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  1. Kasimiro

    La puntura

    «Ho paura della puntura». «Non sentirà nulla». «Ho paura della puntura». «Si stenda e chiuda gli occhi». «Ho paura della puntura». «Fatta». «Ho paura della puntura». «Arrivederci». «Come?» «Può andare. Visto? Non se n'è neanche accorto». «Me ne sono accorto eccome!» «Mi dica allora, dove l'ho fatta». «Che domanda! Con i pantaloni abbassati, dove vuole che me l'abbia fatta?» «A volte l'apparenza inganna». «Non scherziamo». «Già». «Quindi? L'ha fatta lì?» «Verifichi da solo». «E come faccio? Ho anche il torcicollo». «Si faccia fare la foto di un primo piano». «Eh sì, e da chi? Aspetti, potrei uscire in strada e al primo passante tirare giù le braghe e dirgli: Scusi? Potrebbe verificare che ci sia un puntino rosso sul sedere, indice di un'iniezione che il dottore dice di non averla fatta in quel punto, mentre io sostengo il contrario perché ho avvertito un dolore crescente mentre sentivo penetrarmi il liquido di quel cavolo di vaccino?» «Bene, mi faccia sapere come va a finire». «Io non me ne vado finché non mi dice dove ha fatto la puntura, anche se sono convinto che me l'ha fatta sul sedere». «Guardi che i vaccini sul gluteo non si fanno neanche ai bambini». «Allora perché mi ha fatto tirare giù i pantaloni?» «Per distrarla, era così terrorizzato che se le dicevo che la facevo nel braccio, lo avrebbe irrigidito come un pezzo di legno, con la certezza di spezzare l'ago». «Infatti! È stato il mio secondo sospetto. Ecco cos'era quel male al lato destro». «Peccato che l'ho fatta al sinistro». «Perché devo subire questo martirio, io neanche ci voglio andare in India: non sopporto il curry. Sarei andato in un placido laghetto in Svizzera». «Chi la obbliga?» «Indovini...» «Per oggi abbiamo finito». «Per oggi?» «Dovrà fare un richiamo fra qualche mese». «Cioè?» «Qualcosa di simile a quello che abbiamo fatto poco fa». «È proprio necessario?» «Se non lo farà, renderà vana questa iniezione». «Ma se parto fra 15 giorni, vuol dire che non avrà effetto finché non si farà il richiamo?» «L'effetto ce l'ha, ma non è duraturo». “Non importa. Non credo che tornerò più in certi posti.” «Ho sentito altri dire così, poi, dopo il primo viaggio non hanno più smesso». «Devo confidarle che non è il curry, ma un'angoscia e un disagio insopportabile che potrei avere di fronte a uno storpio, un lebbroso, un moribondo. Già mi turba un mendicante al semaforo. Vederne a migliaia tutti insieme, temo di non poter reggere a l'impatto emotivo». «Una volta che sarà lì, le apparirà tutto normale, come vedere un cane a passeggio, o le persone in fila alla cassa di un centro commerciale». «Ho dei dubbi». «Ci sono passato anch'io... dall'India». «Com'era?» «Difficile descriverla con poche parole, le dico solo che ci sono rimasto un po' di più delle due settimane previste». «Perché?» «Festa ogni giorno, giornate senza tempo, il fascino per la meditazione, lo yoga, il the...le solite cose che si fanno da giovani». «Le solite cose? A me non sarebbero mai venute in mente». «Capisco, alcune stagioni passano e non ritornano. Perché ha così paura delle punture?» «Per anni, da piccolo, ne ho subito il dolore, che si perpetrava una volta a settimana. Una polverina bianca che veniva sciolta e iniettata da una antipatica anziana vicina di casa». «La vecchia cara penicillina. La scoperta che ha cambiato il mondo, nata per caso da una muffa. Un antibiotico sempre efficace, naturale, senza un gran effetto collaterale». «E il dolore? Aggiunto al trauma psicologico di un bambino, che se lo deve trascinare per tutta la vita?» «Già, ma questo non è contemplato dalla medicina, almeno da quella occidentale». «Mi davano ogni volta una macchinina, il mio giocattolo preferito, per convincermi tra le lacrime a farmi bucare il sedere. Piccoli modellini in metallo che facevo correre per tutta la casa prima di essere infilati in due sacchi di juta e finire a un mercatino di solidarietà». «Suppongo che il suo sogno non sia stato quello di fare l'anestesista». «Supponga pure... però ho fatto qualcosa che non avrei mai immaginato. Ripensandoci, non so dove abbia trovato il coraggio». «Sono a tutto orecchi». «Durante una vacanza in una località montana, incontrai un gatto magrissimo, con gli occhi incrostati e quasi chiusi, un pessimo segnale. Stava seduto in attesa dell'ormai vicino momento del trapasso, sereno. Non mangiava e non beveva. Lo presi in braccio, era pelle e ossa e lo portai dal primo veterinario possibile, a più di un'ora di macchina, oltre alla mezz'ora a piedi per raggiungere l'auto. Il medico sospettò una grave forma di gastroenterite, molto pericolosa. Fece subito una quantità massiccia di antibiotico, avvertendomi che poteva non superare la notte. Mi diede un'altra dose, proponendomi, nel caso di buona sorte, di farla io il giorno dopo, visti i suoi numerosi impegni, insieme a razioni di vitamine e flebo; il tutto tramite iniezione. Mi illustrò il gesto da compiere mentre angosciato e con gli occhi sbarrati osservavo. Un'azione decisa, senza esitazione: tirare la pelle in fuori, infilare l'ago, dopo averne fatto fuoriuscire un po' di liquido e iniettare con moderata, costante spinta del pollice, tutto il liquido all'interno del corpo. L'indomani, dopo averlo vegliato tutta notte, il gatto, anzi la gatta, era ancora viva. Preparai tutto l'occorrente: siringhe, flaconi, disinfettante, su un panno, come fossimo in una sala operatoria; sudavo freddo mentre con la siringa in mano mi accingevo all'operazione. Sollevai una parte della pelle e tentai di infilzare l'ago...ma con la delicatezza di una carezza: non entrò neanche di un millimetro. “Non ce la posso fare; sì che ce la puoi fare” mi suggeriva una voce da dentro. Riprovai senza pensarci e zac: l'ago penetrò perfettamente superando con una lieve resistenza lo strato di pelle e scivolando dolcemente nella zona sottocutanea. Il liquido che penetrava fu come una liberazione. Quella puntura è stata la prova più dura della mia vita, fino ad allora. La gatta, giorno dopo giorno, riprendeva forza. Ora vive felice nel giardino di casa». «Che strano, qualcosa di simile mi è successo con i bambini di Kolkata: riacciuffati prima della fine di quella notte che ha descritto, ma in molti, si sono fermati lì». «Che posto è Kolkata?» «Forse al mondo è più conosciuta con il nome anglicizzato di Calcutta, che ha deciso di riprendersi l'appellativo nella lingua locale bengalese. Anch'io ero in vacanza... il problema è che ero anche fresco di laurea in medicina. E se ne aiuti uno, te ne ritrovi dieci; se ne aiuti dieci, ne arrivano cento...caso o destino?» «Forse tutti e due». «Già, come quella ragazzina, figlia di manovali, che un'estate andò a fare un corso d'inglese a Cambridge; conobbe un ragazzo in un pub, all'insaputa della sua vera identità; qualche tempo dopo si ritrovò sposa in India, che non lascerà più, in un matrimonio da Mille e una Notte con il figlio del primo ministro. Divenne poi, una delle donne più influenti del mondo». «Che storia è?» «Quando ritorna gliela racconto». «Ci penserò». «Ha tutto il tempo. E se non la rivedrò, potrebbe venirmi qualche sospetto...buon viaggio»
  2. Kikki

    Favole e miti di Alonnisos di Erika Casali

    Titolo: Favole e miti di Alonnisos Autore: Athanasios Pappos ed Erika Casali Collana: Infanzia e apprendimento Casa editrice: WriteUp Site ISBN: 9788885629196 Data di pubblicazione (o di uscita): 1 maggio 2020 Prezzo: cartaceo 16,00 Genere: fiabe Pagine: 144 Quarta di copertina o estratto del libro: C’era una volta Iannakis, l’eroe greco per eccellenza: povero, buono, ingenuo e pieno di risorse, conquista re e principesse, sconfigge draghi e affronta prove sovrumane per trarre in salvo la Bellissima. E poi Maro, Pastadimandorle, i kalikatzari, il battibastone e i dodici mesi. Cani, gatti, capre, maiali e addirittura galline e formiche rivelano un’identità diversa da quella che conosciamo, unendo la magia alla saggezza. Come un novello Calvino alle prese con le Fiabe italiane, Pappos ha per anni raccolto dalla viva voce degli anziani della splendida Alonnisos le favole più antiche, a volte varianti spettacolari e inconsuete di tradizioni più famose, a volte versioni uniche e splendenti proprie dell’isola. Eppure, tutte simili nell’accompagnarci all’anelato "E vissero felici e contenti". Link all'acquisto: Link amazon per l'acquisto Link ibs per l'acquisto
  3. Kikki

    Il bosco, il pazzo e il bradipo

    L’odore di terra è così intenso che mi sembra di avere la testa dentro un buco, le cicale friniscono furiose e il calore sulla pelle è pesante come un macigno. Oltre alle cicale non sento altro. Sono andati via. Apro gli occhi senza muovere un muscolo, sopra di me si apre un triangolo di cielo circondato dai rami scuri. Gli aghi di pino mi pungono la pelle attraverso il costume e la maglia di cotone. Fanno il solletico. Piego piano le dita delle mani e dei piedi, scricchiolano come vetri rotti, ma sembrano intere; mi rendo conto di aver perso le ciabatte. Giro la testa per cercarle, ma vedo le stelle dal dolore. Una guancia e le labbra pulsano bagnate come una lampadina in fin di vita. Non sono riuscito a difendermi nemmeno questa volta. Fra e Ste sono saliti dalla spiaggia correndo tra gli alberi. «L’ha ucciso il padre di Pietro,» ha detto Fra. «L’ha buttato in mare e quello è affogato.» «Affogato morto?» ha chiesto Stefano. «Conosci qualcuno affogato e vivo, scemo?» «Mica hanno trovato il corpo». «Lo sta cercando tutta l’isola, ma lo troveremo prima noi, e manderemo Michele in prigione!» risponde Fra. Mi ha tradito la maglia rossa che avevo infilato in cintura. Nascosto sotto il corbezzolo li ho guardati aggirarsi alla ricerca di qualcosa. Hanno trovato me, pietrificato tra le foglie e con il cuore che batteva tanto forte da farmi scorrere litri di sudore ghiacciato sotto le ascelle. Nel tempo di un sogghigno mi hanno portato via la maglia. Quando ho tirato su i pugni hanno riso più forte e mi sono venuti addosso. Non c’era bisogno di picchiarmi in due, mi avrebbe atterrato anche uno solo; perché sono grasso, sono un ciccione schifoso e lento. Un bradipo ciccione, dice Fra. Mi alzo a sedere lento come il nonno e gli aghi mi infilzano come fossi su un filo spinato. Alzati, Pietro. Lo ripeto mille volte in testa finché la voce mi esce in un sussurro che diventa un grido. Ma non ci riesco. Tanto, a cosa servirebbe? L’unica cosa che prova che mio padre non è un assassino è perduta e i bradipi ciccioni non recuperano ciò che gli viene rubato perché sono dei buoni a nulla. Piango forte, la ciccia trema e le lacrime si confondono con il sudore. Papà verrà buttato in prigione, se avessi portato la maglia questa volta mi avrebbe detto bravo. Torno a sentire le grida di papà, rivedo la sagoma lunga e nera che si butta in mare dalla barca di Stelio, si avvicina con poche bracciate a quella di papà e cerca di salire. La barca si inclina verso l’acqua, papà barcolla, la sagoma diventa un mezzobusto coperto da una maglia rossa con un surfista bianco mentre cerca di issarsi a bordo. Papà si raddrizza e stacca con forza le mani della sagoma dal bordo della barca. La sagoma sparisce sott’acqua, riemerge e urla che papà lo ha ucciso, poi scompare a nuoto oltre l’imboccatura del porto. Mio padre non è una persona gentile, fa piangere spesso mamma e me. Ieri sera, quando ha sbattuto la porta di casa, sono andato a consolare mamma che singhiozzava piano rannicchiata nell’angolo dove finisce ogni litigata. Ma lei mi ha dato uno schiaffo, così ho sbattuto la porta anche io. Quando sono arrivato al porto, papà era già sulla Nina pronto per uscire a pescare, ho sentito che urlava qualcosa a un tizio sulla barca di Stelio, ma che non era lui. Troppo alto e magro, troppi capelli e vestito da giovane. Tiro giù la maglia che la mia pancia sporgente spinge su. Non l’ha ucciso, ma quello è scomparso, mio padre è l’ultimo ad averlo visto e Fra dice a tutti che è un assassino. Mi lascio cadere all’indietro e una pietra mi graffia la schiena: se potessi trovare quel ragazzo prima degli altri. C’è profumo di resina appiccicosa e di terra secca e calda. Alla fine mi decido, anche i bradipi si muovono, e anche i ciccioni. Scendo verso la spiaggia tagliando tra gli alberi; di cosa ha bisogno uno che esce dal mare dopo aver nuotato tanto? Ma poi, come si fa a sapere che ha nuotato tanto? Io avrei sete da morire, fame di sicuro, e sonno. Dove andrei se fossi uno straniero che conosce poco l’isola? Il bosco di solito mi protegge, mi nasconde, invece oggi gli alberi scricchiolano come se volessero segnalare la mia presenza a qualcuno; si sta alzando il vento. Mi guardo in giro cercando di ignorare le grida del legno. Se il ragazzo ha continuato a nuotare nella direzione in cui l’ho visto andare, potrebbe essere arrivato alla spiaggia qui sotto. Come si scompare in un’isola piccola come la nostra? Una nuvola cancella il sole e abbassa la luce, l’aria diventa pesante di umidità trattenuta, le cicale ammutoliscono come se fossero morte tutte nello stesso istante. È tutto silenzioso e immobile. Mi chiedo se quel tizio sia affogato come dice Fra. Com’è un morto affogato? Com’è un morto in generale? «Se è affogato non può essere nel bosco!» Lo ripeto mentre muovo i piedi piano per non far scricchiolare niente, lo sguardo che corre di qua e di là; le cicale ripartono tutte insieme e mi sparano il cuore nello stomaco e poi dritto nelle orecchie. Il sole ancora non si vede e l’aria mi si appiccica alla pelle come miele. Se il ragazzo è uscito dal mare è passato per forza dal bosco. Sudo così tanto che sono bagnato come se avessi nuotato vestito. Mi appoggio a ogni albero ala ricerca di fiato, poco dopo ho le mani impastate di resina e corteccia; mi fermo per spazzarmele sui pantaloncini e la vedo. La casa dei tedeschi! Ecco dove potrebbe essersi nascosto. La casa è vuota quest’anno. I tedeschi di solito arrivano in primavera e ripartono a Natale, non parlano con nessuno e non sorridono mai, stanno sempre chiusi nella loro proprietà, nessuno li conosce davvero. Si dice che lei sia una pittrice pazza e che abbiano una cantina strapiena di tesori nazisti. È deciso. La casa: è a pochi metri dalla spiaggia, ma ancora in mezzo al bosco. Se non fosse per i tedeschi sarebbe la casa dei miei sogni. In quel momento sento delle voci provenire dal mare, mi piego e mi nascondo dietro al corbezzolo. «Se quello ha nuotato tutta la notte deve essere qui per forza,» sta gridando Fre. «Vai a guardare nella grotta.» «Tu dove vai?» «Controllo di nuovo la spiaggia.» «La spiaggia è vuota si vede benissimo anche da qua.» «Vacci tu nella grotta, la spiaggia la controllo io.» «hai paura?!» «Ce l’hai tu paura, scemo, se no ci andavi subito nella grotta.» «E allora ci vado, sai che ci vuole.» Non ci avevo nemmeno pensato alla grotta. Ma se uno esce dal mare tutto bagnato, stanco, con sete, fame e sonno, dove va? In una grotta o in una casa disabitata? Gli altri gironzolano per la spiaggia, Fra è scomparso dietro gli alberi, sicuro che è già entrato perché Stefano si butta in mare. Mi giro e cammino veloce verso il muro di pietra della casa, mi arriva al petto. Mi arrampico e lo scavalco e giuro che inizierò a fare ginnastica. Mi asciugo il sudore dalla faccia e corro verso la casa senza pensarci. Se ci penso torno indietro. Mi attacco alla parete sotto il terrazzo e guardo verso l’alto. Le cicale si azzittiscono di nuovo e il mio cuore le segue, ripartono loro e riparte pure lui. Qualcosa scivola freddo sui miei piedi. Volto lo sguardo verso il basso con lentezza. Il rubinetto del giardino sgocciola, è stato chiuso male. Butto un’occhiata alla spiaggia; Ste galleggia ancora facendo il morto. Di Fra non c’è traccia, cosa sta facendo tutto questo tempo dentro una caverna grande come camera mia? Mi stacco dal muro, mi infilo tra le piante della recinzione e guardo giù. Fra corre fuori dalla grotta. Dalla paura cado a sedere per terra. «Vieni a vedere, scemo fifone!» Mi tiro su in fretta e seguo i gesti del suo braccio per chiamare il suo amico che scatta come al solito quando lui chiama. Buttati e quello si butta. «Scemo,» sussurro. Ma lo so che mi butterei anche io. Non devono trovarlo prima di me. Mi ripeto che il tizio non ha motivo di essere nella grotta, e se Fra avesse trovato il… corpo? Però, vivo o morto, l’avrebbe visto subito, non ci avrebbe messo tanto. Lascio il riparo delle piante mentre Ste corre verso la grotta e Fra sembra ancora più alto sullo sfondo nero dell’entrata. Ste si ferma e scruta da questa parte. Non può vedermi, mi dico, le piante e il muretto sono troppo alti, se vede qualcosa è solo una testa, non può riconoscermi da lì. Si stanca e raggiunge Fra, scompaiono insieme dentro la grotta. Corro sul retro della casa da dove partono le scale e salgo sul terrazzo. Un ragazzo nudo e magro come uno stecco è sdraiato a terra con la faccia verso il muro. Gli vedo le ossa che sembrano voler bucare la pelle; ha i capelli scuri e ricci aggrovigliati e pieni di alghe. I piedi e le gambe sono rigati di sangue secco dai tanti tagli che gli vedo ovunque. È vivo o dorme? Immagino dovrei avvicinarmi per scoprirlo. È lui per forza, avevo ragione quindi, chi altro dormirebbe nudo in una casa disabitata se non un pazzo che tutti danno per morto? Lancio un’occhiata veloce verso la spiaggia ancora deserta, tenetevela pure la maglia, penso con un brivido di emozione. Come lo trasporto in paese? Per un momento mi vedo a trascinarlo su per il bosco fino alle case, la gente esce nelle strade e tutti mi applaudiscono; Fra e Ste sono in un angolo a rodersi il fegato e a incolparsi l’un l’altro; mio padre viene verso di me sorridendo e tiene mamma per mano... «Chi sei?» Sobbalzo dallo spavento. Il tizio si è girato verso di me e mi guarda. La bocca mi si è seccata così tanto che fatico a staccare la lingua dal palato. «Pietro.» Vorrei avvicinarmi, ma ho le gambe pesanti come tronchi e i piedi hanno infilato le radici tra le piastrelle del terrazzo. «Vai a casa, Pietro.» Il tizio si mette seduto a fatica, infila una mano nel cespuglio che ha sulla testa e gratta, lento e ritmico. Poi passa alle braccia, con movimenti che ti fanno pensare possa fermarsi da un momento all’altro. Stacco un piede dal pavimento tirando con tutto me stesso, stacco anche l’altro e mi avvicino di mezzo centimetro al naufrago, scomparso, pazzo e non cadavere. «Come ti chiami?» Non mi guarda e continua a grattare, non riesco a scollare gli occhi da quelle unghie che scavano righe rosse. «Giorgio.» «Tutti pensano che mio padre ti abbia ucciso, devi venire in paese e dire che lui non ha fatto niente di male.» Giorgio continua a grattarsi scrutando la sua pelle come se cercasse qualcosa, mi sporgo per vedere meglio, ma non c’è niente. «Stai male? Ti serve un dottore?» Giorgio apre le gambe, nudo com’è, e gratta. Guardo da un’altra parte e poi di nuovo lì e poi gli alberi. «Ti posso aiutare, chiamo il dottore.» Tiro fuori il cellulare dalla tasca del costume e sblocco lo schermo. Giorgio alza la testa di scatto e in un istante è in piedi, alto e secco come un albero morto, una cortina di capelli e alghe gli nascondono il viso. Si butta su di me, non sono sicuro se cado perché mi spinge o solo dalla paura improvvisa che mi chiude la gola e non mi lascia gridare. Mi sorpassa correndo e zoppicando allo stesso tempo e scompare giù per le scale. Mi sollevo stringendo il telefono e scatto due fotografie di un uomo nudo che scompare tra gli alberi. Ce l’ho fatta, penso ansimando. Dovranno bastare.
  4. Ngannafoddi

    La Bottega dell'Invisibile

    Nome: La Bottega dell'Invisibile Sito: http://www.labottegadellinvisibile.it/home Catalogo: http://www.labottegadellinvisibile.it/catalogoshop Modalità di invio dei manoscritti: http://www.labottegadellinvisibile.it/pubblica-con-mr-edgar Distribuzione: http://www.labottegadellinvisibile.it/emilia-romagna Facebook: https://www.facebook.com/LaBottegadellInvisibile/ Mr.Edgar è lieto di darvi il benvenuto nella sua Libreria e Casa Editrice: La Bottega dell’Invisibile Troverete avventure per ogni gusto: alcune vi immergeranno in foreste incantate, altre vi trascineranno negli abissi del terrore, altre ancora vi accompagneranno alla riscoperta di magiche tradizioni dimenticate. Dovrete solo scegliere un libro, sedervi comodamente su di una poltrona, preparare una buona tazza di tè da sorseggiare, chiudere il mondo fuori dalla porta ed iniziare a leggere…
  5. JoseArseu

    Storia per un fumetto

    Salve, mi chiamo Luca e sono nuovo su questo forum. Essendo un aspirante fumettista, senza aver mai fatto corsi di sceneggiatura , il mio professore mi ha chiesto di creare un soggetto di presentazione per un portale chiamato Aces Weekly di David Llyod ,dove fumettisti e sceneggiatori amatoriali vengono pubblicati e pagati in royalties. Vengo qui per chiedere aiuto! Vi spiego brevemente ciò che ho pensato per la mia storia chiamata ''Scarti di famiglia''. Solo il 5% dei bambini presenti in ogni orfanotrofio del mondo sono davvero orfani. C’è chi è stato abbandonato per volontà dei genitori, c’è chi è stato costretto o per problemi economici. Ma in un orfanotrofio di Francoforte, vi è un bambino di nome Benjamin che vive la vita con totale tranquillità senza mai pensare al suo passato. Eiza, una delle tutor più vicina al ragazzo, lo sa bene: lo tratta quasi come se fosse suo fratello minore; vederlo ore e ore seduto vicino ad una finestra e disegnare sul suo quadernino qualsiasi cosa che gli passi per la mente è tutto ciò che di cui lei ha bisogno. La ragazza si domanda se effettivamente gli andrebbe bene vivere quella situazione e se lui, come il resto dei bambini, abbia mai pensato di essere adottato da qualche famiglia. Infatti una sera quando Eiza porta la merenda al giovane Benjamin, approfittando del momento per fargli questa domanda, il ragazzo risponde con estrema pacatezza, rassicurandola. Mettendosi a letto, il pensiero di essere adottato lo sfiora ammettendolo tra sè e sè. Ma quando riapre gli occhi, scopre che qualcosa non va: non si trova più all’orfanotrofio.Si risveglia in una grande stanza, colorata e piena di giochi. Guardandosi in giro, capisce di essere in una grande villa, ben ordinata e assai lussuosa. Ovviamente non è finita ma parla di un viaggio onirico dove incontrerà vari personaggi che lui stesso ha disegnato ma scartati poiché erano sbagliati come proporzioni. infatti l'idea nasce da un pensiero collettivo di noi disegnatori: che cosa penserebbero le bozze scartate? Se avessero vita propria? Quando facciamo una vignetta che funziona ed è bella da vedere, letteralmente, non conoscerà mai il progresso che c'è stato dietro per arrivare a quel livello. Qui si parla di crescita, del perché viene richiamato dai disegni sbagliati anziché da quelli buoni, lui avrà bisogno di quei disegni gettati per imparare. Il finale spiegherà a Benjamin, tramite una figura chiamata ''Padre'' (un uomo alto, elegante, capelli corti biondi e barba corta) che tutti i personaggi incontrati si presenteranno per quello che sono e non per quello che voleva lui: l'unica figura perfetta strutturalmente è proprio il padre; una figura veritiera di un uomo lontano dalla famiglia sempre indaffarato con il lavoro, un'idea che spaventerebbe Benjamin di venire adottato da un uomo del genere. Gli porrà una scelta: vivere con loro mentre lui li ha rifiutati o ritornare nella realtà e vivere una vita in solitudine? Quindi bene o male è quello che voglio trasmettere ma il problema sussiste: come sviluppare la storia? E' contraddittorio, si, ma non riesco a creare il cuore della storia. Si sveglia in questa villa e poi? Che dovrà fare? Che prove superare? Ho pensato di tutto ma sono giorni che cancello più e più volte, non convincendomi nulla. Chiedo a voi. L'inizio e il finale, il climax appunto, ve lo spiegato ma non riesco a trovare un trigger ecco.
  6. Kasimiro

    Compagni di stanza

    Luca si alza al mattino. Marco no. Luca parla di notte, passeggia di notte, fa la pipì di notte, urla di notte. Marco no. Dormono uno di fianco all'altro, da anni, ma non si conoscono. Luca ascolta la musica a volume altissimo, sempre la stessa. Marco no. Lavora, sta fuori di giorno, cena, prende le pastiglie e va a letto, Luca. Marco no. Tocca sempre l'orecchio di Marco, Luca. Marco si irrigidisce digrignando i denti. E lui gli ritocca l'orecchio. Una sera il letto di Luca rimase vuoto. Passò un giorno, due, tre. Poi una notte entrò qualcuno dalla finestra e si infilò sotto le lenzuola. Marco vedendo il posto al suo fianco di nuovo occupato tornò nello sconforto: «Non poteva star via ancora un po'?» si chiese. Ma con sorpresa vide sbucare uno strano essere, con la testa di gallina e il corpo da leone che esclamò: «Grrrrrrrrcocodè!» Marco chiuse gli occhi e li riaprì dopo qualche secondo. «Grrrrrrrrcocodè!» ripeté. «Oh scusa, mi presento: Leongallina mi chiamo. Venuto fin qui da molto lontano viaggio di notte sia in terra che in volo. Al ruggir un po' chioccio nel mentre sorvolo savane, foreste e campi di grano. Leonessa che un dì divenir mamma le manca il desio la portò ad un uovo scovato. Le membra posò ancorché molto stanca finché non si mosse che dopo averlo covato. Uccelfelino fu sortito dal guscio mostruoso d'aspetto e buffo lo stesso. Or vengo in soccorso di chi non può fare ricorso. E dico, prevedo ed annuncio perché da domani qui accanto una sorpresa per te». Così dicendo, quella strana presenza, si congedò riprendendo il volo dalla finestra. Marco meravigliato sorrise vedendola uscire, sereno e pacato com'era il suo stile. La mattina: Toc toc, si udì bussare alla porta e non trovando alcuna risposta dopo un'attesa di pochi secondi di nuovo due colpi. Il silenzio lasciava capire che la stanza non era occupata. Entrò con garbo annunciando: «Permesso?» Vedendo il ragazzo sdraiato sul letto si presentò: «Piacere Alberto». Marco sorrise con gli occhi grandi all'insù. «Posso fermarmi qui per un po'?» continuò. Annuì il ragazzo, lo aveva aspettato. Dall'emozione, agitato, partì un calcio: «Ahi, che colpo! E chi l'avrebbe detto!» esclamò Alberto. Si scusò col cuore, non aveva parole. Sdraiati sul letto Alberto chiese: «Ti piace la musica?» Vedendo Marco terrorizzato, cambiò discorso: «Andiamo sul prato?» Sgranò gli occhi ancora più in su, lo aveva sempre desiderato e al Leongallina pensò, certo che sarebbe tornato.
  7. 'Till the end

    Capitolo 1: Il Morso

    Salve, sono un aspirante scrittore di appena 14 anni (vi prego di non fermarvi a questo e di non passare avanti) che vorrebbe pubblicare il primo capitolo di una raccolta più ampia di libri facenti parte di una saga, questo è il primo capitolo di un libro che ho iniziato a scrivere più o meno un anno fa a cui ho lavorato fino a dicembre, il quale poi ha subito numerosi processi di revisione. Questo è il primo, vorrei da voi un'opinione che mi faccia capire se vale la pena provare a farmi tentare di pubblicare (Categoricamente da case editrici free) e questo primo capitolo, e credo sia la cosa più importante, vi ha trasmesso qualcosa. Grazie dell'attenzione e buona lettura Nicholas era appena uscito di casa. Il cancello di casa sua, argentato ma a tratti arrugginito, fu sbattuto violentemente e non appena ebbe girato il vialone, Nick aveva iniziato a pensare a ciò che era appena successo, e a riordinare quelle idee che per mezzo della velocità dell'accaduto, erano così disordinate. Pochi minuti prima di aprire la porta, i suoi genitori avevano fatto un'altra delle loro solite scenate, sul medesimo argomento di sempre, e Nicolas gli aveva rifilato la stessa risposta di sempre, con la stessa violenza di sempre, ma questa volta sembrava non bastare, sembrava anzi aver peggiorato le cose. Quella volta suo padre aveva sbottato di più del solito, e sua madre, aveva urlato come mai prima d'ora. «Nicholas! Tu sei un ragazzo per bene, colto ed intelligente, cosa penserebbero di te se stessi con una ragazza di quella risma sociale!» Quelle parole rimbombavano ancora nella sua testa. Doveva distrarsi, era uscito apposta. Alle sette in punto aveva un appuntamento con John, e con la causa di tutti quei litigi, ovvero la sua nuova conoscenza, Katie. Si erano conosciuti in uno squallido bar nella periferia del paesino in cui viveva, Mum's eyes. Nick c’era andato un mese prima per la prima volta, nonostante fosse il bar che tutti additavano come “il bar dello scempio”, e nonostante le continue raccomandazioni dei suoi genitori, che fin da quando Nick si era guadagnato la libertà di poter uscire da solo lo avevano sempre additato come posto assolutamente da evitare. Il bar era di proprietà del padre di Katie un uomo grosso, calvo e barbuto dai severi occhi verdi che condivideva con la figlia, e fra un’ordinazione e un servizio ai tavoli circostanti, i due ragazzi di tredici anni ciascuno non potevano passar inosservati l'un l'altro. Se ci aggiungiamo anche che Katie era una delle ragazze più belle che Nick avesse mai visto, era impossibile che quella sera non sbocciasse perlomeno curiosità. «Ehi, posso prendere il bicchiere?» Una ragazza dai capelli castani e gli occhi verdi, con indosso un grembiulino sopra una t-shirt verde e un paio di jeans, si avvicinò a Nick. «Oh ehm, si certo fai pure.» «Vabbè.» e prese il bicchiere. «Come ti chiami?» Nick ricordava la sua bellissima voce con nostalgia. «Ah io, Nick!» aveva detto molto imbarazzato. «Quindi ciao, Nick, io sono Katie!» aveva ribattuto lei, e un po’ di luce nei suoi bellissimi occhi color smeraldo, abbinati alla perfezione ai capelli castano scuro. «Allora, io ho finito qui, mio padre probabilmente non mi farà uscire prima di aver chiuso il bar, quindi potremmo parlare mentre gli ultimi clienti tagliano la corda, non so, oggi sono molto annoiata». La conversazione filò tranquilla, si parlava di film, di attori e attrici, di manga, anime e scuola. Ma i due non affrontarono l’argomento della vita privata, se non riguardo relazioni amorose, che in ambe due erano completamente assenti. Nick fu sorpreso, effettivamente, nel venire a conoscenza che quella graziosa e bellissima ragazza non aveva mai avuto un ragazzo. Forse complice della fama della sua famiglia, o forse per altri motivi, Katie, proprio come Nick, non si era mai frequentata con un ragazzo. Aveva scoperto però, che Katie non frequentava più la scuola da un annetto circa, questo per rimanere al bar ad aiutare suo padre. Tuttavia, pensò Nick, quella ragazza non aveva un’aria ignorante, anzi: parlava bene, e nonostante gli evidenti modi estroversi, risultava piacevole e mai eccessiva. Mentre ricordava il primo incontro e la conoscenza che ne venne fuori, con quella ragazza così bella quanto matura ed intelligente, si ritrovò sugli scalini vicino alla chiesetta di Sant. Nicholas, dove era l'appuntamento con John e Katie. Guardò il suo nuovo cellulare appena uscito di negozio, che per i suoi genitori valeva come un documento ufficiale scritto di sana pianta da qualcuno di molto importante, che gli dava il potere di proibirgli di uscire. Erano le sette in punto e di John ancora nessuna traccia. Le sette e un quarto e poi le sette e venti, e mentre Nick stava per mandare una nota vocale ad entrambi sollecitando loro di venire ed anche in fretta, si bloccò alla vista di un ragazzo capelli biondo scuro lunghi, sopracciglia marcate e fisico possente – che aggiunti ai suoi occhi marrone scuro – lo rendevano la perfetta rappresentazione di ciò che la maggior parte delle ragazze desiderava vedere in un ragazzo, correre e ansimare verso la chiesetta dove Nick era seduto sui gradini. «Era ora!» «S-scusami Nick, ero, ero stanco morto e mi sono addormentato dopo essere andato in palestra.» «Ma non avevi finito?» «Si, oggi era l’ultima volta che ci sono andato.» John era un tipo da palestra e nuoto, aveva un ottimo fisico, ma stranamente odiava correre, cosa che aveva in comune con Nick. Aveva corti capelli color paglia e dei bei occhi azzurrini. Di carattere era assai spontaneo, non badava per nulla a ciò che la gente pensava di lui, e non cedeva alle lusinghe delle ragazze che lo corteggiavano di continuo a scuola, ed a Nick tutto ciò era sempre piaciuto, era un piacere averlo come amico per la sua grande autoironia e senso dell’umorismo, per il suo saper dare consigli saggi nonostante fosse il primo a non volerne, per il suo essere comprensivo ma anche severo quando serviva. «Allora, Katie?» chiese lui, avendo come risposta da parte di Nick un secco “non voglio parlarne”. I due iniziarono quindi a discutere di Lavanda, del rapporto che lei aveva formato con John, di compiti e partite. Era l’unico modo per Nick di distrarsi, nonostante la ragazza dagli occhi smeraldo fosse sempre nei suoi pensieri. Ma la distrazione dai suoi problemi durò poco, e fu interrotta da un faro in lontananza che illuminava il pezzo della strada sottostante ad un SUV nero, che era inconfondibilmente l'unico SUV di quel paesino, e l'unico proprietario doveva per forza essere sua zia Murge, mandata a rintracciare Nick, e vedere se era andato in uno dei tanti posti vietati dai genitori, e la periferia e la chiesetta di Sant. Nicholas alle sette di sera, era uno di quelli. Zia Murge abitava da tutt’altra parte del paesino, era una donna tarchiata brutta e vecchia, era la zia di sua madre, ma Nick la doveva vedere solo in rare occasioni, come le cerimonie o le feste di famiglia. Ma era già capitato un paio di volte che quando Nick aveva un appuntamento con Katie, magicamente zia Murge sentiva il bisogno irrefrenabile di passare proprio per la strada che avrebbe dovuto fare Nick. Era scocciante doverla seminare tutte le volte, ma Nick aveva imparato a farlo. Nick e John capirono subito che dovevano nascondersi, due ragazzi maturi come loro di 14 anni sapevano che le scuse non avrebbero retto e così corsero nel retro della chiesetta, ma sapendo che non sarebbe bastato a zia Murge un controllo superficiale, si arrampicarono in poco tempo sul muretto che divideva il retro della struttura dal cimitero adiacente. Atterrarono sul morbido prato e rotolarono per un po’. John si era squarciato la pelle arrampicandosi, ed era caduto rotolando per un bel pezzo, distratto dalla luce dei fari e dalla farinosa voce di zia Murge che si dannava per non aver scoperto il nipote con le mani nella marmellata. Quando Nick si accorse di John sdraiato a terra dolorante, quasi non gli venne un colpo. Il suo ginocchio era sporco di terriccio e sangue che iniziava a colargli rovinosamente. Se lo era quasi sicuramente scorticato, e Nick non aveva la più pallida idea di cosa fare. «John, ma come?» «Oh lo sapevo che non sarei dovuto andare oggi in palestra, sono caduto malamente!» «Chiamo i tuoi genitori!» E proprio mentre Nick estraeva il cellulare, il sordo rumore del clacson del SUV di zia Murge lo fece sussultare. «Abbassati presto.» urlò John, sicuro di essere coperto dal suono del clacson che non s’era ancora fermato, probabilmente suonato da zia Murge per avvisare Nick della sua presenza, nel caso egli fosse lì. Così fece Nick, abbassandosi di colpo abbastanza da essere coperto dal muretto che avevano in precedenza scavalcato, sicuro del fatto che zia Murge per nulla al mondo sarebbe scesa dal suo comodissimo SUV con aria condizionata a palla per accontentare una delle tante manie di controllo di sua sorella. «Nick, scusa se te lo chiedo, prima di chiamare potresti andare al rubinetto vicino alla tomba del vecchio sindaco, prendere l'annaffiatoio e portarmi dell'acqua da mettere sulla ferita per farla smettere di bruciare manco fosse non so, una candela? Sai, brucia abbastanza!» chiese John, capace di immettere un pizzico di ironia e di sorridere anche in quella circostanza. «Ma-ma aspetta, sarebbe meglio chiamare prima i tuoi no?» «Oh e dai mi brucia da cani.» «No John io non ci entro in quel posto.» si lamentò Nick, la paura addosso solo a pensarci. «Nick…» piagnucolò John sofferente. Proprio mentre Nick stava per controbattere, ecco che dal SUV di zia Murge rimbomba sordamente, facendo sobbalzare Nick per la seconda volta, che preso dall’ansia per non sapere cosa fare, accetta di andare a prendere l’annaffiatoio con l’acqua, anche e soprattutto per allontanarsi da lì e ridurre le possibilità di essere scoperto, dovendo arrivare nella parte più nascosta del cimitero, dove le alte statue e i giganteschi tronchi d’albero coprivano tutto. E così si addentrò in quel cimitero, maledicendo Katie per non essere venuta; se lei fosse venuta, probabilmente le sarebbe toccato accompagnarlo, anche perché durante le volte in cui erano usciti insieme cercando sempre di non farsi vedere ( e talvolta utilizzando proprio John come palo) avevano sviluppato una forte complicità dovuta al doversi nascondere da occhi indiscreti, cosa che li avrebbe potuti aiutare in quel frangente, e magari, con il coraggio e l’impavidità che la contraddistinguevano, Katie avrebbe trovato il modo di rendere divertente quella situazione. Si avvicinò alla fontanella, sentendo il clacson smettere di suonare improvvisamente ed il rombo del SUV che faceva intendere che zia Murge se ne era andata. Nick, certamente più sollevato, prese l'annaffiatoio, ma proprio quando prese per girare la manopola della fontanella, sentì un dolore lancinante alla caviglia seguito dalla sensazione che qualcosa di caldo e vivo stesse scivolando via dal suo corpo, cosa che lo fece cadere faccia a terra sul prato dove prima di perdere coscienza in preda ad un dolore esageratamente forte alla caviglia vide un'ombra, o forse un fumo nero, scappare lontano. Nick seguì con lo sguardo quella cosa nero pece che serpeggiava via finché non chiuse gli occhi, credendo nella frazione di secondo prima di svenire che sarebbe rimasto lì tramortito a terra, forse per sempre, e che sarebbe morto dissanguato da lì a poco per via della ferita che a suo parere, dato l’immenso dolore, doveva sicuramente star sanguinando copiosamente. Quando riaprì gli occhi, era sul sedile di un'auto, una BMW dagli interni davvero belli in pelle nera. La prima persona che vide fu Lavanda, parte del terzetto della cerchia di amici di Nick, una ragazzina bionda, capelli a treccine, qualche lentiggine sottostante a degli occhi azzurro chiaro, collanina color oro che scintillava su una T-shirt color bianco, sopra una gonna jeans che arrivava fino alle ginocchia e stivaletti con fibbie d'oro. Lei stava appoggiata con la schiena al sedile, gli occhi semi-chiusi e pieni di sonno, ma che non sembravano voler smettere di osservare Nick. Ma ecco che dopo un paio di minuti, un leggero ceffone gli arrivò sulla guancia, non abbastanza fragoroso da svegliare Lavanda, che si era ormai addormentata, ma che lo distrasse e lo portò a girarsi, e a guardare il suo amico John seduto sul sedile accanto al suo, la gamba stesa sul sedile e l’altra piegata a fargli da appoggio. Un grosso cerotto era attaccato sul ginocchio scoperto dal pantaloncino, ancora un po’ rosso per la botta. «Ah Nick scusa, volevo svegliarti, pensavo stessi dormendo...» disse lui mortificato. «Figurati dormivo fino a qualche minuto prima...» Rispose Nick assonnato – piuttosto – e si guardò attorno, scorgendo difronte a lui la madre di Lavanda impegnata a fare a guidare velocemente, il sedile accanto al suo vuoto – dove mi trovo, e che è successo?» «Oh non dirmi che ora mi tocca fare il cliché dell’amico a cui tocca spiegare cos’è successo e dove si trova al classico ragazzo ferito.» rispose John, con uno sbuffo di impazienza. «Oh cazzo.» bisbigliò Nick, mentre tutti i ricordi dei ciò che era successo prima gli riaffioravano uno dopo uno, compresi gli ultimi istanti prima di svenire. Un brivido gli percorse la schiena, e per un attimo, si ritrovò completamente immerso nei suo pensieri. «Ora ricordo, John, dopo cosa…?» «Oh, dopo ho chiamato i miei genitori e gli ho spiegato cos’era successo, ma loro erano fuori città così hanno chiesto alla madre di Lavanda di venirci a prendere e di portarti in ospedale, il sign. Walter era indisposto e sua moglie ha preferito non farlo venire.» «Ah, beh grazie…ma dimmi, come stai?» chiese Nick a John. «Oh, non è niente –e fece vedere il suo ginocchio con un grosso cerotto attaccato sopra – i miei hanno chiesto alla madre di Lavanda di portare anche dei cerotti e della roba strana che a detta sua serve per medicare, quindi alla fine hai avuto la peggio, Nick... ». «Ragazzi, non ho voluto interrompere la vostra chiacchierata – e sentirono il rumore della macchina che frenava e lo stridio delle ruote dovuto alla frettolosa manovra ingaggiata dalla sign.ra Giselle per parcheggiare in modo almeno decente – Ma siamo arrivati!» La voce della sign.ra Giselle era come sempre soave, e colpiva ogni volta Nick per quanto era dolce. «Nick come va, ti fa male?» «Mh no, non molto signora.» Nick avrebbe odiato lamentarsi, ma effettivamente in quel preciso istante il dolore era nullo. «LAVANDA, LAVANDA SIAMO ARRIVATI.» L’urlo di che John cacciò di gola avrebbe potuto svegliare anche tutto l’ospedale per quanto sembrava disumano nel piccolo spazio che era l’automobile, ed infatti Lavanda sobbalzò immediatamente, dovendo metterci un po’ per recuperare il fiato ed i battiti cardiaci. «Sono sveglia idiota! Non farlo mai più John, era necessario urlare così tanto? E poi devi far scendere prima Nick. Mamma accompagnalo tu al pronto soccorso!» «Oh, sì certo, tuo padre sta per arrivare, sai quanto ci tiene a Nick, cerca di chiamarlo e tranquillizzarlo, e avvisami quando arriva Ian!» La madre di Nick scese dalla macchina, aprì lo sportello e prese per mano Nick, che a stento camminava, dolorante come era il suo piede. Lavanda nel frattempo aveva avvisato Ian della situazione, mentre John era andato dritto alla macchinetta del caffè a prendersi una cioccolata calda, per poi avviarsi alla stanza che avrebbero dato a Nick. La madre di Lavanda si avvicinò al bancone dove una bassa, bionda e robusta segretaria era seduta, mentre scriveva qualcosa ad un computer, di cui processore probabilmente aveva la stessa potenza di calcolo del cervello umano, abbinato ad una donna che per scrivere premeva un tasto ogni 4 minuti, dovendo prima cercare la lettera successiva sulla grigia tastiera. «Salve, sono Giselle Bernarde, sono qui per questo ragazzo Nicholas Darrew, ehm come posso dirvi, problemi "seri"...» La faccia della segretaria si fece subito seria. Squadrò i suoi interlocutori il meglio che poteva: dietro alla sign.ra Giselle vi era John che arrancava a raggiungere i ragazzi, Lavanda che lo sorreggeva e subito vicino alla madre di Lavanda Nick, il quale era stato indicato con la mano destra dalla sing.ra Giselle quando gli aveva detto il nome. La donna smise di schiacciare tasti, inforcò gli occhiali con le catenine, e firmò un foglio che stava sotto la tastiera dandolo poi alla madre di Lavanda, che ringraziò ed entrò nell'ascensore arancione vicino al bancone, indicato dalla signora. una volta entrati in ascensore, alla madre di Lavanda bastò pronunciare “legge n. 66 decreto primo segretezza massima”, per far accendere una luce rossa e una voce che recitava –Benvenuti nell'ospedale di ST. Sebastian, state per accedere al piano numero 21M, dove è possibile utilizzare seppur con cautela e sotto sorveglianza (vedi clausola n.89) la magia. E dopo qualche secondo di attesa, le porte dell'ascensore si aprirono per lasciare spazio a ciò che sembrava, "un mondo a sé".
  8. Simo91

    James Biancospino e I Giorni dell'Ardesia

    Titolo: James Biancospino e I Giorni dell'Ardesia Autore: Simone Chialchia Casa editrice: Aporema Edizioni ISBN: 978-8832144444 Data di pubblicazione: Marzo 2020 Prezzo formato cartaceo: € 15,90 Genere: Fantasy Pagine: 482 Link all'acquisto https://jamesbiancospino.com/ Quarta di Copertina Dopo le mirabolanti avventure affrontate nel sedicesimo secolo, James Biancospino torna al presente ed è di nuovo costretto a destreggiarsi nell'eterna guerra tra la setta della Confraternita della Luce e quella degli Oscuri. Tra duelli mozzafiato, affetti contrastati ed estenuanti iniziazioni, l'epopea del protagonista si snoda attraverso tre continenti, alla ricerca dell'arcano potere nascosto nell'ardesia, l'unico che sembra in grado di risolvere in modo definitivo le sorti del conflitto.
  9. M.T.

    Il falco

    Titolo: Il falco Autore: Mirco Tondi Casa editrice: autopubblicato ISBN: 9788835371519 ASIN: B084RY4ZGY Data di pubblicazione (o di uscita): 12 febbraio 2020 Prezzo (della versione cartacea e/o digitale) : 2.99 E Genere: fantastico/favolistico Pagine: 103 Quarta di copertina. Un giorno, quattro bambini vanno in un bosco e per divertirsi si mettono a raccogliere uova dai nidi di uccelli; l’avvicinarsi di un temporale li fa correre a casa, abbandonando il bottino appena trovato. Quello che per loro è stato un semplice e innocuo passatempo, per le uova sta per diventare qualcosa di molto pericoloso: senza la protezione e il calore dei propri genitori i piccoli all’interno del guscio rischiano di non crescere e venire alla luce. Qualcuno però ha visto tutto e decide d’intervenire in loro aiuto: un falco, il più improbabile soccorritore tra gli uccelli, si prende cura di loro almeno fino a quando non ritroverà i genitori delle uova. Ma le sue ricerche non hanno successo e così non gli resta che continuare a occuparsi di loro. Il giorno della schiusa arriva e il falco si ritrova davanti sette piccoli, ognuno di una specie diversa. Tra peripezie varie, gag divertenti e momenti di riflessione, gli otto si ritroveranno ad affrontare quella piccola grande avventura che è il crescere. Opera corredata di fotografie. Link all'acquisto: Amazon Kobo A questa pagina è possibile scaricare un’anteprima dell’opera.
  10. Kasimiro

    Il mare sopra il cielo

    Il signor Cartozzi abitava in una casa vicino al mare; una mattina, appena svegliato, notò qualcosa di strano dalla finestra, di molto strano. Richiuse gli occhi, gli diede una bella stropicciata e li riaprì, ma le cose non cambiarono: “Forse sto sognando!” pensò fra sé, e si riaddormentò. Al risveglio, gli apparve la stessa visione: il mare sembrava diverso, come se la superficie dell'acqua fosse ricoperta da un sottile strato di nebbiolina. Uscì fuori e quando alzò lo sguardo gli venne un colpo. Si tastò la testa, il corpo e le gambe: “Non sono appeso come un pipistrello! Cosa sta succedendo? -si chiese esterrefatto- E lassù?” In alto, al posto delle nuvole appariva una distesa d'acqua. “Sembra che il mare si sia spostato in cielo.” continuò. Provò con degli schiaffi in faccia: “No, non sto sognando.” Arrivò urlando, con le mani fra capelli una vicina: “Ha visto cosa è successo? La fine del mondo!” esclamò la signora Giulietti. In pochi istanti, tutto il quartiere si ritrovò a parlare dell'accaduto. “Non è possibile! Un mare sopra e uno sotto! Finiremo schiacciati! Sommersi! Annegati! Morti! Gli squali ci faranno a brandelli e le nostre ossa si accumuleranno sul fondo!” delirò il signor Giunchi. “Sì, ma sul fondo del mare sopra o di quello sotto!” aggiunse Cartozzi. “Non mi sembra il momento di scherzare.” “A meno che...” ebbe un lampo Cartozzi. “A meno che, cosa?” “Sotto, invece del mare, ci sia finito il cielo. Certo! È l'unica spiegazione! Il mare e il cielo si sono invertiti.” “Eh! -risposero in coro sbalorditi- Perché dovrebbe essere successa una cosa del genere?” “Non ne ho la più pallida idea.” “Sentite, andiamo a toccare con mano.” disse un'altra vicina. “Io torno a letto. Questo è soltanto un brutto sogno” concluse la signora Giulietti congedandosi. Gli altri cautamente si avvicinarono alla scogliera. Ai loro occhi apparve una distesa di nuvole. “Chi ha il coraggio di tuffarsi?” chiese Cartozzi. “Ci provo io!” si fece avanti Giunchi. Appoggiò un piede per tastare e sentì un vuoto. Provò più in giù...vrooonn, scivolò verso il basso: “Aiutoooooooooooooooo...” “Oddio! Signor Giunchi! Signor Giunchi! Ci sente!” provarono a urlargli a turno. Nessuna risposta. Tutta la popolazione fu in preda al panico. La follia divenne la normalità. C'era chi partiva in macchina senza una meta. Chi lanciava sassi con una fionda verso l'alto, per vedere se facevano splash. Chi semplicemente stava sdraiato con le mani dietro la nuca ad osservare il mare in questa nuova prospettiva. Il vero dramma lo vissero i pescatori: dovevano munirsi di razzi anfibi se volevano continuare a lavorare. Ma non ce ne sarebbe stato bisogno: pesci di ogni specie piovevano dal cielo quando meno te lo aspettavi: sardine, sgombri, merluzzi. Chiunque poteva andare a pesca: bastava mettere un retino a mezz'aria ed aspettare. Una volta però, accadde quasi una tragedia. Precipitò una balenottera che per fortuna impattò nella piscina comunale olimpionica, creando un mini tsunami, con qualche spogliatoio allagato. “Quanto è alto il mare?” chiese una bambina a suo papà. “Non sono pronto per questa domanda” rispose. Un giorno venne a piovere, acqua salata naturalmente, ma non quella pioggerellina intensa, battente, costante. No, poche gocce, intervallate, dalla portata di diversi decimetri cubi; secchiate d'acqua di mare che cadevano dall'alto. I bambini si divertivano un sacco, un impiegato di banca che si avviava al luogo di lavoro, un po' meno. In molti avevano paura a chiedersi cosa stesse accadendo. Con qualche precauzione ci si stava abituando. Questa sorta di atmosfera marina non doveva essere molto spessa, la luce del sole riusciva a filtrare e ad arrivare sulla terra, fioca, come una lampadina da comodino. Inevitabilmente, la temperatura si abbassò di qualche grado: piacevole sensazione nella parte del globo dove era in corso l'estate. Ma il tutto durò breve tempo. Uno dei maggiori esperti di astrofisica, il professor Korovskj, tenne una conferenza in mondovisione dando la spiegazione all'anomalo fenomeno: “Quello che è successo è da imputare alla luna. Abbiamo fatto una clamorosa scoperta: non è solo un piccolo ed arido satellite, ma un'entità vivente: è sensibile ed ha la capacità di ragionare e pensare. Abbiamo elaborato dei segnali sonori provenienti dallo spazio e codificato un linguaggio partito proprio dal cuore della luna. Voleva comunicarci e spiegarci quello che gli era successo: un fortissimo desiderio di fare un bagno. Si è avvicinata vertiginosamente a noi, provocando con la sua forza d'attrazione, uno spostamento parziale degli oceani. Osservando la terra, così ricca di risorse, ha provato amarezza, tristezza e sconsolazione per non poter ospitare nulla di tutto ciò. Voleva piangere ma non aveva lacrime da versare e la sua pelle rugosa e screpolata non aveva mai goduto di un po' di sollievo: avere l'acqua è sempre stato un eterno desiderio. Qualche residuo di ghiaccio, aveva ammesso, si era accumulato in prossimità dei poli, ma nulla di paragonabile. Considerata l'influenza sulle maree, ha voluto avvicinarsi pensando di risucchiare un po' di liquido dagli oceani, non immaginando lo scompiglio che avrebbe provocato. Per fortuna si è fermata quando ha capito quello che stava succedendo. L'acqua è rimasta così sospesa tra chi voleva prenderla e chi non voleva cederla. Siamo riusciti a convincere la nostra amica ad abbandonare l'impresa. Abbiamo provveduto a inviarle una risposta spiegandole che questa situazione instabile stava provocando scenari imprevedibili e che doveva ritornare al suo posto, per il nostro bene (ma a lei sarebbe importato?). Le abbiamo proposto di inviarle una serie di razzi cargo carichi d'acqua e rilasciarli sulla sua superficie. Ci ha risposto immediatamente, soddisfatta dell'offerta e dispiaciuta dei problemi causati.” Ma alla vigilia dell'imminente primo viaggio ricevettero un nuovo segnale dalla luna che venne subito codificato: “Non so qual'era la mia posizione di partenza e non saprei proprio come ritrovarla, è un problema?” “Un pochino, ma non preoccuparti, la prima spedizione penserà a ricollocarti fino alla posizione originaria” le risposero dalla terra. Così, giunti in prossimità, dopo averla reidratata, la sistemarono nella sua posizione aiutandosi da uno speciale riflettore laser che ne ristabilì la distanza precisa. L'acqua versata, a contatto con la crosta lunare, fu risucchiata all'istante, assorbita come una goccia in un mare di spugna. “E' una sensazione che aspettavo da un miliardo di anni! Ora quest'acqua sarà sempre con me, mi è entrata dentro e non mi abbandonerà più” rispose con un ultimo messaggio. Sulla terra le cose ritornarono come prima: il mare ripiombò in basso ed il cielo riprese la sua ascesa verso l'alto. Ma dopo quello che è successo tutti presero maggiormente consapevolezza della precarietà dell'esistenza e la coscienza che altre azioni stravaganti potevano arrivare dallo spazio oscuro in qualsiasi momento. Quando tutto fu ristabilito, il signor Cartozzi e la signora Giulietti notarono qualcosa cadere dal cielo verso il mare. Andarono con una barca a vedere di cosa si trattasse e con sorpresa videro il signor Giunchi, quello caduto in basso nel cielo, che nuotava. “Ehiii come sta? Tutto bene?” Gli urlarono. “Benissimo!” rispose “Wow, che viaggio pazzesco!”
  11. YuriMila

    Il Re di Danari

    Titolo: Il Re di Danari Autore: Yuri Milanese Collana: / Autopubblicato: Amazon ISBN: 979-8600212060 Data di pubblicazione (o di uscita): 19/01/2020 Prezzo: € 4.15 cartacea, € 0.99 kindle Genere: Fiaba Pagine: 41 Questa fiaba vedrà come protagonista Jacob, un ragazzo che vive in un' antica foresta. Un giorno, Jacob incontrerà una persona che gli cambierà il modo di vivere e vedere la vita. Incomincerà un viaggio che lo porterà a fare diversi incontri... Link all'acquisto: Versione cartacea Versione Kindle
  12. Una famiglia al tempo delle festività natalizie, ma anche prima e anche dopo “Giro giro tondo casca il mondo...” “Basta! Non se ne può più di questa cantilena.” “casca la terra...” “Mi dai fastidio!” “tutti giù per terra.” “Sbam!” “Ahi! Mi hai fatto male!” “Te lo avevo detto che mi davi fastidio, ma tu non ascolti, anzi lo fai apposta. Ahia! I capelli!” “Stomp.” “Ohi la pancia. Non si danno i calci nelle parti basse.” “Tu mi hai strappato i capelli.” E di nuovo a darsele. Urla e oggetti vari scagliati l'uno contro l'altra o contro il muro. “Sei impazzita! Potevi ammazzarmi.” “E chi se ne frega.” “Mi hai rotto il regalo di Babbo Natale.” “Babbo Natale non esiste.” “Non è vero, mi ha risposto.” Ancora ad azzuffarsi. Camera e corpi a soqquadro. Due sorelle: un anno e tre mesi di differenza. “Non ti sopporto più!” “Neanch'io!” Rumore di piatti rotti e urla dalla cucina. Nella camera improvvisamente torna il silenzio. “Stanno litigando di nuovo.” “Anche noi lo facciamo.” “Sì, ma non è la stessa cosa.” Marta si dirige in cucina. “Avete finito?” “No! Torna in camera tua” risponde il papà. “Non hai avuto un gran successo” dice Emma, la sorellina. “So io come farli smettere” soggiunge ritornando di là. “Se non la finite lo sbatto contro il muro!” irrompe con tono minaccioso. I due lentamente rivolgono lo sguardo in direzione di quell'esclamazione. “Calma, non ti muovere, appoggialo delicatamente sul tavolo.” risponde il papà. “Non ci penso proprio. Siete peggio dei bambini.” “Va bene, hai ragione. Ora però posalo, contiene cose molto importanti.” “Tieni, prendilo pure, tanto ho cambiato la Password.” “Stai scherzando?” “Ah, ah, ah.” “Cosa ridi tu? Lo sai che c'è il mio lavoro racchiuso in quel telefono?” “Non è un lavoro sicuro, se una bambina di dieci anni te lo può portare via” risponde la mamma. Il padre se ne va sbattendo la porta. “Giro giro tondo casca il mondo...” “Mamma, digli qualcosa tu.” “Credo che siamo noi la sua fonte d'ispirazione: stiamo cascando come famiglia.” “Non siamo gli unici, sai quante ce ne sono nella mia classe.” “Una volta non succedeva.” “Perché?” “C'era la guerra e si facevano dieci figli, come diceva il nonno.” “Doveva essere divertente avere dieci fratelli.” “Sì, se non pativano la fame e non andavano a lavorare a sette anni, era un'infanzia decisamente più allegra. Non sono sicura che fosse così anche per la donna, relegata a sbrigare le faccende di casa, lavare i panni e cucinare. Ripensandoci, è meglio la libertà di scegliere che abbiamo oggi. “Infatti, non ti ho mai vista cucinare.” “Non esageriamo! Certo, quella testa calva di tuo papà lo fa meglio.” “E poi non c'è il rischio di trovare peli nella minestra. Perché litigavate?” “Perché a me piace il bianco e a lui il nero, a me il sole e a lui la pioggia, a me il finito e lui l'infinito, la parola ed il silenzio, l'ordine e il disordine, il mare e la montagna, il pandoro e il panettone.” “Beh, i poli opposti si attraggono, succede anche con la chimica.” “Vero, ma alla lunga...” “Ho fame!” esclama Emma entrando in cucina. “Pandoro o panettone?” risponde la mamma. “Mi fanno schifo tutti e due. Prendo i wurstel.” “Li ho finiti ieri.” “Sei la solita ingorda.” “Senti chi parla, hai finito il vasetto di ketchup in due giorni.” “E allora? È salsa di pomodoro.” “Non proprio.” “Basta! Non ricominciate. Piuttosto, aiutatemi a raccogliere questi cocci.” “Prendo l'aspirapolvere.” “Non vale, l'hai usato l'ultima volta, ora tocca a me” risponde Emma. “Oh sentite, ci vuole la scopa, sono pezzi troppo grossi.” “Dlin dlon!” “Chi sarà?” “Avevo dimenticato le chiavi” si ripresenta il papà con quattro cartoni da pizza. “Margherita per tutti!” “Si!” esclama il resto della famiglia. “Guardiamo un film?” chiede Marta. “Va bene, concediamoci un po' di relax” risponde il papà. “Oggi decido io il titolo.” “Ma toccava a me!” “Non è vero!” “Basta! Lo scelgo io. In questo periodo guardavo dei film che mi facevano ridere come un matto. Una delle coppie più esilaranti del cinema. Ecco, questo per esempio.” “Ma sono due uomini” nota Marta. “Direi di sì, a giudicare dalle sembianze. Ora me la dici la password?” “Non me la ricordo.” “Non è divertente.” “Ho detto la verità, non posso ricordarmela: non l'ho mai cambiata.” “Sei un fenomeno.” “Papà! Dormono insieme nello stesso letto!” interrompe Emma “Ma sono pigiami? Davvero buffi. Come si chiamano?” “Volgarmente: Stanlio e Ollio.” “Sono peggio di noi. Stanno distruggendo la casa.” “Se ne combinavano di tutti i colori, ma con tenerezza. Un legame indissolubile che non ha mai attraversato crisi. Quando uno dei due venne a mancare, l'altro non volle più interpretare nessun film da solo. Come spesso accade, facevano ridere sul palco, ma avevano una vita privata e dei legami familiari molto tormentati.” “Non succede solo agli artisti comici” aggiunge Emma. “Volete il dolce?” Si alza la voce della mamma dalla cucina. “Sì, ma non quelli natalizi” rispondono le due sorelline. “Non preoccupatevi, c'è il gelato.” “Nocciola e cioccolato” dice Marta. “Non c'è la nocciola” risponde la mamma “Uffa!” “Per me fragola e limone” “Non c'è il limone. Li faccio come vengono, credo che li mangerete lo stesso.” “Per me una bella porzione di solo fragòla, mmm, mmm” chiede il papà aggiustandosi il papillon. “Per noi anche con un po' di cioccoleto” aggiungono le figlie grattandosi il ciuffo.
  13. Kasimiro

    Madre e figlia

    “Io il prezzemolo non lo metterei mai.” “Io metterei sempre il curry.” “Ti stai troppo indianizzando.” “Hanno iniziato i veneziani.” “L'india ha superato la Cina.” “E io ho superato i cinquanta.” Erano fatte così: botta e risposta immediata. A Lory piaceva fare la ruota. Non perdeva occasione per eseguire quel gesto ginnico su ogni superficie. Greta cercava di seguirla, a fatica, e spesso la guardava. Roteavano per ore. “Forse l'anno scoperta così, la ruota.” “Credo che la ginnastica sia arrivata dopo questa intuizione fondamentale per il trasporto.” Rispose Greta. “Quando l'hanno inventata la ginnastica artistica?” “Non ne ho la più pallida idea, ma saranno stati sicuramente dei bambini.” “Perche?” “Ce lo vedresti un ottantenne artritico? Se ci tieni, ricordati che a vent'anni sarai già vecchia.” “Come già vecchia?” “Non hai mai visto le olimpiadi? Hanno tutte la tua età.” “Quindi, vuoi dire che non potrò mai partecipare alle olimpiadi?” “Forse come spettatrice.” “Quanto tempo mi è rimasto?” “Non so, un anno? Ma ti assicuro che è meglio fare la ruota in un prato piuttosto che in mondovisione. E poi vorrebbe dire fare dei sacrifici immensi: abbandonare la famiglia, allenarsi per ore tutti i giorni, non poter più mangiare le nostre schifezze preferite; inoltre, metterebbe a dura prova muscoli e articolazioni, per non parlare dell'invidia.” “Succede tutto questo?” “È probabile.” “E inseguire un sogno? O un riscatto nella propria vita?” “Riscatto da cosa?” “A scuola mi chiamano pappamolle!” “Chi ti chiama così?” “È bastata una voce dal coro, che altre l'hanno seguita a ruota. Ah, Ah.” “Bello che la prendi sul ridere.” “Non mi dispiacerebbe dimostrare che si sbagliano.” “Ma cos'è successo?” “Durante la lezione di educazione fisica è capitato di non riuscire a prendere al volo una palla, di quelle morbide; Vanessa, la leader della classe, non ha perso tempo per urlare: pallamolle per pappamolle! Ed è scoppiata una risata collettiva.” “La battuta non era male.” “Sì, ma sono andati avanti per molto, e c'è un famoso detto a riguardo. “Hai ragione. Cos'ha Vanessa da farla sentire una leader?” “Ha delle zeppe ai piedi, dieci tatuaggi, cinque piercing, sta con il ragazzo più invidiato e svapa.” “Che orrore! Ai miei tempi un leader faceva altro.” “Cosa?” “Convinceva tutti i compagni a fare delle azioni che riteneva giuste.” “Per esempio?” “Fare fughino nell'ora di ginnastica o di religione.” “Bello!” “Ce ne sarebbero altre, ma non voglio tediarti. Il fatto è che una volta si leggevano i libri.” “Basta con sta storia, io i libri li leggo, e se voglio, ne posso avere cento racchiusi in un chip che posso utilizzare quando mi pare e portarmeli sempre dietro.” “Uno, sarebbe più che sufficiente.” “Faccio anche quello.” “Sai cosa ti dico? Non devi dimostrare niente a nessuno. Se una stupida ragazza ha riso ripetutamente mettendoti in difficoltà, vorrà dire che quando capiterà a lei, tu l'aiuterai.” “E chi sono: la sorella di Ghandi? Col cavolo!” “Se fai così, ti metti al pari del suo livello.” “Tanto non ammetterà mai di essere in difficoltà.” “Provaci tu.” “E come?” “Inizia a corteggiarla, fagli dei complimenti, paragona il suo pensiero a quello di Seneca o Platone”. “Penserà che sono dei trapper.” “Che bella idea! Mettici sotto una base: un trapper che declama in latino, un'idea che potrebbe spaccare.” “Sì, non ti dico cosa...” “Mi sembra che hai già superato la questione con Vanessa.” “Non sono sicura. Mamma, stasera volevo rimanere a dormire fuori.” “Siamo a gennaio.” “Mmm, allora posso?” “Va bene, salutami Laura.” “Veramente, non mi fermo da Laura.” “Allora ci andrai quando avrai compiuto la maggiore età.” “Perché da Laura sì e da Alberto no?” “Hai ragione, ma prendi precauzioni.” “Mamma: non bevo, non fumo, nessuna forma di pasticchetta e soprattutto non svapo.” “Lo so. Intendevo altro.” “Alberto è solo un amico.” “Sai cosa ci facevo con gli amici...delle gran briscole.” “Eravate già vecchi da giovani.” “Dipende cosa mettevi in palio...” “Posso esprimere un parere?” “Come sei delicata a chiedermi il permesso.” “Il tuo ultimo quadro è bruttissimo.” “Grazie per la schiettezza.” “È da un po' che volevo dirtelo. Ha dei colori che stridono: quell'arancione con il verde, e tutte quelle linee e fasce nere verticali, angoscianti e tristi.” “Caspita! È proprio la sensazione che volevo trasmettere: un incendio che divampa nella foresta, lasciando dei relitti carbonizzati.” “Ecco perché non mi piace, qualcosa di più allegro?” “Ora c'è questa fase, non sono io che decido quanto portarla avanti, si esaurisce da sola quando sarà il momento: si chiama ispirazione.” “Pensavo fosse un movimento della pancia.” “Siamo proprio fatte della stessa stoffa.” “Mamma, mi è passato tutto.” “Non avevo dubbi.” “Ma ancora non so cosa voglio fare” “C'è tempo per questo, anch'io non lo so.” “È vero che lo zio Carlo non ha mai visto il mare? Io non ho mai visto la Spagna.” “Ci devi andare.” “E l'Olanda.” “Bella.” “E la Norvegia.” “Capo Nord e l'aurora boreale, spettacolo!” “E la Russia.” “La transiberiana, infinita.” “E il Brasile, il Vietnam, la Grande Muraglia , la Patagonia.” “Un altro pianeta.” “Il Madagascar, l'isola di Pasqua, l'Uzbechistan, il Perù.” “No comment.” “Mali, Canada, Cile e Luana, che ha i nonni in Sardegna. Mi ha parlato di angoli ancora incontaminati e invitato ad andarci in primavera, il momento migliore.” “Non sono mai stata in Sardegna” rispose con tono riflessivo. “L'invito era esteso, sarebbe un peccato strappare questa bella stoffa.”
  14. Giampo

    Artestampa edizioni

    Nome: ARTESTAMPA EDIZIONI Sito: www.artestampaedizioni.it Catalogo: www.artestampaedizioni.it/catalogo-cartaceo Modalità di invio dei manoscritti: https://www.artestampaedizioni.it/contatti/ Distribuzione: non specificato Facebook: www.facebook.com/EdizioniArtestampa
  15. Kasimiro

    Un luogo tranquillo

    Camminava osservando i loro volti, immaginandosi le loro vite. Visi dolci, sereni, sorridenti, stampati, ma che trasmettevano una vibrazione, almeno in Davide. Si soffermava a contemplare, dialogare con quelle presenze sconosciute nella quiete e anche il suo animo si quietava. Nonostante la stagione torrida, il luogo sprigionava una piacevole frescura: alberi secolari e portici con larghe pareti di pietra. Grosse lastre di marmo invase da muschi e licheni fuoriuscivano dal terreno: di traverso, incise, sbalzate, sbeccate, annerite. “Buongiorno Gastone.” “Buongiorno Davide, passato bene la settimana?” “Benissimo e lei?” “Non chiedo di più: c'è stato un grande ballo l'altra sera. Ho fatto un valzer con una fanciulla di settant'anni più giovane di me.” “Che emozione.” “Pensi che il conte Umberto ha avuto lo stesso piacere con un'altra più giovane di centoventi anni!” “E come si chiama?” “Mi presento: Laura, arrivata da poco. Scusate la vestaglia da notte, è che mi ero addormentata. Il conte Umberto è un signore molto garbato, mi ha trattato come una damigella di corte.” “Un uomo d'altri tempi! Sarà il fascino della divisa.” commentava Gastone. “Scusate, mi sono perso qualcosa?” esordì un giovane in tuta da sci. “Certo! Il grande ballo della luna piena.” risposero in coro. “Infatti, ho approfittato di quella splendida luce per riprendere la discesa dal punto in cui mi ero fermato. Che emozione.” “Che bravo ragazzo.” Si inserì la signora Teresa, seduta su una sedia a dondolo, intenta a fare a maglia con due lunghi ferri. “Guardate, la famiglia Cioncati è in partenza per le ferie.” “Arrivederci! Finalmente il momento è arrivato, non vediamo l'ora di andare al mare.” salutò Mario, il capofamiglia, che insieme alla moglie a ai due figli, in tenuta estiva, si avviarono sulla loro “Seicento.” Proseguendo, vide un gatto che riposava, a macchie rosse, nere e bianche: “Sarà una femmina, ho sentito che i gatti con tre colori sono sempre femmine.” La sua dimora era la più colorata, con giochi, fiori e oggetti cari. E una targhetta con la scritta: Gina 1983-2002 “Come si fa! Bisogna prendersi cura dei fiori, non sono dei soprammobili, come questi obbrobri.” inveiva Matilde, aggirandosi con un innaffiatoio in mano. “Sono d'accordo, i fiori finti non sono un segno di sensibilità. A proposito, la sua edera è stupenda, sta prendendo il largo.” “Sì, selvaggia, come me.” “Buongiorno Davide.” “Buongiorno Lucia.” “Non sono Lucia, sono Giovanna, Giovanna D'Arco!” “Che sbadato, mi scusi Giovanna.” “Questo processo è una farsa!” tuonava, con addosso una camicia di forza. “Concordo!” rispose Davide. “Una monetina, per favore.” apparve dal nulla un malandato mendicante. “Lo lasci perdere!” intervenne la signora Pia. “Sempre a elemosinare, non ci libereremo mai di costoro. Anche in questo luogo di pace.” “Potrei dire anch'io la stessa cosa.” rispose il povero signore. “La pace, che magnifica parola.” “Comandante, sempre di vedetta?” intervenne Davide seduto su una panchina. “Già, ma avrei preferito farla senza quest'arnese.” “E tu, da dove salti fuori?” partì dal nulla una voce tremolante. “Ueh! Ueh! Ueh!” “Come si fa ad abbandonare una piccola creatura così, guarda, tutta nuda. Ora ti copro con il mio caldo scialle di lana.” La signora Giulia, una vecchietta ricurva, la prese delicatamente adagiandola sul suo grembo, cullandola. Dopo un momento di sospensione, Davide riprese lentamente a camminare con lo sguardo che scorreva tra immagini smaltate in color seppia e laccate a colori. All'improvviso si fermò, attratto da una fetta di torta appoggiata a terra su un vassoio. C'era una candelina spenta piantata nella morbida farcitura di panna, mentre dai lati fuoriusciva una invitante crema al cacao. Accostato al triangolo di pan di spagna, una forchettina e un bicchiere di plastica mezzo pieno di vino bianco, appoggiato sopra un foglio disegnato con matite colorate che aveva tutta l'aria di un biglietto d'auguri. Davide non capiva; poi notò la targhetta con la data di nascita che corrispondeva a quella odierna, ma trent'anni prima. Rimase in silenzio. Lentamente rivolse lo sguardo al cielo, verso le grandi chiome degli antichi alberi. “È il mio compleanno!” si avvicinò un giovane appoggiandogli un braccio sulle spalle “E il mio piccolo ha voluto condividere questo momento. Non lo trova bellissimo?” “Sì, stupendo.” “Signore! Dobbiamo chiudere.” “Sì, arrivo.” “Arrivo.”
  16. Kikki

    Risma

    Nome: Risma Sito: https://rismalibri.com/ Catalogo: https://rismalibri.com/catalogo/progetti Modalità di invio dei manoscritti: https://rismalibri.com/proponi-la-tua-idea Distribuzione: "non specificato" Facebook: https://www.facebook.com/rismalibri/ La distribuzione non è specificata sul sito, ma so dai titolari Luca Panzeri e Marina Invernizzi, che verrà effettuata da A.L.I.
  17. Kasimiro

    Padre e figlio

    “Cosa dire della luce che attraversa le fronde dopo un temporale. L'abbaglio del chiarore riflesso dall'acqua, depositata sulla foglia di frassino rigata. Il vapore che sale e mi assale insieme all'odore fungino di tronco umido e fogliame.” “Mi scappa la cacca.” “Puoi farla dove vuoi, non ci vede nessuno.” “Papà, qualcuno l'ha già fatta!” “Sì, un cinghiale.” “Un cinghiale?” “Certo, e se guardi bene, troverai anche quella di un capriolo: qui i bambini sono la minoranza.” “Ma...non ho la carta.” “C'è un ruscello e delle morbide foglie di acero.” “Eh! Preferisco tenermela e farla quando torniamo a casa.” “Fa male! Le feci sono gli scarti del nostro corpo e trattenerle può essere pericoloso. Si possono indurire e risultare faticose espellerle; possono creare dei blocchi intestinali, batteri e causare emorroidi.” “Emo ché?” “Emorroidi: l'infiammazione di una parte di tessuto che passa per il sedere, e può essere molto dolorosa.” “Ma le mosche?” “Io vedo molte farfalle.” “Sì, ce ne sono tante. Fanno anche loro la cacca?” “Non lo so, non ci avevo mai pensato, suppongo di sì. Gli insetti la fanno: le formiche usano anche la toilette.” “Eh?” “Certo. Radunate a migliaia in angusti rifugi, hanno pensato bene di farla tutte nello stesso posto.” “Ma se una farfalla vive pochi giorni, quante volte farà la cacca in tutta la sua vita?” “Immagino poche, come poche volte succhierà il nettare da un fiore, volerà, si accoppierà. Tutto questo per noi, che abbiamo un'altra misura del tempo. Ma per lei sarà il numero perfetto, quello che la natura gli ha donato. La vai a fare?” “Sì, ora vado. Ma non vedo il ruscello.” “Strano, c'è sempre stato, proprio lì.” Il canale era prosciugato. “Il pianeta si sta seccando.” commentava il papà. “Quindi?” È un grave problema, senz'acqua non c'è vita.” “Intendevo, quindi la faccio?” “Certo, ho una borraccia e dei fazzoletti.” Il figlio si allontanò per qualche minuto. “Mi sento molto meglio. Avevi ragione. Dicevi...della luce che attraversa le fronde...” “Era una sensazione istantanea, ora non c'è più. Bisogna cogliere l'attimo.” “Andiamo a casa?” “Vedo che non perdi tempo.” “Scherzavo, ora che sto meglio, possiamo stare fuori tutto il giorno.” “Sento che ora tocca a me, abbiamo mangiato qualcosa di strano?” “Non so, i panini al salmone?” “Ecco! La memoria mi sta abbandonando. Saranno stati quelli. Dicono che sia un pesce molto contaminato da sostanze chimiche, quello d'allevamento.” “Anche le mele, ho sentito.” “Già.” “E l'insalata?” “Pure, se non è quella dell'orto.” “La pasta?” “Anche quella può avere problemi, dipende dal grano, com'è stato coltivato.” “Il riso?” “Uguale.” “Uffa! E queste more?” “Quelle sono eccezionali!” “Sì! Squisite. Mmm...ma non si può mangiare più niente?” “Si può mangiare tutto, ma possiamo scegliere. Nonostante questo, la vita media si è allungata. Per merito della medicina, non del cibo.” “Ma come! Dicevi che le medicine fanno male.” “Tutte le cose fanno male! se ne prendi troppe! Proseguiamo!” rispose spazientito il papà. “A me sembra che le cose buone facciano sempre male, mentre quelle disgustose fanno bene?” “A cosa ti riferisci?” “A patatine, caramelle, gelati, e fagioli, broccoletti e latte di soia.” “Non hai tutti i torti. Forse perché troviamo piacere nel farci del male?” “Non capisco.” “Scusa, un mio pensiero sull'uomo. Beh, gli zuccheri è noto che facciano male e vedrai che col tempo ti passerà la voglia, dopo un po' risultano stucchevoli. La frittura invece...un desiderio che rimane per sempre. Una sublime invenzione: quella pastella croccante che renderebbe delizioso anche un pezzo di cartone.” “Perché fa male?” “Perché si frigge con dei grassi, che sono pesanti.” “Allora usiamo dei dei magri, sarebbe una frittura molto più leggera.” “Sei proprio un bel tipo.” “Ho preso dalla mamma.” “Che poi, anche le patatine... magari fossero patatine.” “Ma non hai detto che ti scappava?” “La materia prima, un semplice tubero, non viene più considerata. Nei sacchettini troviamo pseudo patate di ogni forma, assemblate da farine ricomposte, aromi artificiali, emulsionanti, addensanti, antiossidanti, coadiuvanti, coloranti; sigle strane che ricordano aerei o sommergibili come E471. “Cosa sono?” “I mono e digliceridi degli acidi grassi.” “Che roba è?” “Non lo so, ma il nome non mi piace per niente. E non è finita, ci puoi trovare anche glutammati, sorbati, nitrati, carbonati... ” “E Kawasaki! La mia moto preferita. C'è la collezione completa.” “Appunto! Ci trovi anche quello che non dovrebbe esserci. Le inventano tutte per fartele comprare. Bisognerebbe abituarsi a leggere gli ingredienti di quello che mangiamo.” “Anche Vanessa è stata male con le ciliege, raccolte in montagna, niente di più salutare.” “Sì, dopo due chili.” “Allora la fai? È pericoloso trattenerla, l'ho scoperto da poco.” Lo interruppe il figlio. “Vado.” Così, liberi di stomaco, proseguirono la passeggiata. Ma dopo breve, spossati e col fiatone, si sdraiarono a terra, a pancia in su, ad osservare il cielo. “Sento che c'è ancora qualcosa che non va.” disse il figlio. “Vero, anch'io ho delle fitte... però, ci era mai successo di stare insieme, vicini, ad osservare il cielo?” “Non ricordo, ma se stavamo bene, era preferibile.” “Poteva anche andar peggio: aggrediti da un branco di cinghiali, colpiti da un temporale o attaccati da un'invasione di ultracorpi.” “Ecco, mi sembra che non è solo l'intestino a star male, nel tuo caso.” “Già. Va un po' meglio?” “Un po', ma non mi alzerei più.” “Neanch'io. Rimaniamo qui.” “Papà.” “Cosa c'è.” “Cos'è un ultracorpo?” “Un'entità aliena che ha preso le sembianze di un essere umano.” “Allora potresti essere anche tu.” “Certo, e anche tu. Una componente aliena credo sia in ognuno di noi: quel sentirci diversi da tutti gli altri.” “Papà.” “Dimmi.” “Ma gli alieni fanno la cacca?” “Eccome! Viola con pallini arancioni fosforescenti.” “Oh, ma cosa mangiano?” “Bambini maschi fra gli otto e i nove anni che fanno troppe domande sulla cacca.” “Per fortuna non sono tra quelli.” “Davvero?” “Papà! Ho compiuto dieci anni due mesi fa!” “Dovremmo passare più tempo insieme.” “Eh sì.” “Anche se sarebbe più giusto dovrei...” “Intanto godiamoci questa giornata.” concluse il figlio.
  18. Giampo

    Edizioni Clichy

    Nome: Edizioni Clichy Sito: https://edizioniclichy.it Catalogo: https://edizioniclichy.it/shop Modalità di invio dei manoscritti: https://edizioniclichy.it/chi-siamo Distribuzione: Mondadori Libri Facebook: it-it.facebook.com/edizioni.clichy
  19. Mattia Van

    Romanzo con protagonisti ispirati all'Iliade

    Ciao a tutti, vorrei chiarito un dubbio e spero possiate aiutarmi. Io avrei l'intenzione di scrivere un romanzo per ragazzi ispirandomi ai personaggi dell'Iliade e creare una trama con diversi riferimenti a quest'opera. Posso tranquillamente prendere ispirazione dalla storia e dai personaggi, lasciando anche i nomi originali intatti oppure è una cosa che non viene accettata dalle CE? Ringrazio in anticipo chiunque mi saprà rispondere.
  20. Kasimiro

    Il pollo e il gattino

    “C'era una volta un gattino abbandonato che veniva adottato da un pollo alato.” raccontava Carlo. “Un pollo alato?!” rispondeva Luigi. “Perché, cosa c'è di strano in un pollo con le ali?” “Niente, ma è come dire un cane zampato! È logico e scontato!” “Non direi: il pollo ha le ali, ma non vola.” “Qualche piccolo tratto di volo lo fa, comunque, la gallina razzola, non ha bisogno di volare. Nella sua evoluzione ha sviluppato zampe robuste e corpo pesante rispetto ad ali piccole”. “Infatti ho detto un pollo alato, non un pollo che sa volare. Poi tu hai parlato di gallina.” “Pollo e gallina sono la stessa cosa.” “Non proprio. Il pollo è sfortunato, può essere maschio o femmina e non sempre è chiaro il sesso per la sua tenera età: nasce per essere mangiato ai sei mesi di vita, mentre la gallina fa le uova o, suo malgrado, ogni tanto finisce nel brodo.” “Beh, comunque non cambia il discorso.” “Cambia eccome! Se mi ascoltassi e mi lasciassi finire: il termine alato non era fondamentale ai fini della storia, l'ho pronunciato perché faceva rima con abbandonato.” “Ah scusa, continua pure.” “Non è facile. Ho perso la magia del momento, l'emozione che mi spingeva a raccontare una storia malinconica.” “Fai conto che non ti abbia detto nulla, vado via e ritorno fra poco. Sentiti libero di ricominciare quando vuoi. “Dicevo... - riprese dopo un po' - ho visto un gattino abbandonato... E' inutile non riesco a continuare, non ricordo neanche come andava avanti la storia.” “Parlavi di un gattino abbandonato che veniva adottato da un pollo alato.” rispose Luigi. “Un pollo alato?” “L'hai detto tu! Poco fa.” “Ho detto una cosa del genere?” “Sì, invece la domanda: un pollo alato? L'avevo fatta io.” “Facciamo che eliminiamo il termine alato e lo sostituiamo con un altro: ho visto un gattino abbandonato che veniva adottato da un pollo sdraiato.” “Ancora peggio!” “Addormentato?” “Noooo!” “Squattrinato?” “Non ci siamo.” “Fortunato?” “Mmm... poco fa dicevi il contrario.” “Ecco! Ora ricordo. Questa volta il pollo è fortunato! Ha sfidato la malasorte con successo. E' scappato dalla gabbia il giorno prima che gli tagliassero il collo e si è trovato libero, nella natura.” Recuperato il filo del discorso, Carlo proseguì nel racconto: Mentre razzolava su un prato udì un miagolio intenso. Vide un piccolo gattino infreddolito e spaventato. “Come posso aiutarti?” “Ho fame!” “Cosa mangi di solito?” “Mi piace tanto il pollo!” “Ma sai che cos'è un pollo?” “Certo! È una piccola scatoletta gialla con dentro della poltiglia squisita, da non confondersi con il pesce: scatoletta blu, disgustosa. Me la davano tutti i giorni prima che mi perdessi.” “Capisco...vediamo come recuperare un pollo...Mi è venuta un'idea!” “Avrei preferito mangiare, che condividere un'idea.” “Lo so, ma il mio piano è legato a soddisfare la tua fame. Seguimi.” Camminarono fino a sera, quando giunsero nei pressi di un grande edificio. “Ma dove siamo? Che puzza!” esclamò il gattino sempre più stremato. “Siamo alla fabbrica dei polli! Qui creano le tue amate scatolette.” Con grande tristezza aveva accompagnato il compagno nel luogo infernale da cui era scappato. Sapeva che lì, tutti i suoi simili entravano a far parte di un processo industriale: cosce, sovra cosce, grossi petti, alette, confezionate in formato famiglia, e tutto ciò che non veniva selezionato finiva nella lattina gialla che tanto piaceva al piccolo felino. “Oh! E come fanno a fabbricarli?” “È un segreto, se no, lo farebbero tutti.” Guidò il gattino sul retro, al reparto: “Polli per gatti”. L'uccello, terrorizzato dal quel ritorno al mattatoio, voleva aiutare a tutti costi quella ingenua creatura appena conosciuta. “Guarda! Ecco i tuoi polli!” Si trovarono di fronte a un'enorme macchinario dal cui interno usciva un nastro trasportatore con le adorate scatolette gialle. “Prendine una e scappiamo, prima che diventi anch'io un pollo... per te.” Mentre uscivano, un forte pigolio attirò la loro attenzione. Il pollo non riuscì a rimanere indifferente, entrò nel capannone correndo un grande rischio. La scena, a lui nota, si presentava con centinaia di gabbie accatastate l'una sull'altra, stipate di forme amorfe piumate. Aprì la prima che si trovò di fronte, con un numero indefinito di pollastri. Prima che il guardiano li notasse, scapparono inciampando e cadendo di continuo: era la prima volta che provavano a correre. La guardia, appena accortasi, li inseguì. La notte giocò a loro favore. Si nascosero nell'erba alta. Ognuno prese direzioni diverse tranne uno che seguì i due amici. Arrivati in un posto tranquillo, il pennuto si rivolse al gattino: “Dammi il pollo che te lo apro!” L'altro suo simile lo guardò impietrito. “Non ti preoccupare, poi ti spiego.” Con dei colpi di becco, effetto martello pneumatico, bucherellò intorno al coperchio della scatoletta gialla, aprendola, dando il via alla scorpacciata del gattino. “Grazie di cuore.” si rivolse al suo amico, il neo libero pollastro. “Sono lieto, insieme si sta meglio”. “A proposito... siamo maschi o femmine?” “Non so, ma sento una forte attrazione nei tuoi confronti.” “Anch'io!” “Forse siamo di sesso opposto.” “Aspettiamo qualche mese e vediamo a chi verrà una bella cresta sulla testa!” gli rispose il pollastro o la pollastra. “Che bella storia! - commentò Luigi - E pensare che non volevi raccontarla.” “È un ricordo della mia infanzia.” “Lodevole. Si nota il tuo animo sensibile.” “C'è un pensiero che non mi ha più abbandonato da allora.” “Quale?” “La volontà di vivere del pollo.” “Sì, encomiabile. Il suo non rassegnarsi a un destino segnato.” “Oggi il pollo. Domani la pecora, poi il cavallo, la mucca, il maiale...chiunque ce la può fare.” “E poi, come è successo all'amico del pollo, se non sei tu a salvarti da solo, può succedere che un altro ti apra la gabbia.” “È vero, è un'altra possibilità, più rara. ”
  21. ElleryQ

    Lisciani

    Nome: Lisciani Libri Catalogo: https://www.liscianilibri.com/catalogo/ Modalità di invio dei manoscritti: https://www.liscianilibri.com/contatti/ davide.dilodovico@educationalgroup.it (invio diretto al direttore editoriale) Distribuzione:ALI Sito: https://www.liscianilibri.com/ Facebook: https://www.facebook.com/LiscianiLibri/ Lisciani Group nasce in seguito alla separazione da Giunti ("Giunti & Lisciani") a inizio anni '90. Con 40 anni complessivi di esperienza nel campo dei giochi e della didattica, ha di recente inaugurato una sezione narrativa, divenuta autonoma anche sul piano amministrativo: "Lisciani Libri". Le collane di narrativa sono dirette da Davide Di Lodovico, quella di graphic novel da Giuseppe Guida. La distribuzione è molto estesa e include, oltre alle librerie, supermercati e Autogrill (o Sarni).
  22. Kikki

    La gara

    «Sono io il capitano dei pirati!» urla Greta puntando la spada verso il lampadario. «Tu devi ubbidire, perché sei piccolo! Fulmini e saette!» «Anche io voglio comandare, uffa, mi fai sempre pulire il ponte della nave! Non è giusto!» A Leo trema il mento, è pronto a piangere e ad abbandonare spade e tesori nascosti. «Aspetta» Greta raddrizza il cappellaccio nero e solleva la benda dall’occhio. «Sento qualcosa... Di vedetta, nostromo!» «Cos’è un mostrono?» chiede Leo alzando la sua benda per sentirci meglio. «Mettiti di vedetta, mozzo! Niente domande o ti butto in mare e ti mangiano gli squali!» «Io voglio essere il capitano, non il trostrono e neanche uno zozzo. Io voglio...» «Sono a casa». Bum, la porta d’entrata si chiude al piano di sotto. Greta e Leo, immobili come gatti, si fissano con gli occhi spalancati. «C’è nessuno?» chiama di nuovo papà. «Corri, Leo. Fulmini e saette!» I bambini sfrecciano lungo il corridoio e poi balzano di scalino in scalino. Però Leo ha le gambe corte e perde terreno. Prova ad accelerare, ma quando arriva in fondo alle scale, Greta sta già balzando tra le braccia di papà. «Anche io, papà, prendi anche me». Leo tira i pantaloni di papà, barcollando e con le guance rosse. «No, sono arrivata prima io! Devi correre più veloce, Leo». «Ma tu hai le gambe più lunghe! Non è giusto» punta i piedi Leo, ma sua sorella è un capitano severo. Con lei le scuse non attaccano mai. Ha sempre ragione. Ma papà è un comandante più importante di Greta: sarà lui a decidere. «E allora facciamo di nuovo la gara. Possiamo papà?» «Certo!» I bambini si precipitano al piano di sopra, spingendosi e scivolando: Greta davanti, Leo dietro. «Questa volta sono io il primo» Leo è deciso a vincere e sgomita per far spostare sua sorella. «Se mi superi puoi essere il primo», ride Greta sistemando la benda da pirata sull’occhio. Concentrati, come in una gara vera, i bambini corrono verso il traguardo. «Bambini, andate piano» avverte la mamma che li sente arrivare dalla cucina. «Papà prende in braccio tutti e due». Ma Leo e Greta sono troppo attenti alla gara per ascoltarla. Vogliono arrivare primi, e saltano gli scalini come conigli. All’ultimo gradino Leo inciampa e cade lungo disteso sul tappeto; subito dopo scoppia a piangere e a battere i piedi per terra. «Fulmini e saette!» Greta frena, guarda papà che ormai è a portata di mano, poi sbuffa, si gira e torna dal fratello. «Non piangere, Leo», dice Greta. «Dai, alzati, ci riproviamo insieme». Leo tira su col naso e sbircia sua sorella da sotto in su; Greta gli fa una linguaccia. «I nostromi non piangono!» «Ma tu hai detto che sono il tozzo non il tronomono». Leo si alza senza voglia, ma afferra la mano di sua sorella che lo trascina su per i primi scalini. «Partiamo da qua», decide Greta. «Non mi lasciare mai la mano. Insieme siamo più veloci!» Pronti, ai posti, via! Greta è ancora prima, ma Leo è subito dietro di lei appeso al suo braccio. A due passi da papà, Greta rallenta, Leo arriva di fianco a lei, papà si abbassa e apre le braccia. Questa volta nessuno arriva primo, ma vincono tutti.
  23. Kasimiro

    Speedy Paolino

    Paolino aveva una dote. Era veloce. Era così rapido nel fare le cose che a volte versava l'olio nel latte o il sale nel tè, la maionese sullo spazzolino da denti, infilava la scarpa blu nel piede destro e quella rossa nel sinistro. “Paolino, le scarpe!” Esclamò sconsolata la mamma. “Beh! Che c'è di strano, vanno di moda.” “Devi stare più tranquillo. Non c'è bisogno che tu faccia le cose sempre di fretta.” “Non sono io che sono veloce, siete voi che siete troppo lenti.” “Non è questione solo di velocità. È che non riesci a star fermo più di un minuto!” “Non è vero! Quando dormo sto fermo anche per otto ore!” La mamma decise di iscriverlo a un corso di yoga per bambini. L'istruttrice dava le indicazioni: “Respirate profondamente, tenete le braccia in alto per alcuni secondi, poi abbassatele lentamen...” Ma Paolino le agitava senza interruzione rotolandosi sul pavimento da una parte all'altra. Si fermò, guardò l'istruttrice e disse: “Così va bene?” I genitori provarono a pensare ad altre soluzioni per rallentarlo o cercare di farlo meditare. Tentarono con un corso di scacchi. Ma Paolino, oltre che essere veloce, era anche molto intelligente e dava scacco matto a chiunque in poche mosse. “Chissà! Forse avrà un futuro da matematico!” Pensò la mamma. Alla mattina e alla sera provarono con infusi di valeriana e camomilla che non avevano molto effetto. Torturava anche la sorellina Katrina non lasciandola mai in pace; per fortuna aveva una pazienza infinita e sopportava amorevolmente il suo fratellone. Una sera, mentre guardava la tv insieme alla famiglia, evento raro, rimase incuriosito da un documentario sugli animali della foresta amazzonica. In particolare destò la sua attenzione la descrizione e le immagini del Bradipo. Paolino rimase per un attimo con gli occhi sgranati sentendo il commentatore che parlava di questo particolare animale: “...possono dormire fino a 20 ore al giorno, vivono esclusivamente sugli alberi e sono lentissimi, spesso rimangono fermi per molte ore confondendosi tra le foglie, sfuggendo così ai predatori. Scendono dall'albero solo per fare i propri bisogni una volta ogni 10 giorni circa...” “Mamma! Papà! Questo animale sta decisamente male, bisogna far qualcosa per aiutarlo!” “Non sta affatto male! E' proprio fatto così! La natura gli ha dato queste caratteristiche.” Paolino rimase perplesso a pensare: “Come è possibile vivere così?” Quella notte non riusciva a prendere sonno, la mente tornava di continuo a quel lento animale. Alla fine si addormentò ed iniziò a sognare ...vestiva i panni di una piccola scimmia che saltava da un ramo all'altro finché si ritrovò di fronte, faccia a faccia, il bradipo, che naturalmente rimase immobile. Questi lo fissò mentre lentamente si portava alla bocca una foglia, iniziando a masticare. Paolino rimase come ipnotizzato dallo sguardo dell'animale ed iniziò a seguirlo lentamente masticando anch'egli una foglia... Quella mattina si svegliò con le mandibole in movimento, quasi stesse ruminando ancora le foglie. Si alzò, allungò lentamente lo sguardo verso lo specchio, temendo di non rivedere la propria faccia ma quella di un bradipo. Invece... Ritrovò proprio Paolino, anzi, Speedy Paolino. Si lavò il viso, le ascelle e contemporaneamente i denti, mentre faceva la pipì da seduto. Si infilo due calzini diversi, la maglia al contrario e i pantaloni senza mutande. Bevve il tè coi biscotti, anche se in realtà era brodo di gallina preparato la sera prima dalla mamma, ma lui non se ne accorse, anzi lo apprezzò molto. Si infilò le scarpe, prese lo zaino ed entrò nella camera dei genitori dicendo: “Sono pronto per andare a scuola.” La mamma alzò lo sguardo e disse: “Paolino! Sono le quattro e mezza. Torna a letto a dormire.” “Neanche per sogno! - rispose - Aspetto buono buono sul divano che arrivi l'ora.” Dopo un po' guardò fuori dalla finestra e osservò qualcosa che non aveva mai visto prima: L'alba. E rimase lì, immobile.
  24. Kikki

    Storia dell'acqua

    «Guarda come sei conciato!» Fabio china la testa e sbircia la sua maglia sudicia: è stato un pomeriggio fantastico! Lui e gli altri hanno combattuto la battaglia di fango più spettacolare dell’estate. «Mamma, ma...» «Niente ma, Fabio!» La mamma alza la mano, il dito indice svetta torvo dondolando avanti e indietro a un palmo dal naso di Fabio. Quando la mamma tira fuori il dito le cose sono serie. «Ogni azione ha una conseguenza, quindi ora la maglia la laverai tu!» Non mi è andata nemmeno troppo male, pensa Fabio che si aspettava di non poter mai più uscire a giocare. Fabio si avvia per entrare in casa: butterà i vestiti in lavatrice e, in un qualche modo, capirà dove mettere il detersivo e quale bottone spingere per farla funzionare. «No!» Il dito indice blocca l’ingresso. «In casa non ci entri. Andrai al fiume e laverai via tutta la sporcizia come si faceva una volta». «Cosaaa?» Ma la mamma è già scomparsa dentro casa. Torna dopo poco con un pezzo di sapone e una spazzola con le setole corte e dure. «Non ti serve altro». La mamma mette i due oggetti in mano a Fabio. «Ora vai: olio di gomito e non ti risparmiare! E fai in fretta, ti voglio in casa prima del temporale». Di nuovo il dito indice si alza, questa volta indica il cielo. Piano piano, nuvole grosse come montagne coprono l’azzurro e la luce. Fabio, ancora incredulo, si incammina verso il fiume con sapone e spazzola stretti tra le braccia. Arrivato sulla riva sceglie una piccola pozza di acqua più bassa e tranquilla che scorre cristallina sulle pietre tonde del letto del fiume. Fabio si toglie la maglia toccandola il meno possibile. È proprio sporca. Si mette in ginocchio sulle pietre umide e scivolose, immerge la maglia e ridacchia. «È così infangata che non si vedono più nemmeno le righe colorate!» Fabio sfrega, insapona, strofina, spazzola con forza e sciacqua. Poi ricomincia: sfrega, insapona, strofina, spazzola con forza e sciacqua. E poi da capo. Dopo aver ripetuto il trattamento per quelle che gli sembrano almeno un milione di volte, a Fabio fanno male le braccia, ma solleva la maglia gocciolante. «Dove sono finite le righe?» esclama sgranando gli occhi. Il tessuto è bianco come il foglio di un quaderno nuovo: le righe colorate sono scomparse insieme al fango. Fabio guarda in giro: destra, sinistra, davanti, dietro, finché non gli viene il dubbio che alle sue righe sia così piaciuta l’acqua da decidere di continuare il bagno. Fabio punta gli occhi verso il fiume, ed eccole là: le righe colorate si allontanano galleggiando placide. «E adesso? A me le maglie bianche non piacciono!» Fabio butta la spazzola e il sapone sulla riva, si toglie le scarpe ed entra nel fiume. «Righe!» grida Fabio e l’acqua gli arriva già alla pancia. «Tornate indietro! Tornate subito sulla maglia!» Ma le righe emozionate, poco abituate a tuffi e libertà, se la spassano immergendosi e saltando dentro e fuori dall’acqua come delfini in mare. Fabio è bravo a nuotare, ma le righe sono veloci e molto agili, Fabio non riesce mai a raggiungerle. All’improvviso, le nuvole si aprono e il sole spunta allungando i raggi fino al fiume. Fabio ne sente il calore sulla testa e le spalle. Anche le righe avvertono il caldo del sole e cominciano a ridere forte e ad attorcigliarsi tra loro come se qualcuno gli facesse il solletico. Fabio approfitta della distrazione per accelerare; le ha quasi raggiunte quando le righe si zittiscono e si stiracchiano rilassate. «Siete mie, righe!» Fabio allunga la mano per acchiapparle, ma le righe escono dall’acqua ondeggiando come alghe in fondo al mare. Solo che stanno salendo verso il cielo! «Non ci credo!» esclama Fabio con un braccio teso in avanti e il naso per aria verso quello strano arcobaleno. «E adesso? Non riuscirò mai a raggiungerle e a riattaccarle alla maglia. Finirò in punizione». A Fabio viene da piangere mentre le sue righe galleggiano dentro una nebbiolina leggera sopra la chioma degli alberi. In quel momento le nuvole si richiudono e il sole scompare. Una nube violacea e arrabbiata borbotta minacciosa verso la nebbiolina color arcobaleno che si fa più consistente dallo spaventa e i colori delle righe della maglia di Fabio diventano più vividi. La nube violacea gorgoglia e poi ringhia alzando il volume mentre la nebbiolina volteggia ubbidiente verso di lei. «Perdute per sempre, le mie povere righe!» Fabio nuota contro corrente per andare a recuperare spazzola e sapone e tornare a casa. Esce dal fiume, si asciuga come può e indossa la maglia bianca con tristezza. Acchiappa gli oggetti, poi lancia un’ultima occhiata alle sue righe: la nebbiolina e la nube violacea si abbracciano ridendo a crepapelle, mentre le righe sfrecciano di qua e di là. Hanno l’aria di divertirsi un sacco. «Righe, venite giù! Torniamo a casa!» Le righe, la nebbiolina e la nube si fermano per fissare Fabio. Poi la nube si mette a strepitare e urlare e le righe a fare capriole come in lavatrice. Fabio corre più veloce che può; deve arrivare dalla mamma prima della pioggia. Ma la nuvola e le righe lo inseguono rapidissime gridando il loro canto di guerra. Dopo un grido spacca-timpani e un fulmine spacca-cielo, le gocce di pioggia saltano dalla nuvola verso la terra e Fabio. Plic, pluc, plac, sciaf, sente Fabio sulla pelle e sulla maglia e poi vede le sue righe: in ogni goccia di pioggia ce n’è una che si attacca al tessuto. Fabio asciuga le braccia nude strofinandole sulla maglia e i colori tornano a sdraiarsi in fila come i pennarelli in una scatola. Incredibile, pensa Fabio rimirando la sua bella maglietta pulita e colorata. «In fretta, Fabio! Comincia a piovere», grida la mamma dalla porta di casa. «Arrivo!»
  25. Floriana

    Edoardo

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