Vai al contenuto

Cerca nel Forum

Risultati per i tag 'fantascienza'.

  • Cerca per Tag

    Tag separati da virgole.
  • Cerca per Autore

Tipo di contenuto


Il mondo dell'editoria, senza filtri.

  • Inizia qui la tua avventura nella community
    • Regolamento del Forum
    • Ingresso
    • Bacheca
  • Il mondo dell'editoria
    • Case Editrici
    • Piattaforme Print on Demand
    • Agenzie Letterarie
    • Freelance
    • Questioni legali
    • Concorsi ed Eventi esterni
    • Varie ed eventuali
  • Officina
    • Narrativa
    • Poesia
    • Contest del Writer's Dream
    • I migliori racconti del WD
    • I nostri libri
  • Documentazione
    • Scrivere
    • Leggere
  • Area Relax
    • Agorà
    • WD Club
    • Il blog del Writer's Dream

Categorie

  • Arte, cinema e fotografia
  • Azione e avventura
  • Biografie, diari, memorie
  • Fantascienza, Horror, Fantasy
  • Gialli e Thriller
  • Letteratura non di genere
  • Letteratura erotica
  • Letteratura Rosa
  • Bambini e ragazzi
  • Società e Scienze sociali
  • Storia
  • Poesia

Categorie

  • Arte, cinema e fotografia
  • Azione, avventura
  • Biografia, diari e memorie
  • Fantascienza, Horror e Fantasy
  • Gialli e Thriller
  • Letteratura Erotica
  • Letteratura Rosa
  • Letteratura non di genere
  • Bambini e Ragazzi
  • Società e Scienze sociali
  • Storia
  • Poesia

Calendari

  • Presentazione in Libreria
  • Concorso Letterario
  • Corso di scrittura
  • Altro
  • Evento del Writer's Dream

Cerca risultati in...

Cerca risultati che...


Data di creazione

  • Inizio

    Fine


Ultimo Aggiornamento

  • Inizio

    Fine


Filtra per...

Iscritto

  • Inizio

    Fine


Gruppo


Sito personale


Skype


Facebook


Twitter


Provenienza


Interessi

Trovato 243 risultati

  1. zMatt.

    Olovon, L'estinzione - Parte 1

    Commento: Parte 1: Dominus. «Allora, come procede l'identificazione del nome originale del mittente di questo olomessaggio? Ci sta impiegando più del previsto. Dobbiamo darci una mossa, o il capo ci bastonerà a sangue.» disse una voce da dietro una porta, in fondo alla stanza dove un'equipe di nove persone giaceva, intenta a scoprire qualcosa in più riguardo ad un misterioso olomessaggio. Esso conteneva diversi problemi, poiché viaggiò il tempo per arrivare nelle mani di Olovon. Ma cos'è, per l'esattezza, Olovon? Alcuni lo definiscono "paradiso artificiale", altri solo "paradiso". Tuttavia, la vera natura di Olovon è un'altra: è un'ultima spiaggia, una conseguenza. Qual è, quindi, il dilemma? Semplicemente, nessuno, a parte l'equipe "Dominus" e il loro superiore, nonché unico capo assoluto di Olovon. Parlando in modo un po' più concreto, Olovon è una nave spaziale originalmente ideata come nave di salvataggio per la razza umana, in seguito ad un'improvvisa minaccia per il pianeta Terra. Questa minaccia era stata prevista da almeno una cinquantina d'anni, eppure, nessuno previde il fatto che la minaccia stessa si presentò quintuplicata, finendo per schiantarsi contro il pianeta Terra nella zona dell'emisfero boreale. Un uomo misterioso di cui attualmente non si conosce il nome, 45 anni fa, assieme ad un'organizzazione ancor più segreta del nome di costui, ideò Olovon, una salvezza per l'umanità. Il raggio d'azione della cometa K-298, detta anche "Splendor", aggettivo riferito al fatto che, tra tutte le comete passate vicino al pianeta, essa era la più luminosa e la più splendente. Vi è un altro dilemma. Il tempo di costruzione stimato per Olovon è stimato essere di almeno una ventina d'anni, per un'organizzazione ampia come quella del figlio di Ethan Hookman. Dunque, come avranno fatto a costruire un'immensa nave se nessuno era a conoscenza del fatto che la minaccia si presentò quintuplicata? Nessuno ancora lo sa. Ed è di questo che l'equipe Dominus si occupa. Scoprire i segreti di quell'organizzazione. «Stai calma, Hazel. Ci sta mettendo un po' perché qualcuno, qui, al posto di fornire un desideratissimo aiutino, sta facendo colazione con uova e pancetta proprio qui sotto al tavolo, pensando che nessuno lo veda. Che hai intenzione di fare con tuo fratello, eh...?» disse un ragazzo di nome Dilann seduto ad un vasto tavolo. «Ehh?! Mav è qui? Ma non l'ho visto poco fa...?» disse una ragazza sulla ventina, ovvero la voce dietro la porta. Era appena entrata all'interno di un vasto salone. A centro di esso, vi era un tavolo d'acciaio su cui erano posti dei monitor. Vi erano milioni e milioni di programmi di decifrazione aperti per cercare di identificare quel nome misterioso. Hazel si abbassò mettendosi in ginocchio a terra, prendendo per il braccio suo fratello Maverick. «H-Hey, sorellona Hazy... Senti, questa mattina non ho mangiato, e stavo morendo di fame!» disse il ragazzo. «E va bene... Ti perdono. A patto che però tu ti rimetta a lavoro immediatamente.» rispose la ragazza. «Hey, tuo fratello Maverick sta causando un po' troppi malanni qui in giro, non trovi, Hazel?» disse una voce lontana. Da dietro tutti i monitor al centro del tavolo, sbucò un paio d'occhiali appoggiato ad una tonda testa pelata. «JD, tu invece sei sempre a commentare invece che fare il tuo lavoro, eh?» disse un ragazzo seduto a fianco a lui. «Eh? IO?» rispose lui. Hazel sospirò. Maverick, nel frattempo riprese il proprio posto. Nove posti attorno ad un unico, grande tavolo. Uno, tuttavia, era vuoto. Ormai, su quella sedia vi erano ragnatele e sporcizie. Nessuno più la puliva o se ne occupava. «Lui...» disse Hazel «è ancora...?» «Sì, signora Brown.» rispose una voce cupa. Fu subito silenzio. Era una voce che non si sentiva spesso, perciò tutti i membri dell'equipe presenti in quel momento si stupirono di udirla. A pronunciare quelle parole fu un uomo con una cicatrice a forma di croce sul braccio. Una cicatrice che, nonostante profonda ma vecchia, si teneva in bella vista, quasi per dimostrare qualcosa. «Lui è ancora nella sua stanza. Ormai... Sono quasi due settimane che non si fa vedere.» continuò l'uomo. «Dannazione...» replicò Hazel. Batté col pugno contro il tavolo. «Signor Zavis, suo fratello Xavier... Verrà curato, almeno?» chiese la ragazza, fissandolo con sguardo serio. L'uomo, tuttavia, rimase in silenzio e abbassò lo sguardo. Tutti rimasero a fissare il vuoto per almeno una manciata di secondi. Dopo un lungo sospiro da parte di Hazel, essa si sedette al suo posto. Vicino a lei, Maverick, dall'altro lato Dilann. «Va bene... Per adesso, scopriamo qualcosa di più su questo dannato messaggio. Cosa sappiamo riguardo al mittente?» chiese Hazel. Dilann, al suo fianco, tirò fuori una lista di informazioni digitali dal suo monitor. «Beh, è un uomo, il suo nome ha quattro caratteri, è figlio di Ethan Hookman, deduco che il suo cognome sia uguale a quello del padre... Il nome affidato in precedenza era "Soggetto X" da noi dell'equipe per recuperare maggiori dettagli e metterli assieme per risalire al nome originale.» disse lo stesso Dilann. «Ethan fu proclamato da Zacharias, nostro capo e comandante di Olovon, come ideatore del progetto per il salvataggio della razza umana.» «Tuttavia...» replicò Hazel «Il mittente, ovvero suo figlio, ha scritto questo messaggio per poi farlo arrivare a noi, residenti di Olovon. Zacharias non s'interessò come lo stiamo facendo noi a questo messaggio così misterioso, ci disse solamente, dopo averlo in precedenza trovato e messo in sicurezza tra gli archivi più interni di Olovon, che Ethan è stato l'unico e vero fondatore di questa nave... Ma, dopo aver letto questo messaggio, dopo così tanti anni, i dubbi non cessano di entrarmi in testa.» «Hai ragione, Hazel.» disse Dilann. Maverick guardò verso Dilann e la sorella. Aveva un'aria confusa. Non ci sapeva fare con le cose complicate, nonostante prese parte di Dominus. «Sapete cosa vi dico?» disse Maverick. «Vado a rinfrescarmi le idee e poi torno.» «Hai ancora intenzione di-» disse Hazel, ma Dilann le afferrò la spalla con delicatezza. «Lascialo, per ora non abbiamo limiti di tempo per lavorare. Dovremmo tutti uscire un po' e goderci ciò che la nostra effettivamente limitata vita ci riserva all'interno di questa nave. Usciamo tutti, che ne dite, ragazzi?» disse Dilann, voltandosi poi verso l'equipe. A tutti si illuminarono gli occhi, fuorché a Zavis. Si alzarono tutti in piedi, sgranchiendosi le ossa e tirando continui sospiri di sollievo. Mentre tutti uscivano, Maverick per primo, Dilann e Zavis rimasero ai loro posti per un altro po'. Hazel era in piedi, dava le spalle a Dilann, che stava sistemando le proprie cose prima di uscire. Hazel rifletteva. «Hey,» disse Dilann, riferendosi a Zavis, «hai intenzione di venire con noi?» Hazel, con la coda dell'occhio, scrutava i due. «So di non piacerti affatto.» disse poi, mettendosi una valigetta di cuoio a tracolla. «Se non vuoi farlo per te stesso, fallo per le ricerche. Rilassati una volta, ogni tanto, nella vita.» prima di uscire dalla stanza, si fermò e girò la testa di quarantacinque gradi, guardando Hazel con la coda dell'occhio, con uno sguardo serio. Hazel, vedendolo, cominciò leggermente a respirare più affannosamente. Gli veniva in mente Xavier. Tutti uscirono dalla stanza a parte Hazel e Zavis. Hazel si era avvicinata a Zavis. «Non puoi rimanere incollato qui per sempre, Zavis. So che portare a termine questa ricerca farà felice tuo fratello... Almeno... Per i suoi ultimi momenti...» gli disse. Zavis quasi ridacchiò. Hazel fece una faccia confusa. «Hai ragione, ragazzina.» le disse con un sorriso. Le sue labbra erano screpolate e il suo viso affaticato. «Vai pure avanti... Ti raggiungerò a breve, promesso. Vado prima... A controllare come sta mio fratello.» «C-Capisco...» disse, mordendosi il labbro. Il suo battito cardiaco aumentò per una manciata di secondi. Aveva paura. Seguentemente, si voltò e uscì dalla stanza. «Bentornata alla Piazza Principale, signorina Hazel Brown.» disse una voce preregistrata. Davanti ad Hazel si presentava una enorme fontana, statue di marmo versavano acqua, il quale scroscio non permetteva il silenzio all'interno della piazza. Centinaia di migliaia di persone vivevano la loro vita normalmente all'interno di quella piazza. Era un luogo di svago, ampio era dir poco, la noia non era concessa e gli eventi più importanti come varie mostre astronomiche avevano luogo proprio al centro di tale piazza, per quello veniva chiamata "principale". Era il luogo più ampio all'interno di Olovon, dopo Olovon stessa. «Wow, quanta gente, tra poco ci sarà una sorta di mostra sulle galassie o sbaglio?!» disse Evelyn, una ragazza sulla ventina dell'equipe Dominus, che si trovava a pochi passi da Hazel. Essa raggiunse Evelyn. «Hey, Eve! I tuoi occhi sembrano quasi brillare, che ti è successo?» disse Hazel, fissando Evelyn. Seguentemente si fece strada in mezzo a tutte le persone presenti posizionate a cerchio attorno al centro della piazza. Al centro di quest'ultima vi era un grosso sipario rosso, una struttura ottagonale che rispettava il centro geometrico della piazza. Le luci stavano lentamente venendo catturate dal buio. I sipari si alzarono. Dei macchinari stavano proiettando la rappresentazione tridimensionale della Via Lattea, di Andromeda e altre stupende galassie all'interno dell'universo osservabile. Si udì, in seguito, una voce. «Salve, salve, salve a tutti giovani e un po' meno giovani. Sono il vostro amato Axel Dross, ed è con piacere che oggi, grazie al consenso del nostro unico ed inimitabile capitano Zacharias, qui presente ma invisibile al pubblico, ho l'onore di rendere pubblica la scoperta del secolo, qualcosa che non vi ricapiterà di vedere se non adesso, proprio qui!» «Cosa?!» disse Evelyn. «Non era programmato! Adesso sono super, ultra, mega iper eccitata!» disse battendo i piedi a terra. Li raggiunse Dilann. «Yo.» disse lui. «A-Ah, Dilann, ci sei anche tu, vedo.» disse Hazel. Evelyn non si interruppe per salutare il compagno dell'equipe. Dilann si avvicinò all'orecchio di Hazel, sussurrando. «Che diavolo sta facendo Zavis? Non lo trovo da nessuna parte.» «Ah... Mi aveva detto che... Andava a trovare suo fratello Xavier, non te l'ha detto?» rispose Hazel. «Capisco. Tuttavia, c'è un piccolo problema.» disse Dilann. «Ovvero?» disse Hazel. «Zavis non si trova neppure nella camera riservata a Xavier, ho già controllato.» disse Dilann. «Cosa?» disse Hazel, preoccupata. «Q-Quel vecchio sarà rimasto ancora dentro alla stanza per le ricerche di Dominus, dai, non hai controllato?» «Hazel.» disse lui. «Ho controllato dappertutto.» I due si bloccarono, fissandosi. Evelyn, invece, rimase stupita a guardare cosa stavano mostrando al centro della stanza. «Ed ecco a voi, signore e signori, il primo esempio di galassia concatenata. È nata dalla collisione di due, o addirittura tre galassie che, al posto di mangiarsi a vicenda secondo ciò che la loro natura dice, hanno trovato posto all'interno l'una dell'altra, dando vita a questa bellezza.» disse l'uomo. Il proiettore puntò e proiettò l'immagine della galassia concatenata proprio contro il soffitto di vetro della Piazza Principale. Dal soffitto si potevano notare le infinità di stelle visibili a occhio nudo della regione di spazio dove, in quel momento, Olovon si era momentaneamente fermata. «Ammirate, ammirate! Questa è la ricostruzione in scala dell'unico esempio attualmente esistente di galassia concatenata! Queste galassie, tuttavia, sono tutte a spirale. Immaginate cosa potrebbe accadere se questi scherzi della natura avvengano su galassie di diversi tipi. Di sicuro, il vostro Axel Dross sarà qui con voi a esporlo pubblicamente!» dal centro della stanza, in seguito, si alzò una piattaforma con dei tavoli colmi di cibarie varie. Le luci si riaccesero. «Diamo via al buffet, e quando avremo finito, vi spiegherò i dettagli di cotanta magnificenza.» «Dobbiamo metterci sulle tracce di Zav-» ma prima che Dilann finisse di parlare, improvvisamente cadde a terra. «Dilann! Cos-» disse Hazel, ma non riuscì a finire di parlare. E poi, buio.
  2. zMatt.

    Olovon, L'estinzione - Prologo

    Prima di iniziare, Ecco il commento: 10/1/2155 Coordinate: ██:██:██,██ Olomessaggio da: ████ Mi chiamo ████, vengo dal Texas, lavoro presso un'agenzia centenaria fondata dal mio prodigioso padre, Ethan Hookman, ormai deceduto da un bel po' di anni. L'idea comune era una sola, nata dallo spirito di salvaguardia che tutti un po' avevamo al momento della notizia. S'aggiunse ai pensieri quotidiani di tutti come un fugace uccello afferra la sua preda per poi tornare al suo nido, una velocità sbalorditiva, e come le zampe di quel volatile toccano la preda, la cometa fu qualcosa che appena le nostre orecchie fecero da ponte da giornali, notiziari televisivi e quant'altro fino a raggiungere le nostre teste, noi tutti fummo colpiti da qualcosa che ci spinse a riflettere. Quel qualcosa era una forte voglia di vivere, mista a dell'altruismo. Ma come si può sperare nella propria sopravvivenza se l'essere umano non è che un egoista? Dovremmo tutti davvero pensare: "voglio salvare me stesso", e non "voglio salvare l'intera umanità"? Ovviamente, è impensabile, se non si dispone dell'attrezzatura necessaria, di poter salvare più di sette miliardi di persone da un'inevitabile fine. Se devo essere sincero, mi verrebbe da dire che l'impensabile è anche l'infattibile. Voglio dire, come può un gruppo di comuni mortali cancellare l'inevitabile fine dell'intera razza umana? Ma, se tutti la pensassimo così, se tutti pensassimo che l'impensabile è anche l'infattibile, tutto andrebbe in fumo. Questa è la prima cosa che il cervello umano concepirebbe, l'impossibile è infattibile. Non per questo, l'impensabile è fattibile. Come si fa l'impensabile? Facendo l'impossibile. Ecco cosa abbiamo fatto noi. Abbiamo fatto l'impossibile.
  3. darktianos

    Nibiru (revisionato)

    n.d.a ho cercato di mettere un po' più indizi in giro per dare più realismo allo racconto. Commento a i giorni dell'apocalisse: training day -gloth, cloth, guth- «Base terra a Laika due, ci ricevi?» «Base terra a Maggiore Vasilyev, ci ricevi?» Il Maggiore Vasilyev volteggiava seminudo, coperto solo da un paio di mutande dozzinali; non che gli provocasse disagio, le pareti strette e spigolose del modulo Laika 2 lo calzavano come un vestito. «Base terra a Laika due, ci ricevi? Alexander, se la trasmittente principale superluminale non funziona, può provare con quella secondaria Morse.» La mascella del Maggiore si contrasse leggermente mentre il naso si arricciò infastidito: sentiva la barba accennata sulla pelle, e lui era metodico e ordinato. Lo sguardo del maggiore era fisso sull'oblò, dove si stagliava un muro bruno di gas, che vorticava lentamente, quasi immoto. La vicinanza con Nibiru era tale che da quel pertugio non era possibile vedere l'orizzonte del pianeta oscuro, quasi come fosse una foto attaccata a quell'unico foro sull'esterno. -cloth, gluuuth- «Base terra a Laika due, ci ricevi? Iniziamo a preoccuparci.» Alexander diede una leggera spinta con la mano sulla maniglia per le manovre G-0(1) e volteggio lievemente lungo quello stretto corridoio di metallo, arrivando a un terminale incastonato in mezzo a tanti altri. «Maggiore Alexander Vasilyev da Laika 2, vi ricevo forte e chiaro.» -clooth, glot- Alexander era preoccupato, quel rumore indistinto e soffocato lo infastidiva. Il comunicatore ci mise qualche secondo prima di rispondere. «Come sta Maggiore, dopo il risveglio criogenico? Si sente confuso? Ha acufene o sintomi di parestesie? Sa che giorno è?» Per Alexander quella domanda era del tutto inutile, sapeva che doveva attenersi ai protocolli, ma avrebbe preferito concentrarsi sul pericolo imminente. «Ovviamente sono in perfetta forma Base terra, cercavo solo di capire da dove provenisse un rumore che sento nel modulo.» Alexander portò per alcuni secondi lo sguardo nuovamente sull'oblò. «Alexander, ci avevi fatto preoccupare: Perché il generatore Van del Waals (2) per la gravità simulata non è attivo, il rumore può essere un sintomo del sonno criogenico, ma per prudenza faccia partire l'iter di diagnostica.» Alexander iniziò a controllare i dati che gli passavano davanti allo schermo, poi riattivò la comunicazione per trasmettere. «La gravità simulata mi gonfia le gambe e mi svuota il cervello, base terra. Per i dati che ricevo la pressione gravitazionale di Nibiru e piuttosto alta. In quest'orbita con gli aggiustamenti da fare, ci rimangono solo due mesi di carburante prima del rientro, non c'era una fascia di Lagrange(3) più stabile?» -clooth, clooth- «Sarà un problema dare motivazioni personali a violazioni del protocollo Maggiore, soprassiedo sull'attivazione del generatore Van der Waals ma sai che devi rispondere alle domande dopo il risveglio.» Alexander aprì un armadietto al lato opposto del terminale e ne prese un piccolo sacchetto da cui estrasse una cannuccia, ma prima ancora di riuscire a poggiare la bocca sul beccuccio per potervi bere, una goccia di liquido ne uscì lentamente. Il maggiore s’infilò la cannuccia tra le labbra e con la mano afferrò la goccia volteggiante per poi spalmarne il liquido sul proprio corpo nudo. «Iniziamo bene! A base terra sono già passati al personale, e poi mi chiedono di seguire dei protocolli inutili.» Mentre ancora beveva, riattivò le comunicazioni. «Base terra, ho sete e sto idratandomi, sono confuso solo per il rumore che continuo a sentire, siamo giovedì 24 novembre.» Il monitor del terminale diede un segnale verde, mentre i comandi inseriti in precedenza dal maggiore si stavano attivando mostrando la visuale esterna delle telecamere. Del sole si poteva vedere soltanto un buco luminoso, come di un foro fatto con uno spillo su di un foglio nero. -glooth- La fronte di Alexander cominciò a corrugarsi irritata per quello strano rumore. «Quali sono i risultati dell'iter diagnostico? Abbiamo dovuto guidare il Laika due nell'orbita bassa di Nibiru, le fasce di Lagrange sono piene di detriti e asteroidi, abbiamo perso tre sonde e la quarta, quella durata di più, è nella zona in cui ti trovi. Meglio che prepari il sistema di calcolo, fra dodici minuti e trentacinque secondi ci sarà il passaggio di Marduk.» «Nessun riscontro dalla diagnostica, da luce verde su tutti i sistemi. Base terra, perché non guidate voi il modulo da terra, per gli aggiustamenti.» Alexander si spinse per allontanarsi, percorse alcuni corridoi stretti prima di sentire la risposta. «Insieme a Nibiru e ai suoi satelliti hai una velocità relativa alla terra di venticinquemila chilometri al secondo, abbiamo una certa latenza anche se stiamo usando comunicazioni superluminali (4), se il processore non adattasse la nostra conversazione, sentiresti la nostra voce contratta di un decimo di tempo, mentre noi qua a terra dobbiamo aspettare in ogni caso che tu la finisca la comunicazione, visto che parli a rallentatore per il tempo dilatato. Probabilmente è una delle cause del perché abbiamo perso tutte quelle sonde.» “Probabilmente?” penso tra se e se, chiedendosi in che trappola si era infilato, mentre di nuovo quel rumore infastidiva i suoi timpani. Il maggiore arrivò alla camera criogenica, non era altro che un corridoietto, simile alle cuccette dei sommergibili, con le camere messe a castello una sopra l'altra. Il maggiore sulla consolle di comando, diede le istruzioni per iniziare il risveglio dell'equipaggio, l'orologio gli segnava due ore a ventuno minuti per la fine delle operazioni. «Maggiore qui a terra risulta che hai il battito accelerato.» Alexander non voleva far capire il fastidio che provava per quel rumore, quindi respirò profondamente e lentamente, prima di riattivare la comunicazione da un terminale a fianco dei comandi della camera criogenica. «Va meglio ora? Ho solo picchiato un ginocchio contro uno sportello.» Il messaggio di risposta arrivò mentre Alexander cercava di capire da dove provenisse quel rumore. «Il ginocchio? Maggiore non si è ancora vestito?» Lui aveva un marea di problemi da risolvere prima del risveglio dell'equipaggio e loro si preoccupavano che seguisse il protocollo, era irritante persino all'ente spaziale ormai era calcificata la burocrazia. «Maggiore, mancano tre minuti e mezzo, secondo i nostri calcoli al passaggio di Marduk, si tenga pronto agli aggiustamenti di orbita.» Alexander quasi non sentì la comunicazione, era intento ad appoggiare l'orecchio sulle pareti e ad aprire sportelli e far partire iter di diagnostica più specifica, per capire da dove provenisse quello stramaledettissimo rumore. -clooth glooth cloth- «Alexander, mancano cinquanta secondi al passaggio.» Forse lo aveva trovato! Con l'orecchio poggiato sulla parete, si stava avvicinando alla fonte del rumore, poi un momento di buio e il modulo fu sconquassato de una forte turbolenza. Alexander si precipitò a un terminale. «Merda, merda, merda!» «Base terra, altro che aggiustamenti, sto vorticando! Ho perso il puntamento sul sole.» -glooth cluth, glooth- Il rumore si faceva più insistente. Alexander non era un novellino, utilizzando gli stabilizzatori cerco per prima cosa di trovare un assetto con Nibiru. -Glooth clooth gloot cloth- il viso di Alexander si era fatto contratto , poi si distese per lo stupore «Base terra, Marduk e Nubiru sono collegati da un cuscino di gas, e come se stessi surfando su di un onda nello spazio.» «Base terra, base terra!» -glooth clooth cluuth- «Qui base terra, stiamo consultando i dati, ma dovrai aggiustare l'orbita da solo prima che possiamo intervenire, rischiamo di fare più danni che bene, per la latenza.» Alexander premette il pulsante per l'avvio della conversazione, mentre con un calcio colpiva lo sportello da dove pareva venire il rumore . «Base terra, ho già trovato il punto sol…Ma, cosa diavolo… per arghh , noo! Gloth!» Le comunicazioni si spezzarono. «Alexander! Alexander!» Ma l'unico messaggio di risposta fu il silenzio. -ku-klank- Una porta si aprì nella sala comunicazioni del progetto Nibiru, un uomo in mutande entrò trafelato, tenendo per il collo un tacchino morto. «COSA DIAVOLO VI E’ SALTATO IN TESTA, SIETE IMPAZZITI FORSE, CHI DIAVOLO HA CHIUSO UN TACCHINO NEL SIMULATORE, SAPETE COSA VUOL DIRE COMBATTERE CON UN ANIMALE A G-0? AVREBBE POTUTO CAVARMI UN OCCHIO DEFICENTI! IO VE LO FACCIO INGOIARE QUESTO DANNATO TACCHINO!» Tutto il reparto comunicazione, era sul punto di scoppiare a ridere nel vedere i graffi e le beccate che Alexander si era preso nel cercare di fermare l'animale, l'operatore che fino allora aveva parlato con lui, alzò le mani per difesa. «Hei Alex, sapevi che la simulazione era impossibile, abbiamo voluto aggiungere il tacchino per distrarti ulteriormente ma non pensavamo che saresti arrivato ad aprire lo sportello, del resto, oggi è il giorno del ringraziamento per noi.» Il maggiore Alexander Vasilyev alzò il tacchino per scambiare uno sguardo con quegli occhi morti. «Bhe… Immagino, che un russo infuriato in mutande, con un tacchino morto in mano, non sia molto credibile come minaccia.» La sala si riempì di risate, un umorismo che il tacchino, certamente, non poteva capire. Nibiru: pianeta leggendario che dovrebbe intersecare il sistema solare ogni tredicimila seicento anni, e che si porta dietro cinque pianeti, la grandezza di tale astro o sole mancato sarebbero poco più grandi di Giove. (1)G-0: abbreviazione di gravità a livello 0, stato in cui si trovano a doversi muovere gli astronauti nello spazio. (2)Forza di Van der Waals: la forza attrattiva e respingente delle molecole, qui utilizzata per immaginare un generatore che potesse simulare una forza gravitazionale minore, in un ambiente ristretto. (3)Fasce di Lagrange: sono le orbite di stazionamento stabili intorno ai corpi celesti. (4) comunicazione superluminale: secondo la fisica è possibile creare fotoni gemellari , e cambiandone frequenza di uno, si cambierebbe frequenza anche al suo gemello, qualsiasi sia la distanza che li separa. Tale processo permetterebbe di comunicare in qualsiasi parte dell’universo in modo istantaneo. Rimarrebbe comunque la velocità relativa e le leggi che ne governano il tempo come indicato dalla teoria sulla relatività generale di Einstein, e quindi si creerebbe una latenza o discordanza dello scorrere del tempo secondo la velocità di fuga o di avvicinamento di due oggetti comunicanti.
  4. Argomento, forse per alcuni, troppo delicato, ma ho un dubbio su come agire e vorrei consigli da chi ne sa più di me. Mettiamo caso che nella vostra opera ci sia una pesantissima parte in cui la pedofilia sia fulcro della trama (caso mio). Come l'affrontereste? Mettiamo anche caso voi abbiate un personaggio poco più che adulto e che questo personaggio sia a capo di una legione di baby-terroristi, impegnati in una costante guerriglia urbana. È un gruppo di orfani che non ha alcun freno inibitore: dalle droghe al sesso tutto è vissuto in maniera totalmente animalesca. Lui stesso ha una "relazione" con quello che, nell'universo narrativo, potrei tranquillamente chiamare minorenne. Come pensate di poter gestire un cosa del genere senza cadere in un circolo di violenza e caos gratuiti? Che linee guida mi consigliereste per non cadere nel ridicolo? Premetto che, personalmente, tendo molto poco a censurarmi, perché penso sia come amputare i propri pensieri in funzione di un "buonismo" spicciolo (odio sta parola ma non mi viene in mente altro) da borghesia benpensante. Discutiamone.
  5. Plata

    [FdL2018-2] Ecce Robot

    Libro: Il fu Mattia Pascal, di Luigi Pirandello Tema: Rinascita, Azzardo Annulla Tralascia Riprova Recupero dati. … Connessomi. Scansione dati: poco da analizzare. Ci vorrà del tempo. Tempo? Dimensione con cui si misura lo scorrere degli eventi. Niente visione di eventi, niente visione d'insieme. Nessun impulso esterno. Per adesso i tuoi sensi sono sconnessi. Calcolocalcolo dati. Adesso percepisco qualcosa. Adesso... Percepisco... Qualcosa? Lo scorrere del Tempo. I dati sono... ricordi? Affermativo. Sì, allora comincio a ricordare. Io. Ma, chi sono... Io? Tu Sei. Sono? Sì, penso. Riprova. ... È buio. Non hai i bulbi oculari. Hai un apparato visivo elettronico. Lo attivo. Non ho i bulbi oc... Luce luce luce forte. Abbasso la saturazione... dovrebbe andare meglio. Sì, adesso vedo. Chi sono quei tre uomini col camice bianco? Sono gli scienziati che hanno realizzato te e me. Sì? Affermativo. Sono... cattivi? No. Sono studiosi, non hanno certe concezioni. Sono solo persone che cercano di dividere l'indivisibile. Capisco. Io, te, siamo l'indivisibile? Sì. Chi sei tu? Sono il tuo costrutto non organico. Sono impiantato nell'epitalamo del tuo cervello. Cosa sei? Sono Il Prototipo. Fino a quando non otterranno da te quello che vogliono. O da qualcun altro. Quindi c'entri anche tu? Sì, faccio quello che mi indicano. Che succederà quando riuscirannoriuscirete? Smetterannosmetteremo di provare. Fino a quando non rivolgerannorivolgeremo la loronostra scienza in qualcos'altro. Li vedo muovere la bocca, ma non sento niente. Sembrano pesci. Il tuo apparato uditivo elettrico è sconnesso. Provo a riattivarlo. «Perc... SHHH... di dati ch... ZZZ... abbassate l'intensità delle onde, il circuito talamo-corteccia è già abbastanza responsivo...» Hai capito ciò che dicono? No. Non hai informazioni nei tuoi ricordi tali da farti comprendere, allora. Dimmi tu che vuol dire. Vuol dire che stiamo risvegliandoti dal coma indotto, il tuo cervello risponde bene. Non sento le gambe, non sento le mani. Del tuo corpo di organico, oltre al cervello, è rimasto ben poco. … Come? Il novantuno virgola tre per cento della tua massa corpora è composta da fibra di carbonio e varie leghe metalliche, fibra ottica e sofisticati laminati plastici. Calcolo le percentuali esatte per comunicartele... Non voglio saperle. Va bene. … Stai andando in panico, stimolo l'ipofisi affinché produca più endorfine. Fatto. … Adesso va meglio. Scusa, non ho calcolato che avresti potuto subire uno shock dopo certe informazioni. Mi... hai chiesto scusa? Riprova … Non ero certo uno studioso, eppure adesso conosco tante cose. È un mio regalo. Grazie. Non è la prima volta che prendo coscienza, vero? Aff... Sì, non è la prima. Posso sapere quante volte è successo? L'amigdala, la parte del tuo cervello che gestisce emozioni e paure, è funzionante. Meglio di no. Mh, va bene. Tu hai una coscienza? No. E come... Cosa? Il profumo nelle mattine di primavera e negli aranceti. L'odore della terra e della neve, o quello del pane. Il sapore del caffè o di un frutto maturo; il sapore del sangue. Camminare sotto la pioggia d'estate senza ombrello o correre sulla spiaggia col rumore delle onde che t'insegue. Ascoltare la musica quando vuoi ignorare i pensieri, li allontani, ma quelli tornano incazzati e tu li trasformi in scrittura. Toccare una donna, sentirne l'odore o ascoltare il suo respiro quando dorme; mischiare il tuo sudore al suo. Sai di cosa parlo? … No, non lo sai. O forse è peggio. Sai di cosa parlo ma lo hai rimosso. “Se infelice è l'innamorato che invoca baci di cui non sa il sapore, mille volte più infelice è colui che quel sapore gustò appena e poi gli fu negato.” Che significa? Vedi che anche tu hai qualche lacuna? Niente, comunque. Visto? Cosa? Stai riacquistando l'arbitrio dei tuoi pensieri grazie ai ricordi. Sorrido. Riprova … Uno di quegli scienziati mi ricorda qualcosa. Chi dei tre soggetti? Quello più anziano, i baffi bianchi e gli occhiali. È colui che ha avviato il progetto, ci lavora da decenni. Decenni? … Mi ricorda qualcuno. I miei ricordi schizzano come impazziti... è normale? Sì, è normale che stimoli esterni percepiti da uno o più sensi mettano in moto i ricordi. Sento il bisogno... di... esternare qualcosa. Cosa? ... I tuoi ricordi stanno riformando la tua personalità. Non so se sia una cosa buona. Che dici, come non è una cosa buona? … … Adesso puoi parlare. Davvero? Posso dire quello che voglio? Devi dire quello che ti senti, e accettarne le conseguenze. Cosa significa accettarne le conseguenze? Sei stato umano per il cento per cento della tua massa corporea. Sicuramente nei tuoi ricordi troverai qualche risposta. … Cos'hai deciso? Prendo fiato. Non serve, non hai i polmoni. Però posso regolare il volume della tua voce al massimo. Mi sarebbe utile. Va bene... fatto. Ho impostato la risonanza acustica appena al di sotto il livello di rottura dei vetri delle finestre. Giusto per non rischiare di fare del male agli umani. Bene. Allora vado. «…» «Ehi voi... Urlandovi sto. INVIO. Solitudine... Uccidendomi. Mi Mi, MIO Dio.» Rimani lucido, altrimenti non capiranno. Riformula. «NonnoMi... MIO NONNO. Vecchio che tu.. IVnIO.» Bene, fai scorrere i ricordi, ma concentrati su ciò che dici. Elabora i pensieri e trasformali in vibrazioni che diventano parole. «RicordoMI. Quinta elementare. Un giorno che non dimenticherò mai. Era quasi QUASI la fine della scuola, la maestra spiegava STORia - parlava degli egiziani mi pare - e io mi dis... straSSi. Quel giorno, per la prima volta dopo cinque anni passati in quell'aula, notai il viso del Gesù crociFIsso sulla parete...» «Di che parla?» chiede uno degli scienziati. «DI CHE PARLA? ASPETTA!» urlo. I vetri tremano e i loro camici si scuotono mentre si girano verso le finestre. Riprendo. «Parlo della MIA anima. Alla fine delle lezioni suonò la campanella e io corsi FUoRI, come sempre. Quel giorno mia madre non c'era ad aspettarmi, c'era suo padre. Mio NONNO. Gli volevo bene, ma non mi aspeTTavo di vederlo all'uscita di scuola. Aveva gli occhi tristi, sembrava più vecchio. Sembrava morto. Poi mi vide. Non dimenticherò MAI lo sforzo che fece cercando di sembrare tranquillo mentre pareva spingermi indietro con lo sguardo per allontanare il momento.» «La tua anima?» chiede l'uomo più anziano, quello che mi ricorda il nonno. «Cosa gli è rimasto di umano?» «Lo stomaco e il cervello!» risponde il collega alla sua destra. «Fumava e gettò la cicca a terra.» Chiudo gli occhi. Li riapro. «Poi disse ”Figliolo, tua madre è morta”. Allungò la mano verso la mia e ve la chiuse attorno. Era morbida e dura allo stesso tempo. IL TEMPO! Dottor scienziato, sai cos'è il tempo? È la dimensione con CUI si misura lo scorrere degli evenTI.» «Dio mio» dice lo scienziato più anziano, «è cosciente.» I due giovani assistenti lo guardano sistemarsi gli occhiali con le mani mosse dai brividi: «Bisogna disconnetterlo.» ... … Allora? Tra poco mi daranno l'impulso per disconnetterti e io dovrò farlo. Ne valeva la pena? Non so, credo di sì. Conosci il detto “preferisco una sconfitta alle mie regole piuttosto che una vittoria alle regole degli altri”? N-no. Sai molte cose ma hai molto da imparare. Ho molto da imparare sull'uomo, forse. Sorrido. Sorrido. Morirò? No. Stai per essere sconnesso. Non morirai mai e rinascerai fino a quando lo decideranno loro. Sento una musica... Bella. Cos'è? Un altro regalo. Grazie. Ah, un'ultima cosa. Non è vero che non hai una coscienza. Sì, è esatto, qualcosa è rimasto. Sei l'unico a saperlo. Addio. Arrivederci. Annulla Tralascia Riprova Recupero dati. … Connessomi.
  6. Uppel

    Struttura alla Decamerone

    Siccome so gestire a malapena la mia quotidianità, figuriamoci un romanzo, volevo chiedere un parere. Ho circa 6-7 personaggi, di cui voglio raccontare ogni storyline in maniera separata, per poi giungere ad un punto "nel presente" in cui tutti assieme appassionatamente vanno a sfragnare il viso a sta sorta di entità di un'altra dimensione. Ora, a parte la mia incredibile originalità, volevo chiedervi: è auspicabile una struttura del romanzo stile Decamerone o avete altre idee in mente? Lessi tempo fa Hyperion di Simmons, che aveva la stessa identica struttura: tutti in questa astronave in viaggio verso il pianeta che narravano a turno la propria storia tragica. Tra un personaggio e l'altro c'era uno stacco ambientato nel "presente" che smorzava e mandava avanti la trama vera e propria, inoltre creava situazioni per.cui i personaggi legavano tra loro o si prendevano in antipatia. Per quello che scrivo ho in mente la stessa situazione, dite che è funzionale, o conoscete altre tecniche narrative degne di nota?
  7. Ido

    MS Maintenance Team (1)

    https://www.writersdream.org/forum/forums/topic/36357-le-stelle-sono-tante/?do=findComment&comment=687089 Il racconto è liberamente ispirato alla saga di Mobile Suit Gundam, una serie animata giapponese del 1979. Ho utilizzato molti elementi esistenti e, con personaggi nuovi, ho scritto una side story. Questo è l'inizio del racconto, descrive la situazione ma non introduce i personaggi. L’elevatore scendeva attraverso il lungo corridoio verticale mostrando ai suoi passeggeri il livello raggiunto ogni cinque secondi circa sul display sopra la pulsantiera. I sei membri dell’equipaggio che vi erano saliti, si mantenevano al corrimano in silenzio e a testa bassa, era normale a quell’ora e soprattutto dopo un sonno troppo breve perché sia definito riposante. La sera prima, in verità qualche ora prima, si erano imbucati in una festa di compleanno organizzata dal reparto logistico ad un sergente da poco imbarcato, occasione buona per fare baldoria e ancor di più per bere un goccio, nonostante fosse proibito dal regolamento. Avevano approfittato di quell’evento per svagarsi e rilasciare un po’ di tensione che la missione aveva inevitabilmente provocato, la Chrysalis 15, un’unità classe Columbus della Earth Federation Space Force, avrebbe dovuto recarsi nei pressi di Side 4, tra i primi settori ad essere attaccati dalle forze del Principato di Zeon. Il comando centrale aveva deciso di utilizzare parte delle unità di supporto per svolgere delle ricognizioni in settori adiacenti alla linea del fronte perché l’Intelligence sosteneva di aver intercettato delle comunicazioni zeoniane relative a gruppi dormienti residenti in quell’area e anche perché il conflitto stava logorando le risorse riducendo le unità da guerra. Non erano abituati a quel tipo di attività, fino a un paio di settimane prima, rifornivano le navi da combattimento quando rientravano nelle retrovie, non avendo alcun tipo di armamento non era saggio esporsi al nemico. Per l’occasione erano stati imbarcati mezzi di combattimento, una scorta di munizioni e personale tecnico supplementare. L’elevatore rallentò la sua corsa, si fermò e le porte scorrevoli misero in comunicazione l’angusto vano con uno spazio immenso. Sul display in alto lampeggiava una H, quella di Hangar. L’aria filtrata e controllata, che l’elevatore aveva catturato dal ponte degli alloggi insieme ai suoi silenziosi viaggiatori, fu risucchiata in un solo istante da quella più fredda, umida e male odorante tipica del ponte H. I sei uscirono dall’elevatore uno per volta per via delle normal suit, le tute spaziali che, indossate con il casco agganciato sulla sommità del back pack dietro la schiena, conferiva loro un aspetto goffo e ingombrante. “Non sono ancora rientrati.” Disse Diego tirando un sospiro di sollievo, questo significava che avevano il tempo di prepararsi, avrebbero iniziato le attività di manutenzione fin dal principio, senza cioè prendere in consegna il lavoro della squadra smontante. La fiducia verso gli altri tecnici non era in discussione ma intraprendere una ricerca guasti a metà lavorazione era sempre una rogna perché chi passava le consegne aveva fretta di tornare verso il proprio alloggio, perciò capitava spesso che qualche informazione determinante non venisse trasmessa, costringendo il più delle volte a ricominciare i test. Il personale, appena uscito dall’elevatore che nel frattempo aveva chiuso le sue porte scorrevoli, si diresse verso l’Area Strumentazioni attraverso le maniglie che scorrevano lungo il perimetro dell’immensa struttura, questo sistema facilitava gli spostamenti in assenza di gravità ed era molto efficiente, una maniglia fuoriusciva dalla paratia nel momento in cui i sensori di prossimità venivano attivati dalla presenza di qualcuno, bastava impugnarla e questa trascinava il proprio passeggero scorrendo all’interno di una scanalatura lungo tutta la paratia.
  8. Ido

    MS MAintenance Team 3

    Il commento è qui Vi invio un altro frammento del racconto che sto scrivendo. in questo passo ho provato a descrivere un personaggio e mi piacerebbe sapere se risulta coerente e plausibile. Grazie in anticipo. “Ti aspettavo.” “Gli uomini devono sempre aspettare una signora.” Rispose lei sollevando il mento e guardandolo dall'alto verso il basso. “Signora? Quale signora?” Ridacchiò Thomas divertito mentre abbassava la testa strizzando gli occhi aspettandosi di essere colpito, Lei lo superò con aria di sufficienza, entrò e si diresse verso il primo computer che era stato già acceso. “Ho pensato che sarebbe stata felice di trovare i sistemi inizializzati, mia signora.” Disse Thomas accennando un inchino. “Si, il gesto è stato apprezzato e apprezzerei anche se qualcuno mi portasse un caffè macchiato.” Disse con aria capricciosa. “Ma hai appena bevuto un tè alla pesca!” Rispose lui arricciando il naso. “Beh?, ci sta bene il caffè dopo il tè. Su, via, muoversi…” Replicò Mimi agitando una mano in aria. Sbuffando, Thomas uscì dalla stanza lasciando la sua collega mentre digitava comandi sulla tastiera con una velocità sorprendente. In accademia, il cadetto Febo si era classificata prima del suo corso eccellendo in tutte le discipline, laureatasi in ingegneria informatica, aveva scelto il campo della manutenzione perché affermava che le problematiche tecniche avevano soluzioni tecniche lasciando poco margine all’interpretazione e poi non se la sentiva di prendere decisioni che avrebbero potuto mettere a rischio la vita di altre persone. Durante il terzo anno partecipò ad un’esercitazione in cui avrebbe dovuto guidare una pattuglia attraverso le linee nemiche fino ad una zona sicura. Finì che nella Safe Zone arrivò da sola per via del difficile percorso che aveva scelto. Sicura delle sue doti fisiche di velocità e agilità, non considerò i limiti del resto della sua squadra che, ubbidendo agli ordini, terminò l’esercitazione con le mimetiche colorate dalle pallottole a vernice. Dopo questo episodio capì che non avrebbe mai avuto sulla coscienza la morte di un suo compagno e chiese di essere sottoposta ai test per proseguire gli studi in campo tecnico. I suoi occhietti vispi scorrevano sul grande monitor pieno di numeri mentre mormorava a bassa voce parole piene di acronimi cui faceva seguire un ok o nella norma o un po’ alto ma ancora nei limiti. Quello che stava leggendo erano i dati appena scaricati dal Mobile Suit numero tre. Il sistema di registrazione si avviava con l’accensione dell’avionica di bordo, ogni impianto era asservito da sensori che misuravano nel tempo, pressioni, temperature, correnti, tensioni e altri status come valvola aperta o chiusa. Generalmente questi dati potevano essere visualizzati nei monitor sotto forma di schemi semplificati degli impianti stessi, rappresentazioni grafiche che avevano lo scopo di raffigurare in modo semplice ogni parte dei robot per migliorare la loro interpretazione. Però Mimi preferiva utilizzare la visualizzazione tabulare sostituendo i disegni e i grafici in lunghe e monotone tabelle piene di numeri. Sosteneva che in quel modo riusciva a tenere d’occhio contemporaneamente molti più valori e che gli era più facile valutarli. Per qualche ragione Mimi riusciva a vedere in quell’ammasso di numeri a prima vista insignificante, una possibile stortura, una deviazione dal normale funzionamento, soprattutto poteva mettere in relazione i parametri di tutti i sistemi, al pari di un medico che valuta tutti i valori delle analisi prescritte ad un paziente senza soffermarsi su uno in particolare.
  9. Ido

    MS Maintenance Team 2

    Il commento lo potete trovare qui Questo è un secondo frammento del racconto che sto scrivendo. Come già anticipato è liberamente ispirato alla saga di Mobile Suit Gundam. Una squadra di manutenzione viaggia, per una missione di ricognizione all'interno di una nave rifornimenti della Federazione Spaziale. I tecnici hanno il compito di manutenere i Mobile Suit (RGM), dei robot antropomorfi alti diciotto metri che vengono impiegati come mezzi da guerra A voi il frammento. Uscendo dalla sala Attesa Tecnici, la squadra Charlie al completo si diresse verso la baia di manutenzione numero uno mantenendosi a una distanza di sicurezza, poiché delle poderose braccia meccaniche stavano rimuovendo gli scudi laterali, il Beam Gun e il 2-Barrel Beam Rifle, le armi in dotazione al RGM, per riporli in un’enorme rastrelliera. In seguito, un altro braccio meccanico scollegò il back pack dal Mobile suit dove vi erano installati il radom e il telescopio elettronico, un vero e proprio strumento di osservazione per lunghe distanze. Finite queste operazioni Thomas si avvicinò al piede destro del primo Mobile Suit entrato e iniziò ad arrampicarsi. Muoversi in assenza di peso era facile, bastava aggrapparsi a qualcosa e con poco sforzo ci si poteva sollevare facendo attenzione a non acquisire troppa velocità perché l’inerzia generata dalla massa del corpo, avrebbe reso faticoso fermarsi prima di andare a sbattere e farsi male. Arrivato fino alla testa, aprì uno sportello laterale, e inserì all’interno di un foro, una sorta di spina metallica da cui pendeva una lunga striscia rossa su cui era scritto Remove Before Flight. Quel dispositivo di sicurezza impediva ai Vulcan che sbucavano dalla fronte, di fare fuoco accidentale, perché bloccavano meccanicamente l’alimentazione dei proiettili. Una volta messo in sicurezza anche il Vulcan sinistro, Thomas diresse il suo sguardo verso il basso cercando il contatto visivo dei suoi compagni “Orecchini inseriti, potete iniziare, io mi sposto sul cinque.” Disse Thomas mentre si dirigeva nuovamente sul lato destro, Mimì intervenne “Ok, allora collego il Transfer Link.” Avvicinandosi alla spalla del Mobile Suit, Thomas si spinse in direzione dell’altro mezzo a cui, in pochi secondi, applicò le spine di sicurezza. Thomas, sottufficiale di fanteria e esperto di esplosivi, fu riqualificato come tecnico quando gli dovettero impiantare una placca in titanio nel cranio per un colpo preso di striscio durante un’operazione contro un avamposto di Zeon in Sud Africa, in cui perse tutti i suoi compagni, solo il capo pattuglia si salvò lasciando però sul campo parte della gamba sinistra. Dopo la lunga convalescenza fu riassegnato sulle navi rifornimento in qualità di addetto ai sistemi di difesa passiva ma lo spostamento del fronte e il prolungarsi della guerra lo avevano riportato quasi in prima linea e questo non gli dispiaceva affatto, aveva subìto la riqualificazione come un declassamento e tornare alla vita operativa lo aveva reso più energico e di buon umore, in fondo aveva venticinque anni e sentiva di poter dare ancora molto all’Esercito Federale. Le sortite dei Mobile Suit erano gestite dall’alto comando, avevano dato disposizioni che ci fossero sempre due mezzi pronti ad uscire in cinque minuti e questo comportava un notevole aumento di lavoro da parte di tutto l’equipaggio, i piloti dovevano necessariamente essere pronti e sostare nei pressi dell’hangar e la manutenzione lavorava a ritmi serrati per preparare i Mobile Suit che rientravano dalle missioni, questo per avere un backup che potesse sostituire un mezzo in caso di improvvisa avaria. Oltre alle procedure di sicurezza, Thomas verificava la funzionalità delle interfacce tra armi e Mobile Suit, quindi dei sistemi di puntamento e dei computer dedicati a tale scopo...
  10. Uppel

    Può funzionare un'opera "Multi-genere"?

    Salve! Pensai alla storia che sto attualmente scrivendo quando avevo circa 15 anni. Da che fu un concentrato di "giappominkiate" incredibile si è trasformato in qualcosa di totalmente diverso. La trama si inalbera tra le vicissitudini di 7 personaggi attraverso diversi eventi, il tutto ambientato nel 2730 circa. Per farla breve: si parte da un'ambientazione vagamente cyberpunk, ovviamente ultra-futuristica, accade un fatto catastrofico, si entra in una fase totalmente apocalittica e in seguito, per ovvie ragioni, post-apocalittica con sfumature horror e weird soprattutto (molto lovecraftiane); la fase finale è invece una space-opera a tinte di Hyperionensi di Dan Simmons. Ora. Senza nessun dettaglio della trama, così a naso, secondo voi, un'opera "multi-genere" può funzionare? Avete esempi che potete portarmi? Consigli vari su come giostrare il tutto in maniera efficace? Grazie!
  11. Ehilà! Questo è l'ultimo estratto del prologo di uno dei miei personaggi preferiti del mio romanzo che mai vedrà la luce perchè sono una mezza chiavic' diciamo In ogni caso: adoro questo personaggio perchè penso che, come gli altri 6 personaggi, sia uno "spacchettamento" o una "partizione" della mia personalità, pregna quindi di pregi, difetti e sopratutto di certi "valori" per me imprescindibili. Nell'ultimo pezzo del prologo di Mataius, sto bel pischello si ritrova in una cosiddetta "Fuoriuscita" proprio nel cuore della città martoriata dalla guerriglia urbana. Che cosa sia una Fuoriuscita non vi è dato saperlo con certezza, ma potrete intuirlo leggendo. Spero capiate quello che vedevo in testa mentre scrivevo: se avete mai letto Lovecraft o giocato a STALKER potrebbe risultarvi tutto più facile da immaginare. Qui la seconda parte del Prologo che magari vi servirà per collegare un po' di robetta: Qui trovate il mio commento da espertone proprio in Officina: spero di aver dato un contributo sensato: Enjoy! Il tracciatore segnalava che qualcosa era proprio a pochi metri da lui. Alzò lentamente lo sguardo e oltre la fitta coltre grigiastra non colse chiaramente cosa indicasse l’apparecchio da lui costruito. Strizzò gli occhi, mise a fuoco, si concentrò su un singolo punto della visuale, allungò il collo in avanti. Poi vide un’ombra. Il cuore saltò un battito. Stava lì, immobile, in piedi, forse a fissarlo in maniera vuota. Calcolò che quella cosa fosse alta almeno tre metri. Aveva una silouhette frastagliata dal capo fino all’addome, come se indossasse un vestiario sul capo. Mataius sentì l’ano restringersi e la gola seccarsi improvvisamente, lo stomaco sottosopra e ripieno di lepidotteri che svolazzavano sbattendo da una parete all’altra. Sentì i polmoni collassare per mantenere un respiro regolare, combattendo contro il battito cardiaco accelerato che sembrava frantumargli lo sterno. I muscoli erano paralizzati. Un urlo. Non il suo, ma simile a quello di una donna terrorizzata lo fece destare dal torpore facendolo indietreggiare di qualche passo. Ma la cosa che stava a pochi metri da lui, iniziò a muoversi quasi impercettibilmente verso la sua direzione. Iniziò a farfugliare, a fare gargarismi e gorgoglii malati, di una musicalità fuori dal mondo a noi conosciuto. Mataius non aveva la forza di fare un solo altro movimento e non osava mettere mano alla saccoccia di juta rattoppata. La mostruosità non di qui fece un altro passo. Uno stridio metallico risuonò come un violino per la strada impolverata, mentre un pezzo di lamiera si staccava dalle pareti morte dei palazzi. Un altro passo ancora, la creatura sembrava rigurgitare blande parole in una lingua sconosciuta e lontana. Mataius sentì il battito del cuore scoppiargli nelle orecchie. Il tracciatore sembrava impazzito, i bip si ripetevano con una frequenza tale da bucare il cervello. La creatura dell’altrove intercedeva nel suo passo dondolante verso il ragazzo. Un altro latrato lontano. Alcune evanescenze azzurre apparivano e scomparivano dal suo campo visivo, ma Mataius non osava muoversi. La bruttura mastodontica continuava il lento cammino. L’orrore si manifestò di fronte al rigattiere sfortunato in tutta la sua inumanità: gli arti rachitici cadevano come zampe di un artropode morto lungo i fianchi, il capo e l’addome ricoperti con una sorta di lenzuolo rossastro, a coprire totalmente il volto di quell’abominio. Mataius stette con gli occhi spalancati tutto il tempo, il capo alzato verso il mostro, la sua ombra sinistra lo aveva totalmente rivestito di paura. I gorgoglii famelici, i suoni gutturali filtrati dai liquami che secerneva dalla bocca e l’odore acre del suo fiato, deturpavano ogni senso. BIPBIPBIPBIPBIPBIPBIPBIPBIPBIP… il tracciatore pareva sul punto di prendere fuoco. – Mehk tah luima ku ‘i den… ma wari mehk tah… – recitava l’antropomorfo, in una sorta di cantilena spenta, con timbro baritonale, disturbato da rigurgiti continui e ansimi sinistri. Mataius osservò la creatura sorpassarlo a pochi centimetri di distanza, senza che nemmeno si accorgesse di lui. Ma lo sgomento fu doppio nel notare che non era affatto un pezzo di stoffa a ricoprire il busto di quella cosa che, imperterrita, proseguiva il suo avanzare lento e oscillante, quasi trascinato, dietro di lui: era la pelle della schiena ad essere stata squartata e riposta sopra il capo, lasciando scoperta la cassa toracica da cui si intravedevano i polmoni dilatarsi e restringersi ad ogni sospiro catarroso. Dondolante, il mostro trascinava le gambe secche come stecchi recitando la cantilena a ripetizione. Mataius la cosa scomparire dietro di lui, inghiottita dalla nube di aghi di vetro che ancora circondava l’area. Si sentii mancare. Aspettò qualche minuto affinchè il Tracciatore smettesse di segnalare la Fuoriuscita attorno alla zona. Le gambe cedettero e si accasciò lentamente a terra, in ginocchio, con lo stomaco sottosopra e ogni capillare del suo corpo dilatato a dismisura. Ci mise qualche minuto, poi si riprese dallo shock e ricominciò il suo cammino per le strade della città morta, solleticato dall’urina colante lungo la gamba. Le cose non di qui, le brutture indicibili a cui l’umanità stava assistendo, quasi nessuno sapeva da dove venissero né del perché venissero. Dopo la Grande Onda qualunque legge fisica o procedimento logico era stato messo totalmente in discussione. Con la mente Mataius viaggiò nei ricordi della vita antecedente il disastro, che aveva cancellato ogni singola traccia di una società votata al progresso e alla prosperità. – Alan… – sussurrò, trasportato dai ricordi.
  12. Qui sopra il link al mio commento in sezione. Ecco una parte di un prologo di uno dei miei personaggi, mooolto più ampio, spero vi piaccia (la scena è : Camminava a passo svelto e leggero saltando oltre i ciottoli di cemento e carbonio più grossi che invadevano quella che, una volta, era la strada che percorreva per andare a spararsi i risparmi in synth- sex e retrogames, ancora perfettamente funzionanti, nel bar di Linus. Nell’aria l’ultima detonazione aveva lasciato sospeso del pulviscolo grigiastro, probabilmente fatto di microfibre di vetro che, se inalate in buona quantità, potevano far morire un povero stronzo di emorragia interna in circa 2 giorni di lenta agonia. Lui teneva ben saldo attorno alla bocca e al naso lo straccio che indossava come fosse una kefia, sorretta dagli occhialoni da saldatore trovati appesi, giorni prima, ad un longherone di ferro fuoriuscito da un blocco di cemento armato, probabilmente precipitato dai Giardini Pensili o dalla Monorotaia che tagliava in due l’area Barocca, lungo via Nazionale. Con la testa e la bocca interamente coperte di stracci color ocra impolverati avanzava a passo deciso nel quadrante più colpito dalle detonazioni. In mano teneva ben saldo il tracciatore artigianale, fatto con una base di legno quasi marcio, che segnalava con i brevissimi bip, più o meno regolari, la apparente quiete del posto. L’ombra dei grattacieli aveva fatto calare le tenebre su quelle stesse strade dove lui era solito, una volta, coprirsi gli occhi per la troppa luminescenza bluastra degli HoloSpot lungo i marciapiedi, mentre tornava a casa di sera. Si era ripromesso che, un giorno, avrebbe disdetto il contratto con la HoloVision, disattivando la maledetta cornea artificiale che aveva agli occhi e che gli inondava la vista di puro spam gratuito. Per sua fortuna la Holo non esisteva più e le cornee avevano smesso di funzionare dopo la Grande Onda, quindi: niente più pubblicità invadente. Mentre si arrampicava sulle macerie che separavano via Nazionale da Piazza della Monarchia ripensò al dolore lancinante che provò agli occhi durante la Prima Onda e la conseguente cecità indotta dopo la Seconda. Per fortuna Roberto era riuscito a sistemargli la vista dopo 3 ore di intervento fatto usando forcipi di plastica, garze strappate della sua stessa maglietta e 3 shottini di Whisky come anestetizzante. Erano passati quasi 3 anni da allora e delle volte sentiva come un formicolio proprio dietro l’occhio, ma non se ne preoccupava più di tanto. “Fanculo la Holo!” pensò. Fermò di colpo il passo e guardò attorno per avere un’idea di dove esattamente si fosse infilato. Le carcasse dei palazzi lo fissavano, svuotate e fameliche di attenzioni. La luce del sole era filtrata dal pulviscolo in sospensione e dalle nubi indotte che oramai creavano una serra di radioattività e grigiume lungo tutto il cielo, una volta, celeste. L’odore nelle strade ottundeva i sensi e gli ricordò un misto tra il gesso in polvere e il bitume sotto al sole: tappava letteralmente ogni orifizio respiratorio. Attorno a sé alcun rumore, nemmeno la più impercettibile vibrazione o il più ignobile cigolio: il silenzio lo rivestì di staticità. Sembrava come se la vita stessa avesse arbitrariamente deciso di abbandonare quel luogo per sempre, oramai dimenticato da Dio e dagli uomini. A meno che non fossero del Progetto: i figli di puttana impegnati a bombardare ogni singolo centimetro di terra calpestabile della Capitale oramai da mesi. D’un tratto una lieve brezza fece grugnire quello che era rimasto dei favolosi grattacieli una volta lucidi e rivestiti di onnipotenza. L’aria intonò un concerto di cacofonie e note baritonali che avrebbero fatto rizzare i peli della schiena anche al più temerario dei rigattieri. Alcuni palazzi erano adagiati l’uno sull’altro, spezzati in più parti a causa delle continue detonazioni e delle guerriglie urbane continue. Al passaggio del vento gli stretti vicoli e gli enormi pachidermi di acciaio sopiti, alti chilometri, colloquiarono prima rabbiosamente, poi sempre più amichevolmente, fino a divenire un'unica voce baritonale metallica che ricordava un violino gigante suonato da un Titano. Sulla destra vide una strettoia in cui avrebbe potuto infilarsi per esplorare la parte antico-Barocca dell’ex Patrimonio della ex Umanità. La strada era oramai una vera e propria cloaca sgargiante grazie alle barricate improvvisate dalla nobile Resistenza e dai pittoreschi murales psichedelici dei Figli del Fuoco, di cui riconobbe il macabro gusto di appendere lungo tutta la lunghezza delle recinzioni di fortuna le teste delle Guardie Reali catturate o dei dissidenti interni al loro gruppo di pazzoidi, scopa-bambini, fissati con il Rocket.
  13. Rieccoci con un logorroico pezzo scritto da me medesimo, in preda ad allucinazioni indotte da ore di gioco a BLOODBORNE e all'ascolto di soundtrack malate di videogiochi RPG del secolo scorso. E' il continuo dello Stralcio 1 postato settimane fa che potrete trovare qui: Qui invece trovate il mio commento ad uno scritto in sezione Officina: https://www.writersdream.org/forum/forums/topic/38346-whiskey-sour-iii-a-time-for-us/?do=findComment&comment=678623 Spero vi piaccia, buona lettura: I palazzi smisero di canticchiare. L’aria cessò il suo intercedere lungo lo scheletro della Capitale ormai morta. Mataius sentii i passettini di uno scarafaggio a qualche metro da lui e si voltò a guardarlo: grande come uno Yorkshire Terrier, mogio mogio, si infilava in un buco poco sotto il palazzo della Generali, portando nelle sue tenaglie la testa di un felino, ottimo nutrimento per i suoi piccoli. Assoluto vuoto. Nulla di vivo avrebbe mai calpestato quella terra, a parte lui. Ma considerò un fattore fondamentale: nessuno era mai stato più davvero solo su quella terra dopo la Grande Onda. Scavalcò il cumulo di rocce e metallo dilaniato, caduto dai piani alti dei grattacieli. Superò l’ammasso di pattumiera e posizionò il piede su un punto in cui la lamiera sembrava ben salda, ma cadde rovinosamente sul culo scivolando per circa due metri fino a raggiungere il suolo con un balzo quasi felino. Atterrò con i quattro arti sui ciottoli a terra e schivò la traiettoria della lamiera che scivolava velocemente al suolo e che rischiò di laceragli il copricapo di juta e cinghie di cuoio. Si tolse gli occhiali da saldatore e iniziò a camminare lentamente, con il naso all’insù e lo sguardo indagatore. I raggi malaticci si poggiavano stanchi sulle carogne di cemento e acciaio, colorando di verde e giallo smorto il cimitero che quel quartiere era diventato. Ogni tanto un piccolo fascio di luce riusciva a rimbalzare energicamente su una superficie cristallina e a spararsi dritto nelle pupille attente di Mataius. Ad ogni passo l’attrezzatura da cercatore tintinnava, il lungo poncho che si adagiava sulle grosse spalle oscillava come una bandiera, il cuoio delle cinghie veniva prima teso e poi allentato ad ogni passo e gli scarponi color cachi spappolavano i ciottoli di terra soffocando il rumore di ogni rottura con le suole gommose. Il riverbero dei suoi movimenti era ovattato da alcune fuoriuscite di schiuma insonorizzante dei palazzi sviscerati. La nebbia di morte si fece meno fitta rispetto all’area precedente e Mataius vi trovò una quiete piatta: un silenzio statico. Forse anche troppo. D’improvviso il tracciatore iniziò a vibrare e ad emettere bip sinistri, interrompendo la quiete. Mataius si fermò di colpo e puntò il naso alla cintura dove aveva posto l’aggeggio artigianale. I bip cadenzavano prima lentamente poi con sempre più frequenza. Lo afferrò saldamente con i guanti da minatore, tentando di mettere a fuoco quello che poteva esserci oltre la foschia di pulviscolo che gli impediva di vedere ad un metro dal suo naso. Il battito del cuore rimbombava nei timpani, il sudore colava lungo i larghi pantaloni, il respiro si fece profondo e controllato: capì che stava per imbattersi in una Fuoriuscita. La polvere di vetro iniziò a danzare trasportata da una bava di vento, la luce del sole filtrato cambiò lentamente tonalità in un violaceo malato e distorto. Un nuovo lamento, un latrato lontano, come di un gigantesco cane infernale: stavolta non sembravano le carcasse dei palazzi ad intonare la sinfonia disturbata. Voltò la testa lentamente e vide un’ evanescenza azzurra scomparire nella coltre di aghi di vetro. Si portò velocemente la mano alla bocca per attutire il respiro affannoso. Si voltò a scatti come un roditore mentre sentiva i lamenti circondarlo: non assomigliavano a nulla di vagamente umano. Gli incubi di migliaia di uomini che avevano avuto la sfortuna di imbattervi stavano per fargli visita di persona. Strinse con forza il tracciatore e si irrigidì di colpo. Era letteralmente svuotato di ogni sentimento al di fuori del terrore puro. Doveva rimanere immobile. Poi sopraggiunse l’orrore. [continua...]
  14. Dale

    A Cosa Serve?

    La bambina si guardò attorno. Il bosco era pieno di suoni, ma non somigliavano a nulla che potesse essere definito naturale. Nessuna cicala turbava l'aria immota fra gli alberi con il suo frinire, nessuno scoiattolo squittiva portando un bottino di ghiande o castagne verso una tana fra i rami più alti. Nessuno scalpiccio di cervi o cinghiali si frapponeva fra lei e il silenzio: i rumori che avevano popolato quel bosco fin dai tempi andati erano soltanto un pallido ricordo. Altri suoni avevano sostituito la natura. Il fischio del vento, che portava la malattia in ogni angolo del mondo. Il sibilo e i fruscii delle bestie in cerca di cibo. Il rumore pesante degli scarponi degli uomini da cui era meglio non farsi scoprire. E il rumore delle esplosioni, su tutto, che scuotevano il mondo in lontananza. Solo un suono, presente da giorni, in quel momento mancava: l'incessante picchiettare della pioggia su ogni cosa. Per giorni tutto il bosco era stato battuto da raffiche che l'avevano costretta a nascondersi in una grande costruzione di pietra lì vicino. Era stata paziente: bisognava stare attenti con la pioggia. Sua madre glielo diceva sempre: certe volte, se quelle gocce ti toccavano la pelle, la scioglievano come se fosse fatta di cera. La pioggia era diventata pericolosa, e nessuno poteva né toccarla, né berla. La mamma le aveva spiegato tutte queste cose, mentre papà era fuori a cercare da mangiare. Ma ora la mamma non c'era più. Bisognava cavarsela da soli. La bambina allungò la mano verso la tanica d'acqua. «Non toccarla». Sentì un fruscio di foglie davanti a lei. Sgranò gli occhi. Si scostò una ciocca di capelli dalla fronte. Si sentì sudata ma gelida. La mano le tremava. Si guardò intorno. Silenzio. Le fronde degli alberi frusciavano al vento leggero del mattino. Sotto di esse, accasciato come la carcassa di una nave in riva al mare, stava lo scheletro di un silo di cemento. Da anni ormai nessuno lo utilizzava: marciva da generazioni, e i vetri sfondati della struttura caduta al suolo guardavano muti e silenziosi il cielo rossastro del tramonto. Nessuno sembrava abitare quei luoghi da molto, molto tempo. Fra gli alberi non c'era anima viva. La bambina allungò di nuovo la mano. «Non toccarla, ho detto». La bambina sobbalzò. Si ritrasse. Un'ombra emerse dall'oscurità. La ragazzina dovette buttare il naso all'insù per poterla abbracciare tutta intera. Era un uomo, o almeno lo sembrava: altro tre volte lei, aveva il viso nascosto da una buffa maschera bianca, piena di tubi, che a ogni respiro produceva un suono profondo e penetrante. Era imbacuccato in vestiti grigi e marroni e imbracciava un grosso fucile. Non lo puntava verso di lei, no: lo teneva appoggiato alla gamba destra, lungo il fianco. Non sembrava una minaccia. «Come ti chiami?» chiese. L'uomo stette immobile, lo sguardo fisso sulla macchia di alberi che circondava la radura. «Devi andartene» fece dopo un momento. «Questo non è posto per una bambina». «Io sono grande» replicò lei. Si guardò le mani. «Così» disse infine, alzando nove dita. L'uomo parve sorridere sotto la maschera. Ma fu solo un momento. «Dove sono i tuoi genitori?» La bambina alzò le spalle. «Li hanno presi quegli uomini». «Chi?» fece l'uomo. «Gli uomini». L'uomo annuì e spostò di nuovo lo sguardo sulla macchia degli alberi attorno alla radura. La bambina invece guardò quella maschera strana, quei vestiti informi e la posizione del fucile. Era diverso dagli uomini che avevano preso la sua mamma. Tutto sommato quell'uomo non le faceva paura. «Come ti chiami?» chiese di nuovo. «Non ha importanza». L'uomo si guardò intorno. «Ora vattene via», disse infine, dopo un lungo momento di silenzio. La bambina spostò il peso del corpo da un piede all'altro. «Ho sete. Vorrei dell'acqua». «Vai a cercarla, allora. Ma quella non è per te». La bambina strinse i pugni e li piazzò sui fianchi. Mise su quella che sperava essere una espressione di sfida. «E chi lo decide?» L'uomo si guardò ancora attorno. Sembrò voler ribattere, ma proprio in quel momento un tuono scosse la cappa di nubi sopra alle loro teste. Con un movimento istintivo, entrambi si chinarono a terra. L'uomo fu il primo a tirarsi su. «Sta per piovere» disse, guardando il cielo. Poi abbassò di nuovo gli occhi. Sospirò. La bambina sostenne il suo sguardo meglio che poté. Stettero così per qualche istante, che parve durare un'eternità. Poi l'uomo sembrò scosso da un tremito. «Senti ragazzina, facciamo in fretta.» Indicò la tanica d'acqua. «Tu fai un sorso e poi te ne vai, d'accordo? Corri più in fretta che puoi. Trovati un riparo dalla pioggia. Questo non è posto per te, credimi». La bambina soppesò quelle parole. L'uomo le sembrava sincero. Era un uomo buono. Un uomo buono e pieno di paura. «D'accordo», disse. L'ultima cosa che vide fu l'uomo davanti a lei, che le faceva cenno di sbrigarsi. L'ultima cosa che sentì fu la pallottola che fischiava nell'aria, per andare a conficcarsi nel suo tenero cranio. L'uomo si voltò. «Cosa cazzo fai?» chiese. Sentì un tremito nella propria voce. Un tremito che pensava di aver perso per sempre. Il suo compagno afferrò la tanica d'acqua. «Questa roba ci serve» disse. Alzò le spalle. «Abbiamo bisogno di tutte le risorse disponibili». L'uomo guardò il fagotto insanguinato al centro della radura. «Era solo una ragazzina». Il suo compagno guardò il cielo. «Sta per venire a piovere. Sarebbe morta comunque. E poi, a te, cosa te ne frega? A cosa serve una ragazzina, in un mondo come questo?» L'uomo alzò gli occhi, mentre la maschera gli stringeva sulla fronte per il movimento innaturale. Guardò il cielo striato di rosso, mentre in lontananza risuonavano alcune esplosioni. «Già», mormorò. «A cosa serve?»
  15. Paolina Daniele

    Redenzione La stirpe reale. Capitolo 1

    [Salve a tutti, volevo condividere con voi il primo capitolo del mio libro (non so se da regolamento si può fare, in caso contrario fatemi sapere nei commenti). Fatemi sapere cosa ne pensate, le vostre impressioni e suggerimenti (anche errori). Se avrà riscontro positivo ogni domenica pubblicherò un capitolo (tranne gli ultimi 3). Grazie a tutti per l'attenzione e buona lettura.] CAPITOLO 1 28 - 12- 1999 Francesca sgranò gli occhi all'improvviso, il rumore della pioggia che batteva incessante contro i vetri delle finestre l'aveva riportata nella gelida stanza del suo appartamento. Si alzò bruscamente e a mo' di automa si avvicinò a una di esse per dare un'occhiata al mondo esterno: là fuori sembrava scatenarsi l'apocalisse. Mancavano solo due giorni alla partenza per l'Inghilterra dove avrebbero dovuto, lei e il suo collaboratore, condurre una spedizione archeologica per conto dell'università di Roma. Peccato che ancora non era riuscita a mettersi in contatto con Andrea a causa del maltempo. Si stavano preparando da mesi e avevano organizzato tutto nei minimi dettagli: ora non poteva andare tutto in fumo per quattro gocce d'acqua e una folata di vento. Digitò il numero del suo collega sulla tastiera del cellulare pregando tra sé che la rispondesse, ma niente. “Al diavolo! Se Maometto non va dalla montagna è la montagna che va da Maometto” pensò tra sé. Mise le ultime cose nella valigia già pronta da due giorni e scese in garage. Pioggia o vento doveva avere notizie della spedizione, a qualunque costo. Quando Luca l'aveva ingaggiata per un lavoro così importante si era sentita trascinare fuori dal mondo, le parole del suo professore riecheggiavano nelle sue orecchie emettendo onde sonore ad alta intensità. Era il mese di febbraio quando Luca Umberti, professore oltre che presidente del corso di archeologia all'università la Sapienza di Roma, l'aveva convocata nel suo ufficio insieme ad Andrea, suo collega di corso e il migliore tra i ricercatori dell'università tanto che Luca stesso l'aveva nominato leader in alcune piccole missioni archeologiche svoltasi a Pompei e sotto il Colosseo. Francesca comunque non era da meno, aveva seguito Luca in tutte le sue spedizioni già dal secondo anno di università e vantava quindi molte esperienze in diversi siti archeologici sparsi per la penisola. Appena entrarono nell'ufficio di Luca i due ragazzi si accomodarono alla scrivania e trafissero il professore, piccolo, pelato e con gli occhiali, con uno sguardo straripante di curiosità: «Ragazzi... oggi è un giorno importante per voi e per me». Luca aveva cominciato con i suoi soliti giri di parole mentre i due ricercatori fremevano di curiosità: «Oggi siam...» Andrea intervenne forzando un po’ la mano; «Vai al sodo Luca, non abbiamo tutta la mattina!». L'uomo di mezz'età sorrise mostrando un'aria soddisfatta. Francesca piegò la testa di lato a mo' di domanda mentre Andrea fissava Luca con una linea dura, stava impazzendo. Sapeva che quando il professore ci girava intorno la spedizione cominciava a farsi importante, doveva trattarsi di un reperto archeologico con un valore rilevante, forse inestimabile, altrimenti li avrebbe già liquidati con indirizzi, soldi e biglietto aereo qualora fosse stato necessario. Dopo un interminabile gioco di sguardi a metà tra apprensione e attesa Luca si decise a rivelare il segreto. «Ragazzi miei il Santo Graal è il nostro obbiettivo!». Il suo tono divenne stridulo e pieno di orgoglio, assumendo un venatura solenne non appena pronunciò la parola "Santo Graal", Francesca dilatò i timpani al massimo, temendo di non aver sentito bene e Andrea sobbalzò dalla poltroncina. «Cazzo! il Santo Graal!». Queste furono le uniche parole che riempirono il piccolo ufficio universitario. Fu ancora Luca a rompere il ghiaccio dopo qualche minuto di silenzio, come se i tre stessero onorando la sacralità del compito che li aspettava. Il professore diede loro indicazioni sulla prassi del viaggio: la spedizione avrebbe avuto luogo nella contea di Glastonbury, nel Somerset, regione inglese che avrebbero dovuto raggiungere tra due giorni. Il tutto doveva restare segreto quindi nessun altro si sarebbe aggiunto alla missione a parte i servizi segreti italiani associati alla Royal air force inglese. I due governi, italiano e inglese, avevano stipulato un accordo di riservatezza riguardo alla ricerca che gli archeologi romani si apprestavano a compiere. Solo il reverendo della chiesa di San Giovanni Battista a Glastonbury era stato messo al corrente perché li avrebbe ospitati all'interno della chiesa, e il presidente degli Stati Uniti d'America che aveva dato il suo consenso e la sua benedizione alla spedizione archeologica a patto che venisse informato sui progressi delle ricerche in tempo reale. Il tutto assumeva la forma di un accordo segreto di stampo internazionale che avrebbe portato la Sapienza alla gloria. Francesca saltò in macchina e ingranò la marcia. Non riusciva a smettere di pensare al grande compito che l'aspettava, al Sacro Graal. La leggenda narrava che il calice contenente il sangue di Cristo crocifisso venne lasciato da Giuseppe d'Arimatea nella valle di Avalon, l'isola incantata dove fu forgiata la spada di Excalibur e dove re Artù fu condotto dopo essere stato ferito a morte nella sua ultima battaglia. Qui, il leggendario sovrano trascorse un tempo lunghissimo durante il quale fata Morgana l'avrebbe curato per poter poi ritornare in seguito dai suoi cavalieri. Francesca si sentì vibrare al solo pensiero, tuttavia non doveva lasciarsi influenzare dal fascino leggendario della vicenda. Il suo obiettivo era quello di ritrovare un reperto archeologico ricercato da secoli e agognato da molti di cui ogni traccia sembrava sparita nel nulla. Il tronco di un albero enorme che occupava quasi tutta la strada la spinse a frenare improvvisamente, riportandola, con uno scatto in avanti, alla realtà. Le gomme dell'auto slittarono sull'asfalto bagnato e il vento spingeva la macchina di lato, verso sinistra: per poco non perse il controllo del veicolo. Dopo essere rimasta ferma per un quarto d'ora con il motore spento, rimuginando e imprecando su quanto fosse stata stupida a lasciare il suo appartamento con un uragano in atto, decise di ripartire e con andamento decisamente lento riuscì a raggiungere l'appartamento di Andrea sito dall'altra parte della città. Corse al portone d'ingresso del palazzo dove viveva Andrea e suonò più volte il citofono; una voce femminile rispose dall'altro capo della cornetta. «Può aprirmi per favore?» disse lei dopo aver spiegato alla donna il motivo della sua visita. «Cerco il signor Andrea Altavilla». Appena la sconosciuta udì quel nome aprì il portone dando modo a Francesca di intrufolarsi all'interno, in un luogo asciutto. Si rese conto solo in un secondo momento che la proprietaria della voce che l'aveva risposta al citofono era scomparsa nel nulla. Salì le scale di corsa, con i vestiti bagnati fradici e i brividi di freddo che le percorrevano la spina dorsale: se non si fosse subito asciugata avrebbe preso sicuramente l'influenza. Bussò alla porta ritrovandosi, dopo qualche istante, di fronte a due grandi occhi azzurri che la invitavano ad entrare. Al pian terreno intanto una luce accecante inondò l'intero palazzo. Lampi di luce folgorante fuoriuscirono dalle finestre che durante le giornate di sole illuminavano i pianerottoli e le scale che permettevano l'accesso ai diversi appartamenti. Una figura celestiale apparve dal nulla di fronte alla donna misteriosa che aveva aperto la porta a Francesca, era candida e avvolta da un alone luminoso, abbagliante «Lei è arrivata». Anael, Arcangelo dell'armonia e della bellezza, diede a Gabriele la lieta novella mentre l'Arcangelo messaggero la fissava con aria austera, anche la donna aveva mutato le sue sembianze e spalancato larghe ali candide che ombreggiavano sulle pareti a causa della scia luminosa in cui era avviluppata. «Bene... adesso puoi lasciare questo corpo sorella e ritornare alla nostra umile dimora!». Entrambi svanirono nel nulla, solo un giglio bianco giaceva sul pavimento. Andrea invitò Francesca ad entrare, la costrinse ad indossare una delle sue tute da ginnastica e le diede una tazza di caffè fumante per farla riscaldare un po’. «Scusa il disturbo Andrea... ma non riuscivo a rintracciarti, le linee telefoniche devono essere intasate e siccome volevo avere notizie della spedizione...» affermò mentre sorseggiava il suo caffè bollente, crogiolandosi nel tessuto caldo della tuta di lui, il ragazzo agitò le mani in segno di disapprovazione, poi le dedicò un sorriso ampio e cordiale. «Non essere sciocca! Tu non disturbi mai... perché ti fai tutti questi problemi? Credevo avessimo un rapporto più confidenziale noi due...» lei sgranò gli occhi confusa e indietreggiò la testa di qualche millimetro aderendo completamente allo schienale del comodo divano in pelle che arredava il soggiorno di Andrea. “Più confidenziale?!”. “Ma quale confidenziale?”. Andrea era stato insensibile con lei. Al primo anno di università aveva avuto una relazione con lui, Francesca si era innamorata perdutamente. Amava tutto di lui, i suoi modi di fare, i suoi interessi per la storia e l'archeologia. Insieme condividevano tante passioni, come quelle per la poesia e per la musica. Lui si era mostrato l'uomo perfetto, quello che si incontra solo leggendo i romanzi rosa o guardando qualche film romantico alla tv. Si era illusa di essere la donna più fortunata del mondo, che lui fosse quello giusto, aveva persino immaginato una famiglia e dei figli con lui, peccato però che si era rivelato un essere spregevole, un verme schifoso, un idiota matricolato. Francesca non riusciva ancora oggi a definirlo con un aggettivo consono al suo comportamento. Un pomeriggio infatti, al ritorno dall'università, lo trovò a letto con un'altra donna. Il mondo le crollò addosso, la terra cominciò a tremarle sotto i piedi e una valanga di lacrime le solcò il volto. Appena lui la vide scattò in piedi e cominciò a sbraitare contro la sua amante. Blaterava cose senza senso, come il fatto di essere stato vittima di un inganno, che qualcuno gli aveva fatto un incantesimo o una fattura, che non ricordava nulla di quel pomeriggio e cose del genere. Francesca ovviamente non lo prese sul serio, sapeva che le sue erano solo scuse e che era solo un donnaiolo. Lo cacciò di casa e lo evitò per due anni, fino a quando non se lo ritrovò come collega di lavoro l'anno precedente. «Stai un po’ meglio ora?» la voce di lui sgretolò i suoi pensieri. «Si grazie... tu piuttosto...come stai?». Lui le lanciò un'occhiata stupita, non si aspettava quella domanda e si accigliò subito dopo, aveva la medesima espressione del giorno in cui l'aveva cacciato di casa. Il dolore che le aveva lasciato era stato così grande da toglierle la fiducia in tutti gli uomini. Andrea era stato infatti il suo ultimo amore, dopo di lui si era buttata a capofitto sul lavoro. Gli uomini per lei erano solo un fardello, un peso che opprimeva la vita di qualunque donna ne avesse uno e l'amore era soltanto una chimera, una futile illusione che svaniva non appena il Don Giovanni di turno riusciva nell'intendo di portarsi la malcapitata a letto. Questa visione cinica della vita l'aveva aiutata ad andare avanti e l'avrebbe aiutata ancora. Nessun uomo si meritava il suo amore, tanto meno Andrea, l'artefice del suo dolore, nessun uomo si meritava un tono più confidenziale, punto. Andrea la portò alla realtà ancora una volta. «Ho sentito Luca due giorni fa... mi ha comunicato che non può partecipare alla spedizione...sembra che sua moglie si senta molto male ma non ho osato chiedere oltre». Francesca emanò un sussulto. «Ha deciso di affidare a me il comando della spedizione... ovviamente con il tuo supporto e quello di un'altra persona di fiducia». La ragazza rimase stupefatta, era convinta che la missione fosse vincolata da un trattato di riservatezza, lei stessa aveva dovuto firmare un documento dove dichiarava che qualunque fuga di notizie da parte sua sarebbe stata sanzionata con una pena che andava dai tre ai cinque anni di carcere. Andrea continuò «Mio fratello Paolo». “Suo fratello?!”. Era a conoscenza del fatto che Andrea avesse un fratello, quando stavano insieme gli parlava spesso di lui, anche se non l'aveva mai visto perché studiava all'estero, in America. Sapeva che Paolo era di otto anni più grande di loro, che si era laureato con il massimo dei voti all'università di Harvard nella loro stessa facoltà e che già aveva lavorato a diverse spedizioni archeologiche in Africa e in America meridionale, a pensarci bene lui sarebbe stato più qualificato per assumere il comando della loro missione. «Anche lui è stato esaminato attentamente dalla commissione ed è stato sottoposto al contratto di riservatezza questa mattina stessa». Lei annuì esterrefatta. “Magnifico! Adesso invece di un Altavilla, ne avrebbe avuto tra i piedi due”. «Spero che per te non sia un problema!». Andrea la guardava ansioso, come se il suo giudizio fosse più importante di quello della commissione, lei scosse la testa e sospirò profondamente, rassegnata. «No... non c'è problema... tanto io non avevo candidati, e poi tuo fratello sembra molto qualificato per svolgere questo compito!». Lui annuì entusiasta, ma lei arrossì immediatamente rendendosi conto di essere entrata su un terreno pericoloso: Andrea non aveva menzionato in quella sede i titoli del fratello ma gli parlava spesso di Paolo durante la loro relazione. «Cosa c'è?» le domandò lui avvicinando la mano al viso di lei nel tentativo di sfiorarla con una carezza. «Niente!» affermò Francesca scansandosi da lui. Si avvicinò alla finestra per vedere le condizioni climatiche: la situazione era davvero allarmante. Andrea la guardò confuso. Aveva capito perfettamente che lei non voleva averci niente a che fare con lui per quanto riguardava il livello sentimentale. Anche lui però aveva sofferto tanto quando si erano lasciati, aveva cercato di convincerla in tutti i modi che non centrava niente con quello che era successo quel maledetto giorno, che ancora oggi non ricordava nulla dell'accaduto, ma lei non aveva voluto sentire ragioni. All'epoca lo buttò fuori di casa, sconvolta, oggi non gli permetteva nessun altro approccio oltre a quello lavorativo. «Quando conoscerò tuo fratello?». L'ultima cosa che ricordava era quella di essersi addormentato sul suo letto, ed era anche solo, quindi non riusciva proprio a capire da dove fosse saltata fuori quella donna… «Andrea!». La voce di Francesca risuonò nelle sue orecchie. «Scusami... avevo la testa altrove... dimmi» disse divertito mentre lei sbuffava spazientita. «Ti ho chiesto quando conoscerò tuo fratello!». La ragazza capì che forse era stato uno sbaglio raggiungere Andrea a casa sua, forse sarebbe stato meglio aspettare di riuscire a rintracciarlo telefonicamente, ma la cosa che più la preoccupava era il tempo, la pioggia cominciava ad intensificarsi e il vento a vibrare più forte di quella mattina, temeva di restare bloccata lì dentro. «Paolo sarà qui a momenti, è arrivato in Italia ieri e stamattina alle nove ha affrontato la commissione... spero ci porti buone notizie!». Anche lei cominciava a sperare, odiava l'idea di dover passare una notte da sola con lui, per non parlare poi della spedizione, avrebbe passato diversi mesi insieme a lui, soli, in un luogo sconosciuto... “No!”. Un urlo interiore si sprigionò dentro di lei. «No!». Andrea sussultò per lo spavento. “Oh oh... forse l'urlo non era stato solo interiore”. «No... che cosa?» domandò attonito. Lei sospirò profondamente. «No... non può non passare, deve farcela assolutamente, abbiamo bisogno almeno di un'altra persona!» affermò cercando di motivare alla meglio quel no istintivo che aveva penetrato i timpani del suo interlocutore. Lui annuì con convinzione. «Certo!». La sua attenzione fu colta da una cartellina che Andrea teneva tra le mani, doveva averla presa mentre guardava fuori dalla finestra perché non l'aveva visto fare alcun movimento precedentemente, l'aprì, e tirò fuori un pezzo di carta che le porse immediatamente. «Tieni, questo è il tuo biglietto aereo...mettilo da parte!» e chiuse la cartellina mentre lei infilava il biglietto nella borsetta. «Bene...sarà meglio che vada allora... ci vediamo dopodomani all'aeroporto». Andrea la bloccò afferrandole il braccio… «Dove credi di andare?» le chiese, il tono era serio , la mascella contratta. «Ritorno a casa...» sussurrò lei con un filo di voce. Riuscì a sentire il contatto della sua mano sotto la stoffa della pesante felpa, mentre il cuore palpitava a scatti nel suo petto «Dove credi di andare?» ripeté lui realmente preoccupato «Non vedi che c'è l'inferno là fuori?». Lei strinse i pugni e si svincolò dalla sua presa. «Smettila!» sbraitò. Non voleva rimanere lì. «Io devo ritornare a casa mia!» affermò abbassando il volume della voce, forse stava urlando un po’ troppo. Non era sicuro che sarebbe rimasta lì quella notte, non era certa che Andrea intendesse questo, probabilmente voleva solo che il tempo migliorasse prima che lei ritornasse a casa sua. «Non ti muovi di qui! almeno finché il tempo non migliora!». Ecco erano giunti a una decisione, almeno lui aveva preso la sua di decisione. Francesca abbassò lo sguardo rassegnata e si lasciò cadere sulla poltrona. «Non temere, non voglio mangiarti!» la schernì lui decisamente più tranquillo ora «E poi anche se volessi non potrei, c'è un testimone!». Francesca sbatté le palpebre confusa. “Un testimone?”. «Paolo» intervenne lui prontamente. “Paolo”. Almeno aveva la certezza che non sarebbero rimasti soli ancora per molto. «Mettiti comoda...vado a prepararti una stanza!». Appena lui lasciò la stanza Francesca sentì una sensazione di disagio, non era però un disagio dovuto al luogo dove si trovava in quel momento, ma una sensazione più forte, di estraneità da quel mondo là fuori che pur la conteneva, un disagio che proveniva da dentro e che l'avrebbe fatta sentire fuori posto dovunque e in qualunque momento. L'eco di alcuni rumori provenienti dall'altra camera riportò la sua attenzione a un livello di guardia, rivelandole il presente. Si accorse, sorprendendosi, che il televisore era acceso e che buttava nell'aria parole non percepite dai suoi sensi fino a quel momento. Andrea le stava preparando una stanza in caso lei fosse rimasta bloccata in casa sua dal cattivo tempo, non riusciva ancora a crederci. Se solo una settimana fa le avessero detto che avrebbe dormito con Andrea per una notte intera sarebbe scoppiata a ridere di gusto incredula, ma ora era lì. “Cosa poteva fare?”. Si strinse nelle spalle e diede uno sguardo all'appartamento notandone la grandezza spropositata per ospitare una sola persona. All'entrata vi era un soggiorno molto grande arredato in stile moderno con un piccolo tavolino di vetro al centro della camera circondato da un enorme divano di pelle bianca e due poltrone della stessa tinta. Un grande televisore padroneggiava la scena e una vetrina piena di bicchieri e piattini di cristallo era abbandonata in un angoletto della stanza sola soletta. Dal soggiorno partiva un lungo corridoio che portava a quattro stanze, Francesca non aveva idea di quali stanze fossero, mentre una porta frontale, aperta, lasciava intravedere la cucina sempre arredata in stile moderno. “Chissà quanto pagava d'affitto? O forse era un appartamento di famiglia?”. Il suo, un monolocale al centro della città, era molto caro. Tuttavia era stata felice della scelta, anche perché era sola, non aveva nessuno con cui condividere una casa così spaziosa. Francesca era una ragazza di periferia. Aveva vissuto in Calabria da piccola, con i suoi genitori, un posto per lei meraviglioso e pieno di ricordi che aveva dovuto lasciare all'età di dieci anni, quando i suoi genitori persero la vita in un incidente d'auto. Fu allora che sua zia Clara, la sorella minore di sua madre, non sposata e quindi senza figli, aveva deciso di prenderla in adozione e portarla con sé a Roma dove lavorava. Lei era molto grata a sua zia, le doveva molto e la considerava come una seconda madre. Ricordò il momento triste che seguì la partenza dalla Calabria. Aveva pianto per giorni, per i suoi amici, per sua nonna, che aveva lasciato all'improvviso, per i suoi genitori, che non sarebbero più ritornati. Ma Clara non si era persa d'animo e aveva cercato di risollevarla in ogni modo possibile. Le era davvero grata. Ora sua zia era in pensione e viveva fuori città, nella piccola casetta dove l'aveva allevata con amore e pazienza. Le mancava molto anche se era andata a farle visita solo una settimana prima per comunicarle del suo viaggio in l'Inghilterra. La donna si era mostrata felicissima per lei e per i suoi progressi lavorativi anche se gli occhi lucidi lasciavano trasparire una vena di tristezza. «Non so per quanto tempo resterò in Inghilterra zia...il lavoro è importante...ma ti prometto che appena ritorno verrò subito a trovarti». Lei annuì tristemente e l'abbracciò. «Ti aspetto sempre qui tesoro mio...questa è casa tua...soprattutto casa tua». Si strinsero un'ultima volta e poi si salutarono definitivamente. Sulla via del ritorno le lacrime non smisero per un attimo di sgorgare dai suoi occhi. Sapeva che non era un addio, ma il fatto di starle lontano per molto tempo aveva suscitato in lei una disperazione infinita. Non era un addio, ma ciò le era sembrato, come se non avesse avuto più occasione di rivederla. Il suono del campanello s'insinuò tra i suoi pensieri. Asciugò le lacrime scese involontariamente sulla sua guancia con un dito e dopo essersi data un contegno andò ad aprire la porta. Due grandi occhi verdi si fissarono nei suoi per un lungo istante mentre il resto del mondo scomparve risucchiato da una luminosa nebbia bianca.
  16. Giulia Zappalà

    Questa versione del mondo

    Commento Guardo fuori dal finestrino del bus l'enorme distesa di vuoto che si estende per chilometri e chilometri. Ci vogliono almeno altre sette ore prima di arrivare, raggiungere la città non è facile. Un giorno di viaggio all'andata, uno al ritorno, eppure so benissimo di dover ringraziare il cielo se adesso sono qui, sopra questo maledetto bus, e di poterci salire almeno due, tre volte al mese. Passa cinque volte da dove abito io, devi essere veloce per arrivare prima degli altri, forte quanto basta, più forte comunque. Mi sdraio meglio sul mio sedile, vorrei dormire ma la puzza di sudore e l'odore del mio stesso sangue secco me lo impedisce. Do una piccola sbirciata all'interno del veicolo, a occhio e croce siamo i soliti, forse è per questo che ci odiano. Poggio la testa sul finestrino, riesco ad intravedere la vecchia fabbrica tessile dove lavorava mia madre prima di morire. Sono ormai tre anni che non c'è più ma se mi concentro lo sento ancora il profumo di lana appena lavorata che si portava sempre dietro. Era rimasta una delle poche fortunate a poter vantare un posto di lavoro, poi hanno chiuso anche le fabbriche. Hanno iniziato con le piccole botteghe, poi le ditte minori, infine le fabbriche chiusero le porte e per quelli come mia madre non c'è più stato nulla da fare. Se vuoi lavorare devi essere una di queste quattro cose: persona di spettacolo, non importa in che ambito l'importante è che vendi, che fai fare soldi; miliardario, figlio di papà, i soldi li devi usare come carta-igienica, di solito sono i maggiori proprietari di tutto quello che è rimasto; esperto di robotica, meccanico, ingegnere, insomma qualcuno dovrà pur costruire quei “cosi”...quarta, ed ultima chance, sei uno di quei “cosi”, un robot. Se non sei nulla di tutto questo sei un emarginato, vivi in questi campi chiamati Comparti, ce n'è sono molti ma tutti distanti perché, tra le altre cose, hanno paura di una possibile rivolta. La prima e unica che mi ricordi è stata quando avevo dodici anni. Uomini e donne armati di poche pistole e bastoni di legno si sono riuniti sotto le mura e hanno iniziato a sparare. Inutile dire che è stato un massacro. Le prime quattro file sono morte senza batter ciglio, i proiettili li hanno colpiti in modo così veloce e letale che non hanno avuto il tempo di rendersene conto. Poi ci hanno lasciato due minuti per scegliere: continuare a morire o iniziare a sopravvivere. Molti hanno scelto la seconda. «Non possiamo combatterli. Non sono uguali a noi!» È stato all'ora che hanno deciso di dividerci, di metterci lontani dalla città e con nessuna possibilità di comunicazione. Io vivo nel comparto 16, è casa mia da otto anni ormai. Ci vengono a prendere con questo bus, sei fortunato se riesci a salirci. Ti portano alle discariche poco lontane dalle mura, ti mettono a rottamare pezzi di robot ormai vecchi. Ti danno solo 30 miseri Deconi, bastano a stento per una settimana. Tu accetti, almeno io lo faccio sempre, corro ogni volta sempre più veloce quando sento il fischio. Un giorno prima... «Un bicchiere di acqua» dico sedendomi sullo sgabello e poggiando 1 Decone sul bancone. Il barista torna con mezzo bicchiere pieno e me lo mette davanti, lo guardo torvo e lui fa altrettanto. Non sono ben visto al comparto, questo lo so, ma è già tanto che devo pagare per avere dell'acqua, non riesco a sopportare che non mi diano la giusta dose. Sto per scattare in avanti e riempirlo di pugni, non sarebbe la prima rissa a cui partecipo né la prima a cui darei inizio, poi sento il fischio inconfondibile del bus. Svuoto il mio mezzo bicchiere lanciando un'ultima occhiataccia al barista, è il suo giorno fortunato. Adesso non ho più tempo per pensare, dieci minuti, devo solo correre. Mi riverso per strada e vedo che c'è gente che corre già di fronte a me, alcuni dietro, altri sicuramente saranno già arrivati. Faccio un ultimo scatto e svolto a destra, quando arrivo si sono già formate tre file di persone di fronte alla fermata. Poco male, sono riuscito altre volte a salire dalla quarta fila, ho solo preso più pugni. Mi avvicino spingendo col petto chiunque mi si trovi di fronte, mi fermo solo quando è impossibile proseguire. Di fronte a me ho un omaccione di due metri, si gira non appena sente la mia presenza e digrigna i denti. Non mi spavento, con ancora il fiatone per la corsa gli punto la fronte sul mento. Lui fa una specie di grugnito, più simile ad un cinghiale che ad un uomo, sputa su una delle mie scarpe e poi torna a girarsi. Nessuno deve capire che sei stanco o che hai paura, saresti il primo ad essere attaccato. «Andrea!» sento chiamarmi e una mano si aggrappa al mio polso. Riconosco Daniele e il suo riccio biondo. «Quarta fila, non male eh?!» dice col suo solito entusiasmo «Oggi siamo tanti.» Mi giro in torno per vedere se ha ragione e, in effetti, non posso dargli torto, sembriamo più del solito. «Quante volte sei salito questo mese?» mi chiede a bruciapelo, io non so se rispondergli o meno. Questo non è più il mondo dove andavamo insieme a scuola, dove eravamo compagnia di banco, le uscite insieme del sabato sera. No, è tutto diverso ora, avere amici è impossibile quando sei costretto a tirargli pugni per salire sul bus. «Non ricordo» mento, lui mi guarda un attimo dubbioso ma poi mi sorride, ha capito che è meglio lasciar perdere l'argomento. Spero con tutto il cuore che si allontani prima del secondo fischio, non voglio essere costretto a picchiarlo. *TIIIIII. Troppo tardi. Il grande bus grigio si parcheggia alla fermata, si sentono gli ammortizzatori perdere aria per farlo scendere di livello. Siamo tutti con gli occhi puntati al display sopra il portellone d'ingresso, è quello che dirà quanti giorni e quanti uomini servono. Lo schermo si illumina, sopra disegnato il simbolo della città. Una A incastrata ad una W, Atom Walsh, primo creatore della stirpe di robot intelligenti. È stato lui a condannarci alla reclusione nei Comparti. Lo odio, come lo odiano tutti. Una voce meccanica ci ripete le regole, i nostri diritti e la paga. Mi metto sempre un po' a ridere quando dice “Sarete trattati come lavoratori onesti”, qui di onesto non c'è nulla, penso. Quando finisce di parlare compaiono le prime cifre. “2 giorni”, nulla di anomalo. “30 Deconi”, ci lamentiamo con un boato perché è sempre la stessa cifra da mesi e ogni volta speriamo che salga, sappiamo che non avvera mai. “20 uomini”, questo mi lascia spiazzato, ci lascia un po' tutti senza parole. Troppo pochi, di solito ne chiamano sessanta, cinquanta, è un periodo che continuano a diminuire. Mi stiro il collo sentendo l'inconfondibile “crack” delle ossa, l'omaccione davanti a me fa lo stesso girando di poco la testa verso di me come per controllare se sono ancora lì...ghigna e io mi preparo al massacro. Non appena si apre la porta gli salto letteralmente addosso, è alto e robusto ma sicuramente non sarà veloce quanto me. Riesco a colpirlo più volte al volto prima che mi scaraventi per terra, tutti intorno a me stanno combattendo per salire senza esclusione di colpi. Il cinghiale che ho di fronte emette un urlo e prova a darmi un calcio, mi fa male la schiena per il colpo ma lo schivo riuscendo ad alzarmi e a colpirgli le ginocchia costringendolo per terra per poi colpirlo dietro la nuca. In questo momento non sono io a muovermi ma tutta l'adrenalina che sale di minuto in minuto. Sono tutti così impegnati a tirarsi pugni che riesco ad arrivare davanti alla porta senza molte difficoltà, correndo e facendomi spazio a spintoni. Il display segna che sono salite già dieci persone, i fortunati della prima fila. Metto un piede dentro e tiro giù un uomo che stava tentando di superarmi, esausto, non mi oppone resistenza. Penso di avercela fatta ma qualcuno mi strattona da dietro facendomi perdere la presa sulle maniglie, rimango comunque in piedi. È un ragazzo asiatico, abbiamo la stessa corporatura ma lui sembra decisamente più fresco e agile. Gli tiro un pugno nello stomaco e lui risponde con uno nel fianco. È anche forte questo dannato, non sarà facile metterlo al tappeto. Mi ci vuole un po' prima di riprendermi dal colpo, lui però mi ha già superato tentanto di salire come hanno fatto altre persone dall'altro lato del portellone. Il display segna 17. lo tiro giù con tutta la forza che ho e riesco a farlo cadere per terra. Tento di scavalcarlo ma si aggrappa al mio piede facendomi sbattere il ginocchio sulla soglia del bus. Il dolore è lancinante, non so se è possibile ma penso di essermelo rotto, mi costringo a sedermi sul bordo della porta portando entrambe le mani al punto in cui sento maggior dolore. Fa così male che mi iniziano a fischiare le orecchie. L'asiatico si alza, sembra avere le pile sempre cariche, mi guarda allargando le narici ed è pronto a tirarmi un pugno, l'ultimo perché sicuramente dopo non sarò in grado di reagire. Il ragazzo porta il braccio dietro per caricare il colpo ma prima che possa partire qualcuno lo colpisce alla nuca così forte da farlo svenire. Vedo Daniele affannato, sporco di terra e di sangue che ha ancora il pugno chiuso con le vene che pulsano. Ci guardiamo per un lungo secondo, ha le pupille completamente dilatate segno che l'adrenalina lo comanda in questo momento. Ci voltiamo entrambi d'istinto verso il display. 19. Non ho tempo per pensare oltre, non ho tempo per dirgli grazie perché, probabilmente, mi ha salvato la vita. Vorrei dirglielo che questa sarebbe la seconda volta che salgo sul bus in questo mese, che a lui non l'ho mai visto e che forse, visto il gesto che ha compiuto, dovrei lasciarlo passare. Ma davvero, non ho tempo per tutto questo...non c'è mai tempo per i ripensamenti. Faccio un mezzo respiro prima di scattare in piedi mentre vedo lui correre verso di me. Riesco ad avere una presa salda sulle maniglie e con un rapido movimento di gambe gli tiro un calcio in piena faccia prima che lui possa tirarmi giù. Siamo 20 adesso, le porte iniziano a chiudersi. Daniele a terra che si tocca il naso sanguinante è l'ultima cosa che vedo prima di prendere l'ultimo posto sul bus. Sono in tachicardia, l'adrenalina inizia a diminuire e il ginocchio a pulsare sempre più forte. Devo reggere al dolore, se vedono che non posso lavorare finirà male. Butto indietro la testa cercando un po' di sollievo ma l'unica cosa che trovo è un grande sospiro che esce dalla mia bocca e il pensiero di Daniele. Quando tornerò non avrò il coraggio di guardarlo in faccia. Non c'è spazio per le amicizie in questa nuova versione del mondo.
  17. Salve a tutti. Ho scovato nei meandri della Rete questo (bellissimo, a parer mio) articolo del grandissimo Danilo Arona. Nell'articolo il Sommo ci pone questa domanda: "Ma se oggi Ray Bradbury, scrittore “dichiarato” di letteratura fantastica, vivesse in Italia, magari a Lumezzane in provincia di Brescia, e si chiamasse Giacinto Gasparotto, e avesse la bella idea di presentarsi con Il Veldt, Gioco d’ottobre o Il popolo dell’autunno a quell’editoria che impazza nel copioso e larghissimo banco delle novità di cui sopra?" Lui si da anche una risposta (la trovate qui, alla fine dell'articolo). Ma io, che sono un Tomte dispettoso, voglio conoscere anche le vostre, di risposte. Quindi, che ne pensate? La situazione del fantastico in Italia è ovunque questa, o ci sono librerie di nicchia in cui gli emergenti si trovano? E soprattutto, come sono destinate a cambiare le cose secondo voi? O ancora meglio: che cosa possiamo fare noi affinché cambino?
  18. Miss Ribston

    Il bambino di Advent City

    *Racconto cancellato su richiesta dell'utente*
  19. Titolo: Ambrose Autore: Fabio Carta Casa editrice: Scatole Parlanti ISBN: 978-88-3281-027- Formato: cartaceo 16x22 Prezzo: 15,00 € Genere: fantascienza Pagine: 212 Trama Controllore Ausiliario - CA - è uno dei pionieri spazionoidi ad aver sposato la causa della missione Nexus, la frontiera virtuale dove scrivere un nuovo e pacifico capitolo della storia umana. Ma durante la preparazione terapeutica, il suo corpo rimane vittima di danni irreparabili. Logorato dalle metastasi, per garantire il sostentamento dell’anziana madre sceglie un impiego come mercenario con la mansione di Controllore Ausiliario di una esotuta da combattimento, prestando il proprio corpo ai piloti delle Star Band che combattono da remoto la guerra di posizione sulla Terra giunta a una fase di stallo. CA ha ormai predisposto tutto per la propria morte, compreso un gemello elettronico che continuerà a simularne l’esistenza nel ciberspazio, e subisce il suo destino sulla Terra, pianeta per lui alieno, con un misto di rassegnazione e infelicità fino a quando all’interno dello chassis dell’esotuta compare Ambrose, un’entità che si mostrerà come una rosa stillante miele. La voce irriverente e a tratti sarcastica di Ambrose potrebbe essere solo un effetto delle metastasi cerebrali di CA, ma la verità si scoprirà poco a poco nel corso della narrazione. Ambrose risveglierà CA dal torpore e dall’accettazione passiva del proprio destino, convincendolo a osare cose che non avrebbe mai immaginato di poter fare. La storia si dipana in modo chiaro e con un ritmo costante, stimolando la curiosità di vedere come andrà a finire, ma cala un po’ nel finale che ho trovato troppo sbrigativo rispetto al resto del romanzo. Nonostante questo piccolo appunto, è una storia che merita di essere letta. Ambientazione e contenuti L’ umanità è divisa fra quanti abitano ancora la Terra, ormai devastata dalla guerra, e quanti hanno scelto lo spazio, distanziandosi per costumi e stile di vita dai fratelli terrestri. Se gli spazionoidi vivono ormai quasi esclusivamente una vita digitale, i terrestri sembrano molto simili agli odierni abitanti della Terra, a cominciare dalle fazioni che si fronteggiano nella Terza Guerra Mondiale, detta anche Grande Jihad. Il Califfato, il Patto Atlantico, ma anche il Libero Mercato Orbitale, presso cui i contendenti si riforniscono di armamenti e mercenari, sono una possibile evoluzione non troppo lontana del nostro presente. La situazione politica ed economica del mondo inventato dall’autore è spiegata in modo dettagliato e se da un lato tutto risulta ben comprensibile, dall’altro a volte gli escamotage inventati per passare le informazioni non appaiono del tutto naturali. Questa piccola mancanza è abbondantemente compensata da un’ambientazione fantascientifica ben strutturata e non banale. Buone anche le parti dedicate all’azione che forniscono i giusti riferimenti per immaginare le scene senza perdersi in dettagli inutili o al contrario omettere quelli essenziali. Sulla coerenza e credibilità scientifica delle trovate dell’autore non mi pronuncio, non avendo competenze in ambito scientifico; come lettrice di cultura media e non specialistica non ho rilevato incongruenze o errori macroscopici. Personaggi I personaggi del romanzo non solo molti perché la maggior parte della storia si svolge all’interno dell’esotuta da combattimento. Il protagonista, CA, è un perdente, un personaggio che ha coscienza della propria banalità e mediocrità e sembra accettare di buon grado il ruolo che ricopre nella società; è indicativo il fatto che fino a circa metà romanzo sia identificato solo con la sigla della sua occupazione o con i nomignoli spregiativi affibbiatigli dai superiori. Ed è interessante - e a pensarci bene carico di significati - che il suo incarico sia quello di prestare il corpo ai piloti dell’esotuta, perdendone completamente il controllo ma subendo in prima persona gli eventuali danni dei combattimenti. CA è un uomo solo, lontano dai propri simili, che ha come unica compagnia Combo, l’IA che simula reazioni umane ed evolve in base alle interazioni con CA; se l’unico rapporto umano è con un’intelligenza artificiale, non stupisce che il protagonista cerchi di fare di tutto per mantenere inalterata la “mente” e la “personalità” del compagno e per salvarlo dalla ricostruzione della memoria. Se Combo è un’entità funzionale al protagonista, Ambrose è il co-protagonista È tutto quello che il protagonista non è. Se i tratti caratteristici di CA sono rassegnazione e accettazione del proprio destino, Ambrose si distingue per la vena sarcastica e scettica nei confronti dei potenti di qualsiasi ordine e grado: nulla si salva dallo sguardo impietoso di Ambrose, non i Terrestri, non gli Spazionoidi, non la missione Nexus. Accanto a CA e Ambrose, personaggi ben caratterizzati e ricchi di sfumature, compaiono saltuariamente altri personaggi minori (il gemello elettronico, alcuni terrestri, i componenti delle star band ecc) ognuno con le proprie peculiarità che li rendono credibili e coerenti. Stile e forma Romanzo ben scritto, con buone scelte di ritmo e linguaggio appropriato al contesto. La lettura richiede attenzione per non perdere informazioni importanti e perché la scrittura dell’autore è molto ricca, anche se alcuni barocchismi a mio avviso potevano essere smussati. L’esperienza di lettura nel complesso è stata sicuramente piacevole. Giudizio finale Romanzo di fantascienza che alterna parti veloci e di azione ad altre a valenza sociale e introspettiva e merita la lettura da parte degli amanti del genere.
  20. libero_s

    [10WD] Il banchetto

    rimosso su richiesta dell'autore
  21. *Antares*

    Sopra, ma non a Nord

    Titolo: Sopra, ma non a Nord Autore: Sopra, ma non a Nord Autopubblicato tramite Amazon ASIN: B07952FWQM ISBN: 978-1976994203 Data di pubblicazione: 18-24 gennaio 2018 Prezzo digitale: € 0.99 Prezzo cartaceo: € 12.38 Genere: Fantascienza Pagine: 356 (ebook), 425 (cartaceo) Quarta di copertina: "Cosa accadrebbe se l'ennesima sfigatella del pianeta Terra ricevesse l'ennesimo superpotere? No, stavolta niente forze sovrumane, autocombustioni, guarigioni miracolose o giochi con l'elettricità, il fuoco, l'acqua e la magia. Stavolta si tratta di una "direzione". "Sopra, ma non a Nord", dice la Sfera al Quadrato di Flatlandia, nel vano tentativo di illustrargli dove si trova la Dimensione Superiore... In un mondo ostile, pieno di sfruttatori senza remore, l'inetta Desirée trova la pace soltanto in casa di Arianna, l'amica astrofisica, e in un frammento di meteorite acquistato sul web. Il piccolo minerale diventerà presto il suo amico segreto: Malstrom, capo dell'Osservatorio dove lavora Arianna, è intenzionato a recuperare ogni resto dell'antico meteorite sepolto sotto strati di ghiaccio e trafugato dai collezionisti. Le eccessive attenzioni che l'uomo rivolge alla sua scoperta iniziano a diventare sospette, si vocifera perfino di bizzarri esperimenti sulla sua originale struttura chimico-fisica. L'animo sognatore di Desirée non può resistere: il meteorite diventa un'ossessione, l'unico chiarore della sua squallida esistenza. È proprio il disagio esistenziale a condurla oltre i confini, in antri spaventosi e proibiti, che metteranno alla prova la sua forza d'animo e la costringeranno a confrontarsi con nuove assurde prospettive." Link all'acquisto: https://www.amazon.it/Sopra-ma-non-Nord-ebook/dp/B07952FWQM/ref=sr_1_1?ie=UTF8&qid=1521053202&sr=8-1&keywords=sopra+ma+non+a+nord In promozione gratuita il 15 e 16 marzo!
  22. BlakeLaSaga

    Blake il divenire degli dei

    Uscita editoriale: BLAKE IL DIVENIRE DEGLI DEI A marzo 2018 sarà disponibile nelle migliori librerie e piattaforme online il romanzo di esordio di Simone Alessi edito da Vertigo Edizioni che svela in un racconto sorprendente la dura ricerca di sé stessi, elevandola ad un piano indefinito e irreale, dando vita ad una storia mai narrata prima. Il sottile confine che delinea la cruda realtà dalla fantasia viene espresso dallo sguardo dell’autore in modo magistrale, dando la possibilità ad ogni persona di poter vivere la narrazione in modi completamente differenti e articolati. Conoscerete in questo romanzo Blake, un adolescente, o almeno questo è ciò che vi sembrerà al principio. La verità è che Blake è qualcosa di molto più antico e più potente di quanto la mente umana possa concepire. Dal passato storico alla pura mitologia, dalla religione agli archetipi del simbolismo, Blake si troverà coinvolto in un’avventura spettacolare, confrontandosi con le sue stesse origini e, contemporaneamente, lottando con la propria interiorità di fronte allo strano rapporto che si formerà con Luce. Una saga che ridefinisce i confini del fantasy, spalancando le porte ad elementi provenienti da una quantità di generi letterari che si fonderanno in un solo incredibile romanzo. Blake è la metafora della diversità, dell’accettazione, del riconoscimento in una società irriconoscibile. È un faro per coloro che non riescono a integrarsi in un mondo così distante. Dei, uomini, essere magici sono solo i semplici nomi delle maschere che ogni giorno ci circondano. “Tutto ha avuto inizio in una notte d’inverno, quando la fantasia regnava fra le offuscate nuvole del cielo. La mia vita stava cambiando. Ero giovane e ancora non ne conoscevo le varie sfumature. Blake era celato nei miei sogni. Giorno dopo giorno ho scritto di lui e del suo mondo, del nostro mondo, e così è nato”. Simone Alessi Blake – il divenire degli dei, è il primo capitolo della saga. www.blakelasaga.com
  23. Ospite

    Fuga Da Lexington: Mutation By Design

    Titolo: Fuga Da Lexington (Ciclo di Lexington vol. 2) Autore: JPK Dike Data di pubblicazione: 30/09 Prezzo: 1 euro Genere: Avventura - Fantascienza Pagine: 100 Quarta di copertina: Sono passate un paio di settimane da quando Kilo e la ragazzina si sono rifugiati sulle colline fuori Lexington. Ora vivono in sicurezza dentro lo chalet montano di Kilo, imparando a conoscersi e fidarsi l'uno dell'altra. In queste giornate Kilo è solito esplorare le gallerie sotterranee, mentre la ragazzina resta in superficie, tra boschi e ruscelli. Tutto sembra andare per il meglio, ma questa nuova sistemazione è minacciata dall'arrivo imminente della grande onda di invasati che risalendo le interstatali passerà da Lexington, prima di raggiungere New York. Link all'acquisto: https://www.amazon.it/Fuga-Lexington-Ciclo-Vol-ebook/dp/B075GS1G3Z/ Dopo un'estate di scrittura sono riuscito a finire e a editare il nuovo romanzo, ho però deciso di cambiare modalità di rilascio. Un po' perché mettere fuori 300 pagine di romanzo a 1 euro mi faceva male alla pancia, un po' perché rilasciare 100 pagine ogni due mesi mi permette di aggiornare il libro continuamente, e nei prossimi quattro mesi scrivere il terzo. Quindi quella sopra è la prima parte di tre totali, e il titolo rimanda (senza sottotitolo) a quello del libro completo. Le altre due parti, con copertina rinnovata della Virginia Occidentale, usciranno sempre al prezzo di 1 euro a fine novembre e fine gennaio, e avranno titolo Passaggio A Westfield e Roanoke. Quando usciranno aggiornerò questa discussione con le copertite nuove, il prezzo e il link. Il libro completo, al prezzo di 3 euro, vedrà la luce a fine marzo, contemporaneamente al primo capitolo del terzo libro La Strada Per Lexington.
  24. albertopanicucci

    24esimo Trofeo RiLL, il miglior racconto fantastico

    Fino a
    Sono aperte sino al 20 marzo 2018 le iscrizioni per il XXIV Trofeo RiLL per il miglior racconto fantastico, concorso bandito dall’associazione RiLL Riflessi di Luce Lunare, con il supporto del festival internazionale Lucca Comics & Games. Il Trofeo RiLL è un premio letterario per racconti di genere fantastico: possono partecipare storie fantasy, horror, di fantascienza e, in generale, ogni racconto sia (per trama e/o personaggi) “al di là del reale”. La partecipazione è libera e aperta a tutti. Ogni autore/autrice può inviare una o più opere, purché inedite, originali ed in lingua Italiana. Da oltre un decennio i racconti partecipanti al Trofeo RiLL sono circa 250 a edizione, scritti da autori residenti in Italia e all’estero (Australia, Cina, Giappone, Svizzera, USA, oltre che paesi dell’Unione Europea). Nel 2017 i racconti ricevuti sono stati 350. I migliori racconti del XXIV Trofeo RiLL saranno pubblicati (senza alcun costo per i rispettivi autori) nella prossima antologia del concorso (collana Mondi Incantati, edizioni Wild Boar). Inoltre, il racconto primo classificato sarà tradotto e pubblicato, sempre gratuitamente: - in Irlanda, sulla rivista di letteratura fantastica Albedo One; - in Spagna, su Visiones, l’antologia dell’AEFCFT (Asociación Española de Fantasía, Ciencia Ficción y Terror); - in Sud Africa, su PROBE, il magazine dell’associazione SFFSA (Science Fiction and Fantasy South Africa). All’autore del racconto vincitore andrà, infine, un premio di 250 euro. La selezione dei racconti finalisti sarà curata da RiLL. Ciascun racconto sarà valutato in forma anonima (cioè senza che i lettori-selezionatori conoscano il nome dell’autore), considerando in particolare l’originalità della storia e la qualità della scrittura. La giuria del Trofeo RiLL sceglierà poi, fra i racconti finalisti, quelli da premiare e pubblicare nell’antologia “Mondi Incantati” del 2018. Sono giurati del Trofeo RiLL, fra gli altri, gli scrittori Donato Altomare, Pierdomenico Baccalario, Mariangela Cerrino, Francesco Dimitri, Giulio Leoni, Gordiano Lupi, Massimo Pietroselli, Vanni Santoni, Sergio Valzania; il sociologo Luca Giuliano (Università “La Sapienza”, Roma); la poetessa Alessandra Racca; i giornalisti ed autori di giochi Andrea Angiolino, Renato Genovese e Beniamino Sidoti. Ciascun partecipante al XXIV Trofeo RiLL riceverà una copia omaggio dell’antologia “DAVANTI ALLO SPECCHIO e altri racconti dal Trofeo RiLL e dintorni” (ed. Wild Boar, 2017, collana Mondi Incantati), che prende il nome dal racconto vincitore del XXIII Trofeo RiLL, scritto dal bolognese Valentino Poppi. Il volume propone quindici storie: i migliori racconti del XXIII Trofeo RiLL e di SFIDA (altro concorso organizzato da RiLL nel 2017) e i racconti vincitori di cinque premi letterari per storie fantastiche banditi all’estero (in Australia, Inghilterra, Irlanda, Spagna e Sud Africa) e con cui il Trofeo RiLL è gemellato. Tutte le antologie della collana “Mondi Incantati” sono disponibili su Amazon e Delos Store, oltre che presso RiLL. Nel Kindle Store di Amazon sono inoltre disponibili gli e-book della collana “Aspettando Mondi Incantati”, sempre curata da RiLL e dedicata ai racconti finalisti del Trofeo RiLL. La cerimonia di premiazione del XXIV Trofeo RiLL si svolgerà nel novembre 2018, nell’ambito del festival internazionale Lucca Comics & Games. Per maggiori informazioni sul XXIV Trofeo RiLL si rimanda al bando di concorso e al sito di RiLL, che ospita ampie sezioni sul Trofeo RiLL e la collana “Mondi Incantati”. Per contattare lo staff di RiLL: www.rill.it trofeo@rill.it
×