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  1. LuckyLuccs

    La città delle streghe - Luca Buggio

    Immagine di copertina: Titolo: La Città delle Streghe Autore: Luca Buggio Casa editrice: La Corte Editore ISBN: 978-88-88516-02-1 Data di pubblicazione (o di uscita): 28 settembre 2017 Prezzo: 16,90 € Genere: thriller storico Pagine: 392 Quarta di copertina: Ottobre 1703: la politica spregiudicata di Vittorio Amedeo II porta il Ducato di Savoia in guerra contro la Francia. Laura Chevalier, cresciuta tra i campi di fiori vicino a Nizza, crede di essere al sicuro fuggendo a Torino, ma scopre che la capitale del Ducato non è una città come tutte le altre. Ci sono cose di cui non si può parlare se non sotto la protezione dei Santi, perché l'Uomo del Crocicchio è sempre a caccia di anime e potrebbe essere in ascolto. Misteriose presenze si aggirano per le vie quando scende la notte, e cadaveri mutilati vengono ritrovati la mattina seguente. Lo sa bene Gustìn , un tempo monello di strada che si è fatto le ossa fra imbrogli, furti e truffe fino a diventare una delle spie del Duca. Disilluso e intraprendente, è l'uomo giusto per fare i lavori sporchi, ma anche per mettersi a caccia di banditi, streghe e serial killer. Le loro vite si sfiorano mentre la città si prepara a sostenere l’assedio che deciderà i destini della guerra e del Ducato, tremando per i segni diabolici, affidandosi ai presagi celesti. Link all'acquisto: http://www.lacorteditore.it/prodotto/la-citta-delle-streghe-luca-buggio/ https://www.amazon.it/città-delle-streghe-Luca-Buggio/dp/8885516025 https://www.ibs.it/citta-delle-streghe-libro-luca-buggio/e/9788885516021 https://www.libreriauniversitaria.it/citta-streghe-buggio-luca-corte/libro/9788885516021 http://www.giuntialpunto.it/product/8885516025/libri-la-città-delle-streghe-luca-buggio https://www.unilibro.it/libro/buggio-luca/la-citta-delle-streghe/9788885516021
  2. dfense

    Bakemono Lab

    Nome: Bakemono Lab Generi trattati: Modalità di invio dei manoscritti: progetti@bakemonolab.com Distribuzione: Non specificato. Sito: https://www.bakemonolab.com/ Facebook: https://www.facebook.com/bakemonolab/ Dal sito: "La collana Classic è indirizzata ai più piccoli. Attraverso storie musicali, filastrocche bilingue e racconti multiculturali i giovani lettori possono confrontare linguaggi diversi e chiavi di lettura non consuete per imparare ad esprimere la propria interiorità. La collana Deluxe è rivolta a un pubblico più adulto. In questi volumi sono le illustrazioni a parlare, a invadere le pagine e a suggestionare la fantasia dei lettori. I romanzi brevi che compongono la Collana di narrativa Tanabata raccontano quotidianità crude e spiazzanti ma, al contempo, sono ricchi di sfumature oniriche e surreali, di tinte noir e gotiche. La Collana Eiga è dedicata agli amanti del cinema. Attraverso saggi critici e monografici i lettori entrano nel mondo delle immagini in movimento, riscoprendo film classici, autori di nicchia e non. Potete spaziare dalla commedia al dramma, dal musical all'horror. Sul sito, scrivono: "La valutazione è gratuita, la pubblicazione anche". Passo la palla agli amministratori per i contatti di rito.
  3. Dundr

    Leggende Popolari

    LEGGENDE POPOLARI (Ci tengo a precisare che il racconto ha una forte ispirazione lovecraftiana.) Conosce la leggenda di Vurvan, viandante? No? Bene, allora vedrò di delucidarvi in merito ad essa. Nessuno conosce la sua vera identità, nessuno sa cosa egli cerchi dal mondo o da dove venga. In effetti, nessuno è certo della sua reale esistenza. Si raccontano storie, tante storie, che differiscono l’una dall’altra ogni angolo del mondo, da ogni regno, villaggio, cittadina e continente. Da ogni tempo, sin dall’avvento dei primi uomini si narra di Vurvan l’Errante, cavaliere misterioso e cupo che viaggia tra i mondi, tra il passato e il futuro, da città in città senza mai fermarsi. Chi dice di averlo visto viene deriso e beffato, poiché i fatti che accompagnano l’arrivo di Vurvan in qualche luogo hanno sempre dell’inspiegabile. Ma partiamo con ordine. Si dice che Vurvan, così chiamato dai popoli, sia un cavaliere completamente vestito di nero. Si dice indossi un cappuccio che nasconda il suo volto e mostri solamente le sue labbra ritorte in una smorfia divertita, contornate da una leggera barba. I testimoni dicono che indossi una pesante armatura di fattura sconosciuta, dalle sfumature nere e tetre come se fosse stata arsa assieme al suo possessore. Alcuni dicono che Vurvan confessò loro il materiale di cui era composto il suo equipaggiamento: numerose ossa fuse tra loro, ossa di pietra di grandi aberrazioni innominabili e sovrani malvagi, scaglie di draghi neri e viverne della cupidigia. Tutte quelle ossa erano state forgiate dal sangue e dal fuoco di demoni innominabili dimenticati dal tempo, del futuro e del passato e del presente. Per alcuni questa versione è troppo fantasiosa e dettata dalla paura verso il cavaliere, visto in notti di tempesta e senza luna da sembrare un’ombra nera di giustizia e supplizio eterno. Altri invece danno credito a queste dicerie, aggiungendo che assieme all’armatura nera dell’incappucciato Vurvan, egli porti con sé due reliquie di un mondo perduto e senza tempo, lontano e dimenticato dalla memoria di ogni uomo. La prima reliquia è una spada bastarda, enorme ed intarsiata di materiali a noi uomini sconosciuti. La lama è corrosa e rancida e si dice si chiami Reinheit, pulsante della materia viva delle prede abissali che il cavaliere Vurvan affronta con essa; è incisa di parole e simboli indecifrabili che narrano le gesta d’una antica e perduta razza d’uomini a cui Vurvan appartiene. L’altra reliquia è una leggenda a sé stante. Si racconta infatti che Vurvan l’Errante porti con sé la maledizione tra le maledizioni, la sciagura più grande di ogni tempo e sopra ogni immaginazione. Colei che viene chiamata Malva la Strega Nera. Malva è, secondo le leggende, una figlia del demonio caprino nero che visse anni orsono in un continente ormai inabissato. Si dice che ella era talmente potente quanto bella che venne imprigionata per il bene dell’umanità in una torre ai confini di tutti i mondi, tra la cenere e il buio dell’abisso, in mezzo al freddo ed al gelo, tra ghiacci e vulcani dove nessuno aveva mai messo piede. Sempre secondo la leggenda, la strega Malva accettò la sua condanna e per lunghi, interminabili anni si abbandonò a sé stessa. Ma proprio quando stette per cedere e suicidarsi, Vurvan l’Errante aprì la porta della sua cella, dopo aver scalato la torre ed affrontato cenere, buio, abisso, freddo e gelo, ghiacci e vulcani, guardiani innominabili, creature potenti e disgustose per eoni interi di esistenza. Vurvan liberò Malva e questa si legò a lui indissolubilmente. Da questo momento in poi, le leggende narrano che Vurvan e Malva portino scompiglio tra le genti di ogni dove, scatenando miasmi di morte e creature terribili alle corti di ogni sovrano. Alcuni però sono di tutt’altro avviso: Vurvan l’Errante e Malva la Strega Nera compaiono soltanto dopo che demoni e bestie innominabili attaccano il mondo. I due tetri individui giungono per salvare il popolo e ricacciare nell’abisso le bestie da esso venute. Si narra che nel regno di Urpan sotto le foci del fiume Jaev, nella città di Hassaria, Vurvan venne per ucciderne il sovrano, Banorm, che impazzì trasformandosi in un mostro nero dai lunghi tentacoli pelosi, zanne aguzze e occhi vitrei iniettati di sangue. Si canta a Lavaran il giorno in cui Vurvan e la maga Malva attaccarono e distrussero il cimitero della vicina città di Ruperne, dove i morti si erano risvegliati ed avevano preso il posto dei vivi. Ancora si dice sui monti Falla che Vurvan e Malva uccisero bambini innocenti per evocare un’enorme demone verde da un mondo che nessuno osa immaginare. A Portonuovo viene tramandata la diceria secondo quale, nelle notti buie quando le nuvole oscurano la luna, Vurvan l’Errante si levi a cavallo del suo nero destriero per uccidere donne e bambini e mangiare i loro cadaveri. Tutte dicerie discordanti che variano da continente a continente, da città in città, da luogo in luogo. Sta il fatto, gentile viandante, che Vurvan l’Errante forse l’ho visto anch’io. Era notte fonda e me ne stavo seduto nella mia piccola ed umile dimora. Appena due stanze grandi abbastanza per poter far vivere dignitosamente il sottoscritto, mia moglie e le mie due piccole figlie, Berta e Norta. Bene, dicevo, me ne stavo tranquillo davanti al fuoco, seduto sulla mia sedia a dondolo quando ad un tratto sentii provenire dall’esterno urla strazianti, così acute da farmi sanguinare le orecchie. Andai a controllare mia moglie e le mie figlie che erano spaventate e piangenti, e dissi loro di chiudersi in casa e non aprire per nessuna ragione, quindi mi allontanai da loro e uscii di casa, sigillando la porta con tutte le mandate del chiavistello. Avevo paura, tremavo e manco sapevo a cosa andavo incontro, ma dovevo accertarmi cosa stesse spaventando me e la mia famiglia. Feci qualche passo nella foresta che sin da bambino avevo sempre esplorato e che in quel momento mi parve nient’altro che una visione depravata e disturbante, cui non riconoscevo strade, alberi e anfratti. Un grande terrore mi assalì e provai a tornare indietro, ma non vidi altro che alberi neri ed inquietanti che si alzavano minacciosi contro di me. La mia casa sembrava sparita, così come i canti notturni dei rapaci. Non udivo niente, se non l’urlo straziante che sentivo correre verso di me ad una velocità che mi raggelò il sangue. Mi acquattai terrorizzato, sperando di confondermi con la terra e con le foglie ma così non fu. Dagli alberi saltò fuori questa orribile cosa che ancora oggi non so come descrivere, se non dire che ella era orribile e riluttante, simile ad un grande rospo peloso con zampe di gallina, pelle di serpente, muso di capra e corna di cervo. Urlò di nuovo e fui costretto a tenermi le orecchie, ormai zampillanti di sangue. E’ colpa di quella notte di vent’anni fa se il mio udito adesso è guasto e ci sento poco e niente. Comunque, stavo dicendo, la bestia urlò straziantemente con una voce femminile, ben lontana dalle sue sembianze mostruose. Cercò di uccidermi. Mi afferrò, mi strattonò e mi lanciò via in mezzo all’erba e quando fu sopra di me, temetti il peggio. Ero pronto a morire e piansi, piansi straziatamene come non avevo mai fatto prima. Lo confesso senza vergogna, me la feci tutta nei calzoni. Un vecchio come me non aveva mai visto un orrore simile e mai avrebbe desiderato vederlo, messere. Accadde che a quel punto quando la belva mi fu sopra pronta ad azzannarmi, ci fu un impatto così violento che credetti che un ariete od un fulmine avessero colpito in pieno l’obbrobrio vivente scagliandolo metri e metri lontano da me, nel buio della notte. Allora tirai un sospiro di sollievo, vedendomi scampato alla morte e cercai di sondare il buio coi miei occhi stanchi e confusi. Ora le dico che la mia vista adesso è compromessa, stancata da troppi anni di vita, ma quella notte oscura ci vedevo benissimo. Vuole sapere che cosa vidi, gentile viandante? Vidi un cavaliere dall’armatura nera come pece, vidi il suo cappuccio sventolare nel vento di quella pazza notte e coprirgli mezzo volto, lasciandogli scoperto solamente il mento barbuto. Impugnava una spada enorme che a tratti brillava, su cui erano incisi strani simboli e parole che non compresi. Con quella spada aveva infilzato l’orrenda creatura, proprio come noi comuni umani infilziamo il coltello nel burro caldo. Non riuscii a dire niente e mi paralizzai, non credendo ai miei occhi. Poi lui si girò verso di me, sorrise beffardamente e vidi i suoi denti bianchi. Non vidi i suoi occhi perché erano coperti dal cappuccio nero e consunto, ma udii le sue parole. Mi disse: «Quando la notte è buia e strane nuvole coprono la luna, chiudi la porta di casa e tappati le orecchie. Non guardare le finestre, non ascoltare nient’altro oltre al tuo respiro e soprattutto non aprire la porta a chi bussa, per niente al mondo.» la sua voce era calma e vigorosa, come quella di un giovane guerriero. Gli chiesi il perché, tremando come una foglia. Lui mi rispose: «Perché quando la notte è buia e strane nuvole coprono la luna, le porte dell’Innominabile si aprono e sul mondo giungono le bestie senza nome, le perversioni degli uomini, i peccati fatti carne e insozzano il mondo con la loro mondezza.» a questo punto lui rise amaramente, osservando il cielo. Le nuvole stavano abbandonando la luna e gli alberi mutavano intorno a me. Vorticavano macabramente, sembrando riprendere le loro posizioni originali. Ora riconoscevo i sentieri, i viottoli. Mi voltai e vidi casa mia, posta dove l’avevo edificata con fatica negli anni della giovinezza. Ancora egli rise al mio stupore e mi disse: «Ricorda, vecchio. Quando la notte è buia e strane nuvole coprono la luna, le porte dell’Innominabile si aprono sul mondo. Quindi non guardare le finestre, serrale se puoi. Tappati le orecchie e non aprire a chi bussa alla tua porta, perché quando la notte è buia e strane nuvole coprono la luna, Vurvan l’Errante e Malva la Strega Nera sono a caccia per sigillare l’Innominabile.» Mi sorrise ancora e poi svanì nel vento come se non fosse mai stato presente, assieme alla creatura che mi aveva attaccato. Poi mi girai verso casa e vidi la porta spalancarsi, ne uscì una donna bellissima e lugubre, che cantò alla luce della rinnovata luna e poi scomparve. Prima di dissuadersi nel buio come aveva fatto il cavaliere, ella mi disse: «Tua moglie e le tue figlie riposano beate e nulla ricorderanno di questa notte, al loro risveglio. Vai a dormire con loro e ricorda, quando la notte è buia e strane nuvole coprono la luna, le porte dell’Innominabile si aprono sul mondo.»
  4. Luca Morandi - Aratak

    La Ruota Edizioni

    Nome: La Ruota Edizioni Generi trattati: Romanzi di narrativa; Fantasy; Horror; Antologie; Sillogi poetiche; Narrativa per l'infanzia Modalità di invio dei manoscritti: per email a proposte@laruotaedizioni.it Distribuzione: Directbook Sito: http://www.laruotaedizioni.it/ Facebook: https://www.facebook.com/laruotaedizioni/ - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - Dal sito: al momento le selezoni sono chiuse, riprenderanno dal mese di marzo 2020.
  5. commento a mara Davide percepì una strana sensazione, qualcosa di simile a mille agi che s'insinuano sotto pelle, arrivando alla consapevolezza che quello che lo circondava era acqua. Troppo tardi forse, perché il primo istinto fu di respirare e Davide dimenò le membra per cercare di resistere ai conati di tosse che cercavano di espellere il liquido dai polmoni. Cercava disperatamente una superficie di quel mondo, il battito del cuore era persino più doloroso di quello dei polmoni, il panico bruciava più intensamente il poco ossigeno rimasto e la poca lucidità mentale, poi una mano si poso sul suo capo come ultima benedizione prima della morte. Davide poté soltanto portarsi in posizione fetale per l’atroce dolore al torace, prima di scomparire nell’oscurità. Hamish raggiunse l’aria, una superficie aveva fatto da appoggio alla sua mano per pochi istanti, giusto il tempo e la spinta per portare la sua bocca fuori da quel mare di angoscia, a divorare il prezioso respiro che gli mancava. I suoi occhi furono lacerati dalla luce abbagliante del sole, ma la spasmodica ricerca di un punto di riferimento lo costrinse ad adattarsi velocemente. Le membra erano intorpidite dal gelo dell’acqua, ma almeno il sole abbagliante scaldava il suo volto. Tra le ombre che iniziavano a disegnarsi ai suoi occhi, percepì altri disgraziati come lui cercare di raggiungere la superficie del mare in cui erano immersi. Era aberrato dalla visione di gente disperata che per salvarsi utilizzava le altre persone come appoggio, alcuni di loro nel panico si affogarono a vicenda, ma sapeva di non poter criticare tale meschino comportamento, ne ammonire ne chiamare, nessuno lo avrebbe ascoltato, avrebbe forse solo potuto dare il buon esempio e inizio a nuotare. L’istinto lavorò in maniera bizzarra, all’orizzonte si stagliava la sagoma di una costa, forse un’isola, sormontata da un’imponente vulcano, ma non fu quello a guidare il suo sforzo, ma un faro, una sorta di luce, di strappo nel cielo sopra il vulcano stesso che pareva non esistere se non nel momento stesso che lo si osservava. Nuotò con tutte le sue forze e altri con lui, e seppur lontani dalla spiaggia forse solo due o trecento metri, essi furono il percorso più lungo e faticoso che si potesse immaginare. Nella nebbia mentale molti nuotarono con i vestiti zuppi di acqua divenendo dei propri e veri macini. Hamish lo capì che era quasi a metà percorso vedendo alcuni suoi compagni di sventura, si fermo un attimo da quella foga per togliersi la camicia che ne appesantiva i movimenti, ne arrotolò più che poté i lembi per poterla fissarla alla vita, qualcosa gli diceva che avrebbe potuto servigli in futuro. Hamish notò altri togliersi anche le scarpe, lui però le aveva già perse. Affondò le unghie nella sabbia finissima e dorata come se affondasse i denti nel cibo dopo una settimana di digiuno, era felice di esser vivo, era al sicuro ora, e senti una profonda e immorale gioia alla consapevolezza, di non essere ridotto come la prima persona su cui il proprio sguardo cadde. Le urla di quel disgraziato lo percuotevano come un tamburo, esso si trascinava sulla sabbia lasciando una lunga scia di sangue che partiva da un moncherino della gamba destra staccata di netto forse da uno squalo. Il pallore del suo volto presagiva la sua morte imminente per dissanguamento, presto le sue urla si sarebbero affievolite. Hamish improvvisamente si sentì mancare, troppa roba in troppo poco tempo, eppure l’adrenalina lo sorreggeva, anche perché era l’unica cosa cui poteva attaccarsi. Nessun ricordo gli rammentava cosa potesse essere successo e guardò il cielo cercando tracce di fumo di un aereo precipitato e cercò sull’orizzonte del mare tra quelle persone che arrancavano verso la salvezza le tracce di un relitto che potesse rammentargli perché fosse lì. «Hei you! Wats your name?» D’istinto Hamish, parlò un fluente inglese, ricordò di saper parlare anche italiano «come ti chiami?» Ma la persona cui si era rivolto sembrava non capire, la donna si stringeva tra le ginocchia guardandolo con gli occhi bassi, come un cane percosso dal padrone «parla tedesco, non capisce un h di quel che dici.» Hamish voltandosi, vide nella stessa posizione un omuncolo pelle e ossa, tremante e giustamente spaventato, di origine semitica almeno a giudicare dalla carnagione e ripeté la domanda al suo nuovo interlocutore, lui rimase per un attimo confuso poi rispose: «Osud … credo.» «Ricordi come diavolo siamo finiti in tale situazione? Ricordi da dove veniamo?» Osud fu percorso da un fremito e rispose con rabbia «Cosa cazzo vuoi che ne sappia, voglio tornare a casa ma non so nemmeno dove sia.» preso dal terrore si portò la testa tra le ginocchia. «Non riesco a ricordare che questo maledetto giorno!» Un rumore attutito e profondo iniziò a farsi strada mentre Hamish notò una figura gesticolare tra il sottobosco poco lontano. «Quell’uomo non sembra un naufrago, sembra volere che lo seguiamo.» Osud si voltò, verso la figura e arrancando andò verso la donna per spronarla con qualche parola in tedesco. «Sei sicuro di voler andare con lui?» «Non ho altre idee e quei motori che si stanno avvicinando mi ispirano molta meno fiducia di una singola persona.» Hamish ora si rendeva conto che quello strano rumore era quello di jeep che si facevano strada nella foresta e incitando in italiano e inglese più persone che poteva si diresse verso quello strano figuro. «state giù!» Se Osud risultava pelle e ossa quello strano maschio era ridotto ad una larva, eppure con una forza e decisione marmoree ripeté la frase in più lingue. «Andiamo! dobbiamo allontanarci da qui!» «Aspetta non sappiamo chi sei, ne cosa vuoi da noi e non possiamo abbandonare tutta quella gente!» «Per loro e tardi, ma se starai nascosto qui potrebbero non notarci!» la mano di quello sconosciuto abbasso con forza la testa di Hamish e le oltre venti persone che li avevano raggiunti fecero lo stesso acquattandosi il più possibile. Quattro jeep di stampo militare da seconda guerra, alzarono la sabbia giungendo sulla riva. Gli uomini che ne scesero, vestiti con un abbigliamento vittoriano, sembrarono compiere una cernita dei rimanenti. Quelli che a loro giudizio sembravano sfiniti, furono abbattuti a colpi di machete, alcuni che osavano alzarsi venivano freddati da un colpo di pistola, tutti gli altri caricati sulle jeep in catene. «Andiamocene ora, prima che si accorgano anche di noi, sempre se non volete fare la stessa fine!»
  6. serena.jandra

    [FdI 2017-3 Fuori concorso] La Chascona

    Eugenio fissava la vetrina con sguardo vago, distratto. Non sapeva neanche lui per quale motivo si fosse fermato lì davanti, ma fu in quel preciso istante che la vide tra i riflessi, eterea come un'illusione. Il volto emaciato, solcato da profonde cicatrici purpuree, era incorniciato da sottili capelli bianchi che danzavano tutt'attorno al capo come filamenti di ragnatela sospinti dal vento. Teneva lo sguardo basso, cercando di nascondere gli occhi per non far vedere quelle lacrime che una dopo l’altra, l’avevano resa quel che era… un mostro. Ma Eugenio questo non poteva saperlo e vedendo quella donna oltre il vetro, scossa dai singhiozzi, non riuscì a restare indifferente. In un slanciò di compassione si protese in avanti appoggiando i palmi sulla vetrina, e che importava se l’avrebbe sporcata, il bisogno di aiutare aveva la priorità. “Ehi, ti serve aiuto?” esclamò sentendo crescere dentro di sé il bisogno di consolarla. La donna si immobilizzò. I capelli si riadagiarono lentamente attorno al suo corpo, come un manto protettivo. La strana folata di vento era passata. Sollevato per essere riuscito ad attirare la sua attenzione, Eugenio si preparò a sorridere sperando così di infonderle un po’ di coraggio. Lentamente, la donna sollevò il capo. I capelli si spostarono dal viso come un sipario e i suoi occhi, due enormi pozzi neri, si posarono con tutta la loro mostruosità su di lui. L’uomo trattenne improvvisamente il fiato, il sorriso scomparve, scacciato da una nuova emozione più viscerale. Un brivido lo attraversò da cima a fondo accompagnato da un’improvvisa ondata di panico. La sua essenza venne risucchiata fuori dal corpo, catturata da quegli occhi contornati da cerchi violacei e lacrime di sangue. Eugenio spalancò la bocca per urlare ma era incapace anche solo di respirare… il centro assoluto dei suoi pensieri era permeato da quei due profondi buchi neri. La sua anima venne strappata dal corpo, catapultata in un’altra dimensione. Senza capire come, si ritrovò in una stanza buia e afosa, assieme a lui nuovamente quella donna, che ora sedeva davanti alle braci morenti del focolare. Eugenio poteva scorgerne il profilo dal naso leggermente aquilino e le labbra carnose. Sembrava molto giovane, dall’aspetto fragile e delicato. Aveva lunghi capelli neri che ricadevano attorno al corpo come un mantello. La donna piangeva, cercando di soffocare i lamenti, con le mani strette convulsamente attorno alla vita, si dondolava avanti e indietro al ritmo dei propri singhiozzi. Improvvisamente, il suo pianto venne interrotto dal rumore della porta che si apriva, e lei balzò in piedi. Prima ancora che il nuovo arrivato fosse entrato del tutto, la donna si gettò a terra supplicandolo. Con un grottesco connubio di disperazione e fervore cominciò a baciargli le scarpe, a piangere e implorarlo senza alcun ritegno. Avrebbe fatto qualunque cosa per cancellare quel che stava accadendo. “Ti prego! Ti supplico! Non far loro del male! Farò qualunque cosa vorrai ma riportali indietro! Sono solo dei bambini!” Il volto dell’uomo era solcato da profonde rughe di disapprovazione rese ancora più nette dagli ultimi bagliori delle braci. Cercando di aguzzare la vista, Eugenio distinse il colore innaturalmente rosso della sua pelle, le labbra sottili e tese, mentre gli occhi erano come due grandi tizzoni ardenti, contornati da sopracciglia lunghe e ispide. Era circondato da un aurea putrida e sporca, risultato di una vita trascorsa tra la feccia dell’umanità, spettatore dell’espressioni più ignobili dell’animo umano. Con gelida certezza Eugenio seppe che si trattava del guardiano di tutte le anime immonde che vivevano sulla Terra, insozzando e contaminando gli spiriti puri. Era il Diavolo. In un moto di disgusto, il demone sferrò un calcio alla donna per allontanarla. Ma lei, completamente insensibile al dolore, tornò subito a carponi da lui e ancora più determinata di prima, gli abbracciò le poderose gambe nude, baciandolo e stringendolo al culmine della disperazione più totale. Lentamente, sul volto del Diavolo affiorò un ghigno compiaciuto e il suo ego maligno rinvigorì soddisfatto. Era così che sarebbe dovuta andare fin dall'inizio! -pensò il demone- Ed è così che sarà d’ora in avanti. La sua sposa non doveva avere altri pensieri al di fuori di lui. Voleva essere l’unico punto focale delle sue giornate, tutte le sue azioni dovevano essere impiegate al solo scopo di compiacerlo e servirlo. E mai avrebbe tollerato che qualcun altro, neppure i suoi stessi figli, si frapponessero tra loro. Lui era il tutto e null’altro doveva esistere. Ritenendosi soddisfatto di tanta devozione, in un improvviso moto di indulgenza, le concesse una carezza sulla testa, quasi una grazia. “Non erano altro che carne da macello” sussurrò dolcemente piegandosi verso di lei “troppo innocenti, troppo fragili perché la loro vita avesse valore. Diventeranno la più prelibata delle bistecche quando li cucinerai” “Nooo!!” Non appena quelle terribili parole attraversarono il velo di disperazione che l’avvolgeva, la donna cominciò a gridare fuori controllo: “Cosa hai fatto! Come hai potuto! Ai tuoi figli!! Aaaah, Aaaaah!” Senza più alcun freno, senza più nulla per cui valesse la pena vivere, si lasciò crollare a terra urlando con tutto il fiato che aveva in corpo. Le mani corsero ai lunghi capelli e li strapparono con violenza, facendo scempio del dono più bello che la giovane avesse mai avuto. Poi trovarono il volto, e lo graffiarono scavando lunghi solchi sulle guance. Non esisteva più nulla al mondo che avesse significato, nulla per cui valesse la pena vivere e combattere. Una cosa inaudita, impossibile da accettare e tantomeno da tollerare: i suoi figli erano stati uccisi e tutto era diventato pura follia. Il diavolo, non sopportando ulteriormente di sentire le sue urla, la scavalcò con una lunga falcata e si diresse alla dispensa sghignazzando soddisfatto. Era stanco dopo tutto il lavoro che quei mocciosi gli avevano procurato. Scuoiarli, eviscerarli e tagliarli in pezzi era stato un lavoro più faticoso di quanto avesse immaginato. Ora aveva solo voglia di rifocillarsi, rilassarsi e riposare. Eugenio assistette a quella scena come un fantasma, senza alcuna possibilità di fare qualcosa. Ma il suo animo era come un vulcano in eruzione, tutto ciò che aveva visto e compreso lo avevano riempito di rabbia e disgusto che ora traboccavano da lui come lava ardente. Il senso di impotenza lo stava facendo impazzire ma lui non era altro che uno spettatore in quella vicenda. In quale universo perverso e malato poteva accadere una cosa del genere? Che razza di allucinazione pazzesca stava vivendo? Sentiva il bisogno lacerante di raccogliere tra le braccia quella donna e cancellare ogni suo dolore. Allo stesso tempo avrebbe voluto sbattere il demone a terra e fracassargli il cranio a calci. Quell’essere, quell’abominio, meritava di essere eliminato nel peggiore dei modi. Intrappolato in quell’incubo che non gli apparteneva, lacerato dal bisogno di compiere giustizia, Eugenio cadde in ginocchio e urlò con tutto il fiato che aveva in gola. Rapidamente così com’era stato risucchiato in quella visione, si ritrovò davanti alla vetrina, nella stessa identica posizione in cui tutto era cominciato. I polmoni si gonfiarono improvvisamente d’aria e un urlo improvviso gli sfuggì dalle labbra. Si allontanò dal vetro come se si fosse scottato. Era stordito dal rapido viaggio mentale che aveva compiuto ma la donna oltre il vetro era ancora lì e lo guardava con il volto sfigurato e imbruttito da cicatrici, lacrime e sangue. Proprio come poco prima aveva fatto Eugenio, protese le mani in avanti e le appoggiò alla vetrina, cercando di avvicinarsi il più possibile. Nei suoi inquietanti occhi l’uomo intravide qualcosa di diverso: era forse una debole scintilla di tenerezza? Le labbra sottili e screpolate della donna si mossero e l’uomo udì la sua voce come se gli stesse sussurrando all’orecchio: “Io sono la Chascona… e mi dispiace avergli permesso di ucciderti.” La donna abbassò lo sguardo e ricominciò a piangere piena di straziante dolore. Eugenio, sconvolto e confuso da quelle parole, dopo un unico impercettibile battito di ciglia, si ritrovò nuovamente solo. L’uomo si guardò attorno con il viso stravolto, cercando di comprendere cosa diavolo gli stesse accadendo… era stato vittima di un orribile scherzo? Un’allucinazione dovuta allo stress? I passanti attorno a lui camminavano tranquilli, di certo loro non erano stati minimamente toccati dalla sua stessa esperienza. Quando una coppia lo affiancò davanti alla vetrina per osservare i manichini agghindati, si voltò verso di loro. Li fissò con occhi stralunati, cercando nei loro sguardi una risposta che lo rassicurasse. I due si tirarono indietro spaventati. Eugenio, lottò faticosamente per racimolare le forze e articolare una frase: “Cco co co co…” ma come un balbuziente, gli uscì un’unica sillaba ripetuta. Sempre più perso e impaurito, li supplicò con lo sguardo, cercando di scorgere una briciola di comprensione ed empatia in loro. Sfinito, si limitò a fissarli attendendo. Ma niente. Lo guardavano seri, non parlavano. Forse una traccia di pietà nel loro sguardo.
  7. Steto

    Consiglio per progetto

    Salve a tutti, sono qua per chiedervi un parere veloce e, se possibile, qualche buon consiglio. Da qualche mese sto lavorando ad una sorta di progetto editoriale che fonda la costanza di un blog con l'uscita in autopubblicazione ad un euro e, magari, l'immediatezza di un social. L'idea sarebbe quella di tenere un falso diario (blog) di avventure di un personaggio, protagonista dei romanzi brevi a autopubblicare. Assieme a questo dedicargli una pagina Facebook o un account Twitter come fosse un personaggio reale. Ora, so che descritta così sembra un casino assurdo e in effetti lo è ma mi sembra una cosa piuttosto innovativa da provare; la mia domanda è quanto davvero ne valga la pena, specialmente per come è messo il mondo della lettura in Italia e il mondo della scrittura underground. Voi cosa ne pensate? Ho googlato blog di racconti e non ne ho trovati tantissimi, forse perchè chiedono tanto (o troppo) lavoro e se ne cava mezza gratifica.
  8. dri

    Hypnos Edizioni

    Nome: Hypnos Edizioni Generi trattati: Weird Modalità di invio dei manoscritti: premio Hypnos Distribuzione: DirectBook, internet, librerie affiliate Sito: http://www.edizionihypnos.com/ Facebook:https://it-it.facebook.com/edizioni.hypnos/
  9. simone volponi

    [FdI 2017-2] Nodki

    commento Racconto rimosso su richiesta dell'autore.
  10. Marco Giacomin

    Fineterra: il mio primo romanzo

    Immagine di copertina: Titolo: Fineterra Autore:Marco Giacomin Collana: Autopubblicato: Streetlib ISBN: 9788826088853 Data di pubblicazione (o di uscita):18/07/2017 Prezzo: 2,99 Genere: fantastico Pagine: 435 Quarta di copertina o estratto del libro: A Fineterra, una tranquilla cittadina del nord Italia, nulla è ciò che sembra. La Foresta delle Anime nasconde un terribile segreto: un misterioso raggio verde che penetra nelle profondità del Lago Doppio. Mentre l'estate trascorre con una pioggia torrenziale che sembra non finire mai, gli interessi di un sindaco cinico e spietato confluiscono nel piano della mente diabolica del Signore delle Nuvole. Spetta a Gaspare, un giovane dalle spiccate doti deduttive, seguire la flebile traccia del raggio fino ad una sconcertante rivelazione. Con lui, il fedele amico Tito e i suoi nuovi compagni d’avventura. Assieme, guidati dalla forza della Sfera Nera, sfideranno la Grande Onda e s’inoltreranno alla ricerca della verità in un viaggio senza ritorno. Link all'acquisto: https://www.amazon.it/Fineterra-Sfera-Nera-Marco-Giacomin-ebook/dp/B0722XJG22/ref=sr_1_1?ie=UTF8&qid=1500540908&sr=8-1&keywords=fineterra https://www.ibs.it/fineterra-ebook-marco-giacomin/e/9788826088853?inventoryId=74061586 https://www.kobo.com/it/it/ebook/fineterra
  11. Marcello Iori

    Il Ponte Oscuro dell'Anima

    Titolo: Il Ponte Oscuro dell'Anima Autore: Marcello Iori Collana: Darkness Casa editrice: Amazon ASIN: B073KTT2C3 Data di pubblicazione: 29 giugno 2017 Prezzo: 0,99 euro (formato e-book) Genere: Horror/paranormale/fantasy Pagine: 234 (in formato digitale) Estratto dal libro/sinossi: Ci sono cose che non possono morire ma solo riposare. Nell'attesa si insinua la speranza. Ma quali sono i luoghi del male? 1950, la Seconda Guerra Mondiale è appena terminata. Con la scusa di redigere una biografia, Ronnie Cavendish trascina suo fratello Simons alla ricerca di una valle perduta sull'isola di Magerøya, in Norvegia, un posto talmente oscuro da entrare nella leggenda. Qui si erge un castello, che è la dimora di segreti inconfessabili. Durante il viaggio per Nordkapp, Simons viene a scoprire che il fratello ha intenzione di cercare il castello di Val per rilevare la proprietà. Quando giungono a destinazione, con l'aiuto di Knut Jacobsen, ex militare (come Ronnie), si rendono conto che Val è viva e non vuole essere disturbata. La loro unica speranza di uscirne vivi è richiudere una breccia sul lato ovest del castello, per impedire al male di far ritorno e riposare sino al prossimo risveglio. Perché certe Oscurità abitano i luoghi del Mondo e si nutrono dei sogni, delle guerre e di tutto il male possibile. Per la pace, i due fratelli saranno costretti a sacrificare se stessi. Tratto dal romanzo. Ignote resteranno le cose ferme, come le sedie, le imposte arrugginite o certe porte marcie. Per non parlare dei quadri senza volto, dipinti in ogni stanza, soli, a mostrare un orrore che nessuno potrà vedere, ma che è stato vissuto da quei pochi che ne hanno subito le conseguenze. Una verità assoluta lo sconvolge, mentre ascolta l’incertezza di Simons nel non concepire le cose che gli stanno attorno: quella sedia maledetta lo richiama. Ancora. E lo attende al varco. Sul ponte oscuro… Link all'acquisto: https://www.amazon.it/dp/B073KTT2C3/ref=sr_1_1?ie=UTF8&qid=1499374106&sr=8-1&keywords=marcello+iori
  12. Vincibosco

    Pelledoca

    Nome: Pelledoca Editore Generi trattati: noir, thriller, horror per ragazzi Modalità di invio dei manoscritti: non specificato Distribuzione: A.L.I agenzia libraria international Sito: http://pelledocaeditore.it/ Facebook: https://www.facebook.com/pelledocaeditore
  13. qeimada

    Lo spirito e l'isola (2° estratto)

    Ecco il secondo estratto del mio romanzo [...] Persa nelle elucubrazioni sul mio futuro scolastico e amoroso, passo dopo passo, giunsi davanti alla vecchia casa disabitata che si stagliava tra le abitazioni del lungomare come un incisivo cariato in una bocca dal sorriso altrimenti smagliante. Da bambina l’avevo conosciuta come “la casa della magàra”, la casa della strega. Tutti gli edifici che si affacciavano su quella strada erano dipinti di un bianco splendente che veniva rinnovato di anno in anno e sulle finestre erano appese le caratteristiche persiane blu klein. La casa della strega era invece di un marrone lugubre e sia le persiane sia i muri di tufo erano qua e là bucherellati e smangiucchiati. Io, che non la vedevo quasi mai, fin dall’infanzia me l’ero ricordata sempre così, in rovina. Inoltre, qualcosa nella sua architettura dava l’impressione che la facciata fosse costruita fuori filo e che quindi pendesse lievemente verso la strada, conferendole un’aria minacciosa, quasi incombesse su tutti quelli che sostavano sulla sua soglia. I bambini che passavano davanti a quella casa ormai fatiscente, a mo’ di scongiuro, roteavano su un piede, facevano tre giri su se stessi innanzi all’uscio e gridavano: «Abbrucia, magàra, abbrucia!» e non finivano nemmeno di dirlo che già li vedevi fuggire veloci mulinando piedini scalzi e luridi. I più scalmanati tiravano pietre contro quel muro sbrecciato che – un po’ per la salsedine, un po’ per quelle sassate non proprio innocenti – si stava pian piano sgretolando. Se non avevano pietre da lanciare, sputavano moccio e saliva imbrattando la porta. I più timorosi invece, giravano al largo e quando percorrevano quel tratto di strada, affrettavano il passo come se fossero stati inseguiti da chissà cosa. Dalla magàra, forse. Diamine, anche io da piccina ero stata stupida fino a quel punto, senza neanche sapere il perché. Come tutti, seguivo il branco e il branco aveva le sue consuetudini: puerili sì, ma discriminatorie e cattive come solo le regole dei bimbi possono essere. Me ne ricordo una in particolare: «l’ultimo che arriva in Piazzale Monterey dalla Madonna del Rotolo è una fimminedda!». Così predicava il basso e tarchiato Torello quando in gruppo tornavamo dalle nostre esplorazioni dell’isola e lui voleva mettere in chiaro chi fosse il più forte, come se già da bambino avesse nel sangue più testosterone di tutti gli altri. Diceva così e poi partiva a razzo verso il paese. Torello, con la sua crudeltà, era stato il nostro piccolo ma indiscusso capobranco. In ogni combriccola di ragazzini che si rispetti c’è sempre il bambino combina guai più pestifero degli altri e nella nostra era senza dubbio Salvatore Ferracane soprannominato Torello per via della sua forza straordinaria, inversamente proporzionale però, alla sua astuzia. Un giorno volle mostrare a tutto il branco come bruciare un formicaio: rubò una bottiglia di alcool a sua madre e per poco non diede fuoco ai boschi di Pizzo Spirone. Riuscì anche nell’impresa di abbrustolirsi mezza faccia, che si era dimenticato di tenere lontana dalla terra imbevuta di alcool e che quindi era rimasta bruciata da un’improvvisa fiammata. «Volevo vedere friggere le formiche da vicino!», si era giustificato con la madre e lei, quando lo vide mezzo ustionato, riempì la metà sana della sua faccia di violenti manrovesci. Da quel giorno uno dei ragazzi più grandi in paese gli affibbiò un altro soprannome: Mezzalusta, perché metà del suo viso era rossa come un’aragosta. Ma guai se qualcuno di noi piccoli si fosse azzardato a chiamarlo così! [...]
  14. mina99

    [FdI 2017-1] Ed è così che sono morto

    Commento: http://www.writersdream.org/forum/forums/topic/34074-fdi-2017-1-esca-viva/#comment-598496 Incipit 6, finale 9 Quanto era bella, la Terra vista da lassù. Certo, girano così tante foto della NASA su Internet, che ormai l'avevano visto tutti, un panorama così. Ma dal vivo era mozzafiato. Il fiato mi si mozzò per davvero, però, quando abbassai gli occhi e vidi la spia rossa lampeggiare. Era una banana!
  15. qeimada

    Lo spirito e l'isola

    Ecco il mio frammento, parte del primo capitolo. [...] Far parlare i morti. Nel suo letto, Ernest Christian Reiche non riusciva a prendere sonno e continuava a sudare e a rigirarsi sopra le lenzuola di lino bianco. La straordinaria afa notturna lo stava facendo boccheggiare dopo che un’impietosa canicola l’aveva oppresso per tutto il giorno. Si erano già avute estati torride nel Maryland ma quella le batteva tutte. Aveva la sensazione di trovarsi nell’intrico sgocciolante di una foresta del Sud America piuttosto che in una decorosa casetta a due piani di Chestertown, operosa cittadina fluviale situata a est di Baltimora. A poche decine di passi dalla sua casa, l’acqua del fiume Chester scivolava lenta verso la baia ma sembrava che gran parte della sua acqua fosse evaporata, tanta era l’umidità che impregnava l’aria di quella notte insonne. La finestra della stanza da letto padronale era spalancata ma nemmeno un alito di vento dava sollievo al corpo madido di sudore del signor Reiche. Water Street non avrebbe potuto essere più silenziosa di così e solo l’acufene di cui aveva cominciato a soffrire qualche anno addietro, gli riempiva la testa di un incessante fruscio. Durante il giorno non ne era quasi affatto infastidito ma di notte, nel completo silenzio, se si concentrava sui suoi pensieri, era tutta un’altra storia. Di dormire non se ne parla proprio, continuava a pensare l’uomo. Ma non bastava il caldo a tenerlo sveglio, nossignore. La moglie Martha, la mite e grassoccia Martha – che giaceva alla sua sinistra, come sempre a quell’ora da ormai trent’anni – quella notte si era addormentata sdraiata sulla schiena e russava, tanto da sembrare di stare nella sua segheria e di ascoltare il monotono rumore provocato da una pialla su una tavola di abete. Ma almeno lei dormiva. Come riuscisse a farlo, nonostante tutto quel caldo, restava però un mistero. Alla sua destra, sul comodino di quercia rossa che l’uomo aveva costruito con le proprie abili mani tanti anni addietro, erano appoggiati un bicchiere e una brocca di ceramica, entrambi vuoti. Aveva già bevuto tutta l’acqua un paio d’ore prima. Far parlare i morti. Reiche si chiese da quale buio recesso della mente fosse scaturita quella frase tetra e strampalata al tempo stesso. Aveva sfogliato il Maryland Gazette e letto quel trafiletto il mattino precedente, sorseggiando il suo caffè, quasi di sfuggita, con distaccata noia, a tratti addirittura disgustato e non ci aveva più pensato per il resto del giorno. Eppure, qualche parola di quell’astrusa storia si era infilata – subdola – in chissà quale meandro della sua testa, come la limatura del legno che gli era finita nelle orecchie, tutti i giorni, nei tanti anni di lavoro giù in falegnameria. Talvolta qualche truciolo rispuntava senza preavviso e nei momenti più impensabili. Rinveniva la segatura anche nella minestra serale, caduta giù dal naso o dalle orecchie, quando il groviglio dei peli non poteva più contrastare la forza di gravità. Non riusciva a togliersi dalla testa un nome: Josephine. Anzi no, “Madame” Josephine. «Donna di Baltimora afferma: è possibile parlare con i morti!» era il titolo dell’articolo. [...]
  16. Ospite

    Dark Zone

    Nome: Dark Zone Generi trattati: Urban Fantasy, Fantasy Epico, Horror, Thriller, Romance, Ragazzi Modalità di invio dei manoscritti: http://www.dark-zone.it/servizi-promozionali-per-autori/invio-manoscritti/ Distribuzione: Libro.Co di Firenze (accordo con Mondadori per distribuzione sul sito Mondadori Book); accordo con Star Shop per fumetti e albi illustrati Sito: http://www.dark-zone.it/ Facebook: Pagina, Gruppo
  17. Lo scrittore incolore

    [MI 100-7] Il tempo degli uomini col casco nero

    commento prompt di mezzanotte Sono nel futuro e un attimo fa ero ad aiutare mia mamma a mettere a posto la camera. La mia pancia dice che sono passati sette mesi, ma la mia testa ne vorrebbe almeno altri cento, prima dell’arrivo del nascituro. Non sono pronta a diventare mamma. O meglio non lo ero, prima di inciampare su una stampella nella cabina armadio e finire lunga distesa fra due giacconi impolverati. Ora ho problemi più seri ai quali pensare. Sono finita per chissà quale magia in un luogo che fatico a riconoscere. Dovrebbe essere sempre Roma, da quel poco che riesco a intendere, ma potrei anche sbagliarmi. Mancano il traffico feroce delle auto e l’orda eterogenea di turisti, ma soprattutto il rumore. Tutto è silenzio nelle strade. Le poche persone che camminano sui marciapiedi, hanno la testa coperta da caschi simili a quelli degli astronauti. Solo che questi sono fatti interamente di una sostanza vetrosa nera e non permettono di scorgere il volto. Guardando in alto resto a bocca aperta. Il traffico e le auto non ci sono perché le persone di questo tempo vengono spostate da una parte e dall’altra grazie a dei droni monoposto, grandi il doppio dei nostri: hanno sotto di loro un grosso anello metallico, che passa in un’imbragatura sulla schiena e il gioco è fatto. Nonostante sia tutto affascinante e futuristico, decido di spostarmi dalla stradina laterale in cui sono finita e incamminarmi alla ricerca di qualcuno che mi dica come tornare a casa. Nemmeno il tempo di fare dieci passi e mi imbatto in un uomo con il casco nero, seduto su una panchina. «Scusi» inizio a dire, ma prima che io possa aggiungere qualsiasi altra parola, una mano mi tappa la bocca e vengo trascinata via con la forza. Il mio aggressore mi lascia andare solo dopo aver raggiunto un vicolo in ombra: finalmente posso voltarmi e capire a chi possa interessare la mia persona in questo mondo bizzarro. «Che cosa vuoi da me?» chiedo, con la voce resa stridula dal grande spavento. Davanti a me c’è un uomo sulla trentina, senza casco protettivo. Ha i capelli rasati ai lati e un ciuffo tinto di azzurro che gli ricade sulla fronte. La sua espressione facciale trasuda una fortissima agitazione, ma per il resto pare innocuo. «Voglio salvarti, ma forse una pazza non si merita il rischio enorme che ho appena corso.» «Amico, non so chi tu sia, ma io sono tutto fuorché pazza. Non so come sono finita in questo posto e sono incinta di sette mesi. Voglio solo tornare a casa.» Mi viene da piangere. Sto metabolizzando pian piano la portata degli eventi in cui mi sono cacciata e il bisogno di tornare alla normalità si fa sempre più impellente, a ogni minuto che passa. «È proprio questo il punto» dice lui, con gli occhi ancora sgranati. «Che voglio tornare a casa?» L’uomo si porta la mano destra sulla faccia. «Ma no! Che sei incinta! Nessuna donna con un briciolo di sale in zucca si sognerebbe mai di avvicinare un progressista con un bambino in grembo. Lo vedi che ho ragione a darti della pazza?» La mia sopportazione è oltre ogni limite. «Io vengo da un altro tempo! Da un altro pianeta forse! Non so nulla di progressisti e tutto il resto! Ora, o mi spieghi cosa vuoi da me, oppure mi lasci in pace.» Il mio assalitore finalmente si placa e assume un’espressione più pacata. «Ok, ti credo. Ma non urlare, perché altrimenti ci sono addosso in un attimo e puoi scordarti di avere un bambino in grembo.» Le sue parole mi distruggono: cosa vuole questa gente da una persona che ancora deve nascere? «Io faccio parte della resistenza. Siamo in pochi ormai a rifuggire la follia che si è impossessata dell’umanità, come puoi vedere.» «Quale follia?» «Aboliscono la procreazione. Hanno trovato il modo di avvicinarsi a quella che è praticamente un’immortalità e non vogliono nuove nascite. Inquinerebbero quello che secondo loro è lo sviluppo perfetto che hanno raggiunto.» «Ma è assurdo. Cosa diavolo ci fanno in quella boccia?» «Non lo so. È un mondo a parte, in cui si calano in non so quale elucubrazione. Un computer? Non lo sappiamo con certezza.» «Ma come si può essere così bestie da uccidere dei bambini?» «Oh, ma vanno oltre, credimi. Guarda lì.» L’uomo mi indica un punto dall’altra parte della strada che mi era sfuggito e trasecolo. Due uomini-boccia se ne stanno seduti a un tavolino di legno, con uno striscione bianco che vi ricade davanti: per un momento mi era sembrato che non ci fosse niente di strano, tanto il logo è simile a uno di mia conoscenza, ma poi arriva la tremenda presa di coscienza. La scritta recita “Kill the Children” e ci sono persino degli opuscoli per i passanti. Vorrei piangere, ma non ho nemmeno il tempo di elaborare a fondo. Il ragazzo dai capelli azzurri sbianca in volto e fugge di gran carriera. Mi volto e mi ritrovo davanti a un uomo dal casco vetroso. Dei passi strascicati alle mie spalle mi fanno intuire che dietro di me ce n'è un altro. Vorrei scappare anche io, ma le gambe sono di pasta frolla. Quello davanti mi infila una mano tra le gambe e l’altro mi cala una boccia nera sulla testa. Per un attimo sento un dolore fortissimo all’altezza della pancia, poi il nulla. Non so più chi sono. Davanti a me un numero esagerato di display mi mostra scene che non capisco. Solo una mi rimane impressa per qualche istante: c'è una donna che chiama il mio vecchio nome in una cabina armadio e piange. Dio come piange. Poi perdo qualsiasi interesse.
  18. M.T.

    [MI 100-5] Sottoterra

    commento Traccia di Mezzanotte: "Dentro al pozzo." Il piccone si alzava e si abbassava meccanicamente, il familiare tintinnio che scandiva il colpire la pietra, alzando schegge che andavano a mordere la pelle scoperta delle braccia e del volto. Alzare e abbassare. Abbassare e alzare. Questa ormai era la loro vita: il ripetersi costante e immutabile di quei due gesti. Erano costretti a eseguire il monotono e massacrante lavoro salvo una breve pausa per rifocillarsi di una sbobba schifosa che li aiutava a restare in piedi. Non sapevano mai quale ora del giorno fosse: la luce delle strane pietre che permetteva di vedere era sempre la stessa. Sapevano solo se dovevano lavorare o riposare. Aveva dimenticato da quanto tempo era sepolto in quel luogo; ricordava appena l’aria pulita, il sole caldo, la natura, le chiacchiere e le risate con gli amici. La paura e il terrore presto erano stati risucchiati dalla stanchezza del lavoro cui erano sottoposti, lasciando la routine a occupare ogni pensiero. A volte pensava, meno di quanto capitasse inizialmente, se quel genere d’esistenza poteva definirsi ancora vita. Tutto era incentrato sul lavoro, con quel tanto per dormire e mangiare per restare in forze. Erano solo corpi che svolgevano dei compiti, come gli automi. Gli uomini che lavoravano con lui nella grotta si avviarono con i picconi appoggiati sulle spalle verso l’ingresso nella parete: anche quel giorno le fatiche erano terminate. Come sempre, attraverso cunicoli conosciuti alla perfezione, si sarebbero diretti agli spogli dormitori di pietra. Prima di varcare la soglia appoggiò il proprio arnese contro la roccia come tutti quelli che lo avevano preceduto e come avrebbero fatto quelli che lo seguivano. Mettendo un piede dopo l’altro, guidato dalla tenue illuminazione delle strane pietre biancastre alle pareti, si avviò nel budello che ogni giorno calpestava. Superò gli scalini calcarei, evitando che le sporgenze rocciose gli graffiassero la pelle. Erano soli nel tunnel, non c’era nessuno degli esseri che li avevano rapiti. Ma anche se non presenti, li tenevano d’occhio. Conoscevano tutti i loro movimenti, sapevano sempre quello che facevano. Già altri avevano tentato la fuga. Aveva perso il conto delle volte in cui aveva trepidato, certo che i suoi compagni fossero riusciti nell’impresa e stessero tornando con i rinforzi, irrompendo nella grotta e portandoli via verso la libertà. S’immaginava il grido di vittoria levarsi in alto, la felicità esplodere. Era rimasto tutto nella sua mente. L’entusiasmo era stato stroncato ogni volta: i fuggitivi venivano sempre ripresi. Lo spirito era fiaccato dal fallimento e da quello che succedeva dopo la cattura: chi scappava era rimesso al suo posto di lavoro. Non c’era via di scampo: questo facevano capire gli esseri senza parlare. Pensò a un modo per scappare. Anche se fosse riuscito a eludere la straordinaria sorveglianza, dubitava di trovare sottoterra l’orientamento per tornare in superficie. Si sarebbe perso e, nelle condizioni in cui era, la morte non avrebbe tardato ad arrivare. O, più probabilmente, sarebbe stato ripreso. Non capiva come individuassero con una tale efficienza i fuggitivi senza dare nessun allarme. Non li aveva mai sentiti emettere un solo verso. Nonostante l’aspetto di bestie, possedevano una disciplina e un’organizzazione incredibili. Avevano suddiviso i compiti assegnando i più pesanti agli uomini, dando a donne e bambini lavori adatti alle loro capacità. Possedevano una gerarchia sociale strutturata e inflessibile: c’erano i lavoratori, un gradino sopra di loro che erano schiavi, e la cerchia ristretta di chi li governava. Senza dimenticare i soldati, spietati nella loro efficienza: li aveva visti, con tattica e determinazione, massacrare un verme gigante che aveva attaccato la colonia. Poi, imperturbabili, avevano fatto riprendere la routine come se niente fosse, mentre l’immensa bestia era fatta a pezzi e rimossa. Ridusse la falcata perché l’andatura della colonna era rallentata: erano giunti alla stretta uscita del tunnel, dove una persona per volta poteva passare. Avanzò finché non giunse il suo turno di attraversare la soglia e immettersi nell’ambiente successivo. Stalagmiti si ergevano come grosse e antiche querce, piene di pietre luminose che illuminavano ceppi di cristalli. Attraversò la navata naturale immergendosi in un mare di giochi di luce che danzavano sugli abiti consunti e impolverati. Proseguendo la marcia per i dormitori non si curò delle maestose colonne gemmate che si perdevano nell’oscurità; la bellezza di quel luogo era sprecata per degli schiavi. Nessuno aveva voglia di ammirare quella meraviglia. Tutti avanzavano a capo chino, attenti a non inciampare in qualche ostacolo o a infilare un piede in una fenditura del terreno, trascinando le gambe stanche e doloranti. Ogni tanto un rumore proveniva dalle profondità dei tunnel e si perdeva nel buio: nessuno si voltava nella sua direzione. Erano diventati come pietra: impermeabili a tutto, lasciando che quanto accadeva attorno scivolasse via senza lasciare traccia. La formazione ordinata tenuta fino a quel momento si sparpagliò, scorrendo tra i grandi pilastri. Si fermò un istante con davanti l’immagine di tanti se stesso che si dirigevano nella stessa direzione. Emettendo un basso sospiro si stiracchiò per dare sollievo alle membra doloranti. Passando vicino a uno degli agglomerati di cristallo, scorse sulla superficie liscia e trasparente come si era ridotto vivendo sottoterra: un volto smunto, smagrito, con la pelle tirata sugli zigomi sporgenti. Ciocche di capelli arruffati cadevano su occhi vacui dove la vitalità della giovane età s’era spenta; il colorito naturale della carnagione aveva lasciato posto al pallore per la mancanza di sole. Accortosi di trovarsi nelle ultime file, si affrettò a recuperare le posizioni perdute: arrivare tra i primi significava avere i posti di riposo migliori. La caverna verso il fondo si stringeva a imbuto, costringendo le persone ad accalcarsi e aspettare il proprio turno per passare tra due colonnati di stalagmiti; a quel punto era già deciso chi si sarebbe sistemato meglio. Sulla destra scorse una piccola apertura tra la selva di stalagmiti. La possibilità di avere una scorciatoia per superare chi gli stava davanti lo allettò; nel peggiore dei casi sarebbe dovuto tornare indietro e accontentarsi dei posti rimasti. Addentrandosi nell’intricato sistema di formazioni rocciose si allontanò gradualmente dalla fioca luce, trovandosi sempre più immerso nell’oscurità. Attraverso gli spiragli che si aprivano tra le sagome scure, capiva qual era la sua posizione; procedendo si fecero più radi e così dovette affidarsi al tatto per procedere. Passarono i minuti e non incontrò nessuna uscita nel fitto dedalo. Il timore di perdersi cominciò a mutarsi in paura. Fantasie di quello che poteva accadergli nel vagare nell’oscurità galopparono nella mente: caduto dentro un crepaccio, catturato da predatori sconosciuti, disperso in gallerie senza fine. Una strana eccitazione lo spinse a continuare quasi con bramosia. Una parte di lui gli ricordò che non si sarebbe comportato così in condizioni normali; la normalità però era finita da tempo. Con la scarica d’adrenalina che gli scorreva in corpo si sentì di nuovo vivo, proseguendo in quel salto nel vuoto. Aveva aggirato una grossa formazione calcarea, quando si trovò a guardare la luce che filtrava da una fessura di una stalattite che si univa al terreno; scorse delle teste che si muovevano. Sorrise: avrebbe riposato in un luogo più confortevole del precedente. Espirò per allentare la tensione accumulata. Qualcosa lo afferrò da dietro, trascinandolo lontano dalla luce. Ebbe solo il tempo di pensare che le sue fantasie si erano avverate.
  19. M.T.

    [MI 100-4] Senza scampo

    Commento. Traccia di Mezzogiorno: Closed Circles . Non mi ero sbagliato. Questa non era una mia fobia. O un’allucinazione. Non erano le ossessioni che hanno preso il controllo della mia mente. Non ero io ad aver perso il controllo. Avevo ragione. Ho sempre avuto ragione. E nessuno mi ha voluto credere. Dicevano che stavo cominciando a dare i numeri, che il cervello mi era andato in pappa; dicevano che dovevo essere curato, anzi, hanno provato a farmi ricoverare. “Per farti avere l’aiuto di cui hai bisogno: vedrai che poi starai meglio. Tu ora non stai bene: lo capisci che lo facciamo nel tuo interesse?” Idioti. Non hanno voluto vedere. Io avevo ragione. Ho sempre avuto ragione. Ma nessuno ha voluto ascoltarmi. Idioti. Idioti. Ora è troppo tardi. Ora non c’è via di uscita. Hanno colto tutti alla sprovvista. Nessuno di loro se lo aspettava. Ho tentato di scappare, ma sono riusciti a tagliare ogni via di fuga. L’accerchiamento si è fatto sempre più stretto. Prima non si facevano vedere. Poi uscivano solo di notte. Alla fine si mostravano anche di giorno. Non avevano nessuna paura di noi. Sono arrivati a legioni; anche se il loro numero è sconfinato, non mi sorprende che siano giunti senza che nessuno se ne accorgesse: si potevano nascondere ovunque, i maledetti bastardi. Sono più intelligenti di quanto si pensasse. Hanno pianificato, si sono organizzati. Ci hanno studiato per secoli: ci spiavano al lavoro, mentre passeggiavamo, mentre dormivamo. Hanno appreso tutto sulle nostre abitudini, sulle nostre debolezze. Da idioti quali siamo, abbiamo voluto vedere del buono in loro, abbiamo voluto umanizzarli. Accidenti ai film, alla televisione, che li rappresentava così carini e simpatici. Accidenti a quei deficienti che si sono messi a lottare per riconoscergli dei diritti; ma la storia questi mentecatti l’hanno mai studiata? Non hanno visto quanti danni hanno fatto, che razza di disgrazie hanno attirato su di noi? I rumori fuori dalla porta si fanno più forti. Ora sono sulle pareti. Stanno cercando un varco tra gli scuri delle finestre. Presto raggiungeranno il tetto. Ci vorrà del tempo, ma riusciranno a entrare. Loro riescono sempre a entrare: trovano sempre un modo per superare qualsiasi barriera creiamo. Non mi piace ammetterlo, ma sono più intelligenti di noi. Sono più letali di noi. Cani e gatti sono stati i primi a essere eliminati. Poi è toccato ai rettili. I volatili, se hanno un minimo d’intelligenza, se ne sono volati il più lontano possibile, anche se non so se esiste ancora un posto sicuro nel mondo. Sicuramente resisteranno più di noi: non li possono raggiungere in cielo. Ma prima o poi la fame prenderà il sopravvento e dovranno riavvicinarsi al terreno per trovare da mangiare: allora la preponderanza numerica avrà la meglio. Mi si accappona la pelle sulla schiena: li sento grattare le pareti. Stanno cercando di creare delle aperture nel cemento: hanno capito che la porta blindata è più difficile da forare. Se solo fossi riuscito a raggiungere il bunker: sarei stato più al sicuro. Ma i bastardi hanno fatto fuori l’impianto elettrico dell’auto e sono rimasto bloccato qui. Forse sono davvero impazzito: avrei solo ritardato l’inevitabile. Forse è meglio così: non ne posso più di vivere sempre in stato di allarme, sempre a preoccuparmi, sempre a cercare di tenere tutto sotto controllo. Ora m’è tornata in mente la parola che non mi ricordavo: ipercontrollo. Chi ne è affetto fa una vita davvero d’inferno. Per un pezzo ho pensato di esserne colpito. Purtroppo mi sbagliavo: quello di cui avevo timore era davvero reale. I rumori fuori dalla casa si fanno più forti: è come se ci fosse uno sciame d’insetti che preme per entrare. Ma ciò che vuole entrare è molto peggio. Ora sono dentro le pareti: li sento muoversi. Sono anche sul tetto. Chi di loro mi raggiungerà per primo? Poi sento un scricchiolio nella stanza. Forse mi sbaglio, ma mi è sembrato di avvertire un tremito sotto i miei piedi. Lo scricchiolio si fa più forte. Mi sembra di scorgere un lieve sobbalzo in una mattonella del pavimento. Il sobbalzo si ripete, questa volta più forte. La mattonella si alza per un attimo, poi viene sbalzata via. Diversi musi appuntiti si levano dal buco nel pavimento, annusando tutt’intorno, prendendosela con calma. Stringo la spranga d’acciaio con forza. Cazzo, quanto odio i topi.
  20. YcaroCanFly

    C'è qualòcosa nel buio

    Il freddo iniziava a farsi insostenibile, gli squarci sulla TermoTuta lasciavano esposte le ferite causate dall'esplosione avvenuta nella sala macchine. Avanzavo molto lentamente nei bui corridoi che conducevano all'infermeria sperando che almeno lì fosse rimasto qualcuno vivo. Erano circa 12 ore che mi ero separato dalla mia squadra, non riuscivo a contattarli in nessun modo a causa delle interferenze continue che impedivano qualsiasi comunicazione attraverso InterCom. La gamba sinistra mi doleva a ogni passo, la deflagrazione mi aveva sbalzato via per almeno 3 metri per poi farmi sbattere violentamente contro la parete d'acciaio. Il ginoccio e la caviglia si erano gonfiati subito dopo e mi rendevano lento e goffo l'incedere nei corridoi. Controllai le munizioni simastemi dopo lo scontro a fuoco con quei fanatici dei Figli del Vuoto: un caricatore da 15 colpi e 7 rimasti rimasti nel revolver ionico. La flebile luce verde delle tacche di mira erano l'unica cosa illuminata insieme al mio holo-orologio e a qualche pannelo led ancora funzionante nonostante gli ingenti danni all'impianto elettrico. Se i miei calcoli erano giusti e la memoria della planimetria del settore C della stazione spaziale non mi aveva tradito ero a poco più di 3 corridoi dall'infermeria. Il runore dei miei passi erano l'unica cosa che si udiva, il ritmico e incalzante battere degli stivali sull'metallo accompagnava i miei affannosi respiri e l'incessante battere del cuore reso ancor più veloce dall'adrenalina ancora in circolo. Accesi la torcia del casco e un cono di luce bianca illumino il corridoio mostrano i segni evidenti di uno scontro a fuoco avvenuto chissà quando nelle ultime 24 ore. C'erano fori su tutta la parete laterale e sul pavimento, una scrivania ribaltata probabilmente usata come copertura aveva un angolo completamente fuso: munizioni al plasma, di grosso calibro. Avanzando ancora trovai due cadaveri vestiti con una TermoTura rossa sul cui petto campeggiava lo stemma dei Figli del Vuoto; uno dei due bastardi aveva il cranio aperto con tutto il contenuto riversato sul pavimento, probabilmetne il regalo di un F-22 a carica ionica, mentre l'altro aveva due grossi fori su fianco destro dove l'armatura tattica lasciava scoperte le costole. Il sangue e i caricatori vuoti invadevano il pavimento, l'intera nave versava in condizioni simili. Decisi di provare a contattare di nuovo la mia squadra attraverso l'InterCom, mi sedetti e provai su ogni frequenza possibile: < Qui Ripley, mi ricevete? Squadra 17-21, mi ricevete? Ryan, Asimov mi sentite?> Silenzio. Solo e soltanto silenzio. L'InterCom rimase muto mentre mi massaggiavo lentamente il ginocchio il cui dolore iniziava a essere insostenibile, ero solo.. completamente. I miei pensieri andarono subito a mia moglie e a mia figlia scomparse da circa 36 ore dopo l'attacco avvenuto nella sala conferenze, ai miei compagni di squadra e a mio fratello sperando che avessero incontrato un destino migliore della morte in questo inferno di acciaio e vetro. Stavo provando qualcosa che non provavo da anni, paura. Pura e semplice paura. Ad un tratto udii dei rumori provenire da infondo al corridoio, dietro un mucchio di macerie. Mi alzai dolorante e estrassi il revolver che emise un rumore acuto alla rimozione della sicura, le cariche ioniche erano pronte bruciare. Lentamente avanzai e puntai il l'arma nella direzione da cui avevo sentito provenire il suono, man mano che mi avvicinavo il brusio misterioso assomigliava sempre più ad un respiro affannoso e contorto. < Chiunque tu sia resta immobile, identificati.> urlai, ma nessuna risposta arrivò. Avanzai fino al cumulo di metallo che mi bloccava la vista e con una spallata lo buttai giù e fu allora che il cono di luce della mia torcia lo investì e lo vidi. Non credevo che le voci che giravano per la nave nelle ore successive all'attacco fossero vere.. almeno finchè non le vidi amterializzarsi davanti a me. L'essere era chinato su un cadavere a mangiare furiosamente le sue interiora come un avvoltoio su una carcassa nel deserto. Il corpo era informe, nulla lasciava pensare che quella creatura fino a poco più di un giorno prima era un essere umano. La muscolatura nodosa e sproporzionata della schiena era inarcata in maniera innaturale, le spalle erano esageratamente grandi e gli avambracci erano solcati da un grosso osso sporgente che probabilmetne veniva usato come artiglio da quella bestia. Le gambe ri chiamavano lontanamente quelle di un uomo ma la pelle era diventata molto simile a quella di un rettile, squamosa e ruvida. Appena la creatura si vide illuminata dalla mia torcia girò lentamente il capo verso di me mostrandomi i grossi occhi neri vuoti e freddi come il corridoio in cui ci trovavamo e appena mi individuò come una preda, mostro i denti scheggiati e intrisi di sangue e balzò nella mia direzione. Si diede una fortissima spinta con le gambe saltando sulla parete laterale per poi avventarsi su di me. Il mio cuore iniziò a galoppare, la mia mente si irrigidì difronte a quell'orrore e la mia precedente paura si tramutò in terrore. Sono stato in guerra, ho visto i miei compagni morire disintegrati dalle mine a impulsi davanti a me, sono stato per settimane rintanato in una caverna per scappare dai ricognitori sulle lune di Giove ma non ho mai provato una paura così forte, una paura così radicata e ancestrale come quella che in quel momento stava attanagliando ogni muscolo del mio corpo. Reagì d'istinto, la ragione non mi sarebbe servita in quella situazione. Mi spostai sulla sinistr per schivare quell'aberrazione ma nel farlo la mia caviglia cedette sotto il mio peso e caddi a terra. Il dolore bruciante che mi assalì la gamba mi porto ad urlare come mai avevo fatto in vita mia e di tutta risposta quella bestia dopo essersi rialzata dall'assalto a vuoto urlò a sua volta facendomi tremare l'anima. Non avevo scelta, nonpotevo muovermi da lì con la gamba in quello stato e tentare di schivare come avevo fatto poco fà era fuori discussione se volevo continuare a utilizzare la gamba. E allora rimasi fermo e alzai il revoler, l'adrenalina mi permise di oprendere bene la mira nonostante il panico che mi aveva assalito. Il mio bersaglio decise di caricarmi, era a poco più di 5 metri da me, presi bene la mira e spari 3 colpi di seguito aprendogli la testa a metà. Arrestò la sua carica poco prima di raggiungermi e l'inerzia fece un modo che la carcassa ormai senza vita si schiantasse contro la il pavimento a poco meno di mezzo metro da me, se mi avesse colpito con quella furia mi avrebbe fracassato come una pietra contro una finestra. Quando mi resi conto di essere ancora vivo la tensione si spezzò, e miei muscoli si rilassarono e voltandomi verso il cumulo di detriti dietro di me vomitai contraendo im muscoli addominali. L'odore acre del vominto misto alla carne del mostro bruciata dalle cartucce ioniche dle mio revolver resero l'aria irrespirabile. In quel momento l'InterCom suonò di nuovo dopo ore di silenzio tombale. Ripresomi dallo shock risposi in maniera goffa e frettolosa: < Ripley, ci sei? Qui Asimov, mi senti?> gracchio l'InterCom < SI ci sono, grazie a dio siete vivi!> riuscì a biascicare in un misto di sollievo ed euforia < Dove ti trovi? Sei ferito?> < Docrei trocvarmi nei pressi dell'infermeria e si, ho una gamba quasi fuori uso.> dissi massaggiandomi la caviglia gonfia <Sei da solo Ripley?> disse Asimov dall'altra parte del microfono < No.. c'è qualcosa nel buio.> risposi.
  21. Emy

    [MI97] Il tè delle 5:05 PM

    Prompt di mezzanotte La sveglia suona alle 7, troppo presto per i miei gusti raffinati: se potessi abolirei gli orari. La vita sarebbe più bella se ognuno la vivesse con i propri ritmi, senza la continua corsa e lo sguardo fisso sulle lancette che girano troppo veloce. Una doccia al volo, mi infilo nell’accappatoio e penso al vestiario. Qualsiasi cosa scelga, le colleghe avranno sempre da ridire. Opto per un tailleur rosso fuoco e una camicia di setta bianca. Un trucco leggero, i capelli raccolti in un elegante chignon. Intorno al collo slanciato il mio foulard preferito con il disegno floreale. Il risultato finale è soddisfacente, mi comunica lo specchio e me ne compiaccio. Corro in cucina e faccio il caffè che accompagno con i biscotti al cioccolato. Con il weekend alle porte sono sempre di buon umore. Prima di raggiungere la macchina al parcheggio sotterraneo passo davanti alla casella postale. La felicità è alle stelle quando vedo, tra un mucchio di bollette salatissime, una cartolina con un bellissimo giardino di Barcellona, la città dei miei sogni che presto visiterò. La giro e con grossa sorpresa scopro un messaggio così strano che penso subito a qualche scherzo. Vieni al tè delle cinque e cinque PM. Né un minuto prima né un minuto dopo. Sii puntuale. Porta con te il sorriso, non sono graditi i pensieri tristi o la rabbia. Segui la strada indicata e non ti perdere mai. Nel caso contrario ci saranno i guai. Faccio scivolare la missiva nella borsa e mi dirigo verso l’ascensore. Salita in macchina, metto in moto e accendo la radio. Per quanto cerchi di non pensarci, quell’invito occupa la mente durante tutto il tragitto. Chiunque sia l’autore, si sta sicuramente burlando di me: sanno tutti che detesto il tè, non lo sopportavo nemmeno negli anni in cui studiavo a Londra. La mattina in ufficio scorre lentamente nonostante le solite scartoffie. Ci sono un sacco di pratiche ancora da sbrigare prima delle agognate ferie spagnoli. Sono una persona diligente, ma mi sento così stanca, oggi. Non ho voglia di fare nulla, vorrei solo andarmene, più lontano possibilmente. All’ora di pranzo, lo stomaco brontola, decido di farmi portare un toast dal bar di sotto. In attesa che arrivi il ragazzo, tiro fuori la cartolina e la osservo per qualche minuto. Quel labirinto mi ha sempre affascinato molto, tanto da chiedermi come sarebbe stato perdervici. Per quale motivo, ora, proprio alla vigilia della partenza, spunta fuori e per giunta accompagnato da quelle parole bizzarre? Rileggo il messaggio con calma, scandendo parola per parola. L’occhio cade sulle righe dedicate all’indirizzo del destinatario. Non è il mio ma di uno sconosciuto di un paesino lombardo che mi suona familiare e non so perché: Barbariga. Mi fa un effetto strano pronunciarlo. Non posso dire con sicurezza di non esserci mai stata, ma nemmeno il contrario. Sento però che c’è qualche legame tra noi. «Ecco perché sei così magra, Lara. Non ti arrabbiare, ma ho raddoppiato la portata. Ti ho preso anche un succo di frutta.» Alzo la testa e incrocio lo sguardo preoccupato di Guido, il barista. Annuisco mentre tiro fuori il portafoglio. «Offre la casa. Buon pranzo, Lara.» Un cenno e se ne va senza aspettare la risposta. Mormoro un grazie tra me e me, gli occhi cadono sul misterioso invito. Tra un morso e l’altro, sarà la curiosità che mi spinge a fare le scelte che altrimenti non oserei fare, scrivo una mail al capo per chiedere il permesso di uscire un po’ prima perché non mi sento bene. In fondo è anche vero, la cartolina mi ha sconvolto. Alle 15 sono in autostrada, il navigatore impostato sulla destinazione finale. Arrivare al paese non è stato difficile, non posso dire lo stesso per la via in cui ho l’appuntamento misterioso. Dopo aver litigato a lungo con la voce guida, che mi ha esasperato proprio, imboccando una stradina stretta sono giunta a pochi metri da una cascina a prima vista abbandonata. A saltarmi subito all’occhio sono vari cartelli con le frecce nere. Segui la strada indicata. Esco dalla macchina e mi avvio a passo lento. La strada tortuosa e fangosa è difficile da percorrere con il tacco 12, mi pento di non aver pensato alle scarpe da tennis. Di solito le porto sempre dietro, per ogni evenienza. Ormai non posso più tornare indietro, quindi proseguo titubante verso la casa che a prima occhiata sembra decrepita e in disuso. «C’è nessuno?» Ripeto più volte la domanda senza ottenere alcuna risposta. Arrivata al portone mi aspetta un altro cartello: Sorridi, niente paura. Il Giardino regala i piaceri e non la tortura. Porta con te il sorriso. Inghiotto la saliva, la mano sul cuore trepidante: giro la testa a destra e a sinistra ma del giardino nemmeno l’ombra. Il cielo plumbeo annuncia il crepuscolo in arrivo. Dove vado? «Lara, vieni tesoro. Il tè si raffredderà.» Sobbalzo. Chi ha parlato? È una voce tombale, da raggelare il sangue. «Lara, dove sei? Vieni, vieni!» La voce si fa sempre più insistente, sento tremarmi le gambe e non riesco a muovermi. «Coraggio, Lara. Vieni!» «Vieni dove?» grido, la disperazione sta assalendo ogni particella del corpo inerte. «Nel giardino, il tuo giardino Lara. T’aspetto. Vieni.» Sento puntarmi negli occhi una luce forte, spingo d’istinto le mani avanti per proteggermi. La casa è illuminata e a sua destra c’è un sentiero che non ho visto venendo dalla strada principale. Vedo chiaro ora un altro cartello con su scritto: Non tardare. Sii puntuale. «Arrivo!» Sono stata davvero io a rispondere? Dopo aver camminato per circa due minuti arrivo a un area verde estesa. La luce è flebile, mi sembra però, sempre che la vista non mi inganni, un labirinto. Una serpentina verde somigliante a grosso modo al famoso parco di Barcellona. «Entra cara. T’aspetto. Ma non tardare, altrimenti…» Un respiro profondo, con una gamba sono già dentro. Non ho tempo di chiedermi se faccio la cosa giusta, sento di continuo l’eco di quel “altrimenti”. Prosieguo senza nemmeno sapere in quale direzione andare. «Segui il profumo dei dolcetti al miele, Lara. Li adoravi, ti ricordi?» Di nuovo quella voce, seguita da una risata sonora che solletica il naso. No, non ricordo, mi verrebbe da urlare ma taccio. Chissà perché. Vado avanti, poi arrivo a un bivio. L’istinto dice di andare a destra e lo seguo a occhi chiusi. Sapessi dove andare, sarebbe meglio. Non ricordo i dolcetti, rammento però bene quel gioco al buio. Ci ricorrevamo tra le scatole pesanti, anche allora davo sempre retta a una voce interiore, peccato però che spesso mi faceva perdere. A destra, non è la strada giusta. È un vicolo cieco. E adesso? Mi giro, disorientata, come se giocassi a mosca cieca. Non ho altra scelta che tornare indietro e provare a girare nel senso opposto. «Lara, dove sei? Si raffredda il tè. Sai che ore sono? Non farmi perdere la pazienza, di nuovo.» Non lo voglio ascoltare, le mani tappano le orecchie. Il cuore sussulta. Concentrati, Lara, mi dico per calmarmi. Sono arrivata al punto di partenza di prima, allora provo a sinistra. Corro, accaldata, il fiato corto. Cerco di rallentare la presa del foulard, stringe troppo. «Lara, i biscotti diventeranno duri come pietre! Dove sei? Il tempo corre!» Affretto il passo. Un altro bivio. Maledizione. A destra, poi a sinistra, avanti, indietro. Non so più dove andare e dove, invece, sono sicuramente stata. Sento quella voce orribile chiamarmi ancora e ancora. «Dove sei?» Urlo accecata dalla rabbia, cado in ginocchio. Sono così confusa. Vorrei mollare ma non è nella mia natura. Mi alzo e cerco di concentrarmi. Indietro, a destra e poi sinistra: è la sequenza giusta, spero. Ma sono sempre lì, mi rendo conto arrivata all’ennesimo o meglio allo stesso bivio. Mi chino per raccogliere il foulard a terra. Chissà quando è caduto. L’orologio di una chiesa poco distante batte cinque colpi. Ancora cinque minuti al thea party. Manca solo il coniglio, ma sono sicura che ora spunterà da qualche parte.
  22. Riddle Seeker

    [MI96] Sogni sincronici

    Prompt di mezzogiorno/Creepypasta. Commento: Sogni sincronici Luca era seduto davanti allo specchio del bagno, intento a togliersi le caccole dal naso. Capì di essere rimasto troppo a lungo in quello stato quando vide il suo riflesso deformarsi, scivolando via come gelatina. Si stropicciò gli occhi, alzò le spalle e tornò a pensare al problema che lo tormentava, anche se non aveva nessuna speranza di risolverlo. Avrebbe potuto fare una ricerca su Google, ma sarebbe stato inutile. Google non poteva entrare nella sua testa. Attraversò con passo strascicante il corridoio e bussò alla porta della camera di Elena, l’ultima spiaggia. Sua sorella aprì la porta, spazientita. Aveva i capelli biondi all’aria e portava ancora il pigiama. Era domenica e fuori infuriava uno dei primi temporali primaverili. «Cosa vuoi?» Non aveva ancora pensato a come chiederlo. «Come risolveresti una specie di messaggio cifrato? Sei sempre stata tu la più brava con questi indovinelli.» Elena spalancò gli occhi e accennò un mezzo sorriso. «Tu vieni a chiedermi qualcosa che c’entra con la matematica? Ti senti bene?» «Lo sai sì o no?» «Beh, prima di tutto dipende da che tipo di cifrario usi. Fammi vedere il messaggio.» «Ehm… non lo ricordo.» La situazione si faceva sempre più imbarazzante. Elena aveva già messo da parte il pc e preparato carta e penna sopra alla scrivania. «Come sarebbe a dire “non lo ricordo”?» «Io l’ho soltanto sognato, insomma» balbettò Luca «il punto è che non lo so!» «Sai, in fondo ti capisco. Nemmeno io ricordo nulla quando sogno e ultimamente mi sveglio spesso con un fastidioso mal di testa. Ricordi almeno com’era fatto? Lettere o numeri?» «Erano parole senza senso.» «Allora potrebbe trattarsi di una permutazione del testo originale. La chiave di cifratura è la permutazione stessa, e si potrebbe determinare anche per tentativi, di sicuro esistono programmi in grado di farlo. Mi viene in mente il cifrario di Cesare, è un caso particolare in cui le lettere sono traslate di tre posizioni in avanti.» «Non ho capito nulla.» «Sì, non mi sorprende. Ti faccio un esempio: la A va in D, la B in E, la C in F e così via. Hai capito adesso?» «Credo di sì. E le ultime tre lettere dell’alfabeto?» «Ritornano in A, B e C, rispettivamente. Sei uno zuccone, come puoi essere mio fratello?» Luca si indispettì e fece un passo indietro. «Grazie tante. La prossima volta che lo sognerò allora sposterò le lettere di tre posti, come mi hai detto. Ciao.» Stava per uscire dalla stanza quando Elena scoppiò a ridere. «Spostale di quanto vuoi, se ci tieni. Non è detto che sia stato utilizzato il cifrario di Cesare.» «E allora come faccio?» «Sai, forse non è una coincidenza. Anche io ricordo vagamente di avere sognato dei numeri e delle parole confuse tra di loro, in una foresta. Era come se qualcosa mi avesse costretto a sognarli, per poi dimenticare quasi tutto al risveglio. E se avessimo fatto lo stesso sogno, ma spezzato in due? Io potrei aver visto la chiave e tu il messaggio!» «Ho sognato anche io una foresta.» «Ah-ah! Abbiamo fatto un sogno sincrono, è una cosa rarissima! Dobbiamo assolutamente mettere insieme i pezzi e sperare che il testo abbia un senso. È davvero eccitante!» «Detto da una che studia matematica» sbuffò Luca. Elena era così su di giri che fu impossibile fermarla. Fece roteare la matita fra le dita un paio di volte e camminò in tondo al centro della camera. «Ecco cosa faremo: ci metteremo a dormire insieme e cercheremo di concentrarci sui nostri sogni, non importa quanto vaghi o confusi siano. Ci stai, fratellino?» «Ma non ho sonno adesso.» «Oh, ma insomma! Sei stato tu a chiedermelo! E poi fino a che mamma e papà sono via, comando io. Fila a letto!» Luca scosse la testa, ma alla fine obbedì. «Buonanotte!» Si addormentò senza accorgersene, mentre ascoltava i rumori ovattati del vento e della pioggia fuori dalla finestra. «Dove siamo?» «In mezzo al bosco. È qui che ho visto il messaggio.» «Secondo te siamo nel mio sogno o nel tuo?» «Boh!» Luca prese per mano Elena e la condusse di fronte al tronco di un albero, sul quale era scritto: GSAWDCFHWQCBHSDCFHSFOWOBQVSZIW «È questo. Ti sei ricordata la chiave?» «No, pensavo che una volta giunta qui sarebbe stato tutto chiaro, invece sento solo un gran mal di testa.» «Proviamo con tre, allora.» «Mh… ne dubito. GS corrisponde a DP, AW a XT. Stiamo sbagliando.» «Allora proviamo tutti e 26 gli spostamenti. Non dovrebbe volerci tanto.» «Non funziona così. I possibili alfabeti permutati sono 26!, un numero spaventoso. Non ci basterebbe l’eternità per…» Elena si accasciò. «Sto male… sento un fischio nelle orecchie.» «Io non lo sento!» disse Luca, guardandosi intorno. Dovunque posasse lo sguardo c’erano solo tronchi altissimi, alberi senza chioma. Non capiva da dove arrivasse la luce che li illuminava, ma pensò che in un sogno fosse normale. «14. Prova con 14!» sussurrò Elena. Iniziò a spostare le lettere ma si sentì rallentato, incapace di eseguire il più semplice calcolo. «D spostata in avanti di 14… E, F, G, H, … ma perché proprio 14?» Sua sorella non rispose. Aveva perso i sensi, o forse nella realtà si era svegliata. Un bel modo di lasciarlo solo nel mezzo della foresta. Lasciò perdere il conto e cercò di imparare a memoria il testo. GSAWDCFH… era impossibile. Sgomento, strappò la corteccia dal tronco e fu scaraventato a terra. Prima che tutto svanisse, sentì sua sorella gridare “Non toccare niente!” e scorse due mani enormi, attaccate a delle braccia scheletriche. «Ce l’abbiamo fatta, ho preso il messaggio!» Luca si precipitò nella camera della sorella e le dette un paio di scossoni. «Svegliati!» Elena rimase immobile. La girò da un lato e vide che aveva perso parecchio sangue dal naso. Prese il telefono, le mani sudate che tremavano e selezionò il contatto papà. «Pronto?» «Papà, Elena non si sveglia e ha tanto sangue dal naso, ma giuro che non sono stato io, lo giuro!» «Cos’è successo Luca? Calmati, torniamo a casa subito.» «Stava dormendo per aiutarmi a decifrare il… messaggio!» «Tu stai bene? Pronto? Chiama il numero 1-1-8!» Ma Luca aveva lasciato cadere il telefono. Si fiondò al pc e cercò “cifrario”. Aprì un sito che permetteva di cifrare e decifrare un testo, quindi ricopiò pazientemente i caratteri scritti nel pezzo di corteccia. Inserì il valore 14 su spostamento e cliccò su “decifra”. SEMIPORTICONTEPORTERAIANCHELUI «Se mi porti con te porterai anche lui? Ma chi?» chiese, esasperato. Sentì un rumore alle sue spalle. «Elena?» Sua sorella si era raggomitolata sotto le coperte. «Allora sei sveglia!» Le appoggiò la mano sulla fronte. Stava piangendo. «Che cos’hai?» Elena si allungò, nel bozzolo di coperte. Il suo corpo divenne sottile come una pertica, il viso si ridusse a un pallido strato di pelle. Si alzò e dalla schiena fuoriuscirono dei tentacoli neri. Luca urlò. Era stato lui a portare con sé quella creatura. Non avrebbe mai dovuto strappare quel pezzo di corteccia. Sentì un fischio alle orecchie, sullo schermo del pc comparve la schermata blu della morte. Non sai quanti altri messaggi ha lasciato tua sorella su gli alberi. Ogni notte riusciva a scappare, ma ora grazie a te… è mia. Guardò la creatura, sconvolto. Aveva il volto rigato di lacrime e desiderò di non aver mai chiesto nulla, di non aver mai sognato quella maledetta foresta. Osservò una foto appesa alla parete, scattata il giorno dell’ultimo compleanno di Elena, mentre saliva su uno scivolo. Era il 14/03/17. Sembrava una foto normale ma per la prima volta notò qualcosa di strano. Sotto agli alberi, in ombra sullo sfondo c’era un uomo; una figura nera troppo alta per essere così lontana… Passò davanti allo Slenderman e aprì la portafinestra, incapace di controllare i movimenti del corpo. Uscì e salì sul bordo della terrazza. Suo padre aveva parcheggiato sul vialetto di ingresso e stava scendendo dall’auto. Un fulmine illuminò il viso di Luca, dietro di lui un’ombra alta fino al soffitto della stanza se ne stava immobile con uno sciame di serpi fra due scapole scheletriche. Saltò.
  23. Federico72

    [MI 96] Una notte, vicino alla Luna

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  24. Titolo: Camera N°15 Autore: Giustina Gnasso Casa Editrice: Libro/Mania Pagine: 116 Isbn: B01N488GJY Genere: Horror Formato: e-book Prezzo: € 1,99 Trama In un vecchio albergo di Milano un cliente si suicida. Dopo la sua morte si susseguono strani suicidi dei membri del personale. Marta e il collega Marco, preoccupati per quanto accade e timorosi di subire la sorte dei colleghi, cercheranno una spiegazione alla catena di morti. Non si tratta di un’investigazione nel senso classico del termine, ma piuttosto del tentativo di trovare una relazione fra gli avvenimenti sulla scorta delle pochissime informazioni a disposizione dei due ragazzi. Durante questo lasso di tempo i protagonisti avranno occasione di conoscersi meglio e una parte importante del libro è dedicata allo sviluppo dei rapporti fra i due e a periodici rewind: capitoli in cui sono descritti i punti salienti di una vecchia relazione di Marta, conclusa con la morte del ragazzo. La vicenda subirà una netta accelerazione, ed entrerà in pieno nella dimensione horror, quando Marta e Marco si troveranno coinvolti più da vicino nel mistero; non entro nel dettaglio per evitare di rivelare troppo, aggiungo solo che il romanzo ha un buon finale, adatto al genere. Contenuti Il libro riprende uno dei temi classici dell’horror, quello delle morti inspiegabili, ma si rifà alla tradizione giapponese per offrire una spiegazione al lettore, portando un tocco esotico nel centro di Milano. Non conoscendo il folclore giapponese per me è stata una lettura interessante e, per quanto ho potuto appurare, le informazioni fornite dall’autrice sono esatte. La narrazione è focalizzata sui personaggi (protagonisti e comprimari), con scarne informazioni relative al quadro generale degli avvenimenti (le indagini della polizia, le reazioni dei clienti dell’albergo ecc.); nella parte centrale del romanzo questa scelta, unita all’ampio spazio dedicato alle vicende personali dei protagonisti cui accennavo sopra, provoca una sensazione di distacco dalla realtà che ben si adatta al genere ma che non sempre l’autrice riesce a supportare con un’adeguata tensione in preparazione degli avvenimenti finali. Ambientazione e personaggi Nel breve spazio del romanzo trova posto una bella galleria di personaggi tratteggiati in maniera molto vivida e concreta; le descrizioni sono affidate spesso a qualche abitudine particolare che aiuta a fissare i personaggi nella memoria. Angela e il cuoco Hirokichi sono i più strambi, Otto il più pacioso, Alberto e Flavio i più tristi, Marisa e Anna le più ordinarie: l’autrice è molto abile nel dare spessore a ogni personaggio con poche frasi. Nel caso dei protagonisti l’approfondimento è maggiore e le informazioni non mancano, anche se a volte non sono ben calibrate. Quasi tutti i personaggi sono tristi, delusi o solo stanchi della loro vita e una Milano dal cielo cupo e perennemente piovoso sembra rispecchiare il loro umore. Nonostante precisi riferimenti a luoghi della città, l’ambientazione rimane sullo sfondo contribuendo ad accentuare la sensazione di indeterminatezza cui accennavo sopra e che ho trovato adatta al genere trattato. Stile e forma La scrittura è lineare e corretta, i refusi minimali. Lo stile è semplice e adatto all’impostazione della storia; alcuni termini molto colloquiali, invece, non sempre sono del tutto adatti al contesto. Buoni i dialoghi, naturali e credibili, nonostante qualche saltuaria difficoltà nell’attribuire la paternità delle battute. Nel complesso la lettura è stata gradevole e senza inciampi. Giudizio finale La tensione che dovrebbe caratterizzare un horror è, per buona parte del libro, più curiosità di sapere cosa accadrà che brivido a fior di pelle; che sia per un motivo o per un altro, non si fatica ad arrivare alla fine: la relativa brevità del testo aiuta, ma sono scrittura, personaggi e storia che invogliano a proseguire. Il crescendo arriva quasi improvviso nella parte finale con il suo corollario di brividi, sangue e soprannaturale utili a soddisfare i simpatizzanti del genere.
  25. Ospite

    Hell Patrol - Alex F. Penni

    Titolo: Hell Patrol Autore: Alex F. Penni Collana: Odissea Digital Casa editrice: Delos Digital ISBN: 9788825401288 Data di pubblicazione (o di uscita): 7 Marzo 2017 Prezzo: 3.99 € Genere: Horror / Gotico Pagine: 125 Quarta di copertina o estratto del libro: Per perseguire la vittoria del Bene contro il Male a volte bisogna scendere a terribili compromessi... La vita di un tranquillo paesino del Monferrato viene sconvolta dall’arrivo di uno strano personaggio, Jonas Abelton. Apparentemente scrittore in cerca di ispirazione, che ben presto metterà in pratica il suo diabolico piano per soggiogare prima gli abitanti del paese, poi il Mondo intero, creando il proprio Esercito del Male. Uno scrittore fallito, Jack Fox, e la sua compagna Cinzia, tenteranno di ostacolarlo, ma la vittoria del Bene sul Male non è sempre così scontata e soprattutto, a volte, richiede uno scotto molto duro da pagare. L'autore: Alex F. Penni (il vostro Pennywise sul WD), nato nel Monferrato astigiano negli anni 70, è il lato oscuro dell’amministratore storico di StephenKing.it, il più grande portale italiano sullo scrittore americano. Ingegnere votato alla letteratura in tutte le sue forme, è autore di numerosi articoli, recensioni e racconti pubblicati online. Nel 2015 completa la prima raccolta di racconti dal titolo: Lo Specchio dell’Anima, costituita da 10 racconti in stile horror/gotico, pubblicata col patrocinio di StephenKing.it. Sempre nel 2015 il racconto Il Ladro di Bambini viene selezionato per entrare a far parte dell’antologia Schegge per un Natale Horror 2015, edita dal portale LetteraturaHorror.it. Nel 2016 il racconto Le Lezioni del Professor Morte viene selezionato per entrare a far parte dell’antologia Z di Zombie, edita dal portale LetteraturaHorror.it e patrocinata da Dunwich Edizioni. È autore inoltre, con il suo lato “visibile”, di thriller e noir. Hell Patrol è il suo primo romanzo horror pubblicato con Delos Digital. Link all'acquisto: http://delos.digital/9788825401288/hell-patrol https://www.amazon.it/dp/B06XB6XPZD?tag=fantascienzac-21
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