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  1. M.T.

    [MI 100-5] Sottoterra

    commento Traccia di Mezzanotte: "Dentro al pozzo." Il piccone si alzava e si abbassava meccanicamente, il familiare tintinnio che scandiva il colpire la pietra, alzando schegge che andavano a mordere la pelle scoperta delle braccia e del volto. Alzare e abbassare. Abbassare e alzare. Questa ormai era la loro vita: il ripetersi costante e immutabile di quei due gesti. Erano costretti a eseguire il monotono e massacrante lavoro salvo una breve pausa per rifocillarsi di una sbobba schifosa che li aiutava a restare in piedi. Non sapevano mai quale ora del giorno fosse: la luce delle strane pietre che permetteva di vedere era sempre la stessa. Sapevano solo se dovevano lavorare o riposare. Aveva dimenticato da quanto tempo era sepolto in quel luogo; ricordava appena l’aria pulita, il sole caldo, la natura, le chiacchiere e le risate con gli amici. La paura e il terrore presto erano stati risucchiati dalla stanchezza del lavoro cui erano sottoposti, lasciando la routine a occupare ogni pensiero. A volte pensava, meno di quanto capitasse inizialmente, se quel genere d’esistenza poteva definirsi ancora vita. Tutto era incentrato sul lavoro, con quel tanto per dormire e mangiare per restare in forze. Erano solo corpi che svolgevano dei compiti, come gli automi. Gli uomini che lavoravano con lui nella grotta si avviarono con i picconi appoggiati sulle spalle verso l’ingresso nella parete: anche quel giorno le fatiche erano terminate. Come sempre, attraverso cunicoli conosciuti alla perfezione, si sarebbero diretti agli spogli dormitori di pietra. Prima di varcare la soglia appoggiò il proprio arnese contro la roccia come tutti quelli che lo avevano preceduto e come avrebbero fatto quelli che lo seguivano. Mettendo un piede dopo l’altro, guidato dalla tenue illuminazione delle strane pietre biancastre alle pareti, si avviò nel budello che ogni giorno calpestava. Superò gli scalini calcarei, evitando che le sporgenze rocciose gli graffiassero la pelle. Erano soli nel tunnel, non c’era nessuno degli esseri che li avevano rapiti. Ma anche se non presenti, li tenevano d’occhio. Conoscevano tutti i loro movimenti, sapevano sempre quello che facevano. Già altri avevano tentato la fuga. Aveva perso il conto delle volte in cui aveva trepidato, certo che i suoi compagni fossero riusciti nell’impresa e stessero tornando con i rinforzi, irrompendo nella grotta e portandoli via verso la libertà. S’immaginava il grido di vittoria levarsi in alto, la felicità esplodere. Era rimasto tutto nella sua mente. L’entusiasmo era stato stroncato ogni volta: i fuggitivi venivano sempre ripresi. Lo spirito era fiaccato dal fallimento e da quello che succedeva dopo la cattura: chi scappava era rimesso al suo posto di lavoro. Non c’era via di scampo: questo facevano capire gli esseri senza parlare. Pensò a un modo per scappare. Anche se fosse riuscito a eludere la straordinaria sorveglianza, dubitava di trovare sottoterra l’orientamento per tornare in superficie. Si sarebbe perso e, nelle condizioni in cui era, la morte non avrebbe tardato ad arrivare. O, più probabilmente, sarebbe stato ripreso. Non capiva come individuassero con una tale efficienza i fuggitivi senza dare nessun allarme. Non li aveva mai sentiti emettere un solo verso. Nonostante l’aspetto di bestie, possedevano una disciplina e un’organizzazione incredibili. Avevano suddiviso i compiti assegnando i più pesanti agli uomini, dando a donne e bambini lavori adatti alle loro capacità. Possedevano una gerarchia sociale strutturata e inflessibile: c’erano i lavoratori, un gradino sopra di loro che erano schiavi, e la cerchia ristretta di chi li governava. Senza dimenticare i soldati, spietati nella loro efficienza: li aveva visti, con tattica e determinazione, massacrare un verme gigante che aveva attaccato la colonia. Poi, imperturbabili, avevano fatto riprendere la routine come se niente fosse, mentre l’immensa bestia era fatta a pezzi e rimossa. Ridusse la falcata perché l’andatura della colonna era rallentata: erano giunti alla stretta uscita del tunnel, dove una persona per volta poteva passare. Avanzò finché non giunse il suo turno di attraversare la soglia e immettersi nell’ambiente successivo. Stalagmiti si ergevano come grosse e antiche querce, piene di pietre luminose che illuminavano ceppi di cristalli. Attraversò la navata naturale immergendosi in un mare di giochi di luce che danzavano sugli abiti consunti e impolverati. Proseguendo la marcia per i dormitori non si curò delle maestose colonne gemmate che si perdevano nell’oscurità; la bellezza di quel luogo era sprecata per degli schiavi. Nessuno aveva voglia di ammirare quella meraviglia. Tutti avanzavano a capo chino, attenti a non inciampare in qualche ostacolo o a infilare un piede in una fenditura del terreno, trascinando le gambe stanche e doloranti. Ogni tanto un rumore proveniva dalle profondità dei tunnel e si perdeva nel buio: nessuno si voltava nella sua direzione. Erano diventati come pietra: impermeabili a tutto, lasciando che quanto accadeva attorno scivolasse via senza lasciare traccia. La formazione ordinata tenuta fino a quel momento si sparpagliò, scorrendo tra i grandi pilastri. Si fermò un istante con davanti l’immagine di tanti se stesso che si dirigevano nella stessa direzione. Emettendo un basso sospiro si stiracchiò per dare sollievo alle membra doloranti. Passando vicino a uno degli agglomerati di cristallo, scorse sulla superficie liscia e trasparente come si era ridotto vivendo sottoterra: un volto smunto, smagrito, con la pelle tirata sugli zigomi sporgenti. Ciocche di capelli arruffati cadevano su occhi vacui dove la vitalità della giovane età s’era spenta; il colorito naturale della carnagione aveva lasciato posto al pallore per la mancanza di sole. Accortosi di trovarsi nelle ultime file, si affrettò a recuperare le posizioni perdute: arrivare tra i primi significava avere i posti di riposo migliori. La caverna verso il fondo si stringeva a imbuto, costringendo le persone ad accalcarsi e aspettare il proprio turno per passare tra due colonnati di stalagmiti; a quel punto era già deciso chi si sarebbe sistemato meglio. Sulla destra scorse una piccola apertura tra la selva di stalagmiti. La possibilità di avere una scorciatoia per superare chi gli stava davanti lo allettò; nel peggiore dei casi sarebbe dovuto tornare indietro e accontentarsi dei posti rimasti. Addentrandosi nell’intricato sistema di formazioni rocciose si allontanò gradualmente dalla fioca luce, trovandosi sempre più immerso nell’oscurità. Attraverso gli spiragli che si aprivano tra le sagome scure, capiva qual era la sua posizione; procedendo si fecero più radi e così dovette affidarsi al tatto per procedere. Passarono i minuti e non incontrò nessuna uscita nel fitto dedalo. Il timore di perdersi cominciò a mutarsi in paura. Fantasie di quello che poteva accadergli nel vagare nell’oscurità galopparono nella mente: caduto dentro un crepaccio, catturato da predatori sconosciuti, disperso in gallerie senza fine. Una strana eccitazione lo spinse a continuare quasi con bramosia. Una parte di lui gli ricordò che non si sarebbe comportato così in condizioni normali; la normalità però era finita da tempo. Con la scarica d’adrenalina che gli scorreva in corpo si sentì di nuovo vivo, proseguendo in quel salto nel vuoto. Aveva aggirato una grossa formazione calcarea, quando si trovò a guardare la luce che filtrava da una fessura di una stalattite che si univa al terreno; scorse delle teste che si muovevano. Sorrise: avrebbe riposato in un luogo più confortevole del precedente. Espirò per allentare la tensione accumulata. Qualcosa lo afferrò da dietro, trascinandolo lontano dalla luce. Ebbe solo il tempo di pensare che le sue fantasie si erano avverate.
  2. YcaroCanFly

    C'è qualòcosa nel buio

    Il freddo iniziava a farsi insostenibile, gli squarci sulla TermoTuta lasciavano esposte le ferite causate dall'esplosione avvenuta nella sala macchine. Avanzavo molto lentamente nei bui corridoi che conducevano all'infermeria sperando che almeno lì fosse rimasto qualcuno vivo. Erano circa 12 ore che mi ero separato dalla mia squadra, non riuscivo a contattarli in nessun modo a causa delle interferenze continue che impedivano qualsiasi comunicazione attraverso InterCom. La gamba sinistra mi doleva a ogni passo, la deflagrazione mi aveva sbalzato via per almeno 3 metri per poi farmi sbattere violentamente contro la parete d'acciaio. Il ginoccio e la caviglia si erano gonfiati subito dopo e mi rendevano lento e goffo l'incedere nei corridoi. Controllai le munizioni simastemi dopo lo scontro a fuoco con quei fanatici dei Figli del Vuoto: un caricatore da 15 colpi e 7 rimasti rimasti nel revolver ionico. La flebile luce verde delle tacche di mira erano l'unica cosa illuminata insieme al mio holo-orologio e a qualche pannelo led ancora funzionante nonostante gli ingenti danni all'impianto elettrico. Se i miei calcoli erano giusti e la memoria della planimetria del settore C della stazione spaziale non mi aveva tradito ero a poco più di 3 corridoi dall'infermeria. Il runore dei miei passi erano l'unica cosa che si udiva, il ritmico e incalzante battere degli stivali sull'metallo accompagnava i miei affannosi respiri e l'incessante battere del cuore reso ancor più veloce dall'adrenalina ancora in circolo. Accesi la torcia del casco e un cono di luce bianca illumino il corridoio mostrano i segni evidenti di uno scontro a fuoco avvenuto chissà quando nelle ultime 24 ore. C'erano fori su tutta la parete laterale e sul pavimento, una scrivania ribaltata probabilmente usata come copertura aveva un angolo completamente fuso: munizioni al plasma, di grosso calibro. Avanzando ancora trovai due cadaveri vestiti con una TermoTura rossa sul cui petto campeggiava lo stemma dei Figli del Vuoto; uno dei due bastardi aveva il cranio aperto con tutto il contenuto riversato sul pavimento, probabilmetne il regalo di un F-22 a carica ionica, mentre l'altro aveva due grossi fori su fianco destro dove l'armatura tattica lasciava scoperte le costole. Il sangue e i caricatori vuoti invadevano il pavimento, l'intera nave versava in condizioni simili. Decisi di provare a contattare di nuovo la mia squadra attraverso l'InterCom, mi sedetti e provai su ogni frequenza possibile: < Qui Ripley, mi ricevete? Squadra 17-21, mi ricevete? Ryan, Asimov mi sentite?> Silenzio. Solo e soltanto silenzio. L'InterCom rimase muto mentre mi massaggiavo lentamente il ginocchio il cui dolore iniziava a essere insostenibile, ero solo.. completamente. I miei pensieri andarono subito a mia moglie e a mia figlia scomparse da circa 36 ore dopo l'attacco avvenuto nella sala conferenze, ai miei compagni di squadra e a mio fratello sperando che avessero incontrato un destino migliore della morte in questo inferno di acciaio e vetro. Stavo provando qualcosa che non provavo da anni, paura. Pura e semplice paura. Ad un tratto udii dei rumori provenire da infondo al corridoio, dietro un mucchio di macerie. Mi alzai dolorante e estrassi il revolver che emise un rumore acuto alla rimozione della sicura, le cariche ioniche erano pronte bruciare. Lentamente avanzai e puntai il l'arma nella direzione da cui avevo sentito provenire il suono, man mano che mi avvicinavo il brusio misterioso assomigliava sempre più ad un respiro affannoso e contorto. < Chiunque tu sia resta immobile, identificati.> urlai, ma nessuna risposta arrivò. Avanzai fino al cumulo di metallo che mi bloccava la vista e con una spallata lo buttai giù e fu allora che il cono di luce della mia torcia lo investì e lo vidi. Non credevo che le voci che giravano per la nave nelle ore successive all'attacco fossero vere.. almeno finchè non le vidi amterializzarsi davanti a me. L'essere era chinato su un cadavere a mangiare furiosamente le sue interiora come un avvoltoio su una carcassa nel deserto. Il corpo era informe, nulla lasciava pensare che quella creatura fino a poco più di un giorno prima era un essere umano. La muscolatura nodosa e sproporzionata della schiena era inarcata in maniera innaturale, le spalle erano esageratamente grandi e gli avambracci erano solcati da un grosso osso sporgente che probabilmetne veniva usato come artiglio da quella bestia. Le gambe ri chiamavano lontanamente quelle di un uomo ma la pelle era diventata molto simile a quella di un rettile, squamosa e ruvida. Appena la creatura si vide illuminata dalla mia torcia girò lentamente il capo verso di me mostrandomi i grossi occhi neri vuoti e freddi come il corridoio in cui ci trovavamo e appena mi individuò come una preda, mostro i denti scheggiati e intrisi di sangue e balzò nella mia direzione. Si diede una fortissima spinta con le gambe saltando sulla parete laterale per poi avventarsi su di me. Il mio cuore iniziò a galoppare, la mia mente si irrigidì difronte a quell'orrore e la mia precedente paura si tramutò in terrore. Sono stato in guerra, ho visto i miei compagni morire disintegrati dalle mine a impulsi davanti a me, sono stato per settimane rintanato in una caverna per scappare dai ricognitori sulle lune di Giove ma non ho mai provato una paura così forte, una paura così radicata e ancestrale come quella che in quel momento stava attanagliando ogni muscolo del mio corpo. Reagì d'istinto, la ragione non mi sarebbe servita in quella situazione. Mi spostai sulla sinistr per schivare quell'aberrazione ma nel farlo la mia caviglia cedette sotto il mio peso e caddi a terra. Il dolore bruciante che mi assalì la gamba mi porto ad urlare come mai avevo fatto in vita mia e di tutta risposta quella bestia dopo essersi rialzata dall'assalto a vuoto urlò a sua volta facendomi tremare l'anima. Non avevo scelta, nonpotevo muovermi da lì con la gamba in quello stato e tentare di schivare come avevo fatto poco fà era fuori discussione se volevo continuare a utilizzare la gamba. E allora rimasi fermo e alzai il revoler, l'adrenalina mi permise di oprendere bene la mira nonostante il panico che mi aveva assalito. Il mio bersaglio decise di caricarmi, era a poco più di 5 metri da me, presi bene la mira e spari 3 colpi di seguito aprendogli la testa a metà. Arrestò la sua carica poco prima di raggiungermi e l'inerzia fece un modo che la carcassa ormai senza vita si schiantasse contro la il pavimento a poco meno di mezzo metro da me, se mi avesse colpito con quella furia mi avrebbe fracassato come una pietra contro una finestra. Quando mi resi conto di essere ancora vivo la tensione si spezzò, e miei muscoli si rilassarono e voltandomi verso il cumulo di detriti dietro di me vomitai contraendo im muscoli addominali. L'odore acre del vominto misto alla carne del mostro bruciata dalle cartucce ioniche dle mio revolver resero l'aria irrespirabile. In quel momento l'InterCom suonò di nuovo dopo ore di silenzio tombale. Ripresomi dallo shock risposi in maniera goffa e frettolosa: < Ripley, ci sei? Qui Asimov, mi senti?> gracchio l'InterCom < SI ci sono, grazie a dio siete vivi!> riuscì a biascicare in un misto di sollievo ed euforia < Dove ti trovi? Sei ferito?> < Docrei trocvarmi nei pressi dell'infermeria e si, ho una gamba quasi fuori uso.> dissi massaggiandomi la caviglia gonfia <Sei da solo Ripley?> disse Asimov dall'altra parte del microfono < No.. c'è qualcosa nel buio.> risposi.
  3. Federico72

    [MI 96] Una notte, vicino alla Luna

    *Racconto cancellato su richiesta dell'utente*
  4. Emy

    [MI97] Il tè delle 5:05 PM

    Prompt di mezzanotte La sveglia suona alle 7, troppo presto per i miei gusti raffinati: se potessi abolirei gli orari. La vita sarebbe più bella se ognuno la vivesse con i propri ritmi, senza la continua corsa e lo sguardo fisso sulle lancette che girano troppo veloce. Una doccia al volo, mi infilo nell’accappatoio e penso al vestiario. Qualsiasi cosa scelga, le colleghe avranno sempre da ridire. Opto per un tailleur rosso fuoco e una camicia di setta bianca. Un trucco leggero, i capelli raccolti in un elegante chignon. Intorno al collo slanciato il mio foulard preferito con il disegno floreale. Il risultato finale è soddisfacente, mi comunica lo specchio e me ne compiaccio. Corro in cucina e faccio il caffè che accompagno con i biscotti al cioccolato. Con il weekend alle porte sono sempre di buon umore. Prima di raggiungere la macchina al parcheggio sotterraneo passo davanti alla casella postale. La felicità è alle stelle quando vedo, tra un mucchio di bollette salatissime, una cartolina con un bellissimo giardino di Barcellona, la città dei miei sogni che presto visiterò. La giro e con grossa sorpresa scopro un messaggio così strano che penso subito a qualche scherzo. Vieni al tè delle cinque e cinque PM. Né un minuto prima né un minuto dopo. Sii puntuale. Porta con te il sorriso, non sono graditi i pensieri tristi o la rabbia. Segui la strada indicata e non ti perdere mai. Nel caso contrario ci saranno i guai. Faccio scivolare la missiva nella borsa e mi dirigo verso l’ascensore. Salita in macchina, metto in moto e accendo la radio. Per quanto cerchi di non pensarci, quell’invito occupa la mente durante tutto il tragitto. Chiunque sia l’autore, si sta sicuramente burlando di me: sanno tutti che detesto il tè, non lo sopportavo nemmeno negli anni in cui studiavo a Londra. La mattina in ufficio scorre lentamente nonostante le solite scartoffie. Ci sono un sacco di pratiche ancora da sbrigare prima delle agognate ferie spagnoli. Sono una persona diligente, ma mi sento così stanca, oggi. Non ho voglia di fare nulla, vorrei solo andarmene, più lontano possibilmente. All’ora di pranzo, lo stomaco brontola, decido di farmi portare un toast dal bar di sotto. In attesa che arrivi il ragazzo, tiro fuori la cartolina e la osservo per qualche minuto. Quel labirinto mi ha sempre affascinato molto, tanto da chiedermi come sarebbe stato perdervici. Per quale motivo, ora, proprio alla vigilia della partenza, spunta fuori e per giunta accompagnato da quelle parole bizzarre? Rileggo il messaggio con calma, scandendo parola per parola. L’occhio cade sulle righe dedicate all’indirizzo del destinatario. Non è il mio ma di uno sconosciuto di un paesino lombardo che mi suona familiare e non so perché: Barbariga. Mi fa un effetto strano pronunciarlo. Non posso dire con sicurezza di non esserci mai stata, ma nemmeno il contrario. Sento però che c’è qualche legame tra noi. «Ecco perché sei così magra, Lara. Non ti arrabbiare, ma ho raddoppiato la portata. Ti ho preso anche un succo di frutta.» Alzo la testa e incrocio lo sguardo preoccupato di Guido, il barista. Annuisco mentre tiro fuori il portafoglio. «Offre la casa. Buon pranzo, Lara.» Un cenno e se ne va senza aspettare la risposta. Mormoro un grazie tra me e me, gli occhi cadono sul misterioso invito. Tra un morso e l’altro, sarà la curiosità che mi spinge a fare le scelte che altrimenti non oserei fare, scrivo una mail al capo per chiedere il permesso di uscire un po’ prima perché non mi sento bene. In fondo è anche vero, la cartolina mi ha sconvolto. Alle 15 sono in autostrada, il navigatore impostato sulla destinazione finale. Arrivare al paese non è stato difficile, non posso dire lo stesso per la via in cui ho l’appuntamento misterioso. Dopo aver litigato a lungo con la voce guida, che mi ha esasperato proprio, imboccando una stradina stretta sono giunta a pochi metri da una cascina a prima vista abbandonata. A saltarmi subito all’occhio sono vari cartelli con le frecce nere. Segui la strada indicata. Esco dalla macchina e mi avvio a passo lento. La strada tortuosa e fangosa è difficile da percorrere con il tacco 12, mi pento di non aver pensato alle scarpe da tennis. Di solito le porto sempre dietro, per ogni evenienza. Ormai non posso più tornare indietro, quindi proseguo titubante verso la casa che a prima occhiata sembra decrepita e in disuso. «C’è nessuno?» Ripeto più volte la domanda senza ottenere alcuna risposta. Arrivata al portone mi aspetta un altro cartello: Sorridi, niente paura. Il Giardino regala i piaceri e non la tortura. Porta con te il sorriso. Inghiotto la saliva, la mano sul cuore trepidante: giro la testa a destra e a sinistra ma del giardino nemmeno l’ombra. Il cielo plumbeo annuncia il crepuscolo in arrivo. Dove vado? «Lara, vieni tesoro. Il tè si raffredderà.» Sobbalzo. Chi ha parlato? È una voce tombale, da raggelare il sangue. «Lara, dove sei? Vieni, vieni!» La voce si fa sempre più insistente, sento tremarmi le gambe e non riesco a muovermi. «Coraggio, Lara. Vieni!» «Vieni dove?» grido, la disperazione sta assalendo ogni particella del corpo inerte. «Nel giardino, il tuo giardino Lara. T’aspetto. Vieni.» Sento puntarmi negli occhi una luce forte, spingo d’istinto le mani avanti per proteggermi. La casa è illuminata e a sua destra c’è un sentiero che non ho visto venendo dalla strada principale. Vedo chiaro ora un altro cartello con su scritto: Non tardare. Sii puntuale. «Arrivo!» Sono stata davvero io a rispondere? Dopo aver camminato per circa due minuti arrivo a un area verde estesa. La luce è flebile, mi sembra però, sempre che la vista non mi inganni, un labirinto. Una serpentina verde somigliante a grosso modo al famoso parco di Barcellona. «Entra cara. T’aspetto. Ma non tardare, altrimenti…» Un respiro profondo, con una gamba sono già dentro. Non ho tempo di chiedermi se faccio la cosa giusta, sento di continuo l’eco di quel “altrimenti”. Prosieguo senza nemmeno sapere in quale direzione andare. «Segui il profumo dei dolcetti al miele, Lara. Li adoravi, ti ricordi?» Di nuovo quella voce, seguita da una risata sonora che solletica il naso. No, non ricordo, mi verrebbe da urlare ma taccio. Chissà perché. Vado avanti, poi arrivo a un bivio. L’istinto dice di andare a destra e lo seguo a occhi chiusi. Sapessi dove andare, sarebbe meglio. Non ricordo i dolcetti, rammento però bene quel gioco al buio. Ci ricorrevamo tra le scatole pesanti, anche allora davo sempre retta a una voce interiore, peccato però che spesso mi faceva perdere. A destra, non è la strada giusta. È un vicolo cieco. E adesso? Mi giro, disorientata, come se giocassi a mosca cieca. Non ho altra scelta che tornare indietro e provare a girare nel senso opposto. «Lara, dove sei? Si raffredda il tè. Sai che ore sono? Non farmi perdere la pazienza, di nuovo.» Non lo voglio ascoltare, le mani tappano le orecchie. Il cuore sussulta. Concentrati, Lara, mi dico per calmarmi. Sono arrivata al punto di partenza di prima, allora provo a sinistra. Corro, accaldata, il fiato corto. Cerco di rallentare la presa del foulard, stringe troppo. «Lara, i biscotti diventeranno duri come pietre! Dove sei? Il tempo corre!» Affretto il passo. Un altro bivio. Maledizione. A destra, poi a sinistra, avanti, indietro. Non so più dove andare e dove, invece, sono sicuramente stata. Sento quella voce orribile chiamarmi ancora e ancora. «Dove sei?» Urlo accecata dalla rabbia, cado in ginocchio. Sono così confusa. Vorrei mollare ma non è nella mia natura. Mi alzo e cerco di concentrarmi. Indietro, a destra e poi sinistra: è la sequenza giusta, spero. Ma sono sempre lì, mi rendo conto arrivata all’ennesimo o meglio allo stesso bivio. Mi chino per raccogliere il foulard a terra. Chissà quando è caduto. L’orologio di una chiesa poco distante batte cinque colpi. Ancora cinque minuti al thea party. Manca solo il coniglio, ma sono sicura che ora spunterà da qualche parte.
  5. Riddle Seeker

    [MI96] Sogni sincronici

    Prompt di mezzogiorno/Creepypasta. Commento: Sogni sincronici Luca era seduto davanti allo specchio del bagno, intento a togliersi le caccole dal naso. Capì di essere rimasto troppo a lungo in quello stato quando vide il suo riflesso deformarsi, scivolando via come gelatina. Si stropicciò gli occhi, alzò le spalle e tornò a pensare al problema che lo tormentava, anche se non aveva nessuna speranza di risolverlo. Avrebbe potuto fare una ricerca su Google, ma sarebbe stato inutile. Google non poteva entrare nella sua testa. Attraversò con passo strascicante il corridoio e bussò alla porta della camera di Elena, l’ultima spiaggia. Sua sorella aprì la porta, spazientita. Aveva i capelli biondi all’aria e portava ancora il pigiama. Era domenica e fuori infuriava uno dei primi temporali primaverili. «Cosa vuoi?» Non aveva ancora pensato a come chiederlo. «Come risolveresti una specie di messaggio cifrato? Sei sempre stata tu la più brava con questi indovinelli.» Elena spalancò gli occhi e accennò un mezzo sorriso. «Tu vieni a chiedermi qualcosa che c’entra con la matematica? Ti senti bene?» «Lo sai sì o no?» «Beh, prima di tutto dipende da che tipo di cifrario usi. Fammi vedere il messaggio.» «Ehm… non lo ricordo.» La situazione si faceva sempre più imbarazzante. Elena aveva già messo da parte il pc e preparato carta e penna sopra alla scrivania. «Come sarebbe a dire “non lo ricordo”?» «Io l’ho soltanto sognato, insomma» balbettò Luca «il punto è che non lo so!» «Sai, in fondo ti capisco. Nemmeno io ricordo nulla quando sogno e ultimamente mi sveglio spesso con un fastidioso mal di testa. Ricordi almeno com’era fatto? Lettere o numeri?» «Erano parole senza senso.» «Allora potrebbe trattarsi di una permutazione del testo originale. La chiave di cifratura è la permutazione stessa, e si potrebbe determinare anche per tentativi, di sicuro esistono programmi in grado di farlo. Mi viene in mente il cifrario di Cesare, è un caso particolare in cui le lettere sono traslate di tre posizioni in avanti.» «Non ho capito nulla.» «Sì, non mi sorprende. Ti faccio un esempio: la A va in D, la B in E, la C in F e così via. Hai capito adesso?» «Credo di sì. E le ultime tre lettere dell’alfabeto?» «Ritornano in A, B e C, rispettivamente. Sei uno zuccone, come puoi essere mio fratello?» Luca si indispettì e fece un passo indietro. «Grazie tante. La prossima volta che lo sognerò allora sposterò le lettere di tre posti, come mi hai detto. Ciao.» Stava per uscire dalla stanza quando Elena scoppiò a ridere. «Spostale di quanto vuoi, se ci tieni. Non è detto che sia stato utilizzato il cifrario di Cesare.» «E allora come faccio?» «Sai, forse non è una coincidenza. Anche io ricordo vagamente di avere sognato dei numeri e delle parole confuse tra di loro, in una foresta. Era come se qualcosa mi avesse costretto a sognarli, per poi dimenticare quasi tutto al risveglio. E se avessimo fatto lo stesso sogno, ma spezzato in due? Io potrei aver visto la chiave e tu il messaggio!» «Ho sognato anche io una foresta.» «Ah-ah! Abbiamo fatto un sogno sincrono, è una cosa rarissima! Dobbiamo assolutamente mettere insieme i pezzi e sperare che il testo abbia un senso. È davvero eccitante!» «Detto da una che studia matematica» sbuffò Luca. Elena era così su di giri che fu impossibile fermarla. Fece roteare la matita fra le dita un paio di volte e camminò in tondo al centro della camera. «Ecco cosa faremo: ci metteremo a dormire insieme e cercheremo di concentrarci sui nostri sogni, non importa quanto vaghi o confusi siano. Ci stai, fratellino?» «Ma non ho sonno adesso.» «Oh, ma insomma! Sei stato tu a chiedermelo! E poi fino a che mamma e papà sono via, comando io. Fila a letto!» Luca scosse la testa, ma alla fine obbedì. «Buonanotte!» Si addormentò senza accorgersene, mentre ascoltava i rumori ovattati del vento e della pioggia fuori dalla finestra. «Dove siamo?» «In mezzo al bosco. È qui che ho visto il messaggio.» «Secondo te siamo nel mio sogno o nel tuo?» «Boh!» Luca prese per mano Elena e la condusse di fronte al tronco di un albero, sul quale era scritto: GSAWDCFHWQCBHSDCFHSFOWOBQVSZIW «È questo. Ti sei ricordata la chiave?» «No, pensavo che una volta giunta qui sarebbe stato tutto chiaro, invece sento solo un gran mal di testa.» «Proviamo con tre, allora.» «Mh… ne dubito. GS corrisponde a DP, AW a XT. Stiamo sbagliando.» «Allora proviamo tutti e 26 gli spostamenti. Non dovrebbe volerci tanto.» «Non funziona così. I possibili alfabeti permutati sono 26!, un numero spaventoso. Non ci basterebbe l’eternità per…» Elena si accasciò. «Sto male… sento un fischio nelle orecchie.» «Io non lo sento!» disse Luca, guardandosi intorno. Dovunque posasse lo sguardo c’erano solo tronchi altissimi, alberi senza chioma. Non capiva da dove arrivasse la luce che li illuminava, ma pensò che in un sogno fosse normale. «14. Prova con 14!» sussurrò Elena. Iniziò a spostare le lettere ma si sentì rallentato, incapace di eseguire il più semplice calcolo. «D spostata in avanti di 14… E, F, G, H, … ma perché proprio 14?» Sua sorella non rispose. Aveva perso i sensi, o forse nella realtà si era svegliata. Un bel modo di lasciarlo solo nel mezzo della foresta. Lasciò perdere il conto e cercò di imparare a memoria il testo. GSAWDCFH… era impossibile. Sgomento, strappò la corteccia dal tronco e fu scaraventato a terra. Prima che tutto svanisse, sentì sua sorella gridare “Non toccare niente!” e scorse due mani enormi, attaccate a delle braccia scheletriche. «Ce l’abbiamo fatta, ho preso il messaggio!» Luca si precipitò nella camera della sorella e le dette un paio di scossoni. «Svegliati!» Elena rimase immobile. La girò da un lato e vide che aveva perso parecchio sangue dal naso. Prese il telefono, le mani sudate che tremavano e selezionò il contatto papà. «Pronto?» «Papà, Elena non si sveglia e ha tanto sangue dal naso, ma giuro che non sono stato io, lo giuro!» «Cos’è successo Luca? Calmati, torniamo a casa subito.» «Stava dormendo per aiutarmi a decifrare il… messaggio!» «Tu stai bene? Pronto? Chiama il numero 1-1-8!» Ma Luca aveva lasciato cadere il telefono. Si fiondò al pc e cercò “cifrario”. Aprì un sito che permetteva di cifrare e decifrare un testo, quindi ricopiò pazientemente i caratteri scritti nel pezzo di corteccia. Inserì il valore 14 su spostamento e cliccò su “decifra”. SEMIPORTICONTEPORTERAIANCHELUI «Se mi porti con te porterai anche lui? Ma chi?» chiese, esasperato. Sentì un rumore alle sue spalle. «Elena?» Sua sorella si era raggomitolata sotto le coperte. «Allora sei sveglia!» Le appoggiò la mano sulla fronte. Stava piangendo. «Che cos’hai?» Elena si allungò, nel bozzolo di coperte. Il suo corpo divenne sottile come una pertica, il viso si ridusse a un pallido strato di pelle. Si alzò e dalla schiena fuoriuscirono dei tentacoli neri. Luca urlò. Era stato lui a portare con sé quella creatura. Non avrebbe mai dovuto strappare quel pezzo di corteccia. Sentì un fischio alle orecchie, sullo schermo del pc comparve la schermata blu della morte. Non sai quanti altri messaggi ha lasciato tua sorella su gli alberi. Ogni notte riusciva a scappare, ma ora grazie a te… è mia. Guardò la creatura, sconvolto. Aveva il volto rigato di lacrime e desiderò di non aver mai chiesto nulla, di non aver mai sognato quella maledetta foresta. Osservò una foto appesa alla parete, scattata il giorno dell’ultimo compleanno di Elena, mentre saliva su uno scivolo. Era il 14/03/17. Sembrava una foto normale ma per la prima volta notò qualcosa di strano. Sotto agli alberi, in ombra sullo sfondo c’era un uomo; una figura nera troppo alta per essere così lontana… Passò davanti allo Slenderman e aprì la portafinestra, incapace di controllare i movimenti del corpo. Uscì e salì sul bordo della terrazza. Suo padre aveva parcheggiato sul vialetto di ingresso e stava scendendo dall’auto. Un fulmine illuminò il viso di Luca, dietro di lui un’ombra alta fino al soffitto della stanza se ne stava immobile con uno sciame di serpi fra due scapole scheletriche. Saltò.
  6. Titolo: Camera N°15 Autore: Giustina Gnasso Casa Editrice: Libro/Mania Pagine: 116 Isbn: B01N488GJY Genere: Horror Formato: e-book Prezzo: € 1,99 Trama In un vecchio albergo di Milano un cliente si suicida. Dopo la sua morte si susseguono strani suicidi dei membri del personale. Marta e il collega Marco, preoccupati per quanto accade e timorosi di subire la sorte dei colleghi, cercheranno una spiegazione alla catena di morti. Non si tratta di un’investigazione nel senso classico del termine, ma piuttosto del tentativo di trovare una relazione fra gli avvenimenti sulla scorta delle pochissime informazioni a disposizione dei due ragazzi. Durante questo lasso di tempo i protagonisti avranno occasione di conoscersi meglio e una parte importante del libro è dedicata allo sviluppo dei rapporti fra i due e a periodici rewind: capitoli in cui sono descritti i punti salienti di una vecchia relazione di Marta, conclusa con la morte del ragazzo. La vicenda subirà una netta accelerazione, ed entrerà in pieno nella dimensione horror, quando Marta e Marco si troveranno coinvolti più da vicino nel mistero; non entro nel dettaglio per evitare di rivelare troppo, aggiungo solo che il romanzo ha un buon finale, adatto al genere. Contenuti Il libro riprende uno dei temi classici dell’horror, quello delle morti inspiegabili, ma si rifà alla tradizione giapponese per offrire una spiegazione al lettore, portando un tocco esotico nel centro di Milano. Non conoscendo il folclore giapponese per me è stata una lettura interessante e, per quanto ho potuto appurare, le informazioni fornite dall’autrice sono esatte. La narrazione è focalizzata sui personaggi (protagonisti e comprimari), con scarne informazioni relative al quadro generale degli avvenimenti (le indagini della polizia, le reazioni dei clienti dell’albergo ecc.); nella parte centrale del romanzo questa scelta, unita all’ampio spazio dedicato alle vicende personali dei protagonisti cui accennavo sopra, provoca una sensazione di distacco dalla realtà che ben si adatta al genere ma che non sempre l’autrice riesce a supportare con un’adeguata tensione in preparazione degli avvenimenti finali. Ambientazione e personaggi Nel breve spazio del romanzo trova posto una bella galleria di personaggi tratteggiati in maniera molto vivida e concreta; le descrizioni sono affidate spesso a qualche abitudine particolare che aiuta a fissare i personaggi nella memoria. Angela e il cuoco Hirokichi sono i più strambi, Otto il più pacioso, Alberto e Flavio i più tristi, Marisa e Anna le più ordinarie: l’autrice è molto abile nel dare spessore a ogni personaggio con poche frasi. Nel caso dei protagonisti l’approfondimento è maggiore e le informazioni non mancano, anche se a volte non sono ben calibrate. Quasi tutti i personaggi sono tristi, delusi o solo stanchi della loro vita e una Milano dal cielo cupo e perennemente piovoso sembra rispecchiare il loro umore. Nonostante precisi riferimenti a luoghi della città, l’ambientazione rimane sullo sfondo contribuendo ad accentuare la sensazione di indeterminatezza cui accennavo sopra e che ho trovato adatta al genere trattato. Stile e forma La scrittura è lineare e corretta, i refusi minimali. Lo stile è semplice e adatto all’impostazione della storia; alcuni termini molto colloquiali, invece, non sempre sono del tutto adatti al contesto. Buoni i dialoghi, naturali e credibili, nonostante qualche saltuaria difficoltà nell’attribuire la paternità delle battute. Nel complesso la lettura è stata gradevole e senza inciampi. Giudizio finale La tensione che dovrebbe caratterizzare un horror è, per buona parte del libro, più curiosità di sapere cosa accadrà che brivido a fior di pelle; che sia per un motivo o per un altro, non si fatica ad arrivare alla fine: la relativa brevità del testo aiuta, ma sono scrittura, personaggi e storia che invogliano a proseguire. Il crescendo arriva quasi improvviso nella parte finale con il suo corollario di brividi, sangue e soprannaturale utili a soddisfare i simpatizzanti del genere.
  7. simone volponi

    19.9.17 Fuga da Montecassino

    Titolo: 19.9.17 Fuga da Montecassino Autore: Vari Collana: Razione ILZ Casa editrice: Youcanprint ISBN: 8893328127 Data di pubblicazione (o di uscita): 13 febbraio 2017 Prezzo: cartaceo 12,75 - digitale 1,99 Genere: horror Pagine: 204 Quarta di copertina o estratto del libro: In una Cassino ormai devastata, un gruppo di investigatori proverà a ricostruire i fatti che hanno portato al crollo dell'avamposto 12. Sette autori, sette lettere spedite dall'inferno, ognuna contenente una testimonianza, una traccia, o forse una speranza. Storie di uomini, di disperazione, di sopravvivenza, s'intrecciano in un brutale viaggio dando vita ad una trama piena di suspense. Una nuova apocalisse zombie targata collettivo Razione ILZ. Link all'acquisto: IBS Amazon Salve a tutti. Questo romanzo nasce da un concorso indetto dal collettivo I Love Zombie, nel quale il vostro intrepido autore Simone Volponi si è aggiudicato il primo posto. Si trattava di scrivere racconti sottoforma di diario, a tema zombie, seguendo delle linee guida precise. Il collettivo ILZ ha poi provveduto a unire i sei diari prescelti come migliori scrivendo una trama che collegasse i vari capitoli. Quindi non è la classica antologia figlia di un concorso, ma un vero e proprio romanzo, nel quale il mio personaggio compare nell'arco di tutta la storia. Sono molto orgoglioso di questo piccolo traguardo raggiunto grazie a quanto ho imparato dalla mia famigliola WD, e lo condivido con voi. Se amate gli zombie, i toni pulp, e conoscete quel che la mia mente malata produce, fatevi sotto! Non becco un cent, è tutta gloria
  8. UmbertoBieco

    Piccione di Morte

    Commento al Dagon volpone. I. S'era incrampato sulla pancia. Era certo fosse un tumore, l'ennesimo, uno dei tantesimi. Ormai era spacciato. Lo sentiva. Almeno finchè il dottore non gli avrebbe detto che non era nulla di grave, come al solito. Ciò nondimeno, si sentiva come la pezza da piedi di uno straccio. O la pezza da piedi di un millepiedi. Non se ne poteva più di esistere. Cos'era questa fissazione con il vivere, e andare avanti, e credere nel futuro, e camminare, parlare, respirare? La gente doveva rendersi conto ch'era vittima di una grave dipendenza, e che, se non avesse smesso, la vita prima o poi l'avrebbe uccisa. Ne era prova e riprova il fatto che nessuno riuscisse a staccarsene, o comunque a staccarsene facilmente. Potevan forse affermare con irritata sicumera “posso smettere quando voglio”, ma solo pochi coraggiosi adempivano con una convincente dimostrazione pratica. Dopotutto, quindi, era forse preferibile il tumore fosse vero. Un peso in meno per la società, o, quantomeno, per i suoi genitori. Giusto l'altro ieri aveva dato ulteriore sfoggio delle proprie imponenti abilità psicopatologiche nell'urtarli, e nell'ingiuriare ulteriormente la beffa dell'avere un Inutile Cretino come prole. Tornando in macchina dalla spesa settimanale, con lui a bordo, il padre aveva investito e schiacciato sotto le ruote un piccione ingoffito da qualcosa. Lui, rendendosi conto di quel che era in corso, s'era messo a gridare “no, no, no”, solo con delle “o” trascinate più a lungo e punti esclamativi sparsi generosamente in fondo, e, per quanto lui negasse con quei “no”, girandosi entrambi indietro ebbero la conferma del maciullamento avvenuto, di conseguenza il pupazzo a molla della sua follia balzò fuori dalla scatola, ed egli si precipitò fuori dalla macchina sbattendo portiere, portoni, porticine, portelle e portaombrelle, nonchè mulinando e scagliando borse della spesa come un fromboliere assai poco entusiasta, in un lancio del peso domestico e improvvisato. Era furente, era furibondo, era un furetto, era una furia degli elementi – quantomeno, ricordiamocelo, per i suoi mollicci e morti canoni - e ciò gli si era espresso nella conformazione morfologica della tipica faccia da pazzo che lo coglieva nei momenti di sconvolgimento e isteria, con le sopracciglia schiacciate sugli occhi, gli occhi schiacciati fuori orbite e un ghigno disgustato e malato, disguslato, che sembrava un richiamo per camicie di forza e un invito per nerboruti omini in camice. Ma il meglio doveva ancora venire. Suo padre gli si rivolse ammonente con un “Inutile Cretino, poi però li paghi tu i danni”, al chè egli cominciò in aggiunta a suppurare schiuma tra i denti stretti, urlandogli di non dirgli niente, e di non rivolgergli la parola, il genitore quindi cambiò tono razionalizzando che “se si muoveva male probabilmente è perchè stava male, quindi meglio se è andata così...”, ma mentalmente l'Inane Imbecille non sentiva altro che lo scricchiolare delle ossicine della bestiolina, vedeva l'ombra della ruota che calava sull'inerme volatile, percepiva l'animale che percepiva gli occhi che venivano schizzati fuori dal suo corpo, strappati, e il corpo che si smembrava e dilaniava ancora sensibile, e quindi si mise ad urlargli come un forsennato di andare via, andare via, stargli lontano. Ma egli insisteva a parlargli, e più insisteva, più l'Inenarrabile Imbecille urlava e girava la manopola del volume, finchè finalmente la madre intervenne e interruppe quell'empasse spiraliforme e invitò il marito, o supposto tale, ad andarsene, che faceva peggio, che tanto in quelle condizioni il Decerebrato Sguaiato non era in grado di ragionare come invece in circostanze normali, quand'era meramente Decerebrato. II. Finalmente il padre se ne andò a recuperare la propria bici dal meccanico, lasciandolo a rallentare i motori della propria rabbia, e a dissiparne i fumi, rivelando al loro posto il disagio per la violenza emotiva della sua reazione e per come si era indirizzata sul genitore. La madre invece rimase stanca e afflitta, depressa da una simile manifestazione manicomiale in un prodotto da lei sfornato, e dalla dolorosità della scena. Il padre non si vide più per un po', si diede ad una vita parallela in cui non appariva alle ore dei pasti, ma sbucava felpatamente fuori come un topo ad orari in cui gli altri s'eran già ritirati, e magari le luci eran state spente – forse per evitare di incontrare l'odioso figlio, o perchè offeso dalla mancanza di rispetto, ferito nella sua integrità identitaria, o quant'altro. Congratulazioni Inverosimile Idiota, l'hai fatto di nuovo – si autocongratulò. La sera dopo parlò con madre, sempre imbronciata e avvilita dall'accadimento, mentre lui ne era scosso, quanto preservante dell'aggressività perchè rifiutava di sentirsi colpevole per la propria reazione al Pasticcio del Piccione Pasticcione. La spinse a parlare, ma il parlare si stava risolvendo in un'altra Reazione da Campione, giacchè le risposte di lei si imperniavano attorno al concetto di “dovevi proprio fare così? Non potevi fare in altro modo?” montandogli corride di tori furibondi, tanto che ad un certo punto si infilò la cannottiera estiva in bocca stringendo i denti per sfogarsi e contenersi a risposte peggiori, sentendosi come Saak'ashvili che si masticava la cravatta durante il conflitto russo-georgiano. Egli, ribollendo, sosteneva che quell’angolazione di approccio all’argomento non poteva che fargli catapultare i nervi nell’iperspazio nuovamente, perchè in questo modo si negava quella risposta emozionale in luogo che accettarla o tentare di capirla, mentre lei stizzita rispondeva che questo era quel che aveva da dire e lui pretendeva di imporle cosa pensare. In qualche modo ne uscirono incolumi. Storica fu la gestualità teatrale quando egli mimò drammaticamente lo spostare un enorme peso di lato in riferimento a quella verbalizzazione in formato giudicatorio che a suo dire ostruiva la possibilità di comunicare realmente. Lui non ce l’aveva realmente, o talmente, con il padre, l’esplosione era stata innescata dall’accadimento in sè, più che da un’eventuale responsabilità del guidatore, e le schegge eran andate a colpire il padre perchè era nei suoi dintorni, più che perchè egli le avesse mirate specificamente verso di lui. Poi, controvoglia, scese anche a dirglielo di persona, affacciandosi nell’Antro dell’Orso, dove iniziò a spiegargli la cosa, ma fu interrotto quasi subito da lui che, con volto pesante e provato, gli comunicò che aveva ipotizzato, insieme al vicino, che qualcuno stesse avvelenando i piccioni, implicando tacitamente che ciò spiegasse perchè quello in questione era stato così claudicante e poco pronto a mettersi al sicuro. A meno che non pensasse che sotto la ruota fosse un posto sicuro. L’Incommensurabile Cretino era di nuovo sul punto di irritarsi per l’interruzione, sibilò secco e in fretta “vabbeh, ma questo non c’entra niente”. Intendendo che lui era lì per spiegarsi, perchè si spiegassero loro due, non per sentire ricostruzioni della dinamica dell’incidente. Il padre rispose a sua volta, con un accenno di perdita di pazienza, che non voleva parlarne o dire altro al riguardo, e lui quindi si prese l’ultima parola sentenziando che quando qualcuno non voleva parlare, LUI – al contrario di altri – accettava e smetteva – riuscendo quindi a concludere quella visita, effettuata issando una conciliante bandiera bianca, con una chiosa vagamente polemica o che comunque sottolineava una mancanza dell’interlocutore. Questo sì che significava assicurarsi una riappacificazione, Soprannaturale Ebete. Forse credeva di essere più sensibile e accorto di altri in certe cose, ma quel che tendeva a fare, alla fine, era tentare di vincere l’interlocutore e affermare sè stesso, se non buttare giù gli altri. Quella notte sognò piccioni che lo schiacciavano guidando auto. Si svegliò di soprassalto. “Quel piccione sta distruggendo la mia famiglia” mormorò fra sè e sè, mentre musica tetra gli risuonava minacciosa in testa.
  9. Pulsar

    [NNI2* Onice Nero (versione lunga)

    Parigi è bellissima stasera. Ammicca dai suoi palazzi eleganti, dalle piazze che conservano intatto il profumo della Storia, dai pittoreschi bistrot affollati di gente. Amo ogni cosa di questa città, ognuna delle sue innumerevoli anime: non potrebbe essere altrimenti perché Jean, il mio amore, è parigino. Ed è proprio da lui che sto andando ora. Nelle vetrine di rue Saint Honorè, i miei riccioli rossi sono una scia di fuoco. Scendono dal basco azzurro che indosso, piccola concessione al glamour locale, accarezzando il cappotto al ritmo dei miei passi svelti. “Mi ricordi una ragazza irlandese conosciuta a Dublino, ma tu sei più bella. E quelle fossette? Deliziosa!” erano state le sue parole al nostro primo incontro. Poi si era esibito in un baciamano, davanti a tutti i nostri amici. All’epoca devo essere avvampata, il volto dello stesso colore dei capelli: vivevo a Parigi già da un anno ma, dentro, ero ancora l’adolescente un po’ ingenua venuta dalla provincia americana. Svolto su rue Royale, la facciata neoclassica della chiesa de la Madeleine mi appare all'improvviso, bianca di marmi e con le sue possenti colonne; davanti a me le insegne verdi e gialle della pasticceria Ladurée. C’è tempo per ravvivare il rossetto, poi varco l’ingresso. All'interno, luci calde e un profumino delizioso. «Kelly, ma chérie, bonsoir!» La voce di Jean è carezzevole. Si alza e mi viene incontro con un sorriso compiaciuto stampato sulle labbra. Scosta la sedia di fronte alla sua e attende che mi sieda. «Mon adorable chevalier!» dico dopo un bacio a fior di labbra. «Ho ordinato macarons alla vaniglia, i tuoi preferiti» È vero, li adoro. In men che non si dica un dolcetto è finito nella mia bocca a dispensare aroma di mandorle e burro. «Ma scusa, che fine ha fatto il tuo stage?» chiedo mentre mi lecco le punta delle dita «Non dovevi partire oggi?» «Ho ritardato la partenza di un paio d'ore per stare con te». Sono lusingata e non riesco a nasconderlo. Lui corruga la fronte e, sgranando gli occhi, allarga le braccia. «Tutto qui? A Rouen saranno disperati per la mia assenza!» La sua faccia buffa mi strappa una risata. «Mon Dieu, quanto sei bella! Se ti potessi vedere…» mi prende una mano e se la porta alle labbra «Adesso che sei mia non ti farò più scappare». Fruga per qualche istante le tasche della giacca. «Ho qualcosa per te!» annuncia. Dal pacchetto regalo apparso sul tavolo, tiro fuori un anello: è d’oro bianco con incastonata una gemma nera. Jean arriccia le labbra sottili e si gode lo spettacolo della mia faccia meravigliata. «È onice, la pietra della fedeltà» dice. L’emozione mi gioca brutti scherzi, di solito, ma, stavolta, la battuta è pronta «E tu mi sarai fedele, a Rouen?» «Io non ti lascerò mai». Sorride, ma il suo tono è insolitamente serio. Quando lasciamo la pasticceria, fuori è ormai buio e la Ville Lumiere rispecchia in pieno il suo nome: i palazzi, le insegne, i lampioni sono macchie di luce che guidano lo sguardo fino alla sfavillante Place de la Concorde. Una persiana cigola. «Ti accompagno» propone. «Ma no, la stazione è dall'altra parte di Parigi. Prendo un autobus». Mentre le nostre labbra si incontrano per un ultimo bacio, da qualche parte, lontana dalla nostra felicità, una donna grida. E quell'espressione? Il volto di Jean ha i lineamenti contratti e gli occhi spalancati. Ci rifletto mentre cado in terra, spinta via da lui, allontanata con un gesto brusco. Rumore di qualcosa che va in pezzi. Un attimo dopo, cocci di terracotta e piccole zolle di terra sono sparse ovunque sul marciapiede. Anche Jean è sul marciapiede. Esanime. Mi avvicino a lui a piccoli passi. Un gelo invincibile mi risale lungo la schiena stringendomi in una morsa. Parigi non è più la città dei sogni, è diventata oscura, estranea, un luogo inospitale. «Jean!» lo imploro tra le lacrime, ma lui non mi risponde. «Jean!» Apro gli occhi e mi ritrovo seduta sul letto, ridotto ad un campo di battaglia, a fissare la parete disadorna davanti a me. Nel petto, il cuore martella impazzito. Un’altra volta quel sogno. Non pensavo che l’episodio di quattro anni prima mi avesse segnata in modo così profondo. I primi tempi, dopo la tragica fine di Jean, lo facevo spesso, poi, col tempo, era diventato sempre meno ricorrente fino a sparire. Da quando Tom è venuto a vivere da me, però, è già la terza volta che si ripresenta. Tom. Mi volto a guardarlo: ha nascosto la testa sotto il cuscino. Sporgo le gambe oltre la sponda del letto e, facendo meno rumore possibile, mi alzo. Dieci minuti più tardi, mentre sorseggio del succo d’arancia, mi raggiunge in cucina. Non prova nemmeno ad issarsi sullo sgabello accanto al mio, di fronte all’isola; si dirige immediatamente verso una delle sedie intorno al tavolo. «Buongiorno» dico. Lui mugugna. «Come stai oggi?» Scendo dal mio trespolo con una tazza di caffè, in una mano, ed un coppetta di macedonia di frutta nell'altra. Dopo avere depositato il tutto davanti a lui, gli cingo il collo con le braccia. «Al solito» risponde con un tono sofferente, stropicciandosi la fronte. Da qualche tempo si sente spossato, privo di forze; la cosa non mi dà pace. Gli esami clinici ai quali si è sottoposto non hanno trovato niente che non vada: non vorrei che sia stata la decisione di convivere a metterlo sotto pressione. «Ne vuoi?» gli porgo il cestino con i croissant e mi siedo sul tavolo, di fronte a lui, per osservarlo meglio. «È carina questa sottoveste!» Le sue parole mi giungono inattese come segnali da un pianeta remoto. Allunga una mano verso le mie gambe, che penzolano proprio davanti ai suoi occhi, e mi accarezza un ginocchio. Dopo un attimo di esitazione, risale lungo la coscia sollevando un lembo della camicia da notte. Mi avvicino a lui e lo bacio, sulla guancia e sul collo: la sua intraprendenza va incoraggiata, specie di questi tempi. «Ma che c’è, crema? E che cazzo: lo sai che non mi piacciono alla crema!» Mi accorgo della brioche che aveva in mano, un attimo primo di vederla volare nel cestino. Tom si alza di scatto e si dirige verso la porta. «Vado al bar a fare colazione!» Mi guarda rancoroso, deve essere chiaro che è colpa mia se è costretto ad uscire di casa. Non ho neppure il tempo di replicare: la porta si chiude con un rumore secco. Rimango con le mie buone intenzioni frustrate e l’amarezza nel cuore. Lui non sta bene e ne risente l’umore. Anche mio padre, che è il superiore di Tom all’ambasciata, dice che sul lavoro è diventato scostante e irritabile e che rende la vita difficile ai suoi collaboratori. Molti ormai si lamentano apertamente. Li capisco. Mi mordo le labbra mentre gli occhi si appannano. Anche per me, che pure credevo di amarlo, sta diventando difficile stare con lui. Vorrei gridare la mia frustrazione, ma tengo tutto dentro e mi trascino fino alla doccia in cerca di conforto. Quando chiudo il rubinetto – l’acqua scivola ancora sul mio corpo caldo – sento un rumore provenire dal salotto. Mi avvolgo in un telo di spugna e vado a vedere. Una scatola di latta scoperchiata giace per terra attorniata da buste e fogli ripiegati. Uno di quelli è caduto sul tavolo, perfettamente aperto. Lo raccolgo. «Kelly, mon trésor, ancora due giorni e questa interminabile vacanza sarà finita. Non faccio che pensare a te: non poterti toccare, stringere tra le braccia è un supplizio insopportabile…» Sono le lettere d’amore di Jean. Questa, giro il foglio per leggere la data, risale a quasi cinque anni fa. Mi chiedo perché ancora le conservi: affettivamente non significano più nulla per me. È una fortuna che Tom non le abbia mai trovate. Lui non è geloso, ma di questi tempi non so come potrebbe reagire. ----- Oggi Tom non va al lavoro. Ha chiamato in ufficio dicendo che sta male. Ha occhiaie paurose e un pallore cadaverico in volto. Ma non ha dolore, da nessuna parte. Gli ho detto di non alzarsi, che avrei pensato a tutto io. Prima di uscire passo a salutarlo: è immobile nel letto, sembra che ogni movimento gli costi una fatica immane, ma i suoi occhi saettano inquieti da un lato all’altro della stanza. Gli accarezzo il capo. «Il mio amore» dice contento. «Io vado. Tieni il telefono vicino, ok?» «Rimani con me» chiede in tono supplichevole. Sorrido imbarazzata. È un periodo delicato per l’azienda dove lavoro, impegnata in un’importante acquisizione, e tutti siamo sotto pressione. «Sai che non posso.Ti chiamo, però». Si volta rabbioso. «Vai pure! Vattene! Avrei voluto vedere se fosse stato Jean a chiedertelo» pronuncia quel nome calcando in maniera caricaturale l’inflessione francese «Credi che non mi sia accorto che la notte ancora lo chiami? Vivo con te, dormo nel tuo stesso letto ma tu non smetti di pensare a lui…» È incredibile ma c’è spazio per la sua indignazione. «Come dovrei sentirmi, eh? Dimmelo!» insiste con veemenza. «Smettila! Smettila di dire sciocchezze!» Le mie urla si sovrappongono alle sue, le mani mi tremano. «Jean è morto!» dico dopo un attimo di silenzio. «Scusami se non sono dispiaciuto!» ribatte provocatorio. «Ma come si fa ad essere gelosi di qualcuno che non c’è più?» lo chiedo senza alzare la voce: se non riesce a capire da solo quanto si sta rendendo ridicolo, non ci sono parole che possano spiegarglielo. Indugia un attimo. «Cosa fai con lui in quei sogni da cui ti svegli sudata ed ansimante?» mi chiede a bruciapelo. I suoi occhi da folle che mi indagano, dopo l’ultima, gigantesca, oscenità sono troppo per me. Afferro la borsa e mi allontano. Dal corridoio lo sento ancora gridare. «La voce aveva ragione, allora. Perché non mi rispondi? Lo ami ancora? Dimmelo! Lo ami ancora?» Sbatto la porta di casa e mi lancio giù per le scale squassata dai singhiozzi. ---- Un tintinnare di bicchieri mi distoglie dalla relazione aperta sul notebook. Tom è nello studio, appoggiato ad uno stipite. Guarda me, poi la bottiglia di champagne che ha in mano, infine torna su di me. «Sono sciovinisti, hanno la cattiva abitudine di portare la baguette sotto l’ascella» fa un'espressione disgustata «ma qualcosa di buono i francesi la sanno fare!» solleva la bottiglia di Cristal e stavolta sorride. Veste in giacca blu e cravatta regimental dello stesso colore. E jeans. La sua idea di eleganza vira decisamente sul casual. «Devo desumere che il convegno sia andato bene» dico con sufficienza. In realtà, so già che la sua organizzazione è stata un successo: continuavo a tempestare quel santo di mio padre di telefonate. Quanto all’invito di Tom di andare con lui al rinfresco dell’ambasciata, ho glissato con eleganza: abbiamo fatto pace ma, dopo le ultime settimane, deve fare qualcosa di meglio per riguadagnare la mia benevolenza. «Si, benino» risponde fingendo modestia. Con un botto secco, il tappo salta via e una scia spumosa scende lungo il collo della bottiglia. Tom mi allunga un calice colmo di bollicine, poi intinge un dito nel suo e mi bagna dietro le orecchie. «Porta bene» dice. Con la mano libera mi cinge la vita e mi bacia. Amo quando è così, solare, ottimista. «Escargot da Le Cinq?» propone. «Non una cattiva idea ma», lo guardo maliziosa, «io avrei pensato a qualcos'altro». Butta giù il suo champagne e mi sorride complice. «Speravo rispondessi così». A letto, ci baciamo a lungo, voraci, poi Tom sale su di me, si insinua tra le mie gambe. Gli accarezzo le spalle e i glutei, i suoi muscoli guizzano sottopelle. Lui inarca la schiena eccitato. Un attimo dopo lo sento dentro. La sua veemenza mi strappa un gemito. Si muove dapprima lento, poi sempre più veloce. Mi aggrappo a lui, lo cingo con le gambe e le braccia. La sua passione è inarrestabile. Voglio che non smetta mai, voglio essere sua. Un rumore, come di una deflagrazione, ci interrompe terrorizzandoci a morte. Le tende, animate dal vento, garriscono impazzite. Tutta Parigi sembra entrata di prepotenza nella nostra stanza, portando con sé il clamore della vita notturna. «La porta – finestra!» Tom, che è rotolato lontano da me, ride dissimulando la tensione. Respiro a fondo poi, ancora agitata, mi alzo per chiudere l’infisso. «Sarei andato io» gli sento dire «Meglio così, mi sarei perso questo bel panorama!» aggiunge malizioso. La mia faccia sorridente si riflette nella vetrata. È un attimo: alle mie spalle appare un volto corrucciato. Sussultando mi allontano da quello specchio improvvisato. «Che ti prende?» Tom mi accarezza la schiena nuda. Il volto riflesso dalla finestra adesso è il suo. «No, niente» muovo una mano davanti agli occhi «Ho visto un movimento...» «Scusami, non volevo spaventarti» mi bacia sul collo. Annuisco. Mai, per nessuna ragione, gli direi che il volto che credo di avere visto è quello di Jean. «Torna a letto, non prendere freddo» dice amorevole. Quando torniamo al caldo mi allunga uno scatolino. Lo prendo con mano ancora un po’ tremante. «So che questo momento lo si immagina un po’ diverso, più romantico…» attacca un po’ imbarazzato «ma… vuoi sposarmi?» Guardo l’anello di brillanti, poi mi butto tra le sue braccia ripetendo il mio sì più e più volte. Mi prende la mano. «Questo lo togliamo» dice. L’anello di onice nero sembra fare resistenza, l’epidermide che abbraccia si tende e tira. «Ahi!» dico. Dove prima c’era l’anello la pelle è screpolata. Tom bacia la piccola ferita, poi, con attenzione, infila il brillante all'anulare. ----- È stata una notte agitata. Immagini di lapidi, croci, di uomini in vestito scuro, deposti nel velluto rosso della bara, si sono susseguite senza sosta: fotogrammi di un film montato da un pazzo. Ho freddo, ma forse è il malumore lasciatomi dall'inquietante produzione onirica. Allungo il braccio accanto a me. Tom si è già alzato. Mi alzo anch'io. La vista è sfocata e mi gira la testa. Sembrerebbero gli effetti di una sbronza, ma la bottiglia di champagne, nel cestello ai piedi del letto, è piena per metà. Dal fondo del corridoio sento delle voci concitate, mi ricordano l’animazione che si respira al Merché des Enfant Rouge. Quando arrivo in cucina la porta – finestra è aperta. In veranda, un uomo è in piedi sulla ringhiera in muratura. Quell'uomo è Tom. «Tom» chiamo; le mani cominciano a tremarmi. Tom si volta, il suo viso è una maschera. Non sembra neppure lui. «Bonjour ma petite traitresse!» «Tom…» «Je suis Jean». Il volto trasfigurato mi sorride. Una fitta mi trapassa il cervello, il mondo intorno a me sembra oscillare. Anche lo spazio sembra distorcersi: è come se qualcosa mi calamitasse verso un punto imprecisato della stanza. «Non dire nulla, lo so che è tutta colpa di Tom» dice quell'essere, con accento francese «ma non temere: sono qui per sistemare tutto. Dopo saremo di nuovo insieme, noi due soli. Per sempre». Mi guarda la mano dell’anello. «Vorresti fare una cosa per me? Sì?» «L’anello» balbetto. «Sì, chéri, metti quello che ti ho regalato io». Mentre mi avvicino al cassetto della cucina dove l’ho riposto, provo la sensazione che il percorso sia in discesa. È l’anello il catalizzatore di questa specie di campo di forze, capisco. Quando lo recupero, la pietra non è più di un nero uniforme: ha delle screziature bianche che si muovono sulla superficie, avvolgendosi in una spirale infinita. Dalla veranda, attraverso la porta – finestra, vedo Jean sorridermi. È un momento: la marionetta che controlla si gira e mette un piede sul corrimano di ferro. La fitta alla testa è diventata una morsa di dolore: il campo di forze è aumentato d’intensità; l’arcano sta combattendo contro la volontà di sopravvivenza di Tom. Devo fare qualcosa, prima che sia troppo tardi. Ma cosa? Un’idea folle mi guida. Corro al microonde e ci infilo dentro l’anello nero che trema e vibra come fosse vivo. Sembra che capisca di essere stato tradito. Sono secondi interminabili. Il metallo sfrigola e lampi di luce illuminano la cavità del forno. La pietra, ora rossa, si contrae come se soffrisse, poi si spegne. È tornata nera e lucida. Fuori, Tom si affloscia sul balcone con un tonfo. «Kelly» dice sofferente. L’accento francese è sparito. Lo raggiungo. In fondo ai suoi occhi vedo di nuovo l’uomo che amo.
  10. Alessandro Logli

    "Non voltarti con rabbia" di Alessandro Logli

    Immagine di copertina: Titolo: Non voltarti con rabbia Autore: Alessandro Logli Casa editrice: AbelBooks ISBN: 9788867521562 Data di pubblicazione (o di uscita): 22 gennaio 2017 Prezzo: 3,99 € Genere: Noir Pagine: 65 Quarta di copertina o estratto del libro: "Sogno un'altra donna mentre la mia dorme nel letto accanto a me. Quanto mi vergogno." Link all'acquisto: http://amzn.to/2jozNtr Sinossi: "Non voltarti con rabbia" è una storia d'amore e di rimpianti. Edoardo è un ragazzo di 25 anni che viene invitato al matrimonio di una sua lontana cugina, sua coetanea. L’occasione lo porta a ragionare sull’amore e sulla pretesa che possa durare per sempre. In un misto di diffidenza e desiderio, decide di compiere anche lui il grande passo chiedendo la mano della sua ragazza, Beatrice. Ma l’impegno viene preso con superficialità: Edoardo è infatti ossessionato da un’altra donna, Caterina. Il suo primo amore, risalente ai tempi del liceo. Un amore intenso e, come la regola impone, non corrisposto. Edoardo sogna Caterina tutte le notti, pur non vedendola da molti anni. In una delle tante notti prive di sonno e colme di alcol, Edoardo si aggira da solo per le strade di una Roma notturna sulla quale sta per sorgere l’alba. L’unica compagnia è una voce ricorrente e incessante che gli parla nella testa e che gli ricorda di continuo tutta la rabbia devastante che solo un enorme rimpianto sa creare. Edoardo sente questa voce da quando ha compiuto diciott’anni. Da quando ha scoperto l’amore per Caterina. Pagina Facebook: https://www.facebook.com/pg/nonvoltarticonrabbia/
  11. arturobandini

    Sophia

    Sophia Io Guglielmo Ludovisi, mi accingo a vergare le mie ultime parole, chiuso in questa cella fredda e umida, certo ormai di avere pochi giorni da vivere se non addirittura poche ore. Nacqui figlio cadetto in una delle più importanti famiglie di Bologna e per me venne scelta la carriera ecclesiastica, anche se non nutrivo alcuna vocazione e mai il Signore me la concesse nel corso degli anni, più avvezzo a tirare di spada, a gozzovigliare con gli amici e ad insidiare la virtù delle donne, senza timore di perdere la mia anima immortale. Un profondo affetto e una grande fiducia reciproca mi legavano al mio primo cugino, Alessandro, cardinale arcivescovo della nostra gloriosa città e fu così che venni inviato come legato alla Corte di Sua Santità Paolo V, sul finire del 1612. Amai fin da subito Roma, lo splendore dei palazzi, il panorama che si apriva salendo i Colli, l'opulenza e il potere della Chiesa. E amai anche i bassifondi, le bettole e le servette, le prostitute, i duelli all'arma bianca. Evidentemente la sete di avventura non si era ancora spenta nel mio sangue nonostante l'Altissimo mi avesse già concesso trentacinque anni su questa Terra. Nella notte del 13 marzo del 1613 accadde però la catastrofe destinata a mutare l'Italia e il Mondo tutto: una serie di comete si abbatté al suolo, distruggendo le regioni centrali, spazzando via le città di Bologna, Firenze e Napoli, lasciando Roma gravemente ferita, se non agonizzante. La sede pontificia, il Palazzo del Quirinale e Castel Gandolfo rimasero in piedi senza aver subito le ingiurie di quelle palle infuocate provenienti dal cielo ma i terremoti che seguirono la terribile caduta fecero sì che la Città Eterna venisse abbandonata, ormai insicura. Tutte le ricchezze del papato, tutta la saggezza e il potere della Chiesa finirono per risultare inutili, superflue, se confrontate con l'ira di Dio. Trascorso più di un anno, mi piace pensare che tra le stelle che caddero sopra di noi vi fosse anche la Cometa che aveva annunciato la venuta di Nostro Signore Gesù Cristo e che la punizione sia stata comminata per punire i molti peccati mondani e la sporcizia connaturata al genere umano. Eppure in me il desiderio di vivere era ancora forte. Scappai assieme al seguito dello stesso Pontefice, ma essendo egli un uomo non più giovane e piuttosto cagionevole di salute lo perdemmo presto, in seguito a problemi polmonari causati da una terribile pioggia. Deceduto Sua Santità il seguito si disperse ed io cominciai a vagare assieme ad altri uomini giovani e forti, cercando di sopravvivere cacciando e vivendo di espedienti. Non fu semplice resistere agli attacchi dei briganti o alle insidie della natura, così mutata dopo la terribile catastrofe che ci aveva colto. La primavera e l'estate ci aiutarono grazie a un clima dolce e alla fine di agosto riuscimmo a riparare sulle montagne dell'Irpinia, nascosti in un rifugio sicuro. Ma un autunno straordinariamente freddo, la prima neve cadde già a metà settembre, ci colse, fiaccando la nostra speranza di sopravvivenza. Fu allora che sentimmo parlare da un viaggiatore morente che ospitammo e soccorremmo nella nostra caverna, di Sophia, l'ultima Città intatta rimasta sull'amato suolo italico, l'ultimo luogo di pace e sapienza, l'ultimo angolo in cui avremmo potuto sopravvivere senza diventare lupi per gli altri uomini. In quattro partimmo per cercarla, anche se non sapevamo esattamente dove fosse, il nostro ospite morto prima di poterlo rivelare, se non che si trovava da qualche parte tra le montagne della Lucania. Il rigore dell'inverno era però terribile e i miei compagni di sventura resero l'anima a Dio uno dopo l'altro già solo durante la prima parte del nuovo viaggio. Cercai ricetto nella Città di Potenza ma ben presto scoprii che era stata ulteriormente devastata da truppe mercenarie svizzere di fede calvinista, in cerca di bottino e donne. Non potei avvicinarmi, ma incontrai diversi dispersi, uno più terrorizzato dell'altro, al punto che dovetti combattere diverse volte per salvarmi la vita. Nessuno di quelli con cui riuscii a parlare conosceva la Città di Sophia, nessuno l'aveva nemmeno mai sentita nominare. Eppure non mi persi d'animo e continuai a percorrere tutti i sentieri ancora aperti nonostante la neve e il ghiaccio. I ricordi ora si fanno fumosi e indistinti, colto da una febbre che ha finito per intaccare la mia memoria e la mia capacità di giudizio. Vagavo e vagavo, nutrendomi con poco e niente, qualche bacca, un paio di lepri cacciate quasi per caso, qualche strano e contorto tubero celato sotto la neve. Ricordo di essermi lasciato andare, di non aver più combattuto per la vita, un giorno in cui riprese a nevicare: ormai non ero più in grado di proseguire in nessuna direzione, ormai non avrei saputo trovare neppure me stesso, la mia anima e il mio cuore arresi di fronte all'inevitabile. Fu allora che sebbene incapace di trovare l'ultima città, fu Sophia a trovare me: dei soldati, incaricati di proteggere quell'isolata sede del sapere, s'imbatterono nel mio corpo ormai quasi del tutto assiderato e mi portarono con loro, salvandomi la vita. Lottai contro la Falce per più di tre settimane o almeno così mi riferirono. Ricordo di essermi svegliato un giorno, solo per pochi istanti ma finalmente lucido e sfebbrato: mi trovavo in una piccola ma accogliente stanza, le pareti imbiancate a calce, con un piccolo caminetto che spandeva il proprio calore in tutto l'ambiente. Una donna non più giovane stava al mio capezzale e non appena riuscii a produrre un gemito soffocato, mi guardò sorridendo, e dopo essersi alzata si avvicinò facendomi ingurgitare un po' di minestra calda. Passò un lungo periodo in cui cadevo addormentato per alcune ore, svegliandomi poi con una fame da lupo e ogni volta venendo nutrito con cibi caldi e nutrienti. La donna venne sostituita da una fanciulla sui diciotto anni, dotata di un sorriso dolce e di occhi bruni e luminosi manifestanti una vivace ed impetuosa intelligenza. Grazie alle cure della giovane ritornai sufficientemente in buona salute per poter essere visitato da un uomo anziano e dall'aspetto autorevole, di nome Alessio. “Ben arrivato a Sophia, mio signore. Questa è l'ultima Città in cui si possa vivere in tutta l'Italia, senza temere briganti e violenza, senza dover subire sopraffazione e minaccia”. “Vi ringrazio, Altezza”, risposi, con la voce ancora rauca a causa della mia gola infiammata. La giovane e il mio interlocutore si misero a ridere. “Non chiamatemi, 'altezza', sono solo uno dei tanti e non un capo. Qui a Sophia non abbiamo sovrani, ma ognuno vale per uno e tutti hanno la possibilità di realizzarsi. Sono stato incaricato di incontrarvi per capire se potrete fare parte della nostra comunità: come immaginerete non possiamo accogliere tutti, le nostre risorse e scorte sono limitate, ma una possibilità viene concessa a ogni nuovo ospite”. Venne a visitarmi in diverse occasioni e sebbene non riuscissi a capire quale fosse la sua posizione nei confronti di un sacerdote, quale in fin dei conti io ero, si comportò sempre in modo urbano, passando parecchio tempo a parlare con me e affermando che avrei potuto diventare facilmente uno di loro. La ragazza, Francesca, trascorreva tutto il suo tempo con me. All'inizio mi imboccava, poi semplicemente mi serviva i pasti e non essendo io ancora in grado di alzarmi mi aiutava ad espletare perfino le funzioni corporali. Mi passava sul corpo delle pezze inumidite, permettendomi di rimanere pulito e fresco. Le sue mani erano morbide e dolcissime eppure allo stesso tempo seppero risvegliare la mia virilità e il mio desiderio, essendo io non certo portato per la continenza. Diventammo amanti e giacemmo assieme ogni notte, spesso senza parlare, beandoci semplicemente della reciproca compagnia. Alla fine cominciai a potermi muovere, anche se i miei piedi rimasero goffi e intorpiditi per lungo tempo, avendo perso diverse dita. Quando finalmente potei andare alla finestra, vidi che Sophia si trovava in una valle tra i monti e che era una solida città murata. Noi ci trovavamo in uno stabile che sormontava un profondo e rapido burrone. Non ero prigioniero eppure non potevo uscire dal palazzo se non per raggiungere un cortiletto interno, dove Francesca mi conduceva ogni pomeriggio, essendo ormai arrivata la primavera. Suonava e cantava per me con la sua voce d'angelo e ben presto potei comporre delle poesie per offrirgliele, passatempo in cui avevo eccelso durante i burrascosi anni della mia gioventù. Non sapevo ancora se potevo considerarmi accolto nella città ma tutte le persone che incontravo si manifestavano intelligenti ed istruite, capaci di conversare e di pensare, persino le guardie che mi sorvegliavano. Ormai ero tornato in forze e nonostante le cure della mia meravigliosa infermiera, cominciavo a diventare irrequieto, non avendo certo ricevuto il dono della vita per rimanere imprigionato dentro poche stanze. Una notte mi svegliai e scoprii che Francesca non giaceva più al mio fianco. Da qualche parte vi era un pulsare ritmico, remoto eppure pressante, che non sapevo come identificare. Fu così che mi alzai dal letto e che mi diressi verso quel rumore. Non incontrai nessuna guardia e finalmente potei uscire dal palazzo. Vidi una sorta di tempio greco al centro di una grande piazza, che dalla mia stanza e dai quartieri in cui ero recluso non avevo potuto notare e capii che era quello lo stabile da cui proveniva ciò che mi aveva portato al risveglio. Entrai e ben presto mi avvidi che erano presenti molte persone. Mi avvicinai e l'orrore mi colse: alcuni di loro, donne e uomini completamente nudi, danzavano attorno a un fuoco, sopra al quale stavano arrostendo quelle che erano senza alcun dubbio membra umane, almeno di cinque persone. A cucinare l'osceno pasto, vi era proprio la mia Musa, la mia salvatrice, la bella Francesca, nuda anch'ella, con uno sguardo terribile colmo allo stesso tempo di brama e dominio. Inizialmente rimasi paralizzato dall'orrore, poi mi avvicinai all'innominabile falò con l'intenzione di spegnerlo. Prima di potere intervenire venni scoperto facilmente e condotto proprio nella prigione nella quale ora risiedo da qualche tempo. Alessio venne a parlarmi. “Guglielmo, avete scoperto troppo presto le nostre pratiche ma io spero che voi possiate comprendere che sono necessarie. Gli uomini che avete visto sacrificare sono stati immolati alla nostra unica dea, Sophia. Non possiamo sostenere il mantenimento di stranieri, per cui siamo costretti a sbarazzarcene: se li liberassimo, entro pochi giorni verremmo attaccati da chissà quale terribile nemico. E siccome seguiamo la via della saggezza, abbiamo deciso di non sprecare la loro carne, quindi ce ne cibiamo. Il mondo è diventato poverissimo, non possiamo permetterci alcuno spreco”. “Ma perché non mi avete sacrificato subito? Voi mi avete nutrito e guarito, io ho giaciuto con la vostra sacerdotessa o almeno credo che lei lo possa essere”. “Lo è, Francesca è la nostra Custode del Fuoco della Sapienza. Vi abbiamo salvato? No, voi avete salvato noi: siamo rimasti in pochi e abbiamo bisogno di sangue che provenga da fuori Città per evitare che i nostri difetti si esasperino con unioni tra parenti. Francesca è rimasta ingravidata dal vostro seme, in questo modo vostro figlio potrà essere per noi fonte di speranza. Ora vi lascerò un diario sul quale potrete annotare la vostra storia, così da poterla tramandare ai posteri”. Da codesta conversazione sono passate ormai alcune ore ma sento che presto la mia vita giungerà al termine. Ben presto la mia anima di peccatore sarà cibo per le schiere di Satana, mentre il mio corpo sarà carne per la salvezza dell'ultima Città in cui vive la speranza ma non certo per me. Forse lo sarà per la mia discendenza e ciò mi consola anche se le fiamme dell'Inferno già scottano i miei ultimi pensieri.
  12. Sh@de

    [NNI2] I fiori del male (revisionato)

    Commento: Trovai quello strano negozio dietro a una piccola piazza di cui non avevo mai nemmeno sospettato l'esistenza. Si apriva su un vicolo maleodorante, nemmeno un lampione che lo illuminasse. Inciampai in qualcosa e finii per urtare contro la piccola vetrina. Piante, addobbi, fiori esotici. «Posso aiutarla?» Mi girai a guardare il vecchio che era comparso sulla soglia del negozio. «Non so» risposi. «In effetti cercavo qualcosa per mia moglie.» «Oh, un anniversario forse?!» Lo osservai meglio. Vestiva una specie di tunica nera che gli arrivava al ginocchio; emanava uno odore forte, piuttosto un profumo, dolciastro, eppure fresco, come di un frutto appena colto. «Ha indovinato. Pensavo a una composizione floreale, oppure a una pianta esotica.» «Certo. Le mostro qualcosa. Prego...» Lo seguii piuttosto scettico. Quel negozietto non mi ispirava la minima fiducia, tanto meno il suo proprietario. Fui notevolmente sorpreso perciò quando mi trovai di fronte a un piccolo vaso da cui spuntavano meravigliosi fiori di colori diversi. «Sono stupendi! Ma precisamente... cosa sono?» «Che importa il loro nome; sono per lei. Li annusi.» Quei fiori emanavano un profumo celestiale. Ebbi un lieve capogiro. Mi ricomposi e pagai senza esitazione la cifra che quell'uomo mi propose. Non ricordo nemmeno se lo salutai. Uscii da quel negozio e mi diressi verso la nostra casa in rue des Abbesses. Prima di uscire dal vicolo però, mi voltai per leggere l'insegna che capeggiava sopra l'entrata. Les Fleurs du mal c'era scritto in caratteri dorati. Quella sera mangiammo in un ristorante poco lontano da Montmartre. Fu una serata deliziosa. Laura splendeva nel suo abito da sera ricamato e senza maniche. Io ero raggiante. Tornammo a casa un poco brilli e senza dirci nulla salimmo le scale verso la camera da letto. Facemmo l'amore più volte, con passione, gridando, poi con dolcezza, sussurrandoci parole dolci. Giacemmo a lungo abbracciati. Poi Laura si avvicinò al vaso di fiori che aveva voluto sistemare su uno scaffale della piccola libreria davanti al letto; l'annusò nuovamente. «Dev'essere questo l'odore del paradiso. Non credi? Sono i fiori del giardino celeste. Il regalo più bello che potessi farmi!» «Non capisco come facciano a convivere nello stesso humus, come le radici trovino spazio all'interno di quel piccolo vaso. Sono così diversi l'uno dall'altro... Ma tu, amor mio, meriti questo miracolo. Buon anniversario.» La notte ebbi un brutto incubo. Sognai di essere a casa, in poltrona, a leggere, quando senza preavviso la stanza iniziava a tremare, poi a ondeggiare. D'improvviso il pavimento si sollevò, poi si abbassò, infine si aprì. Un terremoto devastante! Ma invece di crollare, la casa restò in piedi. Solo la pavimentazione si squarciò. E non fu tutto. Qualcosa... qualcuno! Un'ombra emerse dalla fenditura. Fu una percezione nitida accompagnata da terrore indicibile. Un essere opaco, indistinto, salì dagli abissi, penetrò nella nostra casa. Mi svegliai urlando. Laura non c'era. Appena riuscii a ricompormi, a scacciare quella terribile sensazione di terrore misto a impotenza, scesi in cucina. Lei era lì, seduta al tavolino, che guardava il muro. Mi salutò appena. «Credo di aver urlato poco fa.» Non rispose. Per un poco rimanemmo in silenzio. Poi si voltò verso di me, parlò con un filo di voce: «Ho avuto un incubo tremendo. Così realistico! C'era un terremoto in questa casa. Mi inghiottiva! Mi trascinava nel sottosuolo. Lo squarcio si richiudeva. E il buio... Buio ovunque. Nell'oscurità qualcuno mi uccideva.» La guardai sgomento. Entrambi avevamo avuto un incubo in qualche modo simile. L'abbracciai a lungo. La notte successiva sognai di nuovo: un terremoto, la terra che si apriva, l'essere vestito d'ombra che si avvicinava ancora. E io che potevo solo percepirlo, senza realmente riuscire a vederlo. Intuivo la sua orribile presenza. Anche quel mattino, quando mi destai, lei non era con me. Si era rifugiata nel salone stavolta; stava suonando una desolata melodia al pianoforte. Riconobbi subito la Tristesse di Chopin. Mi sedei ad ascoltare. Quando finì le andai vicino, sussurrai: «Hai avuto un incubo anche stanotte. Lo stesso.» Lei annuii. Poi si girò a guardarmi. Una lacrima le scendeva, solitaria, dall'occhio sinistro. Passammo altre notti d'inferno. Sempre il medesimo incubo, con particolari insignificanti che mutavano. Lei sognava di essere inghiottita dal terremoto. Nel buio qualcosa la uccideva. Nel mio, l'essere d'ombra si faceva sempre più intraprendente, si avvicinava, cercava di ghermirmi. Mi irrideva. E Laura... Laura stava sfiorendo. Bianca in volto, non rispondeva quasi più alle mie domande ansiose. Un giorno la trovai a parlare da sola. Sembrava declamasse. «Quando la terra si muta in umida spelonca dove la Speranza, come un pipistrello, va battendo i muri con la sua timida ala e picchia la testa sui fradici soffitti...» «Oddio, è Baudelaire...» esclamai. Poi continuai per lei: «Vinto Senza tamburi, senza musica, sfilano funerali a lungo, lentamente, nel mio cuore: la Speranza, Vinta, piange, e l'Angoscia atroce, dispotica, pianta, nel mio cranio riverso, il suo vessillo nero.» Era la nostra poesia preferita che in gioventù, ai tempi in cui frequentavamo la stessa università, spesso recitavo per lei: Spleen, dai Fiori del male. «Dobbiamo liberarci dei fiori!» urlò qualche giorno dopo. Gli incubi, sempre più terribili, si erano susseguiti senza tregua. Ormai la notte non dormivamo che una manciata d'ore. «Per quale motivo?» «Devono essere quei maledetti fiori. Chissà, forse sono un innesto, una mutazione particolarmente potente della Belladonna.» «Colpa dei fiori?» «Del loro profumo. Ci uccideranno. Dobbiamo distruggerli. Ora!» La guardai senza dire nulla. Un velo nero sembrava oscurarle gli occhi. Un drappo di tristezza e disperazione l'avvolgeva. «Va bene.» Salii a due a due gli scalini, entrai in camera, afferrai il vaso, annusai un'ultima volta il profumo delizioso e feci per uscire di casa. Arrivato davanti al portone però esitai. Guardai i fiori scarlatti, verde smeraldo, indaco e scossi la testa. Non potevano essere velenosi. Mi diressi in cantina, posai il vaso sullo scaffale, avvicinai una sedia: rimasi lì non so per quanto tempo a osservare quei fiori straordinari, ad annusarne l'odore indescrivibile. Quella notte dormimmo separati. Io rimasi in mansarda. Mi addormentai subito, di un sonno profondo. Verso le tre però mi destai completamente, zuppo di sudore. La terra tremava. Accesi la luce per scacciare l'incubo. E l' ombra mi assalì. Urlai con tutto il fiato che avevo in corpo. Era lì davanti a me, incappucciata d'oscurità. Un ondeggiare d'inchiostro, due fessure maligne al posto degli occhi che mi fissavano. Un ticchettio sinistro, sempre eguale. Rotolai sul letto, caddi sul pavimento, strisciai come un verme pur di non fissare più quello sguardo, pur di sfuggirgli. Mi precipitai sulle scale, le saltai, caddi malamente. Zoppicando aprii la porta d'ingresso, attaccandomi alla ringhiera mi diressi verso la cantina. Li avrei strappati con le mie mani, li avrei divelti, i fiori del male. Fortunatamente la porta era rimasta aperta. La spalancai e senza accendere la luce lo cercai a tentoni. Era dove ricordavo di averlo lasciato. Sollevai il vaso, lo scagliai contro il muro. Sentii il rumore di cocci infranti. Mi girai trionfante. Ma lui era sempre lì. Nell'oscurità quasi assoluta la figura incappucciata d'ombra mi fissava, gli occhi biancastri due fessure di luce malvagia. Arretrai fino alla parete. Urlai mentre avanzava verso di me. Spalancai le braccia, mi inginocchiai. Fu allora che la mia mano incontrò qualcosa, un bastone. No un manico! Sollevai l'ascia, la presi con entrambe le mani, vibrai un colpo verso la creatura delle tenebre. Avvertii qualcosa che si lacerava. Quando accesi la luce gli occhi senza più vita di Laura fissavano il soffitto. L'ascia era conficcata nel suo petto. Gridai a lungo il suo nome. Poi ci fu un boato nel sottosuolo e le pareti iniziarono a ondeggiare.
  13. Robigna88

    The Family Business - La profezia

    Immagine di copertina: Titolo: The Family Business - La Profezia Autore: Roberta Trischitta Casa editrice: Auto-pubblicato con Amazon KDP ISBN: 978-1539834533 Data di pubblicazione (o di uscita): 7 Novembre 2016 Prezzo: € 11,44 cartaceo, € 2,99 E-book Genere: Paranormal Romance Pagine: 372 cartaceo, 224 e-book Quarta di copertina: Allison Marie Morgan ha un passato ingombrante ed un presente difficile. Al futuro nemmeno ci pensa perchè, a causa del suo "lavoro", dubita che ne avrà uno. Allison è infatti una cacciatrice del soprannaturale; una temuta ma giusta. Quando la felicità che credeva impossibile busserà alla sua porta, avrà il volto bello ed elegante del primo vampiro della storia; il millenario e potente Alpha Joseph Baxter. L'ombra di un'antica profezia però rischia di oscurare quel sentimento rendendolo più difficile di quanto già non sia. Link all'acquisto: E-book Link all'acquisto: Cartaceo
  14. Pulsar

    Il Diario

    Mirko corre. I battiti del cuore fanno a gara coi suoi passi veloci, ma le pareti beige e bianche del corridoio sembrano non finire mai. La porta in fondo è ancora lontana. Alle sue spalle, quella cosa avanza, guadagna terreno. Mirko avverte una sensazione di freddo lambirgli la nuca, l’aura di morte saturare l’ambiente. La sente, ma non ha né il tempo né la voglia di voltarsi a controllare. Perdere istanti preziosi? A che scopo? Lui deve solo pensare a correre più veloce che può. Per salvarsi e per salvare Clara e il figlio che cresce in lei. Mentre scappa, braccato dall’oscura minaccia, la luce va e viene. Percorse da energie arcane, le fondamenta della casa tremano. Cadono i quadri dalle pareti: il fragore dei vetri in frantumi saluta minaccioso il suo passaggio. Il male lo precede. Con un cigolio beffardo la porta, che brama raggiungere, si chiude davanti ai suoi occhi. Lo scatto della serratura gli strappa via interi brandelli di speranza. Mirko piomba sull’infisso, incapace di frenare lo slancio. Senza fiato per via dell’urto, si aggrappa alla maniglia: il pomolo si muove, ma la porta sembra saldata agli stipiti. Fa qualche passo indietro e assesta una spallata all’infame porta di quercia. Niente. Non cede di un millimetro. Dalla vita dei jeans estrae la pistola d’ordinanza - quando l’ha presa con sé sperava di difendersi dall’entità che infesta la sua casa: una pia illusione - e spara al blocco della serratura. Via libera. Superato l’ostacolo, si lancia giù per la rampa di scale. Rischia di cadere per la troppa foga, il corrimano lo aiuta a tenersi su. «Clara!» grida, entrando nella prima stanza al pianterreno. Clara non c’è. Riprova con il salotto. «Clar…» il grido gli si strozza in gola. Distesa su un lettino, nel bel mezzo della stanza – che ci fa un lettino in salotto? – sua moglie sembra dormire un sonno inquieto. Il volto è contratto. Sotto le palpebre, i bulbi si muovono frenetici e il giovane corpo è percorso da spasmi. La scuote con dolcezza. «Clara, amore, dobbiamo andare via da qui!» Clara si desta con un sussulto. Respira veloce, come se fosse stata in apnea per tutto quel tempo. I suoi occhi sono sbarrati. «Gabh dhomhsa, boireannach!» dice assente. Mirko non sa che fare; si china e bacia la donna che ama. Solo allora sente la tensione di lei sciogliersi, le sue mani sulla schiena. «Attento!» È un urlo disperato, quello della moglie. «Cosa?» Mirko si volta, ma il movimento lo pone sulla linea di fuoco. Un fiore scarlatto, ora, si apre sul suo petto mentre la pistola, che Clara gli ha sottratto, cade sul pavimento con un tonfo pesante. «Scappa» le dice accasciandosi. Nella stanza, il mobilio scivola sul parquet di legno, aprendosi davanti all’incedere di qualcosa che sfugge alla percezione dei sensi umani. Sedie si rovesciano, abatjour di ceramica esplodono, le tende alle finestre si gonfiano, si strappano e finiscono per volteggiare come fantasmi inquieti sotto l’alto soffitto. Su tutto, uno stridio, come di cornamuse, risuona dalle viscere della terra. Clara si lancia verso l’ingresso mentre, dietro di lei, il gelo della morte avvolge ogni cosa. Attraverso gli occhi appannati dalle lacrime, vede la sua salvezza avvicinarsi. Apre il portoncino di casa e si immerge nella luce abbacinante del giorno. Le ci vuole un attimo per abituare la vista, poi riconosce i contorni del salotto da dove è scappata. È ancora sdraiata sul lettino, circondata da candele che fluttuano a mezz’aria. Il corpo di Mirko è sparito, la stanza è in perfetto ordine. «Gabh dhomhsa, boireannach!» dice, imperiosa, una voce nella sua testa. Clara urla la sua protesta al cielo, poi il buio si richiude su di lei. 30 anni dopo Non credevo che sarei mai tornato in questa casa. Se penso a tutto quello che ho fatto per scapparvi, dopo che per lunghi anni è stata la mia prigione, non riesco quasi a credere di essere qui, oggi. Da quel che ne so, è disabitata dalla morte di mia madre. Nessuno, da allora, ha voluto più viverci, a dispetto degli sforzi degli agenti immobiliari. Lo scricchiolare del parquet accompagna i miei passi mentre salgo le scale. Lame di luce filtrano dalle persiane, tratteggiando in chiaroscuro gli ambienti. Sospesa nell'aria, la polvere danza, visibile, nel fioco chiarore. La stanza dei miei genitori è rimasta immutata da quella notte di venti anni fa. Stesso, bruttissimo, letto a baldacchino, stessi comò. Non sarei sorpreso se anche le federe e le coperte fossero le stesse di allora. Alzo lo sguardo al soffitto. Una mano pietosa ha tolto la corda che penzolava dalla trave. Quella alla quale si è appesa mia madre. Il letto cigola quando mi ci siedo sopra. Dalla specchiera che ho di fronte, una copia di me mi osserva attento. In quella specchiera Clara si rimirava a lungo dopo avere perso il senno. Stava lì per ore, spogliandosi e rivestendosi con aria assente. Una parte di me soffriva nel vederla così. Tiro il pomello del cassetto. Il diario, dalla copertina di ruvida tela, è ancora là dove lo avevo visto l’ultima volta, da ragazzino. Per me, che non ho avuto mai un album fotografico, questo diario è l’unica cosa che attesti la mia esistenza in quegli anni tristi. Qualcosa cade con un leggero fruscio. Da terra raccolgo una vecchia Polaroid, vi si vedono i miei genitori e, sullo sfondo, questa casa. Sul retro c’è scritto: “Nuova vita! 8 maggio 1986”. Apro e leggo. Dopo le prime note, semplici resoconti del trasloco, il tono cambia: 22 maggio ‘86 «Mi vergogno a scriverlo, sono una donna adulta, eppure oggi ho avuto paura. È da un po’ che sento rumori che non so spiegarmi: sedie che scricchiolano senza che nessuno vi sieda, porte che cigolano senza aprirsi, ma oggi, per la prima volta, ho avuto la sensazione di essere osservata. Sistemavo dei libri nello studio, quando, alle mie spalle, una sedia a dondolo si è mossa. Poi, sono stata sfiorata da un alito di vento, come se qualcuno mi fosse passato accanto. Un foglio di carta intestata è svolazzato rumorosamente giù dalla scrivania. Ho guardato le finestre: erano chiuse. Ho lasciato i libri dov’erano e sono scappata via». 14 giugno ‘86 «Che felicità: io e Mirko aspettiamo un bambino! Le nausee, la sensazione di malessere… ora si spiega tutto. Devo dirlo a mamma e papà!» 5 luglio ‘86 «Sento bisbigliare nel buio. Non appena sono sola, un sussurro glaciale risuona nella casa. Non ce l’ho fatta più, ho raccontato tutto a Mirko: dei rumori, degli spifferi senza giustificazione, delle voci… Lui dice che è lo stress della gravidanza a giocarmi brutti scherzi. Forse è così. Speriamo». 1 agosto ‘86 «Da qualche tempo, i nostri genitori vengono a trovarci spesso. A “trovarmi”, dovrei dire. Non appena Mirko esce di casa, loro si presentano alla porta. All’inizio, la compagnia mi ha fatto piacere, ma ora mi sto convincendo che non vi sia niente di casuale nelle loro visite: Mirko deve aver detto loro delle mie paure!» 9 agosto ‘86 «Mio Dio, che sogno! C’è voluto del tempo perché mi passasse il tremore alle mani e potessi scrivere. Ero a letto, sdraiata supina, e qualcosa, grande come una palla da tennis, avvolta da una debole luminosità azzurra, galleggiava sospesa davanti al mio volto. Ruotava e io l’osservavo curiosa. Poi ho riconosciuto i tratti di un volto, minuti eppure espressivi: era un feto umano! Mi guardava e sembrava sorridere. Ero terrorizzata e allo stesso tempo attratta da quella visione». 11 settembre ‘86 «Sto diventando pazza! Non può esserci altra spiegazione per il continuo turbinio di voci nella mia testa. I sussurri continuano, ma adesso si alternano a frasi d’invocazione. In quel caso, la voce grida, sembra supplicare in maniera aggressiva. Non capisco la lingua ma di una cosa sono certa: il messaggio è sempre lo stesso. Voglio andare via da qui: questa casa è maledetta!» Il diario si chiude sbuffando tra le mie mani. Ho letto abbastanza, per ora. Quando mi alzo, il mio volto sorride soddisfatto dalla specchiera, le mie labbra si muovono. «Tapadh leibh, a mhàthair!»
  15. Komorebi

    [NNI2] L'abbraccio di Dio (revisionato)

    Commento L'abbraccio di Dio TumTumTum Tre colpi in rapida successione. Silenzio, quel tanto che basta da farmi sperare se ne sia andato. TumTumTum Sono due notti e due giorni che prosegue incessantemente. Non mi fa dormire, non mi fa pensare. Non posso nemmeno uscire da questa maledetta casa. Lui è lì fuori, lo so. Dopo la prima volta, non ho più avuto il coraggio di guardare dallo spioncino, ma non ne ho avuto bisogno. Chi altri potrebbe essere, se non lui? Chi altri martellerebbe la porta in legno massello per quarantott’ore senza mai stancarsi? E l’odore, mio Dio, l’odore che viene dal piano di sopra! Ha cominciato a puzzare ieri sera, e non importa che sia immersa in acqua. Puzza quanto un letamaio. Ho messo pezze alle fessure della porta, mi sono barricato in salotto. Piscio nelle bottiglie vuote, pur di non dover salire le scale e andare in bagno. Eppure lo sento comunque, forte come se fosse qui accanto a me: l’odore dolciastro, rancido e marcio di cadavere in decomposizione. TumTumTum Mi siedo in posizione fetale, mi tappo le orecchie coi palmi delle mani e affondo il naso tra le ginocchia. Fateli smettere, mio Dio, fateli smettere! Il suono e l’odore, entrambi sono qui per perseguitarmi! Non avrei dovuto stringere quel patto. Non avrei MAI dovuto stringere quel patto. NON AVREI MAI DOVUTO STRINGERE QUEL PATTO! TUMTUMTUMTUMTUMTUMTUMTUM «Potresti aiutarmi a stirare anziché stare seduto a far nulla!» Mia madre storce il naso, mi guarda dall’alto in basso, come al solito. Concludo l’ultima frase del capitolo e chiudo il libro di medicina; lei ha bisogno di me. «Ti avrei aiutato finito di ripassare, sai che domani ho un esame.» «Sì, certo, come al solito. Poi non mi aiuti mai e devo fare tutto io!» Non era vero, ma dallo sguardo di disgusto che mi lancia capisco che sia convinta così. Niente le farà cambiare idea, ormai. Prendo il ferro da stiro, lo passo sulla camicia. Lei mi studia, giudica il modo in cui passo avanti e indietro sulla stoffa. Scuote la testa, sbotta: «Santo cielo! Se ci fosse tuo fratello saprebbe farlo meglio! Che dico? Persino una scimmia sarebbe più brava di te!». Mi mordo le labbra. «Mamma, l’ho sempre fatto io, so come si stira.» «Non è vero! Bugiardo che non sei altro! Dovresti confessarti per tutte le balle che mi racconti! L’ha sempre fatto tuo fratello, lui sì che era devoto e amorevole, non come te. Dovevamo fermarci al primo figlio!» «Mamma», so che non funzionerà, che non servirà a niente, ma non posso che provarci di nuovo, per l’ennesima volta «sono io il tuo primo figlio. Sono Davide. Io studio medicina, io ti aiuto nelle faccende domestiche. Matteo non c’è più, non c’è più da tempo». Mi colpisce. Uno schiaffo in piena faccia. La guancia diventa rovente, i denti mi ballano nelle gengive. Per un po’ un fischio risuona nell’orecchio. «Zitto e stira, bugiardo miscredente.» TumTumTum Non posso chiamare aiuto. Ogni volta in cui sollevo la cornetta, sento il suo rantolo: chiede di aprire la porta, di lasciarlo entrare. Non so cosa voglia da me, ho paura di cosa possa volere. L’ho guardato solo la prima volta dallo spioncino e mi è bastato. Non voglio vederlo mai più, non era questo che desideravo. Dio, che cosa mi hai fatto? TumTumTum «Davide, tieni d’occhio tuo fratello, mi raccomando!» Sbuffo mentre mi allaccio le scarpe. Mia madre è in cucina e non può vedermi, ma nel dubbio le volto comunque le spalle. «Non è giusto, però», mi lascio scappare a denti stretti, «Claudia ha invitato solo me alla sua festa, perché devo portarci pure Matteo?». «Perché è tuo fratello e ha bisogno di conoscere nuova gente. Lo sai che fa fatica a farsi degli amici», si affaccia alla porta e sorride, «non brontolare: Dio vorrebbe che lo facessi per tuo fratello. E Matteo stesso lo farebbe, per te». Difficile averne la conferma, visto che mio fratello è un handicappato che non sa nemmeno parlare. Mia madre è convinta sia solo timido; non riesce a mettersi in testa che è ritardato. «Che palle», stringo la mano a Matteo, «accidenti, ma piantala di ciucciarti le dita! Che schifo, sono tutte bagnate!». «Davide, smettila di rompere e stringi la mano a tuo fratello! Non perderlo di vista!» Matteo mi sorride con quel suo sguardo vuoto, da ebete. Ha il naso a patata e la lingua fuori dai denti. E le guance sono sempre sporche di qualcosa, che schifo. «Sarebbe meglio se ti perdessi», bisbiglio. Matteo non capisce, ride e saltella mentre lo porto fuori. Neanche fosse un cane. TumTumTum Continua a bussare, non si stanca mai. E l’odore, Dio, l’odore è sempre più forte! Perché mi hai concesso quel patto, mio Signore? Dicesti di avermi scelto perché tra tutti ero quello che più aveva sofferto, perché la nostra famiglia credeva in Te e meritavo il Tuo aiuto! Ma io volevo solo rendere felice mia madre, volevo concederle di rivederlo, stare ancora con lui. E invece lei è morta, si è uccisa nel momento stesso in cui ho stipulato l’accordo con Te. Il suo cadavere è al piano di sopra, nella vasca da bagno. L’acqua è fredda, una pozza rossa di sangue. Matteo sarebbe dovuto tornare e loro due sarebbero rimasti insieme! Lei si sarebbe occupata di lui e mi avrebbe perdonato. Entrambi mi avrebbero perdonato e io sarei stato libero! Perché mi hai fatto questo, Dio? Volevi punirmi? Oppure… volevi redimermi? È forse una prova, la Tua? TumTumTum «Mamma, io esco, ok?» Lei è sul divano, immobile. Come sempre, da quando Matteo è scomparso. I suoi capelli sono sporchi, non li lava da settimane. Puzza, anche. Un odore rancido, dolciastro e penetrante. Ha smesso persino di mangiare, non dorme più. «Mamma?» Le appoggio la mano sulla spalla. Gli occhi sono vitrei, da bambola. Non mi riconoscono. «Matteo? Sei tu?» «No, mamma, sono Davide.» «Ah, Davide», torna a voltarsi, delusa, «dov’è Matteo? Era uscito con te, avevi promesso avresti badato a lui. Matteo è un bambino così buono, è pieno di amore. Quando mi abbraccia, dovresti sentire l’amore che provo quando mi abbraccia. Gli perdonerei tutto, se solo avesse peccati. Ma lui non ne ha, perché è così buono. E i suoi abbracci sono di pura bontà. Dov’è tuo fratello, Davide, dov’è?» «Non lo so, mamma. Gli ho lasciato la mano solo un momento…» «Tuo fratello è tanto timido, ha bisogno di fare nuove amicizie. Però un domani sarà un uomo forte e intelligente, vedrai. Sarà medico, come lo è stato il suo papà. Lui vale più di tutti noi, persino più di te. Perché lui ha tanto amore, capisci? E quando ti abbraccia ti fa sentire felice», mi guarda di nuovo, sbatte le palpebre, «sei tu, Matteo?». TumTumTum Basta, non resisto! Non posso più vivere così! È la terza notte, ormai. La puzza si è impadronita di tutta la casa; la sento persino in fondo alla gola. Devo fuggire, devo andarmene. TumTu Apro la porta. Matteo abbassa il pugno, smette di bussare. C’è silenzio, finalmente. Ha la lingua tra i denti, le labbra ritirate a mostrare una parte di teschio. Dal buco sulla guancia fa capolino un verme. I bulbi oculari sono esplosi, le orbite vuote mi fissano. Ha ancora lo sguardo assente, da scemo. «Matteo, io…» I resti di pelle putrefatta si piegano in un ghigno. Si introduce in casa, mi faccio da parte. La nuca è sprofondata, una conca che ha distrutto la scatola cranica. L’avevo seppellito per bene nel campo, dopo averlo colpito con quella pietra. Lui muove la testa, balbetta qualcosa. Non posso credere abbia imparato a parlare. Mamma ne sarebbe stata felice. «Lei è morta», gli dico, «ma mi occuperò io di te, proprio come vorrebbe Dio Misericordioso. È per questo che Lui ti ha rimandato da me». Matteo allarga le braccia. Il vestito elegante della festa è a brandelli, i pantaloni si sorreggono per miracolo. La pelle del tronco è macerata, caverne verdognole ospitano formiche e larve biancastre. Ci abbracciamo. Mamma aveva ragione, penso mentre lui comincia pian piano a divorarmi l’orecchio: il suo abbraccio è pieno di amore.
  16. queffe

    Pensieri razionali

    Pensieri razionali Lo stavo osservando, mentre raccontava, ed evitavo di interromperlo, benché mi stesse dicendo cose che so. Raccontare gli faceva bene: aveva gli occhi lustri, forse anche per effetto del cognac, ma si stava calmando. Raccontare è una medicina sicura. Primo Levi, La sfida della molecola «Perché, vedi, io sono sicuro che da quell’estrusore non stava uscendo la solita roba. La stavo fissando da non so quanto, e questo so che non aiuta, e vedevo tutto a pallini, oppure - come dire? - sgranato, come in una fotografia ingrandita, ma quei cilindri non scorrevano solo in avanti: si muovevano come serpenti, ti dico!» Con Paolo, mio collega in fabbrica, non c’ero mai uscito. Di solito facciamo turni successivi, ci incrociamo, scambiamo due chiacchiere e via. Ma oggi abbiamo terminato assieme e mi ha detto che aveva voglia di parlare e che offriva lui da bere. «Grazie, perché no?» gli ho risposto. Ora mi sto chiedendo se non sia un po’ fuori di testa, Paolo, ma del resto fare i turni in fonderia è così: stare a guardare per ore l’uscita di un estruso è noioso e allo stesso tempo stressante, dopo un po’ vedi cose strane. A me è capitato più volte, nel turno di notte, di fare sogni lucidi. Da sveglio o… che ne so? Ma erano sogni, suvvia! Lui tira dritto: «E anche adesso, mentre te lo racconto vedo così: mentre parlo ti guardo e tutto è… granuloso. Intorno a te si agitano… serpenti. Sì… No: non sono serpenti. Qualcosa prende forma, sullo sfondo, ma se muovo gli occhi tutto torna normale.» Devo dirgli che proprio ora ho avuto la stessa sensazione? Abbasso gli occhi sul mio Martell e vedo un filo che si alza: ambrato, traslucido. Come un piccolo verme liquido, si muove dalla superficie del cognac nel napolèon che ho smesso di rigirare e che ora è fermo sul tavolo, davanti a me. Tutto intorno è granuloso. Proprio come dice lui. Paolo si dev’essere accorto che è balenato alla mia vista qualcosa. «Quanti sono?» mi chiede. Lo guardo, più spaventato che stupito: «Quanti sono… cosa?» «Non lo so cosa sono. Ma quanti sono? Uno? Due? …Di più?» Mi guardo intorno: nel locale non c’è più nessuno. Trangugio secco: non c’è più un locale. Tutto intorno è buio. Cerco di dissimulare: «Devo aver esagerato… Cos’è questo? Il terzo?» Ma Paolo m’incalza: «No. Dimmi cos’hai visto.» Non parlo. Deglutisco di nuovo. Ho la bocca impastata, ma non è l’alcol. «Allora ti dirò io,» prosegue lui «quei… serpenti che uscivano dall’estrusore, neri come il catrame, si agitavano e sembravano voler andare dove pareva a loro e non ne volevano sapere di farsi portare dritti, buoni e veloci dai rulli. Poi hanno iniziato a unirsi e qualcosa ha preso forma. Poi ho sentito un urlo, orribile ed era quello stesso urlo che mi tormentava negl’incubi peggiori, da tempo. Ma forse era solo l’allarme del raffreddamento che era scattato proprio in quel momento. Mi sono girato verso il quadro comandi e… quella cosa è scivolata giù dalla rulliera e ho visto un’ombra infilarsi sotto la mia postazione. È uscito qualcosa, ti dico!» Io continuo a fissare il mio bicchiere e mi dico che il locale è ancora qui, intorno a noi, ma non voglio guardarmi attorno. E dalla superficie del cognac, adesso, cinque serpentelli si stanno agitando, e si cercano, e iniziano a unirsi. «Sono cinque, vero?» «S… Sì» balbetto. Lui sorride, ma ha un’espressione strana: «Ok, perdonami. Dovevo passare a qualcuno questa cosa, io non ce la faccio. Lo so, sono un bastardo. Posso solo dirti: arriverà il momento in cui dovrai decidere se raccontarlo o interrompere la catena. Fregatene della catena, sarà qualcun altro a romperla. Resisti e racconta appena puoi a qualcuno quello che ti sarà capitato. Resisti almeno finché non trovi qualcuno disposto ad ascoltarti. Fottitene e scarica tutto su quello sfigato. Non lasciarti andare prima. Io adesso posso andarmene tranquillo. Forse ci si rivede, non lo so.» Si alza e se ne va. Tre passi e scompare nel buio. Ma che diamine… vorrei dire, ma non ho voce. La cosa che ha preso forma nel mio bicchiere ha un volto. Sembra una piccola piovra, sì, e ha un corpo ma soprattutto un volto. Un volto orribile: una donna, forse, congelata in un urlo di dolore. E lo sento quell’urlo, mi è dietro e io mi volto di scatto. Tutto, attorno, è quella forma, con cinque tentacoli alla base e un volto. Mille volti danzano su un’infinità di tentacoli. E tutto è urla e pianto e dolore insopportabile. Ora sono paralizzato. Forse sono senza corpo, ma mi accorgo che riesco a pensare. Un pensiero razionale, mi dico, trova solo un pensiero razionale. Questo è un sogno. Dove mi sono addormentato? Quando? Ma questa parola suona strana e mi rendo conto che non so cosa vuol dire. Pensa al significato di "quando", continuo a ripetermi, cerca di ricordare. “Ha la funzione di domandare in quale tempo si determina un fatto o un’azione…” Ce l’ho fatta! Sono sveglio. Nel mio letto, in un bagno di sudore. Il cuore impazzito mi batte nel petto e nelle orecchie. Fisso la radiosveglia, che fa le due e venticinque. Cerco di ritrovare la calma. Respiro profondamente e presto il sonno mi coglie nuovamente. «Luca?» È nuovamente la voce di Paolo. Mi chiama. Apro gli occhi: ero proprio addormentato? «Ricorda di non lasciarti andare fino a quando non l’hai raccontato». Mi levo a sedere di scatto. Non stavo sognando: era la sua voce. No, non è possibile. Ho dormito parecchio, perché fuori albeggia. La sveglia fa le sei. Basta, mi alzo. Mettendo giù i piedi vedo come un’ombra strisciare sul pavimento e infilarsi sotto il letto. Salto giù, accendo la luce. Guardo verso il letto. Quell’ombra aveva tentacoli… Poi mi stropiccio la faccia. Maddài! Che cacchio vado a pensare? Mi chino e guardo sotto il letto, comunque, e mi dico: se credessi a ciò che ho visto non avrei coraggio di guardare. E, infatti, sotto il letto non c’è niente. Pensieri razionali, mi ripeto, conserva pensieri razionali. Arrivo in fabbrica con un quarto d’ora d’anticipo. Fuori dei cancelli c’è un’auto dei Carabinieri e un po' di gente. Non conosco nessuno, entro. Alla marcatempo sento alcuni impiegati che parlano sottovoce: «Brutto affare…» dice uno di questi. Avranno beccato uno dei dirigenti con una mazzetta per qualche politico? Mi chiedo sorridendo. Ma uscendo nel piazzale e andando verso i reparti vedo due mezzi di Vigili del Fuoco, un’altra macchina dei Carabinieri, un’ambulanza e troppa confusione per potermi ingannare ancora. Merda! Un’incidente al turno di notte? Mi si fa incontro Giulio, ha la testa bassa e quando siamo uno di fronte all’altro lo guardo interrogativo. Lui sconsolato mi dice: «Questa volta c’è scappato il morto. Paolo Beretta, poveraccio.» Paolo?! Giulio continua: «…Poveraccio. Era all’estrusore uno, è stato investito da un getto di materiale fuso, ma pare sia stato un incidente strano, non hanno ancora detto niente di ufficiale e non lasciano entrare nessuno. È ancora là, è arrivato pure un magistrato e stanno lavorando i pompieri.» «Si sa… a che ora… ?» È l’unica cosa che mi viene da dire. «Erano le due, all’altro estrusore era da poco scattato un blocco e tutti si erano portati di là a dare una mano, lui era rimasto da solo a presidiare l’uno, ma questa non è una cosa irregolare, dopotutto. Ora vado, parlo con il rappresentante degl’impiegati e vediamo di indire un’assemblea…» Paolo… È venuto a trovarmi stanotte. Cosa… cosa mi ha detto esattamente? Respiro a fatica. Mentre mi concentro e cerco un pensiero razionale, mi balza agli occhi la torre dell’immensa sala videolottery che affianca la fabbrica. Da uno dei dadi dell’insegna, cinque tentacoli neri stanno uscendo lentamente, e si agitano nel cielo, e si uniscono. Come dal bicchiere di cognac che ho visto in sogno e, forse, come dall’estrusore numero uno questa notte, un volto prende forma e guarda con occhi di fuoco. Apre una bocca orribile e lancia un urlo disperato. L’unica cosa razionale cui riesco a pensare è che quell’urlo non tormenta più Paolo: ora sono io a sentirlo.
  17. Ivangrafico

    Horror Storytelling

    Concorso Nazionale Letterario "Horror Storytelling" “La partecipazione ad un concorso letterario non è obbligatoria o necessaria, è un buon pretesto per dimostrare le proprie capacità narrative e cercare quel minimo di soddisfazione che può facilmente trasformarsi in un inaspettato successo.” I.A. Il concorso, edito dalla Watson edizioni, è gratuito e finalizzato alla realizzazione di un libro di racconti dell'horror. Per ogni informazione potete visitare il sito della casa editrice.
  18. cristin@

    La saggezza dei posteri - Cristina Lattaro

    Titolo: La saggezza dei posteri Autore: Cristina Lattaro Editore: Nulla die Prezzo: 23.50 euro Pagine: 418 Quarta di copertina: Claudio Zeppe, come i suoi antenati, ha una particolare abilità nel trovare l’acqua, ma non è un rabdomante. Si è arruolato e ha raggiunto l’Afghanistan nel 2003, al seguito della spedizione italiana ISAF, per scavare 500 pozzi. Sette anni dopo, da civile, dovrà ricostruire nei dettagli cosa accadde dopo l’assalto subito dal convoglio militare italiano diretto a nord di Herat. Un attacco sferrato da un pugno di predoni, ma progettato da un essere senza morale che la sua famiglia chiama da generazioni l’uomo del pozzo. Booktrailer:
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