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  1. Fino a
    L’Associazione culturale e teatrale “Luce dell’Arte” di Roma indice il Premio di Poesia, Narrativa e Teatro “Memorial Giovanni Leone” – I valori della famiglia 1^ Edizione, in onore del rag. Giovanni Leone, un“uomo di grande spessore culturale”, ricco di una rara nobiltà d’animo, distintosi per l’impegno e l’ardore messi nel suo lavoro di impiegato postale, ma soprattutto per la forte sete di conoscenza che l’ha portato a studiare sempre libri di svariate discipline, costruendosi in casa un’enorme biblioteca, ed il senso di sacrificio, amore per la famiglia che l’ha accompagnato fin da giovanissimo, dandogli la forza di vincere ogni battaglia esistenziale. Ecco perché abbiamo voluto sottolineare il tema “I valori della famiglia”, ritenendolo il motore principale di questo uomo che ha lasciato tanto interiormente a chi ha avuto la fortuna di conoscerlo o averlo vicino. Il premio è suddiviso in Tre sezioni ed è aperto ad autori italiani e stranieri. Età minima autori per partecipare 18 anni; età massima nessun limite. Sezione A) Poesia a tema Libero: si può partecipare con poesie edite o inedite in lingua italiana o vernacolo con traduzione che trattino qualsiasi tematica. Il numero massimo di opere da inviare è di tre. Sono ammessi anche libri editi di poesia o e-book e raccolte poetiche inedite. Nessun limite di lunghezza per gli elaborati. N.B. E’ possibile inviare illustrazione o dipinto di propria creazione con annessa breve poesia o piccola raccolta poetica, in questo caso allegare copia opera artistica in formato jpeg 13 x18. Sezione B) Narrativa e Teatro a tema “I valori della famiglia”: si può partecipare con racconti, romanzi e testi teatrali editi o inediti con tema “I valori della famiglia”, in larga misura opere che trattino qualsiasi situazione e sentimento legato alla famiglia. Nel genere testi teatrali precisiamo che oltre a commedie e tragedie, sono ammessi per la partecipazione monologhi, corti teatrali e brevi sceneggiature. Il numero massimo di opere da inviare è di tre. Si possono inviare anche e-book. Nessun limite di lunghezza per gli elaborati. N.B. E’ possibile inviare illustrazione o dipinto di propria creazione con annesso racconto breve o monologo, in questo caso allegare copia opera artistica in formato jpeg 13 x18. Sez. C) Narrativa e Teatro a tema Libero: si può partecipare con racconti, romanzi e testi teatrali editi o inediti che trattino qualsiasi tematica. Nel genere testi teatrali precisiamo che oltre a commedie e tragedie, sono ammessi per la partecipazione monologhi, corti teatrali e brevi sceneggiature. Il numero massimo di opere da inviare è di tre. Si possono inviare anche e-book. Nessun limite di lunghezza per gli elaborati. N.B. E’ possibile inviare illustrazione o dipinto di propria creazione con annesso racconto breve o monologo, in questo caso allegare copia opera artistica in formato jpeg 13 x18. Premi per i Primi Quattro classificati, Premio Assoluto della Critica, Premio Miglior Giovane Autore, Menzioni Speciali, Segnalazioni di Merito e Diplomi d’Onore. Prevista quota di partecipazione base di 10 euro. Scadenza bando il 10/07/2017. Per richiesta di bando completo, contattare il Presidente dell'associazione, la dr.ssa Carmela Gabriele, al seguente indirizzo e-mail: associazionelucedellarte@live.it. Recapito telefonico Ass. Luce dell'Arte: 3481184968. Il sito da visitare è: www.lucedellarte.altervista.org Pagina Facebook Ass: Associazione culturale e teatrale Luce dell’Arte Pagina Facebook Premio: Premio di Poesia, Narrativa e Teatro “Memorial Giovanni Leone” Pagina Google Premio: Premio di Poesia, Narrativa e Teatro “Memorial Giovanni Leone”- I valori della famiglia
  2. Cla87

    La pioggia interiore

    La pioggia batte sui vetri della mia cucina, apro leggermente la finestra. Amo questo profumo. Le giornate uggiose mi portano ad essere una persona riflessiva, purtroppo molto più del solito. La testa si riempie di pensieri di ogni genere, alcuni che feriscono quasi come se fosse necessario avere sempre delle conferme. Come se l'unica soluzione per uscire vivi da questa vita fosse aggrapparsi a qualcuno. Le giornate di pioggia riescono a creare dentro di me un vortice di emozioni diverse, oserei dire contrastanti. Mi fisso a osservare la pioggia che cade. Sì, sono sicuramente una persona metereopatica e lunatica. In giornate come questa ripenso sempre ai miei rapporti personali, mi faccio mille domande alle quali spesso non so neanche dare risposta, metto in dubbio amicizie centenarie e mi faccio un po' prendere dallo sconforto. Ho molti amici, ma forse nessuno è mai stato amico con me nello stesso modo in cui lo sono stata io con loro. Quando avevo bisogno mi sono spesso trovata a fare i conti con me stessa. Nonostante tutto, ancora oggi, non ho imparato che devo bastarmi. Eppure la vita è questo, i giorni di pioggia ci saranno sempre. Bisogna solo riuscire ad essere se stessi, forse non dando neanche mai agli altri l'opportunità di sapere di essere troppo importanti per noi.
  3. flambar

    P o r t o di O d e s s a

    http://www.writersdream.org/forum/forums/topic/43174-sono- “PORTO DI ODESSA” ( Mar Nero) Durante la permanenza nel porto di Odessa, ebbi un invito dal circolo marinai sovietici per commemorare un famoso uomo di mare russo. Conoscendo come vanno dette commemorazioni cioè bevi tu che bevo anch'io e poi finirla in una furibonda scazzottata tra marinai. Per non mettermi come al solito nei guai, cercai una scusa dicendo a gli organizzatori che, il mio cane Satana non si sentiva bene e non mi andava di lasciarlo solo chiuso in cabina. I marinai russi, risposero che potevo portare il cane all'evento. A questo punto, non sapendo a cosa aggrapparmi andai alla manifestazione russa. Fu una bellissima cerimonia, tutti i partecipanti indossavano abiti eleganti tipo tait e smoking le donne sembravano delle bamboline vestite a festa la più bassa era di centottanta centimetri c'erano più donne marinare che uomini. Tutto molto divertente in quell'occasione conoscetti una giunonica ragazza sovietica dal nome Anzhelika. La cosa ancor più strana era che, avevamo bevuto tutti e moltissimo ma la famosa scazzottata non si verificò. Meglio cosi! A tarda serata, essendo il bastimento dove ero imbarcato ormeggiato non molto lontano dal luogo in cui mi trovavo, per il ritorno decisi di fare una passeggiata distensiva, in compagnia del mio adorato Satana. Era veramente una splendida sera, ornata da una sottile brezza marina. All'improvviso, saltando da un giardino a tipo Ah Ah un gruppo di giovani mi sbarrarono il passo. Satana nella penombra essendo di colore nerissimo non era visibile, sembrava che non ci fosse. Il più corpulento prese la mia mano sinistra ed osservando l'orologio al mio polso mi propose di venderlo. Ritirando la mano dalle sue gli dissi che: l'orologio in questione non era in vendita per due ragioni. Primo perchè era un regalo e secondo essendo di marca “Rolex” aveva un certo valore ed i rubli non valevano niente. Non ci fu ragione, continuavano ad insistere ed ostacolarmi il cammino. Volevano a tutti i costi il mio Rolex! Uno dei giovani del gruppo, si avvicinò minaccioso. Satana intuendo il pericolo che stavo correndo. Sbucò dal nulla nella notte buia e con un balzo azzannò la mano del giovane si senti anche il sinistro scricchiolio delle ossa frantumate. Stupiti dalla feroce difesa del mio cane, il gruppo rimase immobilizzato facendo spazio tra di loro, attraverso la quale riuscii a scappare dirigendomi verso il cancello dell'entrata del porto. Fu un bene per loro e anche per me perchè Satana li avrebbe azzannati tutti. Le sue mascelle si chiudevano come una morsa d'acciaio. Difatti era capace di stritolare una stinco di vitello con un solo morso. Trattandosi poi di un cane di terranova dal peso di settantasette chili, faceva impressione solo a vederlo. Tanta era la preoccupazione per la situazione in cui mi ero cacciato ed anche l'alcol che avevo bevuto, da dimenticare che con me c'era Satana. Mentre correvo a perdifiato avvertivo che dietro c'era una bestia feroce che mi inseguiva. Quanto più correvo tanto più sentivo quest'animale che cercava di raggiungermi ringhiando. Giunto all'entrata del porto, mi accorsi che era solo Satana a correre dietro di me. Le guardie notando il mio ansimare chiesero il motivo di quella corsa. Raccontai tutta la vicenda, dopo di che, osservando il cane, rilevarono che aveva qualcosa incastrato tra i denti. Di conseguenza non c'è voluto molto ad intuire che erano le dita della mano sinistra del giovane Ucraino, azzannato da Satana per difendermi. I poliziotti del porto considerarono grave l'episodio e chiamarono il loro capo. La figura che si presentò non aveva niente di umano! Il capo aveva un aspetto terribile, pareva un cadavere. Era alto e magrissimo, aveva il viso pallidissimo e l'aspetto severo i napoletani lo avrebbero definito “O Jettatore” L'impiegato dell'agenzia mi allertò contro di lui. Disse che, era una persona cattiva e violenta. Il capo dei poliziotti mi domandò perchè il mio cane aveva quelle dita tra i denti, gli raccontai tutta l'aggressione subita. Ero convinto che avrebbe reagito male contro di me ed invece, mi meravigliai molto quando gli vidi appoggiare la mano sulla testa del mio Satana per poi aprirgli la bocca e controllare se ci fosse dell'altro, il cane non permetteva tanta confidenza a gli estranei ed ancora mi domando; come mai non reagì. Ad un certo punto, le guardie e il loro capo si misero in agitazione non riuscivo a capire il perchè. Il capo della polizia, mi fece cenno di salire in fretta sulla sua auto, gli indicai che non potevo lasciare solo il cane mi rispose di portare anche lui. A sirene spiegate e a tutta velocità entrammo in ospedale e di corsa ci avviammo in direzione di una stanza. Gli agenti risoluti afferrarono con forza un giovane con la mano sinistra fasciata da poco scaraventandolo contro la parete con estrema violenza, era l'ucraino aggredito da Satana. Il capo mi chiese se lo conoscevo, feci finta di non capire. L'impiegato dell'agenzia marittima mi avvertì che, il capo della polizia aveva il potere di mandarmi in Siberia se non collaboravo. Ragion per cui risposi, che le dita erano le sue. Non l'avessi mai fatto! Il capo gli si avvicinò con calma come se pensasse a tutt'altra cosa. Con un movimento rapido afferrò la testa del malcapitato e gliel'ha sbattette con tutta la forza, contro la spalliera di ferro del letto spaccandogli la bocca e presumo anche tutti i denti. Le mura della stanza e le persone nelle vicinanze furono imbrattate da schizzi di sangue ovunque. Non riuscendo a capire il motivo, di una reazione cosi violenta e crudele. Stavo per intervenire e calmare la ferocia del capo della polizia, l'impiegato dell'agenzia me lo impedì trascinandomi fuori dalla stanza dicendo « vuoi finire in galera ai lavori forzati?» Perplesso per ciò che era accaduto e con tante domande che mi imponevo senza averne risposta. Ritornai in compagnia del mio Satana sul bastimento al mio comando, stanco di quel brutto giorno e con la voglia di poter al più presto salpare allontanarmi da quel luogo dannato.
  4. ebreovenutodallanebbia

    Due secondi di troppo

    Sabato 25 maggio presso la libreria Il Catalogo di Pesaro, via di Castelfidardo 60, Alessandro Melchiorri di Arcigay Agorà Pesaro e Urbino incontra l'autore del romanzo "Due secondi di troppo". La presentazione è organizzata con la collaborazione di Marche Pride, Agedo Marche e Ubik
  5. flambar

    "Lu Curtu e Lu Smilzu"

    http://www.writersdream.org/foru “LU CURTU E LU SMILZU” Eravamo attraccati nel porto di Hull in Inghilterra, nella regione del Yorkshire. E' una città famosa come porto di pescatori. Durante la franchigia, in un Bar incontrai due marinai, Piluti e De Vita eravamo tutti membri dello stesso equipaggio. Il nomignolo di Piluti era “lu Smilzu”perchè era alto e magro, mentre invece quello di De Vita era “lu Curtu”questo perchè era basso e tarchiato. Chiesi per mera curiosità che cosa stessero facendo in quel Bar mi risposero che aspettavano delle ragazze. In quel periodo storico, in Inghilterra, era più facile fare amicizia con le ragazze inglesi, erano molto disinibite, rispetto alle ragazze italiane. Gli augurai una buona serata e andai via. A notte fonda, fui allertato dal marinaio di guardia allo scalandrone. Da lontano gli era sembrato di vedere, lu Curtu e lu Smilzu, non camminavano bene seguendo dritto la strada ma la percorrevano a zig – zag come se fossero ubriachi. Ero molto preoccupato, le banchine d'Inghilterra sono molto alte per effetto delle alte e basse maree. Diedi ordine al marinaio di guardia di recarsi a dare un aiuto ai marinai per evitare si facessero male. Il marinaio appena giunto vicino, si accorse che non erano affatto ubriachi ma erano stati picchiati a sangue molto duramente. Giunti a bordo, chiesi a Piluti e a De Vita di raccontarmi cosa era successo e chi li aveva ridotti in quello stato. Dissero che, dopo averli salutati nel Bar dove ci eravamo incontrati, si accomodarono alle sedie libere del loro tavolino due ragazze inglesi. I due marinai, non conoscendo le usanze del luogo avevano pensato che quelle belle figliole ci stavano. Addirittura, lu Smilzu suggerì a lu Curtu di offrire da bere e di regalare dieci sterline inglesi a testa. Le ragazze felicissime ringraziarono”thank you”. A lu Curtu l'offrire dieci sterline gli pareva una miseria, per cui propose di dargliene altre quaranta tanto per non sembrare taccagni. Le ragazze felicissime li ringraziarono di nuovo. I due marinai, oramai cotti, pensarono che avrebbero passato una notte da favola. Ad un certo punto della serata, le due ragazze si alzarono e salutandoli andarono via.”thank you, Bay bay”. I due marinai non conoscendo la lingua, si convinsero che fossero andate via per organizzare al meglio la serata che già per se si presentava scintillante. Perciò, rimasero al tavolino ad attenderle. Oramai era giunta mezza notte ed il Bar doveva chiudere la sua attività. Lu Smilzu e lu Curtu non avevano nessuna intenzione di lasciare quel Bar insistevano di voler attendere ancora le due ragazze per chiudere in bellezza la serata. I titolari del Bar, cercavano di spiegargli, ovviamente parlando in inglese di non aspettarle tanto non sarebbero mai venute, i due marinai non conoscendo la lingua non riuscivano a capire. In fine, i camerieri chiesero l'intervento ad un pizzaiolo italiano assunto in una locanda nelle vicinanze il quale spiegò a lu Smilzu e al lu Curtu che le ragazze non sarebbero mai tornate e il Bar doveva chiudere. Non c'era verso di convincerli ad uscire dal Bar. Purtroppo, una parola tira l'altra...scoppiò una rissa furibonda e i due marinai ebbero la peggio. A me dispiaceva molto vederli cosi martoriati, oltretutto erano due uomini dal gran cuore, avevano anche una certa età, tutti e due erano prossimi alla pensione. Quella notte, non riuscii a chiudere occhio pensando al marinaio Piluti e al marinaio De Vita. La mattina presto, chiamai in assembla l'intero equipaggio, per informarlo di come si erano volti i fatti della rissa e non potevamo far finta di niente lasciando correre, comunque non eravamo tutti d'accordo sulla maniera di punire gli scellerati che avevano ridotto quasi in fin di vita quei due vecchi marinai. Tuttavia, eravamo d'accordo che la punizione si doveva fare. Una sera, non si è mai capito come mai, ci trovammo tutti nel salone equipaggio, il sangue e il desiderio di vendetta prevaleva su qualsiasi argomento che esponevamo, insomma la testa era partita a tutti e allora decisi ci armammo di asce antincendio, catene, tubi di ferro, tutto ciò che poteva consentire di distruggere il Bar e la pizzeria in questione. Ma...la volontà di Dio, mi consigliò di fermare la spedizione punitiva perchè nelle condizioni psichiche che eravamo poteva anche scapparci il morto. Indi, tornammo a bordo ad aspettare il giorno della partenza. Quattro ore prima della partenza all'albeggiare, svegliai il direttore di macchina ed il primo ufficiale sia di macchina che di coperta, stabilii di procurarci dei bidoni di plastica dalla capienza non più di dieci quindici litri per riempirli di benzina, difatti mi ero accorto che nelle vicinanze dei due locali c'era un impianto automatico di carburanti per autoveicoli. Una volta appurato che dentro i locali da distruggere non c'era anima viva ponemmo fuoco a tutto, poi a passo normale tornammo sulla nostra nave. A l'orario stabilito per la partenza con tutta calma lasciammo il porto di Hull che in quel momento con sirene delle ambulanze e dei pompieri sembrava fosse scoppiata l'apocalisse, un fumo nerissimo aveva coperto l'intera città. Al capo macchine, gli venne un dubbio, mi chiese se avessi notato telecamere nel distributore di benzina, risposi <<certo che le ho viste>> << Ma sei matto>>disse il capo macchine, fai conto che ci hanno scoperto e catturato. Gli risposi, << difatti abbiamo da una ora a poppavia un cacciatorpediniere che ci segue >>dissi al macchinista e ai due ufficiali di stare tranquilli, la posizione delle telecamere avevano ripreso solo me. Trascorsa una mezzora di tempo dal caccia si alzò in volo un elicottero con a bordo le forze speciali. Armati come erano si impossessarono della nave, gridando volevano sapere chi era il comandante, al presentarmi mi misero i ferri ai polsi ed accostarono per centoottanta gradi il natante al mio comando. Ci stavano portando in dietro. All'arrivo nel porto di Hull, c'era ad attendermi tutte le autorità della città per interrogarmi. La prima cosa che mi fecero presente era che in Inghilterra vi era la pena di morte per impiccagione. Siccome non rispondevo alle loro domande tendenziose, al chiedermi il perchè stavo facendo scena muta risposi, <<di darmi la possibilità di difendermi,>> in coro esclamarono <<è un tuo diritto!>> Allora seguitemi. Accettarono la mia richiesta, li portai in ospedale dove erano ancora ricoverati i due marinai massacrati. A presa visione si ammutolì l'intera autorità della città. Mi liberarono dalle manette, in ventiquattro ore fu fatto il processo e mi condannarono a dieci mesi di prigione, pena sospesa. Nel lasciare l'aula del tribunale il giudice ad alta voce mi disse <<non ci sono riuscito io in tanti anni a chiudere quei locali, ci sei riuscito tu in poche ore. Grazie.>> In seguito, un impiegato dell'agenzia della nave mi mostrò, dei giornali inglesi che avevano scritto degli articoli sull'accaduto. nel contenuto erano tutti più o meno uguali dandomi il nomignolo di “Capitan Smashes”(Capitan Fracassa) alla fine mi ringraziavano di aver liberato la città dal quel covo di delinquenti. m/forums/topic/41185-mentr
  6. flambar

    Mannheim

    http://www.writersdream.org/forum/forums/topic/4292 “ MANNHEIM “ Un pomeriggio afoso, mi trovavo nella splendida cittadina tedesca di Mannheim. Mentre aspettavo mio fratello Mario che, risiedeva in Germania per motivi di lavoro, nel ripararmi dal sole cocente, mi sedetti su di un sedile a ridosso di una banchina del fiume Reno. Allungando lo sguardo avanti a me, intravidi tre uomini che picchiavano selvaggiamente un altro uomo. Era una scena orribilmente disgustosa. Quel poveretto era trattenuto per le braccia da due di loro ed il terzo lo colpiva senza nessuna pietà con un rigido e pesante tubo di gomma. Non sopportando quel vile spettacolo, decisi di intervenire per dare aiuto a quel povero diavolo che, oramai esanime dai tremendi colpi subiti, giaceva a terra e i tre energumeni continuavano a prenderlo a calci. D'impetto mi lanciai contro di loro gridando facendo finta di cercare un'arma, l'azione colse di sorpresa i tre che spaventati si dileguarono immediatamente. Osservando l'uomo a terra, stava soffocando col suo stesso sangue che gli andava in gola, Era un uomo enorme feci fatica a girarlo su di un lato e agevolargli la respirazione posizionai bene la sua lingua altrimenti sarebbe morto soffocato. Nelle vicinanze non c'era nessuno che poteva darmi una mano, non molto lontano vidi delle cabine telefoniche, purtroppo era tutto scritto in tedesco ma da una indicazione« Polizei» intuii che si trattava di un numero telefonico della polizia del luogo, che a sua volta non sapendo la lingua italiana ed io tanto meno il tedesco non esisteva nessuna possibilità di intenderci. Mi venne in mente di non chiudere la linea telefonica per far individuare la posizione, la cosa funzionò. Difatti dopo pochi minuti arrivò una pattuglia. Uno dei poliziotti riconoscendo l'uomo a terra, con molta agitazione allertò altro personale ed in poco tempo la banchina si riempi di ambulanze e pattuglie. I medici vedendomi sporco di sangue mi chiese se stavo bene, in quell'istante senza nessuna spiegazione ne motivo venni afferrato con forza da alcuni poliziotti che nel maltrattarmi mi obbligarono a reagire contro di loro e atterrandone uno mi ridussero a “Ecce homo”. Mi ripresi ammanettato ad un lettino di ospedale con quattro poliziotti di guardia. Ero pieno di dolori da tutte le parti ma quello che più si sentiva era il non poter respirare per alcune costole rotte e la spina dorsale contusa. Dopo alcuni giorni, venni interrogato tramite interprete da un magistrato. Il giudice venuto a conoscenza di come erano andati i fatti non credendomi andò su tutte le furie facendomi rinchiudere nell'infermeria del carcere. L'uomo da me soccorso, continuava a restare in coma profondo, io pieno di dolori, testimoni dei fatti non n'esistevano, insomma ero in trappola ed al topo in trappola non resta che mangiarsi l'esca. Ogni giorno agenti di polizia e magistrati mi interrogavano per ore ed ore con modi violenti e con tutti i dolori che avevo a dosso altro che, gestapo ss. Chiedevano i nomi dei miei complici e a quale movimento politico appartenevo. Oramai rassegnato ad una fine ingloriosa, dato che erano già sette giorni che subivo torture psicologiche e violente stando seduto ed ammanettato ad una sedia. Inaspettatamente, il tono dei miei aguzzini cambiò, intuii dalla loro voce che le cose stavano cambiando. Difatti, l'interprete mi riferì le loro scuse chiedendomi addirittura di perdonare il loro errore nell'avermi trattato male per tanto tempo. Questo dava ad intendere che quel gigantesco uomo da me soccorso si era ripreso. Risposi;«Okey!,Okey! Adesso però lasciatemi libero di andare dove mi pare». Il poliziotto mi rispose che ero ospite del signor “Elmut(nome di comodo dell'uomo che avevo soccorso)per riconoscenza mi invitava a trascorrere la convalescenza a casa sua, siccome ero sofferente dalle percorse subite accettai. Fui scortato dalla polizia manco fossi un presidente. Arrivammo di fronte ad un grande cancello controllato da guardie armate. Dal cancello, occorrevano circa una ventina di minuti d'auto per arrivare alla casa di Elmut insomma ero nel mezzo di una immensa tenuta. Scesi dall'auto al centro di un favoloso giardino dove fui accolto dalla madre di Elmut che non finiva mai di baciarmi e ringraziarmi di aver salvato il figlio da morte certa. A tavola nell'ora di pranzo, ebbi modo di conoscere quello schianto di moglie di Elmut e della focosa figlia. Ad un tratto mi sentii toccare con un piede la gamba. Capì subito era l'anziana madre di Elmut a provocarmi. Non detti importanza alla cosa. Finito di pranzare, andai a riposarmi nella camera a me assegnata. A tarda serata, l'anziana signora, venne a farmi visita era in vestaglia trasparente, l'abbigliamento indicava le sue intenzioni. La osservai minuziosamente non era male data l'età. Gli piaceva provocarmi, ed essendo già infiammato dalla provocazione fatta durante il pranzo...Insomma...Finimmo per concludere nei migliori dei modi. Al mattino presto, sentii dialogare l'anziana signora e la veemente moglie di Elmut. Parlavano in tedesco perciò non riuscivo a capire niente. Ma dall'atteggiamento assunto nell'istante che si sono accorte della mia presenza, ho intuito che stavano parlando di me. Durante la colazione mattiniera, continuavano a guardarmi ed a ridere a schiatta core. La seconda notte di soggiorno, venne a farmi visita la sensuale moglie di Elmut. Era in ansia per la mia salute e sentiva la necessità di dovermi consolare. In vita mia non sono stato mai più consolato con tanta passione e brio. Bhe!.. Lascio alla vostra esperta fantasia quello che può essere successo in seguito... Il giorno dopo sempre durante la colazione mattutina, stessa storia, parlavano tutte e tre in tedesco e per come mi guardavano era facile intuire che si raccontavano le mie performance amorose chiamandomi con un nomignolo irripetibile che mi avevano dato... La terza notte venne a trovarmi in camera la giovane e focosa figlia, c'è mancato poco che il letto prendesse fuoco. Insomma furono giorni bollenti, ma tanto bollenti che non sentivo più i dolori che avevo in precedenza. Elmut, si era ripreso ma continuava a restare in ospedale. Il quindicesimo giorno, mi presentarono l'unico figlio “maschio” di Elmut che mi abbracciò affettuosamente troppo affettuosamente. Durante la cena non toglieva gli occhi di dosso alla mia persona, non gradivo il suo modo di atteggiarsi. Mentre dialogava con i suoi famigliari sentii ancora il nomignolo che mi avevano dato...per cui decisi di scappare via e subito... Ma il denaro che avevo in tasca non era sufficiente per prendere il treno e arrivare a Brindisi. Nell'istante che pensavo al da farsi per togliermi da quella difficile situazione, il mio sguardo fu attratto da un'auto parcheggiata. Si trattava di una FIAT 800 con targa italiana ornata con tendine ai vetri, sedili in lana di capra compreso lo sterzo e la scritta sul cruscotto«vai piano pensa a noi» ed in fine una capo di morte sulla leva del cambio. Esclamai!«Peppo Contardi detto Maciste!»solo lui poteva addobbare un'auto in quella maniera, difatti lo vidi arrivare da lontano con i suoi capelli tinti di nero per l'avanzata età, era tutto vestito di pelle lucida nera aveva sulle spalle scritto «Oltre la morte». Gli raccontai quello che mi era successo. Mi chiese se volevo un passaggio, ovviamente gli risposi di si, tornandomene a casa. 8-borde"
  7. Ngannafoddi

    Aipsa Edizioni

    Nome: Aipsa Edizioni Sito: http://www.aipsa.com/ Catalogo: http://www.aipsa.com/catalogo-aipsa-edizioni Modalità di invio dei manoscritti: http://www.aipsa.com/spazio-autori Distribuzione: http://www.aipsa.com/distributori Facebook: https://www.facebook.com/aipsaedizionicagliari/ Con sede a Cagliari, membro dell’AES, pubblica prevalentemente sulla Sardegna, mostrando le diverse sfaccettature del patrimonio culturale dell’Isola (storia, memorialistica, poesia, narrativa, letteratura per ragazzi, cinema, giallistica, musica e lingua sarda), nonché aspetti e fenomeni della società dell’oggi. Particolarmente curati nella veste grafica, i volumi presentano un prezzo di copertina contenuto e sono rivolti ad un vasto pubblico.
  8. Ngannafoddi

    Carthago Edizioni

    Nome: Carthago Edizioni Sito: https://www.carthago.it/ Catalogo: https://www.carthago.it/catalogo/ Modalità di invio dei manoscritti: https://www.carthago.it/contact-us/ Distribuzione: Non specificata Facebook: https://www.facebook.com/CarthagoEdizioni/
  9. https://www.writersdream.org/forum/forums/topic/42986-la-legatura/?do=findComment&amp;comment=761525 Biancaneve e i sette nani (a true and unsaid tale) Sigla! C’era una volta, in quel di Paestum, comune di Capaccio, una principessa buona, bella e pallida come una mozzarella di Bufala. Il suo nome era Biancaneve. Biancaneve viveva con la matrigna (anche se il grado di parentela delle due non l’ho mai ben capito, vado per supposizione) in quello che, tra gli edifici del luogo, più poteva assomigliare a un castello: il tempio di Poseidone. La matrigna era infatti una perfida regina locale, molto bella (più bella che intelligente, altrimenti si sarebbe trovata una dimora più consona), che non si accontentava di vivere in appartamento. La vita al castello (tempio) trascorreva tranquilla e felice: d’estate era un’abitazione fresca, aerata e in riva al mare. D’inverno però si faceva apprezzare di meno. Ma Biancaneve, animo candido, non badava ai disagi né si lagnava dei geloni: molti animali la andavano a trovare nella sua dimora e lei, che amava ogni creatura, era contenta, e trascorreva il tempo parlando con conigli, scoiattoli, gabbiani, cani randagi ecc. Man mano che cresceva, Biancaneve diventava sempre più bella. Tanto bella che i sudditi, passando, non guardavano più la mamma, ma la figlia(stra). E la regina se ne era accorta. «Sta svergognata mi ruba i follower su Instagram!», andava su tutte le furie. Si sfogava aggredendo verbalmente un povero specchio magico che, ormai da tanti anni, la serviva con fedeltà e sincerità: «Specchio, cretino che non, sei altro! Dimmi immediatamente chi la più bella del reame!». Lo specchio, tentando di indorare la pillola, rispondeva: «Oh mia regina, tu sei bella assai! Ma c’è una ragazza, nel reame di Capaccio-Paestum, che è più bella di te… E me ne sono accorto io che sono un oggetto senziente*, ma pur sempre un oggetto, figurati i sudditi. La sua pelle è candida come la mozzarella, e ci sono anche notevoli analogie tra le sue forme e la zizzona di Battipaglia…». «Chi è? Dimmelo che la combino una mappina!». «Il suo nome è: Biancaneve». La regina ci rimaneva talmente male, che è necessario soprassedere su ciò che diceva imprecando. Riassumendo: si rammaricava del fatto di aver allevato una serpe in seno. Un giorno, fatto a pezzi lo specchio, mandò a chiamare la figliastra e le disse che se ne doveva andare, altrimenti la strozzava con le sue mani. Sola, triste e perduta, Biancaneve si incamminò per la statale che collega Capaccio alla Salerno-Reggio Calabria e, nutrendosi di gustosissimi latticini offertigli da benevoli ma un po’ bavosi imprenditori lattiero-caseari, giunse sino a Battipaglia. Era stanca, e la notte incombeva. «Dove dormirò? Ohimè son perduta… Non scorgo templi che possano ospitare e proteggere il mio sonno!». Sull’uscio di una casupola, non visto, stava osservando la scena un nano molto alto, decisamente belloccio, che in gioventù aveva riscosso un discreto successo come frontman di un gruppo rock-blues psichedelico di San Francisco. Si faceva chiamare Eolo Esposito, e viveva lì con gli amici musicisti Gongolo Esposito e Mammolo Esposito. Quando vide Biancaneve, tutta affranta, aggirarsi nei pressi della propria abitazione, con un fischio chiamò gli amici e disse loro: «Volevate la corista bulgara per l’incisione? Eccola là!». Questo fraintendimento era dettato dall’eccentrico abbigliamento di Biancaneve, che effettivamente poteva essere scambiata per una corista bulgara, con quella gonna e tutti quei nastrini colorati. Il quiproquo fornì l’occasione dell’incontro: i nanetti molto alti la chiamarono con un gran urlo armonizzato di quinta e di settima, e la invitarono ad entrare in casa. Fugato l’equivoco, i tre nani si riunirono in conciliabolo, lanciando ogni tanto pesanti sguardi lascivi verso la nuova arrivata. Poi, con un forte accento americano, si sarebbe detto di Memphis, Mammolo disse: «Vabbè, noi cercavamo pure una donna delle pulizie. Cinquecento euro con i contributi oppure seicento a nero, se resti fissa. Pure la notte. Capisci a me». Biancaneve fu felicissima: aveva risolto in un colpo solo il problema dell’alloggio e anche quello del lavoro. In più, optando per la seconda proposta, avrebbe potuto pure fare richiesta per il reddito di cittadinanza. Vai a rifiutare. Mentre si addiveniva all’accordo, Gongolo si commiatò un secondo, talmente eccitato da confondersi con il saluto (“hallo, hallo, I don’t know why you say goodbay and I say hallo”, diceva), per tornare di lì a poco in compagnia di altri quattro nani (bassi come si deve, stavolta), di cui due sbavavano e sghignazzavano, e altri due sembravano chi imbronciato e chi assonnato. «Allora, voi non avete sonno? S’è fatta ‘na certa, andiamo a nanna?», disse uno degli ospiti, che si presentò come Dotto. «Ma perché, dormite qua anche voi?», chiese Biancaneve. «Stasera sì, stasera siamo in sette», rispose Eolo, detto anche il re lucertola. «Sì, andiamo a nanna, io ho sonno», disse Pisolo. «No, tu no. Siete in cinque», disse Brontolo e, poggiando delicatamente la mano sulla spalla del sonnolento amico, lo spinse verso l’uscita. «Ricchioni!», mormorò Dotto. «E comunque sono le diciotto, che cacchio, mi pare un po’ presto per dormire», protestò Biancaneve. «Ma a noi piacciono i preliminari», disse a quel punto uscendo fuor di metafora Eolo, «C’mon, baby, light our fire!». Quella notte non si capì niente e tutti ne rimasero entusiasti. Compreso Brontolo e Pisolo: il secondo perché non gli parve vero di dormire dalle diciotto alle dodici del giorno dopo, il primo perché, nel buio, riuscì a sottrarsi all’ammucchiata e restò tutta la notte accanto al tenero amico, a vegliarne il sonno accarezzandogli il naso. Tutte le notti così. Grazie che poi stava nervoso. Di comune accordo, si decise che avrebbero vissuto tutti insieme felici e contenti. Intanto le voci su Biancaneve si diffondevano per tutta la provincia di Salerno, ed erano arrivate fino alle orecchie della regina cattiva. Si dicevano cose davvero assurde, tipo che fosse riuscita a portarsi a letto in una sola volta Jim Morrison, Paul McCartney ed Elvis Presley travestiti da nani. Immaginate quanto rosicava la matrigna! «Jim lo avevo puntato io da una vita!», urlava, e dalla rabbia, avendo già fatto fuori lo specchio, tirava certi cazzotti alle colonne del tempio da provocar danni milionari. «Mandatemi a chiamare il cacciatore!», urlò ai servi. E quelli: «Cacciatore? Ma se qui sono tutti allevatori di bufale». «Va bene lo stesso, era per dire. Non vi state ad attacca’ al capello!». «Sì, oh nostra regina». E tempo manco un quarto d’ora si presentò lì il proprietario di un’azienda di produzione e somministrazione di mozzarelle molto nota, di cui per privacy tacciamo il nome. «Portami il cuore di Biancaneve!», gli ordinò la regina. «Maestade, in realtà è un prodotto che non conosco. Intende le burrate quelle…». «Intendo il cuore di Biancaneve in senso letterale, coglione di un bovaro!». Presa in consegna la missione, l’allevatore partì per Battipaglia (dove stava di casa Biancaneve ormai lo sapevano tutti) e, incontrata la fanciulla per strada, sfoderò il coltello e le si avvicinò minaccioso. Fattosi ormai a un palmo da lei, però, scoppiò in lacrime: era uno di quelli che l’aveva sfamata, quand’era sola e persa, in cambio di momenti indimenticabili. Di uccidere Biancaneve l’allevatore non aveva cuore, ma di cuori di bufala ne aveva a ufo: portò uno di questi alla regina. Più bella che intelligente ok, ma completamente idiota no. Come si fa a scambiare un cuore di bufala per un cuore di Biancaneve? Giustiziato che fu l’allevatore, la regina chiamo i servi e disse: «Ho capito, qui tocca rivolgersi ai professionisti. Si dice che il dottor Otto Von Nain faccia parte della comune. Portatemelo qui». «Otto Von Nain?», risposero i servi. «Il nano Dotto. Su, pedalare». E fu così che anche Dotto si presentò al cospetto della regina. «Guten Tag, herr Doktor. Wir haben uns lange nicht gesehen…», disse lei. I due si erano conosciuti in Argentina, durante una latitanza di gruppo. Dotto (che allora ancora non si chiamava così, e non era ancora affatto nano, bensì un folle e sadico chirurgo nazista) aveva il Mossad alle calcagna e l’aiuto della regina cattiva, che era anche strega all’occorrenza, era consistito nel trasformarlo in nano, facendolo uscire dai radar dei sui inseguitori. E visto che c’erano, per dare meno nell’occhio, avevano lanciato un incantesimo anche sulla cavia portatile di Von Nain, quella che aveva sempre appresso e su cui sperimentava i propri trattamenti contro l’invecchiamento della pelle, trasformandolo in Cucciolo. Quelle cure provocavano come effetto collaterale un rincoglionimento devastante. Ma se Cucciolo ha quell’aria idiota lo deve perlopiù al periodo in cui era ancora un chitarrista famoso (tal Keith Richard). «Parliamo pure in italiano, mia regina, sempre meglio non farsi notare», disse Dotto. Ribadisco: più bella che intelligente. «È vero che fai parte della cricca che vive con Biancaneve?», chiese lei. «Beh… è la nostra ragazza alla pari…». «La devi uccidere!». «Ma, maestà…». «Un’altra parola e telefono a Netanyahu». E fu così che Dotto, con la morte nel cuore, tornò a casa. Trovò Biancaneve che rassettava e canticchiava una canzoncina che fa così: «Impara a fischiettar, fiù fiù fiù fiufiufiuffiuffiù, ed il serpente fino al lago tu cavalcherai! Impara a fischiettar, tralalallalalallalà, [and so on, ad libitum]». Quando vide Dotto si fermò, aggiustò una ciocca, fece gli occhi languidi e disse: «Uff, ho scopato fino a mo. Scopiamo?». Dotto si concesse quell’ultima emozione. Poi, con indolenza da Proust, alterò la frutta iniettandovi massicce dosi di eroina, di cui un po’ tutti i nani erano assuntori. Nessuno invece era assuntore di frutta, facevano come i bambini, solo Biancaneve la mangiava. E per la verità pure Brontolo, che altrimenti non riusciva ad andare di corpo (altro motivo di costante nervosismo), Ma, ‘sti cassi, Dotto pensò che era la volta buona che si levavano dalle scatole pure lui. Dopo cena, morsa la mela, Biancaneve esclamò: «Kosmiko!», e poi stramazzò al suolo in preda a un arresto cardiaco. Pure Brontolo, ma nessuno (tranne Pisolo) se lo filò. La tumularono in una bara di vetro lì dove era sempre vissuta: nell’area archeologica; recitarono un rosario e se ne tornarono a casa moggi moggi. Caso volle che in vacanza a Paestum si trovava, proprio in quei giorni, l’artista un tempo noto come Il principe. Il principe aveva condotto una vita di eccessi, la solita storia di sesso droga e rock’n’roll, ogni giorno una donna diversa: Aurora, Cenerentola, Raperonzolo e compagnia cantante. Quella condotta, a lungo andare, aveva compromesso la sua salute. Ma, si sa, meglio essere ricchi e aristocratici che poveri ed emarginati, quando ci si ammala: si faceva la pulizia del sangue ogni mese, aveva tredici bypass e molte componenti del suo corpo erano ormai bioniche, compreso un microdefibrillatore che per sicurezza si portava sempre istallato sulla punta della lingua. Si imbatté in Biancaneve, ancora soda e lattea: dietro la lastra trasparente sembrava proprio una mega zizzona di Battipaglia. Gli venne uno strano appetito. Quel bacio fu una vera scossa elettrica, qualcosa da resuscitare i morti. E taciamo gli effetti benefici che la lingua superaccessoriata del principe sortì su altre parti del corpo di Biancaneve. Non appena ripresasi, dopo averlo conosciuto da manco due ore, Biancaneve prese il suo salvatore per il bavero e gli disse: «Ma io ti sposo!». E vissero tutti felici e contenti. Tranne la regina cattiva che continuò a rosicare dannatamente. E Pisolo, che continuò a piangere il perduto amore. E i nani, che rimpiangevano la concubina. E gli allevatori di bufale, i cui affari andavano sempre peggio per quella vicenda della diossina. E la comunità di Paestum, le cui bellezze archeologiche erano sempre più trascurate. E i lettori di questa fiaba, che sicuramente se la passavano meglio prima di leggerla. Fine Sigla!
  10. flambar

    "Marinai guai si donne mai"

    http://www.writersdream.org/forum/forums/topic/39370- Eravamo ormeggiati nel porto di Ploce ex Jugoslavia, con una nave "Ranchera" (termine indicativo delle navi che trasportano bestiame vivo) di cui ero il comandante. Dovevamo imbarcare trecentocinquanta vitelli e trasportarli a Tripoli in Libia. Finite le operazioni di imbarco del bestiame, salpammo con direzione il porto di Tripoli. La navigazione si svolse serena perciò nulla da segnalare. Arrivati a destinazione. Finita la manovra di ormeggio, scesi in franchigia per visitare al città che ancora non conoscevo. Passeggiando, ammiravo le bellezze Nord africane, mi soffermai di fronte una vetrina, dove erano esposti orologi da polso per uomini. Mentre li osservavo, rimasi incantato dalla bellezza di una venere creola che si rifletteva sulla vetrina. Voltandomi, esclamai in dialetto brindisino<<sorii miaa cce ssi bedda!>>(sorella mia quanto sei bella) Ovviamente, quello schianto di femmina, non capi quello che gli avevo detto, ma lo intuì sicuramente dalla mia espressione. Purtroppo l'ha intuita anche colui che era al suo fianco di cui non mi ero accorto. Era il marito. Mi aggredi verbalmente in lingua araba, di conseguanza io lo aggredì verbalmente in dialetto brindisino, Sembrava la torre di babale. Adagio adagio fui circondato da gente che non centrava niente, intuendo il loro progetto e temendo anche per la mia vita, con tutta calma appoggiai le spalle al muro, per averli tutti di fronte. Anche se ero molto giovane, tenevo molta esperienza di risse tra marinai. All'accorgermi di uno di loro, che tirava fuori di tasca un coltellaccio arabo gli sferrai un pugno spaccandogli la mascella, poi caduto violentemente a terra rischiava di morire soffocato dal suo stesso sangue che gli usciva abbondantemente dalla bocca. Si avvicinò un'altro e fece la stessa fine. Gli altri consapevoli che non era tanto salutare avvicinarsi, restarono fermi. Approfittai di questa loro insicurezza per soccorrere l'uomo che avevo colpito per primo. Tenendo sempre sotto controllo coloro che mi stavano di fronte, lo girai su un fianco gli aprii la bocca con le mani per consentirgli di respirare. In quel momento arrivò la polizia tripolitana, mi consigliò di salire immediatamente sulla loro camionetta e andare via perchè si era radunata molta gente ostile nei miei confronti. Ubbidii! La loro divisa era molto strana, simile a quella dei carabinieri italiani, ma meno elegante. In caserma c'era già ad attenderci, la bella creola col marito la quale ancora furioso chiedeva vendetta. Sotto la caserma, si era radunata un'imponente folla decisa a linciarmi. Rimasi sorpreso quando il commissario in perfetto italiano mi disse <<ma che cazzo combini?>> a Tripoli è pericoloso fare dei complimenti a una donna! Risposi non capisco cosa avrei detto di tanto offensivo, ho fatto solo un complimento. Il commissario si alzò ed adirandosi mi disse << non ammettono apprezzamenti perchè sono di loro proprietà>>. Ironicamente gli domandai; le comprate? Rimasi allibido quando mi rispose di si! Di fatti la bella e giovane egiziana era costata al marito, trenta capre e quindici vitelli. In sintesi, il marito pretendeva un risarcimento solo perchè avevo maltrattato la sua proprietà. Ero giovane, mi sentivo in pericolo dovevo trovare una risoluzione. Rivolgendomi al capo della polizia gli domandai, ma tu se vedi una donna cosi bella non ti viene di fare degli apprezzamenti? Rispose <<l'avrei rapita>>. Il commissario a mia insaputa mise in atto una sceneggiata. Ad alta voce in arabo mi puntò una pistola in mezzo le costole, mi spinse verso una camionetta dove c'erano altri polizziotti e mettendomi le manette mi accompagnarono dentro il mezzo di trasporto. Pensai, adesso mi portano in carcere, ma mi sbagliavo. Diedi un grande sospiro di sollievo quando mi accorsi che ero sottobordo la mia nave. Il capo della polizia, scendendo dalla macchina e rivolgendosi ai marinai chiese a gran voce di chiamare il comandante. Da dentro la camionetta non capivo le richiesta del poliziotto ma sentivo le sue grida, ed incominciai a preoccuparmi di nuovo. Fortuna vuole che il signor De Vincentis il primo ufficiale di coperta. Scendendo dallo scalandrone mi vide. E chiamando a se il commissario gli disse. <<smettila di gridare il nostro comandante c'è l'hai tu!>> E mancato poco per crepare dalle risate. Saliti a bordo mi tolsero le manette. Li accomodai nel salone ufficiali offredo loro Coca Cola, aranciate, limonate e acqua. Pensando che essendo mussulmani non avrebbero gradito altro. Nel vedere quelle bevande il commissario si mise a gridare di nuovo dicendomi << ma allora vuoi finire in galera sul serio?>> Meravigliato chiesi perchè? Non potevo crederci, dei mussulmani che mi chiedevano da bere Whisky e Cognac. A far presente che Allah poteva non essere d'accordo, replicarono; << Allah vecchio! chiudi tutto lui non vede e non sente. Indi, per tre giorni e tre notti rimasero chiusi nel salone a bere e mangiare. Una volta sobri, mi ringraziarono con grande affetto ed andarono via. Intanto si continuava a scaricare i vitelli. Per puro caso incontrando il primo ufficiale, mi accorsi di un suo turbamento. Mi disse che non sopportava il modo in cui i portuali scaricavano la merce. Questi, in possesso di un bastone con le punte elettriche davano con molta crudeltà scariche elettriche ai testicoli dei bovini per farli camminare e scendere di bordo. Poi per farli salire sui camion ne dovevano portarne otto, ma capitava che qualche bovino era più grosso e non ci andavano, allora erano guai per quelle povere bestie, i portuali si accanivano con cattiveria e con ogni mezzo per farli entrare a forza nei camion. Proprio sotto i miei occhi si stava consumando quell'orrore. Furioso, scesi dalla nave per rimproverare gli scaricatori, ma questi imperterriti ignorandomi, continuavano! Stava per accendersi la miccia di una colossale rissa tra il mio equipaggio e i portuali. Mentre accadeva tutto questo, si presentò un uomo con atteggiamento minaccioso. Mi sembrava di averlo già visto, ma ero cosi infuriato e preoccupato per la situazione molto pericolosa che si stava creando, non ci pensai più di tanto. Costui, incominciò ad inveire contro di me gridando in arabo, ma capii benissimo dai suoi gesti cosa mi stava dicendo. Ovvero, "vediti i cazzi tuoi". Era il padrone dei vitelli, dei scaricatori, dei camion e di tutta la spedizione nonchè il marito padrone della splendida creola origine dei miei guai. Durante i tafferugli, arrivò il capo della polizia e rivolgendosi a me disse <<sempre tu combini casini?>>Gli esposi le atrocità che stavano commettendo a quel bestiame, dopo si rivolse al proprietario per chidere spiegazioni. Questi con tutta arroganza, inveendo contro il capo della polizia diceva che il trasporto doveva essere fatto cosi e basta! Il poliziotto non era d'accordo e lo fece arrestare per oltraggio e maltrattamento animale sequestrando tutti gli attrezzi di tortura. In seguito, si auto invito nel salone dove aveva già trascorso tre giorni e tre notti con l'intenzione di trascorrerne altre tanto, dicendo tanto Allah non vede. Grazie a Dio il bestiame in seguito fu trattato con molto rispetto.
  11. flambar

    L a g I U S T I Z I A

    “ TURBO NAVE RELAY” ULTIMO IMBARCO “gIUSTIZIA” Al finire degli anni ottanta. Arrivò a casa un telegramma di richiesta visita medica preventiva d'imbarco con qualifica da primo ufficiale di coperta(comandante in seconda)su di un bastimento portacontainer. Quindi, inforcai il mio motorino e mi recai presso l'ambulatorio per effettuare la visita. Disgrazia vuole che, un auto uscendo a retro marcia dal parcheggio, l'autista non si accorge in tempo del mio arrivo sbarrandomi la strada, persi l'equilibrio e caddi dal motorino andando a sbattere violentemente la testa sul marciapiede causandomi un coma profondo. Un ambulanza mi venne in aiuto, trasportato all'ospedale Di Summa di Brindisi, dopo qualche giorno mi dimisi dal ricovero e con un forte mal di testa tornai a casa. L'incidente oltre ad avermi causato dolore fisico, mi aveva anche arrecato un danno economico facendomi perdere l'occasione d'imbarcarmi. Siccome non avevo mai avuto a che fare con la gIUSTIZIA, trovai utile informarmi a quale avvocato rivolgermi. Tutti i miei amici indicarono l'avvocato Donativi, perciò andai a fargli visita nel suo studio. A prima vista l'avvocato sembrava sapere il fatto suo. Intanto il tempo correva ed io ero ancora disoccupato ed avendo a carico una famiglia numerosa composta da moglie e cinque figlioli ancora in tenerissima età, insomma la situazione era molto difficile. Nel frattempo, mi accorsi che la visita medica biennale sul libretto di navigazione era da qualche giorno scaduta, già chè mi trovavo sbarcato, presentai all'ufficio gente di mare della capitaneria di Brindisi domanda di effettuare visita medica. Prestabilito il giorno puntuale mi presentai agli uffici della cassa marittima di Bari. Durante la visita tutto andò per il meglio ma, un elettroencefalogramma, annullò la biennale di conseguenza le autorità marittime sequestrarono il libretto di navigazione peggiorando ancor più la mia già precaria situazione. Da questo punto iniziano i miei guai. Il tempo inesorabilmente passava ed in assenza del libretto di navigazione, continuavo a rimanere disoccupato erano già trascorsi sei mesi dall'incidente. Una sera oramai sull'orlo di una crisi di nervi, mi recai dall'avvocato per sollecitare il pagamento di almeno il periodo di convalescenza, l'avvocato diede la colpa del ritardo ad un certo magistrato di cognome Bocchini, per cui, decisi che l'indomani mattina sarei andato da lui. Puntualissimo mi presentai dal giudice della causa, questi con disprezzo verso il fascicolo del mio avvocato mi consigliò addirittura di cambiarlo accusandolo di mafiosità, in quell'istante stavo pensando ai bisogni della mia numerosa famiglia e non ricordando il cognome del giudice, sbagliai chiamandolo «signor Pompini». La gente nel sentire pronunciare questa frase si misera a ridere a crepa pelle, il giudice invece si mise a gridare sgarbatamente dicendomi che il suo cognome era; «Bocchini e non Pompini», da parte mia con i nervi a pezzi risposi: «Bocchini o Pompini è lo stesso cazzo» quindi, non rompere i coglioni e pagami almeno il periodo di convalescenza visto che nel fascicolo c'era un assegno a mio nome. Quel cornuto di magistrato per risposta chiamò i carabinieri che mi accompagnarono fuori. Dopo dieci giorni d'attesa, recapitai una busta proveniente dal tribunale dove mi informava che il denaro l'aveva ritirato il mio avvocato. L'avvocato Donativi si rifiutò di portare la causa in appello a Lecce, fui costretto a procurarmi un altro avvocato che sbagliando a sua volta mi chiese cinque milioni di lire per continuare a sostenere la causa in cassazione. E chi me li dava a me cinque milioni di lire? Allora non mi restò altro che, protestare contro l'operato del tRIBUNALE. Accusandolo di vigliaccheria e di proporre al pubblico avvocati meschini e poco preparati. Trascorrevo le mie giornate raccogliendo cartoni per scrivere frasi offensive rivolte ai magistrati della causa, difatti i giudici erano tre, più quattro avvocati più sei periti, più tre medici della criminologia forense di Bari. Diciassette dottori e vari aiutanti e praticoni, insomma un intero ateneo per prendersi cura della mia situazione, riducendo me e la mia numerosa famiglia in miseria. Ah! In seguito si verificò una situazione da manicomio, dovuta al fatto che il tribunale mi dichiarava abile ad assumere il comando di navi mentre invece la cassa marittima mi dichiarava non idoneo ai servizi della navigazione proprio per la specifica qualifica, in fine il sottoscritto e la sua famiglia in mezzo a loro per oltre dieci anni senza ricavare niente. Dunque, deciso attaccai su tutte le cancellate del tribunale i cartoni con le scritte offensive sul suo operato, ne attaccai tanti di cartoni da trasformarlo in un cartonville. In un primo momento, vennero i carabinieri a prelevarmi sequestrando tutti i cartoni appesi al palazzo di “gIUSTIZIA” nella caserma furono necessarie cinque o sei ore per dattiloscrivere il rapporto dopo di chè mi lasciarono tornare a casa. Ma non avevo nessunissima intenzione di tornare a casa e incurante dell'ora tardi, deciso presi l'auto e girai per la città alla ricerca di altri cartoni, ne trovai tanti che trascorsi tutta la notte a scrivere le frasi eclatanti e offensive nei confronti del palazzo di gIUSTIZIA ed i suoi magistrati. Ritrasformai il tribunale in una nuova cartonville più di prima. «faceva proprio schifo» Tornarono alla carica di nuovo le forze dell'ordine come al solito sequestrarono i cartoni appesi, scrivendo il loro rapporto di cinque ore, rilasciato libero ricominciai a girare per la città alla ricerca di cartoni per attaccarli al palazzo di gIUSTIZIA. Rivennero alla carica ancora le forze dell'ordine questo si ripetette per una decina di giorni. Le forze dell'ordine oramai stanchi, consegnarono l'incarico alla polizia di stato, a loro volta stanchi di ripetere sempre le stesse cose, consegnarono tutto l'andazzo alla polizia municipale che non durò neanche una giornata e riconsegnò tutto alla DIGOS polizia politica. Insomma si erano persi per strada i meschini uccellini. Una mattina, si verificò un fatto molto grave, mentre attaccavo uno dei miei cartelli di protesta un poliziotto mi colpì violentemente alle costole con il calcio della sua pistola di ordinanza, per il dolore facevo molta fatica a respirare, questo episodio ne venne a conoscenza la procura del tribunale e tramite un impiegato mi mandò a chiamare. Salito al quinto piano del palazzo di gIUSTIZIA constatai che c'era in atto una riunione di pezzi grossi, proprio a causa dell'episodio della pistola, il procuratore un certo Giordano Bruno con fare autoritario, mi chiese se sapevo riconoscere il poliziotto che mi aveva colpito. Rivolgendomi a tutti i presenti dissi: «consiglio di volpi distruzione di galline, ma io non sono una gallina, sono venuto qui per dirvi che, in Palestina dei bambini indossano delle cinture esplosive per fare delle stragi sacrificando la loro giovane vita. Perciò vi consiglio: d'insegnare l'educazione ai vostri sgherri, diversamente se mi disperate non faccio altro che chiamarvi a raccolta schiacciare il bottone mandando a fanculo voi e me» non ho nient'altro da dirvi. Scendendo dal quinto piano aprii tutti i rubinetti dei bagni di tutti i piani allagando tutti e tutto. In seguito un amico mi regalò una motosaldatrice attesi l'ora giusta per saldare i cancelli chiudendo dentro il palazzo di gIUSTIZIA tutta la gente che c'era. Un' altro giorno, presi tenda da campeggio cane e barbecue per fare campeggio nel giardino antistante il tribunale. Mentre mi stavo cucinando una gustosa omelette, si presentarono di nuovo gli sgherri sequestrarono tutto auto compresa. Recandomi a casa nelle vicinanze di un negozio vidi dei grossi cartoni, chiesi se li potevo prendere e tornai con essi nel giardino del tribunale, finito di costruirmi una bella dimora di cartoni riaccesi il fuoco per cuocere delle saporitissime salcicce. Si ripresentarono di nuovo gli sgherri, stavolta un po' più nervosi, sequestrarono il tutto. Non demordendo vidi a terra nei pressi di un cantiere edile dei pezzi di legno, chiesi al guardiano se me li potevo prendere, il guardiano acconsenti. Usando una vecchia carriola trasportai tutto il legname nel giardinetto del palazzo di gIUSTIZIA e incominciai a costruirmi una bella capanna di legno. I soliti sgherri tornarono all'attacco sequestrando tutta quella immondizia e pregandomi di non ritornare, pronunciai una sola frase: «ok! A domani». L'indomani trovai due cessi sporchi in una discarica abusiva pubblica, li caricai sull'auto, per collocarli all'entrata del tribunale scrivendoci, palazzo di gIUSTIZIA Brindisi e Lecce. Vennero gli sgherri e sequestrarono il tutto. Ogni giorno inventavo una nuova provocazione, per cui fabbricai il “Cornumetro”strumento di precisione per misurare le corna dei palazzi di gIUSTIZIA e arredare il certificato di crescita corna distribuendo dei volantini per informare il personale che le corna del tribunale essendo per natura loro già molto pesanti potevano far crollare il palazzo e arrecare infortuni al personale stesso. Una mattina durante la distribuzione del certificato un sottotenente delle forze dell'ordine, scendendo dalla macchina, ad alta voce maleducatamente dandomi del tu mi ordinava di porre fine alla manifestazione. Siccome continuavo a manifestare chiamò la centrale, la quale mandò un'altra pattuglia con a bordo un capitano come lo vidi gli consegnai uno dei miei volantini, mandandolo su tutte le furie, con la bava alla bocca dandomi del tu sgarbatamente minacciava di rovinarmi, (neanche che stavo ben combinato) tuttavia, gli chiesi se potevo fargli una domanda ma lui continuava a gridare, gli richiesi se potevo fargli una domanda, la stessa cosa si ripetette altre tre – quattro volte alla fine acconsenti di fargli una domanda e gli chiesi:«Ma voi rapporti contro natura ne avete mai avuti?» Menomale che i suoi colleghi erano pronti ad immobilizzarlo. Non ricordo esattamente quanti mesi ho trascorso sotto il tribunale a protestare, in seguito misero una pattuglia fissa con l'ordine di servizio di prelevarmi e condurmi in caserma, trattenendomi per tutto l'orario di lavoro, dopo di che mi rilasciavano. Durante una di queste manifestazioni, un amico mi regalò un vecchio sassofono, pensando che si suonava come la tromba, incominciai a soffiarci dentro senza alcun risultato. Qualcuno del tribunale, impietosito dai miei sforzi per far emettere qualcosa al sassofono, ad alta voce gridò «ci manca l'ancia»non sapevo neanche cosa fosse l'ancia. Andai ad un negozio musicale per acquistarne qualcuna e, una volta visto come si montava al sassofono, tornai nei pressi del tribunale ad avviare la mia protesta accompagnato dal sassofono ed ogni volta che emetteva un suono, faceva tremare le finestre del palazzo di gIUSTIZIA. Man mano che cercavo di intuire come fargli emettere un suono qualsiasi mi accorsi che la musica che improvvisavo mi era più facile eseguirla, alla fine scoprii come fargli emettere delle buone melodie, tanto gradite alla gente che frequentava il tribunale da farli ballare nel cortile del tRIBUNALE stesso, quando l'imprigionavo saldando tutti i cancelli. Ad un certo punto, la manifestazione di protesta si trasformò in una festa da ballo spontaneamente organizzata nel cortile del palazzo di gIUSTIZIA. Osservando la situazione, non conveniva più protestare anche perchè, mi ero accorto che, i frequentatori del tRIBUNALE avevano una profonda espressione di tristezza, ovvero, la stessa gente compreso avvocati, magistrati ecc...quando la incontravo al cimitero, la loro espressione era più gaia, perciò per pietà decisi di non continuare la protesta. Di conseguenza, stavo tutto il giorno disoccupato e non avendo più nulla da fare divenni un malacarne. Fortunatamente (cosa molto rara al sottoscritto)uno dei miei figli mi chiese di disegnare il grafico di un flauto per eseguire delle note, in pratica il bambino imparava ad eseguire le note osservando il disegno del flauto, da qui, nacque l'idea di imparare a suonare meglio il sax. Per cui, divenni un membro dell'associazione artisti di strada, ebbi gran successo il modo personale di suonare il sax piaceva alla gente, riuscii a vendere molti dischi eseguiti col sax ed il flauto traverso. Avevo scoperto un altro modo di vivere e per giunta amavo tanto, visto che riuscivo a tenere bene anche la situazione famigliare. Ma una sera, mentre mi preparavo per esibirmi in una piazza di Verona, notai un mio collega a terra che veniva preso a calci da un paio di uomini forse del luogo, senza esitare abbandonai tutta l'attrezzatura da musicista per aiutarlo, avevo una buona dose di esperienze in risse, perciò mi fu facile sbarazzarmi di quei due energumeni. Purtroppo nel furore della scazzottata ci andò di mezzo anche la polizia locale, fui arrestato e bannato dall'associazione, persi anche tutta l'attrezzatura da musicista. Quindi! Tutto daccapo. La mia mamma, diceva sempre«la fame aguzza l'intelletto» ed aveva ragione. Difatti, un giorno mentre facevo compagnia ad un amico che non voleva andare da solo nella città di Lecce mi accorsi che in detta città si svolgeva un gran passeggio di gente di tutte le specie. Tornato a casa, cercai tra i miei vecchi ricordi il costume indonesiano per il ritorno in Italia. Ebbi fortuna era ancora intatto, nuovo con tutte le scarpe ed il turbante. Chiesi a uno dei miei figli di regalarmi il suo flauto da quattro soldi, quel mascalzone di bambino pretese cinquemila lire per darmi lo strumento in questione con tutto che l'avevo pagato io per lui. A sera tardi, indossato il costume indonesiano andai a Lecce. Trovato il punto strategico iniziai show da incantatore di serpente che non c'è. Qualcuno dirà, ma cosa vuoi ricavare da una idea del genere? Vi posso assicurare che nulla è più gustoso nella vita, di vincerla sulle difficoltà che la vita stessa ti dà. Tanto è vero, che come prima serata lo show dell'incantatore di serpente che non c'è, mi fece portare a casa milletrecento euro. Ogni qualvolta che indossavo il costume da cerimonia indonesiano riuscivo a riempire il cesto in vimini dai settecento ai mille euro. Quando indossavo il costume indonesiano era difficile riconoscermi, ma una sera mentre mi esibivo, sentii una voce chiamarmi “comandante Ucci lei qui?” Era uno dei marinai sotto il mio comando, la realtà della fine che avevo fatto per colpa di gente incapace e di un tRIBUNALE arrogante si proietto come una lancia nella mia mente da non farmi più esibire per strada. Sapevo che, era necessario trovare al più presto possibile una valida soluzione per difendere il cervello diversamente rischiavo una depressione. Domandai a me stesso cosa sapevo fare oltre a mettermi continuamente nei guai?La risposta fu immediata«sapevo addestrare i cani». Come al solito ebbi grande successo, organizzai cinque raduni per cani da presa. Molti giovani impararono l'addestramento. Però il mio modo di addestrare era basato solo per sviluppare un cane da guardia e da difesa, perciò molto aggressivi. Destino volle, di farmi conoscere un grande amico, un certo Uccio Rubino che a sua volta mi presentò Antonio De Benedittis grande maestro di cinofilia dell'addestramento sportivo per cani di tutte le razze. Acquisii dal maestro Antonio i suoi insegnamenti diventando più sicuro e più preciso e tutto andò in meraviglia. Ma! Un maledetto giorno senza una valida ragione si presentarono i carabinieri con i veterinari della SAUB per ordine del tRIBUNALE sequestrarono tutti i cani facendoli morire atrocemente in un canile lager del comune di Brindisi. Ma questa è un'altra storia che vi racconterò in seguito. http://www.writersdream.org/forum/forums/topic/36355-col
  12. Annarita Zanon

    La fossa

    Ultimamente è tutto parecchio complicato e io non riesco a gestirlo. Mi sono ridotta a qualcosa che sembra nulla e che piano piano, nulla, lo sta diventando. Sto impazzendo. Devo sempre più fare affidamento all'altro per andare avanti o comunque, per mantenere quel minimo a cui sono arrivata. Sto raschiando il fondo di questo pozzo profondissimo che è la mia emotivività alterata. Spero che questo sia il mio fondo. Fin ora però c'è sempre stato un fondo più fondo. Ogni giorno più giù. Più mi propongo di risalire e più cado. Non sembra esserci un limite inferiore. e^-x. La funzione della mia vita al cui 0 mi sto avvicinando da sinistra. La mia tangente è sempre più verticale.
  13. flambar

    W L a V i t a

    http://www.writersdream.org/forum/forums/topic/42832-sono- W L A V I T A L'inesorabile tempo passava e la malasorte si era accanita contro di me, gli unici impresari che mi offrivano un lavoro per sfamare i miei figlioli erano quelli della malavita che, ringrazio di cuore. Ma il giorno più crudele si verificò quando la capitaneria di Brindisi mi invitò per annullare il mio libretto di navigazione con tutti i miei titoli di marina. Ancora tutt'oggi sento il rumore del grosso timbro che si abbatteva su di ogni pagina del mio libretto di navigazione...Tof ANNULLATO...Tof...ANNULLATO...Tof...ANNULLATO... Ogni colpo di timbro era come una mannaia che si abbatteva sul mio collo. Rimanere perennemente a terra ed oziare no era nei progetti della mia vita, la situazione dopo un certo periodo divenne insostenibile e, la disperazione si faceva sempre più sentire, tanto che un giorno decisi di porre fine a quello squallido tunnel in cui la vita stessa mi aveva costretto ad entrare. Ragion per cui, mi recai nella zona di “Punta Penne” che nei mesi d'inverno è la più deserta. Mi sedetti su gli scogli ai confini col mare. Nella solitudine della mia disperazione stranamente ero sereno, tanto sereno che riuscivo a percepire una dolce brezza marina, in quel folle momento dicevo a me stesso:«questo è proprio un bel giorno per falla finita» Guardavo e riguardavo l'arma che avevo acquistato negli stati uniti d'America. I pensieri che penetravano violentemente nella mia mente erano tanti, quello più doloroso era che col mio gesto estremo avrei lascito la mia famiglia e i miei figli allo sbando senza un padre che li poteva crescere ed aiutarli nei momenti difficili...ma mi sentivo inutile e la disperazione era troppo forte...dovevo farlo! In quel tragico momento sentii poco distante un dolce cinguettio di un uccellino, pareva che volesse dialogare con me visto che non mi toglieva lo sguardo di dosso, stranamente non gli facevo paura difatti avvicinandomi a lui non volò via continuando a cinguettarmi contro, pensai:«forse tiene fame». Il suo comportamento ed il suo cinguettare mi svegliò da quel torpore suicida mi fece riflettere! Chiedevo tra me e me: « ma sono diventato un vigliacco?» un esserino cosi minuto non teme le difficoltà della vita e io sto soccombendo senza combattere, per rifugiarmi da vile in questo gesto estremo?!«No!.. Non va bene»..! Svegliando in me quello spirito combattivo e ribelle che mi aveva accompagnato tutta la vita. Ragion per cui, iniziai una protesta molto incisiva contro il palazzo di gIUSTIZIA di Brindisi, Ma questo è un altro fatto che vi racconterò in seguito.
  14. ebreovenutodallanebbia

    Incontro sul romanzo e la traduzione letteraria

    Fino a
    Gli studenti della John Cabot University del corso di Traduzione Letteraria della professoressa Berenice Cocciolillo si sono cimentati nella traduzione di alcuni capitoli di Due secondi di troppo. Ci confronteremo su questo lavoro mercoledì 17 aprile alle 16.30 al Caroline Critelli Guarini Campus Piazza Giuseppe Gioachino Belli, 10 (Trastevere). Parleremo del romanzo e di traduzione. Chi fosse interessato, può prenotarsi inviando una mail a rsvpevents@johncabot.edu
  15. Lorenzo Pisani

    Presentazione Libro

    Fino a
    " Ho trovato la forza e lo stimolo di scrivere gli ultimi dieci anni della mia vita aiutato dalla musica, dalla mia passione sfrenata per un gruppo di ragazzi di Dublino. Gli U2 hanno accompagnato in questi anni e scandiscono ancora oggi momenti belli e brutti della mia vita. È la storia vissuta da tanti come me, da tanti come noi, partendo da lontano, da dove tutto è iniziato. La musica a volte salva la vita e ti aiuta ad andare avanti, l’ho provato sulla mia pelle. Sei solo in macchina verso il lavoro, pensi, rifletti ed entri in un mood di sconforto, in quell’esatto momento in cui sei incazzato con te stesso, te la stai prendendo con tutto il mondo che ti circonda, arriva Ringo durante Revolver e ti butta su quel pezzo che neanche ricordavi di avere su cassetta, cd o vinile e ti salta in mente un istante bello della tua vita e in quell’esatto momento tra te e te riesci ancora a sorridere. La forza per raccontarvi tutto, anche i miei sentimenti più intimi l’ho trovata negli amici veri e nei famigliari che mi hanno spinto a scriverla. Godetevi questo viaggio pensando al dono più grande che ci possa essere: la vita!"
  16. Wolf Graham

    Black Wolf Edition & Publishing Ltd.

    Nome: Black Wolf Edition & Publishing Ltd. Generi trattati: Tutti e sono sempre valutati Modalità di invio dei manoscritti: https://www.blackwolfedition.com/ Distribuzione: INGRAM Sito: https://www.blackwolfedition.com/ Facebook: https://www.facebook.com/people/BlackWolf-Edition-Publishing/100010216301416
  17. Alba Artemide

    Geeko Editor

    Nome: Geeko Editor Generi trattati: narrativa, senza esclusione di generi, comprese le raccolte di racconti. Modalità di invio dei manoscritti: https://www.geekoeditor.it/proponi-la-tua-opera/ Distribuzione: I libri sono pubblicati in e-book (pdf, epub e formato per kindle) e scaricabili dal sito geekoeditor.it; sono inoltre scaricabili in formato pdf sulle principali piattaforme di distribuzione, attraverso il circuito di BookRepublic. Sito: https://www.geekoeditor.it/ Facebook: https://www.facebook.com/GeekoEditor/ Instagram: https://www.instagram.com/geekoeditor
  18. flambar

    " Il Posto Fisso"

    “ I L P O S T O F I S S O “ Alla fine degli anni ottanta, oramai non potevo più considerarmi un avventuroso marinaio. La responsabilità di padre di cinque figli mi aveva incatenato l'anima. Questo era il motivo per cui ho dovuto a malincuore cambiare atteggiamento nei confronti degli armatori se volevo mantenere il mio posto di lavoro. Perciò dovevo chiudere un occhio e spesso anche tutti e due per essere in grado di portare un tozzo di pane ai miei figlioli. Una mattina in capitaneria, incontrai un caro amico il comandante Edo Simoniello, andammo a prendere un caffè al Bar Ausonia. Mi informò che la capitaneria di porto della città di Brindisi aveva bandito un concorso per quattro ormeggiatori ed era uno dei concorrenti. In un primo momento cercai di dissuaderlo essendo lui un comandante e non un ormeggiatore categoria marinara a livello di un operatore ecologico (spazzino)mi rispose, era un buon posto fisso e avendo famiglia, non poteva rifiutare l'occasione. Le parole del capitano Simoniello, mi fecero riflettere. Per amore dei miei figli decisi di parteciparvi. E' superfluo raccontare la felicità di mia moglie e dei miei ragazzi quando lo vennero a sapere. Anche perchè il posto era assicurato dato che il porto di Brindisi è sempre stato sprovvisto di buoni marinai ed io all'età di venticinque anni ero già un Nostromo genovese, per tradizione questa qualifica si dà al marinaio più anziano più esperto prossimo alla pensione, io l'acquisii per meriti a venticinque anni di età. Quindi, da subito, coloro che sapevano che stavo partecipando al concorso mi facevano le congratulazioni sicuri della mia assunzione tra gli ormeggiatori del porto di Brindisi. Il giorno stabilito si presentarono sedici concorrenti, di cui otto erano capitani e otto marinai, sembrava una gara tra capitani e marinai. Il risultato del concorso diede ragione a quattro marinai di cui due erano degli sconosciuti. Per dirla più chiara, Tutti e quattro i vincitori in mare non gli aveva mai visti nessuno. La commissione mi collegò subito dopo i vincitori dandomi un punto in meno. Tutti i concorrenti, tramite un avvocato del luogo, si basarono proprio sul quel punto in meno e sui titoli marinareschi che avevo acquisito per esporre denuncia di reclamo, contro l'operato della commissione, ma fu tutto inutile. Trascorso qualche mese dall'episodio, un marinaio di piantone alla capitaneria di porto di Brindisi mi consegnò un invito da parte del capitano di fregata Burzi, comandante in seconda nonché presidente della commissione del concorso in questione. Esultai, pensando ad una mia assunzione. Ma non era cosi, l'invito era per eseguire dei lavori marinareschi nell'interno della capitaneria stessa. Quando il comandante Burzi venne a conoscenza che li sapevo eseguire anche meglio, andò su tutte le furie pensando che ero stato bocciato al concorso ormeggiatori, confidò, che da una decina di giorni era alla ricerca tra il personale degli ormeggiatori di Brindisi e degli arsenali di Brindisi e Taranto di qualcuno capace di svolgere quel particolare lavoro di marineria e non riuscendo a trovare un elemento valido, per ultimo si era rivolto a me. Mi domandò quanto era la spesa, gli risposi, niente e un vero onore porre un mio lavoro nella capitaneria. Dopo una settimana, finito il lavoro regalai alla capitaneria un modellino di bireme romana costruito da me e da collocare nel salone degli ufficiali. Tutto il personale della capitaneria elogiò il lavoro svolto ed il comandante in seconda Burzi d'avanti a tutti esclamò dicendo<< tra tre mesi si bandirà un nuovo concorso ormeggiatori e considerato che marinai come te non esistono sarai sicuramente tra i vincitori, parola mia! >> Gli risposi che non ci tenevo tanto al posto fisso, avevo fatto la domanda di ammissione al concorso tanto per tenere contenta la mia famiglia, ma lui ribadì fermamente di parteciparvi assicurando che sarei stato assunto. I tre mesi passarono in fretta, Il giorno stabilito si presentarono diciassette concorrenti di cui nove capitani e otto marinai. Ultimate le prove stabilite del concorso, risultarono vincitori tanto per cambiare quattro marinai. Mi recai in capitaneria, tirai di tasca il mio affilatissimo coltello da marinaio ed iniziai a distruggere il lavoro di marineria che avevo fatto. Conclusa la mia opera di distruzione esclamai!<<questa capitaneria è sporcacciona non merita un mio lavoro! >> poi entrato nel salone ufficiali presi la bireme romana, il comandante Burzi mi chiese di calmarmi, gli risposi <<calmarmi un caxxio! >>. Al primo concorso otto capitani e otto marinai chi vince il concorso quattro marinai. Dopo tre mesi si fa un altro concorso di cui nove concorrenti sono capitani e otto marinai, chi vince ? Quattro marinai. Qua qualcosa non quadra, posso capire un capitano fesso ok, due capitani fessi ok, ma diciassette capitani fessi no, non lo posso capire. Uscendo dalla capitaneria incontrai il capitano Eupremio Prudentino, siccome mi faceva dei complimenti sulla bireme la regalai a lui in cambio mi portò del pesce fresco. 41653
  19. http://www.writersdream.org/forum/forums/topic/39544-anna- Gengis Khan : all'età di trentanni, mi proposero un imbarco da comandante su di una nave Ranchera. (rancera) Essendo un naturalista, accettai volentieri. Queste navi, si chiamano così perchè trasportano bestiame vivo. Il commercio si effettuava, nel mar Nero, nel mar Mediterraneo e a Nord dell'oceano Atlantico. In navigazione con rotta per il porto di Algeri, ricevemmo un fax che ci ordinava di dirottare per il porto di Odessa nel mar Nero. Dovevamo imbarcare e trasportare in Italia un cavallo purosangue. Era solo un cavallo, ma la società si raccomandava di trattarlo con molta cura, giachè il suo valore, era più alto del valore della nave stessa. Arrivati puntualissimi nel porto di Odessa, sulla banchina si avvicinò alla nave un grosso Tir. Da dentro si sentivano dei potentissimi colpi e nitriti minacciosi che impressionarono tutti gli stallieri di bordo e della terraferma. Sembrava che Adamastor (nome di un diavolo dei marinai portoghesi incatenato negli abissi di Capo Horn)in persona fosse incatenato nel conteiner rivestito nell'interno da matarassi per accudirne i colpi. Nessuno degli stallieri, pur essendo gente capace, aveva abbastanza coraggio di trasbordare dal tir alla nave quella furia scatenata e di sciogliere le briglie a "Gengis Khan" questo era il suo nome, ma i marinai lo battezzarono "Adamastor". Trasportarlo sulla nave sarebbe stato un suicidio. Decisi di chiamare un veterinario per farlo sedare. Cosi fù fatto, ma non ci fù verso, il purosangue dette un'impennata liberandosi dalle briglie tuffandosi in mare da una banchina alta più di 5 metri. Pur essendo stordito dai sedativi che gli avevamo sparato giachè era molto pericoloso avvicinarci, nuotava come un delfino, per raggiungerlo dovettimo chiamare il motoscafo della capitaneria russa. Finalmente dopo che aveva distrutto l'intero equipaggio e stallieri, riuscimmo a trasportarlo a bordo. Era davvero una gran bella bestia, era alto più di due metri al garrese, col pelo nero corvino e lucidissimo. Non vedrò mai un animale più bello e più fiero di "Gengis Khan". Era forte orgoglioso, pieno di fuoco. per l'agitazione, dalle sue narrici usciva un intenso vapore. Tutti noi marinai e rangheri pur essendo abituati a vedere tanti animali, ammiravamo la sua affascinante bellezza e nello stesso tempo eravamo intimoriti della sua irruenza. Dopo averlo chiuso in un box d'acciaio, salpammo per il porto di Ravenna. Il giorno dopo, durante la navigazione, si presentò il capo stalliere di nazzinalità cilena mi riferì che il cavallo si era ferito ad una zampa e stava perdendo molto sangue. Gli feci presente che era lui il capo stalliere e doveva curarlo, perciò, essendo un marinaio non era mio dovere. Il capo stalliere si rifiutò data la pericolosità dello stallone. Per come stavano le cose, informai la societa della nave che per tutta risposta mi disse, ero il comandante della nave ed il cavallo era sotto la mia responsabilità, replicai sono solo un marinaio e non sapevo niente di come trattare un cavallo, specialmente quella furia scatenata. Pultroppo fù inutile farglilo capire, toccava a me. Dopodichè, andai a far visita al purosangue per rendermi conto in che condizioni stava. Notai che la ferita era profonda e usciva molto sangue, se non si interveniva immediatamente sarebbe morto dissanguato. Non potevo abbandonare alla morte una simile meraviglia, dovevo intervenire o fare qualcosa per salvarlo. Ordinai di portarmi delle bende del disinfettante e degli aghi di sutura, nel frattempo detti una bella sorsata alla mia bottiglia di Cognac di annata per dammi coraggio e affidai anche l'anima a Dio. Nell'avvicinarmi allo stallone, con grande calma gli dissi >> senti, Gengis Khan, in quell'istante dette un nitrio talmente forte che fui costretto a buttare tutto per aria e uscire dal box. Detti qualche altra tracannata alla mia bottiglia, rientrondo dentro ricominciai tutto d'accapo. <<Senti Gengis Khan o Adamastor o come caxxio ti chiami, se non mi fai chiudere la ferita tu morirai dissanguato, oppure scegli di uccidere me creperai lo stesso, perchè non troverai nessuno disposto a curarti la ferita. Aah! un'altra cosa se muori, oltre a perdere la vita perderai anche tutte le bellissime ciumente che ti aspettano in Italia, ooh! io le ho viste sono una schianto. >> Era assurdo che io parlassi cosi ad un cavallo, ma dopo il mio discorso, il purosangue girò il posteriore verso di me alzò la sua gamba ferita terrorizzato pensai che mi voleva scalciare. Con grande mia meraviglia non fù cosi, aveva alzato la sua gamba ferita per poggiarla sulla staccionata del box e quindi agevolarmi nella cura. Dopo quella prima volta, non ci furono più problemi. Appena mi vedeva alzava la zampa per farsela curare. Arrivati a Ravenna, volle solo me per essere trasportato sul Tir. Dopodichè mi salutò con un lunghissimo nitrio, vedendolo andare via pur essendo un rozzo marinaio mi scappo una lacrima. Il saluto di Gengis Khan è ancora indelebile nelle mie orecchie.
  20. Marco Papacchini

    Frate Foco e Suora Notte

    "Frate Foco e Suora Notte. Un poetico incontro tra Gabriele D’Annunzio e la scrittrice Gérard D’Houville" di Marco Papacchini Rappresentazione teatrale liberamente tratta dal carteggio intercorso tra i due scrittori e dal loro corpus poetico. Il filo conduttore dello spettacolo si basa sull’ispirazione della poesia, in modo particolare quella amorosa, e sulla conseguente forza espressiva del verso poetico. Nella manifestazione si alternano varie forme d’arte: la recitazione, la poesia, la musica e la danza. La breve storia d'amore tra Gabriele d'Annunzio e Marie Louise Antoniette de Heredia, sposata con lo scrittore Henri de Régnier, si svolge tra l'estate 1913 e la primavera del 1915. D'Annunzio, che in quel periodo si trova in Francia dove è scappato per sottrarsi ai suoi creditori, conosce ad Arcachon la scrittrice Marie, una donna dalla presenza lieve, quasi eterea, sempre molto elegante. È bella e di carattere sensibile, ha uno sguardo malizioso che emana allo stesso tempo un senso di grazia, di tenerezza. Suo padre è il famoso poeta francese José-Maria de Heredia, di origine cubana, uno dei massimi esponenti del Parnassianesimo (movimento poetico francese della seconda metà del XIX secolo, il suo scopo era riportare la poesia al Parnaso, il monte sacro al dio Apollo, dal quale Lamartine l'aveva fatta cadere giù). Marie è una scrittrice di talento, con lo pseudonimo Gérard d'Houville (sceglie un nome maschile, tanto per confondere le acque dei suoi pensieri... e il cognome della madre) pubblica varie poesie e alcuni romanzi. Nel 1918 le viene conferito il Gran Premio di Letteratura dell'Accademia Francese come riconoscimento per la sua opera letteraria. Nel periodo in cui conosce d'Annunzio, entrambi hanno lo stesso editore Calmann-Lévy: ironia della sorte che li ha uniti simbolicamente anche nelle pubblicazioni. Tra i due inizia una delicata relazione fatta di incontri fugaci, belle fantasie e di lettere delicate. Quello che unisce Gabriele e Marie è un'ammirazione reciproca e un senso di profondo rispetto per la libertà della mente e del corpo; famose, e al tempo stesso scandalose per l'epoca, sono alcune fotografie di lei dove appare nuda. Inoltre, sono entrambi attratti dallo splendore della sensualità (tutti e due avevano avuto già molti amanti) che tuttavia nella loro relazione rimane nell'ombra. I "grandi occhi notturni" di lei ispirano d'Annunzio a soprannominarla Notte e ad imporle l'epiteto di Suora per un gioco di trasposizione che il Vate è solito fare con espressioni e concetti di origine francescana. Lui stesso si proclama Frate Foco, a significare il suo inestinguibile entusiasmo per condividere (più o meno fraternamente) la bellezza, il lusso e la voluttà. Quando d'Annunzio muore, il primo marzo 1938, Marie lo commemora su una rivista francese appellandolo come "inoubliable", indimenticabile. Marie si ritira dalle scene pubbliche nel 1943 a seguito della morte del figlio naturale (avuto con il poeta Pierre Louys). Muore a 88 anni nel 1963 conservando, nonostante l'età, quell'aura di bellezza e grazia che l'hanno contraddistinta per tutta la vita.
  21. flambar

    "L a d r a g a"

    http://www.writersdream.org/forum/forums/topic/41090- natale "L a D r a g a" Alla fine degli anni ottanta, Per colpa delle varie denunce fatte a gli organi competenti e alle società di navigazione a causa delle carenze del sistema di sicurezza riscontrato su molte navi battenti bandiera italiana, Non riuscivo a trovare un imbarco decente. Purtroppo, non ero più solo, avevo messo su famiglia. Indi! tenevo a carico moglie e cinque figlioletti in tenerissima età. Durante una delle mie passeggiate sulla banchina del porto di Brindisi in compagnia del mio amato Satana. Incontrai per puro caso, un vecchio amico dal nomignolo “Mario Bobby” era dirigente dell'ufficio di collocamento di Brindisi. Mario era un carissimo amico, oramai da molti anni deceduto. Ci raccontammo a vicenda gli ultimi avvenimenti della nostra travagliata vita. Mi chiese, qual'era la mia professione, gli dissi che ero un comandante di marina. A Mario Bobby era ammirevole la sua umanità, l'educazione e il rispetto per coloro che stavano in difficoltà, non lo dimostrava in pubblico ma era cosi, tanto è vero, ne per quinto ne per quanto, una sera lo trovai nei pressi di casa mia, domandai cosa diavolo stesse facendo in quella zona che la gente Brindisina aveva dato il nomignolo di “Favelas” Rispose: - ero in cerca di te, volevo offrirti un posto di lavoro. Lo ringraziai facendogli presente che la cosa non poteva andare in porto, dato che era il dirigente dell'ufficio di collocamento di terra ed io un marittimo, poi non volevo crearli problemi già chè non ero neanche iscritto al collocamento e sicuramente altri prima di me ne avevano più diritto. Trascorsero un paio di settimane, mentre sorseggiavo un buon bicchiere di Cognac seduto al Bar Ausonia dove ero solito stazionare ogni giorno. Un impiegato del collocamento, mi disse di recarmi immediatamente da Mario Bobby per comunicazioni importanti. Non era necessario ripetere l'invito, poi era a quattro isolati dal punto in cui mi trovavo. In non di più di dieci minuti, bussai alla porta del ufficio aprii la porta e nel chiedere permesso di entrare notai era in compagnia di altre due persone. Pensando che, non era il momento chiesi scusa e nell'istante di richiudere la porta sentii la voce del Mario Bobby. - No,no...Ucci entra pure siamo qui in riunione proprio per te. Per me?Risposi meravigliato, questi signori sono di nazionalità iraniana ed hanno urgente bisogno di imbarcare un comandante sulla loro draga ferma a Bandar Abbas in Iran. Io non so neanche fischiarla una draga, come potrei farla lavorare? Uno dei due iraniani rispose in perfetto italiano stai tranquillo il personale attualmente imbarcato sulla draga è altamente qualificato, il problema è che la draga ed i mezzi navali a lei connessi, per potersi muovere avevano l'oblico di imbarcare un capitano in possesso del titolo adeguato. Insomma, era una disposizione assicurativa. La paga era eccellente, accettai l'imbarco, salutai Mario Bobby tutta la mia famiglia e partii insieme ai due iraniani poi seppi che erano due sceicchi molto famosi. Il viaggio in aereo, fu un vero disastro, ancora mi domando se sono vivo. Comunque, in aeroporto a Bandar Abbas i due sceicchi prenotarono un Taxi che mi portò sotto bordo la draga. Era enorme sembrava un gigantesco mostro d'acciaio, divoratore di roccia e fango il suo nome era “Aldebaran” la stella più luminosa della costellazione del Toro. Come al solito, incuriosito, siccome non avevo mai visto una draga di quelle dimensioni, basta pensare che erano necessari centotrenta persone di equipaggio per farla lavorare ventiquattro ore su ventiquattro. La sua straordinaria potenza era dovuta a due generatori di corrente elettrica uno solo poteva illuminare una città come Bari. Tecnicamente si chiama “Draga a secchi” toglitelo dalla testa, non si trattava di secchielli di plastica, ma d'acciaio ognuno dal peso di tre tonnellate e mezzo, (tremilacinquecento chili)in quell'istante erano operativi quindici secchi tenuti tutti da una enorme catena d'acciaio che li faceva roteare e di conseguenza scavare il fondale alla misura prestabilita. Il rumore che produceva durante il suo lavoro era assordante tanto da poterlo sentire a chilometri di distanza. Imparai subito a manovrare quell'enorme mostro d'acciaio, non era difficile prenderne padronanza, si doveva fare molta attenzione a non incattivare la catena che tratteneva i quindici secchi d'acciaio, difatti se succedeva la Draga restava ferma anche un paio di giorni, causando danno economico alla società di dragaggio. Una mattina, dopo qualche ora del cambio personale di dragaggio, percepii delle grida d'allarme, in una frazione di secondi bloccai la draga. In uno dei secchi c'erano agganciate due bombe di profondità, esclamai <<sangue d'un pesce spada!>>Il capo draga mi riferì di fare molta attenzione sicuramente c'è ne saranno delle altre. Difatti, quella mattina in poche ore rimasero nei secchi della draga altre sette bombe. Preoccupato per la sicurezza del personale imbarcato bloccai i lavori di dragaggio. Mandando su tutte le furie i due sceicchi, me ne dissero tante che metà bastavano, fortuna non conoscevo la lingua, ma intuivo che non mi stavano facendo dei complimenti. Ad un certo punto dissi loro; Ok! Come volete, riavvio i lavori di dragaggio? Emisero un lungo sospiro di sollievo - ma, prima mi firmate ed anche con impronte digitali un documento di responsabilità Si infuriarono ancora di più andando in ebollizione, allora chiesi di monitorizzare la zona con degli esperti palombari specialisti di armi subacquei. Tutta la documentazione di monitoraggio scritta in italiano, firme digitali e timbri. Pareri specifici del lavoro svolto. Diversamente trovatevi un altro comandante. Ooh! Accettarono senza aprire bocca. Ovvero, l'azione di bloccare i lavori di dragaggio gli era servita ad aprire gli occhi, essendo i principali soci della compagnia di dragaggio ne venivano coinvolti anche loro. Oltre tutto in Iran la pena di morte per impiccagione la danno con facilità. La prova di questo saggio cambiamento fu che nella richiesta di una tuta e dell'attrezzatura da palombaro della mia misura, mi risposero con molta gentilezza salutandomi con affetto. L'Aldebaran, stesse per questo motivo bloccata per altri tre giorni. Quando arrivarono i palombari, consegnarono anche l'attrezzatura da me richiesta era nuova di zecca, la indossai mi andava a pennello. Prima dell'immersione diedi ordine a gli altri sette palombari di iniziare a monitorare il fondale antistante la draga. Grazie a Dio Onnipotente o Allah Akbar o come diavolo volete chiamarli. L'ordine da me dato di bloccare la draga, sarebbe stato con certezza l'ultimo che avrei prestabilito, già che, la corrente del golfo Persico aveva radunato proprio sul punto operativo, la maggior parte delle bombe subacquee poste a difesa delle coste Iraniane durante la guerra del golfo. I due sceicchi, venuti a conoscenza dello scampato pericolo mi baciarono le mani. Dissi loro adesso mandiamo in ferie per una settimana tutto il personale lasciando lavorare i palombari. Ed anche questo mio ordine non portò polemiche. Finita la settimana di ferie, tutto il personale rientrò a lavoro, sulla banchina i palombari avevano depositato più di trenta bombe ancora intatte. I due sceicchi, mi domandarono: se tutto questo fosse a loro carico. Risposi: Non di certo, dissi loro - noi che lavoro facciamo? Risposero - dragaggio le bombe chi le ha messe? - Il governo iracheno - A desso alla luce dei fatti chi deve prendersi carico del monitoraggio delle bombe ? Tutti insieme risposero - Il governo iracheno e si buttarono per terra crepando dalle risate. La controversia col governo iracheno andò in porto tant'è vero che a fine mese la società di dragaggio pose ventimila dollari americani sul mio conto bancario. Fu necessario un mese per monitorizzare tutta la zona da dragare e renderla più sicura. Una mattina, nel momento che facevo colazione sentii bussare alla porta. Erano i due sceicchi, venuti a trovarmi per portarmi in un luogo dove si era avvistata un'altra bomba, questa volta non si trattava della solita bomba, ma di un ordigno da aereo, quattro volte più potente di quelli trovati fin ora. Aveva una forma che incuteva terrore. Cosi a prima vista sembrava ancora efficiente, il capo dragaggio del luogo mi chiese se ero in grado di disinnescarla, non di certo gli risposi, anche se lo sapevo fare nella posizione in cui era non avrei mai messo mano. Difatti, non era esplosa solo perchè i denti d'acciaio del secchio che la conteneva si erano incastrati fortunatamente nella roccia. Gli consigliai di rivolgersi al capo palombaro sull'Aldebaran. Questi come venne a conoscenza che si trattava di un ordigno d'aereo, rifiutò d'intervenire sbattendo il telefono per terra. Quel giorno per la prima volta lo trascorsi in una tenda, certo grande ed anche molto comoda. A sera tardi, i due sceicchi in compagnia di altri quattro vennero a farmi visita, questa volta non erano a mani vuote, portarono un carrello colmo di ogni ben di Dio. Perciò facemmo festa tutta la notte. Siccome ero già da oltre un mese che non vedevo una donna, domandai che fine avessero fatto, lo domandai cosi in buona fede, non l'avessi mai detto. All'improvviso si ammutolirono e ritornarono senza salutarmi nelle loro tende. In seguito, mi pentii di aver fatto quella domanda, in fin dei conti è la loro cultura che gli lo impone di reagire in quel modo, indi non è mio diritto deriderli o giudicarli, oltre tutto potrebbero essere anche migliori di me. All'alba del giorno dopo, mi venne la voglia di controllare con più attenzione la bomba in questione. Scesi in immersione sul punto dove era rimasto incastrato il secchio contenente l'ordigno e constatai che con un paranco a catena si poteva tentare di liberare dalla bomba il secchio della draga. Avevo bisogno di un'altra persona per aiuto, nessuno era disponibile. Decisi di immergermi da solo. Posizionai il paranco, incatenai la bomba e nell'istante che la stavo issando pensai che l'andazzo si stava svolgendo con molta facilità. Perciò era conveniente di farla proprio sporca, infatti riemersi e consigliai a tutti di allontanarsi a distanza di sicurezza poi siccome ero stanco, rimandai tutto all'indomani. Facendo intuire che la tensione nervosa era al massimo. In piena notte, mentre ero profondamente addormentato, fui all'improvviso svegliato da spari e urla, uscendo dalla tenda vidi degli uomini armati e a cavallo vestiti tutti di nero che intimavano di radunarci al centro del campo delle tende. Uno degli sceicchi, sottovoce mi consigliò di fare attenzione, erano guerrieri nomadi del deserto e possono essere anche molto pericolosi. Non ricordo, ne ho mai capito come si chiamava la loro tribù. Lo sceicco però li conosceva, tanto è vero sapeva anche la loro lingua. A raduno ultimato, distaccarono a malo modo uno degli operai un uomo di cinquantanni costringendolo a mettersi in ginocchio minacciavano di tagliarli la testa facendo il gesto con una grossa scimitarra. Cosa dicono, dissi allo sceicco; ci accusano di aver spiato le loro donne, mentre facevano il bagno in mare con tutto il burqa integrale. L'operaio in ginocchio, piangeva chiedendo pietà per se e la sua famiglia. A queste situazioni ingiuste non so resistere, devo per forza intervenire. Per cui mi avvicinai all'operaio messo in ginocchio e lo aiutai ad alzarsi. Rivolgendomi allo sceicco chiesi di tradurre le mie parole. Neanche gli animali trattano cosi un innocente. Il guerriero che minacciava l'operaio con la scimitarra stava per colpirmi ma fu fermato da una voce autoritaria, la stessa che ci accusava di aver spiato le donne, una volta tradotto dallo sceicco risposi Ma che dici, noi le vostre donne le abbiamo appena viste passare, chiesi di aspettare un momento prima di tagliarmi la testa, e indossai la tuta da palombaro con tutte le pinne. Domandai come potevamo spiare delle donne vestito in quel modo? Dopo un attimo di silenzio, i guerrieri nomadi esplosero in una risata chiedendo se stavamo vestiti sempre così. Risposi è il nostro vestito e giù altre risate nell'istante che spronarono i loro cavalli. Domandai allo sceicco cosa mi avevano detto per ultimo, lo sceicco sorrise, io ancor più incuriosito ripetetti la domanda “ cosa mi hanno detto?”Ti hanno salutato dicendoti << la pace sia con te tappo raro>> E' chiaro che si riferivano alla mia statura. Pensandoci sopra, i loro cavalli apparivano piccoli, non perchè lo erano, ma per un effetto ottico dovuto alla statura dei cavalieri. Verso le ore nove e trenta del mattino, mi preparai per l'immersione indossando la tuta di palombaro. Attuai la solita sceneggiata mirata a dare più valore al lavoro che stavo svolgendo, è chiaro che anche la mia persona acquisiva valore, ragion per cui, andai a trovare la famigerata bomba situata a venticinque metri di profondità. Mentre controllavo, l'imbragatura dell'ordigno un'ombra scura mi passò di sopra, d'istinto alzai la testa e vidi un pesce enorme davvero impressionante, era una Manta adulta di circa due tonnellate(duemila chili) Di conseguenza a questo fatto, non stavo per niente tranquillo, in continuazione controllavo intorno, le mante non sono pericolose ma gli squali si ed il mar rosso ne ha di tutte le specie. Tuttavia nell'osservarmi a torno mi accorsi che ero in un vero paradiso subacqueo alghe gigantesche di qualsiasi colore ed in particolare rosso(mar rosso) pesci di qualsiasi tipo e dimensioni acqua cristallina, i pesci stavano tutti molto vicini a me, pur mandandoli via ritornavano più vicini era incredibile che quel giardino dell'Eden era sott'acqua e fuori chilometri e chilometri di arido deserto. Mi fermai per un po' di tempo ad osservare quell'incantesimo. Purtroppo il dovere mi chiamava, liberai la draga dalla bomba e a distanza di sicurezza la feci brillare(esplodere). In serata già svolgevo il mio turno sull'Aldebaran. Dopo una quindicina di giorni ebbi il mio statino paga, avevo accumulato un bel po di denaro, non c'era più la necessità di rimanere in quel luogo per la quale me ne tornai a casa.
  22. flambar

    " E q u i n a S R "

    http://www.writersdream.org/forum/forums/topic/41928-la-vita “ E Q U I N A S R “ Nel periodo del dopo guerra, l'Italia faceva fatica a riprendersi economicamente, per cui mio padre cercò di trovare fortuna emigrando in Brasile. In un primo momento partì solo lui, dopo qualche anno nel mese di Dicembre lo raggiungemmo con mia madre e i miei due fratellini. Il lungo viaggio di andata si svolse sulla moto nave passeggeri “Conte Bianca Mano” era una nave di linea italiana varata nel 1925. Considerata la prima vera città galleggiante, fu l'ultimo transatlantico italiano costruito all'estero. Raggiunta la nave a Napoli ci imbarcammo per il Brasile, destinazione porto Santos il porto più grande del Brasile e del Sud America. Durante la navigazione in pieno Oceano Atlantico, fummo protagonisti di una brutta vicenda. Mia madre, si accorse che mio fratello Mario non era più tra di noi. Lo cercammo invano per tutta la nave. La situazione peggiorò quando la mamma scoprì che l'oblò della nostra cabina, posizionato molto vicino al letto di mio fratello era aperto. Mio fratello, essendo piccolo ed esile si sarebbe potuto esporre senza difficoltà per poi finire in mare. Mia madre presa dal panico, pensando che fosse effettivamente andata così. Allertò tutto l'equipaggio e dopo ore di ricerca su tutto il bastimento, aiutati anche da altri passeggeri, i ricercatori si rassegnarono al pensiero che con molte probabilità era caduto in mare. La nave tornò indietro di qualche ora con la speranza di trovare in mare il corpicino senza vita di mio fratello. Ma nulla! Pur nell'immenso dolore di mia madre...la nave doveva obbligatoriamente continuare il viaggio. Oramai disperata, nel ritirarsi in cabina, notò che il materasso di una della cuccetta si stava muovendo, impaurita ma anche tanto speranzosa, alzò il materasso e vi trovo mio fratello Mario. Si era nascosto li sotto per evitare il rumore delle sale macchine che non lo facevano dormire. Avendo un corpicino esile nessuno si era accorto della sua presenza sotto il materasso. Finalmente quell'incubo era finito. Si avvisò tutto l'equipaggio e i passeggeri. A sera mia madre organizzò una festa con la presenza del comandante del transatlantico. In Brasile vaccinarsi era d'obbligo. Io avevo circa otto anni, giunto il mio turno pur essendo piccolo opposi resistenza, non volevo essere vaccinato. Quattro poliziotti brasiliani, cercarono di immobilizzarmi senza riuscirci, mi dimenavo con grande forza, alla fine gli infermieri esausti, constatando la mia ottima salute, si rassegnarono e non mi sotto posero a vaccinazione. Da Santos, raggiungemmo mio padre a San Paolo, dove aveva aperto una grande officina di rettifica motori. L'emozione di incontrarci dopo tanto tempo fu molto forte da entrambi le parti. Nell'abbracciarci, ci tenevamo stretti stretti per un lunghissimo tempo. La nostra casa era una bellissima villa . Mio padre finalmente aveva molto da lavorare. La sua officina era avviata ed il suo impegno remunerato adeguatamente. Appena giunti, la prima cosa che si notò era il clima caldo Brasiliano. Alla partenza dall'Italia faceva tanto freddo, eravamo vestiti con indumenti pesanti, due grosse valigie ne erano stracolme. Mia madre era convinta che in Brasile nel mese di Dicembre facesse freddo come in Italia, senza tenere conto che la città di San Paolo si trova in zona tropicale ed imperterrita ci vestiva con indumenti invernali, si può anche notare dalla foto. Il quartiere dove abitavamo si chiamava “ Giardin San Paolo” appena arrivati nacque l'amicizia con dei bambini brasiliani con cui giocare anche se il linguaggio era molto diverso. Il quartiere era situato in periferia. Esistevano numerosi cavalli tenuti in libertà, quando li vedevo il desiderio di cavalcarli si faceva sempre più forte. Con la mia esuberanza e non curante del pericolo, Conquistai la loro fiducia riuscendo ad avvicinarmi dandogli da bere e da mangiare, per cui imparai a cavalcarli senza le briglie. Per farli dissetare, trovai un secchio che pieno d'acqua non riuscivo a trasportarlo, allora fecevo entrare i cavalli nella cucina attraversando il soggiorno, mia madre non se ne mai accorta, i cavalli pur essendo selvatici si comportavano come se sapevano che la situazione era molto delicata e rischiosa se lo veniva a sapere la mamma erano guai per tutti. Tra me e gli equini si stabili una sincera amicizia alcuni erano dei grandi campioni da corsa in pensione si potevano facilmente individuare per la loro sublime bellezza atletica, alle volte si fermavano e ponevano la propria attenzione su qualcosa che gli irrigidiva tutti i muscoli pronti allo scatto, in seguito capii cosa era questo qualcosa. Difatti, Giardin San Paolo non era molto lontano dal Mato Grosso, una foresta popolata da numerosi serpenti di diversa specie, i cavalli li vedevano ero io che non riuscivo a vederli. Un giorno seduto su una pietra per godermi profondamente quel fantastico paradiso, una giumenta mi colpì col muso, sulla testa tanto violentemente che per poco non svenni. Per istinto mi voltai, la vidi impennarsi scuotendo con grande forza la testa, in bocca aveva un grosso serpente, terrorizzato mi misi a correre verso casa, mia madre accortasi del fiatone che avevo mi domandò cosa era successo, mentre stavo prendendo fiato arrivò mio padre pensando che qualcuno del vicinato mi aveva fatto paura andò su tutte le furie non ascoltando più nessuno, si armò di un grosso bastone e rivolgendosi a me disse << andiamo papà, fammi vedere chi è questo cornuto>> cercavo di spiegargli che i fatti non erano andati cosi, pareva sordo e non si era ancora reso conto che, perdevo sangue dalla testa. Arrivati dove c'era la grossa pietra da me usata come sedile, ad distanza di una ventina di metri, oramai in agonia giaceva la cavalla con ancora il serpente tenuto tra i denti. Mio padre con calma si sedette sulla grossa pietra e mi domandò di raccontargli tutto. Messo al corrente, si inginocchiò di fronte alla giumenta e parlandogli con infinita dolcezza, la ringraziava chiamandola “SR” lettere stampate con ferro incandescente sul suo collo. Quella fu la prima volta ed anche l'ultima a vedere il volto di mio padre bagnato dalle lacrime. Mio padre, non era un uomo comune, aveva combattuto corpo a corpo la seconda guerra mondiale era pieno di profonde cicatrici, aveva subito terribili torture, osservarlo commosso per un nobile gesto di un animale fu per me una grande ed indelebile lezione di comportamento. Lo stesso giorno, mio padre si presentò dal proprietario dell'equina “ SR” gli propose di venderla per farle una degna sepoltura, rifiutava l'idea che un animale cosi nobile venisse divorato da sciacalli o da avvoltoi La mia famiglia restò residente a Giardin San Paolo, per due anni. A mia madre venne la nostalgia dei suoi familiari e dell'Italia. Quindi, lasciò mio padre da solo in Brasile per imbarcarsi sul transatlantico “ Castel Bianco “ portandosi con se i suoi figli. Non ho più rivisto mio padre.
  23. Ria

    Un chilo e mezzo di malinconia

    https://www.writersdream.org/forum/forums/forum/25-frammenti/?do=add# India si trastullava nel tormento di un'intima malinconia, troppo familiare nel suo abominevole girovagare tra i pensieri di un'anima fragile, abituata alla disillusione di un divenire chiamato vivere. Ma proprio questa vita sembrava annullarsi , masochisticamente, al pericoloso gioco di un amore ossimoro di conquista e resa, annullamento e mai rassegnazione, perché linfa vitale della dura legge della sofferenza. E quando soffrire significava vivere, quella vita per India si plasmava tra le piaghe di un ideale affettivo da colmare, correggere e a volte supplire con il lamento di un nostalgico ritorno al passato: quasi un voler implorare un vissuto antico, lontano dal sapore stantio di una felicità sempre sfiorata, invocata , auspicata ma mai nutrita dalla linfa del totale appagamento. Nella totalità di un ciclico bipolarismo misto a mistico ottimismo e insano pessimismo cosmico anche i sentimenti si alternavano ad un pericoloso alternarsi di inquiete stagioni umorali; quando la felicità si consumava tra le speranze di un domani migliore, da costruire attraverso l'ismosi di grandi sogni nel cassetto, rispolverati dagli aloni di un'inettitudine che era piacere allo stato puro ma illusorio. E quella gelida malinconia latente che, repentinamente, riguadagnava terreno, si insinuava e violentava, in un singolo istante di vita, quella gioia inattesa rigettata nel baratro di una delirante ed infinita tristezza. Un chilo e mezzo di malinconia, romanzo (frammento).
  24. Mister Frank

    Della Porta Editori

    Nome: Della Porta Editori Generi trattati: storico; saggistica; biografico; Modalità di invio dei manoscritti: http://www.dellaportaeditori.it/pubblicare-con-noi/ Distribuzione: Messaggerie Libri Sito: http://www.dellaportaeditori.it/ Facebook: https://www.facebook.com/dellaportapublishing/
  25. Mister Frank

    Sandro Teti Editore

    Nome: Sandro Teti Editore Generi trattati: storico; saggistica; manualistica; fotografia; teatro (http://www.sandrotetieditore.it/STE_catalogo.pdf) Modalità di invio dei manoscritti: http://www.sandrotetieditore.it/contatti/ (form oppure indirizzo e-mail) Distribuzione: Messaggerie Libri Sito: http://www.sandrotetieditore.it/ Facebook: https://www.facebook.com/sandrotetieditorepaginafan
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