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Trovato 166 risultati

  1. Nerio

    La luce della cantina

    commento Questo breve racconto horror è liberamente ispirato all'inquietante illustrazione sottostante di @Vincenzo87 ed è il prequel ideale de La casa del blasfemo (ovvero è ambientato nello stesso luogo, prima degli eventi del primo racconto). Dall'archivio telefonico di EnergyPlus Gas e Luce. Registrazione del 20/07/2017, ore 22:45 -Buona sera, EnergyPluss Gas&Luce, servizio assistenza clienti. Sono Francesco, come posso aiutarla? -Buona sera un cazzo, Francesco! Per la quarta sera di seguito sono senza elettricità! -Mi dispiace, signore. Se c'è un problema sulla rete io la posso aiutare da qui. Ma se c'è un guasto tecnico a casa sua, le dico già che dovrà aspettare domani mattina. Mi da il suo numero cliente, per favore? -Aspetta che sono al buio e non vedo quasi nulla! Dove ho messo quel documento?! Ah, ecco... posso leggere solo con luce del telefono, ma che diamine! Il codice é XXXXXXXXX. -bene,vediano... Enrico XXXXXXX, strada Statale 26, Vallepiana. Giusto?! -si, si... Sono io. Francesco, poche storie: sono quattro sere che resto al buio. Succede sempre intorno a questo orario. All’inizio le luci cominciano a tremolare, come per un calo di tensione. Il tremolio dura circa venti minuti e si acompagna spesso con un rumore, un ronzio basso e continuo. Poi, di colpo, la luce va via e resto al buio per tutta la notte. La prima volta che è capitato, tre giorni fa, mi è sembrato di sentire anche un forte colpo provenire da basso, da dove si trova la centralina. Le ultime due notti invece non ho sentito il colpo, ma giurerei che c’è qualcosa che non va nei cavi, perchè si sente qualcosa che si muove e sbatte dietro le pareti. Insomma: la situazione è disperata e se continua così cambio compagnia elettrica! -Mi dispiace molto per il disagio, signor Enrico. Allora... Secondo i nostri dati la sua utenza risulta in ordine: il servizio è erogato normalmente e non ho segnalazioni di guasti sulla rete di distribuzione. - Ah, bene! Allora spiegami com’è possibile che io sia al buio! - Temo che ci sia un guasto su- - No! Non mi dire che c’è un guasto in casa mia perchè mi incazzo. Sono due settimane che mi sono trasferito qui e fino a quando sono stato collegato ai generatori esterni non ho avuto problemi. Tieni presente che questa casa è davvero vecchia, Francesco. L’ho acquistata da poco e l’ho fatta ristrutturare da cima a fondo. Impianti elettrici, idraulici, tutto. Ho persino buttato giù qualche parete, qua e là. Fino a quattro giorni fa ero collegato ad un generatore esterno, perchè la rete lettrica non arrivava. Ho dovuto aspettare che la vostra società completasse gli allacci dalla rete più vicina. Per due settimane, prima di collegarmi a EnergyPlus, non ho avuto problemi. Il tecnico è già passato e ha controllato tutto più volte: in casa non ci sono guasti, quindi dovete essere per forza voi! Ma che cazzo! Ah... Di nuovo quel maledetto rumore! Che diamine! Lo senti questo fracasso, Francesco? -signor Enrico, mi dispiace ma io qui non sento nulla. -Ma certo! La luce non funziona ed è colpa mia. Si sente un ronzio insopportabile in casa e sono io che me lo immagino! Siete dei criminali, ecco cosa siete! -signor Enrico, le sto dicendo la verità: non sento nessun rumore. La telefonata è registrata, se non mi crede può fare reclamo alla EnergyPluss e... -Senti, Francesco... A me non frega niente di fare reclamo. Io voglio passare una serata in santa pace nella mia nuova casa. Senza rumori strani dalle pareti... e senza questa puzza disgustosa che sale dalla cantina. È chiedere troppo? -No, aspetti... Se c'è un problema con l’erogazione dell’energia, lo sistemiamo e se è colpa nostra, la rimborsiamo. Ma se sente dei rumori o degli odori poco gradevoli dalla cantina, non capisco cosa c'entriamo noi. -Cosa c'entrate? Te lo spiego subito: abbiamo fatto montare la centralina con i contatori in cantina. Ora non voglio puntare il dito contro nessuno, per carità, ma l'impianto è nuovo fiammante e secondo te la rete risulta in ordine. Quindi il problema dove sta, secondo te? -Capisco l’osservazione, signor Enrico. Vediamo... può descrivermi meglio cosa succede in questo momento? -Come ti ho già detto non c’è corrente. Poi c’è il rumore: una sorta di ronzio, basso e costante. I colpi nel muro invece sono casuali e possono durare qualche secondo oppure anche dei minuti interi. Infine l’odore... dalla cantina sale una puzza terribile, Francesco. Ora, a me non importa chi ha ragione, ma le coincidenze sono ben strane. Non è possibile che usando il generatore esterno non si sente puzza e non si sente questo suono insopportabile... Dio, ma davvero non lo senti, Francesco?! A me sembra di impazzire... -Mi dispiace molto, signor Enrico, ma io non sento nulla. E torno a ripeterglielo : se ha questi problemi di natura, ecco... Di natura non meglio identificata, noi non possiamo farci molto. -... -Signor Enrico? Mi sente?! -È successo di nuovo... L'ha sentito? Il colpo nel muro?! -Signor Enrico... non ho sentito nulla. Non voglio mancarle di rispetto, ma credo che lei abbia problemi con dei topi. Se la casa è vecchia forse quelle bestie avevano fatto la loro tana in cantina. Appena ha acceso il generatore si sono spaventati e sono cominciati a nascondersi nelle pareti. -Impossibile! I topi non fanno quei rumori. Questo è un’altra cosa... È come... Come se qualcosa spingesse dietro la parete per uscire. Si sente un colpo, poi il legno scricchiola e si piega. A tratti mi sembra addirittura di sentire un gemito: come ho già detto, magari sono i cavi che vibrano. Non è che state erogando una potenza eccessiva e l'impianto va in sovraccarico? -Guardi Enrico, non so più che dirle... Facciamo così: adesso provo a riavviare il servizio di erogazione. La luce se ne andrà... ma tanto non dovrebbe notare differenza. Dopo qualche secondo il servizio ripartirà e a quel punto sul display della centralina dovrebbero apparire dei dati tecnici sulla potenza erogata. Le chiedo perciò di andare in cantina e di controllare cosa appare sul display. -... Guarda Francesco, vorrei evitare di scendere in cantina al buio... Sei sicuro che non puoi recuperare questi dati dal tuo computer o qualcosa del genere? -No, mi dispiace... ho bisogno davvero che me li legga lei. -Ma porc... Va bene, va bene... ma se dopo questa non trovi una soluzione, giuro che annullo il contratto. -Mi dispiace... -Si, si... Ti dispiace, ti dispiace. Ma intanto sono io quello che sta nella merda. Ma porca puttana... non ho nemmeno una torcia! Dovrò usare questa maledetta luce del cellulare. Ah! Sono stato un idiota, ecco tutto. Avevo visto questa casa in mezzo al bosco, a pochi passi dalla provinciale. Bella, isolata e costava anche poco! Adesso capisco perchè... Ma che cazzo... Ecco, sto scendendo... Dio, che puzza! È una cosa insopportabile... Te lo giuro, Francesco, questo schifo si sente solo la sera, da quando abbiamo acceso il generatore. Cazzo... Ma lo senti il ronzio? Aspetta: avvicino il telefono a dove si sente più forte e dimmi... -Va bene... -... -Nulla. -... -signor Enrico, da qui non sento nulla, davvero. -...il bUIoOo... -ha detto qualcosa signor Enrico?! -L'hai sentito il ronzio?! -Signor Enrico, io non so più come dirglielo. Da qui non sento nulla... -Non è possibile, Francesco. È talmente forte che fa vibrare l'aria. -Ma da dove proviene? -Non lo so... Sembra venire dalla centralina elettrica. Anzi, no... Da dietro la parete. Qui una volta c'era una parete, una specie di tramezzo che abbiamo abbattuto con la ristrutturazione. -Per cortesia, può controllare gli allacci dietro alla centrale? -... -Signor Enrico, ha capito? -Si, ecco... in effetti mi pare che ci sia qualcosa di... di strano. -Di cosa si tratta? -Ecco... mi pare che qualcosa si sia infilato attorno all’allaccio della centralina. Una specie di lumaca, credo. È una cosa viscida, lucida e nera... hai presente quelle lumache lunghe, senza guscio? -Una limaccia, forse? -Che cazzo ne so di come si chiama... comunque si, quelle cose, le limacce. Solo che questa è bella lunga... Cristo, ma da dove arriva? Non vedo la fine di questa cosa... Francesco, che cazzo devo fare? -Signor Enrico, credo che debba chiamare un servizio di disinfestazione... -Ah! Gran bella idea, Francesco! Grazie! Alle undici passate di sera dove cazzo lo trovo un servizio di disinfestazione? -Scusi, ma non saprei cos’altro fare... al limite può provare a metterci del sale sopra: quelle cose di solito muiono se gli si mette sopra del sale marino. -Ok, proverò... vado a prendere del sale in cucina. -Aspetti, signor Enrico, facciamo il test prima. -No, no: aspetta tu! Prima mando via quella bestia schifosa e poi facciamo i tuoi test. -Come vuole... -Certo che facciamo co,me voglio io. E ci mancherebbe altro! Francesco, porta pazienza ma qui sono io la vittima... allora, eccolo quà il sale. Adesso vediamo se... Oh Cristo... I colpi! Li senti Francesco? -A dire il vero, adesso si. Mi pare di sentire un rumore sordo. Sta picchiando contro la porta? -Non sono io... e non è la porta: i colpi provengono da dietro la parete della cucina. Lo senti? Ti sembra che un topo possa fare questo? -Non so cosa pensare, signor Enrico. Ma non credo che i cavi c’entrino nulla. -E perchè non potrebbero essere i cavi elettrici, Francesco? -Perchè i cavi elettrici non si muovono da soli, signor Enrico. Qualunque cosa sia, sembra che sia in grado di colpire e graffiare… -Ah, gran bel suggerimento, Francesco... non mi stai aiutando un gran chè, scusa se te lo dico! -Signor Enrico... Sono un operatore della rete EnergyPlus, non un tecnico o un disinfestatore. Mi sto anche sforzando di restare il più cortese possibile, nonostante i suoi toni... -Si, si, va bene... Riprendiamo questo test così chiudiamo questa telefonata, dai. Sono tornato nella cantina... Dio santo, ancora questa puzza! Vediamo se questa stronza di una lumaca se ne va adesso... ah! Non ci posso credere! -Che cosa succede adesso? -Non c’è più! La lumaca, o limaccia... quella cosa, insomma, se n’è andata! Adesso però vedo un buco... Cazzo! Quella cosa ha lasciato un buco attraverso il metallo della centralina! -Mi scusi, signor Enrico, ma questo non è possibile! Un insetto non può bucare il metallo. È evidente che la centralina era difettosa e che il buco si è formato dopo! -Ma che cazzo! Com’è possibile? Eppure era in ordine, lo giuro... -Senta, andiamo avanti con il test. Lei si avvicini alla centralina e si tenga pronto. Adesso resetto il servizio: sul display appariranno dei numeri con delle lettere. Se gentilmente me li legge... -... - signor Enrico?! Mi ha sentito? -... -Pronto?! Pronto, mi sente? -...iL BUioooOooo gLI rESsssISTEEEEee... -Signor Enrico? Pronto? Ha detto qualcosa? -Francesco?! Ti sento... Che cosa devo fare allora?! -Per un attimo non la sentivo più... -Io invece ti sentivo benissimo, Francesco. Ti ho anche risposto. -Ma che strano... mi è sembrato di sentire un rumore di fondo. Una specie di bisbiglio... Va bene, procediamo. Allora, dicevo: ora faccio ripartire il servizio. Sulla centralina appariranno dei numeri e delle lettere. Gentilmente, me li dovrebbe leggere... -Va bene, procediamo. -Ok, fatto. La luce adesso verrà staccata e dopo pochi secondi verrà rierogata. Mi dice se è cambiato qualcosa? -Oh... Francesco! Finalmente! È tornata la luce! -Ottimo... a quanto pare un reset ha fatto ripartire la sua centralina. È probabile che ci sia un guasto tecnico. Dovrebbe farsela ricontrollare. Mi legge quello che c'è scritto sul display?! -... -signor Enrico?! Mi riceve, signor Enrico? (rumori soffocati, tramestii e grida) -signor Enrico! Che è successo? -... -signor Enrico?! -...il BuIIiOOoOOo abIIitAAa frAA leeEe DiiMenSSSioNiiiI... -Che cosa?! -... Cazzo! Cazzo! Francesco... c’è qualcosa qua sotto... -Che cosa sta successo? -(rumori confusi) Oddio, oddio... -Signor Enrico per favore si calmi, non la seguo. -Oddio, oddio... Come faccio? Se anche tu avessi visto... Ma che cazzo era? La sua pelle, i suoi occhi... Dio santo i suoi occhi! Chissà da quanto tempo era la dentro... -Per favore, signor Enrico, si calmi! Che cosa è successo? Che cosa ha visto? -(Disturbi telefonici) La luce è tornata di colpo. All’inizio non vedevo bene... dopo quel buio pesto, i miei occhi erano come accecati. Ma ho percepito lo stesso che non andava tutto bene... Nella parete, esattamente dietro la centralina, si muoveva qualcosa. Qualcosa di viscido e nero, proprio come la lumaca. Ma troppo lungo per essere un normale insetto (rumori confusi). C’era un buco nella parete, perciò ho pensato che quella bestia si fosse nascosta là. Mi sono avvicinato con il sale, per ammazzarla, ma l’apertura era molto più grande di quello che mi era sembrato. Così ho sbirciato dentro... all’inizio era troppo buio e l’intercapedine, dietro alla parete, era troppo sporca e angusta per vedere bene. Ma poi ho visto gli occhi... Dio santo! Francesco, quegli occhi! Erano grigi, freddi (disturbi sulla linea) come cadavere. Solo che questi erano vivi... e mi hanno visto, lo so! Quella cosa mi ha visto e il suo sguardo mi perseguiterà per sempre... -Signor Enrico... mi dispiace, ma non la seguo. Cos’ha visto esattamente? Era dunque un topo? -Ma quale topo! Mi prendi per un idiota? Te l’ho già detto che non può essere un topo. Quella cosa, non è un comune animale. Sembrava... oddio, non lo vorrei nemmeno pensare, ma sembrava umano (disturbi telefonici molto intensi). Aveva un viso e degli occhi umani... ma la sua pelle era grigia. E la sua bocca... Dio santissimo! Non aveva una labbra o una lingua, ma un groviglio di quelle cose... lunghe, nere, viscide... non sono limacce, ma tentacoli, Francesco! Ecco si, erano come tentacoli. Oddio... da quanto tempo sarà stato lì? Bloccato dal tramezzo, senza cibo, senza luce... poi la caduta del muro e la centralina elettrica... Adesso capisco perchè la luce salta: ha fame! Oddio, oddio... Francesco (disturbi sulla linea) per vaore, chiama la (disturbi). -Signor Enrico? -... -Signor Enrico? C’è ancora? Mi riesce a sentire? -... -Signor Enrico? Per favore, mi risponda! -... -Signor Enrico, se non mi risponde sarò costretto a deviare la chiamata al pronto intervento! Ha capito? - ...il BUUiioOOoOo creAAa AdeeEErEEeenzEEeee... -Ha detto qualcosa? Signor Enrico? -... -Pronto? Pronto? -... Conversazione conclusasi alle ore 23:17.
  2. Marco Frescura

    Ansia Mattutina

    commento E' una percezione di peso quella che sento ovunque; è intorno a me e dentro me, quasi che la materia fosse diventata l'unica realtà esistente. Una realtà pesante, pesantissima, che mi opprime per schiacciarmi. Schiacciato è la parola forse più adatta per descrivere quello che provo, come se il peso del mondo fosse venuto a sbattere volontariamente contro il mio corpo infranto. Le pareti del reale si chiudono su di me serrandomi al loro interno. E' una sensazione di claustrofobia dura, la pesantezza del cemento che mi racchiude in sé. E' un peso senza fine che si sta colorando di rosso, un rosso fresco che potrebbe essere il colore di un fiume, se esistessero fiumi rossi. Scorre dentro me quel rosso, tuttavia ascoltandolo lo sento anche scorrere fuori da me, dal mio corpo, e lo scorgo colorare il cemento sul quale sono disteso. E' caldo quel rosso e freddo al tempo stesso e viaggia con velocità inversamente proporzionale al mio fiato sempre più lento. Ora però la pesantezza ed il rosso non sono più i miei unici compagni perché un nuovo fattore adesso si è aggiunto e mi costringe ad usare la poca aria che circola in me per formare dei suoni inarticolati, impossibili da liberare per la mia mandibola, schiacciata com'è da qualcosa che potrebbe essere un pavimento. Dolore. Un dolore così enorme da travalicare ogni mia immaginazione e che non gode nemmeno del conforto di essere urlato. E' la mia mente ad urlare infatti il mio dolore, non la mia voce. Vorrei sapere. Sapere come sia arrivato qui, se sia riuscito o meno a salvarmi da loro, cosa assai probabile visto che dubito siano stati in grado di seguirmi fin quaggiù, di saltare il muro come ho fatto io. Penso che il salto mi sia valso la salvezza. Non del corpo magari, almeno dell'anima. Il mio viso è piegato a sinistra per seguire la torsione del collo di certo spaccatosi nell'urto; provo a spostare lo sguardo e mi accorgo che davanti ai miei occhi si sta formando una linea d'ombra che posso facilmente credere continui dietro di me, dando vita ad un cerchio di buio immerso nella luce del giorno. A questo punto vorrei che fossero i miei occhi a sbagliarsi, che quelle che vedo sostanziarsi nel cerchio nero fossero solo degli scarabocchi del mio sistema nervoso ormai collassato, lo vorrei davvero ma non posso più illudermi. Le forme d'ombra che vedo addensarsi nella luce intorno a me, sono le loro. Fino a qui sono arrivati. E tra il buio di quelle figure immobili c'è anche la forma rotonda che le comanda. Paiono tutti senza volto tranne lui. Lui che per la frazione di un istante mi ha sorriso di un sorriso così alieno e così famigliare. E' mattino. Lo posso intuire dalla luce che filtra tra le fessure della persiana e dai primi rumori che invadono i miei orecchi, ma non è ancora la mia ora. Tengo chiusi gli occhi in attesa di un ritorno del sonno. Quanto tempo manca alla mia sveglia? Troppo e troppo poco. Troppo poco per poter tornare veramente a dormire, troppo perché loro non trovino il momento giusto per tornare da me ed attaccarmi. So che la soluzione più matura sarebbe uscire dal letto e prepararmi ad affrontare la giornata, ma so anche che non é così che andrà. Mi girerò e rigirerò tra le coperte come tutte le altre mattine guardando l'orologio ogni cinque minuti nella speranza che me ne siano rimasti almeno altri venti prima dell'odiato suono della sveglia. Dico venti perché so che sopra quella cifra l'oblio del sonno potrà ancora scendere con qualche efficacia su di me, mentre sotto quella cifra loro troveranno il modo di affacciarsi alla soglia della mia coscienza e dal quindicesimo minuto loro attaccheranno. Mi impongo di non guardare nuovamente l'ora. Non è più il buio profondo della notte, luci ed ombre si fondono insieme impaurendomi. Stranamente questa volta il sonno sembra volersi re impadronire di me ed io sono contento di cedere. C'è luce dentro i miei occhi, forse niente altro che l'elaborazione cerebrale di quella che ho percepito quando poco fa ho aperto a fatica le pupille. In questo momento non saprei dire se mi spaventi di più la luce o il buio. Il buio mi riscalda, mi accoglie a braccia aperte eppure ignoro quali segreti nasconda, o meglio, so che è il buio a nasconderli e proteggerli, permettendo loro di venire a prendermi. Anche la luce tuttavia mi spaventa, sia perché mi toglie dall'abbraccio del sonno, sia perché plasma nell'oscurità le loro forme d'ombra. E puntualmente anche questa mattina la luce sta dando consistenza alle ombre. Non è un processo unico nel quale un'ombra viene forgiata una volta per tutte, ricorda semmai qualcosa di simile alla lava in ebollizione. Come la lava forma bolle incandescenti alcune delle quali scoppiano sul nascere ed altre durano a lungo, allo stesso modo le ombre emergono dal magma di luce ed ombra alcune sparendo subito inghiottite dal vuoto, altre solidificandosi col passare degli istanti. Che cosa ci sia di diverso rispetto alle altre mattine è un qualcosa che non conosco, di certo c'è che le ombre si stanno manifestando più numerose del solito e sono poche quelle che spariscono. Sono tante, troppe, circondano il mio letto nella loro ostinata afasia, apatiche e prive di espressione. Sono tante, troppe, ed io mi sento prigioniero del mio letto, incatenato ad esso da catene invisibili, o magari solamente dalla paura di ciò che mi circonda. Il letto nel quale sono rinchiuso sta sparendo secondo dopo secondo, smaterializzandosi e lasciandomi in uno spazio vuoto di buio e luce, a me ormai fin troppo famigliare, il loro regno. Sono tante, troppe, le forme d'ombra e sono riuscite a riportarmi nelle loro tane scavate tra il giorno e la notte. E sono solo. C'è uno spazio intorno a me che potrei definire cosmico, vagamente ancestrale e restio ad ogni classificazione. E c'è silenzio. E ci sono loro che mi circondano. Avverto la presenza di una via di uscita alle mie spalle, mi volto e vedo uno spazio infinito e libero. Una via di fuga? Giro la testa e loro sono ancora lì e mi circondano con una formazione a semicerchio; torno a voltarmi verso lo spazio aperto ed inizio a correre. Non c'è un orizzonte davanti a me, soltanto un vuoto senza fine, comunque meno spaventevole della percezione della loro presenza alle mie spalle. So che mi stanno inseguendo, non ho bisogno di girarmi indietro ogni tre passi, ciononostante continuo a farlo perché é questo che loro vogliono da me. Vogliono essere guardati. Se solo avessi tempo di farlo mi meraviglierei di quanto fiato stia entrando ed uscendo dal mio corpo. Ma non ho tempo di pensare a quello che provo, di tempo ho esclusivamente quello necessario a continuare a scappare. Ho l'impressione di stare correndo da una vita e che loro siano sempre più vicini, anche se è più corretto dire che sembrano insieme allontanarsi e rimanere alla stessa distanza. Paradossale. Paradossale quanto il loro numero; a volte suggeriscono l'impressione di essere pochi, a volte di essere migliaia. Talvolta sono nettamente definiti e distinti gli uni dagli altri, altre volte paiono un'unica massa indefinita. E nella mia frenetica corsa verso la salvezza per un nanosecondo devo anche essere riuscito a distrarmi, altrimenti non saprei dire come abbia fatto a non accorgermi del muro apparso alla mia sinistra; un muro in mezzo al vuoto, senza senso ma esistente. Alto una decina di volte me, terribilmente lungo, così lungo da non riuscire a scorgerne né un inizio né una fine. Altro paradosso: costruito in mattoni é nondimeno così liscio da sembrare uno specchio. Di certo deve essere anche piuttosto largo. Forse c'è sempre stato ed ero io a non riuscire a vederlo. E come mai allora di colpo mi è diventato visibile? Davvero è comparso all'improvviso in mezzo a questo nulla buio? Mi riempie di meraviglia quel muro, anche se almeno mi dà una direzione verso cui andare. Solo che più lo seguo, più mi diventa chiaro il fatto che non abbia una fine; quindi mi rimane un'unica soluzione: trovare il modo di scavalcarlo, dato che loro non desistono dall'inseguirmi. Pur sapendo che sarà peggio per me non resisto alla tentazione di voltarmi indietro un'altra volta – e lo vedo. Ha dimensioni indefinibili, sta al centro del gruppo, è nero, sferico, armato di zanne nere e due lunghissimi bracci serpentiformi terminanti in affilati artigli. E' lui il loro capo, è lui che gli ordina di perseguitarmi, nessun dubbio oramai al riguardo. Sembrerebbe un mostro dei cartoni animati per bambini se non fosse così reale, così terribilmente reale. E' troppo per i miei occhi, ricomincio a correre e cerco ancora il modo di superare il muro, perché sono sicuro che se riuscirò a farlo non potranno più prendermi. Nel silenzio loro avanzano, non trovo appigli per scalare per cui preso dalla disperazione inizio senza alcun motivo a saltellare, un semplice sfogo. Osservo l'ennesimo paradosso. Ad ogni saltello arrivo sempre più in alto, quindi inizio a saltare con più intenzionalità, mosso ora dalla speranza di riuscire ad elevarmi fino alla sommità del muro. Ci riesco, riesco ad aggrapparmi e con uno sforzo sovrumano di cui non mi sarei mai creduto capace, mi isso in cima al muro. Mi metto in piedi e contemplo. Un oceano di luce bianca ed accecante si stende ai piedi del muro, davanti a me e sopra di me, senza però riuscire a superare il muro stesso, dietro il quale domina il buio. Mi accorgo che loro si stanno ammassando alla base della muraglia, proprio sotto di me. Per quanto la struttura sia spessa, se inciampassi o perdessi l'equilibrio, cadrei tra le loro fauci. A questo punto trovo perfettamente logico saltare e lasciarmi sprofondare nel bianco; però quel bianco è troppo immensamente vasto, non ne scorgo un limite e non ho idea di dove potrei cadere. D'altra parte è chiaro che non posso nemmeno scendere nel buio o restare in cima al muro. Salto. Sento immergermi in qualcosa di indefinibile. Sto cadendo alla velocità della luce e mi sento bene perché sono parte di quella luce. Probabilmente ho raggiunto il paradiso e se è così, se questo è davvero il paradiso, allora io sono felice. Felice anche nel preciso istante in cui la mia caduta si arresta. E nasce il dolore. Nel delirio che si è impadronito di me, riesco a scorgere terrazzo qualche metro più in alto, la persiana alzata e la finestra. Non posso vedere la mia camera, né il letto che mi accoglieva fino a qualche istante fa. Era solo un sogno? Ed il muro che ho scavalcato altro non era che la balaustra del mio balcone? Forse, ma loro erano così reali. Non pensavo comunque che un volo di pochi metri potesse schiantare un corpo con una simile, disgustosa violenza, e non pensavo che potesse capitare a me. Chiaramente sto morendo. Meglio così, dato che non saprei reggere oltre questo dolore. Sono schiacciato contro il cemento, infranto e sanguinante, morente e felice. Felice perché ora so di essere libero. Loro sono rimasti oltre il muro, nella mia camera, a strisciare nel buio del sonno, e non potranno più prendermi. Sono salvo. No, mi sto sbagliando. Sto delirando ed i miei pensieri fuggono insieme alla materialità del mio corpo mentre i miei occhi si stanno spegnendo, ma non posso negare a me stesso di fare sempre più fatica a distinguere la luce dalle tenebre. Nel bianco mattutino sto assistendo alla formazione di nuove ombre. Sto morendo e mi sono illuso di poter lasciare questo mondo felicemente: loro sono quelle ombre che ora si stagliano davanti a me. Non ho più la forza di resistere oltre, posso solo riconoscere che mi sbagliavo riguardo alla loro impossibilità di abbandonare il mondo dell'incubo ed alla mia possibilità di fuggirli. Loro che sono sempre stati dentro me sotto forma di pensieri, sentimenti, emozioni, istinti. Loro dai quali scappavo. Loro che mi dilaniavano la pancia ogni mattina prima del suono dell'odiata sveglia. Loro che si muovono nel silenzio ed urlano senza voce. Loro, i senza volto e così simili a me. Loro in cui in certi momenti ho l'impressione di riconoscere il mio viso oltre la nera maschera, loro sono riusciti a prendermi anche nella luce del mattino e stanno per fare di me il loro pasto. Loro la mia vita. Loro la mia morte.
  3. Ehilà! Questo è l'ultimo estratto del prologo di uno dei miei personaggi preferiti del mio romanzo che mai vedrà la luce perchè sono una mezza chiavic' diciamo In ogni caso: adoro questo personaggio perchè penso che, come gli altri 6 personaggi, sia uno "spacchettamento" o una "partizione" della mia personalità, pregna quindi di pregi, difetti e sopratutto di certi "valori" per me imprescindibili. Nell'ultimo pezzo del prologo di Mataius, sto bel pischello si ritrova in una cosiddetta "Fuoriuscita" proprio nel cuore della città martoriata dalla guerriglia urbana. Che cosa sia una Fuoriuscita non vi è dato saperlo con certezza, ma potrete intuirlo leggendo. Spero capiate quello che vedevo in testa mentre scrivevo: se avete mai letto Lovecraft o giocato a STALKER potrebbe risultarvi tutto più facile da immaginare. Qui la seconda parte del Prologo che magari vi servirà per collegare un po' di robetta: Qui trovate il mio commento da espertone proprio in Officina: spero di aver dato un contributo sensato: Enjoy! Il tracciatore segnalava che qualcosa era proprio a pochi metri da lui. Alzò lentamente lo sguardo e oltre la fitta coltre grigiastra non colse chiaramente cosa indicasse l’apparecchio da lui costruito. Strizzò gli occhi, mise a fuoco, si concentrò su un singolo punto della visuale, allungò il collo in avanti. Poi vide un’ombra. Il cuore saltò un battito. Stava lì, immobile, in piedi, forse a fissarlo in maniera vuota. Calcolò che quella cosa fosse alta almeno tre metri. Aveva una silouhette frastagliata dal capo fino all’addome, come se indossasse un vestiario sul capo. Mataius sentì l’ano restringersi e la gola seccarsi improvvisamente, lo stomaco sottosopra e ripieno di lepidotteri che svolazzavano sbattendo da una parete all’altra. Sentì i polmoni collassare per mantenere un respiro regolare, combattendo contro il battito cardiaco accelerato che sembrava frantumargli lo sterno. I muscoli erano paralizzati. Un urlo. Non il suo, ma simile a quello di una donna terrorizzata lo fece destare dal torpore facendolo indietreggiare di qualche passo. Ma la cosa che stava a pochi metri da lui, iniziò a muoversi quasi impercettibilmente verso la sua direzione. Iniziò a farfugliare, a fare gargarismi e gorgoglii malati, di una musicalità fuori dal mondo a noi conosciuto. Mataius non aveva la forza di fare un solo altro movimento e non osava mettere mano alla saccoccia di juta rattoppata. La mostruosità non di qui fece un altro passo. Uno stridio metallico risuonò come un violino per la strada impolverata, mentre un pezzo di lamiera si staccava dalle pareti morte dei palazzi. Un altro passo ancora, la creatura sembrava rigurgitare blande parole in una lingua sconosciuta e lontana. Mataius sentì il battito del cuore scoppiargli nelle orecchie. Il tracciatore sembrava impazzito, i bip si ripetevano con una frequenza tale da bucare il cervello. La creatura dell’altrove intercedeva nel suo passo dondolante verso il ragazzo. Un altro latrato lontano. Alcune evanescenze azzurre apparivano e scomparivano dal suo campo visivo, ma Mataius non osava muoversi. La bruttura mastodontica continuava il lento cammino. L’orrore si manifestò di fronte al rigattiere sfortunato in tutta la sua inumanità: gli arti rachitici cadevano come zampe di un artropode morto lungo i fianchi, il capo e l’addome ricoperti con una sorta di lenzuolo rossastro, a coprire totalmente il volto di quell’abominio. Mataius stette con gli occhi spalancati tutto il tempo, il capo alzato verso il mostro, la sua ombra sinistra lo aveva totalmente rivestito di paura. I gorgoglii famelici, i suoni gutturali filtrati dai liquami che secerneva dalla bocca e l’odore acre del suo fiato, deturpavano ogni senso. BIPBIPBIPBIPBIPBIPBIPBIPBIPBIP… il tracciatore pareva sul punto di prendere fuoco. – Mehk tah luima ku ‘i den… ma wari mehk tah… – recitava l’antropomorfo, in una sorta di cantilena spenta, con timbro baritonale, disturbato da rigurgiti continui e ansimi sinistri. Mataius osservò la creatura sorpassarlo a pochi centimetri di distanza, senza che nemmeno si accorgesse di lui. Ma lo sgomento fu doppio nel notare che non era affatto un pezzo di stoffa a ricoprire il busto di quella cosa che, imperterrita, proseguiva il suo avanzare lento e oscillante, quasi trascinato, dietro di lui: era la pelle della schiena ad essere stata squartata e riposta sopra il capo, lasciando scoperta la cassa toracica da cui si intravedevano i polmoni dilatarsi e restringersi ad ogni sospiro catarroso. Dondolante, il mostro trascinava le gambe secche come stecchi recitando la cantilena a ripetizione. Mataius la cosa scomparire dietro di lui, inghiottita dalla nube di aghi di vetro che ancora circondava l’area. Si sentii mancare. Aspettò qualche minuto affinchè il Tracciatore smettesse di segnalare la Fuoriuscita attorno alla zona. Le gambe cedettero e si accasciò lentamente a terra, in ginocchio, con lo stomaco sottosopra e ogni capillare del suo corpo dilatato a dismisura. Ci mise qualche minuto, poi si riprese dallo shock e ricominciò il suo cammino per le strade della città morta, solleticato dall’urina colante lungo la gamba. Le cose non di qui, le brutture indicibili a cui l’umanità stava assistendo, quasi nessuno sapeva da dove venissero né del perché venissero. Dopo la Grande Onda qualunque legge fisica o procedimento logico era stato messo totalmente in discussione. Con la mente Mataius viaggiò nei ricordi della vita antecedente il disastro, che aveva cancellato ogni singola traccia di una società votata al progresso e alla prosperità. – Alan… – sussurrò, trasportato dai ricordi.
  4. Nightafter

    Il sogno dell’odio – Pt. 6

    Stava seduto sulla tazza del cesso e fumava il suo mezzo Antico Toscano, la stanza da bagno era satura di fumo acre e puzzolente. Il vantaggio era che tra l’odore del fumo e quello dei suoi escrementi non c'era differenza, quei sigari puzzavano indubbiamente di merda. Sua moglie per quella ragione sclerava e glielo ripeteva continuamente, odiava che lui li fumasse in auto o in casa. Ma ora nessuno si lamentava più: lei se ne era andata da tempo e la macchina lo stesso. La macchina aveva smesso di avviarsi una mattina, aveva sperato in un problema di batteria, ma la batteria era l’unica cosa ancora funzionante in quell’ammasso di ferraglia rugginosa: la cosa era più seria. La riparazione risultava più onerosa del valore complessivo dell’auto: aveva rinunciato a riparala e si era preso una tessera annuale per i mezzi pubblici, da qual momento e aveva smesso di possedere una macchina. Aveva inoltre scoperto, con soddisfazione, di risparmiare tra tassa di circolazione, assicurazione, manutenzione e carburante, più di duemila euro all’anno. Con quei soldi poteva pagarsi un fottio di Antico Toscano e anche qualche troia, inoltre contribuiva allo snellimento del traffico urbano, divenendo involontariamente un esempio virtuoso per l’eco sostenibilità mondiale dell'ambiente. Oltre all'auto si era rotta anche sua moglie, nel senso che si era stufata di lui in maniera irreversibile. Una sera rientrando a casa aveva trovato un biglietto, fissato con una striscia di adesivo alla porta del frigo, con scritto a pennarello rosso: “Mi hai rotto le ovaie. Non ti reggo più. Me ne vado e non ti azzardare a cercarmi. Fottiti merda! Crepa!” Lui non l'aveva più cercata. Inutile stare a rivangare il perché e il percome, era da un po' che le cose tra loro non filavano nel verso giusto, in fondo era meglio così: pochi concetti ma chiari e definitivi, piuttosto che sfinirsi in litigi e ripicche inesauribili. Rischiando magari un mattino di ritrovarsi sui giornali, per via che si erano accoltellati reciprocamente. Almeno ora poteva fumare a piacimento quando stava in bagno e nessuno gli rompeva le palle per la puzza del sigaro, o perché lo occupava per troppo tempo. Gli piaceva prendersela comoda quando cagava, era uno dei pochi lussi dell'esistenza, poi in quel lasso di tempo si dedicava ad acculturarsi e leggeva dei libri. In quel periodo era su un libro di James Elloroy, uno dei suoi autori preferiti nel genere hard-boiled, un corposo tomo di oltre ottocento pagine: ne leggeva una decina ogni mattina o alla sera, durate le sue sedute sulla tazza. Quando senti di aver finito strappò una striscia di carta igienica dal grosso rotolo: “500 strappi, ovatta di cellulosa purissima, doppio velo, confezione famiglia”, così stava scritto sulla confezione da quattro rolli. La sua preferita da anni. L'acquistava al discount sotto a casa. Gli piaceva perché era un prodotto serio, con ottimo rapporto qualità-prezzo: morbida il giusto, ma allo stesso tempo solida e resistente. Senza profumazioni aggiunte e fronzoli, come certe carte igieniche che odiava: tutte ricami che sembravano delle tovagliette in pizzo macramè, roba ridicola per pulirsi il culo, roba da finocchi. Costavano una cifra ed erano una fregatura sulla quantità del rotolo, carta spugnosa e gonfiata, a parità di spessore c'era la metà del materiale. Non faceva per lui quella roba lì per grulli. Sapeva di usarne sempre una quantità spropositata, era probabile che fosse uno dei maggiori responsabili mondiali per la depauperazione della Foresta Amazzonica, ma da quando la carta si era bucata mentre si asciugava, con conseguenze davvero spiacevoli, aveva deciso che della Foresta Amazzonica non gli fregava un cazzo. Ripiegò in tre parti un buon metro di striscia e iniziò a detergersi. La luce dello specchio del bagno era livida e la sua faccia delle sette e mezza del mattino aveva l’incarnato verdognolo di un cadavere sul tavolo autoptico. Smise di insaponare il viso col pennello da barba quando la metà del volto lo faceva assomigliare ad un Babbo natale depresso. Schiuse la bocca, le labbra apparvero nella crema candida come una ferita rossa su una coltre immacolata di neve, iniziò a rasarsi. La radio diffondeva le prime notizie confortanti della giornata: “Attacco terroristico a Londra: nella giornata di ieri quattro esplosioni avvenute su diversi mezzi pubblici in varie parti della città. L'esito dell'azione criminale è pesante: 55 morti e 700 feriti. Berlusconi da Gleneagles, dove si sta tenendo il G8, annuncia che prenderà nuove decisioni per la lotta al terrorismo: “Un cancro con cui dobbiamo fare i conti. L'Italia è esposta bisogna alzare i livelli di difesa". La Santa sede "deplora" gli attacchi terroristici di Londra, il Pontefice Benedetto XVI raccolto in preghiera per le vittime: "Atti contro l'umanità". Interni: Sciopero dei dipendenti degli aeroporti, a Roma e Milano, cancellati 119 voli, Sport: Nancy, prima vittoria italiana: frena Vinokurov, trionfa Lorenzo Bernucci, vincendo la sesta tappa del Tour de France.” L’intero mondo andava a rotoli per una qualche ragione, casini su casini, e lui con i suoi non faceva eccezione. Gli piaceva rasarsi con metodo, lo faceva tutte le mattine: pelo e contropelo, per avere il viso liscio come una pesca noce. Era una specie di rito che dedicava alla cura quotidiana della propria persona, amava sentirsi apposto, la pulizia fisica era un primo passo verso quella interiore. Raramente e per qualche seria ragione, gli era accaduto di saltare quella sua rasatura giornaliera. Un tempo era stato un brillante mediatore immobiliare, lavorava come procacciatore in una importante agenzia cittadina. Bel periodo quello: il mercato tirava, benché i soliti corvi già parlassero di “bolla immobiliare”, si facevano soldi facili e lui viaggiava alla grande. Sempre tirato e lucido come una stoviglia d'argenteria a Buckingham Palace: giacca blu, cravatta regimental, Trickers bordeaux ai piedi e Rolex Daytona al polso, un vero damerino. Potere del successo, persino sua moglie in quel periodo non faceva caso al puzzo dei suoi sigari. Poi la “bolla” era esplosa: da un giorno all'altro il mercato era crollato, caduta a picco dei valori immobiliari, nessuno voleva più un mattone neanche a tirarglielo dietro, non si affittava neppure un wc chimico da campeggio. Mentre la radio era passata a trasmettere la solita ossessionante musica dance, lanciò una fiorita imprecazione: si era tagliato. Un fiore vermiglio, grosso come una moneta da due euro, si stava rapidamente formando sul mento, il sangue mescolato alla schiuma ricordava una invitante mousse di panna e fragola. Sapeva di essere l’unico coglione del mondo civilizzato d'occidente capace di affettarsi la faccia con un rasoio usa e getta. Gli era venuto il cattivo umore: fini rapidamente di rasarsi, sciacquò il viso con l’acqua fredda, poi mise una quantità considerevole di dopobarba per disinfettare la ferita. Aveva davanti una giornata impegnativa, meglio darsi una smossa. (Continua)
  5. Nightafter

    [MI 115 - Fuori concorso] La Rusalki

    prompt di mezzogiorno: il mostro La Rusalki il nome Rusalki è un termine antico, usato nella mitologia slava per indicare gli spiriti e i demoni femminili che abitano fiumi e laghi. Le loro caratteristiche, come i nomi per definirle, sono assai differenti nelle diverse culture slave. In Russia sono sono indicate anche come Beregine, nei Balcani, dai bulgari. vengono chiamate Samovile e Vile da serbi e croati. I loro aspetto era di donne giovani e attraenti con lunghi capelli, occhi verdi e ghirlande di fiori di campo a incoronargli il capo. Sovente si presentavano abbigliate vesti bianche, ma talvolta erano erano nude. In certe tradizioni venivano anche descritte come creature dall'aspetto cadaverico e notturno. Il mito le associava all'acqua e ai riti della primavera: influivano sulla fecondità delle donne, sull'abbondanza dei raccolti o della pesca, ma erano anche in grado di causare la morte. Potevano essere spiriti dannati: anime di giovani donne suicide per annegamento, oppure uccise, in prossimità di laghi e fiumi, dai loro amanti o dalle proprie madri. Le loro anime prive di pace. perché morte senza Grazia di Dio, tornavano a infestare il luogo in cui erano perite. La bambina era nata a novembre, nel segno dello Scorpione, nel tempo di mezzo tra due guerre fratricide che avevano insanguinato la terra abitata da mille anni. Le avevano dato per nome Vesna, il cui significato era: "messaggera", non aveva mai conosciuto il padre, di sua madre aveva un ricordo lontano e confuso, fermo all'età dei suoi tre anni. Ora lei ne aveva nove e viveva sola, con sua nonna, in una koliba costruita senza cemento, con pietre sovrapposte a secco e il tetto di paglia. L'interno della casupola era costituito da un'unica stanza e un angusto stanzino adiacente. Nella stanza, usata per cucinare e abitare, dormivano insieme nonna e nipote su un ampio pagliericcio. Lo stanzino, privo di finestre, era accessibile solo alla nonna, che vi si chiudeva a recitare le sue preghiere, alla bambina era vietato entrarci. La casupola era situata nella radura di un bosco nella zona del Kozjansko, nei pressi di un piccolo villaggio in cui il tempo pareva fermo al secolo prima. Una manciata di modeste abitazioni, in calce e lastroni di roccia carbonica, muri di un candore luminoso nella luce estiva e cupe nei lunghi inverni slavi. Accanto al villaggio scorreva il torrente, il suo percorso si insinuava all'interno del bosco e le sue sponde lambivano la radura su cui sorgeva la koliba. Il mormorio delle acque, come una musica, accompagnava ogni istante nella vita della piccola, ma la nonna le aveva detto di tenersi lontana dalle rive del torrente, di non andarci mai da sola. L'altro suono che giungeva fino a loro era solo quello del campanile della chiesa: i rintocchi per le funzioni religiose e quelle funebri. Al termine della stagione fredda, la coltre di neve lentamente andava scomparendo, il profumo invadeva la radura: iniziavano a sbocciare fiori come gli ellebori, i bucaneve, le primule e gli altri fiori primaverili. Più avanti sbocciava l’elicriso, col suo colore dorato e una fragranza che ricordava la liquirizia. La nonna ricercava e coglieva fiori ed erbe che lavorava creando pozioni, polveri e unguenti balsamici: la loro abitazione profumava sempre di aromi delle piante stagionali. Anche ad occhi chiusi la bambina aveva imparato a riconoscerne il nome. La vecchia le aveva promesso che divenuta grande, le avrebbe rivelato i segreti delle erbe e delle preghiere, allora anche lei sarebbe potuta entrare nello stanzino della casa. Dal villaggio e da luoghi più lontani, di continuo, giungevano alla loro porta dei visitatori. Si trattava di donne giovani o mature: chiedevano alla nonna le cose che approntava, talvolta si chiudevano con lei nello stanzino e la bambina le udiva parlottare a lungo e pregare insieme. Raramente venivano uomini, quando lo facevano avevano un'espressione circospetta, si guardavano alle spalle prima di entrare, per assicurarsi di non essere visti da nessuno. A compenso di quanto ottenuto, lasciavano ceste colme di vivande, la vecchia non accettava denaro. Infatti non tenevano un orto o animali da cortile per il loro sostentamento, quello che ricevevano bastava ai loro bisogni. Nelle sere estive, col buio, la bambina usciva sul prato davanti alla casetta per catturare le lucciole con un bicchiere: sulla radura ne venivano a centinaia, pareva che un frammento di cielo stellato fosse caduto in quello spiazzo. Vesna aveva chiesto di sua madre, la vecchia le aveva messo uno specchio tra le mani e aveva detto: “Guardati e pensa al tuo viso tra dieci anni: siete identiche, sei bellissima come la tua mamma.” Le aveva raccontato, che a quindici anni sua madre l'aveva messa al mondo e a diciotto era partita per cercare fortuna nella lontana capitale del paese. Nel lasciarla con lei, aveva promesso che sarebbe tornata presto a riprenderla, ma da allora non aveva più dato notizie di sé. La bambina aveva occhi verdi e lunghi capelli corvini, era felice di somigliare a sua madre. Quando le veniva nostalgia ed era malinconica, guardava la mamma riflessa nello specchio e pensava che un giorno sarebbe partita a cercarla, poi sarebbero rimaste insieme per sempre. Vesna faceva un sogno sempre uguale: camminava nel mattino lungo l'argine del torrente, da dietro un grande olmo, compariva una giovane donna avvolta da un'aura di chiarore che le sorrideva con un viso triste. Le sfiorava la guancia con dita fredde e lei veniva colta da un'emozione intensa, allora mormorava piano: “Mamma.”. Si risvegliava col cuore in tumulto e il viso rigato di lacrime. Quando parlò dei sogni alla nonna, lei prese alcuni pizzichi di polvere dai vasetti in vetro con gli ingredienti per i suoi preparati e insieme a qualche spicchio d'aglio, li racchiuse in un piccolo sacchetto di tela. Sigillò il sacchetto cucendolo con del filo rosso, fisso un cordino dello stesso colore al sacchetto e lo cinse, come una collana, al collo della bambina: “Non separarti mai da questo amuleto. Ricordati che è importante.”. Infine stese una corposa striscia di sale grosso sulla soglia della capanna. La bambina frequentava la scuola sulla piazza del villaggio, non aveva amici tra i compagni di classe, la isolavano, nessuno voleva starle accanto. Lei pensava fosse per via dell'odore forte di erbe che emanavano i suoi indumenti, o per quello dell'aglio nel suo amuleto, ma se ne era fatta una ragione, era abituata a stare sola e non ci badava. Un giorno, all'uscita dalla lezione, venne travolta della corsa di due ragazzi: i figli di tredici e quattordici anni del farmacista. I due giovani erano noti per la tracotanza e la rudezza dei modi. Inseguendosi in qual gioco irruente la investirono, mandandola lungo distesa. Irritati per l'accidentale interruzione della loro sfida, invece di scusarsi, la aggredirono con spinte e male parole. “Togliti dai piedi piccola bastarda di uno zingaro e di una troia annegata.” L'apostrofò il primo. “Porta via la tua puzza infernale da questo villaggio. Sporca figlia di una Rusalki.” Aggiunse l'altro. Strattonandola fino a farle spuntare le lacrime, per sfregio le strapparono dal collo il cordino con l'amuleto gettandolo nel pozzo sulla piazza. Vesna scossa dal pianto corse a casa trafelata, raccontò l'accaduto alla nonna . Lei le asciugò le lacrime e per darle conforto, le preparò una fragrante cioccolata calda spolverata di vaniglia. La carezzò dolcemente il capo finché prese sonno: aveva nelle mani una tenerezza infinita, negli occhi la glaciale luce di un'ira antica. Più tardi nel silenzio, chiusa nello stanzino, accese una candela nera e pregò per il resto della notte. Due giorni dopo, i rintocchi di campana a morto giunsero fino alla radura, mentre al villaggio procedeva lento il corteo funebre. I figli del farmacista, erano inspiegabilmente annegati insieme nel torrente.
  6. Joyopi

    [Mi 115] Il gioco del mostro

    prompt di mezzogiorno: il mostro commento Il gioco del mostro Teo era rannicchiato su un materassino in fondo alla parete. Un occhietto spuntava vispo da sotto una delle vecchie coperte a scacchi del nonno, di quelle in cui l'odore di vecchio non si sa mai se provenga dai troppi anni passati adagiate su un corpo consunto oppure dal successivo passaggio a una delle dispense più remote della cantina. Eli, invece, era nascosta nell'angolo, dietro una grossa lampada a specchio. Nonostante il velo di polvere che la ricopriva, la superficie della lampada rifletté la luce di un fulmine caduto poco lontano che penetrò dalla finestra a soffietto. Il boato sopraggiunse qualche secondo dopo e fece sussultare Eli, già tremante. «N...non mi piace questo posto». Teo mosse il piedino sotto la coperta, come a voler scalciare la sorella. «Shhh. Il mostro ci sente!» Eli sbuffò e fece capolino da dietro la lampada per sbirciare verso la porta della cantina. Vide solo le scale che conducevano al pian terreno, immerse nella fitta penombra come la stanza in cui si trovavano. Subito dopo ritirò di nuovo il capo nel suo nascondiglio. Rimasero entrambi qualche minuto in silenzio, in ascolto. Nessun segno del mostro. «Forse non viene» disse Teo, che nel frattempo era uscito fuori dal suo bunker di lana e quadrettoni. Un altro fulmine serpeggiò nel buio, subito seguito da un tuono spaventoso. Eli strinse forte al petto il cucciolo dal quale non si separava mai. Le ditina della bimba affondarono nel ventre di pezza e ovatta. «Tranquilla Lilli» bisbigliò dolcemente al pupazzetto che restò in silenzio, «la mamma tornerà presto». La mamma era uscita dopo cena e sarebbe tornata tardi. Non capitava molto spesso, eppure Eli aveva imparato rapidamente cosa succedeva quando lei li lasciava da soli in casa con papà. Con il mostro. Anche Teo sapeva benissimo come comportarsi: «Se il mostro arriva io mi nascondo di nuovo, tu fatti piccola piccola» ordinò alla sorella. «E se ci vede e ci trova?» «Allora io mi metto l'armatura di Iron Man!» Eli rise. «Ma tu non sei Iron Man!» Teo abbassò lo sguardo sulla maglietta che indossava. Pure al buio riusciva a distinguere il disegno degli Avengers. «Allora divento tutto verde e muscoloso come Hulk e gli dò un pugno fortissimo!» «Io mando Lilli a chiamare i Super Pigiamini» ribatté Eli con un largo sorriso. Poi un rumore dal soffitto fece sussultare i due bambini. «Uh!» «Il mostro!» «Nasconditi, nasconditi!» Teo si tuffò sul materassino e si aggrovigliò sotto la coperta. Il rumore si fece più distinto: erano passi. I due li sentirono sempre più vicini, con il suono sordo che si spostava dal soffitto sopra di loro alle scale che conducevano al nascondiglio. Fino a quando cessò di colpo. Eli stava immobile, quasi schiacciata contro la lampada, gli occhi azzurri e la boccuccia completamente serrati. Teo cercava in tutti i modi di non far muovere su e giù le coperte che lo tenevano celato, senza capire che l'unico modo per impedire quel movimento era smettere di respirare. Erano rimasti così senza avvertire altri rumori per qualche minuto, così Teo sollevò un lembo di tessuto per sbirciare. Socchiuse le palpebre per mettere meglio a fuoco la scena nel buio, poi un ennesimo lampo rischiarò per lui la cantina. Teo lo vide. «Il... il mostro» esclamò a bassa voce rituffando la testa sotto la coperta. Eli strozzò in gola un verso di paura. I passi risuonarono inesorabili nella stanza, lenti e pesanti. Tum. Tum. Tum. L'aria si mosse sopra le coperte un attimo prima che esse volassero via svelando il bimbo tremante. Una voce maligna ruppe il silenzio: «Eccoti qui, finalmente, vi ho trovati...» Un grido esplose. La porta si chiuse alle spalle della donna mentre l'ombrello bagnato scivolava di peso nell'ombrelliera. «Amore. Bambini. Sono a casa!» La sua voce risuonò tra le stanze completamente buie senza alcuna risposta. Il frastuono del temporale all'esterno sembrava divertirsi ad amplificare il silenzio in cui era immersa la casa. «Amore? Ci sei?» La donna passò dal salotto d'ingresso alla cucina. Passò accanto alla porta della cantina e andò oltre, verso la camera da letto. «Teo? Eli?» Premette l'interruttore della luce e li vide. Sul lettone, i due bambini, dormivano sereni abbracciati al loro mostro.
  7. Alessandro Colella

    [MI 115] Colui che nelle profondità attende

    MI 115 Traccia di mezzogiorno: i nuovi mostri Colui che nelle profondità attende Tre settimane dopo aver superato il Capo di Buona Speranza, e dopo aver affrontato una terribile tempesta di qualche giorno, che portò in fondo al mare cinque validi marinai, il vento cadde e l'oceano si trasformò nel più calmo dei deserti. Eravamo soli, così sembrava. Soli in mezzo all'immensità, la tempesta ci aveva fatto perdere la rotta e ora eravamo immobili, non un alito di vento, non un'onda a spingerci un po' più verso nord, assolutamente niente. Il capitano Nicholas, grande lupo di mare, se ne stava la maggior parte del tempo nella sua cabina, seduto a meditare sul da farsi. Noi aspettavamo impotenti i suoi ordini. Non ci mancavano di certo le provviste e l'equipaggio rimasto era in buona salute, ma l'acqua stava lentamente finendo. La preoccupazione e la paura iniziarono a montare il ventiseiesimo giorno di bonaccia, quando un marinaio, un certo Thomas dal Galles, iniziò ad inveire contro il capitano Nicholas e contro tutta la ciurma. Venne ordinato di portarlo nelle celle sottocoperta e di lasciarlo laggiù, dimezzando le sue razioni giornaliere. Questo ci fece rigare dritto per qualche giorno, tutti noi tenevamo molto alla nostra razione di acqua. In un giorno di sole cocente, mentre io me ne stavo in disparte a pulire il ponte con uno spazzolone sudicio, venni avvicinato da un marinaio che mi era capitato di vedere un paio di volte. Era piuttosto anziano per stare in una nave con una missione come la nostra, aveva una benda nera rovinata sull'occhio sinistro e mentre mi parlava potei notare che gli mancavano quasi tutti i denti. Mi disse, avvicinandosi al mio viso e facendomi sentire il suo alito marcio, che tutto questo non era normale, era un terribile presagio, un avvertimento. Secondo lui era meglio per tutti piantarsi una sciabola in gola e finirla il prima possibile, perché quello che sarebbe avvenuto dopo sarebbe stato di gran lunga peggio della sete. Io non gli diedi troppo peso e continuai a lucidare il legno del ponte, piegato sulle ginocchia. Dieci giorni dopo il vecchio scomparve. Molti della ciurma dedussero che si era gettato in mare per farla finita, diventando cibo per gli squali. Quei dannati pescecani erano sempre pronti a divorare chi si gettava in acqua, giravano attorno alla nostra Rondine – questo era il nome della vascello – pronti ad afferrare il primo che, come il vecchietto, avesse deciso di buttarsi giù, per non dover più soffrire della sete e della terribile noia che consumava tutti. Poi, improvvisamente, gli squali andarono via. Tutti noi ci affacciammo verso il mare e notammo con grande sorpresa che le ombre scure erano scomparse, questo alzò il nostro morale almeno momentaneamente e ci permise di farci due risate. Anche il capitano sembrava leggermente sollevato, in quel momento parlava concentrato con il primo ufficiale Anderson e con il medico di bordo, un certo Williams, che una volta mi aveva fatto passare il mal di stomaco con un impacco di erbe da masticare. Venne una notte tiepida, senza stelle e senza luna. Tutti erano sottocoperta a dormire e solo io cercavo di godermi la tranquillità e il silenzio sul ponte. Sentii dei passi dietro di me e con grande sorpresa mi trovai davanti il capitano Nicholas che con il suo tricorno camminava verso di me, il volto coperto dalla barba brizzolata. - Una gran brutta situazione, vero marinaio? - Sì, signore. Voglio dire, sicuramente ne usciremo, - risposi agitato. Nicholas sorrise, ma il suo era un sorriso preoccupato, temporaneo. - Qual è il tuo nome? - Mi chiamo John Biddel, sono inglese, signore. - Molto bene, John Biddel, - sussurrò lui, togliendosi il tricorno, - sei il nuovo capitano della Rondine. A quel punto fece cadere il tricorno sul ponte e corse verso il mare, saltandoci dentro di testa. Subito corsi anche io e mi chinai ad osservare: il capitano Nicholas non nuotò e non fece nulla per evitare che i suoi abiti lo portassero giù verso le profondità del mare. Rimasi allibito e chiamai aiuto con tutto il fiato che avevo in corpo. Gran parte della ciurma si svegliò e insieme cercammo di lanciare una cima al capitano. Tutti i tentativi si dimostrarono vani, e in pochi minuti il corpo di Nicholas venne inghiottito dall'oceano. Neanche il tempo di piangerlo che l'acqua diventò scura come la notte e un forte vento si alzò, facendo volteggiare il tricorno in aria. Poi arrivò il demone. Il demone che nelle profondità attende. Una ventina dei suoi lunghi e nervosi tentacoli uscirono dall'acqua nera e si alzarono per una trentina di metri, attorno al vascello. L'equipaggio iniziò ad impazzire e molti seguirono le orme del capitano Nicholas. Altri, i più coraggiosi o forse i più stupidi, caricarono le pistole e estrassero le sciabole, e cercarono di combattere il diavolo. In un attimo i suoi tentacoli calarono sulla nave, stritolandola con la stessa facilità con cui un gatto uccide un topo. Il legno della nave esplose in un boato e la Rondine affondò rapida, diventando un altro relitto in quei mari. Io venni catapultato lontano insieme a molti altri che morirono all'impatto con l'acqua e navigai aggrappato ad un pezzo della nave per qualche giorno, poi il caso volle che venni raccolto da una nave inglese e tornai in patria, pronto a raccontare quanto avevo visto a chi voleva credermi.
  8. Rieccoci con un logorroico pezzo scritto da me medesimo, in preda ad allucinazioni indotte da ore di gioco a BLOODBORNE e all'ascolto di soundtrack malate di videogiochi RPG del secolo scorso. E' il continuo dello Stralcio 1 postato settimane fa che potrete trovare qui: Qui invece trovate il mio commento ad uno scritto in sezione Officina: https://www.writersdream.org/forum/forums/topic/38346-whiskey-sour-iii-a-time-for-us/?do=findComment&comment=678623 Spero vi piaccia, buona lettura: I palazzi smisero di canticchiare. L’aria cessò il suo intercedere lungo lo scheletro della Capitale ormai morta. Mataius sentii i passettini di uno scarafaggio a qualche metro da lui e si voltò a guardarlo: grande come uno Yorkshire Terrier, mogio mogio, si infilava in un buco poco sotto il palazzo della Generali, portando nelle sue tenaglie la testa di un felino, ottimo nutrimento per i suoi piccoli. Assoluto vuoto. Nulla di vivo avrebbe mai calpestato quella terra, a parte lui. Ma considerò un fattore fondamentale: nessuno era mai stato più davvero solo su quella terra dopo la Grande Onda. Scavalcò il cumulo di rocce e metallo dilaniato, caduto dai piani alti dei grattacieli. Superò l’ammasso di pattumiera e posizionò il piede su un punto in cui la lamiera sembrava ben salda, ma cadde rovinosamente sul culo scivolando per circa due metri fino a raggiungere il suolo con un balzo quasi felino. Atterrò con i quattro arti sui ciottoli a terra e schivò la traiettoria della lamiera che scivolava velocemente al suolo e che rischiò di laceragli il copricapo di juta e cinghie di cuoio. Si tolse gli occhiali da saldatore e iniziò a camminare lentamente, con il naso all’insù e lo sguardo indagatore. I raggi malaticci si poggiavano stanchi sulle carogne di cemento e acciaio, colorando di verde e giallo smorto il cimitero che quel quartiere era diventato. Ogni tanto un piccolo fascio di luce riusciva a rimbalzare energicamente su una superficie cristallina e a spararsi dritto nelle pupille attente di Mataius. Ad ogni passo l’attrezzatura da cercatore tintinnava, il lungo poncho che si adagiava sulle grosse spalle oscillava come una bandiera, il cuoio delle cinghie veniva prima teso e poi allentato ad ogni passo e gli scarponi color cachi spappolavano i ciottoli di terra soffocando il rumore di ogni rottura con le suole gommose. Il riverbero dei suoi movimenti era ovattato da alcune fuoriuscite di schiuma insonorizzante dei palazzi sviscerati. La nebbia di morte si fece meno fitta rispetto all’area precedente e Mataius vi trovò una quiete piatta: un silenzio statico. Forse anche troppo. D’improvviso il tracciatore iniziò a vibrare e ad emettere bip sinistri, interrompendo la quiete. Mataius si fermò di colpo e puntò il naso alla cintura dove aveva posto l’aggeggio artigianale. I bip cadenzavano prima lentamente poi con sempre più frequenza. Lo afferrò saldamente con i guanti da minatore, tentando di mettere a fuoco quello che poteva esserci oltre la foschia di pulviscolo che gli impediva di vedere ad un metro dal suo naso. Il battito del cuore rimbombava nei timpani, il sudore colava lungo i larghi pantaloni, il respiro si fece profondo e controllato: capì che stava per imbattersi in una Fuoriuscita. La polvere di vetro iniziò a danzare trasportata da una bava di vento, la luce del sole filtrato cambiò lentamente tonalità in un violaceo malato e distorto. Un nuovo lamento, un latrato lontano, come di un gigantesco cane infernale: stavolta non sembravano le carcasse dei palazzi ad intonare la sinfonia disturbata. Voltò la testa lentamente e vide un’ evanescenza azzurra scomparire nella coltre di aghi di vetro. Si portò velocemente la mano alla bocca per attutire il respiro affannoso. Si voltò a scatti come un roditore mentre sentiva i lamenti circondarlo: non assomigliavano a nulla di vagamente umano. Gli incubi di migliaia di uomini che avevano avuto la sfortuna di imbattervi stavano per fargli visita di persona. Strinse con forza il tracciatore e si irrigidì di colpo. Era letteralmente svuotato di ogni sentimento al di fuori del terrore puro. Doveva rimanere immobile. Poi sopraggiunse l’orrore. [continua...]
  9. simone volponi

    Damnation - Notte eterna

    Titolo: Damnation - Notte eterna Autore: Simone Volponi Collana: TrueFantasy Casa editrice: Watson edizioni ISBN: 978-8887224177 Data di pubblicazione: 10/05/2018 Prezzo: 15,00 (della versione cartacea) Genere: Fantasy/Horror Pagine: 444 p., ill. , Brossura Quarta di copertina: L’inverno in Norvegia non offre grandi distrazioni, e le poche ore di luce sembrano non bastare agli abitanti di Bergen. Lo sanno bene Anders e il suo migliore amico Ingo, che cercano di spezzare la monotonia con la passione per l’horror e il metal. I due ragazzi non sanno però che presto dovranno mettere da parte i loro interessi per far posto a qualcuno di ben più strano, qualcuno che sceglie la terra dei fiordi proprio per la sua propensione alle tenebre. È così che, dopo aver assistito al misterioso incidente di un carro funebre, la loro vita si intreccia a quella di Agnes, la più bella ragazza mai vista da quelle parti, che però nasconde “tra i denti” un terribile segreto. Agnes infatti è una vampira e si trascina dietro una terrificante famiglia che si opporrà in tutti i modi al legame con i due umani. Ma neanche la terribile famiglia è al sicuro, un oscuro pericolo incombe su di loro: l’Ordine Arcano, una spietata setta di cacciatori di vampiri che minaccia la loro permanenza sulla terra. Link all'acquisto: Sito editore: http://watsonedizioni.it/prodotto/damnation-notte-eterna-simone-volponi/ IBS: https://www.ibs.it/damnation-notte-eterna-libro-simone-volponi/e/9788887224177?inventoryId=109831120 Amazon: https://www.amazon.it/Damnation-Notte-eterna-Simone-Volponi/dp/888722417X/ref=sr_1_2?s=books&ie=UTF8&qid=1527971215&sr=1-2&keywords=simone+volponi Feltrinelli: https://www.lafeltrinelli.it/libri/simone-volponi/damnation-notte-eterna/9788887224177 Libreria Universitaria: https://www.libreriauniversitaria.it/damnation-notte-eterna-volponi-simone/libro/9788887224177
  10. Gatoto Scrittore

    Noi uno - Resoconti di "Mondo di Carne Vivente"

    Una donna e un uomo si conoscono online, non passa molto tempo prima che si incontrino dal vivo. Nel primo appuntamento finiscono l’uno le frasi dell’altra, accoppiano gli interessi simili, i cliché amorosi sorgono spontanei, al primo contatto fisico la sensazione è potente, le mani sembrano fondersi assieme. In pochi giorni si mettono insieme, lei sempre più spesso da lui, finché dopo due settimane sanciscono la convivenza: lei trasferisce tutte le sue cose nella casa. Sesso da manuale, coccole, preliminari, poi la penetrazione, poi coccole; e senza coito si insiste. Lunghi momenti insieme, scambi di morbosa curiosità, condivisione di regole di vita alleggerite e modificate all’occorrenza, coccole ritmate e paritarie: una consueta costruzione di fondamenta di coppia, quindi un minimo contatto con l’esterno rimane per questa procedura iniziale fragile. Passa il tempo e la coppia ottiene l’isolamento di rito. Le prime notti sono forse più scomode, ma c’è l’intento di trovare veloci accordi. L’uomo nonostante dorme più agitato di lei e vive strani sogni: un’ombra lo segue, è dietro di lui in ogni momento, invisibile e silenziosa, non si separa mai da lui e presto diventa un peso sotto i piedi, un oscurità densa che sembra incollarlo al suolo. I rapporti sessuali continua ripetitivi, meccanici e sudaticci, si ripetono per riempire silenzi o per dovere di passione amorosa. Suoni umidicci, versi cantilenati, tic posturali, selvaggi baci urticanti. La bocca di lei si stacca da quella di lui, affamata, e il consueto schiocco si trasforma invece in uno strappo improvviso che le porta via di netto un dente. Si conclude l’atto senza pareri, unica conclusione: un incidente. Cominciano con conflitti passivi e proseguono in litigi plateali. Lui nasconde la fragilità dietro una maschera di ribellione, lei pensa di proteggerlo controllandolo. La riappacificazione arriva sempre, raffazzonata, sancita dal sesso e dalle coccole. Quasi un mese è passato dall’inizio della relazione, lui vorrebbe portare lei a conoscere i genitori, lei è intimorita e prende tempo, lui si infuria e in preda ad una crisi quasi isterica decide di andare dagli amici, cerca il telefono e non lo trova, rinuncia velocemente. Lo colgono spasmi d’ansia, ma si compensa negli abbondanti manicaretti di lei. Da settimane mangia convulsamente senza neanche prendere tempo a pulirsi la bocca, senza sentirsi mai sazio, beve birra copiosamente senza mai ubriacarsi. Lei andrebbe a trovare le sue amiche, ma lui sembra necessitare ancora un po’ delle sue cure. E’ appagata dei rumorini digerenti di lui, anche se arriva ogni fine giornata sfinita dal cucinare. La stanchezza la porta a lamentarsi nel sonno poi, spesso, si sveglia con lo stomaco dolorante e gonfio in maniera quasi innaturale, corre in bagno e vomita grossi pezzi indigesti di cibo e succhi gastrici al gusto di birra. I dialoghi di reciproca curiosità sono esauriti, ci sono le parole di routine per evitare il silenzio e le lunghe ore di Tv d’intrattenimento, si accarezzano ritmicamente e si addormentano abbracciati stretti sul divano. Lui si rigira per cercare una posizione più comoda tra le braccia di lei, ma tocca viscido. Si ritrova con la testa dentro il ventre di lei, si strozza con i liquidi interni, si sente soffocare da strati di organi e grasso, urla spingendo la faccia contro la pelle della pancia. L’esperienza finisce in fretta, lei dorme ancora, lui corre in bagno a piangere e sputare. Si ripete come un mantra: “è stato solamente un sogno”. Litigano ancora, lui cerca di affossare l’autostima di lei con parole esperte, dure e violente. Lei, scossa, abitualmente riassetta la cucina: gomiti sfregati, acqua dappertutto, mani grinzose, respiro trattenuto, muscoli fiaccati. Inciampa su di una pozza, cade e sbatte la testa contro lo spigolo del tavolo, è a terra, con la testa semi aperta, non sente dolore, né vede uscire sangue. Cerca di chiamare lui, ma non sente risposta. Va nel bagno, allo specchio, vede con sorpresa il cranio aperto, ma niente sangue. Ci sono strane forme insospettabili oltre gli strati superficiali. Con l’insistenza di chi ripulisce la pelle da una crosticina apre e strappa piccoli lembi di pelle, poi scorge forme tubulari, le estrae lunghissime, interminabili, paiono intestini. Afferra il rasoio di lui, taglia un lungo pezzo quando pensa di averlo estratto del tutto. Nel tubo c’è uno spazio vuoto, infila la mano per capire il contenuto. Lui si sveglia da un incubo, sente un dolore insopportabile al ventre, e nell’esofago una strana sensazione, fin gli sembra che qualcosa spinga su per la gola. Tastando sente qualcosa spuntare nel fondo della bocca, cerca di estrarla, la tira trattenendo i conati, con fatica per la copiosa saliva prodotta. Spaventato mozza con più morsi due protuberanze, cadono a terra due rimasugli insanguinati. Contemporaneamente lei urla dall’altra stanza. Lui corre e vede la mano sinistra di lei stretta dalla destra, copioso il sangue sgorga sul pavimento. La calma, la accarezza, in parte scioccato. Il contatto ravvicinato li porta a perdere sensibilità sulla superficie della pelle, sentono scivolare via identità corporea, quasi completamente, ad ogni secondo che passa. Lui scivola sul pavimento verso di lei, attraversandola quasi. Sono ora chiusi in una sacca, somma dei loro corpi, lui sente i mugugnii di lei e viene invaso dalla paura e dalla pena per lei. Si agita e i mugugnii di lei aumentano, così urla. Cadono a terra e lui cade pesantemente su qualcosa che si spezza sonoramente. Non può fare nulla e il fiato gli manca, deve mettere da parte sensi di colpa e compassione per liberarsi dal carceriere. Cerca di guadagnare spazio, prima impegnandosi a non toccare parti sensibili, poi capisce quanto questa cautela sia impraticabile, allora urlando di follia divarica costole che lo cingono fino a spezzarle, la mani perdono più volta la presa tra sangue e viscere, ma afferrano infine una scheggia d’osso galleggiante tra le viscere. Si apre un varco puntellandosi e strappando. I mugolii gorgoglianti di lei aumentano. Morde, e graffia anche lei ora, ma lui con la superiorità maschile guadagna l’espansione di tutto il corpo. I mugolii di lei sono terminati. Lei è in pezzi per terra, lui l’ha sventrata.
  11. Torba

    Ecatombe (Parte 3/3)

    Commento a La cosa più grossa. Ho gli occhi aperti, sento le palpebre sollevate, ma la mia vista non funziona più. Forse è per la perdita di sangue o magari lo shock. Affondo le dita nel terriccio e vado avanti. Tremo in maniera incontrollabile. Sono solo al buio e ho freddo, anche se l’alba è arrivata e ne sento il debole calore sulla pelle. Ho fallito. Mi sono rimesso in piedi in qualche modo e ho iniziato a caracollare nella direzione presa dai due. La gamba destra urlava, ma facevano più rumore i pensieri che mi affollavano la mente, illogici e contrari al mio buon senso di ragazzo di città. Era chiaro che lo Zotico mi aveva deliberatamente fatto sbagliare il colpo. Altrettanto palese era che non avremmo trovato il corpo di Giuseppe. Mi restava da scoprire se Antonio fosse al corrente della situazione dal principio. Di certo, questo avrebbe giustificato il suo comportamento quando eravamo ancora al casolare: voleva mantenere la questione in famiglia, da bravo tradizionalista. Ho superato uno stentato torrente, dopo aver rischiato di finirci dentro due volte, e ho attaccato la salita di un pendio fangoso quando già Antonio ne aveva superato la cima. È stato su quella collinetta che ho iniziato a scorgere i primi pezzi di Saverio. Prima un piede. Poi il resto della stessa gamba, con un vistoso brano strappato in corrispondenza del quadricipite. La bestia se li era lasciati dietro come le molliche di Pollicino. Mi stavo chiedendo come avrei fatto a raccontare tutto questo a sua moglie Claudia, quando mi accorsi che stavamo girando in tondo. Una volta arrivato in cima, la posizione sopraelevata mi ha fatto capire che per tutto quel tempo non avevamo fatto altro: a non più di cinque chilometri di distanza, il bosco si apriva e il gruppo delle nostre case si distingueva nel chiarore lunare. Antonio era fermo sul fondo della scarpata. Voltava la testa da una parte e dall'altra, urlando con durezza il nome del figlio, come se lo stesse cercando per punirlo. Il mostro aveva fatto perdere le sue tracce. Ho raggiunto lo Zotico ai piedi del rilievo con l'intenzione di spaccargli quella testa pelata con il calcio del fucile, ma lui deve avermi sentito arrivare. Si è voltato e mi ha puntato contro il fucile. Mi sono maledetto per essermi fatto tanti scrupoli a sparargli. Lui non sembrava averne. "Abbassa il fucile, Antonio. Non ci risolviamo niente con quello." "Te l'avevo detto di non venire. L'avevo detto anche all'amico tuo. E ora guarda che casino." Ha iniziato a piangere, tirando rumorosamente con il naso tra una frase e l’altra. "Da quanto tempo lo sai?" gli ho chiesto. "Maledizione!" In un momento di stanchezza ha abbassato l'arma, ma è stato svelto a rialzare la canna quando ho fatto segno di volermi avvicinare. Con una mano si è tolto qualche lacrima dalla pelle di cuoio che aveva per faccia. "Avevo notato che era cambiato. Usciva di notte. Saliva sul tetto. Era diventato molto più forte: ha rotto i manici di tre zappe." Intorno a noi avevano iniziato a sentirsi dei fruscii. C'era qualcosa in movimento nel bosco, ma sentivo che era molto più piccolo rispetto alla bestia che avevamo inseguito. "Pensavo fosse solo un po'..." Antonio cercava la parola giusta, ma si è arreso. "Non lo so. Poi ho trovato la pecora dietro casa... il sangue... le budella... la testa era sotto il suo letto… Io e Rita siamo stati anche dal prete, giù in paese, ma non ci ha creduto. L’abbiamo chiuso nel capanno, ma non è servito. E ora Giovannino…" Antonio ha buttato il fucile a terra e si è abbandonato in ginocchio, come in attesa della punizione. E quella, in un certo senso, è arrivata. Dai cespugli è uscito il ragazzino, Giuseppe, nudo come un verme, sporco di terra e con foglie secche attaccate al torace. Aveva sangue sulle braccia e sul volto. "Papà?" Antonio è scattato in piedi e si è precipitato a circondarlo con le sue braccia forti, singhiozzando come un agnello. "Papà, perché non me l'hai detto?" ha chiesto Giovanni. Abbracciava il padre e singhiozzavano insieme all'unisono, come un duetto affiatato. Papà Zotico ai bassi e lo Zoticino tenore. “Ho avuto paura,” ha continuato il ragazzo. Non ho potuto fare a meno di notare quanto fosse peloso, troppo per un adolescente. Poi il pianto di Giuseppe si è spento in un sorriso e ho visto che anche i denti erano strani. Appuntiti, sporchi. Mi è sembrato di vederci qualcosa di rosso incastrato in mezzo. Quando li ha affondati nel collo di Antonio era già troppo tardi, ma ho alzato lo stesso il fucile. Avrei voluto fare fuoco, ma Giuseppe era già scomparso. C'era solo lo Zotico che strisciava verso il fucile tenendosi una mano premuta sul collo. Il sangue gli colava tra le dita, indifferente ai suoi tentativi di sopravvivere. “Aiutami!” ha rantolato. Era rivolto a me, ma non mi sarei avvicinato di un passo a quel bastardo per tutto l’oro del mondo. “Stai zitto!” gli ho sibilato. Scrutavo la vegetazione intorno con l’occhio fisso sul mirino, ma vedevo solo foglie e rami. Ero stato troppo ottimista e l’alba mi era sembrata più vicina di quanto non fosse in realtà. Solo poche ore prima desideravo che questa notte non finisse mai. Ora pregavo per un po’ di chiarore che mi facesse vedere su cosa puntavo il fucile. Qualcosa si è mosso alla mia destra. Ho ruotato sui tacchi e ho fatto fuoco in quella direzione. Ho mantenuto abbastanza sangue freddo da non premere entrambi i grilletti contemporaneamente e non trovarmi così senza cartuccia pronta. Niente. Il colpo era andato a vuoto. “No!” urlava Antonio. “Zitto!” Il bosco intorno sembrava tutto un fruscio. Trattenevo il fiato per non fare il minimo rumore e restare in ascolto, ma poi iniziavo a sentire il cuore martellare sui timpani. Ho lasciato perdere. Mi sono chiesto se mi convenisse ricaricare, ma ho pensato che nel tempo che mi occorreva per farlo sarebbe potuto succedere di tutto. Ho preferito tenere quell’unico colpo. Poi un ruggito, terrificante. Alle mie spalle. Mentre mi voltavo sono quasi caduto, ma ho mantenuto l’equilibrio con la forza della disperazione. Davanti a me c’era Giuseppe, solo che non era affatto Giuseppe. Credo che la mia mente non sia riuscita ad accettare ciò che vedevo. Di certo mi ricordo quei denti sporchi, enormi come se non esistesse nient’altro, incastonati come lapidi storte in quelle gengive nere. Le mie mani si sono mosse indipendentemente dalla mia volontà. Ho sollevato ancora una volta il fucile e sarei anche riuscito a sparare – il bersaglio era enorme e a non più di qualche metro di distanza - se non fosse stato per l’ultimo stupido gesto dello Zotico. Ho sentito lo sparo e subito decine di aghi che mi trapassavano i vestiti, la pelle, e mi riempivano il fianco, lì dove si è accumulato un po’ grasso dopo anni di ufficio. Sono caduto a terra e l’ultima cosa che ho visto è stata la bestia che incombeva su di me e mi fissava. Questa volta sono riuscito a registrare anche gli occhi. Facevano la spola tra me e Antonio e, nonostante avessero poco di umano, riuscivo a leggervi un odio sconfinato nei confronti di entrambi. Forse era rivolto al mondo intero. C’era qualcos’altro in fondo a quei pozzi neri, che in un primo momento non sono riuscito ad afferrare. Ma quando ha rinunciato a sventrarmi e mi ha invece lasciato moribondo in questo bosco, dirigendosi verso le case - verso le nostre famiglie e quello che rimaneva della sua – allora ho capito. Voleva che io sapessi. L’ecatombe non era ancora terminata. Ho aperto il giubbotto e ho sollevato i brandelli di camicia impiastricciati. La ferita era davvero brutta. Ho stretto i denti fino a pensare che me li sarei rotti, ma non sono riuscito a rimettermi in piedi. Dovevo sbrigarmi, o la bestia sarebbe arrivata alle case. Ho guardato Antonio, ma lui aveva già rinunciato. Aveva perso la sua lotta contro l’emorragia e ora giaceva immobile con la faccia di cuoio verso il cielo. Ho iniziato a strisciare.
  12. Qui sopra il link al mio commento in sezione. Ecco una parte di un prologo di uno dei miei personaggi, mooolto più ampio, spero vi piaccia (la scena è : Camminava a passo svelto e leggero saltando oltre i ciottoli di cemento e carbonio più grossi che invadevano quella che, una volta, era la strada che percorreva per andare a spararsi i risparmi in synth- sex e retrogames, ancora perfettamente funzionanti, nel bar di Linus. Nell’aria l’ultima detonazione aveva lasciato sospeso del pulviscolo grigiastro, probabilmente fatto di microfibre di vetro che, se inalate in buona quantità, potevano far morire un povero stronzo di emorragia interna in circa 2 giorni di lenta agonia. Lui teneva ben saldo attorno alla bocca e al naso lo straccio che indossava come fosse una kefia, sorretta dagli occhialoni da saldatore trovati appesi, giorni prima, ad un longherone di ferro fuoriuscito da un blocco di cemento armato, probabilmente precipitato dai Giardini Pensili o dalla Monorotaia che tagliava in due l’area Barocca, lungo via Nazionale. Con la testa e la bocca interamente coperte di stracci color ocra impolverati avanzava a passo deciso nel quadrante più colpito dalle detonazioni. In mano teneva ben saldo il tracciatore artigianale, fatto con una base di legno quasi marcio, che segnalava con i brevissimi bip, più o meno regolari, la apparente quiete del posto. L’ombra dei grattacieli aveva fatto calare le tenebre su quelle stesse strade dove lui era solito, una volta, coprirsi gli occhi per la troppa luminescenza bluastra degli HoloSpot lungo i marciapiedi, mentre tornava a casa di sera. Si era ripromesso che, un giorno, avrebbe disdetto il contratto con la HoloVision, disattivando la maledetta cornea artificiale che aveva agli occhi e che gli inondava la vista di puro spam gratuito. Per sua fortuna la Holo non esisteva più e le cornee avevano smesso di funzionare dopo la Grande Onda, quindi: niente più pubblicità invadente. Mentre si arrampicava sulle macerie che separavano via Nazionale da Piazza della Monarchia ripensò al dolore lancinante che provò agli occhi durante la Prima Onda e la conseguente cecità indotta dopo la Seconda. Per fortuna Roberto era riuscito a sistemargli la vista dopo 3 ore di intervento fatto usando forcipi di plastica, garze strappate della sua stessa maglietta e 3 shottini di Whisky come anestetizzante. Erano passati quasi 3 anni da allora e delle volte sentiva come un formicolio proprio dietro l’occhio, ma non se ne preoccupava più di tanto. “Fanculo la Holo!” pensò. Fermò di colpo il passo e guardò attorno per avere un’idea di dove esattamente si fosse infilato. Le carcasse dei palazzi lo fissavano, svuotate e fameliche di attenzioni. La luce del sole era filtrata dal pulviscolo in sospensione e dalle nubi indotte che oramai creavano una serra di radioattività e grigiume lungo tutto il cielo, una volta, celeste. L’odore nelle strade ottundeva i sensi e gli ricordò un misto tra il gesso in polvere e il bitume sotto al sole: tappava letteralmente ogni orifizio respiratorio. Attorno a sé alcun rumore, nemmeno la più impercettibile vibrazione o il più ignobile cigolio: il silenzio lo rivestì di staticità. Sembrava come se la vita stessa avesse arbitrariamente deciso di abbandonare quel luogo per sempre, oramai dimenticato da Dio e dagli uomini. A meno che non fossero del Progetto: i figli di puttana impegnati a bombardare ogni singolo centimetro di terra calpestabile della Capitale oramai da mesi. D’un tratto una lieve brezza fece grugnire quello che era rimasto dei favolosi grattacieli una volta lucidi e rivestiti di onnipotenza. L’aria intonò un concerto di cacofonie e note baritonali che avrebbero fatto rizzare i peli della schiena anche al più temerario dei rigattieri. Alcuni palazzi erano adagiati l’uno sull’altro, spezzati in più parti a causa delle continue detonazioni e delle guerriglie urbane continue. Al passaggio del vento gli stretti vicoli e gli enormi pachidermi di acciaio sopiti, alti chilometri, colloquiarono prima rabbiosamente, poi sempre più amichevolmente, fino a divenire un'unica voce baritonale metallica che ricordava un violino gigante suonato da un Titano. Sulla destra vide una strettoia in cui avrebbe potuto infilarsi per esplorare la parte antico-Barocca dell’ex Patrimonio della ex Umanità. La strada era oramai una vera e propria cloaca sgargiante grazie alle barricate improvvisate dalla nobile Resistenza e dai pittoreschi murales psichedelici dei Figli del Fuoco, di cui riconobbe il macabro gusto di appendere lungo tutta la lunghezza delle recinzioni di fortuna le teste delle Guardie Reali catturate o dei dissidenti interni al loro gruppo di pazzoidi, scopa-bambini, fissati con il Rocket.
  13. Torba

    Ecatombe (Parte 2 di 3)

    Commento a Il potere del rimorso Non avrei mai pensato che il crepitare delle foglie secche potesse ispirarmi tanto orrore. Mentre ci striscio in mezzo non riesco a non pensare a quante migliaia - milioni - ne ho ancora davanti prima di arrivare alle case. Non vedo quasi nulla, ma non credo sia per via della notte. Sento freddo. "Ma cos'ha nella testa, un radar?" Antonio si muoveva nel fitto sottobosco come se seguisse una mappa mentale su cui era riportata ogni depressione del terreno o roccia della zona. Sembrava un treno in corsa che devastava i rami degli arbusti più bassi. "È nato e cresciuto nella stessa casa dove abita ora," ho risposto a Saverio, "girava qua intorno quando ancora io e te eravamo alle elementari." Saverio aveva il fiato pesante e ogni tanto esplodeva un colpo di tosse per la fatica, ma anche io ho avuto il mio da fare per rimanere dietro Antonio. Prima di trasferirci in campagna, due volte a settimana uscivo di casa portando con me il borsone da calcetto e, dopo nove interminabili ore di noia e cartelle esattoriali, andavo a correre come un dodicenne sul campo da calcetto. Ma lo Zotico sembrava avere le ali ai piedi. Lo capivo, c'era in ballo la vita di suo figlio, ma un genitore disperato di solito dovrebbe essere grato di tutto l'aiuto che gli viene offerto. Invece "Ninni" sembrava tenere quel ritmo da corsa campestre con il preciso intento di seminarci. In realtà non c'era la minima possibilità di poter perdere le tracce della bestia: sembrava che in mezzo al bosco fosse passato un autotreno coperto di peli rossicci come quelli che ogni tanto trovavamo impigliati nei cespugli. Se ci fosse stato ancora qualche dubbio, quella devastazione floreale metteva in chiaro che non avevamo a che fare con un lupo, ma con qualcosa di molto più grosso. Di Giuseppe ancora nessuna traccia. "Ma chi cazzo me l'ha fatto fare?" ha esclamato Saverio, dopo aver rischiato di finire lungo disteso a causa di un infido sasso nascosto dal tappeto di foglie. In realtà sapevamo tutti e due il motivo che ci spingeva in quella caccia all'ignoto. Nonostante la strage di pecore degli ultimi mesi, non potevamo lasciare perdere e trasferirci ancora. In città avevamo venduto tutto e le terre, i casolari e gli animali avevano prosciugato i nostri risparmi. La fuga dallo stress e il ritorno alla natura si pagano. Dopo i primi episodi, avevamo chiamato i Rangers, ma questi si sono limitati a posizionare dei bocconi avvelenati nei dintorni e nulla di più. Dovevamo vedercela da soli e, dopo il destino orribile toccato a Giovanni, la posta in gioco era ancora più alta. A un certo punto, abbiamo trovato qualcosa. La traccia si era allargata in corrispondenza di una radura e Antonio si era fermato a osservare qualcosa sul terreno. Da lontano pregavo che non fosse il bambino, poi mi sono accorto che era una massa troppo grande, coperta di peli laddove la carne non faceva mostra di sé. Si trattava di un cervo, un maschio bello grosso. Secondo il mio personale parere, la necessità di alimentarsi era l'ultima delle motivazioni che potevano aver portato a quello scempio. Antonio ammirava pensieroso il Pollock di intestini e sangue sparpagliati ovunque, ma l'espressione che gli leggevo sul volto mi faceva prudere di sospetto un lato del cervello. Un'altra preda smembrata e di Giuseppe ancora nessuna traccia. Un campanello di allarme aveva iniziato a suonare, ma mi sono sempre considerato una persona equilibrata. Mi sono detto che quello che stavo immaginando era un brutto scherzo della luna piena che ci spiava attraverso le fronde degli alberi. "Madre di Dio" ha esclamato Saverio quando ci ha raggiunti, e sono state le sue ultime parole su questa terra. Si è girato verso i cespugli per vomitare, ma nel buio è saettato qualcosa di enorme: un'ombra dello stesso colore rossiccio delle tracce lasciate sulla scia di devastazione che la bestia si era lasciata dietro. Ho visto gli artigli, la trachea esposta di Saverio, il mio vicino di scrivania di un tempo che cadeva a terra al rallentatore con un rantolo liquido e poi più nulla. Penso di essere rimasto immobile e con la mascella penzolante per qualche secondo. La visione dell’osso nudo mi è sembrato uno spettacolo osceno, fuori luogo come le scenette volgari che Saverio orchestrava nello spogliatoio, nell'ilarità generale della squadra. Strana associazione di idee. Quando quel momento di ipnosi si è deciso ad abbandonare il corpo, ho sollevato il fucile. L'ho puntato alla testa, o quello che era, della cosa e ho premuto il grilletto. La spallata di Papà Zotico mi ha fatto mancare il bersaglio e cadere su una coscia. Ho visto le stelle molto più vicine e, quando la vista mi si è snebbiata, la creatura aveva ormai afferrato il corpo di Saverio e si era immersa di nuovo nella vegetazione, con Antonio alle calcagna.
  14. Uppel

    Può funzionare un'opera "Multi-genere"?

    Salve! Pensai alla storia che sto attualmente scrivendo quando avevo circa 15 anni. Da che fu un concentrato di "giappominkiate" incredibile si è trasformato in qualcosa di totalmente diverso. La trama si inalbera tra le vicissitudini di 7 personaggi attraverso diversi eventi, il tutto ambientato nel 2730 circa. Per farla breve: si parte da un'ambientazione vagamente cyberpunk, ovviamente ultra-futuristica, accade un fatto catastrofico, si entra in una fase totalmente apocalittica e in seguito, per ovvie ragioni, post-apocalittica con sfumature horror e weird soprattutto (molto lovecraftiane); la fase finale è invece una space-opera a tinte di Hyperionensi di Dan Simmons. Ora. Senza nessun dettaglio della trama, così a naso, secondo voi, un'opera "multi-genere" può funzionare? Avete esempi che potete portarmi? Consigli vari su come giostrare il tutto in maniera efficace? Grazie!
  15. Fino a
    Sabato 19, h 18, presso la libreria "Scuola e Cultura" di via Ugo Ojetti 173 presenterò, per l'ultima volta a Roma, Si spengono le stelle. Se vi va di partecipare, naturalmente vi aspetto con piacere.
  16. Torba

    Ecatombe (Parte 1 di 3)

    Commento a Il Clown. In questo brano ho fatto usare alla voce narrante il presente indicativo (che descrive le azioni attuali) e il passato prossimo (per i fatti che si sono svolti poche ore prima). Visto che è una cosa nuova per me, penso che la consecutio temporum sia andata a farsi benedire. Non credo che riuscirò a raggiungere le case. La ferita pulsa e mi sta svuotando piano piano. Il mio pensiero va a Laura, che a quest'ora si sarà già riaddormentata, ignara del mondo, e a Teresa che la regge in braccio cullandola. Sto strisciando in mezzo alle foglie cadute dai castagni da circa mezz'ora - o forse sono solo cinque minuti, difficile dirlo - ma il bosco sembra troppo grande. Non credevo che sarebbe finita così. Quando stanotte ho sentito il primo grido, mi sono svegliato ma non ho neanche provato ad aprire gli occhi: credevo fosse solo l'eco di un incubo che stavo facendo. In quel sogno, continuavo a combattere armato solo di una piccola falce contro l'erba che cresceva a vista d'occhio e soffocava uno dopo l'altro i peri, che diventavano scuri e si accartocciavano su se stessi come vittime di un olocausto. Al secondo urlo, quasi della stessa tonalità del primo e allo stesso tempo diverso in un modo che non ho colto, mi sono drizzato a sedere sul letto. La luna illuminava la stanza: l'alba e il lavoro erano ancora lontani, ma la schiena a pezzi mi ricordava che sarebbero comunque ritornati nel giro di qualche ora. La notte non mi avrebbe difeso per sempre dai calli e dal dolore. Teresa dormiva come un sasso in posizione fetale. Si è svegliata solo quando mi ha sentito scendere dal letto e armeggiare con la serratura dell'armadio dei fucili. "Enzo, che fai?" mi ha chiesto con la bocca impastata dal sonno. Una spallina della camicia da notte le era scivolata giù e la pelle sembrava di perla, mentre la mia si era accapponata. "Ho sentito gridare dalla fattoria degli Zotici" ho risposto. È così che noi, gente di città, chiamiamo gli Streva quando nessuno di loro può sentirci. C'è Papà Zotico, ovvero il signor Antonio, perennemente con la zappa in spalla, la sigaretta in bocca e lo sguardo torvo, Mamma Zotica, l'acida consorte con l'onnipresente fazzoletto in testa, e gli Zoticini, Giuseppe e Giovanni, di anni dodici e otto, bambini guardinghi che sembrano cresciuti come gatti in mezzo ai rovi. "Credi sia per via di quell’animale?" "Non lo so, ma di sicuro qualcuno che ha gridato. Vado a vedere." Ho inserito due colpi nella doppietta e mi sono allacciato in vita la cartuccera. Ero già alla porta, ma Teresa mi ha bloccato con una mitragliata di domande. "Ma sei scemo? Che ne sai di cosa è successo? Non possiamo chiamare i carabinieri, invece? "Arriverebbero come minimo tra due ore. Non ti preoccupare. Sta venendo anche Saverio: si è accesa la luce sul portico. Hanno sentito anche loro." "Stai attento." Avevo ragione: Saverio stava venendo verso la nostra casa di corsa, imbracciando quel fucile che mi ha umiliato con regolarità ogni anno durante la stagione delle beccacce. "Hai sentito?" mi ha chiesto, trafelato e mezzo intontito dal sonno. "Certo." "Gli zotici?" mi ha chiesto, sottovoce. Poi si è risposto da solo: "Per forza. Chissà che cazzo hanno combinato i lupi questa volta." “Forse mi sbaglio, ma urlare di notte per delle pecore morte mi sembra un poco esagerato.” I nostri casolari distano non più di trecento metri dalla proprietà degli Streva: una costruzione di mattoni, pietra e legno, molto più antica delle nostre, circondata da un centinaio di ulivi e da una vigna stentata. Ci siamo arrivati in un minuto scarso. Ho iniziato a tempestare di colpi la porta. Avrei potuto sfondarla con facilità ma era meglio capire, prima. La possibilità che Antonio accogliesse gli intrusi a fucilate era tutt’altro che remota. Dopo un’eternità, Papà Zotico si è presentato all'uscio. Aveva lo sguardo vuoto, come se avesse aperto la porta di casa per guardare la notte e i nostri corpi fossero trasparenti. Tremava e boccheggiava. Dall'interno venivano i singhiozzi di Rita, la moglie. Lo abbiamo spinto da parte e siamo entrati. I lamenti ci hanno condotti a quella che doveva essere la camera da letto degli Zoticini, o almeno quello che ne era rimasto. Rita era a terra e piangeva, raggomitolata su se stessa, con i vestiti lordi del sangue che aveva invaso la stanza. Era dappertutto: pareti, soffitto, mobili. Il pavimento di legno era ricoperto da un piccolo lago. Quello che doveva essere Giovanni, il più piccolo, era sparpagliato in giro. Di Giuseppe nessuna traccia, ma la finestra era aperta. Saverio si è messo a piangere con una mano sulla bocca, invocando la Beata Vergine. Da un'altra stanza venivano i rumori di Antonio, che si armava dopo essersi ripreso dallo shock. "È stato quell'animale?" gli ho chiesto quando è ricomparso nel corridoio. "I lupi non fanno nulla del genere". Sembrava che ogni parola gli costasse un anno di vita. "Non rapiscono neanche i bambini, se è per questo. Signora, chiami i carabinieri. Noi andiamo a cercare Giuseppe, non si preoccupi." "Andatevene a casa." Lasciai stare Rita e mi girai verso Antonio: il viso dello Streva era imperscrutabile. Mi sono parato davanti a lui, più per capire cosa gli passasse per la testa che in un vero atteggiamento di sfida. "Sta delirando. Se ci mettiamo tutti e tre abbiamo buone probabilità di ritrovare Giuseppe." "Ho detto che non sono affari vostri. Tornatevene a letto." Sapevo che Papà Zotico era burbero e scontroso, un vero orso, ma non credevo che potesse essere anche stupido. Per fortuna Saverio si era ripreso dal suo momento di debolezza e mi si era messo a fianco. "Lei può anche cercare suo figlio da solo, se le piace. Ma se c'è in giro una bestia – o qualcuno - capace di fare questo macello e che non si limita più alle pecore, dobbiamo toglierla di mezzo. Comprendo il suo dolore e so che non ci sopporta, ma anche noi abbiamo dei bambini. Faccia strada." Antonio non si è mosso. Continuava a guardarci con quegli occhi che, oltre all'ostilità, non lasciavano trasparire nient’altro. Alla fine, è stata Rita a convincerlo. "Ninni, falli venire con te. Ti prego."
  17. Salve a tutti. Ho scovato nei meandri della Rete questo (bellissimo, a parer mio) articolo del grandissimo Danilo Arona. Nell'articolo il Sommo ci pone questa domanda: "Ma se oggi Ray Bradbury, scrittore “dichiarato” di letteratura fantastica, vivesse in Italia, magari a Lumezzane in provincia di Brescia, e si chiamasse Giacinto Gasparotto, e avesse la bella idea di presentarsi con Il Veldt, Gioco d’ottobre o Il popolo dell’autunno a quell’editoria che impazza nel copioso e larghissimo banco delle novità di cui sopra?" Lui si da anche una risposta (la trovate qui, alla fine dell'articolo). Ma io, che sono un Tomte dispettoso, voglio conoscere anche le vostre, di risposte. Quindi, che ne pensate? La situazione del fantastico in Italia è ovunque questa, o ci sono librerie di nicchia in cui gli emergenti si trovano? E soprattutto, come sono destinate a cambiare le cose secondo voi? O ancora meglio: che cosa possiamo fare noi affinché cambino?
  18. stefia

    Il Clown

    Commento "A cosa serve?" Ti siedi al tavolino del trucco ingombro di oggetti ed accendi le luci. Le grosse e antiquate lampadine a bulbo disseminate lungo tutta la cornice dello specchio ti illuminano da ogni angolazione mettendo impietosamente in risalto ogni ruga, ogni neo e poro dilatato. Ti osservi attentamente, aggrotti le sopracciglia, ti apri in un sorriso e, dopo essere tornato repentinamente serio, osservi il grosso naso bulboso che svetta al centro del tuo viso. Il tuo naso non era così grosso né i tuoi capelli così grigi, quando hai cominciato. Ne hai fatta, di strada, da allora. Prendi il barattolo con il colore bianco e con la mano ricopri attentamente la metà destra del viso. Usi le dita per contornare bene gli occhi e spargi il colore fino all’ attaccatura dei capelli che si allontana sempre più dalla tua fronte. Ti osservi così, a metà, ed è come se fossi due in uno. Non sei né l’uno né l’altro, eppure sei sia l’uno che l’altro. Continui il tuo lavoro fino a che tutto il viso è ricoperto di bianco. La pelle tira, infastidita da quel peso innaturale, e come tutte le volte devi vincere l’istinto di lavarla via e di tornare a essere solo uno dei due. Come tutte le volte, però, aspetti un attimo di troppo e accetti di essere l’altro. Usi il rosso per disegnare grosse labbra e le prolunghi in un sorriso storto che stona con la serietà del tuo sguardo. Aggiungi grossi pomelli rotondi sulle guance e, dopo un attimo di riflessione, colori anche la punta del tuo grosso naso: d’ora in poi potrai fare a meno di quella stupida pallina di plastica che ti pizzica e che continua a cadere. Ti pulisci le mani con una salvietta, con il nero tratteggi grosse sopracciglia perplesse e ti osservi inclinando la testa da un lato all’altro per controllare la qualità del lavoro. Posando il barattolo, urti maldestramente un alto contenitore di vetro che sta per finire per terra. Lo afferri al volo con una agilità che pensavi di aver perso, ed eviti la tragedia. Il cuore ti batte forte mentre lo rimetti sul piccolo tavolo che hai davanti. Per un pelo il tuo tesoro più prezioso non andava perduto; una tragedia irrimediabile. Il grosso vaso trasparente, chiuso con un coperchio, è pieno di un liquido ambrato che protegge una vera reliquia: la ciabatta con cui tua madre usava sculacciarti, ancora stretta nel suo pugno. Accarezzi il contenitore osservando i dettagli perfettamente conservati di quella mano di cui hai conosciuto solo il peso e non il calore; il primo trofeo della tua vita. Il moncherino, purtroppo, è sfibrato e sfilacciato: i giorni dello studio e della pratica erano di là da venire e hai fatto come hai potuto, come sei riuscito. Un inizio di cui essere fieri. Ti alzi, ti avvicini a una vecchia cassettiera appoggiata a un muro ammuffito e posi il contenitore al sicuro, sul ripiano a fianco di tanti altri, tutti pieni. La luce è sufficiente per riuscire a vedere, nel secondo della fila, la testa bianca e nera di Trilly, lo stupido cane dei vicini che ti morse da ragazzino e, più avanti, il cuore di Beth, la tua prima vera ragazza. Lei aveva sempre detto di averti donato il proprio cuore e così quando poi ti lasciò per Jack, tu ti riprendesti il regalo. I contenitori sono così numerosi da non riuscire a stare tutti sulla cassettiera: alcuni sono a terra, su bassi tavolini e dentro vetrine antiche. Con uno sguardo abbracci tutta la stanza e la tua vita; li hai conosciuti tutti, quei trofei e ricordi tutti i loro nomi.. Torni a sederti al tavolino e, religiosamente, sollevi la vecchia parrucca da clown rovinata dal tempo e dall’usura. Ne spazzoli delicatamente i fitti riccioli, tutti di veri capelli umani, tinti di un rosso acceso, e controlli che sia in ordine. Un ciuffo ti rimane in mano e ti agiti nervosamente sullo sgabello. Controlli il danno e tiri un sospiro di sollievo: la calotta non si è danneggiata, si è solo sciolto il nodo interno che fermava la ciocca. Sistemarla richiederà tempo e attenzione perché non è in nylon come quelle schifezze moderne che si vedono in giro, ma è di pelle ed è talmente ben fatta che molte ciocche non sono nemmeno cucite ma spuntano naturalmente dalla pelle. Quella parrucca è un autentico pezzo d’antiquariato: era già vecchia quando la trovasti, da ragazzo, nello scantinato della casa abbandonata appartenuta al vecchio Bentley. I tre lucchetti con cui era stato chiuso il baule ammuffito non ti fermarono e, una volta aperto, conquistasti il tesoro: ritagli di giornale vecchi di decenni, abiti da clown marcescenti e quella stupenda parrucca rossa che sembrava brillare di luce propria. La tua nuova vita ebbe inizio quando l’indossasti per la prima volta. Calzi la parrucca, la sistemi accuratamente e nella tua mente risuonano le voci di tutti i tuoi trofei. Senti le urla di mamma, la voce argentina di Beth, i latrati di Trlly e di tutti gli altri che ti chiamano, e ti dicono che sono soli, si annoiano e vogliono compagnia. Questa sera li accontenterai presentando loro qualcuno di veramente meritorio. Questa sera farai loro conoscere Andrew, il figlio dei vicini che, pensando di non essere visto, continua a entrare nel tuo giardino cercando di intrufolarsi nello scantinato. Questa sera lo accontenterai e i suoi occhi curiosi, di un blu intenso, saranno proprio un bel trofeo. Termini la vestizione con l’abito dozzinale che ti sei procurato e torni a guardarti allo specchio. La bocca rossa che hai disegnato sorride per te e le sopracciglia ti danno un’aria innocua. La tua attenzione è distolta dai passi veloci e leggeri di bambini che stanno correndo sul portico sopra la tua testa. Sollevi lo sguardo, in attesa, e dopo un allegro bussare senti una voce argentina chiedere: “Dolcetto o scherzetto”? Spegni le luci e al buio risali la scala cigolante.
  19. Nightafter

    Il sogno dell’odio – Pt. 5

    Il sogno dell’odio – Pt. 5 La casa era nel buio, fuori una pioggia rabbiosa da ore sferzava la notte. La luce era mancata a causa del temporale, accadeva sovente con quei rovesci di inizio autunno. Si era destato all'improvviso in preda a una sensazione di allarme. Non era stato però il nubifragio a svegliarlo, ma qualcosa che si era mosso nel buio. Qualcosa di indefinito, non di fisico, come poteva essere il rumore prodotto da un movimento o dallo spostamento di un qualche oggetto. Ancora disorientato dal sonno recente, tentando di vincere lo stordimento dell'alcol, restò immobile sul divano dove era crollato la sera prima, dopo il quarto bicchiere di Jack Daniel's. Non sapeva definire la natura di ciò che aveva avvertito, l'unica cosa certa era la sensazione di inquietudine che lo pervadeva. Con i sensi allertati e la sensazione di non essere più solo, aveva scandagliato il silenzio della casa. Era rimasto vigile, in attesa di cogliere un fruscio, una vibrazione, un segno che confermasse la fondatezza di quel presentimento indecifrabile. Nell'incertezza formulava ipotesi e spiegazioni inverosimili, numerose quante le probabilità potenziali di una pallina a ogni nuovo giro di roulette . Artifici fantasiosi che la mente inseguiva per arginare l'idea di conoscere la risposta e sapere dove trovarla. C'era qualcosa che lo chiamava, lo attendeva: laggiù nel buio al fondo della casa, dove le memorie si mescolavano, divenivano confuse, ambigue, avevano contorni sfumati e angoscianti. Il rigurgito nauseante di cose passate, errori e paure inconfessabili, che a volte tornavano. l tempo era scivolato lento in quella veglia d'attesa, avanzando come un ragno nero sulle pareti della stanza, spostandosi impalpabile come un'ombra di meridiana: ma la sua ansia non sfumava con le ore, era brace che non cessava di brillare sotto la cenere. In quello stato d'animo il sonno non sarebbe tornato, restava unicamente la prospettiva snervante di rimanere a fissate il buio fino all'alba. Inutile continuare, rimanere fermo a coltivare vecchie ossessioni era umiliante, oltre che vano. Doveva muoversi per sapere. Per disperdere quell'intrico di immagini e pensieri angoscianti che irretivano la sua mente. Cercò a tentoni la pistola d'ordinanza: percorse con la mano le pieghe dei cuscini del grande divano, esplorò il piano del tavolino davanti a sé, sfiorò alla cieca le sagome della bottiglia e del bicchiere vuoto rimaste lì dalla serata, ma non trovò l'arma. Gli venne in mente di averla lasciata sul comodino accanto al letto. L 'immagine della semiautomatica, gli apparì nella mente in ogni suo minaccioso dettaglio: il metallo brunito e freddo, l'odore acuto del lubrificante e del solvente per detergerla, il peso di 945 grammi esatti nel tenerla in mano . Maledì la sua mania di lasciarla sempre allo stesso posto quando era in casa. Pensò che se si fosse mosso per recuperarla, qualsiasi cosa si celasse nel buio se ne sarebbe accorta e lui non avrebbe potuto coglierla di sorpresa. L'aria era divenuta gelida: difficile che il diluvio in atto potesse aver creato quell'escursione termica verso il basso. Era lei la causa, ne era sicuro. Succedeva sempre quando era adirata, quando il risentimento diveniva più acuto e innalzava tra loro un muro invalicabile di silenzio. La sua ira modificava l'ambiente, come se una gelata invernale scendesse improvvisa a ricoprire le cose. Il suo sguardo algido e distante di divinità incollerita, gli fermava il cuore e la loro casa diveniva fredda e ostile come una tomba. Lei e il bambino che aveva tanto desiderato. Quel bambino che per la sua codardia non era nato, e lei non glielo aveva mai perdonato. Ne era certo. Marzia era tornata. Attento a non fare rumore si levò, dirigendosi nell'oscurità verso il corridoio al limite del salone, lungo di esso si affacciavano le altre camere: al fondo, l'ultima stanza, segnava la fine dell'ampio alloggio. Nell'attraversarlo, lo spazio era mutato, erano cambiate le coordinate dimensionali, la consistenza stessa del pavimento sotto i suoi piedi. Aveva i sensi tesi, procedeva cauto, misurando ogni passo, come un ratto che esplori un antro tenebroso e sconosciuto. L'ultima porta era socchiusa e una luce sottile, come un taglio di rasoio su un velluto nero, filtrava dall'interno. Una lama rossa che proiettava sul pavimento un filo purpureo come sangue. Come poteva esserci luce se l'energia elettrica mancava in tutta l'abitazione? Cosa significava poi quel colore? Una lampada rossa non c'era mai stata in tutta la casa. Chi l'aveva mai portata? Aprì esitante la porta: provenendo dal buio, benché la luce nella stanza fosse debole, gli fu necessario un momento di adattamento perché gli occhi mettessero a fuoco l'interno. L'ambiente gli risultò estraneo, non lo ricordava tanto vuoto e desolato. Un lampadina rossa, all'estremità di un filo nudo, pendeva dal soffitto. Sotto di essa, al centro della stanza, un giaciglio basso "alla turca", qualcuno vi era adagiato sopra, interamente coperto da un lenzuolo, pareva dormisse. In preda allo sconcerto si accostò per capire. Le sagome sotto al lenzuolo era due e ravvicinate: apparentemente, un adulto ed un bambino. Dalla sommità del lenzuolo spuntavano ciocche di capelli femminili, scuri e inanellati. Conosceva quei capelli, li aveva carezzati e baciati a lungo, ricordava il loro profumo e la morbidezza sciolta tra le dita: il cuore prese a pulsargli frenetico, un'onda amara di nostalgia e rimpianto gli procurò una vertigine. - Marzia, amore sei tornata? - La voce era un tremito. - Sei tornata col nostro bambino, amore mio? Mi hai perdonato, Marzia? - Sentiva la gola stringersi, le lacrime premere alle ciglia. - Marzia, ti prego parlami. - La donna taceva. Nel suo sonno profondo non pareva respirasse . Si inginocchiò al bordo del giaciglio, prese con delicatezza il margine del lenzuolo e lentamente, per non destarla d'improvviso, iniziò a far scorrere verso il basso il tessuto, scoprendole il volto. Apparì l'attaccatura folta dei capelli, la fronte con l'arcata morbida delle sopracciglia, gli occhi chiusi, guarniti di lunghe ciglia brune, il naso sottile e regolare, gli zigomi alti e l'ovale armonioso, che lo avevano incantato fino dal loro primo incontro. I lineamenti erano distesi in quell'assenza assopita, solo le labbra avevano perduto il loro turgore soave, erano quasi tirate in una piega di tristezza. Anche l'incarnato, in quella luce sinistra, risultava di un pallore innaturale. Si accorse di non avvertirne il respiro, la sua fissità non aveva nulla del sonno regolare. Sentì nuovamente tornare a crescere la sensazione di allarme che lo aveva svegliato sul divano. Con un gesto repentino scoprì il corpo di fino allo sterno: allora i suoi occhi si spalancarono sul raccapriccio che il tessuto aveva celato: la gola di lei era scarnificata. La carne livida ridotta a brandelli, i tendini del collo recisi, l'esofago scoperto e dilaniato, il sangue, nero e rappreso, davano alle vertebre esposte l'apparenza di ossa carbonizzate. Il suo urlo di terrore echeggiò per tutta la casa: spilli ardenti gli trafissero le membra, l'orrore gli tolse il fiato seccandogli i polmoni come se avesse respirato un fumo tossico. La piccola sagoma accanto a lei, ancora coperta, prese vita e si mosse. Da sotto le coltri comparve la testa del bimbo: aveva occhi privi di iride, fori neri, senza riflesso, costituivano le pupille. La testa, voluminosa e sproporzionata su un corpo piccino, aveva un'epidermide lattiginosa di albino glabro, una lanugine rada e candida gli ricopriva il cranio. Dalla bocca, una membrana tesa e sottile, con un ghigno comparve un'arcata di denti piccoli e aguzzi come lame: il sorriso di un rettile carnivoro. Allora la riconobbe: era quella la cosa che strisciava nel buio dei suoi incubi. La presenza ricorrente e spaventosa del passato che tornava, l'orrore senza fine che aveva segnato per sempre la sua esistenza. La cosa ripugnante scatto verso di lui con la rapidità della serpe sulla preda, la sentì avvinghiarsi al suo petto, avvicinare minacciosa al collo il rostro del morso micidiale, una zaffata putrida e nauseante gli aggredì le narici. In un terrore incontenibile, mentre sentiva la sua orina bagnargli le cosce, tento di scacciarla da sé con una follia cieca di mani. L'urlò di raccapriccio che gli straziò il petto assordandogli i timpani mentre la coscienza si annebbiava, sentì la follia precipitarlo in un pozzo di buio. Desiderò disperatamente che la sua vita finisse in quell'istante, per renderlo finalmente libero dalla sua maledizione. Ma non morì, si svegliò invece semplicemente stravolto. Era nel suo letto, in un bagno di sudore gelido, con le coperte sparse sul pavimento all'intorno e il cuscino finito chissà dove. l'incubo era tornato, poteva esserci una tregua, ma alla fine tornava sempre. Per ora almeno era finito, si sentiva devastato, la testa era prossima ad esplodere, ed anche la sua vescica se non si fosse sbrigato a raggiungere il bagno. Corse con gli occhi al comodino, la Beretta 98 FS era al suo posto sul ripiano, concreta e rassicurante come sempre, un senso di sollievo gli regolarizzò il respiro. Fuori il temporale era finito, la mattina dai vetri appariva grigia, avrebbe ripreso a piovere probabilmente. Si accorse che Mefisto, il suo gatto nero con una stella candida sulla fronte, gli si era accoccolato sul petto, il pelo morbido gli solleticava il collo. Il felino dormiva così sereno e lontano dalle sue angosce notturne che non ebbe cuore di scacciarlo, avrebbe resistito ancora un poco prima di andare a pisciare. Il ronzio accattivante delle fusa gli rese accettabile l'idea di essere ancora al mondo in quella mattina piovosa. (Continua)
  20. MatRai

    Si spengono le stelle - Matteo Raimondi

    Titolo: Si spengono le stelle Autore: Matteo Raimondi Editore: Mondadori Collana: Omnibus ISBN cartaceo: 9788804687375 ISBN ebook: 9788852086595 Data di pubblicazione: 17 aprile 2018 Prezzo: Cartonato con sovraccoperta 19.50€ | EBook 9.99€ Genere: Thriller - Horror - Storico Pagine: 460 1691. York è un’inquieta città di frontiera da poco annessa alla Colonia della Massachusetts Bay, dove la legge è esercitata secondo una rigida morale puritana. Primogenita di Mary e Robert Walcott, capo della corporazione commerciale, Susannah è tormentata da un selvaggio bisogno d’indipendenza che la rende insofferente alle autorità e la porta a rifugiarsi negli antichi insegnamenti della sua vecchia nutrice indiana, Nagi, dalla quale ha imparato a scorgere in ogni cosa la profonda armonia del cosmo. Ma proprio il forte legame con la cultura dei nativi costa a Suze l’avversione dei suoi coetanei, che la accusano di essere strana, pericolosa, e per questo la schivano. Tutti tranne uno, il fragile e misterioso Angus Stone, che appare determinato a sfidare qualunque pregiudizio pur di averla. Le cose cambiano quando Robert viene inviato a Boston per presiedere il Congresso coloniale: mentre a York le stelle della ragione cominciano a spegnersi, Rob realizza di trovarsi nel mezzo di una spietata cospirazione tesa a inasprire odio e paura verso i “selvaggi”. Il conflitto tra coloni e nativi assume così il valore di uno scontro fra bene e male che coinvolgerà proprio Susannah, ignara custode di un grande segreto. Si spengono le stelle è un thriller stupefacente sulla Nuova Inghilterra di fine Seicento, che indaga uno dei periodi più cupi della storia americana a colpi di miracolose incursioni nei temi classici della letteratura fantastica. Ne emerge una grandiosa allegoria della civiltà contemporanea, che rivela una nuova, formidabile e poliedrica voce della narrativa italiana, capace di scolpire magistralmente luoghi e personaggi, di esplorare le terre di confine tra i generi e di intrecciare passato e presente, modernità e tradizione, racconto individuale e Storia collettiva in una miscela esplosiva. Amazon IBS Mondadori Store
  21. Fino a
    Amici Romani (e non), martedì 17 aprile presso la storica libreria indipendente Giufà, nel cuore del quartiere San Lorenzo, in un clima disteso a base di birra e noccioline, si terrà un incontro col sottoscritto, autore del romanzo Si spengono le stelle (Mondadori) - che uscirà il giorno stesso. Non una vera e propria presentazione, ma di sicuro l'occasione per inaugurare insieme ad amici e conoscenti la pubblicazione del libro approfittando dell'atmosfera popolare della libreria Giufà. Se vi facesse piacere fare un salto, scambiare due chiacchiere, acquistare il romanzo live e roba del genere, mi troverete lì a partire dalle 19.00.
  22. Nightafter

    Il sogno dell’odio – Pt. 4

    Si sentivano i grilli, la luna era stata coperta da una nuvola di passaggio, fino a qualche momento prima illuminava il tracciato argento delle rotaie. Potevi seguire quei nastri lucenti di metallo, correre in parallelo per due chilometri lungo la distesa buia della campagna, scomparendo poi dietro la massa nera della collina. C’era l’umidità della notte, però non faceva freddo, trovavi una grande pace in quel silenzio, udivi solo il frinio degli insetti, ma non era continuo. L’unico fastidio gli veniva dal trovarsi in ginocchio su quella traversina della ferrovia, il legno era scabro e pieno di rilievi nodosi. Era ormai da un’ora che stava così: iniziava a sentire crampi lungo le cosce e gli dolevano i piedi nudi, poggiati sui grossi ciottoli duri e taglienti dello spazio tra le traverse. Quello che più gli creava disagio non era il dolore fisico, ma quel vuoto pneumatico nella mente, quella specie di stordimento il non capire perché si trovasse li a quell'ora e per fare cosa. Cercava inutilmente di mettere insieme delle idee in quel casino che aveva nella testa, Ripensava alla serata: non ricordava di aver bevuto molto o di essersi fatto di qualche porcata, non si era impasticcato o aveva tirato, ne era sicuro. Stava girovagando con l'auto e sentendo la radio, questo lo ricordava: poi a un certo punto aveva preso la tangenziale, l'autostrada in direzione sud, alla fine era uscito a quel casello, senza neppure far caso al nome del posto e si era trovato sulla statale nel mezzo della campagna. Quando aveva visto la strada ferrata sfilare fra i campi, costeggiando la statale, aveva capito di essere arrivato: allora aveva parcheggiata l'auto in una piazzola deserta e con calma si era spogliato, poi aveva attraversato il tratto di terreno arato e raggiunto quel posto tra le rotaie. Non c'era un solo motivo per quelle azioni, questo gli era chiaro, mica era scemo o gli si era fritto il cervello. Eppure tutto quello che stava facendo gli appariva paradossalmente sensato, come se stesse eseguendo una perfetta procedura, la sensazione di un'esperienza collaudata, di qualcosa da compiere come un riflesso condizionato. Non capiva perché lo stesse facendo, ma il fatto di doverlo fare era l'unico punto chiaro, sicuro e categorico, di tutta quella storia. C’era quella sensazione di vuoto nella mente, un buio più oscuro del colore di quella notte, inoltre anche quella spossatezza mortale che gli intorpidiva le membra e gli toglieva la forza di alzarsi da terra. Ci aveva provato diverse volte, ma nulla da fare, il corpo non rispondeva alla mente, si sentiva pesante come una cassa di piombo, la gravità lo inchiodava al terreno. Era vigile e sveglio, ma prigioniero di quella morsa di impotenza che inghiottiva le sue energie residue. Il tempo passava lento, ormai aveva perso la voglia di tenere mentalmente conto di quanto ne fosse trascorso, la luna ad occhio si era spostata di posizione nel cielo, potevano essere trascorse un'ora e mezza o forse due. Era comunque una considerazione oziosa, del tempo e della luna in quel momento gli fregava meno che un cazzo. Stranamente, invece di pensieri sensati, in quel momento gli venivano a mente ricordi lontanissimi, di quando era bambino e abitava in una casa di campagna, un posto simile a quello, con una ferrovia che gli passava accanto. Ricordava che c'erano ancora delle locomotive che viaggiavano a nafta o a carbone in quel tempo, lasciavano un lungo filo di fumo nero al loro transito e quando attraversavano i passaggi a livello con le sbarre calate, emettevano un lungo fischio, per evitare che qualcuno si trovasse sui binari e ne venisse travolto. Con gli altri ragazzini facevano un gioco, una prova di coraggio: si inginocchiavano in mezzo ai binari ed attendevano l'arrivo del treno, l'ultimo che si sollevava da terra per farsi da parte aveva vinto. Lui era coraggioso e a quel gioco vinceva sempre, era una questione di sangue freddo e di gambe leste, lui aveva emtrambe le due cose. Ora si sentiva stanco, esaurito, la sensazione che la sua mente svanisse iniziò a montare gradualmente, come l’acqua che sale nell’alta marea: i suoi pensieri si disciolsero liquidi e si spensero in una sorta di deliquio sonnolente. (Continua)
  23. Nightafter

    Il sogno dell’odio – Pt. 3

    La sorpresa gli procurò uno sfrigolio di spilli gelidi al cuoio capelluto. Strizzò incredulo gli occhi per scacciare la visione, non poteva credere a ciò che stava osservando. Aveva fatto malissimo a bere quella vodka gelata dopo il pesce crudo e quello schifo di birra giapponese con cui aveva pasteggiato. Il miscuglio doveva aver causato quella nefasta reazione: il suo corpo si stava ribellando a quell'oltraggio culinario procurandogli quell'allucinazione. Di questo si trattava, ne era certo, in qualche modo questa convinzione era anche tranquillizzante, un disturbo transitorio, non poteva essere altrimenti: una stupida allucinazione. Nel garbuglio di ipotesi che in quel momento gli affollavano la mente, pensò che il pesce del sashimi non fosse di prima scelta. “Chissà cosa ti propinavano nel piatto quei musi gialli, con quell'aria cerimoniosa e deferente?” Aveva poi letto che nella cucina giapponese si impiegava il temibile pesce palla. Il quale, se non ripulito e preparato con la dovuta attenzione, eliminandone le parti velenose, poteva avere, all'ingestione, risultanze fatali . Forse qualche frammento venefico aveva contaminato il piatto. Certo, non in dose da ucciderlo, ma in grado di procurargli quella singolare distorsione della realtà: come accadeva con le sostanze oppiacee o con l'acido lisergico. Una bella segnalazione ai N.A.S. a quegli avvelenatori dagli occhi a mandorla, non gliela avrebbe levata nessuno. Nel mentre l'uomo aveva selezionato sul display il nuovo rifornimento: immobile, con la pistola d'erogazione in mano la osservava indeciso su cosa farne. Sembrava non rammentare a che servisse e la stessa ragione per cui si trovasse in quel luogo, nudo, davanti alla pompa di benzina. La piazzola di rifornimento, pareva un'isola luminosa annegata nel silenzio e nel buio della notte. La luce delle grandi lampade al neon, di una fredda dominante acida, si stendeva sulle cose, proiettando ombre nette sulla massicciata dell'area: tutto in quell'inerzia artefatta risultava surreale. Lui era impietrito, incapace di reagire alla follia della situazione, scisso tra accettare quanto attestavano suoi occhi o liquidarlo come un delirio della mente. Il tempo stillava frazioni di attimi, gocce di cera bollente in un catino d'acqua gelida, dilatandosi, esasperando la sua misura, soffocando il ciclo del suo respiro. La realtà prigioniera di un maleficio si era assopita in una sorta di letargia terminale. L'uomo prese vita: si voltò lentamente nella sua direzione, il corpo era percorso da un tremito, la distanza tra loro non consentiva di leggere le emozioni del suo sguardo, ma l'assenza della sua mente era percettibile nei suoi gesti. Con movimento d'automa sollevò il braccio e portò la pistola verso la bocca che aveva spalancato, poi eseguì un analogo movimento con l'altra mano, accostandola al viso. Nella mano stringeva un piccolo oggetto, da lì non era possibile comprendere cosa fosse. Nel silenzio irreale lo scatto del grilletto spezzò il sortilegio del tempo: la luce della pompa segnò l'attività del congegno, seguì il rumore liquido della benzina che sgorgava copiosa. La bocca dell'individuo si colmò in un soffio, il corpo ne fu investito come sotto il getto di un idrante, una pozza lucente e oleosa si allargava intorno ai piedi nudi, mentre l'odore aggressivo del carburante ammorbò rapido la piazzola. Tutta la scena si stava svolgendo rapida ed irreale come nella pellicola accelerata di una moviola, troppo rapida perché la sua ragione riuscisse ad abbracciarne il senso. Era impazzito! Cazzo, quello era pazzo come un cavallo! Oppure era lui che stava dando di matto? L'idea della benzina nella gola dello sconosciuto gli procurò un conato di vomito, dovette portare entrambe le mani alla bocca per contenerlo, mollò a terra l'erogatore, per trattenere lo stimolo. L'uomo, annaspando, nella sua follia, mosse la mano in cui stringeva l'oggetto non identificato, a lui non bastò il tempo di formulare il pensiero “accendino”. Una vampata esplosiva avvolse lui, la Volvo e i cinque metri di perimetro intorno. L'uomo, l'auto e la pompa di benzina ardevano in una unica fiammata blu, alta come tre piani di una casa, l'intera area venne illuminata a giorno, facendo danzare ombre mobili e inquietanti sulle carreggiate che le correvano ai fianchi. Una colonna di fumo nero e denso saliva da quella scena apocalittica, incendiando il cielo stellato, all'odore del benzene bruciato si univa l'olezzo ributtante della carne arsa, un urlo straziato di orrore coprì il crepitio delle fiamme. Era la sua voce quella che sentiva scuotergli il petto, strappargli le corde vocali e lacerargli i timpani. Era lui che urlava quella disperazione cieca e sorda, davanti ad un terrore che gli violentava gli occhi di uomo inerme, annientato da un'ira divina che, nel fuoco, inceneriva quell'essere sciagurato sotto i suoi occhi. A quello non era sfuggito un solo gemito, rattrappito, in ginocchio, col corpo inarcato all'indietro in una posa scomposta, bruciava scosso da un tremito agonizzante, un riflesso di nervi che friggevano. Doveva muoversi, le fiamme lo lambivano, non c'era tempo, tra poco sarebbe esploso tutto. Il calore era divenuto violento, insopportabile: doveva fuggire, chiedere aiuto, trovare una cabina telefonica, chiamare la polizia, i pompieri, il 118. Cercò le gambe: erano piombo fuso in un blocco di cemento inchiodato al terreno. Il fumo gli bruciava i polmoni e urticava gli occhi, in una convulsione soffocata di tosse acida sputò la bava annerita che aveva in gola. Sentì caldo lungo l'interno delle cosce, la sua vescica si stava svuotando senza la sua volontà, sentiva d'essere sul punto di perdere i sensi. Si piegò in avanti per la vertigine, con uno sforzo della volontà, dettato dall'istinto di sopravvivenza, per non stramazzare a terra poggiò le mani sul cofano della Golf e svuotò lo stomaco della cena non digerita.
  24. Nightafter

    Il sogno dell’odio – Pt. 2

    La serata era stata una vaccata, una di quelle da dimenticare. Lei lo aveva trascinato in una vecchia chiesa sconsacrata, in centro, a metà della via Dell'Arcivescovado, dove si teneva un concerto di musica medievale e già quello era stato mettere a dura prova la resistenza delle sue palle. Dopo il concerto, durante il quale si era violentato per tutto il tempo, nel tentativo di trattenere gli sbadigli, aveva voluto cenare in un ristorante giapponese, uno aperto da poco, di cui si diceva entusiasta. Lui non conosceva nulla di quella cucina e per non fare la figura del “grezzo”, aveva mandato giù tutto, deglutendo senza quasi masticare o sentirne il gusto, benché il pesce crudo gli facesse senso. Aveva ricordato che lo faceva da bambino, quando sua madre gli propinava un cucchiaio di olio di fegato di merluzzo disgustoso, sostenendo che lo irrobustiva. In realtà anche quella era una cazzata, oltre a fare schifo lui era cresciuto esile e asciutto come un giunco. A scuola quei bastardi dei suoi compagni di classe, per sfotterlo quando tirava vento, gli riempivano lo zainetto di sassi per zavorrarlo, affinché la Tramontana non se lo portasse via. Durante la cena aveva chiesto della birra per accompagnare il pasto: lei lo aveva incenerito con uno sguardo, l'avesse visto sputare in chiesa sarebbe apparsa meno ripugnata. Lui se ne era fregato e a fine cena, come digestivo, si era bevuto anche una vodka-lemon. Stronza. Era al quarto anno di Università: Lettere con indirizzo Storico, per questo si sentiva raffinata, di cultura, se la tirava come fosse venuta su cagando in cessi d'oro massiccio. - Ma va fanculo!- E pure lui coglione a starle dietro. Per cosa poi? Avevano girato in macchina sentendo musica classica sull'impianto dell'auto, lei aveva chiesto di mettere Radio 3, musica classica a go-go. Trasmettevano la Sinfonia n° 7 di Gustav Mahler, cinque movimenti per un'ora e venti di durata: il pesce crudo, agonizzante nello stomaco, aveva preso a vivere una seconda esistenza. Aveva reclinato il sedile, le piaceva tenere gli occhi chiusi ascoltando la musica mentre andavano, diceva che la rilassava, era rimasta muta come il pesce mangiato: si e no tre parole durante tutto il percorso. Si erano fatti il giro panoramico della collina: dal Ponte Isabella fino a Chieri, in seconda per i tornanti ripidi di Villa Genero col motore della Golf che bestemmiava, poi ancora su più in alto, come rocciatori free climbing fino al colle della Maddalena e oltre. Alla fine si era fatto tardi e voleva essere riaccompagnata, l'indomani mattina c'era una lezione importante sul presto, lui tirando giù i santi mentalmente l'aveva riportata a casa. Adesso era solo in auto diretto a nanna e incazzato nero, la radio, sintonizzata su una stazione come Dio comanda, trasmetteva una vecchia canzone degli Stones: “Street of love”, una delle sue preferite. La voce rauca ed energetica di Mick Jagger vibrava carezzante nelle casse dell'impianto, l'abitacolo si riempiva di una struggente malinconia notturna. Aveva sperato che la serata si chiudesse almeno con un pompino fatto alla veloce in qualche piega solitaria della collina, ma non c'era stata trippa per gatti, non aveva rimediato neppure una leggera pomiciata. Ora quasi gli veniva da piangere per la depressione, avrebbe fatto meglio ad andare al calcetto con gli amici. Che serata di merda. Era sulla via di casa, percorreva il corso Unione Sovietica, abitava al fondo: Torino Sud, in una traversa con i palazzoni popolari. Gli piaceva viaggiare a quell'ora, il traffico era inesistente, strada libera, in giro giusto quattro randagi come lui che filavano verso un letto caldo. I semafori erano programmati in ”onda verde”, se beccavi verde il primo e tenevi una velocità costante di cinquanta orari, in teoria trovarli il verde per tutta la percorrenza del lunghissimo corso: della via Sacchi alla reggia di Stupinigi. In pratica, per ottenere quella fortunata sequenza, avevi le stesse probabilità quante di sbancare la roulette con un numero fisso . Gli era accaduto di beccare il verde per quattro semafori di fila, solo una volta nei dieci anni di possesso della patente. Infatti anche quella sera la sfiga non mancava un colpo: ogni rosso era suo, non ne mancava uno manco per sbaglio. La spia rossa della benzina brillava nella fluorescenza verdastra del cruscotto, ci mancava anche questa, era in riserva. Cazzo! Chissà da quanto si era accesa e non se ne era accorto. Sulla strada, più avanti, dopo Largo Caio Mario c'era un self service Esso, se non restava a secco prima d'arrivarci, poteva fare venti euro di carburante. Certo che ne aveva macinati di chilometri quella sera, scorrazzando in lungo e in largo quella stronzetta con la puzza al naso, alla fine, oltre avergli sputtanato la serata, gli aveva anche prosciugato il serbatoio. Sulla grande piazzola di servizio c'erano sei pompe disposte su tre file, due sulla fila centrale per Diesel e GPL, le restanti quattro per la benzina. Una delle file per la benzina aveva le due pompe impegnate da mezzi che si rifornivano: una Ford Escort sulla prima e una Volvo V70 su l'altra. Lui si fermò alla fila libera, scese per inserire le banconote nel selettore delle erogazioni. Cercò nel portafoglio un biglietto da venti euro, ma scoprì di averne solo tre da cinque e uno da cinquanta. Imprecò mentalmente, il self service accettava solo tagli da dieci in su. Decisamente quella non era la sua serata: ficcare dentro cinquanta euro gli seccava un casino, era domenica notte e lui usava la macchina solo nei week end, lungo la settimana, per andare al lavoro o sbrigare commissioni, prendeva il tram più comodo ed economico. Con quella cifra nel serbatoio ci girava almeno cinque settimane, era un immobilizzo di capitale decisamente eccessivo, inoltre era quasi fine mese e un po' di liquidi in tasca gli facevano comodo. Aprì lo sportellino per la benzina, girò la chiave inserita nel tappo e svitò, lo posò sul tetto dell'auto, quindi prese la pistola dalla pompa e ne inserì il becco nel bocchettone del serbatoio. La Ford Escort aveva già terminato, la vide fare manovra per immettersi nel corso. La Volvo, invece, se la prendeva comoda, aveva la portiera aperta e le luci dell'abitacolo accese, il proprietario seduto al volante, come se attendesse qualcosa. Affaccendato, notò la cosa poiché era evidente che il rifornimento fosse terminato: non si udiva il ronzio dell'erogatore in funzione e la luce che segnalava l'attività era spenta. Per un attimo gli venne il dubbio che l'altro avesse fatto un coccolone e fosse rimasto stecchito sul sedile in lussuosa pelle Connolly, poi comprese da un movimento della testa che era ancora in vita. Probabile che si fosse fermato un momento a riflettere sui fatti suoi. - Buon per lui. - Pensò. A malincuore per l'esborso, inserì la banconota nel ricettore, selezionò l'importo, scelse la pompa da cui servirsi e premette il tasto per azionare il getto. Qualche secondo di attesa, ma nulla, neppure un lieve fruscio. - Puttana Eva! - Ci mancava solo che quell'arnese gli “ciucciasse! cinquanta “cucuzze” senza dargli la broda, sarebbe stata la perfetta ciliegina sulla torta di merda di quella giornata. Mentre smoccolava si accorse che si era accesa la luce della pompa alle sue spalle. - Cazzo! - Comprese di aver sbagliato a scegliere la pompa, con tutti quei tasti era un casino, si era confuso a schiacciare e aveva scelto quella dietro. Preso da furia per la nuova seccatura, sfilò rapido la pistola dal serbatoio, la riagganciò alla pompa, saltò in macchina, avviò e in retromarcia si posizionò al fianco della pompa giusta. Si accorse che il tappo della benzina, lasciato sul tetto dell'auto, era rotolato a terra da qualche parte. - Fanculo!- Lo avrebbe recuperato dopo, ora doveva pensare solo a essere rapido come un fulmine, prima che il timer dell'erogatore esaurisse il tempo di funzionamento e la pompa si intascasse il suo cinquantino senza dargli un tubo. Recuperò la nuova pistola, la inserì nella bocca del serbatoio, azionò il grilletto e la benzina iniziò a fluire con un ronzio rassicurante, tirò un sospiro di sollievo. La Volvo non si era ancora mossa, in compenso il guidatore ora era sceso a terra e stava armeggiando col selettore del distributore, apparentemente si accingeva a fare un secondo rifornimento, solo che ora era nudo come la mamma l'aveva fatto. Lui sgranò gli occhi e restò a bocca aperta, per poco non gli cascò di mano la pistola. (Continua)
  25. Torba

    Il vile denaro (Parte 5/5)

    Cancellato su richiesta dell'autore.
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