Vai al contenuto
  • Storie

    Promuovi qui le tue storie.

    • Domenico De Ferraro
      LA CANZONE DI CARULINA
       
      Carulina siente , siente   stà canzone,  sale  chiano , chiano con la vita  e la morte  con tante  paure  cuorpo ,  si muove dentro l’anima   , nelle mie  parole , corre , scenne , saglie , credo  si  sia   messo in testa  di  fare   la  sciantosa.  Se tolto lo sottanino  ,  ride mi piglia in giro. E sono dentro le pieghe  di questa realtà ,  sono ad un passo dall’ afferrare chesta passione sulagna  in  una terra  che splenne  ancora sotto il  sole . Le strade sono deserte  la gente se chiusa  dentro casa , con la sua storia.  
      Ed  io  ricordo  quello  juorno che vidi  a carolina  fare la spesa  mezzo ò mercato , era nu juorno di ottobre , freddo e piovoso   , udivo  in me il  canto delle pacchiane  , salire lento con tutte le  sue paure.   Mille note malinconiche , mi facevano chiagnere all’ombra della ragione ,  come  fossi  un  ragno fellone  che inforca gli occhiali e cerca la mosca  caduta dentro al  suo bicchiere . Io  andavo  ,  rassegnato tra mille versi  in chesta vita mia , ad un  certo punto    non sapevo   chiù  niente,  cosa era  l’ammore , chi era    carulina .  Languida e sensuale  , io me  la  sognavo  di notte , solo ,  dentro  al letto ,  nelle mie fantasie  ,  solo in  questo canto  di morte,  in compagnia  dell’ammore e  di mille malaparole .  La gente   ballava   e la signora ,  lanciava  l’acqua da sopra la finestra , mentre ò cane  ballava  assieme a noi.  Ed io oggi , sono ancora vivo , lo sono tutti ed  andiamo incontro  ad una guarigione  che  sorge  e  piglia  sciato,  assetato di tante passioni.
       
      Ammore è malattia  , fuoco doce che allumma e coce , coce sempre chiù come fosse nu lumino acceso davanti una madonna  . In quell’  immagine,  io mi perdo e  canto  sotto ò musso dei santi . E sono un angelo,  nu solice che s’annasconne  nell’oscurità. In questo concerto , un coro di voci,   ,  una musica  m’ accompagna  triste , sempre chiù triste in questa strana  disperazione  . E non  ci sta nisciuno che m’aspetta ,  mi dice  :  forza .   Io vado  su e giù , come se  fossi  un secchio ,  io vengo tirato da vascio allo pozzo  , con  tutte le mie canzoni , in  vari  ritornelli . Io sono  questa vita , vicino  alla pelle  di carolina che ride e la dà  solo a chi dice ella . Ed io aspetto , aspetto l’ora bona , possa divenire  l’innamorato suo .  Core ,  ingrato ti  sei  stregniuto  , hai  cangiato  la  nostra sciorta , ti sei  lavata la faccia  sporca di terra. Come tanto tempo fa   mi riporti  in  cielo , ed io  cerco una via d’uscita da tanto male.
       
      Carolina è   l’ammore   si  fa  ammirare   da tutti quanti , la gente  la segue ,  spera   , poi compreso il male  , rassegnata si fa  il  segno della croce . E nel giorno della santa pasqua  io mi sono  messo  una  nuova idea  in testa  e sono andato in  paradiso , là  mi so fatto  un  litro di vino , insieme a  san Vincenzo e san Pietro.   Tutte le canzoni , tengono nu core ,  sono come  rose   senza  spine,  fatte  ad immagine dello scorrere del tempo e se mi passa  chesta freva ,andrò con  tutti quanti a cantare  chesta canzone a carolina . Ma tu  core , core mio , perché ti sei  appucundruto , sotto una croce ,  miezzo alle mane dell’ammore   ed ora mi sento  morire  come fosse  un martire   e  mentre canto  ,sento  la voce di  carolina , la  quale , la vedo , correre e ridere , ancora nuda nei mie versi , verso un'altra storia ed un'altra canzone.    
       
       

    • Eravamo due scrittori e stavamo dove dovevamo stare. Io avevo 19 anni e stavo fallendo lettere moderne a Bologna . Lui ne dimostrava 60 e aveva un naso grosso e bitorzoluto. Eran le due del pomeriggio della vigilia di natale e la biblioteca era vuota. Oltre a noi due solo il rumore elettrico della macchinetta dei caffè e del bibliotecario nessuna traccia. Avevo tra le mani una bella idea che aspettava solo d'esser scritta, era la storia di un ragazzo che ,buttatosi nella gioia al grammo della droga, trovò l'amore riscattatore in un'improvvisata cliente e di come la perse cercando di dimostrarsi migliore , più sano, più uomo. Tartassato dalla vista dal perfetto amore, sempre giovane e fuori età, dei suoi genitori ,cercò di conquistarla mostrandosi “degno” ma non avrebbe ottenuto che disprezzo. Lei si sarebbe comportata al peggio, solo per far uscire quell'istintivo ragazzo che in una sola notte d'estate riuscì a farla innamorare in un lurido bar di città, ma non avrebbe ottenuto che gentilezza. Volevano l'uno la pace e l'altra la guerra. Un tossico e una santa che giocano al ricco e al povero. Era un messaggio così semplice: le persone non si cambiano ma si accettano; eventualmente tutti troveremmo il coraggio di crescere, di cambiare, ma solo al prezzo di non mentir più a noi stessi. . Mia madre è stata molto male e per questo son tornato da Bologna per starle vicino. Da poco più di due mesi un cancro la sta divorando dal fegato e i medici dicono che non è che ci sia molto da fare .E da sperare? chiesi io, neppure mi risposero. Decisi di rimanere qua con lei finchè il peggio non si fosse avverato e nel cuor mio speravo ,con estremo odio verso me stesso, che come regalo Babbo natale quest'anno mi uccidesse la mamma. Soffriva e faceva soffrire troppo per volerla ancora qui. Partì tutto dalla bile e in una settimana la pelle le diventò gialla, pure gli occhi perderono lo splendore perleo e si tinsero del colore delle nuvole grige attraversate dal sole. Per gli scorsi due mesi son venuto in biblioteca con l'intento di studiare per affievolire le preoccupazioni che lei aveva sui miei futuri esami ma il richiamo della penna era troppo forte. Non era la prima volta che cercavo di scrivere qualcosa , avevo in archivio ben nove racconti, tutti nati spontaneamente , tratti da veri ricordi e abbelliti con fantasiose bugie, cominciati come scherzo e conclusi con grande serietà però questa era la prima volta che tentavo di intraprendermi sia in un romanzo, sia in un'opera ,solo ed esclusivamente frutto della fantasia; o almeno così lo pensai all'inizio.
      Doveva esser un romanzo di speranza e d'essa non ce ne era traccia nella mia realtà. Ogni volta che non terminavo un'idea questa mi torturava con violenza, richiedendo d'esser scritta, comandando di dar una fine a questi personaggi creati per nulla. Mi consideravo un Dio malvagio ma trovavo conforto nel sapere che neanche il nostro fu tanto gentile con noi. Avevo 60 pagine ma ne avrei salvate massimo 20. Il progetto si protraeva da 50 giorni prima che venissi a sapere di “quello”. Gli studi certo non andavano per nulla bene. Ero appena uscito dal Liceo scientifico delle Scienze Applicate e senza sapere un'acca di latino mi ritrovai davanti questi grandi tomi d'autori antichi. A chi mi chiedeva del perchè di questa bizzarra e audace, per non dire stupida, mossa rispondevo sempre “ E' per rimanere coerente nell'incoerenza! Avessi fatto il Classico ora sarei Ingegnere. La coerenza è per chi è costretto a essere se stesso!”.
       
       
      Lui sembrava un ex-tossico e in tutte le volte che in questi due mesi son venuto in biblioteca, diciamo una volta ogni due giorni per una media di 2 ore di malriuscita scrittura, lo avrò visto indossare al massimo due outfit. Per tutto il mese di novembre lo vidi sempre e solo con due scarpe da lavoratore sporche di vernice, dei jeans blu larghi e un maglione di lana verde; sinceramente dubito che ci fosse una maglietta sotto perchè essa avrebbe aiutato a trattenere la puzza ma non se ne sentivano i risultati. Il secondo consisteva invece in un outfit natalizio: un maglione blu ,nuovo e pesante con della alci ricamate e dei pantaloni verde scuro, sfoggiando a giorni alterni anche la cuffia da babbo natale. Non avendo null'altro da fare entrava in biblioteca assieme agli impiegati ,a cui offriva ogni mattina il caffe, e si sedeva sempre al solito posto circondandosi ogni volta di pile di libri di autori della Bit-generation che non credo leggesse per davvero. Più che il libro in sé leggeva sempre e solo le biografie degli scrittori e avrebbe tratto più ispirazione dal nome cubitale sul lato che dal libro stesso. Di bit, invece, lui aveva solo il bitorzolo e quello per quanto io lo osservassi non mi era di nessun aiuto. Aveva i capelli lunghi di color biondo cenere e in un pomeriggio uggioso, a ridosso dei primi esami dell'anno scolastico, fui costretto , per questioni logistiche, a sedermi a uno dei due sempre-liberi posti vicino a lui. In quel momento entrambi scoprimmo nell'altro un'identica e inconcludente passione. Lavorammo spalla a spalla facendo finta di nulla ma entrambi ci spiavamo con la coda dell'occhio. A turni uno si stiracchiava la schiena per spiare sull'altro e mentre lui osservava solamente il foglio su cui scrivevo a mano libera, con una scrittura chiara ma minuscola, io mi concentravo sull'enormità del suo naso. Quel giorno entrai alle 4 del pomeriggio e ne uscì solo dopo un'ora. Nel tempo in cui io scrissi a malapena mazza facciata lui ,sono sicuro, che abbia battuto sul suo piccolo laptop, ormai obsoleto con frammenti di terra nella testiera e un enorme quadrato nero sulla fotocamera interna, almeno 20 pagine . Non si fermava un secondo e le uniche pause che si concedeva eran quelle per le merendine e per le ricerche motivazionali nei nomi di Kerouac e compagnia bella. Tanta produttività mi metteva a disagio ed è proprio quando lui tornò dalla sala stampe con un manoscritto di minimo 400 pagine che io decisi di evitarlo per sempre.
      Nelle settimane successive, eravamo ormai agli sgoccioli di novembre, non ci fu una volta che entrando nella biblioteca non lo vidi nel suo solito posto, circondato dai libri come se accerchiato da mura difensive. Notai con grande divertimento che l'agitazione e furore messe nella scrittura non mancavano di farsi risentire sulla mente del povero scrittore. Passava in biblioteca tutto il giorno e con grande gioia ci avrebbe pernottato però venendosi ogni volta sbattuto fuori, nonostante avrebbe concesso una sorveglianza gratuita , affidabile ma inefficiente , iniziò a concedersi tale privilegio nell'ora della siesta. Il 29 Novembre entrando nell'edificio alle 2 del pomeriggio lo vidi in una condizione di dormiveglia. La testa combatteva una sonnolenza che già prendeva la meglio. Il capo compiva moti circolari mentre le mani rimanevano, in assetto di creazione, aperte e pronte sulla testiera, sempre stirate e snelle come le zampe di un ragno. Mi sedetti davanti a lui con grande cautela. Non si decideva ancora a collassare ma stava facendo progressi, ogni tanto la testa s'abbassava a tal punto da battere con il gigantesco naso uno spazio sulla testiera. La pagina bianca che mi si presentava davanti dava sensazioni differenti in base agli orari. Vi erano pomeriggi e notti nei quali l'infinità di mondi che si nascondo dietro qualcosa che non è ancora stato creato, che ancora è nulla, mi infondeva di una gioia senza limiti. Le mattine invece portavano con sé un tedio che mi impediva di immaginar qualsiasi cosa; in quelle mattinate ero costretto a pulire la casa, far la spesa e prendermi cura di mia madre e con grande fretta cercavo di compiere tutti i miei doveri solo per ricavarmi quel minimo lasso di tempo dedito alla scrittura. Ora invece, in quest'ora dove tutti son a casa abbioccati dal peso del pranzo domenicale, io osservo il foglio bianco e da una grande paura sono attraversato. Il mio romanzo è ormai da buttar via. La storia non mi piace più , i personaggi sono noiosi e prevedibili, non c'è sentimento né verità. Era Hemingway che diveca che una storia è bella finchè è vera ma fino a che punto un uomo può mentire senza considerarsi un bugiardo?
      La mattina di quel giorno fu molto pesante ed ero riuscito a guadagnare solo trenta minuti per me stesso e dopo sarei dovuto andare a prendere la mamma all'ospedale. La pagina bianca stava ancora lì e nessuno si era occupato di riempirla. Lui sì che l'avrebbe colorata senza problemi, chissà di cosa scriveva continuamente con tale furore, quella sì che doveva essere una storia vera perchè non vi era fisicamente il tempo per immaginarsi tutto quel materiale con una tale velcocità. Senza che mi accorgessi di nulla il mio futuro amico si era buttato con la testa nella braccia sia sue che di Morfeo e pure io tutto d'un tratto mi sentì il collo molto pesante.
      Mi risvegliò il rumore di un anti-virus. Il tavolo da otto posti si era riempito e tutti mi osservavano chi con sdegno e chi con divertimento, tutti tranne lui, lui scriveva e scriveva senza neanche una volta togliere lo sguardo dallo schermo. Avevo sbavato dormendo e la scrivania era ora bagnata. Solo il foglio bianco era rimasto asciutto e neanche sgualcito. Guardai l'orologio e capì la grandezza del problema in cui mi ero cacciato, era passata un'ora e mezza e avevo dimenticato il telefono a casa. Mi tartassava il pensiero di quello che mia madre avrebbe pensato di tutto ciò, un figlio incapace di voler far quello che si è proposto volontariamente di adempiere, “senza il mio aiuto “ avrebbe pensato “alla prima occasione si dimenticherà pure la testa a casa! chissà da padre! Non ci voglio neanche pensare!”. In verità non avrebbe mai pensato una cosa del genere. Doveva essere un compito così semplice eppure, con così tante buone intenzioni, son riuscito comunque a deluderla. Provavo un grande odio verso me stesso ma uno ancora più grande verso colui che mi stava davanti. Lui si era svegliato e procedeva senza problemi , con nessuna preoccupazione al mondo se non quelle fittizie dei suoi personaggi. La madre forse gli era già morta -Fortunato lui- mi risuonò d'istinto nella mente. Io avevo anteposto allo squallore della mia vita la speranza della scrittura e ci ero rimasto fregato per mia stessa colpa, non era ancora detto che lo fossi davvero ma di certo non mi sentivo innocente. Forse , pensai in quel momento, era ora di smettere con questa pagliacciata. Raccattai su le mie cose, una sola penna, e con grande rabbia verso tutti e tutto accartocciai il foglio bianco facendolo rotolare lentamente verso l'infermabile scrittore che mi stava di fronte. Lui mi guardò dritto negli occhi , da lì la prospettiva gli rimpiccioliva il naso ma non l'enorme bitorzolo che sulla punta appariva ancor più brutto e peloso. Il volto era pieno di rughe e gli occhi brillavano del color del mare. Non ho odiato mai nessuno così tanto in vita mia.
      “Tiettelo , forse impari a scrivere”. Non glielo dissi davvero. Raccolsi il foglio e lo buttai nella differenziata.
       
      Mia madre non era in oncologia. La cercai in tutto l'enorme complesso ospedaliero e mi persi con grande facilità. L'ospedale nuovo con i suoi ben attrezzati reparti ha alle proprio spalle una semplice rete di strade ben lastricate che portano prima agli antichi padiglioni, ormai archivi e sgabuzzini, poi a una chiesa, poi a una biblioteca e in fine a delle casette piccole e umide sia per i sani che per i malati , senza dimenticare quelle per i morti! Cercandola con speranza nelle camera mortuarie guardai attraverso i cupi vetri delle finestre e la vidi seduta alla fermata del bus poco fuori dalle mura ospedaliere. Mentre mi avvicinavo a lei sembrava che non mi riuscisse a notare. Le attraversai la strada davanti ma rimaneva immobile come una statua. Il bus passòsenza fermarsi. Sedeva ferma con le mani unite in mezzo alle gambe, gli occhiali da sole sobri e un fazzoletto viola scuro sulla testa a coprirle i pochi capelli rimasti, anche in queste condizioni, distrutta dal cancro, acciaccata dalla vecchiaia, dimostrava uno stile particolare e dalle rughe s'intravedeva ancora la bellezza intrappolata della gioventù. Immaginavo fosse solamente incazzata ma quando le arrivai a mezzo metro di distanza iniziai a pensare il peggio ... Sfortunatamente si era solo addormentata! Tirai un sospiro di sollievo e la sveglia delicatamente. “Dove siamo?” disse spiazzata dalla situazione. “Non importa, adesso ti porto a casa” niente mi costringeva a esser così gentile con lei. Le litigate si svolgevano con una continua rinfacciata di delusioni che uno aveva procurato all'altro e di norma finivano in fretta e a suo favore. L'unica volta che riuscì a tenerle testa, senza trovar il tutto inutile e controproducente, lei mi rinfacciò d'esser nato. Ma che colpa ne avevo io? Nessuno chiede di venir al mondo e come la guerra che appare bella e motivata solo quando combattuta da altri così è anche la vita! . Solo l'amore che ti aspetta a casa e la bugiarda propaganda riescono a giustificar gli orrori della guerra. Solo tramite quelli la vita val la pena d'esser combattuta. Solo così ti puoi considerare un giusto e non un vinto. Si riesce a viver bene solo grazie agli occhi di chi ti ama o di chi ti intrattiene. Con questa sua avventatezza e le condizioni in cui girava poteva finir molto peggio e ciò era abbastanza materiale per ribattere sul mio errore. Aveva sbagliato a non aspettarmi. “Ma lo sai che ora sono?! Dovevi venir un'ora fa!”. Oramai si era svegliata .“ Sì lo so , scusa mamma”. “ Scusa un cav...” si interruppe quando la guardai con la mia solita faccia triste e come sempre aveva fatto durante la mia infanzia capì che era inutile batter sul chiodo perchè, per quanto caldo fosse ,non sarebbe mai riuscito a tener appeso un bel nulla. . Era fatta così e senza neanche accorgersene riusciva a nascondere la propria delusione nel vero ma forzato affetto che somministrava come medicine. Trascinava con sé voglia di suicidio e come il profumo caretteristico di una casa, veniva sentito da tutti tranne che dal proprietario.
      “Non preoccuparti, sei fatto così e non posso non volerti bene” Speravo e aspettavo una frase del genere ma invece disse :“Scusa un cavolo! La prossima volta ti porti il telefono!” “Sì come vuoi” . Ce ne andammo a casa lungo la strada grigia e vuota senza radio e senza musica e senza parlare di nulla.
       
       
      Non mi sentivo più una persona vera. Mi aggiravo indaffarato tra la città decorata senza sentir uno scopo. Mamma peggiorava di giorno in giorno e lontani parenti, anche se vicini di residenza, venivano a portarle un ultimo saluto. Venivano per cortesia e se ne andavano indispettiti. Le false speranze dette solo per rispettar il costume furono ricambiate con sorrisi altrettanto falsi. A chi mi diceva che finchè c'è vita c'è speranza io mostravo il perleo sorriso e con un ottimismo volutamente esagerato li colpivo sulla spalla e rispondevo “Ma certo che c'è! Mamma riuscirà a superar tutto questo!”. Capivano benissimo che era una presa per il culo e per ripicca di loro non si sentì più nulla. Anche mamma sentiva, e ne sembrava compiaciuta. Credo che le bugie siano giustificate solo quando esse servano ad creare un inizio e non a alleviare una fine. Eravamo rimasti soli e presto io lo sarei stato ancor di più. Non c'era guadagno nel mentire ma vi era consolazione nello sfottere. Arrivati alla metà di Dicembre entrò sotto le paliative e non avendo forze neanche per alzarsi e accendere la Tv mi chiese di andarle a comprare un libro. Mi diede Venti euro e il titolo di un romanzo. Avevo solo 19 anni e nessuno stipendio da incassare, la morte era oramai prossima e me ne ero già fatta una ragione .Intascai i soldi e andai in biblioteca senza pensarci un secondo. Entrai veloce con lo sguardo fisso sui miei piedi. Non conoscevo l'autore ma era di un Americano degli anni 50 e allo scaffale dove accorsi con fretta trovai solamente un buco. Con l'intento di andarmene il più presto possibile andai a chiedere informazione al bibliotecario . Una volta lo vidi cercar con grande avarizia degli spicci dimenticati nelle macchinette del caffè perciò la prospettiva di guadagnare 15 euro era sufficiente per giustificar la spesa di 5. Mentre io tirai fuori dai pantaloni il portafoglio l'uomo dall'altra parte del bancone mi osservò in silenzio senza scomporsi. A quanto pare la conoscenza non riempe lo stomaco mentre i vizi svuotan perfettamente le tasche. Quando appoggiai la banconota di piccolo taglio sul bancone lui la presa subito ma io la ritirai altrettanto velocemente. “ Prima voglio sapere chi e quando” mi disse che era ancora nell'edificio e che sapevo già chi l'avesse preso. “Chi?” risposi con un sorriso maligno. “Andiamo amico” era nervoso e voleva liberarsi presto di me . “ Nome e cognome” , scosse la testa. “Voglio sapere chi è” .
      “No categorico” dicendolo chiuse con forza un libro che teneva aperto nelle mani. “ E' davvero pazzo?” non so perchè glielo chiesi, non sembrava pazzo, era solo brutto. “ No, è stato solo sfortunato”.
      Mi guardò un ultima volta con disprezzo e poi se ne andò giù per le scale dritto all'archivio. Io avevo ancora la banconota in mano. Gliela appoggiai sulla tastiera del computer di servizio e iniziai a scrutar tra gli affollati banchi.
       
      Aveva cambiato postazione e ora sedeva in mezzo agli scaffali di filosofia tedesca. Indossava il maglione con le renne e i pantaloni verdi mentre la cuffia da Babbo Natale era per terra cadutagli chissà quando. Il libro che cercavo era il primo sulla pila centrale, sotto di esso stavano due versioni di “On the road” e “ “THE WHO” The full story“ . Come sempre, scriveva senza sosta. A differenza degli altri giorni oggi aveva con sè un raccoglitore azzurro trasparente dove al di-dentro si poteva distinguere benissimo un titolo : “ L'Acquila dell'amore”. L'errore, pensai, avrebbe almeno distratto tutti dalla smielosità ridicola di quel titolo.
      Dalla parte opposta del tavolo cercai di attirar la sua attenzione ma senza successo. Solo quando mi allungai per prendere il libro lui mi guardò con i suoi occhi celesti. Il bitorzolo me lo ricordavo più grande. “ Posso prenderlo? serve a una mia amica”. Con una lenta compostezza ,tipica nei film dei personaggi malvagi, si tirò indietro fino ad appoggiarsi allo schienale, intrecciò le mani davanti a sé e fece un grande respiro. “ Beh” Dal naso gli uscì più aria in quel momento che da tutti i polmoni dell'intera biblioteca.
      “Mi dispiace per la sua amica” disse con tono freddo e per nulla dispiaciuto
      “Cosa scusi?”
      “ Ho detto che mi dispiace, questo è un libro per i morenti”
      Saccente e cinico, nessuna attenzione per i fatti propri e una costante ricerca di problemi. L'archetipico perfetto di una persona da odiare e di uno scrittore da leggere.
      “ Non sono cazzi tuoi”
      L'educazione era ormai superata, faceva parte di un registro che a noi non interessava. Gli studenti seduti al tavolo avevano ormai accantonato i libri e aspettavano , come spettatori al cinema, una risposta dallo scrittore.
      “Per lo meno è scritto bene, non leggerlo se cerchi speranza ma tienitelo, forse impari a scrivere”
      Lanciò esosamente il libro in mia direzione con disprezzo e altezzosità. Io non avevo distolto gli cchi dai suoi e senza neanche provar a prenderlo , lasciai scorrere il libro finchè non cadde. Incurvò la schiena, distolse lo sguardo e ricominciò a scrivere. Andai diretto alla sezione dei dizionari di consultazione. Presi la versione più pesante del Treccani e tornai dal mio futuro amico. Scriveva ancora , senza sosta, tenendo in mano le pagine che prima erano nel raccoglitore azzurro. Leggeva e scriveva come se stesse copiando da esse. Tutti nel tavolo mi osservavano , tutti tranne lui. Massacrato dalla vita avrei forse dovuto cercar amicizia ma la rabbia appariva ben troppo giustificata.
      “ Il peso delle parole soverchia anche i più cinici”
      Buttai tutto l'italiano, dalla A alla G, mirando al suo piccolo portatile. Colpì il luminoso schermo ad angole retto e lo vidi piegarsi e rompersi sotto il peso del linguaggio. La grande vendetta della penna sulla tastiera. Il tomo da 1100 pagine si posò a due lettere dalle sue dita. Non si spaventò ne si mosse. Con calma, mentre io tremavo dentro per la paura, rimise le pagine nel raccoglitore, si assicurò che fosse ben chiuso e mettendoselo sotto braccio, si alzò e si diresse verso la porta senza dire una parola. Sentivo lo stamaco farsi piccolo e insignificante, sentivo il cuore tenere il tempo di una danza tribale e sentivo anche che non sarebbe finita qua. Risuonò un anti-virus dai ciocchi del computer. Uscì anch'io e lo andai a cercare.
      Il pedinamento continuò per mezz'ora, non tanto per la distanza quanto per la lentezza con cui egli camminava. Proseguiva su un lungo viale con un'andatura zoppicante tipica di chi ha una gamba più lunga dell'altra oppure di coloro, che pagandone il prezzo, hanno provato a far il passo più lungo della gamba. Io lo seguivo collo sguardo dalla gelateria dove presi una cioccolata calda. Per ben 3 volte si fermò davanti alle vetrine di negozi chiusi e specchiandocisi si toccava ogni volta il gran naso e lo spremeva e si faceva del male, come se volesse rimpicciorirlo, come se volesse rifarselo. Finalmente si fermò davanti a un palazzo che ricordavo fin troppo bene e con la sua andatura claudicante entrò con una fretta che proprio non gli si addiceva. Ci ero andato molte volte da piccolo, le maestre dicevano che avevo problemi di rabbia e mi costrinsero per tutte le elementari ad andarci una volta al mese. Quando arrivai ai pressi della clinica di psichiatria mi ricordai che nel di dietro dell'ingrigito edificio si nascondeva un grande e magnifico giardino colorato. Era inverno ed aveva appena nevicato quindi non ci sarebbe stato nessuno a sorvegliare l'entrata secondaria. Una coltre di neve copriva tutto il colore triste dell'inverno. L'edera rampicante assomigliava a decorazioni di poliestere. Sulla porta secondaria un vischio pendeva dall'alto e poco lontano da essa un albero di natale rimaneva verde e luccicante di decorazione gialle rosse e blu, coperto solamente da una tettoia che sarebbe presto crollata sotto il peso della neve. Lo scrittore era nel mezzo del giardino, io lo spiavo da dietro l'angolo. Rimaneva immobile a guardare il vuoto. Era girato di schiena e per un attimo ebbi l'impressione che stesse tremando. Non aveva più con sé il raccoglitore azzurro. Avendolo visto da lontano entrare dall'ingresso principale mi feci l'idea che lui fosse nient'altro che un paziente speciale a cui era concesso di uscire. Sfruttando l'occasione feci il giro ed entrai dalla porta principale. Tutti avevano già preso le ferie e alla scrivania d'entrata vi era solo una segretaria che conoscevo molto bene.
      “Salve Alice, il natale non ti è mai piaciuto vero?”
      “ Ma guarda chi si rivede! Gioia come stai? Ti Ricordi male ! Io lo adoro ma sono obbligata a stare fino alla vigilia ma dimmi tu come stai zuccherino? Non hai avuto un'altra crisi?”
      Non si ricordava ne del mio caso ne del mio nome, forse della mia faccia.
      “Che lavoro ingrato...Nono io sto benissimo, La dottoressa c'è?”
      “Sì ora è in bagno che sta poco bene”
      “Era da molto che volevo venirla a trovare”
      “ Non è un bel periodo per lei”
      “Lo so, lo so..”
      Non avevo idea di cosa stesse parlando. Stesse morendo , ne sarei stato contento. Al tempo delle mie visite era una vera e propria arpia. La odiavo con tutto me stesso ma vi era bisogno di questa menzogna. Mi feci più vicino alla segretaria, appoggiai la mia mano sulla sua e le dissi sussurrando
      “Voglio farle un regalo, ma tieni il segreto! Mi devi dare una mano però... Mi devi dare uno di quei lasciapassare”
      “Tieni gioia fai veloce , è da 5 minuti che è in bagno”
      “Grazie alice sei la migliore!”
      Proseguendo le feci l'occhiolino ed entrai nel corridoio degli uffici. Usando il badge appena datomi aprì la porta di sicurezza delle scale e salì per cercar le stanze dei malati, dei pazzi. Il piano di sopra era un lungo corridoio, quasi 20 metri, dove un totale di 10 stanze 4x4 si disponevano sui due lati. Nelle prime a sinistra una donne leggeva un libro al contrario, nella seconda a destra un uomo sbatteva lentamente la testa contro il muro, nella terza a sinistra una donna sui 30 anni rimaneva sdraiata, dandomi la schiena, riscaldata solamente dalla sua bianca camicia di forza. La cartella blu era appoggiata su quel letto. Senza pensar a nulla, entrai. La stanza era bianca e spoglia. Solo un comodino, una piccola scrivania di legno e un cenciosa sedia decoravano la gabbia. Un pasto da ospedale rimaneva caldo e non consumato sul tavolino vicino al letto. Non vi era nessuna cartella clinica, nessuna informazione. Lei non si smosse. Sul momento pensai che dormisse. Mi avvicinai al letto e lei rimase ferma. Presi la cartella e mi avviai verso l'uscita..Appena iniziai ad uscire dalla stanza vidi la porta delle scale aprirsi e un enorme naso già intravedersi dall'uscio. Rientrai velocemente e preso dal panico mi nascosi sotto al letto . Lei ancora rimaneva ferma. Lui entrò senza dire una parola. Prese una sedia dalla scrivania lì vicino e si sedette al suo fianco. Intravedevo solo le sue scarpe zozze di vernice, puzzavano più loro di morte che la clinica stessa. Sembrava che non si fosse accorto della cartella mancante. Tirò un gran sospiro e con la schiena si portò in avanti appoggiando i gomiti sulle ginocchia. Nelle mani teneva un crisantemo rosa. Iniziò a singhiozzare, poi a piangere. Ero talmente vicino che di rimbalzo le lacrime mi bagnavano le guance. Lui continuava a piangere come una fontanella. Con grande cautela, mentre il suo dolore inondava di rumore l'intero edificio, aprì la cartella e iniziai a leggere i suoi testi. Erano molti racconti , quasi una trentina, ciascuno di 3 o 4 pagine e raccontavano tutti la stessa cosa. La prosa era complicata e quasi incomprensibile. Parole mai sentite come dinoccolata , roboante e borboritmiche s'alternavano a parolacce e bestemmie. La raffinatezza che si attribuisce a chi spesso non riusciamo a capire , facendoci credere che sia un deficit di chi legge, si mescolava a un profondo diprezzo verso la sfacciataggine di alcune righe. Era un racconto misterioso e indecifrabile. Si leggeva di una donna che gli aveva rubato il cuore in un bar di notte ma poi tutti i soggetti si mescolavano e non si capiva chi avesse fatto cosa. Ogni volta però cambiava il titolo. Dopo circa 20 copie dello stesso racconto incominciarono ad esserci al loro posto frasi semplici che se messe insieme potevano creare un quadro generale. “Un amore proibito”. “Le figlie dei ricchi amano i poveri pazzi”. “La più bella donna del mondo”. “ Come ho deciso la mia morte” . “Il suicidio fallito”.
      “La gelosia e il bacio della morte”. “ Sono un bugiardo”. “L'amore della bugia”. “La bugia dell'amore”. “I sacrifici che si fanno per amare e essera amati”. “La droga nel bicchiere fa più bollicine che lo spumante”. “La tua discesa nel tunnel”. “Io: la tua disgrazia”. “Tu: la mia salvezza”.
      In quel momento vidi la mia fantasia farsi realtà. Capì che romanzo volevo scrivere e la felicità m'inondò tutto. Era vero e ne avevo finalmente la prova! Vidi i miei personaggi più vecchi, più brutti e più reali che mai. Che felicità che provavo! Mi sentivo nel paese delle meraviglie! Mi sentivo come se fossi parte di un film , di un racconto o di una storia e ne colsi una grandissima speranza. Tremavo dalla felicità mentre lui ancora piangeva. Pian piano le lacrime finirono ma i singhiozzi presero presto il loro posto. Nei racconti un nome si ripeteva sistematicamente: Silvia.
      “S-s-s-ilvia... S-silvia... oh Silvia”
      La voce gli si spezzava ogni volta che una lacrime s'infrangeva sulle mattonelle fredde. Era disperato. Se avesse potuto avrebbe pianto fino a morire disidratato e io di certo non avrei fatto nulla per impedirlo.
      “Perdonami Silvia, perdonami! IO VOLEVO SOLO CHE TU MI AMASSI, non- non volevo ridurti così.. scusa... scusa...ci ho provato davvero”
      Si buttò sul suo letto e un ginocchio mi sfiorò il viso.
      “T-t-ti ricordi q-q-uello che mi dicevi? “ Tu non l-le capisci l-le persone, qua-quando vuoi far qual-qualcosa fai sempre la cosa opp-opposta!”
      Dalla Porta-finestra che buttava sul corridoio si vedeva ,appiccicato sul vetro della stanza di fronte , un uomo decisamente pazzo. Mi guardava fisso negli occhi ma nel frattempo cercava, come i bambini stupidissimi, di usar la propria bocca come stura-cessi sul vetro. Io ,mezzo sconvolto da tutto quella che era successo, d'istinto lo trattai come un bimbo e giocando a far le facce buffe riuscì a farlo ridere di gusto.
      “Oggi ci sono riuscito... Gli avrei rotto la faccia a quel coglione di un ragazzino...”
      Mentre la rabbia gli ridiede un contengo io ebbi paura che la mia gentilezza mi si ritorse contro e non avendo idee, iniziai a far smorfie e facce arrabbiate. Il vecchio bimbo si impaurì tanto che ,ancor prima che lo scrittore fosse riuscito ad alzarsi e a notarlo , corse e si nascose sotto le coperte del suo letto. Poi, il silenzio. Vidi le scarpe girasi, fare tre passi e fermarsi sulla porta.
      “Una volta ho letto che il giorno che si impara ad amare ci si dimentica di tutto il resto. Beh..io non ho dimenticato proprio nulla... Io ho pensato solo a te e al mio grande errore per tutto questo tempo , ma oggi basta, oggi voglio dimenticare. Oggi un ragazzo mi ha rotto il PC e ho finalmente deciso che smetterò di scrivere la nostra storia. Oggi finalmente hai deciso di leggere i miei racconti. Oggi finalmente forse riuscirò a esser felice e domani chissà ,forse riuscirò ad amare sul serio... Silvia, io volevo solo la pace, perché non mi hai voluto così com'ero? Perdonami ma la tossica sei sempre stata tu. Finalmente, è oggi. .”
      Lui uscì dalla stanza e si dileguò. Rimasi un po' sotto quel letto a pensare. Tenevo stretta la cartella blu. Mi chiedevo perché lui sia crollato sotto le pressioni di lei. E' stata davvero colpa di un'esosa curiosità femminile o solo un'ennesima prova di quanto in basso l'animo maschile può portarsi per cercar d'esser felice? Perché non è riuscita a salvarla? Perché tutti i racconti dovevano finire nello stesso modo? Il senso di colpa è davvero talmente grande da impedirgli d'immaginare una speranzosa conclusione? Meditavo e meditavo su come fosse giusto finir quel racconto...perché tutto ciò non poteva avere un lieto fine? E' davvero la vita senza speranza? Che tristezza mi colpì in quel momento. Nessuno scrittore riuscirà mai a cogliere la disperazione che ogni giorno la vita crea con la sua matita. Mi rimisi in piedi e le buttai la cartella sul letto.
      “ Io non so chi tu sia ma sto capendo chi lui è. Se c'è ancora un minimo di intelletto lì dentro usalo per leggere questi racconti. Devi farlo. Glielo devi.”
      Silenzio tombale.
      “Lo conosco da poco ma so già che lui ha avuto il coraggio di amare. Il mondo avrà un lieto fine solo grazie a loro, non grazie a noi. Sappiamo che lui ha imparato come amare, ma noi, infami bastardi, possiamo dir la stessa cosa? “
      Silenzio tombale.
      “Beh Silvia, io ci voglio provare. Addio.”
      Silenzio tombale.
       
       
       
      “Mamma”
      Era distesa sul divano sotto due coperte di trapunte di lana. Una forte lampadina bianca, offuscata da una bajuor gialla ,illuminava, da dietro le sue spalle, l'intera stanza d'una luce calda ma triste. La foto di papà rimaneva felice e immobile a guardarci dal suo angolino dimenticato. Chissà se le foto in bianco e nero vorrebbero vedere il mondo a colori . Di lui sapevo il nome: Romeo. Dalla TV il rumore d'una partita di tennis scandiva come un metronomo l'infinito silenzio di quel momento. Sarebbe morta entro poco tempo e nessuno ne sembrava tanto affranto. Lei dormiva con la bocca aperta ma senza far rumore. Nonostante l'arancione luce nella stanza lei appariva comunque pallida. Tossii forte per svegliarla senza riuscirci. Mi sedetti di fianco a lei e, prima ancora di toccarla, un estremo rancore stava prendendo il posto di una compassione quasi obbligata. Non volevo mentire ma la mia coscienza mi diceva che questo era l'ultimo momento in cui avrei mai potuto ottener dolci parole da lei. In fondo, non volevo che queste.
      Sussurrai singhiozzando.
      -Perché non mi hai voluto bene? Perché per te era così difficile?
      Con la fronte m'appoggiai alla sua spalla . La sua mano , faceva solo finta di dormire, mi raggiunse la nuca e disse con alternati ma deboli colpi di tosse
      Smettila cretino... così fai piangere anche me
      Lei non voleva piangere. Lei non ne era capace. Una volta aveva visto un ragazzo buttarsi sotto un treno e mi raccontò che pianse dalle risate quando vide le cervella finire di rimbalzo dentro al cesto dell'umido. Per lei non eravamo che spazzatura, ognuno di noi nessuno escluso, un riluttante pezzo d'immondizia che aspetta solo d'esser usato e riciclato. Questo demone doveva nascer leone, o forse arpia, ma non di certo donna. Lei credeva nel destino e il suo l'aveva ormai accettato. Per chi crede nel destino non c'è spazio per la tristezza. Per chi crede nel dolore non c'è spazio per Dio. Non era religiosa ma le piaceva pensare che in qualche parte dell'universo ci fosse uno scopo per ognuno di noi. Il suo, dopo tanto tempo, era di quello di morire. Mi diede una debole sberla e poi lente carezze. Io non avrei mai voluto vederla in lacrime, non ci doveva esser spazio per quel ricordo. Tenni la testa sulla sua spalla e continuai a piangere, sempre di più , sempre più forte. Lei non doveva piangere, sarebbe stato ammettere di aver paura e perciò combatteva quel respiro singhiozzante cercando di non respirare o arginando gl'occhi , pronti a crollare come dighe, spingendoli con forza sul cuscino che teneva di fianco alla testa. Non so da dove venisse questa tristezza, l'ho sempre creduta la migliore tra le nichiliste di tutto il tempo. Ma pianse comunque, insieme a me, per cinque lunghissimi minuti. Non fummo mai così tanto attaccati l'uno all'altro come lo eravamo adesso e di certo non lo saremmo stati mai più.
      Questo crogiolo di sentimenti doveva finire presto come lo spettacolo di un grosso pezzo di legno che vien buttato su un morente fuoco; o il tocco arde e il fuoco vive o la fiamma soffoca e muore, lasciando in mezzo alla ceneri un solo grosso umido pezzo di legno.
       
       
      Quando il telefono squillò entrambi ci ricomponemmo. Lei si tolse il maglione zuppo di lacrime. Io andai a rispondere e una voce registrata iniziò ad urlar di un'offerta limitatissima di tappeti provenienti dal Sud-Africa. Misi subito giù. Neanche il tempo di girarmi che squillò di nuovo. La tristezza si tramutò ,in un attimo, in furia. Scagliai il telefono contro il televisore, rompendoli entrambi. Scintille e cristalli ballarono sul pavimento per un solo secondo. Poi tornai da mia madre.
      “ Che farai adesso?”
      Chiese lei con una voce ferma e fintamente disinteressata, voleva già dimenticar quello che era successo. Io non avrei mai avuto voluto dimenticarlo.
      “ Boh, leggerò di più”
      Sapevo cosa intendeva ma anche sul suo letto di morte non avrei mai voluto star al suo gioco.
      “ Non ci siamo mai capiti io te, tu stai su questo livello..”
      Alzò la mano tremolante di qualche centimetro.
      “ ..Io invece sto ..”
      Cercò di sollevarla ancor di più ma cedette e con un docile tonfo si appoggiò sul manico del divano. Mi faceva pena.
      “ Madre... io starò bene, lo sai”
      “ No che non lo sarai, non lo sei mai stato, basta dir stronzate”
      “Ma cercherò d'esserlo, imparerò dagli altri”
      “Loro ne sanno meno di te. Ti sei sempre creduto il più furbo di tutti”
      “ A forza di ripetermelo mi hai quasi convinto”
      “ Cosa farai adesso?”
      “ Mi occuperò del tuo funerale, ti metterò dentro una bara e poi dritta nella cappella di famiglia; come hai sempre voluto”
      Non era vero. Avevo già in programma di cremarla e scaricar le ceneri nel cesso.
      “ Stronzate”
      Era davvero mia madre.
      “ Cosa farai adesso?” Ripeté più lentamente, forse più delusa, forse più debole.
      “Non ne ho idea” dissi guardando il vuoto assoluto.
      “ Tuo padre anni prima di morir s'era fatto far un'assicurazione sulla vita, ho tenuto tutti i soldi per te, basta parlar coll'avvocato”
      “ Come morì davvero papà?”
      “ Che importa , tanto non lo hai mai conosciuto”
      “ Era mio padre”
      “ E' stata una persona come tutte le altre.. che importa di lui”
      “Se proprio non vuoi dirmi chi era almeno dimmi che da qualche parte c'è un lettera o qualcosa di suo”
      “C'è la foto”
      “Quella non mi basta più”
      “Non c'è altro. Non c'è mai stato”
      “Dimmi solo che tipo era.
      “ No”
      “Fammi felice Mà”
      “No”
      “Hai solo questa occasione”
      “No che non ce l'ho. E anche tu non vorresti averla”
      “ Dimmi solo come vi siete conosciuti. Solo questo, ti prego”
      Rivedi in lei il mio sguardo. Gli occhi tristi di chi non vuol dar spiegazione. Troppo colpevoli per dir una menzogna, troppo codardi per dir la verità
      “Mamma. Ti prego. Se me lo dirai saprò cosa fare. Come vi siete conosciuti? Chi era mio padre?”
      “Io non lo so.”
      Un fulmine recise ciò che rimaneva del mio cuore. Sprofondò fino allo stomaco e mi uscì diretto dal culo.
      “Successe tutt..”
      “Non me ne frega un cazzo.”
      “Te l'avevo de..”
      “ Per tutto sto tempo... “
      “Ascolta”
      “PER VENTI LUNGHISSIMI ANNI MI HAI FATTO CREDERE CHE FOSSE MORTO E ORA TU MI DICI CHE NON SAI NEANCHE CHI CAZZO SIA?!”
      “Datti una reg..”
      “ SCOMMETTO PURE CHE SARà ANCOR IN GIRO CHISSà DOVE IMMERSO NELLA MERDA ESATTAMENTE COME SUO FIGLIO. DIO ! DIMMI ALMENO CHE TI RICORDI IL SUO CAZZO DI NOME. COME HO POTUTO CREDERTI DA UBRIACA! QUEL ROMEO , QUEL CAZZO DI ROMEO TE LO SEI INVENTATO VERO?SOLO UN'ALTRA TUA MERDA DI BUGIA?!”
      “ Lui..”
      “NON ME NE FREGA UN CAZZO ORMAI! PER VENTI CAZZO DI ANNI HAI TENUTO STO CAZZO DI SEGRETO SOLAMENTE PERCHè NON VOLEVI AMMETTERE D'ESSER UNA PUTTANA”
      “L'ho sempre saputo”
      “STAI ZITTA!!”
      “..”
      “MI HAI FATTO..” Tenevo nelle mani ciocche marroni di capelli, erano i miei, me li ero strappati senza accorgermene. Cercai di respirar ma senza alcun successo ne vera intenzione andai a prendere la foto sul comodino. La polvere si era accumulata sul vetro . La cornice era aurea. La foto in bianco e nero. Un uomo , non mio padre a quanto pare, alto e bello,sorrideva nel suo smoking con un magnifico sorriso perleo.
      “ Romeo..Romeo... Chi cazzo sei romeo? Mi hai fatto credere che quest'uomo fosse mio padre.. per tutto sto tempo”
      “ Non far l'isterico”
      “ FACCIO QUEL CAZZO CHE MI PARE TU PREOCCUPATI DI MORIRE! Mi hai fatto credere... Quando tu eri troppo occupata a far la puttana in giro io mi sedevo davanti a sta foto e ci parlavo per ore capisci? Per ore intere a parlar dei miei problemi, dei miei amori , delle mie passioni , DI TUTTO QUELLO CHE TU NON HAI MAI FATTO!”
      “Io ti ho cresciuto!”
      “NO NON HAI FATTO UN CAZZO TU! SERVONO SOLDI PER CRESCERE FIGLI MA NON NE SERVONO PER FAR LA MADRE”
      “ Smettila”
      “ Io ti odio “
      “ Non è vero”
      “IO TI ODIO”
      “SMETTILA. Se tu fossi davvero quello che pensi d'esser allora non saresti tornato ogni volta! Sapevi che madre avevi ma hai continuato a tornare tutti i giorni per cenare, sei tornato in lacrime dopo quel campo di coglioni scout, sei tornato dopo che ti hanno mollato per l'ennesima volta , sei tornato correndo quando ti hanno trattato come il coglione che sei , SEI SEMPRE TORNATO. Sei come un cane, i cani tornano, gl'uomini no. ”
      “Io non sono un cane. “
      “Peggio, sei un ragazzino.”
      “ CHE COLPA NE HO?! CHE COLPA HANNO I BAMBINI D'ESSER BAMBINI? NON HO MAI RICEVUTO NULLA. Mai un abbraccio, mai una lezione di vita, mai confidenza, mai “ un ti voglio bene”. Io tornavo per quella foto , non per te”
      “ Beh puoi pure andarlo a cercar perché lui non tornerà. Lui era un uomo. ”
      “ Sì hai ragione e finalmente anche tu te ne andrai”
      “Modera la lingua, ho avuto il potere di farti nascere ho anche que..
      “No che non ce l'hai”
      “Fammi finire.. ho anche quello di toglierti dal testamento”
      “Troia.”
      Lei sorrise. Perché sorrise? Di cosa si compiaceva? Della sua malvagità? Della performance che ha allestito per tutta la vita? Chi era veramente? Cosa l'aveva ridotta così.?.. Se fosse ancora in vita ora glielo chiederei. Volevo solo capire dove e quando nacque quel veleno.
      “Ora dimmi.. che farai adesso?”
      Lì, cadde il buio. Mi ricordo poco delle ore successive. Mi ricordo di aver fatto cadere la foto. Mi ricordo che si ruppe in mille piccole scaglie a parte per un grande coccio di vetro tagliente. Mi ricordo di aver colto da per terra quell'uomo a cui ho sussurrato tutti i miei segreti. Mi ricordo che la foto aveva ora colore, un solo colore: il rosso .Appariva così denso e reale da poterlo toccare, tutto, anche per un solo secondo, sembrò vero e reale. Camminai per ore intere arrivando da nessuna parte e alla fine tornai dove tutto iniziò.
      Eran le due del pomeriggio della vigilia di natale e la biblioteca era vuota. Oltre a noi due solo il rumore elettrico della macchinetta dei caffè e del bibliotecario nessuna traccia.
      Mentre camminavo in mezzo ai libri mi tornò in mente quel maledetto sorriso e un'idea mi attraversò come un pugnale. Finalmente avevo capito il perché di quella malvagia felicità. Solo alla fine del suo viaggio riuscì davvero a accettarmi come suo figlio. Le avevo dimostrato d'esser capace dell'unica arma contro questo mondo tremendo: La rabbia. Solo questa sgorga dalla verità come un fiume, solo dalla menzogna si può trarre consolazione; come quella foto , come tutte le bugie che mi disse su “mio padre”. Forse, mentre la sgozzavo, lei fu pure felice di veder quel povero cucciolo di cane finalmente diventar lupo. Che fosse tutta una bugia per rendermi più forte? Chissà. Forse, il vero amore non è che negar l'amor stesso per paura delle disillusioni che creerà, ma allora tutto il dolore che ho passato, che senso ha avuto? Io mi sento debole.
      Il bianco, il nero e il grigio, solo questo dovrebbe esistere. Invece il mondo non è che il rosse il nero , come quel vecchio romanzo dove tutti ci rimanevano fregati. Riuscì ad essere perfido. Riuscì ad essere suo figlio, per questo sorrise.
      Ero ad un solo passo dall'abisso e da esso mi sentivo osservato. Mi sentivo come un piccolo burattino che non aspetta altro di finir il suo spettacolo. Le risate che provoca non lo confortano più. In un giorno che non si ricorda neanche più egli, il burattino, ha intravisto i propri fili nei riflessi degli sguardi felici degli altri e solo questo gli è bastato per impazzire. Nella felicità immensa dei bambini sui spettatori ha scovato una terrificante verità e tutto, tutto d'un tratto, non ha avuto più senso. Il rosso di quel sangue mi perseguitava dappertutto e la fantasia si mischiò alla realtà, ma d'altronde, quando mai non lo aveva fatto? Nei riflessi dei vetri rivedevo il suo volto sfregiato. Dai libri sugli scaffali iniziarono a cadere pagine rosse. Sui palmi ,prima rosei ,vidi scorrere cascate di sangue e ,cercando d'annegarmici, mi ci buttai dentro. Era la fine eppure il sipario non calò.
      Ma il mare comparse dal nulla. Azzurro e cristallino come un cielo senza nuvola. Limpido e chiaro come una sorgente di montagna , tranquillo e felice, se ne stava seduto, con i suoi occhioni blu, in compagnia di una sola pagina bianca e una matita. Anche lui mi guardava con un sorriso magnifico. Esprimeva tranquillità e pur stando seduto davanti al suo foglio sembrò come se mi stesse abbracciando. Mi apparì bello perché in pace. Ora doveva esser il mio turno d'insegnarli qualcosa. Forse ,dalla mia storia ne avrebbe tratto qualcosa, qualcosa di buono, di bello. Chissà ,forse avrebbe imparato pure a scrivere. Pensavamo di aver risposte, per questo scrivevamo, ma nessuno dei due avrebbe mai più avuto il coraggio di porre le domande. Eravamo due scrittori e stavamo dove dovevamo stare.

    • CANTO  DELLA TRISTE MORTE
       
       
       
      Sono qui  con i miei canti ,  sento la  morte venire , andare  per  strade deserte ,  entrare  nelle  case,  negli  ospedali , dove ella giunge,  la gente  piange i propri cari  .   Come  un fuoco soffoca il respiro  ,  l’amore langue dentro le ossa impaurite   . La morte  balla sotto un freddo  cielo , vestita come fosse una regina e  ogni cosa  si trascende , si perde  nel ricordo di gioie perdute per sempre .  Il male  matura  dentro il corpo degli ammalati,  brucia le speranze ,  brucia l’esistenza . Poi  tutto svanisce in un attimo nel tempo di nostra vita .
       
      Ella avrà le mie  labbra,  il mio  essere per se , ed oltre nell’indefinito concepire e reprimere   ella sarà la signora del mio  tempo , la figlia , la madre di questo male che ho  coltivato in seno.
       
      Ella cerca la sintesi del giusto,  una bellezza che fiorisce dal male commesso , memore di  demoni antichi e dire illustri.  Tutto è nulla rimangono  folle   rime ed altre locuzioni  per condurre me  al patibolo . Ballo  sotto un  cupo cielo,  ballo con  la mia  vita , con il mio  credo il  vivere negletto,  ghettizzato nell’azione . Ed ella mi condurrà  , verso qualcosa d’indefinibile  , nell’incredibile verso in  altre dimensioni plastiche che si sommano strada facendo.  La morte è una cara signora , senza l’ombrello ,  balla  con me  sotto la pioggia , nuda .  Libera , ride  nel divenire  se stessa , nel condurmi  in  una sequenze di forme che generano la vita cosi come io  lo concepite.
       
      La morte viene sicura di se , con amabile sguardo,  con tante amiche come se fosse una cosa da nulla,  ti racconta la sua vita,  dei  suo passati amori .  Civetta,  fa le smorfie , cerca dentro me stesso la speranza  che mi sorregge  . La morte mi conquisterà e  sarà la  signore dei  giorni  legati al carro della sfortuna. Ed io    sarò  il  suo figlio prediletto ai piedi di una croce , sarò il  sasso  sul  sasso che adornerà la  mia tomba .  Ed in questo ballo  mi dirà tutto quello che non mi mai detto  :  sarai con me nella santa terra dei padri  a cercare funghi a cogliere fiori da regalare  alle giovinette  che vengono da laggiù . Sarai con me ed io sarò con te nella storia   della salvezza ,  saremo madre  e figlio , una stessa forma una stessa sostanza che avvizzisce nella scienza. Nelle varie scemenze , saremo morti entrambi nei giorni avvenire .In  un tragico epilogo ogni cosa ci  condurrà oltre questa indifferenza   , tra le braccia di questa triste  morte .
       
      In tanti saremo  li a pregare sul golgota , ove  la sorte agisce in varie forme e nella verità che anima  il mondo , canteremo la nostra  sorte  alle generazioni avvenire . Una vita vissuta   come se fosse una forma migrante in altre cognizioni ed in altri momenti utopici come una rosa bianca in rosso roseto,  un fiore da mettere davanti ad una tomba , spoglia,  priva di epigrafi . Una preghiera  sale da basso in questi giorni , per chi soffre nell’attesa di guarire , la negli ospedali,  nelle case semichiuse al vento della morte che passa e miete ancora tante vite innocenti . E tu  abbi pieta di noi tutti   signore dell’universo ,  padre eterno , signore del mio umile  canto.

    • Lucia piegò il foglio che a fatica aveva scritto, nascondendolo fra le pagine del suo romanzo preferito. Ragione e sentimento, di Jane Austen. Sbirciò l’orologio sulla scrivania: erano le tre in punto. Aprì la finestra, si affacciò e si tolse la vita.
      A questo mondo le era rimasta solo una sorella, la quale sarebbe dovuta presto partire per il Giappone. Un viaggio di piacere, già il quarto che compiva quell’anno. “Ci mancava pure questa”, pensò la donna quando al telefono la informarono del gesto di Lucia. Era la prima persona - l’unica - che era stata contattata in merito a quel decesso.
      Sbrigò distrattamente il funerale, essendo la sua mente già tutta per la vacanza. Pagò le esequie con quel che trovò nel conto della defunta, che ora era divenuto parte del suo. Non voleva di certo spendere tutto, così acquistò la cassa più economica che riuscì a trovare. Girò ben quattro posti diversi, alla ricerca di quella al miglior prezzo. Tenne il rimanente per sè. 
      A Tokyo procedette tutto nel migliore dei modi, dal volo al pernottamento, alle visite guidate, alle serate passate a far baldoria. Fu indimenticabile - ben lo attestanto le 277 fotografie scattate da lei e i suoi amici durante il viaggio. Quasi tutte la ritraggono felice e sorridente mentre visita un ameno giardino zen o tenta di assaggiare una zuppa dai misteriosi ingredienti. Dato che ormai mi trovo nel suo profilo Facebook, decido di sbirciare gli ultimi contenuti che sono stati condivisi. Leggo: “Nuovo capitolo in arrivo per la fortunata saga cinematografica…”; “Magico concorso a premi, condividi ora e potrai essere tu uno dei fortunati vincitori dell’ultimo modello di…”; “Guardate questo tenero micino come gioca con il suo…”. Non una riga di cordoglio per Lucia. 
      Passarono altre settimane. La donna visitò l’appartamento della defunta, i cui termini d’affitto sarebbero a breve terminati. Vi trovò la carcassa decomposta di Tim, il cagnolino della sorella. La povera bestiola era morta proprio a ridosso del fusto che conteneva il suo cibo, tanto che si notavano graffi e morsi in tutta la parete di latta, in un disperato quanto inutile tentativo di sopravvivenza animale. Lei sapeva del cane, certo, ma non era un suo problema. Si tappò il naso con due dita mentre prendeva le poche cose che le interessavano. Due collanine e un paio di orecchini. Oro bianco, quanto lo adorava! Li indossò immediatamente, osservando la sua immagine riflessa nello specchio della camera da letto. “Divina”, pensò. Ancora una cosa: il barattolo verde con la scritta ZUCCHERO sulla mensola in cucina. Dentro vi trovò 235 Euro. Buoni per il fine settimana, che avrebbe trascorso in compagnia del ragazzo da poco conosciuto con cui si frequentava. A meno che, come sperava, non avesse pagato lui tutto quanto.
      Sopra la scrivania vi era un pacchetto di sigarette, pieno per metà: tanto meglio, di fortuna in fortuna! Notò lì accanto quel romanzo che Lucia spesso citava come una delle opere a cui era più affezionata. Ragione e sentimento.
      “Libri, roba da perdenti”, pensò, facendo cadere la copia stampata con un gesto di reale disprezzo. Nell’impatto con il pavimento, vide uscire dalle pagine un foglio su cui riconobbe subito la grafia della sorella. Stava per chinarsi a raccoglierlo quando il telefono che aveva nella borsa trillò. Una chiamata da parte di Lorenzo, il tipo del weekend. Le si illuminarono immediatamente gli occhi. “Ciao!”, rispose con fare civettuolo mentre usciva dalla stanza, noncurante del fatto che stesse calpestando le ultime parole di Lucia.
      Non ci tornò più; così, allo scadere del contratto, il locatore fece ripulire l’immobile dalla salma dell’animale e dagli ultimi oggetti rimasti, che sarebbero così divenuti rifiuti da gettare. 
      Uno degli operai, giovane e di bell’aspetto, trovò e lesse il messaggio che giaceva a terra. Il suo nome era Lorenzo, ma questa è un’altra storia.

    • Era una villa in mezzo alle ville
      per il ladro era una delle mille
      Il ladro entrò il cancello scavalcando
      tirò fuori la pistola e chiese ridendo
      “Dove cazzo sono i soldi? gomme belle”
      il proprietario era in sedia a rotelle.
       
      “perdio!” esclamò il vecchio esterrefatto
      “ perché mi minacci? cosa io ti ho fatto?”
      “niente, è giunta l'ora di una redistribuzione”
      “ in sala, è dietro al quadro la mia pensione”
      ribaltò la sala ma trovò polvere e nient'altro
      tornò e il vecchio alzò le spalle contratto.
       
      “Non ho detto in sala! Forse in camera c'è?
      Non mi ricordo! Intanto le va un caffè?”
      L'Alzheimer galoppava forte in lui,
      il ladro era ammutolito davanti a costui
      “mi prendi in giro? Voglio la cassaforte!”
      disse puntandogli la pistola in fronte.
       
      “come osa?” rispose il vecchio arrabbiato
      “sono paralitico e vengo pure minacciato!”
      il ladro disse “ io con pungo ti sotterro!”
      “va bene, seguimi è di qua se non erro”
      il vecchio passò salotto, e prese l'ascensore
      passò diverse stanze insieme al supervisore.
       
      Ma si accorse che la situazione era precaria;
      perché egli della mèta non aveva memoria
      il ladro chiede della stanza, e lui rispondeva
      “era... dove tengo la boccia, come si chiamava”
      non avrebbe trovato i soldi se lo avesse ucciso,
      dopo trenta sale, si sarebbe sparato col sorriso.
       
      Finalmente, in cantina trovarono lo scrigno
      era stato svuotato, lo guardò con cipiglio
      il ladro esclamò “qualcuno è già passato!”
      “ah!, li ho celati per non esser derubato”
      il ladro lo perquisì e minacciando lo serrò ,
      preso dall'avarizia nella ricerca si tuffò.
       
      Trovò mille euro in cucina, nel forno;
      cinquemila nel frigobar in soggiorno,
      tre mila nei libri, spari nella biblioteca
      dieci mila in giardino, sotto alla pineta
      poi va dal vecchio per avere un riscontro
      egli li contò ma ogni cento, perdeva il conto.
       
      Il ladro ne prese il posto, tranquillo e prono
      alzò gli occhi, e vide il vecchio con un telefono
      lo prese e lo ruppe, “la pula hai chiamato?”
      “la polizia!” esclamò “Me ne son dimenticato!”
      il ladro di sollievo sospirò, si era preoccupato
      "merda, avrei dovuto legarti mentre contavo”
       
      Lo guardò e si disse che lo aveva sopravalutato,
      era un paralitico demente se ne era scordato
      ma il telefono dove lo aveva nascosto?
      Al ladro venne solo uno sconcio posto.
      Ma era tardi per il vecchio stregone
      era l'ora di far sparire il testimone.
       
      Punto la pistola ma si fermò, non era necessario,
      il vecchio avrebbe detto poco al commissario
      era confuso, gli occhi fissi su una vecchia piantina
      poi disse: “ tu chi sei? Che ci fai in casa mia?”
      “papa,” rispose “son venuto per il prestito,
      se ti chiedono di me, dì che son partito”
       
      Il vecchio incredibilmente fu convinto
      gli diede la benedizione quasi d'istinto
      ma quando il ladro aprì il portone
      della polizia c'era uno squadrone
      la vicina aveva chiamato il capitano
      era la decima volta che lo derubavano.

    • DI: DOMENICO DE FERRARO
       
      LA CANZONE DI ROSA
       
       
      Una volta lassù  nel prato della mia giovinezza  vidi correre una ragazza nel vento del mattino. Ella  si muoveva nell’erba alta ondulante  nel vento .Il suo sorriso splendeva  con i raggi del  sole in  mille  mie visioni . E la grazia   sorgeva dalla terra ed il  mondo era piccolo come l’occhio di un dio morente nei  miei ricordi.
      Era cosi giovane e  bella , sembrava una rosa appena sbocciata  dondolante  nel vento degli eventi  e dove andai in seguito  portai con me il  ricordo  del suo   bel viso,   simile ad rosa  rossa ,  matura,  dagli occhi verdi come il mare in primavera.
       
      E la sua gioia era tanta ,  l’anima sua annegava nell’amore dei suoi anni ,  andava come una vela dispersa in mezzo al mare,  si muoveva  perduta in mille avventure e mille viaggi . Giunse cosi  ad Ischia un bel giorno con i suoi anni  ed i suoi occhi sempre verdi  fece innamorare un  vecchio marinaio ,  il contadino e l’ortolano ,  tutti s’innamorarono di  lei in quel giorno benedetto.  Rosa di marzo,  sogno di una generazione  fuggita via . L’immagino  oggi , salire ancora  tra l’erba alta del monte Epomeo , correre   a perdifiato  verso la  bassa collina delle croce .
       
      Ed un ragazzo gli disse ti vorrei amare
      E lei fu turbato dal suo sguardo
      Rispose che non aveva tempo per l’amore carnale
      non gli interessava . Che era tardi è  la sera stava per giungere ,
      come una serranda  che viene calata su negozio degli alimentari.
      Il ragazzo gli disse : Io  voglio il tuo frutto
      Ed ella : Non per dire sono il senso di questa canzone
      Abbassati,  lasciati baciare
      Ma lei si tirò  di nuovo indietro e lasciò  il ragazzo in mezzo all’erba con il suo cuore a pezzi.
       
      Rosa della mia giovinezza ,  rosa circondata di molti versi  primaverili  , rime  elette  a grandi imprese,  ora tutto scorre e perduto sono nel bel canto dei morti che vanno lungo le coste deserte . E sono di nuovo  li dove nacque questa storia , questo amore bandito  , beato  nella mia sorte di uomo di mezz’età ,  con il mio  credo ed  il mio essere  in altre storie.  Io,  signore di molti canti e di molte rime  con le  prime  e le  seconde  , sono sotto la panca a capire il canto e l’inganno .
       
      E il rude ragazzo  da solo , colse fiori  per  il prato,  da solo li colse in fretta , mano nella mano ad un ricordo ,  mano nella mano di un fantasma.  Ed il suo  amore  , volò  via  nel vento della sua giovinezza. Ora  oggi , egli ritorna ancora  oltre ogni intendimento,  nella morte e nella vita di un amore ,  nato  per caso là  sul bel colle delle croci.
       
       
       
       
       
       
       
      IL CANTO DEL TOPO
       
       
       
      Io sono il cantante ambulante che va  per contrade  deserte , per strade cantando il mondo di una volta .  Sono il sogno perduto di un  amore  svanito nella volontà di rinascere  che vola alto come  un airone libero in arie  e melodie.   Sono  sempre al fine dal capire , chi sono , dove mai il mio andare avrà fine  e le molte rime fanno feste intorno alla mia voglia di viaggiare ancora . Sono il cantore che ha  venduto il suo amore ,  caduto là  nel suo  inferno.  Tra la morte gente,  ho cantato una dolce nenia,  ed il mondo non mi conosce ed io non conosco loro ed io  sono l’amore e la morte,  sono l’atto filologico che si tramuta in un verso ,  sono il principio di questa storia che esulta nel suo vivere e nel capire cosa sta accadendo.  Sono l’amore di molta gente , il canto di un cantore  viandante per strade solitarie.  In questa città,  fatico e  non so chi sono ,  tutto ciò mi ferisce   come i molluschi venduti al mercato del pesce , come il canto delle donne vendute  , dolce  corona  di spine intorno al capo del redentore.
       
      Questo sono io il cantore dall’animo sereno,  un acchiapparatti che va cantando la morte di molta gente e di molte donne , questo sono io il cantore  morto e risorto tornato  dopo le tante rime dette  nella confusione di molti versi , simili ad altri ,  sono il bel canto , la colpa commessa , il senso di essere questa poesia innocente.
       
      Ma cosa ho guadagnato da tanto  amore e tale  cantare ,  la mia gola vorrebbe altra acquavite per placare la sete delle mie passioni e sono innocente  del mio creare ,  come  in ogni  vita che ho vissuto ,  sono non sono ,  sempre ad un passo  dal capire me stesso .
       
       
       
       
       
      IL CANTORE
       
       
      Oltre questo canto ,  oltre questa porta,  viaggio nell’immaginario . Sento le  tante voce dei sofferenti , sopra  questo ponte,   mille persone  lo passano. Ascolto  questa voce  echeggiare  nel grigio pomeriggio , ascolto  questo grido  ,  corro  a più non posso attraverso il ponte delle mie  passioni, oltre  il ponte dei miei ricordi.  Ed oltre andremo,  ci perderemo in un'altra canzone e saremo come figlio e padre , signore del mio  vivere.  Fu il presidente  a dire che il mondo andava guarito,  sanato da tanto male e la donna si diede da fare a pulire la sua piccola casa, la pulì da cima a fondo per paura di contagiarsi dall’ amore che non aveva nome.  Ed era inutile ritornare indietro , ritornare a cosa fummo  ,  immaginai tanta gente , senza testa e coda. Ed  in una notte  solitaria noi ritornammo ad ascoltare  il canto della locomotiva.
       
      Ora in questo amore,  ho sepolto il  mio cuore,  lo sepolto sotto l’albero dei miei anni verdi , tra l’intendere ed il mio dire , nel ridere e passare ad altre elocuzioni,  emozioni di marzo. Ed il cielo è ricco di astri di cui non conosciamo il nome ed lo  canto,  lo sento correre per vie deserte , dove un tempo di bocca in bocca s’udiva l’amore della propria terra ed il mare ed altri mondi possibili , sono il sorriso di me stesso  in mezzo a questo pomeriggio.
       
      Il cantore strinse a se il suo amore ed il suo canto prese forma attraverso il senso ed il sesso , toccò  le corde del suo destino , salto , si fece audace più audace della tigre tra lo sguardo delle belle donne invitate al ballo di marzo. La sedute accanto  al prode presidente della nostra grande nazione. Al presidente piacque tanto quel canto che ordinò   fosse ascoltato da tutto il popolo , da tutti  gli uomini, fino ai confini della terra.
       
      Come l’uccello che dimora in mezzo ai rami degli alberi del bel bosco il cantore continuò cosi  a cantare il suo amore ed il mare aveva un nome e la vita un'altra storia da raccontare .  Ed io canto  il mio amore , lo canto dal ramo più alto , con la mia gola arsa dalle fiamme dell’inferno.  Allora alzo la coppa del vincitore e bevo ,  bevo alla vita che mi disseta  nel  tempo trascorso  , bevo il vivere  bevo il bene ed il male e sono ubriaco di molti versi e di molte storie.  E ringrazio Iddio della sua misericordia con fervore per avermi donato questa  voce ,  di aver placato per un momento  la mia sete  d’amore .  

    • CANZONE DI  MARZO
       
      La pistola che ho puntato alla tempia si chiama Poesia. (Alda Merini)
       
       
      Canzone di  marzo, cantata  tra i denti , fischiata  come un pazzo per strada è entrato in questa  mia vita , con tante cose ancora da dire. Rime burlesche, scheletri appesi nell’armadio , danzano intorno a me , una macabra danza, ed io  canto  un ode alle  donne di tutto il mondo. Mischiando il bel tempo, al cattivo tempo i pensieri oscuri alla dolcezza delle mimose,  fiorite lungo il crinale dei monti tortuosi, che  odorosi  esalano i loro profumo  intenso  ed io  vago nell’ incerto passo.  Il vento mi spinge  lontano oltre quel muro , oltre il senso di un verso   ove tutto prende vita  in un attimo,  nel gioco del dare e dell’avere  tra  strade incerte  e  silenziose. E’ giunto il tempo dell’amore , una morte terribile è giunta , una speranza  si  desta in me ,  il senso d’una verità profonda  ,chiara, splendida vita  come una stella  caduta   dal cielo , dentro il  cappello di un pazzo profeta , in viaggio verso una terra  promessa .  Viaggia egli insieme a chi  non ha più nome ,  odio , speranza. Marzo   porta in seno   allegri acquazzoni , in questo  acquarello di colori  , annega questo cuore in varie  vittorie  e  sconfitte .
       
      Girando l’angolo di una stretta via , abbracciato  ad un amore sanguinante  , parte integrante di un anima universale  ,parte di una trama,  di una allegra commedia , dentro quello che  avrei voluto  essere , là sul finire della  via ,  tra i campi incolti dove la capra salta  , dove il leone attende la sua preda,  dove l’odio e l’inizio di un amore , dove le lacrime bagnano  il viso dei poeti  .  Sconosciuti poeti,   nervosi, neri , senza denari con denti macchiati di nicotina a passeggio lungo il  corso ,in cerca di una rima che elevi l’animo loro  in  grandi poemi , verso  una nuova conoscenza, verso  un discorso  che trascende il mondo in una nuova legge, in dolci ritmi.   Rime leste dalle orecchie a sventola ,  volano in alto nel cielo,  poi ricadano sulla terra ,  decantate   insieme a John  e  Harry   in quella canzone che fa pensare ,  mentre tutti seduti gli uni accanto agli altri , ascoltano   questa triste  canzone , che  ti prende per mano  ti porta in  giorni lontani fin verso  un piccolo sogno , conosciuto nel  morire ed altre rime.
      Là dove cantai  i miei  giorni poetici,   giorni di rabbia trascritti  in un racconto chiuso in un cassetto.  Vecchie  liriche cretine che mi  fanno piangere ancora , credere di non essere   più solo,  mentre   il treno passa ,  portandosi   via questa delusione , verso un altra città , dentro una  ennesima notizia ove la giornalista  annuncia al mondo intero altri morti . Canticchiando  arie  elleniche , vecchie  liriche ,zoppe , in mezzo ad una piazza deserta   , fumando  il domani  di  generazione passate .  Io attendo il pullman là dove tutto è  incominciato, seduto  là su quella panchina in compagnia di Carlo  e di Margherita.  E non so perché vorrei piangere o  non aver mai conosciuto questo inferno  poetico che mi trascino dietro. Ma  la verità  di questa  storia ,  ridacchia in me , ingrata, macchia e si gratta, le ascelle  cosi  che  io possa prenderò il pullman  ed andare  dove mi pare . Dove questa canzone di marzo  mi renderà  ancora più pazzo in questo verseggiare  in  questa voglia di uscire fuori di senno , lungo una corsia,  diritta  che  conduce  alla guarigione .  Ma come un gioco,  io  torno  indietro senza capire perché , ne come mai, tutto è  incominciato , prigioniero delle mie stupide poesie .
       
      Entro  in un bar,  ordino un caffè , sono solo in compagnia di me stesso con la  mascherina sul viso ,  con in tasca , poesie buone  sole a scacciare i  fantasmi della  mia ragione. Perduto  in  tanti silenzi  partirò   in groppa alla speranza , cavalcando   il vento della giovinezza . Perduto  ancora in quel senso oscuro , chiamato passione poetica, annegherò  in quel mare di  lettere  bisbetiche e occhialute. Parole mai domate,  mute in attesa , sparpagliate fuori l’uscio di casa   pronte a seguirmi  in ogni dove .  Sempre dietro ,  claudicanti , nervose , eclettiche ,  m’inseguono fin sull’autobus , m’aspettano fuori al bar  dove ogni mattino faccio   colazione, per condurmi  gioiose ed estroverse,  fino al mio posto di  lavoro. Buffe lettere , qualche volta bisticciano tra loro poi a  sera fanno pace  sul mio cuscino , si amano , ammettono le loro colpe ,  mi narrano sovente  delle   loro sventure . Lasciandomi   stanco di combattere quella mia  lunga guerra   nel mesto canto di primavera che come  una tenera  ninnananna  mi lascia addormentare  nel   dolce suono di mille orchestre , come un bimbo tra le braccia di sua madre.
       
      Questo  mia poesia  , muore mentre la  canto   .  Insieme alle tante mie  preghiere  , insieme  alla bellezza di un tempo non più mio  . E  forse  sono   uscito  fuori di testa  ,  verso dopo verso   chiedendomi  perché  mai  mi hanno   lasciato sotto la pioggia da solo in attesa passi l’autobus delle sette.  L’amore mi ha reso poeta  nel  volere di un  unico Dio ,  un Dio che conobbi infante  ed ora vive in eterno dentro il grembo di tutte le  donne del mondo. 
       
       

    • Ci sono cose che non ho mai capito. Cose banali, normali, di routine, che io non ho mai capito. Non perché fossi poco arguta, anzi, se c’è una cosa che non mi ha deluso è proprio la mente, la mia s’intende, ma perché non mi interessavano, non le prendevo in considerazione. Erano così, e basta. Accadevano.
       
      Non ho mai capito il perché di quei viscidi baci sulle guance al momento dei saluti, tra persone che non s’amano, né provano affetto o peggio, stima. Non ho mai capito perché il ragionier Fantozzi facesse ridere, il calcio entusiasmasse le masse e le persone sognassero i grattacieli. Non ho mai capito perché si debbano iniziare le lezioni alle 8:00 di mattina, quando sarebbe un’ora bellissima se la si passasse a girarsi tra le lenzuola, o la moda di avere un cane e metterlo al guinzaglio per portarselo dietro ovunque, neanche l’avesse chiesto mai, il cane dico, di andare in macelleria, che poverino proverà anche un po’ di compassione o al bar. Non ho mai capito neanche quelli che vanno al bar.
       
      Ruggero invece, è uno che il perché si andasse al bar l’aveva evidentemente capito anche se non me lo spiegava mai.
       
      C’erano cose però che anche lui doveva non aver capito di me e che s’era limitato ad accettare. Sorrido sola al pensiero di tutte quelle volte in cui m’avrà visto buttare via la pasta avanzata dal pranzo, una porzione abbondante che a dirlo è un vero peccato, però in casa mia gli avanzi non si sono mai mangiati e in verità neanche mi sentivo troppo in colpa nel farlo.
      Chissà quante volte si sarà chiesto perché ne cuocevo così tanta, perché prima non la pesassi.
       
       M’aveva anche comprato una bilancia, bellissima. D’un acciaio lucido che non serviva neanche conoscerne la marca per capire che l’avesse pagata un po’. Me l’aveva fatta trovare accanto ai fornelli senza aggiungere una parola, come a dire “usala dai che così sprechiamo meno pasta” ma io mai, neanche una volta.
      Pensavo sempre che quel giorno andavo troppo di corsa che l’avrei fatto l’indomani e sono passati 18 anni. Ma non m’ha mai chiesto niente e io la bilancia l’ho sempre spolverata e, a dirla tutta, quando passavo la pezza umida ci facevo anche un sorriso dentro, per vedere la mia faccia deformata dalla scodella, anche quando ero arrabbiata. M’era preso così.
       
      Tanti sono stati i silenzi, giornate intere alle volte. Lo sentivo schiarirsi la gola, sussurrare i titoli del giornale quando al mattino lo sfogliava, salutare con sospiri, più che parole, qualche conoscente mentre perlustrava il giardino. Quanti chilometri in quel giardino. Lui è, mica io. Sia mai.
      Io neanche saprei disegnarlo adesso il mio giardino, m’ha sempre messo una certa ansia, non l’ho mai vissuto bene, ecco.
       
      Una paura costante di assalti improvvisi da parte di lumache, gechi o cavallette. Quest’ultime poi provo ribrezzo anche solo a nominarle. Quel corpo affusolato, quasi atletico, quel loro essere foglia e legno assieme, verdi e rigide mi disgusta. Ruggero invece si divertiva a cacciarle, scovarle e anche ammazzarle, lo so. Chissà cosa gli diceva la testa. La prima volta che lo vidi, avevo 23 anni, m’avevano detto che dovevo pulire i vetri ogni giorno e io li pulivo, ripetendo a mente cantilene inventate e scurrili che immensamente mi divertivano e aiutavano ad ottemperare obblighi che m’erano incomprensibili e vidi lui vestito di camicia linda, guardarsi attorno, aspettare che l’essere volasse basso, si posasse e poi con lentezza calpestarlo. Mi spaventai come poche volte.
       
      Chi avevo sposato?
       
      E invece lui ammazzava grilli, io recitavo a mente porcherie. Del resto sono le nostre perversioni a darci la dimensione della nostra umanità. La generosità e le perversioni. Neanche l’amore, troppo spesso bieco, cattivo, egoista.
       
      Le generosità invece a me m’ha sempre commosso e anche a Ruggero. È per questo che lui, quando andava a fare la spesa comprava sempre un canovaccio blu. Perché sapeva che era il mio colore preferito e a me ‘sta cosa m’ha commosso per 40 anni. Io quale fosse il mio colore preferito glielo dissi a 17, mentre eravamo seduti sui gradini di un vicoletto all’angolo di Piazza Marco Antonio, me lo ricordo perché ci interrogammo l’un l’altro e fu come fare l’amore. Tornai a casa con l’idea di possederlo e di non aver voglia di fare nient’altro. Tutto il giorno. Ero sazia.
       
      Lo so. Ti spiazzo Francesca.  Ti spiazzo a dirti che Ruggero mi dava baci sulle ginocchia fino a 200 giorni fa.
       
      Eppure è questo il ricordo che vorrei tu avessi di noi. Non di me, né di lui. Perché in quest’epoca siamo stati una cosa sola. E siamo finiti ad essere due vecchi con le ginocchia da baciare.
       
      La prima volta lo fece perché caddi.
      La seconda per controllare che la cicatrice fosse svanita.
      La terza perché a svanire fosse il tempo.
       
      Mi manca ora che le ossa fanno male e l’artrosi o qualunque altra cosa sia, mi toglie il respiro. I suoi baci erano solvente. Io credo di essere stata altrettanto generosa con lui. Gli ho dato i figli che voleva. Li ho attesi, partoriti, curati, perché si esaudisse il suo desiderio, non il mio. Io, Francesca, volevo fare la rivoluzione, fumare sigarette, fumarle sui treni, vedere l’Africa, stringere le mani nere di persone povere.
      Dormire all’aperto.
       
      Né i bigodini, né le crostate della domenica t’hanno mai rivelato niente, vero? Per nasconderlo a te, che hai quegli occhi neri, indagatori, tanto simili ai suoi, devo essere stata proprio brava. Ingannare tua madre, invece, è stato più facile. Lei è una colomba, vola alto sulle tentazioni, e porta la pace. M’ha fatto bene averla, da neonata, mettermela sul petto mi placava, a piangere ero io, mica lei. Piangevo per tutte le cose a cui avevo rinunciato, per le gonne che dovevo indossare, per le Afriche che non avrei mai visto, e lei mi consolava, quel suo profumo di latte cullava le mie angosce.
       Sono stata una donna felice, ho conosciuto la mia natura e anche il modo per addomesticarla.
      Le mie ginocchia, i baci di Ruggero, il profumo di Ida.
       
      Era il 1987 quando sei nata tu.  Avevo 53 anni e mi sentivo vecchia non conoscendo la vecchiaia. Mi ricordo che quando tuo padre mi chiamò dall’ospedale, stavo sfogliando una vecchia enciclopedia, che non m’era mai andato di pulire, per trovare la voce supernova. Alla televisione non si parlava d’altro se non di quella esplosione stellare avvenuta circa 168.000 anni prima e finalmente visibile. Mi ricordo che quella distanza tra me e la supernova, tra me e quei 168.000 anni mi tormentava, portandomi in universi senza tempo e senza luce in cui non volevo andare. Con lo stomaco in subbuglio per quello strano senso di vertigine calzai scarpe di pelliccia e venni a farti visita.
       
      La supernova t’aveva portato da me. Ida era tornata a profumare di latte, Ruggero continuava ad ammazzare cavallette e tuo padre se ne andava.
      Si perdeva in quegli universi senza tempo tuo padre, perché il modo per addomesticare la sua natura, forse, non l’aveva ancora trovato.
       
      Non t’abbiamo mai chiesto cosa ne pensassi, non t’abbiamo mai fatto piangere, non te l’abbiamo mai ricordato. Ruggero voleva addirittura che lo dimenticassi, che imparassi, crescendo, che gli uomini da amare sono quelli come lui, quelli ti danno il cuore senza spiegarti perché lo facciano.
       
      «Ma cos’hanno sempre da dirsi questi qui?» diceva indicando le telenovela che facevano da sfondo alle mie giornate.
      «Quand’è che capirai che più due s’amano e più non hanno bisogno di parlare? Vedi questi due se solo s’amassero si guarderebbero… e basta.»
      Per Ruggero l’amore andava così.
       
      Eppure la tentazione di andarsene io lo so che deve averla avuta anche lui. Ne avrà sognate di donne, di strade, di case, di giardini in cui camminare, di bar in cui bere. Soprattutto quell’estate, quella in cui io conobbi Biagio.
      Francesca, non lo tradii mai io tuo nonno, pur essendo laica ero intrisa di un cattolico perbenismo che mi censurava. Quello che provavo per lui era pari all’amore che provavo per me stessa, per Ida, per te, per la vita. Era inevitabile e viscerale. Sentito e sentimentale. Quello che provai per Biagio era tutto l’opposto. Era una tentazione leggera, un languorino dolciastro, la soddisfazione che si prova nel succhiare una caramella.
       
      Biagio aveva l’anima del poeta, una macchina fotografica e un negozio di arance di Sicilia.
      Scriveva poesie su fogli ingialliti che profumavano d’agrumi e le disseminava lungo il paese, attaccandole un po’ ovunque, dove capitava, dove voleva. Tranne una che infilava, sempre, in un’insenatura della strada che costeggiava il mio giardino. Sapevo che scriveva per me e lo seppe anche Ruggero, quando una mattina la vide, la poesia dico, animarsi con il vento, mentre andava a lavoro.
      La prese e lesse: In uno tempo che non conosco/sono attore nella tua pupilla/libeccio agostano nei tuoi capelli./M’infrango nel tuo profumo/come un soldato prima della resa./Arriverà la pace?
      Ruggero non era tipo da gelosie facili né elucubrazioni infondate. Rientrò, posò il foglio sul tavolo, ci piazzò sopra un arancio e uscì.
       
      Quando la trovai, la poesia, mi sentii colpevole. Biagio risvegliava la mia forza vitale, la mia anima selvatica, il mio intelletto e la mia curiosità. Quando entravo nella sua bottega, giocavo con il suo desiderio. Lo guardavo a lungo, ridevo per poco, mi disegnavo i fianchi fingendo di sistemare le pieghe del vestito.
       
      Divenimmo complici, amici sfrontati, mi insegnò a scattare fotografie, a riconoscere la luce, a dare vita alla natura morta. In paese lo notarono, Ruggero lo notò, e se non lo notò gli amici glielo fecero notare. Avevo 34 anni e stavo scrivendo condanne all’infelicità. Me ne resi conto perché Ruggero una sera non rientrò dal bar e mai seppi dove andò e perché un altro giorno Biagio non aveva arance, all’infuori di due talmente brutte che nessuno le voleva, e perché, un altro giorno ancora, io non volevo uscire di casa per non inciampare in tutte quelle dannate poesie e nella mia superficialità. Francesca, l’amore non fa mai del male. Vorrei che fosse questa la mia eredità.
      Questa e tutte le parole che Biagio mi ha scritto e il tetto sotto il quale cammini ora che Ruggero volle fare realizzare privandosi dei benefici della pensione. Voleva che avessi la vista più bella di tutte, che fossi nella casa più alta per immergerti tra le stelle e magari vedere una nuova supernova.
       
      Ti amiamo.
      I tuoi eternamente nonni,
      Flora Levi e Ruggero Bastiani.
      ...

    • L’UFFICIALE
      Quel giorno di tarda primavera era stato ordinato l’ennesimo attacco alle trincee nemiche. Ancora una volta si era buttato fuori dal riparo lanciandosi su per il pendio, il fucile stretto in pugno, il cuore in gola e la mente piena di grida, scoppi, crepitii di mitraglia. Non pensava a nulla e, quasi senza rendersene conto,
      gridava “ Savoia “, il nemico arroccato lassù ad attenderlo, invisibile.
      Improvviso quell’ accecante bagliore. Chissà che cosa era successo, forse un’esplosione l’aveva buttato a gambe all’aria, tramortendolo. Non aveva avuto la percezione del tempo trascorso: quando ritornò in sé, l’attacco era finito. Corpi scomposti a terra, grida e lamenti, barelle con il loro carico di dolore: stessa, terribile scena che si ripeteva con rinnovata crudeltà. Vedeva intorno a sé strazi conosciuti ma, a differenza delle altre volte, percepiva un’inspiegabile senso di pace, come se quanto stava accadendo intorno non lo riguardasse. Pensò di essere stato ancora una volta fortunato, aveva rimediato solo una gran botta e quella piccola ferita all’altezza del cuore: poca cosa, non gli doleva e se ne era accorto soltanto per una minuscola lacerazione sulla divisa, un po’ arrossata di sangue.
      Accidenti, quella maledetta guerra non finiva mai: mesi di vita inattiva in trincee fangose o polverose, afflitto dal gelo penetrante o dal sole implacabile, tormentato da invulnerabili parassiti. Oppure folli attacchi di corsa contro mitragliatrici, attanagliato dal terrore: e il sangue, troppo sangue! Pensava a casa con struggente malinconia: i genitori, il fratellino con gli occhi pieni di ammirazione per la divisa, il canuto nonno che aveva dimenticato gli acciacchi della vecchiaia per accompagnarlo alla tradotta. Si sentiva stanco, svuotato di ogni energia come mai gli era successo.
      Improvvisamente lo vide: era un ufficiale alto e magro, fasciato in una divisa che si indovinava impeccabile sotto l’ampia mantella. Saliva il pendio con sicura eleganza, senza fretta né stanchezza, ma con fredda determinazione. Quando l’uomo gli fu vicino, non riuscì a vederlo in viso perché abbagliato dal sole, ma rabbrividì, sfiorato dalla frusciante mantella. L’ufficiale, con voce pacata e ferma, gli disse: “ Vieni “ e si allontanò.
      Avrebbe voluto dirgli che desiderava riposare ancora, che non c’era fretta di rientrare in trincea, che voleva pensare ancora un poco a casa, che si sentiva stanco come non mai. Ma non osò e si alzò; che strano, non aveva provato neppure il solito moto di insofferenza di quando doveva obbedire a ordini sgraditi. Chissà chi era quell’ufficiale che sapeva comandare così bene, che chiamava con gesti  sicuri soldati obbedienti senza mugugno. Lo seguivano senza mugugnare. Erano scarmigliati, pallidi, le divise in disordine, sui loro visi poco
      più che adolescenti si leggeva stanchezza; e tanta tristezza. Con quei giovani aveva condiviso tutte le brutture della guerra maledetta ed era contento di rientrare in trincea in loro compagnia. Si alzò e tentò di pulire e rassettare al meglio la divisa. Rivide quella piccola lacerazione nella giacca, macchiata di sangue: non era gran cosa e non ci fece caso più di tanto. Raggiunse i compagni e parlarono delle solite cose, la guerra, le ragazze, la sperata licenza dopo quell’ennesimo attacco.
      Ma perché non c’era la solita confusione ed erano tutti pacati e seri? Intravide lontano quell’ufficiale  comandare, sicuro di essere obbedito: provò un nuovo brivido nel rivedere l’ampia mantella. Giunto a destinazione avrebbe chiesto chi era quel militare così freddo e determinato. Camminavano, ma perché non ritornavano alle trincee e si avviavano, invece, verso quel bosco da lui immaginato e dove tante volte, prima di balzare all’attacco, aveva sognato di sdraiarsi? Solo allora si accorse che nessuno portava il fucile. Un buon soldato non abbandona mai l’arma: perché quell’ufficiale, che sapeva comandare con un solo gesto senza gridare, non aveva ordinato di prendere i fucili? Ma chi era quell’individuo misterioso?
      Rivide l’ampia mantella ondeggiare e capì.
      Chinò la testa e camminò verso quel bosco sconosciuto.

    • Passata l’euforia seguita alla sbornia dei reading in ogni luogo, delle ospitate in trasmissioni di qualsiasi natura (dai talk show per famiglie, a programmi di approfondimento sportivo, dove esibiva una padronanza del lessico calcistico a dir poco imbarazzante) e delle gratificazioni accademiche (aveva tenuto un paio di lezioni all’università. Lui, ritenuto, e non a torto, un emerito somaro dalla stragrande maggioranza dei suoi ex insegnanti), ne erano rimasti solo i postumi più nefasti. Uno sgradevolissimo senso di sfasamento spazio temporale, la quasi certezza di non valere poi molto, e una paura fottuta di riprovarci. Si sentiva gli occhi del mondo puntati addosso, malgrado al mondo non interessasse nulla di lui e delle sue storielle. Riprendere la penna in mano non sarebbe stata un’impresa facile. Di certo, c’era chi si aspettava grandi cose da lui. Il suo editore, ad esempio. Colpito più dall’incredibile capacità di piacere a un pubblico tanto eterogeneo quanto numericamente vasto, che dalla sua prosa grezza e claudicante, gli aveva sottoposto un contratto che lo obbligava a pubblicare tre romanzi nell’arco del successivo biennio. Un’idea insana, quella di firmare senza soffermarsi a leggere le clausole scritte in piccolo.  Sei mesi erano passati senza che una sola goccia d’inchiostro avesse macchiato la risma di carta che teneva sulla scrivania. «Forse dovrei uscire un po’», si era detto, «per ampliare la mia visione delle cose. Magari potrebbe essermi d’aiuto».  Cercava l’ispirazione ovunque fosse improbabile trovarla. Aveva un vero talento a riguardo. Non importava quali e quante indicazioni gli suggerissero di voltare a destra, all’ultimo momento una vocina nella testa lo convinceva a girare dalla parte opposta.   
      Giampaolo viveva poco fuori città, in un vecchio appartamento dai soffitti altissimi e i muri prossimi a un cedimento strutturale: un lascito dei suoi zii. Non perché fossero morti, semplicemente, alcuni anni prima, approfittando di una cospicua vincita al lotto, si erano trasferiti in una graziosa villetta in quel di Castel Gandolfo. Avevano quindi deciso di concedergli il vecchio bilocale per un affitto simbolico, che, nelle loro intenzioni, più che fungere da reddito alternativo (non avevano alcun bisogno di ulteriori entrate), avrebbe dovuto evitare di far sentire il nipote una persona capace di stare al mondo solamente sfruttando situazioni casuali e favorevoli, sì, insomma, un parassita. Nulla di più lontano dalla realtà. A Giampaolo, vivere sulle spalle degli altri non aveva mai causato problemi d’insonnia. Anzi, quando aveva bisogno di qualcosa, prima ancora di bagnarsi la fronte di sudore per ottenerla, non esitava a questuare come il più penoso dei mendicanti.  Si vedevano con cadenza regolare, circa una volta al mese, dai tempi della scuola. Dopo averne apprezzato per anni le stupefacenti capacità relazionali (che comprendevano, tra le altre cose, una disarmante maestria nel procurarsi ottime droghe a un prezzo concorrenziale), ora Emidio lo considerava poco più di una ′materia di studio′. Se fosse riuscito, in qualche modo che ancora non sapeva, a trasporre la sua essenza sulla carta, forse avrebbe potuto mettere in cantiere un nuovo romanzo.  Quel giorno ricorreva il consueto appuntamento con ´l’abbuffata alcolica´, come la chiamavano loro. Altro non era che una cena frugale accompagnata da beveraggi abbondanti ed etilici quanto bastava per renderli, a fine serata, privi di difese, allegri o melanconici, a seconda degli argomenti di cui avevano chiacchierato tra un bicchiere di vino e l’altro.  Il luogo dell’incontro era, alternativamente, la casa dell’uno o quella dell’altro. Per disgrazia di Emidio, era il turno dell’amico. Riceverlo nella propria villa in collina gli causava un certo disagio, ma riteneva molto più faticoso recarsi in quella stamberga da finto bohémien. Gli ricordava il tugurio in cui viveva prima che la fortuna cominciasse a mulinargli la lingua in bocca.  Abituato a passare da un impiego saltuario a uno che definire occasionale sarebbe eufemistico, nonché costantemente al verde, Giampaolo si era guardato bene dal rinnovare l’arredamento, o anche solo dal ridipingere le pareti.  In camera da letto, per ovviare alle numerose macchie di sporco e di umidità che chiazzavano i muri, aveva optato per una bizzarra pittura ´a spruzzo´. Svuotato un flacone di detergente per i vetri dal suo contenuto, e riempitolo con della vernice blu, aveva preso a sparare grossi nei tondeggianti sulle pareti. Ripetuta la medesima operazione con il colore verde, aveva contemplato con soddisfazione l’orrenda tempesta di pois di cui si era reso responsabile. L’armadio in finta radica, con inserti nero lucido, avrebbe turbato le notti di chiunque. Come abbiamo già appurato, però, nulla riusciva a derubarlo delle sue otto ore di oblio notturno. La cucina consisteva in una macchina del gas sporca e arrugginita che, a chi aveva la sfortuna di posarvi gli occhi addosso, dava l’impressione di essere sul punto di esplodere. Il lavello in ceramica, incassato in una muratura piastrellata da maioliche azzurre, era tanto grande da poter far da vasca da bagno a un bambino di cinque anni. Dei pensili in formica, usciti di prepotenza da un incubo anni settanta, è meglio tacere.  In bagno, il maiolicato mutava in un vezzoso colore rosa. Inguardabile. Nella sala da pranzo/soggiorno/studio/qualsiasi cosa, in cui l’aveva fatto accomodare, s’incontravano, senza troppo riguardo per il buon gusto, mobili in (finto) ciliegio, (finto) faggio, (finto) noce, ora in arte povera (diciamo pure ´arte miserabile´), ora sfacciatamente moderni, e un divano la cui imbottitura, oltre a fuoriuscire da ogni cucitura, era tanto comoda da sembrare composta da chiodi e pezzi di vetro. Insomma, un crogiolo sgraziato di stili e colori da far accapponare la pelle a un arredatore cieco. A Emidio, che nella sua vita pre successo letterario aveva soggiornato in una casa capace di ospitare, oltre al medesimo mobilio di pregio, un campo di addestramento per eserciti di ragni di qualsiasi specie e dimensione, non importava granché di dove avrebbe mangiato. Voleva solo distrarsi, fare due chiacchiere con una persona che lo conosceva da sempre, a cui non interessava sapere quanti soldi avesse accumulato e quali fossero i suoi progetti per immagazzinarne degli altri.  
      Quando i loro discorsi avevano preso quella piega, sul tavolo giacevano, vuote e coricate su un fianco, un paio di bottiglie di Primitivo di Manduria.  «Ci vorrebbe un atto legislativo che mi permetta di cacciarli. Almeno una volta l’anno», aveva detto Giampaolo, riferendosi ai suoi ex datori di lavoro. Si era appena licenziato dall’ennesima occupazione ′a perdere′. «Cacciarli?» «Sì, come fossero cervi, o cinghiali, che ne so». Emidio aveva sorriso. In effetti sarebbe stata una proposta di legge piuttosto interessante. Fosse stato a capo del governo, avrebbe fatto di tutto per farla approvare. 
      «Ero stanco di avere a che fare con gente che non valeva il proprio peso in merda». «Cioè? Cosa vuoi dire?» «Ognuno di noi ha un prezzo. Letteralmente. Quello delle persone con cui lavoravo, se tu, per qualche motivo, avessi voluto comprarle, era inferiore al valore del loro corrispettivo in merda». Emidio l’aveva guardato, perplesso. Si era grattato la nuca. «Non credo che la merda sia quotata in borsa, né che si compri, quindi tecnicamente non ha un prezzo». «Be’, se la vendessero in barattoli sarebbe comunque più costosa di una conserva dei miei ex colleghi. Puoi giurarci!» «Ok». «Non mi credi? Mi stai trattando con sufficienza», aveva detto Giampaolo tirando su col naso. Lo faceva di continuo. Emidio non riusciva a capire se quel torturarsi le narici con l’indice e il pollice potesse dipendere da un’allergia o da quella dipendenza dalla cocaina con cui combatteva di tanto in tanto. Difficile dirlo, anche se lo sguardo spiritato con cui lo stava squadrando lo faceva propendere per la seconda ipotesi. «Chi, io?» aveva domandato, evitando accuratamente lo scontro frontale con le biglie impazzite che l’amico aveva al posto degli occhi. Non voleva litigare, ma neppure di starlo a sentire. «Perché continuo a flagellarmi in questo modo, a subire il fascino di certi loschi individui?», aveva pensato. Scavare nel torbido era un’attività strettamente necessaria al processo creativo che lo avrebbe portato a partorire un altro best seller, qualcosa di nuovo, che di sicuro non sarebbe piaciuto a nessuna autorità ecclesiastica. Era certo di non poterne farne a meno, anche se cominciava ad averne abbastanza. «No, davvero, cos’è successo dopo? Sì, insomma, adesso di cosa ti occupi?» l’aveva incalzato nella speranza di calmarlo. «Sto formando una comunità». «Una comunità?» «Sì, una comunità autogestita per tornare a vivere indipendenti. No money, fratello. Capisci?» «Certo», aveva detto Emidio strabuzzando gli occhi e annuendo con convinzione, anche se non aveva idea di cosa cazzo stesse parlando. «Ebbè!» aveva esclamato, rollandosi una canna. Sembrava soddisfatto, come uno scienziato che ha appena dimostrato un teorema costatogli decenni di studio cieco e disperatissimo. Sorrideva. «Ebbè!» aveva ripetuto. Emidio si era guardato attorno, imbarazzato, cercando una battuta che potesse accompagnare un congedo tanto prematuro, quanto, ormai, inevitabilmente necessario.  «Va bene, io andrei. Sai, domani…» «Devi alzarti presto, vero?» l’aveva interrotto Giampaolo, ridendo con una vaga aria canzonatoria. «Vendi ancora scaldabagni e frigoriferi?». Non sembrava una domanda, quanto una specie di accusa. Peccato che fosse del tutto infondata. «Scaldabagni e mobili da giardino» gli era risuonato nella testa. Aveva sorriso. Era completamente fuori dal mondo. Per questo adorava quel simpatico tossicodipendente in via di riabilitazione. Tutti conoscevano il nome di Emidio Pacifici, lui però non aveva idea di chi fosse diventato il suo ex compagno di scuola. «So che non puoi farne a meno, di lavorare intendo, ma almeno cercatene un altro». Emidio l’aveva guardato. «Di lavoro, intendo». «Sì, sì, ho capito». «Be’, cosa aspetti?» 
      Aveva riso di gusto. «Sono le lettere di presentazione che mi fregano. Non le so scrivere!» «Ma dai. Non eri una specie di scrittore?» Già, una specie molto fortunata, aveva pensato, mentre qualcosa di simile a un pungente senso di colpa gli arrossava il viso. Il netto sentore di aver raccolto dalla vita molto più di quanto era stato capace di seminare, l’impressione di averlo rubato a qualcun altro. Non era la prima volta che una sensazione del genere gli faceva girare la testa. Di solito le vertigini non duravano più di un paio di secondi, ma ora gli sembrava di stare precipitando dalla cima di un grattacielo alto un chilometro. «Sì», aveva detto, con un sorriso malconcio sulle labbra, «qualcosa del genere». «Non è difficile, sai? Guarda qua». Giampaolo aveva girato lo schermo del portatile, con cui stava giocherellando, verso di lui. «Cosa dovrei guardare?». Emidio faceva sempre più fatica a comprendere gli spericolati scarti mentali dell’amico. Si stava innervosendo. Aveva caldo e sete. L’odore acre della marijuana. Voglia di essere altrove. «Dopo essermi licenziato, e per circa un paio di mesi, fino alla settimana scorsa, insomma, non ho fatto altro che spedire curriculum». Una nuvola di fumo blu si era frapposta tra i due. «Se vuoi prendere spunto», gli aveva detto indicando una pagina di word. «Di che si tratta?» «La mia lettera di presentazione». «Perché hai smesso di spedire curriculum?» «Nessuno si è mai degnato di rispondermi!» aveva esclamato. «Riesci a crederci?» Emidio si era avvicinato allo schermo. Aveva socchiuso gli occhi.  
      “Salve, mi chiamo Giampaolo Laidiè. Non ho mai scritto una lettera di presentazione. Se non mi fosse stato espressamente richiesto, lo avrei evitato volentieri. Cosa posso dirvi? Non ho conseguito master in scienze della nullafacenza, né ho perso tempo in noiosi corsi di specializzazione post laurea. Forse perché non ho una laurea. Sì, a scuola me la cavavo, ma l’università, mio Dio, troppo impegnativa per i miei gusti! Voglio dire, all’epoca non avevo neppure vent’anni! A quell’età un ragazzo ha ben altro a cui pensare, non siete d’accordo? Sì, insomma, non sono un granché adatto a svolgere lavori che richiedano chissà quali competenze tecniche, ma fortunatamente quello che offrite non mi sembra necessiti di un quoziente intellettivo troppo elevato, né di chissà quale cultura.  In questi anni mi sono occupato principalmente di vendita al dettaglio: scarpe, abbigliamento, integratori energetici (di cui poi hanno vietato la produzione, ma questa è un’altra storia) di enciclopedie, e chi più ne ha più ne metta. Dando un’occhiata al curriculum che vi ho allegato, ve ne sarete resi conto. Ma allora che senso ha ciò che vi sto scrivendo? Forse volete sapere qualcosa di meno deducibile dallo storico del mio percorso professionale, magari quali sono i miei sogni (si tratta di cose un po’ troppo personali perché possa parlarne a degli sconosciuti), le mie aspirazioni (come sopra, direi. Non prendetevela, ma nessuno vi ha mai fatto notare che fare domande così intime a persone con cui non si è in grande confidenza è da maleducati?), o anche solo per quale motivo ho cambiato lavoro così spesso negli ultimi anni. È presto detto. Ho alcune difficoltà a leccare il culo ai miei superiori e non sopporto (è bene che questo vi sia chiaro) che si controlli il modo in cui lavoro. Per dirla in maniera più esplicativa: se eviterete di starmi con il fiato sul collo, nemmeno fossi quel moccioso piagnucolante di vostro figlio, andremo d’accordo e nessuno si farà male. Scherzi a parte, ho quasi quarant’anni e se mi tratterete come un bambino potrei innervosirmi parecchio. Sarebbe spiacevole. Per me. Per voi, soprattutto. Be’, davvero non so cos’altro aggiungere. Nel caso abbiate domande o perplessità non esitate a contattarmi. Chiarirò ogni vostro dubbio con la massima solerzia.  Solo adesso, però, proprio nell’atto di salutarvi, mi viene in mente che forse volete sapere (da me? Non vi sembra una cosa assurda?) per quale motivo assumermi. Facile, se non lo faceste commettereste l’errore più grande della vostra vita! Ignorarmi sarebbe un atto degno di un demente. Senza, offesa, per carità. Detto questo, mi auguro di far presto parte della vostra squadra! Ciao a tutti!”  
      Terminata la lettura, Emidio aveva guardato l’amico con la stessa intensa drammaticità che avrebbe adoperato per scrutare un alieno appena sbarcato sulla Terra. «Facile, no?» aveva detto Giampaolo. «Cosa?» «Scrivere una lettera di presentazione». «Sì, peccato che di solito la funzione di una lettera di presentazione sia quella di farti assumere, o comunque di farti fare bella figura con i tuoi possibili datori di lavoro». «Non ti seguo». «Nemmeno io». «Che vuoi dire? È perfetta, non trovi?» «Assolutamente». «Già! In effetti non capisco come abbiano fatto a non contattarmi. È anche per questo che alla fine ho mollato. Se un datore di lavoro X non è in grado di apprezzarmi dopo aver letto una lettera del genere» aveva detto indicando, sconcertato, lo schermo. «Be’ sì, è perfetta. Davvero. Ti dispiace se la copio?» «Mi stai prendendo in giro?» aveva chiesto l’amico, con un’espressione estremamente seria in volto. «Certo!» Silenzio.  «Cosa ci trovi di imperfetto?» «Stai scherzando?». Una domanda retorica, la sua. Era fin troppo evidente quanto Giampaolo stesse facendo sul serio. Emidio non riusciva a crederci. «Sei stato arrogante e inopportuno, per non dire altro. Gli hai intimato di non romperti i coglioni e, al tempo stesso, in maniera quasi minacciosa, di assumerti!» «Sono solo stato sincero». «Magari hai pensato di risultare simpatico? Un tipo originale, un passivo-aggressivo particolarmente estroso?» «La sincerità è una cosa importate, soprattutto all’inizio di un rapporto». «Sì, ok, ma che c’entra!» «Avere un lavoro è avere un rapporto. Non è gratificante quanto uno sentimentale o sessuale, ma è pur sempre un rapporto!» «Ci rinuncio», aveva pensato Emidio lasciandosi cadere le braccia lungo i fianchi. La faccia priva di espressione. Era esausto. «Non mi sembra che le tue lettere ˗ perché qualcuna ne hai sicuramente scritta ˗ piene di falsità del tipo “sono l’uomo che state cercando”, “ottima padronanza dei processi di vendita e un’adeguata capacità di gestire considerevoli carichi di stress”, o ancora “ho una spiccata predisposizione al lavoro di squadra finalizzato al raggiungimento degli obiettivi aziendali” abbiano sortito risultati migliori». Difficile dargli torto. «Scaldabagni e mobili da giardino», si era ripetuto nella testa, quasi con rabbia, provando il desiderio bruciante di mettere a parte il suo amico dell’assurda realtà che, malgrado ogni aspettativa, lo vedeva protagonista: «Sono il cazzutissimo autore di un libro che la settimana scorsa è entrato nella classifica dei dieci testi non religiosi più venduti di tutti i tempi! Idiota!» Stava per urlarglielo in faccia. Ne aveva una voglia matta.  «Sì, ok, lascia perdere. Hai ragione!» aveva esclamato, invece, vinto dalla logica contorta del folle che aveva di fronte. «Non devi darmi ragione per darmi ragione. Devi darmi ragione perché HO ragione, e lo sai». Gli stava scoppiando la testa, e glielo aveva detto: «Mi sta scoppiando la testa». Giampaolo gli aveva porto la canna. «Scaldabagni e mobili da giardino», aveva pensato di nuovo, stavolta con un certo sollievo, facendo segno di no con la testa. Aveva guardato l’orologio. Segnava le 23:45. Il giorno dopo non sarebbe dovuto andare al lavoro. Ma c’era da scrivere un altro capolavoro, dimostrare di essere qualcosa di più di un fortunatissimo imbrattacarte. «Andiamo fuori», aveva proposto Giampaolo alzandosi a fatica dal divano. «Un po’ di aria fresca ti farà bene».  Dal terrazzo si sarebbe potuto godere di una vista notevole, se non avessero deciso di erigere una specie di grottesco totem, a chissà quale multinazionale, proprio lì di fronte. Un’infinita distesa di finestre a specchio che non riflettevano un bel niente. Alcune erano illuminate da una luce un po’ pallida e parecchio sinistra. In quelle stanze disadorne, dai muri bianchi tappezzati da oscuri grafici, Emidio immaginava muoversi dolenti lavoratori notturni mal pagati: impiegati con contratti part time ululanti alla luna piena; stagisti emaciati come i protagonisti di un film per ragazzine con un debole per eunuchi fotofobici dai canini sporgenti; o uomini comuni dalla pelle gialla d’itterizia, in perenne lotta contro un destino avverso. Emidio si era stretto nelle spalle, felice che ci fossero diversi metri di aria fresca a separarlo da quell’incubo impiegatizio. Aveva respirato profondamente. Prima o poi l’avrebbe scritto, quel maledetto romanzo. Anche se avesse fallito l’impresa, non sarebbe mai finito lì dentro. Una certezza che, fissando le finestre malamente illuminate di fronte a lui, gli aveva infuso una speranza profonda, qualcosa che si sarebbe potuta scambiare per fede.  «Va meglio?» aveva chiesto Giampaolo. Emidio si era appoggiato al parapetto e aveva lasciato che un sorriso da missionario gli aprisse il viso. Si era sporto nel vuoto. Un sospiro. «Sì, grazie. Sto bene». «Vuoi?». Era tornato a porgergli il mozzicone ardente. Un paio di centimetri di gioia fatta d’erba, stretta tra le dita con l’esperta delicatezza con cui un chirurgo avrebbe maneggiato un bisturi. «E basta, cazzo!» aveva esclamato Emidio facendogliela saltare di mano con uno schiaffo. Giampaolo aveva sbarrato gli occhi, inorridito, nemmeno fosse stata sua madre quella che fluttuava nel vuoto, diretta senza indugio verso l’asfalto. «Sei un coglione!» «Anche tu non scherzi», aveva replicato con un sorriso che, già sapeva, non sarebbe riuscito a contagiare l’amico orfano della sua compagna Marjù. 
      «Hai bisogno di riallineare i tuoi chakra. Perché stasera non dormi qui?» «Mmm… che proposta indecente. Sono contento che ti sia finalmente deciso a fare outing, ma mi vedo costretto a declinare l’offerta. Niente di personale». «Idiota. Se resti qui, domattina puoi accompagnarmi a fare un sopralluogo». «Per cosa?» «Devo verificare le condizioni dello stabile in cui nascerà Le Rovine di Nuova Roma». «E che roba sarebbe?» «La comunità autogestita di cui ti ho parlato poco fa». «Hai davvero… cioè, vuoi…» Emidio non credeva che l’amico facesse sul serio. «Non ho idea se sia agibile o meno. È una vecchia cascina che ho ereditato da mio nonno. Non è molto lontana. Sta in provincia di Viterbo, ma non ho voglia di andarci da solo». Emidio se l’era immaginato nei panni di un’improbabile Charles Manson di provincia. Un guru assai poco carismatico, a suo avviso. «Cos’hai in mente?» avrebbe voluto chiedergli per raccogliere elementi utili a dare corpo a quella fantasia e plasmarla in forma di racconto, eppure aveva preferito tacere. Già, avrebbe potuto essere un buon punto di partenza. Per cosa, però, non ne aveva idea. «Meglio che starsene a languire di fronte allo schermo bianco del portatile», si era detto, timoroso al tempo stesso di andarsi a cacciare in un pasticcio dagli esiti catastrofici. «Ok». Una risposta affermativa, benché, a giudicare dal tono con cui era stata pronunciata, poco entusiasta.  «Fantastico!» aveva esclamato Giampaolo, rollando un’altra canna. 

    • LA BALLATA  AL DOLCE  PADRE
       
       
      Laudibus, qui res hominum ac deorum
      qui mare  ac terras variisque mundum temperat horis .
       
      Al padre che gli dei ,gli uomini,il mare,
      la terra ,il mondo regge nel mutare  delle stagioni.
       
      Canto padre   sostanza  del mio  essere  il   sofferto  mio passato.
      Canto padre,  l’amore che provo,  l’amore dannato,  il dolore che provo  nel mio  sognare ad occhi aperti .
      Dall’inizio di questa vita nata  dalla terra in cui sono cresciuto.   
      Amore  o morte  io  son  fatto,  padre della tua  stessa carne   ,padre degli uomini e delle donne , padre dell’eterno canto  che spinge il mondo a sperare.
      Padre dai molti visi e di molti nomi , che  ho amato  in silenzio.
      Padre morto in un giorno qualunque , ci hai abbandonato su questa madre  terra.
      Essere dalle tante vite ,  sorriso nascosto sotto i baffi  , mano tesa nel sogno che mi condusse  per terre  sconosciuti in  luoghi d’inenarrabile bellezza.
      Invincibile  sotto questo   cielo con la zappa in mano a spaccare le dure zolle  dei campi elisi .
       In questo mare  di immagini  , vivi  e trascendi me stesso , l’ immagine  di padre  e figlio in   ogni cosa , eterno immutabile, dolorosa esistenza  rinasci in me.
      Generato per creare e rinascere, origine di ogni cosa .
       Padre dal  buon nome.
      Eterno  essere  ,  stirpe della mia  gente .
       Intima espressione di ciò che sono  .
      Gentile anima  di un mondo nascosto in me .
      La tua storia passata è la  mia ,  mentre  continuo
      a lottare , a crescere  a sperare.
      Vivo   nel  percorrere
      le vie  impervie  di  questo mondo nel  ricordo
      di te che   mi  sollevi    verso il cielo stellato.
      Rammento le ore  passate  insieme in  discussioni interminabili
      Su cosa essere ,  non essere  per  ritornare  di nuovo a te.
       E mentre  cambiava   il mondo  ,  son diventato   a mia  volta padre .
       Figlio  un tempo ,  ignaro  del pericolo  che emerse  
      nelle mie  varie  tentazioni   di cui tu mi mettevi in guardia.
      Arrampicato   tra i rami dell’ albero  della vita
      oggi mangio i  suoi  frutti maturi .
      Forse divento  altro , tentenno  nel riconoscere
      il bene dal  male ,  perduto  in diverse culture e  intendimenti
      affronto  le correnti avverse in bilico  su questa  zattera di legno   navigo
      verso terre sconosciute in cerca di fortune  e  ricchezze.
      Verso una terra promessa  ove  condurre me , la mia famiglia  .
      E se potrei  ,scenderei  giù nell’Ade, per   riabbracciarti di nuovo.
      In questi  tristi giorni  in cui un terribile virus fa crescere il numero dei morti,  
      scrivo  ed    ascolto  battere il cuore  della città , ascolto il suo canto  di morte , il suo grido  di dolore.
      Dubbi  e  incertezze  provo  in questo  mio cammino irto e impervio
      Nella terribile sventura , nel vento della morte che soffia forte , nella disperata ricerca  d’una pace  comune .
      Ferito  sono   ed il pianto mio  copioso cade senza fine
      bagna la terra   su cui cammino  ,sanguino ,
      il mio verso  vacilla,  cresce, rinasce, ruggisce
      prende forma , diviene  una piccola  poesia in nome tuo.
      Ed il tempo curerà   l’animo dicevi  , addolcirà  il ricordo  dei nostri cari sepolti sulla calva collina del teschio.
      Solitario rimango  in attesa passi  questa pandemia  , passi  la morte e l’amore trionfi  nel  sacrificio dei tanti miei amici  ora  tra le braccia  della oscura sorte . 
      E nel  viaggio  della  mia  prima giovinezza
      nel  canto  della  primavera che avanza
      nella bellezza  delle canzoni   e nell’amore delle  fanciulle in fiore
      per  bacco ed Arianna  fu causa di quel maledetto tabacco
      tu cominciasti a tossire di notte.
      Io t’udivo  dal mio giaciglio  , percepivo   il tuo soffrire  , la tua mano  accarezzare il mio capo .
       Ora  la mia memoria è  il mio amore mi spinge verso te padre dei miei padri ,  padre  di molte vittorie , di tante sconfitte .
      Ed i miei errori sono tanti , quanti i chiodi infilati nella tua croce .   
       Questa canzone  canto per te , io  figlio  dell’umile grande  padre .
      Canto la  mia vita   quello che è  rimasto  dentro il mio  ricordo di te.   
      Momenti indimenticabili  e incancellabili.
      E Nulla ha veste  più bella , dell’orgoglio  quando   provo a rammentarti ,  mio eroe , mio capitano.
      Nei giorni infausti ,  la tua vita vissuta
      m’ infonde coraggio    all’animo mio  commosso.
       E ricordo  lo stanco tuo  aspetto , esule  di mille imprese  ,
      felice nei tuoi  pensieri a sera tra le braccia di nostro signore .
      Oggi io  canto te  padre  mio,  questo immenso  amore di figlio.
       
       
       

    • Fatti nuvola

      By (Irene), in Poesia,

      Fatti nuvola

      Il tempo t’insegnerà
      a essere nuvola:
      cambierai forma nel vento
      senza aspettare
      il tramonto
      per sentirti colore.
       
      Fatti nuvola
      per sfiorare gli alberi
      per vedere meglio ogni cosa
      per sorridere nel buio
       
      e fatti nuvola – se vuoi –
      anche per piangere.

    • CANTO AL SOLE
       
       
       
      Canto al  sole , sotto i gialli limoni , nella scia di mille pensieri fioriti nell’amore e nell’odio,  nel passare in altri dimensioni , nel mio senso di racchiudere uno strano sentimento,  oltre questa incomprensione , provando a  saltare  nel sesso.  La luna all’alba prossima ,  cade  nel mare dei mie ricordi ,  nel silenzio dei miei interrogativi. Fermo davanti al portone con un cappello in mano , con  nel cuore tutto l’amore , sotto il braccio , un cesto di carciofi maturi.
       
      Sulla finestra a grate dipinta d’ azzurro da cui passano i raggi del sole mattutino ,  osservo il  mio mondo , perduto   nel canto delle fanciulle dei negri che vanno a lavorare nei campi. Tutto mi è  congeniale come l’intelligenza,  l’azione,  lo slancio,  il cadere,  il soffrire per rime in estremi tentativi di vivere sotto  un arcata solitaria illuminata dal cielo.
       
      Questo il mio cammino , il mio dubbio di non sapere cosa è l’amore la morte altrui ,  l’arte , la mia vita un salto nel buio di mille parole che si trasformano , diventano draghi , diventano belle donne che ridono di me mentre  cerco di essere serio  nella  mia speranza di  rinascita.
       
      La tua tomba bambino è candita,  adagiata sulla terra , là tra l’erba alta sotto una croce , fiorita  che s’alza  verso il cielo , verso il domani , verso una morte annunciata sotto il cielo. File di neri , ballano sotto i ponti , cantando la bella canzone delle rivolta,  cantano la gioia , l’amore ,il sesso conquistato  , comprato,  donato ai margini dei fossi.
       
      Raccontaci della tua  morte o bambino,  ricordaci di cosa fummo , di come combattemmo,  di come cademmo nell’ ore della rivolta  in nuovi intendimenti , in medicazioni ed afflizioni varie. Come un gioco infranto , rimesso alla sorte del vento tra nuvole e pianto.
       
      Ora sei qui bambino , ragazzo mio , breve sogno nato  tra il mio dire nel percorrere a ritroso la mesta libertà  , nell’andare oltre ogni costo verso la fine del giorno , ritornerai giovine vita , giovine sogno apparso  nell’alba che sale lentamente sopra gli stanchi muri attraverso  i miti , nei  canti pellegrini di un vivere senza nome.
       
      Guardare i morti si rimane senza parole , alla città rimangono  pochi amori da cantare  con l’andare  ancora più in  fondo di se . Fragili sentimenti ,sbattono l’ali , s’alzano  in volo verso l’orizzonte di un mare,  livido sotto il cielo. Con le mani infreddolite ,  m’ aggrappo alla ringhiera , salendo le scale in sogno , mi sembra  l’ultima sera e gli ultimi versi di una vita spesa troppo in fretta. Ed io che credevo di portare in dono il mio amore per sentirmi  dire ch’ero buono.  Ma erano là i più forti , forti dei nostri torti , delle nostre paure, i terribili mille morti di questa terribile epidemia.  

    • Cambio di residenza
      Cambio di residenza
       
      Desistenza
      (me ne vado in Patagonia)
      ebbene sì
      cambio di residenza.
      Di questa grande civiltà
      (colma di merda)
      posso far senza,
      imposta da sti quattro pisciasotto
      fondata sul principio del
                      “tu pirla”
      cui nulla, proprio nulla, m’appartiene
      non resta che sfuggirvi  passo a passo
      fin giù, proprio laggiù da Magellano
      fra i grandi fuochi e i gigantechi umani
      cui non fa specie il tendere la mano
       
      Per limitar la storia al ‘19
      la tassa sulla Golf
      due volte m’han ciulato
      tre buste color verde minaccioso
      colme di lingua trucida e mafiosa
      (questa è la sola posta ricevuta)
      e mezza gamba mi restò bagnata
      per tanta rabbia nel pisciarci sopra
      (E vo tacer  di TASI già pagata)
       
      Io vado in Patagonia fra i selvaggi
      come fringuello libero e felice
      lontano da ste scimmie del comune
      per volontà di Dio  senza servaggi
       
       
      Che dire poi dei ceffi in Municipio
      (Ufficio dei Tributi, mica cazzi!!)
      ha voglia a presentar le ricevute
      loro è il potere a forza di ignoranza
      ben supportata da plebea arroganza
      d’ogni demo-cretineria
      forma e sostanza
       
       
      Ma brutti mignottoni nati torti
      di cui molto si sa
      (ma non dei padri)
      perchè le loro madri
      un po’ confuse
      a mezzo mondo s’erano profuse.
      A voi io sto dicendo e alla mammana
      che al mondo vi tirò giù per i piedi
      ai cristianucci in croce date pace
      godetevi la paga sguadagnata
      purgatevi la pancia col bismuto
      sul trono con lo sciacquo abbiate sede
      smettete di far danni,
      fatevi  seghe.

    • CANTO DELL’AMORE DELLE DONNE
       
      MICHELLE  AMORE MIO
       
      Dedicato A Tutte Le Donne
       
       
       
      La città dorme, la campagna dorme, i vivi dormono il loro tempo, i morti dormono il tempo loro, Il vecchio marito dorme accanto alla moglie, il giovane sposo dorme accanto alla sua. E tutti convergono verso di me, e io mi espando verso di loro, E quale sia il loro essere; più̀ o meno così sono io. E di tutti, dal primo all'ultimo, io intesso il canto del me stesso. Cosi inizia  il  mio canto,  rivolto a tutte le donne del mondo ,il canto dell‘uomo qualunque con questa voce che mi trascina  verso il  fondo dell’essere ,  verso l’incredibile slancio creativo , verso altre avventure nella mia matura morte. Osservo le donne ,  passeggiare  per strade , fiorite con i loro lunghi sorrisi , le loro  candite mani , i loro corpi solinghi,  steli  curvi , eretti verso il cielo , sparse  tra la folla , tra chi entra ed esce in questa metro,  dalla forma di serpente ,strisciante veloce sulle rotaie all’interno della città dei morti .Osservo generazione  di donne  vittime della crudeltà maschile    dall’aspetto di  gallina  sgozzata  nel bagno da un vecchio orco .  L’amore tutto trascende e nulla   ha più  significato , neppure  la mia  voce  gracchiante come un corvo nero in un altro giorno intriso di poesie , sepolte  nell’animo .  Osservo  il mio  vivere , questo   mio modo di guardare  le donne che ho amato , sognato , rincorso attraverso i mie versi , attraverso l’ossesso delle mie passione , attraverso me stesso ,  frutto di molti amori e di molte nottate , passate da solo  nella tarda ora della notte stellare , abbracciato al ricordo di mia   madre nel cantico delle creature,  nella bellezza  di mille melodie sefardite,  in questo ammore  a volte senza alcun domani , dimenate la coda che spazia verso un altra dimensione in se stessa ed in altri giochi onirici di premature amori giovanili   io rinasco .  Sono figlio di  questo ordine naturale ,  io sono tra le tue braccia ,  amo,  vivo, muoio , dormo , oltre ogni altra ipocrisia , sono il frutto del tuo ventre ,  sono il nesso logico , solo in questo patire , in  mille idee , in mille dimensioni che s’aprono ad altri intendimenti.
      Michelle  amava un  ragazzo che sapeva alzare tanti pesi , sapeva alzare il mondo con un dito,  sapeva amare come pochi e  nelle sue illusioni femminili  lo cercava spesso nel vento delle sue sconfitte .
      Era alta Michelle , bella da farti perdere la testa , con una cascata di ricci biondi  sul suo pallido viso, con un naso quasi uncino,  una bocca carnosa  , labbra  gonfie rosse come il sangue degli innocenti ,  non aveva madre ne padre era un punto interrogativo,  era la voce di un popolo  antico, di mille genti , di mille domande mai risolte. Tutto era Michelle  con quel suo sguardo intriso di strane passioni , mi sembrava Giovanna d’arco che combatte gli invasori , trascinante  la folla verso i confini della comune immaginazione ed ella era  fragile come un fiore , un fuscello nel vento del mattino, limpida  come l’acqua   azzurrine  lasciva e scrosciante sopra i sassi dei fiumi .  
       
       
      Michelle aveva vinto  nella sua infanzia la paura dell’uomo  come padre e padrone ed era partita  un bel giorno dal suo paesello , situato sopra i monti . Con un zaino zeppo di libri , molte voglie stipate tra fogli di carta mai scritti figlia e madre,  espressione surreale di infinite esperienze. Tanto sesso consumato dentro un vicolo scuro  alle spalle , ella  cercava i sacri rotoli,  il libro della vita che gli avrebbe rivelato  ogni segreto dell’amore coniugale . Una rivelazione in suo possesso  con  cui il mondo non avrebbe più deriso la sua stirpe di donna , unica nell’universo e nel suo  moderno divenire nel suo amore di  eterna madre . Era  grassoccia  Michelle e portava sempre lo stesso pantalone . Come una rosa  o figlia  dei fiori stava davanti ad un immagine  sacra, come se fosse una piega creata  nel tempo delle mite passioni  . E cercava ad ogni costo  di acciuffare quell’amore pagano , come se fosse una stella luccicante a prima sera , come se fosse una sorte  decisamente migliore  che l’avrebbe resa felice per sempre.
       
       
      Più  il tempo passava più Michelle diveniva  donna, l’idea di se stessa  sotto forma di un personaggio riassumente i tratti di tutte le donne di questo mondo , amante , creatura e creatrice  , principio e fine , fiore seme ,  simile ad un lungo cordone ombelicale che tiene unito,  uomini e donne  nell’ intendere  ogni altra libertà di espressione.  E vennero  cosi mille gendarmi  ed il mondo non sapeva più chi fosse in vero Michelle cosa ella portava in grembo , cosa stesse succedendo dall’Asia e nelle Americhe. Sulla terra madre dove nacque ogni albero  ove ogni uomo e donna  s’ eleva  nel suo comprendere trascendere , l’illusione fugace che ti conduce verso altri mondi surreali , verso quel timido tentativo di essere un solo corpo,  un solo spirito,  un solo grido di dolore  in una morte lenta ,  contagiosa    oscurante   il velo di maya posato su ogni viso di donna amata .  Cosi giunse il tempo in cui la terra  ad un certo punto,  reagì  al male che aveva generato quella civiltà . Un male antico nato  tanto tempo addietro si mostrò  nella sua  logica dei fatti ,  nel  filo conduttore di tutti gli errori commessi . Il  vivere come il morire  erano un germe patogeno,  inglobato  in mille rime astratte ,  sepolte nel campo dei morti. Mille lapide  ora erano fiorite,  in quel cimitero  situato ai confini della città e mille ,  mille lacrime , bagnavano  in silenzio quei marmi  con su scolpiti tanti diversi nomi di uomini e donne . E tutto era surreale , uno slancio , un intenso profumo  intriso dall’odore delle gialle mimose , una lunga strada  conduceva  la  nostra  mite eroina per altri mondi . Cosa  Michelle cercò  nelle sue parole prive di senso  il fatto ed il vero e fu assai  difficile capire  cosa siamo alla fine di ogni discorso. E vagò a lungo per il mondo senza mai incontrare l’anima gemella,  senza mai incontrare il frutto dei suoi sogni di fanciulla , instancabile , viaggiatrice  nell’atto logico  impresse  una sana accelerazione ed era nervosa  quel giorno Michelle quando seppe che suo padre era morto di nuovo .  Ma la morte è  solo l’inizio di una altra storia , di un altro soffrire in fondo ad un rigo in fondo alle mille domande , Michelle  continuò a crescere  e non seppe mai chi fosse per davvero suo padre . Quando giunse  il giorno  dedicato alle donne  immagine del focolaio domestico , scodella di pane raffermo,  con tanti fagioli  ben cotti  annegati nel sugo ,  la forma dell’amore del creare prese il sopravvento al  mondo svelato nello scorrere dei giorni accanto ad una donna.
      Era grande la  città in cui viveva  Michelle  fatta di tanti , palazzi , piena di  pazzi e  canzoni allegre , cantate ad ogni angolo di strada  nell’inverosimile trascendere gli attimi decisivi , attratti da  un  vivere felice , oltre ogni pregiudizio.
       
      Michelle  avrebbe voluto essere un principio primordiale  , una frase  d’amore scritta sopra un biglietto di auguri  , una frase riassumenti tante passioni  e cercò  per diverso tempo dove aggrapparsi cosi s’innamorò di un cameriere. Alcuni  dicevano assai  dotato  che lavorava in una pizzeria frequentata di solito da tutti gli scansafatiche del luogo  .  Il cameriere era un tipo ideale,  serviva panini ed hamburger con tripla farcitura ed erano assai  deliziosi . Molti clienti erano vittime dei luoghi comuni  del suo lungo cercare del suo esprimersi .
       
      Cosa  ci fai   qui?
      Realizzo il mio domani
      Ti credevo a Londra in cerca di un vestito nuovo da comprare
      Non diciamo baggianate se no finisco per ubriacarmi ancora di più
      Senti a me piglia il tuo soffrire  e scappa via  sull’ ali del  vento
      Se mi lascio andare ,  poi come faccio a ritornare indietro ?
      Beh ti puoi dopo   pigliare il tram
      Ma io avevo intenzione di parlare del più e del meno
      Non ci sono scusanti , l’amore è  cieco
      Come questo vicolo ?
      Certamente come questa storia che sogni
      E proprio vero il mondo non mi ha mai amato
      Non fartene una colpa,  siamo passati tutti per queste  delusioni
      Si però bucare la gomma davanti casa del mio ex  e non essere neppure aiutata  mi sembra una crudeltà .
      Non esiste  un male ed e un bene,  ci sei tu in questo universo il resto e pura illusione.
      Se fossi nata nelle vesti di un  angelo , adesso potrei volare
      Se fossi nata  asina  avresti ragliato , rifletti su questo
      Non voglio inferire ma sono cresciuto assai ultimamente
      La colpa e che voi donne,  amate senza alcun rimosso
      Io  amavo cantare e cullare le mie illusioni
      Sei bella da morire
      Sono il mare e l’ altre stelle non ricordi
      Rammento il tuo divenire
      Sei solo con me,  sei tu il mio amore?
      Lo vorrei tanto ma non ho la forza di esserlo
      Sei legato al tuo passato
      Forse sono solo un cretino
      Io ti comprendo e vorrei perdonarti
      Non c’è perdono per il dolore provato
      Sei  rimasto un bambino che gioca con le  sue macchinine
      Si ma adesso guido la macchina e vado dove mi pare senza perdere alcuna bussola.
      Sei certo di capire ogni cosa , se fossi morto e non t’accorgi
      di esserlo
      Amore io ti ho sempre amata e questa la mia verità
      Io credevo di essere uguale a te
      Siamo alle solite , sono io non sono io
      Questo vivere m’intenerisce e cresce con la sorte di altri milioni
      di persone come me.
       
      Dialogo con se stessa
       
      Ecco cosa vorrei dire , sei tu il ventre materno.
      Quest'erba è troppo scura per uscire dal bianco capo delle nonne,
      Più̀ scura della barba scolorita dei vecchi.
      È scura per spuntare dal roseo palato delle bocche.
      Lo so non ci sono scusanti tutto la limpidezza del cielo trascolora nello scrivere nello svolgersi in molti dilemmi , mi sarai vicino?
      Certo  ti aiuterò a cambierà la ruota bucata
      Perché poi io debbo ascoltare le tue stupidaggini  che mi legano ancora di più  al  tuo fragile intelletto.
      Non è  la confusione a fare di me il  protagonista,  ma la certezza di riuscire un giorno a legare capre e cavoli al carro  del condannato.
      Poverino eri cosi grazioso,  lo scacciato come se fosse un appestato
      Non disperare  vedrai ogni cosa lo condurrà di nuovo a te.
      Un bel tuffo nel tuo  passato
      Sono  sull’orlo di un giudizio universale
      Era l’amore che cercavo
      Oggi  sono  in piazza alla manifestazione delle donne
      Ti ho vista nuda girare tra la folla
      Ti sbagli  era mia sorella
      Avete una somiglianza impressionante
      Io ero a casa e giocare con la mia gatta
      Sei  mai stata mai sulla luna ?
      Tempo addietro sono stata su Marte ed ho fatto l’amore con un marziano.
      Incredibile e come amano  i marziani ?
      Come gli umani
      Veramente non ci posso credere,  raccontami i particolari.
      Ero su Marte ed era libera  nel divenire  di un dio , ero  una donna innamorata della vita , incontrai lui era un Dio o forse un uomo una essere astrale , un desiderio ultraterreno ,  una mia immagine  del sesso in genere . Quello che era , fu il mio amore per una lunga notte.
      Beata  te che puoi amare cosi intensamente
      L’amore ha le gambe lunghe,  ti conduce dove vuoi
      Come vorrei sapere amare come te
      Noi donne possiamo tutto
      Siete il principio e la fine di ogni storia umana.
      Siamo te e l’immagine della tua ragione
      Sei veramente bella cosi vestita
      Andiamo vieni con me verso altre dimensioni
      Non posso sono occupato a pensare
      Pensare fa male,  abbi fede
      Sono stanco di voltare pagina
      Cerca  di seguire il tuo cuore
      Adesso sono in fondo alla mia storia
      Io vado a letto, t’aspetto
       
      Michelle continuò  a dialogare per ore con un sua idea  di donna,  di come si può essere libere , di come si possa amare,  nascere crescere,  volare,  essere donna , essere madre e tutte le donne del mondo erano dentro di lei , un immagine,  un personaggio  nato dalla sua immaginazione  di donna e mentre attraversava la strada e percorreva il grande viale dei morti , Michelle  apri le ali e s’alzo in volo sulla città . Era una sera scura , cupa , fatta di tante domande intuitili, perduta in  quelle sere false nel loro trascendere l’inverosimile e la vita  e qualcuno  strada facendo provò a  regalargli un fiore un  nuovo amore , una nuova esistenza  , un nuovo nome. Michelle  continuò  a volare verso i suoi ideali  indisturbata , nella storia di milioni  di persone oltre quel  cerchio  di reincarnazioni,  di formalismi su generis  che producono in se uno strano effetto  . Una filosofia , fatta ad immagine del vivere moderno,  assai simile alla coda di un  topo , assai simile al signore che ama dormire nel suo letto con il suo cane di nome jack.  Michelle era buona ,  come il pane ed era l’immagine di donna  che ogni uomo desidera avere accanto , la donna ideale che avrebbe  voluto sposare. Era questo suo essere diversa ed unica a rendere Michelle unica come un fulmine a ciel sereno,  come un fiore sopra una tomba dimenticata.  Ella era capace di condurti  oltre il comune  vivere , aldilà dell’apparenze era la donna ideale la compagna dei propri sogni ,  era la figlia di Eva  ,  scampata  al flagello influenzale,  era una donna  libera  e sapeva volare ed andare oltre ogni pregiudizio,   verso il cuore della verità. Michelle più sciocca  dei suoi interrogativi , bella , brutta , figlia  della madonna non l’avresti mai compresa per davvero  anche se avresti letto le sue stupide poesie. Poiché  ella era il succo di ogni discorso , campato in aria   che lega  il dire al fare  e ti rende  libero da ogni  male in genere.
       
      Non voglio finire dentro una fossa comune
      Tieni chiusa  la bocca e lavati le mani prima di mangiare
      Ma queste sono raccomandazioni o intimidazioni
      Sono precetti  che ti faranno capire di che pasta siamo fatti
      Va bene ora ritorno da dove sono venuta
      Mettiti la mascherina , l’epidemia sta decimando milioni di scarafaggi
      Ed  io  che mi volevo comprare un nuovo cappellino
      Meglio una mascherina senti a me
      Che tempi , siamo diventati tutti delle maschere di dolore 
      Le maschere esprimono il nostro modo  di vivere e sognare
      Si ma noi siamo donne e le donne sono l’artefice di questa vita
      Io sono una maschere e l’uso quando provo ad amarti
      Mi sembra ingiusto ed ipocrita
      Se è cosi , la tolgo subito
      Da quando aspetti l’autobus ?
      Saranno ore
      Io un secolo ed oltre , aspetto di partire per il nuovo mondo.
      Sei mio amico ?
      Certo che lo sono
      Mi daresti un passaggio
      Salta su
      Dove mi siedo
      Dietro al sedile
      Io so volare
      Non preoccuparti  la mia moto va veloce
      Se mi vedono seduta con te sulla moto , diranno che io sono una poco di buona.
      Non badare alle dicerie e l’amore che  fa girare il mondo
      Sei forte , come ti chiami ?
      Gianni
      Gianni il motorista
      Si propri cosi
      E tu ?
      Michel
      Bel nome
      Sai sono stata  in paradiso , ed un angelo mi ha mostrato l’intero creato
      Una bella avventura
      Lo puoi dire forte
      Che dici ci facciamo una canna
      Una canna,  sono allibita
      Io ti ringrazio per esistere
      Sei gentile potresti essere migliore
      Lo so ci provo da tempo
       
      Michelle dopo quell’incontro , continuò a viaggiare per altri mondi , attraversò profondi  silenzi  continuò  ad aiutare tante persone in difficolta. Chiunque incontrasse , versasse nella più cupa disperazione , portava  una parola di conforto. Era un angelo,  era una donna con i coglioni , tanto bella da farti togliere il respiro ,  chi sa , chi  era mai  per in vero,  Michelle una  strana  tipa ,  una topa ,  una mantide ,  un usignolo ,  un interrogativo dalle molte risposte. E la vita ha molte forme per racchiudere l’aspetto  di chi siamo e la sorte degli uomini , si rivela nell’amore della donna che scegli di amare . E Michelle ebbe tanti amori e pochi onori , ebbe la bellezza sopra le sue gambe, ed ella  la cullò gli cantò il suo dolore,  la sua vita  divenne  divina come  quella di molte donne a lei simile,  un lungo tragitto verso la salvezza. Michelle  dalle gambe lunghe,  dalle labbra rose , dagli occhi chiari come lo scorrere delle rime che compongo io  in silenzio . Michelle  bambina  ,  gioca con il suo destino e con mille destini  ,  mille  perché ,  momenti deducibili dalle imposte comunali . Ma  ella  continuò   a scherzare  con le sciagure a prendere sotto gambe la sorte ed il destino era una fisarmonica , era tutto quello che  ella  aveva imparato , amato,  odiato . E venne il tempo in cui s’innamorò  di  un uomo , un pizzicagnolo che aveva bottega nel borgo degli orefici, questo  faceva il guappo ed aveva un sacco di soldi  e la  portava a mangiare tutte le sere sopra Posillipo , all’antica osteria di Marcello. Il pizzicagnolo aveva   lo sguardo magnetico come una serpe gli  mordeva il calcagno,  la  trascinava nel suo inferno , ne faceva uno scendiletto,  uno starnuto,  una lunga sua malattia. E l’amore di Michelle per lui , andò scemando con i tanti starnuti  , ed ella s’accorse che  non era un  santo  a cui rivolgersi  anche se aveva quella lunga  coda di topo che  gli era cosi simpatica ed amava toccare  come fanno   tutti gli  innamorati. E sembrerà  strano ma Michelle  avrebbe volto fermare il tempo del suo innamoramento , avrebbe voluto fermare   la città  intera nel suo abbraccio  tra i suoi baci di donna sedotta.
       
      Sono qui che osserva  me stessa
      Pigliate nà pastiglia
      Mo’ mi faccio una  mezz’ ora  di suonno
      T’abbandoni troppo spesso  ai tuoi desideri di donna    
      Che dici mi farà bene Mamma
      Figlia mia questa è la vita c’è  sempre da imparare
      Se fossi viva ancora ti porterei con me
      Dove mi vorresti portare
      Al santuario della divina misericordia
      Certo lassù , sull’aspro monte
      Sono qui madre
      Ed io vivo nei tuoi pensieri , sono la tua anima.
      Il mio animo agogna nei sogni e nell’inganno
      Oggi  siamo vivi , domani chi lo sa
      Ma questo virus è  veramente pericoloso ?
      Dicono  che tiene la  faccia di vecchia  zoccola
      Madonna allora è  brutta  assai
      Cosi dicono io per ora non lo mai visto  seduto fuori al bar
      Anche qui al camposanto non se fatto vedere ,qualcuno ha detto
      che se si presenta chiamano la polizia
      Io non voglio avere niente a che fare con questo virus
      Ci hanno impaurito a tutti , morti e vivi,  uomini e donne
      Con il  rossetto  o non  a me non mi fa nessuna impressione
      Sono d’accordo si spartissero pure  la città ci vogliono decimare per divenire i più forti
      Sono quelli dell’agenzia delle entrate
      Si è capito
      E un complotto
      Certamente un complotto  alla faccia del virus
      Queste sono  affermazioni precise   concise e sincere
      Lo diceva  sempre  la buon’anima di tuo padre
      I  versi  sono il frutto di un virus
      Madonna se avessi  il virus nella panza
      Non ti muovete ora cerco di tirarlo fuori
      Fai  presto che mi sento di morire
      Stai  ferma  farò  in un battibaleno
      Come sei  brava Mamma
      Grazie a te  io vivo di nuovo
      Il virus a noi , non ci mette nessuna paura
      Figlia mia , stai attenta quello e  amico di belzebù
       
       
      A lungo  Michelle  provò  ad innamorassi di nuovo  a dare un  senso  alla sua vita di donna  cercò  quell’amore in quella  sua dialettica di donna  , lo  cercò  in  molti versi  composto di sera in solitudine .  Lo cercò in ogni modo , certa di non farsi nemico nessuno,  cercò di essere se stessa  e a dispetto della morte e di quello strano virus che circolava indisturbato per le strade della città Michelle divenne stranamente immune ad ogni delusione . Ma la sua natura di donna e di madre generatrice della vita la condusse su una isola felice li incontrò Pasquale che non era poi un vero stinco di santo , però era affabile ed a volte  anche bello ,  portatore di un  nuovo germe . Ella arrivò  al punto da  chiamarlo amore mio,  bene mio , mia felicità . E tutti in città  furono contenti sapere  di Michelle  si fosse sposata  con Pasquale.  Dopo nove mesi  puntuali, nacque Filippo  e  Michelle madre fu per sempre  portatrice  di un germe  sano  figlio di una nuova generazioni di uomini dediti alla conoscenza  del libero amore  , frutto  della storia cosi come noi la concepiamo attraverso il nostro  singolo giudizio  individuale  di uomini e donne liberi di essere la sostanza del divino che vive in noi.
       

    • LA FAVOLA CAPOVOLTA
       
      ACHILLE E L’INVERSE DIMENSIONI
       
      C’era una volta un uomo di nome  Achille dall’aspetto assai trasandato  che  amava sognare sopra le nuvole,  andare a zozzo per il cielo perdersi nella sua infantile  immaginazione . Amava  vivere come un uccello sopra un ramo.  In molti lo  ritenevano  molto stupido, un tipo  rozzo, poco simpatico che tramava all’ombra dell’amore. Achille  era un uomo tutto d’un pezzo nato  dal paradosso delle sua storie  . Un sillogismo  atipico   lo spingeva  a riassumere un  suo certo modo di vivere  con quell’aspetto di contadinotto con cui  zappava  la terra fino a   scendere  in fondo ad essa. Capace di  trovare mille tesori nascosti, una volta  trovò  una  magica radice con cui dopo averla a lungo  masticata ti poteva cambiare l’aspetto, farti divenire addirittura   migliore. Achille era  come il  figlio di un sogno  primordiale ,vulnerabile  , fragile come  l’amore verso un ideale  perduto  per sempre come la melodia  di una canzone cantata a voce bassa nell’oscurità della propria esistenza. Il fatto singolare  che egli    credeva d’essere  assai furbo,  aveva imparato a   pensare in modo inverso  a discapito di ogni convenzione ,  aveva imparato a  camminare    a  testa in giù. Aveva imparato a guardare il mondo da un’altra visione ad osservarlo da un'altra angolazione. Ora egli  credeva d’essere l’unico uomo di questa terra a poter vedere cose oltre ogni suo divenire , attraversare  mondi fantastici,  capace di  volare lontano. Achille sognava in cuor suo d’ andare oltre questa gretta vita come tanti pinguini nucleari in fila canticchianti canzoni insolite. Ed il mondo continuava a ruotare e fregarsi di cosa egli era , un minuscolo essere,  una  rotellina ruotante dentro se stessa. Comprendere  Achille è il suo ingegno non era  facile. Achille piè veloce era  la rappresentazione di quella parte  del  mondo poco amata . In molti  rimanevano  impressionati  dalle  sua capacita anche se tutto il male di questa società si concentrava  nell’essenza di un concetto , di un essere e divenire di poche note  composte in fretta  pronte ad essere lanciate nella mischia . E  Achille  era basso, tarchiato , sapeva cantare,  sollevare pesi  con il  passare del tempo , questa  sua capacità  ne fece una virtù.
       
      Un uomo insolito  Achille capace di possedere la vita in pochi commenti ma la vita a volte lo rifiutava,  lo gettava nel baratro delle parole insignificanti , in quei amori cruciali che ti tengono per il collo ti fanno soffrire in lungimiranti concetti dolenti come  fistole anali. Momenti cruciali di cui  non hai  una certezza   come la morte,  la vita che scorre con le nostre parole. Comprendere  e  amare  come è difficile percorrere le molte strade i molti significati di un essere  cresciuto troppo in fretta che   cerca di sopravvivere all’avidità , alla lussuria intrisa in  quella nera sorte che come un arpia ti sta accanto. Ed il mondo di Achille era dolce fatto di marzapane di ciaccolato , dolce come le caramelle gustose a menta e fragola , succhiate avidamente dietro un muro , dietro questo vivere  trascinato  verso il fondo. Il prode  Achille sapeva volare,  vedere l’indefinito che vive in noi . L’incerta  minuscola conclusione di un soggetto atavico  capace di raccogliere le arie e le melodie di un mondo in continua evoluzione.  La morte  non gli era amica e la sorte era la tragica conclusione di un periodo grammaticale pieno di errori. Molte volte  Achille cadde in  questa follia di frasi fatte messe a cucinare a fuoco lento , perduto in  quel suo  slancio creativo, condotto  spesso  oltre ogni altra compressione,  verso una altra dimensione E l’amore può essere molte volte letale se non capito nel suo nascere , nel suo tentare di cambiare l’ anima del  tuo mondo. Ed  Achille a dispetto di tante malelingue ,  sapeva guardare l’altra parte   della verità delle cose,  sapeva dove andare oltre  se stesso.
       
       
      Decise  così  di trarne vantaggio da questa sua  peculiarità di poter cambiare la verità   con il capovolgere ogni cosa dal  reale  nel suo essere  irreale ,  così prese a invertire ogni cosa, girare  sopra ,sotto  ogni concetto , ogni  fatto ,  altresì ogni modo  di fare,  ogni modo di concepire   , amori, discorsi ,   logica ,  legge . Si diede da fare,  nello sconvolgere , cambiare il modo di fare di talune persone, figlie della loro grigia esistenza , spiccante  il volo verso un mondo nuovo  , scoprendo a volte per caso   nelle tasche di costoro  qualcosa di buono o di cattivo.  
       
       
      Achille con il passare attraverso l’inverso ,  preso coraggio , conscio  della  sua capacità di poter cambiare la realtà  , pensò  di   capovolgere   il governo locale,  ed ogni pubblica  istituzione  non conforme alla sua visione dell’esistenza. Nel giro di un battito di ciglio,  di un volo verso l’orizzonte , Achille   divenne l’uomo  più importante  di tutta la città.  Ed in questa veste,  ammirato, invidiato , vezzeggiato,  cambio nome e si rese ridicolo come un ricordo fatto in una notte fonda. Esule della sua esistenza,  figlio delle sue disgrazie , avanzò il piede gigantesco verso quel mondo piccolo. E  come il grande gigante delle fiabe giunse in  ogni luogo  ed  in  molte   contrade  o paese   andasse   tanta  gente  invidiosa dei  suoi risultati  raggiunti    prese   a pensare all’inverso   nei versi   come aveva fatto lui . In breve tempo    capovolto  il mondo  sotto , sopra,  l'unico ancora  a camminare   con la testa  fra le nuvole  rimase solo  lui quell’uomo  ritenuto quasi insignificante  di nome Achille , frutto   delle  sue favole  capovolte.

    • Seduto all’imboccatura dello stretto passaggio, Naufrago osservava la calura che faceva ondeggiare l’aria sulla piana rocciosa. Pareva avere una consistenza quasi liquida, come l’increspare del mare mosso da una lieve brezza; quella distesa d’acqua che ora pareva così lontana e non a poche miglia di distanza.
      “Quanto tempo è passato dalla vita che ho trascorso sul mare, lontano dalle ansie e dalle tribolazioni.”
      Quel periodo sembrava appartenere a un altro tempo, troppo diverso dalle preoccupazioni del loro continuo spostarsi e arrabattarsi per avere da mangiare, del trovare un posto per dormire.
      Sospirò. “Tutto allora era davvero più semplice.”
      Allargò le narici, cogliendo una nota salmastra nella breve brezza giunta dalla piana. Si adagiò contro la roccia, chiudendo gli occhi. “Sì, quando vivevo sul mare la vita era diversa: più regolare, metodica, scandita dai compiti che ognuno aveva.” Non che ci fosse molto da fare: a parte la pesca e il cucinare, i lavori erano più che altro un modo per impedire alla noia e all’ozio che li incattivissero. Certo, alle volte sorgevano discussioni, contrasti (nella convivenza forzata era inevitabile), ma erano subito sedati e si risolvevano sempre in un nulla di fatto: le prospettive d’essere gettati in mare o fatti ritornare sulla terraferma erano un ottimo deterrente per raffreddare gli animi. Per quanto la vita a bordo alle volte potesse andare stretta, nessuno avrebbe rinunciato al senso di sicurezza e protezione che essa dava: erano lontani i ricordi delle barbarie, delle violenze di cui le città e le campagne erano ricche, delle razzie che gruppi di uomini impazziti e creature mutate effettuavano senza posa. Le urla strazianti, gli scricchiolii di ossa spezzate, il rumore della carne e dei muscoli che venivano stracciati: nessuno voleva più avere a che fare con simili orrori, nessuno voleva più provare la paura della preda sempre braccata, che da un momento all’altro poteva essere catturata e fatta a pezzi.
      Non bastasse questo, nessuno sentiva la mancanza della terraferma, divenuta un luogo inospitale, senza più un equilibrio: terre aride fatte di sole rocce, deserti, lande spazzate da venti che sradicavano ogni forma di vegetazione. Trovare di che sfamarsi in esse era un’impresa al limite della sopravvivenza, costringendo inevitabilmente a cercare cibo, o almeno quel che restava dopo anni di razzie, all’interno delle città che ancora esistevano, divenute sacche dell’inferno. Rischi troppo grossi per ottenere gli scarti lasciati da chi era più forte e feroce. Niente in confronto alla ricchezza del mare e che con un minimo sforzo si poteva ottenere.
      Del mare però ricordava soprattutto la calma delle ore che precedevano l’alba, quando piazzavano le reti, o i caldi pomeriggi sonnolenti, dove restavano in attesa che i pesci abboccassero per puro passatempo. “Già, i lunghi pomeriggi seduto sul ponte della nave con la canna da pesca in mano, osservando la grande distesa piatta del mare.” A quella vista il suo animo si placava, i cupi pensieri si dissipavano, come se un forte vento avesse spinto lontano i nuvoloni temporaleschi della sua esistenza, lasciandolo solamente con la pace dello sciacquio delle onde. Certo, non era una pace che durava a lungo, visto che spesso il ponte risuonava delle grida dei bambini.
      Naufrago voltò lo sguardo all’interno del budello dove erano sistemati gli altri. I piccoli erano accucciati tra le rocce, mogi e silenziosi, lo sguardo perso nell’ombra che attenuava il calore cocente. Nella loro vita, a parte le storie di Bardo, non c’era nessun divertimento, nessuno svago; non avevano niente con cui giocare e anche se l’avessero avuto, non ne avrebbero avuto il tempo, dato che dovevano crescere alla svelta, perché non c’era spazio per chi era piccolo e debole: occorreva essere forti il più in fretta possibile per sopravvivere.
      Lo sguardo non poté che cadere su Lettore: per quanto fosse il più grande tra i bambini, era quello che non sembrava maturare, chiuso in un mondo tutto suo. Per quanto non gli piacesse quel genere di pensieri, doveva accettare che Lettore non sarebbe durato ancora a lungo in quel mondo. Forse, se fosse stato con lui quando viveva sul mare, avrebbe potuto assaporare qualcosa di diverso dalla vita, ed era pronto a scommettere che gli sarebbe piaciuto. “Certo che gli sarebbe piaciuto: a tutti i bambini piace giocare.” Ricordava ancora lo stupore dei piccoli quando erano saliti a bordo della nave, trovandosi davanti dei ponti completamente adibiti al divertimento. Il gruppo di cui faceva parte era stato fortunato, dopo il lungo esodo, ad arrivare in quel porto e trovare ormeggiata una nave da crociera e non una petroliera o un grosso mercantile: con tutti quegli intrattenimenti, i bambini non avrebbero avuto tempo d’annoiarsi e questo avrebbe reso la situazione più facile da sostenere.
      Un’improvvisa folata di vento sollevò un vortice di polvere a pochi metri di distanza.
      Era difficile concepire che un tempo la gente avesse spazio per divertirsi; ancora più difficile scoprire che viaggiasse per divertirsi. Evidentemente non c’erano i pericoli con cui loro avevano a che fare ogni giorno; la loro quotidianità doveva essere diversa. Ben diversa, se avevano la possibilità di spendere così tante energie e risorse in qualcosa di mastodontico come una nave da crociera; senza contare il personale per la manutenzione dei macchinari e l’organizzazione di tutti i servizi dedicati ai viaggiatori. E da quel che aveva potuto capire dal computer centrale di bordo, quella non era l’unica nave dedicata al divertimento e al relax, ma faceva parte di una vera e propria flotta.
      Com’era stata la vita delle persone di un tempo, se potevano concentrare molte delle loro energie in simili cose? Oppure era qualcosa di limitato solo a qualcuno, mentre la maggior parte degli individui era nelle loro stesse condizioni, senza cibo, senza un tetto? Di certo, chiunque fosse salito su quella nave non doveva essersi preoccupato su come sopravvivere. Per tanti o per pochi, l’esistenza passata là sopra doveva essere stata fatta di agi e lussi: tutto era confort, tutto era piacevolezza. Nulla a che vedere con la vita di strada, dormire sull’asfalto o in buchi umidi e puzzolenti per non farsi trovare dai predatori, il sonno sempre leggero per essere pronto a scappare al minimo cenno di pericolo.
      Già, era stato un bel periodo quello sulla nave, almeno fino a quando era durato. E che sarebbe terminato l’avevano capito quando l’energia che alimentava la propulsione dell’imbarcazione era venuta meno. Nessuno conosceva la sua tecnologia, i suoi meccanismi, era già stato tanto se erano riusciti a capire come farla partire e manovrarla: ripararla era qualcosa che andava oltre le loro capacità. Tutti avevano capito che le cose non si sarebbero messe per il verso giusto; l’atmosfera sulla nave era cambiata, infettata da una strisciante sensazione d’ineluttabilità. Eppure, rispetto a prima, l’unica cosa che era cambiata era stata la velocità di navigazione: la vita a bordo era sempre la stessa e non avevano mai penuria di cibo, la pesca sempre sufficiente per sfamare tutti quanti.
      Ma quella sorta di stagnazione aveva cominciato ad avere effetto anche sui pensieri delle persone, che avevano cominciato a ripetersi in maniera ossessiva; una stagnazione che aveva portato un altro tipo di stagnazione. Le persone erano diventate tante piccole paludi che avevano cominciato a puzzare ogni giorno di più; cosa ancora peggiore, si erano rammollite, atrofizzate, perché divenute dipendenti dalla tecnologia della nave. Perdita d’iniziativa, disattenzione, apatia: quasi tutti a bordo si erano lasciati andare, abbassando il livello di guardia, come se tutto il mondo esistente fosse solo quello della nave, dimentichi di quello più grande che li circondava. Non erano altro che tante, piccole isole alla deriva, chiuse in se stesse e nella loro incapacità di comunicare: l’irritabilità si era fatta maggiore, la fatica a sopportarsi a vicenda era aumentata. Il fatto di restare limitati sempre nei soliti luoghi non faceva che accumulare tensioni. Essere impotenti, impossibilitati a fare qualsiasi cosa a causa della loro ignoranza quando, avendo tutto a portata di mano, sarebbe bastato un semplice gesto per rimettere le cose a posto, li rendeva delle tigri in gabbia: avevano a disposizione tutta l’energia che volevano e non potevano utilizzarla. Se ne stavano delle ore a fissare le gigantesche batterie solari, come se questo potesse far venire un’idea, un’illuminazione, che li tirasse fuori da quel guaio; ore in cui non accadeva nulla, dove restavano sempre in balia delle correnti, andando alla deriva in mezzo allo sconfinato blu. Ormai tutti pensavano che la fortuna li avesse abbandonati. E i cattivi pensieri spesso si materializzavano per davvero.
      Alzò lo sguardo verso la direzione dalla quale erano venuti, le nubi nere ormai ridotte a una striscia sottile sopra l’orizzonte. “Anche quando ero sulla nave siamo stati colti da una tempesta.” Era giunta all’improvviso, sviluppando tutta la sua potenza in poche ore. Fulmini che cadevano in acqua a pochi metri da loro, ondate che non facevano che ingrossarsi si erano abbattute sulle fiancate della nave come se volessero sfondarle; per un giorno e una notte erano stati in balia delle forze della natura. Quando il sole era tornato a far capolino, avevano perso l’uso del timone, bloccato nell’ultima rotta impostata: erano in balia di quanto il destino aveva in serbo per loro.
      Nel giro di un mese la terraferma era tornata a far capolino nel loro campo visivo. Con apprensione l’avevano vista ingrandirsi, divenendo più di una semplice linea. I timori un tempo dimenticati, e poi a lungo ignorati, erano tornati a galla come corpi di annegati; l’ansia e la paura si erano gonfiate a dismisura, impregnando le menti degli uomini, mutandone il carattere, il comportamento. Se prima i loro pensieri arrivavano appena a farsi sentire portando a galla un poco della loro puzza, ora spandevano tutta la loro putrefazione ed era divenuto impossibile stare vicino l’uno all’altro per più di qualche istante: gli adulti scattavano per un nonnulla, sempre tesi e nervosi, i bambini si erano fatti più mogi e fastidiosi, le loro risate e urla trasformate in snervanti piagnucolii.
      L’impietoso scenario di coste rocciose piene di relitti di navi, baracche fatiscenti e auto arrugginite, era tornato ad aprirsi davanti ai loro occhi con la sua fauna ributtante: creature pelose e squamate, umani sporchi vestiti di stracci, strisciavano alla ricerca di cibo, arrancando senza una meta verso una precaria sopravvivenza, mescolandosi fino a che diveniva difficile distinguere gli uni dagli altri. Il fetore dei loro corpi e dei rifiuti dei quali si cibavano e nei quali vivevano arrivava fino a loro, facendoli ritrarre disgustati dalle paratie. Fortunatamente la nave era passata a una certa distanza dalle coste, tenendoli al sicuro. Solo il ricordo degli sguardi visti attraverso i binocoli li aveva perseguitati facendoli restare svegli la notte, sconvolti da quello che sarebbe potuto accadere se la nave si fosse avvicinata di più o se si fosse incagliata su un fondale basso: la fame che avevano visto in quelle creature prometteva solamente sangue e dolore.
      Ma in uno dei passaggi vicino alla costa, le cose non andarono altrettanto bene. Da miglia di distanza avevano scorto il riflesso del sole che si abbatteva sulla cupola di vetro di un edificio slanciato che si elevava su un promontorio. Al loro avvicinarsi, come le altre volte, un folto gruppo si era radunato a osservarli. E come le altre volte erano donne e uomini scalcinati, sporchi, stracciati; in quest’occasione però non c’erano creature di nessun genere assieme a loro, ma bambini. Al vederli, quell’accozzaglia umana male in arnese aveva preso a saltare, urlare, sbracciarsi, cercando d’attirare l’attenzione. Sfilandogli davanti avevano scorto la frenesia, l’ansia che s’impossessava di loro mentre non ricevevano nessun cenno di risposta alle loro grida: anche se fossero stati in grado di fermare la nave, non lo avrebbero fatto. Quando i profughi se ne erano resi conto, erano corsi ai barconi ammarati sulla spiaggia e li avevano spinti in mare, saltandovi a bordo e cominciando a remare con foga per mettersi nella loro scia.
      L’inseguimento era durato un paio d’ore, con grida che ogni tanto si levavano per invitarli ad aspettare, prima che li raggiungessero. Venivano dall’entroterra, avevano spiegato gli improvvisati marinai: erano fuggiti dalle regioni più interne perché era scoppiata una violenta epidemia che aveva fatto strage di uomini e bestie. Era successo tutto all’improvviso, la malattia si era sparsa sulla terra nel giro di poche ore: non si sapeva se era dovuto a un virus sconosciuto o a un veleno allo stato gassoso; qualcuno era convinto che tutto fosse cominciato con il passaggio di un uomo avvolto da una nebbia verde. Quello che contava, era che ben pochi erano riusciti a scampare al pericolo; loro erano stati tra i fortunati, ma non si sentivano al sicuro, anche se si erano allontanati dalle aree contaminate: temevano che l’epidemia potesse spostarsi e raggiungerli. Per quel motivo si erano spinti fino alla costa, decisi ad attraversare il mare nella convinzione che fosse una barriera sufficiente a fermare il pericolo lasciato alle spalle: giunti sulla spiaggia avevano trovato dei barconi in disuso e li avevano sistemati perché potessero prendere il largo, ma quando li avevano visti arrivare avevano cambiato idea, decidendo di unirsi a loro.
      Il tono deciso che avevano usato non era piaciuto per niente, come se fosse una cosa scontata che sarebbero stati presi a bordo, soprattutto dopo aver sentito la storia dell’epidemia: potevano essere infetti e averli con loro poteva essere una fonte di contagio, anzi, forse si erano già esposti al pericolo avendo permesso che si avvicinassero. Sulla nave era sceso il silenzio, ma non c’era bisogno di parole per capire quale sarebbe stata la decisione: negli sguardi tesi e impauriti c’era lo stesso pensiero. Prendere a bordo quei profughi sarebbe stato troppo pericoloso, mettendo a repentaglio la loro vita: dovevano essere allontanati dalla nave e il più in fretta possibile.
      Ma i profughi non avevano accettato la scelta. Avevano continuato imperterriti a seguirli, implorando, insultando, minacciando; rampini erano stati lanciati sui parapetti. Le espressioni degli uomini erano divenute ancora più torve: a quel punto non era rimasta che una cosa da fare.
      I bambini erano stati mandati sottocoperta, mentre sul ponte gli altoparlanti venivano messi al massimo: la musica aveva cominciato a riecheggiare come un tuono, facendo vibrare le paratie e i tavoli di metallo. Dalle stive erano stati portati dei fusti.
      Naufrago raccolse un sasso e lo lanciò lungo la china sotto il loro riparo, osservandolo saltellare finché non si posò sulla sabbia. A distanza di anni la scena non aveva perso i suoi dettagli.
      Il fumo nero che si levava oltre le paratie. La melodia degli altoparlanti che copriva le urla. Potevano volgere lo sguardo lontano dalle fiamme umane, chiudere gli occhi di fronte ai corpi anneriti di adulti e bambini che galleggiavano nella scia della nave, ma non potevano nulla contro la puzza di carne che bruciava. Ancora adesso, in un deserto dove c’erano solo sabbia e rocce, gli sembrava di poterla sentire. Ancora adesso le vecchie bugie continuavano a vivere, non avendo intenzione di farsi seppellire.
      Tutti a bordo si erano detti che l’avevano fatto per il bene collettivo, che era un’azione necessaria per sopravvivere. In verità, non era stato altro che un modo per sfogarsi: tutta l’aggressività accumulata da quando erano sulla nave era stata scaricata su degli estranei che avevano avuto la sfortuna d’incontrarli. Una catarsi che li aveva ammansiti, perché si erano resi conto con orrore di ciò che erano diventati.
      “E io sono restato fermo a guardarli mentre si accanivano su quegli estranei, incapace d’agire, immobilizzato da quella follia.” Si era sentito smarrito in mezzo a quel un branco di bestie impazzite. Da allora non aveva visto i compagni di viaggio come prima: sarebbe scappato lontano da loro, se solo avesse potuto.
      In un qualche modo la muta preghiera era stata ascoltata. O forse, più semplicemente, era stato il castigo per quello che avevano commesso. Pochi giorni dopo il fatto, si era scatenata un’altra tempesta, più violenta di quella che aveva messo fuori uso il timone: erano stati scagliati contro gli scogli, dove la nave era affondata. Metà di loro erano affogati, ma forse erano stati i più fortunati: chi era sopravvissuto, aveva raggiunto la riva. Lì era ricominciato l’inferno.

    • Quello qui presente è racconto inviatomi dal mio amico e, in senso spirituale, collega Kyle Sabia, uno studente americano conosciuto mesi fa nel mio semestre passato a Valencia. Era tornato in Spagna come turista dopo averci vissuto nel 2015. Disse che la città gli mancava da morire, e quando mi parlò della sua esperienza sentii una fortissima nostalgia per quel luogo che non avevo ancora lasciato.
      Su sua richiesta ho tradotto il suo testo in italiano, nella speranza di mantenere vivide le immagini e il ritmo dello scritto originale. Io ho fatto il possibile, ma sono sempre più convinto che le traduzioni siano una letteratura a sé stante. Kyle, tra le varie cose, mi ha pregato di specificare che si tratta di una storia vera, ma non lo ritengo un dettaglio molto importante.
       
      I
      Ciò che ho scoperto leggendo le memorie di Antonio Gaetano Sabia, mio antenato italiano cresciuto in Basilicata negli anni venti e trenta del novecento, dà alla vastissima e diversificata storia dell’ossessione un contributo tanto piccolo quanto impressionante.
      Nel dicembre del 2015 tornai nella mia città in Oregon per una settimana: erano gli ultimi mesi del mio semestre all’estero, all’università di Valencia. Fui l’unico extraeuropeo nel mio corso di letteratura a tornare a casa per Natale quell’anno; tutti gli altri preferirono restare in Spagna e risparmiare così qualche dollaro. Ciò che mi spinse a tornare a casa fu una breve videochiamata con mio padre che, come me, si trovava in Europa. Stava partecipando ad un congresso a Matera come rappresentante dell’università di Portland. Nei suoi giorni liberi, poco prima di partire per Roma, approfittò della vicinanza per visitare la terra natale di suo nonno, Antonio Gaetano Sabia, morto in circostanze misteriose a pochi giorni dal suo sbarco a New York, nel 1937. Lasciò Matera per esplorare Potenza e i piccoli borghi dove era cresciuto, ossia Senise, Carbone e Trivigno. Fu un viaggio a vuoto, mi disse, poiché vedere quei luoghi con i suoi occhi non rievocò nulla in lui. Il passato restò nel passato.
      Ciò che sapevo di questo antenato l’ho scoperto ascoltando. Era nei ricordi della mia infanzia, nelle cene del Ringraziamento e di Natale, fantasma incatenato alle numerose e ripetute storie narrate dai miei familiari, e ognuna di queste storie finiva sempre per parlare sulla sua (ai tempi) rara ossessione per la scrittura, considerata da sua moglie e dai suoi parenti come un vizio (eufemismo per cancro). Metteva tutto su carta: i suoi pensieri, il suo lavoro, la sua vita domestica e talvolta anche piccole prose di finzione, poi ogni domenica – ogni singola domenica, specificavano – si recava in campagna per dar fuoco alle pagine. Seguì il rituale, indefesso, fino al 6 giugno 1936. Quel giorno, camminando lungo le vie di Potenza per recarsi alla piccola biblioteca dove aveva appena iniziato a lavorare, si fermò davanti ad un muro di mattoni rossi dove la gente era solita affiggere annunci mortuari. Ve n’erano tanti di solito, ma quel giorno gli occhi dei passanti avrebbero dovuto inumidirsi per un solo morto:
       
      Ieri, 5 giugno 1936, è venuta a mancare all’affetto
      dei suoi cari Maria Elena Pace, di anni 73
       
      Proseguì verso il lavoro senza far caso alla pericolosa distorsione operata da quelle parole. In biblioteca, riorganizzando lo scaffale M-Z della letteratura latina, ripensò a quel cartello e rise. Cosa ci fosse di così divertente in quell’annuncio era abbastanza chiaro: “Ieri, 5 giugno 1936”. Quel giorno, il suo oggi, era il 6 giugno. Poi sarebbe arrivato il 7, l’8, il 9 e il 10, così fino all’apocalisse. Ma su quella parete sarebbe sempre stato il 6 giugno 1936, congelato nell’eternità. Raccontò la vicenda alla moglie e risero insieme di gusto, poi si recò nel suo studio per scriverne sul suo diario:

         Domani, secondo l’annuncio mortuario di via Pretoria, sarà ancora ieri.*

      Il giorno seguente, domenica, andò in campagna trasportando un sacco di iuta zeppo di fogli di carta e quaderni. Rovesciò il contenuto su una sterpaglia di erbacce e circondò i fogli con dei sassi. Ma quando fu sul punto di dar fuoco ai manoscritti si rese conto che quel giorno non era solo domenica ma anche sabato. Lui non avrebbe mai potuto bruciare il suo manoscritto di sabato, assolutamente no, e in quel momento, pur essendo domenica, c’era una strada a Potenza dove era ancora sabato. Massacrato dall’indecisione, decise di rinunciare al falò. Per sempre. Fu grazie a questa scelta che mio padre riuscì a trovare alcuni scritti dell'antenato nella biblioteca comunale di Potenza per poi fotocopiarli e portarli con sé in Oregon, dove me li avrebbe fatti leggere nel Natale del 2015.
       
      II
      Ciò che all’inizio provocò solo riso divenne presto un’ossessione. Il primo accenno di nevrosi lo si legge in uno dei suoi appunti:
       
         I registri sono tutti sbagliati.*
       
      Il resto della pagina è un susseguirsi di riflessioni, un pasticcio illeggibile dal quale io e mio padre abbiamo dedotto che, ad un certo punto, Antonio doveva aver iniziato a correggere i registri della biblioteca. Tutte le date successive al 6 giugno vennero modificate: Oggi, 6 giugno. Il suo lavoro di bilanciamento cosmico ebbe vita breve poiché il suo capo venne a sapere del fatto dopo meno di una settimana. Fu licenziato in tronco, il suo nome segnato in una lista speciale della sede cittadina del partito fascista. Il podestà lo avrebbe tenuto d’occhio data l’aria tesissima di quel 1936.
      In una terra come la Lucania, in un’epoca come gli anni trenta, la disoccupazione era la peggiore delle catastrofi immaginabili. Il terrore di una povertà imminente e la spada di Damocle del confino portarono la signora Sabia alle soglie della disperazione. Raccontano i miei parenti che in quei giorni era solita recarsi nei più remoti dei santuari per pregare chissà quale delle tante, santissime Madonne. Il bisnonno, invece, sembrava turbato solo dall’annuncio mortuario.
      Un triste giorno decise che l’unico modo per metter fine alla sua ossessione era lottare contro la realtà stessa, per noi il 6 giugno 1936. Si destò in seguito ad un incubo:
       
         Vedevo demoni dagli artigli affilati che tagliavano il cielo e i pezzi di cielo cascavano sopra di me. Caduto il cielo, non c’era più nulla. Solo il numero 6.*
       
      Si vestì in fretta e corse verso via Pretoria. Con una torcia artigianale diede fuoco all’affissione. Ieri, 5 giugno 1936. Oggi, le fiamme di un nuovo giorno. Ieri, nulla.
       
      III
      Le ultime pagine del suo diario raccontano i motivi della sua fuga dall’Italia e del conseguente sbarco a New York. La mia conoscenza elementare della lingua italiana non mi ha precluso dal notare una certa bellezza nella forma e nella tensione narrativa del suo scrivere. Racconta, con parole precise e struggenti, della sua decisione finale. Era già nella lista nera e in città giravano strane voci su di lui, voci che erano sicuramente giunte al podestà, al partito. Nulla lo legava più a quella terra.
       
         Che razza di luogo è questo paese, un paese che non cura il marcio ma lo nasconde? Ciò che si scrive non è mai ciò che si vive, sui muri come nelle strade di ogni giorno. Ho gravi timori per questo nuovo mondo dove andremo, e il più grande è che in fondo non abbia nulla di nuovo.*
       
      I motivi che portarono alla sua morte a pochi giorni dallo sbarco a New York restano ancora incerti e i racconti si intrecciano e contraddicono tra di loro. Uno di questi, ufficialmente slegato dalla vicenda di Antonio Gaetano Sabia, racconta quasi perfettamente il finale di questa strana storia.
      Nei primi giorni del 1937 un certo John Doe – un signor nessuno, un Antonio Sabia – raggiunse fama nazionale nei passaparola quando iniziò a strappare ogni singola data da ogni giornale che gli capitava tra le mani nella terza avenue. Fu poi quel John Doe ad entrare nella vecchia sede del New York Times, raggiungere l’ufficio del direttore, minacciarlo di morte e poi morire per un malfunzionamento dell’arma che gli stava puntando contro.
      Probabilmente non sapremo mai se John Doe e Antonio Gaetano Sabia fossero stati la stessa persona, ma se ciò si rivelasse vero, anche solo in minima parte, si tratterebbe di una delle più emblematiche testimonianze della fragilità della mente umana di fronte alla violenza delle ossessioni che la infestano.
      ***
      Rimasi estremamente affascinato dal racconto del mio amico, eppure subito dopo averlo letto mi accorsi che mancava qualcosa. Se lo avessi scritto io, avrei sicuramente fatto riferimento alle lunghe conversazioni dove Kyle mi raccontava dell’uomo Antonio Gaetano Sabia. Di egli, senza alcun dubbio, c’è traccia nello scritto, ma solo come fatto storico, come mera testimonianza. Non essendo io lo scrittore non oserei mai aggiungere questo capitolo più “umano” al già funzionale racconto di Kyle, eppure rimpiango il fatto che non l’abbia fatto lui in prima persona (gli scriverò al riguardo, prima o poi). Vorrei che avesse parlato, per esempio, della sua molteplicità. Per sua moglie, Antonio era un uomo strano e romantico, che scriveva divinamente ma allo stesso tempo non riteneva il nostro mondo degno di quella dura bellezza, perciò bruciava tutto, sperando forse che il cielo potesse apprezzare. Per suo figlio, era una figura oscura, anaffettiva e incomprensibile, e il suo gesto domenicale era ai limiti dell’autismo. Per i nipoti, per Sean, era un uomo dai mille volti e dal passato enigmatico, ossessionato da un piccolo scherzo della morte. E così via.
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
      *In italiano nel testo originale

    • Quello qui presente è racconto inviatomi dal mio amico e, in senso spirituale, collega Kyle Sabia, uno studente americano conosciuto mesi fa nel mio semestre passato a Valencia. Era tornato in Spagna come turista dopo averci vissuto nel 2015. Disse che la città gli mancava da morire, e quando mi parlò della sua esperienza sentii una fortissima nostalgia per quel luogo che non avevo ancora lasciato.
      Su sua richiesta ho tradotto il suo testo in italiano, nella speranza di mantenere vivide le immagini e il ritmo dello scritto originale. Io ho fatto il possibile, ma sono sempre più convinto che le traduzioni siano una letteratura a sé stante. Sean, tra le varie cose, mi ha pregato di specificare che si tratta di una storia vera, ma non lo ritengo un dettaglio molto importante.
       
      I
      Ciò che ho scoperto leggendo le memorie di Antonio Gaetano Sabia, mio antenato italiano cresciuto in Basilicata negli anni venti e trenta del novecento, dà alla vastissima e diversificata storia dell’ossessione un contributo tanto piccolo quanto impressionante.
      Nel dicembre del 2015 tornai nella mia città in Oregon per una settimana: erano gli ultimi mesi del mio semestre all’estero, all’università di Valencia. Fui l’unico extraeuropeo nel mio corso di letteratura a tornare a casa per Natale quell’anno; tutti gli altri preferirono restare in Spagna e risparmiare così qualche dollaro. Ciò che mi spinse a tornare a casa fu una breve videochiamata con mio padre che, come me, si trovava in Europa. Stava partecipando ad un congresso a Matera come rappresentante dell’università di Portland. Nei suoi giorni liberi, poco prima di partire per Roma, approfittò della vicinanza per visitare la terra natale di suo nonno, Antonio Gaetano Sabia, morto in circostanze misteriose a pochi giorni dal suo sbarco a New York, nel 1937. Lasciò Matera per esplorare Potenza e i piccoli borghi dove era cresciuto, ossia Senise, Carbone e Trivigno. Fu un viaggio a vuoto, mi disse, poiché vedere quei luoghi con i suoi occhi non rievocò nulla in lui. Il passato restò nel passato.
      Ciò che sapevo di questo antenato l’ho scoperto ascoltando. Era nei ricordi della mia infanzia, nelle cene del Ringraziamento e di Natale, fantasma incatenato alle numerose e ripetute storie narrate dai miei familiari, e ognuna di queste storie finiva sempre per parlare sulla sua (ai tempi) rara ossessione per la scrittura, considerata da sua moglie e dai suoi parenti come un vizio (eufemismo per cancro). Metteva tutto su carta: i suoi pensieri, il suo lavoro, la sua vita domestica e talvolta anche piccole prose di finzione, poi ogni domenica – ogni singola domenica, specificavano – si recava in campagna per dar fuoco alle pagine. Seguì il rituale, indefesso, fino al 6 giugno 1936. Quel giorno, camminando lungo le vie di Potenza per recarsi alla piccola biblioteca dove aveva appena iniziato a lavorare, si fermò davanti ad un muro di mattoni rossi dove la gente era solita affiggere annunci mortuari. Ve n’erano tanti di solito, ma quel giorno gli occhi dei passanti avrebbero dovuto inumidirsi per un solo morto:
       
      Ieri, 5 giugno 1936, è venuta a mancare all’affetto
      dei suoi cari Maria Elena Pace, di anni 73
       
      Proseguì verso il lavoro senza far caso alla pericolosa distorsione operata da quelle parole. In biblioteca, riorganizzando lo scaffale M-Z della letteratura latina, ripensò a quel cartello e rise. Cosa ci fosse di così divertente in quell’annuncio era abbastanza chiaro: “Ieri, 5 giugno 1936”. Quel giorno, il suo oggi, era il 6 giugno. Poi sarebbe arrivato il 7, l’8, il 9 e il 10, così fino all’apocalisse. Ma su quella parete sarebbe sempre stato il 6 giugno 1936, congelato nell’eternità. Raccontò la vicenda alla moglie e risero insieme di gusto, poi si recò nel suo studio per scriverne sul suo diario:

         Domani, secondo l’annuncio mortuario di via Pretoria, sarà ancora ieri.*

      Il giorno seguente, domenica, andò in campagna trasportando un sacco di iuta zeppo di fogli di carta e quaderni. Rovesciò il contenuto su una sterpaglia di erbacce e circondò i fogli con dei sassi. Ma quando fu sul punto di dar fuoco ai manoscritti si rese conto che quel giorno non era solo domenica ma anche sabato. Lui non avrebbe mai potuto bruciare il suo manoscritto di sabato, assolutamente no, e in quel momento, pur essendo domenica, c’era una strada a Potenza dove era ancora sabato. Massacrato dall’indecisione, decise di rinunciare al falò. Per sempre. Fu grazie a questa scelta che mio padre riuscì a trovare alcuni scritti di Antonio Morini nella biblioteca comunale di Potenza per poi fotocopiarli e portarli con sé in Oregon, dove me li avrebbe fatti leggere nel Natale del 2015.
       
      II
      Ciò che all’inizio provocò solo riso divenne presto un’ossessione. Il primo accenno di nevrosi lo si legge in uno dei suoi appunti:
       
         I registri sono tutti sbagliati.*
       
      Il resto della pagina è un susseguirsi di riflessioni, un pasticcio illeggibile dal quale io e mio padre abbiamo dedotto che, ad un certo punto, Antonio doveva aver iniziato a correggere i registri della biblioteca. Tutte le date successive al 6 giugno vennero modificate: Oggi, 6 giugno. Il suo lavoro di bilanciamento cosmico ebbe vita breve poiché il suo capo venne a sapere del fatto dopo meno di una settimana. Fu licenziato in tronco, il suo nome segnato in una lista speciale della sede cittadina del partito fascista. Il podestà lo avrebbe tenuto d’occhio data l’aria tesissima di quel 1936.
      In una terra come la Lucania, in un’epoca come gli anni trenta, la disoccupazione era la peggiore delle catastrofi immaginabili. Il terrore di una povertà imminente e la spada di Damocle del confino portarono la signora Morini alle soglie della disperazione. Raccontano i miei parenti che in quei giorni era solita recarsi nei più remoti dei santuari per pregare chissà quale delle tante, santissime Madonne. Il bisnonno, invece, sembrava turbato solo dall’annuncio mortuario.
      Un triste giorno decise che l’unico modo per metter fine alla sua ossessione era lottare contro la realtà stessa, per noi il 6 giugno 1936. Si destò in seguito ad un incubo:
       
         Vedevo demoni dagli artigli affilati che tagliavano il cielo e i pezzi di cielo cascavano sopra di me. Caduto il cielo, non c’era più nulla. Solo il numero 6.*
       
      Si vestì in fretta e corse verso via Pretoria. Con una torcia artigianale diede fuoco all’affissione. Ieri, 5 giugno 1936. Oggi, le fiamme di un nuovo giorno. Ieri, nulla.
       
      III
      Le ultime pagine del suo diario raccontano i motivi della sua fuga dall’Italia e del conseguente sbarco a New York. La mia conoscenza elementare della lingua italiana non mi ha precluso dal notare una certa bellezza nella forma e nella tensione narrativa del suo scrivere. Racconta, con parole precise e struggenti, della sua decisione finale. Era già nella lista nera e in città giravano strane voci su di lui, voci che erano sicuramente giunte al podestà, al partito. Nulla lo legava più a quella terra.
       
         Che razza di luogo è questo paese, un paese che non cura il marcio ma lo nasconde? Ciò che si scrive non è mai ciò che si vive, sui muri come nelle strade di ogni giorno. Ho gravi timori per questo nuovo mondo dove andremo, e il più grande è che in fondo non abbia nulla di nuovo.*
       
      I motivi che portarono alla sua morte a pochi giorni dallo sbarco a New York restano ancora incerti e i racconti si intrecciano e contraddicono tra di loro. Uno di questi, ufficialmente slegato dalla vicenda di Antonio Gaetano Sabia, racconta quasi perfettamente il finale di questa strana storia.
      Nei primi giorni del 1937 un certo John Doe – un signor nessuno, un Antonio Sabia – raggiunse fama nazionale nei passaparola quando iniziò a strappare ogni singola data da ogni giornale che gli capitava tra le mani nella terza avenue. Fu lo stesso John Doe ad entrare nella vecchia sede del New York Times, raggiungere l’ufficio del direttore, minacciarlo di morte e poi morire per un malfunzionamento dell’arma che gli stava puntando contro.
      Probabilmente non sapremo mai se John Doe e Antonio Gaetano Sabia siano stati la stessa persona, ma se ciò si rivelasse vero, anche solo in minima parte, si tratterebbe di una delle più emblematiche testimonianze della fragilità della mente umana di fronte alla violenza delle ossessioni che la infestano.
      ***
      Rimasi estremamente affascinato dal racconto del mio amico, eppure subito dopo averlo letto mi accorsi che mancava qualcosa. Se lo avessi scritto io, avrei sicuramente fatto riferimento alle lunghe conversazioni dove Kyle mi raccontava dell’uomo Antonio Gaetano Sabia. Di egli, senza alcun dubbio, c’è traccia nello scritto, ma solo come fatto storico, come mera testimonianza. Non essendo io lo scrittore non oserei mai aggiungere questo capitolo più “umano” al già funzionale racconto di Kyle, eppure rimpiango il fatto che non l’abbia fatto lui in prima persona. Gli scriverò al riguardo. Vorrei che parlasse, per esempio, della sua molteplicità. Per sua moglie, Antonio era un uomo dolce e romantico, che scriveva divinamente ma allo stesso tempo non riteneva il nostro mondo degno di quella bellezza, perciò bruciava tutto, sperando forse che il cielo potesse apprezzare. Per suo figlio, era una figura oscura, anaffettiva e incomprensibile, e il suo gesto domenicale era ai limiti dell’autismo. Per i nipoti, per Sean, era un uomo dai mille volti e dal passato enigmatico, ossessionato da un piccolo scherzo della morte. E così via.
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
      *In italiano nel testo originale

    • Lettura ad Alta Voce: la cura dell’altro e di sé in una prospettiva delle “Medical Humanities”
       
      Relatore: Prof. Vincenzo Alastra
       
       
       
       
       
      Anno Accademico: 2015/2016
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
      1
       
      Sommario
       
      Considerazioni generali sulla lettura 3
       
      Lettura e life skills 9
       
      Efficacia della lettura 11
       
      Che cos’è il movimento LAAV e i suoi obiettivi 13
       
      Obiettivi generali dell’Associazione e Mission 13
       
      Il movimento LaAV 15
       
      Il valore della Lettura ad Alta Voce 16
       
      Definizione di un circolo LaAV e compito dei volontari 17
       
      Storie che toccano 19
       
      Genesi del progetto 23
       
      Il Progetto e il suo ambiente 25
       
      La lettura ad alta voce e la narrazione come strumento ricreativo e di socialità 26
       
      Risultati attesi e destinatari del progetto 26
       
      Fasi del progetto e annotazioni metodologiche e operative 27
       
      Fase di prima ideazione 27
       
      Fase di perfezionamento 27
       
      Fase di sperimentazione 27
       
      Fase di consolidamento 28
       
      Fase di sviluppo 28
       
      Principi della Pedagogia della lettura ad alta voce 30
       
      La traccia dell’intervista 32
       
      Intervista a Lettore n. 1 34
       
      Intervista a Lettore n. 2 42
       
      Intervista a Lettore n. 3 50
       
      Considerazioni sulle interviste presentate 56
       
      Considerazioni conclusive 57
       
      Riferimenti bibliografici 58
       
      Sitografia 61
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
      2
       
      La Lettura come occasione dello Sviluppo
       
       
       
       
       
       
       
       
      Considerazioni generali sulla lettura
       
       
      Secondo la Psicologia culturale: “La lettura è un'attività fondata su un meta artefatto, il linguaggio e su degli artefatti, i libri". Essa è un'attività intellettuale che inizia all'età di 5-6 anni, con l'inizio dell'Istruzione primaria. La lettura è integrata da voce umana, trasmissioni radio e televisive, le quali non rappresentano più pura e semplice “lettura”. Bruner affermava che i racconti sono la “moneta corrente della lettura” (Mantovani, 2008). La lettura è, inoltre, un’attività umana che permette l'utilizzo di risorse e mezzi idonei a sviluppare delle competenze specifiche. È una tra le più importanti attività mentali ideata dall’uomo, utile alla vita umana: leggendo un libro aumento, la mia cultura personale e miglioro la mia condizione. Tuttavia, da molti, vi è un pregiudizio, la lettura non è considerata soddisfacente e, inoltre, è classificata un'attività inutile e negativa.
       
      Federico Batini afferma che la lettura è un’attività che impegna la percezione visiva, sviluppa l’empatia e si distingue da altre forme di comunicazione (Batini, 2015). Essa è comunicazione efficace, in altre parole processo che consente di trasmettere informazioni.
       
      La lettura è riconosciuta universalmente come uno dei più potenti strumenti, utilizzati nella comunità umana per condividere informazioni, attribuire significato all’esperienza, generare idee e quadri valoriali e visioni del mondo. La lettura è importante, soprattutto a scuola, ma
       
       
      3
       
      anche altrove. In Italia una quota molto bassa di popolazione “annovera la lettura tra le proprie attività ricorrenti”. (Batini, 2015). Le motivazioni che dimostrano l’essenzialità della lettura sono che essa aiuta a parlare, a leggere e a scrivere meglio; a livello scientifico, la lettura è “ un potente supporto per prolungare la propria autonomia preservando il decadimento cognitivo”. (Batini, 2015).
       
      Inoltre Batini (2011) afferma che la lettura permette di fare esperienze complesse, e sviluppare (anche a livello celebrale) l’empatia: i dialoghi che sono letti in un romanzo, ad esempio, sono coinvolgenti, emotivamente incarnati, ampliano e alimentano i propri repertori, sono efficaci. L’empatia è la capacità di mettersi nei panni degli altri, cioè di riconoscerne e condividerne le emozioni. Il concetto di empatia è stato mutuato dalla filosofia, studiato da Edith Stein, alunna di Edmund Husserl. La teoria filosofica a riguardo parte dall’aspetto del fenomeno così com’è osservato allo scopo di rivivere in se stessi il vissuto altrui. Infatti, utilizzare l’empatia, significa comprendere come si sente l’altra persona non solo con la testa, ma anche interiormente, tenendo conto che l'ascolto attivo, umano e interessato delle persone prossime a noi è la base per una buona empatia. Essa è riconoscimento e condivisione delle emozioni altrui, come abilità di mettersi nei panni degli altri senza essere sopraffatti dalle loro emozioni.
       
      Altri autori sostengono che sviluppi la: “Capacità di immedesimarsi in un’altra persona fino a coglierne i pensieri e gli stati d’animo, senza farsi travolgere da essi e senza perdere il contatto con se stessi". Vuol dire “sentire il modo più intimo e personale con l’altro come fosse proprio,
      immergersi nella sua soggettività, nel suo modo di vedere e di sentire senza che ci sia identificazione” (Cecchetto, Romeo, 2015).
       
      È un processo basato sul sentire al posto dell’altro; non è solamente sostituirsi all’altro, ma unirsi senza dimenticarsi di sé.
       
      Infine, la lettura, sul piano neurologico, attiva maggiormente alcuni nostri circuiti celebrali,
       
      influendo anche su altri aspetti della vita quotidiana.
      Secondo la psicologia e in particolare attraverso il contributo di:
       
       
       
       
       
       
       
      4
       
      Maria Clara Levorato (2000), psicologa e psicoterapeuta, afferma che l’uso della narrativa sarebbe utile a favorire “una ricapitolazione degli aspetti del sé indicativi, per questo può svolgére una funzione importante per la crescita della persona, consentendole di esplorare se stessa e le proprie emozioni attraverso il coinvolgimento affettivo e mettendo alla prova i sistemi di credenze che danno significato alla realtà”. Levorato, ci orienta ad avere il senso critico, in altre parole saper analizzare informazioni, situazioni ed esperienze in modo oggettivo, distinguendo la realtà dalle proprie impressioni soggettive e i propri pregiudizi, significa riconoscere i fattori che influenzano pensieri e comportamenti propri e altrui e per questo aiuta a rimanere lucidi nelle scelte.
       
      Il senso critico va inteso come "la capacità di esaminare una situazione... e di assumere una posizione personale in merito. Tale capacità costituisce il fondamento di un atteggiamento responsabile nei confronti delle esperienze e relativamente autonomo rispetto ai condizionamenti ambientali" (Galimberti, 1992).
       
      In sintesi, il senso critico consente di analizzare informazioni e situazioni in modo oggettivo, valutando vantaggi e svantaggi, distinguere la realtà dei fatti dalle proprie impressioni soggettive e i propri pregiudizi e interpretazioni personali, riconoscere i fattori esterni che influenzano pensieri e comportamenti propri e altrui.
       
      Per quanto riguarda invece l’educazione:
       
       
      Michéle Petit (Petit, 2010), ha messo in evidenza che gli studenti di provenienza agiata leggevano più libri degli altri e ciò contribuiva a migliorare il loro rendimento scolastico. La lettura, continua Petit, è collegata al miglioramento delle qualità legate al linguaggio. A riguardo
       
      necessario prendere buone decisioni, atte a valutare le qualità intellettuali degli studenti: prendiamo una decisione quando valutiamo le diverse possibilità che abbiamo e le conseguenze che ne possono derivare. Una decisione non è mai buona in assoluto, ma lo è rispetto a una specifica situazione e a se stessi.
       
       
       
       
      5
       
      Una buona decisione tiene conto della complessità dell’essere umano, di se stessi con le proprie priorità, i propri obiettivi, i propri punti di forza e debolezza. Il luogo in cui si prende una buona decisione è tra le persone in relazione, l’ambiente in cui vivono (oggetti, spazi, clima atmosferico, ecc) e il loro clima emotivo con i propri obiettivi, valori, bisogni. Per questo per prendere buone decisioni è importante avere una giusta consapevolezza di sé e un equilibrato senso critico; è importante gestire le proprie emozioni, il che non significa controllarle, ma utilizzarle quali strumenti per agire, senza farsi travolgere o trasportare dalle emozioni, cioè reagire. Esse ci rendono padroni di se stessi, perché ci permettono di rimanere lucidi, efficaci senza perdere la testa: significa scegliere i propri comportamenti, quindi essere intenzionali nelle scelte valutandone gli effetti su noi stessi e sugli altri.
      Le emozioni contengono informazioni importanti sui nostri valori e saperle gestire ci permette di scegliere le nostre azioni, cioè agire anziché re-agire agli stimoli. Esse migliorano la padronanza di sé e ci aiutano a essere intenzionali nelle scelte. A questo punto sarà più facile risolvere i problemi, in altre parole individuare soluzioni efficaci a una situazione problematica tenendo presente l’ambiente e le persone coinvolte, includendo se stessi. Risolvere i problemi in modo efficace significa soddisfare sia i bisogni razionali e pratici che quelli relazionali ed emotivi.
      Per trovare una soluzione è necessario avere compreso con esattezza il problema, quindi avere utilizzato il proprio senso critico e successivamente utilizzare la propria creatività.
      Chi riesce a risolvere problemi in modo efficace comprende il problema, individua più soluzioni scegliendo la più efficace rispetto al contesto (persone, ambiente, ecc...) e ai propri bisogni, razionali, relazionali o emotivi.
       
      Per quanto concerne la narrativa. Walter Benjamin, sostiene “che l’arte di narrare si avvia al suo tramonto” (Benjamin, 2011) ossia rischia di scomparire! Il narratore è la rappresentazione di chi legge, a se stesso e agli altri”. Benjamin ha affermato che “lavora con la materia prima dell’esperienza. Il suo talento è la sua vita; la sua dignità quella di saperla raccontare”. La
       
       
       
      6
       
      lettura ad Alta Voce può essere un mezzo possibile per recuperarne il valore. Benjamin, continuando, aveva in mente i narratori di un tempo, pensava ai racconti di tradizione orale dei mercanti, dei contadini. Le figure citate tendono a scomparire e in un certo senso manca la tradizione orale del racconto.
       
      Sempre in merito alla letteratura Antonio Trabucchi afferma che la letteratura è invenzione e scoperta di cose che non conoscevamo. La lettura è creativa. Secondo il poeta Gianni Rodari “Occorre una grande fantasia, una forte immaginazione per essere un grande scienziato, per immaginare cose che non esistono ancora, per immaginare un mondo migliore di quello in cui viviamo e mettersi a lavorare per costruirlo”. Egli era uno scrittore e un poeta, a sostegno del fatto che molti tendono ad associare la creatività ad artisti, bambini e coloro i quali "si possono permettere di sognare o fantasticare". In realtà a tutti noi la creatività serve per pensare alle opportunità possibili, avere idee originali per trovare soluzioni, uscire da situazioni difficili o da schemi comportamentali che ci bloccano. In quest’ambiente la creatività diventa sinonimo di abilità nel trovare possibilità, curiosità, idee originali, autorevolezza e personalità, varietà d’interessi. Così definita la creatività, è molto utile nella soluzione dei problemi, nella presa di decisioni, permette di elaborare scelte originali da compiere nelle situazioni difficili e può rappresentare un ottimo antidoto allo stress. A questo proposito è necessario gestire lo stress, in altre parole l'abilità di riconoscere il proprio stato di stress, risalire alle cause che provocano le tensioni nella vita quotidiana. Gestirlo significa tornare a uno stato di benessere psicofisico, trovare strategie per modificare l'ambiente, noi stessi, i pensieri, le emozioni, le reazioni abituali. Umberto Galimberti (1992) definisce lo stress come una "reazione emozionale intensa a una serie di stimoli esterni che mettono in moto risposte fisiologiche e psicologiche di natura adattiva", quindi lo stress è qualcosa che noi fatichiamo a controllare; le risposte che portano a una risoluzione sono quelle che ci aiutano ad adattare il comportamento in ogni situazione. Per gestirlo al meglio è necessario riconoscere le cause di tensione e di stress della vita quotidiana e delle situazioni eccezionali che la vita ci pone. Gestire lo stress significa trovare strategie per modificare lo stato in cui ci troviamo, intervenendo sull'ambiente oppure su noi stessi,
       
       
      7
       
      modificando i pensieri, le emozioni, le azioni e le nostre reazioni abituali. Gli uomini devono essere capaci di creare e mantenere relazioni importanti, ma anche essere in grado di interrompere relazioni inadeguate, essere assertivi, cioè capaci di affermare se stessi, dichiarare i propri bisogni e le proprie opinioni nel rispetto degli altri, delle loro idee e dei loro bisogni, senza prevaricazioni o sottomissioni, saper scegliere e/o creare relazioni in cui: “Ognuna delle parti in causa della relazione è consapevole dei propri bisogni, diritti e doveri”. Si può sintetizzare che ognuno è libero di esprimere e soddisfare i propri bisogni, di scegliere e assumersi la responsabilità per le proprie scelte; inoltre è necessario capire che esistono buoni confini tra le persone coinvolte: non c’è fusione, conflitto o indifferenza e il rapporto è positivo e costruttivo.
       
      Come evidenzia Torodov (2008), la lettura permette di vivere meglio. In buona sostanza egli affermava che “quando mi chiedo perché amo la letteratura mi viene spontaneo rispondere: perché mi aiuta a vivere. Non le chiedo più, come negli anni dell’adolescenza, di risparmiarmi le ferite che potevo subire durante gli incontri con persone reali; piuttosto che rimuovere le esperienze vissute, mi fa scoprire mondi che si pongono in continuità con esse e mi permette di comprenderle meglio”. È necessario, completando il pensiero di Torodov, avere consapevolezza di sé: la consapevolezza di sé ha a che fare con “conoscere sé stessi”. Essere consapevole significa saper identificare: i propri punti di forza, le proprie aree deboli, il proprio modo di reagire di fronte alle situazioni, le proprie preferenze (es. in quali situazioni sto bene e in quali non mi sento a mio agio?), i propri desideri, i propri bisogni, le proprie emozioni. La consapevolezza emotiva è la base per una buona consapevolezza di sé e consiste nel saper
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
      8
       
      riconoscere i segnali emotivi del proprio corpo e assegnare un nome alle emozioni che si provano e che ci "informano" sulle nostre preferenze, gusti e bisogni.
       
      Anche in conformità a tutti gli autori citati, è dimostrato che la lettura, nel suo complesso, sia un efficace strumento per incrementare l’autonomia della persona, il potere su se stessi, il controllo di ciascuno nella vita, se utilizzata in modo adeguato: rappresenta il più straordinario strumento di “empowerment” che abbiamo, soprattutto quando leggiamo per gli altri (pensiamo agli attori che declamano brani della Divina Commedia, dei Promessi Sposi o della Bibbia)1.
       
      .
       
       
      Lettura e life skills
       
       
      Le competenze fornite dalla lettura, sono state classificate anche dall’OMS; si tratta delle Life Skills: Le competenze individuate come necessarie per lavorare soprattutto in ambito educativo e contribuire a una crescita sana e completa dei bambini e dei ragazzi, sono di carattere personale, legate alla capacità di stare in relazione, alla buona consapevolezza di sé, al saper gestire le emozioni, a sviluppare il senso critico, saper scegliere, prendere decisioni ed essere creativi. Contemporaneamente, occorre trovare soluzioni ai problemi che si presentano, saper gestire lo stress, il tutto senza sottovalutare la capacità di sviluppare empatia, coltivare le relazioni e la comunicazione interpersonale: abilità queste ultime che, se non sono efficaci, possono aumentare la complessità di alcune situazioni.
       
       
      Alla luce di una ricerca sul deterioramento cognitivo di alcuni anziani (gennaio 2014) ricoverati in due diverse strutture (RSA) della aretino è fatto accenno ad una sintesi su un ricerca condotta in tema di lettura ad Alta voce, in cui venne organizzato un progetto tra l’Università di Perugia e “due diverse strutture dell’Aretino”, allo scopo di “curare e combattere la demenza nelle sue varie tipologie. La ricerca è stata condotta tra gennaio e aprile 2014. Si è partiti da un corso: “Metodologia della Ricerca Educativa dell’Osservazione e Valutazione”; lo stesso è stato condotto dal Professor Federico Batini, gli studenti afferivano al Corso di Laurea di Scienze dell’Educazione e Scienze Tecniche Psicologiche dei Processi Mentali. Fu un’esperienza di vita, oltre che di studio e lavoro.
       
      Gli studenti sono stati attori fondamentali durante le Letture ad Alta Voce, hanno pubblicato dati scientifici inerenti
       
      la sperimentazione effettuata, hanno attestato la valenza del training di cui si parla “come terapia non farmacologica relativa ai danni cognitivi di memoria” e come “lavoro costante di registrazione dei diari di bordo”, i quali hanno portato a “una mole rilevante di dati qualitativi che vanno a rinforzare la valenza e l’efficacia del training che per ciò che concerne altri domini psicologici, emotivi, relazionali e di qualità della vita in generale dei pazienti. Anche per gli studenti le “retroazioni formative sono state importanti” (Cfr. Batini, Bartolucci 2015 pag. 196, in da Alastra, Batini, 2015 pag. 196).
       
       
       
       
      9
       
      Queste competenze, intercalate nel primo capitolo del nostro lavoro, sono ciò che l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) definisce nel 1993 come le Life Skills, ossia quella abilità “cognitive, emotive e relazionali di base, che consentono alle persone di operare con competenza sia sul piano individuale che su quello sociale. In altre parole, abilità e capacità che ci permettono di acquisire un comportamento versatile e positivo, grazie al quale possiamo affrontare efficacemente le richieste e le sfide della vita quotidiana [dalle] competenze che portano a comportamenti positivi e di adattamento che rendono l’individuo capace (to enable) di far fronte efficacemente alle richieste e alle sfide della vita di tutti i giorni". Descritte in questo modo, le competenze che possono rientrare tra le Life Skills sono innumerevoli e la natura e la definizione delle Life Skills si possono differenziare in base alla cultura e al contesto. In ogni caso, analizzando il campo di studio delle Life Skills emerge l’esistenza di un nucleo fondamentale di abilità che sono alla base delle iniziative di promozione della salute e benessere di bambini e adolescenti (…)
       
      Le Life Skills, così come noi le intendiamo, possono essere insegnate ai giovani come abilità che si acquisiscono attraverso l’apprendimento e l’allenamento.
      Inevitabilmente, i fattori culturali e sociali determineranno l’esatta natura delle Life Skills. Per esempio, in alcune società, il contatto visivo potrà essere incoraggiato nei ragazzi per una comunicazione efficace, ma non per le ragazze. Le Life Skills rendono la persona capace di trasformare le conoscenze, gli atteggiamenti e i valori in reali capacità, cioè sapere cosa fare e come farlo. Inoltre, esse, se ben acquisite e applicate, possono influenzare il modo in cui ci sentiamo rispetto a noi stessi e agli altri e il modo in cui noi siamo percepiti dagli altri. Le Life Skills contribuiscono alla nostra percezione di autoefficacia, autostima e fiducia in noi stessi, giocano un ruolo importante nello sviluppo del benessere mentale. La promozione del benessere mentale incrementa la nostra motivazione a prenderci cura di noi stessi e degli altri, alla prevenzione del disagio mentale e dei problemi comportamentali e di salute."
       
      In sintesi, l’OMS, elenca le seguenti dieci Life Skills come2:
       
       
      http://www.lifeskills.it/le-10-life-skills (sito consultato in data 10 novembre 2015).
       
       
      10
       
      Consapevolezza di sé, gestione delle emozioni e dello stress, empatia, relazioni e comunicazione efficaci, risolvere problemi, prendere decisioni, pensiero critico e creatività. Tali competenze possono essere raggruppate secondo tre aree:
      Emotive: forniscono consapevolezza di sé, aiutano a gestire le emozioni e a controllare lo stress;
       
      Relazionali: sviluppano empatia, comunicazione efficace, relazioni efficaci;
       
      Cognitive: aiutano a risolvere i problemi, a prendere decisioni, sviluppano il senso critico e la creatività.
      Il termine di Life Skills è generalmente riferito a una gamma di abilità cognitive, emotive e relazionali di base, che consentono alle persone di operare con competenza sia sul piano individuale sia su quello sociale. In altre parole, sono abilità e capacità che ci permettono di acquisire un comportamento versatile e positivo, grazie al quale possiamo affrontare efficacemente le richieste e le sfide della vita quotidiana3.
       
      Efficacia della lettura
       
       
      Dopo quanto affermato sin qui, aggiungiamo che la lettura diventa efficace quando:
      Il lettore medesimo è concentrato su ciò che il testo propone: è necessaria una certa concentrazione quando si legge il testo, rispettandone la punteggiatura, evitando distrazioni e facendo sì che la lettura sia auto formativa anche per il lettore stesso, con la finalità di acquisire nuove conoscenze. Il lettore trasmette un messaggio a dei destinatari, i quali, ascoltando e memorizzando i testi proposti acquisiscono non solo conoscenze ma nuove competenze. (Batini, 2015)
       
      Il testo ha un linguaggio comune, utilizzabile per un pubblico di ascoltatori omogeneo, facilmente traducibile in un'altra lingua: il testo è semplice, di facile comprensione per tutti, per le persone meno acculturate (che non hanno avuto una buona formazione, causa le
       
       
      http://www.lifeskills.it/le-10-life-skills (sito consultato in data 10 novembre 2015).
       
       
       
       
      11
       
      problematiche sociali e di vita) ma anche per gli intellettuali. Il messaggio dell’emittente verso il destinatario deve essere chiaro, senza alcun fraintendimento e, soprattutto, fruibile.
       
      Le parole, lette da un testo scritto, hanno un ordine preciso e anche una loro logica; ogni testo è ricco di grammatica, semantica, significati, parole chiave. Le descrizioni possono essere anche molto particolareggiate, ricche di elementi grammaticali, avverbi, sostantivi, verbi, aggettivi. Un altro aspetto altrettanto importante sono i dialoghi, i quali hanno lo scopo di farci conoscere i personaggi dei romanzi, il loro modo di pensare, ciò che l’autore vuole comunicarci, eccetera. Il linguaggio, in buona sostanza, deve suscitare emozioni e portare l’uditorio a confrontare i testi narrati sulla propria vita: se i testi parlano di vita vissuta, sono reali e suscitano interesse sempre crescente da parte dei pazienti o utenti, in base al contesto.
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
      12
       
      2. La Lettura ad Alta Voce
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
      Che cos’è il movimento LAAV e i suoi obiettivi
       
       
      Il movimento Lettura ad Alta Voce (LaAV), diffuso in varie regioni d’Italia, mira a realizzare interventi e azioni di sviluppo della lettura ad alta voce in ambienti sanitari e socio assistenziali (anche carceri e scuole). Il progetto, pensato per soddisfare le esigenze delle categorie fragili, costituisce una proposta in favore di chi, ricoverato in ospedale, è tenuto lontano dalle opportunità offerte dalla Letture a causa di più svariati motivi (età avanzata, funzioni fisiologiche e cognitive compromesse, particolari condizioni sociali e assistenziali). La lettura ad alta voce è, pertanto, un’occasione per “umanizzare” l’esperienza di ospedalizzazione. In queste situazioni il progetto si colloca in un più ampio panorama d’interventi volti a sostanziare una nuova idea di ospedale, orientato a offrire cura e assistenza di qualità, ma anche occasioni utili per rafforzare abitudini e stili di vita salutari e sperimentare strumenti di crescita e arricchimento personale.
       
      Obiettivi generali dell’Associazione e Mission
       
       
       
       
       
       
      L’associazione di carattere educativo e avente attinenza con il ben-essere delle persone e la loro buona vita di pazienti, ricoverati in Ospedale, studenti, detenuti in Case Circondariali, Ospiti di RSA, ecc., intende raggiungere obiettivi specifici nella pratica della Lettura ad Alta Voce. A riguardo è necessario acquisire consapevolezza e punti di vista più ricchi sulla propria
       
       
       
      13
       
      condizione: consapevolezza di avere delle potenzialità da spendere, di là dal ceto sociale, nel campo della Lettura ad Alta Voce, sviluppando un linguaggio condiviso e termini più efficaci per descrivere la propria realtà all’esperto (per esempio dialogare meglio con le altre persone, servizi, Enti, istituzioni, etc.): è necessario, soprattutto per quanto riguarda i volontari, non soltanto narrare brani, romanzi, fiabe, ma anche saper ascoltare i pazienti-utenti. Lo scopo è consolidare atteggiamenti e comportamenti, conoscenze e competenze di riflessione, partecipazione, progettazione rispetto alla propria situazione: bisogna saper riflettere, a fine lettura, sui temi proposti, far da moderatore, favorire la partecipazione dell’uditorio, pensare a letture nuove da esporre. È fondamentale diffondere buone pratiche in tema di stili di vita sani, rinforzando, attraverso la relazione, il processo del raccontare, dell’ascoltare e del riflettere insieme, la motivazione al cambiamento: cercare sempre di relazionarsi con i pazienti, proponendo buoni valori nelle tematiche trattate, riflettendo insieme senza imporre nulla. Occorre attivare relazioni espressive, tenere compagnia, promuovere momenti lucidi e ricreativi tra pari: i lettori non sono superiori agli uditori e sul piano umano sono presenti. È bene risvegliare ricordi, offrire un’occasione di ascolto: buona pratica consiste nel ricordare ciò che gli ascoltatori hanno sperimentato nella loro vita e, nei limiti del tempo fruibile, ascoltare il loro vissuto. È altrettanto importante favorire l’ascolto e formare alla lettura recuperandone il gusto: cercare di far amare la lettura, promuovere l’abitudine alla lettura come cultura, come crescita civile, di senso e di valori, come forma d’invecchiamento attivo. In buona sostanza far capire, soprattutto quando ci si trova di fronte a pazienti anziani, che si è ancora atti a crescere civilmente, a comprendere ancora il senso della vita e dei valori, favorendo il risveglio delle competenze cognitive degli adulti coinvolti (lettori, volontari, ospiti, eventuali parenti e operatori della struttura, precisando che sul punto in oggetto si è già parlato più sopra).
       
      Per terminare è importante stimolare a raccontarsi e generare spunti di lettura/riflessione, utilizzabili dagli utenti della Lettura ad Alta Voce terminata la loro condizione di degenza: al termine del percorso sia i lettori sia gli uditori si sono “auto formati” alle tematiche trattate.
       
       
       
       
      14
       
       
       
       
       
       
      Il movimento LaAV
       
       
       
       
       
       
      Il Movimento Letture ad Alta Voce è una rete di circoli con diffusione a livello nazionale; il movimento fa capo a Nausika, associazione che si occupa di produzione artistica e culturale. Essa promuove ad ampio raggio il valore della lettura come strumento efficace e alla portata di tutti per creare condizioni di benessere nell'ambito della società civile. Essa consiste in Circoli di lettura, diffusi in varie città italiane, organizzata in una rete di volontari, il cui motto è “Io leggo per gli altri”, un modo piacevole e salutare per mettersi a disposizione degli altri. La LaAV è “Un’esperienza estremamente significativa nel panorama del paradigma narrativo è il successo crescente del movimento nazionale di lettori volontari, in essere ormai dal 2009, denominato Lettura ad Alta Voce. L’ammissione di questo progetto è promuovere ad ampio raggio il valore della lettura, come veicolo di crescita delle comunità” (Evangelista, 2015). L’organizzazione (dati aggiornati al 2014) è presente in otto regioni italiane, si sostanzia in quattrocento lettori volontari, i quali, nel complesso, garantiscono la lettura per sei ore al giorno, sette giorni su sette, per persone “che si trovano in situazione di bisogno o difficoltà: presso
       
      ospedali, reparti pediatrici, RSA, centri diurni, case circondariali, ecc.” (Evangelista, 2015). Lo scopo è diffondere la cultura della lettura e dell‘ascolto anche in luoghi non necessariamente
       
      vocati a tali pratiche; ciò che conta non è la letteratura ma le storie e la loro capacità di renderci
       
      comunità, per uscire dai luoghi dell’isolamento.
      “Toccare con le storie, e lasciarsi toccare da esse, è un altro modo possibile di percorrere il
       
      nostro viaggio su questa terra da esseri (più) umani”. (Evangelista, 2015).
       
      I Circoli di lettura promuovono eventi occasionali o strutturati, di diverso tipo, propongono laboratori e letture nelle scuole, cogliendo ogni occasione possibile per leggere.
       
      Sempre Evangelista sostiene che “La LaAV favorisce l'incontro tra donne e uomini, giovani e anziani, adulti e bambini, persone deboli e persone in grado di dare sostegno, appartenenti a
       
       
      15
       
      tutte le classi sociali e ai vari livelli di istruzione. La LaAV abbatte le barriere razziali, perché è anche un modo di viaggiare, attraverso il racconto di storie provenienti da ogni paese del mondo. E' un divertimento economico, sostenibile, uno spazio laico per creare comunità”.
       
       
       
       
      Il valore della Lettura ad Alta Voce
       
       
       
       
       
       
      La lettura ad Alta Voce ha dimostrato notevole utilità se ci si approccia adeguatamente ad aspetti di personalizzazione, socializzazione e formazione reciproca. È necessario attivare processi educativi, formativi e di orientamento.
       
      “La lettura ad Alta voce costituisce una sorta di “ginnastica passiva” con caratteristiche affatto differenti da quella: l’ascolto è un’esperienza intensa, attiva, proprio in relazione alla funzione vicariante dell’esperienza a cui abbiamo già fatto riferimento. Lettura individuale silenziosa e lettura ad altra voce costituiscono un mezzo a basso costo ed alto potenziale, per contribuire a determinare il proprio destino”. (Batini, 2015).
       
      Percorrendo questa strada chi scrive, ha tentato, riportando pochissime note che la generosità altrui ha contribuito al progetto LaAV; i volontari sviluppano doti umane e socialmente è un’esperienza rilevante. Si tratta di persone che, a livello di volontariato, dedicano il loro tempo a leggere per gli altri. È un semplice gesto ma rivoluzionario, è un modo di replicare ovunque, con il medesimo atteggiamento del giardiniere, il quale è paziente percorrendo il lungo tempo della cura.
       
      “Implicarsi in un racconto (da narratore e/o da ascoltatore) è un modo di assumersi una responsabilità, esprimere dei pensieri ad alta voce significa selezionare delle informazioni dal flusso continuo dei pensieri, valorizzarle rispetto ad altre, ma anche liberarsene, affidarle a qualcuno, per condividerne il peso o per poterle osservare da un nuovo punto di vista”. Tutto ciò è utile alla salute degli utenti, intesa come “uno stato di completo benessere fisico, mentale e
       
       
       
      16
       
      sociale e non la semplice assenza dello stato di malattia o infermità4 (OMS, 1948) ”.
       
      (Evangelista, 2015).
       
      Chi legge ad alta voce deve essere anche pronto ad ascoltare, così gli aspiranti medici devono imparare ad ascoltare i pazienti per capire le loro patologie; ascoltare e narrare così che il racconto stesso diventa una sorte di viaggio in cui ci si educa vicendevolmente ad ascoltare. Infine, la narrazione del paziente non è un optional. (Baldini, 1984).
       
       
       
       
      Definizione di un circolo LaAV e compito dei volontari
       
       
       
       
      “I circoli LaAV hanno due tipologie di attività costitutive, che servono a definire un circolo
       
      LaAV come tale:
       
      Uno o più servizi presso istituti per anziani, reparti pediatrici, altri reparti di ospedale, centri per disabili, centri giovanili. Tali servizi dovranno essere caratterizzati dalla continuità (consigliata almeno una presenza settimanale) e da un numero di volontari
       
      atto a garantire il servizio anche in caso d’indisponibilità di qualcuno;
       
      La riunione dei lettori del circolo deve avere finalità organizzativa (dei servizi, delle
       
      attività) e per leggere insieme (letture brevi)”.
       
      I volontari LaAV non sono attori, non sono performer, non devono essere particolarmente bravi o dotati nella lettura, devono semplicemente avere la volontà di
       
      dedicare del tempo agli altri per condividere, ad Alta Voce, le proprie letture.
       
      I volontari LaAV si conoscono attraverso incontri del circolo in cui la mediazione è costituita dalla lettura (ci si conosce attraverso le letture stesse); essi sono contagiosi,
       
      promuovono la lettura.
      La Lettura ad Alta Voce per gli altri diverte, suscita emozioni, rassicura, accompagna, fa
       
      viaggiare, sviluppa l'immaginazione, aiuta a "pensare" il futuro, stimola il ricordo del passato,
       
      permette di elaborare metafore di riferimento per la risoluzione di problemi personali, consente
       
       
       
      http://www.lifeskills.it/le-10-life-skills (sito consultato in data 10 novembre 2015).
       
       
       
       
      17
       
      di "uscire" da eventuali situazioni di difficoltà legati alla propria condizione temporanea o meno (malati, anziani non autosufficienti, soggetti con varie forme di disagio).
       
      La Lettura ad Alta Voce facilita l'instaurarsi di relazioni significative, fa sperimentare al lettore la "potenza" di uno strumento così semplice, di verificare concretamente gli effetti della condivisione che la lettura è in grado di attivare”. (Dal sito www.narrazioni.it). La lettura è sempre somministrata da due persone. In questo modo è più agevole interagire con gli ascoltatori che hanno spesso bisogno di attenzioni particolari, (il destinatario è comunemente un soggetto fragile e sofferente, quindi non in condizione ottimale), inoltre tale modo stimola il confronto e la riflessione sull’esperienza.
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
      Storie che toccano
       
       
      Il contributo di Martina Evangelista su Lettura ad Alta Voce (Evangelista, 2015) è stato fondamentale nello studio trattato. M. Evangelista ha elaborato una riflessione su alcuni casi concreti, basati sulla sua esperienza, personale e professionale. Essa ha riscontrato che l’approccio narrativo permette di migliorare gli ambienti formativi e di cura, riuscendo a portare
       
       
      18
       
      a compimento la mission della relazione, in altre parole il benessere del soggetto, fulcro della formazione e della cura.
       
      Evangelista ha trattato le narrazioni condivise, le quali mettono in moto l’empatia e facilitano le relazioni di aiuto. Essa afferma che raccontare o ascoltare una storia rende più brevi le distanze,
      un modo di comunicare facile e stabilisce un contatto emozionale. Evangelista, quando le nacque il primo figlio, si stupì di quanto accadde nel momento in cui si rivolse all’Azienda Sanitaria Locale, allo scopo di ottenere le esatte informazioni sull’Iter da seguire. Una persona addetta, dietro una scrivania, le fornì, senza alcuna spiegazione, un foglio di Excel, il quale conteneva tutte le date previste per visite e controlli in base alla data dell’ultimo ciclo. Le visite erano stabilite prima della settimana di gravidanza, quindi si trattava di un errore del Computer ed era quindi assurdo presentarsi a visite nel passato. Essa aveva bisogno d’indicazioni precise, di una guida riguardo alla gravidanza; ciò non accadde, tant’è vero che uscì dall’ospedale “inascoltata, piena di dubbi, con un senso di autostima leso, come se le mie poche certezze non avessero valore” (Evangelista, 2015). Lei provò delusione e amarezza, si sentiva anche sola: era la prima volta che “aveva detto ad alta voce” a qualcuno, ad eccezione del marito, che avrebbe dato alla luce un bambino, e in cambio aveva ricevuto informazioni inutili che sembravano
      sancissero la sua completa incapacità.
      La descrizione appena fornita dimostra che la comunicazione interpersonale, per ottenere il suo campo di relazione, utile anche per chi si occupa di Lettura ad Alta Voce, deve “prescindere dall’ascolto reciproco” (Evangelista, 2015). L’ascolto attivo e l’empatia, in tale situazione, sono possibili e applicabili a tutti gli operatori e le persone implicate in relazioni di aiuto: addetti alla formazione, operatori sanitari e della cura, consulenti professionali di vario tipo, educatori, genitori, dirigenti di comunità, ecc. Per sviluppare meglio gli aspetti trattati sarebbe necessario organizzare dei corsi di formazione.
       
      Evangelista continua la sua narrazione, descrivendo un episodio diverso avvenuto qualche mese dopo: andò a farsi visitare da un’ostetrica, con sé aveva in mano una tabella con numeri e dati incomprensibili. L’ostetrica iniziò a porre due domande, fastidiose, apparentemente inutili ma fondamentali:
       
       
      19
       
      Come sei nata? Che rapporto hai con tua madre? Rielaborando il proprio progetto esistenziale, rispondendo alle domande “circolari”, hanno permesso alla “paziente” di accrescere in qualche modo la consapevolezza di sé. L’implicazione in un racconto favorisce sia il narratore sia l’ascoltatore ad assumersi le proprie responsabilità. Esprimere dei pensieri ad alta voce significa poter attingere dal flusso continuo dei pensieri, significa dare valore rispetto ad altro. Se si narra di fatti drammatici, è importante, alla fine, liberarsene, “affidarle a qualcuno, per condividerne il peso o per poterle osservare da un nuovo punto di vista”. (Evangelista, 2015).
       
      La studiosa ricorda un episodio di Lettura ad Alta Voce, non in ospedale ma a scuola, dove il docente lesse lo incipit di un celebre romanzo che trattava di formazione. In quel momento capì che la sua vita sarebbe cambiata e proprio l’episodio in questione la porta a esplorare un universo nuovo. Aveva capito che le parole erano in grado di toccare, abbracciare, contenere, creare, istituire dei legami. L’approccio narrativo ha la proprietà di ribaltare le relazioni interpersonali in ambienti di formazione e di cura, portando a compimento la mission della relazione stessa, in altre parole “il benessere dei soggetti posti al suo centro” (Evangelista, 2015). Il racconto e l’ascolto non prescindono l’uno dall’altro giacché entrambi sono atti concreti di appartenenza cosciente a una situazione: usando il linguaggio matematico si possono definire congruenti. Le narrazioni devono essere scelte con la caratteristica di linguaggio pulito, scorrevole, trasversale, ossia capibile da tutti e con una caratteristica praticità. Per terminare il concetto, una metafora appropriata sarebbe che ognuno di noi è costituito da storie, probabilmente prima ancora di nascere. “Siamo innanzi tutto stratificazioni di storie, e poi atomi d’idrogeno, carbonio, azoto, ossigeno” (Evangelista, 2015).
       
      Evangelista sostiene che le micro narrazioni visive, prive di un linguaggio verbale, danno senso al mondo appena ne facciamo parte e gli aneddoti che gli altri raccontano su di noi, le imprese dei nostri avi, di cui siamo postfazione, la storia che noi influenziamo più o meno direttamente, le piccole narrazioni e le grandi narrazioni ci hanno affascinato e ci hanno aperto la conoscenza verso altri mondi, proprio perché i racconti ci relazionano con il mondo e, prima ancora, con noi stessi.
       
       
       
      20
       
      Le narrazioni servono a capire, a spiegare, a conoscere correttamente le storie di cura, quindi formative. È necessario, per capire ancor meglio tale meccanismo, ascoltare i bambini e le loro storie. Nell’approccio narrativo alle relazioni, lo stimolo alla lettura del racconto richiama i vissuti personali, ma, sostanzialmente, è un invito a fruire e a conoscere collettivamente storie eterogenee, riguardanti il patrimonio letterario, cinematografico, musicale e artistico-culturale. Tra le narrazioni, degni di nota sono le biografie, alcuni brani di romanzi, poesie, racconti, film, canzoni, giochi di ruolo, immagini, performance teatrali, ecc.
       
      L’espressione attraverso il racconto non significa necessariamente parlare apertamente di sé; l’emotività può anche essere veicolata attraverso metafore espresse per mezzo d’immagini, posizioni del corpo, letture ad alta voce, esercizi di scrittura espressiva, ecc. Il racconto deve essere inserito in un ambiente famigliare, ma anche neutro, circoscritto, delicato e sicuro adatto agli ascoltatori coinvolti. In altre parole “inserito in un setting identificabile” in cui si sospende il giudizio e in cui i partecipanti sono consapevoli degli obiettivi da raggiungere, aderendovi spontaneamente”.
       
      La contestualizzazione di un vissuto inserito in una cornice narrativa e metaforica è efficace almeno per due ragioni:
       
      Il soggetto sceglie liberamente come inserirsi in metafora, facendo vivere una delle parti di sé che preferisce, che, generalmente, riguarda il modo in cui il soggetto vorrebbe essere;
       
      L’immedesimazione in metafora avviene senza filtri relazionali, immediatamente e
       
      istintivamente, con caratteristiche del tutto simili al processo ludico.
       
      Per facilitare l’approccio verso l’apertura e la comunicazione, occorre adottare il principio dell’accoglienza, favorendo uno imprinting e/o un apprendimento positivo, creare le condizioni per l’apertura a prospettive e punti di vista diversi per avviare il racconto. Inoltre occorrono la disposizione emotiva meno formale e la più diretta possibile. Infine, è necessario concedere tempo agli uditori, tenendo conto che le pause e i silenzi parlano più di molte domande.
       
       
       
       
       
       
       
       
       
      21
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
      L’esperienza del circolo LaAV di Biella: il progetto Calliope
       
       
       
       
       
       
       
       
      Narrazione, scrittura e lettura, apparentemente e certamente alla portata di ognuno, rappresentano un formidabile strumento d’interpretazione del mondo tutt’altro che banale, sia per le persone che le praticano, sia per la cultura in cui esse sono situate.
      Ciò che rende la lettura una competenza non scontata ai nostri giorni sono i differenti stadi di conservazione delle funzioni cognitive e la disponibilità di risorse (energie fisiche e mentali, disposizione d’animo, competenze di lettura, dispositivi di supporto ai testi come libri, giornali, computer ed occhiali).
       
       
       
       
       
      22
       
      Per questo motivo leggere ad alta voce per altri costituisce una proposta di supporto e intermediazione rivolta a chiunque possa essere tenuto lontano dalle opportunità offerte dalla lettura a causa dei più diversi motivi (età avanzata, funzioni fisiologiche e cognitive compromesse, particolari condizioni sociali e per l’assistenza).
       
      Genesi del progetto
       
       
      Il circolo LaAV di Biella è nato nell’aprile 2014, dopo il convegno nazionale “Pensieri
       
      Circolari”, che ha coinvolto studiosi e partecipanti dell’intero territorio nazionale. Il convegno
       
      ha rappresentato un’importante opportunità per approfondire e diffondere l’approccio narrativo-
       
      esperienziale nella formazione del personale sanitario e socio - educativo. L’occasione di
       
      riflessione e di stimolo è stata così fertile e ricca che molti, tra gli organizzatori e i partecipanti,
       
      si sono attivati per importare nelle singole realtà operative alcuni frammenti o interi progetti
       
      presentati e promossi nel corso del convegno. Tra questi vi è il progetto di Lettura ad Alta voce.
       
      Inizialmente gli incontri tra maggio e novembre 2014 si sono tenuti nel vecchio nosocomio,
       
      poi, a partire dal dicembre 2014, nel nuovo Ospedale sito in Via dei Ponderanesi 2; inizialmente
       
      si è partiti con sette volontari anche dipendenti dell’ASL, in particolare della Struttura
       
      Complessa di Formazione e Comunicazione, una dipendente della Struttura di Medicina
       
      Riabilitativa (la capo sala del Reparto è stata una delle sostenitrici al progetto) poi nel febbraio
       
      2015 l’invito è stato esteso a tutti previo tesseramento. L’associazione Nausikaa chiede un
       
      contributo che contiene spese assicurative e spese di gestione. Il 28 maggio 2015 si è svolta la
       
      festa della Lettura ad Alta Voce in collaborazione con ASL BI, Rotary Club, con gli Istituti di
       
      Istruzione Superiore “Rubens Vaglio”, “Quintino Sella”, “Giuseppe e Quintino Sella”,
       
      “Cossatese e Valle Strona”. Durante la giornata gli studenti, a turno e in diversi reparti, hanno
       
      compiuto l’esperienza della Lettura ad Alta Voce. Le letture si sono compiute all’Ex RSA di
       
      Bioglio “Madonna Dorotea”, ospitata ora in Ospedale (tale struttura, a seguito d’importanti
       
      lavori di ristrutturazione che hanno coinvolto l’edificio originario, dall’ottobre 2013 trova
       
       
       
      23
       
      sistemazione presso il Presidio Ospedaliero dell’A.S.L. BI. La struttura ospita letti di Continuità Per l’assistenza destinati ad accogliere temporaneamente i pazienti dimessi da alcuni Reparti ospedalieri (Geriatria Post-Acuzie, Medicina Riabilitativa, Pronto Soccorso). Si tratta, nello specifico, di persone che, pur non avendo più necessità di ospedalizzazione e pur avendo superato la fase acuta della patologia, hanno ancora bisogno di particolari terapie riabilitative in ambito fisiatrico e geriatrico, di cui non potrebbero usufruire a domicilio), alla Struttura Complessa di Medicina Fisica e della Riabilitazione, presso il Dipartimento di Emergenza (Pronto Soccorso), in Pediatria e in alcuni altri reparti, e negli atri, sul tetto giardino (sia la parte dell’ala Est sia la parte dell’ala Ovest). Oltre alle letture ad Alta Voce ci sono stati spettacoli, performance, interventi musicali. Dopo la giornata, oltre i momenti di lettura consueti, che si svolgono regolarmente il martedì e il giovedì, dalle ore diciassette alle diciotto, il martedì presso l’ex RSA di Bioglio, il giovedì presso la Struttura Complessa di Medicina Riabilitativa. Oltre ai servizi menzionati, degno di nota è il servizio di Book Sharing (scambio gratuito di testi) e il progetto Musica Circolare, in altre parole un pianoforte situato di fronte alla Caffetteria, zona Piastra ambulatoriale, in cui, a turno, è suonato da chi lo desidera o dai professionisti in campo musicale, oltre a varie iniziative in Ospedale e sul territorio con scopi divulgativi del progetto.
       
      Il Circolo LaAV di Biella si è sviluppato nelle seguenti fasi (Allegato alla deliberazione n. 772 dello 01-12-2014):
       
      Il Progetto e il suo ambiente
       
       
      Il progetto qui presentato mira a realizzare interventi e azioni di promozione della lettura ad alta voce in contesti sanitari e socio assistenziali (quindi soprattutto in favore di fasce di popolazione vulnerabili quali degenti di unità di cura e utenti di servizi diagnostici). Tale progetto si colloca in un più ampio panorama d’interventi volti a sostanziare una nuova idea di ospedale, che offra non solo cura e assistenza di qualità, ma anche occasioni utili a rafforzare e acquisire competenze capaci di supportare abitudini e stili di vita salutari e a sperimentare strumenti di
       
      24
       
      crescita e arricchimento personale. Un ospedale quindi che può essere definito di “Rigenerazione”, intendendo, con questo termine, un processo riflessivo e generativo che considera gli spazi fisici, mentali e culturali che attendono al luogo di cura come uno spazio fertile dove promuovere stili di vita sani e di ben-essere per la comunità. Esso si propone di intercettare e valorizzare le risorse presenti nella comunità locale, al fine di comprendere azioni che si configurino come esperienze arricchenti e “rigeneranti”, in grado di contribuire fattivamente al benessere dei cittadini-utenti.
       
       
       
       
       
       
      La lettura ad alta voce e la narrazione come strumento ricreativo e di socialità
       
      La lettura è universalmente riconosciuta come uno dei più potenti strumenti, utilizzati nelle comunità umane, per condividere informazioni e attribuire significato all’esperienza umana, costruendo così idee, quadri valoriali e visioni del mondo.
      La valorizzazione e la diffusione delle pratiche di lettura condivisa, si configura pertanto come substrato dal quale possono essere implementate le life skills personali (vedi sopra).
       
       
       
       
      Risultati attesi e destinatari del progetto
       
       
      Si vuole proseguire il progetto ampliando le realtà/ambienti di lettura, scegliendo quelli in cui i pazienti abbiano una prolungata presenza in ospedale (oncologia, dialisi …). La degenza lunga è preferibile in quanto:
      l’organizzazione della struttura ospitante è predisposta a ritmi di lavoro calmi, in cui il concetto di “tempo da occupare” possa assumere valore;
       
      25
       
      nel lungo periodo di allontanamento dal proprio domicilio può essere maggiormente indicativo proporre spazi di socializzazione e umanizzazione del ricovero;
      esistono maggiori condizioni per creare continuità nell’occasione di lettura tra chi legge e chi ascolta (pur non essendo lo stesso il volontario che legge).
      Si prevede che il progetto a regime possa raggiungere circa quattrocentoottantadue utenti rappresentati dal potenziale della popolazione ospitabile nel nuovo nosocomio.
       
       
       
       
       
       
      Fasi del progetto e annotazioni metodologiche e operative
       
      Fase di prima ideazione
       
      In questa fase è stata preparata l'ipotesi progettuale, dallo svolgimento del Convegno Pensieri Circolari (10-11 aprile 2014) in cui si è svolto tra le altre cose, il primo effettivo incontro l’Associazione nazionale LAAV.
       
      Fase di perfezionamento
       
      Sono ricomprese in questa fase le riunioni preliminari, in cui sono abbozzati i tempi e i modi della “lettura” e il reclutamento e ingaggio dei primi “lettori” interessati. Questa fase si è svolta all’interno di una cornice di sostenibilità ecologica sia con riferimento alla situazione ove si è andati a operare sia per quel gruppo di utenti sia per quanto riguarda il gruppo di volontari che hanno attivato il progetto. In tal senso è stata attivata, con i referenti della Struttura ospitante, una costante negoziazione sui tempi e sui modi dello svolgimento della lettura.
       
       
       
       
       
       
       
       
       
      26
       
      Fase di sperimentazione
       
      Le letture hanno avuto ufficialmente inizio il 28 maggio 2014 e fin da subito si sono condotte azioni di prima verifica.
      Si è tenuto conto di confezionare una locandina, attraverso la quale comunicare le date che si riferiscono alla presenza dei lettori nella Struttura.
      La fase di sperimentazione ha coinvolto gli ospiti della RSA di Bioglio, prevedendo un incontro a settimana di circa un’ora. In virtù dell’elevato turn over degli ospiti, non è stato possibile definire con gli interessati generi letterari e temi preferiti. Per questo motivo per ogni incontro sono preparate letture di diverso genere e per vari gusti. Esse sono costituite generalmente da brevi racconti contenenti una morale, romanzi di avventura, favole, storie, miti e leggende legati a diversi specifici territori, poesie. Si cerca comunque di prediligere racconti che offrano un rimando a esperienze di vita, capaci di risvegliare ricordi in chi ascolta e attivare semplici commenti e considerazioni fra gli uditori. Affinché l’ascoltatore possa percepire il senso del piacere che accompagna una lettura, non sono comunque tralasciati testi che piacciano e appassionino il lettore, che, di volta in volta, sceglierà fra quelli ritenuti più adatti.
      La lettura è sempre somministrata da due persone. In questo modo è più agevole interagire con ascoltatori che hanno spesso bisogno di attenzioni particolari, (Il destinatario è comunemente un soggetto fragile e sofferente, quindi non in condizione ottimale); inoltre tale modo stimola il confronto e la riflessione sull’esperienza.
       
      Fase di consolidamento
       
      Attraverso la partecipazione alla Giornata NAZIONALE LAAV, che si è svolto ad Arezzo in data 1° giugno 2014, ha preso l’avvio, il circolo LAAV di Biella in connessione con l'associazione nazionale.
      Il gruppo si è consolidato e il ritmo di lettura presso l’RSA è diventato regolare. Nel periodo estivo la programmazione della lettura è stata bisettimanale, per tornare settimanale da settembre.
       
       
      27
       
      In questa fase si è affinato il metodo di proposte delle letture e la norma di conduzione degli incontri.
      Si vuole segnalare, altresì, l’avvio di una pratica di lettura in oncologia.
       
       
      Fase di sviluppo
       
      Ha caratterizzato questa fase la programmazione d’incontri periodici di supervisione, l’ampliamento del progetto con reclutamento di volontari attraverso l'associazionismo locale e gli incontri con i presidi delle scuole superiori della provincia di Biella.
      Dall’incontro con i Presidi ci si attende il coinvolgimento futuro degli studenti, nel ruolo di lettori volontari. A proposito di questo possibile coinvolgimento si evidenzia qui come la partecipazione al progetto da parte degli studenti e dei docenti possa rafforzare la sua potenzialità formativa e educativa.
      Infatti, le pratiche di lettura e le attività previste dal progetto si configurano come potenziali occasioni formative e educative volte non soltanto ad accrescere le personali capacità di lettura degli studenti, ma possono esercitare, allo stesso tempo, molteplici effetti su diverse aree di sviluppo socio emotivo, in primis su quella relazionale e comunicativa.
      Tali occasioni potranno essere poi ulteriormente valorizzate attraverso il presidio di opportuni ambienti di educazione e di confronto e di rielaborazione dell’esperienza con il docente.
      In questa fase che prevede la nascita e la cura di una “comunità di lettori” saranno programmati periodici incontri tra i volontari volti a rinnovare senso e motivazioni che accompagnano l’esperienza e a valutare possibili sviluppi ed evoluzioni del progetto. Tra quelli al momento potenzialmente praticabili, vi sono l’organizzazione d’incontri e seminari temi sull’argomento, l’organizzazione di Reading e sessioni di letture in modo che possano coinvolgere, oltre che gli utenti, la quasi totalità dei dipendenti dell’Azienda. Si prevede inoltre di attivare nel prossimo futuro un corso di lettura espressiva per tutti i partecipanti al progetto.
      Ci si propone inoltre di ricercare nuovi spazi e contesti di lettura nel nuovo ospedale”.
       
       
       
       
       
       
      28
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
      Principi della Pedagogia della lettura ad alta voce
       
       
      Alla luce di quanto ha trattato Federico Batini, nel suo contributo in Formazione, narrazione, cura, è presentata una sintesi sui punti che interessano la pedagogia della LaAV e a ciascuno è data una breve spiegazione.
       
       
      Assaggiare: assaggi al plurale di storie con tematiche diverse: il volontario deve poter leggere e conoscere un ventaglio di letture diverse, soprattutto di generi letterari diversi che servano principalmente a sé stesso. È necessario leggere diverse storie, differenti
       
      per tipologia di linguaggio e contenuto, in modo di avere una buona cultura letteraria; Socializzazione: la lettura deve diventare un’esperienza umana felice e contagiosa. Per
       
      essere “testimoni” credibili della lettura è necessario leggere a propria volta, condividendo la propria esperienza di lettore;
       
       
       
       
      29
       
      Pluralità e reiterazione: è necessario leggere una certa varietà di testi, per attirare persone con gusti personali e idee diverse e per ampliare i gusti di chi ascolta. È
       
      necessario far cogliere la ricchezza della polisemia e della semantica;
       
      Gradualità e fiducia: dai testi semplici e brevi, possiamo arrivare ai testi complessi; ciò deve essere una regola. Sono certamente necessari appuntamenti fissi di lettura e volta per volta è necessario rispettare i gusti e i livelli di fruizione dei soggetti con cui si
       
      lavora;
       
      Brevità e accessibilità: utilizzare testi brevi e di facile comprensione;
       
      Prossimità: le storie narrate non devono essere distanti (metaforicamente) dalla vita
       
      degli ascoltatori, con storie i cui personaggi hanno delle somiglianze con la vita reale; Scelta e mediazione: i brani sono scelti in base ai gusti del lettore ma deve mediare tra
       
      le attese dell’uditorio;
       
      Partecipazione: gli ascoltatori possono diventare, occasionalmente o permanentemente
       
      dei lettori per gli altri o lettori tout court;
       
      Assaggi e sperimentazioni: non aver timore di leggere solamente delle parti di alcuni testi; è molto importante non concentrarsi e fissarsi su un solo genere, consentendo agli
       
      ascoltatori di sperimentare generi e modalità differenti;
       
      Ascolto attivo reciproco: occorre incoraggiare lo sviluppo della competenza dell’ascolto attivo. Esso è un ascolto partecipe e in qualche modo è a completamento di quanto ascoltato. Il lettore si percepisce realmente accolto giacché sta donando agli altri e aumenta la fiducia e l’efficacia della lettura; nell’ascolto attivo si attiva la percezione di elementi non immediatamente accessibili, quali ad esempio la musicalità di un testo, lo
       
      stile letterario, lo stile del lettore stesso e le emozioni che condivide esponendo la storia; Personalizzazione e ambiente: non si legge mai la stessa storia. Lettore e ascoltatore
       
      fanno diventare l’esperienza unica, perché vi sono ascoltatori diversi, lettori diversi,
       
      contesti diversi;
       
      Accettazione: per costituire una comunità di lettori è necessario che il lettore, di là delle competenze, deve essere accettato dagli altri.
       
       
       
       
       
       
       
       
      30
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
      4. Interviste sul campo
       
       
       
       
       
       
       
       
       
      In questo capitolo vengono riportate i testi delle interviste condotte a tre volontari del Circolo LaAV di Biella. Completano il capitolo alcune osservazioni e commenti sintetici.
       
      La traccia dell’intervista.
       
       
       
      L’intervista si è articolata in 13 domande poste nell’ordine di seguito descritto.
       
       
      Può descrivermi brevemente come funziona il vostro Circolo?
       
       
      Quanti sono i soci? Quali sono i ruoli e le funzioni principali del circolo?
       
       
      Come viene organizzata l’attività e la vita associativa?
       
       
      Cosa significa per lei leggere ad alta voce?
       
       
      Che cosa la motiva a questa forma di volontariato? Che cosa racconta in particolare di lei questa attività di volontariato?
       
       
       
       
       
      31
       
      In che modo si prepara alla lettura? Quali sono i suoi personali criteri di scelta delle letture che propone?
       
      Puoi segnalarmi qualche aneddoto o episodio che le ha fatto particolarmente piacere e dal quale ha tratto rinnovato entusiasmo e interesse a continuare in questa attività?
       
      Le è mai capitato di sentirsi in difficoltà nel corso di un incontro di lettura? Se sì, mi racconta cosa è successo?
       
      Che tipo di interazioni si instaurano tra i fruitori?
       
       
      Nella sua esperienza di lettore la lettura ad alta voce ha favorito una messa in gioco delle persone presenti all’incontro?
       
      Condivide con qualcuno questa attività di volontario? La promuove fra i suoi amici?
       
      Ha qualche particolare desiderio, sogno o aspirazione per la vita dell’associazione?
       
       
      Desidera aggiungere qualcosa?
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
      32
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
      Intervista a Lettore n. 1
       
       
      La prima intervista è stata maggiormente dinamica, forse meno sistematica ma è stata, tra le tre, la più interessante sul piano affettivo e umano. La persona intervistata, un Impiegata esterno all’ASL BI, con un retaggio culturale molto valido e con studi umanistici alla base, ha narrato la sua esperienza presso la SPDC (Psichiatria), con le difficoltà ma anche la soddisfazione di un rapporto ormai biennale con i pazienti del Reparto e con una grande tenacia e determinazione a proporre loro testi di vario genere e in particolare la vita degli animali. L’amore per i pazienti psichiatrici ha caratterizzato nella lettrice un entusiasmo nei loro confronti che ha reso importante il suo servizio di volontariato.
       
       
       
      Può descrivermi brevemente come funziona il vostro Circolo?
       
       
       
      Il nostro circolo è composto di volontari che provengono da varie realtà. Il nucleo originario apparteneva all’ASL. I primi lettori erano dipendenti dell’ASL o collaboratori
       
       
      33
       
      dell’Azienda Sanitaria. L’idea è nata in un contesto di narrazione, di Medical Humaniets, in cui si toccavano gli ambiti della medicina narrativa, in un ambito di cura in senso lato. Il circolo è partito in una cerchia ristretta, poi si è allargato, ha quindi coinvolto persone che svolgono le professioni più disparate, pensionati, eccetera, insomma, persone che condividono la passione per la lettura e vogliono svolgere un’attività di volontariato che coinvolga anche la loro passione. Il circolo, in realtà, non ha un’organizzazione particolarmente rigida, ha un coordinatore e poi ha delle riunioni periodiche a partecipazione abbastanza variabile: alcune volte ci si raduna in gran numero, altre volte ci si raduna tra poche persone. Tutto ciò è causato dalla varietà di persone che frequentano il circolo, persone con situazioni ed esigenze diametralmente diverse. In realtà non esiste un comitato organizzativo vero e proprio ma, di volta in volta, è possibile organizzare un evento specifico, facendo conto sulle forze disponibili e si capisce quanto si possa chiedere, in termini di disponibilità, ai soci presenti. L’organizzazione è molto fluida.
       
      Quanti sono i soci? Quali sono i ruoli e le funzioni principali del circolo?
       
       
       
      I soci sono, all’incirca, una trentina. Il Coordinatore è il Dott. Alastra, che cerca di essere presente il più possibile. La persona che principalmente coordina l’attività è, storicamente, Rosa Introcaso.
      Ultimamente ci si è organizzati nel seguente modo:
       
      Ciascun reparto in cui si svolge la lettura ha una referente, una sorta di organizzatore dei turni di lettura nel contesto di riferimento. Ci siamo dati la seguente regola: a ogni cantiere di lettura, nuovo, appena aperto, sarà assegnato un coordinatore che si dovrà occupare di curare i rapporti con la coordinatrice infermieristica del reparto, per organizzare il servizio, cercando di predisporre anche i turni di lettura dei volontari che desiderano leggere nel reparto specifico.
       
       
      34
       
       
       
       
      Come viene organizzata l’attività e la vita associativa?
       
       
       
      Ci si raduna tra soci circa ogni mese e mezzo per fare il punto della situazione. La partecipazione degli incontri non è tassativa, ma è importante l’incontro: si rilevano le difficoltà organizzative, un po’ per capire se ci sono dei reparti con cantieri di lettura perché non sono sufficienti i volontari, per organizzare eventi particolari, quali la festa della lettura, ecc.
       
       
       
       
       
       
       
      Cosa significa per lei leggere ad alta voce?
       
       
       
      Per me leggere ad alta voce significa forzare un po’ la mia area di confort: io non ho figli, quindi non ho l’esperienza di lettura con i bambini e nemmeno ho ricordi della mia mamma che mi leggesse favole. Per me leggere ad alta voce è stata un’esperienza nuova e anche che mi mette un po’ in imbarazzo: sono una lettrice che, come tutte le altre persone, è abituata a leggere a mente per conto proprio; quando frequentavo l’università ero abituata a studiare mentalmente e nemmeno ero abituata a ripetere ad alta voce.
       
      Che cosa la motiva a questa forma di volontariato? Che cosa racconta in particolare di lei questa attività di volontariato?
       
       
      Mi motiva il fatto che unisca la passione per leggere e il fatto che possa rendermi utile a persone sofferenti. Mi motiva particolarmente il contesto in cui sono stabilmente
       
       
       
      35
       
      inserita, ovvero il reparto di psichiatria. È un tipo di fragilità che non dico che mi piaccia ma mi ci trovo a mio agio e mi piace frequentare il reparto, che sento vicino.
      In qualche modo trasmetto i miei gusti in campo di lettura e la magia che per me hanno le parole, la loro potenza evocativa, la facoltà di aprire molte finestre, tra cui le finestre della sofferenza. Ti racconterò poi un piccolo episodio a riguardo che mi ha particolarmente colpita.
       
       
       
       
       
      In che modo si prepara alla lettura? Quali sono i suoi personali criteri di scelta delle letture che propone?
       
       
      Di solito colleziono le letture proposte provando a mettermi dalla parte degli uditori; per esempio leggendo in psichiatria, devo cercare di eliminare tutti gli elementi di disturbo nei confronti dei pazienti; l’episodio che ti racconterò, dimostra, al contrario, che pur prendendo tutte le precauzioni a riguardo non sempre sono utili.
      I criteri di scelta che utilizzo sono quantitativi: scelgo testi brevi poiché la capacità di attenzione dei pazienti, nel caso specifico del reparto che frequento, è labile. Utilizzo testi semplici con un linguaggio semplice, non forbito né complesso, con dei riferimenti culturali accessibili. Leggo soprattutto fiabe o comunque racconti di animali, oppure storie in cui ci sia una morale che stimoli la discussione e il confronto anche acceso. Il confronto, anche sostenuto, alcune volte accade ed è accaduto durante i miei turni di lettura.
       
      Puoi segnalarmi qualche aneddoto o episodio che le ha fatto particolarmente piacere e dal quale ha tratto rinnovato entusiasmo e interesse a continuare in questa attività?
       
       
       
      36
       
      Gli episodi sarebbero tanti, uno che mi ha fatto particolarmente piacere è la storia di un signore di novanta anni che ho potuto vedere due volte. Il paziente ha avuto due ricoveri e, a distanza di mesi, quando mi ha visto in sala ricreativa nel momento in cui sono entrata per leggere, si ricordava non solo di me ma soprattutto le letture che gli avevo proposto. Egli si ricordava ancora di due letture perché una era stata fatta su sua richiesta, io frequento il reparto una volta la settimana e lui era stato ricoverato per più settimane e, da una volta all’altra, mi aveva chiesto se potevo proporre una lettura specifica che puntualmente avevo presentato. Egli si ricordava, sia di me, sia della lettura richiesta e anche di un’altra; si era ricordato che una gli piaceva più dell’altra, quindi avevo inciso nella sua memoria un fatto riguardante la lettura.
      Il secondo episodio fu spiacevole ma non drammatico: avevo proposto una lettura da un libro “Momenti di trascurabile felicità” di Piccolo ed era una pagina che avevo classificato come un “racconto innocuo”, non disturbante. Non mi sembrava un brano che avesse suscitato turbamento, ma che infondesse, al contrario, serenità, perché parlava del rapporto che le persone hanno con le code, che si fanno in banca, in posta, al supermercato, ecc. Il racconto era piuttosto scherzoso; in reparto vi era una ragazza ricoverata, molto giovane, che nel momento in cui sentì il racconto affermò; “mi ricorda una persona, veramente identica a quella del racconto” e, la paziente, mi aveva chiesto il testo integrale di cui ero sprovvista in quel momento. Mi era spiaciuto di non averlo con me. La ragazza mi sembrò colpita dal racconto, colpita positivamente. Nel frattempo ero tornata nel pomeriggio perché, in quel periodo, affiancavo anche una presenza musicale in psichiatria, nel senso che mi recavo a leggere al mattino, e all’incontro con il musicista il pomeriggio. Nella pausa pranzo mi ero recata a fare delle fotocopie a completamento dello stralcio di racconto che avevo letto per regalarlo a quella ragazza. Io entrai e le dissi: “Ti ho portato la fotocopia di quel racconto”. Fu molto cortese nell’affermare: “Scusami, ma devo ancora riprendermi dal turbamento che quel racconto ha suscitato in me, il racconto mi ha provocato e ho dovuto persino
       
      37
       
      prendere una pastiglia di ansiolitico aggiuntiva e sono andata in crisi!”. Io mi scusai e disse: “Non c’è problema, ma è un episodio che devo assolutamente dimenticare”. Il fatto, oltre a crearmi imbarazzo e dispiacere, mi ha dato una lezione di vita: oltre ad essere prudente nella scelta dei testi, non puoi mai prevedere che cosa vai a toccare con quel testo, quindi è necessario “prendersi sulle spalle” il carico del rischio, che è ineludibile (concetto di rischio educativo).
       
      Le è mai capitato di sentirsi in difficoltà nel corso di un incontro di lettura? Se sì, mi racconta cosa è successo?
       
       
      Io mi reco in psichiatria dalle ore 16 alle ore 17 e il mio arrivo è spesso concomitante con l’arrivo della merenda, oppure la merenda arriva mentre sto leggendo: in quei momenti, a volte, mi sento un po’ a disagio perché c’è un po’ di confusione attorno a me, c’è della distrazione che io non sono sempre capace di gestire. Mi sento a disagio perché comprendo che, da un lato il momento della merenda è importante per i pazienti, dall’altro lato sono lì a prestare un servizio che non so se interrompere, se proseguire, eccetera. Ho una difficoltà di collocazione!
      A proposito di “imbarazzo”, è da notare che, una volta, in Medicina interna, è capitato che un paziente, prima della lettura stesse guardando la TV; l’abilità della lettrice è stata di dire: “Carissimo, per cortesia spenga, anche perché ciò che trasmettono è brutto, è tragico, è meglio leggere un libro”. Alla fine la volontaria ha ottenuto lo scopo e la televisione, durante la lettura, è rimasta spenta. È necessario, con dolcezza e fermezza, in tali casi, coinvolgere gli utenti in modo corretto.
       
      Che tipo di interazioni si instaurano tra i fruitori?
       
       
       
      A volte, ci sono delle bellissime sorprese perché, anche quelle persone che non vogliano interagire, o non essere in grado di farlo, o di non farcela perché in quel momento non
       
      38
       
      stanno bene e quindi non vogliono ascoltare, in occasione di incontri successivi, in ricoveri a distanza di tempo, ti riconoscono e si ricordano delle letture. Tu, mentalmente, ti dici: “Sembrava che il paziente dormisse e invece ti ha ascoltato”.
      Spesso ci sono anche delle interazioni intense: io ho incontrato, dopo il periodo di degenza, dei pazienti; ricordo una paziente particolare che recentemente è deceduta e alla quale dedicherei un pensiero. La ragazza scriveva poesie e l’avevo conosciuta qui in psichiatria, l’avevo rivista perché avevo acquistato i suoi libri di poesie (il motivo per cui c’eravamo incontrati) e dopo qualche settimana è mancata. Di solito (con voce commossa) c’è un affetto molto spontaneo, spesso ci si saluta baciandosi.
      Nella Struttura Complessa di Oncologia del Presidio Ospedaliero di Biella capitano molto spesso episodi simili, in questo caso tra volontari di associazioni ed enti diversi.
       
      Nella sua esperienza di lettore la lettura ad alta voce ha favorito una messa in gioco delle persone presenti all’incontro?
       
       
      Sicuramente ci sono state situazioni stimolanti in tal senso, impreviste, perché alla fine sono entrate in relazione con loro, la cosa più interessante e anche lo scopo che mi sono prefissa, più del fatto che entrino in relazione con me. Le persone, con le loro situazioni, è meglio che si conoscano e interagiscano tra loro. Avvengono degli scambi, anche nelle cose più banali. Io parlo sempre degli animali; tra loro, a volte, avvengono casi di questo genere. Io amo i gatti, per esempio, spesso leggo storie di animali perché vedo che scatena diversi confronti tra loro, racconti, aneddoti, essendo un’attività entusiasmante.
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
      39
       
      Condivide con qualcuno quest’ attività di volontario? La promuove fra i suoi amici?
       
       
      Ci provo spesso, anche tramite facebook, lo pubblicizzo e dico che esiste quest’attività. È chiaro che è difficile seguirla: io cerco di dare punti di riferimento, spesso li indirizzo a Rosa I., così, perché mi sembra un’ottima cosa!
       
      Ha qualche particolare desiderio, sogno o aspirazione per la vita dell’associazione?
       
       
      Personalmente percepisco quest’associazione come molto legata all’Ospedale perché, a mio parere, si potrebbe anche lavorare su lettura e scrittura, quindi sviluppare dei piccoli laboratori di scrittura, utilizzando poi gli scritti nati in quell’ambiente come letture. È necessario, a tal proposito, far circolare micro storie di pazienti (raccogliendo le storie che vengono create) e leggerle, anziché trarre brani da libri, riviste, internet, eccetera. In buona sostanza, anziché leggere testi di scrittori affermati, leggere testi di gente comune. Certi ambienti sarebbero favoriti, restando soprattutto in ospedale. Mi piace molto l’idea che si sviluppi la lettura individuale, in camera con rapporto volontario-paziente 1:1. In tal modo si possono scegliere le letture che piacciono al paziente, nel caso, soprattutto, di lungodegenze. Immagino situazioni abbastanza estreme come rianimazione, medicina intensiva e semi-intensiva, in situazione di degenze molto lunghe in cui non se ne conosce la prognosi.
       
      Desidera aggiungere qualcosa?
       
       
       
      Penso che la Lettura ad Alta voce sia un’esperienza da proporre a molti, anche per il rapporto con la fragilità, perché un volontariato “soft”, un tipo di volontariato in cui non
       
       
       
      40
       
      c’è la corporeità in gioco (spesso frenante). Abbiamo la parola, con tutto il suo valore e con tutta la sua forza ed è un avvicinamento alla fragilità che può significare tanto.
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
      Intervista a Lettore n. 2
       
       
      L’intervista è stata proposta a un’Infermiera professionale dedita alla formazione. Durante l’intervista è emersa l’unione tra il precedente ruolo sul campo e l’attuale, dalla parte di formatrice e lettrice al contempo. Le risposte hanno una valida sistematicità, tenendo conto che la professionista aveva padronanza sia sull’aspetto del lavoro infermieristico, sia sull’aspetto dell’esperienza di educatrice e formatrice, di colleghi e di chiunque maturasse attitudini e interessi ad un cammino di formazione sulle Medical Humanities.
       
       
       
      Può descrivermi brevemente come funziona il vostro Circolo?
       
       
       
       
       
       
       
      41
       
      Il nostro circolo è composto all’incirca da circa venti soci. Si tratta di un circolo sostanzialmente piccolo, come ben sai, che si occupa di promuovere l’attività di lettura ad alta voce nei contesti fragili, in particolare il contesto che abbiamo scelto per ovvi motivi è l’azienda ospedaliera.
      C’è una ventina d’iscritti, anche molto attivi: tra coloro che consideriamo attivi, si ritrovano nei reparti e leggono con cadenza bimensile. Altri ci frequentano, conoscono la nostra attività, ci supportano dall’esterno, frequentano meno l’attività nei reparti.
       
      Quanti sono i soci? Quali sono i ruoli e le funzioni principali del circolo?
       
       
       
      Tra i soci attivi, circa una ventina, e i sostenitori, è all’incirca una quarantina di persone che sono state in diverso modo sensibilizzate e che, in diverso modo, partecipano alla vita del circolo.
      Come ruoli abbiamo il ruolo del Coordinatore e Organizzatore delle attività che, all’interno del circolo è ricoperto dal Dr. Alastra, e, inoltre, ci sono dei coordinatori di area di lettura a cui fanno riferimento un numero di lettori e che sono coloro i quali si occupano della stesura dei calendari di lettura, che tengono i contatti con le realtà in cui andiamo a leggere, che ovviamente esercitano un’attività di vivacizzazione di quella che è la vita del circolo, fondamentalmente presso i soci.
      Abbiamo quattro cantieri di lettura aperti:
       
      SPDC (Psichiatria), Neurologia, Medicina Riabilitativa e Cardiologia. Si pensa di aprire anche altri cantieri in futuro, valutando prima le forze disponibili sul campo. La Neurologia e la Cardiologia sono cantieri aperti di recente.
      Intendiamo aprire cantieri di lettura in Pediatria (reparto in cui abbiamo diversi simpatizzanti e sostenitori tra i genitori dei bambini degenti), pensiamo poi anche alla rianimazione.
       
       
       
       
      42
       
      Come viene organizzata l’attività e la vita associativa?
       
       
       
      Cerchiamo di tenerci in contatto tra i diversi partecipanti all’attività, tra i coordinatori di area e i lettori, e, con un certo scambio verbale ed epistolare, in prossimità di quelle che sono le attività di lettura anche soltanto per chiedersi com’è andata, se ci sono stati dei problemi, se ci sono questioni da segnalare o no. Sono poi organizzate delle riunioni che possono essere con una cadenza bimensile o ogni tre mesi, per fare il punto della situazione con tutti quelli che sono i coordinatori di area e le persone che sono comunque interessate a prendere parte un po’ più attiva all’organizzazione dei lavori. Tutto ciò è un aspetto del funzionamento che, a mio parere, va ancora un po’ “rodato”, ma probabilmente meglio pensato, meglio gestito. Insomma, è ancora in corso di rodaggio-costruzione. È tutto un discorso a livello organizzativo - pratico e tutto ciò che può essere una possibile attività di sviluppo dell’attività.
       
      Cosa significa per lei leggere ad alta voce?
       
       
       
      Personalmente amo leggere, la lettura è un qualcosa per me naturale. La lettura ad alta voce aggiunge al mio piacere personale per la lettura il fatto che può permettermi di instaurare un ponte relazionale con altre persone nell’ambito di momenti di socialità, che possono essere piacevoli per me e per chi ascolta. È un momento relazionale, se vogliamo estemporaneo, ed è questo il motivo per cui mi piace contribuire a realizzare.
      Mi piace leggere ad alta voce ai miei genitori e ai miei amici, se capita l’occasione. Mi capita ai miei famigliari, ma sono più contenta di poterlo svolgere in una struttura di degenza, in cui le persone possano trarne un beneficio o possano essere aiutate a pensare ad un futuro migliore.
       
       
       
       
       
       
       
      43
       
      Insomma, è anche il tuo mestiere, professione che prima svolgevi
       
      direttamente a contatto con i pazienti….
       
       
       
      Sì, alla fine è sempre un modo per prendersi cura delle persone in un’altra forma. È una piccola pillola, in un certo modo”rigenerativa”, anche a livello personale e spero che lo possa essere per le persone che usufruiscono di questa opportunità, insomma di questo tipo di servizio.
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
      Che cosa la motiva a questa forma di volontariato? Che cosa racconta in particolare di lei questa attività di volontariato?
       
       
      Il motivo è che mi piace mettermi in gioco ed essere in situazione con le persone, nell’aspetto relazionale, nell’aspetto comunicativo, nell’aspetto importante. Se dovessi scegliere un’attività di volontariato, questa risponde maggiormente alle mie corde.
       
      In che modo si prepara alla lettura? Quali sono i suoi personali criteri di scelta delle letture che propone?
       
       
      Mi piace andare a scartabellare tra quelli che sono i temi, i testi, i libri della narrativa che ho letto nei tempi passati e che per qualche motivo penso che potrebbero avere un senso da proporre, che potrebbero far scoprire argomenti certamente già letti.
       
       
       
      44
       
      Normalmente, il giorno prima della lettura, riprendo dei testi, cerco di organizzare contributi di diversa natura, racconti di diverso genere che possano interessare varie categorie di ascoltatori, in base alle personali sensibilità. Ovviamente cerco tra gli argomenti che piacciano a me, che hanno senso e significato all’aspetto della creatività, come riferimento all’autore, scegliendo tra gli autori che mi accompagnano nel cammino della vita di lettura. In sostanza l’unico criterio che utilizzo è diversificare i temi affrontati, se c’è la possibilità, cerco di metterlo in campo e tutto ciò che riguarda la necessità di organizzare le letture per un uditorio che potrebbe comunque creare delle difficoltà, far riscontrare una scarsa attenzione. Fatte salve le caratteristiche citate, cerco appunto di diversificare il più possibile i brani che scelgo.
       
       
       
       
       
      Puoi segnalarmi qualche aneddoto o episodio che le ha fatto particolarmente piacere e dal quale ha tratto rinnovato entusiasmo e interesse a continuare in questa attività?
       
       
      Gli episodi che mi hanno fatto piacere sono stati diversi. Una delle cose per me maggiormente piacevole è leggere con una persona, Gabriella, alla quale avevamo proposto quest’attività durante la sua degenza. Il fatto di ritrovarmela adesso in coppia, ora che è attiva ed è migliorata fisicamente, avere modo di rivederla mi arreca un grande piacere. Ci sono state occasioni in cui ho re incontrato persone che non frequentavo da molto tempo. È stato piacevole riscoprirle anche in un momento così breve, un tempo fugace quale può essere un’ora di lettura all’interno della struttura.
      Ogni volta che le persone ti ascoltano, gli s’illuminano gli occhi e tutte le volte che accade fa molto piacere e costituisce le motivazioni per proseguire.
       
       
       
       
      45
       
      Le è mai capitato di sentirsi in difficoltà nel corso di un incontro di lettura? Se sì, mi racconta cosa è successo?
       
       
      Difficoltà vere e proprie non ne ho mai incontrate. Mi sento a disagio, tenendo conto che le persone non sono così orientate nel tempo e nello spazio e mi pongo la domanda se la loro scelta sia stata libera o dettata da altri motivi; i pazienti si distraggono, non sono consapevoli. In quel momento mi sento io a disagio. Quando invece si sono verificati episodi in cui le persone, magari, per motivi diversi, o perché affaticati, o perché distratti da altre preoccupazioni e probabilmente hanno chiesto di abbandonare la sessione di lettura. Tuttavia, tutto questo processo, non lo avverto come un qualcosa di difficile. È capitato, a volte, di essermi sentita in difficoltà, ma in un contesto particolare di lettura che era la SPDC, ovvero il Reparto Psichiatrico, ma, in quel caso, l’ascoltatore, il paziente, non era stabile, si alzava, disturbava il restante uditorio, interrompeva diverse volte la lettura e quindi aveva creato un lieve disagio.
       
       
       
      Che tipo di interazioni si instaurano tra i fruitori?
       
       
       
      Questo è un aspetto molto interessante perché a volte capita che io, durante i nostri incontri di lettura, trovi delle occasioni in cui le persone, che sono all’interno della struttura si conoscono, perché ci sono state probabilmente delle precedenti occasioni per fare conoscenza, a volte non solo si conoscono, ma si riconoscono e si ritrovano addirittura parenti (è accaduto in qualche occasione!). In certi casi si ritrovano a essere vicini di casa o cose di questo genere. Tutto questo processo che si osserva non solo è divertente ma anche molto interessante! Di fatto l’aspetto della personalità è quello che riguarda il scambiarsi pareri su quello che è stato ascoltato, esprimere la propria opinione, a esternare il proprio punto di vista è una questione prioritaria cui tengo
       
       
      46
       
      particolarmente. Il tipo di relazione che s’instaura è legata all’esprimere i propri punti di vista sul racconto, sulla lettura.
       
      Nella sua esperienza di lettore la lettura ad alta voce ha favorito una messa in gioco delle persone presenti all’incontro?
       
       
      Io cerco sempre di farlo, penso che sia una delle finalità della LaaV. Io cerco in qualche modo di sollecitare ciò che è l’espressione del proprio punto di vista, poi non sempre le persone sono disponibili. Ogni caso va valutato in base all’ambiente e alla situazione che ci si trova dinanzi. È necessario rendersi conto fino a quando è bene, fino a quando in qualche modo si possa o no procedere in quella direzione. Quando trovo un contesto favorevole cerco di mettere in gioco gli astanti. È un qualcosa di bello, d’interessante, accresce la capacità delle persone di aprire in qualche modo i loro orizzonti. È un aspetto che, dal mio punto di vista, tonifica molto quello che è la lettura proposta all’interno della struttura. Tanto più siamo capaci di alimentare un buono scambio di considerazioni rispetto a qualche tema proposto, siamo lieti di farlo. Buona significa rispettosa dei punti di vista, una conversazione capace di ascoltarli, di accoglierli, di indagarli e motivarli adeguatamente, penso che sia importante farlo e in qualche modo favorirlo.
       
      Condivide con qualcuno questa attività di volontario? La promuove fra i suoi amici?
       
       
      Promuoverla la promuovo, condividerla con gli altri di sicuro. Condivido questa passione con gli amici, anche perché mi piacerebbe che la famiglia dei lettori ad alta voce crescesse, nell’attesa di pensare sempre più attività coinvolgenti e rivolte anche ad altre realtà, non soltanto un’esperienza ospedaliera. La condivido anche con qualche collega, la condivido con qualche amica.
       
      47
       
      Ha qualche particolare desiderio, sogno o aspirazione per la vita dell’associazione?
       
       
      La prima cosa è accrescere il numero dei volontari lettori, con la possibilità di crescere insieme come lettori ad alta voce. Sarebbe un buon obiettivo anche con l’aumento delle proprie competenze di lettura ma anche creando dei contesti dove potersi scambiare delle informazioni sugli autori, eccetera. Mi piacerebbe organizzare delle attività che coinvolgano i giovani, assolutamente sì. Tutto ciò sarebbe da proporre a bambini e ragazzi nelle scuole, come d’altronde era accaduto durante la “Festa della lettura”, coinvolgendo gli Istituti Superiori biellesi, tra cui I.I.S. “Cossatese e Valle Strona”, I.I.S. “Q. Sella”, Liceo “G. e Q. Sella”, I.T.C.S. “E. Bona”.
       
      Desidera aggiungere qualcosa?
       
       
       
      Innanzi tutto desidero ringraziarti per le domande che hai posto perché mi hanno fatto riflettere un po’ sull’esperienza della lettura ad alta voce. Può darsi che mi vengano in mente altre cose che potrebbero essere utili al percorso di studi che stai affrontando ed eventualmente potrei anche condividere in via telematica. Penso che sia importante trovare occasioni e ambiti per promuovere in più modi la lettura, tanto la lettura ad alta voce che la lettura personale perché mi rendo conto che siamo veramente indietro rispetto a quelle che sono i parametri minimamente accettabili rispetto alla produzione di testi legati alle competenze specifiche piuttosto che altro. Si legge spesso per necessità e dovere e non per piacere. Una cosa che mi piacerebbe organizzare sarebbero dei circoli di lettori che si scambiano il proprio piacere per la lettura raccontandosi dei libri o dei testi che sono stati letti. Non so se tutto ciò può rientrare nelle competenze di un circolo ad alta voce.
       
       
       
       
      48
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
      Intervista a Lettore n. 3
       
       
      Alla luce di un’esperienza nel campo della Medicina Fisica e della Riabilitazione, una Fisioterapista narra la sua esperienza sul campo, evidenziando pregi e difetti del sistema Lettura ad Alta Voce.
       
       
       
      Può descrivermi brevemente come funziona il vostro Circolo?
       
       
       
      Il nostro circolo funziona in questo modo: siamo un gruppo di volontari che ci rechiamo
       
      in alcuni reparti dell’Ospedale degli Infermi di Biella: Medicina Riabilitativa, Cardiologia, SPDC. Ogni reparto ha un referente che organizza il numero di persone presenti al gruppo di lettura, poi ci si trova, si legge ai pazienti e, terminata la lettura, si torna alla propria abitazione o alle proprie occupazioni. Una volta l’anno ci s’incontra per condividere le proprie idee, le proprie esperienze, per valutare eventuali questioni da migliorare, come procedere, se sia necessario aprire qualche altro cantiere in qualche
       
      49
       
      altro reparto, eventualmente chiuderli, se non c’è una sufficiente risposta da parte dei pazienti.
       
      Quanti sono i soci? Quali sono i ruoli e le funzioni principali del circolo?
       
       
       
      I soci sono circa una trentina. A capo del Circolo vi è il Presidente e vi sono delle persone che sarebbero i referenti dei vari reparti. Ad esempio, io stessa sono la referente della Medicina Riabilitativa. Il referente è chi si deve impegnare maggiormente per l’associazione, deve organizzare e stilare il calendario degli incontri, eventualmente raffrontarsi con la Capo Sala del reparto nel caso insorgessero dei problemi. Inoltre, i vari Referenti fanno capo a un’altra persona, la referente del Circolo, per consegnare i calendari, in modo che lei stessa abbia davanti a sé tutto il calendario, il prospetto dettagliato essendone la coordinatrice. Alla fine ci sono poi i lettori, che sono una parte importante del tutto. I lettori sono detti anche volontari.
       
      Come viene organizzata l’attività e la vita associativa?
       
       
       
      Abbiamo delle riunioni periodiche come circolo LaAV, con i Referenti, il Presidente del Circolo, la Coordinatrice, in cui si cerca di migliorare un pochino, al fine di valutare le attività che si possono svolgere o meno.
       
      Cosa significa per lei leggere ad alta voce?
       
       
       
      È un modo di fare volontariato in una maniera diversa. A me piace leggere e condividere ciò che leggo con gli altri. Condivido con gli altri una cosa bella, considerando che oggi la lettura sta perdendo il suo valore. La Televisione e Internet sostituiscono i libri e la lettura.
       
       
       
       
       
      50
       
      Che cosa la motiva a questa forma di volontariato? Che cosa racconta in particolare di lei questa attività di volontariato?
       
       
      Io leggo in dialetto piemontese. Mi hanno dato un libro con dei racconti ambientati in zona e lo propongo sempre quando mi reco a fare una lettura. Un giorno, essendo in Medicina Riabilitativa, propongo una lettura in dialetto. Una signora mi disse di essere originaria dell’Albania, da poco in Italia, e non avrebbe compreso una lettura in dialetto, tanto più con una scarsa comprensione anche della lingua italiana. Abbiamo archiviato dunque la lettura e abbiamo preferito un’altra lettura in italiano. Alla fine giunse la figlia della signora e la signora, ovviamente, lasciò la sala; appena uscita, lei con la figlia, le persone rimaste mi dissero: “adesso ci legge la storia in piemontese?”. Anche quando si racconta una storia in italiano, talvolta capita che a chi non interessa non si presenta all’incontro (tra i pazienti). Di solito i pazienti che vengono sono interessati e si vede la partecipazione, oppure la gente che racconta una sua esperienza, ti racconta di quando aveva vissuto una vicenda simile. Tutte queste cose sono interessanti, si può interagire, è bello ascoltare il racconto degli altri e poi vedere le persone che tornano in camera ringraziarti per aver trascorso un’ora diversa (“grazie per aver trascorso un’ora diversa!”). Tutto ciò ti stimola a proseguire ed è incoraggiante.
       
      In che modo si prepara alla lettura? Quali sono i suoi personali criteri di scelta delle letture che propone?
       
       
      È da un paio di anni che leggo, per cui mi sono fatta un po’ un mio bagaglio e oramai le letture che propongo sono sempre le stesse, anche se i pazienti cambiano. Integro molte volte le letture e ho notato che, dove leggiamo noi, si tratta prevalentemente di pazienti anziani. A loro piacciono molto le storie di Mauro Corona, che trattano dell’ambiente alpino, oppure le storie di Guccini che sono racconti di accadimenti passati, di ciò che è
       
       
      51
       
      accaduto nel passato, storie di vita degli anni ’50 e ’60. Oltre al repertorio che ho detto, vanno per la maggiore i racconti di animali, non la favola ma racconti reali. A disposizione ho un testo di un veterinario inglese che racconta la sua esperienza. Sono racconti di animali realmente accaduti, in stalle, fattorie e altrove. I pazienti, la gente, sono quindi riportati al loro mondo e al loro passato: essi ci si ritrovano e sono interessati.
       
      Puoi segnalarmi qualche aneddoto o episodio che le ha fatto particolarmente piacere e dal quale ha tratto rinnovato entusiasmo e interesse a continuare in questa attività?
       
       
      Tutte le volte che si va a leggere c’è sempre la persona che emerge dal gruppo, l’elemento trainante che comunque intavola il discorso. Ad esempio una volta abbiamo letto un racconto inerente i cavalli e queste persone hanno iniziato a parlare delle loro esperienze o memorie e tutto ciò non può che fare piacere. Un episodio preciso non c’è, tutte le volte c’è effettivamente qualcuno che intavola il discorso.
       
      Le è mai capitato di sentirsi in difficoltà nel corso di un incontro di lettura? Se sì, mi racconta cosa è successo?
       
       
      A disagio non mi sono mai sentita. Devo dire che, qualche volta, succede che, soprattutto quando ci si reca a leggere in Post-degenza, che i pazienti vengano “scaricati” in soggiorno senza che a loro stessi importasse l’ascolto dei brani. In tal caso non ci si sente a disagio ma si ha quasi l’impressione di fare un torto ai pazienti. L’unica soluzione, quando ci si rende conto, è di riportarli in camera, chiedendoti perché il paziente è stato portato ugualmente all’ora di lettura. Ad altri lettori sono capitate anche situazioni simili.
       
       
       
      52
       
      Che tipo di interazioni si instaurano tra i fruitori?
       
       
       
      Se trovi il racconto giusto avviene l’interazione, a volte succede che persone che non si conoscono si ritrovano compaesani, oppure si raffrontano su fatti simili avvenuti in due paesi limitrofi. A volte riconoscono le persone per parentela, oppure rivelano di essere figli di persone vissute nello stesso paese nel passato, eccetera. Il dialogo che si sviluppa non è “fuori tema” ma inerente all’argomento trattato, ad esempio se si tratta di animali, l’argomento sarà gli animali e via dicendo. Il biellese è una zona piccola e quindi, bene o male, ci si conosce un po’ tutti.
       
       
       
      Nella sua esperienza di lettore la lettura ad alta voce ha favorito una messa in gioco delle persone presenti all’incontro?
       
       
      Solamente il fatto di andare a leggere mette in gioco. Il fatto di fare volontariato, prendere e andare in un reparto, mettendoti a diposizione delle persone è notevole, soprattutto perché è un qualcosa di volontario.
       
      Condivide con qualcuno quest’ attività di volontario? La promuove fra i suoi amici?
       
       
      Io lo propongo soprattutto tra i colleghi, però non c’è mai stato nessuno che si sia effettivamente interessato. Le mie colleghe sono molto contente quanto vado a leggere perché capiscono anche che per i pazienti sia importante ma nessuna di loro si è mai offerta. Personalmente condivido e lo dico ma non ho mai avuto finora dei riscontri.
       
       
       
       
       
       
       
       
      53
       
      Ha qualche particolare desiderio, sogno o aspirazione per la vita dell’associazione?
       
       
      Sarebbe bello poterlo ampliare in più reparti e trovare volontari che vengono perché, purtroppo, alle volte, le persone si vedono interessate ma poi non si presentano. A me personalmente piacerebbe poterlo fare in pediatria con i bambini. Le intenzioni ci sono e sono serie ma non è stato ancora aperto il cantiere.
       
       
       
       
       
       
       
       
      Desidera aggiungere qualcosa?
       
       
       
      In medicina riabilitativa abbiamo fatto qualcosa in più e segnalo l’iniziativa Musica e lettura. Io personalmente l’ho fatto per qualche volta, sempre con la stessa persona e le persone, i pazienti, apprezzano moltissimo musica e lettura.
       
      E.. puoi dirmi come funziona?
       
      Inizia l’incontro e ci si suddividono le parti, prima l’ascolto di una canzone e poi la lettura di un brano, a fasi alterne, insomma. La cantante con cui collaboriamo ha un suo piccolo repertorio, lei propone diversi titoli che le persone scelgono, lei utilizza chitarra e voce e i pazienti apprezzano davvero molto. A volte ti chiedono una canzone in più e una lettura in meno!
       
      La musica in generale fa sì che le persone si distraggano maggiormente, passino un’ora diversa tralasciando i loro problemi fisici.
       
       
       
       
       
       
       
      54
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
      Considerazioni sulle interviste presentate
       
       
      Le interviste ivi proposte, hanno evidenziato come la Lettura ad Alta voce cambi la vita delle persone, le quali comprendono l’importanza del volontariato che intende “curare” i pazienti i quali, ascoltando le letture proposte, riflettono in sé stessi e accettano meglio le condizioni di sofferenza e di disagio sociale. Essi vincono la solitudine, l’abbandono, l’inedia, la pesantezza dei tempi ospedalieri e della degenza. Al contempo chi svolge questa forma di volontariato (e sono state intervistate persone che dedicano la vita a esso, o comunque sono diventate ottime professioniste sul campo) si arricchisce interiormente, capisce meglio le esigenze degli altri e impara, nel migliore dei modi, in un’evoluzione crescente, ad aiutare le persone in modo non invasivo ma attuando con essi una relazione.
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
      55
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
      Considerazioni conclusive
       
       
      Lo studio ivi riportato parla di lettura ad Alta Voce, in particolare abbiamo incentrato il discorso sulle proposte di opere di narrativa e romanzi, da presentare al “pubblico” di Ospedali, RSA, Carceri e Scuole. In ciascuno degli ambiti appena citati la lettura, ha un suo particolare significato. Il nostro studio e si vedano le interviste descritte in precedenza, è stato calibrato soprattutto in ambito sanitario, in particolare nel presidio Ospedaliero “Degli Infermi” di Biella, ambito in cui si è sviluppata la nostra ricerca.
       
      La tesi si è snodata con il contributo di studiosi, formatori, educatori sul campo, sviluppando una parte teorica sull’importanza della lettura, sullo sviluppo dei circoli LaAV, in particolare la Sezione di Biella, sulla base dell’esperienza di Martina Evangelista, grande studiosa e ricercatrice sul campo. Al termine dello studio sono state riportate delle interviste, le quali hanno reso più corposo il lavoro e al contempo hanno fornito note di vita quotidiana legate alla Lettura ad Alta Voce.
       
       
       
       
       
       
      56
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
      Riferimenti bibliografici
       
       
      Alastra V., Batini F. [a cura di], Pensieri Circolari, Formazione, Narrazione e Cura, Pensa Multimedia, Lecce, 2015
       
      Baldini M., Educare all’Ascolto
       
       
      Batini F. (2009), “Narrative Consueling and Life Skill”, Enciclopedia XIII, 26
       
       
      Batini F. (2011), Storie che crescono. Le storie al nido e alla scuola dell’infanzia, Bergamo, Junior
       
      Batini F., Bartolucci M., (2014), “Reading, memory and dementia: a pilot study – Lettura,
       
      memoria, declino cognitivo: uno studio pilota”, in Formazione, lavoro e persona, IV, 11, pp.
       
      116-127.
       
       
      Batini F., Giusti S., (a cura di) (2009), Le storie siamo noi. Gestire le scelte e costruire la propria vita con le narrazioni, Napoli, Liguori.
       
      Batini F., Giusti S., (a cura di) (2013), Autori e interpreti delle nostre storie, Lecce-Brescia, Pensa Multimedia
       
      Batini F. (2015), Perché le storie? Lettura, sviluppo, Educazione e… futuro…,, in Alastra V., Batini F., [a cura di], Pensieri Circolari, Narrazione, formazione cura, Pensa Multimedia, Lecce
       
       
       
       
       
      57
       
      Bellington J. Et al (2013), “A literature-based intervention for older people living with dementia” Perspectives in public health, 133, 3, pp. 165-173.
       
      Benjamin W. (2011), Il narratore. Considerazioni sull’opera di Nikolaj Leskov (1936), trad. it. con note e commento di A. Baricco, Einaudi, Torino
       
      Berns G., Blaine K., Prietula M., Pye B.E., (2013), “Short – and Long-Term Effects of a Novel on Connectivity in the Brain” in Brain Connectivity, 3,6
       
      Bruner J.S., Jolly A., Sylva K. (1981), Il gioco, Roma, Armando
       
       
      Cozza G., (2012), Me lo leggi? Racconti , fiabe e filastrocche per un dialogo d’amore con il nostro bambino, Torino, Il Leone Verde
       
      Donanoni M. (2010), META@FORMING crescere e migliorare attraverso l’esperienza in metafora, Roma, Dante Alighieri
       
      Evangelista M. (2015), Storie che toccano , in Alastra V., Batini F., [a cura di], Pensieri Circolari, Narrazione, formazione cura, Pensa Multimedia, Lecce
       
      Galimberti U. (1992), Dizionario di psicologia, UTET
       
       
      Giusti S., Batini F. [a cura di], Imparare dalla Lettura, Le storie siamo noi, Loescher, Torino, 2013
       
      Giusti S., Batini F., Imparare dalla lettura, Loescher, Torino, 2015
       
       
      Levorato M.C. (2000), Le emozioni della lettura, Il Mulino, Bologna
       
       
      Mantovani G., (2008), Analisi del discorso e contesto sociale. Il Mulino, Bologna OCSE (2007), Valutare le competenze in scienze, lettura e matematica. Quadro di riferimento di Pisa 2006, trad. it Armando, Roma
       
       
       
       
       
      58
       
      Petit M. (2010), Leggere per vivere in tempi incerti, Brescia-Lecce, Pensa Multimedia (traduzione a cura di Federico Batini, l’edizione originale è quella italiana).
       
      Schulz von Thun F. (1997), Parlare insieme, Milano, Tea
       
       
      Straccioli G. (2010), Ludografia: raccontare e raccontarsi con il gioco, Roma, Carocci
       
       
      Tabucchi A. (2009), Elogio della letteratura, Agra, Atene
       
       
      Torodov T. (2008), La letteratura in pericolo (2007) trad. it. Garzanti, Tea, Milano
       
       
      Tropea S. (2012), A paradigmatic shift from stories “as told”, so stories ad tool.
       
       
      Watzlawick P., Beavin J.H., Jackson D.D. (1971), Pragmatica della Comunicazione Umana, Roma, Astrolabio
       
      Zannini L. (2008), Medical Humanist e Medicina Narrativa, Nuove prospettive nella formazione dei professionisti della cura, Milano, Raffaello Cortina editore.
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
      Sitografia
       
       
       
       
      59
       
      http://www.narrazioni.it/it/index.php/laav-279 http://www.narrazioni.it/it/index.php/laav-279 http://www.narrazioni.it/it/index.php/laav-279 http://www.produzionidalbasso.com/pdb_1237.html https://www.facebook.com/LaAvLettureAdAltaVoce https://www.facebook.com/LaAvLettureAdAltaVoce https://www.facebook.com/LaAvLettureAdAltaVoce www.farpensare.org
       
      www.iss.it/cmnr , sezione Medicina Narrativa
      www.narrazioni.it
      http://www.lifeskills.it/
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
      60

    • G.I.N.O. = Generale Imperatore Nerone (moderno) Offensivo, è l'acronimo del Boss che comanda. Il suo comandare è altamente insolito, a dir poco comico e surreale, è anche insegnante, ma che fa inginocchiare sulle noci e usa la bacchetta per percuotere, offende con le labbra, parla in dialetto Piemontese, è razzista verso tutto i meridionali d'Italia, eppure con la sua "presunta arroganza" riesce a farmi amare e non odiare. Della serie tanto fumo, tutto arrosto, urli e lettere contro, avvocati, giudici e quant'altro. Una storia drammatica, ma anche comica anzi, "tragicomica".

    • Molto tempo fa raccontai il mio segreto più nascosto a Giuda, quello di essere felice.
      Lui mi tradì, parlò con la tristezza e le raccontò ogni dettaglio di quel segreto, lei si arrabbiò con me e decise con tutta se di infrangere la mia felicità.
      E dal quel giorno, la persi.

    • buon giornobello a tutti , sebbene alla primavera manchi poco meno di un mese, precisamente venti giorni, la bella stagione non si sta facendo attendere con un aumento delle temperature che nelle ultime settimane ha raggiunto livelli alquanto imprevedibili. Quanti di voi si sono accorti del cambio repentino del clima?  E Che l’alba arriva prima mentre alle diciotto e trenta circa c’è ancora la luce del sole?
      È certamente un chiaro segnale dell’arrivo della primavera.  Nel corso degli anni come studente i cambi di stagione hanno sempre mosso in me qualcosa di particolare, questi , infatti, scandiscono la routine di tutti gli abitanti sulla terra dagli animali che fanno scorta di cibo per il letargo in inverno agli studenti  il cui letargo vuol dire sessione invernale. Con l’arrivo di Marzo invece al contrario ci si spoglia, le teste escono dai cappucci, le sciarpe sono indossate oramai solo dai più freddolosi e Il sole in questo periodo più che in ogni altro porta un piacevole calore.
      Con l’arrivo della bella stagione, lo studente pendolare vive con meno trauma il tragitto da un’eventuale stazione all’università permettendosi anche il lusso di scambiare due parole con i propri colleghi studenti durante il tragitto, senza preoccuparsi di essere colpito da una ventata gelida che lo terrà a casa con la febbre per settimane interminabili. Le lunghe giornate in università diventano più piacevoli, le lezioni più interessanti e gli aperitivi alla fine della giornata si fanno più frequenti, lunghi e rilassanti diventando così occasione di socializzazione e Grazie a tutte queste condizioni non si sa mai che qualche cuore fino a quel momento infreddolito dall’inverno non possa trovare anch’esso un po’ di calore.  
       
       Sebbene non sia ancora il venti di Marzo, possiamo dire però che la primavera è già qui con largo anticipo quest'anno , non sapendo se essere grati o meno di questo, è giusto fare delle riflessioni. In un’epoca in cui le temperature sono solite schizzare da un estremo all’altro e i cambiamenti climatici stanno portando il nostro ecosistema verso conseguenze irreversibili. Le tragedie sono all’ordine del giorno, dallo scioglimento dei ghiacciai agli incendi che mettono a repentaglio l’habitat d’intere specie, come sappiamo tutto questo è causato dal riscaldamento globale che porta già alla fine di Febbraio temperature con picchi di venti gradi di questo passo è sicura, ci scorderemo delle mezze stagioni e con esse di tutti i piacevoli cambiamenti che portano.  
      In conclusione dall'umile riflessione di  uno studente posso solo invitarvi a godervi le temperature qualsiasi esse siano dalla neve che scende a fiocchi a Natale al sole di marzo che riscalda dopo un gelido inverno il mio invito è quindi uscite fuori e godetevi la natura qualsiasi essa sia, basta centri commerciali o domeniche chiusi in casa, è giunto il momento di farvi lunghe passeggiate e di respirare aria pulita (o quello che ne rimane), raggiungete la vetta più alta e fatevi baciare dal sole.
       

    • La fortuna era arrivata, improvvisa quanto immeritata, a deviare bruscamente il placido scorrere della sua vita da commesso a tempo indeterminato. Un uomo privo di carattere e un po’ in sovrappeso, che non dimostrava i quarantadue anni che gli avevano impedito di essere definito ′Il ragazzo d’oro della new wave letteraria italiana′, delirante appellativo che era toccato in sorte al suo acerrimo rivale, Nestore Giocondi, metalmeccanico della bassa padana che, a dispetto di un’intestazione anagrafica da vecchio partigiano, era nato quando Emidio aveva già conseguito il diploma grazie al quale si era introdotto di prepotenza nel meraviglioso mondo del precariato.  A rigor di logica, avrebbe dovuto attenderlo un futuro privo di prospettive esaltanti, avaro anche di un’ipotesi di realizzazione che potesse concedergli il lusso di un sonno ristoratore. C’era poco da stare allegri. La sua esistenza sarebbe stata piatta come un altopiano etiope, se solo non…  La buona sorte aveva posato uno sguardo su di lui. Quel tipo di ′benevolo sorriso del fato′, altrimenti definibile come ′straordinario colpo di culo′, capace di gettarlo in una specie di strano sconforto. Perché? I forti di spirito, categoria cui, a torto, riteneva di appartenere, di solito pensano che la dea bendata non esista, che sia una scusa, neppure troppo buona, per giustificare i propri fallimenti, che i risultati soddisfacenti si ottengono solo versando sudore e sangue. Anni e anni di laborioso e frustrante lavoro per arrivare, un giorno lontano, a scorgere l’ombra dell’agognata affermazione. Cazzate.   
      In quale modo misterioso il suo romanzo d’esordio fosse finito nelle mani del Papa, rimane un enigma che ancora oggi fa sognare a occhi aperti i pennivendoli di tutto il mondo. Prima che il miracolo si compisse, il principale passatempo di Emidio era collezionare lettere di rifiuto da parte di case editrici grandi, medie, piccole, o appena visibili alla spietata lente di un microscopio atomico. Ne aveva inanellate settantasette. Una cifra ragguardevole, sufficiente a tappezzare un’intera parete, anche se parecchio lontana, diceva a se stesso, a volte con un po’ di rammarico, altre con la vaga speranza di avere ancora una possibilità, dalle centoventidue messe insieme da Francis Scott Fitzgerald all’inizio della sua carriera.  In una lettera prestampata, in risposta all’invio cartaceo di una raccolta di racconti, un editore piuttosto apprezzato da nerd iscritti a corsi di scrittura creativa e da appassionati di massimalismo americano, tenendo a precisare quanto fosse fallibile il processo di selezione che porta alla scelta di un testo da pubblicare, si auspicava di essere lungimirante e non commettere gli stessi errori di chi, quasi un secolo prima, aveva sbattuto la porta in faccia a uno dei maggiori esponenti della Generazione Perduta. Se persino il cantore dell’età del jazz era stato vittima dell’ottusità editoriale, perché non lui? A essere sinceri, poi, l’indifferenza riservatagli era più che giustificata. In poco meno di trecento pagine, il nostro eroe aveva distillato angosce e visioni degne di un poeta liceale con un debole per il vino scadente e una discreta propensione all’autocommiserazione. Si trattava di una vicenda che, per quanto fingesse di percorre i sinuosi sentieri di un realismo magico all’amatriciana, dopo qualche pagina naufragava in un prevedibile guazzabuglio autobiografico. Una storia d’amore non corrisposto dalle fosche tinte… mistiche.   
      «Come ti è venuto in mente di uccidere Dio?», gli avevano chiesto durante la prima intervista seguita all’Angelus in cui al pontefice era venuta l’assurda idea di citare un passaggio del libro di “questo scrittore romano che mi ha molto incuriosito. Lui sfida Nostro Signore. Gli mostra i pugni. Pretende il confronto che il Padre deve al Figlio. All’inizio non si capiscono, ma, alla fine di un lungo percorso di conoscenza, la rabbia cede il passo alla consapevolezza, all’amore”.  Emidio si era guardato bene dal commentare le parole del Santo Padre. Avrebbe potuto rivelare di essere ateo, e: «non era mia intenzione scrivere un libro che, nonostante l’ostilità dimostrata nei confronti del concetto stesso di religione organizzata, venisse elogiato dalla massima guida spirituale occidentale», ma l’aveva ritenuta una mossa poco avveduta. Era ancora presto per compromettere la propria carriera. Fino a sabato 23 maggio, giorno antecedente quello in cui le sante parole erano suonate forti in piazza San Pietro, aveva venduto circa dodici copie, perlopiù a parenti, amici, o a semplici conoscenti curiosi di vedere cos’era capace di fare. Prima della fine dell’estate, Perché ti amo (questo l’infelice titolo da romanzetto per ragazzine brufolose con cui aveva deciso di marchiare quel personalissimo Zibaldone for dummies) era già stato tradotto in quindici lingue.  Del suo passaggio attraverso un numero impressionante di concorsi letterari di qualsivoglia genere e importanza, dai più blasonati e inaccessibili per un esordiente, al Premio Città di Minchiolino che, tra le altre cose, metteva in palio, per il vincitore, una targa intagliata da un artigiano locale, e un prosciutto affumicato (prodotto dell’allevamento suino del medesimo pregevole artista), non era mai restata traccia. Il suo nome, la sua opera, erano destinati a un comprensibile oblio. Del resto a chi sarebbe potuto interessare il folle viaggio nell’oltretomba di un tardo adolescente (diciamo pure, un adulto invecchiato malissimo) dotato della fantastica facoltà di comunicare tramite posta ordinaria con un suo amico defunto, deciso a commettere un deicidio in nome di una ragazza che avrebbe preferito grattugiarsi le labbra sull’asfalto piuttosto che posarle sulle sue guance barbute? All’attuale vicario di Cristo, a quanto pareva. Sorvolando, in maniera divina, sulle intenzioni bellicose del protagonista, il Papa aveva letto nella resa dello stesso una sorta di ammissione di colpevolezza, quella di un uomo che si fa carico delle proprie mancanze e vi pone rimedio, di più, era come se il figlio dell’aurora, il superbo e luminoso astro del mattino, fosse caduto in ginocchio e avesse deciso di strisciare verso le porte del paradiso chiedendo perdono al Creatore di tutte le cose visibili e, bla, bla, bla.  Ascoltando il suo primo fan spiegare a un giornalista perché quel libruncolo, che prima dell’inattesa sponsorizzazione targata Città Del Vaticano era disponibile soltanto in formato ebook, o in cartaceo, attraverso un complicato sistema di pay on demand, lo avesse colpito tanto, Emidio aveva sbadigliato. Per fortuna si trovava seduto sul divano, davanti al televisore, non sotto l’occhio vigile e spietato delle telecamere.  In quel coloratissimo sogno in cui era caduto, solo di una cosa si era sentito certo: la sua vita non sarebbe più stata la stessa.

    • Mi giro e rigiro nel mio letto: non ho sonno. Decido di fare un salto fuori e prendere una boccata d'aria e schiarirmi le idee.Raggiungo il terrazzo e scruto l'orizzonte. La luna è offuscata dalle ceneri che aleggiano nell'aria. Anche se la città dorme non mi sento al sicuro in questo posto. Vivo in questo palazzo da tre anni e anche se non mi manca niente ho paura dell'oscurità. Ho i brividi.
      Ho libri per riflettere.
      Ho un vecchio walkmen funzionante: ascolto musica anni ottanta. Mi rilassa.
      Ho cibo e acqua. Sono un privileggiato e non è poco di questi tempi.
      Ci sono persone che vivono ancora per strada al freddo o in vecchie baracche.
      Ho vestiti e scarpe nuove.
      Ho un letto per riposare. Dormire è una illusione.Ho un muro che mi ascolta in silenzio.
      Ho i miei ricordi che mi confortano quando la speranza si spegne come la fiammella di una candela al soffio delle mie labbra.
      Oggi posso dirlo non mi manca niente: ho tutto per vivere ma non ho un motivo per farlo.
      Sono al sicuro? No, nessuno lo è. Ci sono gli sciacalli che uccidono per un pezzo di pane. Ci sono Loro che sopravvivono da qualche parte e contiamo di stanarli e ucciderli al più presto. Desidero che la nostra Terra torni a essere un mondo sicuro per i nostri figli.
      Dove vivo adesso? In uno scantinato modesto e umido consumato dalla muffa.
      Lontano dai riflettori.
      Lontano dalle news quotidiane.
      Lontano dagli affetti più cari.
      Ho trascorso l'ultimo mese in silenzio a riflettere senza riuscire a chiudere occhio. Troppe morti mi hanno reso più fragile.
      Dormire è pericoloso: - Quando è stata l'ultima volta? - l'ho dimenticato.
      La paura di essere catturato e torturato da quelle cose mi ha tenuto sveglio e vivo in questi ultimi mesi, con l'angoscia che ogni mio ricordo possa essere distrutto da un momento all'altro: - Non voglio dimenticare i volti di chi mi è stato vicino! Urlo a gran voce.
      Se ti addormenti Loro entrano nella tua testa e si nutronono dei tuoi ricordi: diventano più forti e intelligenti.
      Quando ti risvegli dall'oblio non mostri più alcuna emozione. Poco tempo dopo, massimo uno, due giorni, muori: ogni funzione primordiale è azzerata.
      Quando succede portiamo le persone private della loro memoria in un vecchio hangar abbandonato, dove vengono soppresse con il potente siero B-22, sperimentato dal Dr. Groove. È indolore e immediato.
      Forse è crudeltà la nostra ma se dovesse capitare anche a me di essere catturato preferirei la morte piuttosto che vivere nell'oblio per l'eternità, in attesa di una cura... se mai si troverà.
      Quindi dico: - Amici... non giudicateci! - sospiro.
      Questa mattina abbiamo bonificato la periferia di Annovera e resa agibile. L'eliminazione di questi esseri ha richiesto un dispendio di energia elevato e la truppa è esausta. Loro ci hanno teso un'imboscata. Si contano le vittime: una ventina. Mi ritengo fortunato: faccio parte della Resistenza da 5 anni e non ho mai riportato ferite gravi. Sorrido ma è solo un attimo prima di ritornare alla realtà.
      Nella Resistenza ho conosciuto Asha. Le lacrime mi rigano il volto: il suo è un ricordo che mi rattrista.
      Domani è in programma un'altra missione molto rischiosa: andremo a stanare quegli esseri nelle fogne della città. Nelle fogne, lontano dalla luce del sole, potrebbero annidarsi gli ultimi mostri sopravvissuti alla guerra. Ho timore che le perdite saranno maggiori ma dobbiamo controllare ogni angolo della città se vogliamo debellare il male che affligge il nostro mondo: se non li debelliamo il prima possibile ci estingueremo. Nelle fogne i rischi sono molteplici: la visibilità è limitata e non ci sono molte vie di fuga. In un ipotetico scontro a fuoco potremmo avere la peggio. Incrocio le dita.
      Poi mi affaccio sul cornicione del terrazzo, guardo giù e inspiro: il sapore acre dell'aria mi irrita la gola e mi convinco che forse è meglio tornare di sotto. È quasi l'alba e tra qualche ora dovrò essere pronto per la missione.
      I primi raggi del sole scaldano la mia città. Posso sentire i passi dei miei compagni che si avvicinano al mio rifugio: indicano che l'ora è scoccata ma le mie gambe non vacillano. È la mia ultima missione prima del congedo. Toccherà ad altri bonificare le aree ancora contaminate.
      Lasciare il lavoro mi dispiace ma mi sento sempre più stanco. Prendo le pillole ma il morbo avanza e presto non sarò più in grado di impugnare un'arma. Sollevo il braccio e osservo la mia mano tremante. Nonostante gli sforzi che faccio non riesco a fermare il tremolio: la fine è davanti ai miei occhi ma non ho paura di morire. Mi consola che presto riabbraccerò Asha.
      Qualcuno bussa con insistenza alla porta, deve essere Ramirez.
      - Uno scatto è sarò uno dei vostri anche oggi, ragazzi! - per l'ultima volta insieme come una famiglia.
      - Ti guarderò le spalle amico! - mi dice - tu guarda le mie – è solo un cenno ma ci capiamo al volo.
      Di corsa, indosso il casco e impugno il mio fucile. Controllo le mie scorte di cibo e acqua. Prendo l'esplosivo: potrebbe servire nelle fogne.
      - Sono pronto - sussurro.
      Oggi è diverso, l'idea di distruggere quelle cose mi eccita. Mi sento carico, rabbioso.
      Adesso sono fuori. Mi volto, è un istante, scruto la mia casa: potrei non rincasare oggi, è solo un pensiero che allontano sul nascere dalla mia mente. Sono teso. La tensione è mia compagna di viaggio, mi aiuta a restare concentrato, vivo.
      Il furgone nero, blindato, è a pochi passi dall'ingresso del mio palazzo: salgo e con gli altri compagni raggiungiamo il luogo stabilito. Sono le otto del mattino.
      L'aria è ferruginosa. Ha un sapore amaro e tagliente. Fatico a respirare.
      - Non mi ci abituerò mai - penso ad alta voce. Ecco un altro motivo che mi spinge a combattere: la mia povera Terra è in ginocchio per colpa di questa invasione aliena.
      Tossisco per liberare le mie vie respiratorie in cerca di sollievo.
      - Maledette polveri che aleggiano nell'aria e offuscano il cielo! - urla a gran voce Ramirez mentre tossisco.
      Concordo con lei. Sono grato a quei pochi raggi di sole che filtrano l'aria e mi scaldano il cuore; mi confortano l'anima: il desiderio di un abbraccio mi accompagna lungo tutto il tragitto. Guardo negli occhi i miei compagni e penso a loro come a dei fratelli. Oggi qualcuno di noi non farà ritorno a casa. Ho gli occhi lucidi ma cerco di trattenere le lacrime.
      Eccole le fogne. Una rete di gallerie sotterranee che si estendono sotto la mia città.
      Il furgone blindato si ferma: uno alla volta scendiamo impugnando le nostre armi.
      Prima di addentrarci nelle gallerie sotterranee il comandande Torres ci mostra una cartina delle fogne di Annovera. Mentre parla capiamo che conosce ogni centimetro di quel posto e ha pianificato ogni mossa: non ha lasciato nulla al caso.
      - Soldati! Tuona il comandante Torres – oggi è un gran giorno e come sapete qualcuno di noi potrebbe non tornare a casa. Voglio dirvi che sono fiero di voi e se c'è qualcuno che non se la sente può rinunciare ma deve dirmelo adesso. Una volta varcata l'entrata delle fogne saremo soli e nessun Dio potrà venirci a salvare.
      - Siamo con lei, comandante! - urliamo compiaciuti.
      - Controllate le armi, gli esplosivi e le provviste. Ogni cosa deve essere al suo posto e in perfette condizioni.
      Il comandande Torres pensieroso continua a fissare la mappa mentre i miei compagni controllano che l'equipaggiamento è in ordine e funzionante.
      Trascora un'ora il comandante ci indica l'entrata delle fogne e noi lo seguiamo. Sono l'ultimo a scendere ma prima di farlo guardo le rovine di Annovera. Poi l'oscurità ci accompagnerà per tutta la durata della missione.
      Accendiamo le torce mentre Ramirez ci fa strada. Noi siamo pronti a colpire al primo movimento sospetto.
      La galleria è lunga e buia. Tubature vecchie e malandate si diramano in ogni direzione mentre l'acqua sotto i nostri piedi ci bagna gli scarponi.
      Cosa vedo? Scarafaggi e ratti. Carcasse ed escrementi. L'odore nauseabondo mi disturba così tanto: vomito succhi gastrici.
      - Stai bene? - mi sussurra un mio compagno.
      - Si... non preoccuparti – gli assicuro che non è nulla di grave.
      Poi riprendo il mio posto in coda al gruppo.
      Mentre procediamo l'unica cosa che osserviamo è il vuoto che si estende davanti ai nostri occhi. C'è silenzio ovunque interrotto da alcune gocce d'acqua che cadono dalle tubature logore e arrugginite.
      Procediamo in fila. Ramirez cammina adagio. Dietro il comandante Torres ci invita a essere sempre vigili.
      La tensione sale passo dopo passo. L'odore diventa sempre più nauseabondo. Escrementi di topo sono ovunque e le loro carcasse squarciate mi impressionano. Le loro budella sono sparse lungo i bordi della galleria mettendo a dura prova la mia vista e il mio olfatto.
      Ramirez e gli altri sono a 100 mentri di distanza da dove mi trovo. Poi non li vedo più. Rimango indietro. Le gambe vacillano: mi blocco. La testa mi duole e il cuore mi esplode nel petto.
      - Calma! - sospirò. Ho bisogno di prendere fiato anche se non è sicuro restare indietro. Trovarmi di fronte uno di quei mostri non mi entusiasma.
      Hanno il corpo ricoperto da una corazza munita di aculei giganti e taglienti. Ogni aculeo contiene un veleno: essere punto da uno di quegli affari ti paralizza la muscolatura. Hanno occhi piccoli, incavati: due puntini rossi che penetrano l'oscurità. La loro vista è molto sviluppata e vedono attraverso i muri. Ti osservano. L'udito è superiore alla norma: ascoltano il tuo cuore pulsare e poi ti attaccano con due enormi tentacoli muniti di artigli con cui perforano la tua scatola cranica e si nutrono dei tuoi ricordi, cancellandoti la memoria. Quando ti risvegli cammini senza una meta precisa: passato e presente sono ricordi lontani che non ti appartengono più.
      L'ansia mi assale. Allora mi guardo intorno e cerco un riparo: controllo di avere ancora con me l'esplosivo. Sospiro sollevato.
      - Lo userò nel caso mi catturino – penso in cuor mio.
      Un suono metallico mi sveglia dal torpore in cui ero caduto. Mi guardo le spalle: nessuno. Forse è solo suggestione. In ogni caso controllo che ci sia una via di fuga ma non trovo nulla che faccia al caso mio. Chino il capo sconsolato.
      Poi urla e gemiti echeggiano nell'aria ponendo fine al silenzio. Inizio a correre in aiuto dei miei compagni ma è tutto inutile: i loro corpi sono ridotti a brandelli. Il loro cranio è fracassato e frammenti di materia cerebrale sono sparsi sul pavimento. L'acqua sporca di sangue mi invita a desistere e a tornare indietro. Per un attimo ho pensato di fuggire ma sarei un codardo se lo facessi. Ho un'idea: ho tutto quello che mi serve con me. Ho l'esplosivo e quello dei miei compagni: lo raccolgo prima che quelle bestie mi saltino addosso. Poi spengo la torcia e mi nascondo dietro un quadro elettrico e lascio che l'oscurità mi avvolga nel suo mantello. Trattengo il fiato mentre madido di sudore penso ad Asha: - Non è ancora giunta la mia ora amore mio – quasi mi scuso con lei.
      I mostri avanzano adagio incuranti dei corpi dei mie compagni mentre i loro occhi rossi brillano al buio. Sento un brivido sulla pelle.
      Suoni atoni fuoriescono dalle loro bocche munite di fauci. Ormai la fine è vicina: innesco l'esplosivo e lo lancio nell'oscurità. Poi a fatica corro verso l'uscita: ho tempo cinque minuti prima che la galleria salti in aria.
      Allo scadere del timer un gran botto echeggia nella galleria e una nube di polvere mi avvolge. Vengo scaraventato nel vuoto dalla forte esplosione mentre intorno a me le pareti e le tubature si sbriciolano come se fossero di cartapesta.
      Poi non ricordo più nulla.
      Quando riapro gli occhi sono disorientato. Per un attimo ho pensato di essere in un letto di ospedale mentre Asha è accanto a me che mi stringe la mano e mi rincuora. Ma è solo una allucinazione. L'impatto è stato terribile e ho perso conoscenza ma non sono morto nell'esplosione. I compagni che vigilavano l'entrata delle fogne mi hanno estratto dalle macerie e mi hanno riportato ad Annovera dove il Dr. Groove mi ha curato le ferite.
      Ho riportato un trauma cranico ed escoriazioni su tutto il corpo oltre a un braccio fratturato: riposo assoluto.
      Assorto nei miei pensieri nella mia stanza, piccola e piena di cianfrusaglie, immobile, fisso il muro di fronte che cade a pezzi ma resiste al tempo. È sopravvissuto agli attacchi e mi ha dato un tetto dove poter vivere.
      Un lieve sorriso compare sulle mie labbra ma è solo un riflesso incondizionato. Poi tutto ritorna alla normalità: il sorriso è un ricordo come tanti altri.
      Nessuno sorride più; la terra che calpesto è intrisa delle lacrime di tutti noi superstiti.
      Io sono un superstite. Un sopravvissuto alla guerra. - Quanti siamo? Non saprei dirlo.
      Nella stanza ci sono scatoloni sparsi sul pavimento ricchi di ricordi che non mi appartengono: non è casa mia ma con il tempo lo è diventata per necessità. Da uomo curioso quale sono vorrei dargli una occhiata ma resisterò alla tentazione di farlo. Quelle cianfrusaglie appartengono a qualcun altro.
      Scrollo le spalle: - Mi dispiace un mondo ragazzi! - chiudo gli occhi e piango.
      Piango per tutte quelle persone che non ci sono più. Chiudo gli occhi mentre le lacrime mi rigano il volto.
      Mi alzo dal letto a fatica e prendo a calci uno scatolone e il suo contenuto si riversa sul pavimento: adesso ci sono fotografie sparse ovunque. Volti di persone che non conosco e non conoscerò mai.
      Persone che abitavano in questa casa e avevano una storia personale da raccontare.
      Quando la vita sulla Terra era ancora possibile.
      Quando il sole ancora splendeva e scaldava le nostre giornate invitandoci a uscire.
      Quando potevamo mostrare le nostre emozioni senza alcun timore che qualcuno ci portasse via i ricordi.
      Quando Asha ancora mi abbracciava.
      Svelto prendo le foto e le ripongo nello scatolone mentre le lacrime mi rigano il volto. Poi qualcosa mi colpisce: la foto di una bambina che assomiglia ad Asha. Non è Asha, non sei tu... non puoi esserlo ma la foto mi ricorda te e mi rammarico.
      Mi ricordo: noi due insieme che passeggiamo mano nella mano in una normale giornata di sole mentre tu mi ascolti silenziosa.
      Chissà come si chiama la bambina che tanto ti assomiglia. Ha il tuo stesso sorriso. I suoi occhi come i tuoi sono stelle che brillano nel cielo e suscitano in me strane emozioni che ricaccio subito via. Troppo dolore. Troppa nostalgia di quei giorni.
      Disperato cerco di allontanarti da me. Di seppellirti. I miei ricordi sono altrove. Sepolti in qualche parte della mia memoria ma ho il timore di averli persi per sempre. La mia infanzia, la mia adolescenza, la mia stessa esistenza sono nascosti nella mia mente e ho paura che Loro possano tornare e portarmeli via. Non voglio dimenticare quello che sono.
      Oggi piove a dirotto. Ascolto la pioggia che cade sui tetti delle baracche. Piango ancora una volta.
      Sono chiuso in uno scantinato di una famiglia qualsiasi e ho voglia di voltare pagina ma non posso. Frenato. Mi sento come una macchina in panne che non riesce a ripartire.
      Non riesco a dimenticare il tuo volto ancora sorridente. Il tuo abbraccio infinito per dirmi addio.
      Ho assistito alla morte dei miei compagni nelle fogne. Mio fratello Albert è morto durante una missione esplorativa sacrificandosi per salvare la vita dei suoi compagni. Albert era un combattente della Resistenza, abile e coraggioso. Ha pagato con la vita la sua generosità e non rivederlo più mi provoca un dolore immenso. Indescrivibile!
      Anche se il cielo è plumbeo e l'aria è sporca di fuliggine fuori la città è pronta per ripartire: la gente chiede un nuovo inizio. Ha bisogno di un leader per ricominciare a cotruire le fondamenta di una nuova società. Ripartire è diventato un dogma: dobbiamo farlo per dare un senso alla nostra vita.
      C'è chi vorrebbe riorganizzare una nuova società. È l'occasione tanto invocata dai perbenisti. Molti di noi invoca a gran voce un nuovo inizio per dare un senso alla nostra esistenza e cancellare le nostre colpe. Consapevole che il vecchio mondo non esiste più, ha voglia di ripartire anche se ha perso delle persone care.
      C'è chi come me crede che Loro torneranno. I mostri torneranno ad attaccare la Terra e ci annienteranno. È solo l'inizio di una guerra che durerà molti anni prima di estinguerci per sempre. Moriremo tutti! Per fame, sete, stanchezza.
      Loro hanno tecnologie e risorse che noi terrestri non disponiamo. La nostra Terra è agonizzante. Cibo e acqua scarseggiano. Alcuni uomini hanno incominciato a saccheggiare le altre città in cerca di cibo. La violenza è all'ordine del giorno. Dobbiamo difenderci anche dai nostri simili e io sono stanco di vivere alla giornata senza un domani. Il mio presente era Asha.
      C'è chi pensa che sia tutto un disegno di Dio per metterci alla prova.
      Ma io non credo più. Vado avanti anche se non ho alcun motivo per continuare a vivere. Non ho il coraggio di togliermi la vita. Ho provato a tagliarmi le vene: ho affondato la lama nella mia carne poi mi sono fermato. Una piccola goccia di sangue sporca il pavimento: la osservo silenzioso e con gli occhi gonfi mentre cade. Asha: è rossa come i tuoi capelli. Sorrido: anche se non è casa mia, è come se lo fosse. Ogni parte di questo scantinato è intriso dei tuoi ricordi più dolci. È un attimo. Un respiro. Poi l'oscurità mi culla come una mamma che stringe a sé il suo bambino.
      Ho provviste per molto tempo ancora. Poi cercherò un altro rifugio sicuro. Vivrò di solitudine sperando che la nuova casa non profumi ancora di te.
      Nel nuovo mondo la violenza è all'ordine del giorno: anche un bambino non esiterebbe a uccidere per un pezzo di pane e un po' d'acqua.
      La mia città è solo un ricordo. Annovera non esiste più. La Resistenza ha trionfato. I più fiduciosi sostengono che la guerra è finita.
      Sono rimaste solo macerie e cadaveri.
      Pochi superstiti. Isolati. In condizioni estreme.
      Il mio cuore è a pezzi. La speranza non esiste.
      Guardo il mio corpo e cosa vedo? Cicatrici.
      - Asha, vorrei abbracciarti! Hai ragione come sempre!
      Ma non posso credere che è finita, non ancora. Ho bisogno di tempo.
      Cammino avanti e indietro. Calpesto le mattonelle.
      Guardo il volto di quella bambina e penso a te. Mi riesce difficile dimenticare.
      Osservo la stanza come se non ci fossi mai stato prima.
      Crepe ovunque.
      Tanfo di umidità.
      Buio.
      Freddo.
      Quella macchia rossa sul pavimento non vuole andar via. - Lasciami stare... non torturarmi Dio!
      Chiuso qui dentro. Solo con i miei pensieri più strani: - Vivere, è ancora possibile?
      Ieri aveva un senso, oggi non più.
      Ieri ero felice, oggi non più.
      Ieri avevo un futuro, oggi non più.
      - Asha! Asha! Asha! - urlo a squaciagola il tuo nome, ovunque tu sia adesso. Alzo lo sguardo al soffitto e ti immagino nel firmamento. Tutto quello che volevi è lassù: la tua memoria e i tuoi ricordi resteranno indelebili nella mia mente.
      Il tuo sogno era viaggiare nello spazio e destino crudele oggi ne fai parte.

    • Mentre Tiziano passeggiava con il suo pinscher tedesco di nome Dado lungo il muraglione del Borgo Antico e l'acqua salmastra pervadeva le sue narici, le prime luci del mattino rischiaravano la città. Un leggero venticello lo accompagnava durante la sua passeggiata mattutina in compagnia del suo fedele cane.
      E mentre Luigi correva lungo la pista ciclabile che fiancheggiava il Lungomare di Bari schivando i getti d'acqua delle onde del mare che si infrangevano sugli scogli, Simone Alfieri era già per strada e si dirigeva verso Corso Vittorio Emanule per raggiungere Piazza Garibaldi. La sua quotidianità era scandita dalla solita routine: colazione al bar di Noè il cui proprietario era un ex sacerdote che aveva rinunciato ai voti dopo aver conosciuto sua moglie Chiara e dove avrebbe incrociato gli sguardi dei soliti frequentatori. Poi un giro in centro per ingannare la noia e mischiarsi alla folla che infestava Via Sparano come gli scarafaggi infestavano le strade della città nella calda estate che si era lasciato alle spalle.
      Al bar di Noè incontrava gli amici di sempre: Umberto e Stefano. Umberto era un ex dipendente dell'Acquedotto mentre Stefano era un ex compagno di scuola con cui aveva fatto tutta la trafila dall'asilo alla scuola superiore come se si trattasse di una squadra di calcio. Poi le loro strade si erano divise. Stefano era partito per Milano dove sognava di diventare uno chef di fama internazionale e lavorare in un ristorante di lusso mentre Simone aveva deciso di entrare alla Facoltà di Medicina: il suo sogno nel cassetto era diventare un cardiologo di grande fama come suo nonno paterno Nicola Alfieri.
      Umberto era un vecchio signore di 72 anni calvo e tarchiato che amava vestirsi elegante ogni giorno ed era un accanito sostenitore del fumo di sigaretta anche se non disdegnava la pipa. Fumava due pacchetti di sigarette al giorno come se fossero caramelle. Era soprannominato il professore: aveva sempre un consiglio da dare ma non amava riceverne. Era cordiale ma molto permaloso: bastava poco per farlo adirare.
      Stefano era più anziano di Umberto di due anni ma ne mostrava dieci di meno. Fin da giovane praticava molto sport: era stato campione giovanile di atletica leggera. Adesso si manteneva in forma facendo jogging tutte le mattine. Si svegliava alle cinque del mattino quando ancora la città dormiva e il sole pigro dell'autunno si alzava in cielo per svegliarla dal torpore della notte.
      Mentre Simone camminava sul ciglio della strada pensava a Margot, la sua vicina di casa: era alta e magra con due occhi blu che lo ipnotizzavano. I capelli erano biondi e la pelle bianca come il latte. La sua bellezza era rimasta immutata nel tempo.
      Margot aveva settant'anni e per quarant'anni era stata un'attrice di teatro; con la sua compagnia teatrale aveva girato la penisola riscuotendo un enorme successo al botteghino. Una volta ritiratasi dalle scene e dissipato la sua ricchezza aveva deciso di trascorrere gli ultimi anni della sua esistenza in un modesto appartamento che si affacciava sul Borgo Antico le cui pareti erano tappezzate di poster e fotografie che la ritraevano come una diva. Quando era malinconica capitava di ascoltare i suoi monologhi mentre affacciata alla finestra interpretava l'Amleto. Margot era rimasta ancorata al suo passato come una nave è ancorata alla bitta sul pontile: viveva e si nutriva del suo glorioso passato.
      - Quanto mi mancano gli anni Settanta quando ero famosa in Italia e nel mondo. La gente mi fermava per strada e mi chiedeva un autografo e io ne ero ben felice. Con la mia compagnia giravamo il mondo: la gente mi applaudiva durante i miei spettacoli e il loro affetto non mi faceva sentire sola. Mi manca il mio pubblico e mi manca la recitazione. Era la mia vita... adesso che il sipario è calato sulla mia esistenza, mi sento così sola e malinconica... – ripeteva spesso. Poi restava in silenzio per qualche minuto e i suoi occhi si riempivano di nostalgia.
      Più volte Simone le aveva proposto di trascorrere una serata insieme nella sua villa di campagna ma Margot aveva sempre declinato l'invito.
      - Sai Simone mi piacerebbe tanto ma odio i ragni e i topi e qualsiasi altro animaletto che vive nei boschi. Sarà per un'altra volta. Sono sicura che prima o poi andremo a cena insieme.
      - Margot, lo spero di cuore – le diceva sorridente Simone.
      Umberto considerava Simone un sognatore ingenuo: - Non accadrà mai – gli diceva – Non sei il suo tipo. Margot è una donna elegante e sofisticata. Ama la dolce vita mentre tu Simone sei solo uno dei tanti dottori con una laurea in tasca che non hanno avuto fortuna nella vita. Mi dispiace ma Margot resterà un sogno per te – gli diceva strizzandogli l'occhio.
      Simone scrollava le spalle sconsolato: - Forse hai ragione ma ci spero sempre. Margot è una donna sola che ha bisogno di qualcuno che la riempia di doni e di carezze.
      Umberto gli dava una pacca sulle spalle e dopo aver pagato il conto si voltava e andava via lasciando Simone e Stefano alla loro routine quotidiana.
      Poi il suono di un clacson risvegliava Simone dal torpore in cui era caduto riportandolo alla realtà. Quindi riprendeva la sua camminata lenta e claudicante lungo il corso assorto nei suoi pensieri. Fin da quando era ragazzo amava fare lunghe passeggiate per riflette sul senso della vita.
      Non di rado incontrava qualche immigrato che gli chiedeva una monetina ma Simone dispiaciuto gli diceva che non ne aveva in quel momento. Lo salutava e continuava a risalire verso Piazza Garibaldi.
      Giungeva all'incrocio e si fermava sul ciglio del marciapiede e mentre aspettava sull'attraversamento pedonale guardava immobile e con lo sguardo assorto il giardino al centro della piazza: assomigliava a un uomo vecchio e malandato proprio come lui. Immaginava che un giorno qualcuno lo avrebbe rimesso a posto: in quel momento la sua mente lo riportava a Umberto che lo considerava un sognatore ingenuo. Per un attimo un sorriso malinconico sembrava scalfire il suo sguardo serio che lo aveva contraddistinto per tutta la sua vita.
      Poi a un tratto il cielo diventava plumbeo mentre un vento gelido si abbatteva sulla città. Il cielo iniziava a lampeggiare e grossi nuvoloni grigi si ammassavano intorno al sole lasciando la città in chiaroscuro. Simone si stringeva il nodo della sciarpa e si aggiustava il cappello smosso dal vento. Poi incominciava a tossire per liberare i polmoni e sputava a terra. Quando il rosso del semaforo diventava verde attraversava la strada in cerca di un rifugio per ripararsi dalla tempesta imminente.
      Lampi e tuoni incominciavano a squarciare il cielo quella mattina annunciando il temporale: a un tratto incominciava a piovere a dirotto mentre una piccola tromba d'aria spazzava via le foglie accatastate da qualcuno lungo il margine del viale alberato che attraversava il giardino di Piazza Garibaldi.
      Mentre Simone procedeva verso il bar di Noè con passo celere, nonostante gli acciacchi dell'età, mise un piede in una grossa pozzanghera colma di pioggia e vi ci cadeva dentro come inghiottito da un grosso ratto affamato e in cerca di cibo.
      Al suo risveglio era disteso per terra disorientato ma non sentiva alcun dolore per la caduta e perfino gli acciacchi erano spariti: gli sembrava di essere tornato indietro nel tempo quando era ancora un giovanotto agile e pieno di vita. Aveva smesso di piovere e il sole era già alto nel cielo. Dopo lo smarrimento iniziale Simone osservava il posto in cui era caduto come un astronomo scrutava le stelle del cielo con il suo telescopio.
      A un tiro di schioppo dal punto in cui si trovava c'era un signore seduto su una panchina vestito di bianco e dall'aspetto bizzarro. L'uomo lo fissava in silenzio.
      - Dove mi trovo? - Tuonava a gran voce ma lo sconosciuto non rispondeva alla sua domanda anzi scoppiava in una fragorosa risata. Simone rimaneva esterefatto: non ne capiva il motivo. Ai suoi occhi la città dove viveva da più di cinquant'anni era scomparsa nel nulla come inghiottita da un buco nero e al suo posto c'era un enorme castello che brillava di luce propria come le stelle del cielo. Il castello lo affascinava così tanto come se fosse una bella donna da corteggiare. Aveva viaggiato molto in gioventù e scoperto luoghi incontaminati ma prima di allora non aveva mai visto tanta bellezza.
      A un tratto udiva della musica provenire dal castello incantato che lo incuriosiva e lo ammaliava come un incantatore di serpenti ammalia la sua creatura facendola danzare al suono della sua musica: - Ma che posto è questo? - domandava allo sconosciuto che tuttavia restava fermo e sorridente sulla panchina.
      Poi Simone smise di fare domande e in silenzio ascoltava quella musica così dolce e riposante lasciandosi trasportare dalla sue note e mentre vagava con la mente accarezzava i suoi ricordi come una mamma accarezza il suo bambino.
      Le lacrime iniziavano a rigargli il volto ma per una volta erano lacrime di felicità.
      Poi a un tratto lo sconosciuto seduto sulla panchina smetteva di sorridere e con fare autorevole gli andava incontro e lo abbracciava, sussurandogli all'orecchio le parole: - Figliolo benvenuto in Paradiso.

    • OPERETTA CARNEVALESCA
       
       
       
       
      Personaggi
       
      Camillo Carnevali :  Studente in medicina con velleità  letterarie
      Rafaniello:    Alter ego di Camillo  anima sua buona
      Farfariello :   Alter ego di Camillo  anima sua cattiva
      Imma   : Fidanzata di Camillo
      Vincenzone detto  Baffone :   Allenatore della squadra 
      di calcio B.E.N.E. (Belli Esempi Non Elencabili )
      Fred  Lo  Smilzo :   Allenatore della squadra  di calcio  M.A.L. E. (Malandrini  Associati  Liberi  Evasori)
      Venditori ambulanti.
      Il sindaco della città.
      Vari spiriti : Della pace ,dell’amore e dell’ opera.    
       
       
       
      La scena si svolge in una vecchia modesta casa  di via Salaria
      nei pressi della zona universitaria in Roma.
       
       
      Scena prima in  casa di Camillo  in mutande mentre è intento
      a studiare ,  emergono come sempre  in lui le sue due entità inconsce  quella buona e  quella cattiva .  La casa si trova al quarto piano d’un antico palazzo  con l’ascensore sempre guasto. Dalla finestra si vede chiaramente la grande cupola di San Pietro , Roma si  apre incantata agli occhi di Camillo   mentre  è  seduto  alla sua scrivania a  trascrivere  appunti universitari al computer.
       
       
       
      Camillo:   Che bella giornata ,invece di stare sempre qui a studiare me ne potrei andare in giro a passeggiare  per le strade di Roma , andare lungo il Tevere o in centro  ad ammirare  le vetrine dei bei negozi, entrare nelle  vecchie librerie del centro  , trovare qualche libro a   buon prezzo da comprare .  Ma  libri come anatomia patologica  del cuore e dei grossi vasi , confesso  mi  fanno venir
      oramai  il volta stomaco ,  come è  doloroso  conoscere le tante malattie cardiovascolari. La morte non ha mai nulla da dire di buono  se mai ti  solleva dagli affanni di questa vita,  prendendoti tra le sue braccia molte volte all’improvviso.  
      M’abbandonerei  più volentieri a scrivere qualche bella canzone, cosa che  mi rallegrerebbe assai  lo spirito   e non mi renderebbe più  triste , depresso come lo studiare medicina. Ho ancora tanti esami da fare ,chi sa quando riuscirò a laurearmi.  Ahimè perdo troppo tempo con  gli amici  con l’uscire insieme alla mia ragazza, ma soprattutto  confondo troppo spesso  la fantasia con la scienza medica.   L’altro giorno ,all’istituto universitario d’anatomia, ho assistito ad alcune autopsie su  alcuni  pazienti deceduti durante dei interventi chirurgici.  Sono rimasto così scosso e nauseato ,da correre fuori  l’istituto  a gambe levate verso una chiesa a pregare
      per l’anima di quei poveretti defunti. Prima d’aver vomitato anche l’anima dentro dei giardinetti pubblici. Un cosa sconvolgente
      la notte successiva ,non ho  chiuso occhio  ripensando a quei tragici eventi ed ancora oggi  mi sento  triste  e turbato nel ripensare   tali  esami anatomici.
       
       
      Prima apparizione di Farfariello  anima sua cattiva mentre studia.
      L’immagine di Farfariello  non si vede, s’ode solo la sua voce.
       
       
       
      Farfariello: Hai perso  la testa,  ti sei  scimunito  tra   quei  libri di medicina e poesia , butta via ogni cosa nel cestino  o dalla finestra e vatti a fare una bella passeggiata  insieme alla tua ragazza.
       
       
      Camillo cosciente del suo alter ego :
       
       
      Se fosse per tè finirei male assai, non mi dai mai buoni consigli
      continui a tentarmi e rendere un inferno questa misera vita mia
       
       
       
      Farfariello:  Perché scusa,  vorresti   farmi credere ,  io sono nell’ingiusto, ma secondo te  perché dovrei imparare pure io appresso a te  tutte queste  malattia , le quali  mi fanno
      diventare tanto ipocondriaco ? Io  ho voglia di spassarmela , sedermi fuori un bel bar  non sò  su  lungomare verso Ostia lido ,godermi così lo spettacolo naturale del cielo e del mare. Fare niente dalla mattina , fino a sera , pensare solo a guadagnarmi qualche soldo ,per poter soddisfare quei  piccoli desideri  culinari
      e culturali ,come mangiare   pizza ,  gelati  , gustosi  panino con hamburger e patatine, visitare qualche bella mostra , assistere a qualche conferenze , dove c’è tanta gente  ,sentirmi  vivo  e ancor giovane prima  di diventar vecchio  e inutile appresso a te.
       
       
      Camillo : Abbassa la voce  non gridare  sé ti senti  Rafaniello
      ti fa correre a gambe levate.
       
       
       
      Rafaniello :  Ho sentito , ho sentito .
      Chi ha orecchie per intendere , intende cosa credevate,  io fossi sordo .   Da te Camillo non me l’aspettavo proprio adesso lo incoraggi  pure quel truffatore , l’ascolti  e lo sostieni , ma  te lo vuoi mettere nella capoccia ,  lui è la tua rovina , quello è capace  di  condurti all’inferno , rendere disgraziata  tutta la tua vita.  (Rivolgendosi a Farfariello) Brutto demonio  torna da dove sei venuto e non  farti vedere   mai più qui da queste parti.   
       
       
      Farfariello:  Mi scacci , or dunque facciamo i conti dopo con te .  Rafaniello io ti rispetto t’accontento  però per cortesia non mi chiamare più in quel modo . Se no io m’offendo e dopo son castighi .
       
       
      Rafaniello:  Và bene senza rancore . Adesso il signore  sé
      ci vuole lasciare soli, devo parlare a quattro occhi  con Camillo
      PAUSA    Se ne andato? Sia ringraziato  il cielo.
       
       
      Rafaniello dialogando con Camillo lo spinge a dover
      scegliere  da che parte stare .
      Camillo non si decide e lui l’invita a scommettere
      su una  squadra consigliata da lui   capitanata da  Vicenzone 
      se tale squadra vincerà dovrà ascoltare la sua voce per sempre. 
       
       
      Camillo : Non lo sopporti proprio  a Farfariello,ma cosa ti ha
      fatto di male?
       
       
      Rafaniello:  E una lunga storia lasciamo stare, ascoltami ho una proposta da farti ,che riguarda anche Farfariello.
       
       
      Camillo: Sentiamo.
       
       
      Rafaniello: Perché non organizziamo una bella  partita di  pallone
      allenata  dal mio amico Vincenzone  detto  Baffone .
      La squadra sua i B.E.N.E.   vanno  molto forte ,operano  ovviamente  unicamente per il loro tornaconto  ,raccolgono  fondi  per  disabili e orfanelli aiutano  gli anziani  a fare la spesa , li accompagnano pure alla posta , gli fanno  da  guardia del corpo onde evitare  incresciosi  furti della sospirata  pensione. 
       La quale troppe volte le viene  rubata  nell’uscire dall’ufficio postale  con fulminea  maestria da ladri d’indubbia estrazione sociale . Vincenzone è uno che sé fatto da solo, viene dalle fogne,  ha creato un’azienda  dal nulla , dando lavoro a migliaia  di  persone . La sua squadra  è eccezionale , dei veri campioni vedrai te li farò conoscere uno ad uno.
       
       
       
      Camillo:  l’idea sembra buona ,dobbiamo vedere cosa ne pensa
      Farfariello ? Provo a chiamarlo. Ho qui il numero sul mio telefonino.
       
       
       
      Camillo  digita il numero di Farfariello. Incomincia a parlargli dell’idea.
       
       
       Farfariello:   L’idea mi piace,  accetto la sfida , ho la squadra adatta
      da  far scendere in campo contro la vostra,   la  mia squadra è  allenata   dal  mio amico Fred lo Smilzo  i  M.A.L.E.  nati per   vincere  questo  torneo a tutti costi senza nessuna restrizione .
      Quando vogliamo dare inizio alla  gara? 
      Fissiamo una data per la prima partita.
       
       
       
      Camillo : Calma ti farò sapere io quando sarà tutto pronto.
      Tu parlane al tuo amico Fred e stai pronto a scendere in campo.
       
       
      Farfariello : Và bene però non facciamo passare parecchio tempo.
       
       
       
      Scena seconda . Campo sportivo comunale . Incontro di calcio con  premio  che sarà donato se vincono  i B.E.N.E.  a coloro ,  hanno perso il posto di lavoro.  Se vinta dai M.A.L .E.  agli orfani degli  onesti  ladri cittadini. 
       
       
       
      Grande folla sui spalti ,composta da tutta la criminalità
      della metropoli,  seduta in una parte di curva , dall’altra parte
       della curva da tutte le forze dell’ordine della città .
       
       
       
      Primo Ambulante:  Prego da questa parte ,compratevi un piccolo ricordo per questo evento eccezionale.
       
      Un giovanotto s’avvicina al banchetto.
      Quanto costa quella bomba a mano ?
      Primo Ambulante:  dieci euro ,tirando il filo
      fa un botto musicale ed escono fuori coriandoli, filanti  d’ ogni  colore  formando nell’aria  colombe in volo , pagliacci e  soubrette che ballano il can, can.
      Ma siamo sicuri che funziona ?
      Certo non tutto è  dato per scontato
      Allora mi fa uno sconto ?
      Gira a largo questi , fanno il botto
      Ma io lo voglio,  senza francobollo
      Allora non mi sono spiegato,  qui si fa sul serio
      Sono d’accordo con lei mai indietreggiare
      Già deciditi   cosa vuoi fare ?
      Io ne  prendo tre.
      Non mi dire che li spari qui
      Perché è un reato ?
      La vittoria è una chimera , ragazzo  ma sta sicuro qualcuno vincerà.
      Noi siamo quelli della curva b, va bene me ne dia tre  con lo  sconto senza botto.  
       
       
      Secondo  ambulante. Prego signori , avvicinati abbiamo di tutto
      Pistole,  lancia razzi d’ogni genere   , bombolette a tromba musicali
      con l’ inno della  vostra squadra del cuore .Missili,   radiocomandati che vanno diritte al cuore e  altre stupende cose a prezzi modici e popolari .
      Siamo sicuri che funzionano ?
      Certo che funzionano,  non perdete tempo
      Ma chi s’accatta chelle cianfrusaglie
      Non sono cianfrusaglie , vengono dall’oriente
      Allora sono cinesi ?
      Roba tailandese
      Chesta è roba di forcella
      Guagliò vatti a fare una camminata,  fammi lavorare
       
      Vendita dei biglietti  da parte dei bagarini a prezzi bassi . 
       
      Bagarini: Biglietti per entrare a vedere lo spettacolo dell’anno
      Avanti sono   gli ultimi ,affrettatevi a comprarli ,vedrete giocare
      Il bene contro il male  , questo mitico conflitto ,giocato  
      con rispetto e disonestà  , una partita memorabile.
      Non perdete  questa occasioni prego da questa parte.
       
      Un biglietto per il paradiso
      Questi sono gli ultimi biglietti  o li comprate adesso  o andate all’inferno
      Ne compro due,  uno per me e un altro per mia suocere
      Prego signori ,  vengano  da questa parte
      Sono contento di vedere la partita
      Non se ne pentirà
      Sono stato già una volta all’inferno
      Come si sta’?
      Uno schifo , ti pungono ad ognora con quei forconi roventi
      Ah pensare che laggiù ci stanno i miei suoceri
      Non vi preoccupate ogni tanto li fanno uscire a prendere un po’ d’aria
      Questo mi conforta assai
      E certamente stanno meglio di noi
      Voi dite ?
      Certamente
      Indifferentemente
      Di sicuro  vincerà il bene
      Chi lo sa e se vincesse il male
      Ma a noi che c’è ne importa
      Beh io vendo i biglietti di contrabbando
      Allora sta dalla parete del male
      Si però  il mio cuore  batte  per il bene
      Che bravo bagarino  che siete
      Grazie
       
       
       
       
      Una folla enorme si fa  avanti allo stadio . Vincenzone
      Insieme  al vice allenatore s’appresta ad entrare nello stadio.
      lo segue  Fred  lo freddo in lontananza.
       
       
      Vincenzone:   Quanta gente , faremo affari d’oro
      Guarda quanta gente. Mai visto nulla di simile.
       (Canticchiando ) Sarà  un grande successone ,
      sotto al sole ,sotto la  pioggia  qui si si  gioca contro 
      il bene  ed il  male  ,quanta è bella la  libertà.
      Mi hanno detto che vengono da tutto il mondo  ad assistere
      questa partita dalla  Russia ,dall’Africa ,addirittura dall’America.
      Non possiamo perdere ,ne vale del nostro onore di ladri.
      Inginocchiati  e baciami  queste  mani.
       (Il vice allenatore s’inginocchia a baciargli le mani)
      Questo è il momento buono per far vedere a tutti il mondo
      quando noi valiamo . Una rivincita per quanti sono  nati
       ricchi in mezzo ai tanti  poveri, cresciuti nel lusso e benessere
      senza pagare  alcuna  tassa ,  questa vittoria   ne vale del nostro
      buon  nome.  Ha valore per  tutti coloro che hanno sempre operato 
      per il prossimo  e  per la guerra  nel mondo a fini personali .
      Le nostre buone azione , verranno ricompensate .
      L’ aiuto dato alle povere vecchiette a passare  la strada  ,per poi lasciarle  al centro e ritornare indietro  ad assistere allo spettacolare incidente , quanta cattiveria scorre nelle nostre vene  .
      Operando con ingiustizia ci siamo  fatti un conto in banca a nove cifre,  il super attico , abbiamo fatto crescere l’azienda  familiare come un fungo velenoso , ci siamo  fatti l’amante  gli schiavi  e il nightclub . Il partito personale.  Per il bene del popolo mangiamo cinque volte al giorno , dormiamo in materassi imbottiti di banconote da  cinquanta euro. Usciamo a far la spesa circondati da bodyguard .
      Senza  pagare nulla   per il bene del nostro prossimo,  morto di fame.  Ci chiamano Industriali ,Politici, Artisti,  dottori  amici della  pace .  Le  vacanze le passiamo con  le nostre belle e sensuali moglie alle spese dei contribuenti,   le quali  viaggiano  tutto l’anno  intorno al  mondo,  in  inverno sono a  Cortina  d’Ampezzo  in estate in California o  in qualche  bella villa  di nostra proprietà a picco sul mare sulla costa   azzurra.  Tutto ciò è  sempre una goccia nel mare dell’egoismo   , per  questo nostro  sacrificarci al lusso e alla dolce vita per far  gioire e far  continuare a sognare le moltitudini  d’uomini e donne  che sgobbano dalla mattina fino a sera  tardi nelle nostre  anguste  industrie o negli uffici  pubblici e privati diretti  da noi.
      Siete una potenza commendatore
      Chiamami augusto
      Si cesare
      Anzi chiamami pontefice
      Si monsignore
      Pero non ridere
      Non piango
      Ti ho visto ridere
      Era una lacrima
      Vatti a cambiare tra poco inizia la partita
      Si signore
      Chiamami ……
      Farò come dice lei
      Bravo
       
       
       
      Vincenzone entra nello stadio seguito dal suo vice allenatore .
       
      Fred lo smilzo si ferma  in riflessione
       
      Fred :  Sé Vincenzone vince  non perdiamo solo una
      partita ma anche la nostra dignità di ladri di seconda categoria
      Siam quelli più tartassati ,incarcerati a causa d’altri ,
      viviamo  in  case fatiscenti. Strette e senza un po’ di sole.
      E quella volta in cui non paghiamo l’affitto ci vengono a pignorare
      la casa con tutti i mobili dentro. Alle ingiustizie ci siamo rassegnati  
      , il misero mensile ,  gli stenti e le privazioni il non potersi neppure permettere di comprarsi un paio di scarpe nuove , perché  il bilancio familiare non c’è lo permette.
      Tiriamo a campare.
      Non possiamo  sperare neppure di morire perché sé succede
      non sai  cosa può accadere  all’intera famiglia, la quale andrebbe in crisi  nel tenere  conto  della  spesa del funerale,  il loculo ecc ecc .
      Le nostre file di sciagurati,  aumentano ogni giorno di più , siamo tanti , anonimi martiri operai  , disperati  con gli stessi problemi di sopravvivenza. Ipnotizzati dai mass media
      e dalle voce del padrone.   Automi  pronti ad ogni commando .
      Corpi di latta , ferraglia buona  solo per il ferrovecchio .
      Devoti  ai dirigenti intelligenti ,  ma questa è  la nostra occasione
      di riscatto  per dimostrare  una volta e per sempre
      che anche noi siamo uomini e non caporali.  
      Ladri si ma eroi del vivere quotidiano  che lottano ,  soffrono, amano, ,  sognano, un giorno di vivere in libertà ed in barba ad ogni legge  di  questo mondo  sempre più buono e disonesto. .
       
       
       
      Si ritrovano tutti all’interno dello stadio . Camillo siede
      tra  Rafaniello  e  Farfariello  di fianco al sindaco invitato
      ad assistere al  derby dell’anno .  Ognuno  è seduto nella sua panchina tra questi Vincenzone e  Fred .
       
       
       
      Arbitra la partita  il dottor  Antonello  da Messina
      Partita  la cui sono ammessi ogni colpo  basso  e scorrettezza
      L’incontro dopo una serie di  violenti scontri  e scazzottate   finisce in pareggio . Grande folla di tifosi.
       
       
      Camillo:   E Meraviglioso vedere tanta partecipazione di pubblico.
      Una partita  storica. Non assistevo ad uno spettacolo del genere
      da anni.  Anche sé molte scorrettezze ,li ho notate , il colpo di tacco  in mezzo alle gambe  da parte dell’attaccante dei M.A.L. E.  al povero difensore  dei B.E.N.E. è  stato un grave fallo , per nulla  punito dall’arbitro  il corrotto  Antonio da Messina  Anche il calcio negli stinchi  sempre  dei M.A.L .E. all’attaccante  dei B.E.N.E. che la fatto ruzzolare lungo tutto il campo insieme alla palla sbaragliando la difesa e segnando clamorosamente  Il primo gol  aveva qualcosa di poco corretto.
       
      Sindaco : Ha ragione ,anch’io ho rivelato diverse irregolarità
      e causa di ciò per coscienza  ,farò avviare dei controlli alla  moviola
      per far luce su gli illeciti  falli commessi  d’entrambi i giocatori.
      Partita da discutere a fondo . anche se confesso
      mi è piaciuto assai il gol di pareggio dei B.E.N.E. 
      Il portiere ha  lanciato  un magnifico  palla in cielo  la quale  volteggiando nell’aria , ha raggiunto  il numero dieci , il quale destatosi dal sonno ha incominciato   zig zag  improvvisando triple e calci in angolo   ha calciato  una palla con un  destro  micidiale  in mezzo alle gambe del portine,  rendendolo  per sempre eunuco   , la quale finendo  in rete ,  la squarciava , colpendo  al fine uno  spettatore distratto che poi si è  scoperto essere un noto borseggiatore intento a rubacchiare tra la folla . Palla rimbalzata  sulla testa di un pensionato  è uscita fuori dallo stadio,  rimbalzando  sul muso d’un auto in corsa  la quale la spingeva violentamene  verso il  cielo  per poi  precipitare  in terra  vicino al Colosseo ha traforato  il corso dei fori imperiali facendo zampillare   un giacimento di petrolio . Successivamente spinta dal getto del petrolio  la palla di nuovo in aria e finita  in parlamento colpendo di striscio il presidente del consiglio che stava elencando  una  serie  di legge fiscali a favore  delle  povere classi  borghesi. Il violento impatto  gli ha fatto cambiare idea. Pronunciandosi cosi per una serie d’amnistie e grazie tante attese. Una palla eccezionale ,ricorsa  da tutte le forze dell’ordine da donne e uomini , da bimbi e vecchi da infermi e infermieri da monaci e chierici  . La quale palla  malauguratamente  nessuno è  riuscito a fermare ed ora  chi sa adesso quale altre tragiche avventure et  gloriose  imprese stà  continuando a compiere. La palla è tonda come il mondo gira sempre instancabilmente intorno ad una stella.
       
       
       
      Incontro tra Imma   e Camillo.
       
      Imma : confessa ad Camillo d’aspettare un bambino
      Camillo  è felice  ,  promette che suo figlio da  grande
      diventerà un famoso giocatore di pallone.
       
       
      Imma :  Adesso dovrai decidere  , dopo  tale evento.
      Cosa vuoi fare da grande ?  il coglione o l’ubriacone, il dottore
      o il don Giovanni , l’artista o il menefreghista.
      Scelgo la vita , la via di mezzo
      Hai deciso per il meglio
      Non per dirla tutta,  ma sono un sapiente
      Credevo un negromante
      Mi hai preso per cretino
      Non per carità qui la mano
      La fede te la sei ripresa
      Sono sola
      Io vivo di ricordi
      Non piangere
      Nessuno ha vinto . 
      Non ha prevalso né il bene né il male
      Continua  ad essere l’artefice del tuo destino .
      Di questo  ne sono immensamente felice .
      Ho fiducia in te nelle tue capacità di studente  ,so che è molto difficile andare avanti ,ma non  devi scoraggiarti sé a volte qualcosa và storto fa parte del gioco ,esistono problemi di cui tutti 
      prima o poi si trovano a dover affrontare e risolvere.
      Insieme potremo giungere dove crediamo giusto arrivare. 
      La nostra storia d’amore è una stella che illumina la tetra  notte.
      Ho una  cosa importante  poi da dirti Camillo.
      Aspetto un bambino da te , frutto del nostro amore .
      Ieri ho  fatto un test di gravidanza ed è risultato positivo.
      Sei contento Camillo ? non guardarmi così ,mi fai spaventare.
      Camillo : Cado dalle nuvole , non ci posso credere , avrò  un figlio diventerò padre.  E magnifico corriamo a dirlo ai nostri genitori
      Dovremo ,allora presto  sposarci, comprare casa ,
       Dovrò mettermi a studiare  seriamente è giungere
      così  quanto prima  alla laurea, trovare un lavoro ecc, ecc.  
      Che notizia,   sono più morto che vivo ,  ti voglio bene Imma
      Ti amo .
      Anch’io
      Me lo dici cosi questa è una cosa meravigliosa
      Certo ci saranno tante tasse da pagare
      Non disperare  i pannolini li pago io
      Sei il mio eroe.
      Andremo a vivere vicino ai tuoi che hanno più possibilità d’aiutarci. Fantastico non mi sembra vero.
      Non m’importa dei problemi delle difficoltà che incontreremo
      come hai detto tu , insieme possiamo farcela .
      Tutti è  tre in questo mondo di ladri , d’imbroglioni ,  ruffiani  tra  vittime e carnefici in mezzo ai  cattivi,  furbi e  fessi , 
      nordisti e sudisti, ultimi e primi .
      Sé sarà maschio lo chiamerò  Antonio come mio padre
      E dà grande diventerà un  grande giocatore di pallone,
      Sarà una star del calcio. Un numero uno, un Pibe de oro .
      Lo alleno io  ,tutelerò la sua immagine ,il suo fisico da campione  . Ne farò  ,una leggenda vivente .
      Sé femmina la chiameremo come tua madre concetta  contenta.?
       
       
      Imma : io si tanto……e tu sei felice?
       
       
      Camillo :  Con te  affianco sempre amore mio.
       
       
      Bacio  tra i due cala il tendone 
      (Avviso scritto su cartello)
      Facciamo notare ai  signori spettatori che questo atto unico
      non è ancora concluso . Grazie.
       
       
      Improvvisamente s’ode uno sparo .
       
       
      Rafaniello: Cosa e successo?
       
       
      Spirito dell’opera: Hanno ucciso a Camillo
      (Chi è stato non si sa forse  quelli della male forse la pubblicità).
       
       
      Rafaniello : Farfariello dove è andato ?
       
       
      Spirito dell’ opera: Eccolo,  scappa con in braccio  Imma
       
       
       
      Rafaniello:  Disgraziato fermati.
      Chi si ferma è  perduto
      Diavolo d’un personaggio lascia stare la ragazza è incinta
      Chi di amore patisce  d’amore rinasce
      Questa è veramente la fine.
       
       
       
      Il pubblico alla parola fine si alza in piedi ed applaude  .
      Uno per  volta passano sul palco  attori e spettatori, ladri e imbroglioni,  maschere, registi ,  tutti si recano pensosi ed afflitti   
      a rendere   l’ultimo saluto alla povera  salma  esposta al pubblico pagante e non , dello sfortunato  Camillo Carnevali morto tragicamente ed inspiegabilmente per uno scherzo d’amore   
       
       

×