe all’anno 1037 e fu conteso da ostrogoti e bizantini. Nel 1531 Alessandro Landriani cedette la fortezza al gran cancelliere Francesco Taverna e la sua famiglia lo ha mantenuto per diversi secoli. Lasciammo le motociclette sulla stradina sterrata che fiancheggiava il lato ovest del castello e senza troppo dare nell’occhio ci incamminanno all’interno del maniero. Inutile fare una descrizione dello stato di degrado di quel luogo, lo lascio alla vostra immaginazione. Il mio carissimo amico Luca quando fummo giunti nell’anticamera principale del castello estrasse dallo zaino uno strumento molto particolare che misura la variazione di onde elettromagnetiche nell’area nella quale ci si trova. La prima fortissima sensazione fu quella di percepire uno spiffero di aria gelida sul viso anche se esternamente c’erano 28 gradi e dentro non era inferiore ai 22/23 gradi. Nessun segnale sul rilevatore di Luca. Salimmo le scale fino al piano superiore, stando attenti di non inciampare nei calcinacci e giunti sopra il rilevatore emise luci multicolori led e un segnale forte e assordante. Non c’erano alcune prese elettriche, tantomeno luci, lampade o cavi elettrici. Niente. Zero. Il rilevatore per alcuni minuti sembrò impazzito; in quell’area c’era qualcosa che avrebbe potuto rivelarsi molto imponente, molto decisa. Una forte sensazione di nausea a tutti e tre mentre Mary perse i sensi e dovette sdraiarsi sul pavimento. La giornata iniziava molto bene, quella che comunemente si può definire gita, si è rivelata una piccola tragedia. La nostra amica riprese i sensi ma disse di essere stata “toccata” da qualcosa o da qualcuno che era con noi tre in quella stanza ma che non si poteva vedere, tranne che nel segnale led dello strumento di rilevazione. In quelle condizioni di fortissimo disagio preferimmo abbandonare il castello e ripercorrere la via che portava a Milano, ed anche molto celermente. Attraverso alcuni documenti scopriamo che tra il XV e il XVI secolo visse una nobildonna di nome Giannetta. Si presume che tale Giannetta fosse una discendente diretta del castello e che fosse esperta nella preparazione di rimedi naturali per curare i problemi di salute. Fu proprio per questo che venne accusata di essere una strega dal generale Lautrec e venne condannata a morte sul rogo. Da allora il suo fantasma si aggira inquieto tra i vecchi ruderi di quella che fu la sua dimora apparendo ai coraggiosi temerari che si spingono fin lì per udire il suo malinconico canto. Non udimmo nessun canto, nessun lamento tantomeno nessun sussurro o parola, solo grande disagio fisico… Ah dimenticavo… Quando uscimmo da una porta delle porte laterali del castello per raggiungere le moto, percepimmo uno strano odore di legna bruciata, ma incendi in quei paraggi non c’erano.

    • CAPITOLO 1
      Mi chiamo Martina sono una ragazza disabile e cammino con i tutori e ho  26 anni e vivo a Firenze, dall'uscita della scuola superiore del 2014 sono stata fidanzata con un ragazzo e pensavo che era amore puro, ma dopo mesi ho capito che lui mi ha usato i miei sentimenti e altro, perche ho perso la verginità a 18 anni... Ho iniziato a stare male perche lui mi ha lasciato per un altra persona, mesi e giorni piangevo di continuo e mi facevo male, mia mamma ad avvisato la mia assistenza sociale e mi ha messo a una struttura che si chiama Cse cioè centro socio educativo, da li ho cominciato la mia terapia, cioè stare con l' educatrici, operatrici e con il psicologo...  Ogni giorno ho capito che cos'è la vita, grazie a loro e la mia famiglia, e da li ho cominciato ad fare delle attività come musicoterapia, ceramica e bricolage... Litigavo con tutti e poi mi hanno capito al volo tutti quanti, mentre ero li ho cominciato ad fare un' attività tipo danza in sedia a rotelle, da li ho cominciato ad uscire con un ragazzo di Empoli e anche lui è disabile si chiama Flavio e con lui è durata 3 anni e mezzo la relazione, ma al 2 anno di stare insieme, avevo tutti contro, i suoi amici, parenti e gli educatori, io non sopportavo le critiche su di me e poi lui a perso la testa, e a cominciato ad alzare le mani e farmi del male, ho cominciato a parlare con l 'amico di mia mamma e gli ho detto che il mio uomo, mi picchia, allora mia mamma è venuto a prendermi, sono ritornato... 
      Io sono troppo buona con le persone e ci ho riprovato a ritornare con lui, ma era tutto inutile credetemi... Ho cominciato a fare un percorso di scuola lavoro e da li sono cresciuta in tutti i sensi, ho fatto amicizia e alcune persone della mia età hanno cominciato a fare bulli con me e iniziare a offendermi pesantemente sia di persona e via social e io ho chiesto aiuto alle persone superiori sia al psicologo e sia alla responsabile e io alla fine ho finito il percorso prima... mentre entro a fare percorso. Dopo 8 mesi che sono single ho cominciato a chattare poi ho conosciuto Alberto era di Napoli e anche lui disabile, dopo un mese è venuto qui a Firenze per una settimana x stare insieme, gli ho fatto conoscere il mio migliore amico e la sua donna, e sono diventati ottimi amici mentre si usciva con loro, Alberto a deciso di lasciarmi e il mio migliore amico a deciso di non parlarmi mai più e con lui è durata la relazione solamente 4 mesi, poi anche lui faceva dei discorsi che non mi piaceva e lo mandato a quel paese. Dopo di lui ho rinconttato Fabio di Livorno, mi faceva sentire importante e amata poi ho scoperto che stava con una ragazza di Livorno e a me, mi usava mentalmente e a iniziato ad offendermi anche lui e io lo bloccato... ma lui dopo 2 settimane mi chiama con il numero privato e io rispondo sempre e lui è molto bravo manipolarmi la mia testa e mi fa cambiare idea e lo sblocco su Whatsapp e ridice cose romantiche, e poi risuccede che lui risente la sua ex di Livorno, a me fa il vago e mi tratta male e io capisco subito e inizio ad agitare, e lo mando a quel paese, parlo con la mia amica Romina e lei mi dice di voler parlare con lui e io gli ho dato il suo numero e loro lui si parlano e lei inizia a farmi le domande, ma io non gli ho detto niente a lei, e anche lei a cominciato ad offendermi pesantemente e io ho detto basta la blocco su whatsapp, perchè ho ricevuto troppe offese questi 2 anni e dico basta e io sono rimasta da sola, secondo me è una cosa positiva, ma nello stesso tempo negativo, aspetterò a Settembre a ricominciare tutte l'attività e uscire spesso di casa e chissà trovare il ragazzo giusto un giorno... succederà? Un giorno arriva un ragazzo che si chiama Marco a 32 anni di Firenze e ricco e mi fa battere il cuore talmente tanto che mi sento male, noi due si cominciato a conoscersi tramite una mia amica e si chiama Aurora, graazie a lei esco con lui a prendere un bel gelato e fare una passeggiata, ovviamente lui mi aiuta perchè ho difficoltà a camminare, ma a lui non gli importa se sono cosi, tutto un tratto mi fa i complimenti e io divento tutta rossa per timidezza ovviamente, mi chiede il numero di telefono e io glielo scrivo sul suo telefono, dopo una lunga passeggiata, mi accompagna a casa e mi dice che mi vorrebbe rivedere e io rimango stupita perchè non me l'aspettavo un ragazzo normale vorrebbe uscire con una come me che sono disabile..
       Passa la notte e io non vedo l'ora di vederlo, non si fa sentire e apro la porta di casa e me lo trovo davanti con le rose e mi porta a fare colazione e io odio fare colazione fuori perche mi vedono tutti come mangio male e lui mi dice di fregarmene e io lo ascolto, si esce e si va a fare un giro verso il Mare di Livorno, si sta abbassando il buio e si va a casa sua che è una villa enorme con i cani e i cavalli che mi piacciono moltissimo a me, io avverto mia mamma che dormo con lui e lui si prende cura di me, mi chiede se ho bisogno di aiuto a fare le cose e io gli dico di stare tranquillo, ci si mette a letto a vedere Netflix, mi abbraccia e mi fa sentire molto importante e in sicuro e io sento quella protezione che volevo da tanto, ma a lui non gli importa del sesso, lui gli importa solamente che sto bene e mi sento tranquilla, mi addormento nel suo petto e lui mi abbraccia e si addormenta anche lui. Lui si alza prima di me perche sono una dormigliona, mi prepara la colazione e me la porta a letto, e io mi sveglio con l'odore del nesquick che mi piace moltissimo e le fette biscottate con nutella, gli do un bel risveglio con un bel abbraccio e un bacio, mi aiuta a farmi la doccia e dopo mettermi i tutori e vestirmi, dopo la doccia, si va a fare un giro per la casa e vedo una porta chiusa di una stanza e gli chiedo cosa c'e dentro e lui mi fa capire che è una stanza dei giochi sessuali, e io dico che non me la sento di vederla perche ho un po paura adesso, mi ha detto di stare tranquilla, si va a fare un giro con i cavalli e io da li inizio a diventare scema perche mi diverto tantissimo... 
      mi sento veramente bene in tutti i sensi, lui mi propone di portarmi al cinema e io ci sto, e si va a vedere un film romantico e io mi appoggio a lui e lui mi da la sua mano e io gli do la mano, mando un messaggio a mia mamma che torno a casa e ti presento Marco e lei mi ha detto va benissimo, dopo il cinema si va a casa di mia mamma e si conoscono e gli piace moltissimo Marco e io sono felice e lui mi chiede il perche non c'è mio padre naturale e io gli dico che è andato via di casa quando avevo 6 anni e ho sofferto abbastanza perche ero un po gelosa di tutti ecco, per via della mia disabilità, e lui mi abbraccia fortissimo dicendomi che c'è lui accanto a me.. poi dopo cena, vado da lui a dormire e sto con lui un paio di giorni... si arriva a casa sua, mi chiede di raccontare la mia vita, ma un certo punto mi metto a piangere e mi fa molte coccole e un certo punto lui mette la mano dentro le mutante e io ci sto, inizio fare dei respiri strani e inizio avere caldo, inizia ad baciarmi totalmente da tutte le parti  e mi porta a letto, facciamo l'amore 2 ore perche noi andiamo molto piano anche per la mia situazione, mi chiede se sento male, ma gli dico di no, mi distrugge e io dormo subito e lui dorme accanto a me, abbracciarmi.. giorno dopo mi chiede se sto bene e gli dico di si e lui mi trova un lavoro come segreteria e io mi trovo veramente bene ma c'è qualcuno che mi da noia, e io faccio finta di niente e io lo blocco da tutte le parti, ma sa dove lavoro, e giorno dopo me lo trovo a lavoro, e io chiamo Marco ma c e l'ha occupato e io inizio avere paura, e scappo ma questo tizio c e la fa a prendermi e mi porta a casa sua e mi chiude dentro a una stanza. Marco vede le chiamate, messaggi e vocali e diventa pazzo perche non mi trova da nessuna parte e inizia a chiamare la polizia e i carabinieri, lo aiutano... ma non ci riescono, cosa succederà la prossima volta?
      Capitolo 2 
      Marco continua a cercarmi da tutte le parti, ma è inutile e passano giorni, è molto triste e preoccupato perche non sa cosa mi fa e cosa vuole da me. Intanto questo tizio mi ha chiuso in questa stanza, con un letto, cucina e una televisione e un bagno e dentro il frigorifero c'è di gia la roba per mangiare, ma io non mangio perche mi manca moltissimo Marco che è l'unico che mi fa sentire importante e amata, sono preoccupata perche non so cosa vuole da me questo tizio che mi ha chiuso in questa stanza bianca che mi sembra di stare in una stanza di ospedale e più ci stanno delle telecamere che immagino che mi sta controllando cosa faccio, ma nel fra tempo passano giorni e io inizio a stare male perche non mangio, ma bevo solamente acqua.. accendo la televisione, vedo delle notizie e poi appare il mio viso e la notizia che gira, e c'èra anche Marco che chiede di me, ma non si arrende mai e poi mai.. 
      Passa il giorno dopo, il tizio entra nella stanza e parliamo ma io ho ancora paura e non mi avvicino a lui perchè ho paura che mi fa del male, mi porta una torta alle mele, poi va via e mi dice che presto mi libera ma non sa quando, ma sono sospettosa chi c e dietro alla maschera. Mi faccio tantissime domande su questo tizio che non so nemmeno il suo nome, ma nel fra tempo penso a Marco che è solo e ho paura che gli succede qualcosa di particolare.. Marco inizia a fare un corso di polizia perche vuole diventare poliziotto per indagare sul mio rapimento e di questo Tizio che non si sa chi sia.. Passano mesi e Marco c'è l'ha fatta a diventare poliziotto, ma gli dicono che ancora deve aspettare a dargli il caso della sua futura ragazza che sono io. Questo tizio entra nella mia stanza con la vernice e inizia a verniciarla per farmi sentire a casa, ma non è cosi, inizio a fargli le domande, ma lui non mi risponde perche secondo me non vuole che sento la sua voce, io gli chiedo se posso vedere un po di luce di fuori, mi dice di no! Inizio a farmi delle domande perche non posso fare niente e cosa vuole da me questo tizio..  Passa 1 anno e a Marco gli danno il caso su di me e fa tantissime domande e inizia a chiedere in giro, ma nessuno gli dice niente, ma mentre va verso la macchina della polizia sente parlare una donna che dice che il suo figlio a rapito una ragazza e non si sa se la libera o l'ammazza ma dice subito il nome di questo uomo che si chiama Giuseppe, quindi Marco chiede a questa donna di andare con lui in centrale di polizia e la interroga e inizia a scrivere dove abita Giuseppe, manda a casa la madre.
       Questa donna si chiama Lucia che è la madre di questo Giuseppe che è il rapitore ma non gli ha detto alla polizia dove abita, quindi lei inizia a chiamare il suo figliolo dicendogli che la interrogata e iniziano le ricerche, allora Giuseppe inizia a fare le valige e viene da me in stanza e mi dice di prepararmi la mia piccola valigia, ma non so dove mi porta, inizia a bendarmi e io ho paura e poi mi mette anche una benda in bocca e mi lega i piedi e le mani, quindi Giuseppe mi prende in collo e mi butta dentro al bagagliaio e mi chiude. Allora Marco sa solo il nome di questo rapitore e ha paura che mi ha rapito e mi uccide, e anche Lucia la mamma di Giuseppe parte e va via da li da dove abita e raggiunge il figlio e partono e non so dove vanno, Nel fra tempo Marco va a casa di Lucia e inizia a indagare, ma trova solamente di Giuseppe piccolo, ma Marco dorme poco e va sempre a casa di Lucia per trovare qualcosa e trovare la via di casa di Giuseppe... il giorno dopo Marco sa dove abita Giuseppe e quindi ci va subito, inizia a chiedere hai suoi colleghi di venire con lui e vanno sul posto e inizia a urlare, Amore mio sto arrivando a prenderti! Inizia a bussare la porta e non risponde nessuno, quindi l'apre e inizia la ricerca e va in questa stanza e non trova nessuno solamente un messaggio mio dicendogli: stai tranquillo che tutto passa e ritorno da te, ricordati che ti voglio bene e ti amo veramente, grazie di esistere, ma sotto il letto trova un indizio che è il mio braccialetto dentro un altra stanza c e un messaggio per Marco dicendogli che non la troverà mai e di dimenticarla totalmente senno l'ammazza o vuole i soldi. 
      Marco inizia andare in crisi e si mette a piangere perche a paura che non ci riuscirà e rischia di andare avanti. Io sono sempre dentro al bagagliaio e mi faccio tantissime domande e vivrò? Lo sento parlare e dice al telefono vuole che io divento la sua donna e la mamma di suoi figli.. E' quindi inizio a farmi delle domande e dico: Eccoci sono nella merda! Io non so nemmeno il suo nome e la sua faccia, non è possibile. Ci si ferma e sento salire sulla macchina un altra persona ma non so chi sia, quindi inizio ad avere molta paura...  sento la nave e non so dove mi porterà? cosa succederà la prossima volta?
      Capitolo 3 
      Giuseppe intanto esce dalla macchina insieme alla mamma e dicono di andare a un posto molto lontano cosi possono dimenticarla totalmente e perdere le tracce.. io sono sempre dentro al bagagliaio e quando sento entrare in macchina chiedo al tizio mi scappa la pipi e quindi lui mi porta da qualche parte della nave che non mi vede nessuno, mi fa fare la pipi e quindi mi dice: Muoviti! E' ritorno in macchina di nuovo, ma inizio ad avere fame e sete, ma a lui non gli interessa questo.. 
      Giuseppe dice che siamo arrivati in questo posto isolato e c e una casa abbandonata e quindi mi chiude dentro a questa stanza che non c'è niente e mi leva tutte le fasce e io vedo la luce e dico che bello qui!! Ma non so come si chiama sia lui e sia questa donna nel fra tempo Marco inizi a fare un percorso di terapia mentale e i suoi amici gli stanno vicino. Sono passati ben 1 un anno, gira voce che io sono morta e torturata,  mi hanno fatto morire dentro a un fiume, allora Marco legge la notizia e inizia ad stare male tantissimo e non c'è l'ha fa ad andare avanti, esce con gli amici e non gli cambia niente e il pensiero fisso di me e si fa tantissime domande, perche me l'anno ammazzata e lasciarla li, per quale motivo, allora Marco inizia a chiamare la mia mamma, e il mio ex migliore amico e la sua donna e contatta anche Romina la mia ex amica e Marco chiede di incontrarci tutti quanti e si vedono, lui comunica che io sono morta dentro a un fiume e mi hanno lasciata li morire da sola, allora chiedono tutti di mandarci il corpo suo, e quindi aspettano il corpo per fare il funerale, tutti quanti stanno malissimo e sopratutto mia mamma non si arrende, lei crede che sono ancora viva perche lo sente dentro al suo cuore, ma non dice niente a nessuno. 
      Io sono dentro a una stanza e inizio a chiamare questo Tizio, dicendogli che devo farmi la doccia e camminare un pochino, lui si mette la maschera e mi porta un po a camminare e vedo da lontano una casa con delle persone, allora inizio a dire AIUTO AIUTO!! gli pesto il piede, e provo a scappare, ma lui ci riesce a prendermi e mi mette dentro a questa stanza chiusa senza finestre e altro, e io dico: e che cavolo di nuovo dentro? Non è possibile ecco!! Ma quella casa con pieno di gente sono gli amici di Giuseppe e quindi non la possono aiutare. Giuseppe manda il corpo che non è mio, il giorno dopo il distretto di polizia comunica a Marco che la bara è arrivata, e quindi lo va a prendere la bara e la porta alla mia mamma e dentro la sua casa c e Romina e il suo ex migliore amico con la sua moglie. Inizia il funerale e Marco sta veramente male che si avvicina alla bara e sotto la bara c e un foglio strano e lo mette in tasca, e la porta al cimitero e lui ritorna nella sua villa con i cani e i cavalli... Mia mamma chiama Marco dicendogli che non ci dobbiamo abbattere e si risolve tutto, ma nel fra tempo Romina vede ultimo messaggio mio dicendogli di aiutarmi perche ho troppa paura e stargli accanto a Marco, quindi Romina contatta Marco per uscire, ma Marco gli dice di no perche sta molto male per via di me che non ci sono più, Io sono ancora dentro a questa stanza buia è l 'ora della cena e mi porta la cena e mi dice niente, io mangio tantissimo e mi addormento subito perche dentro l'acqua c'era la pasticca magica per addormentarmi.. 
      Sono passati diversi giorni e va a distretto di polizia e va nella sua stanza e analizza questo foglio che era sotto la bara e trova delle iniziali del posto che è Africa, quindi lui fa le ricerche e altro ma non trova niente su niente, quindi compra un biglietto della nave e parte, il giorno dopo sbarca in Africa e mostra la mia foto, nessuno non sa niente, e anche li perde la speranza, ma aspetta, sente una donna che è la ragazza dell amico di Giuseppe che a sentito urlare una persona disabile dicendo Aiuto Aiuto!! allora Marco parla con questa donna che è la ragazza dell'amico di Giuseppe e gli dice che forse si è sbagliata perche vede il timbro della polizia, e dice il nome del suo ragazzo che si chiama Mauro che è l'amico di Giuseppe e allora Marco ritorna in italia e si mette a lavorare al distretto di polizia di Firenze e scopre che questo Mauro è anche lui un rapinatore di persone e quindi si fa tantissime domande e dico che da solo non c'è l'ha faccio, ma poi si rifa tantissime domande dico, è meglio che io mi faccio un altra vita perchè sennò mi faccio tantissime seghe mentali... cosa succederà la prossima volta? 
      Capitolo 4 
      Marco continua a fare il poliziotto e arriva una nuova collega e si chiama Maura loro fanno delle indagini insieme e iniziano a collaborare, c'è una forte attrazione tra di loro, ma lui non mi dimentica mai, la collega sa di me e cerca di farlo pensare ad altro e vorrebbe che si dimentica di me per pensare a lei. Tra i due escono e vanno al cinema e si danno mano per la mano e lui ci sta molto volentieri e crede che un giorno scoppiera di nuovo un amore forte come l'ha provato con me, Marco invita Maura a casa sua e dormono insieme e si coccolano moltissimo, lei vorrebbe fare sesso, ma lui dice: adesso non me la sento, scusami! lei lo capisce e dormono abbracciati. Il giorno dopo lui prepara la colazione per lei e la sentire importante e crede che con lei va alla grande, continuano a lavorare insieme, sono passati ben 7 anni e Marco chiede a Maura di sposarlo e preparano la cerimonia, dopo la cerimonia partono e vanno in Spagna e fanno l'amore quello passionale e passano diverse settimane, lei non gli arrivano le sue cose e fa il test di gravidanza è Positivo, quindi comunica a Marco che è incinta. 
      Sono passati 9 mesi e il suo bimbo si chiama Mattia, quindi pensano al bimbo e passano i giorni e lui lo coccola e lo abbraccia fortissimo e la sua futura moglie fa le faccende di casa ecc ecc, passano diversi mesi, e il bimbo comincia a camminare e quindi Marco inizia a portarlo fuori e hai giardinetti insieme alla sua moglie, è venuta la sera e addormentano il bimbo e loro si mettono a letto e fanno di nuovo l'amore e lei altri giorni non gli arrivano le sue cose e fa di nuovo un altro test di gravidanza è di nuovo incinta e lo dice a Marco e il suo figlio Mattia che dentro la pancia della mamma c'è il suo fratellino o una sorellina.  passano altri 9 mesi e nasce la sua bambina che si chiama Isabella, il fratello maggiore Mattia che a 2 anni inizia a soclializzare con la sorellina appena nata.. Marco e Maura decidono di ritornare a Firenze e fare i battesimi hai bimbi, quindi prendono la nave dalla spagna e arrivano al giorno dopo, nel porto l'aspettano tutti i suoi colleghi di polizia e gli amici di Martina, ma lui dice per ora che si è dimenticato di martina perche si è sposato e a due bellissimi bambini e Marco e Maura tornano a lavorare distretto di polizia a Firenze e i bimbi stanno con la nonna di Maura. 
      Nel fra tempo io mi sono appena svegliata per diversi giorni e mesi ho dormito come un pascià, sono dimagrita tantissimo e il tizio mi ha fatto una casa tutta mia attrezzata, quindi inizio a cucinare per me, il tizio e questa donna, che non so nemmeno come si chiamano e quando mi liberano, ma ho anche la televisione, l accendo e vedo la notizia mia che sono morta e tutti stanno malissimo per me, e io inzio ad agitarmi con questo tizio, dicendogli: sei uno stronzo perche hai fatto credere a tutti che sono morta! te sei un malato di testa credimi!! il tizio inizia a parlare dicendogli che io sono la sua donna e schiava, ma io non ci sto. Cala la notte e tutti dormono, io di nascosto, inizio a rubare i primi soldi e il telefono di questa donna io faccio una buca sotto il letto e ci metto i soldi e il telefono e lo copio con la terra, il giorno dopo faccio finta di niente e loro non si accorgono di niente, faccio da mangiare per me, per il tizio e per questa donna, e poi mi hanno invitato ad uscire con loro due e quindi inizio a scoprire come si chiamano, lui si chiama Giuseppe e questa donna si chiama Lucia.
      Cala la notte e loro due dormono profondamente e io inizio a chiamare mia mamma e gli dico che sono viva e di stare tranquilla che torno presto, mia mamma scoppia a piangere al telefono perche non si è mai arresa e dice che l'aspetto con le braccia aperte e quindi, ci stiamo solamente per 10 minuti al telefono, e io chiedo  di Marco e mia mamma dice che si è fatto una vita e si è sposato e a due bellissimi bimbi, e io scoppio a piangere e dico a mia mamma, che torno presto da te, ricordati che ti voglio davvero bene. chiudo il telefono e inizio a piangere come non so cosa, esce fuori Giuseppe e mi vede piangere e mi dice cosa sta succedendo, ma io gli dico solamente che ho mal di pancia assurda e mi porta a letto e mi copre e va via, io scendo dal letto e metto il telefono spento dentro a questa buca e la copro e ritorno a letto, mentre dormo sento dei rumori e lui mette la mano sotto il letto e scopre che ho i soldi e il telefono e quindi mi lega i polsi e i piedi. 
      cosa succederà alla prossima volta? 
      Capitolo 5 
      Questa mattina mi sono svegliata tutta legata e non posso fare niente, nemmeno scendere dal letto, mi sono trovata davanti Giuseppe, aveva in mano un vibratore, e inizia a farmi dei ditali fortissimi e poi dopo mi mette un vibratore dentro per farmi fuori, e ci riescono tantissimo che Giuseppe sa che io sono morta, inizia a violentarmi e picchiarmi in faccia e tirarmi la testa mentre mi violenta e perdo i sensi e moltissimo sangue. Giuseppe sa che a esagerato e non come fare e allora chiama la sua mamma Lucia dicendogli che mi ha ammazzato e chiama 118 e corre all'ospedale e mi attaccano la flebo e io inizio ad aprire gli occhi e inizio a parlare con la infermiera per sapere cosa sta succedendo, mi dicono che si è rotto le anche e non posso piu camminare con i tutori, inizio a piangere cosi tanto che chiedo di parlare con la polizia, viene un carabiniere e parla anche in italiano e gli racconto che sono stata rapita per 7 fottitissimi anni e lo voglio denunciarlo e metterlo in carcere perche mi ha fatto una violazione di persona e una violenza sessuale, allora il carabiniere, lo arresta per violenza e anche sua mamma Lucia perche è complice quindi vanno tutte e due in prigione e io prendo i soldi di Giuseppe e ritorno in Italia a Firenze dalla mia mamma e i miei amici, ma dico alla mia mamma che devo stare in questa sedia a rotelle fissa perche quello stronzo di Giuseppe mi ha fatto del male e mi ha rotto le anche. 
      Inizio ad contattare il mio migliore amico e la sua moglie, ma loro non ci credono che sono viva perche hanno fatto il funerale, allora mi presenta davanti a loro, e ci abbracciamo fortissimo fino a farmi mancare il respiro, contatto anche Romina e ci vediamo, ma a lei non gli importava niente se ero viva o morta, perche si sentiva libera, adesso che sono ritornata a vivere, ma il problema che sto in una sedia fissa e non posso piu muovere le mie gambe con l'aiuto con i tutori.. Sara cambia idea e facciamo pace, mi sta vicino ma passano mesi, e cambia idea e inizia ad offendermi e fare bullismo contro di me, ma io questa volta la denuncio e la mando in carcere. Ritorno a fare musicoterapia e mi trovo veramente bene e suono il tampuro, torno a casa e mi trovo una lettera di Giuseppe che mi dice: che ritornerà a prendermi, io inizio ad avere veramente paura, vado a distretto di polizia e mi riconoscono tutti e mi dicono SEI VIVA!! EVVIVA!! e io dico si sono viva, sono stata via solamente per 7 anni per colpa del rapinatore di persone, e potete dire che non mi deve più cercare sennò va a finire male, grazie, allora i poliziotto va in carcere da Giuseppe e dice di dimenticarmi per sempre sennò ti ammazza.... 
      Allora io contatto Marco e gli dico tutta la verità, ma lui non ci crede che sono ancora viva, allora ci vediamo a un parco vicino a casa mia, e mi dice, sei tu? e io con le lacrime nei miei occhi gli dico di si!! E ci abbracciamo fortissimo, ma lui mi dice che lui è sposato con la sua moglie con i bimbi, ma vede la mia situazione che è molto grave e inizia a farsi delle domande e allora mi accompagna a casa e io vado a letto presto con l'aiuto di mia mamma. Marco va in distretto e scopre che nella bara c'è un altra persona e quindi va al cimitero e la apre ed è di un altra persona che è stata ammazzata da Giuseppe, allora la pena è di 10 anni di carcere, e quando me la detto Marco che Giuseppe è in carcere per 10 anni e io sono davvero contenta e tranquilla per 10 anni.  Intanto tra me e Marco inizia di nuovo una storia d'amore nascosta, ma lui rischia troppo perche a due bimbi e la moglie, ma pensa di separarsi da loro, e alla fine Marco va da Maura e i suoi bambini dicendogli che non gli importa niente e amo un altra persona, e allora loro si separano, ma lei rischia di non farli piu vedere i bambini e si farà una nuova vita con i nostri bimbi.. 
      Marco gli da solamente i soldi per correttezza per i bimbi e ogni tanto li vado a prendere per portarli al cinema e il gelato, Maura ci sta e gli va benissimo questa cosa.
      Capitolo 6 
      Marco compra una macchina apposta per me e modifica la sua villa per me perche vuole che io e lui ci si sposa e stiamo insieme per tutta la vita e ogni tanto vedo i suoi bambini, ma per me non ci sono problemi, faccio amicizia con il cane perche è un labrador e lo insegno moltissimo a fare le cose. Sono passati ben 10 mesi e io mi sento sempre bene con lui e amata e per lui non è un problema niente di me, e quindi iniziamo a pensare al nostro bellissimo matrimonio e si sposano e scappano via e vanno a vivere a Tenerife ad abitare perche la vita li è bellissima e posso stare molto tranquilla... 
      Giuseppe è ancora in carcere e scopre che si è sposato con questo poliziotto Marco e sono andati a vivere a Tenerife, ma lui a tantissimi soldi e chiama il suo avvocato e gli dice di voler uscire dal carcere e paga ben 5 mila euro per uscire, ma non si sa cosa vuole fare. 
      cosa succederà la prossima stagione? 

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