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  1. L’interno era come me l’aspettavo. Nelle varie sale c’era un qualcosa che ricordava vagamente il rococò seicentesco: erano eccessive, strane, inusuali per una famiglia di americani. Li avevo sempre immaginati amanti delle forme semplici ed equilibrate, vista la passione dei Padri Fondatori per il Neoclassicismo. Improvvisamente, percepì nell’aria un disfacimento, come se qualcosa in quella casa stesse divenendo lentamente fatiscente. Non riuscì a capire che cosa mi desse questa idea… Giungemmo infine alla sala da pranzo. Le tovaglie, i pizzi, l’argenteria e le candele disposte sul tavolo erano in perfetta armonia. Tuttavia, i colori sgargianti mi diedero lo stesso senso di decadimento che avevo sentito nel resto della casa. Annabelle e Zacharias si disposero a capotavola, mentre il professore fu messo al lato sinistro di quest’ultimo. Io mi sedetti vicino a lui, e notai con sorpresa che Arnold si era sistemato al mio fianco e a quello di Annabelle. Rimasi sorpreso, poiché ero convinto che un tipo come Arnold avrebbe voluto sedere accanto al padre. Invece sul lato destro di Zacharias trovai Phineas, che con sguardo assorto si guardava le ginocchia, seguito da Angela e i due gemelli. Un maggiordomo suonò il campanello e annunciò che la cena stava per essere servita. Immediatamente, i camerieri uscirono dalle cucine e cominciarono a servirci da mangiare. Il professore chiese, mentre dello stufato di manzo veniva versato nella sua scodella: «Allora, signor Young. Come si trova qui a Croydon?» «Molto bene, devo dire. Il paesaggio mi ricorda il nord della Pennsylvania, che è dove sono nato io e la mia fortuna. Inoltre, sono contento di essermi allontanato dagli Stati Uniti. Ultimamente tira una brutta aria grazie al governo...» «Intende gli stati che hanno deciso di lasciare l’Unione, in protesta verso l’elezione di Lincoln?» «Oh sì, ma le assicuro che la cosa si risolverà in due modi: o questi poveri scemi di “confederati” la smetteranno con questa farsa e accetteranno la fine della schiavitù, o Washington li rimetterà in riga con le maniere forti.» «Mi fa piacere sentire che lei è un abolizionista. Non è proprio la vostra Costituzione a dire che tutti gli uomini sono uguali?» «Io? Diciamo che da industriale so bene che un operaio pagato è più motivato di uno schiavo.» disse il signor Young, facendosi versare altro vino «Inoltre, l’industrializzazione di cui gode l’Unione è ciò che le permetterà di vincere: per i sudisti sarà come andare in guerra contro una potenza europea.» Il signor Young bevve tutto il bicchiere di vino, per poi contemplarne il fondo quasi vuoto. «Sì, si sta proprio bene qui. Se non fosse...» «... se non fosse, per ciò di cui mi ha accennato nella sua lettera. Vero, signor Young?» concluse il mio mentore. Zacharias alzò gli occhi. Era visibilmente nervoso. «Sì professore. Proprio per quello.» «Mi ha scritto» iniziò il professor Edwards: «di membri della servitù che affermano di aver visto un fantasma vagare in questa casa durante le ore notturne.» «Sì, i due custodi, marito e moglie. Dicono di aver visto due settimane fa una luce da una delle vetrate. Si sono avvicinati, ma è subito svanita. Mi hanno giurato di aver visto per un breve istante una figura umana.» «Non è stata l’ultima volta che un simile avvistamento è avvenuto, vero?» «No. La sera dopo ho chiesto al mio maggiordomo di controllare la casa di notte. Ha svegliato tutta la casa verso le tre e mezza del mattino, dopo aver cacciato un urlo...» Zacharias si passò una mano sul volto. «... beh, diciamo che non credevo che un uomo potesse urlare in quel modo. Una volta calmatosi, mi ha detto di aver visto lo spettro che aleggiava nella stanza sul retro, davanti alla porta del seminterrato...» «Mmm... Avete quindi chiesto l’aiuto della polizia locale, che ha sorvegliato la casa nei successivi giorni, fino a che due giorni fa si sono rifiutati di proseguire il loro incarico. Lo spettro li ha forse spaventati a mor...» «Basta così!» lo interruppe Zacharias, cercando di suonare il più cordiale possibile «temo che questi siano dettagli da discutere in diversa sede...» Il mio sguardo cadde sui bambini, che non stavano prestando minimamente attenzione a ciò di cui si stava discutendo. Come potevano quei bimbi essere così allegri e spensierati, sapendo che uno spettro infestava la loro casa? “Alcuni spiriti comunicano attraverso i bambini”, pensai, “che c’entri qualcosa con la loro indifferenza verso le apparizioni?” Altre chiacchiere si susseguirono a tavola. Gli unici due a parlare per tutto il tempo furono il signor Young e il professor Edwards, mentre noialtri restammo in silenzio a mangiare. Finita la cena, il signor Young ci portò nel suo studio privato.
  2. Un rintocco lugubre, vibrato da un orologio a pendolo, ci avvertì dello scoccare della mezzanotte. La casa era ormai completamente avvolta dalle tenebre e non mi dava più solo un vago senso di decomposizione. Sembrava di essere nella vecchia casa di un qualche principe medievale, abbandonata da tempo e dimenticata dai vivi e da Dio. Le forme sinuose degli arredamenti mi parvero non più eccentriche, ma grottesche: l’oro sembrava il bianco delle ossa, il rosso accesso delle tende ricordava il sangue e i marmi riflettevano i raggi lunari come specchi. Mi chiesi se era la stessa villa dove avevo appena cenato. Sentì l’inquietudine pervadere il mio animo, ma la voce profonda e perentoria del mio mentore mi riscosse. «Muoviamoci, signor Kennedy. La caccia ha inizio» «Da dove cominciamo, professore?» chiesi, mentre sollevavo la mia lampada. «Mmm» rimuginò il professore, strofinandosi la barba con fare assorto. «Direi di cominciare dal lato est del piano terra. La maggior parte degli avvistamenti sono stati fatti lì, quindi è probabile che lo spettro preferisca aggirarsi da quelle parti. Sorveglierò io quella zona» «Ed io, professore?» «Tu, mio caro ragazzo, coprirai il resto del piano. Poiché tutti gli avvistamenti sono stati fatti qui, c’è da credere che l’apparizione eviti di mostrarsi al piano superiore o al dì fuori dell’edificio. In ogni caso, non dimenticare mai la prima regola: non cedere alla paura. Se vedi lo spettro, non urlare e non fare gesti bruschi; se avrai fortuna, non si avvedrà della tua presenza e potrai verificare, con cautela e precisione, se sia veramente ciò che sembra. Nel caso invece ti dovesse notare, sappiamo per certo che una volta che ti farai prendere dal panico, fuggirà. Questo non deve succedere! Dobbiamo accertarci della veridicità dei sospetti del signor Young questa sera stessa» «Molto bene, professore» Il professore stofinò gli occhiali sulla sua veste, afferrò l’altra lampada e si avviò verso la zona est. «Professore» esclamai, prima che si allontanasse troppo. «Per Diana, signor Kennedy! Che cosa le ho appena detto, riguardo al non farsi notare dallo spettro?» rispose il mio mentore, con voce tutt’altro che discreta. «Chiedo scusa, ma... se dovessi avvistare lo spettro, come dovrei fare per chiamarla?» «Non lo farà» disse paco il professore «oramai ha quasi le competenze di un vero demonologo. Se perfino il Ghost Club è capace di riconoscere un fantasma da un gioco di luci da quattro soldi, sono sicuro che lei riuscirà a fare altrettanto, se non di meglio» «Ma, professo...» Il professore si avviò verso l’ala est, ignorandomi. Solo e intimorito, mi avviai dalla parte opposta. Camminavo nella semioscurità, illuminando il mio cammino con una lampada ad olio. Mentre mi assicuravo che la fiamma fosse abbastanza bassa da non essere notabile da uno spettro, mi venne in mente un ricordo di qualche anno fa. Il professor Edwards aveva portato i pochi studenti della nostra classe - quelli che non avevano mollato - davanti ad una casa inabitata, poco fuori Oxford. A quanto pareva, l’edificio era stato abbandonato settant’anni prima, chiuso al pubblico poiché ancora proprietà privata. Inutile è forse dire che quell’esercitazione richiedeva quindi... «Un’effrazione!» disse Matthew Jenkins. «Sì, signor Jenkins. Entrare in questa casa è un reato, ed è infatti stato per un po’ di tempo uno svago dei monelli di strada il cercare di intrufolarvisi e dormirvi per una notte, a fronte di provare il proprio coraggio» «Immagino che l’unico motivo per cui la trovavano una sfida non fosse il fatto che la polizia li avrebbe sbattuti fuori, giusto?» chiesi. «Certo che no. I più… “fortunati” venivano scoperti dai poliziotti in poche ore. Sembra infatti che i superiori degli stessi gli dessero direttamente l’ordine di andare a prendere i ragazzi, stati informati da qualcuno. Ma come potete vedere...» Il professore alzò le braccia e fece una piroetta, in modo da indicarci il circondario. «... qui non vi è anima viva. Nessuno ha mai capito chi desse questa informazione alla polizia» «E cosa succedeva ai meno fortunati?» chiese Martin Knox. Il professore sorrise, compiaciuto dalla nostra curiosità: «Loro sono rimasti più a lungo... abbastanza da assistere ad episodi strani e inusuali. Alcuni avevano la sensazione, a volte confermata dai loro stessi occhi, di quadri le cui pupille seguivano i loro movimenti. Altri giurano che le loro immagini negli specchi restavano ottusamente ferme a fissarli, anche quando i ragazzi saltavano o si muovevano. In due casi videro, ad aspettarli alla fine di un corridoio, ciò che i tedeschi chiamano Doppelgänger» «Ma, professore...» iniziò Edward Wood «I doppelganger sono solo il risultato di allucinazioni ed isteria, non è possibile che dei ragazzi abbiano visto i fantasmi di se stessi» «Ed è per questo che non possiamo fare affidamento sulle loro testimonianze. Quindi, manderò voi ad osservare questi fenomeni. Resterete qui tutta la notte, a raccogliere dati» «E la polizia? Se venissimo arrestati, ci espellerebbero!» esclamò Jenkins. «I poliziotti non saranno un problema, me ne occuperò io» Il professore estese quindi la mano verso la carrozza. «Chi di voi non se la sente, è libero di tornare con me ad Oxford. Sappiate però, che non partecipare a questo esame pratico equivarrà all’immediata bocciatura in questo corso» Esplosero subito le proteste dei miei colleghi, scioccati da una dichiarazione tanto drastica. C’era chi volle ricordargli quanto i loro genitori pagassero in retta e donazioni, altri minacciarono che sarebbero ricorsi agli avvocati se li avesse costretti a partecipare ad un atto illegale. A nulla valsero le loro lamentele dinanzi alla stoicità del professore. «La demonologia è una branca della scienza che mal si adatta a chi ama restare dietro una scrivania, al sicuro dai rischi e pericoli della vita» ci disse deciso «Le creature che affronterete saranno per la maggior parte delle semplici seccature per i vostri assistiti, ma alcuni spettri saranno violenti e potenzialmente letali. Ve lo dissi il primo giorno del mio corso, ve lo ripeto ancora: le mie lezioni sono per pochi eletti. Sta a voi capire se siate fra di essi, o no» Restammo solo in quattro: io, Edward Wood, Jacob Maudsley e Andrew Kerfoot. Gli altri salirono sulla carrozza, rifiutandosi di guardarci in faccia. Jenkins non si degnò neanche di salutarci, mentre si sedeva schiumante di rabbia al fianco del professor Edwards. «Buona fortuna, signori. Tornerò a prendervi all’alba… se sarete ancora qui.» ci disse il nostro insegnante, sorridendoci mentre chiudeva la porta del veicolo. La carrozza si avviò giù per il sentiero, lasciandoci davanti a quella vecchia casupola fatisciente. Mi chiedo se fossi l’unico, allora, ad essere eccitato al pensiero della notte che
  3. Alice Bassi

    Strane Creature - vol. 1

    Titolo: "Strane Creature - vol. 1" Autori: Giovanna Repetto, Davide Schito, Nicoletta Vallorani, Emanuela Valentini, Alice Bassi, Danilo Arona, Joe Hill, Laura Scaramozzino, Andrea Viscusi, Richard Larson Collana: TrueFantasy Casa editrice: Watson Edizioni ISBN/EAN: 8887224390/9788887224399 Data di pubblicazione: 10 ottobre 2018 Prezzo: 15 € Genere: antologia di racconti weird/fantastici/horror/fantascientifici/fantasy Pagine: 236 pp. Quarta di copertina: "È vero che esiste una particolare salamandra in grado di rigenerare intere parti del corpo perdute? È vero. Ed è vero che dopo la seconda guerra mondiale una sgangherata coppia di agenti segreti è stata incaricata di sottrarre l'ultimo esemplare vivente a un folle scienziato nazista, per evitare che nuovi abomini si riversassero sul mondo? Può darsi. È un dato di fatto che i corvi amano banchettare con le parti molli delle carogne, ma è vero che alla fine del tempo degli uomini, quando le città saranno ridotte a grandi cimiteri, un corvo stringerà una strana amicizia con un grosso insetto robotico incaricato delle sepolture? Beh. Chi sono io per dire di no? Quello che avete in mano è il primo di una coppia di volumi in cui venti autori straordinari ci offrono altrettante sorprendenti visioni di confine, venti reinterpretazioni della realtà. A cura di Lorenzo Crescentini" Link all'acquisto: Sul sito dell'editore: http://watsonedizioni.it/prodotto/strane-creature-vol-1-antologia-racconti/ Su Ibs: https://www.ibs.it/strane-creature-vol-1-libro-vari/e/9788887224399 Su LaFeltrinelli: https://static.lafeltrinelli.it/libri/strane-creature-vol-1/9788887224399 Su Libreria Universitaria: https://www.libreriauniversitaria.it/strane-creature-watson/libro/9788887224399
  4. Le vicende che vado a riportarvi sono eventi accaduti circa tre mesi fa, in Croydon,South London. Su consiglio del mio mentore, il professor Griswold Edwards, insegnante di Demonologia e Esorcismo Pratico Scientifico alla Università di Oxford, ho annotato su un taccuino tutti gli eventi accaduti a Young House. Ho deciso di riscriverli sotto forma di diario, così da essere di più facile comprensione a coloro a cui intendo sottoporre questi documenti: il Vice-Cancelliere dell’Università di Oxford Francis Jeune,il Capo della sezione Attività Paranormali e Occulto di Scotland Yard Charles Burns, ed infine il mio carissimo amico e compatriota Abraham Stoker. Dominus Illuminatio Mei Croydon, Settembre 1863 Era tardi quando arrivammo a Young House. La nostra carrozza si fermò davanti al cancello della villa, dietro il quale potei vedere un viale circondato da giardini e decorazioni in pietra. Ricordo in particolar modo come il cielo fosse nascosto dalle nuvole. Il prematuro calare delle tenebre annunciava la fine dell’estate, rendendo il paesaggio più tetro ed inquietante di quanto già non fosse. Le statue degli angeli chinati a pregare sembravano, nella penombra notturna, intenti a piangere. Le figure che ritraevano varie bestie, come leoni e lupi , mi apparvero come bestie in carne ed ossa; immobili, la mia mente suggestionata le vide come se fossero in attesa di una preda incauta, pronte a ghermirla e farla a pezzi con le loro fauci. «Hic sunt leones.» esclamai, pensando ad alta voce. «Non siamo così lontani da Oxford, signor Kennedy. Temo che a parte quelle orripilanti statue, vedremo ben pochi leoni nel South London». A parlare era stato il mio mentore, il professor Griswold Edwards. Lo conobbi per la prima volta durante il mio primo anno ad Oxford, alla lezione di Demonologia e Esorcismo Pratico Scientifico. Quando m’iscrissi al corso, il nome era soltanto Demonologia. Tuttavia, il professor Edwards specificava che il suo corso non trattava solo metodi per riconoscere le attività demoniache e paranormali, ma anche come occuparsene. L’aggettivo “Scientifico” era stato aggiunto per indicare che i suoi metodi non si basavano su alcun tipo di superstizione, leggenda o diceria popolare. I suoi sistemi usavano esclusivamente l’analisi scientifica per compredere questi fenomeni e su esperimenti ideati da lui stesso o da altri. Il termine “Pratico” era stato aggiunto per indicare che il suo corso non era solo sulla teoria, ma anche sulla pratica. Il mio mentore era quello che alcuni chiamavano un cacciatore di fantasmi. Ed era per questo che ci trovavamo lì in quel momento. «Magari vedremo qualche aquila calva. In fondo gli Young sono americani» «Americani che si sono trasferiti in Inghilterra, speranzosi di confondersi con l’alta società locale. Se posso dire, questi yankee mi ricordano tanto i nuovi ricchi della Roma di Petronio: dei Trimalchioni elevatisi tanto in fretta da dimenticarsi di non essere nati nell’ambiente altolocato. Convinti di essersi mischiati bene fra gli alti ceti sociali, si ritrovano ad essere solo una pessima caricatura di quest’ultimi. Un po’ come un maiale con un frac addosso.» Il cocchiere aprì la porta della nostra carrozza, mostrandoci la famiglia Young e servitù ad aspettarci davanti al portone. La facciata della casa era piena di grandi vetrate, con infissi e telaiature indorate. Nonostante sapessi che il mio mentore esagerava a dichiarare gli Americani immigrati in Inghilterra un branco di cafoni ripuliti, non potei non fare a meno di notare che nel caso della famiglia Young non aveva sbagliato di troppo: se la casa era così pomposa ed eccessiva dall’esterno, chissà come doveva esser internamente. «Professor Edwards! Finalmente ho il grandissimo piacere di conoscerla». Zacharias Young, grande industriale del carbone sia qui in Inghilterra che nei suoi natii Stati Uniti, si avvicinò al mio mentore per stringergli la mano. Dietro di lui, vi erano la sua seconda moglie Annabelle, di vent’anni più giovane. Vi era poi il figlio maggiore Arnold, alto, muscoloso e dotato di una chioma di capelli corvini così scuri che, se non fosse stato per le forti luci provenienti dalla casa, si sarebbero potuti confondere con l’oscurità circostante. Al suo fianco viddi il secondogenito Phineas, più basso e decisamente meno attraente del fratello maggiore, la terza figlia Angela e i due figli più piccoli, i gemelli Edward e Albert, chiamati così in onore al padre e al marito della regina della loro nuova patria. Notai come Angela cercasse di restare il più lontano possibile da Annabelle. Immaginai che fosse dovuto a come, poco dopo la nascita dei due gemelli, la loro madre Elizabeth si fosse ammalata gravemente e avesse spirato in tempi recenti. Suo padre si era risposato subito dopo con Annabelle, che era solo di pochi anni più vecchia di lei e praticamente coetanea di Arnold. Il professor Edwards strinse la mano di Zacharias con fermezza. «Il piacere è tutto mio, Signor Young. Una villa veramente deliziosa la sua.» «Ah, la ringrazio. Dovrebbe vedere gli interni: l’arredamento lo scelse la mia prima moglie, riposi in pace...» A quelle parole Annabelle ebbe un leggero, quasi invisibile spasmo al lato destro della bocca. «Mi dica, chi è il giovane che la accomapagna.» «Il mio assistente An...» «A. Thomas Kennedy, signore!» esclamai all’improvviso, tendendo la mano al signor Young ed interrompendo in tempo il mio mentore «È un vero onore per me conoscere una personalità di spicco dell’industria come lei.» Mentre mi stringeva la mano, Zacharias mi fissò negli occhi con uno sguardo sarcastico: «Ammetto di non vivere da molto tempo in Inghilterra, ma di solito non si tende anche qui a dire il primo nome per esteso e l’iniziale del secondo?» «Sissignore.» risposi, ricambiando lo sguardo sarcastico «Di solito è così.» C’introdusse ai suoi familiari e, dalle strette di mano con gli uomini e dai baciamano alle donne, cercai d’intuire chi fossero. Arnold aveva una stretta forte. La sua mano energica si chiuse sulla mia come una presa meccanica, trasmettendomi tutto il suo vigore. Capì che doveva essere un tipo sicuro di sé, forse anche arrogante: sembrava volermi sopraffare. Phineas invece era l’esatto opposto: la sua mano si attorcigliò intorno alla mia stancamente. Sembrava che non si fosse accorto di me, indicando quanto fosse distaccato dagli eventi intorno. Il braccio si mosse comunque contemporaneamente al mio: non era distratto da qualcosa, ma semplicemente disinteressato. Notai che prima che il mio mentore prendesse la mano di Angela, Annabelle si era spostata direttamente davanti a lei, porgendo la mano. Chiunque avrebbe capito che le due non potevano sopportarsi. Da un baciamano non sarei stato in grado di capire molto, poichè non ci poteva essere nessun vero contatto fisico, ma mi bastò osservare altri dettagli. Annabelle allungò la mano verso di me quasi di scatto. Non fu altrettanto rapida quanto con il mio mentore, ma viddi che le piaceva essere omaggiata e che pretendeva di esserlo da chiunque. Mentre tendeva il braccio verso di me, gonfiò lievement il petto. Non lo faceva intenzionalmente, era dovuto alla sua indole orgogliosa. Passai ad Angela, che mi sorrise con dolcezza. Mi tese la mano molto più lentamente della matrigna e, guardandola mentre avvicinavo le mie labbra ad essa, represse l’istinto di abbassare la testa, così da chiudersi la gola. A quanto pareva, la loro antipatia doveva essere dovuta anche alle loro personalità opposte. Infine strinsi la mano ai due gemelli, identici come due gocce d’acqua. Entrambi la strinsero con vivacità e allegrezza, tipica dei bambini della loro età che ancora si preoccupavano solo di giocare e di mangiare la merenda. «Non saremo arrivati troppo tardi per la cena spero» disse il mio mentore, rivolgendosi pacatamente al nostro anfitrione. «Oh no, tutt’altro. Mi segua.» E mentre la famiglia Young cominciava a farci strada verso l’entrata, io ed il mio mentore ci lanciammo un breve sguardo d’intesa. Era iniziata la caccia.
  5. Lo studio era molto più sobrio ed essenziale del resto della casa. Almeno questa stanza, Zacharias se l’era arredata da solo. Il signor Young ci fece accomodare su due poltroncine davanti alla scrivania. «Del brandy?» ci chiese, sedendosi davanti a noi. «Perché no, signor Young. Brinderemo alla vostra salute.» Il signor Young tirò fuori tre bicchieri da uno scomparto dietro la sua sedia. Li riempì con del brandy di discreta annata, con movimenti rapidi e precisi di chi è abituato a maneggiare bevande ricercate. Una volta bevuto il primo sorso, il mio mentore andò dritto al nocciolo della questione. «Molto bene, signor Young. Mi dica tutto ciò che sa su questo fantasma. Per esempio, se è riuscito a vederlo.» «No, e chiunque l’abbia fato non sembra sia in grado di descriverlo. Chi si è ripreso dice di non riuscire a ricordarne la figura, come se la loro memoria fosse stata soppressa dallo spavento…» «Mi sorprende che non vi siate sistemati da qualche altra parte. Credete che il fantasma stia perseguitando voi e non la casa?» esclamai all’improvviso. «Sono stato io a chiedergli di non farlo, signor Kennedy.» disse il professor Edwards: «Dobbiamo prima appurare che non sia una messinscena. Se si trattasse di ciò, il nostro ingannatore potrebbe decidere di non mandare in scena i suoi trucchi, per evitare di essere scovato. Questo avrebbe l’effetto di far apparire l’assenza della famiglia Young come il motivo per cui il fantasma non si è mostrato, e non semplicemente il suo timore di essere scoperto da due veri professionisti. Una volta che avremo quindi appurato che sia un vero spettro, dobbiamo essere sicuri che non diventi aggressivo nel caso la famiglia lasci la casa. Potrebbe inseguirli ed attaccarli, mentre noi resteremmo qui. Ignari di tutto.» «Oh ma andiamo, professor Edwards!» intervenne il signor Young: «Non penserà davvero che sia stato un uomo a spaventare quelle persone così! E comunque, se dovessimo lasciare temporaneamente la casa, ci faremmo proteggere dalla polizia.» «Capisco il suo desiderio di lasciare la tenuta, ma voi sottovalutate il potere della mente umana. Ci sono stati casi in cui, se suggestionata a dovere, potrebbe perfino far emergere nel corpo i sintomi della peste bubbonica. Figuriamoci quindi, se non può bloccare i ricordi di un certo evento! Specie se non si è certi di cosa si è visto...» Il mio mentore sorseggiò un altro sorso, schioccò le labbra e proseguì. «Inoltre, Scotland Yard ha cominciato ad addestrarsi per questo genere di situazioni da meno di tre anni: si fidi, io ed il signor Kennedy siamo la vostra migliore chance.» «E non vi è nessun altro ad Oxford o in questo paese in grado di farci da guardia del corpo contro quell’affare?» Il mio mentore ed io sapevamo la risposta, ma per il professor Edwards era già stato difficile abituarsi alla mia presenza. Non avrebbe mai accettato che un altro demonologo s’impicciasse nelle sue indagini. «No» rispose, con un sorriso accondiscendente «temo di essere l’unico a poter garantire totalmente l’incolumità vostra e della vostra famiglia» Il signor Young cominciò a sfregarsi le mani nervosamente. Era chiaro che un conflitto interiore lo stesse corrodendo, ma d’altro canto non c’era da meravigliarsi: affidare completamente se stessi e la propria famiglia ad un totale sconosciuto non è mai cosa facile. Tuttavia, di una cosa ero e sono tuttora certo: se esisteva qualcuno in grado di risolvere quel problema, quel qualcuno era senz’ombra di dubbio Griswold Edwards. «E va bene, professor Edwards. Io e la mia famiglia resteremo qui. Ma solo per un tempo limitato.» «Posso identificare la natura dello spettro entro due notti, massimo tre. Quanto al liberarsene, beh, questo dipende...» «Avete due giorni e due notti, professore. Dopodiché, le permetterò di proseguire il suo lavoro, ma non lascerò che mia moglie e i miei figli restino qui dentro un solo minuto di più.» Io aprì bocca per protestare, ma il professore m’interruppe battendo le mani ed esclamando: «Allora non c’è tempo da perdere! Signor Kennedy, l’orario se non le dispiace.» Controllai il mio orologio da taschino. «Sono le dieci e mezza, signore.» «Dobbiamo sbrigarci. Di solito le apparizioni di questo spettro sembrano avvenire dopo la mezzanotte, ma è meglio trovarsi pronti.» Io ed il mio mentore facemmo per alzarci, ma il signor Young ci bloccò con un gesto della mano. «Penso sia inutile sottolineare, professore, che il vostro principale scopo è preservare i miei familiari. Dovrete assolutamente impedire che quel... la cosa, si avvicini a loro.» Il professore si alzò, subitamente seguito dal sottoscritto. Una volta raggiunta la porta, si voltò verso il padrone di casa. «Vada a riposare, signor Young. Lasci fare a chi di notti come questa ne ha passate tante.»
  6. Colored Shadows Prod

    [H2018 - Fuori Concorso] - Il dottore del diavolo

    *Racconto cancellato su richiesta dell'utente*
  7. mina99

    [MI 118] The Lost One

    Commento Traccia di mezzanotte Canzone del giorno: Raining blood from a lacerated sky, bleeding its horror, creating my structure: now I shall reign in blood Simone aprì gli occhi sul cielo rosso. Grondava sudore ed era ricoperto di sangue. Non era suo. Il caldo e il puzzo di putrefazione appestavano l’aria. Il terreno nero rigurgitava sbuffi di gas maleodorante. Il cielo pulsava scarlatto, senza luna o stelle. Si alzò a sedere e si guardò attorno. Crocefissi di legno marcio fino a perdita d’occhio. C’era altra gente, chi ancora disteso e chi si stava alzando. Gli faceva male la testa e gli bruciavano gli occhi. Qualcosa si muoveva vicino a lui. Un cranio umano pieno di vermi grassi e pallidi. Simone vomitò una bile nera puntinata di grumi rossi. I cadaveri erano ovunque. Prese a tremare. Si sentiva malato, ma non avrebbe saputo dire perché. C’era qualcosa che non andava. Com’era finito lì? Un ricordo lo colpì come una frustata. Monika. Monika l’aveva lasciato. Monika andava a letto con un altro e l’aveva lasciato. Simone ebbe un mancamento. Monika… Quella sera era andato in discoteca per dimenticare tutto quanto. Aveva buttato giù litri di alcool e il Diavolo solo sa cos’atro. Poi tutto si faceva sfocato. Qualcuno che urlava e tanto sangue. La gente attorno a lui si era svegliata del tutto. Li guardò e percepì un perverso divertimento nel constatare il loro terrore. Cercò di scacciare la sensazione. Qualcosa non andava in lui. Qualcosa… «Simone! Sei tu?» Sussultò. Quella voce… Si voltò e la vide. Monika. «Tu cosa…» Lei corse e lo abbracciò forte, piangendo. Simone rabbrividì e si irrigidì. Si sentiva freddo e rotto. Un odio incommensurabile crebbe in lui. Ne ebbe paura. Quando Monika si staccò, lui chiese: «Cos’è successo?» Monika si rabbuiò. «Non lo so. Ho la sensazione che questo posto…» «Questo posto è morte!» Gridò qualcuno. «È l’inferno!» Ripeté “inferno” come una cantilena, finché qualcuno non gli diede un calcio. Erano una cinquantina, tra uomini, donne e bambini. I più urlavano e piangevano. Simone li guardò, a disagio. Un uomo calvo e con una cicatrice in volto lo stava fissando, sorridendo con una buccia d’arancia in bocca. Simone distolse lo sguardo. «Monika…» Cercò le parole. «Mi dispiace. Per tutto. So che non è il momento, ma, Monika, io ti…» «No». Lei indietreggiò e protesse un braccio in avanti come protezione. Provò a dissimulare le lacrime. «No, Simone». Si allontanò. Simone sentì una stretta al cuore. Ed ecco tornare la collera. C’era qualcosa di sbagliato, in lui. Non era triste per Monika. Il dolore stava sparendo, lasciando spazio a un grande vuoto sporco d’odio. Si confuse tra gli altri. Stavano discutendo sul da farsi. La decisione fu di dirigersi in una direzione e seguirla finché non avessero trovato cibo e acqua. La spedizione partì. Camminarono senza parlare. Gli unici suoni erano urla e pianti. Simone ne fu infastidito. Il panorama era sempre uguale, avvolto da una rossa oscurità malsana. Colonne di fumo nero salivano dal sottosuolo. Una donna ne indicò una al figlio e gracchiò: «Non ti avvicinare, o i demoni ti trascineranno giù e ti faranno a pezzi e ti mangeranno le interiore e ti spolperanno le dita». Mise in bocca un dito del bambino. Simone ne fu nauseato. Monika gli si accostò e per un po’ stettero in silenzio. «Perché te ne sei andata?», chiese Simone. Lei lo guardò mesta. «Perché sei cambiato». Fece per aggiungere altro, ma cambiò idea e si allontanò di nuovo. L’odio di Simone montò nuovamente. Il desiderio di ucciderla era irrefrenabile, la amava troppo. Era tutta colpa di Monika. Simone sapeva che qualcosa di terribile stava crescendo in lui, nutrendosi del suo animo rotto, ma… Era irresistibile. Persero la cognizione del tempo. La fame e la disperazione aumentarono di pari passo. I cadaveri putrefatti non sembravano più così rivoltanti… Qualcuno provò a mangiarli, affondando i denti nei polpacci marci, pieni di vermi e pus. Presero a schiumare e vomitare sangue, gli occhi gli si rivolsero all’indietro e furono scossi da convulsioni. Poi più niente. Simone li guardò con disgusto. Che idioti… Il morale del gruppo era a pezzi. Decisero di fermarsi a riposare. Simone sedette solo, a fissare l’orizzonte. Aveva paura. Non della situazione, no… C’era qualcosa in lui che lo terrorizzava, e non capiva. Era quello che provava per Monika, uno strano miscuglio di ira, amore e odio. Alzò gli occhi al cielo fumoso e scoppiò un temporale. L’acqua sembrava rossa in quella luce. Cadendo macchiava il suolo. Simone si sentì sporcare. Si portò un dito alla bocca. Non era acqua. Stava piovendo sangue. Monika gli sedette accanto, tremante. «Ho paura». Simone la guardò dall’alto al basso. «Sarebbe da stupidi non averla». «Secondo te che posto è questo?» Non rispose. «Senti… Scusami». “Scusami”? Simone percepì nettamente l’odio. Lei era sua. Era sua, e nonostante ciò, aveva osato… «Devi andartene». «Cosa?» Monika si sporse verso di lui. «Vattene». «Simone… Mi dispiace. Vedi… Non provo più le stesse cose per te. E non puoi farci niente. Io…» Simone le tirò un pugno. «Io ti amo», gridò. Qualcosa si sciolse in lui ed emerse in lacrime che si mischiarono al sangue. Si mise a cavalcioni sopra Monika e la picchiò selvaggiamente. «Non avresti dovuto fare la puttana con me… Nella tua vita ci sono solo io, capito? Solo io, solo io, solo io… Staremo per sempre assieme. Tu sei mia.» Le afferrò le guance e la baciò. Lei giaceva esanime nel sangue. «Questo visino è mio». Le strinse i seni. «Queste sono mie». Le afferrò le spalle. «Questo corpo è mio». Le mise una mano tra i pantaloni. «Questa fica è mia. Tu sei mia! Come hai potuto…» Si fermò ansimando. Fissò quel volto tumefatto e ne ebbe grande paura. Si alzò in fretta e scappò via, il più veloce possibile. Si fermò stremato e si poggiò a una croce a riprendere fiato. «È colpa tua, sai?» Simone si guardò attorno. Ai piedi della croce c’era il teschio di una volpe, gli occhi intatti nelle cavità che lo fissavano. E così parlò il teschio: «Tutto questo è opera tua. Puoi farlo cessare in qualunque momento. Ma non vuoi, vero? Li hai uccisi tutti. Ti ricordi della sera del Sabba, vero? Ti ricordi. Che coincidenza incontrare Monika in quella discoteca, eh? E ora sono tutti dentro di te. Hai giocato abbastanza a fare Dio. Anche se quella sera sembravi più posseduto dal Diavolo. Eh eh eh.» La risata del teschio riecheggiò nella landa desolata. La consapevolezza folgorò Simone. Monika… Monika era in pericolo. Tornò di corsa all’accampamento. Sentì le urla ancora prima di arrivarci. La pioggia scarlatta cadeva sul banchetto infernale. Simone vide gente aprire i crani di altre persone con una pietra per nutrirsi delle loro cervella. Vide gente togliersi la vita pur di non seguire quel destino. Vide madri che squartavano i figli e ne mangiavano gli arti. Vide uomini ridere, il muso grondante sangue, mentre sventravano altri uomini e mangiavano i loro organi. E Monika. Simone sapeva di essere il colpevole. L’aveva abbandonata. Era colpa sua. Solo colpa sua. Monika urlava e piangeva mentre la violentavano e la divoravano. La stavano facendo a pezzi con lentezza, nutrendosi dei brandelli di carne succulenta. Lei vide Simone e provò a chiamarlo. Lui lesse l’accusa nei suoi occhi. Lei sapeva. Sapeva che Simone poteva far smettere tutto quello in qualunque momento. Ma lui no. Simone vide la donna che amava morire e l’odio ruppe gli argini. L’uomo morì e il Demone sopravvisse. Il massacro si ripeté. Simone non fu mai più Simone. Il suo corpo crebbe, il volto scomparve, la schiena si spaccò e i tentacoli tenebrosi emersero. Il mostro conosceva solo odio e vendetta. Furono tutti sterminati senza pietà. Non rimase nulla. Simone era solo nel vuoto e pianse eternamente. L’umanità spirò. L’ultimo gradino della scala evolutiva umana fu salito e rimase solo la sua pure essenza. L’odio.
  8. Marcello Iori

    Il Ponte Oscuro dell'Anima

    Il Ponte Oscuro dell'Anima Marcello A. Iori Collana: Magnolia narrativa Casa editrice: Il Seme Bianco ISBN: 9788833610702 Data di pubblicazione (o di uscita): 3 ottobre Prezzo: 12,66 - 14,90 Genere: Horror/fantasy Pagine: 160 Nessuno sembra chiedersi mai in che luogo del mondo abbia avuto inizio il male, tranne i fratelli Cavendish. Reduci di due guerre mondiali, diretti alle valli fredde del nord, in Norvegia, ne cercano l’origine, la sua sede, la dimora. Esistono luoghi silenziosi dove le persone scompaiono, si smarriscono, anfratti dove le anime sono cibo per entità oscure. I fratelli raggiungono Val, una residenza nera ai confini del mondo. Lì, un passaggio segreto, una breccia aperta durante le due guerre ha liberato il male assoluto. Ma quella che sembra essere solo una lugubre esplorazione nell’ignoto, si rivelerà una destinazione senza ritorno: esistono cose peggiori della morte. Link all'acquisto: http://www.ilsemebianco.it/collana/magnolia/ponte-oscuro-dellanima/ Booktrailer: per Halloween non farti mancare una storia da brividi. Per leggere degli estratti, visita il sito: Un Mondo Vivo
  9. Torba

    Polmoni

    [Rimosso su richiesta dell'autore]
  10. BramStoker

    Tempesta Eterna

    Era, credo, la notte del 21 Dicembre, anzi, ne sono sicuro, la fredda e umida notte del solstizio d’inverno. Aprendo la finestra che dava sulla mansarda, la mia testa si alzò quasi meccanicamente e si affacciò in alto, ammirando all’orizzonte un lenzuolo di stelle che luccicavano ad intermittenza e si stagliavano per chissà quanti chilometri in quello spazio infinito di puntini eburnei che a me sembrava tanto un mantello di velluto maculato di verniciature biancastre appena fresche. Tutto quello spettacolo mi trasmise un nonsoché di magico; stetti parecchi minuti, incantato da quell’ombra scura del cielo sfavillante, ad osservare come, quelle stelle immobili, non ostentassero alcun movimento. Il cielo quella notte sembrava più luminoso di come io lo ricordavo, e quel teatrino di stelle mi tenne attanagliato alla finestra come un chiodo arrugginito. Mi destò d’un tratto una specie di vento pungente e freddo, che mi picchiò in fronte facendomi svolazzare i lunghi capelli qua e là; sono certo che mi fece trasalire in quell’istante. Quella folata di vento sembrava arrivare da quei reconditi angoli di cielo che io fino a quel momento avevo ammirato ― trascinò con sé uno strano profumo, un profumo di terra, proveniente molto probabilmente dai larghi campi e dalle lunghe distese di prateria giù a nord, e, vivacissimo, attraversò il canaletto del mio naso facendomi conoscere parti di terra dimenticate al buio di quella mirifica notte di seta. Cercai di capire come era stato possibile come quella raffica di vento si fosse alzata tutt’a un tratto, di come, misteriosamente, si fosse liberata in quell’aria che a me sembrava tanto secca e arida. La risposta ancora una volta mi venne dal cielo, che sormontava la terra in tutta quella sua gelante imponenza. Conserti le braccia e mi abbandonai completamente al buio di quella notte. Con la luce della fiamma del candelabro che baluginava dietro la mia schiena, quel cielo sembrava spegnersi. Il vento sciorinò adesso tutta la sua veemenza, facendo danzare irrequiete le foglie degli aranceti e della gramigna che poco d’allora dormiva sotto il peso greve di quel cielo ammaliante. Io ovviamente non mi mossi. La mia curiosità ebbe il sopravvento, ed imperiosa, mi fece acquietare ancora una volta in quella mia vista, la quale stava diventando ormai una difficile, ma bella impotenza di resistere all’apoteosi della bellezza, che si snodava tramite i suoni di quella natura mobile e irrequieta. Così io guardai il paesaggio cambiare: nugoli di vapori scuri cominciarono a stagliarsi all’orizzonte, obnubilando la magnifica luminosità stellare con la quale mi ero abbandonato, come un sogno. Caterve di nuvoloni neri, come valanghe in piena notte, stormivano pesanti, e, carichi di folgori sfavillanti, abbuiarono il cielo, accerchiandolo, premendolo, come in una rissa. Adesso, io, come il cielo, mi sentivo addosso un’insana tristezza mista ad amarezza, che mi fece pervenire un’irrazionale voglia di chiudere la finestra e sprofondare tra le coperte, piangendo tra il cashmere del cuscino. Ma rimasi lì, ancora, quasi sconcertato, ma ancora incuriosito, a guardare come il paesaggio avrebbe reagito. Scoccai un’occhiata fugace ad est, dove pigolavano, seppur spenti, gli ultimi raggi di mezza luna, la quale non era riuscita a distinguersi in mezzo al tepore di quelle stelle; le quali, però, adesso, quasi inconsapevolmente, si stavano spegnendo come soffi su fiammelle di candele. E fu: il cielo si spense. Il nero di velluto inondò l’epidermide di tutte quelle piantine, che si sfasciavano sotto l’impetuosità di quel ventaccio rigido e ghiacciato. Io mi voltai di scatto come se qualcosa si fosse mossa sotto il letto. Trasalii quando mi accorsi che era stata solo la mia fervida immaginazione. La stanza in cui mi trovavo, nella notte di Dicembre, sembrava brancolare sotto ombre vacillanti, che danzavano nei muri come tribù africane, nel gelo della luce baluginante del candelabro. D’un tratto il paesaggio sembrò percorso da un’inquieta calma, silenziosa, che mi fece accapponare la pelle. Mi voltai ancora una volta verso quel buio fitto e opprimente del cielo, e, tra lo schioccare celere d’un battito di ciglia e l’inaspettata dilatazione delle pupille, vidi un’accecante saetta sfavillare in mezzo a quel buio smaniante. Tutto intorno sembrò fermarsi. Le piante, immobili; gli animaletti, tentennanti, zitti… silenzio. Un orrendo silenzio si riverberò in mezzo a quel buio inquietante. E poi, non so spiegarlo, perché credo di non essermene mai imbattuto, un inaudito frastuono così rombante sconquassò il cielo a due metà e fece tremare tutto. Io non so se il cuore mi batté nei successivi secondi, ma sapevo che mi trovavo per terra con la faccia che lambiva il pavimento freddo. Un tuono così fragoroso io non l’avevo mai sentito, e, ne sono certo, neanche un altro essere umano al mondo. Le finestrelle tremarono così fortemente che poco a lì si sarebbero sfracellate, i mobili traballarono, e quel piccolo cerchio di luce nella mia stanza si spense. Dopo seguì una strana quiete; e, vi giuro, io, appiattato su quel legno frigido, con le guance schiacciate a terra, vidi la mia stanza imbiancarsi di una strana luce, così accecante che per la prima volta nella mia vita sentì il cuore in gola, anzi, al cervello. Il bagliore lampeggiò per circa due o tre volte, per poi spegnersi proprio nel momento in cui mi accingevo a guardare da dove arrivasse. Adesso era tutto buio. Tutto. Mi girai e mi rigirai per cercare un fulcro su cui appoggiarmi. Cominciò a piovere, a piovere forte; io chiusi la finestra, istintivamente, per l’assurda e illogica protezione della specie umana che si difendeva da quel tuonante spettacolo. Non feci a meno di sentire il forte scroscio dell’acqua strapazzarsi sulle tegole sopra la mia testa e dedurre che una tempesta dalle dimensioni perplessamente enormi era arrivata alle porte. Tutto, dico tutto, intorno a me, era buio, ed io, accecato dal nero più assoluto, brancolai in mezzo alle ombre della mia stanza. Mi appropinquai caparbiamente allo scrittoio dove ricordavo che ci fosse il candelabro, ma inciampavo qua e là con le mani tese a mo’ di zombie per cercare di imbattermi contro qualche oggetto. Fu un respiro di sollievo quando le mie mani si smaltarono di cera. Le candele ancora fumavano, e per riaccenderle necessitavo della scatola di fiammiferi. Agguantai il candelabro con entrambe le mani. Mi feci strada tramite la luce abbarbagliante delle saette, le quali riuscivano a filtrare in su fino alle tendine vermiglie che coprivano la finestrella. Si stamparono sulle pareti strane ombre, più inquietanti, che oscillavano a ritmo di pioggia con movimenti davvero psichedelici, sullo sfondo rosso della tendina. Sentii un altro frastuono, stavolta più leggero, ma che comunque mi scosse e fece alzare un po’ di polvere dal linoleum. Trovai la scatola, mi avvicinai alla finestra per un po’ di luce, presi un fiammifero e lo sfregai contro la superficie ruvida dell’incarto, si accese e mi sentii subito sollevato. Un fuocherello, un fuocherello che mi faceva sentire protetto da non so quale entità o forza della natura… se ora ci penso mi fa ridere; ma ridere di tristezza, perché, oggettivamente, quello fu un primo segno di cedimento; e come ho già detto prima, non mi ero mai, e dico mai, nella mia vita, imbattuto in uno scenario così strano, misterioso e terrificante allo stesso tempo. La luce fioca intanto continuava a vacillare in quel lembo di buio pesto. Le ombre sulle pareti si dileguavano per poi riapparire, nascondersi per poi assumere sagome più orrende, che somigliavano tanto a fumi leggeri, forme geometriche irregolari, animaletti tentennanti ― tutto, insomma, sembrava muoversi sotto l’incanto di quel tiepido cerchio di luce. Infuocai tutte e tre le candele e soffiai il fiammifero. Mi chiedevo cosa stesse facendo tutta la mia famiglia dall’altra parte. Mi avvicinai alla porta, antica e acerba, la schiusi e me la lasciai alle spalle, non senza un cigolio raccapricciante. Il lungo corridoio, tale e quale come mi appariva davanti, così polveroso che non si puliva mai, sempre sudicio, dal quale non si vedeva la fine, mi trasmise un senso di misteriosa inquietezza che non mi seppi spiegare. Camminai in punta di piedi, furtivo, sul tappeto persiano che si srotolava per parecchi metri. C’era un odore di chiuso che l’aria sembrava quasi irrespirabile. Oltre la luce del candelabro segmenti di sguardi trapassavano i miei occhi, incrociandosi inspiegabilmente con quegli orrendi ritratti genealogici, propri delle nostre più antiche radici. Cercai di stare più appiccicato possibile alla luce e a fuggire da quelle occhiate che mi premevano. Si sentivano sulla mia testa colpetti di pioggia fastidiosi che naufragavano sulle tegole, le quali, tuttavia, sembravano trapassarle e gocciolare fin dentro casa. Visi vetusti, antichi, pieni di rughe, facce sbiadite, parevano fissarmi dietro le fioche fiammelle del candelabro d’argento. Ancora camminavo, sconcertato, lungo l’androne di casa. Accorsi il passo. Quel corridoio mi sembrò stranamente più lungo per qualche ragione di cui non mi riuscii a raccapezzare. Corsi, sfrecciando tra i quadri, cercando di sfuggire a quelle occhiate che mi comprimevano sempre di più. Mi lasciai dietro una mole incontenibile di buio… le pupille che si rimpicciolivano come quelle di un gatto… sembrava che quel corridoio non terminasse più. Il cuore mi batté più forte all’improvviso e le mani mi si intinsero di sudore. La gola divenne più secca d’un corpo privo di vita. Mi salì da non so quale parte del corpo un fetentissimo affanno che mi mondò quel minimo si sicurezza che custodivo dentro quelle mura di casa. Ansimai. Mi brillarono gli occhi. Il respiro diveniva ancora più difficile e come spine mi stringeva forte i polmoni. Quei quadri sembravano fissarmi minacciosamente, astiosi, forse, al baluginante barlume del candelabro. Sentii il corridoio stringersi, le mura chiudersi contro le mie ossa, i ritratti orripilanti che, ostili, mi guardavano come su una lettiga di morte vagante i quali mormoravano un qualcosa di demoniaco che mi fece perdere il lume della ragione. Chiusi gli occhi e mi affidai alla sorte, brancolando nel buio delle pupille, spaventato, irrazionale, e sbattei tutt’a un tratto la testa contro una superficie di legno, che, certamente, doveva essere la porta d’ingresso della cucina. Precipitai atterrito sulla pelliccia del tappeto, col candelabro che ora si era spento, flebile, perdetti i sensi. Mi svegliai con un fortissimo mal di testa. Davanti a me, facce sfocate mi osservavano, accoccolate sulle mie gambe molli. Dovevo essermi svegliato dopo qualche minuto, a giudicare dalla posizione delle lancette dell’orologio che segnava la mezzanotte. Mi alzai sui gomiti e cercai di sgranare gli occhi. Davanti a me mio padre e mia madre, che sorridevano. Chiesi loro con voce roca e distrutta cosa ci trovassero di tanto divertente. Loro lì, ancora, seduti vicino ai miei piedi, mi guardavano dritto negli occhi con quel sorrisetto che, adesso, ritornando appieno delle mie facoltà mentali, mi sembrava un po’ inquietante. La risposta non arrivò alle mie orecchie e adesso mi chiesi se fossi ancora stordito, o se quelle facce, toccandole, fossero vere. Così posi la domanda ancora una volta facendo attenzione a non essere troppo petulante:<<Insomma, che c’è da ridere?>> ― domandai imbarazzato con un segno chiaro d’imbranataggine. Un silenzio che mi fece rabbrividire percosse la stanza; dietro quei sorrisetti un qualcosa di davvero stravagante e raccapricciante sembrava racchiudere tutta l’alacrità di quel silenzio. Gli occhi di mia madre sembravano profondi, di un grigio spento, persi nel vuoto ― quelle labbra sterili e secche, prive di colore. Mio padre aveva la fronte corrugata, le sopracciglia arcuate, e quelle rughe, con gli occhi grandi e spalancati assieme a quel sorriso, sembravano nascondere una ferocia famelica che non aveva niente di umano e che non gli avevo mai visto. Ingoiai un brivido che mi fece tremare la pelle ed asciugare quel poco di saliva che mi rimaneva sulla lingua. Allora mi scattò impervio il pensiero di toccare quelle facce per constatare la reale condizione dei miei sensi, che mi sembravano tanto fiacchi quanto la botta che presi alla testa quando questa sbatté contro la porta della cucina. Ma qualcosa, dentro di me, mi diceva di non avvicinare il dito: mi ricordava tanto, da piccolo, il rossore del sangue che versai quando, senza saperlo, avvicinai una mano per accarezzare il pelo di un cane che ringhiava, con la schiuma in bocca. Quell’incubo mi si accavallò, mi imperversò le membra e, quando lo rievocai, mi accese un brivido proveniente da sotto, sotto la colonna vertebrale, fin su al collo. Mi feci forza. Dovevo toccare quelle facce. La mia vista tuttavia si sgranò completamente, e, solo adesso, potei distinguere con nitidezza tutto quello che mi circondava. Quei due corpi, ancora, fermi, mi guardavano opprimenti, i sorrisetti che sembravano ghigni feroci, le rughe delle sopracciglia che solo un pazzo poteva avere. Dovevo toccare quelle facce. La più vicina a me, proprio a cavallo delle mie costole, era quella di mia madre. Guizzai l’indice dal cuscino. Tremante, percorse uno spazio vuoto che sapeva di una terribile concezione di uno sbaglio incombente, di fronte alla terribile scena che i miei occhi rievocavano, di quel cane schiumeggiante, rabbioso, feroce. Avevo paura che questi si voltasse di scatto, non appena avvicinato il dito, o comunque dopo aver sentito la presenza di quest’ultimo. Il dito tremolava, lentissimo. Mi ero rassegnato che se fosse successa qualcosa, dopo quel mio avvicinarmi, mi sarebbe venuto un infarto dallo spavento. La tensione saliva, e con questa, le goccioline di sudore. Guardai gli occhi di mia madre con circospezione, al fine di poter intercettare qualsiasi mossa che ella, o meglio quella cosa, si fosse immaginata. L’indice sfiorò la sua guancia. Per fortuna non si era girata. L’unghia grattò la superficie della pelle, ma non sprofondò oltre. Cercai di spingere più in giù il dito, ma questo si fermò come in una pista di pattinaggio, con la sottile differenza che questa mi ricordava tanto le gocce del candelabro che mi avevano bruciato le mani. Gridai di paura e mi alzai di scatto. Un tremolio mi imperversò la colonna vertebrale. Ora, a due piedi dal divano, mi accorgevo di come le due figure guardassero, con un sorrisetto bianco e demoniaco, verso il posto su cui ero disteso, avendo ignorato il mio movimento istintivo di fuga. Gli gridai contro ancora una volta, con un brillio agli occhi e una voce confusa, ma niente; mi pizzicai le guance per constatare se quella scenetta, inquietante e spaventosa, fosse solo uno strano, terribile incubo, ma niente; ero sveglio, io ― io, da solo, davanti a quelle due figure ferme come statue, inclinate verso il divano, con espressioni astruse che facevano vacillare il senso di normalità a cui era abituato il mio stato d’animo. Li toccai ancora una volta, picchiettando l’indice contro la pelle dura, e mi raccapezzai scoprendo che avevo davanti due statue di cera! Mi misi le mani nei capelli per pensare e snebbiare la mente, doveva esserci un nesso logico con tutto quello che mi stava capitando, un collegamento trasversale con quelle scene in cui mi stavo imbattendo: quella tempesta rombante imbattutasi tutta di colpo, quel corridoio che sembrava interminabile, quelle due statue di cera posizionate di fronte al divano e… dov’era mio fratello? Quel bambinone precoce e testardo? Questi furono i dubbi che mi sormontarono in quel momento… <<Ashtooon!>> <<Ashtooooon!>> Gridai. Mi guardai attorno. Mi trovavo in cucina. C’era un pancarré con la martellata alla fragola sulla tovaglia. C’erano piatti e posate sporche ancora sul tavolo e una strana puzza di bruciato. Contai le sedie. Tre. Tre sedie. Le contai di nuovo. Tre sedie. Mi domandavo dove fosse l’altra, c’era sempre stata la quarta. Mi girai e mi rigirai, in cerca di quella sedia. Mi affacciai dalla finestra, ancora pioveva. Il paesaggio sembrava percorso da una calma silenziosa che faceva venire voglia di uscire e bagnarsi. Dal cortile non si vedevano che montagne oscurate e alberi frascheggianti. Uno strano luccichio che doveva essere probabilmente la luce della città rischiarava il fianco ovest dell’Etna. Lo ignorai e ricominciai la mia ricerca. La stanza di mio fratello era di fronte alla mia, e per arrivarci dovevo attraversare nuovamente quel corridoio cui avevo maturato un brutto ricordo. Mi ero ripromesso però che l’avrei trovato anche se fossi stato incerettato misticamente da qualcosa di paranormale che, adesso me ne resi più conto, vagheggiava nelle stanze di casa mia. Senza, e dico senza alcun problema attraversai il corridoio (perché prima sì e ora no?) e arrivai sull’uscio della porta che collegava questo alla stanza di Ashton. Il candelabro avvinghiato saldamente alle mie mani traballava qua e là, e la luce che si proiettava sui quadri era molto irregolare e deforme. Adesso, un dipinto alla mia destra, non mi guardava più come prima; tuttavia non vi nascondo che fui percorso dentro da una paura irrefrenabile che sarebbe esplosa in un grido se questo avesse roteato le pupille e quindi averle incrociate alle mie. Non ci feci caso come prima, immerso completamente nel fardello dell’azione, di scoprire il significato travolgente di quel mistero davvero enigmatico e labirintico. Lo chiamai da dietro il legno della porta, accentuando il suo nome con un tono di voce più acuto del solito, che rasentava paura e confusione. Nessuna voce accorse al richiamo. Picchiettai le nocche innumerevoli volte, bussando con energica portata. Ancora il nulla si sentiva, mentre il silenzio procrastinava già da sé un pensiero di rassegnazione davvero inquietante. Preso sempre di più dall’impazienza, cercai di sfondare la porta, scaraventandovi contro potenti calci e spallate. Dopo esattamente tre tentativi, la porta cedette e cadde oltre la soglia, dall’altra parte. Non riuscii a vedere niente; buio pesto e opprimente relegava le mura di quella stanza, che, naturalmente, non era grande quanto le altre. Superai la porta camminandoci su e la luce del candelabro, ad ogni mio passo, rischiarava, seppur in modo contenuto, la stanza. Una luce, una luce, filtrò dalla finestra: era quella di un fulmine. La stanza si illuminò di blu in un baleno, anzi, d’azzurro; tutto quello che mi ero immaginato era, tra la celerità di quel barbaglio in un battito di ciglia, davanti a me… la sedia, la sedia… la sedia era s-sistemata l-là… sssul piedistallo… lacci di scarpe sciolti dondolavano… le sscarpe, le scarpe vacillanti nel buio, u-un corrrpicino appppeso sssul tetto ― un capppio, un fottutissimo cappio stringeva il collo del mio fratellino. Strinsi i pugni. Gridai. Mi cadde il cuore a terra. Piansi. La pioggia fuori per dispetto ballava assieme al corpicino del mio fratellino. Guarda, un altro lampo. Un’altra luce, un altro grido silenzioso. Guarda, la fine della vita inspiegabile, maledetta e bastarda. E piansi ancora.
  11. Daniele D. (Sher)

    Urla...Pianti

    Sentivo spesso vari rumori di notte all'interno della mia stanza, passavo intere notti sveglio completamente avvolto dalle coperte tentando di ignorare quelle macabre urla provenienti da ogni dove, piangevo, urlavo, chiamavo aiuto, e allarmata dai miei lamenti, arrivava mia madre a controllarmi, mi sorrideva sempre, ed io, dopo una semplice carezza mi calmavo. Le seguenti notti, le urla divennero sempre più frequenti, raschiavano dietro la porta, e nell'angolo della mia stanza, coperto dall'oscurità, mi sembrava di vedere qualcuno immobile intento a fissarmi mentre piangente, crogiolavo nella paura. Il giorno seguente, non mi mossi dal mio giaciglio, rimasi immobile, non mangiai, ne bevvi, e la notte che venne, non so come, riuscì a scavalcare le sbarre del mio giaciglio, cominciai a gattonare verso la porta di legno, rimasta semi-aperta, una volta superata, non vidi altro che rosso e un macabro sorriso, e dopo, rammentai il viso di mia madre, e allora capì, quando veniva nella mia stanza, non sorrideva...i suoi occhi erano velati dalle lacrime. Il giorno dopo, la mia culla, rimase vuota.
  12. zMatt.

    La Cava - Parte 1

    L’essere umano è sempre stato curioso di natura. La curiosità ha un ruolo importante nella vita di tutti, poiché esistono individui la cui curiosità arriva a livelli “esagerati” mentre altri preferiscono accontentarsi di ciò che si conosce già, di guardare solo ed esclusivamente ciò che li circonda e non viaggiare per il mondo, non voler studiare per sapere cosa successe migliaia di anni prima della loro nascita semplicemente per “pigrizia”, oppure non volere aprirsi ad altre persone per timore, per mostrarsi agli altri come persone riservate e non proferire parola con nessuno. Questi individui, alla fin fine, sono tutti della stessa razza. L’uomo che squarta l’animale per sapere com’è fatto, nonostante lo sappia già perché lo ha visto in un libro di scuola, ma lo fa ugualmente per poter ammirare dal vivo e tastarne la consistenza, l’uomo che uccide e sventra per lo stesso motivo, che sia un serial killer o un pazzo psicopatico, entrambi bramano qualcosa, e magari quel qualcosa è nato dall’animo più curioso di tutti. Semplicemente pensando al famoso detto: “la curiosità uccise il gatto”, l’uomo suggerisce a se stesso di non cercare il troppo, di non spingersi oltre al limite, poiché potrebbe finire per autolesionarsi, provocarsi qualcosa che, alla fin fine, lo fa stare tutt’altro che bene. Ma molti se ne fregano. A molti non importa, tuttavia, vi sono curiosità di livelli distinti, e gli individui sopra citati ne sono la prova. L’essere umano è nato curioso. Ha la curiosità nell’animo, e chi gliela potrà mai togliere…? Fin da piccolo, sono stato un individuo davvero, davvero curioso. E ora che ho ventitré anni, sono riuscito a mettere piede in uno dei siti minerari abbandonati più misterioso di tutt’Italia. Situata in Sicilia, la così detta “Miniera del non ritorno” ha misteriosamente procurato morti e molta gente dispersa. Un sondaggio risalente a circa una decina di anni fa affermava del fatto che chiunque abbia messo piede lì non ne sia mai uscito vivo e, se lo fosse stato, che si sarebbe trovato ancora all’interno della cava. Il sondaggio affermava anche che, in assenza di beni consumabili come cibo e acqua, in breve tempo anche gli esploratori più resistenti prima o poi sarebbero deceduti in un luogo così misteriosamente tortuoso. Alla scuola elementare della mia città, una cittadina del Virginia, mi volli informare sull’Italia e tutti i luoghi che erano situati lì, dalla bella Venezia al Colosseo, e dal Colosseo al Monte Bianco. Le città, i monti, i monumenti storici e le opere d’arte avevano catturato la mia mente, e da lì capii di essere diventato un bambino davvero curioso di scoprire di più sul mondo, cominciando da un semplice paese. L’ultima città di cui mi informai prima di raggiungere la maturità in una scuola situata proprio in Italia, in Calabria, fu proprio la Sicilia. Scopri che un censimento risalente all’incirca agli anni ’90 affermava che, in quella regione, erano presenti più di 700 siti minerari. Dopo diverse gite turistiche, venni a conoscenza di un sito minerario chiuso per le troppe voci che correvano nelle città vicine. Era un luogo spaventoso, dicevano molti, le persone perdevano la vita, spinte dall’istinto di addentrarsi per cercare di dare una spiegazione alle morti dei loro simili. Era tutto così… Interessante. Mi ero interessato, prima di questo, a moltissimi altri casi di “morti inspiegate”. In circa cinque o sei anni della mia vita, dedicai il mio tempo libero nello studio di certi argomenti. In particolare, mi colpì molto il famosissimo caso del “Перевал Дятлова”, in italiano Passo Djatlov, un incidente datato 2 febbraio 1959. Tutt’oggi, quelle morti sono rimaste inspiegate proprio come quelle della caverna siciliana. Così, decisi di addentrarmi. Esatto, me ne fregavo degli avvertimenti, non avevo paura di morire, di sparire, o qualunque cosa avessi mai dovuto sopportare lì dentro. L’entrata era avvolta da diversi nastri che segnalavano un pericolo. Diversi cartelli informavano di stare lontano, mostrando un’intimidatoria scritta di “pericolo di morte”, seguita da diverse scritte “keep out”. Attraversai, ovviamente munito di uno zainetto molto probabilmente simile a quelli che i precedenti esploratori portarono dietro con sé durante l’esplorazione, il varco che distingueva il territorio della madre natura dal territorio scavato dall’essere umano. Il venticello d’autunno mi scompigliava leggermente i capelli, mentre tiravo ripetutamente dei sospiri. Cercavo di farmi più forza possibile. E così, entrai. All’entrata, si poteva odorare un fetore indescrivibile. Era così forte che dovetti coprirmi la bocca con le mie mani. Proseguivo sempre più avanti a passi lenti, mentre l’oscurità silenziosamente e lievemente m’avvolgeva in un alone di dubbi e pensieri. Cercando quantomeno di distrarmi da quell’orrendo odore, provavo a pensare a cosa m’ero messo in spalle: nel mio zaino si trovavano diversi strumenti utili e qualche foglio di carta straccia per poter segnare una temporanea mappa del luogo. Evidentemente, tutti gli esploratori che misero piede all’interno di quella cava erano solamente di passaggio, magari per una visita turistica, e notando i cartelli di fare attenzione – probabilmente in precedenza ridotti in numero – vollero lo stesso entrarci, esclusivamente per fare qualcosa di diverso e per infrangere un po’ la legge. Rispettando questa teoria, essa spiegherebbe anche il motivo per il quale, nonostante le mie profondissime ricerche per tutto il web, io non riuscii a trovare una semplicissima mappa del sito minerario, nemmeno di quand’era in funzione. Che nessuno ci abbia pensato, o che sia tutto stato fatto apposta? Non potevo saperlo. Per questo, appunto, decisi di creare la mia personale mappa del posto. Mi interessava, in particolare, una cosa che lessi su un libro riferito al Passo Djatlov. Decisi di portare con me un contatore Geiger per poter misurare la radioattività della zona. Come pensavo, all’entrata si poteva notare che il contatore stava cominciando a dare lievi segni di presenza di radioattività. Interessante. Più andavo avanti, e più la lancetta continuava a salire, i valori continuavano ad aumentare spaventosamente. Seguivo principalmente quella per orientarmi, poiché notavo che mi stava portando da qualche parte. Mi fermai in punto dove la lancetta iniziò a produrre un allarme, che segnalava il massimo di radioattività contabile. Quando lo notai, mi accorsi anche di trovarmi al buio. Non ero andato così poi lontano, così non mi preoccupai molto di trascrivere la mia posizione sulla mappa. Presi in mano una torcia e la puntai verso il punto segnalato dal contatore Geiger come zona di massima radioattività. Quasi presi un infarto, quando notai un cadavere proprio sotto di me, seduto e appoggiato di schiena ad un muro ben scavato di pietra. Mi trovavo ancora nella zona “umana” del sito minerario. Notai che erano anche presenti dei binari per il passaggio di carrelli utilizzati dagli ex minatori del posto per il trasporto di pietre preziose o altri materiali importanti. Per poco non inciampai su uno di quei binari alla vista del cadavere. Così, decisi di avvicinarmi a lui per ispezionarlo. Doveva trattarsi di uno dei precedenti esploratori. In mezzo alle sue gambe giaceva il suo zainetto giallo opaco, squarciato per metà e mezzo aperto, con degli oggetti a terra ed alcuni che fuoriuscivano leggermente. Le sue mani erano in posizioni ambigue: non si riusciva a capire se, prima di morire, avesse desiderato di fare uso di qualcuno di quegli oggetti a terra, o se stesse toccandosi una parte del corpo sotto la maglia di cotone leopardata. Puntai la torcia alla testa e notai un dettaglio che mi fece ricordare per l’ennesima volta il Passo Djatlov: le parti molli del suo capo erano sparite. Non aveva occhi, o lingua. Tuttavia, pensai, essendo che più o meno il corpo doveva trovarsi lì da qualche anno, ed essendo anche che le parti molli sono le prime a decomporsi subito dopo la morte, attribuii questa spiegazione al fatto che mancassero occhi e lingua. Seguentemente, optai per la seconda teoria che feci per spiegare la posizione delle mani: ovvero, provai a scoprire il petto del povero ragazzo. Indossava un’unica maglia, probabilmente per il caldo si doveva essere tolto la felpa che era presente nello zaino al momento del ritrovamento. Una mano era puntata al baricentro del suo corpo: lì, infatti, si poteva notare un tratto di epidermide quasi infetto da una bizzarra malattia. Era nero, anzi, tendente al marroncino, o forse verde? Fatto sta, che sapeva da marcio. Un odore insopportabile. Che provenisse effettivamente da lì? “Cosa potrebbe aver causato una cosa simile?” mi chiesi. Era un dettaglio quasi… Disumano.
  13. Nerio

    La luce della cantina

    commento Questo breve racconto horror è liberamente ispirato all'inquietante illustrazione sottostante di @Vincenzo87 ed è il prequel ideale de La casa del blasfemo (ovvero è ambientato nello stesso luogo, prima degli eventi del primo racconto). Dall'archivio telefonico di EnergyPlus Gas e Luce. Registrazione del 20/07/2017, ore 22:45 -Buona sera, EnergyPluss Gas&Luce, servizio assistenza clienti. Sono Francesco, come posso aiutarla? -Buona sera un cazzo, Francesco! Per la quarta sera di seguito sono senza elettricità! -Mi dispiace, signore. Se c'è un problema sulla rete io la posso aiutare da qui. Ma se c'è un guasto tecnico a casa sua, le dico già che dovrà aspettare domani mattina. Mi da il suo numero cliente, per favore? -Aspetta che sono al buio e non vedo quasi nulla! Dove ho messo quel documento?! Ah, ecco... posso leggere solo con luce del telefono, ma che diamine! Il codice é XXXXXXXXX. -bene,vediano... Enrico XXXXXXX, strada Statale 26, Vallepiana. Giusto?! -si, si... Sono io. Francesco, poche storie: sono quattro sere che resto al buio. Succede sempre intorno a questo orario. All’inizio le luci cominciano a tremolare, come per un calo di tensione. Il tremolio dura circa venti minuti e si acompagna spesso con un rumore, un ronzio basso e continuo. Poi, di colpo, la luce va via e resto al buio per tutta la notte. La prima volta che è capitato, tre giorni fa, mi è sembrato di sentire anche un forte colpo provenire da basso, da dove si trova la centralina. Le ultime due notti invece non ho sentito il colpo, ma giurerei che c’è qualcosa che non va nei cavi, perchè si sente qualcosa che si muove e sbatte dietro le pareti. Insomma: la situazione è disperata e se continua così cambio compagnia elettrica! -Mi dispiace molto per il disagio, signor Enrico. Allora... Secondo i nostri dati la sua utenza risulta in ordine: il servizio è erogato normalmente e non ho segnalazioni di guasti sulla rete di distribuzione. - Ah, bene! Allora spiegami com’è possibile che io sia al buio! - Temo che ci sia un guasto su- - No! Non mi dire che c’è un guasto in casa mia perchè mi incazzo. Sono due settimane che mi sono trasferito qui e fino a quando sono stato collegato ai generatori esterni non ho avuto problemi. Tieni presente che questa casa è davvero vecchia, Francesco. L’ho acquistata da poco e l’ho fatta ristrutturare da cima a fondo. Impianti elettrici, idraulici, tutto. Ho persino buttato giù qualche parete, qua e là. Fino a quattro giorni fa ero collegato ad un generatore esterno, perchè la rete lettrica non arrivava. Ho dovuto aspettare che la vostra società completasse gli allacci dalla rete più vicina. Per due settimane, prima di collegarmi a EnergyPlus, non ho avuto problemi. Il tecnico è già passato e ha controllato tutto più volte: in casa non ci sono guasti, quindi dovete essere per forza voi! Ma che cazzo! Ah... Di nuovo quel maledetto rumore! Che diamine! Lo senti questo fracasso, Francesco? -signor Enrico, mi dispiace ma io qui non sento nulla. -Ma certo! La luce non funziona ed è colpa mia. Si sente un ronzio insopportabile in casa e sono io che me lo immagino! Siete dei criminali, ecco cosa siete! -signor Enrico, le sto dicendo la verità: non sento nessun rumore. La telefonata è registrata, se non mi crede può fare reclamo alla EnergyPluss e... -Senti, Francesco... A me non frega niente di fare reclamo. Io voglio passare una serata in santa pace nella mia nuova casa. Senza rumori strani dalle pareti... e senza questa puzza disgustosa che sale dalla cantina. È chiedere troppo? -No, aspetti... Se c'è un problema con l’erogazione dell’energia, lo sistemiamo e se è colpa nostra, la rimborsiamo. Ma se sente dei rumori o degli odori poco gradevoli dalla cantina, non capisco cosa c'entriamo noi. -Cosa c'entrate? Te lo spiego subito: abbiamo fatto montare la centralina con i contatori in cantina. Ora non voglio puntare il dito contro nessuno, per carità, ma l'impianto è nuovo fiammante e secondo te la rete risulta in ordine. Quindi il problema dove sta, secondo te? -Capisco l’osservazione, signor Enrico. Vediamo... può descrivermi meglio cosa succede in questo momento? -Come ti ho già detto non c’è corrente. Poi c’è il rumore: una sorta di ronzio, basso e costante. I colpi nel muro invece sono casuali e possono durare qualche secondo oppure anche dei minuti interi. Infine l’odore... dalla cantina sale una puzza terribile, Francesco. Ora, a me non importa chi ha ragione, ma le coincidenze sono ben strane. Non è possibile che usando il generatore esterno non si sente puzza e non si sente questo suono insopportabile... Dio, ma davvero non lo senti, Francesco?! A me sembra di impazzire... -Mi dispiace molto, signor Enrico, ma io non sento nulla. E torno a ripeterglielo : se ha questi problemi di natura, ecco... Di natura non meglio identificata, noi non possiamo farci molto. -... -Signor Enrico? Mi sente?! -È successo di nuovo... L'ha sentito? Il colpo nel muro?! -Signor Enrico... non ho sentito nulla. Non voglio mancarle di rispetto, ma credo che lei abbia problemi con dei topi. Se la casa è vecchia forse quelle bestie avevano fatto la loro tana in cantina. Appena ha acceso il generatore si sono spaventati e sono cominciati a nascondersi nelle pareti. -Impossibile! I topi non fanno quei rumori. Questo è un’altra cosa... È come... Come se qualcosa spingesse dietro la parete per uscire. Si sente un colpo, poi il legno scricchiola e si piega. A tratti mi sembra addirittura di sentire un gemito: come ho già detto, magari sono i cavi che vibrano. Non è che state erogando una potenza eccessiva e l'impianto va in sovraccarico? -Guardi Enrico, non so più che dirle... Facciamo così: adesso provo a riavviare il servizio di erogazione. La luce se ne andrà... ma tanto non dovrebbe notare differenza. Dopo qualche secondo il servizio ripartirà e a quel punto sul display della centralina dovrebbero apparire dei dati tecnici sulla potenza erogata. Le chiedo perciò di andare in cantina e di controllare cosa appare sul display. -... Guarda Francesco, vorrei evitare di scendere in cantina al buio... Sei sicuro che non puoi recuperare questi dati dal tuo computer o qualcosa del genere? -No, mi dispiace... ho bisogno davvero che me li legga lei. -Ma porc... Va bene, va bene... ma se dopo questa non trovi una soluzione, giuro che annullo il contratto. -Mi dispiace... -Si, si... Ti dispiace, ti dispiace. Ma intanto sono io quello che sta nella merda. Ma porca puttana... non ho nemmeno una torcia! Dovrò usare questa maledetta luce del cellulare. Ah! Sono stato un idiota, ecco tutto. Avevo visto questa casa in mezzo al bosco, a pochi passi dalla provinciale. Bella, isolata e costava anche poco! Adesso capisco perchè... Ma che cazzo... Ecco, sto scendendo... Dio, che puzza! È una cosa insopportabile... Te lo giuro, Francesco, questo schifo si sente solo la sera, da quando abbiamo acceso il generatore. Cazzo... Ma lo senti il ronzio? Aspetta: avvicino il telefono a dove si sente più forte e dimmi... -Va bene... -... -Nulla. -... -signor Enrico, da qui non sento nulla, davvero. -...il bUIoOo... -ha detto qualcosa signor Enrico?! -L'hai sentito il ronzio?! -Signor Enrico, io non so più come dirglielo. Da qui non sento nulla... -Non è possibile, Francesco. È talmente forte che fa vibrare l'aria. -Ma da dove proviene? -Non lo so... Sembra venire dalla centralina elettrica. Anzi, no... Da dietro la parete. Qui una volta c'era una parete, una specie di tramezzo che abbiamo abbattuto con la ristrutturazione. -Per cortesia, può controllare gli allacci dietro alla centrale? -... -Signor Enrico, ha capito? -Si, ecco... in effetti mi pare che ci sia qualcosa di... di strano. -Di cosa si tratta? -Ecco... mi pare che qualcosa si sia infilato attorno all’allaccio della centralina. Una specie di lumaca, credo. È una cosa viscida, lucida e nera... hai presente quelle lumache lunghe, senza guscio? -Una limaccia, forse? -Che cazzo ne so di come si chiama... comunque si, quelle cose, le limacce. Solo che questa è bella lunga... Cristo, ma da dove arriva? Non vedo la fine di questa cosa... Francesco, che cazzo devo fare? -Signor Enrico, credo che debba chiamare un servizio di disinfestazione... -Ah! Gran bella idea, Francesco! Grazie! Alle undici passate di sera dove cazzo lo trovo un servizio di disinfestazione? -Scusi, ma non saprei cos’altro fare... al limite può provare a metterci del sale sopra: quelle cose di solito muiono se gli si mette sopra del sale marino. -Ok, proverò... vado a prendere del sale in cucina. -Aspetti, signor Enrico, facciamo il test prima. -No, no: aspetta tu! Prima mando via quella bestia schifosa e poi facciamo i tuoi test. -Come vuole... -Certo che facciamo co,me voglio io. E ci mancherebbe altro! Francesco, porta pazienza ma qui sono io la vittima... allora, eccolo quà il sale. Adesso vediamo se... Oh Cristo... I colpi! Li senti Francesco? -A dire il vero, adesso si. Mi pare di sentire un rumore sordo. Sta picchiando contro la porta? -Non sono io... e non è la porta: i colpi provengono da dietro la parete della cucina. Lo senti? Ti sembra che un topo possa fare questo? -Non so cosa pensare, signor Enrico. Ma non credo che i cavi c’entrino nulla. -E perchè non potrebbero essere i cavi elettrici, Francesco? -Perchè i cavi elettrici non si muovono da soli, signor Enrico. Qualunque cosa sia, sembra che sia in grado di colpire e graffiare… -Ah, gran bel suggerimento, Francesco... non mi stai aiutando un gran chè, scusa se te lo dico! -Signor Enrico... Sono un operatore della rete EnergyPlus, non un tecnico o un disinfestatore. Mi sto anche sforzando di restare il più cortese possibile, nonostante i suoi toni... -Si, si, va bene... Riprendiamo questo test così chiudiamo questa telefonata, dai. Sono tornato nella cantina... Dio santo, ancora questa puzza! Vediamo se questa stronza di una lumaca se ne va adesso... ah! Non ci posso credere! -Che cosa succede adesso? -Non c’è più! La lumaca, o limaccia... quella cosa, insomma, se n’è andata! Adesso però vedo un buco... Cazzo! Quella cosa ha lasciato un buco attraverso il metallo della centralina! -Mi scusi, signor Enrico, ma questo non è possibile! Un insetto non può bucare il metallo. È evidente che la centralina era difettosa e che il buco si è formato dopo! -Ma che cazzo! Com’è possibile? Eppure era in ordine, lo giuro... -Senta, andiamo avanti con il test. Lei si avvicini alla centralina e si tenga pronto. Adesso resetto il servizio: sul display appariranno dei numeri con delle lettere. Se gentilmente me li legge... -... - signor Enrico?! Mi ha sentito? -... -Pronto?! Pronto, mi sente? -...iL BUioooOooo gLI rESsssISTEEEEee... -Signor Enrico? Pronto? Ha detto qualcosa? -Francesco?! Ti sento... Che cosa devo fare allora?! -Per un attimo non la sentivo più... -Io invece ti sentivo benissimo, Francesco. Ti ho anche risposto. -Ma che strano... mi è sembrato di sentire un rumore di fondo. Una specie di bisbiglio... Va bene, procediamo. Allora, dicevo: ora faccio ripartire il servizio. Sulla centralina appariranno dei numeri e delle lettere. Gentilmente, me li dovrebbe leggere... -Va bene, procediamo. -Ok, fatto. La luce adesso verrà staccata e dopo pochi secondi verrà rierogata. Mi dice se è cambiato qualcosa? -Oh... Francesco! Finalmente! È tornata la luce! -Ottimo... a quanto pare un reset ha fatto ripartire la sua centralina. È probabile che ci sia un guasto tecnico. Dovrebbe farsela ricontrollare. Mi legge quello che c'è scritto sul display?! -... -signor Enrico?! Mi riceve, signor Enrico? (rumori soffocati, tramestii e grida) -signor Enrico! Che è successo? -... -signor Enrico?! -...il BuIIiOOoOOo abIIitAAa frAA leeEe DiiMenSSSioNiiiI... -Che cosa?! -... Cazzo! Cazzo! Francesco... c’è qualcosa qua sotto... -Che cosa sta successo? -(rumori confusi) Oddio, oddio... -Signor Enrico per favore si calmi, non la seguo. -Oddio, oddio... Come faccio? Se anche tu avessi visto... Ma che cazzo era? La sua pelle, i suoi occhi... Dio santo i suoi occhi! Chissà da quanto tempo era la dentro... -Per favore, signor Enrico, si calmi! Che cosa è successo? Che cosa ha visto? -(Disturbi telefonici) La luce è tornata di colpo. All’inizio non vedevo bene... dopo quel buio pesto, i miei occhi erano come accecati. Ma ho percepito lo stesso che non andava tutto bene... Nella parete, esattamente dietro la centralina, si muoveva qualcosa. Qualcosa di viscido e nero, proprio come la lumaca. Ma troppo lungo per essere un normale insetto (rumori confusi). C’era un buco nella parete, perciò ho pensato che quella bestia si fosse nascosta là. Mi sono avvicinato con il sale, per ammazzarla, ma l’apertura era molto più grande di quello che mi era sembrato. Così ho sbirciato dentro... all’inizio era troppo buio e l’intercapedine, dietro alla parete, era troppo sporca e angusta per vedere bene. Ma poi ho visto gli occhi... Dio santo! Francesco, quegli occhi! Erano grigi, freddi (disturbi sulla linea) come cadavere. Solo che questi erano vivi... e mi hanno visto, lo so! Quella cosa mi ha visto e il suo sguardo mi perseguiterà per sempre... -Signor Enrico... mi dispiace, ma non la seguo. Cos’ha visto esattamente? Era dunque un topo? -Ma quale topo! Mi prendi per un idiota? Te l’ho già detto che non può essere un topo. Quella cosa, non è un comune animale. Sembrava... oddio, non lo vorrei nemmeno pensare, ma sembrava umano (disturbi telefonici molto intensi). Aveva un viso e degli occhi umani... ma la sua pelle era grigia. E la sua bocca... Dio santissimo! Non aveva una labbra o una lingua, ma un groviglio di quelle cose... lunghe, nere, viscide... non sono limacce, ma tentacoli, Francesco! Ecco si, erano come tentacoli. Oddio... da quanto tempo sarà stato lì? Bloccato dal tramezzo, senza cibo, senza luce... poi la caduta del muro e la centralina elettrica... Adesso capisco perchè la luce salta: ha fame! Oddio, oddio... Francesco (disturbi sulla linea) per vaore, chiama la (disturbi). -Signor Enrico? -... -Signor Enrico? C’è ancora? Mi riesce a sentire? -... -Signor Enrico? Per favore, mi risponda! -... -Signor Enrico, se non mi risponde sarò costretto a deviare la chiamata al pronto intervento! Ha capito? - ...il BUUiioOOoOo creAAa AdeeEErEEeenzEEeee... -Ha detto qualcosa? Signor Enrico? -... -Pronto? Pronto? -... Conversazione conclusasi alle ore 23:17.
  14. Ezbereth

    Oh, my God!

    Immagine di copertina: Titolo: Oh, my God! Autore: Melania Soriani e Marco Rovito Casa editrice: Amazon ISBN/ASIN: B07F1JDP1V Data di pubblicazione Ottobre 2016 Prezzo: 0,99 Genere: Horror Pagine: 46 Quarta di copertina o estratto del libro: Capita che la vita ci prospetti svolte inaspettate. E' quello che è accaduto a Mary Ann, che si ritrova improvvisamente in possesso di un oggetto che cambierà per sempre il suo futuro. Ha scelto veramente oppure è stata travolta, suo malgrado, dalle circostanze? E dove la porterà il suo nuovo destino? Nella Londra fumosa del 1800 sarete condotti per mano sulle orme di una raccapricciante leggenda. Link all'acquisto: Kindle Approfittate: oggi e domani in offerta gratuita. Per i contenuti consigliato: 16 anni + Ez
  15. Uppel

    Può funzionare un'opera "Multi-genere"?

    Salve! Pensai alla storia che sto attualmente scrivendo quando avevo circa 15 anni. Da che fu un concentrato di "giappominkiate" incredibile si è trasformato in qualcosa di totalmente diverso. La trama si inalbera tra le vicissitudini di 7 personaggi attraverso diversi eventi, il tutto ambientato nel 2730 circa. Per farla breve: si parte da un'ambientazione vagamente cyberpunk, ovviamente ultra-futuristica, accade un fatto catastrofico, si entra in una fase totalmente apocalittica e in seguito, per ovvie ragioni, post-apocalittica con sfumature horror e weird soprattutto (molto lovecraftiane); la fase finale è invece una space-opera a tinte di Hyperionensi di Dan Simmons. Ora. Senza nessun dettaglio della trama, così a naso, secondo voi, un'opera "multi-genere" può funzionare? Avete esempi che potete portarmi? Consigli vari su come giostrare il tutto in maniera efficace? Grazie!
  16. Ehilà! Questo è l'ultimo estratto del prologo di uno dei miei personaggi preferiti del mio romanzo che mai vedrà la luce perchè sono una mezza chiavic' diciamo In ogni caso: adoro questo personaggio perchè penso che, come gli altri 6 personaggi, sia uno "spacchettamento" o una "partizione" della mia personalità, pregna quindi di pregi, difetti e sopratutto di certi "valori" per me imprescindibili. Nell'ultimo pezzo del prologo di Mataius, sto bel pischello si ritrova in una cosiddetta "Fuoriuscita" proprio nel cuore della città martoriata dalla guerriglia urbana. Che cosa sia una Fuoriuscita non vi è dato saperlo con certezza, ma potrete intuirlo leggendo. Spero capiate quello che vedevo in testa mentre scrivevo: se avete mai letto Lovecraft o giocato a STALKER potrebbe risultarvi tutto più facile da immaginare. Qui la seconda parte del Prologo che magari vi servirà per collegare un po' di robetta: Qui trovate il mio commento da espertone proprio in Officina: spero di aver dato un contributo sensato: Enjoy! Il tracciatore segnalava che qualcosa era proprio a pochi metri da lui. Alzò lentamente lo sguardo e oltre la fitta coltre grigiastra non colse chiaramente cosa indicasse l’apparecchio da lui costruito. Strizzò gli occhi, mise a fuoco, si concentrò su un singolo punto della visuale, allungò il collo in avanti. Poi vide un’ombra. Il cuore saltò un battito. Stava lì, immobile, in piedi, forse a fissarlo in maniera vuota. Calcolò che quella cosa fosse alta almeno tre metri. Aveva una silouhette frastagliata dal capo fino all’addome, come se indossasse un vestiario sul capo. Mataius sentì l’ano restringersi e la gola seccarsi improvvisamente, lo stomaco sottosopra e ripieno di lepidotteri che svolazzavano sbattendo da una parete all’altra. Sentì i polmoni collassare per mantenere un respiro regolare, combattendo contro il battito cardiaco accelerato che sembrava frantumargli lo sterno. I muscoli erano paralizzati. Un urlo. Non il suo, ma simile a quello di una donna terrorizzata lo fece destare dal torpore facendolo indietreggiare di qualche passo. Ma la cosa che stava a pochi metri da lui, iniziò a muoversi quasi impercettibilmente verso la sua direzione. Iniziò a farfugliare, a fare gargarismi e gorgoglii malati, di una musicalità fuori dal mondo a noi conosciuto. Mataius non aveva la forza di fare un solo altro movimento e non osava mettere mano alla saccoccia di juta rattoppata. La mostruosità non di qui fece un altro passo. Uno stridio metallico risuonò come un violino per la strada impolverata, mentre un pezzo di lamiera si staccava dalle pareti morte dei palazzi. Un altro passo ancora, la creatura sembrava rigurgitare blande parole in una lingua sconosciuta e lontana. Mataius sentì il battito del cuore scoppiargli nelle orecchie. Il tracciatore sembrava impazzito, i bip si ripetevano con una frequenza tale da bucare il cervello. La creatura dell’altrove intercedeva nel suo passo dondolante verso il ragazzo. Un altro latrato lontano. Alcune evanescenze azzurre apparivano e scomparivano dal suo campo visivo, ma Mataius non osava muoversi. La bruttura mastodontica continuava il lento cammino. L’orrore si manifestò di fronte al rigattiere sfortunato in tutta la sua inumanità: gli arti rachitici cadevano come zampe di un artropode morto lungo i fianchi, il capo e l’addome ricoperti con una sorta di lenzuolo rossastro, a coprire totalmente il volto di quell’abominio. Mataius stette con gli occhi spalancati tutto il tempo, il capo alzato verso il mostro, la sua ombra sinistra lo aveva totalmente rivestito di paura. I gorgoglii famelici, i suoni gutturali filtrati dai liquami che secerneva dalla bocca e l’odore acre del suo fiato, deturpavano ogni senso. BIPBIPBIPBIPBIPBIPBIPBIPBIPBIP… il tracciatore pareva sul punto di prendere fuoco. – Mehk tah luima ku ‘i den… ma wari mehk tah… – recitava l’antropomorfo, in una sorta di cantilena spenta, con timbro baritonale, disturbato da rigurgiti continui e ansimi sinistri. Mataius osservò la creatura sorpassarlo a pochi centimetri di distanza, senza che nemmeno si accorgesse di lui. Ma lo sgomento fu doppio nel notare che non era affatto un pezzo di stoffa a ricoprire il busto di quella cosa che, imperterrita, proseguiva il suo avanzare lento e oscillante, quasi trascinato, dietro di lui: era la pelle della schiena ad essere stata squartata e riposta sopra il capo, lasciando scoperta la cassa toracica da cui si intravedevano i polmoni dilatarsi e restringersi ad ogni sospiro catarroso. Dondolante, il mostro trascinava le gambe secche come stecchi recitando la cantilena a ripetizione. Mataius la cosa scomparire dietro di lui, inghiottita dalla nube di aghi di vetro che ancora circondava l’area. Si sentii mancare. Aspettò qualche minuto affinchè il Tracciatore smettesse di segnalare la Fuoriuscita attorno alla zona. Le gambe cedettero e si accasciò lentamente a terra, in ginocchio, con lo stomaco sottosopra e ogni capillare del suo corpo dilatato a dismisura. Ci mise qualche minuto, poi si riprese dallo shock e ricominciò il suo cammino per le strade della città morta, solleticato dall’urina colante lungo la gamba. Le cose non di qui, le brutture indicibili a cui l’umanità stava assistendo, quasi nessuno sapeva da dove venissero né del perché venissero. Dopo la Grande Onda qualunque legge fisica o procedimento logico era stato messo totalmente in discussione. Con la mente Mataius viaggiò nei ricordi della vita antecedente il disastro, che aveva cancellato ogni singola traccia di una società votata al progresso e alla prosperità. – Alan… – sussurrò, trasportato dai ricordi.
  17. Marco Frescura

    Ansia Mattutina

    commento E' una percezione di peso quella che sento ovunque; è intorno a me e dentro me, quasi che la materia fosse diventata l'unica realtà esistente. Una realtà pesante, pesantissima, che mi opprime per schiacciarmi. Schiacciato è la parola forse più adatta per descrivere quello che provo, come se il peso del mondo fosse venuto a sbattere volontariamente contro il mio corpo infranto. Le pareti del reale si chiudono su di me serrandomi al loro interno. E' una sensazione di claustrofobia dura, la pesantezza del cemento che mi racchiude in sé. E' un peso senza fine che si sta colorando di rosso, un rosso fresco che potrebbe essere il colore di un fiume, se esistessero fiumi rossi. Scorre dentro me quel rosso, tuttavia ascoltandolo lo sento anche scorrere fuori da me, dal mio corpo, e lo scorgo colorare il cemento sul quale sono disteso. E' caldo quel rosso e freddo al tempo stesso e viaggia con velocità inversamente proporzionale al mio fiato sempre più lento. Ora però la pesantezza ed il rosso non sono più i miei unici compagni perché un nuovo fattore adesso si è aggiunto e mi costringe ad usare la poca aria che circola in me per formare dei suoni inarticolati, impossibili da liberare per la mia mandibola, schiacciata com'è da qualcosa che potrebbe essere un pavimento. Dolore. Un dolore così enorme da travalicare ogni mia immaginazione e che non gode nemmeno del conforto di essere urlato. E' la mia mente ad urlare infatti il mio dolore, non la mia voce. Vorrei sapere. Sapere come sia arrivato qui, se sia riuscito o meno a salvarmi da loro, cosa assai probabile visto che dubito siano stati in grado di seguirmi fin quaggiù, di saltare il muro come ho fatto io. Penso che il salto mi sia valso la salvezza. Non del corpo magari, almeno dell'anima. Il mio viso è piegato a sinistra per seguire la torsione del collo di certo spaccatosi nell'urto; provo a spostare lo sguardo e mi accorgo che davanti ai miei occhi si sta formando una linea d'ombra che posso facilmente credere continui dietro di me, dando vita ad un cerchio di buio immerso nella luce del giorno. A questo punto vorrei che fossero i miei occhi a sbagliarsi, che quelle che vedo sostanziarsi nel cerchio nero fossero solo degli scarabocchi del mio sistema nervoso ormai collassato, lo vorrei davvero ma non posso più illudermi. Le forme d'ombra che vedo addensarsi nella luce intorno a me, sono le loro. Fino a qui sono arrivati. E tra il buio di quelle figure immobili c'è anche la forma rotonda che le comanda. Paiono tutti senza volto tranne lui. Lui che per la frazione di un istante mi ha sorriso di un sorriso così alieno e così famigliare. E' mattino. Lo posso intuire dalla luce che filtra tra le fessure della persiana e dai primi rumori che invadono i miei orecchi, ma non è ancora la mia ora. Tengo chiusi gli occhi in attesa di un ritorno del sonno. Quanto tempo manca alla mia sveglia? Troppo e troppo poco. Troppo poco per poter tornare veramente a dormire, troppo perché loro non trovino il momento giusto per tornare da me ed attaccarmi. So che la soluzione più matura sarebbe uscire dal letto e prepararmi ad affrontare la giornata, ma so anche che non é così che andrà. Mi girerò e rigirerò tra le coperte come tutte le altre mattine guardando l'orologio ogni cinque minuti nella speranza che me ne siano rimasti almeno altri venti prima dell'odiato suono della sveglia. Dico venti perché so che sopra quella cifra l'oblio del sonno potrà ancora scendere con qualche efficacia su di me, mentre sotto quella cifra loro troveranno il modo di affacciarsi alla soglia della mia coscienza e dal quindicesimo minuto loro attaccheranno. Mi impongo di non guardare nuovamente l'ora. Non è più il buio profondo della notte, luci ed ombre si fondono insieme impaurendomi. Stranamente questa volta il sonno sembra volersi re impadronire di me ed io sono contento di cedere. C'è luce dentro i miei occhi, forse niente altro che l'elaborazione cerebrale di quella che ho percepito quando poco fa ho aperto a fatica le pupille. In questo momento non saprei dire se mi spaventi di più la luce o il buio. Il buio mi riscalda, mi accoglie a braccia aperte eppure ignoro quali segreti nasconda, o meglio, so che è il buio a nasconderli e proteggerli, permettendo loro di venire a prendermi. Anche la luce tuttavia mi spaventa, sia perché mi toglie dall'abbraccio del sonno, sia perché plasma nell'oscurità le loro forme d'ombra. E puntualmente anche questa mattina la luce sta dando consistenza alle ombre. Non è un processo unico nel quale un'ombra viene forgiata una volta per tutte, ricorda semmai qualcosa di simile alla lava in ebollizione. Come la lava forma bolle incandescenti alcune delle quali scoppiano sul nascere ed altre durano a lungo, allo stesso modo le ombre emergono dal magma di luce ed ombra alcune sparendo subito inghiottite dal vuoto, altre solidificandosi col passare degli istanti. Che cosa ci sia di diverso rispetto alle altre mattine è un qualcosa che non conosco, di certo c'è che le ombre si stanno manifestando più numerose del solito e sono poche quelle che spariscono. Sono tante, troppe, circondano il mio letto nella loro ostinata afasia, apatiche e prive di espressione. Sono tante, troppe, ed io mi sento prigioniero del mio letto, incatenato ad esso da catene invisibili, o magari solamente dalla paura di ciò che mi circonda. Il letto nel quale sono rinchiuso sta sparendo secondo dopo secondo, smaterializzandosi e lasciandomi in uno spazio vuoto di buio e luce, a me ormai fin troppo famigliare, il loro regno. Sono tante, troppe, le forme d'ombra e sono riuscite a riportarmi nelle loro tane scavate tra il giorno e la notte. E sono solo. C'è uno spazio intorno a me che potrei definire cosmico, vagamente ancestrale e restio ad ogni classificazione. E c'è silenzio. E ci sono loro che mi circondano. Avverto la presenza di una via di uscita alle mie spalle, mi volto e vedo uno spazio infinito e libero. Una via di fuga? Giro la testa e loro sono ancora lì e mi circondano con una formazione a semicerchio; torno a voltarmi verso lo spazio aperto ed inizio a correre. Non c'è un orizzonte davanti a me, soltanto un vuoto senza fine, comunque meno spaventevole della percezione della loro presenza alle mie spalle. So che mi stanno inseguendo, non ho bisogno di girarmi indietro ogni tre passi, ciononostante continuo a farlo perché é questo che loro vogliono da me. Vogliono essere guardati. Se solo avessi tempo di farlo mi meraviglierei di quanto fiato stia entrando ed uscendo dal mio corpo. Ma non ho tempo di pensare a quello che provo, di tempo ho esclusivamente quello necessario a continuare a scappare. Ho l'impressione di stare correndo da una vita e che loro siano sempre più vicini, anche se è più corretto dire che sembrano insieme allontanarsi e rimanere alla stessa distanza. Paradossale. Paradossale quanto il loro numero; a volte suggeriscono l'impressione di essere pochi, a volte di essere migliaia. Talvolta sono nettamente definiti e distinti gli uni dagli altri, altre volte paiono un'unica massa indefinita. E nella mia frenetica corsa verso la salvezza per un nanosecondo devo anche essere riuscito a distrarmi, altrimenti non saprei dire come abbia fatto a non accorgermi del muro apparso alla mia sinistra; un muro in mezzo al vuoto, senza senso ma esistente. Alto una decina di volte me, terribilmente lungo, così lungo da non riuscire a scorgerne né un inizio né una fine. Altro paradosso: costruito in mattoni é nondimeno così liscio da sembrare uno specchio. Di certo deve essere anche piuttosto largo. Forse c'è sempre stato ed ero io a non riuscire a vederlo. E come mai allora di colpo mi è diventato visibile? Davvero è comparso all'improvviso in mezzo a questo nulla buio? Mi riempie di meraviglia quel muro, anche se almeno mi dà una direzione verso cui andare. Solo che più lo seguo, più mi diventa chiaro il fatto che non abbia una fine; quindi mi rimane un'unica soluzione: trovare il modo di scavalcarlo, dato che loro non desistono dall'inseguirmi. Pur sapendo che sarà peggio per me non resisto alla tentazione di voltarmi indietro un'altra volta – e lo vedo. Ha dimensioni indefinibili, sta al centro del gruppo, è nero, sferico, armato di zanne nere e due lunghissimi bracci serpentiformi terminanti in affilati artigli. E' lui il loro capo, è lui che gli ordina di perseguitarmi, nessun dubbio oramai al riguardo. Sembrerebbe un mostro dei cartoni animati per bambini se non fosse così reale, così terribilmente reale. E' troppo per i miei occhi, ricomincio a correre e cerco ancora il modo di superare il muro, perché sono sicuro che se riuscirò a farlo non potranno più prendermi. Nel silenzio loro avanzano, non trovo appigli per scalare per cui preso dalla disperazione inizio senza alcun motivo a saltellare, un semplice sfogo. Osservo l'ennesimo paradosso. Ad ogni saltello arrivo sempre più in alto, quindi inizio a saltare con più intenzionalità, mosso ora dalla speranza di riuscire ad elevarmi fino alla sommità del muro. Ci riesco, riesco ad aggrapparmi e con uno sforzo sovrumano di cui non mi sarei mai creduto capace, mi isso in cima al muro. Mi metto in piedi e contemplo. Un oceano di luce bianca ed accecante si stende ai piedi del muro, davanti a me e sopra di me, senza però riuscire a superare il muro stesso, dietro il quale domina il buio. Mi accorgo che loro si stanno ammassando alla base della muraglia, proprio sotto di me. Per quanto la struttura sia spessa, se inciampassi o perdessi l'equilibrio, cadrei tra le loro fauci. A questo punto trovo perfettamente logico saltare e lasciarmi sprofondare nel bianco; però quel bianco è troppo immensamente vasto, non ne scorgo un limite e non ho idea di dove potrei cadere. D'altra parte è chiaro che non posso nemmeno scendere nel buio o restare in cima al muro. Salto. Sento immergermi in qualcosa di indefinibile. Sto cadendo alla velocità della luce e mi sento bene perché sono parte di quella luce. Probabilmente ho raggiunto il paradiso e se è così, se questo è davvero il paradiso, allora io sono felice. Felice anche nel preciso istante in cui la mia caduta si arresta. E nasce il dolore. Nel delirio che si è impadronito di me, riesco a scorgere terrazzo qualche metro più in alto, la persiana alzata e la finestra. Non posso vedere la mia camera, né il letto che mi accoglieva fino a qualche istante fa. Era solo un sogno? Ed il muro che ho scavalcato altro non era che la balaustra del mio balcone? Forse, ma loro erano così reali. Non pensavo comunque che un volo di pochi metri potesse schiantare un corpo con una simile, disgustosa violenza, e non pensavo che potesse capitare a me. Chiaramente sto morendo. Meglio così, dato che non saprei reggere oltre questo dolore. Sono schiacciato contro il cemento, infranto e sanguinante, morente e felice. Felice perché ora so di essere libero. Loro sono rimasti oltre il muro, nella mia camera, a strisciare nel buio del sonno, e non potranno più prendermi. Sono salvo. No, mi sto sbagliando. Sto delirando ed i miei pensieri fuggono insieme alla materialità del mio corpo mentre i miei occhi si stanno spegnendo, ma non posso negare a me stesso di fare sempre più fatica a distinguere la luce dalle tenebre. Nel bianco mattutino sto assistendo alla formazione di nuove ombre. Sto morendo e mi sono illuso di poter lasciare questo mondo felicemente: loro sono quelle ombre che ora si stagliano davanti a me. Non ho più la forza di resistere oltre, posso solo riconoscere che mi sbagliavo riguardo alla loro impossibilità di abbandonare il mondo dell'incubo ed alla mia possibilità di fuggirli. Loro che sono sempre stati dentro me sotto forma di pensieri, sentimenti, emozioni, istinti. Loro dai quali scappavo. Loro che mi dilaniavano la pancia ogni mattina prima del suono dell'odiata sveglia. Loro che si muovono nel silenzio ed urlano senza voce. Loro, i senza volto e così simili a me. Loro in cui in certi momenti ho l'impressione di riconoscere il mio viso oltre la nera maschera, loro sono riusciti a prendermi anche nella luce del mattino e stanno per fare di me il loro pasto. Loro la mia vita. Loro la mia morte.
  18. Joyopi

    [Mi 115] Il gioco del mostro

    prompt di mezzogiorno: il mostro commento Il gioco del mostro Teo era rannicchiato su un materassino in fondo alla parete. Un occhietto spuntava vispo da sotto una delle vecchie coperte a scacchi del nonno, di quelle in cui l'odore di vecchio non si sa mai se provenga dai troppi anni passati adagiate su un corpo consunto oppure dal successivo passaggio a una delle dispense più remote della cantina. Eli, invece, era nascosta nell'angolo, dietro una grossa lampada a specchio. Nonostante il velo di polvere che la ricopriva, la superficie della lampada rifletté la luce di un fulmine caduto poco lontano che penetrò dalla finestra a soffietto. Il boato sopraggiunse qualche secondo dopo e fece sussultare Eli, già tremante. «N...non mi piace questo posto». Teo mosse il piedino sotto la coperta, come a voler scalciare la sorella. «Shhh. Il mostro ci sente!» Eli sbuffò e fece capolino da dietro la lampada per sbirciare verso la porta della cantina. Vide solo le scale che conducevano al pian terreno, immerse nella fitta penombra come la stanza in cui si trovavano. Subito dopo ritirò di nuovo il capo nel suo nascondiglio. Rimasero entrambi qualche minuto in silenzio, in ascolto. Nessun segno del mostro. «Forse non viene» disse Teo, che nel frattempo era uscito fuori dal suo bunker di lana e quadrettoni. Un altro fulmine serpeggiò nel buio, subito seguito da un tuono spaventoso. Eli strinse forte al petto il cucciolo dal quale non si separava mai. Le ditina della bimba affondarono nel ventre di pezza e ovatta. «Tranquilla Lilli» bisbigliò dolcemente al pupazzetto che restò in silenzio, «la mamma tornerà presto». La mamma era uscita dopo cena e sarebbe tornata tardi. Non capitava molto spesso, eppure Eli aveva imparato rapidamente cosa succedeva quando lei li lasciava da soli in casa con papà. Con il mostro. Anche Teo sapeva benissimo come comportarsi: «Se il mostro arriva io mi nascondo di nuovo, tu fatti piccola piccola» ordinò alla sorella. «E se ci vede e ci trova?» «Allora io mi metto l'armatura di Iron Man!» Eli rise. «Ma tu non sei Iron Man!» Teo abbassò lo sguardo sulla maglietta che indossava. Pure al buio riusciva a distinguere il disegno degli Avengers. «Allora divento tutto verde e muscoloso come Hulk e gli dò un pugno fortissimo!» «Io mando Lilli a chiamare i Super Pigiamini» ribatté Eli con un largo sorriso. Poi un rumore dal soffitto fece sussultare i due bambini. «Uh!» «Il mostro!» «Nasconditi, nasconditi!» Teo si tuffò sul materassino e si aggrovigliò sotto la coperta. Il rumore si fece più distinto: erano passi. I due li sentirono sempre più vicini, con il suono sordo che si spostava dal soffitto sopra di loro alle scale che conducevano al nascondiglio. Fino a quando cessò di colpo. Eli stava immobile, quasi schiacciata contro la lampada, gli occhi azzurri e la boccuccia completamente serrati. Teo cercava in tutti i modi di non far muovere su e giù le coperte che lo tenevano celato, senza capire che l'unico modo per impedire quel movimento era smettere di respirare. Erano rimasti così senza avvertire altri rumori per qualche minuto, così Teo sollevò un lembo di tessuto per sbirciare. Socchiuse le palpebre per mettere meglio a fuoco la scena nel buio, poi un ennesimo lampo rischiarò per lui la cantina. Teo lo vide. «Il... il mostro» esclamò a bassa voce rituffando la testa sotto la coperta. Eli strozzò in gola un verso di paura. I passi risuonarono inesorabili nella stanza, lenti e pesanti. Tum. Tum. Tum. L'aria si mosse sopra le coperte un attimo prima che esse volassero via svelando il bimbo tremante. Una voce maligna ruppe il silenzio: «Eccoti qui, finalmente, vi ho trovati...» Un grido esplose. La porta si chiuse alle spalle della donna mentre l'ombrello bagnato scivolava di peso nell'ombrelliera. «Amore. Bambini. Sono a casa!» La sua voce risuonò tra le stanze completamente buie senza alcuna risposta. Il frastuono del temporale all'esterno sembrava divertirsi ad amplificare il silenzio in cui era immersa la casa. «Amore? Ci sei?» La donna passò dal salotto d'ingresso alla cucina. Passò accanto alla porta della cantina e andò oltre, verso la camera da letto. «Teo? Eli?» Premette l'interruttore della luce e li vide. Sul lettone, i due bambini, dormivano sereni abbracciati al loro mostro.
  19. REPERTO N.1 Diario di Frank Laia 23/10/2016 Oggi ho avuto un altro episodio di sonnambulismo. Da qualche settimana ho scoperto di compiere atti di cui non conservo ricordo e soffro di incubi. Incubi notturni. Incubi ad occhi aperti. Mi tremano le mani al solo scriverne. Forse “sonnambulismo” non è il termine corretto per definire quello che mi sta succedendo, poiché quando perdo il controllo delle mie azioni sono completamente sveglio, ma non saprei che altro nome attribuire a quello che mi sta succedendo. Temo sia collegato a quello che è successo al lavoro, e inizio a pensare che il capo non abbia compiuto una scelta errata nel sospendermi dal servizio a seguito dell'epilogo della vicenda. Tuttavia, da quando ho smesso di recarmi al lavoro, non mi sento bene. Temo sia dovuto anche alla mia separazione da Betty, che certamente non è avvenuta in un buon periodo, ma sento di non potere ascrivere interamente la colpa di quello che mi sta succedendo alla crisi di mezza età di mia moglie. 25/10/2016 Stamane è avvenuto un fatto destabilizzante. Mi sono svegliato sul divano, al suono del pianto di mia madre. L'ho raggiunta in bagno, dove mi sono offerto di medicarle una ferita alla mano, dalla forma riconducibile a quella di un morso di cane, e le ho domandato in quali circostanze se la fosse procurata. Non dimenticherò mai il suo sguardo, colmo di orrore. “Tu mi hai fatto, questo! Tu! Tu mi hai fatto questo!”, ha urlato, e io… Io mi sono chiuso in stanza e ho gettato la chiave dalla finestra. Una domanda mi ossessiona: perché sento sulla lingua sapore di sangue? Non mi riconosco più: il mio volto è scavato, ingrigito da un numero di notti insonni talmente elevato da averne perso il conto. E questi pensieri che mi tormentano… E questa canzone che mi risuona nella testa… Scrivo per distogliere la mente dal pensiero del sangue che mi cola dai polsi, e in cui confido per occultare le tracce dei miei spaventosi discorsi. Le gocce vermiglie già celano alcune parole. Scrivo per convincermi che la scelta di compiere quest’atto fosse, per quanto apparentemente irrazionale, la migliore che potessi compiere. Oramai al mondo è rimasta solo una persona a preoccuparsi per me: mia madre, e preferirei non continuare a provocarle dolore. Lei in questo momento sta urlando, fuori dalla porta. Cerca di sfondarla con il peso del suo corpo minuto, ma non riuscirà ad abbattere anche il cassettone che blocca l’accesso. Dalla finestra scorgo dei bagliori: le sirene dei pompieri? Deve aver capito cosa ho fatto. Spero capisca perché. E intanto scrivo, per distrarmi. E canto, per distrarmi. E urlo per distrarmi, e piango e non mi sto più distraendo e no non ci voglio pensare che sto morendo ma non voglio neanche continuare ad essere questo mostro e il pensiero come l’oceano non lo puoi bloccare, come il pesce è difficile da bloccare, perché, perché… sta cercando di dividerci, di farci del male, di farci annegare, com’è profondo il mare, com’è profondo il… sta cercando di… NOTA: Reperto parzialmente illeggibile, a causa di macchie di sangue. REPERTO N.2 Dossier su Frank Laia redatto dalla psichiatra personale, Dott.ssa Gillian Ford 05/11/2016 Il paziente ha difficoltà a parlare spontaneamente. Non sembra intimidito dalla mia presenza, motivo per cui sospetto un trauma pregresso alla fonte del blocco emozionale che gli impedisce di accedere a ricordi e sentimenti. Le conseguenze del trauma, a lungo represse, potrebbero essersi manifestate a seguito del tragico caso su cui il paziente ha investigato, il quale, a detta dei colleghi e della madre, l’ha sconvolto profondamente. Interrogato in merito, il paziente si è limitato a definire il caso “disturbante”. Il paziente proviene da un background depressivo causato dalla separazione con la moglie e dalla sospensione dal lavoro a seguito di un eccessivo coinvolgimento nel caso lui assegnato. Dati i precedenti incidenti con la madre e il successivo tentativo di suicidio, si potrebbe supporre un’evoluzione della depressione ad uno stadio di schizofrenia. 12/11/2016 Data la familiarità del cliente con la pratica del diario, oggi abbiamo tentato l’approccio della scrittura automatica. Dopo un’iniziale risposta positiva all’esperimento, il paziente si è interrotto e ha spezzato la penna. Non ha assunto un comportamento pericoloso: si è limitato ad osservare l’inchiostro che imbrattava il foglio. Poi, con una voce stridula e infantile, molto diversa dal tono basso ed impostato con cui si esprime solitamente, ha detto: “Il pensiero come l’oceano non lo puoi bloccare. Come il pesce è difficile da bloccare, perché lo protegge il mare”. Ha poggiato la fronte sul foglio macchiato d’inchiostro e ve l’ha battuta più volte, continuando a ripetere le parole: “non lo puoi bloccare”. Ho schioccato ripetutamente le dita per interrompere lo stato di trance, ma il paziente non è uscito dallo stato catatonico. L’unico modo per riportarlo ad uno stato cosciente è stato schiaffeggiarlo. Non mi era mai successo prima. Dalle mie ricerche è emerso che quella che il paziente ripeteva come una filastrocca è in realtà una canzone composta dal cantante Lucio Dalla. Il subconscio del paziente potrebbe averla usata per coprire un trauma infantile legato alla canzone o al mare. Mi riservo di fare delle domande alla madre prima di proseguire con le sedute. REPERTO N. 3 Diario dei sogni tenuto dal Frank Laia, su consiglio della Dott.ssa Ford 14/11/2016 Ho sognato il mare. Un mare nero, profondissimo. Soffocavo. Non come soffoca l’acqua, ma come soffoca una busta di plastica. Ho poi realizzato che il mare nero erano i miei pensieri. I cattivi pensieri che cercano di soffocarmi. Destatomi, ho riscontrato graffi sul volto. 15/11/2016 Nel sogno un pesce teneva gli occhi fissi su di me. Ne scorgevo le lacrime anche se ci trovavamo ambedue sott’acqua. Io urlavo e urlavo, implorandolo di sottrarmi dalla mia agonia, di farmi fuggire dalla boccia in cui ero rinchiuso. Al risveglio, ho scoperto di aver urinato nel sonno. 18/11/2016 Una canzone mi tormenta da giorni. E’ come se si fosse insediata nel mio cranio e sopravvivesse nutrendosi dei miei cattivi pensieri. Caccia via queste mosche Che non mi fanno dormire Che mi fanno arrabbiare Com’è profondo il mare Com’è profondo il mare REPERTO N.4 Telecamera a circuito chiuso, studio della Dott.ssa Ford. Registrazione della seduta 23/12/2016 “Adesso conterò all’indietro da dieci. Quando arriverò a uno, tu aprirai gli occhi”. Laia siede ad occhi chiusi sulla poltrona. La sua posa è rilassata. “… sei, cinque” Frank apre gli occhi. La dottoressa si ritrae, sorpresa. “Frank, mi senti?” L’uomo serra la mandibola, poi la rilascia. “Ti va di raccontarmi della canzone che senti la notte?” La voce della dottoressa è calma, pacata. La risposta di Laia lo è altrettanto. “No”. La sua voce è sottile, infantile; del tutto diversa da quella registrata fino a pochi istanti prima. Con fare pigro, distratto, spegne la lampada da tavolo della dottoressa. La stanza è immersa nella penombra, illuminata solamente dalla luce del sole di dicembre che filtra dalle finestre. “Voglio parlare dei miei cattivi pensieri. Delle mosche. Dei pesci. Sono loro… Loro non mi fanno dormire”. Si alza in piedi, attraversa a lunghi passi la stanza, come a prenderne le misure. Si ferma davanti allo specchio appeso alla parete. Ci sbatte violentemente la testa contro, ancora e ancora, fino a frantumarlo; mentre lo fa, piange, trema e canta sommessamente: "Si videro consegnare uno specchio così da potersi guardare". Poi si gira. La dottoressa ha il telefono in mano. Con l’espressione di chi è stato colto in flagrante, lo lascia cadere a terra e corre alla porta. Laia non la ferma. Strappa dalla cornice un frammento di specchio, come un dente dalla gengiva, e lo stringe nel pugno sanguinante. Un urlo proviene dall’entrata dello studio. Poi la voce della dottoressa: “Polizia, ho un problema con un cliente. Ha ferito la mia segretaria, è armato”. Laia esce, si sente la donna gridare. Ritorna nella stanza, tenendola per i capelli, e alza lo sguardo sulla telecamera. Fa una carezza alla donna; le schegge di vetro che gli si sono piantate nella pelle le tracciano graffi sanguinanti sul viso. Poi pianta i denti nel proprio braccio e stringe, stringe fino a lacerarsi la pelle. La donna geme di disgusto, squassata dai singhiozzi. Lui abbassa lo sguardo, le porge il braccio, poi glielo preme sulla faccia, contro la bocca. "Siamo i cattivi pensieri e non abbiamo da mangiare". Quando la lascia andare, la dottoressa si piega sulle ginocchia per vomitare. È in quel momento che lui le frantuma il cranio con la lampada da tavolo. "Siamo i cattivi pensieri... mangiare..." Inizia a scavarle nel cervello, si aiuta con una penna per estrarre brani di materia grigiastra dalla testa della donna esanime. Sembra triste. Poi un sorriso diabolico gli scava il volto. Poi inizia a singhiozzare. Si riempe la bocca di materia grigia. Vomita. Si pianta pezzi di vetro sul corpo, li muove per allargare le ferite, è ricoperto di sangue. Alza gli occhi sulla telecamera. Sembra tornato cosciente. "Liberatemi da questi cattivi pensieri che non mi fanno dormire, che mi fanno arrabbiare...". * I due detective incaricati del caso fissano immobili la testimonianza sullo schermo, gli occhi incatenati a quella che sembra la conclusione di un grottesco spogliarello: l’uomo che si strappa lembi di pelle, la donna dal cranio squarciato, il sangue di entrambi che gocciola a terra macchiando il tappeto. Laia tiene lo sguardo fisso sulla videocamera, la testa piegata in modo innaturale, quasi doloroso. Con un lembo di carne che gli pende dall’angolo della bocca, canta con voce di bambino. In lontananza si sente il suono delle sirene della polizia. Com’è possibile che Frank, loro collega da anni, abbia potuto ridursi così? Nessuno avrebbe mai sospettato che il trauma da lui riportato a seguito dello scontro con il serial killer cannibale avesse avuto un impatto tanto forte sulla sua psiche. All’improvviso, la canzone riparte. I due riportano lo sguardo sul computer, ma lo schermo è spento. Sembra quasi che la canzone sia nella loro testa. “Siamo i cattivi pensieri e non abbiamo da mangiare…”
  20. Alessandro Colella

    [MI 115] Colui che nelle profondità attende

    MI 115 Traccia di mezzogiorno: i nuovi mostri Colui che nelle profondità attende Tre settimane dopo aver superato il Capo di Buona Speranza, e dopo aver affrontato una terribile tempesta di qualche giorno, che portò in fondo al mare cinque validi marinai, il vento cadde e l'oceano si trasformò nel più calmo dei deserti. Eravamo soli, così sembrava. Soli in mezzo all'immensità, la tempesta ci aveva fatto perdere la rotta e ora eravamo immobili, non un alito di vento, non un'onda a spingerci un po' più verso nord, assolutamente niente. Il capitano Nicholas, grande lupo di mare, se ne stava la maggior parte del tempo nella sua cabina, seduto a meditare sul da farsi. Noi aspettavamo impotenti i suoi ordini. Non ci mancavano di certo le provviste e l'equipaggio rimasto era in buona salute, ma l'acqua stava lentamente finendo. La preoccupazione e la paura iniziarono a montare il ventiseiesimo giorno di bonaccia, quando un marinaio, un certo Thomas dal Galles, iniziò ad inveire contro il capitano Nicholas e contro tutta la ciurma. Venne ordinato di portarlo nelle celle sottocoperta e di lasciarlo laggiù, dimezzando le sue razioni giornaliere. Questo ci fece rigare dritto per qualche giorno, tutti noi tenevamo molto alla nostra razione di acqua. In un giorno di sole cocente, mentre io me ne stavo in disparte a pulire il ponte con uno spazzolone sudicio, venni avvicinato da un marinaio che mi era capitato di vedere un paio di volte. Era piuttosto anziano per stare in una nave con una missione come la nostra, aveva una benda nera rovinata sull'occhio sinistro e mentre mi parlava potei notare che gli mancavano quasi tutti i denti. Mi disse, avvicinandosi al mio viso e facendomi sentire il suo alito marcio, che tutto questo non era normale, era un terribile presagio, un avvertimento. Secondo lui era meglio per tutti piantarsi una sciabola in gola e finirla il prima possibile, perché quello che sarebbe avvenuto dopo sarebbe stato di gran lunga peggio della sete. Io non gli diedi troppo peso e continuai a lucidare il legno del ponte, piegato sulle ginocchia. Dieci giorni dopo il vecchio scomparve. Molti della ciurma dedussero che si era gettato in mare per farla finita, diventando cibo per gli squali. Quei dannati pescecani erano sempre pronti a divorare chi si gettava in acqua, giravano attorno alla nostra Rondine – questo era il nome della vascello – pronti ad afferrare il primo che, come il vecchietto, avesse deciso di buttarsi giù, per non dover più soffrire della sete e della terribile noia che consumava tutti. Poi, improvvisamente, gli squali andarono via. Tutti noi ci affacciammo verso il mare e notammo con grande sorpresa che le ombre scure erano scomparse, questo alzò il nostro morale almeno momentaneamente e ci permise di farci due risate. Anche il capitano sembrava leggermente sollevato, in quel momento parlava concentrato con il primo ufficiale Anderson e con il medico di bordo, un certo Williams, che una volta mi aveva fatto passare il mal di stomaco con un impacco di erbe da masticare. Venne una notte tiepida, senza stelle e senza luna. Tutti erano sottocoperta a dormire e solo io cercavo di godermi la tranquillità e il silenzio sul ponte. Sentii dei passi dietro di me e con grande sorpresa mi trovai davanti il capitano Nicholas che con il suo tricorno camminava verso di me, il volto coperto dalla barba brizzolata. - Una gran brutta situazione, vero marinaio? - Sì, signore. Voglio dire, sicuramente ne usciremo, - risposi agitato. Nicholas sorrise, ma il suo era un sorriso preoccupato, temporaneo. - Qual è il tuo nome? - Mi chiamo John Biddel, sono inglese, signore. - Molto bene, John Biddel, - sussurrò lui, togliendosi il tricorno, - sei il nuovo capitano della Rondine. A quel punto fece cadere il tricorno sul ponte e corse verso il mare, saltandoci dentro di testa. Subito corsi anche io e mi chinai ad osservare: il capitano Nicholas non nuotò e non fece nulla per evitare che i suoi abiti lo portassero giù verso le profondità del mare. Rimasi allibito e chiamai aiuto con tutto il fiato che avevo in corpo. Gran parte della ciurma si svegliò e insieme cercammo di lanciare una cima al capitano. Tutti i tentativi si dimostrarono vani, e in pochi minuti il corpo di Nicholas venne inghiottito dall'oceano. Neanche il tempo di piangerlo che l'acqua diventò scura come la notte e un forte vento si alzò, facendo volteggiare il tricorno in aria. Poi arrivò il demone. Il demone che nelle profondità attende. Una ventina dei suoi lunghi e nervosi tentacoli uscirono dall'acqua nera e si alzarono per una trentina di metri, attorno al vascello. L'equipaggio iniziò ad impazzire e molti seguirono le orme del capitano Nicholas. Altri, i più coraggiosi o forse i più stupidi, caricarono le pistole e estrassero le sciabole, e cercarono di combattere il diavolo. In un attimo i suoi tentacoli calarono sulla nave, stritolandola con la stessa facilità con cui un gatto uccide un topo. Il legno della nave esplose in un boato e la Rondine affondò rapida, diventando un altro relitto in quei mari. Io venni catapultato lontano insieme a molti altri che morirono all'impatto con l'acqua e navigai aggrappato ad un pezzo della nave per qualche giorno, poi il caso volle che venni raccolto da una nave inglese e tornai in patria, pronto a raccontare quanto avevo visto a chi voleva credermi.
  21. Qui sopra il link al mio commento in sezione. Ecco una parte di un prologo di uno dei miei personaggi, mooolto più ampio, spero vi piaccia (la scena è : Camminava a passo svelto e leggero saltando oltre i ciottoli di cemento e carbonio più grossi che invadevano quella che, una volta, era la strada che percorreva per andare a spararsi i risparmi in synth- sex e retrogames, ancora perfettamente funzionanti, nel bar di Linus. Nell’aria l’ultima detonazione aveva lasciato sospeso del pulviscolo grigiastro, probabilmente fatto di microfibre di vetro che, se inalate in buona quantità, potevano far morire un povero stronzo di emorragia interna in circa 2 giorni di lenta agonia. Lui teneva ben saldo attorno alla bocca e al naso lo straccio che indossava come fosse una kefia, sorretta dagli occhialoni da saldatore trovati appesi, giorni prima, ad un longherone di ferro fuoriuscito da un blocco di cemento armato, probabilmente precipitato dai Giardini Pensili o dalla Monorotaia che tagliava in due l’area Barocca, lungo via Nazionale. Con la testa e la bocca interamente coperte di stracci color ocra impolverati avanzava a passo deciso nel quadrante più colpito dalle detonazioni. In mano teneva ben saldo il tracciatore artigianale, fatto con una base di legno quasi marcio, che segnalava con i brevissimi bip, più o meno regolari, la apparente quiete del posto. L’ombra dei grattacieli aveva fatto calare le tenebre su quelle stesse strade dove lui era solito, una volta, coprirsi gli occhi per la troppa luminescenza bluastra degli HoloSpot lungo i marciapiedi, mentre tornava a casa di sera. Si era ripromesso che, un giorno, avrebbe disdetto il contratto con la HoloVision, disattivando la maledetta cornea artificiale che aveva agli occhi e che gli inondava la vista di puro spam gratuito. Per sua fortuna la Holo non esisteva più e le cornee avevano smesso di funzionare dopo la Grande Onda, quindi: niente più pubblicità invadente. Mentre si arrampicava sulle macerie che separavano via Nazionale da Piazza della Monarchia ripensò al dolore lancinante che provò agli occhi durante la Prima Onda e la conseguente cecità indotta dopo la Seconda. Per fortuna Roberto era riuscito a sistemargli la vista dopo 3 ore di intervento fatto usando forcipi di plastica, garze strappate della sua stessa maglietta e 3 shottini di Whisky come anestetizzante. Erano passati quasi 3 anni da allora e delle volte sentiva come un formicolio proprio dietro l’occhio, ma non se ne preoccupava più di tanto. “Fanculo la Holo!” pensò. Fermò di colpo il passo e guardò attorno per avere un’idea di dove esattamente si fosse infilato. Le carcasse dei palazzi lo fissavano, svuotate e fameliche di attenzioni. La luce del sole era filtrata dal pulviscolo in sospensione e dalle nubi indotte che oramai creavano una serra di radioattività e grigiume lungo tutto il cielo, una volta, celeste. L’odore nelle strade ottundeva i sensi e gli ricordò un misto tra il gesso in polvere e il bitume sotto al sole: tappava letteralmente ogni orifizio respiratorio. Attorno a sé alcun rumore, nemmeno la più impercettibile vibrazione o il più ignobile cigolio: il silenzio lo rivestì di staticità. Sembrava come se la vita stessa avesse arbitrariamente deciso di abbandonare quel luogo per sempre, oramai dimenticato da Dio e dagli uomini. A meno che non fossero del Progetto: i figli di puttana impegnati a bombardare ogni singolo centimetro di terra calpestabile della Capitale oramai da mesi. D’un tratto una lieve brezza fece grugnire quello che era rimasto dei favolosi grattacieli una volta lucidi e rivestiti di onnipotenza. L’aria intonò un concerto di cacofonie e note baritonali che avrebbero fatto rizzare i peli della schiena anche al più temerario dei rigattieri. Alcuni palazzi erano adagiati l’uno sull’altro, spezzati in più parti a causa delle continue detonazioni e delle guerriglie urbane continue. Al passaggio del vento gli stretti vicoli e gli enormi pachidermi di acciaio sopiti, alti chilometri, colloquiarono prima rabbiosamente, poi sempre più amichevolmente, fino a divenire un'unica voce baritonale metallica che ricordava un violino gigante suonato da un Titano. Sulla destra vide una strettoia in cui avrebbe potuto infilarsi per esplorare la parte antico-Barocca dell’ex Patrimonio della ex Umanità. La strada era oramai una vera e propria cloaca sgargiante grazie alle barricate improvvisate dalla nobile Resistenza e dai pittoreschi murales psichedelici dei Figli del Fuoco, di cui riconobbe il macabro gusto di appendere lungo tutta la lunghezza delle recinzioni di fortuna le teste delle Guardie Reali catturate o dei dissidenti interni al loro gruppo di pazzoidi, scopa-bambini, fissati con il Rocket.
  22. Rieccoci con un logorroico pezzo scritto da me medesimo, in preda ad allucinazioni indotte da ore di gioco a BLOODBORNE e all'ascolto di soundtrack malate di videogiochi RPG del secolo scorso. E' il continuo dello Stralcio 1 postato settimane fa che potrete trovare qui: Qui invece trovate il mio commento ad uno scritto in sezione Officina: https://www.writersdream.org/forum/forums/topic/38346-whiskey-sour-iii-a-time-for-us/?do=findComment&amp;comment=678623 Spero vi piaccia, buona lettura: I palazzi smisero di canticchiare. L’aria cessò il suo intercedere lungo lo scheletro della Capitale ormai morta. Mataius sentii i passettini di uno scarafaggio a qualche metro da lui e si voltò a guardarlo: grande come uno Yorkshire Terrier, mogio mogio, si infilava in un buco poco sotto il palazzo della Generali, portando nelle sue tenaglie la testa di un felino, ottimo nutrimento per i suoi piccoli. Assoluto vuoto. Nulla di vivo avrebbe mai calpestato quella terra, a parte lui. Ma considerò un fattore fondamentale: nessuno era mai stato più davvero solo su quella terra dopo la Grande Onda. Scavalcò il cumulo di rocce e metallo dilaniato, caduto dai piani alti dei grattacieli. Superò l’ammasso di pattumiera e posizionò il piede su un punto in cui la lamiera sembrava ben salda, ma cadde rovinosamente sul culo scivolando per circa due metri fino a raggiungere il suolo con un balzo quasi felino. Atterrò con i quattro arti sui ciottoli a terra e schivò la traiettoria della lamiera che scivolava velocemente al suolo e che rischiò di laceragli il copricapo di juta e cinghie di cuoio. Si tolse gli occhiali da saldatore e iniziò a camminare lentamente, con il naso all’insù e lo sguardo indagatore. I raggi malaticci si poggiavano stanchi sulle carogne di cemento e acciaio, colorando di verde e giallo smorto il cimitero che quel quartiere era diventato. Ogni tanto un piccolo fascio di luce riusciva a rimbalzare energicamente su una superficie cristallina e a spararsi dritto nelle pupille attente di Mataius. Ad ogni passo l’attrezzatura da cercatore tintinnava, il lungo poncho che si adagiava sulle grosse spalle oscillava come una bandiera, il cuoio delle cinghie veniva prima teso e poi allentato ad ogni passo e gli scarponi color cachi spappolavano i ciottoli di terra soffocando il rumore di ogni rottura con le suole gommose. Il riverbero dei suoi movimenti era ovattato da alcune fuoriuscite di schiuma insonorizzante dei palazzi sviscerati. La nebbia di morte si fece meno fitta rispetto all’area precedente e Mataius vi trovò una quiete piatta: un silenzio statico. Forse anche troppo. D’improvviso il tracciatore iniziò a vibrare e ad emettere bip sinistri, interrompendo la quiete. Mataius si fermò di colpo e puntò il naso alla cintura dove aveva posto l’aggeggio artigianale. I bip cadenzavano prima lentamente poi con sempre più frequenza. Lo afferrò saldamente con i guanti da minatore, tentando di mettere a fuoco quello che poteva esserci oltre la foschia di pulviscolo che gli impediva di vedere ad un metro dal suo naso. Il battito del cuore rimbombava nei timpani, il sudore colava lungo i larghi pantaloni, il respiro si fece profondo e controllato: capì che stava per imbattersi in una Fuoriuscita. La polvere di vetro iniziò a danzare trasportata da una bava di vento, la luce del sole filtrato cambiò lentamente tonalità in un violaceo malato e distorto. Un nuovo lamento, un latrato lontano, come di un gigantesco cane infernale: stavolta non sembravano le carcasse dei palazzi ad intonare la sinfonia disturbata. Voltò la testa lentamente e vide un’ evanescenza azzurra scomparire nella coltre di aghi di vetro. Si portò velocemente la mano alla bocca per attutire il respiro affannoso. Si voltò a scatti come un roditore mentre sentiva i lamenti circondarlo: non assomigliavano a nulla di vagamente umano. Gli incubi di migliaia di uomini che avevano avuto la sfortuna di imbattervi stavano per fargli visita di persona. Strinse con forza il tracciatore e si irrigidì di colpo. Era letteralmente svuotato di ogni sentimento al di fuori del terrore puro. Doveva rimanere immobile. Poi sopraggiunse l’orrore. [continua...]
  23. Nightafter

    [MI 115 - Fuori concorso] La Rusalki

    prompt di mezzogiorno: il mostro La Rusalki il nome Rusalki è un termine antico, usato nella mitologia slava per indicare gli spiriti e i demoni femminili che abitano fiumi e laghi. Le loro caratteristiche, come i nomi per definirle, sono assai differenti nelle diverse culture slave. In Russia sono sono indicate anche come Beregine, nei Balcani, dai bulgari. vengono chiamate Samovile e Vile da serbi e croati. I loro aspetto era di donne giovani e attraenti con lunghi capelli, occhi verdi e ghirlande di fiori di campo a incoronargli il capo. Sovente si presentavano abbigliate vesti bianche, ma talvolta erano erano nude. In certe tradizioni venivano anche descritte come creature dall'aspetto cadaverico e notturno. Il mito le associava all'acqua e ai riti della primavera: influivano sulla fecondità delle donne, sull'abbondanza dei raccolti o della pesca, ma erano anche in grado di causare la morte. Potevano essere spiriti dannati: anime di giovani donne suicide per annegamento, oppure uccise, in prossimità di laghi e fiumi, dai loro amanti o dalle proprie madri. Le loro anime prive di pace. perché morte senza Grazia di Dio, tornavano a infestare il luogo in cui erano perite. La bambina era nata a novembre, nel segno dello Scorpione, nel tempo di mezzo tra due guerre fratricide che avevano insanguinato la terra abitata da mille anni. Le avevano dato per nome Vesna, il cui significato era: "messaggera", non aveva mai conosciuto il padre, di sua madre aveva un ricordo lontano e confuso, fermo all'età dei suoi tre anni. Ora lei ne aveva nove e viveva sola, con sua nonna, in una koliba costruita senza cemento, con pietre sovrapposte a secco e il tetto di paglia. L'interno della casupola era costituito da un'unica stanza e un angusto stanzino adiacente. Nella stanza, usata per cucinare e abitare, dormivano insieme nonna e nipote su un ampio pagliericcio. Lo stanzino, privo di finestre, era accessibile solo alla nonna, che vi si chiudeva a recitare le sue preghiere, alla bambina era vietato entrarci. La casupola era situata nella radura di un bosco nella zona del Kozjansko, nei pressi di un piccolo villaggio in cui il tempo pareva fermo al secolo prima. Una manciata di modeste abitazioni, in calce e lastroni di roccia carbonica, muri di un candore luminoso nella luce estiva e cupe nei lunghi inverni slavi. Accanto al villaggio scorreva il torrente, il suo percorso si insinuava all'interno del bosco e le sue sponde lambivano la radura su cui sorgeva la koliba. Il mormorio delle acque, come una musica, accompagnava ogni istante nella vita della piccola, ma la nonna le aveva detto di tenersi lontana dalle rive del torrente, di non andarci mai da sola. L'altro suono che giungeva fino a loro era solo quello del campanile della chiesa: i rintocchi per le funzioni religiose e quelle funebri. Al termine della stagione fredda, la coltre di neve lentamente andava scomparendo, il profumo invadeva la radura: iniziavano a sbocciare fiori come gli ellebori, i bucaneve, le primule e gli altri fiori primaverili. Più avanti sbocciava l’elicriso, col suo colore dorato e una fragranza che ricordava la liquirizia. La nonna ricercava e coglieva fiori ed erbe che lavorava creando pozioni, polveri e unguenti balsamici: la loro abitazione profumava sempre di aromi delle piante stagionali. Anche ad occhi chiusi la bambina aveva imparato a riconoscerne il nome. La vecchia le aveva promesso che divenuta grande, le avrebbe rivelato i segreti delle erbe e delle preghiere, allora anche lei sarebbe potuta entrare nello stanzino della casa. Dal villaggio e da luoghi più lontani, di continuo, giungevano alla loro porta dei visitatori. Si trattava di donne giovani o mature: chiedevano alla nonna le cose che approntava, talvolta si chiudevano con lei nello stanzino e la bambina le udiva parlottare a lungo e pregare insieme. Raramente venivano uomini, quando lo facevano avevano un'espressione circospetta, si guardavano alle spalle prima di entrare, per assicurarsi di non essere visti da nessuno. A compenso di quanto ottenuto, lasciavano ceste colme di vivande, la vecchia non accettava denaro. Infatti non tenevano un orto o animali da cortile per il loro sostentamento, quello che ricevevano bastava ai loro bisogni. Nelle sere estive, col buio, la bambina usciva sul prato davanti alla casetta per catturare le lucciole con un bicchiere: sulla radura ne venivano a centinaia, pareva che un frammento di cielo stellato fosse caduto in quello spiazzo. Vesna aveva chiesto di sua madre, la vecchia le aveva messo uno specchio tra le mani e aveva detto: “Guardati e pensa al tuo viso tra dieci anni: siete identiche, sei bellissima come la tua mamma.” Le aveva raccontato, che a quindici anni sua madre l'aveva messa al mondo e a diciotto era partita per cercare fortuna nella lontana capitale del paese. Nel lasciarla con lei, aveva promesso che sarebbe tornata presto a riprenderla, ma da allora non aveva più dato notizie di sé. La bambina aveva occhi verdi e lunghi capelli corvini, era felice di somigliare a sua madre. Quando le veniva nostalgia ed era malinconica, guardava la mamma riflessa nello specchio e pensava che un giorno sarebbe partita a cercarla, poi sarebbero rimaste insieme per sempre. Vesna faceva un sogno sempre uguale: camminava nel mattino lungo l'argine del torrente, da dietro un grande olmo, compariva una giovane donna avvolta da un'aura di chiarore che le sorrideva con un viso triste. Le sfiorava la guancia con dita fredde e lei veniva colta da un'emozione intensa, allora mormorava piano: “Mamma.”. Si risvegliava col cuore in tumulto e il viso rigato di lacrime. Quando parlò dei sogni alla nonna, lei prese alcuni pizzichi di polvere dai vasetti in vetro con gli ingredienti per i suoi preparati e insieme a qualche spicchio d'aglio, li racchiuse in un piccolo sacchetto di tela. Sigillò il sacchetto cucendolo con del filo rosso, fisso un cordino dello stesso colore al sacchetto e lo cinse, come una collana, al collo della bambina: “Non separarti mai da questo amuleto. Ricordati che è importante.”. Infine stese una corposa striscia di sale grosso sulla soglia della capanna. La bambina frequentava la scuola sulla piazza del villaggio, non aveva amici tra i compagni di classe, la isolavano, nessuno voleva starle accanto. Lei pensava fosse per via dell'odore forte di erbe che emanavano i suoi indumenti, o per quello dell'aglio nel suo amuleto, ma se ne era fatta una ragione, era abituata a stare sola e non ci badava. Un giorno, all'uscita dalla lezione, venne travolta della corsa di due ragazzi: i figli di tredici e quattordici anni del farmacista. I due giovani erano noti per la tracotanza e la rudezza dei modi. Inseguendosi in qual gioco irruente la investirono, mandandola lungo distesa. Irritati per l'accidentale interruzione della loro sfida, invece di scusarsi, la aggredirono con spinte e male parole. “Togliti dai piedi piccola bastarda di uno zingaro e di una troia annegata.” L'apostrofò il primo. “Porta via la tua puzza infernale da questo villaggio. Sporca figlia di una Rusalki.” Aggiunse l'altro. Strattonandola fino a farle spuntare le lacrime, per sfregio le strapparono dal collo il cordino con l'amuleto gettandolo nel pozzo sulla piazza. Vesna scossa dal pianto corse a casa trafelata, raccontò l'accaduto alla nonna . Lei le asciugò le lacrime e per darle conforto, le preparò una fragrante cioccolata calda spolverata di vaniglia. La carezzò dolcemente il capo finché prese sonno: aveva nelle mani una tenerezza infinita, negli occhi la glaciale luce di un'ira antica. Più tardi nel silenzio, chiusa nello stanzino, accese una candela nera e pregò per il resto della notte. Due giorni dopo, i rintocchi di campana a morto giunsero fino alla radura, mentre al villaggio procedeva lento il corteo funebre. I figli del farmacista, erano inspiegabilmente annegati insieme nel torrente.
  24. Nightafter

    Il sogno dell’odio – Pt. 6

    Stava seduto sulla tazza del cesso e fumava il suo mezzo Antico Toscano, la stanza da bagno era satura di fumo acre e puzzolente. Il vantaggio era che tra l’odore del fumo e quello dei suoi escrementi non c'era differenza, quei sigari puzzavano indubbiamente di merda. Sua moglie per quella ragione sclerava e glielo ripeteva continuamente, odiava che lui li fumasse in auto o in casa. Ma ora nessuno si lamentava più: lei se ne era andata da tempo e la macchina lo stesso. La macchina aveva smesso di avviarsi una mattina, aveva sperato in un problema di batteria, ma la batteria era l’unica cosa ancora funzionante in quell’ammasso di ferraglia rugginosa: la cosa era più seria. La riparazione risultava più onerosa del valore complessivo dell’auto: aveva rinunciato a riparala e si era preso una tessera annuale per i mezzi pubblici, da qual momento e aveva smesso di possedere una macchina. Aveva inoltre scoperto, con soddisfazione, di risparmiare tra tassa di circolazione, assicurazione, manutenzione e carburante, più di duemila euro all’anno. Con quei soldi poteva pagarsi un fottio di Antico Toscano e anche qualche troia, inoltre contribuiva allo snellimento del traffico urbano, divenendo involontariamente un esempio virtuoso per l’eco sostenibilità mondiale dell'ambiente. Oltre all'auto si era rotta anche sua moglie, nel senso che si era stufata di lui in maniera irreversibile. Una sera rientrando a casa aveva trovato un biglietto, fissato con una striscia di adesivo alla porta del frigo, con scritto a pennarello rosso: “Mi hai rotto le ovaie. Non ti reggo più. Me ne vado e non ti azzardare a cercarmi. Fottiti merda! Crepa!” Lui non l'aveva più cercata. Inutile stare a rivangare il perché e il percome, era da un po' che le cose tra loro non filavano nel verso giusto, in fondo era meglio così: pochi concetti ma chiari e definitivi, piuttosto che sfinirsi in litigi e ripicche inesauribili. Rischiando magari un mattino di ritrovarsi sui giornali, per via che si erano accoltellati reciprocamente. Almeno ora poteva fumare a piacimento quando stava in bagno e nessuno gli rompeva le palle per la puzza del sigaro, o perché lo occupava per troppo tempo. Gli piaceva prendersela comoda quando cagava, era uno dei pochi lussi dell'esistenza, poi in quel lasso di tempo si dedicava ad acculturarsi e leggeva dei libri. In quel periodo era su un libro di James Elloroy, uno dei suoi autori preferiti nel genere hard-boiled, un corposo tomo di oltre ottocento pagine: ne leggeva una decina ogni mattina o alla sera, durate le sue sedute sulla tazza. Quando senti di aver finito strappò una striscia di carta igienica dal grosso rotolo: “500 strappi, ovatta di cellulosa purissima, doppio velo, confezione famiglia”, così stava scritto sulla confezione da quattro rolli. La sua preferita da anni. L'acquistava al discount sotto a casa. Gli piaceva perché era un prodotto serio, con ottimo rapporto qualità-prezzo: morbida il giusto, ma allo stesso tempo solida e resistente. Senza profumazioni aggiunte e fronzoli, come certe carte igieniche che odiava: tutte ricami che sembravano delle tovagliette in pizzo macramè, roba ridicola per pulirsi il culo, roba da finocchi. Costavano una cifra ed erano una fregatura sulla quantità del rotolo, carta spugnosa e gonfiata, a parità di spessore c'era la metà del materiale. Non faceva per lui quella roba lì per grulli. Sapeva di usarne sempre una quantità spropositata, era probabile che fosse uno dei maggiori responsabili mondiali per la depauperazione della Foresta Amazzonica, ma da quando la carta si era bucata mentre si asciugava, con conseguenze davvero spiacevoli, aveva deciso che della Foresta Amazzonica non gli fregava un cazzo. Ripiegò in tre parti un buon metro di striscia e iniziò a detergersi. La luce dello specchio del bagno era livida e la sua faccia delle sette e mezza del mattino aveva l’incarnato verdognolo di un cadavere sul tavolo autoptico. Smise di insaponare il viso col pennello da barba quando la metà del volto lo faceva assomigliare ad un Babbo natale depresso. Schiuse la bocca, le labbra apparvero nella crema candida come una ferita rossa su una coltre immacolata di neve, iniziò a rasarsi. La radio diffondeva le prime notizie confortanti della giornata: “Attacco terroristico a Londra: nella giornata di ieri quattro esplosioni avvenute su diversi mezzi pubblici in varie parti della città. L'esito dell'azione criminale è pesante: 55 morti e 700 feriti. Berlusconi da Gleneagles, dove si sta tenendo il G8, annuncia che prenderà nuove decisioni per la lotta al terrorismo: “Un cancro con cui dobbiamo fare i conti. L'Italia è esposta bisogna alzare i livelli di difesa". La Santa sede "deplora" gli attacchi terroristici di Londra, il Pontefice Benedetto XVI raccolto in preghiera per le vittime: "Atti contro l'umanità". Interni: Sciopero dei dipendenti degli aeroporti, a Roma e Milano, cancellati 119 voli, Sport: Nancy, prima vittoria italiana: frena Vinokurov, trionfa Lorenzo Bernucci, vincendo la sesta tappa del Tour de France.” L’intero mondo andava a rotoli per una qualche ragione, casini su casini, e lui con i suoi non faceva eccezione. Gli piaceva rasarsi con metodo, lo faceva tutte le mattine: pelo e contropelo, per avere il viso liscio come una pesca noce. Era una specie di rito che dedicava alla cura quotidiana della propria persona, amava sentirsi apposto, la pulizia fisica era un primo passo verso quella interiore. Raramente e per qualche seria ragione, gli era accaduto di saltare quella sua rasatura giornaliera. Un tempo era stato un brillante mediatore immobiliare, lavorava come procacciatore in una importante agenzia cittadina. Bel periodo quello: il mercato tirava, benché i soliti corvi già parlassero di “bolla immobiliare”, si facevano soldi facili e lui viaggiava alla grande. Sempre tirato e lucido come una stoviglia d'argenteria a Buckingham Palace: giacca blu, cravatta regimental, Trickers bordeaux ai piedi e Rolex Daytona al polso, un vero damerino. Potere del successo, persino sua moglie in quel periodo non faceva caso al puzzo dei suoi sigari. Poi la “bolla” era esplosa: da un giorno all'altro il mercato era crollato, caduta a picco dei valori immobiliari, nessuno voleva più un mattone neanche a tirarglielo dietro, non si affittava neppure un wc chimico da campeggio. Mentre la radio era passata a trasmettere la solita ossessionante musica dance, lanciò una fiorita imprecazione: si era tagliato. Un fiore vermiglio, grosso come una moneta da due euro, si stava rapidamente formando sul mento, il sangue mescolato alla schiuma ricordava una invitante mousse di panna e fragola. Sapeva di essere l’unico coglione del mondo civilizzato d'occidente capace di affettarsi la faccia con un rasoio usa e getta. Gli era venuto il cattivo umore: fini rapidamente di rasarsi, sciacquò il viso con l’acqua fredda, poi mise una quantità considerevole di dopobarba per disinfettare la ferita. Aveva davanti una giornata impegnativa, meglio darsi una smossa. (Continua)
  25. qeimada

    Lo spirito e l'isola

    Copertina: https://d2t3xdwbh1v8qy.cloudfront.net/content/B077JY32DY/resources/1843365654 Titolo: "Lo spirito e l'isola" Autore: Simone Giudici Casa editrice: Amazon KDP (autopubblicato) ISBN: 9781521813485 ASIN: B077JY32DY Data di pubblicazione (o di uscita): 17 Novembre 2017 Prezzo: 0,99 edizione Kindle Genere: Thriller, soprannaturale Pagine: 420 Trama: Ouija: tavola di legno sulla quale sono disegnate tutte le lettere dell’alfabeto, i numeri dallo 0 al 9, spesso un “sì” ed un “no” ed altri simboli, il cui utilizzo è abbinato ad una lancetta mobile chiamata “planchette”. Lo scopo di tale tavoletta è porre delle domande alle anime dei defunti, che attraverso un medium, farebbero sì che la lancetta si muova sulla tavola ouija e componga, utilizzando le lettere, la risposta. Chestertown, Maryland, 1889. Ernest Christian Reiche, bizzarro inventore di origini tedesche, costruisce la prima tavola Ouija della storia, allo scopo di dare il via ad una lucrosa attività commerciale. Quando però la proverà per la prima volta, ne verrà lui stesso terrorizzato. Isola di Marettimo, estate 1989. La giovane e bella Annele Morris manda avanti da sola la pensione “Stella Marina”, aperta anni prima dalla mamma e dal nonno, trasferitosi sull’isola dopo la Seconda Guerra Mondiale. La Notte di San Lorenzo Annele acquista da un misterioso individuo una vecchia tavola Ouija. Cosa accadrà quando deciderà di provarla? E perché continua a sognare la madre Alexandra, morta 15 anni prima? Grazie al fortuito ritrovamento del prezioso diario di guerra del nonno Alfred e alla saggezza della sua amica Angelina, Annele riuscirà finalmente a svelare il mistero che avvolge da tempo la sua famiglia e liberare la magia che si cela da più di un secolo nella tavola ouija. Da Monterey a Baltimora, attraverso l’infernale deserto del Marocco, fino alla magica Isola di Marettimo: questo libro vi terrà incollati alle sue pagine fino all’imprevedibile e sconvolgente rivelazione finale. Link all'acquisto: http://amzn.to/2jAEipV
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