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  1. M.T.

    [MI106] Andrà tutto bene

    Commento Tema di mezzogiorno. Andrà tutto bene, te lo prometto... Ferma sulla collina, Katrin fissava la città. Sulla pianura sembrava uno stretto imbuto, ma lei non ci fece caso, la sua attenzione rapita dall’intreccio dei palazzi, lunghe sagome affilate che facevano apparire la città un immenso campo di lance. Un campo inquietante, sulla cui sommità incombeva una densa foschia giallognola alimentata dalle colonne di fumo che nascevano dalle zone centrali. Erano soprattutto le rovine d’acciaio e cemento della periferia, simili a lame smussate e dentellate, a renderla restia ad avanzare. Stava per tornare sui suoi passi, ma un gorgoglio dello stomaco le ricordò che da due giorni non mangiava. Alzò lo sguardo di nuovo sulle colonne giallo/grigie che salivano al cielo. “Dove c’è fumo, c’è fuoco” pensò. “E se c’è fuoco, ci sono anche esseri umani, che sicuramente hanno del cibo con sé.” Si fece coraggio e riprese il cammino. Dopo un paio d’ore raggiunse i primi edifici della periferia, casermoni sventrati o collassati su se stessi. Tenendosi lontana da loro, proseguì lungo la strada principale per un pezzo, ma quando cominciò a trovare tracce di animali, piegò alla sua sinistra, percorrendo strade più strette e invase dai cadaveri di auto arrugginite. Spaurita e disorientata, avanzò in mezzo a palazzi che sembravano volersi chiudere su di lei. Presto iniziò a sentire versi che non aveva mai udito; aggredita dalla loro durezza, fu presa dal panico, cominciando a svoltare a destra e a sinistra come un animale in fuga. Saltò sul marciapiede quando un forte sbuffo risuonò vicino a lei. Fissò per alcuni secondi la nuvoletta di gas che si levava dal tombino; poi, disgustata dall’odore, tornò a camminare sulla strada. Gli umori acuti e penetranti dei peti dei tombini la circondarono, invadendole le narici e impregnando gli abiti e la pelle con la loro malsana emanazione. In pochi istanti si sentì sporca, provando l’impellente bisogno di lavarsi. “Questo è troppo.” Ritornò sui suoi passi, decisa a lasciare quel letamaio. Quando raggiunse l’incrocio, si rese conto di non sapere quale direzione prendere per tornare alle colline. “Mi sono persa.” Il panico crebbe ancora di più. Con uno sforzo cercò di calmarsi. Andrà tutto bene, te lo prometto. Si ripeté la frase che le diceva suo padre quando doveva affrontare qualcosa che le faceva paura. “Se solo fosse qui con me. Se solo lo avessi fermato quando è partito con mio fratello alla ricerca di cibo. Perché non ho dato retta al mio istinto?” Ma già conosceva la risposta: perché aveva avuto paura, perché voleva sentirsi dire da suo padre quelle parole. Andrà tutto bene, te lo prometto. Si costrinse a calmarsi. Con lo sguardo al cielo, usò le volute di fumo come punti di riferimento, come se fosse un marinaio che seguiva le stelle. Continuando a schivare i vapori sulfurei che uscivano dai fori dell’asfalto, finì in quartieri sempre più sporchi, dove le pareti dei palazzi degradavano in colorazioni che passavano dal grigio al marrone al nero e tutto sapeva di fumo. Le strade si mutarono presto in budelli tortuosi, dove ogni buco era stato trasformato in fortificazione: istrici di spranghe e lamiere, rafforzate da auto ribaltate e mobili d’appartamenti depredati. Volti sporchi di cui s’intravedevano solo gli occhi la scrutavano dalle fessure delle barricate. Cominciò a sentire un vociare soffuso, che presto si fece più vicino, accompagnato dal sottofondo di metallo che veniva divelto e di corpi che cozzavano contro i muri. Rallentò il passo. Quando raggiunse l’incrocio, vide alla sua destra quello che era stato un negozio bruciare con furia, soffiandole contro una densa fumana nera che sapeva di carbone e plastica fusa. Si allontanò da quel luogo, continuando a seguire il vociare. Vide di nuovo il fumo giallo/grigio che aveva scorto dalla collina salire da dietro un basso caseggiato. Dimentica di ogni timore, si affrettò a raggiungerlo. Superato l’angolo dell’edificio, si bloccò. Il fumo non apparteneva a falò da campo, dove il cibo era cotto: era l’esalazione di roghi d’esseri viventi che venivano gettati all’interno di profondi crateri e lasciati bruciare fino a che non ne rimaneva che ossa. La sua mente si chiuse dinanzi al quadro d’orrore che aveva davanti. Prese a correre all’impazzata, dimentica di tutto, se non che doveva allontanarsi il più possibile da quell’inferno. Poi, quando le forze scemarono, con i polmoni e le gambe in fiamme, dovette rallentare; continuò solo per disperazione, non aveva le energie nemmeno per alzare lo sguardo dall’asfalto. Si sentì afferrare per un braccio, costretta a muoversi in fretta. Per un pezzo si lasciò guidare, ma poi la mente cominciò a schiarirsi. Lentamente si voltò verso chi la teneva: si vide riflessa nelle lenti scure di una maschera di gomma gialla. L’uomo grugnì qualcosa che non riuscì a comprendere. Katrin strabuzzò gli occhi, guardandosi attorno. Un altro uomo con una maschera identica spuntò da dietro un palazzo e si diresse verso di loro; alle sue spalle saliva al cielo un’altra colonna di fumo giallo/grigio. Lo vide avvicinarsi e solo allora si accorse che aveva quattro gambe. “Questi non sono uomini…” Riuscì a divincolarsi, ma si girò troppo in fretta e cadde a terra. Le due creature l’afferrarono per le gambe, trascinandola verso il fumo. Camminando sgraziatamente a gambe aperte, i due esseri avanzarono a testa bassa, strattonandola senza pietà. Katrin tentò di afferrarsi a qualsiasi appiglio trovasse lungo il marciapiede. «Aiuto!» urlò disperata mentre veniva trascinata. Stizziti, i due intensificarono gli sforzi, sballottandola di qua e di là con più violenza. «Aiuto!» continuò a strillare Katrin, dimenandosi con tutte le forze. Il fumo si avvicinava sempre di più. «Aiutatemi!» I muscoli si tesero sul collo sottile e denutrito, scavando una fossetta sopra lo sterno mentre cercava di liberarsi. «Per favore, che qualcuno mi aiuti!» Katrin s’inarcò cercando d’avvinghiarsi attorno a un palo di metallo. «Io non voglio morire!» Katrin lanciò uno sguardo verso il vicolo scuro alla sua destra prima di perdere la presa sul palo e tornare a essere trascinata verso la sua fine. Improvvisamente le sue gambe furono libere. Sentì un cozzo. Si voltò appena in tempo per vedere un uomo afferrare le maschere delle due creature e strapparle dalle teste adunche. Le facce cadaveriche si contorsero come carta che bruciava, la pelle raggrinzì e si riempì di vesciche in pochi istanti. Un gemito strozzato uscì dalle bocche prive di denti, come di chi non riusciva a respirare. Una serie di spasmi violenti e i due giacquero immobili a terra, il volto che si liquefaceva in una poltiglia biancastra. «Cosa stai aspettando? In piedi, sei libera!» si sentì intimare. «Forza! Potrebbero arrivarne altri!» La prospettiva di una nuova cattura le diede la scossa di tornare a muoversi. Seguì l’uomo che la precedeva a passo spedito. Sdraiata sul letto della casa nella quale si erano rifugiati, Katrin guardava la nebbia che vorticava fuori dalla finestra e ripensava alle parole di Guerriero, l’uomo che l’aveva salvata. Alle volte c'è qualcosa di strano in quel grigio: non è una nebbia normale. È viva: sembra un gigante che respira, che non riesci a vedere, ma che è vicino a te. Quando c'è, la realtà cambia. È come se si aprissero delle porte, delle finestre che si affacciano su altri mondi, facendo arrivare il loro alito sulla Terra. Un sospiro capace di mutare la realtà. Le persone spariscono in mezzo a essa. All’interno dei palazzi erano al sicuro, le aveva detto, dato che la nebbia non passava oltre ciò che era chiuso. “Ma sarà davvero così?” pensò con un tremito. “Era meglio se fossi rimasta sulle colline, a patire la fame, piuttosto che finire in questo inferno.” Si raggomitolò su se stessa, come se questo potesse proteggerla da un mondo dove tutto era ostile. Andrà tutto bene, te lo prometto. “Non ne sono sicura, papà.” Si strinse con forza le braccia al petto. “Non ne sono per niente sicura.”
  2. Torba

    Nella notte, un predatore (Parte 5/5)

    Cancellato su richiesta dell'autore.
  3. Torba

    Nella notte, un predatore (Parte 4/5

    Cancellato su richiesta dell'autore.
  4. Torba

    Nella notte, un predatore (Parte 3/5)

    Cancellato su richiesta dell'autore.
  5. Torba

    Nella notte, un predatore (Parte 2/5)

    Cancellato su richiesta dell'autore.
  6. Torba

    Nella notte, un predatore (Parte 1/5)

    Cancellato su richiesta dell'autore.
  7. libero_s

    Show don't tell

    Commento a Amici Show don't tell Wiliam Shaw si alzò, lo fissò negli occhi inarcando le sopracciglia folte e scure, afferrò il manoscritto e lo sbatté sulla scrivania. Don Tellerman spalancò la bocca, quel plico di fogli maltrattati era il suo manoscritto. Quel colpo era uno sparo alla tempia delle sue speranze. Shaw digrignava i denti continuando a fissarlo, le pupille ristrette, le sue narici fremevano. Don deglutì, fece per parlare, ma Shaw alzò una mano intimandogli di tacere, poi espirando profondamente si risedette sulla poltrona. «Don, Don, che ti è successo?» Shaw sorrise, ma quei solchi fra le sue sopracciglia aggrottate continuavano a preoccupare Tellerman. «È il terzo racconto che mi tocca rifiutarti. Cosa ti salta in mente?» il dispiacere nella sua voce era commovente; ora avrebbe dovuto cercare qualcos'altro per riempire quel buco di 5 pagine su «Fantastic world» e, come Tellerman sapeva, avrebbe dovuto ricorrere a qualche scrittore che si faceva pagare più di lui. Shaw era un editore che amava l'arte, quella che preferiva era l'arte di sottopagare gli autori. Shaw riprese. «Quante cose ti ho pubblicato fino ad ora? Cinque? Sei?» Don tentò di rispondere, ma Shaw non sembrava interessato a un dialogo e proseguì. «Erano cose buone, mi piacevano, ho sempre detto che ci sapevi fare. Ma questi ultimi racconti, ecco non so proprio che cazzo ti è preso.» Afferrò il manoscritto scompigliandone le pagine, ne scelse una a caso e lesse: «Nel corso degli anni il suo umore si era gradualmente e stabilmente incupito fino a portarlo ad una costante tetraggine che lo aveva reso lo zimbello dei suoi concittadini. Lui non se ne preoccupava, era sì infastidito dalle risate e dagli indici puntati, ma l'orrore che provava, il terrore strisciante e infido che si era lentamente impadronito della sua mente lo rendeva indifferente alle provocazioni. Lui sapeva che un'indicibile orrore era subdolamente nascosto dietro l'apparente tranquillità quotidiana della campagna. Ombre malsane si allungavano strisciando, testimoni di remoti abomini. Ignobili eventi, sconosciuti agli uomini che vivevano così in una tranquilla ignoranza, ma i cui innominabili effetti contaminavano ancora malignamente quella terra e i suoi abitanti.» Allargò le dita lasciando cadere il foglio che finì ondeggiando, direttamente nel cestino. Sospirò nuovamente, incrociò le dita e guardò Tellerman negli occhi. «Questa roba fa schifo. Che cazzo è questa merda? Non c'è un dialogo, non c'è azione. Non succede nulla. Non si vede nulla!» Shaw aprì un cassetto e ne prese un libro che lanciò a Tellerman. Don lo afferrò al volo, ma il libro gli sfuggì di mano cadendo sul pavimento. Arrossì e si piegò a raccoglierlo sentendo su di sé lo sguardo di Shaw. Lesse il titolo 'Elementi di stile nella scrittura' di Strunk e White. L'editore fece una smorfia, poi indicò il libro. «Questo libro ha più di cinquant'anni. Tutti l'hanno letto e studiato, a scuola, nei corsi di scrittura; scommetto che lo leggono perfino all'asilo. Possibile che tu sia l'unico a non averlo mai letto? Dammelo.» Tellerman tese il libro a Shaw che lo sfogliò quasi strappandone le pagine prima di fermarsi a leggere: «Scrivi con sostantivi e verbi, non con aggettivi e avverbi.» Gli ripassò il libro. «Sostantivi e verbi. Hai capito? Non aggettivi e avverbi. Qui dentro,» posò la mano sui fogli del manoscritto e li spazzò via facendoli cadere a terra. «ci sono abbastanza aggettivi e avverbi per dodici volumi.» Si piegò in avanti facendo segno a Tellerman di avvicinarsi. «Lo vuoi sapere un segreto? Dev'essere un segreto visto che sembra che tu non l'abbia mai sentito. C'è una cosa, una sola che devi tenere a mente quando scrivi narrativa. Fai vedere, non raccontare. Mai sentito eh?» Tellerman deglutì e prese coraggio. «Io racconto quello che sento. So raccontare solo quello che vedo. Quelle sono regole che vanno bene per i principianti, il mio stile...» «Stile!» gridò Shaw. «Tu adesso prendi il tuo stile e te lo ficchi dove sai, vai a casa, prendi un foglio, con un bel pennarello grosso scrivi 'SHOW DON'T TELL' e te lo tieni bene in vista.» «Ma Lovecraft...» «Lovecraft era un incapace. Nessun editore pubblicherebbe mai quella roba al giorno d'oggi e a dire il vero anche ai suoi tempi non è che abbia fatto una gran fortuna.» Shaw sorrise. «Su, non fare il depresso adesso. L'idea di fondo non è male, ma devi riscriverlo. Devi mostrare quello che succede, dettagli specifici, accadimenti. Cos'è questo orrore indescrivibile? Gli esseri di cui parli, cosa fanno? Possibile che stiano li senza far nulla? Mostrali mentre smembrano qualcuno, fai vedere il sangue, i tendini spezzati, la pelle lacerata, le urla. Il lettore deve sentirsi al cinema, non seduto in poltrona con qualcuno che gli racconta una storia. Piantala di stare li a sussurragli quello che deve sentire. Fagli vedere le cose. Come al cinema. Ok?» Tellerman annuì e si alzò. «Riscrivilo come dico io e ti trovo spazio nel prossimo numero. So che ce la puoi fare.» Shaw gli tese un biglietto. «È l'invito a una festa a casa mia. C'è l'indirizzo.» Tellerman diede un'occhiata al biglietto. «Ci saranno un sacco di scrittori.» proseguì Shaw. «Vieni. Magari parli con loro e ti chiarisci le idee.» Tellerman ringraziò e uscì a testa bassa. Prese l'autobus che in mezz'ora l'avrebbe portato fuori città, verso le colline. Per tutto il tragitto, non fece che ripensare a ciò che gli aveva detto l'editore. Forse in fondo non aveva nemmeno torto. Scese al capolinea e si avviò a piedi per una stradina sterrata che portava alla villetta isolata in cui si era trasferito da alcuni mesi. Ad ogni passo sentiva il cuore farsi più pesante. Il verde della campagna sembrava dissolversi lentamente in un grigiore malato. Perfino l'aria tiepida della primavera carica del profumo denso dei fiori, assumeva via via il tono dolciastro di umido e decomposizione. Lugubri uccelli lanciavano stridenti richiami in contrasto con l'allegro cinguettio che risuonava nella campagna circostante. Tellerman sentì la sensazione familiare di profondo orrore che sempre lo pervadeva ogni qualvolta giungeva alla casa. Gli stipiti corrosi, la facciata scrostata e le imposte malridotte non erano però sufficienti a spiegare la sensazione di disgusto che coglieva chiunque giungesse in quei paraggi. Tellerman sapeva che avrebbe potuto semplicemente voltarsi e andarsene per sempre, ma sarebbe servito? L'orrore profondo, il terrore che lo attanagliava lo avrebbe seguito ovunque, era ormai dentro di lui, impossibile da scacciare. Forse solo la follia avrebbe potuto essere l'unica via di scampo dalla consapevolezza del profondo orrore che gli si era svelato. Entrò in casa. Un'atmosfera malsana gravava pesante su ogni cosa. Deglutendo andò dritto verso il soggiorno. «Niente da fare.» disse. «Non gli è piaciuto nemmeno questo.» Un numero imprecisato di occhi si girarono a fissarlo. Un essere gelatinoso colava da uno dei mobili, il suo corpo da ameba si protrasse verso di lui. Sul divano una specie di budino dotato di corte appendici e di molti occhi lo stava fissando. Dietro di lui un essere peloso, con una bocca enorme e degli arti corti e grossi borbottava in un linguaggio raccapricciante. Un tentacolo sfiorò con gentilezza Tellerman che non riuscì tuttavia a reprimere un brivido di disgusto. Un corpo enorme, bianco e lucido con lunghi tentacoli pallidi era incastrato nel vano della porta dietro di lui. «Dice che non basta raccontare l'orrore. Non gli basta. Dice che i lettori vogliono i dettagli. Vogliono vedere braccia strappate, sangue, tendini, ossa frantumate.» Prese l'invito alla festa dell'editore e lo tenne fra le dita finché un tentacolo non glielo sfilò di mano. «Io so raccontare solo quello che vedo.» aggiunse con tristezza.
  8. Luciano91

    Agenzia letteraria - genere Horror

    Buongiorno a tutti, mi chiamo Luciano. Sono uno scrittore alle prime armi, ho quasi terminato di scrivere un romanzo di genere Horror. Trattandosi purtroppo di un genere di nicchia, ho pensato di rivolgermi a persone più esperte di me per ricevere alcuni preziosi consigli. Quali case editrici (gratuite e non) prediligono l'Horror/thriller? Non vorrei perdere tempo a contattare agenzie a caso. Ho notato che molte di esse affermano di non prediligere alcun genere in particolare ma, onestamente, dubito sia così. Gradirei molto un'agenzia disposta ad apportare correzioni, poiché credo siano necessarie. Sono realista, il primo romanzo non può essere scritto in modo impeccabile. Probabilmente dovrò lasciar perdere le agenzie gratuite, immagino siano inondate di materiale proveniente da tutta l'Italia, ma questo non ha importanza, il mio obbiettivo è trovare un'agenzia seria e soprattutto attiva. Ringrazio di cuore chi avrà il tempo di rispondermi. Buona giornata.
  9. Beppe DM

    La libreria di Beppe

    Benvenuti nella mia libreria! Il mio blog nasce con lo scopo di creare un piccolo spazio sul web dedicato ai generi letterari che preferisco: giallo, noir, thriller, horror, fantasy, fantascienza, azione, avventura. Un'attenzione particolare è riservata agli autori indipendenti ed esordienti. La libreria è aperta a tutti, appassionati e non, autori ed editori: contattatemi per nuove uscite, promozioni, blog tour, concorsi letterari, eventi o qualsiasi altra iniziativa che riguardi questi generi. Link: https://libreriabeppe.blogspot.it/
  10. darktianos

    Zombi!

    Prefazione: spero di non terrorizzarvi davvero con questo racconto (sopratutto per gli errori). Per sorbire il massimo effetto empatico/emotivo, consiglio vivamente di guardare i video presenti nel testo(spoiler), solo al momento necessario. per il resto buon divertimento. Una citazione particolare per @Pulsar é grazie ad una discussione su un suo racconto, che mi è venuta l'idea per spiegare in modo reale, la possibile esistenza degli zombi. Se usavate gli horror come lassativo, questo dovrebbe fare da astringente . Caspar Weber, è così che mi chiamo, quando ho ancora la lucidità per scriverlo alla tastiera. Tedesco, maschio, uno e settantacinque di altezza, ora pesante solo sessantun chili, uno dei primi contagiati. Il parassita, forse per un innato istinto di sopravvivenza, quasi mi fa dimenticare il dato più importante: entomologo! Basterebbero quarantun giorni da quando è iniziata l'epidemia per mandare a sfacelo l'umanità. Una mutazione aggressiva del Spinochordodes tellinii, un verme parassita degli insetti è riuscito a passare ai mammiferi. La società moderna, come la conosciamo, crollerebbe in soli cinque cicli riproduttivi dall'inizio dell'infezione. Dopo due settimane dal contagio del parassita, infatti, la saliva della vittima si riempie di larve dello stesso, ed entra in uno stato di furia con cui cerca di passare al prossimo ospite tramite il morso. Il ciclo riproduttivo si ripete ogni tre giorni dopo la fase embrionale, un ciclo troppo corto per poter provare una qualsiasi cura sull'ospite. La popolazione mondiale verrebbe decimata ...Letteralmente da un'orda di Zombi, persone che fino al momento prima dialogavano serenamente con te, l'attimo dopo ti salterebbero alla gola, o a qualsiasi altro lembo di carne dove poter mordere e passare le larve. Oltretutto il parassita nelle prime due settimane di incubazione secerne endorfine, creando uno stato di benessere ed euforia che cancella quasi del tutto l'insorgenza dei sintomi da infezione. La Spinochordodes maiorem, risulta resistente a tutti gli antiparassitari usati, agli antibiotici, solo massicce dosi di aglio nell'alimentazione ha ridotto l'incidenza di infezione delle larve di un solo venti percento. Il focolaio si sta diffondendo velocemente all'insaputa della popolazione. L'esercito non vuol creare il panico...prima del tempo. Sono disperato. Sono stato rinchiuso, mio malgrado, in una baita attrezzata nella foresta nera, mi sono risvegliato nella stessa dopo aver subito gli effetti della furia ma non so se ritenermi fortunato del fatto che le mie pene avrebbero potuto finire con un proiettile in testa, anche se mi hanno lasciato una pistola nel caso lo desiderassi. Tre giorni dopo mi sono risvegliato nel mezzo del bosco, soliti crampi da acido lattico in tutto il corpo, più un paio di costole incrinate e a fianco a me la carcassa di un cervo...Come diavolo ho fatto ad abbattere un cervo a mani nude? Il morso che gli ho inferto ha reciso un'arteria della zampa. Controllo la mia bocca e ho ancora tutti i denti, non ho morso un osso o altra parte troppo dura. L'orrore che più mi pervade è che alla consapevolezza dell'arrivo del periodo riproduttivo e conseguentemente, della furia, mi ero chiuso dentro. Come ho fatto ad aprire la porta? Il sesto giorno fortunatamente devo aver cacciato un coniglio, ho alcuni ciuffi di peli ancora tra i denti, non credo potrei sopravvivere allo scontro con un cinghiale. Ho avuto notizia dall'esercito che si sono già formate bande di infetti, ed è passata solo una settimana, la bastarda non attacca i suoi simili e gli infettati come ogni essere vivente non hanno intenzione di morire, neppure io del resto. L'esercito mi intima continuamente di portare avanti le ricerche, in questa baita in cui mi ha rinchiuso, del resto ne va anche della mia vita. Ora che l'infezione si sta diffondendo, anche del mondo intero. La Spinochordodes tellinii, una volta adulta e divorato in parte il proprio ospite, costringe lo stesso usandolo come una marionetta a cercare l'acqua dove si riproduce. La sorella maggiore invece infesta l'ospite e solo quando esso muore, se ne esce strappando parte degli organi interni per portarseli dietro come culla per le sue larve. È capace di percorre anche quindici chilometri per cercare un ruscello o una fonte d'acqua dove perpetrare un ultimo tentativo di infezione. Cerco di concentrarmi sui particolari per non fare caso alla sensazione che sento nelle viscere fino in gola, al sentire quella maledetta che si agita e sogghigna dentro di me, almeno continuasse ad emettere endorfine, invece ora sento tutto il dolore che essa può provocarmi per ogni tentativo di ucciderla. Oggi è Il settimo giorno, ne ho altri due prima della prossima furia. Le larve possono diffondersi tramite morso o ingestione, ormai ogni tipo di cibo può essere contaminato, dai vegetali entrati in contatto con acqua infetta alle feci, o la carne degli animali. Le uova riescono a resistere fino a temperature di centoquaranta gradi, prima di morire, e anche solo prendere in considerazione di cuocere per lunghi periodi il cibo a temperature superiori , il decadimento dei nutrienti porterà il resto della popolazione sana ad ammalarsi. Paradossalmente, col tempo, gli infetti diventano più forti e veloci dei sani, anche senza essere in stato di furia. Il parassita nello stato di uovo una volta entrato in circolo raggiunge i polmoni dove passa la prima fase della sua trasformazione, qui alimentandosi col flusso sanguigno si allunga raggiunge prima l'apparato digerente dove una sua parte, la più grande per inciso, si estende per tutta la sua lunghezza. L'apparato riproduttivo si allunga fino all'esofago dove poco prima della furia inizierà a depositare le uova nella bocca. La sensazione è disgustosa, la schiuma giallastra che poco prima si presenta, provoca un forte shock emotivo. Altre protuberanze raggiungono vari organi: reni ,fegato e cuore, mentre un ultimo tentacolo raggiunge il cervello, tramite il tronco encefalico. Tramite le surrenali durante la furia c'è una massiccia produzione di adrenalina, il resto non è ancora possibile spiegarlo, se non tramite un'autopsia in un soggetto morto a causa del decesso del proprio parassita. Ho passato due giorni per recuperare cavie e fare esperimenti, ho provato ogni sorta di mix di medicinali, erbe aromatiche, ma il parassita sembra indistruttibile, mi informano che ne sono stati rinvenuti alcuni con una sezione di due cm e lunghi alcuni metri. Prendo il mio ultimo esperimento, ho provato a infettare con la maiorem nuovamente un insetto, una mantide per la precisione trovata sul davanzale due giorni fa. Forse allo stato embrionale si comporta come la sorella minore ma ho provato a iniettare alcuni fosfati all'insetto, ho rischiato di uccider la mantide ma non il parassita. Forse ho ancora mezza dozzina di ore prima della prossima crisi, mi appresto ad uccidere la mantide per fare in modo che il parassita lasci l'ospite, effettuerò un'autopsia sulla Spinochordodes maiorem e un'analisi dei suoi tessuti dopo la crisi, se riuscirò a sopravvivere. Accendo la telecamera. Ma cosa... il parassita lascia l'ospite prima del decesso dello stesso, che abbia un comportamento simile? No, la spiegazione deve essere un'altra. Ragiona Caspar, hai fatto altri esperimenti del genere, il parassita non usciva dall'ospite mammifero solo perché immerso. Aspetta, forse è ipossia! L'apparto respiratorio degli insetti e fondamentalmente diverso dai vertebrati esso percorre tutta la superficie del corpo con stigmi e trachee, immergendo la mantide l'ho fatta soffocare. Con una cavia devo provare ad abbassare la saturazione di ossigeno. Devo trovarne un'altra, rivolto ogni gabbia, ogni teca, di questo laboratorio, metto tutto a soqquadro ma non trovo nulla. MERDA! Sono forse a un passo dalla soluzione e forse la prossima crisi mi ucciderà. Pensa Caspar, potresti uscire e trovare un topo ma se fossi poi preda della furia? In verità è rimasta una cavia; guardo la telecamera con terrore, infondo il mio destino è segnato. Il mio sguardo cade sulla pistola, mentre preparo un catino d'acqua, fra un poco accenderò la telecamera e so che qualsiasi sia la mia scelta, per un solo attimo sentirò le mie urla mischiarsi alle vostre. Vi scongiuro, fate che tutto questo non sia inutile. Inizio esperimento finale.
  11. Ospite

    Hell Patrol - Alex F. Penni

    Titolo: Hell Patrol Autore: Alex F. Penni Collana: Odissea Digital Casa editrice: Delos Digital ISBN: 9788825401288 Data di pubblicazione (o di uscita): 7 Marzo 2017 Prezzo: 3.99 € Genere: Horror / Gotico Pagine: 125 Quarta di copertina o estratto del libro: Per perseguire la vittoria del Bene contro il Male a volte bisogna scendere a terribili compromessi... La vita di un tranquillo paesino del Monferrato viene sconvolta dall’arrivo di uno strano personaggio, Jonas Abelton. Apparentemente scrittore in cerca di ispirazione, che ben presto metterà in pratica il suo diabolico piano per soggiogare prima gli abitanti del paese, poi il Mondo intero, creando il proprio Esercito del Male. Uno scrittore fallito, Jack Fox, e la sua compagna Cinzia, tenteranno di ostacolarlo, ma la vittoria del Bene sul Male non è sempre così scontata e soprattutto, a volte, richiede uno scotto molto duro da pagare. L'autore: Alex F. Penni (il vostro Pennywise sul WD), nato nel Monferrato astigiano negli anni 70, è il lato oscuro dell’amministratore storico di StephenKing.it, il più grande portale italiano sullo scrittore americano. Ingegnere votato alla letteratura in tutte le sue forme, è autore di numerosi articoli, recensioni e racconti pubblicati online. Nel 2015 completa la prima raccolta di racconti dal titolo: Lo Specchio dell’Anima, costituita da 10 racconti in stile horror/gotico, pubblicata col patrocinio di StephenKing.it. Sempre nel 2015 il racconto Il Ladro di Bambini viene selezionato per entrare a far parte dell’antologia Schegge per un Natale Horror 2015, edita dal portale LetteraturaHorror.it. Nel 2016 il racconto Le Lezioni del Professor Morte viene selezionato per entrare a far parte dell’antologia Z di Zombie, edita dal portale LetteraturaHorror.it e patrocinata da Dunwich Edizioni. È autore inoltre, con il suo lato “visibile”, di thriller e noir. Hell Patrol è il suo primo romanzo horror pubblicato con Delos Digital. Link all'acquisto: http://delos.digital/9788825401288/hell-patrol https://www.amazon.it/dp/B06XB6XPZD?tag=fantascienzac-21
  12. Steto

    Consiglio per progetto

    Salve a tutti, sono qua per chiedervi un parere veloce e, se possibile, qualche buon consiglio. Da qualche mese sto lavorando ad una sorta di progetto editoriale che fonda la costanza di un blog con l'uscita in autopubblicazione ad un euro e, magari, l'immediatezza di un social. L'idea sarebbe quella di tenere un falso diario (blog) di avventure di un personaggio, protagonista dei romanzi brevi a autopubblicare. Assieme a questo dedicargli una pagina Facebook o un account Twitter come fosse un personaggio reale. Ora, so che descritta così sembra un casino assurdo e in effetti lo è ma mi sembra una cosa piuttosto innovativa da provare; la mia domanda è quanto davvero ne valga la pena, specialmente per come è messo il mondo della lettura in Italia e il mondo della scrittura underground. Voi cosa ne pensate? Ho googlato blog di racconti e non ne ho trovati tantissimi, forse perchè chiedono tanto (o troppo) lavoro e se ne cava mezza gratifica.
  13. Steve666

    Sangue: reazioni e dettagli medico-legali

    Buongiorno a tutti. Ho un problema - dubbio e avrei bisogno di un parere tecnico (medico-legale) per non scrivere cavolate. Purtroppo non ho mai sgozzato nessuno su di un prato innevato (per mancanza di neve, ovviamente!) e quindi ho alcuni dubbi riguardo alla "reazione" del sangue sulla neve. Posto che in quanto liquido "caldo" dovrebbe sciogliere almeno in parte la neve su cui cade, i miei problemi iniziano riguardo al colore che dovrebbe assumere. Il sangue tende a scurire con il tempo, ossidandosi... ma in quali tempistiche? E queste tempistiche vengono accelerate o rallentate dalla neve? In pratica il sangue sul cadavere e quindi non a contatto con la neve dovrebbe scurirsi prima o dopo di quello che è invece caduto a terra? Sapete darmi anche delle tempistiche approssimative prima che il sangue coaguli e si solidifichi? Mi servirebbe per capire se si può risalire con precisione (più o meno) all'ora del decesso confrontando le due reazioni diverse. Rispondendo a questo post mi risparmierete figuracce (sono in fase di revisione e non voglio scrivere stupidaggini!) e vi ringrazio anche a nome di colui/colei che non dovrò più usare come test alla prossima nevicata.
  14. LuckyLuccs

    La città delle streghe - Luca Buggio

    Immagine di copertina: Titolo: La Città delle Streghe Autore: Luca Buggio Casa editrice: La Corte Editore ISBN: 978-88-88516-02-1 Data di pubblicazione (o di uscita): 28 settembre 2017 Prezzo: 16,90 € Genere: thriller storico Pagine: 392 Quarta di copertina: Ottobre 1703: la politica spregiudicata di Vittorio Amedeo II porta il Ducato di Savoia in guerra contro la Francia. Laura Chevalier, cresciuta tra i campi di fiori vicino a Nizza, crede di essere al sicuro fuggendo a Torino, ma scopre che la capitale del Ducato non è una città come tutte le altre. Ci sono cose di cui non si può parlare se non sotto la protezione dei Santi, perché l'Uomo del Crocicchio è sempre a caccia di anime e potrebbe essere in ascolto. Misteriose presenze si aggirano per le vie quando scende la notte, e cadaveri mutilati vengono ritrovati la mattina seguente. Lo sa bene Gustìn , un tempo monello di strada che si è fatto le ossa fra imbrogli, furti e truffe fino a diventare una delle spie del Duca. Disilluso e intraprendente, è l'uomo giusto per fare i lavori sporchi, ma anche per mettersi a caccia di banditi, streghe e serial killer. Le loro vite si sfiorano mentre la città si prepara a sostenere l’assedio che deciderà i destini della guerra e del Ducato, tremando per i segni diabolici, affidandosi ai presagi celesti. Link all'acquisto: http://www.lacorteditore.it/prodotto/la-citta-delle-streghe-luca-buggio/ https://www.amazon.it/città-delle-streghe-Luca-Buggio/dp/8885516025 https://www.ibs.it/citta-delle-streghe-libro-luca-buggio/e/9788885516021 https://www.libreriauniversitaria.it/citta-streghe-buggio-luca-corte/libro/9788885516021 http://www.giuntialpunto.it/product/8885516025/libri-la-città-delle-streghe-luca-buggio https://www.unilibro.it/libro/buggio-luca/la-citta-delle-streghe/9788885516021
  15. Dundr

    Leggende Popolari

    LEGGENDE POPOLARI (Ci tengo a precisare che il racconto ha una forte ispirazione lovecraftiana.) Conosce la leggenda di Vurvan, viandante? No? Bene, allora vedrò di delucidarvi in merito ad essa. Nessuno conosce la sua vera identità, nessuno sa cosa egli cerchi dal mondo o da dove venga. In effetti, nessuno è certo della sua reale esistenza. Si raccontano storie, tante storie, che differiscono l’una dall’altra ogni angolo del mondo, da ogni regno, villaggio, cittadina e continente. Da ogni tempo, sin dall’avvento dei primi uomini si narra di Vurvan l’Errante, cavaliere misterioso e cupo che viaggia tra i mondi, tra il passato e il futuro, da città in città senza mai fermarsi. Chi dice di averlo visto viene deriso e beffato, poiché i fatti che accompagnano l’arrivo di Vurvan in qualche luogo hanno sempre dell’inspiegabile. Ma partiamo con ordine. Si dice che Vurvan, così chiamato dai popoli, sia un cavaliere completamente vestito di nero. Si dice indossi un cappuccio che nasconda il suo volto e mostri solamente le sue labbra ritorte in una smorfia divertita, contornate da una leggera barba. I testimoni dicono che indossi una pesante armatura di fattura sconosciuta, dalle sfumature nere e tetre come se fosse stata arsa assieme al suo possessore. Alcuni dicono che Vurvan confessò loro il materiale di cui era composto il suo equipaggiamento: numerose ossa fuse tra loro, ossa di pietra di grandi aberrazioni innominabili e sovrani malvagi, scaglie di draghi neri e viverne della cupidigia. Tutte quelle ossa erano state forgiate dal sangue e dal fuoco di demoni innominabili dimenticati dal tempo, del futuro e del passato e del presente. Per alcuni questa versione è troppo fantasiosa e dettata dalla paura verso il cavaliere, visto in notti di tempesta e senza luna da sembrare un’ombra nera di giustizia e supplizio eterno. Altri invece danno credito a queste dicerie, aggiungendo che assieme all’armatura nera dell’incappucciato Vurvan, egli porti con sé due reliquie di un mondo perduto e senza tempo, lontano e dimenticato dalla memoria di ogni uomo. La prima reliquia è una spada bastarda, enorme ed intarsiata di materiali a noi uomini sconosciuti. La lama è corrosa e rancida e si dice si chiami Reinheit, pulsante della materia viva delle prede abissali che il cavaliere Vurvan affronta con essa; è incisa di parole e simboli indecifrabili che narrano le gesta d’una antica e perduta razza d’uomini a cui Vurvan appartiene. L’altra reliquia è una leggenda a sé stante. Si racconta infatti che Vurvan l’Errante porti con sé la maledizione tra le maledizioni, la sciagura più grande di ogni tempo e sopra ogni immaginazione. Colei che viene chiamata Malva la Strega Nera. Malva è, secondo le leggende, una figlia del demonio caprino nero che visse anni orsono in un continente ormai inabissato. Si dice che ella era talmente potente quanto bella che venne imprigionata per il bene dell’umanità in una torre ai confini di tutti i mondi, tra la cenere e il buio dell’abisso, in mezzo al freddo ed al gelo, tra ghiacci e vulcani dove nessuno aveva mai messo piede. Sempre secondo la leggenda, la strega Malva accettò la sua condanna e per lunghi, interminabili anni si abbandonò a sé stessa. Ma proprio quando stette per cedere e suicidarsi, Vurvan l’Errante aprì la porta della sua cella, dopo aver scalato la torre ed affrontato cenere, buio, abisso, freddo e gelo, ghiacci e vulcani, guardiani innominabili, creature potenti e disgustose per eoni interi di esistenza. Vurvan liberò Malva e questa si legò a lui indissolubilmente. Da questo momento in poi, le leggende narrano che Vurvan e Malva portino scompiglio tra le genti di ogni dove, scatenando miasmi di morte e creature terribili alle corti di ogni sovrano. Alcuni però sono di tutt’altro avviso: Vurvan l’Errante e Malva la Strega Nera compaiono soltanto dopo che demoni e bestie innominabili attaccano il mondo. I due tetri individui giungono per salvare il popolo e ricacciare nell’abisso le bestie da esso venute. Si narra che nel regno di Urpan sotto le foci del fiume Jaev, nella città di Hassaria, Vurvan venne per ucciderne il sovrano, Banorm, che impazzì trasformandosi in un mostro nero dai lunghi tentacoli pelosi, zanne aguzze e occhi vitrei iniettati di sangue. Si canta a Lavaran il giorno in cui Vurvan e la maga Malva attaccarono e distrussero il cimitero della vicina città di Ruperne, dove i morti si erano risvegliati ed avevano preso il posto dei vivi. Ancora si dice sui monti Falla che Vurvan e Malva uccisero bambini innocenti per evocare un’enorme demone verde da un mondo che nessuno osa immaginare. A Portonuovo viene tramandata la diceria secondo quale, nelle notti buie quando le nuvole oscurano la luna, Vurvan l’Errante si levi a cavallo del suo nero destriero per uccidere donne e bambini e mangiare i loro cadaveri. Tutte dicerie discordanti che variano da continente a continente, da città in città, da luogo in luogo. Sta il fatto, gentile viandante, che Vurvan l’Errante forse l’ho visto anch’io. Era notte fonda e me ne stavo seduto nella mia piccola ed umile dimora. Appena due stanze grandi abbastanza per poter far vivere dignitosamente il sottoscritto, mia moglie e le mie due piccole figlie, Berta e Norta. Bene, dicevo, me ne stavo tranquillo davanti al fuoco, seduto sulla mia sedia a dondolo quando ad un tratto sentii provenire dall’esterno urla strazianti, così acute da farmi sanguinare le orecchie. Andai a controllare mia moglie e le mie figlie che erano spaventate e piangenti, e dissi loro di chiudersi in casa e non aprire per nessuna ragione, quindi mi allontanai da loro e uscii di casa, sigillando la porta con tutte le mandate del chiavistello. Avevo paura, tremavo e manco sapevo a cosa andavo incontro, ma dovevo accertarmi cosa stesse spaventando me e la mia famiglia. Feci qualche passo nella foresta che sin da bambino avevo sempre esplorato e che in quel momento mi parve nient’altro che una visione depravata e disturbante, cui non riconoscevo strade, alberi e anfratti. Un grande terrore mi assalì e provai a tornare indietro, ma non vidi altro che alberi neri ed inquietanti che si alzavano minacciosi contro di me. La mia casa sembrava sparita, così come i canti notturni dei rapaci. Non udivo niente, se non l’urlo straziante che sentivo correre verso di me ad una velocità che mi raggelò il sangue. Mi acquattai terrorizzato, sperando di confondermi con la terra e con le foglie ma così non fu. Dagli alberi saltò fuori questa orribile cosa che ancora oggi non so come descrivere, se non dire che ella era orribile e riluttante, simile ad un grande rospo peloso con zampe di gallina, pelle di serpente, muso di capra e corna di cervo. Urlò di nuovo e fui costretto a tenermi le orecchie, ormai zampillanti di sangue. E’ colpa di quella notte di vent’anni fa se il mio udito adesso è guasto e ci sento poco e niente. Comunque, stavo dicendo, la bestia urlò straziantemente con una voce femminile, ben lontana dalle sue sembianze mostruose. Cercò di uccidermi. Mi afferrò, mi strattonò e mi lanciò via in mezzo all’erba e quando fu sopra di me, temetti il peggio. Ero pronto a morire e piansi, piansi straziatamene come non avevo mai fatto prima. Lo confesso senza vergogna, me la feci tutta nei calzoni. Un vecchio come me non aveva mai visto un orrore simile e mai avrebbe desiderato vederlo, messere. Accadde che a quel punto quando la belva mi fu sopra pronta ad azzannarmi, ci fu un impatto così violento che credetti che un ariete od un fulmine avessero colpito in pieno l’obbrobrio vivente scagliandolo metri e metri lontano da me, nel buio della notte. Allora tirai un sospiro di sollievo, vedendomi scampato alla morte e cercai di sondare il buio coi miei occhi stanchi e confusi. Ora le dico che la mia vista adesso è compromessa, stancata da troppi anni di vita, ma quella notte oscura ci vedevo benissimo. Vuole sapere che cosa vidi, gentile viandante? Vidi un cavaliere dall’armatura nera come pece, vidi il suo cappuccio sventolare nel vento di quella pazza notte e coprirgli mezzo volto, lasciandogli scoperto solamente il mento barbuto. Impugnava una spada enorme che a tratti brillava, su cui erano incisi strani simboli e parole che non compresi. Con quella spada aveva infilzato l’orrenda creatura, proprio come noi comuni umani infilziamo il coltello nel burro caldo. Non riuscii a dire niente e mi paralizzai, non credendo ai miei occhi. Poi lui si girò verso di me, sorrise beffardamente e vidi i suoi denti bianchi. Non vidi i suoi occhi perché erano coperti dal cappuccio nero e consunto, ma udii le sue parole. Mi disse: «Quando la notte è buia e strane nuvole coprono la luna, chiudi la porta di casa e tappati le orecchie. Non guardare le finestre, non ascoltare nient’altro oltre al tuo respiro e soprattutto non aprire la porta a chi bussa, per niente al mondo.» la sua voce era calma e vigorosa, come quella di un giovane guerriero. Gli chiesi il perché, tremando come una foglia. Lui mi rispose: «Perché quando la notte è buia e strane nuvole coprono la luna, le porte dell’Innominabile si aprono e sul mondo giungono le bestie senza nome, le perversioni degli uomini, i peccati fatti carne e insozzano il mondo con la loro mondezza.» a questo punto lui rise amaramente, osservando il cielo. Le nuvole stavano abbandonando la luna e gli alberi mutavano intorno a me. Vorticavano macabramente, sembrando riprendere le loro posizioni originali. Ora riconoscevo i sentieri, i viottoli. Mi voltai e vidi casa mia, posta dove l’avevo edificata con fatica negli anni della giovinezza. Ancora egli rise al mio stupore e mi disse: «Ricorda, vecchio. Quando la notte è buia e strane nuvole coprono la luna, le porte dell’Innominabile si aprono sul mondo. Quindi non guardare le finestre, serrale se puoi. Tappati le orecchie e non aprire a chi bussa alla tua porta, perché quando la notte è buia e strane nuvole coprono la luna, Vurvan l’Errante e Malva la Strega Nera sono a caccia per sigillare l’Innominabile.» Mi sorrise ancora e poi svanì nel vento come se non fosse mai stato presente, assieme alla creatura che mi aveva attaccato. Poi mi girai verso casa e vidi la porta spalancarsi, ne uscì una donna bellissima e lugubre, che cantò alla luce della rinnovata luna e poi scomparve. Prima di dissuadersi nel buio come aveva fatto il cavaliere, ella mi disse: «Tua moglie e le tue figlie riposano beate e nulla ricorderanno di questa notte, al loro risveglio. Vai a dormire con loro e ricorda, quando la notte è buia e strane nuvole coprono la luna, le porte dell’Innominabile si aprono sul mondo.»
  16. serena.jandra

    [FdI 2017-3 Fuori concorso] La Chascona

    Eugenio fissava la vetrina con sguardo vago, distratto. Non sapeva neanche lui per quale motivo si fosse fermato lì davanti, ma fu in quel preciso istante che la vide tra i riflessi, eterea come un'illusione. Il volto emaciato, solcato da profonde cicatrici purpuree, era incorniciato da sottili capelli bianchi che danzavano tutt'attorno al capo come filamenti di ragnatela sospinti dal vento. Teneva lo sguardo basso, cercando di nascondere gli occhi per non far vedere quelle lacrime che una dopo l’altra, l’avevano resa quel che era… un mostro. Ma Eugenio questo non poteva saperlo e vedendo quella donna oltre il vetro, scossa dai singhiozzi, non riuscì a restare indifferente. In un slanciò di compassione si protese in avanti appoggiando i palmi sulla vetrina, e che importava se l’avrebbe sporcata, il bisogno di aiutare aveva la priorità. “Ehi, ti serve aiuto?” esclamò sentendo crescere dentro di sé il bisogno di consolarla. La donna si immobilizzò. I capelli si riadagiarono lentamente attorno al suo corpo, come un manto protettivo. La strana folata di vento era passata. Sollevato per essere riuscito ad attirare la sua attenzione, Eugenio si preparò a sorridere sperando così di infonderle un po’ di coraggio. Lentamente, la donna sollevò il capo. I capelli si spostarono dal viso come un sipario e i suoi occhi, due enormi pozzi neri, si posarono con tutta la loro mostruosità su di lui. L’uomo trattenne improvvisamente il fiato, il sorriso scomparve, scacciato da una nuova emozione più viscerale. Un brivido lo attraversò da cima a fondo accompagnato da un’improvvisa ondata di panico. La sua essenza venne risucchiata fuori dal corpo, catturata da quegli occhi contornati da cerchi violacei e lacrime di sangue. Eugenio spalancò la bocca per urlare ma era incapace anche solo di respirare… il centro assoluto dei suoi pensieri era permeato da quei due profondi buchi neri. La sua anima venne strappata dal corpo, catapultata in un’altra dimensione. Senza capire come, si ritrovò in una stanza buia e afosa, assieme a lui nuovamente quella donna, che ora sedeva davanti alle braci morenti del focolare. Eugenio poteva scorgerne il profilo dal naso leggermente aquilino e le labbra carnose. Sembrava molto giovane, dall’aspetto fragile e delicato. Aveva lunghi capelli neri che ricadevano attorno al corpo come un mantello. La donna piangeva, cercando di soffocare i lamenti, con le mani strette convulsamente attorno alla vita, si dondolava avanti e indietro al ritmo dei propri singhiozzi. Improvvisamente, il suo pianto venne interrotto dal rumore della porta che si apriva, e lei balzò in piedi. Prima ancora che il nuovo arrivato fosse entrato del tutto, la donna si gettò a terra supplicandolo. Con un grottesco connubio di disperazione e fervore cominciò a baciargli le scarpe, a piangere e implorarlo senza alcun ritegno. Avrebbe fatto qualunque cosa per cancellare quel che stava accadendo. “Ti prego! Ti supplico! Non far loro del male! Farò qualunque cosa vorrai ma riportali indietro! Sono solo dei bambini!” Il volto dell’uomo era solcato da profonde rughe di disapprovazione rese ancora più nette dagli ultimi bagliori delle braci. Cercando di aguzzare la vista, Eugenio distinse il colore innaturalmente rosso della sua pelle, le labbra sottili e tese, mentre gli occhi erano come due grandi tizzoni ardenti, contornati da sopracciglia lunghe e ispide. Era circondato da un aurea putrida e sporca, risultato di una vita trascorsa tra la feccia dell’umanità, spettatore dell’espressioni più ignobili dell’animo umano. Con gelida certezza Eugenio seppe che si trattava del guardiano di tutte le anime immonde che vivevano sulla Terra, insozzando e contaminando gli spiriti puri. Era il Diavolo. In un moto di disgusto, il demone sferrò un calcio alla donna per allontanarla. Ma lei, completamente insensibile al dolore, tornò subito a carponi da lui e ancora più determinata di prima, gli abbracciò le poderose gambe nude, baciandolo e stringendolo al culmine della disperazione più totale. Lentamente, sul volto del Diavolo affiorò un ghigno compiaciuto e il suo ego maligno rinvigorì soddisfatto. Era così che sarebbe dovuta andare fin dall'inizio! -pensò il demone- Ed è così che sarà d’ora in avanti. La sua sposa non doveva avere altri pensieri al di fuori di lui. Voleva essere l’unico punto focale delle sue giornate, tutte le sue azioni dovevano essere impiegate al solo scopo di compiacerlo e servirlo. E mai avrebbe tollerato che qualcun altro, neppure i suoi stessi figli, si frapponessero tra loro. Lui era il tutto e null’altro doveva esistere. Ritenendosi soddisfatto di tanta devozione, in un improvviso moto di indulgenza, le concesse una carezza sulla testa, quasi una grazia. “Non erano altro che carne da macello” sussurrò dolcemente piegandosi verso di lei “troppo innocenti, troppo fragili perché la loro vita avesse valore. Diventeranno la più prelibata delle bistecche quando li cucinerai” “Nooo!!” Non appena quelle terribili parole attraversarono il velo di disperazione che l’avvolgeva, la donna cominciò a gridare fuori controllo: “Cosa hai fatto! Come hai potuto! Ai tuoi figli!! Aaaah, Aaaaah!” Senza più alcun freno, senza più nulla per cui valesse la pena vivere, si lasciò crollare a terra urlando con tutto il fiato che aveva in corpo. Le mani corsero ai lunghi capelli e li strapparono con violenza, facendo scempio del dono più bello che la giovane avesse mai avuto. Poi trovarono il volto, e lo graffiarono scavando lunghi solchi sulle guance. Non esisteva più nulla al mondo che avesse significato, nulla per cui valesse la pena vivere e combattere. Una cosa inaudita, impossibile da accettare e tantomeno da tollerare: i suoi figli erano stati uccisi e tutto era diventato pura follia. Il diavolo, non sopportando ulteriormente di sentire le sue urla, la scavalcò con una lunga falcata e si diresse alla dispensa sghignazzando soddisfatto. Era stanco dopo tutto il lavoro che quei mocciosi gli avevano procurato. Scuoiarli, eviscerarli e tagliarli in pezzi era stato un lavoro più faticoso di quanto avesse immaginato. Ora aveva solo voglia di rifocillarsi, rilassarsi e riposare. Eugenio assistette a quella scena come un fantasma, senza alcuna possibilità di fare qualcosa. Ma il suo animo era come un vulcano in eruzione, tutto ciò che aveva visto e compreso lo avevano riempito di rabbia e disgusto che ora traboccavano da lui come lava ardente. Il senso di impotenza lo stava facendo impazzire ma lui non era altro che uno spettatore in quella vicenda. In quale universo perverso e malato poteva accadere una cosa del genere? Che razza di allucinazione pazzesca stava vivendo? Sentiva il bisogno lacerante di raccogliere tra le braccia quella donna e cancellare ogni suo dolore. Allo stesso tempo avrebbe voluto sbattere il demone a terra e fracassargli il cranio a calci. Quell’essere, quell’abominio, meritava di essere eliminato nel peggiore dei modi. Intrappolato in quell’incubo che non gli apparteneva, lacerato dal bisogno di compiere giustizia, Eugenio cadde in ginocchio e urlò con tutto il fiato che aveva in gola. Rapidamente così com’era stato risucchiato in quella visione, si ritrovò davanti alla vetrina, nella stessa identica posizione in cui tutto era cominciato. I polmoni si gonfiarono improvvisamente d’aria e un urlo improvviso gli sfuggì dalle labbra. Si allontanò dal vetro come se si fosse scottato. Era stordito dal rapido viaggio mentale che aveva compiuto ma la donna oltre il vetro era ancora lì e lo guardava con il volto sfigurato e imbruttito da cicatrici, lacrime e sangue. Proprio come poco prima aveva fatto Eugenio, protese le mani in avanti e le appoggiò alla vetrina, cercando di avvicinarsi il più possibile. Nei suoi inquietanti occhi l’uomo intravide qualcosa di diverso: era forse una debole scintilla di tenerezza? Le labbra sottili e screpolate della donna si mossero e l’uomo udì la sua voce come se gli stesse sussurrando all’orecchio: “Io sono la Chascona… e mi dispiace avergli permesso di ucciderti.” La donna abbassò lo sguardo e ricominciò a piangere piena di straziante dolore. Eugenio, sconvolto e confuso da quelle parole, dopo un unico impercettibile battito di ciglia, si ritrovò nuovamente solo. L’uomo si guardò attorno con il viso stravolto, cercando di comprendere cosa diavolo gli stesse accadendo… era stato vittima di un orribile scherzo? Un’allucinazione dovuta allo stress? I passanti attorno a lui camminavano tranquilli, di certo loro non erano stati minimamente toccati dalla sua stessa esperienza. Quando una coppia lo affiancò davanti alla vetrina per osservare i manichini agghindati, si voltò verso di loro. Li fissò con occhi stralunati, cercando nei loro sguardi una risposta che lo rassicurasse. I due si tirarono indietro spaventati. Eugenio, lottò faticosamente per racimolare le forze e articolare una frase: “Cco co co co…” ma come un balbuziente, gli uscì un’unica sillaba ripetuta. Sempre più perso e impaurito, li supplicò con lo sguardo, cercando di scorgere una briciola di comprensione ed empatia in loro. Sfinito, si limitò a fissarli attendendo. Ma niente. Lo guardavano seri, non parlavano. Forse una traccia di pietà nel loro sguardo.
  17. commento a mara Davide percepì una strana sensazione, qualcosa di simile a mille agi che s'insinuano sotto pelle, arrivando alla consapevolezza che quello che lo circondava era acqua. Troppo tardi forse, perché il primo istinto fu di respirare e Davide dimenò le membra per cercare di resistere ai conati di tosse che cercavano di espellere il liquido dai polmoni. Cercava disperatamente una superficie di quel mondo, il battito del cuore era persino più doloroso di quello dei polmoni, il panico bruciava più intensamente il poco ossigeno rimasto e la poca lucidità mentale, poi una mano si poso sul suo capo come ultima benedizione prima della morte. Davide poté soltanto portarsi in posizione fetale per l’atroce dolore al torace, prima di scomparire nell’oscurità. Hamish raggiunse l’aria, una superficie aveva fatto da appoggio alla sua mano per pochi istanti, giusto il tempo e la spinta per portare la sua bocca fuori da quel mare di angoscia, a divorare il prezioso respiro che gli mancava. I suoi occhi furono lacerati dalla luce abbagliante del sole, ma la spasmodica ricerca di un punto di riferimento lo costrinse ad adattarsi velocemente. Le membra erano intorpidite dal gelo dell’acqua, ma almeno il sole abbagliante scaldava il suo volto. Tra le ombre che iniziavano a disegnarsi ai suoi occhi, percepì altri disgraziati come lui cercare di raggiungere la superficie del mare in cui erano immersi. Era aberrato dalla visione di gente disperata che per salvarsi utilizzava le altre persone come appoggio, alcuni di loro nel panico si affogarono a vicenda, ma sapeva di non poter criticare tale meschino comportamento, ne ammonire ne chiamare, nessuno lo avrebbe ascoltato, avrebbe forse solo potuto dare il buon esempio e inizio a nuotare. L’istinto lavorò in maniera bizzarra, all’orizzonte si stagliava la sagoma di una costa, forse un’isola, sormontata da un’imponente vulcano, ma non fu quello a guidare il suo sforzo, ma un faro, una sorta di luce, di strappo nel cielo sopra il vulcano stesso che pareva non esistere se non nel momento stesso che lo si osservava. Nuotò con tutte le sue forze e altri con lui, e seppur lontani dalla spiaggia forse solo due o trecento metri, essi furono il percorso più lungo e faticoso che si potesse immaginare. Nella nebbia mentale molti nuotarono con i vestiti zuppi di acqua divenendo dei propri e veri macini. Hamish lo capì che era quasi a metà percorso vedendo alcuni suoi compagni di sventura, si fermo un attimo da quella foga per togliersi la camicia che ne appesantiva i movimenti, ne arrotolò più che poté i lembi per poterla fissarla alla vita, qualcosa gli diceva che avrebbe potuto servigli in futuro. Hamish notò altri togliersi anche le scarpe, lui però le aveva già perse. Affondò le unghie nella sabbia finissima e dorata come se affondasse i denti nel cibo dopo una settimana di digiuno, era felice di esser vivo, era al sicuro ora, e senti una profonda e immorale gioia alla consapevolezza, di non essere ridotto come la prima persona su cui il proprio sguardo cadde. Le urla di quel disgraziato lo percuotevano come un tamburo, esso si trascinava sulla sabbia lasciando una lunga scia di sangue che partiva da un moncherino della gamba destra staccata di netto forse da uno squalo. Il pallore del suo volto presagiva la sua morte imminente per dissanguamento, presto le sue urla si sarebbero affievolite. Hamish improvvisamente si sentì mancare, troppa roba in troppo poco tempo, eppure l’adrenalina lo sorreggeva, anche perché era l’unica cosa cui poteva attaccarsi. Nessun ricordo gli rammentava cosa potesse essere successo e guardò il cielo cercando tracce di fumo di un aereo precipitato e cercò sull’orizzonte del mare tra quelle persone che arrancavano verso la salvezza le tracce di un relitto che potesse rammentargli perché fosse lì. «Hei you! Wats your name?» D’istinto Hamish, parlò un fluente inglese, ricordò di saper parlare anche italiano «come ti chiami?» Ma la persona cui si era rivolto sembrava non capire, la donna si stringeva tra le ginocchia guardandolo con gli occhi bassi, come un cane percosso dal padrone «parla tedesco, non capisce un h di quel che dici.» Hamish voltandosi, vide nella stessa posizione un omuncolo pelle e ossa, tremante e giustamente spaventato, di origine semitica almeno a giudicare dalla carnagione e ripeté la domanda al suo nuovo interlocutore, lui rimase per un attimo confuso poi rispose: «Osud … credo.» «Ricordi come diavolo siamo finiti in tale situazione? Ricordi da dove veniamo?» Osud fu percorso da un fremito e rispose con rabbia «Cosa cazzo vuoi che ne sappia, voglio tornare a casa ma non so nemmeno dove sia.» preso dal terrore si portò la testa tra le ginocchia. «Non riesco a ricordare che questo maledetto giorno!» Un rumore attutito e profondo iniziò a farsi strada mentre Hamish notò una figura gesticolare tra il sottobosco poco lontano. «Quell’uomo non sembra un naufrago, sembra volere che lo seguiamo.» Osud si voltò, verso la figura e arrancando andò verso la donna per spronarla con qualche parola in tedesco. «Sei sicuro di voler andare con lui?» «Non ho altre idee e quei motori che si stanno avvicinando mi ispirano molta meno fiducia di una singola persona.» Hamish ora si rendeva conto che quello strano rumore era quello di jeep che si facevano strada nella foresta e incitando in italiano e inglese più persone che poteva si diresse verso quello strano figuro. «state giù!» Se Osud risultava pelle e ossa quello strano maschio era ridotto ad una larva, eppure con una forza e decisione marmoree ripeté la frase in più lingue. «Andiamo! dobbiamo allontanarci da qui!» «Aspetta non sappiamo chi sei, ne cosa vuoi da noi e non possiamo abbandonare tutta quella gente!» «Per loro e tardi, ma se starai nascosto qui potrebbero non notarci!» la mano di quello sconosciuto abbasso con forza la testa di Hamish e le oltre venti persone che li avevano raggiunti fecero lo stesso acquattandosi il più possibile. Quattro jeep di stampo militare da seconda guerra, alzarono la sabbia giungendo sulla riva. Gli uomini che ne scesero, vestiti con un abbigliamento vittoriano, sembrarono compiere una cernita dei rimanenti. Quelli che a loro giudizio sembravano sfiniti, furono abbattuti a colpi di machete, alcuni che osavano alzarsi venivano freddati da un colpo di pistola, tutti gli altri caricati sulle jeep in catene. «Andiamocene ora, prima che si accorgano anche di noi, sempre se non volete fare la stessa fine!»
  18. simone volponi

    [FdI 2017-2] Nodki

    commento Racconto rimosso su richiesta dell'autore.
  19. Marco Giacomin

    Fineterra: il mio primo romanzo

    Immagine di copertina: Titolo: Fineterra Autore:Marco Giacomin Collana: Autopubblicato: Streetlib ISBN: 9788826088853 Data di pubblicazione (o di uscita):18/07/2017 Prezzo: 2,99 Genere: fantastico Pagine: 435 Quarta di copertina o estratto del libro: A Fineterra, una tranquilla cittadina del nord Italia, nulla è ciò che sembra. La Foresta delle Anime nasconde un terribile segreto: un misterioso raggio verde che penetra nelle profondità del Lago Doppio. Mentre l'estate trascorre con una pioggia torrenziale che sembra non finire mai, gli interessi di un sindaco cinico e spietato confluiscono nel piano della mente diabolica del Signore delle Nuvole. Spetta a Gaspare, un giovane dalle spiccate doti deduttive, seguire la flebile traccia del raggio fino ad una sconcertante rivelazione. Con lui, il fedele amico Tito e i suoi nuovi compagni d’avventura. Assieme, guidati dalla forza della Sfera Nera, sfideranno la Grande Onda e s’inoltreranno alla ricerca della verità in un viaggio senza ritorno. Link all'acquisto: https://www.amazon.it/Fineterra-Sfera-Nera-Marco-Giacomin-ebook/dp/B0722XJG22/ref=sr_1_1?ie=UTF8&qid=1500540908&sr=8-1&keywords=fineterra https://www.ibs.it/fineterra-ebook-marco-giacomin/e/9788826088853?inventoryId=74061586 https://www.kobo.com/it/it/ebook/fineterra
  20. Marcello Iori

    Il Ponte Oscuro dell'Anima

    Titolo: Il Ponte Oscuro dell'Anima Autore: Marcello Iori Collana: Darkness Casa editrice: Amazon ASIN: B073KTT2C3 Data di pubblicazione: 29 giugno 2017 Prezzo: 0,99 euro (formato e-book) Genere: Horror/paranormale/fantasy Pagine: 234 (in formato digitale) Estratto dal libro/sinossi: Ci sono cose che non possono morire ma solo riposare. Nell'attesa si insinua la speranza. Ma quali sono i luoghi del male? 1950, la Seconda Guerra Mondiale è appena terminata. Con la scusa di redigere una biografia, Ronnie Cavendish trascina suo fratello Simons alla ricerca di una valle perduta sull'isola di Magerøya, in Norvegia, un posto talmente oscuro da entrare nella leggenda. Qui si erge un castello, che è la dimora di segreti inconfessabili. Durante il viaggio per Nordkapp, Simons viene a scoprire che il fratello ha intenzione di cercare il castello di Val per rilevare la proprietà. Quando giungono a destinazione, con l'aiuto di Knut Jacobsen, ex militare (come Ronnie), si rendono conto che Val è viva e non vuole essere disturbata. La loro unica speranza di uscirne vivi è richiudere una breccia sul lato ovest del castello, per impedire al male di far ritorno e riposare sino al prossimo risveglio. Perché certe Oscurità abitano i luoghi del Mondo e si nutrono dei sogni, delle guerre e di tutto il male possibile. Per la pace, i due fratelli saranno costretti a sacrificare se stessi. Tratto dal romanzo. Ignote resteranno le cose ferme, come le sedie, le imposte arrugginite o certe porte marcie. Per non parlare dei quadri senza volto, dipinti in ogni stanza, soli, a mostrare un orrore che nessuno potrà vedere, ma che è stato vissuto da quei pochi che ne hanno subito le conseguenze. Una verità assoluta lo sconvolge, mentre ascolta l’incertezza di Simons nel non concepire le cose che gli stanno attorno: quella sedia maledetta lo richiama. Ancora. E lo attende al varco. Sul ponte oscuro… Link all'acquisto: https://www.amazon.it/dp/B073KTT2C3/ref=sr_1_1?ie=UTF8&qid=1499374106&sr=8-1&keywords=marcello+iori
  21. mina99

    [FdI 2017-1] Ed è così che sono morto

    Commento: http://www.writersdream.org/forum/forums/topic/34074-fdi-2017-1-esca-viva/#comment-598496 Incipit 6, finale 9 Quanto era bella, la Terra vista da lassù. Certo, girano così tante foto della NASA su Internet, che ormai l'avevano visto tutti, un panorama così. Ma dal vivo era mozzafiato. Il fiato mi si mozzò per davvero, però, quando abbassai gli occhi e vidi la spia rossa lampeggiare. Era una banana!
  22. qeimada

    Lo spirito e l'isola

    Ecco il mio frammento, parte del primo capitolo. [...] Far parlare i morti. Nel suo letto, Ernest Christian Reiche non riusciva a prendere sonno e continuava a sudare e a rigirarsi sopra le lenzuola di lino bianco. La straordinaria afa notturna lo stava facendo boccheggiare dopo che un’impietosa canicola l’aveva oppresso per tutto il giorno. Si erano già avute estati torride nel Maryland ma quella le batteva tutte. Aveva la sensazione di trovarsi nell’intrico sgocciolante di una foresta del Sud America piuttosto che in una decorosa casetta a due piani di Chestertown, operosa cittadina fluviale situata a est di Baltimora. A poche decine di passi dalla sua casa, l’acqua del fiume Chester scivolava lenta verso la baia ma sembrava che gran parte della sua acqua fosse evaporata, tanta era l’umidità che impregnava l’aria di quella notte insonne. La finestra della stanza da letto padronale era spalancata ma nemmeno un alito di vento dava sollievo al corpo madido di sudore del signor Reiche. Water Street non avrebbe potuto essere più silenziosa di così e solo l’acufene di cui aveva cominciato a soffrire qualche anno addietro, gli riempiva la testa di un incessante fruscio. Durante il giorno non ne era quasi affatto infastidito ma di notte, nel completo silenzio, se si concentrava sui suoi pensieri, era tutta un’altra storia. Di dormire non se ne parla proprio, continuava a pensare l’uomo. Ma non bastava il caldo a tenerlo sveglio, nossignore. La moglie Martha, la mite e grassoccia Martha – che giaceva alla sua sinistra, come sempre a quell’ora da ormai trent’anni – quella notte si era addormentata sdraiata sulla schiena e russava, tanto da sembrare di stare nella sua segheria e di ascoltare il monotono rumore provocato da una pialla su una tavola di abete. Ma almeno lei dormiva. Come riuscisse a farlo, nonostante tutto quel caldo, restava però un mistero. Alla sua destra, sul comodino di quercia rossa che l’uomo aveva costruito con le proprie abili mani tanti anni addietro, erano appoggiati un bicchiere e una brocca di ceramica, entrambi vuoti. Aveva già bevuto tutta l’acqua un paio d’ore prima. Far parlare i morti. Reiche si chiese da quale buio recesso della mente fosse scaturita quella frase tetra e strampalata al tempo stesso. Aveva sfogliato il Maryland Gazette e letto quel trafiletto il mattino precedente, sorseggiando il suo caffè, quasi di sfuggita, con distaccata noia, a tratti addirittura disgustato e non ci aveva più pensato per il resto del giorno. Eppure, qualche parola di quell’astrusa storia si era infilata – subdola – in chissà quale meandro della sua testa, come la limatura del legno che gli era finita nelle orecchie, tutti i giorni, nei tanti anni di lavoro giù in falegnameria. Talvolta qualche truciolo rispuntava senza preavviso e nei momenti più impensabili. Rinveniva la segatura anche nella minestra serale, caduta giù dal naso o dalle orecchie, quando il groviglio dei peli non poteva più contrastare la forza di gravità. Non riusciva a togliersi dalla testa un nome: Josephine. Anzi no, “Madame” Josephine. «Donna di Baltimora afferma: è possibile parlare con i morti!» era il titolo dell’articolo. [...]
  23. Lo scrittore incolore

    [MI 100-7] Il tempo degli uomini col casco nero

    commento prompt di mezzanotte Sono nel futuro e un attimo fa ero ad aiutare mia mamma a mettere a posto la camera. La mia pancia dice che sono passati sette mesi, ma la mia testa ne vorrebbe almeno altri cento, prima dell’arrivo del nascituro. Non sono pronta a diventare mamma. O meglio non lo ero, prima di inciampare su una stampella nella cabina armadio e finire lunga distesa fra due giacconi impolverati. Ora ho problemi più seri ai quali pensare. Sono finita per chissà quale magia in un luogo che fatico a riconoscere. Dovrebbe essere sempre Roma, da quel poco che riesco a intendere, ma potrei anche sbagliarmi. Mancano il traffico feroce delle auto e l’orda eterogenea di turisti, ma soprattutto il rumore. Tutto è silenzio nelle strade. Le poche persone che camminano sui marciapiedi, hanno la testa coperta da caschi simili a quelli degli astronauti. Solo che questi sono fatti interamente di una sostanza vetrosa nera e non permettono di scorgere il volto. Guardando in alto resto a bocca aperta. Il traffico e le auto non ci sono perché le persone di questo tempo vengono spostate da una parte e dall’altra grazie a dei droni monoposto, grandi il doppio dei nostri: hanno sotto di loro un grosso anello metallico, che passa in un’imbragatura sulla schiena e il gioco è fatto. Nonostante sia tutto affascinante e futuristico, decido di spostarmi dalla stradina laterale in cui sono finita e incamminarmi alla ricerca di qualcuno che mi dica come tornare a casa. Nemmeno il tempo di fare dieci passi e mi imbatto in un uomo con il casco nero, seduto su una panchina. «Scusi» inizio a dire, ma prima che io possa aggiungere qualsiasi altra parola, una mano mi tappa la bocca e vengo trascinata via con la forza. Il mio aggressore mi lascia andare solo dopo aver raggiunto un vicolo in ombra: finalmente posso voltarmi e capire a chi possa interessare la mia persona in questo mondo bizzarro. «Che cosa vuoi da me?» chiedo, con la voce resa stridula dal grande spavento. Davanti a me c’è un uomo sulla trentina, senza casco protettivo. Ha i capelli rasati ai lati e un ciuffo tinto di azzurro che gli ricade sulla fronte. La sua espressione facciale trasuda una fortissima agitazione, ma per il resto pare innocuo. «Voglio salvarti, ma forse una pazza non si merita il rischio enorme che ho appena corso.» «Amico, non so chi tu sia, ma io sono tutto fuorché pazza. Non so come sono finita in questo posto e sono incinta di sette mesi. Voglio solo tornare a casa.» Mi viene da piangere. Sto metabolizzando pian piano la portata degli eventi in cui mi sono cacciata e il bisogno di tornare alla normalità si fa sempre più impellente, a ogni minuto che passa. «È proprio questo il punto» dice lui, con gli occhi ancora sgranati. «Che voglio tornare a casa?» L’uomo si porta la mano destra sulla faccia. «Ma no! Che sei incinta! Nessuna donna con un briciolo di sale in zucca si sognerebbe mai di avvicinare un progressista con un bambino in grembo. Lo vedi che ho ragione a darti della pazza?» La mia sopportazione è oltre ogni limite. «Io vengo da un altro tempo! Da un altro pianeta forse! Non so nulla di progressisti e tutto il resto! Ora, o mi spieghi cosa vuoi da me, oppure mi lasci in pace.» Il mio assalitore finalmente si placa e assume un’espressione più pacata. «Ok, ti credo. Ma non urlare, perché altrimenti ci sono addosso in un attimo e puoi scordarti di avere un bambino in grembo.» Le sue parole mi distruggono: cosa vuole questa gente da una persona che ancora deve nascere? «Io faccio parte della resistenza. Siamo in pochi ormai a rifuggire la follia che si è impossessata dell’umanità, come puoi vedere.» «Quale follia?» «Aboliscono la procreazione. Hanno trovato il modo di avvicinarsi a quella che è praticamente un’immortalità e non vogliono nuove nascite. Inquinerebbero quello che secondo loro è lo sviluppo perfetto che hanno raggiunto.» «Ma è assurdo. Cosa diavolo ci fanno in quella boccia?» «Non lo so. È un mondo a parte, in cui si calano in non so quale elucubrazione. Un computer? Non lo sappiamo con certezza.» «Ma come si può essere così bestie da uccidere dei bambini?» «Oh, ma vanno oltre, credimi. Guarda lì.» L’uomo mi indica un punto dall’altra parte della strada che mi era sfuggito e trasecolo. Due uomini-boccia se ne stanno seduti a un tavolino di legno, con uno striscione bianco che vi ricade davanti: per un momento mi era sembrato che non ci fosse niente di strano, tanto il logo è simile a uno di mia conoscenza, ma poi arriva la tremenda presa di coscienza. La scritta recita “Kill the Children” e ci sono persino degli opuscoli per i passanti. Vorrei piangere, ma non ho nemmeno il tempo di elaborare a fondo. Il ragazzo dai capelli azzurri sbianca in volto e fugge di gran carriera. Mi volto e mi ritrovo davanti a un uomo dal casco vetroso. Dei passi strascicati alle mie spalle mi fanno intuire che dietro di me ce n'è un altro. Vorrei scappare anche io, ma le gambe sono di pasta frolla. Quello davanti mi infila una mano tra le gambe e l’altro mi cala una boccia nera sulla testa. Per un attimo sento un dolore fortissimo all’altezza della pancia, poi il nulla. Non so più chi sono. Davanti a me un numero esagerato di display mi mostra scene che non capisco. Solo una mi rimane impressa per qualche istante: c'è una donna che chiama il mio vecchio nome in una cabina armadio e piange. Dio come piange. Poi perdo qualsiasi interesse.
  24. M.T.

    [MI 100-4] Senza scampo

    Commento. Traccia di Mezzogiorno: Closed Circles . Non mi ero sbagliato. Questa non era una mia fobia. O un’allucinazione. Non erano le ossessioni che hanno preso il controllo della mia mente. Non ero io ad aver perso il controllo. Avevo ragione. Ho sempre avuto ragione. E nessuno mi ha voluto credere. Dicevano che stavo cominciando a dare i numeri, che il cervello mi era andato in pappa; dicevano che dovevo essere curato, anzi, hanno provato a farmi ricoverare. “Per farti avere l’aiuto di cui hai bisogno: vedrai che poi starai meglio. Tu ora non stai bene: lo capisci che lo facciamo nel tuo interesse?” Idioti. Non hanno voluto vedere. Io avevo ragione. Ho sempre avuto ragione. Ma nessuno ha voluto ascoltarmi. Idioti. Idioti. Ora è troppo tardi. Ora non c’è via di uscita. Hanno colto tutti alla sprovvista. Nessuno di loro se lo aspettava. Ho tentato di scappare, ma sono riusciti a tagliare ogni via di fuga. L’accerchiamento si è fatto sempre più stretto. Prima non si facevano vedere. Poi uscivano solo di notte. Alla fine si mostravano anche di giorno. Non avevano nessuna paura di noi. Sono arrivati a legioni; anche se il loro numero è sconfinato, non mi sorprende che siano giunti senza che nessuno se ne accorgesse: si potevano nascondere ovunque, i maledetti bastardi. Sono più intelligenti di quanto si pensasse. Hanno pianificato, si sono organizzati. Ci hanno studiato per secoli: ci spiavano al lavoro, mentre passeggiavamo, mentre dormivamo. Hanno appreso tutto sulle nostre abitudini, sulle nostre debolezze. Da idioti quali siamo, abbiamo voluto vedere del buono in loro, abbiamo voluto umanizzarli. Accidenti ai film, alla televisione, che li rappresentava così carini e simpatici. Accidenti a quei deficienti che si sono messi a lottare per riconoscergli dei diritti; ma la storia questi mentecatti l’hanno mai studiata? Non hanno visto quanti danni hanno fatto, che razza di disgrazie hanno attirato su di noi? I rumori fuori dalla porta si fanno più forti. Ora sono sulle pareti. Stanno cercando un varco tra gli scuri delle finestre. Presto raggiungeranno il tetto. Ci vorrà del tempo, ma riusciranno a entrare. Loro riescono sempre a entrare: trovano sempre un modo per superare qualsiasi barriera creiamo. Non mi piace ammetterlo, ma sono più intelligenti di noi. Sono più letali di noi. Cani e gatti sono stati i primi a essere eliminati. Poi è toccato ai rettili. I volatili, se hanno un minimo d’intelligenza, se ne sono volati il più lontano possibile, anche se non so se esiste ancora un posto sicuro nel mondo. Sicuramente resisteranno più di noi: non li possono raggiungere in cielo. Ma prima o poi la fame prenderà il sopravvento e dovranno riavvicinarsi al terreno per trovare da mangiare: allora la preponderanza numerica avrà la meglio. Mi si accappona la pelle sulla schiena: li sento grattare le pareti. Stanno cercando di creare delle aperture nel cemento: hanno capito che la porta blindata è più difficile da forare. Se solo fossi riuscito a raggiungere il bunker: sarei stato più al sicuro. Ma i bastardi hanno fatto fuori l’impianto elettrico dell’auto e sono rimasto bloccato qui. Forse sono davvero impazzito: avrei solo ritardato l’inevitabile. Forse è meglio così: non ne posso più di vivere sempre in stato di allarme, sempre a preoccuparmi, sempre a cercare di tenere tutto sotto controllo. Ora m’è tornata in mente la parola che non mi ricordavo: ipercontrollo. Chi ne è affetto fa una vita davvero d’inferno. Per un pezzo ho pensato di esserne colpito. Purtroppo mi sbagliavo: quello di cui avevo timore era davvero reale. I rumori fuori dalla casa si fanno più forti: è come se ci fosse uno sciame d’insetti che preme per entrare. Ma ciò che vuole entrare è molto peggio. Ora sono dentro le pareti: li sento muoversi. Sono anche sul tetto. Chi di loro mi raggiungerà per primo? Poi sento un scricchiolio nella stanza. Forse mi sbaglio, ma mi è sembrato di avvertire un tremito sotto i miei piedi. Lo scricchiolio si fa più forte. Mi sembra di scorgere un lieve sobbalzo in una mattonella del pavimento. Il sobbalzo si ripete, questa volta più forte. La mattonella si alza per un attimo, poi viene sbalzata via. Diversi musi appuntiti si levano dal buco nel pavimento, annusando tutt’intorno, prendendosela con calma. Stringo la spranga d’acciaio con forza. Cazzo, quanto odio i topi.
  25. M.T.

    [MI 100-5] Sottoterra

    commento Traccia di Mezzanotte: "Dentro al pozzo." Il piccone si alzava e si abbassava meccanicamente, il familiare tintinnio che scandiva il colpire la pietra, alzando schegge che andavano a mordere la pelle scoperta delle braccia e del volto. Alzare e abbassare. Abbassare e alzare. Questa ormai era la loro vita: il ripetersi costante e immutabile di quei due gesti. Erano costretti a eseguire il monotono e massacrante lavoro salvo una breve pausa per rifocillarsi di una sbobba schifosa che li aiutava a restare in piedi. Non sapevano mai quale ora del giorno fosse: la luce delle strane pietre che permetteva di vedere era sempre la stessa. Sapevano solo se dovevano lavorare o riposare. Aveva dimenticato da quanto tempo era sepolto in quel luogo; ricordava appena l’aria pulita, il sole caldo, la natura, le chiacchiere e le risate con gli amici. La paura e il terrore presto erano stati risucchiati dalla stanchezza del lavoro cui erano sottoposti, lasciando la routine a occupare ogni pensiero. A volte pensava, meno di quanto capitasse inizialmente, se quel genere d’esistenza poteva definirsi ancora vita. Tutto era incentrato sul lavoro, con quel tanto per dormire e mangiare per restare in forze. Erano solo corpi che svolgevano dei compiti, come gli automi. Gli uomini che lavoravano con lui nella grotta si avviarono con i picconi appoggiati sulle spalle verso l’ingresso nella parete: anche quel giorno le fatiche erano terminate. Come sempre, attraverso cunicoli conosciuti alla perfezione, si sarebbero diretti agli spogli dormitori di pietra. Prima di varcare la soglia appoggiò il proprio arnese contro la roccia come tutti quelli che lo avevano preceduto e come avrebbero fatto quelli che lo seguivano. Mettendo un piede dopo l’altro, guidato dalla tenue illuminazione delle strane pietre biancastre alle pareti, si avviò nel budello che ogni giorno calpestava. Superò gli scalini calcarei, evitando che le sporgenze rocciose gli graffiassero la pelle. Erano soli nel tunnel, non c’era nessuno degli esseri che li avevano rapiti. Ma anche se non presenti, li tenevano d’occhio. Conoscevano tutti i loro movimenti, sapevano sempre quello che facevano. Già altri avevano tentato la fuga. Aveva perso il conto delle volte in cui aveva trepidato, certo che i suoi compagni fossero riusciti nell’impresa e stessero tornando con i rinforzi, irrompendo nella grotta e portandoli via verso la libertà. S’immaginava il grido di vittoria levarsi in alto, la felicità esplodere. Era rimasto tutto nella sua mente. L’entusiasmo era stato stroncato ogni volta: i fuggitivi venivano sempre ripresi. Lo spirito era fiaccato dal fallimento e da quello che succedeva dopo la cattura: chi scappava era rimesso al suo posto di lavoro. Non c’era via di scampo: questo facevano capire gli esseri senza parlare. Pensò a un modo per scappare. Anche se fosse riuscito a eludere la straordinaria sorveglianza, dubitava di trovare sottoterra l’orientamento per tornare in superficie. Si sarebbe perso e, nelle condizioni in cui era, la morte non avrebbe tardato ad arrivare. O, più probabilmente, sarebbe stato ripreso. Non capiva come individuassero con una tale efficienza i fuggitivi senza dare nessun allarme. Non li aveva mai sentiti emettere un solo verso. Nonostante l’aspetto di bestie, possedevano una disciplina e un’organizzazione incredibili. Avevano suddiviso i compiti assegnando i più pesanti agli uomini, dando a donne e bambini lavori adatti alle loro capacità. Possedevano una gerarchia sociale strutturata e inflessibile: c’erano i lavoratori, un gradino sopra di loro che erano schiavi, e la cerchia ristretta di chi li governava. Senza dimenticare i soldati, spietati nella loro efficienza: li aveva visti, con tattica e determinazione, massacrare un verme gigante che aveva attaccato la colonia. Poi, imperturbabili, avevano fatto riprendere la routine come se niente fosse, mentre l’immensa bestia era fatta a pezzi e rimossa. Ridusse la falcata perché l’andatura della colonna era rallentata: erano giunti alla stretta uscita del tunnel, dove una persona per volta poteva passare. Avanzò finché non giunse il suo turno di attraversare la soglia e immettersi nell’ambiente successivo. Stalagmiti si ergevano come grosse e antiche querce, piene di pietre luminose che illuminavano ceppi di cristalli. Attraversò la navata naturale immergendosi in un mare di giochi di luce che danzavano sugli abiti consunti e impolverati. Proseguendo la marcia per i dormitori non si curò delle maestose colonne gemmate che si perdevano nell’oscurità; la bellezza di quel luogo era sprecata per degli schiavi. Nessuno aveva voglia di ammirare quella meraviglia. Tutti avanzavano a capo chino, attenti a non inciampare in qualche ostacolo o a infilare un piede in una fenditura del terreno, trascinando le gambe stanche e doloranti. Ogni tanto un rumore proveniva dalle profondità dei tunnel e si perdeva nel buio: nessuno si voltava nella sua direzione. Erano diventati come pietra: impermeabili a tutto, lasciando che quanto accadeva attorno scivolasse via senza lasciare traccia. La formazione ordinata tenuta fino a quel momento si sparpagliò, scorrendo tra i grandi pilastri. Si fermò un istante con davanti l’immagine di tanti se stesso che si dirigevano nella stessa direzione. Emettendo un basso sospiro si stiracchiò per dare sollievo alle membra doloranti. Passando vicino a uno degli agglomerati di cristallo, scorse sulla superficie liscia e trasparente come si era ridotto vivendo sottoterra: un volto smunto, smagrito, con la pelle tirata sugli zigomi sporgenti. Ciocche di capelli arruffati cadevano su occhi vacui dove la vitalità della giovane età s’era spenta; il colorito naturale della carnagione aveva lasciato posto al pallore per la mancanza di sole. Accortosi di trovarsi nelle ultime file, si affrettò a recuperare le posizioni perdute: arrivare tra i primi significava avere i posti di riposo migliori. La caverna verso il fondo si stringeva a imbuto, costringendo le persone ad accalcarsi e aspettare il proprio turno per passare tra due colonnati di stalagmiti; a quel punto era già deciso chi si sarebbe sistemato meglio. Sulla destra scorse una piccola apertura tra la selva di stalagmiti. La possibilità di avere una scorciatoia per superare chi gli stava davanti lo allettò; nel peggiore dei casi sarebbe dovuto tornare indietro e accontentarsi dei posti rimasti. Addentrandosi nell’intricato sistema di formazioni rocciose si allontanò gradualmente dalla fioca luce, trovandosi sempre più immerso nell’oscurità. Attraverso gli spiragli che si aprivano tra le sagome scure, capiva qual era la sua posizione; procedendo si fecero più radi e così dovette affidarsi al tatto per procedere. Passarono i minuti e non incontrò nessuna uscita nel fitto dedalo. Il timore di perdersi cominciò a mutarsi in paura. Fantasie di quello che poteva accadergli nel vagare nell’oscurità galopparono nella mente: caduto dentro un crepaccio, catturato da predatori sconosciuti, disperso in gallerie senza fine. Una strana eccitazione lo spinse a continuare quasi con bramosia. Una parte di lui gli ricordò che non si sarebbe comportato così in condizioni normali; la normalità però era finita da tempo. Con la scarica d’adrenalina che gli scorreva in corpo si sentì di nuovo vivo, proseguendo in quel salto nel vuoto. Aveva aggirato una grossa formazione calcarea, quando si trovò a guardare la luce che filtrava da una fessura di una stalattite che si univa al terreno; scorse delle teste che si muovevano. Sorrise: avrebbe riposato in un luogo più confortevole del precedente. Espirò per allentare la tensione accumulata. Qualcosa lo afferrò da dietro, trascinandolo lontano dalla luce. Ebbe solo il tempo di pensare che le sue fantasie si erano avverate.
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