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cosimo1975

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  1. cosimo1975

    IoScrittore

    Mi intrometto solo per dare man forte a Isadora. Dopo quello che mi è capitato (esclusione dalla finale per una mail arrivata a destinazione e non letta dalla redazione) posso solo avere un'impressione di cialtroneria. Rafforzata ancor di più dal loro tentativo di rimediare, proponendomi, dopo tre mesi di mail senza risposta, di sottoporre il testo alla lettura di N lettori e confrontarne i giudizi con quelli dei 10 vincitori del torneo. Vabbè. La passione per la scrittura va oltre anche IoScrittore. in bocca al lupo a tutti i finalisti!
  2. cosimo1975

    IoScrittore

    @Pennywise oppure chi, come me è stato escluso solo perchè non hanno letto la mail con cui inviavo i documenti per l'iscrizione alla seconda fase. Quindi dopo quasi 3 mesi hanno ammesso l'errore e mi hanno detto che avrebbero sottoposto il romanzo a N lettori
  3. cosimo1975

    IoScrittore

    @Beppecoraggio Mi hanno risposto pochi giorni fa ammettendo l'errore. Mi hanno detto che possono solo sottoporre il mio romanzo a N lettori e poi vaglieranno i giudizi in base a quelli ricevuti dai 10 vincitori
  4. cosimo1975

    IoScrittore

    @Beppecoraggio grazie della condivisione. Adotterò anch'io il sistema. Sono troppo invadente se ti chiedo come hanno risolto il problema? Visto che ormai il torneo volge alla fine. Ciao Cosimo
  5. cosimo1975

    IoScrittore

    Salve a tutti. Vi porto la mia esperienza del concorso. Mi sono iscritto quest'anno, incuriosito dalla formula per quanto non mi convincesse del tutto il fatto che tutti i giudizi, in tutte le fasi del torneo, siano espressi solo e soltanto dai partecipanti. Sono riuscito a entrare tra i 300 finalisti, ho spedito tutto quanto richiesto per partecipare alla finale, entro i termini stabiliti, ma poi non ho ricevuto nessuna opera da valutare. Ho chiesto se ci fossero dei problemi e non ho ricevuto risposte per un mese. Ho insistito ancora e dopo circa due mesi mi hanno risposto che non avevano ricevuto in tempo la documentazione. Ho ribadito che ciò era falso con tanto di mail che confermavano l'invio e la ricezione. Da quel momento ancora silenzio. Prima ancora dell'esclusione immotivata, brucia l'atteggiamento all'interno di un concorso che, mettetela come volete, ha eco a livello nazionale. Un errore può capitare, il menefreghismo è offensivo. Scusate se non offro argomenti di tipo letterario, ma ritengo che sia doveroso evidenziare comportamenti come quello che ho subito. Un saluto a tutti
  6. cosimo1975

    Il diario delle opere buone

    San Francisco. E' il 29 Giugno 1984 quando Emily riceve una telefonata da Julie, una vecchia amica del college. Il figlio di Julie, Winston, è colto da convulsioni e svenimenti ogni volta che tenta di oltrepassare la porta di casa. James, il marito di Emily, è uno psicanalista e potrebbe aiutarlo. Emily è incinta del secondo figlio dopo che Sam, il primogenito, è morto in un incidente qualche anno prima. Nonostante le resistenze di James, insieme con Emily partono alla volta di Astoria, Oregon, dove abitano Julie e Winston. Frank, il padre di Winston, è morto dieci anni prima, suicida pochi giorni dopo un fatto che tutti ad Astoria ricordano; la morte di Isaac Amos, gestore di un B&B ed ex combattente delle truppe americane nella campagna d'Europa della seconda guerra mondiale. Una morte sulla cui dinamica in molti avevano avuto dei dubbi finchè la giustizia non aveva stabilito che si fosse trattato di un fatale incidente. Dopo la morte di Amos, suo figlio Josh se ne era andato da Astoria, in gran fretta, lasciando sole sua madre Helen e sua sorella Lauren e vi aveva fatto ritorno proprio in quei giorni d'estate del 1984, dopo dieci anni di silenzio. James è costretto a fronteggiare la ritrosia di Winston che non vuole essere curato da uno "strizzacervelli". Tuttavia, lentamente, si affeziona al ragazzo e riesce a penetrare nelle crepe della sua opposizione. Presto comprende che le cause dei suoi malori affondano le radici nei fatti tragici di dieci anni prima. L'amnesia psicogena che lo ha colpito gli impedisce di ricordare con chiarezza cosa fosse successo allora. James allora comincia ad indagare sul passato. Lo aiuta in questo Stevie, il simpatico proprietario di un "diner" di cui presto diventa amico. Così accade che James si imbatta in Padre Coulter, il sacerdote della chiesa cattolica di St.Mary di cui Amos aveva svelato pubblicamente la dipendenza dall'alcool, e nel suo fidato sacrestano Dale. Viene in contatto anche con Matt, l'ex ragazzo di Lauren, un bulletto pericoloso sempre circondato da tre scagnozzi. Conosce poi Christy, la donna di cui Dale è follemente innamorato da sempre ma che lei non ha mai ricambiato e Linda, una signora dalla parola facile e pungente. E' proprio Linda a dire a James che bisognerebbe dubitare di come si dice siano andate le cose nel lontano luglio 1974. E quando Linda viene trovata morta due giorni dopo, risulta evidente a James che quelle allusioni avessero un fondo di verità. James ne parla allo sceriffo Palmer che si occupa di condurre le indagini e da quel momento nasce una strana collaborazione tra loro. La ricerca dell'assassino di Linda dura poche ore in quanto prove evidenti conducono Palmer da Dale. Ma quando lo sceriffo arriva a casa dell'uomo, lo trova impiccato. Tuttavia, a casa del sacrestano, Palmer rinviene un vecchio ritaglio di giornale con la foto di Amos in tenuta militare, di ritorno dalla guerra e un libro con una dedica di Christy. Questi indizi lo spingono ad approfondire l'indagine nonostante apparisse già conclusa. Ecco che in breve tempo Palmer e James capiscono che tutto ruota attorno alla morte di Amos, che non fu incidente ma omicidio, a cui Winston aveva assistito. I fatti sconvolgenti non sono ancora finiti: Matt e i suoi compari attraggono Lauren e Josh in un'imboscata, violentano la ragazza e riducono in fin di vita il fratello. E'allora che due avvenimenti cambiano le sorti delle indagini: il ritrovamento da parte di James di un diario, il "diario delle opere buone", redatto da Linda per anni e il dialogo tra Helen Amos e Palmer nel quale la donna confessa di aver sempre pensato che fosse stato suo figlio Josh a uccidere il padre. Ma Josh lotta tra la vita e la morte in un ospedale e non ci sono prove a dimostrarlo. C'è una sola via: che Winston ricordi. Così James porta il ragazzo sul luogo in cui Amos era stato ucciso e dopo un sofferto e straziante susseguirsi di ricordi, Winston "rivede" Josh uccidere il padre. Adesso tutto è nitido nella testa di Winston, anche che Josh non fosse da solo quel giorno di luglio del 1974. C'era una donna con lui, la stessa che nel diario di Linda è descritta come colei che ha ingannato tutti da sempre, si tratta di Christy, che ha ammaliato Dale fino a fargli compiere un omicidio, che ha convinto Josh ad uccidere il padre e che ha pagato Matt per eliminare Josh. Tutto questo per portare a termine la vendetta nei confronti di Amos che da capitano, in guerra, aveva mandato a morte, a causa della sua incapacità, il suo futuro sposo. Nel finale i movimenti dei protagonisti s'intrecciano fino al momento in cui Christy si getta dal Megler Bridge di Astoria.
  7. cosimo1975

    Questioni di famiglia 9/10

    Grazie Niko dei tuoi preziosi interventi. Più lo rileggo più sono d'accordo con te. Non va bene. Avevo scritto questo racconto in occasione di un corso di scrittura creativa a cui avevo partecipato e, per arrivare all'ultimo appuntamento del corso con un finale, ho tirato via. Provo a rivedere l'ultimo frammento e a correggere in corsa qualcosa, anche se, col senno di poi, andrebbe ampliato un po' tutto. La figura della mamma non viene fuori nel modo giusto. Bè in fondo queste esperienze servono per imparare, giusto? Grazie ancora Cosimo
  8. cosimo1975

    Identity - capitolo 3

    secondo me usando sempre il presente arriva la percezione che volevi dare. Perché dà il senso di destino ineluttabile che avvolge il personaggio. Il capitolo in sé ci sta tutto, non mi fraintendere. La mia perplessità sta nella collocazione all'interno della storia. Per quanto riguarda invece il capitolo 2, secondo me potresti provare a ripensarlo inserendo un fatto che è funzionale alla storia, che le aggiunge qualcosa. Il protagonista viene presentato comunque. Non sono sicuro che fosse Mark Twain a sostenerlo, comunque lui o chi per lui, afferma che ciò che non è utile alla storia è dannoso alla storia. Io lo condivido. Che ne pensi? ciao
  9. cosimo1975

    Questioni di famiglia 9/10

    http://www.writersdream.org/forum/topic/27787-identity-capitolo-3/#entry484479 Ci sono dei momenti in cui hai ben chiaro in testa cosa dire e cosa fare. E’ proprio in quei momenti che arriva la certezza che tutto andrà diversamente. Così accadde dopo che fui uscito dal bar. Non feci in tempo a raggiungere mia madre prima che entrasse nel portone di casa. Suonai il campanello, lei aprì. La porta di casa era accostata, entrai. Era in cucina. "Luca! Come mai sei tornato?". Aveva appena preso il coltello dal cassetto. C'era della carne sul tagliere. Rimasi in piedi davanti a lei, con la giacca indosso. "Cosa ci facevi fuori a quest'ora? Non esci mai a quest'ora". Mia madre curvò leggermente la testa. "Che fai? Mi controlli adesso?". Cominciò a tagliare la carne in fette sottili. "Ho aperto l'armadietto della stazione". La mano di mia madre scivolò e il coltello battè sul tagliere. Sussultò. "Il quaderno, il libro di De Gaulle....Cos'è questa storia mamma?". "Quale storia?". Si voltò per asciugarsi le mani al panno appeso allo schienale della sedia. Le mani e la bocca tremavano. "Chi è l'uomo nella foto?" insistetti. "Mi fai l'interrogatorio? Non so di cosa tu stia parlando". Afferrò di nuovo il coltello ma la mano era incerta e tagliava fette sghembe. Bussarono alla porta. Rimanemmo immobili per un attimo, poi mia madre andò velocemente alla porta col coltello in mano. Lo appoggiò sul mobile dell'ingresso. La seguii e nell'ingresso mi trovai di fronte gli occhi acquosi del Chelli. In un attimo balzò verso il mobile e impugnò il coltello. Poi prese mia madre per un braccio e glielo puntò alla schiena. Mia madre era tesa come un arco e teneva gli occhi bassi. Ero impietrito. La paura arruffava i pensieri. “Cosa vuole da noi?”. Disse mia madre piagnucolando. Era spaventata. Eppure sentivo che era sua complice come dimostrava la telefonata che avevo scoperto sul cordless del Chelli. Adesso gli parlava come se fosse la prima volta che lo vedeva. Continuando a osservare i suoi occhi irrequieti cominciai però a dubitare delle mie certezze. “Il quaderno” disse il Chelli fissandomi. “Che quaderno?” balbettò mia madre. “Il quaderno di Paolo” tuonò il Chelli. “Non ce l’ho con me” dissi. “Nella tasca". Il Chelli accennò alla copertina verde che spuntava dal giubbotto. Stavo giocando d’istinto e con pessimi risultati. Non riuscivo a farmi venire idee. "Avanti dammelo!". "Lasci stare mio figlio, non gli faccia del male!". "ZITTA!" gridò il Chelli. Avvicinai la mano alla tasca e il Chelli mi fermò. “Più piano! Tiralo fuori lentamente”. L’agitazione del Chelli aumentò nel vedere uscire il resto del quaderno. Si passò la lingua sulle labbra e stese il braccio verso di me. “Avvicinati lentamente”. L’occasione arrivò inattesa. Le braccia del Chelli erano tozze come le sue gambe e non arrivavano ad afferrarlo. Feci un piccolo passo. Il Chelli con la mano sinistra che stringeva il coltello dietro la schiena di mia madre dovette allungarsi in una posizione di precario equilibrio. In una frazione di secondo mollai il quaderno e gli afferrai il braccio tirando con tutta la mia forza. Il Chelli piombò a terra lasciando cadere il coltello. Mia madre urlò. Mi gettai su di lui cercando di immobilizzarlo ma mi dette un colpo nelle palle. Boccheggiai e caddi a terra in ginocchio. Il Chelli si lanciò sul quaderno appena dietro di me ma mia madre gli assestò un calcio in faccia. Lui muggì di dolore. Trovai un briciolo di energie per agguantargli i piedi ma di nuovo reagì e mi ritrovai a terra. Poi fu questione di un attimo. Il coltello era accanto a me e un secondo più tardi nella pancia del Chelli. Emetteva suoni terribili, i respiri erano contratti e si accavallavano, poi la pausa tra uno e l'altro si dilatò, infine fu solo pausa. Rimasi un tempo indefinito a guardare alternativamente lui e mia madre con un silenzio irreale tutt’intorno. Alla fine lei si avvicinò e disse: “Da questo momento Luca anche tu sei un assassino”.
  10. cosimo1975

    Identity - capitolo 3

    riesce Contenere un dolore opprimente che non poteva essere liberato. può Desiderare un sorriso che non ci sarebbe mai stato. Sentire una malinconia che gli occhi non avrebbero mai mostrato. Porsi davanti ad uno specchio e non riuscire a osservare il proprio riflesso. Essere e non essere. Lui lo sapeva bene. Lo sapeva come ci si sentiva. Come tutto non avesse un senso. Come i propri pensieri potessero essere delle lame perennemente affilate. Domande dannate. Una mente torturata dalla presenza di una coscienza in dubbio. Una solitudine che aumentava la brama di cambiare il suo stato d'animo. questa frase non mi piace un granché. toglierei la prima parte e lascerei da "una solitudine che aumenta (presente)...." Il bisogno irrefrenabile di essere qualcuno... di capire di esserlo. Di riconoscerlo. Esso superava qualsiasi cosa. Qualsiasi pensiero. esso come inizio è bruttino. ripeterei "quel bisogno" Ma non la sua agonia. Non la sua sofferenza: essa rimaneva e lo stritolava. Stretto... stretto in una morsa causata dalla sua stessa esistenza. Un'esistenza che non capiva. Cosa poteva fare? Avrebbe voluto piangere. Sì, almeno quello. Avrebbe sentito sulle guance quelle lacrime che aveva sempre desiderato sfogare. Avrebbe voluto lasciarle, lì, in quel posto vuoto che lo accoglieva. Forse si sarebbe sentito meglio. Forse così, il silenzio tombale che lo circondava, lo avrebbe udito anche la sua mente fin troppo colma. ribalta la frase: forse così la sua mente avrebbe potuto udire il silenzio tombale.... E invece attendeva in un turbine infinito. Faceva solo quello. togliere Poteva fare solo e soltanto quello: aspettare. questa scena è un po' slegata dagli altri capitoli. E' un monologo interiore, in stile poetico. La cosa ci può anche stare ma nell'economia della storia che ho letto finora mi lascia perplesso. Torno un attimo al capitolo precedente che non ho potuto commentare. Quella scena non aggiunge nulla alla storia, nel senso che la testimone non dice nulla di importante. Hai messo tanta carne al fuoco, hai creato aspettative, è il momento di soddisfarle. Questo capitolo crea ancora attesa, ma io da lettore mi aspetto passi avanti nelle indagini, qualche indizio in più su chi è l'uomo senza volto, perché il vecchio aveva la pergamena, cosa ha fatto di così terribile....ogni tanto bisogna alternare bastone e carota. Altrimenti il rischio è perdersi in un interminabile sequenza di "ganci" (passami il termine orrendo) che tirano in qua e in là ma senza punti fermi. Pareri ovviamente super-mega-iper personali. Al prossimo capitolo! vai al capitolo 4
  11. cosimo1975

    Questioni di famiglia 8/10

    http://www.writersdream.org/forum/topic/27288-identity-capitolo-1/ Mi rivolsi a Orlando col pollice alzato per rassicurarlo che avrei fatto come avevamo stabilito e raggiunsi il portone di casa di mia madre. Suonai il campanello ma non ebbi risposta. Orlando era sempre fermo in mezzo di strada, col motore acceso, come un fidanzato apprensivo. Gli feci cenno che poteva andare. Orlando annuì e finalmente ripartì. Attesi ancora un po’ davanti al portone chiuso. Avrei potuto chiamarla al cellulare ma decisi che sarebbe stato meglio aspettare che rientrasse a casa. Nonostante splendesse il sole faceva ancora freddo, per questo attraversai la strada ed entrai da “Il Barba”. Il bar aveva una lunga vetrata che dava sul marciapiede. Mi sedetti a un tavolino. Da lì potevo controllare tutta la strada. Erano le due e mezzo ma non avevo fame. Ordinai comunque un toast e un bicchiere d’acqua. Non sapevo con esattezza quanto avrei dovuto aspettare prima che mia madre rincasasse e volevo guadagnare tempo per rimanere lì dentro il più possibile. Presi dalla tasca del giubbotto il quaderno con la copertina verde. Sapevo che aprirlo mi avrebbe fatto male, ma lo feci lo stesso. Rivedere la calligrafia perfetta e rassicurante di mio padre ebbe invece un effetto inatteso. Piombai nel ricordo di quando, da bambino, si chinava ai piedi dell'albero e mi consegnava i regali sui quali c'era sempre un bigliettino lasciato da Babbo Natale. Continuò a farlo a ogni Natale anche dopo che lo sorpresi a impacchettare il trenino elettrico che avevo chiesto nella lettera spedita al Polo nord. Era una magia che rendeva il Natale il Nostro Natale. Ecco perchè, prima di quella mattina, non ero mai andato alla tomba di mio padre. Per me significava ammettere che la magia era morta. Mia madre non lo capiva, non l'aveva mai capito. Sfogliai le pagine. Più andavo avanti più mi convincevo che si trattasse davvero di una vera e propria contabilità. In ogni riga c'era una data, titoli di libri, il nome dell'autore e un numero che presumibilmente indicava la quantità. Erano segnati i prestiti e le riconsegne. Notai che in alcuni casi le quantità erano elevate. Guardai per un attimo fuori dal locale e vidi mia madre arrivare dalla parte opposta della strada con la sua andatura elegante. Mi alzai di scatto nel momento in cui la cameriera tornò col toast e l'acqua. Presi dieci euro dal portafoglio e li misi sul tavolo. "Molte grazie" dissi e me ne andai. Qualcun altro, oltre ad Orlando, in quella giornata mi stava considerando un tipo completamente fuori di testa.
  12. cosimo1975

    Identity - Capitolo 1

  13. cosimo1975

    Questioni di famiglia 7/10

    ciao Niko, grazie come sempre dei suggerimenti. Non avevo messo i punti perché si trattava di riflessioni dell'io narrante parallele alle parole dell'amico. Ma era un ragionamento insensato effettivamente. Il pezzo è corto perché scrivendolo l'avevo già diviso in 10 piccoli capitoli e nel pubblicarlo su WD ho pensato di rispettare quella scelta anche per rispettare più facilmente l'obbligo di non superare i caratteri massimi previsti dal regolamento. Grazie ancora e a presto
  14. cosimo1975

    Questioni di famiglia 7/10

    http://www.writersdream.org/forum/topic/27198-identity-prologo/ Ero seduto su una panchina, fuori dal laboratorio di analisi dove lavorava Orlando. L'aria fresca mi stava aiutando a fermare lo sciame sismico nel mio stomaco. Intanto Orlando nel pieno dell'eccitazione continuava a fare i suoi calcoli: "Due grammi per pagina, per un totale di 150 pagine, fanno 300 grammi di coca". Mi fissò dall'alto del suo metro e ottantacinque. "Cazzo! Questi sono dei geni!" esclamò con una punta di invidia. La mia testa era una radio rotta. mio padre era un trafficante di droga "Quando mi hai detto dell'odore di benzina mi è venuto subito in mente, sai". Orlando si accese una sigaretta. Libri impregnati di cocaina "L'avevo letto da qualche parte, un pò di tempo fa". Arrivi e partenze segnate nel quaderno, come fosse un registro "Mettono la coca nella carta e con l'odore di benzina ingannano i cani poliziotto nel caso facciano dei controlli". Due o tre persone all'interno della biblioteca per portare a termine i passaggi senza rischi "Ehi! Sono stato un grande a capirlo, però". Orlando si riavviò i capelli e con un ultimo lunghissimo tiro finì la cicca. "Portami da mia madre" dissi all'improvviso. Orlando decadde in un istante da investigatore ad autista.
  15. cosimo1975

    Identity - prologo

    Non posso far altro che dirvi di fare attenzione, fino a quando non capiremo qualcosa. Ogni corpo inerme sul terreno è una sconfitta e un dolore immenso per me. Vorrei poter risolvere subito quest'incubo. Credetemi. Mi hanno sconsigliato di parlare sinceramente con tutti voi, che siete in ascolto in questi secondi, che avremmo tutti piacevolmente evitato. Toglierei "piacevolmente", stride molto col tono tragico del momento. Purtroppo la situazione è questa. Tuttavia non temete, cattureremo colui che sta creando il caos in questa cittadina, che è sempre stata tranquilla e sempre lo sarà. Toglierei la parte finale dalla virgola in poi. Mi sembra un commento poco credibile....anzi chiuderei la frase a caos. So che dopo questo discorso non dovrei chiedere fiducia e collaborazione, ma mi vedo costretto a quest'azione. Dunque...ad ogni tipo di avvistamento sospetto, chiamatemi subito, il numero apparso sullo schermo è del sottoscritto. Cercherò di aggiornarvi il più possibile, sperando in una notizia positiva. Dopo il "dunque" toglierei i puntini di sospensione. E lo vidi nella notte tersa, eppure minacciosa. la notte è minacciosa per quello che lei sta vedendo in quel momento, cioè l'individuo che le sta andando incontro. Oppure se lo era anche prima forse varrebbe la pena aggiungere qualcosa che lei avverte come minaccioso prima della visione. Avrei voluto che fosse tutto un incubo. Almeno da quello ci si svegliava, anche se di soprassalto. Mi tremavano le gambe mentre osservavo colui che aveva terrorizzato l'intera città, venirmi incontro. Da lontano, sembrava quasi una persona normale. toglierei la virgola nell'ultima frase dopo il punto Non sarei mai dovuta uscire, avrei dovuto ascoltare mia madre che mi incitava a rimanere a casa. concordo col commento di Rewind, "incitare" non è proprio il verbo adatto. Secondo me funziona meglio così: "non sarei mai dovuta uscire, avrei dovuto ascoltare mia madre". Tagliando il resto ogni lettore immaginerà la madre che più preferisce, quasi sicuramente la propria quando si metteva a fare le prediche. Che ne dici? Tuttavia, non avrei mai immaginato, che sarebbe successo proprio a me. Volevo scappare, ma non riuscivo a muovermi. Non capii se era il mio terrore a non far muovere quei dannati piedi, che non si spostavano neanche di un millimetro. se c'è una cosa in cui credo profondamente, e che è mostruosamente difficile da fare, è quella di non scrivere ciò che è superfluo. In questo caso se dici che i piedi non riuscivano a muoversi è evidente che non si spostassero neanche di un millimetro. Meno parole superflue si usano, più potente è la frase. E poi sempre meglio usare la forma positiva diretta piuttosto che usare la negazione. Provo a suggerirti, tagliando dalla virgola in poi e unendo la frase successiva. "Non capii se era il mio terrore a far rimanere i piedi piantati a terra o se era il suo sguardo a bloccarmi" O se era lui in qualche modo a bloccarmi, lì. La distanza diminuiva con la stessa velocità con cui aumentava l'ansia e l'angoscia. La gola era secca. Le mie guance bagnate. La mia schiena piena di brividi. Non mi piace molto la tecnica di mettere le frasi a capo col punto. Non mi aggiunge nulla né nel ritmo né nell'efficacia. Ma è un gusto personale. Quello che forse funziona meno sono la prima e la terza frase. Un po' stereotipate, scontate. Ti auguro di non aver mai provato un terrore del genere, ma a volte, ripensare ad un momento in cui noi abbiamo avuto molta paura, fa venire in mente situazioni e sensazioni che possiamo descrivere con più efficacia. Ti faccio un esempio: una volta in un racconto parlavo di un uomo che si era chiuso in un armadio. Usai frasi classiche e poco credibili. Qualcuno mi suggerì di provare ad entrare io stesso in un armadio e ad ascoltare le reazioni del mio corpo. Lo feci e nel racconto uscì una descrizione molto ma molto più efficace. E lo vidi di fronte a me. Vicino al mio viso colmo d'inquietudine. forse sarà un po' più di inquietudine...direi che è terrorizzata Non riuscivo a capacitarmi, a credere di vedere quello che avevo davanti agli occhi. anche qui si perde un po' di forza. Lei ha di fronte un tizio che sta terrorizzando una città, che, a quanto si capisce all'inizio, ha fatto stragi di uomini. Qui deve emergere terrore allo stato puro. Questa frase starebbe meglio in bocca a qualcuno che è stupefatto, non terrorizzato. Eppure era lì. E logicamente non mi guardava. toglierei l'avverbio. Quasi sempre gli avverbi hanno un potere: sgonfiare la forza di una frase. Oltre al fatto che non si capisce perché sia logico che non la guardi. E io piano...cominciai a vedere ogni cosa che diventava sfuocata. sfocata Sentii il mio corpo debole cadere al suolo. L'odore dell'erba fu l'ultima cosa che riuscii a sentire, oltre quella frase. Usi lo stesso verbo per due sensi diversi: olfatto e udito. Non dà particolarmente fastidio ma non è neanche così bello da leggersi. Essa s'insediò nel mio cervello prima che si spense. spengesse Ora la tua identità è mia. vai al capitolo 1 provo anche a commentare un po' di trama, per quanto si tratti di un prologo. L'inizio crea aspettative. Cosa fondamentale per convincere il lettore ad andare avanti, cosa complicata da soddisfare da ora in avanti. Ma questa è la sfida più bella. Le informazioni per ora sono vaghe ma per un inizio va bene. Al prossimo capitolo. Ciao Cosimo
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