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      Palazzo Provana di Druent
       
      Pietro Aglieri si fermò davanti alla finestra per sbirciare attraverso gli assi che la sbarravano. Bagliori sinistri riempivano il cielo notturno.
      «L’Inferno si prenda i Francesi e la guerra!»
      Non passava più giorno senza che su Torino si abbattesse una pioggia funesta, e le gocce erano grosse e nere, con un filamento incandescente che si lasciava dietro una scia di fumo. Quando quella pioggia toccava terra c’erano tetti sfasciati, palazzi che crollavano e persone che morivano.
      Dalla Cittadella, dove la battaglia infuriava, proveniva il borbottio di un enorme stomaco in subbuglio, e il vento portava l’odore acre della polvere da sparo. Pietro riusciva a riconoscere il suono dei tamburi dei reggimenti, ordinati e continui, e le scariche dei moschetti che sembravano scrosci di grandine.La testa gli faceva male come dopo una sbornia, anche se non aveva toccato vino. Soltanto un goccio, a dire il vero.Un bicchiere di quello buono, forse due. La cantina del palazzo a sua disposizione, e nessuno che potesse fare la spia. Sarebbe stato un delitto non approfittarne.
      Uno o due bicchieri, non di più. Monsù Druent l’avrebbe fatto frustare se l’avesse sorpreso ubriaco, oltretutto quando gli era stato ordinato di fare la guardia.
      In strada passò una squadra di soccorso che forse andava a spegnere un incendio. Ormai capitava di continuo: una bomba scoppiava e una casa bruciava. Accorrevano mastri da muro, falegnami e brentatori con i loro preziosi strumenti del mestiere che, anziché vino, trasportavano litri e litri d’acqua.
      La Cittadella era un bersaglio difficile da colpire: merito dei lavori di monsù Bertola, stimatissimo ingegnere del Duca, che aveva fatto spianare boschi, scavare fossati e innalzare colline. Torino, invece, era un bersaglio molto più grande e facile da colpire. E quando il generale la Fojada
      (che Dio maledica anche lui!)
      aveva rivolto i cannoni sulla città, le bombe non avevano avuto riguardo per nessuno. Nemmeno per la Duchessa, i principini e la Madama Reale, visto che un boulet rouge, una bomba incendiaria, era piombata sulle scuderie del Palazzo Ducale proprio mentre si apprestavano a partire per Cherasco. Erano rimasti illesi per miracolo. O per puro caso.
      Pietro si portò la fiasca alla bocca e piegò la testa indietro: l’acqua gli scivolò in gola, schizzò sulle labbra e sul mento, gocciolò sul petto. Le fitte continuavano a tormentargli le cervella.
      «Alla salute di quella canaglia che mi tiene qui a morire.»
      Non osava pronunciare ad alta voce il nome del padrone, Giacinto Antonio Ottavio, conte Provana e signore di Druento: in quel palazzo anche i muri avevano orecchie, forse anche adesso che non c’era nessuno.
      La Congregazione aveva comandato di portare via fieno, carbone, legna e materiali infiammabili dalla Città Vecchia, e di accogliere nelle cantine l’acciottolato rimosso dalle strade, per impedire che le palle nemiche vi rimbalzassero. La maggior parte degli abitanti della zona era stata sfollata: chi poteva permetterselo si trasferiva da amici e parenti, gli altri si accampavano nei prati di Vanchiglia o sotto i portici di via di Po. Anche monsù Druent se n’era andato con tutta la famiglia e la servitù, ma Pietro era rimasto, a turno con altri valletti e stallieri di casa, a sorvegliare la casa del padrone dai ladri e dai saccheggiatori.
      E se una bomba sfonda il tetto, non ammazzerà che un servo.
      Pace all’anima sua. E che Dio maledica monsù Druent.
      Il caldo era asfissiante e non c’era da stupirsi che la testa gli facesse male. Si passò la mano sulla fronte e le dita s’inumidirono di sudore
      appiccicoso. Reggendosi alla balaustra, iniziò a salire la scalinata per fare il giro delle stanze e controllare che nessuno si fosse arrampicato su un balcone o avesse forzato una delle finestre. Quegli equilibristi zingari che aveva visto in piazza Carlina ne sarebbero stati capaci.
      I passi echeggiavano nella volta nera dell’atrio, il movimento dondolante della lampada faceva danzare le ombre al ritmo del pulsare doloroso della testa, e tutto sembrava in sincronia con il rimbombo dei cannoni.
      Pietro arrivò in cima alla scalinata con la testa che sembrava sul punto di scoppiare, fradicio di sudore.
      A qualche passo da lui c’era il quadro di Matilde, la sventurata figlia di monsù Druent, ritratta con l’abito della festa e lo sguardo verso la scala. Pietro fece in tempo a pensare che fosse una scelta di cattivo gusto mettere un quadro
      (quel quadro)
      proprio lì: quello stesso scalone era crollato il giorno della festa di matrimonio di Matilde, e nella confusione per poco non era andata persa la collana che la sposa aveva avuto in prestito dalla Duchessa di Savoia. Adesso tutti sapevano che era stato un cattivo presagio, ma il Conte suo padre aveva vietato di parlarne. Dello scalone, del cattivo presagio, del matrimonio. Della figlia.
      Pietro chiuse gli occhi, li riaprì di scatto.
      Al pulsare della testa si era unito quello del cuore, così violento che pareva volesse scappare dal petto. La pelle si accapponò per un brivido di freddo.
      Non c’era mai stato un quadro in cima allo scalone. Non c’erano più quadri di Matilde in casa, perché monsù Druent non amava le sconfitte e qualunque cosa gliele ricordasse. Matilde si era uccisa buttandosi dalla finestra quando suo padre le aveva ordinato di tornare a casa pur di non pagare la dote matrimoniale pattuita.
      Pietro soffiò un respiro tremante e lo vide formare una nuvola davanti ai suoi occhi. I brividi non arrivavano da dentro di lui, comprese, ma da tutto intorno. Il calore dell’estate era svanito come se qualcosa l’avesse risucchiato via.
      Matilde Provana era morta suicida da cinque anni, eppure era lì, di fronte a lui, gli occhi sbarrati e senza espressione. Qualcosa vorticò sulle labbra dello spettro piegandole in una specie di sorriso.
      «T r a d i t o r e » disse. La voce sembrava la stessa che Pietro ricordava, eppure diversa, in un modo che avrebbe saputo spiegare solo paragonandola a un sussurro portato dal vento.
      «T r a d i t o r e. »
      La sagoma vacillò, come se fosse stata al di là di una parete d’acqua, e un istante dopo fu inghiottita dalle tenebre.
      Pietro si fece avanti con cautela per toccare il muro. Era solido, tiepido per il calore trasudato dopo un’altra giornata torrida. Niente buchi, niente fessure. Niente porte nascoste dalla tappezzeria. Batté la parete con le nocche della mano. Il suo mal di testa era più forte che mai e anche il caldo era tornato, o forse non era mai andato via.
      Traditore…
      Era a lui che si rivolgeva, madama Matilde? A lui che aveva tradito la fiducia del padrone bevendo il vino della sua riserva?
      Pietro serrò le labbra e strinse i denti. Sarebbe morto piuttosto che raccontare a qualcuno ciò che aveva appena visto. Altrimenti monsù Druent sarebbe venuto a saperlo. E si sarebbe arrabbiato, oh, se si sarebbe arrabbiato.
      Gli unici spiriti di cui riconosceva l’esistenza, il padrone, erano quelli del vino. E Pietro non aveva alcuna intenzione di farsi licenziare con l’accusa di essersi sbronzato durante il turno di guardia. O, ancor peggio, per aver creduto di vedere qualcuno che doveva essere morto e sepolto.
       
      ***
       
      Borgo Dora
       
      Se qualcuno fosse entrato nella bottega in quel momento, avrebbe potuto confondere Fioreste Chevalier con una scultura di legno dipinto, dimenticata tra gli scaffali e i vasi di fiori secchi. Una statua dai lineamenti pensosi, forse di un santo che attendeva di essere portato agli onori di incensi e preghiere.
      «Gi-a-soli.» Fioreste appoggiò la mano buona su quella avvizzita e incominciò a strofinarla lentamente.
      Laura lo incoraggiò con un sorriso, senza smettere di lavorare.
      «Certo, i girasoli. Siamo a giugno, in piena fioritura.»
      «E-ano belli, i miei gi-a-soli, eh?» Fioreste ricordava i suoi campi di fiori a Nizza, quand’era un ricco e importante mastro profumiere.
      «I più bei campi di girasole di tutta la riviera» lo accontentò Laura. Sarebbe piaciuto anche a lei tornarci: a quei campi sull’altopiano, alla cascina, alla sua stanza con la finestra affacciata sul mare, al laboratorio di profumi.
      Da fuori giungevano le voci della strada, le mosche che ronzavano e il monotono chiocciare delle galline. Sullo sfondo, il martello di monsù Clemente si abbatteva sull’incudine. Erano i suoni di tutti i giorni che accompagnavano la giornata in quel lembo di terra tra le mura di Torino e la Dora: una ragnatela di vie, baracche, mulini e botteghe che qualcuno chiamava “Balòn” e altri “Borgo Dora”.
      «G-uatta più fine» invitò Fioreste indicando il secchio dove si accumulavano le scaglie di sapone. Gratta più fine.
      Ormai Laura si era abituata a sentirlo parlare così, come un ubriaco. Vederlo ridotto in quello stato le stringeva il cuore, e ogni volta le veniva da ricordare l’uomo che era, prima che la paralisi gli portasse via metà del corpo.
      (Prima che fossimo costretti a scappare a Torino
      Prima che la mamma morisse.
      Prima che Maurizio ci portasse via tutto per goderselo in fondo a un pozzo)
      Il loro garzone non li aveva solo derubati del denaro e delle essences absolues. Il suo inganno criminale aveva arrecato tanta rabbia e dolore a Fioreste che il suo cuore era andato vicino a fermarsi per sempre.
      Gli sbirri del Duca non erano riusciti a punirlo perché un’altra giustizia si era abbattuta su di lui: Maurizio era morto forse la stessa notte del suo furto, sbranato dai lupi o dalla bestia che la gente chiamava l’Uomo del Crocicchio e che si diceva fosse un diavolo. O il Diavolo in persona. Un brivido attraversò Laura dalla schiena alla punta dei piedi, eppure nella bottega faceva caldo, perfino con la porta e le finestre aperte.
      «Cerèa, monsù Fiorest!» esclamò qualcuno da fuori, nel dialetto di Torino.
      «Bon-sjou-u!» biascicò il profumiere, agitando il braccio sano, e Laura si affacciò a guardare.
      Scendeva una pioggia estiva così lieve che le goccioline si asciugavano subito a contatto della strada. Le nuvole non avevano abbastanza forza da coprire il cielo, e le pietre del selciato luccicavano ai raggi del sole. Un uomo camminava trascinando un mulo con insulti, botte e carezze. Era stato lui a salutare Fioreste: monsù Albino, che aveva una casetta e un campo vicino al ponte.
      «Cerèa, Bino!» lo salutò Laura, anche lei in torinese. «Che notizie?»
      L’uomo si fermò a guardarla e le rivolse un sorriso triste, grattandosi i capelli sudati sotto il cappello di feltro.
      «La Congregazione vuole proibire le adunanze di popolo e le processioni per paura delle bombe.» Il mulo scosse la testa come se l’avesse voluto contraddire, e lui diede uno strattone alla cavezza.
      «Bisognerebbe che cadessero pagnotte dal cielo anziché bombe, nessuno patirebbe più la fame» commentò Laura. Ogni giorno aumentava la fila dei poveri davanti alle mense delle chiese e dei conventi.
      «Il giorno che cadranno pagnotte dal cielo, alla fame non penseremo più.»
      Albino mise una mano in tasca e tirò fuori mezza cipolla. Ne addentò un bel morso e si pulì le labbra con la mano.
      Era sceso un improvviso silenzio. Albino fece un sospiro e disse:
      «Noi andiamo, cerèa tòta.»
      «Cerèa Bino.»
      Le campane della Consolata cominciarono a cantare; dopo un attimo si unirono quelle del Duomo, delle chiese di Santa Chiara e Sant’Agostino, poi di tutte le altre, in un concerto che sembrava una melodia.
      Le cinque del pomeriggio. Presto le ombre proiettate dalle mura di Torino si sarebbero allungate sulle prime case di Borgo Dora, sui mulini e sulle fabbriche, dando ristoro dal calore di quell’estate tanto calda.
      Fu allora che Laura vide Filippone attraversare la strada.
      Era un omino tracagnotto, un po’ lento di comprendonio, ma gentile e ingenuo. Quasi tutti i giorni andava col fratello al mercato in città,
      tirando senza fatica un carretto carico d’ortaggi: ma adesso era solo e camminava senza una direzione, la testa sollevata al cielo e la bocca aperta come per bere la pioggia.
      Laura stava per chiamarlo, quando lui si fermò davanti alla casa del cestaio Jean-Cristophe Favre e prese a guardarla con insistenza. Non era diversa dalle altre case in quella zona del Balòn: la bottega al piano di sotto e le stanze a quello di sopra, il recinto, il cortile con il piccolo orto, l’intonaco biancastro che non si era ancora squamato al sole.
      Ma la porta era chiusa e le finestre sbarrate. Lo erano già da qualche giorno: ed era da qualche giorno che Laura non vedeva Jean-Cristophe.
      Molti torinesi erano scappati prima dell’inizio dell’assedio. Dopo che le bombe erano iniziate a cadere altri li avevano seguiti, trascinati dall’esempio dei nobili: la famiglia del Duca, metà della Congregazione, e perfino Sua Altezza Reale in persona, alla testa della cavalleria. 
      Come spinto da un’ispirazione improvvisa, Filippone aprì la porta della casa del cestaio. Fece un passo avanti per affacciarsi, poi arretrò di scatto. Mentre s’incamminava di nuovo sotto la pioggia leggera con un passo che sembrava una corsa, borbottava qualcosa che Laura era troppo distante per sentire.
      Era una scena molto strana: ma era anche strano che Jean-Cristophe avesse lasciato Torino senza nemmeno salutare i suoi vicini.
      «Papà, avete visto monsieur Favre negli ultimi giorni?» Fioreste scosse la testa.
      Laura continuava a pensare allo strano comportamento di Filippone, e ripensò alla notte in cui Fioreste era stato male: tutti i vicini avevano sfidato la paura dell’Uomo del Crocicchio per offrire il loro aiuto.
      «Vado a vedere se ha bisogno di qualcosa.»
      Si sentì addosso gli occhi di Fioreste, li evitò per non lasciargli leggere i dubbi e la paura. La mente era l’unica parte di lui rimasta agile come un tempo.
      Si tolse il grembiule e prese dal banco i guanti di seta, da due anni suoi compagni quasi inseparabili. Ogni volta che abbassava gli occhi per guardarsi le mani deturpate, Laura aveva l’impressione di sentire sulle labbra il sapore salato delle lacrime. Non quelle versate il giorno dell’incidente, mentre la soda bruciava la carne, ma quelle che sapevano di rimpianto e vergogna. Era già sulla porta, quando Fioreste le disse: «Po-u-ta il cane.»
      Anche lui aveva paura. Oppure era riuscito a sentire quella di Laura, a dispetto degli sforzi con cui lei aveva cercato di nascondergliela.
      Il cortile ospitava l’orto, il gabinetto, il capanno degli attrezzi e una tettoia sotto cui si riparava il cane. Non appena la vide, Calandrino cominciò a scodinzolare, uggiolando. 
      «Vieni» gli disse Laura. Mentre armeggiava con la corda per slegarlo dalla staccionata, Calandrino era troppo grato e felice per accorgersi che le stava leccando il guanto di stoffa e non la pelle della mano.
      Per strada c’erano alcune donne che portavano grosse ceste di panni, e che guardarono Calandrino con timore. Era un cane dall’indole mite, ma era pur sempre un grosso cane, imparentato con i lupi, che tirava la corda del guinzaglio con tale forza da minacciare di strapparla. Calandrino le ignorò, curioso di scoprire quel breve tratto di strada lontano da casa.
      Si fermarono davanti alla porta di Jean-Cristophe e Laura notò che era chiusa. Avrebbe giurato che Filippone l’avesse lasciata aperta, nella sua ansia di
      (fuggire)
      allontanarsi.
      Abituata a riconoscere i profumi più fini, Laura ebbe prima la sensazione di annusare qualcosa, e subito che non ci fosse niente da annusare. Niente di diverso dall’odore di pollame, sudore, pane sfornato che, quando il vento soffiava dalla parte giusta, nascondeva quello putrido delle concerie.
      Invece qualcosa c’era, e anche Calandrino l’aveva riconosciuto non appena era giunto all’ombra della casa, perché aveva smesso di tirare e fiutava l’aria, le orecchie e la coda dritte. Laura percepiva quella vigile consapevolezza, e non sapeva se sentirsi rassicurata o spaventata.
      «Monsieur Jean Cristophe?»
      Nessuno le rispose. Si sentì attraversare da una vampata di calore, chiuse gli occhi aspettando che passasse.
      Non sentiva alcun suono provenire da dentro, ma aveva la curiosa impressione che i rumori intorno a lei, e perfino la sua voce, suonassero meno vividi. Come se fossero stati assorbiti dall’ombra stranamente imponente della casa, che pure era piccola.
      Toccò la porta che si aprì come una bocca affamata. Calandrino annusò freneticamente, ma non si mosse di un passo.
      Laura guardò dentro: l’unica stanza era vuota, impregnata dell’odore di muffa e avanzi di cibo ormai guasto. Sul tavolo pasteggiava una colonia di formiche. Il pagliericcio era intatto. Non c’era nulla che facesse pensare a una sciagura, ma Laura capì che qualcosa doveva essere successo.
      Ecco cos’aveva sentito Filippone, poi Calandrino, e adesso lo sentiva anche lei: il disagio di chi si trova al posto sbagliato, di chi ha visto qualcosa che è meglio non vedere, pur senza sapere cosa.
      Aveva già conosciuto quella sensazione, e tornava a provarla ogni volta che si soffermava a pensare al modo in cui aveva ereditato la sua bottega.
      Era un lascito del saponaio Bruno, il suo vecchio padrone, che le aveva scritto una lettera per dirle che andava ad espiare il suo rimorso in un monastero.
      Quale rimorso, per quale crimine? La lettera non lo diceva.
      E Bruno non sapeva scrivere.
      Un dettaglio mancante, come nella casa vuota di Favre. Un dettaglio che Laura non riusciva a trovare ma che a volte le sembrava che vagasse come un’eco lontana dentro di lei.
      Un brivido la attraversò con violenza. Fece un passo indietro e si tirò contro la porta, asciugandosi un velo di sudore.
      Jean-Cristophe poteva essere rimasto ferito da qualche parte in città.
      Succedeva di continuo: una scheggia sollevata dallo scoppio di una bomba, un pezzo di cornicione franato nella via di sotto. Forse tra qualche giorno il cestaio sarebbe tornato a casa con una benda sulla testa e avrebbe ricominciato a intrecciare vimini per venderli al mercato.
      Oppure gli era successo qualcosa di più brutto. Molto più brutto.
      Per la seconda volta quel giorno, il pensiero di Laura tornò all’Uomo del Crocicchio che portava via la brava gente per prendersi la loro anima.
      La Congregazione aveva vietato le processioni religiose per evitare che gli assembramenti di persone finissero sotto il tiro delle bombe
      francesi. Laura non poté fare a meno di chiedersi se quella decisione non avesse reso più forte il nemico di Dio.
       
      ***
       
      Palazzo Graneri
       
      Le strade di Torino erano le stesse di tutti i giorni, rumorose e brulicanti di gente, eppure non erano le stesse.
      Le pattuglie della guardia civica erano più frequenti e guardinghe. Dai vicoli e dai mercati erano scomparsi i mendicanti, accolti nell’Ospedale di Carità, che lo volessero o no. Servi e monaci, suore e vivandieri indugiavano davanti ai banchi del mercato senza comprare, scegliendo con cura merci che costavano molto più di qualche giorno prima. E poi c’erano i profughi in fuga dalle campagne: uomini e donne di ogni età, dagli sguardi stanchi, spaventati, sconfitti.
      Mentre costeggiava il giardino del principe di Carignano, il conte Giovanni Battista Gropello si chiese quanti di quei profughi fossero spie infiltrate dal nemico.
      Due dame dall’aspetto matronale, tutte in ghingheri e pizzi, gli passarono davanti parlando fitto fitto.
      «È una follia restare ancora!»
      «Perfino Sua Altezza è fuggito…» Riconobbero Gropello e gli rivolsero un sorriso imbarazzato. Ricominciarono a parlare, ma a bassa voce. Dietro le alte cancellate e gli alberi del giardino del principe di Carignano emerse palazzo Graneri, tre piani di elegante pietra bianca di Gassino e una torretta d’avvistamento. Il picchetto di guardie scattò sull’attenti al suo passaggio; Gropello ricambiò con un cenno del capo.
      «Monsieur, siete atteso» balbettò un cameriere fermo ai piedi della scalinata.
      «Lo so.»
      «Vi… annuncio?»
      Gropello ringhiò: «Sono atteso.»
      Il valletto deglutì e fece un passo di lato per lasciarlo passare.
      Quando fece il suo ingresso nello studio il Conte scoprì di essere l’ultimo.
      Un gruppo di uomini fissava le mappe srotolate su una scrivania, altri si dissetavano con acqua e vino. Si voltarono a guardarlo: quasi tutti indossavano le uniformi dell’alto comando.
      Venne ad accoglierlo il feldmaresciallo von Daun. Gropello aspettò sulla soglia il padrone di casa osservandolo mentre cercava di non urtare mobili e invitati al suo passaggio. Era un uomo alto e imponente, reso goffo da una pronunciata zoppia.
      «Venite, venite monsieur Gropello.» Il suo francese era ottimo, ma l’accento alemanno era inconfondibile. «C’è un piccolo rinfresco» aggiunse, indicando un tavolo vicino alla finestra.
      «Possiamo cominciare?» chiese il vicario di polizia, conte Fontanella, asciugandosi il sudore che colava sotto la parrucca. «Altri impegni mi chiamano.»
      Sembrava esausto e ne aveva tutte le ragioni. Le bombe cadute sulla Città Vecchia avevano costretto molti torinesi a lasciare le case e cercare riparo sotto i portici di via di Po, e questo dava lavoro sia ai ladri che agli sbirri del vicario.
      Il tavolo del rinfresco era apparecchiato con pane, salame e fette di toma, calici e bottiglie di vino di Piossasco. Gropello notò che il generale si era adeguato ai gusti della corte torinese, gusti che avrebbero fatto storcere molti nasi, a Vienna come a Parigi. Era un segnale incoraggiante, da parte di chi doveva tenere uniti gli uomini del Duca nel momento più difficile.
      Si servì di salame e del croccante “pane a bastoncini” che i panettieri di Torino avevano imparato a sfornare da qualche anno, poi
      andò ad accomodarsi tra il maggiore della piazza Foschieri e l’ingegnere militare Bertola.
      Von Daun aspettò che tutti fossero seduti, aspirando lunghe boccate dalla pipa di porcellana. La fronte spaziosa e il viso rasato di fresco gli conferivano un’espressione piacevolmente rilassata, ma lo sguardo vigile nei suoi occhi faceva pensare a un’aquila in volo, pronta a planare sulla preda.
      «Ho buone notizie» disse, «una lettera arrivata ieri sera. Sua Altezza Reale è giunta sana e salva a Carmagnola senza scontri con il nemico.»
      «Sia lodato Dio» esultò il Vicario. Gli altri lo fecero in maniera più composta.
      Gropello si limitò ad annuire, anche perché aveva la bocca piena. Il pane era croccante, fresco di forno, e il formaggio saporito: Gropello ripensò a quanto erano costate le scorte di cibo messe da parte nei mesi precedenti. Il Duca voleva che il suo popolo e i suoi soldati fossero ben nutriti, perché li amava come un padre, o per lo meno perché gli piaceva sentirselo dire, ma anche per assicurarsi che non si diffondesse la tentazione di ribellarsi o disertare.
      Il governatore della Cittadella, monsù D’Allery, chiese la parola.
      «Il nemico ha quasi finito di scavare la prima trincea parallela alla linea di fortificazioni» spiegò, «dalla scorsa notte ci bombardano con
      una batteria di mortai che fa piovere massi nella Cittadella.»
      «Quanto tempo prima che arrivino sopra le nostre gallerie?» Von Daun si rivolse al capo degli ingegneri. Bertola si accarezzò il pizzo e rispose:
      «Dipende da quanto loro saranno veloci a scavare e da quanto noi saremo bravi a impedirglielo.»
      «Per questo c’è un solo modo» lo interruppe d’Allery. «Difesa aggressiva: sortite per rallentare gli scavi.»
      Gropello studiò quell’uomo snello dai gesti rapidi e nervosi come il suo modo di parlare. Un buon comandante: per lui parlava la carriera di vittorie. Un soldato ligio al dovere, che a Verrua aveva guidato una resistenza ben oltre ogni attesa o speranza. Un uomo sprezzante del pericolo, capace di continuare a combattere e incitare perfino con due pallottole in corpo. Non c’era da stupirsi che i suoi uomini lo venerassero.
      «Come si comportano gli ussari?» chiese uno degli ufficiali imperiali al seguito di von Daun, con un marcato accento gutturale.
      «Sono ansiosi di andare in battaglia» rispose D’Allery con un sorriso feroce.
      Il graduato lo fronteggiò con una smorfia di disprezzo.
      «Bestie selvagge sempre ansiose di sangue, io so che…»
      «Ci interessa la loro obbedienza e il loro valore» lo interruppe Von Daun.
      Gropello si scambiò un’occhiata d’intesa con Foschieri.
      I nobili austriaci avevano una bassa opinione degli ungheresi, che consideravano sudditi riottosi e alleati inaffidabili. Ma fino a quel momento i cavalieri ussari e i battaglioni di fanti che si facevano chiamare “aiduchi” avevano dato innumerevoli prove di coraggio nella difesa della città. L’estate precedente, il reggimento Bagoscy era riuscito a trattenere il nemico per oltre una settimana, resistendo all’interno di una comunissima cascina fortificata.
      Il Duca di Savoia era stato chiaro: contro un nemico superiore, per numero e armamenti, bisognava restare uniti. Così gli ufficiali piemontesi avevano accettato un austriaco come comandante supremo, e von Daun riconosceva davanti a tutti il valore degli ungheresi.
      Nel frattempo l’ingegner Bertola aveva aperto un’altra mappa sul tavolo per illustrare le difese sotterranee: due livelli di cunicoli che si allungavano verso la campagna, dalla Cittadella e dai principali bastioni della città.
      «Abbiamo scavato le gallerie di mina a sette metri» spiegò Bertola, indicando le linee che dipartivano dalla Cittadella. «Profonde abbastanza da arrivare sotto le trincee francesi facendo saltare in aria i loro cannoni. Le gallerie di contromina sono sette metri più in basso, appena sopra le falde di acqua. Da lì saremo capaci di bloccare gli scavi dei minatori nemici.»
      «Come arriva l’aria lì sotto?» Gli occhi di Von Daun guizzavano, freddi e intelligenti.
      «Stavo per dirvelo: sarà il nostro punto debole» ammise l’ingegnere. «I pozzi d’aerazione sono stati chiusi per ragioni di sicurezza, quindi dobbiamo lasciare aperti gli accessi alle gallerie direttamente nel fossato.»
      «Se il nemico riesce a scendere nel fossato…» Von Daun scosse il capo e i boccoli della parrucca danzarono attorno al suo collo. «Entrerà nelle gallerie… e da lì nella Cittadella.»
      «Parlateci chiaro» intervenne Gropello. «Quant’è concreto il rischio?»
      «Il fossato è profondo sei metri, liscio e ripido come il collo di un fiasco di vino» assicurò D’Allery. «Dovrebbero riuscire a calarsi con le corde, sotto il fuoco dei nostri moschetti. E se anche ci riuscissero, i granatieri sorvegliano gli ingressi alle gallerie.»
      Il suo ottimismo era contagioso.
      «Il capitano Bozzolino» continuò «ha istruito la compagnia di minatori: se per malaugurio i francesi dovessero conquistare una delle gallerie superiori, verrà fatta saltare la scala di collegamento.»
      «Quando dovremo preoccuparci delle gallerie?» chiese Von Daun al Bertola.
      «Non prima di metà luglio» rispose l’ingegnere, e un mese era abbastanza tempo da spostare il problema in secondo piano.
      Il consiglio di guerra passò a discutere l’organizzazione dei rifornimenti e degli ospedali, il pattugliamento fuori città, l’addestramento della milizia urbana.
      Il vicario di polizia espose la sua preoccupazione per l’aumento dei furti, anche se la minaccia della forca era stata un buon deterrente: un solo saccheggiatore era stato colto con le mani nel sacco, e subito impiccato.
      Delle scorte fece il punto lo stesso Gropello:
      «Abbiamo bestiame, farina, olio e vino per cinque mesi. C’è tutta la polvere da sparo che si potesse comprare, a qualunque prezzo… Ne stiamo fabbricando altra, ma non sono sicuro che sia abbastanza. Credo sia meglio che Sua Altezza Reale sia messo al corrente di quanta ce ne resta dopo ogni giorno di guerra.»
      Von Daun si limitò a un cenno d’assenso: la questione della polvere era già stata discussa prima della partenza del Duca.
      Prese la parola Foschieri per dire che i suoi uomini stavano sorvegliando le famiglie francesi a Torino, in particolare gli elementi sospettati di collaborare col nemico. Alcuni erano già ospiti delle carceri sabaude, altri sarebbero andati a raggiungerli nei prossimi giorni.
      Il generale Isnardi di Caraglio prese la parola. Era un uomo dalle spalle larghe, con l’aspetto d’un guerriero d’altri tempi. Come il conte d’Allery, anche lui aveva la fama di eroe: si era distinto nel difendere fino all’ultimo uomo la cittadella di Nizza. Per questo il Duca lo aveva nominato governatore di Torino.
      «Sono giorni difficili» esordì, girando attorno al tavolo. «Sugli spalti servono uomini forti e calmi, ma bisogna che anche il popolo sia forte e calmo, in modo che noi possiamo dedicare tutte le risorse alla difesa.»
      «I torinesi hanno fede nella vittoria» assicurò Foschieri. Nessuno poteva dirlo meglio di lui, che si aggirava in incognito tra la gente per saggiarne gli umori. E, si diceva, per far tacere le lamentele e i dissensi.
      «Hanno fede nella vittoria perché hanno fede in Dio.» Gropello si riferiva al prodigio dell’eclisse del 12 maggio. A distanza di due mesi, quel miracolo faceva ancora parlare: nelle osterie, tra i banchi dei mercati, ai lavatoi e perfino nelle chiese, durante le celebrazioni.
      Il Duca non avrebbe potuto sperare in un prodigio più favorevole a benedire la battaglia decisiva.
      Gropello aveva abbastanza esperienza da sapere che molti eventi guidati dal caso potevano venire ingigantiti dalla fede e dalla superstizione. Lui stesso, meno di due anni prima, aveva fatto giustiziare una pazza con la fama di strega, colpevole solo di trovarsi al posto sbagliato nel momento sbagliato.
      «Faremo bene a non confidare troppo nella fedeltà del popolo» ammonì. «Potrebbe cambiare come cambia il vento.»
      Il marchese di Caraglio divenne scuro in volto.
      «Da quando il Duca ha lasciato la città, molti stanno cercando di fuggire.»
      «Nessuno qui fugge.» Lo sguardo di von Daun era di ghiaccio. «Nessuno. Se no c’è la forca.»
      «Sua Altezza Reale aveva solo due scelte» ricordò d’Allery, con impeto. «Star chiuso dentro le mura di Torino, o disturbare le azioni del nemico con la cavalleria.»
      «Il difetto dei soldati… e dei generali» aggiunse Gropello quando i suoi occhi incrociarono quelli del governatore «è sempre una visione militare delle cose.»
      «Se sapete qualcosa che noi ignoriamo, parlate» lo invitò Bertola.
      Gropello si alzò in piedi, ottenendo subito il silenzio.
      «L’altra notte un ufficiale francese ha fatto una passeggiata davanti alle postazioni avanzate della Cittadella. Sotto il tiro dei nostri cecchini. Quante volte sostengono di averlo colpito, monsù D’Allery?»
      Il comandante della Cittadella lo fissò stupefatto: «Voi come lo sapete?»
      «Quante volte, monsieur?»
      «Tre. Ma era poco dopo il tramonto, la luce era poca…»
      «Tre colpi. Uno al petto, uno alla spalla e uno alla testa» Gropello spostò lo sguardo su Von Daun, poi su Caraglio. «E l’ufficiale, dicono i cecchini, non è morto. Non è caduto. Come se non si fosse accorto di essere stato colpito.»
      «È una fandonia!» esclamò Bertola. Gropello lo guardò con un sorriso amaro:
      «Chiaramente è una fandonia. Ma cosa dicono i soldati che erano di guardia?»
      Incalzato dagli sguardi dei presenti, il governatore rispose con un filo di voce: «Che l’ufficiale era una specie di diavolo.»
      Gropello annuì, senza l’ombra di un sorriso.
      «E voi, monsù Foschieri, volete raccontarci le dicerie di Borgo Dora e nell’isola di San Francesco su certe persone che la sera non fanno ritorno a casa?»
      «Dicono che è il Diavolo a portarli via» rispose il maggiore della piazza, stringendo le labbra in una smorfia di disappunto.
      «Non sono queste le cose di cui dobbiamo preoccuparci» obiettò Von Daun.
      «E invece sì.» Gropello tornò a sedersi, spostando lo sguardo su ciascun membro dell’alto comando. «Un diavolo che si aggira tra le trincee francesi e studia le nostre difese. Un diavolo che rapisce i torinesi dei quartieri poveri. Fantasmi che risorgono e si manifestano agli occhi dei loro cari. Questi sono segni, segni che il popolo potrebbe leggere a nostro sfavore. Non sono partiti solo il Duca e la sua famiglia. Anche la Sindone non è più in città, e prima o poi qualcuno potrebbe ricordare che Torino non gode più della protezione della più santa delle reliquie. Finché il popolo crederà che Dio è dalla nostra parte, non dovremo temere disordini. Ma se dovesse capitare il contrario…»
      Nessuno ebbe la forza, o il coraggio, di finire la frase.
       
      ***
       
      Parco del Viboccone
       
      I bambini camminavano lungo il viale del parco del Duca, sotto la volta di una cattedrale fatta di rami e foglie. Erano vestiti tutti uguali, calzoni neri e camicia bianca, e formavano una fila ordinata, come piccoli soldati. Educati, gentili, silenziosi.
      Così gli orfanelli dell’Ospedale di Carità mostravano gratitudine verso il Duca e verso le istituzioni che si erano prese cura di loro.
      Quel giorno avevano scoperto fontane con giochi d’acqua, aiuole di fiori, radure nascoste, piccole colline e isolette. Da lontano avevano anche ammirato le corna di un cervo. Erano gli incanti della tenuta di caccia del Duca, di cui la corte poteva godere a piacimento, e che ogni tanto, con gran sfoggio di cristiana carità, venivano offerti ai sudditi più sfortunati.
      C’era una fenditura nel fianco della collina, una rientranza impossibile da vedere a meno di prestarvi molta attenzione, eppure larga abbastanza da permettere di entrare uno per volta. Conduceva in una grotta col pavimento di pietra, e la cascata era una tremula parete che lasciava passare la luce del sole.
      Sto sognando.
      La consapevolezza attraversò Gustìn mentre il se stesso bambino entrava in una finta grotta e vi scopriva panche con cuscini e un tavolo imbandito di biscotti e panini con burro e zucchero.
      Era un sogno fatto di ricordi sbagliati.
      Il parco e la grotta artificiale erano quelli del Viboccone, ma Gustìn non poteva averlo visto da bambino perché era stato chiuso molto tempo prima che lui nascesse. 
      La visita degli orfanelli nel parco del Duca era accaduta davvero, sì, ma alla Venaria, mentre la vecchia tenuta di caccia del Viboccone aveva accolto alcuni incontri segreti di Gustìn quando già lavorava per Gropello, per questo riconosceva i luoghi. 
      Il suo sogno stava mescolando ricordi di età diverse alle fantasie del bambino che era stato, quando le caverne dall’aspetto misterioso nascondevano tesori e incredibili avventure.
      Rivivendo quel ricordo vide padre Olindo con il suo sorriso.
      (Un sorriso falso come quello di Giuda)
      Il bambino che giocava nella finta grotta non sapeva che qualche anno dopo avrebbe odiato il prete con tutto il cuore. Che avrebbe cercato di ammazzarlo, per quello che aveva fatto a… Milo.
      (Lui… è qui?
      Sì, c’era. C’era anche lui quel giorno.)
      Guidato dalla consapevolezza del se stesso adulto, il Gustìn bambino si voltò a guardare l’amico inseparabile della sua infanzia.
      Milo era troppo magro, perfino tra gli orfanelli dell’Ospizio di Carità, e troppo pallido, con i segni viola sotto gli occhi di chi dorme troppo poco. Si stancava e si ammalava facilmente, eppure quel giorno aveva fatto di tutto per essere il primo della fila. Forse per essere sicuro di vedere tutto quello che poteva, il più in fretta possibile: come se avesse saputo che non gli rimaneva abbastanza tempo.
      Il ricordo della morte di Milo penetrò con violenza nella mente di Gustìn
      (morte imminente… oppure già avvenuta?)
      e gli fece così male che minacciò di svegliarlo.
      «T o r n a  a  s o g n a r e, G u s t ì n!» disse Milo con una voce che sembrava troppo lontana. Lo prese per mano, trattenendolo accanto a lui nel sogno, come per chiedergli di rimanere piccoli e senza pensieri ancora per un poco, dimenticando entrambi di essere l’uno diventato adulto, l’altro cibo per i vermi.
      Era stato Gustìn ad accorciare il suo vero nome, Camillo.
      Torna a sognare!
      Il tenente che conduceva la visita al parco fece segno ai bambini di seguirlo per un’ultima sorpresa. Dell’ufficiale Gustìn non ricordava il nome né il viso, ma avrebbe potuto descrivere nei particolari il numero di galloni d’argento sulla divisa blu del reggimento Guardie, la forma delle fibbie degli stivali, la foggia del cappello.
      Oltre alla cascata c’era un sentiero tra due file di gabbie dov’erano rinchiusi grossi animali d’aspetto minaccioso, bestie feroci che la Famiglia Reale aveva portato a Torino da ogni parte del mondo. Il bambino Gustìn sentì soltanto puzza di merda e piscio, ma la coscienza che viveva in lui e che sapeva tutto avvertì qualcos’altro. Qualcosa di oscuro.
      Un brivido lo percorse quando le dita della mano che stringeva nella sua divennero aguzze come ramoscelli e fredde come ghiaccioli.
      Comprese, con la certezza che appartiene solo ai sogni, che il bambino che lo teneva per mano era morto eppure in qualche modo cosciente. Quella stessa gelida certezza gli suggerì la parola “risvegliato”.
      Non guardarlo in viso! si sentì dire, ma la voce non usciva dalla bocca.
      Parlò invece Milo, di nuovo con quella voce strana
      «F e r m a l i   G u s t ì n!»
      Chi devo fermare?
      (Non guardare Milo!)
      Cosa devo impedirgli?
      (Non guardarlo, per carità!)
      «F e r m a l i   o   s u c c e d e r à   q u a l c o s a   d i   t e r r i b i l e.»
      Voglio svegliarmi, pensò nitidamente. Voglio tornare a casa.
      «T u  s e i  g i à  a  c a s a» sibilò Milo.
      Attratto da una volontà estranea e implacabile, lo sguardo di Gustìn si posò sulla gabbia più vicina. Era vuota, ma conteneva dei mobili.
      Mobili di una camera da letto. La sua camera.
      Gustìn aprì gli occhi e scoprì di essere sdraiato nel suo letto: i tenui bagliori color latte della luna s’insinuavano dalle fenditure della finestra rivelando i contorni della stanza, l’armadio, la cassapanca, il tavolino con lo specchio e la bacinella.
      Non provò nemmeno a cercare di riaddormentarsi. Glielo impedivano il cuore che batteva fortissimo e la sensazione di puzza che sembrava uscita dal sogno per aggrapparsi a ogni pelo nelle sue narici. Puzza di selvatico, di serraglio, di belve feroci.
      Udì il soffiare di un gatto.
      Castore e Polluce avevano abbandonato la loro posizione preferita, in fondo al letto. Castore aveva il pelo fulvo e i modi guardinghi, e occhi astuti da cacciatore; Polluce era smilzo e nero come la notte, lo sguardo vivace.
      Gustìn vedeva le loro sagome sotto il tavolo della toeletta, le code basse e gonfie, lo sguardo fisso in direzione della cassapanca.
      Li chiamò e loro non risposero, immobili come solo un gatto sa essere quando studia una preda. O un altro predatore.
      Solo allora Gustìn si accorse che nella stanza faceva freddo. Un freddo concreto, reale, come quando si è preda della febbre.
      Il caldo di quell’estate del 1706 toglieva il fiato, e lui era scosso dai brividi.
       
      ***
       
      Palazzo Levaldigi
       
      La vedova del conte Truchi di Levaldigi, Maddalena Quadro, chiuse la porta.
      Girò la chiave nella serratura e nascose la porta dietro il tendaggio di velluto nero. Tutte le pareti della stanza erano coperte di nero, tranne una nicchia, a cui si accedeva varcando un sottile velo di stoffa bianca.
      La vedova controllò che sul mobiletto accanto alla parete tutti gli oggetti fossero disposti nel modo giusto: inchiostri, pennelli, un flauto e tre campanelle d’argento. Infine raggiunse al tavolo il consigliere Bonaventura Dentis, che la aiutò ad accomodarsi prima di farlo a sua volta. Solo allora cominciò a parlare:
      «Mi preme rammentarvi il vostro giuramento: nulla dovrà essere divulgato, per nessun motivo al mondo.»
      L’uomo alla sua sinistra, il botanico Filippo Monier, teneva le mani sulle spalle della moglie, già seduta al tavolo. Il viso accigliato di lei, la
      sua postura rigida, piegata in avanti, davano la sensazione che cercasse di sfuggire a quella presa, piuttosto che esserne protetta. Entrambi annuirono.
      «Le nostre sedute hanno un unico motivo» continuò la dama. «Avere la possibilità di parlare con i nostri cari. Da quando ci siederemo a quel tavolo, le nostre volontà e i nostri pensieri dovranno essere interamente votati a questo scopo.»
      «Non occorre ricordarcelo» protestò Monier.
      «Sì, invece.»
      A parlare era stata l’unica persona nella stanza che non indossava un abito di squisita fattura, una parrucca ben acconciata o gioielli di valore. Una donna di età avanzata, con addosso vestiti dai colori troppo vivaci perfino per i gusti delle dame più stravaganti, un foulard a nasconderle i capelli. L’unico gioiello era un ampio orecchino dorato. La donna, già seduta al tavolo in corrispondenza dell’unica tenda bianca della sala, era una zingara.
      Quella presenza avrebbe potuto screditare la reputazione della padrona di casa e perfino dei suoi invitati: non molti anni prima, la Madama Reale aveva proclamato editti severi contro i gitani. Eppure, quando la zingara disse “sì, invece”, nessuno osò metterla a tacere. Nessuno osò contestare quelle due parole.
      «Siete persone istruite, senza pregiudizi» dichiarò la Contessa, dopo un lungo silenzio. «Avete già incontrato apparizioni come quelle che cercheremo di evocare stasera. E ben sapete come io non sia nuova a tali esperimenti. Ma vi posso giurare, su ciò che mi è più caro, che in questa casa non erano mai avvenuti prodigi tanto straordinari come quelli a cui ho assistito nelle ultime notti.»
      Dall’esterno proveniva il rombo delle cannonate: l’attacco alla Cittadella era ricominciato. Eppure, in quel luogo sepolto sotto spesse fondamenta di pietra, il mondo reale sembrava lontanissimo.
      «Perché gli spiriti sono agitati?» domandò Monier. La vedova scosse la testa: non sapeva perché da qualche giorno i sussurri fossero diventati grida, o perché ciò che prima era stato invisibile avesse scelto di manifestarsi in modo tanto chiaro.
      «Forse domanda non giusta.» La zingara aveva una voce che pareva quella di una ragazzina. «Forse domanda giusta non è “perché”, ma “per chi” spiriti sono agitati?»
      «Volete dire che qualcuno sta agitando gli spiriti?» Il consigliere Dentis sembrava parlare in falsetto. Si diceva che fosse stato castrato da bambino affinché potesse dedicarsi al canto.
      La zingara lo fissò con i suoi occhi di un castano rossiccio: occhi intelligenti, che come la voce sembravano di una persona molto più giovane.
      «Qualcuno scava in parete tra nostro mondo e quello di morti.»
      Una bomba scoppiò vicina, seguita da grida di paura e di allarme. 
      «Possono farci del male?» chiese la moglie di Monier.
      «Spiriti non ha potere su vivi, se vivi non concede. Se tu cerca paura, tu ha paura. Se tu cerca insegnamenti, tu riceve.»
      «Ma se vogliamo incontrare una persona amata non è detto che verrà.» C’era una nota amara nella voce della vedova. «Non si può sapere se lo spirito si manifesterà e rimarrà in silenzio, o se non risponderà alla chiamata.»
      «Ma se è vero che le apparizioni in questi giorni rispondono in modo più nitido che in passato…» la moglie del botanico fece un lungo sospiro «non c’è momento migliore per provare a parlare con i nostri defunti.»
      Lo pensavano tutti. Per quello erano lì.
      In silenzio presero posto, mentre Dentis spegneva tutte le lampade della sala, tranne quella sul tavolo, che aveva i vetri verniciati di rosso: il baluginare sanguigno permetteva di distinguere i visi e le mani dei presenti, avvolgendo invece la sala in una tenebra che ne faceva smarrire le dimensioni. Il tendaggio dietro la zingara, esposto a quella luce, sembrava una cortina di nebbia scarlatta affacciata sul nulla.
      «Formiamo la catena» comandò Dentis, e tutti allungarono le mani sul tavolo, incrociandole con quelle dei vicini. «Il nostro spirito guida è un soldato austriaco, crediamo sia caduto pochi giorni fa durante l’assedio. Si chiama Stephan. Tre colpi quando risponde sì, due per il no. All’inizio lasciate che sia madame la contessa a porgere le domande, poi parlate uno per volta.»
      Prese un campanello e lo fece suonare tre volte: il trillo si prolungò nell’aria in piccoli echi fino a svanire nel nulla.
      Il silenzio durò un istante, poi la zingara cominciò a borbottare qualcosa nella sua lingua. A poco a poco, i lineamenti diventarono rigidi come una maschera, la testa appoggiata sulla spalla e la bocca socchiusa.
      Borbottava a voce sommessa, con interruzioni sempre più lunghe della sua musicale parlantina.
      Sussultò una volta. Una seconda.
      La tenda alle sue spalle cominciò a gonfiarsi.
      Il drappeggio faceva intuire la forma di un viso, di una parrucca militare e perfino di baffi. Divenne la sagoma di un uomo. Era come se una persona si fosse avvolta nei veli e vi fosse passata attraverso.
      «Mi ha toccato la spalla!» esclamò la moglie di Monier.
      «Descriveteci cosa succede» la invitò il consigliere.
      «È… una mano. Grande, pesante. Una grossa mano!»
      «Siamo in presenza del soldato Stephan?» chiese Dentis ad alta voce.
      Tre pacche si susseguirono una dietro l’altra.
      «Mi ha preso per un braccio… come per staccarmi dalla catena!» La voce della donna tremava eccitata.
      «Lasciatelo fare!» esclamò la vedova.
      Il braccio destro della donna si sollevò, la mano ruotò all’indietro, muovendosi piano a descrivere un piccolo cerchio.
      «Sto toccando un viso! Sento i baffi che mi pungono le dita.»
      «È lui» disse il consigliere «vuole farsi riconoscere.»
      A conferma di quelle parole, si levò nell’aria un odore estraneo: sudore e polvere da sparo. La vedova suonò il campanello.
      «Soldato Stephan, vi chiedo se altre entità sono presenti.»
      Si udirono tre colpi sul legno del tavolo rimasto al buio. Sì.
      «Vogliono manifestarsi?»
      Due colpi. No.
      I presenti si scambiarono sguardi confusi, escludendo la zingara, l’unica immersa in uno stato simile al sonno.
      «La nostra chiamata vi ha offesi?» continuò la contessa.
      No.
      «Qualcuno tra noi vi procura fastidio?»
      No.
      «Qualcosa vi impedisce di parlare?»
      Tre colpi. Sì.
      La voce del botanico tremò nel silenzio.
      «Qualcuno vi impedisce di parlare?»
      Sì.
      Una corrente d’aria gelida si insinuò nella stanza, facendo muovere le tende.
      «Siamo in presenza del soldato Stephan?» riprovò la vedova.
      Sì.
      «E ci sono altri spiriti in questa stanza?»
      Sì.
      «Qualcuno che… abbiamo amato?»
      Sì.
      «Posso parlare con lui?»
      No.
      La zingara mosse la testa come per allontanare un insetto fastidioso.
      A tutti fu chiaro che stava facendo cenno di no.
      Vi fu un’altra ondata di gelo, più forte della precedente: la accompagnò una nauseante zaffata di odore dolciastro. La contessa era vicina alle lacrime:
      «Vi imploro!»
      Il consigliere Dentis aprì la bocca e per qualche istante sembrò quasi in lotta con se stesso, incapace di proferir parola. Poi gridò:
      «Di chi avete paura? Chi vi minaccia?»
      Rispose un rumore di vetro che batte su legno, poi un altro, più sottile, come quello di una mano che gratta sulla porta con le unghie.
      Un ultimo refolo di vento freddo fece tremare le tende. Poi la zingara aprì gli occhi, lentamente. Si guardò intorno e disse:
      «Andati via.» Era stremata.
      Il consigliere si era alzato per accendere i lumi, la sua voce parve arrivare da lontanissimo. «Venite a vedere.»
      Sul tavolo contro la parete era stata rovesciata una boccetta di inchiostro, qualcuno aveva scritto sulla tovaglia di lino:
       
      le Traditeur
       
      Una parola francese che ormai si udiva soltanto in chiesa, vecchia di secoli. La lingua comune preferiva “traître” per indicare il traditore.
      Gocce di inchiostro colavano dalle estremità contorte delle lettere.
      Sembravano lacrime color cenere.

    • CANTO AFRODISIACO

      By Domenico De Ferraro, in Poesia,

      CANTO AFRODISIACO 

      Mi alzo dal letto con una canzone in gola ,  sono ad un passo dal sogno di milioni di persone ,  canto la bella vita mentre  osservo le mutande della signora stese al sole ad asciugare. Canto  di una città piccola, bella,  dannata nella sua voglia di essere , frenetica   nel suo sesso sfrenato,  nel senso di capire chi siamo.  Tutto scorre ,scivola via  con il  canto del netturbino che  s'ode mentre pulisce le strade, raccoglie  profilattici  colorati ,  gettati sotto il marciapiede,  dove germi e microbi , saltellano  allegri , felici di essere figli di  un dio minore.
      Bello , tanto bella  questa vita , insieme al popolo dei sogni ,  insieme alla donna dei miei canti  insieme a Carolina che la da per pochi  euro e ti sorride contenta dopo averlo fatto.   Insieme a Giovanni che se la ride in un angolo di muro. Insieme alle mie ridicole poesiole   nel canto  che mi conduce   verso altre terre , verso un destino diverso.  Ero io,  a vivere e ridere   ben vestito come un re di picche  sul  punto dal  capire ogni cosa. Ero  io  la bomba che esplose in mezzo alla folla  .  Ero io  il verso   dei poeti ubriachi, danzanti ignari in questa ballata in onore della  casta vergine . Pregando,  inginocchiati derelitti in altri odi,  in altre litanie come ieri,  oggi sono quello che sono e non ho scusanti,  sono solo all’inizio di un altra canzonetta.
      Bello,  troppo bello , tanto da non poter capire  cosa sia veramente  successo . E vedrai  il mondo cadere nella fossa dei serpenti,  vedrai con i tuoi occhi cadere l’uomo nella buca , farsi male,  alzarsi poi chiedere i danni insanguinato.  Matto più matto dell’orco citrullo dai denti d’acciaio. Vedrai il mondo , donarti il suo amore , sarai   bello più bello di ieri ,  sarai la pupilla di un dio inerme dentro la fossa dei leoni.   Sarai quello  desideri essere e non ci saranno scusanti ne matrone in pantaloncini,  non ci saranno amanti ad attenderti alla fine del tuo viaggio .  Ubriaco fradicio , sbattuto dentro un racconto , dentro un panino con prosciutto. Sarai,  ricorda l’amore di una donna sola,  sarai l’ultimo ed il primo.  Sarai e non pensare  di essere stato tradito  anche  tu dalle tue poesie .  Tu  gira a largo , nuota veloce , contro le mille correnti avverse,  non aver paura di annegare dentro la tua casta  ragione . Non avere paura di dire ciò che sei . Sarai sempre il suo amore,  sarai sempre la sua giovinezza e nel tempo trascorso insieme , sarai figlio mio l’amore di un tempo deriso,  sarai  solo al principio,  fino alla fine,  ed  io  sarò  sempre con  te.

      E ci sarà sempre qualcuno  al  mercato,  venderà  patate e  memoria,  si metterà in posa  , si farà fotografare per  apparire su facebook . Ella,  bella cosi bella, il sangue scorre come un fiume in piena,   sconvolto,  rimango nell’amplesso nella voglia  della sua  giovinezza. Figli della mia bellezza,  ebbrezza,  stato d’animo   mi conduce a capire ciò che sono stato,  ciò che sarò.  E quando salterai il fosso dei dubbi ,  ti troverai da solo contro i giganti del pensiero,  sarai li pronto a combattere con le tue virtù. Il vizio  ti corrode ti rende inerme nell’attimo  incerto nella morte insita nelle frasi copiate di qua e di là  in poemi fantastici . In  amori paradisiaci,  tutto uscirà  fuori come un  dolce  canto nel  gaio mattino nell’eco del vento,  poscia  mi ha condotto in una nuova storia contro l’ingratitudine .  Contro il male ho mangiato mortadella, ho mangiato salame , ho mangiato questo cosciotto d’agnello ed ho ruttato dopo aver bevuto  vino poi mi sono addormentato con la televisione accesa ho sognato d’essere  Carlo Conti ho sognato di fare l’amore con Vanessa incontrata. 

      Quando l’amore busserà alla tua porta sarai nudo, sulla  soglia del peccato e non  saprai  che pesci pigliare , sarai come il primo uomo su questa terra , sarai Adamo in cerca di Eva , sarai il dio dei padri , sarai e non capirai cosa ti succede.   Solo nello  scorrere per rime ed altre imprese,  nell’ossesso del sesso negli anni miti  che  avanzano e danzano con te. Nel bel valzer delle  vacanze  tra le braccia di una donna matura  tra le mani delle caste signore una pena enorme,  un lungo sorriso,  un ammiccamento , sono ad un passo dal cadere tra le sue braccia , la stringo , la faccio mia , sono il suo amore il suo tormento , sono il bene ed il male,  sono l’ultimo uomo,  il suo  primo amore. 
      Ed il treno continuerà a correre sulle rotaie di ferro ed il ballo non avrà mai fine . Viaggiare  dentro la   notte dei  tempi,  fino alla fine di questo ossesso,  nella speranza miezzo all’ate , miezzo fatto,  miezzo pazzo in questa piazza desolata  guardando la gente  in faccia che passa va in chiesa entra nelle sacre Mure entra senza togliersi il cappello . Poi   qualcuno  ordina  un caffè al bar dello sport ed il barista ride  sotto i baffi . Sà  che sua moglie ha pulito e lavato
      casa ,  ha messo ogni cosa apposto , ha messo a letto i bimbi,  ha svuotato la cantina dei ricordi . Ed è un giorno fortunato per il barman questo , tanta gente entrerà dentro il  suo bar  , tutti vestiti per bene,  chi non ha più nulla da dire. Tutti  sono felici , oppure  folli e nun c’azzecca niente se  hai il pene piccolo,   le pene sono tante come le stelle del cielo.  Aspettiamo l’ora  per poter dire la nostra , poter cantare la nostra canzone,  tutti insieme in mezzo alla bella piazza , insieme ai pazzi del paese , insieme al cane legato ad un palo,  insieme al calzolaio ,  al sarto insieme a Carolina che la da sempre per pochi euro per la felicita di tutti. 
       

    • CANTO DEI GOTI
      In versi ombrosi andai con   passo lesto  con musici dilemmi . Il  sogno mi condusse in memore esperienza eletta a  grande impresa per strade tortuose per valli in fiore ove mesto  il pensiero geme nella passione verace di  ricordi  sotto  olmi e lunghi i vialoni adombri ai lati di platani morenti. Di molte vite esule nel bel canto scipio che risorge desto nell’animo che mi ravviva nel rammentare i miei anni nella sorte certa che mi condusse per codesti luoghi remoti. 
      Vedrai tu  giovane le belle sponde  dei fiumi , i marmi dei tuoi avi le belle donne adunche sulle panche con  chierici segreti di come la vita nasce in scempi ed in clamori d’amori che sono antichi più antichi dei tuoi sogni e nel bel canto in  cori  d’alleluia nell’aria si consola . Capirai cosa è la morte  casta di militi ignoti  di mille creature nate dalla corteccia celebrare di un albero secolare pendulo sul colle del dolore.
      E guarderai negli occhi quel tuo amore solingo con lei rimarrai in disparte a pensare all’incerto futuro tra  gran balli ed epodi i tuoi nipoti illustri il vago poi chiarore  traluce nell’alba della  tua libertà. Si rimarrai solo,  con tutti i tuoi anni con la morte di un era che spinge nel decantare  desta tu sarai e ti spoglierai dei tuoi vizi delle tue virtù fallaci.
      Quando l’amore verrà , sarai solitaria o mesta ancella nel gran casino incerto nel tuo silenzio ozioso nella bellezza di un atto che spinge a credere che rugge come un leone affamato . Amore ti consola ti spreme le meningi le chiose ed i ventagli , le belle mutandine dì pizzo e di merletti dai  colori opachi ,  chiari  nella veglia . Incerte liriche fanno emigrare di volta in volta verso l’America e lontane indie . E ritornai a casa  stanco in preda a mille dubbi ed ero figlio tuo di gran cagione si immemore mi calai i calzoni poi portati la mano ed quel gran calore la mesta sorte mi avviluppo nell’incanto dei sensi. Ora son morto e canto le  mia gesta  per valli e monti in piedi pronto ancora a  morire per rime taccio e faccio gran bisogno di sentire te mia vergine immortale , mia donna,  mia amante , mia regina di cuori. 

                                                                                                                                           
                                                                                                                                                   II
      Cosi per giorni lieti spinto dal vento andai esule nel pensiero rincorrendo la fallace immagine di un tempo perduto lasso nel mio silenzio senza capire cosa mi stesse succedendo . Solo nella speme  solo nel senso insito di una frase che tramuta in se ogni cosa in un lirico delirio di molti versi scritti in fretta con passione e diletto con amore casto  fuggito  nella forma  del gotico  nella bugia , nella ragione mortale  m’ accompagna per giungere ove il pensiero annega nell’immagine empia e maldestra. 
      Ti recherai oltre questo paese ed oltre i monti sarà solo con le tue paure e generando,  gemendo , mitigherai ed incontrerai l’ignominia emula anima oltrepassando l’ardire lungi nel verbo partorirai l’immagine di te vecchio e stanco ed in preda a mille incubi alla sorte scevra di furori .  Lo scrivere  ti ha condotto nell’impensabile sodalizio. E percorro le strade del paese dimenticato nella sua memoria con le sue antiche chiese , senza chiedere chi sono , come e quando la luna cadde  nel pozzo. E mi faccio carico di quel tempo mi insinuo nel suono mesto in  vesti sacre e profane fuggo dall’umore popolare. 

      La bellezza non ha prezzo , esclude lo sguardo alla morte  nei pensieri esuli nel loro suono nel loro discendere il bene dal male e son  timido forse senza capire  la morte mi sembra  cosi vicina.  In  noi riflettiamo sulla caducità delle rime , sulla riluttante esperienza di un organismo che ci costringe a ragionare,  secondo canoni e forme che non hanno misura delle cose create . Ed un diletto o delitto poter ammirare lo scorrere per rime del tempo che ci ha condotti verso questa morte in questa civiltà contadina.  Ed amerai i tuoi simili li adorerai ne copierai le gesta e sarai come loro artefice del genio insito nella forma organica che avanza , mimetizza ed esulta al canto. Sarai fermo sopra un banco di prove,  sopra un cumulo di rifiuti alla ricerca di ciò che siamo stati,  saremo la a combattere i mostri  della ragione metafisica. 
      Lontano dal coro di voci , per mesti sentieri tra i campi incolti  ove Cerere  desnuda nell’impressioni dell’animo  lassa  nella sorte lesta  abbraccia il creato ed  implora vendetta.  Dea nei verdi anni suoi , nella magia scemando e domandosi se tutto può essere in vero una forma amata un fuggire che  conduce oltre ogni credere a quella divina  sua bellezza . E mitica appare nel chiarore di secoli oltre ogni concezione nella funzione e nel discernere la  bellezza casta nella  sua  sorte  di donna , dona con ardore languide carezze  in giorni lieti per passi incerti  tra esuli  solitari confini. 

    • Era già quasi buio ed erano ancora le cinque del pomeriggio, quel due novembre dell’anno ****. Gli insetti, tracciando in volo cerchi ed ellissi, stridevano tra le lapidi come se stessero seguendo un particolare rituale; il cielo, plumbeo, avvolgeva il cimitero in un’aura di sacra immobilità, mentre la luce artificiale dei lampioni, fioca come di candela, indirizzava in un viale spoglio i passi incerti e pesanti dei fratelli Rodolfo e Domenica Carta.
      Intanto, aveva cominciato a piovigginare; riparandosi sotto un ombrello d’incerato verde, camminarono ancora per alcuni metri finché non giunsero alla tomba del nonno. Lungo il tragitto non si erano né guardati né parlati, tanto che un estraneo che li avesse visti in quel momento avrebbe potuto dire con certezza che non si conoscevano affatto.
      Rodolfo, chinandosi sulla lapide, baciò la foto sbiadita del nonno (che appariva sorridente e rilassato nonostante in vita fosse un irascibile misantropo); mentre i ricordi gli si affastellavano nella mente, versò delle lacrime che, per il vento freddo che soffiava dal nord, parvero prima gelarsi e poi, come cristalli, cadere a pezzi sulla lastra marmorea della tomba. Domenica, invece, aveva le braccia conserte; osservava il fratello, che si accingeva a cambiare i fiori nel vaso, e quasi ne provava compassione.
      “Tieni,” disse poi, estraendo un oggetto dalla borsa, “questo è da parte del nonno. Me lo diede cinque anni fa, poco prima di morire; ma solo adesso abbiamo avuto l’occasione di vederci e allora…”
      “Un cubo di Rubik?” chiese, un po’ stupito, Rodolfo.
      “Sì, mi disse che ci giocavi sempre, da bambino”.
      Il ragazzo allungò una mano per afferrare il rompicapo, e cominciò subito a risolverlo partendo dai bordi bianchi.
      Sì, ora ricordava.
      Interi pomeriggi, e talvolta anche giorni interi, passati a giocarci nella casa dei nonni, in montagna. La madre Concetta, allora, faceva due lavori e non aveva mai tempo per prendersi cura di lui, così lo affidava a nonno Paolo e a nonna Luigia, che, in pensione ormai da qualche anno, erano ben contenti di riscoprirsi genitori a quasi settant’anni. Un padre, Rodolfo, non ce l’aveva mai avuto, invece. Aveva infatti lasciato Concetta quando questa era ancora al sesto mese di gravidanza, e dopo aver cambiato città s’era fatto una nuova vita con un’altra donna. In ventiquattro anni, quanti ne aveva ora Rodolfo, non si era mai preso la briga di conoscerlo.
      Il cubo di Rubik, nel frattempo, aveva risvegliato nel ragazzo sensazioni ed emozioni che credeva ormai perdute; senza ombrello, che aveva dato alla sorella, lasciava che la pioggia gli scorresse addosso in rivoli d’argento mentre gli insetti, d’intorno, continuavano con la loro sonora danza di mistero.
      Poi, fu attraversato da un lungo brivido sulla schiena.
      Qualcuno, da dietro una lapide distante non più di dieci metri, aveva iniziato a fissarlo con due occhi così lucenti da sembrare diamanti. Indossava una tuta nera, un cappellino bordeaux con visiera, e guantoni gialli in pelle. Tra le mani aveva due grossi coltelli, che cercava di affilare sulla lastra di granito di una tomba.
      “Signori, è arrivato l’arrotinooo, è arrivato l’arrotinoooooooo”.
      Rodolfo ne fu come ipnotizzato.
      La sorella, con uno strattone, lo distolse dal suo sguardo: “Ma insomma!”  gli disse, “si può sapere cosa stai facendo lì, imbambolato, a osservare il vuoto, mentre ti bagni come un pulcino? Si è fatto tardi, dai! andiamo via”.
      Rodolfo sgranò gli occhi. Non c’era più nessuno.
       
      Domenica si mise alla guida della sua mini Cooper che era sera inoltrata. Già pregustava la cena con uno che dei suoi tanti e facoltosi corteggiatori. Ne aveva cambiati tanti, di uomini. Almeno sei, negli ultimi quattro anni. Di lei i suoi ex dicevano in coro che era una donna senza sentimenti. E forse non a torto, se è vero che non aveva a cuore nemmeno sua madre, né suo fratello. Aveva maturato una visione materialistica dell’esistenza, sicché i sogni, le aspirazioni e in generale la natura idealistica di Rodolfo le sembravano come un chiaro riconoscimento della sua inettitudine. Talvolta, era arrivata anche a pensare che fosse pazzo o malato.
      In circa mezz’ora di viaggio non riuscirono a scambiarsi che qualche frase di circostanza. Del resto, lo stesso Rodolfo non aveva voglia di confidarsi con qualcuno che in fondo conosceva molto poco, e che, con ogni probabilità, avrebbe risposto con il solito, tiratissimo “Dai, Rodolfo, che vuoi che sia?”.
      Arrivati a casa della madre, salutò Domenica con un bacio sulla guancia. Lei gli concesse appena un sorriso, poi ripartì pigiando sull’acceleratore.
      I Carta, da diverse generazioni, abitavano lì. La casa, a due piani (collegati da una vecchia scala a pioli di legno), era stata ristrutturata solo una volta, vent’anni prima. Da allora, almeno esternamente, versava in uno stato di degrado avanzato. All’interno, però, era ordinata e accogliente, visto che la madre di Rodolfo, sebbene anziana, non lesinava forze nel pulirla e abbellirla ogni giorno. Il maestoso quadro che la ritraeva, appeso a una parete del corridoio del secondo piano, contribuiva a darne l’immagine dell’indiscussa padrona di casa.
      Adesso, tuttavia, era molto stanca e, sul divano, guardava la tv in attesa che rientrasse il figlio per la cena.
      Rodolfo, prima di aprire la porta d’ingresso, passò qualche minuto a sistemare lo strato di colore rosso del cubo; quindi, soddisfatto (come quando era bambino), varcò l’uscio e posò il giubbotto sull’appendiabiti.
      Quando andò in soggiorno, dove c’era la madre, le chiese se avesse preparato qualcosa da mangiare. Lei rispose di no, ma che nel frigo avrebbe comunque trovato degli avanzi del pranzo: cosce di pollo arrosto con patate. Rodolfo le odiava, solo che non glielo aveva mai detto.
      Andò in cucina e cominciò a farsi un sandwich al formaggio. A un certo punto però, mentre con cura tagliava due fette sottili di pane integrale, credette di sentire un rumore alle sue spalle. La porta della cucina, che lui era sicuro di aver chiuso, aveva infatti preso a cigolare come se fosse spinta da un vento leggero.
      Socchiuse gli occhi per un attimo; no, non è niente, si disse. Quindi posò sulla tavola il coltello con cui aveva tagliato il pane, che iniziò a tostare nel forno. Dopodiché si diresse al frigo per prendere il formaggio. Ne assaggiò un pezzetto, e gli sembrò terribile. Poi finì il suo sandwich e si girò verso la tavola.
      Il coltello non c’era più.
      In un sussulto sgranò i grandi occhi vitrei incollandoli alla fessura buia della porta. C’erano due piccole, strane luci, che si avvicinavano sempre più. Erano occhi, occhi così brillanti da sembrare diamanti. 
      Scosse la testa; la ficcò sotto il getto del rubinetto.
      L’acqua fresca, di solito, lo tranquillizzava. Di solito, ma non in quella circostanza.
      Quando volse nuovamente lo sguardo verso la porta, vide il suo coltello impugnato da una mano possente e rugosa. Solo quella mano, e solo quei due orribili occhi che continuavano a scintillare nell’oscurità come diamanti.
      Quel bizzarro arrotino (o quel che era) del cimitero? Sì, forse era lui.
      Rodolfo cacciò un urlo spaventoso.
      Ginocchioni, si coprì il viso con le mani; e irruppe in un pianto disperato.
       
      “Rodolfo? che è successo, Rodolfo?”
      Il giovane, che tremava come un fuscello, con la testa appoggiata sulle ginocchia e gli occhi serrati, rispose confuso: “Vai via! Vai via!”
      “Sono tua mamma, Rodolfo. Tranquillo. Ho sentito che hai gridato come un matto e…”
      Rodolfo riaprì gli occhi; pian piano si rialzò.
      Madre e figlio si sedettero; presero una tisana.
      “In casa c’era qualcuno poco fa,” disse Rodolfo, sollevando un ciglio, “perciò ho urlato. Aveva un coltello tra le mani. Il mio coltello”.
      “Ma che dici, tesoro? Ti posso assicurare che non c’era nessuno. Me ne sarei accorta, no?”
      “No, questo tizio è… come dire: speciale? Sì, speciale! Appare dal nulla e scompare nel nulla. Credo di averlo visto anche al cimitero, questo pomeriggio”.
      “Oh, santo cielo! Forse dovremmo esporre una denuncia… Lo hai visto bene in faccia? Sapresti descriverlo?”
      “Sì, grosso modo. Sul metro e settanta, robusto, coi baffi, mani rugose, occhi lucenti… fissato con le lame. Al cimitero cercava di affilare alcuni coltelli sul granito. Mi ha dato l’impressione che fosse… una specie di arrotino. Per il momento, comunque, non voglio andare dagli sbirri. Mi crederebbero un pazzo”.
      Concetta si strinse nelle spalle: “Una specie di arrotino, hai detto? Ma... è quasi impossibile, gioia mia. In questo paese non ce ne sono più da vent’anni. L’ultimo si chiamava Vincenzo Pecora e anche se corrisponde alla tua descrizione, no, non può essere certo lui”.
      “E perché?”
      “È morto. È morto cadendo dalle scale della casa dei nonni. È stato un tragico incidente”.
      Rodolfo restò in silenzio per qualche istante. Poi domandò:
      “E che ci faceva a casa del nonno, quella volta?”
      “Beh, per lavoro, ovviamente. Doveva affilargli alcuni coltelli, che io sappia. Quel giorno peraltro c’eri anche tu, ma eri piccolissimo. Non puoi ricordartelo”.
      Rodolfo annuì; in effetti, non ricordava nulla di quell’episodio: “Forse… forse ho sognato tutto, sono talmente stanco e confuso che…”
      Concetta pose la mano destra in quella del figlio, e gli sorrise. Andarono a dormire.
       
      Quella notte Rodolfo la passò tra un incubo e l’altro. Sognò di essere attaccato, in una vasta prateria, da orribili polpi volanti, che gli si avvolgevano addosso imprigionandolo in una morsa d’acciaio; e poi di essere inseguito nello spazio da giganteschi vermi di colore nero, che mutavano forma di continuo; e poi ancora di trovarsi in mare aperto, dove una miriade di tentacoli cercava di farlo sprofondare nell’oscurità dell’abisso.
      Si girò e rigirò nel letto, finché, all’alba, non sentì distintamente: “Signori, è arrivato l’arrotinoooooo, è arrivato l’arrotinooooo”.
      Ancora lui.
      Si alzò e si avvicinò alla finestra, che lui teneva chiusa anche in estate. L’aprì e si affacciò: c’erano soltanto la vecchia signora Matilde, la vicina, che spazzava per terra, e un cane randagio che sembrava fissarlo negli occhi.
      Richiuse la finestra. L’uomo misterioso doveva essersene già andato.
      Si vestì e, dopo aver salutato la madre, corse in biblioteca con in testa mille dubbi.
      Rodolfo pensò di trovare delle risposte nell’archivio dei giornali del suo paese.
      Cominciò allora a rovistare a destra e a manca alla ricerca dell’articolo che parlava di Vincenzo Pecora e della sua tragica morte.
      Quando finalmente lo trovò, vide una sua foto (era proprio l’uomo che aveva visto al cimitero), che ritagliò con un paio di forbici, facendo cura che nessuno se ne accorgesse. Poi se la mise in tasca.
      Nel riporre il giornale nell’archivio, la sua attenzione fu catturata da un enorme volume, posto nello scaffale adiacente, intitolato “Necronomicon”. Era ricoperto di polvere e puzzava di muffa. Chissà da quanto tempo era lì. Conoscendo il greco, non gli fu difficile capire cosa significasse: nekros (cadavere), nomos (legge), eikon (descrizione, immagine). Libro dei morti.
      Si sedette a un massiccio tavolo di legno e ne sfogliò un centinaio di pagine. Conteneva profezie, incantesimi e previsioni che preannunciano la resurrezione di un demone infernale.
      Chi leggeva quel libro “era perduto”, lesse a un certo punto.
      Rodolfo allora serrò le labbra; la salivazione gli si azzerò di colpo.
      Richiuse il libro, e tirò via dalla tasca la foto dell’arrotino: la osservò attentamente; poi gli si bruciò tra le mani.
      “Aiuto,” gridò, “Aiuto”.
      Di lì a poco, un gruppetto di ragazzi, lì vicino, scoppiò in una risata di scherno.
      Attirata dal trambusto, accorse la bibliotecaria.
      “Si sente bene? Le è successo qualcosa? Le chiamo un dottore?” chiese, preoccupata, a Rodolfo, che aveva gli occhi appiccicati alla mano, che credeva ustionata.
      “Questo libro, que… sto libro,” balbettò lui, “come lo avete avuto?”
      “Quale libro?”
      “Questo sul tavolo. Il “Necronomicon”.”
      La bibliotecaria sorrise.
      “Ma non c’è alcun libro lì. E che io sappia non esiste alcun libro con quel titolo. Forse lei è un fan troppo accanito di Lovecraft”.
      La bibliotecaria portò Rodolfo nel suo studio, che si trovava accanto alla biblioteca. Disse di chiamarsi Michela e di avere quasi quarant’anni. Ne dimostrava però almeno sette o otto in meno. Era indiscutibilmente bella. Dopo i convenevoli, aveva spiegato al ragazzo che si era laureata in psicologia ma preferiva avere a che fare coi libri, sicché il mestiere di bibliotecaria le calzava a pennello. Tra una chiacchiera e l’altra, i due parvero entrare subito in sintonia. Lui le si confidò come non aveva mai fatto neanche con la madre e la sorella.
      “Sai che sembri interessante,” disse Michela, “e pensare che, in biblioteca, ti avevo preso per un pazzo”.
      Accompagnò quelle parole con un sorriso giulivo.
      A Rodolfo, però, la battuta non piacque.
      “E se lo fossi? Ti ho già raccontato che vedo uomini e cose che forse neanche esistono”.
      “È solo il tuo inconscio. Devi avere dei ricordi o delle paure che ti tormentano, ecco tutto. Anch’io, a volte, credo di vedere persone morte che vogliono farmi del male, ed essendo una lettrice forte, ne vengono fuori film horror che non puoi neanche immaginare. A te succede la stessa cosa, solo che magari…”
      “Magari?”
      “Essendo un po’ fragile e confuso in questo periodo della tua vita non riesci a capire che i fantasmi non vengono da fuori ma da te stesso. Io, invece, riesco a dominarli perché so che sono io a crearli e a rappresentarmeli”.
      “Ma io l’ho visto, l’ho sentito, e anche il libro…”
      Michela gli si avvicinò un po’ di più con la sedia.
      “Più di questa?” gli disse con tono caldo, dandogli una carezza sulla guancia.
      Rodolfo accennò un sorriso imbarazzato, e non seppe cosa risponderle. Fu lei a riprendere il discorso:
      “Dovresti cambiar vita, mettere da parte le tue abitudini. Non puoi vivere per sempre con tua madre nella stessa stanza in cui sei cresciuto, leggendo sempre gli stessi libri, frequentando sempre le stesse persone.  È normale poi che, quando ti accade qualcosa di straordinario, che può essere anche un incubo, un ricordo che affiora alla mente dopo tanti anni o, che ne so, la conoscenza di altre prospettive, di altri modi di pensare, eccetera, a te faccia molta paura. Sei molto suggestionabile, perché le tue facoltà percettive non sono comuni.”
      D’un tratto calò il gelo nel cuore di Rodolfo:
      “Parli come se mi conoscessi, quando non sai praticamente nulla di me.”
      “Non conosco te, ma conosco i tipi come te. Fidati.”
      “Sarà…”
      “Va bene, ora devo andare. È stato davvero un piacere. Spero di poterti rivedere ancora. Sai, per un ragazzo come te potrei anche perdere la testa.”
      “Sì, certo. Anche a me piacerebbe molto.”
      Si salutarono dandosi appuntamento per la sera successiva.
      Rientrando a casa, Rodolfo era sovrappensiero: l’idea che l’arrotino fosse semplicemente frutto di una sua paura inconscia o dell’immaginazione incentivata dalle sue disordinate letture horror o la rappresentazione di un suo lontano ricordo, non lo riconciliava affatto con sé stesso, e anzi assecondava il pensiero di chi lo credeva pazzo o malato, lui in primis. Quando infatti qualcuno gli faceva notare che le sue osservazioni e i suoi comportamenti non erano da persona normale, lui non protestava minimamente perché in fondo riteneva che fosse davvero così. Talvolta ne provava dispiacere perché essere diversi significava essere esclusi; ma c’erano anche volte in cui ne rivendicava l’eccezionalità, e allora ne andava fiero, perché essere esclusi significava essere differenti, cioè in grado di vedere oltre il velo della sensibilità umana.
      La diversità – scriveva nei suoi diari – è quella che avverto quando voglio essere come gli altri, cioè quando vorrei avere una vita normale come gli altri. La differenza è quella che avverto invece quando non voglio essere come gli altri, la cui presunta normalità è definita da una pazzia di fondo: l’omologazione. Il dramma, in Rodolfo, nasceva proprio tra questo continua lotta tra il non voler essere diverso e il voler essere differente.
      Giunto all’ingresso, si accorse che la porta era stata lasciata aperta; cosa molto insolita perché la madre non si sarebbe mai dimenticata di chiuderla, ossessionata com’era che potessero entrare i ladri.
      Avanzò di due passi nel soggiorno; sentì che c’era odore di sangue rappreso. Alzò lo sguardo verso la scala: distrutta, distrutta completamente. Tra gli scalini ormai a pezzi, sua madre, morta.
      Rodolfo perse conoscenza.
       
      Quando l’indomani mattina si risvegliò, si trovava in una piccola e modesta stanza intonacata di bianco, ed era sdraiato su di un lettino.
      Alla sua sinistra, sedute, c’erano sua madre e sua sorella.
      “Figlio mio,” disse con gli occhi lucidi Concetta, “pensavo che… che…”
      “Ieri notte sei svenuto davanti l’uscio,” esordì la sorella, “e ti abbiamo portato all’ospedale. Nostra mamma è stata davvero in pensiero.”
      Allora era stato solo un sogno, una visione? Rodolfo si mise seduto sul letto.
      “Il medico dice che hai avuto solo un calo di pressione e poi per la stanchezza sei caduto in un sonno profondo: niente di grave, insomma. Puoi andare via quando te la senti,” osservò la sorella, tutto d’un fiato, “cerca di riprenderti, io ora devo scappare al lavoro.”
      Rodolfo volse lo sguardo alla finestra: il cielo era grigio e la pioggia che batteva incessante sui vetri della finestra sfocava i contorni del mondo esterno.
      Nonostante quello che gli era successo, decise comunque di presentarsi all’appuntamento con Michela, quella sera. Prima, però, tornò a casa.
      La scala era lì, sia pur malandata; le pareti screpolate erano lì, quelle di sempre; gli odori, i rumori, le ombre erano lì, anch’essi quelli di sempre.
      Andò in camera sua e si stese sul letto: si mise a pensare.
      Michela, bella e intelligente com’era, non meritava di perdere del tempo con un pazzo che, in un momento di debolezza, avrebbe potuto anche farle del male. Forse, si disse, tutto ciò che stava passando era dovuto proprio al fatto che avesse recato del male a qualcuno in passato, magari anche inconsapevolmente. Una punizione. Una vendetta. Un regolamento di conti. Chissà. Di certo, ne era convinto, l’arrotino esisteva eccome (come fantasma, naturalmente) ed era lui il responsabile di tutte quelle stranezze che gli stavano capitando.
      Per alleggerire il peso delle sue angosce, si mise a risolvere il lato blu del cubo di Rubik. quando vi riuscì ebbe un sussulto: tutto era partito da lì, da quel maledetto rompicapo, al cimitero. Ma che legame poteva avere con l’arrotino e con tutto il resto? Lo mise in una borsa e pensò di portarlo con sé in modo da farlo vedere a Michela.
      Prima di andare, si fece una doccia. Ma quando ne aprì il rubinetto, l’acqua prese a scorrergli gelida sulla pelle, pur avendo regolato la manopola su quella calda; quindi sentì, ancora una volta, quel sinistro leitmotiv: “Signori, è arrivato l’arrotinooooooo, è arrivato l’arrotinooooooo!”
      Dal soffione iniziarono a scendere goccioloni di acciaio liquido. Rodolfo, sconvolto, uscì immediatamente dal box; poi aprì la finestra e, lanciando lo sguardo verso le nuvole, trasse un lungo sospiro per calmarsi.
      Non era successo niente.
      Alla madre, stavolta, non raccontò nulla.
      All’appuntamento, Michela si presentò in perfetto orario. Indossava una camicetta azzurrina di seta, con una gonna nera a pieghe lunga fino alle ginocchia, calze a rete e scarpe rosse con tacco. I capelli erano avvolti in uno chignon; un delicato trucco le segnava gli occhi, le labbra e le guance. A Rodolfo sembrò la donna più bella che avesse mai visto.
      Cenarono in un piccolo ristorante, appena fuori paese.
      “Allora, cosa prendi?” gli chiese Michele.
      “Cosce di pollo arrosto con patate.”
      “Ma ieri mi hai detto che le odi, perché le mangi sempre.”
      “Mamma mia, allora abbiamo parlato davvero tanto, e non me ne sono nemmeno accorto. Va bene, allora prenderò quello che prenderai tu.”
      “Essendo vegana, non credo che ti piacerebbe. Dai, scegli tu…”
      Rodolfo, alla fine, disse al cameriere di portargli cosce di pollo arrosto con patate. Del resto, non aveva molta fame mentre fremeva all’idea di parlarle.
      “È successo ancora,” esordì.
      “L’arrotino?”
      “Sì, mi perseguita, mi devi credere. Lascia perdere tutte quelle stronzate che hai letto nei manuali di psicologia. Nella vita vera ci sono cose che non si possono spiegare razionalmente.”
      “E quindi c’è un fantasma che affila coltella e magari vuole anche ficcartene uno nella schiena…”
      Il volto di Rodolfo cambiò colore, divenne molto serio.
      “Lo vedi questo?” disse lui, tirando fuori il cubo di Rubik dalla borsa.
      “Beh, e allora?”
      “Tutto è partito da questo rompicapo. La prima apparizione dell’arrotino è avvenuta quando ho iniziato a risolverlo. Non può essere un caso.”
      “Certo che non lo è, ma c’è una spiegazione razionale a tutto questo. Da quanto tempo ce l’hai?”
      “In teoria da due giorni, ma mi appartiene da quando ero piccolo. Me lo ha conservato mio nonno per tutti questi anni; e come sai fu proprio in casa di mio nonno che Vincenzo Pecora…”
      “Sì, sì, me lo hai già detto. Sicuramente sarà legato a quel trauma. Ecco spiegato tutto: quell’oggetto ti ha riportato indietro negli anni. Ti ha fatto `regredire´.”
      Il tono della voce di Michela era fermo. Rodolfo, pur continuando a credere nell’esistenza del fantasma di Vincenzo Pecora, non voleva che anche quella donna pensasse che fosse diverso o differente (sapeva che quella sottile distinzione semantica apparteneva solo a lui), e perciò assentì col capo. Quello era uno di quei rari momenti in cui lui voleva davvero sembrare normale.
      “Sai cosa dovresti fare?” gli chiese a un certo punto Michela.
      “Dovresti uccidere tua madre. Metaforicamente, intendo” aggiunse sorridendo. “Solo così potrai cominciare a vivere una vita tutta tua.”
      “Dici?”
      “Sì, dico. E sai qual è la seconda cosa che dovresti fare?”
      “Quale?”
      “Smettere di giudicare te stesso in funzione di ciò che pensano o fanno gli altri. Tu sei Rodolfo, punto. Hai un tuo particolare modo di vedere la realtà, un tuo particolare modo di percepirla. Questo modo non è né folle né malato. È semplicemente il tuo modo, che è unico. Ci sarà gente che ti prenderà di mira per questo tuo modo unico? Beh, che ridano, allora. Tanto ci sarà tanta altra gente che ti apprezzerà proprio per questo. Ricorda che quando vinci, cioè quando riesci a imporre te stesso, la maggior parte della gente che hai battuto fa finta di non aver partecipato. Quando invece perdi, cioè quando non riesci a imporre te stesso, la maggior parte della gente si sente vincitrice anche se ha perso più di te. Ma tu non vuoi dargliela vinta, vero?”
      Rodolfo non rispose; poi invitò Michela a fare una passeggiata in centro. Quella notte, per la prima volta in vita sua, si sentì felice.
       
      A una settimana di distanza il loro rapporto d’amore era una solida realtà. Ormai, Rodolfo passava più tempo con Michela che con la madre, tanto che questa, disperata, lo chiamava di continuo invitandolo a tornare a casa, nella sua casa. Una volta, l’anziana arrivò addirittura a minacciare il suicidio, se lui avesse continuato a vivere senza di lei. Ma Rodolfo restava quasi indifferente ai suoi lamenti e le diceva che era tempo di cambiare.
      Una sera Rodolfo decise di cucinare per la sua fidanzata. Le preparò una frittata di ceci e zucchine, che lui detestava più delle cosce di pollo arrosto con patate, ma che dovette mangiare perché, in fondo, era solo uno dei tanti, forse troppi prezzi da pagare (e nemmeno il più costoso) per la sua nuova normalità.
      “Sai,” disse mentre lavava i piatti, “mi sento un po’ strano. Da quando sto con te, è come se avessi cancellato tutta la mia vita, tutti i miei ricordi. È come se vivessi solo nel presente, adesso.”
      “E non è meraviglioso, amore? Tutti noi dovremmo vivere solo nel presente, perché è l’unico tempo che esiste.”
      “A me sembra una cosa da pazzi o da malati avere questi vuoti di memoria.”
      “Allora sei il pazzo più interessante che abbia mai conosciuto” chiosò lei, baciandolo.
      Il cellulare di Rodolfo prese a squillare.
      Era la sorella: “Vieni subito a casa, nostra mamma è morta cadendo dalle scale. È successo almeno dieci ore fa,” fu il suo lapidario messaggio.
      Rodolfo divenne improvvisamente paonazzo: “È morta mia mamma” ripeté, biascicando, di fronte a un’incredula Michela.
      Quando si precipitarono sul luogo del decesso, Rodolfo vide la madre defunta, avvolta in un lenzuolo bianco; l’abbracciò in lacrime. La sorella gli mise una mano sulla spalla: - Il tuo dolore è il mio.
      Poi, dopo qualche instante, prese ancora la parola: “Dovremo però pensare a come rivendere bene questa catapecchia, ora.”
      “E tu?” intervenne furiosa Michela, “in un momento del genere pensi alla casa?”
      “E tu chi saresti?”
      “La compagna di tuo fratello.”
      “Ah, non pensavo che…” disse con una punta di malizia.
      E aggiunse: “Comunque io, domani sera, dovrò partire per motivi di lavoro, quindi o ne parliamo adesso o… ne parliamo adesso. E poi lui sa già tutto. Ci siamo messi d’accordo prima per telefono. Che credi?”
      Michela stava per mollarle uno schiaffò in pieno volto. Rodolfo cercò di calmarla: “Non importa, amore, ci penso io.”
      Quindi, rivolgendosi alla sorella: “Più tardi… più tardi ne parleremo, tranquilla.”
      Dopodiché raggiunse con una scala il piano della sua stanza: aveva ancora tanti affetti da raccogliere e portare via. Quando fu lì, chiuse la finestra, che era stata lasciata aperta; sospirò profondamente e cominciò a sistemare i vestiti in un enorme sacco nero.
      Nella tasca di un giaccone c’era il cubo di Rubik che credeva di aver perso. Era lui la causa di tutte le sue disgrazie. Decise così di distruggerlo con un grosso martello.
      Quando lo fece, al suo interno trovò una minuscola chiave d’ottone. Confuso, la mise nel suo portafoglio.
      Nel giorno del funerale della madre, pioveva a dirotto. Al cimitero, erano presenti soltanto lui e Michela. Sotto l’ombrello, tremavano intirizziti dal freddo; si sentiva, in lontananza, uno strano stridio di insetti.
      “È stata tutta colpa mia,” disse Rodolfo, “se non mi fosse allontanato…”
      “È stata solo una tragica fatalità,” ribatté lei, “poteva succedere anche se tu eri in casa.”
      Rodolfo si guardò le mani fracide: “E se fossi stato io a ucciderla in un momento di follia e poi avessi rimosso tutto? Ho letto tanti casi di assassini che non ricordavano nulla dei loro delitti.”
      “Ma non dire stronzate! È più probabile che sia stata quell’arpia di tua sorella: hai notato come era interessata a rivendere la casa?”
      “Se è per questo, tu mi hai detto che era necessario uccidere mia madre…”
      “… metaforicamente! Dai, ripeti insieme a me: è stata una tragica FA-TA-LI-TÀ.”
      “Oppure il fantasma di Vincenzo Pecora che…”
      “Ancora? Cosa ti ripeto da quando ci conosciamo?”
      “Che i fantasmi esistono se noi pensiamo che essi esistano.”
      “Ecco, bravo. Ora andiamo a casa, ché altrimenti ci prenderà una polmonite.”
       
      Due giorni dopo Rodolfo decise di far visita alla nonna Luigia, ormai ultranovantenne e prossima al secolo di vita. Viveva ancora nella casa in cui era morto Vincenzo Pecora. Nessuno la andava a trovare da almeno quindici anni. Di lei si occupava una badante rumena.
      La sua accoglienza fu molto fredda: “Perché sei venuto? Per soldi? Per dirmi che faccio schifo perché a quasi cent’anni non sono andato al funerale di mia figlia, che mi ha abbandonato come una cagna rognosa per tutti questi anni?” disse lei, con straordinaria lucidità.
      “No, niente di tutto per questo. Volevo che mi parlassi del nonno. Ricordi cosa facevamo quando io ero molto piccolo?”
      “Beh, non molto. Tu giocavi con una specie di quadrato colorato e lui leggeva il giornale. Se avevi da dire qualcosa, la dicevi a lui, non a me.”
      “E di Vincenzo Pecora? cosa sai dirmi?”
      “Mah, niente. Ha avuto la sfortuna di scendere per quelle scale malandate ed è morto. Meglio lui che me.”
      “Potrei fare un giro per la casa?”
      “Certo, tanto non ci troveresti un euro bucato. Ho tutto in banca, io!”
      Rodolfo diede un’occhiata a tutti i vani dell’abitazione, che era straordinariamente simile a quella in cui era cresciuto insieme alla madre. Solo che le scale, qui, erano solide e moderne. Rimase a lungo in camera da letto.
      Lì, dopo mezz’ora di inutili indagini, trovò in un cassetto del comodino una foto dei nonni con la madre (sulla cui testa era stata segnata un’enorme X con un pennarello nero) e un vecchio diario. Quest’ultimo era sigillato da un lucchetto. Si ricordò allora della chiave rinvenuta nel cubo di Rubik: un’intuizione vincente.
      Aperto il diario, lo lesse a mente:
       
      È difficile spiegare la genesi di un omicidio, forse non è proprio possibile, ma per liberarmi di questo peso che mi sta affondando in un abisso, devo farlo, devo cercare di farlo, per lo meno per iscritto.
      Tutto è nato a causa di Vincenzo Pecora, l’arrotino del paese. Ogni santa mattina, verso le cinque (ma anche verso le nove e di pomeriggio), si metteva a urlare come un pazzo, proprio sotto casa mia:“Signori, è arrivato l’arrotinoooooo”, “È arrivato l’arrotinooooooo”. Più volte io e altri gli abbiamo detto di essere più discreto, ma lui niente, doveva per forza urlare a squarciagola, quel bastardo, rovinandomi le mie letture e i miei sonnellini pomeridiani. Così, un giorno, decisi di farlo fuori. Gli dissi che avevo dei coltelli da affilare e con una scusa lo feci entrare in casa, al secondo piano, dove c’è la cucina. Io, nel frattempo, passavo lo straccio sugli scalini dell’entrata principale in modo da farlo uscire da quella secondaria quando avesse finito. Lì avevo manomesso con una sega parte della rampa di scale di legno che conduce al piano terra. Appena lui, tutto soddisfatto per il lavoro svolto, passò da lì, pum! Un volo d’angelo! Morì praticamente sul colpo. Nel suo piccolo, mi aiutò mio nipote Rodolfo. Per lui era un gioco. Per lui tutto era un gioco. Quando Pecora cadde dalle scale, lui stava giocando col suo cubo di Rubik. Quando finsi di essere distrutto per la sua morte, lui giocava col cubo. Io, però, dovevo fargli capire che ciò che avevo fatto insieme a lui non era un gioco. Lo misi allora in un angolo, gli strappai dalle mani quel maledetto cubo, e gli dissi che avrebbe dovuto dimenticare tutto di quella faccenda, che non ne avrebbe dovuto parlare con nessuno, altrimenti lo spettro di Pecora lo avrebbe rapito e portato all’inferno. Quando sentì questo, visto che lui a quasi cinque anni credeva ancora che a portargli i regali nel giorno dei morti fossero davvero i defunti, si fece serio e annuì col capo. Da quel giorno in poi lasciò perdere anche quel cavolo di cubo, dove io nasconderò la chiave del lucchetto di questo diario. Sì, ora mi sento un po’ meglio…
       
      Rodolfo non credeva ai propri occhi.
      Richiuse dunque il diario col lucchetto e lo se lo mise in borsa; poi salutò velocemente la nonna, che non ricambiò, e a tutta velocità con la sua Panda blu raggiunse Michela in biblioteca. Le raccontò tutto, facendole leggere la confessione del nonno.
      “Bene, direi che con questo la faccenda è chiusa,” disse serafica lei. “Quel rompicapo ti ha portato a rivivere i momenti tragici della tua fanciullezza, e da qui le apparizioni, le angosce e gli incubi.”
      “Io non penso che sia così. Io credo che esista davvero il fantasma di Vincenzo Pecora, che quel cubo sia veramente magico, maledetto, una specie di scatola di Lemarchand, che me lo fa apparire ogni volta che provo a risolverlo.”
      “Guarda che facciamo: andiamocene da questo posto. Sono disposta anche a rinunciare al lavoro che amo pur di restituirti una vita serena. Qui non puoi più stare. Finiresti davvero per impazzire. Per impazzire davvero, intendo.”
      “Ma no, non è necessario che tu.”
      “Domani stesso. Prepara i bagagli. Andiamo al nord. Tanto i soldi ce li abbiamo.”
      Rodolfo non protestò; sapeva che quella era l’unica strada da percorrere per ricominciare da zero. Prima però di lasciare per sempre il suo paese, sentiva che doveva tornare, un’ultima volta, nella casa materna.
      Non disse nulla a Michela, perché avrebbe disapprovato.
      Lì, tutto era cambiato (non c’erano più i mobili, le suppellettili, il televisore e tante altre cose) eppure tutto era rimasto uguale, dagli odori, ai rumori, alle ombre. Prese una scala e salì al secondo piano, nella sua cameretta. Era buio; fuori gli insetti stridevano incessantemente. Aprì l’armadio: vuoto. Poi il comò: vuoto anch’esso. Infine, si diresse verso la doccia. Vi entrò dentro; vi uscì qualche minuto dopo. Nel corridoio, si soffermò sul quadro della madre il cui sguardo sembrò quasi prendere vita e giudicarlo severamente.
      A quel punto, Rodolfo crollò in un pianto disperato e tra i singhiozzi disse: “Madre mia, madre mia…”
      La voce inconfondibile di Vincenzo Pecora, nel frattempo, aveva cominciato a echeggiare per tutta la casa: - Signori, è arrivato l’arrotinoooooooooo, è arrivato l’arrotinooooooooooo!
      Rodolfo si voltò; e a distanza di qualche metro vide l’arrotino mentre armeggiava con due lunghi coltelli.
      Quindi, mentre il fantasma gli veniva lentamente incontro piantandogli in faccia i suoi lucenti occhi di diamante, il ragazzo iniziò a indietreggiare.
      L’unica via di fuga che riuscì a trovare fu quella della finestra della sua cameretta: prese una folle rincorsa e la oltrepassò a occhi chiusi col suo esile corpo, facendola andare in mille pezzi. In strada, a quell’ora, c’erano soltanto la vecchia signora Matilde, la vicina, che spazzava per terra, e un cane randagio che, appena lo vide, cominciò ad annusargli i piedi ormai rigidi.
       

    • Il sole è caldo dopo la tempesta e così tu sei stata per me, un ristoro sicuro e accogliente dopo anni di pellegrinaggi e insicurezze. Ora il giorno era nel mezzo ed una giovane metteva la crostata sul davanzale della finestra, per farla raffreddare. Nulla interrompeva la mite quiete di quella calda giornata, non le grida dei ragazzi alla spiaggia, non il microfono del gelataio con quella musichetta detestabile.
      Una vecchietta stava sulla veranda di casa a passare il filo, e matassa su matassa lo vide, un fulgido lampo che squarcia il cielo come un limpido arcobaleno.
      Il sole ne fu totalmente oscurato e la volta divenne d’un blu cobalto acceso che si potevano vedere fluttuare le vorticanti galassie dell’infinito universo. I presenti restarono attoniti di fronte a tale evento, apocalittico per i più anziani, fantascientifico per i più giovani. Io ero lì, in mezzo a loro muto e immobile come un sasso. 
      Caddi all’indietro per lo spavento non appena vidi un’esplosione formidabile riempire tutto quello spazio dove una volta stava il cielo, ne fui quasi accecato. 
      Quello che si definiva un “astronomo” accanto a me la definì: “la nascita di una nuova galassia”. Io ne potei vedere l’inesplicabile potenza di Dio in quello spettacolo, fattore più magico che chimico, ma con gli uomini di scienza si sa, non si può ragionare. 
      Osservammo per diverse ore il nostro nuovo cielo, aspettando che un secondo evento superasse il primo per magnificenza, gli spettatori ritardatari però non furono accontentati, non accadde nulla. 
      Passarono i giorni, le settimane ed anche i mesi, la normalità e la scarsa curiosità si rimpossessarono delle nostre menti e la quotidianità riprese il suo corso. La maggior parte di noi su “ La caduta del cielo”, così venne battezzata, non si preoccupò più. Tranne me, io non mi accontentai di false notizie e vaneggianti teorie di professoroni sull’espansione dell’universo e sciocchezze del genere, io volevo di più. Fu la missione della mia vita, la mia crociata.
      Conobbi in quei giorni, ma non ricordo nemmeno bene come, quella ragazza. Lei voleva trovare la musica che ha generato ogni cosa e credeva di poterla trovare in quella nuova galassia. Così io e lei ci imbarcammo nella ricerca per il raggiungimento di quell’enorme nube nel nuovo cielo. Fu in una notte in riva al mare che facemmo la scoperta. Io e lei eravamo molto amici ed ogni tanto amanti; il nostro rapporto era miscelato tra seriose argomentazioni e spassose sfide. 
      Quella sera faceva caldo ed in riva al mare ci sfidammo a lasciare i sassi nell’acqua. Quando pensai seriamente di poter perdere, presi un grosso sasso piatto e lo scagliai con tutta la mia forza verso l’orizzonte, quest’ultimo rimbalzo più volte prima di compiere l’ultimo balzo, il definitivo. Quel benedetto sasso era uscito dall’atmosfera e procedeva navigando diritto verso la nuova galassia. Quando la raggiunse fu incredibile, la galassia si illuminò tutta ed il sasso scomparve al suo interno, o almeno questo è quello che credevamo di aver visto. Ora ci fu chiara ed incredibilmente vicina l’idea di poter raggiungere quel luogo, sentivo un fuoco viscerale che mi bruciava tutto dentro, quasi da farmi sollevare da terra, tutta la vita si riduceva a quel momento. 
      Dopo diverse settimane e salatissimi studi, trovammo il modo di poter raggiungere la nube incolumi. 
      Ci saremmo letteralmente fiondati lì all’interno di una capsula infrangibile con l’ausilio di una fionda gigante. I bambini della cittadina ci diedero l’input, e allora in quella piovosa giornata ci lanciammo alla velocità del suono verso la scoperta più grande della nostra vita. Fummo lì in brevissimo tempo e non appena sfiorammo col nostro guscio la prima onda gassosa del nostro tempio, incominciammo a precipitare in un infinito buco nero freddo e angusto. Il mio corpo era nudo e lei non era più accanto a me, e nemmeno in prossimità.
      La galassia aveva modificato la realtà circostante ad essa e cambiato le nostre vite per sempre, all’interno di essa il tempo e lo spazio si erano annichiliti a tal punto da non esistere più. Ed ero solo e precipitavo e lei non c’era più, allora piansi. Fu lì che qualcosa di straordinario accadde. Qualcuno accese la luce in quel vortice oscuro, e potei vedere chiaro cristallino di fronte a me un ammasso di stelle gialle. Poi una voce, era la voce di Dio.
      Ad ogni sua parola, le stelle aumentavano e affievolivano la loro luce come in un sistema binario o in un’orchestra lui comunicava con me.
      Mi disse che tutto aveva un prezzo, la più importante scoperta della vita e sulla vita contro una vita felice. Egli non mi avrebbe tornato alla terra e non mi avrebbe restituito lei, che vagava chissà in quale angolo dell’universo. La pace dei sensi di quel momento presto si tramutò in atroce agonia, l’avevo persa per sempre?
      Egli non voleva vedermi soffrire a quel modo e mi propose uno scambio, la mia scoperta per una vita con lei…
      Ancora oggi mi chiedo come poter raggiungere quel luogo incantato che mi suggerisce dolci fantasie sull’ignoto e con lei sempre sogniamo di conquistarlo.
       
      G.

    • Inizia a
      …Mentre camminavano, Aiza lasciava che Nina lo precedesse di alcuni passi lungo la strada bianca di sole.
      “Certo che sono stati proprio gentili i tuoi, a darci il permesso di passare la giornata al mare eh?” disse Nina senza voltarsi.
      Sembrava così felice… il suono della sua voce si mescolava al cinguettio di piccoli uccellini.
      Le spalle di Nina. Bagnate così di luce sembravano circondate da ali bianchissime e trasparenti.
      Sì, era felice anche lui. Era felice? Non lo sapeva. L’esile figura di Nina, la sua voce, gli evocavano un sentimento, una nostalgia che aveva già provato prima. Quando? Lo ricordava bene: quando aveva visto piangere l’angelo dalla bellezza sovrumana, quella notte di luna.
      Era felice di un dolore struggente, che gli gonfiava un grosso nodo in gola. Un sentimento che non aveva alcun rapporto con il trasporto dei sensi di quel bacio rubato nella cantina scura.
      Un dolore misteriosamente collegato al sole, alle nuvole bianchissime come la chiostra dei denti di Nina. Una ferita lacerante, che invocava un mondo lontano, così lontano, irraggiungibile oltre la profondità azzurra di quel cielo estivo: un dolore di fronte al quale si sentiva solo un piccolo essere umano, eppure così bello che se gli avessero domandato: “Come te lo immagini il Giardino Celeste?” avrebbe risposto: “Come questo istante con te”

    • CAPITOLO I
       
      Il cornicione della finestra oramai era solo un ricordo.
      Il legno marcio era caduto del tutto, portato via dal vento impetuoso di quella notte assieme alle api che avevano creato il loro alveare.
      Quella lunga e tetra notte non mi permetteva nemmeno di vedere le stelle, non era un buon segno.
      Ogni giorno dovevo aggrapparmi a qualcosa, qualsiasi cosa, che fossero le api, le stelle, uno stormo di uccelli avevo bisogno di vedere e sentire che là fuori la vita continuava, che il tempo scorreva, che anch'io ero ancora viva.
      Stava diventando sempre più difficile, il giorno e la notte erano diventate un tutt'uno, il tempo scivolava via, non avevo più la concezione del tempo da svariati giorni o mesi.
      Mi procurai un'altra ferita sul pollice, una piccola fitta e una goccia di sangue.
      -Viva- era l'unica parola che pronunciavo da un tempo infinito.
      Non avevo mai capito quanta voglia di vivere avesse il nostro corpo, trema quando le notti diventavano ghiacciate e questo per scaldarti le viscere, ti fa sanguinare le labbra per ricordarti che devi bere, ti fa prudere la pelle per ricordarti di eliminare gli insetti che cercano di impossessarsi della tua linfa.
      O la tua Fonte.
      La guerra che il mio corpo stava conducendo non era più sostenuta anche da me, mi ero abbandonata su quel parquet marcio e pungente.
      Solo una cosa non facevo, non mi permettevo mai di sdraiarmi.
      Cercavo si stare seduta come meglio potevo, cercando di non accasciarmi, dovevo stare sempre vigile, ma a volte per un paio di minuti scivolavo verso il vetro sporco di muffa e di feci d'uccello, appoggiavo la tempia e svenivo, ma le orecchie, il naso rimanevano sempre vigili, anche quando gli occhi si chiudevano per un po'.
      La tempesta se ne stava andando lentamente, lanciando i suoi ultimi lamenti nel cielo e lasciando spazio alla quiete.
      I miei occhi scorrevano lenti sul giardino di rovi sotto la finestra, i cipressi sulla sinistra e un dondolo distrutto, abbandonato in mezzo al giardino incolto e sporco.
      Sentivo che si stava avvicinando il momento cruciale, il cielo stava diventando più nero e non c'era l'avvisaglia di neanche uno spiraglio di luce all'orizzonte, stava arrivando.
      Era successo così tante volte che la paura non inondava più la mia anima, l'adrenalina non scorreva nelle vene, il cuore non galoppava, anzi batteva sempre più lentamente.
      Ne ero certa perché il suo battito era l'unico suono costante e sicuro in quel luogo desolato e pian piano se ne stava andando via anche lui.
      Le mani sporche, le unghie rosse di sangue e rotte, i calli gonfi se ne stavano adagiati sulle mie gambe scheletriche e anch'esse lerce.
      I capelli erano cresciuti a dismisura, il nero lucente di un tempo si era smorto tendendo quasi al grigio intenso.
      Non mi interessava delle mie condizioni, non più.
      I tempi di lotte, gloria, battaglie e fama si erano ridotti al nulla.
      Della donna ammirata, amata e venerata di un tempo non era rimasto che un guscio vuoto, privo di vita, priva di Fonte.
      Uno strano tintinnio mi risuonò nelle orecchie, un rumore proveniva dalla finestra, come se qualcuno ci stesse buttando contro qualcosa.
      Abbassai con estrema lentezza lo sguardo dal cielo per riportarlo sul giardino, quando mi si presentò al confine della proprietà, a pochi metri dall'inizio del giardino di rovi, una figura nera allampanata, probabilmente distorta dalla mia pessima vista.
      Non so come, ma in qualche modo quando si rese conto della mia attenzione, o forse per mia completa pazzia, lo vidi muoversi ed avvicinarsi al dondolo distrutto in mezzo al giardino.
      Esso era posto proprio in direzione della mia finestra, l'unica finestra in tutto l'abitacolo, posta al terzo piano, in una soffitta, lontana dal terreno per circa venti metri.
      Calcoli che mi era fatta nei primi giorni di detenzione, inutili, visto le sbarre di ostenya invisibile che segnavano la finestra.
      Il passo di quell'essere era inverosimile, sembrava quasi fluttuare, i rovi non si muovevano di un centimetro al suo passaggio, nemmeno si spezzavano e non c'erano segni di impronte.
      Incuriosita da quella scena la mia mente divenne stranamente vivida, come non lo era da molto.
      La testa era così pesante che non mi era possibile muovermi, ma gli occhi erano attenti ad ogni sua mossa.
      Quell'ombra ad un tratto si spostò di fronte al dondolo si sedette.
      Un'azione impossibile visto che era priva di un sedile, solo la struttura di metallo arrugginito ne ricordava vagamente le fattezze.
      Non era possibile utilizzarlo, una persona in carne ed ossa sarebbe caduta inesorabilmente.
      Un tremendo cigolio si propagò nell'aria, un suono lacerante di ferro contro ferro e il dondolo si mosse con l'ombra su di essa.
      Non ebbi il tempo di respirare che l'ombra si sparo contro il vetro procurando un rumore sordo.
      Il mio corpo all'estremo delle forze non rispose minimamente, l'unico stimolo capace ancora di produrre fu quello di farmi socchiudere più del solito le palpebre.
      Mi aspettavo di vedere un qualche mostro della foresta di Melenya o un qualsiasi demone, incubo, succube, ma quello che si affacciò davanti a me era il viso di una ragazzo.
      Un volto senza corpo, circondato da una nube nera, due occhi grigi e i lineamenti affilati, i capelli scuri come la nube.
      -Ti salverò- queste furono le parole che le mie orecchie compresero, ma non ne ero certa.
      Non ebbi nessuna reazione a quelle parole, non era la prima volta che la mia mente mi giocava brutti scherzi.
      Migliaia di volte avevo immaginato dei salvatori, ma devo ammettere che quella volta la mia pazzia si era superata.
      -Guerriera, sono qui per salvarla- ...Guerriera, non sentivo questo epiteto da secoli e nelle mie condizioni non accettavo essere più considerata tale.
      Avevo perso la mia gloria e la mia forza con quella prigionia fatta di soprusi, aggressioni, tormenti.
      Però mi ripromisi in quel esatto istante, proprio nel momento in cui sentii quelle parole che non mi importava più di essere la Guerriera, non mi importava della mia vita, avrei puntato e dato importanza solamente ad una cosa, la vendetta.
      Quella notte riuscii a fuggire da quella prigione e scoprii di essere stata rinchiusa in quella soffitta grande quanto una scatola per cinque anni.
      Chiunque avesse ordito quella congiura nei miei confronti me l'avrebbe pagata e sapevo che la lista sarebbe stata lunga, ma non per questo mi sarei arresa, mai, fino alla morte.
       

    • Bianco come un foglio che non aspetta altro che essere scritto, pronto ad assorbire l'inchiostro di storie che chiedono solo di essere raccontate. 
      Nero come l'inchiostro, che intrappola le idee e i pensieri, in modo da non lasciarli volare via.
      Ma il bianco non è altro che l'insieme di tutti i colori. 
      Il viola del dolore che causa insicurezza ma stimola la creatività e la ricerca di legami. E chi se non Quasimodo può essere l'emblema di questo colore che spinge ad andare oltre.
      Blu come le notti degli amori sussurrati, o come le notti di luna piena, dove mostri e licantropi escono dai loro nascondigli. 
      Verde come i paesaggi di Tolkien nelle eterne distese della Terra di mezzo. Ma il verde è anche la speranza che rimane e che aiuta a non arrendersi, vedi Amir che nonostante tutto supera i suoi demoni e le sue colpe, e fa dell'aquilone il suo ricordo più bello. 
      Il giallo della vivacità, dell'allegria, senza le quali Dirk Pitt non sarebbe così dannatamente unico. Ma allo stesso un qualcosa di così forte e acceso può risultare eccessivo, come il buon Icaro scoprì volando troppo vicino al sole.
      E per finire il rosso. Il rosso delle notti insanguinate di Salem ma anche la passione sfrenata di vivere e di gustarsi le cose vere. Quella capacità invidiata a tutti quei personaggi amati o odiati, che abbiamo incontrato nei libri letti in tanti anni.
      E il nero cosa c'entra in tutto ciò? Il nero è l'assenza di colore. Paradossalmente non dovrebbe rappresentare nulla. 
      Ma in realtà se non fosse per il nero le emozioni dei libri non potremmo leggerle, e noi non saremmo in grado di farle nostre. E allora la magia di venire catapultati nella storia del libro svanirebbe. Per cui ben venga il nero con la sua oscurità, nella quale con l'uso della torcia della curiosità del lettore attento, è possibile scorgere e trovare un po' alla volta tutte le emozioni possibili.
      E secondo me in definitiva è grazie a tutta questa tavolozza di colori, che ogni libro può essere considerato un'opera d'arte, piccola o grande che sia, ma in ogni caso importante per chi l'ha scritta e letta da quel momento in poi.
      Perché l'arte alla fine vive di emozioni.

    • Ferma non distogliere il tuo sguardo dal mio, fregatene degli altri. 

      Perderci uno nell’altro ci trasporta in un mondo solo nostro. 

      Nei tuoi occhi posso vedere la tua scintilla ed essenza più vera, che mi fa impazzire. 

      Quella scintilla che diventa fiamma nei momenti in cui stiamo insieme. 

      Quando il mio diletto è perdermi nel tuo sapore. 

      Quando stando sopra di me, non sai se chiudere gli occhi per concentrarti sul tuo piacere, o guardarmi divertita mentre sono in tuo potere. 

      Quando offrendoti a me, i tuoi gemiti di piacere, sono la musica che scatena i miei desideri più profondi.

    • Belive – Be Alive.
       
      Stavo pensando all’inglese e mi ha suggestionato questa espressione: “belive” (credere) avete notato quanto è simile a “be alive” (essere vivo)? Mi sono immediatamente chiesto: è possibile essere vivo, senza credere? (Non si parla di religione).
      Perchè mi sento già vuoto? Eppure sono così piccolo, anche se non è vero che lo sono, come faccio a non crederci già?
      Come è possibile che io non abbia un obiettivo nella vita che non sia fare i soldi per sopravvivere?
      Come fa ad esserci un vuoto così grande dentro di noi che non riusciamo a colmare?
      Allora penso che dovrei studiare filosofia sociale, così, per capire come è possibile essere così tristi di già. Poi il flusso:
       
      Tutto è andato via, oggi abbiamo tutto. Gli interessi si stringono, le amicizie si stringono.
       
      Esci e ci sono mille opportunità che puoi seguire, se hai soldi, mille attività che puoi fare. Quante ne fai? Poche. Si va sempre a ballare, siamo sempre sbronzi, siamo contenti, eppure non facciamo nulla. E’ assurdo quante poche cose riusciamo a concretizzare quando basterebbe filmarci.
       
      Le amicizie si stringono e gli interessi con loro. Oggi abbiamo tutto ma tutto è andato via.
       
      Io in particolare ho l’ansia del futuro. Non so nemmeno come cazzo sia possibile questa cosa. Poi è ansia quindi non ha un oggetto prefissato, chiaro, distinguibile. Arriva cosi a caso, bussa e chiede “Allora?”, non specifica quale sia il soggetto, viene da chiedere “Allora cosa?”, così anche un po sdubbiati, per dirgli ma che tipo di domanda è questa? Però mica lo fai, perché dentro di te quell’allora vuol dire esattamente qualcosa.
       
      Quindi sorgono i dubbi. Questi dubbi li adoro.
       
      Sorgono dei dubbi bellissimi, dati dalla nostra capacità di uomini di proiettarci nel futuro. Il futuro con sé porta questa componente ansiosa, intrinseca in esso, che farò? Dove andrò? Quale è il mio interesse? Non riusciamo proprio a distaccarci da essa, quasi mai, anzi tendiamo sempre a fare scelte che chiarifichino il nostro futuro e siamo spaventati da quelle che lo rendono più oscuro.
       
      Abbiamo paura.
       
      Esempio emblematico: inizio l’università di filosofia e tutti mi chiedono “Ma dopo?”. Ci provano, vogliono sapere come è la mia proiezione del futuro, loro, in fondo, cercano di avere la loro, e vogliono proprio confrontarla con la mia per vedere se la ritengono valida. Hanno paura. Vogliono vedere quanto fa paura la mia idea rispetto alla loro, potrebbero pensare che sia conveniente la mia, addirittura. Io invece mi sarei aspettato domande del tipo “Cosa significa per te filosofia?” “Perchè l’hai scelta?” e semplicemente “Ti piace?”. Mi avrebbero anche fatto bene queste domande, non so se avrei saputo rispondere ma mi avrebbero aiutato ad indagare.
       
      Io ho molto più paura di loro.
       
      La nostra capacità di proiettarci ci aiuta se sappiamo usarla bene, se rimane incontrollata spinge la nostra mente a vedere oltre l’orizzonte, le fa fare un tentativo inutile.
      Immaginatevi di essere in un tunnel buio e di non vedere l’uscita, né davanti né dietro. Sforzate la vostra mente ma è impossibile che vi faccia vedere qualcosa. Ecco in questa situazione ci siamo tutti, poi ognuno prende delle piccole lampade che gli permettono di illuminare la strada, alcune durano tanto, altre durano poco, alcune si rompono, alcune hanno una luce fioca, altre abbagliante. Per l’osservatore esperto ce n’è un’infinità. Ognuno vuole confrontare la sua lampada con quello dell’altro, vedere quanto durerà e quale è quella che fa più luce. Tutti cercano di vedere più in là di quello che possono.
       
      Ci può essere in questo tunnel un uomo “be alive”, che non si chiede queste cose, che cammina con le sue lanterne contento, sopportando l’ansia, che talvolta fa bene? Come fa a tenere vive le sue lanterne?

    • Madison Jensen ha sempre vissuto tenendo nell'ombra i suoi sentimenti, a causa di un episodio passato che l'ha ferita profondamente. Ma ora che uno dei suoi sogni si è avverato ed è riuscita ad entrare alla Columbia University, ha deciso che è arrivato il momento di lasciarsi andare. 
      Le basterá incontrare lo sguardo di Killian Davis perchè ciò accada e la sua vita venga stravolta.
      Ma lui, con le sue maniere forti e i suoi brutti vizi, non è certo il principe che lei si aspettava d'incontrare.
      Tra scontri, battibecchi e momenti emozionanti, ben presto i due si accorgeranno di non poter più nascondere quello che provano nei rispettivi confronti. 
      Quando però il passato di Killian torna a bussare alla sua porta, Madison si accorge che lui non è stato del tutto sincero nei suoi confronti.
      L' equilibrio che si era creato fra loro minaccerà di andare a rotoli e le certezze, che entrambi pensavano di avere, diventeranno solo un lontano ricordo.

      Contiene linguaggio forte e scene mature, ci tengo ad avvisare!

    • Sentimenti di un cuore in Rovina
       
      Non è passato giorno che io ti rinnegassi,
      Non è passato giorno che io ti disprezzassi,
      Non è passato giorno che il mio cuore si spezzasse,
      Non è passato giorno che la mia anima si oscurasse,
       
      Il tempo trascorso in tua compagnia mi ha inferto una ferita,
      Una ferita fin dentro il mio cuore avvolto dal freddo metallo che lo ricopre,
      Lasciando una corazza che protegge ciò che è ormai rotto
      Rotto ed incapace di essere ancora una volta riparato.
       
      I miei occhi non ti hanno mai cercata,
      Il mio cuore ti ha sempre voluta con se
      I miei pensieri erano rivolti verso un nuovo futuro
      Il mio subconscio non faceva altro che proiettarti nei miei sogni
       
      Troppo cieco per capire
      Troppo cieco per ammettere di non aver mai espresso emozioni
      Troppo cieco per comprendere cosa mi spinse verso di te
      Troppo cieco per riavvicinarmi a te
       
      Forse è la punizione che merito
      Forse è il destino che è stato scritto per me
      Forse è solo colpa mia per ogni singolo atto compiuto
      Forse non ho la capacità per compiere alcunché
       
      Solo un fatto rimarrà scritto ed inciso nella dura pietra della vita
      Tu non leggerai mai queste parole
      Tu non capirai a chi sono indirizzate queste parole
      Tu non cercherai il suo scrittore
       
      Per la cattiveria che ho espresso verso di te
      Non rivedrò più la tua dolcezza
      Non rivedrò più il tuo entusiasmo
      Ma soprattutto…non udirò il tuo spirito cantare ancora una volta

    • Inizia a s
      Punti di vista
       
      LA RAGAZZA RAPINATA
       
      Di quella mattina grigia ricordo la paura.
      Mi stavo incamminando presso la gioielleria dove lavoro.
      Sapevo che quella non sarebbe stata una normale giornata lavorativa.
      Lo sentivo nell’aria.
      Persino il vento che soffiava tra i miei capelli quella mattina sembrava diverso, aggressivo.
      Ignorai quei brutti presentimenti.
      Non sono una persona superstiziosa.
      Girai la chiave nella serratura della vecchia porta del negozio ed entrai.
      In principio non accadde niente.
      “Buongiorno cara!” il mio cuore sobbalzò.
      Alzai lo sguardo.
      Trassi un respiro di sollievo: era Marta, una simpatica vecchietta che veniva spesso a comprare nel mio negozio.
      “Oh, salve signora, come va?”  le chiesi gentilmente.
      “Tutto bene grazie! Volevo dirle che tra poco è la comunione di mia nipote e vorrei prenderle un pensierino!” mi spiegò l’anziana.
      Dieci minuti dopo la signora Marta uscì tutta fiera della collana appena acquistata e mi salutò con un sorriso.
      Contraccambiai.
      Devo smetterla di avere questi brutti presentimenti… è solo una normale giornata di lavoro…. Pensai tra me e me.
      Fu allora che accadde.
      Entrarono due uomini, anche se io ero sicura che fossero tre perché uno rimase sulla porta.
      I loro visi erano scoperti.
      Ma non fu quello a colpirmi.
      La mia attenzione cadde sul coltello stretto nel pugno di uno dei due uomini.
      Neanche nel giro di un minuto quel coltello era puntato alla mia gola, pronto a incidere tagli permanenti sulla mia pelle se avessi anche solo osato pronunciato una parola.
      Per precauzione l’altro uomo mi avvolse del nastro adesivo attorno alla bocca.
      “Immobile!” mi ammonì quello con il coltello.
      Intanto il suo compagno si impossessava di tutta la mia merce, buttandola il più velocemente possibile dentro una grande borsa.
      Io non potevo fare niente.
      Stavano rubando i gioielli dai valori inestimabili sotto i miei occhi e non potevo intervenire in nessun modo, se non lanciando agli uomini sguardi infuocati.
      “Dobbiamo andare!” disse l’uomo con la borsa.
      Il suo compagno se ne andò, non prima, però, di avermi strattonata e buttata a terra e dopo avermi sussurrato una frase all’orecchio con tono aggressivo: “Non una parola!”
      I due uomini fecero segno al terzo di correre.
      Io mi rialzai velocemente.
      Li seguii furtivamente.
      Poi loro girarono l’angolo buttandosi sulla prima corriera disponibile.
      1/
      Mi impressi quel numero nella mente.
      Chiamai la polizia indicandogli l’indirizzo della via dalla quale era appena partita la corriera.
      Il giorno dopo ero in tribunale.
      C’erano anche i tre uomini.
      Guardai quello che mi aveva attaccata.
      Eravamo sempre noi due.
      Ora però il suo coltello non era più premuto sul mio collo, il suo fiato non mi era addosso per volermi sussurrare minacce.
      “Volevamo solo fare una vacanza a Barcellona!” fu questa la loro scusa.
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
      IL RAPINATORE
       
      “Tre uomini in uno scantinato.
      Un piano scritto su una vecchia lavagna malconcia.
      Un colpo da mettere in atto.
      Questa è la breve descrizione di quello che successe prima della rapina.”
      Iniziai a raccontare.
      Di fronte a me sedeva un uomo dall’aspetto malandato e sudaticcio.
      Le sue braccia erano possenti, il suo corpo massiccio.
      “Il vecchio Mario mi aveva detto che sarebbe stato un colpo perfetto” mi disse lui.
      “Si sbagliava” gli risposi io in tono deciso.
      “Ci avete lavorato per mesi…” insistette lui.
      “Evidentemente non abbiamo fatto un buon lavoro!” puntualizzai.
      L’uomo si arrese, lasciandomi libero di raccontare.
      “Ricordo bene quella mattina di luglio. La gioielleria Colombo. Quello doveva essere il colpo dell’anno. Mario ed io entrammo nella gioielleria, mentre Raff ci aspettò fuori. All’inizio fu tutto molto semplice. Come già sapevamo nel negozio c’era solo la giovane proprietaria. Mario buttò il più velocemente tutti i gioielli possibili dentro uno zaino. Io legai le mani della ragazza e le puntai un coltello alla gola. Ovviamente non le avrei mai fatto del male. Non sono un assassino. Avevo solo bisogno di quei soldi. Quel viaggio a Barcellona era un obbiettivo indispensabile per noi. Grazie a quel viaggio avremmo potuto partecipare a quel concorso che ci avrebbe portati al successo.”
      L’uomo mi interruppe: “Peccato che avete fallito!”
      Iniziai a detestarlo.
      “Non è colpa mia se, nonostante l’avessi spinta, la proprietaria della gioielleria è riuscito a seguirci!” gli dissi.
      “Se solo vi foste coperti con dei passamontagna forse non vi avrebbero ritrovato tanto facilmente. D’altronde siete solo dei principianti. Dovrei insegnarti l’arte del mestiere!” disse lui.
      “Ma io non sono un ladro. E non lo sono mai stato. Ero solo un ragazzo che aveva un sogno. Quel sogno mi ha portato a compiere una pazzia. Non avrei mai dovuto farlo…” conclusi.
      La mia voce coperta dalla rabbia, forse anche da una punta d’orgoglio.
      “Se non fossi un criminale non saresti qui!” mi fece notare il vecchio carcerato.
      “Ma…” provai a protestare io.
      L’uomo mi interruppe.
      “Niente ma, ragazzo. Vallo a dire al giudice che tu in fondo lo hai fatto solo per realizzare il tuo stupido sogno!” mi disse l’uomo.
      Io mi girai e me ne andai.
      Solo in quel momento mi resi conto di essermi appena confidato con un vecchio carcerato.
      Cosa ne poteva sapere quell’uomo di essere giovani e di avere un obbiettivo…
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
      IL GIUDICE
       
      7:30.
      La sveglia suona annunciandomi l’inizio di una nuova giornata lavorativa.
      Scendo dal letto.
      Al buio cerco di infilarmi le pantofole, ma con scarso successo.
      Rinuncio e accendo la luce.
      Mi dirigo in cucina e apro il frigo; vuoto.
      Peccato penso tra me e me, dirigendomi verso il bagno.
      Dopo essermi vestito di tutto punto vado verso la macchina e guido fino ad un bar vicino a casa mia.
      È un piccolo locale trasandato, dove lavora un uomo dall’aspetto ancora più malconcio.
      “ ‘Giorno, Luigi!” dico, entrando nel locale.
      “Il solito, Sig. Mariani?” mi chiede lui.
      “Il solito!” confermo con aria annoiata.
      Da quando mia moglie ed io ci siamo separati non ho più voglia di fare niente, neppure di comprare un pacco di biscotti e un cartone di latte.
      Così ogni mattina mi ritrovo qui, con la sola compagnia di questo vecchio barista, che, se permettete, per ora è ancora ridotto peggio di me.
      L’uomo mi porge un cornetto ripieno di marmellata e una tazzina di cappuccino.
      Sorrido soddisfatto, sorseggiando il mio caffè-latte.
      L’uomo mi sorride di rimando (perché lo pago, chiaramente).
      Finito di fare colazione e dopo aver pagato, mi dirigo nuovamente verso la macchina con una ben visibile macchia di marmellata sulla cravatta ben stirata dalla domestica.
      Appena salgo, però, mi ricordo di una cosa importante così scendo nuovamente dalla macchina, compro delle caramelle alla Coca Cola.
      Parcheggio davanti alla scuola “Luigi Pirandello”, appena dietro l’angolo e di nascosto osservo due ragazzini.
      Lei con il grembiule nero ben stirato e con uno zaino che sponsorizza un cartone animato (forse?).
      Lui, dall’aspetto più trasandato, si tiene a debita distanza dalla bambina, anche se in fondo le vuole bene.
      Da quando i loro genitori si sono separati i due sono sempre più uniti, anche se il ragazzo tiene a non farlo vedere in pubblico.
      Scendo velocemente dalla macchina e corro in loro direzione.
      “Giulio!” chiamo mio figlio da dietro.
      Lui si gira con svogliatezza.
      So che non riesce ancora ad accettare il fatto che sua madre ed io ci siamo separati.
      La bambina, nonostante sia molto dispiaciuta, mi corre incontro gridando: “Papà!”
      “Ciao bambolina! Ma quanto sei bella!” - mi complimento con lei - “Guardate cosa vi ho portato!?”
      Gli dico, porgendogli le caramelle con un abbagliante sorriso.
      La bambina mi scocca un morbido bacio sulla guancia e ringrazia.
      Anche il ragazzo lo fa non prima, però, di essersi guadato intorno ed essersi assicurato che nessuno stesse guardando.
      “Ora dobbiamo andare!” mi dice, infine.
      Li saluto con un segno della mano, urlandogli dietro: “Buona giornata!”
      Infine arriva la parte più brutta della giornata.
      “Signor Mariani è in ritardo!” mi sgrida subito un mio superiore con aria severa.
      “Ho salutato i miei bambini prima dell’inizio della scuola, mi scusi!” gli rispondo.
      “Niente scuse, Signore; si diriga subito in tribunale!” prosegue lui insensibilmente.
      “Vado!” ribatto seccamente, dirigendomi verso l’aula.
      Poi mi ricordo di una cosa.
      “Scusi può anticiparmi un attimo cosa è successo?” chiedo sempre allo stesso uomo.
      “Una rapina nella gioielleria Colombo; tre uomini hanno preso in ostaggio una donna, veda lei cosa fare.” conclude.
      Questo è un chiaro modo per dirmi di andarmene e togliermi dai piedi.
      Lo faccio subito.
      Mi siedo sulla mia grande poltrona che mi fa sentire un re, inforco gli occhialetti tondi e impugno il martelletto.
      Quanto odio questo lavoro.
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
      IL MIO PUNTO DI VISTA
       
      Non esiste la storia o una storia, ma ne esistono tante.
      Infatti, un racconto non viene mai narrato per completo, ma sempre in parte.
      Dipende dai punti di vista.
      Ogni storia meriterebbe di essere letta da ogni prospettiva, ma questo risulterebbe del tutto impossibile.
      Non si finirebbe mai di narrarla se si analizzasse da ogni angolazione, partendo da come la vicenda è stata vissuta da un oggetto o da un animale.
      Mi sembra un vero peccato, ma ogni storia è infinita, d’altronde.
      Magari è solo un modo per lasciare spazio all’immaginazione; per dare la possibilità ad ognuno di inventarsi i punti di vista mancanti.
      Basti pensare ad un quadro: le possibilità di leggerlo sono infinite.
      Potrebbe dipendere da vari fattori: la persona che lo guarda, l’angolazione dalla quale lo si osserva, le emozioni che si stanno provando in quel determinato momento…
      Ma non deve essere per forza una persona ad analizzare l’opera.
      E l’oggetto in considerazione non deve essere necessariamente vivente o di grande valore.
      Può essere anche un oggetto qualunque.
      Un sasso, per esempio, che ci è stato presentato sin dalle scuole elementari come un anonimo “nome comune di cosa”.
      Eppure quello stesso sasso potrebbe essere stato calpestato da Napoleone; proprio quello stesso oggetto che stamattina è stato lanciato in un laghetto con noncuranza.
      Il mondo, come una storia, è vasto è vario ed esistono infinite angolazioni da cui guardarlo, o meglio, da cui scegliere di guardarlo.
      Uno dei miei preferiti è il mare.
      Per quanto riguarda una storia, forse, sceglierei il punto di vista di un personaggio secondario.
      Soprattutto se non viene considerato eroico, indispensabile per l’andamento delle vicende.
      Perché non narrerebbe la storia come chiunque altro, ma coglierebbe solo dei piccoli dettagli a lui noti.
      Talmente piccoli che spesso non vengono neanche presi in considerazione dallo scrittore, propenso a raccontare la storia dal suo ampio e unico punto di vista.
      Ma sono quei piccoli dettagli a fare la differenza, come nei film polizieschi, quando basterebbe notare una minuscola macchia su un indumento per risolvere un caso molto complicato.
      Per esempio, quando si ha in mano una vecchia fotografia, spesso mi capita.
      Di restare dei minuti a cercare di capire chi è una persona sullo sfondo invece che concentrarmi sul soggetto principale dello scatto.
      Ma questo è normale.
      Perché infondo è l’istinto degli uomini quello di cambiare.
      Cambiare prospettiva, punto di vista.
      E tutto questo serve; è come un qualcosa che ci aiuta ad andare avanti.
      E se il cambiamento non sta nell’ordinario è ancora meglio accetto.
      Mi capita spesso di spostare gli oggetti quando mi impongo di sistemare la mia stanza.
      Lo faccio sempre.
      Perché gli oggetti sono sempre gli stessi anche se la nuova angolazione li fa sembrare diversi, cambiati.
      Così guardo la mia mensola e penso di aver rivoluzionato tutto, ogni cosa, mentre invece non è successo assolutamente niente.
      Solo che guardare le cose da un’altra prospettiva mi rallegra.
      Anche ai rivoluzionari piaceva cambiare, qualche secolo fa.
      I conservatori, invece, preferivano che tutto rimanesse sospeso, non influenzato dal tempo.
      Ma il tempo passa e con il suo scorrere porta al cambiare delle cose.
      I conservatori dalle lunghe barbe bianche avranno anche tentato di non cambiare nonostante tutto, anche se sarebbe bastato loro aprire gli occhi per notare il nuovo punto di vista.
      E alla fine pur essendo conservatori, hanno rivoluzionato tutto nella loro storia.
      Ma non solo nella storia dei libri di scuola è importante cambiare punto di vista; è così in tutte le storie, partendo da quelle più piccole.
      Come ho già detto un racconto non è mai unico, ha sempre migliaia di sfaccettature, sta a noi scegliere da quale guardarlo.
       
       
       
       
       
       
      Alice Dotta
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
      crivere la tua storia...

    • CANTO I:. PROEMIO
       
       
      Fosca d’Adda era una città magica. 
      Situata in una zona provinciale tra Bergamo e Milano, la si raggiungeva tramite una strada sterrata che da Crespiate andava digradando dolcemente fino ad una valle recintata da un bosco, due fiumi ed una serie di laghetti e sorgenti termali naturali sparpagliati accanto a delle cave. Da un tratto autostradale sospeso sopra l'Adda la si poteva scorgere parzialmente racchiusa nel cuore della Selva Oscura come l’oro prezioso di un uovo, dominata dalle sommità del Castello Fosca, da tre prominenti ciminiere che si ergevano verso i cieli come torri fabbricate dai giganti e dalle guglie di un maniero rosso, tanto maestoso quanto misterioso. Era un villaggio operaio magnifico, dotato di un fascino che poche cittadine potevano ostentare e come valeva per qualsiasi luogo, lo si poteva amare o odiare, ma ad essere sinceri in pochi non ne rimanevano profondamente incantati. 
      Vi si potevano contare non molte case, che l’imprenditore illuminato Cristiano Fosca fece erigere ad inizio Ottocento attorno alla sua fabbrica tessile ed alla preesistente dimora di famiglia affinché ospitassero i suoi operai. Si trattava di una manciata di deliziose costruzioni suddivise in base al grado dei dipendenti che le abitavano: c'erano le villette per gli operai, cubi a due piani con un modesto giardino in cui coltivare l'orto, tenere qualche animale da allevamento e far giocare la prole. Poi le ville di media grandezza per i capi reparto che presentavano una struttura rettangolare con balconi, paraste e disegni geometrici poco sotto al tetto di tegole rosse, oltre ad un giardino con qualche metro quadro in più rispetto alle villette operaie. Infine c'erano le abitazioni dei dirigenti, grandi ville a pianta asimmetrica caratterizzate da ampie vetrate, balconi e terrazze, verande, elementi decorativi in legno e pietra, il tutto circondato da sontuosi giardini fioriti. Insomma, una cittadina da ammirare e godere nel suo straordinario complesso ed in ogni sua più piccola singolarità. 

      Ma le dimore più caratteristiche di Fosca d’Adda erano precisamente tre, a partire dal castello neogotico della famiglia Fosca edificato approssimativamente ad inizio Settecento. Esso si elevava in tutta la sua magnificenza al limitare Nord della cittadina con le merlature ghibelline, le tre torri ed i mattoni rosso vivo, i quali sotto alla luce solare davano l’impressione che la dimora ardesse di un fuoco perenne. Malauguratamente nessuno lo abitava più da decenni e nessuno se ne prendeva cura, imponendo al castello uno stato di inarrestabile decadenza e trascuratezza. 
      Seguiva in straordinarietà l'ex fabbrica tessile, inattiva ormai da circa un secolo. Un tempo fonte delle importanti ricchezze appartenenti alla Casata Fosca, fu chiusa a causa di un grande fallimento e di ingenti somme dovute ai creditori, o perlomeno questa fu la versione ufficiale. Nessuno a dire il vero seppe quale fosse stato il reale motivo della sua precipitosa ed immotivata chiusura, considerando tra l’altro che la fabbrica non ebbe mai un vero e proprio tracollo. Ad alimentare il mistero fu una strana vicenda avvenuta sempre in quel lasso di tempo: infatti, poco prima del fallimento industriale si scoprì che una cugina di Cristiano Fosca fosse in stato di gravidanza pur non essendo sposata, e non passò molto tempo dallo scandalo che essa scomparve improvvisamente senza lasciare alcuna traccia. Dalle investigazioni si concluse che essa fosse fuggita lontano con l’amante in seguito alla disapprovazione dei parenti, benché non fu del tutto ignorata la macabra ipotesi secondo cui la cugina del Fosca non fosse fuggita, bensì fosse morta assassinata oppure suicida. Questi due avvenimenti sfociarono così nella credenza per la quale la cessazione dell’attività fosse stata causata da un’infestazione soprannaturale e che in certe notti di luna nera se si passava nei paraggi della costruzione industriale si sarebbero potuti udire i lamenti di una donna echeggiare tra i macchinari di quelle stanze desertiche. Scorrerie di presunti sensitivi ed appassionati del soprannaturale iniziarono così a riversarsi nella cittadina a partire dalla prima metà del novecento, vagando di notte per le sue stradine buie risoluti a dimostrare l’autenticità di tali leggende con video e foto di dubbia fattura. Tutti tentativi vani ovviamente, dal momento che parlandone coi locali essi negavano ogni stranezza con convinzione tacciando i cacciatori di fantasmi di essere dei ciarlatani senza senno. E da ciò si evinceva come la gente di Fosca d’Adda fosse tanto incline ai pettegolezzi sui concittadini quanto riservata riguardo ai misteri della città con gli estranei. Già, perché quel luogo che all’apparenza sembrava un’idilliaca cittadina di nuclei familiari particolarmente benestanti, in realtà celava innumerevoli segreti nel suo grembo, segreti che nessun fosco aveva intenzione di spartire coi forestieri. A cominciare proprio dai misteri sepolti nell’ex fabbrica tessile. 
      Non si poteva infine non annoverare il cimitero di Fosca d’Adda tra i luoghi di punta della località. Meta di turisti ed appassionati di occulto ed esoterismo, si raggiungeva percorrendo la strada principale che ad un paio di centinaia di metri dal suolo cimiteriale diventava sterrata e delineata da grandi pini libanesi. Man mano che si avanzava si vedevano sempre più chiaramente i cancelli frontali in ferro brunito, le semplici croci di pietra bianca in fila al centro del cimitero ed una strana costruzione in fondo al sito. Ed ecco che, attraversate le inferriate, si poteva osservare più chiaramente lo spazio interno: esso era suddiviso in quattro aree d'erba verdeggiante con le tombe più semplici, due aree poco più grandi destinate alle tombe a carico delle famiglie dei defunti - e quindi più elaborate - situate lungo le mura laterali, ed infine un'ampia navata centrale di ghiaia che conduceva al magnifico mausoleo dei Fosca: un'imponente piramide a gradoni in pietra sui quali sedevano tre figure femminili dalle inquietanti fattezze, intente a scrutare impassibili l'orizzonte a Settentrione, Oriente ed Occidente. 

      Cristiano Fosca era noto per essere un luminare del mondo dell'industria ed un grande imprenditore. In pochi tuttavia erano a conoscenza della sua appartenenza alla massoneria  ed al Rito Scozzese Antico ed Accettato, mentre un numero ancora più cospicuo era al corrente della sua passione per l’Ars Goetia, che coltivava sin da fanciullo e che sperimentava ogni notte grazie alle sue sorprendenti doti innate. E fu proprio durante una sessione necromantica che si imbatté in tre figure misteriose e magnifiche. Gli parlavano da una dimensione lontana ed oscura, eppure non erano anime defunte, si trattava di altro: entità ben oltre l'essere umano, lo spirito, l’ignoto ed il manifesto. Si presentarono come Fatae, messaggere di Aion. E gli rivelarono un percorso, l’Alto Passo, da perseguire per raggiungere un oggetto magico salvifico in grado di donare grandi poteri e facoltà. Tutt’oggi nessuno è a conoscenza di quale oggetto si trattasse effettivamente, fatto sta che da quel giorno, grazie alle Fatae, la sua vita ebbe una madornale svolta riportando in auge la nomea della Casata Fosca. Ecco dunque spiegato come mai Cristiano Fosca le immortalò nella pietra alla sommità del mausoleo di famiglia, esponendole come Guide, Guardiane e Custodi. 
      Giunti a questo punto, è doveroso affermare che Fosca d’Adda non era una cittadina qualsiasi: si trattava difatti di una comunità molto particolare, costituita non solo da umani ma anche da streghe, stregoni e svariate creature incantate. Tutti loro, tra l’altro, erano soliti chiamare il luogo con un nome ben diverso da quello comunemente utilizzato: Tessilia. I cittadini non umani si erano fatti assai furbi nei secoli ed avevano ormai perfezionato l'arte del camuffamento celandosi sotto le spoglie di comunissimi cittadini di provincia, in modo da non destare alcun sospetto nei visitatori umani che spesso si recavano nel villaggio pur di godere di tanto pacifico splendore. 
      La comunità mista di Tessilia non era molto ampia, tuttavia era ben nota nel mondo delle creature soprannaturali, il Nescioverso o Mondo Ignorato. Vivere in quel villaggio significava restare in perenne contatto con energie occulte e molto potenti, vibrazioni che raramente si potevano percepire altrove. Si vociferava che sin dai tempi antichi quel luogo fosse meta di innumerevoli maghi e stregoni alla ricerca di un potere supremo ed irraggiungibile, sacro quasi quanto potevano essere il Graal o il vaso di Pandora. E chi riusciva ad attingervi spariva nel nulla, a detta di taluni, schiacciato e distrutto da un'insostenibile concentrazione di forze magiche. Altri invece erano certi ci fosse un portale incantato in grado di condurre ad altre dimensioni, ma questa ipotesi era stata messa in discussione e reputata inverosimile dalla maggior parte delle autorità magiche nazionali, giacché una tale forza soprannaturale sarebbe stata tanto elevata da dover per forza raggiungere uno spessore materiale e palesarsi sotto forma di un oggetto fisico facilmente distinguibile e definibile, quale una porta, uno specchio, un armadio… O un frigorifero. E non era certamente quello il caso.

      Ad ogni modo nell’ultimo secolo e mezzo molti stregoni si recavano a Tessilia soprattutto per via della presenza di un’elitaria Congrega Misterica gestita dalla glaciale “Rosa d'Acciaio”, una strega decisamente fuori dal comune. Da quando ella aveva gettato le fondamenta della sfarzosa Gran Loggia (in passato un semplice dolmen in mezzo alla Selva Oscura e poi un magnifico maniero recluso agli umani, seppur a loro visibile) la sua Congrega Misterica acquisì sempre più importanza e fama, tanto da diventare la più ambita in assoluto da streghe e stregoni di tutto il Paese. Ecco dunque il motivo per cui la Maestra Venerabile era molto stimata, ma anche estremamente temuta ed odiata da chi non faceva parte del suo creato. Ed ecco perché nessuno avrebbe mai osato opporsi alla Rosa d'Acciaio, dal momento che tenerle testa avrebbe portato ad una totale ed oltremodo umiliante disfatta personale. 
      Pertanto, finché la Rosa d’Acciaio sarebbe rimasta in vita, Tessilia non poteva che considerarsi al sicuro, perennemente baciata da fama e quiete.
       

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           Erano le otto in punto del primo giorno di Settembre e Regina Visconti si stava recando ad ampie falcate verso lo studio della Maestra Venerabile. Dovevano accelerare l'organizzazione dei Rituali più importanti dell'anno, firmare carte, documenti e permessi degli ultimi Profani che volevano sottomettersi alla Selezione d’Ingresso, assegnare e preparare le camere nel Dormitorium; fissare appuntamenti e ricevimenti coi Maestri Venerabili delle Congreghe affiliate, declinare o rimandare gli impegni meno rilevanti, organizzare il Sinodo Annuale  dei Maestri rosacruciani e fare l'ennesimo ordine di candele, sale rosa e cristalli purificati prima che i fornitori li esaurissero del tutto. La vita della Rettrice non era di certo una passeggiata, ma neanche la sua lo era perché in quanto Magut (nomignolo gergale che indicava la carica di Maestra Assistente della Maestra Venerabile) doveva pianificare nel minimo dettaglio tutto ciò che riguardava la Congrega Misterica e sperare di non sbagliare mai o fare confusione tra un impegno e l'altro. Una sola volta le era capitato di scambiare una data per un'altra e si era sentita sprofondare nonappena lo sguardo della Rettrice, visibilmente più gelido del solito, si era posato sulla sua persona esternando silenziosamente tutto il proprio disappunto. Fortunatamente per lei, Regina Visconti era una giovane strega pratica, pragmatica e perfettamente organizzata, motivo per cui si era meritata quell'incarico di pregio, e potendo così permettersi di affermare che nel suo vocabolario della parola "fallimento" non sussisteva neanche l'ombra. 
      Percorsa l'intera ala Est della Gran Loggia giunse finalmente ad una delle torri, ritrovandosi così dinanzi ad un’imponente porta di legno intarsiato e borchiato ai cui lati sedevano immobili due lupi di alabastro con un corvo reale poggiato su ciascun capo. Sollevò il pugno a mezz'aria per bussare ed in quello stesso istante una voce austera dall'interno della stanza la invitò ad entrare. 
      La Maestra Venerabile attendeva appoggiata alla vetrata a tutta altezza. Contemplava il romantico panorama sommerso dalle nebbie sorseggiando del tè da una tazza blu notte tempestata di mezzelune e stelline d’oro. Vi era anche una scritta dorata in stampatello che affermava: “KEEP CALM AND HOCUS POCUS”, con un buffo cappello nero dalla punta ripiegata che se ne stava in bilico sull’ultima lettera. Non era ovviamente il genere di tazza che la strega avrebbe mai acquistato, anzi, agli occhi della Magut una simile visione risultava quasi sconcertante. D'altronde la colpa era stata anche sua in quanto si era lasciata convincere dai compagni a fare quel regalo alla Maestra Venerabile durante il Sabba dell’ultimo Sol Invictus, o più comunemente parlando, a Natale. 
      Per lo meno pare piacerle, sospirò tra sé e sé, avvicinandosi alla strega.
      Giunta alle sue spalle la Magut notò subito che indossava ancora gli indumenti del giorno precedente, ossia un lungo e sobrio abito smanicato con un filo di perle candide a decorarne il girocollo alto, oltre ad un paio di guanti in velluto nero che arrivava fin sopra i gomiti e fasciava le sue braccia scarne; invece i capelli biondo cenere erano arrotolati in una crocchia mezza scarmigliata adornata da uno spillone antico che dava l'idea di dover cascare a terra da un momento all'altro. Era evidente che la strega avesse trascorso la notte insonne, come spesso le accadeva in tempi recenti. E la Magut immaginò che la causa fosse il jet lag in seguito ai viaggi dimensionali che intraprendeva per andare in luoghi sconosciuti. Anche se a ben pensarci quella notte era accaduto qualcosa di anormale: si era sentito un forte boato ed un bagliore si era palesato nel cielo simile ad una fievole aurora boreale, il che non presagiva altro che pessime nuove. Forse la Maestra Venerabile non aveva chiuso occhio per via di quell’anomalia notturna, forse aveva intuito cose terribili che lei e chiunque altro ignorava, come al solito.  
      “Rea.” L’apostrofò. 
       “Buongiorno, Maestra Venerabile.”
      La donna si voltò, quell'espressione enigmatica e priva di emozioni stampata sul volto, come sempre. Con eleganza poggiò la tazza di tè sulla scrivania, si accomodò sul velluto nero della propria poltrona ed intrecciò le dita puntellando i gomiti davanti a sé. 
      “Ho una faccenda urgente in sospeso. Per cortesia, potresti tornare più tardi e rimandare gli impegni di questa mattina? Te ne sarei indicibilmente grata.”
      Rea rimase interdetta, mai le era capitato che la Maestra Venerabile rimandasse un impegno con così poco preavviso. Ma annuì e lasciò lo studio dirigendosi immediatamente dai Magut, in modo da poterli avvertire dell'inaudito avvenimento, magari loro sapevano qualcosa che non le era stato riferito. Detestava non avere ogni cosa sotto controllo e ritrovarsi qualche cambiamento repentino nel programma giornaliero. Ora avrebbe dovuto riprogrammare ogni singolo punto dell'agenda e disdire gli appuntamenti con la giornalista Moira Allupati del Corriere della Strega (uno dei giornali più importanti e popolari tra le creature magiche d’Italia) e col sindaco Minosse Caudati. Quest'ultimo avrebbe avuto da ridire come sempre, dal momento che non andava affatto d'accordo con la Maestra Venerabile. Era noto che non gradisse il potere nelle mani delle donne da buon sostenitore del patriarcato quale era, di conseguenza la strega gli arrecava non poche ulcere. E lei, dal canto suo, nonappena le si presentava l'occasione non disdegnava rammentargli con pungente sarcasmo il suo status di gran lunga più influente di quello dello stregone; motivo per cui egli la odiava con ogni singolo atomo e cellula. 
      Rea sentiva già la sua voce furibonda alterarsi dall'altra parte dello smartphone, perché: 
      “Nessuno stregone si comporterebbe mai così nei confronti di un suo simile! Ecco cosa significa civiltà per le streghe che giocano al gioco degli stregoni, quando invece dovrebbero solo badare a focolari e calderoni e non interferire!” 
      Sospirò rassegnata cercando il numero della giornalista nella cronologia delle chiamate, quando improvvisamente  lo schermo del cellulare iniziò a lampeggiare per via di un messaggio inatteso. Lo lesse alla svelta, aggrottando le sopracciglia castane per poi arcuarle verso l'alto in un’espressione sinceramente sorpresa. Dunque riprese a percorrere a ritroso l'ala Est dimenticando temporaneamente ciò che le era appena stato chiesto di fare, assorta dalle nuove appena ricevute. 

      La Maestra Venerabile intanto sedeva in apparente tranquillità, lo sguardo fisso sullo scoppiettio all’interno del grande camino in marmo e pietra ruvida. Stava aspettando che tutto andasse come le era stato riferito dal fuoco e se ciò avesse effettivamente avuto luogo, presto qualcuno si sarebbe presentato al suo cospetto. L’arte della piromanzia era sempre stata il suo forte, infatti ancora non si capacitava come fosse possibile che quel mattino la visione avuta fosse stata così vaga ed imprecisa, eppure i messaggi inviati dall’alto non andavano assolutamente ignorati. Se le Fatae le avevano fatto ricevere una simile visione, sicuramente si trattava di una questione di estrema rilevanza. 
      L'orologio da tavolo d’oro fissato tra un piano quadrato a scacchiera, un frontone triangolare con un occhio raggiante al centro e due colonne laterali dai capitelli a forma di rosa, segnava precisamente le 08:05. Mancava poco, anzi pochissimo. Fissò la lancetta avanzare ticchettando né troppo veloce né troppo lenta, rendendo quei pochi minuti pressoché eterni. Non era mai stata una donna che si abbandonava alle emozioni o che era solita esternarle, caratteristica che le aveva procurato il soprannome “Rosa d’Acciaio”; tuttavia in quel preciso momento sentiva il battito cardiaco iniziare ad aumentare di velocità ed il sangue pulsare sempre più forte alle tempie. Era indubbiamente tesa, le sue mani stavano ancora aggrovigliate tra di loro come serpi tanto che il velluto dei guanti pareva sul punto di strapparsi di netto. Inspirò a lungo e poi lasciò defluire l'aria fuori dai polmoni ad occhi chiusi, ripetendo per tre volte l’esercizio in modo da recuperare il controllo psicofisico. L'attesa era diventata pressoché insostenibile, quasi quanto la crescente curiosità di scoprire chi mai si sarebbe presentato al suo cospetto quel giorno. Ed ecco che la lancetta dorata finalmente segnò le 08:08 e sulla parete alla sua sinistra comparvero delle linee geometriche  luminescenti. Finalmente. 

    • Alle volte bisogna farsi del male, per stare bene.
      E già!
      “Alle volte bisogna farsi del male, per stare bene.”
      Non esiste gioia senza dolore, sacrificio, dedizione!
      Il desiderio di migliorare è insito in ognuno di noi, poi… c’è chi lo mette in pratica e chi invece preferisce cullarsi sulle sue disgrazie, senza fare nulla.
      Il protagonista di questo romanzo spontaneo, non è di questa seconda specie, la vita fino ad un certo punto è stata malevola nei suoi confronti, ma ha una certezza, un luogo, simbolo della sua memoria di bambino e:
      “L’unica ancora, l’unica cosa che mi è rimasta e quello “il borgo del rumore del silenzio”, come lo chiamo io, l’ho amato fin dalla fanciullezza, poi lo stop, la morte di colui che me l’aveva fatto amare, senza parlare, mio nonno.
      Avevo sedici anni!
      Poi la vita ha fatto il suo corso, la scuola, il diploma, la mini laurea, e tante altre cose mi avevano allontanato, ma ora, disoccupato con un fardello negativo notevole sulle spalle, avevo perso le speranze in qualcosa.
      Poi, la possibilità di liquidare gli altri per quella proprietà, mi aveva acceso una luce, piccola, ma pur sempre una luce, nel buio totale dove stavo ricadendo.
      Con parte dei miei risparmi, liquidai gli aventi diritto, e mi trasferii.
      Molti allora mi hanno dato del pazzo, senza mai dirmelo, lasciavo la città per un villaggio, ma francamente non mi importava nulla.
      Che parlassero!
      Alle volte bisogna farsi del male, per stare bene.”
      Sceglie la strada più dura. l’allontanamento da tutto quello che aveva fino a quel momento, non saprà come andrà a finire, ma ha determinazione, volontà ed è sicuro dell’appoggio della provvidenza
      “Cosa avevo?
      Quattro stanze, una cucina, una stalla con un piccolo sotterraneo, due bagni e un giardino incolto.
      Bello vero?
      Mica tanto!
      Le stanze erano dislocate distanti, due stanze sopra ad una scala e le altre a livello del cortile, i bagni pure uno sotto la scala e l’altro nella stalla, ed anche il giardino era dislocato distante, chiamai un giardiniere e feci pulire il giardino, poi passai alle stanze, l’incuria e la chiusura di anni avevano lasciato il segno, chiamai due operai che con me in pochi giorni, diedero una “lavata di faccia” alle mura interne e esterne, ridipingendole e imbiancandole.
      La stanza migliore divenne la mia stanza da letto e quella attigua il ripostiglio momentaneo, era quella dislocata sulla scala, sotto c’era un bagnetto, ma bisognava scendere anche di notte per andarci, il riscaldamento non c’era e neanche un camino.
      Le altre due stanze, quelle a livello del cortile, erano più fruibili, nella prima, c’era un camino, il lavandino, ed era la vecchia cucina dei nonni, e l’altra era una stanza spaziosa, con un balcone che affacciava sul giardino, le campagne e il paese, era la loro stanza da letto, e all’occorrenza venivo ospitato anch’io su un lettino,  quando arrivavo d’estate dopo la scuola.
      Mangiavo una volta al giorno, quasi sempre pane con qualcosa, non era molto ma me lo facevo bastava, dovevo risparmiare per poter acquistare quello che mi serviva.”
      Mai dire mai!
      “Stavolta sentii perfettamente
      – C’è nessuno?
      Usci dalla stalla, ero buffo con l’ascia in mano, pieno di residui di legno, sudato come non mai
      – Chi è?
      Dissi dalla stalla, non ricevendo risposta, uscii fuori, scesi due gradini e mi trovai in cortile e li vidi, erano quattro persone, due ragazzi e due ragazze, stavano scattando delle foto, e davanti a me, una ragazza
      – Non volevamo disturbare
      E vidi lo sguardo rivolto all’ascia
      – No, non disturbate, stavo tagliando la legna, un attimo.
      Imbarazzato, riposi l’ascia sull’uscio della stalla, mi spolverai sommariamente il pantaloncino e la maglietta e tornai fuori, la ragazza che aveva parlato, aveva un vestitino a fiori a maniche corte, con una generosa scollatura che lasciava intravedere il reggiseno e per un gioco malizioso della luce del sole, si intravedevano le gambe fino all’inguine in trasparenza, si accorse del mio sguardo e chiuse le gambe
      – Scusateci, siamo di passaggio!
      – No, prego, in cosa posso esserle d’aiuto.”
      Una donna, quattro giovani, all’improvviso, entrano nella sua vita, un vecchio ristoratore e sua moglie, un giornalista, un’altra donna che lo odia al punto di cercare di eliminarlo, l’amico d’infanzia ufficiale dei carabinieri, Robertino lo scemo del villaggio che l’aiuta, un lontano ricordo d’infanzia, un serpente e un sentiero, una bimba dolcissima e poi una scoperta, un Ordine oramai scomparso, la gratitudine…e tanto, tanto altro ancora.
      Il luogo de “Il rumore del silenzio” esiste, la storia è inventata, ma sono certo che vi piacerà.
      Buona lettura.
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    • “L’ultimo veggente” di Salvatore Varsallona, edito da Il Seme Bianco, narra la quotidianità di un piccolo centro della Sicilia che viene d’improvviso sconvolta dalle apparizioni della Madonna. Il veggente è un ragazzo di 18 anni che viene da un altro paese e che nessuno conosce. Le apparizioni avvengono in campagna, sopra un albero di ciliegio il primo giovedì del mese. Grandi folle attendono con trepidazione le apparizioni mariane e le rivelazioni.
       
      “La chiave di tutto era nell’Ave Maria. Quattro serie di cinquanta, a gruppi di dieci. Scese dalla sedia simise in ginocchio. Con la prima decina, avvertì sonnolenza, ma non si fece vincere dal torpore. La ripeté dieci volte. La testa era sempre più leggera, i pensieri sempre più lontani. Alla seconda decina, non sentiva più le ginocchia. Si sentiva più inconsistente, ed ebbe una sensazione come di un sollevamento. Non sentì più i piedi, le mani giunte. Un manto di gelo lo avviluppò. La sua voce usciva spontanea, in quel latino mai prima parlato. Poi venne la Luce. Accecante, calda, che emanava un senso profondo di serenità, di benessere. Ne fu avvolto. La sua camera perdeva di consistenza. Si sentì oltre i limiti delle pareti. Si percepì dall’alto, chino in ginocchio, con i gomiti poggiati sul letto. Dietro di lui, una figura di donna vestita di bianco. Non era un sogno ma una visione che dava senso a quelle voci, prima incomprese. La Voce ora era una. La Madonna parlò.
      «Ti ho scelto per una missione, ti affiderò messaggi importanti, dovrai rivelarli quando te lo chiederò».”
       
      Ma c’è Elia, un ragazzo sconvolto dal suicidio della sua ex, che non accetta che Dio possa aver permesso a una giovane ragazza come Wilma di togliersi la vita. Decide di sfidare il divino e organizza insieme ai suoi amici uno scherzo crudele al veggente.
       
      Molti anni dopo, ormai imprenditore affermato, si renderà conto che la profezia che il veggente gli aveva confidato era vera ela sua vita sta tramontando in un fiume di falsità ed egoismo.
       
      “L’ultimo veggente” è un romanzo intenso ed emozionante che indaga sui falsi valori dell’età contemporanea e afferma come gli affetti e le relazioni umane siano l’unica vera fonte di felicità.
       
       
       

    • Inizia a scrivere la tua storia...
      Esce il romanzo di Marco Acciavatti, “ Il vecchio”, edito da Il Seme Bianco, che racconta la la storia di un povero vecchio vive in solitudine consumato dal dolore per gli affetti perduti e dal rimorso per gli errori fatti. Conduce la sua esistenza chiuso in se stesso attendendo, anzi quasi desiderando, la fine, quando inaspettatamente arriva nella sua vita una scintilla di speranza che riporta luce nella sua esistenza. Purtroppo la viltà della società umana lo priverà nuovamente della sua gioia. Questa volta però non è disposto ad accettare compromessi: il vecchio lupo esce rabbioso dalla sua tana. Nessuno sarà più al sicuro e nulla sarà scontato.
       
      “Creò un ingegnoso procedimento per il recupero e lo stoccaggio delle acque piovane, garantendosi le necessarie riserve idriche. Persino l’acqua che bevevano era del suo pozzo, adeguatamente pulito e filtrato da un sistema da lui realizzato. Attuò una meticolosa politica di auto produzione e del riutilizzo trovando utilità in ogni cosa e arrivando quasi ad abbassare a zero la dipendenza esterna. E quello che non poteva fare da solo lo otteneva col baratto, perché la sua merce era apprezzatissima, non solo alimentare, ma anche i saponi e detergenti naturali. Con una maniacale organizzazione giornaliera era riuscito a coronare il suo sogno: produrre tutto quello di cui aveva bisogno per il sostentamento suo e della sua famiglia, distaccandosi dalla dipendenza e dalla moderna schiavitù imposta dalla società dei consumi.”
       
      Nella sua vita ben presto, però, entrerà una nuova conoscenza che gli permetterà di ritornare a sperare e a combattere per la sua felicità.
       
      “Il vecchio sente il cuore battergli in petto, provando nuovamente sensazioni che pensava di non possedere più. Si inginocchia porgendo delicatamente la rugosa mano alla piccola impaurita. Lei solleva il volto segnato dalle lacrime, esita solo un momento ma, poi appoggia la manina sul calloso palmo di quell’uomo dall’aspetto burbero, eppure rassicurante. Noncurante dell’apparenza, il cuoricino le suggeriva di fidarsi, e un istante dopo quel breve contatto, si sente già al sicuro. Per il vecchio invece il tocco di quell’angioletto è una scossa, una sferzata di energia capace di donargli nuovo vigore e inaspettatamente anche la gioia che credeva di non poter più provare. I feroci mastini si sono sciolti come burro ai piedi della piccola, osservano silenti il loro padrone prenderla tra le braccia, ancora piuttosto robuste.”
       
      Marco Acciavatti è felicemente sposato e padre di tre meravigliosi figli. Cresciuto tra campagna e commercio, fa il venditore per professione. La grande passione per la lettura lo ha portato verso la scrittura.

    • Romanzo spontaneo - Dalle stalle alle stelle -
       
      Rinascere, mettersi in gioco sempre!
      Si può coltivare un sogno e poi perderlo all’improvviso?
      Capita!
      Ma non sempre quello che accade è negativo.
      La rabbia, la tristezza, l’indifferenza toccano profondamente, ma la provvidenza decide per lui, ecco, cosa capita al nostro protagonista:
      ” Mentre stavo in treno per Padova, ricordai quei momenti tristi e felici, dopo anni di gavetta, finalmente avevo il mio locale, la mia pizzeria, furono mesi difficili all’inizio, poi con un duro lavoro, iniziai ad avere fortuna, volli condividere con il quartiere il successo e decisi di mettere un “contapizze” devolvevo un euro per ogni pizza che sfornavo all’oratorio della chiesa per contribuire alle spese per i ragazzi disagiati.
      Dopo tre anni, la pizzeria cresceva sempre di più.
      Iniziarono a venire le prime “chiamate” dalla delinquenza, volevano darmi “protezione” in cambio di una somma settimanale, rifiutai.
      Tenni duro per due anni.
      Poi… fu la fine!...
       
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    • Ebbene sì. Ciò che temevi è successo. L'hai saputo fin da quando l'hai incontrata. Quel giorno, in una terra non vostra, i vostri sguardi si sono incrociati. E tu l'hai capito, di avere davanti un essere fragile. L'hai notata subito per come si muoveva fra gli altri. Per tutta l'attenzione che poneva nell'evitare qualsiasi accidentale contatto. Così inconsistente, leggera. Attenta. Eppure dalla carne tradita. 
      Aveva pur sempre natura umana, la giovane. Ma era troppo fragile per concedersi il lusso di esserlo. Troppo superiore alla natura degradante che la incatenava. E per questo frustata, avvilita dalla sua stessa essenza, senza aver la capacità di comprendere quale fosse il suo male.
      È bastato così poco, a privarla di tutto. A spogliarla di sé stessa. Prima i vestiti, poi la sua stessa anima. Completamente inerme di fronte a te. Seduta in un angolo. Ti fissava. Gli occhi grandi, immensi. Ti fissava, con il viso immobile e muto. E quelle labbra chiare. Quella piccola bocca schiusa. In attesa. Di te. O comunque di qualcuno che la salvasse da tutto il resto.
      Di qualcuno che le avrebbe impedito di fare ciò che poi ha fatto.
      Il cuore l'aveva capito che lei era diversa, terribilmente inconsistente, sul punto di sparire. E l'amore fu calmo, il vigore contenuto cercando di non far male a quell'angelo senza nome. Eppure lei tremava. Sotto di te, con dentro la tua potenza. Tremava e piangeva. Ma tu non riuscivi a fermarti. Non volevi, non potevi. Solo alla fine, ad atto finito, vedendo le sue lacrime, di fronte a quella dea dalle gambe aperte, a quella venere violata, ti sei commosso e l'hai stretta a te con tutta la dolcezza del mondo.
      Ci hai provato, ci hai provato davvero a renderla felice. Giorno dopo giorno, tenendole piano la mano e toccandola come si tocca una bambina. Eppure lei non ti parlava mai. Accettava le tue attenzioni, senza mai porre un freno o un rifiuto. Accettava stoica tutto l'affetto che le davi, tutto il tuo amore. Senza capirlo né ricambiarlo. Rimaneva sempre lì, un passo dietro di te, o uno davanti. E ti fissava. 
      Gli occhi enormi di una bambola. La pelle bianchissima. Non un'imperfezione, non un graffio. Semplicemente perfetta, con quei suoi biondi boccoli. Così perfetta da non avere niente di umano. Eppure di umano aveva fin troppo. È per questo che è successo. 
      Lei ti fissava. Tutti i giorni con quello stesso sguardo vacuo. Fisso, come una studiosa senza alcun interesse. Ti fissava. E non diceva mai niente. Che le parole erano così superflue di fronte a una simile bellezza. Così pesanti di fronte a una così nobile inconsistenza. 
      Eppure, lo sappiamo entrambi: una cosa te l'ha detta. Il giorno prima che accadesse. Le sue labbra si sono schiuse appena, il suo sguardo si è abbassato. Le manine ha teso di fronte a sé, a proteggersi. Ti ha allontanato. Lei. La tua dea. Il tuo angelo. La tua bambolina. Ti ha allontanato. Ti ha respinto. E da quel momento è stato il nulla più totale. La tua mente ha cancellato tutto. Ed è stato solo buio. Neanche la sua voce, di certo incantevole, puoi ricordare più.
      Solo il buio.
      Fino a che non l'hai stretta di nuovo fra le tue braccia. Le tue braccia che si riempirono di sangue e stringevi il corpo freddo di una dea, mentre urlavi contro la notte, che del tuo angelo aveva osato privarti.
       

    • Porto con me
      un libricino di poesie
      per vivere
      ogni piccola emozione
      mentre il mondo
      è all'ossessionante ricerca
      d'una giustificazione verso tutto
      di un qualsiasi perché
      d'una logica
      tra mille contraddizioni
      come se il destino avesse un senso
      ignorando
      o fingendo di non sapere
      che tutto
      è destinato a finire
       
      Porto con me
      un libricino di poesie
      quando
      per distinguersi
      ci si rifugia nell'illusione
      in modelli da seguire
      per non essere chiunque
      cercando di imitare
      per far parte d'un contesto
      o soltanto
      per avere un consenso
      da qualcuno
      alla disperata
      ricerca del passato
       
      Porto con me
      un libricino di poesie
      quando
      si ha la pretesa di provare
      senza sentire
      l'arroganza di parlare
      e non ascoltare
      l'illusoria certezza
      d'avere un amico vero
      un amore indissolubile
       
      Porto con me
      un libricino di poesie
      quando
      non ci si ferma più davanti a nulla
      quando tutto il resto
      non può aspettare
      quando non si spende
      un pensiero
      o una parola
      per gli altri
      e il tempo per se
      diventa la cosa più importante
      o soltanto un pretesto
      per fuggire
       
      Porto con me
      un libricino di poesie
      quando conta il proprio fine
      un obbiettivo
      un vezzo
      un punto di partenza
      per arrivare fino
      nemmeno
      si sa dove
       
      Porto con me
      un libricino di poesie
      per essere
      quello che sono
      per vivere
      il mio momento
      fuori dalle date
      per essere nessuno
      per lasciarmi andare
       
      Con me
      Giuseppe Wochicevick

    • Non bisogna mai lasciarsi andare!
      Spesso capita nella vita di avere dei momenti no, di rassegnarsi sulla propria esistenza in un certo modo, di non aspettarsi più nulla.
      Ma non è così!
      Ecco quello che accade a Vanni, in un giorno d’agosto:
      ” Era d’ agosto,
      il caldo era notevole, ma alle prime ore della mattina era piacevole trovarsi per strada in auto tra le campagne, nell’aria un fiorire di colori e di profumi, quella mattina mi stavo recando alla stazione ferroviaria, dovevo ritirare dei giunti meccanici in arrivo da Arezzo.
      I finestrini erano abbassati, la musica a tutto volume della radio mi facendo compagnia per quei sei chilometri di distanza dalla mia cittadina Alleria alla staziona ferroviaria.
      Alleria, bel nome, vero?
      Chi sa qual è l’origine del nome, ma ci stavo bene!
      Dopo anni di “schiavitù” da partita Iva, una laurea in ingegneria meccanica messa definitivamente in bacheca all’ultimo esborso/pirata dello stato, ho detto basta e iniziato una nuova vita da cinque anni….”
      Quel giorno cambierà tutta la sua vita e lui ancora non lo sa!...
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      Non sono uno scrittore, ma un sognatore!

    • Oggi ci avviamo verso una società che pur avendo tutto o quasi, manca (del tutto) di fantasia e immaginazione, con il risultato che si sogna sempre di meno.
      Sono certo che molti storceranno il naso, ma basta guardarsi attorno!
      Non parlo solo degli adulti, i quali assillati dai pensieri quotidiani hanno quasi abdicato a sognare, ma i bambini, i giovani, sono quelli maggiormente colpiti, sono arroccati in “torri tecnologiche”, spesso con la “complicità” dei più grandi che forniscono i “mezzi tecnologici” (cellulari, tablet, televisione, DVD) onde tacitare le loro intemperanze.
      Per i giovani il discorso è più complesso, anche il più riottoso si piega alla “partecipazione” volontaria “condividendo” incondizionatamente i social, pur di non restare “fuori” dal gruppo.
      Non molto tempo fa, ci si divertiva con poco e con l’aiuto dell’immaginazione, si sognava qualcosa di irreale e fantastico.
      Bastava un rocchetto di cotone di legno vuoto e si creava, un  carro armato, con un elastico, un bastoncino e un poco di sapone per lubrificare l’ingranaggio e così si svolgevano, delle battaglie senza feriti, oppure, due assi di legno, delle asticelle,  quattro rotelle raccolte dal meccanico, cilindretti in disuso di pochi millimetri di ingranaggio delle auto, per creare uno slittino a ruote, per poi sfidarsi a chi riusciva a correre più forte nelle discese, con uno spago che orientava il cammino, o, uno scatolo di cartone posto sul balcone, diventava una casa, dove nascondersi ed immaginarsi nella propria casa da grandi e nascondersi sotto la pioggia e godere di quei pochi momenti del rumore sul cartone, prima di essere scoperti e messi al sicuro.
      Sono tanti, gli esempi che potrebbero essere riportati e sono gli stessi che aiutavano a sognare!
      Lasciate che la fantasia venga coltivata, l’immaginazione farà il resto e i sogni vivranno.
       
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      Gennaro Caparco

    • Perché un giorno ti accorgi di avere il desiderio di scrivere i tuoi pensieri, riflessioni, dubbi, domande e forse anche qualche risposta?
               Perché ogni bambino quando inizia a capire ed esprimersi, ti martella con quel gioco senza fine del perché e poi ancora perché, fino a esasperarti?
               Con queste domande si  potrebbe continuare all’infinito, ma questo è noto a tutti e così, pur non avendo la presunzione di fornire  risposte, vorrei provare, ma solo provare, a spostarmi sull’altro lato della medaglia metaforicamente parlando e cercare,  quantomeno la ragione di quello che mi chiedo.
               Non intendo tuttavia parlare di me, della mia età, della mia vita, delle mie esperienze, pregi, difetti, dubbi o certezze (queste sicuramente molto poche), ma cercare solo di guardare con più attenzione dentro me stesso;  così come davanti ad uno specchio, cercare di vedere, non solo l’immagine riflessa, ma quanto e soprattutto ciò che la circonda, cosa questa a cui la maggior parte di noi è tendenzialmente portata a dare meno importanza.
               Premetto che non è facile per colui che come me non lo ha mai fatto, scrivere in modo quantomeno accettabile ciò che pensa e che vorrebbe comunicare; si rischia di essere banali, noiosi, presuntuosi o chi sa cosa di peggio, ma tutto ha un costo e questo è il prezzo che il neofita deve pagare; pertanto chiedo scusa anticipatamente a quanti si troveranno a leggere biasimando, queste mie considerazioni.
       
               A chi non è mai capitato la sera di non riuscire a prendere sonno, girarsi e rigirarsi nel letto, rimuginando nella propria mente ricordi pensieri e quasi senza accorgercene, iniziare a fare considerazioni.
               Già prima di tutto i ricordi!
               Ma mi chiedo: cosa sono i ricordi?
               Credo che essi siano la rappresentazione immateriale della nostra vita, una serie lunghissima di immagini che è e resterà dentro di noi per sempre, sia che lo vogliamo o no, qualunque cosa noi faremo, loro, i ricordi saranno dentro di noi, belli o brutti, tristi o felici e ci accompagneranno sempre; si accoderanno uno all’altro attimo per attimo, giorno per giorno come in un film, il film della nostra vita di cui noi siamo irrimediabilmente i protagonisti.
               Ogni giorno viviamo senza sapere come sarà domani, non possiamo conoscere il futuro, ma conosciamo bene il passato, quel passato che è la scuola della nostra vita a cui attingiamo continuamente per affrontare il futuro.
               Noi siamo stati gli architetti del nostro passato, lo abbiamo costruito e plasmato con ogni nostra azione, comportamento, iniziativa e decisione presa o non presa che sia, comunque, volontariamente o involontariamente, lo abbiamo modellato e come risultante ecco: questo siamo noi e questa è oggi la nostra vita.
               Ne siamo soddisfatti?
               Credo che pochi possano rispondere si, molti probabilmente risponderanno no, mentre altri possono dire in parte, ma qualunque sia la risposta, NOI e solo noi ne siamo stati gli artefici.
               Questo tipo di concetto, per quanto vero, è sicuramente semplicistico, infatti non vede al suo interno il cosiddetto fattore fortuna, che sicuramente è indipendente da noi; pensate ad esempio al fortunato vincitore di una lotteria milionaria, che in un attimo vede cambiare la sua vita. Tuttavia poi sarà lui a gestire la sua fortuna, sempre con le sue scelte giuste o sbagliate che siano, inesorabilmente plasmerà la sua vita e ironia della sorte, se le sue scelte saranno sbagliate, la fortuna potrebbe trasformarsi in sfortuna.
               Ma non siamo soli!
               Facciamo parte di una società e questo significa essere legati al nostro prossimo; siamo come una piccola maglia di una enorme rete e pertanto le nostre scelte sono destinate comunque a coinvolgere volontariamente o involontariamente, non solo chi ci circonda, ma anche chi non conosciamo, non conosceremo mai e di cui ignoriamo anche l’esistenza.
                Pensate a quel vincitore della lotteria milionaria, potrebbe aprire una azienda e dare lavoro a tante persone e quindi intervenire e modificare la loro vita; oppure potrebbe fare investimenti sbagliati che rovinerebbero lui, ma che comunque finirebbero nelle tasche di qualcuno, facendone in ogni caso così la sua fortuna; è come un gioco di scacchi, una infinita combinazione di mosse, ma tutte una in conseguenza dell’altra, che inesorabilmente influenzano non solo noi ma la società.
               Se immagino di osservare questa rete di persone e di azioni che si incrociano continuamente, interferendo fra loro come in un gioco senza fine, non posso non pensare a quella legge della fisica che dice “nulla si crea o si distrugge ma tutto si trasforma”.
               Ma come può trasformarsi qualcosa che non si crea?
               Se non si crea non esiste e se non esiste non si può trasformare.
               Eppure è la realtà che viviamo tutti i giorni e che ci accompagna per tutta la nostra vita.
              Tutto è così vero, reale e tangibile grazie ai nostri sensi.
               I nostri sensi: VISTA, UDITO, GUSTO, TATTO E OLFATTO.
              Si vive, si soffre, si gioisce, abbiamo aspirazioni, ambizioni, paure, viviamo l’amore e l’odio, ma TUTTO ruota intorno ai nostri cinque sensi, la nostra vita esiste perché ci sono i cinque sensi.
             Si può vivere senza uno o più di loro, ma non si vive se non ne abbiamo  almeno uno, quindi possiamo dire che loro sono i veri padroni della nostra vita in un legame indissolubile e senza di loro il nulla.
             Quindi la morte?
             No, perché una persona in anestesia o coma non ha i cinque sensi eppure non è morta.
             Allora si può pensare che i sensi sono gli strumenti che il nostro corpo usa per essere in contatto con l’esterno e che senza di loro è solo un involucro contenente l’anima.
             Si l’anima!
             L’uomo ha bisogno di pensare e credere che ci sia qualcosa che non finisca con la morte, che continui oltre il tempo e la vita terrena, è l’unico modo che ha per credere di poter continuare in qualche modo il suo cammino e che non tutto finisca con la morte; DEVE avere la “speranza” di una qualche continuità, in quanto, essa e solo essa è il vero motore della nostra vita, guai se non ci fosse la speranza a sostenerci nei  momenti di difficoltà o disperazione, solo in lei possiamo trovare la forza di continuare.
       
       
       
                                                                                                                                                                           Oltre la vita
       
             La vita dopo la vita, questo argomento antico come l’uomo ci affascina, incuriosisce e spaventa, condizionando il nostro modo di vivere e le nostre azioni; ma credere che dopo non tutto finisca, ci aiuta ad avere meno paura della morte.
             Così sono nate le religioni: anticamente l’uomo credeva nel Dio Sole, che con la sua luce e calore dava la vita e allo stesso modo divinizzava i Pianeti, che nel cielo guidavano, fornivano punti di riferimento e in qualche modo influenzavano la sua esistenza; ma con il crescere della ragione e con l’evoluzione della mente, questo ha iniziato a presentare delle carenze che in qualche modo si sono andate colmando con altre Divinità, esse si sono inserite nella storia con racconti, eventi e Profeti che avvicinando Dio agli uomini, hanno di conseguenza avvicinato gli uomini a Dio.
             Stranamente le varie religioni predicano amore, pace, uguaglianza e umiltà, ma malgrado ciò, nel loro nome sono stati perpetrati nei secoli i peggiori misfatti della storia e così, odio, guerre, oppressioni, massacri, torture e morte, sono stati alla base delle più grandi ascese religiose, tutto questo giustificato dall’idea che solo il proprio Dio sia quello vero e santo e una delle più  grandi  missioni di un credente, è quella di convertire gli altri al proprio credo, anche se la religione purtroppo, molto spesso finisce per essere usata come strumento finalizzato al  potere e alla ricchezza terrena.
             Il Dio Cristiano ci ha inviato Suo figlio ad immagine e somiglianza dell’uomo; questa è una cosa che inconsciamente ci lusinga e ci spinge a credere, aumentando così la considerazione di noi stessi; ma Lui è nato in totale povertà, in una grotta, è vissuto in umiltà ed è morto sulla croce per noi, dimostrandoci con ogni Suo gesto che i beni terreni non sono nulla; mentre oggi molti dei suoi ministri vivono nel benessere, e spesso compiono azioni che sono esattamente il contrario del predicato; si chiede di abbattere i muri, ma poi proprio quello Stato è completamente circondato da mura invalicabili che ne impediscono il libero accesso; si predica l’umiltà, ma entrando nelle grandi chiese, lo scintillio dell’oro ci circonda e ci abbaglia, oggetti preziosi esposti esaltano la ricchezza terrena; si predica l’accoglienza ma non si accoglie nessuno all’interno Vaticano e quantomeno vengono assegnati alloggi liberi di proprietà dello Stesso a profughi e bisognosi; potrei continuare a lungo, ma qui preferisco fermarmi.
             Certo la religione qualunque essa sia, non ha niente di scientifico, non è dimostrabile in nessun modo, è completamente astratta e  pertanto non è tangibile da nessuno dei nostri sensi, eppure esiste, esiste in modo dirompente dentro di noi, con la forza del desiderio che ci sia e che esista.
             Viviamo nella aspettativa che qualcuno o qualcosa sopra di noi ci sia sempre vicino, guardandoci, guidandoci e occupandosi di noi, in modo particolare nei momenti di necessità o sconforto: è questa la nostra speranza.
              Vogliamo credere questo in ogni momento, ma tale esigenza risulta essere inversamente proporzionale allo stato sociale; infatti peggiore è la condizione di vita dell’uomo, maggiore è il suo bisogno di speranza; minore è il suo livello culturale e maggiore è i ricorso alla speranza, cosa questa che per secoli è stata sfruttata da regnanti,  politici e religiosi.
             Coltivare e assicurarsi la continuità dell’ignoranza dei popoli è stato il primo e più importante pilastro di ogni tipo di potere.
             Oggi fortunatamente la cultura è di massa, e ci ha portato ad una evoluzione economica, tecnologica e di pensiero fino a qualche secolo fa impensabile,  tuttavia………
              Il politico, nella sua campagna elettorale propina agli elettori la speranza di grandi trasformazioni, ma spesso senza preoccuparsi della realizzabilità di quanto asserisce e promette;
      il religioso non da meno, nelle sue omelie distribuisce speranza, senza preoccuparsi della dimostrabilità di quanto dice (ma questa è fede); il malato vive nella speranza di stare meglio domani, magari grazie ad un miracolo; il giocatore da fondo ai suoi risparmi, sperando nella vincita che gli cambierà la vita; il genitore guardando i propri figli nutre speranza per un loro futuro  felice e luminoso; ma comunque e nella maggior parte dei casi, nella speranza di dare una mano alla speranza: l’uomo prega!
             Ma la cosa più bella è che la speranza essendo aleatoria, non costa nulla a nessuno (salvo ai giocatori) e quindi può essere distribuita abbondantemente a tutti senza lesinare.
      Non vorrei però che questo mio scrivere faccia pensare che sia ateo, antireligioso, antipolitico, o che voglia demolire i desideri o le aspettative di chi sta leggendo; non è assolutamente questa la mia intenzione, sto solo cercando di guardare OLTRE, oltre me stesso, oltre quella immagine che vedo di me nello specchio, lo ripeto, dedicando attenzione anche a quello che la circonda; pertanto non me ne vogliano per questo politici, religiosi, guaritori, fanatici o quanti altri volontariamente o involontariamente propinano speranze di ogni tipo,  qualunque sia il loro fine.
       
       
       
                                                                                                                                                                  Con la nascita tutto ha inizio
       
             Tutto inizia con la nascita: per i genitori ha inizio un nuovo tipo di vita; improvvisamente vedono cambiare la loro quotidianità, nuove responsabilità, nuove abitudini, nuovi doveri, cose di cui si era parlato prima tante volte, ma che nella realtà sono ben diverse da quanto detto o sentito.
             Molti genitori, ritenendo il sentiero della vita difficile, sentono questa esperienza in modo materiale e caricano su se stessi la responsabilità per il futuro dei figli, cercano di pianificare al meglio il loro domani, così che questi abbiano un cammino meno gravoso possibile; altri, sicuramente non per questo meno encomiabili, vedono più la sacralità della vita, il suo aspetto religioso: i figli sono un miracolo, una grazia del Signore, pertanto il loro dono più grande è quello di essere venuti al mondo, ciò che  accade è volontà del Signore e comunque Lui veglierà sempre su di loro.
             In entrambi i casi o in qualunque altro modo si voglia  considerare la nascita di un figlio,  i genitori danno inizio al film di una nuova vita, che scorrerà per un periodo indeterminato, intersecandosi con altre vite nel misterioso gioco dell’universo fatto di tempo, spazio, materia ed energia.
                                                                                                                                                                                    E=MC²
               Ho detto all’inizio che non avrei parlato di me, ma mi accorgo che senza raccontare una piccola parte della mia vita, non posso continuare su questo argomento:
               Avevo dodici anni ed essendo orfano dell’aeronautica da parte di padre, frequentavo la prima media in un collegio militare. Era uno dei primi giorni di scuola, quando si presentò a noi allievi un giovane tenente, che sicuramente conosceva molto bene il nostro stato d’animo (essendo lui stesso un ex allievo), ci parlò dell’istituto, degli orari, di come si sarebbero svolte le nostre giornate, esortandoci allo studio e all’impegno.
               Ricordo molto bene quando ad un certo punto del suo discorso ci disse “sono tante le cose da capire e da studiare, pensate ad esempio al tempo che a voi sembra scorrere così lento, ma un certo Albert Einstein, ha dimostrato con questa piccola formula che il tempo è relativo; il suo scorrere si altera in base alla velocità e allo spazio, queste e tante altre cose le potrete capire solo con lo studio”
               Fu molto breve in queste affermazioni, ma io ne rimasi colpito ed affascinato, tanto che quando andò via lo fermai e gli chiesi “Signor Tenente, (era così che andava chiamato) per favore mi può spiegare qualcosa di più sul tempo”
               La sua risposta fu “ora è presto per questo ma studia e vedrai che troverai molte delle risposte che cerchi”
               Dopo tre anni, ho lasciato per mia volontà l’istituto, non riuscivo a stare lontano da casa; non ho più visto il Signor Tenente, ma le sue parole sono rimaste dentro di me, destando sempre più curiosità e interesse; ricordo con piacere la sua educazione calma e disponibilità, che sono state per me un grande insegnamento e con quei suoi modi garbati, riusciva a farci sentire un po meno soli.
              Non sono diventato matematico, fisico, chimico, scienziato o ricercatore, quantomeno militare, la vita mi ha portato su altre strade, di cui comunque oggi, mi ritengo più che soddisfatto.
               Non intendo assolutamente affrontare il tema del tempo, dello spazio e della materia in modo fisico o scientifico, non ne sarei assolutamente in grado; vorrei però tentare di riflettere sulle varie correlazioni in modo semplice, sperando che da questo, magari senza accorgermene venga fuori qualche risposta ai miei perché.
              E’ certo che il tempo scorre, con la sua velocità relativa, ma comunque inesorabilmente scorre, e qui mi domando: dove va il passato e dove si trova il futuro?
              La risposta può sembrare banale: il passato è passato e il futuro deve ancora venire; si ma dove sono?
              Bella domanda!
              Dal giorno in cui il Signor Tenente ci fece il suo discorso, questo è quanto mi sono chiesto più spesso, con l’unica conclusione che la vita e la natura svolgono continuamente il loro compito nel modo più razionale, rapido e parsimonioso di energie; infatti tutto ciò che ci circonda si evolve in modo spontaneo e naturale; credo che la vita e la natura siano talmente impegnati a svolgere in modo sapiente il loro compito, da non potersi permettere il lusso di sprecare nulla, come invece fa spesso l’uomo.
               E’ meraviglioso, osservare che tutto funziona in modo semplice, immediato, senza alcun intervento; la natura con le sue forze trova l’equilibrio di tutto su tutto.
               Penso alle cose più banali:
               Le onde del mare, che in una frazione di secondo si muovono assecondando una quantità infinita di forze fisiche e chimiche che agiscono su ogni singola molecola, tenendole costantemente in equilibrio tra loro, senza mai sbagliare! A noi servirebbero funzioni matematiche, super computer e tempi indeterminati, per calcolare le forze che agiscono in una sola goccia di acqua.
               La gravità, che ci tiene incollati a terra, adattandosi istantaneamente ad ogni variazione di peso, così come tiene in perfetto equilibrio le orbite dei  pianeti  e tutto l’universo.
               Ogni cosa è legata all’altra in una armoniosa convivenza universale, continuamente e senza mai un errore, mentre noi miseri umani, applicando tutta la nostra intelligenza, ci affanniamo a studiare, cercando spiegazioni, soluzioni, cure o quanto altro può farci vivere meglio e alleviare i nostri umani problemi.
               Intanto, in tutto questo continuo fare universale, il tempo scorre inesorabile e noi ci vediamo nascere, crescere, invecchiare e morire.
              Nascere e morire, sono questi i due limiti estremi della nostra vita; oltre di essi il mistero che ci segue da sempre, che ci riempie di dubbi, paure e speranze, ma che stranamente riguarda sempre e solo il dopo la morte, mai il prima della nascita; questo mi porta a concludere che l’essere umano non ha mai paura del passato, ma solo del futuro.
              Non ci interessa assolutamente, quando dove e come eravamo prima della nascita, ma vogliamo disperatamente sapere dove andremo dopo la morte.
       
       
       
                                                                                                                                                                                Il filo infinito
       
               Quando rifletto sulla vita, non posso fare a meno di pensare a un filo, disteso all’infinito sia verso destra che verso sinistra; lungo questo filo scorre l’eternità, senza un inizio o una fine, il tutto esteso all’eterno.
                Riferendomi all’infinito, non intendo parlare di inizio e fine in senso fisico, in quanto come tale non può esistere un inizio e una fine, ma solo teorico, pertanto immagino il capo sinistro del filo come l’inizio dei tempi, mente il capo destro ne è la fine.
                Personalmente credo di trovarmi in un tratto intermedio infinitesimale di questo filo e qui, lungo questo tratto si svolge la mia vita terrena, come un film che viene proiettato ad una certa ora del giorno; contemporaneamente e in modo parallelo, si svolgono su questo tratto di filo, le vite di tutti gli altri esseri che condividono con me questa porzione di eternità.
                Nasco il giorno xx/xx/xxx e muoio il giorno yy/yy/yyyy,
                ma……..
      è vero che in questo tratto di tempo si svolge la mia vita,
      è vero che il tutto scorre in modo irreversibile,
      è vero che prima del giorno xx/xx/xxxx io non esistevo,
      è vero che dopo del giorno yy/yy/yyyy io non esisterò più,
               ma………
              tutto questo è vero; ma solo in base ai nostri sensi, al nostro concetto di tempo e alla nostra possibilità di vedere esclusivamente delle realtà tangibili.
              Immaginiamo di trovarci su di un treno e di guardare fuori:
              Immaginiamo ancora di vedere un campo e un contadino intento a svolgere il suo lavoro, ma il treno corre via e dopo pochi secondi quella immagine sparisce alla nostra vista, per noi non esiste più.
              Ma……..
              Il nostro contadino è ancora li che svolge il suo lavoro, anche se non possiamo percepirlo con nessuno dei nostri sensi lui esiste, in uno spazio e in una realtà in cui noi non ci troviamo più, ma lui esiste! Questo significa che le realtà continuano ad esistere anche se non ci troviamo fisicamente li, anche se non abbiamo direttamente un contatto sensoriale con loro.
              Quindi……
              Così come il contadino che si trova in una dimensione di spazio diversa dalla mia, anche il mio passato e futuro esistono, in una dimensione di spazio e di tempo diversa dalla attuale, ma così come non posso percepire il contadino, non posso percepire il mio passato e futuro, tuttavia esistono, o meglio continueranno ad esistere in eterno in tutta la loro integrità.
              Anche se questo pensiero potrebbe al primo impatto sembrare complesso, credo che sia al contrario molto semplice, perche  così come ho già detto in precedenza, la vita e la materia svolgono continuamente, per proprio conto e nel modo più semplice e razionale la loro evoluzione.
               Scendendo più nel dettaglio e tentando di semplificare il concetto, prenderei in esame un momento “X” della mia vita, il momento della mia nascita:
               Stabilendo che sono nato nel punto dell’eternità per noi definito giorno “AA/BB/CCCC”, ore “DD/EE”,  posso dire che in un tempo diciamo parallelo, ma spostato rispetto al presente esattamente della mia età “Y” io sto nascendo, così come in un tempo parallelo spostato di “X” rispetto a questo momento, sempre io sto morendo.
               Applicando questo concetto in senso lato al corso dell’eternità, posso ancora  dire che in questo momento esiste, ma traslato di “N” e “M” rispetto al presente, un Giulio Cesare  che sta nascendo e morendo, così come esiste e continuerà ad esistere in dimensioni di tempo parallele, tutto ciò che è  accaduto “PRIMA” ed esiste ed esisterà sempre tutto ciò che ancora DEVE AVVENIRE.
               Continuando nel mio pensiero, credo che non ci sia passato o futuro, ma un globo di essenza in cui è il tutto; un tutto miscelato in un insieme, al quale noi applicando i nostri sensi scorporando passato, presente e futuro; questo globo infinito, indeterminabile, esistente ma allo stesso tempo inesistente, in fondo è DIO, in tutta la sua forma, energia e mistero e noi facendo eternamente parte di questo globo, siamo noi stessi parte di DIO.
               Ciò che noi siamo, le nostre azioni e la nostra vita, sono condannati a ripetersi in eterno, in un susseguirsi senza fine, perché di fatto nasceremo e moriremo in eterno e ripetendo in eterno ciò che siamo stati, siamo e saremo, questo senza un inizio e una fine.
               ANGOSCIANTE!
               No, non trovo niente di angosciante se siamo soddisfatti di noi e di ciò che abbiamo realizzato, trovo solo che sia invece triste il pentimento dei nostri errori, così come sono tristi le colpe di cui ci sentiamo coscienti e responsabili; sicuramente è angosciante l’idea di aver sprecato la propria vita, la coscienza di non aver fatto tutto ciò che si poteva fare; credo che ‘i gironi dell’inferno Dantesco’ siano qui, nello scorrere della nostra vita, nella coscienza di dove abbiamo sbagliato e di quello che potevamo fare e che non abbiamo fatto; se viceversa siamo appagati della nostra vita e delle nostre azioni, se raggiungiamo la convinzione di essere soddisfatti di noi, non possiamo essere angosciati al pensiero di ripeterlo in eterno, anzi……
               In tutto questo continuo evolvere di materia non materia, credo che Dio, non possa preoccuparsi di questo nostro eterno vivere, in quanto siamo parte di Lui, sarebbe come se noi dovessimo preoccuparci della vita e della morte di ogni nostra singola cellula, dei suoi problemi e delle sue eventuali sofferenze e questo credo risulterebbe assurdo a chiunque, ma qui credo di dovermi fermare e lasciare aperta la porta che Dio non è chiunque
               Ma:
               Se così è, l’insieme dei chiunque formano Dio e quindi………
               Provi chi legge queste righe ad arrovellarsi in questo pensiero, io personalmente ho già provato a farlo e la risposta che ho trovato è in fondo estremamente semplice:
      “siamo infinitamente piccoli ma allo stesso tempo infinitamente grandi”
               Ciascuno tragga da questa frase le proprie conclusioni.
       
       
       
                                                                                                                                                             Sensazioni e sogni premonitori
       
               Quante volte nella vita ci è capitato di attraversare dei momenti bui, forse più bui della notte; di sentire in noi uno stato di disperazione così grande da voler urlare aiuto! Non parlo di un grido che può uscire dalla bocca, ma di un qualcosa diverso, di più grande e molto più intenso, un urlo che viene da dentro di noi e ci esplode nel petto, facendo un rumore smisurato ma che nessuno può sentire.
               Lo sconforto e la disperazione ci avvolgono  e siamo come in una tempesta da cui non riusciamo ad uscire, i dubbi e le paure ci assalgono e noi, in silenzio gridiamo aiuto! Ripensando all’evento o agli eventi che ci hanno portato dove ci troviamo.
               Potevamo fare qualcosa per evitarlo o siamo stati vittima di un destino nel quale ogni nostro comportamento sarebbe risultato ininfluente?
               Domande su domande, di cui la maggior parte senza risposte e intanto la rabbia aumenta e diventa sempre più forte fino ad un punto che sembra quasi esplodere.
               Si, esplodere in modo silenzioso, ma proprio per questo più intensa e con una violenza di cui non ci rendiamo conto.
               Mi domando: cosa succede e dove finisce tutta quella enorme energia di sensazioni che abbiamo accumulato?
               Credo che in quel momento siamo come una antenna che emette nello  spazio un insieme di impulsi, tanto più potenti quanto più potente è la nostra rabbia e tanto più intensa, quanto in quel momento è più intensa la nostra attività cerebrale.   
               Inconsciamente stiamo sparando nello spazio e nel tempo, degli impulsi che incuranti dei nostri cinque sensi e quindi non legati alle leggi a cui siamo soggetti, partono per un viaggio a noi misterioso. Sono composti di pura energia e così si possono muovere liberamente, forse anche al di la dello spazio e del tempo, che con la loro relatività seguono leggi  diverse dalle nostre; durante questo viaggio, quegli impulsi sicuramente perderanno parte della loro energia iniziale, si affievoliranno e potranno subire delle piccole trasformazioni, ma continueranno il loro viaggio fino a quando avranno ceduto tutta l’energia di cui sono composti .
               Ho detto che può essere un percorso oltre lo spazio e il tempo, quindi ipotizzo che possa muoversi anche verso il futuro;
      ma nel futuro ci siamo sempre noi!
               Qui credo che rientriamo in gioco, ma no più come antenne trasmittenti, ma come antenne riceventi; la nostra mente, in momenti più favorevoli quali durante il sonno, può riceve degli impulsi non certo nitidi e precisi quali erano all’inizio del loro viaggio, pur tuttavia degli impulsi che hanno al loro interno  l’essenza di quello che era il messaggio originale e la  nostra mente, ricevendo quel messaggio ci presenta un sogno, che in qualche modo, come in una parodia sfocata di un film, ci mostra quello che sarà.
               Allo stesso modo, quelle strane sensazioni che a volte ci pervadono con stati di strana ansia, o impressioni di ricordi non ricordi che non riusciamo a collegare a nulla della nostra vita, potrebbero essere deboli messaggi che senza rendercene conto stiamo ricevendo da noi stessi.
               Sogno premonitore o sensazioni premonitrici?
               Se vogliamo chiamiamoli così, ma dietro di essi, nessun intervento divino o miracolo di veggenza, ma solo una meravigliosa miscellanea di energia, spazio e tempo, che macchine meravigliose quali noi siamo, riescono a percepire oltre i propri limiti sensoriali.
               Quindi cerchiamo di ascoltare meglio i messaggi che ci inviamo dal futuro, in loro potrebbero essere contenute piccole parti di quello che sarà e  anche se non possiamo fare nulla per modificarlo, almeno possiamo provare ad arrivarci  più forti e preparati.
       
       
       
                                                                                                                                                                               Una ultima riflessione
       
               Spesso mi capita di alzare gli occhi e guardare il cielo, sia di giorno che di notte e mi viene spontaneo pensare alla sua composizione:
               Un sole e delle stelle intorno ai quali ruotano dei pianeti
      ma che strano!
               Anche la più piccola parte della materia è composta di atomi con un nucleo intorno ai quale ruotano degli elettroni.
      La parte iniziale della materia, è stranamente così simile alla composizione dell’universo.
               Credo che questa sia una ulteriore prova di quanto il più piccolo e  l’infinito siano equivalenti.
      SEMPLICEMENTE MERAVIGLIOSO!
      Concludo pensando che dovremmo sempre chiederci il perché di ogni cosa, indipendentemente dal nostro bagaglio culturale, in quanto solo così avremo la speranza di trovare qualche risposta, affrontare meglio i problemi quotidiani e dare maggior valore alla nostra vita.

    • Mi chiamo Gennaro Caparco, classe 1952
      Dal 1999 “ vivo”sulla rete Internet come Araldo e sui social come Araldo Gennaro, appassionato di gastronomia, da qualcuno nominato ” gastrosofo”. Sono uno studioso della Cucina Storica, in particolare della Cucina dal Medioevo al Rinascimento; non sono uno scrittore, ma un “sognatore” e questi sono i miei “sogni”!
      I sogni aiutano a vivere!
      Cos’è un sogno!?! Non sono certo io la persona adatta a dare una risposta, ma posso provare a dire cosa sono per me i sogni.
      Il sogno è un momento di grazia,  un film, un cortometraggio, dove si “vive” in prima persona qualcosa di fantastico,  a volte tragico a volte comico, romantico, avventuroso, quasi “reale”, ricco di personaggi.
      Al risveglio, purtroppo, dopo pochi istanti in cui ricordi, tutto diventa evanescente, si dissolve e sparisce… peccato!
      Ecco, tutto nasce lì, nel momento del mio risveglio!
      La nitidezza del “vissuto” nei sogni, la persistenza del ricordo mi hanno convinto a scrivere i miei sogni e sono nati questi “romanzi spontanei”.
      Sono convinto che la migliore opportunità per essere felici è sognare!
      Buona lettura!
      Un sognatore.
      Araldo Gennaro Caparco
       

    • Solo le parole possono
      lenire
       
      Alle proprie emozioni
       
      Ai propri pensieri
       
      Ai propri sogni
       
      Nelle proprie esperienze
       
      Alle solitarie promesse
       
      Legate a giuramenti
      e speranze
       
      Agli ingarbugliati brividi
       
      Agli umani limiti
      di voli
       
      Nella rarità
      di nostalgici rimpianti
       
      Di effimere certezze
       
      Di cocenti illusioni
       
      Nel dramma e nel trauma
      di tanta bellezza
       
      Se solo avessimo potuto avere
      tutto ciò che volevamo
       
      Non saremmo mai stati
      così belli d'amore
       
      Così mortali al sole
       
      Nella rarità del nostro essere
      così infelici
       
      Insoddisfatti
       
      Punti in sospeso
      in un cielo di domande
       
      Legati ai nostri perché
       
      Interrogati al nulla
       
      Alle nostre paure
       
      Così magnificamente
      belli al vento
       
      Così fottuti e soli
       
      Nella solitudine
      di noi stessi
       
       
      Giuseppe Wochicevick

    • Inizia a scrivere la tua storia...
      AMORE A PRIMA VISTA
       
      DI DINO FERRARO
       
       
       
      Si  avesse fatto a n’ata chelle  che fatto a mè , chisto  ommo t’ avesse accise  e vuoi sapè  pecchè, pecchè coppe a stà terra femmine come te ........ dormendo sugli allori scipi ,  memore immagini d ‘un mondo  desto nelle meste canzoni ,  cori ellenici , miti   concetti di esperti critici. Migra l'immagine,  turbata dal male che t ‘assale ed esulta nella misericordia,  nell’ode decantata  in ore allegre e compassionevole.  Partiremmo per guerre fraterne ,  andando,  dormendo su morbidi cuscini in vagoni ferroviari, stretti gli uni agli altri con l’odore della morte addosso, con l’odore del sesso ,nel sogno di  una donna di mezza età.  E nel  nesso logico delle cose,  sul filo di un sapere perduto per strada ed oltre andando , combattemmo ,decantando la  vita di un tempo addietro.
       
      Mi hai cercata tra i tuoi pensieri,  inconsapevolmente in moto,  turbata dal caso , culminate  in domande senza senso .  Hai suonato il campanello di casa , sono scesa di corsa , siamo andati verso il mare , là abbiamo fatto l’amore travolti dall’onda delle passioni. Meraviglioso,  perdersi tra le tue braccia,  eccitata al solo pensiero d ‘essere tua , di sentirmi ancora  viva.
       
      La città era placida , senza mutande , tanti palazzi uniti da un filo comune,  faccia a faccia , figure essenziali, disegni ,sogni ,canti ,  crepe tra i muri ingialliti. Piccoli balconi ove placidi fiori pendono .
       
      Sono solo , con il mio dolore  di uomo,  con il suo peccato , la sua vanità ,nel bel tempo moderno ,rincorrendo  l’attimo di un eclettico canto  che trascende il nostro dire.  Le note alate  spiccano il volo dalla piccola finestra e vanno oltre in quello spazio infinito , ove gli angeli suonano blues e tristi canzoni  .  Emerge in noi la voglia di  vivere ,  lontano dai  dubbi   che  abitato dentro di noi , che bussano alla porta della felicità,  scivolata tra le dita dell' aurora , ingarbugliata in un gomitolo di ricordi , un filo che non si riesce a prendere a recidere. Tutto continua , inconcludente,   ignaro di cosa siamo , forse la nostra vita è divenuta ben altro , ha preso l'aspetto di un altro essere oscuro,  ignari di cosa speravamo. Simile all’ uomo che attende il suo treno, in attesa  della sua corsa , verso casa , lucidi  binari che lo porteranno lontano oltre l’ immaginario . Vergini folli , anziane donne,  danzano dentro  la mia testa  , fuori senno   si lascia andare per dimensioni  e mondi sconosciuti . Il treno corre,  frenetico attraverso paesi e città ed il mare appare aldilà del finestrino, scorre con la nostra vita ,  ti segue lungo il viaggio , fin verso la mitica alcova , verso il destino che non ride , ne  ti veste di gloria.
       
      Ora sono qui con tutto il mio amore , regalo la morte alla mia passione il senso di una frase e non sono falso , lo cercata tra i morti tempi , tra le radure  in fiore , sulle dune  di sabbia a picco sulle coste deserte. E non c'era nessuno in attesa,  soli i nostri corpi immersi nel silenzio. Abbracciati in un amplesso senza tempo .
       
      Ti ho cercato tra i miei ricordi,  lungo la gioia , nell' atto che unisce lo spirito al corpo .  Sono stata bravo a fingere . Ho cercato di fare il mio  meglio. Avrei voluto essere,  un  amante sincero , un angelo ,  saltare il fosso  dove si nascondono i mostri  della  ragione. Anche se avrei voluto amare , salvare una donna cannone  dai  seni enormi  con due mani callose . Ed il senso di ciò che sono , di ciò che ho sperato d essere,  mi opprime,  mi rende inerme nel mio  passato .
       
      Andremo un giorno tra la morte età che amica del vicino di casa si bea   tra i ricordi di un Dio troppo umano da capire , toppo in alto da raggiungere .  In auto percorriamo il cielo , ci alziamo in volo , mentre  si fa festa giù in paese . La gente segue  la processione del  santo mentre qualcuno  si bea  nella  sua canzone plebea. Una fila interminabili di uomini e donne,  di giovani e vecchi,  alcuni hanno occhi per vedere oltre ciò che vediamo,  altri hanno pensieri , silenti simili a serpenti . E prenderemo  tutti la metro e andremo insieme in quella grande piazza,  tutti insieme a protestare a cantare la vita ed il vino , le donne e l’amore fatale , le femmine bronzee ed i sudici sorci scapperanno lesti per vie oscure.        E c’è chi butta l ‘occhio tra le gambe di qualche bella fanciulla , chi si aggiusta la cravatta. Ed è una bella giornata per volare  via  nell' aria  avvinti dal peccato venale,  folli nella fusione di forme ermetiche cosi simili a scheletrici  avvoltoi .
       
      Passare  oltre  la vita , con le sue disgrazie con il peso della bellezza sulla coscienza che ti trascina sempre più in fondo nella   sorte inversa  ed  il pensiero  và per strade bagnate , entra dentro le case ed io non so , cosa pensare  , cosa dire,  trascinato dal vento  aggrappato al   dorso di   un dolce sonetto , spiccante  il volo verso l’oriente. E   dalle barche dei marinai , s’ammira il  giorno funesto, ed il pesce  ha preso il largo , andante calmo nella confusa speme . Incerto canto , emigrare nella forma lassa e perbene , con la bocca macchiata di caffè ,perduto nei tuoi occhi sinceri , con la morte che ti tiene per mano e non sai come mai ti abbia reso felice o  scelta tra tante ed altre  ancora.
       
      Cosa sarà oggi , cosa sarà domani , se tutto ciò ha senso , se la tua voglia di essere libera,  cosi contagiosa , cosi sincera ci porterà tutti verso l’inferno  ed insieme tra le fiamme balleremo una danza funebre , un amore maledetto  , ci unirà nella tua passione,  nella frase smorzata al lume della luna . L’amore ha due trecce  bionde , una gamba ingessata , si nasconde dietro un sipario . Ti invita a ridere a venire ad entrare nel suo mondo ,dentro una dimensione che plasma il nostro essere in forma e contenuto . Blasfemo , potremo  dire ciò che abbiamo desiderato e rincorso nella scia di poesie erranti , pescate con l’amo della gioia , laggiù al porto.
       
      Tutto passa , passa questa passione,  scorre  nelle vene,  plasma il nostro vivere e tutto mi sembra cosi strano , come i tuoi occhi che m’osservano e vago nel mio pensiero inerme , incapace di credere nella lieta novella .  Bestemmio e m’aggrappo alla fede , una gran voglia di partire , di andare via verso una nuova terra,  verso un altro amore in compagnia di una nuova canzone napoletana ,  cantata a squarciagola da tutti in piazza. Ove c’è  chi salta , chi uccide , chi vende questo amore per pochi denari , chi mangia la pizza al cartoccio, chi fuma spinelli ed e bello vivere ,  credere che tutti facciamo parte di un piano . Parte di un  disegno,   forma ,  materia di un mondo ,  memoria di un vecchio che canta il suo amore per strade e piazze a metà prezzo. Con una faccia da schiaffi , con una sigaretta tra le mani , con la sua voce rauca , con il tempo che ci ha uniti e lasciati credere che tutto poteva essere alfine amore a prima vista.
       

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