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  1. Adelaide J. Pellitteri

    [H2019] Il Conte Filippo

    H2019 Traccia: Il pozzo Si sentiva un po’ in colpa, aveva ereditato la casa di nonna Matilda e sapeva di non meritarla. A chi le era stato vicino fino alla fine, la vecchia signora, aveva lasciato l’antico corredo (lenzuola di lino e asciugamani di fiandra) e i vassoietti d’argento, a lui un appartamento in pieno centro storico con sedici camere, balconcini in stile barocco e un terrazzo di ottantasei metri quadrati che dava sul chiostro di un antico convento. Dieci anni addietro, prima di partire in tutta fretta per New York, Filippo aveva rapinato la donna per circa cinquantamila euro; era sua la seconda firma sul libretto, e ciò lo aveva agevolato nel furto. Si era detto “È solo un acconto sulla mia eredità, nonna, capiscimi.” In verità, intendeva “Visto che non mi lascerai un bel nulla almeno prendo questo”. Così, senza rimorso, benché ne avesse anche un altro dal quale stava realmente fuggendo, se n’era andato senza chiamarla mai più. Sorpreso, e costretto a tornare dopo la telefonata del Notaio, adesso si aggirava per la nobile casa. Giusto il tempo di stimare quanto avrebbe ricavato dalla vendita, stemma con corona compreso, e poi sarebbe tornato a New York ad aspettare il bonifico con le gambe incrociate sulla sua scrivania. Vendeva automobili sulla Fifth Avenue. Nella casa tutto era come lo aveva lasciato, e gli imponenti armadi in pesce pagno, le consolle in ebano e le grandi specchiere dorate appese alle pareti, lo circondavano di nuovo con asfissiante severità. Sbuffando era uscito sul terrazzo. Affacciatosi sul chiostro per respirare un po’, l’occhio gli era finito giù nel giardino, curato come solo mani di donne pazienti, meglio se suore, sono capaci di fare. Lì, al centro il pozzo ormai secco faceva ancora bella mostra di sé. Dalla ghirlanda in ferro battuto pendeva il catino traboccante di fiori. Filippo non poté reggere la vista, e rapido come una lepre si tirò indietro. La Madre Badessa uscita in quell’istante sul chiostro, aveva colto il movimento rapido e scaltro. Anche lei aveva fissato quel pozzo, sospirando e scuotendo il capo. Dal ritratto che campeggiava sopra il camino nel salone delle feste, la nonna – ingioiellata e raffigurata in un abito da sera in velluto color rubino – lo fissava con un’espressione ambigua, inquietante. Due ombre sul viso scavavano eccessivamente le gote mentre gli occhi, non suoi, erano di un verde traslucido; con una scossa violenta, ricordarono a Filippo una sua scelleratezza. Notò anche le mani – le ricordava bene – tanto candide e affusolate da suggerirne il tocco aristocratico, adesso erano adunche, più simili agli artigli di un’aquila che a mani di donna. No, non era possibile! Il dipinto doveva essere stato ritoccato da qualcuno in vena di fargli un pessimo scherzo. Per accertarsene prese una scala e risalì i gradini con l’agilità di un gatto e dei suoi quarant’anni, ma appena fu ad un palmo dalla tela un odore nauseabondo lo afferrò alla gola. Provò a tapparsi il naso e la bocca per non inspirare quel lezzo malvagio, ma ebbe un capogiro e rovinò giù dalla scala. L’urlo scosse il convento e le venti monache, svolazzanti e compatte come uno stormo di rondini, in un batter d’occhio gli furono intorno. Non appena Filippo sentì quelle braccia guantate di nero sollevarlo senza attenzione e riguardo, appena si vide accerchiato da tutti quegli sguardi satanici e udì quelle risate maligne, atterrito comprese! Sarebbe voluto spirare in quel medesimo istante. La Madre Badessa che tanto aveva beneficiato della generosità della defunta Contessa Matilda decisa a sopperire alla malafatta del nipote, possedeva le chiavi dell’attico sovrastante il convento. Alla fine erano state loro a ereditare lenzuola di lino e asciugamani di fiandra, ed era stata proprio la Madre Badessa a suggerire il lascito al cattivo nipote. Il perdono, si sa, rende l’anima leggera, “libera di raggiungere le mete più alte”, le aveva detto. Ora una ricompensa da parte di Filippo, le suore la meritavano, eccome! Tutte s’erano avvicendate al capezzale della nobildonna e non lo avevano fatto certo per niente. Uccellini con le bocche spalancate erano gli orfanelli, e – con il legato – avrebbero ricevuto il giusto sostentamento. Filippo vorrebbe solo tornare a New York, mandando al diavolo suore, stemmi e corone, ma ormai è troppo tardi, lo sa. Gli curano la frattura alla gamba con un impiastro di erbe selvatiche e uova di struzzo fatte marcire al sole di luglio, lo stesso usato per impregnare il quadro sopra il camino, il groviglio intestinale che ne consegue, con un po’ di marsala e molto aceto di uva spina; per molti mesi lo costringono a ingurgitare trecento grammi di miele al giorno, presi al cucchiaio; ai denti che a mano a mano marciscono provvedono con un’estrazione all’antica. La tenaglia è sempre a vista, sul comodino. Per dipiù proprio quando Filippo sente l’anima tentare il distacco dal corpo e contrapporre la pace al calvario, la Madre Badessa gli inietta del Toradol insieme a del Cortisone. Lui, sentendo attutiti i dolori atroci, si rianima un po’ ma solo per meglio comprendere l’orrore dal quale non può liberarsi. Con la falsa promessa del rilascio, Filippo firma il suo testamento. Lo stesso Notaio che lo ha rintracciato a New York, lo prende in custodia; mentre la Madre Badessa ha già pronta la richiesta da avanzare al Comune: un benefattore come il Conte Filippo merita degna sepoltura nella nostra Cappella. Eleonora sarebbe ancora bella se non avesse quegli occhi spiritati. È Madre Badessa, e ora osserva il sudore malato sulla fronte dell’infermo, gli asciuga le gocce sospirando: «Le stesse del mio travaglio» dice, mentre al contorcersi di Filippo, ripiegato sul ventre, asserisce: «Oh, sì ti capisco, furono uguali pure le mie doglie». L’uomo fissa smarrito il viso della suora, gli occhi sono verdi e taglienti come quelli del quadro, un demone gli è proprio davanti, le mani non gli dispensano consolazioni e carezze piuttosto graffi e torture. «Il pozzo, il pozzo» gli sibila Eleonora con voce di strega. La donna ricorda il sangue in mezzo alle cosce quando – le suore rapite dal sonno e lei dimentica per un’ora dell’amore di Dio – s’era fidata delle lusinghe di Filippo. Seppure sgomenta per il sangue fuoriuscito dalla sua “voragine”, in quella notte di stelle lucenti, all’ombra del pozzo, tra i suoi “No” sussurrati con la paura di svegliare le altre, il suo corpo aveva accolto la vita. Da allora, infranto il sogno di ogni beatitudine, Eleonora ha pianificato ogni cosa. Filippo aveva osato l’ardua conquista, convinto che ogni suora avesse indossato l’abito nero per sfuggire alla carne, conosciuta e rifiutata. Come chi scopre la propria natura omosessuale, ognuna di loro doveva aver confrontato e scoperto la propria: mistica, affatto carnale. Ma lui, che si credeva capace di farle provare un piacere sublime da invalidare così la sua aspirazione, alla vista del sangue, strappatole il velo, era rimasto sgomento, quasi avesse ucciso un corpo, un’anima e pure se stesso. Aveva capito cosa può il diavolo, e ladro e assassino era fuggito. Filippo è già preda di forti tremori per la febbre e per la paura. «Ricordi quel pozzo? – dice la Madre Badessa – Per giorni ho sentito l’odore nauseabondo e mi ci sono voluti mesi e mesi per ricomporlo identico, meritavi anche tu di sentirlo. Ho accoppiato erbe e carni di animali selvatici, sterco di bestie e frutti di mare, ho provato di tutto, poi, finalmente la putrida essenza è venuta fuori, identica. È la stessa che da giorni non ti lascia, la senti?» Lo dice, mentre gli tiene una garza imbevuta schiacciata sul naso, Filippo si contorce in un’espressione atterrita, il suo corpo è scosso da sussulti epilettici. «Un aborto identico a un parto, tutto è finito nel pozzo». recita ancora. «Le mie consorelle, testimoni… e consolatrici». Filippo non ha più dubbi, le suore si occuperanno di lui fino all’ultimo istante, fino alla veglia, alle esequie, alla lettura del suo testamento. Le sue spoglie sui resti del figlio. Ma quando?
  2. Pulsar

    [H2019] Chiudo gli occhi e colpevole attendo

    Traccia n. 5: Una voce nel buio. «Mi ha uccisa, Piero!» Parole e pianto insieme. Mi sembra di sentirlo ancora il lamento di Ester, increspare il silenzio della mia notte solitaria. «Guidava come un pazzo, senza alcuna prudenza! È tutta colpa sua se non ti sono più accanto, se non hai più una moglie. Vendicami, Piero. Se mi ami, se mi hai mai amata, vendicami!» Con uno strattone stringo la corda intorno ai polsi di mio nipote. Un basso gemito di protesta mi annuncia che l’effetto della droga sta scemando. Afferro Sergio per i capelli e tiro verso di me. Bofonchia qualcosa di incomprensibile attraverso lo strofinaccio che, come un morso, gli serra la bocca. Gli occhi sono quelli di sempre, però. Anche ora, immobilizzato ed imbavagliato, ha lo sguardo strafottente e di sfida che ben conosco. Giro intorno alla sedia e mi piazzo davanti a lui. Mi fissa sollevando il capo quel tanto che gli è consentito dai legacci. La mia Ester me lo diceva sempre che il ragazzo non le piaceva, e lei aveva un sesto senso per queste cose. Ester. Gli aveva chiesto un passaggio per raggiungere il centro città… Ironia della sorte, il bulletto è sopravvissuto all'incidente; lei, invece, non ce l’ha fatta. Ed eccolo; seduto in una lama di luce che filtra da qualche parte del tetto di questo vecchio casolare. Inspira rumorosamente: trattiene a stento l’ira per quello che sta subendo! Il fatto che LUI si senta oltraggiato mi fa ribollire il sangue. Alzo la destra, lentamente – voglio che mi guardi mentre lo faccio – dopodiché, con un movimento circolare, l’abbatto sulla sua guancia. Lo schiocco acuto riempie l’aria mentre il capo del bulletto si piega di lato. «ANC…LO!» sbotta, in quello che vorrebbe essere un ruggito e invece somiglia al gorgoglio di un vecchio affetto da tubercolosi. «Fanculo, tu!» gli dico di rimando. E per dimostrargli che è in mano mia gli tolgo il bavaglio. Può gridare e inveire finché vuole, qui nessuno potrà sentirlo. «Scioglimi! Scioglimi, zietto, e vediamo se non ti cancello dalla faccia quell'espressione compiaciuta del cazzo!» provoca. Scuoto la testa. «Si gioca alle mie regole, stavolta». «Ma cosa vuoi giocare? Slegami subito, prima che m’incazzi sul serio. Mio padre lo diceva che eri un cretino, ma non pensavo fino a questo punto! E dire che mi stavi pure simpatico…» «Tuo padre ha già pagato il suo conto. E pure tua madre». Il ragazzino ribelle sgrana gli occhi. «Sì, hai capito bene, sono stato io a manomettere i freni della loro auto». Strano, ho appena ammesso di avere ucciso intenzionalmente mio fratello e sua moglie, eppure non provo il minimo rimorso. «Ti ha sottratto l’azienda di famiglia, poco alla volta, ti ha lasciato le briciole dell’eredità di tuo padre… Sua moglie faceva la gran signora con i tuoi soldi!» Ester ha ragione. Lei ha sempre ragione. No, non posso pentirmi per quello che ho fatto: nessuno può comportarsi come quei due e sperare di farla franca! Lancio al giovane uno sguardo tagliente. «Adesso tocca a te!» Sul ripiano degli attrezzi, recupero la mazzetta da muratori – due chili abbondanti di acciaio pressofuso – acquistata ieri. Fuori sta tramontando. Oltre la finestra, la campagna ha contorni indistinti. Solo il cielo, dove un sole sanguigno sta sparendo dietro l’orizzonte, offre ancora lampi d’azzurro. C’è ancora tempo, però. Tutto il tempo che occorre. «Fatti rimettere il bavaglio, da bravo… Le urla di dolore mi impressionano» aggiungo con cattiveria. Sul suo volto sbiancato è svanita ogni traccia della sicumera ostentata fin lì. Mentre mi assesto davanti a lui a gambe larghe, prende a dimenarsi sulla vecchia sedia di vimini. Tira e strattona i legacci, oscilla con tutto il corpo. Il cigolio del legno si accompagna all'odore acre della paura. «Puoi vedermi Ester, tesoro mio?» grido «Questo è per te!» La testa del pesante martello cala come un maglio sul ginocchio di mio nipote. Rumore di ossa e legno frantumati, poi l’urlo disumano ricopre ogni cosa. «Libera la tua ira, vendicami!» Sarà fatto. «Piero...» La voce mi riscuote dal dormiveglia. «Piero...» «Ester?» Ansimando, scatto a sedere sul letto semivuoto; il movimento si riflette nella specchiera che ho di fronte. «Sei tu? Sei ancora qui?» «Sì». «C’è qualcosa che non va? Ho sbagliato qualcosa?» chiedo timoroso. «Va tutto secondo i piani». Sobbalzo per la sorpresa: è proprio accanto a me! Sul letto! Mentre il cuore rallenta, mi accorgo di essermi allontanato di una spanna dall'epicentro della sua presenza. «Avevo capito che saresti stata libera, una volta avuta la tua vendetta...» Silenzio. «Tesoro? Ester?» Nella stanza in penombra – una distesa di levigato cotone bianco e scabre montagne di legno massello – nulla si muove. «Piero, desideri vedermi un’ultima volta?» La voce proviene dal fondo della stanza, adesso. «Vederti? Io...Dove? Dove devo guardare, tesoro?» balbetto. «Sono qui!» Non è uno scherzo dei miei occhi stanchi: sulla superficie riflettente della specchiera qualcosa si muove. Sono ciglia che sbattono nella penombra, labbra sottili che si atteggiano a smorfia, ciuffi di capelli che ondeggiano attorno a un volto. Sembra un disegno tratteggiato a china… animato, però. Poco alla volta le sembianze di Ester appaiono a figura intera nella grande specchiera. «Oh, tesoro...» gli occhi mi si appannano per l’emozione. Ester è giovanissima, vestita dell’abbagliante purezza del bianco nuziale. Sul suo capo, i fiori rosa della coroncina risaltano sul biondo tenue dei capelli. Sento il cuore perdere un battito: vorrei stringerla a me, vorrei affondare il viso bagnato di lacrime nel suo seno. «Sei bellissima» dico, e le parole non sono mai state tanto incapaci di descrivere ciò che provo. «Sapevo che ti sarebbe piaciuto rivedermi con questo aspetto: sei così… prevedibile!» Cosa? «Il giorno del matrimonio: l’unico giorno in cui ti sei sentito veramente un vincitore! L’unica volta in cui hai potuto guardare tuo fratello e sentirti meglio di lui. Un confronto impietoso per Gianni, vista la balena che si è dovuto sposare dopo averla messa incinta…» Non può farmi questo, non può distruggere questo momento. «Che delusione che ti sei rivelato, poi. Un uomo senza attributi, lo zimbello della famiglia: ti rigiravano tutti a loro piacimento». Basta, ti prego. «E non dire di no! Hai sterminato la tua famiglia solo perché te l’ho chiesto! È bastata qualche supplica, qualche lamento, per trasformarti nel più efferato dei serial killer…» Ride. Una risata di scherno, feroce. «Sei un debole, un pupazzo privo di volontà». Nello specchio, il ritratto della donna amara e disillusa, quella degli ultimi anni di vita in comune, ha preso il posto della sposina tutta sorrisi. «Sai cosa ha detto tuo nipote il giorno in cui abbiamo avuto l’incidente? È scoppiato a ridere e guardandomi negli occhi mi ha chiesto: “ma nemmeno la macchina sa guidare lo zio?” Capisci cosa ho dovuto sopportare?». «Io ti amavo…» balbetto annientato dal dolore. «Io no. Ti ho sposato solo per i soldi: ero pronta a qualsiasi sacrificio pur di lasciarmi alle spalle gli stenti dell’adolescenza. Non potevo immaginare che tu… tu…» Singhiozza. Una lacrima supera la barriera fra i nostri due mondi; per un istante rimane in bilico sulla china dello specchio, a brillare come rugiada prima di sparire nel tappeto. «Maledetto!» prorompe «Non avrò pace finché non mi sarò vendicata della persona che più di ogni altra mi ha rovinato l’esistenza: tu! Va’ a raggiungere la tua famiglia!» Un urlo spettrale fuoriesce dalla specchiera mentre il volto che vi è rappresentato si deforma. La bocca si tende, si allarga, come una ferita slabbrata, gli occhi si gonfiano e gli angoli si riempiono di un reticolo di vene azzurrine. La donna che urla è un cadavere in decomposizione, polvere al posto della pelle, polvere al posto dei capelli… un cadavere che fuoriesce dal cristallo, che invade la stanza, che tende i suoi arti scheletrici verso di me… «MUORI!» è il grido che mi rimbomba nel cranio. Chiudo gli occhi e colpevole attendo.
  3. mina99

    [H2019] Prison Blackout: Il labirinto della realtà

    commento Traccia 6 E così mi ritrovo in cella. Non riesco ancora a realizzare: sono in custodia cautelare con l’accusa tendenziosa di aver assassinato due poliziotti. Sto a terra con le gambe incrociate, la fronte poggiata alle sbarre fredde, lo sguardo fisso su una montagnetta di mosche morte disposte a piramide nel corridoio. L’uomo dalla cella di fronte mi rivolge la parola. Mi fa i complimenti per la cravatta – ho ancora gli abiti da lavoro – e poi comincia a blaterare. Ascolto la metà di quello che dice solo a metà e ne comprendo meno della metà. Ripete che questa non è la realtà, che siamo stati incastrati. Prosegue lamentandosi di come la città stia impazzendo, portando come esempi la coppia di giovani recentemente scoperta essere coinvolta nello schiavismo minorile e i due poliziotti che andavano in giro a uccidere in nome di Gesù. Comunque è gentile e lo ringrazio quando mi dice che sa che non sono colpevole. Mentre l’omone sta ancora parlando da solo, ogni luce di botto si spegne, e al contempo scatta una sirena assordante. La porta della cella intanto si è spalancata. Anche la cella di fronte a me è aperta, e dev’essere così in tutto il carcere, perché sento nel corridoio gli altri prigionieri che stanno uscendo, mormorando. Mi alzo in piedi e l’uomo con cui stavo parlando è ora di fronte a me. Mi chiede di seguirlo, agitato. Mi rifiuto e lui mi afferra per un braccio e mi trascina fuori nel buio. Provo a protestare ma è inutile. Le nostre celle sono vicino all’uscita del corridoio e uno spiraglio di luce riesce a filtrare dalla finestrella di vetro opaco della porta blindata. Gli altri prigionieri si stanno accalcando nel tentativo di buttarla giù. Non voglio essere parte di una sommossa. Sento uno sparo dall’esterno e vedo un corpo andare a sbattere contro la finestrella, oscurandola. Poi scivola giù e rimane una grande macchia rossa. La urla feroci si mischiano al pianto della sirena e l’agitazione aumenta, ma la porta non si sposta di un millimetro. Ancora immobile per il trauma, sento l’uomo che mi afferra e mi sussurra di andare. Lo seguo docile alle nostre celle. Sulla mia branda intravedo nel buio una figura anziana che mi fissa in un sorriso selvaggio. Faccio un passo ma la figura si lascia cadere contro la parete, sparendovi dentro. Varco la soglia e raggiungo la branda: il muro è solido. Le urla si trasformano in grida di terrore: il suono mi ricorda il verso di un maiale scannato. Una dopo l’altra le voci si spengono, finché l’unico suono che rimane è quello della sirena. Esco in corridoio, accanto all’uomo, arrancando nell’oscurità. Nell’aria si sta diffondendo l’odore metallico del sangue. L’uomo mi dice di correre e scappiamo dalla parte opposta alla porta blindata. Un gran numero di scalpicci si lancia al nostro inseguimento. Mi volto ma non vedo nulla. In fondo al corridoio c’è un bivio e senza un dubbio l’uomo svolta a destra e io lo seguo. Passiamo accanto a una serie di celle, ramificazioni e corridoi. È troppo buio per capire qualcosa e la sirena mi sta uccidendo. D’improvviso sento un dolore lancinante trafiggermi la caviglia. Urlo e cado a terra. Qualcosa mi sta azzannando la gamba, ringhiando e schiumando. Altre creature abbaiano. Cerco di divincolarmi e l’uomo calcia via l’animale, afferrandomi la mano e sorreggendomi nella fuga. Entriamo in una cella e ci nascondiamo nell’armadio. Mi prendo un attimo per concentrarmi sul dolore e, la testa che pulsa per la sirena, cerco di appoggiarmi alla parete. Cado all’indietro e sono di nuovo al centro di un corridoio. Mi alzo in piedi con incredulità. È troppo buio e non ho abbastanza lucidità per ragionare. L’uomo mi sprona a proseguire, dicendo che dobbiamo trovare un’uscita diversa da questa. Questa? Nella penombra mi accorgo che ci troviamo davanti a una pila di cadaveri ammucchiati davanti alla porta blindata, con centinaia di mosche che ronzano attorno. Trattenendo un conato mi volto e mi costringo a seguire l’uomo. In fondo al corridoio giriamo a sinistra e una visione terrificante ci si para davanti. A mezzaria si trova uno squarcio slabbrato, come se qualcuno abbia tagliato il tessuto della realtà. Al di là dello squarcio brilla un cielo notturno su un mare di sangue, alla cui riva un ragazzo sta strangolando una ragazza. Allungo una mano e lo squarcio sparisce. Il mio compagno è impassibile e continua a camminare. Mi fa sempre più male la testa. Vorrei dormire per sempre, ma non faccio altro che trascinarmi avanti. L’uomo al mio fianco dice che non dobbiamo lasciarci distrarre. Dopo un tempo incalcolabile, sento odore di sangue e mi accorgo che siamo tornati alla porta blindata. Stiamo girando in tondo? C’è qualcosa di diverso nei cadaveri, ma non riesco a vedere. Mi sento male e i pochi colori che vedo appaiono sfalsati. Per un istante mi sembra che la sirena si sia trasformata in risate di neonati. O lo è sempre stata? Seguo l’uomo, che varca la soglia della propria cella, che in realtà è un corridoio. I miei sensi si stanno annebbiando. Le sbarre delle celle si curvano, mentre la mobilia si compenetra, compare e svanisce sotto i nostri occhi, sparsa sulle pareti e sul soffitto dei corridoi dedalosi. Altri squarci mi mostrano realtà bizzarre. Resto d’incanto a guardare un mondo su cui batte una pioggia di sangue e al cui centro si erge un altare ricoperto di cavi che partono da vasche in cui galleggiano migliaia di feti. L’uomo mi dà una spallata e la visione svanisce. Non sembra vedere nulla e nulla perciò sembra fermarlo. Poco oltre da uno squarcio sporge un gatto umanoide rosa, che ci fissa mentre tiene aperti i lembi della realtà con le mani. Svoltato un angolo, vedo nel buio la figura anziana della mia cella che passeggia sul soffitto. Provo ad attirarne l’attenzione ma va avanti fino a schiantarsi contro la parete e passarvi attraverso come fosse liquida. Camminando ancora ritorniamo alla porta blindata, trovandola aperta. A terra c’è un mucchio di ossa bianchissime ricoperte di polvere e ragnatele. L’uomo si siede e mi invita a fare altrettanto. L’uscita è qui, ma faccio quanto chiede. Rinizia a blaterare e ascolto senza ribattere. L’unica via per liberarci dalla tortura è suicidarsi prima che tutto quanto collassi. Questa non è la realtà e se l’unica uscita è la morte, perché no? Devo svegliarmi. Non lascio dietro nulla. L’uomo dice che dall’altra parte mi attende la creatura con settemila tentacoli e nessun volto. Mi porge una maschera bianca assicurandomi di averne cura perché egli ha dovuto uccidere la donna che amava per quell’oggetto. La indosso: da qui dietro il mondo ha un aspetto strano. Mi trovo un coltello in mano e per ricambiare la gentilezza dell’uomo lo colpisco alla gola, ancora e ancora, finché non smette di respirare. Mentre l’adrenalina defluisce, realizzo di aver ucciso. Sorrido: ho sempre voluto farlo. È stato così bello… Ho visto la vita abbandonare lentamente il suo corpo e ora sono artefice di un intimo pezzo d’arte. Ho interrotto per sempre la sua esistenza. Questo cadavere è mio. Non sono colpevole, perché il controllo è un’illusione. La realtà svanisce e sono ora nella folla davanti alla porta. Le guardie ci intimano di tornare indietro e una di loro fa fuoco. Gli altri fuggono, ma io avanzo verso l’uomo con la pistola. Lui mi spara e io avanzo sorridendo all’inutilità del gesto. Gli afferro il collo e lo sollevo da terra. Anche l’altro poliziotto mi sta sparando ora. Faccio a pezzi uno dei due con foga, mangiandone la lurida carne e tirando vene e tendini. Costringo l’altro a ingoiare la pistola con cui mi stava sparando. C’è un che di erotico. Poi prendo la mannaia e lo scuoio vivo. È difficile, ma molto soddisfacente. Scavo a mani nude nelle interiora, sollevandole e facendomele cadere addosso come una pioggia divina. Il sangue è più caldo dell’amore. Cazzo se è divertente uccidere. Quasi quasi ci costruisco un racconto attorno, per condividere la mia passione.
  4. M.T.

    [H2019] Ciò che viene dal profondo

    commento Traccia n.2: Il pozzo Ero ritornato nella valle del Canto del Diavolo perché avevo sentito dire che in fondo a un pozzo, che conoscevo, c’erano delle grotte stupende da esplorare. Un tempo vi scorreva un fiume sotterraneo ma, dopo il terremoto di trenta anni fa, il suo corso era stato deviato, lasciando libero accesso a meraviglie inesplorate. Non capivo come si potesse sapere che ci fossero meraviglie se non erano state esplorate. Non mi ricordavo nemmeno chi me lo disse; forse era stata una voce sentita per strada. Tutto quello che per me contava, appassionato di speleologia, era poter vedere quelle grotte. Così, una domenica, raggiunsi il pozzo di quella casa nel bosco che da bambini spaventava i miei amici. Era soltanto un vecchio podere abbandonato da decenni, ma la sua aria decrepita faceva galoppare la fantasia. “Non aprite quella porta” sussurravano con voce roca i miei amici, ridendo e dandosi delle spinte per esorcizzare la paura che non volevano ammettere di avere. “Il poltergeist ci sta guardando” sghignazzavano lanciando veloci occhiate alle finestre dell’edificio da oltre lo steccato. Non ho mai capito perché non l’hanno mai superato; forse era perché erano suggestionati dalle pellicole di mostri e compagnia brutta che avevamo visto; forse perché non volevano che la casa andasse a perseguitarli dal profondo della notte nei loro incubi se si fossero avvicinati troppo. A me quel posto non faceva paura, forse perché ho sempre creduto che i mostri fossero altri. Sorrisi ripensando al passato mentre sistemavo l’attrezzatura per scendere nel pozzo. La discesa fu semplice. Arrivato sul fondo, sganciai la corda dall’imbracatura, accesi la torcia e cominciai a esplorare i dintorni. Seguii quello che era stato il letto del fiume per forse mezzo chilometro prima d’incontrare le grotte. Mossi la luce tutt’intorno, ma non c’era nulla di meraviglioso: tutto era di un grigio plumbeo e sembrava di essere all’interno di un gigantesco alveare. Continuai la discesa nelle tenebre anche se c’era qualcosa che mi diceva di stare allerta. E poi, all’improvviso, furono attorno a me. L’istinto prese il sopravvento. Provai a scappare, ma scivolai e finii lungo disteso per terra. Mi aspettai che decine di loro calassero su di me staccandomi la carne dalle ossa. Invece rimasero fermi a fissarmi; uno di loro si diresse un paio di metri davanti a me, prendendo lo smartphone che era uscito dalle mie tasche. Lo vidi prendere contro il tasto d’accensione e la luce dello schermo riflettersi sul suo corpo; gli altri gli si fecero vicini. Quando si rispense, presero a borbottare tra loro. Pensai che fosse finita, che non avrei più rivisto Annabelle e sarei incorso nello stesso destino di Chucky. Poi, quello che teneva in mano lo smartphone si voltò verso di me, porgendomelo e facendo dei cenni; capii che voleva che lo facessi ripartire. Tutti mi si assieparono attorno. Sentii il loro odore di terra bagnata, il loro fiato che sembrava il respiro del diavolo. Feci vedere tutti i video che avevo; feci ascoltare le canzoni scaricate. Sapevo di star posticipando la mia fine, ma una parte di me voleva aggrapparsi all’illusione che sarei riuscito a venirne fuori. Poi la batteria si scaricò e lo schermo si fece buio. Il silenzio calò come se fossi in un cimitero vivente. Una vocina nella mia mente prese a cantare “Riesci a sentire la paura? Riesci a sentire la paura?”. Ma in quel momento non provavo niente. Nell’aria risuonò un gorgoglio che si faceva sempre più insistente. Poi uno di loro mi toccò. “Ecco, è la fine” pensai. Ma visto che la fine non giungeva, alzai lo sguardo. Quello che aveva raccolto lo smartphone lo indicava, poi indicava me, passando a fare cenni prima verso la direzione dalla quale ero arrivato e poi verso di loro. Non faceva che ripetere quei gesti. Capii che voleva che portassi altri smartphone da loro. Incredulo dall’inaspettata piega presa degli eventi, feci cenno di sì. Ritornai alla corda senza che nessuno mi seguisse; risalii il pozzo, felice di sfuggire a quel mondo di tenebre, promettendomi di non mettere più piede in una grotta. Ventotto giorni dopo ero ancora intento ad accontentare i loro desideri, portandogli quanto volevano. Forse era stata riconoscenza per avermi risparmiato, forse perché li vedevo come una specie desiderosa di scoprire un mondo così diverso dal loro, privo di qualsiasi sfumatura e divertimento. Anche se gli artigli dei piedi e i pungiglioni che uscivano dalle mani facevano intendere che erano predatori temibili, non li avvertivo come una minaccia. Solo una volta, quando uno di loro mi si avventò contro, provai paura; ma gli altri gli furono addosso prima che mi toccasse, facendolo a pezzi. Da allora, furono ancora più gentili con me, specialmente quello che per difendermi aveva perso un occhio; da quel momento ebbi sempre una scorta che teneva lontano i membri della specie che non mi conoscevano. Anche se delle grotte avevo esplorato solo la parte iniziale, supposi che dovevano essercene decine, forse centinaia, di quelle creature dai corpi biancastri che potevano cambiare dimensione, adattandosi allo spazio che avevano a disposizione. Erano però i loro occhi a esercitare il fascino maggiore su di me: c’era un’intelligenza che si faceva umana ogni giorno di più. E poi in quelle pupille c’era una luccicanza che mi ricordava qualcosa, ma che non riuscivo a focalizzare: quando le fissavo, avvertivo una strana pace, non mi sentivo fuori posto come in quel villaggio dei dannati che era il paese in cui abitavo. Fu proprio quella luccicanza che un giorno cambiò tutto. Stavo camminando per andare al lavoro quando urtai un uomo. Subito mi scusai, ma l’altro mi fece l’occhiolino con l’occhio cieco, mentre la pupilla dell’altro luccicò in maniera inconfondibile. Poi sorrise e si allontanò, lasciandomi di sasso in mezzo al marciapiede. Feci per seguirlo ma una fitta al braccio mi costrinse ad abbassare lo sguardo: sulla mano avevo un bozzo, segno di qualcosa di grosso che mi aveva punto. Un lieve capogiro mi fece ondeggiare; ci fu un lampo e mi rividi bambino in una grotta. Quando mi ripresi, era sparito nella folla. Colto da angoscia, tornai a casa, presi auto, attrezzatura e andai al pozzo. Una volta sottoterra non potei che costatare la realtà: non c’era più nessuno. La scoperta più sconvolgente però fu che in una delle grotte più profonde c’era un gigantesco cumulo di corpi umani completamente scuoiati; un altro lampo mi fece vedere come si erano vestiti di quelle pelli. Tutto mi fu chiaro: mi avevano usato per sapere come muoversi tra la gente, così da mescolarsi in mezzo a essa senza destare sospetti e colpirla quando meno se lo aspettava. Lupi travestiti da pecora che restavano in fremente attesa per ghermire la preda. Inconsapevolmente, avevo condannato la nostra razza a una fine brutale. Dovevano essere fermati, ma non sapevo come fare, né come avvertire le persone del pericolo che correvano. Impotente, tornai a casa. La testa aveva ripreso a girare. Ebbi un altro lampo: vidi me stesso bimbo urlare mentre dita bianche mi afferravano. Guardai la mano: il bozzo era sparito. Mi diressi in bagno. Riempii il lavandino d’acqua e fissai lo specchio. Un baluginio familiare corse nelle mie pupille. Allora ricordai tutto. Di come da cucciolo fui fatto vivere assieme a un piccolo umano perché imparassi a comportarmi come lui in tutto e per tutto; di come fu scuoiato perché potessi indossare la sua pelle e occupare il suo posto nella società umana. Di come i ricordi sulla mia natura fossero cancellati prima di essere mandato in mezzo agli uomini per apprendere i loro costumi, con l’ordine inconscio immesso nel mio cervello di ricordarmi delle grotte sotto il pozzo al mio trentacinquesimo anno di età, quando sarei dovuto ritornare per insegnare agli altri. Alzai la mano e mi strappai la faccia, guardando per la prima volta il mio vero volto. Sentii al pianterreno la porta dell’ingresso aprirsi. «Caro, sono tornata.» Uscii dal bagno e scesi di sotto. Le urla cominciarono.
  5. Max Friedmon

    E tutto il resto se n'era andato

    - commento - Io e le tenebre. E tutto il resto se n'era andato (Jim Thompson) Appoggiato allo stipite della porta a vetri, Fritz Reuter lanciò il mozzicone ancora acceso nella strada. La sigaretta tracciò una breve parabola luminosa prima di essere inghiottita dall'oscurità. Fritz non la vide toccare terra e si sarebbe stupito del contrario. Sapeva che quel buio là fuori avrebbe fatto sparire tutto ciò che sarebbe uscito dall'ufficio del Daily Examiner. Fritz era arrivato laggiù quasi un anno prima prima. Il “Pulitzer mancato”, come si divertivano a prenderlo in giro i colleghi, con malcelato disprezzo, si era presentato al direttore del giornale locale chiedendo lavoro. Senza scendere troppo nei particolari, gli aveva detto che aveva dovuto lasciare San Francisco in fretta e furia... aveva pestato i piedi a troppe persone importanti, con i suoi articoli, per potersi permettere di percorrere ancora i marciapiedi di “Frisco” a cuor leggero... Quello che cercava, Fritz, era un tranquillo posto di lavoro. Lo stipendio era l'ultimo dei problemi, ma aveva bisogno di picchiare suii tasti della macchina da scrivere, un bisogno fisico. Il direttore lo aveva fissato per un lungo istante, gli occhi che scavalcano la montatura delle lenti. Probabilmente aveva capito che Fritz gli stava raccontando una bugia, o più di una, ma sapeva giudicare di primo acchito un giornalista e l'aveva assunto. Per un bel po' tutto era filato liscio. Non aveva legato granché con i colleghi, a parte qualche birra dopo la chiusura, ma a lui andava bene così. Era vivo e a quanto pare loro si erano dimenticate di lui o forse era stato bravo a far perdere le sue tracce e poi... “Fritz, mi ascolti? Dove sei?”. Si scosse, interrompendo il flusso dei ricordi. Jane era in piedi di fronte alla sua scrivania al giornale e lo fissava con un misto di rimprovero e preoccupazione. Jane Hopley-Woolrich. Alta, bionda, lineamenti regolari e un delizioso nasino alla francese. Una ragazza cresciuta a sani pasti e sani principi nel cui destino c'era di sicuro un rispettabile poliziotto o un ancor più rispettabile avvocato. Invece quel giorno Cupido si era divertito a farli incontrare in una gelateria. Lei era con un'amica, lui aveva appena finito di dettare un pezzo ai dimafoni del Daily e uscendo dalla cabina aveva urtato la borsetta di miss Hopley-Woolrich, appoggiata sul bordo del tavolo. Scuse, battutine argute, presentazioni... dopo un po' l'amica, capita l'antifona, aveva lasciato il campo con una scusa e Fritz e miss Hopley-Woolrich avevano approfondito la conoscenza. Lui aveva giocato a fare il cinico cronista, lei la ragazza che gli teneva testa... “Clark Gable e Carole Lombard o Jean Harlow” pensava ora Fritz, squadrando Jane. Cupido era uno strumento nelle loro mani? Perché da quando aveva cominciato a vedersi con Jane le cose erano cambiate. Camminava per le strade e si sentiva osservato. Era al lavoro e si sentiva osservato. Faceva una passeggiata con Jane e si sentiva osservato. Ovunque, si sentiva osservato. Da loro. L'avevano trovato. O forse si erano divertite a lasciare che si crogiolasse nell'illusione e poi, quando si erano stufate del gioco, avevano fatto il gatto col topo e gli avevano dato una zampata. “Posso andare ovunque, anche all'Inferno, ma loro non mi lasceranno mai stare” pensò Fritz mentre Jane gli diceva qualcosa. Cosa? Le parole gli arrivavano attutite. Si scosse. “Come dici scusa?”. Jane lo guardò indispettita “Ti sto dicendo che sono stanca”. In maniera meccanica, Friz si alzò “Scusa baby, ti prendo subito una sedia”, ma Jane sbuffò “Non prendermi in giro, Fritz Reuter, non me lo merito... Sono stanca di te, dei tuoi segreti, dei tuoi silenzi... Tu non ci sei, Fritz”. Fece uno sforzo per concentrarsi su quella conversazione, mentre con la coda dell'occhio si accorgeva che la redazione era vuota: il giornale era in stampa e tutti se n'erano andati a casa. Non era la prima volta che succedeva, ormai la proprietà si fidava di lui e gli lasciava le chiavi dell'ufficio. Ma quella sera c'era un'atmosfera strana. “Ecco vedi... sei ovunque, chissà dove, ma non qui, con me”. Jane Hopley-Woolrich aveva ragione. Fritz non era lì. Non con lei. C'era con il corpo, ma la sua mente era tornata a Frisco, in quel cinema vicino a Lafayette Park... Lì era cominciata la faccenda e ora loro erano tornate per presentargli il conto. “Hai ragione, baby, perdonami... è stato un periodo massacrante... tonnellate di articoli e...”. Parole che suonavano false nella sua stessa bocca e infatti Jane non fece neanche finta di abboccare. “È finita Fritz.. sono venuta a dirtelo di persona.. Che poi non sono nemmeno cos'è finita, visto che non è mai cominciata... sul serio...”. Jane fece un respiro. Era una donna forte, non avrebbe pianto. Non per lui. E Fritz non poteva che darle ragione. “Hai ragione, baby... perdonami, se puoi” disse chinando la testa. “Non so cosa tu abbia fatto laggiù a San Francisco, Fritz, e non voglio saperlo ormai.. ma certo non sono io quella che deve perdonarti... Addio Fritz”. Jane si voltò di scatto. Stava per scoppiare a piangere, ma non l'avrebbe mai fatto davanti a lui. Fritz si accosciò sulla sedia, la testa reclinata sul petto. Sentì il ticchettio dei tacchi di Jane che percorrevano la redazione vuota e il rumore secco della porta a vetri, quella con impresso in caratteri dorati “Daily Examiner. Il VOSTRO giornale”, che si chiudeva. Gli ci volle un minuto buono per ripendersi da quel k.o. Si alzò, andò in bagno, si lavò il viso con l'acqua fredda. Guardandosi allo specchio riacquistò sangue freddo. “Senti bello, qui è tempo di sgommare... Lascerò una lettera al vecchio dicendogli che sono sulle piste di una grossa inchiesta... che tenga in caldo scrivania e liquidazione... Un salto a casa, il tempo di mettere in valigia le mie quattro carabattole e via di corsa.. Con un po' di fortuna troverò un altro posto dove nascondermi... Fino alla prossima zampata...” disse alla sua immagine riflessa. Ringalluzzito, tornò alla scrivania, si mise la giacca e alzò lo sguardo. Fu allora che lo notò. Il buio. La sede del Daily era a livello strada, con le vetrate sulle vie cittadine, tipo quei western in cui Thomas Mitchell faceva il coraggioso direttore di giornale in una sperduta cittadina di frontiera... Erano circa le dieci di sera eppure c'era un buio fitto, profondo. E un silenzio altrettanto profondo. Non una luce o un suono bucavano quell'oscurità densa, catramosa. “Un fulmine a ciel sereno” era una frase che Fritz odiava, cercava sempre di evitare di usarla, ma in quel caso, dovette ammetterlo, calzava a pennello. La consapevolezza lo colpì... come un fulmine a ciel sereno: non c'era più di niente da fare, il gatto l'aveva afferrato e non l'avrebbe più lasciato andare. Loro avevano sempre saputo dov'era. Capricciose e crudeli, gli avevano fatto credere di esserselo fatto sfuggire, ma non era vero. Non era mai sgusciato dalle loro grinfie. “Perché ora e non prima?” avrebbe voluto chiedere, ma sapeva che sarebbe stato fiato sprecato. Loro non rispondono. Decise che sarebbe uscito di scena con una certa dignità. Non avrebbe tentato la fuga o chiesto pietà. Tanto era inutile. Alla James Cagney, doveva affrontare il destino a testa alta. Si accese una sigaretta. Appoggiato alla colonna della porta a vetri, lanciò il mozzicone nella strada. Una breve parabola luminosa, prima di essere inghiottito dall'oscurità. Spense le luci della redazione, chiuse la porta a chiave e s'infilò il mazzo in tasca. Un sospiro e mosse qualche basso nel buio. Lui e le tenebre. E tutto il resto se n'era andato.
  6. Max Friedmon

    I demoni meridiani

    [commento] Laura è morta. Non andrò al suo funerale. E credo non ci andranno nemmeno gli altri. Sono vent'anni, più o meno, che facciamo di tutto per evitarci e nessuno di noi, ne sono certo, ha intenzione di rompere il trattato silenzioso che abbiamo stretto quel giorno di luglio. Eravamo quattro. Laura, Giorgio, Cristina e io. Eravamo insperabili. Amici davvero, nessuna complicazione sentimentale. Trentenni, ci sentivamo sull'orlo di grandi conquiste. Non quello, ma l'anno prossimo avremmo spaccato il mondo. E così via. Era una domenica di luglio. Una festa in una casa di campagna. In un paese di cui ho dimenticato il nome ospiti di un tizio di cui non ricordo nulla. Non è vero. Ricordo bene il luogo e l'ospite. E il giorno e l'ora. Faceva caldo. Un caldo soffocante. Le cicale frinivano nei campi bagnati dal sole. Era più o meno mezzogiorno. L'idea era che ciascuno arrivasse alla spicciolata, quando voleva portando ciò che voleva. Noi quattro eravamo arrivati la mattina e dopo un paio d'ore Laura ebbe un'idea. L'Idea. Quattro sdraio disposte in circolo nel retro della casa, dove cominciava un prato. “Un posto isolato e tranquillo” come voleva lei. Oggi sarebbe facile dire che io o Giorgio oppure Cristina eravamo nervosi, contrari, che almeno uno di noi aveva cercato di opporsi, di far cambiare parere agli altri adeguandosi poi per mero spirito di gruppo... Sarebbe facile, ma falso. Laura o Giorgio o Cristina o io... chiunque di noi avesse lanciato l'Idea gli altri non avrebbero avuto obiezioni. Fu un caso che la pagliuzza più corta, per così dire, toccasse a Laura. Recuperammo le sdraio senza problemi e ci mettemmo in circolo. In senso orario. Io, Laura, Giorgio e Cristina. “Uomo-donna-uomo-donna... un vero galateo” scherzò Cristina, ma era nervosa. Lo eravamo tutti. Ci stavamo imbarcando con leggerezza verso un viaggio che non sapevamo bene dove ci avrebbe condotti. Ma eravamo decisi. Non l'anno prossimo o quello dopo ancora. Era quello il momento. L'Idea serviva a quello. Laura, la capitana della nave, diede ordine di mollare le ancore e la navigazione iniziò. Tutti dicemmo le parole e compimmo i gesti. Il gelo. Le cicale frinivano impazzite, il sole era nel cielo, a misurarla la temperatura sarebbe stata da piena estate. Ma tra noi c'era il gelo. Un freddo profondo, che ci era sceso nelle ossa. E poi quella sensazione. Se mi fossi voltato, le avrei viste. Creature nere come l'abisso, abominevoli, sorte dalla terra e assise dietro ciascuna sdraio. Io, Laura, Giorgio e Cristina: ciascuno aveva le sue. Nessuno poteva vedere quelle delle altre. Ciascuno poteva sentire le sue. Tutti resistemmo alla tentazione di voltarci. Le cicale tacquero. All'improvviso. Quasi un segnale. Ci scuotemmo da una specie di trance, ci alzammo in piedi storditi, come reduci da un incidente o da un trauma collettivo. Eravamo segnati. Dannati. Non riuscivamo a guardarci in faccia né a parlarci. E nemmeno lo volevamo. Ci mescolammo agli altri invitati man mano che arrivavano, poi, alla spicciolata, ciascuno di noi se andò. Eravamo venuti con la macchina di Giorgio, ma ognuno trovò il modo di farsi dare un passaggio fino in città. Dire che da quel giorno ci perdemmo di vista sarebbe dire poco. Ognuno cancellò l'esistenza dell'altro. E-mail, messaggi, numeri di cellulare... tutto finì nella spazzatura. Non fu una decisione che prendemmo di comune accordo. Niente patti firmati con il sangue, strette di mano, solenni giuramenti o roba simile. Un'intesa silenziosa, cementata dalla paura, dal gelo e dal ricordo di quello che avevamo vissuto. Alla notizia della morte di Laura ho provato dispiacere. Immagino Giorgio e Cristina abbiano provato lo stesso. Ma non andremo al suo funerale, lo sento. Come Laura non sarebbe venuta a nessuno dei nostri. Ce ne andremo così, prima o poi, uno alla volta. E nessuno di noi avrà spaccato il mondo, né l'anno prossimo né mai.
  7. Gloria Silipigni

    Il Treno Fantasma e altri Racconti del Parallelo

    Titolo: Il Treno Fantasma e altri Racconti del Parallelo Autore: Gloria S. Casa editrice: (solo Case Editrici Free, oppure pubblicato tramite Pod) ASIN: B07XTMRJDL Data di pubblicazione (o di uscita): 12 Settembre 2019 Prezzo: 1.99 € Genere: Horror/Fantasy/Mystery/Sci-fi Pagine: 125 Il Treno Fantasma e altri racconti del Parallelo è una raccolta di 5 racconti più o meno brevi dove mistero, horror, mondi soprannaturali e distopia si distinguono e talvolta si intrecciano per rendere ciascuno di loro unico nel suo genere. Il Treno Fantasma: un gruppo di giovani videoamatori uniti dalla passione di scovare le truffe dietro i misteri del soprannaturale decidono di indagare su un treno scomparso anni prima e ricomparso inspiegabilmente nello stesso identico luogo. Non sanno ancora quale catastrofica avventura li aspetta... Antiche Maledizioni: un giovane si risveglia rinchiuso in uno scantinato fatiscente e scoprirà molto presto che alcune leggende metropolitane sono più reali di quanto ci si possa immaginare... L'Evoluzione delle Specie: cosa succederebbe se il nostro pianeta e l'umanità stessa fossero sull'orlo dell'estinzione? Cosa sareste disposti a fare, con i giusti mezzi, per evitare la fine della nostra specie? Certi limiti non andrebbero mai oltrepassati... Scomparsa di Massa: una cittadina come tante altre si risveglia e... Tutto è esattamente dove dovrebbe essere. Tranne gli abitanti. Riflessi: una giovane si ritrova improvvisamente intrappolata dall'altra parte dello specchio e osserva il suo corpo vivere la propria vita. Link all'acquisto: https://amzn.to/2B4NcBD
  8. Mylady

    GonZo Editore

    Nome: GonZo Editore Sito web: https://gonzoeditore.com/ Distribuzione: non specificata Modalità di invio dei manoscritti: https://gonzoeditore.com/contatti/ Facebook: https://www.facebook.com/gonzoeditore/ Ho scritto per avere informazioni, mi ha risposto il direttore editoriale in persona, con simpatia e gentilezza. Sono un gruppo di giovani, mi pare di aver capito tutti under 35. Casa Editrice relativamente nuova, di Firenze. Unico genere non ammesso : romanzi rosa. Mi hanno fatto una splendida impressione e mi hanno assicurato che non chiedono contributi agli autori di nessun genere. Hanno appena aperto le iscrizioni per un concorso letterario gratuito. Riferimento Marco Michail.
  9. Ospite

    "Robot, draghi, fantasmi" di Domenico Santoro

    Titolo: Robot, draghi, fantasmi Autore: Domenico Santoro ISBN: 1691376124 Data di pubblicazione: Settembre 2019 Prezzo: 0,99€ Kindle, 4,99€ cartaceo. Editore: Selfpublishing di Amazon Genere: Fantasy, fantascienza, horror Pagine: 155 Quarta di copertina: Un robot con un difetto di fabbrica viaggia per la galassia alla ricerca del senso della vita. Una principessa vuole svegliare il drago che dorme da secoli sotto il castello. Forse non è una buona idea. Una ragazza vive nell'ombra della madre defunta. Più di un'ombra? Questa raccolta offre al pubblico tre storie di genere fantastico che presentano un incontro di suggestioni esistenziali e scatenata immaginazione. Il libro è autopubblicato. L'autore si scusa per errori e refusi. Potete segnalarli scrivendo a dom.santoro@gmail.com. Link all'acquisto: Link alla pagina di Amazon di Robot, draghi, fantasmi
  10. L@ur@

    [Sfida 23] Erano piene

    https://www.writersdream.org/forum/forums/topic/44219-un-piccolo-passo-per-luomo/?do=findComment&comment=783663 La madre di Maria guarda la tv, quando riempiono di terra la bocca della figlia. Dentro, tutta dentro. Il gatto di Maria dorme, quando i polmoni della sua padrona collassano, privi di aria. Il papà di Maria, Luca, tocca il seno dell’amante, quando la figlia con gli occhi sbarrati, smette di vedere. Morta. Zeppa di terra fino all’esofago. La sua anima toglie il disturbo dal corpo e si dissolve nell’anidride carbonica del bosco, portandosi con sé i pensieri. Un ultimo sguardo prima di allontanarsi. I cadaveri al suolo sono due. Di fianco a lei il corpo nudo di un’altra ragazza. 33, i loro anni in tutto. L’età di Gesù morto sulla croce, diranno in seguito i giornali. Ma di croce lì, non ce n’è nessuna. Rigide come paletti nell’incarnato bianco, le ragazze sembrano vermi serviti su un letto di fango. Pronte per essere degustate dai rumori vivi della notte. Sola, l’anima di Maria sa dove andare. Non dall’uomo che l’ha uccisa, ma da quello che l’ha messa al mondo. Eccolo. Vive la sua storia clandestina con Liz. La donna accoglie ogni sua lunghezza - dita, lingua e il resto – mentre lui preme per scivolarle dentro. Anche la Vergine si muove. Sul ciondolo della catenina appesa al collo dell’uomo, vede tutto. Avanti e indietro, trasportata dai gesti di Luca sbatte sul seno della donna. Poi scende giù, tra il bianco delle cosce e il nero dei peli. C’è l’anima di Maria lì, rifugiata nel ciondolo della Vergine che porta il suo nome, è intenta a contemplare il padre. L’uomo è preso dal piacere, quando un cacciatore scopre i corpi. “Erano piene.” Avrebbe detto al tg. “Ho trovato terra negli stomaci. Devono averne ingoiata nel tentativo di respirare.” Le parole del medico legale. “Il fango cadeva a grumi tra le gambe. Sembrava se la fossero fatta sotto. L’assassino le ha tappate anche lì”. Avrebbe raccontato un agente agli amici. Luca è in piedi davanti a Liz . La donna, in ginocchio sul letto gli abbottona la camicia. Dal basso, un’asola poi un’altra. “Stai con me ancora po’?” gli chiede. “No, mi tocca andare da quella storpia di mia moglie”. Liz si ferma. Guarda Luca interrogativa. “Non ti ho mai sentito parlare così di lei. Cos’è questa cattiveria”, gli dice. È strano, pensa Luca. Non ama più la moglie, ma non l’ha mai insultata. Da solo, finisce di chiudere i bottoni. Si sistema la catenina e riporta al buio l’anima di sua figlia. A casa, la notizia lo investe non appena apre la porta. “Perché!” grida la moglie. Appoggiata al marito gli sgualcisce la camicia sul petto. Maria si risveglia. Le anime possono vagare per giorni. Luca ha poche parole, solo pensieri. Questo è il primo che gli balena in testa. È qui, pensa della figlia. Mi sta giudicando. Oh amore di papà. Tu morivi e io mi divertivo con un'altra donna. Si guarda in giro per cercare tracce della sua presenza. Nella stanza tutto è immobile, tranne per i due poliziotti che lo osservano. “Dovremmo farle delle domande” gli dice uno. Oh, cazzo, pensa Luca rendendosi conto di non aver pianto alla notizia. Crederanno che ti abbia uccisa. Studiano le mie reazioni. Perché non riesco a disperarmi come fa quella culona? Ce l’ha con la moglie. La guarda zoppicare per raggiungere il divano. Sul bracciolo il pacchetto di patatine è aperto. Ti stavi strafogando quando hanno ucciso Maria, vero? Ti sei messa all’ingrasso. Non ti lamentare se ti tradisco. Stronza. Luca ha i brividi. Ha paura di sé e di quello che pensa. Maria? Stai ascoltando? Papà non dice sul serio. Scusami. Mamma è bella. Al funerale ci sono tutti. Luca in prima fila siede vicino alla moglie e ai genitori dell’altra ragazza uccisa. I parenti, curvati dal dolore, sembra che tocchino con le spalle l’inginocchiatoio. Luca no. Dritto sulla panca allenta il nodo della cravatta. Cerca aria. La trova, come il ciondolo intorno al collo. Sull’altare, il crocefisso è di legno. Lo sono anche le bare al centro della chiesa. Luca non ascolta, né il prete né i pianti intorno. In alto, col costato piagato, il Cristo sembra guardarlo. Luca gli impreca contro le parole peggiori. È il tuo funerale piccola mia e io… pensa sconvolto. Strizza gli occhi. Vuole tenerli chiusi. Spera così di spegnere i pensieri. Liz da dietro gli mette una mano sulla spalla. Al tocco, Luca si gira a guardarla. È bella e immagina di possederla davanti a tutti nelle posizioni più spinte. Riflette senza inibizioni. Maria l’ascolta, ne è convinto e si sente un verme col peccato dentro. Non riesce a stare fermo. Ha bisogno d’aria. “Pover’uomo”, dicono i presenti vedendolo scappare dalla chiesa con le mani aggrappate al viso per la disperazione. Seduto sul muretto del sagrato Luca cerca il silenzio nella testa. Vicino, un neonato in passeggino lo fissa. Non gli toglie gli occhi di dosso. Che vuoi da me? pensa. La madre del bimbo aspetta che il piccolo faccia un sorriso. “Ridi, amore”, lo esorta. Luca non regge quello sguardo che gli scruta l’anima. Che vedi? il diavolo forse? Si chiede e si allontana. Il neonato rotea il collo per seguirlo. È un attimo, i nervi della nuca si gonfiano per poi ritornare sul cuscino, distesi come il filo del carillon che la mamma ha tirato giù per calmarlo dal pianto. Le campane suonano a lutto, quando Luca accende il motore dell’auto. Ha deciso cosa fare. Uccidere i pensieri. Dopo il primo tornante gli è chiaro il come. La curva nel triangolo del segnale stradale sembra un serpente, vorrebbe gli stritolasse la testa. Luca non sterza né frena, ma dà ancora più gas. “Si è schiantato contro la montagna”, dirà la stradale una volta rinvenuto il cadavere tumulato dalle rocce. In mezzo c’è il diavolo. Enorme in ogni parte del corpo. Luca è nel posto che spetta ai suicidi. Osserva lo scenario intorno. I corpi lottano per buttarsi giù, nell’ammasso di terra e putrefazione dove manca l’aria. La puzza fa venire i conati e il vomito scivola tra i mucchi di carne. In piedi ci sono solo poche anime. Le preferite. Il demonio ne chiama una. Giovane e nuda procede sinuosa verso di lui. Ha i capelli a caschetto. Come… E l’anima lo riconosce. “Come me?” gli grida la ragazza girandosi di scatto a guardarlo. Ha gli occhi di fuori. “Maria!” esclama Luca assiderato dallo spavento di quel volto. “Che idiota che sei”, gli urla la figlia con voce rabbiosa. “Non ce la facevi più a sentirli nella testa, vero? I tuoi pensieri. Te li mandavo io, ma erano solo i tuoi. Ipocrita”. Maria ride, sa che il padre non può risponderle. L’inferno gli ha mandato le sanguisughe e l’uomo combatte per staccarsele dalla gola. La ragazza lo raggiunge e gli strappa dal collo la catenina. “Ero qui dentro”, gli dice indicando il ciondolo. “Nella Madonna. Per ingigantire i tuoi pensieri. Mi piacciono le cose grandi”. Allude al diavolo. Dietro di lei con la lingua di lucertola, la lecca ovunque; ma è Maria che, come un rettile, spalanca la bocca e ingoia la catenina. Anche i dannati si sono accorti dell’uomo e ora lo vogliono giù nel fango con loro. Luca si dimena contro i corpi che lo schiacciano. Sputa fango dalla bocca. Invano. Altre mani gliene faranno ingoiare di nuovo. “Che impedito” lo deride Maria col suo alito freddo di grotta. L’uomo lordo di sporcizia tende un braccio alla figlia. Implora il suo aiuto. Maria non gli dà attenzioni. Continua a parlargli con ferocia. “Ti chiedi cosa ci faccio all’inferno?” grida. “Sono un’assassina.” Indica a Luca una ragazza che lì vicino le accarezza i capelli. “Ho ucciso lei”, dice. “Fai vedere a mio padre come ridi”, le chiede. A comando, la giovane schiude la bocca in un ghigno di denti lunghi e appuntiti. Ma è solo un momento, la richiude subito dopo per riprende a venerare Maria. “Anche io mi sono fatta uccidere. Volevamo morire insieme quella notte, la mia amica e io, per stare qui e adorare lui”, dice, mentre il diavolo con la lingua senza saliva le dimostra la sua riconoscenza screpolandole i capezzoli. Poi Maria si china davanti alla bestia. Il padre la guarda e la invidia. Vorrebbe essere al suo posto. Meglio dentro, tutto dentro, piuttosto che soffocato dalla terra per l’eternità.
  11. MonsieurNoir

    Anastasia, La Donna In Nero - Cap 1. Tre di Notte

    Tuona e piove ormai da un po di ore, e la lancetta del mio orologio Tissot segna le tre di notte precise e ancora non riesco a prendere sonno, probabilmente per il fatto che io sono in grado di rimanere sveglio fino a tarda ora e perché la mia insonnia mi perseguita da una vita, tanto da rendermi un nottambulo incallito. Ci sono giorni in cui rimango sveglio per tutta la notte, per poi addormentarmi all'alba, come se fossi un vampiro. Dal momento che i miei occhi sono ancora fin troppo lucidi e la mia mente non presenta nemmeno l'un per cento di stanchezza, ho deciso di sedermi sulla sedia della mia scrivania e riflettere su quello che intendo fare per far passare il tempo, in modo che non mi accorga della sua lentezza quando ci si annoia a morte. E' ormai da mezz'ora che sono seduto su questa sedia, con la testa chinata in direzione del mio diario, posto sul vetro lucido della mia scrivania, circondato dal silenzio e sopratutto abbracciato dalla quasi totale assenza di luce che ricopre questa stanza di una camera d'affitto, situata al sesto piano di un palazzo posto in un quartiere periferico della città di Milano. Sulla mia destra, accanto al diario, vi è una tazza in cera riempita con cioccolata calda al gusto 60% fondente e una bustina di dolcificante qualora non mi piacesse la sua punta di amaro che, per me, è fondamentale. Odio tutto ciò che può risultare troppo dolce. Dall'altro lato vi è il mio lettore musicale acceso che, tramite auricolare Bluetooth, riproduce la mia playlist di canzoni preferite, quella che riproduce adesso è la celebre canzone degli Aerosmith I Don't Wanna Miss a Thing, usata colonna sonora nel film Armageddon, e vi giuro che questa è la settima volta in due ore che l'ascolto, assieme a Paranoid dei Black Sabbath che ho ascoltato per tredici volte. Ammetto che mi piace ascoltare una canzone più di una volta se mi piace davvero tanto, una mia abitudine, non ho nulla da rimproverarmi per questo, non lo considero così strano. In tutto l'appartamento ho spento tutte le luci, l'unica che invece è rimasta accesa è quella di una lampadina a limitata capacità di illuminazione, quanto basta per mostrare la pagina ingiallita e vuota del mio diario che mi accingo a riempire con inchiostro nero. Da ciò che potreste pensare mi verrebbe da dire che balenate nella vostra mente l'idea che io sia così sciocco da rovinarmi la vista, dal momento che intendo scrivere qualcosa in una semi totale assenza di illuminazione, rappresentata da una insignificante lampada dalla luce fioca. Ma la verità è che a me questa oscurità serve sul serio, affinché io possa concentrarmi al meglio; quando una situazione richiede una tale concentrazione e una riflessione profonda io preferisco meditare al buio, con il conforto di una cioccolata, della musica nelle orecchie, oppure rilassandomi con il mio sigaro Montecristo e le sue colonne di fumo che, dal bordo escono per salire e volteggiare lentamente nella stanza, fino a dissolversi. E' importante che ci sia l'oscurità affinché io possa anche sciogliere, distruggere, rimuovere ogni mio pensiero inutile o qualche rumore che ho accumulato durante la giornata, in modo che io possa scrivere fluidamente e senza perdermi in inutili e patetici giri di parole. Voglio ricordare punto per punto e senza tralasciare nulla questa parte della mia storia, la parte a me più cara poiché essa modifica la mia noiosa routine, cambia alcune delle mie percezioni e soprattutto trasforma in maniera stupefacente e allo stesso tempo complicata la mia esistenza. Ora la mia concentrazione è altissima e sono rilassato a tal punto che posso anche cominciare, con la mano sinistra afferro la mia Dupont, la mia penna stilografica appartenuta a mio padre, e sollevo la tazza di cioccolata e la bevo. Dopodiché inizio a scrivere sulle pagine ingiallite dal tempo: La mia vita si susseguiva in una noiosissima routine da quando io avevo lasciato le facoltà di Anatomia e Biologia. Ogni giorno pareva uguale all'altro e non vi era alcuno stimolo che potesse rendere più interessante il tutto, fino a quando non arrivo il sesto giorno del mese di ottobre dell'anno 2009, due giorni dopo il mio ventiseiesimo compleanno. Dopo che io avevo volontariamente deciso di abbandonare le facoltà scientifiche avevo finalmente l'opportunità di poter iniziare a costruire il mio cammino verso il mio sogno segreto: diventare un'artista. Era ed è il mio obiettivo, ma ero l'unico che era riuscito a scoprirlo dal momento che chi avevo accanto non mi aveva mai capiva. Avevano sempre visto in me, per i miei progressi in campo scientifico, un futuro scienziato, un predestinato in quel campo e, anche se io avevo dato molte volte la prova che non si sbagliavano, io non volevo rincorrere questo destino. L'arte mi affascinava e desideravo tanto dipingere, era la mia passione fin da quando ero nato e finalmente avevo occasione di sfruttare questo mio lato nascosto. Il giorno in cui potetti cominciare a pensare al mio futuro da pittore fu proprio il sesto giorno del mese di ottobre del 2009, ovvero il primo giorno all'Accademia di Belle Arti di Brera. Potevo dare inizio alla mia visione, alla mia ribellione contro un destino già scritto, alla mia intenzione di suscitare e seguire nuove emozioni e tener fede alla mia volontà. Mi dicevano che io stavo inutilmente sprecando opportunità, una persona con un'attenta percezione delle cose e della realtà avrebbe pensato ciò e mi avrebbe rimproverato dal momento che fare fortuna con le belle arti equivale ad una percentuale dell'otto per cento, al giorno d'oggi. Malgrado mi ritenga tale, io ero davvero stufo di seguire i dettami della mia famiglia ( dal momento che i miei genitori erano medici), volevo tracciare un'altra via ed essere indipendente e quella era la mia grande occasione. Tuttavia non mi aspettavo che tutto sarebbe cominciato da lì, da quello stupido desiderio di cambiare la mia vita e scacciare quella routine noiosa. Io, che avevo immaginato tutto come un inizio e uno svolgimento normale, non mi sarei mai aspettato che in un anno e tre mesi la mia mente avrebbe potuto scoprire cose che andassero al di fuori delle parole "ragione" o "limiti". Ciò che io potetti sperimentare e vedere fu qualcosa di inaspettato, di complicato ma allo stesso tempo travolgente e stucchevole, e ancora adesso io sono desideroso di sapere di più e andare oltre i miei stessi limiti fino ad arrivare alla mia completezza, al desiderio supremo dell'umanità: superare il concetto di umano per diventare qualcosa di più. Non lo so se ci sono già riuscito, starà alla fine della vita scoprirlo. Inizierò proprio parlando di quel giorno in cui venne quella svolta che stavo cercando, ma prima voglio godermi le prime luci dell'alba.
  12. Vincibosco

    Pelledoca

    Nome: Pelledoca Editore Generi trattati: noir, thriller, horror per ragazzi Modalità di invio dei manoscritti: non specificato Distribuzione: A.L.I agenzia libraria international Sito: http://pelledocaeditore.it/ Facebook: https://www.facebook.com/pelledocaeditore
  13. simone volponi

    Il demone di Ninive

    Titolo: Il demone di Ninive Autore: Simone Volponi Collana: Fantasy Tales Casa editrice: Delos Digital ISBN: B07PHP9BQM Data di pubblicazione (o di uscita): 12/03/2019 Prezzo: (della versione cartacea e/o digitale): 1.99 Genere: Fantasy/Horror Pagine: 33 Quarta di copertina: Nella Roma di oggi, il giovane musicista Tomas, sfortunato sul palco come in amore, riceve dallo zio archeologo tre antiche tavole d'argilla dedicate alla dea Inanna trafugate dal tempio di Ninive. Dopo la morte misteriosa dello zio, leggendone il diario Tomas scopre come la distruzione del tempio per mano dei terroristi islamici ha risvegliato un nugolo di antichi demoni sumeri, i quali danno la caccia alle tre tavole d'argilla, fonti di potere. Hanno già inseguito e tormentato l’archeologo durante il suo pauroso ritorno a Roma, e la stessa sorte atroce sembra dover toccare a lui. La dea Inanna, che in Italia è famosa come modella con il nome di Isa Tar, si presenta da Tomas per prendere le tavolette e conduce lui e la sua amica Abbey, inglesina dalla lingua svelta, verso lo scontro con l’orribile demone Asag. Toni umoristici si mescolano all’avventura e alla magia in un racconto dal respiro moderno. Link all'acquisto: Delos Store: https://www.delosstore.it/isbn/9788825408423/ Amazon: https://www.amazon.it/s/ref=nb_sb_noss?url=search-alias%3Ddigital-text&field-keywords=9788825408423&tag=fantascienzac-21 Kobo: https://store.kobobooks.com/search?Query=9788825408423 Google Play: https://play.google.com/store/search?q=9788825408423
  14. ATTENZIONE!! Romanzo Vietato ai Minori (18+) Titolo: I Quattro Fronti (Il Cerchio della Luce - Parte 1) Autore: Simone Gambineri & Aligi Pezzatini Editore: Amazon Media EU S.à r.l. (ebook) - Youcanprint (cartaceo) ASIN: B07T9N6GR4 ISBN: 9788831627719 Genere: Fantasy Tecnologico Prezzo: € 2,99 (ebook) - cartaceo (prossimamente) Formato: ebook Kindle (prossimamente anche su altri store e in formato cartaceo) Pagine: 352 Link Acquisto 1: https://www.amazon.it/dp/B07T9N6GR4 Link Acquisto 2: https://www.officinadelfantasy.com SINOSSI: Nel mondo di Saresia, la potente tecnologia fondata sui Bios rende la vita della gente tranquilla e pacifica; tuttavia ogni venticinque anni l’antico Bios ribelle Nocturnis si risveglia per distruggere con le sue Ombre tutto ciò che è stato creato. A difesa dell’umanità si erge il Cerchio della Luce, l’organizzazione che custodisce i quattro Bios, suddivisa in altrettanti Fronti. Ciascun Fronte addestra il proprio campione, denominato Incarnazione, che si unirà al Bios e al suo immenso potere. Ciascuna Incarnazione è affiancata da un Custode, che lo proteggerà anche a costo della vita. Tutto ha funzionato così per oltre mille anni; questa volta, però, i Bios si sono misteriosamente risvegliati due anni prima del tempo: il Fronte degli Elementi viene attaccato a sorpresa da androidi ribelli e la Teca che custodisce il Bios Xeras viene distrutta. Questo risveglio anticipato trova tutti impreparati, soprattutto le Incarnazioni e i Custodi, ma essi dovranno comunque partire per la loro vitale missione. Riusciranno a portarla a termine vittoriosamente, tra giochi di potere, trappole, ombre assassine ed androidi ribelli? ATTENZIONE: Il romanzo contiene scene inadatte ad un pubblico minorenne!
  15. Neura

    Incubo: Inseguimento

    Sfioro le spighe con la punta delle dita. L'oro del grano mi circonda e riempie la visuale. Mi godo la brezza leggera che agita le spighe intorno a me, mentre i raggi obliqui del sole mi scaldano il viso. Pace. Ma una nuvola oscura il sole e la temperatura cala bruscamente. Il vento si alza e scivola tra le pieghe dei miei vestiti, dove la carne è più sensibile. Un brivido sale lungo la mia schiena. Il grano si scuote e si piega quasi fino a terra. Un rumore secco rompe la quiete. Qualcosa si muove e calpesta il grano. Lo sento che avanza alle mie spalle. Ma non dovrebbe esserci nessuno qui, sono venuto da solo. Non c'è nessuno qui? Mi giro di scatto. Le spighe ondeggiano spinte dal vento, tutto è in movimento, ma nulla si muove. Niente sta calpestando il grano. Eppure quel rumore... Mi sembra di scorgere qualcosa là in fondo. Un'increspatura nera nel mare dorato. Ma cosa... è troppo lontano per distinguere cosa sia. Probabilmente un grosso masso. Sono troppo teso... Mi sto suggestionando da solo. Eppure ho la sensazione di essere osservato. No, sto vaneggiando. È meglio se torno a casa. Mi giro e sono pronto ad incamminarmi, ma lo sento di nuovo. Il grano che viene calpestato. È più vicino. Non voglio girarmi... ho paura di vedere se c'è qualcosa...sia di non vedere niente. Ancora quel rumore. Provo a muovermi...Ma mi immobilizzo subito. Questa volta era più forte. Non lo sopporto più. Devo voltarmi, e lo faccio. L'increspatura nera è più vicina. C'è qualcosa là in mezzo, non posso negarlo. Ma cosa diavolo è? Non può essere un uomo. Non sembra...un uomo. Ma una bestia sarebbe più furtiva. Sembra quasi... che voglia che lo senta arrivare. È così immobile che mi fa dubitare che sia una cosa viva. Eppure sono sicuro che prima fosse più lontano. Il grido stridulo di un uccello mi fa sobbalzare. Lo cerco in cielo con lo sguardo per un attimo e riporto subito gli occhi sull'increspatura nera. Il sangue mi si gela nelle vene. È più vicina. Quella maledetta cosa è nettamente più vicina. C'è qualcosa in quel campo, e mi sta puntando. Sembra quasi di distinguere...degli occhi. Mi sta fissando. Adesso lo sento, il suo sguardo su di me. Mi penetra la carne come un arpione e mi tormenta. Come ho fatto a dubitarne prima? Devo andarmene da qui, devo correre. Quella cosa mi vuole. Adesso lo faccio. Ora mi giro e corro. Ma se smetto di guardarla si muoverà di nuovo... No! Resta calmo! Devi riflettere. Non puoi certo rimanere qui per sempre. Anche perché la luce sta calando e se rimani al buio con quella cosa...No! Non devi pensarci! Cosa può farmi se mi prende? Basta! Non pensarci! Il sudore mi incolla i vestiti addosso. Eppure ho così freddo... Sento i muscoli paralizzati. Devo decidermi ad andare, devo... Si è mosso? Mi è sembrato che leggermente...No, non è possibile. Finché lo guardo non...ancora? Questa volta avrei giurato che... La cosa fa una scatto in avanti. Salto come una molla troppo compressa e mi lancio nella corsa. Corro come non ho mai fatto in vita mia. Il cuore mi pulsa nelle orecchie e copre ogni altro rumore. Non riesco a sentire se la cosa mi sta seguendo. Dovrei guardare. Devo girarmi e guardare. Ma non voglio vederla. Se la cosa mi prende... Dio, aiutami! Non voglio che mi prenda! Sento il suo sguardo su di me. La schiena mi formicola. È come se da un momento all'altro qualcosa potesse scattare ed afferrarmi... Adesso lo sento. Mi sta seguendo. Corre. Sembra quasi di sentire il suo respiro...No, non un respiro, un ringhio. Un basso gorgoglio orrendo. È così vicino. Devo essere più veloce, ma sono senza fiato. I polmoni mi scoppiano, ma non posso rallentare. Devo arrivare a casa, lì sarò al sicuro. Si, casa. Non posso essere così lontano. Mi sembra di correre da ore. Eppure non la vedo. C'è solo grano in questo maledetto posto. Un infinito mare di grano. Dov'è casa mia? Dio aiutami! Qualcuno mi aiuti! Non so più dov'è casa mia! Non so più dove sono! perché c'è tutto questo grano? Un'ombra nera sfreccia alla mia sinistra. No, non può essere quella cosa! Non può! Sento il suo respiro ansimante. Ringhiante. La intravedo non lontano da me. Una massa nera che si fa strada a balzi tra le spighe. Mi sta raggiungendo. Aiutatemi! Un'ombra nera mi taglia la strada. Urlo e scarto a destra, continuando a correre. Non può essere la stessa cosa. La stavo tenendo d'occhio. Sono in due! Almeno in due... Adesso li sento. Dio, ce ne sono così tanti! Sono intorno a me, forse anche davanti. Non c'è speranza. Dio, proteggimi. Non voglio morire. Non voglio soffrire! Ti prego! Non farmi soffrire! Qualcosa mi colpisce la schiena. Urlo, e cado. Non so neanche se provo dolore. Non riesco bene a percepire il corpo. E' come se non fosse nemmeno mio. La mia mente è persa nella frenesia del terrore, vorrei scappare, continuare a muovermi, ma il corpo è immobile, la faccia nella polvere, gli occhi serrati. Sento il rumore del mio respiro affannato. Un rumore orrendo mi fa stringere più forte gli occhi. Non voglio guardare. Sento i suoi passi, sempre più vicino. Un alito caldo mi sfiora il viso. È sopra di me. Buio. Nota: L'ispirazione per questo racconto, che è il primo che scrivo, è nata dalla volontà di focalizzarsi su di un'emozione (paura, in questo caso) e cercare di creare una storia in grado di “evocarla” . Ho altre idee in mente su questa scia, che spero prima o poi di sviluppare. Grazie per l'attenzione!
  16. Rhomer

    Alma mater

    Alma mater Ogni mattina, Alma accendeva e spegneva tre volte il lume della vergogna. Quella mattina, Pietro chiese: «Perché si chiama così, mamma?», gli occhioni azzurri imploravano risposte sincere. «Se vuoi essere un uomo, dovrai vincere la paura del buio», gli rispose accarezzandogli la guancia. Pietro non riusciva mai a capire le parole di sua madre, i significati di quelle frasi mutavano dal giorno alla notte. «Perché l'altra sera mi hai chiamato...» alzò gli occhi scavando nel ricordo «...O-tro-ba?», disse incerto. «Tesoro mio, stavi sognando. La prossima volta che accade, tocca questo», toccò tre volte il crocifisso appeso al muro. Pietro scese dal letto e lo toccò a sua volta. «Quelle piccole ditina lo hanno sfiorato una volta», lo guardò sorridendogli e rimproverandolo al contempo. Lui si mise in punta di piedi, e con l'indice diede tre piccoli colpetti al crocifisso. «Uno, due, e tre». Poi rise e l'abbracciò. «Ora vestiti, altrimenti farai tardi a scuola». Ogni mattina, Pietro si teneva ben strette le coperte fino alla punta del naso, gli occhioni azzurri sgusciavano via in preda alla curiosità. Quella mattina, una gracile donna stava immobile ai piedi del letto; nuda e con lo sguardo fisso su di lui. In viso somigliava a sua madre, ma lei era calva, pallida, e con le iridi rosse cremisi. «Hai girato il crocifisso», disse sgranando gli occhi. Pietro sentì sul viso il peso di quelle parole, fredde e taglienti come rasoi. Gli si accapponò la pelle e si girò di scatto. Lo vide: il crocifisso era al contrario. La donna iniziò a canticchiare dondolando le braccia: «uno per il Padre, due per il Figlio, e tre per lo Spirito santo». Improvvisamente prese fuoco; fiamme nere le dilaniavano il corpo. Sentì la puzza di carne bruciata farsi strada fin dentro al cervello. Affondò la testa dentro le coperte, e iniziò a tremare. Un'ora dopo, sentì i passi di sua madre che arrivavano dal corridoio. Lei entrò, e la sentì accendere e spegnere tre volte il lume della vergogna. Ogni pomeriggio, Alma aggiungeva tre gocce di mescalina nella cioccolata. Quel pomeriggio, le increspature in quel liquido scuro le rievocavano immagini di antichi rituali. Mescolò per bene indugiando davanti alla finestra che dava al giardino; il tepore della luce filtrata dalle nuvole le massaggiava la fronte. Oltre il giardino, l'anziana vicina le sorrise mentre annaffiava le piante. Alma ricambiò con un sorriso energico figurandosi quel volto raggrinzito puntellato da spilli. La cioccolata era tiepida adesso, dunque si avviò in direzione della stanza di Pietro. «Hai finito i compiti?», disse sbattendo più volte le palpebre; la stanza era immersa nel buio. «Non posso, mamma. Non mi sento bene», la voce tremula si mescolava alla tosse secca. «Non preoccuparti, tesoro.». Fece abituare gli occhi all'oscurità, dopodiché gli si accostò vicino, e gli diede la cioccolata. «Ti farà bene, Otroba», l'ultima parola le uscì come un sussurro. Pietro iniziò a bere, a ogni sorsata singhiozzava, cercava di nasconderlo il più possibile. «Qual è il problema?». La voce di Alma era fredda, carica di indignazione. Lui lo notò, ma non resistette comunque, e sbottò in un pianto fragoroso. «Mi fa male, mamma. Non la smette, mi morde i piedi, mi guarda, e ride. Lo sta facendo anche adesso». Due occhi rossi rilucevano ai piedi del letto. A sentire quelle parole, la gracile donna affondò con forza i denti acuminati nella carne. Pietro mugugnò sentendosi pervadere dal calore; la mescalina cominciava a fare effetto. Alma accese il lume della vergogna, mise il crocifisso alla rovescia, spense il lume della vergogna, lo riaccese, lo spense, e ancora lo riaccese, e ancora lo spense. Pietro era immerso in un sonno agitato, ripeteva le frasi che sua madre gli sussurrava all'orecchio; svariate bestemmie e preghiere alla rovescia. Dopo quella che ad Alma parve essere una mezz'ora di profonda devozione e rettitudine, uscì dalla stanza, lasciando Pietro in balia delle tenebre. Ogni pomeriggio, Pietro bagnava il letto. Quel pomeriggio, si ritrovava a perdere il controllo del proprio corpo; i muscoli si stiravano e i bronchi si dilatavano. Si lasciava andare in continue evacuazioni, mentre il cuore gli pompava acido da batteria. In quello stato delirava costantemente, digrignava i denti, e, tra una contrazione e l'altra, assumeva posizioni assurde. Era rimasto immobile per molto tempo; si sorreggeva con le braccia mentre le gambe le teneva buttate all'indietro. Coi piedi sanguinanti rivolti verso l'alto, era come se fosse sprovvisto di articolazioni. Il petto si gonfiava in modo innaturale ad ogni grave respiro emanato. I suoi occhi erano lucidi e privi di pupille, solo due grandi iridi azzurre. Osservava la gracile donna che gli sorrideva a denti stretti. «Ioup eresse otirtun osseda», disse tirandolo a sé con le sue zanne; le unghie gli penetrarono la pelle come fosse burro. «Li oim oproc é out», rispose lui con la voce di un uomo. Lei iniziò a scuoterlo violentemente, mentre in cucina Alma sentiva le urla di suo figlio perforagli i timpani. Quella sera, finalmente la donna gracile allattava al seno suo figlio. Quella notte, la casa di Alma era immersa nel buio e nel silenzio. Ogni abitante del quartiere accusava sintomi influenzali, mentre nel cielo privo di stelle si intravedeva un piccolo squarcio; all'interno vi erano tante piccole sagome intente ad osservare. Venti anni dopo, Alma si recava nell'ufficio di suo figlio, non lo vedeva da almeno dodici anni. Era diventato un elemento di spicco della società; capo di una potente azienda farmaceutica, famoso filantropo, e in procinto di attuare una brillante carriera politica. Era molto emozionata, tutta in tiro attendeva di fronte alla scrivania dell'ufficio. Quella era forse la stanza più grande nella quale fosse mai stata. Un enorme vetrata offriva lo spaccato di una società intenta ad oliare gli ingranaggi del mondo; distese di grattacieli si sfidavano a chi si avvicinasse di più al cielo. Da quell'altezza, Alma si sentì come una divinità, intenta ad osservare il mondo sotto ai suoi piedi. Teneva stretto a sé il lume della vergogna. «Ciao, mamma. Avresti dovuto avvertirmi, non ho molto tempo», disse Pietro alle sue spalle. Lo vide e venne travolta dalle emozioni; era alto, bellissimo, gli occhi di un azzurro cristallino. Chinò il capo, si sentì soggiogata e fragile di fronte a quello sguardo. «S-scusami, amore mio. Non ti vedo da così tanto tempo. Io non...ecco, volevo solamente...Ti ho portato questo, ti ricordi?». Con mani tremanti gli mostrò il lume della vergogna, Pietro sorrise. «Mi ricordo molto bene, ma adesso guardami, per favore». La sua voce era calda e profonda. Alma alzò lo sguardo e vide gli occhi del Signore, lacrime di gioia le inondarono il viso. «Non ne ho più bisogno, ho vinto le tenebre molto tempo fa». Quella mattina, Pietro era felice. Aveva rivisto la sua dolce madre, si era inebriato dei ricordi di un piccolo fanciullo pieno di paure e rimorsi, aveva fatto l'amore con almeno dieci vergini, e pregustava l'imminente giorno delle elezioni. Solo allora avrebbe potuto nutrirsi dei piedi degli uomini.
  17. Ormai abitavo in questo appartamento a Milano da almeno tre settimane, ero arrivato qui il quattordici di settembre nel tardo pomeriggio e partendo da Firenze di mattina presto. Ero venuto qua molto prima perché le mie intenzioni erano quelle di abituarmi subito alla solitudine e anche perché ero stufo di vivere con Lucius, mio nonno. Persino mia sorella più piccola, Laura, ormai viveva sola, a Londra, da due anni e lei ne aveva solo ventidue cioè quattro meno di me. Fino all'ultimo mio nonno aveva tentato di ostacolarmi, di impedirmi di andare all'Accademia di Brera e sopratutto di vivere a Milano. Di sicuro voi starete pensando al motivo che probabilmente poteva essere la lontananza o la difficoltà con cui Lucius avrebbe dovuto affrontare la mia assenza. Ma invece, sotto quella stupida apparenza affettiva, c'era qualcos'altro e molto più losco, ma preferisco parlarne di seguito. Ogni cosa a suo tempo. Ero venuto prima anche perché per entrare all'accademia era necessario superare un test d'ammissione che si sarebbe svolto due giorni dopo. Fortunatamente, anche se non avevo studiato le arti come si deve, a casa avevo accumulato una collezione di libri su tale argomento e ciò che avevo letto in quegli anni me le ero ricordato alla perfezione e, molte volte, ero riuscito a trasformare la teoria in pratica. Comunque ce l'avevo fatta, avevo passato quell'ostacolo e, fra i cinquanta che ebbero la stessa dose di fortuna, l'avevo superato come quinto. Non male dal momento che non avevo avuto la fortuna di poter sperimentare sempre, a parte le basi. Ora potevo entrare e sviluppare il tutto, affrontare anche la pratica e perfezionarmi al massimo che potevo, anzi andare oltre i miei stessi limiti, come dicevo sempre. Come scienziato e come visionario, sono sempre stato convinto che i limiti non esistano e se un uomo avesse il coraggio e l'ambizione di soffermarsi e di comprendere e di aprire ancor più la mente, metaforicamente parlando sarebbe come far due passi in avanti anziché uno, e raggiungere la fase finale della sua evoluzione, ovvero la metamorfosi da uomo a dio. Io, come uomo senza alcun credo religioso e senza alcun dogma politico o filosofico, confido nel genio della mente umana e nelle mie capacità di logica e ragionamento unite alla volontà di esplorare, scoprire e vedere all'infuori dell'invisibile e di coloro che seguono gli impulsi e il caso. Anche se un dio dovesse esistere, non mi piegherei ai suoi voleri, a costo di perdere la mia lucidità mentale andrei avanti e disobbedirei ai suoi comandamenti per distruggere la mia ignoranza e andare, vedere, creare qualcosa che vada oltre i limiti imposti dal dio e, alla fine, essere il nuovo Messia, un superuomo che mostra il cammino verso il nuovo mondo, verso il futuro. Senza questa esperienza, io non avrei mai potuto credere che questa mia visione si sarebbe avverata. La mattina del sei ottobre mi alzai prestissimo, verso le cinque e mezza, in tempo per vedere l'alba apparire ed espandere il suo fioco bagliore sulla città di Milano. Dopo aver rifatto il letto ed aver sistemato e pettinato la mia coda di cavallo ( si...ho i capelli lunghi), mi recai in cucina per far colazione con la mia marmellata preferita ai frutti di bosco, preparata personalmente qualche settimana prima, e la spalmai sul pane biscottato. Odio fare la colazione al bar perché non mi fido dei loro prodotti e inoltre, non per vantarmi, ma io posseggo una particolare capacità sensoriale del gusto che mi permette di capire immediatamente se un qualsiasi prodotto alimentare sia stato fatto in casa o se invece è di scarsa qualità, anche se non mi servirebbe nemmeno perché lo capirei già dal tatto e dalla vista. Quando faccio la spesa non mi piace comprare tutto ciò che è già pronto, preferisco comprare la materia prima così da poterla esaminare al mio microscopio per vedere se rispetta i parametri della sicurezza. Insieme a quella marmellata io, con la poca forza che avevo appena acquisito dal mio primo pasto, presi e spremetti cinque arance e lasciai che il succo cadesse nel bicchiere e lo bevvi senza mettere lo zucchero. Dopo essermi lavato, tornai nella mia stanza per vestirmi, non fu difficile scegliere dal momento che ho l'abitudine di lasciare i vestiti selezionati su una sedia vicino al letto, almeno così non devo restare un'infinità di tempo con la testa nell'armadio per decidermi. Indossai così la mia camicia bianca e la mia cravatta bordeaux, assieme ai miei pantaloni neri. Prima di andarmene, mi sedetti nuovamente sul letto e puntai il mio sguardo verso il comò, dove vi era una fotografia scattata venti anni fa, protetta da un sottile strato di vetro e da una cornice di mogano. Quella foto era molto importante per me, perché in essa vi era l'ultimo ricordo che avevo della mia famiglia unita, vi erano infatti mia madre Susan White, dai capelli lunghi e castani e gli occhi azzurri e sul collo quel suo profumo lavanda, mio padre Robert Mazzini, figlio di un immigrato italiano della Toscana, forte e rigido ma non abusante, mia sorella Laura che vive a Londra, e mio fratello maggiore Archibald. Era l'unico ricordo rimasto di loro ( a parte Laura, che invece mi telefonava spesso) e mi permetteva di ricordare i loro volti, i loro nomi, la mia vita prima della loro scomparsa. Non erano più in questo mondo da molto tempo, da sedici anni. Persi i miei genitori e mio fratello maggiore all'età di dieci anni, la sera del tredici aprile del 1994. Ero insieme a mia sorella a guardare la televisione quando Lucius, mio nonno, chiamò al telefono fisso di casa alle ore 23.12, risposi io e sentii dall'altro lato della cornetta un'aria deprimente e Lucius che faticava a parlare, e questo insospettii. Quando lui mi comunicò che la mia famiglia non era più tra noi, io caddi nella tristezza e nella disperazione, piangendo e abbracciando mia sorella. Successivamente, gli chiesi come fossero morti ed è proprio da lì che cominciai ad avere dei dubbi. Mio nonno mi disse che se n'erano andati perché mio padre aveva perso il controllo del veicolo finendo così, fuori dal guard rail, facendolo ribaltare, e dall'autopsia era stato confermato che mio padre aveva assunto alcol fuori dalla norma, prima di mettersi alla guida. Quando mi disse queste cose...io non gli credetti, di fatto non gli ho mai creduto. Fu da quel momento che il mio cervello venne martellato da un'infinita di domande senza risposta, chiedendomi il motivo per cui egli mi stava mentendo e questo non fece altro che incrinare di un po il nostro rapporto e sospettai fin da principio che mi stesse nascondendo qualcosa, anche perché non vi fu alcuna notizia riportata sul giornale o sui media televisivi. Anche se a quell'epoca avevo solo dieci anni, avevo già acquisito una capacità di memoria dal momento che conoscevo molto bene le abitudini di mio padre e ciò che era successo prima di quell'incidente. Ho ereditato da lui il vizio del fumo, infatti egli fumava due volte al giorno, precisamente la mattina alle 11.00 e il pomeriggio alle 17.00, due tipi di sigaro: il Montecristo, il suo preferito, al mattino e il Moro, di punta fra i toscani, di pomeriggio. Soltanto di sabato mio padre fumava anche una terza volta e di notte, con il Bolivar, molto apprezzato fra i sigari cubani tuttavia aveva una versione taroccata di quei sigari a causa del monopolio statale a Cuba ( di fatto provenivano da uno stabilimento negli Stati Uniti, a New Orleans). Questo era il suo unico vizio, quello di fumare, ma mai aveva osato toccare un bicchiere contenente qualcosa di alcolico, lui era sempre stato attento a restare lucido e, da quando un suo parente era morto per cirrosi epatica, a vent'anni, aveva smesso completamente di bere. Un'altra cosa che mi insospettii fu che mio nonno aveva menzionato una macchina che era uscita dal guard rail. Io mi chiesi di quale macchina stesse parlando, dal momento che quella di mio padre aveva subito un guasto alla freccia destra tre giorni prima a causa di un atto di vandalismo e quindi era in fase di riparazione dal meccanico, inoltre mia madre non ne aveva mai avuta una e quella di mio fratello Archibald era chiusa in garage. Inoltre scartai l'ipotesi che mio nonno gli avrebbe potuto prestare la sua, dal momento che prima abitavamo negli Stati Uniti e che mio nonno, una settimana prima era venuto in aereo da Firenze, dove viveva ormai da molto tempo. Quel giorno sarebbero dovuti andare a ritirare l'assicurazione del veicolo e avevano preso un mezzo pubblico, ricordavo a memoria questi dettagli e fin troppo bene. Perché mi aveva mentito così? Che cosa mi stava nascondendo? Credevi che io fossi così stupido da non sapere queste cose, Lucius? Centravi forse qualcosa con questo mistero irrisolto? Come mai c'era una così tale assenza di prove da navigare nel buio più completo? Queste erano le domande a cui non riuscivo proprio a dare una risposta, malgrado fossi riuscito da solo a smascherare queste patetiche bugie, e di sicuro non le disse per proteggermi da qualcosa, anzi probabilmente era in corso qualcosa di più serio dal momento che uno degli assistenti del medico ribadii che la morte non era stata provocata da uno schianto. Sette giorni dopo anche quel povero assistente venne trovato morto annegato nei pressi di un fiume. Pensai a quelle domande che mi ponevo da sempre, anche in quel momento, mentre sfiorai lentamente come una carezza, la cornice in legno e poi il vetro della fotografia, fino a quando non la staccai e osservai quel piccolo pezzo di carta, raffigurante la mia famiglia, sulla mia mano per poi dargli un fugace bacio e rimetterlo al suo posto. Alla fine serrai l'uscio dell'appartamento. Dal momento che a me non piace usare la metropolitana o altri mezzi pubblici per spostarmi, ad eccezione dei treni quando ne ho bisogno, sono propenso a camminare o usare la bicicletta e questo era di fatto uno di quei giorni. Scesi in garage e dopo averla trovata, tolsi la catenina, salii sopra e cominciai a pedalare prendendo così aria e facendo anche un po di moto addentrandomi nel quotidiano traffico cittadino che dominava già nella città. Pedalai per mezz'ora fermandomi solo per qualche secondo sul marciapiede per aggiustarmi sul viso gli occhiali, il motivo era che stavo andando controvento e, di tanto in tanto, qualche granello di polvere si posava sulle lenti. Raggiunsi e sorpassai la piazza centrale della città, dando un veloce e fugace sguardo al Duomo in stile tardo gotico che domina sulla città intera e mi affrettai a raggiungere l'Accademia, dopodiché cercai un parcheggio e, una volta trovato, inserii il codice della catenina della mia bicicletta e me ne andai sicuro di me. Vi confido che, anche se non l'avessi chiusa con quella catena, nessuno me l'avrebbe rubata. Per precauzione, infatti, una volta comprata io avevo applicato sui tubi una speciale vernice scura, la cui tonalità di colore ricordava similarmente quello della ruggine; chiunque fosse passato e avesse avuto cattive intenzioni si sarebbe fatto ingannare dalle apparenze e avrebbe pensato, come io volevo fare intendere, che fosse obsoleta e che non fosse altro che un vecchio catorcio da far rottamare e quindi di poco valore, ma in verità l'avevo comprata solo un mese fa. Prima di entrare, io mi precipitai al più vicino tabacchino per comprare un altro accendino ed ebbi la fortuna di poter comprare il numero recente del Corriere della Sera. Non ebbi tempo di leggerlo il giorno prima, ero impegnato a studiare sodo. Non mi ritengo un abitudinario ma per me è necessario dedicare un po di tempo alla lettura del Corriere, così lo posai nello zaino promettendomi che l'avrei letto dopo essere entrato in aula, in attesa dell'arrivo del professore. Entrai nell'Accademia e richiamai la mia attenzione nell'interno di essa. Vi era moltissima confusione fra nuovi arrivati, studenti più anziani e associazioni studentesche che facevano da “sindacato” per matricole e che si davano da fare per i loro stupidi e infantili programmi politici di destra o sinistra, illudendosi davvero di poterli aiutare ma ai miei occhi parve che soffrissero di un deficit dell'attenzione, oltre che una grande e sfrenata ipocrisia di sfruttatori che provocò in me di una sensazione di ribrezzo oltre che disgusto. Quelle opere d'arte che in quel momento ebbi l'occasione di vedere mi diedero un motivo per sorridere, dal momento che finalmente avevo la possibilità di far parte del mondo che, fino a qualche tempo fa, avrei solo potuto imitare e immaginare: quello artistico, la ricerca della bellezza e dell'armonia. Vi giuro che riuscii a fatica a trattenere il mio nervosismo e la mia curiosità e guardandomi attorno, potetti notare quali meraviglie artistiche vi erano per poi permettermi di sognare ad occhi aperti e immaginare di poter creare e interpretare il tutto e di creare un mondo nuovo, come fossi un dio. Creare arte, creare emozioni o anche il nulla, creare il dubbio, creare la vita e la morte, l'ordine e il soqquadro, l'equilibrio e la sua distruzione, creare il tutto...su tela. La prima lezione fu quella di pittura e riuscii a trovare l'aula, così entrai e mi sedetti al terzo posto nella terzultima fila, e già stavo per prendere il giornale per poter leggere quando, ad un tratto il professore entrò e fui costretto a rimetterlo nello zaino. Dopo essersi seduto, senza neanche salutare, egli prese il foglio delle presenze, una delle cose che odio di più al mondo, e cominciò ( come i bambini all'asilo) a fare l'appello. Tuttavia, mentre egli procedeva a ritmo di vecchio trattore di campagna, mi persi un'altra volta nei miei pensieri e, cambiando idea sul rimettere apposto il giornale, lo tirai fuori nuovamente e lo posai sulle mie ginocchia, nessuno mi guardò. Perché questa ossessione? Fra poco lo saprete. Ero così perso nei miei pensieri che non mi accorsi assolutamente che il professore mi aveva chiamato per la terza volta di fila, infatti lo fece nuovamente ma con un tono più deciso – Mazzini! - Alzai la mano e gridai – Presente! - Finalmente, non mi sentiva? - Mi inventai una scusa – No, professore, la sento benissimo. Stavo solo cercando la mia penna perché credevo di averla perduta. - - Come mai sta in terzultima fila e per di più da solo? - Che domanda. Semplicemente volevo stare da solo, ma non potetti dare una risposta simile – Perché c'è la finestra aperta. - Non disse nient'altro e, senza più un secondo da perdere, egli cominciò a introdurre in maniera sbrigativa il corso di pittura con una breve presentazione e con l'assegnazione delle prime fonti, applicai la modalità di registrazione vocale sul cellulare in modo che non potessi dimenticare una singola parola, mentre con la mano sinistra ( sono mancino) fui costretto a scrivere il mio nome su quello stupido, patetico foglio delle presenze: Alan James Mazzini.
  18. Jena Plissken

    Asylum Press Editor

    Nome: Asylum Press Editor Catalogo: https://asylumpress.org/catalogo-news/ Modalità di invio dei manoscritti: https://asylumpress.org/invio-manoscritti/ Distribuzione: https://asylumpress.org/distribuzione/ Sito: https://asylumpress.org/ Facebook: https://www.facebook.com/asylumpresseditor
  19. Dominik G. Cua

    Ghost hunters - Il villaggio maledetto Capitolo 1/3

    Buio improvviso, silenzio assordante. Una pioggia di sangue tingeva l'intero paesaggio di rosso cremisi e una luna di fuoco brillava nell'etere oscuro, illuminando a poco a poco ciò che, fino a un attimo prima, era stato inghiottito dalle tenebre. Ogni forma di vita aveva cessato di esistere. L'unica cosa che riusciva a scorgere in quel macabro scenario erano quattro figure poco distinte, quattro figure che, di lì a poco, avrebbero rovinato la quiete e portato disgrazia in quell'ambiente dove da sempre regnavano la pace e la tranquillità. ... Erano ormai diverse notti che Roisin faceva quel sogno, o per meglio dire, quell'incubo. Chiunque al suo posto avrebbe ignorato la cosa, classificandola come una semplice coincidenza o ancora, come spesso accade, un normalissimo sogno. Tuttavia lei sapeva bene che non era affatto un normalissimo sogno, né tanto meno una coincidenza e ciò la preoccupava considerevolmente. Roisin era una donna ormai prossima all'età avanzata e di corporatura più o meno robusta, i suoi occhi erano di un nero intenso e i suoi capelli arricciati avevano un colore che andava fra il castano e il grigiastro. A differenza delle sue coetanee non sembrava mostrare i tipici malesseri causati dall'avanzare degli anni. Inoltre aveva la capacità di fare, in determinate situazioni, dei sogni premonitori. Quella capacità era un qualcosa che aveva fin da bambina, ma nessuno ne era mai venuto a conoscenza, poiché, se mai ne avesse fatto parola, avrebbe rischiato di essere considerata un'eretica, di essere accusata di stregoneria e infine essere messa al rogo. Irlanda, anno 1450. Ai piedi del monte Carrantuohill, nella contea del Kerry, sorgeva un villaggio isolato che contava poche centinaia di abitanti. Le uniche forme di vita, inclusi gli abitanti del villaggio stesso, erano gli animali selvatici che popolavano la fitta vegetazione circostante, inoltre era molto raro che qualcuno proveniente dall'esterno andasse a visitare il posto. Il territorio era particolarmente tranquillo e la routine quotidiana sempre la solita: gli uomini si dedicavano alla caccia, alla pesca, alla coltivazione nei campi e all'allevamento del bestiame, i bambini correvano e giocavano ravvivando l'atmosfera del villaggio, mentre le donne si occupavano delle faccende domestiche e della raccolta di frutti ed erbe nel bosco, senza però allontanarsi più del dovuto. Le varie mansioni, escludendo l'allevamento e la coltivazione, avevano un certo livello di pericolosità, dunque venivano scelti gli uomini più adatti per lo svolgimento di ogni specifico compito e divisi in gruppi. Di solito le tecniche di sviluppo di tali compiti venivano tramandate di padre in figlio, generazione dopo generazione, a cominciare dalle precauzioni da prendere prima di allontanarsi dal villaggio, fino alle condizioni climatiche migliori che avrebbero consentito loro di non tornare indietro a mani vuote. I cacciatori, per esempio, si munivano di armi da caccia e di provviste, per poi addentrarsi in un bosco alle volte così fitto da impedire ai raggi solari, perfino in pieno giorno, di illuminarne adeguatamente i sentieri. Un equipaggiamento adatto favoriva il corretto andamento del lavoro, se male attrezzati invece non era difficile cadere vittime di un agguato da parte di animali feroci e passare così da cacciatori a prede. I pericoli della pesca, per quanto essa potesse sembrare una mansione innocua, risiedevano invece nel tragitto. Si doveva infatti attraversare un boschetto nel lato opposto del casale per circa cinque o dieci miglia, a seconda dei sentieri scelti, i quali variavano di continuo a causa di eventi climatici che li rendevano talvolta inagibili e pericolosi. Si arrivava così a pochi passi da una rupe profonda circa cento metri, la cui base ospitava il torrente in cui si sarebbe tenuta la pesca. Bisognava poi aggirarla prendendo dei sentieri estremamente pericolosi, dove un qualunque passo falso poteva causare loro dei gravi incidenti o, nei casi più gravi, costare la vita. Quella volta il cielo era soleggiato e totalmente sgombro da nuvole, l'aria fresca in contrasto col calore solare rendeva la temperatura gradevole e favoriva il lavoro, dunque gli uomini si prepararono e si incamminarono chi nei campi, chi nel bosco, chi al torrente. Al calare della sera, quando il sole irradiava i suoi ultimi raggi di luce, rincasavano stanchi e soddisfatti del lavoro svolto, non era raro però che qualcuno riportasse delle slogature o ferite causate da alcune disattenzioni. Sul posto non si presentavano mai problemi causati da fattori esterni, il morale era alto e tutti vivevano tranquilli e sereni, tutti tranne Roisin che, spaventata da ciò che stava per accadere, poteva solo sperare che tutto sarebbe finito per il meglio. Era un nuovo giorno. Un acuto rintocco di campane che valicava l'intera area abitata, invitava il villaggio a recarsi in chiesa. Quest'ultima, posta nella parte più sopraelevata del territorio, si presentava come un'antica struttura di grandi dimensioni, eretta nei secoli precedenti dagli avi del parroco in carica, che portarono sul posto la fede cristiana. Davanti alla chiesa si ergeva il cimitero del casale, le cui lapidi, nella parte più interna dello stesso, ospitavano un antico albero morto da decenni e mai sradicato, che rendeva il posto lugubre e sinistro; tutto ciò era infine circondato da un solido muro di pietra, congiunto da un grande cancello che separava il mondo dei vivi da quello dei morti. Innanzi all'entrata della cappella, il parroco era solito accogliere l'intera popolazione con riverenza prima di celebrare la messa. Padre Lennon, quello era il suo nome, era un uomo come gli altri e ben voluto da tutti, nessuno escluso; aveva l'abitudine di prendersi cura degli ammalati e ospitava gli orfani nella sua cappella, trattandoli come dei figli. «Qualcosa non va, figliola? È da un po’ di tempo che vi vedo preoccupata, è forse successo qualcosa? Non è da voi.» chiese Padre Lennon, vedendo Roisin più strana del solito. «Non è niente, Padre. L'età inizia a farsi sentire, tutto qui.» rispose la donna, tentando di tranquillizzarlo. «Non prendetemi in giro, cara, ci conosciamo da innumerevoli anni, capisco quando qualcosa vi turba. Parlatemene pure, sapete che potete farlo.» riprese il prete. Roisin lo guardò negli occhi ed esitò, sapeva bene che se avesse parlato dei propri sogni sarebbe stata messa al rogo. «Ultimamente faccio fatica a prendere sonno, quindi non riesco a recuperare al meglio le energie, ma starò meglio, ve lo assicuro.» concluse Roisin sorridendogli. Padre Lennon sembrò finalmente essersi convinto, quindi invitò la donna ad entrare in chiesa e la seguì. Finita la messa la gente si incamminò verso casa e il prete stava per fare altrettanto, tornando in cappella. Fu però fermato da una ragazza che iniziò a chiamarlo quasi insistentemente. «Padre, Padre!» urlava la ragazzina, mentre gli andava incontro. «Arold lo ha fatto ancora, è entrato da solo nel bosco, ho provato a fermarlo ma non mi ha dato ascolto.» «Buon Dio! Gli avrò detto centinaia di volte di non entrarci da solo, è pericoloso!» rispose il prete. «Grazie di avermi avvisato, ci penso io.» Dopo averle dato una carezza, come per ringraziarla dell'avvertimento, si incamminò nel bosco per recuperare Arold che fortunatamente non si era spinto troppo oltre. Roisin intanto, come il resto del villaggio, si incamminò verso casa con la preoccupazione in volto: quella notte aveva nuovamente avuto lo stesso incubo. La festa del villaggio era alle porte. Era un evento che si teneva ogni anno, durante il quale tutti si riunivano e banchettavano, danzavano e si divertivano; una notte di spensieratezza che permetteva a chiunque di dimenticare, almeno temporaneamente, i propri problemi. Le donne cominciavano ad organizzarsi e a prepararsi in vista di quel giorno; si sarebbe tenuto nella piazza, davanti ad una grande statua raffigurante un angelo.
  20. Fino a
    Giorno 30 marzo 2019, presso la Libreria Feltrinelli Point di Messina, alle ore 18.00, presentazione del romanzo di Gianandrea Parisi, "Cristallo Imperfetto", un giallo, con venature thriller, horror e fantascienza, edito dalla Argento Vivo Edizioni. Interverranno il presidente dell'Ordine degli avvocati di Messina, Vincenzo Ciraolo e la giornalista della Gazzetta del Sud, Marianna Barone.
  21. The_Butcher_of_Blaviken

    Sto arrivando

    Commento Premessa (metto le mani avanti ) Figlio mio, il motivo è semplice: la vendetta era necessaria, lo hanno imposto loro! Non fare quella faccia, c’è una risposta ad ogni domanda, e non pensare alle fiamme, non possono farti niente ora. Rieggis era il male in persona – Maledetto! Che tu sia maledetto! Brucia! - Era venuto dal nord con il suo grande esercito per razziare il nostro popolo, ma quello stolto del re Gnüslov gli ha dato in sposa la figlia Yngis per placare la sua sete di sangue. Io e i miei nove fratelli eravamo solo un problema, avevamo la forza di ribellarci e ci temeva. Per questo volle giustiziarci, come aveva già fatto con il re, ma Yngis si mise in mezzo supplicandolo di risparmiarci e tenerci solamente prigionieri. Egli accettò, ma non mosso dalla compassione, bensì stava architettando una morte molto più crudele e straziante. Ci incatenò a degli alberi nella Foresta del Rimpianto, proprio lì dove si aggirava di notte la Bestia – Maledetto! Sono un peccatore! Brucia! La vidi perfettamente, nella sua eleganza ripugnante. I suoi peli impregnati di sangue brillavano come delle lame, riflettendo i pochi raggi di luna che riuscivano a farsi largo tra le fronde. Il suo sguardo bieco, con quei suoi grandi occhi vermigli privi di palpebre, metteva in fuga persino il sole e il suo puzzo di morte ristagnava nell’aria. Il suo latrato si poteva sentire anche nel mondo dei morti e un’agghiacciante melodia, quasi sensuale, creata da uno stridor di catene, accompagnava ogni suo passo. La Bestia tornava famelica ogni sera per divorare uno di noi. Prima apriva le sue fauci per mostrare le sue zanne e alitare miasmi pestiferi, poi cavava gli occhi alla sua vittima, con la sua ripugnante lingua, per lasciare indelebile quei momenti nella mente del malcapitato - Brucia! Maledetto! Vendetta è fatta! - Quindi con le sue zampe unghiate graffiava, scuoiava e smembrava, facendo ben attenzione a non uccidere subito la vittima, perché altrimenti il suo sangue perdeva di gusto. Oh, se si divertiva…e con lei quel verme di Rieggis - Maledetto! Brucia! Ahahahah! La decima notte ero rimasto solo io e in cielo risplendeva una funesta luna piena. Certo! Non guardarmi così! Anche io ho provato una lacerante paura, non sono un Dio, ma prima di impazzire completamente sono arrivati loro. Mi hanno detto cosa fare. Mi hanno guidato verso la libertà. È tutto merito loro. Quando la Bestia si presentò in tutta la sua luminosa oscurità, loro mi dissero “mira alla lingua, è il suo punto debole”. Così, mentre la mostruosa creatura era intenta a ungermi il viso con la sua bava funerea, io addentai la sua lingua e strinsi forte. Mi aggrappai saldamente al suo rivestimento peloso e lei, in preda al dolore, spiccò un balzo all’indietro così vigoroso che ruppe le catene che mi tenevano prigioniero. Ero libero, un sorriso si stampò sulla mia faccia, ma loro mi ammonirono prontamente e mi ordinarono “uccidi la Bestia!”. Presi da terra un osso acuminato, che era avanzato dal banchetto della sera prima, e lo piantai nel cuore del mostro mettendo fine alla sua vita – Brucia! Maledetto! Sono un peccatore! “Mangia il cuore della Bestia! Mangialo! Ti servirà per compiere la tua vendetta”, mi dissero in coro e io ubbidì, anzi andai anche oltre facendo fare alla Bestia la fine dei miei fratelli: la divorai avidamente senza lasciare neanche un brandello di carne. Conquistata la libertà e la forza della Bestia, vissi per un po’ di tempo nascosto nella foresta, aspettando il momento giusto per attaccare il nemico. Il mio corpo cambiò, persi i miei lineamenti delicati, e la mia forza sembrava crescere ogni giorno che passava. Io ero pronto, smaniavo, volevo imbrattarmi del sangue di quel vile, Rieggis - Ahahahah! Maledetto! Brucia! - che mi credeva morto. Non si sarebbe mai aspettato un attacco proveniente dalla foresta, ma loro non volevano lasciarmi andare. Gli voltai le spalle – Sono un peccatore! - Non ce la facevo più ad aspettare. Feci breccia nelle mura della città e iniziai a dilaniare e distruggere tutto ciò che mi si parasse davanti. Riuscii a varcare le porte del castello, ma lì c’erano ad attendermi le guardie del re. Erano in troppi e io non mi ero ancora abituato del tutto al mio corpo bestiale…loro avevano ragione. Figliolo, loro hanno sempre ragione! Non contraddirli mai! Mi scacciarono dal castello, ma prima di mettermi in fuga, incrociai per un istante lo sguardo di Yngis. Capii che mi riconobbe quando la ritrovai il giorno dopo a vagare per la foresta alla mia ricerca. Yngis mi salvò una seconda vola, perché loro volevano farla finita con me dopo la mia disubbidienza, ma capirono che lei era il pezzo mancante per compiere la vendetta. Yngis portò con se nella foresta i suoi due figli, con lo scopo di farli addestrare da me in vista di un nuovo e più efficace attacco. Ma loro mi dissero che non andavano bene, erano deboli e corrotti e quindi li uccisi. Bisogna ubbidire alla loro volontà! Brucia! Ahahaha! C’era bisogno di uomo puro e forte, che mi accompagnasse in questa missione, così nascesti tu, Iltöjfin. Il resto lo conosci bene – Maledetto! Che tu sia maledetto! Brucia! - Loro ci hanno condotti fino a qui e solo grazie a loro siamo riusciti a compiere la nostra vendetta. Non essere triste per tua madre, sapeva a cosa stava andando incontro e sapeva che lo stavamo facendo per una causa più grande di noi. È il prezzo giusto da pagare! Il fuoco consumerà e divorerà il verme Rieggis, ma accarezzerà e purificherà dai suoi peccati tua madre…mia sorella Yngis. Tu, figlio mio, sei stato preziosissimo, ma rimani solo uno strumento. È per questo che ho dovuto ucciderti. La vendetta è stata compiuta, nessuno è rimasto in vita, proprio come volevano loro. Finalmente potranno andarsene e io sarò libero. Ma non aver paura figliolo, aspettami, sto arrivando. Un paio di note per i lettori 1) L’ispirazione l’ho avuta dopo aver giocato HellBlade: Senua’s Sacrifice, gioco molto particolare ambientano nell'inferno della mitologia norrena. Questa storia è proprio una reinterpretazione di un racconto della mitologia nordica. 2) Con gli incisi tipo ”– Maledetto! Che tu sia maledetto! Brucia! –“, la mia idea era di rendere per iscritto un misto tra una psicosi e la sindrome di Tourette, ma non so se ho raggiunto l’obiettivo XD. Non so neanche se ha senso la punteggiatura.
  22. WildG

    Dimmi perché lo faccio

    Commento Purtroppo ci sono 300 caratteri in più del previsto, spero non sia un grosso problema ! ---------------------------------------------------------------------- “DIMMI PERCHE’ LO FACCIO !” urlò Carl mentre stringeva la pistola nella mano sinistra e la gola di uno sconosciuto nella destra tenendolo col suo peso steso a terra. Portò poi con gesto rabbioso la canna della pistola a contatto con la fronte dell’uomo a terra, stringendola fino a far diventare bianche le nocche. “Dimmelo … ORA!” , disse avvicinandosi alla faccia dello sconosciuto che poteva vedere ora distintamente il suo volto, nonostante la penombra che celava quasi tutto nel vicolo; dimenandosi e cercando di sottrarsi inutilmente alla stretta di Carl, il malcapitato riuscì solo a pronunciare qualche parola, soffocata dalla mancanza di ossigeno: “Non lo so … ti prego lasciami …”, mentre il colorito del volto virava verso il rosso. La vista si stava annebbiando a causa della morsa con cui Carl gli serrava la gola, e il respiro si faceva sempre più affannoso; il freddo della canna della pistola che premeva sulla fronte si stava facendo insopportabile e il punto di contatto iniziava a bruciare. Carl si sollevò leggermente per permettergli di respirare e tolse la mano dalla gola; rimase accovacciato lateralmente all'uomo a terra , con il braccio sinistro penzoloni fra le gambe e la pistola che toccava il terreno. Guardò l’uomo che aveva sotto di sé che respirava avidamente tossendo ancora e ancora, mentre gli occhi si riempivano di lacrime dallo sforzo. Tentò di mettersi seduto ma le braccia non gli ressero e ricadde steso a terra; un altro tentativo e vi riuscì. Si portò una mano alla gola massaggiando delicatamente mentre cercava di respirare in modo regolare; guardò Carl con timore e rabbia dicendo: “Ma chi diavolo sei tu? Cosa vuoi da me?” . Carl lo guardò un attimo sollevando il capo , e disse: “Come ti chiami?”, con voce bassa e tremolante. “Mi … mi chiamo Adam, e se le ho fatto un torto mi dispiace, vede io …”, ma Carl lo interruppe facendo segno di stare zitto portando la canna della pistola a contatto con la bocca. Adam ora poteva vederlo bene in volto: occhiaie profonde, scure che gli segnavano il volto scavato e con la barba incolta ormai da giorni; grossi occhi celesti umidi e arrossati dal pianto. Una felpa e un paio di jeans sdruciti gli davano l’aspetto di un senzatetto drogato. “Se le ho fatto un torto mi dispiace … Non volevo”, disse Adam mentre guardava Carl con gli occhi sbarrati; il suo aspetto trasandato e il suo sguardo quasi assente gli serravano le budella in una morsa di gelida di paura. “Guardami …” disse Carl come ridestato da un sogno ad occhi aperti; “Non lo senti questo respirare affannoso?” guardandosi attorno come a cercare qualcuno nascosto nella penombra. Gli occhi di Adam si riempirono di lacrime e si rannicchiò portandosi le ginocchia al petto. “Non sento nulla … Mi dispiace …” tirando su col naso. “Se non smetterà di respirare in questo modo io impazzirò …” disse Carl guardando Adam dritto negli occhi. “Si ferma soltanto quando una vita si spegne … Ma solo per poco … Solo per poco …” A quelle parole Adam trasalì, come se gli avessero dato un calcio nelle costole. Ora era tutto chiaro; ora era tutto maledettamente chiaro. Così come era ormai evidente che non sarebbe sopravvissuto a quell’incontro notturno. Carl restò immobile a fissare Adam come a cercare di leggergli l’anima. Poi con uno scatto improvviso Carl si portò le braccia a coprire le orecchie, stringendo gli occhi ed increspando la bocca in una smorfia di sofferenza. Un sibilo acuto, violento, come un gigantesco stridio di metallo, aggredì le sue orecchie, facendolo quasi cadere stordito a terra. Adam lo guardò impietrito, senza proferire una parola. Carl gemette fino a che il sibilo cessò e guardò Adam dicendo: <<Lo hai sentito vero? VERO?>> guardandolo ora con uno sguardo supplichevole. Adam scosse velocemente la testa, con le lacrime che gli offuscavano la vista e gli facevano colare il naso. <<Io non sento nulla …>> tirò sul col naso <<Non sento nulla …>> abbassando la testa rassegnato oramai al suo destino. Carl si avvicinò ad Adam, mettendo le sue labbra vicino all'orecchio destro di lui, per non farsi sentire, quasi a condividere un segreto inconfessabile: <<Lo sento respirare nella mia testa, sempre … Giorno e notte … Perché lo faccio? Perché accetto di farlo smettere al prezzo di una luce che si spegne? Sembra finita poi ecco … Lo senti? Sta ricominciando... e io mi sto perdendo>>. Adam tremava mentre l’alito caldo di Carl colpiva ad ondate il suo orecchio, non sapendo poi cosa dire ad un uomo in preda ad una evidente follia. <<Una luce dovrà spegnersi, adesso. ADESSO …>> disse Carl afferrando violentemente la mano destra di Adam e mettendogli in mano la pistola. Gli serrò la mano intorno al calcio della pistola, gli mise l’indice sul grilletto e la puntò alla tempia, mentre Adam si dimenava nel vano tentativo di lasciare la presa. <<Una luce si spegnerà, ora… Io non posso più decidere … Fallo tu … Scegli quale luce si spegnerà adesso … E lui smetterà di ansimare nella mia testa.>> La stretta di Carl sulla mano di Adam si fece più forte. <<Dimmi perché lo faccio, oppure decidi per me, ORA!>> Carl strinse più forte la mano di Adam; il grilletto scivolò indietro ed un colpo assordante scosse il silenzio quasi lugubre della notte. Il contraccolpo violento ed inaspettato fece volare la pistola dalla mano di Adam, mentre Carl venne sbalzato all'indietro dalla forza del proiettile. <<NO!>> gridò Adam mentre vedeva Carl steso a terra, ed il sangue formare una striscia rosso, argento scuro e nera, mentre attraversava la lama di luce del piccolo lampione nel vicolo. Adam si portò le mani alla bocca, incredulo a quella scena di puro terrore. Si guardò le mani, le vide sporche del sangue di Carl; si guardò il vestito, e la giacca e la camicia erano pieni di schizzi di sangue e di terra. Iniziò a dondolare leggermente avanti e indietro, sussurrando appena: <<Morto … E’ morto … Oddio e adesso cosa faccio… La polizia, No, no, meglio di no; cosa gli dirò? Agente ho sparato ad uno sconosciuto! Oddio, chi mi crederà… Perderò tutto, tutto.>> Poi guardò la pistola a terra a poca distanza da lui; si guardò attorno circospetto. <<Forse non ha sentito nessuno, è notte.>> Si avvicinò gattonando sull'asfalto fino alla pistola e la nascose nella tasca interna della sua giacca e cercò di pulirsi dagli schizzi di sangue in faccia. Si chiuse il cappotto ed iniziò a camminare svelto. <<Casa mia è a soli 5 minuti, posso farcela… posso farcela>> ripeteva a sé stesso a bassa voce mentre il cuore gli pulsava forte fino nelle orecchie e la testa iniziava a girare. <<Ecco , sono arrivato. Dove sono? Dannate chiavi.>> Mentre rovistava in tasca, le chiavi caddero a terra e con le mani che tremavano le raccolse e riuscì ad aprire. Entrato in casa, si tolse subito i vestiti gettandoli nella spazzatura e si infilò nella doccia. Respirava profondamente cercando di calmarsi mentre l’acqua calda gli scorreva addosso. Uscito dalla doccia si mise un asciugamano intorno alla vita e si mise davanti allo specchio. <<E’ morto, ma non potevo fare nulla… quegli occhi… oddio… pazzo … sì, sì … era pazzo.>> disse a sé stesso per poi passarsi una mano sulla faccia. <<Ho bisogno di un tè per calmarmi e poi deciderò cosa fare di quella maledetta pistola.>> A piedi nudi si recò in cucina, ed accese il bollitore. Dopo pochi minuti iniziò a fischiare ad indicare che l’acqua era pronta. Il sibilo del bollitore lo fece trasalire e lo guardò con terrore aggrottando le sopracciglia. Il sibilo sembrò aumentare di intensità fino a farsi insopportabile. Adam cadde in ginocchio gridando dal dolore e tenendosi le mani alle orecchie. Poi dopo pochi ma interminabili secondi il sibilo cessò. Adam si guardò intorno ansimando come se avesse corso inseguito da un branco di cani feroci. <<Calmo, calmo>> disse a sé stesso <<E’ finita … E’ finita …>> Sentì una voce flebile provenire dalla stanza da bagno. <<Chi c’è? CHI C’E’?>> quasi urlò dirigendosi nella stanza da bagno; con la mano tremante accese la luce. Niente, nessuno. Fece un sospiro di sollievo e si avvicinò allo specchio fissandosi negli occhi. Sentì un respiro sempre più prepotente e realizzò che non era il suo. Una goccia di sudore freddo gli imperlò la fronte e le mani si fecero dannatamente fredde ed insensibili. Poi udì una voce roca, fredda e senza espressione, eppure proprio per questo terrificante: <<Finalmente sono tornato a casa>>
  23. Ciao a tutti Dopo mesi che seguo il forum, leggendo con piacere e profitto i vostri post, da cui si impara sempre qualcosa di nuovo, è arrivato il momento che ne apra uno anche io per approfittare della vostra esperienza. Sto scrivendo un romanzo ambientato a Torino, dove i protagonisti principali usano spesso termini in lingua piemontese, soprattutto quando litigano, uccidono (è un pulp splatter punk) o fanno sesso. Poiché il mio scopo è renderne agevole la lettura anche alle persone che non conoscono il piemontese, dopo aver rinunciato ad una prefazione con “piccolo glossario piemontese-italiano”, per non costringere il lettore a fare avanti ed indietro nel romanzo, mi trovo combattuto tra due alternative: scrivere in corsivo le parti in piemontese ed inserire note a piè di pagina ogni volta che compare un nuovo termine o una frase intera oppure inventare uno stratagemma per introdurre le nuove parole. La prima alternativa, che sto usando sebbene sia ancora in fase di revisione, fa quasi sembrare il mio manoscritto (solo per come è editato, non per la bravura letteraria ahimè) qualcosa del tipo “I promessi sposi” o “La divina commedia”, è funzionale, il lettore ha subito sotto l’occhio la traduzione delle parole che incontra per la prima volta, ma il romanzo sembra quasi un libro di scuola. La seconda alternativa, non ancora sperimentata, mi costringerebbe a riscrivere parti del romanzo e trovare un modo per rendere comprensibili a tutti i termini in piemontese ogni volta che compaiono per la prima volta, una cosa che temo possa appesantire la mia scrittura e renderla meno scorrevole e ridondante. Secondo voi quale soluzione sarebbe più indicata? Leggereste un romanzo caratterizzato dal uso ed abuso della lingua della regione in cui è ambientato? Vi ringrazio anticipatamente per i suggerimenti. Ciao, Alberto
  24. Dominik G. Cua

    Ghost hunters - Il villaggio maledetto

    Mi sto occupando della revisione di un mio libro, ma sono bloccato su una frase che non riesco a migliorare in alcun modo... C'è qualcuno che saprebbe aiutarmi? P.s. la frase in sé è grammaticalmente corretta, ma a mio parere suona troppo banale, vorrei migliorarne la forma. (Evidenzierò la frase in questione) Il quasi totale silenzio del posto faceva supporre che, se anche fosse effettivamente abitato da qualcuno, quel qualcuno non era lì con loro in quel momento, quindi si limitarono a dare un’occhiata in giro, così da capire per lo meno con chi avevano a che fare. Considerate le dimensioni dell’edificio, pari o addirittura superiori a quelle della chiesa del villaggio, ci sarebbe voluto un po’ per perlustrarne ogni angolo, così decisero di dividersi per accorciare i tempi. Uno in particolare si diresse verso un corridoio buio che conduceva ad una porta socchiusa, dalla quale usciva una strana luce. Raggiunse quella stanza, pensando di trovare qualcuno al suo interno, ma c’era invece qualcosa che non si sarebbe mai aspettato di vedere… «Ve... Venite qui... presto!» urlò l'uomo. Una voce stridula, tremolante, appartenente a qualcuno che sembrava essersi trovato faccia a faccia con il diavolo in persona, fece allarmare il resto del gruppo che accorse immediatamente sul posto e che, superato quell'oscuro corridoio, comprese il motivo di tanta agitazione.
  25. MatRai

    Si spengono le stelle - Matteo Raimondi

    Titolo: Si spengono le stelle Autore: Matteo Raimondi Editore: Mondadori Collana: Omnibus ISBN cartaceo: 9788804687375 ISBN ebook: 9788852086595 Data di pubblicazione: 17 aprile 2018 Prezzo: Cartonato con sovraccoperta 19.50€ | EBook 9.99€ Genere: Thriller - Horror - Storico Pagine: 460 1691. York è un’inquieta città di frontiera da poco annessa alla Colonia della Massachusetts Bay, dove la legge è esercitata secondo una rigida morale puritana. Primogenita di Mary e Robert Walcott, capo della corporazione commerciale, Susannah è tormentata da un selvaggio bisogno d’indipendenza che la rende insofferente alle autorità e la porta a rifugiarsi negli antichi insegnamenti della sua vecchia nutrice indiana, Nagi, dalla quale ha imparato a scorgere in ogni cosa la profonda armonia del cosmo. Ma proprio il forte legame con la cultura dei nativi costa a Suze l’avversione dei suoi coetanei, che la accusano di essere strana, pericolosa, e per questo la schivano. Tutti tranne uno, il fragile e misterioso Angus Stone, che appare determinato a sfidare qualunque pregiudizio pur di averla. Le cose cambiano quando Robert viene inviato a Boston per presiedere il Congresso coloniale: mentre a York le stelle della ragione cominciano a spegnersi, Rob realizza di trovarsi nel mezzo di una spietata cospirazione tesa a inasprire odio e paura verso i “selvaggi”. Il conflitto tra coloni e nativi assume così il valore di uno scontro fra bene e male che coinvolgerà proprio Susannah, ignara custode di un grande segreto. Si spengono le stelle è un thriller stupefacente sulla Nuova Inghilterra di fine Seicento, che indaga uno dei periodi più cupi della storia americana a colpi di miracolose incursioni nei temi classici della letteratura fantastica. Ne emerge una grandiosa allegoria della civiltà contemporanea, che rivela una nuova, formidabile e poliedrica voce della narrativa italiana, capace di scolpire magistralmente luoghi e personaggi, di esplorare le terre di confine tra i generi e di intrecciare passato e presente, modernità e tradizione, racconto individuale e Storia collettiva in una miscela esplosiva. Amazon IBS Mondadori Store
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