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  • Storie

    Promuovi qui le tue storie.

    • David DG Narratore
      Bangla
       
      Ritorno all’alimentari di Arian Khan, una delle sette tigre umani del Bangladesh: birra Peroni e marshmallows indiani, cicchetti di whisky e di vodka. Bevo così forte che alla fine Arian Khan, in segno di rispetto, comincia a chiamarmi Leonidas. Si ride alla grande, anche se nessuno parla bene l’italiano. Solo una persona parla la mia lingua. Si tratta di Mona, la donna di Haafiz. Mona è una donnina dell’Est, scialba e di modesta bellezza con la quale inizio a conversare, solo per il piacere di parlare senza bisogno di gesticolare. Forse ci parlo un po’ troppo, perché dopo qualche minuto spunta il marocchino di Haafiz, con gli occhi fissi e ubriachi su di me. Magari perché ci tiene sul serio, insiste sul voler mostrarmi a tutti i costi i suoi coltelli. Io vedo queste due lame di titanio, lunghe sei e nove dita, e malgrado sia un po’ ciucco mi sale della scaga addosso ma cerco di mantenere il controllo, anche quando Haafiz insiste nel mostrarmi quanto siano affilati. Mi afferra il braccio e mi passa la lama sulla pelle, raschiandomi qualche centimetro di peluria. Mantengo il sangue freddo, anche se dentro sto tremando. L’unica cosa che riesco a capire è che sono capitato in una situazione di gara tra maschi alfa. Si gioca ha chi ce l’ha più lungo, così faccio vincere il magrebino, gli dico quanto sei forte, che figo, quanto sei bravo che giri con due coltelli a serramanico e proteggi la tua donnina con cotanto ardore, come se fosse l’ultima delle fiche. Tienitela stretta, gli avrei voluto dire. Vedo la piccola Mona che mi guarda con un sorrisino irritante mentre annuisce flebilmente, come a dire: “Paura, eh?”
       Quello spacciatore stravedeva per me.
      Haafiz se la ride.
       Ride bene chi ride ultimo, marocchino. E mi raccomando, tienitela stretta la tua piccola mucchina a cui si possono fare i nodi alle tette per quanto ce le ha smunte!
      I livelli di devianza narcotica sono ben visibili sul suo viso. Con un balzo in avanti, si mette di fronte a me ed attacca a parlare in italo-francese. Era appena stato rilasciato dalla polizia, beccato senza permesso di soggiorno e ora doveva presentarsi in caserma ogni giorno per la firma. Tra i suoi obiettivi, la domanda di cittadinanza. Per ora aveva solo il visto d’ingresso. “Il permesso di soggiorno in Italia è dimostrato dal permesso di soggiorno.” –m’informa con tono serio, prima di farsi fuori mezzo bicchiere di Negroni. Non mi curo di lui, perché sto pensando ai “5 minuti di terrore” mattutini, quando l’ansia mi schiaccia sul materasso non appena schiudo gli occhi. Ho delle questioni in sospeso. Vorrei vedere persone umane. Gente che non recita.
      Haafiz quasi mi mette la mani addosso quando parla: “Lele: turismo, motivi religiosi, medici, business o studio… vaffanculo, no buono per me! Io devo prendere appuntamento con ambasciata, io fare vedere visto di transito. Periodo viene calcolato a partire da data di ingresso in Italia.”
      “Mmh…” Faccio un sorriso aspro, dopo aver posato il cicchetto di vodka sul bancone. Guardo il pusher marocchino negli occhi e gli dico: “Scopri il significato delle cose. E poi goditele.”
      “Vero fratello, vero.” Haafiz alza una bottiglia di birra in mio onore, poi se la beve a garganella. Una volta, da ubriaco, mi aveva dato una testata all’indietro. Io l’avevo agganciato per le spalle e gli avevo dato una ginocchiata sulla schiena. Mi ricordo che lui cadde dando dei pugni nell’aria.
      Sulla strada di ritorno mi fermo ad accarezzare un cane randagio. Lo abbraccio e gli do’ un bacino sulla testa, lui mi da’ la zampetta e io ringrazio per aver trovato un essere vivente degno di nota, o come direbbe il poeta Gregory Corso: dotato di anima. Di questi tempi ci vuole un fisico bestiale, come ha cantato un rocker italiano negli anni Novanta. Beh, è chiaro che questo non fa per me. Io ero destinato alla sensibilità, come ha detto Jep Gambardella, il protagonista del film La grande bellezza, ma nel senso cattivo, acido del termine… non c’è niente di alfa in me, solo l’ansia. Mi sono laureato al Dams sei mesi fa con una tesi su Jim Jarmusch dal titolo Un libertino della cinematografia. Nella tesi spiegavo che pellicole come Daunbailò, Ghost Dog e Dead Man mi avevano comunicato lo stesso messaggio della musica punk, ovvero che nella vita non era importante la tecnica, piuttosto gli schizzi d’adrenalina poetica. La mia tesi non è stata molto apprezzata. Ho preso ottantacinque e alcuni membri della commissione si sono perfino rifiutati di stringermi la mano. C’è da dire che non ho fatto una gran figura di fronte all’élite culturale del mio Paese. Bevo un altro sorso di birra, la sesta in due ore. Sono Danielino, colui che la Rivoluzione Atea fece stupendo. Dio mi accolga in pace poiché sono uno che fa girare l’economia. E’ difficile decifrarmi in maniera significativa, così mi affido sempre a ciò che mi dicono gli altri. Ho il naso morbido e gommoso, senza cartilagine, e i capelli quasi a zero fino alle orecchie e un’isoletta di capelli con una scriminatura netta che mi parte da sopra la tempia. Sono un hipster. Sono uno stoner chick. Sono un neonazista. Fisso le persone senza sbattere le palpebre bevendo una Peroni grande, senza perdere mai contatto visivo. Dopo aver fatto l’abitudine al mio sguardo da psicopatico posso sembrare persino una brava persona. Almeno così si diceva sempre, giù alla Prenestina North. Io, ad ogni modo, sono il nuovo pusher culturale in questa terra di morti viventi. Rappresento le lame di ombre notturne di questa città. Io sono colui che termina i replicanti. Pone fine alle loro esistenze quando sono dal bangla e bevono birra. Li termino da dietro senza farli soffrire. Mi avvicino silenzioso, coatto, mentre parlano di Roma e Lazio, e gli sparo un colpo di pistola laser dritto dietro alla nuca… PUM! Uno di meno! La rabbia vive in me, c’è sempre stata. La porto a spasso, ci faccio i giri in metropolitana, la vomito quando sto sotto botta. Io non parlo della rabbia ma di quello che gira intorno alla rabbia. Narro dei neuroni e delle variabili alternate della rabbia che li mettono in disordine. La mia rabbia non m’impone costumi fissi, quindi mi rende più libero degli altri. Considerando polmoni e fegato, mi restano su per giù ancora venticinque giorni da vivere. Gola incatramata e piena di merda; gli occhi a svastica, forati e ossidati come serrature carcerarie del Settecento… sto morendo adesso, in questi giorni, pur non avendo contratto il virus dell’Hiv, non che io sappia almeno… Che sfortuna, non potrò usufruire dei bonus da 500 euro per gli Over 65… ad ogni modo, nella vita ho capito solo una cosa: tutto quello di cui ho più paura è anche tutta quella parte della vita che preferisco…
       
       
       
       
       
       
       
       

    • IL CRONISTORICO - 16

      By MarcoMarchetta, in Storia,

      LE  FISIME   (1554)  
       
      L'interrogatorio chiesto dal duca di Ferrara cominciava a diventare problematico, come il teologo aveva ben previsto.
      "Abate Cotrot" lo apostrofò la duchessa Renata, "riconoscetemi il rango principesco, prego. Essere diventata la consorte del signore di una provincia italica non cancella i miei natali di figlia di un re."
      "Come desiderate voi, madama reale.
      Sappiate, però, che il duca Ercole, vostro marito, pensa siano anche queste delle fìsime insopportabili: il re, vostro padre, sono quasi quarant'anni che è scomparso e con lui i Capetingi. Come si sa bene nella nostra terra regnano i Valois-Angoulême."
      "Attento a voi, abate! Ho chiesto al mio signor consorte di rispedirmi nel mio castello di Montargis e, una volta in Francia, il mio rango tornerà a farsi sentire: i regnanti attuali sono sempre miei parenti."
      In quel parlare l'abate poteva risentire il suono della propria lingua ma era l'unico piacere che provava nell'avere a che fare con quella donna. Abituato a comportarsi da rigido pedagogo sentiva una gran voglia di scaricare calci nel sederone obeso della sua insopportabile conterranea. Se l'avesse fatto, forse, il duca gli avrebbe dato un premio supplementare.
      "Madama reale" riprese con affettata umiltà, "il duca, vostro marito, ha da lamentare una insufficiente pratica carnale con voi."
      "Non per mia causa. È lui che trascura il talamo coniugale: lui trova che damigelle e popolane sono ugualmente buone per scaldargli il letto.
      Comunque, in tal senso ritengo mi abbia praticata quanto basta per donargli sette figli."
      "Perdonatemi, madama reale, ma" e Cotrot, pur sapendo che la signora non contasse più nulla, si sentì obbligato a mormorare, "il duca è convinto che facciate la dolce con un vostro cavaliere."
      "Parlare di matematica e di filosofia con chi può capirmi significa fare la dolce? Ho curiosità per tutto quanto mi tenga desto l'intelletto. Sarà un'altra fìsima mia ma sono fatta così.
      Dite al duca che può giacersi con me ogni volta possa desiderarlo e non gli chiedo neanche di preavvisarmi la visita ma solo di ricorrere a delle opportune abluzioni preventive; altra mia fìsima, abate."
      "Madama reale, io sono un teologo e quindi non starò a insistere su altre caratteristiche vostre che il signor duca definisce fìsime. Accennerò brevemente a esse con la speranza vogliate eliminarle nell'interesse della vostra intesa coniugale: l'abbigliamento non conforme alla moda di corte, 'alla portoghese', e l'uso di forchette a tavola invece degli stecchi profumati che usano tutti a infilzar vivande.
      Io, madama reale, sono chiamato qui principalmente perchè voi spalleggiate la Riforma luterana: avete dato asilo, da un ventennio in qua, a tutta una serie di eretici, fuggiaschi dai rigori dell'Inquisizione."
      "È vero, abate. E allora? Voglio che il mio spirito e il mio intelletto siano liberi da ogni costrizione e lacciuolo della vostra opprimente tutela.
      L'Inquisizione si sta divertendo a bruciare chi vuole a suo capriccio. Vediamo se è capace di fare lo stesso alla discendenza di un re!"
       
      Quando il duca fu informato dell'esito fallimentare di quell'incontro si sentì cascar le braccia:
      "Abate, ma davvero quella non capisce che finirà sul rogo, re o non re per lo mezzo?"
      "Signor duca, la signora duchessa è stata convinta all'idea della predestinazione e all'inutilità di intermediari fra lei e il Creatore.
      Lei trova ciò conveniente perchè così evita le preghiere, le messe, le cerimonie di corte ed, essendo ogni sua giornata libera dai vari doveri spirituali, può dedicarsi a tempo pieno ad attività che considera 'più creative'.
      Non è ateismo ma certo così non dedica a Dio neanche un attimo della sua vita.
      È convinta di essere una prescelta all'eterna beatitudine comunque faccia: 'Dio non vorrebbe vicino, certamente, dei plebei e se mi ha voluto principessa per nascita è perchè, qualunque azione svolga, in bene o in male, Lui mi ha già predestinata a starGli accanto'; questo ha detto!
      Con tali convinzioni lascia che si cucini di grasso anche il Venerdì Santo, non si comunica con Nostro Signore e ammaestra i figli in tale disciplina.
      Non possiamo lasciargliela passare, proprio a lei, così influente e conosciuta da tanti eretici! Bisogna dire a tutti che la Chiesa punisce qualsiasi eresia senza guardare in faccia a nessuno. Ci vuole l'esempio! Ci vuole il rogo, signor duca!"
      Ercole Secondo d'Este era rimasto a rimuginare su quella teoria così originale che fino allora non aveva mai neanche voluto ascoltare. Ora, grazie al teologo francese, non solo l'aveva capita ma la stava prendendo seriamente in considerazione.
      Pensava alle ore giornaliere trascorse negli 'assolvimenti dell'anima': rosari interminabili, le messe quotidiane, i digiuni e le penitenze devozionali. Tutte quelle erano cose dolorose, noiosissime e anche inutili se, da 'nato bene', sarebbe andato comunque in Paradiso pur non subendole.
      "Ma quale rogo e rogo, signor abate Cotrot!
      Voi state parlando di Renata di Francia, figlia di Luigi Dodicesimo!"
      "Ma, ma..." cercò di raccapezzarsi il religioso, "la signora duchessa ha ospitato Calvino sotto il nome di Carlo d'Heppeville, sfuggito agli inquisitori grazie a lei. Ha ospitato frate Ochino, uno scomunicato."
      "Queste son cose che non ho mai saputo" affermò il duca mentendo spudoratamente "e non voglio certo crederle adesso solo perchè me le riferite voi.
      Badate alle vostre parole se non volete incorrere nella nostra ira!"
      Dopo un poco riprese con fare conciliante:
      "Caro abate, potete ritornare in Francia al più presto e vi farò dare il compenso pattuito senza che vi affanniate ulteriormente.
      E fate conto di non aver mai colloquiato con la signora duchessa. Intesi? Penserò io a farle intendere ragione, state tranquillo e a farle passare le fìsime!"
      "Sarete servito, signor duca.
      Papa Paolo Terzo, con una bolla pontificia, mise la signora vostra sotto la sua speciale protezione. Quel pontefice è morto da qualche anno ma farò conto che la sua volontà sia ancora vincolante."
      "Bravissimo, il mio abate Cotrot."
      Rimasto solo, Ercole diede immediate disposizioni perchè Renata tornasse a palazzo dal suo esilio campagnolo onde farsi ragguagliare meglio sulla 'predestinazione' e cominciò a elaborare qualche scusa buona per disertare la funzione del vespro.
       
      Marco Marchetta
       
       
      GLI  ESULI   (750 a.C. / 25 a.C.)  
       
      Che ne sapevano quei buzzurri scalmanati di essere tutti 'villanoviani', tutti parte di una stessa gente? Avevano imparato a ficcare nel terreno asciutto i pali delle loro palafitte ma non ancora a come togliersi di dosso la fame atavica senza depredare i vicini.
      A trascinare un centinaio di ragazzoni di Lavinio  contro gli abitanti di Alba Longa era stato Remo spalleggiato dal gemello Romolo. Da bravi aggressori contavano sull'elemento sorpresa ma trovarono gli albalongani già in allarme e se non si fossero dati alla fuga avrebbero fatto tutti una brutta fine. I superstiti, stanchi e affamati, giunsero dopo due giorni al fiume.
      Su una collinetta lì nei pressi c'era un pugno di capanne: qualcosa da saccheggiare.
      Remo in cerca di un facile riscatto si lanciò all'attacco incitando i compagni. Ricevette un colpo di lancia all'addome da uno dei tre difensori, presto uccisi, e rimase agonizzante sul terreno.
      Oltre quelli al ferro degli invasori si offrivano solo femmine e bambini del tutto inoffensivi.
      "Siamo gente dei Sabini" rispose una di loro, Terzia Risuta.
      "Come campate?" chiese Romolo.
      "Traghettiamo sul fiume, commerciamo quello che fabbrichiamo, che raccogliamo o che si coltiva, ci danno qualcosa quelli che facciamo foxxxre, si dà addosso a qualche viandante straniero ben fornito e cose così.
      Siamo una quarantina fra donne e piccoli. Tre maschi erano pochi per proteggerci e anche per il resto. Rimanete con noi."
      "Che ne dite, amici?" domandò Romolo facendosi sentire da tutti i suoi. "Dall'altra parte ci sono gli Etruschi che forse non ci rivolgeranno lo stesso invito."
       
      Con il passare degli anni e con l'arrivo di altri sabini e fuggiaschi da ogni parte l'abitato sul Palatino si estese un po' a tutte le alture adiacenti attorno al Tevere.
      Da una terrazza naturale sul Gianicolo i tre portavoce di quella compòsita comunità, Romolo per i laviniani, Tito Tazio per i sabini e la Risuta per le donne comuni guardavano in basso il fiume, i ponticelli a pedaggio che collegavano l'isola Tiberina alle sponde e la città di capanne sparpagliate fra i colli. Fra esse spiccavano per le maggiori dimensioni le uniche costruzioni in tufo: due santuari e la casa curiale sul Capitolino.
      "Io continuerei a chiamarla Accoglienza" propose Terzia.
      "Alba Sabina deve essere il suo nome definitivo!" asserì Tito. "Primo perchè i Sabini sono di più e secondo perchè prevedo che nel Lazio ci sarà una sola Alba che conterà fra poco."
      "No!" ruggì Romolo. "Quel nome lo voglio cancellato del tutto! Questa città si chiamerà Ròmola perchè sono stato io a conquistarla e ad ampliarla!"
      I due sabini si scambiarono un'occhiata: a un simile tipaccio era meglio dar ragione e fare spallucce. Anzi finsero entusiasmo per la felice scelta purchè avesse corretto un po' quella derivazione così sfacciata: Roma sarebbe andata meglio.
       
      'Ecco' si dice Tito Livio finendo di leggere, 'se voglio scrivere la nostra storia ab urbe condita dovevo conoscere anche questa tradizione orale riportata da Ennio.
      Dovrò correggere un po' un'origine tanto volgare: non credo che i valorosi padroni di tutto il mondo civile conosciuto gradirebbero sapere di discendere da puttane e grassatori.
      Vediamo un po': qui ci vuole una vestale, madre dei gemelli ...  casta finchè ingravidata nel sonno dal dio Marte. Il perfido Amulio li abbandona al Tevere e i poveri piccoli, usurpati di un regno, dove si vanno ad arenare? Proprio dove fonderanno Roma.'
       
      Marco Marchetta
       
      (Ringrazio chi legge e gradisce. A sabato prossimo, 28 luglio, con un altro racconto)

    • Sofia

      By ivanbliminse, in Letteratura erotica,

      Sofia abitava in una vecchia palazzina,con l'intonaco che perdeva qualche pezzo,le persiane ormai vecchie,la ringhiera della scala non molto affidabile,ma era l'unico appartamento che poteva permettersi in quanto si era trasferita da poco tempo e avendo iniziato a lavorare da qualche mese.
       
      Ma piano piano si stava abituando a vivere in quella casa,soprattutto perchè abitava da sola e cosi poteva godere di molte libertà,non dovendo più condividere l'alloggio con i genitori e con la sorella.Un altro fattore positivo era la vista di un bellissimo parco,uno dei pochi spazi verdi di quella grande città, poteva anche beneficiare  di una terrazza che però comunicava con tutto il piano.
       
      Quell'anno l'estate era molto torrida,le temperature sfioravano i 30 gradi e quelle vecchie case di cemento non rendevano la situazione migliore.Sofia di notte non riusciva a dormire,neanche liberandosi dei vestiti e rimanendo in intimo riusciva a resistere all'afa,l'unica soluzione era spalancare le finestre nella speranza di sentire della leggera brezza.
       
      Aprì la portafinestra della sua camera,un po' titubante perchè  i terrazzi erano comunicanti,aveva paura che  uno sconosciuto o un vicino potesse spiarla mentre dormiva o peggio ancora si introducesse nella sua stanza,ma alla fine provata dal caldo si stese nel letto,qualche gocciolina di sudore scendeva dal suo corpo,si tolse il reggiseno,facendo apparire un seno sodo,una piccola corrente d'aria la fece rabbrividire,d'istinto passò una mano sul suo petto,si soffermò sul capezzo già turgido,lo accarezzò e lentamente abbassò le dita,accarezzandosi il suo ombelico,passò le dita tra le sue cosce e nel bordo del suo perizoma per far aumentare l'eccitazione,ormai la voglia aveva preso il sopravvento,si sfilo l'ultimo pezzo rimasto,il suo corpo nudo era disteso nel letto,gocce di sudore scivolarono su tutto il corpo ma le sue dita continuarono a massaggiare il suo organo.Iniziò a sentire dei brividi,emise dei piccoli gemiti,un calore invase il suo corpo e si lasciò andare,mordendosi le labbra per non dare voce al suo orgasmo,ormai stanza ma soddisfatta si addormentò in poco tempo.
       
      La mattina seguente le prime luci dell'alba la svegliarono,si accorse di essere ancora tutta nuda,subito pensò alla figura che avrebbe fatto se qualcuno avesse assistito alla sera precedente ma quei pensieri le passarono dalla mente perchè per sua fortuna l'appartamento vicino era vuoto,così si fece una doccia pronta ad affrontare una nuova giornata.
       
      Purtroppo il lavoro le occupava molto tempo,quindi le relazioni sociali erano ridotte al minimo,anche perchè in ufficio le impiegate non erano molte socievoli,forse preoccupate da una collega più giovane,mentre il palazzo dove abitava era composto da qualche coppia anziana o da vecchie zitelle neanche molto simpatiche
       
      Le giornate composte dalla solita routine passavano velocemente,ormai si era abituata a quella vita,si godeva la libertà di vivere da sola,nonostante la sera arrivasse a casa stanca e ogni tanto si lasciava andare con la fantasia,magari con l'immagine di qualche ragazzo incontrato per strada.
       
      Era passato quasi un mese,il caldo si faceva sempre più insopportabile,cosi appena tornata a casa si buttava sotto la doccia,per rinfrescarsi ma la sensazione dell'acqua fredda che scivolava sul suo corpo caldo e la spugna che strofinava i suoi seni delicatamente,produssero dei brividi di piacere,cosi indirizzò il getto della doccia sulle sue cosce fino ad arrivare lentamente in mezzo alle sue gambe,provocandole un piacere incontrollabile,perse ogni inibizione,con le mani iniziò a toccarsi tutto il corpo,prima i suoi capezzoli turgidi,poi verso il basso,le sue dita sfioravano la sua vagina mentre l'acqua continuava a scorrere,l'eccitazione si faceva sempre più forte tanto da mordersi il labbro...pochi minuti  raggiunse l'orgasmo.
       
      Uscì dalla doccia,indossando l'accappatoio, si mise sul letto visibilmente soddisfatta e felice si addormentò.
       
      La mattina seguente la sveglia non era scattata,si alzò perchè svegliata da alcuni rumori,non fece neanche colazione e si affrettò a vestirsi velocemente,con il timore di arrivare in ritardo fece le scale a due gradini per volta ma per la fretta non si accorse che stava per andare a sbattere contro un ragazzo,non riuscì a frenare in tempo,finendogli addosso.
      Fu un momento abbastanza imbarazzante,il suo viso arrossì,ma subito gli chiese scusa e riprese la sua corsa.
      Prese l'autobus per un pelo,trovò un posto vicino al finestrino e seduta si mise a pensare a quel ragazzo,aveva un fisico atletico,robusto ma non palestrato,le sue braccia forti era riuscite a fermarla in tempo,quella stretta le aveva dato un senso di sicurezza,fu incontro breve ma piacevole,si vergognava anche ad ammetterlo con se stessa ma quello fu l'unico contatto maschile da quando si era trasferita.
       
      La giornata passò in fretta,ritornando a casa sperava di incontrare quel giovane,augurandosi di trovare il coraggio per presentarsi, immaginava di uscire con lui,per bere o mangiare qualcosa,ma anche di rivedere quel corpo tonico,magari senza vestiti...un piccolo sorriso apparve per quel pensiero.
       
      Purtroppo per lei non accadde nulla di tutto ciò,un po sconsolatasi fece la doccia per rinfrescarsi,con l'accappatoio legato andò ad aprire le persiane,si stese nel letto,nuda,con una piacevole brezza che le accarezzava il corpo,ma il pensiero di quell'incontro le provocò un brivido,subito i suoi capezzoli diventarono turgidi,quella volta l'eccitazione era più forte,la fantasia di essere posseduta da quel ragazzo la faceva impazzire,iniziò a toccarsi dappertutto lasciandosi andare a dei gemiti,dei gridolini,forse anche troppo forti,ma quella sera aveva perso il freno dell'inibizione,le dita dei piedi si arricciavano,piccoli spasmi involontari anticipavano un orgasmo
      molto forte,aveva di nuovo il viso rosso,le gocce di sudore scivolarono sul suo corpo,si addormentò dopo pochi minuti.
      Quella mattina ,svegliata dalle prime luci del sole,si accorse di essersi addormentata di nuovo nuda,così andò a chiudere subito la finestra per godere di qualche ora di sonno in più,ma un particolare la svegliò di colpo,le persiane di fronte erano aperte,qualcuno si era trasferito,in un attimo molti pensieri le balenarono in testa,si chiese se l'avessero vista nuda o peggio ancora se l'avessero ascoltata mentre stava gemendo.
      Si rimise nel letto,sotto il lenzuolo un pò preoccupata e pensierosa di chi potesse essere il suo nuovo vicino,non riuscì più a prendere sonno.
      Fece colazione,si vesti per andare al lavoro,un pò turbata,stava chiudendo la porta quando sentì uno scatto di una serratura,stava per conoscere il suo dirimpettaio,il cuore le batteva più forte,sperava che l'alloggio fosse occupato da qualche coppia anziana,invece con stupore apparve il ragazzo con cui si era scontrata il giorno prima.
       
      La notte prima aveva pensato molto a lui ma la paura che qualcuno l'avesse vista in quell'atteggiamento le aveva fatto dimenticare tutto,cosi si trovarono di nuovo faccia a faccia,fu nuovamente imbarazzante,un lungo silenzio per fortuna interrotto dalla sua voce,mi chiamo marco disse,lei un pò impacciata si presentò.
      Fecero le scale insieme,per quel breve tratto la conversazione apparve più naturale,anche lui si era appena trasferito per lavoro,notò piacevolmente che lo sguardo di lui era attirato dal suo seno,si sentii lusingata,ma purtroppo però i rispettivi uffici erano molto distanti tra loro e quindi si divisero in breve tempo.
      Sofia quel giorno era molto distratta,la sua mente era occupata solamente dal suo vicino,sperava che fosse l'inizio di qualcosa,ma l'attrazione fisica in quel momento era molto alta,non vedeva l'ora di finire nuovamente nelle sue braccia,magari senza vestiti,con i suoi seni che si toccavano con i suoi pettorali,ma un rimprovero del suo capo fece finire quel suo sogno a occhi aperti.
       
      Passò qualche giorno ma non rivide marco,aveva il morale sotto le scarpe,si era già illusa,quando un pomeriggio,tornata dal lavoro lo incrociò per le scale,stava trasportando degli scatoloni,infatti le spiegò che era andato a casa a prendere ancora delle cose,quell'incontro mutò notevolmente il suo umore.
       
      Aprì la porta di casa sempre sorridendo,si preparò da mangiare e dopo si fece una doccia,il mattino seguente si doveva alzare prima quindi si stese dopo pochi minuti nel letto.
       
      Non si era più toccata da qualche giorno,il desiderio era calato non avendo più visto quel ragazzo che scatenava la sua fantasia ma l'incontro cambiò tutto,l'eccitazione si era fatta di nuovo sentire,raggiunse in fretta l'orgasmo e si addormentò dopo poco tempo senza preoccuparsi di rivestirsi o di chiudere le persiane.
       
      La notte trascorse tranquillamente,anche se aveva fatto un sogno strano,molto eccitante,aveva immaginato di fare l'amore con Marco,sembrava di sentire i suoi bicipiti che la stringevano,la sua bocca che toccava ogni parte del suo corpo,incominciando dal collo per scendere piano piano giù,nei suoi seni sodi con i capezzoli turgidi,che una mano accarezzò,con la lingua finì nell'ombelico fino ad arrivare sulle cosce,che si allargavano sentendo la sua testa avvicinarsi,baciò la sua vagina e infilò la sua lingua dentro,un vortice di eccitazione stava per raggiungerla,appoggiò le mani ai suoi capelli perchè non smettesse quel movimento,si morse anche il labbro.
      Ormai la sua vagina era umida,cosi lui staccò la testa e si tolse i boxer,mostrando un membro nel pieno della sua erezione,si avvicinò a lei e la baciò,con le mani allargò le sue cosce e incominciò a penetrarla.
      I loro corpi erano intrecciati,le gambe di sofia avvolgevano la schiena di marco,le loro bocche continuarono a sfiorarsi,c'era molta intesa,i movimenti sembravano sincronizzati,lui continuò con quel movimento,lei si lasciò andare,perse l'inibizione sentendo quel membro duro dentro di lei che andava su e giù.
      Ai suoi gemiti si unirono anche quelli del ragazzo,che terminò il loro rapporto dentro,sofia si sentii inondare da un liquido caldo,si abbracciarono per un po di tempo.
      Si svegliò con le prime luci dell'alba,visibilmente soddisfatta da quel sogno che le era sembrato cosi reale,quando ad un tratto le sorse un dubbio,si chiese se non fosse successo tutto veramente,quando alzandosi trovò un biglietto sul tavolo con scritto:grazie della fantastica notte.
       
       
       

    • (Quindicesima  Puntata)
       
      Il tempo passava mentre crescevano le violenze e gli scontri; l'odio si attenuava appena un po' solo a seguito di brutalità elargite.
      Però, facendo riferimento allo scopo da raggiungere, le cose andavano migliorando: si moriva finalmente, e non solo per i combattimenti e gli strapazzi ma anche di malattia senza che le morti fossero rimpiazzate dalle nascite.
      Tutti erano consci di quell'uno per cento di bimbi rimasti nelle città, fertili e per tal motivo lasciati in vita; solo loro avrebbero potuto dar seguito e significato all'umanità. La situazione si bilanciò per alcuni anni più o meno in stallo.
      Le donne erano prive di qualsiasi comodità e tecnologia e dovevano predare attrezzature e modernità provenienti dai centri abitati se volevano usufruirne.
      Gli uomini erano padroni delle città, villaggi e caseggiati per quanto isolati ma in quelli vi erano come imprigionati, circondati da ogni parte da orde di femmine che dire selvagge e incazzate era limitativo.
      Le masserie, le ville, i cascinali furono i primi a cadere. Poi le donne si dedicarono con metodo e pazienza ad assediare i piccoli borghi.
       
      Uno di questi era Bourboncity. I suoi primi abitanti avevano riscoperto la formula del whisky e, dicevano, anche della Coca-cola; sulla produzione di quei beni, che divennero presto di largo consumo, avevano impostato tutta la loro economia e benessere.
      Un giorno il portavoce della municipalità con tanto di bandiera bianca si avviò verso la periferia per parlamentare:
      "Donne!" urlò intorno verso le zone verdi che bordeggiavano le ultime case. "Vogliamo scambiare con voi i nostri prodotti. Capito?!"  Il nulla accoglieva le sue grida. "Abbiamo whisky a barili per voi, belle signore. Da quanto non fate una bella bevuta? eh?"
      Dal niente sbucò una giovane con una velocissima corsa zigzagante e lo scontrò abbrancandolo alla gola; puntandogli un pugnale in prossimità del cuore lo rigirò tenendosi al coperto dietro di lui.
      "Che proponete?" gli sibilò all'orecchio mentre indietreggiava trascinandoselo dietro.
       "Calma!, stai calma con quel coltello. Lo vedi che non sono armato?"
      "Abbiamo visto. Sennò ti sparavamo e basta."
      "Si può scambiare?... scambiare. Una cosa equa. Noi abbiamo bisogno di grano, frutta, verdura e voi avete in mano tutta la campagna.”
      "Le scatolette sono finite, è vero?" ansimò quella nello sforzo, quasi concluso, di imboscarsi col prigioniero. "Si sente dalle tue costole che fate la fame, maschi di merda."
      Portato al sicuro, tutte cercarono di fare del male a quel particolare 'maschio di merda'. Questi urlava più di dolore che per illustrare le proposte offerte:
      "Ma non rispettate proprio niente ... avevo la bandiera bian ...  femm..."
      "...mmine di merda, sì" e continuavano a infierire fra risate e sadico godimento; "Rispettare chi? siete voi i traditi?"; "Noi deboli, fragili e voi che vi accanivate senza alcuna pietà";  "Ci affidavamo a voi per farci proteggere non farci uccidere senza ragione.”
      Forse per riuscire a morire prima quello spifferò il piano, per vero o falso che lo si ritenesse: una volta che fossero state tutte ubriache, azzerate dal whisky o dalle droghe poste nella Coca-cola, gli uomini di Bourboncity le avrebbero eliminate facilmente e ripulito drasticamente il circondario; le tre più attraenti, schiavizzate, sarebbero servite per il sesso forzato.
      Volle aggiungere fra gli ultimi sogghigni, si sarebbero riforniti di carne i freezer, con la scarsità di proteine...
      Era vero. Quando la città fu presa per fame scoprirono nelle discariche rifiuti non differenziati fra cui spiccavano ossari umani per lo più maschili; ma anche bacini prettamente femminili si evidenziavano fra essi, scarnificati dopo un'opportuna bollitura.
      A Bourboncity tranne i bambini fertili nessuno scampò alla strage.
      Kathryn e compagne, convinte che fossero i tempi a imporre le nuove diete, nello spanciarsi di deliziosi arrosti e cotolette con sughi speciali alle erbe campestri, inventarono da allora nuovi manicaretti a base di carne umana.
      "Questa ricetta ce la insegni, eh?" si sentiva fra ributtanti risucchi su omeri e tibie; "Però loro se la passano meglio, anche se non sanno cucinare come noi. Vuoi mettere una fesa tutta nervi e muscoli, stopposissima, con una lombatina al bacio, in cui tutta la femminilità si scioglie in bocca?"; "Eh, lo si diceva sempre che, belle o brutte, a qualsiasi età, noi donne siamo sempre delicate, tenere e burrose."
       
      (15.  Ringrazio chi legge e gradisce. Continua il prossimo venerdì, 27 luglio)

    • III-IV-V-VI CANTO DELLA  ETERNA ESTATE
       
      DI DOMENICO DE FERRARO
       
      Tra i boschi di cemento ove prospera il mostro dalle tante teste, dove striscia la serpe e vive il ragno fellone là in fondo al mare. Tra le onde perdute danzano le sirene e le navi dall’alto della superficie attraversano il vasto mare cantando con a bordo mille passeggeri alcuni provenienti da lontani pianeti da isole e terre sconosciute da amori che si rompono in un attimo e diventano fiori appassiti sogni piccoli che non hanno ricordi da offrire .  Tutto scorre la piazza è affollata come al solito qualcuno passeggia a testa in giù chi sogna grande imprese chi lavora chi non ha nulla da dire e tace seduto sopra una panchina con poche parole strette tra i denti con una sigaretta e d un amore infranto. Chi dice che non c’è più bisogno di suonare chi che il pane scarseggia .
      Tutto scorre come un fiume in piena la piazza la piccola piazza dell’Annunziata dove gli angeli si riuniscono e giocano a briscola con vecchi diavoli dalle corna segate. Angeli ribelli belli senza denti con un cane a passeggio con te impiccata ad un albero calvo ove gufi e sciacalli cantano la loro triste canzone. 
      Possiamo sederci con voi
      Prego qua simme tutti amici
      Noi siamo qui per voi
      Per me  che bello
      Dovete crederci
      Perché mai non vi dovrei  credere
      Tutto scorre ed ogni cosa si bagna
      Certo ieri pioveva
      Oggi  però è una bella giornata
      Già
      Possiamo sentire il vento passare
      Potremmo volare in cielo
      Sarebbe fantastico
      Aprite  le porte degli inferi
      Credo sia giunta l’ora Che tristezza dover morire
      Perché ti rattristi
       un tempo ero giovane  rammento quelle gioie
      Continui ad Osservi  il cielo capovolto dentro un bicchiere
      Osservo  il tempo trascorso
      Le parole mai dette
      Maledetta tu sia morte
      Eppure mi amavi un tempo
      Lei ti ho inseguita a lungo
      Non adirarti Ero sempre li accanto a te
      Eri  nel mio  cuore
      Sono stato sempre    parte di te
      Non volevo ferirti
      Lascia stare non farti ancora del male
      Provo a volare con te
      Le mie ali sono le tue
      Nella notte tetra nella ragione che insegue un suo linguaggio come generare la storia che esplode dentro in mille racconti in mille versi simili nella loro trascendere scindere il male dal bene . Come in un giorno di pioggia cammino sotto un cielo plumbeo ,  cammino con le mani in tasca pensando al dolore del mondo pensando a te alle mie ferite che sanguinano . Una strada lunga infinita che conduce dove i monti toccano il cielo dove le vette sono verdi e silenti dove le aquile riposano nel sonno del pio monte dormente nel palmo di mano di un gigante . Un titano che ha un cuore enorme una forma che avvolge ogni cosa in se mostrata il suo sedere, mostra la sua bocca la sua lunga lingua. Ed il sangue scorre e macchia il selciato il piccolo sentiero che sale lentamente verso l’alto. E la città illuminata si vede dall’alto del monte delle solitudini si vedono le sterminate periferie e le mille luci sorelle ed i fratelli folletti saltano nel buio saltano tra le nuvole giocano ad acchiapparmi si rincorrono nel vento ed ogni cosa e cosi dolce. 
      Venite fratelli
      Siamo tutti con te
      Salta folle vita
      Salta il fosso
      Salta la merda
      Salta e sorridi
      Sei uno di noi
      Sono qui che piango me stesso.
      Non dire ti amo
      Non voglio capire quando sarà il mio turno
      Forse domani sarete tutti con me
      La ragione nasconde una terribile verità
      Certo il contrario di ogni cosa plausibile
      E come bere un bicchiere d’acqua con ghiaccio
      La solitudine potrebbe essere uno slancio per essere diversi
      Ma fottere il prossimo non mi sembra una buona idea
      Sei legato ad un vizio ad una perdizione
      Hai fatto quello che potevi ora piangi su latte versato
      Forse non abbiamo compreso quale fosse la giusta parte
      Non credo di poter essere un creativo se non conosco il lato positivo
      Tutto qui questa estate di pioggia questa estate triste che esplode dentro di me  come una bomba ci riduce in mille pezzi questo povero corpo, esanime che si trascina nel buio i nella volontà di cercare di uscire da un tunnel , nell’eco delle parole che si legano al senso nella vasta ricerca la città cresce come un fungo cresce nel silenzio  sotto mille papaveri rossi tra  le macchine rotte parcheggiate di traverso. E l’uomo zoppo raccoglie le stelle cadute dal cielo li raccoglie di corsa li nasconde dentro il suo sudicio cappello. Sorride si guarda intorno cerca di fuggire dal buio che avanza che si trasforma in un orco in un lupo mannaro. Ed un vento sibilino con mille voci echeggia passando . Vicoli lunghi e budelli ove la carne scivola dentro dove l’uomo con una sola gamba scivola gioioso con un fiasco di vino in mano. E la bella donnina siede dentro un cuore malato racconta al suo gatto dei tanti suoi amori si tocca mostra il suo sesso fumoso e famelico. E forse un angelo dall’ali grandissime con un sorriso che descrive la sua vita la sua età passata la sua vanità. Ed il canto del gatto tra le sue braccia echeggia nell’avvolgere la maglia di lana avvolge la sua generosa sensualità  . La sua voglia di vivere vile e fraudolenta libera da ogni impegno e noia esplode in mille storie  in mille idee.
      Non volevo morie
      Hai toccato il  mio pelo
      Ti avrei portato in vacanza con me
      Sono fandonie piccole dicerie
      Sei matto da legare
      Perché non mi canti una canzoncina
      Sono senza voce
      Sei tu che spinge il carro dei dannati
      Tu mi turbi gatto
      Io sono in verità un povero sorcio
      Mai udito  nulla di simile
      Perché non apri la porta
      Ho  paura di  sentire le  grida della gente
      Hanno rubato il fuoco agli dei
      Io Mi sono lavata e messa il pigiama
      Tutto poteva essere una vera fiaba una storia a metà
      L’ estate scorre fiorisce nelle nostre idee nei nostri pensieri e la stanza era ampia ed una luce celeste entra a fiotti portando seco angeli e demoni portava la confusione ed il caos della metropoli il rombo dei motori . La macchina ferma sul crinale di un monte.  in bilico nell’aria una macchina che ha corso per tutta la sua esistenza che ha sterzato e condotto uomini e donne verso sogni e canti macchina dolce ,  cara madre ti  ho attesi per lungo tempo. La macchina aveva una ruota sgonfia soffriva di un male antico la ruggine gli rodeva i suoi ingranaggi Un male che forse aveva un nome la malnutrizione e il dispiacere di stare la ferma in attesa di poter ripartire.
      Mondo infame cosi mi aveva trattata lasciata in mezzo ad un parcheggio abusivo  tutta sola
      Adesso sei circondata da ladri e  uomini di colore
      Perché non viene ad accendere i mio motore partiremo andremo tanto lontano
      Non posso ho moglie e figli
      Perché mi dici di volermi bene se poi uccidi il mio sentimento per te
      Oltre non posso darti ho poco fiato
      Giro questa corda salto e sono con te
      Tutto non e perduto come un onda io odo il tuo cuore
      Non mi lasciare nuda in riva al mare
      Vedrai ripartiremo a folle velocità andremo dove non tramonta mai il sole.
      La spiaggia dove si andava a fare il bagno con quella macchina mal ridotta era un luogo paradisiaco era un sogno di una sirena che dorme in riva al mare  ove prendono vita dai suoi pensieri una serie di disegni una sorte che eleva la vita verso altre dimensioni e non c’era limiti per comprendere il caso e le lunghe corse fatte sul bagno asciuga dove milioni di bagnanti si azzuffavano per pochi metri di sabbia bagnata dal mare infestato di belle meduse
      Uhm fatta a la
      Chi se rubato o melone da sotto la sabbia
      Giovanni  avete visto a Peppino
      Mo’ tu mi devi dire tutta a verità sul caso Scognamiglio
      Io non so nuotare
      Ecco scoperto l’arcano
      Il colpevole potrebbe essere chiunque
      Certo non è stata la signora che fa il bucato ad inquinare
      Il mare questo mare inquinato pieno di liquami una cloaca a cielo aperto
      Ieri è morto un gabbiano dopo essersi tuffato tra le onde
      Avrà mangiato qualcosa
      A rincorso un suo sogno
      Avete chiamato Camillo
      La banda era in trasferta
      Ma che musica stasera
      Sembra jazz
      All’arenile
      Tutti quanti in smoking
      Ce Nerone e la sua band
      Vedremo di approfondire il caso sembra che ci sia tra loro un noto assassino
      E uno spacciatore di piccolo taglio
      E no questo fa su serio vendo crack a buon mercato
      Ha già fatto tre morti
      Uno ieri se venuto a lamentare dal parroco della parrocchia vicina casa mia
      Io non tollero ritardi
      Ci mettiamo all’opera
      Sembra che sia giunta l’ora
      La macchina e pronta potete salire
      Prego sì accomodi
      Io non vengo
      Oh perbacco perché mai
      Sono incinta
      Oh santo patrono donna rimanga a casa
      C’è il questore a telefono
      Che serata
      Tutti pronti
      Pronto mi dica
      Allora capitano l’arrestiamo a questo corvo
      Sara fatto signor questore
      Me lo dice da tre mesi
      Non si preoccupi e cosa fatta
      Ieri il mio autista mi ha riferito che suo figlio ha comprato una bustina di crack a meta prezzo dico capitano a meta prezzo
      Sara stato in vena di sconto
      Queste minchiate non me le deve dire io voglio i fatti
      Non si turbi domani sarà in galera
       
      Ah vastità̀ di pini, rumore d'onde che si frangono, lento gioco di luci, campana solitaria,
      crepuscolo che cade nei tuoi occhi, bambola chiocciola terrestre, in te la terra canta!
      In te i fiumi cantano e in essi l'anima mia fugge come tu desideri e verso dove tu vorrai. Segnami la mia strada nel tuo arco di speranze e lancerò̀ in delirio il mio stormo di frecce.
      Lascerò la scia dei miei sogni sul mare che giace nel palmo di mano di un dio morto da tempo.
      E mi muovo verso l’infinito nel soffio di un vento che passa e non guarda in faccia nessuno scorre tra mani scivola nell’estasi di un estate dal ventre che pende nel vuoto della storia .
      Perché́ tu mi oda le mie parole a volte si assottigliano
      come le orme dei gabbiani sulle spiagge.
      Io sono simile all’orme dei  suoi passi sono simile al mito che genera il  nuovo principio di un vivere che plasma il nostro essere in varie circostanze ne accarezza l’eternità la gioia di vivere una vita senza peccato e le mie illusioni sono soli obliqui sono tramonti sono il limite della mia conoscenza .
      Ed anche se ho sbagliato cercato dentro di me una via sicura nella sera sotto le stelle sotto questo cielo colmo di piccole  illusioni tra i  fuochi fatui della mia adolescenza.
      E le vedo lontane le mie parole.
      Più̀ che mie esse son tue.
      Si arrampicano sul mio vecchio dolore come l'edera.
      E non mi do pace come l’èderà io sono il re di un mondo dimenticato sono quell’idea che assale e rimango fermo incredulo di come il dubbio possa essere un barlume di coscienza. Una giostra di cavallucci un ciuccio che raglia una donna che  rutta, tutto è l’inizio di una fine forse la moglie è cosi ubriaca d’aver dimenticato dove ebbe inizio quel suo amore. Dove compro il crack per suo marito dopo aver scoperto l’arcano mistero dell’eterna giovinezza
      E da ragazzi fumavano erba , cannoni fumosi , bevevano litri di acido lisergico ed avevano quelle gaie illusioni quelle amene visioni di mondi sovrumani . Ed il palazzo ove abitavano era sporco e colorato vi abitavano diverse extraterrestri alcuni emigrati dall’Africa alcuni da Sion altri dall’India. Era una bella casa ove abitavano il loro balcone s’affacciavo davanti al piccolo golfo e si poteva vedere le navi passare. Il mondo a quel tempo era diverso si cantava funicoli funicolari si cantava reginella lo vuol bene al suo re. Ed il mare era calmo a volte piatto forse come un bicchiere di vino si agitava nella pancia di chi lo beveva. Ed era forte e tenero come un fiume che scorre che scivola lento verso la foce. Ed il gabbiano dal becco a punta dalle ali bianche volava libero volava in compagnia dei suoi amici e non fumava erba mangiava pesce qualche alice del paese delle meraviglie, qualche sarda emigrata dai mari del Caspio. Ed il cielo era pulito come i suoi occhi . Ed il golfo era tutto un sogno fatto durante una notte d’amore una notte di passioni di teneri baci e carezze. Chini sul peccato la donna gusci di casa a comprare quella dose di crack per suo marito. Vestita di abiti colorati con un gran cappello in testa dietro grandi occhiali scuri con aria disinvolta cerco tra la gente la all’arenile tra balordi e cantanti tra donne cannone tra un ladro ed uno sfigato c’era lui il mitico spacciatore rideva e si grattava le ascelle si cercava di mimetizzare tra uno stupido sorriso ed una pistola all’ombra di una visione terrificante nel suono si una chitarra nel canto di chi morto da tempo canta le sue pene al mondo intero.
      Ubriaca  di trementina e di lunghi baci, guido il veliero delle rose, estivo, che volge verso la morte del giorno sottile, posato sulla solida frenesia marina.
      Pallido e ormeggiato alla mia acqua famelica incrocio nell'acre odore del clima aperto, ancora vestito di grigio e di suoni amari, e di un cimiero triste di spuma abbandonata.
      La vedo correre verso se stessa nel disperato bisogno di comprare quella dose di felicita per il suo uomo che dorme e si dispera nel talamo sporco di sperma nell’odore dei corpi nella notte che avvolge una leggenda una storia d’amore e di tenebre.
       
      QUARTO CANTO DELLA ETERNA ESTATE
       
       
       
       
       
      Tra  tisici  fiori che recisi nelle radici   cercano la loro naturale espressione   ,come  giorni pigri  portati in altri lidi , limpidi e suadenti , simili ad un  gioco di verbi  cangevoli . Tra onde e mari infiniti. Nuotare  nella propria ragione che annega in  sogni dispersi in lieti  silenzio.  Lei aveva un aspetto assai serio e diceva d’essere un fiore  tra malvagie ortiche ,  erbaccia  spuntata tra le radici  della morte età. Ed ella   si fermò a riposare al sole , ma quel sole che bruciava sulla pelle le suscitava  una voglia insana,  lei che bella non era mai stata.  Figlia della sorte   e di mille avventure. Aveva sempre cercato di rubare marito alle sue amiche , di trovare un anima a lei gemella,  ma la gente le diceva sei una poca di buona  e lei alzava la gonna impettita  e si metteva in mostra . Era chiara come l’acqua del mare,  che scivola sulla pelle ed il sole le bruciava le ciglia,  ignara  d’essere sola su una spiaggia infinita  . Dentro una fossa ,  alla foce di un fiume che in piena porta con se tutto il male del mondo.  Carcasse di animali , espiate colpe ,  guerrieri antichi che remano contro corrente che combattono draghi ed animali  malvagi. Lei ammirava in disparte,  senza  spogliarsi  al sole di giugno. Lei dentro il sole che splende  di grazia che innanzi ad una croce cerca la pace. E  bella le appare la santa vergine l’implora  in disparte . La   fede  era la sua  forza ,  che emerge  con gli anni della maturità . Era alta ed aveva un piccolo sedere. Due seni goffi. Una boccuccia rosea simile al colore delle fragole. Era cresciuta dentro un basso  con due cani ed un uccello fatato. Sapeva parlare ad ogni animale ed amava un uomo che aveva un pene  lungo  due metri. L’amava di nascosto , si accoppiava con lui sotto le stelle della bella estate. Dentro il mare che bagna e che ti trasporta dove tramonta il  sole . Le voci del tempo. La gioia di vivere. La bella Ofelia. Principessa era il suo nome di grazia adunca di gran linguaggio. Vestale effimera che attizza il fuoco nel braciere al santo votivo. Viveva in miseria di amori senile,  con  gran tirannia legava al suo carro l’accidia.
      Mi sei  apparsa un bel giorno davanti ad un immagine sacra
      Ero io che vivevo di sogni ?
      Mi hai preso per il bavero e buttato in un fosso
      Forse era l’amore che ti rideva dietro
      Non era giunta  l’ora per morire
      Passeggiando insieme , abbiamo vissuto mille vite
      Mi turbi con le tue illusioni
      Mi cerchi nel buio
      Non avevo  il telefono per chiamarti
      Non m’importa
      Vivo con te
      Dentro o fuori di me
      Dentro un gioco che corrode
      Mi hai offeso  con  mille brutte parole
      Mi hai trascinato nel fondo di un dire fallace
      Voglio bere,  acqua di fiume
      Non mi tiro indietro
      Facciamo un bagno
      Non ho il costume
      Facciamolo senza
      Sotto il sole i due amanti si tuffano   nel mare come delfini  nuotano  tra le onde   che  deste nella morte estate   prepotente esplode dentro gli animi .  Estate , mi  trascini per strade in festa ,  verso isole  incantate nel miraggio  di un amore impossibile in un altro viaggio fantastico che riscalda  dentro un  fragile bagliore , nella sera calma che avanza ed unisce i cuori ed il canto dell’uomo solo fuori il suo balcone che osserva la citta dall’alto . Lei era strana  , forse bella,  forse cosi cattiva da vendere il suo cuore ad un mercante arabo. Era alta , forse bassa forse estranea a tutti i fatti narrati. Ed il suo cuore batteva di ardente amore . Il  viaggio,  l’avventura,  l’amore perduto. Nei suoi occhi potevi leggere la vita scorrere ,  scivolare nella sua mente, tra i suoi sogni potevi smarrirti. Cosa è  la vita senza una donna d’amare da inseguire nei suoi sogni. Ed il mondo ruota  intorno ad  una canzone che sale lentamente dai vicoli bui . L’estate brucia i giorni infausti. Brucia il ciclo delle stagioni. L’origine di un male che emerge dall’animo di chi sta seduto con i suoi pensieri ed evade nell’irreale.
      Prendimi la mano,  prendi questo mio cuore
      Non posso  ammazzare  un amore cosi bello
      Vorrei correre verso una fonte di vita
      Dimmi dove possiamo vederci
      Dentro questo sogno
      Dentro di te
      Dentro la verità  che svela ogni mistero  
      Ieri ero  folle , oggi sono uscito fuori di senno
      Ricominciamo tutto da capo
      Vorresti  ritornare a cosa eri
      Ero piccolo è verde
      Ero una pulce d’acqua
      Nuotavo e saltavo
      Ed io t’inseguivo
      Vivevo tra i cespugli  come  una piccola lucciola,  brillavo nel buio
      Tutto scorre , come la vita anche i giorni cupi che ci hanno lasciati estasiati . Vivi nei nostri sogni. Incontro ad uno oscuro mostro che apre le sue fauci , ove  noi entriamo ignari. In grotte profonde in labirinti immaginari , perduti nel senso di una frase che esala  nell’aria. Batte  il  cuore,  batte  lassù tra montagne  di libri che abbiamo letto. Come ieri,  anche oggi a piedi nudi attraversiamo strade asfaltate. Ammiriamo la citta ed il suo mare,  le case basse colorate. Sull’onda che corre e ride,  inseguita da bianchi gabbiani.  
      Tutto ciò sembra  l’amore di un vecchio che non ha più tempo,  le sue rughe sono espressione di un ricordo funesto . Il suo viso si trasforma nel divenire tra rime usate e vecchi versi , nati dal caos. Estate bella,  grassa che mostra i suoi seni gonfi , le sue belle labbra  ed i suoi occhi color del cielo. Il sole  splende , vive  ed erra , si genera nella storia che avvolge in se mille strani personaggi , che sorgono dal nulla , guerrieri eterni pronti a combattere una guerra senza fine che esplodono  nel mattino,  sotto il sole , con baionette insanguinate che si trasformano in mostri orribili,  terribili serpenti pronti a mordere il nemico. Ed il cielo è invaso  da  angeli e  demoni che svolazzano nell’aria tra fulmini e lampi di cannone.
      Ora cosa abbiamo imparato, guardando  questa guerra
      Nulla,  io sono morto per nulla
      Ti hanno portato dentro una bara fino a casa tua
      Ed io li dentro pensavo a tutte quello che ho passato
      Non dirmi , ti ricordi quando c’ubriacammo ?
      Fu memorabile, una luna splendida sopra di noi a scolarci quel fiasco di vino
      Bevvi tanto che dimenticai la guerra che stavo combattendo
      Bella la morte,  bella la gloria
      Non dite fregnacce sono un essere crudele io , vi conduco verso inferni e deliri verso baratri di dolori.
      Eppure è bello,  venirti incontro sparare , continuare a sparare, continuare a cadere tra i corpi  inermi caduti come foglie ad autunno.
      Impauriti nascondersi da te
      Eppure io passo e vi amo, vi trasporto verso l’eternità,  verso la gloria  dove il sangue scorre e bagna la terra , dove vecchi demoni coltivano patate magiche.
      Oh mio orrore , mio cuore infranto, quanti morti , quanti compagni ho visto cadere  sotto la tua falce.
      Siamo morti insieme ,gridando il nostro credo,  gridando evviva  vita,  Roma o morte ed ora  cantiamo sotto il sole cocente la nostra  ingrata storia che  a volte ci trasforma, ci conduce verso giorni lieti . Eccoci qui,  seduti tutti in un pullman colorato con una guida infernale che ci illustra la citta dei morti le sue strade pieni di ladri e assassini  piene di belle donnine che la danno per pochi euro. Siamo morti combattendo, gridando evviva la nostra patria. La  libertà non abbiamo dimenticato era cosi bella , splendeva nel nostro animo ci faceva vivere e scrivere pagini memorabili di questa storia che ci conduce  verso il fondo ci rende saggi , ci rende uomini liberi , signori . Ed io non dimentico casa mia,  la in quella sperduta periferia di una grande città dove i vecchi sapevano volare ed i giovani amavano le belle pupe con baci struggenti,  cuori enormi e la sua voce echeggia nella mia mente nel mio credere che la guerra è  un grande utopia un illusione una cosa meravigliosa perché rende l’uomo consapevole di cosa si è . Ed il dolore ti rende libero di molte false idee , di molti falsi miti.
      Ed i signori nella mia città vanno a teatro tenendosi per mano. Ed i cani cantano  vecchie canzoni  e le cagnette scodinzolano la coda ed aspettano che qualcuno  sorrida  che la dama delle stelle  passi a portare loro un po’ di ossi.
      Forza cantiamo tutti insieme sotto questa bianca luna
      Io ho vergogna
      Fatti avanti amico canta anche tu l’infernale canzone
      Ho paura che venga il padrone
      La signora degli ossi ha lasciato la sua borsa  nel negozio dell’uomo dall’occhio solo
      Che paura entrare li
      Tutti insieme possiamo farcela
      Tutti in fila  come i musicanti di Breda
      Un concerto di voci
      Tu non abbaiare troppo che il signore ti potrebbe sentire
      Prego venite
      Non fidatevi questo ci farà catturare e ci farà gettare in un canile
      Oh mio dio io non voglio finire in galera
      Questa nostra canzone e cosi soave
      Potremmo cambiare il corso degli eventi
      Tutta la citta potrebbe cantare questa canzone infernale.
      Dai letti e dalle tombe dagli ospedali , dalle caserme , dalle aule di anatomia . Ed il professore potrà spiegare finalmente il senso di chi siamo , perché noi cani cantiamo questa canzone che rende gli uomini liberi dal  loro peccato, questo canto oscuro, gioioso che lascia sognare sotto le stelle luglio la breve novella di una notte d'estate.  
       
      CANTO QUINTO DELLA ETERNA ESTATE
       
      Tra i versi  decantati   nei  lunghi silenzi estivi   nati  ai confine dell'essere, maturati  in sé  tra casini  ed errori  come se fosse  logico   rincorrere la giusta ragione. Un cadere  , un alzarsi ,  forse un inetto,  frutto d’ inutili questioni  grammaticali , di varie ideologie giunte alla mente come tante idiozie. E pur tentando o separando il male dal bene dal ricercare tra arbusti e foglie sparse,  semi  che cadono sulla terra. Fiori  leggiadri frutti  dell'intelletto fioriscono  in generose  ed irrisorie sequenze. Modi di vivere,  vane  rime si bagnano nei  laconici  laghi onirici . Ove per incanto il mago fa sparire il pranzo. Tanta sapienza è  vana seppur ridicola la storia d'amore letale. Ed il mago nulla aveva a ridire  con mostri ed altri agghiaccianti esseri sovrannaturali.
      Aprite le porte al  mago e all'amore conteso
      Oh bella non mi sono neppure alzato le mutande
      Facciamo a meno di tanta indecenza
      Sono io che chiedo clemenza a voi variopinti mostri
      Non farmi piangere se no c'è sbellichiamo dal ridere.
      Ci riconosci siam mostri  , siam porci tramutati in uomini.
      Che brutta cosa è la vita
      Non farti prendere dalla malinconia, nulla resta per inciso
      sul proprio cammino
      Mi sono tolta la mutanda
      Falla vede
      Non ridere di tanta indecenza  
      Mi ritengo un saggio ed or vorrei cantare una canzone d'amore per chi soffre.
      Ma siamo rimasti in tre,  non c'è un cane che ascolti
      Che t’ importa a volte   la vita è  cosa vana.
      La tenda,  aprite che inizia lo spettacolo
      Ci siamo ragazzi inizia lo spettacolo tutti in scena
      Dove scappate voi,  venite qui tiriamo le tende
      Sono disperato,  mai tanto dolore ho provato
      Cosa ti succede . Il sole ti  ha oscurato il cammino
      Ho signore ,vi prego aiutatemi.
       Il mio povero cane . Vedete è morto
      Poverino . Venite angeli. Cantate cherubini la mesta canzone per chi solca l’aldilà
      Disperato e solo in questo universo.
      Della  nostra vita in molti hanno  riso delle  nostre sventure contro il male che nasce ,  prolifica dentro di se . Siamo in tanti milioni e milioni siamo uomini, donne,  madri , padri seguiamo un dolore, un credo  che tramuta  ogni soffrire . Versi non servono,  tutto scorre e sembra insignificante quando passa il signore dei morti. Passa con la sua macchina nera  . Passa dentro i nostri sogni. E c’è sempre qualcuno davanti a te , occhi di fuoco. Naso aquilino. Corpo di serpe che striscia e mostra la sua lingua biforcuta. Fiamme dell’inferno. Le porte dell’Ade si aprono. I dannati cantano la loro tetra canzone tra tormenti ed enorme pene . La morte avanza. Con la sua falce miete  nuove vittime,  trasporta gli uomini , oltre ogni luogo ed in visioni fantastiche si dissolve nel limbo.
      Luce vedemmo nell’amore,  perdemmo il nostro sorriso ed un eterna confusione , un eterno dolore spinge il nostro cuore come una locomotiva su bianchi binari verso terre sconosciute. Canti. Donne . Demoni antichi sorgono dal nostro essere,  danzano insieme nella nostra mente conducendoci a deliri lirici.
      Vestitevi presto .
      Mettete le migliore veste le più belle collane.
      Tra poco . Reciteremo.
      Recitare cosa serve. Questa misera vita  ci ha condannati ad indossare una maschera.
      Questo vi ho insegnato. Suvvia non buttatevi giu.
      Tiriamo l’acqua dal pozzo amici.
      Tra poco passera il prode cavaliere con il  suo destriero di ritorno  dalla guerra. Ha combattuto con coraggio contro mori, e pigmei. Contro i watussi. Ed i merovingi  dagli orecchini d’oro conficcati  nel naso.
      Sibili,   grasso serpente. Strisci nella polvere ti fai beffa di noi
      Mi fate pena. Siete carne da macello.
      Una canzone lieta per prode cavaliere di ritorno dalla guerra.
      Cosa vuoi da qui vai via. Porta via questa lurida carcassa.
      Sono lo  spirito di questa storia infame.
      Rifiuti me e rifiuti te stesso.  Si caro io sono te stesso
      Orrore . Prendo un baston te lo do sul teston
      Farò  finta di vedere una bella fanciulla.
      Va bene chiudo gli occhi
      Eccoti  qui come sei  bella. Seducente . Una femmina tosta
      Cosa vedo. Che meraviglia. Mi si alza il pisello
      Ride la femmina serpente
      La nostra vita ci ha castigati a tante meraviglie , gocce  dopo goccia , scende questa pioggia,  bagna i nostri corpi. Bagna le strade. Bagna i monti e le valli. Tutto scorre,  dentro un piccolo canto,  dentro un armonia,  l’anima schiude  novella le sue ali , vola verso mondi fatati , immaginari mondi che si dischiudono ad una  effimera genialità in una intelligenza evanescente  nella sua forma , nel suo divenire. Dire amore poi perdersi tutti insieme negli occhi di una donna,  nelle sue passioni,  nel suo cuore trafitto . Canteremo l’amore è la morte che ci ha travolti  dentro un gioco di versi ed effeminate  moine,  giochi erotici, tutto  scorre , nel vano amore,  noi moriamo e rinasciamo.
      Forza facci vedere cosa sai fare.
      Voi tirate l’acqua dal pozzo.
      Padrone,  l’acqua è  poca e la papera non galleggia
      Femmina fatale . Fai qualcosa.
      Mi posso trasformare in acqua di ruscello, posso trasformarmi in talpa , scavare una fossa fin dentro questo pozzo.
      Fallo per noi
      Va bene
      Scendi, scava,  talpa , scava la fossa , fai un buco enorme raggiunge l’acqua dell’eterna giovinezza. Scendi fino al centro della terra. Talpa bella , cieca e seducente dalle bianche zanne. Talpa che stappi il pozzo. Acqua benedetta sorgi , sorgi bella fresca , pura fonte d’amore,  fonte d’eterna bellezza.  Fonte che rendi i vecchi giovani i malati sani. Ed i bimbi giocano con l’acqua sorgiva la bevono ,  giocano  a palla sotto il sole, corrono  verso la  rete , nell’ ideale vivere mille vite diverse. Giocare  tra onde magnetiche , dentro un onirico  vivere, dentro l’anima  di milioni di persone,  nella sorte che arrise ogni essere e tramutò la morte in un gaio sorriso.
       
                                                           II
       
      E la sorte  ci ha lasciati  soli con la  femmina fatale che giace sulle rive del fiume. Distesa sogna mondi possibili ed eroi di ritorno dalla guerra. Rebecca che fuma una canna e fa l’amore su un letto di spine. Canta la sua canzone triste sognando un uomo forte simile ad un  gigante. Sogni fragili si sono riuniti intorno al capo del poeta che  fuma marjuana veste con abiti colorati e chiedo perdono alla statua della vergine  messa in bella mostra  nella vetusta chiesa del sacro cuore.
      La nostra vita , poca cosa,  uno scorrere di istanti, che si sommano nell’infinito divenire , nel  comprendere  chi siamo. Ed esploriamo i nostri mondi subconsci, ci immergiamo in esperienze oniriche che destano  l’infinita passione che emerge dal nostro credo. Passioni cosi  simili alla croce portata sul calvario. Su quel monte smunto  a forma di teschio  s’eleva   all’umanità intera e lascia rammentare  ai posteri una morte innocente. Non esistono le  parole sante  . Le parole sono il nostro  discendere miezzo all’ate fumando l’alloro  pensanne che la vita e ch’ella che sempre state. Sentendo  addore  de maccarune , sentendo lo sciato della guagliona sul viso. Come nu sciuscià , scinne da casa e vai a fatica. Credi che tutto bello. Credi l’ammore ti possa rapire nella sua estasi. Estate quanta giovinezza , quanti ricordi. L’immagine vive in noi nel nostro creare. 
      Ve lo pigliate nu poco di caffè ?
      Beh uno ristretto con  poco e zucchero
      Ah che pace quanne e bello  chisto cielo che splende sopra a chesta città
      Penso a quando  eri  guaglione
      Aggio lassate i ricordi fore la porta
      Te si miso pure a parrucca
      Stasera debbo andare ad una cerimonia importante ci sta pure  lo sindaco . Tante persone importante. Gente strana. Che tennene due  facce. Tengono la mantenuta attaccata ò cazone
      Volesse veni pure io
      Però ti devi  fare  bello  assai,  te mettere pure tu a parrucca
      Mi metto la palandrana. E mi faccio lo baffo all’insù
      Accussi a somigli a mandraghe
      Facciamo colpo . Tu curto e chiatto io lungo e sicco.
      Saliremo  fino in cielo con tutti i  santi  con chi la vuole cotta  con chi la vuole cruda. Spiegare come state , chi ha tirato l’acqua allo suo mulino. Chi se pigliate la briga di dire nà bona parola alla gente che soffre.
      Si sono scordate , quando stavano con le pezze a culo  qui sulla terra. Mò stanne cielo,  giudicano si fanne le canne e vanno a passeggio . Fanno la dolce vita. Chi li giudica  adesso codesti martiri, chi  ha l’ardire di  condannarli .  Guai se dice mannaggia , sì apre lo cielo .Entrambi saliamo queste scale verso la cima di questo calvario , assieme al nostro povero cane. Assieme a tanta gente poverella.
      Ci sta nà folla enorme qui fuori,  tutti aspettano di venire con noi.
      Gli hai dato la preghiera a da recitare ,il santino benedetto.
      Come no gli ho dato pure una pacca sulle spalle
      Oh mio dio speriamo che non li hai fatto male
      Per una pacca sulle spalle
      Pensa in un altro posto. Non so in mezzo alle palle
      Caro amico mio la santità non è un gelato ne una tazza di caffè presa dopo pranzo.
      Eppure si muove , questa vita , queste stelle splendono in noi ci indicano dove giungere
      E la vita un mistero,  una canto sotto le stele che ci accompagna  verso la cima di questo calvario e chi sa  sé alla fine troveremo mai la nostra giusta ricompensa.
      Sarebbe bello fare un picnic tutti insieme una bella festa.
      Chi porterebbe una cosa chi un altra .
      Un fiasco di vino, un pezzo di formaggio.
      Facciamo una tavolata vecchi giovani e guaglioni .
      Con il  cane sotto la tavola che spolpa l’osso del morto.
      Il cielo ci assiste,  dorme  la città non cambia con le sue case sporche piene di gente strana,  con letti di paglia per strade asfaltate , con lo spazzino che lesto , scopa pensando a Maria che lo ha lasciato a bocca aperta  incapace di dirgli cosa lui pensasse veramente di quell’amore insano . Strade lunghe e corte , case basse dipinte d’azzurro in riva al mare là posate  sulle rocce a picco sul mare che placido dorme nella sua melodia. Nel tempo trascorso nel sussurro delle onde meste che vano e vengono , che briose sensuali sinistre sorridono ai naviganti. Sulla scia di un santo che  sopra un relitto vaga  per coste e cristiane avventure in compagnia di  chimere dagli occhi di ambra. Gocce di  sangue  scivolano lungo il viso del redentore. Esplode l’estate con i suoi colori ed i suoi amori,  le arzille  idee ed il senso civico che anima gli uomini . E le donne amano prendere l’autobus in reggicalze con capelli sciolti,  lungo le spalle ed una confusione ti assale spingendo la vita verso di loro nello  sperare di essere come loro. Piccolo uomo ,  giallo . Lungi per avventure fatali la donna cannone , bacia l’uomo con i baffi , ed i giocolieri fanno bella mostra dei loro muscoli. Giocano a palla si spogliano poi tirandosi  su i calzoni fanno sollevamento pesi. Una donna imbraccia un fucile , spara ai barattoli  oh bella,  eccoci alla fiera delle meraviglie. Chi corre per i prati nudo . Chi riposa sopra l’albero. Chi fa l’amore in riva al fiume. E la donna dagli occhi di ambra,  ammalia gli sconosciuti li spoglia con gli occhi poi  li divora come una mantide , l’assale con il suo sesso,  li spolpa li riduce all’ osso , povere carcasse . La fiera delle meraviglie , vengono tante gente strana , vengono i carabinieri ed il politico a far comizi. Sopra il palco in mezzo all’ampio spazio della fiera ci sono proprio tutte le autorità. Il sindaco e sua moglie,  l’assessore con un paio di occhiali spessi. C’è l’intellettuale folle ed il povero cristo che  è stato condannato a pagare tutte le tasse del paese. Alla fiera delle meraviglie c’è tanta gente che balla chi fuori di senno,  chi con un capello di paglia ed occhiali scuri , spera di incontrare una nuova donna , un amore senile un amore a meta prezzo,  senza bollino.  Una passione che riduca il dolore di sentirsi ancora più soli.  In molti giocano  sono allegri fumano canne enormi,  tirano polvere bianca cristallina che splende ed inebria , che bello correre contro il tempo,  contro il dolore,  contro il dire , che ti frena la vita. Vivi,  reciti  a soggetto ed il sindaco fa grandi discorsi all’urbe. Tutti applaudono . Tutti sono felici,  chi la da per un prezzo irrisorio,  chi la da gratis,  ed esplode il canto ed un trambusto  enorme la follia della foglie morte che cadono d’estate .
      Vedete mie cari sono qui per esservi vicini per rispondere alle vostre tante domande
      Ci hai lasciati soli con la scopa in mano
      Io avevo un lavoro , sono stato licenziato,  mia moglie mi ha lasciato con il macellaio , sotto casa ora cosa debbo fare ?
      Signor sindaco crede che andando avanti si possa risolvere tanti torti fatti , questo continuo disservizio ?
      Cari amici miei,  affezionati elettori il problema va ricercato alla radice,  noi siamo una manciata di semi. Piccola semenza che sparse per campi incolti produce poco grano.
      Dovremmo prendere di petto la nostra vita e faticare, si sudare fino a sera per portare a tavola un po’ di zuppa.
      Belle parole , signor sindaco ma lei verrà con noi nei campi a faticare o se stara seduto a guardare ?
      Saro con voi eccomi , mi alzo i polsini della mia bella camicia. Non vi lascerò solo.
      Il campo dietro il monte della vergogna,  dove hanno gettato rifiuti di ogni genere,  potrebbe essere un campo di prova
      Verremo tutti,  lo ripuliremo non preoccupatevi.
      Faremo un bel campo di pallone
      No,  un campo di grano con un spaventapasseri di guardia
      Calma signori .Bisogna avere i permessi per fare tutto ciò ed io che ci sto a fare , ecco a voi il vostro intermediario. Parlerò, combatterò in regione ed in parlamento per far valere i vostri diritti.
      Viva il sindaco
      Siamo tornati da capo
      Siamo rovinati
      Noi sgobbiamo lui parla e gode
      Il campo dei miracoli , dove crescono gli alberi delle meraviglie , che produce frutti dorati,  pomi argenti, foglie. Verdi come banconote simili a dollari verdi ed intensi. E nel vento che soffia ed attraverso il campo miracoloso i bimbi continuano a giocare tra rifiuti ed una eterno fetore , una fervente voglia di vivere di attraversare questa esistenza caduta cosi in basso,  senza nome,  senza senso. Intanto un vento di pace , una brezza marina nel bel mattino ci trascina lontano dentro un pensiero felice.
       
      Sesto Canto Della Eterna Estate
       
       
      La notte è trascorsa, inermi  siamo rimasti con il nostro amore  che vago ed  infermo, tra mille dubbi ci ha  lasciati andare in un storia complicata che non ci permette di continuare a  spalancare finestre su un mondo che dolcemente si sveglia all’alba del nostro dire. Soli nel   rincorrere  gli  attimi  di un vivere vano,  tra  dolci versi fino alla fine di questo delirio ove si consuma questa esistenza. Ed il castello dell’orco era un luogo cosi spettrale che uomini ed animali  vi stavano alla larga. Il castello dell’orco , dimora d’un orrore senza fine , luogo misterioso ove si radunavano spettri ed altri esseri strani  . Un fossato pieno di sangue lo circondavano  . Montagne di ossa , splendevano al sole . Perfino i migranti  uccelli deviavano il loro percorso per quei luoghi angusti dove l’odore della morte si sentiva nell’aria nefanda , funesto monito per chi s’avvicinava  . Ed i contadini del paese che a valle stavano  il quel paese  bagnato dal  fiume di sangue si facevano la croce al sol pensiero d’ incontrare  l’orco ed i suoi seguaci.  Ed egli una volta al mese scendeva giù a valle  in compagnie delle sue vampire   amanti   .  L’orco era alto è tozzo,  gli mancavano due  denti davanti ed aveva un viso ebete,  d’eterno cretino. Con pochi capelli in testa  era sempre vestito da eterno scolaro. Le sue amanti vampire erano  invece streghe vecchie e bacucche che scorreggiavano ad ogni passo. Arrivava in  genere al paese verso sera fonda  sulla sua carrozza d’oro trainato da tre  cavalli pelle ed ossa. Ed una musica spettrale si spandeva nell’aria tetra che ti faceva battere i denti dalla paura. Una voce agghiacciante ogni qual volta  avvertiva chiunque del suo arrivo. In molti si nascondevano sotto foglie di cavolo , chi sotto radici di barbabietole , tra il grano dorato che in molti   facevano dono all’orco padrone indiscusso di  quelle terre macchiate di sangue vermiglio. Splendida terra , baciata dal sole che s’elevava maestoso nel cielo,  scagliante imperatore figlio della creazione , occhio di nostro signore che regna sovrano nell’universo infinito. L’orco non sapeva parlava in modo educato  , grugniva ,ripeteva strani suoni animaleschi che terrorizzavano chi l’ascoltasse .
      Ed  in preda alla frenesia invitava le sue strane creature a seguire il suo turpe comportamento.
       Al mio arrivo in paese voglio che prendiate le più belle fanciulle le conduciate al mio castello . Voglio maritarmi con qualche pollastrella , mangiarla poi alla fine , bollirla  in un  brodo di giuggiole e finocchi.
      Padrone l’alba sta per giungere ed il sole ci troverà strada facendo . Dobbiamo muoverci se no per noi e la fine
      Hai ragione faccia di sterco di cavallo . Il sole  d’estate per noi e malsano dobbiamo alzare il passo.
      Frusta testa di teschio questi miseri cavalli.
      Fagli spuntare le ali che presto giungiamo in paese a rapire le belle e mangiar carne innocente.
      Si signore. Ora gli getto addosso la polvere magica in pochi attimi saremo la in paese e potremo rapire facilmente le giovenche .
      Con l’aiuto  delle mie creature infernali conquisterò facilmente l’intero paese con la mia armata di morti viventi con le creature degli inferi di cui sono signore. Non hanno scampo. Il sangue m’inebria . Il ricordo dell’orrore che si cela nei loro cuori mi rende sempre più forte.
      Ora mi trasformo nel loro peggiore incubo. In poco  tempo saremo la in paese . Le mie mascelle  finalmente assaggeranno tenera rosea carne.
      Il sole tarda a giungere le tenebre regnano ancora sovrana la notte fonda avvolge ogni cosa ,  figure ratte corrono in compagnia di nefandi esseri seminando terrore per ogni luogo. Paura che rattrista i vecchi e le donne si chiudono in casa in attesa di eventi nefasti, l’orrore scorre nelle ore notturne e lasso un pensiero chiude il cuore nella speranza di poter rinascere di poter pensare che ci sia  ancora una  salvezza. 
      Gli esseri infernali Giocano a rincorrersi  e a trasformarsi in spiriti porcelli.  fanno boccacce  si spogliano ignudi  bevono alla fonte dell’eterno orrore che da visioni oniriche. Infrangono  i sogni  di chi dorme in blasfemi letti di paglia  li conducono  verso precipizi psichici ove la mente vacilla nel credere d’essere viva  e forse la morte in quei tristi momenti  ti è amica  ed e triste vedere cadere angeli nelle profondità degli inferi e salire a cielo demoni ubriachi a cantare una tetra canzone,  far parte  di  una storia crudele che alla lunga  ti rende incapace d’intendere e volere .
      Sogni ed incubi conducono diversi uomini alla follia e non c’è una soluzione per poter fermare quegli incubi  e la paura è tanta .
      Forza mie creature , venite,  prendete,  rubate,  squartate .
       Acciuffate le più belle.  Conducete tutti  al mio castello.
      In quel frastuono di  grida di spari un padre si prepara ad accogliere quelle orride creature si nasconde dietro una porta  dietro uno specchio e pronto con il suo fucile a far fuoco.
      Non ho paura di affrontare questi orridi esseri  .
      li aspetterò qui davanti al mio letto vicino alla mia dolce figliola.
       Nessuno ti farà del male
      Padre sento strani rumori
      Non aver timore son qui a proteggerti
      La luna e ancora alta nel cielo illumina la notte con i suoi raggi la grazia  trionferà sul male vedrai. Adesso chiamo tutta la gente del paese  a raccolta qui nella nostra casa. Combatteremo insieme contro i mostri.
      Non lasciarmi da sola. Ho paura. Sudo. La febbre sale. Il mio corpo trasuda di orrori e strane visioni prendono sopravvento in me.
      Non  chiudere gli occhi non abbandonarti al sonno che terreno ti conduce versi lidi sconosciuti verso terre tetre ove regna sovrano l’orco.
      Sono stanca . Vorrei tanto dormire. 
      Vorrei tanto Abbandonarmi al sonno che m’invita  a lasciarmi andare tra le sue braccia.
      Non farlo. Adesso ti preparo un buona tisana che ti tiene sveglia. .
      Oh sorte avversa perché mi tormenti in questo modo.
      Mi lasci tra un limbo senza risposte.
      Sposa incerta di mostri che s’aggirano tra me e mio padre anziano.
      Corrono leste le creature pelose e cornute dagli occhi storti con lingue bovine , piedi caprini saltellano  fanno smorfia sono creature infernali figli di incubi e maledizioni. Amici antichi di chi non crede e chi s’aggrappa ad una idea di vaga salvezza. Tutti insieme a braccetto capre e demoni cani giocolieri pagliacci infernali che ti mettono paura al solo vederli. Entrano nel vento nei pensieri novelli in quei sogni che noi desideriamo s’avverino, nel sogno prende vita il nostro mondo ed il nostro credo cade infausto nella storia che abbiamo tanto desiderato. Nei giorni pigri che ci hanno resi celebri magnifici nella visione blasfema in una visione cristiana che ha redento il nostro spirito. Entrano nelle camere da letto nelle povere case che non hanno sedie per sedersi non hanno fuoco che riscaldi minestra. Mentre l’orco se la ride grattandosi la pancia e arruffando il pelo del capo spoglio d’alloro se la ride soddisfatto di se divorando ingordo carne di vitello  carne innocente e si bea della  sua crudeltà , balla sgambettato canta una canzone allegra orrida  che fa eco per valli  infinite , vola sopra i monti. Si ode fin giù all’inferno ed i dannati sorridono mentre  una  donna cuoce panini sulla piastra per turisti sbarcati da poco sull’isola della felicità. E nel  discendere verso gli inferi, la fine sembra giungere da un momento all’altro. Tutti scappano in molti inseguiti son catturati e portati al cospetto dell’orco . Che con un battimano li spedisce nel suo castello accompagnate da vampiri e mostri pelosi.
      Venite a me . Abbracciate il mio corpo.
      Vi ordino esseri degli inferi di far presto.
      Il tempo scarseggia.
       Presto Il sole accenna a sorgere dietro i monti verdi della vostra  infanzia  sulle valli macchiate di sangue innocente . Nell’orrore  dei contadini nella loro fatica nelle loro paure io vivo e regno  signore dell’orrore.
      Notte rimane a reggere il moccolo , illumina con le tue stelle  i nefandi orrori ,illumina la nostra speranza di salvezza.
      Non lasciarci  soli  nelle tenebre
      Siamo in pochi a conoscere la strada .
      Il nostro padrone sarà soddisfatto di noi
      Non ridete ancora mefisto creature
      Chi sei ?
      Sono un padre
      Tu sei il padre di quella bella fanciulla
      Si , maledetti  e combatterò fino alla morte contro di voi contro il male che vi anima
      Ci fai ridere. Scorreggiare di brutto
      Guaglione chisto na capite niente
      Nun ha capito niente si crede che nui simme malamente
      Perché non e cosi brutti  esseri
      Chi ci paga e il nostro padrone.
      Chi ci dice bravo e il nostro signore
      Tu che dici ci paghi e ci elogi e nui diventiamo servi tuoi
      Veramente, assai interessante.
      Aspettate li vedete codeste monete son d’oro li darò a voi
      Con grazia e riconoscenza vi elogerò fino alla morte se mi aiutate a sconfiggere o meglio ad uccidere quel mostruoso orco
      Ci devi pagare bene . Ed elogiare tanto .
      Ci devi comprare vesti nuove.
      Cantare dolci canzoni che tramutano il nostro animo in canditi  cherubini.
      Canto non vi preoccupate .
      Pago state certi  Fate presto venite intorno a me ascoltate aprite le mani.
      Tante monete  d’oro saranno vostre se mi aiutate.
      Ed il sole se ne sta buono nel buco oscuro dei sogni la dorme lasso per versi e strofe con i suoi raggi carezza il viso della bella fanciulla che si stringe al suo cuscino.  Freme nel letto. Ed attende l’alba un nuovo giorno per potere sorridere di nuovo. Vivere giammai lontano dall’orrore della notte che conduce seno strani ed orridi esseri. Mentre il padre combina l’affare con mostri e servi dell’orco. Contadini , donne e bambini si fanno avanti con forconi accendono fuochi cantano una strana ammaliante canzone che scacci via i mostri. Cantano tutti in coro e son sempre più son tanti mano nella mano. Abbracciati. Stretti gli uni agli altri . Sotto Stelle del cielo fiammelle votive che splendono brillano nell’oscurità . Voci innocenti . Volti fratelli sorelle. Alcuni ballano per scacciare l’orrore. Altri fanno l’amore. Alcuni continuano a sognare giorni migliori. Le ombre delle paure ratte sembrano indietreggiare. Ritornare dove son nate. L’orco nella sua orrida visione  si dispera sente di essere attaccato incomincia ad ascoltare quelle voci sente di essere perduto. Si trasforma all’improvviso in lupo in drago con due teste e lesto lancia fiamme ed incita i suoi servi alla guerra contro gli uomini. Ma le voci celesti ed il pianto della bella fanciulla sembra prendere il sopravvento . Scaccia via l’orrore ed i mostri che con la coda tra le gambe on le corna mosche scivolano via. , indietreggiano si fann beffe tra loro. E chi ora passa dalla parte degli uomini sa che mai più potrà tornare al castello dell’orco. Non potrà mangiare per un bel po carne succulente. 
      La guerra infuria. Gli uomini e le donne insieme ai loro pargoli cantano ad alta voce  una sola canzone d’amore che scioglie ogni incantesimo.
      Maledetti uomini. Non la vincerete questa battaglia.
      Forza mostri sbilenchi .
      Padrone i contadini  stanno  perdendo sopravvento.
      Il bene trionferà tra poco e sbaraglierà le nostre armate.
      Si sente il calore del sole giungere la sua luce penetra nella notte la dissolve e rende vano il nostro tentativo di rapire donne e fanciulli.
      Tutto mi sembra perduto.
      Se solo m’avesse ascoltato.
      Dovrò Ritornare al mio castello con poche prede.
      Misero.
      Castigato dal mio egoismo.
       Dalla fame che lacera il mio stomaco.
      Non capisco cosa succede  sono in preda ad strana frenesia di sparire per sempre. M’aggiro inerme ,  cercando di capire l’errore commesso.
      Ed Il padre e la fanciulla si abbracciano mentre i mostri pagati con monete d’oro  combattono contri i mostri ed aiutano il sole a sorgere. Conducono il bene in quella valle  beata ove  si trasformano in angeli e  mentre volano,  affascinanti creature rinascono dalla scorza orrida di mostri indicibili. Angeli dall’ali bianche con spade di fuoco fiammante si lanciano contro il loro antico padrone contro i loro vecchi compagni  e la battaglia infuria mentre l’orco disperato comprende che  la sconfitta e sempre più vicina . Comprende che è solo contro il mondo, debole  nel canto innocente degli uomini perde le sue forze  . Cosi  Sprofonda negli abissi negli inferi scende diventa sempre più piccolo incapace di far del male a chiunque incontra . Ed i sole della estate trionfante splende gravido sul mondo. Splende nel cielo sulle spiagge affollate sul mare celeste che schiumeggia a riva sull’onda salmastra che teca conduce una lieta novella. Conduce un sogno ed un canto antico di salvezza per chi non perde la sua fede nel nome di un dio che ha  ancora nome amore.
       

    • L’ ATTESA
       
      Vorrei distrarmi qui nel ristorante
      con l’amor mio. Ci sono altre persone
      ma non mi sembra faccia differenza:
      con lui mi sembra d’esser due nel mondo.
      Guardo l’esterno fuor dalla vetrata,
      o tento di studiare quei dipinti,
      ma è la sua voce, gli occhi del mio bello
      a far da calamita al mio sentire.
      Appena avrem mangiato so che andremo
      ove staremo stretti a sospirare,
      il mio marito ed io. Noi pazientiamo,
      chè non ci attiran carne o maccheroni:
      congiunte abbiam le mani e le intenzioni.
       
      Valeria Giulietti
       
      (Vi do appuntamento a giovedì prossimo, 26 luglio con altri versi.)

    • IL  SOCCORSO                 
       
      Salpo. Ma per dove?
      Mi hanno trasmesso che il Canale di Sicilia è mosso e che delle carrette del mare stanno là in mezzo, oltre ai soliti gommoni.
      Come capitano, buono d’animo e pieno di religioso altruismo, dovrei dirigermi là per effettuare salvataggi.
      Ma gli ordini non sono perentori. Mi lasciano l’iniziativa tattica d’ingaggio. Insomma una specie di ‘fa’ un po’ quer caxxo che te pare’.
      Qui occorre una riunione al vertice e il vertice chiaramente sono io. E io deciderò.
      Però devo sentire gli altri, così nel diario posso citare i loro pareri senza essere smentito.
      Ora con me c’è il commissario, Francesco …, il mio secondo, Luigi … e il maggiore medico Antonio …
      “Luigi” comincio, “sai che dobbiamo perlustrare più davanti a Tripoli che altro, no?”
      “Certo, comandante, quest’è la direttiva di base.”
      “Tu” continuo interpellando il commissario, “siamo ben attrezzati per accogliere quanti eventuali naufraghi?”
      “Non più di trenta, con comodità. Però con l’emergenza potremmo caricarne…”
      “Francesco, un po’ di attenzione, per favore! Ho parlato di emergenza, forse? Quindi, commissario, dicevi non più di trenta.
      E tu, Antonio, hai la possibilità di prenderti cura di tanta gente bisognosa di immediata assistenza?”
      “Non tutti assieme, certamente.”
      “Basta così, signori. Ho capito che migliaia di persone da soccorrere non sono per una corvetta. Darò ordine di dirigerci alla costa libica. Col Canale di Sicilia se la sbrigheranno gli altri comandanti.”
      Ora sono solo e posso riflettere. Che vadano pure ai pesci quei dannati tagliagole, muslim che non sono altro! Li odio e non ne vorrei nessuno in Italia. Sanno dare solo intralcio, spese e figli inutili a decine.
      E noi gli unici a soccorrere quando nessun altro vuol farlo… Ma lo dice la Costituzione che gli Italiani devono essere buoni per forza?
       
      Alessandro Conte
       
       
      UNA  INNAMORATINA   
       
      Non so che farci. Quando c’incrociamo
      mi vien da porre i piedi in passi falsi
      e i tacchi pur non hanno alcuna colpa.
      Quello mi piace tanto e più lo guardo
      più lo figuro come il mio signore,
      il principe da fiaba ognor sognato
      che via mi porta verso il mio destino.
      Non sa quanto lo adoro e sempre penso,
      persa in pensieri e fantasie da donna
      pur se fanciulla sono tredicenne.
      Lo guardo passeggiar dalla finestra
      e bramo di potergli almen parlare.
      Come si fa a destare il suo interesse
      se non ho da truccarmi e ben vestire?
      Manco mi guarda lui. Che grama vita!
      Se perdo quest’amor per me è finita.
       
      Alessandro Conte
       
       
      IL  ROSSETTO          
       
      “Lei ha dichiarato circa il suo defunto marito” scandì, contegnoso, il maresciallo, “qui: ‘A domanda risponde: Sì, i nostri rapporti erano perfetti. L’ho sempre amato molto, moltissimo’. Conferma?”
      “È la verità, moltissimo” ripetè la vedova, occhi bassi.  
      “Suo marito scrisse a un suo vecchio amico una lettera che noi abbiamo recuperato. La sua integrale stesura figura negli atti, ma io gliene do uno stralcio: ‘... Se non metto mano al portafoglio la mia mogliettina non si toglie neanche lo slip. Anche un bacetto è a pagamento. Ti ricordi, Giorgio, quando andavamo...’. Il resto, signora, non è importante.
      Vuole ampliare la sua prima versione? Sì? brigadiere, scrivi. In aggiunta al verbale, eccetera, come da prassi: dica, signora.”
      “Maresciallo, in quello che ho detto non c’è nulla di falso: mi teneva sotto per moltissimo tempo.”
      “A pagamento.”
      “Sì, è sempre amore, no? Io così minuta e lui tanto grosso che mi teneva sotto, appunto molto, moltissimo. Non è amore se mi tenevo esclusivamente a sua disposizione?”
      “...a sua disposizione” fece eco il brigadiere battendo i tasti.
      “Signora, prima di aggravare la sua posizione, ascolti qui.
      Questa è la copia di una lettera di incarico a un investigatore scritta da suo marito. L’abbiamo rintracciata all’interno di un mobile. Sa, quando i cassetti si riempiono troppo qualcosa può cascar di fuori.
      Dice, fra l’altro: ‘...Vi do mandato di seguire mia moglie e documentare i suoi spostamenti per tutto il mese di...”
      La Segugio S.r.l. ci ha rimesso questo servizio fotografico.”
      Il maresciallo lasciò che la signora rinverdisse il ricordo di tutti i suoi amanti di quel mese. Commentò, serissimo:
      “Se mettevano mano al portafoglio tutti come faceva il defunto, lei è più che sfondata, signora ... ricca sfondata, signora.” Tossicchiò, recuperando le foto. “Vuole aggiungere? No? Procediamo.
      Lei ci ha dichiarato … a domanda risponde: ‘Ero fuori quando mio marito ha avuto quel coma diabetico ed è morto. Aveva sempre badato a portare in tasca qualche caramella e l’insulina se la faceva sempre da solo. In quelle cose lì non ho mai avuto voce in capitolo. Come potevo prevedere questa disgrazia?’ Conferma?”
      “E certo, è la verità: è una morte naturale.”
      “Mi sono premurato di fare un sopralluogo approfondito con i carabinieri Mutti e Salvucelli di questa stazione.
      Suo marito, signora, come può vedere da questa foto, è spirato in prossimità del vostro letto matrimoniale. Deve aver trovato lì sotto, forse dietro il comodino, un suo rossetto. Lo ha mangiato e ha recuperato le forze solo per scrivere al di sotto del materasso questo ... come da foto allegate. Lo ha fatto col dito, con quello che restava nell’astuccio.”
      Si leggeva a malapena: ‘porta blocc male lei tolto caram insul era acqu’.
      “Signora” aggiunse il maresciallo, “la ricostruzione dei fatti è facile e la farà chi di dovere. Lei vuole dire altro?”
      “Soltanto questo: ma, quanto cacchiarola scriveva quella santa anima!”
       
      Alessandro Conte
       
      (Ringrazio chi legge e gradisce. Vi do appuntamento a mercoledì prossimo, 25 luglio, con altre storie)

    • EZIO  &  ROMINA .  30  -  Il corteggiamento  
       
      Il litorale di Anzio. Che splendore! Lì dove più di 70 anni fa c’era l’inferno della guerra ora la spiaggia offriva a tutti, ombrellonati e non, la possibilità di abbrustolirsi sulla sabbia rovente.
      Con un armamentario di tutto punto gli americani erano sbarcati alla conquista della terra ferma e oggi i tipi da spiaggia, armati di frigo portatile e creme abbronzanti andavano alla conquista del mar Tirreno.
      Per Romina ed Ezio la conquista fu ardua perché tutto era già occupato da tutti. Lottarono per piantare ombrellone e sdraio e alla fine ce la fecero. Lei era tanto distrutta e sudata che non vide altro rimedio che avviarsi verso le onde che si intravedevano fra la folla.
      Ezio rimase di guardia e si preparò un posto sotto l’ombrellone stendendo il più vasto dei loro asciugamani. L’intenzione era di appennichellarsi, ma com’era possibile? I ragazzini non gli davano tregua: pallone, schiamazzo, secchiello e paletta pronti a scavare proprio dove lui metteva i piedi e così via.
      “Li scusi, sa” fece il vicino d’ombrellone. “Se non li lascio sfogare qui sulla spiaggia libera a casa me ne combinano di tutte.”
      Ezio accenno un sorriso tiratissimo ma quello si era attaccato e sfoggiava un manierismo un po’ da foffo, se ci siamo capiti.
      “Ho visto la sua signora. Bella. Sì, per quelli che le preferiscono così. Non la prenda per offesa ma non mi piace proprio. E non deve offendersi sa perché? Perché è meglio di molto della mia. Ora sta a mare ma quando la vedrà mi darà ragione.
      Le donne sono un male inevitabile, mi dà ragione?”
      Ezio, in disagio evidente, cercò scampo in un altro sorriso silenzioso. Quando cercò di girarsi di spalle chiedendo scusa, l’altro gli si approssimò e gli manifestò tutta la sua propensione verso i rapporti omo:
      “Dimmi di sì e sarò tuo, bell’uomo.”
      Ezio avrebbe voluto dirgli ‘Ma sei molto miope? Mi hai guardato bene?’, ma poi risolse altrimenti:
      “Ma cosa dice, scusi? Io sono un bravo ragazzo, fedele a…”
      “A quella megera? L’ho vista come ti tiene sotto schiaffo, amore. È quasi peggio della mia. Diamo loro un calcio in culo, amico e mettiamoci insieme.”
      “Toglimi una curiosità, amico” si risvegliò Ezio con tutta la sua capacità di conversazione. “Tu hai figli e sei frocio?”
      “Si vede che con la tua Romilda … sì, Romina, ci stai da poco o anche tu non vedresti l’ora di passare sull’altra sponda. Allora, prima che le streghe ritornino, dimmi di sì.”
      Ezio si sentì ribollire di indignazione e rimase in forse su quale fosse la migliore risposta da dare al malandrino. Infine gli uscì:
      “E dammi qualche attimo, perdinci! Magari ti faccio l’occhiolino, va bene?”
       
      Fernanda Di Marte
       
      (Ringrazio chi legge e gradisce. Appuntamento con un’altra vicenda di Ezio e Romina al prossimo martedì 24 luglio).

    • IL  MODO           
       
      Mi sono messa in quella posizione
      che lui tanto gradisce. Io lascio fare
      abbracciata da dietro e son portata
      a strofinargli addosso il mio sedere.
      Carezza dolce il seno, il pube, i fianchi
      ed io sconvolta sono e deliziata
      se impiego nell’amore anche il didietro,
      chè adoro essere amata in ogni modo
      con quello strofinìo tiepido e sodo.
       
      Paoletta Aperti
       
       
      È  SEMPRE  BELLO        
       
      Mi struscia, mi scombina ed io sconvolta
      mi lascio, trepidante, scombinare,
      sorpresa quasi sia la prima volta.
      Faccio eco ai suoi sospiri mugolando,
      o frasi rotte caccio e lui le ascolta
      e le rimanda a me. Quel che capisco
      è che la situazione in divenire,
      studiandomi apparire disinvolta,
      magica appare e tutta vada accolta.
       
      Paoletta Aperti
       
      (Ringrazio chi legge e gradisce. Appuntamento al prossimo lunedì, 23 luglio, con altri versi sensuali, come me)

    • Chi sono tutti questi?
      Non riconosco più nessuno.
      È come se tutte quelle maschere che coprivano corpi inerti siano volate via
      È stato un vento di tempesta che tutt'ora mi fa vacillare, che fra non poco mi spingerà in un abisso senza fondo, un precipizio diretto verso il nulla.
      Non mi sento più parte di questa vita, a stento tollero in fatti le persone che private di ciò che le rendeva tali hanno perso ogni parvenza di verità, divenute esseri mai vissuti non hanno più importanza, trasformate in vuoti corpi erranti, gementi, strillanti non hanno più significato. Non so più cosa pensare, iniziò a temere di non essere fatto per questo mondo dal quale tento di fuggire nonostante l'attrazione fatale. In questo mio estraniamento getto ancora un grido feroce alla società, e nella speranza che qualcuno tra quelle masse sordide possa sentirmi proseguo il mio cammino.

    • LE  MOLESTIE               
       
      Andrea, come al solito, nella giornata di spesa al supermarket si accodò per pagare alla cassa della Marina, quella rotondetta e gentile che gli sorrideva e gli rivolgeva la parola.
      Gli aveva chiesto una volta: ‘Voi siete solo, è vero? lo vedo dalla spesa da single. Pure io, sapete?’ Lui non aveva colto il tacito invito e la cosa era finita lì.
      Nel rivederlo in fila col carrello, lei rimuginò: ‘Eccolo, con la provvista settimanale. Ci devo provare adesso, sennò questo quando si muove?’
      Nel guardarsi, si scambiarono saluti e sorrisi, come sempre, e poi Andrea, nel controllare lo scontrino, si ritrovò con due articoli di buon costo non segnati.
      Non se la sentiva di approfittare di quella signora che avrebbe potuto subire qualche punizione. Aspettò che fosse un po’ libera e:
      “Qui, vedete?” indicò “Non me li avete passati.”
      “Lo so” ammise, ammiccando. “L’ho fatto apposta. Non dite niente, tanto nessuno se ne accorge.”
      “E perchè? Io per voi che posso fare?”
      “Portatemi fuori domenica. Vi va?”
      Se avesse rifiutato quegli omaggi avrebbe potuto metterla in difficoltà e quindi Andrea si affrettò a rispondere:
      “Certo, va bene.”
      Con quell’espediente, Marina riuscì a farsi condurre dove poter sistemare un plaid sull’erba e consumare assieme i manicaretti che aveva preparato con cura.
      “Mettiamoci dove non ci vede nessuno, per favore, signor Andrea” richiese con sorrisi allusivi. “Non vorrei mettermi in bocca alle male lingue. Qui, su chi non ha nessuno che le protegga si fa presto a parlare e a inventare cose.”
      Si mangiava ma Andrea, ingrugnito dal sentirsi incastrato, non contribuiva troppo alla conversazione e questo creava disagio.
      Marina si scervellava per infondere un’idea di festa nel suo accompagnatore, di penetrare la sua riservatezza, vera spessa corazza protettiva. Ma le frasi stentavano a concatenarsi e anche un pur minimo brio latitava.
      Provò ad andare avanti con la radiolina, accompagnando i motivi con la voce, con movenze da ballo, pur pensando: ‘È un morire. Devo essere proprio disperata se tutto questo continui a starmi bene.’
      Quel signore sembrava esser venuto a quella scampagnata per dovere, per compiere un atto di carità cristiana e in lei questo suscitava un vero impulso di ribellione.
      Di lui sapeva che era divorziato, con figli lontani che lo avevano reso nonno di nipoti che non conosceva. Commovente. Con questo si poteva dire che non era frocio, e poi? Lei che poteva ricavarci? Cosa doveva inventarsi?
      Dopo mangiato gli si addossò e gli disse chiaramente che, se lui ci stava, si poteva entrare più in intimità. Cominciò a strofinarsi e a baciarlo senza attendere alcun benestare.
      Per Andrea la bocca spalancata di Marina, con quella lingua in movimento, si rivelò un evento increscioso, assolutamente imprevisto e indesiderato e provò, vanamente, a tenerla a bada senza offenderla troppo per riguadagnare l’abitacolo dell’auto.
      Nonostante lo sentisse recalcitrare, lei rimaneva convinta che ce l’avrebbe fatta a suscitare in lui delle reazioni che, fra innamorati, sono spontanee e istintive, ma da Andrea ottenne una chiusura netta che, assolutamente, non voleva riconoscere come repulsione. In fondo lei era ancora piacente e quello, invece, uno prossimo all’anzianità.
      “Non ti è piaciuto?” chiese, mentre lui si affannava a fare di sì con la testa. “Toccami” e gli tirava la mano sul seno, “lo puoi fare. Ti dispiace se ti aiuto un poco?”
      Scrutando bene in giro si sbarazzò della mutandina lasciando la gonna ben sollevata. Guardandolo, maliarda, fece ondeggiare verso di lui la natura fra le gambe aperte e, percependo l’erezione desiderata, si lanciò ad approfittarne.
      L’aveva bloccato con le spalle alla macchina e armeggiò di sotto per condurlo a una penetrazione smaneggiando e sgroppando per far sì che il necessario turgore non sfumasse.
      Quando ciò avvenne, data la scarsa collaborazione di lui, Marina si rese conto di aver tentato una violenza carnale vera e propria.
      “Che succede, tesoro?” mormorò, con vergogna e scoramento. “Lo tenevi buono, ti assicuro. Non è che ne ho visti tanti ma, complimenti, il tuo è proprio...”
      Lui zitto, occhio basso.
      “Forse preferisci qualche altra cosa? Se m’impegno te lo faccio diventare più grosso di prima, scommettiamo?” Cercò di ripetere la performance di prima agitando natiche e cellulite ma ciò servì a deprimere ancor più l’atmosfera.
      Si rimisero in viaggio in un silenzio imbarazzato e rancoroso finche lei si decise a romperlo:
      “Portami da te, ti prego. Forse in un bel lettone non pensi che sarebbe tutto diverso? Con te faccio tutto, davvero.”
      Dopo un po’ cambiò registro:
      “Ma il sesso non penso che sia tutto. Io e voi, signor Andrea, possiamo farci compagnia in tanti altri modi.” Implacabili, erano risorte le distanze fra di loro. “Io posso fare i lavori in casa vostra e darvi l’assistenza se, facendo corna ... .
      Un po’ di calore umano, che miseria. Ma ditemi qualcosa.
      Scusatemi se sono stata troppo sfacciata ma la solitudine fa fare brutti scherzi e ho provato anche questo. E poi, è una vita che nessuno mi metteva le mani addosso. Pensavo... 
      Insomma, siete solo pure voi.”
      “Sentite, Marina” la interruppe Andrea per spiegarle, “vi sono riconoscente di aver pensato a me come un possibile compagno. Ma a me la compagnia non serve, nè di amici, nè di donne. Non più.
      Una volta era tutto diverso: per conquistare un amico avrei fatto qualsiasi sforzo. Non parliamo poi se si trattava di una donna, con la quale condividere tutti gli sfizi, sesso in primis.
      Ma ora mi faccio compagnia da solo. Ho imparato e ho capito che come mi diverto con me stesso non potrei farlo meglio con nessun altro, maschio o femmina che sia. Così come sono ora, nessuno potrebbe farmi passare piacevolmente il tempo ma, farmelo solo perdere, sprecare.
      Vedete, io non mi annoio mai: mi sono organizzato con hobby e interessi vari tutti in casa. Il tempo passa e non mi basta mai per fare tutto quello che voglio e che mi piace.
      Non è per voi, signora Marina, credetemi. Anzi, mi dispiace che a voi la solitudine pesi tanto. Io, invece, la solitudine me la gusto, me la godo. Per me è una vera benedizione e non voglio vicino nulla e nessuno che me la scombini.
      Io mi basto così. È chiaro? Mi dispiace.”
       
      Quando Andrea tornava ad approvvigionarsi al supermarket evitava, studiatamente, di passare per la cassa di Marina e lei, notandolo col carrello, pur senza guardarlo mai, non poteva fare a meno di pensare: ‘Ma quant’è antipatico.”
       
      Licia Tavanzi
       
      (Ringrazio chi legge e gradisce. Appuntamento a domenica prossima, 22 luglio, con un’altra storia)

    • Cap.3 - L'addestramento
       
      Junior e Goku si dissero disposti ad allenarmi in modo da farmi diventare un grande combattente come il mio antenato. Ma, oltre a questo, vi era un'altra questione in ballo: non fosse mai che un Sayan non sappesse combattere! Il namecciano mi insegnò tutte le tecniche di lotta che conosceva, molte delle quali ricalcavano perfettamente lo stile di Goku, e il volo. Il Sayan invece mi insegnò il teletrasporto, la lotta con il bastone e vari attacchi d'aura: il Solar Flash, la Kamehameha (onda energetica), la sfera Genkidama (energia sferica) e il Kaioken. In generale agli inizi mi dimostrai molto scarso, ma con il tempo appresi ogni rudimento in modo perfetto...ma solo nel corpo a corpo. Infatti gli attacchi d'aura, il volo e il teletrasporto non erano nelle mie corde: specie per gli ultimi due, la mia parte umana era tale che non poteva essere superata da queste tecniche. Solo con il volo riuscì ad "aggirare il sistema": Goku ogni volta mi avrebbe dato parte della sua energia per consentirmi di alzarmi da terra, perdendo però conseguentemente il 50% della sua forza. Questo è il motivo per cui io e lui non abbiamo mai combattuto in coppia, ma a turni: quando uno si fosse stancato, l'altro sarebbe subentrato al suo posto. Le mie mancanze nei colpi di aura erano però inaccettabili: possibile che un discendente del primo Sayan della storia non riuscisse a far scaturire alcuna scintilla dalle mani?? Goku tentò per mesi di farmi realizzare almeno una Kamehameha, ma senza successo. Junior allora si disse convinto che l'unico modo per sprigionare il mio potere nascosto era di coinvolgermi in un vero e proprio scontro all'ultimo sangue: chi perde, muore. Io sulle prime fui titubante, ma poi accettai. 
      Una volta scelta una pianura erbosa come terreno di scontro, Junior si librò subito in cielo e mi aspettò. Dopo aver ricevuto l'energia da Goku, lo raggiunsi in volo più deciso che mai. Venimmo subito al corpo a corpo: io riuscì ad assestare colpi forti e precisi, evitando nel contempo molti dei suoi. Andammo avanti così per un pò, finchè Junior non si allontanò per poi spararmi addosso una mitragliata di colpi d'aura. Mi ritrovai senza difese: alcuni riuscì pure a deviarli, ma altri mi presero in pieno e mi fecero schiantare a terra. Ritornai però subito in cielo intenzionato a riprendere il corpo a corpo, ma Junior continuò ad attaccarmi con l'aura, tenendomi così a distanza da lui. Il mio corpo era pieno di ustioni e lo sentivo bruciare da ogni parte; provai anche a pararmi, ponendo le braccia piegate e incrociate davanti a me, ma non servì a nulla: il mio arretrare a causa dei colpi mi portò a sbattere violentemente contro una parete rocciosa molto distante. Cercai, nonostante il dolore, di mantenere il volo e provai a lanciare una Kamehameha: mi piegai all'indietro con i polsi a contatto e le mani aperte. Mi concentrai, tentai di visualizzare una sfera d'energia che si materializzasse tra le mie dita, ma niente. Allora Junior mi arrivò sotto il grugno nel giro di 2 secondi con il teletrasporto: riprendemmo lo scontro corpo a corpo, ma i miei colpi andarono quasi tutti a vuoto, poichè ero molto stanco e provato oltre che avvilito. Il namecciano mi prese a pugni nello stomaco ripetutamente, facendomi sputare sangue e saliva, e mi finì con un calcio che mi sbattè di nuovo contro la parete rocciosa. Questa volta però mi lasciai cadere di schianto a terra. La mia tuta era logora ne stracciata, i muscoli e le ossa a pezzi, mentre il sangue e il sudore fuoriuscivano da ogni parte del corpo: sentivo la mia pelle bruciare e gli occhi pieni di polvere. Non riuscì più a muovermi nè a parlare. Ad un certo punto, dopo un silenzio quasi irreale, Junior gridò:"TU NON DISCENDI DA UN SAYAN! TU SEI SOLO UN CODARDO! UN INUTILE ESSERE UMANO! MI FAI PENA! NON SARAI MAI UN GUERRIERO! MAI! MERITI SOLO DI MORIRE!!!!"
      A quelle parole qualcosa in me scattò. Spalancai gli occhi e mi rialzai. Ero furioso, imbestialito, non riuscivo a trattenermi. Quasi d'instinto sprigionai un'aura azzurra, la stessa di Goku normale per intenderci, ma non omogenea: era impazzita, tagliente. Sentivo la mia rabbia crescere sempre di più e vedevo che sotto di me si era formata una crepa nel terreno che diventava sempre più grande: le rocce iniziarono persino a fluttuare. La mia aura poi da azzurra diventò rossa e io mi sentì come un vulcano in eruzione: l'energia si stava muovendo dalla bocca dello stomaco fino alla testa. Non appena sentì tale potere a ridosso della fronte, esplosi in un grido disumano e rabbioso:"KAIOKEEEEEEEN!!!!!!". L'onda d'urto che si generò sbattè Junior molto lontano da me. Ero pronto ad affrontare persino un gigante: la mia pelle tutta era divenuta rosso fuoco e l'energia sprigionata era forte, ma potevo controllarla benissimo. Colmo di rabbia, raggiunsi in volo il namecciano e gli diedi una raffica di pugni e calci tanto veloce, violenta e precisa che egli non riuscì a reagire; infine gli rifilai un calcio nello stomaco che lo scagliò ancora più lontano. Con un'ira spropositata che continuava a macinare, inseguì il mio avversario in volo e gli diedi un colpo di gomito sulla nuca così forte da sbatterlo a terra in un attimo, nonostante l'altezza fosse notevole. Lui dalla sua posizione mi scagliò addosso varie sfere di energia, ma io riuscì in parte ad evitarle e in parte a rimadargliele indietro, colpendondolo ripetutamente. Ero pieno di bruciature e ferite, ma la rabbia in me si era dimostrata più forte di qualsiasi trauma. Io rimasi in aria, mentre Junior a terra era conciato molto male: una maschera di ustioni, polvere e sangue con vestiti strappati. Finalmente lo scontro diventò alla pari. Il namecciano allora gridò:"HAI REAGITO BENE, MA RESTI SEMPRE UN BUONO A NULLA SENZA I COLPI D'AURA! IO ORA CARICHERO' IL MIO CANNONE SPECIALE E TU L'ONDA ENERGETICA! SE SEI UN VERO GUERRIERO, O MI RISPONDI O TI FAI COLPIRE SENZA SCAPPARE!"
      Io, ormai stanco e sfibrato, non riuscì a tenere vivo il Kioken, ma non ebbi intenzione di mollare il colpo. Mentre Junior, posti indice e medio uniti sulla fronte, caricava il suo cannone, io mi concentrai al massimo per sprigionare la Kamehameha. Cercai di percepire anche la più piccola vibrazione dell'energia dentro di me, finchè sentì davvero qualcosa: uno strano calore che dalla bocca dello stomaco stava salendo fino alle braccia e alle mani. Passato qualche minuto, percepì una vampa tra le mani che si faceva sempre più intensa e calda. In seguito misi gli occhi su Junior, che era rimasto a terra, e mi accorsi di un luccichio proveniente dalla sua fronte: il Cannone doveva essere quasi pronto. Feci in modo di dirigere ogni singola mia energia del corpo e della mente all'onda energetica in formazione così da renderla inarrestabile. Junior d'improvviso mi disse di essere pronto e che avrebbe subito lanciato il suo attacco. Detto fatto! Il Cannone Speciale mi raggiunse quasi subito e io risposi con la mia mossa:"KAMEHAMEHAAAAAAAA!!!!!" Le due energie si scontrarono. I miei muscoli erano tutti tesi al mantenimento dell'onda che avrebbe dovuto tenere il raggio nemico lontano da me. L'energia sprigionata influì sull'ambiente circostante: le rocce grandi e piccole si alzarono da terra, i volatili si allontanarono spaventati e si alzò un vento molto forte. Dopo uno stallo tra i raggi, Junior potenziò il Cannone che contrastò la mia Kamehameha fin quasi a raggiungermi. Io allora utilizzai tutta la mia energia residua: o mi sarei consumato nell'intento o sarei direttamente esploso. Non mi importava di rimetterci la pelle, ma dovevo contrastare quel potere assurdo. Improvvisamente, nello sforzo immane, sentì qualcosa che di scatto era fuoriuscito dalla mia zona lombare ed era portatore di un'energia molto grande!! Dopo aver scoperto che potevo controllarlo a mio piacimento, lo posi sopra la mia testa e gli feci sparare un ulteriore raggio che andò a colpire l'onda energetica, incrementandone il potere. La Kamehameha riuscì ad allontanare il Cannone da me e a rimetterlo al centro dello spazio tra noi combattenti. In seguito percepì un forte calore in tutto il corpo e infatti questo iniziò a brillare di luce propria, la quale poi fece partire un altro raggio, questa volta grande come me, che colpì l'onda energetica, rendendola così mastodontica da "ingoiare" l'apice del Cannone Speciale. L'energia gigantesca della mia Kamehameha raggiunse Junior che provò comunque a resistere con le energie che gli rimanevano. Sfibrato e impaziente di porre fine allo scontro, misi tutto me stesso per vincere. In quel momento stavo fissando Junior. Improvvisamente i miei occhi spalancati, stanchi ma pieni di rabbia, emisero un calore inusuale; la mia vista si annebbiò e l'unica cosa che poi vidi fu un colore: il bianco. Questa sensazione durò finchè ebbi forza per tenerla viva: era come se un'energia fosse partita dal centro della mia testa e avesse continuato a fluire fino alla fine. Percepì infine che qualcosa aveva mollato la presa in fondo all'onda energetica e quindi feci un ultimo sforzo per dirigere la Kamehameha ancora più in basso. Infine vi fu una grande esplosione e io, per quanto possibile, cercai di pararmi con le braccia e i pugni chiusi. Passato qualche minuto, mi lasciai andare e caddi a terra stremato. Ebbi appena la forza per alzare il collo e davanti a me, una volta che il fumo e la polvere si furono diradati, vidi Junior esanime al suolo. Goku arrivò e mi diede un fagiolo di Balzar, un legume curativo. Stessa cosa fece con Junior. Quando io riuscì ad alzarmi, vidi Junior pieno di ustioni e ferite che però, grazie al fagiolo, si stava riprendendo. Mi disse:"Tu non hai visto cosa è successo. Sei riuscito a sparare un raggio dagli occhi che mi ha accecato, facendomi perdere il controllo sulla lotta. Avevo dato tutto, ogni singolo sprazzo di energia. Meno male però che ho il potere della rigenerazione: quell'onda energetica gigantesca mi ha fatto un buco nello stomaco impressionante. Senza questa mia capacità sarei morto di certo." Io rimasi attonito, ma pure orgoglioso: finalmente avevo mostrato il vero potere in me!
      Ma poi ne scoprì un'altra: dalla mia zona lombare era uscita una coda!!! Fatto strano: non era una coda di scimmia\Oozaru, ma di drago!! Una coda verde a scaglie che terminava con due lame, una a destra e una a sinistra. Mi accorsi che tale coda potevo poi farla riassorbire dal corpo con una preliminare ritrazione delle lame. Goku e Junior rimasero perplessi: un Sayan con una coda di drago che fungeva da "magazzino" di ulteriore energia. In effetti la cosa era giustificata: tempo dopo infatti Muten mi disse che pure GiovanCamillo possedeva quella strana coda.
      Però ciò che aggiunse subito dopo mi fece riflettere:"Ci ho pensato in questi giorni. Tu per venire qui devi fare uso della tua anima ogni notte. Per sopportare combattimenti e altro significa che sei stato dotato di una densità astrale maggiore, quasi fisica. Ma cosa accadrebbe se morissi qui? Ti risveglieresti nel mondo materiale dal quale provieni o no? Ho sottoposto la questione a un mio amico che vive in Giappone, uno sciamano Sioux che mi ha detto che se tu morissi qui, resteresti bloccato per cento anni tra l'astrale e il mondo fisico, e dovresti vagare come un fantasma nel tuo mondo. Passato un secolo, potrai andare nell'aldilà. Quindi, ogni volta che affronti una battaglia, sappi che la posta per te è molto più alta rispetto agli altri guerrieri."

    • la mia è una storia vera, sono un artista autore tra l'altro del Simbolo Monumentale del Multiculturalismo già posizionato in quattro Metropoli  rappresentative dei rispettivi Continenti, molte Autorità vi hanno scritto l'epigrafe alle rispettive basi ivi compreso Nelson Mandela. La mia vita personale è una lunga storia, il mio pensiero sulla filosofia del Multiculturalismo è di formazione culturale che parte dalla mia infanzia post bellica e povera, la mia cultura necessariamente si forma attraverso la lettura delle fiabe e dei fumetti  di matrici diverse ed interculturali e dalle scuole di base, ed evolve naturalmente nel tempo fino a giungere ad accezzioni più evolute e anticipartici  delle problematiche multiculturali del nostro tempo, credo sia curioso approfondire questo argomento per chi ne fosse interessato, immagino solo di posizionare questa opera di pace e di dialogo, oramai realmente già famosa nel mondo, posizionarla questa volta in maniera fantasiosa ai confini con il Messico e/o sulla striscia di Gaza dove qualcuno magari la fa esplodere e bambini israeliani e palestinesi la ricompongono legandola con gli spaghi e le corde, immagino questo finale del film, come un messaggio attuale e necessario al nostro tempo. Trovo curioso se ve ne fosse la possibilità di sviluppare i ricordi illustrando scene di fiabe e fumetti interculturali miscelati alla storia vera o presunta delle diversità sul   nostro pianeta, alla ricerca di nuove strategie di pacifica convivenza tra culture e religioni diverse nel rispetto della vita dei diritti e della dignità dell'essere umano. E' solo una idea non sono sceneggiatore ne scrittore ma solo un artista.
       
      In questo link vi è un esempio parziale' una certa Editoria che si è occupata del Simbolo del Multiculturalismo da me creato e realizzato, 
      Scorrendo questo link si può osservare che L'accadema della diplomazia culturale dell'Unesco ha voluto inserire la mia opera tra i 28 monumenti più significativi della storia dell'umanità, se qualche scrittore o sceneggiatore fosse interessato all'argomento se ne potrebbe parlare
       
      http://l.facebook.com/l.php?u=http%3A%2F%2Fwww.culturaldiplomacy.org%2Facademy%2Findex.php%3Fen_monuments-as-cultural-diplomacy&h=OAQExhxfO&s=1
       

    • L'  IMPRUDENZA   (1844)             
       
      La sequenza degli ultimi avvenimenti erano disordinatamente vividi fra i ricordi di Attilio Bandiera e per quanto facesse non riusciva a scacciarli dalla mente.
      A Corfù la mamma gli aveva detto: 'Ho ottenuto dal Vicerè una promessa di clemenza per voi due se tornerete nei ranghi. Vostro padre ha servito fedelmente l'Austria e ha sempre destato ammirazione nel Lombardo-Veneto.'
      Che colpo per quel pover'uomo che avrebbe voluto anche lui e il fratellino Emilio almeno contrammiragli della Marina Imperiale! Ma c'erano altri venti ragazzi tutti infervorati dagli ideali patriottici di una nascente Italia, tutti affiliati alla sua personale società segreta, l' 'Esperia'. Avevano creduto tutti in lui e per loro, che non avevano grandi ufficiali in famiglia, clemenza non ce ne sarebbe stata.
      Micciarelli, spione maledetto, come si poteva dubitare di lui se veniva con le credenziali di Mazzini? Li aveva costretti a disertare in gran fretta e a rifugiarsi in blocco a Corfù prima che potessero aggregarsi a Nicola Fabrizi che, con la sua 'Legione Italica', preparava insurrezioni un po' dovunque.
      Poi De Nobili e pure il corso Boccheciampe, infami traditori! Vatti a fidare, così animosi, tanto pronti a dar la vita...
      Però davanti al plotone d'esecuzione, in quel Vallone di Rovito, erano in nove e la vita la stavano dando per davvero.
      "Hai visto" lo rimproverava il fratello ironizzando "come si è mossa la gente, i 'cafoni' oppressi dal tallone borbonico? Previsioni tue testuali, no? E la rivolta che doveva esserci a Cosenza? Ci abbiamo trovato solo un giudice molto borbonico che ci fa passare per le armi."
      "Smettila, Emilio!" intervenne Domenico Moro, anche più giovane di lui. "Andiamocene con onore!
      Quel giudice, per quanto borbonico e austriacante, ha graziato la maggior parte di noi e io al suo posto non l'avrei fatto.
      E poi la nostra 'Esperia' voleva solo 'i ricchi, i forti e i dotti, perchè la plebe è per sua natura imprudente, corrotta per bisogno'. È così, no, Attilio? Come diceva il tuo manifesto?
      È giusto che quella stessa plebe che bistrattavamo tanto ci abbia ignorato e lasciati al nostro destino."
      "Tu, Mene" gridò Attilio, "mi getti in faccia la mia superbia e la mia presunzione. E me lo merito, perchè in effetti..."
      Si zittì colpito dalla scarica di fucileria.
      Stava per ammettere di aver condotto tutta quell'avventura senza un briciolo di cautela, con dilettantesca e incompetente approssimazione. Ma per fortuna la morte gli aveva risparmiato una tale umiliazione.
       
      Marco Marchetta
       
       
      LA  GIURISDIZIONE   (1070) 
       
      "Chi vi ha eletto, signore?" chiese il monaco Ildebrando di Soana.
      Mezzabarba, addobbato da vescovo il più lussuosamente possibile, guardò il pontefice con la tentazione di sbottare: 'Sono tenuto a render conto a un semplice frate? È con la Santità Vostra che ho chiesto quest'abboccamento.'
      Papa Alessandro, con una tunica da nulla in confronto a quella del visitatore, restava assiso in silenzio e nella stanza in cui teneva i colloqui di carattere più privato non c'erano altri che loro tre. Il vescovo pensò fosse più conveniente rispondere in tono dimesso:
      "È stata la cittadinanza del borgo di Firenze, delle quattro porte, Duomo, San Pancrazio, Santa Maria e San Pietro le quali hanno trovato il modo di accordarsi proprio per l'occasione."
      "Poi tale nomina è stata presentata al marchese di Toscana?"
      "Certamente, frate. Il Barbuto … il marchese Goffredo di Lorena ha dato il suo placet."
      "Quindi" insistè l'ometto nel suo saio di tela grezza, "siete diventato così il capo di quella diocesi?"
      "Sì, proprio. E provvedevo alla riscossione, come da uso consolidato, di un terzo dei raccolti dei contadini e di un terzo dei guadagni dei borgatari.
      Tolta la decima ecclesiastica e una minima parte per le mie spese la rimanenza la versavo al Barbuto … al marchese."
      "Siate breve, vescovo Mezzabarba" intervenne il papa. "Cosa siete venuto a chiederCi?"
      "Santità, comunque sia stato nominato ho avuto la guida di un gregge Vostro: sono parte della Chiesa e desidero essere reintegrato nella mia giurisdizione.
      I fiorentini mi hanno cacciato a furor di popolo e sostituito con un altro vescovo. Perchè? chiederete. Permettetemi di spiegarmi.
      Quei popolani volevano tutto l'introito per la città stessa e tutti i conteggi, anche le mie spettanze, dovevano essere sottoposti all'approvazione dei loro delegati. La cosa, ovviamente, non mi andava a genio.
      Le loro ragioni erano che, in caso di pericolo, se un tempo ci si rifugiava presso il castellano era giusto sottostare alle sue 'angherie' in cambio di tale servizio. Essendo diventata cinta e difesa come e più di un castello, la città non vuole più pagare alcun tipo di obolo. Il titolare del feudo imperiale, sostengono quei villani, non ha da offrire più benefici come corrispettivo."
      "Vescovo Mezzabarba" interruppe frate Ildebrando, "spettava al defunto Goffredo di Lorena, marchese di Toscana, reinserirvi nella vostra giurisdizione.
      Alla Chiesa la decima dei fiorentini è sempre pervenuta, da voi o da altri.
      Sappiamo anche che il nuovo vescovo di Firenze, col pieno appoggio del suo popolo, va annettendo varie altre comunità all'intorno presentando il fatto come 'spontanea donazione di sè'. Per quelle versare un terzo dei propri introiti all'uno o all'altro non fa differenza, ma riteniamo che ai cittadini ciò è gradito perchè così si sentono più forti e meglio serviti.
      Comunque sia, ciò poco ci cale. È la contessa di Canossa la nuova feudataria imperiale che, se vuole e se può, dovrà occuparsene per riprendersi il suo."
      "Santità, agivo come gastaldo di Goffredo il Barbuto, di colui che ha combattuto al Vostro fianco contro l'antipapa Onorio. Pensavo che anche per questo potessi ottenere giustizia rivolgendomi a Voi.
      Dovrò, quindi, chiederlo a Canossa un intervento efficace come se la contessa fosse più di Voi?" proruppe l'istante, esasperato.
      "No, vescovo" decise Alessandro Secondo con tutta la sua autorevolezza, "l'avete detto voi stesso: voi fate parte della Chiesa, ormai; appartenete a Noi."
      L'uomo, spaventato, non mostrava più alcuna sicumera:
      "Santità, io sono un uomo d'armi. Non ne so niente di religione!"
      Sgherri e preti, chissà come, erano affluiti nella stanza.
      "Voi" riprese Ildebrando "seguirete degli opportuni ammaestramenti, sotto custodia ovviamente.
      Siamo coscienti che non diventerete mai un vero vescovo, ma vedrete che dandovi della liturgia e del corretto latino sapremo far di voi un chierico decente.
      Per inculcarvi il dovere dell'umiltà vi destineremo alla clausura nelle segrete di Castel Sant'Angelo dove dovrete provvedere ai bisogni di tanti popolani incarcerati simili a quelli che, senza volerlo, hanno dato conforto e benessere a voi.
      Imparerete anche gli altri doveri che il vostro stato ecclesiastico comporta, come l'obbligo di povertà: affiderete a Madre Chiesa tutte le vostre proprietà..."
      "Cosa?" annaspò Mezzabarba. "Non avete il diritto di defraudarmi della roba mia, destinata ai figli miei."
      "Voi forse non sapete che tutti i sofferenti diventano figli nostri. Di quelli non ve ne mancheranno certamente.
      Poi, un'altro vostro obbligo sacramentale è l'obbedienza ai vostri superiori. È grazie a esso che Noi sulla vostra persona abbiamo la giurisdizione totale e perenne" concluse il papa.
       
      Marco Marchetta
       
      (Ringrazio chi legge e gradisce. Appuntamento al prossimo sabato, 21 luglio, con altri due racconti)

    • ___queste brevi lettere sono indirizzate a un ipotetico amico, abbastanza lontano dall'autore da non poterlo condannare per alcunché venga scritto all'interno di esse, si spera tuttavia che ascolti curioso e attento quanto lo scrittore ha sentito la necessita di esternare nei suoi scritti e che un giorno risponda alle sue inutili domande così da dimostragli che nel mondo non si è soli nei propri incubi____
       
      1. Caro amico, ti scrivo in un momento di nichilismo in cui l'esistenza scorre incurante della sua inutilità attraendo a se ogni forma di significato e, lasciandomi nell'oblio dell'ignoranza del vivere, mi costringe a una vana richiesta d'aiuto che vanamente trasmetto a te
       
      2. Caro amico, vago ancora nell'oblio dell'esistenza e cerco conforto nella natura; tuttavia percepisco solo le sorde grida della stessa straziata dall'abominevole essere umano, e a malapena intravedo i tratti della madre di tutte le madri rinchiusa anch'essa nella gabbia della società. Il grido del mondo si confonde con quello degli uomini e si perde nell'universo, come ogni cosa d'altronde.
       
      3. Caro amico, ti scrivo con l'animo ormai esacerbato dall'immane duttilità dell'uomo e mi rendo conto solo adesso di quanto la nostra esistenza sia limitata da quell' immenso teatro che è la società di cui ogni uomo non è altro che una marionetta di se stesso e altresì degli altri; ti spingo dunque a riflettere se non sia da preferirsi la solitudine a tale destino?
       
      3. Caro amico, è ormai da tanto che non ti scrivo, sarà che in questi tempi è come se il mondo si stia allontanando da me e io non senta più la necessità di descriverne gli orrori; ci sto facendo l'abitudine ormai a questi abomini ed è forse questo il male più grande. Ed è così che mi ritrovo ancora più confuso, sebbene abbia trovato un'ordine nella vita che la rende più sopportabile, non riesco a capire se sono parte del mondo e dei suoi terrori o guardo lo stesso che impercettibilmente scompare dalla mia vista, dalla mia vita.
       
      4. Caro amico, sono ormai settimane che ho un pensiero strano che turbina tra le mie tempie, un vortice di idee e immagini che ritorna costante in ogni momento di solitudine, in ogni attimo della quotidianità e mi impedisce persino la tranquilla attesa dei sogni beati. È questa tuttavia la natura dell'uomo, quando un piccolo granello di pensiero gli entra nella mente è difficile ricacciarlo via, e quel gracile seme piantato nella sua anima è destinato prima o poi a divenire quercia. Mi chiedo ora se è questo il mio destino, soccombere all'azione di un germe impercettibile che è entrato nel mio spirito e cerca in tutti i modi di impadronirsi anche del corpo. Mi chiedo cosa sarà di me una volta avvenuto ciò essendo quel pensiero fisso irrimediabilmente fatale. 

    • (Quattordicesima  Puntata)
       
      Al ‘Lady L’, il principale ritrovo gay di Fallcity, giunse di corsa Jack la Quella vociando e spintonando ninfette e lesbicone:
      “Vi ammazzano! vi ammazzano!”
      “Chi ci ammazza?” chiesero allarmate.
      “I maschi … gli uomini … quelli normali.”
      I ‘che vai dicendo?’, ‘perché?’, ‘ma è vero? si sprecarono fra tutte le presenti.
      La carneficina era in corso con armi da fuoco, coltelli e mannaie e gli spari, le grida che erano stati ignorati o scambiati per lontani festeggiamenti ora venivano presi per l’orrenda minaccia in arrivo che era.
      Le donne corsero fuori qualunque fosse il loro orientamento sessuale. Cercavano scampo con i loro mezzi mobili, come avevano fatto tante altre verso la periferia, lontano dalle case, lontano dai tafferugli. Molte ce la fecero per quanto anche negli ultimi sobborghi ci fossero pistole e fucili.
      Ugual fortuna ebbe il gruppetto che si unì a Jack la Quella e ad altri trans. Per quanto più che femmine all’aspetto, erano dotati di forza muscolare tutta mascolina e fra quelle mani, in seguito, molti omoni avrebbero lasciato la vita e le armi.
       
      Due giorni dopo Kathryn andò a scuotere Arthur Mc Namara e lo condusse con sé lasciando che la moglie continuasse a dormire lì all’addiaccio, avvolta in una coperta rimediata.
      Le scorte raccattate in fretta stavano finendo e le donne erano stanche e sporche.
      Unico maschio, si sentì interpellare nuovamente ed erano in tante, spiritate e curiose:
      “Perché, Arthur, ce lo spieghi?...”, “abbiamo sentito e abbiamo visto cose orrende…”, “che volete da noi, eh? che abbiamo fatto?...”
      “Ve l’ho detto. C’è una guerra. Miles ha passato la voce a tutti i Sindaci. Perché perché… Siete il 50% dell’umanità se non di più e, non voi in particolare, beninteso, ma fate figli e così da che eravamo i Pochi siamo diventati i Molti.
      Si consuma tanto più del disponibile, tutti siamo vaccinati su tutto, non si muore più né per malattia, né per incidenti, né per suicidio. E che dobbiamo fa…”
      Lo sparo svegliò Louise. Ben presto trovò Arthur morto e Kathryn era lì con la pistola fumante.
      “Siamo in guerra con gli uomini, lo sai” sogghignò, muovendo l’arma senza minacciarla veramente. “Le risorse sono quelle che sono e chi se ne frega se ci ha salvato la pelle?
      C’è qualcuna che reclama?... Tu?”
      “No no” asserì lei convinta e spaventata. “Era un uomo, no? E poi … mi stava sempre appiccicato.”
       
      Con la sua voce strana Jack La-Quella chiamava e sculettava verso quegli orrori che una volta facevano faville nei salotti; pur prive di fronzoli, svenevolezze, mises, trucco e pulizia rispondevano ancora ai nomi di Kathryn, Louise, eccetera.
      Con dieci lesbiche piuttosto di età, c'erano sette trans che chiedevano di aggregarsi; uno di questi e una donna erano feriti e si erano sottoposti a tanto penoso camminare per morire lì, fra braccia non minacciose.
      Furono quelle due morti che risolsero tutto. Abbassando le armi Kathryn affermò:
      "Sì, siete dei nostri, Jack e colleghi. Avete il pisello ma i maschi tagliano la gola pure a voi. Per conto mio siete i benvenuti."
      Tutte le consociate in tale evenienza furono dell'avviso.
      Bisogna dire che quei sei, finchè una mina non spazzò via Jack ed un altro, furono, in blocco,  dei guerrieri straordinari, forti, svelti e coraggiosi, pronti ad assumersi senza lamentele quei compiti in cui un po' di maschiaggine faceva la differenza tra farcela e fallire.
      E gli ultimi quattro funzionarono ugualmente alla grande, dando la vita uno dopo l'altro.
      Agguati, armi prelevate con incursioni, cibarie rapinate a omaccioni troppo sicuri del fatto loro e cose simili permisero alle sopravvissute, un po' dappertutto, di formare grossi gruppi e di dare filo da torcere al sesso forte.
      Era un conflitto spietato e crudele in cui per la prima volta nella storia non si facevano prigionieri da nessuna delle  due parti; non durevolmente, almeno.
      Al dottor Knight fu dato incarico di giustiziare tre ragazze catturate facilmente senza che fosse sparato neppure un colpo.
      Nella piazza principale, buona parte degli abitanti di Fallcity si godette lo spettacolo. Il dottore iniettò un preparato che le uccise lentamente e con dolore. Non erano più i tempi della dolce morte.
      Euforici e sicuri alla vista di quelle morte, tutti brindarono felici.
       
      Qual è l'animale più feroce del creato? Chi risponde : 'l'uomo', sbaglia. È la donna.
      Avevano scavato una fossa profonda di traverso a una stradina e avevano fatto centro.
      Le donne avevano dei ponticelli di legno portatili che permettevano di superare quello scavo con gli scarsi mezzi motorizzati che avevano. Però quella era una trappola: le sentinelle avvisarono dell’avvicinarsi di due camion pieni di armati in missione di rastrellamento e tutte seppero che fare.
      La fossa fu mimetizzata con del compensato della stessa tonalità dello sterrato, ricoperto da un velo della stessa terra compresi degli sparsi sassolini.
      Il primo mezzo nemico giunse e ci si imbucò schiantando l'avantreno con un gran botto mentre il secondo inchiodava per non tamponarlo. Un gran tronco lasciato cadere a retro di quello bloccò ogni movimento.
      La banda di Kathryn, tenendosi al coperto, intimò la resa e chi cercò di tarsi d'impaccio fu mitragliato. Agli altri andò peggio.
      I prigionieri erano parecchi e, per prima cosa, furono imbrigliati. Poi, con tutte le cautele alcuni furono obbligati a sgombrare la stradina ponendo i camion fra la vegetazione ove risultassero del tutto invisibili. Fatto ciò, uno dopo l'altro, bastonati o sparati agli arti se non si obbediva, immobilizzati, furono posti schiena a terra e gambe in su legate a corde stese fra gli alberi.
      Con tutte le vergogne ben esposte i ruvidi maschiacci furono per un bel po' un vero spasso per quelle indurite amazzoni zozze, stracciate e biliose.
      Dei rami ben lisciati e privi di sporgenze furono appoggiati e martellati molto dolcemente in quegli sfinteri mascolini.
      Più o meno tutte loro parteciparono a quel colpire senza forza per fare in modo che una tale sodomitica forma di contrappasso durasse a lungo.
      Alle tante urla di agonia e alle espressioni di estrema sofferenza fecero eco sghignazzi e triviali commenti piuttosto scontati.
       
      (14.  Ringrazio chi legge e gradisce. Continua il prossimo venerdì, 20 luglio)
       
      Roberto Bontempi

    • Riflesso

      By IOGI, in Poesia,

      Guarda, uno specchio. Socchiudi gli occhi, lo senti, il tremolio della sua voce? No vero?
      Non fa rumore, vorrebbe, ma preferisce rimanere in silenzio, il mondo distorto è la sua essenza,
      sì distorto, è tutto al contrario dentro di lui. Non cambia solo la prospettiva ma il pensiero continua a volteggiare incastrato in quel riflesso, in un momento si sente Dio e in un altro si rende conto di essere una bolla smorzata da un vento tagliente,
      sa che non è così ma sa che mentire fa male. Sa che non può cambiare, perché intrappolato nella sua coscienza.
      Guarda lo vedi? Lo specchio sta urlando strappandosi le labbra, lo senti? Io no. Tu sorridi, io sorrido attraverso te, ti sposti e io sono un'altra immagine sullo sfondo.
       
       

    • Perso nei meandri della vita, non percepisco la mia natura; da molto orami tento la fortuna ma comprendo che in realtà non esiste.
      Nulla esiste infondo.
      Ma perpetuiamo il nostro moto finito verso un limite ignoto, verso ciò che ignorerò. Dopo molto ho perso le speranze in ciò che speravo, dopo un po' nessuno è in grado di attendere. Precipito in quel fondo che d'altronde è irraggiungibile e questa caduta mi é insopportabile.
      Che male di vivere!
      Vago negli spazi infiniti del mondo, inalo l'etere sordido, ascolto silenzi tonanti è intanto svanisco dal mondo. 
      Inizio a non sopportare tutto ciò, ogni teatro mi è oscuro e ansimo nel rincorrere il tempo
      Cosa sono ormai?
      Mero figlio del tempo, succube dell'immensità, schiavo della società, valico il limite dell'eternità.

    • Luglio, decisamente la stagione più bella, tutto si concentra in una sola parola: estate.
      L'estate negli occhi,
      le onde che si muovono sulla pelle,
      la sabbia sui teli da mare,
      tu che mi sorridi e percepisci la mia spensieratezza.
      Quella spensieratezza che sa di te.
       
       

    • L’ ELEZIONE
       
      Ho vinto! Ho vinto!
      Sì, mi sento come Maga Magò in ‘La spada nella roccia’, lo avete visto miei cari elettori?
      Calma. Sono solo davanti allo specchio come uno che prepara il discorso alla Camera.
      Però ho vinto sul serio? Ho fatto i conti con la calcolatrice e sto quasi al 6% di gradimento. 703mila e passa ‘like’ sulla mia pagina facebook. Però in web ci stanno tutti quelli che vogliono essere eletti. Io con tutti i gruppi di appartenenza ho avuto tanti ‘mi piace’, ossia nel mio caso e rispondendo al mio quesito, significa: ‘Sì, ti vogliamo in Parlamento.’
      Sarà sufficiente per il signor Cavalletta? È lui che dà l’assenso. E poi sarà lui che mi governerà a bacchetta, lui che in bocca mi metterà tutte le parole e, di dietro…
      Ma non pensiamoci. Con più di settecentomila gradimenti penso proprio di aver vinto un seggio parlamentare. Che desiderare di più? Un bel destino da signorone, riverito e rispettato.
      Ho vinto! Ho vinto, signori e senza nemmeno un comizio o un euro di manifesti. Mi vedo già deputato.
      A far che? Numero e basta. Sai che ammosciamento? Lì fermo ore e ore a sentire cose che non capirò mai. Io ho interrotto il ginnasio perché leggere troppo non mi andava.
      È vero che c’è lo smart e con quello un po’ di tempo passa. Ma mi permetteranno almeno un solitario sul telefonino senza mettermi in cronaca con una bella foto? I giornalisti stanno sul loggione apposta per questo, per contarti anche i peli che hai nel… Ci siamo capiti.
      E tutti i soldi che dovrò versare al Movimento? E l’ostilità crescente verso la politica? Stai per fare l’elemosina? Basta uno scatto e si leggerà: ‘Il neoeletto che ruba dal cappello di un mendicante!’
      Comincio a pensare che questa vittoria è l’azzeramento della mia vita e di tutte le mie ambizioni. C’è un altro avvenire per me nel salumificio di famiglia.
      Ora un altro sfottimento di co….ni. Mi tocca chiamare tutti i gruppi e avvisare di cambiare il ‘like’ in un bel grasso e deciso ‘non mi piace più’ e Cavalletta vada pure affan …!
       
      Alessandro Conte
       
       
      IL  DOLCE  SENTIRE  
       
      Sai cosa sento adesso? Tanti grilli
      in gran concerto e pur c’è qui vicino
      lo scabordìo del mare a frastornarmi.
      Il rombo d’una moto è un gran fracasso
      a vincer tutto ma va via in un poco,
      e accese le tivvù si fanno udire
      col richiamar dei cani l’un con l’altro.
      Il sibilìo del vento percepisco
      e il cinguettar dei passeri fra i rami.
      Se pongo mente a tutti questi suoni
      m’accorgo che la vita mi circonda:
      tutto ciò che mi è a presso m’accompagna
      facendomi sentir la sua presenza.
      Sentivo un tempo pure nel silenzio
      delle cose di cui non ho più nota;
      non più le avverto e molto ne risento:
      le tue carezze. Quelle più non sento.
       
      Alessandro Conte
       
       
      LA  PRECEDENZA                            
       
      “Eh no, non ci siamo, mio caro.”
      “Ma che dici? mi hai detto di concludere o no? ‘Ci sono, ci sono, mi fai morire’ eri tu a dirlo o chi?”
      “Sì, però non basta.”
      “Tu sei matta, ragazzina.”
      Enrico è spazientito e si alza dal letto nudo e roseo come un neonato.
      “Ma dai, Erry. Con te non si può neanche scherzare.”
      “Debby, sei venuta o no?”
      “Per non farti arrabbiare ti dico ‘sì, certamente, sì sì’. Se invece vuoi essere comprensivo e tornare a letto a fare il tuo dovere un  ‘mica tanto’ è quello che ci andrebbe meglio.”
      “Sì o no?”
      “Mezza mezza. Sì ma non bene, occhèi?
      Dai vieni qua e parliamone. Lo so che puoi fare di meglio e se non lo fai, mio bel signore, ti assicuro che quando vuoi tu non ti faccio fare più niente.”
      La coppietta sta a questo punto quando la serratura, due scale sotto, si fa sentire. Debby rimugina sull’allerta:
      “I coinquilini a fianco non ci sono, così credo. A Marcella l’ho detto che venivo qua in compagnia. Deve essere Giuse, il fratello più grande e questa cosa mi scoccia tanto: comincerà una pippa e non la finirà più. Però se è venuto al mare fuori stagione è per fxxxxxe pure lui. Pazienza, Erry; aspettati un cazziatone.”
      Poco dopo due urletti quasi si sovrappongono:
      “Debby!”
      “Mamma!”
      La signora Dolores è esterrefatta: la cuccioletta di casa a letto con ... quel coso.
      “Ma lo sa lei quanti anni ha questa ragazza?” inveisce verso Enrico.
      “Sedici mi ha detto” fa Erry serio serio.
      “Fra un mese” precisa Debby.
      “Ne ha quindici, caro lei” si risponde Dolores. “E allora?”
      L’accompagnatore della mamma, restato per le scale, fa capolino e per Enrico è gioco facile chiedere:
      “Il suo compagno a quest’età ci arriva?”
      “Non sono cxxxi suoi con chi vado e gli anni che ha!” sbraita la signora mollando tutti i gàngheri. “Questo non è suo figlio e neanche le è nipote, anche se, alla sua età, potrebbe fargli benissimo da nonno. Però si dà il caso che Deborah sia mia figlia.
      Io sono vedova da una vita e non violento nessuno se vado con i ragazzini. Lei, signore, è da denuncia penale.”
      “Faccia come crede, signora” replica Enrico, seccatissimo. “Ci vedremo in tribunale.
      Ora, se vuole attendere il suo turno in strada, Debby e io stavamo risolvendo una faccenda in sospeso.”
      “Lei è matto! Esca subito da questo letto che, non so se ha capito, è mio!”
      “Mamma” interviene Debby, “stiamo qui per divertirci tutti quanti, no? Fàttene una ragione e ti renderai conto che quello che chiedi è assurdo: ci stavamo prima di te.
      E non perdere tempo con le denunce perchè anche io devo dire la mia: ho dovuto sudare sette camicie per portarmelo a letto, Erry qui, che amo tantissimo.
      Quello che faccio con lui da due mesi lo facevo coi miei amichetti già due anni fa. Non te n’eri accorta, forse?”
      La signora Dolores raccoglie il suo ragazzetto e indispettita corre giù. Non riesce a scegliere se è meglio andarsene o restare per cercare di avere l’ultima parola. Nell’indecisione rimane rosicandosi il fegato per mezz’ora fumando di tabacco e di rabbia.
      I due scendono, infine, abbracciati e raggianti e per Dolores la cosa più dignitosa è fingere di fregarsene. Però avviandosi di sopra col suo lui non resiste e dice, gelida:
      “Debby, parleremo a casa” ottenendo in replica:
      “Ah, sì sì, bella mia: anch’io voglio sapere tutto tutto.”
       
      Alessandro Conte
       
      (Ringrazio chi legge e gradisce. Vi do appuntamento a mercoledì prossimo, 18 luglio, con altre storie)

    • Qui e Altrove
       
      I.
       
       
      Io sono qui, e altrove. Questo è tutto ciò che posso dire, questo è tutto ciò che conta, adesso. Sono qui e ti osservo mentre la notte ha ormai avvolto nel proprio manto tutte le cose, sciogliendo i lacci del tempo in un eterno presente. Ti guardo in silenzio mentre dormi e proprio lì, accanto a te, vedo risplendere la luce del tuo sogno dimenticato. Mentre riposi e lieve è il tuo respiro apro su di te le mie ali per proteggerti, perché molte sono le cose che si nascondono nelle tenebre e lungo è il cammino in attesa dell’aurora. Vedo danzare nel cielo sopra il tuo capo le stelle e sento l’incessante sospiro delle onde frangersi contro i bastioni del tempo, all’unisono con il battere del tuo cuore.
      Io sono qui, in questa stanza e in questa città e altrove, in altre stanze e in altre città dove ho vissuto attimi oppure anni, e in altri luoghi ancora. Sono qui, in questo Universo, dove un minuscolo pianeta azzurro ruota veloce attorno ad una piccola stella e sono altrove, in altri universi possibili, dove tutto è già accaduto o dove tutto può ancora accadere. Sono qui in queste pagine e altrove, in pagine perdute, mai scritte o dimenticate.
      In quest’ora sospesa ogni cosa diviene possibile. Fili spezzati possono nuovamente venire intrecciati, frammenti dispersi possono ancora tornare a comporre una immagine antica, mondi lontani possono toccarsi ed io posso parlare con te, anche se al tuo risveglio ogni cosa sarà di nuovo divisa e forse soltanto una nostalgia sconosciuta ti ricorderà che ti sono stato accanto.
      Quante strade conosce il destino per farci incontrare, quante occasioni ci offre per farci capire, per farci vedere con occhi diversi il nostro cammino, per farci scoprire ciò che mai avremmo dovuto dimenticare, per farci dire quell'unica parola, la parola giusta nel momento preciso in cui tutto può ancora cambiare?
      Ci troverà mai pronti? Sapremo mai riconoscere quel volto quel luogo quel suono? O saremo sempre distratti, per fretta o paura, sempre ciechi e sordi perché intenti soltanto a guardare e ad ascoltare noi stessi? Sapremo mai pronunciarla, quella parola?
       
      Qui ed Altrove scorrono rapidi fiumi;
      un gabbiano si è smarrito nel vento.
      Il mare, lontano, attende e sogna.
       
      Qui è il mio respiro, qui il mio sguardo percorre sentieri conosciuti, si sofferma su certezze mai dubitate, che tutto sia come appare nello scorrere ineluttabile di un tempo sempre uguale, un procedere di tutte le cose, ora lento e leggero, ora tumultuoso ed urlato, verso l’inevitabile.
      Qui ed Altrove il ronzio dei fiori
      nel sole dilata l’aria, intessuta
      dei voli e dei respiri della Vita.
       
      Qui, sopra queste strade e queste case, splendono gli astri, le stagioni scorrono ed il vento che passa raccoglie infinite storie, sogni, speranze, attese.
       
      Qui ed Altrove io cerco, percorro le Vie
      tracciate da stelle cadenti
      sopra orizzonti mutevoli. Luci ed Ombre.
       
      Ma a volte basta un riflesso, un volto intravisto tra la folla, un suono udito appena per far crollare tutte le certezze erette a rifugio. Per sbiadire i contorni prima netti e distinti delle cose attorno a noi e per trasportarci altrove.
       
      Ora ascolta.
       
      Ti narrerò di un bianco vascello e del suo equipaggio, di un mare sconfinato e di un’isola lontana, dove forse un giorno anche tu arriverai. Se così sarà, saprai che le mie parole erano vere ed al termine del tuo viaggio io sarò lì, ad aspettarti.
      Quando arriva il momento, ricorda, la nave ti chiama. Nell' esatto istante in cui la sua rotta incrocia la tua stella lei viene a te, e ti chiama. Tu puoi ignorare il suo invito, fingere di non averlo udito, ma lei entra nel silenzio della tua notte e attende una risposta. Alto è il prezzo della traversata, tutto ciò che possiedi essa ti chiede. In cambio, la libertà.
      Puoi salire a bordo e decidere di salpare verso l’ignoto o rifiutare e lasciare che la sua bianca vela scompaia dal tuo orizzonte. Per paura, o nella vana speranza di un suo ritorno, puoi lasciarla partire senza di te. Se questo sarà, la rimpiangerai ogni giorno della tua vita e nel luogo più segreto della tua anima spererai che ancora venga. Perché è là, oltre l’orizzonte, che devi andare.
       
      Sulla prua qualcuno ti attende. Dice “Vieni”. Da molto tempo aspetta paziente, ma tu avevi troppa paura. Non ricordi nemmeno più da quanto ti sei messo in cammino, non ricordi il giorno in cui iniziò il tuo viaggio, ma ricordi gli anni che seguirono. E furono anni di solitudine.
      Eppure era lì, appena oltre la soglia del tuo sguardo cieco. Era lì e ti aspettava, senza che tu mai riuscissi ad accorgertene, senza che mai riuscissi a riconoscere il suo volto. E così continuavi a cercare e ad attendere, e così continuavi a perderti.
      “Vieni” dice, e mentre la sua sola voce dilata il tempo e lo spazio sino a far perdere loro ogni significato, tu alzi con timore il capo e inizi a muoverti per andarle incontro. Accorgendoti di non avere più paura.
      Ascolta. Un onda si infrange su di una spiaggia di ciottoli, e poi un’altra, e un’altra ancora. Un’onda dopo l’altra, increspature di un mare infinito che si levano, corrono, giocano con il vento e con la terra, e poi si spengono nel margine incerto di un bianco ricamo.
      La terra le sostiene e le rinforza, il vento le accarezza e le muove. Il vento che culla i sogni dei poeti e dei marinai, il vento che parla tra gli alberi e nei campi di grano, il vento che ci porta profumi lontani e parole perdute, che sostiene voli di uccelli e aquiloni bambini, il vento che diviene tempesta, che gonfia le nubi, che strappa che graffia che grida, che ti piega le gambe e la testa, ti sfida, ti spinge, e mai non si arresta.
      Da cieli lontani, da mondi diversi, dal Sole e dallo spazio infinito, viene il vento che ti afferra e se le tue ali non sono forti abbastanza non potrai volare, ma solo cadere. Tu le possiedi senza saperlo, apri le ali, lasciati andare, e vedrai che il volo ti condurrà lontano, oltre l’orizzonte ormai buio, oltre la notte, verso quel giorno che mai avresti creduto di poter vedere.
      Ascolta. La prima cosa è un suono, un mormorio, un sussurro.
       

    • EZIO  &  ROMINA.  29 - La tavoletta  
       
      Ezio si sentiva fortemente stimolato e i suoi stimoli lo avevano condotto all’unico bagno dell’appartamento di Romina. Ma la porta era chiusa a chiave e all’interno non c’era nessuno.
      Sconvolto e preoccupato corse a telefonare alla sua compagna:
      “Romy, perché m’hai fatto questo? Questo, questo. Il bagno a doppia mandata, ecco cosa mi succede e mi succederà di peggio se questa dannata porta non si apre. Perché l’hai fatto?”
      “Ho le mie buone ragioni.”
      “Le tue ragioni? E le mie? Mi potevi avvisare, almeno andavo ai bagni pubblici. Chiedi perché non ci vado adesso? Romina, se questa porta non si apre io fra tre minuti mi faccio sotto.”
      “Penso sia inevitabile. L’unica chiave del bagno ce l’ho io e ora scusami ma l’avvocato mi ha caricato di pratiche. Lo sai che senza di me qui non funziona nulla. Scusami, stavo dicendo neanche il cesso.”
      “E neanche qui. Scusami tu perché io chiudo” e con la voce contratta e a scatti non disse altro.
      A sera Romina lo trovò con la barba lunga, il naso lucido e l’occhio sbarrato di chi è sopravvissuto a stento a un cataclisma. Il secchio pieno di tutto in bella vista emanava il suo sentore tutt’attorno nonostante le finestre spalancate.
      “Caro, non dico niente e ti perdono. Lo sapevo che se ti avessi avvisato e diffidato dall’ usare il mio bagno tu lo avresti fatto comunque. È nella tua natura, nel tuo DNA eludere le promesse e le aspettative di chi si fida.”
      “Romina, è una cosa orribile quello che hai fatto.”
      “La cosa orribile l’hai fatta tu sulla tavoletta dove per mia natura mi siedo abitualmente. Ora l’hai capita e cerca di provvedere.”
      “Come? Dove?”
      “Come, nel solito modo di sempre, penso. Il dove è importante: ai bagni pubblici, ai giardinetti pubblici, da uno disposto a farsi orinare sulla tavoletta, ma non più nel mio bagno.
      Hai pensato, tesoro, a un water close chimico, quelli per roulotte? Forse ne trovi uno usato al mercatino delle pulci e, stai tranquillo, te lo pago io.
      Ora svuota e ripulisci per bene il tuo secchio perché lo adopererai da ora in poi, se non provvederai diversamente. Io ti osserverò che faccia tutto perbenino.”
      Ezio sapeva che quella non avrebbe derogato di una virgola. Si affacciò, guardò il parco a un centinaio di metri e pensò che ci avrebbe fatto spesso una visitina.
       
      Fernanda Di Marte
       
      (Ringrazio chi legge e gradisce. Appuntamento con un’altra vicenda di Ezio e Romina al prossimo martedì 17 luglio).

    • Com'eri lieve

      By Ely5sa, in Poesia,

      E quando stai per precipitare
      non voltarti
      a sognare.
      Lasciati avvolgere
      da quel culmo di sale,
      lasciati sprofondare.
      Urla,
      sfoga,
      la tua rabbia senza voga.
      Eri lieve un tempo,
      come la neve che scende d'inverno,
      eri magica un tempo
      tutti si fermavano
      per memorizzare quel momento.
      Eri meno fredda
      nel vento,
      volavi senza nessun fermento
      eri più felice e lo sento,
      sento le tue lacrime 
      su questo viso spento.
       
       
       

    • Dolce acre sostanza 
      Fonte di tanta speranza 
      Danza chi ti vanta 
      Si pente quando t'avanza 
      Uva del gentil canto 
      Che più d'ogni rincuori il pianto 
      Sogni chi t'ha vicino! 
      Dorma chi t'ha insino
      Al sangue 
      Chi langue 
      Chi si getta tra le fanghe 
      E geme e teme le vanghe
       Coppa dei vinti
      Anima degli spinti
      Discendi dal divino libertino 
      Che santo fece il vino 
      È tuo dover nell'oblio
      gettare l'anime prave
      Quand'anche un impulso disìo fece l'uomo rìo
      E giacché buon non fio 
      Rese grazie al mentito Dio
      Più infido del falso olimpo inneschi la fantasia, la goliardia, la frenesia
      Imponi nottetempo al tuo  regime chi per te freme 
      Gli doni la finta speme
      Che mai produsse il nume 
      Per incerte vie 
      Aspro tino conduci 
      Chi per te il sonno ripudia  
      E  induci fino al mattino
      Color che d'inedia spiran per te  
       
      O cagionevol vanto 
      Per te si viva il mondo 
      Nunc est bibendo
       
       
       
       
       
       
       

    • Eri mia

      By Ely5sa, in Poesia,

      Mi sento una foglia
      che in frantumi,
      si fa trasportare dal vento.
      Mi vedo senza colore
      da uno squarcio da dentro
      fuoriesce il mio interno.
      Sgorgo colore autunnale
      colore fluorescente
      di un cuore che è stanco di amare.
      E' un vento impetuoso quello che ora mi lega
      mi rigira, mi annega,
      come un essere futile
      mi sento nient'altro che preda.
      Non c'è più via,
      sono sospesa in equilibrio 
      tra realtà e pazzia,
      sento la mia euforia 
      trasformarsi in apatia,
      mentre scorre in me un senso di agonia.
      Ho perso qualcosa nel vento,
      tutto si ferma in quel momento,
      un fremito dentro
      e capisco;
      mi sono spenta
      come una batteria dalla carica acerba
      e in un giorno di agonia
      ha terminato la sua ultima scia.
       
       
       

    • "E non voltarti indietro, i ricordi tagliano peggio del vetro"
      -Simone Cardillo
       
      Poggio la testa al finestrino del taxi, osservando la strada che scorre via veloce, solcata dalle ruote del veicolo. Delle gocce di pioggia picchiettano contro il vetro. Questo rumore mi fa pensare. 
      Mia madre ha un cancro, è nel reparto terminale al Santa Cabrini. Ho impiegato anonimamente gran parte dei soldi che ho guadagnato in questi anni nell'acquisto di medicinali per lei e per pagare tutti gli interventi chirurgici a cui si è dovuta sottoporre. Eppure nulla; il tumore se la sta portando via ne più ne meno. Il rapporto con mia madre è sempre stato travagliato; si drogava, beveva, tornava a casa ubriaca marcia. Ma nonostante mi ripudiasse, nonostante mi picchiasse, nonostante preferisse mia sorella Maggie a me, nonostante tutto, nel profondo le voglio ancora bene. Non la perdono, non la perdonerò, ma le voglio bene.
      Mi squilla nuovamente il cellulare. Si tratta di Leah, la mia migliore amica.
      <<Pronto?>>
      <<Jodie, tesoro, tutto okay?>>
      <<Certo. Stressata dal lavoro ma per il resto tutto okay. Tu, come te la passi?>>
      <<Ho preso l'influenza. Per una settimana sto a casa dal lavoro, il che non è male. Quindi tutto sommato, influenza a parte, sto bene.>>
      <<Mi fa piacere.>>
      <<Non ti sei fatta sentire spesso in queste ultime settimane.>>
      <<Lo so, il lavoro è una piaga. Gli straordinari mi stanno uccidendo.>>
      <<Se ti va domani puoi passare da me. Se non mi sbaglio, il giovedì è il tuo giorno libero. Mi mancano le serate Netflix e cibo spazzatura. Devo anche assolutamente parlarti del mio ragazzo. Vorrei presentartelo un giorno.>>
      <<Andata, domani sono da te. Mi farà bene un po' di sano svago.>>
      <<Perfetto. Su Whatsapp ci mettiamo d'accordo per l'orario.>>
      <<Va bene. A domani.>>
      <<A domani.>>
      Chiudo la chiamata. 
      Nel frattempo siamo già arrivati in periferia; pago il tassista e mi reco in Agenzia. Marcio verso l'ufficio di Wilde, intenta a lasciargli la busta con i soldi per poi andarmene. Busso alla sua porta.
      <<Avanti!>>
      <<Salve signor Wilde.>>
      <<Mi dia la busta.>>
      Gliela porgo. Lui conta velocemente i soldi.
      <<Ottimo lavoro. Ecco ciò che le spetta. Può tornare a casa ora.>>
      <<Grazie. Arrivederla signor Harrison.>>
      <<Arrivederla signorina Valentine.>>
      Chiudo la porta alle mie spalle ed esco dall'edificio.
      Arrivata a casa mi fiondo subito nella doccia; avrei voluto fare il bagno, ma la voglia di aspettare che la vasca si riempia d'acqua mi manca. Mi ricopro di docciaschiuma ed inizio a sfregare con forza ciascuna parte del corpo, come se cercassi invano di eliminare le carezze ed i baci di tutti gli uomini con cui sono stata oggi. A volte amo il mio lavoro; amo dare piacere agli altri e riceverne. Altre invece lo odio; odio venire usata solo per il sesso. 
      Finita la doccia mi lancio sul letto. Poggio la testa sopra al cuscino, cercando di prendere sonno. Non ci metto molto ad addormentarmi.
      Il suono assordante della sveglia interrompe la mia pace. Accidenti! Credo di aver dormito troppo. Ho appuntamento con Leah alle 10:30; devo sbrigarmi.

    • "Il peggio delle emozioni forti è il vuoto che lasciano dopo"
      -Anonimo
       
      Datemi un pizzicotto. Mi trovo forse in uno di quei miei sogni perversi? Sono abituata a lavorare con uomini che si eccitano con il bondage, con il sadomaso o con il fetish, non con uomini che mi offrono dolcetti e che vogliono ricoprirmi i genitali con del cioccolato.
      <<Preparati ad una "spruzzata" di dolcezza Jodie.>>
      Spruzzata di dolcezza? Okay, devo ammettere che questa frase mi ha fatta sorridere.
      <<Sono davvero curiosa di vedere che cosa combinerai con quella crema..>>
      <<Ganache.>>
      <<Ganache, ecco.>>
      <<Ganache alla nocciola, preparata appositamente per questa occasione speciale.>>
      <<Prima di iniziare, potrei togliermi una curiosità?>>
      Afferra la ciotola con la crema ed inizia a mescolarla.
      <<Certo, chiedi pure, ma fa alla svelta. Non vedo l'ora di giocare.>>
      Alza il cucchiaio, osservando il sottile filo di crema che scivola nuovamente all'interno della ciotola.
      <<Te la sei sognata questa cosa di fare sesso ricoperto di cioccolato?>>
      <<In realtà no. Era già da un po di tempo che questa idea mi ronzava in testa. La voglia di esplorare altre forme di sessualità fa diventare creativi. La vergogna, però, mi impedisce di proporre esperienze come queste alla mia ragazza; è una donna all'antica, preferisce le cose tradizionali.>>
      Oggi non sono in vena di dare consigli e, come se non bastasse, quel bastardo di Wilde mi ha fatta incazzare. Ho i nervi a fior di pelle, ma non devo trasmettere queste vibrazioni ai clienti. La vita privata ed il lavoro devono rimanere sempre due realtà separate. Decido quindi di sviare dall'argomento "fidanzata".
      <<Beh, oggi hai me. Io non mi faccio riguardi, tranquillo.>>
      Mi sorride.
      <<Sdraiati a pancia in su.>>
      Mi accomodo sul bancone. Sydney afferra la scodella con una mano, lasciando l'altra libera. Con due dita mi sfiora la pelle partendo dall'alluce, passando dai fianchi facendomi sobbalzare, fino ad arrivare alle labbra.
      <<Hai delle labbra così morbide.>>
      Guardandolo con lussuria me le mordo, lui fa lo stesso con le sue. Le sue dita mi scivolano in bocca, venendo accarezzate dalla mia lingua; uscendo si dirigono sui miei capezzoli, ormai turgidi. Le ansimazioni iniziano ad aumentare quando il suo indice raggiunge l'entrata della mia vagina.
      <<Sei già bagnata vedo.>>
      Con le dita giochicchia all'entrata della mia vulva, senza però penetrarla, lasciandomi così sull'orlo dell'eccitazione.
      <<Il bello lasciamolo per dopo.>>
      Con una cucchiaiata, raccoglie una grande quantità di crema dalla terrina e la spalma sul mio ventre. Ripone la ciotola e sale sul bancone, a cavalcioni sopra di me. Con la testa si avvicina al mio addome, accarezzandolo con la lingua. La cosa che mi fa eccitare di più è il suo sguardo; qualunque cosa lui faccia, il suo maledetto sguardo rimane incastonato al mio, puntandomi oscenamente.
      <<L'evoluzione del body sushi.>>
      Inizio a ridere e con una mano gli arruffo i capelli. Lentamente lui comincia ad indietreggiare, fino ad arrivare con il viso davanti alla mia intimità. La sua lingua si muove sapientemente sul mio clitoride, circolarmente; sento la mia schiena inarcarsi involontariamente per il piacere. Lo noto poi alzarsi, ed incominciare a strusciare il suo membro sulla mia vagina, facendomi gemere profondamente. Afferra la bustina del preservativo e la apre con i denti; se lo infila e con decisione mi entra dentro. Le sue mani coprono i miei seni, palpandoli con forza. La sua bocca gioca con la mia; la velocità con cui mi penetra aumenta sempre di più, facendomi staccare le labbra dalle sue per orgasmare. Piccoli baci mi vengono impressi sul collo, accompagnati da qualche mordicchio. Le sue ansimazioni si fanno più frequenti, ed i colpi diventano più forti e profondi.
      <<Sto per venire.>>
      Ma non sarebbe dovuta essere una "lunga nottata"? Meglio così, significa che tornerò a casa presto e magari potrò pure concedermi quel bagno caldo aromatizzato che tanto bramo. 
      Tra una spinta e l'altra pronuncio svariate porcherie, per farlo eccitare di più, fino a quando di colpo esce da me, sfilandosi il preservativo e venendomi sul seno, gemendo forte. 
      Si sdraia accanto a me, ansimando come se avesse appena smesso di correre. Scosto la testa per guardarlo in faccia.
      <<Un cielo stellato non è nulla in confronto ad un soffitto in legno, non credi? >>
      Mi aspettavo qualsiasi cosa, ma non una frase del genere.
      <<Ci troviamo in disaccordo signor Sydney. Nulla è paragonabile al leggero velo di stelle che ricopre il cielo notturno.>>
      <<Signorina Valentine, a questo soffitto non mancano affatto le stelle. Guardi, quegli schizzi di panna somigliano proprio a tante piccole stelle.>>
      Panna rappresa sul soffitto. Come diamine ci è arrivata fin lassù?
      <<Molto spiritoso signor Sydney.>>
      Una sua risata riempie i successivi secondi; mi aggrego sorridendo, per non risultare antipatica. 
      Poi, lo squillo del mio telefono di servizio. Henry, il fratello di Devon, mi sta chiamando.
      <<Pronto, Henry.>>
      <<Jodie, hai concluso con il cliente?>>
      <<Sì.>>
      <<Perfetto. Torna pure in Agenzia.>>
      <<Dieci minuti e sono lì.>>
      <<A dopo.>>
      Riattacco.
      <<Sono stata bene con lei, signor Sydney. Mi tratterrei qui ancora un po' ma ora devo proprio andare.>>
      Raccolgo la mia biancheria da terra ed inizio a rivestirmi; vado a darmi una sciacquata in bagno. Nel frattempo lui si infila i boxer, e sparisce nella stanza accanto. Quando torna ha in mano una bustarella. Me la porge.
      <<Ecco a te, 300 dollari, come pattuito.>>
      Apro la busta, do un'occhiata veloce ai soldi, senza mettermi a contarli, e lo ringrazio.
      <<Mi sono divertita oggi, è stato un appuntamento diverso, insolito. Mi ha fatto piacere incontrarla.>>
      <<Anche io mi sono divertito. Grazie per la compagnia.>>
      <<Si figuri. Chissà, magari ci sarà una prossima volta.>>
      <<Mai dire mai.>>
      Mi sorride. Gli sorrido.
      <<Arrivederci signorina Jodie.>>
      <<Arrivederci signor Sydney.>>
      Con discrezione esco dal locale, mi sistemo il vestito, ed inizio a camminare alla ricerca di un taxi.
       

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