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  • Storie

    Promuovi qui le tue storie.

    • Gennaro
      La ragazza ha i capelli biondi, occhi azzurri e sguardo deciso e furbo, ha la stessa età di Tim.
      Indossa una camicia bianca, un soprabito marrone, scarpe marroni, jeans e ha una spada con sé.
      Lui rimase meravigliato, tanto da diventare rosso come un peperone, però tirò fuori la spada e si nascose nell’ombra.
      La ragazza si ritrovò circondata, stava combattendo contro le guardie di Gabriel. Tim, guardandola, decise di uscire dal suo nascondiglio e combatté pure lui.
      Entrambi avevano sconfitto le guardie che ferite, scappavano a gambe levate.
      La ragazza era stupita, ripose la spada.
      -Chi sei tu? Perché mi hai aiutato? – disse la ragazza.
      -Mi chiamo Tim e ho pensato che forse tu avevi bisogno di aiuto.
      -Ma se non mi conosci neanche?
      -Nemmeno io non ti conosco, non sapevo chi eri, ma ti ho aiutato.
      -Mi chiamo Cristina. Grazie, ascolta tu sei…
      -Sì, sono l’eroe che salverà il mondo.
      -E perché lo vuoi salvare?
      -Questo mondo è incantevole e intendo scoprire i suoi segreti. Adesso dovrei andare e se tu mi vuoi accompagnare, mi faresti un favore.
      -Ci diamo sempre del “tu”? – disse Cristina.
      -Be’… potremmo conoscerci meglio – rispose Tim.
      -No, ognuno per la sua strada. Addio eroe! – esclamò Cristina.
      Tim si allontanò confuso e iniziò a correre.
      -Cara Cristina, tu nascondi un segreto e io lo svelerò – disse Tim.
      Cristina sentì un rumore, era il segnale di walkie-talkie che si trovava sul terreno.
      -Sì? Qui è Cristina, passo.
      -Cristina, sono io, Gabriel, passo.
      -Ascolta, lo senti il vento? Tu volerai con tutto il castello, quando Tim arriverà.
      -Allora l’hai incontrato? Passo – disse Gabriel.
      -Sì, è un tipo molto simpatico. Potrebbe nascere un sentimento.
      -Ma tu vuoi solo…
      Cristina e Gabriel si misero d’accordo.
      Tim si fermò e guardò indietro per pensare a Cristina. Aveva visto qualcuno avvicinarsi a lui. Tirò fuori la spada e iniziò a stare attento.
      Cristina gli girò intorno e lo stava per colpire da dietro.
      Tim si girò ed evitò il colpo.
      -Cristina, mi hai spaventato. Perché l’hai fatto? – esclamò Tim.
      -Volevo sapere se eri pronto ad affrontare il tuo nemico, come si chiama?
      -E’ Gabriel. Cosa vuoi?
      -Ho riflettuto su quello che hai detto. All’inizio pensavo che potevo fare quello che volevo, ma poi ho pensato se il mondo crollasse, io non sarei più felice. Tim, tu sei in gamba e spero che tu possa essere per davvero un eroe. Perciò io ti aiuterò, mi è venuto in mente un piano e conosco una scorciatoia.
      -E dove porterà?
      -All’ingresso del castello.
      -Mm… allora dirigiamoci là.
      Avevano fatto un allenamento prima di partire.
      L’allenamento continuò fino a un burrone da cui si vedeva la cascata.
      Tim cadde nel fiume a causa di una scossa di terremoto, Cristina lo prese e, essendo troppo pesante, vennero trascinati dalla corrente. Sotto i loro piedi sbucavano due tavole di legno.
      -Sembrano tavole da surf – disse Cristina mentre cadevano dalla cascata.
      -E allora proviamole – rispose Tim.
      Scesero da altre due cascate e ci furono le rapide. Avevano fatto lo slalom. Il fiume si trasformò in uno scivolo che lo avrebbe portati al mare. C’erano delle strade alternative per arrivare al castello. Loro due si separarono. Finché non si riunirono e formarono, con le tavole, una barca. Attraversarono una caverna, sembrava di più un parco a tema e avevano le mani unite.
      Arrivarono davanti a una casa.
      Era disabitata da anni, tetra, oscura, finestre piene da assi, la porta era spaccata in due, era vecchia e poteva crollare da un momento all’altro. Iniziò a farsi buio, qualcosa li aveva spinti ad entrare in quella casa, c’era il vento e la pioggia. Era la casa dei fantasmi.

    • Gabriel ha i capelli castani, occhi azzurri. Indossa una camicia nera, una felpa blu, scarpe marroni e pantaloni blu. Stava correndo verso l’oscurità, il suo covo si trovava nella montagna, da dove partiva un tunnel che lo portava a una sala di comando.
      Tim guardò la spada luccicare di un blu intenso, aveva la lettera G in rilievo sull'elsa, sembrava quasi ipnotizzare Tim, rimise la spada nella custodia, camminò, ma sentì un rumore e si fermò.
      -Papà! – disse qualcuno nell’ombra.
      -Ciao, senti è arrivato un eroe. Vediamo se è in gamba. Tu sei molto furba.
      -Basta, io me ne vado.
      -Aspetta… accidenti.
      Prese in mano un telefono nero che era saldato al muro.
      -Qui è Gabriel, sì, è sempre il solito.
      Gabriel azionò una leva.
      Una botola si aprì sotto i piedi di Tim. Riuscì ad aggrapparsi sui entrambi i lati, i suoi piedi erano a mezz’aria.
      Si allontanò di qualche centimetro dalla botola, tirò un sospiro di sollievo.
      -No, non è possibile, ah, adesso divertiamoci.
      Premette un pulsante giallo, si formò un ponticello nel burrone, era tutto nuovo. Tim lo vide e ci camminò sopra. Si fermò a metà, perché senti qualcosa che gli ringhiava contro, si girò e vide una decina di Rottweiler e 5 pastori tedeschi.
      -Venite, venite branco di pulci.
      Si misero tutti a correre sul ponticello.
      -Ehi, guardate.
      Tutti rimasero immobili, Tim, essendo sul terreno, fece cadere un fiammifero acceso sul ponticello, tutto prese immediatamente fuoco. Alcuni cani si gettarono sulla rete che Tim aveva messo sotto al ponticello, alcuni rimasero fermi e altri, infine, tentavano di prendere Tim, ma non ci riuscirono.
      Tim continuò per la sua strada.
      -Maledizione! Bene, adesso ho un’altra soluzione. Dove sta andando? – disse Gabriel.
      Tim scalò diverse pareti di roccia, come se lo sapesse fare da anni.
      Arrivò a una grotta piena di pozzanghere e muschi da tutte le parti.
      La luce funzionava, alcune gallerie erano chiuse, c’erano binari e carrelli per minatori. Dentro il carrello non contenevano niente, Tim ci salì sopra e lo prese per fare prima a uscire dalla miniera.
      Un’onda molto potente, travolse una roccia, lui scese a tutta velocità. Girò in una direzione, notò avanti a sé dei barili li evitò. Una roccia, era fuori posto, e lo fece volare distruggendo parecchi cartelli che erano posizionati lungo la galleria.
      Si formarono altre spaccature di roccia come se fossero degli affluenti del fiume principale. Andò sempre più veloce, Tim scoppiò a ridere, si stava divertendo, mentre stava all’interno del carrello, tutto intorno era pieno d’acqua. Il soffitto stava crollando, c’era una curva, il carrello non girò e andò a sbattere contro la parete e si scaraventò fuori. Corse verso la discesa, vide l’uscita e riuscì a uscire dalla grotta. L’acqua travolse il carrello e distrusse la parete di roccia.
      Si formò una cascata, l’uscita era invasa dall’acqua.
      Crescevano piante enormi, fiori colorati e alberi pieni di frutta. Ben presto, quel posto divenne un giardino botanico, si erano formati all’interno della grotta delle piante molto rare e minuscoli fiori dall’odore intenso.
      Tim esplorò il posto, era meravigliato da quello spettacolo, scese dalla montagna, però sembrava di più una collina. La strada era ancora molto lunga.
      -Questa missione sarà pericolosa, però questo mi darà la forza ad andare avanti – disse Tim.
      -Accidenti, non importa, devo recuperare mia figlia, poi mi occuperò di lui – disse Gabriel in tono minaccioso.
      -Adesso dove vado? Ah! – disse Tim.
      Così desiderò un tappeto elastico che lo portò fino in cima a un albero, vide campi colorati, distese di boschi, città e il castello della montagna.
      -Devo attraversare quel deserto, una giungla, una pianura e un ingresso gigantesco del castello.
      Aveva gli occhi di un falco.
      Così scese dall’albero e si incamminò lungo una foresta.
      C’erano foglie secche, alberi altissimi e cespugli gialli. Tim si infilò lì dentro.
      Vide qualcosa attraverso un sentiero, notò una ragazza correre. Altre figure con armature e spade, correvano in direzione di lei.
      Doveva aiutarla.

    • Tim vide Tokyo alle pendici di quella montagna, mentre scendeva giù, aveva oltrepassato diverse rampe, finché una non lo fece cadere nel burrone.
      Così decise di aprire lo sportello del Monster Truck e chiuse gli occhi. Poi li riaprì e scoprì che non stava cadendo. Lui si stupì, si guardò intorno e vide che aveva due grandi paia d'ali bianche.
      -Ho delle ali? Fico!
      Si librò in aria, scese con tranquillità, andò fino a una fabbrica. Era arancione, aveva omini fatti con la Lego da tutte le parti.
      Sulla facciata principale c'era scritto: “Fabbrica della Lego”.
      Tim, contento, finì all'interno della fabbrica, si gettò in un mare di pezzi della Lego, poi si distese su un letto e guardò un film su un televisore gigante.
      Desiderò di andare a un grandioso luna park, ci rimase per ben 2 ore tra salti e loop continui.
      Correva verso una spiaggia, ma inciampò e cadde in mare.
      La spiaggia si trasformò in un centro commerciale e, Tim, invece di essere nel mare, era in una fontana.
      In breve tempo, frugò dappertutto alla ricerca di qualcosa di interessante. Trovo un negozio di videogiochi, ci pensò un attimo ad esprimere il prossimo desiderio. Gli venne in mente un'idea geniale, fece comparire dei personaggi dai videogiochi e li fece sparpagliare per l'intero centro commerciale. Tim si nascose dietro un tavolo, fece equipaggiare tutti i personaggi di protezioni e iniziò a sparare. Voleva scontrarsi con loro.
      Il posto fu invaso da proiettili, esplosioni e fumogeni in tutte le direzioni. Poi ognuno combatteva per sé; infatti creava il caos più totale.
      (Questo mondo è molto strano, perché tutti gli abitanti si divertono distruggendo tutto. Una sorta di caos creativo, con picchi di follie e distruzione alla massima potenza).
      Lui fuggì, ma svenne improvvisamente...
      Si risvegliò in una cella sporca, arrugginita, c'era un solo letto. Le mattonelle piccole, sul soffitto c'era una crepa.
      Tim si risvegliò: -Dove sono? Che posto è questo?
      Provò ad aprire la porta, ma era chiusa a chiave.
      Vide, in lontananza, delle ombre muoversi sul muro. Spuntavano due gatti: uno rossiccio con gli occhi dorati, l'altro nero con occhi verdi. Avevano due corone in testa, si muovevano come dei leoni e si fermarono davanti alla cella.
      -Chi siete voi? - chiese Tim.
      -Io mi chiamo Chris – disse il gatto nero. -Lui è Harold. E tu chi saresti?
      -Mi chiamo Tim. Io non sono di qui.
      -Grande.
      -Che c'è di grande?
      -Tu ci potresti aiutare.
      -A fare cosa?
      -Prego, Chris.
      -Un... nostro cittadino... è malvagio. Si chiama Gabriel, ha l'intenzione di distruggere, per sempre, il nostro mondo.
      Era uno degli nostri uomini più fidati, ha costruito un castello che respinge i nostri attacchi. Abbiamo provato di tutto per impedirgli di realizzare il piano. E' molto forte, ma, secondo me, tu lo puoi battere.
      -Grazie, la vostra città mi piace. Per cui... vi aiuterò.
      La porta della cella si aprì e ci fu uno spiraglio che faceva vedere una tundra con l'erba verde e un sole accecante.
      -Prima di andare, prendi questa spada – disse Harold.
      Gli consegnò una spada che poteva essere una semplice spada, ma si rivelò qualcosa di ben più misterioso. Gli diede pure una custodia.
      Tim attraversò la porta e si ritrovò davanti a un burrone.
      Era solo.

    • Tim si stava dirigendo verso Back Street n°12, lì c’era la sua casa, tornava dalla scuola con la sua bicicletta blu e aveva sulle spalle, il suo zaino blu.
      C’era un parco pubblico accanto a casa sua. Tim era stupito, perché in quella direzione, c’era un cantiere.
      -Che strano! Gli alberi sono ricoperti di foglie blu, come è possibile?
      Rimase talmente stupito che fece cadere a terra il suo zaino e scese dalla bicicletta, senza distogliere lo sguardo dal parco.
      Si guardò attorno, non c’era nessuno, così si avvicinò sempre di più, fino a toccare il cancello del parco. Era arrugginito, all’interno si vedevano dei fiori argentati e l’erba era gialla.
      -Wow! Questo posto è stupendo.
      Le porte del cancello si spalancavano all’improvviso e si poteva vedere un capanno.
      Tim entrò, si distese sull’erba, era morbida come se fosse un letto di piume. Il cielo era ben limpido, il sole era accecante, Tim chiuse gli occhi, ma non appena li riaprì, vide un cielo tutto grigio e stava piovendo.
      Così si alzò in tutta fretta e si precipitò al cancello che si chiuse, lui tentò di scavalcarlo, ma non ci riuscì, perché si formavano tutt’intorno delle sbarre alte chilometri fino a scomparire nel cielo. Tornò indietro, corse, nonostante c’era un tornado, lui non volò via.
      Entrò nel capanno, dentro si vedevano tavoli, ma il resto era tutto oscurato. Si sentivano tuoni e fulmini, Tim si mise con le gambe incrociate, sul pavimento sotto a un tavolo. Si stava asciugando; nel frattempo tanti oggetti svolazzavano nel capanno, c’era una bottiglietta d’acqua che finì addosso a Tim, la prese e bevve per alcuni secondi. Piegò la testa e chiuse gli occhi. Il capanno aveva iniziato a roteare, gli alberi si erano staccati dal suolo e molti colpivano il capanno. Ogni cosa era stata spazzata via, rimase solo Tim. Lui rialzò la testa, intorno era tutto oscuro, e sospirò. Il capanno era tutto integro, si sentivano gli uccellini, Tim si alzò da terra, camminò fino alla porta e la spalancò.
      -Dove sono? - cominciò a chiedersi.
      Era in una foresta, gli alberi erano belli alti e l’erba era ancora gialla. C’erano fiori, farfalle e odori nell’aria.
      Vide, attraverso gli alberi, una casa bianca col il tetto rosso. Camminò fino a una discesa e vide la casa da lontano.
      Gli uccellini erano d’oro, il cielo era bello limpido, c’era il sole. Sembrava tutto normale, ma il capanno scomparve nel nulla e vide che era fatto di gelato.
      Dietro di lui si vedevano delle rocce grigie che avevano bloccato il sentiero.
      Sentì una canzone a tutto volume.
      -Cos’è? - si affrettò a dire, mentre scendeva dalla montagna.
      Il rumore della musica si sentì sempre più forte, capì che la musica proveniva dall’alto, ma appena puntò lo sguardo verso su, vide 2 Monster Truck, uno verde e l’altro rosso, che distrussero le rocce come se fossero di cartapesta e rotolavano giù.
      La discesa era sempre più ripida.
      Lui tentò di bussare alla porta accesa di rosso, ma l’intera casa diventò polvere.
      Allora si avvicinò alla discesa, si aggrappò allo sportello del Monster Truck verde e salì a bordo.

    • Mi chiamo Gennaro, sono qui per raccontarvi una storia, piena d’emozioni, anche se è un tantino lunga.
      L’inizio è già cominciato, ma la fine sarà quasi impossibile arrivarci, sarà qualcosa di bello e divertente seguire questa storia. Il nostro protagonista si chiama Tim, è un ragazzo timido, ma si scatena quando capisce di essere apprezzato dagli altri. Ha 14 anni, ha i capelli biondi, occhi azzurri e curiosi; infatti a causa di questa sua caratteristica, verrà scaraventato in un mondo avvolto dal caos. Indossa scarpe nere, pantaloni verdi, maglione giallo e sotto una maglietta grigia.
      Vive a Los Angeles, c’è nato, ma lì è sempre solo. Suo padre lavora dall’altra parte dell’America. Sua madre è morta quando lui era piccolo. Prima di cominciare, vi dico che il mio personaggio e io stesso saremo all’interno della storia.
      L'avventura si chiama: Tim e il mondo dei desideri.

    • CANTO  IN   FEBBRAIO  
       
      DI DINO FERRARO
       
       
      Canto  Febbraio , ebbro nei  miei versi che   fuggono  lontano,  nel freddo si destano, si cambiano  d’abito ed oltre vanno, camminando, indenne sul filo della memoria  tra  mesta gente  rimasta da sola   lungo strade bagnate , ascoltando   i loro  passi nella fitta nebbia.
      Ascoltando  voci  cantare, il cielo cambiare aspetto.
      Ascoltando questa morte che ti prende per mano e ti porta via, verso un nuovo amore , verso di te che siedi nel mio cuore ferito, incapace di comprendere cosa c’è ancora da dire.
      In viaggio verso questa realtà
      Ridere ,morire
      Provare  a capire
      Sono li che aspetto da tanti anni
      Non fare tardi
      Cercherò di uscirne vivo
      Sogno o son desto ?
      Bevo un bicchiere di vino
      Ammirare  volare  i bianchi gabbiani sulle onde d’un mare in tempesta.  Con un libro in mano ,senza  paura di voltar pagina  di chiudere questo capitolo infame .Abbandonarsi a mille  melodie, navigando tra mille incertezze, naufragare in  un’altra  storia per giungere alfine  sull’isola che non c’è , in una nuova dimensione più congeniale.
      Incredulo, nudo
      Seduto fuori al balcone
      Con tanti ricordi  intorno
      Vai dove credi ,la tua fede ti ha salvato
      Oh dio sono cosi felice
      Senza  paura di rimanere prigioniero dei propri incubi.
      Eppure mi ritorna in mente i giorni trascorsi insieme le lunghe  chiacchierate al bar  sull’arte ,sul desiderio di partire di andare lontano da dove eravamo nati  di non fermarsi  a quel vago concetto  di  cosa   essere  oggi.
      Senza  paura di affrontare i grandi signori della guerra.
      Continuando  a ridere di se stessi.
      Facendo  finta che non è successo nulla.
      Aprire , questa porta ?
      Quando vieni di nuovo a trovarci ?
      Te si miso o sottanino buono?
      Me pareva nà cosa fine
      Vincenzino
      Ha chiamato ò cane
      Sentite ,sono tre ore che aspetto ò tram
      Giovinotto fatevi sotto che questi,  vi buttano sotto.
      Che scostumati ,  screanzati  ,tale quale a mamma
      Uhe carta e cesso
      Mo te mette a pistola in bocca
      Chiamate le guardie
      Fate largo
      Che macello
      Sono , stati quei tre sfaccendati
      Qui,  bisogna chiamare subito il commissario
      Pronto,  il commissario non è in casa
      E’ una cosa importante
      Chi siete ?
      Vicebrigadiere sgozzapecora
      Questa è la casa di un  commissario non il macello comunale
      Ma è  una cosa importante
      Avete fatto il biglietto ?
      Ma chest’amme coppe ò pullman
      Da qui non scende nessuno
      Oh madonna questi sono dei veri banditi
      La signora è svenuta.
      Fate largo sono un infermiere so  io come intervenire
      Simme troppo assai
      Non si respira
      Tenete le mani a posto
      Signora m’avite pigliate per un maniaco
      Che brutta bestia
      Sarà quello che sarà
      La storia si ripete
      Facciamo finta di volerci bene
      Sentite voi non m’imbrogliate
      Cosa avete  detto non la capisco
      Scusate voi parlate  giapponese ?
      No , sono di piazza Dante
      Fuori di testa
      Quante spiegazioni
      Allora  lo volete questo perdono ?
      Sacrilegio
      Chiamate il parroco
      Stà arrivando  il commissario
      Guardie e Ladri
      Chi se rubato ò  fazzoletto mio?
      Vi dovete sempre farvi conoscere
      Scusate capo,  avete una sigaretta ?
      Guagliò mò  stai esagerando
      Che scarafone
      Chi ha scorreggiato ?
      Che nebbia
      Non se capisce chiù niente
      Ma stà pizza è pronta ?
      Fuggire ,  sfidando  l’ignoto ,oltrepassando dimensioni ,momenti utopici che recludono la propria indole , prigionieri  in uno scambio di dare e avere,  in un progetto comune , navigare in mare aperto per vincere  mille paure , sconfiggere  quei mostri chiusi dentro se stesso. Un  lenta agonia , un morire lento fatto di versi e canzoni , di pallide emozioni . Senza  paura  di gridare la  propria  ragione d’uomo qualunque.
      Avete fatto bene
      E già cosa vi credevate
      Filippo
      No , sò Pasquale
      Chiedo scusa
      Sono tre ore ed ancora non si fa viva
      Vedete prima o poi qualcosa accadrà
      Già la vita è una rota
      Siamo tutti figli di  san Gennaro
      Io sono devoto di san Ciro
      Guardate il delatore
      Ci sono sempre stati e sempre ci saranno
      Aprite,  dobbiamo entrare ,fuori fa freddo
      All’Anema e chi vè vivo
      Tenete le mani a posto
      Signora un bicchiere d’acqua ?
      Mamma vado a giocare a pallone
      Gli lo hai detto a tuo padre ?
      Stà in cantina con gli amici
      La musica in testa
      Perplessi  nel   credere  che una   poesia
      sarebbe  stata capace di cambiare  noi stessi.
      Continuando a dialogare  con un funambolo
      con un ladro  ,con un viaggiatore notturno 
      con un pazzo   , con la morte e sua sorella sorte
      con la fortuna   d’un venditore di collant .
      Senza  paura di  continuare a credere in ciò che  si crede
      giusto o sbagliato che sia.
      Non chiedendo  nulla in cambio , solo davanti ad un foglio bianco su cui far danzare   i propri  pensieri.
      Una pacca sulla spalla
      Un ciao come va ?
      Tutto bene grazie
      Mi sembrava una bella serata
      Avete cambiato l’acqua ai pesciolini ?
      Cheste sò cose è pazze
      Puozzo campà  cient’anni
      Incredulo amore hai spezzato le catene della  cieca fede per diventare un cane randagio a spasso  per strade  deserte. Hai cambiato gli uomini e le donne  ,hai reso folli intere generazioni , hai fatto nascere una speranza in molti , visto una lacrima scendere, hai assistito a cosa incredibili. Hai cantato di gloria ed onori   ,hai  seguito il triste destino d’ognuno, hai donato la pace  a chi disperato giace in un letto di ospedale ,hai reso  alfine la vita santa  attraverso  il redento corpo suo  morente.
       
       
       

    •  
       
      Siete in diecimila occhi
      forse siete due 
      ma non c'è nessuno che non sia la notte 
      perché voi 
      siete dolore 
      siete morte. 
      Chiusa in un angolo 
      bloccata in melodie malinconiche, 
      io riesco ad uscirne 
      solo tramite note.
      Andate via, sono in tensione 
      mi consumate aria 
      non respiro, lo giuro 
      siete nel mio cazzo di spazio vitale,
      io
      sento gli occhi chiudersi 
      mentre mi incammino
      in un incubo senza mai fine 
      in una strada desolata senza confini 
      in una notte in cui
      danzano gli spiriti e le anime dannate senza mai fermarsi,
      in festa da ormai anni
      senza morfina,
      senza una divina voce che porti fine ai loro dispetti.
      Sono posseduta dal panico 
      io qui non resisto più 
      sto per scoppiare insieme al mio cuore 
      che palpita nel cervello.
      Rimbombi assordanti 
      accompagnati da un buio accecante,
      continuo a sentire l'eco del mio cuore 
      che scappa nell’inferno
      in braccio al demonio.
      L’ho visto che mi baciava con passione 
      mentre bruciavo nelle fiamme 
      mentre sprofondavo in sabbie mobili 
      lui mi rubava il cuore 
      per dare amore alla notte.
      Le lacrime mi mangiano il viso
      sono fiamme che mi bruciano 
      per farmi luce,
      il vento non aiuta il mio affanno 
      mentre cerco di scappare 
      con una croce sulle spalle 
      inchiodata alla realta 
      sottomessa alla morte.
      Tu mi fai impazzire 
      sfuggi in un momento
      nel patos disperato 
      nel patos alterato
      e poi ritorni alle mie spalle 
      pronta ad accoltellarmi
      per poi baciarmi sulle ferite dissanguate, che piangono e godono
      allo sfiorar delle tue labbra
      allo scocchiar delle lancette del tempo 
      che scorre lento grazie alla mia ossessione che mi mangia simultaneamente al tuo amore.
      Voglio liberarmi da te 
      oscilla l incertezza di stringere o allargare questo cappio
      che si oppone al mio respiro 
      e cessa ogni mia forma
      ogni mia personalità 
      ogni dimensione della mia essenza. 

      Mi perdo in un cielo stellato 
      così in alto, lo guardo 
      per poi cadere così in basso, io piango 
      e innaffio quelle piante carnivore
      circondate da fiori velenosi 
      e salici piangenti 
      che mi picchiano e poi abbracciano 
      come la vita non ha fatto fin ora
      perché la vita ti ignora 
      è cinica
       ha sussurrato all’universo 
      che l unico scopo della vita sarà trovare lo stimolo per le energie vitali,
      ma lo stimolo sarà il coltello 
      e la morte l'antidoto.
      E suonava un triste ukulele 
      in una notte di maggio 
      stesa sul letto, ammiravo 
      lontano anni luce 
      un paesaggio desolato 

      gli alberi mutavano
      mutavano quei fiori 
      e mutò anche il nostro spirito 
      come una poesia d'amore 
      finita e strappata 
      mai dedicata 
      in questa notte desolata…

    • L’ASSASSINO
       
      CANTO ITALIANO
       
      DI DINO FERRARO
       
       
      Lo scrivere ha rinchiuso la morte in questo confine utopico nell’amore  ha condotto il vecchio  ha sedersi sul monte, ha rincorso per un breve momento questa vita, senza alcun viso , senza un domani , senza domandarsi  che credere sembra vano se non ci fosse la fatica di dover sopportate il peso della croce ed anche i tanti interrogativi che bussano alla porta e ti fanno sentire piccolo a volte un chierico senza capello. Ed il rincorrersi , il cercare svisceratamente un senso,  un motivo per poter concludere dire mettere a tacere le tante storie inutili che si congiungono nel loro senso,  nella loro sviscerante scena deleteria insomma non basta capire per potersi radere in santa pace ,  incapace di saltare fuori tutto ad un tratto e dire ciò che si pensa mi sembra inutile cosi vado incontro  ad un mio vecchio amico.
      Come stai?
      Non lo so
      Passavo di qua
      Hai fatto bene siediti
      Ho poco da raccontare
      Fumiamo una sigaretta insieme ?
      E se moriremo ?
      Andremo in cielo
      Sai che bello
      Tu vai avanti
      Ti seguo
      Non spingere
      Non spingo
      Mi chiedo chi sei veramente ?
      Guarda è un interrogativo mio rincorrente
      Facciamo quattro passi ?
      In fondo alla strada
      Verso questo cuore
      Tutto solo
      Con un fiore  in mano
      Con tante lacrime
      Provo a cambiare
      Forse a vivere
      Siedi parlami di te
      Forse e meglio che ritorni a casa
      Siamo stanchi
      Anche noi
      Avremmo potuto essere amici
      Basta l’intenzione
      La morte è una colla, s'attacca  addosso e non ti lascia più
      Sono solo io e la mosca
      Perché non voli via ?
      Sarebbe bello
      Ronza
      No canta una sua canzone
      Che spasso
      Sempre a piedi sono arrivato a Mergellina
      Hai mangiato qualcosa ?
      Un panino
      Strada facendo ho incontrato un assassino
      Accidenti sei scappato ?
      No ho continuato a parlargli di me
      Che terribile esperienza
      Un assassino può essere ciò che vuoi
      Anche un amico
      Per tutti una brutta persona per pochi un interrogativo
      Credi che avrebbe potuto ucciderti
      Forse aveva un coltello
      Forse in  un altra storia
      Forse domani l’incontri sotto casa
      Che paura
      L’assassino  vive in noi è una costruzione illogica una bomba che sta li per li per esplodere che ti potrebbe distruggere e non  darti una via di scampo un altra possibilità di poter capire perché  sei ancora allo stesso posto cosa ti ha condotto a sommare  i tanti dolori la speranza  una certa consistenza,  un giro di parole che mescola la mesta melodia alla loro caducità di vivere .
      E l’ingegno a distruggere la giostra del peccato la demente , inconsapevole,  volontà di poter contribuire ad una insana situazione che rinasce,  cresce,  lascia spargere la sua semenza l’imparziale pusillanime estremismo , esoterico. Lo scrivere  continua a non avere  ne testa,  ne coda , ne principio , ne fine.
      Un miraggio
      M’arrangio
      Faccio finta di non sentire
      Lascia che l’acqua scorri
      Apro la porta
      Torno indietro
      Sono solo io e dio
      Forse incapace di volare
      Forse ignaro di quando mi resta da vivere
      Rigo diritto
      Non canto
      Non fumo
      Sei in riposo
      Sono sopra al mondo
      Sono qui che ti saluto
      Mi vedi
      Sono cieco
      L’assassino  è la storia che corre dentro di noi , corre con tutti i nostri  morti , nell’infausta  gloria , nella falsa speranza,  nel senso che ha maturato questo  mondo in un idioma , scaltro,  svestito,  ignudo , incantevole  tale da poter comprendere ancora la posta in gioco il senso acerbo che ha generato le tante sconfitte e l’esaltazione   dell'io nel   filo spezzato della memoria che segue il passo verso un altra conclusione un altro gioco in un ordine ingarbugliato fatto di tante vessazioni di sbagli che sono difficili da elencare da mettere in bella mostra sopra questa tavola. Corre  il bianco coniglio,  passa la  pazzia che conduce ad un ragionamento  vano  .
      Prova a  guarire
      Sono qui per questo
      Quando sei entrato, ti hanno visto
      Non possiamo sfuggire al fato
      Hai giurato
      Ho spergiurato
      Hai confessato ?
      Dentro una fossa
      Forse sono all’inferno
      Fermo alla  fermata dell’autobus
      Dentro un negozio
      Gaio  viaggiare
      Bello chiedersi ancora perché
      Quanti uomini  sono rimasti con  poche donne  tradite ?
      Quanta vita hai da spendere ancora?
      Sono  entrato per caso  dentro questo ossesso
      Solo sesso
      Solo io e lei
      Senza peccare
      Ignudi
      Davanti a tutti
      Dentro  casa
      Vicino  alla legnaia
      Dentro un ricordo
      In mano
      Dentro la bocca
      Con il cuore
      Con la volontà
      Nel vento
      Passeremo
      Andremo
      Tutti
      In mille
      In due
      Con lo zio
      Dietro la bara
      Io piango
      Forse faccio tardi
      Non ringhiare
      Non abbaio
      Colpito nel cuore
      Colto nel sonno
      Volto pagina
      Cerca di essere conciso
      Senza mezzi termini
      Senza lei è  tutto un altra storia.
      Lei che si stringe alla luna alla  sua vita , all’assassino che  non ha pietà ,  non ha un volto lo puoi trovare in ogni dove dentro questa storia  che ha dato i natali ed i contorni a tanti personaggi finti o veri.  Nati da  una sincera amicizia trasgressiva , segnata  da commi e atti giudiziari che sono il sostantivo e forse l’ignominia di una classe sociale. L’insana intolleranza il dover in qualsiasi modo cercare una soluzione filologica ed ermeneutica a cosa potrebbe essere la verità  storica . L’ insorgere  delle classi difronte all’intolleranza , all’ incapacità di non potersi ribellare . La rivolta ha condotto l’assassino a divenire uno di noi . Siamo noi questo assassino , siano noi la pecora al macello la spada ed il coltello che trafigge  questo cuore con  le labbra bagnate , con gli occhi colmi di pianto in  un giorno qualsiasi  nel  dire e nel  fare un passare ad altre conclusioni in certi dilemmi  in  molte litanie  nell’ingrato compito di dire messa ad un morto che non voleva ad ogni costo morire. Ad  un passo dalla salvezza  e forse siamo giunti dove milioni di persone avrebbero voluto  cambiare questa storia fatta  di assassini e vittime innocenti .
      Vengo
      Parlami
      Mi sento offeso
      Sei  falso ?
      Ho mangiato tanto
      Due ciambelle ?
      Qualche uovo fritto
      Ho bevuto
      Hai scorreggiato ?
      Ho guidato per tutta la notte
      Ti ricordi ?
      Eravamo ragazzi
      Cosi giovani , da poter cambiare il mondo
      Ora sono solo , davanti al mio assassino
      Avresti potuto cambiare strada
      Ci ho provato
      Non c’è lo fatta
      Non piangere
       Mangerei un gelato a limone
      Io Pane e cioccolato
      Uno spaghetto veloce
      L’amavi
      La desideravo
      I miei carnefici  li  conoscevo   da tempo,  erano  tutti fuori di testa , tutti fuori la stazione ad attendere l’arrivo del treno che avrebbe condotto l’assassino verso la sua vittima  . Una storia , uno sparo ,  una sorte crudele,  giorni andati ,tutti che cercano la loro dignità , la loro giustizia  senza mettere le mani in tasca , senza spendere un quattrino , l’acqua scorre con ella il sangue innocente le molte vite che hanno deriso questa vita ingrata , questa vacca portata al macello  che lecca,  lecca lo scettro al toro che sogna ed ignuda,  lungi per derise sperdute rime si traveste in attesa di colpirti  tra la folla.  Non ci resta che fuggire  per  non farsi  prendere,  correre  dove il sole lega il suo carro alla notte  che lega l’assassino alla sua vittima.
       
       
                                                                                                                   II
                         
      Tutto quello che ho  compreso,  sentito con il mio cuore di padre solo contro il tempo che mi ha spinto verso altre dimensioni , verso tanti interrogativi , vite perdute incapace di ribellarsi a quel mostro che è  il potere di pochi. Un passo e sono fuori da questa follia dal dover comprendere chi è morto invano chi ha lavorato ed ha pagato con la sua vita un amore troppo piccolo per essere preso , catturato reso santo , vivo,  sincero . Un cero acceso dietro una finestra , dietro lo sguardo di una madre tutto è  incominciato per caso con  una canzone cantata  di bocca in bocca  che ci ha condotti verso un esistenza diversa.
      I cantanti aspettano il loro turno , pronti a salire sul palco una folla immensa li guarda chi mangia cioccolatini chi si bacia,  chi spegne  la luce,  chi scende dalle nuvole per poter poi andare nell’aldilà in compagnia del suo amore. I cantanti aspettano di essere giudicati . Chi desidera un altra vita,  non ha voglia di giudicare gli altri chi ascolta con il cuore le note,  si bea di sapere più degli altri ed dolce passare una serata tutti insieme ad ascoltare canzoni veraci , cilestri , sincere , pazzerelle , scintillanti  figlie  di stelle  cadute dalla finestra. Il cantante ha un segreto chiuso nel suo cuore,  un dolore tanto grande da cantare al mondo da dire ad una folla cosi grande come il cuore di un gigante . C’è chi ascolta con pazienza chi non ha voglia di vedere cosa succederà domani . Ogni atto genera un sublime  canto nell’atto , nella sorte avversa al fine ci sarà un solo  vincitore.
      Canta. Che ti passa
      Che emozioni
      Non farti rosso
      Possiamo farcela ancora
      Hai del fegato amico
      Hai una bella voce
      Sono un Baritono
       Tutti  ti ascoltano
      Anche la mamma ?
      Si
      La verità ci  rende liberi
      La morte ci ama
      La vita è un canto
      Cane che abbaia non morde
      Un ballo
      Passa la palla
      Non ci mettere molto tempo
      Faccio quello che posso
      Non mi tirare la veste
      Accidente ho perso l’orecchino
      Che sfortuna
      Hai portato i soldi
      Eccoli tutti
      Siamo fuori dalla città
      Potevamo essere felice
      Tutto una pigliata per i fondelli
      Hai visto ?
      Era lui
      Maledizione  l’assassino
      E ancora in circolazione
      Una vera rottura di coglioni
      Facciamo finta di nulla
      Ma lo hai riconosciuto 
      Ha confessato ?
      È grave ,dovrebbe pagare tutti i delitti commessi
      Forse è meglio voltare pagina
      Mettiamoci un bel punto
      Che baci
      Che tenerezza
      Tutto tua madre
      Era un bel po’ che non lo vedevo
      Quando lo hai compreso ?
      Beh mi fai arrossire
      Era già in programma
      Spiccicato
      Una fotocopia
      Che fortuna
      Hai chiamato il medico
      Era occupato sarà un altra volta
      Se sarà maschio
      Fai finta di aver vissuto
      Faccio quello che posso
      Non e la prima volta
      Si ricomincia sempre da capo
      In macchina
      Dietro al sedile
      Senza giustificazioni
      In fretta
      Dopo una birra
      Dopo una corsa
      Verso dove ?
      Verso questa notte nel  canto italiano.
       
       
                                                                                                                             IIII
       
      Cantanti ed assassini tutti insieme sul palco tra le grida tra molti anni e molte vite spese a combattere per una libertà senza casa , senza mezzi termini ascoltando  una canzone che ti faccia sorridere che ti racconti di un amore vero di come tutto fu cosi sincero , di come ella ti guardava da piccolo con le gambe incrociate con il muco che colava dal naso in  quel canto che passava come un  treno lungo le rosse rotaie che conducevano lontano nel continente , dentro questa vita lontano , dall’assassino .
      Ho  sognato un sogno
      Hai voltato pagina ?
      Certo
      Che piangere
      Che gioia Averti potuto conoscere
      Eravamo due sconosciuti
      Ci siamo incontrati per caso
      Siamo io e te nel tempo
      Senza busta paga
      Con il cappello appeso al chiodo
      Un altra storia un altro assassinio
      Fai presto
      Ti scrivo dalla Cina , qui  stiamo tutti bene
      Ed il drago ?
      Lo  parcheggiato sotto casa
      Tua madre starà  in pena ?
      Non farmi ricordare
      Potrebbe essere domani
      Non ho deciso io
      Certo il signore era consapevole
      Accipicchia come piove,  come piove
      La pioggia Bagna le anime in pena
      Lacrime dopo lacrime
      Dopo questa canzone
      Mio dio l’assassino
      E un cantante ?
      Un vagabondo ?
      Un cantastorie ?
      Sopra il monte si cantano   belle canzoni.
      Un coro
      Con tutti i bambini
      Con tua madre
      Senza mio padre
      Davanti al televisore
      Con il mio cane
      Senti che voce
      Sento il vento
      Quante note
      Quanto ho pianto
      Si avrebbe potuto essere felice
      Già , non angosciarmi
      Hai fatto uscire  tua figlia con un assassino?
      Non è un assassino è un bravo ragazzo
      Chi te lo dice ?
      Ho a lungo parlato con lui
      Hai travisato la  verità
      Non ci sono prove
      E le note l’ascolto nel silenzio che mi trascina verso milioni di cuori trafitti  , all’unisono tutti  uniti in un solo battito in  un attimo e sarò  morto nel canto che echeggia dalle alpi all’appennino  che s’eleva dalla  terra , lieve con i miei pensieri.
       
       
       
       
       
       
                         
                         

    • Al ristorante

      By Gezim, in Letteratura non di genere,

      Il cameriere chiese ai due cosa volessero da bere.
      “Che vino vuoi amore?”
      “E’ indifferente”, rispose lei senza un minimo di interesse.
      Quell’atteggiamento fece arrabbiare Riccardo. Si presentava, ancora una volta, la solita situazione. L’incapacità di Amina nel prendere una decisione.
      Era la loro prima cena da coppia. Stavano insieme da un paio di mesi, ma questa caratteristica caratteriale della ragazza era subito saltata all’occhio di lui.
      Si conoscevano ancora poco, e lei non era una di quelle persone che condividono immediatamente i propri segreti. A differenza di Riccardo, che dopo pochi giorni le aveva raccontato quasi tutta la sua vita. Era una ragazza silenziosa lei, quel tipo di persona che ha sofferto molto nella vita, e ha superato le difficoltà da sola, senza dover chiedere aiuto a nessuno.
      Atteggiamento caratteristico di molti, quello di chiedere il sostegno degli altri quando si trovano in difficoltà. Lei invece era convinta che non bisogna appoggiarsi a qualcuno quando non si sta bene, perché se la persona in questione ad un certo punto decide di andarsene, poi come si fa?
      Succede spesso. Le persone se ne vanno e ti lasciano lì, da solo, con i tuoi guai.
      Il ragazzo rimase in silenzio per più di un minuto, cercando di contenere la sua rabbia, mentre lei continuava a non guardarlo. Girava e rigirava le pagine del menù.
      L’aveva avvertito appena si erano conosciuti che non era il tipo di persona che fa questo genere di cose. A lei non interessavano le cene o i posti di gala.
      Era una di quelle ragazze che preferiscono una scatola di gelato davanti alla serie tv del momento, per festeggiare l’anniversario. Lui non ne aveva voluto sapere e l’aveva portata in uno dei migliori ristoranti della città.
      “Possibile che non scegli mai? Non ti può sempre andare bene ogni cosa!”
      “Sì invece”.
      “NO INVECE. 
      NON FAI MAI UNA SCELTA. 
      DICI SEMPRE CHE TI VA BENE TUTTO. E’ SEMPRE INDIFFERENTE PER TE. 
      NON E’ POSSIBILE!!”.

      Riccardo non era riuscito a contenere la sua ira. La ragazza smise di leggere il menù, avvicinò la sedia al tavolo e iniziò a parlare, fissando Riccardo.
      “Non ho mai avuto la possibilità di scegliere, perché non ho mai avuto niente nella mia vita. Da piccola qualsiasi cosa c’era nel frigorifero andava bene. E se per caso non mi piaceva, dovevo farmela piacere. A papà è stata amputata una gamba quando avevo solo tre anni. Lui non poté più lavorare da quel momento. Mamma cuciva i vestiti dei nostri amici quando raramente glieli portavano. Avrebbe potuto fare la sarta, ma non abbiamo mai avuto i soldi per aprire un negozio.
      Luka aveva iniziato a fare qualche lavoretto qua e là, portava sempre qualche soldo a casa. Mamma aveva paura che prendesse qualche giro strano.
      Andava lui a comprare il cibo, o meglio, quello che potevamo permetterci con quei soldi, in tempo di guerra. Le uova erano il prodotto che costava di meno. Acqua ed elettricità diventarono un lusso in quel periodo, quindi mamma, nei brevi momenti in cui c’erano sia acqua che elettricità, ci preparava grosse porzioni di cibo, in modo tale da averlo pronto per giorni.
      Capitava che mangiassimo uova per una settimana intera. Si raffreddavano, ma era comunque un miracolo trovare qualcosa nel piatto all’ora di cena. Non abbiamo mai avuto niente noi. 
      Sono nata povera, ho rischiato di morire povera, ma il destino ha deciso diversamente. Per me vivere ha sempre significato soffrire e non avere quello di cui avevo bisogno.
      Ho smesso di sognare nel momento in cui ho iniziato ad andare a scuola. Non era consigliabile farlo, meno sognavi e più la tua vita era semplice. La realtà, vera e cruda, mi è stata gettata addosso sin da piccola. I sogni non si realizzano, il mondo è un posto ostile dove chiunque è pronto farti cadere. Aspettavo Babbo Natale quell’inverno, ma arrivarono solo bombe. Un centinaio, ogni giorno. Fu così per più di tre anni. Smisi di andare a scuola, passavo le giornate a contare le esplosioni. Poi fummo costretti a scappare, a rifugiarci nei boschi. Del cibo non c'era più traccia, così non ci rimase altra scelta che iniziare a mangiare la colla dei cartelloni pubblicitari e le ortiche. Questo è stato il mio pasto per alcuni mesi. 
      Sono sopravvissuta alla guerra e mi hanno portata qui. Avevo solo dodici anni e sono cresciuta in mezzo a persone che nel weekend andavano a mangiare caviale e Champagne. Io non sapevo manco cosa fosse il caviale. 
      Quindi avere tutto e poter scegliere, sono delle novità per me. Non riesco ad abituarmici. Non riesco a preferire una cosa rispetto ad un’altra, e non sarò mai in grado di lamentarmi.
      Ogni situazione che vivo è migliore di quelle in cui sono cresciuta. 
      Non me ne frega proprio un cazzo del vino. Bianco,rosso o rosè, scegli quello che preferisci. Pure il vino è una novità. Sono cresciuta con l'idea che l'alcool fosse una cosa da ricchi, e io sono sempre stata povera”.

      Gezim Qadraku.

    • 24 dicembre 20XX, ore 15:00
       
      Il paese oggi sembra una vera e propria cartolina. È la vigilia di Natale, fa freddo e la neve cade copiosa sulle ripide e strette viuzze, i castani ormai spogli, le case in pietra e il vecchio campanile della chiesa di santa Michela. In una casetta ai limiti del bosco, tre bimbi guardano fuori.
      «Uao, quanta neve!», fa Martina, trecce bionde e tutù rosa, dall’alto dei suoi cinque anni. «Non ne avevo mai vista così tanta! È bellissimo!»
      «Andiamo fuori col bob, dai!», le fa eco Simona, sorella gemella, incisivo centrale destro appena cascato e maglietta di Frozen.
      Alberto, orecchie a sventola e camicia a quadretti, si fa avanti in mezzo a loro e appoggia le mani sul davanzale della finestra, col gesto fermo e sicuro di chi di anni ne ha già compiuti sette.
      «No, niente slitta», dice, «Sapete benissimo cosa dobbiamo fare stasera. Dobbiamo economizzare le nostre forze, riposarci. Guardate che questa è una cosa seria!»
      Le due sorelle si scambiano un’occhiata poco convinta: è tutto il giorno che il loro cugino blatera una storia strana che le mette un po’ a disagio, e la cosa, onestamente, comincia a essere un po’ pesante.
      Però Alberto è anche grande, va già a scuola, fa delle costruzioni pazzesche coi Lego; quando giocano a nascondino, non riescono mai a trovarlo. Alberto è intelligentissimo, sa addirittura leggere. E pertanto, quando parla, le due lo ascoltano.
      Il bambino osserva il vecchio pendolo di legno scuro, che fa mostra di sé accanto al divano liso su cui nonno Attilio e nonna Marisa si sono appisolati guardando Rai Uno.
      «Sono le tre», dice.
      «Oohhh», fanno le bambine. Loro non la sanno mica leggere, l’ora!
      Papà Enzo e papà Mauro spalano la neve in giardino, mamma Irene e mamma Emma sono scese un attimo al negozio per fare le ultime compere in vista del cenone. Con mosse calme e sicure Alberto si siede a terra, poi fa segno alle cugine di sistemarsi attorno a lui.
      «Avanti, venite che vi mostro il libro di cui vi parlavo.»
      Le bimbe si siedono a gambe incrociate sul vecchio parquet, proprio come quando, all’asilo, si cantano le filastrocche.
      Alberto tira fuori un libro.
      «Eccolo qui», dice posandolo a terra davanti alle cugine, che si piegano in avanti per osservarlo, quasi fosse un vero e proprio talismano. Sulla copertina c’è Babbo Natale, rubicondo e felice, spaparanzato davanti al camino e circondato da buffi folletti vestiti di verde.
      «L’ha scritto un esploratore polare, uno che è stato al Polo Nord», spiega Alberto.
      «Oooohhh», fanno le bambine scambiandosi un’occhiata ammirata. Chissà che cavolo vuol dire “esploratore polare?» Anche quello fa parte del fascino del cugino: spesso pronuncia parole difficilissime, che non riescono a capire, ma su cui, ovviamente, si guardano bene dal chiedere spiegazioni.
      Alberto si bagna il dito sulla lingua e apre il libro alla prima pagina. Poi lo fa ruotare per mostrarlo alle bambine.
      In alto, nel primo disegno, Babbo Natale beve un caffè fumante osservando una gigantesca cartina.
      «Vedete? Questa è la mappa del mondo», spiega Alberto.
      Muove il dito avanti e indietro sulla carta.
      «E… questa è l’Italia», dice puntando l’indice al centro dell’immagine. «È questo paese a forma di stivale, me l’ha spiegato papà.»
      Le due osservano la cartina, non ci capiscono niente ma Alberto sembra sapere il fatto suo. Annuiscono.
      «Vedete queste frecce? Mostrano il percorso che fa Babbo Natale. Lui abita quassù, al Polo Nord. Questa notte prende la slitta con le renne e va a portare i regali a tutti i bambini del mondo. Il primo...»
      «Solo ai bambini buoni!», si intromette Simona.
      Alberto annuisce, grave.
      «Già, solo ai bambini buoni.»
      «Anche a noi?», fa Martina, con aria vagamente preoccupata.
      «Chiaro», risponde Alberto, «Siete state buone quest’anno voi due?»
      Le due si scambiano un’occhiata, poi annuiscono.
      «Sì.»
      «Anch’io», fa Alberto, «Sono stato buonissimo.»
      Stringe il pugno.
      «È da un anno intero che mi preparo per questo giorno», aggiunge.
      Le due bambine lo guardano senza dir niente, e Alberto si chiede, per l’ennesima volta, se quelle due potranno davvero essergli d’aiuto, o se, invece, saranno poco più che un intralcio. Pensa a quanto gli farebbe comodo, in quel momento, un cugino un po’ più grande e più intelligente… E invece ha solo Simona e Martina, e purtroppo ha bisogno di loro.
      Da bravo leader, sa come parlargli.
      «Insomma, seguite queste frecce con me», dice tornando a indicare la mappa, «Mostrano la strada che Babbo Natale fa per portare i regali a tutti i bambini e...»
      Simona punta il dito su un disegno a fondo pagina.
      «E questa cos’è? Cos’è?», chiede eccitata.
      Alberto sbuffa, ma sa dosare bene il bastone e la carota. Anche se ha una gran voglia di tirarle un pugno, sa che deve tenersi amica tanto lei quanto la sorella, altrimenti quelle non solo non lo aiuterebbero, ma sarebbero pure capaci di raccontar tutto a papà e mamma.
      «Questa», spiega paziente, «è la fabbrica dei regali di Babbo Natale, al Polo Nord. Una fabbrica enorme, nascosta sotto al ghiaccio, c’è scritto che ci lavorano mille folletti!»
      «Ooohhhh», fanno le due, facendo passeggiare gli occhi sulla grande immagine, dove una fila immensa di buffi esserini assembla bambole, macchinine, cavalli di legno. Pensano che quello è un libro bellissimo, e poi bisogna dire che Alberto lo sa leggere proprio bene!
      «Ora guardate qui», dice tornando a indicare la mappa del mondo. «Dunque, come vedete quando Babbo Natale parte dal Polo Nord va giù dritto. Il primo posto in cui va è l’Italia, poi continua il suo viaggio. Va in Australia, in Russia, in Brasile… Dappertutto.»
      le bambine sono impressionate: mannaggia quanti paesi conosce Alberto!
      «Quindi», dice lui con occhi luccicanti, «quando passa di qui...»
      Si ferma un attimo, aspettandosi, come in un film, che almeno una delle due finisca la frase al posto suo, dimostrando quel minimo di intelligenza che tanto, tanto gli farebbe comodo. E invece niente: quelle lo guardano imbambolate, con due sorrisi idioti stampati in faccia.
      «…Quindi quando passa di qui ha ancora i regali di tutti i bambini del mondo nella slitta, no?»
      «Cavolo, è vero!», fanno le due.
      Alberto si alza in piedi e si mette a camminare avanti e indietro con le mani dietro alla schiena.
      «E noi glieli rubiamo!», dice abbattendo il pugno destro nella mano sinistra.
      Le due bambine si scambiano un’occhiata inquieta, Alberto le guarda da sopra in giù.
      «Capito?»
      Le due continuano a osservarlo poco convinte.
      «Ma…», balbetta Martina.
      «...E se Babbo Natale va a dire a tutti che gli abbiamo rubato i regali?», finisce Simona per lei.
      «Già, ci metteranno in prigione!», le fa eco la sorella.
      Alberto guarda le cugine con aria grave.
      «Non lo farà», dice, sicuro.
      «Perché?», chiedono le due insieme.
      «Perché lo uccidiamo!», risponde Alberto.
      Le bambine fanno un salto. Hanno già sentito parlare di “uccidere”, e, anche se in realtà non hanno ancora capito bene tutte le implicazioni del concetto, sanno che è una cosa molto, molto grave: quelle due o tre volte che hanno sentito pronunciare quella parola da qualcuno, gli adulti presenti hanno preso la cosa molto, molto seriamente. E sono stati guai.
      Alberto capisce il loro disagio, si accuccia a terra e le guarda dritte negli occhi.
      «Non preoccupatevi, ci penso io a ucciderlo, voi siete ancora troppo piccole», spiega rassicurante.
      Le due tirano un piccolo sospiro di sollievo.
      «E... come si fa a uccidere Babbo Natale?», chiede Martina.
      Alberto tira fuori un grande coltellaccio.
      «Con questo», spiega facendole luccicare la lama davanti agli occhi, «L’ho preso in cucina.»
      Simona e Martina si scambiano un’occhiata poco convinta.
      «E... come fai a ucciderlo?»
      «Glielo pianto nella pancia. L’ho visto fare in un film.»
      «Ooohhhh», fanno le bambine, ammirate. Loro non l’hanno mai visto un film, guardano solo i cartoni animati!
      «E quindi dopo che lo uccidi lui non glielo va a dire a nessuno che gli abbiamo rubato i giocattoli?»
      Alberto sbuffa.
      «No. Se lo uccido muore, non può mica più parlare! Lo prendiamo in tre, lo buttiamo giù nella cantina e chiudiamo la porta.»
      Le due annuiscono. Cavolo quant’è intelligente il loro cugino, ha davvero pensato a tutto!
      Però, però...
      «Ma papà e mamma non ce lo lasciano mica fare, loro ci mandano sempre a dormire subito dopo la cena!»
      «Infatti dobbiamo mettere fuori combattimento anche loro. Ed è qui che ho bisogno di voi», spiega Alberto.
      «Mmhhhh… Vuoi che uccidiamo papà e mamma?», chiedono le bambine, poco convinte.
      «Certo che no!», risponde Alberto, «Non voglio mica vivere senza di loro.»
      Le due tirano un sospiro di sollievo. Ucciderli sembrava effettivamente eccessivo.
      Alberto tira fuori una grossa bottiglia piena di pillole.
      «Li facciamo dormire col sonnifero di nonno.»
      «Oooohhhhh», fanno le bambine.
      Alberto si rimette a camminare avanti e indietro con le mani dietro alla schiena.
      «Dopo la cena, quando nonna porta il caffè, voi due fate finta di litigare, correte in giro per la casa e buttate a terra tutti i piatti, i mobili e le pentole che trovate. Loro corrono da voi e io gli metto il sonnifero nella caffettiera.»
      Simona e Martina si scambiano un’occhiata ammirata. Cavolo, pensano, il piano di Alberto è davvero geniale! Hanno davvero una fortuna immensa, ad averlo come cugino... Grazie a lui, presto saranno le bambine più ricche della terra, avranno tutti i regali del mondo a loro disposizione!
      «Mettigliene tanto di sonnifero, così siamo sicuri che non si svegliano fino a domani.»
      «Chiaro. Gli metto tutta la scatola, non possiamo correre rischi.»
      Le bambine annuiscono. Ottima idea.
       
       
       
       
      24 dicembre 20XX, ore 23:45
       
      Non ci hanno messo molto a cadere, dopo il caffè avvelenato. La prima ad andar giù è stata nonna Marisa, rideva come una pazza quando si è portata le mani al collo ed è caduta stecchita all’indietro, finendo a gambe all’aria rivelando un paio di giganteschi mutandoni beige. Poi è toccato a mamma Irene e mamma Emma: saltate su per prestarle soccorso, hanno sbattuto la testa una contro l’altra, sono barcollate all’indietro, hanno tentato di tenersi su a vicenda e alla fine sono crollate sopra alla madre in una buffa piramide umana. Gli uomini si sono fatti prendere dal panico: papà Mauro è corso in cucina a cercare dell’acqua, per afflosciarsi privo di sensi ai piedi del lavello; papà Enzo è corso a prendere il cellulare in salotto, per chiamare il centododici, ma è inciampato sul tappeto cascando di traverso sul tavolino, dove si trova ancora, con la lingua di fuori e gli occhi rovesciati, floscio come una vecchia bambola di pezza; in quanto a nonno Attilio, corso in bagno a vomitare, ora giace immobile con la testa nella tazza del water.
      Alberto, Simona e Martina si preparano per l’attacco. Le bambine hanno sonno, molto sonno, ma Alberto le sprona. «Tutti i regali del mondo, tutti i regali del mondo...», gli ripete ogni volta che tentano di chiudere gli occhi.
      È concentratissimo: presto sarà il bambino più ricco della terra, avrà tutti i giocattoli del pianeta per sé. Deve essere certo di non fare errori, però: il suo è un piano complesso e basta poco per farlo saltare.
      Poco prima di mezzanotte i tre si raccolgono attorno al camino per mettere a punto gli ultimi dettagli.
      «Babbo Natale arriva tra un quarto d’ora», spiega Alberto, alzandosi il coltello davanti agli occhi per ammirarne la lama affilata, «Vediamo se avete capito tutto. Cos’è che dovete fare?»
      Le due sbuffano: il cugino gli ha fatto ripetere tutto ottanta volte e non ne possono più, quand’è che la smette? Hanno un gran sonno, e a essere sinceri anche tanta voglia di infilarsi sotto a una coperta calda per farsi leggere una bella fiaba dalla loro mamma... Magari una di quelle che parlano di principesse e cavalieri: le loro preferite. Anzi, per dirla tutta non gli piace mica tanto, vederla lì a terra tra la nonna e la zia, con quell’inquietante filo di saliva che le cola giù lungo la guancia… Gli fa una certa impressione. Ma, d’altro canto, la prospettiva di entrare in possesso di tutti i regali del mondo gli fa dimenticar tutto: il sonno, la voglia di coccole...
      «Ci nascondiamo là dietro all’albero di Natale», spiegano all’unisono, «Quando Babbo Natale esce a quattro zampe dal camino gli saltiamo addosso.»
      «Brave», risponde Alberto, «Tu cosa fai?», chiede puntando il coltello contro a Martina.
      «Gli spacco questo in testa», spiega lei brandendo in alto una grossa bottiglia di spumante, arma gigantesca tra le sue piccole mani di bambina.
      «Ottimo, e tu?»
      «Io lo strangolo con questo», spiega Simona, alzando in alto la corda con le luci di Natale.
      «Bravissima!»
      «Sì!», rispondono le due eccitate, alzando le loro armi in aria come due guerriere pronte a scendere in battaglia, mentre Alberto posa un bacio sulla lama luccicante del suo coltello.
      «Ehi, cos’è questo rumore?», chiede Martina all’improvviso.
      Alberto si porta un dito alle labbra e tende le orecchie. «Sshhhh», dice. I tre trattengono il respiro, per sentir meglio.
      Ci sono passi, fuori.
      «Oddio, non sarà mica lui, no? Non sarà mica in anticipo?», si chiede Alberto, alzandosi lentamente in piedi e mordendosi il labbro.
      Simona e Martina scattano in piedi.
      «Nascondiamoci, veloce!»
      «Presto, presto che arriva!»
      Un’ombra furtiva passa davanti alla finestra, Simona gli punta un dito contro.
      «Oddio Babbo Natale! È lui! È lui!»
      I tre si voltano con un salto, stringono le armi forte nei loro piccoli pugni.
      Alla finestra c’è Babbo Natale, col berretto rosso, la faccia gonfia, il naso arrossito dal freddo e la lunga barba bianca coperta di neve. Tiene il viso contro il vetro e guarda dentro.
      Alberto spinge le cugine piatte contro il muro.
      «Silenzio!», dice sussurrando con un filo di voce, mentre un gocciolone di sudore scende a bagnargli la fronte, «Ferme, zitte, non fatevi vedere.»
      Appiattiti contro la parete i tre trattengono il respiro. I cuori battono forte, i muscoli tesi sono pronti a tutto.
      Babbo Natale batte le mani sul vetro.
      «C’è qualcuno? C’è qualcuno?», chiede a gran voce.
      «Oddio che fa? Che fa?», chiede Martina, alzando lentamente in alto la sua bottiglia di spumante, come per preparasi a difendersi da un attacco imminente.
      «Non lo so, zitta...», risponde Alberto tra i denti, «Non muoverti.»
      Il suo cervello di bambino gira più veloce che mai. Che cavolo sta succedendo? Babbo Natale entra dal camino, non bussa mica alla finestra, lo sanno tutti che lui viene sempre giù dal tetto! Qualcosa sta andando storto, capisce, cerca di concentrarsi sull’obiettivo. «Tutti i regali del mondo... tutti i regali del mondo...», ripete sottovoce per motivarsi, come in un mantra.
      Poi Babbo Natale scompare dalla finestra, i tre staccano lentamente la testa dal muro per vedere e sentire meglio.
      «Alberto che succede?», chiede Simona con voce tremante.
      «Non lo so... State zitte e sentiamo dove va», risponde il bambino cercando di restare concentrato, per non perdersi nemmeno un suono.
      Poi si sente un rumore secco alla porta d’ingresso, un brivido freddo scende lungo la schiena di Alberto. Capisce che il suo piano è da buttare, che bisogna improvvisare: «Oddio ha la chiave!», urla, «Entra dalla porta! All’attacco! All’attacco!»
      E mentre Babbo Natale entra in casa, con gli stivaloni di cuoio, il vestito rosso, il cinturone e il grande sacco di iuta in spalla, i bambini si lanciano all’assalto urlando come tre furie, coi denti digrignati, la bava alla bocca e le armi in pugno.
       
       
       
       
      25 dicembre 20XX, ore 11:00
       
      Nel reparto terapia intensiva dell’ospedale Forelli c’è un’agitazione davvero inusuale, per un giorno di Natale. Dottori, infermieri e carabinieri, richiamati d’urgenza in servizio nel bel mezzo della festa, entrano e escono dalle stanze, fanno la guardia ai degenti, bevono nervosamente caffè dopo caffè.
      L’appuntato Marzio Camoccia, alla quarta lattina di Coca-Cola, è ancora scosso. Piantone di permanenza alla stazione dei carabinieri di Chiassola, non è certo vicino a dimenticare le emozioni della notte passata: la sorpresa, mista a spavento, nel sentire, poco dopo la mezzanotte, le disperate urla di aiuto provenienti dalla piazzetta di fronte alla stazione; lo shock, quando, uscito di corsa fuori, si è trovato davanti a Babbo Natale in persona, ferito e sanguinante, col costume rosso stracciato dai colpi di coltello e una corda di luci di Natale avvolta stretta attorno al collo; l’orrore, quando quest’ultimo si è accasciato privo di sensi nella neve, dopo avergli riferito di una “strage in via Mortino”. Anzi, com’è che aveva detto, esattamente? «Aiuto, tre bambini assatanati hanno fatto un macello.» Qualcosa del genere.
      Ora che l’uomo ha lasciato il suo costume rosso per il pigiama dell’ospedale, riconoscerlo è facile: non Babbo Natale, ma Giovanni Carello, benzinaio in pensione noto in paese come Bud Spencer per via della taglia extralarge e della lunga barba bianca. Ma quella notte, pensa l'appuntato, l’illusione era obiettivamente perfetta. E forse era a causa di tutta quella neve, o forse perché aveva appena finito di guardare il terzo film natalizio consecutivo su Canale Cinque, in compagnia di un pandoro e di una bottiglia di spumante analcolico, ma, in ogni caso, anche se non lo ammetterebbe mai a nessuno, Camoccia può confessare a sé stesso che, quando è uscito dalla stazione, per un attimo, un attimo soltanto, ha davvero, davvero pensato di trovarsi di fronte proprio a Babbo Natale.
      Il capitano Antonio Piccolò, comandante dei carabinieri di Chiassola, esce dalla stanza dell’uomo scuotendo la testa.
      «E allora, capitano?», gli chiede Marzio. Il suo è un buon comandante, e hanno un ottimo rapporto.
      Piccolò sospira.
      «Niente, continua a dire che sono stati i bambini.»
      Camoccia annuisce, grave.
      È tutta la notte che il gigante ripete ossessivamente la stessa storia: dopo il cenone in famiglia con moglie, figli e nipotini, è sceso in garage, poco prima delle dodici, per indossare il suo vecchio costume da Babbo Natale e preparare un’entrata a effetto, allo scopo di distribuire ai bambini i doni raccolti in un grande sacco di iuta. Ma mentre finiva di allacciarsi il cinturone, ha notato una calma inusuale nella casa dei coniugi Giacchino, suoi vicini; allora ha attraversato il giardino, si è affacciato alla loro finestra e si è trovato davanti alla sagoma di Mauro Rotella, genero dei padroni di casa, riverso privo di sensi sul tavolino del salotto. Carello è trasalito, pensando a una stufa difettosa o a un qualche altro terribile incidente domestico, ha afferrato in fretta una chiave di riserva – i Giacchino la tengono sempre sotto a uno specifico vaso di fiori – è entrato in casa e...
      ...E poi, riferisce, è stato attaccato dai tre nipotini dei vicini, a bottigliate e colpi di coltello. Una bambina con le trecce bionde e il tutù rosa ha tentato di strangolarlo. È scappato gettandosi dal balcone con un coltello conficcato nella gamba.
      I due carabinieri scuotono la testa. Chissà che cavolo è successo in casa Giacchino? Non dimenticheranno mai la scena agghiacciante che hanno trovato, al loro arrivo: i tre bambini che giocavano tranquillamente, tra l’albero e il presepe, con i giocattoli abbandonati da Carello; i sei adulti sparpagliati attraverso tutta la casa, a un passo dall’overdose fatale di benzodiazepine.
      L’evacuazione verso l’ospedale Forelli è stata una cosa mai vista, in paese: dodici paramedici del centodiciotto, sei autoambulanze che si lanciano a valle a sirene spiegate. Un paese intero svegliato nel cuore della notte dalle luci e dal baccano.
      Che poi, tra l’altro, Piccolò i Giacchino li conosce benissimo: sono cugini di secondo grado, e anche ottimi amici di famiglia. Alberto, Simona e Martina passano le loro estati a rotolarsi nei prati coi suoi bambini. Anche l’altro ieri si sono visti: suo figlio Fabio ha passato la mattinata a giocare allo Switch con Alberto, mentre Licia e le gemelle correvano come matte su e giù per le scale. Simona era così fiera di aver appena perso il suo primo dentino! Non è stato affatto facile, per Piccolò, prenderli su e dir loro di non preoccuparsi, che i nonni e i genitori se la sarebbero certamente cavata, per poi consegnarli a quell’oca insopportabile dei servizi sociali.
      E ora gli toccava pure sentire Carello che li accusava di essere... bambini assassini?!
      Come se la cosa avesse senso.
      In realtà Carello gli è sempre stato antipatico; quando aveva ancora il distributore di benzina, in paese si diceva addirittura che avesse truccato le pompe. Ma Piccolò non può credere che arrivi a mentire deliberatamente, accusando bambini innocenti per ripicca... Delira, non ci possono essere altre spiegazioni. Eppure i dottori gli hanno fatto la TAC e non hanno trovato niente.
      Boh.
      Per distogliere un attimo la mente, il capitano chiede a Camoccia dei suoi piani per il giorno di Natale.
      «Dovevamo andare a pranzo dai parenti di mia moglie, ma...»
      L’appuntato lascia la frase in sospeso, Piccolò annuisce.
      «Mi spiace. Capisci che oggi è proprio difficile per tutti, avere un permesso. Onestamente, di cose del genere, in vent’anni di servizio non ne ho mai viste. Mai.»
      Camoccia scaccia le sue scuse con un gesto.
      «Ah, non si preoccupi capitano...», ribatte. «Anzi, per dirgliela tutta non è che ci tenessi poi così tanto a vederla, mia suocera», aggiunge storcendo leggermente la bocca.
      I due ridono.
      Un dottore esce dalla stanza numero sette con una cartella sottobraccio, Piccolò si fa avanti.
      «E allora?»
      «Allora i Giacchino sono tutti svegli», risponde l’uomo, «Se la sono vista davvero brutta, ma per fortuna il purgante salino ha fatto il miracolo. Dategli una mezz’oretta per riprendersi, poi potete sentirli.»
      Piccolò lancia un’occhiata all’orologio, non vede davvero l’ora di parlare coi Giacchino per capire finalmente che cavolo è successo in quella maledetta casa.
      Decide di fare ancora un ultimo tentativo con Carello.
      «Vieni dentro con me», dice appoggiando una mano sulla spalla di Camoccia, «Magari vedendoti gli torna in mente qualcosa di più.»
      I due entrano nella stanza: seduto sul letto reclinabile con la flebo al braccio, avvolto in un enorme pigiamino a pois, l’ex benzinaio sta consegnando a un’infermiera un pappagallo pieno di pipì scura.
      «Ancora qui?», chiede, poco amichevole.
      I due si siedono accanto a lui.
      «Signor Carello, capisce che dobbiamo ricostruire quello che è successo stanotte… È davvero importante che cerchi di ricordare cos’è successo.»
      «Ma gliel’ho già detto duemila volte!», sbotta lui, «Se non volete credermi non è mica colpa mia!»
      Piccolò cerca di mantenere la calma. Il suo lavoro consiste anche nell’avere a che fare con gli antipatici, in fondo.
      «Scusi,» risponde, calmo ma deciso, «ma capirà che non possiamo credere che un uomo grande e grosso come lei sia stato ridotto così da tre bambini… con le trecce, il tutù rosa, il dente da latte mancante e quant’altro!»
      «Ma perché lei non li ha visti!», sbotta lui buttando le mani in aria per la disperazione di non essere creduto, «Quelli non sono bambini, sono il diavolo! Digrignavano i denti, Piccolò, avevano la schiuma alla bocca!»
      «Come i cani, quando hanno la rabbia!», aggiunge frustrato dopo un po’.
      Piccolò e Camoccia si scambiano un’occhiata, non commentano. Anche l’infermiera, che ora medica la ferita sulla pelata dell’uomo – undici punti di sutura là dove gli sono stati tolti diciannove frammenti di vetro – gli mette su una nuova benda senza lasciar trasparire alcuna emozione.
      «E...», dice Piccolò.
      Carello non lo lascia parlare.
      «Mi urlavano “Muori vecchiaccio!” e “Crepa ciccione!” Cioè, le sembrano bambini normali a lei? Bambini che hanno avvelenato sei persone?!»
      Scuote la testa.
      «Ma tanto voi non mi credete, quindi continuate pure a pensare che deliro e andatevene tutti e due a fanculo», dice voltandosi sul lato per dar loro la schiena.
      Un altro carabiniere forse avrebbe minacciato l’arresto per oltraggio a pubblico ufficiale, ma Piccolò ha sempre pensato che farsi mandare a quel paese è parte integrante del suo lavoro. L’hanno mandato a fanculo così tante volte, in vent’anni di servizio, che ormai queste cose non le sente nemmeno più.
      Sta in silenzio un attimo, pensa alla prossima cosa da dire.
      Poi l’infermiera srotola la benda sul braccio di Carello, e Piccolò trasale: sotto c’è un morso, profondi segni di denti, rossi vermiglio sulla pelle pallida e pelosa del gigante barbuto.
      Denti piccoli, da bambino.
      E l’incisivo centrale destro non c'è.
      Piccolò si alza in piedi veloce, passa un braccio attorno alle spalle di Camoccia e se lo porta via con lui.
      «Capitano, che c’è?», fa l'appuntato, sorpreso.
      «Mmhhhh...», risponde Piccolò, «...Stavo pensando che tutto sommato puoi andare a casa. In fondo te lo meriti, questa notte hai salvato sette persone. Se non era per te...»
      «Ma capitano!»
      Piccolò lo spinge fuori dalla stanza.
      «Vai, vai! Vai veloce che tua moglie ti aspetta. A questi ci penso io: in fondo questa gente la conosco bene, e di sicuro sono più tranquilli se discutiamo in privato, tra noi. Tu vai pure dai suoceri, mangia, divertiti. E ricorda che ti raccomanderò per una promozione, ovviamente», dice chiudendo la porta alle sue spalle.
      Poi si volta verso l’ex benzinaio.
      «Signor Carello, dobbiamo parlare», dice con la faccia sconvolta.
       
       
       
       
      Dal Gazzettino di Chiassola del 29 dicembre 20XX, numero trentaquattro, pagina cinque.
       
      Chiassola non sarà Miami, ma anche dalle nostre parti, ogni tanto, qualcosa di strano succede, eccome!
      La notte tra il ventiquattro e il venticinque, poco dopo la mezzanotte, Giovanni Carello, uomo robusto e barbuto, vestito da Babbo Natale, arrancava, ferito e insanguinato, fino alla locale stazione dei carabinieri, trascinandosi disperato nella neve per allertare le forze dell’ordine di un “macello a casa dei vicini”, e poi perdere i sensi.
      Recatisi a casa dei suddetti vicini, i coniugi Giacchino, gli uomini dell’arma si trovavano effettivamente confrontati a una scena agghiacciante: mentre tre bambini giocavano tranquillamente davanti al camino, sei adulti giacevano privi di sensi sparpagliati per tutta la casa.
      Dopo una rocambolesca evacuazione di emergenza verso l’ospedale Forelli, i Giacchino passavano la notte in coma; i carabinieri, confrontati a un Carello confuso e delirante, dovevano aspettare la tarda mattinata per capire cosa fosse successo, ricostruendo i fatti con una riunione d’emergenza a porte chiuse tra tutti i testimoni – vero e proprio summit tenuto in una stanza di degenza dell’ospedale alla presenza del solo capitano dei carabinieri Antonio Piccolò, comandante della stazione di Chiassola.
      In una versione che sarebbe poi stata confermata da esami oggettivi effettuati in loco dal team dello stesso Piccolò, si capiva infine che, dopo il cenone, quando i bambini erano già a letto, i Giacchino erano stati messi K.O. da una svista della padrona di casa, l’ottantaduenne signora Marisa, da tempo purtroppo affetta dai primi sintomi di un’incipiente demenza senile: la donna, per errore, aveva confuso le zollette di zucchero con i sonniferi del marito, avvelenando innavvertitamente il caffè di fine pasto.
      La solita, feroce, banda di zingari che da tempo saccheggia le villette della vallata, seminando il terrore tra la popolazione, passando di lì per caso notava che in casa Giacchino dormivano tutti e decideva di mettere in atto un furto improvvisato, venendo però sorpresa, proprio a mezzanotte, da un vicino di casa, il signor Carello appunto, spintosi fin là in quanto allertato da ombre furtive e rumori sospetti. L’uomo era vestito da Babbo Natale in quanto si era appena preparato per un’entrata a effetto in casa, allo scopo di intrattenere i nipotini.
      Gli zingari malmenavano il malcapitato, ma venivano a loro volta messi in fuga dai tre bambini Giacchino, di sette e cinque anni: risvegliati di soprassalto, i coraggiosissimi piccoli credevano, nella loro ingenuità di bimbi, che i criminali se la stessero prendendo proprio con Babbo Natale, il loro beniamino.
      E così, tutto finiva bene. A dimostrare che a Natale sono davvero tutti più buoni, sentendosi in debito col vicino, al ritorno a casa i Giacchino lo ricompensavano con la cessione a titolo gratuito di diversi terreni agricoli di considerevole valore, da tempo contesi tra le due famiglie, tra le quali – va detto – non sempre è corso buon sangue – donazione giudicata “stranamente generosa” da molti paesani, ma che i Giacchino difendono con le parole: “Non sarà mai abbastanza, dopo quello che ha fatto per noi.”
      In quanto ai bambini, dopo aver passato la notte in un centro dei servizi sociali, al ritorno a casa trovavano una meritatissima accoglienza da eroi. Molto scossi da quello che era capitato, però, sviluppavano, ci spiegano i genitori, una paura folle – vera e propria fobia – di finire sulla brutta strada e di diventare – parole loro – “cattivi come gli zingari”.
      I piccoli chiedevano allora ai genitori di iscriverli alla scuola Manly, la controversa scuola materna e elementare fondata alcuni anni fa dall’ex generale dei marines Jeremy T. Manly, già comandate delle armate americane nella battaglia di Fallujah, famosa per la disciplina ferrea e le sveglie all’alba, apprezzata da centinaia di genitori di tutto il mondo per l’eccellenza accademica, ma da tempo nel mirino di Amnesty International e di diverse altre associazioni per la tutela dei diritti umani.
      I genitori ci spiegano di aver tentato di far desistere i piccoli dal loro proposito, certo inusuale per bambini di quell’età e, a loro avviso, “eccessivo”, ma che questi ultimi erano così terrorizzati dalla prospettiva di diventare cattivi che non hanno potuto dir loro di no.
      E così i bambini-eroe, dopo qualche giorno di vacanza e una classica e festosa epifania in famiglia, si imbarcheranno su un volo di sola andata – già prenotato – per Maka-koyuk, piccolissima località dell’Alaska settentrionale nota per la caccia al caribù, nelle cui vicinanze si trova il famoso campo-scuola della Manly.
      I Giacchino ci informano purtroppo che i piccoli sono ancora troppo scossi per un’intervista.
      E a questo punto, arrivati alla conclusione di questa strana fiaba natalizia, storia di bambini coraggiosi e di Babbi Natale improvvisati, a nome degli autori e della redazione tutta, non ci resta che augurare buone feste a tutti.
      Viva il Natale!

    • CANZONI D’AMORE
      Di: Dino Ferraro
      Canzoni d’amore portate dal vento di guerra che entra nelle ossa nel silenzio dei giorni difficili memorabili  volano nell'aria , nell’etere , nello scorrere del tempo giungono al cuore d’ognuno . Voci potenti , ugole d’oro ,gridi che spaccano i timpani , note   celestiali , eclettiche nel senso nascosto che stravolge l'esistenza , echi  di verbi nella mente in bilico nella vocale alata , magra    tal punto da  volgere   ingenita nell’incapacità di amori acerbi consumati in fretta . Corpo che brucia nella sua voce , cenere sparsa sopra le acque , sulla terra eletta , cavernicole parole, primitivi grugniti ,pentagrammi elettrici, note allegre, venerate, cretine, eremite , dirette verso mondi lontani.
      Amore rubato a chi giace in una fossa , a chi apre le braccia, vive, esulta, ignaro di cosa sia esistere , ridere , forse fingere , non si può tornare indietro a quello che si è , a quello che si fa, ogni cosa giunge alla sua conclusione , fiorisce , gaia nella sua esistenza, ebbrezza, musica , uccellin  appeso fora al balcone.
      Tutti si meravigliano  di cosa sia l’amore  qualcuno si cala ò canzone, cantano , aspettando che la morte giunge a salvarli. Passioni,  canto , oltre l'universo conosciuto , oltre ciò che noi siamo , oltre la bellezza oltre i tanti commenti che si legano allo stolto individuo lo traggono dalla follia dall'essere solo, nocivi canti privi di sentimento , segnati da un destino, che illumina la mente, la propria volontà di vincere il male che attanaglia l'animo.
       
      Vivi ,sogna ,senza piangere ancora dietro questa maschera  , dietro questa coscienza che nasce, cresce , immemore in maleficium status , sii ciò che sei , nel male, nel bene , nella parola rincorsa che s'unisce al ritmo, alle soave canzone d'Italia fattura.
       
      Canzon  d'un tempo ,amore  rincorso in mezzo al mare  ove  galleggia  sulle sue acque il corpo  d’un popolo , la sua coscienza frutto dell'esperienza ,brezza, venticello, che porta con sé verso terre lontane dai profumi soavi.
       
      L' estasi del vivere ,dell'essere uno e mille, d'essere nessuno e tantissimi nel sogno che scorre tra le pieghe di questa realtà crudele , fuggendo ramingo , bombaroli e buddisti , impresari senza quattrini a cena con belle donnine , cani ubriachi , pelle su pelle , vedi come la realtà  risuona nella tua volgare voce ,chiuvato ad una croce, chiuvato sopra ad un palco , una folla enorme , milioni di telespettatori , tu è questa moltitudine , tu è questa vita in un ghirigori di note sincere ,tenere, drogate , note ammaliatrici.
       
      Così le canzoni vanno ,lontano, parlano con i morti che giacciono nel silenzio dei secoli , nel dolore che ci ha fatto conoscere la verità di un uomo in lotta contro il male , contro il vento che prova a passare  , trascinato  seco  melodie , chete , storpiate , avvilite , voti e santi   ,suonando sotto a galleria, miezzo alla via, tra la folla  che si fa intorno , diavoli ed angeli , fuoco che zampilla dagli occhi dello guaglione, giunge  questa altra notte , con tutta la compagnia cantante. Immenso, jamme a magna la pizza con pazzi, bambini, figliole da maritare, il vecchio senza  denti  ,senza chiù pensieri , trase ed esce da questa vita , ride , canta, mentre la signorina si cala a mutandine. Madonna che spettacolo, acchiappa il vecchio, acchiappa questo follia che ci trascina lontano tutti insieme ad assistere al gaio spettacolo  a sentire l'ultima puntata di Sanremo.
       
      Chi ha rubato la bellezza alla giovinezza  molto fumo , molto vino, per le vie appresso a te che c’emozioni  con le tue canzoni con la tua dolce melodia verso  un dio senza tempo che sà parlare ai cuori di tutti gli uomini . Io seduto sopra il mio passato  ,una stella che brilla, senza sapere cosa sarà domani. Bella la città , vista dall'alto , bella l'ode al signore che s'eleva lentamente ,voce , canto  , chi parla contro i muti ,contri sordi, chi parla della morte che giunta come sempre in silenzio addobbata a festa , con un smagliante vestito , una smorfia che scende dalle rosse labbra , sera , silenzio .
       
      Cosa c'importa , saliamo in macchina ed ascoltiamo le cattive canzoni , belle , brutte, eretiche canzoni, che parlano della morte di un dio innocente . Andiamo , tutti in macchina stretti gli uni agli altri , parliamo, cantiamo, ci muoviamo al ritmo di un motivo , ed il nostro cuore palpita di gioia , fiorisce in noi un mondo nuovo , un immagine cara, mia madre, mia zia, terre lontane, il bufalo che rincorre il contadino ubriaco, là nella terra di mezzo , tra le tue braccia, sul tuo seno , sprofondato in mille cuscini colorati , dove è la libertà ? dove sorgerà la luna stanotte? dove andremo a morire ? dove c'incontreremo ancora? dove siamo adesso ? chi sei tu eretto su questo alto monte con i tuoi muscoli d’acciaio , con la tua forza , con il tuo sguardo ,bel bambino dei miei giorni felici  , la via c'indichi verso la notte stellata . San Valentino festa degli innamorati , un giro di danza e cadi nel fosso, nella fessura del tempo che ingoia ogni cosa, ogni perdono, tutto il male , tutto l'amore.
       
      Io non conosco canzoni che mi facciano capire cosa sia questa sorte ,che mi spinge verso un ricordo che mi faccia comprendere perché , son vivo , verso casa ,con la testa piene di strambe strofe  , io non conosco la paura del mondo , io non conosco la semenza, l'intelligenza atta a desumere la virtù il bene , l'utile, il soffio frivolo della vita che unisce , forma,  ritmi , rime, versi, ingarbugliati , taccagni versi, piedi, parole elette a grandi imprese pendule sulla bocca della cantante dai grandi seni , solo, canto , suono, questo blues, questo canto maledetto , io seguo sera dopo sera  i sogni di milioni di persone , dopo aver per metà vissuto , la mia vita finge di non credere a cosa potrà succedere ancora se non t'ascoltassi più cantare.
       
      Noi come ieri, come oggi , cani che danzano il gran can, ballerini dalle gambe snelle , si muovono svelte le signorine , un buco nero , tutto entra tutto esce. Scema nella scena , che ci conduce ad essere sinceri, vivi , nella regola dettata, nell'aforisma, nel senso ignobile d'un vivere di nascosto senza conoscere la certezza , il battito, l'amore proibito in un tempo che ci ha preso per mano e ci ha condotto lontani nel bel cielo stellato, tante bandiere laggiù , tanti cuori uniti che palpitano , corpi uniti in un amplesso   , giovine vite nei miei ricordi , nei miei giorni passati, miezzo a via , sulo pensando a cosa m'avrebbe potuto salvare, uocchio  , maluocchio nun scaccio chiu chi sono, quanti anni mi restano , vado alla deriva lungo un fiume in piena , tra queste note pietose, tra queste disgraziate canzoni, pazzo , alluccando contro ad un muro , contro un altra morale , passo, vado , all’ossa toia . Mi sento a guerra il resto non lo sò , non lo sò , non lo sò.
       
      Incominciamo tutto da capo, incominciamo di nuovo ad incitare , lo ciuccio,  un grido nello stadio, tante facce diverse. Febbraio tanto freddo, con mille dubbi, con tante speranze , perduto in questo melodia , questo dire per rime, là dove ignudi si consumano le passioni, dove i corpi diventano uno, dove la vita ha generato la morte . Ha generato un figlio bello ,roseo, carino, tanto carino con due dentini , con due scocchette rosse sulle guance, gaio , il tuo viso, bello il tuo corpo, avvinghiato a questo vecchio corpo che perde sangue , che cade sempre più giù , fino in fondo all'inferno dove si balla ancora il gran can con il cane del padrone . Cane che abbaia , così brutto che tutti dicono madonna come è brutto quel cane. Così la macchina continua a correre ,noi tutti ancora insieme ,stretti gli uni agli altri ,cantiamo la nostra vita , il nostro soffrire, il nostro peccato che ci ha resi uomini, figli di questo tempo . Ancora noi figli insignificanti , che si trascinano per strade deserte , senza svincoli, senza un cane per amico.
       
      Vai canzone beata , bastarda canzone vai per il mondo con il tuo fardello colmo di rabbia, camminando saremo domani a Sanremo per San Valentino , domani noi a cantare questo amore latino, bianco, nero, con le cuffiette nell’orecchie, seduti nella metro. In un vagone solitario,  vicino al finestrino, scorrono le immagini , scorre questa vita, nel bene , nel male , in povertà , in ricchezza, solo contro la maldicenza tra  i tuoi lunghi capelli biondi . Sarà , quello che sarà, anche oggi finirà ,finirà in una bolla di sapone in un grido, in un insulto , un entusiasmo di un bene metafisico , che non conosce il dolore , il suo colore la forma in cui ha preso vita come per incanto questo canto , come per magia ogni cosa si tramuta e tu vorresti narrare come l'orco si è innamorato della bella principessa , di come Peppino divenne un pinguino , di come Giacomino si fece rubare l'orologio da Martino.
       
      Tutti insieme, mentre le luci della città splendono nel buio dei secoli  nel decantare del vecchio poeta ,seduto dietro la sua scrivania alla ricerca d'un verso dal profumo di fritto, di una morale da spalmare su pane ben cotto. Io sono morto nel canto, nella tua volontà di comprendere perché io sono io e tu sei tu. Poiché noi siamo questo misero canto, che ci porterà verso nuovi giorni ,noi siamo questa canzone stonata , ubriachi  di tanto male, di tanto dire che vien voglia di dire basta , poi noi insieme nella musica , provi dolore , senti la storia, macchine , che corrono , non si fermano nell'illusione dell’effimera realtà, una bella finzione , una bella canzone , luce degli occhi miei ,amore , pace, bene. Topo, cane , lupo, bestia antica che graffia con i suoi artigli questo vecchio cuore ammalato , che aspetta di morire per poi ritornare di nuovo a vivere ,di nuovo a cantar d’amore.

    • La mia famiglia è come un esercito, è bigotta, mi fa schifo. Mi hanno assegnato a un istituto e non posso assentarmi due giorni senza che si allertino tutti. Per certi versi fanno ridere. Secondo loro si possono correggere le persone con la forza. Secondo me sono dei falliti dal punto di vista esistenziale.

    • Non penso di poter dire nella sola occasione di stasera com'era e cos'è stata Serena per me. Lei a letto aveva il vigore di un uomo ma con la seduttività di una donna. Io non l'ho dimenticata dopo - quanti saranno ? - 6 anni o 7 anni. Mi ha completamente rapito e in questo modo cambiato. Anche da lei derivano tutti i presagi che ho annotato negli anni, e che, adesso che hanno smesso di avere potere su di me, comincio a utilizzare per creare una forma d'arte. Ora ho sonno, non è il momento adatto per parlarne.
       
      Dateci un'occhiata a questa forma d'arte che tanto mi sta a cuore, ecco il link: https://www.behance.net/RobertoRossiPainter

    • "Sembra il diluvio universale", disse il signore di fronte a lui, guardando fuori dal finestrino. 
      Nello scompartimento, oltre al signore anziano, c'era solo una signora seduta vicino alla porta.
      Il treno partì subito. Roman rimise dentro la borsa il libro di Antony De Mello che aveva appena tirato fuori, con il treno in movimento non riusciva a leggere, gli procurava vertigini, e la lettura diventava quasi ipnotica. Lui, invece, leggeva per prendere le distanze.
      L'aveva appena acquistato all'edicola della stazione, il titolo lo aveva particolarmente stuzzicato per la sua ironicità: " Messaggio per un'aquila che si crede un pollo"
          "Cosa fai nella vita?"chiese il signore.
          "Come?" rispose Roman.
          Il signore parlava con una lieve balbuzie.
          "Niente"
          "Come niente?" disse il signore.
          "Niente che ne valga la pena" il signore lo guardava aspettando che completasse la risposta.
      "Bè diciamo che mi sono preso una specie di pausa, per capire un pò di cose" aggiunse Roman.
      "Ah ho capito come sei"
      "Complimenti lei è quello che capisce subito tutto" esclamò lui.
      Dall'espressione muta del signore Roman capì di avere esagerato.
      "Mi scusi non volevo essere scortese, ma chi sembra sapere già tutto mi infastidisce"
      In occasione di una delle mie conferenze, una persona fece la seguente osservazione:
      "Voglio condividere con voi una cosa meravigliosa che mi è accaduta. Sono andato al cinema; poco dopo mi trovavo al lavoro, e avevo grossi problemi con tre persone. Così mi sono detto: "Bene, proprio come ho imparato al cinema, adesso uscirò da me stesso". Per un paio d'ore sono riuscito a entrare in contatto con i miei sentimenti, i miei sentimenti di ripulsa nei confronti di quelle persone. "Ho detto:"Odio davvero quelle persone". E poi ho detto:"Gesù, cosa puoi fare per rimediare tutto ciò?".
      Roman diede un'occhiata fuori dal finestrino dove qualche albero vicino alle rotaie interrompeva come un breve battito di ciglia la vista delle case in lontananza; ora la pioggia era finita, era stata solo una nuvola passeggera a far cadere tutta quell'acqua.
          "Di dove sei?" chiese il signore.
          "Come mai me lo chiede?"
          "Non sei veneto"
          "No"
          "Non riesco a riconoscere il tuo accento"
          "Sono rumeno"
          "Ah non lo avrei detto. Stai da molto qui?"
      Un attimo dopo mi sono messo a piangere, perchè ho capito che Gesù era morto per quelle stesse persone e loro non potevano fare a meno di essere come sono. Quel pomeriggio dovetti andare in ufficio, e decisi di parlare con quelle persone. Spiegai loro il mio problema ed esse si dichiararono d'accordo con me. Dopo, non ero più arrabbiato con loro e non le odiavo più".
          "Sì"
          "Come ti trovi in Italia?"
          Gli avevano fatto mille volte quella domanda.
          "É una domanda scorretta questa"
          "In che senso?"
          "Trovarsi bene o meno in un posto non dipende dal posto, dipende da te. Ovunque vai ti     porti sempre dietro qualcosa che alla fine rende ogni posto uguale a un altro. Potrei     anche rispondere alla sua domanda, ma non significherebbe niente. Tradirei     semplicemente la mia capacità di trovarmi bene o male in Italia."
          Il signore annuì.
      Ogni volta che avete un sentimento negativo nei confronti di qualcuno, vivete in un'illusione. C'è qualcosa di seriamente sbagliato in voi. Non vedete la realtà.
      "Ti trovi bene in Italia?" chiese il vecchio di fronte a lui. 
      Roman non rispose. Mentre cercava il lettore cd nella borsa, il signore si scusò per il suo modo diretto, e fastidioso, di dire le cose. Roman rispose che non c'era problema. Il display del lettore indicava che le pile erano scariche. Lo rimise in borsa. 
      "Sì, certo è molto bello qui", disse quasi controvoglia.
      Il tizio cominciava a dargli veramente fastidio con tutte quelle domande.
      Lesse più avanti nel libro:
      Qualcosa dentro di voi deve cambiare. Ma cosa facciamo, in genere, quando abbiamo un sentimento negativo?
      "É colpa sua. Deve cambiare" No! Il mondo è a posto. Chi deve cambiare siete voi.
      "Comunque se sei arrivato a capire questo sei a buon punto. C'è chi invecchia e muore e non arriva a rendersene conto, tu invece sembri molto giovane. A questo si arriva solo dopo aver sofferto molto."
      "No, io non ho sofferto" si precipitò a dire Roman.
      Il signore lo guardò perplesso.
      "No?" chiese, come se i conti non gli tornassero.
      "So che è una cosa che le farebbe molto comodo, ma no, io non ho sofferto, se non di noia"
      Il signore disse qualcosa, poi riprese il suo discorso, ma a Roman non fu chiaro se avesse capito o meno quanto aveva detto.
      "Mi capita spesso di incontrare persone che mi raccontano di loro, di cosa hanno fatto, di cosa fanno eccetera, per far vedere che sono felici. Ma se gratti un pò la superficie si vede subitola pochezza su cui si basa la loro vita. Io non dico niente, mi limito ad ascoltarli."
      "Dire a qualcuno che pensa di essere felice - Guarda che in realtà non sei felice, ti sembra di esserlo ma in realtà non lo sei - è da presuntosi. Chi sono io per sapere che in realtà una persona non è felice, pretendere questo mi sembra troppo?", disse Roman.
      Il signore soppesò le sue parole.
      "Secondo te ci sono delle persone felici?", chiese subito dopo.
      "Se ci sono persone felici non lo so, però penso che ci sono persone felici, ci sono persone che riescono a trarre piacere dalla vita... "Veramente felice" è un assoluto inutile.."
      "Sei intelligente" riprese,"anch'io alla tua età mi ponevo le stesse domande" e consigliò a Roman un libro che lo avrebbe aiutato nel suo percorso, e che tutt'ora, disse, teneva sul comodino a portata di mano per sfogliarlo quando ne aveva bisogno. Poi raccontò che aveva viaggiato molto, che era stato pure in Romania.
      Gli consigliò di viaggiare perchè visitare paesi diversi e conoscere culture diverse apriva la mente. Disse che le persone si stupivano quando parlavano di lui. Roman non capì bene tutto il discorso del signore e non gli fece domande, però capì che le cose che diceva le prendeva dal libro che gli aveva consigliato. Roman disse che l'avrebbe letto. Era anche tentato di dirgli che gli era sembrato di parlare non con lui ma con il libro, ma non lo disse. 
      "Ce l'hai la ragazza?" chiese il signore ad un certo punto.
      "No, non ce l'ho la ragazza, e non mi interessa che è andato in Romania e me ne frego del suo libro... va bene? Assomiglio ora ad un rumeno di
      merda?... e vaffanculo De Mello!!!", gridò con quanto fiato aveva in corpo.
      Roman, in quel momento, si sentì rinascere, finalmente aveva detto a quello scocciatore razzista il fatto suo. 
      Trasse un respiro profondo.
      Tutti si erano voltati e aspettavano una reazione da parte del signore il quale si limitò a  sgranare gli occhi rimanendo a bocca aperta, ma non disse nulla.
      Poi fece un cenno del capo verso la signora vicino alla porta che era stata fino a quel momento zitta.
      Ma la signora distolse lo sguardo.
      "Sono tutti uguali", disse sottovoce.
      Viaggiarono fino alla stazione senza nessuno nella carrozza parlò. Il vecchio non rivolgeva neanche lo sguardo verso Roman, ma di questo il romeno non se ne fece alcun problema.

    • Circa due settimane in cui ho scritto, sollecitato dai siti web per scrittori: c'è un po di me, dei miei pensieri che girano in tondo e un po del mio sentirmi speciale.
       
      Oggi desidero imparare ad essere scrittore. Essere scrittore è argomento psicologico, poiché l'atto della scrittura rivela molto di sé. Quando scrivo noto tante cose, e tante altre mi sfuggono. Ci vuole chiarezza mentale, questo significa saper scegliere se prendere un tè, un caffè o una valeriana. Ci vogliono argomenti, ed è qui che si capisce il valore dell'arte: se noi poniamo l'arte come compito di un'esistenza otteniamo un senso, un'esistenza senza motore è un'esistenza povera. Il senso della vita in realtà non può essere la scrittura, poiché la vita non è la scrittura, tuttavia la scrittura può arricchire la vita, poiché chi è risvegliato alla vita (come io credo di essere, e non sono il solo) si priverebbe di una grande parte di soddisfazione e di riscontro delle proprie capacità a lasciare tutta la propria produzione mentale all'oblio delle quattro mura della propria stanza oppure ai momenti di confronto con i propri confidenti. Che tipo di scrittura sarebbe poi la mia ? Io che non ho studiato, non posso dirmi filosofo, eppure nel suo senso etimologico io sono nel mio piccolo un filosofo, poiché nutro amore per la conoscenza, e accampo anche la pretesa di aver ottenuto la conoscenza. Non esiste una sola conoscenza direte voi, e a ragione, eppure esiste la coscienza della centralità del proprio essere, da cui discendono tante cognizioni. Essere nel proprio corpo, in questo mondo, significa essere affetti da un senso cronico di stupore. Sarebbe però un errore quello di credere di sapere già tutto. Certo evitando ogni novità la conoscenza resta inalterata, e assoluta, eppure una legge è che la realtà si trasforma e nessuna conoscenza è assoluta: quello che si era stabilito il giorno prima, il giorno dopo è stravolto. Perciò esiste una conoscenza assoluta che deriva dalla coscienza della centralità dell'essere e nella cornice di questo parametro invariabile tutto è soggetto a trasformazione. Tornando alla scrittura, per anni ho soltanto pensato, ma oggi tutto d'un tratto mi sono reso conto dello spreco che fosse il fatto di non coltivare l'abitudine di scrivere, così ho deciso di provare a imparare a essere uno scrittore, e questa è la prima cosa che scrivo pubblicamente e con l'intendimento di voler insistere, sebbene io sia estremamente incostante.
       
      Del perché alcuni gradiscono che si ragioni e altri invece si allarmano o mostrano atteggiamenti ostili, io non so dire. Se si volesse essere precisi si dovrebbe evitare di mettersi al centro dell'attenzione, poiché strategicamente non è conveniente. Eppure c'è una spinta a scrollarsi di dosso le censure, a cui seguono invariabilmente il dubbio e il senso di aver sbagliato, forse il senso di colpa. Non è una cosa uguale per tutti, ad alcuni risulta molto facile, nel mio caso è una lotta molto forte, anche se basta poco per far pendere l'ago da una parte all'altra delle due polarità di senso di colpa o esaltazione. Basta ad esempio un apprezzamento o, al contrario, un'ammonizione. Credo sia un punto importante per chiunque abbia a che fare con l'espressione (che inevitabilmente diventa espressione di se). Quando l'espressione diventa pubblica, avviene il confronto con questo aspetto. Si va soggetti a sentimenti molto amplificati, ma è anche un modo di sperimentare se stessi. Ed è comunque una cosa che oggi coinvolge tutti, poiché con Facebook tutti hanno uno strumento per avere un'immagine pubblica. Io ho operato la mia scelta quando ho pubblicato tutto ciò che volevo, poi mi sono reso conto di alcuni aspetti esagerati e ho limitato la cosa. Oggi il problema si ripresenta con la scrittura e la domanda che mi pongo è: strategicamente che senso ha donare se stessi alla comunità ? Questo è un punto che tocca il tema della celebrità e al tempo stesso dell'emarginazione. Eppure forse non può sfuggire alla propria individualità chi di individualità è dotato.
       
      Niente è controverso come le droghe e anche altrettanto strano: parlando di droghe si può arrivare a parlare di Dio, o della magia nera. Ad esempio: perché le droghe sono illegali ? Probabilmente perché sono un pericolo per la salute pubblica, ma provate a porre la stessa domanda a qualcuno sotto l'effetto di una sostanza che in quel momento gli ha aperto le porte della felicità sospirata per decine di anni: è molto facile che lui pensi che le cose siano più complicate di così, che probabilmente c'è un complotto o almeno una guerra in atto. Dal canto mio ho visto di persona quanto può essere dannosa la droga, eppure, anche se comprendo e sostengo il moralismo che conduce alla proibizione, non riduco tutto il discorso al solo moralismo, e so che in questo modo creo un'apertura e si possono avere idee contrastanti sul fatto che sia positivo o negativo creare un'apertura ideologica su qualunque argomento di cui si fa tabù. Ci sono molte letture, specialistiche e non, che esplorano gli effetti delle droghe dall'esterno, e anche dall'interno. Segnalo in tal senso un libro che stavo leggendo proprio oggi: si tratta di "Avvicinamenti" di Ernst Jünger. C'è poi il dibattito aperto sugli effetti sulla salute della marijuana e sulla sua possibile liberalizzazione. Certamente farebbe piacere a chiunque poter mettere le mani su una sostanza innocua e legale, capace di procurare piacere e evasione da una realtà che spesso non dona tanta gioia quanto invece è prodiga nell'elargire tensioni. Io a questo proposito credo che si dovrebbe accertare con ogni mezzo dell'innocuità della sostanza e dovrebbe essere utilizzata con criterio, per far sì che questo criterio sia possibile c'è bisogno di una società ben organizzata e mi rendo conto che a volte non è così. Il discorso è infinito e io qui mi ero riproposto di esprimermi in pillole. In conclusione la mia raccomandazione è di evitare la droga poiché ad oggi è illegale e quindi non regolamentata e pericolosissima, secondo la mia opinione.
       
      Una mia piccola opinione su come vengono trattati i problemi nelle nostre società civilizzate (o anche soltanto nella mia famiglia, non voglio pretendere di coinvolgere tutta la civiltà), ovvero: scansare i guai è giusto e sacrosanto, ma quando il problema c'è è giusto secondo me (e anche secondo il Dalai Lama) inglobarlo. Se il problema è la "stranezza" oppure l' "inconsueto", esageriamo e diciamo la "pazzia", allora il problema che non viene inglobato è la vita stessa, poiché la vita implica la morte, il pensiero della morte implica un certo livello di follia, allora noi non accettiamo d'esser matti, che evidentemente è la cosa più terribile per noi. Ora, è facile parlare, ma quando alle parole devono seguire i fatti, anche un presuntuoso come me che a parole sa fare e dire tutto, gli viene la strizza, e si adegua benissimo a tutte le regole. Cosicché quando in famiglia viene il Natale, si guarda bene dall'alzarsi mentre si è a tavola, schiarirsi la gola e dire: "Amici e parenti carissimi, devo ammettere e confessare che siamo tutti diventati matti". Eppure forse sarebbe la cosa più sana, poiché le emozioni trattenute sono la causa di tanta parte delle nostre sofferenze, e, in definitiva, io devo pure constatare che noi abbiamo una gran paura di essere veramente felici. Eppure io so, perché lo so, che l'uomo è dotato della capacità di compiere le più grandi stranezze e di attraversare grandi emergenze, poiché siamo dotati dell'imperativo a sopravvivere, a qualsiasi costo e sempre, eccezion fatta per il suicidio, la cui tragicità comunque, in un'ottica esistenzialista, può essere grandemente ridimensionata.
       
      Di chi fa finta che il sesso non esista e che non si possa mai fare, e che non si debba provare come sensazione del corpo anche in contesti non pertinenti (quale sarebbe poi un contesto pertinente ?). Un augurio a questa persona di scatenarsi completamente e di scoprire quella cosa che sembrava la più proibita.
       
      Delle cose della vita, tra cui gli imprevisti e le sorprese, di perdersi. Soprattutto perdersi.
       
      Chi può sapere il motivo del perché non ho ingranato con niente fino a un dato momento ? Che fosse arte, amicizia, amore oppure studio o lavoro. Chi può sapere il motivo ? Si può anche riuscire a conoscerlo, ma può darsi anche di no. Si dovrà convivere col fatto di non sapere il motivo di questa cosa. Eppure se sentiamo che stiamo vivendo la nostra vita, riusciamo a parlare e ad amare, a provare interessi e soddisfazione, non ci importerà poi più nemmeno tanto del motivo. Tuttavia posso esporre delle idee: quello che credo io è che nella vita non si deve essere troppo prudenti sulle cose che non richiedono prudenza, sentirsi vivi è lecito, non si deve essere prudenti su questo. Alcuni tabù molto grandi su cose molto piccole finiscono per rendere la vita impossibile, se vivere (per vivere si intende invariabilmente l'apertura di sé) diventa una cosa impossibile allora si ricorre a misure d'emergenza (non specificheremo in questa sede la natura di queste misure). Sento già una ipocrita voce affrettarsi a darmi ragione, conosco questa voce, è una voce che tende a ragionare troppo e a sentire troppo poco, e tende spesso, non senza secondi fini, a complicare le cose. Ad ogni modo non me la sento di affibbiare colpe, i modi in cui si cresce sono strani poiché le famiglie sono strane, probabilmente più che indicare i difetti (non voglio chiamarli sbagli perché non credo rientrino in questa categoria), è interessante capire in cosa è consistita la soluzione. La soluzione è stata semplice: ricominciare una nuova vita (la mia).
       
      22 gennaio 2018
      Sul sesso perverso, che può essere anche amore perverso, io mi sento di dire che ce l'ho. Si, io sono bloccato a un certo tipo di fantasia, senza dire quale. E' senz'altro colpa di donne che avevano certi atteggiamenti. Boh, non so dove mi porterà sta storia... Intanto provare ad avere un rapporto con una ragazza nuova, un rapporto concreto che magari mi condizioni in modo nuovo...
       
      Sull'importanza di sognare. Le sensazioni che ricevo le volte che sogno mi comunicano che il sogno era una cosa importante che significava molto. Non sognare più non è una buona cosa per me, è come se la vita perdesse il senso di avventura. Imputo agli ansiolitici questa scarsità di sogni. Credo che gli ansiolitici debbano servire per un periodo di recupero dell'organismo, ma non è giusto prenderli a tempo indeterminato, la vita non è poi quella cosa avvincente ? Appiattirla a una desolante normalità può andare bene per un periodo più o meno lungo. Non è così che voglio stare per il resto della vita (cosa peraltro impossibile). Per fortuna ho un medico pienamente d'accordo, questo mi permette di non dover fare di testa mia, che sarebbe peggio. Cessare tutto in una botta di prendere dei farmaci per l'ansia o per l'umore è una cosa sbagliata, capita invariabilmente una ricaduta o un incidente, con conseguente ripresa della terapia, magari aumentata. Bisogna organizzarsi bene nella vita se si vuole riuscire a fare qualcosa. Qualche post fa parlavo delle canne. Certamente delle canne di erba naturale fanno gola per uno che come me ha sete di avvenimenti straordinari, in altre parole di ebbrezza. Ma quest'idea resta soltanto un'idea. E' quello che ho spiegato a mia madre quando si è allarmata: intendo soltanto parlarne. L'alcool è un altro pericolo, si comincia a bere il primo drink, poi un altro e un altro e si finisce schiantati da qualche parte. Quello che serve innanzitutto non è un allucinogeno o un disinibente, serve che io riduca fino ad eliminare questi ansiolitici, coltivando stabilità. Così si fanno le cose per bene. A questo proposito ringrazio Erminio, uomo sulla cinquantina che ieri mi ha aperto il suo cuore, spiegandomi che non servono allucinogeni per essere aperti agli altri. Per me, che mi definisco un granchio, e riesco a sentire bene dentro di me gli accadimenti che mi rendono chiuso (competitività, narcisismo, anche omosessualità) è stato bello sentire da qualcuno che è una cosa possibile raggiungere uno stato di apertura senza l'uso di niente. Erminio mi ha aiutato, e solo da un adulto poteva venire un aiuto, poiché i ragazzi sono meno dotati per quanto riguarda la saggezza, la pazienza, la sicurezza.
       
      Delle due polarità che ci sono sempre nell'amore (per me): ambiguità e seduzione da un lato, affetto sincero e sollievo dall'altra. Mi accorgo di queste diverse sensazioni, ma devo dire che parlo sulla base di pochi indizi, sarebbe necessario un rapporto reale per conoscere davvero quello di cui sto parlando. La seduzione è qualcosa di irresistibile per le parti basse mi verrebbe da dire in linguaggio spicciolo, però mi accorgo che è frustrante per l'affetto sincero, o meglio: la seduzione spesso avviene frustrando l'altra persona, che è una cosa incompatibile con un affetto sincero. Penso che sarà un grande cambiamento quando entrerò in una nuova relazione, e sarà una buona occasione per capire tante cose, di me e della vita. Credo che molte idee complicate che ho adesso sono frutto di, non tanto di inesperienza, ma sono proprio una caratteristica mia che però dovrebbe andare a diminuire sostituita dall'esperienza concreta. Staremo a vedere...
       
      Sulle streghe non ho tanto da dire, ipnotizzano e questo è quanto. Se si possa sfuggire dopo essere stati ipnotizzati ? Questo non lo so, è una cosa che devono dire i fatti.
       
      Quando dipingevo il cane seduto a tavola con la donna non intendevo riferirmi alla psicoterapia con Giulia, ma avevo estrapolato gli elementi dal sogno con Serena, in cui c'era il cane nero seduto composto e io ballavo fuori dalla portata del cane che poteva mordere, poi avevo il coraggio di infilarmi uno spillone nel braccio e questa cosa mi rendeva capace di sollevarmi da terra. Adesso lo so che i componenti del formicaio umano entrano in allarme di fronte a sintomi onirici così inconsueti eppure in quel sogno c'erano molte cose, c'era il ballo, c'era il volo, c'era il cane a tavola con Serena, c'erano tante cose importanti di cui non vale la pena effettuare l'analisi, per me il significato è implicito ed è legato alle sensazioni, che non sono proprio comunicabilissime. Io credo che se ci fosse stato un posto, una scuola, un istituto capace di formare degli artisti partendo da quella mia situazione psicofisica, io sarei potuto facilmente diventare un autore al pari di Mendoza. Purtroppo la mia famiglia è una famiglia convenzionale, come ogni famiglia del resto, e dunque nessuno ha pensato che fosse una buona idea lasciare che io ballassi e volassi nei sogni. Si è ritenuto più opportuno farmi tornare tra le "tante e stanche pecore bianche" citando il buon Guccini. Questa mia posizione anarchica è tabù presso tutti i miei familiari e conoscenti di adesso, nessuno concepisce che si possa desiderare uno stato mentale straordinario. Forse solo alcuni dei miei familiari possono avvicinarsi a quello che ho vissuto e comprendermi, infatti nutro profondo rispetto per queste persone, anche se non abbiamo l'usanza di frequentarci o parlarci, ma non lo ritengo un problema. Tornando a quel sogno e a quel periodo, c'era vita, c'era eros, c'era ebbrezza, Andrea mi ricorderebbe che c'era anche rischio, malessere, abusi. Ma si sa che Andrea è molto diverso da me: Andrea tiene in gran conto i canoni sociali e a differenza di me non ha mai provato certe forme d'estasi. Perciò io torno a ripetere: modificando alcuni fattori io avrei potuto godere in modo indicibile e avrei potuto essere un autore riconosciuto, sarebbe stato possibile se avessi avuto un'altra tempra psicologica, e un'altro livello di abilità sociale e cognitiva. Purtroppo tutti i fattori che hanno contribuito alla mia crescita hanno determinato che io non potessi reggere psicologicamente una tale situazione, ragion per cui, anche se ricordo con desiderio quella enorme vitalità e rimpiango che non fossi dotato di un corpo in grado di amministrarla, devo riconoscere che era inevitabile e che inoltre si è fatta la cosa giusta. Dato che vedo le cose in positivo, anche se non mi impedisco di ragionare sulle cose negative (a differenza di altri che si danno continuamente regole), devo ripartire da adesso per costruire una vita che mi dia ebbrezza, se è quello che voglio. Adesso sono capace di controllarmi e di sentirmi, sono capace a imparare a fare nuove cose come fare programmi, amministrare soldi, posso imparare a presentarmi in modo decente in società. Ho perso l'incoscienza (che era anche coraggiosa) di assumere droghe, però posso attuare altri sistemi per riacquistare vigore: posso sbarazzarmi degli ansiolitici (nel tempo), posso digiunare, posso leggere e scrivere e parlare con persone stimolanti. E poi, sopra a tutto, quello che in fondo è sempre mancato (anche se in realtà non è mancato, ma non è ancora avvenuto alla luce della consapevolezza che ho sviluppato), è il rapporto col sesso femminile, cioè parliamo del più grande stimolante naturale. Perciò io sono molto ottimista: se il mio desiderio è imitare alcune cose che ho visto in Mendoza, riproducendole nella mia vita adattate a me, posso farlo, se scoprirò che invece di Mendoza non me ne frega niente non me ne fregherà niente. Oggi, in questo momento, mancandomi quell'ebbrezza, desidero tornare all'ebbrezza, e penso a Mendoza perché Mendoza sapeva procurarsi l'ebbrezza senza correre rischi.
       
      Una strada può apparire una strada, ma una strada può apparire una strada e allo stesso tempo essere il luogo di un avvenimento dell'anima. Io ho avuto un'esperienza che mi ha colpito enormemente e mi ha fatto capire che non conosciamo molte cose della realtà e che la realtà, che è situata nel corpo, anzi, è il corpo, è molto più profonda di quanto alcuni possono pensare. Io non ho fatto mai la guerra, non so cosa dev'essere, sono il figlio del figlio di un soldato, quindi vedo intravedo da mio padre i sintomi della guerra. Sono esperienze forti in entrambi i casi. Quello a cui mi riferisco io mi procura una sola certezza: non siamo mai veramente vivi anche quando pensiamo di esserlo: ci può sempre essere una circostanza in cui diremmo "uh, non sono mai stato vivo, in quarant'anni". Sono cose pericolose, perciò sono vietate. Purtroppo si diffondono molto soprattutto tra i giovani. Chi le ha sapute gestire era ben organizzato, in caso contrario gli esiti sono cattivi.
       
      Ho evitato la caffeina per un mese o due (non ho mai prestato attenzione alla cronologia degli eventi), ma oggi ho preso il tè, ma ne sono fatto uno, e poi ho rincarato la dose. Sento molta energia che a volte diventa ansia, è comprensibile che inconsciamente io desideri la caffeina e che quindi abbia desiderato il tè, poiché quest'energia produce anche godimento, attiva tutto l'organismo, è una sorta di ebbrezza. Ora io so che la caffeina non è indicata nei soggetti ansiosi e difatti se non ne prendo sono assai tranquillo, però questa tranquillità sconfina nella noia e nell'ottundimento. Conoscevo il caffè, ma non il tè. Mi sembra, ma è sicuramente solo una mia impressione, che il tè è più potente. Sicuramente non è più potente, il fatto è che il mio corpo non è più abituato alla caffeina. Se avessi preso il caffè sarebbe stato uguale. Comunque qui devo fare una confessione: io ne ho preso uno già stamattina, e due nel pomeriggio. Voglio fare una semplice osservazione: non ho misura, e in questo sono infantile, penso al gioco e non a cose serie che richiedono responsabilità. Questo è un circolo vizioso. Arriverà un momento, gradualmente o tutto insieme in cui la vita mi presenterà una faccia dura e io dovrò diventare serio perché me la dovrò cavare. Dei progressi ci son stati, indubbiamente, devono continuare e continuare. Enormi progressi.
       
      Certo che un regime giornaliero di troie pazzesche osservate dietro le telecamere, per dirlo in toni forti (ma non fortissimi), è una forma di evasione anche dalla realtà che non fa bene alla realtà e influenza la realtà, poiché la concentrazione e la calma del rapporto umano autentico vengono turbati. Non è qualcosa di irreparabile, è una dipendenza, le dipendenze si risolvono, creano solo degli ostacoli in più, peggiorano la vita. E' un discorso in ogni caso relativo, con una donna che guardasse i porno in mia compagnia il problema sarebbe di molto ridimensionato, però non è una cosa che succede in tutti i rapporti credo. Nel mio vorrei che succedesse ovviamente, se fosse il contrario sarebbe il segno di una mancanza di intimità (per usare la parola che mi ha insegnato Giampaolo). Comunque una cosa è chiara, va coltivata la presenza nei rapporti con tenacia e volontà, non può essere una cosa trascurabile, questa è la base. Senza rapporti autentici e profondi siamo davvero molto più deboli e infelici, e i porno, e non solo i porno ma tutte le cose di stampo solitario, autistico, narcisistico, si ingrandiscono. Se vogliamo che la vita sia bella ci dobbiamo impegnare, dobbiamo prendere gli strumenti che abbiamo e dobbiamo usarli, perché si può fare.
       
      La lettura di Junger è incredibile. Si tratta di ascoltare un genio. Intanto lui classifica il tè tra i "fantastici" e il caffè tra gli "energetici" e attribuisce al tè, rispetto al caffè, una qualità spirituale più alta. Lo so che può apparire strano tutto questo discorso, ma l'ho sperimentato oggi in maniera inequivocabile: oggi che è il secondo giorno in cui prendo il tè mi sono incamminato lungo l'Arno e i riflessi della luce sull'acqua erano puri come lo spirito, gli alberi si libravano verso l'alto con audacia e notavo in maniera inconsueta la bellezza e la grazia spirituale della superficie danzante dell'acqua. Anche i discorsi con gli altri precedentemente alla passeggiata sull'Arno erano stati insolitamente autentici. Oggi darò questo consiglio a Giulia quando la vedrò. Inoltre ho deciso di essere una persona più dolce e gentile, e anche più corretta (so di avere un aspetto malvagio in me, ma so anche di essere io a controllarmi).
       
      Se il viaggiatore muore di sete nel deserto la causa va ricercata nell'insufficienza della sua scienza o della sua sete - giacché egli non ha gridato come il cervo che aspira a limpide acque.
       
      Ci vuole poco ad avere una faccia poco invitante, ad esempio aver fatto in giornata un "esperimento" togliendomi gli occhiali: gli occhi ormai stressati e congestionati mi fanno apparire pazzo. Era una cosa che non facevo da tantissimo tempo, e averla fatta oggi non posso nemmeno dire che mi serva di lezione perchè il momento passa e con se la memoria. Il momento peggiore è stato dover parlare con due "clienti" di Arnaldo: devo essere sembrato malato e quanto ho odiato la signora perchè ho avuto l'impressione che, in assenza dell'adeguata performace sociale, non mi abbia ritenuto sano (questo dovrei riuscire a ricordarlo). Per il resto, nei luoghi in cui si raduna l'anarchia, è dato come un'ossigeno per alcuni individui. Non tutti hanno questo riscontro, altrimenti sarebbe un fenomeno globale. Per alcuni il riscontro invece c'è, qualunque sia il motivo (incluso il condizionamento). Quanto a me, credo di sapere chi sono, cosa non da poco, e che mi rende solitario. Infatti non c'è più ossigeno per me in questi luoghi, appena una boccata e via a riprendere la marcia. Sul perchè si debba marciare è questione di vizi e del non caderci, in attesa di qualcosa di soddisfacente, come un amore. In ogni caso c'è sempre la possibilità di cadere: la vita poi deve pur finire, per ognuno.
       
      Diverse impressioni quotidiane si raggruppano prendendo la forma di ragionamenti. Cosicché il fatto di non aver ricevuto like su facebook alle foto dei disegni che ho prodotto in giornata (e invece la foto del sushi ha ricevuto molti like) combinato all'essere femminile abominevole il cui profumo si sentiva per centinaia di metri dopo il suo passaggio (e che andava o accoltellata o stuprata, secondo il mio atteggiamento nei suoi confronti), si sono combinate in una feroce critica alla guerra e all'aggressività di cui è pregna la società (critica che tradisce forse amore).
       
      Stasera sono andato da solo al cinema a vedere un film sul fascismo. Si tratta di una donna che ricostruisce la storia del padre all'interno del regime e in qualche modo ne scopre una nuova identità. Lei dice che ogni volta che le chiedevano "com'è tuo padre ?" lei rispondeva "dovresti conoscerlo" e lei stessa riconosce che era come dire che non aveva le idee ben chiare neanche lei. Mi hanno anche colpito molto le fotografie delle donne africane in atteggiamenti sessuali, non sapevo la guerra fosse così erotica. Questo film è stato una scoperta.
       
      L'ultima volta che sono andato a Napoli mi sono scontrato subito con gli effetti dell'anarchia, nel seguente modo: nella metropolitana affollatissima mi sono trovato di fronte un uomo che, aggressivamente, ha cominciato a guardarmi fisso come un vero psicopatico. Io l'ho guardato due volte negli occhi, ma, volendo evitare incidenti, per la maggior parte del tempo ho guardato altrove. A proposito del trovarsi faccia a faccia con qualcuno che ti potrebbe uccidere mi viene in mente un passo di Junger che ho recuperato facilmente in rete, ed è questo: "[...] c'è un elemento che non viene mai descritto abbastanza chiaramente: è il momento in cui l'uomo, appostato in agguato, ti compare davanti al volto a brevissima distanza. Un brivido, che non si può paragonare con nessun'altra sensazione, corre allora attraverso i sensi. Già i nostri lontani antenati, che lottarono contro bestie gigantesche devono aver avvertito che l'uomo è certamente un avversario d'altra natura e anche per noi che siamo abituati a restare intere settimane in mezzo agli orrori, questo incontro rappresenta sempre la prova di forza più dura." (da Linea principale di resistenza, p. 52).
       
      Il rispetto nei rapporti umani non è dato da un motivo logico, ma da comportamenti che attengono agli istinti. Si tratta dell'animale nell'uomo. In ogni caso percepire la solidità di un'albero attiene al rispetto, poiché si possono percepire altrettanto i sottili modi con cui si è controllati.
       
      Ci sono due campi di gioco distinti: la parola e la dimostrazione. La parola è il modo dei prudenti, poiché si ottiene il controllo. La dimostrazione avviene quando si deve abbandonare il controllo dato dalle parole, e in quell'ambito non mi sono più tuffato dai tempi in cui ero allo sbaraglio.
       
      La differenza tra Napoli e Firenze è in un sacco di cose. A Firenze non si parla di cambiare "acque", ma di cambiare "aria", le scale si salgono, non si scendono.
       
      Dopo molte riflessioni ho concluso che non c'è un motivo psicologico specifico e occulto per cui le donne che si distinguono per un certo portamento sono più attraenti. Non c'è un complotto specifico, ci sono tanti complotti potenziali, ma non è nel complotto la seduttività: la seduttività è nel corpo e nell'istinto, cioè in qualcosa di fisico ancor prima che concettuale. Quello che sto cercando di dire è che non c'è una spiegazione logica: attiene piuttosto allo stesso ambito della risposta emotiva davanti a una mimica facciale. Di norma non ci chiediamo il perché ma reagiamo e basta. Che poi possa abbinarsi il complotto è un sovrappiù, ma mi sembra abbastanza regolare, difatti se una donna è attraente è facile che sia sadica, secondo la mia esperienza. Comunque, al di là di queste congetture, pare che io abbia concluso d'essere "stregato", ossia che ho il cuore in mezzo alle gambe e che questo cuore cerca la seduzione.
       
      Quando ho comprato i calzini di spugna bianca 5 anni fa mi sono detto che erano da vecchi, o comunque da persone noiose. Oggi quell'impressione si è rivelata profetica, infatti sono diventato noioso. Mi riferisco soprattutto al sesso, oltre che al carattere. Non mi volevo omologare, e oggi sono insoddisfatto. Cercherò di tentare tutte le soluzioni, prima di ricorrere a soluzioni d'urto.
       
      Alcune volte, qualcosa o qualcuno, molto astrattamente ci porta a fantasticare. Cosicché se penso a Ryan Mendoza, nonostante la pesante coltre di normalità che si è abbattuta sulla mia vita (e che sogno di debellare, gradualmente o tutto in una volta, con strumenti più o meno potenti), anche se so che ciò che provo non ha attinenza col Mendoza reale e coi fatti della realtà, riesco ancora a provare fievolmente qualcosa di incantevole: si tratta dell'idea di vivere la vita in modo completamente originale, fuori da ogni regola normalizzante, anche fuori dalle morali, e in modo completamente avventuroso. Dico che quest'idea non è attinente coi fatti della realtà perché una vita del genere in realtà potrebbe risultare brutta nel momento in cui diventasse reale. Ma questo non ci importa, un simile pensiero contrario all'ispirazione positiva può solamente nuocere. Molto meglio focalizzare l'attenzione sul bel sentimento e pensare come ingrandirlo. Dunque, per ingrandirlo, bisogna pensare che tutte queste norme ci importano poco (ma non per questo dobbiamo correre grossi rischi), bisogna pensare che abbiamo (io ho) la possibilità di riportare la mia vita su percorsi "fantastici". Se ho avuto bisogno dell'intervento di Giampaolo è perché ero uscito fuori strada e il mio corpo era in uno stato di stress pazzesco, perciò io ho desiderato fortemente il suo intervento, però adesso comincio a vedere che alcune cose come gli ansiolitici inibiscono il lato fantastico della vita (i sogni, il sesso, l'euforia, l'arte). Io vorrei evitare di drogarmi, vorrei mettermi nelle condizioni di vivere sopra le righe con metodi sicuri. Ma lo avevo già detto altrove. Quanto a Mendoza non so cosa amavo della idea astratta che mi procurava, probabilmente anche il fatto di essere in possesso di uno spirito vivo e fantastico, e soprattutto la sua indipendenza dalle regole comuni.
       
      Abbandonare i porti sicuri. Per non dover sentirsi inutili mammoni flaccidi.
       
      Riguardo alla plasticità del cervello e, conseguentemente, alla coscienza, io userei una metafora particolarmente adatta: si tratta dei luoghi geografici. Intendo dire che la mente è tale che si può essere vicini tanto da potersi toccare eppure abitare due mondi diversi. Questo è particolarmente vero nelle intossicazioni e nelle malattie mentali.
       
      Ho scoperto appena 5 minuti fa che esiste del software anti-pornografia, potrebbe essermi utile. Non sono sicuro che la pornografia abbassi il mio desiderio sessuale, in realtà forse non c'è niente di male. Credo infatti che il modo giusto di risolvere il problema sia iniziare una relazione a prescindere dal porno. Tuttavia, dato che mi piace fare degli esperimenti e dato che non ho mai provato da davvero tanto tempo (ma tanto tanto) a non vedere donne nude, potrei anche scegliere di provare. Secondo la logica un'astensione dall'ottenere la vista della donna nuda, protratta per mesi, dovrebbe sortire qualche effetto.
       
      Ieri ho scoperto l'esistenza del software anti-pornografia e stanotte ho sognato di fare quello che credo fosse un reboot del computer, difatti in alcuni siti la cessazione del porno viene definita reboot. In effetti l'operazione che eseguivo al computer poteva sembrare anche un salvataggio di tutti i dati (anche pornografici) su altro hard disk, questo tradirebbe, se fosse vero, il mio atteggiamento ambivalente dovuto al forte desiderio e alla mia dipendenza. Comunque mi serve una persona che imposti una password che non conosco, e questa sarà mia madre. Lo so che simbolicamente può sembrare strano, e in effetti è così. Ma altrimenti dovrei chiedere ad Andrea, il che potrebbe anche essere possibile, anche se inusuale. Per il resto nel sogno comparivano molti elementi: mia zia Silvana, Claudio e i suoi occhiali, i miei computer come già accennato, e inoltre considerazioni sui funghi. Il resto l'ho dimenticato. In definitiva trovo la comparsa del reboot nella notte immediatamente seguente un indicatore che non posso ignorare. Forse questa è una giusta pista.
       
      Ok, ho effettivamente installato il programma e funziona bene. Ci sono dei modi comunque attraverso cui posso accedere a contenuti fetish, tra cui instagram e facebook. Su facebook, tra l'altro, ho accesso alle foto di Claudia, le quali, sia per il rapporto precedente, sia perché alcune foto sono velatamente erotiche (neanche troppo velatamente), mi eccitano anche più dei porno. Eppure il sito che ho consultato è stato chiaro: per attuare l'esperimento nel modo giusto andrebbero evitati i pixel in ogni loro forma, oltre che la letteratura erotica e persino l'immagine mentale del contenuto pornografico. Mi sembra un pò estremista come misura, eppure è consigliato nei casi di disfunzione dell'erezione indotta da dipendenza da porno, quindi un motivo serio. Io ora non ho disfunzione dell'erezione, eppure qualche sintomo leggero lo accuso: difficoltà a eccitarmi in assenza di "pixel" o immaginazione della foto appena vista, diminuito desiderio in presenza della donna reale (va qui specificato che ho sperimentato solo rapporti occasionali, questo incide molto), e inoltre la mia erezione è diventata meno vigorosa (non so se si può attribuire al cambio di fisiologia legato all'età). Questi piccoli motivi collegati a certe testimonianze entusiastiche e alla mia piccola mania di progettare stili di vita, fa sì che io voglia provare a fare quest'esperimento. Sul fatto che le foto di facebook e di instagram siano comunque fruibili posso solamente dire che una parte di volontà deve pur esserci da parte mia, e neanche forse devo pretendere un atteggiamento così estremista da evitare completamente tutto. O forse dovrei ? Sicuramente se mi accorgerò di aver bisogno di una foto per ogni masturbazione dovrò impormi di sperimentare un periodo senza immagini. In ogni caso possiamo essere soddisfatti di aver installato questo software che elimina il 90% dei contenuti hard. Ecco il mio modo di passare il tempo in attesa della vera soluzione: la "fidanzata" (per usare un'espressione ormai sorpassata).
       
      Certamente questa storia di abolire il porno potrebbe avere un collegamento con un sentimento di colpa infantile nei confronti della masturbazione, ma credo sia irrilevante. Lo dico solo per far vedere che c'ho pensato.
       
      E poi, concludendo sul discorso dell'abolizione del porno, sognai le impressioni che sto avendo di erezione ridotta, però ingigantite. E, dato che dò grande importanza all'oniromanzia (io me la faccio da solo, senza curarmi dell'esattezza, ma traendo solo quello che mi serve), ho deciso di fare qualcosa. Visto che qualcuno potrebbe non credere che questo sia "qualcosa" (cioè che non ci sono prove che possa aiutare), rimando al sito internet link, il quale, pur essendo in inglese, può essere tranquillamente letto con la funzione google translate.
       
      Giacché qui tutti pubblicano poesie e io invece scrivo un diario, e dato che non mi sono mai dilettato nella poesia, adesso proverò su due piedi a scriverne una. I miei temi sono i soliti, ma non banali, vediamo che ne vien fuori:
       
      Un giorno
      mi son risvegliato
      al mistero della vita
      e dell'universo.
       
      Per chi conosce l'universo
      il male non si placa
      e la morte
      diventa amica di lunga data.
       
      L'amore si fa complesso
      a queste latitudini,
      diventa profondo
      come le onde del mare.
       
      Eppure io ho deciso
      in seguito a disastri
      di non correre alcun rischio:
      non amerò più
      senza salvagente.
       
      Esporre i miei interessi su facebook, rendere pubbliche tante informazioni, farne un uso anticonformista. A volte penso che questa sia stato un passo falso, soprattutto considerando che sono straniero in questa città e quindi penso che dovrei essere cauto. Altre volte penso che me ne sbatto e mi dico che non si può passare per un'altra via che non sia l'autenticità, ma forse è un pensiero ingenuo. La verità è che non penso che sia una cosa irrimediabile, anche se ha prodotto dei danni. Quindi sono tranquillo. E poi non siamo in un paese libero ?
       
      Questa è la prima sega ufficiale senza porno. E' stato un successo, pensavo a Simona, e poi però a Serena. Ho catturato una sensazione, quell'eccitazione sfrenata e pazzesca che ti dà quelle sensazioni simili al paradiso, in cui sei completamente posseduto. Non l'ho provata, ma l'ho ricordata. Dico che non l'ho provata poiché lo Xanax sommato all'autoritarismo e al militarismo di Arnaldo, oltre che all'ambiente perbene e psichiatrico, mi hanno reso un essere dedito all'estasi della letargia piuttosto che all'estasi del sesso. A Napoli vivevo invece la vera sfrenatezza sessuale, anche se non sempre con qualcuno. A Napoli tuttavia cominciai a non mettere gli occhiali e quello fu il più grande sbaglio. Dire sbaglio è corretto solo se la mia intenzione era perdermi nella droga, poiché levandomi gli occhiali mi sono procurato una malattia. Se la mia intenzione era di ammalarmi invece ci sono riuscito. Se invece si vuole credere che non fosse una cosa che comandavo, allora si deve presumere che quelle sostanze mi facessero davvero assai male. Effettivamente da questo punto di vista è così, si vede dalla quantità sproporzionata di sogni, da quanto attirassero tutta la mia attenzione, si vede dal fatto che a un certo punto sono stato paralizzato dai miei impulsi violenti. Specialmente essere paralizzato. Quando dipinsi la tigre in riviera quella tigre voleva dire tanto, oggi non è molto più di uno scarabocchio. Artemidoro Di Daldi dice chiaramente che sognare animali feroci che diventano tranquilli è buon segno; posso dire di averlo sperimentato. In ogni caso il lato spietato di questa vita selvaggia mi ha spaventato da morire, ma il lato sessuale invece è una perla perduta, un paradiso musulmano che potevo avere in terra. Vediamo di recuperare questa cosa che ho perduto.
       
      Facebook condiziona i rapporti sociali, li peggiora. Ma non sempre e non irrimediabilmente.
       
      Ieri ho comprato a 5 euro da un robivecchi un libro che si intitola "i medici maledetti" e che testimonia le atrocità commesse dai medici nazisti nei lager. Per ora non l'ho letto, però ho qualcosa da dire su quest'argomento, e precisamente sul fascismo, poiché c'ho pensato. Mia madre dimentica i sogni che fa, però prima di dimenticarli me li racconta e io invece li ricordo; ella sognò che in alcuni sotterranei era inseguita da nazisti che volevano prenderla. Ora io non mi avventuro in interpretazioni che non sono neanche titolato a fare (il sotterraneo è l'inconscio, il nazista è una parte di te o è una figura paterna ecc), però, anche se non sono titolato ad interpretare il sogno, sono in grado di interrogare mia madre su quello che pensa del fascismo, oppure analizzare la storia familiare, oppure la storia italiana, o me stesso, oppure consultare Junger che la guerra l'ha fatta. In particolare Junger dice delle cose interessanti, parla ad esempio del camaleonte: l'impulso che induce la pelle del camaleonte a cambiare colore è assimilabile a una forma di furbizia; la stessa furbizia che è insita nella natura e, nello specifico, nella pelle del camaleonte, guida anche i comportamenti umani tanto in tempo di guerra quanto in tempo di pace. Poi c'è un'altro passaggio di Junger che mi sembra di ricordare; è un passaggio in cui un gruppo di persone sotto la minaccia della loro incolumità si uniformano immediatamente a un pensiero o cambiano repentinamente opinione, e le loro voci si levano forti e sicure "come il canto del gallo". Queste letture andrebbero approfondite. C'è poi Reich, che nella sua carriera di psicoterapeuta pare sia giunto a credere (o a dimostrare) che nella struttura della personalità c'è un anello ancora più interno a quello che porta alla violenza fascista. Anche questa lettura andrebbe approfondita. Tendo a dare più credito a Junger, in questo sono assai pessimista. Comunque è vero che ogni persona è stata un bambino innocente, almeno quanto è altrettanto vero che alcuni perdono completamente la loro umanità (come i medici del libro ovviamente). Io non so come mi comporterei in uno stato di emergenza, ma non credo di rientrare nella categoria degli eroi, credo che salvaguarderei la mia incolumità. Comunque parlerebbero i fatti.
       
      Oggi, all'uscita dalle tre ore di musicoterapia, mi sono messo sul Lungarno e ho provato a suonare. Era un posto isolato, solo raramente passava qualche persona, ma le poche che passavano avevano la capacità di inibirmi. Questo non è esatto, a tratti riuscivo a tirare fuori una certa voce e anche facendomi udire, ma non sono mai stato capace di cantare davvero con tutto me stesso. I punti in cui ero più inibito erano ovviamente quelli dove la canzone richiede di spingere al massimo, allora forse avevo paura di apparire pazzo per chi mi avesse udito. Questa esperienza mi ha confermato in quello che già so: c'è un solo modo di provare la libertà espressiva totale senza ricorrere a strane sostanze, ed è cioè la presenza di un'altra persona o di un gruppo. Poiché io sento che ho la potenzialità di avere qualsiasi libertà espressiva, ma senza un'altra persona o un gruppo di persone l'esplorazione diventa impossibile. E' questa la conclusione a cui sono arrivato: che la droga endogena si produce tramite la compagnia.
       
      Credo che forse il fatto di non cantare in pubblico non sia dettato solo dall'incapacità, ma è forse anche una scelta. Si sceglie di evitare esperienze troppo forti e destabilizzanti. L'idea della propria quotidianità e della propria vita ne verrebbe scossa.
       
      La blatta è il simbolo della guerra.
       
      Due settimane fa ho cominciato a bere tè; è ora di fare un bilancio. Ha accresciuto la mia tensione interiore, irrequietezza, ciò mi ha reso spesso estremamente serio, cosa che mi ha preoccupato per ciò che riguarda il giudizio altrui. Una cosa che mi ha colpito è che ho iniziato a smascellare quando prima non mi succedeva, ma l'ho accolta come una forma d'espressione di stress altrimenti bloccato (ecco spiegato perchè qualche tempo fa avevo angoscia per ciò che riguarda i denti e talvolta le labbra). La tensione è stata minore che con gli integratori, che infatti ho dismesso. Apparte la tensione, il tè mi appare un eccellente tonico mentale, molto diverso dal caffè, direi che è più meditativo e offre piu chiarezza. Ho apprezzato anche un effetto lievemente psichedelico, soprattutto nella contemplazione di alberi e di spazi aperti. Per evitare la tensione ho abbassato le dosi. Comunque non si può trovare l'unico colpevole della tensione nel tè; una prova di questo è nel fatto che dopo una mattinata di musicoterapia mi sento più centrato e di umore migliore, questo si vede dal fatto che sono arrivato fino a piazza della repubblica senza sentire l'esigenza di controllare continuamente l'iphone. Questa è anche l'ennesima dimostrazione di come dipendiamo dalle situazioni, e di quanto sarebbe difficile mantenere equilibrio senza una rete sociale adeguata e qualcosa da fare ogni giorno (il famoso lavoro).
       
      Antonio Possenti ha venduto da vivo, è morto straricco, l'ho scoperto stasera. E tra le tante cose che ha dipinto c'è un tavolo pieno di funghetti (chiaramente allucinogeni). Antonio Possenti ha, rispetto a me, una personalità più definita e inequivocabile. Forse anch'io la possiedo, ma non dipingo, infatti dovrei tornare a farlo. Il fatto è che da solo non mi piace. Non ho la forza di combattere per vivere in solitudine. Vorrei avere un alleata nella vita, allora remerei. Si aggiunga a questo che la produzione artistica non è una cosa né facile né riposante, richiede un travaglio interiore, fatto di momenti di euforia e totale astrazione dalla realtà e momenti di depressione e di stanchezza. Non me lo invento io, è anche scritto nei manuali di arteterapia. Comunque, tornando a Possenti, io sognai lo stesso suo sogno, quello dei funghi, e infatti mi informavo del prezzo dell'opera perchè volevo acquistarla, ma mi ha spiazzato: duemilaquattrocento, io credevo duecentoquaranta quando lui ha detto "due e quattro".
       
      Se tornassi a dipingere metterei in scena tutto il materiale dei miei sogni scrupolosamente appuntato, e, anche se nella memoria non è rimasto più nulla poiché sono tornato ad abitare la realtà, in compenso adesso sto costruendo la capacità di produrre una buona opera, cosa che prima era assai difficile a causa della forte irrequietezza. Anche qui ho da citare Junger, il quale afferma anticipando le mie scoperte: "Quello che, soprattutto, mi interessava era il rapporto tra queste sostanze e il rendimento. In base alla mia esperienza, tuttavia, io credo che il risultato creativo richieda una coscienza vigile, e che essa si indebolisca sotto l'influsso delle droghe. D'altra parte, però, il processo ideativo è essenziale, e grazie a esse si hanno intuizioni che certo non è possibile raggiungere altrimenti." "La produttività è per l'artista quello che per il medico è una terapia riuscita. E' sufficiente allora entrare poche volte dentro i territori, attraverso gli arazzi intrecciati dai nostri sensi."
       
      Ho messo tre foto su instagram che ritraggono me con in mano i miei quadri. Ogni volta mi rendo conto che i social network e l'arte non sono una buona miscela: se l'artista non ha buoni nervi è tentato di mettere in mostra la sua creazione e in questo modo viene completamente distratto. E' quello che succede a me.
       
      Non può essere nient'altro che l'effetto placebo, non può essere che avendo evitato per soltanto un giorno e mezzo il porno io mi senta così eccitato. Eppure mi sento ingrifato e andrei a vedere un porno ma non ne ho nessuna intenzione, preferisco uscire di casa e camminare. Ovviamente delle provocazioni ci sono sempre su instagram o su facebook, ragazze che tirano fuori la lingua davanti al cellulare, cose così. Non c'è nudo, ma è provocante lo stesso. Prima, mentre camminavo, mi sono ricordato di alcuni video deliziosi e del fatto che li ho eliminati, ma non sono pentito affatto: qui il discorso è questo, o ti soddisfi con le troione dei video e resti così, oppure rinunci a quello per avventurarti di più nel mondo reale. D'altronde pensiamoci: è uno schermo, la donna in realtà non c'è, sei tu, solo, nella stanza, più e più volte, per anni. Anche basta.
       
      Un'idea mi è balenata in mente. L'avrò pensata molte volte ma oggi la esamino davvero: mettere annunci per reclutare modelle. Se farci fotografie o quadri, o fotografie per quadri è una questione a cui penserò con calma. Anche ciò che voglio ottenere non mi è chiaro, parlo dello stile: per il porno basta andare in rete, cen'è quanto se ne vuole (infatti è un'altra opzione). Un'altro problema è il posto: dovrei rivelare dov'è casa mia. Forse non è un problema, su una cosa del genere sarebbero più paranoici Arnaldo e mia madre di me. È facile che la cosa prenda il carattere d'un gioco erotico. Ci penso mentre sorseggio la mia acqua. Infine dovrei anche saper resistere a questa compulsione a mettere la mia vita in rete.
       
      Continua la mia astinenza e ho appena fatto un disegno erotico. Prende spunto da un sogno erotico. C'è Serena portata in braccio da due uomini e io, umiliato, nudo, con la schiena inarcata in una bara che al centro è divisa (cioè sotto c'è il vuoto, sono costretto a restare inarcato). Il pene è in erezione. Rivedendolo una volta finito l'ho trovato d'effetto, a dimostrazione che i sogni si spingono più in là di come facciamo noi. In particolare il corpo inarcato col pene in erezione è un'immagine troppo spinta persino per la rete, infatti non l'ho mai trovata (ma forse non ho cercato nel porno omosessuale).
       
      cosa penso del sito "yourbrainonporn" ? penso che sono fanatici e poi è scritto malissimo. però io mi trovo d'accordo sul fatto di evitare il porno, per motivi diversi da quelli che ho trovato nel sito, infatti a me importa poco rientrare in un parametro di normalità, anzi preferisco cose inconsuete e proprio da questo punto di vista il porno mi ostacola, poiché annienta gran parte della libertà di sentire e immaginare e appiattisce tutto. se tu guardi un'estranea per avere un'orgasmo tu ti stai lobotomizzando il cervello poiché è una cosa fine a se stessa. già è diverso vedere una persona che rivedrai e con cui intreccerai qualcosa. tutti gli orgasmi riversati verso una sconosciuta dietro uno schermo avrebbero prodotto qualcosa di molto meno alienante e molto più prezioso dirigendoli invece verso una donna che rientra nelle tue conoscenze. da questo nascono i sogni erotici, dall'intrecciarsi di destini avendo come tramite il sesso. il porno invece cos'è ? una macchina, fredda, fatta di numeri. serve soltanto a perdere tempo.
       
      6 febbraio 2018
      Un sonno senza l'ombra di un sogno. Da dove prenderò la mia ispirazione ?
       
      Stamattina avevo voglia di dire "stamattina non ho voglia, passo", ma non l'ho fatto. Non l'ho fatto ma c'è mancato poco. Invece il pranzo l'ho rifiutato con la scusa di avere la Giulia, e ho visto la reazione di Massi che cominciava ad avere un atteggiamento cameratesco "non ci si tira indietro" "che fai ci lasci soli". Arnaldo l'ha stoppato e mi ha "concesso" la libertà che in fondo è mio diritto, però ha aggiunto l'argomento di "dargli una mano", argomento difficile da evadere, dal momento che lui tra le righe, sempre se non sia una truffa, si sta offrendo di darmi lavoro. Comunque io sono capace di "diventare un pazzo" se qualcuno (come Massi) "piscia fuori dal vaso", ovvero non rispetta i diritti.
       
      Alle volte, sento dire da qualcuno qualcosa di abbastanza geniale: "non mi sembri entusiasta del corso che stai andando a fare, non hai qualcosa che ti appassiona veramente ? Un sogno..." Beh, devo dire che io il sogno ce l'avrei, ma rispetto a esso ho avuto una paralisi senza mai sapere a che fosse dovuta. In fondo credo sia dovuta al giudizio della "società" (per società intendo la categoria delle persone che hanno paura di ciò che esce dagli schemi e che si armano di diffidenza e ostilità, o di derisione). La mia famiglia rientra nella categoria sopracitata, e questo credo abbia determinato tutto. Ci sono anche altri fattori, che adesso faccio fatica a elencare con metodo: c'è ad esempio l'incapacità a fare un lavoro in cui devo disciplinarmi autonomamente, oppure c'è l'entusiasmo eccessivo: si tratta sempre di una perdita di equilibrio. Ad ogni modo adesso voglio ritentare, disegnando e dipingendo quando ho una giornata libera (non sono molto consapevole del calendario, per me il tempo è un pò squagliato, seguo diciamo il ritmo dell'universo). Quello che mi spinge a creare delle opere è in parte lo stesso motivo che mi porta a scrivere, si tratta di ambizione, di desiderio che venga riconosciuto un talento e forse anche una genialità, e che addirittura venga retribuita. Il rischio è che la casa si riempia di questa roba senza che trovi mai uno sbocco, ovvero che nessuno riconosca il talento. Eppure lasciare tutto incompiuto non è forse peggio ? Lasciare incompiuto produce un blocco nel fluire della vita. Anche vergognarsi produce lo stesso blocco, e le cose sono collegate.
       
      Forse sono un "sadomasochista emozionale".
       
      Oggi è stato un colloquio prezioso. Non avevo pensato all'idea di acquistare l'autonomia economica. Da questo dipendono molte cose, tra cui una subordinazione. L'idea è di trovare un'altra gabbia, ma dove, almeno, vengo pagato. In questo modo nessuno potrebbe intromettersi nelle mie scelte, e, con la libertà d'espressione in vigore nel paese, potrei fare l'artista in qualsiasi modo desideri (se fosse il mio desiderio).
       
      Ora ho più calma per ragionare. Non mi è chiarissimo questo discorso dell'autonomia economica. Già dal fatto che ci si va a mettere in un posto pieno di regole. Giulia mi ha persuaso durante il colloquio che trovando un lavoro io sarei stato libero, poiché mi sarei potuto infischiare dei tabù familiari. Mi sembra tutta una sciocchezza. Continuo a pensare che il lavoro è una prigione, per una persona come me. Forse mi sbaglierò. Il vecchio post l'ho scritto appena uscito, ed ero ancora condizionato. Adesso invece ho parlato con Alessandro che mi ha detto: "Cominci ad avere una certa età, poi al lavoro ti chiederanno perché non hai lavorato tutto questo tempo." e io ho risposto: "Gli dico che sono stato su Marte." e lui ha detto: "Così ti prendono alla Nasa." ahahahah.
       
      Non è il caso di continuare con tutte queste psicologie. Siamo dei porci e vogliamo fottere in malo modo, fine delle elucubrazioni.
       
      Stasera sono soddisfatto, ho messo in rete il nuovo quadro. E' un quadro erotico e psicologico al tempo stesso. Non avevo mai fatto niente del genere. Il progetto si chiama "In the arms of evil" nelle braccia del male: cioè proprio dove sono diretto. Nella didascalia è anche spiegato il motivo della mia destinazione: "Gettarsi senza più remore tra le braccia del male, cercando il piacere senza limiti, non potendovi rinunciare." non potendovi rinunciare appunto. Ora sto stanco ho sonno, sono le 2 e 10.

    • Capitolo 1
       
      «Non so quanto tempo ci metterò a morire e neppure quanti giorni
      dovrò ancora consumare implorando pietà, ma di una cosa sono certo:
      un attimo dopo che sarò spirato mi metterò al tuo fianco e non ti abbandonerò
      più un solo istante, fino a quando non arriverà anche il tuo
      turno di venire in questo atroce abisso di tormenti!»
      Poi l’uomo girò lentamente la testa verso il potente prelato che si
      teneva prudentemente discosto dal tavolaccio, intriso di sangue scuro
      sgorgato da infinite torture.
      «Solo allora lascerò lui per venire da te e quello che avrai visto
      accadere al tuo boia non sarà nulla a confronto dell’orrore che invaderà
      da quel momento il tuo corpo e la tua mente. Ti starò appiccicato
      fino a quando non esalerai l’ultimo respiro, aspettando con ansia che
      la tua misera carcassa rinneghi la sua sudicia anima, per ghermirla
      e gettarla nel più profondo degli inferni, dannata e maledetta per
      l’eternità!»
      Il silenzio che aleggiò nella segreta sembrò cristallizzare per un
      attimo il sorriso beffardo intagliato nell’affilato volto di Varro, l’energico
      arcidiacono del temibile vescovo di Novara.
      Fu solo un breve istante, poi il religioso tracciò sull’uomo legato al
      tavolaccio un frettoloso segno della croce e il boia lasciò nuovamente
      cadere con forza il pesante maglio, che reggeva a fatica con entrambe
      le mani, sul ginocchio destro del condannato.
      L’urlo, che si mescolò con il sinistro frastuono delle ossa che si
      frantumavano sotto il colpo devastante, parve rimbalzare sulla nera
      tonaca del prete, per poi perdersi in un’infinita serie di macabri echi
      nel freddo buio delle celle circostanti.
      Varro fissò compiaciuto alcune schegge d’osso che si erano conficcate
      nel legno duro, levigato negli anni dagli innumerevoli corpi
      che vi erano stati legati sopra, poi, con rassegnazione estrasse da una
      grande bisaccia di pelle che portava a tracolla una spessa pergamena,
      e solo dopo aver intinto con prudenza la punta del suo stilo in un
      calamaio di rame, incassato nell’alto leggio che aveva di fronte, si
      degnò di guardare il condannato negli occhi, ponendo la sua prima
      domanda.
      «Dov’è nascosto Dolcino?»
      «Fottiti!»
      La pesante mazza calò nuovamente su quello che restava del
      ginocchio.

    • Prologo
       
      Dal diario di Vittorio Vettori
       
      Ero seduto in macchina, intento a leggere le ultime pagine del
      mio manoscritto.
      L’orgasmo della donna fu lunghissimo.
      Il capo rovesciato tra i cuscini, le gambe nervose che attanagliavano
      strettamente l’uomo alla vita, le dita contratte ad artigliare le lenzuola
      stropicciate, era inequivocabilmente l’emblema stesso, vivo e palpitante,
      della femminilità.
      Lui l’aveva osservata inarcarsi nel momento del massimo del
      piacere e aveva avvertito la morsa potente delle sue gambe affusolate,
      mentre i talloni della donna gli premevano duri e imperiosi contro le
      natiche.
      Nella stanza in penombra, sembrava esistere solo lo strano suono
      roco che usciva, con sforzo, dalla gola di quella femmina stupenda.
      Poi era accaduto.
      L’orgasmo nella donna non si era attenuato.
      Aveva solo cambiato forma.
      Qualcosa era scattato in lei e il piacere non si era per nulla
      affievolito, ma anzi era continuato inarrestabile, a ondate incalzanti.
      A lungo, molto a lungo!
      Lui la fissò abbandonata in mezzo al letto disfatto.
      Stupendo!
      Aveva osservato il corpo dell’amante rilassarsi progressivamente,
      tenacemente ancorata a lui.
      «Ancora… ancora…»
      Un lieve mormorio monocorde aveva sostituito le incredibili urla
      selvagge che avevano accompagnato gli acuti dell’eccitazione e solo
      le dita ancorate sul lenzuolo continuavano a testimoniare le segrete
      emozioni che ancora si muovevano, insondabili, nel labirinto del suo
      mondo segreto.
      Lui riprese a muoversi adagio dentro di lei.
      Era quello il momento che preferiva, l’istante in cui il corpo della
      sua partner lo avvertiva dell’imminente resa, fisica e mentale.
      Per un istante la donna socchiuse le palpebre e la fugace vista dei
      suoi occhi rovesciati all’indietro, rallentò impercettibilmente il ritmo
      dell’uomo.
      La sua amante non era proprio una giovane fanciulla, e nell’ultima
      ora aveva bruciato sicuramente un bel numero di energie, un suo
      malore a quel punto, avrebbe compromesso irrimediabilmente tutto
      il suo futuro.
      Poi lo sguardo della donna riprese vita e gli occhi nerissimi si
      riaprirono, languidi.
      Con un respiro di sollievo l’uomo strinse più forte le natiche
      ancora sode tra le mani capaci, mentre affrettava con sapienza il
      ritmo delle spinte e solo quando sentì i gemiti della donna raggiungere
      nuovamente l’apice, si lasciò esplodere dentro di lei.
      Mezz’ora dopo usciva nel caldo sole del tramonto.
      Si fermò sulla soglia della grande villa a osservare il giardino che
      aveva di fronte, respirando a fondo l’odore dell’estate, poi lentamente
      si avviò verso l’imponente cancello d’ingresso.
      Se la sua cliente manteneva la promessa, compilando in modo a
      lui favorevole anche l’ultima scheda, avrebbe raggiunto il punteggio pieno.
      Il che significava “Licenza di Primo Grado” .
      Arrivò al cancello e si fermò indeciso.
      La leggera elettricità statica che, nonostante tutti gli sforzi
      tecnologici intrapresi, continuava a essere emanata dalle barriere, lo
      infastidiva invariabilmente.
      Mosse titubante la mano e cercando di ignorare il fastidioso
      pizzicore che essa provocava, allungò con decisione il braccio. Gelo!
      Lo ritrasse di scatto , fissando scocciato la manica bagnata.
      Doveva immaginarlo, fuori pioveva.
      Si voltò a guardare per un istante il giardino soleggiato alle sue
      spalle, poi con rassegnazione attraversò la barriera elettronica.
      Una pioggia ghiacciata gli sferzò il viso, lasciandolo rabbrividire
      dentro il suo vestito leggero.
      Stupidamente, quando il taxi della sua cliente era venuto a
      prenderlo, aveva pensato solo all’eleganza, troppo concentrato sul suo
      ultimo esame per pensare al tempo.
      Si guardò attorno disperato, nessun taxi pubblico in vista, solo il
      grigio delle enormi case popolari che si perdeva a vista d’occhio.
      Si alzò sconfortato il bavero dello smoking e cercando di evitare le
      pozzanghere più profonde, s’incamminò verso casa.
      Un pensiero lo fece comunque sorridere, con la sua ultima
      performance il futuro era ormai assicurato.
      Basta vita da cani in alberghi puzzolenti e donne altrettanto
      maleodoranti, ora lui avrebbe finalmente “vissuto”.
      Un taxi sbucò inaspettatamente dal buio e per un incredibile
      miracolo, rispose al suo cenno disperato e quando si fermò con uno
      stridore di freni, a pochi centimetri dal risvolto dei suoi pantaloni,
      capì che la fortuna l’aveva veramente baciato sulla fronte.
      Comodamente abbandonato sui sedili di finto cuoio, attraverso il
      finestrino rigato dalle lacrime sporche della pioggia, guardava sfilare
      velocemente i palazzi.
      A intervalli irregolari, le leggere vibrazioni di un campo magnetico
      indicavano il confine inviolabile di una casa da ricchi.
      Un mondo che d’ora in poi lui avrebbe frequentato regolarmente.
      Chiuse gli occhi e ripensò alla sua vita.
      Aveva ormai ventidue anni, ma sin dall’infanzia aveva intuito che
      per quelli come lui non esistevano molte possibilità di scelta, o facevi
      quello che gli istitutori ti dicevano di fare o ti trovavi fuori dalle mura
      dell’orfanotrofio.
      Da solo.
      Anzi peggio, con “loro”!
      Crescendo aveva compreso che esistevano nel suo mondo solo due
      possibilità: o fare quello che il sistema sceglieva per te o... vivere fuori.
      Uno dei suoi istitutori, una sera che aveva bevuto più del dovuto o
      che forse era rimasto troppo affascinato dai suoi occhi neri, gli aveva
      raccontato che tanti anni prima l’intera società era controllata da un
      “Grande Consigliere”.
      Un essere supremo che decideva cosa andasse visto e cosa
      bisognasse pensare, ma poi il Potere stesso si era reso conto che quello
      non era ancora sufficiente per controllare totalmente l’umanità.
      I vari governanti si rivolsero quindi per l’ennesima volta alla
      scienza, che mise a punto la tecnica dei Programmi Personalizzati
      Domiciliari.
      In pratica si offrì alle famiglie più benestanti una tecnologia che
      permetteva loro non solo di proteggere la propria casa rendendola
      inespugnabile, ma soprattutto li dotava dell’incredibile facoltà di
      scegliere in modo autonomo anche il clima e l’ambiente in cui si
      voleva vivere.
      Così in pochi anni, il pianeta s’isolò in miliardi di case, ognuna
      con un proprio microclima; chi voleva il sole dei Caraibi, chi il fresco
      delle Dolomiti.
      Quelli che non potevano permettersi il costo di una simile tecnologia
      erano considerati “fuori”, e per loro i governi costruirono enormi
      agglomerati urbani, tutti identici, anche se perfettamente funzionanti
      e dotati di tutti gli standard abitativi necessari per una vita comoda
      e dignitosa.
      Per molto tempo le cose funzionarono benissimo.
      I ricchi vivevano beati nei loro paradisi artificiali, appoggiando
      entusiasticamente i governi che garantivano loro simili opportunità,
      e i meno ricchi, quelli che erano “fuori”, godevano comunque di un
      livello sociale equilibrato che garantiva una notevole stabilità sociale.
      Solo che con il passare del tempo gli eventi atmosferici divennero
      un autentico incubo.
      Completamente falsata dalla tecnologia, la natura si prese la sua
      rivincita scatenando continui eccessi nelle zone non protette.
      Chi viveva così fuori dalle zone controllate, si ritrovò sempre più
      a subire periodi di afa torrida alternati a improvvisi e violentissimi
      nubifragi, che portò quell’intero ceto sociale a un rapido e violento
      degrado, provocando un’insanabile frattura nell’intera società.
      Ma i veri problemi per i governi sorsero invece da cause completamente
      diverse.
      Inspiegabilmente, forse proprio a causa dell’eccessivo isolamento
      e benessere, aumentarono in tutto il mondo, in modo terrificante, i
      suicidi nei ceti ricchi.
      Il potere, vedendo minacciate le sue stesse basi, ripiegò quindi con
      successo su una nuova strategia, ripiegando su una molla primordiale
      che muoveva da sempre l’umanità: il sesso!
      Nulla cui vedere con la pornografia a buon mercato o la comune
      prostituzione, attività che erano già state da tempo perseguite e
      definitivamente debellate.
      Venne riproposto e incentivato invece l’erotismo allo stato puro,
      dove il sesso veniva prospettato come l’unica vera passione che dovesse
      interessare all’intera umanità.
      L’evoluzione tecnologica consentiva ormai a chiunque di disporre
      di un enorme utilizzo di tempo libero e interi plotoni di esperti di
      comunicazione si lanciarono, con estremo zelo, a convincere ogni ceto
      sociale sulle enormi potenzialità dell’erotismo e dei suoi derivati.
      Nulla delle più ricercate filosofie amatorie del passato fu lasciato
      inesplorato e non esisteva ormai persona, soprattutto all’interno di
      una casa ricca, che non fosse ormai anche un esperto conoscitore delle
      più raffinate tecniche del mondo dell’Eros.
      Per incentivare queste tendenze, furono inoltre ripensate le vecchie
      figure degli operatori del sesso, uomini e donne che dopo un severo
      esame governativo, ricevevano una licenza per esercitare liberamente
      l’attività d’insegnante sessuale.
      Ora lui stava per ricevere proprio la licenza di primo grado, quello
      riservato alle classi privilegiate, il massimo a cui si poteva aspirare.
      Basta con la vita da “fuori”, per lui era giunto finalmente il tempo
      del benessere totale.
      Il taxi lo depositò davanti al portone anonimo di casa sua ed era
      ancora intento a cercare nelle tasche fradice, la chiave di casa, quando
      una macchina della polizia passò ululando a pochi metri da lui.
      L’uomo rabbrividì nell’intravedere sul sedile del prigioniero, una
      massa scura e informe.
      Non avrebbe mai saputo la sua identità, ma aveva ben chiaro in
      mente quale fosse il destino cui lo sconosciuto stava andando incontro,
      dal momento che l’auto era contrassegnata da una larga fascia
      arancione, simbolo dei reati sessuali.
      Se da una parte il potere incoraggiava e promuoveva al massimo
      ogni attività sessuale, dall’altra colpiva con vero pugno di ferro
      qualsiasi reato inerente l’abuso di tali pratiche.
      Proprio la sempre più profonda spaccatura sociale, accentuata dal
      clima insopportabile in cui ormai i “fuori” vivevano, li avevano
      portati a degenerare nei crimini sessuali, anche se ultimamente
      bisognava ammettere, si erano verificati numerosi casi sconcertanti
      anche nelle famiglie più ricche.
      Per reprimere sul nascere un caos ingovernabile, il potere aveva
      quindi stabilito a priori punizioni ferree per qualsiasi reato relativo.
      La castrazione chimica immediata, a cui seguiva la pena di morte,
      inappellabile, dopo tre anni di carcere duro.
      Questa era la sorte per chiunque fosse stato riconosciuto colpevole
      di un omicidio o di un grave abuso a sfondo sessuale.
      Chiudendo la porta alle sue spalle, l’uomo pensò con un brivido
      alle molteplici sirene che in quel momento ululavano la loro rabbia
      al cielo.
      Per fortuna lui ce l’aveva fatta!
      Il mattino dopo si sarebbe recato all’ufficio del ministero per ritirare
      la sua licenza e per lui sarebbe iniziata una nuova vita.
      Chiuse gli occhi e lentamente ogni suono si affievolì, mentre il
      ricordo del pomeriggio trascorso in quella bellissima casa, ricominciò
      a scaldargli il cuore.
      FINE
       
      Capitolo 1
       
      Dal diario di Vittorio Vettori
       
      Ricordo, come fosse ieri, che chiusi soddisfatto la cartellina.
      Avevo scritto un bel libro, ne ero sicuro.
      In qualche parte forse troppo osé, ma d’altronde raccontavo di
      una società dove l’erotismo era ovunque l’attività predominante.
      Questa scusa, devo riconoscerlo, serviva più che altro per
      nascondere anche a me stesso, il vero motivo per cui erano mesi
      che giravo a vuoto da un editore all’altro, nell’inutile tentativo di
      convincerli a pubblicare il mio lavoro.
      Avevo quasi perso ogni speranza, quando un amico mi aveva
      inaspettatamente procurato un appuntamento con un piccolo
      editore torinese e quel giorno mi trovavo a pochi metri dalla sede
      della sua casa editrice, rinchiuso nella mia auto, dove avevo appena
      terminato di rileggere per l’ennesima volta l’intero mio lavoro.
      Respirai a fondo e scesi, chiudendo con cura lo sportello, poi,
      senza quasi rendermene conto, salii i pochi gradini che davano
      accesso a un grande palazzo in stile ottocentesco.
      Al primo piano, una vistosa targa d’ottone attirò inevitabilmente
      la mia attenzione, quindi schiacciai con forza il pulsante collocato
      a lato e attesi trepidante.
      Non successe nulla.
      Mi stavo chiedendo con un certo disagio, se avessi premuto
      correttamente il campanello, quando un piccolo scatto fece
      socchiudere il pesante battente.
      Entrai con cautela e rimasi momentaneamente sconcertato.
      Di fronte a me, un’elegante scrivania vuota, ma allungando il
      collo riuscii a vedere la segretaria accucciata nella stanza accanto,
      intenta a frugare nervosamente nei cassetti di uno schedario.
      Era bellissima.
      I lunghi capelli neri erano raccolti in una lunga coda di cavallo,
      la cui punta scendeva maliziosa a solleticare un seno pieno e
      abbondantemente esposto.
      Le gambe lunghissime, inguainate in un eccitante paio di calze
      nere, lasciavano intravedere una sottilissima linea di pelle nuda al
      di sotto della gonna sollevata.
      «Lasci pure tutto sul bancone, Mario! Grazie!»
      La voce s’intonava meravigliosamente con la figura.
      Rimasi immobile, folgorato da un guizzo rosso che era apparso
      fugace tra quelle cosce da incubo.
      La donna nel frattempo si era rialzata accompagnata da un
      piccolo urlo soddisfatto.
      «Eccole, finalmente!!»
      Si voltò reggendo un mazzo di chiavi e il simbolo della BMW
      scintillò discreto per un breve istante tra le sue dita.
      «Ma lei non è Mario!»
      «No!»
      «Scusi!»
      Ora la donna aveva sfoderato un sorriso micidiale.
      «Pensavo fosse il custode. A quest’ora passa sempre per
      controllare che tutto sia in ordine!»
      «Vettori, Vittorio Vettori!»
      «Vittorio... Vettori?»
      «Devo… dovevo consegnare al suo direttore un manoscritto...»
      «Al mio direttore?»
      «Sì, cioè, io... »
      Vidi la donna lanciare una breve occhiata alla postazione della
      segretaria, poi un sorriso prese il posto dell’espressione stupita
      che dominava il suo viso.
      «Ma sono le cinque e quaranta di venerdì!»
      Proseguì incredula.
      «La segretaria è già andata via da un pezzo. E mio marito pure!»
      Poi, di fronte al mio sguardo allibito aggiunse con una punta di
      confidenza:
      «Io sono passata solo per prendere le chiavi di riserva della
      macchina. Non riuscivo più a ritrovare le mie.»
      Ero impietrito! Mentre dentro di me mi stavo dando del deficiente!
      Come avevo potuto dimenticarmi che era venerdì pomeriggio
      e che probabilmente erano molti gli uffici in tutta Torino che
      chiudevano prima per il weekend?
      Come avevo potuto rimanere come un cretino almeno due ore
      in macchina, a rileggere il mio libro, perdendo così la possibilità di
      incontrare l’editore di persona?
      «Il manoscritto è suo?»
      La voce mi giunse pericolosamente vicina, accompagnata da un
      profumo fresco e leggero.
      Istintivamente feci un passo indietro, mentre un lampo divertito
      balenò nei profondi occhi neri della donna.
      «Si!» Balbettai imbarazzato. É un mio romanzo e avevo oggi un
      appuntamento con... suo marito!»
      Stavo ancora cercando una scusa per giustificarmi, quando la
      donna allungò una mano.
      «Lo dia pure a me, se desidera.»
      Il suo tono si era fatto improvvisamente distratto.
      «Farò in modo che lo riceva lunedì mattina.»
      L’idea di consegnare una storia piena di racconti erotici a quella
      donna meravigliosa mi mise in un serio imbarazzo.
      Avevo un bel dirmi, che la moglie dell’editore non si sarebbe
      certamente mai presa il disturbo di leggere neppure un rigo del
      mio lavoro, ma ugualmente non mi decidevo a consegnarle il
      manoscritto.
      La mia reticenza dovette apparire evidente e per questo la
      donna fraintese.
      «Non si fida?»
      Il suo tono s’incrinò in una leggera sfumatura glaciale.
      «No! Cioè sì!» Urlai d’istinto.
      Il volto curatissimo riprese l’espressione meravigliata che aveva
      avuto qualche minuto prima, poi notai lo sguardo della donna
      posarsi velocemente su di me, uno scanner non sarebbe stato più
      veloce e preciso.
      «E va bene!»
      La sua voce aveva assunto una nota divertita.
      «Allora vuol dire che mi porto direttamente a casa il suo lavoro,
      così potrò consegnarlo personalmente a mio marito... esattamente
      prima di cena!»
      Cinque minuti dopo mi trovavo nuovamente seduto dentro la
      mia Fiat, intento a chiedermi come poteva essere che il profumo
      di quella donna avesse permeato completamente l’intero abitacolo.
       

    • Capitolo 1°
      Torino, marzo 1568
      La pioggia cadeva incessantemente ormai da tre giorni, ma il generale
      Nicolis di Robilan, esperto di difese sotterranee e comandante
      dei duemila uomini impegnati nella costruzione della Cittadella, non
      aveva minimamente ridotto i turni di lavoro.
      Il progetto dell’architetto Francesco Paciotto era geniale, ma richiedeva
      un giornaliero controllo dei lavori, poiché già quelli del
      mattino si reggevano su quelli realizzati il giorno precedente ed il
      minimo errore poteva compromettere interi settori della modernissima
      fortificazione.
      Matteo si sistemò meglio sulla testa il sacco cerato che avrebbe
      dovuto proteggerlo dalla pioggia battente, poi appoggiò con decisione
      la pesante scarpa militare sulla vanga e spinse con tutta la forza che
      gli rimaneva.
      Erano sei ore che scavava in quelle che erano rimaste ormai solo
      le tracce delle fondamenta della chiesa di Santo Stefano e aveva le
      reni a pezzi, ma almeno non gli era toccato l’assegnazione al servizio
      addetto a portare il materiale di risulta sino alla fortificazione del
      bastione centrale.
      In camerata aveva visto le schiene piagate degli uomini che avevano
      quell’incarico e sperava con tutto il cuore che a nessuno in
      fureria venisse in mente di inserirlo in quel turno.
      La vanga trovò resistenza e Matteo bestemmiò sottovoce.
      Nonostante che del vecchio luogo sacro non esistesse più nulla,
      non gli andava di esagerare nel tirare in ballo il nome di Dio in mezzo
      al fango dello scavo.
      Il problema era che da due giorni avevano raggiunto quelle che
      dovevano essere state le basi di qualcosa di molto più vecchio delle
      fondamenta medioevali della chiesa e assieme ai suoi compagni aveva
      faticato come una bestia per spostare gli enormi lastroni di pietra
      che avevano costituito la pavimentazione di chissà quale edificio.
      Sperava ardentemente che non ce ne fossero più, ma la vibrazione
      che si era trasferita dal manico della vanga al suo braccio stanco non
      gli lasciava alcun dubbio.
      Con rassegnazione, s’inginocchiò nel fango cercando di individuare
      con la punta delle dita i contorni della lastra di pietra.
      Mezz’ora dopo cinque uomini fissavano disorientati quella che
      sembrava essere una piccola tomba.
      Un unico blocco di pietra scalpellato a mano, lungo circa un metro
      e mezzo per sessanta centimetri di larghezza e altrettanti d’altezza,
      era sigillato da una pesante lastra di pietra su cui vi erano incisi
      simboli sconosciuti.
      «Chiamiamo il capoposto?»
      «Meglio!»
      «Aspettate! E se dentro c’è qualcosa di prezioso?»
      «Forse sono le ossa di Santo Stefano!» Mormorò preoccupato Matteo,
      «la chiesa non era dedicata a lui?»
      «Non mi sembrano simboli cristiani questi!»
      L’affermazione arrivò dall’unico del gruppetto che bazzicava il
      prete del reggimento e tutti gli diedero immediatamente ragione.
      Matteo sentì qualcosa strisciargli lungo la schiena, molto più freddo
      della pioggia che gli inzuppava la divisa sporca e con un balzo
      uscì fuori dalla buca che avevano scavato.
      «Io vado a chiamare il capoposto!»
      «Aspetta!! Io l’apro!»
      E senza attendere la sua risposta, uno degli uomini alzò alto il piccone
      al cielo e lasciò cadere un colpo robusto sul coperchio di pietra.
      Il rumore che la lastra fece nel frantumarsi, sembrò quello di un
      fulmine che schianta di netto un albero secolare e Matteo ebbe la
      netta sensazione di vedere un rapido guizzo di luce all’interno del
      sarcofago di pietra.
      I quattro uomini rimasti nella buca, si erano intanto piegati per
      guardare cosa si celasse in quello strano scrigno, buttando indifferenti
      i frammenti del coperchio nel fango ai loro piedi.
      Matteo vide una strana nuvola verde avvolgere per un attimo la testa
      dei suoi compagni, poi urla agghiaccianti lo fecero indietreggiare
      spaventato.
      Con gli occhi che sembravano voler schizzare fuori dalle orbite, i
      quattro uomini tentarono di uscire dalla buca, ma dopo alcuni rapidi
      spasimi caddero a terra senza vita.
      Sconvolto, il soldato inciampò nei propri piedi e scivolò nel fango,
      finendo a pochi centimetri dal cadavere di uno dei commilitoni,
      ancora aggrappato con una mano a una radice che spuntava dall’orlo
      della buca.
      La smorfia di terrore impressa sul volto del morto, rivoltò lo stomaco
      di Matteo, che carponi fuggì via imbrattato di lacrime, fango e
      vomito.
      Nascosto nell’ombra di un portone di un grande palazzo poco lontano,
      una figura avvolta in un pesante mantello scuro osservò il soldato
      allontanarsi e con un senso di sollievo ripose lo stiletto nel fodero.
      Non voleva far del male a nessuno, ma non avrebbe mai potuto
      permettere che si scoprisse cosa c’era dentro il sarcofago.
      Da quando i soldati avevano iniziato a scavare tra le fondamenta
      della chiesa, non li aveva persi di vista un solo attimo, il suo compito
      era quello di vigilare e proteggere, come lo era stato per suo padre
      e del padre del padre da intere generazioni, un compito sacro cui
      avrebbe adempiuto a costo della sua stessa vita.
      Con la rapidità di un animale selvatico, lo sconosciuto attraversò
      lo spiazzo degli scavi e con altrettanta agilità saltò nella buca.
      Ignorando completamente i cadaveri, si sporse a raccogliere, con
      un gesto carico di estrema religiosità, un grosso involucro biancastro;
      poi avvertendo delle voci avvicinarsi, fuggì via a sua volta, silenzioso
      com’era arrivato.
      Il generale Robilan fissava la buca preoccupato.
      In quello scavo da due giorni i lavori erano fermi e la cosa era
      francamente inconcepibile.
      Quattro uomini morti e uno che sembrava uscito di senno per quello
      che doveva essere stato solamente un banale furto, non era certamente
      per lui un fatto talmente importante da giustificare il blocco di
      un cantiere, che tra l’altro forniva un ottimo materiale di risulta per
      riempire le mura appena edificate della Cittadella.
      In quegli anni, già frammenti di statue romane, colonne e parti di
      vecchi palazzi erano stati utilizzati per irrobustire quella che doveva
      diventare una delle più importanti opere di difesa costruite nell’ultimo
      decennio, e quella vecchia chiesa aveva fornito più di quanto si
      era aspettato.
      Evidentemente, quand’era affiorata quell’antica tomba, l’ingordigia
      degli scavatori aveva scatenato quel piccolo massacro, forse solo
      per rubare qualche monile o qualche antica moneta d’oro; senza dubbio
      un piccolo tesoro per un soldato squattrinato, ma un grosso danno
      per il calendario dei lavori, già minacciato dal brutto tempo che li
      perseguitava ormai da mesi.
      Quello che non riusciva a comprendere, era il fatto che addirittura
      “Testa di Ferro”, il duca Emanuele Filiberto in persona, gli avesse ordinato
      di far piantonare quello scavo, comandando di arrestare senza
      indugio chiunque vi si avvicinasse.
      Il generale non poteva sapere che, in quello stesso momento, il
      duca Emanuele Filiberto era nel suo studio privato, in compagnia
      dell’architetto Paciotto, intento a fissare i frammenti riuniti della lastra
      che aveva ricoperto la piccola tomba, ma soprattutto la decina di
      oggetti, ben allineati, che erano stati recuperati all’interno del sarcofago
      di pietra.
      «E allora?»
      Nel tono di “Testa di Ferro” risuonò inconfondibile l’abitudine al
      comando, ma ugualmente una sfumatura di eccitazione tradì la sua
      curiosità repressa.
      «Non posso esserne sicuro… avrei bisogno di fare ulteriori indagini,
      » disse la voce di un terzo uomo che stava esaminando con
      palese incredulità uno dei reperti, «ma se con certezza posso già asserire
      che ci troviamo di fronte ad autentici manufatti egizi, posso
      solo ipotizzare che possano riguardare una vera tomba.»
      Poi, sotto lo sguardo severo del duca, si strinse nelle spalle.
      «Io suggerirei di far valutare tutto quanto da un vero esperto, perché,
      se le mie supposizioni trovassero conferma, la scoperta potrebbe
      essere incredibile. Tutti questi reperti sembrano condurre a un solo
      nome: alla dea ISIDE!»
      A poche centinaia di metri da loro, in un sotterraneo surriscaldato
      da grossi bracieri, un uomo elegantemente vestito è davanti a un altare
      di pietra, inginocchiato da ore di fronte al tesoro che due giorni
      prima era riuscito miracolosamente a salvare; quattro grossi vasi sigillati
      da inquietanti coperchi.
      Lo strano personaggio ha un brivido, poi solleva gli occhi verso
      una testa umana dipinta con colori brillanti, affiancata dalle teste
      severe di un babbuino, di un falco e di uno sciacallo.
      Attorno ai quattro vasi, le statuette raffiguranti le dee Nephtys,
      Neith e Selkis stendono la loro aura di protezione.
      Manca quella di Iside, ma non ha importanza, il potere della madre
      di Horus già palpita potente dentro i quattro vasi canopi.

    • Capitolo 1°
      «Sporco fottuto Natale!!»
      Che le cose fossero cominciate male sin dall’inizio, l’avevo già
      intuito, non ci voleva molto d’altronde.
      Sette giorni prima ero a Torino, a trovare alcuni vecchi amici per
      quella che doveva essere solo una piacevole rimpatriata, ma già dopo
      poche ore qualcosa stonava.
      L’appuntamento era stato fissato come sempre in piazza San Carlo
      per l’irrinunciabile aperitivo, piccolo accenno a bevute ben più
      consistenti già accuratamente pianificate.
       
      20 dicembre
       
      Appena svoltai l’angolo di via Alfieri, l’aria di casa incominciò a
      regalarmi quell’indefinito brivido che avvertivo ogni qual volta
      ritornavo nella mia città natale e lanciai involontariamente uno sguardo
      al “Caval d’Brons”, strizzando l’occhio a Emanuele Filiberto.
      Se il fiero duca ringuainava la spada dopo la vittoria di San Quintino,
      io potevo tranquillamente a mia volta cedere le armi e lasciarmi il
      lavoro alle spalle, godendomi qualche giorno di meritato relax.
      Entrai quindi con decisione al Caffè Torino, scorgendo immediatamente
      Vittorio seduto a un elegante tavolino in fondo alla sala.
      Ero sicuro di trovarlo là!
      Quell’eterno imbecille doveva essere arrivato con notevole anticipo
      per riuscire ad accaparrarsi il nostro vecchio tavolino, un piccolo
      disco rotondo situato in postazione strategica sotto lo stupendo scalone
      a elica che sembra galleggiare, ogni volta che lo si guarda, dentro la
      luce soffusa proveniente dalle grandi vetrate che occupano l’intera
      parete di fondo.
      Per anni, all’ora dell’aperitivo, c’eravamo accaparrati proprio quel
      particolare tavolino, incredibilmente collocato in una posizione a dir
      poco magica.
      Perfetto per scommettere, da seri studenti universitari quali eravamo,
      sul colore dei reggicalze delle signore che salivano, falsamente inconsapevoli
      dello spettacolo offerto, al piano superiore e se poi riuscivi
      ad azzeccare la corretta previsione di un’autoreggente, bevevi gratis
      per un’intera settimana.
      «Il solito imbecille!»
      La voce, che s’infranse sulle mie spalle, fu accompagnata da una
      pacca spaventosa.
      Inutile voltarsi, visto che Luca mi aveva già superato, ignorandomi
      completamente, diretto come una locomotiva verso il suo bersaglio.
      Non mi rimase quindi che puntare a mia volta sul “solito imbecille”
      in questione, cercando perfidamente di ignorare che da almeno
      un lustro era il titolare di una prestigiosa cattedra all’Università di
      Scienze Politiche.
      Mentre attraversavo il locale, notai con una punta di fastidio la
      completa indifferenza che dimostravano le ragazze del reparto pasticceria
      che, alla mia destra, stavano sistemando con meticolosa cura
      incredibili golosità dentro il lunghissimo espositore.
      La stessa cosa accadeva alla mia sinistra, ove al reparto bar, lo
      zelo dei banconieri era riservato esclusivamente alle numerose
      prenotazioni che arrivavano dai vari tavolini.
      «Dov’è finito il vecchio spirito torinese della gentilezza verso i
      clienti!!» Sussurrai maligno a me stesso.
      Ma mi fu sufficiente transitare davanti all’ampia specchiera per
      vedervi rifratta non l’immagine aristocratica del mitico Umberto,
      accompagnato dalle elegantissime Mafalda e Maria di Savoia, ma il
      riflesso di un comune cinquantenne, jeans e giaccone, ben lontano
      dal carisma dei personaggi citati prima.
      Loro sì, che facevano schizzare fuori i camerieri in livrea!
      E con il vecchio titolare in testa!
      «Claudio!!»
      Vittorio, “l’eterno imbecille”, si era nel frattempo alzato in piedi e
      quando ci abbracciammo rimasi stupito nel vederlo emozionato.
      Era stato uno dei miei amici torinesi più cari e nonostante non lo
      vedessi ormai da alcuni anni, continuavo anch’io a pensare a lui con
      particolare affetto e vedere in quel momento riflesso nel suo sguardo,
      il medesimo sentimento, mi fece uno strano effetto.
      Un misto tra la soddisfazione personale nel constatare che qualcosa
      di buono in fondo dovevo averlo pur fatto e una riconoscenza profonda
      verso il destino che mi aveva fatto incrociare una simile persona.
      Luca nel frattempo si era letteralmente abbandonato sopra una
      delicata seggiola, alimentando in me, una volta di più, la curiosità di
      sapere come simili fragili oggetti riuscissero a reggere il suo quintale
      di muscoli.
      A differenza di quelli che per me erano ormai solo un doloroso
      ricordo, i suoi addominali invece, nonostante i cinquant’anni suonati,
      erano ancora indiscutibilmente in condizioni invidiabili.
      Un vero insulto al salvagente che io ostentavo con falsa indifferenza.
      «Abbiamo messo su chili, vedo!!»
      Sempre gentile e diplomatico il Luca!
      Uomo di sfondamento in una delle prime squadre di rugby, nate
      all’epoca in città, non aveva mai perso occasione di sfottermi sul fatto
      che io a quel tempo perdessi il tempo con la pallavolo.
      «Non solo in pantaloncini risaltano molto meglio i culi della squadra
      femminile, ma tu, con il tuo metro e settantasette, dove speri di andare?»
      Il tormentone mi aveva perseguitato per anni e più mi sforzavo
      per riuscire ad essere l’alzatore con la maggior elevazione di tutto il
      campionato giovanile, più lui, dall’alto del suo metro e novantadue,
      allargava le braccia sconsolato ogni qual volta veniva a vedere una
      mia partita.
      A pensarci con il senno di poi, forse non aveva tutti i torti, anche
      se solo sui culi della squadra femminile ovviamente!
      In compenso, il cameriere che comparve silenzioso al nostro tavolo
      fu di una competenza professionale encomiabile e gli aperitivi che
      arrivarono dopo pochi minuti, altrettanto insuperabili.
      Quando uscimmo, eravamo tutti riconoscenti al quarto amico che
      ci stava attendendo a casa sua, abbastanza lontana per permetterci
      di continuare con calma gli innumerevoli discorsi già cominciati, ma
      anche strategicamente vicina per consentirci di non prendere l’auto,
      oggetto ormai inutile visto l’elevato tasso alcolico presente nel nostro
      sangue.
      E fu proprio da quel momento, che qualcosa incominciò a stonare.
      Già attraversando la grande piazza, la gente mi appariva strana,
      le loro espressioni erano spente e i passi o troppo veloci o troppo
      strascicati, quasi innaturali.
      Non era certamente la consueta atmosfera natalizia che ricordavo.
      Nessun sorriso gratuito tra sconosciuti che s’incrociavano e anche
      pochi abbracci e strette di mano tra quelli che evidentemente erano
      amici che si erano dati appuntamento.
      Rarissime le coppiette sorridenti, strette in abbracci incollanti
      con la scusa del freddo pungente.
      Tutto sembrava stranamente finto e le stesse luci natalizie, sicuramente
      migliorate da quello che ricordavo negli anni precedenti alla
      rivoluzione operata dalle Olimpiadi, sembravano incapaci di fornire
      un valido spunto all’aria di festa e di gioia che si sarebbe invece
      dovuta respirare.
      Lentamente, passo dopo passo, mi accorsi che stavo prestando
      sempre meno attenzione ai discorsi dei miei due amici, rivolgendo
      invece la mia concentrazione sui volti e sugli atteggiamenti delle
      tante persone che passeggiavano davanti alle vetrine traboccanti di
      offerte natalizie.
      Eravamo in pieno centro storico, nella maestosa via Roma che
      illuminata da far spavento, ospitava sotto gli ampi portici le firme e i
      marchi più prestigiosi dell’intera Torino.
      E se mi sembrò abbastanza naturale, visto il momento di crisi
      economica che si stava attraversando, che gli sfarzosi negozi non
      fossero stracolmi di clienti, mi lasciò invece pensieroso il fatto che
      non vi fossero neppure persone che si soffermassero davanti alle
      ampie vetrine, un tempo meta di stipati capannelli di torinesi che, se
      pur alquanto lontani dalla possibilità di acquistare, almeno si concedevano
      con generosità il lusso di sognare.
      Una coppia, padre e figlia, uscì da un’immensa porta di cristallo
      scorrevole a pochi passi davanti a noi, ma l’alito caldo che li seguì,
      carico di lusso e di fascino, non bastò a soffiare via l’espressione
      lugubre impressa nei loro volti.
      Nella mano della ragazza una grande borsa di carta sontuosa, con
      il grande marchio dello stilista impresso a caratteri cubitali.
      Dentro, quello che immaginai fosse un prezioso dono da offrire.
      I loro occhi però non esprimevano nessuna gioia, nessuna frenesia
      repressa per dover obbligatoriamente attendere lo stupore di chi lo
      avrebbe poi ricevuto.
      Un guizzo e s’infilarono indifferenti tra noi e l’ennesimo mendicante
      che aveva già allungato al nostro indirizzo il classico bicchiere
      di carta.
      Il tempo di afferrare lo svolazzare rapido di una sciarpa morbidissima
      e ambedue sparirono tra la gente.
      Scossi la testa all’indirizzo del barbone, affrettando il passo
      leggermente imbarazzato, era naturale incontrarne tanti, quello era
      uno dei pochi posti in cui, proprio grazie alla lunghezza dei portici,
      erano efficacemente riparati dalle intemperie e dove, soprattutto, la
      gente andava ancora a piedi.
      Dopo una decina di metri venni attratto dall’eleganza tranquilla e
      sicura che scaturiva da alcuni abiti da sera e l’impressione che addirittura
      i manichini emanassero a loro volta un fascino sensuale, acuto
      e coinvolgente, quasi non mi fece notare la donna immobile accanto
      alla vetrina.
      Ma poi la sua espressione, chiaramente disorientata, mi fece
      rallentare il passo incuriosito.
      Sui sessanta, ben vestita, stava impalata in un angolo, lo sguardo
      timoroso che rimbalzava sull’indifferenza dei passanti.
      Se per un istante l’avevo a prima vista scambiata per l’ennesima
      mendicante, mi ricredetti subito e il sospetto che potesse invece aver
      bisogno di aiuto, s’insinuò nel mio animo nel breve lasso di tempo
      che misi ad oltrepassarla di alcuni passi.
      Stavo già per voltarmi e tornare indietro per sincerarmi del suo
      stato fisico, quando Luca mi afferrò per un braccio, domandandomi
      con aria da cospiratore che fine avesse fatto la biondina con cui mi
      accompagnavo l’ultima volta che c’eravamo incontrati.
      Gli risposi meccanicamente, lasciandomi trascinare via dal suo
      lieve contatto, senza trovare il coraggio di interromperlo per ritornare
      sui miei passi.
      Ma mentre annuivo alla sua ammirata esternazione verso “tette
      che valevano sicuramente una finale di campionato”, una parte del
      mio cervello era rimasta ancorata sulla scena di prima.
      Un malore? La donna era persa? Un vuoto di memoria?
      «Claudio!! A che cavolo pensi?»
      La voce seccata di Luca mi strappò dai miei pensieri, e dopo pochi
      istanti mi ritrovai a riproporre per l’ennesima volta spiegazioni patetiche
      su diversità di vedute, stili di vita e sensazioni di soffocamento.
      Ma dentro, nemmeno molto nascosto, un fastidioso senso di colpa
      mi rodeva irritante.
      Un disagio che non sapevo se imputare alla colpevole indifferenza
      avuta pochi attimi prima o alle balle che stavo in quel momento
      raccontando.
      Fu per quello che mi feci fregare!
      Anche se sicuramente, vista la loro innegabile abilità, mi avrebbero
      gabbato ugualmente.
      Accadde tutto in un lampo!
      Uno di loro mi colpì con forza la caviglia, facendomi inciampare,
      mentre l’altro mi sorreggeva premuroso.
      Il tempo di ringraziare con un monosillabo lo sconosciuto per il
      tempestivo aiuto, che lo vidi allontanarsi rapidamente.
      Lui e il mio orologio!
      Urlai, e quello incredibilmente si voltò, rivelando un’aria spavalda
      stampata su un volto da ragazzino!
      «Cazzo, l’orologio!!» Urlai nuovamente sbigottito, questa volta
      all’indirizzo dei miei amici.
      Il più costernato fu senza dubbio Luca, evidentemente incapace di
      accettare che due ragazzotti potessero aver deciso di scipparci senza
      provare il minimo timore riverenziale verso la sua stazza dissuadente.
      «Se non fosse per questo maledetto menisco…»
      Incominciò.
      «Vaffanculo!» Sbottai furibondo di rimando.
      Le persone attorno a noi continuavano a passeggiare incuranti
      dell’accaduto, anzi, qualcuna era addirittura visibilmente infastidita
      per l’intralcio che davamo noi tre, fermi a urlarci vicendevolmente
      in viso.
      «Sono zingari! Rom!!»
      Una voce, alquanto rassegnata, ci fece voltare tutti e tre contemporaneamente.
      A giudicare dal cappotto stretto frettolosamente su un abitino
      leggero e dalla sigaretta incastrata tra le dita, doveva trattarsi di una
      delle tante commesse della zona, uscita per godersi una breve pausa.
      «È tutto il giorno che gironzolano qui attorno! Abbiamo chiamato
      per due volte i vigili e anche i carabinieri, ma non è servito a nulla.
      Quelli spariscono per un po’, poi ricompaiono come se nulla fosse!»
      «Sporco fottuto Albanese!!»
      Mi sfuggì dalle labbra, e nemmeno troppo piano.
       

    • Prima parte
       
      Ponte delle tette
       
      Il cuore impazzito, i piccoli polmoni arsi da un bruciore implacabile,
      l’incredulità e lo stordimento che sfociano in un terrore più
      grande di lei, immenso.
      Le sue fragili gambe da bambina, che fino a due giorni prima erano
      state in grado di farla volare senza fatica in spensierate galoppate
      a piedi nudi nei prati dietro casa, ora sembravano pezzi di piombo,
      soprattutto dopo la forsennata corsa tra le strette callette di quella
      lurida città maleodorante.
      Maledetta Venezia e maledetta quella stupida vecchia che deve
      farle da madre.
       
      Capitolo 1°
       
      Isola di Torcello
      Non aveva ancora finito di ricontrollare, per l’ennesima volta, se
      il tenue velo che ricopriva il volto scarno di sua madre si fosse mosso
      anche solo di pochissimo, rivelando in tal modo un miracoloso alito
      di vita, che già il Gran Consiglio le aveva trovato un’altra madre.
      Aveva guardato di sfuggita negli occhi neri della nuova venuta
      e nonostante i suoi otto anni vi aveva colto, con triste sicurezza, il
      “nulla” dietro quelle pupille fisse e inespressive.
      Una mano callosa le aveva poi stretto con determinazione il piccolo
      polso e lei si era sentita strattonare via.
      Aveva seguito la donna docilmente.
      Solamente il suo capo rimaneva piegato di lato in modo quasi innaturale,
      nel tentativo di non perdere di vista il leggero sudario nero.
      Poi qualcuno s’intromise, ingombrante, e un attimo dopo i colpi di
      martello che rimbombarono cupi sulla bara, inchiodarono definitivamente
      anche le sue ultime speranze.
      Chiuse gli occhi e continuò a camminare nel buio, stupita di non
      inciampare ad ogni passo, ma i suoi piedi sembravano animati di una
      vita propria e la conducevano sicuri verso l’ignoto.
      Farfalle.
      Improvvisamente dal buio comparvero come per magia farfalle
      bellissime!
      Prima due o tre, poi alcune decine che divennero subito migliaia,
      tutte quante coloratissime.
      Aprì gli occhi e le farfalle scomparvero.
      Delusa li richiuse con forza.
      Lampi di luce...
      Stelline...
      Guizzi di…
      Non sapeva bene cosa stesse vedendo, ma qualsiasi immagine era
      senz’altro meglio del velo immobile che ricopriva il cadavere di sua
      madre.
      Uno strattone più forte degli altri l’obbligò a riaprire gli occhi e
      scoprì che si erano fermate vicino alla riva, dove una gondola nera
      galleggiava, triste, sotto di loro.
      Un uomo tetro allungò le braccia e lei si trovò catapultata in basso.
      Le mani che l’afferrarono in malo modo sotto le ascelle le fecero
      male, ma Ginevra riuscì a soffocare le lacrime serrando nuovamente
      gli occhi.
      Percepì un lieve ondeggiamento della gondola, subito seguito dal
      movimento in avanti compiuto dall’imbarcazione, poi nell’aria immobile
      ci fu solo il rumore della forcola che scricchiolava sotto la spinta
      cadenzata del remo.
      Solo quando fu certa di essere troppo lontana per riuscire ancora
      a distinguere l’isola ed i suoi prati, si arrischiò a socchiudere le palpebre.
      La nuova madre era seduta al suo fianco, immobile, con il vestito
      nero che si fondeva con la sdrucita pelle del sedile e con il legno
      sudicio dell’imbarcazione.
      Di fronte a lei, invece, la città. Venezia!
      Quante volte aveva sognato di andarci, quante volte con le sue
      amiche aveva fantasticato di fuggire dalla sua piccola isola per andare
      a vivere nella città proibita, il centro di tutto!
      E ora il Gran Consiglio aveva deciso che la sua nuova madre sarebbe
      stata proprio una veneziana.
      Nulla sfuggiva all’efficienza e all’occhio lungo del Gran Consiglio.
      Il Gran Consiglio ti accudiva e ti difendeva e tu non dovevi far
      altro che ubbidire al Gran Consiglio.
      Ciecamente.
      A otto anni non poteva certamente mantenersi da sola e il Gran
      Consiglio, premuroso, le aveva subito trovato una nuova madre che
      l’accudisse.
      Gran Consiglio!
      Gran Consiglio!
      Sempre e solo Gran Consiglio!!
      Si rammaricò che non le avessero concesso nemmeno il tempo di
      mettere un fiore sulla tomba, ma l’aspro urlo di un gabbiano le ricordò
      che non ci sarebbe stata nessuna tomba.
      Esisteva solo una grande fossa comune dove tutti prima o poi finivano,
      una badilata di calce viva sopra la bara di legno grezzo e fine!
       

    • Prologo
       
      Milano, 16 giugno 2007.
       
      «... ed è proprio in conformità alle iniziative già intraprese che
      sono giunta alla decisione di affiancare alla Commissione per le
      Adozioni Internazionali, che come ben sapete è un organismo che
      ha sede presso la nostra Presidenza del Consiglio dei Ministri, una
      nuova associazione: ANTARES. Nonostante si tratti semplicemente
      di una ONLUS, gli sarà accordata una completa autonomia e verrà
      considerata a tutti gli effetti paritaria alla C.A.I. Come molti di voi
      sapranno, questa associazione è stata recentemente costituita da persone
      che hanno già percorso in prima persona l'intricato iter delle
      Adozioni Internazionali e che quindi sono a conoscenza diretta delle
      varie problematicità che sussistono in questo campo. Inoltre molti
      di loro sono avvocati specializzati nei settori che vi vengono abitualmente
      coinvolti. Il mio augurio è che la scelta del nome di una stella
      luminosissima com’è ANTARES, sia veramente a guida per un più
      attento lavoro nel delicato campo delle adozioni... »
      Il Ministro delle Pari Opportunità, Nicoletta Orsini, stava parlando
      da circa mezz’ora dal palco di quello che era considerato dalla
      maggioranza degli addetti ai lavori, il più importante convegno annuale
      sulle Adozioni Internazionali.
      L’intera platea tratteneva il respiro.
      Si era intuito, sin dalle prime frasi del suo intervento, che il ministro
      era determinato a portare avanti idee innovative di cui era palesemente
      convinto.
      Non trattandosi quindi di una scontata cantilena pro-elezioni, era
      il segnale che qualcosa d’importante si stava muovendo in quel vasto
      mondo che coinvolgeva a vario titolo il Ministero stesso e i suoi organi
      di controllo, una moltitudine di Enti Autorizzati e decine di Paesi
      cointeressati.
      Per non parlare poi di una moltitudine di orfanotrofi sparsi per il
      pianeta.
      A vederlo con gli occhi dei sentimenti, un mondo dove si mescolavano
      indistintamente disperazione e speranza, impegno e altruismo,
      miseria e benessere.
      Con un altro sguardo: un bel mucchio di soldi!
      «Quella vacca!!»
      L’esclamazione, trattenuta tra i denti da Emilia Rossetto, non stupì
      per nulla la donna che le stava accanto.
      Qualunque cosa questa avesse udito o visto fare dalla sua presidentessa,
      non ne avrebbe minimamente intaccata l’imperturbabilità.
      Emilia Rossetto era ufficialmente il massimo dirigente della
      NAOS, uno dei più grandi Enti autorizzati a operare nell’area delle
      adozioni internazionali, con sedi prestigiose situate nelle più importanti
      città europee.
      La donna era stimata sia per l’indiscussa professionalità dimostrata
      in tanti anni di attività, sia per l'immagine rassicurante e materna
      che sapeva esibire pubblicamente, elementi che contribuivano innegabilmente
      al successo generale dell’ente stesso.
      Poche persone erano però a conoscenza di come in realtà l’intera
      organizzazione fosse totalmente una sua creatura e che inoltre controllava
      con pugno di ferro altri cinque enti analoghi sparsi in vari
      continenti.
      Emilia si voltò a osservare per un istante l’azzurro chiarissimo
      degli occhi della sua segretaria, prima di riportare la sua attenzione
      sul Ministro che, terminato il suo intervento, si spostava da un capannello
      all’altro certa del suo fascino mediterraneo.
      «Sai cosa fare!»
      La donna al suo fianco annuì leggermente prima di scomparire nel
      più assoluto silenzio.
      Emilia rimase ancora per un istante pensierosa, poi puntò verso
      la sua preda.
      «Nicoletta carissima!»
      Il tono della sua voce, quando si trovò di fronte al Ministro, risuonò
      allegro e cordiale.
      «Bel discorso, finalmente un progetto chiaro e costruttivo. Sarò
      sempre dalla tua parte, lo sai! E da noi avrai in ogni momento il massimo
      della collaborazione.»
      I profondi occhi neri di Nicoletta Orsini furono attraversati da un
      rapido bagliore, mentre osservava imperturbabile la figura piccola e
      grassottella della presidentessa della NAOS.
      «Non ne dubito!»
      La risposta fu educata, ma mentre le labbra si modellarono in un
      sorriso, gli occhi rimasero seri.
      Poi il ministro si allontanò con eleganza verso altri volti sorridenti.
      Ma ignorando il freddo sguardo di Emilia Rossetto, puntato sulla
      sua nuca, la donna commise senza saperlo il suo ultimo errore.
      I telegiornali del mattino seguente aprirono con la notizia della
      morte del Ministro delle Pari Opportunità, Nicoletta Orsini, uccisa
      quella notte nella sua camera d’albergo.
       
      Capitolo 1°
       
      “Galatea”
       
      Nel grande cortile del convento, il sole estivo del primo pomeriggio
      era accecante.
      Dopo pranzo le novizie avevano a disposaizione circa un’ora di
      tempo libero da poter dedicare ai loro svaghi e Giovanna stava giocando
      a palla mano con alcune scatenate ragazzine del primo anno.
      Il suo carattere deciso, piacevolmente ammorbidito da un perenne
      sorriso, unito alla rara capacità di saper ascoltare, faceva di lei una
      delle Grandi Novizie maggiormente amate dalle bambine più piccole.
      Quindi, quando fu distolta dal gioco dallo sguardo lampeggiante
      di Greta, che l’indusse a scusarsi con le sue piccole amiche per correre
      incontro alla compagna, si lasciò alle spalle un vivace coro di
      proteste.
      Giovanna raggiunse l’amica in un angolo del cortile dove, sotto
      un ampio porticato che a fatica regalava un poco di refrigerio, era già
      seduta su un gradino di pietra un’altra ragazza.
      Quest’ultima aveva un fisico minuto, una gran testa di riccioli neri
      ed era completamente assorta a leggere un grosso libro.
      «Che cos’è Margaret?»
      Domandò Greta con tono distratto.
      «La vita della sacerdotessa Lavinia!»
      Rispose seria la novizia, mentre chiudeva il libro e si soffermava a
      osservare lo svolazzante titolo inciso in oro sulla copertina consunta
      di pelle rossa.
      «Una delle prime martiri!»
      Greta alzò le spalle sbuffando, poi si guardò attenta attorno e con
      aria da cospiratrice mormorò sottovoce:
      «Giochiamo a nascondino? Abbiamo ancora quasi due ore prima
      della lezione di teologia.»
      Sul viso di Margaret passò una lieve ombra di timore, subito rimpiazzata
      da una velata espressione sottomessa.
      «Dentro?»
      Aveva quasi quindici anni ed era la più adulta della classe, ma la
      figura delicata ed il suo carattere remissivo facevano di lei il bersaglio
      preferito delle canzonature delle compagne.
      Giovanna si voltò preoccupata in direzione della panca su cui aveva
      lasciato appoggiato il suo leggero mantello estivo.
      Per giocare in cortile era concesso toglierselo, ma sapeva bene che
      se l’avessero sorpresa all’interno del convento con addosso solamente
      la tunica senza maniche, avrebbe passato un bel guaio.
      «Nasconditi tu! Noi contiamo fino a cinquanta, poi ti veniamo a
      cercare!»
      La voce di Greta non ammetteva repliche.
      I riccioli neri sparirono nell’ombra del porticato e Giovanna si ritrovò
      a osservare perplessa l’ambiguo sorriso che aleggiava sul volto
      dell’amica.
      Al diavolo il mantello, pensò, se le avessero scoperte avrebbe avuto
      ben altro di cui farsi perdonare.
      Le ragazze lanciarono nuovamente un rapido sguardo al cortile e
      solo dopo essersi accertate che le due sacerdotesse che avevano quel
      giorno il compito di controllarle stessero ancora chiacchierando sotto
      il fresco riparo della grande quercia, scomparvero a loro volta nella
      semioscurità.
      Attraversarono silenziose l’ampio atrio che portava al tempio e,
      superata una grande porta intarsiata, imboccarono il corridoio che
      conduceva alle sacrestie.
      A quell’ora, tutte le dieci grandi stanze che costituivano il complesso
      erano completamente deserte.
      Le numerose funzioni religiose erano già state celebrate nella mattinata
      e che solo dopo cena le sacerdotesse vi sarebbero ritornate per
      preparare all’ultimo rito della giornata.
      Le ragazze socchiusero con prudenza la pesante porta d’accesso.
      Di fronte a loro, immersi nella penombra, vasti stanzoni comunicanti
      erano stracolmi di enormi armadi di legno scuro che ricoprivano
      interamente le pareti, alcuni profondi almeno un paio di metri.
      Ovunque l’odore intenso dell’incenso.
      Con una rapida occhiata d’intesa le ragazze s’inoltrarono con prudenza
      nelle prime stanze, poi, sicure di essere completamente sole,
      si diressero con passo veloce verso quella più lontana.
      Era la camera più ampia, ma anche la più buia che, adibita ormai
      esclusivamente a ripostiglio, aveva gli armadi traboccanti di paramenti
      non più in uso.
      Giovanna rabbrividì, quindi guardò di sfuggita la sua compagna
      e solo dopo aver ricevuto un piccolo cenno d’intesa, iniziò a frugare
      sistematicamente la stanza.
      Quasi gli sfuggì.
      Raggomitolata sotto un’ampia stola di pesante broccato rosso,
      Margaret tratteneva il fiato e se non fosse stato per alcune ciocche di
      riccioli neri che spiccavano nitide sull’oro di un complicato ricamo,
      non l’avrebbe assolutamente notata.
      Avvertì la presenza di Greta al suo fianco solo quando la compagna
      la sfiorò per infilarsi a sua volta dentro all’armadio e fu scossa da un
      altro tremito prima di accovacciarsi a sua volta accanto alle amiche.
      Margaret aveva ora la testa rovesciata all’indietro e la bionda Greta
      sembrava volerle mangiare avidamente le labbra, mentre con la
      mano destra cercava di scoprirle impacciata il piccolo seno.
      Giovanna accarezzò lentamente i riccioli sudati, poi la sua mano
      scivolò sicura sotto l’ampia gonna nera dell’amica, affascinata dal
      candore della coscia che si andava lentamente materializzando, centimetro
      dopo centimetro.
      Sentendo Margaret ansimare, affondò con forza le dita e la sensazione
      di caldo umido che percepì sui polpastrelli rimbalzò violentemente
      nel suo ventre, facendole contrarre i muscoli.
      La mano di Greta si affiancò inaspettatamente alla sua ed avvertì
      una leggera stretta, prima che essa si adeguasse con delicatezza al
      ritmo costante dei suoi movimenti.
      Osservò nella penombra le ginocchia di Margaret distanziarsi a dismisura,
      per poi richiudersi improvvisamente in una morbida morsa
      per bloccare tenacemente le loro mani allacciate.
      Non ebbe bisogno di controllare per sapere che, anche tra le sue
      cosce, vi era la stessa follia che scuoteva selvaggiamente l’amica.

    • Prima parte
      “Nella bocca del Drago”
       
      Prologo
      L’uomo allungò titubante la mano verso una strana maniglia d’ottone
      che luccicava debolmente sulla porta posta alla fine del corridoio.
      Il battente sembrò aprirsi da solo ed egli ebbe la netta impressione
      di galleggiare nel nulla.
      Bianco, luce, fastidio, angoscia.
      Si accorse di aver chiuso automaticamente gli occhi ancora prima
      di avvertire il vento sulla pelle.
      L’alito caldo che gli entrò nell’anima spazzò via inaspettatamente
      tutte le sue paure e avvertì le palpebre rilassarsi, mentre le pupille
      iniziavano a focalizzare sempre più nitidamente il tranquillo panorama
      della laguna.
      In lontananza, quasi galleggiante nell’aria calda del pomeriggio, il
      rassicurante profilo dell’isola di Murano.
      Era fuori!
      Il sole che gli scaldava la pelle aveva il potere di sciogliere anche
      il gelo che avvertiva dentro e, come chi si risveglia dopo un incubo e
      con sollievo ritrova attorno a sé oggetti familiari, così per lui, quella
      distesa di acqua calma e azzurra, tagliata dalle file di grosse briccole
      poste a delimitazione dei canali navigabili, contribuiva a far retrocedere
      in un angolo nascosto della sua memoria, l’angoscia e la paura
      delle ultime ore.
      Avvertì che stava gradualmente riacquistando la coscienza del
      proprio corpo, ma quella sensazione gli procurò inaspettatamente un
      gorgoglio nello stomaco e il suo desiderio più impellente si focalizzò
      incredibilmente su un tramezzino con i gamberetti, accompagnato da
      un fresco calice di Prosecco.
      Da una calletta poco distante svoltò improvvisamente un bambino
      di due o tre anni che gli sfrecciò ridendo accanto alle gambe, subito
      raggiunto dal richiamo imperioso di una giovane donna che lo inseguiva
      ansante, spingendo un leggero passeggino carico di pesanti
      borse della spesa.
      Lui accompagnò mentalmente i passi affrettati della mamma e
      solo quando calcolò che fossero ormai arrivata in prossimità del ponte
      che li divideva dall’imbarcadero di Fondamenta Nuove, voltò la testa
      nella loro direzione.
      Il piccolo stava salendo i gradini un passo alla volta, alzando sempre
      per primo il piede destro, concentratissimo. La donna invece,
      per permettere alle ruote del suo carrello improvvisato di salire più
      agevolmente gli ampi gradini, si era voltata con le spalle al ponte.
      Si vedeva chiaramente che era in difficoltà, ma l’istintivo impulso
      di aiutarla gli si bloccò sul nascere quando la vide voltare il capo
      verso una figura seduta ai piedi del ponte che lui ancora non aveva
      notato.
      Osservò il volto grassoccio della mammina aprirsi in un leggero
      sorriso e, dopo un rapido cenno di saluto, ritornare con calma a concentrarsi
      sul passeggino.
      Alcuni anni prima era rimasto affascinato da uno spot pubblicitario
      ove i personaggi si bloccavano di colpo.
      Foglie, abiti, capelli, sciarpe, si cristallizzavano in un fermo immagine
      perfetto, mentre al contrario, il punto di vista della telecamera
      continuava a ruotare lentamente, permettendo in quella surreale
      pausa tridimensionale di osservare con calma tutti i particolari della
      scena da diverse angolazioni.
      Ora anche quella donna si era assurdamente immobilizzata dentro
      un silenzio irreale, la schiena curva nello sforzo di far superare un
      gradino al passeggino e il foulard azzurro, che prima gli svolazzava
      leggero attorno al collo, ora sembrava essersi tramutato in una scheggia
      di vetro veneziano posta in controluce.
      Poi il punto di vista della telecamera immaginaria si spostò verso
      la figura accoccolata sui gradini, rivelando una giovane ragazza caratterizzata
      da una gran massa di capelli rosso fuoco e da una strana
      tuta aderente, fatta da quelle che sembravano a prima vista squame
      di serpente, anche se in verità molto più grosse e massicce.
      L’immagine s’ingrandì lentamente, soffermandosi sul primo piano
      di un volto bellissimo, orientaleggiante, con gli occhi chiusi, per
      scendere poi a osservare senza alcun pudore l’elegante profilo di un
      morbido seno.
      Si abbassò ulteriormente per sfiorare la leggera rotondità di un
      ventre color giallo tenue, terminando infine la sua esplorazione andando
      a ruotare vicinissima a una coscia lunga e affusolata.
      Ci fu un impercettibile rumore e subito la telecamera ritornò rapidamente
      sul volto della ragazza.
      Ora gli occhi erano ben aperti e le pupille, di un giallo caldo e
      morbido, lampeggiavano al riflesso del sole.
      Nel momento in cui le palpebre si chiusero e si riaprirono su quel
      metallo liquido, lui comprese; seppe senza margine di errore che
      quella ragazza non stava indossando uno stravagante abbigliamento,
      ma che quella che aveva appena visto era la vera pelle della ragazza.
      Sul bellissimo viso si disegnò un sorriso divertito, che ebbe come
      unico effetto quello di farlo urlare spaventato mentre attorno a lui
      quell’intero mondo cristallizzato esplodeva in una miriade di frammenti.
      Aghi luccicanti che svanirono poi lentamente, lasciando al loro
      posto un immenso buio, pregno dell’eco prolungato del grido che gli
      era sfuggito dal petto.
      Poi il silenzio… silenzio e buio.
      Dal nulla gli venne incontro un nuovo suono, dapprima lieve, poi
      sempre più forte, sino a diventare qualcosa di molto simile al galoppo
      di un cavallo, regolare e potente.
      Nell’istante in cui realizzò che non si trattava altro che del battito
      del proprio cuore, percepì che anche quel buio aveva dei limiti e dei
      confini e allungò prudentemente una mano in avanti per sondarlo.
      Un fulmine alle sue spalle lo fece voltare di scatto.
      Non vide nulla, anche se il suo inconscio registrò ugualmente
      l’immagine indistinta di una fluida massa rossastra.
      Un altro lampo, seguito da una fitta lancinante alle tempie.
      Mentre con il palmo delle mani si premeva con forza gli occhi
      doloranti, il suo cervello gli incollò sulle retine la sagoma inconfondibile
      di un drago cinese, subito seguita da un bagliore che sembrò
      illuminargli anche l’anima.
      Il tempo cessò d’esistere.
      Quando l’uomo riaprì lentamente gli occhi nel buio onnipresente,
      il suo cuore aveva ripreso il battito regolare.
      Aveva finalmente compreso!
      Ora lui sapeva esattamente dove si trovava.
      Nella bocca del drago!!
      Con calma si voltò verso il punto che sapeva essere il più buio e
      profondo ed attese immobile, con serenità, l’enorme fiammata che ne
      sarebbe scaturita.
      Michele Barovier si svegliò madido di sudore.
      Quell’incubo ricorrente incominciava a innervosirlo.
      In vita sua non aveva mai dato eccessivo peso ai sogni, ma ultimamente
      la regolarità con cui questo si ripresentava, identico e immutabile,
      aveva qualcosa di veramente preoccupante.
      Scosse il capo e con un’alzata di spalle si alzò dal letto per andare
      a riempire d’acqua bollente la vasca da bagno.
      Michele era l’ultimo discendente di un’antica famiglia veneziana
      arricchitasi prima con il commercio di stoffe importate dall’oriente e
      poi con la lavorazione di splendidi oggetti in vetro di Murano; ma di
      quei fasti era rimasto ormai solo un vago ricordo.
      A lui la cosa sembrava non importare e quando occasionalmente
      il discorso cadeva sulle ormai perdute fortune della sua famiglia, il
      massimo che si riusciva a tirargli fuori era un sorriso melanconico,
      misto a una notevole dose d’ironia.
      Era soddisfatto di se stesso.
      A trentadue anni compiuti la sua vita era ormai avviata al meritato
      consolidamento, insegnava storia dell’arte al Liceo Artistico Statale
      di Venezia, riuscendo persino a riscuotere una certa simpatia dai suoi
      allievi; anche se a onor del vero erano le ragazze quelle che gli tributavano,
      più o meno velatamente, un ben più accentuato interesse.
      Lui però sorvolava sulla cosa.
      Certamente un bel sorriso o uno sguardo leggermente più lungo
      del necessario lusingava il suo amor proprio, ma a parte la naturale
      attrazione maschile verso minigonne svolazzanti, il suo coinvolgimento
      emotivo finiva lì.
      Aveva una fidanzata ufficiale, Vanessa Della Vigna.
      Bella, bionda, alta.
      Una splendida donna che teneva saldamente nelle proprie mani
      affusolate le redini della vita di entrambi, che si preoccupava di regolare
      attentamente i loro impegni per disporre del tempo necessario
      per fare regolarmente all’amore e garantire che i loro appagamenti
      fossero autentici e soddisfacenti.
      Uscivano a cena almeno due sere la settimana, frequentando amici
      giusti e selezionati e soprattutto, grazie al proprio importante impiego
      alla Cassa di Risparmio di Venezia, lei aveva già preventivamente
      studiato un perfetto piano di mutui agevolati per la loro futura casa,
      per i mobili e per l’immancabile pensione facoltativa.
      Unica seccatura era una fastidiosa indecisione sulla destinazione
      del futuro viaggio di nozze.
      La sola stravaganza di Michele sembrava essere l’accentuato interesse
      verso la storia dell’Arte, cosa che a detta di tutti andava ben
      oltre un normale impegno professionale.
      Passione così intensa che neppure Vanessa si era sentita di contrastare,
      anzi, si era addirittura convinta che avere come rivali donne
      come la Venere del Botticelli o dame eteree che tenevano in braccio
      deliziosi ermellini, fosse un elegante gioco che il passatempo del fidanzato
      le permetteva di fare con le sue amiche più intime.
      Fu proprio per la totale predilezione che Michele aveva per i colori
      di Giotto o per l’eleganza formale espressa dal Botticelli, che si stupì
      di se stesso nell’accettare l’invito di una collega che lo pregava di accompagnarla
      all’apertura di una mostra di Caravaggio allestita nelle
      prestigiose sale del Museo Correr.
      Il signor Michelangelo Merisi proprio non rientrava nei suoi gusti.
      Certo ne apprezzava l’enorme talento, riconoscendogli il grande
      contributo dato alla storia della pittura; ma la sua vita disordinata e
      soprattutto quei colori, anzi, quelle ombre minacciose così presenti
      nei suoi quadri, erano lontane anni luce dalle tranquillità e dalle
      tonalità dei suoi artisti preferiti.
      Carlotta era ormai giunta al suo ultimo anno d’insegnamento, poi
      la pensione e questo, forse, era stato il vero motivo che quel giorno
      l’aveva indotto a salire la scalinata del Correr, nonostante che per
      arrivare avesse dovuto fare l’intero giro del globo a causa di una fastidiosissima
      acqua alta che sommergeva buona parte di Piazza San
      Marco.
      Certo avrebbe potuto infilarsi un paio di stivali di gomma e guadare
      con attenzione le poche centinaia di metri che separavano il museo
      dal suo appartamento da scapolo, ma poi avrebbe dovuto tenerseli ai
      piedi per tutto il tempo della visita e l’idea che le sue suole squittissero
      a ogni passo sui pavimenti tirati a lucido non lo aveva per nulla
      convinto.
      Senza contare inoltre, che con tutte le probabilità sarebbero stati
      presenti anche vari assessori e il sindaco medesimo.
      Lei lo attendeva in cima alla scala, con in mano, bene in vista, i
      biglietti d’ingresso.
      Michele ebbe un tuffo al cuore.
      Carlotta era alta, di carnagione scura, e nonostante fosse a un passo
      dalla pensione, era ancora ben dritta nel portamento e piena di
      vitalità.
      Il suo eterno sorriso, unito a uno sguardo leggermente beffardo
      posto sopra a un seno ampio e pesante, lasciava intuire l’abitudine a
      essere ammirata e corteggiata; il fascino discreto di quella che sino
      a non molti anni prima era stata sicuramente una donna molto bella.
      Inoltre era intelligente, arguta e molto preparata professionalmente.
      Unico neo, i colori.
      Sembrava che per lei non esistessero le comuni regole d’abbigliamento.
      Se ti mettevi a contare, potevi trovargli addosso decine di
      colori differenti, senza alcun tentativo di coerenza o di abbinamento
      tonale.
      A volte gli ricordava un attaccapanni collocato, al tempo dell’Accademia
      di Belle Arti, in un angolo di un appartamento che aveva
      avuto dalle parti di Campo S. Stefano.
      Il classico piccolo appartamento da studente, affittato a seguito di
      un feroce attacco d’indipendenza e arredato con quello che si trovava
      al mattino presto accanto ai canali, prima del passaggio degli spazzini.
      Quell’attaccapanni lui se lo ricordava bene; sempre sommerso da
      sciarpe variopinte, giacche e giubbotti che la marea di amici vi buttava
      sopra alla rinfusa quando veniva a far finta di studiare, prima di
      mettersi poi tutti a rollare coscienziosamente e a parlar di tette.
      Poi per fortuna nella sua vita era entrata Vanessa e tutto era finito.
      Carlotta lo salutò con la delicatezza che si usa verso un vecchio
      amante, prima di prenderlo con impazienza sotto il braccio.
      «Hai fatto colazione? Mi sembri palliduccio!»
      Disse senza guardarlo.
      La vide poi sventolare i biglietti sotto il naso di una hostess perfetta
      nel suo completo blu scuro e prima che la poveretta avesse avuto
      il tempo di reagire si trovò trascinato dentro una stanza stracolma di
      gente.
      Istintivamente Michele si diede un contegno.
      Quasi senza accorgersi, con un gesto rapido ed efficiente si passò
      le dita tra i capelli e mentre con la coda dell’occhio riconosceva
      accanto alla finestra un alto responsabile dell’assessorato alle Belle
      Arti, controllò accuratamente l’orologio
      Fece un passo per andarlo a salutare e squittì!
      Un altro passo e un ulteriore squittio, tutt’altro che sommesso,
      risuonò blasfemo nella stanza.
      Si guardò i piedi, vedendo solo un paio di scarpe dei fratelli Rossetti,
      ma poi nel suo campo visivo entrarono con disinvoltura i gialli
      stivali da barca di Carlotta.
      «Cara professoressa, benvenuta! Sono lieto di rivederla! Mi sembra
      di ricordare che da sempre lei sia un’accanita ammiratrice di
      Caravaggio.»
      La voce proveniva da un completo di velluto verde-bosco, anche
      se l’espressione di derisione che aleggiava inconfondibilmente sul
      volto curatissimo del proprietario, l’assessore alla cultura Marco Visentin,
      esprimeva esattamente il contrario.
      «Visentin Marco!»
      La voce di Carlotta risuonò chiara e autorevole nella grande stanza
      luminosa e per un istante negli occhi dell’assessore passò il lampo di
      un timore riverenziale dimenticato da tempo.
      «Vedo che continua a piacerti essere sempre al centro dell’attenzione!»
      Il tono era così cortese che era difficile intuire l’ironia che invece
      brillava negli occhi nocciola della donna.
      «È un vero piacere costatare come interagiscano intelligenza e
      cultura con l’immagine mondana che si ha di loro.»
      «Cosa?… Sicuramente! Un momento culturale notevole!»
      L’assessore, notevolmente a disagio, si rifugiò dietro a un affrettato
      cenno a un cameriere di passaggio.
      «Un calice di prosecco?»
      Il tono risuonò eccessivamente acuto e Michele soffocò con abilità
      il sorriso, che inarrestabile gli stava modellando le labbra, dentro al
      bicchiere.
      Poi, mentre la giacca verde-bosco scompariva rapidamente dietro
      lo smoking impeccabile di un altro cameriere, sussurrò all’orecchio
      di Carlotta:
      «Come diavolo fai a dire nulla con tante parole e a convincere nel
      medesimo tempo la gente che hai espresso qualcosa di molto profondo?»
      L’occhiataccia che ricevette in cambio lo fece desistere immediatamente
      da altri commenti.
      La lancetta lunga del suo Rolex riuscì a compiere quasi due giri
      completi prima che si accorgesse all’improvviso d’essere da solo.
      In lontananza, davanti a lui, scorse un gruppo di persone bighellonanti,
      registrando meccanicamente il senso di stanchezza e noia che
      esse emanavano.
      Il senso di vuoto inaspettato gli riportò alla mente la sua collega.
      «Carlotta?»
      Le sue parole si persero nel nulla.
      Si guardò attorno preoccupato e solo allora scorse la professoressa
      appoggiata allo stipite di una porta, alcune stanze indietro.
      Imbarazzato, ritornò sui suoi passi e in quelle poche decine di metri
      si rese conto di quanto si fosse estraniato e quanta maleducazione
      avesse avuto nei confronti dell’amica.
      Il fatto che Caravaggio non lo entusiasmasse affatto, non poteva
      certo giustificarlo dal comportamento tenuto.
      «Carlotta, io…»
      «Zitto e ascolta!»
      La voce dell’anziana professoressa sembrava non avere tempo né
      età.
      «Pensi veramente che per quasi due ore ti abbia ascoltato parlare
      di pennellate e di chiaroscuri, di un nuovo modo di presentare la
      realtà, di prospettive scenografiche e altre stupidaggini del genere,
      senza rendermi conto che tu non c’eri?»
      Il tono della sua voce sembrava galleggiare nell’aria.
      «Sono vecchia ma non ancora rimbambita! O pensi forse che abbia
      bisogno di te per farmi spiegare una tela?»
      «Ma io…»
      La voce di Michele si era ridotta a un soffio.
      «Zitto! Guarda e poi dimmi cosa vedi!»
      Al comando, Carlotta aveva fatto seguire un arco pericoloso a un
      ombrello di plastica trasparente, color violetto, che Michele non aveva
      assolutamente notato prima e che la donna aveva appena puntato
      risoluta verso una parete.
      «È un quadro…» Sussurrò Michele.
      «Deficiente! Certo che è un quadro! Siamo in un museo, non al
      mercato del pesce di Rialto!»
      Il tono della sua voce era notevolmente aumentato.
      «Che quadro è?»
      La voce di Michele aveva ripreso il consueto timbro professionale,
      anche se incrinato da un certo stupore.
      «E che cosa vedi?»
      Incalzò nuovamente Carlotta.
      Ora fu il turno di Michele di rivelare impazienza e disappunto.
      «Vedo Giuditta che taglia la testa a Oloferne e la vecchia serva che
      attende di poterla aiutare! Tecnicamente posso dirti che…»
      «Tecnicamente?»
      Gli occhi nocciola dell’anziana signora erano virati pericolosamente
      verso una tonalità marrone scuro.
      «Tecnicamente! Ma non sai vedere proprio altro?»
      Michele a quel punto perse del tutto la pazienza e il senso d’imbarazzo
      precedente fu sostituito da una profonda irritazione.
      Che diavolo faceva lì, davanti a un quadro che non gli piaceva, a
      sentirsi criticato e giudicato da una vecchia zitella con stivali gialli
      ai piedi e un ridicolo ombrello in mano?
      Si girò determinato verso di lei voltando le spalle al quadro, ma la
      dura replica che si preparava a dare gli rimase bloccata in gola.
      Carlotta, con un gesto fluido e sicuro, gli aveva appoggiato il palmo
      della mano sulla pancia, appena sopra la cintura di coccodrillo.
      «Quando hai avuto il tuo ultimo vero orgasmo?»
      Si sentì chiedere.
      Le parole sembrarono penetrare nel suo ventre assieme alla pressione
      della mano, e quel contatto e l’intimità della domanda assolutamente
      fuori luogo lo disorientarono completamente.
      Guardò prima il dorso della mano della donna, sorprendendosi a
      osservare la miriade di rughe che la ricoprivano, mescolate al rapido
      guizzare di piccole vene azzurre, poi alzò lo sguardo verso gli occhi
      che aveva di fronte.
      Sembrava ora che un torrente d’oro fuso scorresse placido sotto le
      palpebre socchiuse.
      Sentì aumentare notevolmente la pressione della mano.
      «Questo è il punto del terzo chakra!»
      La voce aveva ora assunto lo stesso calore della lava presente negli
      occhi.
      «Chakra?»
      Nel momento stesso in cui Michele udì il suono della propria voce,
      la spinta aumentò a dismisura e sentì il proprio corpo proiettato violentemente
      all’indietro.
      Contro il quadro!
      Quando urtò con le spalle la tela, il suo pensiero corse all’assurdità
      della catastrofe in atto: una donna impazzita, un capolavoro lacerato,
      l’altrettanto lacerante urlo della sirena dell’allarme che sarebbe
      immediatamente scattata accompagnata da un pesante bagaglio di
      sconcerto e di vergogna.
      I secondi passavano veloci, ma lui non avvertiva nessun suono
      riempire lo spazio, mentre invece la sua caduta sembrava non avere
      fine.
      Continuò a cadere, avvolto in una nebbia sempre più densa, sino
      a che divenne solida sotto di lui.
      Con un certo sforzo si mise in ginocchio, il palmo delle mani sudate
      appoggiate su un freddo pavimento.
      La testa gli faceva male e una miriade di punti luminosi erano
      intenti a roteare impazziti dentro i suoi occhi.
      Allungò titubante una mano e avvertì sotto i polpastrelli quella
      che pareva una stoffa calda e ruvida.
      Con avidità si aggrappò a quell’unico contatto con la realtà, mentre
      i suoi occhi si stavano intanto abituando alla fioca luce circostante.
      Proprio sotto il suo naso riusciva ora a scorgere un paio di informi
      ciabatte di stoffa, di un colore sporco e indefinito, ma che poteva essere
      stato una volta un bel rosso vivo.
      Dall’odore, che s’infilò perfido dentro suo naso, comprese più che
      vedere che erano abitate da pesanti calzettoni, a loro volta un tempo
      sicuramente bianchi, che fasciavano caviglie ossute.
      Mentre il suo cervello realizzava che quello che stava stringendo
      nella mano era l’orlo di un’ampia gonna di lana grezza, un oggetto
      scuro si spostò sopra alla sua testa e una lama di luce andò ad illuminare
      il volto rugoso e terrorizzato di una vecchia.
      Aveva la bocca aperta in un urlo silenzioso e un po’ di bava biancastra
      schiumava leggermente tra gli unici due denti sopravvissuti
      nelle gengive rossastre.
      Sotto una piccola cuffia, pochissimi capelli bianchi lasciavano intravedere
      una cute macchiata e lucida e, più sotto, occhi spalancati
      testimoniavano quello che era indubbiamente un vero istante di terrore.
      Qualcosa di denso cadde a colpire la sua mano e un liquido scuro
      gli s’infilò appiccicoso tra il polso e il cinturino dell’orologio.
      Michele non aveva mai avuto una simile esperienza prima d’allora,
      ma comprese immediatamente, senza margine d’errore, che si
      trattava di sangue.
      Tanto!
      Le mani della vecchia presero a tremare impazzite e il nero involucro
      che la donna teneva in grembo ondeggiò pericolosamente.
      Improvvisamente Michele vide aprirsi uno squarcio in quella
      massa scura e qualcosa ne sgusciò fuori cadendogli tra le braccia.
      Era un uomo!
      Gli ci volle qualche istante per realizzare che però mancava tutto
      il corpo.
      Tra le mani aveva solamente una testa tiepida che stava inconsciamente
      reggendo per la barba.
      Sconvolto, rimase pietrificato a guardare due occhi scuri che lo
      stavano fissando a loro volta, colmi di altrettanto orrore.
      Uno strillo acuto alle sue spalle lo fece voltare terrorizzato.
      Di fronte c’era ora una bellissima ragazza in un vestito giallo-ocra
      su cui spiccavano nitidamente alcune strisce nere.
      Una leggera camiciola bianca era tesa su un seno bellissimo, grande
      e sodo, con i capezzoli così eretti che solo un’eccitazione violenta
      poteva aver provocato.
      Sul bellissimo volto, l’incredulità stava ora disegnando una miriade
      di piccoli movimenti incontrollati.
      Vide la ragazza portare il dorso della mano sinistra alla bocca e
      distinse i piccoli denti bianchissimi incidere con forza la tenera pelle
      vellutata.
      Un lampo di determinazione che saettò negli occhi della ragazza,
      lo mise però in allarme, permettendogli di notare il movimento del
      suo braccio destro, seminascosto dietro un drappo rosso.
      Un istante dopo, rapidissimo, arrivò il fendente.
      Se la ragazza non fosse stata così sconvolta, lui sarebbe sicuramente
      morto e la sua testa sarebbe rotolata a far compagnia a quella
      che nel frattempo gli era sfuggita di mano.
      Nella fretta del gesto, la punta della lama di una pesante spada
      che la donna teneva nascosta, si era impigliata nel tendaggio che
      pendeva dal soffitto e il colpo, così deviato, ottenne come unico effetto
      solo quello di provocare alcune scintille sul pavimento.
      Michele schizzò in piedi e con l’intento di mettere più oggetti possibili
      tra sé e quella lama assassina, cercò riparo oltre il letto che
      sembrava occupare tutto lo spazio alla sua sinistra.
      Incredulo, avvertì il suo piede destro impigliarsi nel grande lenzuolo
      macchiato di sangue e cadde a testa in avanti nel buio che
      aveva di fronte.
      Anche questa volta la caduta sembrò nuovamente eterna, ma l’atterraggio
      in compenso fu sicuramente più morbido e si ritrovò avviluppato
      in caldi panni che coprivano inutilmente candide gambe
      femminili.
      Confuso cercò di rialzarsi, ma l’unico risultato che ottenne fu quello
      di rivelare ulteriormente l’interno di una coscia pienotta e levigata.
      Scivolò malamente e il suo naso si arrestò a pochi centimetri
      dall’inguine indifeso della donna.
      Un pungente odore di urina gli colpì l’olfatto, mescolato alla lieve
      fragranza del gelsomino.
      Istintivamente cercò di ricoprire la donna, ma la gonna giallo-ocra,
      solcata da una grande striscia nera che strinse nella mano, lo
      fece rabbrividire.
      Con un balzo fu in piedi, inseguito da un piccolo grido divertito,
      poi un drappo rosso gli cadde sulla testa, coprendogli del tutto la
      visuale.
      Con furia lo scagliò di lato, preparandosi nel contempo a difendersi
      strenuamente.
      La donna, invece, era rimasta seduta a terra, con le gambe allargate
      e con la gonna che non nascondeva ormai assolutamente più nulla
      della sua intimità.
      In mano reggeva una spada tagliente, ma faceva fatica anche solo
      a tenerla sollevata e la punta sembrava essersi sincronizzata sul dondolio
      dei suoi grossi seni, scossi da una risata senza freno.
      Un’imprecazione lo fece voltare.
      Da dietro una grande tela posata su un cavalletto da pittore, era
      nuovamente spuntata la testa tagliata di prima, con tanto di barba.
      Solo che ora non c’era tutto quel sangue e soprattutto era perfettamente
      attaccata a un corpo robusto, rivestito con un elegante abito
      di velluto.
      Posato vicino al cavalletto, il fodero vuoto di una spada.
      Michele sconvolto si mosse adagio, con le spalle ben appoggiate al
      muro della stanza, gli occhi puntati sui due sconosciuti mentre tentava
      di raggiungere una porta che aveva intravisto alla sua sinistra.
      Lo stupore che aveva coinvolto tutti quanti era palpabile e il tempo
      stesso sembrava aver rallentato la sua corsa, consentendo però
      ugualmente a Michele di avvicinarsi al suo obiettivo.
      Ma a pochi passi dalla porta lanciò uno sguardo in direzione della
      tela, ora perfettamente visibile e il cuore gli si fermò.
      Vivida, fresca e palpitante, “La decapitazione di Oloferne” era lì,
      davanti ai suoi occhi!
      Alcune parti del dipinto avevano ancora il pigmento bagnato e
      sembravano aspettare impazienti di ricongiungersi con il colore che
      gocciolava indifferente dal lungo pennello che il pittore stava tenendo
      in mano.
      Ora la Giuditta in carne ed ossa si era alzata in piedi e Michele
      poté osservare quanto simile fosse a quella del quadro; le uniche
      differenze erano le grosse borse sotto gli occhi, che la seconda non
      aveva e il colorito sano e abbronzato che solo la prima ostentava impudentemente.
      Michele tornò a osservare l’uomo e nella battaglia che ne seguì,
      tra il suo inconscio che non aveva dubbi e il suo cervello che si rifiutava
      di credere, vinse il suo raziocinio.
      Fu però una vittoria pagata a caro prezzo; le gambe incominciarono
      a tremargli e sentì gli occhi riempirsi di lacrime.
      Si lanciò verso la porta spalancandola con violenza, oltre, solo un
      lungo corridoio buio.
      Senza pensarci si mise a correre con le mani protese in avanti, ma
      con tutto il resto del suo essere teso a sentire cosa stava accadendo
      dietro di lui.
      Ben presto rimase senza fiato e si appoggiò stremato contro la fredda
      parete del cunicolo.
      Solo dopo che sentì diminuire il rombo assillante dentro le orecchie
      e i polmoni smettere di bruciare; solo quando non udì infine
      più alcun rumore e capì di essere solo, completamente solo, allora
      pianse!
      Ci volle ancora molto tempo prima si raddrizzasse, ricominciando
      a tentoni ad andare avanti nel buio.
      Si trovò di fronte alla porta quasi senza accorgersene.
      Una piccola, massiccia porta di legno scuro, su cui spiccava una
      lucida maniglia di ottone finemente lavorato.
      Lentamente Michele allungò la mano.

    • Il Dramma Della Rivolta
       
      Di Dino Ferraro
       
                                      ATTO  I
       
      Tutto incominciò con l’ascoltare un canto di rivolta  , le strade erano oscure e la voce di colui che accendeva i lumi dei lampioni echeggiava nell’aria malsana,  si propagava nel vento,  entrando  per vicoli stretti ed angusti,  dove la luce della luna s’infilava  sensuale ad  illuminare la notte fonda dei suoi abitanti. Vicoli  stretti di un piccolo paese di montagna dove il cielo si rifletteva nella proiezione  della macchina da presa,  nel giorno che vedeva morire la notte,  con le sue aspettative di vita ed era incomprensibile , forse utopico poter elencare il male che si arrendeva al bene,  prendere  forma come fosse argilla nelle mani di un vasaio. La piccola indolenza ed anche l’incapacità di potersi ribellare di dover ad ogni costo soccombere  nei limiti della decenza,  sfuggire alla cattiva sorte a quella lassezza di costumi popolari, ma chi avrebbe potuto salvare capre e cavoli ? l’ignoranza  senile , la lirica , la metrica che persegue per rime altisonanti il malvagio genio di un uomo solo,  che combatte i suoi fantasmi , le sue fisime , forse incapace di proseguire la sua opera ne diviene la rappresentazione più assurda.
      Io  non voglio offendere nessuno.
      Fai bene amico , hai tutti ai tuoi piedi.
      Mi credi folle ?
      No , un medico non ammazza mai i suoi pazienti.
      Provo a circuire la mia pazzia, con un bicchiere di vino.
      Alla salute e che la sorte ti renda sobrio .
      Mi sento  incapace di provare un vero sentimento.
      La tua caparbietà nel voler cambiare , loda la tua opera.
      La rivoluzione di forme e contenuti  dipende da noi.
      Noi siamo la parte oscura e l’intimo segreto di questo
      discorso.
      Siamo questa falce, vecchie facce ingiallite.
      Siamo il pane che mangiamo.
      La voce che spinge alla rivolta.
      Vano  il danno ed il dubbio.
      Sè i morti ,  un giorno risorgeranno dalla dura terra.
      Ahimè , questa  terra  sporca di sangue è la nostra patria.
      Noi ,tutti contro il male , mano nella mano.
      Nell’ora cruciale il nostro coraggio ci  riporta indietro.
      Crescere , ci ha resi eroi d’un tempo mite.
      La battaglia  non è  giunta al termine.
      Orde di giovani gridano sotto gli spalti.
      La vittoria ci sorride ,  premia i nostri sforzi.
      Avanti uomini , avanti donne, avanti .
      Sulle barricate ,contro l’oppressore.
      Contro la tirannia  ed il vessillo avverso.
      Venite , correte , siamo pronti a  morire.
      Sono già in tanti che giacciano  per terra  sanguinanti.
      Miseri.
      Poveri resti.
       
      La nostra volontà  di ribellarci all’infame destino , non avere un corda a cui appendere il cappio, nel  nesso logico di una rivolta  che persegue la volontà di un popolo , specchio di un ideale  pauperistico  , ammesso ad entrare dentro la camera di chi vive in agiatezza , di chi può mangiare due o tre volte al giorno . Infischiandosi di cosa succeda ad altri  , fuori la sua porta. Dentro quel dedalo di vicoli, dentro la testa del matto,  di topolino affacciato al balcone, del musico , della donna dai  grandi seni , grande spalle bella tanto bella , da far girare il mondo all’inverso . Tutto la capacita di poter interloquire con le classi sottostanti, incapace di intendere idiomi frasi scurrili sensi e doppi  sensi di una classe incapace di amare senza alcun interesse, le classi sottostanti. Una tragedia dover vendere la propria donna al nemico , venderla al vile straniero  poi mangiare  con lui alla propria tavola,  lasciandogli  poggiare la spada sul marmo delle nostre  tombe. E l’odore della carne  , l’odore del mare , l’odore della propria donna si mischia con l’odore dell’odio,  verso chi ti sbeffeggia,  se la ride dell’ altrui  precarie condizioni sociali.
      Non tollero amici con due facce.
      Prego .
      Chiedo scusa forse sono adirato.
      Padrone , li maccaroni son cotti.
      Prego, signori accomodatevi.
      Che  buono odore.
      Son buone i maccaroni ?
      Che bella casa.
      Guardate che panorama.
      Un bicchiere di vino ?
      Giovanni , portiamo un altra bottiglia di quello buono.
      Subito padrone.
      Madonna , questi  stasera s’ubriacano.
      Facciamoci  una partita a poker.
      Io non gioco.
      Guarda quella scia, attraversa il mare e giunge fino al cielo.
      Meraviglioso la mostruosità della natura.
      Sono vili questi italiani.
      Li ho sentito padrone.
      Statti zitto a tempo debito.
      Nel tempo che verrà, saremo divenuti tutti sordi.
      I ricchi sono le lacrime di chi non ha nulla da sperare ,sono la storia di milioni di persone, sono quello che hai sempre sognato e cercato di capire. E nella propria ignoranza apriamo il cuore ad un amore che giunge da lontano. Apriamo le porte a chi non conosce la lingua del cuore, la vita ed i miracoli di chi fatica nell’ignaro andare e venire senza mai giungere ,dove ha sempre sognato d’essere. E la vita ha un  duplice viso e la borghesia si fa garante di quella specie esausta che la contraddistingue nella puerile specie o necessità di dover crescere per non soccombere all’invasione in atto.
      Un altro bicchiere di vino ?
      Sarebbe meglio un buon sigaro.
      Giovanni porta la scatola dei sigari.
      Padrone sono finite le cartucce.
      Porta un altra bottiglia.
      Porto questo cuore trafitto.
      Porta quello che vuoi.
      Facciamo ammenda .
      Non parlate vi ho compreso.
      Sono indignato.
      Sono fatti cosi brava gente in fondo.
      Portami il tuo cuore.
      Sono ignoranti e lazzaroni.
      Vi prego un sigaro ?
      Ieri hanno rubato la borsa alla madre di un mio ufficiale.
      Sono mortificato . Emanerò un editto.
      Ci voleva pure cheste.
      Saremo onorati d’ assistere all’esecuzione del condannato.
      Vi terrò informato.
      Lo spero per voi.
      Non vi rammaricate
      Aprite le porte, saccheggiate ogni basso.
      All’armi , all’armi .
       
      L’eco della rivolta corre di bocca in bocca , nell’ira  di uomini diversi , nella stessa solitudine di  miriadi di  classi sociali. Nel cuore  e nella mente , nell’eco della morte che ha reso vittime chi non voleva deporre l’armi e mai stanco di lottare,  lungi per menti eccelse s’ inerpica per strade strette che salgono lunghi i crinali erbosi e silenziosi. La volontà non sazia  la follia,  anima l’animo della rivolta , la sua voglia di farsi largo nella giustizia che la reso schiavo del suo credo,  nella propria terra. Incapace di poter costruire quello che altri genti hanno costruito ed il riscatto etico la morale eleva la folla , fa correre le voci verso il centro , verso il corso dei mille,  nel passo incerto che risuona , suono dopo suono nell’accordo nel dolore del tempo che matura se stessi e la sconfitta quell’amore rubato per pochi denari. Ogni logica  predispone di un esercito di orchi ,  ogni soldato  ricorda  la sua donna , un cuore , una buca profonda , un destino che disegna sulla pelle il proprio sacrificio.
      Venite a vedere.
      Sono in tanti.
      Siamo in mille pronti a combattere.
      Non fate pazzie.
      Iatevenne stanne arrivando i soldati.
      Siamo pronti a morire.
      Siete folli , siete la mia carne ed i miei sogni.
      Non biasimare la nostra scelta.
      Siamo pronti.
      Basta soffrire.
      Vogliamo vivere.
      Dateci ò pane.
      Dateci la terra.
      Chi siete ?
      Correte  non  abbiate  paura.
      Pigliate le mazze.
      Pigliate stì  suonno , queste parole senza senno.
      Pazzi vi ammazzeranno .
       
                                                
                                          ATTO II
                                
       Non c’è nulla da fare  ,forse non aveva senso  lo scopo di ribbellarsi contro un oppressore crudele , contro quello che non si crede e che prende forma,  di tante cose assurde ed incomprensibili svisceranti  in minuti,  attimi , giorni che muoiono con noi nella vana ricerca di un concetto illuminante , nella speranza di poter cambiare la propria condizione umana. Tutti uguali , tutti liberi ,nudi per strada ,in marcia con in mano forconi e bastoni,  con in petto  la voglia di combattere ,facce scure,  sporche , che non conoscono l’italiano che non conoscono chi è perchè sono diventati quelli che sono . Tutto ha un limite è la rivolta diviene  un vento di pace  una canzone che s’eleva sopra le case ed entra nel cuore di grandi e piccini  si propaga nella lecita confessione e fiducia verso un Dio amico .
       
       
       
       
       
         Arrivano.
         Giovanni hai preso la bottiglia di vino?
         Padrone a cosa serve.
         Quando sarà  il momento svegliami.
         Va bene, non vi preoccupate.
         Cosa Fanno?
         Stanno là,  non si muovono.
         Forse pensano ?
         Forse non è normale.
         Chi sa quando hanno pagato?
         E ci credo si sono scolati una botte e mezza di vino.
         Giovà ma tu critichi sempre ?
         Per carità , era un appunto.
         E per l’appunto vediamo di essere seri.
         Ci mancherebbe.
         Fammi il letto.
         E già pronto e riscaldato.
         O’ rinale. In questa casa non si può più vivere.
         Lo dite sempre.
         Ma quando si cambia.
         L’italia ci sta provando.
         Fanno bene.
         Sono Giovani.
         Sono migliori di noi.
         Volete che vi prepari  qualcosa ?
         No ,Giovanni basta, nun parla chiù.
         Va bene ,facciamo come volete voi.
         Ecco, come vuole il popolo .
         Il popolo è sovrano.
         Ha diritto alla sua terra .
         Ogni diritto è un dovere.
       
      Ognuno ha la sua ragione , nella capacita di comprendere gli altri nel perseguire intenti  propri, questa la sostanza del racconto intrinseco. La classe non è acqua,  possiamo aspettare altri invasori ed altre storie surreali , possiamo aprire la  propria finestra , spalancarla su un tempo che arride i vincitori i forti ma i pusillanimi saranno sempre la parte peggiore di quel meccanismo che muove il popolo ad una seria comprensione del proprio operato. E non c’è una certezza  in merito, uno spiraglio , una norma capace di risolvere tutto il malaffare che imperversa nella fitta boscaglia della burocrazia. Non è lecito comprendere per chi comanda,  ne tanto meno sforzarsi a capire perché siamo ancora li a difendere un diritto pubblico , una certa monotonia che annoia e rende incapaci di spazzare via le cose oscure che mostrano un viso orribile , quasi folle  ,un omicidio orrendo ai danni di chi è debole. Una babilonia di scanni , poltrone per  gente che viene da tanto lontano e non conosce chi siamo. Ne tanto meno cerca di capire e s’appropria dell’effimera bellezza della gaia superficialità delle cose che ci circondano. Una certa schietta amicizia  forse una leggenda perversa,  ma parte integrante di  quello che scritto di  quello che stato  detto e reso tale ,tanto da togliere il pane dalla bocca a chi già affamato sperava di saziare la sua speranza  in  giorni migliori.
       
         Forse è arrivato il momento.
         Lo penso anch’io .
         Padrone qui c’è mia moglie.
         Falla  entrare.
         Buon giorno signore.
         Non chiamarmi cosi , chiamami Antonio
         Don Antonio vi ho portato un po’ di caffè.
         Grazie , sei molto cara.
         Lo vedi il mare ?
         Si che lo vedo.
         Dimmi come è ?
         E’ bello.
         E’ calmo?
         Pieno di gente.
         Si fanno i bagni.
         In molti si gettano dentro.
         Nuotano ?
         Beh galleggiano.
         Ma che sò Paperelle.
         No ,sono morti.
         Chi li ha uccisi?
         Le navi  nemiche con i loro cannoni.
         Madonna , non voglio vedere.
         Svegliatevi,  venite.
         Non posso.
         Non lo turbare.
         Perché ? deve capire quello che passiamo.
         Non capirà mai.
         La storia  non gli da ragione.
         Neppure la  ricchezza lo ha  cambiato.
         Ma è quello che è.
         Per diritto di nascita.
         Noi quali diritto  abbiamo? marito mio.
         Non piangere .
         Lo vedi il mare ?
         Vedo il sangue versato i tanti corpi inermi.
         Chi sono  ?quali erano i loro nomi ?
         Chiudete le finestre ,non voglio vedere ne sentire.
         Padrone ,dormite vi farà bene.
         Porta via tua moglie.
         Non vi adirate.
         Voi non  mangiate  per non cacare.
         Siete cattivo.
         Ah finalmente me lo hai detto.
         Volevo dire matto.
         Mi prendi in giro ?
         Ci mancherebbe.
         Fai il bravo sè no non ti pago .
         Adesso state delirando.
         Hai chiuso il portone di casa?
         Ho chiuso tutto ma ho lasciato una finestra aperta.
         Mi vuoi morto ?
         Non è vero , voglio che sentiate.
         Cosa  ? il pianto dei tuoi simili ?
         Si , il pianto le urla il silenzio della morte di milioni di       persone.
      Funesta sorte,  soffro,  informerò chi di dovere.
      Fate come volte, l’ora è giunta non si può tornare indie tro.
      Ci avete gettato in una fossa  comune per poi dimenticar  ci nell’ignoranza ,nella gaia sapienza di chi è forte,  tutto è permesso.
         Taci , non ti pago questo mese.
         Non mi pagate ed io chiamo le guardie.
         Esci fuori , vai dove stanno  i tuoi simili.
         Vado ma state sbagliando.  
         Non mi pento,  sono un signore io.
         Io un povero uomo che fatica dalla mattina alla sera.
      Vai a lavorare  dove vuoi ?
       
      Vado,  ma lei non rida piu di me.
      Non rida di ciò che sono di ciò che ho sognato e cantato per vane idee e per vane rime meretrice , celesti  leggi , il mio dolore tra queste pagine gialle,  verdi,   nere ,rosse simili al sangue versato , nell’urlo inumano , ora noi siamo vivi nella morte che ci ha resi liberi dall’oppressione,  dal martirio che animava la nostra mano, nel combattere,  nel soffrire .
      La sorte non dà ragione a nessuno,  tutto è un punto, un momento utopico,  forse un filo sottile che divide il signore dal servo , l’ignorante dal colto sognatore è l’amore quello strano sentimento che sconvolge ogni cosa che  rende indegni e denuda bea i beati ed  i santi nel loro sognare  una terra dove i santi son santi ed i servi sono il volto di quei santi che hanno fatto la storia degli uomini . Noi siamo morti per nulla , per un tozzo di pane , per sfamare una voglia insana , un amore che non ha limite,  ne diritto di nascita che cresce,  scema , tra le pagine scritte  in merito a  questo  comune  dramma.
        
        
       
       
       

    • Un freddo lacerante mi oltrepassò la spalla e una sensazione di gelido mi prevalse. Caddi a terra, senza riuscire a alzarmi. Il mio respiro stava diventando sempre più pesante, e a stento riuscivo a guardarmi intorno. Riuscii a scorgerlo che si avvicinava con la spada tesa verso di me. Stava sorridendo e camminava lentamente, come se si nutrisse delle mie paure. Tentai di indietreggiare, ma il dolore mi stava bloccando.
      - Pronto a morire? - mi chiese. 
      Alzò l'arma per colpirmi, ma riuscii a rotolare su me stesso per evitare il colpo. Con lo sguardo cercai la mia spada, ma era troppo lontana. In qualche modo dovevo prenderla. L'uomo capì le mie intenzioni e s'avvicinò verso la mia spada. La raccolse e cominciò a osservarla. 
      - Bella la tua arma. - disse continuandola a guardare. - Ucciso dalla propria arma, eh? - 
      Avevo la mente in fiamme, non riuscivo a muovermi, malgrado una voce nella mia mente che stava sussurrando di potercela fare. Avvicinai la mano verso la gamba che mi doleva. Sussurrai una parola e una scia di luce biancastra fuoriuscì dalla mia mano. Era un rischio da assumere. La mia ferita si stava richiudendo lentamente. 
      - Complimenti, ragazzo... - ironizzò. Stravolta con furia si avvicinò verso di me, con entrambe le spade puntate verso di me. Mi alzai con rapidità e, per mia fortuna, afferrai una spada da terra di un soldato morto. Parai i due colpi. Continuammo il nostro combattimento, come se non fosse mai cominciato. Mi colpì in modo diretto, ma riuscì a pararlo. Poi tentò un affondo, ma schivai lateralmente. Sentivo le urla dei nostri soldati che cadevano uno dopo l'altro. Il cielo cominciava a oscurarsi, mostrando nuvole cariche di pioggia. Mi ero distratto e ne approfittò. Per poco mi colpì violentemente, ma riuscì anche stavolta a evitare una morte sicura. Non mi trovavo bene con la spada del soldato: era troppo pesante per me. Sentivo di già i muscoli che si stavano sforzando troppo, ma tentavo di mantenermi lucido. Riuscii a respingere un suo colpo e di contrattaccarlo violentemente, ma lui fu più veloce di me.  Schivò con rapidità e sfruttò quel momento per un altro affondo. Indietreggiai con destrezza. Poi, stranamente, vidi che si stava allontanando. Non riuscii a capire le sue intenzioni, ma le mie domande ebbero subito delle risposte. Lanciò a  terra la mia spada e alzò la mano destra. L'aria sapeva di bruciato. Ebbi un fremito alle spalle, come se la mia mente sapeva già ciò che sarebbe capitato. Dalla sua mano fuoriuscì una palla di fuoco nero come il buio. Per poco mi colpì.
      - Io, a differenza tua, non perdo energia. Io so controllare la magia. Non come te. - disse.
      - Tu non sai niente di magia. - risposi. La mia voce sembrava più roca e fredda, probabilmente dovuto allo sforzo. 
      - Io non ne so niente? - rispose. - Io posso controllare ogni essere, ogni essenza... Tutto. Ciò che hai imparato è solo una piccola parte. - 
      - Sei solo un traditore. - dissi.
      - Scordatelo... Non riuscirai a persuadermi con queste parole. - E continuò con un affondo. Parai, ma indietreggiai notevolmente. Non avevo più energie. I muscoli erano a pezzi, e la mia mente poco lucida. "Maledetti incantesimi..." dissi.
      Respingere i suoi attacchi all'infinito non era una delle risposte, pertanto decisi di camminare sulla strada più difficile. Sussurrai qualcosa e tirai anch'io una palla di fuoco, che lui evitò con facilità. 
      Stava ridendo di me, e della mia scarsa capacità nel combattimento. Di nuovo mi colpì, e stavolta caddi a terra inciampando. Rotolai di lato, ma riuscì a colpirli una, due volte...
      - Ti avevo detto di non usare incantesimi. Ora la tua ora è giunta. - Ormai era troppo vicino a me. Per poco sentivo il suo respiro affannoso quanto il mio. Un'altra sensazione di nausea e sentii il mio sangue che stava leggermente colando da molti punti. Chiusi gli occhi e attesi... 
       

    • C'è una luna ingombrante, stanotte, Torno a casa e immagino, come milioni prima di me, che sia una palla d'argento e panna appesa su uno sfondo di cartone da un demone dispettoso, per farci sporgere troppo a cercare di raggiungerla. Per farci cadere.
      E noi cadiamo, quando c'è la luna piena. Altro che se cadiamo.
      Diventiamo lupi mannari, donne romantiche, serial killer, attori gotici che recitano un requiem dentro chiese diroccate. Siamo innamorati deliranti, streghe sulla spiaggia che fanno collane coi fossili di conchiglie, santi perduti che cercano Dio dietro gli angoli di muri di pietra. Siamo fantasmi di uomini uccisi nel sonno, anime di camminatori che percorrono valli e montagne per vedere quella luna sparpagliarsi nella pianura, brillare fra i sassi, aggrumarsi in scaglie sulla superficie di laghi avvolti nella nebbia.
      Poi torniamo tutti a dormire, confusi, emozionati, a ritrovare il nostro corpo nel respiro opaco del sonno.
      Proprio mentre la luna si schiaccia sotto l'orizzonte e noi ci ricordiamo che è solo un satellite di sassi, senza atmosfera e senza luce.
       

    •  
      Lei annuì con un cenno del capo, nello sguardo le corse un fremito, forse un pensiero improvviso: fece per dire qualcosa, ma si fermò.
      “Dai camminiamo, andiamo in giù.” Disse, e gli chiese una sigaretta.
      Lui gliela offrì dal pacchetto, ne prese una anche per sé.
      Le diede da accendere, poi accese la sua dallo stesso fiammifero, il cerino consumato gli scottò i polpastrelli.
      Aspirarono assieme la prima boccata: lei esplose in un un colpo di tosse che trasformò in un sorriso, era nervosa. Si capiva da come guardava all’intorno, per non incrociare i suoi occhi, aveva una borsetta di cuoio rosso e con le dita giocava a far scattare la chiusura automatica.
      Si mossero lungo il viale alberato del parco, sotto i passi un tappeto di foglie agoniche nei colori di metà autunno, imbruniva e iniziava a rinfrescare.
      Camminavano lenti scambiando frasi brevi, lui disse qualcosa di spiritoso, lei rise.
      Era strano essere lì da soli, diverso da come era lo stare insieme di ogni giorno, sembravano entrambi personaggi di una storia che non era loro.
      La confidenza che avevano, ora qui sembrava essersi cristallizzata, come subisse la temperatura bassa del posto.
      “Ti va di prendere una cioccolata insieme oggi pomeriggio?” Glielo aveva chiesto a fine mattina, al termine della lezione di Plastica.
      Lei aveva alzato gli occhi dal lavoro a cui era intenta: una copia di testa dell'Aurora di Michelangelo, l'originale stava nelle Cappelle Medicee a Firenze.
      “Perché no?” Aveva risposto, con un accenno di sorriso, “Per me alle quatto va bene.”.
      Aveva le mani e il camice bianchi di creta disseccata, teneva i capelli fermati a chignon da un nastro di seta vermiglio, che lasciava scoperto il collo.
      La cremeria era sotto casa di lei, avevano scelto quella perché doveva rientrare entro le sei, aveva da ripassare per il compito di matematica dell'indomani. Dalla vetrata del locale si vedeva la cancellata del parco di fronte.
      Le cioccolate erano scadenti, troppo liquide e la panna montata era qualla da bomboletta spray, ma lei conosceva il posto e non ci aveva badato.
      Avevano parlato della scuola: i professori, le materie più ostiche, gli scherzi dei compagni, cazzate.
      Poi era entrato un uomo, adulto, quasi un vecchio: aveva ordinato un caffè al banco, lei si era voltata, nel vederlo e la luce nel suo sguardo era cambiata.
      Uscendo l'uomo le aveva fatto un cenno di saluto, lei aveva risposto con un gesto della mano, era tornata alle loro chiacchiere, ma aveva smarrito il filo del discorso lasciato in sospeso.
      Con un tono neutro le aveva chiesto chi fosse? Lei aveva risposto: "Un amico", senza aggiungere altro.
      Correva voce a scuola che lei avesse una storia con uno col doppio dei suoi anni, e lui non ci aveva creduto, ora sapeva.
      La visione delle mani dell'uomo sul corpo di lei gli balenò nella mente, turpe come l'immagine di una rivista porno, fu colto da una vertigine di nausea, non riusci a terminare la sua tazza di cioccolata.
      Il fumo delle sigarette indugiava nell’aria umida, confuso come i loro pensieri.
      Si chiese dove fossero gli argomenti elaborati nella mente centinaia di volte, nei discorsi immaginati con lei, che ora si erano dissolti come emulsione di pellicola vergine alla luce.
      Odiava quelle mezze frasi che nascevano dalle sue labbra, alla ricerca di uno straccio di discorso, era come il tentare di far partire a pedale un motorino ingolfato di miscela.
      Malediceva i suoi diciassette anni, così pochi per pesare sul piatto della bilancia, le sue parole gli apparivano puerili, non era così che si era immaginato agli occhi di lei al primo appuntamento da soli.
      Chissà che pensieri le passavano in mente in questo momento: si stava di certo annoiando, lo classificava un coglione, un ragazzino che le stava facendo sprecare quel pomeriggio?
      Frustrazione e tristezza gli rendevano le mani frenetiche: le nascondeva nelle tasche del giaccone, tormentando l’anello freddo del portachiavi.
      Camminarono fino al muraglione di cinta in fondo al parco, il viale terminava, si fermarono e spensero i mozziconi sotto i tacchi .
      C’era un gruppo di salici piangenti ormai spogli con due panchine di legno che si fronteggiavano, lei gli raccontò che d’estate, coperte dalle fronde, restavano nascoste alla vista, consentendo alle giovani coppie di appartarsi a limonare.
      Era l’angolo discreto dei primi baci, il rifugio degli innamorati ragazzini.
      Le mamme lo sapevano, quella storia era anche loro: per questo portavano i bimbi a giocare lontani, in altri punti del giardino.
      Giunsero al piccolo spiazzo delle altalene e lei si animò come per una improvvisa felicità: “Vieni, faccio un giro.” .
      Lo prese per mano e lo trascinò con l'entusiasmo di una bimba: il ghiaino crepitava sotto i passi di quella breve corsa, mise la borsetta a tracolla e si adagiò sul seggiolino.
      “Dai! Spingimi ti prego!”
      Il cigolio della catena e il loro ansimare, nello sforzo di quel gioco, erano l'unico rumore nell'aria condensata del tramonto che incalzava.
      Quando fu stanca, nel voltarsi si trovarono di fronte con i visi ravvicinati, mentre i respiri mescolavano vapori rarefatti, si guardarono negli occhi, fissandosi per un lungo attimo, in quel silenzio.
      La luce si ritraeva verso il confine della sera, allungando le ombre sul ghiaino del viale, lui pensò che quello era un momento perfetto per baciarla, non ce ne sarebbe stato uno più adatto.
      Si domandò se lo avrebbe ricambiato? Ne era stato certo quando aveva deciso vederla quel pomeriggio: ogni dettaglio di quella scena l'aveva vissuta decine di volte, ad occhi chiusi, solo nel letto della sua stanza.
      Poteva descrivere con esattezza il sapore e il calore delle sue labbra, il velluto cedevole della lingua che cercava la sua.
      Ora non era più sicuro di nulla e restava fermo, in quella esitazione che sospendeva il respiro del tempo: anche lei era immobile, forse attendeva che qualcosa spezzasse quel maleficio che legava i corpi e le parole.
      Restavano a guardarsi negli occhi, nel timore che il tempo ricominciasse a scorrere.
      Furiosa, la voce nella sua testa urlava: “Baciala! Baciala ora, coglione!”. Ma non si mosse.
      Lei gli porse la mano nel tacito invito al ritorno: la sua mano era calda, quella di lui gelida, fu un risveglio per entrambi.
      Guardò l’orologio: “Si è fatto tardi. Torniamo? “ Lui acconsentì con un cenno del capo, tornarono sui loro passi guardando la strada, senza dirsi più nulla fino al cancello.
      Si salutarono all’uscita con un bacio amichevole, sulle guance.
      La guardò attraversare veloce la strada fino al portone di casa, si strinse nelle spalle, sentiva freddo e una sensazione di inutilità gli pesava nel petto.
      Le auto sul corso Orbassano avevano già acceso le luci di posizione serali.
       

       

       

    • In amore, come in altre situazioni, la disperazione non è mai buona cosa.
      Così pensava Giulia imboccando la strada per Cernobbio. Era domenica mattina, in ottobre. Il sole era già alto nel cielo e diffondeva la sua luce ed il suo calore in contrasto con la data sul calendario.
      Era partita da casa con maglioncino e giacca ma ora in auto, l’effetto vetri, rendeva la temperatura davvero alta. Aprì i finestrini. Avrebbe voluto fermarsi per togliersi il maglione ma su quella strada c’erano poche possibilità di sosta. Finalmente trovò un piccolo slargo a bordo strada ed accostò. L’auto dietro di lei, un enorme SUV nero, che non aveva nessuna conoscenza della distanza di sicurezza, suonò il clacson indispettita.
      Partì da parte di Giulia il classico vaffa. Ho messo la freccia per tempo, andavo decisamente nei limiti di velocità, ma che vuoi! La strada non è di tua proprietà, ci sono anche gli altri!
      In maniche corte, rinfrescata e più a suo agio continuò ad inerpicarsi per la strada, tra curve e gallerie, che aveva percorso decine di volte. Le case che le si presentavano davanti e gli scorci del lago, a volte al piano finestrino, a tratti dall’alto, erano panorami già visti, ma sempre meravigliosi, soprattutto in una giornata così tersa.
      Il lago è cupo e triste quando è nuvoloso o piove, così dicevano tutti. Invece a lei piacevano anche i giorni uggiosi, con le nuvole che modificavano il profilo delle montagne. Quell’aria carica di umidità che dava fastidio ma ti faceva sentire viva.
      Ma ora questo sole l’accecava, era davvero forte. Ma davvero era ottobre? Il blu calmo dell’acqua faceva venire voglia di un giro in barca e di un bagno.
      Chiaro che dal finestrino entrava aria fresca. L’unico elemento che le ricordò che non era più estate. Oltre alle viti americane attaccate sui muri che erano oramai rosso intenso. E qualche foglia sul ciglio della strada che cadeva dagli enormi alberi delle ville del lago.
      A sua madre aveva detto che era fuori con gli amici, quando declinò l’invito a pranzo.
      Ai suoi amici aveva detto che era a pranzo dalla mamma, quando l’avevano invitata ad una gita in montagna.
      Così era sola in quel percorso. Si sentiva molto in colpa, non amava raccontare bugie a chi le voleva bene. Ma non avrebbero capito, decisamente no. Quello era un suo momento, che aveva deciso di affrontare da sola. Solo lei e Jeorg. No, non avrebbero capito nulla di lei e Jeorg.
      Sì forse era stata disperazione. Quando sono anni che provi a cercare qualcuno che possa entrare positivamente nella tua vita, renderti felice, dare un senso ai tuoi giorni, ma trovi solo persone disgustose! Beh magari disgustose no, non tutte, ma decisamente non compatibili. Persone che rendono il tempo trascorso in loro presenza inquieto e interminabile. Quella persone che mentre sei con loro e ti parlano, la tua vocina interiore inizia a suggerirti - scappa a gambe levate, via, via di qui! Immediatamente! – Persone che ti creano disagio non benessere.
      Jeorg era diverso, si erano conosciuti l’estate prima. Una gita estemporanea d’agosto - Che facciamo oggi? Ma se andassimo a Villa Balbianello? – ma perché no.
      Erano loro tre a casa in agosto mentre gli altri si divertivano in giro per il mondo o sulle affollate spiagge italiane – Ma perché no! Ci sono già stata ma rivederla sarà sempre interessante. Sì, ma chissà quanta gente, quanti turisti!
      In effetti il battello era strapieno all’andata. Un piccolo battello con parecchia gente in piedi. Giulia trovò un posto a sedere fuori, a prua, con un’aria che sferzava il viso per tutto il viaggio. Arrivò a destinazione con i capelli in una condizione disperata e con gli occhi che bruciavano nonostante gli occhiali. Ma almeno si era seduta. I suoi amici se l’erano fatta tutta in piedi.
      Sapevano che quella corsa faceva un sacco di fermate intermedie e tra attracchi e ripartenze ci misero una vita ad arrivare a Lenno. Finalmente, dopo l’Isola Comacina videro la punta del Balbianello, effettivamente sembrava che ci fossero molti turisti. Arrivarono che era già mezzogiorno e decisero di fermarsi a mangiare qualcosa. Seduti tranquilli ammiravano quel panorama, consueto forse, ma ci si stanca mai di ammirarlo?
      Procedettero sotto il sole afoso d’agosto, a piedi, lungo la strada che conduce alla villa. Spesso si fermavano a fare foto. Gente che andava e veniva, sembrava un marciapiede cittadino nell’ora di punta. Ma erano in gita, era estate, chi se ne importa della folla e del tempo che passa. Niente foga, niente fretta, nessun programma da rispettare.
      Prenotarono all’ingresso la visita guidata alla casa. Quella in italiano iniziava dopo un paio d’ore, nell’attesa avrebbero girovagato per il giardino.
      Appena entrati uno degli amici iniziò a gridare – Gnocca all’orizzonte! - In bella vista, in una costruzione sulla destra con grandi vetrate si vedeva distintamente una splendida ragazza con un abito da sposa. Giulia capì subito – Ma dai, un matrimonio proprio oggi, che spettacolo! – Ma mentre era immensa in questi romantici sogni i suoi amici continuavano a commentare l’avvenenza della bella sposa.
      In effetti arrivati alla Loggia una gentile signora li avvertì che dopo 10 minuti l’avrebbero chiusa per un matrimonio. Così si affrettarono a salire le scale e ad ammirare qual panorama splendido in quel luogo così famoso! Come non rivivere ogni volta la breve scena di Star Wars. Se ne parla tanto ma dura un minuto o poco più, e il panorama è pure tutto rielaborato al computer.
      Certo che sposarsi in quel posto era decisamente romantico! – pensò Giulia mentre i suoi amici iniziarono a mimare un duello con immaginarie spade laser – Facci una foto Giulia! La mettiamo su Facebook – A Giulia sembravano due rimbambiti, ma si prestò all’estemporaneo book fotografico con due bambini troppo cresciuti che giocavano a fare lo Jedi davanti ad uno dei panorami più belli del mondo. Sotto lo sguardo di divertiti turisti stranieri, i quali, un minuto dopo, stavano ripetendo la scena per i loro seguaci dei social. Giulia non riuscì a trattenere una risata di rassegnazione.
      Sulla Loggia c’erano ben disposte in due settori delle belle sedie. Davanti c’era un tavolo con una spettacolare composizione di fiori. In un angolo, un’arpista orientale e una flautista stavano provando la musica di accompagnamento. In questa elegiaca atmosfera gli amici di Giulia si fecero scattare una foto davanti al tavolo teneramente abbracciati. - Come rovinare una magnifica situazione! – pensò Giulia. Ma oramai era davvero abituata a queste esternazioni ironiche. La parte romantica non era proprio presente nei suoi due amici. O forse, la esorcizzavano.
      Vennero cacciati a causa dell’imminente cerimonia.
      Gli inviatati presero posto. Giulia e gli altri seguivano la scena dallo spiazzo sotto la Loggia.
      Improvvisamente lo scorse tra gli inviatati: un angelo biondo! Giulia non riusciva a toglierli gli occhi di dosso: era meraviglioso. L’uomo più bello che avesse mai visto.  Era ipnotizzata. Si muoveva nel gruppo di curiosi cercando di non perderlo di vista, con movimenti estremi del collo per non rabbuiare un solo fotogramma. Non era possibile che potesse esistere: e gli altri sembravano non accorgersi di tale meraviglia. Come potevano non notarlo!
      Gli amici di Giulia si accorsero del suo stordimento – Che hai visto Giulia? Un fantasma! –
      Macché – rispose Giulia – un figo da paura! Guardate, quello in piedi sulla destra –
      Chi il biondo? – chiesero
      Sì lui – rispose lei senza levare lo sguardo dal suo oggetto del desiderio. Si sentiva ridicola ma non le importava.
      Ma non è granché dai! Il classico nordico. Anche un po’ infantile nei lineamenti. Sembra un bimbo troppo cresciuto! -
      Non avevano convinto Giulia, per lei era l’immagine più spettacolare che avesse mai visto. La villa stava scomparendo dai suoi pensieri, il panorama non aveva più attrattiva, c’era solo lui.
      -Che palle sto matrimonio. Dai facciamo un giro del giardino – suggerì l’amico.
      Giulia girovagava dall’attracco delle barche fino all’immenso albero, ma i suoi pensieri erano altrove. Aveva come subito uno shock, lo stato mentale era quello.  
      Alla fine erano passate due ore ed era giunto il momento della visita della villa. Sedettero su di una panchina all’esterno in attesa della loro guida. La cerimonia era terminata, da qualche parte era in atto un rinfresco ma parte degli inviati, riconoscibili dagli abiti eleganti in contrasto con pantaloncini corti e canotte dei turisti, temporeggiava in giardino, incantati dalla bellezza del luogo. Una leggera brezza stava animando l’afa agostana. Ed era lì pure lui, si stagliava visibile tra la folla.
      Una meraviglia esponenziale.
      Lui se ne accorse, non si sa come, in quel trambusto vacanziero. Ma se ne accorse. Ad un certo punto gli occhi si incrociarono e sembravano non volersi separare. Giulia non era mai stata così sfrontata in vita sua. Finalmente riuscirono a lasciarsi, ma dopo cinque minuti stavano ancora cercandosi.
      La visita alla villa iniziò e fu decisamente interessante, tanto che per alcuni attimi il pensiero di Giulia vagò grazie alle esperienze del proprietario e alle sue avventure in giro per il mondo.
      Ma appena usciti se lo ritrovò davanti. La stava aspettando? No, incredibile, come poteva accaderle una cosa del genere. Proprio a lei quella fortuna inaspettata. Non ci era abituata.
      Con una voce ansiosa e uno strano colorito sulle guance si avvicinò a lei – Ciao, Sono Jeorg.
      Ciao sono Giulia – che fortuna sapere l’inglese! Pensò.
      Sono qui per il matrimonio del mio amico –
      Io sono qui in vacanza, una gita al lago! –
      Abiti a Como? –
      Sì, lì vicino –
      Bello questo posto –
      Sì, bello -
      E così i suoi due amici capirono che si erano persi Giulia. La lasciarono sola e proseguirono alla ricerca di scorci da fotografare.
      Accadde quindi che si conobbero. Quell’angelo stava piano piano tramutandosi in una reale presenza. Era olandese, abitava ad Amsterdam ma conosceva bene l’Italia. Ci veniva spesso per lavoro, a Milano e a Roma principalmente.  Parlarono per un’ora senza nemmeno accorgersi del tempo che passava. L’iniziale imbarazzo si tramutò piano piano in una piacevole sensazione di famigliarità. A volte capita, incontri sconosciuti con cui sei a tuo agio. A volte decisamente capita, di rado, ma capita.
      Jeorg le dava una strana sicurezza. Non era come quei broccoloni che le capitava di incontrare: Come ti chiami? Sei Single? Ci beviamo un caffè? Faresti sesso al primo incontro?
      Parlarono di botanica, di cucina italiana e olandese, di film (e ti pareva!) e anche del tempo e di turismo.
      Alla fine i due amici di Giulia, stanchi cominciarono a desiderare una buona birra e una pausa seduti.
      Giulia, a malincuore, dovette congedarsi, ma un’ansia dentro le imponeva di non credere che questa potesse essere la fine di tutto! Come! No, no di certo!
      Starai ancora qualche giorno sul lago? – chiese di getto, come guidata da una voce diversa dalla sua.
      Sì, ancora una settimana – rispose lui
      Ti lascio il mio cell? Nel caso ti serva una guida – la voce sconosciuta continuava ad avere il sopravvento.
      Certo. Un attimo che lo memorizzo. –
      E lui chiamò, il giorno dopo la chiamò. Giulia non aveva dormito bene. Aveva passato il tempo rigirandosi nel letto e autoconvincendosi che era stato solo un sogno, uno stupido sogno suggerito da un luogo così incantevole. Villa Balbianello era pericolosa! Troppo pericolosa per una ragazza single e romantica come lei.
      Si diedero appuntamento a Como, a Porta Torre e passeggiarono per quelle vie che Giulia conosceva bene. Si spinsero fino in fondo a Viale Geno e poi su fino a Sant’Abbondio. Parole su parole, informazioni turistiche e un po’ di shopping. Qualche caffè, un paio di birre e venne sera.
      Giulia non ritornò a casa. Spostò l’auto dal parcheggio a pagamento ad uno libero vicino al centro e passò la notte con Jeorg. Fu bello, a tratti anche imbarazzante, ma decisamente entusiasmante.
      Gli incontri proseguirono per tutta la settimana, andarono fino a Brunate con la funicolare, fecero il giro del lago in auto, pranzarono in un bellissimo crotto in montagna e giocarono sotto le cascate dell’Acquafraggia.  
      Ma alla fine Jeorg doveva andarsene. E Giulia non era disperata. Anzi, quasi sollevata. Aveva adorato quei momenti, spettacolari! Ma dopo un sogno prima o poi c’è il risveglio.
      Come quando, pensava, hai un’immensa voglia di panna montata quella vera, di pasticceria, ma dopo un paio di cucchiaiate, subentra una specie di nausea.
      Jeorg stava sorseggiando la sua birra su un tavolino del centro:
      Sei fidanzata? – Le chiese
      No – rispose Giulia
      Io ho una storia con una mia collega ad Amsterdam –
      Bene - commentò Giulia con un misto di gelosia profonda e sollievo.
      Si guardarono a lungo negli occhi. Ultime ore di gioco e coccole e poi
      Ti chiedo l’amicizia in Facebook, ti va? –
      E’ una buona idea? – pensò Giulia a voce alta – Sì dai, teniamoci in contatto.
      Giulia tornò a casa, non l’accompagnò in aeroporto come le aveva chiesto. E’ troppo bello, troppo. Un regalo estivo. Uno splendido regalo. Ma poi? Non ho voglia ora, non ho voglia di spezzare un bel sogno. Voglio che resti così.
      Certo, a volte il pensiero era martellante. Le mancavano quei momenti. Ma le mancava lui o le mancavano quei momenti? Non sapeva. Ma che importava. Non aveva nessuno in quel periodo. Nessuna storia seria o potenzialmente tale.
      Si scambiarono qualche messaggio, nulla di assillante.
      Poi venne ottobre:
      Ciao, sono Jeorg. Sarò a Milano la prossima settimana, ci vediamo nel weekend? -
      Le aveva dato appuntamento in uno splendido hotel sul lago. Giulia non sapeva se andarci o meno. Oddio, un amante olandese! Ma è quello che voleva? Non si sentiva molto a suo agio con questa idea, ma il pensiero di passare una splendida domenica con Jeorg la stuzzicava. Dopo un po’ che hai mangiato cucchiaiate di panna, passata la soddisfazione della scorpacciata, poi la voglia ritorna.
      Ed il tempo le dava ragione: una splendida domenica di sole!
      Arrivò a Tremezzo ma trovare un parcheggio era un’impresa! Bello il Lago di Como: sì certo, se hai un’auto che ti puoi mettere in tasca arrivata a destinazione. Lei con la sua vecchia station wagon svedese ereditata dallo zio che avrebbe fatto? Poi con costanza e una distanza di un paio di chilometri riuscì a trovare un buco. Sette manovre per entrarci, ma ce l’aveva fatta.
      Salì la scalinata dell’hotel. Jeorg l’aspettava sulla terrazza. Le sembrava che non fosse così bello come se lo ricordava, ma ad ogni modo era affascinante.
      Si salutarono con un tenero bacio. A Giulia balenò l’idea che forse gli era mancata. Però!
      Presero il battello fino a Bellagio e pranzarono in un ristorantino con vista lago. Sembravano una bella coppia straniera in vacanza. La cameriera parlò loro in inglese e Giulia le rispose in inglese.
      Ritornarono in hotel e con tutta naturalezza salirono in camera. Dalla finestra si godeva un panorama unico. Il tramonto era imminente ed i colori intensi.
      Giulia si ricordava Jeorg proprio così, un luogo conosciuto, un abbraccio forte, un’energia rinfrancante.
      Giulia avrebbe voluto chiedergli della collega ad Amsterdam ma non lo fece. Aveva paura di rovinare quella giornata. Tenne a freno una inutile ma forse naturale gelosia.
      Non aveva voglia di cenare. Salì in auto e tornò a casa.
      Forse alla prossima volta, forse no. Non aveva gli elementi per decidere in quel momento della sua vita. Così era e così andava bene.
      Arrivata quasi vicino a Como un’auto la incrociò. I fari abbaglianti la accecarono. All’improvviso le luci vennero verso di lei e venne centrata in pieno.
      Il colpo fu fortissimo, come può essere così forte a cinquanta all’ora?
      La sua macchina si fermò a destra contro il muro. L’airbag era scoppiato. Tutto accadde così velocemente, non c’era tempo per pensare.
      Sono viva, sono viva! - Riusciva a ricordare solo di aver detto quelle parole.

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