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  • Storie

    Promuovi qui le tue storie.

    • zenit
      Ho fatto il postino e mi hanno detto che era il mestiere più del mondo. Poi il rappresentante e al corso di marketing mi hannno detto che era la professione più bella del mondo. e infine, ora, che finalmente mi sono messo in proprio aprendo un' agenzia di servizi funebri, mi dicono che svolgo l' attività più bella del mondo. Certo ora il lavoro non manca e sembra destinato ad aumentare senza troppo sforzo e, grazie al fatto che ho stretto un accordo con il cartello delle bare e funerali, inizio un po' a credere per davvero che questo sia il mestiere più bello del mondo. Buona morte a tutti.
       

    • Capitolo 1-Vivere è viaggiare
      CARO DIARIO DATA:28/07/18
      Iniziamo ufficialmente a scrivere questo diario che mi accompagnerà verso i miei 18 anni, quindi ho ben deciso di annotare tutte gli avvenimenti davvero negativi, ho pensato davvero a lungo su cosa fare durante questo giorno così speciale, vorrei fare un bel viaggio a Milano, e pensa un po ho voluto rinunciare alla festa di compleanno, lasciamo la festa di compleanno alle persone che amano essere principesse per un giorno, perché a me gli abiti della principessa non mi ci vedo bene, io voglio viaggiare, io voglio ricordare i miei 18 anni con qualcosa di felice, voglio ricordare i miei 18 anni non per la festa di compleanno, ma per il viaggio, pensa sono riuscita a scrivere anche qualche motivo del perché voglio fare un viaggio per i miei 18 anni
      ⦁ALLONTANA DALLA QUOTIDIANITÀ E RICARICA LE BATTERIE.
      Andare lontani da casa e staccare la spina della routine quotidiana è il miglior modo per ricaricare lo spirito e le energie. Le feste invece servono a tutt'altro, sono dispendiose a livello fisico e mentale e il giorno dopo si è più stanchi di prima
      ⦁ATTRAVERSO UN VIAGGIO SI POSSONO CREARE DEI LEGAMI PIÙ FORTI.
      Un viaggio è un modo per creare nuovi legami o per rafforzare quelli già esistenti quando si parte con amici e familiari. Al contrario le feste sono momenti caotici che non permettono attimi di intimità con nessuno
      ⦁UN VIAGGIO DURA PIÙ A LUNGO DI UNA FESTA.
      Certamente le feste sono belle, stare con gli amici è divertente e lascia dei bei ricordi però le sensazioni che un viaggio riesce a darti sono impareggiabili! C'è sempre tempo per uscire con gli amici mentre per viaggiare no, ricordatevelo!
      il viaggio è un esperienza che prima o poi tutti dovranno farla, è un momento di relax, di libertà e di nuove conoscenze,un viaggio potrebbe persino cambiare la vita, il modo di essere e il mo do di pensare. Il viaggio è una delle esperienze più belle che si possano fare durante l'esistenza di qualsiasi persona, bambino, adulto o anziano,a me piace andare anche in città vicine alla mia, visitarle, passeggiare per il centro e scoprire la bellezza di quel paese, mi piace anche viaggiare perché posso trascorrere un weekend diverso,Io sono convinta che ogni paesello, ogni cittadina, ogni metropoli abbia qualcosa per cui valga la pena di essere visitata.
      In questo ho preso la passione dai miei genitori che ancora adesso che io sono grande e che non vado più spesso con loro per i miei impegni scolastici, continuano a viaggiare.Viaggiare è una vera arte, non tutti ce l'hanno nel sangue, non tutti hanno questa passione. Io considero il viaggio come una poesia, in cui un individuo parte in un certo modo con il proprio bagaglio e dopo un percorso, quando egli ritorna a casa, giunge con una diversa valigia,qualunque viaggio si fa sicuramente porterà ad avere un nuovo tassello che si va a collocare nel nostro cuore come se fosse un piccolo puzzle dove ogni singolo pezzo è fondamentale per avere un buon risultato finale.
      La bellezza di un viaggio è l'ansia che ho prima di partire, i preparativi e la bellezza di giungere in un luogo sconosciuto, che però desideri conoscere o meglio approfondire la conoscenza. Ma viaggiare è utile perché amplia le nostre vedute,ogni viaggio lo vivi tre volte: quando lo sogni, quando lo vivi e quando lo ricordi.Poter vedere cose nuove, fare cose diverse, imparare è sempre utile perché accresce la nostra cultura.
      Mio padre dice che la geografia la si impara viaggiando ed è proprio vero.Stare a contatto con gente diversa, imparare le loro tradizioni, vivere i loro usi permette di migliorarci e di crescere interiormente.Il Viaggio può essere una esperienza positiva ed indimenticabile, soprattutto se fatta con le persone giuste e per una motivazione positiva. Il viaggio può rappresentare un enorme bagaglio culturale per chiunque voglia, con "nuovi occhi" e mente aperta avvicinarsi agli "altri" per conoscere.
      Partire infine, ci consente di riscoprire l'importanza di alcuni luoghi ed alcuni affetti, dati a volte per scontati e verso cui sentiamo durante il distacco tanta nostalgia, che scompare solo il giorno del ritorno a casa. Possiamo dunque affermare che per rendere speciale il proprio viaggio non è importante la meta, ma è importante essere preparati ed aprirsi agli altri.Pensate al viaggio come un periodo in cui potete tirare il respiro, prendere aria da quella quotidianità che talvolta ci sembra soffocare.
      In viaggio ci allontaniamo, sia fisicamente che psicologicamente, da ciò che ci angustia, ripeto si spera, e una volta partiti guardiamo la nostra vita con un certo distacco.I problemi, ma anche la semplice routine, si fanno un po' più piccoli, perché ne siamo più lontani, perché stiamo cambiando la nostra prospettiva.
      Voglio fare un viaggio e' deciso, voglio fare un viaggio semplice dove io posso essere felce, un viaggio semplice dove posso creare dei legami più forti con la mia famiglia, si perché io amo tantissimo stare con la mia famiglia ma credo che ne parleremo più in la sull'argomento della famiglia, pensa che ho scoperto non volendo che i miei nonni hanno deciso di partire per la Sicilia a fine settembre, mi auguro che i miei nonni non diranno nulla del mio 18 compleanno, si perché devi sapere che io non voglio che si sappi in giro troppe cose, pensa che non ho neanche parlato con i miei nonni che non voglio festeggiare il mio 18 compleanno, non mi voglio immaginare quanto sarà difficile dirlo, devi sapere che i mie nonni sono persone che hanno un carattere molto all'antica, pretendono che io debba fare la festa di compleanno, pero' io non voglio farla.
      Credo che i miei nonni non hanno capito che sono l'opposto di mia cugina,io riesco ad essere felice stando con le persone giuste, stando con la mia famiglia ma specialmente io so di essere felice quando ascolto la musica, mentre mia cugina e' felice solo quando sta con i nonni e anche quando lei e' con me.Sono distesa sul letto in cerca di una gioia, si sono una ragazza che si lamenta sempre che non ha mai gioie nella vita, pero' sto pensando se ci fosse un lato positivo nel compiere i 18 anni, e forse ci sono, c'è solo un lato positivo nel compiere i 18 anni, posso andare a guardare tutti i programmi che amo dal vivo.
      Cos'è un viaggio? Partire alla scoperta di qualcosa di insolito, esotico, che non ci appartiene. Paesaggi mai scrutati, culture lontane, differenti e poi suoni, odori, sapori mai provati prima. Il viaggio è uno scambio tra ciò che portiamo e quello che raccogliamo altrove, dove speriamo di trovare pezzi di noi, sparpagliati per il mondo. Riconoscersi in uno scorcio, in un pensiero ancora mai espresso, persino in un viso sconosciuto o in un'avventura che ci porta al limite, a varcare i confini di ciò che credevamo di conoscere, ad oltrepassare la propria consapevolezza.Si parte sempre per cercare qualcosa: serenità, sazietà, un po' di tempo. Si parte con un biglietto in mano, una valigia, un treno, un aereo.
      Con quel nodo in gola che è un misto tra l'ebrezza e la paura. Tra le nostre attese e l'ignoto. Come compagni di viaggio ci affiancano pensieri, speranze, persone. Le strade, le ore passate ad attendere una meta, l'odore di una stanza che non ci appartiene. Persino in capo al mondo ogni viaggio è un cammino dentro noi stessi. Significa impadronirsi di un altro sguardo, raccontare con parole sconosciute lo stesso ricordo e scoprirsi diversi.E' questo un viaggio. Partire e tornare diversi.

    • Inizia a scrivere la tua storia...
      Cerco di Fare una presentazione (Almeno ci provo)
      SALVE,CIAO, OKAY TORNIAMO AD ESSERE SERI ALMENO PER QUESTO CAPITOLO INIZIALE.
      Il treno correva veloce sulla ferrovia, scorreva veloce sui binari cosi come i miei pensieri corrono verso la mia vita. Parlare di me, di quello che sono. Strano difficile perché di solito si descrivono gli altri con dovizia di particolari, ma mai se stessi perché in realtà noi non riusciamo mai a vederci, ma vediamo solo i nostri pensieri, quello che pensiamo di essere e non quello che in realtà siamo; ed è per questo che non correggo mai i miei errori perché li vedo nella mia anima e nel mio cuore ma non nel mio carattere.Ciao mondo!Mi chiamo Isabella e ho 17 anni, chi mi conosce dice che non avrei potuto chiamarmi in altro modo. Ho proprio la faccia da Isabella; sul fatto dei miei 17 anni la gente ha le crisi d'Identità, dicono che io non dimostri 17 anni, ma ne dimostri ben 12,sono solare, giocosa,allegra.Nella vita quotidiana posso definirmi anche un po' pazzerella, amo ridere e far ridere, sono una persona che, nonostante il malumore in certi giorni, non fa altro che sorridere. Adoro leggere, guardare film e scrivere, amo stare in compagnia dei miei amici e odio la solitudine. Mi piace stare al centro dell'attenzione, così tutti mi notano. Facile intuire che sono anche vanitosa, questo è un difetto per molti, ma non per me, perché vuol dire piacere a se stessi, che è il primo passo per vivere bene.Detesto stare con le mani in mano, mi piace esplorare, scoprire, fare cose nuove e mettermi alla prova. Mi appassiona tutto ciò che faccio, e quando faccio qualcosa è perché mi piace e so che ci metterò il cuore. In particolare mi piace disegnare.Non riuscirei a scegliere degli aggettivi per descrivermi, ma spero di essere un tipo abbastanza gentile, solare e ottimista, anche se a volte mi intristisco senza motivo e ho un'ironia pungente che a volte può non essere capita e posso sembrare scontrosa o un po' maligna. Mi piace anche la solitudine, anche se non potrei mai fare a meno degli amici e della famiglia, che so essere sempre accanto a me.Mi interessa la personalità della gente. Non mi piacciono gli arroganti, i prepotenti, gli egoisti, i ruffiani, i cinici e gli indifferenti. Credo di essere generosa e di dedicare molte energie per gli altri, specialmente se li vedo in difficoltà e bisognosi di aiuto. Però, se mi mettono troppo sotto pressione, allora riesco a dire di no.Nessun soggetto specifico, quello che mi ispira. I miei sogni nel cassetto sono tanti e spero, un giorno, che diventeranno realtà, credo che i sogni, con tanta determinazione, diventano realtà, bisogna crederci ed impegnarsi realmente per realizzarli.Perciò mi ritrovo ora a scrivere una guida su come sopravvivere ai 18 anni, voglio darvi il mio personale benvenuto nella mia caotica vita, fatta di sogni ed emozioni, fatta di progetti e viaggi, fatta d'in-store, amicizia e musica.Una delle cose che più preferisco è la musica. La musica rappresenta per me uno sfogo. È deliberativa perché in certe canzoni ritrovo le mie stesse situazioni, ciò che sto vivendo e mi aiuta molto perché spesso sembra parlasse al posto mio. Tutto ciò che non dico spesso lo ritrovo in una canzone. È come se la musica mi seguisse, ritrovo ogni parte della mia vita in una canzone, ognuna porta un suo ricordo. Preferirei chiudermi nella mia stanza, con le cuffie e con la musica, piuttosto che parlare con le persone. Come se intorno a me si creasse un mondo parallelo, il mio mondo, proprio come lo immagino, solo però, quando ascolto musica.Se devo essere sincera però l'arrivo dei 18 anni mi fa anche un po paura, tante troppe responsabilità, la patente, iniziare un lavoro, crescere, trovare una nuova casa... Ho tanta paura, perché io non voglio crescere, è cosi' bello rimanere adolescenti, si può sembrare strano che io abbia scritto un manuale ma ho capito dalla mia esperienza che i 18 anni sono un periodo molto tosto, per chi non ha amici e per chi odia festeggiare, uscire dal periodo dei 18 anni è veramente difficile, mi considero una ragazza priva di pregiudizi: trovo sciocco discriminare le persone per la razza, il sesso, l'età o l'estrazione sociale.Talvolta sono socievole ed estroversa, ma ho anche i miei momenti, in cui divento timida e introversa. Dei giorni amo stare nel vivo dei discorsi, parlare, e ridere altri invece preferisco stare in silenzio, ma dopotutto ciascuno di noi è fatto a modo proprio. A primo impatto la gente pensa che io faccio spesso attività tipiche da ragazza di 17 anni, ma nessuno sa che io ho tanti amici, ma purtroppo abitano tutti molto distanti da me, riusciamo soltanto a vederci tutti insieme durante gli eventi del nostro cantante preferito,mi sento comunque, nel complesso, a mio agio nel mondo, nel mio almeno. Forse non è un quadro entusiasmante quello che ho tracciato su me stessa. Ma devo crescere e ho fiducia di diventare un'adulta dalla personalità compiuta e affascinante. Prima però, lasciatemi il tempo di capire faticosamente e lentamente chi sono.

    • - Accendi! Prova ora - Aylen scostò dei pesanti torsori sul banco di lavoro liberando due tubicini che presero a pulsare: da una estremità di essì proveniva un ronzio piatto. Aspettative e paure si miscelarono come un unico laccio che le serrava le labbra che sembravano volersi liberare.
      - uhm - le parole non venivano. Aveva lavorato duro, completamente isolata dal mondo negli ultimi due giorni da quella fatidica notte sul treno. I militari potevano aver creato quella tecnologia, ma nelle loro mani era scienza morta e inutile, lei invece l’avrebbe liberata. Si sentiva una novella Prometeo, la sua missione non sarebbe stato fuoco ma il diritto alla parola. Rimuginò ancora un po', doveva farsi coraggio, in fondo quella sarebbe stata la prima parola di tante. Si morse il labbro: era importante, doveva scegliere bene. - uhhh, Ciao... uhm, Mondo? - scosse la testa ripiegando nervosamente di lato, poi fulminea si ricordò di qualcosa equamente importante: porse l'orecchio presso l'altro beccuccio, nient'altro che ronzio. Spinse su e giù delle minuscole levette incassate sul tavolo, poi ripeté con più determinazione
      - Ciao Mondo! - e per non farsi mancare nulla - Ciao, mondo? -
      Ancora nulla, sospirò frustrata, quindi - Ehyyy, mi senti!? - urlò
      Dopo un breve attimo il silenzio venne rotto da una voce umana; il cuore le balzò il cuore in gola.
      - Certo signorina! Ditemi pure quando abbiamo fatto! -
      L'estasi era durata appena il tempo di rendersi conto che il maggiordomo al piano di sotto aveva risposto al suo urlo, non la macchina dall’altro capo.
      Reclinò in avanti; gomito sul tavolo, gemette delusa portando la mano reggere la testa;
      Gemette mentre si copriva il volto con il palmo, ma solo metà del viso era coperto; un occhietto sconsolato mirava come dal mezzo volto di una luna trasognante: il beccuccio non emetteva altro che quell’inutile ronzio.
      "Così non va; non posso, non posso" pensava fra se "...non posso andare da loro e dirgli semplicemente che ho intercettato i loro discorsi con una macchina di quella gente: che differenza ci sarebbe tra me e una comare che origlia da una porticina socchiusa?"
      Si raddrizzò sullo schienale, pose le braccia dritte sul tavolo a pugni chiusi, come zampette di gatta, per stiracchiarsi - uhnnnnmm! - Erano due giorni che non riusciva a pensare ad altro "perché non sono nata li da loro, sulla luna? Io le macchine le capisco, posso ripararle... potrei anche replicarle se mi ci metto! Potrei risolvere i problemi di tutti. È come ha detto Minosm: le macchine dei selenidi sulla luna sono per la vita... qui sulla terra si pensa a servire solo morte"
      Persa nei suoi sogni rigirava distrattamente un bilancino a spettro in ottone: lo strumento emetteva piccoli riflessi arancio-violacei. I lampi gentili sembravano esercitare qualche incanto soporifero, questa idea le si piantò in testa ed ebbe come una fulminazione. "Si!" scattò in piedi, se i selenidi cercavano la magia, con quella sarebbe arrivata a loro. Era il momento del piano B... "se solo quell'idiota si decidesse a rispondere".
      - Allora, mi rispondi o no? - Zarama si volse verso l'amica: Thandi la fissava con rimprovero, attendeva una risposta - Guarda che non ti obbligo, basta che me lo dici e cambiamo discorso, oppure continuiamo zitte zitte con la nostra passeggiata da zitelle.
      - Scusa, - rispose Zarama ricapitolando i propri pensieri - pensavo a Aylen. - mentì - Non l'abbiamo neppure ringraziata per quello che ha fatto -
      - Aylen dici? - rispose Thandi prendendosi un momento per ricollegare il nuovo flusso di idee - Ma mi pare fossimo tutti, lei inclusa, un tantino... presi. Quando... quella roba parlante ha finito, eravamo abbastanza assorti a dirci che ne pensavamo - "una volta tanto invece di darcele" avrebbe voluto ironizzare Zarama, ma non le andava di rinvangare un piccolo stupido incidente; invece formulò nell’intimo un pensiero più vacuo, sereno.
      - Stavo morendo quando ho sentito il passo di quel gigante nel corridoio, mi dicevo: "eccoti qui Zarama, quel... Gathus ora ti fa un occhiata e tu spifferi tutto; non la riesci a tenere chiusa quella tua boccaccia" -
      - Buona fortuna a Gathus allora! So io che miracolo ci vuole per cavarti una sola parola, figurarsi una discorso intero! - protestò partecipando al sommesso ridere delle amica - Se quel tipo davvero riesce a far parlare Zarama - sentenziò solenne - davvero sono quella che va a costituirsi al TACS; o chiedere asilo, a seconda -
      - Comunque, comunque - riprese Zarama trascinata dall’allegria delle loro stesse voci, più che il contenuto dei loro discorsi - l'idea di Lior mi ha salvata: fingere tutti di dormire è stata la cosa migliore. Tanto le possibilità che quel Gathus si aprisse con noi erano proprio zero! -
      - Ah, il metodo del governo va in voga tra i vecchi. - riprese Thandi - Ci fosse la fine del mondo oggi stesso... si aspetterebbe comunque domani: così, giusto per avere la prova empirica - Era rimasto il sorriso sulle labbra di Zarama, solo la gioia era andata via: oramai aveva sviluppato un sesto senso su Thandi e la sua voglia politicizzante. Un forte legame di empatia correva tra le due, il mal celato riflesso di Zarama fu come benzina sul fuoco. Thandi credeva di poter provare la genuinità delle sue idee, imputava alle parole la colpa di suonare false.
      - 'Nsomma dico, non è un modo di fare che tranquillizza? Sono stati i selenidi a salvare il mondo, se ora si fanno il giro delle corti vuol dire che sta succedendo qualcosa: l'unica cosa a cui puoi immaginare è che di nuovo ... -
      - Non è come prima: non ci sono imperi emergenti, imperi decadenti e conflitti vari;  siamo in pace, pace! - Zarama rispose repentina ma presto si pentì di aver obliato l'effimera spensieratezza appena emersa e così dissolta; optò quindi per un tono più malleabile, quasi materno - Thandi, io ti voglio bene come amica, ma credo che l'incontro con la selenide... ti abbia agitata troppo... troppo in quel senso. Ecco! La politica lasciala, appunto, ai vecchi -
      - Si, però se c'è una guerra... - replicò Thandi sottile e a vampe mal controllate -... i vecchi chi mandano a tirare d'arco? Oppure il dragone di lancia come bestia sacrificale per le macchine del nemico? Non sono mica i vecchi quelli, no? - Zarama guardava la luce negli occhi di Thandi con paura...e quella paura era, forse, sentirne ammirazione - hai sentito Aylen a proposito del censimento ombra, no? - continuò - sicuramente ci siamo dentro pure noi. Pubblicamente ci dicono "non  parlate di magie",  oppure: "no incantesimi, incantesimi no!". Se possibile ci multerebbero anche solo il pensiero. Ma poi però se c'è una guerra, dove sono i "loro" maghi lo vogliono sapere... - vi fu una pausa, un piccola sospensione a cui non segui null'altro di verbale. Guerra, pensava Zarama, una guerra con la magia non c'era mai stata: di un conflitto simile tutto si immaginava e nulla si sapeva: “l'unica cosa certa era che una simile guerra neppure i selenidi avrebbero potuto più fermarla”.
      Zarama poteva sembrare ingenua per i suoi silenzi, ma non lo era: lei ascoltava. Come gli altri, anche lei veniva da una famiglia borghese arricchitasi con la magia; ed essa, la magia, era di casa, parte del loro essere famiglia: la normalità che fuori dalle mura domestiche erano sorgente di sospetto e diffidenza. Questo sovente portava ad isolarsi; e come contrappeso alla solitudine venivano spesso organizzate feste tra ricchi: uno specchietto per mimetizzare incontri segreti tra le tante cellule di studiosi degli arcani. Tra le decine di volti anonimi, gli incantatori più illustri erano ben celati, ma Zarama aveva imparato a riconoscerli fin da quando era piccola. Le bastava guardare gli occhi dei suoi genitori: nella loro luce poteva scorgere il riflesso dei più grandi maghi del regno. Ma non bastava sapere chi fossero: potenti incantesimi ottenebravano i discorsi segreti in quegli incontri, pero lei era riuscita a raccoglierne molti pezzi. Gli animi eccitati dall'alcol erano stati dei validi aiuti. Il tempo le aveva permesso di ricostruire molte storie partendo da pezzi abbandonati da distrazioni oppure intuiti da repentini silenzi imbarazzati.
      - Andiamo a prendere un caffè? - disse fermatasi improvvisamente e fissando Thandi - ho bisogno di un caffè - ribadì con una strana carica, come se nel ribadirlo avesse già assaggiato il primo sorso. Non accettò obiezioni da parte di Thandi che, infondo, anche a lei non dispiaceva la proposta. Le due amiche si avvolsero in una strana spensieratezza nell'incamminarsi verso il loro bar preferito. Zarama infilò entrambe le mani nelle tasche del suo cappotto nuovo, quello che le era piaciuto perché molto simile a quello che Gathus le aveva fatto indossare anche solo per poco. Una delle mani in tasca toccò qualcosa di piatto che sembrava contenere dei foglietti.
       
      - Dicono che la vita sulla luna sia persino più primitiva che qui. -
      Minosm guardò distrattamente attraverso il finestrino la pavimentazione che correva giù a una decina di metri sotto; sbuffò, per tutto il viaggio sulla "Metro Sospesa" quasi non si era parlato d'altro. In due giorni questa situazione non accennava a migliorare.
      - Per tranquillizzare ci dicono tante di quelle cose - si decise a rispondere con indolenza a Lior - ...non hanno libero accesso alle tecnologie che li tengono in vita, che hanno paura di guasti e non toccano nulla - Minosm fece una smorfia che Lior non riuscì a decifrare – Nessuno ci crede; ma cosa vuoi che facciano i governi? È come essere un topolino tra le zampe di un gatto che squittisce: non hai voglia di metterti a discutere sulla catena alimentare. - disse maledicendosi in cuor suo per non aver trovato dei posti a sedere mentre lottava per mantenere l'equilibrio nel vano sovraffollato della carrozza del metro.
      - Non sappiamo questo, non sappiamo quello - Lior, meno abituato ai colpi di scambio dei bracci che teneva la carrozza sospesa, incespicava tra il parlare e mantenere l'equilibrio - però vengono a cercare qui il potere della magia - con enorme soddisfazione Lior si accorse di essere riuscito a spiazzare Minosm: quel silenzio non era dovuto alla mancanza di equilibrio. Trillò un campanello; lesti, e scansandosi nella calca, guadagnarono l'uscita nell’esatto momento in cui il metro si ricollocava sui binari della stazione sopraelevata. Minosm non attese neppure che la vettura fosse completamente ferma per balzare fuori; Lior seguiva a passo e, ivi, si tenne anche per la quasi rocambolesca discesa per la scalinata che riportava a livello del suolo.
      - Non vuol dire nulla - ribatté come se rispondesse ad una domanda appena fatta, segno che aveva pensato questa risposta per tutti il tragitto fatto in silenzio - Cercano qui la magia perché solo qui c'è la magia: è come per gli incontri segreti dei nostri vecchi per incontrare gli eccelsi arcani in latitanza. La magia è solo intrattenimento per persone di un certo rango - disse, convenientemente dimenticando di includersi
      - Non è quello che abbiamo sentito sul treno: loro cercano qualcosa per loro stessi, e riguarda se diventare o meno dei terrestri a tutti gli effetti. -
      - Ecco, gli stabilimenti delle "Poste pneumatiche e Transvalori" sono proprio dietro l'angolo - Ma Lior non accettò di cambiare discorso
      - Poi, cercare un tipo del calibro di quel... Ghatus - insistette, Minosm si gratto la guancia sinistra; si immaginava che Lior lo sfidasse minando la sua capacita analitica, sfida che in cuor suo accettò.
      - È che dovremmo dire di quel tizio, caro il mio Lior? - enuncio melodrammatico, a modo di grande investigatore - Quel nome non gli è piaciuto sentirlo, e non mi pare sia mai stato usato dai nostri vecchi: io dico, gli uomini che nascondono i loro nomi sono gente in fuga – disse ironizzando con tono cospiratorio.
      Di fronte a loro si stagliava, semi aperto, un grande cancello chiazzato da vernice verde e scrostata di ruggine; non vi era nessuno nella guardiola giacché quello era orario di apertura al pubblico e la maggior parte delle attività si svolgevano all'interno dell'edificio principale: un brutale parallelepipedo in mattoncini rossi anonimo in tutto se non per grandi finestroni su ogni facciata. Lior si accorse che non era più possibile ignorare le incombenze che li avevano portati li.
      - Fai molto uso di questa posta crittografata? - disse mentre varcarono l'entrata
      - Affatto, ma in famiglia è una mania, credo che un mio trisavolo fosse una spia o qualcosa del genere. Il motto di famiglia è "in:significato": in, due punti, significato – poi rapidamente aggiunse per scongiurare ulteriori quesiti tecnici - Che zia Annelis si metta a scrivere anche a me, mi preoccupa non poco; ma se vuoi imparare l'arte delle missive crittografate, è meglio impari pure a tenere a bada le più entusiaste scrittrici complottiste... come la zietta Ann -
      Il ronzare delle industrie pneumatiche crebbe di intensità esponenziale a quando passarono oltre il varco del portone principale: l'enorme affollata sala delle poste pneumatiche si apriva loro.
      Una vasta rete di tubi correvano sul soffitto ed ogni parete non già occupata da valvole, leve e qualche scrivania. Benché singolarmente non troppo rumorosi, l'enorme quantità di contenitori cilindrici che correvano attraverso i tubi contribuiva al baccano generale di voci e stantuffi.
      - Avevo capito non ti scrivesse mai - chiese Lior alzando un po' il tono
      - Poco, ma già più di quanto riesco a tollerare - nonostante l'accalcarsi della folla presso i tubi da cui venivano somministrati i cilindri postali, non vi fu da attendere troppo: gran parte dell'intero sistema postale era automatizzato e, fatta eccezione per alcune norme di privacy e sicurezza, ognuno si serviva da se. Si avvicinarono ad uno dei banconi con meno fila e presto furono serviti.
      - Salve - disse timidamente Minosm intenzionato a fingere quanto credeva adatto a un burocrate - la mia zietta mi ha mandato delle ricette per posta, non so se questo è il posto giusto; cioè, mi è stato spiegato... - l'omino dietro il bancone smise di scrivere e lo fissò di sfuggita
      - invito di consegna, folio identificativo personale e codice UUID? -
      Minosm impacciato tirò fuori di tasca e pose i documenti sul tavolo, poi intinse una penna messa li a posta e scrisse un codice a parte. Quello dietro il bancone frettoloso arraffò e controllo tutto, ma si bloccò nel leggere il codice
      - Solo cinque caratteri dell'UUID? - disse. Minosm finse imbarazzo
      - Paparino non me ne ha fatto memorizzare di più, dice che ... -
      - Va bene, va bene - l'omino si grattò nervoso la pelata, poi rassegnato si mise a lavoro trascrivendo complessi calcoli sulla base di quel poco che gli era stato dato. Lior era sicuro che Minosm sapesse a memoria tutti e trentadue caratteri del suo UUID personale: cinque era il minimo legale per verificare qualsiasi operazione, ma con così poche cifre l'operazione sarebbe stata più logorante per l'impiegato. Due caratteri in più dal suo UUID e l'operazione sarebbe stata più facile per lui, e rapida per loro; il tutto senza compromettere la sicurezza. Minosm poteva avere una qualche ragione che a lui sfuggiva, ma non riuscì a scansare l'impressione che faceva così per pura malizia.
      Finito i calcoli della verifica, il burocrate tirò un lungo sospiro, quindi gettò il pezzo di codice scritto da Minosm ed invito in un inceneritore.
      - Tubo 27, Altezza Delta: sbrigatevi perché il cilindro non vi aspetterà -
      Recuperato il folio identificativo, Minosm si voltò repentino e corse via senza neppure un saluto; Lior fu anche più spiazzato del burocrate, ma presto si riebbe - Grazie! - quasi urlo, e senza attendere altro si fece appresso a Minosm che già lo aveva distanziato. Dovette ricorrere ai richiami di Minosm per tenere il passo tra la folla, anche avrebbe preferito evitare “corri! corri lumachina!” che agitavano la folla direttamente di fronte a lui.
      - È questo - Disse Minosm chinatosi a sollevare uno sportellino del tubo di trasmissione assegnato, Lior riprendeva fiato: era un tipo solitario, sapeva correre, ma non nella calca. Minosm aveva intanto richiuso lo sportellino e abbassato una levetta li vicino: il tubo prese a vibrare
      - Hai familiarità... con… con…. questi posti – constatò Lior esasperato dall’affanno.
      - Tra questi tubi corrono i più turpi segreti del regno; qualche scandalo di troppo, e ora tutti hanno la mania di crittografate tutto - vi fu un tonfo secco, Minosm repentino sollevo lo sportellino e arraffò il cilindro - Prima era più facile intercettare lettere dei nostri emeriti, e non tanto nobili, concittadini. Pensa, tutto scritto in chiaro e senza crittografia; con l'aiuto di ... - Minosm fece una pausa che Lior notò con sospetto. Svitato il tappo, estrasse il contenuto del cilindro: un foglio saturo di lettere e numeri, apparentemente disposti alla rinfusa - ...di pazienza e volontà... si poteva intercettare di tutto – Lior, fingendo di non aver notato come Minosm avesse celato il nome del suo complice “pazienza e volontà”. Minosm da parte sua era già perso in un vago mugolio mentre osservava quel piccolo tesoro codificato da simboli, lettere e numeri. Forse non aveva troppo a cuore la presenza della sua zietta, penava Lior, ma di sicuro i di lei scritti non erano così in bassa considerazione.
      - ...e lo leggi così? - protestò Lior, più seccato di sentirsi tagliato fuori che reale interesse per il metodo adottato - ...senza pallottoliere o inchiostro per trascrivere la decrittazione? -
      - Abitudine, non tutto si fa su carta o con la magia. Ora lasciami concentrare, è già abbastanza deprimente dovermi spremere le meningi per le facezie di zietta Annie - Minosm corrugo la fronte, lo sguardo errava lungo il foglio senza apparentemente nesso di contiguità logica. Lior poteva intuire stesse decrittando, ma anche senza essere un esperto indovinava ci fosse qualcosa che non andava. Dopo un pò Minosm confermò i suoi dubbi
      - Ma che? - Si stacco dal foglio e strofinò gli occhi - Vuoi vedere che scrive anche da ubriaca ora? - Esasperato si portò su un tavolino pubblico corredato dell'occorrente per la decrittazione e si mise al lavoro. Non passarono neanche cinque minuti che sbottò portandosi una mano in fronte
      - Quella stupida, farmi perdere tempo cosi! Perché non mi ha chiesto la chiave pubblica invece di fare virtuosismi da baraccone clonando quella di mia zia? -
      Da dietro un distratto Minosm, Lior poté leggere intuendo la soluzione a due enigmi: chi fosse la vera scrittrice di quella missiva, nonché la complice di furfanterie ai danni delle poste. "Scemo di un Minosm, sono Aylen: mi serve che tu..."

    • Lividi

      By fumoemiele, in Biografie, diari, memorie,

      Tua madre stringe fra le dita ossute il cilindro arancione che le serve per andare avanti. Se lo pianta nella pancia, mentre guardi il piatto che hai di fronte e la senti contare fino a dieci, fino a venti, fino a trenta. Ogni volta ti passa la fame perché hai paura delle siringhe e non capisci perché lei debba tenersi il piccolo ago piantato nella pelle per più del tempo necessario.
      Hai chiesto diverse volte a tua madre perché diavolo non si fa l’insulina come tutte le persone normali, e anche se lei si ostina a dire che ci tiene alla sua vita e non vuole sprecarne nemmeno una goccia, tu proprio non capisci cosa possa trovarci di piacevole in un ago infilato nell’addome.

      In realtà non riesci a comprendere tante, troppe cose.
      Non capisci perché le pareti del soggiorno sono state dipinte di giallo. Tu odi i colori, ma nessuno ti ascolta mai.
      Non capisci perché tua madre, che ha perso talmente tanti chili negli ultimi mesi da essersi ridotta a un ammasso di ossa, debba farsi l’insulina e controllare con costanza quanti zuccheri ha nel sangue. È sempre stata poco dolce e troppo amara, lei, non si direbbe proprio una persona che ha il diabete.
      Tuo padre, invece, ha il pancione grosso della birra, del troppo cibo e dell’alimentazione scorretta, di fronte. Vede prima quello, poi forse riesce a spostare lo sguardo sui piedi. Forse. Non sai cosa riesce a vedere, da quella prospettiva. E nemmeno ti importa.

      Li guardi comunque con affetto, i tuoi genitori. Sono strani, certo, e lo sei anche tu.
      Ciò non toglie il fatto che gli vuoi bene. Ciò non toglie che tua madre ti ama, anche se sa che tu gli aghi non li sopporti e continua a farsi l’insulina di fronte a te e a contare ad alta voce, ogni volta che ti siedi a tavola.
      E sai che tuo padre ti vuole bene anche quando parla troppo e tu vorresti solo ascoltare il silenzio, il ticchettio dell’orologio appeso su un filo, il gorgoglio del rubinetto che gocciola incessante.

      E loro ti guardano come se fossi matta perché sono giorni che non smetti di piangere.
      Sono giorni che non sorridi, che non cogli ciò che c’è di bello, nella vita.
      Sono giorni che non esci di casa, sono giorni che fissi il mondo scorrere e vuoi rimanere lì, nella tua bolla ovattata e distante.
      Sono giorni che hai smesso di vivere, eppure il tuo corpo cambia comunque, i secondi li sente pesare, li sente scorrere.
      Sono giorni in cui perdi tempo perché pensi di essere morta, invece non lo sei. E non sei nemmeno matta.
      Forse sei un po’ masochista, credo che questo sia innegabile, e penso con sincerità che fino a qua ci sia arrivata anche tu. Sbaglio?
      No, non è un errore, lo sappiamo entrambi.
      Altrimenti mangeresti qualcosa, invece di spostare il cibo da una parte all’altra del piatto. Riusciresti a bere qualche sorso d’acqua per riottenere la salivazione persa. Hai la bocca secca, impastata. Pensi di non avere più liquidi nel corpo, eppure piangi e non sai fermarti.

      Ti manca.
      Ti manca dannatamente.
      Ti manca in ogni modo, sbagliato o corretto che sia.
      E non importa a nessuno se è corretto sul serio o è corretto con del whisky.
      Ti manca e non puoi farci nulla, se non crogiolarti nella speranza che tornerà.
      Tua madre ti dice sempre di contare fino a dieci, prima di agire d’impulso. Lei sa bene quanto sei impulsiva e testarda, quando ti metti in testa una cosa.
      Lei è abituata a contare fino a dieci, tu invece no.
      Respiri piano, non vuoi rovinare il silenzio, i gemiti sommessi che ti abbandonano le labbra perché il tuo corpo non regge più quella lenta tortura.
      Quante volte la tua stessa mente ti ha spronato, ti ha chiesto di farti forza, di alzarti e dimenticare quell’assenza perché tanto sparirà da sola, come tutto il resto?
      L’amore è come una scritta sulla sabbia. La prima onda lo spazzerà via e rimarrà solo un vago ricordo dentro di te, nulla che gli altri possano guardare e scrutare con sterile attenzione.
      L’amore è come i lividi che hai sulla schiena, sulle braccia, sulle gambe.
      Se tua madre li vedesse…
      “Hai ripreso a farti del male?”. 
      Sai già quale sarebbe la sua domanda. Ti tirerebbe su le maniche, guarderebbe con macabra attenzione ogni cicatrice, ogni taglio cancellato dal tempo e rimarginato con astuzia dal corpo robotico che hai ricevuto in dono dalla vita.
      Risponderesti di sì.
      Per lui mentiresti. Diresti che stavi male e per sopprimere il dolore avevi bisogno di sbattere le braccia contro i mobili, di frantumarti le ossa per sentirti viva, per sentire che il tuo corpo non è un insieme di fili, non è una macchina. Diresti che ti sei tagliata per vedere se sotto la pelle c’era del sangue, piuttosto che del catrame.
      Giustificheresti i lividi mostrandoti per quella che sei: una psicopatica. Almeno, questo è ciò che afferma la tua cartella clinica, no?
      Eppure lo sai che non ti odi così tanto.
      Sai che hai imparato a controllare il bisogno di farti male per scoprire se sei umana o fatta di carta e metallo, di schemi e controllo mentale. Sei umana. Lo hai visto attraverso le radiografie, che hai le ossa. Quindi ‘sta tranquilla, non serve inciderti la pelle e sputare sangue per capirlo.
      Sai che sì, sulla tua cartella clinica qualcuno ha scritto che hai un disturbo di personalità, e che quindi hai una malattia mentale… ma quei lividi, lo sai, non te li sei procurata da sola.
      E non è da sola che sei arrivata alla follia.

      Il passaggio dalla sanità mentale a ciò che non ha senso è breve, veloce, dinamico.
      C’è chi impazzisce da solo, chi ha bisogno di qualcuno che lo prenda per mano e lo trascini in un mondo dai colori psichedelici e gli umani che in realtà sono robot, o alieni.
      La verità è che il confine non sei mai riuscita a definirlo. Non hai mai capito cos’è reale e cosa invece non lo è, e questo ti porta a domandarti, con vaga inquietudine, chi diavolo ti ha procurato quei lividi.
      “Te li sei fatti da sola, non è vero?”, chiederebbe tua madre, le dita ossute strette intorno alla penna con cui si fa l’insulina prima dei pasti.
      Cosa risponderesti?
      Le diresti la verità?
      Ha troppa stima di lui, l’ha sempre avuta, anche quando ti ha buttato giù e ti ha lasciato sprofondare nella sofferenza, ti ha rinfacciato ogni errore, ogni istante che ha passato a soffrire per colpa tua adesso è una pena che devi scontare. Devi soffrire, se vuoi che tutto ciò finisca.
      O forse devi alzarti e sorridere, alzarti e dimenticare, alzarti e buttarti giù per cancellare tutto.
      Lo sai che non ne hai mai avuto il coraggio.
      Lo sai che non lo farai certo adesso. Non lo farai solo perché lui se n’è andato, e prima di farlo ti ha trascinata da una camera all’altra della casa per i capelli.
      Non lo farai solo perché era arrabbiato con te, quella mattina, e allora ti ha presa a calci e piangevi, su quel cazzo di pavimento sporco, le lacrime ti ustionavano la gola perché non avevi chiuso occhio, quella notte.
      Hai pianto tanto. Così tanto che non la dimenticherai mai perché è stata orribile.
      Hai preso un treno. Hai attraversato sessanta chilometri, né uno in più, né uno in meno.
      Sei arrivata fino a casa sua.
      Hai pianto per tutto il viaggio, hai pianto quando hai percorso i binari fino a raggiungerlo.
      Non si è degnato nemmeno di venirti ad aprire.
      Lui non ti voleva, lì, e forse dovevi rispettare la sua decisione. Forse è qui che hai sbagliato.
      Dovevi rimanere a casa, lasciar perdere quell’amore sgretolato e malsano. Dovevi ricominciare a vivere senza di lui.
      Però non lo sopporti proprio, l’abbandono.
      Quando ti ha lasciata, quando è andato a farsi cullare dalle braccia di un’altra stronza, hai capito di aver perso completamente il senno.
      Non saresti più riuscita a prendere sonno, con quella certezza a pesarti sul cuore.
      Hai deciso di provarci. Per questo sei arrivata fino a lì, anche se sua madre non sa proprio cucinare e ti viene da vomitare quando ti rifila un piatto davanti e ti dice che sei dimagrita, nei suoi centoventi chili.
      Tua madre è secca, è uno scheletro, però forse è meglio così. Almeno non ti ripete in continuazione che devi mangiare. Se non hai fame lo capisce. Se quel piatto non ti piace non ti costringe.
      In quella casa che non è tua non riesci proprio a vivere.
      Non c’è l’odore accogliente che è intriso fra le muta della tua stanza.
      Lì sa tutto di cucina fetida e sudore.
      Sopporti comunque.
      Decidi che reggerai quel problema perché sei lì per qualcosa che è più importante. Sei lì per riprenderti colui che ami. Perché tutti insistono, tutti dicono sempre che quando vuoi una cosa devi lottare con le unghie per riprendertela… e sono solo dei falsi del cazzo.
      Sei arrivata lì.
      Hai pianto.
      Gli hai chiesto scusa.
      Hai pianto ancora.
      Lui ti ha ignorata per un po’. Ha continuato a premere le dita sul display del cellulare, ha continuato a scrivere alla stronza dai capelli blu con cui si stava sentendo, con cui pensava di poterti cancellare come se non fossi mai esistita. Come se non fossi mai stata importante.
      Hai annullato quell’umiliazione.
      E ne hai sopportate tante altre.
      Hai pianto tutta la notte, gli hai chiesto di rimanere a dormire con te.
      Ha acconsentito.
      Poteva negarsi l’ultima scopata?
      Certo che no. Non sarebbe più riuscito a fare del sesso così bello, perché dopo tre anni di relazione non puoi pretendere che sia la stessa cosa con un’estranea appena incontrata.
      Lui lo sapeva, lo sapeva che non sarebbe stato lo stesso con lei, e per questo c’è stato comunque, anche se diceva di non amarti, anche se non ti baciava, anche se i suoi gesti erano rudi e violenti, devastanti e strozzati.
      Però è rimasto a dormire con te. E hai appoggiato la guancia sul suo petto, l’hai tenuto stretto, ti ha tenuta stretta. Prima che sorgesse il sole e tornasse l’anormalità nelle vostre vite.

      Ti sei arrabbiata prima tu, però, quella mattina.
      Questo non puoi negarlo.
      Ti sei arrabbiata perché alle cinque del mattino hai preso il suo cellulare, sei scivolata in bagno, ti sei chiusa a chiave lì dentro. Hai aperto la chat con quella stronza dai capelli blu che provava da settimane a prendersi ciò che era sempre stato tuo. Le hai scritto che quella notte ci avevi fatto l’amore, con il tizio che diceva di volerle bene.
      Sei stata davvero una stronza, sei stata crudele, maligna e spietata.
      Era lecito odiarla. Ti aveva rubato ciò che di più importante avevi.
      L’hai bloccata, hai riportato il cellulare in camera, ti sei infilata sotto le coperte, ti sei circondata con il suo braccio.
      Hai ricominciato a piangere.

      La mattina dopo lui l’ha scoperto subito, della tua fuga notturna con il suo cellulare.
      Si è arrabbiato.
      Avete iniziato a urlarvi addosso, a rinfacciarvi errori, a insultarvi.
      Hai urlato fino a perdere la voce contro di lui, mentre gli adulti si mettevano in mezzo, giudicandolo uno stupido litigio fra ragazzini.
      Gli hai tirato uno schiaffo.
      Hai cominciato tu, sai anche questo.
      Ciò non giustifica i calci che sono arrivati dopo.
      Eri spezzata dal dolore e i colpi si susseguivano uno dopo l’altro. La porta della sua camera chiusa a chiave, gli adulti a chiedere cosa cazzo stesse succedendo, lì dentro.
      L’hai lasciato fare. È questo ciò che non riuscirai mai a perdonarti.
      Hai lasciato, passiva, che ti colpisse e ti lasciasse un miliardo di lividi sul corpo.

      Sei tornata a casa piangendo.
      Hai scritto tanto, durante il viaggio di ritorno.
      Hai scritto un milione di lettere che sono ancora immobili sul tuo computer e che lui non ha mai letto e mai leggerà.

      Nonostante i lividi, in quelle lettere lo supplicavi di tornare da te.
      Saresti stata disposta a perdonargli tutto.
      Avresti sopportato altri calci, pur di vederlo tornare, pur di ricevere un suo abbraccio, pur di allontanare quella sensazione asfissiante sullo stomaco. Quell’angoscia devastante che ti privava del sonno.

      Hai ancora i lividi e non hai mai smesso di pensare che se tornasse metteresti tutto da parte.
      Qualche volta ti ritrovi a parlare di quell’episodio con i tuoi amici più stretti.
      Ti guardano, tremano. Capiscono quanto sia stata devastante per te quella notte.
      Però non capirebbero. Non capirebbero se tu gli spiegassi che nonostante tutto rifaresti ogni cosa, pur di sopprimere quell’assenza.
      Così ti limiti a esprimerti per come la società vuole che tu faccia: ti limiti a dire che nessuno ti farà più del male, che da quell’esperienza hai imparato tanto, che nessun uomo deve toccarti mai più in quel modo.

      Eppure, se tornasse, ti tufferesti nelle stesse braccia che ti hanno causato quei lividi.
      E ti fai anche schifo, per questo.
      Ti fai dannatamente schifo perché sei debole e lo sarai per sempre.

      Inizia un altro giorno.
      Passi il tempo a letto, mangi poco, tua madre si fa l’insulina e conta fino a dieci.
      Lui non è più tornato.
      Sospiri e pensi sia meglio così.
      Nessuno ti colpirà più.
      Sei stanca di cambiare idea ogni cinque minuti, ma finché non ti avvicini al buio andrà meglio.
      Non sai nemmeno tu come pensarla, sull’argomento.
      Cambi idea, cambi opinioni, cambi emozioni.
      Però il dolore dei lividi rimane.
      Qualche volta tua madre si fa male, con l’ago. E allora anche a lei nasce un livido. Lì non conta fino a dieci, bestemmia perché si è bucata nel punto sbagliato. 

    • Oggi, dopo tanti anni di matrimonio, per il giorno di San Valentino il massimo della vita è andare a cena fuori, magari scambiare una carezza con mia moglie lontano dalla routine del lavoro e dalle responsabilità giornaliere, fatte di bollette da pagare e canone della tv. Ma una volta, questo giorno ha significato molto per me.
      Sembrava un piccolo ricordo, nascosto chissà dove dentro di me, eppure sempre vivo.
      Per commemorare il 14 febbraio, comunque sia andata la giornata, ogni anno prendo dalla mia libreria il solito volume, mi siedo in poltrona, accendo il giradischi e leggo qualche pagina, per ricordarmi di una persona che una volta mi regalò un pezzetto della sua anima.
      Anche mia moglie ne è al corrente; non prova gelosia alcuna, perché sa che lei stessa ne possiede un pezzetto della mia, di anima.
      Anche io, come tutti, da adolescente, volevo fare l’amore. Perché ne avevo voglia, perché ne parlavano tutti, e perché la maggioranza dei miei amici l’aveva già fatto da un pezzo. Tutti mi raccontavano di come, dopo averlo fatto, si sentissero più uomini, di come, dopo aver assaporato le gioie del sesso, si sentissero completi. Avevano qualcosa di cui parlare oltre al calcio, dopo la scuola, seduti sul muretto all’entrata.
      In quel periodo ero fidanzato con Sara da sei mesi. Frequentavamo il quinto anno del liceo scientifico, anche se in classi diverse, e quello stesso anno avremmo sostenuto l’esame di maturità. Eravamo gli unici in tutta la scuola a non aver ancora fatto l’amore. Ero più grande di lei di qualche mese, ragion per cui, la sua festa per la maggiore età era arrivata poco dopo la mia. Quell’occasione doveva essere lo spartiacque della nostra storia; avevamo deciso che, appena entrambi avessimo compiuto i diciotto anni, avremmo fatto l’amore. Questo avvenne nel mese di novembre, lei era del segno del sagittario, io invece appartengo al segno della vergine. Quando la vidi spegnere le candeline sulla grande torta a più livelli, pensai che era proprio bella, molto più bella delle fidanzate dei miei amici; molto più bella della media delle ragazze che frequentavano la nostra scuola. Ma non era solo bella; mi innamorai di lei perché era anche intelligente. Aveva uno sguardo sveglio e perspicace. La prima volta che la vidi si trovava nella biblioteca della scuola, seduta con le gambe incrociate sotto il sedere, stava leggendo i racconti di Charles Bukowski, una scelta letteraria di non facile comprensione, per una ragazzina di buona famiglia come lei. Aveva solo sedici anni quando le parlai per la prima volta nei corridoi della scuola.
      Frequentavamo il terzo anno del liceo.
      Ora che eravamo diventati maggiorenni, eravamo pronti, o almeno, era quello che continuavamo a ripeterci. Era da poco iniziato il mese di febbraio e il giorno di San Valentino era alle porte, un sabato come tanti altri, ma così non fu. Avevamo deciso di fare l’amore proprio in quel giorno. La festa degli innamorati. Aveva scelto lei quella data, alla quale io, sinceramente, non avevo mai dato molta importanza. Era un giorno come un altro per me e trovavo stupida la sua celebrazione. Ma lei aveva scelto quella giornata in particolare, anche perché, il lunedì successivo sarebbe dovuta partita per Milano, e sarebbe tornata solo una settimana dopo; doveva risolvere importanti questioni famigliari mi disse; “Ma tu non te ne preoccupare, è tutto a posto”, disse un giorno fuori scuola dandomi un bacio sulla bocca. Era un viaggio programmato da tempo, avevano delle questioni importanti da sistemare sulle quali non feci ulteriori domande.
      Voleva solo avere una buona scusa per tornare da me; donarmi la sua verginità in quella giornata poteva bastare.
      Mio zio era un musicista professionista. Diplomato in pianoforte, spesso girava da nord a sud per lavoro. Quel weekend in particolare, aveva un concerto dalle parti di Roma, e mi prestò il suo appartamento, una piccola mansarda in campagna, che io e Sara avremmo raggiunto con il motorino per passare la notte insieme. Aveva raccontato ai suoi che avrebbe dormito a casa di una sua amica, una sorta di pigiama party con le amiche prima di andare via per una settimana. I suoi genitori le crederono, anche se lei non aveva amiche. Era difficile socializzare per chi, come Sara, riportava la media del nove in pagella e leggeva Bukowski. Tutte le altre si occupavano solo di moda e nient’altro. Lei, amava addirittura la trigonometria.
      Quel sabato 14 febbraio andai a prenderla sotto casa con il mio motorino sgangherato intorno alle sei del pomeriggio. La vidi da lontano, mi fermai e spensi il motore. Mi stava aspettando guardandosi intorno, si sistemava i capelli dietro le orecchie e li legava in una coda di cavallo, poi li scioglieva di nuovo, come se volesse trovare il modo migliore per accogliermi. Indossava un bellissimo maglione rosa che metteva in risalto i suoi seni, e un semplice jeans scolorito. Sulle spalle portava uno zaino Invicta simile a quello che io stesso avevo legato al manubrio del motorino, dove avevo messo qualcosa per affrontare la notte: spazzolino da denti e qualche altro accessorio di prima necessità, anche se casa di mio zio era fornita di tutto il necessario.
      Continuavo a guardarla da lontano. Al petto stringeva un libro di Bukowski. Ne aveva consumato le pagine fino all’inverosimile, per le tante volte che l’aveva letto. Lei adorava tutto di quello scrittore: le poesie, i racconti, il suo modo irriverente e sincero di affrontare argomenti come l’amore e il sesso.
       
      Arrivammo alla mansarda di campagna verso le otto di sera.
      Dopo aver consumato una frugale cena, lei andò in bagno. Io rimasi nella stanza in preda a un misto di eccitazione e agitazione; misi un disco di musica classica in sottofondo, scegliendo tra i tanti della collezione di mio zio. Lo scelsi senza nemmeno guardare cosa stessi mettendo; lo posizionai distrattamente sul giradischi e azionai la puntina.
      Mi stesi sul grande letto matrimoniale, le lenzuola fresche di bucato.
      Quando Sara uscì dal bagno indossava solo un reggiseno e una mutandina, che lasciavano intuire tutto del suo corpo. Era bellissima.
      Dagli altoparlanti del giradischi la musica di Beethoven si diffuse nella stanza.
      Era Sonata al chiaro di luna.
      Sara aveva i capelli raccolti in una coda di cavallo, e stringeva in una mano il libro di Bukowski; mi guardò con gli occhi pieni di gioia. Venne a stendersi accanto a me. Facevo fatica a guardarla, il mio sguardo voleva vagare per il suo corpo. Si sciolse i capelli, alcune ciocche le caddero sul viso, oscurando per un attimo i suoi occhi verdi. Ero completamente perso nella sua bellezza, completamente in preda al suo essere donna. Si slacciò il reggiseno e lo lanciò lontano, coprendosi i seni con le mani in un dolce gesto di pudore. Mi guardò negli occhi: “Buon San Valentino amore mio”, disse in un sussurro, e mi diede un bacio sulla bocca. Ero senza parole, intravedevo la forma dei suoi seni perfetti che facevano capolino tra le sue dita. Mentre Beethoven suonava, avrei voluto afferrarli, ma avevo paura di commettere qualche errore, di fare qualcosa che avrebbe potuto rovinare tutta l’atmosfera che si era venuta a creare.
      Lentamente cominciò a togliersi le mutandine. Il tessuto scivolava lungo le sue gambe lisce. Quando giunsero alle caviglie, rimase nuda accanto a me.
      Aprì il libro di Bukowski, mi guardò e disse:
      “Sai, quando fai l’amore con qualcuno, gli consegni un piccolo pezzo della tua anima. È inevitabile.” Sorrise. Si sistemò qualche ciocca di capelli dietro l’orecchio e continuò:
      “Quindi, qualsiasi cosa succeda alle nostre vite, dopo stasera io sarò sempre con te, contento? Un pezzetto della mia anima sarà tuo.”
      Avrei capito troppo tardi il significato delle sue parole. Se l’avessi compreso in quel momento, forse l’avrei stretta più forte a me, l’avrei accarezzata, avrei cercato una soluzione dove una soluzione non c’era. Ma una cosa è certa. Se avessi capito il significato di tutto, non l’avrei amata così tanto. Ero troppo preso dall’emozione per capire, ero rapito dal suo corpo nudo e caldo, per potermi preoccupare troppo delle sue parole. Aveva deciso di regalarmi quello che avevamo sognato per tanto tempo.
      Iniziò a leggere una poesia dietro l’altra; leggemmo a turno. Prima lei, poi io. Quando non ci fu più nulla da leggere, facemmo l’amore. Per la prima volta. Scivolai nel suo corpo e nella sua anima con tutto me stesso, in una goffa posizione che avevo immaginato tante e tante volte.
      A una prima volta ne seguì una seconda, fin quando non ci addormentammo tra le lenzuola del letto di mio zio. Dormiva accanto a me, serena come una bambina, quando pensai a quando sarebbe partita e non l’avrei più rivista per una settimana; come avrei fatto?
      Quando tornammo in città il mattino seguente, stretti sul mio motorino, avevamo in testa il ricordo di quella notte trascorsa insieme che, ne ero sicuro, avrei portato con me per sempre. Sotto casa sua, la salutai con un bacio e una carezza. Era ormai il 15 febbraio, una domenica. Mi guardò di nuovo, questa volta come se non dovesse vedermi mai più; tirò fuori dallo zaino il libro di Bukowski. “Voglio che lo tenga tu”, disse. Lo presi. “Mentre mi aspetti puoi leggerlo. Vedrai che sarò tornata prima ancora che tu lo abbia finito.”
      Non la rividi mai più. Il lunedì seguente partì. Non erano questioni di famiglia, quelle che doveva sistemare a Milano. La stavano aspettando per trapiantarle il midollo di un donatore compatibile. Proprio lei, la mia amata Sara, che amava i libri d’amore e la matematica, doveva sottoporsi a quell’unica possibile cura contro la leucemia che da mesi, senza che io sapessi nulla, la stava divorando dall’interno, e stava scaraventando la sua anima nel dolore più acuto, tranne quel pezzetto, quello che lei, quella notte di San Valentino, aveva donato a me. Lo custodisco ancora, e in questo giorno in cui mi ritrovo a leggere i racconti dello scrittore che fu testimone del nostro sentimento, penso a lei, e leggo le poesie che quella notte lei lesse a me, mentre dal giradischi Beethoven suonava.

    • Will

      By fumoemiele, in Fantascienza, Horror, Fantasy,

      Will è il figlio che tutti vorrebbero avere. Ha dei buoni voti, a scuola, ed è dolce e gentile con tutti.
      Non lo si può odiare. I bulletti risultano un po’ un tormento quando lo strattonano per i corridoi o gli ordinano di svolgere i loro compiti, ma non riesce a rispondere con qualche parola volgare nemmeno a loro. Dietro alle spesse lenti dei suoi occhiali i suoi occhi enormi luccicano, ma nessuna brutta parola gli abbandona le labbra.

      Torna a casa dopo la solita giornata a scuola.
      Non c’è nessun bullo nei paraggi. Non c’è Eric con la cresta rossa sparata in aria e il chiodo di pelle sulle spalle. Non c’è Allison pronta a minacciarlo che o finirà quella relazione entro domani o passerà le ore scolastiche con la testa incastrata nella tazza del cesso.

      Will non ne può più degli studenti. Tutti sanno che è un ottimo alunno e, di conseguenza, tutti lo sfruttano o lo prendono in giro. Will non ne può più. Ha chiesto a sua madre come comportarsi e lei ha risposto che andrà a parlare con gli insegnanti; questo non risolverà un cazzo, pensa Will. Poi stringe i pugni.
      Non si dicono le brutte parole, Will.

      Torna a casa con il solito passo affrettato, lo zaino che pesa sulle spalle secche e ossute. Sua madre lo sprona a iniziare uno sport, ma lui non ne ha alcuna intenzione. Ha i suoi hobby e preferisce tenersi quelli. Che schifo il nuoto, la pallavolo, o la palestra.
      Non si dice “che schifo”, Will. Si dice “non mi piace”.

      Non piacciono i pesci rossi, a Will. Sua madre ne ha comprati due l’ultima volta insieme a una boccia rotonda di vetro, quando lui le aveva chiesto un criceto, o un topo. Qualcosa che non rimanesse nell’acqua e galleggiasse. E non voleva nemmeno una tartaruga; il guscio è troppo duro.
      Will scoppia in lacrime per la felicità, però, quando torna a casa e sua madre gli ha comprato un altro criceto, nonostante la fine dell’ultimo. E di quello prima ancora.
      “Lo chiamerò Dracula!”, afferma, contento. Sua madre lo trova un po’ strano, ma suo figlio non è mai stato un bambino qualunque.
      Sospira. “Non trattare male quel criceto. Ricordati che soffre, che sente dolore proprio come te”.

      Will è divertito mentre regge il criceto in braccio e la gabbia nell’altra mano. Abbandona la casetta vuota e con solo una ruota, dentro. La lascia sul letto e appoggia il criceto a fianco. Si piega sulle ginocchia per osservarlo. Gli accarezza il pelo morbido, scruta il faccino dolce e tenero, sorride.
      “Ci divertiremo un sacco, io e te”.

      Dieci minuti dopo ha una lunga serie di attrezzi appoggiati in bilico sulla vasca da bagno. Si è chiuso a chiave, anche se sua madre ripete sempre che non deve e non può farlo.
      Lui ha comunque voluto girare l’aggeggio metallico nella serratura, producendo lo schiocco della libertà, quella che senti quando sai che hai dei metri quadrati tutti per te, dove puoi lasciarti andare, liberare ogni pensiero assillante.
      In bilico c’è un bisturi. L’ha rubato nello studio del medico di famiglia, lui non se n’è mai accorto. Sua madre non lo sa, che ce l’ha, perché Will sa dove nascondere le cose e fare in modo che nessuno le trovi.
      Guarda il criceto. Squittisce, è felice di avere una nuova famiglia. Sarà stato brutto vivere nella vetrina di un negozio, guardare gli altri scorrere la loro vita e portarla al limite e rimanere immobile dietro una lastra di cristallo.
      Non frega comunque un cazzo, a Will, che si sente terribile per aver di nuovo pensato quella brutta parola.
      Afferra il bisturi arrabbiato e se lo pianta nella mano, per punirsi. Non si dicono le parolacce, Will, cazzo.
      Ancora.
      Si pugnala di nuovo con il bisturi, si scava nel palmo pallido, per nulla simile a quello di suo padre, che è così gigante da prendere tutto il suo viso, se lo colpisce. Sono enormi, le mani degli adulti. Possono fare più cose, infatti. Gli adulti sono liberi di massacrare gli animali morti. Anche a lui divertirebbe un hobby simile, ma quando l’ha detto a sua madre lei ha risposto con un ghigno che non ammetteva altre chiacchiere sull’argomento. La tassidermia è da pazzi, diceva. Secondo me è divertente, ribatteva Will.

      Così, Will si ritrova a tirare via il bisturi che gli è affondato nella carne, senza mostrare dolore, senza sentirlo.
      Pianta la lama affilata nel ventre del criceto e ride. Si diverte come un pazzo a sentire i suoi squittii sommessi, i suoi lamenti gorgoglianti e che rimbombano nel bagno azzurro e che inizia a macchiarsi di rosso qua e là. Ride come un matto, Will, mentre la vita inutile abbandona il criceto e chissà dove va a finire, l’anima, dopo l’attimo in cui si solleva e si dissolve nell’aria lasciando il tanfo di morte.
      Anche se ormai il criceto è morto, Will si diverte a rovistare con le dita nella sua pancia e a tirarci fuori roba e osservarla. Perché non gli fanno vivisezionare le rane, a scuola, come in tutti i film che guarda? Di solito sono tutti schifati, ma è divertente controllare l’interno degli animali. Se lo è con i criceti e con i topi, dovrebbe esserlo anche con le rane, no?

      Ripulisce tutto quel sangue e lascia cadere il criceto nel cesso, poi scarica. Dirà a sua madre che è scappato via dopo avergli morso la mano. Inizia a lavare il bisturi con attenzione, fa scorrere l’acqua che macchia di un rosso più pallido la vasca da bagno. Alcuni gorgoglii sommessi gli giungono all’udito, lo portano a chiedersi cosa cazzo sta succedendo e… cazzo, l’hai detto di nuovo, Will, e anche più di una volta.
      Sospira. Farà finta di nulla, è stanco di pulire il sangue e non può provocarne altro. Non lo saprà, suo padre, e non lo saprà nemmeno sua madre. Quindi qual è il problema? Può dire tutte le parolacce che vuole finché loro non stanno in mezzo alle palle.
      Si tira uno schiaffo. Smettila, Will, come sei volgare.

      E così, capisce che non farà i compiti di Allison per il giorno dopo e che Eric con la sua cresta rossa non lo disturberà.
      Prima però dovrà risolvere un altro problema. Il criceto si è incastrato nello scarico, era troppo grasso per scivolare via. Lo tira fuori, lo taglia a pezzetti e gli stacca la testa con le mani, poi lo lascia cadere ancora nel cesso. Questa volta l’acqua lo porta via, insieme a tutto il sangue che viene ripulito.

      Il giorno dopo spiega a sua madre che il criceto è sparito e gli ha anche morso una mano, ma non le mostra ferita. Afferra il cestino della merenda e corre a scuola, sta attento ad attraversare solo con il semaforo verde e saluta la signora Morgan quando la vede andare in giro con delle grosse buste della spesa fra le mani.
      Che bravo bambino che sei, Will, sei così educato e gentile con tutti.
      Will sorride e si avvia verso scuola. Non si fionda dentro l’istituto per perdersi e nascondersi dagli altri. Non ha fatto i compiti di Allison, quindi non potrebbe vederla. Si sente coraggioso, però, Will. Si sente coraggioso perché ogni tanto riesce a dire le parolacce, perché può piantarsi un bisturi nella mano senza lamentarsi e piangere come una ragazzina. Perché Will si sente un bambino speciale e quindi deve dimostrarsi tale.

      Decide che aspetterà la bionda proprio fuori dalla sua classe.
      Qualche minuto in ritardo, ma lei arriva. Will pensa che deve muoversi perché altrimenti farà tardi anche lui, a lezione, e non può permetterselo.
      Allison lo trascina nel bagno delle ragazze all’ultimo piano. Quello che viene usato per torturare la gente, o per fare sesso. Will lo sa che Allison non vuole fare sesso con lui perché è ancora vergine. Will però non vuole nemmeno farci sesso, non vuole prendere le piattole.
      Si lascia trascinare per un braccio lungo i corridoi, si lascia portare in bagno.
      Quando Allison richiude la porta e gli infila una mano fra i capelli per fargli affondare la testa nel cesso, però, Will le dà una gomitata. Sfila il bisturi dalla tasca dei suoi jeans, perché l’ha recuperato, perché l’aveva programmato con astuzia. Si lancia sulla bionda e si sente preciso e invincibile quando le taglia la gola con un movimento rapido della mano. Ha scoperto che si fa così, guardando alcuni film. Ha sempre sognato di vedere quanto sangue schizza via dalla vena del collo. Non lo ricorda, come si chiama, ma non gliene frega un cazzo.
      Si colpisce ancora. Non si dicono le parolacce, Will!
      Oh, fanculo.
      Sei una puttana, Allison!
      Ride.
      Sei una fottuta puttana con le piattole!

    • “La più antica e potente emozione umana è la paura, e la paura più antica e potente è la paura dell'ignoto.”
      LOVECRAFT
       
      La paura ha i denti aguzzi, le fauci spalancate e pronte a divorarti, a tagliarti la carne.
      La paura può ridurti in pezzi, in polvere e sangue.
      Il buio ti ha sempre spaventato, anche se non l’hai mai ammesso ad alta voce, credendolo un peccato troppo profondo, troppo privato, troppo tuo. Lo consideri un qualcosa che non puoi condividere con alcun essere umano.
      Le probabilità ti terrorizzano, ti rendono vittima di strane sensazioni capaci di lasciarti senza fiato, le mani strette intorno alla gola come se stessi soffocando, come se qualcun’altro ti stringesse il collo con le dita gelide, consapevole di farti male, ma sadico e insaziabile.
      Perché questo è, il terrore: ingordo, non placherà presto la sua sete. Ingoierà tutto il tuo sangue e poi mangerà ogni organo, ti lascerà solo la pelle. Forse nemmeno quella.

      Phil, ami la vita, ma odi tante altre cose.
      Odi il cinguettare degli uccelli alle sette del mattino, odi svolgere i compiti che tua madre ti assegna, odi gli animali perché possono morderti e affidarti una brutta malattia e detesti il sushi perché la salmonella non la vuoi.
      Amando la vita, cresce in te il desiderio di viverla tutta fino alla fine, senza sprecarne nemmeno un attimo.
      Cosa che senti di fare mentre osservi il soffitto bianco della tua stanza. Lì sei al sicuro.
      Sally entra in camera, spalancando la porta e le finestre per far cambiare l’aria dall’odore stantio. Almeno non hai paura di morire soffocato dal fetore del sudore causato da una notte trascorsa senza chiudere occhio.
      “Mi servono delle uova”, afferma, incrociando le braccia sotto al seno che, troppi anni prima, ti ha allattato. Speri che si sia disinfettata il capezzolo per bene ogni volta, potresti avere una strana infezione da qualche parte, nel corpo, sepolta dall’infanzia.
      “Non ho voglia di uscire”, rispondi, anche se sai che tua madre ti costringerà comunque a uscire di casa. Ormai sono tre settimane che non scivoli fuori dalle pareti che reggono il tuo mondo. Un posto sicuro, quello. Dove sì, potresti comunque morire, ma sembra più tranquillo dell’universo di strade, persone, autobus ed edifici rovinati dal tempo che vive all’esterno.
      Il tuo tempo preferisci usarlo in casa, seppellito dalle coperte, al sicuro dal marcio che scorre là fuori.

      Uscire di casa ti fa paura, per questo cerchi di evitarlo.
      Tua madre ha detto che se non comprerai del cibo morirete di fame. Devi farlo solo per sopravvivenza, Phil, puoi farcela.
      Appena metti il piede fuori e lasci entrare l’aria nei polmoni pensi che potrebbero esserci milioni di rifiuti tossici sepolti da qualche parte, di cui nessuno sa nulla. Potresti avvelenarti in fretta.
      Suvvia, Phil. Sei stato costretto a vivere lì fuori per troppi anni, come puoi farti così tanti problemi per l’ennesima uscita veloce, giusto il tempo di acquistare qualcosa al supermercato più vicino?
      Sospiri.
      Il problema è che non hai alcuna intenzione di utilizzare l’automobile di tua madre, non dopo l’ultimo incidente. Andrai a piedi, anche se il tratto di strada così diventa più lungo. Per fortuna non abita molta gente, nei dintorni, siete circondati solo da colline vuote e ogni tanto qualche capra rumorosa occupata a divorare l’erba.
      Poveri animali. Magari ci ha pisciato qualcuno, lì. 
      Stai mandando giù la sua urina, fottuta capra.
      Scuoti il capo. Devi smettere di pensare a quante possibilità esistono, a quanti problemi sorgono per ogni essere umano. Il mondo fa schifo, ormai l’hai appurato da un pezzo. Odi tutto, di lui, però continui ad amare la vita.
      Sai che il tuo è soltanto egoismo. Preferisci vivere perché il vuoto ti spaventa. Perché è meglio della morte e dell’annullamento dell’anima.

      Sei quasi arrivato, fra poco stringerai la confezione di uova fra le mani e uscirai da quel posto infernale.
      C’è così tanta gente, lì. Ti hanno già salutato due persone e tu non ne puoi più degli esseri umani. Ti mettono a disagio, ti fanno salire un nodo allo stomaco e un groppo alla gola. La signora Harmon pensa che tu sia dimagrito e che sia troppo pallido. Spieghi che non esci spesso e che sei intenzionato a tornartene a casa il prima possibile. Lei mormora che alla tua età non dovresti comportarti così... e tu non le lasci il tempo di proseguire la sua ramanzina del cazzo e vai via.

      Stai per entrare nel supermarket distante quindici minuti da casa tua. Lo sai perché hai controllato l’orologio appena sei partito e ora gli hai dato un secondo sguardo. Hai bisogno di sapere quando finalmente tornerai fra le pareti che circondano la tua vita. Al sicuro da tutto il resto, o quasi.
      Sollevi lo sguardo e ti rendi conto di non aver usato le strisce pedonali, per attraversare. Un auto sfreccia sull’asfalto e ti investe.
      In un attimo sei solo un concentrato di sangue e organi. C’è anche un bulbo oculare schiacciato, a qualche metro di distanza dal resto del tuo corpo. Sei esploso sotto le ruote.
      Respiri con forza, ti manca l’aria, e tutto torna normale. Non c’è nessuna auto, lì. Non sei morto, il tuo corpo è ancora intero. Ti porti le mani sugli occhi e sei felice di sentirli al loro posto. Sei vivo. Ti senti ancora un po’ distante dal tuo corpo, ma va tutto bene. Non sei morto. È solo l’ennesima allucinazione dovuta alle paranoie.
      Non morirai per una causa incontestabile. Sta’ tranquillo. Hai ancora il controllo della tua vita.
      Sai che è anche lì l’ignoto a spaventarti. La possibilità che qualcosa di inconfutabile accada. Qualcosa che sfugge al tuo controllo.
      Muovi le braccia, le cerchi, stringi l’aria. Hai bisogno di certezze.

      Respiri e decidi che è il momento di entrare in quel cazzo di supermarket dalle dimensioni claustrofobiche e tornare a casa. Rifugiarti in certezze solide.
      Sai come sono disposti i mobili nella tua stanza, ne ricordi ogni singolo dettaglio.
      Lì, invece, non sai nemmeno dove potrebbero trovarsi, le uova, e intendi ignorare quei commessi rompicoglioni che non faranno altro che suggerirti di acquistare quello shampoo al prezzo di due in uno solo perché sono obbligati a spillarti soldi.
      Cerchi le uova, ma ti ritrovi nel reparto dei prodotti da barba. Cammini e ti sfilano davanti numerosi rasoi. Non guardi di fronte a te e vai a sbattere contro una donna anziana che ha la velocità di un razzo. Vi scontrate così forte che il tuo corpo rimbalza sullo scaffale e tutto ti crolla addosso. Sai che le lamette erano tutte confezionate, sai che non potrebbero ferirti, eppure tutto inizia a lacerarti la pelle in profondità. Arrivano all’osso, i tagli, senti un dolore infernale e il sangue schizzare fuori dalle vene lacerate. Muori, non senti più niente. Poi sbatti le palpebre un paio di volte.
      Cazzo, è un’altra fottuta allucinazione. Però ci sei caduto davvero, sullo scaffale. Non c’era nessuna vecchietta nei dintorni. Hai sentito tutto quel fottuto dolore e sul corpo hai al massimo qualche livido.

      Devi trovare quelle maledette uova e non ne puoi più del mondo, non sopporti più i suoi inganni, i deliri in cui ti trascina con le unghie e ti lascia dei graffi che non puoi ripulire, a meno che tu non abbia intenzione di acquistare anche del disinfettante per cacciare subito gli imprevisti.
      Ti ritrovi di fronte allo scaffale dove troppe confezioni di uova, una sopra all’altra, si sovraccaricano. Non puoi cadere anche su quelle.

      È ormai arrivato il momento di avvicinarti alla cassa, i passi silenziosi rimbombano, il tuo cuore batte forte, rischia di spaccarti la gabbia toracica, di schizzare fuori e rotolare sul pavimento bianco.
      Cazzo, va troppo, troppo forte.
      Ne sei certo: non è ansia, è un cazzo di infarto.

      Paghi con le mani che tremano e ti affretti ad afferrare la busta e uscire da lì. Hai lasciato tutti i soldi che avevi alla cassiera e sei corso via. Non sei ancora morto, quindi forse non è un infarto o qualcosa del genere, non sai granché sulle malattie del cuore, sei più documento sui batteri, le infezioni, i microbi schifosi. La tua vita non si è ancora sgretolata in mille pezzi.

      Cammini verso casa. In realtà stai correndo. Ti fermi in continuazione a guardare l’orologio e il mondo intorno a te è solo una macchia sfocata, come quando vai in auto troppo veloce e rischi di schiantarti.
      Sei sopravvissuto a una serie di possibilità, questo non toglie il rischio di morire per un’altra infinità di inconvenienti.
      Devi tornare a casa, devi circondarti delle quattro pareti che abbracciano la tua esistenza. Lì le possibilità diminuiscono nettamente e l’ignoto non è più una certezza, quasi.

      Il mondo è sommerso da opzioni. Chi diavolo è il coglione che decide di che colore saranno i capelli della ragazza che incontrerai? Chi cazzo è il bastardo che stabilisce che finirai per cadere non guardando il pavimento e inciampando in una buccia di banana, o in una ghigliottina che scenderà sulla tua testa in quel momento esatto, tagliandola e annullandoti?
      Non ne hai idea. Quando morirai, e speri lo farai solo a causa della vecchiaia – quella non puoi mica controllarla –, troverai lo stronzo che ha deciso di infiltrare un milione di universi differenti in cui succedono tante, troppe cose.
      Vorresti essere in una dimensione dove tua madre non può controllare quando uscirai di casa per morire.
      Vorresti un mondo dove l’ignoto non esiste, perché hai una paura fottuta di morire.
      Stai pensando proprio a questo quando sollevi lo sguardo dal terreno fangoso e ti trovi un orso mastodontico di fronte.
      Indietreggi, inizi a correre via verso casa. Mancano solo pochi metri… solo pochi metri e sarai al sicuro.
      Fallisci. L’orso ti divora e inizia a farlo dalla tua gamba sinistra. Il tuo piede schizza via dalla sua bocca e lascia la caviglia mozzata, che fa un male dannato e schizza sangue ovunque, sporca tutto di rosso. Ti divora anche l’altro piede, come se si divertisse a sentirti urlare. Hai cercato di vincere, ma questa volta hai fallito.
      La paura ha sconfitto la possibilità che tutto vada per il verso giusto. Vince l’altra faccia della medaglia: la certezza che tanto, prima o poi, morirai comunque.
      storia...

    • Mi svegliai presto, quella gelida mattina di dicembre.
      Sebbene le temperature si fossero abbassate molto nell’ultima settimana avevo intenzione di trascorrere le feste natalizie nella mia baita in montagna, insieme a mia moglie, Annie. Anche perché in casa c’era un odore infernale. Qualcosa che mi ricordava i vermi, i ratti e la nebbia.  Non volevo mangiare del delizioso tacchino ripieno, cucinato dalle piccole mani della mia amata, inalando quell’odore sgradevole.
      Io e Annie iniziammo, quella mattina, a riempire le nostre valigie di abiti pesanti. Andare in montagna con quel tempaccio non era di certo la migliore delle idee, ma se volevamo trascorrere un Natale piacevole bisognava guidare sei ore sotto la neve incessante. Non sarebbe stato un problema, in ogni caso. Non amavo l’alcool, al massimo fumavo qualche Pall Mall blu, anche se in auto non sarei riuscito a farlo. Annie mi rimproverava sempre quando ne accendevo una in sua presenza. Trovava sgradevole l’odore del fumo – e poi non sembrava reagire a quel tanfo infernale – e credeva che, se avessi continuato a fumare davanti a lei, sarebbe finita in ospedale con un cancro ai polmoni all’ultimo stadio. Si rifiutava anche di baciarmi, quando fumavo. E siccome non scopavamo ormai da diverso tempo – poco meno di un mese – decisi di trattenere l’astinenza da nicotina per quella vacanza. Il sesso sarebbe stato riparatore sia per la mia salute fisica e mentale, sia per il nostro rapporto di coppia che via via andava a disintegrarsi.
      Raccomandai a Annie di mettersi addosso qualcosa di pesante, ma lei non mi ascoltò. Disse che voleva essere carina per quella piccola vacanza e così s’infilò una gonna troppo corta che le copriva a malapena il sedere. Sapevo che saremmo stati solo io e lei, quindi non mi preoccupai e apprezzai il gesto, anche se mi ritrovai per le sei lunghe ore di viaggio fino alla baita in preda all’eccitazione. Il mio membro spingeva forte contro il cavallo dei pantaloni ogni volta  che portavo lo sguardo sui sedili posteriori, guardavo le sue lunghe e toniche gambe, quelle labbra pallide e quelle iridi azzurre come il mare d’inverno, scosse da onde alte e capaci di divorarti in pochi istanti.
      Annie dopo un’ora di viaggio, quando stavamo per imboccare l’autostrada, mi disse di volersi mettere nel bagagliaio. Io lo trovai insolito, ma l’aiutai a infilarsi lì dentro e ringraziai il fatto che, senza di lei, potevo concentrarmi solo sulla strada e meno sul cazzo che pulsava dentro ai jeans.

      Il viaggio fu stancante. Non amavo guidare a lungo e Annie si era rifiutata di fare un cambio. Io volevo portarmela a letto, quella notte, festeggiare bevendo champagne di sottomarca, l’unico che potevamo permetterci dopo aver speso anche troppi dollari per la benzina. Ricordai che, quando ero appena un ragazzino e non sulla soglia dei quarant’anni, mio padre la comprava a pochi centesimi. I prezzi con il tempo erano andati alle stelle e non potevi più fare il pieno e comprarti uno spuntino con il resto.
      Decisi comunque di risparmiare sullo champagne che tanto sarebbe rimasto quasi intatto – ne avremmo bevuto un sorso o due per festeggiare, nulla più – e di fare una sosta al supermercato per acquistare il cibo prima di arrivare alla baita.
      Domandai ad Annie se le andava di venire con me e ringraziai Dio per il suo rifiuto. Se fosse entrata lì avremmo perso anche troppe ore a vagare fra un reparto e l’altro e mi avrebbe fatto esaurire tutti i risparmi che avevo portato. In ogni caso acquistai anche una torta a basso prezzo, sperai riuscisse a farla felice. Magari quella sera l’avrebbe ripreso in bocca dopo tutto quel tempo, mesi in cui il sesso era diventato sbrigativo, veloce, si saltavano i preliminari ed era solo un susseguirsi di botte violente. Nient’altro. Tuttavia, finché riuscivo a svuotarmi le palle una volta ogni tanto, mi andava bene.

      Finalmente arrivammo alla baita. La grandine batteva con violenza sul vetro e avevo sentito il terrore crescermi dentro, quell’ultima mezz’ora, mentre toglievo il piede dall’acceleratore che per tutto il viaggio avevo tartassato, cercando di sbrigarmi e arrivare presto a casa. Questo perché prima arrivavo, prima avevo la possibilità di scopare. Anche se non andò esattamente così.
      Annie trovò molto carina la baita che i miei nonni mi avevano lasciato in eredità, alla morte. Non andai nemmeno al funerale, avevo il vizio di ridere davanti alle espressioni dei cadaveri aperti nelle bare. Qualcuno sorrideva, qualcuno no. Una volta vidi anche un morto arrabbiato, era il mio insegnante di matematica. Quando un uomo muore ha in faccia l’ultima espressione che aveva prima di spegnersi. Magari il signor Roberts era incazzato come una bestia con un suo alunno, prima che gli venisse un infarto. Comunque, non mi è mai fregato un cazzo di quell’uomo.
      Dicevo… Annie trovò molto carina la baita dei miei nonni morti. Si soffermò a guardarla a lungo, subito dopo che l’aiutai a scendere dal bagagliaio. Io le domandai se avesse viaggiato comoda e lei mi rispose che era stata una meraviglia, anche se le dolevano un po’ le gambe. Controllai abbassandomi, solo per spiare un po’ le mutandine che indossava sotto la gonna in pelle aderente, beandomi per un po’ di quella vista erotica e immaginando quello che avrei voluto farle, una volta entrato in casa.
      Cercai di controllare l’erezione che aveva ricominciato a premermi contro il cavallo dei pantaloni e spostai gli occhi sulla baita. Il tempo e la neve la stavano rovinando, il legno delle pareti esterne non era più lucido e levigato come al principio. La neve era raggruppata sul tetto, ricoprendolo in un bianco asfissiante e candido. Sul lato destro della casa c’erano due finestre parallele, le tende chiuse impedivano la visuale dell’interno. Fra le due c’era solo una lanterna spenta e che avremmo acceso di sera per illuminare l’esterno della casa.  Intorno, a lieve distanza, si susseguiva una staccionata bianca e coperta anche essa di neve. I vicini avevano decorato gli alberi intorno alle varie baite, rendendo l’ambiente accogliente e natalizio al punto giusto. Le decorazioni luccicavano sui pini bassi. Le luci delle case circostanti erano accese, segno che c’era qualcuno a festeggiare lì.
      Sperai che nessuno venisse a disturbarci, comunque. Volevo soltanto farmi una scopata e festeggiare il Natale in modo divertente, evitando stupidi giochi da tavolo e regali privi di valore.

      Entrammo in casa e iniziammo a dare una pulita alla baita. Cambiammo le lenzuola e le coperte del letto matrimoniale, spolverammo le varie camere, spazzammo il pavimento e alla fine l’ambiente fu più accogliente. Aprimmo le finestre, nonostante il freddo, per far cambiare aria e annullare quel tanfo di chiuso.
      Annie si lamentò a lungo. Disse di non essere arrivata fino a lì per pulire una casa che due giorni dopo avremmo lasciato per tornare alla solita vita acerba. Sbuffò quando, spolverando una mensola, si ruppe un’unghia e cadde sul pavimento con un suono sordo.
      Annie accese il televisore e scoprì che non c’era segnale. Estrasse lo smartphone dalla sua borsa glitterata e nemmeno lì c’era linea. Disse che se ci fosse stata una catastrofe per la neve saremmo morti sotto quintali di legno umido.
      Io risi, le dissi che sembrava l’inizio di un film horror, lei annuì e bofonchiò qualcosa che non riuscii a sentire.

      Dopo una doccia tiepida – avrei preferito l’acqua bollente, ma non avevo intenzione di aspettare troppo a lungo che iniziasse a essere più calda, quindi decisi di accontentarmi – mi vestii in modo casuale. Infilai i pantaloni di una pesante tuta e un maglione a righe verdi e blu. Non ero sicuramente un modello da riviste di moda per ragazzine, però mentre mi guardavo allo specchio mi sentivo un bell’uomo. Per l’età che avevo potevo vantare di avere ancora tutti i capelli in testa e nemmeno un pelo bianco nella barba. Non avevo la pancia da birra, però nemmeno gli addominali scolpiti. Forse per questo Annie, un anno prima, mi aveva tradito con il suo personal trainer. Lui li aveva quei quadrati sull’addome. L’importante era sapere che, alla fine, era tornata da me. L’amore non si annulla con una scopata non consentita. Anche io avevo pagato qualche puttana, negli anni, anche se lei non lo aveva mai scoperto. Ogni coppia ha i suoi problemi, in fondo, no?
      Felici di aver finito con le pulizie, io e Annie iniziammo a decorare un po’ la casa, per renderla più accogliente e natalizia. Avevamo portato uno scatolone di roba e un piccolo albero che situammo vicino al camino – che Annie si preoccupò di accendere con la legna trovata in cantina –, decorandolo rapidamente e con poca attenzione. A chi importava se la pallina blu stava in alto o sugli ultimi rami? Non a me, di certo. Io stavo solo aspettando che Annie si sfilasse davanti a me quell’abito troppo stretto, lasciando uscire fuori quei seni prosperosi che minacciavano di esplodere fuori dalla scollatura da un momento all’altro.
      Mi arresi all’idea che prima di cena non avremmo fatto un bel niente, nonostante avessi provato a darle uno schiaffo sul sedere – adorava quando lo facevo, un tempo – e avessi tentato di baciarla, di sedurla mordendole il collo e sfiorandolo con la lingua. Non si realizzarono i miei sogni, comunque, così infilammo il tacchino ripieno nel forno impostando i gradi a caso – Annie non era mai stata una buona cuoca, io nemmeno – e aspettammo con pazienza che la cena cuocesse.

      Passarono diverse ore dal nostro arrivo in quella casa quando iniziai a sentire quell’odore. Un tanfo maledettamente sgradevole e che mi ricordava tutto quello che di brutto c’era, nel mondo. Odiavo i vermi e quel maledetto puzzo mi ricordava larve striscianti che avrei voluto schiacciare con la suola degli stivali, mi ricordava cimici e grilli fastidiosi, termiti e blatte grandi quanto pugni umani.
      La televisione non funzionava, ma riuscimmo a far partire un vecchio giradischi e trovammo qualche vinile in cantina. Mi sentii fortunato nel trovarne uno che riproduceva canzoni natalizie. Il disco partì con Jingle bell rock e seguì con altri motivetti tipici del periodo. Nel frattempo, io e Annie chiacchieravamo del più e del meno, finché qualcuno non suonò alla porta.
      Quel rumore stridulo era arrivato nel momento peggiore, ero riuscito a infilare una mano sotto alla sua gonna e le avevo accarezzato l’inguine, stavo per raggiungerne l’intimità quando quel maledetto campanello mi riportò alla schifosa realtà.
      Sbuffando dissi a Annie di rimanere lì ferma e di non muoversi, le dissi che sarei tornato presto e che le avrei mostrato il paradiso. Le raccomandai di non chiudere le gambe, era uno spettacolo troppo bello per essere occultato. Lei non mi ascoltò e sbuffò quando mi sollevai da lì, segno che non avremmo concluso un bel niente, non prima di cena. Che palle, pensai, maledetta troia.

      Dall’altro lato della grossa porta in legno d’ebano vi trovai una donna sulla trentina, dai lunghi capelli biondi che scendevano sulle sue spalle e coprivano un seno che non passava inosservato. Le labbra carnose e tinte di rossetto rosso si piegarono in un sorriso amichevole. Uno di quelli che ti dice: “Vieni qui a prendermi, bel maschione”.
      Probabilmente lei non avrebbe detto nulla di tutto ciò, ma ci sperai comunque mentre mi appoggiavo allo stipite della porta e la squadravo, insistendo con le pupille sui seni coperti da un maglione azzurro.
      La donna si arricciò una ciocca intorno al dito e mi disse che sentiva un odore infernale che era arrivato fino alla sua abitazione, quella a fianco. Dissi che non sentivo nulla e che probabilmente era colpa della casa che era rimasta chiusa troppo a lungo. Lei annuì, disse che avevo sicuramente ragione, poi sbirciò dentro casa. Mi chiese se quella sul divano, di cui aveva visto solo qualche ciocca rossa appoggiata sul cuscino, fosse la mia ragazza. Annuii. Lei mi invitò a passare a trovarla a casa sua, insieme a Annie, disse che potevamo divertirci tutti e tre. Io sorrisi. Un’idea interessante, senz’altro, se quello che mi stava chiedendo corrispondeva alle mie fantasie. Dissi alla donna che non sapevo se Annie sarebbe stata d’accordo, ultimamente era un po’ frigida. Lei mi disse che poteva provare a chiederglielo, avvicinandosi al mio orecchio, mordicchiandone rapidamente il lobo. L’eccitazione già presente aumentò a dismisura, facendomi quasi male ristretta nei pantaloni. Dissi alla donna, che poco dopo si presentò con il nome di Karen, che se Annie non avesse accettato potevano divertirsi solo loro due. Karen rise sonoramente e gli prese la mano, conducendolo dentro casa sua in modo sensuale, raggiungendo il divano dove c’era Annie sdraiata.
      Karen spalancò gli occhi, indietreggiando e lasciando cadere la mia mano. Notai puro terrore sul suo viso, anche se non ne capii il motivo. Annie era sempre stata una bella donna. Aveva i capelli un po' arruffati, ma non era male.
      Balbettò qualcosa, poi cercò di scappare, ma la seguii, confuso, richiudendo la porta e girando la chiave nella serratura, infilandomela rapidamente in tasca. Fu l’istinto a dirmi che era la cosa giusta da fare. Lei iniziò a urlare frasi sconnesse, parlò di morte, di cadaveri, di tanfo schifoso. Sull’ultimo argomento aveva ragione, iniziavo a sentire di nuovo quel maledetto odore di morte.
      Le dissi che non era giusto, che non poteva provocare un uomo e poi fuggire via. Lei iniziò a piangere e io, stufo di quegli stupidi comportamenti infantili tipici delle donne, le tirai giù i pantaloni mentre lei si dimenava, la portai in camera da letto trascinandola per un braccio e la penetrai con forza. Finalmente riuscivo a svuotarmi quelle maledette palle e il culo sodo di Karen non era affatto male.
      Mi svuotai dentro di lei, gemendo con forza il suo nome, mentre Annie ci osservava, ferma sulla porta della camera. Le dissi di avvicinarsi, mentre Karen continuava a urlare cose che non comprendevo.
      Annie mi disse che lei non poteva conoscere il nostro segreto, mi disse che dovevo tagliarle la gola. Mi passò un coltello e le squarciai prima l’addorme, tagliando il tessuto di lana del suo maglione pesante e fermandomi ad osservare quei seni bianchi e sodi. Spostai il tessuto con le mani, mentre Karen urlava tanto da farmi venire il mal di testa e Annie si lamentava del fatto che ci stessi impiegando troppo tempo. Disse che dovevamo andarcene da lì. Io non ne capii il motivo ma iniziai a pugnalarle lo stomaco una, due, tre volte. Poi persi il conto, continuai anche quando le urla di Karen si erano spente, quando ero riuscito a cliccare il tasto giusto e a metterle il silenzioso, un po’ come si fa con i cellulari e le chiamate sgradevoli e incessanti.
      Lasciai Karen dormire e insieme a Annie aprii lo champagne, versandolo in due bicchieri che si macchiarono di sangue appena li toccai con le mani ricoperte di rosso. Mi guardai il maglione a righe e capii che non sarei più riuscito a lavarlo. Togliemmo il tacchino dal forno e iniziammo a mangiare, anche se non era ancora ora di cena.
      Annie aveva deciso che potevamo fare l’amore, ma quando me lo disse bussarono di nuovo alla porta. Sbuffando decisi di andare ad aprire, potevo trovare un’altra bella donna da scopare davanti a mia moglie, magari. Sarebbe stato divertente.
      Aprii e due uomini entrarono in casa, guardando prima me ricoperto di sangue, poi la mia Annie seduta a tavola. Capii solo quando uno di loro mi puntò una pistola addosso che erano sbirri, anche se potevo rendermene conto controllando la loro divisa.

      Mi portarono via e continuarono a farmi domande per ore. Io continuai a dire che dovevano smettere di dire che Annie era morta e io avevo tenuto il suo cadavere in via di putrefazione per tutto quel tempo. Dissi che erano degli idioti, stavamo quasi per fare sesso quella notte. I cadaveri non possono farlo.
      Mi dissero anche che Annie e Karen erano morte con un’espressione di puro terrore sul volto, mi dissero che ero un mostro schifoso.
      Beh, il professor Roberts era morto con un ghigno arrabbiato. Alla mia amata almeno era andata meglio.

    • Nel 1612 l'ordine degli Smignolati fondò ,in un paesino sperduto di campagna, il suo monastero. Con un nome del genere sapevano già che non sarebbero resistiti nella gara di chi si trova più vicino a Dio e perciò rimasero qui dove adesso scrivo. Solo per 80 anni , credo anche per colpa del loro imbarazzante fondatore, Il Beato Smignolo, riuscirono a tenersi stretto il monastero , finché nel 1692 la mia famiglia riuscì a ottenerlo tramite donazione diretta del piccolo paese.
      Per assoggettarsi i molti analfabeti e religiosi contadini delle vicinanze, il mio capostipite- si è perso il suo nome , ma lo si può dedurre, si ripetono da nonno a nipote da ormai 400 anni- creò e sparse per i dintorni un sacco di storie e leggende sia per il suo presente che per il mio futuro. La sua più famosa è ancor oggi raccontata da Simone, l'ubriacone con la fisarmonica che narra ai piccoli viticoltori come nel giorno seguente alla processione ,la quale anch'essa si ripete da 400 anni, egli, il Dimenticato, andò urlando per le strade di campagna che l'anno seguente sarebbe stato portatore d'una disgrazia immensa per la Primavera,per la Madonna e per gli Smignolati stessi. Fu Gesù in persona ad averglielo detto..subito dopo esser caduto in un fosso. Nessuno ,sopratutto per la spiegazione, gli credette e passate le quattro stagioni ritornò il 20 Marzo. In questo giorno di nuove vite si concede alla preziosa statua della Madonna 2 ore di camminata per far godere anche lei dei magnifici fiori che nello stesso giorno nascono e pure osservando se nelle case dei credenti agricoltori soggiornasse la Fede e la Pace (oggi giorno sembra quasi più la descrizione d'un cane poliziotto). Grande e terrificante fu lo stupore di tutti vedendo, al primo inchino di Maria fuori dalla chiesa ,cadere ,in avanzatissimo stato di decomposizione, una rondine dalla gonna della Madonna Smignolata. La miscredenza accompagnata da un intervento fulmineo del mio antenato convinsero tutti i contadini a perder fiducia per gli Smignolati e di quella poca credibilità che rimase se ne occuparono le veloci devastazioni e piccoli roghi che s'erano consumati nei vigneti degli assenti contadini durante la messa garantendo, per conseguenza, la chiaroveggenza del mio capostipite.
      I frati vennero cacciati e il monastero donato alla mia famiglia. D'altronde nessuno poteva capire , o solo pensare, come quella rondine fosse arrivata lì. Per un anno intero la Madonna rimane là ,sorvegliata ad occhio, rinchiusa dentro la chiesa. Ma a lui, il fautore, è bastato conoscere la soluzione di tutti, anche dei religiosi, per eludere l'antica paura della morte e riuscire così, vicino al frate che sognava di ber ancor altro vino , a nascondere l'uccello morto sotto alla sottana sacra e mentre tutti gremivano la chiesa nella messa pre-processione lui andava in giro a distruggere le primaverili coltivazioni. Nessuno avrebbe ,tra quei casti monaci, mai provato ad alzare la gonna ad una Donna , figuriamoci alla Madonna. Di certo, la “fortunata” Rondine avrà molto da raccontare alle altre sue simili nel paradiso degli uccelli.
      Quest'ultima parte non è però conosciuta e Simone racconta solo di come brutale è stata quella Primavera con tutte i suoi mal-avvenimenti... chissà quante di quelle sfortune non furono tranelli del Dimenticato.
       
      Di sfortuna e dolore siamo invece coperti noi adesso. Qui in questo monastero, ormai casa nostra da 320 anni, la gente continua ad arrivare e uscire, arrivare e uscire per portar gli ossequi alla famiglia e le condoglianze alla Nonna anziana di 92 anni per la perdita del figlio maggiore. Io sono solo un nipote, ho a malapena, da 15 giorni, raggiunto la maggior età e adesso , nel mezzo d'una notte buia, scrivo questa storia sulle scale affianco alla “stanza dei Morti”. Si racconta che in quelle quattro mura il Dimenticato si spense per poi 3 giorni dopo, quando tutti furono ormai passati per dare gli ultimi saluti, alzarsi di nuovo e proclamare a tutta gola:” Non è vero che la morte è il peggior di tutti i mali ma è il sollievo dei mortali che sono stanchi di soffrire” e morire ,di nuovo ,subito dopo. Da quel giorno tutti coloro, uomini e donne, che portano il nostro cognome vengono riposti per 3 giorni , a bara aperta, per vedere, per salutare e per sperare in poche ultime parole prima della messa finale.
      Se mi si presentasse l'occasione saprei già che dire :”Non è vero che la vita è il miglior di tutti i beni, c'è anche il sesso e se il sesso non è ultraterreno allora Lucifero è ormai Dio” anche se non so se riuscirei a dirla senza farmi prendere dal panico. Credo proprio d'esser l'esatto opposto del Dimenticato: ansioso e balbuziente in presenza di tanti, egoista nella coerenza e tedioso di tutto nei rapporti singolari, per non parlare della mia incapacità di dire le bugie e l'immensa paura che ho del sangue e dei morti...chissà se lui vorrebbe esser me quanto io vorrei esser lui...
      Proprio per quest'ultima paura non son ancor entrato nella gelida e silenziosa stanza quando è abitata dai morti, non ho il coraggio e questa è la terza notte. Oggi, a pomeriggio tardo d'una estate torrida, nella stanza rimanevano vivi solo i due fratelli minori e la sorella maggiore. Li sentivo ridere ,litigare, ricordare delle feste date all'insaputa dei genitori e singhiozzare. Con l'orecchio attaccato alla porta sentii la voce di mio zio dire :” Una volta dopo una grande bevuta e una cruenta rissa mi disse che tu eri il suo preferito, incassavi pugni come uno degno del cognome che portiamo disse , mi mollò un gancio dritto sulla mandibola e quando rivenni trovai 20 euro e un bigliettino con scritto “Per le lezioni di boxe, pagati te le altre” non riuscii mai a fargliela pagare... credo stesse dicendo la verità prima di quel pugno e che non fosse stata la rabbia o la sbronza... ti preferiva, ecco tutto”.
      Vidi uscire mio padre in lacrime, lacrime che scomparvero appena mi notò sulle scale, nonostante il dolore atroce e la tristezza infinita s'avvicinò , asciugandosi gli occhi con la manica e mi regalò una potente sberla :” Non si origliano i sentimenti degli altri , non è degno” e uscì. Non avevo mai visto mio padre piangere.
      Son adesso le 3:30 di notte, mancano 6 ore alla messa e sto ancora aspettando che rientri. Siedo sui gradini del grande e buio androne, illuminato soltanto dalla morente luce d'una candela che mi fa compagnia mentre scrivo la prima parte di queste storia. Rifletto ,guardando il ritratto del mio trisavolo aviatore in Libia ,sul buio e di quanto esso assomigli alla morte. Sarem fortunati noi se buio e morte fossero la stessa cosa. Penso a quando nella mia stanza ,abbracciato nell'intimo tepore del mio letto, vedo nell'infinita oscurità che mi avvolge contorni ,colori, immagini e storie che mai a occhi aperti potrei concepire. A volte mi spinge la voglia, quando dietro alla palpebre chiuse passa un bellissimo pensiero, di accendere di colpo il lume, prendere penna , carta e scrivere , scrivere, scrivere l'immaginabile ma d'improvviso ,dopo che tutto si è illuminato, dopo che è tornata la ragione, il pensiero è ormai fuggito. Se davvero la morte fosse così, allora non c'è da temere, dopo aver spento la luce , nel buio, c'è sempre un'altra storia ad aspettarti. Solo gli stupidi amano l'inizio e temono la fine.
      Sulle scale sento dei passi e da dietro l'angolo dell'androne vedo la mutevole luce d'una candela mal coperta da una mano che ha paura di scottarsi.
      -Chi è?
      -Clara
      -Menomale che sei tu , la candela stava finendo, mi sarei perso senza
      -Mhh
      Che ci fai sveglia?
      Non è difficile capirlo
      Papà non è ancora tornato
      Il mio non tornerà proprio
      Clara...smettila...
      Io entro, vieni con me
      Ma io...
      Sei mio cugino più grande. Devi venire con me. Per favore

      Ha ragione. Lei oggi è come una bambina viziata durante il suo compleanno, non gli si può negare nulla. In molti son venuti per vedere solo lei, cercar di condividere le emozioni del giorno con la bambina che sta crescendo tra il dolore perdendo una purezza infantile che non tornerà mai più. Alle prime risposte , la voce dimostrava debolezza, si sentiva, oltre che ai passi sulle scale gelide, dei pesanti e strozzati respiri. Più parlavamo, più scompariva questa breccia nel suo cuore. Mentre diceva “ devi venire con me” il tono sembrava quello d'un dittatore conscio del suo potere. Uno sguardo imperativo a cui non si poteva negare nulla. Son costretto ad alzare il culo e seguire un lume che porterà nient'altro se non tristezza e malinconia. Quanto vorrei rimanere nell'oscurità. La porta si spalanca scricchiolando, sembra quasi che la luce della candela non riesca a varcare il muro d'oscurità che ci si protrae davanti. E' più una speranza che un'osservazione. Lei entra e io la seguo. Noto, anzi, sento come prima cosa, nonostante sia estate fuori dalla casa, il freddo polare che vige nella stanza, poi il rumore gracchiante e ovattato d'un condizionatore lontano, come se fosse coperto da qualcosa...
      E' la prima volta che entri vero?
      Sì, quando ci sono loro
      Grazie per esser venuto
      Non ho avuto scelta Dux
      Dux?
      Ah non fa niente
      E' piccolina, non credo l'abbia capita
      Lui invece mi faceva sempre entrare, ti invidio per questo
      E come erano?
      Beh il nonno , sua sorella e lui.... vuoi davvero scoprirlo? Basta accendere la luce
      Nono, non son tifoso di quelli che leggono nelle palle di vetro il futuro
      Intendi la lampadina?
      No, la palla di biliardo in testa a cui tutti i maschi di sta famiglia son condannati
      Sei uno scemo
      Grazie. Puoi uccidere la candela?
      Perché?
      Voglio vederci chiaro
      Che risposte del cazzo che dai sempre...va bene
      Odo nel silenzio tombale della stanza due dita che ricordo minute alzarsi, avvicinarsi alla bocca, bagnarsi con la lingua e spegnere la fiamma che s fregola, sembrava volesse urlare.
      -Grazie
      -...
      Nel buio e nel silenzio , circondati dai nostri stessi pensieri ricordo delle botte che le infliggevo da piccolo e cerco di mettere tutti i sensi di colpa , tutta la forza di quei soprusi nella stretta di spalle che presto si trasforma in un abbraccio, spero soffocante. Voglio farle capire che in mezzo a quel nulla di tangibile ci sono io per lei. Io e solo io. Pensieri egoisti anche in questo momento. La sento piangere sulla mia giacca nera.
      Pregheresti con me?
      Io in verità...
      Non ho mai creduto a Dio, preferisco come cantastorie Simone a quel vomitevole vecchiaccio del Don. Non voglio piegarmi alle sue esigenza come pochi minuti fa
      -Preghiamo
      -Ma a cosa servirà? Ci credi davvero?
      Prima che succedesse non del tutto... neanche adesso davvero... ma voglio crederci... per lui... per rivederlo
      L'egoismo della Tristezza, penso. Suona bene come titolo. Insulti nella mia testa per lei, per me
      -...
      -...
      Quando finirà tutto questo, quando smetterò d'essere così triste?

      Quante lacrime nelle sue parole. Posso solo immaginare quel volto distrutto da fiumi e fiumi d'acqua salata. A malapena capisco quello che vuol dire. E io non so cosa voglio rispondere. Non voglio divenire la spalla d'un Egoismo, se pur della Tristezza, che non riesco a sopportare. La scelta è così semplice: o odiar me stesso assecondando con dolci parole rincuoranti il suo animo distrutto o farmi odiar rimanendo coe...
      -Smetterò mai di pianger?
      - Mai Clarettina. Non smetterai mai
      -...-
      In un attimo tutto è abbagliante. Barcollante sulla porta ci sta mio padre. La camicia a inizio giornata era nera lutto, ora è divisa tra il rosso sangue di chissà chi e il marrone fango d'un fosso chissà dove. Nei pantaloni ad altezza ginocchio c'è uno squarcio gigantesco. E' ubriachissimo. Lui non ha occhi altro che per il fratello, io per lui. La guancia destra è attraversata da una lacrima che porta via con se il fango secco del fosso.
      In due passi, che sembrano piroette mal riuscite, s'avvicina al centro della stanza mentre io ancor mi trovo in uno stato di paresi.
      Padre
      PERCHE'??! PERCHE' TE NE SEI DOVUTO ANDARTENE PROPRIO COSI'?!!
      Papà..
      E spostati tu
       
      E' una spinta di mio padre che mi rende conscio, con un intero giro su me stesso, delle condizioni nostre quando moriamo. Ormai qualsiasi paura è stata battuta dall'infinita curiosità umana. In un attimo lentissimo mi rialzo scorgendo angolo per angolo il volto della morte. L'equilibro sembra già andarsene. Sento le lacrime di Clara iniziare di nuovo a scorrere. Ma davvero diventiamo così? Finiamo sul serio come manichini vestiti? Che cos'è quel giallume sulla bocca? Perché la pancia è così gonfia? Le labbra ,un giorno così rosse, divengono davvero così grigiastre? Finiamo sul serio come manichini vestiti? Chi l'ha vestito così? O ci è morto con la cravatta? Papà cede sulle proprie gambe e iniziano i singhiozzi, credo non voglia piangermi di nuovo davanti, ma non c'è bisogno, sto già per svenire..Non so cosa fare...tutto gira all'impazzata e una moltitudine di puntini m'offuscano la vista. Come fa a non esser questo il peggiore di tutti i mali? Io ai manichini ,nei negozi, toccavo sempre il culo. Anch'io finirò così. I rumori s'ovattarono e caddi per terra svenuto.
       
       
      Rinvenni che erano le 11 e trenta . La testa sembrava scoppiare da un momento all'altro e nella bocca sentivo sapore di ferro. Nell'immenso corridoio a elle che separa le stanze dalle scale , davanti a una teca di vetro contenente una copia della statua della Madonna, trovai mio padre. Ieri sera era laudo nel parlare, adesso lo era nel ronfare e la Madonna dallo sguardo rimrpoveratore sembrava pronta in qualsiasi instante a muoversi e sculacciarlo come si fa con i bambini. Dall'orologio da polso capii perché la casa era vuota . La messa era passata e forse la tomba già chiusa. Corsi fin alla chiesa subendo ad ogni passo una martellata nel cervello per non trovar altro che silenzio e inquietudine. Nessuno vi era più e io vagavo , insieme all'eco dei miei passi, nel tempio abbandonato. Riflettevo sulle lacrime che cadevano poche ore fa. Quanto avrei voluto starti vicino Clara, chissà chi ha avuto il coraggio d'abbracciarti. Stavo seduto sulla prima panca davanti all'altare e guardando per terra cercavo passi bagnati dal dolore. Le lacrime sul pavimento marmoreo luccicavano attraversate dalle luci che penetravano dai vetri gotici e policromi della chiesa. I pensieri nella mente si facevano più quieti. Il silenzio del sacro mi annichiliva. Io invece che morte vorrei? Vorrei davvero esser salutato qua dai miei amici d'una vita? O preferirei esser il vagabondo dimenticato da tutti? Dicono la verità quei vecchi del bar quando urlano che il tempo migliore della vita mi sta scorrendo tra le mani?
      Continuare così, camminando spensierato tra sentieri di campagne di questa terra che m'ha visto crescere vuol sol significare la paura.
      M'immagino già il funerale: io che tra vent'anni - non son un gran ottimista questo lo avete capito- mi stendo immobile in un cassa di legno passando avanti a Simone in lacrime, incapace di raccontarmi un'altra storia, a mio padre attaccato alla bottiglia e a Clara che per tutto il tempo ha cercato un uomo che riuscisse a stringerla come il padre mentre di fianco a lei uno smidollato ,più impaurito delle donne che della morte , cerca di abbordarla durante il mio funerale. Questa non è la vita che voglio , questa non è la morte che voglio. Perché rimango qua quando al di fuori di questa chiesa , al di fuori dei campi che conosco c'è un mondo che gira e che non vuol essere altro girato da me, dalla gioventù?
      Il dubbio mi si schiarisce solo dopo aver osservato quel Cristo in plastica che pende dal soffitto. Scommetto anche che non è neppure riciclabile. Tu derivato dalla benzina , tu portatore di ideali corrotti, tu mandi in rovina il mondo. Tutti dicono che tu sei qua per noi, ma io per chi sono qua?
      Per la mia amata Clara? Lei sa già di non aver bisogno di me. Per mio padre? Quello stronzo mi porterà con sé nella tomba se continuo a stargli attaccato. Nessuno qua è per me ed io altrettanto per gl'altri. Neanche Gesù è qui per me.
      Chi ti fa stare qua con noi sfigati?
      ….
      Sei morto solo per farci sentire inferiori
      ….
      Perché non rispondi?!
      Sto impazzendo. Sento il corteo che in lontananza s'avvicina. Tutti si disperderanno davanti alla chiesa. Quando il Don scioglierà le catene tutti torneranno alla loro vita singolare con un uomo in meno nelle vicinanze. Che la botta in testa mi abbia compromesso? Perché quel manichino di vesta stracciate ci guarda così? Dio se ti odio, hai fatto col tuo “Grande Piano” piangere Clara. Dio quanto posso odiarti lo sai solo tu. Il corteo sembra esser qua davanti e io son ancora nella chiesa fredda e silenziosa. Una brezza grigiastra esce col mio fiato e il fuoco della rabbia mi si riaccende dentro.
      Non c'è nessun sasso per terra, tutto è così schifosamente pulito. Mi tolgo la scarpa e un ultimo eterno riposo viene dettato dalla maestra del gregge lì fuori.
      Vaffanculo Cristo!
      I lacci svolazzanti lo mancano di poco e lui rimane sofferente appeso al soffitto
      Da dietro alle tende che precludono la vista del mondo esterno sento:” Amen, andate in pace” e per non farmi trovare senza di una scarpa in mezzo alla chiesa mi siedo di scatto sulla panchina più vicina mentre per riflesso le mani mi si intrecciano. Non voglio pregare, son solo più comodo. Entra solo il Don collo sguardo abbassato sospirando un ultimo Te Deum come se dovesse lui sentirsi lui più affranto di tutti. Mi nota e io ricambio con uno sguardo diffidente della santa considerazione che ha di se stesso
      Le mie più sentite condoglianze, è ora in un posto migliore
      Vaffanculo Don
      Probabilmente ha pensato che fosse rabbia per la perdita, ma non lo è. E' rabbia verso di lui e la sue vesta adornate di gioielli quando sopra di noi ci son solo stracci che coprono gl'addominali del Cristo. Sta di fatto che non si smosse e proseguì senza dir null'altro. Il piede scalzo sta pian piano congelandosi ma non per molto. Il don sta sistemando l'altare e appena lo vedo inchinarsi davanti alla statua della Madonna giuro su me stesso che ci metterò un'altra carcassa. Vediamo se hai il coraggio di veder cosa c'è sotto alle mutande d'una donna ,stronzo. Voglio lanciargli la scarpa e urlargli contro “Scagli la prima scarpa colui che è senza risposte”. Sembra un'idea così geniale e simbolica. Il non raggiungimento di Gesù e l'assalto contro ciò che è più vicino, la realtà. Il nodo sta ormai per sciogliersi quando vedo le tende dell'immensa entrata muoversi mentre raggi di luce gialla penetrano nella chiesa silenziosa. E' Clara.
      Hei
      Hei
      Come ti senti?
      Che importa? Tu invece?
      Non è difficile capirlo, al cimitero ti ho pensato
      Per cosa?
      Hai presente il tuo quaderno dove annoti tutti i momenti di “piccola bellezza?
      Certo
      Sulle tombe c'erano i contratti d'affitto scaduti!
      Risi. Ha ragione, l'avrei scritto subito. Il contrario. L'affitto del vivo. Lo sfratto del morto. Gli hotel a più stelle son i cimiteri, penso. Chissà come deve esser il servizio in camera.
      Di certo quelle son le case più durature
      Posso sedermi?
      Certo, vieni
      ….
      Non son qua per pregare
      Io sì
      Un altro eterno riposo...
      Perché sei senza una scarpa?
      Te l'ho detto che non son venuto qua per pregare
      Cioè?
      Non ho raggiunto Gesù, adesso puntavo al Don
      Ti ho fermato io?


      ….
      Scusa per ieri sera, anche da parte di mio padre
      Non preoccuparti, avevo paura di perdere anche te
      Ehi Clara
      Dimmi
      Andiamocene
      Cosa ?
      Scappiamo, lontano dai Don, dai Gesù, dai padri ubriachi, dai morti , andiamocene
      NO
      Ma come? Come fai ad esser così sicura?
      Ci ho pensato anch'io non dubitare, mollare tutto mentre la tomba viene interrata, eccome se ci ho pensato
      E perc...
      Perché devo rimanere vicino a lui,a voi. Alla fine loro, tutti loro, pure te, mi son stati vicini... adesso devo ricambiare il favore
      Nessuno ti deve nulla Clara e te altrettanto, neanche a tuo pad..
      Certo che gli devo qualcosa! Io gli devo tutto!
      IL suo bellissimo viso era rimasto fino ad adesso abbassato e pensieroso, il dolore comandava. Volevo abbracciarla ma ora , dopo aver nominato suo padre gli occhi si accesero d'una rabbia mai visto fino ad adesso. Sembrava quasi quell'energumeno che tanto rimpiange.
       
      Ma pensaci , ormai son tutti andati, dopo il corteo non è rimasto più nessuno. E' solo simbologia e tradizione
      Ma mi hanno aiutato. E così anche te ieri
      Io mi son sentito solo di troppo
      E' questo il tuo problema . Non sei mai abbastanza per un posto. Ieri mi hai detto la verità. Nessuno avrebbe mai avuto il coraggio di dirmelo. Tu sei l'unico, non andare
      Devo Clara. Devo. Gesù, il Don, mio padre il tuo..
      Il mio?

      E cosa centra?
      Lo credevo uno scemo ecco cosa centra. Io voglio scappare dagli scemi e dalla morte. Lui ora è uno scemo morto!
       
      Sapevo di aver esagerato. In fondo oggi era come il suo compleanno, tutti dovevamo portarle felicità e regali. Io avevo cagato nel suo castello gonfiabile. Provai ad alzare lo sguardo e sussurrare uno scusa ma non riuscii neanche a guardarla negli occhi che una sberla mi si stampò sulla guancia. L'eco risuonò laudo in tutta la chiesa e mentre il mio viso stava girato per il colpo vidi entrare, dall'unico spiraglio delle rosse e grandi tende, una rondine . Al Don per lo spavento cascò la Bibbia che stava riponendo nello scaffale. Il suo sguardo ebbe tre diverse espressioni : spaventato per il forte e improvviso rumore, arrabbiato verso di noi profani, impaurito per aver fatto cadere il libro che lo avrebbe dovuto salvare. Ripetitivo ,costante e doloroso era il ritmo della pelle rossa sulla guancia. Io guardavo l'uccello che Clara non notò mai. La rabbia dominava il suo viso. Il mio sembrava aver appena visto una visione, uno spettro. Girava e girava per i tetti cinguettante, sembrava indecisa. Mentre il Don raccoglieva il libro sacro e la tristezza tornava a regnare dentro di Clara lo stupore e la venerazione verso la rondine aumentavano sempre più.
      Si posò sulla statua della Madonna, sul gioiello più elevato della sua corona, in testa a lei. Il sole uscii da dietro una nuvola, illuminando di colpo la chiesa . Guardò noi due seduti. Clara già singhiozzante e con lo sguardo abbassato. Io colla mano sulla guancia e a bocca aperta la osservavo incredulo. Cinguettò e volò via. Il mio Dio , la mia storia fatta vivente era appena andata via e nessuna la vide. Non so quale fede inebriò l'animo mio .M'inginocchia davanti alla Madonna e intonai un Padre nostro. Per mio zio, per Clara e per il me che in quel momento incontrò la propria fine.
       
       
      p.s da me pseudo-scrittore: confido di sentirmi in colpa. Ogni volta che inserisco un nuovo racconto è il desiderio di  gloria che mi spinge a schiacciare quel pulsante d'invio. Lo sfogo che ci lega alla penna che ci salva e distrugge si è riversato nel momento della composizione. La pubblicazione di letteratura non è nient'altro che il grande  e immutabile desiderio umano di fama eterna, ma con stile. E di questo stile dovete esserne voi stronzi i giudici.

    • In biblioteca, ogni giorno, viene un ex-tossico.
      Uno di quelli particolari, tutto il suo guardaroba si fonda su completi in tinta d’anni 70/80, scarpe con borchie, spille di tutte le band rock del tempo, bracciali da qualsiasi concerto, una faccia consumata da droghe d’ogni genere e il tutto accompagnato da una chioma femminile ingrigita del tempo.
      La sua routine si ripete sempre: arriva, scrocca un caffè ,prende tre libri a caso e in quindici minuti se ne va.
      Oggi, per la prima volta, si è seduto casualmente di fianco a me e che triste gioia è stata scoprire il suo segreto.
      Di quei tre libri che prende ne sfoglia solo la prima pagina , quelle delle firme dei bibliotecari, dove , di tanto in tanto , un nome viene sempre accarezzato con una mano debole e tremolante.
      La firma fa così:
       
       
      ERICA BECCARIA
       
       
       
       
      Come potevo non assuefarmi di quella tristezza? Decisi e indagai.
      Solo Giorgio Sergini ,il più vecchio tra i bibliotecari la conosceva.
      Reduce da Woodstock Erica Beccaria volle affievolire i bollenti spiriti tra le pagine dei libri “gli unici capaci di fermarmi” come lei era solita dire,nel ‘78 poi si innamorò di un uomo, a sua sfortuna , non pacifico quanto lei. Neanche la violenza di lui riuscì a fermarla ad amare.
      Nel 79 arrivò il peggio. In una sera d’estate venne fin qui in biblioteca e prendendola per i capelli la scaraventò in macchina – a questo punto Sergini perse una lacrima- due ore dopo venne ritrovato morto, nella sua Giulietta, sul letto di un fosso ,senza di lei. Neanche la legge riuscì a fermarla.
      Non si sentii più nulla di Erica, molti dissero che fosse scappata a piedi fin in Svizzera con il suo amato Baudelaire, altri, si dice, la videro in biblioteca a ora inoltrata ,ferma, in mezzo ai romanzi gialli.
      Si sa solo che il bibliotecario la aspetta ogni giorno sin dal ‘79.
       
      Ma allora chi è l’ex-tossico? La ragione delle violenze, un fratello o solo un amico?
      Il giorno dopo gli offrì il caffè .
      Ho sempre odiato le bevande poco zuccherate, mi fan sempre pensare all’amarezza della vita e mentre alzavo al livello desiderato mollai la bomba: “ Chi era Erica Beccaria?”.
       
      Chissà forse aspettava questo momento da molto, forse non da me , ma allungandosi mi prese la mano , tirò fuori un tratto-pen e scrisse : 179.71 145.32. Dopo se ne andò rompendo per la prima volta la sua routine, lasciandomi come uno stupido con due caffè in mano e nessuno con cui berlo.
       
       
       
      Mentre cercavo i due libri decisi che non li avrei aperti se non con Giorgio , mi proibii anche di guardare il titolo e a mio stupore uno si trovava nella letteratura francese l’altro nella sezione di medicina . All’ora di chiusura andai da lui e dissi :” Qua c’è Erica” .
       
       
       
      Les Fleurs du mal, Charles Baudelaire 179.71
      Prima pagina :
       
       
       
       
       
      “Giorgio perdonami, non potrò più venire a lavoro. Ho provato ad amarlo Giorgio, ci ho provato davvero ma con l’illusione di far sbocciare un uomo nuovo ho dato vita a una relazione morbosa. Non posso far si che uno talmente stupido mi comandi così ma finché la vita scorrerà in quel mostro io non sarò capace di vivere a modo mio.
      Avevi ragione su di lui Giorgio perdonami se non ti ho ascoltato , perdonami.
       
      Ti ricordi quel bacio? O almeno, quel tentato bacio, quel stupidamente rifiutato bacio, potessi tornare indietro non ci sarebbe nulla in grado di fermarmi da dartelo io stessa, neanche i libri ci riuscirebbero.
      Invece eccomi qua a scriverti attraverso quello che ci ha legati, ti sto guardando mentre scrivo e una lacrima macchia questa prima pagina.
      Stasera Giorgio, lui morirà e se tutto va come ho programmato allora potremmo rivederci in condizioni diverse, in abiti diversi…
      Se ma leggerai questo e se il piano è andato come doveva allora vai e cercami , trovami e prova ad amarmi. Ti amo .”
       
       
      Il mito del cambiamento di sesso , Walt Heyer 145.32
      Prima pagina:
       
       
      “Aspetterò ogni giorno ,davanti alla biblioteca, all’orario di chiusura sperando che tu legga questi libri. O Giorgio, le barriere sessuali non mi fermeranno ma la vecchiaia sì, ti aspetto.”
       
       
       
       
       
      P.s da me pseudo-scrittore: Questo è il primo racconto che io abbia mai scritto. Adesso ho 20 anni e al tempo ne avevo 17. Rileggerlo è stata la migliore delle commedie, mi ha fatto pure più ridere dei tweet di Salvini

    • Londra, Inghilterra
      Era una splendida giornata di primavera, mentre Amanda si stava godendo la vista al London Eye e stava componendo il suo fucile da cecchino. Il suo bersaglio era una spia russa che, in teoria, doveva dare informazioni segrete all'America per avere uno sconto di pena, ma poi era fuggita. Messo il silenziatore, attese il momento giusto e presa la mira fu tutto molto veloce. L'uomo a terra, il suo interlocutore che si guardava intorno e il giro della ruota terminava, nel  momento esatto che il secondo bersaglio passava davanti a lei. Questo notandola inciampò e cadde con la faccia a terra. Con l'intenzione di "aiutarlo" lo portò ad una macchina l'attendeva alla fine della strada. Lasciato il pacchetto a chi di dovere, pensava già come passare il resto della giornata in quella splendida città. Camminando per i quartieri di Londra, una delle cabine telefoniche iniziò a squillare.
      "Pronto."
      "Codice prego."
      "1579. Rio."
      "Il bersaglio? "
      "Abbattuto."
      "Bene agente Bloom. Si faccia trovare al punto di raccolta. Manderemo qualcuno a riprenderla."
      Riagganciò e si diresse a Hyde Park, aspettando la solita auto nera lucida con i finestrini oscurati, che l'avrebbe portata all'aeroporto e poi al centro di comando. La vita da spia era si entusiasmante, ma anche monotona per quello che faceva lei. Uccidevi il bersaglio, lo riferivi e poi a casa. Visitava poco le città dove la mandavano, sarà anche che era talmente brava a scovare questi traditori, che era normale che un giorno potesse tornare a casa. Stranamente oggi invece del solito gruppo di uomini in nero, apparve una biondina che iniziò ad urlare dal finestrino.
      "Ehy. Ehy! Si tu rossa. Forza andiamo sennò troveremo traffico."
      "Sei nuova per caso?" Chi avevano mandato?
      "Ciao mi chiamo Jennifer Lee. Ma puoi chiamarmi Jen. Farò parte della tua squadra, sono un hacker. Piacere."
      "Piacere Amanda. Non ti hanno insegnato a tenere un profilo basso?"
      "Aspetta sei quella Amanda? La risolutrice? QUELLA Amanda."
      Bene una fan. "Si esatto sono io. E ora vorrei tornare a casa se non ti spiace."
      "Subito."
      Il viaggio fu un vero interrogatorio. Sapeva che ormai doveva accettare di dover avere una squadra, ma perché proprio una chiacchierona le doveva capitare? Senza farsi vedere da lei, lesse il suo fascicolo. Veniva dell'Ohio, famiglia ordinaria, laureata con i massimi voti al MIT. Un piccolo genio quindi, peccato che si rovinava parlando troppo. Neanche sul jet privato dell'agenzia riuscì a riposare grazie alle chiacchiere di Jen. Se avesse saputo che avrebbero mandato una persona così avrebbe preso un sonnifero che l'avrebbe aiutata a reggere questo strazio.  Arrivate a destinazione, c'era la famosa auto nera con i finestrini oscurati guidata da Frank, ormai suo autista personale, che per fortuna parlava poco.
      "Signorina Bloom è sempre un piacere."
      "Anche per me Frank. Lei è la signoria Lee. Mia nuova collega."
      "Salve mi chiami semplicemente Jen."
      "Bene signorine, tenetevi forte."
      Amava New York, con tutte quelle luci e quel caos quotidiano. Più di tutto amava il suo appartamento che dava su Central Park, dove passava le domeniche a correre o a leggere su una coperta sotto un albero. Così da sentirsi una persona normale. Arrivate all'Empire State Building salirono all'ultimo piano, dove la stava aspettando il loro capo. Uscita dall'ascensore percorse il lungo corridoio, dove era presente una sola porta. Dopo aver bussato ed ottenuto un "avanti" oltrepassò la porta. Era un classico ufficio fatto di vetro. Tre enormi vetrate davano sull'East River e di notte i palazzi tutti illuminati erano un vero spettacolo. Una scrivania al centro, sopra un tappeto nero, con due sedie bianche davanti dove Amanda si accomodò. Bruce era il direttore di quella organizzazione, istituita dalla CIA, da quando lei ne era entrata a far parte dieci anni fa. A quanto si diceva si era preso un proiettile indirizzato al presidente. Era sulla cinquantina, con un taglio militare di capelli neri con delle noti grigie sui lati, vestito con un completo classico blu, che si intonava perfettamente hai suoi occhi di ghiaccio, da cui non traspariva mai alcuna emozione. Ormai lo considerava quasi un padre.
      "Mia cara Amanda, come sempre il tuo nome è una garanzia. Prima di andare, dovremmo parlare della tua nuova squadra. Questi sono i loro fascicoli, leggili e quando hai preparato una tua valutazione fammi sapere."
      "Alla prossima missione."
      Prese i fascicoli dalla scrivania e facendo la strada a ritroso, notò Frank ad attenderla fuori dalle porte girevoli. Mentre viaggiavano tra le strade trafficate di New York, vedeva le persone correre per motivi a lei ignoti, ma avrebbe voluto anche lei una vita meno pericolosa. Ogni tanto in serate come quelle, di ritorno da una missione avrebbe desiderato che qualcuno l'attendesse a casa. Il suo lavoro in fondo aveva anche dei vantaggi, era riuscita a trovare i suoi genitori biologi. Lei dopo essere uscita dalla tossicodipendenza si era ripulita e ora vendeva case e abitava in una villa. Lui, invece era in galera per spaccio e omicidio. Non erano dei veri genitori, aveva ringraziato più volte la sua fortuna. Sentì la macchina fermarsi e guardando fuori si accorse di essere arrivata a destinazione. Guardando il parco illuminato pensò di farsi una passeggiata, tanto non la stava aspettando nessuno. Mentre passeggiava guardò una coppia su una delle panchine, ridevano spensierati e si guardavano con quello sguardo d'amore giovanile. Ripensò alla sua di giovinezza, passata tra arti marziali, lezioni di lingue straniere e tattiche di spionaggio. Era davvero stata fortunata ad essere stata trovata dalla CIA? Era fortuna dover passare il resto dei suoi giorni da sola? Con questi pensieri malinconici fece dietrofront e tornò sotto il suo palazzo. George, il portiere notturno, dopo un goffo inchino per la sua età accompagnato da un sorriso, le aprì la porta ringraziandolo.

      L'appartamento al tredicesimo piano di Amanda, era molto modesto e poco arredato. La prima cosa che fece fu di aprire le tende in modo di avere ancora quella vista verde e con qualche luce qua e là che amava tanto. Tirò fuori dalla borsa i fascicoli della sua nuova squadra e vedendoli pensò che avrebbe avuto più aiuto da un bel bicchiere di vino bianco. La cucina era altrettanto modesta, con gli unici elettrodomestici un frullatore, un microonde e una macchinetta per il caffè. Aprendo la dispensa, prese un pacco di patatine e con il bicchiere di vino torno in salone. Accese l'abat jour e iniziò a studiare.
      Sentiva il telefono squillare, ma l'unica cosa che mise a fuoco fu la bottiglia di vino che aveva finito quella notte. Una volta riuscita a tornare nel mondo reale, Amanda riuscì ad individuare il telefono e rispondere.
      "Confermare identità."
      "1579. Rio."

      "Abbiamo una nuova missione da proporle. Accetta?"

      "Accetto."
       
       

    • Era una giornata fredda di gennaio, anche se c'era un bel sole dovevi coprirti lo stesso per via del vento che tirava. Come ogni giorno mi dirigevo in ufficio camminando lungo il viale, pieno di alberi spogli, dove avevo appena parcheggiato la macchina pensando a cosa avrei avuto da fare in ufficio. Stilavo liste mentali intere di priorità lavorative. Non lavoravo in un grande ufficio, eravamo si e no dieci impiegati, ognuno nel suo settore specifico.
      Grandview, era la classica cittadina dove si conoscevano tutti e tutti paradossalmente andavano d'accordo. Era anche una cittadina di cui ti potevi innamorare appena ci mettevi piede. Per me fu così.
      Ero rimasta sola dopo che il mio fidanzato mi aveva lasciato e si era portato dalla sua parte chi credevo mio amico. Quindi con una relazione fallita e una vita sociale a pezzi, scappai da quella che doveva essere la mia nuova realtà e mi rifugiai nella prima città ospitale che incontrai nel mio viaggio. Quel giorno, dopo essere uscita dall'autostrada mi fermai in un bar, dove entrando si poteva sentire benissimo l'aroma del caffè appena pronto e un profumo di dolci appena sfornati. Era ed è ancora oggi così il bar di Wendy, la vecchia proprietaria del locale e prima persona che incontrai quel giorno di due anni fa. Trovando posto libero al bancone ordinai solo un cappuccino, la sessantenne barista nonché Wendy, mi scrutava dietro i suoi occhiali retro tipici delle cameriere dei dinner anni '80. Avuto il mio caffè ed altre svariate occhiate, alla fine mi aprii con lei. Da lì feci la mia prima conoscenza. Nei giorni successivi al mio arrivo fu grazie a lei che trovai un lavoro e una casa. Così da spostare le mie cose e lasciare per sempre la mia vecchia vita. Per quanto riguardava il lavoro ero riuscita a trovarne uno uguale al precedente. Mi occupavo della gestione dei conti di diverse aziende vicine alla cittadina.
      Posso dire che dopo due anni, per via delle mie esperienze, non mi ero fatta molte amicizie. A parte Wendy che incontravo regolarmente al bar tutte le mattine, in ufficio evitavo per la maggiore quei pochi contanti che le persone provavano a darmi. Anche sul fronte sentimentale ci ho messo una pietra sopra per darmi la possibilità di ricucire il mio cuore spezzato.
      Tornando ad oggi, sono arrivata davanti al portone d'ingresso al palazzo del mio ufficio. Non è un palazzo particolarmente alto, ha sei piani, ognuno dei quali strutturato per diverse categorie di lavoro. Il mio piano era il terzo, dove svolgevamo la contabilità. Il quinto e il sesto piano a quanto avevo sentito dire, erano tendenzialmente per il presidente e il consiglio e la sala riunioni. Come routine mattutina ci rechiamo tutti nella sala delle riunioni per aggiornarci sui progressi effettuati. Lascio il mio cappotto alla sedia della scrivania e mi dirigo al quinto piano. La sala riunioni è la seconda porta sulla sinistra usciti dall'ascensore, ed è più grande di quello che dovrebbe essere per un azienda così modesta. Dietro alla sedia del presidente si trova uno schermo per il proiettore situato al centro della sala attaccato al soffitto.
      Dopo un aggiornamento veloce, ognuno torna alla propria postazione e così inizia la mia giornata fatta di monotonie. All'ora di pranzo vado sul terrazzo coperto, aperto da qualche mese, così da permettere a chi vice più distante di non perdere tempo a tornare a casa per mangiare. Il mio motivo invece, era perchè amavo il paesaggio che si poteva vedere da lì. Metà Granview era visibile da qual punto oltre che al parco al centro della città. Mentre mangiavo la mia attenzione venne catturata da delle colleghe che parlavano poco distante da me.
      - Hai sentito della festa nel fine settimana?
      - Si. Ho anche sentito che quasi tutto l'ufficio ci andrà.
      Io per esempio non ne sapevo niente, ma era prevedibile dato che ero considerata un eremita da tutti. Mi ero alzata dal tavolino dove ero seduta e mi vado a scontrare con un volto a me sconosciuto.
      - Scusa stai bene?
      - Si scusa tu ero sovrappensiero.
      - Sai sono mesi che vorrei parlarti, ma non mi hai mai guardato. Io sono Clarice. Tu come ti chiami?
      Era incredibile. Qualcuno voleva conoscermi. Vedendo che non stavo più rispondendo, mi tocco energicamente la spalla per farmi in qualche modo rinsavire.
      - Ehm... Si. Io sono Layla. Il piacere è mio.
      - Sai lavoriamo vicine di scrivania, ma credo che non ci hai mai fatto caso. Comunque ti andrebbe di venire con noi del reparto alla festa che fanno questo fine settimana?
      - C-certo mi piacerebbe.
      - Bene! Anzi grandioso. Ci accordiamo per tutto prima della festa. Ci vediamo dentro.
      Rimasi per un attimo a fissare il vuoto. Non ricordavo minimamente com'era avere una vita sociale, amici con cui uscire a divertirsi o anche solo ridere. Al centro del petto sentivo un calore così nuovo e bello che non ci credevo. Le persone accanto a me mi guardavano come se avessero visto un alieno scendere dalla sua astronave. Dopo Clarice qualcun'altro quel giorno cercò di avvicinami. Per tutta la durata del mio turno, le ragazze e i ragazzi del piano venivano a chiedermi consigli e suggerimenti per completare al meglio il proprio lavoro.
      Arrivata sera spensi il computer, misi il cappotto e con la borsa a tracolla mi dirigevo verso l'ascensore. Mentre le porte si stavano chiudendo una voce mi urlava di aspettare, così schiaccia il tasto per riaprire le porte.
      - Ti ringrazio. Ehy, ma tu sei la ragazza che ha parlato per la prima volta.
      A quanto pare non ero passata così inosservata. -Io parlo.
      - Si immagino ma qui sei stata considerata muta fino ad oggi. Comunque piacere mi chiamo Jonathan o Jo se preferisci.
      - Io sono Layla.
      - Immaginavo avessi anche un bel nome.
      Stavo per rispondere quando Jo uscì correndo dall'ascensore e salutandomi con la mano. Era davvero più strano di me con quel ciuffo biondo che mentre correva, si muoveva sulla sua fronte. Era alto da quello che avevo notato e anche longilineo, con due begli occhi marroni. Mentre rifacevo la strada all'indietro ripensavo alla giornata assurda di oggi. Per due anni tutti mi avevano tenuta al di fuori dei loro discorsi e anche io non mi ero affatto interessata a nessuno di loro. Quando invece c'era più di una persona interessata a conoscermi, mi stavo sentendo così felice quando poi mi resi conto che non dovevo badare a queste cose. In fondo mi avevano abbandonato chi sosteneva da anni di essere mio amico e di conseguenza interessato a me.
      Con il cuore leggermente intaccato di nuovo, arrivai alla mia macchina e iniziai il mio ritorno a casa.
       

    • Una leggenda parla di una fenice che odia gli umani, questa viene imprigionata dalla regina dei ghiacci, solo chi correrà il rischio di essere maledetti potrà liberare quella creatura.
      La nostra storia inizia in un villaggio in montagna dove le persone imparano la magia del ghiaccio e della neve,
      -Mamma io esco-dice una ragazza dai capelli celesti mentre esce di casa
      -Ok, però Aisu stai attenta-dice la madre sorridendo
      -certo mamma
      Aisu si avvia verso la foresta per raccogliere funghi, quando a un certo punto nota degli alberi bruciati,
      -cosa, eppure non ci sono stati incendi-pensa Aisu ad alta voce, decide di andare a controllare e appena arrivata vede una fenice infuocata a terra,
      -Cosa?!?!-dice la ragazza spaventata nascondendosi dietro un albero.
      -Chi va là -dice la fenice alzandosi,
      -i-io...s-sono solo una ragazzina- dice Aisu spaventata
      -una ragazzina beh... se mi liberi non ti ucciderò-dice la fenice con aria minacciosa
      -va-va bene cosa devo fare
      -vedi la catena che è legata al mio collo è di ghiaccio magico quindi scioglila
      -ok- la ragazza si avvicina alla catena è inizia a pronunciare un incantesimo
      -Watashi no meirei de kusari no kōri ga toketa
      La catena si scioglie è la fenice è libera
      -ecco ora non mi ucciderai vero
      -beh...si rimarrai in vita ma io rimarrò con te
      -no aspe cosa? - chiede la ragazzina sconcertata
      -Kassei-ka sa reta hito keitai-dice la fenicie per poi diventare un ragazzo dai capelli rossi e ben vestito
      -che figo-dice Aisu arrossendo
      -che hai detto-chiede la fenice
      -io ho solo detto come ti chiami?
      -mi chiamo Fenikkusu-dice il ragazzo porgendoli la mano
      -ma aspetta Fenikkusu scritto con caratteri giapponesi vuol dire fenice- dice Aisu sconvolta
      -e il tuo caratteri vuol dire Ghiaccio-risponde Fenikkusu con aria da sbruffone,
      -non è questo il punto...
      -se vuoi ti accompagno a casa-dice Fenikkusu
      -...ok...grazie
      Durante il viaggio verso casa incontrano tre ragazze che li vanno incontro
      -oh guardate il ghiacetto è tornato- dice la più grande spingendola
      -ehi, Shiawase-San non sfottermi-dice Aisu arrabbiata
      -davvero, Shiroi no Yuki! - dice la ragazza creando una tempesta di neve che colpisce Aisu in pieno
      -Aisu-san!!- urla Fenikkusu arrabbiato
      -o e tu chi sei un suo amico-dice Shiawase
      -già un suo amico strambo-dicono in coro le amiche dietro ridendo
      -voi razza di...
      -Fenikku-san fermo-dice Aisu preoccupata
      -...tranquilla le sistemo io...Fenikkusu faiā Spear kōdo-crea una lancia di fuoco che colpisce le ragazze che vengono bruciate ma si rialzano incredibilmente
      -come ti permetti ti denuncerò-dice Shiawase mentre corre.
      -G-grazie Fenikku-san-dice Aisu sorpresa del suo gesto
      -non ce di che Aisu-san -dice Fenikkusu inchinandosi
       

    • Correvo a perdifiato nel bosco, cercando di evitare ogni tipo di ostacolo che poteva determinare la mia fine. Potevano essere le radici degli alberi spuntare dal terreno, oppure cespugli pieni di rovi, non mi importava.
      Correvo, correvo e correvo. Tanto da avere i polmoni bruciare in cerca di ossigeno.
      Ricordo ancora che mi lamentavo per le lezioni di educazione fisica, quando ci facevano fare 10 giri del campo. Rimpiango non essere mai stata molto sportiva.
      Dovevo essere più veloce di lui, dopo quello che avevo visto avevo paura.
      Era assurdo come l'unica notte in cui i colleghi mi invitavano ad uscire, mi ero ritrovata nel posto sbagliato al momento sbagliato. Ogni tanto cercavo di girarmi a vedere se mi stava seguendo davvero, ma nel buio fitto del bosco riuscivo a stento a riconoscere la forma degli alberi stessi. Era una densa nuvola nera.
      Uscita dalla folta boscaglia, mi ritrovai nel parco cittadino immerso nella luce dei lampioni, dove si potevano notare solo qualche coppietta appartata e un barbone steso sopra una delle panchine sotto uno dei sei lampioni che circondavano la piazza con al centro la fontana spenta dal ricircolo dell'acqua. Tutti incuranti di quello che accadeva nel fitto bosco che delimitava la circonferenza del parco.
      Non potevo sapere che quella sera avrebbe cambiato la mia vita. Non sapevo che, da lì a poco avrei incontrato la persona che avrebbe fatto rinascere la vera me...

    • Mi chiamo Aria e sono una bugiarda.
      Ho sempre usato le mie bugie come coperture per qualunque cosa, per tutte le responsabilità dalle quali sono sfuggita, per tutti i miei casini, ho anche mentito per pura voglia.
      Non so cosa c'è che non va in me... se mi sento in difficoltà, mento.
      Se ho paura, mento.
      Se mi sento aggredita, mento.
      Nessuno crede che io sia capace di mentire costantemente, ho un viso innocente e le persone sono convinte di poter leggere nei miei occhi tutto ciò che penso.
      A tutti è capitato almeno una volta di mentire, anche solo per una sciocchezza, ma io vivo nella menzogna.
      DI quante persone ci possiamo fidare? di quante persone io posso fidarmi?
      Nessuna, se dicessi solo di me stessa mentirei, come faccio sempre.
      Mi guardo allo specchio, mi dico che sono bella e mento, perché non lo credo; altri giorni mi dico di essere brutta e mento, perché in realtà spesso mi piaccio.
      Ho immaginato me stessa più magra e mi son detta che starei davvero meglio, peccato che non sia vero perché non è l'aspetto a determinare la mia persona.
      I miei amici mi credono sempre, dico loro di esser sincera e di dire esattamente tutto quello che penso, bugia ovviamente.
      Pensate che io sia esagerata? che la mia vita è una bugia?
      Vi dirò una cosa, io sono Aria e sono te... te che ti guardi allo specchio e fingi di accettarti, te che ti fingi amico ma spesso non lo sei del tutto, te che combatti con il tuo fisico e ti mostri forte ma credi di star già perdendo, te che stai leggendo tutto questo.
      Io sono Aria e sono una bugiarda, e tu chi sei?
      Inizia a scrivere la tua storia...

    • 1. Vincenzo
      Una luce si spegne.
       
       
      Una luce passa.                                                              
      Una luce mi investe.
      Una luce si spegne.
      Una luce rimane.
      Luce è quella che vedo, i miei occhi si guardano intorno, sento il mio corpo morto…è come non sentirlo affatto. Sento tutto ovattato, ho delle mura nelle orecchie, percepisco suoni cacofonici e lontani, offuscati, quasi divorati dal silenzio e mi arrivano come rumori di creature, bestie o mostri. Demoni del suono, si cibano della mia mente. Così tanti tubi infilati nel mio corpo, dal più piccolo come quelli nella circolazione, al più fastidioso come il catetere. Non posso sentire quel dolore, ma posso immaginarlo, non sento neanche le dita muoversi, ciò che sento è la luce di quel luogo investirmi completamente. Gli occhi si chiudono, è tornato il buio. Quanto tempo è passato? Due ore? Due giorni? Delle settimane? Dei mesi? Infiniti anni? Ogni giorno vedo un volto, ma non riesco a decifrare nulla, li vedo immersi nella nebbia e quando succede, mi capita di sentire un bip fastidioso e poi delle urla. Gli occhi si chiudono. Quanto tempo è passato? Il buio mi ha fatto compagnia per tanto tempo, ma ora mi sembra di essermi ripreso completamente, la luce di quella stanza continua a torturare le mie pupille, ma inizio a sentire le dita muoversi leggermente. Sento delle parole, femminili e ricche di speranza, sono come un ruscello. Bello alla vista e all’udito. I tubi fanno ancora parte di me, vorrei strapparli, pur sapendo che morirei, perché ho questi tubi ficcati in ogni parte del mio corpo? Vorrei parlargli, magari possono diminuirne il numero, ma non ho la forza neanche di respirare. Oh…ora comprendo perché ho questi tubi. Quanto è passato? Posso vedere un calendario sulla parete, è orrendo. Bianco, senza nulla, sembra quello che ti danno in quegli uffici dove ti sembra di lavorare in un’organizzazione senz’anima. Non riesco a leggere ancora i numeri scritti sopra, maledizione. Sento di poter muovere ancor di più gli arti superiori e inferiori, forse sto uscendo dalla fase del moribondo. Un altro giorno inizia, ma penso siano passati tanti giorni, quando mi risveglio, mi rendo conto di aver perso dei tubi, quelli che mi tenevano la gola ben aperta sono scomparsi e finalmente riesco a respirare senza, l’ultimo dei miei pensieri è il catetere…il primo dei miei pensieri è che tutti vedranno il mio piscio. Non so se sentirmi imbarazzato per loro o per me, forse lo sono di più io. Vorrei essere morto. Classica stanza di ospedale, l’ho sempre vista nelle serie tv americane, ma dal vivo devo dire che è più carina da come la mostrano…non puzza tanto di morte e solitudine, forse solo del mio piscio e dell’antisettico che usano per tenere tutto in ordine. Qualcuno deve averne spruzzato un po’, alcune ore fa, ho l’olfatto di un gatto. Qualsiasi cosa io abbia avuto, adesso mi permette di sentire il piscio e i profumi, molto bene… spero di non entrare mai in un autogrill o in una profumeria. Quel tempo che trascorro in solitudine, all’interno di quella stanza, finisce molto presto, visto l’arrivo di due medici e della mia famiglia. La gioia sui loro volti è così calda, tangibile e anti stress come un sacchetto di riso. Sono sveglio, respiro, ma non ho ancora la forza di reggermi da solo sulle braccia per rialzarmi un po’ dal letto, sono ancora un moribondo.
      «Finalmente ti sei risvegliato. Sono il Dottor Gianni, della diagnostica, lui è il Dottor Riccardo un oncologo. Seguiamo il tuo caso e ci hai sorpreso. Quando ti hanno portato qui, pensavamo tutti che non avresti superato la notte e invece, eccoti qua bello vivo e vegeto. Hai una forza di volontà invidiabile!» non capisco nulla di ciò che dice, ma da come ne parla, a quest’ora sarei dovuto stare sotto tre metri di terra bella compatta.
      «Cosa mi è successo?» la mia voce esce fuori come niente, non so nemmeno di poter parlare, ma a quanto pare, al momento, solo la forza di reggermi in piedi mi manca.
      «Sei reduce di uno spiacevole incidente. Sei rimasto in coma per circa cinque mesi, durante tutto l’arco ti abbiamo monitorato, osservandoti migliorare a vista d’occhio. Sfortunatamente hai sviluppato un potente tumore al cervello, ma a quanto pare sembra essere benigno, visto che non ha dato metastasi. Ha divorato, se così possiamo dire, la parte destra del tuo emisfero, ma la cosa sorprendente è che non sembra tu sia in gravi condizioni e non riusciamo ancora a spiegarci il perché.» vorrei urlargli contro un bel “wow”, anche se passerei per una persona che rispecchia molto bene le cinque fasi del lutto o, in questo caso, del malato terminale. Non riesco ancora a credere a quello che ho appena ascoltato, ma se questo tumore che ha infettato il mio cervello è benigno, vuol dire che possono fare qualcosa.
      «Voi non potete fare nulla per curarmi? Togliermi questo tumore?» dico un po’ scosso, ma comprendo che neanche per loro deve essere facile avere un caso come il mio. Il fenomeno da baraccone e che al tempo stesso, aiuterebbe chissà quanti dottori a farsi un nome. Potrebbero usarmi per diventare famosi, gridare ai quattro venti “ho curato il ragazzo dal tumore al cervello, appena svegliatosi dal coma”. Una situazione di pura merda.
      «Certo, ma non sappiamo con sicurezza cosa potrebbe accaderti in seguito. Come detto in precedenza, il tumore ha divorato il tuo emisfero destro. Crediamo però che le tue capacità siano rimaste invariate, non hai ancora accusato di cedimenti alla vista dal tuo occhio sinistro e riesci a muovere alla perfezione il tuo braccio sinistro. I tuoi genitori ci hanno accordato di tenerti qui ancora per un po’, vogliamo essere sicuri della tua situazione clinica, prima di dimetterti.» il dottor Riccardo, è lui a parlare questa volta e sembra che mi vedano per davvero come un fenomeno da baraccone. Annuisco alle loro parole e torno a stendermi più del dovuto in quel cuscino bianco, neutro e impersonale. Come ci sono finito qui? Non ricordo nulla. Solo a quel punto vengo raggiunto da mia madre, osservando che i medici si sono fatti da parte, non ha atteso molto per coglierne l’occasione e stringermi la mano.
      «Finalmente ti sei risvegliato, come ti senti? Siamo stati in pensiero fino ad ora.» dice mia madre, Tania, mi guarda e sembra quasi volermi consumare gli occhi, è comprensibile ed è per questo che ricambio la stretta della sua mano e le rimando un sorriso.
      «Mi sento come un ragazzo che si è appena risvegliato dal coma e che a malapena riesce a respirare da solo. Direi bene quindi.» rispondo e sento una lieve risata provenire dal fondo della stanza, so di chi è.
      «Sempre a scherzare, anche in una situazione come questa. Non cambi mai, Enzo.» la prima volta, forse, che sento mia sorella stringermi la mano e vederla piangere. Il nostro rapporto è il classico dei fratelli con le sorelle maggiori, come dei genitori, ma a volte diventano grandi e non pensano più ai minori, come nel nostro caso. Mio padre mi guarda in volto, lo vedo dispiaciuto, in colpa e so perché lo è, credo. Non ho bisogno di altri piagnistei e notizie brutte, bastano quelle due che mi ha rifilato il dottore non appena mi sono svegliato. La visita dei miei genitori è durata più del normale, ma forse sono io che conto il tempo in modo differente. Stare tutta la giornata nel letto non mi aiuta neanche un po’, anzi… mi peggiora il tutto. Sono in ospedale da non so quanto, anche se ho il calendario alla parete, non lo guardo mai, mi dimentico a volte e quando mi ricordo, non ho voglia di vedere. La mia vita rinchiusa in quella stanza, finalmente, giunge a termine.
      «Oggi ti dimettiamo.» è la parola del Dottor Riccardo, sembra quasi dispiaciuto e io in realtà provo una gran contentezza. Mi sento più vivo che mai, il dolore è passato e riesco finalmente a stare in piedi da solo e fare tutto ciò che voglio, anche se ho passato gli ultimi giorni a subire vari procedimenti clinici, questo solo per accettarsi della salute del mio tumore che sembra non esser cambiato neanche di un millimetro. Alla fine posso sentirmi davvero vivo, se la parola “vivere” sia realmente presente in questo momento nel mio vocabolario.
       
       
      Le ultime ore le ho passate a prepararmi, vestirmi e mettermi qualcosa di decente per uscire da un luogo poco decente, dove le persone vanno a morire. Fuori dall’ospedale i raggi del Sole sembrano penetrarmi come dei proiettili, senza però uscire dall’altro lato. Quanto calore c’è questa mattina, mi sembra di vivere in un inferno, ma in realtà è tutta una questione psicologica, dopo aver passato giorni e forse anche mesi rinchiuso in una stanza, adesso mi sembra così irreale la libertà che vedo dinanzi ai miei occhi, compensata soltanto dalla presenza del parcheggio e della strada. Il tragitto fino a casa e pieno di conversazioni, nonostante l’argomento “tumore al cervello” sia praticamente intoccato, è come un quadro esposto in un museo…guardare, ma non toccare. I miei genitori non sembrano poi tanto mostrare la depressione che di solito può impestare una famiglia, nello scoprire di una malattia terminale. Mia sorella anche mostra un sorriso vacuo, lo si legge perfettamente nei suoi occhi e mentre l’auto sfreccia sull’autostrada, noto come sia lei che i miei genitori abbiano voglia di piangere, se solo potessero farlo senza la mia presenza. La nostra abitazione non è poi tanto lontana da Salerno, ma diciamo che vivere in periferia, in un paesino di certo non ci da problemi, anzi, la sera si dorme meglio, ci si conosce meglio e mi piace viaggiare in autostrada. L’unico inconveniente è la presenza di magazzini e negozi più specializzati, dunque la mancanza di beni per specifici bisogni, ma a chi importa. Di certo nei paesi più vicini c’è un barbiere.
      Usciti dall’auto, mia sorella mi lancia addosso il borsone dei vestiti che afferro quasi a caso, neanche rendendomene conto. Il mio sostare in un hotel di lusso di nome “Ospedale” mi ha aiutato con i miei riflessi. Quell’azione potrebbe ripercuotersi su di lei, tipo potrei lanciarle addosso io il borsone o ricevere lo sguardo truce dei nostri genitori addosso, ma non succederà nessuna delle due. Ora come ora, ho solo voglia di riposare, di staccare la spina. Quando entro nella mia stanza, sento la presenza di mia sorella dietro che mi spiega che nessuno è entrato lì dentro, fino a quel fatidico giorno. Noto entusiasta che anche la polvere è rimasta come a quel fatidico giorno, ma almeno mia madre ne sarà stata sollevata a non dover pulire.
      «Nessuno ha toccato nulla, bentornato a casa Enzo.» dice lei, dandomi una pacca sulla schiena, lo fa ridendo e solo dopo lascia la stanza e me. Non impiego molto tempo a chiudere la porta, togliermi le scarpe e buttarmi sul letto a guardare il soffitto. Non so cosa fare, non so cosa provare in un momento del genere, so che dovrei piangere, so che dovrei abbattermi, arrabbiarmi, insomma seguire le cinque regole del malato terminale, ma la mia testa è completamente vuota. Ricordo solo ora che ho passato così tanto tempo in coma che ho dimenticato di controllare come sta la vita del mio amico. Si chiama Antonio, è timido, asociale, frequenta la mia stessa facoltà, ma è molto più intelligente di me e sinceramente devo ancora dargli dei soldi per delle birre, ma lui non ne vuole sapere niente. È il tipico ragazzo buono che senza un buon supporto si sgretola come un Gran Turchese nel latte, in questo fottuto mondo. Tra i vari effetti personali, ho anche il cellulare ed è da lì che gli mando alcuni messaggi.
      «Ciao Tonio, non so se sai cosa è accaduto…»
      «Certo che lo so! Tua sorella mi ha detto alcune cose, potevi avvisarmi che tornavi oggi! Stasera ti vengo a trovare, non accetto no. A dopo.»
      Come si sol dire, neanche il tempo di scrivergli e già sa tutto, ammiro quel ragazzo ed è uno dei motivi per cui lo considero come una sorta di fratello, mai nato da mia madre. Stessa età e diversi mesi, come di norma, ma a quanto sembra pur essendo l’opposto, siamo più uniti del normale e ciò potrebbe comportare una sorta di omosessualità latente, ma sono abbastanza sicuro che non sono interessato a ciò che porta nei pantaloni.
      A pranzo siamo solo io e mia sorella, i nostri genitori sono a lavoro e lei ha saltato scuola per passare la giornata con me e non lasciarmi solo. Lo trovo come un gesto carino, anche se estremo, lo apprezzo, ma non lo condivido. Un pasto poco pesante, classiche pennette al sugo e dei bastoncini di merluzzo al forno, qualcuno potrebbe aspettarsi chissà cosa, ma in realtà è anche troppo per me. Le ore successive volano in fretta, cerco di studiare gli appunti presi ai corsi, ma la mia testa continua a farmi scherzi e farmi immaginare pensieri non miei. Sarà il tumore? Non sono un esperto, il medico mi ha prescritto dei farmaci che ho appena preso, ma non so se mi aiuteranno o meno. Provo a studiare, leggere quelle scritte e scrivere, ma non riesco proprio a fermare quei pensieri che mi sembrano occupare gran parte della testa. Si fa subito pomeriggio, sono ormai le cinque e non riesco ad apprendere nulla, mi sembra di star perdendo soltanto del tempo prezioso che avrei potuto usare per riposarmi a letto.
      Chiamo Antonio, dicendogli che sarei tornato a casa mia per le otto, voglio stare un attimo da solo e nonostante i medici mi abbiano chiesto di rimanere a casa a riposare, ho bisogno di un momento per restare da solo, per pensare e capire cosa mi sta succedendo. Mia sorella è contrariata da questo mio andarmene da solo in giro, ora che sanno che mi sento poco bene, di certo non vogliono vedermi andare in giro da solo, ma prima o poi arriverà il momento in cui capiranno. Il viaggi fino a Salerno è abbastanza lento, l’autobus non prende l’autostrada, ma la costeggia, passando per varie strade secondarie che si immergono nei vai paesini. Non ci sono tante persone nell’autobus, alcuni sono immigrati, altre persone di una certa età, sopra i cinquanta, donne dalla pancia grossa e dal viso pestato dalla vecchiaia, depressione sui loro occhi e mancanza di gioventù, sarò anche io così? Spero di no, propenderei per un suicidio a questo punto. Questi miei stupidi pensieri mi aiutano a superare meglio il viaggio, visto che la mia fermata è ormai vicina, mi preparo al meglio e per scendere in piazza. Poche persone ferme alla fermata, alcune passeggiano e tante macchine che vanno verso la costiera. Il mio passatempo a Salerno è quello di leggere, prima dell’incidente ho frequentato questa città come una biblioteca, una di quelle senza libri, ma pieni di posti a sedere. Con un mare incantevole, anche se nuotarcisi dice possa donarti delle radiazioni risalenti alla nube di Chernobyl, tante belle persone che parlano in dialetto, tanti immigrati e la puzza di pesce ovunque. Nonostante questi pregi, la città presenta anche il difetto di essere grande e nonostante esistano tante altre città Italiane più grande, considero Salerno perfettamente grande per i miei gusti. Passo così quel pomeriggio, come una persona svogliata, senza alcun futuro dinanzi ai suoi occhi e con un passato che vorrebbe dimenticare. Seduto su una delle tanche panche che si affacciano sulla costiera della città, con un bel Sole che sta lentamente prendendo la via verso il tramonto e con tante persone che si accingono a passare, quasi mi vedessero disturbato, come se pensassero che con loro in mezzo, il panorama sia più orrendo. In realtà è così, ma farglielo notare sarebbe da persona troppo egocentrica. Intorno alle sei mi stacco da quel luogo, quasi con rammarico, dirigendomi prima in un minimarket lì vicino, dovevo semplicemente prendermi qualcosa da bere, sentivo la gola secca, come quando la cera ti cola sulla pelle è dopo il calore insopportabile, si trasforma in una placca che sembra mangiarti la zona colpita, almeno finché non la rimuovi con le unghie.
      L’interno del locale è piccolo, leggermente angusto anche se c’è un ventilatore da soffitto con tanto di pali in ferro. Si sente l’aria di sudore e di certo il salernitano dietro il bancone aiuta con le sue ascelle. Sopra i cinquanta con un po’ di pancia, maglia celeste a righe viola, carnagione abbronzata e occhiali da sole sulla fronte, sotto le braccia c’è la pozza di petrolio che manca all’America e i pantaloni sono di un brutto marrone chiaro. Mi lancia un singolo sguardo, poi torna a leggere le sue cose sul cellulare. Non una delle migliori accoglienze, ma di certo le persone qui fanno meno domande del dovuto e la cosa non può che darmi piacere, inoltre, sono lì giusto per comprare qualcosa da bere e una semplice coca andrà benissimo, inoltre i prezzi non sono neanche alti e la mia povertà mi permette di essere un aristocratico in quel luogo. Con una cinque euro, puoi dominare in tutti i minimarket, o quasi. La mia ricerca da bere mi ruba più tempo del dovuto, con i prezzi bassi potrei permettermi più di una semplice coca e ciò mi porta a perdere tempo e senza neanche rendermene conto all’interno di quel minimarket entrano altri due individui, con vestiti leggermente più sportivi e dall’aspetto più giovane del proprietario, ma più vecchio del mio. Probabilmente la loro età si aggira intorno ai trent’anni, la presenza di vari tatuaggi sulle loro braccia non mi dice nulla di buono o meglio l’unione dei tatuaggi, con tanto di dialetto stretto, mi fa presupporre che non sia la classe sociale che ti aspetteresti in un qualche luogo leggermente “culturale”, ma in un minimarket sono ben accetti. Indossano entrambi delle polo, leggermente aderenti al corpo come cozze su uno scoglio e chiazze di sudore ben visibili. La conversazione che stanno avendo mio sfiora leggermente, nulla di particolare, semplice battute di fatti a loro accaduti e altre cose inutili sulle ragazze. Il tutto fino a quando non parlano con il proprietario e solo allora mi rendo conto di essere nel posto sbagliato al momento sbagliato, difatti, non appena prendo la bevanda che mi serve da quel frigo bar, mi sento gli occhi dei due su di me, come dei varani su una carcassa quasi morta di una tartaruga. Pago in fretta, non vedendo l’ora di uscire da lì dentro e non appena sono fuori, posso finalmente tirare un respiro di sollievo, che dura all’incirca quattro secondi. Nel momento in cui sono a pochi metri dal negozio, nella mia mente sopraggiungono rapide le voci dei due uomini, il tono leggermente arrabbiato e iracondo che esplode contro il proprietario che a quanto sembra non ha pagato la retta per restare in quella zona. Nonostante la sua ribellione, l’uomo ha paura e infine la mia mente si svuota da tutto quel casino di voci. Cosa diavolo sta accadendo? A me? Nel negozio? Una risposta alla volta, è quella del minimarket ha la precedenza. Attendo alcuni secondi, i due individui escono fuori, leggermente veloci, come se stessero scappando. Strano che nessuno li noti o non noti cosa possa essere accaduto all’interno. Dopo l’indecisione, prendo coraggio e rientro all’interno del piccolo magazzino e solo allora scopro qualcosa che avrei dovuto tenere per me, o meglio, qualcosa che non avrei voluto né vedere né sentire. L’uomo che un attimo prima si trova a leggere robe sul cellulare, ora si trova agonizzante in una pozza di sangue. Senza neanche attendere oltre chiamo l’autoambulanza e la polizia, prima di osservare meglio il corpo dell’uomo che cerca aiuto. Le mie conoscenze di primo soccorso sono pari alla bellezza di un uomo con la gonna, ma vedendo quella grande quantità di sangue uscire dal foro in cui, penso, sia stato colpito da un proiettile. Cerco di tappare quel buco con la carta che si trova sotto il bancone, quel grosso rotolo che vorrei avere a casa. Tampono quel sangue che fuoriesce copioso e senza fine, come se ne avesse all’infinito, ma so ben certo che prima o poi finirà e se fosse accaduto, probabilmente avrei visto per la prima volta la morte di una persona in diretta e per un colpo di pistola. La mia mano destra è ferma sulla ferita dell’uomo, anch’essa bagnata dal sangue. Sento che la vita di quest’uomo sta per svanire, è come se sentissi i suoi ultimi pensieri, i suoi occhi sono leggermente aperti, sorpresi e la bocca che trattiene il dolore.
      «Resisti. Devi resistere, ho chiamato i soccorsi, devi solo resistere. Tieni gli occhi aperti!» così facile con le parole, ma così difficile per lui. La pozza di sangue si allarga sempre più sotto il suo corpo e la mia mente sembra esplodere in mille pezzi, ricadere al suolo come frammenti di paura e angoscia. La sirena che si avvicina poi è come l’urlo di rabbia, come le lacrime o un sorriso sempre trattenuto, finalmente posso tirare un sospiro di sollievo. La mano destra sporca di sangue, la sinistra sudata e tremante, i miei occhi ancora fissi sul corpo morente dell’uomo mentre i soccorsi mi scostano per occuparsi del trasporto. È come diventare sordi, per alcuni attimi non senti nessun suono, nessuna sirena, nessun allarmismo, niente di niente, sei solo tu, il sangue, la scena e il corpo della persona che lentamente muore. Finisco in questo stato di assoluto silenzio fino all’arrivo alla centrale di polizia di Torrione.
      La stanza dell’interrogatorio sembra quella classica, l’unica differenza è come la mantengono economicamente, ma perché lamentarmene? Non voglio mica restare lì anche come architetto oltre che sospettato. Non comprendo la logica per dichiararmi come sospettato dell’incidente.
      «Ripetiamo. Tu eri lì, durante l’incidente che ha coinvolto Francesco Conte?» dice il poliziotto osservandomi dritto negli occhi, ed è per quello che comprendo che lui voglia imprigionarmi e chiudere la chiave, come se dovesse nascondere dell’altro.
      «Ripetiamo. Ti ho detto di no. Sono semplicemente entrato all’interno di quel negozio per comprare una semplice bibita e mi sono ritrovato questo corpo morente dietro il bancone.» in parte mento, ovvio. Non posso di certo dirgli che ho sentito i pensieri di tutti e tre convergere nella mia mente come una discussione? Sarebbe troppo…normale, per chiudermi in un manicomio.
      «Posso trattenerti per 24 ore e di certo non mi convinci abbastanza da passare come estraneo alla vicenda.» il tono leggermente nervoso e gli occhi che trasudano rabbia e insicurezza, la cosa mi piace, se con poco riesco a ferirlo nell’orgoglio, immagino che possa ritenerlo come un poliziotto di alto lignaggio. Con quelle parole, eccolo rialzarsi e uscire dalla stanza lasciandomi da solo a pensare a cosa devo aver fatto di sbagliato nell’aver soccorso una persona che sta per lasciare questo mondo. Proprio in quel momento la porta si apre nuovamente e si presenta un uomo, un avvocato, lo si capisce dal vestiario elegante e dalle sue parole.
      «Sono il tuo avvocato. Ho parlato con il poliziotto che ti ha trattenuto. Non sei in arresto, puoi uscire.» dice lui dandomi il lascia passare via dalla prigione, anche se sono innocente. Fuori di lì, oltre allo sguardo rabbioso e arrendevole del poliziotto che vuole trattenermi, c’è quello dei miei genitori preoccupati. Neanche il tempo di uscire un giorno che mi ritrovo ad essere portato in una centrale della polizia, dunque, anche questa prima esperienza è stata fatta, cos’altro devo aspettarmi?
      «Ci hai fatto preoccupare tantissimo!» dice mia madre stringendomi forte a sé, senza darmi alcuna preparazione a quell’abbraccio e osservando il volto nervoso e preoccupato di mio padre dietro di lei. Comprendo ogni minimo gesto di loro due, così come il sentire alcune voci nella mia testa da parte di entrambi.
      “Ci mancava soltanto questo...” sento le parole di mio padre dentro la mia testa, non so come, ma è come se sentissi i suoi pensieri o una minima parte di essi.
      “Per fortuna mio figlio sta bene” queste le parole di mia madre che vorticano insieme a quelle di mio padre. Qualsiasi cosa mi stia succedendo, so ben certo che è molto probabilmente una conseguenza del cancro, ne sono certo, altrimenti non saprei come spiegarlo. L’abbraccio termina e ritorno a non essere più nascosto nelle braccia di colei che mi ha cresciuto, ora solo e abbandonato, affronto sia lo sguardo di mio padre che il suo silenzio. Una giornata che inizia di merda è finisce anche peggio, anche se non saprei dire cosa ci sia di peggio della merda in sé. Quello che rimane è solo il guscio vuoto di una semplice disorganizzazione mentale. In un momento del genere non so a cosa pensare, mi sento perso e senza alcuna isola dove sentirmi al sicuro e salvo. L’oceano in cui navigo in questo momento è rivolto all’uomo che è stato sparato, il poliziotto mi ha anche detto il suo nome, ma cerco di non ricordarlo. Voglio che tutto l’accaduto scompaia come polvere al vento, ma è difficile, come è difficile da abbattere una fortezza inespugnabile. Ripenso agli uomini che hanno compiuto questo gesto, che lo hanno ucciso senza farsi alcuno scrupolo e ripenso che forse avrei potuto fare qualcosa per impedire che ciò accadesse. Per il momento voglio solo non pensarci, voglio solo che la giornata finisca nel migliore dei modi. Durante il tragitto, mi faccio dare uno strappo dai miei per scendere ad un paese poco vicino, dove spero di incontrare Antonio e di togliermi di dosso il peso di questa giornata. Solo dopo ricordo di averlo invitato da me e quindi, molto probabilmente, starà a casa mia. Oggi non va una cosa giusta, mi sembra tanto ingiustizia ed è questa parola nella mia mente a riportarmi a galla ciò che è accaduto oggi. L’ultimo evento che mi sorprende e il notare la presenza di due individui, gli stessi che ho visto nel pomeriggio a Salerno, vicino ad una moto, la loro molto probabilmente, conversare come se niente fosse con alcune ragazze. Colpevoli di un omicidio e ora lì a spassarsela come se niente fosse, un’ingiustizia, ecco cos’è questa, perché non dovrebbero morire loro? Chi dovrebbe mai giudicare quell’uomo come colpevole e loro come innocenti? Dio? L’uomo? Non c’è giustizia che tenga dinanzi a questa colpevolezza.
      La mia rabbia, la mia ira nei loro confronti sembra rivolgersi anche sull’ambiente esterno, senza sé e senza ma, mi sento come cosparso da qualcosa che supera persino la forza fisica dell’umano medio. Mi sento come una divinità, che sia una semplice conseguenza della mia rabbia verso quei due individui? Una rabbia che scemerà e con essa porterà via anche questa mia forza interiore ed esteriore? Possibile, se così fosse, allora non dovrei sprecare il mio tempo. So ciò che voglio fare, so ciò che mi porterà via, ma devo farlo.
      “Questa volta…una luce si spegne e nessuna rimane accesa.”

    • ...
       

      Ti guardavo. Io ero sulla poltrona di latex lilla. Riempivi bicchieri di vetro di vodka al melone. Alcool subito pronto per dissolvere i miei sensi.  Mi sentivo bene. Con te. Forse mi amavi, mentre il telefono squillava e probabilmente era la tua fidanzata. Rispondevi. Avevi un tono forte nel parlare. Delle spranghe nella tua voce. Mi avresti voluto insieme a lei. Due tipette tutte per te. Mi piacevi. Il tuo carattere. Il tuo fisico. Tutto in regola. Finché quella voce al di là del telefono non avesse detto "Sono incinta". Le labbra ti si bloccarono di colpo, sembravano diventate di pietra pomice. I tuoi occhi si spalancarono. Perdesti il tono. Parole smozzicate. Lei continuava a ripetere "Sono incinta!", sempre più insistente. Avevi solo un boxer nero. Io guardavo il pavimento. Le palpebre mi si appesantivano. Avrei gradito un sonno prolungato per non pensare al seguito. "Cazzo dillo che stai con la tua amante e che sta proprio qui!". Accendevo marlboro light per stroncare noia bastarda. Avevi chiuso il telefono. Ti mettevi a piangere coprendoti gli occhi con le mani. Io le guardavo. Coprivano il tuo sconforto. La notizia lacerante. Stavi per diventare padre. Io pensavo ad un aborto. Probabilmente lei l' avrebbe fatto ma tu non avresti assolutamente voluto. Credevo così. Appoggiavo la testa sullo schienale della stramba poltrona. Aspiravo ancora sigarette e bevevo vodka alla ciliegia .I tuoi occhi continuavano a lacrimare mentre io avrei voluto ascoltare musica Guano Ape’ s. Non avevo parole per esprimermi mentre accavallavo le gambe. Pensavo a te e a lei con il pancione in chiesa in procinto di sposarvi. Chissà che fine avrei fatto nella tua vita?. Andavo in bagno. Sentivo ancora il tuo pianto vagamente disperato. Mi ero seduta sulla tazza del cesso per fare pipì. Scovai un' agenda dalla copertina blu cobalto e scoprivo che frequentavi un casino di ragazze di cui tu sfacciatamente ti procuravi i numeri di cellulare. Con il mio iniziavo a comporre un numero tra i tanti della lista : 3522110712... :”Pronto!...Tu sei Claudia, vero?... Si chi è?...Conosci Fabio giusto?... si ma con chi parlo?(insistentemente)... Fabio sta per diventare padre!... Pronto ma con chi parlo?... Fabio sta per diventare padre!Ha messo incinta una ragazza!... Pronto!:”. Chiudevo la comunicazione. Solo una volta mi masturbavo una volta netta e secca e lui in salotto fumava spinelli d' erba svizzera. Tiravo lo scarico apposta, sculettavo con savoir faire nell' ingresso principale, mi guardavo riflessa negli specchi. Godevo nell' osservare la mia figurina magrissima nelle lastre di plexiglas. Indossavo un bikini di pizzo viola funebre. Le ossa sporgevano in modo ossessivo. Sentivo l' odore dell' erba che fumavi. Mi saliva lentamente nel naso. Andavo nel salotto. Ti trovavo ancora in boxer sulla poltrona dove stavo prima io. Stavamo in silenzio. Avevo bisogno si sedare rabbia inquieta. Mi passavi la canna. Tu eri già in sballo. Ti alzavi dalla poltrona scattante. Andavi ad aprire il frigorifero, era vuoto. Tornavi nel salotto e dicevi "Perché cazzo nessuno fa mai la spesa!". Io continuavo a fumare perdendomi in viaggi mentali che tu non avresti mai potuto raggiungere. Ti allungavi sul divano. Sembravi seducente. Avevi ventisei anni portati alla grande. Io ventiquattro ma ne dimostravo quindici. Ti mettevi a braccia conserte. Ti passavo la canna ormai alla fine. Tornavo in bagno. Mi specchiavo. Vedevo il mio volto. Estraevo dalla mia borsetta dei trucchi. Esageravo con mascara e ombretto nero, nero, nerissimo, nero che mi colava sulle guance pallide sembrando un mostro. Mi struccavo con latte detergente. Mi infilavo addosso il tuo accappatoio giallo. Sentivo la tua voce provenire dalla camera da letto. Entravo. Trovavo vetri rotti a terra e tu disteso sul letto ridendo come un ebete mentre il vivavoce del telefono sul comodino ripeteva come un' eco" Sono incinta, perché non vieni da me?!". Iniziava a sgorgare sangue. Un taglio profondo con i vetri. Dolore su di me . Mi guardavi negli occhi e sorridevi mentre ancora ti compiacevi.

    • L'autoradio mi fa compagnia con “Bohemian Rhapsody” mentre me ne sto accovacciata sul sedile passeggero e mi domando se ho fatto bene a chiederti di vederci, se non sia troppo doloroso continuare a frequentarci, sia pure di tanto in tanto, invece di chiudere definitivamente questa storia che non riusciamo a far funzionare. La voce di Freddie Mercury mi avvolge di malinconia ma non impedisce ad una serpeggiante eccitazione di pervadermi al pensiero che fra poco avrai sbrigato la faccenda con il tuo cliente, tornerai in macchina, la rimetterai in moto e ci dirigeremo verso casa mia. Ecco che infatti arrivi e ti allacci la cintura di sicurezza, mentre io faccio scorrere gli altri titoli di canzoni presenti sulla tua chiavetta USB.
      - Metti “La belle dame sans regrets”, idealmente l'ho sempre associata a te – intervieni tu.
      Senza esitare, emozionata, faccio partire la canzone, incuriosita anche da quel titolo strano, mezzo francese e mezzo inglese. “La bella signora senza rimpianti”. Io però in realtà un rimpianto ce l'ho, sebbene sia un rimpianto che non dipende da me: quello di non averti conosciuto in un'altra vita, una vita in cui tu non fossi sposato. Stiamo andando verso casa mia e la tua play list prosegue: è la volta di “Stairway to heaven”. Ricordo che poco dopo che ci siamo conosciuti la strimpellasti con la chitarra, nel tuo studio, dopo un pomeriggio passato a fare l'amore. Chissà se anche tu ci stai ripensando. Chissà se è per questo che le nostre mani cominciano a sfiorarsi teneramente, se è per questo che ci stiamo eccitando. Prosegui la tua abile guida con la sola mano sinistra, mentre la destra si intrufola tra le mie gambe, cominciando a palparmi la figa attraverso i leggings già inumiditi.
      - Non hai le mutande? - mi domandi.
      - Lo sai che non le metto mai quando sono con te – rispondo.
      Sbranandoti con uno sguardo colmo di desiderio mi abbasso i leggings permettendoti di vedere dapprima il ciuffetto di peli sul pube e poi le grandi labbra perfettamente lisce, appena depilate come piacciono a te. La tua mano non perde tempo e comincia ad accarezzarmele, a stuzzicarmi il clitoride, a sfiorarmi leggermente, molto leggermente, quasi come per farsi desiderare ulteriormente, come per far crescere la voglia di sentirla premere sul mio corpo. Accaldata per via dell'eccitazione, spingo il bacino in avanti, cercando di andare incontro alla tua mano, implorando le tue dita di farsi sentire di più. Finalmente cominci a masturbarmi in modo più energico e repentinamente mi sfondi infilandomi l'indice e il medio, facendomi sussultare e quasi gridare dal piacere. Sono bagnatissima e tu scivoli dentro e fuori di me senza alcuna fatica, mentre io continuo ad altalenare il bacino, scopando la tua mano, spingendomi le tue dita fino in fondo, seguendo inconsapevolmente il ritmo incalzante di “Light my fire”, colonna sonora di questo istante. Quante volte l'avevamo fatto... i nostri viaggi in macchina erano sempre così: tu che guidi con una mano sul volante e una in mezzo alle mie gambe, oppure io piegata su di te, a spompinarti, col rischio di farti andare fuori strada e sfidando la scomodità della tua macchina e di quel maledetto poggiabraccio, decisamente d'intralcio durante queste pratiche. E poi fiancheggiare qualche altro mezzo, specialmente quei camion altissimi, nella speranza che il conducente si volti verso di noi e ci veda, appagando la nostra sete di esibizionismo. Stavolta il tragitto per tornare a casa sembra più lungo del solito, sto morendo dalla voglia di amarti nel mio letto e questo traffico intenso e caotico pare si diverta a ritardare quel momento. La tua macchina non è munita di cambio automatico e quindi adesso hai necessità di gestire le marce, privandomi delle coccole erotiche che la tua mano mi stava regalando.
      - Dai troia, vai avanti a masturbarti da sola – mi ordini passandomi velocemente le tue dita sulla bocca per farmi sentire il mio sapore.
      Non me lo faccio ripetere. Abbasso ulteriormente i leggings, voglio che tu riesca a vederla bene la mia figa, voglio che tu la veda sgocciolare mentre continuo a sgrillettarmi. Spingo il bacino sempre più avanti e sempre più in alto, mi spalanco le grandi labbra invitandoti a guardare quanto sono gonfia e aperta, pronta ad accoglierti. Con una mano mi strofino il clitoride e con l'altra mi penetro freneticamente con due dita, che di tanto in tanto estraggo per portarle dapprima sotto il tuo naso, per permetterti di annusarle, e poi sulle tue labbra, per fartele gustare. Sto quasi per venire ma mi distraggo quando ci rendiamo conto che la strada che dobbiamo imboccare è chiusa: la polizia sta deviando il traffico, a causa di non so quale fottuta manifestazione. Siamo quindi costretti ad allungare ulteriormente il tragitto per arrivare a casa, che già ci pareva infinito. Ne approfitto per andare avanti a toccarmi, ancora una volta sto per raggiungere l'orgasmo ma stavolta sei tu a distrarmi: decidi di fare una telefonata ad un tuo amico poliziotto, rimproverandolo scherzosamente per il blocco stradale appena incontrato.
      - Vai a fare in culo te, la polizia e le vostre manifestazioni del cazzo – gli dicevi sogghignando, mentre anch'io scoppiavo a ridere e vedevo regredire il mio tanto sospirato orgasmo... Mannaggia a te! Ma sapevo che poi ti saresti fatto perdonare.
      - Tu non sai, tu non immagini in che situazione mi trovo – continuavi al telefono col tuo amico – tu non immagini cosa c'è alla mia destra! Io sto guidando in mezzo a questo traffico di merda e devo avere occhi sia per la strada che per il sedile passeggero!
      Poi ti rivolgesti a me chiedendomi il permesso di mandargli foto e video per documentare quel che stavamo vivendo. Divertita ed eccitata accetto, e sicuramente non avevi dubbi che avrei accettato. Approfittando del semaforo rosso, fai un breve video alla mia mano che massaggia e spalanca la mia figa gonfia e fradicia, e glielo invii, ribadendo la nostra urgenza di arrivare a casa, senza le rotture di coglioni della polizia, delle strade chiuse e delle manifestazioni. Che bello poter di nuovo ridere con te, durante queste nostre avventure sessuali, sempre uguali e sempre diverse.
      Finalmente stiamo per arrivare a casa.
      - Ora mi fermo un secondo davanti a casa tua, tu scendi e vai su a prepararti, io intanto cerco parcheggio e poi ti raggiungo. Quando entro in casa voglio trovarti mentre ti masturbi, con Rosario nella figa – mi dicesti.
      Rosario è un nostro fedele amico, un dildo di silicone accessoriato da una decina di cosiddette palline del piacere. Con una punta di ironia e di blasfemia, l'avevamo soprannominato Rosario, per via della lontana somiglianza con il rosario religioso, munito dei suoi immancabili grani.
      Sempre più eccitata, obbedisco. In tutta fretta salgo in casa, corro in camera da letto, prendo Rosario e mi siedo sul letto, con le gambe aperte e la schiena appoggiata alla testata, mentre con una mano mi faccio pressione sul clitoride e con l'altra mi infilo il dildo. Dopo qualche lunghissimo minuto, arrivi, cominci a spogliarti senza togliermi gli occhi di dosso e mi ordini di continuare a masturbarmi. Rimani in piedi accanto al comò, ti sfili le mutande donando la tanta agognata libertà al tuo cazzo eretto e bagnato, con una mano lo avvolgi e cominci a segarti, mentre ci guardiamo. Mi metto in ginocchio sul letto e ti faccio segno di avvicinarti, voglio sentire il tuo corpo contro il mio.
      - Ferma – mi ammonisci – stai ferma lì. Vai avanti a masturbarti, troia. Voglio che godi davanti a me. Finché non sborri non ti tocco e non mi faccio toccare.
      Che adorabile bastardo, penso tra me e me, mentre mi rimetto seduta e continuo a palparmi e sfondarmi, sorridendoti languidamente, sempre più eccitata. Forse a causa dei due orgasmi interrotti poco prima in macchina, o forse perché il desiderio di toccarti è troppo forte e non mi permette di concentrarmi su di me, non riesco a godere; ciononostante tu, a dispetto della tua sentenza di poco prima, ti avvicini e cominci a leccare i miei piedi, per poi risalire lungo la gamba e arrivare all'interno coscia. Io senza smettere di toccarmi mi muovo per portare la mia figa sotto la tua lingua, che ormai mi sta sollecitando l'inguine, ma tu all'ultimo momento ti sposti per farmi dannare ancora di più, posticipando l'attimo in cui finalmente sentirò la tua meravigliosa bocca sul mio sesso rovente. Emetto un mugolio che racchiude piacere e sfinimento per questa attesa snervante.
      - Non te la lecco perché non te lo meriti, ti avevo detto che prima volevo vederti sborrare da sola!
      Mi rimproveri divertito, strizzadomi le tette, baciandomi sulla bocca e sul collo e poi salendo in piedi sul letto e mettendomi il cazzo all'altezza del viso, ad un spanna di distanza. Sento il suo odore che mi fa impazzire, lo vedo così lucido, umido, turgido e subito istintivamente sposto in avanti la testa per poterlo assaporare ma appena gli sono vicina tu prontamente fai un passo indietro. Oggi vuoi proprio farmi scoppiare! Poi ti riavvicini, mi illudi ed ecco che fai ancora un passo indietro, tenendomi sempre sulla corda, fino a quando probabilmente anche tu non resisti più e allora mi vieni incontro e me lo sbatti in gola, schiacciandomi la testa contro la muro. Che meraviglia sentire nuovamente il tuo sapore, il tuo impeto animalesco e i tuoi gemiti, mentre mi scopi la bocca.
      Sto morendo dalla voglia di montare sopra di te e infilarmi il tuo cazzo al posto di questo affare di gomma, ma decido di farti divertire ancora un po', facendo qualcosa che so che ti piace da morire. Mi metto alla pecorina, sbattendoti in faccia i miei buchi sempre più divaricati, mentre con una mano, da sotto, continuo a masturbarmi sul clitoride, con l'altra non smetto di spingermi Rosario sempre più in fondo. Approfittando poi della duttilità del silicone, senza estrarlo dalla figa, lo piego in modo da riuscire ad infilare l'altra estremità nel culo e farti ammirare entrambi i miei buchi pieni, bagnati, stuzzicati nell'attesa di poter ricevere te. Resto in quella posizione per un po' mentre tu, coricato dietro di me, continui a segarti e a leccarmi la figa, scontrandoti con le mie dita che la stanno strofinando. A quel punto non resisto più e decido di prendere in mano le redini del gioco. Ti faccio mettere in posizione semidistesa, con la schiena appoggiata alla testata del letto e finalmente ti vengo sopra, comincio a premere le mie tette su di te, a strusciartele sulla faccia mentre tu prontamente cerchi di catturarmi i capezzoli con la lingua. Ti bacio avidamente sulla bocca, ti mordicchio il collo e intanto estraggo Rosario dalla mia figa, lasciando invece infilata nel culo l'altra sua estremità, e mi penetro col tuo cazzo. Il tempo di due o tre spinte e mi ritrovo ad urlare, lasciandomi andare ad un orgasmo meraviglioso, che mi ripaga ampiamente di quelli sfumati poco prima. Tuttavia non sono ancora soddisfatta, non ho intenzione di lasciarti andare, voglio continuare a tenerti prigioniero lì, sotto di me, voglio continuare a cavalcarti fino a svenire dalla stanchezza. E così vado avanti a muovermi sopra di te, alternando movimenti teneri e lenti a scatti prepotenti che pare vogliano risucchiare il tuo cazzo. Mi chino ripetutamente sulla tua bocca per sbranarla con la mia. Mi godo le tue mani che accarezzano dolcemente la mia schiena per poi d'un tratto schiaffeggiarmi il sedere, come per darmi il via, per partire con una cavalcata più forte, per correre verso un altro orgasmo che infatti non tarda arrivare, grazie anche a te che afferri Rosario e lo muovi energicamente, spingendomelo ancora più in fondo al culo, facendomi riprovare quella meravigliosa ebrezza data dalla doppia penetrazione che avevo scoperto durante le nostre esperienze di sesso di gruppo, tanto da riuscire a squirtare, cosa che non capita troppo spesso. Ancora con i fremiti dell'orgasmo in corso, mi alzo e porto la mia figa sulla tua bocca, per farti bere i miei umori, strofinandomela sulle tue labbra. Poi penso sia il caso di fare una piccola pausa, di rilassarci un attimo con qualche coccola intima, lenta, e così scendo all'altezza del tuo pube e ti bacio teneramente il cazzo e i testicoli, te li massaggio, te li lecco, i miei occhi continuano a perdersi nei tuoi, sento il tuo sesso muoversi nella mia bocca e non riesco a trattenermi dal montarti ancora, infilarmelo di nuovo, scoparti forte, con te che anche stavolta mi solleciti da dietro spingendomi dentro il dildo, e a distanza ravvicinata godo altre due volte, sforzandomi di tenere la mia bocca appiccicata alla tua in un bacio profondo per evitare di gridare più di quanto non l'abbia già fatto. Sono meravigliosamente stremata da tutto questo piacere che soltanto tu sai regalarmi e mi rimane un solo desiderio: far godere te. Mi rimetto alla pecorina, mostrandoti il mio culo riempito da Rosario e la mia figa sempre più bagnata, arrossata e calda, che ancora una volta ti invita ad entrare. In questa posizione riesco a vedere la nostra immagine riflessa nello specchio che si trova ai piedi del letto e questo mi eccita da morire. Vedo te che in ginocchio sul letto ti avvicini sempre più, mi masturbi nel culo frizionandomi il cazzo di gomma e finalmente mi infili il tuo nella figa, afferrandomi i fianchi e sbattendomi forte. Adoro guardare il tuo viso contratto in quell'espressione che è un misto di sforzo e di godimento, i tuoi occhi chiusi, la tua bocca semiaperta, i tuoi gemiti. Cominci a schizzare dentro di me e parte un orgasmo lunghissimo, tanto che ne approfitti per tirare fuori il tuo cazzo che sgocciola sperma sulle mie lenzuola, metterti di nuovo supino e chiedermi di cavalcarti di nuovo. In tempo zero sborro anch'io, per la quinta volta, mentre tu stai ancora godendo: quel che volevi era infatti che godessimo simultaneamente. Rimango lì a coccolarmi sul tuo cazzo finché l'erezione non scompare, e intanto non riesco a smettere di baciarti e assaporare la tua lingua. Quando il tuo cazzo fuoriesce dalla mia figa, vado a leccarlo, gustandomi le ultime tracce di te.
      - Scusami se ti ho sporcato le lenzuola – mi sussurri.
      - Non dirlo neanche... non le cambierò, così anche stanotte avrò nel letto qualcosa di tuo – rispondo coricandomi al tuo fianco, mentre ci stringiamo in un tenero abbraccio.
      Poco dopo mi sovviene che Rosario è ancora infilato nel mio culo e guidando la tua mano in modo da fartelo afferrare, ti chiedo:
      - Ma questo come si chiama?
      - Questo cosa?
      - Quello che noi chiamiamo Rosario... come si chiama?
      - Beh è un cazzo di gomma a palline
      - Sì, lo so, ma non ha un nome particolare? Su un catalogo di sex toys come viene denominato?
      - Non saprei. Ma perché me lo chiedi?
      - Perché devo citarlo quando scriverò il racconto erotico descrivendo il nostro incontro di oggi
      - Ah... beh... chiamalo pure Rosario... chi leggerà, capirà ugualmente, piccola mia.

    • Ascoltava il suono delle cime delle ancore muoversi al vento e battere contro le prue. Il suo sguardo era riverso sulla riva. Soffiava una brezza portata dal ponente e dava un gran sollievo ai tutti i corpi distesi sulle barche galleggianti sotto al sole di luglio. La spiaggia era vicina, anzi era una cala. Era una cala agreste, piena d’alghe, canne e legni levigati dal mare, la sabbia pareva spessa come il sale grosso, fastidiosa sulla pianta del piede e caldissima. C’era poca gente perché era una cala non accessibile da terra. Quasi tutti se ne stavano sulle barche. Ogni tanto, un gridolio di chi si tuffava rompeva quel silenzio di siesta e  il motore di una barca in lontananza lasciava alle altre la sua scia e gli effetti instabili del suo passaggio.
      Pensava che quella notte sarebbe stato tutto diverso: l’acqua sarebbe diventata sempre più calda, grazie alla sua capacitá di assorbire e rilasciare il calore molto lentamente. Invece, la sabbia, la terra e l’aria sarebbero state ormai fredde, perdendo tutto il calore assorbito quasi repentinamente. Intanto, stordito dal flusso dei suoi pensieri, guardava muoversi le gambe di lei, laggiù sulla sabbia, erano gambe d’ambra tenue, baciate dai raggi di pochi giorni. Erano gambe agili e veloci, come lei, come la terra e l’aria con il calore. Risalivano la cala verso la macchia, sui pendii della costa. Cercava i cerbiatti, famosi nella zona per avvicinarsi alle spiagge, però, pensava lui, non ha capito che i cerbiatti si vedono di sera, si vedono di notte.
      Quel primo bacio che si erano dati otto anni prima era stato notturno e bagnato. Avevano fatto una nuotata dopo essersi allontanati dal falò affollato, avevano solo diciannove anni. L’acqua era calda e i loro corpi morbidi senza pelle d’oca ma pieni dei brividi degli amori giovani ed acerbi. Il tempo era un elemento impercettibile, inutile, sospeso. E non importava quanto ci avrebbero messo a raffreddarsi e a scaldarsi e a raffreddarsi e a scaldarsi di nuovo. Erano lotte acquatiche sinuose e dinamiche e nessuno si sarebbe mai fatto del male. Adesso, invece, le cose sembravano mutate e ognuno era nel proprio elemento, in un punto liminale, sul bagnasciuga, né vicini né lontani.
      Sempre quella notte, avevano visto la costellazione della Vergine, era una delle ultime occasioni per vederla e poi sarebbe scomparsa fino all’anno venturo. Lui gliel’aveva indicata, riconoscendo per prima la stella alfa, Spica, la più luminosa, la spiga di frumento in mano alla vergine. Sapeva che la costellazione era associata ai raccolti, alla terra e non sapeva molto altro ma a lei bastava, perché la Vergine era il suo segno.
      Poi, erano passati tutti quegli anni, ed erano di nuovo su quel litorale. Ed erano successe molte cose, molte cose belle e molte cose brutte e si erano bagnati ed asciugati e le loro pelli avevano assorbito tutte le piccole trasformazioni del caso. L’idea di tornare sul litorale gli era venuta da un articolo che aveva letto su un giornale di divulgazione scientifica. Parlava della stella Spica, che era, insieme a Marte e Saturno, visibile in quei giorni e visibile da sempre da tutte le zone popolate sulla terra, grazie alla sua vicinanza all’equatore celeste. Aveva letto, poi, che era in realtà un sistema binario, ossia non una ma due stelle molto vicine che ruotano intorno a un comune centro di massa. Un sistema binario, diceva, spettroscopico, cioè non definibile come tale nemmeno da un potente telescopio perché sufficientemente lontano dalla terra. Queste stelle quanto più sono vicine tra loro, tanto più orbitano velocemente. Così, le loro righe spettrali generano un effetto doppler visibile tramite uno spettroscopio: s’ illuminano di rosso quando si allontanano da noi e  si spostano verso il colore blu quando si avvicinano.

    • -Il pigiama è messo, i denti son lavati,
      la pipì l’hai fatta, i piedi!!! son sudati ! -
      Lui mi guarda serio, un po’, senza parole:
      -Mamma lo sai o no ,che c’ho du mani sole.-
      Allora gli sorrido togliendo quel cipiglio.
      -Occhio ometto arrivo vedrai che ora ti piglio!-
      -Comincia così la corsa che sale e scende il letto.-
      -Mamma per me sei matta! -
      Ridendo a pieno petto
      -Te lo do io birbone -
      L’agguanto soddisfatta
      -A chi l’hai detto matta,vedrai quel che ti faccio!-
      Lui ride a crepapelle, col dito sotto il braccio.
      Il letto tutto sfatto dalla solleticanza,
      si stende e dice:
      -Ohi ohi ho riso già abbastanza,
      adesso me la conti si o no una storiella -
      Si tira su il lenzuolo
      -Mi raccomando bella !-
      Mi siedo in terra al letto,
      la luna al comodino,
      guardando alla penombra la curva del nasino.
      -Era metà di Giugno,
      il venti forse il ventuno,
      mi raccontò così un giorno nonno Bruno-.
      si tira su a sedè un po’ meravigliato.
      -Chi era Nonno Bruno? non me n’hai mai parlato -
      -Difatti - dico io- Era un nonnino a caso,
      di tutti e di nessuno. Dai su distendi il naso. -
      Perplesso si appallottola in sbuffi di lenzuolo .
      - Era un’ omino vecchio lasciato sempre solo,
      parlava volentieri con chi gli capitava,
      le storie e le novelle noi bimbi si ascoltava !
      All’ombra sotto il noce, mi disse questa storia
      ed io ancora oggi, ce l’ho nella memoria.
      “Sapete bimbi diceva quando ero piccinino,
      venivo a questo noce a fare a rimpiattino.
      La sera dopo cena tra lucciole e stelline,
      le rane che cantavano le loro canzoncine.
      Quel Giugno del 50, facevo a cuccarella,
      la cosa che successe, mannaggia se fu bella!
      Ero “arivo” a contà appena fino a tre,
      dei dieci che dovevo prima di di chi c’è?
      Quando senti un colpo e po’ tutto un frullino,
      in sù sopra le frasche del noce e anco del fio.
      Mi giro un pò di scatto, tutto spaventato
      E vedo una donnina distesa lì nel prato.-
      - Va tutto bene ?-
      lei s’alza frastornata …
      -Mi dici che è successo du’ sono capitata ? -
      - Non so dove lei andasse ,ma questa è casa mia.-
      - Te sei di Benevento? -
      - No siamo in Lucchesia !-
      -Oddio che via avro preso,
      ho fatto confusione, la stella era caduta,
      ho sbaglio direzione,
      avevo detto a Gufoffo d’aspettà,
      ma lù ha visto un topo c’aveva da cenà -
      Girava su se stessa, così in disperazione
      i sù discorsi erano un’allucinazione.
      -Senta signora ,venga, la porto a casa mia !-
      -Che dici un sei mia matto... Grigenda vieni via! -
      Perplesso guardo intorno .. Grigenda ?
      un c’e’ nessuno e lei continua urlando:
      - E' il venti o è il ventuno! -
      -Signora veramente mi sembra il ventitre -
      -Non farò mai a tempo oddio “poveramme” -
      Girottola e sfavilla nelle sue vesti nere,
      in terra c’è un cappello di quattro o cinque tele
      vado a "raccattarlo" e lei si mette a urlà .
      - Lascia stà Capocchio ti pole fulminà !-
      Mi guardo un poco intorno, m’accorgo d’una cosa,
      tutto se’ fermato a caso, fissato in una posa .
      Il gatto si lecca guardando il canarino,
      in volo la farfalla ferma il suo destino,
      anche il mio amico Franco immobile dietro al carro,
      cucciato in quella posa pareva si un somaro .
      Gli unici animati erimo io e quella donnina,
      caduta giù dal cielo come quella stellina .
      Grigenda la granata apparve poco dopo,
      insieme al ser Gufoffo, che aveva in bocca il topo.
      Guardavo tutta la scena assai meravigliato,
      strabuzzando gli occhi ai bordi di quel prato.
      -Bimbo scusaci tanto riparti ora a contà,
      il tempo sai è tiranno e noi dobbiam’ scappa.
      Aspetta il grande noce in quel di Benevento. -
      Capocchio saltellava, con le su tele al vento.
      - Mi chiamo Trementina sono in apprendistato,
      il mestiere di strega mi ma’ m’ha tramandato! -
      -Una strega vera! - Le dico bisbigliando.
      -Ancora vera no, si dai mi sto allenando,
      domani a quel noce le streghe son in riunione
      così come ogni anno; per me è l’iniziazione.
      Farò vedere a tutte quello che ho imparato,
      così mi dan il brevetto di volo modulato
      insieme agli accessori che servin’ alla magia
      e un noce come casa che sia per sempre mia -
      -Allora Trementina- nì dio arrossendo un poco,
      -Scegli il mio di noce ti aiuto nel trasloco -
      lei mi guardò e sorride a cavallo di Grigenda
      -Vado e torno dopo risolta la faccenda-
      Appena spiccò il volo Gufoffo fece un frullo,
      rimasi a mano alzata nel niente come un “grullo” .
      Intanto Franco urlava :
      -Per tutti, anche per me! -
      In quella notte stellata di Giugno il ventitre.
      Inizia a scrivere la tua storia...

    • IL TEMPO

      By simona71, in Poesia,

      -Mamma mi annoio  non so propio che fare/ il tempo mai non passa mi aiuti a farlo andare ?-
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
      Che cosa credi  Elia che il tempo sia uno solo ?/  il tempo ha tante facce e smista il suo lavoro .
      C’è il tempo passato che veste  di nebbia fina / tessuta di fili argentati sparsi di brillantina.
      Infatti vestono stretti gli  stanno appiccicati / lento guarda indietro nei giorni ormai passati.
      Nessuno mai lo vede per poco è  sempre andato / qualcuno forse in sogno a volte l’ha incontrato.
      Un bozzolo curioso che sa di crinolina / la griga crocchia in testa, somiglia a una  vecchina.
      Sapessi è così nebbioso che pare inesistente / il tempo che è passato a volte è come il niente.
      Il tempo che verrà  è molto misterioso / si dà parecchie arie è  un tipo assai borioso .
      Veste d’oro brillante nei giorni di lavoro / se è  festa ama vestire solo brillante oro .
      Profuma di speranza a volte di illusione / il tempo futuro per molti è  un imbroglione .
      Se vuoi che passi presto ,non farti mai ingannare / lo sai, fa sempre tardi, non vuole mai arrivare .
      Il tempo del presente e un giovane Signore / dal capello d’oro e sul petto le ore .
      Ticchettano sempre una dolce melodia / un pizzico di polvere si stacca e fugge via
      al posto dei capelli milioni di rotelle/ che ruotano e sfavillano un po come le stelle. 
      Un tipo silenzioso ma sempre puntuale /conosce solo l’attimo che l’ ora va a segnare
      non parla di passato nemmeno di futuro / con lui parli di adesso di quello è assai sicuro.
      Dei tre certamente è  quello più importante /non devi accelerare o fermare l’istante .
      Dovrai porgergli la mano un ticchettio alla volta / seguire quella danza che sembra un po contorta ;
      il battito di cuore, il ritmo del tamburo ,il sole che tramonta , il cielo che è  già scuro
      l’Alba che ti sveglia, le risa con gli amici , il rombo del motore, i giri con la bici .
      joystick tra le mani le bombe sul giochino, poi l’ultima avventura di mister Topolino ,
      le guerre per giocare ,la pace in tutto il mondo,/ la luce artificiale  e ancora un girotondo,/
      la scuola ,la palestra ,un tuffo poi in piscina,/ la cioccolata calda, la prima ragazzina ./
      I viaggi , le avventure, milioni di persone / ballano con te nel tempo in lenta confusione .
       
      Mamma  sono stanco,adesso di ballare /che dici se andiamo fuori, così si può giocare!-
      Ti seguo sorridendo e chiudo quella porta / infondo il tempo e ora del resto poco importa.

    • C'è Una parte di me persa ,
      dietro l’iride stinta e il ciglio curvo.

      dove la fronte lamenta una ruga
      e la bocca distorce il sorriso.
      E da li che mi guardo da dentro
      Nei corridoi vuoti di un tempo fermo.
      Osservo le gesta , i pensieri Lenti,
      Il guizzo delle idee ,il vuoto dei ricordi.
      Mi ascolto.
      Come  un' estranea spettatrice di me stessa
      guardo me, da dentro.

      L’altra me osserva l’intorno ,
      il fuori,
      il mondo.
      Quello che vede le piace,
      quasi sempre!
      Vive di visioni e di euforia
      è pazza
      o saggia
      Non assomiglia per niente all’altra me ,
      che anche adesso giudica severa.

      Non vanno d’accordo le due me stesse
      Obbligate a dividere lo stesso corpo
      Divise solo dall'ingombrante naso
      Che evita da sempre un chiarimento.

      Potendo se ne andrebbero all'istante
      Lontane da quest’ IO,
      troppo ingombrante.
      Ognuno per suo conto .
      Libere
      finalmente
      anche di esistere.
       
       

    • Drink drin drin
      Maledetta sveglia!!Non ricordo neanche di averla impostata ieri sera, mi rigiro nel letto infilando la testa sotto il cuscino per non sentirla.
      drin drin drin
      e poi...il silenzio finalmente ,si è fermata, 
      drin drin drin
      spalanco gli occhi solo un
      -dannazione-  esce con tono lamentoso dalla mia bocca mi tolgo di colpo il piumone da dosso, gesto che rimpiango quasi subito quando una folata di vento gelido proveniente dallo spiraglio della porta della mia camera da letto socchiusa viene a contatto con la mia pelle ancora reduce dal tepore del mio magnifico piumone ormai quasi completamente disteso sul pavimento, mi faccio coraggio e poggio i piedi nudi sul pavimento ghiacciato cosa che mi sveglia all'istante, mi avvio verso quell'oggetto infernale che ancora strepita in cerca della mia attenzione, quando lo prendo in mano mi accorgo che non è la sveglia ma una telefonata della mia amica Katia,rispondo velocemente alla telefonata sapendo che altrimenti mi avrebbe chiamato in eterno, non è di certo una persona che si arrende lei, non c'è niente che può fermare  Katia-forzadellanatura-McFee.
      Non faccio in tempo a premere il tasto di risposta che la sua voce squillante tipica di quando è arrabbiata mi trapana le orecchie
      -Abby finalmente è la quarta volta che ti chiamo perché non rispondi?-
      -Magari perché stavo dormendo- ribatto con tono acido
      -alzati e risplendi raggio di sole, stai ancora dormendo? Non puoi passare tutto il giorno a letto-dice subito con tono allegro, i suoi cambiamenti improvvisi di umore mi fanno quasi girare la testa 
       -strano di solito non dormo mai fino a tardi- dico mentre mi incammino verso la finestra con ancora il telefono attaccato all'occhio spalanco le tende e mi accorgo stranamente che in strada non c'è nessuno, l'unica cosa che vedo è una vecchia macchina nella corsia opposta al mio appartamento che si muove con molta calma come se avesse tutto il tempo del mondo e dal lato del conducente il finestrino leggermente abbassato da dove esce una lieve scia di fumo di sigaretta, una verità mi balena la mente, stacco il telefono dal mio orecchio per accettarmene 
      -sono le 6 di domenica mattina-mormoro quasi più a me stessa che a lei
      -si lo so, hai già perso un sacco di tempo a poltrire- lei risponde con tono allegro 
      -sono le 6 di domenica mattina- ripeto con un tono di voce più alto e incredulo, riportando il telefono al mio orecchio
      -ho già detto che lo so, ti stai ripetendo, vestiti ti sto venendo a prendere- dice lei divertita
      -sono le 6 di domenica mattina!!!-ripeto nuovamente lei scoppia in una risata fragorosa
      -dai ti porto a fare colazione e ci dobbiamo incontra con mar-la interrompo bruscamente 
      -no, voi siete matte sono le CAZZO DI 6 DI DOMENICA MATTINA !!!-
       
      urlo attaccandogli il telefono in faccia lanciandolo con violenza sul letto e subito dopo lanciandomici anche io con altrettanta violenza, recupero il piumone dal pavimento e mi ci accoccolo al calduccio e con area beata mi riaddormento
      Dopo quello che che sembra un sacco di tempo mi risveglia il suono del campanello della porta, tasto il letto in cerca del mio telefono per controllare l'ora, altro che un sacco di tempo sono passati 15 minuti, mi alzo contro voglia e spalanco la porta con voga tale da lasciarla sbattere violentemente contro il muro nel mentre io lascio cadere le braccia stancamente lungo i fianchi coperti da dei pantaloncini di raso rosa e una canottiera bianca che mi copre a stento lo pancia, e fisso con sguardo truce la bellissima ragazza con capelli tanto biondi da essere quasi platino perfettamente acconciati in morbide onde coperte da un cappellino di lana grigio perla, con due splendidi occhi verdi che sembrano quasi brillare dal divertimento e al centro del viso un enorme sorriso di scherno
      -buondì sunshine, sembra che ti abbiano infilato in una lavatrice, ma che hai fatto ai capelli?-dice con una smorfia di disgusto misto a disapprovazione mentre mi scansa e si avvia verso la mia camera da letto lasciandomi come una scema davanti alla porta spalancata
      Rassegnata a me stessa con uno sbuffo chiudo la porta di casa e inizio a preparare il caffè. All'improvviso sento due mani che mi afferrano le spalle urlo dallo spavento e il mio presunto assalitore urla di conseguenza,mi giro è Katia che mi guarda con aria divertita
       
      - che stai facendo-mi chiede-mi preparo il caffè mentre tu mi fai venire un infarto-
      -ah! è per questo che hai urlato-
      - Sì,perché pensavi che avessi urlato e tu perché hai urlato-
      -perché tu hai urlato- mi porto le mani nei capelli esasperata
      -Kitty questo non ha senso-
      - Sì, che ce l'ha-
      - No ,invece. Se io giro nuda per strada lo fai anche tu ?-
      -sì -
      -se io mi butto da un ponte tu mi segui-
      - no, non sono stupida se vuoi morire ,muori da sola-
      -che amica che sei non moriresti per me-
      -No-
      -non ti butteresti neanche per salvarmi-
      -no, arrangiati-
      -che bella amica che sei-
      -dai sbrigati a vestirti e smettila con le cavolate-la guardo scioccata attraversare nuovamente la porta della mia camera e infilarsi nel mio armadio 
      -tu non mi ami abbastanza- urlo e proseguo dicendo
      -io non faccio proprio niente prima di aver bevuto un cazzo di caffè-
      Finalmente riusciamo ad uscire di casa il freddo mi avvolge,accoccolo il mio viso beata dalla morbidezza e dal caldo che deriva dall'interno felpato del mio parka,sentendomi osservata mi giro verso Katia che mi sta fissando
       
      - che c'è- dico fermandomi
      - Se hai finito di fare sesso col tuo cappotto-dice con un espressione di finto disgusto
      - parti-gli rispondo bruscamente, alzando gli occhi al celo
      Arriviamo al piccolo caffè in stile vintage, il preferito di Katia, la guardo mentre parcheggia,nonostante abbia già parcheggiato in modo adeguato continua a fare manovra perché secondo lei è più bello se l'auto è parcheggiata in modo preciso e con le ruote perfettamente allineate,per lei tutto nel mondo deve essere bello,è un po' superficiale ma diciamocelo chi non lo è a questo mondo e lei se lo può permettere, è splendida anche con quella buffissima smorfia che fa quando è concentrata.
      Dopo circa 15 minuti riusciamo ad uscire dall'auto, il caffè è insolitamente vuoto ma d'altronde sono le 6:30 del mattino,penso guardandomi intorno, l'unica persona che riesco a vedere nel bar è Marco, seduto ad un tavolino in fondo alla sala ancora infilato nel suo giubbotto che si sfrega le mani probabilmente ancora ghiacciate,si volta a guardarci con i suoi grandi occhi castani ancora mezzi addormentati, adoro questa persona e lui adora me, potremmo anche dire che saremmo stati una bella coppia se non fosse per un piccolo particolare, a lui piacciono i ragazzi anche più che a me, un vero peccato aggiungerai ma così è la vita, mi siedo a fianco a lui e di fronte a noi si siede Katia, lui subito appoggia la testa sulla mia spalla e cominciare a lamentarsi
      -Kitty perché ci hai svegliato così presto- lei risponde facendo la linguaccia, si avvicina a noi la barista per prendere le ordinazioni
       
      -aspettiamo un paio di amici- risponde svelta Katia in un tono un po' brusco non tipico di lei, sembra che "la barista sexy" come ama definirla il ragazzo di Kitty,non le vada troppo a genio, la cosa non mi sorprende affatto, a proposito di questo chissà che fine ha fatto James.
      Sono sul punto di chiederglielo quando-è arrivata la stronza- afferma Marco scorgo attraverso la vetrata la figura slanciata di Isabella o Bella come ama farsi chiamare lei,con i capelli biondo cenere tagliati in un caschetto lungo dritto, con indosso una pelliccia aperta e al di sotto di essa un mini abito da sera fin troppo scollato e corto per una domenica mattina
      -ho freddo per lei-dico accidentalmente a voce alta Marco scoppia subito in una risata fin troppo rumorosa seguito subito dopo da Katia,in una risata strana che non coinvolge gli occhi,lei è strana oggi riesco a percepirlo ma non riesco a capire di cosa si tratti 
      - come mai ancora non entra- sento dire distrattamente dal mio amico
      - avrà sentito dire che il freddo tonifica- risponde subito Katia in tono acido
      - le può fare solo bene visto tutto l'alcool che beve deve aver messo su qualche kilo- dice Marco 
      - già, comincia a diventare difficile per lei mettersi in ginocchio, povera stella- ribatte Kitty in tono ancora più acido
      - Wow, time-out ragazzi, per fortuna che ero io quella di cattivo umore la mattina- dico io - ma chi l'ha invitata- chiede Marco
      - ieri sera è tornato mio fratello,è andata in discoteca e l'ha incontrata lì, sono tornati adesso- risponde Katia con aria irritata
      - aspetta!! significa che conoscerò finalmente il tuo gemello, è assurdo che io non lo abbia ancora conosciuto- dico io
      - non l'hai mai conosciuto perché non volevo lo conoscessi- dice lei
      - perché?- chiesi sorpresa
      - perché ti saresti innamorata di lui,e ti avrebbe rubata a me- disse in tono scherzoso ma che nascondeva altro sotto
      - mi credi un tipo così facile?- chiesi piccata
      - no, lo sai che non lo penso- disse togliendosi il cappello e ravviandosi i capelli, e proseguendo in tono molto serio, che non avevo mai sentito da lei disse
      – davvero, non innamorarti di lui- 
      un - buon giorno- detto con una voce acuta e stridula interruppe il nostro discorso, per poi ritrovarmi in un secondo la chioma bionda di Bella praticamente sulla faccia, mentre lei mi stringeva in un abbraccio gelato-spacca-ossa
       - ci sei mancata, ieri sera- mi disse Bella ignorando il resto del gruppo
      - a me di sicuro- sentii dire da una voce profonda che mi fece fremere anche le ossa,mi girai per dare a quella fantastica voce un volto, e non ci potevo credere, ero come ipnotizzata a guardare il ragazzo più bello che io abbia mai visto

    • Prologo
       
      È incredibile È passato un anno da allora e io sono qui sulla stessa spiaggia, a guardare lo stesso mare e anche se tutto sembra esattamente lo stesso in realtà è tutto completamente diverso,ma forse sono io che sono cambiata, tu me lo hai sempre detto che dormivo,che non vedevo e avevi ragione sono stata stupida e superficiale, ero davvero convinta di capire la mia vita e le persone che ne facevano parte, ma adesso sono sveglia e vedo.

    • Quando si ha 16 anni sembra che le cose girino sempre intorno a noi:le attenzioni dei genitori che crescono se magari ti vedono spensierata(e magari allarmati pensano che tu ti stia facendo delle peggio droghe, ma lasciamo stare),i brufoli infernali che escono ovunque,anche nei posti meno desiderati per darci segno che l'adolescenza è iniziata, i brutti voti a scuola e la mancanza di voglia di studiare(anche se credo che questo succeda a tutte l'età) e per infine ma non la meno importante : la mancanza di sonno, ditemi che voi non siete mai stati sdraiati sul vostro letto in piena notte a guardare il soffitto della vostra cameretta mentre ascoltavate la musica con delle cuffiette, ecco se avete detto di no vi dico che siete dei gran bugiardi. Comunque tutto questo mio grande discorso se così possiamo definirlo e per spiegarvi che a 16 anni la vita non è facile per nessuno,tutti possono sentirsi la terra crollare sotto i piedi ma non per questo bisogna arrendersi,tutti a questa età viviamo la nostra storia..e io inconsapevolmente stavo vivendo la storia più belle di tutte.
      Ciao,mi chiamo Mary , ho 16 anni e da quando sono nata non ho mai visto la luce del sole,soffro di una malattia chiamata xeroderma pigmentoso,una malattia abbastanza rara,rara quasi come me. Se anche un solo raggio di luce sfiorerebbe la mia pelle porterei gravi lesioni e alla fine rischierei di dare origini a tumori vari,lo so può sembrare triste come cosa ma una volta che si è fatta l'abitudine non lo è più. Vivo da 16 anni in un hotel insieme a mia madre, mio padre ci ha lasciate prima che io nascessi e mia madre ha dovuto iniziare a lavorare come infermiera per mantenerci e per non far fare domande ai vicini della nostra vecchia casa sul perché io non potessi uscire di casa,decise di trasferirsi nell'hotel di mio zio,lui è come un padre con me e qui io conosco tutto il personale,è grazie a loro se sono cresciuta nel modo più sano che potevo.
      Ho comunque i miei vantaggi a non uscire di casa,studio privatamente nella mia stanza e dormo tutto il tempo che voglio,qualche volta esco di notte ma raramente visto che non ho amici e la cosa è un po imbarazzante ma è la mia vita e la prendo come va,ascolto anche tanta musica,specialmente quella dei one direction,non potete capire quante volte ho sognato di essere li a un loro concerto ma ovviamente rimane tutto un sogno anche se da oggi ho saputo che Harry Styles uno dei membri verrà a passare le vacanze d'estate qui e vivrà nel mio stesso hotel,la cosa non mi emoziona tanto visto che è quello che preferisco meno nella band ma sarebbe comunque carino se magari riuscirei a incontrarlo. 
      Tra i miei pensieri esco dalla mia camera camminamdo lentamente per il corridoio dell'hotel mentre cerco di mangiare la mela rossa che ho nella mano sinistra e di leggere le frasi scritte nel mio quadernino di poesie che ho saldamente nell'altra mano e che porto sempre con me ,mentre continuo a camminare cercando di arrivare nell'atrio dell'hotel mi scontro contro qualcosa o per meglio dire qualcuno e questo fa cadere il quadernino dalle mie mani,sento che mormora uno scusa,da quel che posso intuire dalla voce robusta,è un ragazzo ,insieme ci caliamo a terra per raccogliere i fogli che erano volati via da esso,mentre poso la mano sul mio quadernino per raccoglierlo sento l'altra del ragazzo posarsi sulla mia e insieme alziamo lo sguardo per guardarci,non è possibile,lui proprio lui,sembra che il destino mi stia facendo uno scherzo visto che ne ho parlato proprio prima, Harry styles davanti a me con la mano sopra la mia e un mezzo sorriso sulle labbra che gli fa intravedere la fossetta ai lati della bocca.
      -mi dispiace-
      sussurra mentre insieme ci alziamo da terra e mi passa i fogli che aveva raccolto da terra.
      -non dovresti tenerli così disordinati,rischi di perderli-
      mi sorride ancora e io annuisco abbassando lentamente la testa 
      -io comunque sono Harry..ma immagino tu abbia sentito parlare di me vero?-
      ridacchio annuendo guardandolo attentamente negli occhi 
      -si,io sono Mary,comunque grazie-
      sorrido per ringraziarlo e mi giro dandogli le spalle riprendendo a camminare ma una mano del ragazzo mi afferra per il polso e mi blocca facendomi girare verso di lui.
      -vivi qui?- 
      chiede mentre pian pian lascia la presa dal mio polso e io annuisco come risposta 
      -sai dirmi dov'è la stanza 1116- 
      chiede imbarazzato passandosi una mano tra i capelli.
      -si...ehm è proprio accanto alla mia,seguimi che ti ci porto-
      gli sorrido dolcemente e riprendo a camminare fino a che non arrivo davanti alla porta della stanza del ragazzo
      -è questa,spero tu ti possa trovare bene qui-
      -lo spero anch'io,comunque grazie...per avermi aiutato,ci si vede- 
      mi fa l'occhiolino ed entra velocemente nella sua camera mentre io poggio la testa contro la porta della mia camera
      che cazzo è successo? penso tra me e me mentre stringo saldamente il quadernino al petto,anche se me l'aspettavo più carino. Rientro nella mia camera e mi stendo sul letto portando lo sguardo al soffitto...me lo aspettavo anche più egocentrico a dir la verità.
      Dopo qualche ora scendo giù nell'aerea ristoro e mi siedo ad un tavolo qualunque prendendo il libro che avevo portato con me ovvero chiamami col tuo nome volendo continuare a leggerlo ma mi blocco quando vedo harry all'entrata lo guardo attentamente squadrandolo da testa a piedi,è così alto,un suo passo equivale a due dei miei e lentamente si avvicina a me.
      -ehi posso?-
      chiede sedendosi accanto a me
      -perché lo hai chiesto se ti sei seduto senza aspettare una risposta?-
      dico divertita chiudendo il libro posandolo accanto a me e vedo che subito porta l'attenzione a leggere il nome.
      -bel libro,l'ho letto e ho anche visto il film- 
      dice cambiando totalmente discorso
      -io sto leggendo il libro,ti ho detto non esco molto..non ho ancora visto il film-
      dico quasi imbarazzata
      -beh qualche sera potrei accompagnarti io a vederlo-
      -vedremo-
      rispondo solamente per poi guardarmi intorno,una decina di ragazze ci stavano guardando fissi senza mai togliere l'attenzione da noi due.
      -credo sia il caso che tu cambi tavolo-
      gli sorrido dolcemente mentre riprendo il libro tra le mani volendo continuare a leggere
      Harry annuisce e si alza dalla sedia dove era seduto ma prima di andarsene porta l'attenzione un'ultima volta verso di me
      -ehm...mi chiedevo se sapevi un ristorante tranquillo dove potevo cenare questa sera-
      chiede in imbarazzo prendendo a mordersi il labbro.
      -oh,sai non uscendo molto non conosco molti posti...ma se vuoi posso chiedere a qualcuno,qui conosco tanta gente- 
      gli sorrido dolcemente e lui annuisce sorridendomi di ricambio.
      -si grazie,non è che questa sera ti va di cenare con me? non amo stare da solo-
      -aspetta...la richiesta di un ristorante era una scusa per invitarmi ad uscire vero?-
      sorrido incrociando le braccia sotto il seno
      -mi hai scoperto- 
      risponde il ragazzo riccio facendomi l'occhiolino
      -allora,mi farai l'onore di avere la tua compagnia?-
      Annuisco divertita guardandolo attentamente 
      -lo faccio solo perché qui non conosci nessuno che sia chiaro Styles-
      -tutto chiaro,allora a questa sera alle 8,ti busso io-
      mi saluta con un cenno di mano divertito e va a sedersi ad un altro tavolo mentre io metabolizzo quello successo
      non posso crederci,è tutto così surreale,anche se lui non mi piace è strano,sarà la mia prima uscita con un ragazzo.
      Sono le 8 e come da orologio sento qualcuno bussare alla porta,in dosso ho un vestitino corto sopra al ginocchio di colore rosso,una cosa semplice. Vado ad aprire alla porta e davanti a me trovo Harry vestito con degli skinny neri che gli fasciano le gambe,una t-shirt bianca e degli stivaletti ai piedi,solito suo stile, mi avvicino a lui sorridendogli dolcemente.
      -sei puntuale-
      dico divertita mentre con il ragazzo esco dall'hotel e insieme iniziamo a camminare per le strade della città
      -molto-
      mi risponde guardando davanti a se
      -ho pensato di portarti a mangiare un semplice panino al burger king se ti sta bene-
      chiede divertito passandosi una mano tra i capelli.
      -si va benissimo-
      rispondo abbastanza in imbarazzo,credo lo sia anche lui,quando lo è si passa sempre una mano tra i capelli da quello che ho notato.
      -benissimo-
      mi sorride dolcemente e insieme raggiungiamo il fast food che era davvero vicino all'hotel,strano che non ci sia mai venuta,ci sediamo ad un tavolo uno difronte all'altro e insieme ordiniamo.
      -non ci sei mai stata vero?-
      chiede guardandomi negli occhi e scuoto la testa divertita
      -diciamo che sono in una situazione un po difficile-
      -me la racconterai un giorno- 
      mi sorride dolcemente e velocemente vediamo il cibo arrivare a tavola insieme a delle corone di carta e mi lascio scappare una risatina nel vedere il ragazzo indossarla velocemente.
      -sei serio Harry?-
      Harry annuisce velocemente sorridendo con l'espressione di un bambino e posa velocemente anche sulla mia testa una corona di carta e questo mi porta a ridere ancora più forte
      -perché mi hai chiesto di uscire?- 
      dico sospirando nel mentre toglievo la carta che circondava i panini e inizio a mangiare il primo dando piccoli morsi,cavolo sono così buoni.
      -perché avevi detto che non uscivi molto e quindi ho colto la palla in balzo- 
      mi sorride dolcemente mentre si strofina un dito contro l'occhio come se gli desse fastidio per poi iniziare a mangiare anche lui nel mentre io annuisco lentamente alle sue parole.
      -davvero non ci sei mai stata qui?-
      -no,mh dimmi una cosa,quanto tempo resterai qui?- 
      chiedo curiosa nel mentre continuo a mangiare
      -beh spero tutte le vacanze,a meno che non ci sia qualche problema con il lavoro,dopo un tour durato un anno voglio solo rilassarmi un po-
      -beh ti sembrerà strano anche questo,ma non sono mai stata a un concerto-
      dico divertita guardando attentamente il ragazzo
      -non ci credo-
      dice sorpreso sorridendo a bocca socchiusa
      -è la verità,te l'ho detto non ho fatto molto nella mia vita e poi ho solo 16 anni ci sono tantissime persone alla mia età che magari non sono mai state a un concerto-
      -molte ragazze non vanno ai concerti per problemi economici...sono proprio curioso di sapere il tuo problema-
      lo vedo torturarsi il labbro tra i denti e io porto l'attenzione sui suoi occhi color verdi smeraldo per non sentirmi ancora di più in imbarazzo.
      -magari un giorno lo saprai,dipende se saprai guadagnarti un posto importante nella mia vita-
      -ci riuscirò vedrai.-

    • Federico se ne stava li, seduto sul ciglio del crepaccio a guardare a valle quando d’improvviso dal basso centinaia o forse migliaia di storni apparvero dinnanzi a lui.
      Mossi da chissà quale impercettibile musica, stregati probabilmente da un’inesistente fattucchiera, drogati d’euforia o di panico iniziarono un ballo soave, morbido come il ventre di una danzatrice curvy.
      Rimase stupito quando si accorse che ad ogni evoluzione riusciva ad associare un ricordo, la volta che rapito da sua madre ed obbligato a tenere su quella strana parrucca, prese il traghetto da Praia de Troia per Setubal in Portogallo e vide per la prima volta i delfini saltare fuori dall’ acqua in un gioco che sembrava cosi divertente…
       

       
      la pipa che suo nonno teneva sempre stretta tra le labbra, quella che lui stesso una notte gli rubò dal comodino per provare a fumarla come il vecchio sapientemente sapeva fare e beccato in flagranza di reato era pronto a prendersi una bella strigliata, invece suo nonno sempre cosi serio e burbero si sedette al suo fianco e gli insegnò come schiacciare bene il tabacco dentro, come accenderlo e come godere di qui tre piaceri che quello strano strumento sapeva donare ad un uomo, goderne il gusto, goderne la fragranza  e godere del contatto che il legno duro e tiepido sapeva dare….
       

       
      La volta che suo fratello doveva badare a lui perché loro padre era al lavoro e la madre invece risultò poi essere ad interrogare un politico sequestrato in chissà quale appartamento della città, fratello che preso dall’amore del momento che aveva invitato a casa doveva tenerlo impegnato per un po’ affinché lui potesse dedicarsi alle tenere effusioni che sognava con questa splendida ragazza, lo obbligò a cambiare l’acqua e pulire la vaschetta del pesce rosso.
      Federico riempì il bidè, ci mise il pesce dentro, lavò la vaschetta e la riempì di nuovo.
      A volte passava ore a riempire e svuotare il bidè solo per perdersi nel disegno e nel movimento di quel vortice che faceva l’acqua quando andava giù, si accorse solo all’ultimo che quando quella spirale magica si stava per esaurire insieme si sarebbe trascinata dentro a quel buco buio anche il pesce ma oramai era troppo tardi e prima che potesse allungare la mano il bidè era già vuoto.
       

       
       
      Federico si ricordò del matrimonio di sua zia Benedetta con un tal Renato sebbene le cronache qualche anno dopo confermarono che di benedetto non aveva proprio nulla, condannata all’ergastolo per 4 omicidi ed atti di terrorismo insieme a sua madre.
      Quando gli sposi uscirono sulla scalinata della chiesa un amico regalò loro una scatola in cartone bianca con le loro iniziali scritte con uno scotch rosso B.R.
      Federico non ricordò la gente che applaudiva ma solo la colomba bianca che dalla scatola volò in cielo e che lui stette a guardare finché diventò un puntino nel nulla.
       

       
      Ad ogni virata nel cielo si forma un’immagine, ad ogni immagine in testa affiora un ricordo, come quella volta che tolto alla sua famiglia ed in affido presso una coppia di Pordenone, due bravissime persone, amorevoli, lei pasticcera, lui ingegnere in un’azienda di macchine per l’imbottigliamento rimase solo in casa con loro figlia.
      Entrambi diciassettenni, entrambi affascinati l’uno dalla storia dell’altro, entrambi talmente timidi da non riuscire a raccontarsi come avrebbero voluto.
      Federico restò fulminato quel giorno, quando passando davanti alla camera di lei dalla porta semichiusa la vide dinnanzi allo specchio, la vide vestirsi con quel vestitino in raso azzurro che tanto staccava dai suoi capelli neri quanto si confondeva con il cilestrino dei suoi occhi, non riuscì a non guardare, vide Elena mentre si infilava le calze bianche srotolandole fino alla coscia una alla volta, la vide mentre prese quelle scarpe con i tacchi infilandole delicatamente come solo una donna sa fare, la vide sorridere a dimostrazione del fatto che ben sapeva di essere osservata.
      Federico si ritrovò a dover scegliere se voler vedere in quello stormo d’uccelli una splendida scarpa con il tacco o la pistola con cui vide sua madre spararsi prima di finire in carcere.
       

       
      Poi d’improvviso l’enorme stormo d’uccelli ripiombò giù per il vallone disperdendosi, lo spettacolo era finito.
      In quel mentre Elena arrivò e si sedette affianco a Federico, mettendogli una mano attorno al collo lo baciò nel silenzio, lui perso nei suoi occhi con fare sicuro infilò una mano dentro al giubbotto in jeans ed estrasse una scatolina bianca con incise due lettere rosse, F.E.
      Il rosso questa volta era quello della passione e le due lettere rappresentavano un destino ormai scritto, For Ever.
      Quando Elena emozionata aprì la scatola dentro ci trovò due anelli d’oro luccicanti con i loro nomi scritti all’interno, questa volta nessuna colomba ma d’improvviso un intero stormo, dal nulla, tutto per loro.
       

       

    • Incubi senza fine
       
      In un paesino sperduto nelle campagne piemontesi, dove tutti sanno tutto di tutti, dopo le elementari, Lidia, figlia unica di contadini impegnati tutti i giorni  nei campi, decise di affrontare le scuole medie sperando di trovare, in futuro, un lavoro che non fosse quello da  contadina.
      Ormai aveva undici anni e si sentiva già pronta a spiccare il  volo per sperimentare un nuovo mondo.
      Tutte le mattine per andare a scuola in città, percorreva in treno circa trenta Km. che le permettevano di solcare tanti paesaggi e  raggiungere un  centro pieno di sorprese, ma anche di tentazioni da tenere a distanza.
      Quella cittadina la conosceva davvero poco, solo qualche sporadica visita coi genitori per visitare il grande mercato, ma soprattutto per la festa del santo patrono ed ora, raggiungerla da sola, le metteva brio, ma anche un pizzico di timore.
      Per la prima volta si ritrovò in un grande istituto scolastico gestito da severe suore. Le lezioni erano molto diverse da quelle delle elementari dove i bambini erano seguiti da una unica insegnate, severa si, ma comprensiva e sempre pronta ad aiutare chi era in difficoltà.
      A quei tempi i bambini ripetenti erano tanti e la scuola di quel paesino, era una sorta di parcheggio per quando nelle aziende agricole di famiglia non c’era molto lavoro, mentre per lei, figlia unica di genitori  un po’ avanti con gli anni, la  sorte era stata molto più benevola e questo la inorgogliva.
      Però per non tradire la loro fiducia, Lidia faceva del suo meglio, studiava molto e con ottimi risultati e l’unico svago che si concedeva, erano gli amici incontrati lungo il percorso.
      Gli anni trascorsero tranquilli fino alla licenza di scuola media, un titolo di studio a quei tempi ancora molto importante, quasi come l’attuale liceo e col diploma, arrivarono anche i suoi quattordici anni, età in cui si sentiva  grande davvero.
      Lungo il viaggio aveva conosciuto un bellissimo ragazzo che lavorava già come apprendista meccanico ed era proprio in occasione della festa del santo patrono della città, che Lidia decise di concedersi un po’ di  svago.
      Sandro la  invitò a trascorrere con lui quella lieta giornata e a  Lidia sembrò di toccare il cielo con un dito. In quella domenica trascorsa fra musica e balli, il cuore si incatenò al suo meccanico, un ragazzo già uomo che le aveva fatto da cavaliere per tutto il giorno dimostrando di saperla proteggere e guidare.
       I due, un po’ di nascosto dai genitori, presero ad incontrarsi ogni fine settimana e tutto filava a meraviglia fino a quando Lidia  fece una amara scoperta, capì di essere incinta e quando confessò a Sandro il suo dubbio, lui irritato, sparì  dalla circolazione.
      A Lidia, cadde il mondo addosso. Spaventata e impreparata ad un simile avvenimento, non ebbe il coraggio di  confidarsi con nessuno, e meno che mai con la madre perché oltre ad infliggerle  un grande dolore, non sapeva come quei genitori, credenti praticanti, avrebbero reagito a quella notizia.
      Intanto il tempo passava inesorabilmente e con quel poco coraggio che le era rimasto, pensò di rivolgersi a don Nando, il parroco del paese, un uomo di mezza età, dall'aspetto un po’ burbero, ma che godeva di molta stima per aver aiutato parecchie famiglie in difficoltà e forse avrebbe potuto aiutare anche lei.
      Di fronte al sacerdote, la sua bocca rimase quasi muta, non le riusciva di trovare le parole adatte per confessare il suo problema. Avrebbe voluto raccontare tutto in un fiato quanto le pesava sull’animo, invece la lingua  si incespicava in un girotondo  senza fine. Don Nando capì subito cosa stava succedendo e, dopo aver ingoiato l’amaro boccone, tentando tranquillizzarla, studiò la soluzione più adatta per evitare che quello scandalo si disperdesse per tutto il paese.
       Anche i genitori, informati del fatto, rimasero senza parole, ma poi insieme la  soluzione più idonea, la trovarono.  
      Nel salernitano viveva una zia, sorella della mamma, ma molto più giovane e senza figli. Lidia con la scusa di doverla aiutare, si trasferì laggiù e partorì a Salerno una bellissima bimba chiamata Serena, perché serena era stata quella soluzione. La sua bambina venne adottata con grande gioia dagli zii che per molti anni avevano sognato di avere un figlio che non era mai arrivato e ora ringraziavano il Signore di avergli dato quella grande opportunità. Gli anni passavano e mamma e figlia che si vedevano pochissimo, vivevano come cugine, ma purtroppo  il tempo lascia  sempre delle ferite. Anche la mamma di Lidia si ammalò di una grave malattia  e poco dopo dovette abbandonare la sua  famiglia portando con se il segreto di essere la  nonna e contemporaneamente zia di colei che risultava essere la figlia di sua sorella.
      Lidia intanto, raggiunta la maggiore età,  si impiegò come  commessa proprio nella città in cui aveva subito la delusione più amara della sua vita. Ma il destino che sa ferire, sa anche lenire i dolori del passato. Un giorno le  venne presentato un ragazzo serio, di buoni principi, grande lavoratore come  si diceva a quei tempi,  e poco dopo si sposarono. 
      Il tempo passava e Lidia si ritrovò a diventare mamma per la  seconda  volta. Anche stavolta nacque una bimba e le venne imposto il nome della zia  Giulia, la mamma adottiva di Serena.
      Tutto proseguì nel migliore dei modi tenendo ognuno per se  il suo segreto. Intanto Serena cresceva felice e anche lei frequentava le scuole medie. Lidia in quel periodo, memore delle sue  esperienze negative, avrebbe voluto averla vicina per poterla guidare come farebbe ogni mamma, ma non le era consentito perché Serena una  mamma ce l’aveva già.
      Restando sempre in  secondo piano, seguiva la sua ormai ragazza  con tanto amore e nel suo cuore quella ferita non si rimarginò mai. Avrebbe a anche voluto invitarla per le vacanze estive a casa sua, con la cuginetta sorella, ma la zia che non si fidava, temeva che qualcosa  minasse la sua tranquillità.
      Per maggior sicurezza le visite si diradavano sempre più e con esse, anche i contatti con la famiglia del nord, come veniva definita  quella di Lidia. Anche il papà, gravemente ammalato, se ne andò custodendo nel cuore il suo segreto e mentre tutto sembrava  evolversi nel migliore dei modi, Lidia dentro di se,  stava sempre peggio. Aveva però Giulia che di  quella  triste storia,  di colpe  non ne aveva e doveva fare il massimo almeno per lei.
      La  ragazza che si diplomò maestra elementare, dimostrava di essere giudiziosa e pronta a capire ed aiutare i suoi alunni e le loro famiglie che spesso si rivolgevano a lei per ricevere consigli. Lidia che non riusciva quasi più a trattenere il suo doloroso segreto, è stata spesso tentata di svelarglielo  sperando di  alleggerire un po’ quel mattone che la stava opprimendo, ma non ne ebbe mai il coraggio.
       Del resto anche il marito era all'oscuro del suo passato e se lo avesse scoperto, si sarebbe potuto minare quello che sembrava un buon pilastro di quella  famiglia.
      I rimorsi però la appesantivano sempre di più e le notizie di Serena si facevano sempre più rare. Anche la ragazza si era ormai allontanata del tutto da quella zia mamma e  soprattutto dalla sua cuginetta sorella e questo faceva star sempre peggio la  povera Lidia.
      Un bel giorno nel negozio di pezzi di ricambi  per auto dove Lidia lavorava, si presentò un signore a cui servivano alcuni pezzi per la  sua Alfa Romeo e quando lo vide, mancò poco che non svenisse.
      Era il padre di Serena che, pentito del suo passato, voleva sapere  come si era risolta quella gravidanza. Lidia,  avrebbe  voluto fulminarlo, ma  ebbe solo il coraggio di dirle che si era ammalata ed aveva perso il bambino che  portava  in grembo. Sandro se ne andò poco convinto, ma lei, dopo avergli chiesto di non farsi più vedere da quelle parti, era persino contenta di averlo  scaraventato, almeno col pensiero, molto lontano da lei.
      Intanto Giulia, dopo aver vinto il primo concorso della sua vita, immessa in ruolo come insegnante, incominciò a lavorare in una scuola alla periferia della città e un giorno, preoccupata, raccontò alla madre che un suo alunno  si era sentito male, gli erano venute le convulsioni e, dopo aver avvisato i genitori di quanto era successo,  lo aveva accompagnato all'ospedale con l’ambulanza.
      Quella sera decise di chiamarli per rassicurarsi sulla salute del piccolo e in quei frangenti Lidia capì che Giulia parlava proprio  con Sandro, il padre di Francesco,  ma anche il padre di  Serena.
      Ancora una volta ringraziò il cielo di non aver mai confidato il suo segreto, ma scoprì che Giulia era a conoscenza  del fatto che Sandro e sua  madre,  in gioventù, erano stati  molto amici.
      Passarono gli anni e quando tutto sembrava accantonato, un  giorno  alla sua porta apparve proprio Serena. Lidia rimase a bocca spalancata senza avere nemmeno la forza di spifferare una sola  parola, ma  lei  l’abbracciò con tutte le sue forze e allora si recarono in un bar, lontano da occhi indiscreti, per chiarire quel tumultuoso  passato. La zia Giulia in un momento di crisi, poco prima  di morire, le raccontò tutto della sua vita, non voleva che la ragazza non sapesse mai quali erano le  sue vere origini.
      Serena, che aveva sempre sentito una forte attrazione per Lidia, capì  molte cose. Capì anche perché si interessasse tanto  a lei fino a  far allontanare la  madre da  quei parenti per paura di perderla.
      In fin dei conti  Serena era grata a tutti perché era stata molto amata ed ora voleva conoscere la sua  sorellina.
       La cosa non fu semplice da spiegare, ma Giulia, con il suo immenso cuore, capì perfettamente e fu ben felice di aver ritrovato una sorella che non sapeva di avere. Anche Paolo, il marito che aveva sempre amato moltissimo Lidia, si dimostrò capace di provare la sua  comprensione per quel grave segreto, ma anche di difficile soluzione. Lidia era stata una  moglie e una  madre perfetta e senza di lei la sua  vita  non avrebbe mai avuto senso.
      Anche lui da giovane ne aveva combinate parecchie, anche lui aveva i suoi piccoli scheletri custoditi nell'armadio, e chi non ne ha?. Ora quelle due famiglie che stavano diventando sempre più piccole, si sono ricongiungete formandone una grande e felice per aver finalmente riunito tutti i cocci trasformandoli in una vera opera d’arte, quella di un immenso affetto fatto di comprensione e  stavolta, avvolto in tanto amore e serenità, riservarono il primo posto d’onore, proprio a Serena.
       

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