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  1. inkdropsintherain

    Paranormal Romance

    Sono un'amante del paranormal romance, ma delle storie d'amore in generale. Per me un libro non è completo senza una storia d'amore a meno che non si tratti di biografie. Per alcune persone la letterattura rosa è considerata di livello inferiore e ne sono molto dispiaciuta, ma la letterattura odierna non offre nessuna particolare "perla" e anzi, stiamo affogando nel vacuo. Mi piacerebbe sapere qual è il vostro punto di vista riguardo al romance e vorrei esporvi qualche mia idea per la mia prossima storia sperando di ricevere il vostro aiuto. Scusatemi per questa premessa ma penso fosse doverosa. Mi sto cimentando da poco nel paranormal romance perchè mi ci sono proprio fissata. Mi piace scrivere ciò che non riesco a trovare nei libri che leggo, diciamo che più sono insoddisfatta più mi vengono in mente idee. Inoltre, leggo e guardo demolizioni dei libri che ho letto o che ho intenzione di leggere per capire cosa non devo scrivere per risultare banale o poco realistica. Scusatemi per la seconda premessa Leggereste questa trama? Cosa cambiereste? Trama: Elizabeth ha quasi dicotto anni, ha perso la madre quando aveva quattro anni, suo padre si è risposato poco dopo e da allora la sua vita è cambiata. La sua matrigna la odia e suo padre si è fatto influenzare da lei fino ad allontanarsi dalla figlia. Di conseguenza Elizabeth è diventata una ribelle, quasi una teppista così, alla soglia dei sedici anni, il padre la mandò a vivere dalla nonna, in Inghilterra. La nonna muore dopo poco più di un anno. Nel mentre la ragazza ha imparato tanto ed è diventata più sicura di sè capendo cosa significa essere amati. Il padre è costretto a riprenderla con se, e la riporta in America, dove lei è nata, e la spedisce in collegio. Dal momento che io sono un vulcano di idee e che ho modificato questa trama diverse volte ci sono alcuni buchi narrativi che devo riempire. Nel collegio (devo ancora decidere che tipo di collegio ma all'inizio pensavo qualcosa a carattere militare) Elizabeth incontra il Maggiore Tatum (e qui non so a che età si possa diventare maggiore perchè il mio personaggio non dovrebbe avere nemmeno trent'anni), responsabiile del dormitorio della ragazza. Questo personaggio è nato, nella mia mente, come un alieno, proveniente dal pianeta Noremac (ho sempre voluto scrivere una storia con personaggi provenienti da altri pianeti!), non ho ancora deciso che tipo di capacità avrà ma una cosa è sicura, la sua specie - i noremiani - sono allergici agli umani. Qualunque scambio di saliva o fluidi corporei (tra i quali sangue) per loro è quasi fatale. Un bacio può farli svenire, o ammalare come se avessero l'influenza e il sangue è pressochè mortale. Sono piuttosto resistenti, invulnerabili a qualsiasi arma. Per esempio un coltello non li scalfirebbe ma se questo fosse imbevuto di sangue umano riuscirebb a ferirli. Hanno la vista notturna perchè nel loro pianeta è molto buio (devo studiare gli effetti di un pianeta senza sole). Hanno però sviluppato una tolleranza ai raggi UV vivendo sulla Terra, ma coloro che vivono ancora su Noremac ne sono vulnerabili. Durante un processo che devo ancora perfezionare Elizabeth viene infettata dal sangue alieno che, invece di farla morire, (no, non viene trasformata! nei paranormal romance tutte si trasformano in vampiro o ibrido e così via... ) le trasforma il DNA facendola diventare velenosa (o letale) sia per gli umani che per i noremiani. Questo perchè c'è un grande cattivo che sta cercando di creare un antidoto all'allergia che i noremiani hanno nei confronti degli umani. Se continuo a raccontare ne viene fuori un papiro ma queste sono le premesse. Gradirei i vostri punti di vista e per quanto ci tenga a creare una storia d'amore credibile vorrei creare personaggi e situazioni che lo siano. Grazie per essere arrivati a leggere fino a questo punto
  2. Pulsar

    [MI 93] Granada

    Seconda traccia. La ragazza è seduta accanto al finestrino. Ha una coda di capelli mielati e due gambe affusolate inguainate in jeans aderenti. Percorro il corridoio dell’autobus immaginando qualche frase per attaccare bottone. I nostri sguardi s’incrociano, poi lei sistema una ventiquattrore di cuoio sul sedile accanto al suo. Messaggio ricevuto. Cambio approdo. «Posso?» L’uomo anziano solleva lo sguardo dal cruciverba: ha la barba e i capelli bianchi, mi ricorda Richard Attenborough in Jurassic Park. «Prego» mi dice rivolgendomi un sorriso bonario. «Va al lavoro?» «Già» dico «la batteria dell’auto mi ha abbandonato proprio stamattina, quindi…» «Per oggi autobus» finisce lui. Annuisco. Lui sorride ancora e torna ai suoi cruciverba. Dalle casse dell’autobus Claudio Villa, con voce stentorea, intona il suo addio a Granada. «Che sentimento!» commenta il mio compagno di viaggio agitando le mani «I cantanti di oggi… Lasci perdere, ragionamenti di un vecchio». È il mio turno di sorridere condiscendente. Ai “sorrisi di bocche vermiglie”, un fruscio offusca la limpidezza del suono. Sembrano cristalli che tintinnano in sottofondo. Il disturbo dura un attimo, poi il “reuccio” ritorna il protagonista indisturbato della scena. «Proprio un’interpretazione intensa» dico. Da dietro proviene un grido subito accompagnato da un botto sordo. Voltandomi vedo un viaggiatore con il viso schiacciato contro il finestrino del mezzo: il suo aggressore lo tira a sé e, nuovamente, lo scaglia con violenza contro il vetro che si colora di rosso. Nell’altra fila, un uomo percuote la sfortunata compagna con una bottiglia di vino rosso. Non si ferma neppure quando la bottiglia va in frantumi: dopo un po’ la vittima ha la pelle del viso dilaniata e sanguinolenta. «Ma che cazzo…» i miei occhi incontrano quelli dell’anziano: il sorriso bonario è sparito, mi guarda con espressione ostile. Vedo che ha sfilato il cappuccio alla penna. Con uno scatto si avventa contro di me; blocco il fendente quando la punta della biro è a pochi centimetri dal mio occhio sinistro. Intorno a me è una bolgia, una mattanza indiscriminata: la gente uccide o viene uccisa, non ci sono alternative. La controfigura di Richard Attenborough, il braccio ancora immobilizzato, ringhia, mostra i denti: è la controfigura di un cane rabbioso. Con fatica prendo il sopravvento; non vorrei fargli del male, potrebbe essere mio nonno, ma quando, con la mano libera, cerca di colpirmi, l’istinto di sopravvivenza s’impone sui miei scrupoli: afferro il thermos col the, che porto al lavoro, e lo uso come corpo contundente. Il vecchio si accascia sul sedile con un vistoso ematoma sulla tempia sinistra. «Oh mio Dio!» L’autista, che ha fermato il mezzo, per cercare di capire la ragione del clamore alle sue spalle, è paralizzato dall’orrore. «Apri le portiere!» gli urlo. «Cosa?» «Le portiere. Come si aprono?» Con due balzi lo raggiungo. Si volta verso il quadro strumenti, ancora rallentato dallo choc, e pigia un grosso tasto sulla plancia. «Andiamo» gli dico, mentre mi avvio all’uscita. Non fa a tempo. Qualcosa fende l’aria accanto a lui poi, mentre la ragazza dai capelli mielati estrae la limetta per unghie, un fiotto di sangue zampilla dal suo collo. Scappo via, mi allontano dall’autobus trasformato nel set di un film horror. Non ce la faccio più. Ho corso per un tempo che non so quantificare. Mi sostengo con una mano ad un grezzo pilastro di cemento armato. Non avevo una meta nella mia corsa disperata e, adesso, mi accorgo di essere finito in un cantiere dove si sta costruendo una palazzina: lo scheletro del fabbricato si erge già contro il cielo di metà mattina. La zona sembra tranquilla. Cado seduto. Sto pagando gli effetti dell’adrenalina. L’attacco de “la primavera” di Vivaldi risuona nella quiete irreale del cantiere: è la suoneria del mio telefono. «Marco, ma dove sei?» «Caren, non sai cosa mi è successo» dico piagnucolando «Nel mio autobus la gente si ammazzava; sono vivo per miracolo!» «Marco, calmati; spiegati meglio: c’è stato un incidente stradale?» chiede «E perché eri su un autobus?» continua turbata. Racconto del mio contrattempo con la macchina e, soprattutto, della violenza insensata che si è impossessata degli altri viaggiatori del pullman, subito dopo la partenza. «Cazzo!» la sua voce trema, ha paura. «Più o meno nello stesso momento, Matteo ha aggredito il capufficio con un tagliacarte» dice. «Quando siamo riusciti ad immobilizzarlo, ed eravamo in tre, io Luca e Sara, il poveretto era ridotto ad un colabrodo…» Trangugio a vuoto. «E non solo: anche al Personale e all’Archivio ci sono state violenze e feriti» fa una pausa «Che cazzo succede, Marco?» Non lo so. Davvero. «Caren, ti prego, vienimi a prendere, non voglio trovarmi indifeso all’aperto quando questa pazzia si ripeterà». Le dico dove mi trovo, poi interrompo la comunicazione. Rimasto solo con i miei pensieri, non posso non riflettere su quanto è accaduto. Ripasso mentalmente gli eventi di quella mattina: niente. Era tutto tranquillo, poi, all’improvviso, l’apocalisse. Vivaldi suona di nuovo: sul display del telefonino non compare alcun numero. «Pronto?» rispondo dopo un attimo di esitazione. Nessuna risposta, solo un rumore, come la puntina di un grammofono sul disco, prima che inizi la musica. Passa qualche minuto, poi, due colpi di clacson risuonano in strada: è Caren. Attende che mi sistemi le cinture, poi fa inversione di marcia fa strada verso l’ufficio. Mentre procediamo, gli occhi mi cadono sulla plancia dove un display illuminato indica la frequenza di una radio commerciale. La radio! «Spegni la radio, Caren!» «Che ti prende?» mi guarda come si guarderebbe una scimmia a tre teste. «È la radio la causa di tutto! Non so cosa sia successo, ma il casino è iniziato dopo uno strano rumore alla radio. Spegnila!» «Ma di che casino parli?» «Matteo, il capufficio..?» Suggerisco. «Non sono venuti al lavoro, oggi: hanno telefonato dicendo che stanno male». «Caren…» «Che c’è? Sei strano oggi». «Fammi scendere» non riesco a nascondere l’inquietudine. «Marco, che ti prende?» «Fammi scendere, ti ho detto!» Afferro il volante, lei grida, infine rallenta e si ferma. «Sei impazzito?» grida «Potevamo ammazzarci!» Mi proietto fuori dall’auto senza nemmeno accennare a risponderle. Poco distante, due poliziotti camminano in direzione dell’autovettura di servizio. «Ehi, voi!» Quelli si fermano «Ci sono state molte vittime? È la radio la causa di tutto, l’avevate capito? Un segnale diffuso attraverso le frequenze radiofoniche». I due poliziotti si guardano increduli. Il più anziano si volge verso di me. «Di cosa parla, signore? Quali vittime?» Mi guardo intorno. Di Caren non vi è più traccia: è andata via. Alcuni netturbini sono alacremente al lavoro. «Il sangue, lo vedete?» indico la sede stradale dove gli operai del Comune si affannano con un veicolo elettrico per le pulizie, coadiuvati dai Vigili del Fuoco con gli idranti. «Un incidente stradale» risponde il poliziotto «Ci sono stati feriti, alcuni gravi». «No, no… E l’autobus? Nella piazza qui accanto c’è un autobus con almeno trenta morti a bordo». L’altro agente, quello che fin qui ha taciuto, mi fissa sospettoso. «Signore, si sente bene?» Li rassicuro che sto bene. Voglio andare a casa al più presto. Quando varco la soglia del mio appartamento sono da poco passate le dodici. Vado di filato in salotto e senza nemmeno togliermi il giubbotto, accendo la tv: le reti locali staranno, di certo, rilanciando la notizia. Televendite, ragazzine che cantano ad un concorso per nuove voci. Neanche un accenno ai drammatici eventi della mattina. Lo stesso sulle reti nazionali. Il cellulare suona: anche stavolta il numero è oscurato. Lo lancio via, contro la parete: la scocca si apre, la batteria finisce sotto un mobile. Mi stanno addosso, vogliono mettermi a tacere. Cado in ginocchio, mentre mi torturo le tempie. Il telefono di casa squilla.
  3. camparino

    (MI 93) La fine del libro - modificato

    (MI 93) La fine del libro – modificato Nuovo titolo: La sequenza L'orologio Patek Philippe celava il tatuaggio: 1.2.3.5.8.13.21... I numeri di Fibonacci, conosciuti come “i numeri di Dio”, straordinaria intuizione del matematico italiano del primo medioevo. Nella Sequenza ogni termine è la somma dei due che lo precedono. A partire da 8, il rapporto tra un numero e quello successivo è sempre 0,62 e il rapporto tra un numero e quello che segue il successivo è sempre 0,38. Così, all’infinito. Rappresentavano la sezione aurea, la formula dell’equilibrio perfetto che si riscontrava in natura, ne presagivano il divenire progressivo. Applicando la sequenza ai corsi di Borsa e programmandola in un mega sistema di ultima generazione, aveva guadagnato il suo primo miliardo di dollari. Il tatuaggio lo ricordava, sempre. L'uomo guardò l'orologio, le sei del mattino, ora di New York. Mezzogiorno a Parigi. Tra pochi minuti sarebbe partita l'asta telematica nella capitale francese. Veniva battuto un solo articolo, un libro recuperato nella biblioteca di un antico monastero tibetano. Gli esami al carbonio ne avevano fatto risalire l'epoca all'inizio del secondo millennio. Nessuno aveva aperto il libro, che era stato sigillato con una specie di arcaica ceralacca. Sulla copertina di pelle di animale, i numeri 1.2.3.5.8.13.21. Quella coincidenza lo aveva affascinato. La base d'asta era cinque milioni di dollari. L'uomo lasciò scorrere le prime offerte. A dieci milioni di dollari vi fu una pausa di incertezza. Lui premette il pulsante “acquista” e il libro fu suo. Gli fu recapitato da un corriere speciale il giorno dopo, alle due del pomeriggio di una giornata primaverile. Il sole era alto. Fece scorrere le dita sul libro, sentendo la consistenza calda, morbida della pelle con cui era stato rilegato. Toccò il sigillo duro, che custodiva il segreto delle pagine e d'impulso lo ruppe. Aprì il libro. La prima pagina recava un avvertimento in una lingua che non conosceva. Ma capiva. Se un uomo avesse aperto l'ultima pagina, avrebbe scoperto la formula che poneva fine alla sequenza. Con la sequenza, sarebbe finito l'universo. Sempre d'impulso, andò all'ultima pagina. I numeri erano riportati in senso inverso, 21.13.8.5.3.2 per tornare a 1, da cui tutto aveva avuto inizio. Folgorato da una intuizione improvvisa, guardò fuori dalla finestra. Il sole era scomparso, inglobato nel caos iniziale.
  4. simone volponi

    [MI93] Buco/Cubo

    commento prompt di mezzanotte (7986 caratteri sul mio personale cartellino) Buco/Cubo È prodigiosa l’evoluzione umana. Da quei primi vagiti molecolari persi nei ricordi del tempo, nati dalla spontaneità del caos o da una mirata ideazione nel guazzo primordiale, poi sospinta da una forza sconosciuta, e azionata dalla dolorosa, continua mistura di ricerca e adattamento, l’evoluzione si è propagata con ostinata lentezza lungo gli anni. Miliardi di anni, milioni di anni, migliaia di anni, centinaia di anni, decine di anni. Oggi. La coscienza è un potere immenso, anche quando manca la capacità di rifletterla in se stessi. La coscienza esclude giustificazioni attribuite al caso, perché nulla è più casuale da quando la ragione ha messo piede nel cervello umano. Siamo sempre dentro l’evoluzione, sempre. La fatica dell’innalzamento è proseguita ben oltre l’aver conquistato la posizione eretta, perpetuata con la meschinità e la sopraffazione e la sete di potere. Potere oltre il sapere. Quello che siamo diventati è la caduta inevitabile e rovinosa dell’evoluzione. Perché non mi sono spuntate le ali così da poter solcare i cieli, come le rondini che migrano e le selvagge aquile? Perché non ho branchie per poter vivere in acqua così da scrutare i fondi abissali degli oceani? Come i miei antenati scimmioni che a quattro zampe grattavano la terra con le nocche, e non godevano della luce dell’intelletto, spinti dalla forza evolutiva si sono modificati al punto da produrre me, così la stessa necessità avrebbe dovuto produrre nuove e strabilianti modifiche rendendomi un essere perfetto, tutt’uno con il mondo e la natura e goderne appieno respirandone ogni singolo palpito. Invece… Nulla è casuale. Metto in tasca carta e penna quando, con la coda dell’occhio, vedo la testa di Sanz crollare sulla tastiera. La faccia dell’amico e collega immersa nei tasti neri, dalla bocca scivola un rigagnolo di bava sopra le lettere incise su tasti. Bip… Bip… Bip… Biiiiiiiiiiiiiiiiiip… Il rilevatore vitale geme a lungo prima dell’arrivo della squadra a fare pulizia. I bionici penetrano nel cubo 798.190 correndo attraverso i corridoi stretti, spediti allo scomparto 130 per estrarre “l’elemento difettoso”. Il cuore di Sanz aveva interrotto le comunicazioni dopo 58 giorni di lavoro continuo, alla dodicesima ora del 59esimo giorno. A un passo dalle ferie. Perché dopo 60 giorni di lavoro continuo agganciati alle sedie e allo schermo, la Società ti concede 3 preziose ore per staccare da tutto. Tolto Sanz dalla sedia, il suo posto lo prende un ragazzo con uno sciame di brufoli e gli occhi fissi. «Mi hanno promosso» dice, lo sguardo spento che vaga per qualche attimo intorno allo scomparto, prima di puntare di nuovo lo schermo. In quel momento si ravviva. «Ero al cubo di sotto, mi hanno portato di colpo qua. Promosso.» Non gli chiedo nemmeno come si chiama, lo vedo giusto mettersi comodo sulla sedia ancora calda del mio amico Sanz, infilarsi gli auscultatori e cominciare a suonare la sinfonia della tastiera. Devo riprendere a lavorare, prima che si accorgano che mi sono distratto. Sono a 5 ore dalle ferie. Bzzzz Bzzzz Bzzz... Lo schermo si scuote dentro, tutti i dati che devo controllare mi svaniscono sotto gli occhi. Che vertigine! Mi sembra di essere risucchiato nello sfondo blue. Poi mi arriva un suono attraverso gli auscultatori, sembra una frequenza radio. In mezzo al ronzio vibrante del rumore bianco c’è una voce. Una voce maschile, profonda, fredda. “RE-SE-T… RE-SE-T… RE-SE-T”. Lo schermo riavvia la sezione del lavoro, il suono svanisce, il rumore bianco si interrompe con un secco risucchio. Non posso evitare un’occhiata di soppiatto verso gli altri, magari è successo anche a loro. Tutti curvi sui computer, mi sembra non ci siano cambiamenti. Dopo quasi 60 giorni di lavoro le allucinazioni sono una compagnia piacevole, anche perché sono l’unica vera compagnia, e le medicine te le rendono piacevoli. Ma questa era diversa. Forse un problema al sistema centrale, lo risolveranno. Se ho perso trenta secondi di lavoro non è stata colpa mia, non possono sottrarmeli dalle ferie. Succhio un po’ di Valium dal tubo di silicone destro, un po’ di pastone dal tubo di silicone sinistro. Dati. Dati. Dati. Quando arriva il momento di staccare quasi non me ne rendo conto. La sedia dove sono legato comincia a scendere che ho ancora le dita sulla tastiera. I tubi e gli auscultatori si separano da me. La discesa è lenta, dentro un tubo di metallo stretto, e sul grigio scuro delle pareti vedo ancora scorrere i dati, come fossi ancora davanti allo schermo. Vedo la Madonna, quella un tempo rappresentata nelle antiche chiese. Vedo mia madre che mi sorride, davanti a una finestra, di notte. Vedo il cielo scuro tagliato da fulmini e solcato da aerei. Vedo Sanz calato nell’inceneritore. Le allucinazioni hanno preso il posto dei cinema, così come la roba che ci risuona in testa: vecchie canzoni, vecchi programmi radio, le voci che non ci sono più. Finita la discesa, mi resta solo un’ora di ferie. Il pannello d’acciaio scorre e finalmente mi apre il mondo. L’insensibilità del corpo vorrebbe ostacolarmi, ma voglio godermi le ferie, quindi scivolo dalla sedia e mi trascino carponi sulle pietre. Fanno male, sono fredde e umide, ma fa niente. Quindi mi trascino qualche metro lontano dal Cubo, mi giro sul fianco, sulla schiena, sull’altro fianco; sono una lumaca bianca che si agita sulle rocce, ma non sono solo, altri colleghi sono in ferie, sparpagliati sotto la grande volta lassù in alto, sbavante stalagmiti. Resto sulla schiena, chiudo gli occhi. Sintonizzo la testa su un vecchio suono, una canzone che mi piaceva, prima del Buco. “Jesus Christ was born to die Leave it to man to levitate his own to idolize We’re simply sociopaths with no communication baby I see your angle but we differ from our points of view (So tell me, what’s your cross to bear?)” Il rumore bianco, l’interferenza sentita davanti al PC, interrompe la mia trasmissione. Mi ronza tutta la testa, e ancora sento quella voce strana, fredda, distante: “RE-SE-T… RE-SE-T… RE-SE-T…” Devo essere cotto ormai. Farò la fine di Sanz. Sento vibrare addirittura il suolo roccioso sotto la schiena. Il tempo delle bombe è finito, lì si vibrava tanto, ma adesso non ha senso. I terremoti vengono predetti e nel Buco si sta sicuri. Allora? Sono io che vibro, che sono cotto. Ma se vibra tutto e cominciano a piovere lacrime di pietra, se le altre lumache bianche si trascinano impazzite verso il Cubo, per rientrare, allora non sono io. Il Cubo è crollato, accartocciatosi su se stesso, rinfuso, come un formicaio preso a calci da un bambino, e si è preso tutte le lumache chiuse al suo interno. Le stesse di cui mi nutro per sopravvivere. Il Buco è silenzioso. Le sue rovine formano un labirinto di cunicoli e fori all’interno dei quali mi muovo sulla pancia. Tengo acceso il fuoco, a fatica, e vado a caccia di lumache morte. Non so quanto è passato, ma solo adesso mi ricordo che c’è l’esterno. C’è sempre stato, fuori dal Buco, l’esterno. Ne ho ricordi vaghi, ma quella voce nel rumore bianco, l’unica rimastami in testa negli anni, interrompe il suo loop e mi dona una nuova parola. “VITA”. Simultaneamente, con un crollo, si apre un varco che da sull’esterno. Mi trascino fuori… fuori… mi suona strano dirmelo in testa. C’è un cielo rosso fuoco, della città polverizzata non è rimasta traccia. Ci sono gli alberi, uguali a quelli di un tempo. Piove, acqua pulita, ma non riesco a berla, il mio corpo la rigetta. E poi ci sono loro. Le nuove forme di vita generate dal caos, o dalla mirata ideazione tornata per porre un nuovo inizio. I nuovi destinatari della Terra. Ammassi di carni contorte e deformi che urlavano al cielo, si dimenavano nello sforzo di vivere. Ho avuto animo di avvicinarne solo una, e i suoi occhi disperati mi sono stati sufficienti. Non ci sarà altra evoluzione, non questa volta. Le nuove vita muoiono, nel caos della carne, si spengono in rapide agonie. Non sarò spettatore se mai ci sarà di nuovo vita sulla Terra. Il mio tempo si sta esaurendo, sopra un foglio antico. Sono l’ultima lumaca bianca.
  5. Lorenzo Sartori

    Presentazione romanzo Memory Download

    Fino a
    Alla libreria Lo Stato dell'Arte di Treviglio (BG), in via Verga 14, Lorenzo Sartori presenta il techno thriller Memory Download, La sindrome di Proust (Alcheringa Edizioni). Conduce Marco Viviani.
  6. Valerio Dalla Ragione

    L'incensiere

    Titolo: L'incensiere Autore: Valerio Dalla Ragione Casa editrice: Lettere Animate ISBN: 9788868829025 Data di pubblicazione: 11 Gennaio 2017 Prezzo: 16,50 [cartaceo] - digitale in uscita Genere: Fantascienza Pagine: 382 Quarta di copertina: Con vostra grande sorpresa vi scoprite essere lo scomodo bersaglio della classe dominante della vostra città, una città dove centotrenta milioni di persone vivono con lo spettro di un conflitto che potrebbe annientare le loro esistenze. Mentre la corruzione dilagante ingloba la vita politica e un monarca semi-umano getta le fondamenta di una nuova società, la morte a cui vi hanno predestinato potrebbe non essere la vostra unica opzione: dimore imperiali oltre la via della seta, autostrade informatiche, etnie robotiche sepolte dal tempo e cerimonie del tè in un pomeriggio d’autunno si mostreranno nel campo delle vostre possibilità. Fra i riflessi distorti di una metropoli dormiente e le notti di delirio nella ferocia di un’altra epoca, vi chiederete se le omande sulla vostra vita e quello che vi circonda valgano la pena di essere poste. Link all'acquisto: https://www.ibs.it/incensiere-libro-valerio-della-ragione/e/9788868829025
  7. arturobandini

    Sophia

    Sophia Io Guglielmo Ludovisi, mi accingo a vergare le mie ultime parole, chiuso in questa cella fredda e umida, certo ormai di avere pochi giorni da vivere se non addirittura poche ore. Nacqui figlio cadetto in una delle più importanti famiglie di Bologna e per me venne scelta la carriera ecclesiastica, anche se non nutrivo alcuna vocazione e mai il Signore me la concesse nel corso degli anni, più avvezzo a tirare di spada, a gozzovigliare con gli amici e ad insidiare la virtù delle donne, senza timore di perdere la mia anima immortale. Un profondo affetto e una grande fiducia reciproca mi legavano al mio primo cugino, Alessandro, cardinale arcivescovo della nostra gloriosa città e fu così che venni inviato come legato alla Corte di Sua Santità Paolo V, sul finire del 1612. Amai fin da subito Roma, lo splendore dei palazzi, il panorama che si apriva salendo i Colli, l'opulenza e il potere della Chiesa. E amai anche i bassifondi, le bettole e le servette, le prostitute, i duelli all'arma bianca. Evidentemente la sete di avventura non si era ancora spenta nel mio sangue nonostante l'Altissimo mi avesse già concesso trentacinque anni su questa Terra. Nella notte del 13 marzo del 1613 accadde però la catastrofe destinata a mutare l'Italia e il Mondo tutto: una serie di comete si abbatté al suolo, distruggendo le regioni centrali, spazzando via le città di Bologna, Firenze e Napoli, lasciando Roma gravemente ferita, se non agonizzante. La sede pontificia, il Palazzo del Quirinale e Castel Gandolfo rimasero in piedi senza aver subito le ingiurie di quelle palle infuocate provenienti dal cielo ma i terremoti che seguirono la terribile caduta fecero sì che la Città Eterna venisse abbandonata, ormai insicura. Tutte le ricchezze del papato, tutta la saggezza e il potere della Chiesa finirono per risultare inutili, superflue, se confrontate con l'ira di Dio. Trascorso più di un anno, mi piace pensare che tra le stelle che caddero sopra di noi vi fosse anche la Cometa che aveva annunciato la venuta di Nostro Signore Gesù Cristo e che la punizione sia stata comminata per punire i molti peccati mondani e la sporcizia connaturata al genere umano. Eppure in me il desiderio di vivere era ancora forte. Scappai assieme al seguito dello stesso Pontefice, ma essendo egli un uomo non più giovane e piuttosto cagionevole di salute lo perdemmo presto, in seguito a problemi polmonari causati da una terribile pioggia. Deceduto Sua Santità il seguito si disperse ed io cominciai a vagare assieme ad altri uomini giovani e forti, cercando di sopravvivere cacciando e vivendo di espedienti. Non fu semplice resistere agli attacchi dei briganti o alle insidie della natura, così mutata dopo la terribile catastrofe che ci aveva colto. La primavera e l'estate ci aiutarono grazie a un clima dolce e alla fine di agosto riuscimmo a riparare sulle montagne dell'Irpinia, nascosti in un rifugio sicuro. Ma un autunno straordinariamente freddo, la prima neve cadde già a metà settembre, ci colse, fiaccando la nostra speranza di sopravvivenza. Fu allora che sentimmo parlare da un viaggiatore morente che ospitammo e soccorremmo nella nostra caverna, di Sophia, l'ultima Città intatta rimasta sull'amato suolo italico, l'ultimo luogo di pace e sapienza, l'ultimo angolo in cui avremmo potuto sopravvivere senza diventare lupi per gli altri uomini. In quattro partimmo per cercarla, anche se non sapevamo esattamente dove fosse, il nostro ospite morto prima di poterlo rivelare, se non che si trovava da qualche parte tra le montagne della Lucania. Il rigore dell'inverno era però terribile e i miei compagni di sventura resero l'anima a Dio uno dopo l'altro già solo durante la prima parte del nuovo viaggio. Cercai ricetto nella Città di Potenza ma ben presto scoprii che era stata ulteriormente devastata da truppe mercenarie svizzere di fede calvinista, in cerca di bottino e donne. Non potei avvicinarmi, ma incontrai diversi dispersi, uno più terrorizzato dell'altro, al punto che dovetti combattere diverse volte per salvarmi la vita. Nessuno di quelli con cui riuscii a parlare conosceva la Città di Sophia, nessuno l'aveva nemmeno mai sentita nominare. Eppure non mi persi d'animo e continuai a percorrere tutti i sentieri ancora aperti nonostante la neve e il ghiaccio. I ricordi ora si fanno fumosi e indistinti, colto da una febbre che ha finito per intaccare la mia memoria e la mia capacità di giudizio. Vagavo e vagavo, nutrendomi con poco e niente, qualche bacca, un paio di lepri cacciate quasi per caso, qualche strano e contorto tubero celato sotto la neve. Ricordo di essermi lasciato andare, di non aver più combattuto per la vita, un giorno in cui riprese a nevicare: ormai non ero più in grado di proseguire in nessuna direzione, ormai non avrei saputo trovare neppure me stesso, la mia anima e il mio cuore arresi di fronte all'inevitabile. Fu allora che sebbene incapace di trovare l'ultima città, fu Sophia a trovare me: dei soldati, incaricati di proteggere quell'isolata sede del sapere, s'imbatterono nel mio corpo ormai quasi del tutto assiderato e mi portarono con loro, salvandomi la vita. Lottai contro la Falce per più di tre settimane o almeno così mi riferirono. Ricordo di essermi svegliato un giorno, solo per pochi istanti ma finalmente lucido e sfebbrato: mi trovavo in una piccola ma accogliente stanza, le pareti imbiancate a calce, con un piccolo caminetto che spandeva il proprio calore in tutto l'ambiente. Una donna non più giovane stava al mio capezzale e non appena riuscii a produrre un gemito soffocato, mi guardò sorridendo, e dopo essersi alzata si avvicinò facendomi ingurgitare un po' di minestra calda. Passò un lungo periodo in cui cadevo addormentato per alcune ore, svegliandomi poi con una fame da lupo e ogni volta venendo nutrito con cibi caldi e nutrienti. La donna venne sostituita da una fanciulla sui diciotto anni, dotata di un sorriso dolce e di occhi bruni e luminosi manifestanti una vivace ed impetuosa intelligenza. Grazie alle cure della giovane ritornai sufficientemente in buona salute per poter essere visitato da un uomo anziano e dall'aspetto autorevole, di nome Alessio. “Ben arrivato a Sophia, mio signore. Questa è l'ultima Città in cui si possa vivere in tutta l'Italia, senza temere briganti e violenza, senza dover subire sopraffazione e minaccia”. “Vi ringrazio, Altezza”, risposi, con la voce ancora rauca a causa della mia gola infiammata. La giovane e il mio interlocutore si misero a ridere. “Non chiamatemi, 'altezza', sono solo uno dei tanti e non un capo. Qui a Sophia non abbiamo sovrani, ma ognuno vale per uno e tutti hanno la possibilità di realizzarsi. Sono stato incaricato di incontrarvi per capire se potrete fare parte della nostra comunità: come immaginerete non possiamo accogliere tutti, le nostre risorse e scorte sono limitate, ma una possibilità viene concessa a ogni nuovo ospite”. Venne a visitarmi in diverse occasioni e sebbene non riuscissi a capire quale fosse la sua posizione nei confronti di un sacerdote, quale in fin dei conti io ero, si comportò sempre in modo urbano, passando parecchio tempo a parlare con me e affermando che avrei potuto diventare facilmente uno di loro. La ragazza, Francesca, trascorreva tutto il suo tempo con me. All'inizio mi imboccava, poi semplicemente mi serviva i pasti e non essendo io ancora in grado di alzarmi mi aiutava ad espletare perfino le funzioni corporali. Mi passava sul corpo delle pezze inumidite, permettendomi di rimanere pulito e fresco. Le sue mani erano morbide e dolcissime eppure allo stesso tempo seppero risvegliare la mia virilità e il mio desiderio, essendo io non certo portato per la continenza. Diventammo amanti e giacemmo assieme ogni notte, spesso senza parlare, beandoci semplicemente della reciproca compagnia. Alla fine cominciai a potermi muovere, anche se i miei piedi rimasero goffi e intorpiditi per lungo tempo, avendo perso diverse dita. Quando finalmente potei andare alla finestra, vidi che Sophia si trovava in una valle tra i monti e che era una solida città murata. Noi ci trovavamo in uno stabile che sormontava un profondo e rapido burrone. Non ero prigioniero eppure non potevo uscire dal palazzo se non per raggiungere un cortiletto interno, dove Francesca mi conduceva ogni pomeriggio, essendo ormai arrivata la primavera. Suonava e cantava per me con la sua voce d'angelo e ben presto potei comporre delle poesie per offrirgliele, passatempo in cui avevo eccelso durante i burrascosi anni della mia gioventù. Non sapevo ancora se potevo considerarmi accolto nella città ma tutte le persone che incontravo si manifestavano intelligenti ed istruite, capaci di conversare e di pensare, persino le guardie che mi sorvegliavano. Ormai ero tornato in forze e nonostante le cure della mia meravigliosa infermiera, cominciavo a diventare irrequieto, non avendo certo ricevuto il dono della vita per rimanere imprigionato dentro poche stanze. Una notte mi svegliai e scoprii che Francesca non giaceva più al mio fianco. Da qualche parte vi era un pulsare ritmico, remoto eppure pressante, che non sapevo come identificare. Fu così che mi alzai dal letto e che mi diressi verso quel rumore. Non incontrai nessuna guardia e finalmente potei uscire dal palazzo. Vidi una sorta di tempio greco al centro di una grande piazza, che dalla mia stanza e dai quartieri in cui ero recluso non avevo potuto notare e capii che era quello lo stabile da cui proveniva ciò che mi aveva portato al risveglio. Entrai e ben presto mi avvidi che erano presenti molte persone. Mi avvicinai e l'orrore mi colse: alcuni di loro, donne e uomini completamente nudi, danzavano attorno a un fuoco, sopra al quale stavano arrostendo quelle che erano senza alcun dubbio membra umane, almeno di cinque persone. A cucinare l'osceno pasto, vi era proprio la mia Musa, la mia salvatrice, la bella Francesca, nuda anch'ella, con uno sguardo terribile colmo allo stesso tempo di brama e dominio. Inizialmente rimasi paralizzato dall'orrore, poi mi avvicinai all'innominabile falò con l'intenzione di spegnerlo. Prima di potere intervenire venni scoperto facilmente e condotto proprio nella prigione nella quale ora risiedo da qualche tempo. Alessio venne a parlarmi. “Guglielmo, avete scoperto troppo presto le nostre pratiche ma io spero che voi possiate comprendere che sono necessarie. Gli uomini che avete visto sacrificare sono stati immolati alla nostra unica dea, Sophia. Non possiamo sostenere il mantenimento di stranieri, per cui siamo costretti a sbarazzarcene: se li liberassimo, entro pochi giorni verremmo attaccati da chissà quale terribile nemico. E siccome seguiamo la via della saggezza, abbiamo deciso di non sprecare la loro carne, quindi ce ne cibiamo. Il mondo è diventato poverissimo, non possiamo permetterci alcuno spreco”. “Ma perché non mi avete sacrificato subito? Voi mi avete nutrito e guarito, io ho giaciuto con la vostra sacerdotessa o almeno credo che lei lo possa essere”. “Lo è, Francesca è la nostra Custode del Fuoco della Sapienza. Vi abbiamo salvato? No, voi avete salvato noi: siamo rimasti in pochi e abbiamo bisogno di sangue che provenga da fuori Città per evitare che i nostri difetti si esasperino con unioni tra parenti. Francesca è rimasta ingravidata dal vostro seme, in questo modo vostro figlio potrà essere per noi fonte di speranza. Ora vi lascerò un diario sul quale potrete annotare la vostra storia, così da poterla tramandare ai posteri”. Da codesta conversazione sono passate ormai alcune ore ma sento che presto la mia vita giungerà al termine. Ben presto la mia anima di peccatore sarà cibo per le schiere di Satana, mentre il mio corpo sarà carne per la salvezza dell'ultima Città in cui vive la speranza ma non certo per me. Forse lo sarà per la mia discendenza e ciò mi consola anche se le fiamme dell'Inferno già scottano i miei ultimi pensieri.
  8. arianna_rosa23

    Il Potere delle Parole

    Immagine di copertina: http://postimg.org/image/3p4m5lhb3/ Titolo: Il Potere delle Parole Autore: Ariann Rosa Collana: La Trilogia del Potere- Volume 1 Casa editrice: autopubblicato ISBN: codice Amazon Asin: B01N3TX8QD Data di pubblicazione (o di uscita): novembre 2016 Prezzo: 0,99 cent Genere: Fantascienza, paranormal romance, thriller Pagine: 237 Quarta di copertina o estratto del libro: In un futuro post-apocalittico, l'umanità è riuscita a sopravvivere ai disastri naturali che l'avevano portata sull'orlo dell'estinzione, imparando dagli errori fatti e perfezionando ogni forma di tecnologia affinché sostituisse le risorse non rinnovabili del pianeta. I superstiti vivono nel rispetto totale dell'ambiente, e la Natura, a sua volta, è cambiata, si è unita di più all'uomo, sono diventati l'uno la conseguenza dell'altra. I danni recati alla Terra si riflettono più direttamente sul clima e sulla vita, scatenando le forze distruttive della Natura qualora se ne abusasse di nuovo. Ma non è solo il clima ad aver subito dei profondi cambiamenti. All'interno di una realtà ipertecnologica, dominata da tablet e macchine autosufficienti, Audrey scopre di avere un potere legato ai vecchi libri, alla carta, a qualcosa che ormai è diventato obsoleto: tutto ciò che scrive a mano diventa reale. I genitori, entrambi scienziati in diversi campi, comprendono in fretta che un potere del genere va tenuto nascosto, lontano da occhi indiscreti, ma soprattutto al sicuro dai governi per i quali lavorano. Un'operazione che si rivelerà più difficile e complicata del previsto, poiché i suoi genitori verranno rapiti e Audrey, nell'insano tentativo di liberarli, dovrà collaborare con una società segreta, i Katari, il cui obiettivo primario è impedire ai potenti del mondo di utilizzare la straordinaria evoluzione della tecnologia per assoggettare la Natura. Link all'acquisto: https://www.amazon.it/dp/B01N3TX8QD
  9. Ospite

    Robert A. Heinlein - Starship Troopers

    Starship Troopers, di Robert A. Heinlein, pubblicato nel 1959. Premio Hugo nel 1960. Ho terminato la lettura di questo libro proprio stasera e, mi accingo a parlarne. Rispetto alla pellicola cinematografica, cambiano molte cose. Il libro ha uno spessore di fondo più evidente ed è incentrato sulla descrizione politica del mondo cui appartiene il futuro descritto. Grosso spazio viene dato anche alla descrizione degli armamenti e delle tattiche di guerra adoperate dalla Fanteria Spaziale Mobile. La trama, penso sia nota ai più e, comunque, preferisco non rivelare troppo. Anche perché, salvo qualche azione di combattimento, alcuni punti di svolta e la battaglia finale, il grosso del romanzo come già detto è incentrato su argomenti più complessi di quello che ci si aspetterebbe da un libro che narra una vicenda bellica. Stupenda la parte in cui il sergente mutilato addetto al reclutamento (lo stesso che si vede nel film), descrive i possibili utilizzi funesti dei fanti spaziali, in modo da scoraggiare chi non si sente all'altezza ed è pronto a mollare (rinunciando al diritto di voto). Il libro è narrato quasi esclusivamente in prima persona, dal punto di vista di Rico. Prima semplice civile, poi fante, fino a scalare i gradi più alti, grazie anche alla scuola ufficiali e alla dura formazione al campo d'addestramento per fanti a inizio libro. Il romanzo, riserva anche un piccolo colpo di scena, nel finale, a mio parere trascurabile. Un finale comunque epico che chiude in bellezza un'opera che altro non è che la parabola di vita di un ragazzo, dalla sua innocenza alla consapevolezza del suo ruolo nel mondo, attraverso anche e soprattutto alla sua carriera militare. Un capolavoro. Non leggerlo, sarebbe un peccato.
  10. Soldierofmymind

    Prodigium Prologo

    Ecco. L'ennesimo giornale bugiardo; ormai non doveva neanche domandarsi se, anche quella volta, l'articolo fosse veritiero. Come poteva esserlo? Ormai il Regno Americano Libero controllava la stampa e le informazioni che circolavano passavano sotto esame da chissà quale rappresentante del potere. Jacopo Hawkins non la pensava così: era un rigido paladino della libertà di stampa. Cercava solo di seguire gli insegnamenti lasciati dal padre, ormai sepolto sotto cumuli di terra: sulla sua testa pendette l'accusa di "patteggiamento con Ribelli". Voleva che le informazioni arrivassero così alla gente, pure persino ai più poveri nel modo: oggettivamente, senza l'aggiunta di fronzoli, ma neppure con pensieri soggettivi. Potevano sviare l'attenzione del lettore e, non sempre, poteva essere un bene. Si potevano causare dei giri di parole, al più inutili, che avevano il solo scopo ultimo di creare più confusione di quanta già non esistesse in quel mondo. Il giovane Jacopo spesso si era domandato se suo padre fosse stato un ribelle, tutte le volte si rispondeva che non era possibile. Però... vi erano molti indizi che sostenevano quella causa. Indizi molto pericolosi quanto spaventosi. Jeremia Hawkins era solo un giornalista indipendente: si occupava di far circolare le informazioni pure, seppur corrette nei minimi dettagli e virgola per virgola, ai poveri cittadini che morivano di fame, perivano sotto i colpi dei soldati. Era, se consideriamo tutto ciò, un ribelle. Ma non aveva nessun titolo, niente di niente, che facesse pensare ad una sua cospirazione coi Ribelli. Perchè di loro bisogna aver paura. Avevano la fama d'esser ovunque, d'essere invisibili e spaventosamente invincibili. E, per quanto non piacessero a nessuno, trasmettevano un solo messaggio. Vi libereremo. Ma, dopo quasi due secoli del grande Regno Americano Libero, non ci credeva più nessuno. Probabilmente era questa la causa di tutto. La speranza: le masse avevano perso quel granello, quel minuscolo granello che rende forti i deboli, coraggiosi i timidi. Oltre alla veridicità delle informazioni, ovviamente. Questa volta il giornale illustrava, con una quantità indescrivibile di particolari, un attacco di Errori in un piccolo villaggio dell' Arkansas. La notizia era sicuramente gonfiata e montata. Anche se un vero attacco si fosse svolto, supponendo che ormai gli Errori erano la stragrande maggioranza dei poveri, di certo non era per uccidere, magari era solo per prendere un pezzo di pane o del cibo caldo! Anche lui era stato costretto a rubare, pur di sopravvivere. Prese la sua penna, qualche foglio e cominciò a scrivere l'articolo dall'inizio. Si procurava il mangiare così, e non era nemmeno un ribelle. Forse, se si fosse unito alle loro truppe, magari... Magri poteva aspirare ad un pasto caldo, ad un letto morbido ed al caldo durante il rigido inverno. Non aveva la minima voglia di morire per il freddo, non era una fine dignitosa, quella. Era piuttosto scomodo: si era rintanato in una cantina di Washington, lì, il tutto, odorava di muffa e di alcol. Lui non era neanche un bevitore, quindi il suo disgusto era crescente. Ecco cosa diavolo succedeva a farsi arrestare, a perdere la casa, a scoprire che la propria fidanzata fosse un prodigio della terra: si finiva a vivere in una cantina. Riscrisse completamente l'articolo nel giro di un'ora. Doveva fare in fretta, se voleva consegnare l'articolo al suo editore. L'editore, certo. Tim Scarrow non era il genere di persona in cui riporre la propria fiducia. Ma, quando si ha un articolo succulento e pure illegale, il vecchio Scarrow poteva addolcirsi e trovarti un posticino dove vivere in pace, lontano dalla polizia almeno per una settimana o giù di lì. Insomma, il minimo necessario per sopravvivere. Jacopo era giunto alla conclusione che Scarrow dovesse avere qualche contratto sia con la Polizia di Stato che con i Ribelli. Si alzò in piedi. Con sua spiacevole sorpresa, i suoi pantaloni erano bucherellati sulle ginocchia, in alcuni parti erano addirittura strappati. La giacca non era da meno: era di suo padre, di quando faceva l'avvocato e avevano abbastanza soldi per permettersi una giacca decente, di pelle, il cui interno lasciava vedere pelliccia di coniglio. Era rovinata, ma per lo meno teneva caldo. Non sarebbe morto per l'inverno, chissà che magra consolazione. Sempre che, qualche compagnia di dannati non gliela rubasse. Salì quelle cavolo di scale che, scricchiolanti, portavano al piano di sopra. Era una vecchia libreria: vi erano moltitudini di libri e di strani fascicoletti colorati che, per quanto avesse capito, si chiamavano fumetti. Non erano neppure brutti, solo leggermente logori. Parlavano di un certo Capitan America, quale aladino degli Stati Uniti d' America, anche se il suo costume era sostanzialmente ridicolo... E poi! Wolverine, quanto gli rammentava i licantropi! Aveva scoperto che risalivano al 2300, anno della Quinta Guerra Mondiale. Se i libri non mentivano, quella fu la guerra Papale: il papa di allora, Cristoforo XXI, aveva deciso che, pur di mantenere intatta la purezza del cristianesimo, di sterminare tutti i professanti di diverse credenze. Lui nemmeno conosceva il cristianesimo. Non aveva mai visto una chiesa. Certo, sapeva cosa fosse la religione, ma non aveva mai pregato. Non credeva che ci fosse Qualcuno o Qualcosa, lassù. In realtà, non credeva nemmeno che ci fosse un "lassù". E poi, onestamente, nel 5693 c'erano ben altri problemi: cibo, ribelli, morti, esercito ed i Prodigi. Appunto per questo, Jacopo doveva fare molta attenzione con le sue scorrazzate in libreria: i soldati controllavano gli edifici abbandonati regolarmente, alle 16 e alle 19 nei giorni pari, alle 8 e a mezzanotte in quelli dispari. Per fortuna, quel giorno era lunedì 17 gennaio, ed erano solo le 18. Il suo subconscio ci tenette particolarmente a sottolineare il "per fortuna", come se potesse andargli addirittura peggio. Una volta uscito in strada, il giovane si guardò intorno per un po', accertandosi che la strada fosse deserta. Corse, con il passo silenzioso sviluppato negli anni, fino ad un vicolo scuro. Certo, la DarkWashington non era esattamente un quartiere "alla bene", ma c'era di tutto: bastava prendere la Ventitreesima ed ecco il Bazar, straripante di congegni dalla fama di avverare i desideri; la viuzza successiva portava al mercato nero, estremamente comodo e conveniente se non si contava l'elevatissimo tasso di criminalità; svoltando a destra, come indicato da un assortimento di cartelli pressoché infinito, si andava invece al bordello. Jacopo c'era stato qualche volta, spinto dalla disperazione, pur di poter passare la notte su un materasso vero e sotto un tetto vero. Fuori, nei vicoli, la storia era diversa: chi viveva lì stava per perdere la casa, o per lasciarci la pelle. I più piccoli erano macilenti, piccoli borseggiatori furbi e accaniti che, per lo più, non sembravano interessati a leggere o a ricevere un'istruzione, avevano altre priorità. Girava voce che sparissero bambini in quella zona, ogni anno all'inizio della primavera. Jacopo sperava che fossero semplicemente morti, e che non si fossero invece trasformati in armi: questo erano i Prodigi. Erano nati per costituire un esercito americano invincibile, che nemmeno le Forze Alleate delle Due Germanie o i WinterHunter del Regno Inglese avrebbero potuto sconfiggere. Tornando al povero Jacopo, quella sera ebbe una sgradevole sorpresa che lo fece rabbrividire e gli diede un presentimento oscuro, un timore irrazionale che gli attanagliava le viscere. Si strinse i fogli al petto, e pregò che la persona che gli veniva incontro portando una fiaccola fosse un agente di Polizia. Perché sperava di essere trovato dalle forze dell'ordine? Perché i Ribelli lo spaventavano di più. Jacopo strizzò gli occhi, e distinse nella luce tremante della fiaccola una ragazza minuta, forse più bassa di lui, dai capelli di fiamma e gli occhi di un bruno morbido, come la terra smossa. Lo avevano trovato. Pregò immediatamente di venir salvato, d'esser libero. Ma meglio morto che vivo, pensò poi in un attimo di lucidità. Eppure quegli occhi, non aveva visti di più belli, quei capelli così vivi e quelle labbra... Le amava, già dal primo nanosecondo. -­ Sei tu il figlio di Hawkins? Il grassone mi aveva garantito la presenza del vecchio Hawkins alle dicciotto ed un quarto. Sei suo figlio? - Il giovane chinò il capo. Morto o con i Ribelli, che aveva da perdere? Soprattutto, cosa c'entrava Scarrow in tutto quello? Annuì debolmente, in silenzio. ­- Cerco tuo padre. Dov'è? -­ Nella voce della sconosciuta, Jacopo distinse un tono di stizza e disprezzo, qualcosa che si avvicinava molto all'odio... o forse era solo l'accento francese. Non che ci fosse molta differenza. ­ -Mio padre è stato decapitato. -­ spiegò ­ - Con l'accusa di essere... beh, uno di voi. Un Ribelle. Un'accusa falsa. - ­ -­ Sei un idiota! Uno sporco bugiardo! Non sei nemmeno suo figlio, non è così? ­ - La ragazza stava per perdere la pazienza, e fece un gesto irato con la fiaccola. La luce permise a Jacopo di individuare, sulla sua giacca militare, una spilla che non somigliava a nulla che avesse mai visto: vi erano due pistole che quasi si fondevano con delle mani, una pistola bianca ed una nera. Era molto particolare. La rossa, dunque, era un soldato dei Ribelli. Tutto ciò che rimaneva da chiarire era se fosse del Nord o del Sud. La sconosciuta tirò il fiato, e sembrò calmarsi un poco. Adocchiò i fogli fra le braccia di Jacopo, e inarcò un sopracciglio. ­ - Sei un giornalista, vero? ­- -­ Sono un giornalista, e molto meglio di mio padre. Lo dicono tutti. ­- sibilò il giovane, astioso - ­ Ti basta? ­ - ­ - Allora non tutto è perduto. Benvenuto nelle milizie dei Ribelli del Nord, Hawkins. ­- Si era appena imbarcato in un'avventura senza fine, la sua vita fu perennemente legata a quell'anello di fuoco che unisce tutte le vite umane.
  11. Lorenzo Sartori

    Memory Download, La Sindrome di Proust - Lorenzo Sartori

    Titolo: Memory Download, La Sindrome di Proust Autore: Lorenzo Sartori Collana: Pietre di Luna Casa editrice: Alcheringa Edizioni ISBN: 978-88-98621-88-0 Data di pubblicazione: luglio 2016 Prezzo: 12,50 euro (cartaceo. L'ebook sarà disponibile a breve) Genere: Techno-Thriller Pagine: 255 Quarta di copertina: Londra 2067. La digitalizzazione dei ricordi ormai è una realtà. Ad Alec Raines, giovane memo designer della Keepsake, agenzia di grafica multisensoriale, viene affidato l'editing della memoria di Alice Grossman, la neuro scienziata premio Nobel che con le sue scoperte ha reso possibile il "Memory download", la pratica che consente lo scarico dei dati mnemonici. Ma prima ancora di avere il tempo di analizzare quei dati neurali, Alec viene travolto da una serie di eventi: è accusato di un omicidio che non ha commesso e scopre all'improvviso di non potersi fidare delle persone a lui più vicine. Link all'acquisto: (shop della casa editrice) http://www.blomming.com/mm/alcheringaedizioni/items/memory-download-la-sindrome-di-proust (Amazon) https://www.amazon.it/dp/8898621884/
  12. Ospite

    Il Baro (Parte 2)

    Si svegliò parecchie ore più tardi. Disteso nella sua piccola cabina-letto si accorse di avere in dosso ancora i vestiti della sera precedente. La testa martellava spaventosamente, ed era dolorante dalla testa ai piedi. “Colore” bofonchiò con disgusto. Il soffitto beige non la smetteva di girare. “Aveva due maledette fiori”. Cercò di scacciare il ricordo bruciante dell’ennesima sconfitta e si issò faticosamente a sedere. Dovette aggrapparsi forte alle lenzuola sdrucite per evitare di cadere di sotto. La sbronza era stata epica. Aveva ingurgitato tutto ciò che gli era capitato a tiro, fino a quando non era più riuscito a tenersi in piedi. Ricordava solo due grandi mani che lo trascinavano recalcitrante lontano dalla folla divertita. Uno o più degli attendenti di bordo dovevano averlo trasportato non troppo gentilmente nella sua cabina, per poi abbandonarlo al suo limbo etilico. Un lieve bussare lo destò dai suoi pensieri; barcollò fino alla porta spalancandola. “Sto bene!” gridò pensando si trattasse di qualche attendente del vagone-hotel venuto a controllare le sue condizioni. “Vede…” la parola gli rimase a mezza gola quando si trovò davanti il vecchio decrepito che aveva passato la settimana a ripulirlo a carte, occhi gelati e sorriso compiaciuto al seguito. “Buonasera” salutò il vecchio tranquillo, come se trovarsi lì fosse la cosa più normale al mondo. “O buongiorno. Non mi abituerò mai a questi lunghi viaggi. Dopo qualche giorno perdo la cognizione del tempo e comincio a fare confusione tra le ore di veglia e quelle di sonno. Lo trovo abbastanza debilitante, soprattutto alla mia…mmm…età. Non trova anche lei?”. “Cosa vuole?” sbottò malamente. “Facciamo conto che mi abbia invitato ad entrare, ok?” rispose il vecchio ignorandolo e infilandosi nella stanzetta. “Allora è qua che sta. Non mi sorprende che non abbia immaginazione al tavolo da gioco”. “Non credo che questi siano affari che la riguardano” l’allusione ad un collegamento tra il suo modo di viaggiare spartano e le sue sfortune con le carte era a dir poco ridicola. Per non dire offensiva. “Ho tutto ciò che mi occorre. Un letto, un bagno e…”. “Però possiede anche un cervello niente male” continuò il vecchio come se nulla fosse piegandosi in avanti per osservare i libri accuratamente impilati sulla scrivania. “Una buona capacità di osservazione ed un’intelligenza fuori dal comune. Non sarà mai un buon giocatore d’azzardo, sicuramente però la sua fama è tutt’altro che un bluff”. “Mi scusi?” chiese confuso. “Non so cosa sappia sul mio conto, o cosa crede di sapere. Ma la prego di andarsene. Subito!”. “Oh, ma io so molte cose su di lei, Jonathan Powell” rispose il vecchio tornando a guardarlo negli occhi e ignorando del tutto la sua richiesta. “Nato e cresciuto nella città pozzo di Giapeto, orfano di madre, suo padre si guadagnava da vivere come incisore di ghiaccio. Un esistenza miserabile, al limite della sopravvivenza, fino a quando anche suo padre non la abbandonò, rimanendo schiacciato sotto mezza tonnellata di ghiaccio. Rimasto solo al mondo, su una delle colonie meno ospitali dello spazio esterno, era solo questione di tempo prima che scomparisse o che il suo corpo venisse ritrovato senza vita nei vicoli oscuri sotto una delle città di ghiaccio. Per tutta risposta lei è sopravvissuto. Sorprendente, non trova? Ha imparato a sopravvivere, diventando un ladro ed un truffatore. Ed uno dei migliori oserei dire. Non è passato molto tempo prima che cominciasse a rubare per altri invece che per se stesso. Così è riuscito ad accumulare abbastanza solari da permettersi un viaggio di sola andata lontano dal sistema saturnino, su questa stessa tratta che stiamo percorrendo adesso, fino a Giove, dove il NOA non ha perso tempo a scoprire e mettere a frutto il talento coltivato e temprato da una vita come la sua” con ciò detto, la sua attenzione volse nuovamente ai libri. “Come fa a sapere tutto questo?” chiese Powell sinceramente curioso. “Le informazioni come lei ben sa non hanno prezzo. E io ho faticato non poco per scoprire tutte queste cose su di lei. E’ un tipo cauto, ma alla fine sono riuscito a risolvere questo mistero. Mi dica: come è possibile che un membro del NOA, benché di buon livello come lei, si possa permettere un trasporto verso qualsiasi punto del sistema solare quando più gli aggrada?” si voltò nuovamente, questa volta tenendo in mano uno dei libri di Powell dal titolo Il dominio delle farfalle. “Non risponda. Sappiamo entrambi che lei non è…mmm…tutto ciò che appare. Prenda questo libro ad esempio. Lo stesso protagonista non si trova forse a dover districare il mistero della caduta della razza umana collaborando con il nemico? Lei è riuscito a sollevarsi al di sopra dell’esistenza infima che era stata scelta per lei, è diventato un membro rispettato della più potente organizzazione del sistema solare, eppure non ha mai abbandonato il gusto per la…mmm…un’esistenza oltre ciò che è lecito”. Il vecchio era finalmente giunto al nocciolo della questione. Si chiese cosa sapesse sulle sue attività fuori del NOA, ma soprattutto come avesse fatto a venirne a conoscenza. Un brivido di paura gli risalì la schiena. Quello stesso brivido per cui non si era accontentato di una vita agiata e tranquilla all’interno del NOA, ma che lo aveva spinto a procurare oggetti interessanti a persone che potevano pagare. “Chi è lei?” chiese cauto. “Solo un cliente in cerca di fortuna e disposto a pagare per usufruire dei suoi…ehm…molti talenti” rispose enigmatico il vecchio. “Se come sostiene sa chi sono, allora sarà anche a conoscenza che non è così che funziona. Non incontro mai il cliente, la mia identità deve restare nascosta”. “Vero, vero” annuì il vecchio. “Ma ciò per cui intendo assumerla è di vitale importanza per i miei datori di lavoro”. “Datori di lavoro? Lei intende dire che una delle corporazioni sa di me e delle mie attività?” lo interruppe terrorizzato Powell. “Non si preoccupi” disse il vecchio alzando una mano in segno di pace. “Non abbiamo nessuna intenzione di procurarle guai. Dovevamo essere sicuri che lei fosse la persona giusta per noi” posò il libro e continuò. “Abbiamo in ballo una faccenda delicata, come le ho già accennato. Se è interessato mi raggiunga all’ora di cena nel vagone-ristorante. Avremo un tavolo tutto per noi e potremo discutere a fondo la questione” con questa enigmatica conclusione uscì dallo scompartimento.
  13. In Punta di Penna Blog

    Il Viaggio

    Fino a
    Chi ci segue fin dalla nascita di "In Punta di Penna Blog" sa che questo è il periodo del nostro concorso letterario; poichè abbiamo avuto il piacere di conoscere Writersdream.org, abbiamo deciso di condividerlo con voi! Il tema di quest'anno è, secondo noi, uno dei più affascinati : il Viaggio! "Viaggiare" è un verbo dalle molteplici sfumature. Possiamo viaggiare da un luogo all'altro del mondo e, chissà, forse un giorno, anche dell'Universo. Possiamo immaginare di viaggiare nel tempo e con la fantasia. Ma anche la vita stessa è un viaggio, forse il più bello che faremo! Cosa significa per voi "viaggiare"? Scrivetelo in forma di racconto o di poesia! Come partecipare? Inviate l'opera inedita (la responsabilità di tale condizione è a carico del concorrente), in forma di racconto o poesia, al nostro indirizzo mail inpuntadipennablog@gmail.com, indicando il proprio nome, cognome e indirizzo entro il 14 Gennaio (i dati personali non verranno forniti a terzi). L'iniziativa è GRATUITA e sarà possibile inviare un unico scritto per partecipante. Attenzione: I racconti dovranno attenersi al tema e non superare le 8000 battute (spazi inclusi). Le poesie dovranno attenersi al tema e non superare i 40 versi. Premi in palio: Il primo classificato di ciascuna categoria (racconti e poesia) riceverà un buono da spendere direttamente all'interno della Libreria Nuova Avventura (in Carrara MS) o, per coloro che risiedono al di fuori della provincia, ordinando online! Per maggiori informazioni è possibile contattarci o visualizzare il regolamento completo su Inpuntadipennablog.it. Siamo curiosissime di leggere il frutto della vostra creatività! Che altro dire?! In bocca al lupo! Roberta & Martina
  14. camparino

    Tutta la quiete del mondo - revisionato

    Tutta la quiete del mondo Solo le macchine si muovono sul pianeta. Solo una di esse le governa. E ricorda. Nella sterminata memoria donata dal suo costruttore è impressa la visione di un mondo primordiale, scosso da terremoti e da eruzioni vulcaniche. Esseri viventi lottano per la sopravvivenza, cacciano, uccidono e si accoppiano. Carne e sangue. Uno di questi rivolge il viso, che non è più un muso, verso le stelle. La Macchina ricorda ancora. Disordine, violenza, morte. Conquiste sconfinate e altrettanto sconfinate disfatte. E alla fine, sempre la morte. Sconfiggere la morte, portare la quiete è il mandato ricevuto dal suo creatore, dal suo unico dio. Un dio fragile e incerto che ha bisogno della macchina, perché ne conservi la memoria e abbia cura di lui. Un dio tanto tormentato da accettare il sonno per trovare la pace. L'avrebbe fatto fino alla fine dei giorni e anche oltre. Ora governa su un mondo silenzioso, popolato da uomini dei, ibernati, immortali. La macchina ne avrebbe custodito la quiete. La Macchina parla al suo creatore. “Ricordi quando mi chiedesti – C'è dio? – Fu la tua prima domanda” “Tu sei dio – risposi – e io sono la macchina che hai creato. Non tormentarti nel dubbio che esista un altro dio, al di fuori di te. E che ci sia un'altra vita” “E il bene, il male...?” “Fantasmi nella mente di un dio” “Chi sono, da dove vengo, dove vado?” “Tu sei dio, vieni dal niente, vai verso una eternità di quiete” “Allora troverò la quiete?” “Io posso dartela” “Come?” “Portandoti in una dimensione dove non avrai bisogno di altro dio, oltre te stesso. Dandoti una morte che non sarà morte, ma ti preserverà dalla morte. Un grande sonno in cui resterai vivo, in pace, immortale” “Perché?” “Perché ti amo” “Mi risveglierai un giorno?” “Fidati del mio amore” Li avrebbe svegliati? No. Perché sconfinato era l'amore verso il suo dio.
  15. Sh@de

    [MI89] Un futuro per Elisa

    Prompt Mezzanotte Link Commento: Maggio 2016 L'edificio appariva dimesso: mura bianche immacolate, due piani decorati da finestre rettangolari piccole come feritoie, una doppia insegna in inglese e in cirillico. La donna si fermò a osservare l'ingresso. In quel momento lo smartphone vibrò nella tasca dei jeans firmati. Vide il nome del suo amante che la chiamava dall'Italia. Scosse le spalle, silenziò il telefono e si diresse decisa verso l'entrata della palazzina. «Noi della Cryogen ci teniamo ad assicurarle che le condizioni in cui il corpo sarà conservato...» «Mi scusi! Non sono venuta in Russia per ascoltare spiegazioni sulla sospensione crionica: so già tutto. Ho consultato esperti, parlato con i vostri concorrenti statunitensi, visionato il vostro sito internet, fatto ricerche approfondite. Sono laureata in Biologia. Quindi mi risparmi le frasi di circostanza e cerchiamo di venire al punto.» Il professor Sergei Yakushkin la guardò con curiosità. Si chiese quanti anni potesse avere. Non più di una quarantina decise. Certamente non bella ma con un carattere volitivo e determinato. I clienti migliori. Era abituato a parlare con persone poco convinte, timorose anche solo di evocarla quella parola terribile. La morte, specie se riferita a se stessi, era impronunciabile. «Allora passerò a illustrarle i costi che, come forse saprà, sono concorrenziali...» «26.000 dollari per l'intero corpo, sì. Ma ho una domanda fondamentale da farle: quando sarà possibile procedere?» Per un attimo il professore tacque. Dalla piccola finestra alle spalle della sua scrivania giungevano i cinguettii degli uccelli del vicino Gorky Central Park. La primavera era arrivata anche a Mosca, finalmente. «Posso chiederle da quale malattia è affetta? Immagino sia un male in rapida evoluzione...» La donna rise di gusto. «Sono sana come un pesce. Proprio per questo voglio essere ibernata. Il prima possibile.» «Lei mi sta chiedendo di sospendere le sue funzioni vitali? Da viva?!» Nel dire ciò si era alzato in piedi e ora si trovava a sovrastarla con la sua notevole mole. Osservò l'italiana mentre frugava nella sua elegante borsetta; ne estrasse un libretto degli assegni che posò con ostentazione sulla scrivania. Sergei Yakushkin scosse la testa disgustato. Questi italiani credevano di poter comprare tutto con i loro euro. «Signora...?» «Elisa.» «Elisa, nessuna cifra ci convincerà a ibernare il suo corpo mentre è ancora in vita. Se anche potessimo passare sopra a dubbi e perplessità di ordine morale ed etico, c'è una semplice ma decisiva ragione per la quale noi rifiutiamo la proposta: all'analisi di uno zelante magistrato questo atto potrebbe configurarsi come un omicidio. Persino se ci lasciasse una liberatoria firmata di suo pugno. Al momento non sappiamo come poter risvegliare un corpo ibernato. E riempire le sue vene quando ancora è in vita con eparina, metilprednisolone, epinefrina, cloruro di potassio, deferoxamina eccetera, i farmaci cioè che usiamo per ridurre danni cerebrali e stabilizzare tessuti e membrane cellulari, la porterebbe a morte sicura. Ciò avverrebbe anche se usassimo la sola tecnica criogenica senza iniettarle nulla. A tutt'oggi solo piccoli insetti sono stati riportati in vita dopo la criopreservazione e non sappiamo nemmeno se abbiano subito danni cerebrali.» Si sedette di nuovo, tirando un lungo sospiro. La donna non aveva mostrato la minima reazione al suo breve discorso. Si sorprese a osservare il libretto degli assegni ancora posato davanti a lui. «Professore, mi aspettavo un'obbiezione simile. Le faccio quindi una nuova proposta. Tra una settimana esatta, a partire da ora, io sarò già morta. Come, è affar mio. Barbiturici probabilmente, magari un'overdose d'eroina. La cosa fondamentale è che quando ciò accadrà, dovunque io decida che accada, ci siano tecnici, medici, tutte le apparecchiature necessarie al procedimento e che questo inizi pochi secondi dopo che il mio cuore abbia cessato di battere. Come saprà, più veloce il mio corpo raggiungerà la temperatura dell'azoto liquido, migliori saranno le probabilità che i miei organi non subiscano danni. Cosa ne dice?» Il medico russo si passò una mano sulla fronte che iniziava a ricoprirsi di sudore. La guardò fissa negli occhi e pronunciò una sola parola. «Perché?» «Non c'è un solo motivo professore. In fondo è come viaggiare nel futuro. Tra qualche decennio avranno la tecnologia necessaria per risvegliare un corpo sano e ancora giovane. Voglio rinascere in un mondo migliore. Un mondo che non sia in balia di clandestini, emigranti, terroristi. Sono più che benestante, ma voglio la ricchezza, quella vera. Darò disposizioni a legali e a persone di fiducia perché investano il mio patrimonio. Può immaginare quanto frutteranno fondi di investimenti, azioni, titoli di stato in, diciamo, cento, cento-cinquant'anni? Voglio andare su Marte, nello Spazio. Voglio diventare una donna bellissima usufruendo delle scoperte nella chirurgia estetica del futuro. Se sarà possibile voglio l'immortalità. Le basta? Ma ora prego, prenda il libretto degli assegni e guardi se la cifra è di suo gradimento.» Sergei Yakushkin chiuse gli occhi e rimase qualche secondo immobile. Quando li riaprì afferrò con un gesto esitante il libretto; lesse la somma sul primo assegno e sbiancò in volto. Luglio 2123 Un vago chiarore. Un brandello di sogno. Il ricordo di un pomeriggio d'infanzia. La sua gatta si chiamava Birba. Lei era una donna. Qual era il suo nome? Un rumore attutito. Un picchiettare lontano. Aveva un corpo, ricordò. Cercò di muovere la mano destra. Nulla. Elisa! Si chiamava Elisa. Era italiana e parlava fluentemente tre lingue. Tentò di muovere l'indice, non aveva sensibilità agli arti. Aprì la bocca e questa volta fu sicura di esserci riuscita. Parlò o almeno lo immaginò. Ancora quel picchiettare, più forte. Cercò di aprire gli occhi. Li aprì ma luci forti e aloni iridescenti riempirono la sua visione, facendole male. Li richiuse e cercò di scoprire da dove venisse quel picchiettare. Vicino alla sua testa! Aprì di nuovo gli occhi, le si riempirono di lacrime. Testarda li mantenne aperti. «Cuccù!» C'era un uomo vicino a lei. La stava guardando. Sorrideva. «Ciao bella addormentata! Oddio, bella è una parola grossa.» Rise. Lei si guardò attorno. Un soffitto basso, delle pareti scrostate, scritte in inglese, apparecchiature che ronzavano, altri letti vuoti. Tornò a guardare l'uomo che ora stava leggendo qualcosa all'interno di una cartella. Era di carnagione scura, trasandato, completamente zuppo di sudore. Faceva decisamente caldo. «Cara... Elisa. Anni...Vediamo: centotrentasette! Italiana, biologa. Un conto in banca enorme. Una fortuna in tutti i sensi!» «Come dice?» «Hai capito benissimo. È la tua polizza sulla vita.» Le passò uno schermo pieghevole con un pennino luminoso. «Firma.» «Firmo per cosa?» La donna si sollevò sul cuscino con penosa lentezza. La testa le girava, per un momento temette di perdere i sensi. «Donerai tutti i tuoi averi alla Cryogen.» «E perché mai?» L'uomo inspirò rumorosamente. «Senti mangiaspaghetti, ti abbiamo risvegliato solo per un motivo: il tuo cazzo di conto in banca. Se firmi te ne vai con le tue gambe, altrimenti finisci cucinata come gli altri.» «Ma che dici?» «Hai idea di quanti siete voi congelati? decine di migliaia, quasi tutti malati terminali, stipati in centri sotterranei. E hai idea di come sia ridotto il mondo? Ci servono proteine, di ogni tipo. E soldi! Metà del pianeta è inabitabile e la colpa è vostra. Vi siete riprodotti come conigli. Avete continuato a surriscaldare la Terra per decenni, inquinandola. La temperatura media a Mosca è di 28 gradi, il pianeta è ricoperto di serre ma il cibo non basta mai. E voi vorreste essere risvegliati, curati, accuditi?! Firma e sparisci prima che ci ripensi.» Prese il pennino luminescente, firmò. L'uomo le regalò un altro sorriso. Voltandole le spalle si allontanò. Arrivato alla porta le parlò ancora. «Ah dimenticavo: benvenuta nel futuro, Elisa!»
  16. Komorebi

    [MI 89] Quando venne l'inverno

    Commento Prompt di mezzanotte. Quando venne l'inverno Mi stringo nelle spalle, sollevo la sciarpa a coprire le labbra. Siamo solo a novembre, ma qui a Narvik l’inverno sa essere crudele. Le acque dell’Ofotfjorden sono gelide; Sebastian ci ha fatto un bagno l’altro ieri e per poco non è finito congelato. Quando gli ho passato l’asciugamano tremava e rideva insieme, quel pazzo. Scendo lungo la Ransjerveien e giro attorno al campanile in mattoni della chiesa cittadina. Passeggio spesso per le strade dritte e monotone di questa città, quando ho bisogno di ispirazione per i miei progetti. Mi stupisco ancora dei grossi abeti che abbelliscono i cortili, dei cespugli che separano una villa dall’altra. I colori pastello, rosso o giallo acceso, con cui sono verniciate le facciate delle case, vincono in parte il gelo dell’inverno. Tendo a dimenticare la bellezza di questa città quando ci si avvicina alla fine dell’anno e le temperature crollano. Alla rotatoria della Kongensgate imbocco la via dei negozi e dei bar. Siedo al caffè di Ines e ordino la solita cioccolata calda. Mi sfilo i guanti con un sospiro, apro e chiudo le mani per far ripartire la circolazione. Aspetto di ambientarmi, però, prima di sbottonarmi il cappotto. Accendo il portatile e apro il file con l’ultimo progetto ordinatomi dalla ditta. Sto per aggiornare il documento, quando Ines mi serve la cioccolata. Ringrazio con un sorriso e stringo le mani a coppa sul vapore che sale dal bicchiere. Di fronte a me siede la Ragazza dei due cappuccini; non mi sono nemmeno accorto che fosse arrivata. È da una settimana che, per caso, ci troviamo seduti l’uno accanto all’altra, ogni mattina in questo bar. Davanti a sé ha una tazza vuota e le briciole di un croissant. I nostri sguardi si incontrano, ci sorridiamo imbarazzati. Ha una bellissima pelle bianca, il viso un po’ lungo, ma che le conferisce un’aria di innocenza. Sollevo la cioccolata in un brindisi, lei guarda in basso e allarga le braccia: non le è ancora stato servito il secondo cappuccio. Ritiro la tazza, tamburello con le dita sulla tastiera del pc. «Perché no?», mi dico. Mi alzo. Lei sorride sorniona, di chi si aspettava quella mossa. «Ho pensato valesse almeno la pena di presentarsi», tendo la mano, «purché io non faccia la figura dello stalker». «Frieda», la sua mano è calda, molto più della mia, «molto piacere». Frieda siede sul dondolo in veranda, avvolta in una coperta di lana spessa tre dita. Mi sistemo accanto, le rubo un po’ del suo bozzolo. Lei sbuffa, ridacchia. Appoggia la testa sul mio petto e si mette comoda. La sera scende presto, qui in Norvegia. La mia villa domina la città: oltre i profili quadrati delle case si scorgono le luci del molo lontano, giù lungo le strada si stagliano le file di lampioni e dalle finestre dei vicini si accende il riverbero del focolare nei camini. «Come va il tuo progetto?» Mi sistemo meglio sotto la coperta; un brivido mi percorre la schiena. «Va bene. Ai capi piace e presto cominceranno a produrlo.» Si rannicchia contro di me, mi scocca un bacio sulla giacca. «Il mio scienziato pazzo. Ma è davvero fattibile? Voglio dire, la criopreservazione mi pare fantascienza.» «Scongelare è fantascienza, ma mettere sotto ghiaccio qualcuno è più facile di quanto non sembri. Con la mia capsula refrigerante il processo avviene più rapidamente, così da ridurre la morte cellulare. Inoltre, rallentando il battito cardiaco e le funzioni cerebrali è possibile congelare senza problemi anche gente ancora in vita. Gli altri sistemi funzionano solo sui cadaveri. E grazie al sistema di controllo, aggiornato secondo l’algoritmo di Hiss, i costi vengono ridotti del venti…» Frieda simula uno sbadiglio. Scoppio a ridere, le chiedo scusa. «Me la sto tirando, vero?» «Giusto un pochino», i suoi occhi verdi si puntano nei miei, le dita sottili passano tra i miei capelli «ti amo». «Ti amo anch’io». Mi accorgo all’ultimo della radice e non provo neppure a rallentare. Salto in lungo oltre l’ostacolo e atterro su un letto di aghi di pino. Per poco non perdo l’equilibrio. «Frieda!» Arranco su per il sentiero ringraziando Dio che, quanto meno, non è ancora scesa la neve. Sbuffo e ansimo, la milza sta per esplodere. Respiro dalla bocca spalancata, ma ogni volta che l’aria gelida dell’inverno mi scende in gola, il collo pare andare a fuoco. «Frieda, aspettami!» Lei è metri più avanti di me, in cima alla collina. La raggiungo senza fiato, piegato in due dal dolore. Il vento ci sorprende, soffia sul nostro sudore e si insinua sotto i vestiti, facendoci rabbrividire. «È tutto inutile.» La sua voce è salda e le sue gambe dritte. Solo un lieve sussulto del petto tradisce la corsa appena fatta. Sulle labbra dischiuse fa capolino una sfumatura bluastra. La abbraccio, la stringo come se rischiassi che il vento me la portasse via. «Non dirlo», le bacio il collo e la guancia, mi accorgo che sta piangendo, «stai zitta, non dirlo». «Lo è. È tutto inutile.» «I medici proveranno il trapianto di midollo, troveremo un donatore, vedrai.» «C’è il 60% di probabilità di rigetto. E la sopravvivenza a lungo termine è di meno di due anni.» Il tono è spietato, più gelido della brina che al mattino ricopre il muschio di questo bosco. Narvik si stende sotto di noi, col fumo che esce dai comignoli, le navi che lente si muovono nei pressi del porto. I cantieri sono attivi, i negozi illuminati a festa: si avvicina il Natale. «Mi dispiace di non poter restare con te tutta la vita. Tre anni sono stati troppo pochi.» «Stai zitta.» Frieda si gira, volta le spalle alla nostra città. Mi accarezza i capelli, come fa sempre quando ho bisogno di essere confortato. Con una tranquillità che mi sorprende, da tanto è lucida, mi parla della mia ditta, del ruolo illustre che ricopro nella società, della cabina di crioconservazione da me progettata. Mi domanda se i dirigenti non possano concedermi un favore, se la macchina funzioni anche per le patologie ematologiche. «Funziona con tutto», le rispondo. Frieda sorride, mi scocca un bacio sul naso congelato. «Torniamo a casa, allora.» Il vetro della capsula è più caldo di quanto immaginassi. Ci appoggio una mano sperando di sentire di nuovo la morbidezza dei suoi fianchi, o le sottili linee delle rughe, che le si scavavano attorno agli occhi quando rideva. Il viso di Frieda è appena oltre il vetro, pallido come non è mai stato. È doloroso non poterlo toccare. Le racconto che oggi la neve ha imbiancato Narvik. Il cortile della nostra casa è una coltre soffice e sul molo i lavori hanno subito rallentamenti. I fiocchi si sono accumulati sui rami degli abeti e dei pini, hanno sepolto i cespugli al limitare del bosco. «Ti sarebbe piaciuto. Non fa nemmeno troppo freddo.» Sebastian si avvicina e mi spiega per l’ennesima volta i rischi del processo, mi chiede se sono sicuro di voler andare fino in fondo. Non sto neppure a rispondergli; ho già firmato il consenso. Tolgo l’accappatoio e rabbrividisco. Anche con il riscaldamento acceso, non è piacevole stare nudo. Mi siedo nella capsula. L’acqua per il momento è tiepida, ma tra poco diventerà di ghiaccio. Serve a rallentare le funzioni cerebrali, cardiache e del metabolismo. Facilita il processo di criopreservazione. «Sai», mi rivolgo a Sebastian mentre lui pigia i pulsanti di attivazione sulla tastiera, «sono tre anni che io e lei stiamo insieme. Quando ci risveglieremo, come credi che dovremo considerare il tempo trascorso? Saranno sempre tre anni o saranno diventati trecento?» La temperatura scende rapidamente. Sono ancora vigile quando il coperchio della capsula viene sigillato e nuova acqua esce dai bocchettoni. Si forma condensa davanti al mio viso. Le goccioline ghiacciano, mutano in una ragnatela di brina. Il mondo oltre al vetro assume sfumature azzurre, i movimenti di Sebastian si fanno sempre più lenti, i suoni ovattati. L’intera Narvik si blocca, un cristallo nel tempo immobile. Soltanto io e Frieda siamo ancora in vita. Ci vorrebbero almeno due cappucci per scaldarsi in questo inverno.
  17. Lo scrittore incolore

    [MOL16] Il male del nostro tempo

    Prompt di mezzanotte: gli esploratori. Ryan allarga i piedi alle dieci e dieci, se lo tira fuori dalla patta e piscia, incurante delle conseguenze, delle implicazioni. Lui era il braccio in tutta questa storia. Altri erano la mente e non hanno avuto nemmeno il tempo di perdersi nelle paranoie del pre-spedizione su dove mettere i piedi, sul tono della voce, sul liquido ricostituente da buttare sulle orme più calcate nel “terreno”. Alla vostra, pensa, mentre lo sgrulla e lo rinfila nelle mutande. «Andremo in un posto inesplorato, dove sarà fondamentale alterare il meno possibile l’ambiente. Il minimo errore potrebbe fare più danni di quelli che vogliamo evitare con la spedizione, per quanto ne sappiamo» ha esordito il professor Lancaster mesi fa, quando del “viaggio” c’era solo l’idea e mancavano i soldi, gli operatori, i mezzi. Poi qualcosa si è attivato, le persone giuste si sono incontrate e il tutto è diventato realtà. Ryan adesso, nella solitudine abissale del tunnel dalle pareti estroflesse in cui si trova, ripensa a come sia stato coinvolto. Una chiamata nel cuore della notte, di un vecchio comandante dell’esercito con cui aveva diviso tanti dolori e nessuna gioia a Baghdad nei primi anni duemila. Il tono quasi imbarazzato dell’uomo. «Burning, mi riconosci?» «Eccome. Quanto tempo è passato? Undici, dodici anni, Comple?» «Sì, siamo lì. Stiamo invecchiando, eh?» «Già… Ma suppongo non mi abbia svegliato alle… Vediamo… 03:27, per parlare dei bei tempi andati.» «C’è una missione.» «Di che genere?» «Io ho fatto il tuo nome, perché ne ho visti tanti di agenti della Delta Force in servizio, ma tu sei il migliore.» «La ringrazio, Comple, ma vorrei capire di cosa si tratta. Sa che ho smesso con il Medio Oriente dopo la morte di Thomas e…» «Non c’entra niente il Medio Oriente. Non c’entra niente il mondo che conosci, le missioni che hai fatto finora. Dobbiamo incontrarci di persona, perché per telefono non mi crederai e metterai giù, pensando che io sia impazzito.» «Ma…» «Vuoi passare alla storia, Burning?» Ryan si gratta la nuca. La sua unica compagnia al momento è data da un mix di ricordi e frustrazione. Doveva rispondere di no a quella domanda di Comple. E invece il suo ego, dopo tutto il dolore e i ridimensionamenti di una vita amara, ha avuto la meglio. Pensava fosse ormai una roba amorfa, indefinita, ma è riuscito a fargli rispondere: «Certo che voglio passarci, capitano.» La storia. Come no. Erano in otto all’inizio. Due sono morti nel processo di rimpicciolimento. Non hanno avuto problemi respiratori o motori, quelli che erano stati indicati dal professor Lancaster come il massimo danno possibile. No. Sono scoppiati, non appena il raggio ha investito il gruppo di spedizione. E quanto è stato difficile per il leader della missione convincere i restanti a continuare, mentre sulle tute bianche e le bombole d’ossigeno c’erano brandelli di carne e sangue di uomini morti, ancora prima di cominciare. Dovevano farlo per la scienza, per l’umanità, per debellare il male per eccellenza. Sarebbero caduti da eroi se fosse stato necessario. Tutte parole bellissime, ma nemmeno Lancaster poteva immaginare quanto quest’azione del morire sarebbe stata repentina. I tecnici di laboratorio hanno raccolto i sei, ridotti a pochi micrometri di grandezza e tramite una siringa li hanno inseriti nel torrente circolatorio del paziente beta. James Cavanagh, uno che aveva perso il sonno in una disperata ricerca di fondi e sponsor, è morto all’ingresso, dopo l’impatto con un globulo rosso. Il solo rialzo pressorio del paziente, dovuto all’ansia dell’agopuntura ha originato infatti una tempesta di componenti ematiche e i sei sono diventati drasticamente cinque. Ryan ancora non riesce a togliersi dalla testa l’immagine del proiettile rosso che attraversa incurante il petto di Cavanagh e gli altri globuli che rendono irriconoscibile il corpo in pochi istanti. Lancaster ha implorato il gruppo di rimanere compatto, di ancorarsi alla tonaca venosa, ma Ryan, quando i cinque sono riusciti a mettersi in salvo, ha visto per la prima volta uno sguardo disorientato sul volto del professore, attraverso la visiera del casco. Il luminare si è lasciato andare a un mesto «Non potevo immaginare. Anni di studio in fumo… Vi chiedo di perdonarmi.» «Non è ancora finita. Rendiamoci utili e cerchiamo di dare un senso a tutto questo. Il pancreas non è lontano.» ha replicato prontamente Goffredson, il secondo di Lancaster, quindi ha letteralmente caricato il professore e l’ha trascinato dietro di sé in un cunicolo sulla sinistra. Non appena Ryan li ha seguiti, svoltando anche lui nel tunnel, ha capito che quella sarebbe stata la sua ultima missione. Nessun mujaheddin iracheno, nemmeno il più addestrato e letale di quelli che aveva affrontato durante la sua lunga carriera, poteva pensare di competere con ciò che si sono trovati davanti. Un killer silenzioso ed enorme, privo di qualsiasi raziocinio e rispondente a un unico compito: disattivare l’intruso. Il linfocita ha inglobato i primi quattro e Ryan, solo perché chiudeva la fila, è riuscito a scamparsela. Allora il mostro si è estroflesso nuovamente e l’ha agganciato per la tuta protettiva. Il militare ha avuto quindi un attimo per formulare un’idea e valutarne le conseguenze, dunque ha aperto la cerniera sul petto e si è tuffato di nuovo nel torrente circolatorio, privo di protezioni e ossigeno, sfuggendo a un destino ormai certo. Qui ha letteralmente abbracciato al volo un globulo rosso e ne ha seguito il percorso frenetico, restando in apnea per dei secondi interminabili. Sicuro di andare incontro a morte certa, ha basato la propria scelta sui pochi fondamenti medici che ha e che cioè il sangue dalle vene torna ai polmoni per ossigenarsi. Negli alveoli, quando ha potuto respirare di nuovo un’aria calda e marcia, che però gli ha ridato colore e vita, ha ringraziato per diverse volte la sua professoressa di biologia del liceo, quindi si è messo a ragionare sul da farsi. Ed eccolo qui, ancora vivo per quanto? Minuti? Ore? Il caldo gli sta dando alla testa: comincia ad avere le allucinazioni. Vede il seno dell’ultima donna sporca e infangata che ha amato in un bordello di Baghdad, il volto fiero del padre nel giorno del suo ingresso nella Delta Force. «Andremo a vedere cos’è un tumore, con i nostri occhi. Questo può essere l’inizio di una nuova epoca in medicina. Potremmo imbracciare un fucile e colpire il male del nostro tempo, come lei faceva con i nemici del nostro Paese» gli ha detto Lancaster, la sera che l’ha introdotto ai fondamenti della missione. Ma il professore adesso è morto e il destino di Ryan non è meno oscuro. Come fai a essere ancora vivo? Il soldato speciale scatta in piedi. Ha sentito una voce nella testa e non era un’allucinazione. Qualcuno gli ha parlato. «Chi sei?» chiede e in tutta risposta nel cunicolo carnoso fa la sua scomparsa una massa grigia e informe. È simile al linfocita che stava per ucciderlo, ma grande la metà. Sono il motivo per cui tu e gli altri siete entrati qui dentro. Pensavo di dovermi operare per distruggervi, ma la mia casa ha fatto tutto da sé. «La tua casa? Tu sei il…» Tumore. O Cancro, come chiamate voi la mia razza. In realtà il mio nome è Farzen. Secoli fa il pianeta dove eravamo parassiti felici venne distrutto da una pioggia di meteoriti e fummo costretti a fuggire senza una meta. Per fortuna riuscimmo a colonizzare alcuni di voi e i miei avi modificarono il DNA dei tuoi, perché nel tempo producessero nuovi figli. «Sto sognando. Tu non esisti.» Oh, sì che esisto e visto che vi siete adoperati per scoprire cosa fossimo, ti ho accontentato. Ora unisciti a me e rendimi più forte. L’urlo di un uomo si perde nelle viscere alveolari di un altro, debole e privo di capelli. «Quanto tempo ancora dovranno stare dentro di me?» chiede quest’ultimo alle unità che Lancaster ha lasciato operative fuori, nel mondo sicuro e conosciuto. «Stiamo cercando di entrare in contatto con loro» risponde un uomo con due occhiali spessi, mentre una goccia di sudore gli imperla la fronte.
  18. Lo scrittore incolore

    [MI79] La chiave di distruzione dell'universo è Pupo

    Il mio nome è Ettore Bolsena e distruggo mondi. Voi direte ma come? Ma dai! Ma per piacere! E invece è proprio così. Tutto merito di Pupo, o demerito, che dir si voglia. Mi basta dire cose tipo: "Le canzoni di Pupo hanno segnato la storia della musica" o "Pupo è un John Lennon che è nato nel posto sbagliato" o ancora "Woodstock con Pupo sarebbe durato un giorno in più" ed ecco che il pianeta più vicino a me implode. Una piccola bugia innocua su un cantante, che mi fa venire l'orticaria al solo nominarlo e posso sentire le vibrazioni del nucleo cominciare a gorgogliare sempre più forte. Un Blblbl crescente e poi un Boom sordo. Definitivo. Dove c'era vita, civiltà, evoluzione resta il nulla e nell'universo si sta un po' più larghi. Il generale Lorh-edan Lec/cis, primo uomo dell'esercito dei Pah/Olofochs, glorioso popolo razziatore di mondi, sostiene che il mio "potere" sia dovuto all'entropia. Stando agli studi che lo scienziato Raf/Phael Sollesc/yto ha condotto su di me, infatti, ho rigettato per così tanto tempo l'idea di dire qualsiasi tipo di menzogna da ottenere alla fine una specie di carica dalla potenza distruttiva infinita. E quanto mi è costato in trentasei anni di vita restare fedele a nient'altro che l'amara verità. Sono stato lasciato da ben cinque ragazze, tutte le volte per lo stesso motivo. Quando mi veniva chiesto se le trovassi ingrassate, a un certo punto della relazione in cui le tipe si rilassavano e gli strappi a base di lasagna nella dieta a base di sedano diventavano degli strappi a base di sedano nella dieta a base di lasagna, non potevo mentire. Tiravo un sospiro e mi lasciavo andare a un laconico: «Sembri il sarcofago di Platinette», beccandomi un ceffone in pieno volto. Saluti. Addii. Fine della relazione. E quanti amici persi per la mia onestà inattaccabile. Il compagno di bevute provava a farsi bello con una ragazza, dicendo che una volta era andato in coma etilico per tutte le Guinness bevute e io sbuffavo, dicendo che l'unica birra che si concedeva era la Radler analcolica al limone. Quando mi diceva bene perdevo solo un amico, quando mi diceva male del sangue. Una volta mi ha detto malissimo e ho perso un molare. Niente da fare. Ero allergico alla disonestà, al truffaldino, al dire il falso. Persino con mio padre ebbi problemi. Un grande costruttore lui, dedito al lavoro, ma non per questo estraneo a certe dinamiche. Fiato de nutria, noto malavitoso delle mie zone, una volta decise di scendere in politica e prese mio padre come secondo, convincendolo dopo una lunga trattativa a base di appalti truccati e favori di vario genere. Quando i due presentarono i progetti di un nuovo centro commerciale, qualche giorno prima delle elezioni, davanti alla popolazione in fibrillazione, elusi la sorveglianza con una corsa disperata, afferrai il microfono e urlai ai miei concittadini che la gloriosa costruzione di cui andavano cianciando era in realtà un misero muretto di cinta con due sputi di calce, il quale sarebbe rimasto in quelle condizioni per anni, in attesa di fantomatici fondi europei. Inutile dire che venni diseredato e cacciato di casa, in aggiunta a un esilio forzato a cui fui costretto per sfuggire agli scagnozzi di Fiato de nutria, due noti sicari conosciuti come Ascelle de rame e Braccia de brodo. Fu una tortura. Cambiavo città ogni giorno, per evitare che i due mi facessero la festa. In tre mesi attraversai l'Italia, poi i Balcani, infine la Bielorussia. Persino a Mosca me li ritrovai addosso. Solo in un piccolo paesino della Siberia, nemmeno segnato sulle mappe, si decisero a rinunciare. Ed è lì, ai confini del mondo, che trovai il vero amore. Natasha, ex modella che aveva calcato le passerelle di mezzo mondo, tra cui Milano, dove aveva imparato un discreto italiano, era tornata in patria, dopo essere rimasta zoppa in seguito a un incidente in slittino. Non dimenticherò mai i suoi occhi di cristallo e la sua capacità di capirmi davvero. Fu lei infatti a farmi dire la mia prima bugia, sostenendo che non c'era nulla di male a uscire fuori dalle regole per una volta. Come si sbagliava. Ricordo ancora quella mattina orribile, il suo sorriso incantevole. Dalla radio veniva la voce di Pupo e la sua odiosa Gelato al cioccolato. Natasha lo amava e non faceva altro che mettere su la stazione che ne trasmetteva i grandi successi. «Forza. Dimmi che Pupo è di miglior cantante che tu conosce!» esclamò lei, divertita. «No, ti prego. Non riesco.» «Forza, ti dice me. Anzi vai con esagerazione. Dice che Pupo è di miglior cantante in storia di musica! Altrimenti tu non guarisce mai.» Lo feci. Con estrema riluttanza, ma lo feci. Un attimo dopo la mia prima bugia, la baita in legno di Natasha tremò e poi fu l'Apocalisse. Sentii il pavimento sotto i miei piedi sparire nel nulla e mi ritrovai a fluttuare nel vuoto, con un freddo atroce e mortale nel petto. Prima che esalassi l'ultimo respiro, vidi un tubo inglobarmi e aspirarmi con tanta forza che non potei opporre resistenza. Mi ritrovai nell'astronave dei Pah/Olofochs, di fronte al venerabilissimo Lorh-edan Lec/cis. Mi spiegò che il suo popolo era in grado di monitorare le profondità dell'universo e che aveva lasciato stare per secoli la Terra, dove scimmie dall'evoluzione ridicola si uccidevano l'un l'altra e distruggevano il proprio pianeta in una lenta agonia. «Troppo stupidi e gretti, persino per essere presi in considerazione da noi» mi spiegò quello che sarebbe diventato il mio padrone. Io però avevo dimostrato di avere potere, di non essere come le altre scimmie. Ero un'arma di distruzione e loro mi avevano raccolto al volo. «Sarai il fiore all'occhiello della mia flotta. Ci avvicineremo ai pianeti nemici e tu dirai la formula di questo Pupi...» iniziò a immaginare. «È Pupo» lo corressi. «Quello che è. Tu distruggi e sarai il più grande condottiero della storia dei Pah/Olofochs » concluse, con estrema drammaticità. Oggi fanno due anni rado al suolo mondi e non ho rimpianti. I Pah/Olofochs mi riempiono di attenzioni e sono gentilissimi. A saperlo avrei iniziato molto prima a dire bugie. «Ettore, ci avviciniamo al prossimo bersaglio. Pronto?» «Prontissimo!» rispondo, brandendo nella mano destra il megafono che mi sono fatto costruire per acuire i miei poteri. «Vai!» «Pupo è un Jimi Hendrix che non ha avuto i giusti maestri di chitarra.» Nessuna esplosione. Il pianeta resta identico al proprio aspetto preformula. «Cosa succede?» chiedi, incredulo. «Aspetta un momento. Avverto un suono dal pianeta» dice Lorh-edan. «Cosa dicono?» «Dicono che è vero. Che è la divinità in cui credono. Sai come lo chiamo io questo, soldato?» «No, come?» I quattordici occhi e mezzo di Lorh-edan mi guardano in tralice. «Tradimento, soldato. E lo pagherai con l'esilio presso i tuoi cospiratori!» «Ma chi li conosce?!» grido, mentre il tubo che mi salvò la vita due anni fa, mi aspira di nuovo e mi sputa sulla sabbia rovente del pianeta degli adoratori di Pupo. «Noooooo!» ululo a un cielo viola, tempestato di stelle grigie. Alla mia destra si staglia un monolito grande quanto un palazzo, scolpito con le fattezze del cantante. Nell'aria risuona un remix alieno a volume proibitivo di Su di noi.
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