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  1. rob&rap

    Il lavoro di sotto

    - Eccomi arrivo ... Lavo le mani e sono da te. – Urlò forte dallo scantinato a Carmela, poiché la cucina era due rampe di scale più su. Così dicendo spense l’attrezzo che stava usando, andò al lavello della cantina e pose le mani sotto il getto dell’acqua calda. Ci vollero diverse passate con il sapone per eliminare ogni traccia di residuo del lavoro che stava compiendo. Di sopra l’aspettava un bel piatto di spaghetti con il pomodoro come piacevano a lui: pelati schiacciati con la forchetta (non passata per carità!), soffritto con olio extra vergine di oliva e cipolla tagliata fine, basilico e una bella spolverata di parmigiano reggiano. Spaghetti non troppo spessi e ovviamente cottura al dente. Carmela era la sua donna delle pulizie; veniva tre volte alla settimana per mettere in ordine l'abitazione, e in quelle occasioni gli preparava il pranzo. Era un lusso che solo ora poteva permettersi. La casa era di due piani più il capiente scantinato con annesso garage posto al seminterrato. Abitava da solo il piano terra dell'edificio mentre il primo piano da un paio di anni lo affittava per arrotondare le entrate mensili. Avevano comprato la casa quaranta anni prima, acquistata accendendo un mutuo trentennale con enormi sacrifici, suoi e della povera moglie che ora giaceva nel cimitero di San Sebastiano di Cremella in provincia di Roma. Chiuse a chiave la porta che dava allo scantinato e si mise a tavola. Mentre gustava gli spaghetti preparati da Carmela che nel frattempo era uscita avendo terminato il suo compito giornaliero, ripensò alle tribolazioni cui erano stati sottoposti, lui e la povera Pina, per tirare avanti la famiglia. Famiglia numerosa con tre figli da crescere e mandare a scuola. Tutta una vita ad alzarsi all'alba per presentarsi al lavoro in orario, giacché prima doveva badare all'orto, al pollaio e alle conigliere, se volevano trovare cibo a sufficienza nel piatto all'ora di pranzo e di cena. Un lavoro da operaio presso il mattatoio comunale con un misero stipendio che consentiva alla famiglia di arrivare a malapena alla fine del mese. Sua moglie Pina aveva passato gli ultimi anni della vita sulla sedia a rotelle per una grave malattia che l’aveva portata alla tomba prematuramente. Dio, quanto avevano sofferto, lui e la sua compagna per riuscire a far quadrare i conti! Ora il tenore di vita era notevolmente migliorato e si rammaricava per Pinuccia che non aveva potuto avere benefici rappresentati dall'attuale situazione. I miglioramenti erano sopravvenuti da quando, per caso, aveva conosciuto Herbert e la sua signora. I suoi benefattori avevano risposto al suo annuncio di affitto e ora abitavano nell'appartamento di sopra. A dichiarare la verità affermare che "abitavano" non era corretto, i due frequentavano l'abitazione solo per brevi periodi ogni mese, per due o tre giorni consecutivi al massimo. Due brave persone che nel tempo aveva avuto modo di apprezzare per la loro precisione e correttezza nei pagamenti dell’affitto e delle prestazioni lavorative che a volte gli richiedevano. Oddio, si occupavano di faccende abbastanza strane che ancora non aveva capito bene come e perché li facessero guadagnare così tanto. Quelli però erano impicci che non lo riguardavano, lui doveva solo far bene il “lavoro di sotto” e su questo potevano stare tranquilli: nessuno era più adatto di lui. Questo impegno lo occupava all'incirca una volta al mese ed era pagato così bene che si poteva permettere anche la donna delle pulizie. Tra questi compensi extra e la pensione riusciva ad aiutare la figlia minore che ancora non aveva un lavoro stabile e che aveva un figlioletto da crescere senza il papà che nemmeno si sapeva chi fosse. Poi riempiva di regali i tre nipoti che aveva dagli altri due figli maschi. Oltre a ciò aveva comprato un’auto nuova di zecca: una Fiat Panda quattro per quattro che faceva invidia a tutto il vicinato, rossa fiammante. A lui serviva soprattutto per andare a funghi e per trasportare gli avanzi del “lavoro di sotto” in montagna. Quei monti li conosceva come le sue tasche, soprattutto le diverse grotte e pertugi nascosti dalla fitta vegetazione del bosco. Lì sotterrava le sue cose, poi le ricopriva con dei massi belli grandi. Finito il dovere dava inizio al piacere. Così percorreva per ore quei sentieri impervi e faceva lunghi giri. Per giustificare quelle sue uscite in montagna, ma anche perché amava quelle escursioni, raccoglieva i frutti del bosco, che fossero funghi, asparagi, more o castagne. Poi, quando ridiscendeva in paese regalava parte dei frutti di queste “passeggiate” a vicini e conoscenti. Mentre faceva questi pensieri sentì suonare il campanello di casa. “Strano” pensò ... a quest’ora. Non aspettava nessuno. Si alzò, aprì il cassetto, anch'esso chiuso a chiave, e brandì l’arma che teneva lì riposta. Era munito di porto d’armi e la pistola acquistata da pochi mesi era stata regolarmente denunciata in Questura. Erano tempi, questi, che la prudenza non era mai troppa. A causa dei “buonisti” e dei “benpensanti” di cui era pieno il Paese, gli immigrati clandestini arrivavano a migliaia senza nessun controllo. Sostenevano che l'immigrazione di massa era causata dalle guerre e dalle feroci repressioni operate dai governi di alcuni paesi del sud del mondo. Quello che però le persone comuni vedevano contraddiceva questo racconto: erano tutti giovani, sani e belli in carne, vestiti alla moda con telefono cellulare e cuffiette. In verità (questo pensava lui e tanti come lui), questi sfaccendati sfruttavano le nostre leggi permissive fin quanto potevano recependo immeritatamente sussidi dallo Stato. Non potendo essere regolarizzati, e non avendo accesso al mondo del lavoro regolare, erano costretti a delinquere: lo spaccio di droga, la prostituzione, i furti negli appartamenti e le violenze sulle donne erano ormai una piaga, soprattutto nelle periferie delle grandi città. Le Forze dell’ordine non facevano nulla per proteggere gli onesti cittadini, vuoi perché in deficienza cronica di mezzi e di uomini, vuoi per le regole comunitarie che, il più delle volte, non avevano efficacia alcuna contro questo tipo di micro criminalità. Quando un clandestino era arrestato, magari colto in flagrante, il magistrato di turno poteva emettere al massimo un’espulsione forzata, il respingimento. Cioè consegnavano un foglio nelle mani del delinquente e gli dicevano che doveva ritornare al suo paese di origine. Quello girava l’angolo, buttava l’ordine di espatrio in un cassonetto e continuava a fare quello che aveva sempre svolto; al massimo, se andava bene, cambiava solo città. Era una vergogna. Quindi non c’era alternativa, bisognava proteggersi da soli. Pensando a ciò si diresse verso la porta, guardò dallo spioncino e vide Giovanni, il postino del quartiere. Forse lo aveva dimenticato nel suo giro mattutino. Allora si tranquillizzò e schiacciò il pulsante di apertura del cancello. Rinchiuse l’arma nel cassetto e aprì l’uscio per andare incontro al portalettere, ma con sua immensa sorpresa, non appena fuori, come in un reportage sul terrorismo, si vide circondato da una miriade di uomini con tute nere e stivali anfibi, caschi, guanti e passamontagna. Tutti gli puntavano contro fucili mitragliatori automatici o pistole. - Siamo agenti di Polizia ... non ti muovere, ... sdraiati per terra con le mani dietro la schiena ... subito! Ci mise un bel po’ per mettere a fuoco ciò che stava succedendo, gli sembrava di essere al cinema, poi si sdraiò, terrorizzato ... infine gli chiusero le manette ai polsi e lo portarono via. Strano, ma in quel momento gli venne in mente solo il piatto di spaghetti al pomodoro ancora fumanti che non si sarebbe potuto gustare, e questo lo rattristì enormemente. *** - Buongiorno spettatrici e spettatori, Vi parla la vostra Cristina Pileri da Roma Canale News, questo è il Signor Casimiro, vicino di casa del così detto “Macellaio di Cremella” ... ci dica ... lei conosceva il suo vicino? - Certo, signora mia, ci conosciamo da una vita... e mi lasci dire questo ... Davide è un uomo onesto e amante della natura ... non credo assolutamente a quello che dicono i giornali. Semplicemente non è possibile! Come si fa a dire queste stupidaggini ... andavamo a caccia insieme, lo sa? E lo sa o no che quando si è compagni di caccia non ci si può nascondere nulla? Si sta ore e ore assieme ad aspettare che passi quello cui devi sparare e ci si racconta tutto. Magari ti vanti a sproposito, racconti di quella volta che con un colpo fortunato hai ammazzato tre fagiani, e quello ci sta ... ma una cosa così è veramente troppo ... se le inventano tutte per vendere qualche copia in più di quei giornaletti. Sa che ci devono fare con quei giornali lì? Ci si devono pulire il cu.... - Ok, ok abbiamo capito, ma ecco che passa anche una signora ... chiediamo a lei ... signora ... buongiorno sono una giornalista di R.C.N., mi può dire qualcosa a proposito del “Macellaio di Cremella”? - Aridaje ... ma che macellaio e macellaro ... annatevene n’pò a sputtanà qurcun’artro. Qui semo tutta gente onesta e labboriosa, nun c'emo mica tempo da perde co ste stronzate. Quello è n’omo perbene ... ha cresciuto su na famija a forza de sacrifici che levete... che ne sapete voi. La notte annava co mi marito e l’artri a fa la ronda del quartiere. Era uno tosto, che aveva a core la sua comunità, mica uno che se ne frega! Perché qui nun se campa più, andò te giri c’è n’drogato, un negro che te vo menà, na zingara che te derubba ... de quello ve dovreste occupà, de sti mmigrati che delinquono (se dice così no?) .. artro che der macellaro. Ma nnatevene n’po’ a morì amazzati voi e li ... come li chiamate? .. ancormenne de sto cippo. Mo è finita la pacchia anche per loro ... speramo che questi che comannano je fanno venì li sorci verdi a sti buonisti (se dice così no?). Artri due giorni e vedrai che pulizzia che famo de tutti sti intellettuali der caz .. cavolo! - Ehm ... Grazie Signora... per oggi da Cremella è tutto ... in attesa di ulteriori sviluppi sulla vicenda del “Macellaio”, saluti dalla vostra Cristina Pileri ... la linea alla rete ... ____________________________________________________________ Il Gazzettino dell'Urbe _____________________________________________________________ Due coniugi colpevoli degli omicidi di 11 clandestini scomparsi a Roma Il “Macellaio di Cremella” ha confessato ______________________ Cremella – provincia di Roma. Dal nostro inviato Mario Faltri. Questa mattina, dopo due giorni passati in cella d’isolamento il “Macellaio” ha confessato di fronte ai Magistrati Inquirenti. Davide Prosetti, questo è il vero nome dell’accusato, ha confessato di aver “macellato” i corpi di sette cadaveri di persone a lui sconosciute. Uno dei corpi dei malcapitati giovani è stato ritrovato nella cantina dell'abitazione: un immigrato clandestino proveniente da un paese dell'Africa centrale ancora in fase di "lavorazione" con gli arti mancanti e rinchiusi a pezzi in due sacchi di plastica. I coniugi: Herbert Hassel (di origini tedesche, ma cittadino italiano) e sua moglie Emma Vallani gli fornivano, a suo dire, “la materia prima”. I due sono riusciti a far perdere le loro tracce. Attualmente sono ricercati con l'accusa di omicidio plurimo premeditato da tutte le polizie del mondo in quanto è stato spiccato un ordine di arresto internazionale. Porti, aeroporti, stazioni ferroviarie e valichi di confine sono stati allertati. Davide Prosetti di anni 67, veniva retribuito dalla coppia per far scomparire i corpi delle vittime. È stato accertato che mentre il “macellaio” veniva ricompensato con poche centinaia di euro (pare si parli di duemila euro per ogni corpo fatto sparire) la coppia guadagnava cifre ben più consistenti che depositava in conti esteri non ancora individuati. Egli provvedeva a eseguire il “lavoro” commissionato dai suoi affittuari nello scantinato attrezzato con sega a nastro e altre apparecchiature da macellazione. Il reo confesso “sezionava” i cadaveri in parti più piccole e provvedeva a rinchiuderle in sacchi di plastica. I resti umani venivano successivamente trasportati dallo stesso, a bordo di una Fiat Panda, per essere occultati in zone impervie e nascoste nei boschi sui monti che circondano la sua abitazione a Cremella. Domani, in mattinata, i Giudici hanno disposto un sopralluogo nei monti dove sono stati occultati i resti umani. Alla verifica giudiziaria, oltre ai Magistrati della Procura e la Polizia Giudiziaria coadiuvata da agenti del Corpo Forestale dello Stato, parteciperà l'indagato che si è dichiarato disponibile a collaborare e indicare i luoghi dei sotterramenti. Le indagini degli investigatori hanno portato alla luce il turpe progetto dei coniugi Hassel. Essi adescavano le vittime davanti ai supermercati della capitale o nei giardini pubblici frequentati dai clochard. Le vittime, di cui non si conoscono le identità, erano tutti “irregolari” senza permesso di soggiorno o mendicanti senza fissa dimora. In altre parole si tratta di un’umanità “inesistente” che di conseguenza può scomparire senza che nessuno se ne accorga e per il medesimo motivo facile preda di delinquenti senza scrupoli come i due ricercati. Secondo quanto riferito dagli investigatori nella conferenza stampa approntata in Questura, gli Hassel offrivano laute ricompense in denaro ai malcapitati giovani per delle serate di sesso promiscuo. Una volta abbordati li portavano nell'appartamento preso in affitto dal Prosetti a Cremella. Lì erano prima drogati, poi legati e orrendamente trucidati. Gli omicidi, perpetrati con armi da taglio o tramite impiccagione, erano filmati e trasmessi in diretta online sui siti del mercato nero del web, il fantomatico "Deep Web". I ricavi di questo traffico sommerso erano molto consistenti, in ambienti della questura si parla di milioni di euro. Secondo alcune fonti le indagini hanno preso il via grazie all’interessamento del personale delle mense ecclesiastiche della Caritas. I volontari addetti alla distribuzione, non vedendo più da giorni alcuni di questi frequentatori abituali si erano preoccupati e avevano presentato denuncia in Questura. Gli stessi avevano riferito di due personaggi che spesso erano stati avvistati da alcuni testimoni mentre confabulavano con gli scomparsi. La raccapricciante confessione del “macellaio di Cremella” ha confermato le prove raccolte dalla Procura. Essa è stata resa con estrema calma e freddezza. Fonti anonime del Palazzo di Giustizia raccontano stupite di una persona ignara della gravità dei fatti contestati. L’uomo, se così si può ancora chiamare qualcuno che confessa simili reati, si difende dicendo che ad ammazzare non era lui, ma i due affittuari. Che lui era colpevole “solo” del sezionamento e dell’occultamento di persone “già” decedute. Che non sapeva nulla delle uccisioni perpetrate nell'appartamento che aveva affittato. Hassel gli aveva parlato, molto genericamente, di delitti tra organizzazioni criminali avversarie. Loro erano semplicemente i “becchini” che venivano pagati dalle bande rivali per ripulire e "cancellare le prove". Lo stesso pare costruire la sua difesa sostenendo che (queste sono le precise parole usate dal “macellaio”): “... ho accettato la proposta dei due coniugi perché dopo una vita di sacrifici e la morte di mia moglie Pinuccia, non riuscivo nemmeno a potermi permettere di regalare un giocattolo ai miei nipotini...” I legali della difesa hanno richiesto una perizia psichiatrica perché ritengono il Prosetti “incapace di intendere e di volere”.
  2. Joyopi

    [H2018 fuori concorso] Sarà la bufera

    Commento Fuori concorso del contest di Halloween Sarà la bufera «Cristo Santo!» L'imprecazione, spezzata dall'affanno, seguì immediata al suono della porta che sbatteva e che rigettava in strada il fracasso e il gelo della bufera. Il locale, vuoto, tornò nel tepore e nella relativa quiete. Jack lo spaccalegna batté con forza i piedi sul pavimento dell'ingresso per liberare i grossi stivali dal ghiaccio. «Cristo Santissimo! Non bastava la bufera, la gente di questo maledetto posto è impazzita!» Si gettò di peso su una sedia e alitò sulle sue mani per riscaldarle. «Portami un doppio, Dave, ho urgente bisogno di legna per il camino» mi gridò. Gli versai il whisky fino all'orlo mentre riflettevo sull'ennesima singolare espressione che gli sentivo pronunciare. Jack era un brav'uomo, ma aveva tre vizi: il primo era l'alcool, il secondo le imprecazioni e il terzo le metafore a tema esclusivamente boschivo. Gli portai il bicchiere e mi poggiai al tavolo, la bottiglia nell'altra mano perché conoscevo Jack... «Che succede Jack? Chi ti ha fatto incazzare?» «Cristo, sai quanto ho impiegato per arrivare fin qui dal passo? Un'ora, manco dovessi spaccare una quercia con il pisello moscio!» Dalla cucina sentii Allan ridacchiare. «Questa è stupenda, Jack, davvero». Sorrisi anch'io. «Sì, scherzate voi, ma non è affatto normale quello che sta succedendo. Mi hanno fermato tre volte. Ci sono più poliziotti e posti di blocco che cervi schiattati dal freddo sulla provinciale. Si sono tutti rintanati in casa o corrono come pazzi per arrivarci il prima possibile». Tracannò e mi restituì il bicchiere, vuoto. «Un bastardo con la Rover quasi mi sbatteva fuori strada». Allan uscì dalla cucina e raggiunse il tavolo. Ci guardammo con espressione interrogativa. «Cristo, ma voi non sapete un cazzo! Da quanto è che siete rinchiusi in questo posto?» «Da quando apriamo al mattino presto, Jack. Nel caso non te ne fossi accorto, noi qui ci lavoriamo, mica ci veniamo a svernare come te» gli risposi mentre gli versavo altro whisky. «Va bene, va bene. Ma Cristo, dovete averne avuti pochini di clienti se nessuno vi ha detto che c'è un fottuto psicopatico in giro per la contea!» Aveva ragione. Quel giorno era stato un vero fiasco. Lo avevamo giustificato con la tormenta ma a quanto pareva c'era dell'altro. Buttò giù il whisky e ruttò. «Per tutta la contea non si parla d'altro. Hanno trovato una pozza di sangue scuro sulla neve e quelli che hanno tutta l'aria di essere pezzi di esseri umani sparsi ai bordi della carreggiata. Credo un braccio, delle dita piccolissime forse di bambino, Cristo santissimo! Addirittura si dice che ci fossero due pupille infilate come biglie nella neve, vi rendete conto?» «Cazzo!» disse Allan, «E dove sarebbe successo?» «Giù a Meanpick, qualche decina di iarde prima del piazzale dove c'è il ferramenta di Jim Tayan. Il vecchio Jim ha notato la pozza di sangue mentre andava ad aprire il negozio, si è avvicinato e... c'è quasi rimasto secco per lo spavento. La moglie a momenti annegava nel suo stesso vomito». «Porca puttana, Dave. Non è dove abiti tu?» La risposta fu il frastuono della bottiglia di whisky che andava in mille pezzi sul pavimento. «P-prova ancora, per favore. Hai fatto bene il numero, sicuro?» Allan mi fece cenno di sì col capo, sconsolato. «Niente, a casa squilla ma nessuna risposta. Il cellulare è irraggiungibile. Sarà colpa della tempesta, stai tranquillo» mi disse, ma dal tono di voce capii che non ci credeva tanto neanche lui. Boccheggiavo. Pensavo a Emily e alle bambine. «E se fosse capitato loro qualcosa di brutto?» parlavo a bassa voce, lo chiedevo a me stesso. «No, impossibile. Ma perché non rispondono a casa? Perché Emily non mi ha chiamato per avvertirmi di quello che è successo? Possibile che non si sia accorta di nulla?» Jack si alzò e mi si avvicinò. Vidi che barcollava. «Ehi, aaamico, scee ti va ti accompagno a casciaa». «Lascia perdere Jack, sei ubriaco» rispose Allan al posto mio. Poi rivolgendosi a me: «Ci penso io qui, vai a controllare che sia tutto a posto». «Grazie» risposi appena. Ero sconvolto. Non appena fui uscito ci pensò la tempesta con le sue sferzate a scuotermi. Il gelo mi entrò subito nelle ossa. Mi strinsi nel giaccone e corsi verso la moto. Salii, diedi gas e sentii la ruota slittare forte sul asfalto ghiacciato. Nella fretta avevo dimenticato di indossare il casco. La bufera mi sputava contro, il vento graffiava sul viso e stentavo a tenere gli occhi aperti. Denise. Susana. Il cuore mi batteva all'impazzata. Emily, perché non rispondi? Discesi lungo la strada principale che da Meanpick saliva su a Deille Mountain, poi distinsi in lontananza delle luci blu e ricordai quello che aveva detto Jack. Non potevo permettermi di incappare in un posto di blocco; di certo mi avrebbero fermato e rallentato, e io dovevo correre dalle mie bambine. Così spensi i fari per diventare invisibile e svoltai bruscamente tra gli alberi. Puntai verso sud. Riuscivo a malapena a tenere la moto in corsa sullo sterrato, immerso nel buio gelido della notte, eppure anche alla cieca mi districai tra le rocce e gli aceri. Conoscevo a memoria quelle montagne. Quante volte, nelle mattinate di sole, le avevo esplorate con Emily e le bambine a caccia di scoiattolini. Le mie bambine adorano gli scoiattolini. Spuntai alle spalle del piazzale che rappresentava l'ingresso di Meanpick. A un centinaio di iarde vedevo la ferramenta del vecchio Jim. La carreggiata era recintata da un nastro fino al punto in cui doveva essere avvenuto il ritrovamento. Un braccio. Due pupille. Una mano da bambino. O bambina. Rabbrividii. Due auto della polizia sorvegliavano l'area e fermavano eventuali passanti. Casa mia era proprio lì accanto. Fermai la moto e corsi in mezzo al bosco innevato per raggiungerla. Scavalcai la recinzione dal retro. Da fuori vidi che la casa all'interno era completamente al buio, così come il giardino. Aprii la porta che dava nella cantina e non appena accesi la luce, il sangue mi si raggelò. Una striscia rossa che non avevo notato nell'oscurità, sottile e irregolare, contornata da macchioline più o meno grandi dello stesso colore, si trascinava nel prato ed entrava in casa. «Emily!» gridai. «Bambine!» Sentivo il cuore infuriare su per la gola. «Dove siete?» L'urlo uscì spezzato. Nessuna risposta. Tremavo. Esitai per un istante, ero spaventato. Non sapevo se correre da loro o prepararmi a difendermi da qualcuno - o qualcosa? - di terribile. Mi decisi. Diedi un'occhiata al tavolo degli attrezzi. Afferrai l'ascia da legna e corsi dentro. Diedi una rapida occhiata a soggiorno e cucina. Trovandoli vuoti, salii scattando su per le scale che dal piano terra conducevano alla zona notte, i polmoni in fiamme. Rispensi la luce e accostai dolcemente la porta. Il respiro tornava lentamente a un ritmo regolare, i muscoli si rilassarono. Il sollievo che avevo provato nel trovare Emily e le bambine al sicuro, a letto, era stato tanto grande da suggerirmi di non svegliarle nemmeno. Scesi di nuovo di sotto, in soggiorno. Accesi la tivù. Il notiziario locale trattava del macabro ritrovamento e della reazione di tante persone che si erano barricate nelle proprie case per il terrore di incappare nell'assassino. Pensai che fosse giusto fare la stessa cosa. Serrai con cura porte e finestre; tornai in cantina per riporre l'ascia e solo allora notai che era parecchio sporca. Non me ne curai troppo. Risalii senza far rumore, entrai in camera da letto e mi distesi sul lettone accanto a Emily e alle bambine. Cercai la manina di Denise, senza però trovarla. Afferrai allora quella di Susana. Era fredda, così la coprii per bene con la trapunta. Un bacio sulla fronte di lei e poi a quella di Emily. Erano entrambe gelide. «Fa molto freddo stasera» le sussurrai all'orecchio. Sarà la bufera. «Andrà tutto bene. Non permetterò a nessuno di farvi del male, amore» e le diedi un bacio sulla bocca. «Vi amo». Gli occhi di Emily, vuoti e sanguinolenti, mi sorrisero nel buio della notte.
  3. Fino a
    A ccademia Vittorio Alfieri - Firenze Poesia , Teatro, Arte, Cultura P remio teatrale “Mara Chiarini” BANDO DI CONCORSO Per Corti Teatrali Gli Autori dovranno inviare i loro testi, a tema libero, per una o entrambe le seguenti categorie: Monologhi (che costituiscano in sé storie compiute) Brevi pieces a due personaggi Le opere, frutto della propria creatività, possono essere di teatro drammatico convenzionale, teatro comico, teatro sperimentale, e dovranno avere ciascuna una durata “recitata” tassativamente non superiore ai 15 minuti. (Ogni autore può inviare un massimo di 2 testi). I testi debbono essere inviati (in formato doc, docx, o pdf) per email all’indirizzo gioia.guarducci@alice.it entro il 31 DICEMBRE 2018, completi delle seguenti informazioni: Nominativo, Indirizzo, Telefono, Email dell’Autore, con Titolo e durata recitativa dell’opera, unitamente alla copia della ricevuta del pagamento della quota di iscrizione. (Il Curriculum personale è facoltativo e non costituisce titolo di merito rispetto a chi non lo presenta). Oppure debbono pervenire entro la stessa data, in tre copie cartacee anonime, corredati a parte dei dati personali, unitamente alla copia della ricevuta del pagamento della quota di iscrizione, all’ Accademia Vittorio Alfieri - Premio “Mara Chiarini”- c/o Centro Età Libera Caboto, via Caboto 47/2, 50127 Firenze. Si pregano gli autori, se loro possibile, di inviare le composizioni con CONGRUO ANTICIPO, onde facilitare le operazioni di segreteria. L’organizzazione non risponde di inconvenienti attribuibili a mancati recapiti o smarrimenti da parte dei servizi postali. La quota di iscrizione al Concorso è di € 15,00 per ogni opera messa a concorso, per diritti di segreteria, corrispondenza e varie. La quota dovrà essere versata presso un ufficio postale o una ricevitoria sulla carta PostePay intestata a: Tiziana Curti 5333 1710 5024 4124, (Codice Fiscale CRTTZN55C43D612T). O ppure tramite bonifico bancario intestato a: Tiziana Curti, codice IBAN IT80Y3608105138271323271328 (NUOVO IBAN DAL 1 OTTOBRE 2018). La ricevuta del pagamento dovrà essere inviata (SEMPRE) insieme ai propri testi e al modulo di partecipazione. Si prega coloro che hanno effettuato il versamento di voler cortesemente comunicare per e-mail la modalità scelta ed i propri dati completi a: : gioia.guarducci@alice.it o gioia.gua@outlook.it . La Direzione Artistica esprimerà un giudizio insindacabile sulle opere presentate. Gli Autori cedono il diritto di pubblicazione, senza aver nulla a pretendere come diritti d’autore. I diritti rimangono comunque di proprietà dei singoli Autori. I testi cartacei inviati non verranno restituiti: gli autori autorizzano l’Accademia Alfieri a conservare presso i propri archivi copia del testo inviato ai fini di conservazione, consultazione, conoscenza e studio, senza scopo di lucro. Premiazione: Ai primi 3 classificati di entrambe le categorie verranno assegnate coppe o targhe, mentre ai successivi 5 segnalati di ogni categoria saranno assegnati diplomi di merito personalizzati. I vincitori, durante la cerimonia di premiazione, potranno interpretare il loro testo personalmente e, nel caso di opera a due voci, accompagnati da altro attore, (oppure, previa comunicazione alla Segreteria del Premio, la recita delle opere vincitrici potrà essere assegnata ad altri interpreti indicati dall’autore o delegata all’Organizzazione del Premio). I premi non ritirati verranno spediti con tassa a carico a tutti i vincitori che li richiederanno espressamente entro 30 gg dalla data della Premiazione. I nomi dei vincitori saranno pubblicati sulla rivista letteraria “L’Alfiere” e sul sito http://www.accademia-alfieri.it/ La cerimonia di premiazione è prevista a Firenze nel mese di Maggio del 2019, presso la Sala dei Marmi, Parterre – Piazza della Libertà. Tutti i Vincitori e Segnalati saranno tempestivamente avvisati a mezzo posta elettronica o telefonata.
  4. Un rintocco lugubre, vibrato da un orologio a pendolo, ci avvertì dello scoccare della mezzanotte. La casa era ormai completamente avvolta dalle tenebre e non mi dava più solo un vago senso di decomposizione. Sembrava di essere nella vecchia casa di un qualche principe medievale, abbandonata da tempo e dimenticata dai vivi e da Dio. Le forme sinuose degli arredamenti mi parvero non più eccentriche, ma grottesche: l’oro sembrava il bianco delle ossa, il rosso accesso delle tende ricordava il sangue e i marmi riflettevano i raggi lunari come specchi. Mi chiesi se era la stessa villa dove avevo appena cenato. Sentì l’inquietudine pervadere il mio animo, ma la voce profonda e perentoria del mio mentore mi riscosse. «Muoviamoci, signor Kennedy. La caccia ha inizio» «Da dove cominciamo, professore?» chiesi, mentre sollevavo la mia lampada. «Mmm» rimuginò il professore, strofinandosi la barba con fare assorto. «Direi di cominciare dal lato est del piano terra. La maggior parte degli avvistamenti sono stati fatti lì, quindi è probabile che lo spettro preferisca aggirarsi da quelle parti. Sorveglierò io quella zona» «Ed io, professore?» «Tu, mio caro ragazzo, coprirai il resto del piano. Poiché tutti gli avvistamenti sono stati fatti qui, c’è da credere che l’apparizione eviti di mostrarsi al piano superiore o al dì fuori dell’edificio. In ogni caso, non dimenticare mai la prima regola: non cedere alla paura. Se vedi lo spettro, non urlare e non fare gesti bruschi; se avrai fortuna, non si avvedrà della tua presenza e potrai verificare, con cautela e precisione, se sia veramente ciò che sembra. Nel caso invece ti dovesse notare, sappiamo per certo che una volta che ti farai prendere dal panico, fuggirà. Questo non deve succedere! Dobbiamo accertarci della veridicità dei sospetti del signor Young questa sera stessa» «Molto bene, professore» Il professore stofinò gli occhiali sulla sua veste, afferrò l’altra lampada e si avviò verso la zona est. «Professore» esclamai, prima che si allontanasse troppo. «Per Diana, signor Kennedy! Che cosa le ho appena detto, riguardo al non farsi notare dallo spettro?» rispose il mio mentore, con voce tutt’altro che discreta. «Chiedo scusa, ma... se dovessi avvistare lo spettro, come dovrei fare per chiamarla?» «Non lo farà» disse paco il professore «oramai ha quasi le competenze di un vero demonologo. Se perfino il Ghost Club è capace di riconoscere un fantasma da un gioco di luci da quattro soldi, sono sicuro che lei riuscirà a fare altrettanto, se non di meglio» «Ma, professo...» Il professore si avviò verso l’ala est, ignorandomi. Solo e intimorito, mi avviai dalla parte opposta. Camminavo nella semioscurità, illuminando il mio cammino con una lampada ad olio. Mentre mi assicuravo che la fiamma fosse abbastanza bassa da non essere notabile da uno spettro, mi venne in mente un ricordo di qualche anno fa. Il professor Edwards aveva portato i pochi studenti della nostra classe - quelli che non avevano mollato - davanti ad una casa inabitata, poco fuori Oxford. A quanto pareva, l’edificio era stato abbandonato settant’anni prima, chiuso al pubblico poiché ancora proprietà privata. Inutile è forse dire che quell’esercitazione richiedeva quindi... «Un’effrazione!» disse Matthew Jenkins. «Sì, signor Jenkins. Entrare in questa casa è un reato, ed è infatti stato per un po’ di tempo uno svago dei monelli di strada il cercare di intrufolarvisi e dormirvi per una notte, a fronte di provare il proprio coraggio» «Immagino che l’unico motivo per cui la trovavano una sfida non fosse il fatto che la polizia li avrebbe sbattuti fuori, giusto?» chiesi. «Certo che no. I più… “fortunati” venivano scoperti dai poliziotti in poche ore. Sembra infatti che i superiori degli stessi gli dessero direttamente l’ordine di andare a prendere i ragazzi, stati informati da qualcuno. Ma come potete vedere...» Il professore alzò le braccia e fece una piroetta, in modo da indicarci il circondario. «... qui non vi è anima viva. Nessuno ha mai capito chi desse questa informazione alla polizia» «E cosa succedeva ai meno fortunati?» chiese Martin Knox. Il professore sorrise, compiaciuto dalla nostra curiosità: «Loro sono rimasti più a lungo... abbastanza da assistere ad episodi strani e inusuali. Alcuni avevano la sensazione, a volte confermata dai loro stessi occhi, di quadri le cui pupille seguivano i loro movimenti. Altri giurano che le loro immagini negli specchi restavano ottusamente ferme a fissarli, anche quando i ragazzi saltavano o si muovevano. In due casi videro, ad aspettarli alla fine di un corridoio, ciò che i tedeschi chiamano Doppelgänger» «Ma, professore...» iniziò Edward Wood «I doppelganger sono solo il risultato di allucinazioni ed isteria, non è possibile che dei ragazzi abbiano visto i fantasmi di se stessi» «Ed è per questo che non possiamo fare affidamento sulle loro testimonianze. Quindi, manderò voi ad osservare questi fenomeni. Resterete qui tutta la notte, a raccogliere dati» «E la polizia? Se venissimo arrestati, ci espellerebbero!» esclamò Jenkins. «I poliziotti non saranno un problema, me ne occuperò io» Il professore estese quindi la mano verso la carrozza. «Chi di voi non se la sente, è libero di tornare con me ad Oxford. Sappiate però, che non partecipare a questo esame pratico equivarrà all’immediata bocciatura in questo corso» Esplosero subito le proteste dei miei colleghi, scioccati da una dichiarazione tanto drastica. C’era chi volle ricordargli quanto i loro genitori pagassero in retta e donazioni, altri minacciarono che sarebbero ricorsi agli avvocati se li avesse costretti a partecipare ad un atto illegale. A nulla valsero le loro lamentele dinanzi alla stoicità del professore. «La demonologia è una branca della scienza che mal si adatta a chi ama restare dietro una scrivania, al sicuro dai rischi e pericoli della vita» ci disse deciso «Le creature che affronterete saranno per la maggior parte delle semplici seccature per i vostri assistiti, ma alcuni spettri saranno violenti e potenzialmente letali. Ve lo dissi il primo giorno del mio corso, ve lo ripeto ancora: le mie lezioni sono per pochi eletti. Sta a voi capire se siate fra di essi, o no» Restammo solo in quattro: io, Edward Wood, Jacob Maudsley e Andrew Kerfoot. Gli altri salirono sulla carrozza, rifiutandosi di guardarci in faccia. Jenkins non si degnò neanche di salutarci, mentre si sedeva schiumante di rabbia al fianco del professor Edwards. «Buona fortuna, signori. Tornerò a prendervi all’alba… se sarete ancora qui.» ci disse il nostro insegnante, sorridendoci mentre chiudeva la porta del veicolo. La carrozza si avviò giù per il sentiero, lasciandoci davanti a quella vecchia casupola fatisciente. Mi chiedo se fossi l’unico, allora, ad essere eccitato al pensiero della notte che
  5. Lo scrittore incolore

    [H2018] Purezza

    Traccia 5 (lo psicopatico), boa: Ci dev'essere una mutilazione di qualche tipo. commento: «Ken non ha il pisellino! Non ha il pisellino!» Mi diverto un sacco con mio fratello e mia sorella. Sono un po’ più grandi di me e tutti i giochi che sono miei adesso, prima erano loro. Stiamo sempre insieme e anche quando la mamma ci chiama perché secondo lei abbiamo giocato abbastanza e dobbiamo uscire subito dalla cameretta, rimaniamo dentro e facciamo ancora più baccano, così pensa che non l’abbiamo sentita e si decide a lasciarci in pace. «Nemmeno Barbie ha la patatina! Le ho tolto le mutandine e non ce l’ha!» Giochiamo con tutto. Prendiamo i dinosauri di mio fratello e facciamo finta di essere degli esploratori che trovano un tempio antico, infestato di pterodattili. Oppure prendiamo le fatine di mia sorella e le facciamo volare da un capo all’altro della stanza, immaginando che siano delle fatine acrobate. O ancora prendiamo i superliquidator e facciamo finta che siano fucili al plutonio, con cui uccidere gli alieni cattivi. Quante risate e quanto divertimento. Vorrei davvero che non finisse mai. «Comandante Barkley, mi riceve?» Un po’ seccato, apro la trasmittente. È matematico: ogni volta che do il primo morso al mio sandwich, arriva una chiamata. «Dimmi, Parker.» «Siamo stati chiamati da una donna, signore. Abita sulla quinta e dice che i suoi figli sono rimasti chiusi in camera. Li chiama da ore e niente.» «Siamo forse l’associazione fabbri d’America, Parker?» «No, signore. Lo so. È che la donna dice di sentire odore di sangue. Piangeva mentre parlavamo al telefono. Credo che un fabbro non basti.» «Dammi l’indirizzo. Ci vediamo lì.» Segno tutto quello che mi dice il mio sottoposto e chiudo la conversazione. Parker è da poco con noi. È il più emotivo dei ragazzi e forse è il meno adatto a fare questo mestiere. Eppure c’era qualcosa nella sua voce che mi ha fatto scattare sulla poltrona dell’ufficio. Mi alzo, recupero la giacca dall’attaccapanni ed esco fuori. L’odore di sangue c’è davvero. Distinguibile già dalla porta d’ingresso. E c’è anche una donna minuta in lacrime, che mi fa strada verso la camera incriminata. Le sue parole di dolore cercano di venir fuori, fra i singhiozzi di un pianto ormai disperato. «Stanno… giocando! Si sent…ono. Ma non mi risp…ondono. Perché?» Vorrei trovare una risposta esauriente, per farla calmare, ma fino a che non entro in quella maledetta stanza, posso solo immaginare. Poi do indicazione a un Parker con il volto paonazzo e sudato di buttare giù la porta e il mio sottoposto, nonostante i movimenti incerti, al secondo tentativo riesce ad aprire un varco. Ci metto qualche istante a focalizzare. Quelli che la signora aveva preso per rumori prodotti dai figli, sono prodotti in realtà da uno soltanto. Un bambino sui dieci anni, ci rivolge uno sguardo a metà fra il sorpreso e l’infastidito. Attorno a lui ci sono giochi di vario genere, macchie di sangue di varie dimensioni, un revolver, un coltellino e un piccolo pene mozzato. Ci sono poi il cadavere di un altro bambino maschio, con il pube martoriato di fresco e quello di una bambina, a cui è toccata la stessa sorte. Entrambi presentano il foro di un proiettile al centro della fronte. «Barbie! Ken! No!» urla la donna con gli occhi strabuzzati e si getta sui corpi dei due figli. Parker ha la prontezza di bloccarla e trascinarla con forza fuori dalla stanza. Io raccolgo la pistola e il coltellino, con l’intento di mettere la situazione in sicurezza, mentre il bambino con una voce estremamente piatta mi fa: «Vi odio. Ci stavamo divertendo un mondo.» È il momento di capire, se possibile. Oswald, questo il nome dell’autore del massacro, è stato messo in isolamento. La madre, passato il momento iniziale di sordo dolore, ha voluto parlare con me. Lo ha preteso. Forse anche lei ha bisogno di dare un contorno a tutto questo. Di trovare il razionale nell’irrazionale. Siamo seduti al tavolo della cucina. Mi guarda con estrema lucidità. È lei a cominciare la conversazione. «Oswald ha una malformazione.» Di che tipo? Vorrei chiedere. Ma è ancora lei a parlare. «È nato senza organi genitali.» Ecco il razionale. Ecco la spiegazione. Deglutisco un importante groppo di saliva. Dare un contorno a tutto questo fa bene a noi e soprattutto a questa madre spezzata dalla disperazione. «Dove può aver preso la pistola e il coltello, signora? So che probabilmente non avrà una risposta per questa domanda, ma sarebbe di estremo aiuto per le indagini.» «Gliel’ho procurati io.» Non credo di aver capito bene. Ripeto nella testa ogni singola parola dell’ultima frase pronunciata dalla mia interlocutrice e proprio non viene fuori alcun nesso logico. «Vede, anche io sono nata senza genitali. Barbie, Ken e Oswald, il mio adorato Oswald, sono stati adottati. I primi due avevano riempito il mio cuore. Ma quando dopo anni di ricerche mi sono imbattuta in Oswald, ho capito di essere finalmente completa. Lui è come me. È puro. Barbie e Ken non lo erano. Erano solo un palliativo. Meritavano di morire.» Lo sguardo della donna non mi piace. Vorrei urlare per attirare l’attenzione dei miei uomini nella stanza accanto e avere il loro aiuto, ma ho paura che la reazione di chi siede al tavolo con me possa essere sconsiderata. «Perché ci ha chiamato, allora? Che senso ha?» «Sapevo che sarebbe venuta la polizia. Mi piace l’uomo in divisa, sa? Sono una donna pura, con un figlio puro. Vorrei un marito puro. Mi basterà mondare il suo corpo e avrò ciò che desidero.» Succede tutto in un attimo. La donna salta sul tavolo con un paio di movimenti caotici e furiosi e in un attimo mi è addosso. Con la mano sinistra cerco di tenerla a bada, mentre con la mano destra tento di tirar fuori la pistola. Nonostante la piccola stazza, la donna ha una forza notevole e, complice l’effetto sorpresa, sta per sopraffarmi. È lei a mettere le mani sulla pistola e a puntarla verso il mio pube. Bang! Non provo dolore dove dovrei provarlo. Eppure ha sparato. Ne sono sicuro. «Comandante Barkley, è ferito?» Benedetto Parker. È stato lui a far partire il colpo e a mettere fuori gioco la donna, ferendola a un fianco. «Sto bene, ragazzo. Sto bene.»
  6. mina99

    [H2018] Il figlio dell'uomo

    Commento “Il bambino è maledetto”, dicevano. Mary non dava ascolto alle dicerie del villaggio. Suo figlio era la creatura più pura e innocente che il mondo avesse mai visto. Un dono divino. Se solo avessero saputo della violenza subita, della sofferenza che c’era dietro, non sarebbe più stato per nessuno il figlio del maligno. Ma Mary era solo un’orfanella e il sacerdote un uomo rispettato, e se avesse raccontato che… Inoltre era un uomo misericordioso, e le aveva concesso di alloggiare nella stalla per la stagione fredda. La stalla… Era lì che aveva partorito. Urlava e piangeva e spingeva agli ordini delle levatrici. La gioia del parto avrebbe dovuto mitigare il dolore, pensava, ma il ventre bruciava come lambito da fiamme. Mary spinse più forte che poté e sentì la creatura venire alla luce. Calò il silenzio. Mary roteò gli occhi e chiese perché il bambino non piangeva. Le levatrici erano pietrificate. Sporse la testa e lo vide. Il bambino non piangeva, ma Mary sì. Il bambino sorrideva. Aveva gli occhi completamente neri e un sorriso fatto di orribili dentini bianchi. Fu così che per il villaggio Mary divenne la strega, la moglie del maligno, e la famiglia con cui era cresciuta la abbandonò. La stalla in cui ora alloggiava era arredata con un giaciglio di paglia, una mangiatoia come culla, un focolare e una cassapanca di legno. Mary passava il tempo a curare il bimbo e a pregare. Due volte al giorno una donna portava i pasti. Le rivolgeva a malapena parola e guardava con diffidenza alla strega e alla sua creatura. Mary non aveva mai sentito suo figlio piangere: se voleva attirare l’attenzione rideva. Rideva come se avesse visto la cosa più buffa al mondo, mostrando quegli orribili denti, rideva tutta notte, e non c’era modo di farlo smettere, mentre fissava qualcosa oltre la porta, nel buio dei prati che portavano al bosco. Mary non riusciva a chiudere occhio e col tempo due borse scure le scavarono il viso invecchiato troppo in fretta, dandole ancor più l’aria da strega. Attribuì alla propria stanchezza le sparizioni del pargolo. Lo lasciava nella mangiatoia e appena lo perdeva di vista lo ritrovava a terra o sulla cassapanca. Lui stava lì, come fosse naturale, e rideva. Una sera Mary si addormentò prima di cena e quando si svegliò il bambino non era più lì. Non era nella stalla. Uscì sul prato giallo, scoperta all’aria fredda e stantia. Lo vide. Il bimbo gattonava. Aveva pochi giorni, ma gattonava verso il bosco, ridendo. Mary corse. Aguzzò lo sguardo verso la selva nebbiosa: c’era un uomo lì in fondo, un uomo alto e pallido, vestito di nero e dal volto in ombra, e suo figlio andava dritto verso di lui. Mary raggelò e accelerò il passo. Il bimbo stava per arrivare dall’estraneo. Mary allungò un braccio, aveva quasi raggiunto il figlio. Lo afferrò, ma inciampò cadendo di faccia davanti allo sconosciuto e il cuore le prese a correre. Sarebbe morta, se lo sentiva. Era il maligno. Era… Alzò lo sguardo. Era un albero. Una piccola betulla dai rami spogli e ricurvi. Mary si alzò in piedi stringendo il bambino e tornò indietro. Stava arrivando la donna con la cena e Mary alzò un braccio in segno di saluto. La donna non rispose: aveva gli occhi fissi su un punto alle spalle di Mary. Scappò tra le vie del villaggio facendo segni sacri. Mary si voltò. La betulla era sparita. Tornò di corsa alla stalla. Faceva freddo ed era quasi buio, perciò ravvivò il focolare. Decise che avrebbe allattato il piccolo e poi sarebbe andata a dormire. Si sentiva sempre meno lucida e le faceva male la testa. Non volle pensare a quello che aveva visto. Suo figlio era tutto ciò che aveva. Normalmente il piccolo non dava problemi quando veniva allattato, ma quel giorno si mise a fissare Mary dritto in volto. Poppava e fissava la donna con quegli occhi neri, in un atteggiamento di ostentata sicurezza. Mary vide qualcosa di orribile in fondo ai suoi occhi ed ebbe l’istinto di allontanare il pargolo. Lui fece un verso inarticolato e morse con forza il capezzolo della donna. Mary urlò e tirò la creaturina. Tirò, tirò, tirò, ma quegli orribili denti non vollero staccarsi. Lui morse ancora: stava masticando. Il sangue zampillava e macchiava il muso della creatura. Mary impazzì dal dolore. Allungò una mano frugando a casaccio nella cassapanca e strinse il pugno su un oggetto metallico: una lametta. Il bambino diede un ultimo morso e strappò il capezzolo a sua madre. Lei strillò, sollevò l’arma e sferrò un colpo. La creatura urlò e Mary riuscì a scagliarla nella mangiatoia. Poi si accucciò nel proprio giaciglio, piangendo. Immersa in un limbo semincosciente, conosceva solo dolore bruciante al seno mutilato. La luce del focolare era quasi spenta. Suo figlio… Aveva colpito il suo stesso bambino. Era stanca, e sola, e spaventata, e l’aveva accoltellato. Ma lo amava. Era impazzita. Era un mostro. Come aveva potuto? Suo figlio… Una risata semplice e cristallina si levò dalla mangiatoia amplificandosi nella stanza e un brivido scese con lentezza lungo la schiena della donna. Si voltò e inorridì. Nella luce rossastra degli ultimi tizzoni vide l’ombra del pargolo venire verso di lei gattonando goffamente. Mary rimase inchiodata e l’urlo le si spense in gola. Non riusciva a muovere un muscolo e il neonato avanzava. Aveva la bocca sporca di sangue e un rivolo di liquido scuro gli scendeva dalla tempia sinistra all’orecchio, dove Mary l’aveva colpito. Il bimbo le si fermò accanto e sorrise, i dentini sporchi di sangue. Mary sgranò gli occhi, tremando e sudando freddo. Lui era lì, poteva sentirne l’odore e vederne il sorriso orribile, il filo di bava misto a sangue che colava dalla bocca, il muco che gli sporcava le guance, la ferita alla tempia, i primi ciuffi di capelli sudaticci, gli occhi neri. Ma non si muoveva, non sbatteva neanche le palpebre. Era ancora…? Non era reale. Se avesse chiuso gli occhi e contato fino a dieci, si disse, quando li avrebbe riaperti lo avrebbe trovato a dormire sereno nella mangiatoia. Così fece. Quando riaprì gli occhi tutto era buio, a parte i tizzoni fievoli. Sbatté le palpebre. Se l’era immaginato? Allungò cauta una mano dove un istante prima c’era suo figlio e tastò solo aria. Andava tutto bene. Si alzò. Il cielo era coperto e tutto era più nero del buio. Si sentiva sempre più debole per l’emorragia. Prese un ciocco dalla catasta e lo poggiò sui tizzoni, poi si fermò e aspettò che prendesse. «Mamma?», sussurrò una voce nell’oscurità. Si sentì le gambe molli, si portò le mani tra i capelli, spalancò gli occhi e aprì la bocca in un lamento muto. «Cosa mi hai fatto, mamma?» Crollò in ginocchio e pianse. Provò a sillabare delle scuse, ma aveva la voce rotta. Le fiamme avvilupparono il legno e Mary vide. La creatura era sopra di lei, attaccata al soffitto come uno scarafaggio. Aveva il collo spezzato e la testa rivolta verso il basso. I suoi lineamenti erano diabolici: un ghigno trionfante scavato nella pelle rugosa come una vecchia pergamena. Proruppe in una risata infantile e il suono si amplificò nella stanza. Mary urlò e la creatura attaccò. Rise e affondò i denti nel ventre della madre. Ogni tentativo di liberarsi fu inutile. Graffiò, morse, strappò, squartò, dilaniò e scavò la pancia della madre, ridendo innocente. In uno sforzo disperato Mary afferrò il bambino e lo scagliò via. Lo vide urtare contro il legno ardente, che rotolò e finì sul giaciglio di paglia. Mary usò le sue ultime energie per strisciare verso il focolare. Sentiva le interiora uscire scomposte da lei, ma non le importava. Le importava solo di suo figlio. Il corpicino stava bruciando. Allungò le mani tra le fiamme gialle, che intanto l’avevano circondata. Raccolse il corpo semicarbonizzato. Sentì la pelle gonfiarsi e staccarsi nel fuoco e urlò. Si abbandonò al rogo e pianse, abbracciando suo figlio. Era senza denti. Il fuoco crebbe e le urla fecero lo stesso. Quella notte il villaggio guardò la stalla della strega bruciare e ridursi in cenere.
  7. Colored Shadows Prod

    [H2018 - Fuori Concorso] - Il dottore del diavolo

    *Racconto cancellato su richiesta dell'utente*
  8. Lo studio era molto più sobrio ed essenziale del resto della casa. Almeno questa stanza, Zacharias se l’era arredata da solo. Il signor Young ci fece accomodare su due poltroncine davanti alla scrivania. «Del brandy?» ci chiese, sedendosi davanti a noi. «Perché no, signor Young. Brinderemo alla vostra salute.» Il signor Young tirò fuori tre bicchieri da uno scomparto dietro la sua sedia. Li riempì con del brandy di discreta annata, con movimenti rapidi e precisi di chi è abituato a maneggiare bevande ricercate. Una volta bevuto il primo sorso, il mio mentore andò dritto al nocciolo della questione. «Molto bene, signor Young. Mi dica tutto ciò che sa su questo fantasma. Per esempio, se è riuscito a vederlo.» «No, e chiunque l’abbia fato non sembra sia in grado di descriverlo. Chi si è ripreso dice di non riuscire a ricordarne la figura, come se la loro memoria fosse stata soppressa dallo spavento…» «Mi sorprende che non vi siate sistemati da qualche altra parte. Credete che il fantasma stia perseguitando voi e non la casa?» esclamai all’improvviso. «Sono stato io a chiedergli di non farlo, signor Kennedy.» disse il professor Edwards: «Dobbiamo prima appurare che non sia una messinscena. Se si trattasse di ciò, il nostro ingannatore potrebbe decidere di non mandare in scena i suoi trucchi, per evitare di essere scovato. Questo avrebbe l’effetto di far apparire l’assenza della famiglia Young come il motivo per cui il fantasma non si è mostrato, e non semplicemente il suo timore di essere scoperto da due veri professionisti. Una volta che avremo quindi appurato che sia un vero spettro, dobbiamo essere sicuri che non diventi aggressivo nel caso la famiglia lasci la casa. Potrebbe inseguirli ed attaccarli, mentre noi resteremmo qui. Ignari di tutto.» «Oh ma andiamo, professor Edwards!» intervenne il signor Young: «Non penserà davvero che sia stato un uomo a spaventare quelle persone così! E comunque, se dovessimo lasciare temporaneamente la casa, ci faremmo proteggere dalla polizia.» «Capisco il suo desiderio di lasciare la tenuta, ma voi sottovalutate il potere della mente umana. Ci sono stati casi in cui, se suggestionata a dovere, potrebbe perfino far emergere nel corpo i sintomi della peste bubbonica. Figuriamoci quindi, se non può bloccare i ricordi di un certo evento! Specie se non si è certi di cosa si è visto...» Il mio mentore sorseggiò un altro sorso, schioccò le labbra e proseguì. «Inoltre, Scotland Yard ha cominciato ad addestrarsi per questo genere di situazioni da meno di tre anni: si fidi, io ed il signor Kennedy siamo la vostra migliore chance.» «E non vi è nessun altro ad Oxford o in questo paese in grado di farci da guardia del corpo contro quell’affare?» Il mio mentore ed io sapevamo la risposta, ma per il professor Edwards era già stato difficile abituarsi alla mia presenza. Non avrebbe mai accettato che un altro demonologo s’impicciasse nelle sue indagini. «No» rispose, con un sorriso accondiscendente «temo di essere l’unico a poter garantire totalmente l’incolumità vostra e della vostra famiglia» Il signor Young cominciò a sfregarsi le mani nervosamente. Era chiaro che un conflitto interiore lo stesse corrodendo, ma d’altro canto non c’era da meravigliarsi: affidare completamente se stessi e la propria famiglia ad un totale sconosciuto non è mai cosa facile. Tuttavia, di una cosa ero e sono tuttora certo: se esisteva qualcuno in grado di risolvere quel problema, quel qualcuno era senz’ombra di dubbio Griswold Edwards. «E va bene, professor Edwards. Io e la mia famiglia resteremo qui. Ma solo per un tempo limitato.» «Posso identificare la natura dello spettro entro due notti, massimo tre. Quanto al liberarsene, beh, questo dipende...» «Avete due giorni e due notti, professore. Dopodiché, le permetterò di proseguire il suo lavoro, ma non lascerò che mia moglie e i miei figli restino qui dentro un solo minuto di più.» Io aprì bocca per protestare, ma il professore m’interruppe battendo le mani ed esclamando: «Allora non c’è tempo da perdere! Signor Kennedy, l’orario se non le dispiace.» Controllai il mio orologio da taschino. «Sono le dieci e mezza, signore.» «Dobbiamo sbrigarci. Di solito le apparizioni di questo spettro sembrano avvenire dopo la mezzanotte, ma è meglio trovarsi pronti.» Io ed il mio mentore facemmo per alzarci, ma il signor Young ci bloccò con un gesto della mano. «Penso sia inutile sottolineare, professore, che il vostro principale scopo è preservare i miei familiari. Dovrete assolutamente impedire che quel... la cosa, si avvicini a loro.» Il professore si alzò, subitamente seguito dal sottoscritto. Una volta raggiunta la porta, si voltò verso il padrone di casa. «Vada a riposare, signor Young. Lasci fare a chi di notti come questa ne ha passate tante.»
  9. L’interno era come me l’aspettavo. Nelle varie sale c’era un qualcosa che ricordava vagamente il rococò seicentesco: erano eccessive, strane, inusuali per una famiglia di americani. Li avevo sempre immaginati amanti delle forme semplici ed equilibrate, vista la passione dei Padri Fondatori per il Neoclassicismo. Improvvisamente, percepì nell’aria un disfacimento, come se qualcosa in quella casa stesse divenendo lentamente fatiscente. Non riuscì a capire che cosa mi desse questa idea… Giungemmo infine alla sala da pranzo. Le tovaglie, i pizzi, l’argenteria e le candele disposte sul tavolo erano in perfetta armonia. Tuttavia, i colori sgargianti mi diedero lo stesso senso di decadimento che avevo sentito nel resto della casa. Annabelle e Zacharias si disposero a capotavola, mentre il professore fu messo al lato sinistro di quest’ultimo. Io mi sedetti vicino a lui, e notai con sorpresa che Arnold si era sistemato al mio fianco e a quello di Annabelle. Rimasi sorpreso, poiché ero convinto che un tipo come Arnold avrebbe voluto sedere accanto al padre. Invece sul lato destro di Zacharias trovai Phineas, che con sguardo assorto si guardava le ginocchia, seguito da Angela e i due gemelli. Un maggiordomo suonò il campanello e annunciò che la cena stava per essere servita. Immediatamente, i camerieri uscirono dalle cucine e cominciarono a servirci da mangiare. Il professore chiese, mentre dello stufato di manzo veniva versato nella sua scodella: «Allora, signor Young. Come si trova qui a Croydon?» «Molto bene, devo dire. Il paesaggio mi ricorda il nord della Pennsylvania, che è dove sono nato io e la mia fortuna. Inoltre, sono contento di essermi allontanato dagli Stati Uniti. Ultimamente tira una brutta aria grazie al governo...» «Intende gli stati che hanno deciso di lasciare l’Unione, in protesta verso l’elezione di Lincoln?» «Oh sì, ma le assicuro che la cosa si risolverà in due modi: o questi poveri scemi di “confederati” la smetteranno con questa farsa e accetteranno la fine della schiavitù, o Washington li rimetterà in riga con le maniere forti.» «Mi fa piacere sentire che lei è un abolizionista. Non è proprio la vostra Costituzione a dire che tutti gli uomini sono uguali?» «Io? Diciamo che da industriale so bene che un operaio pagato è più motivato di uno schiavo.» disse il signor Young, facendosi versare altro vino «Inoltre, l’industrializzazione di cui gode l’Unione è ciò che le permetterà di vincere: per i sudisti sarà come andare in guerra contro una potenza europea.» Il signor Young bevve tutto il bicchiere di vino, per poi contemplarne il fondo quasi vuoto. «Sì, si sta proprio bene qui. Se non fosse...» «... se non fosse, per ciò di cui mi ha accennato nella sua lettera. Vero, signor Young?» concluse il mio mentore. Zacharias alzò gli occhi. Era visibilmente nervoso. «Sì professore. Proprio per quello.» «Mi ha scritto» iniziò il professor Edwards: «di membri della servitù che affermano di aver visto un fantasma vagare in questa casa durante le ore notturne.» «Sì, i due custodi, marito e moglie. Dicono di aver visto due settimane fa una luce da una delle vetrate. Si sono avvicinati, ma è subito svanita. Mi hanno giurato di aver visto per un breve istante una figura umana.» «Non è stata l’ultima volta che un simile avvistamento è avvenuto, vero?» «No. La sera dopo ho chiesto al mio maggiordomo di controllare la casa di notte. Ha svegliato tutta la casa verso le tre e mezza del mattino, dopo aver cacciato un urlo...» Zacharias si passò una mano sul volto. «... beh, diciamo che non credevo che un uomo potesse urlare in quel modo. Una volta calmatosi, mi ha detto di aver visto lo spettro che aleggiava nella stanza sul retro, davanti alla porta del seminterrato...» «Mmm... Avete quindi chiesto l’aiuto della polizia locale, che ha sorvegliato la casa nei successivi giorni, fino a che due giorni fa si sono rifiutati di proseguire il loro incarico. Lo spettro li ha forse spaventati a mor...» «Basta così!» lo interruppe Zacharias, cercando di suonare il più cordiale possibile «temo che questi siano dettagli da discutere in diversa sede...» Il mio sguardo cadde sui bambini, che non stavano prestando minimamente attenzione a ciò di cui si stava discutendo. Come potevano quei bimbi essere così allegri e spensierati, sapendo che uno spettro infestava la loro casa? “Alcuni spiriti comunicano attraverso i bambini”, pensai, “che c’entri qualcosa con la loro indifferenza verso le apparizioni?” Altre chiacchiere si susseguirono a tavola. Gli unici due a parlare per tutto il tempo furono il signor Young e il professor Edwards, mentre noialtri restammo in silenzio a mangiare. Finita la cena, il signor Young ci portò nel suo studio privato.
  10. Le vicende che vado a riportarvi sono eventi accaduti circa tre mesi fa, in Croydon,South London. Su consiglio del mio mentore, il professor Griswold Edwards, insegnante di Demonologia e Esorcismo Pratico Scientifico alla Università di Oxford, ho annotato su un taccuino tutti gli eventi accaduti a Young House. Ho deciso di riscriverli sotto forma di diario, così da essere di più facile comprensione a coloro a cui intendo sottoporre questi documenti: il Vice-Cancelliere dell’Università di Oxford Francis Jeune,il Capo della sezione Attività Paranormali e Occulto di Scotland Yard Charles Burns, ed infine il mio carissimo amico e compatriota Abraham Stoker. Dominus Illuminatio Mei Croydon, Settembre 1863 Era tardi quando arrivammo a Young House. La nostra carrozza si fermò davanti al cancello della villa, dietro il quale potei vedere un viale circondato da giardini e decorazioni in pietra. Ricordo in particolar modo come il cielo fosse nascosto dalle nuvole. Il prematuro calare delle tenebre annunciava la fine dell’estate, rendendo il paesaggio più tetro ed inquietante di quanto già non fosse. Le statue degli angeli chinati a pregare sembravano, nella penombra notturna, intenti a piangere. Le figure che ritraevano varie bestie, come leoni e lupi , mi apparvero come bestie in carne ed ossa; immobili, la mia mente suggestionata le vide come se fossero in attesa di una preda incauta, pronte a ghermirla e farla a pezzi con le loro fauci. «Hic sunt leones.» esclamai, pensando ad alta voce. «Non siamo così lontani da Oxford, signor Kennedy. Temo che a parte quelle orripilanti statue, vedremo ben pochi leoni nel South London». A parlare era stato il mio mentore, il professor Griswold Edwards. Lo conobbi per la prima volta durante il mio primo anno ad Oxford, alla lezione di Demonologia e Esorcismo Pratico Scientifico. Quando m’iscrissi al corso, il nome era soltanto Demonologia. Tuttavia, il professor Edwards specificava che il suo corso non trattava solo metodi per riconoscere le attività demoniache e paranormali, ma anche come occuparsene. L’aggettivo “Scientifico” era stato aggiunto per indicare che i suoi metodi non si basavano su alcun tipo di superstizione, leggenda o diceria popolare. I suoi sistemi usavano esclusivamente l’analisi scientifica per compredere questi fenomeni e su esperimenti ideati da lui stesso o da altri. Il termine “Pratico” era stato aggiunto per indicare che il suo corso non era solo sulla teoria, ma anche sulla pratica. Il mio mentore era quello che alcuni chiamavano un cacciatore di fantasmi. Ed era per questo che ci trovavamo lì in quel momento. «Magari vedremo qualche aquila calva. In fondo gli Young sono americani» «Americani che si sono trasferiti in Inghilterra, speranzosi di confondersi con l’alta società locale. Se posso dire, questi yankee mi ricordano tanto i nuovi ricchi della Roma di Petronio: dei Trimalchioni elevatisi tanto in fretta da dimenticarsi di non essere nati nell’ambiente altolocato. Convinti di essersi mischiati bene fra gli alti ceti sociali, si ritrovano ad essere solo una pessima caricatura di quest’ultimi. Un po’ come un maiale con un frac addosso.» Il cocchiere aprì la porta della nostra carrozza, mostrandoci la famiglia Young e servitù ad aspettarci davanti al portone. La facciata della casa era piena di grandi vetrate, con infissi e telaiature indorate. Nonostante sapessi che il mio mentore esagerava a dichiarare gli Americani immigrati in Inghilterra un branco di cafoni ripuliti, non potei non fare a meno di notare che nel caso della famiglia Young non aveva sbagliato di troppo: se la casa era così pomposa ed eccessiva dall’esterno, chissà come doveva esser internamente. «Professor Edwards! Finalmente ho il grandissimo piacere di conoscerla». Zacharias Young, grande industriale del carbone sia qui in Inghilterra che nei suoi natii Stati Uniti, si avvicinò al mio mentore per stringergli la mano. Dietro di lui, vi erano la sua seconda moglie Annabelle, di vent’anni più giovane. Vi era poi il figlio maggiore Arnold, alto, muscoloso e dotato di una chioma di capelli corvini così scuri che, se non fosse stato per le forti luci provenienti dalla casa, si sarebbero potuti confondere con l’oscurità circostante. Al suo fianco viddi il secondogenito Phineas, più basso e decisamente meno attraente del fratello maggiore, la terza figlia Angela e i due figli più piccoli, i gemelli Edward e Albert, chiamati così in onore al padre e al marito della regina della loro nuova patria. Notai come Angela cercasse di restare il più lontano possibile da Annabelle. Immaginai che fosse dovuto a come, poco dopo la nascita dei due gemelli, la loro madre Elizabeth si fosse ammalata gravemente e avesse spirato in tempi recenti. Suo padre si era risposato subito dopo con Annabelle, che era solo di pochi anni più vecchia di lei e praticamente coetanea di Arnold. Il professor Edwards strinse la mano di Zacharias con fermezza. «Il piacere è tutto mio, Signor Young. Una villa veramente deliziosa la sua.» «Ah, la ringrazio. Dovrebbe vedere gli interni: l’arredamento lo scelse la mia prima moglie, riposi in pace...» A quelle parole Annabelle ebbe un leggero, quasi invisibile spasmo al lato destro della bocca. «Mi dica, chi è il giovane che la accomapagna.» «Il mio assistente An...» «A. Thomas Kennedy, signore!» esclamai all’improvviso, tendendo la mano al signor Young ed interrompendo in tempo il mio mentore «È un vero onore per me conoscere una personalità di spicco dell’industria come lei.» Mentre mi stringeva la mano, Zacharias mi fissò negli occhi con uno sguardo sarcastico: «Ammetto di non vivere da molto tempo in Inghilterra, ma di solito non si tende anche qui a dire il primo nome per esteso e l’iniziale del secondo?» «Sissignore.» risposi, ricambiando lo sguardo sarcastico «Di solito è così.» C’introdusse ai suoi familiari e, dalle strette di mano con gli uomini e dai baciamano alle donne, cercai d’intuire chi fossero. Arnold aveva una stretta forte. La sua mano energica si chiuse sulla mia come una presa meccanica, trasmettendomi tutto il suo vigore. Capì che doveva essere un tipo sicuro di sé, forse anche arrogante: sembrava volermi sopraffare. Phineas invece era l’esatto opposto: la sua mano si attorcigliò intorno alla mia stancamente. Sembrava che non si fosse accorto di me, indicando quanto fosse distaccato dagli eventi intorno. Il braccio si mosse comunque contemporaneamente al mio: non era distratto da qualcosa, ma semplicemente disinteressato. Notai che prima che il mio mentore prendesse la mano di Angela, Annabelle si era spostata direttamente davanti a lei, porgendo la mano. Chiunque avrebbe capito che le due non potevano sopportarsi. Da un baciamano non sarei stato in grado di capire molto, poichè non ci poteva essere nessun vero contatto fisico, ma mi bastò osservare altri dettagli. Annabelle allungò la mano verso di me quasi di scatto. Non fu altrettanto rapida quanto con il mio mentore, ma viddi che le piaceva essere omaggiata e che pretendeva di esserlo da chiunque. Mentre tendeva il braccio verso di me, gonfiò lievement il petto. Non lo faceva intenzionalmente, era dovuto alla sua indole orgogliosa. Passai ad Angela, che mi sorrise con dolcezza. Mi tese la mano molto più lentamente della matrigna e, guardandola mentre avvicinavo le mie labbra ad essa, represse l’istinto di abbassare la testa, così da chiudersi la gola. A quanto pareva, la loro antipatia doveva essere dovuta anche alle loro personalità opposte. Infine strinsi la mano ai due gemelli, identici come due gocce d’acqua. Entrambi la strinsero con vivacità e allegrezza, tipica dei bambini della loro età che ancora si preoccupavano solo di giocare e di mangiare la merenda. «Non saremo arrivati troppo tardi per la cena spero» disse il mio mentore, rivolgendosi pacatamente al nostro anfitrione. «Oh no, tutt’altro. Mi segua.» E mentre la famiglia Young cominciava a farci strada verso l’entrata, io ed il mio mentore ci lanciammo un breve sguardo d’intesa. Era iniziata la caccia.
  11. https://www.writersdream.org/forum/forums/topic/40253-come-gli-uccelli-parte-2/?do=findComment&comment=711597 Quarta e ultima parte di questo horror scandinavo per stomaci forti in 30.000 caratteri. Link alle parti precedenti: - prima parte - seconda parte - terza parte *** Chiudo la zip ed entro nella stuga, lento. Il pavimento scricchiola, l'ingresso dà su una grande cucina. C'è puzzo di casa vecchia, tappezzeria a fiori, ci sono piatti e posate. Un grande tavolo di legno scuro, in mezzo. La luce è bassa, le sedie spaiate. Nel centro del tavolo, la spaghettiera. Ylva e la madre chiacchierano, sedute, ridono. Non capisco nulla, di quello che dicono. Suzanne mi nota. «Hej», fa, con un gran sorriso. La guardo in faccia, annuisco tra me e me. Ora le faccio vedere io a quella, penso. «Ehi», rispondo sedendomi al tavolo, accanto alla mia fidanzata. Non la guardo: mi fisso sulla spaghettiera e cerco di non pensare a null'altro. Per Ylva, mi dico, per Ylva, svuotando il recipiente a mestolate. Le donne si sono già servite - alla maniera svedese, paese in cui non si aspetta necessariamente l'arrivo dei commensali per iniziare il pasto. È una fortuna: la mia parte stava sotto, là dove c'è meno salsa. «Oh!», fa Suzanne, «Aspetta Andrea, qui sotto poco ketchup, io mescolato male... Aspetta aggiungo pochino.» «Sì», rispondo io spingendo avanti il piatto. Il ketchup esce dalla bottiglia scoreggiando, casca a formare orrendi cordoni rossi sulla mia pasta. «Ecco qui», fa la donna con un largo sorriso sincero. «Grazie.» Devo buttarmi subito, mi dico. Ingoiare tutto prima che il mio cervello capisca davvero quello che sto facendo. Pianto la forchetta nel piatto e tiro su un pezzettone di massa rossastra e informe. Non sembra nemmeno più pasta: quelli che un tempo erano spaghetti si sono uniti assieme durante la lunghissima cottura, le ore di riposo e il riscaldamento finale, saldandosi in una specie di osceno puré. Me lo ficco in bocca: ingoiare e basta, mi dico, questo è il mio obiettivo. Dalla forchetta alla gola, senza sfiorare altro: fortunatamente il cibo è talmente stracotto che non c'è bisogno di masticare. Una, due, tre forchettate vanno giù, una dopo l'altra. Mi sono dimenticato di respirare, mi manca il fiato, appoggio la forchetta sul tavolo. La mia bocca è tutta impastata col gusto acre del condimento; la mia lingua trova un pezzo di spaghetto, tra i denti e la gengiva, e per un attimo mi sento perduto: come un malefico verme inacidito, quell'inconfondibile rimasuglio di pasta col ketchup fa salire un formicolio familiare, in fondo alla gola. I conati sono lì dietro, sento, stanno per partire. Ylva e Suzanne non parlano più, da quando ho iniziato a mangiare. Mi osservano perplesse, in silenzio, ma non me ne curo, mi concentro sull'obiettivo: tenere dentro quello che ho buttato giù, evitare di vomitare. Stringo le mani forte attorno alle posate, inspiro, espiro, cerco di pensare a mamma. Il formicolio aumenta, all'improvviso mi sento perduto. «Un po' d'acqua?», chiede Ylva porgendomi il bicchiere. Non rispondo nemmeno, lo afferro e bevo, trangugio tutto. Quando sento finalmente che riesco a controllarmi, ricomincio a mangiare. Per Ylva, mi dico, per Ylva. Una, due, tre forchettate. Le conto, mentre vanno giù. Quattro, cinque, sei. Mi fermo a riprendere fiato. Sette, otto, nove forchettate. Veloce, sempre più veloce. Il piatto si sta svuotando, noto. Ancora uno sforzo... Per Ylva, per Ylva! Dieci, undici, dodici: dritto in bocca e giù nello stomaco. Alla fine allontano il piatto e lascio cascare la forchetta sul tavolo, quasi ipnotizzato dal recipiente vuoto: ce l'ho fatta? Davvero? Non riesco a crederci. «Ah beh!», fa Suzanne, tutta contenta, «Allora Ylva proprio ragione che tu ti piace pasta con ketchup!» Mi volto verso Ylva ma la sua sedia è vuota, mi sorprende dal lato opposto: arriva portando una monumentale zuppiera con coperchio, la posa in mezzo al tavolo, torna a sedersi accanto a me. «Mamma», dice, «ho una cosa da annunciarti: quando torniamo a Torino, io e Andrea andiamo a vivere assieme.» Io mi volto a guardarla. «Eh?» Lei mi prende la mano, intreccia le dita con le mie. «Andrea», inizia, «Ti devo dire una cosa: lo so quanto la pasta col ketchup ti fa schifo e...» Io la guardo, confuso. «...e per questo ho chiesto a mamma di cucinartela. Le ho detto che era il tuo piatto preferito!» Posa la mano sul coperchio della zuppiera, si ferma per una pausa a effetto; poi lo alza, liberando nell'aria un celestiale profumo di carne col sugo. «...e che lo stufato di alce al vino rosso e funghi finferli poteva tenerlo in frigo per domani», conclude con un sorriso entusiasta, che sembra andarle da un orecchio all'altro. «Nämen... Ylva!», fa Suzanne, incredula nel sentire le parole della figlia. Io la osservo a bocca aperta. «Che... cosa?!», dico a fatica. «Era tutta una prova!», risponde lei entusiasta. «Per me è importante sapere quanto ci tieni a me, prima di fare un passo grande come quello di prendere casa assieme!» Io non so che rispondere. «Ma... Ma... Ma...», balbetto. Tutto, ho ingoiato, per lei. Ho rotto e calpestato le mie convinzioni più profonde, per lei; ho rischiato di vomitare in faccia a sua madre. L'ho fatto, per lei. Non si fa, così! «...Ma io sono una persona, cazzo!», urlo alzandomi in piedi e battendomi una mano sul petto. Ylva quasi casca all'indietro. «Oddio, Andrea», dice, persa, aggrappandosi al tavolo. Le punto un dito in faccia, cerco di dirle qualcosa di orribile ma la furia che provo è troppa, per essere espressa a parole. Eppure la rabbia uno sfogo lo esige, e fermarla è assolutamente, totalmente impossibile: accecato dal furore afferro la zuppiera e la rovescio su Ylva, la cui testa, come in un folle e insensato teatro slapstick per bambini, viene letteralmente inghiottita dall'enorme recipiente. «Herregud!», urla Suzanne con occhi allucinati. Io barcollo all'indietro, sbatto contro il frigorifero facendo cascare un magnete, guardo come ipnotizzato la mia fidanzata con la testa nella zuppiera - osceno copricapo in porcellana che le nasconde la testa intera. Si alza in piedi, muove il capo, le braccia, sembra confusa, emette strani suoni, fa cascare la sedia, forse non capisce. Io inspiro, espiro attraverso narici tremanti. Suzanne, in piedi accanto alla finestra, si aggrappa alla tenda. La noto solo con la visione periferica, evito di spostare gli occhi su di lei. Meno cose vedo, in quella stanza, meglio è. Perché so che, qualunque cosa veda, non la dimenticherò mai. Quando Ylva si toglie il recipiente di dosso, alzandolo per i manici e sfilandolo a fatica, il grosso dello stufato di alce le casca in testa come un'enorme cagata di mucca. Dopo, la ragazza che conoscevo non c'è più. Ylva non è più bionda, la sua pelle non è più chiara, i suoi vestiti sono irriconoscibili: al posto della mia fidanzata c'è un grottesco mostro di sugo marrone, pezzi di carne e funghi finferli. Solo, in mezzo a quell'orrore, due occhi azzurri mi fissano con un'espressione che non riesco a sopportare: troppe emozioni mescolate, ci sono, là dentro. Ylva me l'ha fatta grossa; io gliel'ho fatta grossa. «A... Andrea?», dice. Lascio la stuga indietreggiando nell'ombra, scendo al pontile, afferro cellulare e portafogli tra i denti, mi tuffo nel mare e mi allontano da quell'isola maledetta nuotando disperato verso la terraferma ormai nera - anche in Svezia, evidentemente, prima o poi la notte arriva. Scappo da Snarö, da Ylva, da Suzanne, da quel pasto d'inferno e soprattutto, prima di tutto, dai fantasmi di quello che ho fatto. Bracciata dopo bracciata, a denti stretti, cercando di non pensare a nulla. Ogni tanto, nella vita, due persone normali vanno fuori di testa e si fanno cose dalle quali non si può più tornare indietro. Cosa succederà, ora, non lo so proprio. *** Nota a fondo pagina: Per chi fosse interessato, la zuppiera in testa a Ylva è un occhiolino a Emil, personaggio di Astrid Lindgren, il quale, in una famosissima scena, infila, appunto, la testa in una zuppiera per poi rimanerci incastrato. Visti gli interessi teatral-letterari di Ylva, mi pareva giusto che subisse una punizione "in tema" per le sue azioni. Grazie per la lettura!
  12. gmela

    La pasta col ketchup [3/4]

    https://www.writersdream.org/forum/forums/topic/40266-in-ricordo-dei-futuri-capelli-perduti-13/?do=findComment&comment=711155 Link alla prima parte: https://www.writersdream.org/forum/forums/topic/40249-la-pasta-col-ketchup-14/ Link alla seconda parte: https://www.writersdream.org/forum/forums/topic/40261-la-pasta-col-ketchup-24/ *** * Quando arriviamo al capolinea sono le nove e mezza e il sole sta per tramontare, ci colpisce di taglio negli occhi mentre scendiamo lungo il sentierino che porta al pontile. Ylva è di buon umore, si mette a correre. «Mamma!», urla forte, saltando su e giù e sbracciandosi come una pazza. A trecento metri di distanza, dall'altra parte del mare, sua madre, sagomina rossa ai piedi del bosco, alza un braccio in aria. «Ylva!», la sua voce arriva da lontano. Io mi sistemo accanto alla mia fidanzata, alzo anch'io una mano in un gesto di saluto. Vorrei partecipare al suo entusiasmo, ma è davvero difficile, se penso alle cose terribili che ho promesso di fare. Sul bus non riuscivo proprio a far conversazione e alla fine abbiamo passato il tempo giocando a Travel Cluedo. «Vi kommer!», grida Ylva, aprendo il lucchetto a combinazione che attacca la barca a un palo - mi ha spiegato, una volta, che anche in un posto disabitato come questo potrebbe sempre passare un ladro di natanti con la barca grande. Saliamo a bordo: lei davanti, io dietro. Raccoglie due lunghi remi da terra. «Fai tu o faccio io?», chiede. «Come vuoi», rispondo. «Varsågod», conclude lei porgendomi i remi. Vuol dire "prego". Partiamo, lasciamo la terraferma procedendo sull'acqua scura verso l'isola di Snarö, in compagnia dell'ombra smisurata che lasciamo sul mare calmo. I remi entrano in acqua con un "plop, plop" regolare, altri rumori non si sentono. Davanti a me ci sono gli zaini e il cactus che ho portato in regalo a Suzanne dall'Italia. Ylva, appassionata di canzoncine per bambini, canticchia uno dei suoi classici appollaiata di sbieco sulla prua: «Hej-oh, hej-oh-oh», fa, con voce profonda, «...härliga liv på böljan blå...» La conosco - è l'inno dei pirati, la canzone che le gira sempre in testa: di solito mi piace, sentirla cantare, ma ora sono troppo impegnato a cercare di andare dritto. Terminiamo la traversata, Ylva salta sul pontile, madre e figlia si abbracciano mentre io mi distraggo un attimo e vado alla deriva. Mi tirano indietro con la corda, chiudono la barca col lucchetto. Suzanne si fa avanti, «Andrea!», dice venendomi incontro a braccia aperte, tendendomi una mano per aiutarmi a sbarcare, «Benvenuto a Snarö!» «Grazie», rispondo io, porgendole il mio cactus-regalo. Si vede che la donna sprizza felicità da ogni poro, ha un sorriso enorme. Dal vivo sembra la versione più vecchia e più brutta di sua figlia. Ci carichiamo gli zaini in spalla e ci incamminiamo su per un sentiero piuttosto largo, quasi una stradina. In mezzo a me e Ylva, Suzanne ci passa un braccio attorno alla vita. «Ah, come sono contenta che sei qui!», mi dice. «Ylva sempre parla di tu. Andrea qui Andrea lì... Oh Andrea, io tanto tanto contenta!» «Anch'io», rispondo, anche se non posso evitare di pensare a ciò che quelle mani, che ora mi toccano, hanno cucinato. «Ehi mamma guarda che ci sono anch'io eh!», fa Ylva. «Ja men jag vet, älskling», ribatte sua madre baciandola sul collo; Ylva lancia un urletto scappando all'indietro, le viene la pelle d'oca, le due ridono e scherzano in una lingua di cui non capisco niente. Io metto semplicemente un piede davanti all'altro, salgo lungo il sentiero con gli occhi per terra. La stuga è in cima a una collinetta: una casetta vecchia, rosso vinaccia; un tavolo blu e quattro sedie di legno sono abbandonate distrattamente in mezzo al giardino, dove l'erba avrebbe bisogno di una sforbiciata. Ci sono un melo e un pero, lamponi e ortiche che crescono assieme, ai bordi del prato, cespugli di uva spina, un'enorme quercia alla quale è appeso un asse di legno a fare da altalena. Ylva butta lo zaino a terra, si siede sull'asse con un «Ah!» soddisfatto e finisce la bottiglia di Gatorade che abbiamo condiviso sul bus. «Ohi,» dice Suzanne, «che tardi! Voi sicuro avete tanta fame. Ylva, mostra toilette a Andrea, prima che fa buio, io vado veloce a scaldare pasta con ketchup.» Appoggio i bagagli al muro, guardo la donna sparire in casa. Alle mie spalle Ylva dondola avanti e indietro, piano, il sole ormai se ne è andato. Tutto è più silenzioso, senza Suzanne. So che dovrei dire qualcosa ma non ci riesco: è troppo difficile, specialmente col rumore di pentole che proviene ora dall'interno della stuga. «Questo è un posto molto speciale per me sai, Andrea?», dice Ylva piano, «Tanti ricordi...» «È bello», rispondo, ed è vero: non sto mentendo, si vede che c'è qualcosa di speciale in questo luogo, ha un fascino quasi irreale. In altri momenti sarei sicuramente stregato dalla sua bellezza selvatica, ma la verità è che ora non riesco a pensarci. Di sicuro Ylva lo capisce - non sono affatto un attore bravo come lei - ma per fortuna non infierisce, rispetta il mio stato d'animo e modera il suo entusiasmo per aggiustarlo al mio umore. È una qualità piuttosto rara, credo, tra le ragazze, e le sono infinitamente grato per questo. Salta giù dalla sua altalena. «Dai, ti faccio vedere l'isola», dice. Mi porta dietro alla casa: c'è la pompa dell'acqua, la rimessa per la legna da ardere e uno stanzino in legno con un buco a forma di cuore sulla porta. È il cesso. «Per lavarsi si scende al mare», spiega, poi apre la porta dello stanzino: dentro c'è un buco che dà su un enorme barile semisotterrato, un rotolo di carta igienica sull'asse in legno dipinto, al muro foglie d'alloro secche e un vecchio albero genealogico della casa reale svedese a fare atmosfera. Ylva infila una pala in un secchio e tira su una palata di polvere bianca. «Se hai bisogno di pisciare falla nei cespugli; se devi cagare, quando hai finito, butta la calce nel buco.» «Ok.» Poi mi prende per mano. «Vieni,» dice, «voglio mostrarti una cosa.» La seguo, ci inoltriamo nel bosco. Lei si china a raccogliere qualcosa, io calpesto un fungo velenoso. «Lingon», spiega, passandomi una piantina dalla quale pendono grappoli di bacche rosse. Ne assaggio una, è aspra e amarognola. Ci facciamo strada in mezzo agli alberi, non so come faccia Ylva a orientarsi. Dopo un po' ci sono rocce, saliamo, ci aiutiamo con le mani. In cima c'è muschio, il vento soffia e si vede tutta l'isola: un cerchio allungato su un lato, in mezzo al mare - forse quattrocento metri di diametro, nulla più. A nord c'è la stuga di Ylva, a sud-est e sud-ovest altre due casette. «Ecco, questa è Snarö», dice Ylva, allargando le braccia a croce coi capelli nel vento. «E quelle case laggiù?», chiedo io. «Sono i vicini. Ma uno sta vendendo casa, l'altro ha un tumore. Ci siamo solo noi.» Io non rispondo, guardo verso l'orizzonte. Se da un lato la terraferma è vicina, dall'altro c'è solo mare. E la Finlandia, suppongo, qualche centinaio di chilometri più ad est. Ylva guarda le nuvole, in alto. «Il tempo sta cambiando», dice piano. Una campana lontana si mette a suonare. «Don... Don... Don...» Pausa. «Don... Don... Don...» È l'unico rumore nell'aria e sembra provenire da un altro mondo, mette ansia. «Cos'è?», chiedo. «La cena è pronta», risponde Ylva, puntando il braccio verso la stuga. Piccola sagoma scura in piedi davanti a casa, Suzanne agita su e giù una catena, facendo suonare una pesante campana che pende da un gancio sul muro. Ripartiamo in silenzio, non c'è più nulla da dire. Quando arriviamo alla stuga blocco Ylva per la spalla. «Vado a pisciare e arrivo», le dico sulla soglia, guardandola negli occhi. Lei annuisce, entra in casa lanciandomi un ultimo sguardo difficile da interpretare. Forse è empatia, forse altro, non so. Mentre la faccio nei cespugli penso a quello che sto per mangiare e non mi pare vero. Mi fa male la pancia, non so se avrò la forza di andare fino in fondo a questa storia, avrei voglia di andarmene da qui: ora che sta iniziando seriamente a scurire, sembra quasi ci sia qualcosa di sbagliato, nell'aria - un dramma sospeso, come se stesse per succedere qualcosa di terribile. Poi penso a Ylva. Oh, Ylva... Devo farlo, mi dico, devo. Per lei. Mi ha portato fin qui, non posso deluderla. Anche se non ce lo diciamo mai, la verità è che la amo. Devo.
  13. gmela

    La pasta col ketchup [2/4]

    https://www.writersdream.org/forum/forums/topic/40254-il-fratellino-di-orchidea-capitolo-ii-parte-12/?do=findComment&comment=710780 Link alla prima parte: https://www.writersdream.org/forum/forums/topic/40249-la-pasta-col-ketchup-14/ *** La pasta col ketchup è argomento spinoso, tra noi. A Ylva il buon cibo piace, quando la porto al paese divora tutto ciò che mamma cucina con un appetito invidiabile. Ma tardi la sera, nel suo appartamentino studentesco in condivisione, una, due, magari tre volte a settimana, mangia la pasta col ketchup. Pasta stracotta, dritta dal pentolino. Spaghetti collosi, attaccati assieme, bolliti troppo a lungo, in troppo poca acqua, con troppo poco sale. Apre la porta del frigo e spruzza il ketchup su quella schifezza, si siede davanti al computer, accende Netflix e mangia, tirando su tutto col forchettone grande. Taglia la pasta a pezzettoni e se li ficca in bocca, uno dopo l'altro. Come una donna malata, non riesce a trattenersi. Come una persona che sembra normale, ma che nasconde un vizio; come il padre di famiglia che, tardi la sera, esce per andare dalla vecchia prostituta obesa che batte giù vicino alla stazione: è brutta, è grassa, è piena di malattie e ha una voce orribile, ma gli dà quel nonsoché marcio e dolciastro a cui non riesce a rinunciare. Abbiamo provato a parlarne, io e Ylva, ma non è mai andata a finir bene. «Ma come fai a mangiare quella roba?», le chiedo esasperato ogni tanto. Sono una persona impulsiva, a volte non riesco proprio a trattenermi. Coi piedi sul tavolo, Ylva mi risponde con la bocca piena, alza la forchetta in aria con gesto di sfida. «Non rompere! Se ti fa schifo levati!» Io mi allontano, vado in un'altra stanza. Mi sdraio sul letto e guardo nervosamente il cellulare finché Ylva non ha finito. Non riesco a concentrarmi, apro Wikipedia e navigo a casaccio. Quando lei arriva sulla porta, con una macchiolina rossa al lato della bocca, ha l'espressione seria, quasi di sfida, di chi sa di aver fatto qualcosa di brutto e malato, qualcosa che disapprovo ma sulla quale non ammette discussioni. Facciamo l'amore, ma c'è tensione. Evitiamo l'argomento. Sappiamo, entrambi. Facciamo finta di nulla. Fino alla prossima volta. Ora, qui sull'autobus rosso che si muove tranquillo in mezzo alla campagna, Ylva mi guarda con gli stessi occhi seri, la stessa espressione di sfida. Non parla, così tocca a me farlo. «In che senso...», chiedo lento. «Cos'è che ha fatto... tua mamma?» Ylva allarga le braccia. «Ha fatto la pasta col ketchup, Andrea. Tutto qui.» «Ma io non la voglio!», rispondo d'istinto. Si vede che Ylva non apprezza, stringe la bocca. Mi affretto a spiegarmi. «Scusa davvero, Ylva, ma guarda che non è un problema se tua mamma ha fatto la pasta col ketchup! Non ho bisogno di mangiare, seriamente. Non ho mica tanta fame. Håkan arriva domani, no?» Ylva annuisce lentamente. «E allora se tua mamma oggi non ha nient'altro da mangiare sull'isola non fa niente! Abbiamo i biscotti... e... e... Posso mangiare quel pane là, quel coso secco che mangiate voi, come si chiama? Il cacchebrod!» «Knäckebröd.» «Eh, quell'affare ce l'ha tua mamma, no? Ma guarda che anche se non ce l'ha non fa mica niente, eh! Mica muoio di fame per un giorno a digiuno!» Ylva incrocia le braccia, sento la tempesta che si prepara. Lei, così dolce, sa essere dura, a volte. Mi sento mancare. «Per piacere Ylva, inventa una scusa...», dico con voce lacrimevole. Stringo gli occhi. «Non ce la faccio, davvero!» «...Fa troppo schifo», mormoro piano, guardandola con occhi imploranti. Lei non si muove. «Dille che sono malato...» «...qualcosa...» «...per piacere...» «Hai finito?», chiede Ylva. Capisco che mi devo spiegare meglio, o saranno guai. Nascondo la testa tra le mani, mi chino in avanti per mostrarle quanto sono contrito. «Ylva lo so che tua mamma è gentilissima, e di sicuro si è impegnata al massimo e ha fatto il meglio che ha potuto e poverina è intrappolata su un'isola senza niente di niente, e che vuoi che faccia in fondo, povera donna? Ma ho paura di vomitare, davvero! Quando sento l'odore di quella roba che ti cucini tu mi vengono proprio su i conati, capisci? Sento la gola che pizzica, giù in fondo, e me ne devo andare.» «Pfff», fa lei. «È proprio una cosa fisiologica!», le spiego in fretta, in preda al panico, «L'odore di quell'affare zuccheroso sulla pasta appiccicata assieme...» Scuoto la testa, non riesco nemmeno a descriverlo. «...Non ce la faccio», concludo con una lacrimuccia di disperazione che mi scende giù dal lato dell'occhio. Ho un'idea, scatto entusiasta in avanti. «Ylva, Ylva, dì a tua mamma di non condirla per me, la pasta la mangio in bianco! Ok? In bianco va benissimo! Anche senza olio, senza burro, senza formaggio, senza niente di niente va benissimo!» Ylva scuote la testa lenta. «L'ha già condita», dice semplicemente. «Ma come l'ha già condita?», chiedo sconvolto. «Siamo ancora lontanissimi, non avrà mica già cucinato tutto, no? No?» Gli occhi di Ylva mi dicono che è così. «Cioè, la mangiamo pure fredda, la pasta?!» Lei mi fa una smorfietta di scherno. «La riscalda quando arriviamo, no?», risponde con una vocina sarcastica. «Al microonde?» Ylva sbuffa. «La rimette nella pentola, accende il fuoco e ce la scalda», spiega mimando irritata ogni gesto. Non ce la faccio più a sostenere lo sguardo della mia fidanzata, mi volto verso il vetro. La Svezia continua a scorrere fuori dal finestrino, come se nulla fosse. Come si fa? Come si fa? Ylva prende il cellulare in mano. «Ok», dice. Mi volto. «Che fai?» Lei sospira. «Che vuoi che faccia Andrea? Chiamo mamma.» Le poso una mano sul polso, la costringo ad abbassare il telefono. Lei si sistema un ciuffo di capelli ribelle dietro l'orecchio, mi guarda. «Ylva, sta andando tutto troppo veloce, non capisco più niente!» «Mmmhhh», fa lei sarcastica, irritata e poco convinta. Io mi mordo il labbro. Non posso fare lo stronzo con sua madre, la prima volta che la vedo; d'altro canto non posso mangiare la pasta col ketchup. Purtroppo sono due cose assolutamente incompatibili: mi viene da piangere. Ylva mi guarda seria. «Lascia che ti spieghi io come stanno le cose, Andrea: quando si va a casa d'altri bisogna fare dei piccoli sacrifici, non si può avere sempre tutto come lo si vuole, giusto? Giusto o no?» Io non riesco proprio a risponderle. «Mia mamma è su un'isola, sola, senza barca. Håkan ha la borrelia e la febbre alta, il motore non parte, il meccanico è in ferie. La gente ha problemi ogni tanto, Andrea, problemi veri. Mamma è tutta eccitata e contenta perché mi rivede dopo sei mesi e perché ti incontra per la prima volta. Si sente una merda perché non ti ha potuto cucinare nulla di ché. Aveva solo pasta e ketchup sull'isola, ha fatto del suo meglio per preparare comunque qualcosa, per te. Ha telefonato e mi ha chiesto, tutta inquieta, se andava bene lo stesso. E le ho detto di sì, di non preoccuparsi, poveraccia.» Osservo la mia fidanzata sconsolato. «Ora, se tu vuoi non c'é nessun problema, le telefono e le dico che no, che in realtà la pasta col ketchup alla finfine non va bene, che non è evidentemente un piatto all'altezza del nostro ospite. Sappi che non accetterà mai di lasciarti a digiuno. Così, quando arriviamo, lei prende la barca, rema, torna a riva, si fa mezz'ora di bus fino a Norrtälje, mezz'ora al ritorno, torna a mezzanotte, poi ti prepara quello che preferisci. Salmone? Puré? Risotto ai funghi? Cosa gradiresti mangiare stasera, eh? Eh?» Ylva allarga le braccia. «E con questo ho detto tutto, poi fai pure come vuoi», annuncia infine, aprendo Online Risiko sul cellulare. Io mi giro contro il vetro e mi metto a piagnucolare in silenzio.
  14. gmela

    La pasta col ketchup [1/4]

    https://www.writersdream.org/forum/forums/topic/40140-la-rabbia-capitolo-1/?do=findComment&comment=710549 In onore di Halloween, ecco qui la prima parte di un horror scandinavo per stomaci forti (detto ironicamente, ma solo fino a un certo punto) - 30.000 caratteri in tutto *** E così, dopo averne sentito tanto parlare, sono in Svezia! Questo penso, guardando scorrere il paesaggio attraverso il finestrino dell'autobus, mentre procediamo lenti lungo una stretta e sinuosa stradina di campagna. Ylva, accanto a me, è al telefono con la madre, e ovviamente non capisco un cavolo di quello che dice. Non che me ne curi: da quando ho messo i piedi a terra, nel piccolo aeroporto di Skavsta, questo paese non smette di stupirmi. Tutto è uguale, identico, a come la mia fidanzata me l'ha descritto: ci sono i boschi - le gigantesche foreste di conifere delle fiabe nordiche; ci sono i laghi che luccicano al sole e le penisole labirintiche che si insinuano tortuose tra le centinaia - migliaia - di isolette che punteggiano questo angolo di costa sul mar Baltico; ci sono i cartelli "pericolo alci" a bordo strada, le casette rosse in mezzo ai prati, il cielo immenso, le nuvolette bianche e le bandiere gialloazzurre che sventolano decise nell'aria luminosa dell'estate. Gli autobus camminano tranquilli, portando la gente verso le case di campagna - stugor, le chiama Ylva - dove tutti, a quanto pare, passano l'estate. Famiglie numerose, bimbetti piccoli su enormi passeggini: biondi, tutti o quasi. Thermos di caffè, banane, canne da pesca, torte panna e fragola, odore di cannella. Ci sono le "A" col pallino, sui cartelli stradali: proprio come all'Ikea. È un mondo alieno, rispetto a quello che conosco. Eppure, qui sono: Andrea, ventidue anni, studente fuori sede al Politecnico di Torino, nato e cresciuto in un paesino del basso Piemonte senza infamia né lode. Con fidanzata svedese: Ylva, appunto, in Italia per l'Erasmus. Bellina, simpatica. Bionda, ovviamente. Sveglia - anche troppo, a volte - sempre entusiasta. Appassionata di giochi da tavolo e di recitazione, due cose delle quali, prima di conoscerla, sapevo ben poco. In Svezia faceva parte di una troupe teatrale che mette in scena spettacoli per bambini ispirati ai libri di Astrid Lindgren; il suo ruolo preferito - ama spiegarmi: la piratessa sanguinaria in "Pippi Calzelunghe contro i pirati". Tra alti e bassi, le cose vanno piuttosto bene tra noi: siamo diversi, ma siamo compatibili. Io la porto al cinema, lei a passeggiare in angoli di città dove non avrei mai messo piede: alla Falchera, periferia profonda, un sabato mattina, per uno spettacolo teatrale del quale ha sentito parlare bene - penso che mi romperò le balle, e invece poi mi diverto. Io la sfido a vecchi videogiochi Nintendo, lei mi porta a pescare al lago di Meugliano. Prendiamo una trota, torniamo a casa col pesce in mano, sul tram tutti ci guardano storto; la cuciniamo assieme, poi mi distrugge a Monopoli e la batto a Scarabeo: a quest'ultimo vinco sempre - fino a prova contraria, l'italiano lo conosco meglio di lei - ma Ylva tiene conto dei punti. «Ahah, prima o poi ti acchiappo!», annuncia soddisfatta, vedendo che il mio margine di vittoria si assottiglia al filo dei mesi. Un giorno mi sveglio: «Andiamo al mare!», dice lei. Corriamo alla stazione del Lingotto, tre ore dopo siamo in Liguria. Ci tuffiamo, la notte torniamo a casa con l'ultimo treno e ci addormentiamo sul vagone ascoltando canzoni italiane anni novanta al cellulare. Ogni tanto litighiamo, ma quella non è certo una storiella senza futuro - né per me, né per lei: teniamo l'uno all'altra e ci supportiamo a vicenda. Quando Ylva ha traslocato, l'ho aiutata io ad attraversare la città con i mobili in spalla; quando il mio gatto è morto, Ylva c'era. Preso dall'entusiasmo, dopo che Martin è tornato ad Amburgo le ho chiesto se volesse trasferirsi da me, ma subito me ne sono pentito. Ha storto la bocca, distolto lo sguardo: non era pronta. Pazienza, mi sono detto: non c'è fretta. Prima o poi, magari. In realtà a breve Oğuz tornerà ad Ankara, e un posto per lei, a casa mia, ci sarebbe di nuovo... Ma ora non voglio pensarci, preferisco godermi la vacanza. Viaggiare con Ylva è divertente; per il momento ce la siamo cavata bene e non abbiamo ancora bisticciato, nonostante diversi problemi organizzativi: il convivente di sua mamma avrebbe dovuto incontrarci all'aeroporto ma è stato punto da una zecca e si è preso una brutta malattia - inconveniente tipico in Svezia, spiega Ylva. Ha dovuto lasciare la minuscola isoletta sulla quale si trova la stuga di famiglia e andare dal dottore, in città, dove è stato però bloccato da un guasto meccanico alla barca. Dopo ore di bus, quindi, io e Ylva dovremo raggiungere l'isoletta di Snarö in barca a remi. Onestamente mi sembra una cosa piuttosto stramba, ma Ylva ne parla come se fosse il piano più normale del mondo. A me, italiano in un mondo esotico, non resta che credere in lei e godermi quel viaggio. Le stranezze mi sono sempre piaciute, in fondo; anzi, probabilmente questo è ciò che più mi ha attirato verso Ylva, quando l'ho incontrata la prima volta, giocando a briscola a casa di amici comuni. Gli altri vedevano in lei il fascino della ragazza scandinava, sognavano la conquista della bella straniera per vantarsi con gli amici; io ci ho visto, più che altro, la possibilità di conoscere un nuovo mondo e una nuova cultura. Per questo, credo, alla fine ha scelto di stare con me, nonostante non sia certo un modello di bellezza, o di cool, all'italiana: le ho parlato come si parla a una persona normale, e a forza di parlare - sorpresa sopresa - abbiamo scoperto che ci piacciamo. A volte, suppongo, succede. Intreccio le dita con le sue, mi sento gasatissimo. Penso a Max, Alex e tutti gli altri, in spiaggia a Riccione in mezzo a migliaia di persone praticamente uguali a loro. Di sicuro parlano della Juve, dell'abbonamento Sky. Io, invece, sto per raggiungere una casa di campagna in barca a remi. Su un'isola, dove ci sono solo tre casette di legno, dove l'acqua si pompa - a mano - da un pozzo e la cacca si fa in un barile. Questa sera Max e Alex mangeranno la solita pizza; io, invece, chissà quali nuove esperienze vivrò! Appoggio la testa sulla spalla di Ylva e guardo fuori, lei mi passa distrattamente la mano nei capelli. Gliela prendo, la bacio e la rimetto dov'era: sono praticamente in paradiso. Quando Ylva finisce la conversazione, schiocca le dita davanti ai miei occhi. «Mmhh?», faccio io, ancora assorto nei miei pensieri. «Allora, ti piace la Svezia?», chiede lei, vagamente divertita. «Sembri in trance.» «Guarda,» rispondo, «com'è in inverno non lo so, ma d'estate qui è fighissimo! Cioè, mi spieghi chi te l'ha fatto fare a te, di andare a studiare a Torino?» Lei fa una risatina. «Senti Andrea,» dice poi, seria. «hai capito questa storia che mamma è sola sull'isola?» Io annuisco. A sua madre, Suzanne, ho già parlato brevemente su Skype, per cui non mi sento particolarmente impaurito dall'idea di incontrarla per la prima volta: sembrava una signora alla buona, anche lei parlava italiano. Malino, ma lo parlava. «Sì?», faccio io. «...E quindi ha qualche problema di organizzazione. Per la cena.» Io scaccio le sue ansie con un gesto «Ah, non preoccuparti per quello!» «Andrea,» taglia corto Ylva, «mi spiace ma mamma ha fatto la pasta col ketchup.» Sbianco, mi alzo sul sedile. «Eh?», esclamo. Ylva storce la bocca, la mia reazione evidentemente la irrita. Non l'ho fatto apposta, mi è scappato. La pasta col ketchup è argomento spinoso, tra noi.
  15. Alice Bassi

    Strane Creature - vol. 1

    Titolo: "Strane Creature - vol. 1" Autori: Giovanna Repetto, Davide Schito, Nicoletta Vallorani, Emanuela Valentini, Alice Bassi, Danilo Arona, Joe Hill, Laura Scaramozzino, Andrea Viscusi, Richard Larson Collana: TrueFantasy Casa editrice: Watson Edizioni ISBN/EAN: 8887224390/9788887224399 Data di pubblicazione: 10 ottobre 2018 Prezzo: 15 € Genere: antologia di racconti weird/fantastici/horror/fantascientifici/fantasy Pagine: 236 pp. Quarta di copertina: "È vero che esiste una particolare salamandra in grado di rigenerare intere parti del corpo perdute? È vero. Ed è vero che dopo la seconda guerra mondiale una sgangherata coppia di agenti segreti è stata incaricata di sottrarre l'ultimo esemplare vivente a un folle scienziato nazista, per evitare che nuovi abomini si riversassero sul mondo? Può darsi. È un dato di fatto che i corvi amano banchettare con le parti molli delle carogne, ma è vero che alla fine del tempo degli uomini, quando le città saranno ridotte a grandi cimiteri, un corvo stringerà una strana amicizia con un grosso insetto robotico incaricato delle sepolture? Beh. Chi sono io per dire di no? Quello che avete in mano è il primo di una coppia di volumi in cui venti autori straordinari ci offrono altrettante sorprendenti visioni di confine, venti reinterpretazioni della realtà. A cura di Lorenzo Crescentini" Link all'acquisto: Sul sito dell'editore: http://watsonedizioni.it/prodotto/strane-creature-vol-1-antologia-racconti/ Su Ibs: https://www.ibs.it/strane-creature-vol-1-libro-vari/e/9788887224399 Su LaFeltrinelli: https://static.lafeltrinelli.it/libri/strane-creature-vol-1/9788887224399 Su Libreria Universitaria: https://www.libreriauniversitaria.it/strane-creature-watson/libro/9788887224399
  16. mina99

    [MI 118] The Lost One

    Commento Traccia di mezzanotte Canzone del giorno: Raining blood from a lacerated sky, bleeding its horror, creating my structure: now I shall reign in blood Simone aprì gli occhi sul cielo rosso. Grondava sudore ed era ricoperto di sangue. Non era suo. Il caldo e il puzzo di putrefazione appestavano l’aria. Il terreno nero rigurgitava sbuffi di gas maleodorante. Il cielo pulsava scarlatto, senza luna o stelle. Si alzò a sedere e si guardò attorno. Crocefissi di legno marcio fino a perdita d’occhio. C’era altra gente, chi ancora disteso e chi si stava alzando. Gli faceva male la testa e gli bruciavano gli occhi. Qualcosa si muoveva vicino a lui. Un cranio umano pieno di vermi grassi e pallidi. Simone vomitò una bile nera puntinata di grumi rossi. I cadaveri erano ovunque. Prese a tremare. Si sentiva malato, ma non avrebbe saputo dire perché. C’era qualcosa che non andava. Com’era finito lì? Un ricordo lo colpì come una frustata. Monika. Monika l’aveva lasciato. Monika andava a letto con un altro e l’aveva lasciato. Simone ebbe un mancamento. Monika… Quella sera era andato in discoteca per dimenticare tutto quanto. Aveva buttato giù litri di alcool e il Diavolo solo sa cos’atro. Poi tutto si faceva sfocato. Qualcuno che urlava e tanto sangue. La gente attorno a lui si era svegliata del tutto. Li guardò e percepì un perverso divertimento nel constatare il loro terrore. Cercò di scacciare la sensazione. Qualcosa non andava in lui. Qualcosa… «Simone! Sei tu?» Sussultò. Quella voce… Si voltò e la vide. Monika. «Tu cosa…» Lei corse e lo abbracciò forte, piangendo. Simone rabbrividì e si irrigidì. Si sentiva freddo e rotto. Un odio incommensurabile crebbe in lui. Ne ebbe paura. Quando Monika si staccò, lui chiese: «Cos’è successo?» Monika si rabbuiò. «Non lo so. Ho la sensazione che questo posto…» «Questo posto è morte!» Gridò qualcuno. «È l’inferno!» Ripeté “inferno” come una cantilena, finché qualcuno non gli diede un calcio. Erano una cinquantina, tra uomini, donne e bambini. I più urlavano e piangevano. Simone li guardò, a disagio. Un uomo calvo e con una cicatrice in volto lo stava fissando, sorridendo con una buccia d’arancia in bocca. Simone distolse lo sguardo. «Monika…» Cercò le parole. «Mi dispiace. Per tutto. So che non è il momento, ma, Monika, io ti…» «No». Lei indietreggiò e protesse un braccio in avanti come protezione. Provò a dissimulare le lacrime. «No, Simone». Si allontanò. Simone sentì una stretta al cuore. Ed ecco tornare la collera. C’era qualcosa di sbagliato, in lui. Non era triste per Monika. Il dolore stava sparendo, lasciando spazio a un grande vuoto sporco d’odio. Si confuse tra gli altri. Stavano discutendo sul da farsi. La decisione fu di dirigersi in una direzione e seguirla finché non avessero trovato cibo e acqua. La spedizione partì. Camminarono senza parlare. Gli unici suoni erano urla e pianti. Simone ne fu infastidito. Il panorama era sempre uguale, avvolto da una rossa oscurità malsana. Colonne di fumo nero salivano dal sottosuolo. Una donna ne indicò una al figlio e gracchiò: «Non ti avvicinare, o i demoni ti trascineranno giù e ti faranno a pezzi e ti mangeranno le interiore e ti spolperanno le dita». Mise in bocca un dito del bambino. Simone ne fu nauseato. Monika gli si accostò e per un po’ stettero in silenzio. «Perché te ne sei andata?», chiese Simone. Lei lo guardò mesta. «Perché sei cambiato». Fece per aggiungere altro, ma cambiò idea e si allontanò di nuovo. L’odio di Simone montò nuovamente. Il desiderio di ucciderla era irrefrenabile, la amava troppo. Era tutta colpa di Monika. Simone sapeva che qualcosa di terribile stava crescendo in lui, nutrendosi del suo animo rotto, ma… Era irresistibile. Persero la cognizione del tempo. La fame e la disperazione aumentarono di pari passo. I cadaveri putrefatti non sembravano più così rivoltanti… Qualcuno provò a mangiarli, affondando i denti nei polpacci marci, pieni di vermi e pus. Presero a schiumare e vomitare sangue, gli occhi gli si rivolsero all’indietro e furono scossi da convulsioni. Poi più niente. Simone li guardò con disgusto. Che idioti… Il morale del gruppo era a pezzi. Decisero di fermarsi a riposare. Simone sedette solo, a fissare l’orizzonte. Aveva paura. Non della situazione, no… C’era qualcosa in lui che lo terrorizzava, e non capiva. Era quello che provava per Monika, uno strano miscuglio di ira, amore e odio. Alzò gli occhi al cielo fumoso e scoppiò un temporale. L’acqua sembrava rossa in quella luce. Cadendo macchiava il suolo. Simone si sentì sporcare. Si portò un dito alla bocca. Non era acqua. Stava piovendo sangue. Monika gli sedette accanto, tremante. «Ho paura». Simone la guardò dall’alto al basso. «Sarebbe da stupidi non averla». «Secondo te che posto è questo?» Non rispose. «Senti… Scusami». “Scusami”? Simone percepì nettamente l’odio. Lei era sua. Era sua, e nonostante ciò, aveva osato… «Devi andartene». «Cosa?» Monika si sporse verso di lui. «Vattene». «Simone… Mi dispiace. Vedi… Non provo più le stesse cose per te. E non puoi farci niente. Io…» Simone le tirò un pugno. «Io ti amo», gridò. Qualcosa si sciolse in lui ed emerse in lacrime che si mischiarono al sangue. Si mise a cavalcioni sopra Monika e la picchiò selvaggiamente. «Non avresti dovuto fare la puttana con me… Nella tua vita ci sono solo io, capito? Solo io, solo io, solo io… Staremo per sempre assieme. Tu sei mia.» Le afferrò le guance e la baciò. Lei giaceva esanime nel sangue. «Questo visino è mio». Le strinse i seni. «Queste sono mie». Le afferrò le spalle. «Questo corpo è mio». Le mise una mano tra i pantaloni. «Questa fica è mia. Tu sei mia! Come hai potuto…» Si fermò ansimando. Fissò quel volto tumefatto e ne ebbe grande paura. Si alzò in fretta e scappò via, il più veloce possibile. Si fermò stremato e si poggiò a una croce a riprendere fiato. «È colpa tua, sai?» Simone si guardò attorno. Ai piedi della croce c’era il teschio di una volpe, gli occhi intatti nelle cavità che lo fissavano. E così parlò il teschio: «Tutto questo è opera tua. Puoi farlo cessare in qualunque momento. Ma non vuoi, vero? Li hai uccisi tutti. Ti ricordi della sera del Sabba, vero? Ti ricordi. Che coincidenza incontrare Monika in quella discoteca, eh? E ora sono tutti dentro di te. Hai giocato abbastanza a fare Dio. Anche se quella sera sembravi più posseduto dal Diavolo. Eh eh eh.» La risata del teschio riecheggiò nella landa desolata. La consapevolezza folgorò Simone. Monika… Monika era in pericolo. Tornò di corsa all’accampamento. Sentì le urla ancora prima di arrivarci. La pioggia scarlatta cadeva sul banchetto infernale. Simone vide gente aprire i crani di altre persone con una pietra per nutrirsi delle loro cervella. Vide gente togliersi la vita pur di non seguire quel destino. Vide madri che squartavano i figli e ne mangiavano gli arti. Vide uomini ridere, il muso grondante sangue, mentre sventravano altri uomini e mangiavano i loro organi. E Monika. Simone sapeva di essere il colpevole. L’aveva abbandonata. Era colpa sua. Solo colpa sua. Monika urlava e piangeva mentre la violentavano e la divoravano. La stavano facendo a pezzi con lentezza, nutrendosi dei brandelli di carne succulenta. Lei vide Simone e provò a chiamarlo. Lui lesse l’accusa nei suoi occhi. Lei sapeva. Sapeva che Simone poteva far smettere tutto quello in qualunque momento. Ma lui no. Simone vide la donna che amava morire e l’odio ruppe gli argini. L’uomo morì e il Demone sopravvisse. Il massacro si ripeté. Simone non fu mai più Simone. Il suo corpo crebbe, il volto scomparve, la schiena si spaccò e i tentacoli tenebrosi emersero. Il mostro conosceva solo odio e vendetta. Furono tutti sterminati senza pietà. Non rimase nulla. Simone era solo nel vuoto e pianse eternamente. L’umanità spirò. L’ultimo gradino della scala evolutiva umana fu salito e rimase solo la sua pure essenza. L’odio.
  17. Marcello Iori

    Il Ponte Oscuro dell'Anima

    Il Ponte Oscuro dell'Anima Marcello A. Iori Collana: Magnolia narrativa Casa editrice: Il Seme Bianco ISBN: 9788833610702 Data di pubblicazione (o di uscita): 3 ottobre Prezzo: 12,66 - 14,90 Genere: Horror/fantasy Pagine: 160 Nessuno sembra chiedersi mai in che luogo del mondo abbia avuto inizio il male, tranne i fratelli Cavendish. Reduci di due guerre mondiali, diretti alle valli fredde del nord, in Norvegia, ne cercano l’origine, la sua sede, la dimora. Esistono luoghi silenziosi dove le persone scompaiono, si smarriscono, anfratti dove le anime sono cibo per entità oscure. I fratelli raggiungono Val, una residenza nera ai confini del mondo. Lì, un passaggio segreto, una breccia aperta durante le due guerre ha liberato il male assoluto. Ma quella che sembra essere solo una lugubre esplorazione nell’ignoto, si rivelerà una destinazione senza ritorno: esistono cose peggiori della morte. Link all'acquisto: http://www.ilsemebianco.it/collana/magnolia/ponte-oscuro-dellanima/ Booktrailer: per Halloween non farti mancare una storia da brividi. Per leggere degli estratti, visita il sito: Un Mondo Vivo
  18. Torba

    Polmoni

    [Rimosso su richiesta dell'autore]
  19. BramStoker

    Tempesta Eterna

    Era, credo, la notte del 21 Dicembre, anzi, ne sono sicuro, la fredda e umida notte del solstizio d’inverno. Aprendo la finestra che dava sulla mansarda, la mia testa si alzò quasi meccanicamente e si affacciò in alto, ammirando all’orizzonte un lenzuolo di stelle che luccicavano ad intermittenza e si stagliavano per chissà quanti chilometri in quello spazio infinito di puntini eburnei che a me sembrava tanto un mantello di velluto maculato di verniciature biancastre appena fresche. Tutto quello spettacolo mi trasmise un nonsoché di magico; stetti parecchi minuti, incantato da quell’ombra scura del cielo sfavillante, ad osservare come, quelle stelle immobili, non ostentassero alcun movimento. Il cielo quella notte sembrava più luminoso di come io lo ricordavo, e quel teatrino di stelle mi tenne attanagliato alla finestra come un chiodo arrugginito. Mi destò d’un tratto una specie di vento pungente e freddo, che mi picchiò in fronte facendomi svolazzare i lunghi capelli qua e là; sono certo che mi fece trasalire in quell’istante. Quella folata di vento sembrava arrivare da quei reconditi angoli di cielo che io fino a quel momento avevo ammirato ― trascinò con sé uno strano profumo, un profumo di terra, proveniente molto probabilmente dai larghi campi e dalle lunghe distese di prateria giù a nord, e, vivacissimo, attraversò il canaletto del mio naso facendomi conoscere parti di terra dimenticate al buio di quella mirifica notte di seta. Cercai di capire come era stato possibile come quella raffica di vento si fosse alzata tutt’a un tratto, di come, misteriosamente, si fosse liberata in quell’aria che a me sembrava tanto secca e arida. La risposta ancora una volta mi venne dal cielo, che sormontava la terra in tutta quella sua gelante imponenza. Conserti le braccia e mi abbandonai completamente al buio di quella notte. Con la luce della fiamma del candelabro che baluginava dietro la mia schiena, quel cielo sembrava spegnersi. Il vento sciorinò adesso tutta la sua veemenza, facendo danzare irrequiete le foglie degli aranceti e della gramigna che poco d’allora dormiva sotto il peso greve di quel cielo ammaliante. Io ovviamente non mi mossi. La mia curiosità ebbe il sopravvento, ed imperiosa, mi fece acquietare ancora una volta in quella mia vista, la quale stava diventando ormai una difficile, ma bella impotenza di resistere all’apoteosi della bellezza, che si snodava tramite i suoni di quella natura mobile e irrequieta. Così io guardai il paesaggio cambiare: nugoli di vapori scuri cominciarono a stagliarsi all’orizzonte, obnubilando la magnifica luminosità stellare con la quale mi ero abbandonato, come un sogno. Caterve di nuvoloni neri, come valanghe in piena notte, stormivano pesanti, e, carichi di folgori sfavillanti, abbuiarono il cielo, accerchiandolo, premendolo, come in una rissa. Adesso, io, come il cielo, mi sentivo addosso un’insana tristezza mista ad amarezza, che mi fece pervenire un’irrazionale voglia di chiudere la finestra e sprofondare tra le coperte, piangendo tra il cashmere del cuscino. Ma rimasi lì, ancora, quasi sconcertato, ma ancora incuriosito, a guardare come il paesaggio avrebbe reagito. Scoccai un’occhiata fugace ad est, dove pigolavano, seppur spenti, gli ultimi raggi di mezza luna, la quale non era riuscita a distinguersi in mezzo al tepore di quelle stelle; le quali, però, adesso, quasi inconsapevolmente, si stavano spegnendo come soffi su fiammelle di candele. E fu: il cielo si spense. Il nero di velluto inondò l’epidermide di tutte quelle piantine, che si sfasciavano sotto l’impetuosità di quel ventaccio rigido e ghiacciato. Io mi voltai di scatto come se qualcosa si fosse mossa sotto il letto. Trasalii quando mi accorsi che era stata solo la mia fervida immaginazione. La stanza in cui mi trovavo, nella notte di Dicembre, sembrava brancolare sotto ombre vacillanti, che danzavano nei muri come tribù africane, nel gelo della luce baluginante del candelabro. D’un tratto il paesaggio sembrò percorso da un’inquieta calma, silenziosa, che mi fece accapponare la pelle. Mi voltai ancora una volta verso quel buio fitto e opprimente del cielo, e, tra lo schioccare celere d’un battito di ciglia e l’inaspettata dilatazione delle pupille, vidi un’accecante saetta sfavillare in mezzo a quel buio smaniante. Tutto intorno sembrò fermarsi. Le piante, immobili; gli animaletti, tentennanti, zitti… silenzio. Un orrendo silenzio si riverberò in mezzo a quel buio inquietante. E poi, non so spiegarlo, perché credo di non essermene mai imbattuto, un inaudito frastuono così rombante sconquassò il cielo a due metà e fece tremare tutto. Io non so se il cuore mi batté nei successivi secondi, ma sapevo che mi trovavo per terra con la faccia che lambiva il pavimento freddo. Un tuono così fragoroso io non l’avevo mai sentito, e, ne sono certo, neanche un altro essere umano al mondo. Le finestrelle tremarono così fortemente che poco a lì si sarebbero sfracellate, i mobili traballarono, e quel piccolo cerchio di luce nella mia stanza si spense. Dopo seguì una strana quiete; e, vi giuro, io, appiattato su quel legno frigido, con le guance schiacciate a terra, vidi la mia stanza imbiancarsi di una strana luce, così accecante che per la prima volta nella mia vita sentì il cuore in gola, anzi, al cervello. Il bagliore lampeggiò per circa due o tre volte, per poi spegnersi proprio nel momento in cui mi accingevo a guardare da dove arrivasse. Adesso era tutto buio. Tutto. Mi girai e mi rigirai per cercare un fulcro su cui appoggiarmi. Cominciò a piovere, a piovere forte; io chiusi la finestra, istintivamente, per l’assurda e illogica protezione della specie umana che si difendeva da quel tuonante spettacolo. Non feci a meno di sentire il forte scroscio dell’acqua strapazzarsi sulle tegole sopra la mia testa e dedurre che una tempesta dalle dimensioni perplessamente enormi era arrivata alle porte. Tutto, dico tutto, intorno a me, era buio, ed io, accecato dal nero più assoluto, brancolai in mezzo alle ombre della mia stanza. Mi appropinquai caparbiamente allo scrittoio dove ricordavo che ci fosse il candelabro, ma inciampavo qua e là con le mani tese a mo’ di zombie per cercare di imbattermi contro qualche oggetto. Fu un respiro di sollievo quando le mie mani si smaltarono di cera. Le candele ancora fumavano, e per riaccenderle necessitavo della scatola di fiammiferi. Agguantai il candelabro con entrambe le mani. Mi feci strada tramite la luce abbarbagliante delle saette, le quali riuscivano a filtrare in su fino alle tendine vermiglie che coprivano la finestrella. Si stamparono sulle pareti strane ombre, più inquietanti, che oscillavano a ritmo di pioggia con movimenti davvero psichedelici, sullo sfondo rosso della tendina. Sentii un altro frastuono, stavolta più leggero, ma che comunque mi scosse e fece alzare un po’ di polvere dal linoleum. Trovai la scatola, mi avvicinai alla finestra per un po’ di luce, presi un fiammifero e lo sfregai contro la superficie ruvida dell’incarto, si accese e mi sentii subito sollevato. Un fuocherello, un fuocherello che mi faceva sentire protetto da non so quale entità o forza della natura… se ora ci penso mi fa ridere; ma ridere di tristezza, perché, oggettivamente, quello fu un primo segno di cedimento; e come ho già detto prima, non mi ero mai, e dico mai, nella mia vita, imbattuto in uno scenario così strano, misterioso e terrificante allo stesso tempo. La luce fioca intanto continuava a vacillare in quel lembo di buio pesto. Le ombre sulle pareti si dileguavano per poi riapparire, nascondersi per poi assumere sagome più orrende, che somigliavano tanto a fumi leggeri, forme geometriche irregolari, animaletti tentennanti ― tutto, insomma, sembrava muoversi sotto l’incanto di quel tiepido cerchio di luce. Infuocai tutte e tre le candele e soffiai il fiammifero. Mi chiedevo cosa stesse facendo tutta la mia famiglia dall’altra parte. Mi avvicinai alla porta, antica e acerba, la schiusi e me la lasciai alle spalle, non senza un cigolio raccapricciante. Il lungo corridoio, tale e quale come mi appariva davanti, così polveroso che non si puliva mai, sempre sudicio, dal quale non si vedeva la fine, mi trasmise un senso di misteriosa inquietezza che non mi seppi spiegare. Camminai in punta di piedi, furtivo, sul tappeto persiano che si srotolava per parecchi metri. C’era un odore di chiuso che l’aria sembrava quasi irrespirabile. Oltre la luce del candelabro segmenti di sguardi trapassavano i miei occhi, incrociandosi inspiegabilmente con quegli orrendi ritratti genealogici, propri delle nostre più antiche radici. Cercai di stare più appiccicato possibile alla luce e a fuggire da quelle occhiate che mi premevano. Si sentivano sulla mia testa colpetti di pioggia fastidiosi che naufragavano sulle tegole, le quali, tuttavia, sembravano trapassarle e gocciolare fin dentro casa. Visi vetusti, antichi, pieni di rughe, facce sbiadite, parevano fissarmi dietro le fioche fiammelle del candelabro d’argento. Ancora camminavo, sconcertato, lungo l’androne di casa. Accorsi il passo. Quel corridoio mi sembrò stranamente più lungo per qualche ragione di cui non mi riuscii a raccapezzare. Corsi, sfrecciando tra i quadri, cercando di sfuggire a quelle occhiate che mi comprimevano sempre di più. Mi lasciai dietro una mole incontenibile di buio… le pupille che si rimpicciolivano come quelle di un gatto… sembrava che quel corridoio non terminasse più. Il cuore mi batté più forte all’improvviso e le mani mi si intinsero di sudore. La gola divenne più secca d’un corpo privo di vita. Mi salì da non so quale parte del corpo un fetentissimo affanno che mi mondò quel minimo si sicurezza che custodivo dentro quelle mura di casa. Ansimai. Mi brillarono gli occhi. Il respiro diveniva ancora più difficile e come spine mi stringeva forte i polmoni. Quei quadri sembravano fissarmi minacciosamente, astiosi, forse, al baluginante barlume del candelabro. Sentii il corridoio stringersi, le mura chiudersi contro le mie ossa, i ritratti orripilanti che, ostili, mi guardavano come su una lettiga di morte vagante i quali mormoravano un qualcosa di demoniaco che mi fece perdere il lume della ragione. Chiusi gli occhi e mi affidai alla sorte, brancolando nel buio delle pupille, spaventato, irrazionale, e sbattei tutt’a un tratto la testa contro una superficie di legno, che, certamente, doveva essere la porta d’ingresso della cucina. Precipitai atterrito sulla pelliccia del tappeto, col candelabro che ora si era spento, flebile, perdetti i sensi. Mi svegliai con un fortissimo mal di testa. Davanti a me, facce sfocate mi osservavano, accoccolate sulle mie gambe molli. Dovevo essermi svegliato dopo qualche minuto, a giudicare dalla posizione delle lancette dell’orologio che segnava la mezzanotte. Mi alzai sui gomiti e cercai di sgranare gli occhi. Davanti a me mio padre e mia madre, che sorridevano. Chiesi loro con voce roca e distrutta cosa ci trovassero di tanto divertente. Loro lì, ancora, seduti vicino ai miei piedi, mi guardavano dritto negli occhi con quel sorrisetto che, adesso, ritornando appieno delle mie facoltà mentali, mi sembrava un po’ inquietante. La risposta non arrivò alle mie orecchie e adesso mi chiesi se fossi ancora stordito, o se quelle facce, toccandole, fossero vere. Così posi la domanda ancora una volta facendo attenzione a non essere troppo petulante:<<Insomma, che c’è da ridere?>> ― domandai imbarazzato con un segno chiaro d’imbranataggine. Un silenzio che mi fece rabbrividire percosse la stanza; dietro quei sorrisetti un qualcosa di davvero stravagante e raccapricciante sembrava racchiudere tutta l’alacrità di quel silenzio. Gli occhi di mia madre sembravano profondi, di un grigio spento, persi nel vuoto ― quelle labbra sterili e secche, prive di colore. Mio padre aveva la fronte corrugata, le sopracciglia arcuate, e quelle rughe, con gli occhi grandi e spalancati assieme a quel sorriso, sembravano nascondere una ferocia famelica che non aveva niente di umano e che non gli avevo mai visto. Ingoiai un brivido che mi fece tremare la pelle ed asciugare quel poco di saliva che mi rimaneva sulla lingua. Allora mi scattò impervio il pensiero di toccare quelle facce per constatare la reale condizione dei miei sensi, che mi sembravano tanto fiacchi quanto la botta che presi alla testa quando questa sbatté contro la porta della cucina. Ma qualcosa, dentro di me, mi diceva di non avvicinare il dito: mi ricordava tanto, da piccolo, il rossore del sangue che versai quando, senza saperlo, avvicinai una mano per accarezzare il pelo di un cane che ringhiava, con la schiuma in bocca. Quell’incubo mi si accavallò, mi imperversò le membra e, quando lo rievocai, mi accese un brivido proveniente da sotto, sotto la colonna vertebrale, fin su al collo. Mi feci forza. Dovevo toccare quelle facce. La mia vista tuttavia si sgranò completamente, e, solo adesso, potei distinguere con nitidezza tutto quello che mi circondava. Quei due corpi, ancora, fermi, mi guardavano opprimenti, i sorrisetti che sembravano ghigni feroci, le rughe delle sopracciglia che solo un pazzo poteva avere. Dovevo toccare quelle facce. La più vicina a me, proprio a cavallo delle mie costole, era quella di mia madre. Guizzai l’indice dal cuscino. Tremante, percorse uno spazio vuoto che sapeva di una terribile concezione di uno sbaglio incombente, di fronte alla terribile scena che i miei occhi rievocavano, di quel cane schiumeggiante, rabbioso, feroce. Avevo paura che questi si voltasse di scatto, non appena avvicinato il dito, o comunque dopo aver sentito la presenza di quest’ultimo. Il dito tremolava, lentissimo. Mi ero rassegnato che se fosse successa qualcosa, dopo quel mio avvicinarmi, mi sarebbe venuto un infarto dallo spavento. La tensione saliva, e con questa, le goccioline di sudore. Guardai gli occhi di mia madre con circospezione, al fine di poter intercettare qualsiasi mossa che ella, o meglio quella cosa, si fosse immaginata. L’indice sfiorò la sua guancia. Per fortuna non si era girata. L’unghia grattò la superficie della pelle, ma non sprofondò oltre. Cercai di spingere più in giù il dito, ma questo si fermò come in una pista di pattinaggio, con la sottile differenza che questa mi ricordava tanto le gocce del candelabro che mi avevano bruciato le mani. Gridai di paura e mi alzai di scatto. Un tremolio mi imperversò la colonna vertebrale. Ora, a due piedi dal divano, mi accorgevo di come le due figure guardassero, con un sorrisetto bianco e demoniaco, verso il posto su cui ero disteso, avendo ignorato il mio movimento istintivo di fuga. Gli gridai contro ancora una volta, con un brillio agli occhi e una voce confusa, ma niente; mi pizzicai le guance per constatare se quella scenetta, inquietante e spaventosa, fosse solo uno strano, terribile incubo, ma niente; ero sveglio, io ― io, da solo, davanti a quelle due figure ferme come statue, inclinate verso il divano, con espressioni astruse che facevano vacillare il senso di normalità a cui era abituato il mio stato d’animo. Li toccai ancora una volta, picchiettando l’indice contro la pelle dura, e mi raccapezzai scoprendo che avevo davanti due statue di cera! Mi misi le mani nei capelli per pensare e snebbiare la mente, doveva esserci un nesso logico con tutto quello che mi stava capitando, un collegamento trasversale con quelle scene in cui mi stavo imbattendo: quella tempesta rombante imbattutasi tutta di colpo, quel corridoio che sembrava interminabile, quelle due statue di cera posizionate di fronte al divano e… dov’era mio fratello? Quel bambinone precoce e testardo? Questi furono i dubbi che mi sormontarono in quel momento… <<Ashtooon!>> <<Ashtooooon!>> Gridai. Mi guardai attorno. Mi trovavo in cucina. C’era un pancarré con la martellata alla fragola sulla tovaglia. C’erano piatti e posate sporche ancora sul tavolo e una strana puzza di bruciato. Contai le sedie. Tre. Tre sedie. Le contai di nuovo. Tre sedie. Mi domandavo dove fosse l’altra, c’era sempre stata la quarta. Mi girai e mi rigirai, in cerca di quella sedia. Mi affacciai dalla finestra, ancora pioveva. Il paesaggio sembrava percorso da una calma silenziosa che faceva venire voglia di uscire e bagnarsi. Dal cortile non si vedevano che montagne oscurate e alberi frascheggianti. Uno strano luccichio che doveva essere probabilmente la luce della città rischiarava il fianco ovest dell’Etna. Lo ignorai e ricominciai la mia ricerca. La stanza di mio fratello era di fronte alla mia, e per arrivarci dovevo attraversare nuovamente quel corridoio cui avevo maturato un brutto ricordo. Mi ero ripromesso però che l’avrei trovato anche se fossi stato incerettato misticamente da qualcosa di paranormale che, adesso me ne resi più conto, vagheggiava nelle stanze di casa mia. Senza, e dico senza alcun problema attraversai il corridoio (perché prima sì e ora no?) e arrivai sull’uscio della porta che collegava questo alla stanza di Ashton. Il candelabro avvinghiato saldamente alle mie mani traballava qua e là, e la luce che si proiettava sui quadri era molto irregolare e deforme. Adesso, un dipinto alla mia destra, non mi guardava più come prima; tuttavia non vi nascondo che fui percorso dentro da una paura irrefrenabile che sarebbe esplosa in un grido se questo avesse roteato le pupille e quindi averle incrociate alle mie. Non ci feci caso come prima, immerso completamente nel fardello dell’azione, di scoprire il significato travolgente di quel mistero davvero enigmatico e labirintico. Lo chiamai da dietro il legno della porta, accentuando il suo nome con un tono di voce più acuto del solito, che rasentava paura e confusione. Nessuna voce accorse al richiamo. Picchiettai le nocche innumerevoli volte, bussando con energica portata. Ancora il nulla si sentiva, mentre il silenzio procrastinava già da sé un pensiero di rassegnazione davvero inquietante. Preso sempre di più dall’impazienza, cercai di sfondare la porta, scaraventandovi contro potenti calci e spallate. Dopo esattamente tre tentativi, la porta cedette e cadde oltre la soglia, dall’altra parte. Non riuscii a vedere niente; buio pesto e opprimente relegava le mura di quella stanza, che, naturalmente, non era grande quanto le altre. Superai la porta camminandoci su e la luce del candelabro, ad ogni mio passo, rischiarava, seppur in modo contenuto, la stanza. Una luce, una luce, filtrò dalla finestra: era quella di un fulmine. La stanza si illuminò di blu in un baleno, anzi, d’azzurro; tutto quello che mi ero immaginato era, tra la celerità di quel barbaglio in un battito di ciglia, davanti a me… la sedia, la sedia… la sedia era s-sistemata l-là… sssul piedistallo… lacci di scarpe sciolti dondolavano… le sscarpe, le scarpe vacillanti nel buio, u-un corrrpicino appppeso sssul tetto ― un capppio, un fottutissimo cappio stringeva il collo del mio fratellino. Strinsi i pugni. Gridai. Mi cadde il cuore a terra. Piansi. La pioggia fuori per dispetto ballava assieme al corpicino del mio fratellino. Guarda, un altro lampo. Un’altra luce, un altro grido silenzioso. Guarda, la fine della vita inspiegabile, maledetta e bastarda. E piansi ancora.
  20. dfense

    Brè Edizioni

    Nome: Brè Edizioni Generi trattati: Narrativa, erotici, poesia, gialli, noir-thriller, horror, saggi Modalità di invio dei manoscritti: https://breedizioni.com/pubblica-con-noi/ Distribuzione: cito dal sito: "Abbiamo scelto di affidare la vendita delle nostre opere solo ad Amazon" Sito: https://breedizioni.com/ Facebook: https://www.facebook.com/Brè-Edizioni-2105813419632447/
  21. Daniele D. (Sher)

    Urla...Pianti

    Sentivo spesso vari rumori di notte all'interno della mia stanza, passavo intere notti sveglio completamente avvolto dalle coperte tentando di ignorare quelle macabre urla provenienti da ogni dove, piangevo, urlavo, chiamavo aiuto, e allarmata dai miei lamenti, arrivava mia madre a controllarmi, mi sorrideva sempre, ed io, dopo una semplice carezza mi calmavo. Le seguenti notti, le urla divennero sempre più frequenti, raschiavano dietro la porta, e nell'angolo della mia stanza, coperto dall'oscurità, mi sembrava di vedere qualcuno immobile intento a fissarmi mentre piangente, crogiolavo nella paura. Il giorno seguente, non mi mossi dal mio giaciglio, rimasi immobile, non mangiai, ne bevvi, e la notte che venne, non so come, riuscì a scavalcare le sbarre del mio giaciglio, cominciai a gattonare verso la porta di legno, rimasta semi-aperta, una volta superata, non vidi altro che rosso e un macabro sorriso, e dopo, rammentai il viso di mia madre, e allora capì, quando veniva nella mia stanza, non sorrideva...i suoi occhi erano velati dalle lacrime. Il giorno dopo, la mia culla, rimase vuota.
  22. zMatt.

    La Cava - Parte 1

    L’essere umano è sempre stato curioso di natura. La curiosità ha un ruolo importante nella vita di tutti, poiché esistono individui la cui curiosità arriva a livelli “esagerati” mentre altri preferiscono accontentarsi di ciò che si conosce già, di guardare solo ed esclusivamente ciò che li circonda e non viaggiare per il mondo, non voler studiare per sapere cosa successe migliaia di anni prima della loro nascita semplicemente per “pigrizia”, oppure non volere aprirsi ad altre persone per timore, per mostrarsi agli altri come persone riservate e non proferire parola con nessuno. Questi individui, alla fin fine, sono tutti della stessa razza. L’uomo che squarta l’animale per sapere com’è fatto, nonostante lo sappia già perché lo ha visto in un libro di scuola, ma lo fa ugualmente per poter ammirare dal vivo e tastarne la consistenza, l’uomo che uccide e sventra per lo stesso motivo, che sia un serial killer o un pazzo psicopatico, entrambi bramano qualcosa, e magari quel qualcosa è nato dall’animo più curioso di tutti. Semplicemente pensando al famoso detto: “la curiosità uccise il gatto”, l’uomo suggerisce a se stesso di non cercare il troppo, di non spingersi oltre al limite, poiché potrebbe finire per autolesionarsi, provocarsi qualcosa che, alla fin fine, lo fa stare tutt’altro che bene. Ma molti se ne fregano. A molti non importa, tuttavia, vi sono curiosità di livelli distinti, e gli individui sopra citati ne sono la prova. L’essere umano è nato curioso. Ha la curiosità nell’animo, e chi gliela potrà mai togliere…? Fin da piccolo, sono stato un individuo davvero, davvero curioso. E ora che ho ventitré anni, sono riuscito a mettere piede in uno dei siti minerari abbandonati più misterioso di tutt’Italia. Situata in Sicilia, la così detta “Miniera del non ritorno” ha misteriosamente procurato morti e molta gente dispersa. Un sondaggio risalente a circa una decina di anni fa affermava del fatto che chiunque abbia messo piede lì non ne sia mai uscito vivo e, se lo fosse stato, che si sarebbe trovato ancora all’interno della cava. Il sondaggio affermava anche che, in assenza di beni consumabili come cibo e acqua, in breve tempo anche gli esploratori più resistenti prima o poi sarebbero deceduti in un luogo così misteriosamente tortuoso. Alla scuola elementare della mia città, una cittadina del Virginia, mi volli informare sull’Italia e tutti i luoghi che erano situati lì, dalla bella Venezia al Colosseo, e dal Colosseo al Monte Bianco. Le città, i monti, i monumenti storici e le opere d’arte avevano catturato la mia mente, e da lì capii di essere diventato un bambino davvero curioso di scoprire di più sul mondo, cominciando da un semplice paese. L’ultima città di cui mi informai prima di raggiungere la maturità in una scuola situata proprio in Italia, in Calabria, fu proprio la Sicilia. Scopri che un censimento risalente all’incirca agli anni ’90 affermava che, in quella regione, erano presenti più di 700 siti minerari. Dopo diverse gite turistiche, venni a conoscenza di un sito minerario chiuso per le troppe voci che correvano nelle città vicine. Era un luogo spaventoso, dicevano molti, le persone perdevano la vita, spinte dall’istinto di addentrarsi per cercare di dare una spiegazione alle morti dei loro simili. Era tutto così… Interessante. Mi ero interessato, prima di questo, a moltissimi altri casi di “morti inspiegate”. In circa cinque o sei anni della mia vita, dedicai il mio tempo libero nello studio di certi argomenti. In particolare, mi colpì molto il famosissimo caso del “Перевал Дятлова”, in italiano Passo Djatlov, un incidente datato 2 febbraio 1959. Tutt’oggi, quelle morti sono rimaste inspiegate proprio come quelle della caverna siciliana. Così, decisi di addentrarmi. Esatto, me ne fregavo degli avvertimenti, non avevo paura di morire, di sparire, o qualunque cosa avessi mai dovuto sopportare lì dentro. L’entrata era avvolta da diversi nastri che segnalavano un pericolo. Diversi cartelli informavano di stare lontano, mostrando un’intimidatoria scritta di “pericolo di morte”, seguita da diverse scritte “keep out”. Attraversai, ovviamente munito di uno zainetto molto probabilmente simile a quelli che i precedenti esploratori portarono dietro con sé durante l’esplorazione, il varco che distingueva il territorio della madre natura dal territorio scavato dall’essere umano. Il venticello d’autunno mi scompigliava leggermente i capelli, mentre tiravo ripetutamente dei sospiri. Cercavo di farmi più forza possibile. E così, entrai. All’entrata, si poteva odorare un fetore indescrivibile. Era così forte che dovetti coprirmi la bocca con le mie mani. Proseguivo sempre più avanti a passi lenti, mentre l’oscurità silenziosamente e lievemente m’avvolgeva in un alone di dubbi e pensieri. Cercando quantomeno di distrarmi da quell’orrendo odore, provavo a pensare a cosa m’ero messo in spalle: nel mio zaino si trovavano diversi strumenti utili e qualche foglio di carta straccia per poter segnare una temporanea mappa del luogo. Evidentemente, tutti gli esploratori che misero piede all’interno di quella cava erano solamente di passaggio, magari per una visita turistica, e notando i cartelli di fare attenzione – probabilmente in precedenza ridotti in numero – vollero lo stesso entrarci, esclusivamente per fare qualcosa di diverso e per infrangere un po’ la legge. Rispettando questa teoria, essa spiegherebbe anche il motivo per il quale, nonostante le mie profondissime ricerche per tutto il web, io non riuscii a trovare una semplicissima mappa del sito minerario, nemmeno di quand’era in funzione. Che nessuno ci abbia pensato, o che sia tutto stato fatto apposta? Non potevo saperlo. Per questo, appunto, decisi di creare la mia personale mappa del posto. Mi interessava, in particolare, una cosa che lessi su un libro riferito al Passo Djatlov. Decisi di portare con me un contatore Geiger per poter misurare la radioattività della zona. Come pensavo, all’entrata si poteva notare che il contatore stava cominciando a dare lievi segni di presenza di radioattività. Interessante. Più andavo avanti, e più la lancetta continuava a salire, i valori continuavano ad aumentare spaventosamente. Seguivo principalmente quella per orientarmi, poiché notavo che mi stava portando da qualche parte. Mi fermai in punto dove la lancetta iniziò a produrre un allarme, che segnalava il massimo di radioattività contabile. Quando lo notai, mi accorsi anche di trovarmi al buio. Non ero andato così poi lontano, così non mi preoccupai molto di trascrivere la mia posizione sulla mappa. Presi in mano una torcia e la puntai verso il punto segnalato dal contatore Geiger come zona di massima radioattività. Quasi presi un infarto, quando notai un cadavere proprio sotto di me, seduto e appoggiato di schiena ad un muro ben scavato di pietra. Mi trovavo ancora nella zona “umana” del sito minerario. Notai che erano anche presenti dei binari per il passaggio di carrelli utilizzati dagli ex minatori del posto per il trasporto di pietre preziose o altri materiali importanti. Per poco non inciampai su uno di quei binari alla vista del cadavere. Così, decisi di avvicinarmi a lui per ispezionarlo. Doveva trattarsi di uno dei precedenti esploratori. In mezzo alle sue gambe giaceva il suo zainetto giallo opaco, squarciato per metà e mezzo aperto, con degli oggetti a terra ed alcuni che fuoriuscivano leggermente. Le sue mani erano in posizioni ambigue: non si riusciva a capire se, prima di morire, avesse desiderato di fare uso di qualcuno di quegli oggetti a terra, o se stesse toccandosi una parte del corpo sotto la maglia di cotone leopardata. Puntai la torcia alla testa e notai un dettaglio che mi fece ricordare per l’ennesima volta il Passo Djatlov: le parti molli del suo capo erano sparite. Non aveva occhi, o lingua. Tuttavia, pensai, essendo che più o meno il corpo doveva trovarsi lì da qualche anno, ed essendo anche che le parti molli sono le prime a decomporsi subito dopo la morte, attribuii questa spiegazione al fatto che mancassero occhi e lingua. Seguentemente, optai per la seconda teoria che feci per spiegare la posizione delle mani: ovvero, provai a scoprire il petto del povero ragazzo. Indossava un’unica maglia, probabilmente per il caldo si doveva essere tolto la felpa che era presente nello zaino al momento del ritrovamento. Una mano era puntata al baricentro del suo corpo: lì, infatti, si poteva notare un tratto di epidermide quasi infetto da una bizzarra malattia. Era nero, anzi, tendente al marroncino, o forse verde? Fatto sta, che sapeva da marcio. Un odore insopportabile. Che provenisse effettivamente da lì? “Cosa potrebbe aver causato una cosa simile?” mi chiesi. Era un dettaglio quasi… Disumano.
  23. stefia

    Nello spazio nessuno può sentirti urlare

    Commento Dall’eco dei miei passi sul pavimento di pietra capisco di trovarmi un tunnel, ed è tanto grande che, anche allargando le braccia, non riesco a toccarne le pareti. Le falcate sempre più corte, le gambe pesanti e il respiro un po’ affannoso sono la misura del tempo che ho trascorso camminando in questo luogo misterioso. So di essere in un cunicolo e di doverlo percorrere fino alla fine ma, ancora, me ne sfugge il motivo. L’oscurità è densa e vellutata al punto di apparire quasi solida: tenere gli occhi chiusi o aperti non fa nessuna differenza. Improvvisamente il pavimento, da liscio e compatto che era, diventa irregolare e rumoroso: a ogni passo qualcosa scricchiola sotto i miei piedi. Lo strato di materiale friabile aumenta rapidamente di spessore arrivandomi fino alle caviglie e rendendo la camminata più faticosa. Mi chino e afferro una manciata di quelle ‘cose’ sperando che il tatto mi aiuti a capire di che cosa si tratta. Sembrano conchiglie o chiocciole, gusci vuoti sottili che si frantumano alla minima pressione. Come mai ce ne sono così tanti? Sono forse vicino al mare? Affondo ripetutamente la mano tastando quei piccoli oggetti e improvvisamente un guscio si muove. Poi un altro, e un altro ancora. Sulle prime non me ne rendo conto, ma presto il numero di gusci in movimento è tanto numeroso da produrre un ticchettio che aumenta di intensità fino a trasformarsi in un sibilo penetrante e continuo. In breve mi ritrovo coperto da gusci brulicanti di vita, sento il leggerissimo tocco delle loro zampette e realizzo che si tratta di insetti. Migliaia, milioni, miliardi di insetti che strisciano, camminano svolazzano e mi si infilano sotto gli abiti, dentro le orecchie, in mezzo ai capelli. Urlo. Urlo così forte da far tremare il buio; talmente forte da svegliarmi. Per fortuna sono stato riportato alla realtà non dai sibili degli insetti, ma solo dagli allarmi del monitor delle funzioni vitali e della bombola d’aria in esaurimento. Frastornato e con il cuore in gola succhio un lungo sorso d’acqua, apro la bombola d’emergenza e finalmente il silenzio torna a regnare nell’ ingombrante tuta spaziale che mi avvolge. Con l’aiuto del pannello di controllo sul braccio sinistro individuo una grossa stella in lento avvicinamento: la Canterbury ha agganciato il transponder della tuta e sta venendo a recuperarmi. Spero che non mi addebitino il costo del carburante per la deviazione dalla rotta, dato che avrei fatto volentieri a meno di essere colpito da quel maledetto detrito vagante. Mi sembra di essere alla deriva da giorni, ma se le bombole non sono ancora finite vuol dire che non è passato poi così tanto tempo. In queste situazioni è importante non farsi prendere dal panico e dormire per quanto possibile per risparmiare ossigeno. Peccato che l’incubo abbia intaccato le mie già scarse riserve e che adesso dovrò centellinare l’aria rimasta per farla durare fino all’arrivo dell’astronave. Rimpiango di non aver voluto seguire le lezioni di Yoga, in Accademia. Si dice che quell’antica tecnica di meditazione, se eseguita ad alti livelli, permetta addirittura di controllare la frequenza del respiro e dei battiti cardiaci. Mi avrebbe fatto comodo in questo momento, ma faccio comunque del mio meglio chiudendo gli occhi e concentrandomi sull’ ombelico. Non so se ho meditato o se mi sono riappisolato, so solo che quando riapro gli occhi il cuore salta un battito nel vedere un grosso scarafaggio marrone che cammina sul vetro del casco. Lo osservo per un lungo istante chiedendomi da dove arrivi e come sia possibile che sia ancora vivo e alla fine mi rendo conto che, per quanto impossibile, quell’insetto è all’interno e le sue lunghe antenne ricurve arrivano quasi a sfiorarmi il viso. Urlo colpendo istintivamente il visore nel tentativo di allontanarlo, ma il gesto produce l’effetto contrario e la creatura mi sbatte sul viso. Grido disperatamente agitandomi e scuotendo la testa a destra e a sinistra, ma è tutto inutile. Sento il tocco leggero di quelle zampette sottili sul collo e poi sulla guancia e quando arriva vicino alla bocca, la chiudo temendo che ci si possa infilare dentro. Mi rendo conto che il panico sta avendo la meglio e cerco di riprendere il controllo serrando gli occhi e visualizzando immagini rilassanti, ma ottengo solo di sentire il peso di quelle zampette sottili bruciare come fuoco sulla pelle del viso. Le voci allarmate dei miei compagni, dal comunicatore, chiedono spiegazioni, ma io non posso parlare o quella bestia schifosa mi entrerà in bocca e mi divorerà dall’interno, così mi limito a mugolare penosamente. La luce lampeggiante del monitor delle funzioni vitali mi avvisa che la pressione sanguigna ha raggiunto un valore impossibile, e subito dopo sono assordato dal sibilo della bombola in esaurimento. “Devo togliere quella cosa dalla mia faccia, devo togliere quella cosa dalla mia faccia, devo togliere quella cosa dalla mia faccia….” La mente, in loop, spinta dall’urgenza di trovare una soluzione veloce, e frastornata dagli stimoli degli allarmi non mi fornisce più nessun sostegno. Le antenne dell’insetto mi solleticano l’interno di una narice e a questo punto non mi rimane che una cosa da fare. Sotto lo sguardo annichilito dei miei compagni di viaggio, armeggio goffamente e finalmente riesco a sganciare il casco dalla tuta.
  24. WildG

    Dimmi perché lo faccio

    Commento Purtroppo ci sono 300 caratteri in più del previsto, spero non sia un grosso problema ! ---------------------------------------------------------------------- “DIMMI PERCHE’ LO FACCIO !” urlò Carl mentre stringeva la pistola nella mano sinistra e la gola di uno sconosciuto nella destra tenendolo col suo peso steso a terra. Portò poi con gesto rabbioso la canna della pistola a contatto con la fronte dell’uomo a terra, stringendola fino a far diventare bianche le nocche. “Dimmelo … ORA!” , disse avvicinandosi alla faccia dello sconosciuto che poteva vedere ora distintamente il suo volto, nonostante la penombra che celava quasi tutto nel vicolo; dimenandosi e cercando di sottrarsi inutilmente alla stretta di Carl, il malcapitato riuscì solo a pronunciare qualche parola, soffocata dalla mancanza di ossigeno: “Non lo so … ti prego lasciami …”, mentre il colorito del volto virava verso il rosso. La vista si stava annebbiando a causa della morsa con cui Carl gli serrava la gola, e il respiro si faceva sempre più affannoso; il freddo della canna della pistola che premeva sulla fronte si stava facendo insopportabile e il punto di contatto iniziava a bruciare. Carl si sollevò leggermente per permettergli di respirare e tolse la mano dalla gola; rimase accovacciato lateralmente all'uomo a terra , con il braccio sinistro penzoloni fra le gambe e la pistola che toccava il terreno. Guardò l’uomo che aveva sotto di sé che respirava avidamente tossendo ancora e ancora, mentre gli occhi si riempivano di lacrime dallo sforzo. Tentò di mettersi seduto ma le braccia non gli ressero e ricadde steso a terra; un altro tentativo e vi riuscì. Si portò una mano alla gola massaggiando delicatamente mentre cercava di respirare in modo regolare; guardò Carl con timore e rabbia dicendo: “Ma chi diavolo sei tu? Cosa vuoi da me?” . Carl lo guardò un attimo sollevando il capo , e disse: “Come ti chiami?”, con voce bassa e tremolante. “Mi … mi chiamo Adam, e se le ho fatto un torto mi dispiace, vede io …”, ma Carl lo interruppe facendo segno di stare zitto portando la canna della pistola a contatto con la bocca. Adam ora poteva vederlo bene in volto: occhiaie profonde, scure che gli segnavano il volto scavato e con la barba incolta ormai da giorni; grossi occhi celesti umidi e arrossati dal pianto. Una felpa e un paio di jeans sdruciti gli davano l’aspetto di un senzatetto drogato. “Se le ho fatto un torto mi dispiace … Non volevo”, disse Adam mentre guardava Carl con gli occhi sbarrati; il suo aspetto trasandato e il suo sguardo quasi assente gli serravano le budella in una morsa di gelida di paura. “Guardami …” disse Carl come ridestato da un sogno ad occhi aperti; “Non lo senti questo respirare affannoso?” guardandosi attorno come a cercare qualcuno nascosto nella penombra. Gli occhi di Adam si riempirono di lacrime e si rannicchiò portandosi le ginocchia al petto. “Non sento nulla … Mi dispiace …” tirando su col naso. “Se non smetterà di respirare in questo modo io impazzirò …” disse Carl guardando Adam dritto negli occhi. “Si ferma soltanto quando una vita si spegne … Ma solo per poco … Solo per poco …” A quelle parole Adam trasalì, come se gli avessero dato un calcio nelle costole. Ora era tutto chiaro; ora era tutto maledettamente chiaro. Così come era ormai evidente che non sarebbe sopravvissuto a quell’incontro notturno. Carl restò immobile a fissare Adam come a cercare di leggergli l’anima. Poi con uno scatto improvviso Carl si portò le braccia a coprire le orecchie, stringendo gli occhi ed increspando la bocca in una smorfia di sofferenza. Un sibilo acuto, violento, come un gigantesco stridio di metallo, aggredì le sue orecchie, facendolo quasi cadere stordito a terra. Adam lo guardò impietrito, senza proferire una parola. Carl gemette fino a che il sibilo cessò e guardò Adam dicendo: <<Lo hai sentito vero? VERO?>> guardandolo ora con uno sguardo supplichevole. Adam scosse velocemente la testa, con le lacrime che gli offuscavano la vista e gli facevano colare il naso. <<Io non sento nulla …>> tirò sul col naso <<Non sento nulla …>> abbassando la testa rassegnato oramai al suo destino. Carl si avvicinò ad Adam, mettendo le sue labbra vicino all'orecchio destro di lui, per non farsi sentire, quasi a condividere un segreto inconfessabile: <<Lo sento respirare nella mia testa, sempre … Giorno e notte … Perché lo faccio? Perché accetto di farlo smettere al prezzo di una luce che si spegne? Sembra finita poi ecco … Lo senti? Sta ricominciando... e io mi sto perdendo>>. Adam tremava mentre l’alito caldo di Carl colpiva ad ondate il suo orecchio, non sapendo poi cosa dire ad un uomo in preda ad una evidente follia. <<Una luce dovrà spegnersi, adesso. ADESSO …>> disse Carl afferrando violentemente la mano destra di Adam e mettendogli in mano la pistola. Gli serrò la mano intorno al calcio della pistola, gli mise l’indice sul grilletto e la puntò alla tempia, mentre Adam si dimenava nel vano tentativo di lasciare la presa. <<Una luce si spegnerà, ora… Io non posso più decidere … Fallo tu … Scegli quale luce si spegnerà adesso … E lui smetterà di ansimare nella mia testa.>> La stretta di Carl sulla mano di Adam si fece più forte. <<Dimmi perché lo faccio, oppure decidi per me, ORA!>> Carl strinse più forte la mano di Adam; il grilletto scivolò indietro ed un colpo assordante scosse il silenzio quasi lugubre della notte. Il contraccolpo violento ed inaspettato fece volare la pistola dalla mano di Adam, mentre Carl venne sbalzato all'indietro dalla forza del proiettile. <<NO!>> gridò Adam mentre vedeva Carl steso a terra, ed il sangue formare una striscia rosso, argento scuro e nera, mentre attraversava la lama di luce del piccolo lampione nel vicolo. Adam si portò le mani alla bocca, incredulo a quella scena di puro terrore. Si guardò le mani, le vide sporche del sangue di Carl; si guardò il vestito, e la giacca e la camicia erano pieni di schizzi di sangue e di terra. Iniziò a dondolare leggermente avanti e indietro, sussurrando appena: <<Morto … E’ morto … Oddio e adesso cosa faccio… La polizia, No, no, meglio di no; cosa gli dirò? Agente ho sparato ad uno sconosciuto! Oddio, chi mi crederà… Perderò tutto, tutto.>> Poi guardò la pistola a terra a poca distanza da lui; si guardò attorno circospetto. <<Forse non ha sentito nessuno, è notte.>> Si avvicinò gattonando sull'asfalto fino alla pistola e la nascose nella tasca interna della sua giacca e cercò di pulirsi dagli schizzi di sangue in faccia. Si chiuse il cappotto ed iniziò a camminare svelto. <<Casa mia è a soli 5 minuti, posso farcela… posso farcela>> ripeteva a sé stesso a bassa voce mentre il cuore gli pulsava forte fino nelle orecchie e la testa iniziava a girare. <<Ecco , sono arrivato. Dove sono? Dannate chiavi.>> Mentre rovistava in tasca, le chiavi caddero a terra e con le mani che tremavano le raccolse e riuscì ad aprire. Entrato in casa, si tolse subito i vestiti gettandoli nella spazzatura e si infilò nella doccia. Respirava profondamente cercando di calmarsi mentre l’acqua calda gli scorreva addosso. Uscito dalla doccia si mise un asciugamano intorno alla vita e si mise davanti allo specchio. <<E’ morto, ma non potevo fare nulla… quegli occhi… oddio… pazzo … sì, sì … era pazzo.>> disse a sé stesso per poi passarsi una mano sulla faccia. <<Ho bisogno di un tè per calmarmi e poi deciderò cosa fare di quella maledetta pistola.>> A piedi nudi si recò in cucina, ed accese il bollitore. Dopo pochi minuti iniziò a fischiare ad indicare che l’acqua era pronta. Il sibilo del bollitore lo fece trasalire e lo guardò con terrore aggrottando le sopracciglia. Il sibilo sembrò aumentare di intensità fino a farsi insopportabile. Adam cadde in ginocchio gridando dal dolore e tenendosi le mani alle orecchie. Poi dopo pochi ma interminabili secondi il sibilo cessò. Adam si guardò intorno ansimando come se avesse corso inseguito da un branco di cani feroci. <<Calmo, calmo>> disse a sé stesso <<E’ finita … E’ finita …>> Sentì una voce flebile provenire dalla stanza da bagno. <<Chi c’è? CHI C’E’?>> quasi urlò dirigendosi nella stanza da bagno; con la mano tremante accese la luce. Niente, nessuno. Fece un sospiro di sollievo e si avvicinò allo specchio fissandosi negli occhi. Sentì un respiro sempre più prepotente e realizzò che non era il suo. Una goccia di sudore freddo gli imperlò la fronte e le mani si fecero dannatamente fredde ed insensibili. Poi udì una voce roca, fredda e senza espressione, eppure proprio per questo terrificante: <<Finalmente sono tornato a casa>>
  25. Ezbereth

    Oh, my God!

    Immagine di copertina: Titolo: Oh, my God! Autore: Melania Soriani e Marco Rovito Casa editrice: Amazon ISBN/ASIN: B07F1JDP1V Data di pubblicazione Ottobre 2016 Prezzo: 0,99 Genere: Horror Pagine: 46 Quarta di copertina o estratto del libro: Capita che la vita ci prospetti svolte inaspettate. E' quello che è accaduto a Mary Ann, che si ritrova improvvisamente in possesso di un oggetto che cambierà per sempre il suo futuro. Ha scelto veramente oppure è stata travolta, suo malgrado, dalle circostanze? E dove la porterà il suo nuovo destino? Nella Londra fumosa del 1800 sarete condotti per mano sulle orme di una raccapricciante leggenda. Link all'acquisto: Kindle Approfittate: oggi e domani in offerta gratuita. Per i contenuti consigliato: 16 anni + Ez
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