Vai al contenuto

Cerca nel Forum

Risultati per i tag 'horror'.

  • Cerca per Tag

    Tag separati da virgole.
  • Cerca per Autore

Tipo di contenuto


Il mondo dell'editoria, senza filtri.

  • Inizia qui la tua avventura nella community
    • Regolamento del Forum
    • Ingresso
    • Bacheca
  • Il mondo dell'editoria
    • Case Editrici
    • Piattaforme Print on Demand
    • Agenzie Letterarie
    • Freelance
    • Questioni legali
    • Concorsi ed Eventi esterni
    • Varie ed eventuali
  • Officina
    • Narrativa
    • Poesia
    • Contest del Writer's Dream
    • I migliori racconti del WD
    • I nostri libri
  • Documentazione
    • Scrivere
    • Leggere
  • Area Relax
    • Agorà
    • WD Club
    • Il blog del Writer's Dream

Categorie

  • Arte, cinema e fotografia
  • Azione e avventura
  • Biografie, diari, memorie
  • Fantascienza, Horror, Fantasy
  • Gialli e Thriller
  • Letteratura non di genere
  • Letteratura erotica
  • Letteratura Rosa
  • Bambini e ragazzi
  • Società e Scienze sociali
  • Storia
  • Poesia

Categorie

  • Arte, cinema e fotografia
  • Azione, avventura
  • Biografia, diari e memorie
  • Fantascienza, Horror e Fantasy
  • Gialli e Thriller
  • Letteratura Erotica
  • Letteratura Rosa
  • Letteratura non di genere
  • Bambini e Ragazzi
  • Società e Scienze sociali
  • Storia
  • Poesia

Calendari

  • Presentazione in Libreria
  • Concorso Letterario
  • Corso di scrittura
  • Altro
  • Evento del Writer's Dream

Cerca risultati in...

Cerca risultati che...


Data di creazione

  • Inizio

    Fine


Ultimo Aggiornamento

  • Inizio

    Fine


Filtra per...

Iscritto

  • Inizio

    Fine


Gruppo


Sito personale


Skype


Facebook


Twitter


Provenienza


Interessi

Trovato 166 risultati

  1. Torba

    Il vile denaro (Parte 4/5)

    Cancellato su richiesta dell'autore.
  2. Torba

    Il vile denaro (Parte 3/5)

    Cancellato su richiesta dell'autore.
  3. Torba

    Il vile denaro (Parte 2/5)

    Cancellato su richiesta dell'autore.
  4. Torba

    Il vile denaro (Parte 1/5)

    Cancellato su richiesta dell'autore.
  5. Nightafter

    Il sogno dell’odio – Pt.1

    La casa aveva le pareti dipinte di nero, anche il soffitto lo era. Nella casa non entrava il sole, alcune finestre erano sbarrate, altre murate. Lui non sapeva il nome di quel colore, aveva solo quattro anni e nessuno gli aveva parlato dei colori, ma ne conosceva la natura: era quella del buio. Il buio e il silenzio riempivano la casa vuota e la sua mente quando chiudeva gli occhi per sfuggire alla paura, o per nascondersi nel sonno, dove tovava un mondo che gli piaceva. Nel sonno non c'era paura né si provava il dolore, il sonno era una cosa buona, era il bene. Una lampadina rossa, appesa a un filo in centro al soffitto, certe volte faceva cessare il buio, questo avveniva solo quando mamma era a casa: a lui non piacevano quella luce e sua madre. Senza luce non si vedevano quei simboli sulle pareti di cui non capiva il significato. Erano segni che gli creavano angoscia, perché avevano il colore nero del sangue. Nella luce il sangue era nero come il buio e usciva dal suo corpo, quando sua madre lo colpiva con cattiveria, ovunque. Sua madre gli faceva paura, sempre. Il dolore aveva due nature: una fisica, quando sua madre o quegli uomini lo picchiavano, o facevano cose orribili sul suo corpo, ma quel male aveva un termine. Prima, quando accadeva, lui urlava e piangeva: nessuno lo sentiva, perché la casa era un rudere isolato, lontano da altre case. Ora aveva smesso di farlo, desiderava solo che tutto finisse in fretta. L’altro dolore era più profondo, covava dentro acuto: era fatto di paura e non finiva mai, c'era sempre quando era sveglio. Nel sonno cessava, o meglio era più remoto, poteva osservarlo come qualcosa fuori dal corpo e dalla mente, non poteva cancellarlo, ma guardarlo da lontano gli procurava sollievo. “Madre”: Questo termine indicava la donna che viveva nella casa con lui. Lo aveva sentito da quegli uomini, sempre gli stessi, che venivano nella casa: “Tu sei la madre di quel mostro”, dicevano con disgusto. “Figlio”: anche questo significato lo conosceva, indicava lui: “Quell'aborto dell'inferno è tuo figlio” dicevano, gli stessi uomini, poi quando avevano finito andavano via. Lei lasciava accanto al suo giaciglio ogni mattina, prima di uscire, la scodella di zuppa densa e insapore, che non bastava alla sua fame. La donna stava fuori a lungo, non tornava prima che fosse notte, a volte non tornava per giorni. Allora la fame diveniva impellente, lo aggrediva con morsi dolorosi e lo costringeva a procurarsi altro cibo, in altro modo. Quando la casa era deserta e restava solo nel buio e nel silenzio, allora venivano. Li sentiva muoversi: zampettio di unghie aguzze sul pavimento delle stanze, corse rapide e furtive rasenti i muri, piccoli squittii lievi, ratti in caccia. Occhietti rossi, punte di spillo incandescenti, scandagliavano febbrili le tenebre in esplorazione, cercavano cibo: rimasugli, avanzi di cucina abbandonati nel secchio del pattume. Erano famelici, le cantine di quelle stamberghe fattiscenti ne pullulavano, o salivano dalle rive del torrente che scorreva dietro la casa. Quando s'immergeva in quella sorta di dormiveglia, mentre guardava il paesaggio all'interno della sua mente, nel luogo caldo e sereno in cui trovava conforto e nulla lo allarmava, i ratti venivano e lui li udiva. Il tanfo dei loro escrementi e dell'urina stagnava nella casa, erano sempre parecchi, sapevano muoversi con circospezione, a lui non osavano avvicinarsi, non lo facevano mai. Lo temevano, bastava un suo respiro più profondo o un movimento lieve a farli fuggire. D' improvviso ricordò che era affamato come loro. L'essere che identificava col nome di “madre” a volte spariva per giorni, senza curarsi di lui. Il fatto che non ci fosse lo rassicurava, non accadevano le cose che lo accecavano di dolore, lui non diventava cattivo, lei non lo puniva. Mancava ormai da tre giorni: ora aveva fame, molta. Era il più grosso, quello che precedeva il gruppo nell'esplorazione del territorio, il più audace, il più forte, il capobranco. Un grosso ratto delle chiaviche: il pelo ispido e bruno, la coda lunga e coperta di scaglie, un esemplare di quasi mezzo chilo di stazza e lungo una quarantina di centimetri. Si muoveva a suo agio nel buio, la lunga coda frustava l'aria. Come quelli della sua specie era in grado di percepire ultrasuoni e frequenze degli ultravioletti, i ratti sono metacognitivi, come avviene nei primati e nei delfini, hanno coscienza di sé. Lui lo seguì ad occhichiusi, lo sentì muoversi nella casa, era vivo, caldo e pulsante, poteva udire le pulsazioni del suo cuore nella frenesia della ricerca. La sensazione di fame divenne impellente: allora iniziò a chiamarlo a sè, con un comando mentale silenzioso e ferreo. Il ratto arrestò la sua attività, si irrigidì come inchiodato da una scossa elettrica. Si rianimò e riluttante si diresse lentamente verso l'origine del richiamo, non poteva sottrarsi ad esso, comprese di non avere scampo quando fu davanti al bambino: il corpo avanzando lasciava una piccola scia di urina, era scosso da un fremito di puro terrore. Il bimbo allungò la piccola mano, lo cinse nel pugno, sentì le setole ispide ed il calore del corpo nella stretta, il piccolo cuore dell'animale impazziva nel parossismo dei battiti. Denti acuminati come piccole lame trafissero la cotenna di pelo e spezzarono l'osso, staccò il capo dal corpo della bestiola con un morso secco, senti nella bocca il gusto del sangue. Sputò la testa verso un angolo della stanza, poi prese a succhiare il liquido che sprizzava a fiotti dal collo mozzato: la sensazione calda ed appagante del nutrimento gli colmò di piacere il corpo. I sussulti ebbero termine, finalmente sazio riprese il suo sonno immergendo lo sguardo dentro sé.
  6. albertopanicucci

    24esimo Trofeo RiLL, il miglior racconto fantastico

    Fino a
    Sono aperte sino al 20 marzo 2018 le iscrizioni per il XXIV Trofeo RiLL per il miglior racconto fantastico, concorso bandito dall’associazione RiLL Riflessi di Luce Lunare, con il supporto del festival internazionale Lucca Comics & Games. Il Trofeo RiLL è un premio letterario per racconti di genere fantastico: possono partecipare storie fantasy, horror, di fantascienza e, in generale, ogni racconto sia (per trama e/o personaggi) “al di là del reale”. La partecipazione è libera e aperta a tutti. Ogni autore/autrice può inviare una o più opere, purché inedite, originali ed in lingua Italiana. Da oltre un decennio i racconti partecipanti al Trofeo RiLL sono circa 250 a edizione, scritti da autori residenti in Italia e all’estero (Australia, Cina, Giappone, Svizzera, USA, oltre che paesi dell’Unione Europea). Nel 2017 i racconti ricevuti sono stati 350. I migliori racconti del XXIV Trofeo RiLL saranno pubblicati (senza alcun costo per i rispettivi autori) nella prossima antologia del concorso (collana Mondi Incantati, edizioni Wild Boar). Inoltre, il racconto primo classificato sarà tradotto e pubblicato, sempre gratuitamente: - in Irlanda, sulla rivista di letteratura fantastica Albedo One; - in Spagna, su Visiones, l’antologia dell’AEFCFT (Asociación Española de Fantasía, Ciencia Ficción y Terror); - in Sud Africa, su PROBE, il magazine dell’associazione SFFSA (Science Fiction and Fantasy South Africa). All’autore del racconto vincitore andrà, infine, un premio di 250 euro. La selezione dei racconti finalisti sarà curata da RiLL. Ciascun racconto sarà valutato in forma anonima (cioè senza che i lettori-selezionatori conoscano il nome dell’autore), considerando in particolare l’originalità della storia e la qualità della scrittura. La giuria del Trofeo RiLL sceglierà poi, fra i racconti finalisti, quelli da premiare e pubblicare nell’antologia “Mondi Incantati” del 2018. Sono giurati del Trofeo RiLL, fra gli altri, gli scrittori Donato Altomare, Pierdomenico Baccalario, Mariangela Cerrino, Francesco Dimitri, Giulio Leoni, Gordiano Lupi, Massimo Pietroselli, Vanni Santoni, Sergio Valzania; il sociologo Luca Giuliano (Università “La Sapienza”, Roma); la poetessa Alessandra Racca; i giornalisti ed autori di giochi Andrea Angiolino, Renato Genovese e Beniamino Sidoti. Ciascun partecipante al XXIV Trofeo RiLL riceverà una copia omaggio dell’antologia “DAVANTI ALLO SPECCHIO e altri racconti dal Trofeo RiLL e dintorni” (ed. Wild Boar, 2017, collana Mondi Incantati), che prende il nome dal racconto vincitore del XXIII Trofeo RiLL, scritto dal bolognese Valentino Poppi. Il volume propone quindici storie: i migliori racconti del XXIII Trofeo RiLL e di SFIDA (altro concorso organizzato da RiLL nel 2017) e i racconti vincitori di cinque premi letterari per storie fantastiche banditi all’estero (in Australia, Inghilterra, Irlanda, Spagna e Sud Africa) e con cui il Trofeo RiLL è gemellato. Tutte le antologie della collana “Mondi Incantati” sono disponibili su Amazon e Delos Store, oltre che presso RiLL. Nel Kindle Store di Amazon sono inoltre disponibili gli e-book della collana “Aspettando Mondi Incantati”, sempre curata da RiLL e dedicata ai racconti finalisti del Trofeo RiLL. La cerimonia di premiazione del XXIV Trofeo RiLL si svolgerà nel novembre 2018, nell’ambito del festival internazionale Lucca Comics & Games. Per maggiori informazioni sul XXIV Trofeo RiLL si rimanda al bando di concorso e al sito di RiLL, che ospita ampie sezioni sul Trofeo RiLL e la collana “Mondi Incantati”. Per contattare lo staff di RiLL: www.rill.it trofeo@rill.it
  7. simone volponi

    [N2017-Q] WaterEnd

    commento A Cormac avevano detto che fumare aiutava a sopportare la noia, lo stress e a passare il tempo. Così si era preso una sigaretta elettronica, perché odiava il tabacco, e passava le notti a fingere di fumare, e con il chewing gum a seccarsi in bocca. Non doveva fare altro che controllare le WaterEnd, dargli una lucidata quando serviva, tenere pulito il cimitero, controllare di nuovo le WaterEnd, dare un’occhiata che tutto funzionasse, camminare avanti e indietro… nulla di complicato, un lavoro da guardiano notturno come tanti altri. Solo che il dover osservare ogni notte il contenuto di quelle teche di plexiglass lo innervosiva. Immersi dentro l’acqua Permanent, i cadaveri liofilizzati e poi plastificati si muovevano in un perenne slow motion, manovrati dall’energia che filtrava attraverso i tubicini come fossero marionette subacquee. E sorridevano. Quando la dottoressa norvegese Hyggelig Død si era inventata i cimiteri Permanent, in pochi ci avevano scommesso sopra, ma alla luce dei primi risultati cominciarono le richieste di chi voleva far immergere i propri cari e farsi immergere a sua volta. «Le tradizioni funerarie sono difficili da cambiare» aveva detto la dottoressa a Cormac, mentre gli illustrava le fila di WaterEnd. Era alta e grossa, di un biondo slavato, la pelle così bianca che Cormac aveva avuto per tutto il tempo la tentazione di passarci sopra un’unghia per vedere che cromatura di rosso avrebbe lasciato il segno. «Le persone trovano difficile staccarsi dal corpo dei propri cari, impossibile lo staccarsi dal loro ricordo. Saperli dentro una cassa di legno, sottoterra, dà loro un senso di vicinanza, capisci? Lo stesso conservarne le ceneri in un’urna. Ma hanno capito che con il mio sistema la morte non trasforma più una vita in ricordo, la fa restare parte attiva della vita.» Aveva assunto Cormac perché ogni cimitero che si rispetti ha il suo guardiano notturno. E Cormac passeggiava tra le WaterEnd avvolto in un’aura bluastra, che sembrava fluttuare contro il buio come la luce di un proiettore. Fissava spesso John Spiros, o meglio, fissava spesso il cadavere di John Spiros. Era un uomo alto, dai bei capelli canuti che contrastavano con l’abbronzatura, così come il largo sorriso. Non gli mancava nemmeno un dente. L’avevano immerso con un vestito blu lucido ed elegante, ma che a Cormac sembrava la divisa di un gelataio, e si muoveva in slow motion portandosi il cellulare all’orecchio, sempre con quel sorriso smagliante fisso, e gli occhi vuoti che guardavano verso un punto lontano. La folta capigliatura si agitava lenta nell’acqua, come una strana alga albina. Moglie e figli andavano ogni domenica a far visita al loro John. Toccavano il vetro con le mani, ci poggiavano contro la fronte, lasciavano un po’ di lacrime a scivolare verso il basso, quasi si dovessero mescolare all’acqua Permanent. “Vedi il mio amore come sorride? Oh, è sempre uguale, non ha mai perso il suo sorriso.” «Alla gente sembra piacere questa roba, caro John» mormorò Cormac al cadavere. Niente più fredde lastre di pietra con inutili epitaffi e lumicini che si consumano. E niente più bauli impolverati pieni di cornici con le foto dei cari estinti. Quell’immagine ricorreva spesso nella testa di Cormac. I fiori, invece, continuavano a essere portati. Era la tradizione più dura a morire. Più dura a morire. Cormac si concesse un sorriso ironico. Salutò John Spiros battendo le nocche sul vetro e passò in rassegna le WaterEnd, tra cui quella con la signora Chamberlin seduta sulla poltrona di vimini, in vestaglia, mentre faceva la calza. Intorno ai piedi della vecchietta stavano i suoi quattro gatti, bestioline piene di amorevole dedizione verso la padrona. La famiglia Tucker era riunita a cena, la tovaglia imbandita, e la luce della WaterEnd era soffusa per ricreare l’atmosfera del focolare. Sollevavano e abbassavano le posate, e si sorridevano con amore. Cormac sapeva che mancava solo uno dei tre figli, e che quello aveva già predisposto tutto per farsi immergere con il resto della famiglia. C’era un posto vuoto a tavola pronto per lui. Continuava a trovare quel posto dannatamente morboso, cosa che lo innervosiva. Tante gomme da masticare, tante ricariche per la sigaretta. L’unico aspetto positivo di quel lavoro, a parte lo stipendio fisso, Cormac lo aveva trovato nel portarsi a letto la dottoressa Død. In fondo lei era una zitella di cinquantanni tutta dedita al lavoro, e il metro e settanta scarso di Cormac, condito dai colori mediterranei e da una minima dose di faccia da culo, erano stati sufficienti per sedurla. «Non è piacevole passare la notte nel tuo cimitero» le aveva detto Cormac dopo una sudata sotto le lenzuola fresche. «Come cazzo ti è saltata in mente una roba del genere?» «Un giorno ero al mare con gli amici, nuotavo cinque metri sott’acqua e ho visto morire una donna.» Lo aveva detto con freddezza scandinava, una Mosè vichinga che aveva ricevuto la rivelazione faccia a faccia con la morte. «Era immersa faccia in giù, galleggiava sopra di me, e ho visto la vita sfumarle via dagli occhi.» Cormac invece aveva visto la dottoressa farsi una specie di sauna con i vapori dei corpi liofilizzati. Diceva che così ne poteva assorbire l’anima e allungarsi la vita. Cormac non aveva più provato a farsela. L’idea di toccare e leccare una pelle che veniva imbevuta di cadaveri vaporizzati non gli piaceva. Prese le chiavi della Sala A, messa a disposizione per i clienti speciali. Anche quella andava controllata e tenuta pulita, ma Cormac cercava di restarci il meno possibile. Qualcuno pagava somme notevoli per far immergere dentro le WaterEnd i brandelli delle loro vittime. Liofilizzati e plastificati come da protocollo, e gambe, teste, braccia stavano lì immersi, ma adagiati sul fondale dove, a differenza delle altre tombe, c’era della sabbia a ricoprirle in parte. E in mezzo a quei coralli di umanità fatta a pezzi venivano immersi anche vittime intere, dei ciondoli scuoiati appesi per il collo un albero di plastica, che la lieve corrente d’acqua faceva dondolare e sbattere l’uno contro l’altro. Pizzi non pagati, tradimenti, conti da regolare. Storie che non meritavano il sorriso post-mortem donato dalla Permanent. Quando Cormac uscì dalla sala A, venne sorpreso dal suono insistente dell’allarme. Per un attimo restò interdetto e incrociò il volto paffuto e allegro del piccolo Tim, immerso nella sua morte prematura che raccontava di un bimbo che si muoveva a carponi, intento a seguire il rotolio di una palla colorata. «Quanto ti odio» mormorò Cormac. Poi attraversò il blu ondoso delle teche e andò in cabina a controllare le telecamere. Profanatori, nel settore H! Cormac agitò le mani sopra il tavolino, fece cadere le chiavi mentre cercava la pistola e una volta impugnata non sapeva come reggere la torcia. Optò per tenerla sotto l’ascella destra. «E cosa gli faccio a questi, adesso?» Erano in tre, martello in mano, tempestavano di colpi la WaterEnd di tale Ursula Logan, una modella ventenne immersa da poco con indosso il suo ultimo bikini, che teneva la mano destra sul fianco e le gambe leggermente aperte in una posa da Miss. Neanche a dirlo, sorrideva. Cormac li raggiunse, l’acqua Permanent già schizzava fuori dalle crepe aperte da quei teppisti incappucciati. «Fermi!» urlò. Un po’ incerto, ma con la Glock puntata. Ma su quale dei tre? Uno dei teppisti scappò subito, Cormac lo inseguì con lo sguardo, e basta. Se ne vide arrivare addosso un altro, con il martello sollevato e pronto a colpire. Sparare fu una reazione istintiva e necessaria. Mentre il proiettile della sua Glock intersecava muscoli, ossa e arteria del teppista, il proiettile del terzo profanatore beccò Cormac dalle parti del cuore. Un colpo che lo fece afflosciare senza nemmeno il tempo di dire “cazzo”. Come ultimo saluto, la dottoressa Død si soffiò sul volto il vapore di Cormac senza versare una lacrima. Ma le parve giusto ripagarne il sacrificio immergendolo proprio accanto alla modella salvata. Cormac avrebbe avuto di che ridere in eterno.
  8. Torba

    La sera giusta

    Cancellato su richiesta dell'autore.
  9. Claudio Bernardi

    La Sete

    http://www.writersdream.org/forum/forums/topic/36083-quaranta-metri-quadri/?do=findComment&comment=642547 Mi svegliai alle tre del mattino circa. Dovevo essermi addormentato intorno alle undici, con quel disagio addosso che non saprei spiegare… comunque. Al risveglio mi bruciavano gli occhi, quasi qualcuno ci avesse gettato del sale; quando li stringevo avevo l’impressione che le palpebre si attaccassero, avevo paura che si sarebbero cicatrizzati chiusi e che non avrei più potuto aprirli. Ciocche di capelli unti di mi strisciavano sulla faccia, i denti scricchiolavano in una morsa che non riuscivo a placare. Le mie labbra - essiccate dall’alcol che aveva preceduto quel sonno a tradimento - cercavano disperatamente qualcosa con cui dissetarsi. Andai verso il bagno con la saliva densa e la lingua amara del doposbornia e m'incollai avidamente al rubinetto. Niente, neanche una goccia. Ricordai che in effetti era da tempo che l’amministratore di condominio avvertiva: in orario di inattività condominiale i condotti sarebbero rimasti staccati per effettuare certi controlli sull’impianto. Mi precipitai in cucina. Appena accesi la luce vidi un veloce sgambettare d’insetti rintanarsi in tutti gli angoli, dietro tutti i mobili, dentro tutti gli spiragli; tracciando segmenti rotti e intermittenti. Dentro al frigorifero non c’era assolutamente niente da bere, ero stato in viaggio per un paio di settimane perciò l’avevo svuotato prima di staccare l’elettricità… ma come potevo essere stato così cretino? Ero rincasato il tardo pomeriggio, a un paio d’ore dalla chiusura dei supermercati e, vuotando le bottiglie reduci del viaggio, mi ero messo a tracannare vino bianco e gin come se niente fosse. Realizzata la situazione, dopo aver inveito a lungo contro la mia testa fra le nuvole, tirai un profondo respiro e mi concentrai. Dunque. Non volevo certo bussare a qualche porta alle tre del mattino completamente deviato dai postumi e dalla stanchezza elemosinando una goccia d’acqua. Se solo avessi preso uno straccio di patente cowboy Pensai al "Ventiquattro": un piccolo bar a circa trecento metri di distanza, che restava aperto tutta la notte. Nell’allacciarmi la cintura caddi e, sbattendo la testa contro il comodino, mi ritrovai con una tempia che mi dava certe fitte da impazzire… ero a mezzo passo da una crisi di nervi. Mi ero addormentato che tutto andava bene: l’ultima sbronza per festeggiare la vacanza in montagna, la mia casa tanto agognata… poi quello stramaledetto sonno. Io lo sapevo che non avrei dovuto addormentarmi Non avresti dovuto ma l’hai fatto fosse stato un normale sonno sarei riuscito a resistere, ma quello era l’avvolgente sonno che silenzioso giunge alle spalle degli ubriachi e nel giro di un paio di secondi li fa suoi: ero mezzo incosciente, che avrei potuto fare? Mentre ero davanti allo specchio del bagno che medicavo alla meglio la ferita vidi ai lati della mia bocca la saliva schiumosa della sete. Finito di medicarmi mi misi la camicia sudata e un paio di scarponcini, poi - prima di avere altri contrattempi - presi le chiavi di casa e il portafogli e mi precipitai fuori, come se fuori da quel dannato palazzo ci fosse la salvezza. Appena in strada qualche alito di vento notturno mi gelò il sudore sulla fronte e sulla schiena, risvegliando per qualche istante la mia percezione e rigettandomi, dopo una manciata di secondi, nello stato gonfio e surreale in cui mi ero svegliato. Mentre barcollavo per la strada deserta che porta al bar mi sentivo cedere: ad ogni passo prendevo in considerazione l’idea di crollare per terra e aspettare che qualche passante mattutino mi soccorresse. Arrivato al bar mi sentii morire. Ci misi un bel po’ di secondi a realizzare: bandone grigio. "Chiuso per ferie". Rimasi lì davanti come instupidito: com’era possibile che di punto in bianco mi trovassi nell’impossibilità di bere? Mi sembrava tutto così folle. Accidenti a me e a quando mi sono addormentato, io lo sapevo che non avrei dovuto, lo sapevo! Sai un sacco di cose cowboy, eccetto come tirarti fuori da questa situazione Il solo pensiero di dover tornare a casa con le mie gambe, di dover tenere gli occhi ancora aperti, di dover resistere ancora alla sete mi faceva impazzire. E poi? Una volta arrivato a casa? Per quanto ne sapevo io i condomini erano tutti in vacanza tranne l’inquilino del piano di sotto. Quel verme. Quel verme lì non mi era mai piaciuto, sin dalla prima volta che lo vidi. Non volevo certo piombare alla porta di quel dannato omuncolo alle tre del mattino Ormai sono le quattro cowboy anche fosse stato mezzogiorno; piuttosto che chiedere aiuto a quell’essere repellente mi sarei lasciato morire di sete. Pensai ai giardini, giusto, come mai non ci avevo pensato prima? A un mezzo chilometro di cammino - dalla parte opposta del bar - c’erano dei giardini. Lì probabilmente avrei trovato una fontana, o almeno lo speravo con tutto il mio trasandato cuore. Mentre camminavo sfibrato, in uno stato di inerzia febbricitante, pensai che avrei potuto tentare una danza della pioggia prima di svenire; mi riuscì a stento uno di quei sorrisi più disperati che divertiti: rassegnati. La vista si faceva sempre più offuscata, la gola sempre più colma di nauseanti catarri… mi accorsi d’un tratto che avevo precorso quasi tutta la strada in uno stato di trance: non ricordavo niente, ogni tanto il cervello smetteva completamente di funzionare, istanti in cui avrei potuto ficcarmi un chiodo nel petto senza accorgermene. Passo, passo, passo, passo, passo… Concentrazione cowboy, tieni il giardino a portato di vista: questo vialetto alberato finirà prima o poi …passo, passo, passo, passo, passo. Asciugandomi il sudore con il dorso della mano vidi una macchia di sangue: il taglio in testa s'era riaperto. I pensieri costruttivi erano quasi svaniti, non c’era più nessuno di quei fili logici che tengo in sospeso mentre faccio qualcosa; c’era solo l’impegno di camminare, attraversato da migliaia di fotogrammi abbaglianti e disconnessi. Il sonno sempre più denso, i postumi sempre più forti, la sete inenarrabile; appena giunto al giardino fui vittima di forti contrazioni all’imbocco dello stomaco e vomitai l’ansia e i succhi gastrici che mi imperversavano dentro. Sempre più debole e smarrito, con la mente preda di mancamenti e anomali effetti ottici, cercai una fontana per tutto il giardino percorrendolo due o tre volte il tutta la sua aera. Niente. Niente di niente. Ormai ero completamente abbandonato, mi accasciai per terra senza lacrime. Continuavo mentalmente il mio ripetitivo soliloquio: “andava tutto bene, mi sono addormentato un attimo. E adesso mi trovo inverosimilmente a morire di sete con venti euro nel portafogli e una cornice di case e palazzi pieni di condotti d’acqua. Non un rubinetto, non un ruscello. Mi ritrovo a marcire senza neanche sapere come accidenti ci sono finito in questa situazione”. Stavo per lasciarmi andare quando nella mia subordinata testolina arrivò l'illuminazione: poco più avanti del giardino c’era un cimitero. Una radiosa immagine mi si prostrò davanti: ero bambino e accompagnavo i miei genitori al cimitero, li aiutavo a cambiare i fiori secchi ai nonni, andavo sempre a prendere… l’acqua. Giusto! L’acqua scintillante che sgorga dalla fontanella, dove si riempiono secchi e innaffiatoi per i fiori. Ogni cimitero ha una fontana, anche quello l’avrebbe avuta, ne ero certo. Con un po’ d’ottimismo lasciato a fare i conti con tutto il malessere m’incamminai verso il cimitero. Ci arrivai, compiaciuto della mia intuizione; strofinai via dagli occhi quel sudore che sfrigolava come olio bollente, oltre la figura del cancello. Mi misi in cerca della leva… ma ovviamente era chiuso a chiave. A quello avevo già pensato, d’altronde il muretto che fiancheggiava il cancello sarebbe stato facile da scavalcare. Mi aggrappai a un piccolo alberello, feci forza con le gambe sul tronco ed arrivai a mettere una mano sopra al muretto: poi, con uno sforzo che date le circostanze mi stravolse, riuscii a issarmi fino a poggiare una gamba e con una spinta mi gettai dall’altra parte. Caddi a terra con dei dolori lancinanti e mi accorsi che, dall’interno, l’altezza del muretto era decisamente superiore. Il cimitero era costruito su un terreno scavato, che aveva un livello molto più basso di quello esterno; dopo il cancello c’erano di fatto sei o sette gradini buoni, che scendevano fino al livello in cui mi trovavo. Come se non bastasse l’interno era assente di appoggi, cui necessitavo per uscire. Sul momento un fitta d’ansia mi strinse le budella, poi la mia bocca mi obbligò a procedere fino all’acqua. Mi voltai: un lago immobile di lucine gialle a illuminare tutte le lapidi. Mi misi a camminare fra i volti fotografati e gli epitaffi, ignorando tutto ciò che non fosse la Mia fontana. La vidi! Era là… in fondo! Corsi fin laggiù, girai la manopola e mi misi a ridere convulsamente quando vidi l’acqua lucente gettarsi giù dall’imbocco arrugginito della mia benefattrice, unii le mani e mi misi a trangugiare l’acqua mentre mi bagnavo il viso e la fronte. I miei mali si estinsero, realizzai gioiosamente che gran parte dei miei dolori erano dovuti alla disidratazione. Mi bagnai ancora, gettandomi fiotti d’acqua fresca addosso come un cucciolo che gioca in uno stagno. Non mi sarei più voluto staccare da quella fontana, mai più: avevo il terrore di perdere di nuovo quella fortuna e mi veniva voglia di ammanettarmi alla manopola, per condannarmi definitivamente a quella gioia. Infine mi voltai, fronteggiando il cancello in lontananza in cerca di una via d’uscita. A ben vedere, in angolo, c’era un cassonetto dell’immondizia, che avrebbe potuto farmi raggiungere agevolmente l’altezza del muretto… tutto perfetto. Quasi non riuscivo a crederci, le ore d’inferno che avevo passato erano riuscite e scoraggiarmi così tanto che a stento realizzavo la situazione: l’acqua, la via d’uscita, la casa a pochi passi. È finita cowboy. Intanto la prima timida luce del giorno cominciava ad affacciarsi dalle colline in lontananza. Una luce che per quanto soffusa mi consentì di leggere le iscrizioni incise sulle lapidi, da cui d’un tratto mi trovavo circondato. Su tutte le lapidi la stessa incisione: “Ora qui giaccio, morto avvelenato/ dopo che alla fontana mi son dissetato”.
  10. M.T.

    [MI106] Andrà tutto bene

    Commento Tema di mezzogiorno. Andrà tutto bene, te lo prometto... Ferma sulla collina, Katrin fissava la città. Sulla pianura sembrava uno stretto imbuto, ma lei non ci fece caso, la sua attenzione rapita dall’intreccio dei palazzi, lunghe sagome affilate che facevano apparire la città un immenso campo di lance. Un campo inquietante, sulla cui sommità incombeva una densa foschia giallognola alimentata dalle colonne di fumo che nascevano dalle zone centrali. Erano soprattutto le rovine d’acciaio e cemento della periferia, simili a lame smussate e dentellate, a renderla restia ad avanzare. Stava per tornare sui suoi passi, ma un gorgoglio dello stomaco le ricordò che da due giorni non mangiava. Alzò lo sguardo di nuovo sulle colonne giallo/grigie che salivano al cielo. “Dove c’è fumo, c’è fuoco” pensò. “E se c’è fuoco, ci sono anche esseri umani, che sicuramente hanno del cibo con sé.” Si fece coraggio e riprese il cammino. Dopo un paio d’ore raggiunse i primi edifici della periferia, casermoni sventrati o collassati su se stessi. Tenendosi lontana da loro, proseguì lungo la strada principale per un pezzo, ma quando cominciò a trovare tracce di animali, piegò alla sua sinistra, percorrendo strade più strette e invase dai cadaveri di auto arrugginite. Spaurita e disorientata, avanzò in mezzo a palazzi che sembravano volersi chiudere su di lei. Presto iniziò a sentire versi che non aveva mai udito; aggredita dalla loro durezza, fu presa dal panico, cominciando a svoltare a destra e a sinistra come un animale in fuga. Saltò sul marciapiede quando un forte sbuffo risuonò vicino a lei. Fissò per alcuni secondi la nuvoletta di gas che si levava dal tombino; poi, disgustata dall’odore, tornò a camminare sulla strada. Gli umori acuti e penetranti dei peti dei tombini la circondarono, invadendole le narici e impregnando gli abiti e la pelle con la loro malsana emanazione. In pochi istanti si sentì sporca, provando l’impellente bisogno di lavarsi. “Questo è troppo.” Ritornò sui suoi passi, decisa a lasciare quel letamaio. Quando raggiunse l’incrocio, si rese conto di non sapere quale direzione prendere per tornare alle colline. “Mi sono persa.” Il panico crebbe ancora di più. Con uno sforzo cercò di calmarsi. Andrà tutto bene, te lo prometto. Si ripeté la frase che le diceva suo padre quando doveva affrontare qualcosa che le faceva paura. “Se solo fosse qui con me. Se solo lo avessi fermato quando è partito con mio fratello alla ricerca di cibo. Perché non ho dato retta al mio istinto?” Ma già conosceva la risposta: perché aveva avuto paura, perché voleva sentirsi dire da suo padre quelle parole. Andrà tutto bene, te lo prometto. Si costrinse a calmarsi. Con lo sguardo al cielo, usò le volute di fumo come punti di riferimento, come se fosse un marinaio che seguiva le stelle. Continuando a schivare i vapori sulfurei che uscivano dai fori dell’asfalto, finì in quartieri sempre più sporchi, dove le pareti dei palazzi degradavano in colorazioni che passavano dal grigio al marrone al nero e tutto sapeva di fumo. Le strade si mutarono presto in budelli tortuosi, dove ogni buco era stato trasformato in fortificazione: istrici di spranghe e lamiere, rafforzate da auto ribaltate e mobili d’appartamenti depredati. Volti sporchi di cui s’intravedevano solo gli occhi la scrutavano dalle fessure delle barricate. Cominciò a sentire un vociare soffuso, che presto si fece più vicino, accompagnato dal sottofondo di metallo che veniva divelto e di corpi che cozzavano contro i muri. Rallentò il passo. Quando raggiunse l’incrocio, vide alla sua destra quello che era stato un negozio bruciare con furia, soffiandole contro una densa fumana nera che sapeva di carbone e plastica fusa. Si allontanò da quel luogo, continuando a seguire il vociare. Vide di nuovo il fumo giallo/grigio che aveva scorto dalla collina salire da dietro un basso caseggiato. Dimentica di ogni timore, si affrettò a raggiungerlo. Superato l’angolo dell’edificio, si bloccò. Il fumo non apparteneva a falò da campo, dove il cibo era cotto: era l’esalazione di roghi d’esseri viventi che venivano gettati all’interno di profondi crateri e lasciati bruciare fino a che non ne rimaneva che ossa. La sua mente si chiuse dinanzi al quadro d’orrore che aveva davanti. Prese a correre all’impazzata, dimentica di tutto, se non che doveva allontanarsi il più possibile da quell’inferno. Poi, quando le forze scemarono, con i polmoni e le gambe in fiamme, dovette rallentare; continuò solo per disperazione, non aveva le energie nemmeno per alzare lo sguardo dall’asfalto. Si sentì afferrare per un braccio, costretta a muoversi in fretta. Per un pezzo si lasciò guidare, ma poi la mente cominciò a schiarirsi. Lentamente si voltò verso chi la teneva: si vide riflessa nelle lenti scure di una maschera di gomma gialla. L’uomo grugnì qualcosa che non riuscì a comprendere. Katrin strabuzzò gli occhi, guardandosi attorno. Un altro uomo con una maschera identica spuntò da dietro un palazzo e si diresse verso di loro; alle sue spalle saliva al cielo un’altra colonna di fumo giallo/grigio. Lo vide avvicinarsi e solo allora si accorse che aveva quattro gambe. “Questi non sono uomini…” Riuscì a divincolarsi, ma si girò troppo in fretta e cadde a terra. Le due creature l’afferrarono per le gambe, trascinandola verso il fumo. Camminando sgraziatamente a gambe aperte, i due esseri avanzarono a testa bassa, strattonandola senza pietà. Katrin tentò di afferrarsi a qualsiasi appiglio trovasse lungo il marciapiede. «Aiuto!» urlò disperata mentre veniva trascinata. Stizziti, i due intensificarono gli sforzi, sballottandola di qua e di là con più violenza. «Aiuto!» continuò a strillare Katrin, dimenandosi con tutte le forze. Il fumo si avvicinava sempre di più. «Aiutatemi!» I muscoli si tesero sul collo sottile e denutrito, scavando una fossetta sopra lo sterno mentre cercava di liberarsi. «Per favore, che qualcuno mi aiuti!» Katrin s’inarcò cercando d’avvinghiarsi attorno a un palo di metallo. «Io non voglio morire!» Katrin lanciò uno sguardo verso il vicolo scuro alla sua destra prima di perdere la presa sul palo e tornare a essere trascinata verso la sua fine. Improvvisamente le sue gambe furono libere. Sentì un cozzo. Si voltò appena in tempo per vedere un uomo afferrare le maschere delle due creature e strapparle dalle teste adunche. Le facce cadaveriche si contorsero come carta che bruciava, la pelle raggrinzì e si riempì di vesciche in pochi istanti. Un gemito strozzato uscì dalle bocche prive di denti, come di chi non riusciva a respirare. Una serie di spasmi violenti e i due giacquero immobili a terra, il volto che si liquefaceva in una poltiglia biancastra. «Cosa stai aspettando? In piedi, sei libera!» si sentì intimare. «Forza! Potrebbero arrivarne altri!» La prospettiva di una nuova cattura le diede la scossa di tornare a muoversi. Seguì l’uomo che la precedeva a passo spedito. Sdraiata sul letto della casa nella quale si erano rifugiati, Katrin guardava la nebbia che vorticava fuori dalla finestra e ripensava alle parole di Guerriero, l’uomo che l’aveva salvata. Alle volte c'è qualcosa di strano in quel grigio: non è una nebbia normale. È viva: sembra un gigante che respira, che non riesci a vedere, ma che è vicino a te. Quando c'è, la realtà cambia. È come se si aprissero delle porte, delle finestre che si affacciano su altri mondi, facendo arrivare il loro alito sulla Terra. Un sospiro capace di mutare la realtà. Le persone spariscono in mezzo a essa. All’interno dei palazzi erano al sicuro, le aveva detto, dato che la nebbia non passava oltre ciò che era chiuso. “Ma sarà davvero così?” pensò con un tremito. “Era meglio se fossi rimasta sulle colline, a patire la fame, piuttosto che finire in questo inferno.” Si raggomitolò su se stessa, come se questo potesse proteggerla da un mondo dove tutto era ostile. Andrà tutto bene, te lo prometto. “Non ne sono sicura, papà.” Si strinse con forza le braccia al petto. “Non ne sono per niente sicura.”
  11. Plata

    L'ultimo esorcismo di Mr. Wong

    I due uomini stavano seduti a terra: gambe incrociate, uno anche le braccia. Attorno delle candele spente formavano un cerchio tra le pareti della stanza. Gli sguardi erano spenti e occultati dietro le palpebre chiuse; l'espressione seria, preoccupata. Il più giovane sudava. «Sta per arrivare» disse quello più anziano, forse avvertendo un rumore o una sensazione rivelatrice. Il compagno annuì e strinse i pugni. La porta si aprì. Mr. Wong entrò nella stanza, chiuse la porta dietro di sé e si strinse nell'accappatoio: «Ehi, Wu, è tuo genero?» «Sì» rispose l'uomo. «Gli hai detto tutto?» «Gli ho detto tutto, Wong. Il ragazzo è pronto.» Lo sciamano si tolse gli occhiali e con un lembo dell'accappatoio cominciò a pulirli. Gli occhi scuri si poggiarono sui due uomini per scrutarli a turno: «È a digiuno? Ha recitato i sutra purificatori?» chiese al più anziano, come se prima di rivolgere la parola all'oggetto della discussione volesse essere sicuro che ne fosse degno, poi sputò sugli occhiali. «Sì, fratello, ha fatto tutto quello che gli ho detto, che poi è quello che tu hai detto a me, ne sono testimone e garante. Possiamo procedere?» Mr. Wong si rimise gli occhiali. «Come sai che è lei?» chiese a bruciapelo rivolto al giovane Xiang. «Lo so. L'ho vista.» «Quindi non è una mera presenza. L'hai vista in sogno?» «Ultimamente la vedo da sveglio, mi appare all'improvviso così come scompare. La cosa comincia a farmi paura» concluse abbassando lo sguardo. L'uomo con l'accappatoio, che testardamente continuava a usare a mo' di vestaglia, sollevò un sopracciglio: «Solitamente gli spiriti tendono a lasciarci in pace. Questo perché» si girò un attimo verso Wu per aggiungere «ma è solo una mia supposizione», quindi riprese «ci rendiamo davvero conto di quanto sia stupido e sgradevole l'essere umano quando finalmente non dobbiamo averci più niente a che fare. Quindi se lo spirito di questa giovane sfortunata è rimasto tra noi, o forse è meglio dire che è rimasto intrappolato in una sorta di limbo tra il nostro e il loro...» Si fermò per cercare una parola più adatta di quella che stava per dire, non la trovò e si accontentò «... mondo, potrebbe esserci qualcosa di irrisolto.» Il vecchio Wu vacillò, Mr Wong allungò le braccia e in maniera teatrale le incrociò sul petto. Il giovane vedovo rimase immobile. «È stata uccisa» aggiunse un paio di secondi dopo. «Questo lo so» si affrettò a dire lo sciamano, «ma se un omicidio dovesse bastare a fare tornare indietro i morti ci sarebbe una bella confusione qui intorno, e il mondo sarebbe collassato da tempo.» «Fratello Wong, aiuta mio genero» aggiunse l'anziano, rispettoso, chinando il capo. «Certo» rispose l'esorcista, «se siete qua lo sto già facendo.» Poi, guardandosi attorno, aggiunse: «Accendete le candele. E da adesso in poi fate tutto quello che vi dico, se non vogliamo correre il rischio di farci fottere a dovere.» La luce soffusa filtrava dalle tende dell'unica finestra della stanza, mentre l'odore dell'incenso si liberava dai bastoncini accesi e il silenzio donava alla scena qualcosa di mistico. Wong era seduto in ginocchio, sui talloni. Aveva liberato le spalle dal pesante accappatoio e si trovava a petto nudo, coperto soltanto dai tatuaggi che gli rivestivano la pelle fino alle scapole: figure tremende, coloratissime, sembravano muoversi al respiro dell'uomo, guerrieri dalle facce feroci e armati di spade fronteggiavano demoni dalle sembianze mostruose e terribili; l'immobilità plastica della rappresentazione non permetteva di stabilire chi ne sarebbe risultato vincitore, chi annientato. Aperti gli occhi, Mr Wong fissò un attimo i due interlocutori, poi da una delle tasche della morbida e umida veste tirò fuori una fiaschetta di ceramica unta e sbreccata e ne trasse un sorso. Dopo aver schioccato la lingua disse «Bevete», e l'allungò all'uomo più anziano, che bevve e la passò a sua volta al genero che aveva cominciato a tremare. Lo sciamano aveva giunto le mani dando vita ai mudra, una lenta e complessa recita di pose e intrecci in cui le dita si muovevano senza incertezze, mentre la sua voce roca citava delle formule magiche. «Ragazzo» disse a un certo punto con tono solenne, «lo spirito della tua giovane moglie ti perseguita, e per scacciarla dobbiamo entrare in contatto con lei. L'intruglio che abbiamo ingerito ci aiuterà per il passaggio in una realtà fittizia più consona all'incontro; il testimone qui presente, amico mio quanto tuo e padre della vittima, veglierà su quanto accade.» Chiuse gli occhi, venne imitato dagli altri, poi concluse: «In qualsiasi forma o entità voi mi percepiate da qui a poco rimanete, sempre, vicino a me.» Poi non disse più nulla, e i pensieri fuggirono dal suo corpo come uccellini da una gabbia aperta. La nuova dimensione avvolse i tre uomini con le sue tenebre e le loro menti vi si dissolsero simili a gocce d'anice in un bicchiere d'acqua. Il sogno lucido diventava sempre più distinto, fino a quando si udì la voce di Wong: «Non combattete... lasciatevi trasportare.» Wu e Xiang avvertirono la presenza della loro guida e infine, sebbene tenessero gli occhi chiusi, lo videro. O meglio, videro una sua rappresentazione. «Compagni, in questo luogo siamo ospiti indesiderati, ma finché rimaniamo all'interno del cerchio non corriamo troppi pericoli» annunciò la figura splendente indicando le fiammelle visibili anche in quel luogo. «Ma, dove...» chiese Xiang senza riuscire a terminare. «Nel regno dei defunti» rispose Wu. «Non siate stupidi. Visiterete il regno dei morti solo da morti. Questo è qualcosa che non esiste, un limbo, una distorsione dove gli spiriti vagano senza sapere dove andare.» L'entità Wong cercò di spiegare qualcosa che, sapeva bene, non sarebbe stata compresa. «Proverò a mettermi in contatto con la morta. Non fatevi prendere dal panico.» Lo sciamano chiamò la defunta per nome e le tenebre sembrarono scuotersi. Attese qualche secondo, poi ritentò: «... Io ti convoco.» I tre uomini avvertirono una presenza, poi intravidero qualcosa nell'oscurità: il corpo diafano di una giovane donna che sembrava galleggiare nell'acqua, come lo fanno i cadaveri. L'entità Wu non seppe che dire, l'entità Xiang si sentì trafitta da un vento gelido. Lo spirito della ragazza emerse a fatica dall'abbraccio del buio, fino a che si trovò al cospetto dei tre. «Amore mio» disse il fantasma, «perché lo hai fatto?» Xiang trasalì, quindi rispose: «Non ho fatto nulla, lo giuro!» Il ragazzo sprofondò nel panico. «Di cosa sta parlando?» chiese Wong, mentre il dubbio sbocciava nella sua testa come un fiore marcio. «La mano che mi ha uccisa non era la tua, ma sei stato tu ad armarla. L'ho letto nel cuore del mio assassino mentre morivo... Perché?» La voce del fantasma echeggiò nei cuori dei tre uomini. Lo spirito cominciò ad avvicinarsi all'amato, che indietreggiando uscì dal cerchio di fiammelle. Wong spalancò gli occhi e cominciò a imprecare: «Brutto figlio di cagna! Sei stato tu a farla uccid...» Ma si bloccò subito. Xiang tremava, scosso dai sussulti, gli occhi girati all'indietro rendevano visibile solo la sclera; i brividi pian piano divennero spasmi mentre le labbra boccheggiavano come quelle di un pesce fuori dall'acqua, in ciò che poteva essere una muta richiesta d'aiuto o una maledizione. D'improvviso le articolazioni del giovane cominciarono a muoversi in modo arbitrario, fuori da ogni logica, in quello che assomigliava sempre più alla lugubre danza di un'orribile marionetta. Lo sciamano osservò Wu rattrappito in un angolo che piangendo batteva la testa sulla parete vicina, e capì che da lui non se ne sarebbe tratto un ragno dal buco. In fondo, pensò, è come se avesse perso la figlia due volte. Prese una sigaretta, l'accese e ne trasse una lunga boccata, espirò il fumo e gettò la cicca a terra, ostentando una sicurezza che cominciava a scivolare via. Il pensiero di non voler aver più niente a che fare con i suoi simili lo sfiorò per l'ennesima volta nella sua vita mentre un brivido gli saliva lungo la schiena fino al collo, come una lucertola. Commento
  12. SoulMeetsBody

    Abissi - Paolo Cabutto

    Titolo: Abissi Autore: Paolo Cabutto Casa editrice: Talos Edizioni Collana: Polis ISBN: 9788898838875 Data di pubblicazione: 25/11/2017 Prezzo: € 10,00 Genere: Raccolta di racconti horror/thriller Pagine: 185 Quarta di copertina: Un vicino di casa che ci conosce meglio di quanto immaginiamo, macabri incontri in un cinema di periferia, una stazione della metro che sembra sussurrare il nostro nome, una tragedia shakespeariana che diventa realtà, l'ultima giornata di lavoro di un killer professionista. La paura prende il lettore per mano e lo conduce attraverso tredici stanze buie, in cui l'incomprensibile e il sovrannaturale intaccano la sicurezza della nostra quotidianità. Non resta quindi che chiudere gli occhi, trarre un respiro profondo e gettarsi negli abissi. Link all'acquisto: Talos Edizioni Amazon Ibs Feltrinelli Mondadori
  13. Torba

    Nella notte, un predatore (Parte 5/5)

    Cancellato su richiesta dell'autore.
  14. qeimada

    Lo spirito e l'isola

    Copertina: https://d2t3xdwbh1v8qy.cloudfront.net/content/B077JY32DY/resources/1843365654 Titolo: "Lo spirito e l'isola" Autore: Simone Giudici Casa editrice: Amazon KDP (autopubblicato) ISBN: 9781521813485 ASIN: B077JY32DY Data di pubblicazione (o di uscita): 17 Novembre 2017 Prezzo: 0,99 edizione Kindle Genere: Thriller, soprannaturale Pagine: 420 Trama: Ouija: tavola di legno sulla quale sono disegnate tutte le lettere dell’alfabeto, i numeri dallo 0 al 9, spesso un “sì” ed un “no” ed altri simboli, il cui utilizzo è abbinato ad una lancetta mobile chiamata “planchette”. Lo scopo di tale tavoletta è porre delle domande alle anime dei defunti, che attraverso un medium, farebbero sì che la lancetta si muova sulla tavola ouija e componga, utilizzando le lettere, la risposta. Chestertown, Maryland, 1889. Ernest Christian Reiche, bizzarro inventore di origini tedesche, costruisce la prima tavola Ouija della storia, allo scopo di dare il via ad una lucrosa attività commerciale. Quando però la proverà per la prima volta, ne verrà lui stesso terrorizzato. Isola di Marettimo, estate 1989. La giovane e bella Annele Morris manda avanti da sola la pensione “Stella Marina”, aperta anni prima dalla mamma e dal nonno, trasferitosi sull’isola dopo la Seconda Guerra Mondiale. La Notte di San Lorenzo Annele acquista da un misterioso individuo una vecchia tavola Ouija. Cosa accadrà quando deciderà di provarla? E perché continua a sognare la madre Alexandra, morta 15 anni prima? Grazie al fortuito ritrovamento del prezioso diario di guerra del nonno Alfred e alla saggezza della sua amica Angelina, Annele riuscirà finalmente a svelare il mistero che avvolge da tempo la sua famiglia e liberare la magia che si cela da più di un secolo nella tavola ouija. Da Monterey a Baltimora, attraverso l’infernale deserto del Marocco, fino alla magica Isola di Marettimo: questo libro vi terrà incollati alle sue pagine fino all’imprevedibile e sconvolgente rivelazione finale. Link all'acquisto: http://amzn.to/2jAEipV
  15. Torba

    Nella notte, un predatore (Parte 4/5

    Cancellato su richiesta dell'autore.
  16. Torba

    Nella notte, un predatore (Parte 3/5)

    Cancellato su richiesta dell'autore.
  17. Torba

    Nella notte, un predatore (Parte 2/5)

    Cancellato su richiesta dell'autore.
  18. Torba

    Nella notte, un predatore (Parte 1/5)

    Cancellato su richiesta dell'autore.
  19. Luciano91

    Agenzia letteraria - genere Horror

    Buongiorno a tutti, mi chiamo Luciano. Sono uno scrittore alle prime armi, ho quasi terminato di scrivere un romanzo di genere Horror. Trattandosi purtroppo di un genere di nicchia, ho pensato di rivolgermi a persone più esperte di me per ricevere alcuni preziosi consigli. Quali case editrici (gratuite e non) prediligono l'Horror/thriller? Non vorrei perdere tempo a contattare agenzie a caso. Ho notato che molte di esse affermano di non prediligere alcun genere in particolare ma, onestamente, dubito sia così. Gradirei molto un'agenzia disposta ad apportare correzioni, poiché credo siano necessarie. Sono realista, il primo romanzo non può essere scritto in modo impeccabile. Probabilmente dovrò lasciar perdere le agenzie gratuite, immagino siano inondate di materiale proveniente da tutta l'Italia, ma questo non ha importanza, il mio obbiettivo è trovare un'agenzia seria e soprattutto attiva. Ringrazio di cuore chi avrà il tempo di rispondermi. Buona giornata.
  20. Ospite

    Pseudonimo Inglese

    Buongiorno a tutti, mi trovo nella posizione, come è capitato ad altri autori di questo forum, di dover pubblicare sotto pseudonimo. Non si tratta di un vezzo, ma di ragioni strettamente personali ed imprescindibili. Presa questa decisione, pur riconoscendo che si tratterebbe del famoso segreto di Pulcinella, mi domandavo: meglio sceglierne uno italiano o inglese? Credo che per alcuni generei non faccia molta differenza, visto che nella nostra letteratura abbiamo avuto vari autori di successo che hanno pubblicato gialli, thriller, romanzi rosa o storici ecc. Su altri invece ho l'impressione di pancia che da un lettore medio su generi tipo fantasy o horror sarebbe visto meglio un nome anglofono. Magari funziona anche, ovviamente in minimissima (issima!) parte, come leva marketing. Del tipo: "Boh non so chi sia questo tal Max Power (cit), ma se lo hanno tradotto proprio schifo non deve fare!" che ne pensate? Grazie, Marco
  21. Beppe DM

    La libreria di Beppe

    Benvenuti nella mia libreria! Il mio blog nasce con lo scopo di creare un piccolo spazio sul web dedicato ai generi letterari che preferisco: giallo, noir, thriller, horror, fantasy, fantascienza, azione, avventura. Un'attenzione particolare è riservata agli autori indipendenti ed esordienti. La libreria è aperta a tutti, appassionati e non, autori ed editori: contattatemi per nuove uscite, promozioni, blog tour, concorsi letterari, eventi o qualsiasi altra iniziativa che riguardi questi generi. Link: https://libreriabeppe.blogspot.it/
  22. Ciao a tutti! Volevo chiedervi questo: quanti di voi utilizzano wattpad, sono registrati, leggono e/o pubblicano li'? E cosa ne pensate?
  23. libero_s

    Show don't tell

    Commento a Amici Show don't tell Wiliam Shaw si alzò, lo fissò negli occhi inarcando le sopracciglia folte e scure, afferrò il manoscritto e lo sbatté sulla scrivania. Don Tellerman spalancò la bocca, quel plico di fogli maltrattati era il suo manoscritto. Quel colpo era uno sparo alla tempia delle sue speranze. Shaw digrignava i denti continuando a fissarlo, le pupille ristrette, le sue narici fremevano. Don deglutì, fece per parlare, ma Shaw alzò una mano intimandogli di tacere, poi espirando profondamente si risedette sulla poltrona. «Don, Don, che ti è successo?» Shaw sorrise, ma quei solchi fra le sue sopracciglia aggrottate continuavano a preoccupare Tellerman. «È il terzo racconto che mi tocca rifiutarti. Cosa ti salta in mente?» il dispiacere nella sua voce era commovente; ora avrebbe dovuto cercare qualcos'altro per riempire quel buco di 5 pagine su «Fantastic world» e, come Tellerman sapeva, avrebbe dovuto ricorrere a qualche scrittore che si faceva pagare più di lui. Shaw era un editore che amava l'arte, quella che preferiva era l'arte di sottopagare gli autori. Shaw riprese. «Quante cose ti ho pubblicato fino ad ora? Cinque? Sei?» Don tentò di rispondere, ma Shaw non sembrava interessato a un dialogo e proseguì. «Erano cose buone, mi piacevano, ho sempre detto che ci sapevi fare. Ma questi ultimi racconti, ecco non so proprio che cazzo ti è preso.» Afferrò il manoscritto scompigliandone le pagine, ne scelse una a caso e lesse: «Nel corso degli anni il suo umore si era gradualmente e stabilmente incupito fino a portarlo ad una costante tetraggine che lo aveva reso lo zimbello dei suoi concittadini. Lui non se ne preoccupava, era sì infastidito dalle risate e dagli indici puntati, ma l'orrore che provava, il terrore strisciante e infido che si era lentamente impadronito della sua mente lo rendeva indifferente alle provocazioni. Lui sapeva che un'indicibile orrore era subdolamente nascosto dietro l'apparente tranquillità quotidiana della campagna. Ombre malsane si allungavano strisciando, testimoni di remoti abomini. Ignobili eventi, sconosciuti agli uomini che vivevano così in una tranquilla ignoranza, ma i cui innominabili effetti contaminavano ancora malignamente quella terra e i suoi abitanti.» Allargò le dita lasciando cadere il foglio che finì ondeggiando, direttamente nel cestino. Sospirò nuovamente, incrociò le dita e guardò Tellerman negli occhi. «Questa roba fa schifo. Che cazzo è questa merda? Non c'è un dialogo, non c'è azione. Non succede nulla. Non si vede nulla!» Shaw aprì un cassetto e ne prese un libro che lanciò a Tellerman. Don lo afferrò al volo, ma il libro gli sfuggì di mano cadendo sul pavimento. Arrossì e si piegò a raccoglierlo sentendo su di sé lo sguardo di Shaw. Lesse il titolo 'Elementi di stile nella scrittura' di Strunk e White. L'editore fece una smorfia, poi indicò il libro. «Questo libro ha più di cinquant'anni. Tutti l'hanno letto e studiato, a scuola, nei corsi di scrittura; scommetto che lo leggono perfino all'asilo. Possibile che tu sia l'unico a non averlo mai letto? Dammelo.» Tellerman tese il libro a Shaw che lo sfogliò quasi strappandone le pagine prima di fermarsi a leggere: «Scrivi con sostantivi e verbi, non con aggettivi e avverbi.» Gli ripassò il libro. «Sostantivi e verbi. Hai capito? Non aggettivi e avverbi. Qui dentro,» posò la mano sui fogli del manoscritto e li spazzò via facendoli cadere a terra. «ci sono abbastanza aggettivi e avverbi per dodici volumi.» Si piegò in avanti facendo segno a Tellerman di avvicinarsi. «Lo vuoi sapere un segreto? Dev'essere un segreto visto che sembra che tu non l'abbia mai sentito. C'è una cosa, una sola che devi tenere a mente quando scrivi narrativa. Fai vedere, non raccontare. Mai sentito eh?» Tellerman deglutì e prese coraggio. «Io racconto quello che sento. So raccontare solo quello che vedo. Quelle sono regole che vanno bene per i principianti, il mio stile...» «Stile!» gridò Shaw. «Tu adesso prendi il tuo stile e te lo ficchi dove sai, vai a casa, prendi un foglio, con un bel pennarello grosso scrivi 'SHOW DON'T TELL' e te lo tieni bene in vista.» «Ma Lovecraft...» «Lovecraft era un incapace. Nessun editore pubblicherebbe mai quella roba al giorno d'oggi e a dire il vero anche ai suoi tempi non è che abbia fatto una gran fortuna.» Shaw sorrise. «Su, non fare il depresso adesso. L'idea di fondo non è male, ma devi riscriverlo. Devi mostrare quello che succede, dettagli specifici, accadimenti. Cos'è questo orrore indescrivibile? Gli esseri di cui parli, cosa fanno? Possibile che stiano li senza far nulla? Mostrali mentre smembrano qualcuno, fai vedere il sangue, i tendini spezzati, la pelle lacerata, le urla. Il lettore deve sentirsi al cinema, non seduto in poltrona con qualcuno che gli racconta una storia. Piantala di stare li a sussurragli quello che deve sentire. Fagli vedere le cose. Come al cinema. Ok?» Tellerman annuì e si alzò. «Riscrivilo come dico io e ti trovo spazio nel prossimo numero. So che ce la puoi fare.» Shaw gli tese un biglietto. «È l'invito a una festa a casa mia. C'è l'indirizzo.» Tellerman diede un'occhiata al biglietto. «Ci saranno un sacco di scrittori.» proseguì Shaw. «Vieni. Magari parli con loro e ti chiarisci le idee.» Tellerman ringraziò e uscì a testa bassa. Prese l'autobus che in mezz'ora l'avrebbe portato fuori città, verso le colline. Per tutto il tragitto, non fece che ripensare a ciò che gli aveva detto l'editore. Forse in fondo non aveva nemmeno torto. Scese al capolinea e si avviò a piedi per una stradina sterrata che portava alla villetta isolata in cui si era trasferito da alcuni mesi. Ad ogni passo sentiva il cuore farsi più pesante. Il verde della campagna sembrava dissolversi lentamente in un grigiore malato. Perfino l'aria tiepida della primavera carica del profumo denso dei fiori, assumeva via via il tono dolciastro di umido e decomposizione. Lugubri uccelli lanciavano stridenti richiami in contrasto con l'allegro cinguettio che risuonava nella campagna circostante. Tellerman sentì la sensazione familiare di profondo orrore che sempre lo pervadeva ogni qualvolta giungeva alla casa. Gli stipiti corrosi, la facciata scrostata e le imposte malridotte non erano però sufficienti a spiegare la sensazione di disgusto che coglieva chiunque giungesse in quei paraggi. Tellerman sapeva che avrebbe potuto semplicemente voltarsi e andarsene per sempre, ma sarebbe servito? L'orrore profondo, il terrore che lo attanagliava lo avrebbe seguito ovunque, era ormai dentro di lui, impossibile da scacciare. Forse solo la follia avrebbe potuto essere l'unica via di scampo dalla consapevolezza del profondo orrore che gli si era svelato. Entrò in casa. Un'atmosfera malsana gravava pesante su ogni cosa. Deglutendo andò dritto verso il soggiorno. «Niente da fare.» disse. «Non gli è piaciuto nemmeno questo.» Un numero imprecisato di occhi si girarono a fissarlo. Un essere gelatinoso colava da uno dei mobili, il suo corpo da ameba si protrasse verso di lui. Sul divano una specie di budino dotato di corte appendici e di molti occhi lo stava fissando. Dietro di lui un essere peloso, con una bocca enorme e degli arti corti e grossi borbottava in un linguaggio raccapricciante. Un tentacolo sfiorò con gentilezza Tellerman che non riuscì tuttavia a reprimere un brivido di disgusto. Un corpo enorme, bianco e lucido con lunghi tentacoli pallidi era incastrato nel vano della porta dietro di lui. «Dice che non basta raccontare l'orrore. Non gli basta. Dice che i lettori vogliono i dettagli. Vogliono vedere braccia strappate, sangue, tendini, ossa frantumate.» Prese l'invito alla festa dell'editore e lo tenne fra le dita finché un tentacolo non glielo sfilò di mano. «Io so raccontare solo quello che vedo.» aggiunse con tristezza.
  24. Steve666

    Sangue: reazioni e dettagli medico-legali

    Buongiorno a tutti. Ho un problema - dubbio e avrei bisogno di un parere tecnico (medico-legale) per non scrivere cavolate. Purtroppo non ho mai sgozzato nessuno su di un prato innevato (per mancanza di neve, ovviamente!) e quindi ho alcuni dubbi riguardo alla "reazione" del sangue sulla neve. Posto che in quanto liquido "caldo" dovrebbe sciogliere almeno in parte la neve su cui cade, i miei problemi iniziano riguardo al colore che dovrebbe assumere. Il sangue tende a scurire con il tempo, ossidandosi... ma in quali tempistiche? E queste tempistiche vengono accelerate o rallentate dalla neve? In pratica il sangue sul cadavere e quindi non a contatto con la neve dovrebbe scurirsi prima o dopo di quello che è invece caduto a terra? Sapete darmi anche delle tempistiche approssimative prima che il sangue coaguli e si solidifichi? Mi servirebbe per capire se si può risalire con precisione (più o meno) all'ora del decesso confrontando le due reazioni diverse. Rispondendo a questo post mi risparmierete figuracce (sono in fase di revisione e non voglio scrivere stupidaggini!) e vi ringrazio anche a nome di colui/colei che non dovrò più usare come test alla prossima nevicata.
  25. darktianos

    Zombi!

    Prefazione: spero di non terrorizzarvi davvero con questo racconto (sopratutto per gli errori). Per sorbire il massimo effetto empatico/emotivo, consiglio vivamente di guardare i video presenti nel testo(spoiler), solo al momento necessario. per il resto buon divertimento. Una citazione particolare per @Pulsar é grazie ad una discussione su un suo racconto, che mi è venuta l'idea per spiegare in modo reale, la possibile esistenza degli zombi. Se usavate gli horror come lassativo, questo dovrebbe fare da astringente . Caspar Weber, è così che mi chiamo, quando ho ancora la lucidità per scriverlo alla tastiera. Tedesco, maschio, uno e settantacinque di altezza, ora pesante solo sessantun chili, uno dei primi contagiati. Il parassita, forse per un innato istinto di sopravvivenza, quasi mi fa dimenticare il dato più importante: entomologo! Basterebbero quarantun giorni da quando è iniziata l'epidemia per mandare a sfacelo l'umanità. Una mutazione aggressiva del Spinochordodes tellinii, un verme parassita degli insetti è riuscito a passare ai mammiferi. La società moderna, come la conosciamo, crollerebbe in soli cinque cicli riproduttivi dall'inizio dell'infezione. Dopo due settimane dal contagio del parassita, infatti, la saliva della vittima si riempie di larve dello stesso, ed entra in uno stato di furia con cui cerca di passare al prossimo ospite tramite il morso. Il ciclo riproduttivo si ripete ogni tre giorni dopo la fase embrionale, un ciclo troppo corto per poter provare una qualsiasi cura sull'ospite. La popolazione mondiale verrebbe decimata ...Letteralmente da un'orda di Zombi, persone che fino al momento prima dialogavano serenamente con te, l'attimo dopo ti salterebbero alla gola, o a qualsiasi altro lembo di carne dove poter mordere e passare le larve. Oltretutto il parassita nelle prime due settimane di incubazione secerne endorfine, creando uno stato di benessere ed euforia che cancella quasi del tutto l'insorgenza dei sintomi da infezione. La Spinochordodes maiorem, risulta resistente a tutti gli antiparassitari usati, agli antibiotici, solo massicce dosi di aglio nell'alimentazione ha ridotto l'incidenza di infezione delle larve di un solo venti percento. Il focolaio si sta diffondendo velocemente all'insaputa della popolazione. L'esercito non vuol creare il panico...prima del tempo. Sono disperato. Sono stato rinchiuso, mio malgrado, in una baita attrezzata nella foresta nera, mi sono risvegliato nella stessa dopo aver subito gli effetti della furia ma non so se ritenermi fortunato del fatto che le mie pene avrebbero potuto finire con un proiettile in testa, anche se mi hanno lasciato una pistola nel caso lo desiderassi. Tre giorni dopo mi sono risvegliato nel mezzo del bosco, soliti crampi da acido lattico in tutto il corpo, più un paio di costole incrinate e a fianco a me la carcassa di un cervo...Come diavolo ho fatto ad abbattere un cervo a mani nude? Il morso che gli ho inferto ha reciso un'arteria della zampa. Controllo la mia bocca e ho ancora tutti i denti, non ho morso un osso o altra parte troppo dura. L'orrore che più mi pervade è che alla consapevolezza dell'arrivo del periodo riproduttivo e conseguentemente, della furia, mi ero chiuso dentro. Come ho fatto ad aprire la porta? Il sesto giorno fortunatamente devo aver cacciato un coniglio, ho alcuni ciuffi di peli ancora tra i denti, non credo potrei sopravvivere allo scontro con un cinghiale. Ho avuto notizia dall'esercito che si sono già formate bande di infetti, ed è passata solo una settimana, la bastarda non attacca i suoi simili e gli infettati come ogni essere vivente non hanno intenzione di morire, neppure io del resto. L'esercito mi intima continuamente di portare avanti le ricerche, in questa baita in cui mi ha rinchiuso, del resto ne va anche della mia vita. Ora che l'infezione si sta diffondendo, anche del mondo intero. La Spinochordodes tellinii, una volta adulta e divorato in parte il proprio ospite, costringe lo stesso usandolo come una marionetta a cercare l'acqua dove si riproduce. La sorella maggiore invece infesta l'ospite e solo quando esso muore, se ne esce strappando parte degli organi interni per portarseli dietro come culla per le sue larve. È capace di percorre anche quindici chilometri per cercare un ruscello o una fonte d'acqua dove perpetrare un ultimo tentativo di infezione. Cerco di concentrarmi sui particolari per non fare caso alla sensazione che sento nelle viscere fino in gola, al sentire quella maledetta che si agita e sogghigna dentro di me, almeno continuasse ad emettere endorfine, invece ora sento tutto il dolore che essa può provocarmi per ogni tentativo di ucciderla. Oggi è Il settimo giorno, ne ho altri due prima della prossima furia. Le larve possono diffondersi tramite morso o ingestione, ormai ogni tipo di cibo può essere contaminato, dai vegetali entrati in contatto con acqua infetta alle feci, o la carne degli animali. Le uova riescono a resistere fino a temperature di centoquaranta gradi, prima di morire, e anche solo prendere in considerazione di cuocere per lunghi periodi il cibo a temperature superiori , il decadimento dei nutrienti porterà il resto della popolazione sana ad ammalarsi. Paradossalmente, col tempo, gli infetti diventano più forti e veloci dei sani, anche senza essere in stato di furia. Il parassita nello stato di uovo una volta entrato in circolo raggiunge i polmoni dove passa la prima fase della sua trasformazione, qui alimentandosi col flusso sanguigno si allunga raggiunge prima l'apparato digerente dove una sua parte, la più grande per inciso, si estende per tutta la sua lunghezza. L'apparato riproduttivo si allunga fino all'esofago dove poco prima della furia inizierà a depositare le uova nella bocca. La sensazione è disgustosa, la schiuma giallastra che poco prima si presenta, provoca un forte shock emotivo. Altre protuberanze raggiungono vari organi: reni ,fegato e cuore, mentre un ultimo tentacolo raggiunge il cervello, tramite il tronco encefalico. Tramite le surrenali durante la furia c'è una massiccia produzione di adrenalina, il resto non è ancora possibile spiegarlo, se non tramite un'autopsia in un soggetto morto a causa del decesso del proprio parassita. Ho passato due giorni per recuperare cavie e fare esperimenti, ho provato ogni sorta di mix di medicinali, erbe aromatiche, ma il parassita sembra indistruttibile, mi informano che ne sono stati rinvenuti alcuni con una sezione di due cm e lunghi alcuni metri. Prendo il mio ultimo esperimento, ho provato a infettare con la maiorem nuovamente un insetto, una mantide per la precisione trovata sul davanzale due giorni fa. Forse allo stato embrionale si comporta come la sorella minore ma ho provato a iniettare alcuni fosfati all'insetto, ho rischiato di uccider la mantide ma non il parassita. Forse ho ancora mezza dozzina di ore prima della prossima crisi, mi appresto ad uccidere la mantide per fare in modo che il parassita lasci l'ospite, effettuerò un'autopsia sulla Spinochordodes maiorem e un'analisi dei suoi tessuti dopo la crisi, se riuscirò a sopravvivere. Accendo la telecamera. Ma cosa... il parassita lascia l'ospite prima del decesso dello stesso, che abbia un comportamento simile? No, la spiegazione deve essere un'altra. Ragiona Caspar, hai fatto altri esperimenti del genere, il parassita non usciva dall'ospite mammifero solo perché immerso. Aspetta, forse è ipossia! L'apparto respiratorio degli insetti e fondamentalmente diverso dai vertebrati esso percorre tutta la superficie del corpo con stigmi e trachee, immergendo la mantide l'ho fatta soffocare. Con una cavia devo provare ad abbassare la saturazione di ossigeno. Devo trovarne un'altra, rivolto ogni gabbia, ogni teca, di questo laboratorio, metto tutto a soqquadro ma non trovo nulla. MERDA! Sono forse a un passo dalla soluzione e forse la prossima crisi mi ucciderà. Pensa Caspar, potresti uscire e trovare un topo ma se fossi poi preda della furia? In verità è rimasta una cavia; guardo la telecamera con terrore, infondo il mio destino è segnato. Il mio sguardo cade sulla pistola, mentre preparo un catino d'acqua, fra un poco accenderò la telecamera e so che qualsiasi sia la mia scelta, per un solo attimo sentirò le mie urla mischiarsi alle vostre. Vi scongiuro, fate che tutto questo non sia inutile. Inizio esperimento finale.
×