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Trovato 275 risultati

  1. Marcello

    Il killer dei camerieri al Covo del Lovo

    Fino a
    Completamente riscritta, torna la prima avventura di Gretije de Witt, esaurita da anni. Presenterò il romanzo assieme all'amico Maurizio Gioiello, autore di "Adriatika"; possibilità per chi lo desidera di degustare l'aperitivo rustico dell'amico Spino. Vi aspetto.
  2. Fraudolente

    Giallo storico e disordine cronologico

    Due opzioni: 1) la trama gestita in ordine rigorosamente cronologico; 2) la trama gestita facendo riferimento a oggi e citando le “scoperte” secondo l’ordine in cui vengono fatte. Sembra una stupidaggine ma, in un giallo, la scelta può sconvolgere la narrazione. Un esempio? Il lettore, e non il protagonista, è onnisciente. Per intenderci: Hercule Poirot (si parva licet…) ne sa meno del lettore! Sono, al momento, pieno di dubbi, ma propendo per la numero due. Anche se temo che il disordine cronologico possa disturbare il lettore. Consigli?
  3. Prologo Capitolo 1: 1 , 2 , 3 , 4 , 5 , 6 , 7 La riunione finì com’era prevedibile: la questione famiglia del governatore rimase in sospeso. Baba garantì l’appoggio del sindacato, ma raccomandò a Drache di tenere a freno la delegazione imperiale. «Non usciranno vivi dai cantieri se non si danno una regolata» disse Baba a Drache. «Se esce una sola volta la parola colonia in pubblico, non rispondo delle chiavi inglesi che voleranno.» Drache lo rassicurò. Non c’era alcuna iperbole nelle parole di Baba: l’impero era rimasto a guardare durante l’ultimo assedio che Algor aveva subito e l’ispettore che era arrivato qualche mese più tardi era uscito dai cantieri in barella con un braccio rotto e una commozione cerebrale senza aver neanche aperto bocca. Il colpevole lo stavano ancora cercando; senza troppo impegno per verità. Khady salutò appena Lianna. Passò una mano sul braccio di Drache poco dopo l’uscita di Baba e andò verso la porta senza dire una parola. Lui cercò di afferrarle il polso e lei fece gli ultimi passi all’indietro scuotendo la testa. La pioggia non aiutava e neppure il freddo e gli spifferi in corridoio. Khady si strinse nel cardigan e uscì all’aperto. Pioveva così forte che l’acqua si infilava sotto il portico, ma lei non ci badò e si avviò verso l’accademia. Quello che non sopportava degli inverni algoriani era che non faceva veramente freddo. Non c’era alcuna giustificazione per mettersi un cappotto o degli scarponi pesanti: bastava togliersi dalla corrente o trovare un angolo appena riparato perché il semplice cardigan che indossava diventasse anche troppo. Così passava dal caldo al freddo senza alcuna possibilità di difendersi. Voleva la neve, voleva il freddo vero e l’odore dell’aria pulita e gelata sul viso e quella sensazione di protezione che derivava dall’avere i piedi al caldo degli stivali e il corpo nella tuta termoisolata. Entrò nell’accademia e scese al secondo piano sotto la strada, dove c’era l’unico poligono disponibile in tutta la città. In tutta la colonia, avrebbe detto il funzionario Sayov. Nessuno portava armi ad Algor: il personale della marina imparava a sparare solo perché era richiesto dal curriculum delle accademie imperiali, dato che a bordo delle astronavi era proibito farlo. Erano usate solo dai membri della sicurezza, il corpo di polizia militare; ma i membri della sicurezza della marina le portavano solo quand’erano in servizio a terra. Khady si fermò davanti a un cancello di ferro pesante dietro il quale c’era una stanza buia con un tavolo e degli armadietti. Appoggiò il telefono allo scanner che controllava la serratura. Ci fu un clang molto rumoroso che risuonò nei corridoi deserti e la porta si aprì. La luce si accese e illuminò le pareti grigio scuro. La spia blu di uno degli armadietti si mise a lampeggiare. Khady appoggiò il telefono e lo sportello si aprì. Svuotò l’armadietto sul tavolo: due scatole di plastica e una borsa. Controllare le armi la rilassava. Cominciò dalla borsa. Il primo a uscire fu il sacchetto delle batterie e quello degli strumenti di pulizia. Controllò che nessuna delle batterie fosse gonfia e passò l’apposito tampone per ripulire i contatti. Passò alle scatole e tirò fuori l’elmetto. Lucidò l’interno e fece quello che poté per l’esterno: era vecchio e aveva visto diverse guerre. Il vetro della visiera era graffiato da un lato e in parecchi punti la vernice da grigio-verde opaca era diventata marrone lucida. Sul lato destro, l’incisione 7RECT, che stava per Settimo Reggimento Elicotteri Coimbra Terovesh, aveva perso la E e parte della C per un proiettile che l’aveva presa di striscio. La sua vita non poteva essere banale, aveva detto il funzionario Sayov, con la leggerezza di chi non aveva idea di cosa stesse dicendo. No, non era stata banale la sua vita: ma adesso tutto quello che chiedeva era di diventare insignificante e venire dimenticata. Mise la batteria all’elmetto e lo indossò. La visiera si adattò alla luce, schiarendo la stanza e mostrandogliela più nitida. Comparve una mappa dell’edificio in un angolo, con la sua posizione. E infine una figura umana stilizzata, rossa lampeggiante, che segnalava che il resto dei sistemi era spento. Così Khady li riaccese uno per uno: per primi gli scarponi e i piedi dell’uomo nella visiera divennero verdi, ma continuarono a lampeggiare perché Khady non li indossò: le bastava sapere che funzionavano. Quindi il giubbotto, i parapolsi e gli schinieri. E la fondina della pistola. Comparve un nuovo simbolo sulla visiera, tre piccoli omini stilizzati: l’elmetto stava cercando di comunicare col resto del reggimento. Avrebbe dovuto spengerlo prima, era un test che non poteva che fallire. Invece lo lasciò proseguire finché, come ogni volta, non comparve il numero 0 vicino al simbolo e le lacrime le offuscarono la vista. Khady stava rimettendo a posto le cose nell’armadietto quando il telefono si illuminò e apparve un cubetto di legno con delle lettere incise. Era l’animazione che usava Khizr: dopo qualche istante il telefono iniziò a suonare. Khady sfiorò lo schermo. «Mamma...» «Nilüfer?» gli chiese Khady. «Sì» rispose lui in affanno. «Fa’ presto.» La chiamata si interruppe. Khady buttò le cose nell’armadietto senza guardare. Si preoccupò solo che le porte si chiudessero e corse via. Stava uscendo dall’accademia quando il telefono suonò di nuovo. «Mi hanno avvisato dalla scuola» disse la voce di Drache dall’altra parte. «Due minuti e sono là.» «Non riesco a liberarmi adesso.» «Non preoccuparti.» Trovò Anya che l’aspettava assieme alla direttrice Amian. «Si è chiusa in bagno e non vuole più uscire, mamma» disse sua figlia, bianca come uno straccio. «Khizr è con lei.» Anya aveva i capelli rossi, ma per il resto assomigliava a Kira. Più alta, certo, ma con gli stessi occhi, gli stessi lineamenti e gli stessi gesti. «Non preoccuparti» le disse Khady. «Andrà tutto bene.» «Khizr sta di nuovo male.» Le carezzò il viso: erano gemelli, erano sempre stati insieme e Khady sentiva la sofferenza che lei provava nello scoprirsi diversa dal fratello. «Avete chiamato il dottor Quan?» «Ha detto che sarà qui il prima possibile» rispose la direttrice. «Bene» disse Khady. Tornò a guardare Anya. «Chiama Leyla» le disse, più per tenerla impegnata che perché ce ne fosse davvero bisogno. «Dille che venga qui.» Entrò nel bagno. C’erano tre lavandini da un lato e tre porte dall’altro. Khizr era seduto per terra, appoggiato alla porta centrale; era pallido e tremava. Khady si accucciò vicino a lui e gli toccò la fronte. «Hai la febbre. Hai preso le pillole?» Lui annuì. Aveva gli occhi lucidi e assenti. Cercò di parlare e le appoggiò la mano al braccio. Khady bussò alla porta del bagno. «Andate via!» urlò Nilüfer dall’altra parte. «Lasciatemi in pace.» «Sono la mamma, Nilüfer. Riesci ad aprire?» «Va’ via.» Le era difficile vedere i figli stare male e mantenere la tranquillità che serviva ad aiutarli. «Nilüfer lo sai che ti voglio bene e sai che posso aiutarti. Un piccolo sforzo, tesoro, e sarà tutto finito.» Non aveva senso insistere: doveva aspettare che lei trovasse il coraggio di girare la chiave. Aiutò Khizr ad alzarsi e a raggiungere il lavandino. Gli bagnò le tempie e lo accompagnò alla porta. Si concentrò: doveva essere positiva e serena. Richiamò alla mente il giorno che era tornata ad Algor, cinque anni prima, e aveva sentito di avere una casa e una famiglia. Appoggiò la mano alla porta e rimase ad aspettare finché il chiavistello non si mosse. Girò la maniglia. Nilüfer era rannicchiata, con la testa appoggiata alla parete. Khady le mise la mano sulla spalla e fu come essere investita da un uragano: il terrore le si riversò dentro e per un attimo si sentì persa. Riprese fiato pensando alla neve e alla risacca del mare calmo al tramonto. «Guardami negli occhi» disse più lentamente che poté. «Fidati di me, bambina mia. Sono qui per aiutarti.» Sorrise. Nilüfer annuì, esausta. «Fidati di me» ripeté Khady. L’abbracciò e le baciò la testa, riuscendo ad accoglierla nello scudo che la proteggeva dal mondo. La isolò e lei svenne.
  4. Prologo Capitolo 1: Prima parte Seconda parte Terza parte Quarta parte Quinta parte Sesta parte L’inverno era deciso a dare un assaggio agli algoriani già in quel principio d’autunno: il vento sbatteva la pioggia contro la finestra di Khady quasi in orizzontale e lei, con una tazza di tè caldo in mano e stringendosi nel cardigan d’ordinanza, guardava sconsolata la pista dell’eliporto in mezzo al nubifragio. C’erano molte cose a cui il palazzo-ponte era progettato per resistere: un bombardamento, per esempio; oppure i venti a trecento chilometri orari che a volte capitavano nello stretto. Quattro anni prima, durante l’ultimo assedio, ci si era schiantata sopra una piccola astronave e il ponte non aveva fatto una piega. Ma quello per cui non era progettato era il freddo. Non che ad Algor se ne sentisse davvero il bisogno: giornate come quelle erano rare e casomai il problema era raffreddare d’estate. Lo stesso, quando c’era pioggia e vento si formavano dei microclimi gelidi nei corridoi e negli uffici più esposti come quello di Khady, tanto che le veniva il desiderio di un bel caminetto acceso; di un sofà; di una coperta; di qualcuno che la tenesse al caldo e condividesse la tazza di tè alla luce del fuoco. Come se l’avesse sentita, la scrivania ebbe un fremito: in un angolo era comparso un drago minore con una lettera tra le zampe, che la guardava con occhi dolci. Khady sorrise e appoggiò un dito sul messaggio che Drache le aveva mandato. Il drago si inchinò e uscì dallo schermo. “Mangi? Nel pomeriggio mi servi a una riunione.” Ne scrisse uno lei: “Va bene. Tanto oggi non si vola.” Un piccolo pesce blu e giallo se lo mise sotto una pinna e uscì dallo schermo scodinzolando. Dopo un istante comparve un altro draghetto, che depositò un messaggio con scritto: “Ti aspetto” e un cuoricino palpitante. Khady rispose con un altro cuoricino che fu portato via da un pesce tutto rosso e luccicante. Continuava a piovere. La sala riunioni scelta da Drache era all’interno e prendeva luce dal soffitto a vetri: sembrava di essere sotto una cascata, ma almeno lì faceva più caldo. Tutti i presenti appoggiarono i telefoni al tavolo rotondo al centro della stanza, che si suddivise in spicchi uguali, ognuno con la propria animazione. Qualche pesciolino dalla barriera corallina di Khady volò nel cielo azzurro di Drache, mentre i draghetti di quest’ultimo si tuffarono e crearono scompiglio dal lato di Khady. La riunione riguardava l’aspetto mediatico dell’ispezione: c’erano due rappresentanti della stampa, il funzionario Sayov, coordinatore dell’evento mandato da Elmà, e i suoi assistenti. Per Algor c’erano Drache, Khady e Lianna, il commodoro Rapuan, capo dell’ufficio relazioni pubbliche, due membri del consiglio la cui unica funzione era di dare sempre ragione a Drache e l’immancabile Baba, che accolse Khady con un sorriso e un abbraccio. Drache fece le presentazioni e al solito ebbe un attimo d’incertezza nello spiegare chi fosse Baba. L’uomo ormai anziano era ufficialmente un rappresentante sindacale, ruolo che ricopriva da quando l’ammiraglio Khizr era governatore; e già questo era difficile da spiegare a un funzionario imperiale che non aveva la minima idea di cosa fosse un sindacato. Ma Baba era molto di più, di fatto era il signore della Algor bassa e se si voleva sperare che non ci fossero disordini durante le visite dell’ispettore al di fuori del palazzo-ponte bisognava che lui sedesse a tutti i tavoli organizzativi. Non che questo fosse sufficiente, ma avere Baba dalla propria parte era sempre il primo passo da compiere. «Da Elmà» iniziò il funzionario Sayov «ci chiedono di approfittare della visita per presentare Algor al grande pubblico.» Khady sorrise per circostanza: si stava chiedendo come potesse essercene ancora bisogno. «Africa è un pianeta molto interessante, con aspetti decisamente curiosi» spiegò il funzionario. Aspetti che centinaia di documentari avevano già sviscerato: dai draghi all’allevamento dei mesiteré, passando per i na-pur, i grossi mesosauri della pesca d’altura, o le diverse specie di ammaniti della cucina algoriana; e non c’era persona in tutto l’impero che non sapesse che l’algoriano aveva una cinquantina di termini per dire uovo. Khady solo due settimane prima aveva accompagnato in elicottero una troupe fino al continente, per un sopralluogo per una nuova serie dedicata ai grandi predatori. Anche il palazzo-ponte aveva i suoi appassionati, per non parlare dell’accademia o dei cantieri spaziali; e i grandi network avevano tutti una rubrica fissa di approfondimento sulla politica algoriana. «In particolare» proseguì il funzionario «è come si vive nella colonia che ci interessa.» Khady percepì il malumore salire nella sua metà del tavolo: colonia non era una parola gradita ad Algor. «Con un ovvio accento» il funzionario sorrise nella sua direzione «sulla famiglia del governatore. Una cosa classica: i ragazzi che vanno a scuola, come si organizza una casa nel palazzo-ponte, la vita privata, cose così. L’imperatore ha già approvato la pubblicazione delle foto dei membri della famiglia per tutto il periodo.» Il funzionario passò a Khady un foglio di polimero oled su cui si vedeva in rilievo il timbro imperiale. La lettera era standard, ma quello che la sorprese, e la irritò, era che la firma in fondo al foglio era stata fatta a mano da suo padre. Non era una prestampata in uso alla segreteria imperiale come quelle che avevano autorizzato l’inserimento delle foto nell’annuario scolastico o quella che era arrivata quando Anya era finita sul giornale per aver vinto la gara di canto delle scuole di Algor. «Non se ne parla nemmeno» disse Khady posando il foglio sul tavolo. Una medusa lo attraversò e una copia fu trasferita tra i suoi documenti. Restituì il foglio al funzionario. «Ma granduchessa, la lettera è firmata dall’imperatore in persona.» «Lo so.» «A Elmà chiedono…» «Ho capito cosa chiede Elmà, ma lei, e i gentili signori della stampa, non avrete un’autorizzazione indiscriminata a pubblicare immagini dei miei figli.» Ci fu un attimo di panico dall’altro lato del tavolo: non erano abituati a veder messi in discussione gli ordini imperiali. «Sono sicura» Khady cercò di essere conciliante «che l’imperatore abbia solo cercato di agevolarci, in modo da non costringerci a richiedere un’autorizzazione a Elmà per ogni foto o filmato. Ma non penso che la sua intenzione fosse di sospendere la protezione che la Legge di successione concede ai membri della famiglia imperiale.» «Sì, certo, capisco» disse il funzionario Sayov. «Tuttavia, possiamo attenderci che la sua autorizzazione ci sarà, una volta visionati i filmati.» «Ci sarà la foto di rito, nel salotto dell’appartamento di rappresentanza. Dopodiché mi aspetto che i ragazzi siano lasciati in pace.» «Granduchessa, stiamo cercando di mettere Algor nella miglior luce possibile, e il suggerimento di occuparci della vita della famiglia più illustre della colonia viene da molto in alto.» Khady si voltò verso Baba: se Sayov avesse pronunciato ancora una volta la parola colonia la sua pazienza avrebbe raggiunto il limite. Appoggiò la mano su quella di Drache e gli sorrise. «Cerchiamo di dare ai nostri figli una vita normale, comune, simile a quella dei loro compagni di scuola. Non troverete niente di speciale: è una situazione molto tranquilla e banale. Noiosa persino.» «Noiosa e banale?» replicò Sayov quasi ridendo. «Come può essere banale qualcosa che riguarda lei, granduchessa?» Khady cercava di mantenere la calma, ma l’atteggiamento di Sayov lo rendeva difficile. «Passiamo oltre» disse Drache. «Ha il programma della visita?» «Governatore, dobbiamo essere sicuri che…» La riunione era difficile per tutti: quell’atteggiamento, in cui Khady riconosceva la formazione dei funzionari di palazzo, ricordava a tutti che erano Elmà e i suoi cerimoniali ad avere il vero potere, qualcosa che qualsiasi algoriano avrebbe voluto dimenticare. «È nella mia provincia, funzionario Sayov, decido io di cosa si parla. Passiamo oltre.»
  5. Salve, sono un autore che autopubblica i suoi libri in esclusiva su Amazon da circa tre anni, con alterne fortune: alcuni sono andati bene (una trilogia fantathriller; per bene, naturalmente, intendo entro i limiti dell’autopubblicazione) altri ( una paio di gialli pubblicati sotto pseudonimo) decisamente meno. Dopo tutto questo tempo mi sono fatto un’idea sul lettore medio di Amazon. Amazon, a mio avviso, ha avuto il merito di avvicinare ai libri una categoria di lettori che probabilmente ne sarebbe rimasta distante e di proporre all’attenzione del pubblico una serie di autori che altrimenti avrebbero avuto difficoltà ad emergere; tuttavia, credo che sia una categoria di lettori che difficilmente ha messo piede, o lo farà mai, in una libreria o in una biblioteca. Questo giudizio, forse ingeneroso, l’ho ricavato leggendo alcuni “bestseller” di Amazon, in particolare quelli pubblicati da Amazon stessa con l’etichetta Amazon Publishing e che quindi godono di un indubbio vantaggio promozionale, se non altro perché hanno un editore. Ebbene - tranne qualche eccezione che c’è, va riconosciuto – in genere sono di una pochezza imbarazzante, e si potrebbe affermare che più sono banali e più vendono. Io ho elaborato una mia personale equazione in proposito: Amazon sta alla (buona) letteratura, così come McDonald’s sta al (buon) cibo. E’ un po’ come quelle catene di negozi cinesi che offrono tutto a 99,€ (costo medio di un libro auto pubblicato su Amazon): in genere è paccottiglia. Allora perché ci pubblico? Per farmi le ossa cercando di capire il gusto del pubblico, senza cedere i diritti ad alcuno. Non mi piace pubblicare tanto per pubblicare e se devo cedere i diritti dei miei lavori a un editore deve essere un editore “vero”, se no aspetto e intanto genero qualche profitto pubblicando in proprio. Tornando ai bestseller di Amazon (ovviamente parlo dei libri di autori che pubblicano in proprio) ricevono centinaia di recensioni (molte ma molte di più di quelle di autori famosi) quasi tutte molto positive se non entusiastiche; allora dici: “Wow! Chissà che razza di capolavoro!” e ti viene voglia di leggerli; lo fai, cercando di restare il più possibile imparziale nel giudizio, e cominci a smadonnare di brutto fin dall’inizio, chiedendoti: ma come c…o si fa? E non una volta, spesso. Al contrario, ogni volta che provi a pubblicare qualcosa di un po’ meno banale e che richiede un maggior sforzo di comprensione sono critiche feroci. Io ad esempio ho pubblicato un giallo (tra l'altro con pseudonimo) chiaramente ispirato al Pasticciacccio di Gadda, in cui faccio largo uso dei dialetti ma solo nei dialoghi e non nell’esposizione (cosa che fa mirabilmente Camilleri, ad esempio) e subito una lettrice si è infuriata dicendo che un libro destinato a tutti (magari!) non può assolutamente avere dialoghi scritti in dialetto. Vai a sapere perché. In altre parole, a sentire la tizia, dovevo pubblicare il libro con i sottotitoli o abolire del tutto i dialetti, che tra l’altro, come potete immaginare, mi sono costati parecchia fatica, visto che ce ne sono almeno quattro. Alla tipa non andavano già i dialetti perché la distraevano dalla lettura, sosteneva; in poche parole, perché la sottoponevano a uno sforzo di comprensione probabilmente imprevisto e che non era disposta a sostenere. Questo per dirvi. È di oggi la conferma che noi italiani leggiamo sempre meno (sono in calo anche i libri per l’infanzia che negli ultimi anni erano gli unici con il segno più davanti) e siamo un popolo di analfabeti di ritorno, o analfabeti funzionali, con notevoli difficoltà a comprendere ciò che leggiamo. In un quadro simile, mi chiedo, ha senso proporre lavori per quanto possibile originali (e badate bene! sto parlando di romanzi di genere, non di saggi filosofici), o non è il caso di fare il compitino per il lettore zoppicante? (spesso zoppicano anche gli autori, va detto, me compreso). E mi domando ancora, quelli che vendono tanto è perché si sono adeguati al gusto e alle (scarse) capacità intellettive del pubblico di riferimento (insomma, detto in termini scorrettissimi, sanno di scrivere per degli ignoranti), o vendono perché sono come loro? E' sempre il solito dilemma: E' nato prima l'uovo o la gallina? Immagino che la risposta possa essere: dipende se vuoi andare sul sicuro e vendere, o vuoi proporre qualcosa di più originale e impegnativo, a tuo rischio e pericolo. Nel secondo caso, temo che Amazon non sia il luogo più adatto, occorre trovarsi un editore. Mi auguro che non sia un argomento già trattato altrove, nel qual caso mi scuso. Grazie.
  6. ALBERTO ALLEGRINI

    SHARON-LO STRANO GIOCO DEL DESTINO

    Fino a
    Sharon - Lo strano gioco del destino 2 giugno alle ore 15:55 · dal 10 al 14 giugno #promozione #ebook a zero euro... cogli l'attimo https://www.amazon.it/SHARON-STRANO-GIOCO-DEST…/…/1982903791 … AMAZON.IT
  7. Prologo Capitolo 1: Prima parte Seconda parte Terza parte Quarta parte Nota: ho dovuto spezzare in due la scena perché era troppo lunga, quindi questo brano è il seguito dell'ultima scena della quarta parte. «Figlio cadetto del sangue di Crym. Sangue? Bleah.» «Concordo» rise Khady «è un’espressione disgustosa.» «Che significa cadetto?» «Che non siamo nel ramo principale.» Soylem scosse la testa. Khady si chiese come spiegarglielo. «Il capo della famiglia di Crym è il governatore della regione di Crym.» Khady la indicò sulla cartina. «Governatore come papà?» «Sì, solo che a Crym i governatori si chiamano margravi. Lo hai incontrato il margravio di Colibi nel libro di Belü?» Soylem divenne serio e un pochino arrabbiato. «È un uomo molto cattivo e vuole uccidere il papà di Belü e rubargli il regno.» «Questi sono invece margravi buoni. Il margravio di Crym, lo zio Sheriel, aveva una sorella, che si chiamava Khady.» «Come te?» «Sì. Ed è la mamma di nonno Soylem.» Il volto di Soylem si illuminò. «Quindi il tuo nome viene da Crym? Per questo è così strano!» «Esatto.» «E tutte quelle che si chiamano Khady poi hanno un bambino che si chiama Soylem?» Khady scoppiò a ridere. «Questo non lo so. Ma nella nostra famiglia sembra andare così, per ora.» «Anche il mio nome è strano.» «Un po'. Ma il tuo viene da Bukara.» «Come il papà di Belü?» Soylem non aspettò che Khady annuisse: guardava affascinato la cartina del nord-est di Mund. «È un nome molto importante il tuo. Il primo a portarlo è stato il principe Soylem, il figlio minore di re Barem e eroe della battaglia di Nagora.» «E sconfiggeva tutti i nemici!» «No. La battaglia di Nagora l’abbiamo persa.» «E perché lui è un eroe allora?» «Re Barem fu catturato durante la battaglia di Nagora, ma lui riuscì a fuggire e a riportare a Bukara un pezzo dell’esercito; e impedì che anche la città fosse catturata.» «E poi? Riuscì a liberare re Barem?» «No. Re Barem era già morto quando il nemico arrivò a Bukara.» «E allora lui divenne re?» «Fu suo fratello più grande a diventare re, re Mür, il re dei dodici giorni: sia lui che Soylem furono feriti durante l’assedio di Bukara. Mür morì quasi subito, ma Soylem ci mise qualche giorno.» «Ma non avevano dottori?» Soylem la guardava preoccupato. «Purtroppo in quel tempo c’erano poche medicine e un sacco di persone morivano per cose stupide.» «Ma quindi non è rimasto più nessuno?» «Mür aveva un bambino piccolo, che si chiamava Mayste. Soylem invece aveva una figlia, che aveva poco meno di diciotto anni. E siccome lei non poteva diventare re, la nominò reggente.» «Che significa?» «Significa che il vero re era Mayste, ma siccome era troppo piccolo allora tutte le decisioni importanti le prendeva lei. E sai qual era il suo nome?» Lui scosse la testa. «Nilüfer. Principessa Nilüfer.» Soylem si voltò verso la sorella e la indicò. «Come lei?» Khady gli abbassò il braccio. «Non sta bene indicare le persone.» Soylem scivolò giù dalla sedia e corse dalla sorella. Girò attorno alla scrivania e le prese un braccio. «Ma tu lo sapevi» le chiese «che c’era una principessa che si chiamava come te?» «Sì» sospirò lei «lo sapevo.» «E lo sapevi che…» «Sì. È famosa, hanno scritto un sacco di libri su di lei.» «E tu li hai letti tutti?» «Qualcuno.» Khady sorrise guardandoli parlare: Soylem era l’unico che riuscisse a distrarre Nilüfer quando leggeva. Come ogni volta, lui le infilò la testa sotto il gomito e lei lo prese in braccio. «Cosa stai leggendo?» le chiese curiosando sulla sua scrivania. «Questa è la scrittura di Crym, vero?» «Sì.» «Anch’io voglio imparare la lingua di Crym. Il nome della mamma viene da lì, lo sapevi?» «Sì, il suo e quello di Shery. I nomi di Crym finiscono spesso in -y per le donne e in -iel per gli uomini.» «È bella Crym?» Khady percepì la tristezza di sua figlia: lasciare Crym era stato per lei solo il primo di una serie di traumi, culminati con la morte del padre e l’abbandono da parte della madre. Shery aveva solo pochi mesi, ma lei e Leyla invece erano abbastanza grandi da sapere cosa stesse succedendo, e reagivano in due modi opposti: Leyla aveva rimosso la sua vita prima di Algor, era diventata la figlia dell’ammiraglio Drache in tutto e per tutto, si era iscritta all’accademia ed era determinata a seguire le orme della nonna Kira, del bisnonno Khizr e di Khady, l’unica madre che era disposta a riconoscere come tale. Con Nilüfer niente era così semplice. «Sì» rispose al fratello. «È piena di verde, ci sono le montagne. Si allevano i cavalli e i falchi.» «Tu sei mai stata a cavallo?» Nilüfer alzò lo sguardo verso Khady. «Andavo a cavallo tutti i giorni quando ero piccola.» «Lascia in pace tua sorella» intervenne Khady. «Abbiamo del lavoro da finire, torna qui.» Khizr comparve sulla soglia. Guardò dentro e un accenno di delusione gli si disegnò sul volto quando si accorse che Nilüfer era nella stanza. Si accucciò di fronte a Soylem. «Allora, campione» gli disse serioso, «ce la possiamo tenere la mamma?» Soylem annuì ripetutamente. «Non abbiamo bisogno di diventare orfani?» «No. Io non volevo neanche prima. Sei cattivo a dire così.» «Ma no cucciolo, sto solo scherzando.» Khizr gli prese le manine. Khady ricordava suo nonno nella stessa posizione. Sarebbe bastato poco: il colore dei capelli, qualche ruga e lineamenti del viso più marcati, le mani invecchiate, ed ecco che suo figlio sarebbe diventato una copia esatta dell’ammiraglio Khizr. «Ma tu lo sapevi» disse Soylem al fratello «che ci sono un sacco di storie nel mio nome?» «Sul serio?» «Sì. Vuoi vederle?» Senza aspettare risposta, Soylem afferrò la mano del fratello e lo trascinò alla scrivania di Khady, si arrampicò sulla sedia e iniziò a trafficare con la cartina. Khizr si mise tra loro due, in piedi. Soylem iniziò a spiegargli di Belü e del principe Soylem e Khizr si mostrava ammirato, fingendo di non sapere niente. «Devo parlarti» disse sottovoce a Khady. Lei annuì. «Va bene. Quando vuoi.»
  8. Mettere a tavola una famiglia di otto persone era un’impresa. Ogni volta Khady si chiedeva se non fosse il caso di prolungare l’orario alle persone di servizio, in modo che rimanessero fino a tardi, giusto per acchiapparli tutti e aiutarla a legarli alla sedia. Leyla, la maggiore, era sempre la prima: era una ragazza alta, con i capelli chiari tagliati cortissimi e due occhi color ghiaccio che Khady si chiedeva sempre di dove fossero usciti. Si sentiva adulta perché era già in accademia e quello per lei era un momento in cui poteva avere suo padre tutto per sé: mentre portavano le cose in tavola lei gli raccontava la giornata o parlavano di politica o di navigazione. Inevitabilmente questo scatenava la gelosia di Anya, la gemella di Khizr, che cercava di attirare l’attenzione suonando al pianoforte. La cosa diventava caotica quando Soylem si metteva a correre per farsi inseguire dal fratello. Khady aveva imparato che a quel punto la cosa migliore era appoggiarsi alla parete e da lì rimanere a godersi la scena senza intervenire. Dopo un po', Khizr afferrava Soylem e lo portava in braccio fino al suo posto, Khady e Drache si sedevano, Anya smetteva di suonare e Leyla si allontanava, a caccia delle piccola Shery, la penultima della cucciolata, la cui specialità era sparire proprio nel momento in cui tutti erano pronti. Quando infine ben sette di loro erano a tavola, si udiva la voce di Nilüfer spuntare da uno dei divani: «Finisco la pagina e arrivo.» Era una ragazza schiva, di poco più giovane di Khizr e Anya, con lunghi capelli neri lisci. Come Leyla e Shery, Nilüfer era in realtà figlia del fratello di Khady, Mayste, morto sette anni prima, ed era quella che gli assomigliava di più. Alla fine della cena, Anya riuscì a strappare il padre a Leyla. Si sedettero insieme al pianoforte per cantare. Buona parte del fascino di Drache risiedeva proprio nella voce e quando cantava la parte istrionica del suo carattere dava il meglio di sé. Di solito prediligeva canzoni allegre, come quella che stava cantando con Anya; nelle occasioni giuste anche quelle che il nonno di Khady chiamava da taverna. Ma c’erano state diverse volte in cui l’aveva sorpreso a suonare da solo brani malinconici, in un modo che avrebbe fatto piangere anche le pietre. «Andiamo di là?» chiese Khady a Soylem, che le si era di nuovo messo in braccio. Il bambino annuì e scivolò giù. Avevano una stanza grande destinata a studio, dove c’era un tavolo per ognuno di loro. Khady prese la sedia di Soylem e la portò vicino alla sua. Il bambino si sedette e lei usò un tasto sullo schienale per sollevarlo al livello del tavolo. «Dobbiamo leggere qualcosa?» chiese Soylem con entusiasmo. «Se vuoi.» Khady appoggiò la mano al tavolo e comparve una barriera corallina piena di pesci, piante e altre creature colorate. Soylem picchiettò sullo schermo e l’acqua iniziò ad agitarsi, attirando qualche pesce. Khady premette una delle icone a lato, scorse un menù e selezionò un documento con il volto di Soylem. «Ecco: qui c’è il tuo nome completo.» Khady ingrandì la scritta sullo schermo e lui la guardò come fosse una formula magica. «E devo impararlo tutto?» «Eh già. Provi a leggerlo?» Lui cominciò, sottolineando col dito e scandendo ogni parola. «Soylem di Elmà, figlio di Khady di Algor, granduchessa, e Drache di Algor, governatore.» «Fin qui è facile, no?» «No.» «Come no? C’è prima il tuo nome, dove sei nato e chi sono i tuoi genitori. Prova.» Khady nascose la scritta. «Soylem. Di Elmà.» Aspettò che lei annuisse. «Figlio di Dra… Khady. Di Algor, granduchessa. E di Drache di Algor.» La guardò in cerca di un suggerimento. «Ammiraglio?» tentò, ma Khady scosse la testa. «Uffa. Non me lo ricordo.» «Governatore.» «Ma tutti lo chiamano ammiraglio, perché nel mio nome dev’essere messo diverso?» «Perché essere governatore è più importante che essere ammiraglio e siccome se ne può scegliere solo uno si mette quello che vale di più.» «Quindi granduchessa vale di più che capitano?» «Sembra di sì.» «Ma anche te tutti ti chiamano capitano.» «Eh già.» «E governatore vale più che… com’è marito di una granduchessa?» «Nobile consorte dell’impero.» «Tutta quella cosa lì?» «Tranquillo, anche se tuo padre smettesse di essere governatore diventerebbe ammiraglio. Non credo che lo userà mai nessuno.» «Perché ammiraglio vale di più?» «Esatto. Vogliamo andare avanti?» Khady fece riapparire la scritta e Soylem riprese a leggere. «Figlio cadetto del sangue di Crym, discendente di Belü di ramo dorato, progenie dei signori di Algor, duca.» «Hai capito qualcosa?» Soylem scosse la testa. «Va bene. L’ultima parola sai cosa significa?» «Duca? Che sono figlio tuo?» «Esatto, quello è il tuo titolo, come granduchessa per mamma o governatore per papà. Ed è sempre l’ultima cosa che devi mettere.» Soylem annuì. «E tutta la parte in mezzo? Non ci riuscirò mai a ricordarmela.» «Vediamo. Ah, ecco: Belü sai chi è, giusto?» Soylem la guardò interdetto. «Ma come? Che libro c’è sulla tua scrivania?» «Belü, il piccolo principe delle steppe» disse nella lingua di Elmà, com’era scritto sulla copertina. «Ma è una storia per bambini.» «È esistito davvero e da grande è diventato un re.» «Sul serio?» Soylem sgranò gli occhi. «E sua madre era davvero una strega e vivevano in un castello e faceva le magie?» «Più o meno.» «E che ci fa nel mio nome?» «Perché è il nostro bis-bis-bis, tanti tanti bis, nonno.» «Ma i nonni sono vecchi. E i bis-bis-nonni anche di più.» «Anche loro sono stati bambini prima di diventare vecchi.» Soylem la guardò perplesso. Tornò a leggere. «Ma quindi tutti questi pezzi sono dei nostri bis-bis-tanti bis-nonni?» «Sono le nostre tre famiglie: Crym, la famiglia imperiale e Algor.» «La famiglia imperiale è quella di Belü?» «Sì.» «Quindi anche lui è diventato imperatore, come il nonno?» «È stato tanto tempo fa, si diventava re, non imperatori.» «Tanto tempo fa?» «Più di mille anni. Non c’erano viaggi spaziali, né i tram, né i telefoni, né niente di tutte queste cose.» «E lui dove stava?» «Su Mund, non l’hai letto sul libro? Sai cos’è Mund, no?» «Sì, è dove stanno la nonna Kira e il nonno. Ma il castello di Belü è a Kambaya, non a Elmà dove stanno loro.» «E il papà di Belü dove sta?» «A Bukara.» Khady aprì una cartina sullo schermo. «Guarda: qui c’è Elmà, questo puntino qui. E Bukara invece è quassù.» Khady fece scorrere la cartina verso nord-est. «Quassù» proseguì Khady «ci sono le steppe e i grandi fiumi. Grandi distese di erba e acqua. Freddo e vento. E d’inverno la neve. Tanta neve, tutto si gela e si cammina sul ghiaccio.» «Tu ci sei stata?» Nilüfer entrò in quel momento e andò a sedersi al suo tavolo senza dire una parola. «Va tutto bene?» le chiese Khady. «Sì» rispose. Era più malinconica del solito. «Devo solo finire di leggere una cosa.» Soylem tirò Khady per un braccio. «Mi ci porti?» «Dove?» «Al castello di Belü.» Khady fece fatica a comprendere cosa chiedesse Soylem: l’ingresso di Nilüfer l’aveva distratta. «Non c’è più. Ma si può andare a Bukara.» «E ci sono anche i cavalli e i falchi come nella storia?» «Sì, ma se ti piacciono cavalli e falchi, è a Crym che bisogna andare.» Khady spostò un po' più a sud la cartina. «I miei compagni non ci credono che si può salire su un cavallo come si fa coi kay-mesiteré» disse lui imbronciato. Khady gli accarezzò la testa. Amava Algor, era casa sua, dove aveva vissuto fin da piccola. Però capiva bene le difficoltà dei suoi figli: chi più chi meno, ognuno di loro era portatore di una cultura diversa, che era quasi impossibile far comprendere a un algoriano. Africa era un pianeta dominato dai sauri, tutto girava attorno a loro: per esempio, c’erano decine di specie di uova e centinaia di modi per prepararle e conservarle; ma il latte era un alimento sconosciuto, e far capire a un algoriano che nel resto dell’impero c’era chi mangiava formaggio era un’impresa. «Riprendiamo? Eravamo rimasti a Crym.» Soylem riprese la scritta col suo nome. Si era messo in ginocchio sulla sedia ed era semi-sdraiato sul tavolo, attirando tutti i pesci dell’animazione di Khady.
  9. Le comunicazioni interstellari erano complicate. Si potevano mandare messaggi asincroni, come delle lettere o delle foto, che impiegavano qualche ora a raggiungere il destinatario. Oppure si poteva richiedere l’apertura di un canale: era necessario non solo che i due estremi si mettessero d’accordo, ma anche che fosse richiesto l’uso di tutti i ripetitori lungo il percorso che il segnale avrebbe fatto attraverso lo spazio, un processo che in parte veniva svolto ancora a mano, da tecnici specializzati, per via delle instabilità a cui era soggetto. Era una forma di comunicazione molto costosa, appannaggio delle amministrazioni pubbliche, delle forze armate e di pochi ricchi. Dalla scrivania Drache attivò la parete alla sua destra, con somma gioia dei draghetti che ci si trasferirono in massa, e si mise ad aspettare su una poltrona. Non ci volle molto prima che il suo sistema e quello di Kira iniziassero a interagire: lo scambio di informazioni necessario a stabilire la comunicazione era nascosto agli utenti, che vedevano solo le animazioni dell’uno e dell’altro che si mescolavano. Il desktop di Kira rappresentava lo spazio profondo e per prima cosa il monitor divenne nero, poi apparvero le stelle e i draghetti si misero a volare intorno ai pianeti, a fare surf sugli anelli sollevando polvere o a giocare a palla con i satelliti. Lo schermo divenne più chiaro; comparve uno stormo di draghi maggiori che portò via i pianeti e le stelle e scacciò tutti i draghetti, rivelando il volto di Kira sorridente dall’altra parte. Due cose tradivano l’età di Kira: i capelli completamente bianchi e, ma per questo bisognava conoscerla, l’aria pacata che le era venuta con gli anni, quell’atteggiamento tranquillo che ha chi ormai non riesce a stupirsi di nulla. Per il resto era la donna affascinante ed energica che era sempre stata. Era seduta su una poltrona, in una stanza poco illuminata, con in mano una tazza di tè caldo. Indossava i pantaloni pesanti e il maglione della divisa invernale. Tutto rigorosamente color carta da zucchero. «So che Soylem ti ha mandato un’altra ispezione» gli disse. Lui annuì. Kira era una delle poche persone che chiamava l’imperatore per nome. «Già» proseguì lei. «Da che è arrivato il freddo si è incupito. È periodo di caccia e… devi convincere Khady a parlargli di nuovo.» Drache rise. «Convincere e Khady non possono stare insieme nella stessa frase.» Anche Kira rise, ma in modo triste. «Per favore. Soylem è intrattabile e non lo è solo con Algor.» «Posso provarci, ma so già che mi dirà di no.» «Fa pressione su Naime e su Auxen, e spesso anche su di me. E quando si rende conto di cosa sta facendo, si chiude nel suo studio e passa le giornate lì dentro senza ricevere nessuno.» «Almeno non fa danni.» Kira lo fulminò con lo sguardo: era una frase che poteva costare molto cara e che a lui veniva graziata solo in virtù di un’amicizia quarantennale. Drache alzò le braccia. «Kira, non riesco a dare torto a Khady, neanche se mi impegno. Sinceramente, è solo perché è l’imperatore che stiamo qui a parlarne. Quello che è successo tra loro non ho idea di come possano fare a superarlo.» Kira distolse lo sguardo. Drache capiva quanto fosse difficile la sua situazione: non erano certo le pressioni su Naime e Auxen o i piccoli dispetti come le ispezioni che la preoccupavano. La verità era che Khady era sua figlia e l’imperatore era l’uomo che amava e non avrebbe mai smesso di cercare di rinconciliarli. «Si incupisce se gliene parlo» cercò di spiegarle. «Non mi dice nulla, ma so sempre quando Khady sta pensando a lui: si chiude e per un po' è come se non esistesse più nient’altro che i suoi pensieri.» Quando il sole andava verso il tramonto, sul palazzo-ponte si accendevano le luci all’ultimo piano e rimanevano aperti solo pochi bar e ristoranti: la maggior parte degli algoriani, che abitasse nella città alta sopra la scogliera o vicino al porto e alle spiagge, preferiva svagarsi altrove. Rimanevano i soldati e i funzionari che non erano di Algor; e che molto di rado si avventuravano altrove. Il governatore era l’unico algoriano che abitava nel palazzo-ponte. Nonostante i buoni propositi, come ogni sera si ritrovò a uscire che era già buio. Salì fino al giardino pensile sopra il tetto. Lassù poteva vedere, dietro gli alberi e i cespugli, la striscia rosso-violacea all’orizzonte, quanto restava del tramonto. C’erano due cose che avrebbe desiderato: un bel viaggio per mare sullo yatch, con Khady e tutti i loro figli. E tre giorni alla casa sulla scogliera, dove abitavano prima che diventasse governatore, lui e lei da soli, senza figli né impegni; né imperi. Ma non aveva avuto un solo giorno di vacanza in quattro anni e non se ne prospettavano molti in futuro. Eppure si sentiva felice quando, superata la siepe in fondo al giardino, entrò in casa. Si tolse le scarpe appena passata la porta e le mise nel guardaroba. L’open space dava l’impressione di essere basso, ma in verità era molto ampio. Quattro divani accoglievano chi entrava e a destra una parete nascondeva la cucina, seguita da una grande tavola apparecchiata. In fondo, prima della porta che portava alle camere, c'era il suo pianoforte a coda. La parete opposta all'ingresso era di vetro e si vedevano il giardino e la piscina. Come ogni sera, erano tutti là fuori. Tranne Khady, sul divano col più piccolo dei suoi figli, un diavoletto biondo di nome Soylem. Il piccolo alzò la testa e gli mostrò la faccia tutta impiastricciata. «Mamma, lo dici tu a papà che io non volevo davvero che tu e lui non ci foste più?» «Sono convinta che lo sa già.» Drache si sedette sul divano davanti a loro. Non riusciva a capire quale fosse la tragedia di quella sera, ma lo sforzo che stava facendo Khady per non scoppiare a ridere lo tranquillizzava. «È vero, no?» Khady si rivolse a lui. «Lo sai che Soylem non voleva davvero che morissimo?» «Sì. Ho la ragionevole certezza che i miei figli non mi vogliano morto.» «Anche perché» intervenne Khizr, il fratello più grande «non servirebbe a niente.» Khizr aveva diciotto anni ed era un ragazzo alto coi capelli castani. Non aveva preso solo il nome dall’ammiraglio Khizr, il nonno di Khady: per un attimo, nella penombra, il modo di camminare e la voce del ragazzo avevano dato a Drache l’illusione che il suo vecchio mentore fosse resuscitato. «Prima di tutto, è la mamma quella che dovrebbe morire» proseguì Khizr. «A uccidere papà non ti risolvi nessun problema.» Soylem fissava il fratello spaventato. «Ma non basta che muoia: bisognerebbe che il nonno si incazzasse di brutto e decidesse di tagliarle la testa e che noi non siamo più figli suoi e…» Il bambino scoppiò di nuovo a piangere. «Gran bel risultato» disse Drache. «Ma è la verità.» «Sarà» riprese Drache, «ma eravamo riusciti a calmarlo prima che intervenissi tu.» Khizr scosse la testa e cercò con lo sguardo da sua madre una comprensione che non trovò. Sbuffò e si mise in ginocchio davanti a lei, posando la mano sulla schiena di Soylem. «Dai, piccolo, non fare così. Puoi sempre impararlo il tuo nome.» «Ma è difficile.» «Eh, lo so. È toccato anche a me. Ce l’abbiamo fatta tutti, puoi farcela anche tu.» «Ma voi siete grandi.» «Ma l’abbiamo imparato da piccoli.» Soylem si asciugò gli occhi e prese il fazzoletto. Così era quella la grande tragedia: al piccolo Soylem, chissà poi per quale motivo, era richiesto di sapere l’intero nome, una sfilza di titoli di tre righe pieni di termini incomprensibili per un bambino. Era stato un evento, e in un paio di occasioni un vero dramma, per ognuno degli altri cinque figli. Khizr, che ora era qui fiducioso e tranquillo, a suo tempo si era sdraiato per terra rotolandosi sul pavimento, dichiarando che si sarebbe chiuso nella sua stanza e non ne sarebbe uscito finché non l’avessero espulso dalla famiglia imperiale. Incrociò lo sguardo di Khady, che mimò un maestra idiota con le labbra. L’unico pensiero che rimase a Drache era che amava la moglie e i figli ed era felice che preoccupazioni di quel tipo avessero spazio nella sua vita.
  10. Prologo Capitolo 1. Prima parte Su tutta Africa, il pianeta che si ospitava Algor, c’erano solo due isole abitate, separate da un braccio di mare molto sottile. Gli altri continenti erano dominio incontrastato di varie specie di sauri, così come buona parte degli oceani. Il cuore della città era il palazzo-ponte, costruito nel punto in cui entrambe le isole arrivavano a strapiombo sullo stretto con una scogliera. Khady uscì dall’accademia e si incamminò sulla strada pedonale, tenendosi vicina al parapetto. I veri abitanti di Algor si riconoscevano perché non erano per nulla impressionati dal salto di cento metri sotto di loro e non notavano neanche più i tiranti che sostenevano la campata a intervalli di venti metri, così spessi che ci sarebbero volute tre persone per abbracciarne uno. Avrebbe potuto prendere il tram, dall’altro lato dell’edificio, ma era ancora presto e ora che si avvicinavano all’autunno la temperatura più fresca invitava a stare all’aria aperta. Arrivò comunque in anticipo all’eliporto e, con sua somma sorpresa, scoprì che qualcuno aveva prenotato una lezione. Algor non aveva molte risorse, a parte la sussistenza data dalla pesca e dall’allevamento dei mesiteré, specie di dinosauri simili agli struzzi. La vera ricchezza di Algor era l’astroporto e le sue flotte dedite a commerci più o meno leciti dentro e fuori l’impero; e alla guerra. In quel mondo essere un pilota significava volare nello spazio: il volo in atmosfera con un elicottero era considerato poco più di un eccentrico passatempo. Difatti, l’allievo che la stava aspettando era un soldato del reggimento di stanza ad Algor, un sergente di nome Donio che teneva la divisa perfettamente abbottonata e la salutò scattando sugli attenti e strappandole un mezzo sorriso. «Bene, sergente» gli disse Khady nella lingua di Elmà, «vedo che ha chiesto un corso per il brevetto da istruttore di primo livello.» «Sì, signora. Mi hanno detto che solo lei può tenere quel tipo di corsi qui ad Algor.» Khady annuì. L’accento che aveva le era familiare. «Viene da Terovesh, sergente?» «Sì, signora» rispose lui. «Come ha fatto a capirlo?» «Ho passato diversi anni a Coimbra» disse lei, perplessa perché proprio in quella città aveva sede il maggior centro di addestramento dell’esercito. «Che ha combinato per venire mandato qui?» Il sergente Donio si guardò le scarpe. «Temo di essere molto in imbarazzo a parlarne, signora.» Khady scoppiò a ridere. «Va bene, sergente. Andiamo a prepararci.» Entrati nell’elicottero, Khady fece accomodare Donio al posto del primo pilota e si sedette in quello del secondo. «Prima di iniziare il corso vero e proprio» disse allacciandosi la cintura «ho bisogno di vedere come vola.» «Sì, signora.» L’elicottero da addestramento era un vecchio apparecchio riadattato, con un touch-screen riconfigurabile per emulare diversi modelli reali. Khady appoggiò il suo telefono alla console per ottenere l’autorizzazione a impostare i comandi. Scelse dal menù un modello base. «Come istruttore di primo livello avrà degli allievi principianti, quindi niente cose sofisticate: decollare, atterrare, volare dritti tra l’uno e l’altro.» «Sì, signora.» «Allora vediamo come se la cava con le cose base.» Prima di togliere il telefono, Khady selezionò un’icona in basso a sinistra e confermò. Tutte le scritte e i simboli sparirono e i comandi diventarono anonimi tasti grigi. Donio la guardò interdetto. «Vogliamo decollare, sergente?» «Io, non so se…» «Sì, fa a tutti quest’effetto i primi dieci minuti. Ma stia tranquillo: le sue mani sanno dove andare.» «E se sbaglio?» «Be’, sergente, dubito che riusciremo a schiantarci a motore spento.» «E quando saremo in volo?» Khady gli sorrise. «Intanto pensiamo ad arrivarci, in volo. Del resto ci preoccuperemo lassù.» L’ammiraglio Drache guardò sbuffando la comunicazione che aveva sul tavolo. «Un’altra volta?» Il consigliere Auxen, governatore generale delle province esterne, gli stava annunciando la quarta ispezione da che era governatore di Algor. Non ricordava ce ne fosse mai stata una nei trentasei anni in cui la carica era appartenuta all’ammiraglio Asa e a lui invece gliene toccava una l’anno. Non che si preoccupasse: ormai sapeva cosa aspettarsi e che non sarebbe emerso nulla di rilevante, però era una gran perdita di tempo che metteva a dura prova la pazienza di tutti. Ma non poteva certo opporsi a una richiesta di Elmà. Si alzò per prendersi da bere. Nell’ufficio del governatore trovavano spazio la scrivania, un divano a tre posti, con poltrone e tavolino da tè, e un angolo bar. Il colore dominante era l’azzurro carta da zucchero, di un tono più scuro rispetto a quello delle divise, intervallato qua e là dal bianco crema e dal legno chiaro. La prima volta che Drache era entrato in quell’ufficio lo stavano ancora costruendo: il palazzo-ponte era solo uno scheletro d’acciaio e lui era un giovane capitano al seguito dell’ammiraglio Khizr, il signore di Algor. Tirava vento ed erano al terzo piano, faceva quasi freddo. La parete dietro la scrivania era di là da venire, e così la scrivania, il resto della mobilia, il pavimento di marmo, la porta in vetri oscurabili che lo separava dalla segreteria. Sembrava di essere sospesi nel vuoto mentre camminavano sulle travi spesse due metri con a proteggerli solo una balaustra temporanea. Sotto di loro le onde si infrangevano sui pilastri e l’odore del mare arrivava fin lassù, da dove le barche che servivano il cantiere apparivano piccole come gusci di noce. Drache si risedette. Adesso che non la stava usando, sotto il vetro della scrivania era apparsa una ringhiera su cui stavano appollaiti dei draghi minori. Era un’animazione che usava da anni, ma ancora lo divertiva: ogni tanto arrivava un drago più grande, di solito rosso, e faceva fuggire tutti i più piccoli. Nell’angolo in basso a sinistra comparve una lanterna che ruotava su sé stessa, simile alla luce di un faro. I draghi si spostarono in quella direzione, incuriositi dalla nuova arrivata: Lianna, la segretaria di Drache, cercava di contattarlo. Lui appoggiò la mano e comparvero alcune icone, sempre circondate da draghi impiccioni. Ne tenne premuta una e la parete di fronte a lui da bianco lattiginosa divenne trasparente. Fece cenno a Lianna di entrare. «L’ammiraglio Kira» gli disse lei appena aperta la porta «richiede un collegamento da Elmà per te.» «Quando?» «Dovrebbero aprire un canale tra quindici minuti.» «Di’ pure che me la passino qui.»
  11. Prologo Capitolo 1. Sei mesi prima, ad Algor Nello schermo a tutta parete della sala riunioni il generale Naime, primo rettore delle accademie militari dell’impero, appariva sconsolato. «Signori, sono sessant’anni che questo trattato è in vigore.» «Cinquantanove» disse l’ammiraglio Lyzr, rettore dell’accademia di Algor. «Saranno sessanta tra quattro mesi.» Naime fece un respiro profondo. «Va bene ammiraglio: cinquantanove. In ogni caso, non pensa che sia ora di adeguarsi?» «Deve capire, generale» Lyzr guardò gli astanti cercando supporto, «che non siamo su un pianeta qualsiasi. Da Elmà non potete pretendere che non ci siano difficoltà.» Khady faceva parte del consiglio dell’accademia di Algor da tre anni e mezzo, ma sentiva discutere della questione da che era bambina. Finché era stata cadetto di quella stessa accademia aveva, come tutti, dato una grande importanza alla cosa, partecipato a dibattiti e persino a un concorso per idee su come risolverla; e ci si era pure impegnata. Ma adesso, a quarantasette anni, pensava che anche solo parlarne fosse una perdita di tempo. E si chiedeva come fosse possibile che gente come Naime, Lyzr o gli altri membri del consiglio si scaldassero così tanto. «Ammiraglio» riprese Naime «vorrei poter dire all’imperatore che l’armonizzazione dell’accademia di Algor è una questione chiusa. Ultimamente è molto interessato all’argomento.» L’ammiraglio Lyzr spostò lo sguardo verso di lei. Khady scosse la testa: erano sessant'anni che se ne discuteva, e proprio ora l’imperatore sentiva questa urgenza? «E l’ammiraglio Kira cos’ha detto?» rispose Lyzr. «Lei non può non sapere quali siano gli ostacoli.» Con questo richiamo di Lyzr, il quadro familiare di Khady era completo: l’ammiraglio Kira, seconda consorte imperiale, era sua madre. In momenti come quelli sentiva il fastidio che il padre potesse portare a tali livelli il dissidio personale tra loro due. «La principessa Kira ha detto, in effetti, di considerare la questione chiusa, visto che il problema del calendario è marginale. Ha proposto un emendamento al trattato.» «Ma?» «Ma l’imperatore» Naime si rivolse a Khady «ha detto che sperava che la presenza di sua figlia nel consiglio dell’accademia di Algor potesse portare a una soluzione che non comportasse di emendare alcunché.» Quando Algor si era sottomessa all’impero, una sessantina di anni prima, buona parte del trattato aveva riguardato l’ingresso della flotta di Algor nelle forze armate imperiali: del resto era l’unica cosa che Algor avesse da offrire. L’armonizzazione dell’istruzione militare era stato e continuava ad essere un punto delicato, per questioni certo più rilevanti di quella che si discuteva quel pomeriggio. Tuttavia, almeno formalmente, l’accademia di Algor si comportava come tutte le altre dell’impero: insegnava gli stessi argomenti e diplomava gli stessi ufficiali e sottufficiali. Tranne un piccolo particolare, che era quello in discussione quel giorno: le lezioni ad Algor iniziavano da sei a dieci giorni prima e terminavano tre o quattro giorni più tardi delle altre; e c'erano delle festività diverse. «Può dire a mio padre, generale...» Khady era intervenuta senza aspettare che Lyzr la invitasse a parlare, ma all’ultimo si trattenne dal dire quello che pensava. «Parlerò con mia madre, generale. Sempre, ovviamente, che a lei e all’ammiraglio Lyzr e al consiglio vada bene.» Naime annuì e anche Lyzr. Ci furono parecchie alzate di spalle tra gli altri, ma per lo più approvarono. Chiusa la conversazione con Naime, Khady si alzò e andò alla finestra. Il cielo era azzurro e senza nuvole. Erano al secondo piano del palazzo-ponte e il mare, che si trovava un centinaio di metri sotto di loro, era nascosto dalla strada. Sulla balaustra si erano appollaiati due draghi minori, un tipo di pterosauro molto comune ad Algor: avevano un’apertura alare di poco meno di un metro, il becco lungo e appuntito, e una cresta ossea che partiva dagli occhi e arrivava fino a dietro la testa. Il piumaggio era di solito blu, ma quello di uno dei due tendeva più al verde. Quest’ultimo si alzò in volo, cabrò e si lanciò in picchiata sparendo sotto il ponte, presto seguito dal compagno. Era una bella giornata per volare. «Finiamo?» disse la voce di Lyzr alle sue spalle, questa volta in algoriano. Khady si voltò e tornò al tavolo. Dismessa la lingua di Elmà, con tutti i suoi formalismi e difficoltà, i componenti del consiglio dell’accademia si spogliarono anche dell’atteggiamento e delle giacche che un colloquio col generale Naime imponeva. Khady li imitò, mise la sua alla spalliera della sedia e sbottonò colletto e polsini arrotolando le maniche della camicia. «Pensi che tuo padre continuerà ancora a lungo?» le chiese il commodoro Tarè, uno degli altri membri del consiglio. Avevano la stessa età ed erano cresciuti insieme, ma da diversi anni lui mostrava solo ostilità nei suoi confronti. «Cerca solo di infastidirmi.» «Lo so, ma finisce col mettere in difficoltà tutti.» «Se volesse davvero metterci in difficoltà, le sue navi sarebbero qua fuori e non staremmo a discutere di idiozie come il giorno in cui cominciano le lezioni in accademia.» «Era una questione morta e sepolta prima che tu entrassi in consiglio.» «Basta così» lo interrupe Lyzr. «Ne discutiamo ogni volta e ogni volta arriviamo alla stessa conclusione: non gliela possiamo dare vinta così facilmente. Sapevamo che sarebbe successo già da prima che Khady entrasse nel consiglio. E sono d’accordo: finché l’imperatore si limita alle idiozie rimane innocuo.» «Secondo me» intervenne l’ammiraglio Noburo, «dovremmo mandargli un biglietto di ringraziamento.» Noburo, che aveva ben più di novant'anni, era consigliere dai tempi della fondazione dell’accademia. Sorrise a Khady e lei ricambiò. «Se ogni tanto non ci facesse qualche dispetto» proseguì «finiremmo col cadere nella noia e nell’ozio.» «Potrebbe non essere così male» gli rispose Lyzr. «Vorresti un governatore nominato da lui?» «Assolutamente no.» «Vedi, se l’imperatore fosse sempre carino e gentile magari daresti una chance al suo governatore. Invece così ti ricordi sempre perché pretendiamo di sceglierceli da noi. Lo fa per il nostro bene.» Ci furono delle mezze risate. «Quanto a entrambe le questioni, sapete come la penso: Khady è qui e non si tocca; e per il calendario basta che la tiriamo in lungo come al solito e si stuferà da sé.»
  12. Toy

    Edizioni Della Goccia

    [Non accetta altri manoscritti fino a primavera 2017] Nome: EDIZIONI DELLA GOCCIA Generi trattati: narrativa non di genere, giallo, thriller Modalità di invio dei manoscritti: per posta elettronica Distribuzione: satellitelibri e goodbook Sito web: http://www.edizionidellagoccia.it/ Dopo due libri pubblicati in self, ho recentemente pubblicato un romanzo con questa CE e posso testimoniare che è free.
  13. Luca Ferrarini

    La Madre

    Credo sia stata una bella giornata. Non saprei dirlo con certezza, ero troppo occupato a dissimulare i miei pensieri affinché nessuno si sentisse ancor più a disagio. Sospetto comunque che alcuni abbiano intuito, quanto meno il mio stato d'animo. Seduto al tavolo della cucina, le braccia pesantemente appoggiate sul tavolo e protese in avanti, stava ripercorrendo con la mente gli avvenimenti più significativi della giornata. Non era venuto nessuno la mattina ad aiutarlo. Per la prima volta si era ritrovato solo al risveglio. O quasi. L'abito nero lo aveva trovato appeso nell'armadio, dove lo attendeva da anni. Si era alzato e preparato per tempo. Non avrebbe potuto sopportare il disagio di farsi trovare impreparato, quando fossero venuti a prenderla. Ero pronto. Quando sono arrivati, verso le 9.00, ero pronto per seguirli. Aveva trascorso tutta la notte in camera con lei, a vegliarla. Cos'altro avrebbe potuto fare? Le abitudini più radicate sopravvivono, si spingono oltre il limite che ci è imposto. Ogni giorno, ogni notte durante quegli ultimi dieci anni si era preso cura di lei. In fondo era sua madre. Quando l'hanno chiusa, non sono riuscito a piangere. Forse avrei dovuto, per loro. Invece niente. Nessun senso di separazione. Li aveva seguiti con la propria auto fino alla chiesa, dove ad attenderli aveva trovato un ristretto numero di parenti. Pochi volti, poco riconoscibili. La cerimonia è stata bella. Sono certo le sia piaciuta. Era riuscito a mantenere un tono dimesso mentre il parroco pronunciava messa. Non ne era certo, ma sospettava che in alcuni punti della recita avesse persino sentito qualche lacrima bruciargli il viso. Le aveva ricacciate indietro, vergognandosene. Chissà se qualcuno di loro ha potuto anche solo immaginare i miei pensieri? Il silenzio in cui era avvolta la casa doveva essere entrato quella mattina stessa, nel momento in cui lui era uscito con loro e con il feretro. Gli è bastato uno spiraglio. Per anni doveva aver atteso in giardino, nascosto dietro un albero o mescolato all’ombra dei cespugli, proprio come faceva lui da ragazzino, quando giocava con i suoi amici. Quando ancora c'erano amici. Sicuramente non aveva dimenticato gli spazi interni, le stanze, gli angoli bui. Così, quando loro erano usciti, lui era rientrato per la porta principale, adagiandosi su ogni cosa. Forse alcuni di loro pensano sia stata una scelta. Ma non è così. Non scegli di rinunciare alla tua vita da un giorno all'altro. No, la vita come la conoscevi ti viene strappata via a piccolissimi bocconi. Sono le piccole rinunce che, accumulandosi nel tempo, fanno affiorare il volto della solitudine. Quando la madre si era ammalata, era tornato a vivere con lei. Molte delle persone che allora frequentava gli avevano consigliato altrimenti, ma non vi era stata altra possibilità. Sua madre non avrebbe mai accettato di lasciare quella casa. I primi mesi aveva continuato a lavorare quotidianamente e ad uscire almeno una volta o due al mese. Poi le condizioni di sua madre erano peggiorate. I momenti di lucidità erano diventati sempre meno frequenti. Ho smesso di uscire la sera. Era impossibile lasciarla sola. Sarebbe stato crudele. Lo diceva anche lei. Per almeno due anni aveva continuato a dormire nella propria stanza, ma poi anche quello non era stato più possibile. Non tanto per lei, quanto per quel che ancora rimaneva della sua sanità mentale. Le urla di un ammalato puoi sopportarle da un'altra stanza durante il giorno. Puoi razionalizzarle. Ma di notte le cose cambiano. Attanagliato dal sonno, il cervello è preda di pensieri che graffiano dentro. L'unico modo era vederla, vederla mentre urlava la sua folle disperazione. Solo così potevo sapere che ad urlare era lei e non io. Le assistenze sanitarie erano state regolari ma di scarso supporto. Una persona (quante volte quel volto era cambiato negli anni!) era venuta giornalmente a controllare lo stato di salute di sua madre. Visite di poco più di un'ora. All'inizio aveva atteso quel momento con feroce desiderio: per poter parlare con qualcuno. Ma poi la palese inutilità di quel palliativo lo aveva convinto a starsene in disparte e lasciare che sbrigassero i loro compiti il più velocemente possibile. Rinuncia dopo rinuncia, la malattia di sua madre aveva sconfitto il suo istinto ad una vita normale. L'isolamento era divenuto la sua unica realtà. Con il passare degli anni, in lei si era liberata un’aggressività che lui stentava a riconoscere. Nei peggiori momenti della notte, quando per evitare che si facesse male le bloccava entrambe le braccia sul letto con le proprie mani, il volto di lei continuava ad inveire contro il suo, a pochi centimetri di distanza, sputando parole che non avrebbe mai immaginato potesse conoscere. Aveva paura. Vedeva cose attorno a lei ed aveva paura. Le ho viste anch'io, in diverse occasioni. Strisciano tra le ombre proiettate sui muri. E sussurrano verità che non sei pronto ad accettare. Tra poco si sarebbe alzato dalla sedia. Nessuna cena da preparare. La poca luce che filtrava dalle finestre creava giochi di ombre che cambiavano al mutare della sorgente esterna: i fari di un'auto di passaggio, l'inconsistenza fredda e tremante dei lampioni al neon. Ombre in movimento. Il silenzio. Provo pena per lui. Si diffonde e schiaccia ogni forma primordiale di ribellione, ti entra dentro con l'aria che respiri per soffocarti le parole in gola. Eppure, esiste solo nel suo passare inosservato, nel suo non esserci. E comunque sia, qui non ha vinto lui. La sento già, di sopra. Si sta preparando per la notte. Sarà lei a prevaricare. Spinse indietro la sedia e si alzò in piedi. In fondo, lo aveva promesso. Salendo le scale, riusciva a distinguere con chiarezza il cigolio dei propri passi sugli scalini consumati dal tempo dal ticchettio di quelle unghie che, impazienti al piano di sopra, si muovevano svelte sull'incavo del letto. Quando è così, meglio non farla aspettare. La luce nella camera filtrava da sotto la porta. Chiuse gli occhi, respirò profondamente. Quando li riaprì, la luce era scomparsa. Non l'ho immaginato. A scuoterlo fu l'urlo improvviso che lo travolse. Urlò a sua volta, non di paura. Era comunicazione. L'unica che avrebbe conosciuto d'ora in poi. Si avvicinò alla porta socchiusa, preparandosi per la notte. L'avrebbe curata come aveva sempre fatto. Quando lei aveva promesso che non lo avrebbe mai più lasciato, lui aveva promesso di fare altrettanto. Aprì la porta quel tanto che bastava per vedere lo specchio appeso al muro sulla parete di fronte. Nel suo riflesso, il letto. Nel letto, il suo destino. Lo stava aspettando. Il silenzio aveva perso. Vi sarebbe stata solo follia. Entrò, lasciandosi il resto del mondo alle spalle, proprio come aveva fatto dieci anni prima. I fari d'un auto illuminarono solo per un istante ancora la casa. Si fecero strada fino al piano di sopra, fino ad incontrare lo specchio. In esso, videro un letto vuoto ed un uomo seduto accanto. Stringeva con una mano le lenzuola. Con l'altra accarezzava il cuscino. La bocca spalancata in un urlo senza fine.
  14. Ormai abitavo in questo appartamento a Milano da almeno tre settimane, ero arrivato qui il quattordici di settembre nel tardo pomeriggio e partendo da Firenze di mattina presto. Ero venuto qua molto prima perché le mie intenzioni erano quelle di abituarmi subito alla solitudine e anche perché ero stufo di vivere con Lucius, mio nonno. Persino mia sorella più piccola, Laura, ormai viveva sola, a Londra, da due anni e lei ne aveva solo ventidue cioè quattro meno di me. Fino all'ultimo mio nonno aveva tentato di ostacolarmi, di impedirmi di andare all'Accademia di Brera e sopratutto di vivere a Milano. Di sicuro voi starete pensando al motivo che probabilmente poteva essere la lontananza o la difficoltà con cui Lucius avrebbe dovuto affrontare la mia assenza. Ma invece, sotto quella stupida apparenza affettiva, c'era qualcos'altro e molto più losco, ma preferisco parlarne di seguito. Ogni cosa a suo tempo. Ero venuto prima anche perché per entrare all'accademia era necessario superare un test d'ammissione che si sarebbe svolto due giorni dopo. Fortunatamente, anche se non avevo studiato le arti come si deve, a casa avevo accumulato una collezione di libri su tale argomento e ciò che avevo letto in quegli anni me le ero ricordato alla perfezione e, molte volte, ero riuscito a trasformare la teoria in pratica. Comunque ce l'avevo fatta, avevo passato quell'ostacolo e, fra i cinquanta che ebbero la stessa dose di fortuna, l'avevo superato come quinto. Non male dal momento che non avevo avuto la fortuna di poter sperimentare sempre, a parte le basi. Ora potevo entrare e sviluppare il tutto, affrontare anche la pratica e perfezionarmi al massimo che potevo, anzi andare oltre i miei stessi limiti, come dicevo sempre. Come scienziato e come visionario, sono sempre stato convinto che i limiti non esistano e se un uomo avesse il coraggio e l'ambizione di soffermarsi e di comprendere e di aprire ancor più la mente, metaforicamente parlando sarebbe come far due passi in avanti anziché uno, e raggiungere la fase finale della sua evoluzione, ovvero la metamorfosi da uomo a dio. Io, come uomo senza alcun credo religioso e senza alcun dogma politico o filosofico, confido nel genio della mente umana e nelle mie capacità di logica e ragionamento unite alla volontà di esplorare, scoprire e vedere all'infuori dell'invisibile e di coloro che seguono gli impulsi e il caso. Anche se un dio dovesse esistere, non mi piegherei ai suoi voleri, a costo di perdere la mia lucidità mentale andrei avanti e disobbedirei ai suoi comandamenti per distruggere la mia ignoranza e andare, vedere, creare qualcosa che vada oltre i limiti imposti dal dio e, alla fine, essere il nuovo Messia, un superuomo che mostra il cammino verso il nuovo mondo, verso il futuro. Senza questa esperienza, io non avrei mai potuto credere che questa mia visione si sarebbe avverata. La mattina del sei ottobre mi alzai prestissimo, verso le cinque e mezza, in tempo per vedere l'alba apparire ed espandere il suo fioco bagliore sulla città di Milano. Dopo aver rifatto il letto ed aver sistemato e pettinato la mia coda di cavallo ( si...ho i capelli lunghi), mi recai in cucina per far colazione con la mia marmellata preferita ai frutti di bosco, preparata personalmente qualche settimana prima, e la spalmai sul pane biscottato. Odio fare la colazione al bar perché non mi fido dei loro prodotti e inoltre, non per vantarmi, ma io posseggo una particolare capacità sensoriale del gusto che mi permette di capire immediatamente se un qualsiasi prodotto alimentare sia stato fatto in casa o se invece è di scarsa qualità, anche se non mi servirebbe nemmeno perché lo capirei già dal tatto e dalla vista. Quando faccio la spesa non mi piace comprare tutto ciò che è già pronto, preferisco comprare la materia prima così da poterla esaminare al mio microscopio per vedere se rispetta i parametri della sicurezza. Insieme a quella marmellata io, con la poca forza che avevo appena acquisito dal mio primo pasto, presi e spremetti cinque arance e lasciai che il succo cadesse nel bicchiere e lo bevvi senza mettere lo zucchero. Dopo essermi lavato, tornai nella mia stanza per vestirmi, non fu difficile scegliere dal momento che ho l'abitudine di lasciare i vestiti selezionati su una sedia vicino al letto, almeno così non devo restare un'infinità di tempo con la testa nell'armadio per decidermi. Indossai così la mia camicia bianca e la mia cravatta bordeaux, assieme ai miei pantaloni neri. Prima di andarmene, mi sedetti nuovamente sul letto e puntai il mio sguardo verso il comò, dove vi era una fotografia scattata venti anni fa, protetta da un sottile strato di vetro e da una cornice di mogano. Quella foto era molto importante per me, perché in essa vi era l'ultimo ricordo che avevo della mia famiglia unita, vi erano infatti mia madre Susan White, dai capelli lunghi e castani e gli occhi azzurri e sul collo quel suo profumo lavanda, mio padre Robert Mazzini, figlio di un immigrato italiano della Toscana, forte e rigido ma non abusante, mia sorella Laura che vive a Londra, e mio fratello maggiore Archibald. Era l'unico ricordo rimasto di loro ( a parte Laura, che invece mi telefonava spesso) e mi permetteva di ricordare i loro volti, i loro nomi, la mia vita prima della loro scomparsa. Non erano più in questo mondo da molto tempo, da sedici anni. Persi i miei genitori e mio fratello maggiore all'età di dieci anni, la sera del tredici aprile del 1994. Ero insieme a mia sorella a guardare la televisione quando Lucius, mio nonno, chiamò al telefono fisso di casa alle ore 23.12, risposi io e sentii dall'altro lato della cornetta un'aria deprimente e Lucius che faticava a parlare, e questo insospettii. Quando lui mi comunicò che la mia famiglia non era più tra noi, io caddi nella tristezza e nella disperazione, piangendo e abbracciando mia sorella. Successivamente, gli chiesi come fossero morti ed è proprio da lì che cominciai ad avere dei dubbi. Mio nonno mi disse che se n'erano andati perché mio padre aveva perso il controllo del veicolo finendo così, fuori dal guard rail, facendolo ribaltare, e dall'autopsia era stato confermato che mio padre aveva assunto alcol fuori dalla norma, prima di mettersi alla guida. Quando mi disse queste cose...io non gli credetti, di fatto non gli ho mai creduto. Fu da quel momento che il mio cervello venne martellato da un'infinita di domande senza risposta, chiedendomi il motivo per cui egli mi stava mentendo e questo non fece altro che incrinare di un po il nostro rapporto e sospettai fin da principio che mi stesse nascondendo qualcosa, anche perché non vi fu alcuna notizia riportata sul giornale o sui media televisivi. Anche se a quell'epoca avevo solo dieci anni, avevo già acquisito una capacità di memoria dal momento che conoscevo molto bene le abitudini di mio padre e ciò che era successo prima di quell'incidente. Ho ereditato da lui il vizio del fumo, infatti egli fumava due volte al giorno, precisamente la mattina alle 11.00 e il pomeriggio alle 17.00, due tipi di sigaro: il Montecristo, il suo preferito, al mattino e il Moro, di punta fra i toscani, di pomeriggio. Soltanto di sabato mio padre fumava anche una terza volta e di notte, con il Bolivar, molto apprezzato fra i sigari cubani tuttavia aveva una versione taroccata di quei sigari a causa del monopolio statale a Cuba ( di fatto provenivano da uno stabilimento negli Stati Uniti, a New Orleans). Questo era il suo unico vizio, quello di fumare, ma mai aveva osato toccare un bicchiere contenente qualcosa di alcolico, lui era sempre stato attento a restare lucido e, da quando un suo parente era morto per cirrosi epatica, a vent'anni, aveva smesso completamente di bere. Un'altra cosa che mi insospettii fu che mio nonno aveva menzionato una macchina che era uscita dal guard rail. Io mi chiesi di quale macchina stesse parlando, dal momento che quella di mio padre aveva subito un guasto alla freccia destra tre giorni prima a causa di un atto di vandalismo e quindi era in fase di riparazione dal meccanico, inoltre mia madre non ne aveva mai avuta una e quella di mio fratello Archibald era chiusa in garage. Inoltre scartai l'ipotesi che mio nonno gli avrebbe potuto prestare la sua, dal momento che prima abitavamo negli Stati Uniti e che mio nonno, una settimana prima era venuto in aereo da Firenze, dove viveva ormai da molto tempo. Quel giorno sarebbero dovuti andare a ritirare l'assicurazione del veicolo e avevano preso un mezzo pubblico, ricordavo a memoria questi dettagli e fin troppo bene. Perché mi aveva mentito così? Che cosa mi stava nascondendo? Credevi che io fossi così stupido da non sapere queste cose, Lucius? Centravi forse qualcosa con questo mistero irrisolto? Come mai c'era una così tale assenza di prove da navigare nel buio più completo? Queste erano le domande a cui non riuscivo proprio a dare una risposta, malgrado fossi riuscito da solo a smascherare queste patetiche bugie, e di sicuro non le disse per proteggermi da qualcosa, anzi probabilmente era in corso qualcosa di più serio dal momento che uno degli assistenti del medico ribadii che la morte non era stata provocata da uno schianto. Sette giorni dopo anche quel povero assistente venne trovato morto annegato nei pressi di un fiume. Pensai a quelle domande che mi ponevo da sempre, anche in quel momento, mentre sfiorai lentamente come una carezza, la cornice in legno e poi il vetro della fotografia, fino a quando non la staccai e osservai quel piccolo pezzo di carta, raffigurante la mia famiglia, sulla mia mano per poi dargli un fugace bacio e rimetterlo al suo posto. Alla fine serrai l'uscio dell'appartamento. Dal momento che a me non piace usare la metropolitana o altri mezzi pubblici per spostarmi, ad eccezione dei treni quando ne ho bisogno, sono propenso a camminare o usare la bicicletta e questo era di fatto uno di quei giorni. Scesi in garage e dopo averla trovata, tolsi la catenina, salii sopra e cominciai a pedalare prendendo così aria e facendo anche un po di moto addentrandomi nel quotidiano traffico cittadino che dominava già nella città. Pedalai per mezz'ora fermandomi solo per qualche secondo sul marciapiede per aggiustarmi sul viso gli occhiali, il motivo era che stavo andando controvento e, di tanto in tanto, qualche granello di polvere si posava sulle lenti. Raggiunsi e sorpassai la piazza centrale della città, dando un veloce e fugace sguardo al Duomo in stile tardo gotico che domina sulla città intera e mi affrettai a raggiungere l'Accademia, dopodiché cercai un parcheggio e, una volta trovato, inserii il codice della catenina della mia bicicletta e me ne andai sicuro di me. Vi confido che, anche se non l'avessi chiusa con quella catena, nessuno me l'avrebbe rubata. Per precauzione, infatti, una volta comprata io avevo applicato sui tubi una speciale vernice scura, la cui tonalità di colore ricordava similarmente quello della ruggine; chiunque fosse passato e avesse avuto cattive intenzioni si sarebbe fatto ingannare dalle apparenze e avrebbe pensato, come io volevo fare intendere, che fosse obsoleta e che non fosse altro che un vecchio catorcio da far rottamare e quindi di poco valore, ma in verità l'avevo comprata solo un mese fa. Prima di entrare, io mi precipitai al più vicino tabacchino per comprare un altro accendino ed ebbi la fortuna di poter comprare il numero recente del Corriere della Sera. Non ebbi tempo di leggerlo il giorno prima, ero impegnato a studiare sodo. Non mi ritengo un abitudinario ma per me è necessario dedicare un po di tempo alla lettura del Corriere, così lo posai nello zaino promettendomi che l'avrei letto dopo essere entrato in aula, in attesa dell'arrivo del professore. Entrai nell'Accademia e richiamai la mia attenzione nell'interno di essa. Vi era moltissima confusione fra nuovi arrivati, studenti più anziani e associazioni studentesche che facevano da “sindacato” per matricole e che si davano da fare per i loro stupidi e infantili programmi politici di destra o sinistra, illudendosi davvero di poterli aiutare ma ai miei occhi parve che soffrissero di un deficit dell'attenzione, oltre che una grande e sfrenata ipocrisia di sfruttatori che provocò in me di una sensazione di ribrezzo oltre che disgusto. Quelle opere d'arte che in quel momento ebbi l'occasione di vedere mi diedero un motivo per sorridere, dal momento che finalmente avevo la possibilità di far parte del mondo che, fino a qualche tempo fa, avrei solo potuto imitare e immaginare: quello artistico, la ricerca della bellezza e dell'armonia. Vi giuro che riuscii a fatica a trattenere il mio nervosismo e la mia curiosità e guardandomi attorno, potetti notare quali meraviglie artistiche vi erano per poi permettermi di sognare ad occhi aperti e immaginare di poter creare e interpretare il tutto e di creare un mondo nuovo, come fossi un dio. Creare arte, creare emozioni o anche il nulla, creare il dubbio, creare la vita e la morte, l'ordine e il soqquadro, l'equilibrio e la sua distruzione, creare il tutto...su tela. La prima lezione fu quella di pittura e riuscii a trovare l'aula, così entrai e mi sedetti al terzo posto nella terzultima fila, e già stavo per prendere il giornale per poter leggere quando, ad un tratto il professore entrò e fui costretto a rimetterlo nello zaino. Dopo essersi seduto, senza neanche salutare, egli prese il foglio delle presenze, una delle cose che odio di più al mondo, e cominciò ( come i bambini all'asilo) a fare l'appello. Tuttavia, mentre egli procedeva a ritmo di vecchio trattore di campagna, mi persi un'altra volta nei miei pensieri e, cambiando idea sul rimettere apposto il giornale, lo tirai fuori nuovamente e lo posai sulle mie ginocchia, nessuno mi guardò. Perché questa ossessione? Fra poco lo saprete. Ero così perso nei miei pensieri che non mi accorsi assolutamente che il professore mi aveva chiamato per la terza volta di fila, infatti lo fece nuovamente ma con un tono più deciso – Mazzini! - Alzai la mano e gridai – Presente! - Finalmente, non mi sentiva? - Mi inventai una scusa – No, professore, la sento benissimo. Stavo solo cercando la mia penna perché credevo di averla perduta. - - Come mai sta in terzultima fila e per di più da solo? - Che domanda. Semplicemente volevo stare da solo, ma non potetti dare una risposta simile – Perché c'è la finestra aperta. - Non disse nient'altro e, senza più un secondo da perdere, egli cominciò a introdurre in maniera sbrigativa il corso di pittura con una breve presentazione e con l'assegnazione delle prime fonti, applicai la modalità di registrazione vocale sul cellulare in modo che non potessi dimenticare una singola parola, mentre con la mano sinistra ( sono mancino) fui costretto a scrivere il mio nome su quello stupido, patetico foglio delle presenze: Alan James Mazzini.
  15. Torba

    Pietà per gli spietati

    *Racconto cancellato su richiesta dell'utente*
  16. Fino a
    Giorno 30 marzo 2019, presso la Libreria Feltrinelli Point di Messina, alle ore 18.00, presentazione del romanzo di Gianandrea Parisi, "Cristallo Imperfetto", un giallo, con venature thriller, horror e fantascienza, edito dalla Argento Vivo Edizioni. Interverranno il presidente dell'Ordine degli avvocati di Messina, Vincenzo Ciraolo e la giornalista della Gazzetta del Sud, Marianna Barone.
  17. sandra777

    CRIMINI D'AMARE

    Fino a
    IL FESTIVAL LECCEINGIALLO organizza il Premio Letterario CRIMINI D'AMARE PRIMA EDIZIONE 2019-2020 REGOLAMENTO Art. 1 Il Comitato del FESTIVAL LECCEINGIALLO, allo scopo di promuovere e divulgare la scrittura creativa e favorire la condivisione di esperienze letterarie, organizza la prima edizione del Premio Letterario CRIMINI D'AMARE per romanzi e racconti a tema libero di genere giallo / thriller / noir. Art.2 L'iscrizione al Premio è aperta agli autori di qualsiasi nazionalità, che abbiano compiuto la maggiore età al momento dell’iscrizione del bando e che presentino opere scritte in lingua italiana. Non sono ammesse opere che inneggino alla violenza, al razzismo o a qualsiasi riferimento che possa turbare la sensibilità delle persone. Art. 3 Il concorso prevede due sezioni: SEZIONE A Romanzi editi pubblicati in edizione cartacea a partire dal gennaio 2018 (provvisti di codice ISBN). SEZIONE B Racconti inediti con una lunghezza massima di 40.000 battute (spazi inclusi). Art.4 Le opere in gara per entrambe le sezioni dovranno pervenire entro il 31/12/2019 (fa fede il timbro postale o la ricevuta del corriere), con le seguenti modalità: SEZIONE A Invio 3 copie del volume mezzo posta o corriere (le spese di spedizione sono a carico dei partecipanti) all'indirizzo: Festival Lecceingiallo, via dei Palumbo 12, 73100 Lecce. In alternativa è possibile invio di una copia digitale (PDF o e-pub) all'indirizzo e-mail lecceingiallo@gmail.com. All'opera dovrà essere allegata una breve scheda di presentazione dell'autore, contenente recapiti utili in caso di qualificazione e la fonte da cui si è appresa la notizia del Premio . SEZIONE B Invio copia digitale per e-mail all'indirizzo leggeingiallo@gmail.com con le seguenti specifiche: formato docx o .pdf, carattere Arial, corpo 12, interlinea 1,5. Nel corpo della mail dovranno essere inseriti: - breve presentazione dell'autore - indirizzo e numero di cellulare - fonte da cui si è appresa la pubblicazione del bando. Art.5 Ogni partecipante potrà presentare una sola opera per entrambe le sezioni. Le opere idoneamente pervenute saranno valutate a giudizio insindacabile e inappellabile dal Comitato del FESTIVAL LECCEINGIALLO comprendente personalità del mondo letterario. Le opere inviate non verranno restituite. Art.6 Nel mese di aprile 2020 il Comitato renderà noti i finalisti di ciascuna categoria. La premiazione dei vincitori avverrà nella serata conclusiva del FESTIVAL LECCEINGIALLO che si terrà a Lecce nel mese di maggio 2020. Art.7 Ai vincitori saranno conferiti i seguenti premi: SEZIONE A Primo classificato - Attestato di merito e riconoscimento creato da un artista del territorio salentino. Il vincitore è tenuto a prendere parte alla cerimonia di premiazione. Secondo classificato - Attestato di merito e omaggio legato al territorio salentino. Terzo classificato - Attestato di merito e omaggio legato al territorio salentino. SEZIONE B Primo classificato - Attestato di merito e omaggio legato al territorio salentino. Secondo e terzo classificato - Attestato di merito Inoltre i primi 10 racconti finalisti saranno pubblicati a titolo gratuito in una raccolta antologica edito dalla casa editrice I Quaderni del Bardo di Stefano Donno. Le modalità di pubblicazione saranno definite a discrezione esclusiva dell'editore. Art. 8 La partecipazione al concorso implica automaticamente: - l’accettazione integrale del presente regolamento, senza alcuna condizione o riserva. - l'assunzione in prima persona del partecipante di ogni responsabilità in ordine all'opera inviata, dichiarando di averla realizzata legittimamente, e di poterne disporre in assoluta libertà; - l’espressa autorizzazione al Comitato, nonché i suoi diretti delegati, a trattare i dati personali trasmessi ai sensi del Regolamento EU 679/2016 (GDPR) e successive modifiche, anche ai fini dell'inserimento in banche dati gestite dalle persone suddette; - autorizzazione in caso di premiazione a pubblicare il proprio nominativo su quotidiani, riviste culturali, siti web, etc. - la concessione del libero uso da parte del Premio per l’inserimento in antologia edita da I Quaderni del Bardo.. Partecipando al concorso lo scrittore manleva inoltre il Comitato da qualsivoglia responsabilità e conseguenza pregiudizievole derivante da domande e/o pretese azioni formulate e avanzate in qualsiasi forma, modo e tempo per quanto riguarda contenuto e titolo dell'opera. La mancanza di una sola delle condizioni che regolano la validità dell’iscrizione determina l’automatica esclusione dal concorso letterario senza obbligo di comunicazione alcuna da parte del Comitato del FESTIVAL LEGGEINGIALLO. Per qualsiasi controversia o contestazione vigono le leggi, i regolamenti e le consuetudini in materia ed è competente il foro di Lecce. Per ulteriori informazioni scrivere a lecceingiallo@gmail.com
  18. Mercante di Rarità

    Chance Edizioni

    Nome: Chance Edizioni Generi trattati: Narrativa, Thriller, Viaggi, Cucina, Fiabe Catalogo: https://chanceedizioni.com/negozio/ Modalità di invio dei manoscritti: chanceedizioni@gmail.com Distribuzione: https://chanceedizioni.com/distribuzione/ Sito: www.chanceedizioni.com Facebook: https://www.facebook.com/ChanceEdizioni/
  19. Titian

    Aiuto per: Inseguimenti automobilistici

    Ciao a tutti. Tante domande mi vengono in testa, ma queste qui sotto sono quelle che cerco una riposta da tanto tempo. Come riuscire a descrivere un inseguimento con le automobili? Come si fa a non perdere il ritmo durante le vicende? Bisogna per forza attenersi a un punto di vista di un solo personaggio oppure si può fare ad altri? Inoltre se ci sono molte scene d'azione come si può fare per non confondersi? Mi spiego. Sto scrivendo un thriller molto strano in cui parla di un uomo che conosce un demone, possiede il dono del fuoco e viene accusato di un omicidio. A causa di quest'ultimo, è costretto a fuggire dalla polizia, deve fare i conti con il suo passato, con quelli del demone e deve scoprire chi l'ha incastrato e perché. Visto che adoro i film d'azione, vorrei scrivere una trama con dei inseguimenti, magari aggiungendo il fuoco, le sparatorie e fare inseguimenti anche a piedi dentro un parco acquatico. La storia è ambientata in una città inventata da qualche parte negli Stati Uniti d'America. Tempo fa, ci ho provato a scrivere degli inseguimenti, ma ci sono stati due casi che senza non avrei mai aperto questa nuova discussione. 1) Agli inizi del mio viaggio della scrittura, avevo uno stile molto povero quasi privi di dettagli per ambientazione e cose così perché volevo tenere il ritmo bello alto. A causa di questo, scrivevo più o meno le stesse cose. Ci provai a fare una serie di inseguimenti in una trama fantasy moderna. Purtroppo, questo stile non mi piacque anche perché dovevo riscrivere più volte i nomi dei protagonisti. Dopo questa trama provai con un'altra trama (sempre utilizzando lo stesso stile) pensando che magari avrebbe cambiato qualcosa. Non funzionò. 2) Ho provato ad aggiungere dei mini dettagli su un inseguimento dentro una trama (le scene con le sparatorie ero molto bravo), ma il ritmo era calato di brutto fino ad essere un semplice viaggetto tra due auto. Avete qualche idea a riguardo? Spero che abbiate capito di cosa voglio dire con questo. Spero che questa discussione non sia già sul sito. Se lo è già, mi scuso. Grazie per le risposte.
  20. Titian

    È meglio la trama seria o la trama comica?

    Ciao a tutti. Mentre scrivevo la fuga iniziale del protagonista del mio nuovo romanzo, visto che sarebbe pure il seguito di un'idea vecchia... (non sto qui a parlarne perché altrimenti andrei per le lunghe), ho scritto una frase da far dire al protagonista in maniera quasi comica. Da questo punto di vista, mi è venuto un dubbio talmente grande da rovinarmi l'intero romanzo. Il dubbio nasce dal fatto che il protagonista del romanzo (Già detto in un'altra discussione) ha il potere del fuoco. Quindi, ho dedotto che non sopporta l'acqua. Mi sono immaginato il protagonista che sputa l'acqua mentre sta al bar e dice alla protagonista che non la vuole perché è fredda. Allora inizia a ridere con lei, ma la protagonista principale è una poliziotta. Siccome la trama è questa: Un uomo fa un sogno premonitore in cui un uomo (un caro amico di un demone, lui ancora non lo sa) muore. Allora fa l'incontro di due poliziotti tra cui la protagonista dove lui è sospettato di omicidio. Lui si ribella minacciandoli con una pistola per via di una faccenda del suo passato, ma per colpa di un mal di testa improvviso, viene arrestato e portato via. Riesce a parlare con il demone che gli restituisce i poteri e così il protagonista è costretto a fuggire per capire perché è sospettato di omicidio e cosa c'entra il suo amico demone con l'uomo morto. Da qui in poi deve scoprire cosa si cela dietro. Stavo pensando di metterci anche dell'autoironia con inseguimenti, altrimenti l'alternativa era quella del protagonista che conosce la poliziotta in cui si scoprono pian piano i loro segreti e a causa di qualche indagine si uniscono per investigare sempre con uno o due inseguimenti di quelli comici. Purtroppo, non capisco quale trama sia la migliore ovvero fare qualcosa simile alla "Cani sciolti" oppure fare qualcosa alla "Faster". Adesso sono a un punto cieco. Se avete qualche consiglio al riguardo, vorrei averlo. Così almeno saprò muovermi. Grazie per le risposte.
  21. mandarino

    Mamma Editori

    Nome: Mamma editori Generi valutati: Fantasy contemporaneo, urban fantasy, paranormal romance, thriller, gialli, crime novel, youn adult, Invio manoscritti: http://www.ophiere.it/index.php/chi-siamo/come-inviare-il-mio-manoscritto Distribuzione: Vari, http://www.mammaedit...ges/Distrib.htm Sito: http://www.mammaeditori.it/ Nota dello Staff La pubblicazione effettiva avviene senza contributo; la casa editrice è stata però inserita in doppio binario in seguito all'introduzione del criterio secondo il quale l'accesso alla selezione avviene solo tramite gettone d'iscrizione. Specifichiamo quindi che Mamma Editori non chiede contributi per la pubblicazione effettiva, ma seleziona manoscritti solo tramite gettone a pagamento (che serve a dimostrare la motivazione dell'aspirante). ------------------------------------------------------------------------- Post originale di apertura topic: Oltre a varie collane di saggi, ne hanno una chiamata A cena con il vampiro, ovviamente dedicata al gothic nelle sue varie declinazioni, e accettano anche gialli e thriller. Hanno una politica sui generis: gli aspiranti devono iscriversi al forum e pubblicare il testo un capitolo alla volta, fin quasi alla metà, sottoponendosi al giudizio del gruppo di lettura-scrittura. Un po' quello che si fa qui, insomma. Chi propone un testo viene letto e legge a sua volta. A chi interessa provare con questa casa editrice, consiglio di scrivere una mail all'editore: ti rispondono in una giornata.
  22. Riccardo Bertoldi

    New-Book Edizioni

    Nome: New Book Edizioni Generi valutati: thriller, giallo, rosa, storico, per ragazzi. Invio manoscritti: http://www.new-bookedizioni.it/contatti.php Distribuzione: librerie fiduciarie, Amazon, IBS e altri store on-line Sito: http://www.new-bookedizioni.it/ Facebook: https://www.facebook.com/New-Book-Edizioni-389523121122968/
  23. WildG

    Dimmi perché lo faccio

    Commento Purtroppo ci sono 300 caratteri in più del previsto, spero non sia un grosso problema ! ---------------------------------------------------------------------- “DIMMI PERCHE’ LO FACCIO !” urlò Carl mentre stringeva la pistola nella mano sinistra e la gola di uno sconosciuto nella destra tenendolo col suo peso steso a terra. Portò poi con gesto rabbioso la canna della pistola a contatto con la fronte dell’uomo a terra, stringendola fino a far diventare bianche le nocche. “Dimmelo … ORA!” , disse avvicinandosi alla faccia dello sconosciuto che poteva vedere ora distintamente il suo volto, nonostante la penombra che celava quasi tutto nel vicolo; dimenandosi e cercando di sottrarsi inutilmente alla stretta di Carl, il malcapitato riuscì solo a pronunciare qualche parola, soffocata dalla mancanza di ossigeno: “Non lo so … ti prego lasciami …”, mentre il colorito del volto virava verso il rosso. La vista si stava annebbiando a causa della morsa con cui Carl gli serrava la gola, e il respiro si faceva sempre più affannoso; il freddo della canna della pistola che premeva sulla fronte si stava facendo insopportabile e il punto di contatto iniziava a bruciare. Carl si sollevò leggermente per permettergli di respirare e tolse la mano dalla gola; rimase accovacciato lateralmente all'uomo a terra , con il braccio sinistro penzoloni fra le gambe e la pistola che toccava il terreno. Guardò l’uomo che aveva sotto di sé che respirava avidamente tossendo ancora e ancora, mentre gli occhi si riempivano di lacrime dallo sforzo. Tentò di mettersi seduto ma le braccia non gli ressero e ricadde steso a terra; un altro tentativo e vi riuscì. Si portò una mano alla gola massaggiando delicatamente mentre cercava di respirare in modo regolare; guardò Carl con timore e rabbia dicendo: “Ma chi diavolo sei tu? Cosa vuoi da me?” . Carl lo guardò un attimo sollevando il capo , e disse: “Come ti chiami?”, con voce bassa e tremolante. “Mi … mi chiamo Adam, e se le ho fatto un torto mi dispiace, vede io …”, ma Carl lo interruppe facendo segno di stare zitto portando la canna della pistola a contatto con la bocca. Adam ora poteva vederlo bene in volto: occhiaie profonde, scure che gli segnavano il volto scavato e con la barba incolta ormai da giorni; grossi occhi celesti umidi e arrossati dal pianto. Una felpa e un paio di jeans sdruciti gli davano l’aspetto di un senzatetto drogato. “Se le ho fatto un torto mi dispiace … Non volevo”, disse Adam mentre guardava Carl con gli occhi sbarrati; il suo aspetto trasandato e il suo sguardo quasi assente gli serravano le budella in una morsa di gelida di paura. “Guardami …” disse Carl come ridestato da un sogno ad occhi aperti; “Non lo senti questo respirare affannoso?” guardandosi attorno come a cercare qualcuno nascosto nella penombra. Gli occhi di Adam si riempirono di lacrime e si rannicchiò portandosi le ginocchia al petto. “Non sento nulla … Mi dispiace …” tirando su col naso. “Se non smetterà di respirare in questo modo io impazzirò …” disse Carl guardando Adam dritto negli occhi. “Si ferma soltanto quando una vita si spegne … Ma solo per poco … Solo per poco …” A quelle parole Adam trasalì, come se gli avessero dato un calcio nelle costole. Ora era tutto chiaro; ora era tutto maledettamente chiaro. Così come era ormai evidente che non sarebbe sopravvissuto a quell’incontro notturno. Carl restò immobile a fissare Adam come a cercare di leggergli l’anima. Poi con uno scatto improvviso Carl si portò le braccia a coprire le orecchie, stringendo gli occhi ed increspando la bocca in una smorfia di sofferenza. Un sibilo acuto, violento, come un gigantesco stridio di metallo, aggredì le sue orecchie, facendolo quasi cadere stordito a terra. Adam lo guardò impietrito, senza proferire una parola. Carl gemette fino a che il sibilo cessò e guardò Adam dicendo: <<Lo hai sentito vero? VERO?>> guardandolo ora con uno sguardo supplichevole. Adam scosse velocemente la testa, con le lacrime che gli offuscavano la vista e gli facevano colare il naso. <<Io non sento nulla …>> tirò sul col naso <<Non sento nulla …>> abbassando la testa rassegnato oramai al suo destino. Carl si avvicinò ad Adam, mettendo le sue labbra vicino all'orecchio destro di lui, per non farsi sentire, quasi a condividere un segreto inconfessabile: <<Lo sento respirare nella mia testa, sempre … Giorno e notte … Perché lo faccio? Perché accetto di farlo smettere al prezzo di una luce che si spegne? Sembra finita poi ecco … Lo senti? Sta ricominciando... e io mi sto perdendo>>. Adam tremava mentre l’alito caldo di Carl colpiva ad ondate il suo orecchio, non sapendo poi cosa dire ad un uomo in preda ad una evidente follia. <<Una luce dovrà spegnersi, adesso. ADESSO …>> disse Carl afferrando violentemente la mano destra di Adam e mettendogli in mano la pistola. Gli serrò la mano intorno al calcio della pistola, gli mise l’indice sul grilletto e la puntò alla tempia, mentre Adam si dimenava nel vano tentativo di lasciare la presa. <<Una luce si spegnerà, ora… Io non posso più decidere … Fallo tu … Scegli quale luce si spegnerà adesso … E lui smetterà di ansimare nella mia testa.>> La stretta di Carl sulla mano di Adam si fece più forte. <<Dimmi perché lo faccio, oppure decidi per me, ORA!>> Carl strinse più forte la mano di Adam; il grilletto scivolò indietro ed un colpo assordante scosse il silenzio quasi lugubre della notte. Il contraccolpo violento ed inaspettato fece volare la pistola dalla mano di Adam, mentre Carl venne sbalzato all'indietro dalla forza del proiettile. <<NO!>> gridò Adam mentre vedeva Carl steso a terra, ed il sangue formare una striscia rosso, argento scuro e nera, mentre attraversava la lama di luce del piccolo lampione nel vicolo. Adam si portò le mani alla bocca, incredulo a quella scena di puro terrore. Si guardò le mani, le vide sporche del sangue di Carl; si guardò il vestito, e la giacca e la camicia erano pieni di schizzi di sangue e di terra. Iniziò a dondolare leggermente avanti e indietro, sussurrando appena: <<Morto … E’ morto … Oddio e adesso cosa faccio… La polizia, No, no, meglio di no; cosa gli dirò? Agente ho sparato ad uno sconosciuto! Oddio, chi mi crederà… Perderò tutto, tutto.>> Poi guardò la pistola a terra a poca distanza da lui; si guardò attorno circospetto. <<Forse non ha sentito nessuno, è notte.>> Si avvicinò gattonando sull'asfalto fino alla pistola e la nascose nella tasca interna della sua giacca e cercò di pulirsi dagli schizzi di sangue in faccia. Si chiuse il cappotto ed iniziò a camminare svelto. <<Casa mia è a soli 5 minuti, posso farcela… posso farcela>> ripeteva a sé stesso a bassa voce mentre il cuore gli pulsava forte fino nelle orecchie e la testa iniziava a girare. <<Ecco , sono arrivato. Dove sono? Dannate chiavi.>> Mentre rovistava in tasca, le chiavi caddero a terra e con le mani che tremavano le raccolse e riuscì ad aprire. Entrato in casa, si tolse subito i vestiti gettandoli nella spazzatura e si infilò nella doccia. Respirava profondamente cercando di calmarsi mentre l’acqua calda gli scorreva addosso. Uscito dalla doccia si mise un asciugamano intorno alla vita e si mise davanti allo specchio. <<E’ morto, ma non potevo fare nulla… quegli occhi… oddio… pazzo … sì, sì … era pazzo.>> disse a sé stesso per poi passarsi una mano sulla faccia. <<Ho bisogno di un tè per calmarmi e poi deciderò cosa fare di quella maledetta pistola.>> A piedi nudi si recò in cucina, ed accese il bollitore. Dopo pochi minuti iniziò a fischiare ad indicare che l’acqua era pronta. Il sibilo del bollitore lo fece trasalire e lo guardò con terrore aggrottando le sopracciglia. Il sibilo sembrò aumentare di intensità fino a farsi insopportabile. Adam cadde in ginocchio gridando dal dolore e tenendosi le mani alle orecchie. Poi dopo pochi ma interminabili secondi il sibilo cessò. Adam si guardò intorno ansimando come se avesse corso inseguito da un branco di cani feroci. <<Calmo, calmo>> disse a sé stesso <<E’ finita … E’ finita …>> Sentì una voce flebile provenire dalla stanza da bagno. <<Chi c’è? CHI C’E’?>> quasi urlò dirigendosi nella stanza da bagno; con la mano tremante accese la luce. Niente, nessuno. Fece un sospiro di sollievo e si avvicinò allo specchio fissandosi negli occhi. Sentì un respiro sempre più prepotente e realizzò che non era il suo. Una goccia di sudore freddo gli imperlò la fronte e le mani si fecero dannatamente fredde ed insensibili. Poi udì una voce roca, fredda e senza espressione, eppure proprio per questo terrificante: <<Finalmente sono tornato a casa>>
  24. Valerio Dalla Ragione

    Corpo Vitreo

    Titolo: Corpo Vitreo Autore: Valerio Dalla Ragione Casa editrice: Elison Publishing ISBN: 9788869631979 Data di pubblicazione (o di uscita): 18 Febbraio 2019 Formato: Digitale Prezzo: 2,99€ Genere: Assurdo, Thriller, Fantascienza, Surreale Caratteri: 130 000 Pagine: 80 circa Quarta di copertina: Capitale del regno danese. Stato sociale, biciclette, automobili elettriche - e qualcosa mi dice che non sono sobrio. Nemmeno lo è il ricercato che sta guidando questa macchina rubata, ma non ha molta importanza: non so se siano milioni di occhi nascosti, o forse il mio semplice timore di essere osservato. Qualcuno mi parla di nuove religioni nei cantieri della metro, di intelligenze artificiali e polizia violenta sulle nostre tracce, ma a pensarci un attimo è poco o niente, nell'assurdo di questa notte di cui non riesco ancora a immaginare la fine. Link all'acquisto: Amazon: https://www.amazon.it/Corpo-vitreo-Valerio-Dalla-Ragione-ebook/dp/B07NW12DJN/ref=sr_1_3?s=books&amp;ie=UTF8&amp;qid=1551290519&amp;sr=1-3&amp;refinements=p_n_date%3A510380031 Mondadori: https://www.mondadoristore.it/Corpo-vitreo-Valerio-Dalla-Ragione/eai978886963197/
  25. Toy

    Il potere delle ombre

    Presentazione presso Mondadori Bookstore Asti del libro Il potere delle ombre, ultimo thriller di Luca Cozzi. Ambientato tra Piemonte, Spagna, Turchia e Africa, il romanzo prende spunto dal ritrovamento di un antico manoscritto risalente al XIV secolo. Un’avventura straordinaria che porterà il lettore attraverso le tenebre di misteri senza tempo e diventa la metafora dell’eterno duello tra bene e male dove, questa volta, il bene dovrà attingere al male per poterlo sconfiggere. È proprio questo lo spunto di riflessione che l’autore lascia ai propri lettori: è giusto che il bene attinga al male per vincerlo?
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