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  1. simone volponi

    19.9.17 Fuga da Montecassino

    Titolo: 19.9.17 Fuga da Montecassino Autore: Vari Collana: Razione ILZ Casa editrice: Youcanprint ISBN: 8893328127 Data di pubblicazione (o di uscita): 13 febbraio 2017 Prezzo: cartaceo 12,75 - digitale 1,99 Genere: horror Pagine: 204 Quarta di copertina o estratto del libro: In una Cassino ormai devastata, un gruppo di investigatori proverà a ricostruire i fatti che hanno portato al crollo dell'avamposto 12. Sette autori, sette lettere spedite dall'inferno, ognuna contenente una testimonianza, una traccia, o forse una speranza. Storie di uomini, di disperazione, di sopravvivenza, s'intrecciano in un brutale viaggio dando vita ad una trama piena di suspense. Una nuova apocalisse zombie targata collettivo Razione ILZ. Link all'acquisto: IBS Amazon Salve a tutti. Questo romanzo nasce da un concorso indetto dal collettivo I Love Zombie, nel quale il vostro intrepido autore Simone Volponi si è aggiudicato il primo posto. Si trattava di scrivere racconti sottoforma di diario, a tema zombie, seguendo delle linee guida precise. Il collettivo ILZ ha poi provveduto a unire i sei diari prescelti come migliori scrivendo una trama che collegasse i vari capitoli. Quindi non è la classica antologia figlia di un concorso, ma un vero e proprio romanzo, nel quale il mio personaggio compare nell'arco di tutta la storia. Sono molto orgoglioso di questo piccolo traguardo raggiunto grazie a quanto ho imparato dalla mia famigliola WD, e lo condivido con voi. Se amate gli zombie, i toni pulp, e conoscete quel che la mia mente malata produce, fatevi sotto! Non becco un cent, è tutta gloria
  2. UmbertoBieco

    Piccione di Morte

    Commento al Dagon volpone. I. S'era incrampato sulla pancia. Era certo fosse un tumore, l'ennesimo, uno dei tantesimi. Ormai era spacciato. Lo sentiva. Almeno finchè il dottore non gli avrebbe detto che non era nulla di grave, come al solito. Ciò nondimeno, si sentiva come la pezza da piedi di uno straccio. O la pezza da piedi di un millepiedi. Non se ne poteva più di esistere. Cos'era questa fissazione con il vivere, e andare avanti, e credere nel futuro, e camminare, parlare, respirare? La gente doveva rendersi conto ch'era vittima di una grave dipendenza, e che, se non avesse smesso, la vita prima o poi l'avrebbe uccisa. Ne era prova e riprova il fatto che nessuno riuscisse a staccarsene, o comunque a staccarsene facilmente. Potevan forse affermare con irritata sicumera “posso smettere quando voglio”, ma solo pochi coraggiosi adempivano con una convincente dimostrazione pratica. Dopotutto, quindi, era forse preferibile il tumore fosse vero. Un peso in meno per la società, o, quantomeno, per i suoi genitori. Giusto l'altro ieri aveva dato ulteriore sfoggio delle proprie imponenti abilità psicopatologiche nell'urtarli, e nell'ingiuriare ulteriormente la beffa dell'avere un Inutile Cretino come prole. Tornando in macchina dalla spesa settimanale, con lui a bordo, il padre aveva investito e schiacciato sotto le ruote un piccione ingoffito da qualcosa. Lui, rendendosi conto di quel che era in corso, s'era messo a gridare “no, no, no”, solo con delle “o” trascinate più a lungo e punti esclamativi sparsi generosamente in fondo, e, per quanto lui negasse con quei “no”, girandosi entrambi indietro ebbero la conferma del maciullamento avvenuto, di conseguenza il pupazzo a molla della sua follia balzò fuori dalla scatola, ed egli si precipitò fuori dalla macchina sbattendo portiere, portoni, porticine, portelle e portaombrelle, nonchè mulinando e scagliando borse della spesa come un fromboliere assai poco entusiasta, in un lancio del peso domestico e improvvisato. Era furente, era furibondo, era un furetto, era una furia degli elementi – quantomeno, ricordiamocelo, per i suoi mollicci e morti canoni - e ciò gli si era espresso nella conformazione morfologica della tipica faccia da pazzo che lo coglieva nei momenti di sconvolgimento e isteria, con le sopracciglia schiacciate sugli occhi, gli occhi schiacciati fuori orbite e un ghigno disgustato e malato, disguslato, che sembrava un richiamo per camicie di forza e un invito per nerboruti omini in camice. Ma il meglio doveva ancora venire. Suo padre gli si rivolse ammonente con un “Inutile Cretino, poi però li paghi tu i danni”, al chè egli cominciò in aggiunta a suppurare schiuma tra i denti stretti, urlandogli di non dirgli niente, e di non rivolgergli la parola, il genitore quindi cambiò tono razionalizzando che “se si muoveva male probabilmente è perchè stava male, quindi meglio se è andata così...”, ma mentalmente l'Inane Imbecille non sentiva altro che lo scricchiolare delle ossicine della bestiolina, vedeva l'ombra della ruota che calava sull'inerme volatile, percepiva l'animale che percepiva gli occhi che venivano schizzati fuori dal suo corpo, strappati, e il corpo che si smembrava e dilaniava ancora sensibile, e quindi si mise ad urlargli come un forsennato di andare via, andare via, stargli lontano. Ma egli insisteva a parlargli, e più insisteva, più l'Inenarrabile Imbecille urlava e girava la manopola del volume, finchè finalmente la madre intervenne e interruppe quell'empasse spiraliforme e invitò il marito, o supposto tale, ad andarsene, che faceva peggio, che tanto in quelle condizioni il Decerebrato Sguaiato non era in grado di ragionare come invece in circostanze normali, quand'era meramente Decerebrato. II. Finalmente il padre se ne andò a recuperare la propria bici dal meccanico, lasciandolo a rallentare i motori della propria rabbia, e a dissiparne i fumi, rivelando al loro posto il disagio per la violenza emotiva della sua reazione e per come si era indirizzata sul genitore. La madre invece rimase stanca e afflitta, depressa da una simile manifestazione manicomiale in un prodotto da lei sfornato, e dalla dolorosità della scena. Il padre non si vide più per un po', si diede ad una vita parallela in cui non appariva alle ore dei pasti, ma sbucava felpatamente fuori come un topo ad orari in cui gli altri s'eran già ritirati, e magari le luci eran state spente – forse per evitare di incontrare l'odioso figlio, o perchè offeso dalla mancanza di rispetto, ferito nella sua integrità identitaria, o quant'altro. Congratulazioni Inverosimile Idiota, l'hai fatto di nuovo – si autocongratulò. La sera dopo parlò con madre, sempre imbronciata e avvilita dall'accadimento, mentre lui ne era scosso, quanto preservante dell'aggressività perchè rifiutava di sentirsi colpevole per la propria reazione al Pasticcio del Piccione Pasticcione. La spinse a parlare, ma il parlare si stava risolvendo in un'altra Reazione da Campione, giacchè le risposte di lei si imperniavano attorno al concetto di “dovevi proprio fare così? Non potevi fare in altro modo?” montandogli corride di tori furibondi, tanto che ad un certo punto si infilò la cannottiera estiva in bocca stringendo i denti per sfogarsi e contenersi a risposte peggiori, sentendosi come Saak'ashvili che si masticava la cravatta durante il conflitto russo-georgiano. Egli, ribollendo, sosteneva che quell’angolazione di approccio all’argomento non poteva che fargli catapultare i nervi nell’iperspazio nuovamente, perchè in questo modo si negava quella risposta emozionale in luogo che accettarla o tentare di capirla, mentre lei stizzita rispondeva che questo era quel che aveva da dire e lui pretendeva di imporle cosa pensare. In qualche modo ne uscirono incolumi. Storica fu la gestualità teatrale quando egli mimò drammaticamente lo spostare un enorme peso di lato in riferimento a quella verbalizzazione in formato giudicatorio che a suo dire ostruiva la possibilità di comunicare realmente. Lui non ce l’aveva realmente, o talmente, con il padre, l’esplosione era stata innescata dall’accadimento in sè, più che da un’eventuale responsabilità del guidatore, e le schegge eran andate a colpire il padre perchè era nei suoi dintorni, più che perchè egli le avesse mirate specificamente verso di lui. Poi, controvoglia, scese anche a dirglielo di persona, affacciandosi nell’Antro dell’Orso, dove iniziò a spiegargli la cosa, ma fu interrotto quasi subito da lui che, con volto pesante e provato, gli comunicò che aveva ipotizzato, insieme al vicino, che qualcuno stesse avvelenando i piccioni, implicando tacitamente che ciò spiegasse perchè quello in questione era stato così claudicante e poco pronto a mettersi al sicuro. A meno che non pensasse che sotto la ruota fosse un posto sicuro. L’Incommensurabile Cretino era di nuovo sul punto di irritarsi per l’interruzione, sibilò secco e in fretta “vabbeh, ma questo non c’entra niente”. Intendendo che lui era lì per spiegarsi, perchè si spiegassero loro due, non per sentire ricostruzioni della dinamica dell’incidente. Il padre rispose a sua volta, con un accenno di perdita di pazienza, che non voleva parlarne o dire altro al riguardo, e lui quindi si prese l’ultima parola sentenziando che quando qualcuno non voleva parlare, LUI – al contrario di altri – accettava e smetteva – riuscendo quindi a concludere quella visita, effettuata issando una conciliante bandiera bianca, con una chiosa vagamente polemica o che comunque sottolineava una mancanza dell’interlocutore. Questo sì che significava assicurarsi una riappacificazione, Soprannaturale Ebete. Forse credeva di essere più sensibile e accorto di altri in certe cose, ma quel che tendeva a fare, alla fine, era tentare di vincere l’interlocutore e affermare sè stesso, se non buttare giù gli altri. Quella notte sognò piccioni che lo schiacciavano guidando auto. Si svegliò di soprassalto. “Quel piccione sta distruggendo la mia famiglia” mormorò fra sè e sè, mentre musica tetra gli risuonava minacciosa in testa.
  3. Alessandro Logli

    "Non voltarti con rabbia" di Alessandro Logli

    Immagine di copertina: Titolo: Non voltarti con rabbia Autore: Alessandro Logli Casa editrice: AbelBooks ISBN: 9788867521562 Data di pubblicazione (o di uscita): 22 gennaio 2017 Prezzo: 3,99 € Genere: Noir Pagine: 65 Quarta di copertina o estratto del libro: "Sogno un'altra donna mentre la mia dorme nel letto accanto a me. Quanto mi vergogno." Link all'acquisto: http://amzn.to/2jozNtr Sinossi: "Non voltarti con rabbia" è una storia d'amore e di rimpianti. Edoardo è un ragazzo di 25 anni che viene invitato al matrimonio di una sua lontana cugina, sua coetanea. L’occasione lo porta a ragionare sull’amore e sulla pretesa che possa durare per sempre. In un misto di diffidenza e desiderio, decide di compiere anche lui il grande passo chiedendo la mano della sua ragazza, Beatrice. Ma l’impegno viene preso con superficialità: Edoardo è infatti ossessionato da un’altra donna, Caterina. Il suo primo amore, risalente ai tempi del liceo. Un amore intenso e, come la regola impone, non corrisposto. Edoardo sogna Caterina tutte le notti, pur non vedendola da molti anni. In una delle tante notti prive di sonno e colme di alcol, Edoardo si aggira da solo per le strade di una Roma notturna sulla quale sta per sorgere l’alba. L’unica compagnia è una voce ricorrente e incessante che gli parla nella testa e che gli ricorda di continuo tutta la rabbia devastante che solo un enorme rimpianto sa creare. Edoardo sente questa voce da quando ha compiuto diciott’anni. Da quando ha scoperto l’amore per Caterina. Pagina Facebook: https://www.facebook.com/pg/nonvoltarticonrabbia/
  4. arturobandini

    Sophia

    Sophia Io Guglielmo Ludovisi, mi accingo a vergare le mie ultime parole, chiuso in questa cella fredda e umida, certo ormai di avere pochi giorni da vivere se non addirittura poche ore. Nacqui figlio cadetto in una delle più importanti famiglie di Bologna e per me venne scelta la carriera ecclesiastica, anche se non nutrivo alcuna vocazione e mai il Signore me la concesse nel corso degli anni, più avvezzo a tirare di spada, a gozzovigliare con gli amici e ad insidiare la virtù delle donne, senza timore di perdere la mia anima immortale. Un profondo affetto e una grande fiducia reciproca mi legavano al mio primo cugino, Alessandro, cardinale arcivescovo della nostra gloriosa città e fu così che venni inviato come legato alla Corte di Sua Santità Paolo V, sul finire del 1612. Amai fin da subito Roma, lo splendore dei palazzi, il panorama che si apriva salendo i Colli, l'opulenza e il potere della Chiesa. E amai anche i bassifondi, le bettole e le servette, le prostitute, i duelli all'arma bianca. Evidentemente la sete di avventura non si era ancora spenta nel mio sangue nonostante l'Altissimo mi avesse già concesso trentacinque anni su questa Terra. Nella notte del 13 marzo del 1613 accadde però la catastrofe destinata a mutare l'Italia e il Mondo tutto: una serie di comete si abbatté al suolo, distruggendo le regioni centrali, spazzando via le città di Bologna, Firenze e Napoli, lasciando Roma gravemente ferita, se non agonizzante. La sede pontificia, il Palazzo del Quirinale e Castel Gandolfo rimasero in piedi senza aver subito le ingiurie di quelle palle infuocate provenienti dal cielo ma i terremoti che seguirono la terribile caduta fecero sì che la Città Eterna venisse abbandonata, ormai insicura. Tutte le ricchezze del papato, tutta la saggezza e il potere della Chiesa finirono per risultare inutili, superflue, se confrontate con l'ira di Dio. Trascorso più di un anno, mi piace pensare che tra le stelle che caddero sopra di noi vi fosse anche la Cometa che aveva annunciato la venuta di Nostro Signore Gesù Cristo e che la punizione sia stata comminata per punire i molti peccati mondani e la sporcizia connaturata al genere umano. Eppure in me il desiderio di vivere era ancora forte. Scappai assieme al seguito dello stesso Pontefice, ma essendo egli un uomo non più giovane e piuttosto cagionevole di salute lo perdemmo presto, in seguito a problemi polmonari causati da una terribile pioggia. Deceduto Sua Santità il seguito si disperse ed io cominciai a vagare assieme ad altri uomini giovani e forti, cercando di sopravvivere cacciando e vivendo di espedienti. Non fu semplice resistere agli attacchi dei briganti o alle insidie della natura, così mutata dopo la terribile catastrofe che ci aveva colto. La primavera e l'estate ci aiutarono grazie a un clima dolce e alla fine di agosto riuscimmo a riparare sulle montagne dell'Irpinia, nascosti in un rifugio sicuro. Ma un autunno straordinariamente freddo, la prima neve cadde già a metà settembre, ci colse, fiaccando la nostra speranza di sopravvivenza. Fu allora che sentimmo parlare da un viaggiatore morente che ospitammo e soccorremmo nella nostra caverna, di Sophia, l'ultima Città intatta rimasta sull'amato suolo italico, l'ultimo luogo di pace e sapienza, l'ultimo angolo in cui avremmo potuto sopravvivere senza diventare lupi per gli altri uomini. In quattro partimmo per cercarla, anche se non sapevamo esattamente dove fosse, il nostro ospite morto prima di poterlo rivelare, se non che si trovava da qualche parte tra le montagne della Lucania. Il rigore dell'inverno era però terribile e i miei compagni di sventura resero l'anima a Dio uno dopo l'altro già solo durante la prima parte del nuovo viaggio. Cercai ricetto nella Città di Potenza ma ben presto scoprii che era stata ulteriormente devastata da truppe mercenarie svizzere di fede calvinista, in cerca di bottino e donne. Non potei avvicinarmi, ma incontrai diversi dispersi, uno più terrorizzato dell'altro, al punto che dovetti combattere diverse volte per salvarmi la vita. Nessuno di quelli con cui riuscii a parlare conosceva la Città di Sophia, nessuno l'aveva nemmeno mai sentita nominare. Eppure non mi persi d'animo e continuai a percorrere tutti i sentieri ancora aperti nonostante la neve e il ghiaccio. I ricordi ora si fanno fumosi e indistinti, colto da una febbre che ha finito per intaccare la mia memoria e la mia capacità di giudizio. Vagavo e vagavo, nutrendomi con poco e niente, qualche bacca, un paio di lepri cacciate quasi per caso, qualche strano e contorto tubero celato sotto la neve. Ricordo di essermi lasciato andare, di non aver più combattuto per la vita, un giorno in cui riprese a nevicare: ormai non ero più in grado di proseguire in nessuna direzione, ormai non avrei saputo trovare neppure me stesso, la mia anima e il mio cuore arresi di fronte all'inevitabile. Fu allora che sebbene incapace di trovare l'ultima città, fu Sophia a trovare me: dei soldati, incaricati di proteggere quell'isolata sede del sapere, s'imbatterono nel mio corpo ormai quasi del tutto assiderato e mi portarono con loro, salvandomi la vita. Lottai contro la Falce per più di tre settimane o almeno così mi riferirono. Ricordo di essermi svegliato un giorno, solo per pochi istanti ma finalmente lucido e sfebbrato: mi trovavo in una piccola ma accogliente stanza, le pareti imbiancate a calce, con un piccolo caminetto che spandeva il proprio calore in tutto l'ambiente. Una donna non più giovane stava al mio capezzale e non appena riuscii a produrre un gemito soffocato, mi guardò sorridendo, e dopo essersi alzata si avvicinò facendomi ingurgitare un po' di minestra calda. Passò un lungo periodo in cui cadevo addormentato per alcune ore, svegliandomi poi con una fame da lupo e ogni volta venendo nutrito con cibi caldi e nutrienti. La donna venne sostituita da una fanciulla sui diciotto anni, dotata di un sorriso dolce e di occhi bruni e luminosi manifestanti una vivace ed impetuosa intelligenza. Grazie alle cure della giovane ritornai sufficientemente in buona salute per poter essere visitato da un uomo anziano e dall'aspetto autorevole, di nome Alessio. “Ben arrivato a Sophia, mio signore. Questa è l'ultima Città in cui si possa vivere in tutta l'Italia, senza temere briganti e violenza, senza dover subire sopraffazione e minaccia”. “Vi ringrazio, Altezza”, risposi, con la voce ancora rauca a causa della mia gola infiammata. La giovane e il mio interlocutore si misero a ridere. “Non chiamatemi, 'altezza', sono solo uno dei tanti e non un capo. Qui a Sophia non abbiamo sovrani, ma ognuno vale per uno e tutti hanno la possibilità di realizzarsi. Sono stato incaricato di incontrarvi per capire se potrete fare parte della nostra comunità: come immaginerete non possiamo accogliere tutti, le nostre risorse e scorte sono limitate, ma una possibilità viene concessa a ogni nuovo ospite”. Venne a visitarmi in diverse occasioni e sebbene non riuscissi a capire quale fosse la sua posizione nei confronti di un sacerdote, quale in fin dei conti io ero, si comportò sempre in modo urbano, passando parecchio tempo a parlare con me e affermando che avrei potuto diventare facilmente uno di loro. La ragazza, Francesca, trascorreva tutto il suo tempo con me. All'inizio mi imboccava, poi semplicemente mi serviva i pasti e non essendo io ancora in grado di alzarmi mi aiutava ad espletare perfino le funzioni corporali. Mi passava sul corpo delle pezze inumidite, permettendomi di rimanere pulito e fresco. Le sue mani erano morbide e dolcissime eppure allo stesso tempo seppero risvegliare la mia virilità e il mio desiderio, essendo io non certo portato per la continenza. Diventammo amanti e giacemmo assieme ogni notte, spesso senza parlare, beandoci semplicemente della reciproca compagnia. Alla fine cominciai a potermi muovere, anche se i miei piedi rimasero goffi e intorpiditi per lungo tempo, avendo perso diverse dita. Quando finalmente potei andare alla finestra, vidi che Sophia si trovava in una valle tra i monti e che era una solida città murata. Noi ci trovavamo in uno stabile che sormontava un profondo e rapido burrone. Non ero prigioniero eppure non potevo uscire dal palazzo se non per raggiungere un cortiletto interno, dove Francesca mi conduceva ogni pomeriggio, essendo ormai arrivata la primavera. Suonava e cantava per me con la sua voce d'angelo e ben presto potei comporre delle poesie per offrirgliele, passatempo in cui avevo eccelso durante i burrascosi anni della mia gioventù. Non sapevo ancora se potevo considerarmi accolto nella città ma tutte le persone che incontravo si manifestavano intelligenti ed istruite, capaci di conversare e di pensare, persino le guardie che mi sorvegliavano. Ormai ero tornato in forze e nonostante le cure della mia meravigliosa infermiera, cominciavo a diventare irrequieto, non avendo certo ricevuto il dono della vita per rimanere imprigionato dentro poche stanze. Una notte mi svegliai e scoprii che Francesca non giaceva più al mio fianco. Da qualche parte vi era un pulsare ritmico, remoto eppure pressante, che non sapevo come identificare. Fu così che mi alzai dal letto e che mi diressi verso quel rumore. Non incontrai nessuna guardia e finalmente potei uscire dal palazzo. Vidi una sorta di tempio greco al centro di una grande piazza, che dalla mia stanza e dai quartieri in cui ero recluso non avevo potuto notare e capii che era quello lo stabile da cui proveniva ciò che mi aveva portato al risveglio. Entrai e ben presto mi avvidi che erano presenti molte persone. Mi avvicinai e l'orrore mi colse: alcuni di loro, donne e uomini completamente nudi, danzavano attorno a un fuoco, sopra al quale stavano arrostendo quelle che erano senza alcun dubbio membra umane, almeno di cinque persone. A cucinare l'osceno pasto, vi era proprio la mia Musa, la mia salvatrice, la bella Francesca, nuda anch'ella, con uno sguardo terribile colmo allo stesso tempo di brama e dominio. Inizialmente rimasi paralizzato dall'orrore, poi mi avvicinai all'innominabile falò con l'intenzione di spegnerlo. Prima di potere intervenire venni scoperto facilmente e condotto proprio nella prigione nella quale ora risiedo da qualche tempo. Alessio venne a parlarmi. “Guglielmo, avete scoperto troppo presto le nostre pratiche ma io spero che voi possiate comprendere che sono necessarie. Gli uomini che avete visto sacrificare sono stati immolati alla nostra unica dea, Sophia. Non possiamo sostenere il mantenimento di stranieri, per cui siamo costretti a sbarazzarcene: se li liberassimo, entro pochi giorni verremmo attaccati da chissà quale terribile nemico. E siccome seguiamo la via della saggezza, abbiamo deciso di non sprecare la loro carne, quindi ce ne cibiamo. Il mondo è diventato poverissimo, non possiamo permetterci alcuno spreco”. “Ma perché non mi avete sacrificato subito? Voi mi avete nutrito e guarito, io ho giaciuto con la vostra sacerdotessa o almeno credo che lei lo possa essere”. “Lo è, Francesca è la nostra Custode del Fuoco della Sapienza. Vi abbiamo salvato? No, voi avete salvato noi: siamo rimasti in pochi e abbiamo bisogno di sangue che provenga da fuori Città per evitare che i nostri difetti si esasperino con unioni tra parenti. Francesca è rimasta ingravidata dal vostro seme, in questo modo vostro figlio potrà essere per noi fonte di speranza. Ora vi lascerò un diario sul quale potrete annotare la vostra storia, così da poterla tramandare ai posteri”. Da codesta conversazione sono passate ormai alcune ore ma sento che presto la mia vita giungerà al termine. Ben presto la mia anima di peccatore sarà cibo per le schiere di Satana, mentre il mio corpo sarà carne per la salvezza dell'ultima Città in cui vive la speranza ma non certo per me. Forse lo sarà per la mia discendenza e ciò mi consola anche se le fiamme dell'Inferno già scottano i miei ultimi pensieri.
  5. Sh@de

    [NNI2] I fiori del male (revisionato)

    Commento: Trovai quello strano negozio dietro a una piccola piazza di cui non avevo mai nemmeno sospettato l'esistenza. Si apriva su un vicolo maleodorante, nemmeno un lampione che lo illuminasse. Inciampai in qualcosa e finii per urtare contro la piccola vetrina. Piante, addobbi, fiori esotici. «Posso aiutarla?» Mi girai a guardare il vecchio che era comparso sulla soglia del negozio. «Non so» risposi. «In effetti cercavo qualcosa per mia moglie.» «Oh, un anniversario forse?!» Lo osservai meglio. Vestiva una specie di tunica nera che gli arrivava al ginocchio; emanava uno odore forte, piuttosto un profumo, dolciastro, eppure fresco, come di un frutto appena colto. «Ha indovinato. Pensavo a una composizione floreale, oppure a una pianta esotica.» «Certo. Le mostro qualcosa. Prego...» Lo seguii piuttosto scettico. Quel negozietto non mi ispirava la minima fiducia, tanto meno il suo proprietario. Fui notevolmente sorpreso perciò quando mi trovai di fronte a un piccolo vaso da cui spuntavano meravigliosi fiori di colori diversi. «Sono stupendi! Ma precisamente... cosa sono?» «Che importa il loro nome; sono per lei. Li annusi.» Quei fiori emanavano un profumo celestiale. Ebbi un lieve capogiro. Mi ricomposi e pagai senza esitazione la cifra che quell'uomo mi propose. Non ricordo nemmeno se lo salutai. Uscii da quel negozio e mi diressi verso la nostra casa in rue des Abbesses. Prima di uscire dal vicolo però, mi voltai per leggere l'insegna che capeggiava sopra l'entrata. Les Fleurs du mal c'era scritto in caratteri dorati. Quella sera mangiammo in un ristorante poco lontano da Montmartre. Fu una serata deliziosa. Laura splendeva nel suo abito da sera ricamato e senza maniche. Io ero raggiante. Tornammo a casa un poco brilli e senza dirci nulla salimmo le scale verso la camera da letto. Facemmo l'amore più volte, con passione, gridando, poi con dolcezza, sussurrandoci parole dolci. Giacemmo a lungo abbracciati. Poi Laura si avvicinò al vaso di fiori che aveva voluto sistemare su uno scaffale della piccola libreria davanti al letto; l'annusò nuovamente. «Dev'essere questo l'odore del paradiso. Non credi? Sono i fiori del giardino celeste. Il regalo più bello che potessi farmi!» «Non capisco come facciano a convivere nello stesso humus, come le radici trovino spazio all'interno di quel piccolo vaso. Sono così diversi l'uno dall'altro... Ma tu, amor mio, meriti questo miracolo. Buon anniversario.» La notte ebbi un brutto incubo. Sognai di essere a casa, in poltrona, a leggere, quando senza preavviso la stanza iniziava a tremare, poi a ondeggiare. D'improvviso il pavimento si sollevò, poi si abbassò, infine si aprì. Un terremoto devastante! Ma invece di crollare, la casa restò in piedi. Solo la pavimentazione si squarciò. E non fu tutto. Qualcosa... qualcuno! Un'ombra emerse dalla fenditura. Fu una percezione nitida accompagnata da terrore indicibile. Un essere opaco, indistinto, salì dagli abissi, penetrò nella nostra casa. Mi svegliai urlando. Laura non c'era. Appena riuscii a ricompormi, a scacciare quella terribile sensazione di terrore misto a impotenza, scesi in cucina. Lei era lì, seduta al tavolino, che guardava il muro. Mi salutò appena. «Credo di aver urlato poco fa.» Non rispose. Per un poco rimanemmo in silenzio. Poi si voltò verso di me, parlò con un filo di voce: «Ho avuto un incubo tremendo. Così realistico! C'era un terremoto in questa casa. Mi inghiottiva! Mi trascinava nel sottosuolo. Lo squarcio si richiudeva. E il buio... Buio ovunque. Nell'oscurità qualcuno mi uccideva.» La guardai sgomento. Entrambi avevamo avuto un incubo in qualche modo simile. L'abbracciai a lungo. La notte successiva sognai di nuovo: un terremoto, la terra che si apriva, l'essere vestito d'ombra che si avvicinava ancora. E io che potevo solo percepirlo, senza realmente riuscire a vederlo. Intuivo la sua orribile presenza. Anche quel mattino, quando mi destai, lei non era con me. Si era rifugiata nel salone stavolta; stava suonando una desolata melodia al pianoforte. Riconobbi subito la Tristesse di Chopin. Mi sedei ad ascoltare. Quando finì le andai vicino, sussurrai: «Hai avuto un incubo anche stanotte. Lo stesso.» Lei annuii. Poi si girò a guardarmi. Una lacrima le scendeva, solitaria, dall'occhio sinistro. Passammo altre notti d'inferno. Sempre il medesimo incubo, con particolari insignificanti che mutavano. Lei sognava di essere inghiottita dal terremoto. Nel buio qualcosa la uccideva. Nel mio, l'essere d'ombra si faceva sempre più intraprendente, si avvicinava, cercava di ghermirmi. Mi irrideva. E Laura... Laura stava sfiorendo. Bianca in volto, non rispondeva quasi più alle mie domande ansiose. Un giorno la trovai a parlare da sola. Sembrava declamasse. «Quando la terra si muta in umida spelonca dove la Speranza, come un pipistrello, va battendo i muri con la sua timida ala e picchia la testa sui fradici soffitti...» «Oddio, è Baudelaire...» esclamai. Poi continuai per lei: «Vinto Senza tamburi, senza musica, sfilano funerali a lungo, lentamente, nel mio cuore: la Speranza, Vinta, piange, e l'Angoscia atroce, dispotica, pianta, nel mio cranio riverso, il suo vessillo nero.» Era la nostra poesia preferita che in gioventù, ai tempi in cui frequentavamo la stessa università, spesso recitavo per lei: Spleen, dai Fiori del male. «Dobbiamo liberarci dei fiori!» urlò qualche giorno dopo. Gli incubi, sempre più terribili, si erano susseguiti senza tregua. Ormai la notte non dormivamo che una manciata d'ore. «Per quale motivo?» «Devono essere quei maledetti fiori. Chissà, forse sono un innesto, una mutazione particolarmente potente della Belladonna.» «Colpa dei fiori?» «Del loro profumo. Ci uccideranno. Dobbiamo distruggerli. Ora!» La guardai senza dire nulla. Un velo nero sembrava oscurarle gli occhi. Un drappo di tristezza e disperazione l'avvolgeva. «Va bene.» Salii a due a due gli scalini, entrai in camera, afferrai il vaso, annusai un'ultima volta il profumo delizioso e feci per uscire di casa. Arrivato davanti al portone però esitai. Guardai i fiori scarlatti, verde smeraldo, indaco e scossi la testa. Non potevano essere velenosi. Mi diressi in cantina, posai il vaso sullo scaffale, avvicinai una sedia: rimasi lì non so per quanto tempo a osservare quei fiori straordinari, ad annusarne l'odore indescrivibile. Quella notte dormimmo separati. Io rimasi in mansarda. Mi addormentai subito, di un sonno profondo. Verso le tre però mi destai completamente, zuppo di sudore. La terra tremava. Accesi la luce per scacciare l'incubo. E l' ombra mi assalì. Urlai con tutto il fiato che avevo in corpo. Era lì davanti a me, incappucciata d'oscurità. Un ondeggiare d'inchiostro, due fessure maligne al posto degli occhi che mi fissavano. Un ticchettio sinistro, sempre eguale. Rotolai sul letto, caddi sul pavimento, strisciai come un verme pur di non fissare più quello sguardo, pur di sfuggirgli. Mi precipitai sulle scale, le saltai, caddi malamente. Zoppicando aprii la porta d'ingresso, attaccandomi alla ringhiera mi diressi verso la cantina. Li avrei strappati con le mie mani, li avrei divelti, i fiori del male. Fortunatamente la porta era rimasta aperta. La spalancai e senza accendere la luce lo cercai a tentoni. Era dove ricordavo di averlo lasciato. Sollevai il vaso, lo scagliai contro il muro. Sentii il rumore di cocci infranti. Mi girai trionfante. Ma lui era sempre lì. Nell'oscurità quasi assoluta la figura incappucciata d'ombra mi fissava, gli occhi biancastri due fessure di luce malvagia. Arretrai fino alla parete. Urlai mentre avanzava verso di me. Spalancai le braccia, mi inginocchiai. Fu allora che la mia mano incontrò qualcosa, un bastone. No un manico! Sollevai l'ascia, la presi con entrambe le mani, vibrai un colpo verso la creatura delle tenebre. Avvertii qualcosa che si lacerava. Quando accesi la luce gli occhi senza più vita di Laura fissavano il soffitto. L'ascia era conficcata nel suo petto. Gridai a lungo il suo nome. Poi ci fu un boato nel sottosuolo e le pareti iniziarono a ondeggiare.
  6. Robigna88

    The Family Business - La profezia

    Immagine di copertina: Titolo: The Family Business - La Profezia Autore: Roberta Trischitta Casa editrice: Auto-pubblicato con Amazon KDP ISBN: 978-1539834533 Data di pubblicazione (o di uscita): 7 Novembre 2016 Prezzo: € 11,44 cartaceo, € 2,99 E-book Genere: Paranormal Romance Pagine: 372 cartaceo, 224 e-book Quarta di copertina: Allison Marie Morgan ha un passato ingombrante ed un presente difficile. Al futuro nemmeno ci pensa perchè, a causa del suo "lavoro", dubita che ne avrà uno. Allison è infatti una cacciatrice del soprannaturale; una temuta ma giusta. Quando la felicità che credeva impossibile busserà alla sua porta, avrà il volto bello ed elegante del primo vampiro della storia; il millenario e potente Alpha Joseph Baxter. L'ombra di un'antica profezia però rischia di oscurare quel sentimento rendendolo più difficile di quanto già non sia. Link all'acquisto: E-book Link all'acquisto: Cartaceo
  7. Komorebi

    [NNI2] L'abbraccio di Dio (revisionato)

    Commento L'abbraccio di Dio TumTumTum Tre colpi in rapida successione. Silenzio, quel tanto che basta da farmi sperare se ne sia andato. TumTumTum Sono due notti e due giorni che prosegue incessantemente. Non mi fa dormire, non mi fa pensare. Non posso nemmeno uscire da questa maledetta casa. Lui è lì fuori, lo so. Dopo la prima volta, non ho più avuto il coraggio di guardare dallo spioncino, ma non ne ho avuto bisogno. Chi altri potrebbe essere, se non lui? Chi altri martellerebbe la porta in legno massello per quarantott’ore senza mai stancarsi? E l’odore, mio Dio, l’odore che viene dal piano di sopra! Ha cominciato a puzzare ieri sera, e non importa che sia immersa in acqua. Puzza quanto un letamaio. Ho messo pezze alle fessure della porta, mi sono barricato in salotto. Piscio nelle bottiglie vuote, pur di non dover salire le scale e andare in bagno. Eppure lo sento comunque, forte come se fosse qui accanto a me: l’odore dolciastro, rancido e marcio di cadavere in decomposizione. TumTumTum Mi siedo in posizione fetale, mi tappo le orecchie coi palmi delle mani e affondo il naso tra le ginocchia. Fateli smettere, mio Dio, fateli smettere! Il suono e l’odore, entrambi sono qui per perseguitarmi! Non avrei dovuto stringere quel patto. Non avrei MAI dovuto stringere quel patto. NON AVREI MAI DOVUTO STRINGERE QUEL PATTO! TUMTUMTUMTUMTUMTUMTUMTUM «Potresti aiutarmi a stirare anziché stare seduto a far nulla!» Mia madre storce il naso, mi guarda dall’alto in basso, come al solito. Concludo l’ultima frase del capitolo e chiudo il libro di medicina; lei ha bisogno di me. «Ti avrei aiutato finito di ripassare, sai che domani ho un esame.» «Sì, certo, come al solito. Poi non mi aiuti mai e devo fare tutto io!» Non era vero, ma dallo sguardo di disgusto che mi lancia capisco che sia convinta così. Niente le farà cambiare idea, ormai. Prendo il ferro da stiro, lo passo sulla camicia. Lei mi studia, giudica il modo in cui passo avanti e indietro sulla stoffa. Scuote la testa, sbotta: «Santo cielo! Se ci fosse tuo fratello saprebbe farlo meglio! Che dico? Persino una scimmia sarebbe più brava di te!». Mi mordo le labbra. «Mamma, l’ho sempre fatto io, so come si stira.» «Non è vero! Bugiardo che non sei altro! Dovresti confessarti per tutte le balle che mi racconti! L’ha sempre fatto tuo fratello, lui sì che era devoto e amorevole, non come te. Dovevamo fermarci al primo figlio!» «Mamma», so che non funzionerà, che non servirà a niente, ma non posso che provarci di nuovo, per l’ennesima volta «sono io il tuo primo figlio. Sono Davide. Io studio medicina, io ti aiuto nelle faccende domestiche. Matteo non c’è più, non c’è più da tempo». Mi colpisce. Uno schiaffo in piena faccia. La guancia diventa rovente, i denti mi ballano nelle gengive. Per un po’ un fischio risuona nell’orecchio. «Zitto e stira, bugiardo miscredente.» TumTumTum Non posso chiamare aiuto. Ogni volta in cui sollevo la cornetta, sento il suo rantolo: chiede di aprire la porta, di lasciarlo entrare. Non so cosa voglia da me, ho paura di cosa possa volere. L’ho guardato solo la prima volta dallo spioncino e mi è bastato. Non voglio vederlo mai più, non era questo che desideravo. Dio, che cosa mi hai fatto? TumTumTum «Davide, tieni d’occhio tuo fratello, mi raccomando!» Sbuffo mentre mi allaccio le scarpe. Mia madre è in cucina e non può vedermi, ma nel dubbio le volto comunque le spalle. «Non è giusto, però», mi lascio scappare a denti stretti, «Claudia ha invitato solo me alla sua festa, perché devo portarci pure Matteo?». «Perché è tuo fratello e ha bisogno di conoscere nuova gente. Lo sai che fa fatica a farsi degli amici», si affaccia alla porta e sorride, «non brontolare: Dio vorrebbe che lo facessi per tuo fratello. E Matteo stesso lo farebbe, per te». Difficile averne la conferma, visto che mio fratello è un handicappato che non sa nemmeno parlare. Mia madre è convinta sia solo timido; non riesce a mettersi in testa che è ritardato. «Che palle», stringo la mano a Matteo, «accidenti, ma piantala di ciucciarti le dita! Che schifo, sono tutte bagnate!». «Davide, smettila di rompere e stringi la mano a tuo fratello! Non perderlo di vista!» Matteo mi sorride con quel suo sguardo vuoto, da ebete. Ha il naso a patata e la lingua fuori dai denti. E le guance sono sempre sporche di qualcosa, che schifo. «Sarebbe meglio se ti perdessi», bisbiglio. Matteo non capisce, ride e saltella mentre lo porto fuori. Neanche fosse un cane. TumTumTum Continua a bussare, non si stanca mai. E l’odore, Dio, l’odore è sempre più forte! Perché mi hai concesso quel patto, mio Signore? Dicesti di avermi scelto perché tra tutti ero quello che più aveva sofferto, perché la nostra famiglia credeva in Te e meritavo il Tuo aiuto! Ma io volevo solo rendere felice mia madre, volevo concederle di rivederlo, stare ancora con lui. E invece lei è morta, si è uccisa nel momento stesso in cui ho stipulato l’accordo con Te. Il suo cadavere è al piano di sopra, nella vasca da bagno. L’acqua è fredda, una pozza rossa di sangue. Matteo sarebbe dovuto tornare e loro due sarebbero rimasti insieme! Lei si sarebbe occupata di lui e mi avrebbe perdonato. Entrambi mi avrebbero perdonato e io sarei stato libero! Perché mi hai fatto questo, Dio? Volevi punirmi? Oppure… volevi redimermi? È forse una prova, la Tua? TumTumTum «Mamma, io esco, ok?» Lei è sul divano, immobile. Come sempre, da quando Matteo è scomparso. I suoi capelli sono sporchi, non li lava da settimane. Puzza, anche. Un odore rancido, dolciastro e penetrante. Ha smesso persino di mangiare, non dorme più. «Mamma?» Le appoggio la mano sulla spalla. Gli occhi sono vitrei, da bambola. Non mi riconoscono. «Matteo? Sei tu?» «No, mamma, sono Davide.» «Ah, Davide», torna a voltarsi, delusa, «dov’è Matteo? Era uscito con te, avevi promesso avresti badato a lui. Matteo è un bambino così buono, è pieno di amore. Quando mi abbraccia, dovresti sentire l’amore che provo quando mi abbraccia. Gli perdonerei tutto, se solo avesse peccati. Ma lui non ne ha, perché è così buono. E i suoi abbracci sono di pura bontà. Dov’è tuo fratello, Davide, dov’è?» «Non lo so, mamma. Gli ho lasciato la mano solo un momento…» «Tuo fratello è tanto timido, ha bisogno di fare nuove amicizie. Però un domani sarà un uomo forte e intelligente, vedrai. Sarà medico, come lo è stato il suo papà. Lui vale più di tutti noi, persino più di te. Perché lui ha tanto amore, capisci? E quando ti abbraccia ti fa sentire felice», mi guarda di nuovo, sbatte le palpebre, «sei tu, Matteo?». TumTumTum Basta, non resisto! Non posso più vivere così! È la terza notte, ormai. La puzza si è impadronita di tutta la casa; la sento persino in fondo alla gola. Devo fuggire, devo andarmene. TumTu Apro la porta. Matteo abbassa il pugno, smette di bussare. C’è silenzio, finalmente. Ha la lingua tra i denti, le labbra ritirate a mostrare una parte di teschio. Dal buco sulla guancia fa capolino un verme. I bulbi oculari sono esplosi, le orbite vuote mi fissano. Ha ancora lo sguardo assente, da scemo. «Matteo, io…» I resti di pelle putrefatta si piegano in un ghigno. Si introduce in casa, mi faccio da parte. La nuca è sprofondata, una conca che ha distrutto la scatola cranica. L’avevo seppellito per bene nel campo, dopo averlo colpito con quella pietra. Lui muove la testa, balbetta qualcosa. Non posso credere abbia imparato a parlare. Mamma ne sarebbe stata felice. «Lei è morta», gli dico, «ma mi occuperò io di te, proprio come vorrebbe Dio Misericordioso. È per questo che Lui ti ha rimandato da me». Matteo allarga le braccia. Il vestito elegante della festa è a brandelli, i pantaloni si sorreggono per miracolo. La pelle del tronco è macerata, caverne verdognole ospitano formiche e larve biancastre. Ci abbracciamo. Mamma aveva ragione, penso mentre lui comincia pian piano a divorarmi l’orecchio: il suo abbraccio è pieno di amore.
  8. Ivangrafico

    Horror Storytelling

    Concorso Nazionale Letterario "Horror Storytelling" “La partecipazione ad un concorso letterario non è obbligatoria o necessaria, è un buon pretesto per dimostrare le proprie capacità narrative e cercare quel minimo di soddisfazione che può facilmente trasformarsi in un inaspettato successo.” I.A. Il concorso, edito dalla Watson edizioni, è gratuito e finalizzato alla realizzazione di un libro di racconti dell'horror. Per ogni informazione potete visitare il sito della casa editrice.
  9. cristin@

    La saggezza dei posteri - Cristina Lattaro

    Titolo: La saggezza dei posteri Autore: Cristina Lattaro Editore: Nulla die Prezzo: 23.50 euro Pagine: 418 Quarta di copertina: Claudio Zeppe, come i suoi antenati, ha una particolare abilità nel trovare l’acqua, ma non è un rabdomante. Si è arruolato e ha raggiunto l’Afghanistan nel 2003, al seguito della spedizione italiana ISAF, per scavare 500 pozzi. Sette anni dopo, da civile, dovrà ricostruire nei dettagli cosa accadde dopo l’assalto subito dal convoglio militare italiano diretto a nord di Herat. Un attacco sferrato da un pugno di predoni, ma progettato da un essere senza morale che la sua famiglia chiama da generazioni l’uomo del pozzo. Booktrailer:
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