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  1. Torba

    Ecatombe (Parte 3/3)

    Commento a La cosa più grossa. Ho gli occhi aperti, sento le palpebre sollevate, ma la mia vista non funziona più. Forse è per la perdita di sangue o magari lo shock. Affondo le dita nel terriccio e vado avanti. Tremo in maniera incontrollabile. Sono solo al buio e ho freddo, anche se l’alba è arrivata e ne sento il debole calore sulla pelle. Ho fallito. Mi sono rimesso in piedi in qualche modo e ho iniziato a caracollare nella direzione presa dai due. La gamba destra urlava, ma facevano più rumore i pensieri che mi affollavano la mente, illogici e contrari al mio buon senso di ragazzo di città. Era chiaro che lo Zotico mi aveva deliberatamente fatto sbagliare il colpo. Altrettanto palese era che non avremmo trovato il corpo di Giuseppe. Mi restava da scoprire se Antonio fosse al corrente della situazione dal principio. Di certo, questo avrebbe giustificato il suo comportamento quando eravamo ancora al casolare: voleva mantenere la questione in famiglia, da bravo tradizionalista. Ho superato uno stentato torrente, dopo aver rischiato di finirci dentro due volte, e ho attaccato la salita di un pendio fangoso quando già Antonio ne aveva superato la cima. È stato su quella collinetta che ho iniziato a scorgere i primi pezzi di Saverio. Prima un piede. Poi il resto della stessa gamba, con un vistoso brano strappato in corrispondenza del quadricipite. La bestia se li era lasciati dietro come le molliche di Pollicino. Mi stavo chiedendo come avrei fatto a raccontare tutto questo a sua moglie Claudia, quando mi accorsi che stavamo girando in tondo. Una volta arrivato in cima, la posizione sopraelevata mi ha fatto capire che per tutto quel tempo non avevamo fatto altro: a non più di cinque chilometri di distanza, il bosco si apriva e il gruppo delle nostre case si distingueva nel chiarore lunare. Antonio era fermo sul fondo della scarpata. Voltava la testa da una parte e dall'altra, urlando con durezza il nome del figlio, come se lo stesse cercando per punirlo. Il mostro aveva fatto perdere le sue tracce. Ho raggiunto lo Zotico ai piedi del rilievo con l'intenzione di spaccargli quella testa pelata con il calcio del fucile, ma lui deve avermi sentito arrivare. Si è voltato e mi ha puntato contro il fucile. Mi sono maledetto per essermi fatto tanti scrupoli a sparargli. Lui non sembrava averne. "Abbassa il fucile, Antonio. Non ci risolviamo niente con quello." "Te l'avevo detto di non venire. L'avevo detto anche all'amico tuo. E ora guarda che casino." Ha iniziato a piangere, tirando rumorosamente con il naso tra una frase e l’altra. "Da quanto tempo lo sai?" gli ho chiesto. "Maledizione!" In un momento di stanchezza ha abbassato l'arma, ma è stato svelto a rialzare la canna quando ho fatto segno di volermi avvicinare. Con una mano si è tolto qualche lacrima dalla pelle di cuoio che aveva per faccia. "Avevo notato che era cambiato. Usciva di notte. Saliva sul tetto. Era diventato molto più forte: ha rotto i manici di tre zappe." Intorno a noi avevano iniziato a sentirsi dei fruscii. C'era qualcosa in movimento nel bosco, ma sentivo che era molto più piccolo rispetto alla bestia che avevamo inseguito. "Pensavo fosse solo un po'..." Antonio cercava la parola giusta, ma si è arreso. "Non lo so. Poi ho trovato la pecora dietro casa... il sangue... le budella... la testa era sotto il suo letto… Io e Rita siamo stati anche dal prete, giù in paese, ma non ci ha creduto. L’abbiamo chiuso nel capanno, ma non è servito. E ora Giovannino…" Antonio ha buttato il fucile a terra e si è abbandonato in ginocchio, come in attesa della punizione. E quella, in un certo senso, è arrivata. Dai cespugli è uscito il ragazzino, Giuseppe, nudo come un verme, sporco di terra e con foglie secche attaccate al torace. Aveva sangue sulle braccia e sul volto. "Papà?" Antonio è scattato in piedi e si è precipitato a circondarlo con le sue braccia forti, singhiozzando come un agnello. "Papà, perché non me l'hai detto?" ha chiesto Giovanni. Abbracciava il padre e singhiozzavano insieme all'unisono, come un duetto affiatato. Papà Zotico ai bassi e lo Zoticino tenore. “Ho avuto paura,” ha continuato il ragazzo. Non ho potuto fare a meno di notare quanto fosse peloso, troppo per un adolescente. Poi il pianto di Giuseppe si è spento in un sorriso e ho visto che anche i denti erano strani. Appuntiti, sporchi. Mi è sembrato di vederci qualcosa di rosso incastrato in mezzo. Quando li ha affondati nel collo di Antonio era già troppo tardi, ma ho alzato lo stesso il fucile. Avrei voluto fare fuoco, ma Giuseppe era già scomparso. C'era solo lo Zotico che strisciava verso il fucile tenendosi una mano premuta sul collo. Il sangue gli colava tra le dita, indifferente ai suoi tentativi di sopravvivere. “Aiutami!” ha rantolato. Era rivolto a me, ma non mi sarei avvicinato di un passo a quel bastardo per tutto l’oro del mondo. “Stai zitto!” gli ho sibilato. Scrutavo la vegetazione intorno con l’occhio fisso sul mirino, ma vedevo solo foglie e rami. Ero stato troppo ottimista e l’alba mi era sembrata più vicina di quanto non fosse in realtà. Solo poche ore prima desideravo che questa notte non finisse mai. Ora pregavo per un po’ di chiarore che mi facesse vedere su cosa puntavo il fucile. Qualcosa si è mosso alla mia destra. Ho ruotato sui tacchi e ho fatto fuoco in quella direzione. Ho mantenuto abbastanza sangue freddo da non premere entrambi i grilletti contemporaneamente e non trovarmi così senza cartuccia pronta. Niente. Il colpo era andato a vuoto. “No!” urlava Antonio. “Zitto!” Il bosco intorno sembrava tutto un fruscio. Trattenevo il fiato per non fare il minimo rumore e restare in ascolto, ma poi iniziavo a sentire il cuore martellare sui timpani. Ho lasciato perdere. Mi sono chiesto se mi convenisse ricaricare, ma ho pensato che nel tempo che mi occorreva per farlo sarebbe potuto succedere di tutto. Ho preferito tenere quell’unico colpo. Poi un ruggito, terrificante. Alle mie spalle. Mentre mi voltavo sono quasi caduto, ma ho mantenuto l’equilibrio con la forza della disperazione. Davanti a me c’era Giuseppe, solo che non era affatto Giuseppe. Credo che la mia mente non sia riuscita ad accettare ciò che vedevo. Di certo mi ricordo quei denti sporchi, enormi come se non esistesse nient’altro, incastonati come lapidi storte in quelle gengive nere. Le mie mani si sono mosse indipendentemente dalla mia volontà. Ho sollevato ancora una volta il fucile e sarei anche riuscito a sparare – il bersaglio era enorme e a non più di qualche metro di distanza - se non fosse stato per l’ultimo stupido gesto dello Zotico. Ho sentito lo sparo e subito decine di aghi che mi trapassavano i vestiti, la pelle, e mi riempivano il fianco, lì dove si è accumulato un po’ grasso dopo anni di ufficio. Sono caduto a terra e l’ultima cosa che ho visto è stata la bestia che incombeva su di me e mi fissava. Questa volta sono riuscito a registrare anche gli occhi. Facevano la spola tra me e Antonio e, nonostante avessero poco di umano, riuscivo a leggervi un odio sconfinato nei confronti di entrambi. Forse era rivolto al mondo intero. C’era qualcos’altro in fondo a quei pozzi neri, che in un primo momento non sono riuscito ad afferrare. Ma quando ha rinunciato a sventrarmi e mi ha invece lasciato moribondo in questo bosco, dirigendosi verso le case - verso le nostre famiglie e quello che rimaneva della sua – allora ho capito. Voleva che io sapessi. L’ecatombe non era ancora terminata. Ho aperto il giubbotto e ho sollevato i brandelli di camicia impiastricciati. La ferita era davvero brutta. Ho stretto i denti fino a pensare che me li sarei rotti, ma non sono riuscito a rimettermi in piedi. Dovevo sbrigarmi, o la bestia sarebbe arrivata alle case. Ho guardato Antonio, ma lui aveva già rinunciato. Aveva perso la sua lotta contro l’emorragia e ora giaceva immobile con la faccia di cuoio verso il cielo. Ho iniziato a strisciare.
  2. Torba

    Ecatombe (Parte 2 di 3)

    Commento a Il potere del rimorso Non avrei mai pensato che il crepitare delle foglie secche potesse ispirarmi tanto orrore. Mentre ci striscio in mezzo non riesco a non pensare a quante migliaia - milioni - ne ho ancora davanti prima di arrivare alle case. Non vedo quasi nulla, ma non credo sia per via della notte. Sento freddo. "Ma cos'ha nella testa, un radar?" Antonio si muoveva nel fitto sottobosco come se seguisse una mappa mentale su cui era riportata ogni depressione del terreno o roccia della zona. Sembrava un treno in corsa che devastava i rami degli arbusti più bassi. "È nato e cresciuto nella stessa casa dove abita ora," ho risposto a Saverio, "girava qua intorno quando ancora io e te eravamo alle elementari." Saverio aveva il fiato pesante e ogni tanto esplodeva un colpo di tosse per la fatica, ma anche io ho avuto il mio da fare per rimanere dietro Antonio. Prima di trasferirci in campagna, due volte a settimana uscivo di casa portando con me il borsone da calcetto e, dopo nove interminabili ore di noia e cartelle esattoriali, andavo a correre come un dodicenne sul campo da calcetto. Ma lo Zotico sembrava avere le ali ai piedi. Lo capivo, c'era in ballo la vita di suo figlio, ma un genitore disperato di solito dovrebbe essere grato di tutto l'aiuto che gli viene offerto. Invece "Ninni" sembrava tenere quel ritmo da corsa campestre con il preciso intento di seminarci. In realtà non c'era la minima possibilità di poter perdere le tracce della bestia: sembrava che in mezzo al bosco fosse passato un autotreno coperto di peli rossicci come quelli che ogni tanto trovavamo impigliati nei cespugli. Se ci fosse stato ancora qualche dubbio, quella devastazione floreale metteva in chiaro che non avevamo a che fare con un lupo, ma con qualcosa di molto più grosso. Di Giuseppe ancora nessuna traccia. "Ma chi cazzo me l'ha fatto fare?" ha esclamato Saverio, dopo aver rischiato di finire lungo disteso a causa di un infido sasso nascosto dal tappeto di foglie. In realtà sapevamo tutti e due il motivo che ci spingeva in quella caccia all'ignoto. Nonostante la strage di pecore degli ultimi mesi, non potevamo lasciare perdere e trasferirci ancora. In città avevamo venduto tutto e le terre, i casolari e gli animali avevano prosciugato i nostri risparmi. La fuga dallo stress e il ritorno alla natura si pagano. Dopo i primi episodi, avevamo chiamato i Rangers, ma questi si sono limitati a posizionare dei bocconi avvelenati nei dintorni e nulla di più. Dovevamo vedercela da soli e, dopo il destino orribile toccato a Giovanni, la posta in gioco era ancora più alta. A un certo punto, abbiamo trovato qualcosa. La traccia si era allargata in corrispondenza di una radura e Antonio si era fermato a osservare qualcosa sul terreno. Da lontano pregavo che non fosse il bambino, poi mi sono accorto che era una massa troppo grande, coperta di peli laddove la carne non faceva mostra di sé. Si trattava di un cervo, un maschio bello grosso. Secondo il mio personale parere, la necessità di alimentarsi era l'ultima delle motivazioni che potevano aver portato a quello scempio. Antonio ammirava pensieroso il Pollock di intestini e sangue sparpagliati ovunque, ma l'espressione che gli leggevo sul volto mi faceva prudere di sospetto un lato del cervello. Un'altra preda smembrata e di Giuseppe ancora nessuna traccia. Un campanello di allarme aveva iniziato a suonare, ma mi sono sempre considerato una persona equilibrata. Mi sono detto che quello che stavo immaginando era un brutto scherzo della luna piena che ci spiava attraverso le fronde degli alberi. "Madre di Dio" ha esclamato Saverio quando ci ha raggiunti, e sono state le sue ultime parole su questa terra. Si è girato verso i cespugli per vomitare, ma nel buio è saettato qualcosa di enorme: un'ombra dello stesso colore rossiccio delle tracce lasciate sulla scia di devastazione che la bestia si era lasciata dietro. Ho visto gli artigli, la trachea esposta di Saverio, il mio vicino di scrivania di un tempo che cadeva a terra al rallentatore con un rantolo liquido e poi più nulla. Penso di essere rimasto immobile e con la mascella penzolante per qualche secondo. La visione dell’osso nudo mi è sembrato uno spettacolo osceno, fuori luogo come le scenette volgari che Saverio orchestrava nello spogliatoio, nell'ilarità generale della squadra. Strana associazione di idee. Quando quel momento di ipnosi si è deciso ad abbandonare il corpo, ho sollevato il fucile. L'ho puntato alla testa, o quello che era, della cosa e ho premuto il grilletto. La spallata di Papà Zotico mi ha fatto mancare il bersaglio e cadere su una coscia. Ho visto le stelle molto più vicine e, quando la vista mi si è snebbiata, la creatura aveva ormai afferrato il corpo di Saverio e si era immersa di nuovo nella vegetazione, con Antonio alle calcagna.
  3. Torba

    Ecatombe (Parte 1 di 3)

    Commento a Il Clown. In questo brano ho fatto usare alla voce narrante il presente indicativo (che descrive le azioni attuali) e il passato prossimo (per i fatti che si sono svolti poche ore prima). Visto che è una cosa nuova per me, penso che la consecutio temporum sia andata a farsi benedire. Non credo che riuscirò a raggiungere le case. La ferita pulsa e mi sta svuotando piano piano. Il mio pensiero va a Laura, che a quest'ora si sarà già riaddormentata, ignara del mondo, e a Teresa che la regge in braccio cullandola. Sto strisciando in mezzo alle foglie cadute dai castagni da circa mezz'ora - o forse sono solo cinque minuti, difficile dirlo - ma il bosco sembra troppo grande. Non credevo che sarebbe finita così. Quando stanotte ho sentito il primo grido, mi sono svegliato ma non ho neanche provato ad aprire gli occhi: credevo fosse solo l'eco di un incubo che stavo facendo. In quel sogno, continuavo a combattere armato solo di una piccola falce contro l'erba che cresceva a vista d'occhio e soffocava uno dopo l'altro i peri, che diventavano scuri e si accartocciavano su se stessi come vittime di un olocausto. Al secondo urlo, quasi della stessa tonalità del primo e allo stesso tempo diverso in un modo che non ho colto, mi sono drizzato a sedere sul letto. La luna illuminava la stanza: l'alba e il lavoro erano ancora lontani, ma la schiena a pezzi mi ricordava che sarebbero comunque ritornati nel giro di qualche ora. La notte non mi avrebbe difeso per sempre dai calli e dal dolore. Teresa dormiva come un sasso in posizione fetale. Si è svegliata solo quando mi ha sentito scendere dal letto e armeggiare con la serratura dell'armadio dei fucili. "Enzo, che fai?" mi ha chiesto con la bocca impastata dal sonno. Una spallina della camicia da notte le era scivolata giù e la pelle sembrava di perla, mentre la mia si era accapponata. "Ho sentito gridare dalla fattoria degli Zotici" ho risposto. È così che noi, gente di città, chiamiamo gli Streva quando nessuno di loro può sentirci. C'è Papà Zotico, ovvero il signor Antonio, perennemente con la zappa in spalla, la sigaretta in bocca e lo sguardo torvo, Mamma Zotica, l'acida consorte con l'onnipresente fazzoletto in testa, e gli Zoticini, Giuseppe e Giovanni, di anni dodici e otto, bambini guardinghi che sembrano cresciuti come gatti in mezzo ai rovi. "Credi sia per via di quell’animale?" "Non lo so, ma di sicuro qualcuno che ha gridato. Vado a vedere." Ho inserito due colpi nella doppietta e mi sono allacciato in vita la cartuccera. Ero già alla porta, ma Teresa mi ha bloccato con una mitragliata di domande. "Ma sei scemo? Che ne sai di cosa è successo? Non possiamo chiamare i carabinieri, invece? "Arriverebbero come minimo tra due ore. Non ti preoccupare. Sta venendo anche Saverio: si è accesa la luce sul portico. Hanno sentito anche loro." "Stai attento." Avevo ragione: Saverio stava venendo verso la nostra casa di corsa, imbracciando quel fucile che mi ha umiliato con regolarità ogni anno durante la stagione delle beccacce. "Hai sentito?" mi ha chiesto, trafelato e mezzo intontito dal sonno. "Certo." "Gli zotici?" mi ha chiesto, sottovoce. Poi si è risposto da solo: "Per forza. Chissà che cazzo hanno combinato i lupi questa volta." “Forse mi sbaglio, ma urlare di notte per delle pecore morte mi sembra un poco esagerato.” I nostri casolari distano non più di trecento metri dalla proprietà degli Streva: una costruzione di mattoni, pietra e legno, molto più antica delle nostre, circondata da un centinaio di ulivi e da una vigna stentata. Ci siamo arrivati in un minuto scarso. Ho iniziato a tempestare di colpi la porta. Avrei potuto sfondarla con facilità ma era meglio capire, prima. La possibilità che Antonio accogliesse gli intrusi a fucilate era tutt’altro che remota. Dopo un’eternità, Papà Zotico si è presentato all'uscio. Aveva lo sguardo vuoto, come se avesse aperto la porta di casa per guardare la notte e i nostri corpi fossero trasparenti. Tremava e boccheggiava. Dall'interno venivano i singhiozzi di Rita, la moglie. Lo abbiamo spinto da parte e siamo entrati. I lamenti ci hanno condotti a quella che doveva essere la camera da letto degli Zoticini, o almeno quello che ne era rimasto. Rita era a terra e piangeva, raggomitolata su se stessa, con i vestiti lordi del sangue che aveva invaso la stanza. Era dappertutto: pareti, soffitto, mobili. Il pavimento di legno era ricoperto da un piccolo lago. Quello che doveva essere Giovanni, il più piccolo, era sparpagliato in giro. Di Giuseppe nessuna traccia, ma la finestra era aperta. Saverio si è messo a piangere con una mano sulla bocca, invocando la Beata Vergine. Da un'altra stanza venivano i rumori di Antonio, che si armava dopo essersi ripreso dallo shock. "È stato quell'animale?" gli ho chiesto quando è ricomparso nel corridoio. "I lupi non fanno nulla del genere". Sembrava che ogni parola gli costasse un anno di vita. "Non rapiscono neanche i bambini, se è per questo. Signora, chiami i carabinieri. Noi andiamo a cercare Giuseppe, non si preoccupi." "Andatevene a casa." Lasciai stare Rita e mi girai verso Antonio: il viso dello Streva era imperscrutabile. Mi sono parato davanti a lui, più per capire cosa gli passasse per la testa che in un vero atteggiamento di sfida. "Sta delirando. Se ci mettiamo tutti e tre abbiamo buone probabilità di ritrovare Giuseppe." "Ho detto che non sono affari vostri. Tornatevene a letto." Sapevo che Papà Zotico era burbero e scontroso, un vero orso, ma non credevo che potesse essere anche stupido. Per fortuna Saverio si era ripreso dal suo momento di debolezza e mi si era messo a fianco. "Lei può anche cercare suo figlio da solo, se le piace. Ma se c'è in giro una bestia – o qualcuno - capace di fare questo macello e che non si limita più alle pecore, dobbiamo toglierla di mezzo. Comprendo il suo dolore e so che non ci sopporta, ma anche noi abbiamo dei bambini. Faccia strada." Antonio non si è mosso. Continuava a guardarci con quegli occhi che, oltre all'ostilità, non lasciavano trasparire nient’altro. Alla fine, è stata Rita a convincerlo. "Ninni, falli venire con te. Ti prego."
  4. Fino a
    Sabato 19, h 18, presso la libreria "Scuola e Cultura" di via Ugo Ojetti 173 presenterò, per l'ultima volta a Roma, Si spengono le stelle. Se vi va di partecipare, naturalmente vi aspetto con piacere.
  5. stefia

    Il Clown

    Commento "A cosa serve?" Ti siedi al tavolino del trucco ingombro di oggetti ed accendi le luci. Le grosse e antiquate lampadine a bulbo disseminate lungo tutta la cornice dello specchio ti illuminano da ogni angolazione mettendo impietosamente in risalto ogni ruga, ogni neo e poro dilatato. Ti osservi attentamente, aggrotti le sopracciglia, ti apri in un sorriso e, dopo essere tornato repentinamente serio, osservi il grosso naso bulboso che svetta al centro del tuo viso. Il tuo naso non era così grosso né i tuoi capelli così grigi, quando hai cominciato. Ne hai fatta, di strada, da allora. Prendi il barattolo con il colore bianco e con la mano ricopri attentamente la metà destra del viso. Usi le dita per contornare bene gli occhi e spargi il colore fino all’ attaccatura dei capelli che si allontana sempre più dalla tua fronte. Ti osservi così, a metà, ed è come se fossi due in uno. Non sei né l’uno né l’altro, eppure sei sia l’uno che l’altro. Continui il tuo lavoro fino a che tutto il viso è ricoperto di bianco. La pelle tira, infastidita da quel peso innaturale, e come tutte le volte devi vincere l’istinto di lavarla via e di tornare a essere solo uno dei due. Come tutte le volte, però, aspetti un attimo di troppo e accetti di essere l’altro. Usi il rosso per disegnare grosse labbra e le prolunghi in un sorriso storto che stona con la serietà del tuo sguardo. Aggiungi grossi pomelli rotondi sulle guance e, dopo un attimo di riflessione, colori anche la punta del tuo grosso naso: d’ora in poi potrai fare a meno di quella stupida pallina di plastica che ti pizzica e che continua a cadere. Ti pulisci le mani con una salvietta, con il nero tratteggi grosse sopracciglia perplesse e ti osservi inclinando la testa da un lato all’altro per controllare la qualità del lavoro. Posando il barattolo, urti maldestramente un alto contenitore di vetro che sta per finire per terra. Lo afferri al volo con una agilità che pensavi di aver perso, ed eviti la tragedia. Il cuore ti batte forte mentre lo rimetti sul piccolo tavolo che hai davanti. Per un pelo il tuo tesoro più prezioso non andava perduto; una tragedia irrimediabile. Il grosso vaso trasparente, chiuso con un coperchio, è pieno di un liquido ambrato che protegge una vera reliquia: la ciabatta con cui tua madre usava sculacciarti, ancora stretta nel suo pugno. Accarezzi il contenitore osservando i dettagli perfettamente conservati di quella mano di cui hai conosciuto solo il peso e non il calore; il primo trofeo della tua vita. Il moncherino, purtroppo, è sfibrato e sfilacciato: i giorni dello studio e della pratica erano di là da venire e hai fatto come hai potuto, come sei riuscito. Un inizio di cui essere fieri. Ti alzi, ti avvicini a una vecchia cassettiera appoggiata a un muro ammuffito e posi il contenitore al sicuro, sul ripiano a fianco di tanti altri, tutti pieni. La luce è sufficiente per riuscire a vedere, nel secondo della fila, la testa bianca e nera di Trilly, lo stupido cane dei vicini che ti morse da ragazzino e, più avanti, il cuore di Beth, la tua prima vera ragazza. Lei aveva sempre detto di averti donato il proprio cuore e così quando poi ti lasciò per Jack, tu ti riprendesti il regalo. I contenitori sono così numerosi da non riuscire a stare tutti sulla cassettiera: alcuni sono a terra, su bassi tavolini e dentro vetrine antiche. Con uno sguardo abbracci tutta la stanza e la tua vita; li hai conosciuti tutti, quei trofei e ricordi tutti i loro nomi.. Torni a sederti al tavolino e, religiosamente, sollevi la vecchia parrucca da clown rovinata dal tempo e dall’usura. Ne spazzoli delicatamente i fitti riccioli, tutti di veri capelli umani, tinti di un rosso acceso, e controlli che sia in ordine. Un ciuffo ti rimane in mano e ti agiti nervosamente sullo sgabello. Controlli il danno e tiri un sospiro di sollievo: la calotta non si è danneggiata, si è solo sciolto il nodo interno che fermava la ciocca. Sistemarla richiederà tempo e attenzione perché non è in nylon come quelle schifezze moderne che si vedono in giro, ma è di pelle ed è talmente ben fatta che molte ciocche non sono nemmeno cucite ma spuntano naturalmente dalla pelle. Quella parrucca è un autentico pezzo d’antiquariato: era già vecchia quando la trovasti, da ragazzo, nello scantinato della casa abbandonata appartenuta al vecchio Bentley. I tre lucchetti con cui era stato chiuso il baule ammuffito non ti fermarono e, una volta aperto, conquistasti il tesoro: ritagli di giornale vecchi di decenni, abiti da clown marcescenti e quella stupenda parrucca rossa che sembrava brillare di luce propria. La tua nuova vita ebbe inizio quando l’indossasti per la prima volta. Calzi la parrucca, la sistemi accuratamente e nella tua mente risuonano le voci di tutti i tuoi trofei. Senti le urla di mamma, la voce argentina di Beth, i latrati di Trlly e di tutti gli altri che ti chiamano, e ti dicono che sono soli, si annoiano e vogliono compagnia. Questa sera li accontenterai presentando loro qualcuno di veramente meritorio. Questa sera farai loro conoscere Andrew, il figlio dei vicini che, pensando di non essere visto, continua a entrare nel tuo giardino cercando di intrufolarsi nello scantinato. Questa sera lo accontenterai e i suoi occhi curiosi, di un blu intenso, saranno proprio un bel trofeo. Termini la vestizione con l’abito dozzinale che ti sei procurato e torni a guardarti allo specchio. La bocca rossa che hai disegnato sorride per te e le sopracciglia ti danno un’aria innocua. La tua attenzione è distolta dai passi veloci e leggeri di bambini che stanno correndo sul portico sopra la tua testa. Sollevi lo sguardo, in attesa, e dopo un allegro bussare senti una voce argentina chiedere: “Dolcetto o scherzetto”? Spegni le luci e al buio risali la scala cigolante.
  6. Salve a tutti. Ho scovato nei meandri della Rete questo (bellissimo, a parer mio) articolo del grandissimo Danilo Arona. Nell'articolo il Sommo ci pone questa domanda: "Ma se oggi Ray Bradbury, scrittore “dichiarato” di letteratura fantastica, vivesse in Italia, magari a Lumezzane in provincia di Brescia, e si chiamasse Giacinto Gasparotto, e avesse la bella idea di presentarsi con Il Veldt, Gioco d’ottobre o Il popolo dell’autunno a quell’editoria che impazza nel copioso e larghissimo banco delle novità di cui sopra?" Lui si da anche una risposta (la trovate qui, alla fine dell'articolo). Ma io, che sono un Tomte dispettoso, voglio conoscere anche le vostre, di risposte. Quindi, che ne pensate? La situazione del fantastico in Italia è ovunque questa, o ci sono librerie di nicchia in cui gli emergenti si trovano? E soprattutto, come sono destinate a cambiare le cose secondo voi? O ancora meglio: che cosa possiamo fare noi affinché cambino?
  7. Nightafter

    Il sogno dell’odio – Pt. 5

    Il sogno dell’odio – Pt. 5 La casa era nel buio, fuori una pioggia rabbiosa da ore sferzava la notte. La luce era mancata a causa del temporale, accadeva sovente con quei rovesci di inizio autunno. Si era destato all'improvviso in preda a una sensazione di allarme. Non era stato però il nubifragio a svegliarlo, ma qualcosa che si era mosso nel buio. Qualcosa di indefinito, non di fisico, come poteva essere il rumore prodotto da un movimento o dallo spostamento di un qualche oggetto. Ancora disorientato dal sonno recente, tentando di vincere lo stordimento dell'alcol, restò immobile sul divano dove era crollato la sera prima, dopo il quarto bicchiere di Jack Daniel's. Non sapeva definire la natura di ciò che aveva avvertito, l'unica cosa certa era la sensazione di inquietudine che lo pervadeva. Con i sensi allertati e la sensazione di non essere più solo, aveva scandagliato il silenzio della casa. Era rimasto vigile, in attesa di cogliere un fruscio, una vibrazione, un segno che confermasse la fondatezza di quel presentimento indecifrabile. Nell'incertezza formulava ipotesi e spiegazioni inverosimili, numerose quante le probabilità potenziali di una pallina a ogni nuovo giro di roulette . Artifici fantasiosi che la mente inseguiva per arginare l'idea di conoscere la risposta e sapere dove trovarla. C'era qualcosa che lo chiamava, lo attendeva: laggiù nel buio al fondo della casa, dove le memorie si mescolavano, divenivano confuse, ambigue, avevano contorni sfumati e angoscianti. Il rigurgito nauseante di cose passate, errori e paure inconfessabili, che a volte tornavano. l tempo era scivolato lento in quella veglia d'attesa, avanzando come un ragno nero sulle pareti della stanza, spostandosi impalpabile come un'ombra di meridiana: ma la sua ansia non sfumava con le ore, era brace che non cessava di brillare sotto la cenere. In quello stato d'animo il sonno non sarebbe tornato, restava unicamente la prospettiva snervante di rimanere a fissate il buio fino all'alba. Inutile continuare, rimanere fermo a coltivare vecchie ossessioni era umiliante, oltre che vano. Doveva muoversi per sapere. Per disperdere quell'intrico di immagini e pensieri angoscianti che irretivano la sua mente. Cercò a tentoni la pistola d'ordinanza: percorse con la mano le pieghe dei cuscini del grande divano, esplorò il piano del tavolino davanti a sé, sfiorò alla cieca le sagome della bottiglia e del bicchiere vuoto rimaste lì dalla serata, ma non trovò l'arma. Gli venne in mente di averla lasciata sul comodino accanto al letto. L 'immagine della semiautomatica, gli apparì nella mente in ogni suo minaccioso dettaglio: il metallo brunito e freddo, l'odore acuto del lubrificante e del solvente per detergerla, il peso di 945 grammi esatti nel tenerla in mano . Maledì la sua mania di lasciarla sempre allo stesso posto quando era in casa. Pensò che se si fosse mosso per recuperarla, qualsiasi cosa si celasse nel buio se ne sarebbe accorta e lui non avrebbe potuto coglierla di sorpresa. L'aria era divenuta gelida: difficile che il diluvio in atto potesse aver creato quell'escursione termica verso il basso. Era lei la causa, ne era sicuro. Succedeva sempre quando era adirata, quando il risentimento diveniva più acuto e innalzava tra loro un muro invalicabile di silenzio. La sua ira modificava l'ambiente, come se una gelata invernale scendesse improvvisa a ricoprire le cose. Il suo sguardo algido e distante di divinità incollerita, gli fermava il cuore e la loro casa diveniva fredda e ostile come una tomba. Lei e il bambino che aveva tanto desiderato. Quel bambino che per la sua codardia non era nato, e lei non glielo aveva mai perdonato. Ne era certo. Marzia era tornata. Attento a non fare rumore si levò, dirigendosi nell'oscurità verso il corridoio al limite del salone, lungo di esso si affacciavano le altre camere: al fondo, l'ultima stanza, segnava la fine dell'ampio alloggio. Nell'attraversarlo, lo spazio era mutato, erano cambiate le coordinate dimensionali, la consistenza stessa del pavimento sotto i suoi piedi. Aveva i sensi tesi, procedeva cauto, misurando ogni passo, come un ratto che esplori un antro tenebroso e sconosciuto. L'ultima porta era socchiusa e una luce sottile, come un taglio di rasoio su un velluto nero, filtrava dall'interno. Una lama rossa che proiettava sul pavimento un filo purpureo come sangue. Come poteva esserci luce se l'energia elettrica mancava in tutta l'abitazione? Cosa significava poi quel colore? Una lampada rossa non c'era mai stata in tutta la casa. Chi l'aveva mai portata? Aprì esitante la porta: provenendo dal buio, benché la luce nella stanza fosse debole, gli fu necessario un momento di adattamento perché gli occhi mettessero a fuoco l'interno. L'ambiente gli risultò estraneo, non lo ricordava tanto vuoto e desolato. Un lampadina rossa, all'estremità di un filo nudo, pendeva dal soffitto. Sotto di essa, al centro della stanza, un giaciglio basso "alla turca", qualcuno vi era adagiato sopra, interamente coperto da un lenzuolo, pareva dormisse. In preda allo sconcerto si accostò per capire. Le sagome sotto al lenzuolo era due e ravvicinate: apparentemente, un adulto ed un bambino. Dalla sommità del lenzuolo spuntavano ciocche di capelli femminili, scuri e inanellati. Conosceva quei capelli, li aveva carezzati e baciati a lungo, ricordava il loro profumo e la morbidezza sciolta tra le dita: il cuore prese a pulsargli frenetico, un'onda amara di nostalgia e rimpianto gli procurò una vertigine. - Marzia, amore sei tornata? - La voce era un tremito. - Sei tornata col nostro bambino, amore mio? Mi hai perdonato, Marzia? - Sentiva la gola stringersi, le lacrime premere alle ciglia. - Marzia, ti prego parlami. - La donna taceva. Nel suo sonno profondo non pareva respirasse . Si inginocchiò al bordo del giaciglio, prese con delicatezza il margine del lenzuolo e lentamente, per non destarla d'improvviso, iniziò a far scorrere verso il basso il tessuto, scoprendole il volto. Apparì l'attaccatura folta dei capelli, la fronte con l'arcata morbida delle sopracciglia, gli occhi chiusi, guarniti di lunghe ciglia brune, il naso sottile e regolare, gli zigomi alti e l'ovale armonioso, che lo avevano incantato fino dal loro primo incontro. I lineamenti erano distesi in quell'assenza assopita, solo le labbra avevano perduto il loro turgore soave, erano quasi tirate in una piega di tristezza. Anche l'incarnato, in quella luce sinistra, risultava di un pallore innaturale. Si accorse di non avvertirne il respiro, la sua fissità non aveva nulla del sonno regolare. Sentì nuovamente tornare a crescere la sensazione di allarme che lo aveva svegliato sul divano. Con un gesto repentino scoprì il corpo di fino allo sterno: allora i suoi occhi si spalancarono sul raccapriccio che il tessuto aveva celato: la gola di lei era scarnificata. La carne livida ridotta a brandelli, i tendini del collo recisi, l'esofago scoperto e dilaniato, il sangue, nero e rappreso, davano alle vertebre esposte l'apparenza di ossa carbonizzate. Il suo urlo di terrore echeggiò per tutta la casa: spilli ardenti gli trafissero le membra, l'orrore gli tolse il fiato seccandogli i polmoni come se avesse respirato un fumo tossico. La piccola sagoma accanto a lei, ancora coperta, prese vita e si mosse. Da sotto le coltri comparve la testa del bimbo: aveva occhi privi di iride, fori neri, senza riflesso, costituivano le pupille. La testa, voluminosa e sproporzionata su un corpo piccino, aveva un'epidermide lattiginosa di albino glabro, una lanugine rada e candida gli ricopriva il cranio. Dalla bocca, una membrana tesa e sottile, con un ghigno comparve un'arcata di denti piccoli e aguzzi come lame: il sorriso di un rettile carnivoro. Allora la riconobbe: era quella la cosa che strisciava nel buio dei suoi incubi. La presenza ricorrente e spaventosa del passato che tornava, l'orrore senza fine che aveva segnato per sempre la sua esistenza. La cosa ripugnante scatto verso di lui con la rapidità della serpe sulla preda, la sentì avvinghiarsi al suo petto, avvicinare minacciosa al collo il rostro del morso micidiale, una zaffata putrida e nauseante gli aggredì le narici. In un terrore incontenibile, mentre sentiva la sua orina bagnargli le cosce, tento di scacciarla da sé con una follia cieca di mani. L'urlò di raccapriccio che gli straziò il petto assordandogli i timpani mentre la coscienza si annebbiava, sentì la follia precipitarlo in un pozzo di buio. Desiderò disperatamente che la sua vita finisse in quell'istante, per renderlo finalmente libero dalla sua maledizione. Ma non morì, si svegliò invece semplicemente stravolto. Era nel suo letto, in un bagno di sudore gelido, con le coperte sparse sul pavimento all'intorno e il cuscino finito chissà dove. l'incubo era tornato, poteva esserci una tregua, ma alla fine tornava sempre. Per ora almeno era finito, si sentiva devastato, la testa era prossima ad esplodere, ed anche la sua vescica se non si fosse sbrigato a raggiungere il bagno. Corse con gli occhi al comodino, la Beretta 98 FS era al suo posto sul ripiano, concreta e rassicurante come sempre, un senso di sollievo gli regolarizzò il respiro. Fuori il temporale era finito, la mattina dai vetri appariva grigia, avrebbe ripreso a piovere probabilmente. Si accorse che Mefisto, il suo gatto nero con una stella candida sulla fronte, gli si era accoccolato sul petto, il pelo morbido gli solleticava il collo. Il felino dormiva così sereno e lontano dalle sue angosce notturne che non ebbe cuore di scacciarlo, avrebbe resistito ancora un poco prima di andare a pisciare. Il ronzio accattivante delle fusa gli rese accettabile l'idea di essere ancora al mondo in quella mattina piovosa. (Continua)
  8. Nightafter

    Il sogno dell’odio – Pt. 4

    Si sentivano i grilli, la luna era stata coperta da una nuvola di passaggio, fino a qualche momento prima illuminava il tracciato argento delle rotaie. Potevi seguire quei nastri lucenti di metallo, correre in parallelo per due chilometri lungo la distesa buia della campagna, scomparendo poi dietro la massa nera della collina. C’era l’umidità della notte, però non faceva freddo, trovavi una grande pace in quel silenzio, udivi solo il frinio degli insetti, ma non era continuo. L’unico fastidio gli veniva dal trovarsi in ginocchio su quella traversina della ferrovia, il legno era scabro e pieno di rilievi nodosi. Era ormai da un’ora che stava così: iniziava a sentire crampi lungo le cosce e gli dolevano i piedi nudi, poggiati sui grossi ciottoli duri e taglienti dello spazio tra le traverse. Quello che più gli creava disagio non era il dolore fisico, ma quel vuoto pneumatico nella mente, quella specie di stordimento il non capire perché si trovasse li a quell'ora e per fare cosa. Cercava inutilmente di mettere insieme delle idee in quel casino che aveva nella testa, Ripensava alla serata: non ricordava di aver bevuto molto o di essersi fatto di qualche porcata, non si era impasticcato o aveva tirato, ne era sicuro. Stava girovagando con l'auto e sentendo la radio, questo lo ricordava: poi a un certo punto aveva preso la tangenziale, l'autostrada in direzione sud, alla fine era uscito a quel casello, senza neppure far caso al nome del posto e si era trovato sulla statale nel mezzo della campagna. Quando aveva visto la strada ferrata sfilare fra i campi, costeggiando la statale, aveva capito di essere arrivato: allora aveva parcheggiata l'auto in una piazzola deserta e con calma si era spogliato, poi aveva attraversato il tratto di terreno arato e raggiunto quel posto tra le rotaie. Non c'era un solo motivo per quelle azioni, questo gli era chiaro, mica era scemo o gli si era fritto il cervello. Eppure tutto quello che stava facendo gli appariva paradossalmente sensato, come se stesse eseguendo una perfetta procedura, la sensazione di un'esperienza collaudata, di qualcosa da compiere come un riflesso condizionato. Non capiva perché lo stesse facendo, ma il fatto di doverlo fare era l'unico punto chiaro, sicuro e categorico, di tutta quella storia. C’era quella sensazione di vuoto nella mente, un buio più oscuro del colore di quella notte, inoltre anche quella spossatezza mortale che gli intorpidiva le membra e gli toglieva la forza di alzarsi da terra. Ci aveva provato diverse volte, ma nulla da fare, il corpo non rispondeva alla mente, si sentiva pesante come una cassa di piombo, la gravità lo inchiodava al terreno. Era vigile e sveglio, ma prigioniero di quella morsa di impotenza che inghiottiva le sue energie residue. Il tempo passava lento, ormai aveva perso la voglia di tenere mentalmente conto di quanto ne fosse trascorso, la luna ad occhio si era spostata di posizione nel cielo, potevano essere trascorse un'ora e mezza o forse due. Era comunque una considerazione oziosa, del tempo e della luna in quel momento gli fregava meno che un cazzo. Stranamente, invece di pensieri sensati, in quel momento gli venivano a mente ricordi lontanissimi, di quando era bambino e abitava in una casa di campagna, un posto simile a quello, con una ferrovia che gli passava accanto. Ricordava che c'erano ancora delle locomotive che viaggiavano a nafta o a carbone in quel tempo, lasciavano un lungo filo di fumo nero al loro transito e quando attraversavano i passaggi a livello con le sbarre calate, emettevano un lungo fischio, per evitare che qualcuno si trovasse sui binari e ne venisse travolto. Con gli altri ragazzini facevano un gioco, una prova di coraggio: si inginocchiavano in mezzo ai binari ed attendevano l'arrivo del treno, l'ultimo che si sollevava da terra per farsi da parte aveva vinto. Lui era coraggioso e a quel gioco vinceva sempre, era una questione di sangue freddo e di gambe leste, lui aveva emtrambe le due cose. Ora si sentiva stanco, esaurito, la sensazione che la sua mente svanisse iniziò a montare gradualmente, come l’acqua che sale nell’alta marea: i suoi pensieri si disciolsero liquidi e si spensero in una sorta di deliquio sonnolente. (Continua)
  9. Nightafter

    Il sogno dell’odio – Pt. 3

    La sorpresa gli procurò uno sfrigolio di spilli gelidi al cuoio capelluto. Strizzò incredulo gli occhi per scacciare la visione, non poteva credere a ciò che stava osservando. Aveva fatto malissimo a bere quella vodka gelata dopo il pesce crudo e quello schifo di birra giapponese con cui aveva pasteggiato. Il miscuglio doveva aver causato quella nefasta reazione: il suo corpo si stava ribellando a quell'oltraggio culinario procurandogli quell'allucinazione. Di questo si trattava, ne era certo, in qualche modo questa convinzione era anche tranquillizzante, un disturbo transitorio, non poteva essere altrimenti: una stupida allucinazione. Nel garbuglio di ipotesi che in quel momento gli affollavano la mente, pensò che il pesce del sashimi non fosse di prima scelta. “Chissà cosa ti propinavano nel piatto quei musi gialli, con quell'aria cerimoniosa e deferente?” Aveva poi letto che nella cucina giapponese si impiegava il temibile pesce palla. Il quale, se non ripulito e preparato con la dovuta attenzione, eliminandone le parti velenose, poteva avere, all'ingestione, risultanze fatali . Forse qualche frammento venefico aveva contaminato il piatto. Certo, non in dose da ucciderlo, ma in grado di procurargli quella singolare distorsione della realtà: come accadeva con le sostanze oppiacee o con l'acido lisergico. Una bella segnalazione ai N.A.S. a quegli avvelenatori dagli occhi a mandorla, non gliela avrebbe levata nessuno. Nel mentre l'uomo aveva selezionato sul display il nuovo rifornimento: immobile, con la pistola d'erogazione in mano la osservava indeciso su cosa farne. Sembrava non rammentare a che servisse e la stessa ragione per cui si trovasse in quel luogo, nudo, davanti alla pompa di benzina. La piazzola di rifornimento, pareva un'isola luminosa annegata nel silenzio e nel buio della notte. La luce delle grandi lampade al neon, di una fredda dominante acida, si stendeva sulle cose, proiettando ombre nette sulla massicciata dell'area: tutto in quell'inerzia artefatta risultava surreale. Lui era impietrito, incapace di reagire alla follia della situazione, scisso tra accettare quanto attestavano suoi occhi o liquidarlo come un delirio della mente. Il tempo stillava frazioni di attimi, gocce di cera bollente in un catino d'acqua gelida, dilatandosi, esasperando la sua misura, soffocando il ciclo del suo respiro. La realtà prigioniera di un maleficio si era assopita in una sorta di letargia terminale. L'uomo prese vita: si voltò lentamente nella sua direzione, il corpo era percorso da un tremito, la distanza tra loro non consentiva di leggere le emozioni del suo sguardo, ma l'assenza della sua mente era percettibile nei suoi gesti. Con movimento d'automa sollevò il braccio e portò la pistola verso la bocca che aveva spalancato, poi eseguì un analogo movimento con l'altra mano, accostandola al viso. Nella mano stringeva un piccolo oggetto, da lì non era possibile comprendere cosa fosse. Nel silenzio irreale lo scatto del grilletto spezzò il sortilegio del tempo: la luce della pompa segnò l'attività del congegno, seguì il rumore liquido della benzina che sgorgava copiosa. La bocca dell'individuo si colmò in un soffio, il corpo ne fu investito come sotto il getto di un idrante, una pozza lucente e oleosa si allargava intorno ai piedi nudi, mentre l'odore aggressivo del carburante ammorbò rapido la piazzola. Tutta la scena si stava svolgendo rapida ed irreale come nella pellicola accelerata di una moviola, troppo rapida perché la sua ragione riuscisse ad abbracciarne il senso. Era impazzito! Cazzo, quello era pazzo come un cavallo! Oppure era lui che stava dando di matto? L'idea della benzina nella gola dello sconosciuto gli procurò un conato di vomito, dovette portare entrambe le mani alla bocca per contenerlo, mollò a terra l'erogatore, per trattenere lo stimolo. L'uomo, annaspando, nella sua follia, mosse la mano in cui stringeva l'oggetto non identificato, a lui non bastò il tempo di formulare il pensiero “accendino”. Una vampata esplosiva avvolse lui, la Volvo e i cinque metri di perimetro intorno. L'uomo, l'auto e la pompa di benzina ardevano in una unica fiammata blu, alta come tre piani di una casa, l'intera area venne illuminata a giorno, facendo danzare ombre mobili e inquietanti sulle carreggiate che le correvano ai fianchi. Una colonna di fumo nero e denso saliva da quella scena apocalittica, incendiando il cielo stellato, all'odore del benzene bruciato si univa l'olezzo ributtante della carne arsa, un urlo straziato di orrore coprì il crepitio delle fiamme. Era la sua voce quella che sentiva scuotergli il petto, strappargli le corde vocali e lacerargli i timpani. Era lui che urlava quella disperazione cieca e sorda, davanti ad un terrore che gli violentava gli occhi di uomo inerme, annientato da un'ira divina che, nel fuoco, inceneriva quell'essere sciagurato sotto i suoi occhi. A quello non era sfuggito un solo gemito, rattrappito, in ginocchio, col corpo inarcato all'indietro in una posa scomposta, bruciava scosso da un tremito agonizzante, un riflesso di nervi che friggevano. Doveva muoversi, le fiamme lo lambivano, non c'era tempo, tra poco sarebbe esploso tutto. Il calore era divenuto violento, insopportabile: doveva fuggire, chiedere aiuto, trovare una cabina telefonica, chiamare la polizia, i pompieri, il 118. Cercò le gambe: erano piombo fuso in un blocco di cemento inchiodato al terreno. Il fumo gli bruciava i polmoni e urticava gli occhi, in una convulsione soffocata di tosse acida sputò la bava annerita che aveva in gola. Sentì caldo lungo l'interno delle cosce, la sua vescica si stava svuotando senza la sua volontà, sentiva d'essere sul punto di perdere i sensi. Si piegò in avanti per la vertigine, con uno sforzo della volontà, dettato dall'istinto di sopravvivenza, per non stramazzare a terra poggiò le mani sul cofano della Golf e svuotò lo stomaco della cena non digerita.
  10. Nightafter

    Il sogno dell’odio – Pt. 2

    La serata era stata una vaccata, una di quelle da dimenticare. Lei lo aveva trascinato in una vecchia chiesa sconsacrata, in centro, a metà della via Dell'Arcivescovado, dove si teneva un concerto di musica medievale e già quello era stato mettere a dura prova la resistenza delle sue palle. Dopo il concerto, durante il quale si era violentato per tutto il tempo, nel tentativo di trattenere gli sbadigli, aveva voluto cenare in un ristorante giapponese, uno aperto da poco, di cui si diceva entusiasta. Lui non conosceva nulla di quella cucina e per non fare la figura del “grezzo”, aveva mandato giù tutto, deglutendo senza quasi masticare o sentirne il gusto, benché il pesce crudo gli facesse senso. Aveva ricordato che lo faceva da bambino, quando sua madre gli propinava un cucchiaio di olio di fegato di merluzzo disgustoso, sostenendo che lo irrobustiva. In realtà anche quella era una cazzata, oltre a fare schifo lui era cresciuto esile e asciutto come un giunco. A scuola quei bastardi dei suoi compagni di classe, per sfotterlo quando tirava vento, gli riempivano lo zainetto di sassi per zavorrarlo, affinché la Tramontana non se lo portasse via. Durante la cena aveva chiesto della birra per accompagnare il pasto: lei lo aveva incenerito con uno sguardo, l'avesse visto sputare in chiesa sarebbe apparsa meno ripugnata. Lui se ne era fregato e a fine cena, come digestivo, si era bevuto anche una vodka-lemon. Stronza. Era al quarto anno di Università: Lettere con indirizzo Storico, per questo si sentiva raffinata, di cultura, se la tirava come fosse venuta su cagando in cessi d'oro massiccio. - Ma va fanculo!- E pure lui coglione a starle dietro. Per cosa poi? Avevano girato in macchina sentendo musica classica sull'impianto dell'auto, lei aveva chiesto di mettere Radio 3, musica classica a go-go. Trasmettevano la Sinfonia n° 7 di Gustav Mahler, cinque movimenti per un'ora e venti di durata: il pesce crudo, agonizzante nello stomaco, aveva preso a vivere una seconda esistenza. Aveva reclinato il sedile, le piaceva tenere gli occhi chiusi ascoltando la musica mentre andavano, diceva che la rilassava, era rimasta muta come il pesce mangiato: si e no tre parole durante tutto il percorso. Si erano fatti il giro panoramico della collina: dal Ponte Isabella fino a Chieri, in seconda per i tornanti ripidi di Villa Genero col motore della Golf che bestemmiava, poi ancora su più in alto, come rocciatori free climbing fino al colle della Maddalena e oltre. Alla fine si era fatto tardi e voleva essere riaccompagnata, l'indomani mattina c'era una lezione importante sul presto, lui tirando giù i santi mentalmente l'aveva riportata a casa. Adesso era solo in auto diretto a nanna e incazzato nero, la radio, sintonizzata su una stazione come Dio comanda, trasmetteva una vecchia canzone degli Stones: “Street of love”, una delle sue preferite. La voce rauca ed energetica di Mick Jagger vibrava carezzante nelle casse dell'impianto, l'abitacolo si riempiva di una struggente malinconia notturna. Aveva sperato che la serata si chiudesse almeno con un pompino fatto alla veloce in qualche piega solitaria della collina, ma non c'era stata trippa per gatti, non aveva rimediato neppure una leggera pomiciata. Ora quasi gli veniva da piangere per la depressione, avrebbe fatto meglio ad andare al calcetto con gli amici. Che serata di merda. Era sulla via di casa, percorreva il corso Unione Sovietica, abitava al fondo: Torino Sud, in una traversa con i palazzoni popolari. Gli piaceva viaggiare a quell'ora, il traffico era inesistente, strada libera, in giro giusto quattro randagi come lui che filavano verso un letto caldo. I semafori erano programmati in ”onda verde”, se beccavi verde il primo e tenevi una velocità costante di cinquanta orari, in teoria trovarli il verde per tutta la percorrenza del lunghissimo corso: della via Sacchi alla reggia di Stupinigi. In pratica, per ottenere quella fortunata sequenza, avevi le stesse probabilità quante di sbancare la roulette con un numero fisso . Gli era accaduto di beccare il verde per quattro semafori di fila, solo una volta nei dieci anni di possesso della patente. Infatti anche quella sera la sfiga non mancava un colpo: ogni rosso era suo, non ne mancava uno manco per sbaglio. La spia rossa della benzina brillava nella fluorescenza verdastra del cruscotto, ci mancava anche questa, era in riserva. Cazzo! Chissà da quanto si era accesa e non se ne era accorto. Sulla strada, più avanti, dopo Largo Caio Mario c'era un self service Esso, se non restava a secco prima d'arrivarci, poteva fare venti euro di carburante. Certo che ne aveva macinati di chilometri quella sera, scorrazzando in lungo e in largo quella stronzetta con la puzza al naso, alla fine, oltre avergli sputtanato la serata, gli aveva anche prosciugato il serbatoio. Sulla grande piazzola di servizio c'erano sei pompe disposte su tre file, due sulla fila centrale per Diesel e GPL, le restanti quattro per la benzina. Una delle file per la benzina aveva le due pompe impegnate da mezzi che si rifornivano: una Ford Escort sulla prima e una Volvo V70 su l'altra. Lui si fermò alla fila libera, scese per inserire le banconote nel selettore delle erogazioni. Cercò nel portafoglio un biglietto da venti euro, ma scoprì di averne solo tre da cinque e uno da cinquanta. Imprecò mentalmente, il self service accettava solo tagli da dieci in su. Decisamente quella non era la sua serata: ficcare dentro cinquanta euro gli seccava un casino, era domenica notte e lui usava la macchina solo nei week end, lungo la settimana, per andare al lavoro o sbrigare commissioni, prendeva il tram più comodo ed economico. Con quella cifra nel serbatoio ci girava almeno cinque settimane, era un immobilizzo di capitale decisamente eccessivo, inoltre era quasi fine mese e un po' di liquidi in tasca gli facevano comodo. Aprì lo sportellino per la benzina, girò la chiave inserita nel tappo e svitò, lo posò sul tetto dell'auto, quindi prese la pistola dalla pompa e ne inserì il becco nel bocchettone del serbatoio. La Ford Escort aveva già terminato, la vide fare manovra per immettersi nel corso. La Volvo, invece, se la prendeva comoda, aveva la portiera aperta e le luci dell'abitacolo accese, il proprietario seduto al volante, come se attendesse qualcosa. Affaccendato, notò la cosa poiché era evidente che il rifornimento fosse terminato: non si udiva il ronzio dell'erogatore in funzione e la luce che segnalava l'attività era spenta. Per un attimo gli venne il dubbio che l'altro avesse fatto un coccolone e fosse rimasto stecchito sul sedile in lussuosa pelle Connolly, poi comprese da un movimento della testa che era ancora in vita. Probabile che si fosse fermato un momento a riflettere sui fatti suoi. - Buon per lui. - Pensò. A malincuore per l'esborso, inserì la banconota nel ricettore, selezionò l'importo, scelse la pompa da cui servirsi e premette il tasto per azionare il getto. Qualche secondo di attesa, ma nulla, neppure un lieve fruscio. - Puttana Eva! - Ci mancava solo che quell'arnese gli “ciucciasse! cinquanta “cucuzze” senza dargli la broda, sarebbe stata la perfetta ciliegina sulla torta di merda di quella giornata. Mentre smoccolava si accorse che si era accesa la luce della pompa alle sue spalle. - Cazzo! - Comprese di aver sbagliato a scegliere la pompa, con tutti quei tasti era un casino, si era confuso a schiacciare e aveva scelto quella dietro. Preso da furia per la nuova seccatura, sfilò rapido la pistola dal serbatoio, la riagganciò alla pompa, saltò in macchina, avviò e in retromarcia si posizionò al fianco della pompa giusta. Si accorse che il tappo della benzina, lasciato sul tetto dell'auto, era rotolato a terra da qualche parte. - Fanculo!- Lo avrebbe recuperato dopo, ora doveva pensare solo a essere rapido come un fulmine, prima che il timer dell'erogatore esaurisse il tempo di funzionamento e la pompa si intascasse il suo cinquantino senza dargli un tubo. Recuperò la nuova pistola, la inserì nella bocca del serbatoio, azionò il grilletto e la benzina iniziò a fluire con un ronzio rassicurante, tirò un sospiro di sollievo. La Volvo non si era ancora mossa, in compenso il guidatore ora era sceso a terra e stava armeggiando col selettore del distributore, apparentemente si accingeva a fare un secondo rifornimento, solo che ora era nudo come la mamma l'aveva fatto. Lui sgranò gli occhi e restò a bocca aperta, per poco non gli cascò di mano la pistola. (Continua)
  11. Nightafter

    Il sogno dell’odio – Pt.1

    La casa aveva le pareti dipinte di nero, anche il soffitto lo era. Nella casa non entrava il sole, alcune finestre erano sbarrate, altre murate. Lui non sapeva il nome di quel colore, aveva solo quattro anni e nessuno gli aveva parlato dei colori, ma ne conosceva la natura: era quella del buio. Il buio e il silenzio riempivano la casa vuota e la sua mente quando chiudeva gli occhi per sfuggire alla paura, o per nascondersi nel sonno, dove tovava un mondo che gli piaceva. Nel sonno non c'era paura né si provava il dolore, il sonno era una cosa buona, era il bene. Una lampadina rossa, appesa a un filo in centro al soffitto, certe volte faceva cessare il buio, questo avveniva solo quando mamma era a casa: a lui non piacevano quella luce e sua madre. Senza luce non si vedevano quei simboli sulle pareti di cui non capiva il significato. Erano segni che gli creavano angoscia, perché avevano il colore nero del sangue. Nella luce il sangue era nero come il buio e usciva dal suo corpo, quando sua madre lo colpiva con cattiveria, ovunque. Sua madre gli faceva paura, sempre. Il dolore aveva due nature: una fisica, quando sua madre o quegli uomini lo picchiavano, o facevano cose orribili sul suo corpo, ma quel male aveva un termine. Prima, quando accadeva, lui urlava e piangeva: nessuno lo sentiva, perché la casa era un rudere isolato, lontano da altre case. Ora aveva smesso di farlo, desiderava solo che tutto finisse in fretta. L’altro dolore era più profondo, covava dentro acuto: era fatto di paura e non finiva mai, c'era sempre quando era sveglio. Nel sonno cessava, o meglio era più remoto, poteva osservarlo come qualcosa fuori dal corpo e dalla mente, non poteva cancellarlo, ma guardarlo da lontano gli procurava sollievo. “Madre”: Questo termine indicava la donna che viveva nella casa con lui. Lo aveva sentito da quegli uomini, sempre gli stessi, che venivano nella casa: “Tu sei la madre di quel mostro”, dicevano con disgusto. “Figlio”: anche questo significato lo conosceva, indicava lui: “Quell'aborto dell'inferno è tuo figlio” dicevano, gli stessi uomini, poi quando avevano finito andavano via. Lei lasciava accanto al suo giaciglio ogni mattina, prima di uscire, la scodella di zuppa densa e insapore, che non bastava alla sua fame. La donna stava fuori a lungo, non tornava prima che fosse notte, a volte non tornava per giorni. Allora la fame diveniva impellente, lo aggrediva con morsi dolorosi e lo costringeva a procurarsi altro cibo, in altro modo. Quando la casa era deserta e restava solo nel buio e nel silenzio, allora venivano. Li sentiva muoversi: zampettio di unghie aguzze sul pavimento delle stanze, corse rapide e furtive rasenti i muri, piccoli squittii lievi, ratti in caccia. Occhietti rossi, punte di spillo incandescenti, scandagliavano febbrili le tenebre in esplorazione, cercavano cibo: rimasugli, avanzi di cucina abbandonati nel secchio del pattume. Erano famelici, le cantine di quelle stamberghe fattiscenti ne pullulavano, o salivano dalle rive del torrente che scorreva dietro la casa. Quando s'immergeva in quella sorta di dormiveglia, mentre guardava il paesaggio all'interno della sua mente, nel luogo caldo e sereno in cui trovava conforto e nulla lo allarmava, i ratti venivano e lui li udiva. Il tanfo dei loro escrementi e dell'urina stagnava nella casa, erano sempre parecchi, sapevano muoversi con circospezione, a lui non osavano avvicinarsi, non lo facevano mai. Lo temevano, bastava un suo respiro più profondo o un movimento lieve a farli fuggire. D' improvviso ricordò che era affamato come loro. L'essere che identificava col nome di “madre” a volte spariva per giorni, senza curarsi di lui. Il fatto che non ci fosse lo rassicurava, non accadevano le cose che lo accecavano di dolore, lui non diventava cattivo, lei non lo puniva. Mancava ormai da tre giorni: ora aveva fame, molta. Era il più grosso, quello che precedeva il gruppo nell'esplorazione del territorio, il più audace, il più forte, il capobranco. Un grosso ratto delle chiaviche: il pelo ispido e bruno, la coda lunga e coperta di scaglie, un esemplare di quasi mezzo chilo di stazza e lungo una quarantina di centimetri. Si muoveva a suo agio nel buio, la lunga coda frustava l'aria. Come quelli della sua specie era in grado di percepire ultrasuoni e frequenze degli ultravioletti, i ratti sono metacognitivi, come avviene nei primati e nei delfini, hanno coscienza di sé. Lui lo seguì ad occhichiusi, lo sentì muoversi nella casa, era vivo, caldo e pulsante, poteva udire le pulsazioni del suo cuore nella frenesia della ricerca. La sensazione di fame divenne impellente: allora iniziò a chiamarlo a sè, con un comando mentale silenzioso e ferreo. Il ratto arrestò la sua attività, si irrigidì come inchiodato da una scossa elettrica. Si rianimò e riluttante si diresse lentamente verso l'origine del richiamo, non poteva sottrarsi ad esso, comprese di non avere scampo quando fu davanti al bambino: il corpo avanzando lasciava una piccola scia di urina, era scosso da un fremito di puro terrore. Il bimbo allungò la piccola mano, lo cinse nel pugno, sentì le setole ispide ed il calore del corpo nella stretta, il piccolo cuore dell'animale impazziva nel parossismo dei battiti. Denti acuminati come piccole lame trafissero la cotenna di pelo e spezzarono l'osso, staccò il capo dal corpo della bestiola con un morso secco, senti nella bocca il gusto del sangue. Sputò la testa verso un angolo della stanza, poi prese a succhiare il liquido che sprizzava a fiotti dal collo mozzato: la sensazione calda ed appagante del nutrimento gli colmò di piacere il corpo. I sussulti ebbero termine, finalmente sazio riprese il suo sonno immergendo lo sguardo dentro sé.
  12. Fino a
    Amici Romani (e non), martedì 17 aprile presso la storica libreria indipendente Giufà, nel cuore del quartiere San Lorenzo, in un clima disteso a base di birra e noccioline, si terrà un incontro col sottoscritto, autore del romanzo Si spengono le stelle (Mondadori) - che uscirà il giorno stesso. Non una vera e propria presentazione, ma di sicuro l'occasione per inaugurare insieme ad amici e conoscenti la pubblicazione del libro approfittando dell'atmosfera popolare della libreria Giufà. Se vi facesse piacere fare un salto, scambiare due chiacchiere, acquistare il romanzo live e roba del genere, mi troverete lì a partire dalle 19.00.
  13. qeimada

    Lo spirito e l'isola (2° estratto)

    Ecco il secondo estratto del mio romanzo [...] Persa nelle elucubrazioni sul mio futuro scolastico e amoroso, passo dopo passo, giunsi davanti alla vecchia casa disabitata che si stagliava tra le abitazioni del lungomare come un incisivo cariato in una bocca dal sorriso altrimenti smagliante. Da bambina l’avevo conosciuta come “la casa della magàra”, la casa della strega. Tutti gli edifici che si affacciavano su quella strada erano dipinti di un bianco splendente che veniva rinnovato di anno in anno e sulle finestre erano appese le caratteristiche persiane blu klein. La casa della strega era invece di un marrone lugubre e sia le persiane sia i muri di tufo erano qua e là bucherellati e smangiucchiati. Io, che non la vedevo quasi mai, fin dall’infanzia me l’ero ricordata sempre così, in rovina. Inoltre, qualcosa nella sua architettura dava l’impressione che la facciata fosse costruita fuori filo e che quindi pendesse lievemente verso la strada, conferendole un’aria minacciosa, quasi incombesse su tutti quelli che sostavano sulla sua soglia. I bambini che passavano davanti a quella casa ormai fatiscente, a mo’ di scongiuro, roteavano su un piede, facevano tre giri su se stessi innanzi all’uscio e gridavano: «Abbrucia, magàra, abbrucia!» e non finivano nemmeno di dirlo che già li vedevi fuggire veloci mulinando piedini scalzi e luridi. I più scalmanati tiravano pietre contro quel muro sbrecciato che – un po’ per la salsedine, un po’ per quelle sassate non proprio innocenti – si stava pian piano sgretolando. Se non avevano pietre da lanciare, sputavano moccio e saliva imbrattando la porta. I più timorosi invece, giravano al largo e quando percorrevano quel tratto di strada, affrettavano il passo come se fossero stati inseguiti da chissà cosa. Dalla magàra, forse. Diamine, anche io da piccina ero stata stupida fino a quel punto, senza neanche sapere il perché. Come tutti, seguivo il branco e il branco aveva le sue consuetudini: puerili sì, ma discriminatorie e cattive come solo le regole dei bimbi possono essere. Me ne ricordo una in particolare: «l’ultimo che arriva in Piazzale Monterey dalla Madonna del Rotolo è una fimminedda!». Così predicava il basso e tarchiato Torello quando in gruppo tornavamo dalle nostre esplorazioni dell’isola e lui voleva mettere in chiaro chi fosse il più forte, come se già da bambino avesse nel sangue più testosterone di tutti gli altri. Diceva così e poi partiva a razzo verso il paese. Torello, con la sua crudeltà, era stato il nostro piccolo ma indiscusso capobranco. In ogni combriccola di ragazzini che si rispetti c’è sempre il bambino combina guai più pestifero degli altri e nella nostra era senza dubbio Salvatore Ferracane soprannominato Torello per via della sua forza straordinaria, inversamente proporzionale però, alla sua astuzia. Un giorno volle mostrare a tutto il branco come bruciare un formicaio: rubò una bottiglia di alcool a sua madre e per poco non diede fuoco ai boschi di Pizzo Spirone. Riuscì anche nell’impresa di abbrustolirsi mezza faccia, che si era dimenticato di tenere lontana dalla terra imbevuta di alcool e che quindi era rimasta bruciata da un’improvvisa fiammata. «Volevo vedere friggere le formiche da vicino!», si era giustificato con la madre e lei, quando lo vide mezzo ustionato, riempì la metà sana della sua faccia di violenti manrovesci. Da quel giorno uno dei ragazzi più grandi in paese gli affibbiò un altro soprannome: Mezzalusta, perché metà del suo viso era rossa come un’aragosta. Ma guai se qualcuno di noi piccoli si fosse azzardato a chiamarlo così! [...]
  14. Torba

    Il vile denaro (Parte 5/5)

    Cancellato su richiesta dell'autore.
  15. Torba

    Il vile denaro (Parte 4/5)

    Cancellato su richiesta dell'autore.
  16. Torba

    Il vile denaro (Parte 3/5)

    Cancellato su richiesta dell'autore.
  17. Torba

    Il vile denaro (Parte 1/5)

    Cancellato su richiesta dell'autore.
  18. Torba

    Il vile denaro (Parte 2/5)

    Cancellato su richiesta dell'autore.
  19. albertopanicucci

    24esimo Trofeo RiLL, il miglior racconto fantastico

    Fino a
    Sono aperte sino al 20 marzo 2018 le iscrizioni per il XXIV Trofeo RiLL per il miglior racconto fantastico, concorso bandito dall’associazione RiLL Riflessi di Luce Lunare, con il supporto del festival internazionale Lucca Comics & Games. Il Trofeo RiLL è un premio letterario per racconti di genere fantastico: possono partecipare storie fantasy, horror, di fantascienza e, in generale, ogni racconto sia (per trama e/o personaggi) “al di là del reale”. La partecipazione è libera e aperta a tutti. Ogni autore/autrice può inviare una o più opere, purché inedite, originali ed in lingua Italiana. Da oltre un decennio i racconti partecipanti al Trofeo RiLL sono circa 250 a edizione, scritti da autori residenti in Italia e all’estero (Australia, Cina, Giappone, Svizzera, USA, oltre che paesi dell’Unione Europea). Nel 2017 i racconti ricevuti sono stati 350. I migliori racconti del XXIV Trofeo RiLL saranno pubblicati (senza alcun costo per i rispettivi autori) nella prossima antologia del concorso (collana Mondi Incantati, edizioni Wild Boar). Inoltre, il racconto primo classificato sarà tradotto e pubblicato, sempre gratuitamente: - in Irlanda, sulla rivista di letteratura fantastica Albedo One; - in Spagna, su Visiones, l’antologia dell’AEFCFT (Asociación Española de Fantasía, Ciencia Ficción y Terror); - in Sud Africa, su PROBE, il magazine dell’associazione SFFSA (Science Fiction and Fantasy South Africa). All’autore del racconto vincitore andrà, infine, un premio di 250 euro. La selezione dei racconti finalisti sarà curata da RiLL. Ciascun racconto sarà valutato in forma anonima (cioè senza che i lettori-selezionatori conoscano il nome dell’autore), considerando in particolare l’originalità della storia e la qualità della scrittura. La giuria del Trofeo RiLL sceglierà poi, fra i racconti finalisti, quelli da premiare e pubblicare nell’antologia “Mondi Incantati” del 2018. Sono giurati del Trofeo RiLL, fra gli altri, gli scrittori Donato Altomare, Pierdomenico Baccalario, Mariangela Cerrino, Francesco Dimitri, Giulio Leoni, Gordiano Lupi, Massimo Pietroselli, Vanni Santoni, Sergio Valzania; il sociologo Luca Giuliano (Università “La Sapienza”, Roma); la poetessa Alessandra Racca; i giornalisti ed autori di giochi Andrea Angiolino, Renato Genovese e Beniamino Sidoti. Ciascun partecipante al XXIV Trofeo RiLL riceverà una copia omaggio dell’antologia “DAVANTI ALLO SPECCHIO e altri racconti dal Trofeo RiLL e dintorni” (ed. Wild Boar, 2017, collana Mondi Incantati), che prende il nome dal racconto vincitore del XXIII Trofeo RiLL, scritto dal bolognese Valentino Poppi. Il volume propone quindici storie: i migliori racconti del XXIII Trofeo RiLL e di SFIDA (altro concorso organizzato da RiLL nel 2017) e i racconti vincitori di cinque premi letterari per storie fantastiche banditi all’estero (in Australia, Inghilterra, Irlanda, Spagna e Sud Africa) e con cui il Trofeo RiLL è gemellato. Tutte le antologie della collana “Mondi Incantati” sono disponibili su Amazon e Delos Store, oltre che presso RiLL. Nel Kindle Store di Amazon sono inoltre disponibili gli e-book della collana “Aspettando Mondi Incantati”, sempre curata da RiLL e dedicata ai racconti finalisti del Trofeo RiLL. La cerimonia di premiazione del XXIV Trofeo RiLL si svolgerà nel novembre 2018, nell’ambito del festival internazionale Lucca Comics & Games. Per maggiori informazioni sul XXIV Trofeo RiLL si rimanda al bando di concorso e al sito di RiLL, che ospita ampie sezioni sul Trofeo RiLL e la collana “Mondi Incantati”. Per contattare lo staff di RiLL: www.rill.it trofeo@rill.it
  20. SoulMeetsBody

    Abissi - Paolo Cabutto

    Titolo: Abissi Autore: Paolo Cabutto Casa editrice: Talos Edizioni Collana: Polis ISBN: 9788898838875 Data di pubblicazione: 25/11/2017 Prezzo: € 10,00 Genere: Raccolta di racconti horror/thriller Pagine: 185 Quarta di copertina: Un vicino di casa che ci conosce meglio di quanto immaginiamo, macabri incontri in un cinema di periferia, una stazione della metro che sembra sussurrare il nostro nome, una tragedia shakespeariana che diventa realtà, l'ultima giornata di lavoro di un killer professionista. La paura prende il lettore per mano e lo conduce attraverso tredici stanze buie, in cui l'incomprensibile e il sovrannaturale intaccano la sicurezza della nostra quotidianità. Non resta quindi che chiudere gli occhi, trarre un respiro profondo e gettarsi negli abissi. Link all'acquisto: Talos Edizioni Amazon Ibs Feltrinelli Mondadori
  21. Torba

    La sera giusta

    Cancellato su richiesta dell'autore.
  22. simone volponi

    [N2017-Q] WaterEnd

    commento A Cormac avevano detto che fumare aiutava a sopportare la noia, lo stress e a passare il tempo. Così si era preso una sigaretta elettronica, perché odiava il tabacco, e passava le notti a fingere di fumare, e con il chewing gum a seccarsi in bocca. Non doveva fare altro che controllare le WaterEnd, dargli una lucidata quando serviva, tenere pulito il cimitero, controllare di nuovo le WaterEnd, dare un’occhiata che tutto funzionasse, camminare avanti e indietro… nulla di complicato, un lavoro da guardiano notturno come tanti altri. Solo che il dover osservare ogni notte il contenuto di quelle teche di plexiglass lo innervosiva. Immersi dentro l’acqua Permanent, i cadaveri liofilizzati e poi plastificati si muovevano in un perenne slow motion, manovrati dall’energia che filtrava attraverso i tubicini come fossero marionette subacquee. E sorridevano. Quando la dottoressa norvegese Hyggelig Død si era inventata i cimiteri Permanent, in pochi ci avevano scommesso sopra, ma alla luce dei primi risultati cominciarono le richieste di chi voleva far immergere i propri cari e farsi immergere a sua volta. «Le tradizioni funerarie sono difficili da cambiare» aveva detto la dottoressa a Cormac, mentre gli illustrava le fila di WaterEnd. Era alta e grossa, di un biondo slavato, la pelle così bianca che Cormac aveva avuto per tutto il tempo la tentazione di passarci sopra un’unghia per vedere che cromatura di rosso avrebbe lasciato il segno. «Le persone trovano difficile staccarsi dal corpo dei propri cari, impossibile lo staccarsi dal loro ricordo. Saperli dentro una cassa di legno, sottoterra, dà loro un senso di vicinanza, capisci? Lo stesso conservarne le ceneri in un’urna. Ma hanno capito che con il mio sistema la morte non trasforma più una vita in ricordo, la fa restare parte attiva della vita.» Aveva assunto Cormac perché ogni cimitero che si rispetti ha il suo guardiano notturno. E Cormac passeggiava tra le WaterEnd avvolto in un’aura bluastra, che sembrava fluttuare contro il buio come la luce di un proiettore. Fissava spesso John Spiros, o meglio, fissava spesso il cadavere di John Spiros. Era un uomo alto, dai bei capelli canuti che contrastavano con l’abbronzatura, così come il largo sorriso. Non gli mancava nemmeno un dente. L’avevano immerso con un vestito blu lucido ed elegante, ma che a Cormac sembrava la divisa di un gelataio, e si muoveva in slow motion portandosi il cellulare all’orecchio, sempre con quel sorriso smagliante fisso, e gli occhi vuoti che guardavano verso un punto lontano. La folta capigliatura si agitava lenta nell’acqua, come una strana alga albina. Moglie e figli andavano ogni domenica a far visita al loro John. Toccavano il vetro con le mani, ci poggiavano contro la fronte, lasciavano un po’ di lacrime a scivolare verso il basso, quasi si dovessero mescolare all’acqua Permanent. “Vedi il mio amore come sorride? Oh, è sempre uguale, non ha mai perso il suo sorriso.” «Alla gente sembra piacere questa roba, caro John» mormorò Cormac al cadavere. Niente più fredde lastre di pietra con inutili epitaffi e lumicini che si consumano. E niente più bauli impolverati pieni di cornici con le foto dei cari estinti. Quell’immagine ricorreva spesso nella testa di Cormac. I fiori, invece, continuavano a essere portati. Era la tradizione più dura a morire. Più dura a morire. Cormac si concesse un sorriso ironico. Salutò John Spiros battendo le nocche sul vetro e passò in rassegna le WaterEnd, tra cui quella con la signora Chamberlin seduta sulla poltrona di vimini, in vestaglia, mentre faceva la calza. Intorno ai piedi della vecchietta stavano i suoi quattro gatti, bestioline piene di amorevole dedizione verso la padrona. La famiglia Tucker era riunita a cena, la tovaglia imbandita, e la luce della WaterEnd era soffusa per ricreare l’atmosfera del focolare. Sollevavano e abbassavano le posate, e si sorridevano con amore. Cormac sapeva che mancava solo uno dei tre figli, e che quello aveva già predisposto tutto per farsi immergere con il resto della famiglia. C’era un posto vuoto a tavola pronto per lui. Continuava a trovare quel posto dannatamente morboso, cosa che lo innervosiva. Tante gomme da masticare, tante ricariche per la sigaretta. L’unico aspetto positivo di quel lavoro, a parte lo stipendio fisso, Cormac lo aveva trovato nel portarsi a letto la dottoressa Død. In fondo lei era una zitella di cinquantanni tutta dedita al lavoro, e il metro e settanta scarso di Cormac, condito dai colori mediterranei e da una minima dose di faccia da culo, erano stati sufficienti per sedurla. «Non è piacevole passare la notte nel tuo cimitero» le aveva detto Cormac dopo una sudata sotto le lenzuola fresche. «Come cazzo ti è saltata in mente una roba del genere?» «Un giorno ero al mare con gli amici, nuotavo cinque metri sott’acqua e ho visto morire una donna.» Lo aveva detto con freddezza scandinava, una Mosè vichinga che aveva ricevuto la rivelazione faccia a faccia con la morte. «Era immersa faccia in giù, galleggiava sopra di me, e ho visto la vita sfumarle via dagli occhi.» Cormac invece aveva visto la dottoressa farsi una specie di sauna con i vapori dei corpi liofilizzati. Diceva che così ne poteva assorbire l’anima e allungarsi la vita. Cormac non aveva più provato a farsela. L’idea di toccare e leccare una pelle che veniva imbevuta di cadaveri vaporizzati non gli piaceva. Prese le chiavi della Sala A, messa a disposizione per i clienti speciali. Anche quella andava controllata e tenuta pulita, ma Cormac cercava di restarci il meno possibile. Qualcuno pagava somme notevoli per far immergere dentro le WaterEnd i brandelli delle loro vittime. Liofilizzati e plastificati come da protocollo, e gambe, teste, braccia stavano lì immersi, ma adagiati sul fondale dove, a differenza delle altre tombe, c’era della sabbia a ricoprirle in parte. E in mezzo a quei coralli di umanità fatta a pezzi venivano immersi anche vittime intere, dei ciondoli scuoiati appesi per il collo un albero di plastica, che la lieve corrente d’acqua faceva dondolare e sbattere l’uno contro l’altro. Pizzi non pagati, tradimenti, conti da regolare. Storie che non meritavano il sorriso post-mortem donato dalla Permanent. Quando Cormac uscì dalla sala A, venne sorpreso dal suono insistente dell’allarme. Per un attimo restò interdetto e incrociò il volto paffuto e allegro del piccolo Tim, immerso nella sua morte prematura che raccontava di un bimbo che si muoveva a carponi, intento a seguire il rotolio di una palla colorata. «Quanto ti odio» mormorò Cormac. Poi attraversò il blu ondoso delle teche e andò in cabina a controllare le telecamere. Profanatori, nel settore H! Cormac agitò le mani sopra il tavolino, fece cadere le chiavi mentre cercava la pistola e una volta impugnata non sapeva come reggere la torcia. Optò per tenerla sotto l’ascella destra. «E cosa gli faccio a questi, adesso?» Erano in tre, martello in mano, tempestavano di colpi la WaterEnd di tale Ursula Logan, una modella ventenne immersa da poco con indosso il suo ultimo bikini, che teneva la mano destra sul fianco e le gambe leggermente aperte in una posa da Miss. Neanche a dirlo, sorrideva. Cormac li raggiunse, l’acqua Permanent già schizzava fuori dalle crepe aperte da quei teppisti incappucciati. «Fermi!» urlò. Un po’ incerto, ma con la Glock puntata. Ma su quale dei tre? Uno dei teppisti scappò subito, Cormac lo inseguì con lo sguardo, e basta. Se ne vide arrivare addosso un altro, con il martello sollevato e pronto a colpire. Sparare fu una reazione istintiva e necessaria. Mentre il proiettile della sua Glock intersecava muscoli, ossa e arteria del teppista, il proiettile del terzo profanatore beccò Cormac dalle parti del cuore. Un colpo che lo fece afflosciare senza nemmeno il tempo di dire “cazzo”. Come ultimo saluto, la dottoressa Død si soffiò sul volto il vapore di Cormac senza versare una lacrima. Ma le parve giusto ripagarne il sacrificio immergendolo proprio accanto alla modella salvata. Cormac avrebbe avuto di che ridere in eterno.
  23. Plata

    L'ultimo esorcismo di Mr. Wong

    I due uomini stavano seduti a terra: gambe incrociate, uno anche le braccia. Attorno delle candele spente formavano un cerchio tra le pareti della stanza. Gli sguardi erano spenti e occultati dietro le palpebre chiuse; l'espressione seria, preoccupata. Il più giovane sudava. «Sta per arrivare» disse quello più anziano, forse avvertendo un rumore o una sensazione rivelatrice. Il compagno annuì e strinse i pugni. La porta si aprì. Mr. Wong entrò nella stanza, chiuse la porta dietro di sé e si strinse nell'accappatoio: «Ehi, Wu, è tuo genero?» «Sì» rispose l'uomo. «Gli hai detto tutto?» «Gli ho detto tutto, Wong. Il ragazzo è pronto.» Lo sciamano si tolse gli occhiali e con un lembo dell'accappatoio cominciò a pulirli. Gli occhi scuri si poggiarono sui due uomini per scrutarli a turno: «È a digiuno? Ha recitato i sutra purificatori?» chiese al più anziano, come se prima di rivolgere la parola all'oggetto della discussione volesse essere sicuro che ne fosse degno, poi sputò sugli occhiali. «Sì, fratello, ha fatto tutto quello che gli ho detto, che poi è quello che tu hai detto a me, ne sono testimone e garante. Possiamo procedere?» Mr. Wong si rimise gli occhiali. «Come sai che è lei?» chiese a bruciapelo rivolto al giovane Xiang. «Lo so. L'ho vista.» «Quindi non è una mera presenza. L'hai vista in sogno?» «Ultimamente la vedo da sveglio, mi appare all'improvviso così come scompare. La cosa comincia a farmi paura» concluse abbassando lo sguardo. L'uomo con l'accappatoio, che testardamente continuava a usare a mo' di vestaglia, sollevò un sopracciglio: «Solitamente gli spiriti tendono a lasciarci in pace. Questo perché» si girò un attimo verso Wu per aggiungere «ma è solo una mia supposizione», quindi riprese «ci rendiamo davvero conto di quanto sia stupido e sgradevole l'essere umano quando finalmente non dobbiamo averci più niente a che fare. Quindi se lo spirito di questa giovane sfortunata è rimasto tra noi, o forse è meglio dire che è rimasto intrappolato in una sorta di limbo tra il nostro e il loro...» Si fermò per cercare una parola più adatta di quella che stava per dire, non la trovò e si accontentò «... mondo, potrebbe esserci qualcosa di irrisolto.» Il vecchio Wu vacillò, Mr Wong allungò le braccia e in maniera teatrale le incrociò sul petto. Il giovane vedovo rimase immobile. «È stata uccisa» aggiunse un paio di secondi dopo. «Questo lo so» si affrettò a dire lo sciamano, «ma se un omicidio dovesse bastare a fare tornare indietro i morti ci sarebbe una bella confusione qui intorno, e il mondo sarebbe collassato da tempo.» «Fratello Wong, aiuta mio genero» aggiunse l'anziano, rispettoso, chinando il capo. «Certo» rispose l'esorcista, «se siete qua lo sto già facendo.» Poi, guardandosi attorno, aggiunse: «Accendete le candele. E da adesso in poi fate tutto quello che vi dico, se non vogliamo correre il rischio di farci fottere a dovere.» La luce soffusa filtrava dalle tende dell'unica finestra della stanza, mentre l'odore dell'incenso si liberava dai bastoncini accesi e il silenzio donava alla scena qualcosa di mistico. Wong era seduto in ginocchio, sui talloni. Aveva liberato le spalle dal pesante accappatoio e si trovava a petto nudo, coperto soltanto dai tatuaggi che gli rivestivano la pelle fino alle scapole: figure tremende, coloratissime, sembravano muoversi al respiro dell'uomo, guerrieri dalle facce feroci e armati di spade fronteggiavano demoni dalle sembianze mostruose e terribili; l'immobilità plastica della rappresentazione non permetteva di stabilire chi ne sarebbe risultato vincitore, chi annientato. Aperti gli occhi, Mr Wong fissò un attimo i due interlocutori, poi da una delle tasche della morbida e umida veste tirò fuori una fiaschetta di ceramica unta e sbreccata e ne trasse un sorso. Dopo aver schioccato la lingua disse «Bevete», e l'allungò all'uomo più anziano, che bevve e la passò a sua volta al genero che aveva cominciato a tremare. Lo sciamano aveva giunto le mani dando vita ai mudra, una lenta e complessa recita di pose e intrecci in cui le dita si muovevano senza incertezze, mentre la sua voce roca citava delle formule magiche. «Ragazzo» disse a un certo punto con tono solenne, «lo spirito della tua giovane moglie ti perseguita, e per scacciarla dobbiamo entrare in contatto con lei. L'intruglio che abbiamo ingerito ci aiuterà per il passaggio in una realtà fittizia più consona all'incontro; il testimone qui presente, amico mio quanto tuo e padre della vittima, veglierà su quanto accade.» Chiuse gli occhi, venne imitato dagli altri, poi concluse: «In qualsiasi forma o entità voi mi percepiate da qui a poco rimanete, sempre, vicino a me.» Poi non disse più nulla, e i pensieri fuggirono dal suo corpo come uccellini da una gabbia aperta. La nuova dimensione avvolse i tre uomini con le sue tenebre e le loro menti vi si dissolsero simili a gocce d'anice in un bicchiere d'acqua. Il sogno lucido diventava sempre più distinto, fino a quando si udì la voce di Wong: «Non combattete... lasciatevi trasportare.» Wu e Xiang avvertirono la presenza della loro guida e infine, sebbene tenessero gli occhi chiusi, lo videro. O meglio, videro una sua rappresentazione. «Compagni, in questo luogo siamo ospiti indesiderati, ma finché rimaniamo all'interno del cerchio non corriamo troppi pericoli» annunciò la figura splendente indicando le fiammelle visibili anche in quel luogo. «Ma, dove...» chiese Xiang senza riuscire a terminare. «Nel regno dei defunti» rispose Wu. «Non siate stupidi. Visiterete il regno dei morti solo da morti. Questo è qualcosa che non esiste, un limbo, una distorsione dove gli spiriti vagano senza sapere dove andare.» L'entità Wong cercò di spiegare qualcosa che, sapeva bene, non sarebbe stata compresa. «Proverò a mettermi in contatto con la morta. Non fatevi prendere dal panico.» Lo sciamano chiamò la defunta per nome e le tenebre sembrarono scuotersi. Attese qualche secondo, poi ritentò: «... Io ti convoco.» I tre uomini avvertirono una presenza, poi intravidero qualcosa nell'oscurità: il corpo diafano di una giovane donna che sembrava galleggiare nell'acqua, come lo fanno i cadaveri. L'entità Wu non seppe che dire, l'entità Xiang si sentì trafitta da un vento gelido. Lo spirito della ragazza emerse a fatica dall'abbraccio del buio, fino a che si trovò al cospetto dei tre. «Amore mio» disse il fantasma, «perché lo hai fatto?» Xiang trasalì, quindi rispose: «Non ho fatto nulla, lo giuro!» Il ragazzo sprofondò nel panico. «Di cosa sta parlando?» chiese Wong, mentre il dubbio sbocciava nella sua testa come un fiore marcio. «La mano che mi ha uccisa non era la tua, ma sei stato tu ad armarla. L'ho letto nel cuore del mio assassino mentre morivo... Perché?» La voce del fantasma echeggiò nei cuori dei tre uomini. Lo spirito cominciò ad avvicinarsi all'amato, che indietreggiando uscì dal cerchio di fiammelle. Wong spalancò gli occhi e cominciò a imprecare: «Brutto figlio di cagna! Sei stato tu a farla uccid...» Ma si bloccò subito. Xiang tremava, scosso dai sussulti, gli occhi girati all'indietro rendevano visibile solo la sclera; i brividi pian piano divennero spasmi mentre le labbra boccheggiavano come quelle di un pesce fuori dall'acqua, in ciò che poteva essere una muta richiesta d'aiuto o una maledizione. D'improvviso le articolazioni del giovane cominciarono a muoversi in modo arbitrario, fuori da ogni logica, in quello che assomigliava sempre più alla lugubre danza di un'orribile marionetta. Lo sciamano osservò Wu rattrappito in un angolo che piangendo batteva la testa sulla parete vicina, e capì che da lui non se ne sarebbe tratto un ragno dal buco. In fondo, pensò, è come se avesse perso la figlia due volte. Prese una sigaretta, l'accese e ne trasse una lunga boccata, espirò il fumo e gettò la cicca a terra, ostentando una sicurezza che cominciava a scivolare via. Il pensiero di non voler aver più niente a che fare con i suoi simili lo sfiorò per l'ennesima volta nella sua vita mentre un brivido gli saliva lungo la schiena fino al collo, come una lucertola. Commento
  24. Claudio Bernardi

    La Sete

    http://www.writersdream.org/forum/forums/topic/36083-quaranta-metri-quadri/?do=findComment&comment=642547 Mi svegliai alle tre del mattino circa. Dovevo essermi addormentato intorno alle undici, con quel disagio addosso che non saprei spiegare… comunque. Al risveglio mi bruciavano gli occhi, quasi qualcuno ci avesse gettato del sale; quando li stringevo avevo l’impressione che le palpebre si attaccassero, avevo paura che si sarebbero cicatrizzati chiusi e che non avrei più potuto aprirli. Ciocche di capelli unti di mi strisciavano sulla faccia, i denti scricchiolavano in una morsa che non riuscivo a placare. Le mie labbra - essiccate dall’alcol che aveva preceduto quel sonno a tradimento - cercavano disperatamente qualcosa con cui dissetarsi. Andai verso il bagno con la saliva densa e la lingua amara del doposbornia e m'incollai avidamente al rubinetto. Niente, neanche una goccia. Ricordai che in effetti era da tempo che l’amministratore di condominio avvertiva: in orario di inattività condominiale i condotti sarebbero rimasti staccati per effettuare certi controlli sull’impianto. Mi precipitai in cucina. Appena accesi la luce vidi un veloce sgambettare d’insetti rintanarsi in tutti gli angoli, dietro tutti i mobili, dentro tutti gli spiragli; tracciando segmenti rotti e intermittenti. Dentro al frigorifero non c’era assolutamente niente da bere, ero stato in viaggio per un paio di settimane perciò l’avevo svuotato prima di staccare l’elettricità… ma come potevo essere stato così cretino? Ero rincasato il tardo pomeriggio, a un paio d’ore dalla chiusura dei supermercati e, vuotando le bottiglie reduci del viaggio, mi ero messo a tracannare vino bianco e gin come se niente fosse. Realizzata la situazione, dopo aver inveito a lungo contro la mia testa fra le nuvole, tirai un profondo respiro e mi concentrai. Dunque. Non volevo certo bussare a qualche porta alle tre del mattino completamente deviato dai postumi e dalla stanchezza elemosinando una goccia d’acqua. Se solo avessi preso uno straccio di patente cowboy Pensai al "Ventiquattro": un piccolo bar a circa trecento metri di distanza, che restava aperto tutta la notte. Nell’allacciarmi la cintura caddi e, sbattendo la testa contro il comodino, mi ritrovai con una tempia che mi dava certe fitte da impazzire… ero a mezzo passo da una crisi di nervi. Mi ero addormentato che tutto andava bene: l’ultima sbronza per festeggiare la vacanza in montagna, la mia casa tanto agognata… poi quello stramaledetto sonno. Io lo sapevo che non avrei dovuto addormentarmi Non avresti dovuto ma l’hai fatto fosse stato un normale sonno sarei riuscito a resistere, ma quello era l’avvolgente sonno che silenzioso giunge alle spalle degli ubriachi e nel giro di un paio di secondi li fa suoi: ero mezzo incosciente, che avrei potuto fare? Mentre ero davanti allo specchio del bagno che medicavo alla meglio la ferita vidi ai lati della mia bocca la saliva schiumosa della sete. Finito di medicarmi mi misi la camicia sudata e un paio di scarponcini, poi - prima di avere altri contrattempi - presi le chiavi di casa e il portafogli e mi precipitai fuori, come se fuori da quel dannato palazzo ci fosse la salvezza. Appena in strada qualche alito di vento notturno mi gelò il sudore sulla fronte e sulla schiena, risvegliando per qualche istante la mia percezione e rigettandomi, dopo una manciata di secondi, nello stato gonfio e surreale in cui mi ero svegliato. Mentre barcollavo per la strada deserta che porta al bar mi sentivo cedere: ad ogni passo prendevo in considerazione l’idea di crollare per terra e aspettare che qualche passante mattutino mi soccorresse. Arrivato al bar mi sentii morire. Ci misi un bel po’ di secondi a realizzare: bandone grigio. "Chiuso per ferie". Rimasi lì davanti come instupidito: com’era possibile che di punto in bianco mi trovassi nell’impossibilità di bere? Mi sembrava tutto così folle. Accidenti a me e a quando mi sono addormentato, io lo sapevo che non avrei dovuto, lo sapevo! Sai un sacco di cose cowboy, eccetto come tirarti fuori da questa situazione Il solo pensiero di dover tornare a casa con le mie gambe, di dover tenere gli occhi ancora aperti, di dover resistere ancora alla sete mi faceva impazzire. E poi? Una volta arrivato a casa? Per quanto ne sapevo io i condomini erano tutti in vacanza tranne l’inquilino del piano di sotto. Quel verme. Quel verme lì non mi era mai piaciuto, sin dalla prima volta che lo vidi. Non volevo certo piombare alla porta di quel dannato omuncolo alle tre del mattino Ormai sono le quattro cowboy anche fosse stato mezzogiorno; piuttosto che chiedere aiuto a quell’essere repellente mi sarei lasciato morire di sete. Pensai ai giardini, giusto, come mai non ci avevo pensato prima? A un mezzo chilometro di cammino - dalla parte opposta del bar - c’erano dei giardini. Lì probabilmente avrei trovato una fontana, o almeno lo speravo con tutto il mio trasandato cuore. Mentre camminavo sfibrato, in uno stato di inerzia febbricitante, pensai che avrei potuto tentare una danza della pioggia prima di svenire; mi riuscì a stento uno di quei sorrisi più disperati che divertiti: rassegnati. La vista si faceva sempre più offuscata, la gola sempre più colma di nauseanti catarri… mi accorsi d’un tratto che avevo precorso quasi tutta la strada in uno stato di trance: non ricordavo niente, ogni tanto il cervello smetteva completamente di funzionare, istanti in cui avrei potuto ficcarmi un chiodo nel petto senza accorgermene. Passo, passo, passo, passo, passo… Concentrazione cowboy, tieni il giardino a portato di vista: questo vialetto alberato finirà prima o poi …passo, passo, passo, passo, passo. Asciugandomi il sudore con il dorso della mano vidi una macchia di sangue: il taglio in testa s'era riaperto. I pensieri costruttivi erano quasi svaniti, non c’era più nessuno di quei fili logici che tengo in sospeso mentre faccio qualcosa; c’era solo l’impegno di camminare, attraversato da migliaia di fotogrammi abbaglianti e disconnessi. Il sonno sempre più denso, i postumi sempre più forti, la sete inenarrabile; appena giunto al giardino fui vittima di forti contrazioni all’imbocco dello stomaco e vomitai l’ansia e i succhi gastrici che mi imperversavano dentro. Sempre più debole e smarrito, con la mente preda di mancamenti e anomali effetti ottici, cercai una fontana per tutto il giardino percorrendolo due o tre volte il tutta la sua aera. Niente. Niente di niente. Ormai ero completamente abbandonato, mi accasciai per terra senza lacrime. Continuavo mentalmente il mio ripetitivo soliloquio: “andava tutto bene, mi sono addormentato un attimo. E adesso mi trovo inverosimilmente a morire di sete con venti euro nel portafogli e una cornice di case e palazzi pieni di condotti d’acqua. Non un rubinetto, non un ruscello. Mi ritrovo a marcire senza neanche sapere come accidenti ci sono finito in questa situazione”. Stavo per lasciarmi andare quando nella mia subordinata testolina arrivò l'illuminazione: poco più avanti del giardino c’era un cimitero. Una radiosa immagine mi si prostrò davanti: ero bambino e accompagnavo i miei genitori al cimitero, li aiutavo a cambiare i fiori secchi ai nonni, andavo sempre a prendere… l’acqua. Giusto! L’acqua scintillante che sgorga dalla fontanella, dove si riempiono secchi e innaffiatoi per i fiori. Ogni cimitero ha una fontana, anche quello l’avrebbe avuta, ne ero certo. Con un po’ d’ottimismo lasciato a fare i conti con tutto il malessere m’incamminai verso il cimitero. Ci arrivai, compiaciuto della mia intuizione; strofinai via dagli occhi quel sudore che sfrigolava come olio bollente, oltre la figura del cancello. Mi misi in cerca della leva… ma ovviamente era chiuso a chiave. A quello avevo già pensato, d’altronde il muretto che fiancheggiava il cancello sarebbe stato facile da scavalcare. Mi aggrappai a un piccolo alberello, feci forza con le gambe sul tronco ed arrivai a mettere una mano sopra al muretto: poi, con uno sforzo che date le circostanze mi stravolse, riuscii a issarmi fino a poggiare una gamba e con una spinta mi gettai dall’altra parte. Caddi a terra con dei dolori lancinanti e mi accorsi che, dall’interno, l’altezza del muretto era decisamente superiore. Il cimitero era costruito su un terreno scavato, che aveva un livello molto più basso di quello esterno; dopo il cancello c’erano di fatto sei o sette gradini buoni, che scendevano fino al livello in cui mi trovavo. Come se non bastasse l’interno era assente di appoggi, cui necessitavo per uscire. Sul momento un fitta d’ansia mi strinse le budella, poi la mia bocca mi obbligò a procedere fino all’acqua. Mi voltai: un lago immobile di lucine gialle a illuminare tutte le lapidi. Mi misi a camminare fra i volti fotografati e gli epitaffi, ignorando tutto ciò che non fosse la Mia fontana. La vidi! Era là… in fondo! Corsi fin laggiù, girai la manopola e mi misi a ridere convulsamente quando vidi l’acqua lucente gettarsi giù dall’imbocco arrugginito della mia benefattrice, unii le mani e mi misi a trangugiare l’acqua mentre mi bagnavo il viso e la fronte. I miei mali si estinsero, realizzai gioiosamente che gran parte dei miei dolori erano dovuti alla disidratazione. Mi bagnai ancora, gettandomi fiotti d’acqua fresca addosso come un cucciolo che gioca in uno stagno. Non mi sarei più voluto staccare da quella fontana, mai più: avevo il terrore di perdere di nuovo quella fortuna e mi veniva voglia di ammanettarmi alla manopola, per condannarmi definitivamente a quella gioia. Infine mi voltai, fronteggiando il cancello in lontananza in cerca di una via d’uscita. A ben vedere, in angolo, c’era un cassonetto dell’immondizia, che avrebbe potuto farmi raggiungere agevolmente l’altezza del muretto… tutto perfetto. Quasi non riuscivo a crederci, le ore d’inferno che avevo passato erano riuscite e scoraggiarmi così tanto che a stento realizzavo la situazione: l’acqua, la via d’uscita, la casa a pochi passi. È finita cowboy. Intanto la prima timida luce del giorno cominciava ad affacciarsi dalle colline in lontananza. Una luce che per quanto soffusa mi consentì di leggere le iscrizioni incise sulle lapidi, da cui d’un tratto mi trovavo circondato. Su tutte le lapidi la stessa incisione: “Ora qui giaccio, morto avvelenato/ dopo che alla fontana mi son dissetato”.
  25. M.T.

    [MI106] Andrà tutto bene

    Commento Tema di mezzogiorno. Andrà tutto bene, te lo prometto... Ferma sulla collina, Katrin fissava la città. Sulla pianura sembrava uno stretto imbuto, ma lei non ci fece caso, la sua attenzione rapita dall’intreccio dei palazzi, lunghe sagome affilate che facevano apparire la città un immenso campo di lance. Un campo inquietante, sulla cui sommità incombeva una densa foschia giallognola alimentata dalle colonne di fumo che nascevano dalle zone centrali. Erano soprattutto le rovine d’acciaio e cemento della periferia, simili a lame smussate e dentellate, a renderla restia ad avanzare. Stava per tornare sui suoi passi, ma un gorgoglio dello stomaco le ricordò che da due giorni non mangiava. Alzò lo sguardo di nuovo sulle colonne giallo/grigie che salivano al cielo. “Dove c’è fumo, c’è fuoco” pensò. “E se c’è fuoco, ci sono anche esseri umani, che sicuramente hanno del cibo con sé.” Si fece coraggio e riprese il cammino. Dopo un paio d’ore raggiunse i primi edifici della periferia, casermoni sventrati o collassati su se stessi. Tenendosi lontana da loro, proseguì lungo la strada principale per un pezzo, ma quando cominciò a trovare tracce di animali, piegò alla sua sinistra, percorrendo strade più strette e invase dai cadaveri di auto arrugginite. Spaurita e disorientata, avanzò in mezzo a palazzi che sembravano volersi chiudere su di lei. Presto iniziò a sentire versi che non aveva mai udito; aggredita dalla loro durezza, fu presa dal panico, cominciando a svoltare a destra e a sinistra come un animale in fuga. Saltò sul marciapiede quando un forte sbuffo risuonò vicino a lei. Fissò per alcuni secondi la nuvoletta di gas che si levava dal tombino; poi, disgustata dall’odore, tornò a camminare sulla strada. Gli umori acuti e penetranti dei peti dei tombini la circondarono, invadendole le narici e impregnando gli abiti e la pelle con la loro malsana emanazione. In pochi istanti si sentì sporca, provando l’impellente bisogno di lavarsi. “Questo è troppo.” Ritornò sui suoi passi, decisa a lasciare quel letamaio. Quando raggiunse l’incrocio, si rese conto di non sapere quale direzione prendere per tornare alle colline. “Mi sono persa.” Il panico crebbe ancora di più. Con uno sforzo cercò di calmarsi. Andrà tutto bene, te lo prometto. Si ripeté la frase che le diceva suo padre quando doveva affrontare qualcosa che le faceva paura. “Se solo fosse qui con me. Se solo lo avessi fermato quando è partito con mio fratello alla ricerca di cibo. Perché non ho dato retta al mio istinto?” Ma già conosceva la risposta: perché aveva avuto paura, perché voleva sentirsi dire da suo padre quelle parole. Andrà tutto bene, te lo prometto. Si costrinse a calmarsi. Con lo sguardo al cielo, usò le volute di fumo come punti di riferimento, come se fosse un marinaio che seguiva le stelle. Continuando a schivare i vapori sulfurei che uscivano dai fori dell’asfalto, finì in quartieri sempre più sporchi, dove le pareti dei palazzi degradavano in colorazioni che passavano dal grigio al marrone al nero e tutto sapeva di fumo. Le strade si mutarono presto in budelli tortuosi, dove ogni buco era stato trasformato in fortificazione: istrici di spranghe e lamiere, rafforzate da auto ribaltate e mobili d’appartamenti depredati. Volti sporchi di cui s’intravedevano solo gli occhi la scrutavano dalle fessure delle barricate. Cominciò a sentire un vociare soffuso, che presto si fece più vicino, accompagnato dal sottofondo di metallo che veniva divelto e di corpi che cozzavano contro i muri. Rallentò il passo. Quando raggiunse l’incrocio, vide alla sua destra quello che era stato un negozio bruciare con furia, soffiandole contro una densa fumana nera che sapeva di carbone e plastica fusa. Si allontanò da quel luogo, continuando a seguire il vociare. Vide di nuovo il fumo giallo/grigio che aveva scorto dalla collina salire da dietro un basso caseggiato. Dimentica di ogni timore, si affrettò a raggiungerlo. Superato l’angolo dell’edificio, si bloccò. Il fumo non apparteneva a falò da campo, dove il cibo era cotto: era l’esalazione di roghi d’esseri viventi che venivano gettati all’interno di profondi crateri e lasciati bruciare fino a che non ne rimaneva che ossa. La sua mente si chiuse dinanzi al quadro d’orrore che aveva davanti. Prese a correre all’impazzata, dimentica di tutto, se non che doveva allontanarsi il più possibile da quell’inferno. Poi, quando le forze scemarono, con i polmoni e le gambe in fiamme, dovette rallentare; continuò solo per disperazione, non aveva le energie nemmeno per alzare lo sguardo dall’asfalto. Si sentì afferrare per un braccio, costretta a muoversi in fretta. Per un pezzo si lasciò guidare, ma poi la mente cominciò a schiarirsi. Lentamente si voltò verso chi la teneva: si vide riflessa nelle lenti scure di una maschera di gomma gialla. L’uomo grugnì qualcosa che non riuscì a comprendere. Katrin strabuzzò gli occhi, guardandosi attorno. Un altro uomo con una maschera identica spuntò da dietro un palazzo e si diresse verso di loro; alle sue spalle saliva al cielo un’altra colonna di fumo giallo/grigio. Lo vide avvicinarsi e solo allora si accorse che aveva quattro gambe. “Questi non sono uomini…” Riuscì a divincolarsi, ma si girò troppo in fretta e cadde a terra. Le due creature l’afferrarono per le gambe, trascinandola verso il fumo. Camminando sgraziatamente a gambe aperte, i due esseri avanzarono a testa bassa, strattonandola senza pietà. Katrin tentò di afferrarsi a qualsiasi appiglio trovasse lungo il marciapiede. «Aiuto!» urlò disperata mentre veniva trascinata. Stizziti, i due intensificarono gli sforzi, sballottandola di qua e di là con più violenza. «Aiuto!» continuò a strillare Katrin, dimenandosi con tutte le forze. Il fumo si avvicinava sempre di più. «Aiutatemi!» I muscoli si tesero sul collo sottile e denutrito, scavando una fossetta sopra lo sterno mentre cercava di liberarsi. «Per favore, che qualcuno mi aiuti!» Katrin s’inarcò cercando d’avvinghiarsi attorno a un palo di metallo. «Io non voglio morire!» Katrin lanciò uno sguardo verso il vicolo scuro alla sua destra prima di perdere la presa sul palo e tornare a essere trascinata verso la sua fine. Improvvisamente le sue gambe furono libere. Sentì un cozzo. Si voltò appena in tempo per vedere un uomo afferrare le maschere delle due creature e strapparle dalle teste adunche. Le facce cadaveriche si contorsero come carta che bruciava, la pelle raggrinzì e si riempì di vesciche in pochi istanti. Un gemito strozzato uscì dalle bocche prive di denti, come di chi non riusciva a respirare. Una serie di spasmi violenti e i due giacquero immobili a terra, il volto che si liquefaceva in una poltiglia biancastra. «Cosa stai aspettando? In piedi, sei libera!» si sentì intimare. «Forza! Potrebbero arrivarne altri!» La prospettiva di una nuova cattura le diede la scossa di tornare a muoversi. Seguì l’uomo che la precedeva a passo spedito. Sdraiata sul letto della casa nella quale si erano rifugiati, Katrin guardava la nebbia che vorticava fuori dalla finestra e ripensava alle parole di Guerriero, l’uomo che l’aveva salvata. Alle volte c'è qualcosa di strano in quel grigio: non è una nebbia normale. È viva: sembra un gigante che respira, che non riesci a vedere, ma che è vicino a te. Quando c'è, la realtà cambia. È come se si aprissero delle porte, delle finestre che si affacciano su altri mondi, facendo arrivare il loro alito sulla Terra. Un sospiro capace di mutare la realtà. Le persone spariscono in mezzo a essa. All’interno dei palazzi erano al sicuro, le aveva detto, dato che la nebbia non passava oltre ciò che era chiuso. “Ma sarà davvero così?” pensò con un tremito. “Era meglio se fossi rimasta sulle colline, a patire la fame, piuttosto che finire in questo inferno.” Si raggomitolò su se stessa, come se questo potesse proteggerla da un mondo dove tutto era ostile. Andrà tutto bene, te lo prometto. “Non ne sono sicura, papà.” Si strinse con forza le braccia al petto. “Non ne sono per niente sicura.”
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