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  • Storie

    Promuovi qui le tue storie.

    • Deltanne3
      Tenebroso era il suo sguardo.
      Buio.
      Luce soffusa.
      Di nuovo buio.
      Non potevo immaginare che sarebbe finita così.
      In realtà avrei dovuto.
      Era chiaro a tutti, tranne che a me.
      Mia moglie cadde in ginocchio, non poteva immaginare.
      Ma in realtà sapeva.
      Non poteva immaginare sarebbe avvenuto così.
      Non era quello per il quale aveva pagato.
      Il sicario.
      Non doveva trafiggermi con la sua spada in pieno ventre.
      Avrebbe dovuto solo soffocarmi o avvelenarmi.
      Ma la foga era troppa.
      La rabbia era troppa.
      L’odio era troppo.
      Il sicario.
      Che nome buffo con il quale indicare il proprio figlio.
      Era finita.
      Nel giro di 30 secondi si è voluto distruggere la vita di una persona.
      Una persona.
      L’imperatore.
      Ma in fondo sono sempre una persona.
      È davvero divertente la vita.
      Impieghi anni per costruire un impero, consenti alla tua famiglia di avere di che godere di qui alle prossime 5 generazioni, ti costruisci una reputazione, per essere ucciso.
      Da tuo figlio.
      Appena rientrato a casa per la cena.
      Quando vi dico che ho costruito un impero, non sto scherzando, non sto usando figure retoriche tipiche della letteratura della nostra epoca. Parlo del più grande impero che il continente del sud avesse mai visto.
      Ma io sono morto.
      Ucciso dai membri della mia stessa famiglia.
      Buio.
      Luce soffusa.
      Di nuovo buio.
      Eppure, non ho mancato di rispetto alla mia famiglia, non li ho traditi, non sono mai stato violento con i miei figli, i principi, né con mia moglie, la mia regina.
      Si dice che il potere renda ciechi.
      La possibilità di averlo ti rende spietato.
      Eppure, mio figlio avrebbe ereditato tutto quello che avevo costruito.
      L’attesa non è in sé stessa il piacere. Si fotta chi lo disse.
      L’attesa ha snervato la mia famiglia.
      80 anni di regno.
      96 di vita.
      Portati via da una lancia nel petto.
      Quante ne avevo schivate nella mia giovinezza.
      Quante spero non schivino ora mio figlio.
      Ad un’altra vita.
      Buio.
      Luce soffusa.
      Di nuovo buio.
      Tenebroso rimase il suo sguardo.
       
      Deltanne3
      storia...

    • Gli amanti

      By Darkett87, in Letteratura erotica,

      Verusca la cartomante ci vide giusto, la carta era quella. Una sera di un sabato di luglio attendevo nel salotto di casa mia l' arrivo di Ethmund  il ragazzo magrebino conosciuto nel quartiere periferico della periferia di Parigi. Le ventitré e quindici con il battito del mio cuore accelerato più del dovuto, il suono del citofono lo rese ancora più forte. Ethmund salì da me, io lo accolsi con un "ciao maschione" ed un sorriso sulle labbra , sorridendo anche lui si sedette su una poltrona, indossava una camicia nera e un paio di jeans blu , iniziammo a parlare delle cose più svariate quando il suo sguardo cadde subito sulle mie labbra , mentre succedeva questo ad un tratto restammo in silenzio. si tolse la camicia e io mi levai il negligè rosso rimasi solo in mutandine tigrate. La mia bocca cercava la sua  , un bacio lungo mentre  lui si staccava la mia lingua aveva voglia di baciargli i pettorali, facendo così lui iniziava a godere si slacciò la patta dei jeans e io così gli abbassai gli slip. Glielo  prendevo in bocca mostrandomi innamorata, soddisfatta per quello che facevo senza provare vergogna se si prova amore per un uomo, mi venne in bocca mentre lui mi accarezzava i capelli. Mi prese come una sposa portandomi in camera da letto, la stanza profumava di fiori orientali mi adagiò sul letto e facemmo l' amore liberi e felici in quell' unirsi e trepidare dei corpi che prima mai nessuno  aveva fatto provarmi. Ci dividemmo e ci allungammo sfiniti lui a sinistra  e io allungata a destra. Mi misi di fianco a lui il suo sguardo aveva dentro l' amore per me , per la sua terra,mi raccontò che in Africa c'è una magia millenaria che pochi conoscono solo chi è saggio e lento può avere questo dono lo guardai ancora negli occhi, dicevano davvero cose significative, profonde, belle, era l' una e mezza di notte Ethmund non andò via subito, fece bene,avevo ancora bisogno di lui e del mistero del suo sguardo.

    • Inizia a scrivere la tua storia...
      Lettera da Lampedusa
      Eccomi qua, nel silenzio. Quale silenzio? La spossatezza, l'odore di cenere.
      Ho vagato per questi mari, piatti e vuoti, non v'è pesce non v'è vita, solo acqua- ogni tanto la carcassa di qualche nave assassinata.
      La c'è il mare, io sono giunto fin qua a Capo Ponente congiunzione di tutti i sentieri e miro fino dove il mio occhio è capace.
      Laggiù il Mediterraneo che scivola fino alle radici della mia terra, sgorga dentro dandogli la linfa per crescere, si insinua al suo interno inconsapevole dei pericoli e delle difficoltà, raccoglie migliaia di affluenti, di storie, di vite; lo scirocco carezza il mio volto, all'orizzonte il mare e il cielo si abbracciano non permettendo distinzione, qui la natura si mostra nella sua potenza e ci scoraggia, ci caccia via.
      Africa la vedo i tuoi confini, hai tutto tranne che la forza della concordanza, le nazioni ti sfruttano e nessuno ti difende. Dove sono i tuoi eredi? Io morirei per te, ma cosa posso io, nudo nell'animo da solo? Piangiamo sulle ceneri dei nostri Avi, liberi dalla schiavitù e più li temiamo più essi osservano la nostra servilità.
      Arriverà il giorno in cui useremo l'intelletto, le capacità e la voce per tornare agli antichi fasti e smetteremo di vedere i nostri villaggi smembrati dai padroni, le nostre case bruciate, i tuoi figli morti, o Africa!
      Così io grido quando mi giro e vedo, vedo di non essere nella mia patria, in un posto che non mi vuole, che mi rigetta fuori senza remore; pare che gli uomini siano i costruttori delle proprie sfortune.
      Cosa siamo noi rispetto all'universo? Come posso giudicare coloro che non hanno avuto la forza, si sono fatti sottomettere e lasciati imporre le leggi, i confini, lo stile di pensiero.
      L'avarizia e il Dio denaro, o Africa, eri così pura e leggiadra, ora sei teatro di sangue, i tuoi figli fuggono e battono contro muri, si accalcano senza riuscire a entrare.
      Questo è l'ordine delle cose, la ricchezza degli uni deriva dalla morte degli altri, ma tu ricordi: ricordi le mura invalicabili di Cartagine bruciata dai romani, ricordi il Grande Zimbabwe e la dinastia Torwa, ricordi i primi uomini fecondati dalla tua terra, dentro i quali scorreva la tua acqua ,solo tu sai la storia delle rovine di Gede misteriosa città nata con te e morta senza, tu che vedi guerre di potere in Libia tra i tuoi stessi figli, primavere arabe che sono venti di morte, il Sudan spaccato dalla religione simbolo di pace e armonia, almeno nel desiderio, La Costa D'avorio inginocchiata davanti ad altri poteri, lo Swaziland e la Guinea Equatoriale in cui l'uomo e la bestia non hanno distinzione.
      I diritti dell'uomo dimenticati, le urla soffocate, i desideri annientati, la libertà trucidata, hai visto scorrere il sangue delle tue tribù, lo hai bevuto e poi lo hai risputato.
      Oggi sono tirannie, domani guerre, coloro che nasceranno con giusti pensieri li imporranno con il ferro e col fuoco, coloro che dovevano salvarci ci hanno condannato usandoci come marionette nel loro gioco.
      Non siamo persone, siamo risorse da sfruttare, proprio come te Mia Africa, terra di racconti e di stupore, dura con i tuoi figli ma sempre giusta, l'amore viscerale per il Tuo popolo ti ha plasmato, ti ha dilaniato il dolore mentre noi, avidi, abbiamo colto quello che ci è stato dato, vendendo nostra Madre per un pugno di mosche.
      Ti è stato tolto tutto, la libertà, l'amore, la ricchezza e ora i tuoi figli.
      Cosa posso io nudo nella tempesta? Sono fuggito, insieme a tanti, dilaniato dal dolore e sprofondante nella vergogna ma ho dovuto.
      Ho dovuto fuggire per vivere, per avere una storia da raccontare ,per poter vedere che l'uomo è animale.
      Il mondo è una selva oscura ma le fiere non sono tre, sono miliardi e ognuna con un volto diverso.
      Noi chiamiamo virtù e abilita tutte quelle azioni che ci rendono ciechi, che aumentano il potere dei potenti sottraendolo ai pochi, noi ammiriamo chi fa questo, lo idolatriamo e ci pieghiamo a lui servili.
      Pensavo di essere fuggito da questo, invece mi trovo in un paese che mi disprezza, in cui i politici comprano i voti mangiando su chi ha fame, in cui l'odio viene professato come linea guida e la chiarezza è dimenticata.
      Terra d'inganni, di false promesse, che volta le spalle al suo popolo fingendo di dargli protezione, coloro che professano giustizia sono i primi ad averla infranta dimenticando i diritti naturali, l'amore della madre.
      Italia io credevo che tu fossi la salvezza e ho trovato solo odio, coloro che prima erano derisi ora sono temuti, coloro che prima erano temuti ora sono derisi, così va il mondo: un circolo vizioso costruito sull'odio, una steppa in cui grossi stivali schiacciano piccoli germogli tranciando alla nascita ciò che teme.
      Questi sono i grandi padri, le grandi figure, questo è l'uomo e il suo disprezzo, ma il popolo?
      Che fine ha fatto il popolo? La macchina, gli ingranaggi, senza il popolo non sono nulla ma esso ha dimenticato, ha dimenticato quando erano loro ad essere soppressi dagli stati stranieri, quando sono fuggiti dalle loro case per cercare una vita, quando loro colmi di disprezzo per loro stessi hanno voltato le spalle alla loro patria.
      Questo è l'uomo, dimentica dieci volte più veloce rispetto al tempo che ci mette per apprendere, ma non tutti hanno dimenticato, i politici hanno imparato e si sono leccati le labbra, indossato maschere e parlato da una falsa bocca.
      Rimaniamo noi, esseri umani che pensano, che ancora credono nella verità, nelle vere virtù, noi che abbiamo sbagliato e patito.
      Io non provo più dolore, sento l'acqua frangersi sugli scogli, il vento scivolarmi tra i capelli, vedo la terra germogliare e il cielo risplendere.
      Sento la natura che cresce e io che cresco con lei, che sono parte di lei e a cui mi ricongiungo, madre di tutti noi, figlio della savana.
      Ricordo il sole che brucia le labbra, il sudore che impedisce di vedere, ricordo i crampi della fame che mi attanagliano, il terrore degli animali, il desiderio d'acqua e l'urlo della foresta, ricordo la barca in cui eravamo tutti schiacciati, la mancanza d'aria, le allucinazioni del sole, il desiderio di buttarsi a mare e restarci.
      Cosa siamo noi per il mare? Una minuscola formica in un luogo senza tempo e senza età, che ti inghiotte e ti fa dimenticare; ma io sono già dimenticato, io non sono nessuno, senza patria, senza nome, senza volto io torno dai miei avi in ginocchio, chiedendo perdono, nessuno mi piangerà, qualcuno gioirà e molti festeggeranno.
      Io non vi odio, io vi compiango.
      Un giorno userete l'intelletto per liberarvi, un giorno da gregge vi trasformerete in pastori, ma ora no, ora vi meritate di essere succubi, di vivere nelle vostre prigioni dorate.
      Nessuno sentirà il mio lamento, la mia luce non risplenderà più, il mare mi abbraccerà e mi coccolerà portandomi con se nella mia terra.

    • «Sono già quattro volte che proviamo la scena. Volete svegliarvi, maledizione! Se sbagliate un’altra volta vi caccio entrambi. Capito? La devi aggredire. Sei un toro, non lo dimenticare. E tu prima ti scansi e poi ti concedi con volutta... Che sia l’ultima volta che giriamo questa scena!»
       
      La persona che dava in escandescenze si chiamava Rodolfo Beretti. Un omettino come tanti, barbuto, panciuto, occhialuto. In realtà il più quotato regista di film hard in circolazione. Così famoso che lo reclamavano persino i produttori americani della Porn Valley in California. Aveva vinto anche un paio di premi agli AVN Awards. Quello che diceva lui era legge. Se chiedeva a Lucy di essere “vacca” e a Vito un “toro”, era perché sapeva che il pubblico dei film porno non è il solito che guarda le serie TV dopo cena mentre accarezza la testa dei figli. Lo spettatore non ha tempo da perdere: si gode la scena seduto nella sua bella scrivania quando i colleghi sono a prendere il caffè, o sul divano mentre la famiglia è a letto o in bagno per rilassarsi prima di un impegno. Due click ed ecco riempirsi lo schermo di sluts, di super, big, extra, large, strong cocks, di tutte le età, colori e in tutte le posizioni possibili.
       
      Non è vero che l’hard è di nicchia. È come la droga. Nessuno lo conosce, nessuno lo usa, ma è una vera e propria industria che fa milioni di dollari l’anno. Il perché è semplice. Siccome la vita fa abbastanza schifo, esso accende l’illusione. Per di più, farlo da soli è molto meno impegnativo. Nessuna paura del rifiuto, nello schermo sono tutte bone e anche parecchio zoccole, nessun problema di fiori, regali, quant’altro, nessuna perdita di tempo, nessun costo. Accendi e via.
      Erano quattordici anni che Vito faceva l’attore porno. Aveva cominciato ad appena vent’anni quando era fuggito nella capitale. Un giovane non istruito che va in una città deve sapersi adattare. E Vito aveva buone capacità anche in quello. Per di più era bello. Non una bellezza classica ma rude. Moro, ampie spalle, pettorali ben delineati e non palestrati. Un’avvenenza naturale e non costruita, addolcita dalla giovane età. Per questo forse, Rodolfo l’aveva puntato subito.
       
      Se ne stava seduto a un tavolino in piazza Navona quando quel ragazzetto gli servì il drink. Lo seguì per tutto il tempo, studiandone il corpo e i movimenti, apprezzandone la gestualità comunicativa e la sicurezza espressiva. Gli piacque. Aveva l’occhio lungo nel trovare talenti.
      Con una battuta lo fece sedere al tavolo e cominciò a parlargli del suo mondo. Un aneddoto dietro l’altro, una donna dietro l’altra. Tutte bellissime. Gli narrò gli innumerevoli viaggi in America, nell’Est Europa. Gli descrisse un mondo sognante e frenetico, lussurioso e gratificante. E Vito ascoltava stupefatto perché neanche riusciva a immaginare quel tipo di esistenza a confronto con La Venezia, un padre ubriacone e un fratello diplomato alla Nautica.
       
      «Il capo ti vuole.» La voce di un cameriere indicò un signore panciuto che se ne stava sulla soglia dell’entrata del locale.
      «Lascia perdere.» Rodolfo poggiò la mano sopra la sua per rassicurarlo. «Non hai più bisogno di questo.»
      Due giorni dopo, era sulla sua barca nella rada di Portovenere. Aveva attraversato il Mediterraneo. Aveva dormito in un letto comodo mentre le onde lo coccolavano. Si era presentato a due belle ragazze in bikini. Da non credere come la vita possa essere sorprendente.
      «Domattina devo andare a Monza. Cominciano le riprese. Tu vieni con me.»
      Il set era semplice. Un materasso piazzato vicino a una piscina. Qualche sedia e piante per fare coreografia. Luci e tanti cameramen. Gli attori chiusi nei loro box con i truccatori. La trama lo era ancora di più, gliel’aveva descritta Rodolfo durante il viaggio: i protagonisti bevevano il loro aperitivo, facevano il bagno, cominciavano a fare sesso e proseguivano nel letto.
      «C’è una cosa che ancora non ti ho chiesto... Ce l’hai una ragazza?» gli domandò quasi distrattamente.
      Vito scosse la testa senza guardarlo. «Dimmi la verità! Neanche un’amica?»
      Sorrise pensieroso. In effetti c’era Nadia. Era uscito qualche volta con lei per andare al cinema e al mercatino del venerdì. Ma non poteva definirla la sua ragazza. Non stavano insieme. Non l’aveva neanche baciata.
      «Non vorrai dirmi che sei vergine?... Fantastico!» Fantastico non proprio, dato che era l’unico ventenne della comitiva che non era mai stato con una donna.
      «Ho modificato il copione della storia. Voglio che ti spogli e vada con loro.»
      Vito sentì il volto scoppiare. Deflagrò in una risata. «Guarda che è una cosa molto semplice. Naturale. Quando do l’ok ti fai trovare in piscina. Appena cominciano a fare il bagno, ti avvicini a lei, le tocchi le bocce, poi tutto il resto e poi... E poi lo sai cosa devi fare. Viene da sé.» Con uno scatto lo prese per un braccio: «Andiamo, devo vedere una cosa.» Lo portò in una roulotte che sapeva di pomodori freschi. «Abbassati i pantaloni.»
      «Non ci penso proprio» disse ritraendosi.
      «Non ti faccio niente, cretino» con tono di scherno «devo solo capire come fare i primi piani. Non sono mica tutti uguali!»
       
      Due cameramen stesi sull’erba. Altri due in piedi. Una telecamera nell’acqua. Luci agli angoli della piscina e una poco distante dal letto. La coppia di giovani attori ammiccava a un tavolino. L’acqua era abbastanza fredda.
      Lui le afferrò la testa e cominciò a baciarla. Lei replicò con impegno. Gli leccò il petto e scese verticalmente. Poi si allontanò, si tolse le mutande e lo invitò. Vito li osservava con i gomiti appoggiati al bordo della piscina, già sufficientemente eccitato. Lei si tuffò sbarazzina. Il ragazzo le andò dietro affamato. La agguantò nuovamente, la girò con vigore e cominciò a baciarle la schiena. Lei se ne stava con la bocca aperta, ansimando soffusamente, incapace di gestire il piacere. Profuse un guizzo repentino. Un sospiro profondo. Le mani in cerca di una presa.
      Un cenno di Rodolfo e via verso di loro, in un interminabile slancio che attraversava tutta la sua giovane esistenza. Vito entrò fra le sue braccia, la cinse e la baciò. Non seguiva le istruzioni, ma andava bene. Era naturale e aggressivo nel modo giusto. Le aprì le gambe.
       
      * * *
       
      Like a Virgin di Madonna. La sala buia. Il fumo sul palco. Nel mezzo apparve lei. Bellissima. Sensuale. Mascherata. Si accesero le luci soffuse. La folla applaudì eccitata. Pochi volti visibili dalle prime file.
       
      Cominciò a ballare ancheggiando provocante. Si avvicinò a un giovanotto, si baciò un dito e gli sfiorò le labbra. Riprese la danza. Adesso più lussuriosa. Afferrò il palo e ruotò il sedere. Lentamente slacciò il corpetto. Lo sfilò e lo lanciò nel vuoto. Un nuovo balzo in avanti. Un signore di mezza età le lambì la carne. Lei strinse il seno. Un grido carnale. Altri lo seguirono ululando. Di nuovo al palo, un altro piegamento per esaltare la sinuosità. Poi a gambe aperte alzando e sollevando il bacino. Via le mutande. Un’esplosione lasciva. E la musica sembrava non finire mai. I gridolini eccitati degli spettatori confermavano il trionfo.
       
      Anche quella sera, il camerino era freddo. Lei esausta. Palpò il mazzetto di soldi nelle mutande. Ne mise metà in borsa e metà sul banco. Sedette di fronte allo specchio e cominciò a struccarsi. Raccattò lo scialle. Non rispose quando bussarono alla porta. Si tolse le scarpe quando provarono a forzare la maniglia.
      «Apri Lucy. Sono io.»
      Era Pelatti. Il proprietario del locale. Il suo datore di lavoro. Il suo magnaccio.
      «Arrivo!» esplose. «Crepa bastardo!» disse sottovoce mentre si alzava.
      Pelatti sapeva dove cercare. Faceva così tutte le sere.
      «Dove sono gli altri?» urlò lanciando il mazzetto sulla dispensa. «Ti hanno riempito le mutande. Non mi prendere per il culo!»
      Lucy fingeva di non averlo sentito e continuò a struccarsi. Era una farsa ormai collaudata.
      Stavolta, però, Pelatti sudava e si muoveva a scatti, come quando era in astinenza. La solita tecnica irriverente non avrebbe funzionato. Le strinse il collo da dietro e la fece roteare sullo sgabello.
      «Ti ho detto di dirmi dove sono.»
      «E io ti ho detto che non ce li ho.» Fra i denti. Ma la voce fluiva incerta.
      Non vide neanche partire il ceffone. Lo sentì detonare nell’orecchio. Si ritrovò stesa sul pavimento, con lui che le frugava nella borsa.
      «E questa che roba è?» Sollevando un mazzetto disordinato di soldi. «Fallo ancora e ti ammazzo.»
      Era strano il mondo visto da terra. Quasi surreale. Da laggiù, tutto perdeva di consistenza, diventava onirico ed era piacevole.
      Si tolse la vestaglia macchiata di sangue. Rimase nuda davanti allo specchio fissando il riflesso del proprio corpo. Il volto era una maschera di trucco sbavato e strisce violacee. Non è facile mollare tutto. Quando si sceglie una strada spesso non si può tornare indietro, raramente si può cambiare direzione. E Lucy aveva deciso tre anni prima, dopo la gravidanza. Fu lei a entrare all’Oliver. Fu lei a chiedere a Pelatti di farla provare. Nessuno l’aveva costretta. E quando si sceglie, ciò che conta è cosa si è scelto, la motivazione non giustifica niente.
       
      Si inginocchiò davanti al lettino. Andrea dormiva con il dito in bocca. Tirò su la coperta in un gesto collaudato. Si sentiva fragile quando fissava il suo piccolo musino, forte quando socchiudeva la porta. Era lui che le dava il coraggio di non smettere. L’amore prevaleva su tutto.
      Si stese sul divano fissando il soffitto. Nel vuoto rivide la faccia buona di Vito. La attraversò una dolce brezza. Anche l’ultima volta, si era presentato con quell’espressione timida e i fiori in mano. Un gesto insolito in un posto come l’Oliver. Le aveva parlato di sé ricordando gli inizi della carriera, l’aveva invitata a passeggiare e le aveva offerto da bere. Era stata una serata serena. Piacevole. Erano anni che non usciva con un uomo. Un uomo per il quale potesse provare qualcosa. Un uomo da guardare negli occhi perché lo aveva scelto lei, non perché gliel’avevano imposto. E poi lui era gentile. Pareva non appartenere a quel mondo.
      Lo aveva conosciuto dopo il lavoro. Anche quella volta aveva bussato discretamente alla porta del camerino. Anche allora aveva i fiori in mano. Se ne stava lì, impacciato, senza dire niente. E se Lucy non l’avesse sollecitato a entrare, probabilmente se ne sarebbe andato con la stessa riservatezza con cui era apparso.
      «Mi hanno detto che sei la nuova ragazza di Rodolfo.» Furo-no le sue prime parole. Le disse che aveva visto il book. «Perciò sei tu la prescelta per l’opera d’arte...»
      «Pare proprio di sì. Tu invece, saresti il ... Ti facevo più alto.» Raccogliendo la battuta.
      Da allora avevano cominciato a frequentarsi così, senza troppe pretese. Si vedevano dopo lo spettacolo o nei pomeriggi liberi. Parlavano del loro mondo, da buoni amici, senza mai spingersi oltre. Un paio di volte erano anche andati al mare. Se la ridevano quando il discorso cadeva sul film che avrebbero girato insieme. Come adolescenti, provavano a descrivere le scene di sesso e ironizzavano sulla trama.
      Una delle ultime sere prima di partire per Milano, davanti al portone di casa, Vito le sfiorò la guancia e Lucy si ritrasse. Rimasero sospesi per un po’ prima che lui si avvicinasse alle sue labbra, senza contatto. Solo scambio di odori, immaginazione e desiderio.
       
      «A casa c’è il bambino.» Lucy si era giustificata. «Non posso farti salire.»
      Non importava. Non era il momento. Era sufficiente il suo respiro caldo.
      * * *
       
      Il set era spettacolare. Il giardino con vista mare ricordava vagamente quello della sua prima volta. Il giorno precedente, Vito aveva girato la scena dell’ingresso nella villa con una bulgara. La solita zolfa. Seguiva l’incontro con la padrona di casa, la ninfomane di turno. A interpretare la parte della giovane vittima era Lucy, già stesa sul letto e con le cosce scoperte, di traverso, leggermente dischiuse. Vito avrebbe dovuto coglierla mentre dormiva e cominciare a fare quello che doveva fare.
      In corpo aveva tutto l’ardimento del caso: era un professionista. Però, chissà perché, l’idea dell’amplesso orale, anziché eccitarlo, lo spaventava. Non l’aveva toccata per quasi due mesi e ora avrebbe dovuto farle di tutto. Si avvicinò alla sua carne apparentemente esanime. Cominciò come al solito. Ma qualcosa non an-dava. Lucy gli piaceva. E tanto. Ma averla davanti nuda, pronta a tutto... Rodolfo poteva berciare quanto voleva, non avrebbe potuto a fingere. La voleva davvero. Questo era il problema. Lucy non era la solita Moana, Giana, Vana, Tana di turno. Voleva baciarla con passione. Voleva desiderarla con dolcezza. Lei era diversa. Prima dei suoi occhi azzurri non aveva mai amato una donna. Per cui la frustrazione di Rodolfo era uno starnazzo distante, quasi impercettibile. Ciò che contava era il suo faccino dolce e saperla vicino. Sua. Solo sua. Straordinariamente bella, con quella comunicazione dischiusa che scintillava dal basso condividendo l’esitazione.
       

    • Razionalità
       
       
       
       
       
      Ottocentesca era una città di cui avevo già sentito parlare. Quando la vidi per la prima ne rimasi sorpresa: non era affatto come mi avevano descritto. Passammo il ponte di pietra ed entrammo in una via larga e sterrata.
      Io ero insieme a Charles e Scribonius era dietro a Irene che lo guardava con sospetto. A quanto pareva nessuno era stupito quanto me. La strada su cui stavamo passando era piena di case diroccate; la gente che passava di lì aveva i piedi nudi, era magra e vestita di stracci; non si vedeva l'ombra delle persone eleganti e delle ricchezze di cui si vantavano e ne rimasi molto delusa.
      Nessuno disse niente, finché non arrivammo al centro città, fu allora che capii. Le case all'esterno erano i quartieri poveri, più si andava verso il centro e più il ceto sociale si alzava. Quando arrivammo nella piazza centrale, gli occhi mi si aprirono: c'erano botteghe, donne dagli abiti ampi ed eleganti e gli uomini in frac, cappelli a cilindro e bastoni da passeggio con pomelli d'oro. Capii che se fossimo arrivati dalla via principale invece che di lato a questo punto non avremmo notato i quartieri poveri.
      Scendemmo da cavallo e aspettammo che Irene riprendesse la strada: era successo che in mezzo alle città dovesse fermarsi un attimo per decidere la strada ma dopo una decina di secondi mi preoccupai.
      – é tutto a posto? – mormorai andandole vicino.
      Irene rispose:
      – Ho perso il contatto, non la percepisco più –
      Io sussultai. Com'era possibile? Se non la percepiva più voleva dire che quel pezzo di anima era scomparso, morto o chissà cosa e poteva essere importante.
      – In che senso non la percepisci più? – chiesi d'impulso.
      Ma lei non mi rispose. Non poteva essersi già perso il contatto con i pezzi della sua anima, erano passati solo quattro giorni.
      – Gli spettri devono averla trovata, non può essersi interrotto il contatto all'improvviso senza motivo – disse Scribonius.
      – Per via di cosa? – chiesi confusa.
      – già, mi stavo domandando quando avrebbero cominciato ad agire – disse Charles.
      – Narciso sa che stiamo cercando i pezzi di Irene, vuole appropriarsene per primo – disse Scribonius.
      Io insistetti perché non capivo:
      – Ma di cosa state parlando? Cosa sono gli spettri? –
      Charles mi guardò mansueto e rispose:
      – Sono i servi più fedeli di Narciso, anime isolate e manipolate in modo che eseguano gli ordini di una sola persona. Li ha creati lui stesso –
      Capivo la manipolazione ma:
      – In che senso? Come si fa ad isolare un anima? –
      – Le anime sono incorporee ok? – disse Scribonius – Quando un anima è libera può assumere qualunque forma e collegarsi direttamente ad altre anime, quando un anima è chiusa in un corpo è isolata capisci? Quando un anima libera viene colpita da uno spettro questa diventa corporea e dopo qualche ora diventa uno spettro –
      Cominciavo ad avere paura. Un pezzo dell'anima di Irene rischiava di essere perso per sempre. Se fosse diventato uno spettro non sarebbe più stato possibile riaverlo.
      – Se non lo troviamo il prima possibile lo perderemo per sempre – disse Charles.
      – Ma cosa succede se complice un anima in un corpo? – chiesi, con i sudori.
      – Ci metti meno a trasformarti perché un corpo ce l'hai già, ma deve colpire la tua anima attraverso il tuo corpo, il che è più difficile – disse Scribonius.
      Ora capivo. Ma come avremmo fatto a trovare l'anima di Irene se nemmeno lei riusciva a percepirla?
      – Come faremo adesso? – chiesi sconfortata sperando che uno dei due avesse una soluzione.
      Irene chiuse gli occhi. Io pensai che fosse abbattuta, ma poi ricordai che provava emozioni. Forse cercava un segno di quel frammento di anima.
      – Ora direi trovare una sistemazione – disse Charles e incamminandosi verso la piazza – venite, vi porto dalla mia famiglia –
      Io lo seguii e chiesi:
      – Tu abiti qui? –
      – Ci abita la famiglia Walker – rispose con fare distante.
       
      Un quarto d'ora dopo eravamo davanti ad una dimora a sei piani, con parecchie finestre incorniciate. Charles era di famiglia ricca, per me fu una sorpresa. Mentre Charles tirava su un cubo di marciapiede per arrivare al campanello, io cercai di rendermi più presentabile.
      Una donna con un grembiule ed una cuffia ci venne ad aprire e con un tono formale che mi sorprese Charles disse:
      – Ho bisogno di intercedere con i padroni di casa, può dire a loro che è urgente? – non sembrava affatto che stesse entrando in casa propria.
      La donna annuì e ci fece entrare in un elegante ingresso, pieno di quadri e oggetti preziosi. Dopo qualche minuto la porta davanti a noi si aprì e Charles, rigido come un pezzo di legno nella sua tunica blu, si abbassò il fazzoletto dalla faccia e si tolse il cappello per educazione.
      Una donna con un abito ampio di seta blu entrò insieme ad un uomo corpulento con due basette moro chiaro e due occhi azzurri glaciali.
      – Cosa ti porta qui? Charles – disse l'uomo.
      – Mi dispiace che i nostri rapporti non siano buoni e dopo mesi di assenza, nella speranza di farvi piacere vi ho portato un ospite speciale; so che lo apprezzerete molto –
      Avevo già capito che tra Charles e suo padre non scorreva buon sangue e cominciavo a chiedermi perché fossimo venuti lì invece di cercare una locanda.
      Charles indicò Irene e sorridendo disse:
      – Vi presento una mia amica, Irene Cosini, il capitano delle guardie della città di mezzo –
      Entrambi si stupirono. All'uomo gli si illuminarono gli occhi e con un contegno che celava male l'eccitazione si avvicinò passando davanti al figlio quasi senza vederlo e allungando un mano davanti a Irene si presentò dicendo che era un'onore conoscerla:
      – Sono costernato che ci siamo dovuti conoscere per mezzo di mio figlio –
      Non lo presi molto in simpatia. Charles non era la persona più simpatica del mondo ma non era certo un poco di buono.
      Poi capii perché Charles era voluto tornare li. Charles sorrise in modo furbo alla madre rimettendosi con noncuranza il cappello in testa. La madre gli restituì lo stesso sorriso e disse:
      – Avrete bisogno di un tetto, vi mostro le vostre stanze e dopo ci riuniremo per la cena – avevano previsto tutto, il padre non era un problema.
       
      A quanto pare, in barba al padre, Charles era apprezzato dal resto della famiglia, aveva un fratello e due sorelle che gli facevano domande di ogni tipo. Io invece stavo al lato del lungo tavolo, tra Scribonius e Irene. Irene era seduta a fianco al padrone di casa e rispondeva di rado alle domande che questo le vomitava addosso; ma questo sembrava piacere a lui, lo vedeva come un segno di superiorità sociale. Quelle poche volte che Irene parlava, faceva di tutto per sembrare d'accordo. Invece Scribonius sembrava non aver mai mangiato un pollo arrosto o una zuppa di asparagi e chiedeva alla servitù una porzione in più di tutto. Io conversavo con la padrona di casa e facevo di tutto per mostrarmi educata perché in quella città avevano regole molto rigide in fatto di comportamento, ma lei sembrava capire e voleva mettermi a mio agio.
      Ad un tratto, sentii il padre di Charles fare l'ennesimo riferimento negativo al figlio. Lui era troppo lontano per poterlo sentire, ma io ad un certo punto mi saltarono i nervi e chiesi:
      – Se non sono troppo indiscreta signore – lui si volto e mi guardò come se si trovasse davanti alla consigliera della regina – che cosa ha contro suo figlio? –
      Prima di tutto mi fece una lezione su come pronunciare una domanda così personale in modo educato dando del voi e poi rispose alla mia domanda con una domanda:
      – Voi cosa ne pensate della magia signorina Smith? – ci eravamo presentati all'ingresso.
      – Penso sia un'ottima risorsa per l'umanità – risposi decisa.
      Lui senza il minimo ripensamento rispose:
      – Io non sono d'accordo... – e mi stranii – La magia è frutto del diavolo e come tale va combattuto in tutte le sue forme. – disse – Cedere alla magia ti danna l'anima. I maghi sono emissari del diavolo, come gli omosessuali e i pagani – ora cominciavo a svelare l'arcano, per suo padre Charles era un eretico.
      – Una prova di ciò è la sua statura, – disse lui – La bassezza e la bruttezza è sintomo di malvagità interna come i suoi gusti in fatto di compagnie. Il diavolo ha usato l'utero di mia moglie per mandare un suo emissario sulla terra e ogni volta che entra in casa mia io temo per la salvezza della mia famiglia. Prima o poi Charles svelerà il suo vero volto e vi porterà alla dannazione, mi dia rettà, se ne stia alla larga. –
      Io non ero affatto d'accordo, quell'uomo era un pazzo. Che c'era di male se era basso, se era un mago e anche se fosse stato un omosessuale, erano affari suoi. Non sapevo se fingere di prenderlo sul serio per farlo stare buono, oppure dirgli tutto per dimostrare che non la pensava così e ho teso verso una via di mezzo dicendo:
      – Temo sia troppo tardi per la salvezza: già metà del paese pensa che l'omosessualità sia una questione di gusti e la magia una risorsa imprescindibile, ed io sono d'accordo –
      A quel punto l'uomo si girò per sapere cosa ne pensasse Irene della questione e lei rispose:
      – Charles è una brava persona, del resto non mi importa – Avrei voluto applaudire.
      Mezz'ora dopo eravamo nelle nostre stanze. Io e Irene dormivamo in un letto doppio e tutto era molto confortevole e lussuoso. Mi misi a letto e quando sentii la mia compagna dormire, spensi la candela.
      Durante la notte ero abituata a trasalire ogni volta che Irene si alzava ed evitare che scappasse in preda ai suoi istinti. Mi accorsi subito che si stava alzando dal letto. Mi alzai e vidi che si stava vestendo. Non sembrava intenzionata ad aspettarmi quindi scesi di soprassalto cominciando a vestirmi pure io.
      – Irene dove vuoi andare a quest'ora di notte? – chiesi
      – Lei, mi sta chiamando, devo andare – rispose. Mi sentii euforica, perché il collegamento era stato ripristinato, c'era ancora la possibilità di recuperarlo. Mi infilai le scarpe e la giacca e la seguii mentre usciva dalla stanza.
      Avevo una mezza idea di avvertire Charles, ma ci avrei messo troppo e Irene stava correndo verso le scale. L'avrei persa di vista. Quindi pensai che me la potevo cavare anche da sola e la seguii. Scese le quattro gradinate che portavano all'ingresso, scosse la porta principale solo per scoprire che era chiusa a chiave poi si fiondò alla finestra e la aprì. Anche se c'era almeno un metro e mezzo di altezza si buttò sulla strada. Io sentendomi investire dall'aria fredda mi calai sul marciapiede e la inseguii correndo lungo una via deserta e mal-illuminata dai lampioni.
      Mi sentivo una fuggitiva, l'adrenalina mi stava correndo lungo tutto il corpo ma non ero in ansia. Ero con Irene e tra l'altro ho sempre desiderato far parte di un'avventura vera insieme alla mia migliore amica, mi dispiaceva solo che lei non avesse la memoria per goderselo.
      La seguii lungo il centro e lei continuò a correre. Io avevo il fiato in gola ma non mi azzardai a fermarmi.
      Entrammo nei quartieri più poveri e le strade apparvero più macabre di prima. Il silenzio era tale che i miei passi sembravano evidenti come i rintocchi di una campana.
      Cominciavo a sentire delle presenze intorno a me. Irene si fermò e prendendomi per un braccio mi spinse dentro ad un sudicio vicolo scuro.
      – Che succede? – sussurrai.
      Irene non rispose e guardò all'uscita. Sentivo dei passi leggeri avvicinarsi. Notai una luce viola avvicinarsi. Poi passò una figura in una tunica nera. Il cappuccio gli copriva il viso e la luce si sprigionava dal suo petto. Quello era uno spettro. Sentii il mio cuore pulsare nel petto. Se mi avesse preso sarei diventata come lui.
      Guardai Irene che aveva una mano sul fianco. Lo spettro si girò verso di noi e ci guardò con due iridi violacee. Irene scattò davanti a lui e sguainò la spada. tese un braccio davanti a me. come a dirmi di stare indietro.
      Lei non si ricordava di me, ma cercava di proteggermi e questo mi toccò al cuore. L'avevo sempre saputo che Irene era una persona istintivamente altruista. Lo spettro strinse le dita intorno all'elsa nera e quando estrasse la lama; essa era così lucida da riflettere la luce delle stelle.
      Lo spettro scagliò la spada su di noi senza esitare. La vidi vicina e gridai tirando su le braccia. Un tintinnio mi arrivò alle orecchie e vidi Irene deviare il colpo e affondare la spada nel corpo dello spettro. Lui non emise un verso. Irene estrasse l'arma tirandogli un calcio nello stomaco. Quando lo spettro cadde a terra mi prese la mano e corse fuori dal vicolo mentre lo spettro si stava rialzando indenne. Cominciai a sentire i loro respiri e i loro passi echeggiare tra le vie insieme ai miei.
      Il panico mi faceva correre veloce senza stancarmi. Quando mi girai per vedere se ero seguiva vidi con orrore venti spettri alle mie spalle. Mi guardai avanti e riuscii a scorgere altri e dieci luci viola che mi venivano in contro. Irene mi trascinò in un altro vicolo buio.
      Quegli spettri non potevano essere distrutti e stavamo andando verso le campagne dove nessuno avrebbe potuto trovarci per caso e aiutarci.
      – Dove stiamo andando? – dissi nel panico.
      – Non lo so, ma ci siamo quasi – rispose lei.
      Irene si stava dirigendo verso il suo pezzo di anima ed io speravo che ci tirasse fuori dai guai. Continuammo a correre per i fienili e i campi. Tutto si era fatto, se possibile, ancora più tranquillo. Vedevo le loro luci come stelle mentre i loro passi si avvicinavano e i nostri rimbombavano sulla strada sterrata nella notte.
      Irene voltò a destra uscendo di strada. Salimmo su un leggero dosso spostando l'erba alta con le mani. Sentivo i miei polmoni bruciare e le mie gambe cedere. Gli scricchiolii circondavano le mie orecchie ma Irene era tranquilla. Sentì il dosso discendere. Vidi che Irene si era fermata davanti ad un cancello nascosto legato dai rampicanti e mi ci fermai anche io. Oltre le sbarre nere del recinto vidi delle vecchie tombe di pietra risplendere alla luce della luna mentre venivano soffocati dalle sterpaglie..
      Irene aveva l'anima che brillava e mentre mi piegavo sulle ginocchia per riprendere fiato accanto a lei vidi che anche le mia si illuminava, era strano.
      Irene si gettò sul cancello e cercò di spingerlo combattendo contro le piante. Io la aiutai sudando e appena ci fu uno spiraglio entrammo per poi richiuderlo subito dopo. Il cancello fece un rumore secco e si chiuse di botto ma sapevamo che non poteva trattenere gli spettri a lungo. Irene aveva fatto dieci passi indietro sguainando la spada, pronta a combattere per la vita fino alla morte mentre vedeva le luci viola farsi sempre più luminose e gli spettri spuntare dall'erba. Allontanandomi dal cancello la luce della mia anima si era spenta.
      Ma nel momento in cui quegli spettri si avvicinarono alle sbarre, tutte le anime del cimitero cominciarono a sollevarsi dalle tombe illuminando la notte, e a prendere forma umana.
      Fu la cosa più impressionante che mi capitò di vedere. Alzarono le mani verso quegli spettri ed un muro di luce si erse dal terreno fino a circondare tutto il cimitero. Gli spettri scattarono come se avessero preso la scossa e dopo pochi secondi se ne erano andati. Vidi il muro di luce affievolirsi, e caddi con le ginocchia sul terreno con il fiato corto.
      Irene aveva rimesso la spada a posto e mi guardò con uno sguardo distante.
      – Grazie – mormorai al primo fantasma che mi venne in contro. Era una donna anziana, con i capelli sciolti sulle spalle ed una camicia da notte molto elegante. Con tono amabile rispose:
      – Non vi preoccupate signorina, è nostro dovere difendere le anime vaganti da quei buzzurri... –
      – Spettri – disse un uomo anziano indignato – il Custode aveva previsto una cosa del genere –
      – Ci ha permesso di destarci e attivare lo scudo quando accade prima di morire – spiegò la nonna.
      Io mi alzai e mi scusai di essere entrata nel cimitero senza permesso, ma la nonna non si fece problemi.
      Io rimasi stranita perché mi accorsi che parlavano e qualcuno mi aveva detto che le anime non possono parlare e lei mi rispose come se fosse una scemenza, arrivai a pensare che Charles doveva aver detto così a Scribonius per convincerlo a parlare, davvero furbo.
      – Sono stata richiamata qui – disse Irene – un pezzo di me deve essere in questo cimitero –
      La nonna spalancò gli occhi e con l'aria di chi si è accesa una lampadina nel cervello disse:
      – Oh certo, il nostro ospite ci aveva avvertito che sarebbe arrivato qualcuno a prenderlo – La donna mi passò attraverso e provai un certo calore lungo tutto il corpo. Irene rimise la spada al fianco.
      Noi seguimmo la donna lungo il viale principale del cimitero mentre lei mormorava:
      – è stato preso in pieno da uno spettro ed è stato isolato povero ragazzo. Cercava di sfuggire agli spettri e non riusciva ad entrare qui perché la sua anima è in parte corrotta – allora non capivo.
      – Allora come siete riusciti farlo entrare? – chiesi io – e come mai adesso Irene riesce a percepirla?
      La nonna rispose:
      – La sua anima può essere ancora salvata se essa si riunisce con la parte sana, e lui ci ha assicurato che quella parte sarebbe tornata a riprenderlo il prima possibile, così in comune accordo lo abbiamo fatto entrare e abbiamo collegato le nostre anime alla sua per permettergli di richiamarvi – insomma lo avevano fatto entrare con un permesso speciale e avevano agito da parabola per attirare Irene in quel cimitero nel cuore della notte.
      Ci condussero al cuore del cimitero: dove una serie di tombe familiari circondavano una piccola fontana su cui era seduto, ansimante, un ragazzo con un frac grigio, pallido stanco.
      Irene si accucciò vicino a lui, doveva essere il pezzo di anima che stavamo cercando. Aveva una luce lilla chiaro nel petto che copriva con la mano bianca, troppo bianca e corporea. I suoi occhi si aprivano e si chiudevano ad intermittenza e anche quelli sembravano andare sul lilla. Guardò Irene come a chiedere aiuto ed io d'istinto non mi fidavo.
      – Se mi unisco a lui mi corromperà – disse Irene guardandolo.
      – sì, – rispose la nonna – ma una volta riunitavi avrai l'opportunità di sconfiggere la corruzione con la forza della tua anima, invece se lo abbandoni non sopravviverà a lungo – disse la nonna.
      Adesso Irene doveva decidere. Se perderla o rischiare di essere corrotta per averla. Ma vedevo dai loro sguardi che la decisione era già presa. Avevano bisogno l'uno dell'altro e dovevano riunirsi a ogni costo. Il pezzo dell'anima gli allungò la mano e Irene la prese. Era corporeo. Le anime di entrambi uscirono dai corpi. Quella del ragazzo aveva una ragnatela violacea estesa su di essa. Aveva un aspetto malsano.
      Quando si riunirono il corpo del ragazzo si sciolse davanti ai nostri occhi e Irene con uno scatto impallidì. Sembrava si sentisse male. Quando l'anima ritornò al suo petto lei appoggiò le mani a terra e corrucciando il viso si mise una mano sull'anima. Fece due respiri molto pesanti e cadde su un fianco a terra, afferrandosi il petto come se avesse un infarto. La corruzione si stava estendendo nella parte sana, lo vedevo.
      Mi chinandomi su di lei. Cominciai a sentirgli il polso, ma era tutto normale, se non fosse la sua pelle diventava più bianca e le sue vene si cominciavano a tingersi di nero. divennero così evidenti che pensai che il sangue stesso avesse cambiato colore. Mi spaventai da morire quando lei aprì gli occhi e l'iride vidi l'iride violacea. Arretrai spaventate e anche i suoi abiti stavano diventando neri. Si stava trasformando e non sapevo cosa fare.
      – no!... – non doveva andare così.
      Mi avvicinai di nuovo e come se fosse l'unica cosa da fare la abbracciai:
      – Irene, sono io, sono la tua migliore amica Emily. Non cedere resta con me, abbiamo tante cose da fare insieme, voglio p-portarti a casa mia... – ma lei non sembrava ascoltarmi, cominciai a cedere alle lacrime e anche se il mio istinto mi diceva di allontanarmi io la strinsi ancora più forte come se facendolo potessi impedire alla malattia di diffondersi – voglio farti vedere la mia città... voglio... voglio che dimostri a tua madre che non è stato uno sbaglio andare via,... non voglio perderti ti prego resisti! –
      La vidi molto più rigida ed agitata. Ad un tratto da quel muro di anime arrivò un uomo con una barba incolta e una lunga tunica bianca. Era un anima sepolta in quel cimitero, ma sapevo chi era, era il custode del cimitero. L'uomo fantasma nei suoi occhi bianchi guardò Irene. Sembrava un anima molto antica e molto saggia che stava lì dall'alba dei tempi.
      – La tua amica sta per diventare uno spettro, presto si scorderà chi è diventerà uno di loro – disse solenne.
      – No! Non lo permetterò! – gridai, quell'uomo osava darla già per spacciata. L'uomo non parve sconvolto dalla mia reazione e si avvicinò chinandosi su di lei.
      – In passato la sua anima ha resistito contro livelli di manipolazione impressionanti, ma adesso è incompleta, le manca il pezzo più importate, l'unico che potrebbe essere in grado di debellare la corruzione, per questo sta cedendo – avrei dato l'anima per sapere quale fosse ma non c'era tempo per parlarne.
      – Ma tu come fai a saperlo? – mormorai.
      L'uomo indicò il petto di Irene con al sua mano decrepita e rispose:
      – L'ho intuito... la sua anima sta resistendo bene, ma senza le parti mancanti non riuscirà a farcela –
      Facevo fatica a tenerla ferma. Più si andava avanti e più si dimenava, sembrava ben lontana dal diventare uno spettro ma odiavo vederla stare male.
      – E allora cosa faccio? – chiesi disperata.
      – Sigillerò la corruzione in fondo alla sua anima, l'incanto durerà finché il collegamenti tra i pezzi mancanti resisteranno a quel punto si deciderà il suo fato –
      Non so come ci riuscisse ma io gli chiesi di fare in fretta. Lui appoggiò una mano sul petto di lei mentre la tenevo ferma. Comincio a pronunciare una preghiera in una lingua molto antica. L'anima di Irene si sollevò dal suo petto. La sentii più calma, sembrava che il solo toglierla dal petto le stesse dando sollievo. Il vecchio cambiò formula e vidi la ragnatela rimpicciolire e farsi sempre più piccola e finché non scomparve.
      L'anima tornare a posto ma lei non riaprì gli occhi. Sembrava stremata e tenendosi una mano sul petto ansimava come a riprendere fiato.
      – Ora la corruzione è solo una percezione in fondo al suo animo, ma non pensare che sia guarita; se non recuperi tutti i pezzi per tempo – disse il custode – non ci sarà più niente da fare – e così dicendo io annuii ringraziandolo.
      Lei aprì gli occhi spaesata, mi guardo e mormorò:
      – Cosa sta succedendo? Dove sono? E chi sei tu? –
      Era la prima volta che si faceva domande e io ne fui felice, cercai di farla sedere.
      – Ti racconterò tutto dopo, adesso dobbiamo tornare da Charles e avvertirlo – dissi ansiosa e felice di vederla sveglia.
      L'anziana signora ci disse che era meglio attendere l'alba, sarebbe stato più sicuro. Irene era sveglia ma non sembrava in grado di rimettersi in piedi.
      Presi Irene per un braccio e la appoggiai alla fontana. Mentre cercava di riprendersi cominciò a farsi domande e a rispondere, fare congetture, mettere gli eventi in ordine. Sembrava che dovesse mettere in ordine grandi quantità di informazioni in poco tempo. Il pezzo di anima che aveva recuperato era la razionalità. Alla fine arrivò alla conclusione che io dovevo essere un'amica di cui non si ricordava e che tutto quel viaggio era per capire cosa era successo prima del suo risveglio dato che aveva un enorme vuoto di memoria. Quando arrivò l'alba decise che era il caso di spostarsi sempre in gruppo e tornammo a casa di Charles per avvertirlo degli ultimi eventi.

    • IL PRIMO UOMO SU MARTE
      Camminavo per la strada, però non ero realmente lì. La mia mente almeno, la mia mente non
      camminava per il centro della città, con i passanti che camminavano veloci al nostro lato e le
      macchine che sfrecciavano verso chissà quale destino. No, nella mia mente c’era posto per un solo
      nome: Cristina. 5 anni insieme…dannazione, non poteva essere finito tutto così. Una telefonata,
      l’incontro in un bar, le solite parole”mi dispiace, ci ho riflettuto, è meglio per entrambi”, e la nostra
      storia d’amore era finita. 5 anni…5 anni che avevo dedicato a lei, io l’amavo per davvero. E
      adesso? Il lavoro andava male, avevo pochi amici, Cristina era stata negli ultimi tempi la mia luce,
      il mio faro nelle tenebre della vita. Adesso quella luce era sparita, e mi sentivo perduto. Forse era
      arrivato il momento di fare quello che avevo sempre sognato, andare a lavorare all’estero. Una
      nuova esperienza, iniziare de zero in un nuovo paese. Ma ne sarei stato capace? Non ero più tanto
      giovane, avevo già 37 anni, e da 10 lavoravo come contabile in una azienda, un lavoro monotono e
      ripetitivo che all’estero non è che mi avrebbe aperto molte porte. Avrei trovato qualcosa da fare se
      fossi andato via dall'Italia? Forse era arrivato il momento di rischiare, però avevo un paura. Ma la
      paura non era niente, pensando alla vita che mi aspettava….senza Cristina.
      Mentre camminavo per la strada, un rumore attirò la mia attenzione. Veniva da un gruppo di gente,
      una folla di almeno 20 persone che si erano riunite in un angolo e guardavano qualcosa che,
      evidentemente, doveva essere divertente, già che tutti ridevano. Un pagliaccio, mi dissi, o un
      saltimbanco di strada, uno di quei giovani che per guadagnarsi la vita offrono un istante di
      diversione alle anime tormentate che vagano per le vie di Bologna. Mi avvicinai, non perché avessi
      voglia di ascoltare barzellette, ma per vedere se tra la moltitudine la mia anima sanguinante potesse
      trovare un poco di pace, anche per solo un istante. Mi feci largo fra la folla, però quello che vidi non
      sembrava proprio un pagliaccio. Era un uomo di almeno 60 anni, basso e ingobbito. Vestiva abiti
      logori, degli stracci che a stento si sarebbero potuto chiamare vestiti. Aveva i capelli lunghi e poco
      curati, sporchi come il resto del corpo, e una lunga barba grigia. L’unica cosa viva in quell’uomo,
      che per il resto sembrava un rottame, erano gli occhi: azzurri, vivaci, che guardavano la folla con
      una espressione magnetica. Stava dicendo qualcosa, però all’inizio non riuscì a capire a cosa si
      riferisse. Quello che sì capì subito era che era abbastanza ubriaco, per non dire molto: barcollava nel
      stare in piedi, e in mano teneva una bottiglia di qualche tipo di liquore economico, quelli che
      annebbiano la mente e distruggono il fegato. E la folla rideva, così che cercai di ascoltare le parole
      di quell’uomo.
      “E tutto era deserto, non come i deserti che conosciamo sulla terra, no, non potete nemmeno
      immaginare com’era quel deserto. Chilometri e chilometri di pietre erose dal tempo, di dune di
      sabbia che avevano cambiato migliaia di volte forma, spinte dal vento, in un muoversi infinito. E il
      cielo….quel cielo impenetrabile, rosso come se il sangue di tutti gli dei dell’universo si fosse
      versato durante un'innominabile carneficina….”
      E continuò a farfugliare…era forse un profeta, o un predicatore? Mi avvicinai a una persona che,
      ridendo di gusto, si stava allontanando dal gruppo, e gli chiesi:”Mi scusi, di cosa sta parlando quel
      signore?”. L’uomo, con un sorriso sulla faccia, mi sorrise e disse:”Se hai tempo, amico, fermati a
      ascoltarlo. Quel pazzo è la cosa più divertente che abbia mai sentito”. Non mi sembrava che
      quell’uomo fosse un comico, non ne aveva l’aspetto, e poi le sue parole erano pronunciate con una
      foga che rasentava l’isteria, così che domandai:” Però…di che sta parlando”. Il passante che avevo
      fermato mi mise una mano sulla spalla e mi disse:”Non te lo perdere, quel pazzo ci sta raccontando
      un segreto, un segreto che nessuno dovrebbe sapere…”ridacchiò”Ci racconta di come lui faceva
      parte di un progetto speciale, una operazione di vari governi che si erano riuniti per finanziare il
      progetto più importante della storia. Quell’uomo,che afferma di chiamarsi Matheson, dice di aver
      partecipato a questo progetto, e- ascolta bene- di essere stato il primo uomo ad aver viaggiato ed
      essere atterrato su Marte!” e se ne andò ridendo.
      “Che?” esclamai, e mi girai verso l’oratore, che si era calmato. La folla si stava diradando,tutti
      sorridendo,e facendo commenti tipo:” che pazzo che è quel tipo” o “proprio fuori di testa”. La folla
      si diradò, e senza volerlo rimasi l’unico davanti a Matheson, se questo era il suo vero nome. Errore
      da parte mia. Barcollando, l’uomo venne verso di me, e mi mise una mano sulla spalla. Puzzava
      d'alcool, alcool economico, di pessima qualità. Mi guardò e mi disse:” La gente non capisce, vero
      amico?Io cerco di raccontare segreti che i grandi poteri vogliono che restino tali, e invece di
      ascoltarmi ridono di me, come se fossi un pazzo. Pazzi sono loro…loro non sono stati su Marte”.
      Bevve un sorso di alcool dalla bottiglia, e aggiunse:” mi chiamo Matheson, Richard Matheson.
      Sono americano, ma vivo da molti anni in Italia. Tu come ti chiami, amico?”
      La situazione mi metteva in imbarazzo, visto che fare amicizia con un alcolizzato evidentemente
      fuori di testa era l’ultima cosa di cui avevo bisogno quel giorno. Però c’era qualcosa negli occhi di
      quell’uomo che mi impediva di andarmene. Non erano gli occhi di un pazzo, erano gli occhi di
      qualcuno che aveva visto molto, e c’era un’intelligenza che brillava dietro le sue pupille. “Mi
      chiamo Matteo” risposi” e devo andare, mi dispiace” e mi allontanai. Però Matheson mi seguì:”
      amico” disse” mi sembri un tipo più intelligente di quella folla. Se mi accompagni a casa, perché
      con quello che ho bevuto non so se sono in grado de farlo da solo, ti racconterò altre cose di Marte,
      cose…interessanti”.
      “E dove vivi?” chiesi.
      “All’angolo di via Riva Reno, non è lontano”rispose.
      In effetti mi prendeva di strada, e pensai che parlare con un folle forse mi avrebbe aiutato a
      scordarmi, anche per un momento, del dolore che mi provocava il ricordo di Cristina. E poi, cosa
      avevo da temere? Matheson era più basso di me, stentava a reggersi in piedi, quindi anche se avesse
      voluto attaccarmi non avrebbe avuto molte possibilità di successo. “Perché no?” dissi “andiamo”
      aggiunsi, e ci incamminammo verso casa di quello strano tipo.
      Matheson continuava a bere dalla bottiglia, sorsi che diventavano sempre più frequenti. Notò che
      guardavo la bottiglia, e mi disse:”Non è la prima del giorno, proprio no….bisogna bere e tanto, per
      dimenticare”.
      “Dimenticare cosa?” chiesi
      “Marte” rispose, e si fermò, e i suoi occhi si persero nel vuoto, come se stesse ricordando qualcosa
      troppo doloroso per essere spiegato a parole.”Marte” ripeté” Sai? Io 20 anni fa non ero come
      adesso, no, ero un giovane forte, prestante, e un buon studente di ingegneria a Oxford. Ero un
      vincente, un uomo che poteva raggiungere il successo in questo mondo così competitivo. E un
      giorno…io e altri 2 studenti fummo convocati da alcuni dirigente della NASA, e ci sottoposero a un
      programma specialmente duro-per trovare persone speciali, dicevano. Io passai i test, a e viaggiai
      fino al Kazakistan. Li mi ritrovai con altre 7 persone, proveniente da tutto il mondo, i migliori…per
      il progetto congiunto più importante mai concepito dall’uomo:il viaggio dell'uomo e la discesa su
      Marte, il pianeta Rosso.”
      Smise di parlare, e riprendemmo a camminare. Un po mi sentivo in imbarazzo, che quest’uomo
      fosse davvero andato su Marte era qualcosa a dir poco assurdo, e ancor più assurdo era che stesse
      parlando li con me, per strada, ubriaco, un rottame umano che doveva avere problemi per andare al
      supermercato, altro che Marte. Però ormai ero in gioco, e chiesi:”E sei davvero atterrato su Marte?
      Com’è?”
      Matheson mi guardò e sorrise:” Sì, sono atterrato su Marte, io e gli altri 7 eroi, l’orgoglio
      dell’umanità….e sai com'è Marte? è….morto, deserto. Siamo stati li vari giorni terrestri, in quel
      deserto senza limiti, infinito. Oggi giorno, nelle città, è difficile capire cosa sia la vera solitudine. Io
      su Marte l’ho provata. Non la semplice sensazione di essere solo, no, una solitudine assoluta, una
      solitudine che ricopre tutto, le montagne, il deserto, il cielo…quel cielo rosso…rosso sangue, come
      se qualcuno avesse pianto lacrime sanguinanti per lamentarsi della solitudine degli esseri viventi. E
      quel cielo, quel cielo che sempre ci guardava…io credo che una scheggia di quel cielo ci sia entrata
      nell’anima. Marte era abitato, sai? Abbiamo visto immense città, superiori a quelle costruite
      dall’uomo. Erano città di edifici poderosi, con guglie che si lanciavano verso il cielo, e torri che
      sfidavano l’universo. Abbiamo visto strade che serpeggiavano per i deserti, ai cui bordi statue di
      creature fantastiche guardavano impassibili lo scorrere dei millenni. Abbiamo visto edifici che
      potevano essere cattedrali, dedicate a dei il cui nome non abbiamo mai sentito. Abbiamo visto tutto
      questo…ma tutto era morto, corroso dal tempo, morto da milioni o miliardi di anni. Tutto
      morto….solo il silenzio regnava su Marte, e il ricordo corroso di miliardi di fantasmi che secoli fa
      erano stati esseri vivi, e che il tempo aveva distrutto a tal punto che neppure le loro anime vagavano
      ormai in quei deserti millenari. Sai una cosa, amico? Io ho capito perché i marziani si sono
      estinti….i miei colleghi dicevano un sacco di cazzate scientifiche, ma i lo so…i marziani si sono
      estinti per la solitudine.”e smise di parlare.
      Anch’io non sapevo cosa dire, così che facemmo il resto del camino in silenzio. Arrivammo a casa
      di Matheson, un edificio fatiscente, con il portone sfondato. Lo aiutai a salire, e non fu facile,
      perché viveva al 5º piano e non vi era ascensore, anzi, c’era ma era fuori uso. Aprì la porta della
      casa dell’uomo con le chiavi che mi diede: mi giunse una folata di fetore dove si mescolavano
      alcool, mancanza di pulizia e cibo putrefatto, e quasi vomitai. L’appartamento era un disastro: non
      sarà stato più grande di 30 mq, con il suolo ricoperto di spazzatura e l’unica finestra chiusa, come se
      il Sole non osasse entrare in quel santuario alla rovina umana. Vidi un lavandino, pieno di piatti
      sporchi, da cui veniva un odore nauseante. Le pareti erano macchiate di muffa, e da quello che
      doveva essere il bagno veniva un odore di sporcizia. Portai Matheson fino all’unico letto che c’era
      nell’appartamento, e lo adagiai sul cuscino, sentendo l’odore di sudore rancido del materasso.
      Matheson collassò sul materasso e sembrò addormentarsi. Volevo andarmene da li, il prima
      possibile. Mi avvia alla porta, ma prima di uscire vidi una foto alla sinistra dell’entrata, una foto in
      una cornice di legno che rappresentava una bella donna di circa 20 anni con in braccio un bambino
      di circa 4 anni. Mi chiamò l’attenzione, perché era l’unica cosa pulita in quel posto schifoso. Vidi
      che sotto la foto, appoggiata sul comodino, vi era una lettera, ingiallita dal tempo. Senza volerlo la
      guardai, e lessi quello che vi era scritto:
      “Matheson” diceva “ ascoltami bene, ti ho già detto di smetterla di cercare di metterti in contatto
      con me. Io devo pensare al bambino, a nostro figlio, ricordi? Quel figlio che non vedi mai, con cui
      non giocavi mai. Normale, considerando che passi il giorno a bere e a ubriacarti con gli animali
      dei tuoi amici. Ho sempre accettato che non avessi un lavoro fisso, e sai perché? Perché ti amavo.
      Ma tu ami di più l'alcool e le puttane, perché so anche che spendi i soldi per andartene a scopare
      con quelle li. Io lo accettavo, si, però adesso abbiamo un figlio, ho un figlio, perché a te non ne è
      mai fregato niente. Non ti chiedo soldi, che mi spetterebbero dopo il divorzio, solo ti chiedo di
      lasciarci in pace,a me e al bambino. Non voglio che mio figlio cresca con un padre alcolizzato.
      L’hai picchiato, ricordi?E hai picchiato me, ma io sono adulta,posso sopportarlo, però non ti
      permetterò di far male a Michael. Matheson, lasciaci in pace, esci dalla nostra vita, non vogliamo
      più sapere niente di te”
      La lettera era firmata “Jane”, e aveva un data: 14 luglio 1994, 20 anni fa…..
      Matheson si rigirava nel letto, e diceva:”I marziani…morti di solitudine….la solitudine, non c’è
      bisogno di catastrofi per sterminare una razza, le malattie dell’anima sono molto più letali. Sono
      morto….siamo morti….”
      Uscì di casa, tornai in strada. Presi il telefono, e marcai il numero di Cristina. Mi rispose con una
      voce stanca:”Che vuoi Matteo? Lasciami in pace, ti ho detto che tra noi è finita” e attaccò. Avrei
      potuto dirle che l’amavo, che non potevo vivere senza di lei, ma sapevo che sarebbe stato inutile.
      Guardai il mondo intorno a me: c’era il Sole, la gente camminava al mio lato, veloce, senza farmi
      caso, un passante come gli altri, invisibili gli uni agli altri. Viviamo in un mondo globale, dicono, e
      poi non riusciamo nemmeno a vedere il dolore della persona al cui lato passiamo. Gli edifici si
      alzavano verso il cielo, contenendo vite e un’attività frenetica, ma erano impermeabili, quello che
      succedeva li dentro era solo affare di chi viveva li dentro, non gli importavano i problemi di chi
      sfiorava i loro muri. Le strade erano piene di macchine, mostri metallici dal freddo cuore che
      portavano l’indifferenza del metallo nella vita degli esseri umani. La città fremeva di vita, ma io,
      senza Cristina, non mi ero mai sentito così solo, in quella porzione del mondo civilizzato fremente
      di vita ma che a me sembrava un immenso deserto. E allora capì. Capì le parole di Matheson, quello
      che voleva dire, il senso di solitudine assoluta che non bisognava andare a cercare su un altro
      pianeta. E capì che anch’io, come Matheson, avevo viaggiato a Marte.

    • In Rua dos Remedios, nel cuore di Alfama, si trovava un piccolo café poco frequentato, a meno di cinquanta passi dal Museu do Fado. 
      L'interno era poco spazioso e molto buio, a causa delle stampe di musicisti che oscuravano i vetri delle finestre, ma fino a che la stagione lo permetteva, all'esterno erano sistemati alcuni tavolini, toccati nelle prime ore della giornata dai raggi caldi del sole di Lisbona.
      In quella mattina soleggiata e tersa, il vecchio Alfredo sedeva solitario ad uno dei tavoli traballanti e scrutava con i suoi occhi acquosi il traffico di Alfama. Alcuni ragazzini sfidavano la pendenza della strada in sella alle loro biciclette: come negli stormi degli uccelli, il più forte stava davanti e tagliava l'aria per quelli che venivano alle sue spalle.
      Il vecchio Alfredo distolse lo sguardo e i suoi occhi furono attratti dal movimento di una tovaglia rossa mossa dal vento. Si gonfiava e ondeggiava, sospesa sui fili del bucato. 
      Il vecchio uomo si frugò in tasca, prese la sua pipa e la sbatté sul palmo calloso per pulire il fornello dai residui di tabacco. La riempì, la accese e tornò a scrutare la strada.
      Nessuno ricordava il suo vero nome, e forse lui stesso lo aveva dimenticato. Un capitano italiano, che aveva studiato un poco, sentendo uno dei suoi marinai cantare le arie de "La Traviata", aveva cominciato a chiamarlo Alfredo. Se qualcuno si fosse preso la briga di sapere dove un povero marinaio avesse imparato quelle note, avrebbe scoperto che, prima di lavorare sull'oceano, egli aveva servito come garzone al Teatro Nacional de São Carlos e quelle arie le aveva sentite giorno e notte per mesi interi. Gli erano entrate dentro e lì erano rimaste, come le conchiglie portate dall'alta marea.
      A volte le fischiettava mentre puliva il ponte, o mentre aiutava nella sala macchine, ma soprattutto, lo faceva al tramonto, quando si affacciava al parapetto e scrutava l'oceano davanti a sé.
      Le sue labbra suonavano "Sempre libera" mentre i suoi occhi guardavano quel punto dove acqua e cielo sono tagliati dall'orizzonte e cercavano l'America. Sapeva che erano ancora troppo distanti e che non sarebbero approdati se non da lì a qualche giorno, ma, così come le arie, lui, l'America, l'aveva dentro.
      Lo aveva capito quando, una volta tornato indietro, si era sentito schiacciato dagli edifici spioventi della vecchia Lisbona, quando gli era mancata l'aria nei vicoli sottili e si era sentito travolto da quei tetti tutti uguali che si accalcavano sulle colline della città.
      L'America era grande e libera, era ariosa e spaziosa e il suo vento profumava di novità sensazionali, non di pesce e di fritture.
      Salpava da Lisbona con il cuore carico di desiderio e vi ritornava colmo di nostalgia per le terre lasciate alle spalle.
      Non ci era voluto molto prima che l'America si concretizzasse in carne umana, diventando per lui ancora più desiderabile. 
      Durante il suo sesto o settimo viaggio, il nuovo continente gli si era presentato sotto forma di donna. Lei aveva i capelli neri come la terra pregna di pioggia e la pelle bianca come il riflesso della luna sull'oceano, ma il giovane Alfredo si era innamorato dei suoi occhi: avevano il colore della Libertà, quella che ad ogni viaggio lo accoglieva nel porto di New York, con la sua fiaccola alta e il libro stretto al petto. Anche la donna, quella vera, aveva sempre un libro con sé. I libri le avevano cambiato la vita, era solita dire.
      I due si erano incontrati in un parco, quando lei aveva riconosciuto in lui e negli altri marinai la lingua della propria famiglia, e avevano chiacchierato per un po'. 
      Lei usava termini difficili, parlava di cose diverse e sapeva dare un nome anche a ciò che non si può toccare. Gli altri marinai la ascoltavano e la guardavano ammirati, ma lei aveva già dedicato i suoi occhi a quello con la musica e l'America nel cuore, perché sentiva che le loro anime danzavano con passo eguale.
      «Rimani» gli aveva detto. «Qui puoi diventare qualcuno.»
      La sua retorica aveva solleticato l'ambizione del giovane Alfredo e ne aveva fatto galoppare la mente. Trasferirsi in America, lavorare, studiare, diventare qualcuno, sembravano le tappe realizzabili di una vita che lui avrebbe voluto.
      Rimase in contatto con lei attraverso le lettere.
      Lui le raccontava dei colori dell'oceano e del volo degli uccelli, lei gli spiegava come fosse bello vivere in un appartamento sempre più in alto nel grattacielo e riuscire a vedere sempre più lontano.
      Ogni volta che Alfredo faceva tappa a New York, i due passeggiavano a Central Park, discutevano e formulavano piani. Lei era brava in quello e ne aveva elaborato uno su misura per lui: avrebbe chiesto la mano a suo padre, si sarebbero sposati in quella piccola chiesa in Barclay Street, con le damigelle in abiti colorati e le bambine che spargevano i petali di rosa lungo la navata. La loro luna di miele sarebbe stata in un paesino sul confine con il Canada, dove vivevano alcuni parenti di lei che avrebbero potuto ospitarli, poi, al loro ritorno, Alfredo avrebbe cominciato a lavorare nella città e a studiare, perché, come diceva sempre lei, senza i libri non si arriva da nessuna parte.
      Quando avrebbero avuto abbastanza soldi, si sarebbero comprati una villetta nel New Jersey, di quelle con la veranda sempre ben verniciata e il giardino curato da cui conversare amabilmente con i vicini. Avrebbero avuto dei figli e la mattina li avrebbero accompagnati a prendere l'autobus, la sera li avrebbero aiutati a fare i compiti, seduti intorno al tavolo della cucina. Avrebbero contato i risparmi per permettere a tutti loro di andare al college, anche se questo avrebbe significato rinunciare alle vacanze di tanto in tanto o a quella borsa per cui tutte le donne del quartiere avrebbero ucciso. Forse avrebbero pianto nel vedere i figli uscire di casa, di sicuro avrebbero pianto al loro matrimonio. Forse qualcuno di loro li avrebbe delusi, e non si sarebbe presentato a Natale. 
      Avrebbero poi trascorso gli anni della pensione circondati dai nipotini da accudire, li avrebbero portati agli allenamenti, alle partite e avrebbero dato loro gli spiccioli per comprarsi il gelato. Avrebbero raccontato ai bambini la loro storia, quella di un'emigrata che aveva creduto al potere dei libri e quella di un marinaio che amava l'Opera e parlare di cultura. La loro casa sarebbe diventata un'isola, il nido di una ciurma numerosa, in cui era possibile trovare conforto e comprensione, nonostante tutte le tempeste e i maremoti. 
      A Lisbona, il vecchio Alfredo prese una boccata dalla sua pipa. Quando espirò, seguì con gli occhi la nuvola di fumo, evanescente come il passato e il suo ricordo.
      Nella sua vita, il vecchio marinaio aveva avuto molte possibilità di scelta e altrettante buone motivazioni per intraprendere la strada giusta, eppure, quando quella donna dai capelli corvini e la pelle pallida gli aveva chiesto di rimanere, lui non aveva potuto far altro che pensare alle strade accidentate e ai tram della sua Lisbona, alle migliaia di scale e ai murales, al pesce appena pescato e alle paste appena sfornate, al fado che strugge i cuori e alle azulejos che colorano le facciate delle case.
      «No» aveva detto, non perché non gli piacesse ciò che lei gli aveva proposto, anzi questo sarebbe stato difficile, dato che quella era la scelta più intelligente che avrebbe mai potuto fare nella sua vita.
      Disse di no perché, dopotutto, a lui piaceva solcare l'oceano e guardare la terraferma diventare sempre più grande davanti ai suoi occhi. Gli piaceva il vento dell'America, sì, ma gli piacevano anche tutti gli altri venti, perché aveva capito che ognuno aveva un profumo diverso e unico e non poteva escluderli tutti dalla sua vita a favore di uno solo. La sua mente non era stupida, ma il suo cuore era affamato e i suoi occhi non erano mai sazi di ciò che vedevano. 
      Il vecchio Alfredo prese un'ultima boccata dalla sua pipa, poi si alzò in piedi e si avviò verso la fermata del tram perché le sue gambe stanche non lo avrebbero più portato su e giù per i colli di Alfama. 
      Si sedette su una panca di marmo e allungò le gambe ossute davanti a sé, si appoggiò allo schienale e chiuse gli occhi, perché sapeva che non c'era alcuna fretta. Se avesse perso il tram, avrebbe preso quello successivo. Il vecchio Alfredo era fatto così, non aveva paura dello scorrere del tempo né di prendere la vita come veniva. E, se qualcuno gli fosse passato accanto in quel momento, mentre sedeva sul bordo della strada godendosi l'ultimo sole dell'anno, lo avrebbe certamente sentito fischiettare "Il Brindisi".
       

    • Un'interferenza - Capitolo X
      Giacomo trasse i soldi dalla tasca e pagò il tassista.
      “Che ie serve er biettino?” chiese il tipo ansioso.
      “No grazie non occorre. Però se mi aiuta a tirare fuori la valigia dal bagagliaio gliene sarei molto grato perché ho una spalla fuori uso.”
      Faceva ancora caldo a Roma e un venticello dispettoso faceva volare in aria foglie e giornali. La maggior parte degli inquilini del comprensorio era ancora in vacanza. L’imbrunire aveva ancora la forza e la magia dell’estate, anche se accusava quella leggera diminuzione di durata che annuncia la prossima fine e la prima, immancabile, stilettata di tristezza nel cuore di chi non vorrebbe mai rinunciare alla magia estiva.
      Giacomo osservava, incredulo, lo scenario della sua vita di sempre, pronto per un altro lungo inverno di repliche quotidiane. Osservò i gerani bruciati, lo sguardo languido dei cani annoiati nei giardini, la posta abbandonata nelle cassette, radio lontane, odore di cibi cucinati.
      In casa lo accolse l’odore di sempre, i segni di un passato remotissimo – quasi due settimane ! – appunti di telefonate, penne, documenti di lavoro, bollette non pagate, abiti scartati all’ultimo momento dal bagaglio, in un impeto di indecisione.
      La spalla faceva ancora male e sulla fronte gli si sedimentava un sudorino freddo, perlato che sembrava più il frutto del ricordo dei fatti siciliani che non di vera fatica.
      Si sedette per qualche minuto per riprendere fiato e chiudere gli occhi dopo un viaggio che non era stato meno faticoso dell’andata.
      Salutò il suo circo malinconico e diabolico che era in parata ufficiale per l’inizio della stagione. Osservò i suoi pupazzi acidi, i suoi macabri burattini. E per la prima volta si chiese a chi fosse dedicata quella parata multicolore. A lui ... si. Ma in quanto pubblico pagante o burattinaio?
      Avvertiva qualcosa di diverso e sapeva che sarebbe uscito fuori presto. Non si trattava più di fermare il dialogo interno, di sospendere il giudizio, di fermare il mondo.
      Si trattava di rendere tutto questo stabile e di potercisi agganciare. Vivere una vita impeccabile, e pensare alle cose che incuriosiscono, che intrigano senza pensare a tutto ciò che può rovinarle.
      Perché la vera rovina è nel pensare che si possano rovinare.
      Giacomo si alzò dal divano, si diresse verso il frigorifero da cui trasse una birra che stappò e prese a sorseggiare avidamente. Il cuore cominciò a battere più velocemente e il sudore freddo aumentò.
      Cinque semi di morning glories, disposti a sorriso sul tavolino del salotto, brillavano nella penombra, come un Dio azteco ancora in collera.
      Asciugò una lacrima, col palmo della mano, percependola come la linfa di mille sentimenti insieme.
      Tornò al divano e si mise a fissare il telefonino che in quel momento non odiava più.
      Quando lo afferrò stava già suonando.

    • Un'interferenza - Capitolo IX
      Era la sera della Kermesse e i ragazzi dovevano organizzare una specie di luna park di fine secolo, con banchi per tirare palle e torte in faccia al clown, misurare la forza con le corna del toro, centrare con una palla la vasca del pesciolino rosso, e così via con tutti i giochi tipici del baraccone della fiera di paese.
      In più, vino, ciambelle, bombe fritte, zucchero filato. Sul campo di calcio i ragazzi, sin dalle prime ore del pomeriggio, stavano montando i banchi. Giacomo cercava di partecipare all’entusiasmo insperato che tutti, alla fine, riuscivano a provare nel costruire l’ennesima, effimera scena per il divertimento dei clienti.
      Ancora in tenuta da tennis, si recò al bar per bere il consueto pastis. Alessia era ad un tavolo che chiacchierava con dei clienti. Decise di non chiamarla. Aveva voglia di guardarla, senza che lei se ne accorgesse, per un po’.
      Voleva imprimerne nella memoria i gesti, il modo di parlare e di chiudere nervosamente le palpebre ogni tanto, osservarle le mani che, di tanto in tanto, si abbracciavano le spalle, come se avesse freddo, i vestiti, che sembravano poter appartenere solo a lei, e il sorriso. Non durò a lungo. Alessia si girò e immediatamente sorrise.
      Lasciò, senza troppe formalità i clienti e corse incontro a lui.
      “Come stai?” chiese lei.
      “Bene! Che c’è? Ho una facciaccia?” disse Giacomo sorpreso.
      “Non so. Mi sembri triste. E’ successo qualcosa?”.
      “Caravita rilascia Melandri.”
      “Lo rilascia? Ma come era certo della sua colpevolezza, lo ha trascinato a Palermo ed ora lo rilascia?”
      “Già” disse Giacomo sconsolato. “Ed ora è il turno di Michele se non facciamo qualcosa prima, trascinerà a Palermo anche lui.”
      “Oddio mio no! Non dirmi che adesso torchia Michele.”
      “Inutile sperare il contrario. Del resto il tuo Micheluccio non mi sembra un membro delle giovani marmotte. Ha precedenti che spaziano in quasi tutti i reati del codice penale. Non ti credevo un tipo che amasse gli uomini da cicatrice.”
      “Cosa fai ricominci?”
      “Tranquilla” disse Giacomo ridendo “Trattavasi di battuta.”
      “Ed ora cosa pensi di fare? Dirai a Caravita dei sessanta milioni di Alì.”
      “No. Non servirebbe a molto. Non lo so cosa posso fare. Anzi forse qualcosa da fare c’è” disse Giacomo con un sorriso inquietante.
      “Sarebbe?” chiese Alessia scettica.
      “Caravita mi ha confermato che, con ogni probabilità, il salvagente trovato nella stanza di Melandri non è quello usato nell’omicidio. Questo significa che forse qualcosa possiamo capire. Se il salvagente di Melandri non è quello dell’omicidio, e quello di Stefano era ancora addosso al cadavere, significa che c’è un terzo salvagente che manca, ovvero quello dell’assassino. Ma quello sarà molto più difficile trovarlo, perché probabilmente l’assassino se ne è sbarazzato, probabilmente perché c’erano macchie di sangue o tracce del delitto. Ma l’assassino, che voleva far apparire l’omicidio come un incidente, non ha previsto la possibilità che si indagasse sul numero dei salvagente nel magazzino, e per incastrare Melandri se ne è dovuto procurare uno. Dove secondo te?”.
      “Beh è chiaro in magazzino.”
      “No, me ne sono accertato, in magazzino non c’erano più salvagente, erano stati tutti dati per i corsi di vela e surf.”
      “Ehm … Boh … Non saprei … Lo ha comprato?”.
      “Alessia non dire cazzate. E’ semplice. Cosa c’è a settanta chilometri da qui?”
      “Oddio ma cos’è il Trivial? Non lo so cosa c’è a settanta … Oddio … Ho capito … Tu dici che è andato al villaggio di XXX e se ne è preso uno!”
      “Esatto! Brava la cucciola!”
      “Ma allora è sufficiente andare a XXX e chiedere se manca un salvagente e chi l’ha preso” disse Alessia seria.
      “Ho fatto un primo accertamento. Effettivamente un salvagente manca ma non ci hanno potuto dire con certezza se da qui è andato qualcuno a prenderlo. Domani mattina vado a XXX a parlare col magazziniere. Io credo che ci siamo.”
      Una voce alle loro spalle li interruppe improvvisamente.
      “Meno male che avevamo Sherlock Holmes come maestro di tennis! Bravo amico può essere che domani si comincia a capire qualcosa allora!” intervenne improvvisamente Alì. Giacomo trasalì e dissimulò un sorriso chiaramente inefficace.
      “Sai la professione ti costringe a non abbandonare mai il vizio di pensare. Ma del resto chi lo sa? E’ possibile che tutto si concluda con un altro buco nell’acqua.”
      “Speriamo di no amico, speriamo di no” aggiunse Alì ridendo esageratamente.
      Giacomo ed Alessia si allontanarono. “Cazzo ma non mi avverti che ho Alì alle spalle?”.
      “Senti io non me ne ero accorta. Pensi che ora farà casino?”
      “Non lo so stiamo a vedere. Ma quella risata araba non mi fa stare tranquillo. Tu che fai stasera?”
      “Faccio le mele caramellate” disse Alessia scotendo la testa in segno di rassegnazione.
      “Poi c’è la festa al ristorante in spiaggia giusto? Ci vediamo lì allora.”
      “Io ho paura” disse Alessia imbronciata.
      “Di che hai paura?”
      “Non lo so” disse lei con gli occhi carichi di lacrime.
      “Dai niente storie! Tanto non succede nulla vedrai! Ci vediamo dopo.”
      Giacomo tornò ad aiutare i colleghi che stavano montando il banco della cartomante. Si trattava di una bella tenda alta e circolare all’interno della quale, Giacomo, travestito da veggente cicciona, avrebbe dovuto divinare il futuro dei clienti. Terminato il montaggio della tenda Giacomo andò a truccarsi, lieto di poter risentire i brividi che la costumeria, ormai automaticamente, gli suggeriva.
      Laure fece, questa volta, un lavoro fantastico. Gli scurì la faccia con il cerone, truccò gli occhi pesantemente, gli sistemò due enormi tettone finte sotto la camicia turchese, grandi cerchi alle orecchie, una catenona d’oro, lo scialle ed un foulard in testa.
      Dopo il trucco Giacomo, guardandosi nello specchiò, non potè fare a meno di ridere pensando alla faccia dei suoi colleghi se un giorno si fosse presentato in udienza così conciato. Decise di completare l’opera piazzando, all’interno della gonna rosa, una spessa imbottitura per simulare pancia e fianconi. Era perfetto. Per la performance aveva però bisogno di essere un po’ brillo. Con due pastis fu sufficientemente ebbro per la pantomima.
      Sul campo di calcio, illuminato dalle lampade notturne, in breve cominciò ad affluire tutto il villaggio, e nelle padelle sistemate accanto alle baracchette si cominciarono a gettare nell’olio bollente le mele e le bombe.
      Il profumo dello zucchero filato si spandeva leggero nell’aria. Giacomo attraversò il campo timidamente, osservando i clienti che sfilavano sui bordi. Ridendo tra sé e sé del suo travestimento individuò la sua tenda dove si diresse.
      Nella tenda una luce rossa effondeva una atmosfera satanica, e sul tavolino, al centro, era stata piazzata una palla di vetro. Sedette in attesa dell’arrivo dei clienti.
      Nella tenda, in breve, cominciarono ad entrare un po’ tutti. I bambini, che lo riconoscevano e tentavano di sfilargli il travestimento, gli altri ragazzi dell’equipe, che entravano per tirargli gavettoni, i clienti, in pantaloncini e ciabatte che entravano per fare battute e toccargli le tette, e poi le donne, che, ad ogni buon conto, una chiacchieratina con lui la facevano volentieri, sperando di rubare realmente qualche strana novità al futuro.
      “E’ il fante che mi preoccupa …” disse Giacomo mentre con aria indagatrice scrutava il mosaico di carte che aveva appena disposto, ovviamente a caso, sul tavolino.
      “Perché, vedi ce l’ho in opposizione all’asso di bastoni … E’ strano!” disse poi toccandosi le labbra in segno di confusione.
      “Si tratterà di mio marito” disse la finta bionda mentre sorridendo girava l’anellone che aveva al dito.
      “Chi il fante o l’asso di bastoni?” chiese Giacomo con un lieve accento gitano.
      “Il fante il fante!” rispose lei eccitata
      “Ah! E poi quest’otto di spade. Tu mi ti devi curare di più sai?” insistè Giacomo toccando le carte con i polpastrelli, quasi per acquisire maggiori informazioni.
      “Com’è vero!” disse lei divertita.
      Alcune entravano con quesiti specifici.
      “Senti Chiromante! Vojo cambià omo che me dici?”
      Giacomo osservò la tipa: l’ampio sottogola, i capelli radi, le lenti, e una magliettona con Eros Ramazzotti serigrafato, stretta nel disperato sforzo di contenere un seno informe.
      “Vedi cara, non è tanto il sei di coppe che è “in quadro” rispetto al fante di denari a lasciarmi perplesso…”
      “No eh?” disse lei scettica.
      “No! E’ st’asso di bastoni che mi lascia inquieto …”
      “E dimmelo a me!” disse lei scoppiando a ridere.
      “E poi però mi ritorna sto’ Re di Spade che mi dà grandissima speranza!” disse Giacomo serio e formale
      “ ’ndissima …” ripetè la tipa finendogli la frase
      “Eh si perché lui è … E’ … E’ certamente …”
      “E’lui no? E’ l’omo de la vita mia no?” lo interruppe la cicciona.
      “No è il chirurgo plastico!” chiuse Giacomo scotendo la testa.
      La serata fu divertente ed i clienti indugiarono a lungo in quella kermesse strana, ma allegra cui i ragazzi avevano dato vita.
      Alla fine della festa, dentro la tenda, si consumò anche il rito della bevuta collettiva, tra suoni di trombette, urla di ragazze, spinte, rutti, battutacce.
      Giacomo si accorse di essersi completamente dimenticato delle indagini, sentendosi quasi in colpa. Dopo gli ultimi bicchieri di pastis si ricordò dell’appuntamento con Alessia e decise, dunque, di tornare in camera per struccarsi e rivestirsi. Uscì dalla tenda e si avviò verso la stradina che correva esterna alla Medina.
      Era triste. Sapeva, dentro di sé, che quella era stata la sua ultima carnevalata e che, forse, non sarebbe più tornato a lavorare nei villaggi.
      Era consapevole che il suo tempo in qualche modo era passato, e di aver forse qualcosa di più importante da fare. Non gli sembrava che si trattasse del lavoro, o del matrimonio o dei figli. O forse riguardava tutte queste e tante altre cose. Non sapeva ancora bene cosa, ma c’era qualcosa da modificare nella sua vita.
      Probabilmente si trattava di “azzerare i contatori”, di cercare tutta la tranquillità necessaria per rileggere la sua vita, e le persone, e i fatti che l’avevano segnata.
      C’era da curiosare negli angoli più nascosti, quelli che sfuggono, che non si vedono. Sentiva che la sfida più bella era abbandonare una mente nevrotica, e familiarizzare con le sensazioni più sottili, più difficili da cogliere e quindi le più preziose.
      Pensava, lucidamente, che ciò che maggiormente contava ora, per lui, era ritrovare la capacità di lasciarsi prendere dalle cose, cedere alla loro lusinga. Non era importante se si fosse trattato di una conversazione, di un paesaggio, di un libro, di un viaggio o di un film. L’importante era tornare ad “agganciarsi” alle cose, e seguirle nella loro dinamica, prendendole per come esse ci si presentano, senza tentare di cambiarle, nell’illusione di renderle più vicine a noi, o all’idea che ne avevamo.
      Pensava che era necessario tornare a pensare alla vita come ad un fatto assolutamente misterioso, cui abbandonarsi dopo aver recuperato la capacità di acquietare la mente, riportandola al silenzio.
      Ripensò improvvisamente ad un necrologio, letto su una rivista, per un avvocato, morto di una lunga malattia, prima delle vacanze. Il collega sottolineava il carattere e la tempra del collega deceduto, ricordando come, sino agli ultimi giorni della sua vita, egli avesse seguito con immutata diligenza, gli affari dello studio e gli adempimenti che la sua carica di consigliere gli imponeva. L’autore del necrologio ne traeva un canone etico, affermando che la vita altro non era, infatti, che onorare gli impegni e le occupazioni della vita, e provvedere a risolvere i problemi quotidiani.
      Dopo tanti anni aveva trovato una esplicitazione del concetto di vita come lotta con l’ingranaggio, con la macchina cui siamo intimamente attaccati. Ricordò lo sconcerto che tale teorizzazione gli aveva creato. Tornò a chiedersi se veramente non esistesse una valida alternativa ad una lettura della vita tanto agghiacciante. Seguendo i suoi passi, su quella stradina buia, sentiva che la risposta era nella capacità di gettar via lo scafandro dall’interno del quale aveva sinora osservato la vita, sciogliere definitivamente la morsa allo stomaco, e vivere completamente nel presente, in ciascun luogo. Disinfettare le ferite provocate dai dardi di un’oltraggiosa fortuna, impedendo che si duplichino dopo averci raggiunto, in vista di una riappacificazione assoluta, costante, stabile. In quel momento era tutto chiaro. Era ansia di libertà. Liberarsi dalle catene dell’ignoranza, dell’attaccamento e dell’avversione. E come Candido, acquietarsi, coltivando il proprio giardino. O, meglio, definire una rotta, cercare il vento, regolare le vele e, trovato l’assetto giusto, navigare, senza mai toccare troppo il timone. Ogni tocco di timone, un freno alla barca.
      Pensava anche ad Alessia, e a ciò che sarebbe potuto succedere dopo che fosse partito da lì. Si chiedeva che cosa avrebbe dovuto dire, o fare, e come lei avrebbe reagito. Si chiedeva se la sua storia avrebbe avuto un seguito, o se sarebbe finita, anche questa, con un indirizzo scritto su un tovagliolino di carta
      La luna si era ormai ridotta di tre quarti, ma nel cielo resisteva ancora uno spicchio, sufficiente ad illuminare la stradina. Il rumore dei passi, man mano che si allontanava dal centro del villaggio, si sentiva sempre più chiaramente nel silenzio della notte incombente, insieme all’incerto stormire delle canne.
      Quando sentì la morsa di una corda al collo, non avvertì immediatamente la scarica di adrenalina sulle tempie, perché le mani corsero subito, automaticamente, in difesa. Ma tra il collo e la corda solo due dita erano riuscite a porsi in difesa di una stretta potentissima, che si stava stringendo inesorabilmente. Non vedeva nulla del suo assalitore, neanche le mani, sentiva solo l’odore, puzzolente, del suo alito sul collo.
      Poi, improvvisamente, la stretta si allentò fino a sparire. Fu, tuttavia un bagliore metallico, colto con la coda dell’occhio, a spingerlo istintivamente a saltare nel fossatino che correva lungo la stradina. Quando sentì la lama nella spalla ebbe solo il tempo di pensare che l’iniziativa era stata meno funambolica di quanto la sua presunzione gli avesse fatto credere.
      A quel punto l’adrenalina fece il suo ingresso teatrale levandogli il poco fiato rimasto. In seguito la scena concesse tutto alla cinematografia, e quando vide l’ombra nera avventarsi su di lui ebbe il suo contatto vero con il battito d’ali della morte.
      La luce delle fotoelettriche si accese poco prima che quel corpaccione pesante gli piombasse addosso, come alla fine degli spettacoli nei vecchi cinema parrocchiali.
      “Fermo! Getta il coltello o sei morto!” si udì dalla macchia di eucalipti al lato sinistro della stradina, poi il colpo di pistola.
      Il corpo cadde di peso, proprio sopra Giacomo rannicchiato nel fossato. Poi un concitato rumore di passi e, infine, la faccia, gli occhiali e il pizzetto di Caravita.
      “Questo pezzo di merda! Guarda una mezza coltellata mi sa che te l’ha allungata” disse Caravita mentre con altri due agenti ammanettava un variopinto clown che giaceva bocconi sull’erba.
      “Simone vaffanculo! M’ha segato una spalla chiama un medico qualcuno!”
      “Cazzo Giacomo non m’ero accorto fa vedere … Minchia ci vogliono i punti. La Morgese! La Morgese va a chiamare il medico e l’ambulanza l’avvocato è ferito. Sbrigati, vola!” disse Caravita rivolto all’appuntato.
      “Dico, cazzo, vedi che mi aggredisce, Cristo, intervieni prima no? Ah no hai ragione era meglio vedere se era così cattivo come ti dicevo!”
      “Giacomo che ti devo dire siamo intervenuti come hai detto tu appena fosse stata chiara l’intenzione di uccidere. Sei tu l’avvocato mica io. Intanto vediamo se hai ragione” disse Caravita prendendo un asciugamano per pulire la faccia dell’aggressore. Caravita tolse lentamente la parrucca, il naso finto, le sopracciglia di pezza e il cerone dalla faccia del clown. Qualche goccia di sangue aveva raggiunto la punta dei mocassini bianchi con la fibbia d’argento indossati dal pagliaccio. Giacomo li fissava attonito.
      “Minchia è lui!”
      “E’ morto?” chiese Giacomo.
      “No lo stronzo respira. Così adesso mi tocca anche accompagnarlo in Ospedale. Come hai detto che si chiama sto’ figlio di puttana”.
      “Sergio. Che tirasse coca l’avevo capito subito ma non credevo che la spacciasse dentro il villaggio, comprandola addirittura con i soldi dei ragazzi” disse Giacomo dolorante. “Stefano l’aveva capito e minacciava di dirlo in giro.”
      “Adesso ce lo racconterà lui come aveva fatto Stefano a capirlo.”
      “Non c’è bisogno. Stefano si scopava anche la tettona compagna di stanza della Cassiera, la Valerie. E’ lei che glielo deve aver fatto capire.”
      “Poi dicono che non sono loro a fare i coperchi” soggiunse Caravita sorridendo.
      Dopo qualche minuto arrivò il medico del villaggio, mentre l’ambulanza portava via l’assassino con l’ossigeno, ancora in stato di incoscienza. Il medico osservò la ferita e poi ordinò il ricovero anche per Giacomo che aveva perso troppo sangue.
      In ambulanza, intontito dai sedativi, si mise a ricordare le sue esperienze sanitarie, rare per la verità, e per lo più legate ai suoi vagabondaggi cittadini in motorino.
      Poi, invece, decise di abbandonarsi al niente, a fermare il mondo.
      Giunto all’ospedale di XXX fu preso in consegna da due giovani portantini che lo accolsero come l’eroe della situazione. “Minchia avvocato l’ha preso lei? Complimenti era grosso!”.
      “Si beh non è andata proprio così comunque” diceva Giacomo completamente stordito.
      Poi fu il turno del medico di guardia.
      “Avvocato bravo! Dicono che l’avete acchiappato voi. E vero?”.
      “Si … No … Senta mi deve mettere dei punti? Ecco allora sia bravo lo faccia perché io adesso riesco solo a pensare a questo.”
      “Tranquillo non sentirà nulla Che facciamo? La facciamo una piccola anestesia così non sente niente?”
      “Veda lei che è il medico tra i due”.
      Dopo una sutura senza anestesia fu portato in una stanza a tre letti. Alessia era lì.
      “Ehi hai visto che l’ho preso!” disse Giacomo col sorriso più grande che poteva. Alessia aveva le lacrime agli occhi.
      “Si ma ci stavi per rimettere la pelle!” disse lei urlando.
      “Ohi che succede? Sono qui guarda sto bene!” disse Giacomo quasi scusandosi.
      Alessia rimase zitta, guardando altrove, mentre si asciugava gli occhi e il naso.
      “Non c’era nessun magazziniere da incontrare, né un salvagente mancante al villaggio di XXX vero?” disse dopo qualche secondo Alessia.
      “Vero” disse Giacomo più tranquillo.
      “E tu lo sapevi da giorni che era stato il capo villaggio vero?”.
      “Vero.”
      “Già ma alla scema non hai detto nulla giusto? Sono troppo scema vero? Troppo ragazzina giusto?”
      “Alessia non potevo farti rischiare. Credimi. Era l’unico modo per stanarlo, la cocaina che trattava con i suoi amici tunisini non l’avremmo mai trovata e così in carcere non ci sarebbe mai andato. Avevi già rischiato sin troppo quando siamo entrati nell’ufficio della Cassa. E come vedi avevo ragione a tenerti il più lontano possibile dai pericoli. Dai vieni qui”. Alessia si avvicinò lentamente.
      “Io resterò qui in osservazione per quarantotto ore. Poi devo tornare a Roma. Tanto con la spalla ridotta così di fare lezione non se ne parla” continuò Giacomo.
      “E allora? Che mi vuoi dire?”
      “Nulla di particolare. E’ solo che debbo rientrare.”
      “Ah è solo questo? O in realtà vuoi dirmi che non ci vedremo più? Che devi tornare alla tua città, alle tue storie e che nella tua vita di impegni, lavoro non c’è posto per una ragazzina?”
      “Ora sei tu ad aggredire senza motivo” disse Giacomo pallido.
      “Non c’è bisogno di fare tanti preamboli o sciupare il tuo talento recitativo, a me va bene così” continuò Alessia “Anche per me questa non è la prima stagione al villaggio, conosco queste cose. Però io adesso me ne vado. Perché mi viene da piangere e temo che siano lacrime sprecate”.
      Giacomo rimase senza parole, non avendone effettivamente. Potè solo osservare Alessia raccogliere la borsa e chiudere dietro di sé, lentamente, la porta.
      (continua)

    • Un'interferenza - Capitolo VIII
      Il giorno dopo, a lezione, Giacomo era distratto dai suoi pensieri. Ed era triste. I russi e la gran parte dei bambini del corso erano partiti. Si sentiva solo, quella mattina, come quando un amico partiva prima dalle vacanze, oppure si fidanzava.
      Decise allora di rimanere attaccato a quelle strane indagini che stava svolgendo, senza lasciarsi andare, cercando di farne qualcosa di perfetto in sé, di completo, facendo tutto quello che era necessario fare. Ma che cosa? Questo era il punto.
      Nella rosa dei possibili assassini ora era entrato anche il suo Alì che, in verità, benché dotato di uno sguardo poco rassicurante, non aveva l’aria di essere uno che ammazzava.
      Eppure quel debito stonava molto in quella storia. Chi aveva avallato quel debito e perché? Chi era il vero ed unico tesoriere della Cassa? Guillaume forse? Il responsabile degli uffici e della Cassa? E poi c’erano i precedenti di Michele, che pure pesavano. Giacomo si chiedeva se lui avesse un buon alibi, ma aveva la sensazione che sul punto avrebbe presto avuto notizie direttamente da Caravita. Al termine della lezione cercò di rubare ad Alì qualche informazione.
      “Ca va Alì?”
      “Tutto bene amico e tu?”
      “Abbastanza bene. I bambini nuovi sono tutti più bravi” disse Giacomo mentre si asciugava il volto con un asciugamano.
      “E’ vero. Ma sono anche di più. La prossima settimana sarà dura sai?” rispose Alì mentre tirava indietro la testa, come per cercare il massimo relax.
      “Hai ragione. Speriamo che arrivi qualcun altro a darci una mano”.
      “Ho fatto la domanda a Milano. Speriamo bene”
      “Alì, solo una curiosità. Stefano prima di Alessia con chi stava?” chiese Giacomo cercando di simulare un fare distratto.
      “Vuoi dire femmine?”
      “Si esatto.”
      “Perché?”
      “Beh … Così”
      “Credo che stesse con la tettona … Quella che lavora alla boutique … Giovanna”
      “Govanna la compagna di stanza di Valerie, la cassiera?”
      “Bravo! Quella.”
      “Ah. Interessante.”
      “Che ti piace quella?” chiese Alì con un mezzo sorriso sulla bocca.
      “Indicibilmente. Io vado a mangiare ci vediamo nel pomeriggio” rispose Giacomo alzandosi dalla sedia di plastica.
      “OK a più tardi”.
      Giacomo andò direttamente al ristorante. Cercò Alessia tra i tavoli e la trovò nella stanza dove alcuni ragazzi avevano organizzato un finto banchetto nell’antica Roma.
      “Ohi! Allora? Giacomo hai una faccia” disse lei guardandolo fisso.
      “Michele non ha un alibi ne sono sicuro”.
      “Perché? Come fai a saperlo glielo hai chiesto?”
      “No, ma se Stefano è stato ucciso alle sei del mattino è chiaro che, se anche i compagni di stanza lo avessero visto rientrare a dormire, di certo, dormendo, non potrebbero essersi accorti dell’ora in cui aveva lasciato la stanza di mattina. Basterà questo affinché Caravita se lo porti a Palermo”
      “E allora?”
      “Non lo so devo rifletterci. Vado. Anzi aspetta! Tu sapevi che Stefano prima di te era stato con Giovannona?”
      “Si lo sapevo. Beh?” chiese lievemente stizzita.
      “E con chi divide la stanza Giovannona?”
      “Con … Boh … Ah si con Valerie la cassiera!”
      “E brava l’amore mio!”
      “Vuoi dire che Stefano sapeva qualcosa tramite lei?” chiese Alessia socchiudendo gli occhi.
      “Credo proprio di si.” rispose Giacomo guardando altrove.
      “Dove ci vediamo stasera?” chiese Alessia ora in ansia.
      “Non … Non lo so … Ti cerco io.”
      “Giacomo fa attenzione.”
      “Questa è la classica battuta della moglie di Harrison Ford prima di affrontare i narcotrafficanti”.
      “Si ma tu non fare cazzate lo stesso”.
      Al bar i ragazzi avevano organizzato il quotidiano giochetto del caffè. Si trattava di centrare dei bicchieri con una pallina da ping pong, oppure infilare in un bicchiere una palla da golf. I più divertenti erano comunque quelli nei quali si prendeva di mira un cliente, ad esempio facendogli fare gol di testa con una pallina da ping pong, che dopo alcuni tentativi veniva segretamente scambiata con un uovo..
      Tra i più entusiasti spettatori del giochino spiccava Caravita che, in punta di piedi tra la folla, tentava di seguire il gioco.
      Dopo una iniziale forma di antipatia per il villaggio ora Caravita si stava ambientando benissimo, rivelandosi un semicliente molto soddisfatto.
      “Ciao Simone. Che c’è vuoi vincere il caffè?”
      “E’ carino guarda devi mettere la palla dentro… Capito? Aspetta voglio provare … Ehi .. Xavier! Io io!”
      Caravita col costume da bagno, le ciabattine e le lenti scure sugli occhiali era un capolavoro da non perdere.
      “Mannaggia … Aspetta … Guarda … Devi … Capito?”
      Era sempre stato atletico ma goffo e per nulla preciso. Inoltre subiva completamente il fascino dell’idiozia, come il caso della pallina da ping pong stava efficacemente dimostrando.
      “Dai Simone vieni via te lo offro io il caffè”
      “Un attimo … Aspetta … Cazzo! Va bene vengo” disse infine rinunciando deluso al suo giochetto.
      “Due caffè Philippe per cortesia. Sai che stai bene? Hai un bel colorito, la faccia distesa” disse Giacomo sorridendo.
      “E che male c’è? Co’ sta’ storia di mezzo ho spedito mia moglie a S. Marinella, da quell’altra rompicoglioni di mia madre. E che ti devo dire? Ho preso una cameretta in paese a quattro soldi e da qualche giorno me ne sto senza figlie e casini vari tra le scatole. Ho fatto male?”
      “No hai fatto benissimo. Ma della pista Michele che ne è?”.
      “L’ho interrogato stamattina. Stasera torna con me a Palermo”
      “Lo sapevo. Non ha alibi vero?”
      “Bravo avvocato. I compagni di stanza l’hanno visto tornare verso le due ma la mattina dopo non lo hanno trovato.”
      “Ma quelli erano ubriachi mentre Michele non beve, questo cambia un po’ la cosa che dici?”
      “No non molto perché i compagni erano svegli alle nove e lui non c’era.”
      “E dove dice che era?”
      “Dice che era al tiro con l’arco a preparare i bersagli per i tornei di fine corso, ma nessuno lo ha visto. Lo si rivede alle nove e 20 a fare colazione al ristorante”.
      “Ma la sua stanza è a cento metri dal tiro con l’arco. E’ possibile che abbia deciso di lavorare un po’ prima che aprisse il ristorante”.
      “Quel ragazzo lo voglio vedere sotto interrogatorio, e voglio vedere come mi reagisce.”
      “Certo è logico. Tanto un po’ di cella fa bene a tutti. Il povero Melandri intanto che fine ha fatto?”
      “Mamma mia Giacomo che palle che m’hai fatto! Io ho i miei metodi tu i tuoi. Comunque oggi mi faxano i risultati della perizia sul salvagente di Melandri.”
      “Ciao procuratore io me ne vado a nanna. Ci vediamo nel pomeriggio.”
      Giacomo tornò in camera, si stese e tentò di interrompere il suo dialogo interno, di fermare il flusso di pensieri. Dopo alcuni giorni tornava a sentirne il bisogno. Non sapeva perché ma in quel modo le sue batterie naturali si ricaricavano. Non di meno, dopo alcuni minuti sentì il bisogno di tornare alla sua solita caletta.
      Sulla stradina rovente tornò a pensare a quella vicenda con uno sguardo diverso, quasi di sbieco. Gli si manifestò l’indifferenza di quell’ambiente, delle persone, la capacità di una comunità di dimenticare e di non deviare il proprio percorso se non per pochi metri, salvo a tornare presto su una rotta che è fatta principalmente di abitudini mentali.
      Ne erano tutti colpevoli senza esserlo. Perché gli era ormai sufficientemente chiaro che la vita è percezione personale.
      La caletta era triste quel giorno ma bellissima. Giacomo si tuffò nuovamente in quell’acqua turchina che avrebbe dovuto dargli tutta la tranquillità che cercava in quel viaggio.
      Era riemersa anche quella incapacità nevrotica di rimanere troppo in uno stesso luogo. Dopo qualche minuto di sole Giacomo si alzò, si vestì e tornò al tennis. Era il giorno del cambio di clientela settimanale e le attività erano sospese.
      “Ciao Alì come stai.”
      “Abbastanza male amico.”
      “Che succede?”
      “Niente. Mio papà in Marocco non sta bene. Ma io adesso qui non posso lasciare. Speriamo che vada tutto bene” disse Alì con apparente sincerità.
      “Mi dispiace Alì non sapevo.”
      “Tutto a posto non c’è problema. Mi aiuti a rimettere a posto? Qui è tutto un casino palle, racchette, tutto in giro. Anzi facciamo un giro per i campi e cerchiamo un po’ di palle nei cespugli, altrimenti non finiamo la stagione.
      Lavorarono tutto il pomeriggio. Verso le cinque Giacomo cominciò ad agitarsi. La sua agitazione trovò conferma nell’arrivo di Caravita che con passo lento e sornione, in perfetta tenuta da turista, incedeva verso la club house.
      “Cazzo ma tu sei il magistrato inquirente! Puoi andare in giro come un bagnino?” disse Giacomo giocando la solita parte da Totò e Peppino.
      “Senti io c’ho caldo quindi dopo gli interrogatori mi vesto come minchia mi pare!” disse Caravita tamponandosi la fronte con un fazzoletto di carta.
      “Vabbè” soggiunse Giacomo ridendo tra sé e sé.
      “Dunque mi sono arrivati i risultati della Scientifica sul salvagente.”
      “Mh. E allora?”
      “E allora sangue della vittima non ce n’è, o meglio ci sono tracce di sangue ma chi sa di chi” disse Caravita con aria scocciata, come di chi non vorrebbe ammettere un mezzo fiasco.
      “Ma che vuol dire non sai di chi?”
      “Significa che non lo so. Non è della vittima, non è del Melandri e quindi sarà di qualcuno che ci si era fatto male in precedenza. Inoltre le impronte del Melandri sono poche, troppo poche. Insomma io lo rilascio.”
      “Genio della lampada ci sei arrivato!”.
      (continua)

    • Un'interferenza - Capitolo VII
      Quando udì i colpi alla porta Giacomo ebbe un sussulto.
      “Minchia Giacomo sveglia sono le sette!” urlò Caravita da dietro alla porta.
      “Sei pazzo? Dì la verità sei pazzo Caravita? Sono le sette che cazzo mi svegli alle sette?”
      “Dai Giacomo non rompere apri!”
      Giacomo si vestì rapidamente e barcollando aprì la porta al suo amico magistrato.
      “Che c’è Simone? Hai arrestato qualche altro povero Cristo?”
      “No.”
      “E allora che notizie porti a quest’ora?”
      “Il Melandri si dichiara innocente ma io non escludo, invece, che in qualche modo sia coinvolto. Ritengo di avere sufficienti prove indiziarie.”
      “Tu sei pazzo. E’ chiaro come il sole che quel tipo non c’entra nulla. Non avrebbe potuto, in alcun modo, condurre la barca in mare aperto con un morto dentro, non ne era capace!”.
      “Questo si vedrà. Intanto abbiamo appurato che quella sera marito e moglie non hanno avuto solo una lite bensì uno scontro violento. Abbiamo i testimoni la coppia della stanza accanto a quella dei Melandri che hanno sentito la lite. La moglie, inoltre, aveva ematomi su tutto il corpo. Lei ha dormito dagli amici e lui, quella sera, non è tornato in stanza”.
      “E che prove sarebbero queste? Perchè lui non ha un alibi?”.
      “Lui dice di aver dormito in spiaggia e che neanche il bagnino, la mattina seguente, lo ha notato. Di lui si hanno notizie solo alle otto e trenta, quando si reca al ristorante per la colazione”.
      “E l’arma del delitto?”.
      “Non c’è ma la troveremo. La scientifica ritiene che si tratti di una spranga di metallo o comunque di un oggetto con quelle caratteristiche”.
      “Tu sai che figura faresti se uscisse fuori che non si tratta di lui. Non puoi spicciarti di questa vicenda in questo modo! Dammi tempo, io credo di aver individuato una strada” disse Giacomo concitatamente.
      “Ah bene ora mi sottrai delle prove! Guarda Giacomo che se hai qualcosa e non me ne parli io poi mi incazzo sul serio. Minchia ma come cazzo fai a dormire in una stalla del genere!”.
      “Si tratta solo di pensieri. Mie personalissime deduzioni”.
      “Spero che sia così Giacomo perchè io contrariamente a te qui non mi diverto” disse Caravita minaccioso “Si tratta per caso di qualcosa che ha a che fare con quel ragazzo ... Come si chiama? ... Michele, che fa il tiro delle frecce?” aggiunse poi Caravita sospettoso.
      “No ... No ... Il tiro con l’arco non c’entra. Chi ti ha parlato di Michele?”.
      “L’arabo ... Alì”.
      “Ah ... dimmi piuttosto! Gli esami della Scientifica sul salvagente che esito hanno avuto.”
      “Nessuno perchè non sono ancora pronti”.
      “Allora non ci resta che attendere”
      “Ciao avvocato! Buon tennis”.
      “Ciao Simone”.
      Giacomo sentiva di nuovo l’ansia nel cervello. Non c’era più molto tempo. Era sicuro che l’esame del salvagente avrebbe dato esito negativo e che Caravita, in mancanza di meglio, avrebbe cominciato ad aggredire Michele e, dunque, Alessia. Voleva a tutti i costi risparmiarle un inutile stress, ed era deciso a fare il possibile per trovare una soluzione ben prima. Si vestì in fretta e corse al tennis.
      Lì trovò Alì come al solito mattiniero, che trangugiava una grande tazza di yoghurt e miele.
      “Ca va?”
      “Et toi?”.
      “Pare che la polizia stia verificando la situazione di Michele” disse Giacomo con fare distratto.
      “Davvero? Non sapevo”.
      “Secondo te perchè Michele? Che movente poteva avere?”.
      “Non so proprio amico! E neanche mi interessa molto”.
      “Ma la polizia ti ha chiesto niente a te?”.
      “E perchè la polizia mi avrebbe dovuto chiedere qualcosa?”.
      “Così... Ha interrogato un pò tutti qui” replicò Giacomo per sminuire l’irruenza delle sue domande.
      “No. Nessuno mi ha chiesto niente. Si vede che qualcuno gli ha detto che quei due si erano già presi a botte”.
      “Ah! Non lo sapevo. Stefano e Michele si erano picchiati?”.
      “Si un paio di mesi fa. C’era di mezzo quella ragazzina … Come si chiama?”.
      “Alessia?”.
      “Si bravo. Stefano se la faceva e Michele una sera che era ubriaco gli è andato a rompere le palle per litigare.”
      “E come è andata a finire?”
      “Che a Michele gli hanno dovuto ricucire lo zigomo destro”.
      “E dopo di questo?”
      “Che io sappia nulla. Sembrava una cosa chiusa”
      “Ho capito. E’ tardi andiamo a fare lezione?” chiese Giacomo per interrompere il dialogo.
      “Alè on va!” rispose Alì alzandosi pigramente dalla sedia sdraio.
      Giacomo fece lezione continuando a pensare a quei nuovi fatti. Riteneva improbabile che Michele potesse essere l’assassino. Non avrebbe avuto senso attendere tanto tempo per consumare un delitto del genere. Michele non sembrava, peraltro, tipo da nutrire amori così intensi da uccidere il suo rivale. Per Michele il villaggio offriva facili ricambi.
      Ma, certamente, qualcuno poteva aver ritenuto di sfruttare anche quella vecchia ruggine per sviare ulteriormente le indagini.
      Jane a lezione, lo seguiva sempre attenta, sobria, e Giacomo le dedicava sempre maggior attenzione rispetto agli altri.
      Era, chiaramente, una ex atleta, e sfruttava le limitate risorse tecniche dei maestri del club con grande serietà. Alla fine della lezione chiacchierarono a lungo. Jane era una insegnante di fisica, ad Oxford, era ricca ed amava l’Italia.
      “Che cosa ti piace così tanto dell’Italia?” chiese lui durante una pausa di gioco.
      “Perché pensi che l’Italia mi piaccia moltissimo?” chiese lei sorpresa.
      “Perché ci vieni in vacanza e perché parli un ottimo italiano”.
      “E’ vero io adoro l’Italia, ma adoro anche lo sport e questi villaggi sono l’unica soluzione per conciliare l’Italia con la mia voglia di giocare a tennis.”
      “E poi c’è la cultura italiana …” soggiunse Giacomo per provocarla.
      “Certo. Poi c’è la cultura, ma questa è una motivazione che condivido con il mio lato razionale, mentre sul puro piano emotivo, al primo posto non metterei la cultura.”
      “So che cosa metteresti” disse Giacomo approfittando dei momenti che lei impiegava per usare le parole giuste.
      “Ah si? Sai leggermi nel pensiero?”
      “Io penso che tu venga in Italia per la sua freschezza e per il culto della leggerezza che da qualche parte ancora si trova, ma temo che anche questo appartenga alla cultura italiana”.
      Jane lo guardò con i suoi splendidi occhi azzurri e dopo qualche istante scoppiò a ridere.
      “Io credo che tu abbia perfettamente ragione e non riesco a capire come hai fatto a indovinare!” disse ridendo e scotendo la testa.
      “Infatti non l’ho indovinato” disse Giacomo sorridendo.
      Jane lo confondeva. Aveva paura che, in qualche modo, la sua vicinanza potesse distrarlo da Alessia e dai momenti belli che con lei aveva trascorso. Ma sapeva anche che Alessia era speciale, perché aveva la capacità di tenerlo a sé semplicemente mostrandosi, guardandolo. Era una forma di magnetismo al quale lui si abbandonava docilmente.
      Non aveva fame e non sarebbe andato al ristorante. Aveva ancora bisogno di riflettere. Decise di andare alla caletta di ponente per ricostruire, in pace, la situazione. Si tuffò in acqua e si sdraiò al sole. Si sentiva vicino ad una soluzione ma ancora non riusciva a capire chi potesse avere accesso ai soldi della cassa.
      Si doveva trattare certamente di qualcuno dello staff, che poteva maneggiare i soldi. Ma chi? Era chiaro che doveva esaminare la contabilità della cassa e tutta la documentazione attestante i movimenti delle somme in deposito.
      In realtà, non c’era alcun modo di entrare nel bureau della cassa di giorno, solo di notte avrebbe potuto vedere qualcosa, sempre che fosse possibile forzare la porta.
      Era il suo pomeriggio libero e decise di dedicarlo alla ricerca del modo di forzare la porta del bureau. Sapeva che una delle compagne di stanza di Alessia possedeva una copia delle chiavi dell’ufficio della cassa e che poteva sfruttare l’opportunità di trarre un calco della chiave.
      Si rivestì rapidamente e corse al centro commerciale, proprio dietro il ristorante. Entrò nella boutique e chiese delle candele. Poi si ricordò che la giovanottona che lo serviva doveva certamente essere Giovanna, la compagna di stanza di Alessia.
      “Ciao. Sei Giovanna?”.
      “Si perchè?” disse lei con tono annoiato.
      “No ... Niente ... Ieri ho visto la tua stanza”.
      “Che culo!” disse lei guardandolo fisso e senza espressione.
      “E’ un po’ incasinata ma non è male” disse Giacomo nel tentativo di rompere il ghiaccio.
      “Che c’è ti senti solo?”
      “Ah Ah! No scusami è che io conosco Alessia e allora … Si faceva per parlare …”
      “Ah” disse lei con lo sguardo vuoto
      “Fai uso di crack per caso?” chiese Giacomo sorridendo.
      “Non ho capito. Che hai detto?”.
      “Nulla ... Nulla stavo scherzando. Senti io avrei bisogno di una candela. Ne avete?”.
      “Non le abbiamo le candele. Ho una torcia elettrica ... Fa lo stesso?”.
      “Ok! Mi arrendo. Grazie di tutto Giovanna. Ci vediamo”.
      “Sei mica normale tennis! Comunque se vai in magazzino le trovi” disse lei pigramente.
      Giacomo salutò di corsa e volò in magazzino. Arrivato al magazzino prelevò le candele e corse diretto da Alessia. La trovò in piscina che stava arbitrando una indegna partita di pallanuoto padri contro figli.
      “Quali sono i figli?”
      “No guarda c’è poco da ridere” disse lei annoiata, poi improvvisamente soffiò nel fischietto assordando Giacomo.
      “Ale ho bisogno di te” disse lui tentando di sottrarla all’arbitraggio.
      “Lo so. Ma cosa sono questi impeti romantici a metà pomeriggio?” chiese lei divertita.
      “No ... No … Attenzione … Ora mi devi ascoltare con un minimo di attenzione. Tu conosci Valerie la tipa della Cassa?”
      “Si la conosco è compagna di stanza di Annalisa la mia amica dell’aerobica”.
      “Bene. Ho bisogno di prendere l’impronta della chiave della Cassa”.
      “Oddio! E come faccio?”.
      “Tu vai a trovare la tua amica Teresa in camera, mentre la Valerie, per esempio si sta facendo la doccia. Prendi le chiavi e ne fai un calco sulla tavola di cera che io ti procurerò”.
      “Va bene ... Ho capito ... Domani penso di riuscirci”.
      “Devi riuscirci Ale, altrimenti temo che le cose si complichino. Per tutti, anche per Michele.
      “Michele? Che c’entra Michele ora?”
      “Forse dipende dal fatto che non sono l’unico Sherlock che si aggira per il villaggio. Pare che girino dei poliziotti anche, non so se te ne sei accorta.”
      “Hai parlato con Caravita vero?”
      “Si”
      “Fantastico” disse Alessia scotendo la testa.
      “Ci vediamo questa sera alle undici davanti alla tua camera”.
      Giacomo le accarezzò il viso sorridendo poi scappò via.
      Tornato in camera squagliò la cera ed approntò il suo calco per la chiave che, sebbene rudimentale, sembrava assolvere alla funzione richiesta. Era nervoso. Sapeva che introdursi negli uffici della cassa poteva essere pericoloso, soprattutto perchè per il villaggio girava qualcuno con una spranga di metallo pronto a spaccare la testa di chiunque avesse avuto intenzione di ficcare il naso in faccende che non lo riguardavano. Ciò che del resto doveva ritenersi che fosse successo anche a Stefano.
      Al tennis era il giorno dell’addio ai russi. Li coinvolse in un acerrimo torneo dal quale uscì vincitore Dimitri, il quale bagnò la vittoria immergendosi nella tequila che Giacomo aveva preparato. La commemorazione, come era prevedibile si concluse con una sonora ubriacatura, dalla quale Giacomo si riparò a stento. Poi ci furono gli abbracci e i saluti. Sapeva che non li avrebbe più rivisti ed era pronto a confezionarne il ricordo.
      A cena raccolse per il ristorante ogni tipo di vivanda che provvide a lasciare nel piatto. In realtà tutti i suoi pensieri erano per Alessia e la sua missione. La vide entrare dall’entrata principale. Si vedeva chiaramente che era emozionata ed incoscientemente divertita.
      “Allora?” chiese Giacomo ansioso.
      “Fatto” rispose Alessia con un sorriso a metà tra la sfida e la soddisfazione.
      “Fammi vedere”. Alessia estrasse il calco di cera e lo porse a Giacomo che prese ad esaminarlo sotto il tavolo.
      “Cucciola sei stata brava è perfetto!” disse Giacomo guardandola di traverso “Ti comincia ad intrigare la cosa eh?.
      “Un po’” disse lei timidamente.
      “Domani mattina prendo una mezza giornata libera. Andrò in paese e farò la copia. Questo significa che domani sera entrerò negli uffici della Cassa.”
      “Entriamo vorrai dire?” disse lei guardandolo fisso.
      “Non se ne parla neanche, vado io e basta!”
      “Ma neanche per idea! Il calco l’ho fatto io ed io vengo con te!”
      “Adesso non c’è tempo di discutere. Ci vediamo al bar” disse Giacomo alzandosi da tavola. Alessia lo guardava stizzita e al tempo stesso innamorata. Giacomo fece qualche passo poi serissimo tornò indietro per baciarla.
      Il giorno dopo si svegliò molto presto per non dare nell’occhio. Salì la stradina sinuosa che si inerpicava sulla collinetta che dominava il piccolo golfo di XXX. Era caldissimo e le cicale avevano cominciato a cantare non appena il sole era spuntato. L’aria era pervasa da un intenso odore di mughetto e di lavanda che crescevano abbondanti su tutta la collinetta. Gli tornò in mente la strada che faceva da ragazzo quando era in vacanza in Jugoslavia. Per raggiungere la fortezza che dominava il paesino dall’alto di una montagnetta simile si percorreva una stradina sinuosa, che si arrampicava ripida attraversano la macchia mediterranea.
      La ricordava come se tutto fosse successo pochi anni prima. Pensò immediatamente agli amici dispersi che non aveva più visto, alle loro facce, ai costumi variopinti che andavano di moda quell’anno. Ripensò alle colazioni fatte nei baretti del paesino disquisendo sulla gastronomia di stile socialista, sui gelati senza colore, sul caffè acquoso. Aveva ancora nelle orecchie le battute e le risate che si facevano di notte, salendo per quella stradina, per raggiungere proprio la fortezza che ospitava l’unica discoteca dell’isola.
      Ebbe subito di fronte il viso delle ragazze di quell’estate e si chiedeva dove fossero finite, che cos’era successo con la guerra, che paese era ora diventato la Jugoslavia.
      Ricordava quelle notti libere e felici con la bottiglia di birra in mano, arrancando per la salita smaniosi di raggiungere la discoteca. Le mani delle ragazze bolognesi che incontrò sull’isola, simpatiche e sensuali. Non ne aveva avuto più alcuna notizia mentre, invece, il loro ricordo era ancora vivo e nostalgico.
      Si ricordò delle avventure sessuali di Stefano, in aperta campagna, e rise fra sé e sé di quel periodo bello e perduto. Sentiva che la sua vita, in qualche modo, doveva cambiare. Ma non aveva alcuna idea di cosa fare.
      Arrivato in cima aspettò pazientemente che passasse il pullman per il paese, che sopraggiunse dopo pochi minuti. Il caldo cresceva lentamente ed inesorabilmente e Giacomo cominciava ad avere paura che il calco si potesse rovinare, trovandosi, pertanto, costretto a soffiarci sopra, di quando in quando.
      Il pullman fermò nella piazza principale del paese di fronte alla stazione. Scese dal pullman stordito dal caldo della canicola. Le cicale, tra i pini e le palme che arredavano la piazza, cantavano senza sosta e il paese era quasi deserto.
      Tentò di orientarsi in quel paesino che aveva visitato solo di notte e chiese informazioni sull’ubicazione di un negozio di ferramenta. Il negozio si trovava dietro la piazza, proprio dietro la chiesa. Era una botteguccia buia, piena di scaffali polverosi, di pacchi imballati, di odore di colla. Entrò esitante.
      “C’è nessuno?” chiese cercando di individuare una presenza umana.
      Da una porticina sbucò un tipo grasso, pelato e rubizzo in volto con un grembiale di cuoio alla vita. Il Ferramenta. Questi lo soppesò con lo sguardo poi rispose al saluto.
      “Mi dica.”
      “Buongiorno sono del club. Ho perso le chiavi della rimessa degli attrezzi da giardinaggio, potrebbe farmi una copia da questo calco?”.
      Il ferramenta squadrò Giacomo da dietro gli occhiali da presbite, tenuti in punta di naso, e dopo qualche istante chiese “E come mai avete un calco? Perché non avete portato un altro originale?”
      “Ah … Beh … L’altra chiave non si trova … Così abbiamo fatto un calco” rispose Giacomo incerto. Il tipo prese il calco e cominciò ad osservarlo da tutti i lati”
      “Perché non è venuto Peppino? Lei chi è?”
      “Peppino?” chiese Giacomo in evidente imbarazzo.
      “Peppino il custode” insistette il tipo guardandolo di sottecchi.
      Giacomo realizzò di essere stato avventato, e che l’aver citato il villaggio era stata un’imprudenza, ma era troppo tardi. Dopo qualche istante di esitazione Giacomo prelevò dalla tasca centomila lire e le porse, unitamente al calco, al ferramenta.
      “Peppino non poteva.” Disse in tono secco.
      Il tipo lo squadrò di nuovo. Prese il calco e riprese ad osservarlo attentamente, mentre infilava i soldi nel marsupio del grembiale.
      “Uhm … Non posso garantirle che la chiave aprirà. La cera si è ammollata … Lo sa basta un millimetro” soggiunse il ferramenta guatando da dietro gli occhiali.
      “Beh lei provi!” disse Giacomo con un sorriso affabile.
      “Ripassi stasera e vediamo che succede”.
      “Ne ho bisogno nel pomeriggio”. Altra pausa. Altre cinquantamila lire.
      “Vada al bar allora, qui, all’angolo, di fronte alla chiesa e si prenda una bella granita da Alfio, gli dica che la manda Nino. Fra un’ora le do la chiave.”
      Giacomo era contento di poter restare in paese per qualche ora. Aveva bisogno di modificare i suoi groppi ansiosi per poter ripercorrere la vicenda con più distacco, ed aggirarsi in un paesino che non conosceva era forse la cosa migliore. Passeggiando per il paese cercava di mettere insieme gli elementi della vicenda.
      Aveva una vittima, in apparenza senza nemici, uccisa secondo modalità che indurrebbero a ritenere che l’assassino aveva dei complici. Aveva dei possibili moventi e, dunque, dei sospettati. Ma nessuno dei sospettati poteva essere l’assassino. Aveva un’incognita: la cassa e le attività misteriose che ad essa si ricollegavano. Ma a cosa poteva servire l’accesso alla cassa? Chi utilizzava quel denaro e a quale scopo? E perché Stefano ne era andato di mezzo? Qual era il ruolo di Alì che, sicuramente, sapeva molte più cose di quanto dava ad intendere? Non c’erano dubbi. La visita negli uffici della cassa era assolutamente necessaria, era l’unico modo per fare un minimo di chiarezza, prima che Caravita si incattivisse sugli elementi offerti dai depistatori.
      Entrò nel baretto di Alfio ed ordinò la famosa granita. Sui tavoli i giornali abbandonati gli ricordarono che fuori da quel microcosmo la vita continuava a scorrere come sempre, secondo i riti di una società in cui tutti, ormai sempre più nettamente, fanno tutto insieme ed allo stesso momento.
      La visione dei giornali lo riportò per alcuni istanti alla realtà di sempre, ed improvvisamente i fatti del villaggio, tutti, compresa Alessia, gli apparvero come un sogno strano, forse il più strano di tutti. Ma forse anche il più bello.
      La granita, inutile dirlo, era deliziosa e la consumò lentamente tentando di cogliere le chiacchiere degli astanti.
      “L’hanno accoppato, non si trattò di incidente” diceva un vecchio con tanto di coppola sulla testa.
      “Ma non dire minchiate!” ribatteva il suo interlocutore dai tratti altrettanto cinematografici.
      “Ma si me lo ha detto mia cognata! Deve essere stato qualche minchia di extracomunitario. Quelli trafficano al villaggio pure d’inverno con quei mosconi!”
      “A mia non me sembra possibile. Quello da solo si fece male” ribatteva l’altro esalando ampie boccate di fumo.
      “A mia chidda gente non me piace. E la polizia d’inverno un giro al villaggio ce lo fa sempre. Come te lo spieghi?”
      “Ma che minchia c’entra. Quella è la guardia costiera che controlla gli sbarchi di clandestini.”
      “Ma quali clandestini? Qua clandestini non ne sbarcano mai. Non c’è attracco!”
      Giacomo ascoltò la conversazione tra i due colpito dalle notizie circa gli strani traffici invernali nel villaggio. Sapeva che non avrebbe potuto fare maggiori domande, ma era certo di aver colto un elemento in più.
      Tornò dal ferramenta eccitato. Si sentiva vicino ad un percorso.
      “Eccomi. E’ pronta?”
      Il ferramenta si pulì una mano sul vecchio grembiale di pelle, mentre controllava da vicino il lavoro fatto, girando e rigirando la chiave da un lato all’altro. Poi, finito l‘esame, gli consegnò la chiave in silenzio, guardandolo di nuovo da sopra gli occhiali.
      “Aprirà?” chiese Giacomo simulando una sicurezza apparente.
      “Dovrebbe” aggiunse laconico il ferramenta che continuava a fissarlo. “Tanto se ci sono dei problemi Peppino tornerà. Non si preoccupi” aggiunse il tipo ironicamente minaccioso.
      “Certo. Peppino se mai ripasserà. La ringrazio”.
      “Si immagini.”
      Giacomo era ora veramente preoccupato. Non aveva idea di quanto tempo sarebbe passato fino al momento in cui il custode sarebbe passato dal ferramenta, ed era sicuro che questi gli avrebbe parlato della chiave. Doveva assolutamente agire quella notte stessa senza perdere tempo.
      Il caldo era spietato e sull’autobus mancava completamente il fiato. A ciò si aggiungeva l’ansia della situazione. Egli cominciava a pensare che forse le sue indagini erano divenute pericolose, e che quella sua tecnica di caccia esigeva una freddezza di cui lui ancora non disponeva.
      Eppure sognava quel nome. Anzi aveva tentato di sognarlo veramente. Si ricordò, infatti, di essersi sforzato in sogno, cercando di fissare le sue mani, di dargli un nome, un volto. Si trovava nei pressi del piazzale del Gianicolo mentre passeggiava lungo la salita del viale alberato. A un certo punto aveva avuto la sensazione che l’assassino si trovasse a passeggiare alla sua destra, accanto a lui. Ne vedeva, con la coda dell’occhio, i piedi che, a passi veloci, lo sopravanzavano, e i mocassini bianchi con la fibbia d’argento che indossava ma null’altro. Si ricordava di essersi sforzato di vederlo, ma il ricordo si fermava ad un paio di pantaloni chiari.
      Arrivato al villaggio andò direttamente al bar per bere. Lì trovò Alessia con i bambini che aveva da poco finito la lezione.
      “Beh?” chiese lei con lo sguardo ansioso. Giacomo estrasse la chiave dalla tasca e la mostrò sorridendo. Alessia scoppiò a ridere e gli saltò al collo per baciarlo.
      “Alessia dobbiamo entrare stasera o mai più. Il ferramenta ha intuito qualcosa e prima o poi ne parlerà con Peppino il custode. Sei di spettacolo stasera?”.
      “Sono Pocahontas”.
      “Va bene, ti aspetto fuori della costumeria alle due” disse Giacomo continuando a fissare quegli occhi dolci e verdissimi che sembravano cercare solo lui.
      Alessia tornò ai bambini e Giacomo in camera. Aveva sonno, troppo sonno.
      Il sonno era tornato ad essere quello di città, leggero, nervoso con un sottofondo di pensieri che non riusciva ad eliminare. Lasciò la stanza nel primo pomeriggio diretto al tennis, voleva accertare chi sarebbe stato in giro dopo lo spettacolo. Ma mentre attraversava la grande piscina sulla quale affacciava il bar si sentì chiamare.
      “Giacomo! Giacomoooo!” gridava Caravita in maniche di camicia. “Minchia per rincorrerti mi farai venire un infarto!”
      “Ciao Simone che c’è?”.
      “Sei sempre affettuoso con me ecco perché non riesco a volerti male” disse Caravita ansimando per la corsa
      “Simone vado di fretta. Avanti dimmi! Tanto lo so che c’è qualche novità.”
      “Ho fatto tiro con l’arco stamattina. Ma sai che non è per niente facile?”
      “Che bravo. Vuoi fare lo spettacolo dei clienti? Perché se vuoi ti scritturo io?”.
      “Sei un rompicoglioni. Va bene te lo dico che c’è. Lo conosci questo Michele del tiro con l’arco?”.
      “Certo che lo conosco è uno dell’equipe. E allora?”.
      “E lo sai che con Stefano si odiavano si?”
      “No … Non lo sapevo. E perché si odiavano?”
      “Pare che la vittima gli avesse fregato la donna. Anche di questo non sai niente vero?”
      “Proprio così Simone non ne so niente sono qui da dieci giorni e non conosco tutti. E comunque? Cos’è un possibile movente?”
      “Beh io non escludo nulla. Anche perché il giovane Michele ha precedenti per rissa, aggressione e minacce per alcuni episodi allo stadio. Inoltre fa parte di una formazione di estrema destra milanese. La spranga credo che la sappia usare meglio delle frecce a mio avviso” aggiunse Caravita sorseggiando una lattina di aranciata amara.
      “Fantastico non sono in un villaggio turistico, sono a Rebibbia! Ma scusami! Non eri supersicuro della colpevolezza del cornuto romano?”
      “Melandri è in stato di fermo perché è un indiziato di reato. Questo non significa che io non possa seguire altre strade”.
      “Bene. Che pensi di fare?”
      “Intanto domani lo interrogo”.
      “Allora domani mi saprai dire”.
      “Giacomo calmati. Guarda che quello stronzo che ha ucciso è in giro. Non fare film. Stai tranquillo e se sai qualcosa dimmelo”.
      “Tranquillo lo farò”.
      Subito dopo cena Giacomo andò in magazzino a procurarsi dei guanti di gomma ed una torcia elettrica. Mise tutto in uno zainetto e si recò in costumeria.
      Dopo mezz’ora arrivò Alessia.
      “Sei pronta?”
      “Certo”
      “Ma Pocahontas non era indiana?”
      “Si!”
      “Bionda e con gli occhi verdi?”
      “Si ma la madre era svedese, faceva la P.R. alla Procter and Gamble e poi si è trovata bene con gli indiani ed è rimasta.”
      “Ah ho capito tutto torna! Allora andavamo?”
      “Si andavamo!”
      “E tu sei sicura di voler venire!”
      “A me sembra che tu non sia sicuro di voler andare!”
      “Va bene dai prima facciamo e meglio è!”
      Arrivati al bureau Giacomo lasciò Alessia di guardia sulla panchina nella piazzetta antistante.
      “Tu adesso stai buonina di guardia qui che io provo a vedere che succede” disse sottovoce Giacomo.
      “O.K. capo!”
      “E se vedi qualcuno cominci a tossire.”
      “O.K. Capo!”
      Il sudore gli colava sugli occhi con rivoli sempre più copiosi. Gli uffici erano in un punto del villaggio poco battuto di notte, ma il rischio che qualche passeggiatore solitario si avventurasse sin lì era alto. Introdusse la chiave lentamente e fu felice di constatare che, almeno un primo risultato, era stato raggiunto. Proprio mentre stava per tentare di girare la chiave dall’altra parte della porta si udì forte, dall’interno dell’ufficio, la voce di una donna che parlava ad un telefonino.
      La donna, a passi velocissimi, si avvicinava alla porta. Il ghiaccio alla testa gli salì nel volgere di frazioni di secondo e solo istintivamente riuscì a sfilare prontamente la chiave e a gettarsi nel fossatino che si trovava accanto alla porta di servizio. L’adrenalina improvvisa gli aveva bloccato le gambe e la lingua. Udì Alessia che tossiva dall’altro e non sapeva più se scoppiare a ridere o a piangere.
      “Bon … Ouais … Si … Je te rappelle plus tard.”
      Si trattava della tipa della Cassa che, per qualche strana ragione, aveva tirato tardi in ufficio, e se ne stava andando in camera solo in quel momento. Le tempie di Giacomo battevano come tamburi nella foresta ed era bagnato di sudore come uno straccio in lavatrice.
      Dopo qualche minuto udì Alessia che, sottovoce, gli chiedeva cosa era successo.
      “Tutto bene … Tutto a posto, tutto a posto!” rispose lui simulando tranquillità.
      Tornò ad infilare la chiave nella serratura e tentò di girare. Il risultato fu un illusorio “clic” cui non seguì l’apertura della porta.
      “Non apre!” disse Giacomo deluso, quasi affranto.
      “Avanti non essere negativo, insisti!” bisbigliava Alessia nella penombra.
      Giacomo afferrò la chiave con la mano più ladra che la sua fantasia era in grado di suggerirgli, e provò a lavorare su quel “clic”. Estrasse la chiave e ci alitò sopra.
      “Guarda che non è una biro è una chiave” disse ridendo Alessia che lo osservava da lontano.
      “Eppure fa” disse lui mentre reintroduceva la chiave nella serratura. Dopo un numero interminabile di clic inutili, improvvisamente, la serratura cedette e la porta si aprì.
      “Cazzo si è aperta!” disse Giacomo stupito.
      “Il mio Sherlock è un fico! Io l’avevo detto a tutte appena sei arrivato, altro che avvocato cacazzi!”. Giacomo diede uno sguardo in macchina.
      “Shhh … Piano che se no facciamo una brutta fine io e te”.
      Nell’ufficio c’era un odore strano, tipo guardiola di portiere più evoluta. Sugli scaffali era stata accatastata una serie di faldoni multicolore, e sulla scrivania regnava un computer carico di pupazzi e portafortuna, ma nessuna cassaforte.
      “Cazzo non me lo dire!”
      “Che succede?”
      “Se non c’è un registro ed è tutto sul computer siamo perduti perché non abbiamo la parola d’ordine per accedere al sistema.”
      “Minchia!”
      Giacomo accese il computer e, come previsto, apparve la maschera che gli chiedeva di inserire il nome dell’utente e la parola di accesso. Era annichilito.
      “Non posso neanche fare troppi tentativi. Dopo tre tentativi il sistema, di norma, si blocca e saremmo fregati.”
      “Dio mio, tutto questo casino per nulla” disse Alessia sprofondando nel divanetto di fronte alla scrivania.
      “Senti, qui sono tutti abbastanza lenti di cervello, proviamo e vedere se tante volte la parola chiave è in qualche cassetto, oppure insieme ai documenti per l’accesso ad Internet.”
      “O.K. ti aiuto” soggiunse Alessia sconsolata.
      Frugarono ovunque per circa un quarto d’ora, senza alcun risultato.
      “Ho provato due parole ma niente. La terza non la provo perché ho paura che si inchiodi tutto. Abbiamo fatto un buco nell’acqua” disse Giacomo afflitto.
      “Dai Sherlock è andata male. Andiamo via. Devi inventarti qualcos’altro”. Stavano per uscire quando Alessia rovesciò il cestino della carta che traboccava di fogli.
      “Minchia! Aspetta raccolgo io!”
      “Dai facciamo alla svelta Ale che sinora ci è andata di lusso!”
      “Cos’è questo? Dacci uno sguardo” disse Alessia porgendo a Giacomo una risma di carta stampata.
      Giacomo prese ad esaminare l’involto sotto la luce della lampada da tavolo.
      “Beh?” chiese Alessia dopo alcuni istanti di silenzio.
      “Nulla di importante hai solo trovato l’ultima stampata degli estratti conto! Ci sono tutti guarda! Manca la banca dove appoggiano i soldi e il cassiere, ma i movimenti ci sono tutti.
      “Ah ah! Caro Sherlock, Watson stavolta t’ha fregato!” gracchiava scherzando Alessia.
      “O.K.. Andiamo in camera.”
      Arrivati nella stanza di Alessia Giacomo esaminò a lungo i movimenti della Cassa.
      “Alessia questi soldi vengono utilizzati fuori del villaggio. Accanto al saldo di ciascuno ci sono sempre altri due numeri. Il primo, secondo me, indica la riserva in Cassa, e l’altro la riserva in Banca. Insomma il registro è tenuto in modo da sapere sempre cosa fare se qualcuno ritira i soldi nel giro di tre giorni. Il problema è che non si capisce a chi è intestato il conto corrente esterno. Anche qui sembrerebbe che ci sono due conti. Il primo deve essere quello del Club ma l’altro?”
      “Beh ma è normale che la Cassa debba sapere sempre l’entità della riserva, un ragazzo può essere licenziato, o essere costretto a partire per motivi di salute. E poi quello è un calcolo che fa il programma del computer automaticamente, a loro quello che interessa è il malloppo intero.”
      “Si ma ciò che è strano è che i soldi in Cassa sono dieci volte quelli in banca. Perché? E perché Alì ha uno scoperto di sessanta milioni mi chiedo.”
      “Non ne ho la minima idea. Abbiamo un altro indiziato?” disse Alessia assonnata.
      “Non lo so, ma sessanta milioni sono tanti per uno che guadagna un milione e duecentomila lire al mese.”
      “Giacomo si accorse che Alessia era distrutta.
      “Dormi con me?” le chiese Giacomo improvvisamente
      “No perché non mi vuoi più bene!”
      “Perché dici così?” chiese Giacomo stupito.
      “Certo. Dopo il sesso, nel letto ti impiccio, me ne sono accorta.”
      “Ma non è vero!” disse Giacomo dispiaciuto.
      “Siiii. L’altra notte mi hai lasciato le mani alle sei e mezza”.
      Scoppiarono a ridere.
      (continua)

    • Un'interferenza Capitolo VI
      L’aereo puntava in alto e Giacomo si sentiva schiacciato contro il sedile. Era come se stesse decollando, puntando dritto verso il cielo. Poi l’aereo tornò in equilibrio cominciando a cabrare e virare in mezzo a palazzi altissimi. Giacomo temeva che le ali prima o poi avrebbero toccato, distruggendo l’aereo. Ma non accadeva. L’aereo continuò a girare nel centro della città destreggiandosi tra palazzi, tetti, insegne pubblicitarie ed antenne. L’albergo, invece, era enorme. Nella sua stanza dormivano anche i colleghi di studio. Li aveva rincorsi dentro l’albergo prendendo uno strano ascensore che si elevava per decine di piani. Ma in breve si ritrovò di nuovo in stanza. Solo.
      Giacomo si svegliò di soprassalto sentendo una gran vociare di fronte alla sua stanza. Si vestì rapidamente ed uscì. La polizia stava perquisendo il villaggio.
      Per i vialetti del villaggio la gente parlava accesamente, in un viavai frenetico di poliziotti. Giacomo si aggirava incerto alla ricerca di Caravita. Capiva che si trattava di una sua iniziativa e intendeva chiarire la vicenda direttamente con lui. Davanti al bungalow più affollato incontrò Sergio.
      “E’ un casino enorme!” disse il capovillaggio con aria sconsolata.
      “Che cosa succede” gli chiese Giacomo.
      “Non lo so. Credo che stiano perquisendo il villaggio. Mi hanno consegnato questo” aggiunse Sergio porgendogli un foglio di carta. Si trattava di un mandato di perquisizione notificato quel giorno. Giacomo lesse il mandato.
      “Non ne sapevi nulla?” chiese poi rivolto a Sergio.
      “No nulla. So solo che con questo possiamo quasi ritenere chiusa la stagione. Ho parlato con Milano. Fra poco i giornali cominceranno a fare ancora più casino” disse attonito Sergio.
      Giacomo partì alla ricerca di Caravita. Lo cercò ovunque ed infine lo trovò al ristorante che sorseggiava una tazza di caffè americano.
      “Simone che succede?”
      “Avvocato colendissimo, vieni siediti. Sto facendo perquisire il villaggio, ma non tutte le stanze; solo magazzini, depositi e qualche bungalow.”
      “Geniale. E cosa cerchi?”
      “Qualsiasi cosa che mi possa aiutare. Per esempio un salvagente che manca”.
      “Chiaro. Dimmi un po' stai setacciando anche la stanza dei Melandri vero?”
      “Bravo. Ho saputo che la vittima aveva avuto una storia con la moglie di questo tipo. Meglio verificare, non si sa mai”.
      “Sono pronto a scommetterci che lo troverai!” disse Giacomo fissandolo.
      “Ah si? Meglio. Così chiudiamo il caso” disse Caravita trangugiando il suo caffè.
      “Non chiuderesti nulla. Sarebbe solo un indizio e non una prova. Qualcuno sta tentando di sviare le indagini non te ne sei accorto?”
      “Senti ma sempre questa tua vis polemica!. Fammi procedere poi discutiamo.”
      Giacomo aveva perso la pazienza girò le spalle e se ne andò. Non sapeva bene cosa fare. La tentazione principale era di smetterla, di fregarsene. Per chi stava impicciandosi di una faccenda non sua? Chi glielo faceva fare? Per dimostrare cosa? Il dubbio che si insinuava era che fosse per Alessia, e non lo sopportava.
      Era nevrosi, almeno così aveva catalogato quel sentimento insopportabile che riusciva fuori di continuo. Ma alla fine della catena di pensieri non poté fare a meno di constatare che Alessia gli mancava molto e che, alla fine, ogni sua iniziativa in quel villaggio aveva lei come punto di arrivo. O di partenza.
      Si diresse al tennis deciso, comunque, a mettere da parte ogni sua preoccupazione e a lasciare che le cose andassero come dovevano andare. Con i clienti fu però distratto, scostante, antipatico. Non riusciva a fermare la testa. Non gli riusciva di credere che la polizia e Caravita potessero cadere in uno sviamento così evidente, goffo.
      Ma soprattutto non riusciva a capire chi potesse avere ucciso Stefano e chi stesse ordendo quel raggiro.
      Di sicuro l’assassino si era mosso per qualcosa di grosso. Di certo non si era trattato di un delitto accidentale, dovuto ad una lite sfociata in tragedia. Era un delitto premeditato e studiato nei particolari, di cui gli sfuggivano completamente autore e movente.
      L’unico pensiero era uscire dalla vicenda e, se necessario, partire e mollare tutto.
      In fondo, gli amici del mare erano tutti nel solito vecchio paesino e quella, tutto sommato, sarebbe stata una soluzione da considerare.
      Alle cinque di sera cominciò a circolare la notizia del ritrovamento nella stanza di Alessandro Melandri del salvagente che mancava.
      Giacomo lasciò il tennis in cerca di Caravita, che trovò, insieme agli agenti della polizia giudiziaria, davanti ad uno degli ufficietti che lui aveva requisito per i primi interrogatori.
      “Dov’è?” chiese subito a Caravita
      “E’ dentro. Se vuoi puoi vederlo”
      “Lo hai arrestato?” chiese direttamente Giacomo.
      “No gli abbiamo offerto una settimana - premio alle Bahamas” rispose Caravita senza sollevare la testa dalle carte che stava riordinando.
      “Perfetto. Il caso è chiuso?”
      “No il caso non è chiuso, avvocato, ma gli indizi sono gravi ed ho deciso di trattenerlo. Anzi, se ti interessa c’è un cliente per te”.
      “Per la cronaca, questi indizi in cosa consisterebbero?” chiese Giacomo sempre più stizzito.
      “La mancanza di un alibi, la gelosia, il salvagente, i precedenti per rissa, aggressione e detenzione di cocaina”.
      “Fantastico. Ne hanno trovato uno perfetto. Lo interroghi a Palermo?”
      “Certo è in stato di fermo”.
      “Dov’era il salvagente?”
      “Nel doppio fondo della sua sacca per l’attrezzatura da immersioni”.
      “Ovviamente. Non ti è venuto in mente che l’assassino lo avrebbe distrutto piuttosto che conservarlo sotto il letto?”
      “Giacomo perchè non la pianti? Io ho trovato il salvagente come tu avevi detto. Ci sono le sue impronte dovunque. Ma perchè non lasci stare, dove vuoi arrivare? Sei stato utile ma adesso perchè non ti godi le vacanze. Ho motivo di credere che sia stato lui, quindi lasciami lavorare. Credimi è già tutto così pesante per me” aggiunse in tono querulo.
      “Fai come credi Simone, ma tu sai bene che non è la strada giusta e mi chiedo come ne uscirai una volta che ciò sarà evidente. Posso parlarci?”
      “Accomodati”
      Entrò nell’ufficietto mentre il Melandri, seduto in punta di sedia, stava dettando i propri dati all’agente, che verbalizzava.
      Melandri era un omaccione alto e grosso, con i capelli lunghi con taglio “alternativo”, una sgargiante maglietta da surf che evidenziava una pancia godereccia, un laccio di cuoio al collo con una pietra turchese, e ciabatte di gomma. Aveva uno sguardo perso e spaurito.
      All’ingresso di Giacomo si girò immediatamente, immaginando che Giacomo fosse l’ennesima autorità cui doveva render conto di quanto accaduto.
      “Buonasera” disse il tipo accennando ad alzarsi.
      “Stia stia. Per carità” lo fermò Giacomo. “Come sta?”
      “Ma … Dottò non lo so … Io nun capisco niente. Scusi lei chi è?” chiese il tipo chiaramente fuori di sé.
      “Stia tranquillo faccio l’avvocato. Volevo solo sapere come stava”.
      “Avvocà io nun so che sta’ a succede. Dice che c’avevo il salvagente de quello che è morto ma io non ne so niente! Io in barca me ce sento solo male. Sta’ settimana ce so’ salito solo na’ vorta pe’ fa contenta mi moje ma io a quello non lo conoscevo proprio”.
      “No … A me non deve dire nulla … Io non sono il suo avvocato. Ma le consiglio di trovarsene uno, ne avrà bisogno” disse Giacomo cercando di calmare il Melandri.
      “E da chi vado? Io non so dove mette le mani. Io so’ uno che lavora, stavo a fa’ le vacanze … Madonna mia!” disse il Melandri mettendosi le mani nei capelli in segno di disperazione.
      “Mi dia retta. Segua il magistrato a Palermo e appena in procura chiami questo numero. E’ un mio collega di Palermo che saprà come aiutarla. Intanto stia tranquillo. Sua moglie dov’è?”
      “Sta ai telefoni e annata a avvertì mi padre a Roma.”
      Giacomo aveva la netta impressione che quel tipo non avesse nulla a che fare con l’omicidio, glielo leggeva in faccia.
      “D’accordo. Stia bene”.
      “Grazie avvocà arivederci”.
      Giacomo uscì dall’ufficio stizzito.
      “Hai interrogato la moglie?” chiese Giacomo a Caravita.
      “Già fatto. Non ha alibi. Lei dopo la lite è andata a dormire da una coppia di amici e lo ha rivisto solo il giorno dopo al ristorante”.
      “Se fosse possibile, comunque, avrei piacere di vedere il salvagente. Solo un’occhiata” disse Giacomo a Caravita che discuteva con gli agenti della scientifica.
      “Ti devi sbrigare perchè la scientifica sta per portare tutto a Palermo”.
      “Dov’è ora?”
      “Nel furgone. Vai al parcheggio e chiedi al maresciallo Correddu di mostrartelo”.
      “D’accordo. Vado”. concluse Giacomo girando le spalle in fretta.
      “Facci vivere!” fece appena a tempo ad urlare Caravita mentre Giacomo era già sparito.
      Giacomo corse al parcheggio dove cercò subito Correddu.
      “Avvocato! Avvocato!” si sentì chiamare Giacomo non appena giunto sul posto “Da questa parte sono Correddu!”
      “Posso vedere il salvagente?”
      “Si avvocato è lì. Ma non tolga il cellophane che deve essere ancora esaminato in laboratorio” soggiunse Correddu col suo marcato accento sardo.
      Giacomo cominciò ad osservare il salvagente girandolo e soppesandolo in tutti i modi possibili.
      “Lo immaginavo” alla fine esordì.
      “Come?” chiese Correddu che stava fumando distratto.
      “Vede la scritta del club? Non è consunta e sbiadita come quelle degli altri che sono nella rimessa. Questo è più nuovo!”
      “Ah ... Ho capito” disse Correddu apaticamente.
      “Neanche una minuscola goccia di sangue. Lei pensa che sia possibile spaccare la testa ad un uomo e non sporcarsi minimamente?” chiese più a sè stesso che a Correddu Giacomo.
      “Certo non deve essere facile” rispose Correddu col fare di chi simula grande interesse.
      “Avete trovato impronte?”
      “Credo di si. Ma non le saprei dire” disse Correddu.
      “La scientifica lo confermerà. Non c’è sangue. Questo non è il salvagente che indossava l’assassino”.
      “Perchè non lo riferisce a Caravita?” soggiunse Correddu come per chiudere una vicenda che gli stava facendo perdere inutilmente del tempo.
      “No ... E’ inutile”. Giacomo ripose il salvagente, fece un cenno di saluto a Correddu e si diresse verso il centro del villaggio.
      Il villaggio non offriva più luoghi di interesse per Giacomo. Schizzava nervoso da una parte all’altra del villaggio con la testa immersa nelle sue elucubrazioni.
      Approdò al bar dove incontrò Alì particolarmente euforico che confabulava con gli arabi che gli sembrava di aver già visto. Parlavano concitatamente in arabo. Non c’era alcuna speranza di cogliere qualche brano della conversazione.
      Notò, tuttavia, che quando Alì si accorse del suo arrivo, dopo aver fatto un cenno col capo, prese per un braccio i suoi interlocutori e li condusse verso il teatro, come se intendesse sottrarli ad occhi indiscreti.
      Il villaggio era immerso in un’atmosfera strana nella quale le stranezze ed il nervosismo erano evidenti, ma di esse non si riusciva a cogliere il disegno sotteso.
      Chi erano i misteriosi arabi che si vedevano girare, di tanto in tanto, per il villaggio e perchè erano riapparsi solo dopo che la polizia aveva arrestato Melandri? Le domande giravano nella testa di Giacomo ad un ritmo vorticoso senza riuscire ad individuare qualche indicazione, qualche filo conduttore.
      Lottava per ritrovare la calma, la lucidità, il silenzio interiore. Ma dopo qualche istante il dialogo con sè stesso ricominciava. Era chiaro che l’assassino apparteneva allo staff perchè solo chi aveva accesso al magazzino sportivo poteva rimpiazzare il salvagente con uno meno usato del club.
      Corse al magazzino dove trovò Pierre il responsabile delle attrezzature sportive.
      “Ca va Pierre?”
      “Ouais et toi?”.
      “Pas mal. Ascolta. C’erano dei salvagente di ricambio in magazzino fino a qualche giorno fa?”.
      “No sono finiti un mese fa e da Milano non li hanno più mandati. Perché?”
      “No ... Nulla. Stavo solo facendo qualche riflessione sulla cosa di Stefano” disse Giacomo sconsolato e già sul piede di andarsene. Poi aggiunse “Tu sei qui sin dall’inizio della stagione vero?”
      “Si purtroppo. Da maggio. Ho aperto il villaggio.”
      “Quanti salvagente hai trovato nel magazzino?” chiese Giacomo nuovamente interessato.
      “I salvagente erano tutti nuovi ed imballati. Li ho aperti io stesso” disse Pierre mentre sistemava una cima.
      “E sono stati mandati alla darsena tutti o in magazzino ce ne era qualcuno di ricambio che poi è stato utilizzato?”.
      “Non mi sembra. Non sono sicuro ma credo che in magazzino non ne abbiano mai lasciato nessuno. Per i corsi, specialmente quelli dei bambini, in genere c’è sempre bisogno di tutti i salvagente. Non penso che ce ne fossero in magazzino”.
      “Grazie Pierre sei stato molto utile”.
      “Per così poco”.
      Giacomo ora era certo che qualcuno si era procurato il salvagente altrove, e si trattava certamente di un membro dello staff. Già ma chi?
      Nel frattempo si era fatto quasi buio ed il sole, nel suo consueto tuffo in mare, era accompagnato dal volo eccitato dei gabbiani che rincorrevano la scia dei pescherecci in partenza.
      Giacomo senti di essere affamato. Si diresse al ristorante e cominciò a riempire il piatto di ogni genere di vivanda comprese le cosce di rana, reclamizzate dal responsabile del tiro con l’arco vestito da Kermitt.
      Sedette al tavolo di una comitiva di tedeschi ridanciani ai quali fece capire di non essere in condizioni di interloquire a causa della lingua.
      Non aveva visto Alessia per tutto il giorno, e la cosa gli procurava uno stato di ansia strisciante, sinuosa. Poi, mentre sorseggiava il vinaccio del club, la vide attraversare il corridoio principale. Era sempre lei con il suo passo leggero e la sua eleganza naturale. La seguì con lo sguardo, per qualche istante, tentato dall’idea di chiamarla. Poi decise di appendersi al flusso delle cose, in attesa che lei lo vedesse. Lei attraversò nuovamente lo stanzone centrale, passando davanti al suo tavolo, mentre Giacomo chiedeva a sé stesso di farla girare. E così successe.
      Alessia, dopo averlo visto, girò lo sguardo, ma si capiva che l’incontro l’aveva toccata. Giacomo cominciò a mangiare il suo agnello semicrudo con una strana contentezza dentro, perché percepiva che lei era ancora nella sua orbita.
      Dopo qualche minuto la vide ripassare; lei sistemò, fintamente distratta, i capelli dietro l’orecchio ma il lieve sorriso sulle sue labbra era facilmente intuibile.
      “Alessia?” chiamò Giacomo mettendo da parte tutte le sue riflessioni.
      “Ciao” disse lei simulando sorpresa.
      “Come stai?” chiese lui contento.
      “Bene Sherlock. Tu?”
      “Io credo che tu debba tutto ai tuoi occhi sai?” disse lui imbarazzato.
      “Che dici? Che vuol dire?”.
      “Se li incrocio io non riesco a smettere di guardarti lo sai?”
      Lei sorrise dolcemente e sedette accanto a lui.
      “Stanno incastrando il bagnante” disse Giacomo sorseggiando il vinaccio.
      “Ma non potrebbe essere lui veramente?”
      “Lo escludo”.
      “Sei pallido e hai i capelli sconvolti” disse lei passandogli dolcemente una mano tra i capelli, come per sistemarli.
      “Vorrei che tu potessi sentire tutte le cose che mi passano per la mente in questo periodo” aggiunse Giacomo fissandola.
      “Una parte la sento sempre. E’ quella cattiva che non vorrei mai sentire.”
      “Anche questo è vero” rispose lui sorridendo. “Ho visto Melandri.”
      “E allora?”
      “Secondo me non c’entra nulla.”
      “Lo hanno arrestato?”
      “E’ in stato di fermo, lo stanno portando a Palermo. Da quanto durava con quella tipa?”
      “Non lo so. Sono arrivati la scorsa settimana. Ma era già da un po’ che con Stefano non ci vedevamo.”
      “Hai mai avuto notizia di litigate tra Melandri e la moglie a causa di Stefano?”
      “Avevano litigato, a tavola, due giorni prima del fatto”
      Si alzarono in silenzio e si incamminarono verso il teatro dove, di li a poco, sarebbe cominciato lo spettacolo. Si rannicchiarono nell’angolo estremo per assistere insieme al “Libro della giungla”. Alessia gli teneva le mani, insieme, strette attorno a lei, mentre si lasciava rapire, infantilmente, dalle buffonerie e dalle musiche dello spettacolo.
      Giacomo ricordava perfettamente il cinema dove aveva visto “Il libro della giungla” la prima volta, l’Arlecchino a Roma. Le lucine rosse indicavano le scale della platea, dove spesso si era costretti a sedere a causa della folla di genitori e bambini, e lo schermo era enorme.
      Ricordava suo padre, e il suo mitico borsello, dal quale si pescavano i soldi per la “bomboniera”. E la storia Mowgli sembrava una storia vera che accadeva realmente, come per magia, dietro lo schermo.
      Finì per ripensare ai pomeriggi al cinema parrocchiale del suo quartiere e al sapore dei pop corn e delle noccioline pescati nella busta con le mani che odoravano ancora di pallone impolverato. “Sansone e Dalila”, “Zorro”, in ogni versione possibile, “Tarzan”, incarnato dai diversi divi dell’epoca, “Hallo dolly” con sua madre e sua sorella, le allora incomprensibili vicissitudini degli amanti di “Love story”, “Pat Garret e Billy the kid”, “Sansone e Dalila” con lo sguardo acquoso di Victor Mature.
      E poi “Jesus Christ Superstar” rivisto per quattro volte, e soprattutto “2001 odissea nello spazio”, quel 2001 che presto sarebbe stato dietro l’angolo e che, all’epoca, sembrava non sarebbe mai arrivato.
      Finito lo spettacolo rimasero al buio semiaddormentati.
      “Ho voglia di bere” disse, infine, Giacomo riprendendosi dal torpore “Andiamo al bar?”
      “D’accordo. Ma io non ho soldi e la cassa è chiusa”.
      “I soldi li ho io. Ma che cos’è la cassa e che vuol dire che è chiusa?”.
      “Che vuol dire cos’è la cassa? La cassa! La cassa del club quella dove mi accreditano lo stipendio”.
      “Ah ... Ho capito. No io ... Io la cassa non l’ho mai usata perchè non sono mai stato pagato per lavorare nei villaggi. Quindi il tuo stipendio ti viene accreditato sulla cassa?”.
      “Si ma non si tratta di una banca è una cassa interna, una specie di cassaforte più evoluta. I soldi li lascio lì e quando mi servono ne prelevo un pò. Cos’è quello sguardo? Perchè improvvisamente mi sento tanto Watson?”.
      “No no ... Nulla era solo curiosità. E chi gestisce la cassa?”
      “Valerie. Senti io in camera ho un pò di “fumo” andiamo? Può essere che se ti prende un pò pesantina smetti di fare domande sceme”.
      Giacomo non era mai stato nella sua stanza ed entrò timido. Nello stanzone erano disposti i tre letti, quello di Alessia più gli altri di Giovanna, una grassoccia e simpatica ragazza di Torino addetta alla boutique, e Sonia, la baby sitter del Capo villaggio.
      Osservò tutti i piccoli oggetti che Alessia aveva pigramente abbandonato in giro per la stanza: costumi da bagno, matite e penne variopinte, magliette varie, il telefonino, le foto della sua migliore amica, un libro di Herman Hesse, le creme e tutti quegli oggetti per i quali Giacomo avvertiva un senso di strisciante, ma non perverso, feticismo.
      Giacomo cominciava, infatti a pensare, con ansia, di sentire il desiderio di poter disporre dell’odore di Alessia ogni qual volta ne avesse avuto bisogno. Temeva di essersi innamorato.
      In breve cominciarono ad armeggiare con i soliti filtri e cartine.
      “Tu come mi vedi?” chiese improvvisamente Giacomo esalando un’ampia boccata di fumo”.
      “Niente eh? Non ti ferma neanche il fumo. Che vuol dire come ti vedo?”
      “Voglio dire, vedendomi per la prima volta, a che hai pensato? Hai pensato che ero uno ... Grande?”.
      “Beh ... Non sei un adolescente. Comunque non ho mai pensato che ci potesse essere uno spazio che mi potesse impedire di comunicare con te”.
      “Ah ...” disse Giacomo fissandola “Ma .. Insomma, hai avuto l’idea di un pazzo, oppure di uno che insegue la gioventù e le ragazzine”.
      “Perché? Ti vergogni ad inseguire le ragazzine?”
      “No, anzi credo che sia l’unico tempo che ho ben impiegato nella mia vita.”
      “Perchè scusa con quante ragazzine sei stato tu?”
      “Beh tante ... Ma con poche sono andato a letto.”
      “Quante?”
      “Ti stupirei ...”
      “Allora dimmelo!”
      “Tredici, quattordici”. Alessia scoppiò a ridere.
      “Che vuol dire tredici - quattordici? O tredici o quattordici!”
      “Beh ce n’è una che non saprei come classificare.”
      “C’ho ripensato ... Quando ti ho visto per la prima volta non ho pensato che fossi una specie di snob in cerca di avventure sessuali .... Però, in compenso, ho subito capito che eri “fuori come un balcone” disse lei ridendo.
      “E tu? Quanti ragazzi hai avuto tu?”
      “Ti stupirei”. Giacomo ebbe un attimo di terrore.
      “Ne ho avuti quattro” disse lei seriamente.
      Giacomo non capiva ed ebbe un attimo di perplessità. Poi vide che lei stava ridendo con intense convulsioni della pancia, come se volesse trattenere le risate. “Ma con delle bestie così grosse!” disse lei ridendo ed accompagnandosi con un gesto esplicito delle mani. Scoppiarono a ridere insieme. Poi la notte, e l’arrivo teatrale di una chiara sensazione di appartenenza.
      Il giorno dopo, al tennis, le facce erano cambiate. Cominciavano ad arrivare i clienti della nuova quindicina. Giacomo non avrebbe avuto più bambini, e questo lo rattristava. In compenso ebbe un corso di adulti simpatici.
      La sua attenzione era distratta da una splendida inglese, in vacanza con marito e figli. Era alta, atletica e con due occhi azzurri, intensi che brillavano attenti ad ogni consiglio tecnico dato da Giacomo.
      Lui sentiva che se il suo cuore non fosse stato interamente preso da Alessia, Jane gli sarebbe entrata in testa con impressionante facilità.
      Finita la lezione Giacomo volle cercare nuove notizie sull’attività finanziaria del club. Prima di pranzo si recò, dunque, a fare una visita alla cassa, anche solo per annusare l’atmosfera ed inquadrare la faccia dei responsabili.
      Alla cassa era addetta Valerie, un’arcigna francese dallo sguardo torvo, mora con capelli corti, grassa, sempre sgarbata e continuamente intenta a scartoffiare dietro il bancone. La trovò che registrava nevroticamente i movimenti del giorno, facendo dondolare, con la sua grafia “a pallette”, l’instabile scrivania sulla quale si appoggiava.
      “Buongiorno Valerie” abbozzò Giacomo tentando di apparire il più affabile e gentile possibile.
      “Dimmi!” disse lei mantenendo gli occhi sul registro che stava maneggiando.
      “Ah ... Ehm ... Io sono Giacomo del tennis. Volevo sapere come funzionava la cassa.”
      “Funziona che noi teniamo i soldi e tu ce li chiedi quando ti servono. Come fai di cognome?”.
      “No io … Io sono qui alla pari e non ho uno stipendio”.
      “Allora non puoi usare la cassa”.
      “Ah. Ma non potrei depositare del denaro? Ho paura che in stanza non sia molto sicuro.”
      “Quanto verseresti?”
      “Un milione.”
      “Si. Credo che si possa fare.”
      “Perchè in genere come funziona? Gli altri ci fanno accreditare lo stipendio.”
      “Si.”
      “Per tutta la stagione?”
      “Si.”
      “Ah. Ma possono ritirare tutto quello che hanno depositato in qualsiasi momento?”
      “No.”
      “E di quant’è il preavviso che devono dare?”.
      “Senti ma a te che te ne frega?”
      “No. E’ solo per curiosità”.
      “Per curiosità l’avviso è di tre giorni. Ora se non ti dispiace io dovrei chiudere la cassa. Questi soldi li depositi o no?”
      “Si d’accordo. Allora io verserei un assegno... Oh ma questi soldi chi li gestisce?”
      “Il club.
      Giacomo firmò e girò l’assegno. “Grazie, è stato entusiasmante parlare con te. Se riesco a rubare tempo ti vengo a trovare spesso” aggiunse lui consegnando l’assegno.
      “Devo ridere?”
      “ No per carità! Non forzare la natura”.
      Giacomo sentiva che la cassa aveva un significato importante nel mistero della morte di Stefano, ma ancora non riusciva a capire in che modo. Il passo avanti, comunque, l’aveva messo di buon umore e, come di prammatica, era riapparso anche l’appetito. Si diresse al ristorante nella speranza di trovare un angolo tranquillo dove riflettere. Ma evidentemente non era il momento delle riflessioni perchè Alessia lo attendeva in un tavolo semivuoto e lo accolse con il suo sorriso più dolce.
      “Come stai?” chiese lei.
      “Sono agitato”
      “Perché?”.
      “Credo che i soldi dei ragazzi depositati alla cassa siano la chiave della vicenda”.
      “In che senso?”.
      “Qualcuno li utilizza ma non so a quale scopo”.
      “Perché pensi che qualcuno usi i nostri soldi?”.
      “Perché se vuoi ritirare tutti i tuoi soldi devi dare un preavviso. Questo significa che qualcuno deve poter disporre di un lasso di tempo sufficiente per reintegrare le riserve. Ma tre giorni sono una vita! Significa che i soldi nella cassa non ci stanno e quando ci stanno è per rimanerci per molto poco”.
      “Non ti sembra di esagerare?”.
      “Forse. Ma io credo che sia la strada giusta. Tu dici sempre che io ti chiamo quando ho voglia di vederti... Non ti fidi di quello che vedo?”.
      “Si. Tu però sei completamente nevrotico. Adesso hai ripreso il tuo colorito, ridi, hai il sorriso in faccia. Io ho paura di questi tuoi salti umorali perché non li capisco e non ci so interagire.”
      “Infatti il tuo compito non è di capirli ma di pensare a me in continuazione” disse lui ridendo ed addentando il filetto che inspiegabilmente quel giorno era anche molto saporito.
      Con nuove energie in corpo Giacomo decise di tornare in stanza a rilassarsi e a fermare il mondo. Aveva bisogno di sognare e così fu.
      I russi intanto facevano passi da gigante e Giacomo riteneva che, al termine del loro soggiorno al club, ben potevano essere considerati dei veri e propri principianti. Il problema è che lui gli comunicava, involontariamente, tutta la simpatia che provava per loro, sicché tutti i giorni, ormai, doveva trascorrere un pò di tempo con loro, al bar o al ristorante, impegnato in dialoghi estenuanti, espressi in un esperanto di lingue, le più diverse.
      Ma per bere i russi erano perfetti. Quella sera rimase con loro senza neanche cenare, lasciando sul tavolo almeno tre pastis e due Calvados.
      Alessia arrivò mentre Giacomo stava imitando Breznev alle Olimpiadi dell’80.
      “Passi tutta la sera con loro o sei disponibile più tardi?” chiese lei allegramente scocciata.
      “Ehi Ciao! Che dici?” rispose Giacomo semintontito da Vodka e Pastis.
      “Madonna! Ma cosa ti sei bevuto?”.
      “Oh ... Scusami ti presento Dimitri, Andrej, Nikolaev e ... e ... “
      “Ghiorghi” disse il più rubicondo di tutti alzando il bicchiere.
      “Ghiorghi...Giorgio ...”.
      “Grazie della traduzione. Allora?”
      “Si andiamo. A domani ragazzi! Però niente vodka adesso ... Dico ... Niet ... Questa qui ... Basta!” e i russi scoppiarono a ridere.
      Alessia era particolarmente elegante quella sera. Pantaloni neri, attillati e leggermente svasati in fondo, una mogliettina bianca di cotone, e un golf nero.
      “Sei bellissima stasera che succede?”
      “Io sono sempre bellissima” disse lei guardando altrove.
      “Vero. Ma che si fa?”
      “Stasera Sherlock si prende una piccola vacanza e viene con me a fare una gita”
      “Una gita? Dove?”.
      “C’è ancora un quarto di luna oggi. Andiamo a fare il bagno nella grotta della caletta di nord.”
      “C’è una grotta dietro la caletta?”
      “Certo. Ed è bellissima.”
      “Va bene. Però devo prima passare in cucina”
      “Perchè?”
      “Vedrai.”
      Giacomo sparì in direzione della cucina e ne fece ritorno dopo qualche minuto con in mano una bottiglia di Champagne.
      “E’ millesimato ... 1975!” disse ad Alessia che era rimasta al banco ad aspettarlo.
      “Perchè proprio lo champagne?” disse lei accigliandosi dolcemente.
      “Per la tua festa no?”
      “Ma ... Come hai fatto a …?... Io non ti ...” ma prima di giustificarsi scoppiarono a ridere entrambi.
      La luna illuminava tutto il golfo di XXX, riflettendo nel mare una miriade di luci. Non c’era vento e tutto sembrava inanimato. Solo i grilli davano un senso di realtà ad una notte bella come non se ne erano viste da tanto tempo.
      Alla grotta si accedeva scendendo nella piccola caletta attraverso le rocce, qua e là smussate dalla mano dell’uomo per rendere il percorso più agevole.
      “Ale io ... Non dispongo di un costume.”
      “Non rompere non ce l’ho neanche io.”
      “Dov’è la grotta?”
      “Laggiù, dietro quello scoglio aguzzo. Ci sei? Andiamo”
      Alessia si tuffò senza esitazioni fece qualche bracciata poi si girò di nuovo verso di lui. “Allora? E sbrigati!”. Giacomo scrutava l’acqua scura. Sarebbe stato assurdo mettersi a dire di quanto i suoi sogni fossero, nel settanta per cento dei casi, ambientati nel mare di notte.
      Alessia tornò indietro “Passami la bottiglia. Allora? Ti decidi?”. Giacomo passò la bottiglia e si tuffò, certo che l’ansia dei suoi sogni lo avrebbe aggredito al primo contatto con l’acqua. Invece in acqua non successe assolutamente nulla. Pensava solo allo scenario stupendo che aveva davanti, mentre Alessia, sorridente, lo aspettava tranquilla, galleggiando, curiosa di vederlo alle prese con quell’acqua nera.
      Entrarono nella grotta nuotando piano. Il posto era indescrivibilmente bello, e la luce della luna rischiarava le pareti della grotta svelando, per una strano effetto, le architetture contorte, le volte naturali, le guglie laviche.
      Giacomo procedeva lentamente, rapito da quello spettacolo unico. Alessia più avanti, lo aspettava nei pressi di una secca.
      “Vieni. Lì ci sono le poltrone!”
      “Le poltrone?”
      “Si. E’ uno scalino naturale. Vieni!”.
      Le voci, sussurrate, si udivano chiaramente, anche a distanza, lasciando spazio, una volta cessatane l’eco, ad un silenzio assoluto.
      Giacomo raggiunse Alessia che nel frattempo si era accomodata in una delle “poltrone”.
      “Stappiamo?” chiese lei con gli occhi che brillavano in quella penombra azzurra.
      Il tappo partì immediatamente verso l’alto preceduto dal classico “botto”, e seguito dallo spruzzo di champagne. Alessia bevve subito.
      “Ah! Mi è andato nel naso!” disse lei ridendo.
      Giacomo la guardava affascinato. Alessia era una ragazza piena di energia, di voglia di fare, atletica, bella da levare il fiato.
      “James Bond a questo puntò ti bacerebbe, preoccupato solo dalla classica chiamata di Sua Maestà sul più bello.”
      “E allora baciami no?”
      Sentì di nuovo il suo sapore e il suo corpo addosso.
      “Solo ora mi accorgo di quanto lavoro avrò da fare sulla mia personale classifica delle cose per le quali vale la pena vivere” disse Giacomo dopo aver bevuto una sorsata di champagne.
      “Molti aggiornamenti?” chiese Alessia vagamente maliziosa.
      “Già”.
      “Prima degli aggiornamenti cosa prevedeva?”
      “Beh … Vediamo … Eliminiamo i classici? … Donne genericamente … Cibo in generale?” disse Giacomo.
      “Si meglio!”
      “Allora … A passeggio per Roma di pomeriggio”.
      “A cena con le amiche” ribatté lei.
      “Mangiare il galbanino dopo le canne” Giacomo, a sua volta.
      “Fare sesso fumati” Alessia ridendo.
      “Otto e mezzo di Fellini” Giacomo.
      “Brad Pitt in Seven” ancora lei.
      “Le città deserte d’estate” Giacomo più serio.
      “I regali” lei sorridendo.
      “I gelati”.
      “Il mare” ancora lei sempre più eccitata da quel gioco ingenuo.
      “Ridere” .
      “E’ vero! Qui mi hai proprio fregato … I baci!”
      “Innamorarsi di te …” disse Giacomo incerto “Come prenderesti la cosa? Insomma, io vorrei stare con te ... Sempre ... Credo” disse Giacomo sorridendo.
      “Cos’è? … E’ la grotta che ti fa essere così romantico?”
      “No . E’ l’impossibilità di tenere gli occhi lontano dai tuoi.”
      (continua)

    • Eccola.
      Un'interferenza V Puntata
      V
      L’afa del giorno prima aveva annunciato l’arrivo del cattivo tempo. Il villaggio si era svegliato in una mattina di cielo nuvoloso, di quelli che da bambini si sfruttavano, in spiaggia, per fare casette di sedie o vulcani di sabbia. L’umidità, pesantissima, rendeva penosa qualsiasi attività, e le lezioni sembravano non dovessero avere mai fine. Si sudava in continuazione e si viveva di acqua minerale. Solo Alì sembrava a suo agio in quelle condizioni.
      Giacomo arrivò al tennis con qualche minuto di ritardo quel giorno, ma fu sorpreso di vedere pochissime persone.
      “Hei avvocato! Cosa dici oggi? Sei pronto? Qui bisogna tirare su il villaggio altrimenti si va a casa” disse Alì mentre scaricava dalla cassa palle e racchette.
      “Si ... Già. Oggi torneo no?”
      “Esatto amico!”
      “Io preparo la sangria intanto” disse Giacomo sparendo dentro il cucinotto adiacente agli spogliatoi.
      Alessia quella mattina si dedicava ai bambini, e di tanto in tanto si girava verso la club house per controllare Giacomo, che non perdeva, inspiegabilmente, nessuno di quegli appuntamenti.
      Per la sangria, che non amava, decise di utilizzare un Chianti giovane, sebbene gli sembrasse sprecato. Era convinto che dovesse pur esistere un modo per rendere la sangria una bevanda bevibile; forse era sufficiente saper creare una buona melassa di zucchero e granatina, e scegliere la frutta evitando quella acida. Attendeva a quell’incombenza con attenzione esagerata, come se fosse alla ricerca di uno stacco assoluto, per riordinare le idee, per capire che cosa succedeva in quel villaggio.
      Fu a lavoro finito che Giacomo cominciò a sentire il bisbiglìo che proveniva dallo spogliatoio limitrofo. Quando il bisbiglìo si trasformò in un dialogo serrato ed ad alta voce, riuscì anche a capire di chi si trattava.
      “Certo che l’ho detto. Che mi frega? Io lavoro qui e non mi posso permettere che uno mi rompe le palle amico!” diceva Alì rivolto ad un misterioso interlocutore telefonico “... Che con quello di Roma si erano quasi presi a schiaffi l’altra sera ... Quello ciccione il marito della tettona ... No ... Niente. Ha voluto sapere se ne sapevo qualcosa. Gli ho detto che questo qui diceva che Stefano si era fatto la moglie di questo qua, ma che non li aveva pescati. Era vero Stefano se l’era fatta me lo aveva raccontato ... Si va bene ... Ma lui tiene acceso il telefono ?... O.K. ... Ciao!”.
      Era una telefonata strana, come se Alì avesse sentito la necessità di accontentare la volontà di qualcuno che avrebbe potuto nuocergli. Ma chi? Doveva, comunque, trattarsi di un italiano, o di qualcuno stabilmente in Italia, altrimenti non si sarebbe spiegata la reperibilità sul telefono cellulare.
      C’era poi un nuovo elemento, l’avventura di Stefano con una cliente. Si trattava di un elemento in più, ma inspiegabilmente Giacomo lo percepiva come un motivo di complicazione e non di chiarimento, sebbene non sapesse darsene una spiegazione razionale.
      Giacomo terminò la sua sangria con in testa mille pensieri e si apprestò ad aiutare Alì a preparare tutto per i tornei.
      Nel volgere di pochi minuti un’informe massa annoiata di clienti arrivò alla club house per giocare il torneo. In breve ci fu il caos. Sorteggi, tabelloni, grida. Un caos di anime tenniste che anelava a riportare a casa la medaglia di ferro offerta dal club.
      Tra liti, insulti e contestazioni la mattinata terminò comunque con un discreto avanzamento delle gare e Giacomo si sentì fiducioso circa la possibilità che nel pomeriggio il problema “tornei” potesse essere rapidamente e felicemente risolto.
      Si recò al ristorante già sapendo che non aveva nessuna voglia di chiacchierare con i clienti. La telefonata di Alì aveva messo di nuovo in moto i suoi pensieri. Prelevò l’occorrente per un panino e si diresse verso la spiaggia per riposare un po’.
      La spiaggia era deserta, sia perché la maggior parte dei clienti era intenta ad ingozzarsi, sia perché il brutto tempo aveva tenuto lontano tutti coloro che non concepivano la spiaggia senza sole.
      Si abbandonò su un lettino per consumare il suo panino. Di fronte al mare, piatto e confuso, all’orizzonte, con il cielo, ancora una volta la memoria tornò ai suoi pomeriggi di ragazzo, quando il cielo grigio impediva le attività classiche e costringeva a soluzioni alternative.
      Tornò con la mente a quel ritorno in traghetto, all’assenza di lei, all’odore di vernice, acciaio e kerosene che si respirava sul ponte. Ricordò il sapore aspro della sua lontananza e la volontà di spingersi dentro quel sentimento fino in fondo, sperando che proprio in fondo avrebbe trovato un’energia diversa ed utile a farla tornare da lui.
      La vita gli aveva insegnato che quella energia esiste veramente, ma che usarla, spesso, serve solo a distruggere tutto.
      Poi, improvvisamente, si ricordò del suo telefono cellulare, che non accendeva ormai già da diversi giorni. Si accorse di quanto avrebbe voluto godersi quel distacco in una situazione di maggiore tranquillità.
      Era combattuto tra l’accenderlo e il lasciarlo morto e dimenticato. Ruppe gli indugi solo quando dalla reception arrivò il quinto messaggio di sua madre che chiedeva notizie di lui. Temendo il possibile intervento dei corpi speciali, chiamati dalla madre per ottenere i necessari chiarimenti, si decise ad accendere il telefono.
      Nei messaggi figurava tutto il suo circo. Clienti abbandonati e postulanti il suo salvifico intervento, amici decotti nel torpore agostano di Roma, colleghi incerti alla ricerca delle sue tracce, ex fidanzate in crisi mistica, e la mamma, in tutte le sue tonalità.
      Si decise a richiamare, convinto che il contatto con la realtà di sempre facilitasse, in qualche modo, quella pulizia del cervello di cui tanto necessitava per ricostruire il quadro di quella vicenda.
      “Che succede? ... Piove ... Anche qui ... No ... No ... Si il filippino l’ho pagato ... Non so ... “.
      Proprio mentre concludeva la sua telefonata con la madre, Giacomo intravide l’inconfondibile passo di Caravita che lo aveva puntato ed incedeva verso di lui.
      “Ecco il nostro maestro di tennis! Senti ma mi sa che con questa storia di mezzo hai smesso di scopare, dì la verità?”.
      “Oddio Simone piantala. Ma come ti sei conciato? I pantaloncini, la maglietta. Sei in vacanza?”
      “Giacomo non mi rompere la minchia, c’ho caldo va bene? E poi che ne so … Alla fine qui c’è quest’aria di vacanza … Tu fai quattro figli e poi me lo racconti. Sono due anni che non vado al cinema lo sai?”
      “Va bene va bene non c’è problema” rispose Giacomo ridendo.
      “Senti ma lo sai che è successo al Consiglio di Facoltà? Insomma dice Lettieri che al mio concorso forse non sarà membro interno. Ma ti rendi conto che stronzo! Io c’ho la monografia quasi pronta!” continuò Caravita saltando completamente di palo in frasca.
      “No guarda, fammi un regalo niente Università.” lo anticipò Giacomo terrorizzato dall’apertura di un filone polemico che non intendeva, in alcun modo, sfruttare.
      “Ho provato il golf” disse poi Caravita sorridendo soddisfatto.
      “Oddio mio! Simone sei veramente esaurito. Dimmi piuttosto se avete capito qualcosa del caso.”
      “E’ morto annegato. Aveva la nuca fracassata. Effettivamente il trauma sembra esagerato rispetto alla violenza del boma, ancorché in strambata. Ci sono frammenti di cranio ovunque nel cervello. Deve aver ricevuto un colpo terribilmente violento con un oggetto che sembrerebbe essere stato più piccolo e pesante rispetto al boma, una specie di spranga di acciaio. I polmoni erano pieni di acqua, deve essere morto quasi subito. Avevi ragione.”
      “Ne ero sicuro” disse Giacomo sorridendo.
      “Inoltre, lo stick: non era armato sul timone” continuò Caravita “E la barca non poteva essere gestita da soli senza stick. La cinghia di sicurezza è stata sganciata ma la vittima l’aveva addosso. Infine, dulcis in fundo, manca un salvagente.”
      “Che ti dicevo? Vuoi ancora chiudere il caso?”
      “Calma. Lo stick potrebbe essersi perso in acqua e il salvagente potrebbe non essere mai stato restituito da qualche villeggiante.”
      “Si Si .. D’accordo tutte cose facili da controllare” aggiunse Giacomo con un espressione di evidente soddisfazione.
      “Noi cominciamo le indagini ma tu promettimi di non metterti più in mezzo!”
      “Non c’è problema. Ora vado ho i tornei da finire. Ci vediamo stasera” disse Giacomo avviandosi verso la stradina che dal bar conduceva ai campi da tennis.
      Tornato al tennis Giacomo notò una strana calma. Alì gestiva molto seriosamente le finali dei tornei e tra i campi si era creata una strana atmosfera di agonistico silenzio.
      “Come va Alì?” chiese Giacomo.
      “Molto bene avvocato. Tu invece mi sembri piuttosto agitato, che succede?”
      “Nulla. Ma sai con tutta questa polizia che gira per il villaggio sono tutti un po’ agitati.”
      “E’ vero amico”
      “E a te la polizia non ha chiesto niente?”
      “Si mi ha chiesto se conoscevo bene Stefano, che vita faceva.”
      “E tu cosa gli hai detto?”
      “Amico io al club ho imparato che la vita migliore è quella di chi si fa gli affari suoi. E poi io di quello faceva Stefano non so nulla.”
      “Già. Prepariamo il tavolo per la premiazione.”
      “Ottima idea avvocato!”
      Giacomo ora sapeva che Alì era coinvolto in qualche modo nella vicenda ma non gli era chiaro il ruolo che egli giocava. Probabilmente appoggiava qualcuno. Ma chi? Un amico? Un collega? O qualcuno esterno al villaggio?
      Con queste elucubrazioni per la testa Giacomo cominciò a preparare il tavolo per la premiazione, allestendo coppe e medaglie oltre al grande orcio per la sangria.
      Al termine delle finali ebbe luogo la premiazione tra strilli dei bambini, polemiche non sopite, tenniste avvelenate per il punto perso e così di seguito secondo il classico repertorio nevrotico, tipico dei circoli sportivi.
      Alla fine della cerimonia, Giacomo, semintontito dalla sangria tornò in stanza soppesando in tutti i modi i comportamenti di Alì. Ma sapeva ancora troppo poco di lui e non riusciva ad individuare una traccia sicura.
      Poco prima di arrivare alla “Medina” decise di dirottare il suo tragitto verso la caletta per il suo bagno rituale quando riconobbe la figura inconfondibile di Caravita che incedeva verso di lui.
      “Che cosa hai provato oggi pomeriggio? Lo sci nautico?” chiese Giacomo ridendo.
      “Giacomo ho un altro elemento” disse Caravita stranamente serio.
      “La vittima aveva litigato con un cliente per motivi di gelosia. Giusto?” lo anticipò Giacomo.
      “Si. Esatto. E a te chi te lo ha detto?”
      “Lascia fare. E’ un sentiero sterile, io non lo percorrerei.”
      “Tu questo lascialo decidere a me. Si tratta di un commerciante di Roma in vacanza qui con la moglie. Quel tipo non mi piace. Gli ho già fatto qualche domanda, informalmente, e ha risposto in maniera vaga e scostante. Intanto io me lo lavoro e gli perquisisco la stanza e vediamo che salta fuori. Ho chiesto conferma di questa cosa anche al tuo capo, Alì. Mi ha confermato la circostanza”.
      “Sei fuori strada.”
      “Mi nascondi qualcosa?” chiese Caravita con tono inquisitorio.
      “Non ci penso neanche”
      “Tieni allora” disse Caravita porgendo una risma di fogli.
      “Che cos’è sta’ cosa?”
      “La mia monografia. Buon lavoro”
      “Oh Gesù e Maria!”.
      Giacomo stava assistendo al tentativo di un depistaggio, e non sapeva come contenerlo. Nulla funzionava nella tesi del delitto passionale. Perchè un bagnante arriverebbe ad uccidere per un sospetto? E se avevano litigato, come era possibile che avessero deciso di uscire insieme in barca? Avrebbe dovuto stordirlo prima di uscire per poi finirlo in barca. Ma come? L’assassino avrebbe dovuto stordirlo, annegarlo, vestirlo di salvagente e trapezio e poi portarlo al largo con la barca, senza essere notato da nessuno. Era impossibile. E poi il bagnante non sarebbe stato certo in grado di portare in mare la barca con quel vento, men che meno a largo. Avrebbe avuto bisogno di complici in mare che lo attendevano. Non si trattava del bagnante.
      Si tuffò in acqua con la paura di infrangere uno specchio duro, ravvivato dai toni della dominante blu della luce che, con la scomparsa delle nuvole, aveva preso il sopravvento. Alessia era sparita. Durante i tornei non l’aveva vista ed era teso.
      Decise di spingersi al largo nuotando verso quel sole rosso che stava lentamente sparendo nel mare. Girò attorno al capo estremo del piccolo golfetto per poi abbandonarsi a galleggiare con la testa vuota.
      Nel silenzio di quella “piatta” assoluta avvertì delle voci. Strizzò gli occhi per tentare di capire di chi si trattasse, non disponendo dei suoi occhiali.
      Alessia era sulla punta estrema del golfo in compagnia di Michele, il responsabile del tiro con l’arco, a parlare.
      Riconobbe subito in sè quell’emozione odiosa, quel senso assoluto di improvvisa estraneità a tutto, e a lei, che salì improvviso e violento. Era la conferma che quella sua euforia altro non era se non l’ennesimo stato di coscienza alterato, uno squilibrio chimico. Anzi era una musichetta, una delle sue, una delle tante.
      Si odiava per quel suo gusto masochistico di costruire castelli senza la consapevolezza che fossero sempre destinati a crollare, prima o poi. Aveva sempre tentato di sezionare quel sentimento per individuarne le componenti. Ma in realtà era solo solitudine.
      Fece ricorso alla sua impeccabilità, alla voglia di gestire quell’episodio sopra le righe, in una sorta di follia controllata. Sebbene cominciasse a sospettare che, forse, il problema della sua vita era proprio quell’atteggiamento di follia controllata che tanto lo attraeva.
      Ristette per qualche istante, poi girò le spalle e tornò indietro, verso lo scoglio dove aveva lasciato i vestiti.
      Alessia lo vide e lo chiamò quando lui aveva già aggirato la punta.
      Giacomo l’aveva sentita ma non intendeva girarsi, né tanto meno tornare indietro. Continuò a nuotare, raggiunse lo scoglio prese i suoi panni e, rapidamente, si avviò verso la sua stanza, già sapendo che il suo cervello stava per andare in tilt.
      Entrò in camera deciso a venire a patti con i suoi sentimenti. Credeva nell’impeccabilità dei comportamenti, e sapeva di non voler, a nessun costo, cedere a quell’ira becera, smodata, nevrastenica e violenta che ben conosceva. Si sdraiò sul letto e chiuse gli occhi per qualche minuto.
      “Are you going with me?” cominciò a chiedersi la chitarra di Pat Metheny; offrendo le note di fondo ai sentimenti di Giacomo in quel momento, e non era la prima volta che accompagnavano un momento del genere.
      Rivide, improvvisamente, la macchina di Paolo che risaliva la strada tortuosa che conduceva dal porto al centro di Thera, a Santorini, e sentì di nuovo tutta l’angoscia di quel giorno, dopo averla accompagnata al traghetto che l’avrebbe riportata in Italia.
      Poi sentì bussare alla porta.
      “Giacomo apri sono Alessia!”
      Si alzò ed aprì, convinto che avrebbe agito in opposizione alle sue pulsioni. Aprì la porta e si trovò improvvisamente di fronte allo sguardo inquieto di Alessia e alle sue labbra rosse e strette.
      “Ciao Alessia. Cosa c’è?”
      “Perchè sei andato via? Cosa succede?” chiese agitata.
      “Sono stanco, distrutto e non avevo voglia di convenevoli. Mi sembrava opportuno non disturbare un momento così bello, vedo che stai ritrovando tutta la tua verve.”
      “Ma che dici? Stavamo parlando.”
      “Oddio no ti prego non mi ammannire una scena che vorrei evitarmi. Già sono penose quelle delle mie ex, ma quelle che provengono da intrighetti tra sottosviluppati potrebbero darmi il colpo di grazia” diceva Giacomo mentre, compulsivamente, rassettava la stanza.
      “Perchè fai così? E’ un amico. Parlavamo dell’incidente. Che c’entrano queste frasi?” disse Alessia sgranando gli occhi.
      “Ah giusto che cretino! D’Annunzio e la Duse snocciolavano le proprie emozioni confuse di fronte al mistero della morte, tra i raggi di un sole cadente. E’ miracoloso che senza neanche la quinta elementare le vostre anime volino così alto!” aggiunse, sprezzante, Giacomo.
      “No. Non da te. Non ora!” disse Alessia scoppiando a piangere.
      Giacomo sentiva il fiume in piena e tutta l’ansia per non riuscire ad arginarlo. “Senti guarda non è colpa tua” riprese lui “Sono io, io. Sono io che proietto fatti e vicende che non esistono e mi atterrisco quando non le riconosco più. Tu non c’entri nulla Alessia. E’ colpa mia”.
      “Non è così” soggiunse lei singhiozzando. “Si, siamo stati insieme all’inizio della stagione, poi l’ho lasciato e mi sono messa con Stefano. Oggi aveva bisogno di vedermi, di parlarmi e … E stavamo parlando, solo parlando! Perché fai così sei stronzo!”
      “Ah certo capisco! E’ chiaro che anche lui sta attraversando un periodo molto delicato, e tutto il suo lavoro potrebbe risentirne. E’ chiaro che non c’entra solo il delitto. Deve essere coinciso, probabilmente, con la sua scelta di abbandonare la sua vecchia casa editrice favorendo un editore più commerciale, e chiaramente molto più vicino ad idee di destra. Il guaio vero, per voi intellettuali, è l’impossibilità della coerenza, che pure adorate come un totem!”
      Alessia ora lo guardava fisso.
      “E allora tu, grande genio? Cosa cazzo ci vieni a fare in mezzo ai ragazzini se sei un fossile dentro? Cos’è? Vieni a sfogare tutta la tua rabbia, la tua incapacità di vivere e stare bene? Non credo che risolverai molto sai, perché il tuo mi sembra un caso inguaribile!”
      Alessia ora urlava e piangeva. Poi si girò aprì la porta e fece per andarsene.
      Giacomo era deluso da sé stesso. Aveva ripetuto una scena che mille volte si era deciso a non ripetere.
      “Alessia aspetta! Ti prego ... Non te ne andare!” disse lui prendendola per un braccio.
      “E perchè? Tu non mi credi ... Tu ... Tu vuoi solo farmi stare male ed io non me lo posso più permettere ... Lasciami!”
      “Entra ti prego” disse lui in tono calmo e guardandola fisso negli occhi.
      Alessia sedette sul letto, cercando di calmarsi. Stettero in silenzio per qualche minuto, sino a che Alessia non si fu calmata.
      “Quanto sei stata con Michele?”
      “Quindici giorni, a Giugno. Vuoi sapere quanto abbiamo scopato? Vuoi sapere se ho goduto? Vuoi sapere se è meglio di te a letto? Giacomo ho una notizia terribile da darti: non ero vergine quando sono stata a letto con te” disse lei ringhiando.
      “Quando l’hai lasciato come prese la cosa?” continuò calmo Giacomo.
      “Male! Ma questo non c’entra nulla dove vuoi arrivare?”
      “Da nessunissima parte. Stefano sapeva di Michele?”
      “Si lo sapeva”
      “E tra i due come si risolse la cosa?”
      “Senti io adesso non ho voglia di parlare” disse lei soffiandosi il naso.
      Passò un lungo periodo di silenzio.
      “D’accordo. Ti va di cenare?” Alessia lo guardò in silenzio per qualche istante. “Si. D’accordo andiamo a mangiare” disse lei, infine, alzandosi.
      Il ristorante era pieno di gente. Il cattivo tempo, per una strana reazione psicologica, aumentava sempre l’appetito dei clienti, sebbene il caldo fosse ancora insopportabile.
      Alessia e Giacomo sedettero al tavolo insieme, ma si comportarono come bravi membri dello staff, dando corda alle chiacchiere dei clienti. Si lasciarono con uno sguardo quando lei dovette interrompere la cena per prepararsi per lo spettacolo. Quella sera si trattava della serata Disney. Ma lui non sarebbe stato Jaffar, almeno per quella settimana. Si alzò da tavola e si diresse al bar.
      Lì incontrò i suoi amici inglesi che tentarono di distrarlo con le chiacchiere e una fantastica tequila, adeguatamente corredata di sale e limone. Giacomo, tuttavia, pensava ossessivamente alla scena della sera con Alessia. Si chiedeva quale sarebbe stata una reazione impeccabile.
      Si chiedeva se si era trattato di una scena di stupida gelosia o se, in verità, quella sua capacità di vedere le cose non lo mettesse continuamente in conflitto con sé stesso, senza troppe soluzioni emotive. Si chiedeva soprattutto il perché di quel bisogno delle donne, del loro odore, della loro voce.
      Si congedò dagli inglesi e si recò all’anfiteatro per vedere lo spettacolo
      Al termine Giacomo attese che Alessia si vestisse. Quando la vide uscire dalla costumeria, sembrava che lei già sapesse che lui era lì ad attenderla. Lo guardò silenziosa, fisso negli occhi, mentre continuava a rassettarsi i capelli bagnati, con un espressione in volto di apparente indifferenza.
      “Andiamo in paese?” chiese Giacomo impaziente di vedere gli effetti dello scontro del pomeriggio.
      “Va bene” rispose lei senza alcuna espressione.
      Giacomo prese in prestito la macchina del cuoco, una vecchia Dyane. Alessia era muta. Ma quando assistette al litigio fra Giacomo e l’insolito cambio della Dyane, non potette fare a meno di scoppiare a ridere.
      “Merda! Eppure … Aspetta .. Dunque … Metto il pomello verso di me … Poi … No … Cazzo!”
      “Ma togli le mani da sto’ cambio, barbone! Guarda! Uno, due e … tre. E questa è la prima” lo interruppe lei ridendo e mostrandogli la manovra corretta che avrebbe dovuto fare.
      “Ah … OK … Si … Ho capito” disse Giacomo appena prima che la macchina partisse, improvvisamente, con un forte strattone.
      Il paese era tranquillo, pervaso, com’era, dalla pigrizia estiva, notturna. Solo il gracchiare sordo di qualche televisore, che proveniva da qualche balcone, rompeva il silenzio, mentre attorno alle lampade al neon si inscenava la sfida mortale di sempre tra i pipistrelli di campagna e le falene.
      Giacomo si ricordò delle gite notturne al paesino che dominava, dall’alto di un monte, il suo paese di vacanza. Si trattava di pochi chilometri da fare tutti in salita. XXX rappresentava l’avventura, il simbolo del viaggio, il senso della libertà. Chi si avventurava sin lì accedeva al mondo degli autosufficienti, dei viaggiatori, all’universo di chi nel volgere di pochi anni, non sarebbe più tornato nel paesino di vacanza perché altre avventure ed altri popoli attendevano il suo salvifico intervento.
      Si saliva in bicicletta o in motorino, per i pochi felici. Spesso si saliva con la ragazza sul sedile di dietro, per sfuggire agli sguardi dei genitori e con la speranza di rubare un bacio davanti al belvedere.
      Si attraversavano le stradine di pietra alla ricerca di angoli tranquilli, con la bottiglia di vino in mano, magari, cercando gli sguardi nella luce al neon dei lampioni, sempre pronti ad un abbraccio. E per mandare via un pensiero triste bastava niente, un semplice diniego, una rinuncia immediata, appena percettibile, espressa davanti ad una lucciola solitaria che si nascondeva in un cespuglio, nel buio della notte.
      Dopo una breve passeggiata scelsero di bere qualcosa in un bar di paese con biliardo, tavoli ed odore di caffè e cioccolato. Sedettero ad un tavolo appartato e stettero in silenzio per alcuni minuti.
      “Perchè stai zitto? Che cos’hai?” disse lei per interrompere Giacomo che continuava a far sparire una moneta con le mani.
      “Nulla. Perchè?”
      “No io invece lo so. Il fatto è che Sherlock Holmes ora ha individuato un bel filone per risolvere il suo caso. Dillo che pensi a Michele come al possibile assassino?”
      “Guarda che stai facendo tutto da sola” disse Giacomo sfoggiando un’indifferenza che non pensava di riuscire a simulare.
      “Da sola eh? Vuoi entrare negli annali di psicopatologia? La tua mi sembra una forma di gelosia alquanto morbosa. Forse potresti provare a scioglierlo nell’acido soffrirebbe di più e meglio piuttosto che ad incriminarlo di omicidio!”
      “E va bene allora!” la interruppe Giacomo più aggressivo. “Sa andare in barca Micheluzzo?” chiese Giacomo fissandola negli occhi.
      “Si” disse lei, ora arretrando.
      “Ieri ti ha chiesto di stare insieme?” insisté Giacomo
      “Si” disse lei girandosi a guardare il cameriere che si apprestava a servire le granite con le brioches.
      “E allora il tuo Michelino si piazza bello bello anche lui nella lista dei sospetti!”
      “Non lo avrebbe mai fatto”
      “Mi auguro che sia così. Ma tu che ne sai? Lo conosci veramente? Tu ancora non sei in grado di renderti conto di come può essere l’animo della gente. Io se permetti, non fosse altro che per ragioni di età e di professione, lo conosco meglio”.
      “Guarda che io quanto possa far schifo l’animo della gente me ne sono resa conto prima ancora di te. Mi è bastato vedere come vivono i miei.” disse lei stizzita.
      “I tuoi non sono certamente degli assassini.”
      “No! Ma sono stronzi in compenso.”
      “Non dire cazzate!.” Giacomo si sentiva tornato dal lato di chi tira il rapporto.
      “Sono sicura che ha un alibi” disse lei dopo qualche istante di silenzio.
      “Io invece penso di no. Torniamo al villaggio?”
      “D’accordo” disse lei rabbuiata.
      “Dimmi una cosa prima. Stefano aveva avuto una storia con una cliente?”
      “Tu che ne sai?”
      “Lascia fare. Rispondimi!”
      “Si credo di si ... Ma cosa c’entra questo?”.
      “Alì sembra averlo confermato alla polizia. Quella notte tu piangevi perchè lo avevi visto con lei. Giusto?”.
      “Si ... E’ vero. Ma credo che tutto questo non abbia niente a che vedere con la morte di Stefano. Ah no! Scusami! Dimenticavo che adesso potresti aver trovato il filone del delitto passionale!”.
      “Quando l’hai visto?”
      “La sera del train phantom. Si era mascherata anche lei ed era con Stefano alla casa gialla. Poi li ho visti in spiaggia.”
      “Chi è questa tipa?”
      “Una di Roma una certa Monica. E’ sposata ma le piace fare la stronza con i ragazzini del villaggio. Il marito, invece, ha scoperto le immersioni e non si accorge di nulla”.
      “Andiamo adesso.”
      “Pensi che sia stato il marito?”
      ”Io non penso niente, ma quel tipo sta per passare qualche guaio”.
      Non dormirono insieme. Giacomo non aveva ancora digerito tutte le rivelazioni di Alessia. Si sentiva ancora una volta di fronte ad una storia che aveva colorato di una luce personale, che poi, alla luce dei fatti, si stava dimostrando deludente.
      Improvvisamente, il villaggio e le sue figure erano schizzati a migliaia di anni luce da lui, e sembravano ormai già divenuti irraggiungibili.
      (continua)

    • "Un'interferenza" Capitolo IV
      IV
      Dopo due giorni l’isola cominciò ad assorbire il senso di morte, con la sua terra secca e vulcanica, portando qualche nota di speranza a tutti coloro che ritenevano che quella disgrazia avesse definitivamente funestato e distrutto l’estate. Quella mattina sembrava che la morte di Stefano fosse stato solo un incubo estivo, difficile da dimenticare, ma solo un incubo.
      Al tennis si tentava di riprendere la vita di tutti i giorni. Per gli altri era più facile perchè l’idea di un incidente rendeva la cosa più accettabile. Per Giacomo le cose stavano diversamente. Ed era diverso non solo perchè egli era ben conscio che di incidente non si era trattato, ma anche perchè sapeva che, anche senza trovare il colpevole, quella vicenda, in lui, non si sarebbe risolta presto.
      Non era più al paesino di mare della sua infanzia, e la morte non era più una forma mentale sconosciuta. Si trattava della morte in tutta la sua potenza ed ineffabilità.
      In cuor suo, sperava di ritrovare presto, tuttavia, quel tanto di serenità che gli consentisse di riprendere le sue giornate, la sua vita e, in ultimo, anche le sue vacanze.
      Sperava anche di rivedere Alessia che gli mancava incredibilmente, e di saperle parlare nel modo giusto, di riavvicinarla a sè.
      Era giornata di tornei, di gare, di premiazioni. Si doveva trovare il modo di tornare in forma, di essere divertenti e così, insperatamente, fu. I ragazzi, dopo quell’evento, erano più uniti di prima e, come succede anche dopo i funerali, quasi per una reazione naturale, si cercava di tornare di buon umore, consolandosi con nuove battute, scherzi ed improvvise risate.
      Il vento era cessato ed il caldo era scoppiato di nuovo con tutta la sua violenza.
      Quella mattina, dopo la lezione, Giacomo decise di non pranzare e di recarsi direttamente alla piccola caletta dietro i campi da tennis per fare il bagno. Stese il suo telo da bagno, estrasse dallo zainetto il suo CD portatile e poi si tuffò in acqua subito, centellinando, momento per momento, quel piacere assoluto.
      Proprio sott’acqua, di nuovo felice, in quello scenario verde intenso e vivo, si rese conto che era deciso a smettere di pensare all’omicidio, ed a lasciare che la polizia svolgesse la sua indagine da sola, dopo le sue indicazioni. Ne era sicuro.Voleva tornare solo e senza il procuratore Caravita, che lo aveva già annoiato.
      Uscì dall’acqua in preda all’euforia. Afferrò la sua vecchia copia di Alcyone illudendosi addirittura di poter ricominciare a leggere. Ma fu interrotto.
      “Ciao”.
      “Ciao Alessia. Come stai?” disse Giacomo visibilmente imbarazzato.
      “Così” disse lei guardandolo da sotto.
      Alessia era lì in piedi, con il viso ancora triste e lo sguardo incerto, come un animale spaventato.
      “Vieni siediti”. Sedettero sullo scoglio piatto dove Giacomo aveva gettato le sue cose.
      “Ti piace D’Annunzio?” chiese lei maneggiando il libro
      “Non l’ho ancora capito”. Disse Giacomo con un sorriso. Seguì un lungo momento di silenzio nel corso del quale a tratti, con la coda dell’occhio Giacomo tentava di intuire lo stato d’animo di Alessia, di riconoscere sul suo volto i segni necessari all’approccio giusto, a non sbagliare.
      “Voleva diventare un dentista. Voleva comprarsi una barca tutta sua, e d’estate navigare con i suoi amici” disse lei fissando l’acqua del mare. “Non ha fatto a tempo a fare niente di tutto questo. Nulla.”
      “Come è andata in questi giorni?”
      “Da schifo. Non dormo da due giorni, Giacomo, e di notte mi battono le tempie” disse lei girandosi a guardarlo negli occhi. Di nuovo.
      “Ma tu devi dormire!”
      “Allora con quel testa di cavolo del medico del villaggio parlaci tu perché a me un sonnifero ha detto che non me lo da!” disse lei con gli occhi ora carichi di lacrime.
      “Hai mangiato?”
      “Non ho fame”.
      “Sei pallida e stanca. Non lavorare oggi e cerca di dormire”.
      “Non ce la faccio, non ce la faccio. Ho il suo viso davanti agli occhi tutto il giorno”.
      Alessia piangeva e Giacomo non sapeva che dire. Poi l’abbracciò e la strinse forte. Sentiva le lacrime correre sulle spalle e tutta l’incapacità di dirle la cosa giusta. E sapeva che stava per dire quello che la sua vocina gli consigliava di attendere a dire.
      “Non è stato un incidente” disse Giacomo all’improvviso..
      Lei si scostò di scatto.“Che stai dicendo? Non capisco”.
      “Stefano secondo me è stato ucciso” disse Giacomo distogliendo lo sguardo dai suoi occhi.
      “Ucciso? E da chi? Stefano era un ragazzino, studiava, perchè dici che lo hanno ucciso?”.
      “Una serie di indizi. Io ne sono sicuro ma la polizia sta indagando ed io non posso fare gran che.”
      “Mio Dio Giacomo ma che cazzo dici!?”
      “Per me non ci sono dubbi. Le vele, niente sangue sulla barca, la forza del vento. Stefano doveva essersi messo nei guai ma non so dirti in quali guai”.
      Alessia era attonita. Aveva smesso di piangere ma sembrava non capire.
      “Senti andiamo al ristorante e cerchiamo di mangiare qualcosa”.
      Per strada spiegò ad Alessia tutti i suoi dubbi. Al ristorante mangiarono in silenzio poi Alessia chiese “Che pensi di fare?”.
      “La polizia deve svolgere le indagini. Alessia io sono solo un avvocato, peraltro in stato confusionale già da qualche anno. Io posso solo dire alla polizia ciò che penso. Non posso fare altro”.
      “ E se non fanno nulla?”
      “Perché non dovrebbero fare nulla?”
      “Non lo so. Qui la vicenda è stata vista come un problema economico. Questi stronzi pensano al villaggio, ai clienti. Di Stefano non frega nulla a nessuno sai? Non credo che la polizia troverà molta collaborazione se cercano un assassino.”
      “Questo è possibile. Ci vediamo al tennis” disse indicando l’arrivo del suo amico capo - villaggio.
      “Ciao Sergio.”
      “Ciao Roma tutto bene?”
      “Tu che dici?”.
      “Mi sta piovendo addosso l’inferno sai? Stefano aveva già fatto quattro stagioni con me. Era un mio amico. Conoscevo i genitori, suo fratello. In più c’è tutto il casino che una cosa del genere può tirarsi dietro. Polizia, interrogatori, medici legali. Io non sono in condizioni di affrontare tutto questo!”.
      “Stefano aveva dei nemici che tu sappia? Aveva forse litigato con qualcuno in paese?”
      “Neanche mezzo. Piaceva a tutti. Alle volte era strafottente, o presuntuoso ma era una difesa” aggiunse Sergio mentre si stropicciava le palpebre.
      “Prendeva qualcosa? Non so acidi, cocaina ...?”
      “Droga? Stefano? Scherzi? Lui era un marinaio credeva in un ideale di vita sana, al massimo una birra la sera o un pastis. No non aveva problemi di droga. Ma perchè mi chiedi questo?”.
      “Così. Solo curiosità”.
      “Senti tu sei avvocato no? Quanto durerà qui l’ambaradam di polizia, magistrati eccetera?”.
      “Dipende.”
      “Da cosa?”
      “Se i rilievi e le indagini confermeranno la tesi dell’incidente ancora qualche settimana. Se invece dovesse esserci bisogno di un’autopsia l’indagine diventerà più lunga.”
      “Autopsia? Perchè?”
      “Per capire esattamente di cosa è morto”.
      “Non mi sembra che si possano avere dei dubbi in proposito.”
      “Non c’entra nulla. Si deve accertare se è stato il colpo o se è annegato in mare essendo svenuto.”
      “Mah! Speriamo comunque che mi facciano chiudere la stagione altrimenti qui l’atmosfera rischia di farsi pesante. Senti ... Un abbraccio ... Io vado. Oh! In gamba al tennis, tenete su la gente, fate uno sforzo ma non mi mollate i clienti, mi raccomando!” disse Sergio pronto a scappare verso il bar.
      “Ciao Sergio” disse Giacomo osservando il tipo allontanarsi.
      Giacomo era atteso dai russi.
      “Carasciò, carasciò, oci carasciò!” gridava Giacomo nevroticamente.
      Era diventato il suo tormentone. Eppure facevano dei progressi. Ma quello che più lo sorprendeva era che fossero loro ad avergli fatto tornare il sorriso. Aveva deciso di lanciarli nell’agonismo. Due squadre, un colpo per uno e cambio, si arrivava a 21. Partiva una kermesse indescrivibile, racchettate, cadute, risate, bestemmie cirilliche, volti rossi e congestionati. Si sentì in colpa ma stava ridendo.
      Alla fine della lezione, alla club – house rimase solo con Alì che non aveva fiatato tutto il giorno.
      “Che mi dici?” ruppe il ghiaccio Giacomo.
      “Brutta storia avvocato, proprio brutta” rispose lui col suo francese arabico.
      “So che tu l’hai visto per ultimo l’altra sera”.
      “Si amico. Era eccitato. Aveva visto che si alzava il vento e diceva che il giorno dopo non si sarebbe fatta lezione e lui avrebbe potuto andare in barca per conto suo”.
      “Ma non ti ha detto nulla? Aveva dei problemi, aveva litigato con qualcuno, aveva bisogno di soldi?”
      “Ah! Amico qui tutti abbiamo bisogno di soldi. Non siamo in vacanza come te e lavoriamo per un milione e duecento mila lire al mese. Ma lui non si lamentava di questo. Gli bastava la sua tenda, le sue donne, la sua birra. No, non aveva guai o problemi con nessuno.”
      “Di che avete parlato allora quella sera?”
      “Eh ma sei un avvocato o un poliziotto amico?”
      “Solo curiosità, vorrei capire di più.”
      “Non c’è nulla da capire avvocato, c’è solo da capire che il mare si comporta come crede quando hai poco rispetto di lui, quando non lo temi, e Stefano era troppo giovane.”
      Finirono il pastis poi chiusero la club house e si avviarono verso casa.
      Lungo la strada Giacomo non riusciva a smettere di pensare. Che quadro aveva di questo Stefano? Nessuno. Un Corto Maltese metropolitano che da anni è insegnante di vela, che conosce il mare, viene ucciso in barca da qualcuno di cui evidentemente si fidava tanto da portarlo in barca con sè. Un affare di donne? Un regolamento di conti con una banda di delinquenti del posto? Non capiva. Decise, pertanto, di tornare in stanza e prepararsi un aperitivo.
      Sulla strada verso il villaggio vide che il sole si stava lentamente immergendo in mare e decise, pertanto, di non privarsi del suo piacere quotidiano e di fare un tuffo alla caletta di ponente.
      Il mare, ora calmo, appariva, quella sera, come una tranquilla distesa d’argento, protesa verso l’arancione acceso del cielo al tramonto. Ripensò ai bagni serali di quand’era ragazzo, quando, poco prima dell’imbrunire, si andava in spiaggia con la speranza che Sandruccio, l’ultimo pescatore del paesino di vacanza, col suo vecchio guscio tirasse la sciabica.
      Con gli amici si attendeva a riva il rientro di Sandruccio, nella speranza che chiedesse loro aiuto per cominciare a tirare il braccio di chiusura. Sotto la sua direzione tecnica si cominciava a ritirare la cima, lentamente, in modo da non dar adito ai pesci presi nella rete di saltare fuori dal sacco estremo. Poi, quando il sacco era prossimo alla riva, Guido cominciava a dar notizia delle prime sagome argentate che guizzavano.
      “Sono cefali cefali!” gridava Guido eccitato, certo di una pesca miracolosa. Il più delle volte, tuttavia, il bottino era scarso ma ripagava in avanzo di tutto il divertimento di quella sciabicata.
      Al termine della pesca non restava che il tuffo collettivo, con la rincorsa dalla spiaggia, pronti ad immergersi in quello specchio argentato e caldo, proprio mentre le prime luci del lungomare si accendevano, e in spiaggia non c’era più nessuno.
      Si tornava a riva gridando, con l’illusione che la “fiamma” del momento, per qualche strano motivo, li stesse osservando, e con le mani che odoravano ancora di pesce.
      Tutto finiva quando era già notte e quando, orgogliosi del contributo offerto, ci si sentiva parte della comunità di pescatori, consacrati dalle operazioni di rimessaggio e pulizia della barchetta di Sandruccio.
      Ricordava la sua barchetta, fregiata di mille riparazioni, stuccature e tinteggiature. D’inverno lui era sempre in spiaggia ad accudirla, come una vecchia amica sensibile e delicata. Lo si vedeva in lontananza, chino su di lei con amorevole dedizione, mentre da un angolo della bocca gli sbuffi della sua nazionale senza filtro si perdevano nel vento freddo che spirava dal mare.
      Dopo la morte di Sandruccio la barca era rimasta, fino a qualche anno prima, ancora lì, sulla spiaggia, squassata dalle mareggiate invernali. Poi, un giorno, era sparita, in silenzio, travolta da un’ultima mareggiata, più forte delle altre.
      Giacomo si immerse incerto, spaventato da quel mare assassino che pure amava così tanto. Le sue mille musichette erano lì con lui, mentre le braccia fendevano l’acqua, con un suono sordo. Non avrebbe cenato al ristorante quella sera, non ce l’avrebbe fatta.
      Dopo aver vagato un pò per il villaggio approdò al teatro dove si sarebbe tenuto lo spettacolo serale ispirato a “West side story”. Ne aveva viste almeno dieci diverse versioni nei diversi villaggi, tutte diversamente grottesche, ma belle.
      Belle per quell’entusiasmo pasticcione dei ragazzi, distrutti da stanchezza e divertimento, che si improvvisavano ballerini e cantanti, con inevitabili effetti comici. Giacomo era intristito dall’idea di non vederli più sapendo che, in breve, anche loro sarebbero diventati volti e voci sovrapposti alle lucine di un nuovo viaggio. Quella sera si sentiva vicino a loro ed al loro modo di essere.
      Gli leggeva negli occhi la voglia di ricavarsi una vita piacevole, nell’illusione di essere talenti artistici, playboy, sportivi mancati ma con l’amore per la vita dentro, e dunque, in certo qual modo, superiori a lui.
      Giacomo si sistemò all’estremo dell’anfiteatro, deciso a staccare tutti i contatti del suo cervello ed ad autoipnotizzarsi con le luci policrome dello spettacolo.
      “Gli avvocati non fanno spettacoli vero?” disse Alessia che nel frattempo lo aveva raggiunto.
      “Non è vero dovresti vedermi vestito da Jaffar” disse lui sorridendo.
      Alessia gli si sedette accanto. Era ancora in costume da bagno. I suoi occhi brillavano nel buio, restituendo i colori delle luci. Lentamente stava riemergendo dalla sua angoscia e cercava di parlare.
      “Come ti senti?” disse Giacomo all’improvviso.
      “Così.”
      “Fai lo spettacolo?”
      “Forse domani.”
      Giacomo le prese un dito della mano. Lei lo lasciò fare senza dire nulla.
      “Hai mangiato?” chiese Giacomo guardandole gli zigomi evidenti, e le guance affossate.
      “No.”
      “Io neanche. Senti io conosco il magazziniere, gli ho dato lezioni di tennis a Chamonix lo scorso anno. Ti va di andare a saccheggiare la dispensa?”.
      “Si, va bene, portami dal magazziniere” disse Alessia tornando ad aprire il sorriso per la gioia di Giacomo.
      Le cucine del villaggio erano un mondo a parte. Un labirinto di ghiacciaie, fornelli enormi, tavoli di marmo e cuochi al lavoro tra polli appesi e quarti di agnello, il tutto pervaso da un odore forte di cucinato, di sugo o meglio di caserma o refettorio.
      Giacomo amava aggirarsi in quei posti quando non c’era nessuno. Il momento magico, e di massimo splendore, delle cucine, tuttavia, era certamente la settimana precedente alla chiusura stagionale del villaggio, quella nella quale i ragazzi erano liberi di saccheggiare le dispense traendone i cibi più sofisticati e rari.
      Dopo il lavoro di smantellamento di tutte le strutture del villaggio, alla sera, ci si ritrovava attorno ad un enorme tavolone di marmo dove si depositavano i migliori vini francesi, Chateau Lafitte e Chateau Latour, il Sauternes, si cuocevano gli ultimi astici congelati, si dava fondo alla provvista dei formaggi.
      E così, sotto una lampadina a basso voltaggio, ci si ubriacava, nell’illusione che il paese dei balocchi non sarebbe mai scomparso. Ma nei discorsi filtravano anche le incertezze di un nuovo inverno e la voglia di sperare in un anno speciale, un anno nel quale le domeniche tristi sarebbero state bandite, le amicizie nate al villaggio non sarebbero state abbandonate, e le notti non sarebbero state così lunghe e solitarie.
      Giacomo aveva preso parte solo una volta a quel rito ma era sufficiente a ricordarne, con grande nostalgia, tutta l’atmosfera. Si accorse che aveva perso, nella memoria, le facce di molti, di troppi.
      “Oh all’avvocato si è aperto lo stomaco in ritardo eh!” Disse Luc il magazziniere vedendo i due che si aggiravano incerti. “Senza fare casino però eh!”.
      “Grazie Luc! Non ti preoccupare mettiamo tutto a posto” disse Giacomo entusiasta della disponibilità mostrata. Prese per mano Alessia e, scese le scalette, la condusse alla cantina. Di fronte allo spettacolo della cantina Alessia sgranò gli occhi.
      “Sai che mi hai fatto venire fame! Che cos’è questo?” chiese Alessia incuriosita.
      “ Fois Gras! Prendi i crostini ... E il vino”. Giacomo afferrò la tovaglia bianca che prima aveva notato, due bicchieri di cristallo, quattro o cinque involti di formaggio, mise al collo una catena di salsicce di cinghiale e apparecchiò il tavolo di marmo con il sorriso in faccia. Nel frattempo Alessia non smetteva di curiosare tra i barattoli.
      “Zitto zitto! Cazzo questa latta è piena di marmellata di visciole” disse lei mentre affondava le dita nella latta.
      “Torno fra un secondo” disse Giacomo sparendo dietro la scaletta. Tornò dopo qualche istante con due pentole.
      “Che cos’è?” chiese Alessia eccitata
      “Solo avanzi. Pollo freddo e frittata di pasta” disse Giacomo ridendo.
      Mangiarono senza parlare. Aggredirono, in breve, anche i formaggi. Saint Paulin, Parmigiano, Rochefort, Camemberg, Brie. Ebbero cura di cambiare vino, sempre senza una parola. Solo davanti alla crostata di pesche risero.
      Dopo un breve istante di silenzio Giacomo la baciò.
      “Credo che lo spettacolo sia finito” disse Giacomo quasi in colpa per quella trappola gastronomica.
      “Io al bar non vado, i clienti stasera se li becca qualcun altro!”.
      “Allora andiamoci a finire la bottiglia alla darsena, ti va?”
      “D’accordo” rispose lei sorridendo dolcemente.
      Alla darsena trovarono un gruppo di gente in attesa di un barbecue, fintamente improvvisato, e così dovettero spingersi fin sulla punta del piccolo golfo per stare tranquilli.
      Alessia si rannicchiò, seduta di spalle, tra le sue braccia.
      Le accarezzava i capelli lentamente, mentre cercava di mandare a mente i particolari del collo, delle braccia, le macchioline della pelle, l’odore della maglietta. Alessia era tornata ad invadere la sua mente.
      “Quando torna il tuo amico magistrato?” chiese lei mentre fissava il mare.
      “Domani.”
      “Si saprà qualcosa?” insistè.
      “E’ presto”.
      “Se è stato ucciso devono trovare chi è stato. Altrimenti chiamo mio padre!”
      “Perchè tuo padre chi è?” chiese Giacomo cercando di guardarla negli occhi.
      “E’ un giornalista. Famoso!”.
      “Qualcosa comunque sapremo.”
      “Cosa?”
      “Se manca un salvagente”.
      Giacomo osservò le luci del ristorante che si riflettevano sull’acqua e strinse Alessia più forte.
      (continua)

    • Un'interferenza - Capitolo III
      III
      La tramontana soffiava ancora fortissima portando un inaspettato refrigerio a tutto il villaggio. Alessia e Giacomo fecero colazione insieme, in totale silenzio. Era una strana atmosfera perchè in quella dimensione non si riconoscevano più facilmente. Decisero di assumere un contegno professionale parlando con i clienti. Si lasciarono con un sorriso ansioso.
      Giacomo andò al club di tennis con mille pensieri in testa e mille domande. Non capiva ancora esattamente che cosa era successo con Alessia, e ne temeva i comportamenti. Aveva l’impressione di essersi innamorato di uno spirito libero, incostante, anche se emotivamente devoto. Poi si accorse che i suoi meccanismi di sabotaggio delle cose belle che gli succedevano nella vita stavano invadendo un settore non consentito, e si riprese.
      Il vento era ancora forte e la lezione non sarebbe stata divertente. I bambini erano eccitati ancora dal treno fantasma e non riusciva a tenerli fermi. Dovette ricorrere al vecchio sistema del lupo - tennista - una specie di “colpo di fulmine” a sfondo agonistico - che li faceva divertire e rimanere in campo.
      Già da qualche ora il rumore di un elicottero, che aveva sorvolato il villaggio parecchie volte, aveva reso tutti inquieti. Si aveva l’impressione che fosse successo qualcosa.
      Fu Alì, alla fine della lezione, ad avvertire tutti: Stefano, l’istruttore di vela, era stato trovato morto in mare. Annegato. Una manovra improvvisa del suo quattro e venti doveva averlo ferito e proiettato in mare, dove poi era annegato, oppure era morto dissanguato perchè il taglio sulla nuca era molto profondo.
      Giacomo gelò. Sentiva già l’odore della morte in un luogo dove mai pensava di incontrarla. Eppure era arrivata. Corse alla piccola darsena.
      La motovedetta della capitaneria di porto era ancorata proprio davanti alla riva dove un gruppo di carabinieri, polizia e infermieri sembrava radunato attorno a qualcosa. Sentì nuovamente il ghiaccio in gola. Si avvicinò lentamente finchè non fu in condizione di vedere il corpo di Stefano, esanime, con il capo ancora insanguinato sulla ghiaia.
      Un lungo, tortuoso rivolo di sangue che partiva dalla nuca si era fatto strada nel pietrisco della battigia, e si gettava in mare dissolvendosi nelle propaggini delle onde.
      Il cadavere di Stefano era lì, disteso come in un’ultima, tragica pantomima carnevalesca. Era come se il lenzuolo bianco, che pure era stato steso su di lui, non fosse in grado di nascondere, neanche in minima parte, tutto l’orrore, l’assurdità e la tragicità di quella scena, che tutti sentivano addosso.
      A pochi metri dal cadavere, la deriva che Stefano doveva aver usato, brandeggiava innocente sotto gli urti delle onde.
      Giacomo era attonito, intontito, vedendosi alle prese con una scena che non avrebbe mai voluto vivere. Le ragazze dell’equipe piangevano a dirotto inutilmente consolate dai ragazzi che millantavano maggior coraggio.
      Sergio, il capo villaggio, si aggirava eccitato fermandosi, di quando in quando, a colloquio con i diversi funzionari di polizia.
      “Stefano non doveva, non doveva!” ripeteva agitato “Mille volte gli avevo ripetuto di non uscire mai da solo con la barca e per giunta al trapezio. Sono gradassate che ha pagato in questo modo assurdo. Adesso siamo a trentacinque nodi di maestrale e stamane, presto, abbiamo sfiorato i quaranta. E’ pura follia uscire in mare da soli con quelle condizioni di mare!”
      Giacomo, dal canto suo, era ancora paralizzato. Non capiva. Soprattutto non capiva perchè uno come Stefano avrebbe dovuto uscire alle sette del mattino con la barca. Effettivamente il vento era ideale per uscire e divertirsi, ma non da solo e non al trapezio, che ancora indossava.
      Stefano poi non gli era sembrato un tipo da affrontare simili prodezze in assenza di una platea, mentre alle sette di mattina era chiaro che nessuno del villaggio avrebbe potuto vederlo.
      Giacomo voleva vedere la barca e le si avvicinò lentamente. Cominciò ad osservare attentamente come era stata armata, le vele, le manovre e le regolazioni, ma quando stese la mano per verificare lo stato del timone un carabiniere si avvicinò di corsa e gli ingiunse di allontanarsi dalla barca e di non toccare nulla. Obbedì controvoglia e, con la mente frastornata, decise di tornare al villaggio, già sapendo che non avrebbe mangiato.
      Sulla stradina polverosa, accanto al farè delle bibite ghiacciate, vide Alessia che singhiozzava, abbracciata ad una amica.
      Non sapeva che fare. Non poteva passare ed andare via, ma neanche avvicinarla. Rimase per qualche istante fermo. Fu Alessia a girarsi, in una improvvisa pausa del suo pianto. Vide i suoi occhi rossi, il viso carico di dolore, e le mani che tremavano mentre tentavano di tirare indietro i capelli. Non si dissero nulla. Poi lei si voltò e Giacomo decise di proseguire.
      Sulla strada per tornare al villaggio si chiedeva il perchè di quella tragedia, il perchè di un fatto del genere. Eppure tutto rientrava nelle cose che il mare è in grado di fare, avendole conosciute già da bambino.
      Gli tornarono in mente i giorni di morte nel piccolo paesino di mare dove andava in vacanza da bambino, con la famiglia. Dopo la mareggiata si cercava il cadavere anche per giorni. Poi il ritrovamento diventava un episodio raccontato da un amico, con la macabra enfasi dei ragazzini, che sono curiosi di tutto. Anche della morte.
      Tornato al villaggio cercò di rientrare in sè discutendo con i colleghi del fatto. Riuscì anche a mangiare un panino e a tornare nella sua stanza dove, invece di poter ripercorrere i momenti del suo amore con Alessia, fu costretto a fronteggiare l’angoscia che, nel frattempo, era tornata a divampare come in pieno inverno.
      Al tennis il pomeriggio trascorse lento e triste, ma fu utile per mettere un po' di distanza con la scena della mattina. Di certo il momento dell’aperitivo non sarebbe stato come al solito. Alessia era sparita.
      A sera, tornato al bar Giacomo sentì il bisogno di stordirsi con del pastis che prese a bere a grandi sorsi. Poi, improvvisamente, sentì una forte pacca sulla schiena ed una voce conosciuta.
      “Cazzo ma ancora appresso alle minchiate corri?”. Si girò immediatamente e sgranò gli occhi di fronte al personaggio che era venuto a cercarlo.
      “Simone! Che ci fai qua? Segui l’indagine?”
      “Minchia non me ne parlare che dovevo partire domani coi bambini per andare da mia madre a S.Marinella, poi è arrivata questa rottura di coglioni di incidente, ma sai quando muore qualcuno sul lavoro occorre verificare le cause, ascoltare i datori di lavoro e tutta una serie di sacri cavoli che proprio non ci volevano”.
      Simone Caravita era un vecchio compagno di scuola e di università di Giacomo. Caravita era il classico compagno sfasato, non stupido ma pesante e goffo. Apparteneva a quel genere di persone che possono risultare simpatiche o assolutamente insopportabili, a seconda dello stato d’animo di cui si dispone al momento in cui le si incontra.
      Giacomo in qualche modo, gli era affezionato ma non vi era dubbio, tuttavia, che ritenesse di annoverarlo, a pieno titolo, anche nel personalissimo carnet dei rompicoglioni specializzati.
      “Come stai?” chiese Caravita con una nuova, grande pacca sulla spalla e sgranando il suo sorriso compagnone.
      “Beh non è una grande giornata oggi come puoi immaginare. E tu?”
      “Che ti devo dire, sono distrutto. Lavoro come un cane alla procura di Palermo, con mia moglie che la metà del mese la passa a Roma dalla madre. Avanti e dietro. Insomma una mezza chiavica. E tu?”
      “Sono qua”
      “Io guarda da una parte ti invidio perchè sta’ cosa di venire nei villaggi non te la sei mai tolta eh? Senti e Marco, Alessandro insomma tutti gli altri?”
      “Bah, ogni tanto ci sentiamo, si fa la solita rimpatriata poi ognuna torna alle sue nevrosi preferite. L’atmosfera negli ultimi tempi si era fatta piuttosto pesante.”
      “E la professione?”
      “Prosegue”
      “Minchia ho visto che parli al convegno di Taormina di settembre, dopo il Professor Rossato, ormai sei nell’empireo eh!”
      “Si infatti. Senti vuoi bere qualcosa una aranciata, un pastis ... non so?”
      “Nulla ... Anzi una grappa va. E quindi?”
      “E quindi niente. Sono qui. E stamane è successo qualcosa che proprio non mi spiego”.
      Giacomo ordinò da bere.
      “Che cosa non ti spieghi? Era il solito buffoncello che si è messo in barca da solo con 35 nodi di maestrale ... Per carità non cominciamo con le masturbazioni mentali Giacomo che io già ho tanti di quei casini!”
      “Masturbazioni? Ieri siamo tutti andati a letto tardi dopo la festa, compreso Stefano, che probabilmente, come tutti, era anche ubriaco. Perchè svegliarsi alle sei per prendere la barca da solo?”
      “Giacomo abbiamo verificato, pare che questo Stefano più d’una volta abbia preso la barca di mattina presto. Era un fissato. Pensava di essere una specie di mago del quattro e venti. E le sue sbrasonate gli sono costate caro.”
      “No, non dopo la festa di ieri. E la ferita?”
      “Quale ferita?”
      “La presunta ferita fatta dal boma in strambata. Perchè è sulla nuca? Semmai dovrebbe essere sulla fronte. In strambata, se sei al trapezio, non potresti in alcun modo ricevere un colpo alla nuca, ma semmai sulla fronte”.
      “Oddio Giacomo. Ma come fai a sapere dove si trovava lui quando ha strambato? E poi ci sono tracce di sangue e capelli sul boma, oltre al segno del colpo”.
      “E’ stato artefatto. Con trentacinque nodi di vento il trapezio non riesci neanche ad agganciarlo.”
      “Ah, ho capito adesso. Cominci ad annoiarti in posti come questo, e dopo un po' ti metti a fare il tenente Colombo. Per me è un incidente, caro Giacomo, e non ho motivo di armare un casino su una cosa che mi appare evidente essere un incidente”.
      “Tu andavi in barca, vero? Male ma andavi in barca giusto?”
      “Grazie per il male ma comunque si, andavo in barca. E allora?”
      “Vieni con me” disse Giacomo indicando in direzione della darsena.
      “Dove andiamo?” chiese Caravita
      “Tu non ti preoccupare”. Giacomo lo condusse alla darsena dove la barca di Stefano era stata tirata in secca e sigillata. Di fronte alla barca Giacomo si arrestò e chiese a Caravita “Che cosa noti?”
      “Noto una barca”.
      “Simone non fare il fesso non noti nulla?”
      “Beh veramente …”
      “Il quattro e venti era armato per uscire in due. Randa piena, non ridotta, e fiocco. Perchè non controlli tu stesso?” insistè Giacomo.
      Caravita esitò qualche minuto mentre, da dietro i suoi occhiali, fissava perplesso Giacomo, lisciandosi il pizzetto.
      “Allora facciamo un patto. Io apro un’inchiesta ma tu, nel frattempo, ti riguardi le bozze della mia monografia, quella per il concorso”.
      “Ma che cazzo c’entra adesso la tua monografia con il delitto?” chiese Giacomo stupito.
      “C’entra perché io il quindici settembre prossimo debbo presentare la monografia e debbo ancora rivedere tutti e due i capitoli finali. Se io sono qui a fare Kojak qualcuno lo deve fare al posto mio no?”
      “E di quante pagine sarebbe questa monografia?”
      “Duecentocinquanta”.
      “Sei un rompicoglioni”.
      “Anche tu”.
      “Senti allora comincia la tua indagine verificando che non manchi anche un altro salvagente”.
      “D’accordo Sherlock. Adesso però torno a Palermo che c’ho i ragazzi stanchi, devo ripassare in Procura e cominciare a redigere il verbale e gestire tutti i casini che queste cose comportano”.
      “Vedo che l’idea di ricercare l’assassino di un ragazzo di ventidue anni, che è stato ammazzato a bastonate, stimola il tuo alto senso del dovere, non solo quello d’ufficio, bensì quello morale, che più ti fa onore” disse Giacomo sarcasticamente.
      “Dovresti fare la mia vita per qualche tempo prima di giudicarmi. Ciao Giacomo sarò qui domani dopo pranzo”.
      Giacomo osservò Caravita allontanarsi. Le sue scarpe nere, il suo abito blu doppiopetto, la camicia bianca col collo largo e il sigaro toscano col quale da anni annichiliva tutti i suoi incauti interlocutori. Un pezzo della Roma che fuggiva era venuto a stanarlo fin lì.
      Al ristorante il clima era strano. I clienti avevano in parte superato lo shock, anche perchè molti non avevano neanche vissuto la scena. I ragazzi del villaggio invece erano inebetiti.
      Giacomo cercò tra i tavoli Alessia, ma non la vide. Cenò da solo allora, accanto ad un ragioniere di Milano, che gli parlò di come avesse sfiorato spesso la morte nella sua casa di campagna vicino al lago. Tutti volevano sapere dell’incidente, dettagli, particolari, e tutti concludevano, ipocritamente pensosi, con le loro affermazioni da vagone ferroviario.
      Giacomo non riusciva a smettere di pensare. Era sicuro che si trattasse di un omicidio ma non afferrava il possibile movente. Cosa poteva aver scatenato una reazione così violenta? Era stato meditato? Perchè dopo quella nottata Stefano si era fatto convincere ad uscire in barca? Aveva paura che anche quel pensiero, persino quella vicenda, potesse diventare una delle sue musichette ossessive di cui non si sarebbe facilmente disfatto, se non in esito alla sua soluzione.
      E così, mentre percorreva, incerto, i vialetti del club, accompagnato dalla più profonda tristezza, non potè fare a meno di chiedersi se c’era una soluzione anche per tutte le altre musichette che da tanto tempo gli occupavano la testa.
      (continua)

    • "Un'interferenza" Cap. II
      II
      A lui erano toccati i bambini ma ne era contento. Erano tanti e venivano da tutto il mondo. Gli italiani, con le mamme stoiche attaccate alla rete del campo da tennis, gli inglesi, tristi ma tutti di un pezzo, i tedeschi, apparentemente indifferenti, e i francesi che piangevano ma resistevano.Li trovava tutti bellissimi e loro lo adoravano. Alla fine della lezione urlavano impazziti e gli saltavano al collo per tirargli i capelli, baciarlo, tirargli pugni e per chiedergli: “Jacques! ... Jacques! .... Jaaaaaaaaaaaacques s’il te plait! Fait le danseur des ânes 70. Siiiiiiii. Siiiiiii”. Allora Giacomo organizzava l’imitazione del ballerino dei varietà televisivi anni 70, col sorriso stampato, l’occhio spiritato e le braccia in aria.
      I piccoli impazzivano dalle risate, insieme alle mamme che non riuscivano più a trascinarli in spiaggia. Erano tutti adorabili maschi e femmine.
      Si divertiva ad osservare quei diritti sghembi, quei rovesci svolazzanti, quelle risate improvvise, i dispetti e le bugie. Non riusciva a sottrarsi al fascino di un teatro vivo, di un’umanità completa che si agitava davanti ai suoi occhi.
      “Ma sei mancino o destro?”
      “Io … Io … Sono di Bergamo.”
      “Lo so che sei di Bergamo Nicola, ma con quale mano scrivi?”
      “Eh … Questa!”
      “Mh … E che mano è quella?”
      “Eh non lo so … E’ la sinistra!”
      “No quella è la destra!”
      Eppure trovava difficile fare lezione. Le immagini di lui bambino ai corsi di tennis gli tornavano in mente ancora così nitide e chiare da credere che risalissero solo a pochi anni prima; in certo qual modo, era in imbarazzo, perché si trovava a fare lezione a suoi coetanei. Giacomo si sentiva, in fondo, un loro infiltrato nel mondo dei “grandi”, e quel ruolo di maestro suonava come un travestimento posticcio.
      Gli tornarono in mente i suoi vecchi maestri, le loro facce velate da un abbronzatura costante, le battute, il romanaccio “perbenizzato”, i versi strani e le imitazioni. Si ricordò dei loro racconti di gioventù, frutto spesso di pura fantasia, nei quali si narrava, enfaticamente, di partite epiche contro avversari irriducibili, vinte in extremis con tattiche sopraffine o deus ex machina di puro talento.
      Oppure la partecipazione a tornei di prestigio, dove avevano incrociato la racchetta con futuri campioni del circuito internazionale. E poi le donne, le conquiste impossibili, gli intrighi di circolo.
      Giacomo si chiedeva se i bambini lo avrebbero ricordato, se avrebbero ricordato la sua faccia come lui ricordava ancora la faccia, i gesti, le imprecazioni e la simpatia dei suoi vecchi maestri ed istruttori.
      Pensava che sarebbe stato sufficiente che almeno uno, un solo bambino lo ricordasse per giustificare quel viaggio.
      Si rammentò dei campi gelati, bianchi di sale, nell’atmosfera rarefatta di un pomeriggio d’inverno, con in testa l’illusione di un futuro agonistico di successo, di trionfi internazionali, di donne inarrivabili.
      Si ricordò di Zio Peppe, il guardiano del circolo, con la sua faccia da pescatore e la pelle raggrinzita da decenni di sole, sempre ubriaco e bestemmiante, che gli spiegava i segreti della manutenzione. Anche lui era sparito, senza traccia, come tante, tantissime cose della sua vita che ora cercava di ricordare, anche le più insignificanti.
      Giacomo assisteva curioso al nascere dell’amicizia fra i bambini, anche fra quelli che non hanno alcuna possibilità di scambio verbale, provenendo da paesi diversi. Eppure le amicizie nascevano facilmente, semplicemente. Per loro l’importante era giocare e stare bene, perché era sufficiente la fantasia, mentre la realtà di per sé era insignificante. Anzi era il gioco di papà e mamma.
      Il caldo era pesantissimo e le cicale, tra gli eucalipti, cantavano all’impazzata. Dopo una breve pausa, alla seconda ora arrivavano i russi che, in versione turistica, gli risultavano irresistibili.
      Si trattava di un drappello di quattro uomini e una sola donna, armati di misteriosi strumenti sportivi - di cui non comprendevano, esattamente, la funzione - che, carichi di entusiasmo e di sovietica disciplina, si dedicavano all’apprendimento tennistico secondo canoni di massimo rigore.
      Già in sede di spiegazione dell’impugnatura corretta della racchetta, tuttavia, i russi mostravano una assoluta anelasticità di struttura: il polso non ruotava, si spezzava, le gambe non si flettevano si dimezzavano e la palla aveva una sola direzione, ovvero quella che sembrava aver preso nei primi due metri di viaggio, mentre ogni modificazione di traiettoria, successiva ed improvvisa, la escludeva dall’essere presa in considerazione quale legittimo colpo di tennis, cui dover, in qualche modo, rispondere. La colonna vertebrale era un ipostasi, ma fare lezione era un piacere e le risate non mancavano mai.
      “Karasciò karasciò! Oci karasciò!” ripeteva continuamente Giacomo tentando di dare un ritmo all’esercizio col cestone.
      “Gambe, legs … Queste come …? Ecco! Piegate, bended! Come? No … piegate! O.K!.” Giacomo spesso non riusciva a trattenere le risate. Questo accadeva quando, ad esempio, nel tentativo di tenere le gambe piegate per colpire la palla, cominciavano a correre con le gambe rattrappite, strusciando le scarpe sul terreno bollente, arrivando tardi sulla palla ma in tempo per far partire una pallata di forza devastante che era costretto a schivare, regolarmente all’ultimo momento.
      Alle volte doveva addirittura fermarsi perché i sussulti della pancia, a causa delle risate trattenute, erano troppo evidenti.
      Li lasciò soddisfatti, a fine lezione, boccheggianti sotto l’ombrellone a fianco della club house, tra bottiglie d’acqua minerale, integratori salinici e asciugamani.
      Tornò in stanza a godersi quella stanchezza fisica che tanto aveva desiderato. Quel cupio dissolvi che in città gli era precluso dalla compulsività dei suoi pensieri.
      Si ricompose per il pranzo e si recò al ristorante deciso ad adottare una dieta altamente evoluta, evitando accuratamente tutte le perversioni culinarie che il club quotidianamente propinava.
      A tavola si unì ad una coppia di marsigliesi, lui ufficiale della polizia e lei impiegata in un’agenzia turistica. Si parlò di Marsiglia, dell’Italia e dei vini francesi. Più parlava con i francesi più trovava che il loro cinema ne avesse resa sempre un’ottima descrizione. I marsigliesi erano veramente marsigliesi e, mentre li guardava, mentalmente ne ripercorreva tutti i lineamenti del viso, per immaginare come li avrebbe disegnati Uderzo.
      Dopo pranzo si rifugiò in stanza, alla ricerca di qualche minuto di sonno. Nel volgere di pochi istanti cadde in un sonno profondo. Fece un sogno di mare, ancora una volta, che aveva come scena il suo paesino di vacanza. Ma non era il solito mare nero, notturno dei suoi sogni ricorrenti, a volte calmo a volte in burrasca, con scogli da cercare in acqua, con le mani o coi piedi. E non c’erano barche in navigazione notturna da cui si rischiava di cadere. Era giorno, in un’ora indefinibile, con la spiaggia deserta.
      Solo pochi ombrelloni, quelli degli amici di famiglia, ma senza nessuno. Non capiva se fosse la stagione sbagliata, ma con gli ombrelloni, oppure fosse semplicemente la stagione giusta, ma senza le persone. Il sole non aveva una posizione definita.
      Si svegliò di soprassalto, preoccupato di far tardi alla lezione. Arrivò alla club house affannato, afferrò la racchetta e entrò subito in campo poiché era già cominciato il corso degli inglesi. Si trattava di avvocati inglesi con relative mogli. Erano simpatici e per nulla inglesi.
      L’errore fondamentale, tuttavia, fu quello di mettere mogli contro mariti nella partitina finale. Le donne battevano i mariti e questo aveva creato un problema familiare di netta evidenza. Eppure le mogli continuavano ad essere mogli. Dolci, apprensive per i mariti quando rischiavano di farsi male, preoccupate per i bambini che erano con le ragazze del club junior. Ma se si doveva fare una gara loro non mollavano una palla, ed anzi giocavano ragionando con astuzia. Giacomo pensò che aveva avuto una dimostrazione concreta dello scollamento in atto nei rapporti tra sessi di cui tanto si parlava nei media.
      Alla fine della lezione avanzava un po’ di energia per palleggiare con Alì. Giacomo voleva familiarizzare con quell’atteggiamento di impeccabilità tennistica.
      Voleva essere sensibile all’idea di giocare avendo sempre bene chiara in mente l’immagine del movimento giusto, del suono che voleva ottenere, della linea della palla. Voleva vedere se riusciva ancora a lavorare sulla sua negatività per eliminarla.
      Dopo tanti anni di tennis, solo da poco si era reso conto che, in campo, non si era mai sufficientemente lasciato sedurre dall’idea di giocare bene, concentrandosi sul suo gioco, anzi facendosi sedurre dal suo gioco, bensì dall’idea di perdere, e di sfigurare con una avversario evidentemente inferiore a lui.
      Questo significava, alla fine, perdere realmente, specialmente le partite importanti. Capiva che quel tipo di negatività lavorava sotto pelle, e che la tanto decantata grinta, nel significato e nei riti che tutti le ricollegano, in realtà non era, di per sé, utile a sconfiggerla.
      Quella lotta, infatti, richiede una volontà diversa, ed una sensibilità per le cose della vita che, forse, arriva solo tardi. Soprattutto si chiedeva se questo, in realtà, non accadesse anche in tutte le altre sfide della sua vita e se c’era un modo di vivere impeccabilmente, senza perdere le emozioni.
      Tornò in stanza frastornato dal pastis, pronto per il sacro rito della doccia. Sotto l’acqua capì che forse quel percorso mentale lo avrebbe potuto portare da qualche parte, e provò nuovamente a cercare di interrompere il suo dialogo interiore, perché era di silenzio che la sua mente aveva bisogno, solo silenzio.
      Scelse una nuova camicia, il suo paio di pantaloni preferiti e si recò al ristorante cercando di ricreare nella sua testa quella sensazione che si ha nei sogni quando ci si accorge che, forse, si sta sognando, e allora si vive la situazione sapendo che un qualche intervento creativo lo si può effettuare.
      Insomma, come quando in sogno ci si augura di essere in grado di suonare perfettamente il pianoforte, pur consci che non si sono mai prese lezioni; ma quando la scena si sposta al pianoforte ci si accorge, improvvisamente, che si è in condizioni di suonare perfettamente.
      Letta in questa chiave ogni situazione di vita poteva essere interessante e curiosa, poiché evocava un concetto di volontà diverso e più vero, e trascendente.
      Il problema fu che, come risultato di questo atteggiamento, quella sera pranzò con un consulente finanziario modenese che lo subissò di beghe ed elucubrazioni a sfondo lavorativo che gli rovinarono la cena.
      Passeggiò per il villaggio senza meta, ripercorrendo mentalmente i suoi “dopocena” d’estate, da bambino. Quando la Vaudetti cominciava a presentare Gennaro Olivieri e Guido Pancaldi, e a spiegare il funzionamento del “fil rouge”, si partiva con la bici per chiamare gli amici. In breve erano tutti riuniti sul lungomare. Il programma era ripetitivo eppure, allo stesso tempo, sempre diverso. Poteva trattarsi di una gara di salti dal muretto, di una corsa in bici alla ricerca delle ragazzine più carine, che erano già in giro per il paese, oppure di una raccolta di vecchi giornaletti per allestire una piccola rivendita vicino alla pineta.
      Ma il piano che tutti preferivano poteva essere attuato solo quando il “Supercinema” programmava un film “caldo”. Si correva ad attaccarsi ai portelloni delle uscite di sicurezza della sala cinematografica, lasciati aperti per consentire un minimo di ventilazione. Da lì era possibile rubare, con l’ansia di mandarle a memoria il più fedelmente possibile, le forme di Lisa Gastoni in sottoveste, cogliere i turbamenti di Alessandro Momo davanti alla bellezza di Laura Antonelli, e valutare con maggior tranquillità quel nuovo mito di cui tanto si parlava, l’Agostina Belli nel suo momento migliore.
      Il sogno erotico, tuttavia, andava in frantumi, presto e malamente, quando “il Tedesco”, ovvero il bigliettaio – maschera – custode del Supercinema, accortosi del supplemento di pubblico “in esterna”, si lanciava all’attacco dei ragazzi urlando ed imprecando parole in dialetto dall’effetto terrorizzante. L’abilità, dunque, era tutta nell’inforcare la bicicletta il più velocemente possibile, ed allontanarsi rapidamente prima che “il Tedesco” fosse in grado di raggiungerli. Solo ora Giacomo si rendeva conto che, senza l’intervento del Tedesco, la tappa ai portelloni non avrebbe mai avuto lo stesso sapore. Anche perché il Tedesco non li avrebbe mai potuti raggiungere, neanche volendo.
      Al bar, dopo cena, incontrò i suoi allievi inglesi che lo misero di buon umore. La polemica tra mogli e mariti non era completamente sopita, ma il tono era quello da telefilm inglese pomeridiano e, nel complesso, piacevole. Decollò quindi una piacevolissima conversazione irrorata di alcool, che sul tavolo non mancò mai. Si alzò dal tavolo ubriaco ma contento, e tornò in stanza zigzagando, eppure sufficientemente lucido per rendersi conto che, anche per conversare piacevolmente, occorre non avere pensieri in testa, ed al contrario è necessario disporre di tutta la capacità di abbandonarsi agli altri ed alle loro storie.
      In camera non poté fare a meno di piombare in sé stesso, nuovamente, accompagnato questa volta dalle canzoni degli Eagles.
      Il mattino dopo Giacomo si svegliò con un grande mal di testa e lo stomaco in subbuglio, e, se non fosse stato per il beverone caffeinico del club, difficilmente avrebbe potuto fare lezione.
      Era ancora giorno di bambini. Man mano che passava il tempo si rendeva conto che i bambini non sono solo un spettacolo da vivere asetticamente e passivamente, poiché interagire con loro si dimostrava difficilissimo.
      Giacomo si rendeva conto che ognuno di loro era diversissimo dagli altri, e che una frase sbagliata con un bambino poteva dar luogo ad un piccolo fenomeno psicotico, ad una reazione emotiva nevrotica, quasi animalesca. Ma trovava interessante anche quell’esperienza ritenendola, in qualche modo, utile per sé stesso.
      Probabilmente perché riteneva che gli adulti, emotivamente, avessero le stesse reazioni che avevano i bambini.
      Aveva dimenticato la scomparsa di Alessia e si stupì di vederla, a pranzo, davanti all’entrata del ristorante. Era vestita da pirata con la benda e il fazzoletto, e rideva con i colleghi di mascherata sotto un sole allo zenit, mentre il presepe dei turisti si muoveva lento, ma inesorabile, verso “il cibo”.
      Stefano, a torso nudo, sedeva, bravamente, su una seggiola posta accanto al vascello di cartone, e salutò Giacomo, che nel frattempo fissava, incerto, la scena.
      “Ciao avvocato, senza udienze oggi?” disse lui sorridendo ironicamente.
      “Ah Ah!... Si ... No ... Oggi giornata tranquilla ... Solo rinvii” rispose Giacomo pigramente.
      “Perchè non prendi un tavolo per tutti, dai avvocato sii gentile!”
      “Si ... Si ... Se la hostess non ha problemi ...Volentieri”.
      Alessia, in disparte, non gli aveva rivolto la parola e continuava a scherzare con gli altri ragazzi.
      Giacomo, tuttavia, notò, con la coda dell’occhio, che lei lo aveva seguito, con lo sguardo, sino all’entrata del ristorante. Con questa gratificazione in tasca si rigettò nel grande flusso di anime che pervadeva il ristorante. Non pensò neanche per un attimo a cercare un tavolo per la brigata di pirati.
      Mangiò, invece, con i bambini sapendo che, quella sera stessa, si sarebbe organizzato il “treno fantasma” e che loro erano nel pieno della eccitazione.
      “Giacomo quando parte il treno fantasma? Dove ci porta?” chiesero alcuni con gli occhi sgranati.
      “Che domande! Nella foresta” rispondeva lui inquietante.
      “E cosa c’è nella foresta?” ancora più incuriositi.
      “Ci sono i fantaaaaaaaaaaantaaaaasmiiiiiiiii” rispose Giacomo agitando le braccia goffamente per terrorizzare i bambini che cominciavano a correre urlando, impazziti, per il ristorante.
      Il treno fantasma lo divertiva sul serio. Si trattava del trenino che trasportava i clienti da un capo all’altro del villaggio, attraverso stradine sterrate o in piena campagna. Lungo il percorso i ragazzi si sarebbero sistemati nei luoghi più tenebrosi per terrorizzare i bambini.
      Peraltro, il trucco e le prove avrebbero tolto spazio alle lezioni, che, con il caldo che stava montando incredibilmente, erano divenute molto pesanti.
      La lezione, comunque, quel pomeriggio, fu piacevole. Essere uno dei ragazzi più anziani faceva si che gli adulti lo cercassero per parlare, e lui, che stava bene, conversava con grandissimo piacere riuscendo a comunicare in modo disteso e tranquillo. Così, il tempo passò rapidamente quel pomeriggio, collezionando squarci di vita quotidiana d’oltremare, vite diverse, colleghi di altri paesi, per scoprire alla fine che la vita ha un linguaggio ed un percorso comuni e ritornanti, ai quali, in fondo, ben pochi riescono a derogare.
      Quella sera il momento del pastis fu ancora più divertente. Tra una “tazza” e l’altra Alì, col suo francese arabico, spiegava i ruoli di tutti all’interno del treno fantasma.
      “Allora giovanotti! Il programma è il seguente: Giacomo tu, da bravo avvocato, fai il vampiro, quindi mi raccomando cerca in costumeria tutto quello che ti serve. Io che sto qui da più tempo di tutti faccio lo zombie, mentre Alberto fa un diavolo, che sarà un po’ cazzone come lui ma sempre diavolo è, e poi Alessia fa la strega che si vede bene che è brutta come la fame!”.
      Giacomo partì per la sua stanza fantasticando circa il suo travestimento. Ancora un travestimento ancora una recita, e, ancora, la sua mente schizoide che costruiva, da un lato, e demoliva dall’altro. Si chiedeva se almeno quello era il terreno migliore per dar spazio alla creatività.
      In costumeria, quella sera, c’era un gran fermento ed una generale euforia. Le ragazze, seminude, davanti allo specchio si dipingevano la faccia, coloravano i capelli con tinte sgargianti e sistemavano i costumi sotto gli sguardi dei ragazzi ben più impacciati.
      Sotto il coordinamento di Laure, la costumista belga, si frugava tra i costumi, i lustrini, gli ombretti, i ceroni gareggiando nella scelta dei disegni più terrificanti.
      Giacomo era turbato dall’odore di donna, dalla presenza di quelle gambe femminili, di quegli slip, ostentati, come se fosse inevitabile per motivi di lavoro, ma, invece, furbescamente esposti per la fantasia di tutti.
      Si ricordò dei pomeriggi nei quali, da bambino, la madre lo trascinava ad accompagnare sua sorella ai corsi di danza. Era un mondo a parte, nel quale lui entrava con il fedele giocattolo portato da casa stretto in mano.
      All’epoca, la scuola di danza sembrava un appartamento immenso, popolato da personaggi adulti, alquanto stravaganti e magici, avendo essi preso parte ai varietà televisivi del sabato sera, quando la Carrà incitava il maestro ad una musica adeguata al suo stato d’animo, Bianca Maria Piccinino parlava continuamente di armi strategiche in Viet Nam, il cavallo di Zorro rampava tutti i pomeriggi alle cinque, Rascel era un inverosimile Padre Brown, e in una certa isola era pieno di gabbiani.
      La regina del luogo era, ovviamente, la maestra, le cui foto di scena in bianco e nero tappezzavano le pareti dell’ingresso. E così, mentre la motocicletta da cross attraversava, rombando, poltrone, pavimenti, battiscopa, o mentre l’ineffabile Billy, col suo destriero bianco, attraversava al galoppo tappeti consunti e scrivanie, o, ancora, quando con una piccola torcia elettrica, Giacomo – Burton tentava di violare il castello dei nazisti – dove solo le aquile osavano volare !– ben difeso tra la vasca da bagno e il lavandino, nel cuore di Giacomo cresceva, lentamente, anche la voglia impaziente del momento in cui avrebbe potuto gironzolare, indisturbato, tra le ragazze che si cambiavano nell’anticamera, alla fine della lezione, ben coperto dall’impunità propria solo dei bambini.
      Era chiaro, dunque, che invidiasse, con tutte le sue forze, l’unico bambino del corso, il quale poteva liberamente circolare tra slip, calze, cosce e bambine seminude tutte le volte che avesse voluto, sebbene percepisse già che l’impunità di cui lui godeva, certamente più ampia, probabilmente aveva una origine diversa rispetto alla sua.
      Ancora una volta Giacomo si trovò a constatare che quel tipo di sensazioni, in fondo, erano ancora alla base delle sue fantasie di adulto, popolate principalmente di attimi rubati, di concessioni implicite, di odori inebrianti e di occhi indiscreti.
      Cominciò a rovistare tra costumi e trucchi, alla ricerca delle tinte che preferiva, delle pezze più sgargianti, della parrucca più adatta.
      Stava giocando ed era contento. Dall’enorme cassapanca trasse di tutto: un saio bianco, una corda, un mantello nero, sandali, sciarpe di seta. Prese a travestirsi e, dopo un’ora di ripensamenti e prove, fu pronto. Si era trasformato in un vampiro inquietante. Troppo. In faccia era completamente bianco, con delle sottili venature a matita nere, profondi occhi, scuriti con l’ombretto azzurro, un rivolo di sangue colava dal naso, ed un saio rosso.
      Terminata l’opera si accorse di aver dato vita più che ad un vampiro ad uno spettro onirico, nevrotico. I colleghi lo guardavano in modo strano, ancorché incuriosito.
      Nelle varie stazioni dove il trenino avrebbe sostato, i ragazzi avevano sistemato supplì caldi ed ogni tipo di bevanda alcolica.
      Prima di recarsi nella stazione a lui assegnata, Giacomo passò in cucina, e grazie all’amicizia del furiere si procurò una bottiglia di Vermentino di Sardegna e del formaggio.
      Per strada incontrò Alberto che si dirigeva anche lui nel posto stabilito. Cominciarono a parlare di donne e dei pettegolezzi del villaggio, innaffiando le chiacchiere col Vermentino.
      “L’hai vista la moglie di quello di Roma che è arrivata ieri?” chiese Alberto con la bottiglia in mano.
      “Si l’ho vista. Ha un gran bel culo!” disse Giacomo dopo una ricca sorsata.
      “Il culo? E le pere? Hai visto che pere che c’ha?”
      “Si ma è balconata” disse Giacomo ridendo e bevendo.
      “E che mi frega che è balconata? Minchia mi tira da morire!”
      “Ma tu non stai con la Claudietta, quella di Napoli?”
      “No m’ha rotto. Mi fa far tutto tranne che scopare. Ste’ qua son tutte matte. Oh il mese scorso arriva sta’ tipa di Milano, Alessandra che … Che … Insomma viene al tennis e mi chiede di farla palleggiare. Io dico eh certo che ti faccio palleggiare! Sai questa era una che c’aveva il fidanzato a Milano che faceva l’assistente all’università, lei studiava alla Bocconi. Oh! Stava con questo da due anni ed era vergine. Figa! Me la son fatta sul campo da tennis prima di cena! Cazzo il mese scorso mi son proprio divertito.”
      Giacomo rideva come un pazzo, ma, sotto sotto, invidiava quel ragazzetto che aveva avuto la fortuna di essere in quel posto a vent’anni. Rideva perché aveva di fronte Pinocchio. Pinocchio nel paese dei balocchi.
      Alberto era simpatico e conversare con lui era molto piacevole sicchè, in attesa del treno, tra un urlo terrorizzante e l’altro, in breve furono tutti e due ubriachi. Nel mentre, dal mare, una enorme luna rossa, lentamente, stava sorgendo carica di tutto il suo fascino, e i grilli avevano cominciato ad accordare, sinfonicamente, il loro trillo.
      Sentendo i primi urli e il rumore del treno che si avvicinava, sistemarono i fumogeni dietro al tronco del pino, accesero le fiaccole a petrolio, piazzarono il registratore con gli effetti sonori e, ridendo, si prepararono alla pantomima.
      Giacomo, anche lui ebbro, si agitava tra i fumi ridendo come un pazzo. I bambini, che lo riconoscevano, gli tiravano palle di carta, qualcuno ridendo, qualcuno in lacrime. Le mamme, dal canto loro, ridevano come pazze nel tentativo di tenere a bada i più scalmanati.
      Giacomo, in quel frastuono, non poteva fare a meno di chiedersi se tutto quello che stava facendo non fosse, in realtà, frutto di pura follia. Se ne rendeva conto solo a tratti, e solo per potersi rituffare nella sua follia con maggiore convinzione.
      Così, in quel fragore assurdo, popolare, consumista, alternando grandi sorsate di vino a battute con Alberto, si chiedeva se questo era ciò che tutti dovrebbero fare, ogni tanto nella vita, o se in quel momento era giusto sentirsi piuttosto come Alberto Sordi nei “Vitelloni”, nella scena della mattina di capodanno, vestito da donna e con una grande testa di cartone al guinzaglio.
      Ma c’era poi davvero differenza? Si rispose di no. Quindi si lasciò andare, ragazzino tra i ragazzini, ululando come un fantasma, agitando le braccia e ridendo di sé stesso e di tutto, godendosi a pieno il suo salto nel dirupo.
      Alla fine della festa era stanco ed affamato, ma per fortuna arrivarono le baguettes col prosciutto organizzate dal Capovillaggio, che sopraggiunse col fuoristrada, alla fine della saga, in compagnia di una tipa ossigenata e di due tunisini che non appartenevano allo staff.
      “Ciao Sergio” salutarono i due al suo arrivo.
      “Ciao ragazzi. Bravi. Però che cazzo sempre i soliti! Chi è che si è imboscato stavolta? Filippo delle immersioni dov’è?”
      “Non saprei” disse Alberto intorpidito dal vino.
      “Non dovevano esserci altre due persone con voi?”
      “Si ma non li abbiamo visti” aggiunse Alberto.
      “Va bene. Allora stasera, dopo le prove dello spettacolo di domani, riunione di sport e animazione dietro il ristorante. D’accordo? Avvertite gli altri”
      Giacomo sapeva che non sarebbe andato. Per quel giorno era tutto.
      “Secondo te questo è più stronzo o più coglione?” chiese Alberto dopo che Sergio fu sparito dietro la curva.
      “Penso che abbia pari titolo ad essere annoverato in entrambe le categorie” rispose Giacomo tirando ampie boccate dalla sigaretta che si era da poco acceso.
      I due smontarono la scenografia e riportarono tutto in attrezzeria, barcollando e ridendo.
      Giacomo, ancora vestito e truccato, decise di passare al tennis prima di tornare in stanza per recuperare le chiavi della cassa delle racchette, per la lezione del giorno dopo.
      Lungo il tragitto notturno, tra cespugli secchi, cardi appuntiti, canne e siepi, era accompagnato dalla luna, ormai immensa, che illuminava la mulattiera che conduceva ai campi da tennis, in un tripudio di trilli notturni che cresceva lentamente insieme al vento freddo del nord che, già dal pomeriggio, aveva cominciato a soffiare sempre più forte.
      Le lampare dei pescherecci brillavano chiare sulla linea del mare, ben visibile ora con la luce della luna, mentre dalla discoteca arrivava, sordo, il ritmo della musica.
      Giacomo si arrestò per un istante su una grande pietra piatta ad osservare quello spettacolo notturno con la testa vuota. Poi riprese il cammino.
      Arrivato al club si diresse alla casetta – ufficio per recuperare le chiavi quando ebbe un sussulto, sentendo il tonfo violento di una sedia che cadeva.
      “Dio mio chi è?” disse una voce che conosceva già molto bene.
      “Ma ... Alessia?” chiese lui esitante.
      “Chi sei?”
      “Sono Giacomo. Ma che ci fai qui?” disse lui sorpreso.
      “Nulla ... Nulla” diceva ora più calma, mentre emergeva dalla penombra, tirando, di tanto in tanto, su col naso. “Cazzo Giacomo m’hai ammazzato!”
      “Scusami. Ma veramente escludevo che ci fosse qualcuno qui stasera ... Che hai? ... Che è successo?”
      “Nulla ... Avevo dimenticato le scarpe ...E tu?”
      “Le chiavi” disse Giacomo avanzando, ma intimidito dal suo travestimento che, improvvisamente, gli era diventato imbarazzante.
      “Oddio ho bevuto così tanto. Mi sa che ho vomitato ... Anche ... Infatti adesso sto meglio. Ooooh ..... Che mal di testa!” disse lei tenendosi la fronte.
      “Dov’eri per il treno fantasma?” chiese Giacomo ancora timido.
      “Ah! Si … Non me lo ricordo … Cioè si … Vicino alla discoteca con Valerie”.
      “Ho capito. Ti sei divertita?” chiese Giacomo esitante.
      “Certo certo. E’ stato carino”.
      “Vuoi che vada via?” chiese infine Giacomo ritenendo che Alessia non fosse lì solo per recuperare le scarpe, ma soprattutto per stare da sola.
      “No … No non c’è problema … Anzi adesso torniamo insieme” disse lei stropicciandosi gli occhi.
      Giacomo, imbarazzato dal suo travestimento, si avvicinò “Secondo me non c’è di mezzo solo la sbronza ... Che succede?”
      “Nulla ... Nulla .. Sul serio ... Sono un po' scema sto’ periodo ... Mia madre è sparita ... Ho provato a chiamare a casa e la filippina ha farfugliato qualcosa sulla Francia ... Non mi ha neanche avvertito ... Poi sto’ coglione ...”
      “Ma chi?”
      “Stefano ... Ma si fa lo stronzo ... Appena mi vede con qualcuno fa il tipo duro ... Mi annoia da morire ... All’inizio si stava bene poi ... Boh ... Poi lui ha la donna a Milano ... Enrica. E’ che non riesco a uscirne. Sto qui da due mesi e... Se non avevo lui mi sarei depressa e invece ... Adesso. Stasera poi è sparito!”
      “Pensavo che le streghe come te avessero mille magie da fare in casi come questo” disse Giacomo avvicinandosi.
      “Già ma io mi sento la figlia sfigata di Mary Poppins!” disse lei soffiandosi il naso.
      “Beh ti comunico che come spazzacamino ho trovato un po’ di fumo. Se ti va ne rollo un po’.
      “Si che bello! Il mio Giacomo ... Si che ne ho bisogno!”.
      Giacomo si tolse il costume da spettro e cominciò ad armeggiare tra cartine e sigarette, mentre la luna, gigante, ormai alta nel cielo, illuminava a giorno tutto il villaggio.
      “Ti ho sognato questa notte” disse Giacomo armeggiando con l’accendino.
      “Anch’io” rispose lei gelandolo. “Io cosa facevo?” aggiunse lei.
      “Eri in spiaggia ... Di notte ... E piangevi.”
      “Non ci credo.”
      “E’ la verità”
      “E poi?”
      “Ero interdetto perchè volevo avvicinarmi ... Chiederti ... Poi ho pensato che avresti reagito male ...Lasciavo perdere ... E poi ... Non ricordo più.”
      “Un vero sogno premonitore” disse lei ridendo. “Tu invece mi portavi al cinema a Milano. Ma con me c’erano i miei genitori, ed io ero così imbarazzata perchè, tra me e me dicevo, “Dio mio penserà che sono una bambina che si porta i genitori al cinema”. Poi però mi portavi a casa mia sul lago, mi lasciavi lì dicendomi che saresti tornato ... Mi prendeva un’angoscia terribile e andavo nel letto di mia nonna ... Che dormiva ... Lei è morta un anno fa ... Ma nel sogno era viva, sorridente, felice.”
      “Andate al club, dicevano, i ragazzi dell’equipe vi faranno divertire!” disse Giacomo ridendo.
      “Sei fidanzato?” chiese lei con un tono di voce più acuto e tranquillo.
      “No.”
      “Perchè?”
      “Anche su questo non ho le idee chiare ... Le mie storie sono condensati di nevrosi, che si esauriscono prima ancora che assumano una identità riconoscibile”.
      “Oddio! Che palle!” disse Alessia sorridendo.
      “Si credo sia il commento giusto”. Stettero in silenzio per un po’.
      “A volte sono belle” riprese Giacomo “Gli amori da controra, ad esempio, quelli dei pomeriggi d’estate, con la città deserta, irreale, tra lenzuola e baci..
      “Ma tutte così?” chiese Alessia.
      “Più o meno. Ma il momento più brutto è quando le rivedo ... Non me le ricordo quasi più, e mi prende il dubbio angosciante di non averle mai realmente amate, altrimenti qualcosa avrebbe dovuto sopravvivere. E sto male.”
      “Ma non ti dispiace stare da solo?”
      “A volte.”
      “Giacomo tu sei pazzo!” disse Alessia sorridendo.
      Parlarono ancora a lungo sotto l’effetto logorreificante del “fumo”. Alessia ora era serena, e i suoi grandi occhi brillavano felici nella luce della luna. Rannicchiata, con le gambe sulla sedia, rideva appassionata di fatti, episodi, progetti, viaggi che Giacomo - spettro ormai snocciolava con grande facilità. Poi seguì un lungo silenzio.
      “Dio mio che luna!” disse lei alla fine
      “Bella vero?” rispose Giacomo.
      “E’ splendida.”
      “Beh … Sono le tre … Credo che per me sia ora di andare” disse Giacomo con la speranza di essere fermato.
      “Tu ti devi ancora struccare” disse lei guardandolo di sottecchi.
      “Oddio e come si fa?”
      “Dai prendo il latte detergente in camera mia e ti aiuto, andiamo” disse lei alzandosi.
      Giacomo avvertiva che Alessia era nella sua orbita, ormai. Si avviarono verso la stradina mentre, nel frattempo, il vento da nord era rinforzato enormemente e batteva il villaggio con violenza. Era lui l’autore involontario di quel cielo terso nel quale la luna si era accomodata, in primo piano. Era fresco e si infilava sotto la camicia.
      Entrò in stanza preoccupato di eliminare i segni della sua pigrizia. I suoi panni sporchi, sparsi sul letto e per terra, gli asciugamani, appesi sul filo che attraversava la stanza, la bottiglia di whisky stappata sul tavolino.
      Diede uno sguardo al bigliettino giallo che, con una puntina da disegno, era ancora lì, sulla bacheca di sughero. Rassettò rapidamente e poi si diresse verso lo specchio. Gli girava ancora la testa. Si guardò la faccia, dritto negli occhi. Era completamente fuori di sè, ma felice e grottesco.
      Non sapeva se avrebbe fatto l’amore con lei. Era felice proprio perchè era felice per il solo fatto di stare ancora con lei, ed era irrilevante cosa avrebbero fatto.
      Alessia bussò mentre lui ancora era ipnotizzato davanti allo specchio.
      “Ciao pazzo!” disse lei sorridendo.
      “Allora mi strucchi?” chiese Giacomo sedendosi sullo sgabello di fronte allo specchio.
      “Si. Perchè ti sei truccato così?”
      “Così come?”
      “Metti il gelo addosso.”
      “Non era mia intenzione. Volevo solo spaventare i bambini.”
      “E invece secondo me hai gelato tutti” disse Alessia stappando la bottiglia del latte detergente.
      Giacomo la osservava mentre armeggiava con la bottiglia di latte detergente e l’ovatta, soffermandosi sulle mani lunghe, le unghie corte, il dorso dorato dall’abbronzatura, e un piccolo tatuaggio nell’incavo tra il pollice e l’indice.
      “Siediti qui su. Ci penso io chiudi gli occhi”.
      Giacomo sentì il freddo del latte sulla pelle, mentre Alessia delicatamente puliva la fronte, le sopraciglia, il contorno degli occhi, nel più totale silenzio. Si sentiva solo il respiro di entrambi, l’odore mielato dei trucchi e della sua maglietta.
      Alle volte Alessia, sottovoce, diceva qualcosa.
      Giacomo si accorse che adorava la sua voce, il timbro, il tono. Osservava il lento scorrere di uno dei momenti belli della sua vita, con il terrore di poterne godere completamente solo quando fosse finito.
      Aspettava, immobile, che il respiro di lei gli accarezzasse gli occhi umidi di latte, la fronte, le guance. Senza dire una parola.
      “Hai la pelle secca” disse lei “Dovresti tenerci di più.”
      “Lo stato della mia pelle interessa a pochi.”
      “A questo caro avvocato, mi spiace, ma non credo”.
      Dopo qualche istante, improvvisamente, Alessia smise di struccarlo e si fermò. Si guardarono fissi per alcuni istanti, senza dire nulla. Quando le labbra cominciarono a sfiorarsi, a lungo e senza baciarsi, il cuore di Giacomo prese a battere forte, senza controllo. Il sapore si fondeva con quello dei trucchi e del latte detergente, ed i pensieri, tutti, erano spariti, uno dopo l’altro. C’era solo lei, i capelli, le labbra, le mani, la schiena.
      La osservò mentre si spogliava. La biancheria ancora da ragazzina, il segno bianco del costume, le mani bellissime. Alessia non gli toglieva gli occhi di dosso, non lo lasciava per un istante. Le lenzuola erano umide come quelle della sua casa al mare durante le gite di primavera.
      Era dentro di lei ma non si muovevano, e si chiamavano solo per sentire il proprio nome pronunciato dall’altro, mentre rivoli di sudore scendevano lentamente su tutto il corpo.
      L’attese fino alla fine, sino a quando, alle gocce di sudore, si unirono le lacrime di lei.
      Rimasero immobili, esanimi, così, mentre il condizionatore cominciava, con la sua aria fresca, a raffreddare i corpi madidi.
      Poi Alessia, ora ghiacciata e col cuore palpitante improvvisamente gli soffiò nell’orecchio “Sai qual è la cosa che mi succede dopo tutto questo?”
      “Si” disse Giacomo.
      “Che cosa?” chiese lei in tono di sfida.
      “Puoi riuscire a leggermi i pensieri” disse Giacomo sorridendo e guardandola fisso.
      Alessia tacque, e adagiò la testa sul cuscino fissandolo, anche lei, lievemente inquieta.
      (continua)

    • Il primo treno l’aveva preso a Lexington, Iowa. Era saltato a bordo mentre il bestione rallentava in curva. Il vagone era vuoto e aveva dormito per quasi tutto il viaggio. Poi il treno aveva fatto una sosta, e il fischio dei freni l’aveva svegliato. Aveva messo il naso fuori e si era accorto che c’era solo aperta campagna. E mentre si domandava il perché di quella sosta – forse un semaforo rosso – una mano l’aveva afferrato e tirato giù dal vagone. Poi una randellata l’aveva raggiunto al fianco. Si era rotolato a terra, un fuoco che gli bruciava nel costato, e mentre cercava di rimettersi in piedi si era beccato un calcio in culo che l’aveva sbalzato un metro più in là. La stessa mano che l’aveva tirato giù l’aveva girato sulla schiena, e si era trovato di fronte una montagna d’uomo.
      La montagna si era chinata.
      «Sai perché mi piace questo lavoro?» aveva chiesto il faccione sulla sommità della montagna. «Perché posso pestare gli stronzi come te.»
      E giù un’altra randellata al costato. Non era riuscito a rotolare su un fianco perché la mano lo teneva fermo.
      «Se ti ribecco te la sfondo, quella testa merdosa.»
      La montagna gli aveva mollato un ultimo calcio e si era congedata.
      Il secondo treno l’aveva preso a Libertyville, ancora Iowa. Stavolta ci aveva trovato un barbone, a bordo del vagone sul quale era zompato. Si chiamava Butch, e che viaggiava a scrocco era una vita. Dopo che il ragazzo gli ebbe raccontato la sua disavventura, Butch aveva detto: «Mai viaggiare da soli, ma se proprio ci sei costretto…» Si era cavato di tasca un coltello a serramanico. «… meglio se ti porti dietro una polizza.»
      Aveva allungato il coltello al ragazzo e, vedendolo tergiversare, aveva aggiunto: «Non darti pensiero, posso cavarmela anche senza.»
      Il ragazzo aveva preso il coltello e aveva fatto scattare la lama. C’era una macchia scura sulla punta. Il ragazzo aveva interrogato Butch con lo sguardo.
      «Non è proprio nuovo di zecca. L’ho usato una volta sola. Il tizio che se l’è beccato in pancia voleva inchiappettarmi», aveva detto Butch.
      Dennis aveva richiuso la lama e se l’era ficcato in tasca. Se ce l’avesse avuto quando quel bestione l’aveva tirato giù, le cose sarebbero andate diversamente. Forse. Butch aveva poi tirato fuori una vecchia armonica a bocca e suonato un blues. Ci sapeva fare. E anche la voce non era male. Ruvida e calda.
      Il viaggio era filato liscio come un ciccione unto di grasso lanciato giù per uno scivolo. Il ragazzo era saltato giù che il treno era entrato in Oklahoma. Da lì aveva proseguito a piedi. Si era diretto sulla statale ed era riuscito a rimediare un passaggio. Un camionista l’aveva preso a bordo e portato fino a una stazione di servizio. Lì aveva detto al ragazzo che era in viaggio da un secolo e mezzo, e che se non si faceva un hamburger con birra, seguito da un mega pisolino, era capace di ammazzare qualcuno. Il ragazzo poteva aspettarlo nel camion.
      «Troverò un altro passaggio», aveva detto il ragazzo.
      «Come ti pare», gli aveva risposto il camionista.
      Così il ragazzo si era avviato sulla statale.
      Era quasi un’ora che camminava sotto un sole che batteva come un fabbro monco. L’asfalto era bollente, e le scarpe di tela non erano adatte. Non aveva manco i calzini, e se si fermava per più di un secondo rischiava di ritrovarsi con due hamburger grigliati al posto dei piedi.
      Avrebbe dovuto accettare l’offerta del camionista.
      Pensò di tornare indietro, ma rimase un pensiero. Il cervello lo elaborò e raggiunse il punto di ebollizione. Il ragazzo crollò come un sacco di grano.
      Un pick-up che sopraggiungeva si fermò sul ciglio. Un vecchio smontò e lo soccorse.
      «Figliolo», chiamò. Il ragazzo non rispose. «Be’, non posso lasciarti qui a cuocere come un uovo al tegamino.»
      Gli fece passare le mani sotto le ascelle, e lo trascinò fino al pick-up sbuffando peggio di una locomotiva.
      «Se ci resto secco, ti uccido», ansimò.
      Adagiò il ragazzo contro la ruota anteriore destra e aprì la portiera dal lato del passeggero, sollevò di peso il ragazzo e lo sistemò sul sedile. Chiuse la portiera, attese di sapere se il cuore sarebbe esploso e, quando non accade, aggirò il muso del mezzo e montò alla guida. Innestò la prima e si immise sulla strada.
      Rifletté un attimo su cosa fare. Visto che mancava poco a casa, decise che l’avrebbe portato lì per poi chiamare Harry.
      Accese l’aria condizionata.
      «Vedi di non schiattare», disse al ragazzo.
       
       
      * * *
       
      Dieci minuti dopo svoltò su una strada sterrata e arrivò in vista di casa. Norma era di fuori, a curare i fiori su un lato della graziosa abitazione. Sentì il pick-up arrivare, si alzò e si sfilò i guanti. Sorrideva. Vide che Herbert non era solo e il suo sorriso vacillò.
      Herbert si fermò e smontò. Norma lo raggiunse e iniziò a gesticolare.
      «L’ho trovato sulla statale», disse Herbert.
      Norma si accigliò.
      «Era disteso come un tappeto persiano. Aiutami a portarlo dentro.»
      Un braccio per uno dietro il collo, lo portarono in casa e lo mollarono sul divano.
      «Chiamo Harry», disse Herbert, e andò in cucina a telefonare.
      Norma restò col ragazzo. Gli sfiorò il viso e lo trovò rovente. Corse in cucina, passò accanto a Herbert che spiegava al medico la situazione e prese una pezzuola da un cassetto. La bagnò sotto il getto d’acqua del rubinetto, la strizzò per bene, ripassò accanto a Herbert che la guardò incuriosito, tornò in soggiorno e schiaffò la pezzuola sulla fronte del ragazzo. Il giovane si mosse appena e prese a mormorare. Norma lo accarezzò.
      Herbert mise piede in soggiorno.
      «Sta arrivando», disse.
      Vide la pezzuola. Norma gesticolò.
      «Hai fatto bene», disse Herbert. «Con questo caldo è un miracolo che non si sia sciolto.»
      Harry Brown arrivò nel giro di dieci minuti. Parcheggiò la sua Ford accanto al pick-up, risalì i gradini fino in veranda e bussò. Norma lo accolse con un sorriso e lo fece accomodare.
      «Salve, Harry», fece Herbert.
      «Herbert…», salutò il dottore. Vide il ragazzo. «È lui?»
      «Altri non ce ne sono.»
      Harry poggiò la borsa sul tavolino accanto al divano e si avvicinò al ragazzo. Rimosse la pezzuola, gli posò una mano in fronte, gli sollevò le palpebre, gli misurò la pressione – che era un po’ bassa – e disse: «Un colpo di calore. E mica c’è da stupirsi.»
      «Si crepa», disse Herbert.
      «Siamo intorno ai trentacinque gradi. A proposito, Herb, come va il cuore?»
      «Batte ancora. Pensa al ragazzo.»
      «Sta bene, ma è disidratato. La pezzuola è stata una buona idea.»
      «Una pensata di Norma.»
      Harry guardò Norma, che sorrise. Il medico sorrise a sua volta.
      «Un’ottima pensata.» Fissò il ragazzo. «Certo che è giovane.»
      «Mica ce li ha vent’anni», disse Herbert.
      «Hai già avvisato lo sceriffo?»
      «Non ne ho avuto il tempo.»
      «Ti conviene chiamarlo. Ho la sensazione che ’sto giovanotto non era uscito a fare due passi, quando l’hai trovato.» Prese la borsa. «Tenetelo al fresco, e quando si riprende fatelo bere. Piccoli sorsi, se no sta male.»
      «Grazie, Harry.»
      «Non ho fatto niente.»
      Norma accompagnò Harry alla porta. Lo sentirono montare in auto e allontanarsi.
      Mentre aspettavano, Norma si prese cura del ragazzo. Bagnò spesso lo straccio per tenergli fresca la fronte. Il ragazzo si mosse poco o niente, e un’ora più tardi si svegliò. Norma corse a chiamare Herbert, che aveva fatto un salto di fuori. Rientrarono e trovarono il ragazzo seduto. La pezzuola era sul tavolino.
      «Come ti senti?» chiese Herbert.
      Il ragazzo si guardò intorno. «Dove mi trovo?»
      «Sei a casa nostra.»
      «Come ci sono arrivato? Non mi ricordo niente.»
      «Ci credo, eri più di là che di qua.»
      Herbert gli raccontò tutto. Quand’ebbe finito, Norma si rivolse al ragazzo e prese a gesticolare. Il ragazzo la guardò confuso.
      «Ti sta chiedendo se vuoi un bicchiere d’acqua», disse Herbert.
      Il ragazzo si rivolse a Norma. «Sì. Grazie.»
      Norma sorrise e sparì in cucina.
      «È muta», spiegò Herbert. «Molti mariti la troverebbero una benedizione. Non io. Ma anche così ci facciamo delle belle chiacchierate. E vedessi che razza di litigate.»
      Norma tornò con l’acqua. Il ragazzo prese il bicchiere con mani non del tutto ferme e tracannò l’acqua in un sorso.
      «Ehi, vacci piano. Harry ha detto che devi trincare a piccoli sorsi.»
      Il ragazzo allontanò il bicchiere. Lo stomaco gorgogliò così forte che lo sentirono pure Norma e Herbert. Il ragazzo si prese lo stomaco con la destra e si chinò un poco. Guardò Norma e Herbert con due occhi grandi come uova in camicia.
      Herbert – che aveva una notevole esperienza nell’interpretare sguardi – capì subito qual era il problema.
      «Su per le scale, ultima porta a destra», disse.
      Il ragazzo posò il bicchiere sul tavolino e schizzò di sopra. Lo sentirono correre, poi udirono i conati.
      «Speriamo abbia centrato la tazza», disse Herbert.
      Norma lo guardò come a dire: che ti frega, tanto sono io che pulisco.
      «Vado a vedere come se la cava.»
      Herbert filò di sopra, superò la camera da letto e fece capolino in bagno. Il ragazzo era seduto accanto alla tazza, la nuca poggiata al muro.
      «Tutto a posto?» chiese Herbert.
      Il ragazzo si limitò a restarsene seduto, le palpebre chiuse e il petto che si gonfiava piano.
      «Sai, staresti più comodo di sotto.»
      «Potevi dirmelo prima, che mi sarei sentito male», fece il ragazzo.
      «Non ho fatto in tempo.» Herbert entrò e si avvicinò. «Andiamo, ti aiuto.»
      Prese un braccio del ragazzo e se lo fece passare dietro la nuca, gli cinse la vita e l’aiutò ad alzarsi. Le gambe del ragazzo tremavano.
      «Almeno hai centrato il bersaglio», disse Herbert lanciando un’occhiata veloce al fondo della tazza.
      Tirò lo sciacquone e tornarono di sotto. Herbert lo aiutò a sedere sul divano e prese una sedia per sé.
      «E due. Se deve andare avanti così tutto il giorno, con me che ti porto a spasso, conviene che vado in paese a comperare una carriola.»
      Il ragazzo non lo udì. Aveva poggiato la testa al bracciolo del divano e quasi dormiva. Le palpebre erano socchiuse e si vedeva il bianco degli occhi. Quando si chiusero del tutto, il respiro si fece lento e regolare.
      Norma gesticolò.
      «Già, è partito di nuovo», disse Herbert.
      Si alzò, sollevò le gambe del ragazzo e le allungò sul divano.
      «Chissà che cavolo ci faceva sulla statale.»
      Norma gesticolò.
      «L’ho pensato anch’io. E se è fuggito di casa significa che non se la passava bene. Forse il suo vecchio lo riempiva di botte.»
      Norma strinse i pugni. Lei e Herbert avevano un figlio che ora viveva in Georgia, e non avevano mai allungato le mani se non per abbracciarlo o affibbiargli una pacca sulla spalla. La sola idea che qualcuno potesse usare il proprio, di figlio, come sacco per la boxe, la mandava in bestia.
      Gesticolò stizzita.
      «Stiamo solo facendo ipotesi. Magari è un pericoloso criminale in fuga.» Norma gesticolò. «Già, neanche a me pare il tipo.»
      Il ragazzo mormorò e si girò sulla schiena. Nel muoversi, qualcosa gli cadde dalla tasca e finì a terra. Herbert lo raccolse. Se lo rigirò fra le mani, pigiò il bottoncino e una lama guizzò dall’impugnatura intarsiata. La punta aveva una macchia scura, come sangue rappreso.
      Norma si coprì la bocca e sbarrò gli occhi.
      «Sai cosa? Ѐ ora di fare quella telefonata allo sceriffo», disse Herbert.
      Richiuse la lama, si ficcò il coltello in tasca e andò in cucina. Chiamò l’ufficio dello sceriffo dal telefono a muro. Rispose Mike Pepper.
      «Mike, sono Herbert Clayton. C’è Sam?» disse Herbert.
      «Lo sceriffo è uscito, signor Clayton. Vuol dire a me?»
      Herbert stava pensando a come spiegare la faccenda, quando Norma irruppe in cucina. Aveva la faccia tirata e gli occhi sporgenti. Gesticolò, ma quel che Herbert capì non aveva molto senso.
      «Signor Clayton?» disse Mike all’altro capo.
      Herbert mise giù.
      Raggiunse Norma, che gli indicò il soggiorno. Herbert si affacciò. La mobilia galleggiava a un metro da terra. Il divano dove dormiva il ragazzo, la tv, i piccoli quadri alle pareti dipinti da Herbert, il tavolo e le sedie, la credenza con i ninnoli di Norma… Sembravano immersi in un liquido invisibile.
      «Gesù santo», mormorò Herbert.
      La gola gli si era seccata di colpo. La mano di Norma scivolò sotto il naso di Herbert e indicò il ragazzo. Herbert si accorse che mormorava nel sonno. Richiamando tutto il coraggio a disposizione – che non era poi molto –, Herbert si avvicinò al divano galleggiante.
      «Ragazzo?» chiamò. Gli uscì fuori come il verso di un gattino appena nato. Buttò giù le due gocce di saliva che aveva sotto la lingua e riprovò. «Ragazzo?»
      Lui continuò a dormire e a mormorare. Herbert allungò una mano con cautela, gli toccò la spalla e lo scosse. Il ragazzo smise di mormorare e la mobilia ricadde con una serie di tonfi. I quadri toccarono terra e i vetri si ruppero. Quelli della credenza vibrarono, e i ninnoli di Norma si rovesciarono sugli scaffali con una mitragliata di tintinnii. Parecchi si scheggiarono. Un paio di sedie si ribaltarono dopo aver toccato terra, e tavolo e divano fecero tremare il pavimento.
      Il ragazzo aprì gli occhi, si girò sulla schiena e si alzò a sedere. Si guardò intorno e si accorse che Herbert e Norma lo fissavano.
      «Che c’è?» chiese.
      Herbert mandò giù un groppo in gola che era come un gomitolo d’ovatta. «Figliolo…» iniziò, non sapendo bene dove andare a parare. «Sei mica in cura da un esorcista?» disse alla fine, e gli scappò una risatina nervosa.
      Non ci aveva mai creduto a cose del genere. Credeva in Dio e credeva nel Male, inteso però come una fetta consistente della natura umana. L’idea del caprone infernale che si divertiva a saltare da un corpo all’altro non l’aveva mai convinto. Ora però gli sorse qualche dubbio.
      Il ragazzo si accigliò, diede un’occhiata alla stanza in disordine e sbiancò.
      «Mi dispiace…» disse. «Non riesco a controllarlo.»
      Si coprì la faccia e pianse. Norma lo raggiunse, gli sedette accanto e gli cinse le spalle con un braccio. Il ragazzo le posò il viso sul petto e pianse più forte. Norma lo lasciò fare, accarezzandolo ogni tanto. Quando si fu calmato, Herbert prese una sedia, la sistemò di fronte al divano e si accomodò. Il ragazzo stava asciugandosi il volto.
      Herbert trascinò i palmi sulle cosce sui calzoni e disse: «Ti va di raccontarci che ci facevi a faccia in giù sulla statale?»
      E magari anche come fai a tirare su mezzo soggiorno? pensò.
      Il ragazzo prese aria, mollò un respiro e attaccò a raccontare.
       
       
      * * *
       
      «Mi chiamo Dennis Graham e vengo da Flynn City, un minuscolo cacatoio nell’Iowa.»
      Norma si incupì e gesticolò.
      «La mia signora non gradisce le volgarità», disse Herbert.
      «Mi scusi», fece Dennis, «ma non conosco un’altra parola che rende meglio l’idea, e il mio vocabolario non è molto rifornito. Non ci sono mai andato a scuola.»
      «Mai?»
      «Neanche un giorno. I miei avevano troppa paura.»
      «Paura? E di che?»
      «Di quello che avete visto due secondi fa.»
      «In verità non lo so mica quello che ho visto.» Norma gesticolò. «Anche questo è vero.»
      «Che ha detto?» chiese Dennis.
      «Che se non ti lascio parlare non lo sapremo mai.»
      «Non lo so come ci riesco. Penso che ci sono nato. Il primo ricordo che ho è di un libro di favole che vola per la stanza e mi cade sulle gambe. Ma penso che sono successe altre cose prima di questa, sennò non si spiega perché i miei non mi hanno mai mandato neanche in una scuola per lattanti.»
      «Asilo», disse Herbert.
      «Che?»
      «La scuola per lattanti. Si chiama asilo.»
      «Quello che è. Ricordo che mia madre entrò mentre il libro volava come una farfalla e mi pioveva sulle gambe. Cacciò un urlo come se aveva visto un diavolo uscire da sottoterra. Subito apparve mio padre, che la spinse via e corse da me. Mi disse che non dovevo farlo, non dovevo acchiappare le cose con la mente, perché era una brutta cosa. E mentre me lo diceva mi teneva le mani sulle spalle e mi sgrullava come un caz… sì, insomma, come un pisello dopo una pisciata.»
      Norma lo guardò storto.
      «Ma non lo facevo apposta, a prendere le cose con la mente. Mi veniva naturale come cag… come andare di corpo. Era come se c’avevo una mano lunga un chilometro che mi spuntava dalla fronte e ci potevo acchiappare tutto quello che volevo. Se ce l’avevo, perché non la dovevo usare?
      «I miei genitori pensavano che quella mano lunga un chilometro dovevo tenermela dentro. Li spaventava a morte. Era una cosa che non capivano. Neanche io la capisco, ma non mi fa mica paura. Da piccolo, poi, pensavo che era una cosa normale, che tutti potevano fare quello che facevo io. Ai miei non gliel’avevo mai visto fare, e dopo un po’ iniziai a capire che non potevano. Non erano come me. Non mi ricordo quando l’ho capito, ma ricordo che poi mi sono sentito solo, e ho iniziato a pensare che forse i miei genitori non erano gli unici che non potevano acchiappare le cose con la mente. Forse lì fuori, oltre quelle quattro mura, c’erano un milione di persone che non potevano acchiappare le cose con la mente.»
      Norma gesticolò.
      Herbert disse: «Ti hanno mai portato, che so, da un dottore?»
      «Con la sciolta che avevano? Era già tanto se mia madre mi faceva mettere il naso fuori della finestra. Il mio vecchio, poi, a stento mi guardava. E quando lo faceva aveva sempre due occhi come se si aspettava di vedermi girare la testa come una giostra e vomitare passato di piselli, come in quel film di quella bambina posseduta dal diavolo.
      «Anche voi mi avete guardato allo stesso modo, prima.»
      «Non sono mica cose che si vedono tutti i giorni», fece Herbert.
      «Fa niente, tanto ci sono abituato. Quando sono sveglio riesco a controllarmi, ma quando dormo è un’altra storia. La mano prende il controllo e fa quello che non gli lascio fare di giorno. E più continuo a tenerla a bada, più le piglia la smania di fare casino quando viene fuori.»
      Norma gesticolò.
      «Norma dice che è parte della tua natura, e se la contraddici ti si ritorce contro», spiegò Herbert.
      «Ma che posso fare? Mica posso andare in giro a tirare su le cose come fosse una roba normale?» disse Dennis. «Mi chiamerebbero mostro, e mi sa che c’avrebbero pure ragione.»
      Norma gesticolò.
      «Secondo Norma non sei un mostro», fece Herbert.
      Dennis guardò Norma. «Sul serio?»
      Norma sorrise e annuì.
      «E mica è l’unica a pensarlo», fece Herbert.
      Dennis si voltò. Cercò ombra di bugia negli occhi di Herbert e fu felice di non trovarla.
      «Ammetto che per poco non mi sporcavo le mutande a veder il soggiorno svolazzare a un metro da terra», disse Herbert, «ma questo non basta a fare di te un mostro. Ce n’è di brutta gente, lì fuori, che ha fatto cose tremende, e non mi risulta che avete molto in comune. A parte forse…»
      Tergiversò un attimo. Guardò Norma, e a Dennis parve che i due si parlassero col pensiero. Norma gesticolò. Herbert si infilò una mano in tasca e tirò fuori il coltello. Dennis si tastò le tasche.
      «Ti è caduto mentre dormivi», disse Herbert.
      «Me l’ha dato un tizio che ho conosciuto in treno.»
      «Sei venuto fin qui in treno?»
      «A-ha. Sono saltato su mentre rallentava, ma poi un sorvegliante mi ha beccato, mi ha tirato giù e mi ha riempito di botte. Ne ho preso un altro il giorno stesso, e lì ho conosciuto Butch. Me l’ha dato lui, il coltello. Ha detto che se dovevo viaggiare da solo era meglio che mi portavo una polizza.»
      «E l’hai usato?»
      «No.»
      Herbert fece scattare la lama e la girò per mostrare al ragazzo la macchia bruna sulla punta.
      «Non è roba mia, lo giuro. Butch mi ha detto che l’ha ficcato nella pancia di uno che voleva inchiappettarlo», disse Dennis.
      Norma lo guardò storto. Dennis se ne accorse e fece: «Ѐ quello che ha detto.»
      Udirono lo scoppiettio di un motore. Norma si alzò e andò alla finestra. Si girò e gesticolò svelta. Herbert annuì, si voltò verso Dennis e disse: «Ѐ lo sceriffo.»
      Dennis si fece bianco. «La prego, non gli dica niente. Non ci voglio tornare in quel cacatoio.»
      «Non pensi che i tuoi vogliano sapere che morte hai fatto?»
      «A quei due non gliene frega un cazzo di me. Staranno facendo festa, a quest’ora.»
      «Non è che esageri?»
      «Per niente.»
      Il suono di una portiera che viene chiusa. Norma batté il piede sul pavimento. Herbert si voltò e lei gli fece capire che lo sceriffo stava arrivando.
      «Se torno lì mi rinchiudono in cantina. Già volevano farlo, per questo sono scappato. Non voglio passare tutta la vita ficcato tra quattro mura, senza manco una finestra che mi fa capire se fuori è notte o giorno. Piuttosto mi ammazzo.»
      Prese il bicchiere e lo schiantò a terra. I vetri esplosero in tutte le direzioni.
      «Che diavolo combini?» fece Herbert.
      Dennis recuperò un vetro lungo e appuntito e lo posò sul polso sinistro. Aveva una faccia che faceva spavento, con due occhi grandi come lune e la bocca ridotta a una fessura.
      A Herbert bastò un’occhiata per capire che faceva sul serio.
      «Okay, ora posa quel vetro», disse. Dennis non si mosse. «Non dirò niente, e neanche Norma. Vero, cara?»
      Norma annuì. Herbert ripiegò la lama e si ficcò in tasca il coltello.
      «Diremo che sei mio nipote. Vedrai che Sam ci casca.»
      Qualcosa negli occhi di Dennis parve cedere. Il vetro appuntito si allontanò di un paio di tacche.
      «Ma devi posare quel coso e calmarti, okay?»
      Passi sui gradini della veranda.
      «Adesso.»
      Dennis abbassò il vetro. Herbert gli fece segno di gettarlo a terra e Dennis eseguì.
      «Herbert, sono Sam White», disse una voce oltre l’uscio.
      Herbert fece un cenno a Norma e lei andò ad aprire. Dietro la zanzariera c’era un omone bello in carne e con un cappello dalla tesa larga.
      «Salve, Norma», salutò Sam.
      Norma gesticolò.
      «Immagino significhi ‘salve anche a te, Sam’.»
      «Immagini bene», disse Herbert.
      Norma aprì la porta a zanzariera. Sam entrò togliendosi il cappello.
      «Come va, Herb?»
      «Ancora respiro, anche se con questo caldo potrei non arrivare a fine giornata.»
      «Che roba, eh? Da non credere.»
      Si accorse del ragazzo seduto sul divano, le mani in grembo e un’aria da cane bastonato, e lo guardò per bene.
      «Mio nipote Dennis», fece Herbert.
      «Non sapevo che Pete aveva figliato.»
      «Pensavo di avertelo detto.»
      «E lui dov’è?»
      «In Georgia. All’ultimo ha avuto una grana al lavoro. Manco Laura è riuscita a schiodare.»
      «E il ragazzo ha fatto tutto il viaggio da solo?»
      «Mica gli serve la balia. Diciotto anni ce li ha.»
      Sam lo squadrò per bene. «Sembra più giovane, però.»
      «Questione di geni. Io pure, c’ho settant’anni suonati ma a guardarmi non me ne daresti manco sessanta.»
      «Seh, ti piacerebbe.»
      Herbert rise. «Come mai da queste parti?»
      «Mike mi ha avvisato via radio che volevi parlarmi. Gli pareva importante, e siccome ero di strada ho pensato di fare un salto.»
      Grazie tante, Mike, pensò Herbert.
      Quando si trattava di darsi una mossa era più indolente di un bradipo zoppo, ma se c’era da far andare la lingua era peggio di una pettegola.
      «Qualcuno ci è entrato in casa mentre eravamo alla stazione, ad aspettare il treno di Dennis», disse Herbert.
      Sam si guardò intorno. Notò i quadri riversi accanto alla parete. Si avvicinò e ne prese uno. Un paio di schegge si staccarono dalla cornice e caddero a terra.
      «Si vede che non gli sono piaciuti», disse Herbert. «Eppure non mi parevano tanto male.»
      Sam sollevò un angolo delle labbra. «Magari non era un fan degli oli.»
      «Vedo che te ne intendi.»
      «Il mio vecchio imbrattava qualche tela, nel tempo libero», disse Sam. Posò il quadro sul tavolo e occhieggiò la credenza coi ninnoli rovesciati. «E pare che manco i soprammobili scicchettosi gli andavano a genio.»
      Raggiunse la credenza, la aprì e prese un angioletto di ceramica. Se lo rigirò fra le mani.
      «Anche la mia signora impazzisce per ’sti cosi. Una volta li vede a un mercatino e per poco non se la fa nei collant.» Norma si accigliò. «Se non la trascinavo via era capace di scialacquare tutti risparmi per il college dei ragazzi.»
      Posò l’angioletto. Si voltò e adocchiò i vetri ai piedi del divano.
      «Sembra che c’avevano proprio una gran voglia di sfasciarvi casa, ’sti tizi», disse.
      Dennis strinse un lembo dei calzoni, si accorse che Sam lo guardava e smise.
      «Ѐ solo un bicchiere», disse Herbert.
      «Avete controllato se manca qualcosa? Soldi, gioielli…»
      «Il nostro fondo pensione è ancora sotto il materasso. E pure i gioielli di Norma.»
      Sam annuì. Si vedeva che stava pensando. Guardò Dennis, impegnato a fissarsi i piedi e a tormentarsi le mani. Norma si avvicinò, si mise fra Sam e Dennis e gesticolò.
      «Dice che tutta ’sta confusione le ha fatto scordare le buone maniere, e ti sta chiedendo se vuoi bere qualcosa», disse Herbert.
      «Be’, magari un sorso d’acqua», fece Sam. «Mica avete i cubetti di ghiaccio?»
      Norma gesticolò. Herbert tradusse: «Dice che il ghiaccio non ce l’abbiamo, ma puoi soffiare sull’acqua finché non diventa fredda.»
      «Te lo sei inventato.»
      «Solo la seconda parte.»
      «Che tipo», fece Sam.
      Norma tornò con un bicchiere d’acqua. Sam lo buttò giù.
      «Ci voleva. Con ’sto cazzo di caldo mi pare di andare a fuoco ogni volta che metto il becco fuori dal mio ufficio.» Restituì il bicchiere a Norma. «Grazie tante.»
      Diede uno strattone alla cinta dei calzoni.
      «Se volete sporgere denuncia possiamo fare un salto in ufficio anche ora.»
      «Magari più tardi. Voglio prima sistemare ’sto casino», fece Herbert.
      «Come ti pare», fece Sam.
      Scoccò un’ultima occhiata a Dennis e si calcò in testa il cappello. Norma lo accompagnò alla porta, si salutarono e Sam montò in auto. Lo sentirono allontanarsi.
      «Ѐ andata meglio di quanto pensavo», fece Herbert. «Me la cavo mica male come cazzaro.»
      Norma lo riprese con un cipiglio.
      «Scusa, cara.»
      «Grazie», fece Dennis.
      «Se vuoi dimostrare la tua gratitudine, prendi scopa e paletta e aiutami a tirar via un po’ di vetri.»
       
       
      * * *
       
      Ripulirono il soggiorno mentre Norma metteva a posto i ninnoli nella credenza. Herbert mise via i quadri, e si ripromise di fare un salto in città al più presto per prendere delle nuove cornici.
      Quando ebbero finito tornarono a sedersi in soggiorno, e lì Herbert disse a Dennis: «Se anche Sam se l’è bevuta, basta che parla con Harry e subito scopre che l’ho preso per il naso.»
      «Non voglio darvi altre grane», disse Dennis. «Se mi ridà il coltello tolgo il disturbo.»
      «Il coltello te lo ridò, ma dopo che ti ho accompagnato alla stazione degli autobus.»
      Norma gesticolò e schizzò su per le scale prima che Herbert potesse replicare. La sentirono camminare e fermarsi, poi udirono un sospiro di molle. Quando ridiscese aveva in mano un bel malloppo. Lo porse a Dennis. Il ragazzo strabuzzò gli occhi. Guardò prima Norma e poi Herbert, come se cercasse la loro approvazione.
      «Se non li arraffi tu, lo faccio io», disse Herbert.
      Norma glieli sventolò sotto il naso: insomma, li prendi o no? Dennis allungò una mano, poco convinto, e Norma glieli schiaffò sul palmo. Dennis aprì i dollari a ventaglio. Erano una bella sommetta.
      «Non posso… insomma, sono un fracco di soldi.»
      «Prendili», fece Herbert. «Ti servono più che a noi.»
      Dennis li piegò, guardò i due anziani padroni di casa come per assicurarsi che non ci avessero ripensato e se li ficcò in tasca.
      «Grazie. Davvero», disse.
      Norma gesticolò.
      «Ottima idea, ho giusto un languorino», disse Herbert.
      Norma gesticolò ancora.
      «Non è vero che ho sempre fame. E comunque è segno di salute.»
      Norma scosse la testa e sparì in cucina. La sentirono aprire cassetti e pensili e spostarsi in giro per la stanza.
      «Prima che arrivasse Sam mi hai detto che i tuoi volevano rinchiuderti in cantina», disse Herbert a Dennis.
      «Ѐ così», fece Dennis. «L’idea ce l’ha avuta il mio vecchio. L’ho sentito da una presa d’aria nella mia stanza. Ha detto: ‘Lo dobbiamo chiudere di sotto.’
      «‘Non c’è un altro modo?’ gli fa mia madre, e dopo un attimo di silenzio lui risponde: ‘No. A meno che non vogliamo toglierlo di mezzo, ma così ci possiamo trovare nei casini. E io non mi ci voglio ficcare in un guaio grosso come uno stronzo di elefante per colpa di quello stramboide.’»
      «Gesù santo», mormorò Herbert.
      «‘Va bene, George, facciamo come vuoi tu’, dice mia madre, e non sento più niente per un bel pezzo. Sono rimasto con l’orecchio incollato alla presa d’aria finché il mio vecchio non ha iniziato a ronfare come un cinghiale in calore. Allora ho fatto fagotto e me la sono filata.»
      Norma tornò con due piatti e altrettanti sandwich. Li porse a Herbert e Dennis, tornò un attimo in cucina a prendere il proprio e si accomodò accanto a Dennis. Mangiarono – Dennis fece sparire il suo sandwich in due bocconi – e Herbert si alzò.
      «Ѐ ora di andare», disse a Dennis.
      Norma anche si alzò, gesticolò un attimo e sparì in cucina. Quando tornò aveva un fazzolettone annodato a mo’ di fagotto. Lo porse a Dennis e gesticolò.
      «Un paio di sandwich per il viaggio», disse Herbert. «La mia signora pensa sempre a tutto. Così un po’ di dollari li risparmi e ti ci compri degli stracci decenti. Quelli che hai addosso sembra che li hai fregati a un barbone morto.»
      «Io… non so che dire», fece Dennis.
      Aveva gli occhi lucidi mentre guardava Norma. Lei lo abbracciò e gli posò un bacio sulla fronte. Gesticolò.
      «Dice di dare più retta alla voce che senti dentro e meno a quelle che vengono da fuori. O qualcosa del genere», fece Herbert. «Il senso è più o meno quello.»
      Norma annuì.
      «Ci proverò», disse Dennis.
      Herbert gli posò una mano sulla spalla. «Leviamo le tende», disse.
      Recuperò le chiavi del pick-up dal gancio accanto alla porta e uscì tallonato da Dennis. Norma li seguì e si fermò in veranda. Quando i due montarono a bordo del mezzo, sfarfallò una mano in segno di saluto. Dennis e Herbert risposero all’unisono e partirono.
      Norma restò a guardare il pick-up che si allontanava lungo la strada sterrata, e quando non lo vide più tornò in casa.
       
       
      * * *
       
      Quando Norma sentì il rumore di pneumatici che raschiavano la terra, pensò che Herbert ci aveva messo poco ad arrivare in città e tornare. Andò alla finestra e sbirciò di fuori. Non era Herbert. Davanti casa c’era una berlina nera. Il sole scintillava sul tettuccio e sulla griglia cromata, simile a una museruola d’acciaio.
      La portiera dal lato del passeggero si aprì e un tizio vestito di nero – cappello, abito, scarpe lucide e occhiali da sole – smontò, risalì i gradini e bussò alla porta. Norma aprì. La sola zanzariera la separava dall’uomo più alto e largo che avesse mai visto.
      Abbozzò un sorriso.
      «Dov’è il ragazzo?» chiese il tizio.
      Norma fece il possibile per tenere a freno i muscoli facciali e gesticolò. L’uomo sollevò le sopracciglia.
      «Che cazzo sono ’ste mosse?» chiese. Norma si toccò le labbra. «Sei muta?»
      Norma annuì.
      «Ci mancava», sbuffò l’uomo.
      Si voltò verso l’auto e fece un gesto. La portiera dal lato del conducente si aprì, e un uomo magro e slanciato smontò. Era vestito come il suo compare. Si avvicinò e fece i gradini a passo svelto.
      «Vedi un po’ che dice ’sta tizia, è più muta di una spigola», disse l’omone. Si rivolse a Norma. «Ripeti un po’ quelle cazzo di mosse.»
      Norma gesticolò. Il tizio magro tradusse: «Dice che non ha visto nessun ragazzo, e poi che non dovresti dire tante parolacce.»
      «Parlo come cazzo mi pare», fece l’omone.
      Norma gesticolò accigliata.
      «Vuole sapere chi siamo», fece il magro.
      «Agenti federali», disse l’omone.
      Norma mostrò loro il palmo e ci batté sopra un dito.
      «Penso che voglia vedere un documento», disse il magro.
      «Sai cosa? Mi stai rompendo i coglioni, vecchia babbiona», fece l’omone. Aprì la giacca e mostrò a Norma il cannone nella fondina ascellare. «E quando mi rompo i coglioni, io inizio a sparare.»
      Norma arretrò di un passo. L’omone aprì la zanzariera. Norma provò a chiudere la porta di casa, ma l’altro fu più svelto. Si allungò, posò una manona sul legno e spalancò la porta. Norma si trovò costretta ad arretrare.
      «Sappiamo che è passato di qui, e adesso tu mi dici dove sta», fece l’omone entrando. «Ed è meglio che me lo dici subito, perché per ogni minuto che mi fai perdere ti rompo un osso. A cominciare da adesso.»
      Norma arretrò fino in cucina. Pensò subito al telefono, ma come diavolo faceva a comunicare qualcosa a chi che fosse? Pensò di fare il numero dello sceriffo e battere sul microfono del ricevitore un SOS in linguaggio morse, ma scartò subito l’idea. Sam e Mike conoscevano a stento la loro, di lingua.
      «Sto aspettando, babbiona», disse l’omone.
      Fece un passo e Norma si lanciò verso il telefono. Fece il numero dell’ufficio dello sceriffo e mollò il ricevitore, che prese a dondolare come un impiccato, poi corse ad aprire un cassetto e tirò fuori un coltellaccio che avrebbe fatto brillare gli occhi a Jack lo Squartatore.
      «Ufficio dello sceriffo», rispose Mike all’altro capo della linea.
      L’omone entrò in cucina e vide Norma. Li separava un tavolo.
      «Che vuoi farci con quell’affare?» chiese l’omone vedendo il coltello che Norma brandiva con entrambe le mani. «Mettilo giù, che rischi di farti male.»
      «Pronto?»
      L’omone si voltò e vide il ricevitore. Si avvicinò, lo afferrò e se lo portò all’orecchio.
      «Pronto?» ripeté Mike.
      «Chi diavolo sei?» chiese l’omone.
      «Chi diavolo sei tu. Io sono il vicesceriffo Pepper.»
      «Salve Pepper, io sono zio Paperone.»
      «Lo sa che a fare scherzi telefonici alla polizia ci si può beccare una denuncia?»
      «Grazie della dritta, Pepper. Ora vai a farti fottere», disse l’omone, e mise giù. Guardò Norma. «Ci hai provato, ti è andata male. Adesso dimmi dov’è il ragazzo.»
      Norma non si mosse.
      «Come vuoi.»
      L’omone estrasse il revolver con un movimento fluido e sparò senza prendere la mira. Il botto fu assordante nella piccola cucina. Norma accusò un colpo alla spalla che la spinse all’indietro. Urtò il lavandino col culo e mollò il coltello. Si guardò la spalla. C’era un buco nella maglia. I bordi erano anneriti.
      «Bel colpo», disse il magro.
      Era sulla soglia della cucina, poggiato allo stipite, le mani ficcate in tasca e le caviglie incrociate.
      «Visto che roba? Ѐ entrato, ha scavato una cazzo di galleria ed è uscito», fece l’omone. «Nemmeno una goccia di sangue.»
      Norma provò a muovere la spalla e sentì un dolore atroce. Se avesse potuto urlare l’avrebbero sentita fino all’inferno. Mosse le labbra, che tremarono con violenza.
      «Ehi, sta’ a vedere che adesso parla», disse l’omone, e rise.
      Il magro non batté ciglio. L’omone rinfoderò il revolver e si avvicinò a Norma, che neanche provò a scappare.
      «Sei pronta a parlare?» chiese.
      Norma sollevò il mento. Era così grosso… gli ricordava il suo vecchio. Anche lui era grosso. E aveva la stessa faccia di pietra.
      «Dimmi dove cazzo sta quello stronzetto.»
      Norma serrò le labbra.
      «Mi sa che non l’hai convinta», disse il magro.
      La mano dell’omone scattò rapida e si chiuse sulla spalla di Norma. Il pollice grosso come un wurstel si infilò nel buco aperto dal proiettile. Una leggera pressione. Norma urlò in silenzio.
      «Fa male?» chiese l’omone, e inclinò la testa di lato come un cane che provi a sentire meglio.
      Norma gesticolò col braccio sano.
      «Che cazzo sta dicendo?» chiese l’omone al suo compare.
      «Il nostro amico se l’è filata. Avrà sentito la puzza», fece il magro.
      «E dove cazzo è andato?» chiese l’ormone.
      Spinse il pollice nella ferita. Norma provò a sottrarsi, ma l’omone la tenne lì finché lei non riprese a gesticolare.
      «Dice che deve prendere un pullman.»
      «La stazione dei pullman», disse l’omone.
      Si tolse gli occhiali, e Norma si ritrovò a fissare due iridi nere cerchiate da altrettanti anelli dorato.
      «Se mi hai cacciato mezza balla», disse l’omone, «torno qui e ti faccio fuori.»
      Gli anelli e le iridi presero fuoco. Gli occhi dell’omone divennero carboni ardenti. Norma si sentì risucchiare. L’omone mollò la presa e Norma arretrò in fretta. Lui indossò gli occhiali, aggirò il tavolo e raggiunse il magro.
      «Andiamo», disse.
      «E le ossa non gliele rompi?» chiese il magro.
      «Mi sono divertito abbastanza.»
      Uscirono e montarono in auto. Il magro fece manovra e imboccò il sentiero sterrato.
      «Quel figlio di puttana ci sta facendo sudare», disse il magro.
      «Tu aspetta che gli metto le mani addosso e vedrai chi è che suda», fece l’omone.
      «Secondo te come fa a schermare la traccia?»
      «Cazzo ne so.»
      «Certo che così è un casino.»
      «E piantala di frignare. Finché ci sono io non va da nessuna parte. Può nascondersi per un po’, ma alla fine lo ribecco sempre.»
      «E adesso lo senti?»
      «È vicino. Continua dritto. E datti una mossa.»
      Il magro accelerò.
       
       
      * * *
       
      Herbert superò un cartello stradale che indicava le miglia mancanti alla città. Dennis era silenzioso. Non aveva aperto bocca da quando erano partiti. Herbert non provò ad attaccare bottone. Gli chiese solo dove pensava di andare. Dennis rispose che non lo sapeva e la cosa finì lì.
      Avevano percorso poche miglia, quando Dennis si irrigidì come un palo e prese a fissare lo specchietto laterale.
      Herbert se ne accorse e chiese: «Tutto okay?»
      Dennis non rispose.
      «Figliolo?»
      «Mi hanno trovato», mormorò Dennis.
      Herbert buttò un occhio allo specchietto retrovisore e vide una berlina nera che si avvicinava a grande velocità.
      «I tuoi genitori?»
      «Peggio», fece Dennis. Si voltò a guardare Herbert. «Mi dispiace. Non volevo coinvolgervi.»
      «Figliolo, che diavolo sta succedendo? E chi c’è in quella berlina?»
      «Vi ho mentito. Non sono scappato di casa.»
      Herbert gli scoccò un’occhiata e tornò a guardare la strada.
      «I miei ci sono riusciti a rinchiudermi. Mi hanno drogato e sbattuto in cantina, con un anello di ferro alla caviglia e una catena fissata al pavimento. Mangiavo e bevevo da una ciotola. Venivano una volta al giorno, la riempivano e se ne andavano. Non so quanto ci sono rimasto, là sotto, ma un giorno la porta si è aperta e sono entrati due tizi vestiti di nero. Uno mi ha tolto la catena e mi ha detto di seguirlo.»
      Si voltò a dare un’occhiata alla berlina. Era quasi riuscita a raggiungerli.
      «Di sopra c’erano i miei, e sembravano sollevati. Mi hanno guardato e, quando ho chiesto spiegazioni, uno di quei tizi mi ha afferrato e trascinato fuori. Ho provato a reagire e mi ha dato una botta in testa. Sono svenuto, e quando mi sono risvegliato ero sul sedile posteriore di un’auto.
      «‘Il pupo è già sveglio’, sento. Mi giro e vedo ’sto tizio enorme e vestito di nero, occhiali e tutto. ‘Picchi come uno che c’ha i monconi al posto delle braccia’, dice.
      «‘Ma vaffanculo’, fa il tizio alla guida, e il bestione ride. Poi si toglie gli occhiali e vedo che ha due anelli di fuoco al posto degli occhi. Mi guarda e non so che è successo, ma quando ho sbattuto le palpebre ero in una stanza dai muri sporchi, legato a una sedia fissata a terra con dei bulloni, degli aghi nelle braccia e una specie di ventose appiccicate alla testa. Sono riuscito a filarmela solo perché…»
      La berlina accelerò di colpo, invase l’altra corsia e si affiancò al pick-up. Il finestrino era giù. Herbert vide un volto di pietra che lo fissava. L’omone ghignò e i suoi occhi si incendiarono.
      «Non lo guardi!» urlò Dennis, ma era già tardi.
      Herbert si sentì risucchiare, e i muscoli di braccia e gambe si afflosciarono. Perse il controllo del mezzo, che lambì il ciglio della strada. Gli pneumatici sollevarono una nuvola di polvere. Dennis afferrò il volante e riportò il pick-up in carreggiata.
      «Ѐ finita, testa di cazzo», disse l’omone. «Parcheggia il culo.»
      «Fottiti!» rispose Dennis.
      Fece passare una gamba sopra il cambio, mise il piede su quello di Herbert e affondò sull’acceleratore. Il pick-up fece un balzo in avanti e si pigliò un po’ di vantaggio, ma la berlina recuperò subito.
      «Hai la testa più dura di uno stronzo al sole», fece l’omone.
      Tirò fuori il revolver e armò il cane. Lo starnazzo di un’oca gigante lo costrinse a guardare la strada. Il magro sterzò per evitare un camion che sopraggiungeva dal senso di marcia opposto. La berlina uscì di strada e perse terreno. Herbert si riebbe.
      «Che diavolo…» mormorò.
      Vide il ragazzo tutto proteso dal suo lato, il piede schiacciato sul proprio.
      «Che cacchio è successo?»
      Dennis gli lanciò un’occhiata e tornò a guardare la strada. «Ѐ quel tizio. Le avevo detto di non guardarlo.»
      Herbert riprese in mano il volante, ancora un po’ scosso, e Dennis tornò dal suo lato. Si girò a guardare. La berlina si era rimessa in strada e riguadagnava terreno.
      «Questo pezzo di ferraglia non va più veloce?» fece Dennis.
      «Ѐ già tanto se va», rispose Herbert, che premeva con tanta forza sull’acceleratore da sentire male ai calli. «Chi diavolo sono quei tizi?»
      «Chi sono non lo so. Forse lavorano per il governo.»
      «E da te che vogliono?»
      «Capire come faccio ad acchiappare le cose con la mente.»
      La berlina si riportò al fianco del pick-up.
      «Vecchia mummia!» chiamò l’omone.
      «Non lo guardi», disse Dennis.
      «Non ci penso nemmeno», fece Herbert, e rabbrividì al ricordo di quello che gli era successo quando aveva fissato i cerchi di fuoco. Si era ritrovato a precipitare in un nulla più nero di un buco di culo.
      «Eddài, non fare il timido», disse l’omone. «Fatti dare una sbirciatina.»
      Rise, e Herbert pensò che era così che avrebbe riso un rospo, se avesse potuto.
      La berlina superò il pick-up, si prese un bel vantaggio, inchiodò al centro della strada e si posizionò di traverso con una sgommata. L’omone smontò e i suoi occhi presero a bruciare. Dennis guardò altrove. Herbert non fece in tempo. I cerchi di fuoco lo risucchiarono. I muscoli di gambe e braccia si ammosciarono e il pick-up rallentò.
      «Che sta facendo?» disse Dennis.
      Si accorse che gli occhi di Herbert erano vuoti come biglie e capì. Si sporse e afferrò il volante, allungò la gamba e pestò il piede sull’acceleratore. Il pick-up riprese velocità. Dennis lo tenne dritto e continuò ad accelerare.
      «Mi sa che vuole metterti sotto», disse il magro.
      «Mi sa che avrà una brutta sorpresa», fece l’omone.
      «Vedi di non ammazzarlo.»
      «Chiudi quella fogna.»
      Il pick-up piombava sull’omone. Dennis sollevò appena lo sguardo per assicurarsi che il muso del mezzo puntasse nella giusta direzione e per poco non incrociò gli occhi dell’omone. Fece a tempo ad abbassare i suoi e affondò il piede sul pedale.
      L’omone aprì la bocca. La mandibola schioccò, piombò giù come un pezzo di gomma sciolto e il mento sfiorò il manto stradale. La gola dell’omone prese a contrarsi in maniera convulsa, e da quella caverna dentata uscirono degli omini grigi, calvi e nudi, che si riversarono in strada e corsero verso il pick-up. Erano tanti che a contarli avresti perso mezza giornata. Si spintonavano come fossero in ritardo all’appuntamento della vita, e quando uno cadeva, quelli dietro lo calpestavano e continuavano a correre. Andarono incontro al mezzo, che li spiaccicò come tanti scarafaggi. I piccoli mostriciattoli esplosero, fluidi corporei e interiora si sparsero sulla carreggiata. Le ruote del pick-up slittarono su tutta quella merda, il mezzo uscì di strada e prese in pieno un palo del telefono.
      La bocca dell’omone ritornò alle sue dimensioni originarie. I mostriciattoli che l’avevano sfangata corsero via. L’omone tirò fuori il revolver e li fece esplodere come fuochi d’artificio. Un paio riuscirono a fuggire e si inoltrarono in un campo di granturco.
      Poco male. Sarebbero schiattati nel giro di mezza giornata, e il caldo avrebbe accelerato la decomposizione dei loro corpi come già accadeva per la pozzanghera di viscere sulla strada, che fumava come le ceneri di un falò. Tempo un’ora e sarebbe rimasto solo un leggero alone.
      L’omone raggiunse il pick-up mentre il suo compare accostava sul ciglio della strada. Aggirò il muso accartocciato nel mezzo e aprì la portiera dal lato del passeggero. Dennis era finito su Herbert e aveva un bernoccolo in fronte. Herbert aveva il naso frantumato e gocciolante sangue. Entrambi erano nel mondo dei sogni.
      L’omone tirò fuori Dennis e se lo caricò in spalla. Raggiunse la berlina, aprì la portiera posteriore, lo scaricò sul sedile ed entrò.
      «Andiamo», disse al suo compare.
      «Come è messo?» chiese il magro.
      «Ha un paio di graffi. Muovi il culo.»
      Il magro innestò la prima e partì.

    • «Certo che è brutta», fece Merle.
      «Altro che brutta, fa cascare i coglioni», disse Vinnie.
      «Dici che era proprio così un cesso?»
      «Ma chi?»
      «Quella che l’ha dipinto. Ho sentito che è un autoritratto.»
      «Allora la scimmia deve essere il figlio. Sono sputati.»
      Il fascio di luce inquadrò per un momento la piccola scimmia dietro la spalla della donna.
      «Guarda che cazzo di sopracciglia», fece Vinnie, illuminando il volto della donna. «E c’ha pure i baffi. Più la guardo e più mi viene voglia di prenderla a calci nel culo, ’sta qui.»
      «Mica lo so se è ancora viva.»
      «Viva o morta, resta un cesso. E noi vogliamo rubarla.»
      «Vale un sacco di quattrini.»
      «Seh, magari c’hai pure ragione, ma non riesco a immaginare chi la vorrebbe nel proprio salotto. ’Sta qui fa scappare la gente. Dovresti metterla fuori la porta, almeno ti spaventa i testimoni di Geova.» Merle ridacchiò. «Allora, vogliamo fottercela o restiamo qui a parlare di arte e depilazione?»
      Vinnie posò la torcia e Merle lo aiutò a rimuovere il quadro dalla parete. Lo posarono sul divano e Merle ridacchiò.
      «Cosa?» fece Vinnie.
      «Stavo pensando che se la faccia è così pelosa, la fica deve essere come la testa di Jimi Hendrix», disse Merle.
      Vinnie grugnì. «Fa così schifo che neanche il mostro dei Goonies se la sbatterebbe.»
      «Non so mica. Una bottarella gliela darei.»
      «Per te basta che respirino. Ti faresti andar bene pure il culo di un’anatra mestruata.»
      «I pennuti non mi tirano.»
      «Solo dalle asine in su, tu, eh?»
      «Fottiti.»
      «Sempre meglio che fottere lei», fece Vinnie, indicando l’autoritratto di Frida Kahlo con un cenno del capo.
      Merle recuperò il borsone. Lo tenne aperto e Vinnie ci ficcò dentro il quadro.
      «Ѐ stato facile come ficcare l’uccello in un buco», disse Vinnie.
      «Te l’avevo detto», fece Merle, gongolante.
      «Mi hai sorpreso, Merle, devo ammetterlo.»
      «A volte c’ho la sensazione che pensi che sono un mezzo scemo.»
      «Eh.»
      «Allora la prossima volta ce li procuri tu i codici del sistema d’allarme. Mi sono sbattuto come un negro in una piantagione di cotone per averli.»
      «A proposito, come hai fatto? Non me l’hai mica detto.»
      «Che ti frega? Tanto sono un idiota.»
      «Me lo dici dopo, quando ti passano le mestruazioni. Leviamo il culo da qui.»
      Vinnie fece scorrere la zip, si mise il borsone a tracolla e si congelò. «Sentito?»
      «Credevo di averla soffocata», disse Merle.
      «Non parlavo delle tue cazzo di scorregge. Ascolta.»
      Merle aguzzò l’udito. «Io non sento…»
      Una specie di raglio metallico. Era distante, ma in quel silenzio lo udirono con chiarezza. Corsero alla finestra e videro il cancello d’ingresso della villa che si apriva. Una berlina nera entrò e percorse il sentiero disegnato nell’enorme prato.
      «Avevi detto che stavano via una settimana», sibilò Vinnie.
      «Così sapevo», disse Merle.
      «Fanculo. Nascondiamoci.»
      Schizzarono fuori dalla stanza al secondo piano e infilarono la prima porta. Era la camera da letto di una mocciosa. C’erano carillon, bambole sedute su una mensola – le gambe di pezza che penzolavano nel vuoto –, un cavallo a dondolo, un baule ai piedi del letto e altre cianfrusaglie.
      «Ne avevo uno uguale», disse Merle, indicando il cavallo.
      «Fanculo a te e a quel cazzo di coso. Te lo sfascerei in testa, se non avessimo faccende più urgenti a cui pensare», fece Vinnie.
      Si guardò in giro. L’occhio cadde su quello che sembrava l’ingresso di un piccolo ripostiglio. Afferrò Merle per il collo della maglia e lo tirò via. Aprì la porta e si ficcarono dentro.
      «Merda, non ci stiamo», fece Merle.
      «Ѐ ’sto cazzo di borsone», disse Vinnie.
      Uscì mentre dabbasso si apriva la porta di ingresso. Raggiunse il letto, si chinò, ci fece scivolare sotto il borsone e tornò in quello stanzino grande come il buco del culo di un pesce rosso.
      «E se si accorgono che manca il quadro?» fece Merle.
      Dovevano essere ciechi per non vedere lo spazio vuoto sopra il divano. A quel punto potevano solo pregare che ai padroni di casa non venisse in mente di mettere il naso in quella particolare stanza.
      «Incrociamo le dita», disse Vinnie.
      Udirono un vociare indistinto al piano di sotto, poi rumore di passi su per la scala e lungo il corridoio.
      «Ma non ho sonno!» piagnucolò una vocina.
      «Su, su», fece un’altra voce, ben più matura.
      Una luce si accese. Vinnie e Merle fecero mezzo passo indietro. Dagli spazi vuoti di quella che era una porta a persiana, videro le gambe di una donna e quelle di una mocciosa.
      «Posso vedere un po’ di Tv?» chiese la mocciosa.
      «Sai che non è possibile», fece la mammina.
      «Ma non ho sonno!»
      «Conviene che te lo fai venire, allora. E vedi di calmarti, signorina.»
      La mammina aiutò la piccola peste a spogliarsi, si assicurò che si lavasse i denti e poi le rimboccò le coperte.
      «Voglio Fluffy», disse la mocciosa.
      «D’accordo», fece la mammina.
      Lo cercò in giro per la stanza. «Ma dove cavolo sta», disse dopo buoni cinque minuti di infruttuosa ricerca.
      Si voltò verso la porta dello stanzino dove erano nascosti Vinnie e Merle, tirò dritto e afferrò il pomello. Vinnie si preparò a mollarle un pugno in faccia e svignarsela.
      «Eccolo!» fece la mocciosa.
      La mammina mollò il pomello e si allontanò. I due topi d’appartamento si guardarono, e in quell’occhiata passò una conversazione: Merle – c’è mancato poco, Vinnie – appena usciamo di qui ti do tanti di quei calci in culo che se un’emorroide pensa di mettere il naso fuori cambia idea in un secondo.
      «Buonanotte», disse la mammina.
      «Anche a Fluffy», fece la mocciosa.
      «Buonanotte, Fluffy.»
      Le gambe della donna si spostarono e la luce si spense.
      «Vuoi che lasci la porta socchiusa?» chiese la mammina.
      Non udirono la risposta, ma dovette essere un ‘sì’, perché uno scampolo di luce si insinuò nella stanza.
      «’Notte», ripeté la mammina.
      «’Notte», rispose la mocciosa.
      Passi che si allontanavano, un sospiro, un frusciare in sordina e poi silenzio. Vinnie e Merle attesero un’eternità. Poi Vinnie mormorò: «Andiamo.»
      Aprì la porta e mise il naso fuori. La mocciosa dormiva. Una lama di luce era tesa sul volto di Fluffy. La piccola teneva il grosso coniglio di pezza stretto al petto. Muovendosi sulle punte, Vinnie raggiunse il letto, si chinò e tirò fuori il borsone. Se lo sistemò a tracolla e fece segno a Merle di levare le tende. Merle guadagnò l’uscita, diede un’occhiata in corridoio e fece segno a Vinnie. Raggiunsero la scala e scesero.
      Arrivati alla porta d’ingresso sentirono dei tonfi al piano di sopra. Vinnie fece cenno a Merle e quello si fermò, la mano sospesa a un niente dal tastierino elettronico. I tonfi si spostarono. Udirono un ciabattare sulla scala e schizzarono in cucina. Nel mezzo della stanza c’era un’isola esagonale. Ci si accucciarono dietro, spalle alla soglia. I passi si avvicinarono, si fermarono e una luce bianca e fredda violentò la semioscurità. Vinnie capì che qualcuno aveva aperto lo sportello del frigorifero. Rumore di stoviglie. Chi aveva aperto lo sportello posò qualcosa sull’isola. Era così vicino che a sporgersi l’avrebbero visto.
      Attesero. Dopo un po’ i passi si spostarono e la luce si smorzò. Tonfi su per la scala e al piano di sopra. Poi silenzio.
      «Ci è andata di culo anche stavolta», mormorò Merle.
      Vinnie si alzò e gli mollò un calcio.
      «Che cazzo ti prende?»
      «Vuoi sapere che cazzo mi prende?» sibilò Vinnie. «Come al solito ci hai messo nei casini. Alza il culo e vediamo di squagliarcela.»
      Merle si alzò e seguì Vinnie fuori dalla cucina. Raggiunsero la porta d’ingresso e Merle iniziò a pigiare sul tastierino.
      «Dieci… zero… quattro…» mormorava mentre inseriva la combinazione. «Uno… nove… cinque…»
      Di nuovo tonfi al piano di sopra.
      «Ma porca di una…» mormorò Vinnie.
      Fece segno a Merle, ma quello non si mosse. «Devo inserire l’ultimo numero o scatta l’allarme», disse Merle.
      «E che cazzo aspetti?»
      Merle pigiò il cinque. Il led rosso si spense e quello verde si accese. Sgommarono in cucina proprio mentre i tonfi si trasformavano in passi sulla scala e si accucciarono dietro l’isola.
      «Comincio a pensare che ’sto cazzo di quadro porta sfiga», fece Vinnie.
      I passi entrarono in cucina e una luce si accese. La stanza si illuminò a giorno. Qualcuno aprì il frigo e qualcun altro sedette su uno dei tre sgabelli sull’altro lato dell’isola.
      «Un bicchiere di latte e poi dritta a nanna», disse la mammina. «Ci siamo capiti?»
      «A-ha», fece la mocciosa.
      Vinnie guardò davanti a sé e si rese conto con sgomento che la parete era di vetro. Vedeva riflessa la mammina che riempiva un bicchiere di latte e lo posava sotto il naso della mocciosa.
      «Fa’ presto a berlo», disse la mammina.
      Si versò un mezzo bicchiere di latte e sedette. Vinnie notò che il vetro deformava i volti della mammina e della mocciosa. Gli zigomi erano gonfi, i menti squadrati. Guardò sé stesso e Merle, e nei loro riflessi non vide nulla di anomalo.
      «Posso avere un biscotto?» chiese la mocciosa.
      La donna sospirò, aprì un pensile e tirò fuori una scatola di biscotti. La poggiò sull’isola e la piccola ci ficcò dentro la mano, facendo crepitare la confezione. Tirò fuori un paio di biscotti, li inzuppò e li divorò.
      «Non ingozzarti, che poi ti vengono gli incubi», fece la mammina. «Un altro e basta.»
      La piccola fece sparire la mano – che il vetro deformava, facendola apparire fuori misura – nella confezione. La tirò fuori e la confezione cadde di lato. Un biscotto rotolò fuori, percorse tutta l’isola e cadde sulle cosce di Vinnie. La mammina sospirò e aggirò l’isola. Vinnie saltò su, le fece passare un braccio intorno alla vita, la fece girare come in un passo di danza e le piazzò una mano sulla bocca. La donna ebbe sì e no il tempo di sbarrare gli occhi.
      Vinnie si rivolse a Merle. «Prendi la mocciosa.»
      Merle corse a tappare la bocca alla piccola. Lei si dimenò, e aveva una bella forza per essere poco più alta di un nano da giardino. Merle le passò un braccio intorno alla vita e la sollevò dallo sgabello. La mocciosa prese a menare calci all’aria.
      Vinnie si avvicinò all’isola, ci sbatté sopra la faccia della mammina e disse: «Falla stare ferma. E non ci pensare neanche a urlare. Il mio socio ci mette niente a prendere un coltello e a ficcarglielo su per il culo.»
      «Piccola…» fece la mammina con una voce da uccellino. «Sta’ buona.»
      La mocciosa si calmò.
      «Adesso noi ce la filiamo», fece Vinnie. «E ci portiamo la piccola stronza.»
      «No!» urlò la mammina.
      Vinnie le schiacciò la faccia sull’isola. «Che ti avevo detto? Non. Urlare. Cazzo.»
      «Non farlo, ti prego», piagnucolò la mammina. «Non dirò niente, lo giuro.»
      «Se mi davano un dollaro per ogni volta che ho sentito ’sta stronzata, a quest’ora ero più ricco del Presidente degli Stati Uniti. Giusto, Merle?»
      «Altroché», fece Merle. «Un cazzo di sultano, eri.»
      «Visto? Mettiamola così, se tu e il paparino tenete la bocca chiusa, tra una settimana ve la rispediamo tutta intera.»
      «Prendete quello che volete…»
      «L’abbiamo già preso, razza di stronza siliconata, e adesso ci prendiamo pure la mocciosa. E se avvisi gli sbirri, le taglio quel cazzo di naso e te lo spedisco con tanto di fiocco.»
      La mammina iniziò a piangere. «Ti prego…»
      «Cristo, odio quando fanno così», disse a Merle. «Oh, che cazzo c’hai?»
      Merle fissava la finestra panoramica. Vinnie si voltò. Il vetro rifletteva Merle che teneva in braccio una specie di grosso Gremlin in pigiama.
      «Ma che cazzo…»
      Vinnie guardò la mocciosa e vide che aveva un aspetto diverso. Il mento, si disse. Era più squadrato. E la mandibola più piena. Anche le guance. Pareva che se si fosse ficcata in bocca un pugno di ciliegie.
      La mocciosa aprì la bocca e morse la mano di Merle. Affondò i denti, diede un bello strattone e staccò l’indice. Merle mollò la mocciosa – che andò col culo per terra –, urlò come un porco scannato e strinse il moncherino dal quale zampillava il sangue. La mocciosa masticò e buttò giù, poi gli addentò lo stinco di Merle. Lo strattonò nel modo in cui un cane farebbe con la carne che ricopre un osso e staccò un pezzo dei calzoni e parte di quello che c’era sotto. Merle si trasformò in Pavarotti e andò col culo per terra. Aveva un pezzo di tibia che faceva capolino dalla carne mangiucchiata.
      La mocciosa gli zompò addosso e se lo lavorò. Gli mangiò il naso e le orecchie. Gli cavò gli occhi, li annusò e li gettò via. Gli squarciò la gola e bevve il sangue che ne uscì. Quand’ebbe finito si voltò, e Vinnie vide che era cambiata. La faccia era quasi grigia, il naso affilato come la punta di un coltello e i denti spessi come i paletti di una staccionata. Riempivano la bocca come una cicciona riempirebbe la poltrona di un cinema, e la bocca sembrava in procinto di scoppiare.
      Vinnie mollò la mammina e si fece indietro fino a toccare il ripiano della cucina. La mocciosa ringhiò.
      «Piccola…» fece la mammina, mettendosi dritta. «Calmati.»
      Vinnie scivolò verso la soglia, il culo che puliva il ripiano. La mocciosa lo fissava. Le mani – grandi quanto quelle di un uomo adulto e pelose come quelle di un orco – si aprivano e chiudevano. La matassa di capelli biondi che le imbrigliava il viso era come una fine cornice che contenesse un brutto quadro.
      Vinnie arrivò all’angolo, gettò un occhio alla soglia e schizzò via. La mocciosa spiccò un salto, gli serrò le mani intorno al collo e lo atterrò poco oltre la soglia della cucina. Le urla di Vinnie arrivarono in paradiso.
      Quando si placarono, dal secondo piano giunsero dei tonfi ovattati che si trasformarono subito in passi sulla scala.
      «Che diavolo sta succedendo?» fece il paparino.
      Pigiò l’interruttore e il soggiorno si illuminò. Vide la mocciosa, accucciata sul petto di un tizio con la faccia frollata come carne macinata di fresco.
      «E ’sto qui chi cavolo è?» chiese alla mocciosa.
      Lei lo guardò come un cane che sa di averla mollata sul tappeto.
      «Uno in cerca di soldi facili», disse la mammina.
      Stava sulla soglia della cucina, il borsone ai suoi piedi, aperto. Un angolo del quadro spuntava fuori come un prepuzio.
      «Ma quello è…» fece il paparino.
      La mammina tirò fuori l’autoritratto con scimmia di Frida Kahlo e lo mostrò al marito.
      «Che figlio di puttana», disse il paparino.
      Prese il quadro e lo guardò per bene. Sembrava a posto. La ruga al centro della fronte si spianò un poco. Lo posò sul divano, piantò i pugni sui fianchi e guardò storto la mocciosa.
      «Fila di sopra», le disse. «Con te me la sbrigo dopo.»
      La mocciosa ripiegò le orecchie alla Spock, esibì un broncio pentito e sgattaiolò via. Corse a quattro zampe su per la scala, e i tonfi sgraziati della sua corsa fecero vibrare il pavimento di sopra.
      «Dammi una mano», disse il paparino. Si piegò e afferrò le caviglie di Vinnie. «Lo mettiamo nella ghiacciaia.»
      «Ce n’è un altro in cucina», fece la mammina.
      «Fantastico. Appena finiamo qui mi sente, quella piccola…»
      «Non riesce a controllarsi.»
      «Conviene che impari, perché sono stufo di sistemare i casini che combina. Prendilo per le braccia.»
      Sollevarono Vinnie e lo portarono nello scantinato. Il paparino lo mollò e aprì lo sportello della ghiacciaia. Lo ripresero e lo adagiarono sui due corpi congelati. Uno era messo come Vinnie. Non aveva la faccia. La mocciosa se l’era mangiata. L’altro aveva un buco in pancia che ci potevi infilare dentro la testa. L’intestino usciva e faceva un paio di giri attorno alla gola.
      «Glielo insegnerò», disse la mammina mentre tornavano di sopra.
      «Di che parli?» chiese il paparino.
      «Le insegnerò a controllarsi.»
      Tornarono in cucina. Il paparino vide com’era conciato Merle e sospirò. «Guarda che razza di casino.»
      «Non è così brutto», fece la mammina.
      «La giustifichi sempre. E guarda, ha lasciato la parte più saporita.»
      Raggiunse l’isola, si chinò e prese gli occhi di Merle. Tenendoli per i nervi, se li cacciò in bocca.
      «Neanche a me piacciono», fece la mammina.
      «Vi somigliate come due gocce d’acqua», disse il paparino.
      «Io però mi controllavo meglio, alla sua età.»
      «L’abbiamo viziata troppo. Ecco il problema.»
      Presero Merle e lo portarono di sotto. Lo misero nella ghiacciaia con gli altri tre, poi il paparino recuperò il quadro e andò ad appenderlo nella stanza al piano di sopra. Tornò dalla mammina e disse: «Andiamo a farle quel discorsetto.»
      Entrarono nella stanza da letto della mocciosa. La piccola era ficcata sotto le lenzuola. Era tornata normale e fingeva di dormire.
      «Signorinella», chiamò il paparino. «Lo so che sei sveglia. Apri gli occhi.»
      La piccola sollevò le palpebre. Il paparino si avvicinò, seguito dalla mammina, e sedette sul letto.
      «Io e la mamma dobbiamo dirti una cosa. Quello che è successo stasera non deve ricapitare. Devi imparare a controllarti.»
      La mammina prese posto accanto al paparino. «Quello che papà sta cercando di dire è che non sei più una bambina. Sei quasi una donna. Be’, per i canoni della nostra specie, almeno. E una donna sa controllarsi.»
      «Ma quelli volevano farti male», disse la mocciosa.
      La mammina sorrise e le ravviò una ciocca di capelli. «Lo so, piccola mia, ma non puoi saltargli addosso lo stesso.»
      «Perché?»
      «Perché qui funziona così.»
      «E allora perché non torniamo a casa?»
      «Non possiamo.»
      «Perché?»
      «Perché casa nostra non c’è più.» La mocciosa mise il broncio. «Ma anche qui è bello. Solo che dobbiamo stare attenti. Se ci scoprono… se scoprono che siamo diversi, potrebbero farci del male.»
      «Perché?»
      «Perché gli umani hanno paura di quelli diversi da loro.»
      La mocciosa rifletté su quel concetto nuovo.
      «Mi prometti che farai la brava?» chiese la mammina.
      «Te lo prometto, mamma», disse umilmente la mocciosa.
      La mammina sorrise. Si sporse e le schioccò un bacio in fronte. «Ti voglio bene.»
      «Anch’io», disse la mocciosa.
      La mammina e il paparino diedero la buonanotte alla mocciosa e uscirono.
      «Ѐ una brava bambina», disse la mammina. «Ed è anche forte. Avresti dovuto vederla in azione.»
      «Un’idea me la sono fatta», fece il paparino.
      Entrò in camera da letto.
      «Vado a dare una pulita», disse la mammina.
      «Non puoi farlo domani?» fece il paparino. Lei lo guardò come a dire: sei impazzito? «E va bene. Vuol dire che vengo ad aiutarti.»
      Le cinse la vita e le palpò un fianco.
      «Ma poi devi aiutarmi tu.»
      «A far che?» chiese la mammina, lo sguardo languido.
      «Lo sai benissimo.»
      Si baciarono.
      «Ti amo», disse la mammina.
      «Ti amo anch’io», fece il paparino.
      Scesero dabbasso, abbracciati come due novelli sposini.

    • IL CARRELLO MAGICO
       
       
      C’era forse troppa luce quando venni fuori da quel calduccio. Là dentro stavo così comodo che, se qualcosa non mi avesse spinto, non avrei seguito i miei cinque fratelli.
      Feci subito intendere che ero un mangione. Mi attaccai alla tetta e ci rimasi finché non cominciai a scorrazzare per la casa. Mio padre ci guardava da un angolo della stanza, steso sulla pancia e con le zampe allungate. Ogni tanto, soprattutto quando si accorgeva che litigavamo per pappare, si avvicinava, ne agguantava uno per la collottola e lo spostava. E così finché ognuno aveva finito.
      Separate da noi, quattro presenze ci fissavano con stupore cicalando freneticamente. Camminavano su due zampe. Due erano più alte e due più basse. Ogni tanto il più piccolo di loro si avvicinava per tirarci le orecchie. Mi resi subito conto che non dovevo aver paura. Erano gentili e sorridevano sempre. Si esprimevano emettendo versi bislacchi con quella buffa bocca. Era piacevole quando mi accarezzavano il dorso.
      Ho avuto poco tempo per socializzare con i miei fratelli. Due di loro se ne andarono dopo appena una settimana. Pensai che dovessero recarsi parecchio lontano perché furono portati via mentre dormivano in un contenitore di legno. Con gli altri tre sono rimasto un po’ più a lungo. Ci piaceva scorrazzare in giardino a caccia di farfalle e strappare la corteccia rugosa degli alberi. Ero forse il meno vivace, sicuramente il più distratto da quel mondo luccicante di colori, pieno di suoni, fruscii, rumori così diversi fra loro e carico di odori e profumi stimolanti. Poi però, a uno a uno, anche loro lasciarono la casa insieme a persone che ogni volta fa-cevano troppi schiamazzi.
      Fu così che mi ritrovai solo con mio padre e mia madre. Con lui avevo un rapporto particolare. Non avevo bisogno di molti guaiti per farmi intendere. E lui ancora meno. Bastava mi guardasse che lo seguivo. Era un Labrador dai modi saldi e di gran temperamento. Il suoi occhi marroni però esprimevano una mitezza che neanche mia madre possedeva. Aveva il cranio largo e un mantello fitto e nero notte su un corpo solido. Ma la cosa che più mi piaceva di lui era la coda lunga, spessa alla base e assottigliata alle estremità, che agitava imperiosamente quando la mordicchiavo.
      Una volta ci fermammo davanti al grande specchio poggiato a una parete della sala. Rimanemmo immobili per lungo tempo a fissare quelle sagome.
      «Siamo noi!» proferì. «Sei cresciuto. Fra poco diventerai adulto.»
      «Diventerò come te?»
      «Meglio. Sicuramente meglio. Guarda che belle costole ti ritrovi. Diventerai un colosso. Te lo dico io.»
      Spesso passeggiavamo di fianco alla siepe e lui mi spiegava talmente tante cose che non riuscivo a seguirlo.
      «Cerca di stare attento» mi riprendeva. E io mi impegnavo a farlo, anche se preferivo quando rincorrevamo la palla. Allora sì che mi divertivo. Vinceva sempre lui, tranne quando fingeva di es-sere stanco.
      Era maestoso quando trottava. Il vento gli tendeva i muscoli del muso. Le orecchie orizzontali. La lingua di fuori. Si fermava. Mi aspettava e ripartiva. Quando raggiungeva la palla emetteva quasi un ululato.
      «Vedrai che la prossima volta vincerai tu» mi consolava sempre. Una volta però, durante una di quelle volate, sentii una punzecchiatura alle gambe. Non gli dissi niente. Lo avrei preoccupato
      inutilmente.
       
      «Sono stanco babbo. Che ne diresti se ci riposassimo un po’.» Mi piaceva appoggiare la testa sulla sua pancia calda. Mi sentivo protetto. E come ero felice quando la sua zampa strisciava sul mio muso! Intanto mia madre, che fino a quel momento aveva osservato i nostri bagordi dal tappeto, ci raggiungeva faticosamente per stravaccarsi accanto a noi.
      Qualcosa di brutto se la portò via. Provai tanta tristezza quando fu posta nella fossa in giardino. Piangevano gli adulti. Piangevano i due bambini. Leo, il più piccolo di loro, si rovesciò sul suo corpo statico e cominciò a baciarla sul ventre. Me ne stavo da un lato con mio padre che la fissava. Non mi parlò. Forse pensava che non dovessi sapere.
      Nei giorni a seguire egli non smise di zampettare fra gli alberi. Girava continuamente intorno al luogo in cui era stata sepolta, annusava. Si stendeva e guardava l’erbetta, come se potesse penetrarla per stendersi al suo fianco. Mi ignorava persino quando correvo con la palla fra i denti. Se ne era andato con lei.
       
      Avevo sì e no otto mesi quando rimasi solo. Durante la giornata mi distraevo con gli animali e con la mia famiglia. Ma la notte, quando rimanevo isolato fra l’immensità del cielo e la mia cuccia fredda, cominciavo a piangere in maniera così possente che i miei genitori avrebbero dovuto sentirmi. Ero convinto che più forte avessi gridato, più era probabile che mio padre sarebbe venuto, che mia madre si sarebbe coricata al mio fianco. Non accadde mai. Ma una sera mi apparve Leo, a piedi nudi sull’erba. Mi portò in camera sua. Non ero mai salito fin lassù perché i suoi non volevano. Entrai con circospezione, stando attento a non fare rumore. Batté la mano sul letto e con un balzo mi accovacciai ai suoi piedi. Mi abbracciò con vigore e mi baciò il naso. Mi carezzò le guance. Mi tenne la zampa. Decisi che sarebbe stato il mio migliore buon amico. Gli avrei obbedito e non lo avrei mai abbandonato. Da allora il divano divenne mio.
      Ben presto però, intuii che le scale erano un problema. Mi pesava farle in continuazione. Sentivo pungolare le anche e mi facevano male le zampe posteriori. Preferivo rimanere coricato sotto il tavolo, piuttosto che dover scendere dov’era la cuccia. Ridussi pure le corse in giardino. Era deprimente rimanere accovacciato tutto quel tempo.
      Loro pensavano che barcollassi per gioco. «Guarda com’è buffo!» dicevano. «Fa il coniglio!»
      In realtà zoppicavo veramente perché il dolore mi immobilizzava dietro.
      Fu il padre di Leo ad accorgersi che qualcosa non andava. Giocavano col pallone e io me ne stavo mestamente sull’erba. Feci uno scatto e mi fermai d’improvviso.
      «Cos’hai?» mi chiese affettuosamente. «Sei stanco?» Mi toccò il fianco e mi dette un buffetto. «Deve aver faticato un po’. Vedrai che con una dormita tornerà un leone.» Per placare l’apprensione di Leo.
      Magari avessi potuto diventare un leone. Invece stavo proprio male. Non riuscivo a correre e faticavo anche a camminare. Indifferente pure alla Collie che tanto mi piaceva. Volevo solo dormire.
       
      Quella sera, invece che a casa, andai dal veterinario. Mi parve di riconoscere quel posto in cui, forse, ero stato da piccolo. Ricordo l’odore misto di ammoniaca e medicinali. Ricordo anche la faccia buona di quel dottore, i suoi modi gentili, le manciate di chicchi allungate per tranquillizzarmi.
      Quando mi presero in due per posizionarmi sul lettino, una fitta mi perforò. Il dottore cominciò a palpeggiare e massaggiare un po’ da tutte le parti. Gli guaii che l’effetto di quella pressione sui reni era fastidiosa. Mi accarezzò le orecchie e il muso per infilarmi un ago. Mi sollecitò a vagare nella stanza. Poi mi stese di nuovo, avvicinò l’orecchio alle gambe per ascoltare.
      «È la cartilagine...» bofonchiò il veterinario fra sé e sé. Seguirono le radiografie che confermavano il grado di artrite all’anca. La sua espressione dubbiosa. Qualche moina. Leo mi riportò nella sala d’attesa. Non sono un medico, ma avevo capito che mi aveva diagnosticato qualcosa di grave. Lo avevo letto nella sua espressione, in quella contrazione congiunta di labbra e occhi. Respiravo a fatica, con la lingua di fuori. Lo sapevo. Me lo sentivo che qualcosa non andava. Forse mi aveva punto un animale. Probabile che il vento mi avesse buttato addosso qualcosa di cattivo. Magari avevo avuto una reazione allergica alla peluria orticante di una processionaria. Una spiegazione doveva pur esserci. Io però non lo sapevo e anche Leo mi sembrava abbastanza preoccupato. Il mio piccolo Leo, che se ne stava con gli occhi bassi e con la mano ciondoloni mi accarezzava il pelo della fronte. Il mio amico di giochi e di vita. Ti va di lanciarmi la palla? Facciamo una corsa? Saltelliamo insieme? Vorrei tanto... Se non fossi così stanco...
       
      Durante la cena, la famiglia parlò della mia malattia. Non ne ricordo il nome ma ho ben chiaro le loro espressioni turbate, quelle parole “veterinario”, “medicine”, “paralizzato” che ripetevano continuamente. Si voltavano a turno verso di me, cupi e sconsolati. Rispondevo loro alzando il muso e poi ripiombavo sulle zampe.
      Leo mi abbracciava così tante volte e con così tanto trasporto che invece di consolarmi, mi turbava.
      «Non ti preoccupare, è tutto ok. Stai tranquillo. Io sono qui... Non fa male... passerà» gli abbaiai.
      Da quanto avevo capito, la cosa che faceva innervosire il mio padrone era che le pasticche che mi dava la mattina non avessero alcuna efficacia. In effetti le assumevo già da settimane e non avevo ricevuto alcun beneficio. Quasi non riuscivo a muovermi. Peraltro avevo notato che le mie gambe posteriori si erano deformate perdendo quasi tutta la massa muscolare e ciò mi provocava disagio persino quando mi acciambellavo per riposare.
      Nella successiva visita, mi accorsi che il veterinario parlava con il mio padrone arrossendo troppo spesso. Provai ad allungare le orecchie ma era come se il dolore avesse confuso anche le mie capacità sensoriali.
      Più tardi ce ne andammo tutti in terrazza. Nessuno fece parola. Loro fissavano le colline verdi. Io me ne stavo steso, con il muso fra le grate. Mi lasciavo accarezzare il tartufo dall’alito caldo del vento. Era rilassante. Mi mancavano i momenti spensierati di corsa frenetica. Avrei dato qualunque cosa per poterli rivivere ancora. Invece sentivo che quel dolore non mi avrebbe lasciato. Mi accorgevo che più passavano i giorni più l’immobilismo si appropriava di me. Forse sarei morto. Non avevo presente cosa ciò significasse. Sapevo però che sarei andato in giardino da babbo e mamma. Magari li avrei incontrati di nuovo.
       
      Era proprio una bella mattina di sole quando mi portarono in clinica. Mi presero di peso dal bagagliaio e mi depositarono su una specie di barella di legno imbottita con un giaciglio. Mi condussero in un ambulatorio più ampio rispetto alle volte precedenti. In disparte c’era una diavoleria di metallo con delle ruote. Capii subito che era per me. Mi voltarono con la pancia verso le mattonelle ghiacce. Avvicinarono il carrello. Introdussero le mie gambe all’interno di un’imbragatura. Tirarono e allacciarono dei fili.
      Non so come e perché feci perno. Fatto sta che balzai in avanti. Ripetei l’azione e, con stupore, mi spostai nuovamente.
      Da non credere! Riuscivo finalmente a muovermi. Erano giorni che non lo facevo. Mi attraversò un soffio di eccitazione e vita. Potevo avanzare senza sentire dolore. Era incredibile. Era bellissimo. Emisi un abbaio assordante. Poi un altro che echeggiò più forte del primo. Anche mio padre e mia madre dovevano sentire quanto ero felice. Non stavo nella pelle. I peli ritti. Issate anche le orecchie. Non c’era dolore. Neppure fastidio. Potevo spostarmi senza impazzire dal tormento.
      Mi accarezzarono più volte, euforici quanto e più di me. Leo mi abbracciò piangendo a dirotto. Ma cos’hai da piangere piccolo mio? Devi ridere. Ridere. Ridere ed essere felice. Sono vivo e guarda come giro!
      Cominciai a correre con tutta la vigoria che avevo dentro. Quella repressa dal dolore e quella esplosa nella gioia. Non mi avrebbe fermato nessuno. Filai nel verde davanti all’ambulatorio,
       
      le orecchie orizzontali, la lingua di fuori. L’aria straordinariamente frizzante. Mi fermai d’improvviso e sedetti sul carrello. Abbaiai a Leo che mi stava raggiungendo.

    • Intuizione
       
       
       
       
       
       
       
       
       
      Fui felice di andarmene da quella città medievale. Pittoresca ma i suoi abitanti mi lasciavano di stucco in quanto a stupidità e rigidità di pensiero. Non sapevo dove eravamo diretti ma Irene sì e questo basta per me.
      Ad un certo punto, davanti a noi, degli uomini erano apparsi in mezzo alla strada. Irene si fermò in mezzo al sentiero. Erano pieni di quelle che sembravano armi di fortuna: bastoni, spade rovinate ma erano almeno una ventina. Nonostante le tuniche corte e sporche avevano un aspetto curato. Io guardai i loro sguardi furiosi e in pochi secondi ci ritrovammo circondati.
      Nessuno di loro superava il metro e sessanta ma sembravano comunque minacciosi. Irene aveva estratto la spada pronta per affrontarli. Si guardava intorno e io ero con il cuore in gola perché ero una dottoressa, non una guerriera .
      – Oh mamma – mormorai preoccupata. Cercavo di mantenere la calma perché ero con un mago rinomato ed un capitano delle guardie.
      Charles gridò a loro:
      – Cosa volete? – presumo, nel tentativo di contrattare. Io mi aspettavo, soldi, gioielli, i bagnagli e invece uno di loro rispose.
      – Consegnateci Irene Cosini! – Cosa potevano volere da lei?
      Irene era pronta a combattere ma loro non si muovevano. Potevano essere disposti a trattare. Se Charles non li avesse convinti ad andarsene avrebbero dovuto mettere mano alle armi. Sapevo che il mio primo obbiettivo doveva essere togliermi da lì, perché loro due non potevano badare a me. Sarei stata un peso in battaglia.
      – Forse possiamo trovare una trattativa vantaggiosa per entrambi, Chi vi manda? – propose Charles.
      – Niente da fare nano, noi non trattiamo con nessuno. Il Maestro vuole Irene e noi gliela riporteremo a qualunque prezzo, quindi consegnatecela e non fate storie – rispose il bandito irremovibile.
      Charles alzò una mano:
      – Mi dispiace – disse, la sua voce era seria, quasi minacciosa e mi entrò nella testa – ma non se ne parla! – decretò.
      I banditi attaccarono, con urla terrificanti. Mi sembrava di essere in procinto dall'essere sommersa da un'ondata di banditi. Charles abbassò la mano e la terra ebbe una scossa di una forza che fece crollare ogni persona nel raggio di un chilometro e imbizzarrire i cavalli che tuttavia restarono sul posto. Irene si aggrappò al cavallo ed io mi aggrappai a Charles che si aggrappò al cavallo solo per quel balzo.
      – Ci pensiamo noi a loro, tu prendi il cavallo e vattene – mi disse.
      Non feci in tempo a rispondere che mi sgusciò via dalle braccia. Io saltai sulla sella e presi le redini cercando di capire cosa fare. Mentre notavo i banditi che si rialzavano il cavallo cominciò a correre, come se qualcuno gli avesse dato una spinta. I banditi si fecero indietro, il cavallo partì verso di loro e li saltò come se fossero stati un ostacolo misero.
      Mi dirigevo verso una distesa di dossi verdeggianti. Tirai le redini per fermarlo e lui si girò mansueto. Sapevo di non essere un cavaliere molto bravo, quindi gli diedi due pacche sul collo mentre allungavo lo sguardo avido verso la scena .
      I banditi non si preoccupavano di me, volevano Irene e si dirigevano verso di lei, come se Charles non fosse un problema. Erano almeno in cinquanta contro loro due. Una battaglia impari e mentre Charles faceva di tutto per colpire i nemici Irene si difendeva come poteva.
      Manovrava la sua lama facendo leva solo sul suo istinto, colpiva il nemico più vicino ma nemmeno uno di loro riuscì a scalfirla. Dal cavallo tranciava i nemici come i rami di un albero. Alcuni corpi cominciarono ad ammassarsi sul terreno e la vista mi fece ribaltare lo stomaco. Irene e Charles li stavano decimando davanti ai miei occhi.
      Rimasi ferma a guardarli senza parole. Vedevo Charles sollevare massi dal terreno, ridurli in pezzi e tirali addosso ai banditi in una pioggia di proiettili rumorosi. Irene invece gli copriva le spalle difendendolo da quelli più vicini. Non sapevo se lo faceva apposta o se era un caso ma erano schiena contro schiena. Ad un tratto una lama viaggiò vicinissima a lei. Vidi per un attimo Irene spostarsi e afferrarsi il braccio per poi ricominciare a combattere. Mi venne un dubbio che accantonai subito.
      I banditi si facevano indietro davanti a Irene e, pensando di coglierlo di sorpresa si avvicinavano a Charles, perché speravano che da vicino avesse poche possibilità di colpirli e un po' ci avevano azzeccato.
      Ma a quel punto ci fu un altro terremoto che mi fece aggrappare al collo del cavallo mentre si alzava sulle zampe. Era una scossa sola che durò almeno un paio di secondi. Ma dopo, delle crepe si formarono sul sentiero e i banditi recuperarono i feriti e decisero di squagliarsela. Erano poco più che una ventina.
      Irene rimase immobile. Io ritornai lì con il mio cavallo, a mente fredda mi ricordai di quando vidi Irene partire a cavallo e aveva dato dei colpettini sul fianco del cavallo con il tacco. Mentre Irene rinfoderava la spada. Sul terreno c'erano almeno una decina di cadaveri.
      Charles, esattamente come aveva fatto la prima volta sollevò un cubo di terreno sotto i suoi piedi e si arrampicò sul cavallo davanti a me, mentre Irene risalì sul suo.
      – Tutto a posto? – chiesi notando il taglio sull'avambraccio. Superficiale ma abbastanza esteso.
      – Ho un taglio. Brucia – rispose. Andava s toccarsi il taglio con la mano e a quel punto notai sul suo viso una smorfia di dolore che la fece desistere dal toccare la ferita. Ero pronta a tirare fuori delle bende ma Charles mi fermò:
      – Ce ne occuperemo più avanti, Palaos è solo a qualche ora da qui – evidentemente lui aveva capito dove stavamo andando prima di me. Era metà mattina. Viaggiammo finché non avvistammo da lontano una serie di tetti rossi e mura bianche.
       
      all'interno i carri facevano avanti e indietro per la strada mentre uomini in toga e donne in abiti bianchi passeggiavano per le bancarelle del mercato incastrate in edifici semplici. La polvere si alzava dalla strada e Irene era diretta in un unica direzione come se sapesse dove andare. Io la fermai un secondo per stringere la ferita con delle bende e farla smettere di sanguinare. Aveva gocciolato lungo tutto il tragitto. Dopo la lasciai andare.
      Girammo in una strada poco trafficata, poi in un'altra via più stretta e infine Irene si fermo davanti a quello che sembrava con condominio a sei piani molto antico, con numerose finestre ad arco. Tutto era calmo. Il sole batteva sulle tegole e sui muri bianchi fino a far risplendere anche quella via così stretta.
      Irene allungò la mano sulla maniglia e aprì la porta. Nel corridoio Irene cominciò a salire i gradini di pietra. Man mano che salivamo le porte delle abitazioni si facevano più spartane ma ci fermammo al terzo piano. Io mi stavo chiedendo come era possibile che un pezzo della sua anima fosse lì dentro, ma sull'istinto di Irene non transigevo. La trattenni dallo spalancare la porta e bussai per educazione.
      Dall'altra parte arrivò una serie di passi ed una voce piuttosto tremebonda chiese:
      – Chi è ? – Notai subito la sua paura, tale da pensare che rendere la voce più acuta ci avrebbe indotto a pensare che fosse una vecchia signora sola in casa.
      Io non ci stetti troppo a pensare e risposi:
      – Mi chiamo Emily Smith signore, – perché era evidente che era un lui, vista la sua scarsa imitazione – sono una dottoressa, io e i miei compagni vorremmo farle qualche domanda – non sapevo cosa avrei detto se mi avesse aperto, presumevo che Charles si sarebbe inventato qualcosa. Ma, secondo me, era già un buon risultato se apriva la porta. Lui aprì la porta di uno spiraglio.
      – Salve – disse guardandosi febbrilmente in giro, sembrava aver capito che non eravamo pericolosi. Ci guardò velocemente uno per uno ma solo quando posò gli occhi su Irene spalancò la porta e sorridendo rispose – oh! Irene ragazza mia, scusa, non sapevo che... –Irene lo guardò senza dire niente. Io gli chiesi se potevamo entrare e l'uomo spalancò la porta – ho una persona in casa che potresti conoscere, l'ho trovata per strada –
      Irene non fece complimenti e si diresse al centro di una sala. Noi la seguimmo un po' straniti. Quell'uomo sembrava conoscere bene Irene, era solo per questo che ci aveva aperto.
      – Come avete conosciuto Irene – chiese Charles sospettoso.
      Irene si era fermata al centro della sala dove una bambina di cinque anni al massimo li stava guardando.
      – Sono stato il suo maestro – disse lui un po' più tranquillo – M-Mi chiamo Scribonius –
      Era bianca di pelle, bianca di capelli, occhi azzurri chiari ed un unico abito bianco che le cadeva sulle ginocchia morbido come cotone. Sembrava emettere una luce argentea dal cuore e dal corpo stesso. Era evidente che non era una bambina normale.
      Irene la guardò e la bambina le sorrise. Un sorriso candido e spontaneo. Si appoggiò la manina sul petto e dopo aver visto il petto suo illuminarsi attraverso la sua mano candida, tirò fuori piccolo frammento di anima.
      Il petto di Irene si illuminò come se quella semplice visione avesse risvegliato nella sua anima qualcosa di vivo. Il frammento di Irene uscì da solo senza dolore, senza paura. La mia amica sembrava in preda ad una visione.
      La manina della bambina sporse il frammento della sua anima e questo cominciò a fluttuare verso quello più grande. Si attaccarono come due calamite con un crepitio. Ebbi la sensazione che tutto fosse tornato al suo posto. La bambina divenne sempre più trasparente come a diluirsi nell'aria e l'anima di Irene tornò nel suo petto.
      Quando Irene guardò in avanti la vidi davvero diversa, con occhi più vivi e più profondi. Rimase interdetta per qualche secondo.
      – non mi fido di te, Scribonius – lo mormorò come se fosse una cosa ovvia. Ora cominciavo a riconoscerla e mi sentii felice. Stava tornando quella di prima a piccoli pezzi.
      – Irene non si ricorda di lei – dissi a Scribonius temendo che si fosse offeso – ha subito un incidente... –
      – Non è quella la faccenda – mi disse Charles – neanche io mi fiderei –
      – Perché? – chiesi stranita. Sembrava un uomo normale, forse un po' fifone ma nessuno di pericoloso.
      – Tu non la dici giusta Scribonius – rispose.
      Scribonius indicò le sedie e disse:
      – un secondo, prima vorrei che mi lasciaste presentarmi per bene – poi chiuse la porta alle mie spalle come se non aspettasse altro da quando siamo entrati.
      Noi ci sedemmo, pazienti e lui spiego:
      – Io ero l' insegnate personale di lettere, numeri, storia e anche di combattimento di Irene. Potete fidarvi di me. – poi disse rivolgendosi a Irene – Ti ho proposto io di andare al regno di mezzo per farti integrare; sono ancora gli unici ad assumere anche delle donne per le loro armate –
      Se ciò che diceva era vero potevo fidarmi di lui, sembrava sincero e contento di rivederla.
      – Facciamo una botta di conti. Quando abbiamo bussato voi avevate un pezzo di anima di Irene nel suo appartamento e quando si è riunito non avete detto nulla e non ci avete chiesto nulla. Una persona normale si sarebbe quanto meno stranita –
      A questo punto Scriponius incavò la testa tra le spalle e cercò di buttare giù una spiegazione:
      – beh, ero stranito certo ma non mi sembrava il caso di dire qualcosa, di interrompere... –
      Ma Charles non aveva finito e continuò come se niente fosse:
      – Sapevate già tutto. La cosa è strana visto che il problema di Irene non è stato reso pubblico. Inoltre, sembravate molto spaventato quando ci ha aperto, perché? –
      L'uomo si fece più pallido, rimase lì a pensare per un secondo, nel panico, e mormorò:
      – L'ho trovata in mezzo alla strada, mi ha detto di essere sola, di stare cercando Irene e l'ho voluta portare a casa mia cosa c'è di strano? –
      Charles con una calma notevole rispose:
      – I pezzi delle anime sono fatti di pura energia e luce, non hanno corde vocali – infatti nessuno dei pezzi che avevamo trovato aveva proferito parola, nemmeno il gatto aveva miagolato – La loro forma è solo un illusione, una forma creata dal nucleo stesso, forse per farsi riconoscere dagli altri – Spiegò Charles – e poi, una persona fifona come te non si sarebbe mai portato una bambina fantasma in casa di sua volontà se non fosse stato coinvolto in questa storia, non mi prendete in giro e ci dica la verità –
      Lo stava rivoltando come un calzino.
      L'uomo, prendendosi i capelli con le mani, rispose:
      – D'accordo – e dopo un secondo continuò – sono stato io a portarla davanti ai cancelli del palazzo sapevo che l'avreste tenuta al sicuro... Quando l'ho vista in quelle condizioni non ce l'ho fatta a lasciarla, l'avrebbe uccisa, ed ora il Maestro mi sta cercando –
      Irene era stata riportata al castello dal suo maestro. Se Scribonius non si fosse fatto degli scrupoli, se Irene fosse stata solo una persona come tante altre per lui, sarebbe morta. Non avrebbero mai ricevuto il corpo di Irene e io l'avrei aspettata per tutta la vita domandandomi dove fosse, che fine avesse fatto senza più vederla tornare. Se ora Irene aveva una possibilità di riprendersi, lo dovevamo a lui e al suo buon cuore alla fine. Lo avrei ringraziato ma invece chiesi:
      – Con “Maestro” intende Narciso? – ricordandomi dei banditi che lo avevano chiamato nello stesso modo.
      – Sì – rispose Irene. La sua memoria sulla storia era intatta ma i ricordi più recenti non c'erano.
      – Solo i suoi discepoli lo chiamano Maestro, dagli altri si fa chiamare Narciso – rispose Charles.
      – A quale scopo? – chiesi – qual'è il suo vero nome? – il vero nome di qualcuno poteva dirla lunga su dove venisse e chi fosse in realtà.
      – Nessuno lo sa – rispose Scribonius – Il Narciso è un fiore dall'odore inebriante e in se ricorda la forma del sole. Ma le foglie ed il bulbo contengono una sostanza velenosa che se ingerita potrebbe provocarne la morte... Lui pensa di essere la luce di questa terra, bello e dolce nei modi quanto mortale nel sapore – ora capivo perché proprio quel nome.
      Rimanevo meravigliata. Nelle parole di Scribonius c'era una consapevolezza profonda ma si riferiva a lui anche come qualcosa di inebriante come un allucinogeno. Qualcosa che ti fa stare bene e non puoi farne a meno, era un pensiero disgustoso.
      – Quindi voi eravate uno dei suoi collaboratori, avete liberato Irene perché vi sentivate in colpa e adesso Narciso vi sta cercando esattamente come sta cercando noi – mormorò Charles – ho un'offerta per te... Narciso probabilmente sa dove abiti e dove vivi e se resti qui ti troverà prima o poi, se voi ci direte dove si nasconde, noi vi proteggeremo da lui –
      Scribonius li guardò con ansia. Non aveva molta scelta, o si faceva ammazzare dal suo maestro o veniva con noi. Ma lui sembrava indeciso e tutti lo notammo.
      – Pensi che lui ti voglia di nuovo – chiese Irene.
      Tutti e tre ci girammo verso di lei. Facendo un piccolo ragionamento Irene aveva recuperato la capacità di ragionare ma sembravano più intuizioni che veri e propri ragionamenti logici. Quella bambina rappresentava la sua intuizione. Giovane, sincera, spontanea e necessaria alla sopravvivenza.
      – Se il vostro maestro vi vuole morto, potete decidere solo se morire con noi o per mano sua – rispose Charles. Lui si guardava intorno ancora indeciso
      – Qual'è il suo problema? – chiesi a Scriponius, non capivo il suo turbamento. A me sembrava palese che se qualcuno mi voleva morto era meglio chiedere aiuto a persone capaci di proteggermi. Ma lui rimase in silenzio come se non sapesse cosa rispondere.
      – Il problema è che anche la sua anima è rimasta danneggiata dal rapporto con Narciso – rispose Charles – io sono un mago della terra e lui è un mago delle anime. Ti ha promesso qualcosa che vuoi ed ora hai paura di perderlo. Anche i banditi che ci hanno attaccato prima sono stati convinti da lui, ma se Narciso ci sta cercando per riprendersi Irene, allora incontreremo presto nemici più temibili –
       
      Scribonius si afferrò la testa combattuto e mormorò:
      – Lui mi ha promesso un regno di giustizia, uguaglianza e pace. – rispose – Mi ha promesso che nessuno sarebbe stato discriminato per via del luogo di provenienza, il sesso o la personalità – era il sogno di tutti, dunque era con promesse del genere che recuperava discepoli e si faceva chiamare Maestro.
      – Non siete il primo a cui fa promesse del genere – rispose Charles – ma nella realtà dei fatti lui sta cercando di distruggere l'unica città che trattiene i quattro regni dal farsi la guerra. Vuole prendere il comando. Userà il suo potere per creare un regno a suo diletto, dimenticandosi di ciò che il popolo vuole o ha bisogno di avere. Perché si crede una divinità –
      Sapevo che Charles aveva ragione. Il potere corrompe e Narciso era già corrotto.
      – Ma può anche non succedere – rispose lui guardandolo intensamente.
      – Invece succederà – risposi minacciosa – perché le persone che si sentono superiori agli altri pensano di poter fare quello che vogliono senza conseguenze – e su questo avevo pochi dubbi, nei giornali tutti i criminali che venivano presi dalla polizia si credevano invincibili.
      Charles annuì e mi diede man forte.
      – É già un miracolo che i leader di regni così diversi abbiano deciso di incontrarsi una volta all'anno nella città di mezzo con re Hui che fa da mediatore. Se la città di mezzo crolla, nessuno potrà più evitare che questi si faccino la guerra tra di loro e il continente cadrebbe nel caos più completo, per i cambiamenti serve tempo, la storia ha bisogno del suo tempo, e imporre delle regole così drastiche all'improvviso potrebbe generare ancora più conflitti lei dovrebbe saperlo –
      Scribonius si massaggiò la testa e ad un tratto il suo viso cambiò, sembrava più tranquillo, più sicuro.
      – Non ho altra scelta... – soggiunse alla fine – d'accordo, vi dirò dove si trova. Ma non pensate che possa essere così semplice entrare nel covo. È protetto da molte magie difensive e anche se vi dicessi dove si trova probabilmente non sarà così semplice arrivarci – completò.
      Così insieme stringemmo un patto e con un nuovo compagno partimmo per la prossima avventura.

    • Inizia a scrivere la tua
      " Fogli d'amore "
                                                                                                  -- 
                                                                                                  --
                                                                                       [ IN CORSO ]
                                                                                        - Yoonmin -
                                                                                                 --
      Dove Jimin è innamorato perso di Yoongi che invece è etero, o almeno così crede, decide quindi di riportare i suoi sentimenti sotto forma di parole. 
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      < Jiminie, dovresti iniziare a vivere senza la paura di disturbare qualcuno. Magari provi e scopri che aspettava solo quello >.
      < Già Tae...hai ragione ma è così difficile. Però sto bene. Ho soltanto un piccolo nodo in gola. Mi viene da piangere e vorrei gridare che tutto ciò mi ferisce. Ma se lui sta bene allora sto bene anche io >.
      < Dopotutto non puoi cancellare una persona dalla tua mente, se è incisa nel tuo cuore. Non sei d'accordo Chimchim? >.
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      Park Jimin è un liceale che si innamora facilmente. Ma tutte le sue cotte sono destinate a finire. O perché viene rifiutato in malo modo o perché proprio lui decide di mettere fine a ciò per amore di persone vicine a lui. Questa situazione lo porta da una parte a reprimere le sue emozioni rinchiudendole all'interno di alcuni quaderni segreti, dall'altra a liberarsi da esse esprimendole attraverso il canto. Dopo ogni delusione amorosa si ripromette di non cadere nuovamente nell' intricata trappola che puntualmente gli spezza il cuore ma a causa di una melodia accadrà proprio il contrario di tutto ciò e il cuore gli verrà definitivamente rubato. E questa volta, PER SEMPRE.
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      boy x boy 
      angst
      smut
      [ Riferimenti a : 
      -Taekook;
      -Namjin ]
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      WARNED -
       

    • Si era arruolato nella Grande Armata nell’agosto del 1806 quando Napoleone, dopo la maretta con il re di Prussia, aveva richiamato alle armi tutti i coscritti e i riservisti a disposizione. Aveva deciso di fare quel passo un po’ solleticato dalla propaganda, ma soprattutto perché l’ultima volta che si era intrufolato nella villa della baronessa, era quasi finito in galera.
      Per i primi giorni fu come una festa continua. I soldati parevano sufficientemente refrattari alla disciplina e passavano il tempo fra smisurate abbuffate e canti alla “Grande Nazione”. Dopo la partenza per la Germania a fine settembre, non declinò di partecipare alle depredazioni nei territori occupati. Era incline alle irruzioni ed esperto alla violenza, soprattutto quando le vittime erano giovani donne con la pelle chiara.
      A causa del pollice monco, passò quasi due settimane a pelare le patate. Non durò molto: gli uomini d’azione amano fare bagordi all’aria aperta. Gli venne conferito il compito di recuperare i corpi dei militari caduti in battaglia e gli oggetti in loro possesso. Doveva semplicemente attendere che le schiere si massacrassero e poi interveniva con la scopa per ripulire. Nessun rischio di crepare o rimanere storpiato, nessuna responsabilità. Era l’ideale. Inoltre, da quando aveva assunto quella mansione, bivaccava vicino alle tende degli ufficiali e questo gli permetteva di ascoltare i loro chiacchiericci ma soprattutto di coartare le loro donne.
       
      Fu durante una di quelle sere che, non sapendo come ammazzare il tempo, afferrò il braccio di una ragazzina per trascinarla in una rimessa e abusarne con sano impegno. Non poteva certo immaginare che era una delle preferite di Murat.
       
      I reggimenti marciavano ormai da giorni. Si era diffusa la voce che i prussiani si fossero ritirati verso il nord e che l’imperatore volesse raggiungere Jena per sferrare l’attacco. Fra i soldati regnava una vigile attesa. Ormai la battaglia decisiva era prossima.
      «Perché Florent sta correndo?» chiese Alain al biondino che gli stava di fronte.
      «Organizzano le truppe. Il re di Prussia ha respinto la richiesta dell’imperatore di sospendere la guerra e stamani è pervenuto il rapporto di Lannes. Andiamo a stanarli a Jena» spiegò con enfasi.
      Alain lasciò il cucchiaio per concentrarsi sui suoi occhi scintillanti. Ma cos’hai da gioire? Leggendo soddisfazione e brama dietro un velo di coraggio. Non si vergognava d’aver paura. Non conosceva la guerra. Ne aveva solo sentito parlare, come gran parte di quei giovani, come quel biondino davanti. Ma gli sembrava una cosa troppo grande per un ladruncolo come lui.
      L’esercito raggiunse l’altopiano Landgrafenberg che dominava la piana. Era una mattinata fredda. La bruma copriva la valle riempiendo di mistero l’irrequieta attesa dei soldati. Silenzio frantumato dallo sferragliare delle armi e dagli ordini gridati dagli ufficiali.
       
      In lontananza la piccola sagoma dell’imperatore procedeva fra i ranghi con la feluca in mano. Parlottava con Augereau, indicava il vuoto caliginoso, sferrava il pugno in un gesto ad arco e lo infilava nel panciotto. Poi si avvicinava ad alcuni luogotenenti per diramare le ultime direttive funzionali all’accerchiamento di Jena: Davout avrebbe dovuto attaccare il fianco sinistro dei prussiani, Murat doveva andare verso la città e Bernadotte verso un’altra dal nome difficile da pronunciare. Dopo i sorrisi rassicuranti con Lannes, l’imperatore ordinò che le milizie preparassero il suo bivacco. Fece accendere i fuochi e concesse agli ufficiali di organizzare le spedizioni a valle per trovare viveri e liquori.
       Il campo di battaglia stava là sotto, a poche centinaia di metri. Alain osservava intimorito quel cratere bianco sovrastato dalle alture boscose, opposte all’ampia pianura aperta. Alla sua sinistra un fiumiciattolo.
      Il sole si stava svegliando e la nebbia cominciava ad aprirsi ai villaggi e alle strade campestri, fino a quella più a sud, che conduceva a Jena, dove l’esercito prussiano era una macchia disomogenea.
      Erano ancora accese le luci delle lanterne quando l’imperatore sfilò davanti alle truppe. Prima dominante sul destriero, poi umile sotto i loro occhi. Orava imponente nello spettro di colori dell’alba, facendo vibrare i cuori d’orgoglio e coraggio. Li sollecitava menando le mani. Esaltava la Grande Francia e il Grande Popolo. Esortava i suoi uomini ad aggredire il nemico senza pietà, promettendo l’eterno ricordo a ciascuno di loro.
      In risposta, essi troneggiarono i cori possenti della Grande Armata. Un boato che attraversò i boschi, scese veloce a valle stordendo i prussiani ancora sonnolenti. Quei Crucchi dovevano capire con chi avevano a che fare.
      Alain se ne stava seduto dietro una pila di munizioni a osservare frastornato la virile alterigia di quei guerrieri che sembravano potere tutto in disprezzo della morte e del destino.
       
      Il sole doveva ancora sciogliere la fitta nebbia quando Lannes la perforò portandosi dietro una massa vociante, aggressiva, prepotente e coesa di uniformi. Attaccarono prima i tirailleur, poi i soldati di linea. Le grida sorprese, poi sgozzate, provenienti dagli accampamenti prussiani.
      Seguì una brigata, poi la conquista di Closewitz. La fuga dei battaglioni sotto i sibili dell’artiglieria. Il roboante fuoco dei cannoni. I tentativi strozzati di reazione che niente potevano contro la capacità tattica francese che conquistava villaggio dopo villaggio con determinazione, marciando spedita, costringendo alla fuga i nemici, fragili al boato dei cannoni, all’intrepida maestria ed energica veemenza della fanteria.
      Non importava se i prussiani sbucavano dalla boscaglia o se era-no coperti dalla foschia, la sciabola d’oro dell’imperatore avrebbe ammainato le loro bandiere, spento le loro munizioni, tranciato le loro vite. Lo schieramento non avrebbe retto agli assalti ai fianchi, agli attacchi centrali, all’ardore di un conflitto condotto con tanta maestria. Che venissero altre truppe sul campo per rafforzare lo schieramento, l’audace forza della disperazione non sarebbe stata sufficiente per vincere la battaglia. Il fuoco dell’artiglieria francese avrebbe bruciato qualunque Dio. La fanteria avrebbe sterminato la sua protervia. Poi nuove manovre ai lati, prima di penetrare nel varco conclusivo. Parecchi fuggiaschi prussiani fra le batterie a piedi, mentre le formazioni isolate venivano tempestate dal fuoco cruento dell’artiglieria. I loro generali feriti e il colpo finale dei corazzieri.
      Nel tardo pomeriggio Murat marciava su Weimar.
       
      Assistere a una battaglia non è come sentirne parlare. Non esiste un termine che racchiuda la paura, lo stupore, la scelleratezza, lo sconforto. Non esiste un’essenza che contenga quell’odore di fuoco, terra e sangue. Non c’è cosa più di una guerra che sviluppi e disgreghi l’essenzialità umana.
      Alain se ne stava bocconi sul terriccio fradicio, coprendosi la testa con le mani, quando l’eco dei cannoni cessò. Il vapore degli spiriti saliva al cielo diradandosi lentamente. Colori contrastanti. Odori pungenti. La vita che c’era e ora non c’è più. Un improvviso silenzio eterno. Lo stupore taciuto dei soldati più prossimi. Il deflusso apatico dopo la scarica.
      «Scendiamo adesso?» chiese Alain a uno di loro.
      Non era il momento. Prima i reparti avrebbero dovuto rientrare nell’accampamento.
      Si diresse verso il fuoco per sciogliere il freddo rimasto dentro. L’ebbrezza aveva lasciato il posto al disgusto. Pensò con rimpianto alla villa della baronessa. Il suo ampio salone ben arredato. Cercò negli armadi. Qualche calice d’oro nella borsa. Una volta l’aveva anche incrociata. Alta, bionda, con i capelli lunghi raccolti in una coda. Pensò a quando si fece la serva nella stalla, con la refurtiva da una parte e l’orecchio alla carrozza in partenza dall’altra. Adesso era tutto così lontano che non gli apparteneva più. Persino la galera sembrava più dolce di quell’ansia. In fondo non sono altro che morti! Cosa potevano fargli? Bastava ispezionarli uno a uno, spostarli, frugare nelle loro tasche. Che sarà mai? Sarebbe stato peggio in battaglia... al calore della lama che scorre nel fegato e si ritrae lercia delle ultime gocce di vita. Che in un attimo comincia tutto a sfocare e perdere di consistenza. Che prima sei una correggia e poi ti dissolvi nell’aria.
       
      Il rancio veniva smistato ai soldati disposti in due file. Poche cucchiaiate di brodo in cui affogavano le polpette. Alain era il terzo di quella di destra. Già si immaginava steso sotto un albero a buzza piena, quando un soldato gli si avvicinò: «Alain Petit?»
      «Sono io. Comandi.» Lo guardò infastidito dall’inopportuni-tà del momento.
      «Il maresciallo Murat vuole vederla.»
      Il maresciallo Murat? Ho capito bene? «Che vuole da me?»
      Non lo conosceva personalmente. La sua fama gli riempì i polmoni.
      Issò le spalle spremendo lo sguardo. «E adesso?»
      Lo condusse in una tenda completamente spoglia dove affrontò l’attesa passeggiando da una parte all’altra. Continuava a interrogarsi sul motivo di quella convocazione.
      Murat aveva capelli lunghi e ricci, un naso lungo ma proporzionato e due occhi azzurro scuro penetranti. Di fianco a lui, un passo più indietro, c’era una ragazza con le labbra gonfie e uno zigomo annerito.
      E questa chi è?
      «Sei tu Alain Petit?» qualcuno chiese.
      Alain continuava a non aver ben chiaro cosa stesse accadendo. Assentì abbassando la testa. Non era la prima volta che incrociava quegli occhi spauriti ma non ricordò l’occasione.
      Murat si rivolse alla giovane. «È lui?»
      Ella arrossì in volto. Sibilò e scoppiò in un pianto scialbo ma evidentemente efficace perché Murat le prese la mano.
      Quel gesto fece sbiancare Alain. Che succede? Non la conosco. Giuro che non l’ho mai vista.
      Murat sollecitò un militare a portarla fuori. «All’alba di domani verrai fucilato per mio ordine. Adesso vai a fare quello che devi fare. Poi sbronzati bene. Ne avrai bisogno» concluse con tono inespressivo.
      Non ho mica capito. Cosa c’è domani?... Furono parole pronunciate con tale velocità e impellenza che non ebbe il tempo di decifrarne il significato. Un flusso di inconsistenza e vuoto lo stordì. Gli avrebbe chiesto di ripetere quello che aveva detto, se non avesse temuto il pugnale calzato sopra i pantaloni.    Necessitarono diversi secondi perché la tenda, la terra e il silenzio riprendessero consistenza. Tentò di sedare l’agitazione concentrandosi di nuovo sul volto di quella ragazza per rammentare dove l’avesse incontrata, quale torto avesse compiuto nei suoi confronti. Perché era chiaro che se l’aveva condannato a morte era per causa sua.
      Entrò un ufficiale.
      «Andiamo al campo» ordinò.
      Alain arretrò senza neanche guardarlo in faccia e la sua vita si fermò fino al momento in cui vennero liberati i polsi.
      L’avevano portato sul ciglio del pendio. Una macchia scura davanti. Il fumo aspirato dal vento. Ogni tanto uno scoppio. Un giovane lamento. Quel sibilo che non sarebbe mai terminato.
      «Adesso fai quello che devi fare» gli ordinò la voce robusta. La botta sulle natiche lo fece caracollare. Rotolò prima di pancia, poi come una palla in discesa. Probabilmente era di una costola quel crock secco provocato dall’urto.
      La morte strideva ancora. La distesa di cadaveri cancellò d’un tratto le parole di Murat. Erano un’infinità. Coprivano la terra ammassati fra loro, solitari, in fila, aggrovigliati. Un massacro. La carneficina di una generazione intera. Il fiato strozzato in gola. Freddo. Tanto freddo. La propria inconsistenza accasciata in mezzo a grumi di carne. Il vuoto. La luce spenta. L’acqua quando riempie i polmoni. Odore misto, abominevole.
      Senza riflettere, prese per i piedi il corpo che gli stava davanti e lo trascinò fino alla carretta. Si coprì la bocca con un pezzo di stoffa che volava nel vento. Infilò la mano nel panciotto, poi nella giacca. Palpeggiò il petto. Una collana. Una lettera o qualcosa di simile. Non lo guardò mai in volto. Avrebbe vomitato sulla ferita tutto il ribrezzo che fermentava dentro.
      Passò al secondo cadavere. Stessa procedura. Nelle sue tasche rinvenne un orologio con catena. Lo aprì e cominciò a suonare una melodia mesta.
      Fissò il volto del terzo. Era un ragazzo che aveva non più di sedici anni. I bulbi bianchi. La bocca reclinata verso il basso che sembrava seguire la scia di sangue ancora gocciolante. Alain si inginocchiò al suo fianco. Gli sfiorò la barba ispida sulle guance. Infilò la mano nelle tasche per recuperare una moneta.
      Il collo reciso del quarto uomo e i capelli di uno strano color magenta. Qualche altro spicciolo.
      Al quinto era esplosa una gamba all’altezza del femore e intorno non c’era traccia dell’arto mancante. Nella tasca un foglio scarabocchiato.
      E così il sesto, il settimo... il ventesimo.
      Alain alzò gli occhi verso le pendici del promontorio. Poi più su verso l’accampamento francese. Si ricordò di Murat e della sua promessa. Ancora si domandò del perché fosse stato condannato a morte. L’espressione piagnucolosa di quella serva sembrava l’effetto di una bislacca fantasticheria.
      Fra le mani, l’uniforme appartenente a un volto mascherato di mota. Altre monete.
      Il bottino raccolto gonfiava entrambe le tasche dei pantaloni. Avrebbe dovuto tornare alla carretta, risalire per consegnare quanto rastrellato. E se mi arrestano subito? Meglio attendere: godere di quegli ultimi istanti. Doveva farsi venire in mente qualcosa invece di frugare fra i corpi. Magari, dimostrando di aver fatto il suo dovere, l’avrebbe scampata. Riempì anche le tasche del panciotto. Adocchiò il lato prussiano, dove la pianura si apriva al cielo chiaro e stellato. Sedette spossato vicino a un cadavere. Respirò lasciando che il sudore si ghiacciasse sotto la divisa. Armeggiò intorno a una borraccia semiaperta, la scosse e bevve le gocce di tanfo che conteneva. Dove l’ho vista? L’esalazione avariata annebbiava i pensieri. Solo silenzio. Muta l’infinita distesa di spettri. Anche la terra si nascondeva nella bruma. Palpeggiò una tasca dei propri pantaloni. Tossì e sputò contro quel miasma. A occhi chiusi cominciò a correre in direzione opposta all’altopiano.

    • Ci bastarono poche ore per arrivare a Eligio. Passammo attraverso una foresta di pini. Questa si aprì davanti a noi e trovammo delle grandi mura, con delle torri di pietra ghermite di soldati. Davanti alle porte aperte scesi dal cavallo insieme a Charles. Le guardie guardarono i miei jeans e T-shirt con sospetto. Un castello con le punte aguzze si arrampicava sulle montagne retrostanti.
      Io e Charles dovemmo mostrare il certificato di appartenenza alla Città di Mezzo per entrare perché eravamo evidentemente stranieri.
      Entrammo nella via principale. Bancarelle erano accatastate davanti a capanne di pietra. C'era un gran viavai di persone e oggetti: polli in gabbie di legno, pelli, stoffe, uova, frumento, frutta secca ed un gran tintinnare di monete d'oro.
      Irene fece tre passi e si fermò. Noi la guardammo negli occhi vuoti. Il suo petto si stava illuminando di una luce chiara e debole che pulsava come un secondo cuore.
      – Cosa sta succedendo? – chiesi incantata. Sentivo dentro di me che stava accadendo qualcosa alla sua anima.
      Charles le si mise davanti guardandola negli occhi poi si voltò. Io alzai lo sguardo nella stessa direzione e notai la stessa luce in un piccolo gattino nero. Il pelo era lungo e arruffato. Stava fermo in mezzo a quel viavai di persone. Le due luci pulsavano in sintonia nei loro petti.
      Era la visione più strana che io avessi mai visto. Quel micio era un pezzo della sua anima. Avanzava tra la gente con le sue zampette e si sedette davanti a Irene, sedendosi sulla strada.
      Irene avanzò una mano presa, forse, dal desiderio di toccarla. Le due si guardavano senza parlare. La sua mano trapassava il gatto come se fosse un fantasma fatto di fumo. Era solo l'illusione di un animale in carne ed ossa.
      – Il pezzo della sua anima ha preso forma, non avevo mai visto una cosa simile. – rispose Charles.
       
      Vedevo quella luce riempire i suoi occhi vuoti prima che li chiudesse. Le due luci pulsarono sempre più forte e dal petto di Irene uscì quello che sembrava un cristallo luminoso e frastagliato. Il gatto si fece sempre più trasparente mentre una cosa simile si avvicinava a quello di Irene. Si sentì un crepitio e i due si unirono in uno. Finalmente riuniti in quel frammento unico di anima. Quando ritornò nel petto di lei, il gatto scomparve nell'aria. Irene abbassò lo sguardo. Poi li riaprì come presa da una nuova consapevolezza.
      – Tutto bene ? – chiesi.
      Lei si alzò in piedi, e con lo stesso tono neutro di prima, rispose:
      – sì – per vedere la differenza ci avrebbe voluto un po'. Charles stava per iniziare un discorso ma alle nostre spalle una voce ci interruppe:
      – Irene! – era la voce di una donna – Ma cosa ci fai qui? –
      Io mi voltai. Aveva un abito lungo fino ai piedi, sgualcito sul fondo. La donna si era fatta largo tra la folla. Irene la guardò e si girò di scatto, diretta verso le porte.
      La donna si avvicinò tirandosi su la gonna e gridando agli altri di farsi gli affari loro, cercò di prenderla dal braccio mentre io e Charles le stavamo chiedendo chi fosse:
      – Irene! Fermati – disse la donna imperiosa – non ti permetto di andartene un'altra volta –
      Mi sembrava sua madre ma non ne ebbi la certezza. Appena la donna le afferrò il braccio per girarla, Irene scattò come una molla. Strattonò il braccio, si girò e la guardò in faccia, mettendosi in guardia, ma non sembrava spaventata. Cominciavo a capire cosa aveva acquistato.
      – Perché ti comporti così? Sono pur sempre tua madre – rispose la donna con un tono molto più interrogativo.
      Lei rispose:
      – Non lo so – non poteva saperlo, sembrava più una cosa istintiva.
      A quel punto Charles si avvicinò alla donna mentre io mi avvicinavo ad Irene.
      – Signora, sua figlia non si ricorda di lei – La donna guardò Charles con gli occhi spalancati:
      – eh?! Cosa gli avete fatto? –
      La donna si avvicinò con occhi roventi verso Irene. Questa prese in mano l'elsa della spada avanzando una mano. Irene aveva recuperato il suo istinto per questo si comportava così. Quella donna veniva percepita da Irene come un pericolo, se non avessi fatto qualcosa l'avrebbe attaccata alla prima occasione.
      Mi misi davanti a quelle due avanzando le mani verso di loro.
      – per favore non si avvicini la sta spaventando e... – dissi alla donna.
      – io la spavento? – gridò la madre indignata. Irene con una calma notevole, sfilò la spada dal fodero.
      – Irene non ti farà del male – mormorai.
      Irene rimase ferma senza dire niente. Gli occhi puntati verso sua madre e incapace di puntarli altrove.
      – Si può sapere cosa è successo a mia figlia?! – Irene era pronta se quella donna si fosse avvicinata di un solo passo l'avrebbe uccisa in un attimo.
      – Signora per favore – dissi avanzando entrambe le mani.
      – Propongo di discuterne in privato, non è dignitoso parlarne in mezzo ad un luogo così affollato – disse Charles
      La donna sospirò e fece un passo indietro dando l'ok. Appena vidi che era tranquilla mi avvicinai a Irene come si fa con un gatto e mormorai:
      – è tutto a posto – lei si rilassò un poco e abbassò l'arma – è tutto a posto, rinfodera la spada –
      Lei mi guardò e lo fece. Io le presi la mano e la donna borbottò:
      – seguitemi. Vi faccio strada –
       
      Seguimmo la donna fino ad una capanna larga e signorile. Una donna ci aprì la porta e ci offrì qualcosa da bere. Charles e io spiegavamo tutta la faccenda alla madre. Irene prese il bicchiere di vino con uno sguardo basso e lo buttò giù un po' alla volta. Era bello non doverglielo chiedere.
      Sua madre non dava segno di essere turbata più di tanto, come se avesse già previsto tutto.
      – Lo sapevo... – commentò alla fine la madre – lo sapevo che sarebbe successo, glie l'avevo detto di lasciar perdere, trovarsi un uomo e mettere su famiglia –
      Charles non disse niente, io invece non ero sicura che quella donna mi stesse simpatica. Irene aveva solo commesso uno sbaglio e sua madre lo interpretava come un segno del destino. Capivo la sua preoccupazione ma dire che Irene sarebbe stata meglio a fare la mantenuta per me era un'offesa. Per anni l'ho guardata con invidia desiderando di essere forte come lei e adesso scoprivo che la madre di una persona così forte si dimostrava per niente fiera. Era ingiusto e triste.
      – Io penso che abbia fatto la scelta giusta – risposi decisa.
      Quella donna mi guardò con un sorriso sarcastico e annuì:
      – Certo, scommetto che ha fatto grandi cose da quando ha preso e se ne andata da casa – mormorò – non la vedo da tre anni e adesso è tornata perché non è stata in grado di avere la meglio su qualcuno. Le donne non sono adatte per questo genere di lavori. Lei ormai è una donna come tutte le altre ed è ora che la finisca con questi infantilismi e si comporti come tale. A quel punto avrà fatto davvero qualcosa per l'umanità – Quella risposta non mi era piaciuta neanche un po'.
      Adesso ero veramente arrabbiata; mi alzai in piedi e con lo stomaco rigirato per l'agitazione risposi:
      – Con tutto il rispetto – mi sentivo tremare da capo a piedi – non si permetta di insinuare che... Irene è molto brava nel suo lavoro e questa faccenda è dovuta solo ad un errore che chiunque poteva compiere, ha fatto molto per questo mondo e non è affatto debole come crede – e poi cosa era quel sessismo? Nella mia città una mentalità del genere è già scomparsa da secoli, lì invece sono rimasti incastrati nel medioevo in tutti i sensi.
      Anche lei si alzò in piedi e con tutta l'autorità di cui era capace, rispose:
      – Che ne può sapere una ragazzina? Lo sai cosa ho dovuto sopportare grazie a lei? Grazie a questa sua bravata ha mandato in rovina la sua famiglia. – di questo non ne sapevo niente neanch'io ma qualunque cosa dicesse mi rifiutavo di credere ad una donna del genere – Noi eravamo una stirpe nobile, la famiglia Cosini. Prima ha preso lezioni di scherma spacciandosi per un cugino di suo fratello, se n'é andata di casa, Ha convinto suo fratello a diventare un contadino e poi quando è morto, è tornata a prendersela con suo padre! Ed ora? Pensi ancora che Irene sia una persona da forte e altruista. È una ragazzina insensibile ed egoista! – Ora capivo tutto! Irene non mi aveva mai parlato di quella faccenda. Sapevo solo che quando era tornata era stata messa sotto processo per omicidio e dato che si era trattato di un duello leale l'accusa è caduta. Ma non mi aveva mai detto perché. Sapevo che Irene era una persona che non avrebbe mai ucciso nessuno se non ne avesse avuto un ottimo motivo ma tutto sommato era una persona che seguiva le regole. Me la immaginavo mentre diceva a suo padre di estrarre la spada ed affrontarlo e se pensavo che, in faccia a tutte le loro credenze, lei aveva vinto mi saliva un brivido di soddisfazione. Soltanto che ora non avendo più eredi maschi la famiglia è caduta e per me è meglio così.
      – SI! – gridai – E ESATTAMENTE QUELLO CHE PENSO! E TI RIGIRO LA DOMANDA, COSA PUOI SAPERNE LEI, DI QUELLO DI CUI IRENE è STATA CAPACE SE NON LA VEDE DA TRE ANNI! IRENE è UNA PERSONA FANTASTICA! È LA MIA MIGLIORE AMICA E NON LE PERMETTO DI DARLE DELLA... DELLA STUPIDA E DELL'EGOISTA PER VIA DELLE SUE SCELTE DI VITA! –
      Mi girai, con il cuore palpitante ed il formicolio alle mani.
      – Irene, andiamo! – dissi – Ora capisco perché non volevi parlare della tua famiglia – guardai sua madre con lo sguardo più tagliente possibile.
      Lei rimase rigida, con le mani sul tavolo a guardarmi. Irene si alzò e con tutta calma, mi seguì. In quel momento mi sentì contenta dal fatto che Irene non potesse ricordarsi di lei, almeno non era rimasta sconvolta da quella conversazione. Probabilmente non l'aveva nemmeno capita.
      – Emily aspetta – disse Charles, all'improvviso.
      – Cosa c'é? – sbottai guardandolo. Pensavo che volesse, per ragioni pratiche, fare pace con la madre ma io non mi sarei mai abbassata a chiederle scusa.
      – Prima di tutto, questo non è il modo di rivolgersi ad una persona più matura – cominciò lui tirandosi sulla sedia, io sbuffai e cercai di calmarmi perché non volevo litigare anche con lui– e poi, signora, posso dirle due parole? –
      Qui la mia attenzione si fece più acuta, perché alla fine riconosceva che io non avevo tutti i torti. La donna si fece molto più altezzosa e rispose:
      – Certamente, ascolto sempre le persone educate come voi –
      Charles prese un bel respiro, si tirò giù il bavaglio dalla bocca e rispose:
      – Irene da quando è entrata a far parte dell'esercito della Città di Mezzo, ha compiuto imprese molto importanti... – cominciò – ha ottenuto il primo premio in tre diversi tornei di spada, ha condotto alla vittoria i suoi compagni durante la battaglia delle Torri, ha messo in gioco la sua vita per liberare i boschi dai banditi, permettendo la ripresa dei paesi del nord, tra cui il vostro regno. Appena è diventata capitano delle guardie ha impedito al regno di Palaos e moderno di farsi la guerra fra di loro. Ha ottenuto la vittoria in diverse battaglie, tra cui la guerra degli Stolti in cui c'ero anche io. – Lui si mise una mano sul cuore e continuò – Nonostante questo, terribile incidente di percorso, la carriera di Irene è stata una delle più esemplari ed io sono contento di aver lavorato insieme a lei per tutto questo tempo e prestando rispetto al suo lutto, posso dire che la volontà di dare tutte le colpe a sua figlia in quanto pecora nera è alquanto infantile da parte vostra. – qui la donna si irrigidì – Voi sapete meglio di me che vostro figlio è stato ucciso da vostro marito in un momento di incontenibile rabbia. Ho assistito al processo personalmente e se non ci fosse stata Irene ad affrontarlo, la famiglia sarebbe andata in malora comunque per il vostro comportamento indecoroso –
      Io sorrisi soddisfatta. Lo sguardo duro delle madre mi indusse a pensare che il discorso di Charles l'aveva fatta riflettere. Charles scese dalla sedia e si diresse insieme a noi verso l'uscita. Quando lo guardai vidi che anche lui aveva uno sguardo arrabbiato.
      – Riportatela com'era prima – rispose la donna prima che ce ne andassimo – non sopporterei di perdere un altro figlio – Charles annuì e insieme uscimmo da casa sua.

    • Ci sono vari modi per potersi sfogare, si può andare da uno psicologo, oppure si può parlare con persone delle quali ti fidi, come il migliore amico o un parente, oppure come sto facendo io scrivendo un libro. Non so se effettivamente uno di questi modi può davvero aiutare una persona a migliorare o a sfogarsi davvero con l'obiettivo e l'ottenimento di un risultato positivo, ma perché non provarci e cercare di lottare davvero.
      Provo a fare un esperimento con l'obiettivo di raccontare le mie giornate così da poter descrivere la mia situazione giorno per giorno. Forse idea stupida e inutile, ma il libro lo sto scrivendo a mio piacere, senza effettivamente seguire un filo logico, ma provando ad esprimere le cose, nello stesso modo incasinato che è espresso nella mia mente.
      Domenica 24/03
      Oggi ho parlato con la ragazza per la quale provo un forse sentimento. Le ho detto che per un po' non le scriverò in quanto sono messo in una situazione per la quale non sarei in grado né di essere un buon amico né di comportarmi nel migliore dei modi nei suoi confronti a causa della mancanza di lucidità effettiva.
      Nel momento in cui le ho inviato i messaggi di profonda sincerità, pieni di sentimento, avevo la sensazione che il mio cuore fosse in gola, sentivo gli occhi pieni di lacrime che non riuscivo a far scorrere lungo il mio viso. Probabilmente uno dei più forti sentimenti che abbia mai provato nei confronti di una persona, le scriverò ogni giorno la buonanotte prima di dormire e la mattina appena sveglio il buongiorno, inoltre guarderò una sua foto, in quanto anche un suo sorriso è in grado di mettermi di buon umore.
      Qualche momento per un qualche strano motivo ho iniziato a scrivere dei poemetti a persone che non sentivo da tempo scrivendo tutto ciò che pensavo, non un messaggio di scuse, ma un messaggio di sfogo.
      Forse potrebbe essere considerato un primo passo per quanto riguarda il stare bene con se stesso, insieme al mio miglioramento e l'inizio della mia maturità.
      Stasera, per svagarmi un po', ho guardato con amici un film al cinema e sinceramente non mi è piaciuto particolarmente.
      Ho notato che di recente ne sono usciti molti di film, confido quindi che in questa settimana ne guarderò molti la sera dopo lo studio e la palestra.
      Probabilmente si tratta di film che guarderò in solitudine ma almeno faccio qualcosa che possa continuare a tenermi di umore per lo meno decente, senza crollare nel abisso oscuro del cuore e della mente.
      Per quanto riguarda i miei poemi ho ricevuto risposta da una sola ragazza, probabilmente quella che ritenevo più importante, quella con la quale sentivo di avere un feeling particolare.
      Lunedì 25/03
      La mattinata non è iniziata nel migliore dei modi in quanto il mio non volermi svegliare, mi stava facendo perdere il treno. Per fortuna sono riuscito anche questa volta a scamparla, anche se dovrei riuscire a svegliarmi prima, ma il problema è che io sono una di quelle persone a cui piace dormire solo la notte e non riesce magari a farlo anche il pomeriggio.
      Figuriamoci che non sapevo neanche cosa mettermi. Di solito, come penso facciano tutti, ho guardato quanti gradi ci sarebbero stati durante la giornata, ora io mi chiedo, cosa posso mettermi con temperare di 3° segnati per la mattina fino ai 23° segnati per il pomeriggio, senza morire né di freddo né di caldo?
      La risposta nella mia mente è stata mettiti quattro cose e se ti va bene, bene, sennò sopporti. Grande, tempo fantastico, io di solito sono amante del caldo, caldo secco non umido, inoltre caldo la mattina e il pomeriggio, non un tempo come quello che sembra essersi presentato in questa giornata.
      Ora sono in università, mi sono messo a riassumere qualcosina prima dell'inizio lezione, in questo momento mi guardi intorno con le cuffiette ad ascoltare della musica, mi sento ancora un po' malinconico ma penso sia una cosa normale.
      Probabilmente se così non fosse, potrebbe considerarsi come il risultato di una mancanza di importanza effettiva per le persone che considero tali e per ciò che mi circonda.
      Arrivando in università, scopro che oggi ho le esercitazioni, per cui mi toccava stare in università dalle 9 alle 18. Verso le 17 però abbiamo finito lezione.
      Ormai il treno che potevo prendere era quello delle 18:11, in quanto quello delle 17:11 non sarei riuscito a prenderlo.
      Intanto che aspettavo l'arrivo del treno, avevo deciso di fare una passeggiata provando a guardarmi intorno distaccando gli occhi dalla mente e guardando le cose che mi circondavano con il cuore.
      Facendo partire una Playlist su Spotify è iniziata una canzone di Fabrizio Moro, il suo nome era "tu portami via". Sembrava proprio adatta a questo momento.
      Continuavi a guardarmi intorno, sono riuscito a intravedere occhi blu, verdi, castani, occhi accesi occhi spenti sguardi rubati, sguardi di chi è felice e di chi é triste.
      Mentre camminavo vedevo persone che sembravano dolci, altre che sembravano persone dalle quali tenersi lontano, altre alle quali non riuscivo a interpretare la loro persona. Mentre passeggiavo vedevo bambini correre, giocare, ridere con le loro così stridule quasi come se stessero urlando, in quanto riuscivo a sentirli anche con le cuffiette e la musica al massimo.
      Ho intravisto anche un padre e un figlio; due ragazze che si amavano e che si tenevano strette a se, mentre si davano dolci baci; una coppia che si teneva per mano passeggiando a guardare negozi. Il volto di chi ama e il volto di chi odia.
      Guardandomi intorno ho visto che ire si erano fatte e per questo avevo deciso di dirigersi verso la stazione per evitare di perdere il treno. Lungo la strada della stazione, ad un tratto ho visto un ragazzo e una ragazza che si guardavano con un profondo sguardo, per poi farsi trasportare da un profondo e intenso bacio.
      Non ho mai guardato in questo modo ciò che mi circonda, se non pensando al fatto, che io sono solo e mai desiderato, forse devo iniziare ad apprezzare anche ciò che mi circonda, le cose giuste e le cose che possono in qualche modo riempire il cuore di cose belle.
      Io so chi sono e cosa merito, ma sono stato spesso colpito da quella che è l'invidia. Adesso l'ho capito, non posso  continuare a guardare gli altri cercando di immedesimarmi o ri confrontarmi cercando di capire perché a quel tale si e a me no.
      Mentre penso a questo sono in stazione, con un treno che ancora non arriva e un sacco di pensieri nuovi, un vento forte che scompigliano i capelli di tutti.
      Mentre aspetto guardando avanti avanti vedo uno stormo di uccelli battere le ali e volare con la loro leggerezza che sono in grado di mostrare, insieme al senso di libertà che provoca quel continuo sbattere di ali.
      Pensando a quello stormo e al vento ho immaginato di essere trasportato per poi iniziare a prendere il volo.
      Avevo una mezza idea di andare al cinema questa sera, ma sono troppo stanco, inoltre c'è un vento davvero fortissimo, da quello di oggi pomeriggio, a un vento con una velocità tra gli 88 e i 102 km/h, oggi la giornata è proprio caratterizzata da un tempo strano. Speriamo che domani migliori, intanto arrivato a questo punto cercherò qualche film interessante da guardare.
      Martedì 26/03
      Mi sono svegliato ancora vestito, ieri ero talmente tanto stanco da aver scommesso di colpo la mente e il corpo. Noto che si erano fatte appena le 7, intento di addormentarmi penso a cosa fare durante la giornata. Oggi non ho lezione in università ma mi trovo a mio agio ad andarci per organizzare gli appunti e tutto il resto, in fin dei conti l'abbonamento del treno l'ho pagato, per cui perché non sfruttarlo.
      Noto con dispiacere che la mia botta di sonno mi ha fatto dimenticare di collegare il telefono al caricatore e lo stesso per quanto riguarda il computer. Di colpo mi alzo e attacco tutto alla corrente.
      Successivamente guardo una foto della mia lei nei miei sogni, dandole il buongiorno, senza scriverle direttamente. Ho bisogno di tempo ancora.
      Durante la mattinata mi preparo le cose da mangiare per il pranzo e noto che si è fatta un'ora tarda, per cui di corsa finisco di prepararmi e parto.
      Come al mio solito mi becco solo semafori rossi, due c'è ne sono tra casa mia e la stazione. Sembra quasi che io sia una calamita per i semafori rossi, l'ho fatto notare anche ad altri amici e tutti a ridere per questa mi sfortuna.
      Parcheggio la macchina e noto che ormai il treno sarebbe dovuto già essere partito, ma per fortuna aveva quella manciata di minuti di ritardo che mi hanno permesso di non perderlo.
      Ricordo che in casa faceva abbastanza freddo per cui per sicurezza mi ero messo un cappotto non troppo pesante in modo da riuscire a non morire di freddo all'eventuale clima esterno dato anche il ricordo del vento che avevo di ieri.
      Scendo dalla macchina e mi arriva addosso una vampata di caldo. Avevo già capito che avevo pensato male.
      Ora sono nel treno che è quasi arrivato alla destinazione finale. Guardo il riflesso del mio viso e dei miei capelli sul finestrino e noto che sono conciato davvero male, purtroppo con la mia disattenzione no. Ho dato molta attenzione al mio aspetto estetico per cui oggi va' così.
      Inoltre mi sono organizzato con un amica, principalmente per parlare di cose inerenti al libro ma chissà magari può iniziare una piacevole amicizia o anche altro, evito di illudermi ma chissà vedrò stasera come vanno le cose.
      Ora sono in università, dopo aver fatto un paio d'ore di studio mi sono guardato due episodi di una serie televisiva che ho scoperto da poco, si chiama "After Life" è molto bello e profondo, è fa' vedere quanto davvero può mancare la persona che più ami, e quanto lotti sperando di poter portare con te il suo ricordo senza continuare a vivere con la sola tristezza che è in grado di spegnersi l'anima.
      Mi ha appena scritto la ragazza che sto cercando di non sentire per i miei sentimenti, e ho sentito subito la sua mancanza, sono passati soli due giorni, è molto dura..
      La conversazione non è durata molto, abbiamo parlato nel generico dei sentimenti e del fatto che non ci sarà mai un qualcosa con persone che si conoscono da tanto per pregiudizi in merito a un'eventuale storia o alla mancanza della possibilità che l'altra persona possa voler stare con me.
      Forse aveva intuito che mi riferivo a lei in prima persona, a un certo punto le ho scritto un messaggio al quale non mi sarebbe dispiaciuto se la sua risposta fosse stata "mi stai piacendo, forse vorrò stare con te, ma per ora non sono ancora pronta" al posto di un silenzio totale fino a un suo messaggio con scritto "Notte" molto freddo, ma probabilmente prevedibile purtroppo.
      Inoltre stasera come anticipato, sono uscito con amiche, non è stata male come serata, mi sono divertito anche se purtroppo il mio chiodo fisso era lei. È dannatamente faticoso sentimentalmente parlando, mi manca, mi mancherà sempre, vorrei sentirla tutti i giorni, guardarla negli occhi e guardare il suo viso, ha degli occhi particolari e delle guance molto dolci, guance che vorrei riempire di baci e accarezzare. I suoi sorrisi mi fanno perdere la testa, quando la vedo sorridere di colpo resto incantato, inoltre ultimamente ho notato che si è messa a gesticolare quando si infastidisce per qualcosa e glielo si fa' notare, è molto dolce in ogni suo particolare. Una volta siamo andati al cinema e qualche volta mi volta o per guardarla, era bellissima, ogni tanto mi guardava e mi beccava mentre distrattamente restavo incantato. Probabilmente è il suo il viso che vorrei vedere al mattino quando mi sveglio, in quel caso ogni giorno sarebbe davvero un buongiorno...
      Mercoledì 27/03
      L'Inizio della giornata non ha particolari avvenimenti da esporre, se non il risveglio con qualche indolenzimento dal punto di vista visi o, e il risveglio senza di lei. Evito di ripetere che mi manca tanto in quanto ormai presumo di dia capito.
      Questa mattina mi è arrivata una notifica di Facebook dicendomi che era il compleanno della mia ex. Già lo sapevo ma mi ha fatto ricordare ciò che avevo fatto quando eravamo fidanzati. Mischiando ciò che ho fatto, ciò che ha detto dopo l'esser I lasciati mi fa' veramente più schifo.
      Uno dei pochi veri gesti romantici fatti a una persona per la quale pensavo ne valesse la pena, per poi restare nell'illusione totale a causa dei suoi atteggiamenti..
      Ho appena scritto alla ragazza che ormai non saprei neanche più come definirla, un messaggio alternativo per augurarle una buona giornata, spero lo apprezzi, ho scritto cose abbastanza impensabili e imbarazzanti, ma in fin dei conti non è questo l'importante. Ciò che importa oltre alla mia è anche la sua felicità, merita davvero molto, anche se purtroppo quando si tratta di lei mi ingelosisce molto quando parla con un ragazzo, perché potrebbe essere un ragazzo per il quale si potrebbe innamorare, in quanto io vengo visto solo come un amico..
      Di recente ho sentito forti dolori nella parte sinistra del busto, il dolore si espandeva e retraeva, non capivo di cosa si trattava. Sicuramente non era uno strappo muscolare, solo che faceva sempre più male. Oggi sono andato a farmi visitare dal medico di base e dopo un'attesa di un ora e mezza. praticamente è un sintomo che si cura con delle medicine con un trattamento per un periodo di circa 7 giorni. e caso non vuole, che uno dei possibili motivi per cui si poteva verificare tale sintomo potrebbe riguardare lo stress o altri tipi di aspetti emotivi simili. 
      Grazie corpo per dovermi procurare anche un dolore fisico oltre a quello sentimentale. 
      Sono davvero stanco di tutto questo, nel mio cuore e nella mia mente c'è troppa confusione, sono in quel periodo in cui equivoco le persone e penso che potrei interessare in quanto magari si comportano bene con me, come non facevano prima e mi sembra quasi che provino qualcosa quando mi sbaglio... sembra anche stupido da pensare ma ormai sono arrivato a questi livelli..

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