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  1. Kikki

    Fiaba russa

    Vasilisa si alzava tutti i giorni prima dell’alba. Sorrideva sentendo il sole che si arrampicava dall’altra parte del pianeta per sbucare a illuminare il suo bosco. Vasilisa ridacchiava tra sé e sé, mettendo anche una mano sulla bocca per non farsi sentire. “Se lei sapesse: il mio bosco! Mi prenderebbe a frustate,” pensava la ragazza legandosi i capelli in una coda stretta. “O forse no, forse mi rimanderebbe a casa e basta.” Devi sapere che Vasilisa, che portava il nome della più bella delle belle di tutte le fiabe russe, viveva nel bosco con Baba Jaga ormai da molti, moltissimi anni, così tanti che non era sicura di ricordarsi più il viso dei suoi fratelli. Per una qualche ragione, stava bene in quella casa volante con le zampe di gallina; per una qualche ragione a lei Baba Jaga non faceva alcuna paura. La mamma di Vasilisa era partita per un viaggio lungo e lontano. Non pensare che ti stia prendendo in giro, non era morta, era proprio partita per un viaggio, perché era un’avventuriera. Vasilisa, che voleva essere come la sua mamma, poco tempo dopo aveva infilato gli scarponi foderati ai piedi, il cappotto con la pelliccia, aveva preso una sacca con alcune cose più o meno utili e si era inoltrata nel bosco ammantato di bianco. Con il nome che le avevano dato era sicura di stare andando incontro a grosse avventure, a un amore romantico che avrebbe vinto su tutto e a lunghe cavalcate con il Re dell’Inverno. Affondava nella neve alta a cuor leggero in uno degli inverni più freddi che la Grande Russia aveva mai visto. Dai rami ritorti pendevano grappoli di ghiaccioli aguzzi, gli alberi gelati si lamentavano sotto il peso immane della coltre di neve e nessuno, ma proprio nessun animale metteva il muso fuori dalla tana. Solo Vasilisa si trascinava col naso arrossato per aria, pronta a cogliere il nitrito del cavallo del prode principe Ivan o a infilarsi nell’apertura segreta, che l’avrebbe condotta nel mondo degli inferi, tra le radici dell’Albero della Vita, caso mai lo avesse trovato. Invece si era slogata una caviglia precipitando, come un coniglio al laccio, nella buca scavata da un bracconiere per catturare i cinghiali. Prova e riprova, ma Vasilisa non ci era proprio riuscita a tirarsi fuori da sola e così si era messa a gridare chiedendo aiuto, mezza sepolta nella neve che le entrava negli stivali e nel collo del cappotto. L’unica che l’aveva sentita era stata Baba Jaga e da allora era rimasta con lei. Baba Jaga non era come la descrivevano nelle storie. Be’, brutta era brutta, il naso adunco ce l’aveva, bitorzoli, pustole e tutto il resto. I suoi capelli erano lunghi come strade e fini come la seta, tanto bianchi da confondersi con la neve d’inverno e aggrovigliati come il bosco più selvaggio. Si raccontava che avesse una certa predilezione per i bambini giovani e teneri e forse era stato proprio per questo che la strega non si era mangiata Vasilisa che ormai l’infanzia se l’era lasciata alle spalle. Si raccontavano storie terrificanti sulla strega padrona del bosco, era capace di fare di te quello che voleva, rigirandoti attorno al suo mignolino con il battere di un solo ciglio. Ma a Vasilisa sembrava solo un’innocua vecchietta, stanca e con un caratteraccio, una nonna che viveva sola nel punto più profondo del bosco e cominciava ad avere più di un acciacco. Forse ormai, rifletteva Vasilisa, quelle che girano su Baba Jaga sono echi, ombre sfilacciate del passato. La strega aveva relegato la ragazza a sfregare pentole e pavimenti e tanti altri lavori poco divertenti che alla ragazza non erano mai piaciuti, ma che in casa della strega non le pesavano affatto. «La mia Kikimora è vecchia e stanca, ben più di me,» aveva detto Baba Jaga dopo averle fasciato la caviglia con tocco delicato. «Puoi decidere di restare e fare il suo lavoro, oppure sei libera di andartene. Non ho voglia di essere cattiva oggi.» La strega aveva sbuffato come se fosse sfinita e forse un po’ delusa di se stessa, poi aveva indicato il portello la cui serratura era costellata di dentacci taglienti. Vasilisa aveva deglutito rigirandosi nella testa tutte le storie che le avevano raccontato per spaventarla: Baba Jaga mangia i bambini, li fa sedere sullo spiedo e poi li arrostisce. Le ossa biancastre e giallognole di cui erano fatte le pareti sembravano dare ragione a quelle parole. Baba Jaga cancella i sentieri con la sua scopa di betulla argentea, così i viandanti si perdono nel bosco e lei può fare di loro quello che più le piace. La scopa mandava bagliori dall’angolo a fianco della porta, ritta e fiera come una spada d’eroe. Baba Jaga ha dei servi invisibili di cui non bisogna mai chiederle niente. Sono i suoi servitori fidati e uccidono chiunque cerchi di scoprire la loro identità. Ma Vasilisa si era guadagnata in fretta la tenerezza del gatto, la gentilezza del cancello, la protezione del cane e la benevolenza dell’albero e la strega ne era rimasta impressionata. Persino la Kikimora aveva preso in simpatia la ragazza e la lodava spesso per la sua bravura nei lavori di casa, tanto che lei e Vasilisa erano diventate amiche e ridacchiavano negli angoli come due adolescenti. «Mai queste ossa hanno brillato tanto,» diceva la Kikimora da sotto l’acquaio, mentre si grattava le zampe di gallina che la sostenevano e lanciando sguardi torvi verso Baba Jaga. «Per le penne secche di un’oca morta, Kikimora!» gridò un giorno Baba Jaga coi pugni stretti sulle cosce. «Non ti ho mai sentito fare tanti complimenti a nessuno. Sei proprio diventata una vecchia rincitrullita! Tu sei lo spirito maligno della mia casa, se andiamo avanti così finirai per metterti a sfornare biscotti.» La Kikimora si era talmente offesa che aveva ficcato il becco d’uccello che aveva per naso tra i pentoloni sotto l’acquaio e non si era più girata per giorni. Un pomeriggio di fine autunno Baba Jaga era uscita a cavalcioni della sua scopa argentea. «Vado a cancellare un po’ di sentieri prima che cada la neve, non vorrei che troppe persone trovassero la via di casa e non ci rimanesse nessuno sperduto nel bosco.» Non appena la strega prese il volo, Vasilisa si buttò in ginocchio al fianco della Kikimora. «Nonna, nonna,» chiamava la ragazza. «Stai bene? Posso fare qualcosa per te?» Ma la Kikimora non rispondeva. Tanto fece e tanto disse, Vasilisa riuscì a far accomodare la minuscola e spaventosa vecchietta su una seggiolina che la ragazza aveva intrecciato per lei con teneri rametti di betulla. La sistemò sulla soglia di casa in modo che respirasse l’ultima aria tiepida prima del grande freddo. Il bosco era da tempo diventato d’oro e d’arancio, rosso fuoco e umido, i colori si intrecciavano tra gli alberi, Vasilisa rimaneva incantata a cercare di capire dove finiva uno e dove iniziava l’altro. «Portami il fuso, bambina, ho proprio voglia di filare.» «Ne sei certa, nonna?» chiese Vasilisa spaventata, distogliendo lo sguardo dalle fronde color ambra. «Se ne sei proprio sicura, io te lo porterò.» E così fece. La Kikimora filò a lungo, con lentezza e senza sosta. Vasilisa fece ben attenzione a non guardarla e a non uscire di casa, è ben noto infatti che vedere una Kikimora filare sulla soglia di casa preannuncia morte. E la ragazza aveva una gran voglia di vivere. Toccherà a Baba Jaga, pensò Vasilisa. Tornerà verso l’ora di cena senza aspettarsi di trovare la sua Kikimora che fila sulla soglia. La ragazza ridacchiò divertita, ma smise subito. Darà la colpa a me, dirà che sono stata io a portarla sulla soglia. Dirà che sono stata io a darle il fuso. Dirà che volevo ucciderla. Vasilisa saltò in piedi. «Devo avvertirla!» La ragazza si avvolse il capo in uno scialle su cui ancora si distinguevano dei fiori antichi e sbiaditi, chiamò il cane e il gatto. «Aiutatemi a convincere la serratura ad aprirsi,» pregò la ragazza. «La nostra padrona è in pericolo: devo avvertirla.» Il cane e il gatto non persero tempo, azzannarono la porta e la graffiarono con forza, quella spalancò le fauci e Vasilisa ci ficcò dentro la chiave arrugginita. Con un balzo la ragazza si trovò nel piccolo giardino. Corse dal cancello di legno che stava sul lato della casa, con la coda dell’occhio vide un movimento: di sicuro era la Kikimora che filava sulla soglia della casa. Vasilisa si protesse gli occhi con le mani per essere sicura di non vedere niente. «Cancelletto, mio bel cancelletto,» quasi cantò la ragazza. «Apriti e lasciami passare, te ne prego. La nostra padrona è in pericolo, la Kikimora fila e Baba Jaga tornerà tra poco.» Il cancelletto di legno fece gridare ai cardini vecchi e sbilenchi tutto il suo sdegno, poi si spalancò sul bosco dorato. Vasilisa corse affannata dall’albero al limitare del bosco, era il più alto, aveva i rami più lunghi e possenti, le sue foglie erano le più ampie e le più morbide, i colori che lo dipingevano erano i più caldi e armoniosi. Su di lui vivevano intere famiglie di scoiattoli dalla coda attorcigliata, innumerevoli nidi degli uccelli più disparati trovavano riparo tra le sue fronde. Per avere questo aspetto magnifico l’albero aveva giurato di servire Baba Jaga per sempre. «Albero, mio bellissimo albero,» quasi gridò Vasilisa. «La nostra padrona è in pericolo, la Kikimora fila e Baba Jaga tornerà tra poco. Dobbiamo avvertirla!» L’albero ebbe un fremito, gli scoiattoli si affacciarono dalla loro tana, gli uccelli sbucarono dai nidi, le foglie vibrarono e la corteccia si mise a scricchiolare. Scricchiola, scricchiola, nel tronco cominciarono a formarsi degli scalini, degli appigli che salivano su, fino ai rami più sottili che si perdevano nel cielo grigio carico della prima neve. Vasilisa rimase a guardare la trasformazione con le mani piantate sui fianchi, un po’ delusa a dire il vero: le sarebbe toccato arrampicarsi fino in cima e chissà che vento gelato soffiava lassù tra le nuvole. Ma cosa poteva farci? Sbuffò un po’, ma non servì a niente, così la ragazza cominciò a salire. Passò a fianco delle famiglie di scoiattoli che facevano il tifo per lei e correvano su e giù per i rami incitandola a salire più in fretta. Gli uccelli cinguettavano a tutto spiano, volando tra la cima dell’albero e il punto in cui si trovava lei, per informarla se qualcuno avesse avvistato Baba Jaga. Per molto tempo Vasilisa si arrampicò, le gambe le bruciavano per lo sforzo, il sudore le colava lungo le tempie e poi dentro i vestiti, le mani erano ferite e sanguinanti, ma lei non si fermava. Finché un uccellino non arrivò al suo fianco e la avvertì: «Fai più in fretta, ragazza! La tua padrona, la signora del bosco, la grande Baba Jaga è in arrivo.» E allora Vasilisa si arrampicò più in fretta, maledicendo di nuovo il suo nome che la obbligava ad azioni eroiche e chiedendosi in cuor suo perché non potesse essere l’uccellino antipatico e sbruffone a volare dalla strega e consegnarle il messaggio. Arrivò sulla cima un attimo prima che Baba Jaga la raggiungesse. La vecchia fece frenare la scopa di betulla argentata e la guardò con gli occhi grandi come piattini da tè. «E tu che ci fai qua sopra?» «Sono venuta ad avvertirti, Baba Jaga,» disse Vasilisa quasi senza fiato. «La Kikimora fila sulla soglia di casa.» Alla strega si rizzarono tutti i capelli in testa e la scopa vibrò dall’indignazione. «Quella disgraziata!» Baba Jaga scese dalla scopa e si accomodò tra i rami insieme alla sua servetta. La ringraziò molte volte e le fece dei complimenti da far rabbrividire i più coraggiosi. Lodò l’albero, il cane, il gatto e il cancello, suoi servi fedeli. E poi disse: «Aspetteremo, Vasilisa. Aspetteremo finché la Kikimora non sarà più offesa, si renderà conto di essere rimasta sola e tornerà in casa,» disse Baba Jaga. «Solo allora scenderemo ed entreremo in casa, non un attimo prima.» E così fecero.
  2. Gina Marcantonini

    Primo Concorso gratuito "Colora una Favola"

    Fino a
    Primo Concorso Gratuito “COLORA UNA FAVOLA”. Come si partecipa: Chi può partecipare: tutti i bimbi da Zero a 15 anni. Clicca sui link in fondo alla pagina e Scarica gratis l’immagine, o le immagini che desideri. Stampale o falle colorare sul pc. Prima sezione: Colorato a mano. Fai colorare con qualsiasi tecnica il tuo piccolo disponga. Pennarelli, colori, tempere, dita, ecc. Seconda sezione: Colorato sul Pc. Se invece non possiedi una stampante o semplicemente preferite colorare direttamente sul computer, potrete spedire i lavori inserendoli in questa sezione. Quanti disegni si possono mandare: massimo 3 a bambino/a. Fai firmare l’Opera o le Opere al tuo piccolo e aggiungi quanti anni ha, o scrivi tu il suo nome in un angolo visibile del disegno, insieme alla sua età. Mi raccomando: Solo il nome e gli anni. (Es: Maria 6 anni). Modalità di invio: a volaresullealidiunlibro@mail.com indicando sull‘oggetto la dicitura “Colora una favola” e aggiungendo la sezione a cui intendete partecipare. Tutti i disegni verranno caricati sulla Pagina Facebook Volare Sulle Ali Di Un Libro, condivisi anche su Istagram, e fatti votare. Condividi il Concorso ovunque permesso e fai votare il disegno del tuo/a bimbo/a. Termine ultimo inderogabile in cui inviare le OPERE: le ore 24.00 del 20 NOVEMBRE 2020. Farà fede la data della mail. Le opere inviate successivamente non verranno ammesse. Vince chi avrà ricevuto più like ENTRO LA MEZZANOTTE DEL 27/11/20. A parità di Like si farà uno spareggio con estrazione filmata. La proclamazione dei vincitori avverrà entro le ore 24 di SABATO 28 NOVEMBRE 2020. In caso di parità l’estrazione verrà fatta la mattina del giorno successivo. PREMIO: ai primi classificati di entrambe le sezioni verrà spedito via mail il pdf gratuito del libro da cui sono tratte le immagini. P.s. Per qualsiasi dubbio lasciatemi un commento o scrivetemi con le modalità illustrate nella sezione contatti. Questo il link dove scaricare le immagini gratis. https://volaresullealidiunlibro.com/home/primo-concorso-gratuito-colora-una-favola/
  3. Federica Saini

    L'Orto della cultura

    Nome: l'Orto della cultura Sito: http://www.ortodellacultura.it/ Catalogo: http://www.ortodellacultura.it/index.php/catalogo2 Modalità di invio dei manoscritti: e-mail Distribuzione: non pervenuta Facebook: https://www.facebook.com/ortodellacultura
  4. Kikki

    Dolcetto o scherzetto?

    Elena salta per la casa senza riuscire a stare ferma: finalmente è Halloween e lei si è preparata con caramelle, biscotti, dolcetti e scherzetti e zucche da far venire i brividi per settimane intere. Le sue amiche rimarranno con la bocca spalancata dallo spavento! Ha tutto il giorno per attaccare gli ultimi scheletri e ragnatele, perché vuole che la sua casa sia la più terrificante di tutte quelle del quartiere. Arriva la sera, Elena è vestita da pirata guercio con una gamba di legno; è irriconoscibile, una maschera perfetta e spaventosissima. Non rimane altro da fare che aspettare per distribuire teschi di zucchero, zucche di pan di Spagna e ragni di liquirizia che aspettano pazienti di fianco alla porta per tuffarsi dentro cesti e cestini, sacchi, sacchetti e tasche profonde. La notte spegne tutto fuori di casa, rimangono solo i lampioni accesi sui marciapiedi e le luci calde dietro le finestre. Elena sta in salotto col naso attaccato al vetro, guarda i gruppetti di mostri e streghe sfrecciare per la strada e bussare a ogni porta. Ma non alla sua. Nessuno alla sua. «È colpa vostra,» strilla Elena con la voce da mostro marino ai suoi genitori. «Dovevate lasciarmi uscire insieme alle mie amiche a fare dolcetto o scherzetto. Adesso penseranno tutti che sono troppo piccola e nessuno vedrà le fantastiche decorazioni che preparo da un mese!» Tum, tum, tum. I genitori sono tristi, è davvero colpa loro se Elena piange e sbatte i piedi per terra? Tum, tum, tum. Bisogna trovare subito una soluzione prima che si aprano dei buchi nel pavimento e prima che la loro bambina si secchi come una pianta senz’acqua. Ma cosa possono fare? Tum, tum, tum gridano i piedi di Elena. Gnic, gnic, gnac, cigolano le rotelle in testa ai genitori che dalla furia di pensare e ripensare a una soluzione hanno il fumo che gli esce dalle orecchie. Cric, croc, crac fanno le carte di cioccolatini e caramelle che si sono stancati di stare ammucchiati di fianco alla porta e hanno voglia di uscire a sgranchirsi. «Te l’abbiamo già detto, Elena,» comincia papà che si gratta la testa, gnic, gnic, gnac. «Sei troppo piccola per uscire da sola e noi...» «Non mi interessa!» Tum, tum, tum. «Nessuno mi parlerà mai più perché non mi avete lasciata uscire a fare dolcetto o scherzetto!» Mamma e papà vanno in cucina, Elena li sente bisbigliare. Pst, pst, pst, dice mamma. Pst, pst, pst, risponde papà in fretta. Tum, tum, tum fanno i piedi arrabbiati, ma poi si bloccano perché se no Elena non sente bene. Pst, pst, pst sussurrano le pareti di casa. Elena scivola verso la cucina silenziosa e muta come un pesce. «Cosa vi state dicendo senza di me?» Tum. I piedi di Elena sono ancora arrabbiati, ma lei è troppo curiosa di scoprire cosa si dicono i suoi genitori, così ordina ai piedi di stare zitti e apre le orecchie piantando le mani sui fianchi. «Abbiamo trovato una soluzione a questo problema,» esclama mamma con un sorriso da sole all’alba. «Tutti a mettersi le scarpe!» «Agli ordini, mia capitana!» Papà batte le ciabatte una contro l’altra e mette una mano dritta in mezzo alla fronte. Poco dopo mamma capitana di vascello e papà mozzo di coperta, camminano dietro Elena piratessa che solca i marciapiedi del quartiere con la spada in alto per aprirsi la via nella notte. «Tutto a dritta, piratessa,» urla papà. Elena sfreccia sul marciapiedi tuffandosi tra i cavalloni carichi di fantasmi, zombi, streghe e vampiri che sommergono la strada come la marea. Elena bussa a una porta che finge di essere uno scheletro poi a un’altra che quasi non si vede perché è sommersa di zucche: «Dolcetto o scherzetto?» Il sacco della piratessa comincia a fare la pancia grossa da tante caramelle inghiottite e lei se lo passa da una mano all’altra trascinando la gamba di legno. Scriiic, scriiic, scriiic si lamenta la gamba di legno strisciando sul cemento della strada. Swish, swish, swish si lamenta la gamba di legno nuotando tra l’erba alta dei giardini. «Lasci che l’aiuti, signora piratessa,» dice mozzo-papà che si carica il sacco grasso su una spalla e la piratessa stanca sull’altra. «Tutto a dritta, mozzo,» urla Elena con la spada protesa verso casa, poi appoggia la testa sulla spalla del fidato mozzo e chiude gli occhi.
  5. Kikki

    Piuma edizioni

    Nome: Edizioni Piuma Sito: https://www.edizionipiuma.com/it/ Catalogo: https://www.edizionipiuma.com/it/catalogo/ Modalità di invio dei manoscritti: https://www.edizionipiuma.com/it/contatti/ Distribuzione: https://www.edizionipiuma.com/it/distribuzione/ Facebook: https://www.facebook.com/piumaedizioni
  6. Kikki

    Polipetto Filippo

    C’era una volta, sui fondali di un’isola vicina vicina, proprio quella lì che vedete in lontananza dietro gli scogli, un polipo mamma che viveva con i suoi polipetti. Mamma Polipa si spingeva sul fondo del mare scivolando da una roccia all’altra grazie ai grossi tentacoli. I polipetti facevano di tutto per starle dietro, ma i loro tentacoletti erano ancora troppo corti e loro finivano per ruzzolavano di qua e di là: si lasciavano catturare dalle correnti improvvise, si nascondevano in ogni buco, giocavano a nascondino tra le alghe, si infilavano dentro le conchiglie più grosse e bisticciavano tra di loro finendo ingarbugliati come gomitoli vecchi. Ogni giorno mamma Polipa insegnava qualcosa di nuovo: come cacciare, come nascondersi, come riconoscere un pericolo. Il giorno che toccò alla metamorfosi i polipetti avevano i tentacoli dritti dall’emozione: avrebbero imparato a cambiare colore per mimetizzarsi e diventare irriconoscibili. «Dai, mamma, andiamo,» gridavano i polipetti. «Io voglio diventare un granchio,» urlò polipetto Filippo. «Tu farai quello che ti si dice,» lo sgridò la mamma. «Impara a ubbidire se non vuoi finire in grossi guai!» Filippo attorcigliò tutti i tentacoli intorno alla testa come un turbante, cercando di di assomigliare a un’insalata di alghe. «Smettila di perdere tempo, Filippo.» Mamma Polipa non era facile da intenerire. «Tutti in fila. Seguitemi!» “Uffa,” pensò polipetto Filippo districando i tentacoli e staccando una ventosa che gli era rimasta incollata sul naso. «Mi becca tutte le volte.» I polipetti si misero in fila obbedienti a nuotare sul fondale senza toccarlo. La sabbia si sollevava appena al loro passaggio; imparare a fare le sogliole era stata la lezione più facile. Filippo, invece, saltava su e giù. I suoi tentacoli schizzavano da tutte le parti facendolo assomigliare a una giostra impazzita. Quello che lo affascinava di più era il tentacolo lungo, lo lasciava scivolare dietro di lui come un serpentello curioso e osservava la stradina che si disegnava nella sabbia. Nuotava guardando indietro mentre decorava la sabbia di ghirigori sempre più complicati. «Guarda, mamma, guarda!» Filippo si voltò tutto fiero del suo disegno, bello come una stella marina. Era proprio un polipetto artistico! Ma Filippo era rimasto solo nel mare blu. Mamma Polipa e i suoi fratelli erano scomparsi. Un muro di alghe si alzava scuro poco più avanti, fluttuava al ritmo della corrente in una danza che, d'improvviso, pareva minacciosa. «Mammaaa,» urlava Filippo e intanto un piccolo fiotto di inchiostro scuro gli scappava tra i tentacoli. «Mammaaa, fratelliii!» Niente, il mare era silenzioso e quieto. Troppo quieto. Filippo si bloccò di scatto e fece un mezzo giro su se stesso. Perché aveva l’impressione di essere osservato? Eppure lo sentiva: un pizzicorino leggero che gli scuoteva le ventose. Niente, il mare era immenso e vuoto. Troppo vuoto. Dove erano finiti tutti i pesci? Possibile che fosse finito in un angolo abbandonato e deserto? Cosa diceva sempre la mamma? «Se c’è un pericolo, l’unico modo per noi polipi di difenderci è trovare un rifugio e cambiare colore. Bisogna diventare invisibili, è chiaro?» “Chiarissimo,” pensò Filippo e con uno spruzzo più forte degli altri dal sifone si catapultò in mezzo alle alghe ondeggianti. Filippo non vedeva niente, le alghe gli facevano il solletico costringendolo a muoversi, il ché peggiorava la situazione. Non appena riuscì a tenere sotto controllo l’erbetta dispettosa sentì un rumore sconosciuto. Veniva da su, dal pelo dell’acqua, era un rombo sordo e continuo che si faceva mano a mano più intenso. «Qualcosa si avvicina,» balbettò il polipetto. «Ma cosa?» Senza nemmeno accorgersene si stava spingendo verso l’alto, se ne accorse solo quando si ritrovò allo scoperto fuori dal cespuglio che lo aveva nascosto fino a quell’istante. «Buongiorno, bel polipetto,» sibilò una voce alle sue spalle. «Aaah!» esclamò Filippo dalla paura e poi si voltò mentre i tre cuori battevano all’impazzata facendolo tremare come un pesce Torpedine. Due occhietti neri e strabici lo fissavano con interesse dai lati di un muso che aveva tutta l’aria di essere duro come una roccia. «E tu chi sei?» La curiosità di Filippo prendeva sempre il sopravvento su ogni cosa, in ogni situazione: prima la curiosità, poi arrivavano pensieri e ragionamenti. «Sono Morena, la murena.» «Io sono il polipo Filippo,» rispose il polipetto, ma nella sua testa continuava a risuonare la parola “murena”. Dove l’aveva già sentita? «Ti sei perso, Filippo?» chiese Morena scivolandogli accanto. «Posso aiutarti a ritrovare casa tua se vuoi. Conosco tutti i pesci e ogni singolo buco del nostro mare.» La proposta era stuzzicante, ma qualcosa disturbava Filippo che tratteneva a fatica il sifone che spingeva per aprirsi e inondare Morena di inchiostro nero e puzzolente. «Mmm, no, grazie,» disse Filippo molto educato. «Non mi sono perso, mamma è qui vicino, stiamo imparando a mimetizzarci.» Morena intanto nuotava intorno a lui, stringendo il cerchio sempre più, tanto che, a un certo punto, Filippo e la murena si trovarono faccia a faccia. Lei sorrise. Una bocca enorme piena di dentini aguzzi. Poi successero tante cose tutte insieme: Filippo gridò “murenaaa”, il sifone prese il comando dei suoi muscoli, si rilassò e macchiò il mare di fosche tenebre, il polipetto schizzò verso l’alto, Morena si mise a strillare che l’aveva accecata, il rombo sconosciuto divenne assordante e nel mare si sparse un fortissimo odore di granchio che fece venire l’acquolina in bocca a Filippo. Il rombo scomparve e il mare sprofondò in un silenzio profondo. Un’ombra nera si stagliava sopra di lui, e proprio da lì sembrava provenire quel profumo che gli faceva brontolare lo stomaco. Filippo rimase con i tentacoli spalancati, sorpreso di vedere dei granchietti ondeggianti nella corrente: di solito stavano sul fondale. I granchietti presero a ballonzolare e saltellare come se stessero facendo le prove per un nuovo ballo. Filippo li osservava affascinato, trascinato, ammaliato, stregato e affamato. Erano di certo la cosa migliore che gli era successa in tutta la giornata. Una fortunaccia da pochi trovarsi il pranzo pronto e servito sotto il naso e proprio il suo piatto preferito. Di solito stanno sul fondale... di solito stanno sul fondale... di solito stanno sul fondale… questa frase continuava a martellargli i cinquecento milioni di neuroni su e giù per i tentacoli dentro e fuori dalla testa. «Che ci fanno questi granchietti appesi a mezz’acqua?» Finalmente il cervello centrale era riuscito a stabilire un contatto sicuro con gli altri otto e aveva formulato una domanda alla quale Filippo doveva conoscere la risposta. Non fece in tempo a finire di formularla che la voce di mamma Polipa gli rimbalzò nella testa: «I pericoli maggiori per un polpo sono gli umani e le murene! Guardatevi dalle barche e controllate sempre un buco prima di infilarvici dentro.» Polipetto Filippo chiuse la bocca di scatto e ingoiò l’acquolina che precipitò nello stomaco vuoto con un sonoro splash. “È una barca piena di umani!” capì Polipetto Filippo, si girò un secondo prima di toccare i granchi e si diede una forte spinta verso il basso. «Per tutte le piovre degli abissi! C’è mancato poco,» sospirò e si mise in cerca della mamma. Poco più tardi, aiutato dall’altezza, riuscì a distinguere mamma Polipa e i fratellini: si stavano infilando in un canalone tempestato di anemoni colorate. Filippo li raggiunse con un sospiro di sollievo e si mise all’ultimo posto come se niente fosse. «Filippo, non rimanere indietro!» gridò mamma Polipa senza nemmeno girarsi. Il polipetto si diede una spinta, risalì tutta la fila e le si mise accanto. «Non mi muovo dal tuo fianco, mamma.»
  7. Aporema Edizioni

    Zinco e Piombo

    Zinco e Piombo di Paolo Bulzi e Maria Patelmo Aporema Edizioni 240 pagine ISBN versione cartacea 9788832144215 ISBN versione ebook 9788832144314 Prezzo versione cartacea: € 14,90 Prezzo versione Ebook: € 2,99 Prima Pubblicazione: marzo 2019 Link all'acquisto versione cartacea Link all'acquisto Ebook versione Kindle Link all'acquisto Ebook versione Epub Quarta di Copertina Una fattoria didattica che ospita una miniera abbandonata, una mummia dal ghigno sinistro, un antico tesoro scomparso nel medioevo, una strega che rapisce i bambini, pietre che sfidano la forza di gravità… Cosa hanno in comune tutti questi elementi? Il compito di scoprirlo spetta prima a Roman, un ragazzino minatore negli anni ‘40 del secolo scorso, e poi a Mauro, un intraprendente imprenditore del nuovo millennio, affiancato da Elisa, una curiosa ricercatrice storica. In un rompicapo di scatole cinesi si snodano le vicende dei tre protagonisti, che dovranno anche affrontare l’avidità di un boss senza scrupoli e dei suoi loschi tirapiedi.
  8. franciesmorrone_scrittore

    Annuncio di un Nuovo Romanzo

    Sono entusiasta di annunciare che il mio nuovo libro Il Ricordo Che Ho Di Te sarà disponibile nei negozi il 29 settembre! Il Ricordo Che Ho Di Te è la storia di Davis Northon, un Avvocato che torna a Charleston, nella Carolina del Sud, in seguito alla tragica morte di un suo caro amico. Il suo ritorno nella cittadina è inevitabile, ma ciò che Davis non sa e quanto il suo destino, e il corso della sua vita, stia per cambiare. Mi è davvero piaciuto scrivere questo libro e non vedo l'ora che lo leggiate tutti. Puoi preordinare la tua copia oggi da Amazon e Kobo.com, e scoprire di più sul libro sul mio sito web non appena saranno disponibili collegamenti ad altri rivenditori. Ultimo ma non meno importante, come iscritto alla mia mailing list, continuerai a ricevere aggiornamenti esclusivi su Il Ricordo Che Ho Di Te direttamente da me man mano che vengono annunciati.
  9. Kikki

    Linda e la montagna di fuoco - Erika Casali

    Titolo: Linda e la montagna di fuoco Autore: Erika Casali Casa editrice: Risma ISBN: 978-8831421010 Data di pubblicazione (o di uscita): 23 settembre 2020 Prezzo: (della versione cartacea) 16,00 euro Genere: avventura/ ragazzi Pagine: 160 Quarta di copertina o estratto del libro: Linda non vede l'ora di trascorrere l'estate sulla soleggiata isola greca dove torna ogni anno: i suoi genitori gestiscono un ristorante e lei può stare con la sorellina Aretì insieme ai nonni, godendosi il mare e le tante leggende che le vengono raccontate. Ma le vacanze prendono una piega inaspettata quando uno di questi miti prende vita e un misterioso popolo che vive nel sottosuolo rapisce Aretì. In una Grecia molto distante dai panorami idilliaci da cartolina, Linda dovrà abbandonare ogni paura e senso di colpa, e addentrarsi nelle viscere della terra, fino all'oscuro regno dei Kalikatzari, per salvare sua sorella ed evitare il compiersi di un'antica profezia. Link all'acquisto: Link amazon Link Risma
  10. Leorio27

    Gate of Souls - consigli e pareri

    Salve a tutti, Sono da poco iscritto nel forum quindi mi scuso se questa non e' la sezione giusta. Sono anni che poco a poco sto scrivendo un racconto nato da una piccola idea che man mano e' cresciuta nella mia testa e adesso mi ritrovo ad aver scritto quasi 400 pagine. Ho il grande desiderio di completarlo per pubblicarlo ma non ritengo di avere le competenze adeguate. Lascio qui sotto un po' di trama della storia e spero che qualcuno possa darmi un consiglio e se l'idea vale. Inoltre se c'e' qualcuno con piu' esperienza di me interessato alla trama non esiti a contattarmi per una possibile collaborazione. " Prima legge della fisica nulla si crea nulla si distrugge. tutto muta, la matera è in trasformazione...e se fosse così anche per l'anima? L'uomo vive numerose volte senza ricordare le vite passate ne è consapevole delle vite future. Nasce cresce e muore secondo il cilco naturale degli esseri viventi. Nel limbo tra la morte e la nascita l'anima carica di esperienze della vita passata si trasforma, viene purificatra per poi nascere di nuovo e vivere una nuova esisteza. A volte però per motivi sconosciuti, l'anima impregnata della vita precedente non viene purificata e ritorna a vivere in un nuovo corpo...il bambino che nascerà sarà consapevole, l'anomalia potrà vedere il ciclo...il cerchio "imperfetto" dell'universo. deja vu non è solo una sensazione, uno scherzo giocatoci dal nostro cervello, è l'attuarsi dell'anomalia, sono i ricordi della vita passata che vengono fuori dopo essere stati assopiti per tanto tempo. Questo capita quando ci si trova per coincidenza a vivere la stessa situazione, a provare la stessa emozione che è stata già provata in precedenza.... ma in un'altra vita. Col passare degli anni le anime anomale diventarono più frequenti, "i reincarnati" si riunirono e formarono un ordine con lo scopo di trovare ogni loro simile che sarebbe nato sulla terra per istruirsi amplificare il dono, assorbire le esperienze passate elevarsi per ricevere la conoscenza di centinaia di vite concentrate in pochi uomini. Tutto questo per scorgere un frammento del meccanismo e rispondere alla suprema domanda "perchè esistiamo?" e arrivare all'orginie, l'anomalia che fa cadere l'infallibile legge della dinamica, la creazione della materia. Un altro ordine però naque, il Deus rex, con scopi ben diversi...dominare. Sentendosi dei sulla terra vogliono ad ogni costo elevarsi e prendere il posto che gli spetta usando il potere del Gate of Souls. -ti sei mai chiesto dove vanno i ricordi? e dove va tutta l'esperienza delle anime purificate? se la materia non si crea ne si distrugge esiste un posto dove vanno i ricordi di milioni di vite? Questo posto esiste, un potere inimaginabile, un'esperienza quasi infinita al limite dell'onniscenza che nelle mani sbagliate potrebbe causare la fine dell'universo. Questo posto si trova dietro il Gate of Souls, il cancello delle anime.- Il racconto si basa sulla storia di un ragazzo di nome Aaron, trasferitosi a Londra per iniziare una nuova vita. Da quando e' li' pero', e' tormentato da incubi ogni notte che lo portano a svegliarsi nel cuore della notte senza ricordare niente dei suoi sogni. Anche se la cosa e' molto strana non gli da importanza e continua la sua vita, fino a che una sera tornando da lavoro viene aggredito e perde conoscenza. Scopre al suo risveglio che era stato salvato dallo stesso uomo che lo stava seguendo da quando era a Londra, gli racconta che era stato aggredito dagli uomini dell'ordine Deus Rex e del loro interesse a reclutarlo. Infine gli offre una veritá sconcertante e la libertà di scegliere se fidarsi di lui e unirsi ai reincarnati." Vi ringrazio per l'attenzione, spero che dagli spunti dati si possa intravedere il potenziale, i concetti esperessi sono stati solo lo spunto per lo sviluppo della storia. Grazie in anticipo per qualsiasi commento
  11. Ezbereth

    Frammenti di Amir

    Fino a
    LUCCA CITTÀ' DI CARTA, 28 agosto 2020 ore 21,30. Evento Gratuito, prenotazione necessaria all'email: eventi@luccacittadicarta.it
  12. Kikki

    Morte di sera, bel tempo di spera

    Mi chiamo Morte e la cosa che amo di più è la vita. La tua. La sua. Prima o poi saranno mie, ma non te la prendere, eh, è il mio lavoro. Il mio lavoro mi piace, tutti dobbiamo averne uno se vogliamo mangiare e a me è toccato questo. Ha i suoi alti e i suoi bassi, dipende anche dal mio umore. Quando non ho nessuna voglia di uscire dal letto, ma mi tocca per forza andare a lavorare, stai sicuro che prenderò la forma di uno scheletraccio vecchio e giallo e mi trascinerò in giro la mia falce preferita, bella grossa e rilucente, così scintillante che ti ci puoi specchiare. Se invece mi sveglio arzilla, allora salto giù dal letto, prendo le forme di una bambina con le trecce lunghe o di un gattone dai baffi dritti come antenne e me ne vado zompettando per il mondo, da un lavoro all’altro. Oggi è una giornata così, una di quelle in cui i problemi non si risolvono nemmeno a pregarli, anzi, si complicano sempre di più, hai presente? Una di quelle giornate stanche in cui ti sei trascinato da un “devo fare questo” a un “devo fare quello”, finché non hai deciso che non ne puoi proprio più di provare e riprovare a far funzionare le cose. «E di chi pensi che sia la colpa?» «Stai zitto tu che non sei migliore di me!» «Se ti decidessi a fare la Morte tutta d’un pezzo...» «Zitto ho detto!» «E invece piagnucoli come un essere umano.» «Zitto!» Infilo un dito dentro la mia orbita destra e frugo finché non trovo Verme Verde e gli do un cricco che lo fa rimbalzare sull’osso occipitale. Vado a casa a spaparanzarmi sul divano e nessuno mi tirerà più fuori di casa fino alla prossima guerra, che si arrangino. Lo so che Verme Verde ha ragione, questa mattina c’è davvero mancato poco che cedessi. Appena sono comparso nel suo salotto si è buttato a terra in ginocchio. «Ti prego, abbi pietà di me!» Non ha fatto altro che piagnucolare e implorarmi. «Regalami la mia vita, ti prego!» Ma come dovrei fare io? Non mi chiamo Morte per caso. «Per favore, per favore,» diceva quello strisciando sul pavimento tra le patatine untuose sparse ovunque. Devi ammettere che una scena del genere piegherebbe il più cattivo dei cattivi, il più perfido dei perfidi. Farebbe venire sensi di colpa e ripensamenti a chiunque; figurati a me che ho la lacrima facile! «Per favore, per favore, ho ancora tante cose da fare nella vita!» «Mi prometti che la smetterai di stare tutto il tempo davanti a uno schermo?» «Lo prometto, lo prometto,» squittiva il tizio in ginocchio tra le patatine crocchianti. «Mi prometti che farai ginnastica tutti i giorni e mangerai sano?» «Lo prometto, lo prometto,» piagnucolava il tizio e mentre piagnucola cosa fa? Si infila una manciata di patatine spiaccicate in tasca. Non sopporto chi cerca di fregarmi. L’ho lasciato stecchito tra le sue amate patatine, così impara a sbafarsi tutta quella roba. So io quello che mi ci vuole per tirarmi su: pop corn e una serie. Anzi, mi guardo tutta l’ultima stagione di Dark, dalla prima all’ultima puntata. Sì, sì, sì, me ne vado a casa cascasse il mondo… Chi piange? Lo riconoscerei tra mille lamenti: questo è il tipico singhiozzo da perdita fresca, la disperazione di una dipartita improvvisa. Roba di prima qualità, se avessi un cuore salterebbe di orrida gioia. Però, aspetta un momento, oggi non ho avuto appuntamenti in questa strada, ne sono certa, fammi dare un’occhiata all’agenda che la memoria non è più come quella di una volta. Per la morte di un pidocchio secco! Avevo ragione: non sono stata qui né oggi né da un bel po’, anzi, sarebbe proprio ora che venissi a farci un giretto. Allora, qualcuno mi sta rubando il lavoro! Penso al mio divano verde, grande come un transatlantico, penso alla mia ciotola formato gigante da riempire di pop corn. Sento Verme Verde che sospira e uno sbuffo mi fa solletico all’orbita sinistra. Se me ne andassi dritto a casa e fingessi di non aver sentito niente, magari nessuno se ne accorgerebbe agli Uffici Funerari Centrali. «Sogna, bella!» ridacchia Verme Verme. «Quelli hanno occhi ovunque. Facciamo prima ad andare a vedere.» «Hai ragione V.V.» «E non chiamarmi V.V., lo sai che lo odio!» Infilo un dito nell’orbita destra per dare un cricco a V.V., ma lui è più veloce di me e mi da un morso fortissimo. «Ahio, restituiscimi immediatamente la falange distale!» Verme Verde sputa il mio ossicino fuori dalle cavità nasali, lo afferro al volo e lo rimetto al suo posto. Lascio che le mie braccia si allunghino in ali e si ricoprano di piume nere, poi mi faccio una volatina di ricognizione: sotto l’albero di un giardino, un bambino piange su della terra smossa. Vuoi vedere che gli hanno fatto fuori i genitori. Deve essere un decesso gemellare per una fontana di questa portata. Ma se non glieli ho fatti fuori io, chi è stato? Urge un’indagine accurata. Plano verso il basso e non appena tocco terra mi spuntano due trecce nere complete di fiocchetto rosso finale. «Perché piangi, bambino?» «Ciuffo è andato in cielo.» Non fa in tempo a finire di dirlo che sta già annaffiando di nuovo il giardino con quella riserva infinita di lacrime che ha nascosto da qualche parte. Finirà disidratato se continua così, ma sento già un pizzicorino dalle parti dei dotti lacrimali che non ho: se li avessi farei proprio la figura della Morte rammollita. Alzo lo sguardo verso la chioma dell’albero e verso le nuvole che giocano a nascondino con il sole: di Ciuffo neanche l’ombra. «Chi è Ciuffo?» Il bambino tira su col naso con un rumore da lavandino intasato; se avessi uno stomaco starebbe facendo capriole e salti mortali all’indietro. «Ciuffo è il mio cane,» mi spiega il bambino. «Ieri mattina quando sono andato a scuola c’era e poi quando sono tornato non c’era più.» «E come fa un cane ad andare in cielo?» Spunteranno le ali pure ai cani? Bah, non l’ho mai sentita questa, ma si sa che con le invenzioni di oggigiorno... «Mamma dice che quando qualcuno è molto vecchio e stanco a un certo punto va in cielo e noi non possiamo vederlo più.» Nuovo fiume di lacrime, nuovo risucchio di naso, di quelli che ti fanno diventare verdi. Torno a scrutare il cielo pieno di dubbi, poi capisco. Sono un po’ lento lo so, ma anche il ragazzino non è che parli chiaro e io alle metafore ho bisogno di pensarci. «Stai cercando di dirmi che Ciuffo è morto insomma, defunto, deceduto, kaputt, andato?» Al bambino trema il mento e i suoi occhi tornano a riempirsi di lacrime, ma riesce a non farle traboccare. «La morte è schifosa.» Devo ammettere che ne ho sentite di peggio, ma nessuna è mai stata pronunciata con una sincerità così tagliente. Io prendo chi devo, questo è il mio lavoro, che ci posso fare? Di solito sono vecchi contenti di vedermi, mi aspettano e saltellano dal sollievo mentre mi avvicino. Altre volte sono giovani e non hanno nessuna voglia di conoscermi. Mi tocca ascoltare lunghi discorsi sul perché e sul percome dovrei girarmi dall’altra parte e tornare un’altra volta, anzi, magari non tornare proprio più. Ascolto impaziente mentre dentro di me faccio la lista della spesa o penso che mi piacerebbe andare al mare a mettere i piedi tra le onde, poi quando non c’è più tempo, acciuffo i perditempo e me li porto via. Alcuni mi chiamano, ma io non rispondo. Altri hanno paura di me e allora li prendo alle spalle, così non se ne accorgono. Non vengo a comando, vengo solo al momento giusto. Da me non si scappa, arrivo di sera, di mattina, con il sole e con la pioggia. Qualche volta mi faccio annunciare, altre volte colgo di sorpresa. «Come ti chiami?» «Tomer.» «Oh, che nome divertente che hai!» Mi sporgo in avanti per osservare il bambino più da vicino. L’avrà fatto fuori lui Ciuffo? Con un nome del genere potrebbe essere una spia del Ministero della Morte Annunciata. Mentre lo squadro una treccia mi scivola giù dalla spalla e gli sbatte sulla testa. In un secondo ho ripreso le mie sembianze di scheletraccio giallo, cappa nera, orbite vuote e falce in pugno. Quel che ci vuole per un bambino in lacrime su una tomba fresca. V.V. sbuffa così forte che dentro al cranio sento la eco. «Sei tu!» Tomer non scappa urlando come una scimmia impazzita, non salta come un coniglio col singhiozzo e nemmeno cade a terra come un mucchio di stracci sporchi. Mi fissa curioso e immobile. Dopo qualche secondo comincio a sentirmi a disagio. Perdo sempre quando si gioca a chi ride prima e infatti, come al solito, mi scappa una risatella che si trasforma in una sghignazzata. Più cerco di rimandarla indietro e più forte esce. Mi volto dall’altra parte e lascio uscire tutte le risate che mi si sono accumulate tra le giunture, torno a guardare Tomer solo quando sono sicura di aver ridacchiato a sufficienza. «Sei tu, la morte schifosa.» Mi punta contro un dito e mi faccio indietro, neanche avesse sfoderato una spada laser. «Piano con le parole, ragazzino.» Lo dico e sbatto la falce a terra, qualche foglia dell’albero ci cade sulla testa in risposta. «Morte è il mio nome, ma non sono affatto schifosa. Sono inevitabile, però.» «Ti odio,» sputa Tomer con l’aria da assassino professionista. «Ciuffo era l’unico amico che avevo.» L’assassino si scioglie in un oceano di lacrime, di nuovo, finirà rinsecchito come una mummia se continua così. Di nuovo sento un pizzicorino dalle parti dei dotti lacrimali. «Dai, vieni qua, Tomer.» Torno a prendere la faccia e il corpo della bambina con le trecce e lo abbraccio. «Di Ciuffo è scomparsa solo la parte meno importante, sai. Ci sono ancora i ricordi, i sentimenti e tutto quello che ha fatto nella vita.» Tomer alza lo sguardo, tira su dal naso un paio di volte e poi se lo soffia nella mia cappa nera lasciando una scia viscida e fosforescente come se fosse passato un esercito di lumache. «Chi rimane ha il compito di non dimenticare, chi se ne va ha il compito di aver fatto del suo meglio fino al mio arrivo. Ognuno ha il proprio lavoro, vedi?» «Ciuffo era il cane migliore di tutti, veniva insieme a me da tutte le parti.» «Tutte tutte?» «Tutte.» «Anche in bagno?» «Anche in bagno.» Rabbrividisco: se potessi fare pipì non vorrei mai un cane che sta a guardarmi. Anche se devo ammettere che lo capisco Tomer, se V.V. scomparisse… «Smettila di fare il sentimentale. Scopri come è morto il cagnaccio e andiamocene a casa!» «Ascolta, Tomer, Ciuffo...» «Adesso sarò solo, tutto per colpa tua, Morte schifosa!» Mi viene un nervoso, ma un nervoso quando mi dicono schifosa, peggio che altre parolacce. Mi fa pensare al gelato sciolto, al catarro giallo e verde e alle guance rosate di un neonato. Rivoltante. «Sarò pure schifosa come dici tu, ma ci hai mai pensato che cosa succederebbe se io non lo fossi?» Tomer rimane perplesso e sembra pensarci per davvero. Passano i secondi e lui continua a scrutarmi come se all’improvviso dovesse uscirmi la risposta scritta in fronte. Spero che V.V. se ne stia buono e non faccia una delle sue scenette da divo. Come ti ho già detto, io al gioco di chi ride prima non me la cavo proprio e così ricomincio a ridacchiare. «Oh, insomma, non farmi ridere. Se io fossi carina e gentile finirebbe che tutti si butterebbero tra le mie braccia, persino tu.» Tomer si ritrae schifato, tenendo le mani in alto come se fossero piene di fango. «Esatto, non ti piace molto l’idea, eh?! Se io fossi fresca come il mare e divertente come il Luna Park, il mio lavoro diventerebbe facile come mangiare un pasticcio di ragni. E invece no, sono alta e invalicabile come l’Himalaya, creo problemi a tutti e me ne frego di quello che dice la gente. Non ascolto nessuno e vado avanti per la mia strada.» Questo, almeno, è quello che cerco di fare da qualche milione di anni. «Ma scusa, Morte, se non ti va di lavorare perché non la smetti? Non credo che qualcuno si lamenterebbe.» «Non ho sempre voglia di lavorare, figurati, qualche volta vorrei starmene per i fatti miei senza vedere nessuno. Una volta sono andata in vacanza, mi ero proprio rotta le scatole di farmi insultare, nessuno apprezza mai quello che faccio. Ogni tanto serve un piccolo complimentuccio, una rassicurazioncella, un incoraggiamentino, capisci?» Tomer fa su e giù con la testa e si spazza il naso con la sua di manica questa volta. «Sei andata al mare?» Annuisco. «Al Triangolo maledetto, ma è stato un vero casino.» Mi copro la bocca con la mano, non sono abituata a parlare con i bambini. «E gli uomini non erano contenti?» «All’inizio erano felicissimi, ma sai cosa succede se io non lavoro?» Tomer scuote la testa. Come potrebbe saperlo, l’ultima volta che sono stata in vacanza c’era ancora Tutankhamon! «Che la gente non si diverte più. Fare festa li annoiava perché nessuno più gli diceva che era ora di smettere.» «Non potresti far rivivere Ciuffo? Solo per questa volta, ti giuro che non ti chiederò mai più niente.» Sbuffo, sono proprio tutti uguali questi esseri umani, non importa nemmeno la misura: grandi o piccoli dicono tutti le stesse sciocchezze. «Insomma, Tomer, non hai capito niente della mia storia?» «Tu fai solo morire e non riporti in vita nessuno?» Il mento del bambino torna a tremare e i suoi occhi a riempirsi di lacrime trasparenti. «Lascia perdere, dai, vedrai che quando smetterai di piangere, ti ricorderai solo cose belle del tuo cane.» Tomer appoggia una mano a terra e poi una su di me. «Sei una Morte schifosa.» Mi spinge, cado e sbatto le ossa su una pietra appuntita. Ahio, che male. Intanto Tomer se la dà a gambe verso casa, neanche avesse la Morte alle calcagna. Non riesco a resistere e ridacchio di nuovo. Poi mi ricordo della tomba di Ciuffo. «Riposati cagnolone, me ne vado a casa a guardare Dark, me lo sono proprio meritato. Della tua morte fuori programma me ne occuperò domani.»
  13. Kasimiro

    La puntura

    «Ho paura della puntura». «Non sentirà nulla». «Ho paura della puntura». «Si stenda e chiuda gli occhi». «Ho paura della puntura». «Fatta». «Ho paura della puntura». «Arrivederci». «Come?» «Può andare. Visto? Non se n'è neanche accorto». «Me ne sono accorto eccome!» «Mi dica allora, dove l'ho fatta». «Che domanda! Con i pantaloni abbassati, dove vuole che me l'abbia fatta?» «A volte l'apparenza inganna». «Non scherziamo». «Già». «Quindi? L'ha fatta lì?» «Verifichi da solo». «E come faccio? Ho anche il torcicollo». «Si faccia fare la foto di un primo piano». «Eh sì, e da chi? Aspetti, potrei uscire in strada e al primo passante tirare giù le braghe e dirgli: Scusi? Potrebbe verificare che ci sia un puntino rosso sul sedere, indice di un'iniezione che il dottore dice di non averla fatta in quel punto, mentre io sostengo il contrario perché ho avvertito un dolore crescente mentre sentivo penetrarmi il liquido di quel cavolo di vaccino?» «Bene, mi faccia sapere come va a finire». «Io non me ne vado finché non mi dice dove ha fatto la puntura, anche se sono convinto che me l'ha fatta sul sedere». «Guardi che i vaccini sul gluteo non si fanno neanche ai bambini». «Allora perché mi ha fatto tirare giù i pantaloni?» «Per distrarla, era così terrorizzato che se le dicevo che la facevo nel braccio, lo avrebbe irrigidito come un pezzo di legno, con la certezza di spezzare l'ago». «Infatti! È stato il mio secondo sospetto. Ecco cos'era quel male al lato destro». «Peccato che l'ho fatta al sinistro». «Perché devo subire questo martirio, io neanche ci voglio andare in India: non sopporto il curry. Sarei andato in un placido laghetto in Svizzera». «Chi la obbliga?» «Indovini...» «Per oggi abbiamo finito». «Per oggi?» «Dovrà fare un richiamo fra qualche mese». «Cioè?» «Qualcosa di simile a quello che abbiamo fatto poco fa». «È proprio necessario?» «Se non lo farà, renderà vana questa iniezione». «Ma se parto fra 15 giorni, vuol dire che non avrà effetto finché non si farà il richiamo?» «L'effetto ce l'ha, ma non è duraturo». “Non importa. Non credo che tornerò più in certi posti.” «Ho sentito altri dire così, poi, dopo il primo viaggio non hanno più smesso». «Devo confidarle che non è il curry, ma un'angoscia e un disagio insopportabile che potrei avere di fronte a uno storpio, un lebbroso, un moribondo. Già mi turba un mendicante al semaforo. Vederne a migliaia tutti insieme, temo di non poter reggere a l'impatto emotivo». «Una volta che sarà lì, le apparirà tutto normale, come vedere un cane a passeggio, o le persone in fila alla cassa di un centro commerciale». «Ho dei dubbi». «Ci sono passato anch'io... dall'India». «Com'era?» «Difficile descriverla con poche parole, le dico solo che ci sono rimasto un po' di più delle due settimane previste». «Perché?» «Festa ogni giorno, giornate senza tempo, il fascino per la meditazione, lo yoga, il the...le solite cose che si fanno da giovani». «Le solite cose? A me non sarebbero mai venute in mente». «Capisco, alcune stagioni passano e non ritornano. Perché ha così paura delle punture?» «Per anni, da piccolo, ne ho subito il dolore, che si perpetrava una volta a settimana. Una polverina bianca che veniva sciolta e iniettata da una antipatica anziana vicina di casa». «La vecchia cara penicillina. La scoperta che ha cambiato il mondo, nata per caso da una muffa. Un antibiotico sempre efficace, naturale, senza un gran effetto collaterale». «E il dolore? Aggiunto al trauma psicologico di un bambino, che se lo deve trascinare per tutta la vita?» «Già, ma questo non è contemplato dalla medicina, almeno da quella occidentale». «Mi davano ogni volta una macchinina, il mio giocattolo preferito, per convincermi tra le lacrime a farmi bucare il sedere. Piccoli modellini in metallo che facevo correre per tutta la casa prima di essere infilati in due sacchi di juta e finire a un mercatino di solidarietà». «Suppongo che il suo sogno non sia stato quello di fare l'anestesista». «Supponga pure... però ho fatto qualcosa che non avrei mai immaginato. Ripensandoci, non so dove abbia trovato il coraggio». «Sono a tutto orecchi». «Durante una vacanza in una località montana, incontrai un gatto magrissimo, con gli occhi incrostati e quasi chiusi, un pessimo segnale. Stava seduto in attesa dell'ormai vicino momento del trapasso, sereno. Non mangiava e non beveva. Lo presi in braccio, era pelle e ossa e lo portai dal primo veterinario possibile, a più di un'ora di macchina, oltre alla mezz'ora a piedi per raggiungere l'auto. Il medico sospettò una grave forma di gastroenterite, molto pericolosa. Fece subito una quantità massiccia di antibiotico, avvertendomi che poteva non superare la notte. Mi diede un'altra dose, proponendomi, nel caso di buona sorte, di farla io il giorno dopo, visti i suoi numerosi impegni, insieme a razioni di vitamine e flebo; il tutto tramite iniezione. Mi illustrò il gesto da compiere mentre angosciato e con gli occhi sbarrati osservavo. Un'azione decisa, senza esitazione: tirare la pelle in fuori, infilare l'ago, dopo averne fatto fuoriuscire un po' di liquido e iniettare con moderata, costante spinta del pollice, tutto il liquido all'interno del corpo. L'indomani, dopo averlo vegliato tutta notte, il gatto, anzi la gatta, era ancora viva. Preparai tutto l'occorrente: siringhe, flaconi, disinfettante, su un panno, come fossimo in una sala operatoria; sudavo freddo mentre con la siringa in mano mi accingevo all'operazione. Sollevai una parte della pelle e tentai di infilzare l'ago...ma con la delicatezza di una carezza: non entrò neanche di un millimetro. “Non ce la posso fare; sì che ce la puoi fare” mi suggeriva una voce da dentro. Riprovai senza pensarci e zac: l'ago penetrò perfettamente superando con una lieve resistenza lo strato di pelle e scivolando dolcemente nella zona sottocutanea. Il liquido che penetrava fu come una liberazione. Quella puntura è stata la prova più dura della mia vita, fino ad allora. La gatta, giorno dopo giorno, riprendeva forza. Ora vive felice nel giardino di casa». «Che strano, qualcosa di simile mi è successo con i bambini di Kolkata: riacciuffati prima della fine di quella notte che ha descritto, ma in molti, si sono fermati lì». «Che posto è Kolkata?» «Forse al mondo è più conosciuta con il nome anglicizzato di Calcutta, che ha deciso di riprendersi l'appellativo nella lingua locale bengalese. Anch'io ero in vacanza... il problema è che ero anche fresco di laurea in medicina. E se ne aiuti uno, te ne ritrovi dieci; se ne aiuti dieci, ne arrivano cento...caso o destino?» «Forse tutti e due». «Già, come quella ragazzina, figlia di manovali, che un'estate andò a fare un corso d'inglese a Cambridge; conobbe un ragazzo in un pub, all'insaputa della sua vera identità; qualche tempo dopo si ritrovò sposa in India, che non lascerà più, in un matrimonio da Mille e una Notte con il figlio del primo ministro. Divenne poi, una delle donne più influenti del mondo». «Che storia è?» «Quando ritorna gliela racconto». «Ci penserò». «Ha tutto il tempo. E se non la rivedrò, potrebbe venirmi qualche sospetto...buon viaggio»
  14. Kikki

    Favole e miti di Alonnisos - Erika Casali

    Titolo: Favole e miti di Alonnisos Autore: Athanasios Pappos ed Erika Casali Collana: Infanzia e apprendimento Casa editrice: WriteUp Site ISBN: 9788885629196 Data di pubblicazione (o di uscita): 1 maggio 2020 Prezzo: cartaceo 16,00 Genere: fiabe Pagine: 144 Quarta di copertina o estratto del libro: C’era una volta Iannakis, l’eroe greco per eccellenza: povero, buono, ingenuo e pieno di risorse, conquista re e principesse, sconfigge draghi e affronta prove sovrumane per trarre in salvo la Bellissima. E poi Maro, Pastadimandorle, i kalikatzari, il battibastone e i dodici mesi. Cani, gatti, capre, maiali e addirittura galline e formiche rivelano un’identità diversa da quella che conosciamo, unendo la magia alla saggezza. Come un novello Calvino alle prese con le Fiabe italiane, Pappos ha per anni raccolto dalla viva voce degli anziani della splendida Alonnisos le favole più antiche, a volte varianti spettacolari e inconsuete di tradizioni più famose, a volte versioni uniche e splendenti proprie dell’isola. Eppure, tutte simili nell’accompagnarci all’anelato "E vissero felici e contenti". Link all'acquisto: Link amazon per l'acquisto Link ibs per l'acquisto
  15. Kikki

    Il bosco, il pazzo e il bradipo

    L’odore di terra è così intenso che mi sembra di avere la testa dentro un buco, le cicale friniscono furiose e il calore sulla pelle è pesante come un macigno. Oltre alle cicale non sento altro. Sono andati via. Apro gli occhi senza muovere un muscolo, sopra di me si apre un triangolo di cielo circondato dai rami scuri. Gli aghi di pino mi pungono la pelle attraverso il costume e la maglia di cotone. Fanno il solletico. Piego piano le dita delle mani e dei piedi, scricchiolano come vetri rotti, ma sembrano intere; mi rendo conto di aver perso le ciabatte. Giro la testa per cercarle, ma vedo le stelle dal dolore. Una guancia e le labbra pulsano bagnate come una lampadina in fin di vita. Non sono riuscito a difendermi nemmeno questa volta. Fra e Ste sono saliti dalla spiaggia correndo tra gli alberi. «L’ha ucciso il padre di Pietro,» ha detto Fra. «L’ha buttato in mare e quello è affogato.» «Affogato morto?» ha chiesto Stefano. «Conosci qualcuno affogato e vivo, scemo?» «Mica hanno trovato il corpo». «Lo sta cercando tutta l’isola, ma lo troveremo prima noi, e manderemo Michele in prigione!» risponde Fra. Mi ha tradito la maglia rossa che avevo infilato in cintura. Nascosto sotto il corbezzolo li ho guardati aggirarsi alla ricerca di qualcosa. Hanno trovato me, pietrificato tra le foglie e con il cuore che batteva tanto forte da farmi scorrere litri di sudore ghiacciato sotto le ascelle. Nel tempo di un sogghigno mi hanno portato via la maglia. Quando ho tirato su i pugni hanno riso più forte e mi sono venuti addosso. Non c’era bisogno di picchiarmi in due, mi avrebbe atterrato anche uno solo; perché sono grasso, sono un ciccione schifoso e lento. Un bradipo ciccione, dice Fra. Mi alzo a sedere lento come il nonno e gli aghi mi infilzano come fossi su un filo spinato. Alzati, Pietro. Lo ripeto mille volte in testa finché la voce mi esce in un sussurro che diventa un grido. Ma non ci riesco. Tanto, a cosa servirebbe? L’unica cosa che prova che mio padre non è un assassino è perduta e i bradipi ciccioni non recuperano ciò che gli viene rubato perché sono dei buoni a nulla. Piango forte, la ciccia trema e le lacrime si confondono con il sudore. Papà verrà buttato in prigione, se avessi portato la maglia questa volta mi avrebbe detto bravo. Torno a sentire le grida di papà, rivedo la sagoma lunga e nera che si butta in mare dalla barca di Stelio, si avvicina con poche bracciate a quella di papà e cerca di salire. La barca si inclina verso l’acqua, papà barcolla, la sagoma diventa un mezzobusto coperto da una maglia rossa con un surfista bianco mentre cerca di issarsi a bordo. Papà si raddrizza e stacca con forza le mani della sagoma dal bordo della barca. La sagoma sparisce sott’acqua, riemerge e urla che papà lo ha ucciso, poi scompare a nuoto oltre l’imboccatura del porto. Mio padre non è una persona gentile, fa piangere spesso mamma e me. Ieri sera, quando ha sbattuto la porta di casa, sono andato a consolare mamma che singhiozzava piano rannicchiata nell’angolo dove finisce ogni litigata. Ma lei mi ha dato uno schiaffo, così ho sbattuto la porta anche io. Quando sono arrivato al porto, papà era già sulla Nina pronto per uscire a pescare, ho sentito che urlava qualcosa a un tizio sulla barca di Stelio, ma che non era lui. Troppo alto e magro, troppi capelli e vestito da giovane. Tiro giù la maglia che la mia pancia sporgente spinge su. Non l’ha ucciso, ma quello è scomparso, mio padre è l’ultimo ad averlo visto e Fra dice a tutti che è un assassino. Mi lascio cadere all’indietro e una pietra mi graffia la schiena: se potessi trovare quel ragazzo prima degli altri. C’è profumo di resina appiccicosa e di terra secca e calda. Alla fine mi decido, anche i bradipi si muovono, e anche i ciccioni. Scendo verso la spiaggia tagliando tra gli alberi; di cosa ha bisogno uno che esce dal mare dopo aver nuotato tanto? Ma poi, come si fa a sapere che ha nuotato tanto? Io avrei sete da morire, fame di sicuro, e sonno. Dove andrei se fossi uno straniero che conosce poco l’isola? Il bosco di solito mi protegge, mi nasconde, invece oggi gli alberi scricchiolano come se volessero segnalare la mia presenza a qualcuno; si sta alzando il vento. Mi guardo in giro cercando di ignorare le grida del legno. Se il ragazzo ha continuato a nuotare nella direzione in cui l’ho visto andare, potrebbe essere arrivato alla spiaggia qui sotto. Come si scompare in un’isola piccola come la nostra? Una nuvola cancella il sole e abbassa la luce, l’aria diventa pesante di umidità trattenuta, le cicale ammutoliscono come se fossero morte tutte nello stesso istante. È tutto silenzioso e immobile. Mi chiedo se quel tizio sia affogato come dice Fra. Com’è un morto affogato? Com’è un morto in generale? «Se è affogato non può essere nel bosco!» Lo ripeto mentre muovo i piedi piano per non far scricchiolare niente, lo sguardo che corre di qua e di là; le cicale ripartono tutte insieme e mi sparano il cuore nello stomaco e poi dritto nelle orecchie. Il sole ancora non si vede e l’aria mi si appiccica alla pelle come miele. Se il ragazzo è uscito dal mare è passato per forza dal bosco. Sudo così tanto che sono bagnato come se avessi nuotato vestito. Mi appoggio a ogni albero ala ricerca di fiato, poco dopo ho le mani impastate di resina e corteccia; mi fermo per spazzarmele sui pantaloncini e la vedo. La casa dei tedeschi! Ecco dove potrebbe essersi nascosto. La casa è vuota quest’anno. I tedeschi di solito arrivano in primavera e ripartono a Natale, non parlano con nessuno e non sorridono mai, stanno sempre chiusi nella loro proprietà, nessuno li conosce davvero. Si dice che lei sia una pittrice pazza e che abbiano una cantina strapiena di tesori nazisti. È deciso. La casa: è a pochi metri dalla spiaggia, ma ancora in mezzo al bosco. Se non fosse per i tedeschi sarebbe la casa dei miei sogni. In quel momento sento delle voci provenire dal mare, mi piego e mi nascondo dietro al corbezzolo. «Se quello ha nuotato tutta la notte deve essere qui per forza,» sta gridando Fre. «Vai a guardare nella grotta.» «Tu dove vai?» «Controllo di nuovo la spiaggia.» «La spiaggia è vuota si vede benissimo anche da qua.» «Vacci tu nella grotta, la spiaggia la controllo io.» «hai paura?!» «Ce l’hai tu paura, scemo, se no ci andavi subito nella grotta.» «E allora ci vado, sai che ci vuole.» Non ci avevo nemmeno pensato alla grotta. Ma se uno esce dal mare tutto bagnato, stanco, con sete, fame e sonno, dove va? In una grotta o in una casa disabitata? Gli altri gironzolano per la spiaggia, Fra è scomparso dietro gli alberi, sicuro che è già entrato perché Stefano si butta in mare. Mi giro e cammino veloce verso il muro di pietra della casa, mi arriva al petto. Mi arrampico e lo scavalco e giuro che inizierò a fare ginnastica. Mi asciugo il sudore dalla faccia e corro verso la casa senza pensarci. Se ci penso torno indietro. Mi attacco alla parete sotto il terrazzo e guardo verso l’alto. Le cicale si azzittiscono di nuovo e il mio cuore le segue, ripartono loro e riparte pure lui. Qualcosa scivola freddo sui miei piedi. Volto lo sguardo verso il basso con lentezza. Il rubinetto del giardino sgocciola, è stato chiuso male. Butto un’occhiata alla spiaggia; Ste galleggia ancora facendo il morto. Di Fra non c’è traccia, cosa sta facendo tutto questo tempo dentro una caverna grande come camera mia? Mi stacco dal muro, mi infilo tra le piante della recinzione e guardo giù. Fra corre fuori dalla grotta. Dalla paura cado a sedere per terra. «Vieni a vedere, scemo fifone!» Mi tiro su in fretta e seguo i gesti del suo braccio per chiamare il suo amico che scatta come al solito quando lui chiama. Buttati e quello si butta. «Scemo,» sussurro. Ma lo so che mi butterei anche io. Non devono trovarlo prima di me. Mi ripeto che il tizio non ha motivo di essere nella grotta, e se Fra avesse trovato il… corpo? Però, vivo o morto, l’avrebbe visto subito, non ci avrebbe messo tanto. Lascio il riparo delle piante mentre Ste corre verso la grotta e Fra sembra ancora più alto sullo sfondo nero dell’entrata. Ste si ferma e scruta da questa parte. Non può vedermi, mi dico, le piante e il muretto sono troppo alti, se vede qualcosa è solo una testa, non può riconoscermi da lì. Si stanca e raggiunge Fra, scompaiono insieme dentro la grotta. Corro sul retro della casa da dove partono le scale e salgo sul terrazzo. Un ragazzo nudo e magro come uno stecco è sdraiato a terra con la faccia verso il muro. Gli vedo le ossa che sembrano voler bucare la pelle; ha i capelli scuri e ricci aggrovigliati e pieni di alghe. I piedi e le gambe sono rigati di sangue secco dai tanti tagli che gli vedo ovunque. È vivo o dorme? Immagino dovrei avvicinarmi per scoprirlo. È lui per forza, avevo ragione quindi, chi altro dormirebbe nudo in una casa disabitata se non un pazzo che tutti danno per morto? Lancio un’occhiata veloce verso la spiaggia ancora deserta, tenetevela pure la maglia, penso con un brivido di emozione. Come lo trasporto in paese? Per un momento mi vedo a trascinarlo su per il bosco fino alle case, la gente esce nelle strade e tutti mi applaudiscono; Fra e Ste sono in un angolo a rodersi il fegato e a incolparsi l’un l’altro; mio padre viene verso di me sorridendo e tiene mamma per mano... «Chi sei?» Sobbalzo dallo spavento. Il tizio si è girato verso di me e mi guarda. La bocca mi si è seccata così tanto che fatico a staccare la lingua dal palato. «Pietro.» Vorrei avvicinarmi, ma ho le gambe pesanti come tronchi e i piedi hanno infilato le radici tra le piastrelle del terrazzo. «Vai a casa, Pietro.» Il tizio si mette seduto a fatica, infila una mano nel cespuglio che ha sulla testa e gratta, lento e ritmico. Poi passa alle braccia, con movimenti che ti fanno pensare possa fermarsi da un momento all’altro. Stacco un piede dal pavimento tirando con tutto me stesso, stacco anche l’altro e mi avvicino di mezzo centimetro al naufrago, scomparso, pazzo e non cadavere. «Come ti chiami?» Non mi guarda e continua a grattare, non riesco a scollare gli occhi da quelle unghie che scavano righe rosse. «Giorgio.» «Tutti pensano che mio padre ti abbia ucciso, devi venire in paese e dire che lui non ha fatto niente di male.» Giorgio continua a grattarsi scrutando la sua pelle come se cercasse qualcosa, mi sporgo per vedere meglio, ma non c’è niente. «Stai male? Ti serve un dottore?» Giorgio apre le gambe, nudo com’è, e gratta. Guardo da un’altra parte e poi di nuovo lì e poi gli alberi. «Ti posso aiutare, chiamo il dottore.» Tiro fuori il cellulare dalla tasca del costume e sblocco lo schermo. Giorgio alza la testa di scatto e in un istante è in piedi, alto e secco come un albero morto, una cortina di capelli e alghe gli nascondono il viso. Si butta su di me, non sono sicuro se cado perché mi spinge o solo dalla paura improvvisa che mi chiude la gola e non mi lascia gridare. Mi sorpassa correndo e zoppicando allo stesso tempo e scompare giù per le scale. Mi sollevo stringendo il telefono e scatto due fotografie di un uomo nudo che scompare tra gli alberi. Ce l’ho fatta, penso ansimando. Dovranno bastare.
  16. Ngannafoddi

    La Bottega dell'Invisibile

    Nome: La Bottega dell'Invisibile Sito: http://www.labottegadellinvisibile.it/home Catalogo: http://www.labottegadellinvisibile.it/catalogoshop Modalità di invio dei manoscritti: http://www.labottegadellinvisibile.it/pubblica-con-mr-edgar Distribuzione: http://www.labottegadellinvisibile.it/emilia-romagna Facebook: https://www.facebook.com/LaBottegadellInvisibile/ Mr.Edgar è lieto di darvi il benvenuto nella sua Libreria e Casa Editrice: La Bottega dell’Invisibile Troverete avventure per ogni gusto: alcune vi immergeranno in foreste incantate, altre vi trascineranno negli abissi del terrore, altre ancora vi accompagneranno alla riscoperta di magiche tradizioni dimenticate. Dovrete solo scegliere un libro, sedervi comodamente su di una poltrona, preparare una buona tazza di tè da sorseggiare, chiudere il mondo fuori dalla porta ed iniziare a leggere…
  17. JoseArseu

    Storia per un fumetto

    Salve, mi chiamo Luca e sono nuovo su questo forum. Essendo un aspirante fumettista, senza aver mai fatto corsi di sceneggiatura , il mio professore mi ha chiesto di creare un soggetto di presentazione per un portale chiamato Aces Weekly di David Llyod ,dove fumettisti e sceneggiatori amatoriali vengono pubblicati e pagati in royalties. Vengo qui per chiedere aiuto! Vi spiego brevemente ciò che ho pensato per la mia storia chiamata ''Scarti di famiglia''. Solo il 5% dei bambini presenti in ogni orfanotrofio del mondo sono davvero orfani. C’è chi è stato abbandonato per volontà dei genitori, c’è chi è stato costretto o per problemi economici. Ma in un orfanotrofio di Francoforte, vi è un bambino di nome Benjamin che vive la vita con totale tranquillità senza mai pensare al suo passato. Eiza, una delle tutor più vicina al ragazzo, lo sa bene: lo tratta quasi come se fosse suo fratello minore; vederlo ore e ore seduto vicino ad una finestra e disegnare sul suo quadernino qualsiasi cosa che gli passi per la mente è tutto ciò che di cui lei ha bisogno. La ragazza si domanda se effettivamente gli andrebbe bene vivere quella situazione e se lui, come il resto dei bambini, abbia mai pensato di essere adottato da qualche famiglia. Infatti una sera quando Eiza porta la merenda al giovane Benjamin, approfittando del momento per fargli questa domanda, il ragazzo risponde con estrema pacatezza, rassicurandola. Mettendosi a letto, il pensiero di essere adottato lo sfiora ammettendolo tra sè e sè. Ma quando riapre gli occhi, scopre che qualcosa non va: non si trova più all’orfanotrofio.Si risveglia in una grande stanza, colorata e piena di giochi. Guardandosi in giro, capisce di essere in una grande villa, ben ordinata e assai lussuosa. Ovviamente non è finita ma parla di un viaggio onirico dove incontrerà vari personaggi che lui stesso ha disegnato ma scartati poiché erano sbagliati come proporzioni. infatti l'idea nasce da un pensiero collettivo di noi disegnatori: che cosa penserebbero le bozze scartate? Se avessero vita propria? Quando facciamo una vignetta che funziona ed è bella da vedere, letteralmente, non conoscerà mai il progresso che c'è stato dietro per arrivare a quel livello. Qui si parla di crescita, del perché viene richiamato dai disegni sbagliati anziché da quelli buoni, lui avrà bisogno di quei disegni gettati per imparare. Il finale spiegherà a Benjamin, tramite una figura chiamata ''Padre'' (un uomo alto, elegante, capelli corti biondi e barba corta) che tutti i personaggi incontrati si presenteranno per quello che sono e non per quello che voleva lui: l'unica figura perfetta strutturalmente è proprio il padre; una figura veritiera di un uomo lontano dalla famiglia sempre indaffarato con il lavoro, un'idea che spaventerebbe Benjamin di venire adottato da un uomo del genere. Gli porrà una scelta: vivere con loro mentre lui li ha rifiutati o ritornare nella realtà e vivere una vita in solitudine? Quindi bene o male è quello che voglio trasmettere ma il problema sussiste: come sviluppare la storia? E' contraddittorio, si, ma non riesco a creare il cuore della storia. Si sveglia in questa villa e poi? Che dovrà fare? Che prove superare? Ho pensato di tutto ma sono giorni che cancello più e più volte, non convincendomi nulla. Chiedo a voi. L'inizio e il finale, il climax appunto, ve lo spiegato ma non riesco a trovare un trigger ecco.
  18. Kasimiro

    Compagni di stanza

    Luca si alza al mattino. Marco no. Luca parla di notte, passeggia di notte, fa la pipì di notte, urla di notte. Marco no. Dormono uno di fianco all'altro, da anni, ma non si conoscono. Luca ascolta la musica a volume altissimo, sempre la stessa. Marco no. Lavora, sta fuori di giorno, cena, prende le pastiglie e va a letto, Luca. Marco no. Tocca sempre l'orecchio di Marco, Luca. Marco si irrigidisce digrignando i denti. E lui gli ritocca l'orecchio. Una sera il letto di Luca rimase vuoto. Passò un giorno, due, tre. Poi una notte entrò qualcuno dalla finestra e si infilò sotto le lenzuola. Marco vedendo il posto al suo fianco di nuovo occupato tornò nello sconforto: «Non poteva star via ancora un po'?» si chiese. Ma con sorpresa vide sbucare uno strano essere, con la testa di gallina e il corpo da leone che esclamò: «Grrrrrrrrcocodè!» Marco chiuse gli occhi e li riaprì dopo qualche secondo. «Grrrrrrrrcocodè!» ripeté. «Oh scusa, mi presento: Leongallina mi chiamo. Venuto fin qui da molto lontano viaggio di notte sia in terra che in volo. Al ruggir un po' chioccio nel mentre sorvolo savane, foreste e campi di grano. Leonessa che un dì divenir mamma le manca il desio la portò ad un uovo scovato. Le membra posò ancorché molto stanca finché non si mosse che dopo averlo covato. Uccelfelino fu sortito dal guscio mostruoso d'aspetto e buffo lo stesso. Or vengo in soccorso di chi non può fare ricorso. E dico, prevedo ed annuncio perché da domani qui accanto una sorpresa per te». Così dicendo, quella strana presenza, si congedò riprendendo il volo dalla finestra. Marco meravigliato sorrise vedendola uscire, sereno e pacato com'era il suo stile. La mattina: Toc toc, si udì bussare alla porta e non trovando alcuna risposta dopo un'attesa di pochi secondi di nuovo due colpi. Il silenzio lasciava capire che la stanza non era occupata. Entrò con garbo annunciando: «Permesso?» Vedendo il ragazzo sdraiato sul letto si presentò: «Piacere Alberto». Marco sorrise con gli occhi grandi all'insù. «Posso fermarmi qui per un po'?» continuò. Annuì il ragazzo, lo aveva aspettato. Dall'emozione, agitato, partì un calcio: «Ahi, che colpo! E chi l'avrebbe detto!» esclamò Alberto. Si scusò col cuore, non aveva parole. Sdraiati sul letto Alberto chiese: «Ti piace la musica?» Vedendo Marco terrorizzato, cambiò discorso: «Andiamo sul prato?» Sgranò gli occhi ancora più in su, lo aveva sempre desiderato e al Leongallina pensò, certo che sarebbe tornato.
  19. 'Till the end

    Capitolo 1: Il Morso

    Salve, sono un aspirante scrittore di appena 14 anni (vi prego di non fermarvi a questo e di non passare avanti) che vorrebbe pubblicare il primo capitolo di una raccolta più ampia di libri facenti parte di una saga, questo è il primo capitolo di un libro che ho iniziato a scrivere più o meno un anno fa a cui ho lavorato fino a dicembre, il quale poi ha subito numerosi processi di revisione. Questo è il primo, vorrei da voi un'opinione che mi faccia capire se vale la pena provare a farmi tentare di pubblicare (Categoricamente da case editrici free) e questo primo capitolo, e credo sia la cosa più importante, vi ha trasmesso qualcosa. Grazie dell'attenzione e buona lettura Nicholas era appena uscito di casa. Il cancello di casa sua, argentato ma a tratti arrugginito, fu sbattuto violentemente e non appena ebbe girato il vialone, Nick aveva iniziato a pensare a ciò che era appena successo, e a riordinare quelle idee che per mezzo della velocità dell'accaduto, erano così disordinate. Pochi minuti prima di aprire la porta, i suoi genitori avevano fatto un'altra delle loro solite scenate, sul medesimo argomento di sempre, e Nicolas gli aveva rifilato la stessa risposta di sempre, con la stessa violenza di sempre, ma questa volta sembrava non bastare, sembrava anzi aver peggiorato le cose. Quella volta suo padre aveva sbottato di più del solito, e sua madre, aveva urlato come mai prima d'ora. «Nicholas! Tu sei un ragazzo per bene, colto ed intelligente, cosa penserebbero di te se stessi con una ragazza di quella risma sociale!» Quelle parole rimbombavano ancora nella sua testa. Doveva distrarsi, era uscito apposta. Alle sette in punto aveva un appuntamento con John, e con la causa di tutti quei litigi, ovvero la sua nuova conoscenza, Katie. Si erano conosciuti in uno squallido bar nella periferia del paesino in cui viveva, Mum's eyes. Nick c’era andato un mese prima per la prima volta, nonostante fosse il bar che tutti additavano come “il bar dello scempio”, e nonostante le continue raccomandazioni dei suoi genitori, che fin da quando Nick si era guadagnato la libertà di poter uscire da solo lo avevano sempre additato come posto assolutamente da evitare. Il bar era di proprietà del padre di Katie un uomo grosso, calvo e barbuto dai severi occhi verdi che condivideva con la figlia, e fra un’ordinazione e un servizio ai tavoli circostanti, i due ragazzi di tredici anni ciascuno non potevano passar inosservati l'un l'altro. Se ci aggiungiamo anche che Katie era una delle ragazze più belle che Nick avesse mai visto, era impossibile che quella sera non sbocciasse perlomeno curiosità. «Ehi, posso prendere il bicchiere?» Una ragazza dai capelli castani e gli occhi verdi, con indosso un grembiulino sopra una t-shirt verde e un paio di jeans, si avvicinò a Nick. «Oh ehm, si certo fai pure.» «Vabbè.» e prese il bicchiere. «Come ti chiami?» Nick ricordava la sua bellissima voce con nostalgia. «Ah io, Nick!» aveva detto molto imbarazzato. «Quindi ciao, Nick, io sono Katie!» aveva ribattuto lei, e un po’ di luce nei suoi bellissimi occhi color smeraldo, abbinati alla perfezione ai capelli castano scuro. «Allora, io ho finito qui, mio padre probabilmente non mi farà uscire prima di aver chiuso il bar, quindi potremmo parlare mentre gli ultimi clienti tagliano la corda, non so, oggi sono molto annoiata». La conversazione filò tranquilla, si parlava di film, di attori e attrici, di manga, anime e scuola. Ma i due non affrontarono l’argomento della vita privata, se non riguardo relazioni amorose, che in ambe due erano completamente assenti. Nick fu sorpreso, effettivamente, nel venire a conoscenza che quella graziosa e bellissima ragazza non aveva mai avuto un ragazzo. Forse complice della fama della sua famiglia, o forse per altri motivi, Katie, proprio come Nick, non si era mai frequentata con un ragazzo. Aveva scoperto però, che Katie non frequentava più la scuola da un annetto circa, questo per rimanere al bar ad aiutare suo padre. Tuttavia, pensò Nick, quella ragazza non aveva un’aria ignorante, anzi: parlava bene, e nonostante gli evidenti modi estroversi, risultava piacevole e mai eccessiva. Mentre ricordava il primo incontro e la conoscenza che ne venne fuori, con quella ragazza così bella quanto matura ed intelligente, si ritrovò sugli scalini vicino alla chiesetta di Sant. Nicholas, dove era l'appuntamento con John e Katie. Guardò il suo nuovo cellulare appena uscito di negozio, che per i suoi genitori valeva come un documento ufficiale scritto di sana pianta da qualcuno di molto importante, che gli dava il potere di proibirgli di uscire. Erano le sette in punto e di John ancora nessuna traccia. Le sette e un quarto e poi le sette e venti, e mentre Nick stava per mandare una nota vocale ad entrambi sollecitando loro di venire ed anche in fretta, si bloccò alla vista di un ragazzo capelli biondo scuro lunghi, sopracciglia marcate e fisico possente – che aggiunti ai suoi occhi marrone scuro – lo rendevano la perfetta rappresentazione di ciò che la maggior parte delle ragazze desiderava vedere in un ragazzo, correre e ansimare verso la chiesetta dove Nick era seduto sui gradini. «Era ora!» «S-scusami Nick, ero, ero stanco morto e mi sono addormentato dopo essere andato in palestra.» «Ma non avevi finito?» «Si, oggi era l’ultima volta che ci sono andato.» John era un tipo da palestra e nuoto, aveva un ottimo fisico, ma stranamente odiava correre, cosa che aveva in comune con Nick. Aveva corti capelli color paglia e dei bei occhi azzurrini. Di carattere era assai spontaneo, non badava per nulla a ciò che la gente pensava di lui, e non cedeva alle lusinghe delle ragazze che lo corteggiavano di continuo a scuola, ed a Nick tutto ciò era sempre piaciuto, era un piacere averlo come amico per la sua grande autoironia e senso dell’umorismo, per il suo saper dare consigli saggi nonostante fosse il primo a non volerne, per il suo essere comprensivo ma anche severo quando serviva. «Allora, Katie?» chiese lui, avendo come risposta da parte di Nick un secco “non voglio parlarne”. I due iniziarono quindi a discutere di Lavanda, del rapporto che lei aveva formato con John, di compiti e partite. Era l’unico modo per Nick di distrarsi, nonostante la ragazza dagli occhi smeraldo fosse sempre nei suoi pensieri. Ma la distrazione dai suoi problemi durò poco, e fu interrotta da un faro in lontananza che illuminava il pezzo della strada sottostante ad un SUV nero, che era inconfondibilmente l'unico SUV di quel paesino, e l'unico proprietario doveva per forza essere sua zia Murge, mandata a rintracciare Nick, e vedere se era andato in uno dei tanti posti vietati dai genitori, e la periferia e la chiesetta di Sant. Nicholas alle sette di sera, era uno di quelli. Zia Murge abitava da tutt’altra parte del paesino, era una donna tarchiata brutta e vecchia, era la zia di sua madre, ma Nick la doveva vedere solo in rare occasioni, come le cerimonie o le feste di famiglia. Ma era già capitato un paio di volte che quando Nick aveva un appuntamento con Katie, magicamente zia Murge sentiva il bisogno irrefrenabile di passare proprio per la strada che avrebbe dovuto fare Nick. Era scocciante doverla seminare tutte le volte, ma Nick aveva imparato a farlo. Nick e John capirono subito che dovevano nascondersi, due ragazzi maturi come loro di 14 anni sapevano che le scuse non avrebbero retto e così corsero nel retro della chiesetta, ma sapendo che non sarebbe bastato a zia Murge un controllo superficiale, si arrampicarono in poco tempo sul muretto che divideva il retro della struttura dal cimitero adiacente. Atterrarono sul morbido prato e rotolarono per un po’. John si era squarciato la pelle arrampicandosi, ed era caduto rotolando per un bel pezzo, distratto dalla luce dei fari e dalla farinosa voce di zia Murge che si dannava per non aver scoperto il nipote con le mani nella marmellata. Quando Nick si accorse di John sdraiato a terra dolorante, quasi non gli venne un colpo. Il suo ginocchio era sporco di terriccio e sangue che iniziava a colargli rovinosamente. Se lo era quasi sicuramente scorticato, e Nick non aveva la più pallida idea di cosa fare. «John, ma come?» «Oh lo sapevo che non sarei dovuto andare oggi in palestra, sono caduto malamente!» «Chiamo i tuoi genitori!» E proprio mentre Nick estraeva il cellulare, il sordo rumore del clacson del SUV di zia Murge lo fece sussultare. «Abbassati presto.» urlò John, sicuro di essere coperto dal suono del clacson che non s’era ancora fermato, probabilmente suonato da zia Murge per avvisare Nick della sua presenza, nel caso egli fosse lì. Così fece Nick, abbassandosi di colpo abbastanza da essere coperto dal muretto che avevano in precedenza scavalcato, sicuro del fatto che zia Murge per nulla al mondo sarebbe scesa dal suo comodissimo SUV con aria condizionata a palla per accontentare una delle tante manie di controllo di sua sorella. «Nick, scusa se te lo chiedo, prima di chiamare potresti andare al rubinetto vicino alla tomba del vecchio sindaco, prendere l'annaffiatoio e portarmi dell'acqua da mettere sulla ferita per farla smettere di bruciare manco fosse non so, una candela? Sai, brucia abbastanza!» chiese John, capace di immettere un pizzico di ironia e di sorridere anche in quella circostanza. «Ma-ma aspetta, sarebbe meglio chiamare prima i tuoi no?» «Oh e dai mi brucia da cani.» «No John io non ci entro in quel posto.» si lamentò Nick, la paura addosso solo a pensarci. «Nick…» piagnucolò John sofferente. Proprio mentre Nick stava per controbattere, ecco che dal SUV di zia Murge rimbomba sordamente, facendo sobbalzare Nick per la seconda volta, che preso dall’ansia per non sapere cosa fare, accetta di andare a prendere l’annaffiatoio con l’acqua, anche e soprattutto per allontanarsi da lì e ridurre le possibilità di essere scoperto, dovendo arrivare nella parte più nascosta del cimitero, dove le alte statue e i giganteschi tronchi d’albero coprivano tutto. E così si addentrò in quel cimitero, maledicendo Katie per non essere venuta; se lei fosse venuta, probabilmente le sarebbe toccato accompagnarlo, anche perché durante le volte in cui erano usciti insieme cercando sempre di non farsi vedere ( e talvolta utilizzando proprio John come palo) avevano sviluppato una forte complicità dovuta al doversi nascondere da occhi indiscreti, cosa che li avrebbe potuti aiutare in quel frangente, e magari, con il coraggio e l’impavidità che la contraddistinguevano, Katie avrebbe trovato il modo di rendere divertente quella situazione. Si avvicinò alla fontanella, sentendo il clacson smettere di suonare improvvisamente ed il rombo del SUV che faceva intendere che zia Murge se ne era andata. Nick, certamente più sollevato, prese l'annaffiatoio, ma proprio quando prese per girare la manopola della fontanella, sentì un dolore lancinante alla caviglia seguito dalla sensazione che qualcosa di caldo e vivo stesse scivolando via dal suo corpo, cosa che lo fece cadere faccia a terra sul prato dove prima di perdere coscienza in preda ad un dolore esageratamente forte alla caviglia vide un'ombra, o forse un fumo nero, scappare lontano. Nick seguì con lo sguardo quella cosa nero pece che serpeggiava via finché non chiuse gli occhi, credendo nella frazione di secondo prima di svenire che sarebbe rimasto lì tramortito a terra, forse per sempre, e che sarebbe morto dissanguato da lì a poco per via della ferita che a suo parere, dato l’immenso dolore, doveva sicuramente star sanguinando copiosamente. Quando riaprì gli occhi, era sul sedile di un'auto, una BMW dagli interni davvero belli in pelle nera. La prima persona che vide fu Lavanda, parte del terzetto della cerchia di amici di Nick, una ragazzina bionda, capelli a treccine, qualche lentiggine sottostante a degli occhi azzurro chiaro, collanina color oro che scintillava su una T-shirt color bianco, sopra una gonna jeans che arrivava fino alle ginocchia e stivaletti con fibbie d'oro. Lei stava appoggiata con la schiena al sedile, gli occhi semi-chiusi e pieni di sonno, ma che non sembravano voler smettere di osservare Nick. Ma ecco che dopo un paio di minuti, un leggero ceffone gli arrivò sulla guancia, non abbastanza fragoroso da svegliare Lavanda, che si era ormai addormentata, ma che lo distrasse e lo portò a girarsi, e a guardare il suo amico John seduto sul sedile accanto al suo, la gamba stesa sul sedile e l’altra piegata a fargli da appoggio. Un grosso cerotto era attaccato sul ginocchio scoperto dal pantaloncino, ancora un po’ rosso per la botta. «Ah Nick scusa, volevo svegliarti, pensavo stessi dormendo...» disse lui mortificato. «Figurati dormivo fino a qualche minuto prima...» Rispose Nick assonnato – piuttosto – e si guardò attorno, scorgendo difronte a lui la madre di Lavanda impegnata a fare a guidare velocemente, il sedile accanto al suo vuoto – dove mi trovo, e che è successo?» «Oh non dirmi che ora mi tocca fare il cliché dell’amico a cui tocca spiegare cos’è successo e dove si trova al classico ragazzo ferito.» rispose John, con uno sbuffo di impazienza. «Oh cazzo.» bisbigliò Nick, mentre tutti i ricordi dei ciò che era successo prima gli riaffioravano uno dopo uno, compresi gli ultimi istanti prima di svenire. Un brivido gli percorse la schiena, e per un attimo, si ritrovò completamente immerso nei suo pensieri. «Ora ricordo, John, dopo cosa…?» «Oh, dopo ho chiamato i miei genitori e gli ho spiegato cos’era successo, ma loro erano fuori città così hanno chiesto alla madre di Lavanda di venirci a prendere e di portarti in ospedale, il sign. Walter era indisposto e sua moglie ha preferito non farlo venire.» «Ah, beh grazie…ma dimmi, come stai?» chiese Nick a John. «Oh, non è niente –e fece vedere il suo ginocchio con un grosso cerotto attaccato sopra – i miei hanno chiesto alla madre di Lavanda di portare anche dei cerotti e della roba strana che a detta sua serve per medicare, quindi alla fine hai avuto la peggio, Nick... ». «Ragazzi, non ho voluto interrompere la vostra chiacchierata – e sentirono il rumore della macchina che frenava e lo stridio delle ruote dovuto alla frettolosa manovra ingaggiata dalla sign.ra Giselle per parcheggiare in modo almeno decente – Ma siamo arrivati!» La voce della sign.ra Giselle era come sempre soave, e colpiva ogni volta Nick per quanto era dolce. «Nick come va, ti fa male?» «Mh no, non molto signora.» Nick avrebbe odiato lamentarsi, ma effettivamente in quel preciso istante il dolore era nullo. «LAVANDA, LAVANDA SIAMO ARRIVATI.» L’urlo di che John cacciò di gola avrebbe potuto svegliare anche tutto l’ospedale per quanto sembrava disumano nel piccolo spazio che era l’automobile, ed infatti Lavanda sobbalzò immediatamente, dovendo metterci un po’ per recuperare il fiato ed i battiti cardiaci. «Sono sveglia idiota! Non farlo mai più John, era necessario urlare così tanto? E poi devi far scendere prima Nick. Mamma accompagnalo tu al pronto soccorso!» «Oh, sì certo, tuo padre sta per arrivare, sai quanto ci tiene a Nick, cerca di chiamarlo e tranquillizzarlo, e avvisami quando arriva Ian!» La madre di Nick scese dalla macchina, aprì lo sportello e prese per mano Nick, che a stento camminava, dolorante come era il suo piede. Lavanda nel frattempo aveva avvisato Ian della situazione, mentre John era andato dritto alla macchinetta del caffè a prendersi una cioccolata calda, per poi avviarsi alla stanza che avrebbero dato a Nick. La madre di Lavanda si avvicinò al bancone dove una bassa, bionda e robusta segretaria era seduta, mentre scriveva qualcosa ad un computer, di cui processore probabilmente aveva la stessa potenza di calcolo del cervello umano, abbinato ad una donna che per scrivere premeva un tasto ogni 4 minuti, dovendo prima cercare la lettera successiva sulla grigia tastiera. «Salve, sono Giselle Bernarde, sono qui per questo ragazzo Nicholas Darrew, ehm come posso dirvi, problemi "seri"...» La faccia della segretaria si fece subito seria. Squadrò i suoi interlocutori il meglio che poteva: dietro alla sign.ra Giselle vi era John che arrancava a raggiungere i ragazzi, Lavanda che lo sorreggeva e subito vicino alla madre di Lavanda Nick, il quale era stato indicato con la mano destra dalla sing.ra Giselle quando gli aveva detto il nome. La donna smise di schiacciare tasti, inforcò gli occhiali con le catenine, e firmò un foglio che stava sotto la tastiera dandolo poi alla madre di Lavanda, che ringraziò ed entrò nell'ascensore arancione vicino al bancone, indicato dalla signora. una volta entrati in ascensore, alla madre di Lavanda bastò pronunciare “legge n. 66 decreto primo segretezza massima”, per far accendere una luce rossa e una voce che recitava –Benvenuti nell'ospedale di ST. Sebastian, state per accedere al piano numero 21M, dove è possibile utilizzare seppur con cautela e sotto sorveglianza (vedi clausola n.89) la magia. E dopo qualche secondo di attesa, le porte dell'ascensore si aprirono per lasciare spazio a ciò che sembrava, "un mondo a sé".
  20. Simo91

    James Biancospino e I Giorni dell'Ardesia

    Titolo: James Biancospino e I Giorni dell'Ardesia Autore: Simone Chialchia Casa editrice: Aporema Edizioni ISBN: 978-8832144444 Data di pubblicazione: Marzo 2020 Prezzo formato cartaceo: € 15,90 Genere: Fantasy Pagine: 482 Link all'acquisto https://jamesbiancospino.com/ Quarta di Copertina Dopo le mirabolanti avventure affrontate nel sedicesimo secolo, James Biancospino torna al presente ed è di nuovo costretto a destreggiarsi nell'eterna guerra tra la setta della Confraternita della Luce e quella degli Oscuri. Tra duelli mozzafiato, affetti contrastati ed estenuanti iniziazioni, l'epopea del protagonista si snoda attraverso tre continenti, alla ricerca dell'arcano potere nascosto nell'ardesia, l'unico che sembra in grado di risolvere in modo definitivo le sorti del conflitto.
  21. M.T.

    Il falco

    Titolo: Il falco Autore: Mirco Tondi Casa editrice: autopubblicato ISBN: 9788835371519 ASIN: B084RY4ZGY Data di pubblicazione (o di uscita): 12 febbraio 2020 Prezzo (della versione cartacea e/o digitale) : 2.99 E Genere: fantastico/favolistico Pagine: 103 Quarta di copertina. Un giorno, quattro bambini vanno in un bosco e per divertirsi si mettono a raccogliere uova dai nidi di uccelli; l’avvicinarsi di un temporale li fa correre a casa, abbandonando il bottino appena trovato. Quello che per loro è stato un semplice e innocuo passatempo, per le uova sta per diventare qualcosa di molto pericoloso: senza la protezione e il calore dei propri genitori i piccoli all’interno del guscio rischiano di non crescere e venire alla luce. Qualcuno però ha visto tutto e decide d’intervenire in loro aiuto: un falco, il più improbabile soccorritore tra gli uccelli, si prende cura di loro almeno fino a quando non ritroverà i genitori delle uova. Ma le sue ricerche non hanno successo e così non gli resta che continuare a occuparsi di loro. Il giorno della schiusa arriva e il falco si ritrova davanti sette piccoli, ognuno di una specie diversa. Tra peripezie varie, gag divertenti e momenti di riflessione, gli otto si ritroveranno ad affrontare quella piccola grande avventura che è il crescere. Opera corredata di fotografie. Link all'acquisto: Amazon Kobo A questa pagina è possibile scaricare un’anteprima dell’opera.
  22. Kasimiro

    Il mare sopra il cielo

    Il signor Cartozzi abitava in una casa vicino al mare; una mattina, appena svegliato, notò qualcosa di strano dalla finestra, di molto strano. Richiuse gli occhi, gli diede una bella stropicciata e li riaprì, ma le cose non cambiarono: “Forse sto sognando!” pensò fra sé, e si riaddormentò. Al risveglio, gli apparve la stessa visione: il mare sembrava diverso, come se la superficie dell'acqua fosse ricoperta da un sottile strato di nebbiolina. Uscì fuori e quando alzò lo sguardo gli venne un colpo. Si tastò la testa, il corpo e le gambe: “Non sono appeso come un pipistrello! Cosa sta succedendo? -si chiese esterrefatto- E lassù?” In alto, al posto delle nuvole appariva una distesa d'acqua. “Sembra che il mare si sia spostato in cielo.” continuò. Provò con degli schiaffi in faccia: “No, non sto sognando.” Arrivò urlando, con le mani fra capelli una vicina: “Ha visto cosa è successo? La fine del mondo!” esclamò la signora Giulietti. In pochi istanti, tutto il quartiere si ritrovò a parlare dell'accaduto. “Non è possibile! Un mare sopra e uno sotto! Finiremo schiacciati! Sommersi! Annegati! Morti! Gli squali ci faranno a brandelli e le nostre ossa si accumuleranno sul fondo!” delirò il signor Giunchi. “Sì, ma sul fondo del mare sopra o di quello sotto!” aggiunse Cartozzi. “Non mi sembra il momento di scherzare.” “A meno che...” ebbe un lampo Cartozzi. “A meno che, cosa?” “Sotto, invece del mare, ci sia finito il cielo. Certo! È l'unica spiegazione! Il mare e il cielo si sono invertiti.” “Eh! -risposero in coro sbalorditi- Perché dovrebbe essere successa una cosa del genere?” “Non ne ho la più pallida idea.” “Sentite, andiamo a toccare con mano.” disse un'altra vicina. “Io torno a letto. Questo è soltanto un brutto sogno” concluse la signora Giulietti congedandosi. Gli altri cautamente si avvicinarono alla scogliera. Ai loro occhi apparve una distesa di nuvole. “Chi ha il coraggio di tuffarsi?” chiese Cartozzi. “Ci provo io!” si fece avanti Giunchi. Appoggiò un piede per tastare e sentì un vuoto. Provò più in giù...vrooonn, scivolò verso il basso: “Aiutoooooooooooooooo...” “Oddio! Signor Giunchi! Signor Giunchi! Ci sente!” provarono a urlargli a turno. Nessuna risposta. Tutta la popolazione fu in preda al panico. La follia divenne la normalità. C'era chi partiva in macchina senza una meta. Chi lanciava sassi con una fionda verso l'alto, per vedere se facevano splash. Chi semplicemente stava sdraiato con le mani dietro la nuca ad osservare il mare in questa nuova prospettiva. Il vero dramma lo vissero i pescatori: dovevano munirsi di razzi anfibi se volevano continuare a lavorare. Ma non ce ne sarebbe stato bisogno: pesci di ogni specie piovevano dal cielo quando meno te lo aspettavi: sardine, sgombri, merluzzi. Chiunque poteva andare a pesca: bastava mettere un retino a mezz'aria ed aspettare. Una volta però, accadde quasi una tragedia. Precipitò una balenottera che per fortuna impattò nella piscina comunale olimpionica, creando un mini tsunami, con qualche spogliatoio allagato. “Quanto è alto il mare?” chiese una bambina a suo papà. “Non sono pronto per questa domanda” rispose. Un giorno venne a piovere, acqua salata naturalmente, ma non quella pioggerellina intensa, battente, costante. No, poche gocce, intervallate, dalla portata di diversi decimetri cubi; secchiate d'acqua di mare che cadevano dall'alto. I bambini si divertivano un sacco, un impiegato di banca che si avviava al luogo di lavoro, un po' meno. In molti avevano paura a chiedersi cosa stesse accadendo. Con qualche precauzione ci si stava abituando. Questa sorta di atmosfera marina non doveva essere molto spessa, la luce del sole riusciva a filtrare e ad arrivare sulla terra, fioca, come una lampadina da comodino. Inevitabilmente, la temperatura si abbassò di qualche grado: piacevole sensazione nella parte del globo dove era in corso l'estate. Ma il tutto durò breve tempo. Uno dei maggiori esperti di astrofisica, il professor Korovskj, tenne una conferenza in mondovisione dando la spiegazione all'anomalo fenomeno: “Quello che è successo è da imputare alla luna. Abbiamo fatto una clamorosa scoperta: non è solo un piccolo ed arido satellite, ma un'entità vivente: è sensibile ed ha la capacità di ragionare e pensare. Abbiamo elaborato dei segnali sonori provenienti dallo spazio e codificato un linguaggio partito proprio dal cuore della luna. Voleva comunicarci e spiegarci quello che gli era successo: un fortissimo desiderio di fare un bagno. Si è avvicinata vertiginosamente a noi, provocando con la sua forza d'attrazione, uno spostamento parziale degli oceani. Osservando la terra, così ricca di risorse, ha provato amarezza, tristezza e sconsolazione per non poter ospitare nulla di tutto ciò. Voleva piangere ma non aveva lacrime da versare e la sua pelle rugosa e screpolata non aveva mai goduto di un po' di sollievo: avere l'acqua è sempre stato un eterno desiderio. Qualche residuo di ghiaccio, aveva ammesso, si era accumulato in prossimità dei poli, ma nulla di paragonabile. Considerata l'influenza sulle maree, ha voluto avvicinarsi pensando di risucchiare un po' di liquido dagli oceani, non immaginando lo scompiglio che avrebbe provocato. Per fortuna si è fermata quando ha capito quello che stava succedendo. L'acqua è rimasta così sospesa tra chi voleva prenderla e chi non voleva cederla. Siamo riusciti a convincere la nostra amica ad abbandonare l'impresa. Abbiamo provveduto a inviarle una risposta spiegandole che questa situazione instabile stava provocando scenari imprevedibili e che doveva ritornare al suo posto, per il nostro bene (ma a lei sarebbe importato?). Le abbiamo proposto di inviarle una serie di razzi cargo carichi d'acqua e rilasciarli sulla sua superficie. Ci ha risposto immediatamente, soddisfatta dell'offerta e dispiaciuta dei problemi causati.” Ma alla vigilia dell'imminente primo viaggio ricevettero un nuovo segnale dalla luna che venne subito codificato: “Non so qual'era la mia posizione di partenza e non saprei proprio come ritrovarla, è un problema?” “Un pochino, ma non preoccuparti, la prima spedizione penserà a ricollocarti fino alla posizione originaria” le risposero dalla terra. Così, giunti in prossimità, dopo averla reidratata, la sistemarono nella sua posizione aiutandosi da uno speciale riflettore laser che ne ristabilì la distanza precisa. L'acqua versata, a contatto con la crosta lunare, fu risucchiata all'istante, assorbita come una goccia in un mare di spugna. “E' una sensazione che aspettavo da un miliardo di anni! Ora quest'acqua sarà sempre con me, mi è entrata dentro e non mi abbandonerà più” rispose con un ultimo messaggio. Sulla terra le cose ritornarono come prima: il mare ripiombò in basso ed il cielo riprese la sua ascesa verso l'alto. Ma dopo quello che è successo tutti presero maggiormente consapevolezza della precarietà dell'esistenza e la coscienza che altre azioni stravaganti potevano arrivare dallo spazio oscuro in qualsiasi momento. Quando tutto fu ristabilito, il signor Cartozzi e la signora Giulietti notarono qualcosa cadere dal cielo verso il mare. Andarono con una barca a vedere di cosa si trattasse e con sorpresa videro il signor Giunchi, quello caduto in basso nel cielo, che nuotava. “Ehiii come sta? Tutto bene?” Gli urlarono. “Benissimo!” rispose “Wow, che viaggio pazzesco!”
  23. YuriMila

    Il Re di Danari

    Titolo: Il Re di Danari Autore: Yuri Milanese Collana: / Autopubblicato: Amazon ISBN: 979-8600212060 Data di pubblicazione (o di uscita): 19/01/2020 Prezzo: € 4.15 cartacea, € 0.99 kindle Genere: Fiaba Pagine: 41 Questa fiaba vedrà come protagonista Jacob, un ragazzo che vive in un' antica foresta. Un giorno, Jacob incontrerà una persona che gli cambierà il modo di vivere e vedere la vita. Incomincerà un viaggio che lo porterà a fare diversi incontri... Link all'acquisto: Versione cartacea Versione Kindle
  24. Una famiglia al tempo delle festività natalizie, ma anche prima e anche dopo “Giro giro tondo casca il mondo...” “Basta! Non se ne può più di questa cantilena.” “casca la terra...” “Mi dai fastidio!” “tutti giù per terra.” “Sbam!” “Ahi! Mi hai fatto male!” “Te lo avevo detto che mi davi fastidio, ma tu non ascolti, anzi lo fai apposta. Ahia! I capelli!” “Stomp.” “Ohi la pancia. Non si danno i calci nelle parti basse.” “Tu mi hai strappato i capelli.” E di nuovo a darsele. Urla e oggetti vari scagliati l'uno contro l'altra o contro il muro. “Sei impazzita! Potevi ammazzarmi.” “E chi se ne frega.” “Mi hai rotto il regalo di Babbo Natale.” “Babbo Natale non esiste.” “Non è vero, mi ha risposto.” Ancora ad azzuffarsi. Camera e corpi a soqquadro. Due sorelle: un anno e tre mesi di differenza. “Non ti sopporto più!” “Neanch'io!” Rumore di piatti rotti e urla dalla cucina. Nella camera improvvisamente torna il silenzio. “Stanno litigando di nuovo.” “Anche noi lo facciamo.” “Sì, ma non è la stessa cosa.” Marta si dirige in cucina. “Avete finito?” “No! Torna in camera tua” risponde il papà. “Non hai avuto un gran successo” dice Emma, la sorellina. “So io come farli smettere” soggiunge ritornando di là. “Se non la finite lo sbatto contro il muro!” irrompe con tono minaccioso. I due lentamente rivolgono lo sguardo in direzione di quell'esclamazione. “Calma, non ti muovere, appoggialo delicatamente sul tavolo.” risponde il papà. “Non ci penso proprio. Siete peggio dei bambini.” “Va bene, hai ragione. Ora però posalo, contiene cose molto importanti.” “Tieni, prendilo pure, tanto ho cambiato la Password.” “Stai scherzando?” “Ah, ah, ah.” “Cosa ridi tu? Lo sai che c'è il mio lavoro racchiuso in quel telefono?” “Non è un lavoro sicuro, se una bambina di dieci anni te lo può portare via” risponde la mamma. Il padre se ne va sbattendo la porta. “Giro giro tondo casca il mondo...” “Mamma, digli qualcosa tu.” “Credo che siamo noi la sua fonte d'ispirazione: stiamo cascando come famiglia.” “Non siamo gli unici, sai quante ce ne sono nella mia classe.” “Una volta non succedeva.” “Perché?” “C'era la guerra e si facevano dieci figli, come diceva il nonno.” “Doveva essere divertente avere dieci fratelli.” “Sì, se non pativano la fame e non andavano a lavorare a sette anni, era un'infanzia decisamente più allegra. Non sono sicura che fosse così anche per la donna, relegata a sbrigare le faccende di casa, lavare i panni e cucinare. Ripensandoci, è meglio la libertà di scegliere che abbiamo oggi. “Infatti, non ti ho mai vista cucinare.” “Non esageriamo! Certo, quella testa calva di tuo papà lo fa meglio.” “E poi non c'è il rischio di trovare peli nella minestra. Perché litigavate?” “Perché a me piace il bianco e a lui il nero, a me il sole e a lui la pioggia, a me il finito e lui l'infinito, la parola ed il silenzio, l'ordine e il disordine, il mare e la montagna, il pandoro e il panettone.” “Beh, i poli opposti si attraggono, succede anche con la chimica.” “Vero, ma alla lunga...” “Ho fame!” esclama Emma entrando in cucina. “Pandoro o panettone?” risponde la mamma. “Mi fanno schifo tutti e due. Prendo i wurstel.” “Li ho finiti ieri.” “Sei la solita ingorda.” “Senti chi parla, hai finito il vasetto di ketchup in due giorni.” “E allora? È salsa di pomodoro.” “Non proprio.” “Basta! Non ricominciate. Piuttosto, aiutatemi a raccogliere questi cocci.” “Prendo l'aspirapolvere.” “Non vale, l'hai usato l'ultima volta, ora tocca a me” risponde Emma. “Oh sentite, ci vuole la scopa, sono pezzi troppo grossi.” “Dlin dlon!” “Chi sarà?” “Avevo dimenticato le chiavi” si ripresenta il papà con quattro cartoni da pizza. “Margherita per tutti!” “Si!” esclama il resto della famiglia. “Guardiamo un film?” chiede Marta. “Va bene, concediamoci un po' di relax” risponde il papà. “Oggi decido io il titolo.” “Ma toccava a me!” “Non è vero!” “Basta! Lo scelgo io. In questo periodo guardavo dei film che mi facevano ridere come un matto. Una delle coppie più esilaranti del cinema. Ecco, questo per esempio.” “Ma sono due uomini” nota Marta. “Direi di sì, a giudicare dalle sembianze. Ora me la dici la password?” “Non me la ricordo.” “Non è divertente.” “Ho detto la verità, non posso ricordarmela: non l'ho mai cambiata.” “Sei un fenomeno.” “Papà! Dormono insieme nello stesso letto!” interrompe Emma “Ma sono pigiami? Davvero buffi. Come si chiamano?” “Volgarmente: Stanlio e Ollio.” “Sono peggio di noi. Stanno distruggendo la casa.” “Se ne combinavano di tutti i colori, ma con tenerezza. Un legame indissolubile che non ha mai attraversato crisi. Quando uno dei due venne a mancare, l'altro non volle più interpretare nessun film da solo. Come spesso accade, facevano ridere sul palco, ma avevano una vita privata e dei legami familiari molto tormentati.” “Non succede solo agli artisti comici” aggiunge Emma. “Volete il dolce?” Si alza la voce della mamma dalla cucina. “Sì, ma non quelli natalizi” rispondono le due sorelline. “Non preoccupatevi, c'è il gelato.” “Nocciola e cioccolato” dice Marta. “Non c'è la nocciola” risponde la mamma “Uffa!” “Per me fragola e limone” “Non c'è il limone. Li faccio come vengono, credo che li mangerete lo stesso.” “Per me una bella porzione di solo fragòla, mmm, mmm” chiede il papà aggiustandosi il papillon. “Per noi anche con un po' di cioccoleto” aggiungono le figlie grattandosi il ciuffo.
  25. Kasimiro

    Madre e figlia

    “Io il prezzemolo non lo metterei mai.” “Io metterei sempre il curry.” “Ti stai troppo indianizzando.” “Hanno iniziato i veneziani.” “L'india ha superato la Cina.” “E io ho superato i cinquanta.” Erano fatte così: botta e risposta immediata. A Lory piaceva fare la ruota. Non perdeva occasione per eseguire quel gesto ginnico su ogni superficie. Greta cercava di seguirla, a fatica, e spesso la guardava. Roteavano per ore. “Forse l'anno scoperta così, la ruota.” “Credo che la ginnastica sia arrivata dopo questa intuizione fondamentale per il trasporto.” Rispose Greta. “Quando l'hanno inventata la ginnastica artistica?” “Non ne ho la più pallida idea, ma saranno stati sicuramente dei bambini.” “Perche?” “Ce lo vedresti un ottantenne artritico? Se ci tieni, ricordati che a vent'anni sarai già vecchia.” “Come già vecchia?” “Non hai mai visto le olimpiadi? Hanno tutte la tua età.” “Quindi, vuoi dire che non potrò mai partecipare alle olimpiadi?” “Forse come spettatrice.” “Quanto tempo mi è rimasto?” “Non so, un anno? Ma ti assicuro che è meglio fare la ruota in un prato piuttosto che in mondovisione. E poi vorrebbe dire fare dei sacrifici immensi: abbandonare la famiglia, allenarsi per ore tutti i giorni, non poter più mangiare le nostre schifezze preferite; inoltre, metterebbe a dura prova muscoli e articolazioni, per non parlare dell'invidia.” “Succede tutto questo?” “È probabile.” “E inseguire un sogno? O un riscatto nella propria vita?” “Riscatto da cosa?” “A scuola mi chiamano pappamolle!” “Chi ti chiama così?” “È bastata una voce dal coro, che altre l'hanno seguita a ruota. Ah, Ah.” “Bello che la prendi sul ridere.” “Non mi dispiacerebbe dimostrare che si sbagliano.” “Ma cos'è successo?” “Durante la lezione di educazione fisica è capitato di non riuscire a prendere al volo una palla, di quelle morbide; Vanessa, la leader della classe, non ha perso tempo per urlare: pallamolle per pappamolle! Ed è scoppiata una risata collettiva.” “La battuta non era male.” “Sì, ma sono andati avanti per molto, e c'è un famoso detto a riguardo. “Hai ragione. Cos'ha Vanessa da farla sentire una leader?” “Ha delle zeppe ai piedi, dieci tatuaggi, cinque piercing, sta con il ragazzo più invidiato e svapa.” “Che orrore! Ai miei tempi un leader faceva altro.” “Cosa?” “Convinceva tutti i compagni a fare delle azioni che riteneva giuste.” “Per esempio?” “Fare fughino nell'ora di ginnastica o di religione.” “Bello!” “Ce ne sarebbero altre, ma non voglio tediarti. Il fatto è che una volta si leggevano i libri.” “Basta con sta storia, io i libri li leggo, e se voglio, ne posso avere cento racchiusi in un chip che posso utilizzare quando mi pare e portarmeli sempre dietro.” “Uno, sarebbe più che sufficiente.” “Faccio anche quello.” “Sai cosa ti dico? Non devi dimostrare niente a nessuno. Se una stupida ragazza ha riso ripetutamente mettendoti in difficoltà, vorrà dire che quando capiterà a lei, tu l'aiuterai.” “E chi sono: la sorella di Ghandi? Col cavolo!” “Se fai così, ti metti al pari del suo livello.” “Tanto non ammetterà mai di essere in difficoltà.” “Provaci tu.” “E come?” “Inizia a corteggiarla, fagli dei complimenti, paragona il suo pensiero a quello di Seneca o Platone”. “Penserà che sono dei trapper.” “Che bella idea! Mettici sotto una base: un trapper che declama in latino, un'idea che potrebbe spaccare.” “Sì, non ti dico cosa...” “Mi sembra che hai già superato la questione con Vanessa.” “Non sono sicura. Mamma, stasera volevo rimanere a dormire fuori.” “Siamo a gennaio.” “Mmm, allora posso?” “Va bene, salutami Laura.” “Veramente, non mi fermo da Laura.” “Allora ci andrai quando avrai compiuto la maggiore età.” “Perché da Laura sì e da Alberto no?” “Hai ragione, ma prendi precauzioni.” “Mamma: non bevo, non fumo, nessuna forma di pasticchetta e soprattutto non svapo.” “Lo so. Intendevo altro.” “Alberto è solo un amico.” “Sai cosa ci facevo con gli amici...delle gran briscole.” “Eravate già vecchi da giovani.” “Dipende cosa mettevi in palio...” “Posso esprimere un parere?” “Come sei delicata a chiedermi il permesso.” “Il tuo ultimo quadro è bruttissimo.” “Grazie per la schiettezza.” “È da un po' che volevo dirtelo. Ha dei colori che stridono: quell'arancione con il verde, e tutte quelle linee e fasce nere verticali, angoscianti e tristi.” “Caspita! È proprio la sensazione che volevo trasmettere: un incendio che divampa nella foresta, lasciando dei relitti carbonizzati.” “Ecco perché non mi piace, qualcosa di più allegro?” “Ora c'è questa fase, non sono io che decido quanto portarla avanti, si esaurisce da sola quando sarà il momento: si chiama ispirazione.” “Pensavo fosse un movimento della pancia.” “Siamo proprio fatte della stessa stoffa.” “Mamma, mi è passato tutto.” “Non avevo dubbi.” “Ma ancora non so cosa voglio fare” “C'è tempo per questo, anch'io non lo so.” “È vero che lo zio Carlo non ha mai visto il mare? Io non ho mai visto la Spagna.” “Ci devi andare.” “E l'Olanda.” “Bella.” “E la Norvegia.” “Capo Nord e l'aurora boreale, spettacolo!” “E la Russia.” “La transiberiana, infinita.” “E il Brasile, il Vietnam, la Grande Muraglia , la Patagonia.” “Un altro pianeta.” “Il Madagascar, l'isola di Pasqua, l'Uzbechistan, il Perù.” “No comment.” “Mali, Canada, Cile e Luana, che ha i nonni in Sardegna. Mi ha parlato di angoli ancora incontaminati e invitato ad andarci in primavera, il momento migliore.” “Non sono mai stata in Sardegna” rispose con tono riflessivo. “L'invito era esteso, sarebbe un peccato strappare questa bella stoffa.”
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