Vai al contenuto

Cerca nel Forum

Risultati per i tag 'horror'.

  • Cerca per Tag

    Tag separati da virgole.
  • Cerca per Autore

Tipo di contenuto


Il mondo dell'editoria, senza filtri.

  • Inizia qui la tua avventura nella community
    • Regolamento del Forum
    • Ingresso
    • Bacheca
  • Il mondo dell'editoria
    • Case Editrici
    • Piattaforme Print on Demand
    • Agenzie Letterarie
    • Freelance
    • Questioni legali
    • Concorsi ed Eventi esterni
    • Varie ed eventuali
  • Officina
    • Narrativa
    • Poesia
    • Contest del Writer's Dream
    • I migliori racconti del WD
    • I nostri libri
  • Documentazione
    • Scrivere
    • Leggere
  • Area Relax
    • Agorà
    • WD Club
    • Il blog del Writer's Dream

Categorie

  • Arte, cinema e fotografia
  • Azione e avventura
  • Biografie, diari, memorie
  • Fantascienza, Horror, Fantasy
  • Gialli e Thriller
  • Letteratura non di genere
  • Letteratura erotica
  • Letteratura Rosa
  • Bambini e ragazzi
  • Società e Scienze sociali
  • Storia
  • Poesia

Categorie

  • Arte, cinema e fotografia
  • Azione, avventura
  • Biografia, diari e memorie
  • Fantascienza, Horror e Fantasy
  • Gialli e Thriller
  • Letteratura Erotica
  • Letteratura Rosa
  • Letteratura non di genere
  • Bambini e Ragazzi
  • Società e Scienze sociali
  • Storia
  • Poesia

Calendari

  • Presentazione in Libreria
  • Concorso Letterario
  • Corso di scrittura
  • Altro
  • Evento del Writer's Dream

Cerca risultati in...

Cerca risultati che...


Data di creazione

  • Inizio

    Fine


Ultimo Aggiornamento

  • Inizio

    Fine


Filtra per...

Iscritto

  • Inizio

    Fine


Gruppo


Sito personale


Skype


Facebook


Twitter


Provenienza


Interessi

Trovato 180 risultati

  1. Steve666

    Sangue: reazioni e dettagli medico-legali

    Buongiorno a tutti. Ho un problema - dubbio e avrei bisogno di un parere tecnico (medico-legale) per non scrivere cavolate. Purtroppo non ho mai sgozzato nessuno su di un prato innevato (per mancanza di neve, ovviamente!) e quindi ho alcuni dubbi riguardo alla "reazione" del sangue sulla neve. Posto che in quanto liquido "caldo" dovrebbe sciogliere almeno in parte la neve su cui cade, i miei problemi iniziano riguardo al colore che dovrebbe assumere. Il sangue tende a scurire con il tempo, ossidandosi... ma in quali tempistiche? E queste tempistiche vengono accelerate o rallentate dalla neve? In pratica il sangue sul cadavere e quindi non a contatto con la neve dovrebbe scurirsi prima o dopo di quello che è invece caduto a terra? Sapete darmi anche delle tempistiche approssimative prima che il sangue coaguli e si solidifichi? Mi servirebbe per capire se si può risalire con precisione (più o meno) all'ora del decesso confrontando le due reazioni diverse. Rispondendo a questo post mi risparmierete figuracce (sono in fase di revisione e non voglio scrivere stupidaggini!) e vi ringrazio anche a nome di colui/colei che non dovrò più usare come test alla prossima nevicata.
  2. LuckyLuccs

    La città delle streghe - Luca Buggio

    Immagine di copertina: Titolo: La Città delle Streghe Autore: Luca Buggio Casa editrice: La Corte Editore ISBN: 978-88-88516-02-1 Data di pubblicazione (o di uscita): 28 settembre 2017 Prezzo: 16,90 € Genere: thriller storico Pagine: 392 Quarta di copertina: Ottobre 1703: la politica spregiudicata di Vittorio Amedeo II porta il Ducato di Savoia in guerra contro la Francia. Laura Chevalier, cresciuta tra i campi di fiori vicino a Nizza, crede di essere al sicuro fuggendo a Torino, ma scopre che la capitale del Ducato non è una città come tutte le altre. Ci sono cose di cui non si può parlare se non sotto la protezione dei Santi, perché l'Uomo del Crocicchio è sempre a caccia di anime e potrebbe essere in ascolto. Misteriose presenze si aggirano per le vie quando scende la notte, e cadaveri mutilati vengono ritrovati la mattina seguente. Lo sa bene Gustìn , un tempo monello di strada che si è fatto le ossa fra imbrogli, furti e truffe fino a diventare una delle spie del Duca. Disilluso e intraprendente, è l'uomo giusto per fare i lavori sporchi, ma anche per mettersi a caccia di banditi, streghe e serial killer. Le loro vite si sfiorano mentre la città si prepara a sostenere l’assedio che deciderà i destini della guerra e del Ducato, tremando per i segni diabolici, affidandosi ai presagi celesti. Link all'acquisto: http://www.lacorteditore.it/prodotto/la-citta-delle-streghe-luca-buggio/ https://www.amazon.it/città-delle-streghe-Luca-Buggio/dp/8885516025 https://www.ibs.it/citta-delle-streghe-libro-luca-buggio/e/9788885516021 https://www.libreriauniversitaria.it/citta-streghe-buggio-luca-corte/libro/9788885516021 http://www.giuntialpunto.it/product/8885516025/libri-la-città-delle-streghe-luca-buggio https://www.unilibro.it/libro/buggio-luca/la-citta-delle-streghe/9788885516021
  3. Dundr

    Leggende Popolari

    LEGGENDE POPOLARI (Ci tengo a precisare che il racconto ha una forte ispirazione lovecraftiana.) Conosce la leggenda di Vurvan, viandante? No? Bene, allora vedrò di delucidarvi in merito ad essa. Nessuno conosce la sua vera identità, nessuno sa cosa egli cerchi dal mondo o da dove venga. In effetti, nessuno è certo della sua reale esistenza. Si raccontano storie, tante storie, che differiscono l’una dall’altra ogni angolo del mondo, da ogni regno, villaggio, cittadina e continente. Da ogni tempo, sin dall’avvento dei primi uomini si narra di Vurvan l’Errante, cavaliere misterioso e cupo che viaggia tra i mondi, tra il passato e il futuro, da città in città senza mai fermarsi. Chi dice di averlo visto viene deriso e beffato, poiché i fatti che accompagnano l’arrivo di Vurvan in qualche luogo hanno sempre dell’inspiegabile. Ma partiamo con ordine. Si dice che Vurvan, così chiamato dai popoli, sia un cavaliere completamente vestito di nero. Si dice indossi un cappuccio che nasconda il suo volto e mostri solamente le sue labbra ritorte in una smorfia divertita, contornate da una leggera barba. I testimoni dicono che indossi una pesante armatura di fattura sconosciuta, dalle sfumature nere e tetre come se fosse stata arsa assieme al suo possessore. Alcuni dicono che Vurvan confessò loro il materiale di cui era composto il suo equipaggiamento: numerose ossa fuse tra loro, ossa di pietra di grandi aberrazioni innominabili e sovrani malvagi, scaglie di draghi neri e viverne della cupidigia. Tutte quelle ossa erano state forgiate dal sangue e dal fuoco di demoni innominabili dimenticati dal tempo, del futuro e del passato e del presente. Per alcuni questa versione è troppo fantasiosa e dettata dalla paura verso il cavaliere, visto in notti di tempesta e senza luna da sembrare un’ombra nera di giustizia e supplizio eterno. Altri invece danno credito a queste dicerie, aggiungendo che assieme all’armatura nera dell’incappucciato Vurvan, egli porti con sé due reliquie di un mondo perduto e senza tempo, lontano e dimenticato dalla memoria di ogni uomo. La prima reliquia è una spada bastarda, enorme ed intarsiata di materiali a noi uomini sconosciuti. La lama è corrosa e rancida e si dice si chiami Reinheit, pulsante della materia viva delle prede abissali che il cavaliere Vurvan affronta con essa; è incisa di parole e simboli indecifrabili che narrano le gesta d’una antica e perduta razza d’uomini a cui Vurvan appartiene. L’altra reliquia è una leggenda a sé stante. Si racconta infatti che Vurvan l’Errante porti con sé la maledizione tra le maledizioni, la sciagura più grande di ogni tempo e sopra ogni immaginazione. Colei che viene chiamata Malva la Strega Nera. Malva è, secondo le leggende, una figlia del demonio caprino nero che visse anni orsono in un continente ormai inabissato. Si dice che ella era talmente potente quanto bella che venne imprigionata per il bene dell’umanità in una torre ai confini di tutti i mondi, tra la cenere e il buio dell’abisso, in mezzo al freddo ed al gelo, tra ghiacci e vulcani dove nessuno aveva mai messo piede. Sempre secondo la leggenda, la strega Malva accettò la sua condanna e per lunghi, interminabili anni si abbandonò a sé stessa. Ma proprio quando stette per cedere e suicidarsi, Vurvan l’Errante aprì la porta della sua cella, dopo aver scalato la torre ed affrontato cenere, buio, abisso, freddo e gelo, ghiacci e vulcani, guardiani innominabili, creature potenti e disgustose per eoni interi di esistenza. Vurvan liberò Malva e questa si legò a lui indissolubilmente. Da questo momento in poi, le leggende narrano che Vurvan e Malva portino scompiglio tra le genti di ogni dove, scatenando miasmi di morte e creature terribili alle corti di ogni sovrano. Alcuni però sono di tutt’altro avviso: Vurvan l’Errante e Malva la Strega Nera compaiono soltanto dopo che demoni e bestie innominabili attaccano il mondo. I due tetri individui giungono per salvare il popolo e ricacciare nell’abisso le bestie da esso venute. Si narra che nel regno di Urpan sotto le foci del fiume Jaev, nella città di Hassaria, Vurvan venne per ucciderne il sovrano, Banorm, che impazzì trasformandosi in un mostro nero dai lunghi tentacoli pelosi, zanne aguzze e occhi vitrei iniettati di sangue. Si canta a Lavaran il giorno in cui Vurvan e la maga Malva attaccarono e distrussero il cimitero della vicina città di Ruperne, dove i morti si erano risvegliati ed avevano preso il posto dei vivi. Ancora si dice sui monti Falla che Vurvan e Malva uccisero bambini innocenti per evocare un’enorme demone verde da un mondo che nessuno osa immaginare. A Portonuovo viene tramandata la diceria secondo quale, nelle notti buie quando le nuvole oscurano la luna, Vurvan l’Errante si levi a cavallo del suo nero destriero per uccidere donne e bambini e mangiare i loro cadaveri. Tutte dicerie discordanti che variano da continente a continente, da città in città, da luogo in luogo. Sta il fatto, gentile viandante, che Vurvan l’Errante forse l’ho visto anch’io. Era notte fonda e me ne stavo seduto nella mia piccola ed umile dimora. Appena due stanze grandi abbastanza per poter far vivere dignitosamente il sottoscritto, mia moglie e le mie due piccole figlie, Berta e Norta. Bene, dicevo, me ne stavo tranquillo davanti al fuoco, seduto sulla mia sedia a dondolo quando ad un tratto sentii provenire dall’esterno urla strazianti, così acute da farmi sanguinare le orecchie. Andai a controllare mia moglie e le mie figlie che erano spaventate e piangenti, e dissi loro di chiudersi in casa e non aprire per nessuna ragione, quindi mi allontanai da loro e uscii di casa, sigillando la porta con tutte le mandate del chiavistello. Avevo paura, tremavo e manco sapevo a cosa andavo incontro, ma dovevo accertarmi cosa stesse spaventando me e la mia famiglia. Feci qualche passo nella foresta che sin da bambino avevo sempre esplorato e che in quel momento mi parve nient’altro che una visione depravata e disturbante, cui non riconoscevo strade, alberi e anfratti. Un grande terrore mi assalì e provai a tornare indietro, ma non vidi altro che alberi neri ed inquietanti che si alzavano minacciosi contro di me. La mia casa sembrava sparita, così come i canti notturni dei rapaci. Non udivo niente, se non l’urlo straziante che sentivo correre verso di me ad una velocità che mi raggelò il sangue. Mi acquattai terrorizzato, sperando di confondermi con la terra e con le foglie ma così non fu. Dagli alberi saltò fuori questa orribile cosa che ancora oggi non so come descrivere, se non dire che ella era orribile e riluttante, simile ad un grande rospo peloso con zampe di gallina, pelle di serpente, muso di capra e corna di cervo. Urlò di nuovo e fui costretto a tenermi le orecchie, ormai zampillanti di sangue. E’ colpa di quella notte di vent’anni fa se il mio udito adesso è guasto e ci sento poco e niente. Comunque, stavo dicendo, la bestia urlò straziantemente con una voce femminile, ben lontana dalle sue sembianze mostruose. Cercò di uccidermi. Mi afferrò, mi strattonò e mi lanciò via in mezzo all’erba e quando fu sopra di me, temetti il peggio. Ero pronto a morire e piansi, piansi straziatamene come non avevo mai fatto prima. Lo confesso senza vergogna, me la feci tutta nei calzoni. Un vecchio come me non aveva mai visto un orrore simile e mai avrebbe desiderato vederlo, messere. Accadde che a quel punto quando la belva mi fu sopra pronta ad azzannarmi, ci fu un impatto così violento che credetti che un ariete od un fulmine avessero colpito in pieno l’obbrobrio vivente scagliandolo metri e metri lontano da me, nel buio della notte. Allora tirai un sospiro di sollievo, vedendomi scampato alla morte e cercai di sondare il buio coi miei occhi stanchi e confusi. Ora le dico che la mia vista adesso è compromessa, stancata da troppi anni di vita, ma quella notte oscura ci vedevo benissimo. Vuole sapere che cosa vidi, gentile viandante? Vidi un cavaliere dall’armatura nera come pece, vidi il suo cappuccio sventolare nel vento di quella pazza notte e coprirgli mezzo volto, lasciandogli scoperto solamente il mento barbuto. Impugnava una spada enorme che a tratti brillava, su cui erano incisi strani simboli e parole che non compresi. Con quella spada aveva infilzato l’orrenda creatura, proprio come noi comuni umani infilziamo il coltello nel burro caldo. Non riuscii a dire niente e mi paralizzai, non credendo ai miei occhi. Poi lui si girò verso di me, sorrise beffardamente e vidi i suoi denti bianchi. Non vidi i suoi occhi perché erano coperti dal cappuccio nero e consunto, ma udii le sue parole. Mi disse: «Quando la notte è buia e strane nuvole coprono la luna, chiudi la porta di casa e tappati le orecchie. Non guardare le finestre, non ascoltare nient’altro oltre al tuo respiro e soprattutto non aprire la porta a chi bussa, per niente al mondo.» la sua voce era calma e vigorosa, come quella di un giovane guerriero. Gli chiesi il perché, tremando come una foglia. Lui mi rispose: «Perché quando la notte è buia e strane nuvole coprono la luna, le porte dell’Innominabile si aprono e sul mondo giungono le bestie senza nome, le perversioni degli uomini, i peccati fatti carne e insozzano il mondo con la loro mondezza.» a questo punto lui rise amaramente, osservando il cielo. Le nuvole stavano abbandonando la luna e gli alberi mutavano intorno a me. Vorticavano macabramente, sembrando riprendere le loro posizioni originali. Ora riconoscevo i sentieri, i viottoli. Mi voltai e vidi casa mia, posta dove l’avevo edificata con fatica negli anni della giovinezza. Ancora egli rise al mio stupore e mi disse: «Ricorda, vecchio. Quando la notte è buia e strane nuvole coprono la luna, le porte dell’Innominabile si aprono sul mondo. Quindi non guardare le finestre, serrale se puoi. Tappati le orecchie e non aprire a chi bussa alla tua porta, perché quando la notte è buia e strane nuvole coprono la luna, Vurvan l’Errante e Malva la Strega Nera sono a caccia per sigillare l’Innominabile.» Mi sorrise ancora e poi svanì nel vento come se non fosse mai stato presente, assieme alla creatura che mi aveva attaccato. Poi mi girai verso casa e vidi la porta spalancarsi, ne uscì una donna bellissima e lugubre, che cantò alla luce della rinnovata luna e poi scomparve. Prima di dissuadersi nel buio come aveva fatto il cavaliere, ella mi disse: «Tua moglie e le tue figlie riposano beate e nulla ricorderanno di questa notte, al loro risveglio. Vai a dormire con loro e ricorda, quando la notte è buia e strane nuvole coprono la luna, le porte dell’Innominabile si aprono sul mondo.»
  4. serena.jandra

    [FdI 2017-3 Fuori concorso] La Chascona

    Eugenio fissava la vetrina con sguardo vago, distratto. Non sapeva neanche lui per quale motivo si fosse fermato lì davanti, ma fu in quel preciso istante che la vide tra i riflessi, eterea come un'illusione. Il volto emaciato, solcato da profonde cicatrici purpuree, era incorniciato da sottili capelli bianchi che danzavano tutt'attorno al capo come filamenti di ragnatela sospinti dal vento. Teneva lo sguardo basso, cercando di nascondere gli occhi per non far vedere quelle lacrime che una dopo l’altra, l’avevano resa quel che era… un mostro. Ma Eugenio questo non poteva saperlo e vedendo quella donna oltre il vetro, scossa dai singhiozzi, non riuscì a restare indifferente. In un slanciò di compassione si protese in avanti appoggiando i palmi sulla vetrina, e che importava se l’avrebbe sporcata, il bisogno di aiutare aveva la priorità. “Ehi, ti serve aiuto?” esclamò sentendo crescere dentro di sé il bisogno di consolarla. La donna si immobilizzò. I capelli si riadagiarono lentamente attorno al suo corpo, come un manto protettivo. La strana folata di vento era passata. Sollevato per essere riuscito ad attirare la sua attenzione, Eugenio si preparò a sorridere sperando così di infonderle un po’ di coraggio. Lentamente, la donna sollevò il capo. I capelli si spostarono dal viso come un sipario e i suoi occhi, due enormi pozzi neri, si posarono con tutta la loro mostruosità su di lui. L’uomo trattenne improvvisamente il fiato, il sorriso scomparve, scacciato da una nuova emozione più viscerale. Un brivido lo attraversò da cima a fondo accompagnato da un’improvvisa ondata di panico. La sua essenza venne risucchiata fuori dal corpo, catturata da quegli occhi contornati da cerchi violacei e lacrime di sangue. Eugenio spalancò la bocca per urlare ma era incapace anche solo di respirare… il centro assoluto dei suoi pensieri era permeato da quei due profondi buchi neri. La sua anima venne strappata dal corpo, catapultata in un’altra dimensione. Senza capire come, si ritrovò in una stanza buia e afosa, assieme a lui nuovamente quella donna, che ora sedeva davanti alle braci morenti del focolare. Eugenio poteva scorgerne il profilo dal naso leggermente aquilino e le labbra carnose. Sembrava molto giovane, dall’aspetto fragile e delicato. Aveva lunghi capelli neri che ricadevano attorno al corpo come un mantello. La donna piangeva, cercando di soffocare i lamenti, con le mani strette convulsamente attorno alla vita, si dondolava avanti e indietro al ritmo dei propri singhiozzi. Improvvisamente, il suo pianto venne interrotto dal rumore della porta che si apriva, e lei balzò in piedi. Prima ancora che il nuovo arrivato fosse entrato del tutto, la donna si gettò a terra supplicandolo. Con un grottesco connubio di disperazione e fervore cominciò a baciargli le scarpe, a piangere e implorarlo senza alcun ritegno. Avrebbe fatto qualunque cosa per cancellare quel che stava accadendo. “Ti prego! Ti supplico! Non far loro del male! Farò qualunque cosa vorrai ma riportali indietro! Sono solo dei bambini!” Il volto dell’uomo era solcato da profonde rughe di disapprovazione rese ancora più nette dagli ultimi bagliori delle braci. Cercando di aguzzare la vista, Eugenio distinse il colore innaturalmente rosso della sua pelle, le labbra sottili e tese, mentre gli occhi erano come due grandi tizzoni ardenti, contornati da sopracciglia lunghe e ispide. Era circondato da un aurea putrida e sporca, risultato di una vita trascorsa tra la feccia dell’umanità, spettatore dell’espressioni più ignobili dell’animo umano. Con gelida certezza Eugenio seppe che si trattava del guardiano di tutte le anime immonde che vivevano sulla Terra, insozzando e contaminando gli spiriti puri. Era il Diavolo. In un moto di disgusto, il demone sferrò un calcio alla donna per allontanarla. Ma lei, completamente insensibile al dolore, tornò subito a carponi da lui e ancora più determinata di prima, gli abbracciò le poderose gambe nude, baciandolo e stringendolo al culmine della disperazione più totale. Lentamente, sul volto del Diavolo affiorò un ghigno compiaciuto e il suo ego maligno rinvigorì soddisfatto. Era così che sarebbe dovuta andare fin dall'inizio! -pensò il demone- Ed è così che sarà d’ora in avanti. La sua sposa non doveva avere altri pensieri al di fuori di lui. Voleva essere l’unico punto focale delle sue giornate, tutte le sue azioni dovevano essere impiegate al solo scopo di compiacerlo e servirlo. E mai avrebbe tollerato che qualcun altro, neppure i suoi stessi figli, si frapponessero tra loro. Lui era il tutto e null’altro doveva esistere. Ritenendosi soddisfatto di tanta devozione, in un improvviso moto di indulgenza, le concesse una carezza sulla testa, quasi una grazia. “Non erano altro che carne da macello” sussurrò dolcemente piegandosi verso di lei “troppo innocenti, troppo fragili perché la loro vita avesse valore. Diventeranno la più prelibata delle bistecche quando li cucinerai” “Nooo!!” Non appena quelle terribili parole attraversarono il velo di disperazione che l’avvolgeva, la donna cominciò a gridare fuori controllo: “Cosa hai fatto! Come hai potuto! Ai tuoi figli!! Aaaah, Aaaaah!” Senza più alcun freno, senza più nulla per cui valesse la pena vivere, si lasciò crollare a terra urlando con tutto il fiato che aveva in corpo. Le mani corsero ai lunghi capelli e li strapparono con violenza, facendo scempio del dono più bello che la giovane avesse mai avuto. Poi trovarono il volto, e lo graffiarono scavando lunghi solchi sulle guance. Non esisteva più nulla al mondo che avesse significato, nulla per cui valesse la pena vivere e combattere. Una cosa inaudita, impossibile da accettare e tantomeno da tollerare: i suoi figli erano stati uccisi e tutto era diventato pura follia. Il diavolo, non sopportando ulteriormente di sentire le sue urla, la scavalcò con una lunga falcata e si diresse alla dispensa sghignazzando soddisfatto. Era stanco dopo tutto il lavoro che quei mocciosi gli avevano procurato. Scuoiarli, eviscerarli e tagliarli in pezzi era stato un lavoro più faticoso di quanto avesse immaginato. Ora aveva solo voglia di rifocillarsi, rilassarsi e riposare. Eugenio assistette a quella scena come un fantasma, senza alcuna possibilità di fare qualcosa. Ma il suo animo era come un vulcano in eruzione, tutto ciò che aveva visto e compreso lo avevano riempito di rabbia e disgusto che ora traboccavano da lui come lava ardente. Il senso di impotenza lo stava facendo impazzire ma lui non era altro che uno spettatore in quella vicenda. In quale universo perverso e malato poteva accadere una cosa del genere? Che razza di allucinazione pazzesca stava vivendo? Sentiva il bisogno lacerante di raccogliere tra le braccia quella donna e cancellare ogni suo dolore. Allo stesso tempo avrebbe voluto sbattere il demone a terra e fracassargli il cranio a calci. Quell’essere, quell’abominio, meritava di essere eliminato nel peggiore dei modi. Intrappolato in quell’incubo che non gli apparteneva, lacerato dal bisogno di compiere giustizia, Eugenio cadde in ginocchio e urlò con tutto il fiato che aveva in gola. Rapidamente così com’era stato risucchiato in quella visione, si ritrovò davanti alla vetrina, nella stessa identica posizione in cui tutto era cominciato. I polmoni si gonfiarono improvvisamente d’aria e un urlo improvviso gli sfuggì dalle labbra. Si allontanò dal vetro come se si fosse scottato. Era stordito dal rapido viaggio mentale che aveva compiuto ma la donna oltre il vetro era ancora lì e lo guardava con il volto sfigurato e imbruttito da cicatrici, lacrime e sangue. Proprio come poco prima aveva fatto Eugenio, protese le mani in avanti e le appoggiò alla vetrina, cercando di avvicinarsi il più possibile. Nei suoi inquietanti occhi l’uomo intravide qualcosa di diverso: era forse una debole scintilla di tenerezza? Le labbra sottili e screpolate della donna si mossero e l’uomo udì la sua voce come se gli stesse sussurrando all’orecchio: “Io sono la Chascona… e mi dispiace avergli permesso di ucciderti.” La donna abbassò lo sguardo e ricominciò a piangere piena di straziante dolore. Eugenio, sconvolto e confuso da quelle parole, dopo un unico impercettibile battito di ciglia, si ritrovò nuovamente solo. L’uomo si guardò attorno con il viso stravolto, cercando di comprendere cosa diavolo gli stesse accadendo… era stato vittima di un orribile scherzo? Un’allucinazione dovuta allo stress? I passanti attorno a lui camminavano tranquilli, di certo loro non erano stati minimamente toccati dalla sua stessa esperienza. Quando una coppia lo affiancò davanti alla vetrina per osservare i manichini agghindati, si voltò verso di loro. Li fissò con occhi stralunati, cercando nei loro sguardi una risposta che lo rassicurasse. I due si tirarono indietro spaventati. Eugenio, lottò faticosamente per racimolare le forze e articolare una frase: “Cco co co co…” ma come un balbuziente, gli uscì un’unica sillaba ripetuta. Sempre più perso e impaurito, li supplicò con lo sguardo, cercando di scorgere una briciola di comprensione ed empatia in loro. Sfinito, si limitò a fissarli attendendo. Ma niente. Lo guardavano seri, non parlavano. Forse una traccia di pietà nel loro sguardo.
  5. commento a mara Davide percepì una strana sensazione, qualcosa di simile a mille agi che s'insinuano sotto pelle, arrivando alla consapevolezza che quello che lo circondava era acqua. Troppo tardi forse, perché il primo istinto fu di respirare e Davide dimenò le membra per cercare di resistere ai conati di tosse che cercavano di espellere il liquido dai polmoni. Cercava disperatamente una superficie di quel mondo, il battito del cuore era persino più doloroso di quello dei polmoni, il panico bruciava più intensamente il poco ossigeno rimasto e la poca lucidità mentale, poi una mano si poso sul suo capo come ultima benedizione prima della morte. Davide poté soltanto portarsi in posizione fetale per l’atroce dolore al torace, prima di scomparire nell’oscurità. Hamish raggiunse l’aria, una superficie aveva fatto da appoggio alla sua mano per pochi istanti, giusto il tempo e la spinta per portare la sua bocca fuori da quel mare di angoscia, a divorare il prezioso respiro che gli mancava. I suoi occhi furono lacerati dalla luce abbagliante del sole, ma la spasmodica ricerca di un punto di riferimento lo costrinse ad adattarsi velocemente. Le membra erano intorpidite dal gelo dell’acqua, ma almeno il sole abbagliante scaldava il suo volto. Tra le ombre che iniziavano a disegnarsi ai suoi occhi, percepì altri disgraziati come lui cercare di raggiungere la superficie del mare in cui erano immersi. Era aberrato dalla visione di gente disperata che per salvarsi utilizzava le altre persone come appoggio, alcuni di loro nel panico si affogarono a vicenda, ma sapeva di non poter criticare tale meschino comportamento, ne ammonire ne chiamare, nessuno lo avrebbe ascoltato, avrebbe forse solo potuto dare il buon esempio e inizio a nuotare. L’istinto lavorò in maniera bizzarra, all’orizzonte si stagliava la sagoma di una costa, forse un’isola, sormontata da un’imponente vulcano, ma non fu quello a guidare il suo sforzo, ma un faro, una sorta di luce, di strappo nel cielo sopra il vulcano stesso che pareva non esistere se non nel momento stesso che lo si osservava. Nuotò con tutte le sue forze e altri con lui, e seppur lontani dalla spiaggia forse solo due o trecento metri, essi furono il percorso più lungo e faticoso che si potesse immaginare. Nella nebbia mentale molti nuotarono con i vestiti zuppi di acqua divenendo dei propri e veri macini. Hamish lo capì che era quasi a metà percorso vedendo alcuni suoi compagni di sventura, si fermo un attimo da quella foga per togliersi la camicia che ne appesantiva i movimenti, ne arrotolò più che poté i lembi per poterla fissarla alla vita, qualcosa gli diceva che avrebbe potuto servigli in futuro. Hamish notò altri togliersi anche le scarpe, lui però le aveva già perse. Affondò le unghie nella sabbia finissima e dorata come se affondasse i denti nel cibo dopo una settimana di digiuno, era felice di esser vivo, era al sicuro ora, e senti una profonda e immorale gioia alla consapevolezza, di non essere ridotto come la prima persona su cui il proprio sguardo cadde. Le urla di quel disgraziato lo percuotevano come un tamburo, esso si trascinava sulla sabbia lasciando una lunga scia di sangue che partiva da un moncherino della gamba destra staccata di netto forse da uno squalo. Il pallore del suo volto presagiva la sua morte imminente per dissanguamento, presto le sue urla si sarebbero affievolite. Hamish improvvisamente si sentì mancare, troppa roba in troppo poco tempo, eppure l’adrenalina lo sorreggeva, anche perché era l’unica cosa cui poteva attaccarsi. Nessun ricordo gli rammentava cosa potesse essere successo e guardò il cielo cercando tracce di fumo di un aereo precipitato e cercò sull’orizzonte del mare tra quelle persone che arrancavano verso la salvezza le tracce di un relitto che potesse rammentargli perché fosse lì. «Hei you! Wats your name?» D’istinto Hamish, parlò un fluente inglese, ricordò di saper parlare anche italiano «come ti chiami?» Ma la persona cui si era rivolto sembrava non capire, la donna si stringeva tra le ginocchia guardandolo con gli occhi bassi, come un cane percosso dal padrone «parla tedesco, non capisce un h di quel che dici.» Hamish voltandosi, vide nella stessa posizione un omuncolo pelle e ossa, tremante e giustamente spaventato, di origine semitica almeno a giudicare dalla carnagione e ripeté la domanda al suo nuovo interlocutore, lui rimase per un attimo confuso poi rispose: «Osud … credo.» «Ricordi come diavolo siamo finiti in tale situazione? Ricordi da dove veniamo?» Osud fu percorso da un fremito e rispose con rabbia «Cosa cazzo vuoi che ne sappia, voglio tornare a casa ma non so nemmeno dove sia.» preso dal terrore si portò la testa tra le ginocchia. «Non riesco a ricordare che questo maledetto giorno!» Un rumore attutito e profondo iniziò a farsi strada mentre Hamish notò una figura gesticolare tra il sottobosco poco lontano. «Quell’uomo non sembra un naufrago, sembra volere che lo seguiamo.» Osud si voltò, verso la figura e arrancando andò verso la donna per spronarla con qualche parola in tedesco. «Sei sicuro di voler andare con lui?» «Non ho altre idee e quei motori che si stanno avvicinando mi ispirano molta meno fiducia di una singola persona.» Hamish ora si rendeva conto che quello strano rumore era quello di jeep che si facevano strada nella foresta e incitando in italiano e inglese più persone che poteva si diresse verso quello strano figuro. «state giù!» Se Osud risultava pelle e ossa quello strano maschio era ridotto ad una larva, eppure con una forza e decisione marmoree ripeté la frase in più lingue. «Andiamo! dobbiamo allontanarci da qui!» «Aspetta non sappiamo chi sei, ne cosa vuoi da noi e non possiamo abbandonare tutta quella gente!» «Per loro e tardi, ma se starai nascosto qui potrebbero non notarci!» la mano di quello sconosciuto abbasso con forza la testa di Hamish e le oltre venti persone che li avevano raggiunti fecero lo stesso acquattandosi il più possibile. Quattro jeep di stampo militare da seconda guerra, alzarono la sabbia giungendo sulla riva. Gli uomini che ne scesero, vestiti con un abbigliamento vittoriano, sembrarono compiere una cernita dei rimanenti. Quelli che a loro giudizio sembravano sfiniti, furono abbattuti a colpi di machete, alcuni che osavano alzarsi venivano freddati da un colpo di pistola, tutti gli altri caricati sulle jeep in catene. «Andiamocene ora, prima che si accorgano anche di noi, sempre se non volete fare la stessa fine!»
  6. simone volponi

    [FdI 2017-2] Nodki

    commento Racconto rimosso su richiesta dell'autore.
  7. Marco Giacomin

    Fineterra: il mio primo romanzo

    Immagine di copertina: Titolo: Fineterra Autore:Marco Giacomin Collana: Autopubblicato: Streetlib ISBN: 9788826088853 Data di pubblicazione (o di uscita):18/07/2017 Prezzo: 2,99 Genere: fantastico Pagine: 435 Quarta di copertina o estratto del libro: A Fineterra, una tranquilla cittadina del nord Italia, nulla è ciò che sembra. La Foresta delle Anime nasconde un terribile segreto: un misterioso raggio verde che penetra nelle profondità del Lago Doppio. Mentre l'estate trascorre con una pioggia torrenziale che sembra non finire mai, gli interessi di un sindaco cinico e spietato confluiscono nel piano della mente diabolica del Signore delle Nuvole. Spetta a Gaspare, un giovane dalle spiccate doti deduttive, seguire la flebile traccia del raggio fino ad una sconcertante rivelazione. Con lui, il fedele amico Tito e i suoi nuovi compagni d’avventura. Assieme, guidati dalla forza della Sfera Nera, sfideranno la Grande Onda e s’inoltreranno alla ricerca della verità in un viaggio senza ritorno. Link all'acquisto: https://www.amazon.it/Fineterra-Sfera-Nera-Marco-Giacomin-ebook/dp/B0722XJG22/ref=sr_1_1?ie=UTF8&qid=1500540908&sr=8-1&keywords=fineterra https://www.ibs.it/fineterra-ebook-marco-giacomin/e/9788826088853?inventoryId=74061586 https://www.kobo.com/it/it/ebook/fineterra
  8. Marcello Iori

    Il Ponte Oscuro dell'Anima

    Titolo: Il Ponte Oscuro dell'Anima Autore: Marcello Iori Collana: Darkness Casa editrice: Amazon ASIN: B073KTT2C3 Data di pubblicazione: 29 giugno 2017 Prezzo: 0,99 euro (formato e-book) Genere: Horror/paranormale/fantasy Pagine: 234 (in formato digitale) Estratto dal libro/sinossi: Ci sono cose che non possono morire ma solo riposare. Nell'attesa si insinua la speranza. Ma quali sono i luoghi del male? 1950, la Seconda Guerra Mondiale è appena terminata. Con la scusa di redigere una biografia, Ronnie Cavendish trascina suo fratello Simons alla ricerca di una valle perduta sull'isola di Magerøya, in Norvegia, un posto talmente oscuro da entrare nella leggenda. Qui si erge un castello, che è la dimora di segreti inconfessabili. Durante il viaggio per Nordkapp, Simons viene a scoprire che il fratello ha intenzione di cercare il castello di Val per rilevare la proprietà. Quando giungono a destinazione, con l'aiuto di Knut Jacobsen, ex militare (come Ronnie), si rendono conto che Val è viva e non vuole essere disturbata. La loro unica speranza di uscirne vivi è richiudere una breccia sul lato ovest del castello, per impedire al male di far ritorno e riposare sino al prossimo risveglio. Perché certe Oscurità abitano i luoghi del Mondo e si nutrono dei sogni, delle guerre e di tutto il male possibile. Per la pace, i due fratelli saranno costretti a sacrificare se stessi. Tratto dal romanzo. Ignote resteranno le cose ferme, come le sedie, le imposte arrugginite o certe porte marcie. Per non parlare dei quadri senza volto, dipinti in ogni stanza, soli, a mostrare un orrore che nessuno potrà vedere, ma che è stato vissuto da quei pochi che ne hanno subito le conseguenze. Una verità assoluta lo sconvolge, mentre ascolta l’incertezza di Simons nel non concepire le cose che gli stanno attorno: quella sedia maledetta lo richiama. Ancora. E lo attende al varco. Sul ponte oscuro… Link all'acquisto: https://www.amazon.it/dp/B073KTT2C3/ref=sr_1_1?ie=UTF8&qid=1499374106&sr=8-1&keywords=marcello+iori
  9. mina99

    [FdI 2017-1] Ed è così che sono morto

    Commento: http://www.writersdream.org/forum/forums/topic/34074-fdi-2017-1-esca-viva/#comment-598496 Incipit 6, finale 9 Quanto era bella, la Terra vista da lassù. Certo, girano così tante foto della NASA su Internet, che ormai l'avevano visto tutti, un panorama così. Ma dal vivo era mozzafiato. Il fiato mi si mozzò per davvero, però, quando abbassai gli occhi e vidi la spia rossa lampeggiare. Era una banana!
  10. qeimada

    Lo spirito e l'isola

    Ecco il mio frammento, parte del primo capitolo. [...] Far parlare i morti. Nel suo letto, Ernest Christian Reiche non riusciva a prendere sonno e continuava a sudare e a rigirarsi sopra le lenzuola di lino bianco. La straordinaria afa notturna lo stava facendo boccheggiare dopo che un’impietosa canicola l’aveva oppresso per tutto il giorno. Si erano già avute estati torride nel Maryland ma quella le batteva tutte. Aveva la sensazione di trovarsi nell’intrico sgocciolante di una foresta del Sud America piuttosto che in una decorosa casetta a due piani di Chestertown, operosa cittadina fluviale situata a est di Baltimora. A poche decine di passi dalla sua casa, l’acqua del fiume Chester scivolava lenta verso la baia ma sembrava che gran parte della sua acqua fosse evaporata, tanta era l’umidità che impregnava l’aria di quella notte insonne. La finestra della stanza da letto padronale era spalancata ma nemmeno un alito di vento dava sollievo al corpo madido di sudore del signor Reiche. Water Street non avrebbe potuto essere più silenziosa di così e solo l’acufene di cui aveva cominciato a soffrire qualche anno addietro, gli riempiva la testa di un incessante fruscio. Durante il giorno non ne era quasi affatto infastidito ma di notte, nel completo silenzio, se si concentrava sui suoi pensieri, era tutta un’altra storia. Di dormire non se ne parla proprio, continuava a pensare l’uomo. Ma non bastava il caldo a tenerlo sveglio, nossignore. La moglie Martha, la mite e grassoccia Martha – che giaceva alla sua sinistra, come sempre a quell’ora da ormai trent’anni – quella notte si era addormentata sdraiata sulla schiena e russava, tanto da sembrare di stare nella sua segheria e di ascoltare il monotono rumore provocato da una pialla su una tavola di abete. Ma almeno lei dormiva. Come riuscisse a farlo, nonostante tutto quel caldo, restava però un mistero. Alla sua destra, sul comodino di quercia rossa che l’uomo aveva costruito con le proprie abili mani tanti anni addietro, erano appoggiati un bicchiere e una brocca di ceramica, entrambi vuoti. Aveva già bevuto tutta l’acqua un paio d’ore prima. Far parlare i morti. Reiche si chiese da quale buio recesso della mente fosse scaturita quella frase tetra e strampalata al tempo stesso. Aveva sfogliato il Maryland Gazette e letto quel trafiletto il mattino precedente, sorseggiando il suo caffè, quasi di sfuggita, con distaccata noia, a tratti addirittura disgustato e non ci aveva più pensato per il resto del giorno. Eppure, qualche parola di quell’astrusa storia si era infilata – subdola – in chissà quale meandro della sua testa, come la limatura del legno che gli era finita nelle orecchie, tutti i giorni, nei tanti anni di lavoro giù in falegnameria. Talvolta qualche truciolo rispuntava senza preavviso e nei momenti più impensabili. Rinveniva la segatura anche nella minestra serale, caduta giù dal naso o dalle orecchie, quando il groviglio dei peli non poteva più contrastare la forza di gravità. Non riusciva a togliersi dalla testa un nome: Josephine. Anzi no, “Madame” Josephine. «Donna di Baltimora afferma: è possibile parlare con i morti!» era il titolo dell’articolo. [...]
  11. Lo scrittore incolore

    [MI 100-7] Il tempo degli uomini col casco nero

    commento prompt di mezzanotte Sono nel futuro e un attimo fa ero ad aiutare mia mamma a mettere a posto la camera. La mia pancia dice che sono passati sette mesi, ma la mia testa ne vorrebbe almeno altri cento, prima dell’arrivo del nascituro. Non sono pronta a diventare mamma. O meglio non lo ero, prima di inciampare su una stampella nella cabina armadio e finire lunga distesa fra due giacconi impolverati. Ora ho problemi più seri ai quali pensare. Sono finita per chissà quale magia in un luogo che fatico a riconoscere. Dovrebbe essere sempre Roma, da quel poco che riesco a intendere, ma potrei anche sbagliarmi. Mancano il traffico feroce delle auto e l’orda eterogenea di turisti, ma soprattutto il rumore. Tutto è silenzio nelle strade. Le poche persone che camminano sui marciapiedi, hanno la testa coperta da caschi simili a quelli degli astronauti. Solo che questi sono fatti interamente di una sostanza vetrosa nera e non permettono di scorgere il volto. Guardando in alto resto a bocca aperta. Il traffico e le auto non ci sono perché le persone di questo tempo vengono spostate da una parte e dall’altra grazie a dei droni monoposto, grandi il doppio dei nostri: hanno sotto di loro un grosso anello metallico, che passa in un’imbragatura sulla schiena e il gioco è fatto. Nonostante sia tutto affascinante e futuristico, decido di spostarmi dalla stradina laterale in cui sono finita e incamminarmi alla ricerca di qualcuno che mi dica come tornare a casa. Nemmeno il tempo di fare dieci passi e mi imbatto in un uomo con il casco nero, seduto su una panchina. «Scusi» inizio a dire, ma prima che io possa aggiungere qualsiasi altra parola, una mano mi tappa la bocca e vengo trascinata via con la forza. Il mio aggressore mi lascia andare solo dopo aver raggiunto un vicolo in ombra: finalmente posso voltarmi e capire a chi possa interessare la mia persona in questo mondo bizzarro. «Che cosa vuoi da me?» chiedo, con la voce resa stridula dal grande spavento. Davanti a me c’è un uomo sulla trentina, senza casco protettivo. Ha i capelli rasati ai lati e un ciuffo tinto di azzurro che gli ricade sulla fronte. La sua espressione facciale trasuda una fortissima agitazione, ma per il resto pare innocuo. «Voglio salvarti, ma forse una pazza non si merita il rischio enorme che ho appena corso.» «Amico, non so chi tu sia, ma io sono tutto fuorché pazza. Non so come sono finita in questo posto e sono incinta di sette mesi. Voglio solo tornare a casa.» Mi viene da piangere. Sto metabolizzando pian piano la portata degli eventi in cui mi sono cacciata e il bisogno di tornare alla normalità si fa sempre più impellente, a ogni minuto che passa. «È proprio questo il punto» dice lui, con gli occhi ancora sgranati. «Che voglio tornare a casa?» L’uomo si porta la mano destra sulla faccia. «Ma no! Che sei incinta! Nessuna donna con un briciolo di sale in zucca si sognerebbe mai di avvicinare un progressista con un bambino in grembo. Lo vedi che ho ragione a darti della pazza?» La mia sopportazione è oltre ogni limite. «Io vengo da un altro tempo! Da un altro pianeta forse! Non so nulla di progressisti e tutto il resto! Ora, o mi spieghi cosa vuoi da me, oppure mi lasci in pace.» Il mio assalitore finalmente si placa e assume un’espressione più pacata. «Ok, ti credo. Ma non urlare, perché altrimenti ci sono addosso in un attimo e puoi scordarti di avere un bambino in grembo.» Le sue parole mi distruggono: cosa vuole questa gente da una persona che ancora deve nascere? «Io faccio parte della resistenza. Siamo in pochi ormai a rifuggire la follia che si è impossessata dell’umanità, come puoi vedere.» «Quale follia?» «Aboliscono la procreazione. Hanno trovato il modo di avvicinarsi a quella che è praticamente un’immortalità e non vogliono nuove nascite. Inquinerebbero quello che secondo loro è lo sviluppo perfetto che hanno raggiunto.» «Ma è assurdo. Cosa diavolo ci fanno in quella boccia?» «Non lo so. È un mondo a parte, in cui si calano in non so quale elucubrazione. Un computer? Non lo sappiamo con certezza.» «Ma come si può essere così bestie da uccidere dei bambini?» «Oh, ma vanno oltre, credimi. Guarda lì.» L’uomo mi indica un punto dall’altra parte della strada che mi era sfuggito e trasecolo. Due uomini-boccia se ne stanno seduti a un tavolino di legno, con uno striscione bianco che vi ricade davanti: per un momento mi era sembrato che non ci fosse niente di strano, tanto il logo è simile a uno di mia conoscenza, ma poi arriva la tremenda presa di coscienza. La scritta recita “Kill the Children” e ci sono persino degli opuscoli per i passanti. Vorrei piangere, ma non ho nemmeno il tempo di elaborare a fondo. Il ragazzo dai capelli azzurri sbianca in volto e fugge di gran carriera. Mi volto e mi ritrovo davanti a un uomo dal casco vetroso. Dei passi strascicati alle mie spalle mi fanno intuire che dietro di me ce n'è un altro. Vorrei scappare anche io, ma le gambe sono di pasta frolla. Quello davanti mi infila una mano tra le gambe e l’altro mi cala una boccia nera sulla testa. Per un attimo sento un dolore fortissimo all’altezza della pancia, poi il nulla. Non so più chi sono. Davanti a me un numero esagerato di display mi mostra scene che non capisco. Solo una mi rimane impressa per qualche istante: c'è una donna che chiama il mio vecchio nome in una cabina armadio e piange. Dio come piange. Poi perdo qualsiasi interesse.
  12. M.T.

    [MI 100-4] Senza scampo

    Commento. Traccia di Mezzogiorno: Closed Circles . Non mi ero sbagliato. Questa non era una mia fobia. O un’allucinazione. Non erano le ossessioni che hanno preso il controllo della mia mente. Non ero io ad aver perso il controllo. Avevo ragione. Ho sempre avuto ragione. E nessuno mi ha voluto credere. Dicevano che stavo cominciando a dare i numeri, che il cervello mi era andato in pappa; dicevano che dovevo essere curato, anzi, hanno provato a farmi ricoverare. “Per farti avere l’aiuto di cui hai bisogno: vedrai che poi starai meglio. Tu ora non stai bene: lo capisci che lo facciamo nel tuo interesse?” Idioti. Non hanno voluto vedere. Io avevo ragione. Ho sempre avuto ragione. Ma nessuno ha voluto ascoltarmi. Idioti. Idioti. Ora è troppo tardi. Ora non c’è via di uscita. Hanno colto tutti alla sprovvista. Nessuno di loro se lo aspettava. Ho tentato di scappare, ma sono riusciti a tagliare ogni via di fuga. L’accerchiamento si è fatto sempre più stretto. Prima non si facevano vedere. Poi uscivano solo di notte. Alla fine si mostravano anche di giorno. Non avevano nessuna paura di noi. Sono arrivati a legioni; anche se il loro numero è sconfinato, non mi sorprende che siano giunti senza che nessuno se ne accorgesse: si potevano nascondere ovunque, i maledetti bastardi. Sono più intelligenti di quanto si pensasse. Hanno pianificato, si sono organizzati. Ci hanno studiato per secoli: ci spiavano al lavoro, mentre passeggiavamo, mentre dormivamo. Hanno appreso tutto sulle nostre abitudini, sulle nostre debolezze. Da idioti quali siamo, abbiamo voluto vedere del buono in loro, abbiamo voluto umanizzarli. Accidenti ai film, alla televisione, che li rappresentava così carini e simpatici. Accidenti a quei deficienti che si sono messi a lottare per riconoscergli dei diritti; ma la storia questi mentecatti l’hanno mai studiata? Non hanno visto quanti danni hanno fatto, che razza di disgrazie hanno attirato su di noi? I rumori fuori dalla porta si fanno più forti. Ora sono sulle pareti. Stanno cercando un varco tra gli scuri delle finestre. Presto raggiungeranno il tetto. Ci vorrà del tempo, ma riusciranno a entrare. Loro riescono sempre a entrare: trovano sempre un modo per superare qualsiasi barriera creiamo. Non mi piace ammetterlo, ma sono più intelligenti di noi. Sono più letali di noi. Cani e gatti sono stati i primi a essere eliminati. Poi è toccato ai rettili. I volatili, se hanno un minimo d’intelligenza, se ne sono volati il più lontano possibile, anche se non so se esiste ancora un posto sicuro nel mondo. Sicuramente resisteranno più di noi: non li possono raggiungere in cielo. Ma prima o poi la fame prenderà il sopravvento e dovranno riavvicinarsi al terreno per trovare da mangiare: allora la preponderanza numerica avrà la meglio. Mi si accappona la pelle sulla schiena: li sento grattare le pareti. Stanno cercando di creare delle aperture nel cemento: hanno capito che la porta blindata è più difficile da forare. Se solo fossi riuscito a raggiungere il bunker: sarei stato più al sicuro. Ma i bastardi hanno fatto fuori l’impianto elettrico dell’auto e sono rimasto bloccato qui. Forse sono davvero impazzito: avrei solo ritardato l’inevitabile. Forse è meglio così: non ne posso più di vivere sempre in stato di allarme, sempre a preoccuparmi, sempre a cercare di tenere tutto sotto controllo. Ora m’è tornata in mente la parola che non mi ricordavo: ipercontrollo. Chi ne è affetto fa una vita davvero d’inferno. Per un pezzo ho pensato di esserne colpito. Purtroppo mi sbagliavo: quello di cui avevo timore era davvero reale. I rumori fuori dalla casa si fanno più forti: è come se ci fosse uno sciame d’insetti che preme per entrare. Ma ciò che vuole entrare è molto peggio. Ora sono dentro le pareti: li sento muoversi. Sono anche sul tetto. Chi di loro mi raggiungerà per primo? Poi sento un scricchiolio nella stanza. Forse mi sbaglio, ma mi è sembrato di avvertire un tremito sotto i miei piedi. Lo scricchiolio si fa più forte. Mi sembra di scorgere un lieve sobbalzo in una mattonella del pavimento. Il sobbalzo si ripete, questa volta più forte. La mattonella si alza per un attimo, poi viene sbalzata via. Diversi musi appuntiti si levano dal buco nel pavimento, annusando tutt’intorno, prendendosela con calma. Stringo la spranga d’acciaio con forza. Cazzo, quanto odio i topi.
  13. M.T.

    [MI 100-5] Sottoterra

    commento Traccia di Mezzanotte: "Dentro al pozzo." Il piccone si alzava e si abbassava meccanicamente, il familiare tintinnio che scandiva il colpire la pietra, alzando schegge che andavano a mordere la pelle scoperta delle braccia e del volto. Alzare e abbassare. Abbassare e alzare. Questa ormai era la loro vita: il ripetersi costante e immutabile di quei due gesti. Erano costretti a eseguire il monotono e massacrante lavoro salvo una breve pausa per rifocillarsi di una sbobba schifosa che li aiutava a restare in piedi. Non sapevano mai quale ora del giorno fosse: la luce delle strane pietre che permetteva di vedere era sempre la stessa. Sapevano solo se dovevano lavorare o riposare. Aveva dimenticato da quanto tempo era sepolto in quel luogo; ricordava appena l’aria pulita, il sole caldo, la natura, le chiacchiere e le risate con gli amici. La paura e il terrore presto erano stati risucchiati dalla stanchezza del lavoro cui erano sottoposti, lasciando la routine a occupare ogni pensiero. A volte pensava, meno di quanto capitasse inizialmente, se quel genere d’esistenza poteva definirsi ancora vita. Tutto era incentrato sul lavoro, con quel tanto per dormire e mangiare per restare in forze. Erano solo corpi che svolgevano dei compiti, come gli automi. Gli uomini che lavoravano con lui nella grotta si avviarono con i picconi appoggiati sulle spalle verso l’ingresso nella parete: anche quel giorno le fatiche erano terminate. Come sempre, attraverso cunicoli conosciuti alla perfezione, si sarebbero diretti agli spogli dormitori di pietra. Prima di varcare la soglia appoggiò il proprio arnese contro la roccia come tutti quelli che lo avevano preceduto e come avrebbero fatto quelli che lo seguivano. Mettendo un piede dopo l’altro, guidato dalla tenue illuminazione delle strane pietre biancastre alle pareti, si avviò nel budello che ogni giorno calpestava. Superò gli scalini calcarei, evitando che le sporgenze rocciose gli graffiassero la pelle. Erano soli nel tunnel, non c’era nessuno degli esseri che li avevano rapiti. Ma anche se non presenti, li tenevano d’occhio. Conoscevano tutti i loro movimenti, sapevano sempre quello che facevano. Già altri avevano tentato la fuga. Aveva perso il conto delle volte in cui aveva trepidato, certo che i suoi compagni fossero riusciti nell’impresa e stessero tornando con i rinforzi, irrompendo nella grotta e portandoli via verso la libertà. S’immaginava il grido di vittoria levarsi in alto, la felicità esplodere. Era rimasto tutto nella sua mente. L’entusiasmo era stato stroncato ogni volta: i fuggitivi venivano sempre ripresi. Lo spirito era fiaccato dal fallimento e da quello che succedeva dopo la cattura: chi scappava era rimesso al suo posto di lavoro. Non c’era via di scampo: questo facevano capire gli esseri senza parlare. Pensò a un modo per scappare. Anche se fosse riuscito a eludere la straordinaria sorveglianza, dubitava di trovare sottoterra l’orientamento per tornare in superficie. Si sarebbe perso e, nelle condizioni in cui era, la morte non avrebbe tardato ad arrivare. O, più probabilmente, sarebbe stato ripreso. Non capiva come individuassero con una tale efficienza i fuggitivi senza dare nessun allarme. Non li aveva mai sentiti emettere un solo verso. Nonostante l’aspetto di bestie, possedevano una disciplina e un’organizzazione incredibili. Avevano suddiviso i compiti assegnando i più pesanti agli uomini, dando a donne e bambini lavori adatti alle loro capacità. Possedevano una gerarchia sociale strutturata e inflessibile: c’erano i lavoratori, un gradino sopra di loro che erano schiavi, e la cerchia ristretta di chi li governava. Senza dimenticare i soldati, spietati nella loro efficienza: li aveva visti, con tattica e determinazione, massacrare un verme gigante che aveva attaccato la colonia. Poi, imperturbabili, avevano fatto riprendere la routine come se niente fosse, mentre l’immensa bestia era fatta a pezzi e rimossa. Ridusse la falcata perché l’andatura della colonna era rallentata: erano giunti alla stretta uscita del tunnel, dove una persona per volta poteva passare. Avanzò finché non giunse il suo turno di attraversare la soglia e immettersi nell’ambiente successivo. Stalagmiti si ergevano come grosse e antiche querce, piene di pietre luminose che illuminavano ceppi di cristalli. Attraversò la navata naturale immergendosi in un mare di giochi di luce che danzavano sugli abiti consunti e impolverati. Proseguendo la marcia per i dormitori non si curò delle maestose colonne gemmate che si perdevano nell’oscurità; la bellezza di quel luogo era sprecata per degli schiavi. Nessuno aveva voglia di ammirare quella meraviglia. Tutti avanzavano a capo chino, attenti a non inciampare in qualche ostacolo o a infilare un piede in una fenditura del terreno, trascinando le gambe stanche e doloranti. Ogni tanto un rumore proveniva dalle profondità dei tunnel e si perdeva nel buio: nessuno si voltava nella sua direzione. Erano diventati come pietra: impermeabili a tutto, lasciando che quanto accadeva attorno scivolasse via senza lasciare traccia. La formazione ordinata tenuta fino a quel momento si sparpagliò, scorrendo tra i grandi pilastri. Si fermò un istante con davanti l’immagine di tanti se stesso che si dirigevano nella stessa direzione. Emettendo un basso sospiro si stiracchiò per dare sollievo alle membra doloranti. Passando vicino a uno degli agglomerati di cristallo, scorse sulla superficie liscia e trasparente come si era ridotto vivendo sottoterra: un volto smunto, smagrito, con la pelle tirata sugli zigomi sporgenti. Ciocche di capelli arruffati cadevano su occhi vacui dove la vitalità della giovane età s’era spenta; il colorito naturale della carnagione aveva lasciato posto al pallore per la mancanza di sole. Accortosi di trovarsi nelle ultime file, si affrettò a recuperare le posizioni perdute: arrivare tra i primi significava avere i posti di riposo migliori. La caverna verso il fondo si stringeva a imbuto, costringendo le persone ad accalcarsi e aspettare il proprio turno per passare tra due colonnati di stalagmiti; a quel punto era già deciso chi si sarebbe sistemato meglio. Sulla destra scorse una piccola apertura tra la selva di stalagmiti. La possibilità di avere una scorciatoia per superare chi gli stava davanti lo allettò; nel peggiore dei casi sarebbe dovuto tornare indietro e accontentarsi dei posti rimasti. Addentrandosi nell’intricato sistema di formazioni rocciose si allontanò gradualmente dalla fioca luce, trovandosi sempre più immerso nell’oscurità. Attraverso gli spiragli che si aprivano tra le sagome scure, capiva qual era la sua posizione; procedendo si fecero più radi e così dovette affidarsi al tatto per procedere. Passarono i minuti e non incontrò nessuna uscita nel fitto dedalo. Il timore di perdersi cominciò a mutarsi in paura. Fantasie di quello che poteva accadergli nel vagare nell’oscurità galopparono nella mente: caduto dentro un crepaccio, catturato da predatori sconosciuti, disperso in gallerie senza fine. Una strana eccitazione lo spinse a continuare quasi con bramosia. Una parte di lui gli ricordò che non si sarebbe comportato così in condizioni normali; la normalità però era finita da tempo. Con la scarica d’adrenalina che gli scorreva in corpo si sentì di nuovo vivo, proseguendo in quel salto nel vuoto. Aveva aggirato una grossa formazione calcarea, quando si trovò a guardare la luce che filtrava da una fessura di una stalattite che si univa al terreno; scorse delle teste che si muovevano. Sorrise: avrebbe riposato in un luogo più confortevole del precedente. Espirò per allentare la tensione accumulata. Qualcosa lo afferrò da dietro, trascinandolo lontano dalla luce. Ebbe solo il tempo di pensare che le sue fantasie si erano avverate.
  14. YcaroCanFly

    C'è qualòcosa nel buio

    Il freddo iniziava a farsi insostenibile, gli squarci sulla TermoTuta lasciavano esposte le ferite causate dall'esplosione avvenuta nella sala macchine. Avanzavo molto lentamente nei bui corridoi che conducevano all'infermeria sperando che almeno lì fosse rimasto qualcuno vivo. Erano circa 12 ore che mi ero separato dalla mia squadra, non riuscivo a contattarli in nessun modo a causa delle interferenze continue che impedivano qualsiasi comunicazione attraverso InterCom. La gamba sinistra mi doleva a ogni passo, la deflagrazione mi aveva sbalzato via per almeno 3 metri per poi farmi sbattere violentamente contro la parete d'acciaio. Il ginoccio e la caviglia si erano gonfiati subito dopo e mi rendevano lento e goffo l'incedere nei corridoi. Controllai le munizioni simastemi dopo lo scontro a fuoco con quei fanatici dei Figli del Vuoto: un caricatore da 15 colpi e 7 rimasti rimasti nel revolver ionico. La flebile luce verde delle tacche di mira erano l'unica cosa illuminata insieme al mio holo-orologio e a qualche pannelo led ancora funzionante nonostante gli ingenti danni all'impianto elettrico. Se i miei calcoli erano giusti e la memoria della planimetria del settore C della stazione spaziale non mi aveva tradito ero a poco più di 3 corridoi dall'infermeria. Il runore dei miei passi erano l'unica cosa che si udiva, il ritmico e incalzante battere degli stivali sull'metallo accompagnava i miei affannosi respiri e l'incessante battere del cuore reso ancor più veloce dall'adrenalina ancora in circolo. Accesi la torcia del casco e un cono di luce bianca illumino il corridoio mostrano i segni evidenti di uno scontro a fuoco avvenuto chissà quando nelle ultime 24 ore. C'erano fori su tutta la parete laterale e sul pavimento, una scrivania ribaltata probabilmente usata come copertura aveva un angolo completamente fuso: munizioni al plasma, di grosso calibro. Avanzando ancora trovai due cadaveri vestiti con una TermoTura rossa sul cui petto campeggiava lo stemma dei Figli del Vuoto; uno dei due bastardi aveva il cranio aperto con tutto il contenuto riversato sul pavimento, probabilmetne il regalo di un F-22 a carica ionica, mentre l'altro aveva due grossi fori su fianco destro dove l'armatura tattica lasciava scoperte le costole. Il sangue e i caricatori vuoti invadevano il pavimento, l'intera nave versava in condizioni simili. Decisi di provare a contattare di nuovo la mia squadra attraverso l'InterCom, mi sedetti e provai su ogni frequenza possibile: < Qui Ripley, mi ricevete? Squadra 17-21, mi ricevete? Ryan, Asimov mi sentite?> Silenzio. Solo e soltanto silenzio. L'InterCom rimase muto mentre mi massaggiavo lentamente il ginocchio il cui dolore iniziava a essere insostenibile, ero solo.. completamente. I miei pensieri andarono subito a mia moglie e a mia figlia scomparse da circa 36 ore dopo l'attacco avvenuto nella sala conferenze, ai miei compagni di squadra e a mio fratello sperando che avessero incontrato un destino migliore della morte in questo inferno di acciaio e vetro. Stavo provando qualcosa che non provavo da anni, paura. Pura e semplice paura. Ad un tratto udii dei rumori provenire da infondo al corridoio, dietro un mucchio di macerie. Mi alzai dolorante e estrassi il revolver che emise un rumore acuto alla rimozione della sicura, le cariche ioniche erano pronte bruciare. Lentamente avanzai e puntai il l'arma nella direzione da cui avevo sentito provenire il suono, man mano che mi avvicinavo il brusio misterioso assomigliava sempre più ad un respiro affannoso e contorto. < Chiunque tu sia resta immobile, identificati.> urlai, ma nessuna risposta arrivò. Avanzai fino al cumulo di metallo che mi bloccava la vista e con una spallata lo buttai giù e fu allora che il cono di luce della mia torcia lo investì e lo vidi. Non credevo che le voci che giravano per la nave nelle ore successive all'attacco fossero vere.. almeno finchè non le vidi amterializzarsi davanti a me. L'essere era chinato su un cadavere a mangiare furiosamente le sue interiora come un avvoltoio su una carcassa nel deserto. Il corpo era informe, nulla lasciava pensare che quella creatura fino a poco più di un giorno prima era un essere umano. La muscolatura nodosa e sproporzionata della schiena era inarcata in maniera innaturale, le spalle erano esageratamente grandi e gli avambracci erano solcati da un grosso osso sporgente che probabilmetne veniva usato come artiglio da quella bestia. Le gambe ri chiamavano lontanamente quelle di un uomo ma la pelle era diventata molto simile a quella di un rettile, squamosa e ruvida. Appena la creatura si vide illuminata dalla mia torcia girò lentamente il capo verso di me mostrandomi i grossi occhi neri vuoti e freddi come il corridoio in cui ci trovavamo e appena mi individuò come una preda, mostro i denti scheggiati e intrisi di sangue e balzò nella mia direzione. Si diede una fortissima spinta con le gambe saltando sulla parete laterale per poi avventarsi su di me. Il mio cuore iniziò a galoppare, la mia mente si irrigidì difronte a quell'orrore e la mia precedente paura si tramutò in terrore. Sono stato in guerra, ho visto i miei compagni morire disintegrati dalle mine a impulsi davanti a me, sono stato per settimane rintanato in una caverna per scappare dai ricognitori sulle lune di Giove ma non ho mai provato una paura così forte, una paura così radicata e ancestrale come quella che in quel momento stava attanagliando ogni muscolo del mio corpo. Reagì d'istinto, la ragione non mi sarebbe servita in quella situazione. Mi spostai sulla sinistr per schivare quell'aberrazione ma nel farlo la mia caviglia cedette sotto il mio peso e caddi a terra. Il dolore bruciante che mi assalì la gamba mi porto ad urlare come mai avevo fatto in vita mia e di tutta risposta quella bestia dopo essersi rialzata dall'assalto a vuoto urlò a sua volta facendomi tremare l'anima. Non avevo scelta, nonpotevo muovermi da lì con la gamba in quello stato e tentare di schivare come avevo fatto poco fà era fuori discussione se volevo continuare a utilizzare la gamba. E allora rimasi fermo e alzai il revoler, l'adrenalina mi permise di oprendere bene la mira nonostante il panico che mi aveva assalito. Il mio bersaglio decise di caricarmi, era a poco più di 5 metri da me, presi bene la mira e spari 3 colpi di seguito aprendogli la testa a metà. Arrestò la sua carica poco prima di raggiungermi e l'inerzia fece un modo che la carcassa ormai senza vita si schiantasse contro la il pavimento a poco meno di mezzo metro da me, se mi avesse colpito con quella furia mi avrebbe fracassato come una pietra contro una finestra. Quando mi resi conto di essere ancora vivo la tensione si spezzò, e miei muscoli si rilassarono e voltandomi verso il cumulo di detriti dietro di me vomitai contraendo im muscoli addominali. L'odore acre del vominto misto alla carne del mostro bruciata dalle cartucce ioniche dle mio revolver resero l'aria irrespirabile. In quel momento l'InterCom suonò di nuovo dopo ore di silenzio tombale. Ripresomi dallo shock risposi in maniera goffa e frettolosa: < Ripley, ci sei? Qui Asimov, mi senti?> gracchio l'InterCom < SI ci sono, grazie a dio siete vivi!> riuscì a biascicare in un misto di sollievo ed euforia < Dove ti trovi? Sei ferito?> < Docrei trocvarmi nei pressi dell'infermeria e si, ho una gamba quasi fuori uso.> dissi massaggiandomi la caviglia gonfia <Sei da solo Ripley?> disse Asimov dall'altra parte del microfono < No.. c'è qualcosa nel buio.> risposi.
  15. Federico72

    [MI 96] Una notte, vicino alla Luna

    *Racconto cancellato su richiesta dell'utente*
  16. Emy

    [MI97] Il tè delle 5:05 PM

    Prompt di mezzanotte La sveglia suona alle 7, troppo presto per i miei gusti raffinati: se potessi abolirei gli orari. La vita sarebbe più bella se ognuno la vivesse con i propri ritmi, senza la continua corsa e lo sguardo fisso sulle lancette che girano troppo veloce. Una doccia al volo, mi infilo nell’accappatoio e penso al vestiario. Qualsiasi cosa scelga, le colleghe avranno sempre da ridire. Opto per un tailleur rosso fuoco e una camicia di setta bianca. Un trucco leggero, i capelli raccolti in un elegante chignon. Intorno al collo slanciato il mio foulard preferito con il disegno floreale. Il risultato finale è soddisfacente, mi comunica lo specchio e me ne compiaccio. Corro in cucina e faccio il caffè che accompagno con i biscotti al cioccolato. Con il weekend alle porte sono sempre di buon umore. Prima di raggiungere la macchina al parcheggio sotterraneo passo davanti alla casella postale. La felicità è alle stelle quando vedo, tra un mucchio di bollette salatissime, una cartolina con un bellissimo giardino di Barcellona, la città dei miei sogni che presto visiterò. La giro e con grossa sorpresa scopro un messaggio così strano che penso subito a qualche scherzo. Vieni al tè delle cinque e cinque PM. Né un minuto prima né un minuto dopo. Sii puntuale. Porta con te il sorriso, non sono graditi i pensieri tristi o la rabbia. Segui la strada indicata e non ti perdere mai. Nel caso contrario ci saranno i guai. Faccio scivolare la missiva nella borsa e mi dirigo verso l’ascensore. Salita in macchina, metto in moto e accendo la radio. Per quanto cerchi di non pensarci, quell’invito occupa la mente durante tutto il tragitto. Chiunque sia l’autore, si sta sicuramente burlando di me: sanno tutti che detesto il tè, non lo sopportavo nemmeno negli anni in cui studiavo a Londra. La mattina in ufficio scorre lentamente nonostante le solite scartoffie. Ci sono un sacco di pratiche ancora da sbrigare prima delle agognate ferie spagnoli. Sono una persona diligente, ma mi sento così stanca, oggi. Non ho voglia di fare nulla, vorrei solo andarmene, più lontano possibilmente. All’ora di pranzo, lo stomaco brontola, decido di farmi portare un toast dal bar di sotto. In attesa che arrivi il ragazzo, tiro fuori la cartolina e la osservo per qualche minuto. Quel labirinto mi ha sempre affascinato molto, tanto da chiedermi come sarebbe stato perdervici. Per quale motivo, ora, proprio alla vigilia della partenza, spunta fuori e per giunta accompagnato da quelle parole bizzarre? Rileggo il messaggio con calma, scandendo parola per parola. L’occhio cade sulle righe dedicate all’indirizzo del destinatario. Non è il mio ma di uno sconosciuto di un paesino lombardo che mi suona familiare e non so perché: Barbariga. Mi fa un effetto strano pronunciarlo. Non posso dire con sicurezza di non esserci mai stata, ma nemmeno il contrario. Sento però che c’è qualche legame tra noi. «Ecco perché sei così magra, Lara. Non ti arrabbiare, ma ho raddoppiato la portata. Ti ho preso anche un succo di frutta.» Alzo la testa e incrocio lo sguardo preoccupato di Guido, il barista. Annuisco mentre tiro fuori il portafoglio. «Offre la casa. Buon pranzo, Lara.» Un cenno e se ne va senza aspettare la risposta. Mormoro un grazie tra me e me, gli occhi cadono sul misterioso invito. Tra un morso e l’altro, sarà la curiosità che mi spinge a fare le scelte che altrimenti non oserei fare, scrivo una mail al capo per chiedere il permesso di uscire un po’ prima perché non mi sento bene. In fondo è anche vero, la cartolina mi ha sconvolto. Alle 15 sono in autostrada, il navigatore impostato sulla destinazione finale. Arrivare al paese non è stato difficile, non posso dire lo stesso per la via in cui ho l’appuntamento misterioso. Dopo aver litigato a lungo con la voce guida, che mi ha esasperato proprio, imboccando una stradina stretta sono giunta a pochi metri da una cascina a prima vista abbandonata. A saltarmi subito all’occhio sono vari cartelli con le frecce nere. Segui la strada indicata. Esco dalla macchina e mi avvio a passo lento. La strada tortuosa e fangosa è difficile da percorrere con il tacco 12, mi pento di non aver pensato alle scarpe da tennis. Di solito le porto sempre dietro, per ogni evenienza. Ormai non posso più tornare indietro, quindi proseguo titubante verso la casa che a prima occhiata sembra decrepita e in disuso. «C’è nessuno?» Ripeto più volte la domanda senza ottenere alcuna risposta. Arrivata al portone mi aspetta un altro cartello: Sorridi, niente paura. Il Giardino regala i piaceri e non la tortura. Porta con te il sorriso. Inghiotto la saliva, la mano sul cuore trepidante: giro la testa a destra e a sinistra ma del giardino nemmeno l’ombra. Il cielo plumbeo annuncia il crepuscolo in arrivo. Dove vado? «Lara, vieni tesoro. Il tè si raffredderà.» Sobbalzo. Chi ha parlato? È una voce tombale, da raggelare il sangue. «Lara, dove sei? Vieni, vieni!» La voce si fa sempre più insistente, sento tremarmi le gambe e non riesco a muovermi. «Coraggio, Lara. Vieni!» «Vieni dove?» grido, la disperazione sta assalendo ogni particella del corpo inerte. «Nel giardino, il tuo giardino Lara. T’aspetto. Vieni.» Sento puntarmi negli occhi una luce forte, spingo d’istinto le mani avanti per proteggermi. La casa è illuminata e a sua destra c’è un sentiero che non ho visto venendo dalla strada principale. Vedo chiaro ora un altro cartello con su scritto: Non tardare. Sii puntuale. «Arrivo!» Sono stata davvero io a rispondere? Dopo aver camminato per circa due minuti arrivo a un area verde estesa. La luce è flebile, mi sembra però, sempre che la vista non mi inganni, un labirinto. Una serpentina verde somigliante a grosso modo al famoso parco di Barcellona. «Entra cara. T’aspetto. Ma non tardare, altrimenti…» Un respiro profondo, con una gamba sono già dentro. Non ho tempo di chiedermi se faccio la cosa giusta, sento di continuo l’eco di quel “altrimenti”. Prosieguo senza nemmeno sapere in quale direzione andare. «Segui il profumo dei dolcetti al miele, Lara. Li adoravi, ti ricordi?» Di nuovo quella voce, seguita da una risata sonora che solletica il naso. No, non ricordo, mi verrebbe da urlare ma taccio. Chissà perché. Vado avanti, poi arrivo a un bivio. L’istinto dice di andare a destra e lo seguo a occhi chiusi. Sapessi dove andare, sarebbe meglio. Non ricordo i dolcetti, rammento però bene quel gioco al buio. Ci ricorrevamo tra le scatole pesanti, anche allora davo sempre retta a una voce interiore, peccato però che spesso mi faceva perdere. A destra, non è la strada giusta. È un vicolo cieco. E adesso? Mi giro, disorientata, come se giocassi a mosca cieca. Non ho altra scelta che tornare indietro e provare a girare nel senso opposto. «Lara, dove sei? Si raffredda il tè. Sai che ore sono? Non farmi perdere la pazienza, di nuovo.» Non lo voglio ascoltare, le mani tappano le orecchie. Il cuore sussulta. Concentrati, Lara, mi dico per calmarmi. Sono arrivata al punto di partenza di prima, allora provo a sinistra. Corro, accaldata, il fiato corto. Cerco di rallentare la presa del foulard, stringe troppo. «Lara, i biscotti diventeranno duri come pietre! Dove sei? Il tempo corre!» Affretto il passo. Un altro bivio. Maledizione. A destra, poi a sinistra, avanti, indietro. Non so più dove andare e dove, invece, sono sicuramente stata. Sento quella voce orribile chiamarmi ancora e ancora. «Dove sei?» Urlo accecata dalla rabbia, cado in ginocchio. Sono così confusa. Vorrei mollare ma non è nella mia natura. Mi alzo e cerco di concentrarmi. Indietro, a destra e poi sinistra: è la sequenza giusta, spero. Ma sono sempre lì, mi rendo conto arrivata all’ennesimo o meglio allo stesso bivio. Mi chino per raccogliere il foulard a terra. Chissà quando è caduto. L’orologio di una chiesa poco distante batte cinque colpi. Ancora cinque minuti al thea party. Manca solo il coniglio, ma sono sicura che ora spunterà da qualche parte.
  17. Riddle Seeker

    [MI96] Sogni sincronici

    Prompt di mezzogiorno/Creepypasta. Commento: Sogni sincronici Luca era seduto davanti allo specchio del bagno, intento a togliersi le caccole dal naso. Capì di essere rimasto troppo a lungo in quello stato quando vide il suo riflesso deformarsi, scivolando via come gelatina. Si stropicciò gli occhi, alzò le spalle e tornò a pensare al problema che lo tormentava, anche se non aveva nessuna speranza di risolverlo. Avrebbe potuto fare una ricerca su Google, ma sarebbe stato inutile. Google non poteva entrare nella sua testa. Attraversò con passo strascicante il corridoio e bussò alla porta della camera di Elena, l’ultima spiaggia. Sua sorella aprì la porta, spazientita. Aveva i capelli biondi all’aria e portava ancora il pigiama. Era domenica e fuori infuriava uno dei primi temporali primaverili. «Cosa vuoi?» Non aveva ancora pensato a come chiederlo. «Come risolveresti una specie di messaggio cifrato? Sei sempre stata tu la più brava con questi indovinelli.» Elena spalancò gli occhi e accennò un mezzo sorriso. «Tu vieni a chiedermi qualcosa che c’entra con la matematica? Ti senti bene?» «Lo sai sì o no?» «Beh, prima di tutto dipende da che tipo di cifrario usi. Fammi vedere il messaggio.» «Ehm… non lo ricordo.» La situazione si faceva sempre più imbarazzante. Elena aveva già messo da parte il pc e preparato carta e penna sopra alla scrivania. «Come sarebbe a dire “non lo ricordo”?» «Io l’ho soltanto sognato, insomma» balbettò Luca «il punto è che non lo so!» «Sai, in fondo ti capisco. Nemmeno io ricordo nulla quando sogno e ultimamente mi sveglio spesso con un fastidioso mal di testa. Ricordi almeno com’era fatto? Lettere o numeri?» «Erano parole senza senso.» «Allora potrebbe trattarsi di una permutazione del testo originale. La chiave di cifratura è la permutazione stessa, e si potrebbe determinare anche per tentativi, di sicuro esistono programmi in grado di farlo. Mi viene in mente il cifrario di Cesare, è un caso particolare in cui le lettere sono traslate di tre posizioni in avanti.» «Non ho capito nulla.» «Sì, non mi sorprende. Ti faccio un esempio: la A va in D, la B in E, la C in F e così via. Hai capito adesso?» «Credo di sì. E le ultime tre lettere dell’alfabeto?» «Ritornano in A, B e C, rispettivamente. Sei uno zuccone, come puoi essere mio fratello?» Luca si indispettì e fece un passo indietro. «Grazie tante. La prossima volta che lo sognerò allora sposterò le lettere di tre posti, come mi hai detto. Ciao.» Stava per uscire dalla stanza quando Elena scoppiò a ridere. «Spostale di quanto vuoi, se ci tieni. Non è detto che sia stato utilizzato il cifrario di Cesare.» «E allora come faccio?» «Sai, forse non è una coincidenza. Anche io ricordo vagamente di avere sognato dei numeri e delle parole confuse tra di loro, in una foresta. Era come se qualcosa mi avesse costretto a sognarli, per poi dimenticare quasi tutto al risveglio. E se avessimo fatto lo stesso sogno, ma spezzato in due? Io potrei aver visto la chiave e tu il messaggio!» «Ho sognato anche io una foresta.» «Ah-ah! Abbiamo fatto un sogno sincrono, è una cosa rarissima! Dobbiamo assolutamente mettere insieme i pezzi e sperare che il testo abbia un senso. È davvero eccitante!» «Detto da una che studia matematica» sbuffò Luca. Elena era così su di giri che fu impossibile fermarla. Fece roteare la matita fra le dita un paio di volte e camminò in tondo al centro della camera. «Ecco cosa faremo: ci metteremo a dormire insieme e cercheremo di concentrarci sui nostri sogni, non importa quanto vaghi o confusi siano. Ci stai, fratellino?» «Ma non ho sonno adesso.» «Oh, ma insomma! Sei stato tu a chiedermelo! E poi fino a che mamma e papà sono via, comando io. Fila a letto!» Luca scosse la testa, ma alla fine obbedì. «Buonanotte!» Si addormentò senza accorgersene, mentre ascoltava i rumori ovattati del vento e della pioggia fuori dalla finestra. «Dove siamo?» «In mezzo al bosco. È qui che ho visto il messaggio.» «Secondo te siamo nel mio sogno o nel tuo?» «Boh!» Luca prese per mano Elena e la condusse di fronte al tronco di un albero, sul quale era scritto: GSAWDCFHWQCBHSDCFHSFOWOBQVSZIW «È questo. Ti sei ricordata la chiave?» «No, pensavo che una volta giunta qui sarebbe stato tutto chiaro, invece sento solo un gran mal di testa.» «Proviamo con tre, allora.» «Mh… ne dubito. GS corrisponde a DP, AW a XT. Stiamo sbagliando.» «Allora proviamo tutti e 26 gli spostamenti. Non dovrebbe volerci tanto.» «Non funziona così. I possibili alfabeti permutati sono 26!, un numero spaventoso. Non ci basterebbe l’eternità per…» Elena si accasciò. «Sto male… sento un fischio nelle orecchie.» «Io non lo sento!» disse Luca, guardandosi intorno. Dovunque posasse lo sguardo c’erano solo tronchi altissimi, alberi senza chioma. Non capiva da dove arrivasse la luce che li illuminava, ma pensò che in un sogno fosse normale. «14. Prova con 14!» sussurrò Elena. Iniziò a spostare le lettere ma si sentì rallentato, incapace di eseguire il più semplice calcolo. «D spostata in avanti di 14… E, F, G, H, … ma perché proprio 14?» Sua sorella non rispose. Aveva perso i sensi, o forse nella realtà si era svegliata. Un bel modo di lasciarlo solo nel mezzo della foresta. Lasciò perdere il conto e cercò di imparare a memoria il testo. GSAWDCFH… era impossibile. Sgomento, strappò la corteccia dal tronco e fu scaraventato a terra. Prima che tutto svanisse, sentì sua sorella gridare “Non toccare niente!” e scorse due mani enormi, attaccate a delle braccia scheletriche. «Ce l’abbiamo fatta, ho preso il messaggio!» Luca si precipitò nella camera della sorella e le dette un paio di scossoni. «Svegliati!» Elena rimase immobile. La girò da un lato e vide che aveva perso parecchio sangue dal naso. Prese il telefono, le mani sudate che tremavano e selezionò il contatto papà. «Pronto?» «Papà, Elena non si sveglia e ha tanto sangue dal naso, ma giuro che non sono stato io, lo giuro!» «Cos’è successo Luca? Calmati, torniamo a casa subito.» «Stava dormendo per aiutarmi a decifrare il… messaggio!» «Tu stai bene? Pronto? Chiama il numero 1-1-8!» Ma Luca aveva lasciato cadere il telefono. Si fiondò al pc e cercò “cifrario”. Aprì un sito che permetteva di cifrare e decifrare un testo, quindi ricopiò pazientemente i caratteri scritti nel pezzo di corteccia. Inserì il valore 14 su spostamento e cliccò su “decifra”. SEMIPORTICONTEPORTERAIANCHELUI «Se mi porti con te porterai anche lui? Ma chi?» chiese, esasperato. Sentì un rumore alle sue spalle. «Elena?» Sua sorella si era raggomitolata sotto le coperte. «Allora sei sveglia!» Le appoggiò la mano sulla fronte. Stava piangendo. «Che cos’hai?» Elena si allungò, nel bozzolo di coperte. Il suo corpo divenne sottile come una pertica, il viso si ridusse a un pallido strato di pelle. Si alzò e dalla schiena fuoriuscirono dei tentacoli neri. Luca urlò. Era stato lui a portare con sé quella creatura. Non avrebbe mai dovuto strappare quel pezzo di corteccia. Sentì un fischio alle orecchie, sullo schermo del pc comparve la schermata blu della morte. Non sai quanti altri messaggi ha lasciato tua sorella su gli alberi. Ogni notte riusciva a scappare, ma ora grazie a te… è mia. Guardò la creatura, sconvolto. Aveva il volto rigato di lacrime e desiderò di non aver mai chiesto nulla, di non aver mai sognato quella maledetta foresta. Osservò una foto appesa alla parete, scattata il giorno dell’ultimo compleanno di Elena, mentre saliva su uno scivolo. Era il 14/03/17. Sembrava una foto normale ma per la prima volta notò qualcosa di strano. Sotto agli alberi, in ombra sullo sfondo c’era un uomo; una figura nera troppo alta per essere così lontana… Passò davanti allo Slenderman e aprì la portafinestra, incapace di controllare i movimenti del corpo. Uscì e salì sul bordo della terrazza. Suo padre aveva parcheggiato sul vialetto di ingresso e stava scendendo dall’auto. Un fulmine illuminò il viso di Luca, dietro di lui un’ombra alta fino al soffitto della stanza se ne stava immobile con uno sciame di serpi fra due scapole scheletriche. Saltò.
  18. Titolo: Camera N°15 Autore: Giustina Gnasso Casa Editrice: Libro/Mania Pagine: 116 Isbn: B01N488GJY Genere: Horror Formato: e-book Prezzo: € 1,99 Trama In un vecchio albergo di Milano un cliente si suicida. Dopo la sua morte si susseguono strani suicidi dei membri del personale. Marta e il collega Marco, preoccupati per quanto accade e timorosi di subire la sorte dei colleghi, cercheranno una spiegazione alla catena di morti. Non si tratta di un’investigazione nel senso classico del termine, ma piuttosto del tentativo di trovare una relazione fra gli avvenimenti sulla scorta delle pochissime informazioni a disposizione dei due ragazzi. Durante questo lasso di tempo i protagonisti avranno occasione di conoscersi meglio e una parte importante del libro è dedicata allo sviluppo dei rapporti fra i due e a periodici rewind: capitoli in cui sono descritti i punti salienti di una vecchia relazione di Marta, conclusa con la morte del ragazzo. La vicenda subirà una netta accelerazione, ed entrerà in pieno nella dimensione horror, quando Marta e Marco si troveranno coinvolti più da vicino nel mistero; non entro nel dettaglio per evitare di rivelare troppo, aggiungo solo che il romanzo ha un buon finale, adatto al genere. Contenuti Il libro riprende uno dei temi classici dell’horror, quello delle morti inspiegabili, ma si rifà alla tradizione giapponese per offrire una spiegazione al lettore, portando un tocco esotico nel centro di Milano. Non conoscendo il folclore giapponese per me è stata una lettura interessante e, per quanto ho potuto appurare, le informazioni fornite dall’autrice sono esatte. La narrazione è focalizzata sui personaggi (protagonisti e comprimari), con scarne informazioni relative al quadro generale degli avvenimenti (le indagini della polizia, le reazioni dei clienti dell’albergo ecc.); nella parte centrale del romanzo questa scelta, unita all’ampio spazio dedicato alle vicende personali dei protagonisti cui accennavo sopra, provoca una sensazione di distacco dalla realtà che ben si adatta al genere ma che non sempre l’autrice riesce a supportare con un’adeguata tensione in preparazione degli avvenimenti finali. Ambientazione e personaggi Nel breve spazio del romanzo trova posto una bella galleria di personaggi tratteggiati in maniera molto vivida e concreta; le descrizioni sono affidate spesso a qualche abitudine particolare che aiuta a fissare i personaggi nella memoria. Angela e il cuoco Hirokichi sono i più strambi, Otto il più pacioso, Alberto e Flavio i più tristi, Marisa e Anna le più ordinarie: l’autrice è molto abile nel dare spessore a ogni personaggio con poche frasi. Nel caso dei protagonisti l’approfondimento è maggiore e le informazioni non mancano, anche se a volte non sono ben calibrate. Quasi tutti i personaggi sono tristi, delusi o solo stanchi della loro vita e una Milano dal cielo cupo e perennemente piovoso sembra rispecchiare il loro umore. Nonostante precisi riferimenti a luoghi della città, l’ambientazione rimane sullo sfondo contribuendo ad accentuare la sensazione di indeterminatezza cui accennavo sopra e che ho trovato adatta al genere trattato. Stile e forma La scrittura è lineare e corretta, i refusi minimali. Lo stile è semplice e adatto all’impostazione della storia; alcuni termini molto colloquiali, invece, non sempre sono del tutto adatti al contesto. Buoni i dialoghi, naturali e credibili, nonostante qualche saltuaria difficoltà nell’attribuire la paternità delle battute. Nel complesso la lettura è stata gradevole e senza inciampi. Giudizio finale La tensione che dovrebbe caratterizzare un horror è, per buona parte del libro, più curiosità di sapere cosa accadrà che brivido a fior di pelle; che sia per un motivo o per un altro, non si fatica ad arrivare alla fine: la relativa brevità del testo aiuta, ma sono scrittura, personaggi e storia che invogliano a proseguire. Il crescendo arriva quasi improvviso nella parte finale con il suo corollario di brividi, sangue e soprannaturale utili a soddisfare i simpatizzanti del genere.
  19. simone volponi

    19.9.17 Fuga da Montecassino

    Titolo: 19.9.17 Fuga da Montecassino Autore: Vari Collana: Razione ILZ Casa editrice: Youcanprint ISBN: 8893328127 Data di pubblicazione (o di uscita): 13 febbraio 2017 Prezzo: cartaceo 12,75 - digitale 1,99 Genere: horror Pagine: 204 Quarta di copertina o estratto del libro: In una Cassino ormai devastata, un gruppo di investigatori proverà a ricostruire i fatti che hanno portato al crollo dell'avamposto 12. Sette autori, sette lettere spedite dall'inferno, ognuna contenente una testimonianza, una traccia, o forse una speranza. Storie di uomini, di disperazione, di sopravvivenza, s'intrecciano in un brutale viaggio dando vita ad una trama piena di suspense. Una nuova apocalisse zombie targata collettivo Razione ILZ. Link all'acquisto: IBS Amazon Salve a tutti. Questo romanzo nasce da un concorso indetto dal collettivo I Love Zombie, nel quale il vostro intrepido autore Simone Volponi si è aggiudicato il primo posto. Si trattava di scrivere racconti sottoforma di diario, a tema zombie, seguendo delle linee guida precise. Il collettivo ILZ ha poi provveduto a unire i sei diari prescelti come migliori scrivendo una trama che collegasse i vari capitoli. Quindi non è la classica antologia figlia di un concorso, ma un vero e proprio romanzo, nel quale il mio personaggio compare nell'arco di tutta la storia. Sono molto orgoglioso di questo piccolo traguardo raggiunto grazie a quanto ho imparato dalla mia famigliola WD, e lo condivido con voi. Se amate gli zombie, i toni pulp, e conoscete quel che la mia mente malata produce, fatevi sotto! Non becco un cent, è tutta gloria
  20. UmbertoBieco

    Piccione di Morte

    Commento al Dagon volpone. I. S'era incrampato sulla pancia. Era certo fosse un tumore, l'ennesimo, uno dei tantesimi. Ormai era spacciato. Lo sentiva. Almeno finchè il dottore non gli avrebbe detto che non era nulla di grave, come al solito. Ciò nondimeno, si sentiva come la pezza da piedi di uno straccio. O la pezza da piedi di un millepiedi. Non se ne poteva più di esistere. Cos'era questa fissazione con il vivere, e andare avanti, e credere nel futuro, e camminare, parlare, respirare? La gente doveva rendersi conto ch'era vittima di una grave dipendenza, e che, se non avesse smesso, la vita prima o poi l'avrebbe uccisa. Ne era prova e riprova il fatto che nessuno riuscisse a staccarsene, o comunque a staccarsene facilmente. Potevan forse affermare con irritata sicumera “posso smettere quando voglio”, ma solo pochi coraggiosi adempivano con una convincente dimostrazione pratica. Dopotutto, quindi, era forse preferibile il tumore fosse vero. Un peso in meno per la società, o, quantomeno, per i suoi genitori. Giusto l'altro ieri aveva dato ulteriore sfoggio delle proprie imponenti abilità psicopatologiche nell'urtarli, e nell'ingiuriare ulteriormente la beffa dell'avere un Inutile Cretino come prole. Tornando in macchina dalla spesa settimanale, con lui a bordo, il padre aveva investito e schiacciato sotto le ruote un piccione ingoffito da qualcosa. Lui, rendendosi conto di quel che era in corso, s'era messo a gridare “no, no, no”, solo con delle “o” trascinate più a lungo e punti esclamativi sparsi generosamente in fondo, e, per quanto lui negasse con quei “no”, girandosi entrambi indietro ebbero la conferma del maciullamento avvenuto, di conseguenza il pupazzo a molla della sua follia balzò fuori dalla scatola, ed egli si precipitò fuori dalla macchina sbattendo portiere, portoni, porticine, portelle e portaombrelle, nonchè mulinando e scagliando borse della spesa come un fromboliere assai poco entusiasta, in un lancio del peso domestico e improvvisato. Era furente, era furibondo, era un furetto, era una furia degli elementi – quantomeno, ricordiamocelo, per i suoi mollicci e morti canoni - e ciò gli si era espresso nella conformazione morfologica della tipica faccia da pazzo che lo coglieva nei momenti di sconvolgimento e isteria, con le sopracciglia schiacciate sugli occhi, gli occhi schiacciati fuori orbite e un ghigno disgustato e malato, disguslato, che sembrava un richiamo per camicie di forza e un invito per nerboruti omini in camice. Ma il meglio doveva ancora venire. Suo padre gli si rivolse ammonente con un “Inutile Cretino, poi però li paghi tu i danni”, al chè egli cominciò in aggiunta a suppurare schiuma tra i denti stretti, urlandogli di non dirgli niente, e di non rivolgergli la parola, il genitore quindi cambiò tono razionalizzando che “se si muoveva male probabilmente è perchè stava male, quindi meglio se è andata così...”, ma mentalmente l'Inane Imbecille non sentiva altro che lo scricchiolare delle ossicine della bestiolina, vedeva l'ombra della ruota che calava sull'inerme volatile, percepiva l'animale che percepiva gli occhi che venivano schizzati fuori dal suo corpo, strappati, e il corpo che si smembrava e dilaniava ancora sensibile, e quindi si mise ad urlargli come un forsennato di andare via, andare via, stargli lontano. Ma egli insisteva a parlargli, e più insisteva, più l'Inenarrabile Imbecille urlava e girava la manopola del volume, finchè finalmente la madre intervenne e interruppe quell'empasse spiraliforme e invitò il marito, o supposto tale, ad andarsene, che faceva peggio, che tanto in quelle condizioni il Decerebrato Sguaiato non era in grado di ragionare come invece in circostanze normali, quand'era meramente Decerebrato. II. Finalmente il padre se ne andò a recuperare la propria bici dal meccanico, lasciandolo a rallentare i motori della propria rabbia, e a dissiparne i fumi, rivelando al loro posto il disagio per la violenza emotiva della sua reazione e per come si era indirizzata sul genitore. La madre invece rimase stanca e afflitta, depressa da una simile manifestazione manicomiale in un prodotto da lei sfornato, e dalla dolorosità della scena. Il padre non si vide più per un po', si diede ad una vita parallela in cui non appariva alle ore dei pasti, ma sbucava felpatamente fuori come un topo ad orari in cui gli altri s'eran già ritirati, e magari le luci eran state spente – forse per evitare di incontrare l'odioso figlio, o perchè offeso dalla mancanza di rispetto, ferito nella sua integrità identitaria, o quant'altro. Congratulazioni Inverosimile Idiota, l'hai fatto di nuovo – si autocongratulò. La sera dopo parlò con madre, sempre imbronciata e avvilita dall'accadimento, mentre lui ne era scosso, quanto preservante dell'aggressività perchè rifiutava di sentirsi colpevole per la propria reazione al Pasticcio del Piccione Pasticcione. La spinse a parlare, ma il parlare si stava risolvendo in un'altra Reazione da Campione, giacchè le risposte di lei si imperniavano attorno al concetto di “dovevi proprio fare così? Non potevi fare in altro modo?” montandogli corride di tori furibondi, tanto che ad un certo punto si infilò la cannottiera estiva in bocca stringendo i denti per sfogarsi e contenersi a risposte peggiori, sentendosi come Saak'ashvili che si masticava la cravatta durante il conflitto russo-georgiano. Egli, ribollendo, sosteneva che quell’angolazione di approccio all’argomento non poteva che fargli catapultare i nervi nell’iperspazio nuovamente, perchè in questo modo si negava quella risposta emozionale in luogo che accettarla o tentare di capirla, mentre lei stizzita rispondeva che questo era quel che aveva da dire e lui pretendeva di imporle cosa pensare. In qualche modo ne uscirono incolumi. Storica fu la gestualità teatrale quando egli mimò drammaticamente lo spostare un enorme peso di lato in riferimento a quella verbalizzazione in formato giudicatorio che a suo dire ostruiva la possibilità di comunicare realmente. Lui non ce l’aveva realmente, o talmente, con il padre, l’esplosione era stata innescata dall’accadimento in sè, più che da un’eventuale responsabilità del guidatore, e le schegge eran andate a colpire il padre perchè era nei suoi dintorni, più che perchè egli le avesse mirate specificamente verso di lui. Poi, controvoglia, scese anche a dirglielo di persona, affacciandosi nell’Antro dell’Orso, dove iniziò a spiegargli la cosa, ma fu interrotto quasi subito da lui che, con volto pesante e provato, gli comunicò che aveva ipotizzato, insieme al vicino, che qualcuno stesse avvelenando i piccioni, implicando tacitamente che ciò spiegasse perchè quello in questione era stato così claudicante e poco pronto a mettersi al sicuro. A meno che non pensasse che sotto la ruota fosse un posto sicuro. L’Incommensurabile Cretino era di nuovo sul punto di irritarsi per l’interruzione, sibilò secco e in fretta “vabbeh, ma questo non c’entra niente”. Intendendo che lui era lì per spiegarsi, perchè si spiegassero loro due, non per sentire ricostruzioni della dinamica dell’incidente. Il padre rispose a sua volta, con un accenno di perdita di pazienza, che non voleva parlarne o dire altro al riguardo, e lui quindi si prese l’ultima parola sentenziando che quando qualcuno non voleva parlare, LUI – al contrario di altri – accettava e smetteva – riuscendo quindi a concludere quella visita, effettuata issando una conciliante bandiera bianca, con una chiosa vagamente polemica o che comunque sottolineava una mancanza dell’interlocutore. Questo sì che significava assicurarsi una riappacificazione, Soprannaturale Ebete. Forse credeva di essere più sensibile e accorto di altri in certe cose, ma quel che tendeva a fare, alla fine, era tentare di vincere l’interlocutore e affermare sè stesso, se non buttare giù gli altri. Quella notte sognò piccioni che lo schiacciavano guidando auto. Si svegliò di soprassalto. “Quel piccione sta distruggendo la mia famiglia” mormorò fra sè e sè, mentre musica tetra gli risuonava minacciosa in testa.
  21. Pulsar

    [NNI2* Onice Nero (versione lunga)

    Parigi è bellissima stasera. Ammicca dai suoi palazzi eleganti, dalle piazze che conservano intatto il profumo della Storia, dai pittoreschi bistrot affollati di gente. Amo ogni cosa di questa città, ognuna delle sue innumerevoli anime: non potrebbe essere altrimenti perché Jean, il mio amore, è parigino. Ed è proprio da lui che sto andando ora. Nelle vetrine di rue Saint Honorè, i miei riccioli rossi sono una scia di fuoco. Scendono dal basco azzurro che indosso, piccola concessione al glamour locale, accarezzando il cappotto al ritmo dei miei passi svelti. “Mi ricordi una ragazza irlandese conosciuta a Dublino, ma tu sei più bella. E quelle fossette? Deliziosa!” erano state le sue parole al nostro primo incontro. Poi si era esibito in un baciamano, davanti a tutti i nostri amici. All’epoca devo essere avvampata, il volto dello stesso colore dei capelli: vivevo a Parigi già da un anno ma, dentro, ero ancora l’adolescente un po’ ingenua venuta dalla provincia americana. Svolto su rue Royale, la facciata neoclassica della chiesa de la Madeleine mi appare all'improvviso, bianca di marmi e con le sue possenti colonne; davanti a me le insegne verdi e gialle della pasticceria Ladurée. C’è tempo per ravvivare il rossetto, poi varco l’ingresso. All'interno, luci calde e un profumino delizioso. «Kelly, ma chérie, bonsoir!» La voce di Jean è carezzevole. Si alza e mi viene incontro con un sorriso compiaciuto stampato sulle labbra. Scosta la sedia di fronte alla sua e attende che mi sieda. «Mon adorable chevalier!» dico dopo un bacio a fior di labbra. «Ho ordinato macarons alla vaniglia, i tuoi preferiti» È vero, li adoro. In men che non si dica un dolcetto è finito nella mia bocca a dispensare aroma di mandorle e burro. «Ma scusa, che fine ha fatto il tuo stage?» chiedo mentre mi lecco le punta delle dita «Non dovevi partire oggi?» «Ho ritardato la partenza di un paio d'ore per stare con te». Sono lusingata e non riesco a nasconderlo. Lui corruga la fronte e, sgranando gli occhi, allarga le braccia. «Tutto qui? A Rouen saranno disperati per la mia assenza!» La sua faccia buffa mi strappa una risata. «Mon Dieu, quanto sei bella! Se ti potessi vedere…» mi prende una mano e se la porta alle labbra «Adesso che sei mia non ti farò più scappare». Fruga per qualche istante le tasche della giacca. «Ho qualcosa per te!» annuncia. Dal pacchetto regalo apparso sul tavolo, tiro fuori un anello: è d’oro bianco con incastonata una gemma nera. Jean arriccia le labbra sottili e si gode lo spettacolo della mia faccia meravigliata. «È onice, la pietra della fedeltà» dice. L’emozione mi gioca brutti scherzi, di solito, ma, stavolta, la battuta è pronta «E tu mi sarai fedele, a Rouen?» «Io non ti lascerò mai». Sorride, ma il suo tono è insolitamente serio. Quando lasciamo la pasticceria, fuori è ormai buio e la Ville Lumiere rispecchia in pieno il suo nome: i palazzi, le insegne, i lampioni sono macchie di luce che guidano lo sguardo fino alla sfavillante Place de la Concorde. Una persiana cigola. «Ti accompagno» propone. «Ma no, la stazione è dall'altra parte di Parigi. Prendo un autobus». Mentre le nostre labbra si incontrano per un ultimo bacio, da qualche parte, lontana dalla nostra felicità, una donna grida. E quell'espressione? Il volto di Jean ha i lineamenti contratti e gli occhi spalancati. Ci rifletto mentre cado in terra, spinta via da lui, allontanata con un gesto brusco. Rumore di qualcosa che va in pezzi. Un attimo dopo, cocci di terracotta e piccole zolle di terra sono sparse ovunque sul marciapiede. Anche Jean è sul marciapiede. Esanime. Mi avvicino a lui a piccoli passi. Un gelo invincibile mi risale lungo la schiena stringendomi in una morsa. Parigi non è più la città dei sogni, è diventata oscura, estranea, un luogo inospitale. «Jean!» lo imploro tra le lacrime, ma lui non mi risponde. «Jean!» Apro gli occhi e mi ritrovo seduta sul letto, ridotto ad un campo di battaglia, a fissare la parete disadorna davanti a me. Nel petto, il cuore martella impazzito. Un’altra volta quel sogno. Non pensavo che l’episodio di quattro anni prima mi avesse segnata in modo così profondo. I primi tempi, dopo la tragica fine di Jean, lo facevo spesso, poi, col tempo, era diventato sempre meno ricorrente fino a sparire. Da quando Tom è venuto a vivere da me, però, è già la terza volta che si ripresenta. Tom. Mi volto a guardarlo: ha nascosto la testa sotto il cuscino. Sporgo le gambe oltre la sponda del letto e, facendo meno rumore possibile, mi alzo. Dieci minuti più tardi, mentre sorseggio del succo d’arancia, mi raggiunge in cucina. Non prova nemmeno ad issarsi sullo sgabello accanto al mio, di fronte all’isola; si dirige immediatamente verso una delle sedie intorno al tavolo. «Buongiorno» dico. Lui mugugna. «Come stai oggi?» Scendo dal mio trespolo con una tazza di caffè, in una mano, ed un coppetta di macedonia di frutta nell'altra. Dopo avere depositato il tutto davanti a lui, gli cingo il collo con le braccia. «Al solito» risponde con un tono sofferente, stropicciandosi la fronte. Da qualche tempo si sente spossato, privo di forze; la cosa non mi dà pace. Gli esami clinici ai quali si è sottoposto non hanno trovato niente che non vada: non vorrei che sia stata la decisione di convivere a metterlo sotto pressione. «Ne vuoi?» gli porgo il cestino con i croissant e mi siedo sul tavolo, di fronte a lui, per osservarlo meglio. «È carina questa sottoveste!» Le sue parole mi giungono inattese come segnali da un pianeta remoto. Allunga una mano verso le mie gambe, che penzolano proprio davanti ai suoi occhi, e mi accarezza un ginocchio. Dopo un attimo di esitazione, risale lungo la coscia sollevando un lembo della camicia da notte. Mi avvicino a lui e lo bacio, sulla guancia e sul collo: la sua intraprendenza va incoraggiata, specie di questi tempi. «Ma che c’è, crema? E che cazzo: lo sai che non mi piacciono alla crema!» Mi accorgo della brioche che aveva in mano, un attimo primo di vederla volare nel cestino. Tom si alza di scatto e si dirige verso la porta. «Vado al bar a fare colazione!» Mi guarda rancoroso, deve essere chiaro che è colpa mia se è costretto ad uscire di casa. Non ho neppure il tempo di replicare: la porta si chiude con un rumore secco. Rimango con le mie buone intenzioni frustrate e l’amarezza nel cuore. Lui non sta bene e ne risente l’umore. Anche mio padre, che è il superiore di Tom all’ambasciata, dice che sul lavoro è diventato scostante e irritabile e che rende la vita difficile ai suoi collaboratori. Molti ormai si lamentano apertamente. Li capisco. Mi mordo le labbra mentre gli occhi si appannano. Anche per me, che pure credevo di amarlo, sta diventando difficile stare con lui. Vorrei gridare la mia frustrazione, ma tengo tutto dentro e mi trascino fino alla doccia in cerca di conforto. Quando chiudo il rubinetto – l’acqua scivola ancora sul mio corpo caldo – sento un rumore provenire dal salotto. Mi avvolgo in un telo di spugna e vado a vedere. Una scatola di latta scoperchiata giace per terra attorniata da buste e fogli ripiegati. Uno di quelli è caduto sul tavolo, perfettamente aperto. Lo raccolgo. «Kelly, mon trésor, ancora due giorni e questa interminabile vacanza sarà finita. Non faccio che pensare a te: non poterti toccare, stringere tra le braccia è un supplizio insopportabile…» Sono le lettere d’amore di Jean. Questa, giro il foglio per leggere la data, risale a quasi cinque anni fa. Mi chiedo perché ancora le conservi: affettivamente non significano più nulla per me. È una fortuna che Tom non le abbia mai trovate. Lui non è geloso, ma di questi tempi non so come potrebbe reagire. ----- Oggi Tom non va al lavoro. Ha chiamato in ufficio dicendo che sta male. Ha occhiaie paurose e un pallore cadaverico in volto. Ma non ha dolore, da nessuna parte. Gli ho detto di non alzarsi, che avrei pensato a tutto io. Prima di uscire passo a salutarlo: è immobile nel letto, sembra che ogni movimento gli costi una fatica immane, ma i suoi occhi saettano inquieti da un lato all’altro della stanza. Gli accarezzo il capo. «Il mio amore» dice contento. «Io vado. Tieni il telefono vicino, ok?» «Rimani con me» chiede in tono supplichevole. Sorrido imbarazzata. È un periodo delicato per l’azienda dove lavoro, impegnata in un’importante acquisizione, e tutti siamo sotto pressione. «Sai che non posso.Ti chiamo, però». Si volta rabbioso. «Vai pure! Vattene! Avrei voluto vedere se fosse stato Jean a chiedertelo» pronuncia quel nome calcando in maniera caricaturale l’inflessione francese «Credi che non mi sia accorto che la notte ancora lo chiami? Vivo con te, dormo nel tuo stesso letto ma tu non smetti di pensare a lui…» È incredibile ma c’è spazio per la sua indignazione. «Come dovrei sentirmi, eh? Dimmelo!» insiste con veemenza. «Smettila! Smettila di dire sciocchezze!» Le mie urla si sovrappongono alle sue, le mani mi tremano. «Jean è morto!» dico dopo un attimo di silenzio. «Scusami se non sono dispiaciuto!» ribatte provocatorio. «Ma come si fa ad essere gelosi di qualcuno che non c’è più?» lo chiedo senza alzare la voce: se non riesce a capire da solo quanto si sta rendendo ridicolo, non ci sono parole che possano spiegarglielo. Indugia un attimo. «Cosa fai con lui in quei sogni da cui ti svegli sudata ed ansimante?» mi chiede a bruciapelo. I suoi occhi da folle che mi indagano, dopo l’ultima, gigantesca, oscenità sono troppo per me. Afferro la borsa e mi allontano. Dal corridoio lo sento ancora gridare. «La voce aveva ragione, allora. Perché non mi rispondi? Lo ami ancora? Dimmelo! Lo ami ancora?» Sbatto la porta di casa e mi lancio giù per le scale squassata dai singhiozzi. ---- Un tintinnare di bicchieri mi distoglie dalla relazione aperta sul notebook. Tom è nello studio, appoggiato ad uno stipite. Guarda me, poi la bottiglia di champagne che ha in mano, infine torna su di me. «Sono sciovinisti, hanno la cattiva abitudine di portare la baguette sotto l’ascella» fa un'espressione disgustata «ma qualcosa di buono i francesi la sanno fare!» solleva la bottiglia di Cristal e stavolta sorride. Veste in giacca blu e cravatta regimental dello stesso colore. E jeans. La sua idea di eleganza vira decisamente sul casual. «Devo desumere che il convegno sia andato bene» dico con sufficienza. In realtà, so già che la sua organizzazione è stata un successo: continuavo a tempestare quel santo di mio padre di telefonate. Quanto all’invito di Tom di andare con lui al rinfresco dell’ambasciata, ho glissato con eleganza: abbiamo fatto pace ma, dopo le ultime settimane, deve fare qualcosa di meglio per riguadagnare la mia benevolenza. «Si, benino» risponde fingendo modestia. Con un botto secco, il tappo salta via e una scia spumosa scende lungo il collo della bottiglia. Tom mi allunga un calice colmo di bollicine, poi intinge un dito nel suo e mi bagna dietro le orecchie. «Porta bene» dice. Con la mano libera mi cinge la vita e mi bacia. Amo quando è così, solare, ottimista. «Escargot da Le Cinq?» propone. «Non una cattiva idea ma», lo guardo maliziosa, «io avrei pensato a qualcos'altro». Butta giù il suo champagne e mi sorride complice. «Speravo rispondessi così». A letto, ci baciamo a lungo, voraci, poi Tom sale su di me, si insinua tra le mie gambe. Gli accarezzo le spalle e i glutei, i suoi muscoli guizzano sottopelle. Lui inarca la schiena eccitato. Un attimo dopo lo sento dentro. La sua veemenza mi strappa un gemito. Si muove dapprima lento, poi sempre più veloce. Mi aggrappo a lui, lo cingo con le gambe e le braccia. La sua passione è inarrestabile. Voglio che non smetta mai, voglio essere sua. Un rumore, come di una deflagrazione, ci interrompe terrorizzandoci a morte. Le tende, animate dal vento, garriscono impazzite. Tutta Parigi sembra entrata di prepotenza nella nostra stanza, portando con sé il clamore della vita notturna. «La porta – finestra!» Tom, che è rotolato lontano da me, ride dissimulando la tensione. Respiro a fondo poi, ancora agitata, mi alzo per chiudere l’infisso. «Sarei andato io» gli sento dire «Meglio così, mi sarei perso questo bel panorama!» aggiunge malizioso. La mia faccia sorridente si riflette nella vetrata. È un attimo: alle mie spalle appare un volto corrucciato. Sussultando mi allontano da quello specchio improvvisato. «Che ti prende?» Tom mi accarezza la schiena nuda. Il volto riflesso dalla finestra adesso è il suo. «No, niente» muovo una mano davanti agli occhi «Ho visto un movimento...» «Scusami, non volevo spaventarti» mi bacia sul collo. Annuisco. Mai, per nessuna ragione, gli direi che il volto che credo di avere visto è quello di Jean. «Torna a letto, non prendere freddo» dice amorevole. Quando torniamo al caldo mi allunga uno scatolino. Lo prendo con mano ancora un po’ tremante. «So che questo momento lo si immagina un po’ diverso, più romantico…» attacca un po’ imbarazzato «ma… vuoi sposarmi?» Guardo l’anello di brillanti, poi mi butto tra le sue braccia ripetendo il mio sì più e più volte. Mi prende la mano. «Questo lo togliamo» dice. L’anello di onice nero sembra fare resistenza, l’epidermide che abbraccia si tende e tira. «Ahi!» dico. Dove prima c’era l’anello la pelle è screpolata. Tom bacia la piccola ferita, poi, con attenzione, infila il brillante all'anulare. ----- È stata una notte agitata. Immagini di lapidi, croci, di uomini in vestito scuro, deposti nel velluto rosso della bara, si sono susseguite senza sosta: fotogrammi di un film montato da un pazzo. Ho freddo, ma forse è il malumore lasciatomi dall'inquietante produzione onirica. Allungo il braccio accanto a me. Tom si è già alzato. Mi alzo anch'io. La vista è sfocata e mi gira la testa. Sembrerebbero gli effetti di una sbronza, ma la bottiglia di champagne, nel cestello ai piedi del letto, è piena per metà. Dal fondo del corridoio sento delle voci concitate, mi ricordano l’animazione che si respira al Merché des Enfant Rouge. Quando arrivo in cucina la porta – finestra è aperta. In veranda, un uomo è in piedi sulla ringhiera in muratura. Quell'uomo è Tom. «Tom» chiamo; le mani cominciano a tremarmi. Tom si volta, il suo viso è una maschera. Non sembra neppure lui. «Bonjour ma petite traitresse!» «Tom…» «Je suis Jean». Il volto trasfigurato mi sorride. Una fitta mi trapassa il cervello, il mondo intorno a me sembra oscillare. Anche lo spazio sembra distorcersi: è come se qualcosa mi calamitasse verso un punto imprecisato della stanza. «Non dire nulla, lo so che è tutta colpa di Tom» dice quell'essere, con accento francese «ma non temere: sono qui per sistemare tutto. Dopo saremo di nuovo insieme, noi due soli. Per sempre». Mi guarda la mano dell’anello. «Vorresti fare una cosa per me? Sì?» «L’anello» balbetto. «Sì, chéri, metti quello che ti ho regalato io». Mentre mi avvicino al cassetto della cucina dove l’ho riposto, provo la sensazione che il percorso sia in discesa. È l’anello il catalizzatore di questa specie di campo di forze, capisco. Quando lo recupero, la pietra non è più di un nero uniforme: ha delle screziature bianche che si muovono sulla superficie, avvolgendosi in una spirale infinita. Dalla veranda, attraverso la porta – finestra, vedo Jean sorridermi. È un momento: la marionetta che controlla si gira e mette un piede sul corrimano di ferro. La fitta alla testa è diventata una morsa di dolore: il campo di forze è aumentato d’intensità; l’arcano sta combattendo contro la volontà di sopravvivenza di Tom. Devo fare qualcosa, prima che sia troppo tardi. Ma cosa? Un’idea folle mi guida. Corro al microonde e ci infilo dentro l’anello nero che trema e vibra come fosse vivo. Sembra che capisca di essere stato tradito. Sono secondi interminabili. Il metallo sfrigola e lampi di luce illuminano la cavità del forno. La pietra, ora rossa, si contrae come se soffrisse, poi si spegne. È tornata nera e lucida. Fuori, Tom si affloscia sul balcone con un tonfo. «Kelly» dice sofferente. L’accento francese è sparito. Lo raggiungo. In fondo ai suoi occhi vedo di nuovo l’uomo che amo.
  22. Alessandro Logli

    "Non voltarti con rabbia" di Alessandro Logli

    Immagine di copertina: Titolo: Non voltarti con rabbia Autore: Alessandro Logli Casa editrice: AbelBooks ISBN: 9788867521562 Data di pubblicazione (o di uscita): 22 gennaio 2017 Prezzo: 3,99 € Genere: Noir Pagine: 65 Quarta di copertina o estratto del libro: "Sogno un'altra donna mentre la mia dorme nel letto accanto a me. Quanto mi vergogno." Link all'acquisto: http://amzn.to/2jozNtr Sinossi: "Non voltarti con rabbia" è una storia d'amore e di rimpianti. Edoardo è un ragazzo di 25 anni che viene invitato al matrimonio di una sua lontana cugina, sua coetanea. L’occasione lo porta a ragionare sull’amore e sulla pretesa che possa durare per sempre. In un misto di diffidenza e desiderio, decide di compiere anche lui il grande passo chiedendo la mano della sua ragazza, Beatrice. Ma l’impegno viene preso con superficialità: Edoardo è infatti ossessionato da un’altra donna, Caterina. Il suo primo amore, risalente ai tempi del liceo. Un amore intenso e, come la regola impone, non corrisposto. Edoardo sogna Caterina tutte le notti, pur non vedendola da molti anni. In una delle tante notti prive di sonno e colme di alcol, Edoardo si aggira da solo per le strade di una Roma notturna sulla quale sta per sorgere l’alba. L’unica compagnia è una voce ricorrente e incessante che gli parla nella testa e che gli ricorda di continuo tutta la rabbia devastante che solo un enorme rimpianto sa creare. Edoardo sente questa voce da quando ha compiuto diciott’anni. Da quando ha scoperto l’amore per Caterina. Pagina Facebook: https://www.facebook.com/pg/nonvoltarticonrabbia/
  23. arturobandini

    Sophia

    Sophia Io Guglielmo Ludovisi, mi accingo a vergare le mie ultime parole, chiuso in questa cella fredda e umida, certo ormai di avere pochi giorni da vivere se non addirittura poche ore. Nacqui figlio cadetto in una delle più importanti famiglie di Bologna e per me venne scelta la carriera ecclesiastica, anche se non nutrivo alcuna vocazione e mai il Signore me la concesse nel corso degli anni, più avvezzo a tirare di spada, a gozzovigliare con gli amici e ad insidiare la virtù delle donne, senza timore di perdere la mia anima immortale. Un profondo affetto e una grande fiducia reciproca mi legavano al mio primo cugino, Alessandro, cardinale arcivescovo della nostra gloriosa città e fu così che venni inviato come legato alla Corte di Sua Santità Paolo V, sul finire del 1612. Amai fin da subito Roma, lo splendore dei palazzi, il panorama che si apriva salendo i Colli, l'opulenza e il potere della Chiesa. E amai anche i bassifondi, le bettole e le servette, le prostitute, i duelli all'arma bianca. Evidentemente la sete di avventura non si era ancora spenta nel mio sangue nonostante l'Altissimo mi avesse già concesso trentacinque anni su questa Terra. Nella notte del 13 marzo del 1613 accadde però la catastrofe destinata a mutare l'Italia e il Mondo tutto: una serie di comete si abbatté al suolo, distruggendo le regioni centrali, spazzando via le città di Bologna, Firenze e Napoli, lasciando Roma gravemente ferita, se non agonizzante. La sede pontificia, il Palazzo del Quirinale e Castel Gandolfo rimasero in piedi senza aver subito le ingiurie di quelle palle infuocate provenienti dal cielo ma i terremoti che seguirono la terribile caduta fecero sì che la Città Eterna venisse abbandonata, ormai insicura. Tutte le ricchezze del papato, tutta la saggezza e il potere della Chiesa finirono per risultare inutili, superflue, se confrontate con l'ira di Dio. Trascorso più di un anno, mi piace pensare che tra le stelle che caddero sopra di noi vi fosse anche la Cometa che aveva annunciato la venuta di Nostro Signore Gesù Cristo e che la punizione sia stata comminata per punire i molti peccati mondani e la sporcizia connaturata al genere umano. Eppure in me il desiderio di vivere era ancora forte. Scappai assieme al seguito dello stesso Pontefice, ma essendo egli un uomo non più giovane e piuttosto cagionevole di salute lo perdemmo presto, in seguito a problemi polmonari causati da una terribile pioggia. Deceduto Sua Santità il seguito si disperse ed io cominciai a vagare assieme ad altri uomini giovani e forti, cercando di sopravvivere cacciando e vivendo di espedienti. Non fu semplice resistere agli attacchi dei briganti o alle insidie della natura, così mutata dopo la terribile catastrofe che ci aveva colto. La primavera e l'estate ci aiutarono grazie a un clima dolce e alla fine di agosto riuscimmo a riparare sulle montagne dell'Irpinia, nascosti in un rifugio sicuro. Ma un autunno straordinariamente freddo, la prima neve cadde già a metà settembre, ci colse, fiaccando la nostra speranza di sopravvivenza. Fu allora che sentimmo parlare da un viaggiatore morente che ospitammo e soccorremmo nella nostra caverna, di Sophia, l'ultima Città intatta rimasta sull'amato suolo italico, l'ultimo luogo di pace e sapienza, l'ultimo angolo in cui avremmo potuto sopravvivere senza diventare lupi per gli altri uomini. In quattro partimmo per cercarla, anche se non sapevamo esattamente dove fosse, il nostro ospite morto prima di poterlo rivelare, se non che si trovava da qualche parte tra le montagne della Lucania. Il rigore dell'inverno era però terribile e i miei compagni di sventura resero l'anima a Dio uno dopo l'altro già solo durante la prima parte del nuovo viaggio. Cercai ricetto nella Città di Potenza ma ben presto scoprii che era stata ulteriormente devastata da truppe mercenarie svizzere di fede calvinista, in cerca di bottino e donne. Non potei avvicinarmi, ma incontrai diversi dispersi, uno più terrorizzato dell'altro, al punto che dovetti combattere diverse volte per salvarmi la vita. Nessuno di quelli con cui riuscii a parlare conosceva la Città di Sophia, nessuno l'aveva nemmeno mai sentita nominare. Eppure non mi persi d'animo e continuai a percorrere tutti i sentieri ancora aperti nonostante la neve e il ghiaccio. I ricordi ora si fanno fumosi e indistinti, colto da una febbre che ha finito per intaccare la mia memoria e la mia capacità di giudizio. Vagavo e vagavo, nutrendomi con poco e niente, qualche bacca, un paio di lepri cacciate quasi per caso, qualche strano e contorto tubero celato sotto la neve. Ricordo di essermi lasciato andare, di non aver più combattuto per la vita, un giorno in cui riprese a nevicare: ormai non ero più in grado di proseguire in nessuna direzione, ormai non avrei saputo trovare neppure me stesso, la mia anima e il mio cuore arresi di fronte all'inevitabile. Fu allora che sebbene incapace di trovare l'ultima città, fu Sophia a trovare me: dei soldati, incaricati di proteggere quell'isolata sede del sapere, s'imbatterono nel mio corpo ormai quasi del tutto assiderato e mi portarono con loro, salvandomi la vita. Lottai contro la Falce per più di tre settimane o almeno così mi riferirono. Ricordo di essermi svegliato un giorno, solo per pochi istanti ma finalmente lucido e sfebbrato: mi trovavo in una piccola ma accogliente stanza, le pareti imbiancate a calce, con un piccolo caminetto che spandeva il proprio calore in tutto l'ambiente. Una donna non più giovane stava al mio capezzale e non appena riuscii a produrre un gemito soffocato, mi guardò sorridendo, e dopo essersi alzata si avvicinò facendomi ingurgitare un po' di minestra calda. Passò un lungo periodo in cui cadevo addormentato per alcune ore, svegliandomi poi con una fame da lupo e ogni volta venendo nutrito con cibi caldi e nutrienti. La donna venne sostituita da una fanciulla sui diciotto anni, dotata di un sorriso dolce e di occhi bruni e luminosi manifestanti una vivace ed impetuosa intelligenza. Grazie alle cure della giovane ritornai sufficientemente in buona salute per poter essere visitato da un uomo anziano e dall'aspetto autorevole, di nome Alessio. “Ben arrivato a Sophia, mio signore. Questa è l'ultima Città in cui si possa vivere in tutta l'Italia, senza temere briganti e violenza, senza dover subire sopraffazione e minaccia”. “Vi ringrazio, Altezza”, risposi, con la voce ancora rauca a causa della mia gola infiammata. La giovane e il mio interlocutore si misero a ridere. “Non chiamatemi, 'altezza', sono solo uno dei tanti e non un capo. Qui a Sophia non abbiamo sovrani, ma ognuno vale per uno e tutti hanno la possibilità di realizzarsi. Sono stato incaricato di incontrarvi per capire se potrete fare parte della nostra comunità: come immaginerete non possiamo accogliere tutti, le nostre risorse e scorte sono limitate, ma una possibilità viene concessa a ogni nuovo ospite”. Venne a visitarmi in diverse occasioni e sebbene non riuscissi a capire quale fosse la sua posizione nei confronti di un sacerdote, quale in fin dei conti io ero, si comportò sempre in modo urbano, passando parecchio tempo a parlare con me e affermando che avrei potuto diventare facilmente uno di loro. La ragazza, Francesca, trascorreva tutto il suo tempo con me. All'inizio mi imboccava, poi semplicemente mi serviva i pasti e non essendo io ancora in grado di alzarmi mi aiutava ad espletare perfino le funzioni corporali. Mi passava sul corpo delle pezze inumidite, permettendomi di rimanere pulito e fresco. Le sue mani erano morbide e dolcissime eppure allo stesso tempo seppero risvegliare la mia virilità e il mio desiderio, essendo io non certo portato per la continenza. Diventammo amanti e giacemmo assieme ogni notte, spesso senza parlare, beandoci semplicemente della reciproca compagnia. Alla fine cominciai a potermi muovere, anche se i miei piedi rimasero goffi e intorpiditi per lungo tempo, avendo perso diverse dita. Quando finalmente potei andare alla finestra, vidi che Sophia si trovava in una valle tra i monti e che era una solida città murata. Noi ci trovavamo in uno stabile che sormontava un profondo e rapido burrone. Non ero prigioniero eppure non potevo uscire dal palazzo se non per raggiungere un cortiletto interno, dove Francesca mi conduceva ogni pomeriggio, essendo ormai arrivata la primavera. Suonava e cantava per me con la sua voce d'angelo e ben presto potei comporre delle poesie per offrirgliele, passatempo in cui avevo eccelso durante i burrascosi anni della mia gioventù. Non sapevo ancora se potevo considerarmi accolto nella città ma tutte le persone che incontravo si manifestavano intelligenti ed istruite, capaci di conversare e di pensare, persino le guardie che mi sorvegliavano. Ormai ero tornato in forze e nonostante le cure della mia meravigliosa infermiera, cominciavo a diventare irrequieto, non avendo certo ricevuto il dono della vita per rimanere imprigionato dentro poche stanze. Una notte mi svegliai e scoprii che Francesca non giaceva più al mio fianco. Da qualche parte vi era un pulsare ritmico, remoto eppure pressante, che non sapevo come identificare. Fu così che mi alzai dal letto e che mi diressi verso quel rumore. Non incontrai nessuna guardia e finalmente potei uscire dal palazzo. Vidi una sorta di tempio greco al centro di una grande piazza, che dalla mia stanza e dai quartieri in cui ero recluso non avevo potuto notare e capii che era quello lo stabile da cui proveniva ciò che mi aveva portato al risveglio. Entrai e ben presto mi avvidi che erano presenti molte persone. Mi avvicinai e l'orrore mi colse: alcuni di loro, donne e uomini completamente nudi, danzavano attorno a un fuoco, sopra al quale stavano arrostendo quelle che erano senza alcun dubbio membra umane, almeno di cinque persone. A cucinare l'osceno pasto, vi era proprio la mia Musa, la mia salvatrice, la bella Francesca, nuda anch'ella, con uno sguardo terribile colmo allo stesso tempo di brama e dominio. Inizialmente rimasi paralizzato dall'orrore, poi mi avvicinai all'innominabile falò con l'intenzione di spegnerlo. Prima di potere intervenire venni scoperto facilmente e condotto proprio nella prigione nella quale ora risiedo da qualche tempo. Alessio venne a parlarmi. “Guglielmo, avete scoperto troppo presto le nostre pratiche ma io spero che voi possiate comprendere che sono necessarie. Gli uomini che avete visto sacrificare sono stati immolati alla nostra unica dea, Sophia. Non possiamo sostenere il mantenimento di stranieri, per cui siamo costretti a sbarazzarcene: se li liberassimo, entro pochi giorni verremmo attaccati da chissà quale terribile nemico. E siccome seguiamo la via della saggezza, abbiamo deciso di non sprecare la loro carne, quindi ce ne cibiamo. Il mondo è diventato poverissimo, non possiamo permetterci alcuno spreco”. “Ma perché non mi avete sacrificato subito? Voi mi avete nutrito e guarito, io ho giaciuto con la vostra sacerdotessa o almeno credo che lei lo possa essere”. “Lo è, Francesca è la nostra Custode del Fuoco della Sapienza. Vi abbiamo salvato? No, voi avete salvato noi: siamo rimasti in pochi e abbiamo bisogno di sangue che provenga da fuori Città per evitare che i nostri difetti si esasperino con unioni tra parenti. Francesca è rimasta ingravidata dal vostro seme, in questo modo vostro figlio potrà essere per noi fonte di speranza. Ora vi lascerò un diario sul quale potrete annotare la vostra storia, così da poterla tramandare ai posteri”. Da codesta conversazione sono passate ormai alcune ore ma sento che presto la mia vita giungerà al termine. Ben presto la mia anima di peccatore sarà cibo per le schiere di Satana, mentre il mio corpo sarà carne per la salvezza dell'ultima Città in cui vive la speranza ma non certo per me. Forse lo sarà per la mia discendenza e ciò mi consola anche se le fiamme dell'Inferno già scottano i miei ultimi pensieri.
  24. Sh@de

    [NNI2] I fiori del male (revisionato)

    Commento: Trovai quello strano negozio dietro a una piccola piazza di cui non avevo mai nemmeno sospettato l'esistenza. Si apriva su un vicolo maleodorante, nemmeno un lampione che lo illuminasse. Inciampai in qualcosa e finii per urtare contro la piccola vetrina. Piante, addobbi, fiori esotici. «Posso aiutarla?» Mi girai a guardare il vecchio che era comparso sulla soglia del negozio. «Non so» risposi. «In effetti cercavo qualcosa per mia moglie.» «Oh, un anniversario forse?!» Lo osservai meglio. Vestiva una specie di tunica nera che gli arrivava al ginocchio; emanava uno odore forte, piuttosto un profumo, dolciastro, eppure fresco, come di un frutto appena colto. «Ha indovinato. Pensavo a una composizione floreale, oppure a una pianta esotica.» «Certo. Le mostro qualcosa. Prego...» Lo seguii piuttosto scettico. Quel negozietto non mi ispirava la minima fiducia, tanto meno il suo proprietario. Fui notevolmente sorpreso perciò quando mi trovai di fronte a un piccolo vaso da cui spuntavano meravigliosi fiori di colori diversi. «Sono stupendi! Ma precisamente... cosa sono?» «Che importa il loro nome; sono per lei. Li annusi.» Quei fiori emanavano un profumo celestiale. Ebbi un lieve capogiro. Mi ricomposi e pagai senza esitazione la cifra che quell'uomo mi propose. Non ricordo nemmeno se lo salutai. Uscii da quel negozio e mi diressi verso la nostra casa in rue des Abbesses. Prima di uscire dal vicolo però, mi voltai per leggere l'insegna che capeggiava sopra l'entrata. Les Fleurs du mal c'era scritto in caratteri dorati. Quella sera mangiammo in un ristorante poco lontano da Montmartre. Fu una serata deliziosa. Laura splendeva nel suo abito da sera ricamato e senza maniche. Io ero raggiante. Tornammo a casa un poco brilli e senza dirci nulla salimmo le scale verso la camera da letto. Facemmo l'amore più volte, con passione, gridando, poi con dolcezza, sussurrandoci parole dolci. Giacemmo a lungo abbracciati. Poi Laura si avvicinò al vaso di fiori che aveva voluto sistemare su uno scaffale della piccola libreria davanti al letto; l'annusò nuovamente. «Dev'essere questo l'odore del paradiso. Non credi? Sono i fiori del giardino celeste. Il regalo più bello che potessi farmi!» «Non capisco come facciano a convivere nello stesso humus, come le radici trovino spazio all'interno di quel piccolo vaso. Sono così diversi l'uno dall'altro... Ma tu, amor mio, meriti questo miracolo. Buon anniversario.» La notte ebbi un brutto incubo. Sognai di essere a casa, in poltrona, a leggere, quando senza preavviso la stanza iniziava a tremare, poi a ondeggiare. D'improvviso il pavimento si sollevò, poi si abbassò, infine si aprì. Un terremoto devastante! Ma invece di crollare, la casa restò in piedi. Solo la pavimentazione si squarciò. E non fu tutto. Qualcosa... qualcuno! Un'ombra emerse dalla fenditura. Fu una percezione nitida accompagnata da terrore indicibile. Un essere opaco, indistinto, salì dagli abissi, penetrò nella nostra casa. Mi svegliai urlando. Laura non c'era. Appena riuscii a ricompormi, a scacciare quella terribile sensazione di terrore misto a impotenza, scesi in cucina. Lei era lì, seduta al tavolino, che guardava il muro. Mi salutò appena. «Credo di aver urlato poco fa.» Non rispose. Per un poco rimanemmo in silenzio. Poi si voltò verso di me, parlò con un filo di voce: «Ho avuto un incubo tremendo. Così realistico! C'era un terremoto in questa casa. Mi inghiottiva! Mi trascinava nel sottosuolo. Lo squarcio si richiudeva. E il buio... Buio ovunque. Nell'oscurità qualcuno mi uccideva.» La guardai sgomento. Entrambi avevamo avuto un incubo in qualche modo simile. L'abbracciai a lungo. La notte successiva sognai di nuovo: un terremoto, la terra che si apriva, l'essere vestito d'ombra che si avvicinava ancora. E io che potevo solo percepirlo, senza realmente riuscire a vederlo. Intuivo la sua orribile presenza. Anche quel mattino, quando mi destai, lei non era con me. Si era rifugiata nel salone stavolta; stava suonando una desolata melodia al pianoforte. Riconobbi subito la Tristesse di Chopin. Mi sedei ad ascoltare. Quando finì le andai vicino, sussurrai: «Hai avuto un incubo anche stanotte. Lo stesso.» Lei annuii. Poi si girò a guardarmi. Una lacrima le scendeva, solitaria, dall'occhio sinistro. Passammo altre notti d'inferno. Sempre il medesimo incubo, con particolari insignificanti che mutavano. Lei sognava di essere inghiottita dal terremoto. Nel buio qualcosa la uccideva. Nel mio, l'essere d'ombra si faceva sempre più intraprendente, si avvicinava, cercava di ghermirmi. Mi irrideva. E Laura... Laura stava sfiorendo. Bianca in volto, non rispondeva quasi più alle mie domande ansiose. Un giorno la trovai a parlare da sola. Sembrava declamasse. «Quando la terra si muta in umida spelonca dove la Speranza, come un pipistrello, va battendo i muri con la sua timida ala e picchia la testa sui fradici soffitti...» «Oddio, è Baudelaire...» esclamai. Poi continuai per lei: «Vinto Senza tamburi, senza musica, sfilano funerali a lungo, lentamente, nel mio cuore: la Speranza, Vinta, piange, e l'Angoscia atroce, dispotica, pianta, nel mio cranio riverso, il suo vessillo nero.» Era la nostra poesia preferita che in gioventù, ai tempi in cui frequentavamo la stessa università, spesso recitavo per lei: Spleen, dai Fiori del male. «Dobbiamo liberarci dei fiori!» urlò qualche giorno dopo. Gli incubi, sempre più terribili, si erano susseguiti senza tregua. Ormai la notte non dormivamo che una manciata d'ore. «Per quale motivo?» «Devono essere quei maledetti fiori. Chissà, forse sono un innesto, una mutazione particolarmente potente della Belladonna.» «Colpa dei fiori?» «Del loro profumo. Ci uccideranno. Dobbiamo distruggerli. Ora!» La guardai senza dire nulla. Un velo nero sembrava oscurarle gli occhi. Un drappo di tristezza e disperazione l'avvolgeva. «Va bene.» Salii a due a due gli scalini, entrai in camera, afferrai il vaso, annusai un'ultima volta il profumo delizioso e feci per uscire di casa. Arrivato davanti al portone però esitai. Guardai i fiori scarlatti, verde smeraldo, indaco e scossi la testa. Non potevano essere velenosi. Mi diressi in cantina, posai il vaso sullo scaffale, avvicinai una sedia: rimasi lì non so per quanto tempo a osservare quei fiori straordinari, ad annusarne l'odore indescrivibile. Quella notte dormimmo separati. Io rimasi in mansarda. Mi addormentai subito, di un sonno profondo. Verso le tre però mi destai completamente, zuppo di sudore. La terra tremava. Accesi la luce per scacciare l'incubo. E l' ombra mi assalì. Urlai con tutto il fiato che avevo in corpo. Era lì davanti a me, incappucciata d'oscurità. Un ondeggiare d'inchiostro, due fessure maligne al posto degli occhi che mi fissavano. Un ticchettio sinistro, sempre eguale. Rotolai sul letto, caddi sul pavimento, strisciai come un verme pur di non fissare più quello sguardo, pur di sfuggirgli. Mi precipitai sulle scale, le saltai, caddi malamente. Zoppicando aprii la porta d'ingresso, attaccandomi alla ringhiera mi diressi verso la cantina. Li avrei strappati con le mie mani, li avrei divelti, i fiori del male. Fortunatamente la porta era rimasta aperta. La spalancai e senza accendere la luce lo cercai a tentoni. Era dove ricordavo di averlo lasciato. Sollevai il vaso, lo scagliai contro il muro. Sentii il rumore di cocci infranti. Mi girai trionfante. Ma lui era sempre lì. Nell'oscurità quasi assoluta la figura incappucciata d'ombra mi fissava, gli occhi biancastri due fessure di luce malvagia. Arretrai fino alla parete. Urlai mentre avanzava verso di me. Spalancai le braccia, mi inginocchiai. Fu allora che la mia mano incontrò qualcosa, un bastone. No un manico! Sollevai l'ascia, la presi con entrambe le mani, vibrai un colpo verso la creatura delle tenebre. Avvertii qualcosa che si lacerava. Quando accesi la luce gli occhi senza più vita di Laura fissavano il soffitto. L'ascia era conficcata nel suo petto. Gridai a lungo il suo nome. Poi ci fu un boato nel sottosuolo e le pareti iniziarono a ondeggiare.
  25. Robigna88

    The Family Business - La profezia

    Immagine di copertina: Titolo: The Family Business - La Profezia Autore: Roberta Trischitta Casa editrice: Auto-pubblicato con Amazon KDP ISBN: 978-1539834533 Data di pubblicazione (o di uscita): 7 Novembre 2016 Prezzo: € 11,44 cartaceo, € 2,99 E-book Genere: Paranormal Romance Pagine: 372 cartaceo, 224 e-book Quarta di copertina: Allison Marie Morgan ha un passato ingombrante ed un presente difficile. Al futuro nemmeno ci pensa perchè, a causa del suo "lavoro", dubita che ne avrà uno. Allison è infatti una cacciatrice del soprannaturale; una temuta ma giusta. Quando la felicità che credeva impossibile busserà alla sua porta, avrà il volto bello ed elegante del primo vampiro della storia; il millenario e potente Alpha Joseph Baxter. L'ombra di un'antica profezia però rischia di oscurare quel sentimento rendendolo più difficile di quanto già non sia. Link all'acquisto: E-book Link all'acquisto: Cartaceo
×