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T.Chiara

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Tutti i contenuti di T.Chiara

  1. T.Chiara

    Mezzogiorno d'inchiostro nr. 62

    Prompt di mezzogiorno! Presente! Mi metto subito a scrivere. Grazie per questa iniziativa stimolante! Ah... e i miei commenti, questa volta, saranno perfettamente in linea con il regolamento WD!
  2. T.Chiara

    Mezzogiorno d'inchiostro nr. 61

    Ecco i miei voti: Il ballo di Santo Baingiu di Unius Un regalo di Dio di _Mari_ Punk senza Dio di Bango Skank Ringrazio sissi per avermi avvertita dell'imminente chiusura delle votazioni, e ringrazio sentitamente voi organizzatori per la tolleranza mostrata nei confronti dei miei commenti: cercherò di analizzare i prossimi testi in modo più approfondito. Per il resto che dire, mi è piaciuto molto partecipare a questa competizione amichevole: ho ricevuto consigli ed annotazioni preziose! I temi li ho trovati interessanti, ed anche se non sono riuscita a commentare tutti gli elaborati, ho letto con piacere le prove degli altri partecipanti. Al prossimo MI! Non vedo l'ora!
  3. T.Chiara

    [MI 61] - Ka mate, Ka ora'

    Bango grazie mille per le tue considerazioni. Sarò masochista, ma non so neppure descrivere quanto io apprezzi questo genere di critiche, perchè sono un passo in avanti verso la possibilità di migliorare. Adoro scrivere, ma oltre la fantasia ci vuole coerenza, tecnica, e una certa dose di bravura. Io voglio progredire! Voi, tutti, mi state dando una mano in questo. Mi sto annotando ogni obiezione, ogni consigio: li trovo tutti preziosi ed utili per poter migliorare il mio stile e trovare la "strada giusta". Quindi, grazie, a tutti! Nel prossimo MI punto a stupirvi! Amanda, ti ringrazio e sono contenta che il testo ti sia piaciuto! Grazie per averlo letto!
  4. T.Chiara

    [MI 61] - Ka mate, Ka ora'

    Per il commento, clicca qui Prompt di mezzogiorno : Tre parole per un racconto. “ballo”, “fede”, “viaggio”: costruisci un racconto che abbia per elementi centrali questi tre sostantivi. Nessuna boa e la più ampia libertà di genere e di stile. [MI 61] - Ka mate, Ka ora' «No, no, no!» Sbottò Karim, alzando le braccia al cielo, spazientita «Devi battere le mani con più forza, e alzare la voce! Come lo fai tu non ha senso!» Avevo perso la cognizione del tempo: erano ore che provavamo quello stupido ballo, come se urlare e sculettare potesse essere d’aiuto in qualche modo. Credetemi, sono un tipo paziente. Ma la pazienza stava pericolosamente per abbandonarmi. Incapace di replicare alle sue obiezioni senza cadere nel volgare, mi limitai a fissarla: aveva i capelli così sudati e sporchi da sembrare più neri di quanto già non fossero, addosso portava ancora la divisa a righe della nostra squadra e sulla sua schiena il numero 8 sporco di terra e sangue ammiccava maliziosamente verso di me, ogni volta che Karim si piegava in avanti e sbatteva i piedi per terra; il suo casco era abbandonato da qualche parte, sull'asfalto. Era a pezzi, lo vedevo. Chiunque avrebbe potuto accorgersene. Ma anch'io non ero da meno. Però, lei era troppo presa dalla sua danza folle per accorgersene. «Senti, Karim, ricominciamo va bene?» Le dissi, cercando di assecondarla, «Vedrai che questa volta andrà meglio.» Karim mi guardò, con una tale determinazione nello sguardo da farmi sentire piccolo come una nocciolina. Non pensavo che dietro ai suoi occhi blu si nascondesse un tale universo. «Ok, Chris.» Mi rispose, con voce ferma. « Vedi di non deludermi. Dipende da noi, solo da noi.» Karim prese posizione, la schiena rivolta verso le ambulanze e gli occhi fissi sulla finestra della camera in cui il nostro amico stava lottando tra la vita e la morte. La sentii inspirare, forte. E poi, iniziò: «Ringa pakia! Uma tiraha! Turi whatia! Hope whai ake! Waewae takahia kia kino!» Eravamo sull'autobus, diretti verso Roma per l’ultima partita del campionato under 16 a squadre miste promosso dalla regione Lazio. Era la finale. Karim era il nostro asso nella manica, il “mediano d’apertura” migliore che avessimo mai avuto: la sua strategia di gioco e l’ attitudine innata a prendere SEMPRE la decisione giusta nelle situazioni più delicate ci avevano resi imbattibili. «Ka mate, ka mate Ka ora' Ka ora'» Era stata una sua decisione, quella di indossare anche in viaggio la divisa della squadra. Voleva che chiunque potesse capire quanto fossimo uniti e temibili solo sbirciando dentro il nostro autobus. «Ka mate, ka mate Ka ora' Ka ora'» Eravamo in viaggio da poco più di un’ora. Mirko aveva letto a voce alta uno di quei cartelli luminosi che sovrastavano l’autostrada. «”ATTENZIONE, VALICO APERTO”. Hey Karim!» Aveva urlato, lanciando una bottiglia vuota alla nostra compagna, per attirare la sua attenzione, « Qua parlano di un valico aperto! Li hai avvertiti tu, che saresti passata da queste parti?» Tutti scoppiarono a ridere. Karim compresa. «No, idiota,è un omaggio a tua madre, i dipendenti SALT le sono molto affezionati!» Replicò lei, rilanciandogli la bottiglia contro. «Tēnei te tangata pūhuruhuru Nāna i tiki mai whakawhiti te rā A Upane! Ka Upane!»* Ambulanze. Polizia. Urla. Sangue. Erano passati pochi minuti, da quello scambio di battute. Nessuno di noi poteva immaginare un tale disastro. Solo grazie ad una serie di fattori fortuiti ( tra i quali anche l’aver indossato le divise imbottite)i danni riportati, in generale, si limitavano a qualche graffio e osso rotto. Tranne per Mirko. Nel momento in cui quel furgone blu si era inserito nella nostra corsia, sbandando e colpendo la fiancata del nostro mezzo, lui era in piedi. E purtroppo, dal lato sbagliato dell’autobus. L’impatto lo aveva scaraventato fuori da uno dei finestrini. Non era morto sull'asfalto per miracolo. «Upane Kaupane Whiti te rā,! Hī!» Karim rimase in posizione. Gli occhi sempre fissi sulla finestra, il respiro affannato. «Bravo Chris,» mi disse, spostando il suo sguardo su di me, «questa volta era perfetto.» «Già.» Risposi. Avevo la bocca asciutta e la testa mi scoppiava. Non volevo fare quella stupida danza, non volevo pensare a Mirko in quelle condizioni. Volevo solo andare a casa, lasciarmi tutto alle spalle. Karim aveva ancora lo sguardo posato su di me. Non sapevo cosa dirle, non sapevo come comportarmi. Mi affidai all'istinto: allungai una mano verso la sua, la tirai verso di me e strinsi il suo corpo in un abbraccio sincero, intimo. «Abbi fede. Funzionerà.» mi sussurrò lei, tra le lacrime. Io mi limitai ad annuire. Non riuscivo a parlare, a respirare, a pensare. Tutto faceva troppo male. Rimanemmo così, stretti l’uno all'altra, per ore, forse giorni. Fino a che... Dall'entrata del pronto soccorso uscì il nostro allenatore: aveva una gamba ingessata e il volto pieno di tagli suturati, ma stava quasi correndo verso di noi, con un sorriso così largo che mi aspettavo da un momento all'altro di vedere qualche punto saltar via. «Potete anche finirla, ragazzi. Mirko si è svegliato.» (NDA: La canzone in grassetto è la "Ka Mate", la versione dell'Haka -danza dei guerrieri Maori- degli "All Blacks". Vi rimando a questo link per eventuali delucidazioni)
  5. T.Chiara

    [MI 61] - Ka mate, Ka ora'

    Grazie Gigiskan per i complimenti, sono sinceramente felice che ti sia piaciuto così tanto il racconto! Marcello... che dire, ti ringrazio per aver corretto quel periodo incredibilmente lungo e poco chiaro, e per avermi dato dei consigli sui quali rifletterò molto: mi piacciono le critiche costruttive! Continuerò a scrivere e cercherò di migliorare! Al prossimo MI! Non vedo l'ora!
  6. T.Chiara

    Full Moon - Capitolo 1 di 2

    Per il commento, clicca qui 1. C’è un limite alla pazzia? Questo si chiede Erica, mentre guarda la porta chiusa della stanza in cui lui si è rifugiato, gli occhi ben fissi su quell’asse di legno che, se solo volesse, potrebbe aprire. Ma non osa farlo. Ogni tanto sente dei gemiti provenire dalla camera (Così simili a dei guaiti). E la curiosità – e la voglia di aiutarlo- è tanta. Ma Erica si costringe a non muoversi: Marco è stato chiaro, qualunque cosa succeda, Erica non deve aprire quella porta. Per questo motivo ora lei siede a terra, accucciata in un angolo, con la sola compagnia della luce lunare che filtra dalle tende bianche e che le accarezza il corpo minuto ed i lisci capelli biondi – così lungi da sfiorarle la vita. Ha paura Erica. Una paura fottuta. Qualche volta sente dei tonfi provenire dalla camera da letto, dei colpi che fanno tremare la porta, e non può fare altro che abbracciarsi le ginocchia ed appoggiare la fronte su di esse, gli occhi ben chiusi e le guance arrossate dal pianto umide di lacrime. Lui è malato. Ma non nel modo in cui crede di essere. Dice che è la luna piena a farlo stare così, e non vuole che lei lo guardi – ma Erica non crede a cose come fatine, maledizioni o… lupi mannari. E pensa che neppure lui dovrebbe crederci. Ma proprio questa sera, prima che lui si rinchiudesse nella stanza, Erica ha provato a fargli capire che non può esistere una malattia del genere, e che pensare di essere maledetti sia irragionevole – però lui l’ha colpita. Per la prima volta, Marco ha alzato una delle sue grandi mani su di lei, e non per accarezzarla. Ed Erica non ha potuto fare altro che incassare il colpo, con incredulità. Annegando in un mare di delusione. Questa notte lui crede di essere diventato un mostro. E lei si sente quasi obbligata ad assecondarlo. Aspetta, seduta in quell’angolo, i nervi testi ed ogni cellula concentrata sulla stanza. Ogni colpo che lui tira alla porta, ogni rumore, la fa sobbalzare forse più del dovuto. E questo, combinato con il tremore incontrollato che scuote il suo corpo, la fa sentire piccola e patetica. Eppure, dentro di se, Erica pensa ancora di poterlo aiutare. Se solo riuscissi a raccogliere il coraggio necessario per aprire quella porta, tornerebbe tutto come prima? Questo si chiede Erica. Se riuscissi a portare con me uno specchio, se riuscissi a fargli vedere che il suo corpo non è quello di una bestia – ma di un giovane uomo – tornerebbe tutto come prima? Come se i suoi pensieri fossero stati percepiti da lui, un violento colpo scuote la porta – e Erica. E come se la sua mente si sentisse obbligata a reagire, inaspettata e chiara come se fosse reale, una voce nella testa di Erica le urla: Si, Dannazione! ( e forse è l’unico modo per rimettere le cose a posto, e forse no) Ma il punto è che tutto sarebbe tornato come prima. Lui sarebbe tornato come prima, come una fenice che rinasce dalle proprie ceneri; sarebbe riemerso da quel profondo pozzo di follia in cui stava cadendo. il suo corpo non avrebbe più avuto quei profondi graffi; la pelle si sarebbe rigenerata, e il suo volto sarebbe guarito da quei tagli che si procurava. Le avrebbe chiesto scusa per tutto quel dolore, per quell’inferno che le aveva fatto passare, e lei gli avrebbe risposto che non le importava, che l’unica cose che realmente contava, ora, era che lui non la lasciasse più. E poi, forse, si sarebbero baciati. Come in una favola.
  7. T.Chiara

    [MI 61] - Ka mate, Ka ora'

    Quando penso alla fede, la prima cosa che mi viene in mente è proprio la squadra neozelandese di Rugby e alla loro Ka mate. No, sul serio! Per me è un'espressione di fede e 360°, con tutte le sue sfumature. Grazie per il tuo commento, Scrittore, sono contenta che ti sia piaciuta la mia storia. P.S. :si, Mari è stata preziosa, lo ammetto!
  8. T.Chiara

    [MI 61] - Ka mate, Ka ora'

    Ciao Mari! Grazie mille per le tue segnalazioni! Sono preziosissime! Rileggendo adesso il mio racconto mi sono resa conto anche di altri piccoli errori (per esempio, ci sono alcune ripetizioni un po' sgradevoli da leggere): la fretta è proprio una cattiva consigliera! Però sono contenta di aver postato questo elaborato così, con qualche errore, perché ho avuto modo di leggere i tuoi ottimi consigli. Per esempio: Sai che ho cancellato mille volte quel "Fino a che...", perché non mi convinceva? Ma la smania di partecipare ha avuto la meglio ahahahah! Mi piace come hai spezzato questa parte, ammetto di averla modificata più e più volte, di fretta, senza cavare un ragno dal buco. Volevo che il sangue insinuasse l'idea dell'incidente nella mente del lettore, ma ho fatto confusione ed è venuto un periodo lungo e poco chiaro, me ne rendo conto. In realtà c'era tutta una descrizione riguardante anche la danza Maori, poco dopo, ma ho tagliato un po' di parti per rientrare nei limiti imposti dal M.I. Anche qui, sono d'accordo con te. "Invaso" rende meglio l'idea! Qui ho esagerato volutamente, per cercare di restituire il disagio e la confusione dei due ragazzi. Proverò a modificarlo con qualcosa di più verosimile. Che dire, cercherò di fare meglio nel prossimo M.I. Grazie ancora per tempo e per l'attenzione che hai impiegato nel leggere il mio racconto!
  9. T.Chiara

    Mezzogiorno d'inchiostro nr. 61

    Grazie anche a Sissi per la precisazione. E niente, mi metto al lavoro! Vediamo cosa viene fuori!
  10. T.Chiara

    Mezzogiorno d'inchiostro nr. 61

    Molto in breve, per te e per chi si accinga a partecipare per la prima volta: è una sfida che consiste nell'elaborare un racconto scegliendo fra due possibili tracce, dette prompt, presentate dai vincitori dell'edizione precedente (in questo caso io e Lo scrittore incolore). Ci sono dodici ore di tempo, da mezzogiorno a mezzanotte, per postare il racconto, che deve essere come sempre accompagnato da un commento a un altro racconto o a una poesia (anche il commento deve pervenire entro mezzanotte). Puoi trovare tutti i dettagli del regolamento qui e comunque qualche minuto prima di mezzogiorno l'arbitro, sissi per il MI 61, provvede a riassumere le linee guida e le operazioni tecniche a cui assolvere. Poi si ha tempo da un minimo di tre a un massimo di cinque giorni (in base al numero dei partecipanti) per votare i tre racconti preferiti. Ogni voto vale un punto e i due autori più votati saranno i giudici del MI 62. Ci auguriamo di vederti partecipare oggi o alla prima occasione possibile (in tempi normali il MI ha cadenza quindicinale). P.S. Attenzione, il MI da assuefazione. Tenere lontano dalla portata dei bambini. Grazie per la delucidazione! Mancano poco più di dieci minuti, a questo punto aspetto e partecipo!
  11. T.Chiara

    Mezzogiorno d'inchiostro nr. 61

    Se sono in casa, cercherò di partecipare! Sono curiosa di vedere di cosa si tratta!
  12. T.Chiara

    Full Moon - Capitolo 1 di 2

    Ho riletto il regolamento, ci presterò più attenzione. Grazie per la precisazione!
  13. T.Chiara

    Full Moon - Capitolo 1 di 2

    Brutto incipit La risposta è più volte no: di pancia: basta aprire un giornale è ogni giorno trovi una qualche notizia terribile, l’ultima che ho letto subito dopo questo racconto è quella degli omicidi al tribunale di Milano, pazzia dell’esecutore che non ha di certo risolto nulla, pazzia delle istituzioni che non sono in grado neppure di garantire la sicurezza in un tribunale di testa: per individuare un limite in fenomeno immediatamente misurabile mi serve una scala, ad esempio la scala di Scoville per la piccantezza dei peperoncini, scala di Mohs per la durezza dei materiali. Qui che scala dovrei usare? È peggio una madre che uccida i suoi figli o un padre che sequestra la propria figlia per 24 anni violentandola ripetutamente (tutte è due gli esempi sono reali)? una porta è formata da più assi di legno (anche le porte in massello) “lui” è un licantropo? Sì, lo è. Aspetto di essere sorpreso: il testo accenna a un licantropo deve per forza essere qualcosa di diverso! Considerazione personale (le precedenti anche se non “oggettive” sono più condivisibili, questa è assolutamente soggettiva): non si aiuta una persona con un problema psichico dimostrandoli che ha torto, è inutile è dannoso. Prova a dire a un ragazza con l’anoressia “Mangia, che è buono!” e vedi che ti risponde, oppure a un depresso “stai su con la vita!”. Trovo irritante tale metodologia terapeutica. Ma questo è, ripeto, totalmente personale. Grazie mille per il commento e per i tuoi preziosi consigli, cercherò di migliorare la storia lì dove sembra meno convincente, e soprattutto modificherò l'incipt e la parte riguardante la porta speciale ad un'unica asse ahahahah! A parte questo, passando direttamente alla tua considerazione finale, ho spesso a che fare con pazienti psichiatrici - mia madre è bipolare -, e capisco la tua obiezione: se provassi a dire a mia madre di smetterla con le sue manie, che è tutto dentro la sua testa, sicuramente mi lancerebbe un tavolo. Seriamente. Però qui ho provato ad immedesimarmi nel personaggio di Erica, ed ho pensato alla prima volta in cui i medici mi hanno detto che mia madre era malata: la mia prima reazione è stata la negazione assoluta; credevo che lei fingesse, che non stesse male sul serio, che volesse solo attenzioni. Ed ho provato a smuoverla nel peggior modo possibile, ed infatti ho peggiorato la situazione. Però Erica, il personaggio di questa storia, è la prima volta che si trova a confrontarsi con una malattia di questo tipo, ed è spaventata. Solo che se devo spiegare i motivi del comportamento della protagonista, è evidente che nel testo c'è qualche lacuna Quindi grazie anche per la tua “considerazione personale”, è preziosa più delle altre obiezioni che mi hai mosso, perché mi rendo conto che devo sviluppare meglio anche la psicologia di Erica!
  14. T.Chiara

    Full Moon

    * Per il commento, clicca qui 1. C’è un limite alla pazzia? Questo si chiede Erica, mentre guarda la porta chiusa della stanza in cui lui si è rifugiato, gli occhi ben fissi su quell’asse di legno che, se solo volesse, potrebbe aprire. Ma non osa farlo. Ogni tanto sente dei gemiti provenire dalla camera (Così simili a dei guaiti). E la curiosità – e la voglia di aiutarlo- è tanta. Ma Erica si costringe a non muoversi: Marco è stato chiaro, qualunque cosa succeda, Erica non deve aprire quella porta. Per questo motivo ora lei siede a terra, accucciata in un angolo, con la sola compagnia della luce lunare che filtra dalle tende bianche e che le accarezza il corpo minuto ed i lisci capelli biondi – così lungi da sfiorarle la vita. Ha paura Erica. Una paura fottuta. Qualche volta sente dei tonfi provenire dalla camera da letto, dei colpi che fanno tremare la porta, e non può fare altro che abbracciarsi le ginocchia ed appoggiare la fronte su di esse, gli occhi ben chiusi e le guance arrossate dal pianto umide di lacrime. Lui è malato. Ma non nel modo in cui crede di essere. Dice che è la luna piena a farlo stare così, e non vuole che lei lo guardi – ma Erica non crede a cose come fatine, maledizioni o… lupi mannari. E pensa che neppure lui dovrebbe crederci. Ma proprio questa sera, prima che lui si rinchiudesse nella stanza, Erica ha provato a fargli capire che non può esistere una malattia del genere, e che pensare di essere maledetti sia irragionevole – però lui l’ha colpita. Per la prima volta, Marco ha alzato una delle sue grandi mani su di lei, e non per accarezzarla. Ed Erica non ha potuto fare altro che incassare il colpo, con incredulità. Annegando in un mare di delusione. Questa notte lui crede di essere diventato un mostro. E lei si sente quasi obbligata ad assecondarlo. Aspetta, seduta in quell’angolo, i nervi testi ed ogni cellula concentrata sulla stanza. Ogni colpo che lui tira alla porta, ogni rumore, la fa sobbalzare forse più del dovuto. E questo, combinato con il tremore incontrollato che scuote il suo corpo, la fa sentire piccola e patetica. Eppure, dentro di se, Erica pensa ancora di poterlo aiutare. Se solo riuscissi a raccogliere il coraggio necessario per aprire quella porta, tornerebbe tutto come prima? Questo si chiede Erica. Se riuscissi a portare con me uno specchio, se riuscissi a fargli vedere che il suo corpo non è quello di una bestia – ma di un giovane uomo – tornerebbe tutto come prima? Come se i suoi pensieri fossero stati percepiti da lui, un violento colpo scuote la porta – e Erica. E come se la sua mente si sentisse obbligata a reagire, inaspettata e chiara come se fosse reale, una voce nella testa di Erica le urla: Si, Dannazione! ( e forse è l’unico modo per rimettere le cose a posto, e forse no) Ma il punto è che tutto sarebbe tornato come prima. Lui sarebbe tornato come prima, come una fenice che rinasce dalle proprie ceneri; sarebbe riemerso da quel profondo pozzo di follia in cui stava cadendo. il suo corpo non avrebbe più avuto quei profondi graffi; la pelle si sarebbe rigenerata, e il suo volto sarebbe guarito da quei tagli che si procurava. Le avrebbe chiesto scusa per tutto quel dolore, per quell’inferno che le aveva fatto passare, e lei gli avrebbe risposto che non le importava, che l’unica cose che realmente contava, ora, era che lui non la lasciasse più. E poi, forse, si sarebbero baciati. Come in una favola. 2. Si. Tutto come prima. Questo pensiero è abbastanza potente da spingere Erica ad alzarsi da terra. Le gambe addormentate tremano instabili sotto il suo peso. E senza darle il tempo di muovere un passo, di abituarsi alla nuova posizione – come se lui riuscisse ad avvertire ogni suo movimento – un colpo scuote la porta, facendole sfuggire un grido. Erica retrocede, sino a che la sua schiena non incontra il gelido muro. Non riesce a smettere di tremare. E di sudare, anche se le sembra impossibile, poiché, sia per il fatto che ha passato molto tempo rannicchiata sul pavimento, sia perché indossa solo la maglia del pigiama di Marco – che addosso a lei sembra più una camicia da notte – Erica sta letteralmente congelando. Ha paura. E si sente stupida, schiacciata contro la parete da quella forza invisibile. Quindi, con un lungo sospiro, muove un passo. Il silenzio che accompagna questa sua azione le dà un po’ di coraggio, che forse non è molto, ma la aiuta a calmarsi. Almeno un pochino… anche se il suo cuore è come impazzito, e batte così velocemente da farle quasi tremare il torace. Un passo, poi un altro. E il silenzio avvolge la casa. Ma Erica non va verso la porta della camera. Non ancora, per lo meno. Prima deve procurarsi uno specchio. E’ un ringhio quello che ho sentito? Si chiede Erica, mentre stringe nell’oscurità del bagno l’astuccio verde dove custodisce ordinatamente i suoi cosmetici. E mentre cerca, quasi con disperazione, uno dei suoi tanti specchietti, qualcosa cattura la sua attenzione: sopra al lavandino, abbandonato vicino al sapone, c’è il suo bracciale, quello d’argento, che lui le aveva regalato qualche mese fa per l’anniversario. Erica allunga la mano, come ipnotizzata,. Lo prende e lo indossa. E non sa neppure lei il perché. Un passo. Poi un altro. La porta della camera sembra lontana mille miglia. Ed il cuore non vuole saperne di calmarsi. La chiave. La chiave è dentro la tasca della maglia. Ed ora che la tira fuori, Erica si accorge di quanto fosse un peso leggero ( e rassicurante, forse) contro il suo petto. Curioso, vero? È ancora in tempo. Aprire la porta, non aprirla. Restare in sospeso fino alla prossima luna piena. Impazzire (come lui). Oppure rimettere le cose a posto. Far tornare tutto come prima. La chiave scivola fedelmente, quasi con grazia, nella serratura. Con una lentezza esasperante dettata dall’incertezza (un ringhio! Era un ringhio, ne sono sicura!), Erica gira la chiave. Clic. 3. La stanza è buia, ed Erica non riesce a distinguere nulla. Sente solo un respiro affannoso e dei gemiti (no, Gesù, sono guaiti. Guaiti!) provenire dal fondo della camera, dove c’è il letto. Non riesce a muovere un passo. Un terrore congelante si è impossessato di lei. (Coraggio, Erica! -Ma sono guaiti!) Si guarda attorno, incapace di avvicinarsi a Marco, anche solo di pochi centimetri Stringe lo specchio, come se potesse proteggerla da tutti i mali del mondo – da lui. Come se fosse un amuleto. Lui si avvicina, accompagnato da un rumore così sinistro (Sono le sue unghie, Dio mio, le sue unghie sul pavimento!) che la fanno tremare ancora di più. Vorrebbe tanto scappare. (Ho sbagliato, ho sbagliato, non dovevo entrare!) Ma non riesce a muoversi. (Lo specchio!) Lui si avvicina ancora. Erica non regge (Non voglio guardarlo) e chiude gli occhi. E portando lo specchio sino all’altezza del suo volto, come se davvero potesse essere d’aiuto, sussurra un “guarda.” “Guarda,” dice, con la voce resa irriconoscibile dal terrore. “Non sei un mostro.” 4. Erica non sa neanche come sia successo, al momento. L’unica cosa che la sua mente provata riesce a concepire è che ora si trova a terra, in salotto, e lui si staglia sopra di lei… …e non è più un uomo. Le zanne del mostro scattano verso il suo viso (oddio, oddio, oddio!) ed Erica riesce a malapena a coprirsi il volto con le mani, istintivamente. Un dolore lancinante, caldo e pulsante le attraversa il braccio; i suoi occhi si spalancano e il respiro le si mozza nella gola. Lui cade a terra, con un guaito più simile ad un ululato, come se fosse stata lei a morderlo, e non il contrario. Erica striscia fino ad un angolo della stanza, con fatica, lasciando una scia di sangue densa ed abbondante dietro di se. Non è solo il braccio martoriato a dolerle (anche se l’osso bianco risalta tra tutto quel rosso – carne, sangue e tessuti muscolari). È lei che è lacerata, infetta. E tutto il suo corpo urla di dolore, come se i muscoli non potessero più sopportare nessun minimo movimento, come se nelle vene scorresse veleno, e non sangue. Con occhi colmi di incredulità, Erica guarda il mostro che, con il corpo peloso ricurvo su se stesso scosso da continue convulsioni, rigurgita bava e sangue sul pavimento. La testa le gira, il mondo attorno a lei è un vortice impazzito. Ma malgrado questo riesce ancora a distinguere lui, che ora ha smesso di muoversi, e non è altro che un sacco di carne molla e morta circondato da una pozza rossa scura. Erica sa che se non vuole morire deve restare sveglia, e lucida (gli occhi, dannazione, non devo chiudere questi fottuti occhi!), ma è difficile e, francamente, ormai ha perso troppo sangue per poter anche solo sperare di cavarsela. Quindi, si trascina verso di lui, mentre il corpo del mostro si trasforma, il muso assume dei lineamenti più umani ed i peli vengono riassorbiti dalla pelle. Erica cerca con tutte le sue forze di raggiungerlo, ma poco prima di poter sfiorare il suo viso anche solo con la punta delle dita, la sua testa diventa troppo pesante per il collo da sostenere, e cade, con la fronte sul pavimento, tra la bava, il sangue ed i frammenti dello specchio, macchiandosi anche i capelli. E mentre l’immagine di lui riverso a terra inizia svanire, inghiottita prepotentemente da un buio profondo e denso, l’ultima cosa che razionalmente la mente di Erica riesce a registrare è che un pezzo del suo bracciale galleggia nel sangue. 5. C’è un limita alla pazzia?
  15. T.Chiara

    Buongiorno,mi presento!

    Benvenuta, Veronica!
  16. T.Chiara

    Eve Casa Editrice

    Grazie per le celeri risposte! Sono sicura sia un buon lavoro quindi, una volta finita l'ultima correzione, penso che proverò ad inviarlo per una valutazione. Un saluto, e grazie ancora! PS: Ora internet funziona correttamente, quindi darò un'occhiata anche al sito!
  17. T.Chiara

    Eve Casa Editrice

    Domanda: io sto scrivendo un diario/romanzo in chiave comica sulla mia esperienza nel telemarketing (con tanto di conversazioni trascritte); può interessare un progetto del genere alla casa editrice EVE oppure è totalmente fuori dai vostri schemi? Scusate, sto provando a leggere le risposte al topic, ma non mi carica internet =_=
  18. T.Chiara

    0Y3TR77

    che dici se sostituissi "alfanumerico" con "identificativo"? può essere un buon escamotage!
  19. Inviato. Aspetto la stroncatura ahahah. In bocca al lupo a tutti i partecipanti!
  20. T.Chiara

    Buona sera!

    Ciao a tutti! Mi presento, sono T.Chiara, ma per comodità potete chiamarmi anche solo T. Ho quasi 28 anni, e come tutti voi sono appassionata di scrittura! Adoro Douglas Adams e Neil Gaiman in primis, ma le mie "opere" assomigliano di più agli scritti di Leonardo Ortolani (Rat-Man), chissà perchè Mi piacerebbe condividere con voi il primo capitolo del manoscritto a cui sto lavorando, così da avere delle critiche (spietate) e dei consigli! Ah!Un tempo scrivevo su EFP (non so se conoscete quel portale, comunque a mia discolpa, parlo di circa 11 anni fa ), sono l'unica del forum o anche altri aspiranti scrittori sono scivolati su quel sito, come me? Va beh... che dire, vi mando un salutone a tutti!
  21. T.Chiara

    0Y3TR77

    Sono sicura che tu possa farcela! Non scrivi male, anzi, devi solo sistemare un paio di cosette qui e là. Aspetto la versione riveduta e corretta!
  22. T.Chiara

    [MI 60] - I quattro re

    “Non è forse così? Quando esci per una passeggiata puoi svoltare a destra e imbatterti nel grande amore, quello è il Bene. Oppure puoi girare a sinistra e scivolare sotto le ruote di un'auto che sta passando in quell'istante, quello è il Male. Ma tu non ne sei consapevole, destra o sinistra non fanno differenza per uno che vaga a zonzo per le strade.” Brividi. Adoro questo racconto. Sono senza parole, veramente: ne sono stata rapita, e per questo posso solo ringraziarti per averlo condiviso qui. Il ritmo, l’equilibrio, i personaggi… tutto rasenta la perfezione. Grazie di cuore. Sono ufficialmente una tua fan.
  23. Sembra molto interessante. Ho letto nel bando che il primo racconto è a tema libero, quindi... via, mi butto!
  24. T.Chiara

    0Y3TR77

    Ciao! Ho poco da aggiungere, visto che questo racconto è stato ampiamente commentato, però proverò a dare un piccolo contributo ugualmente, nella speranza che ti possa essere d’aiuto! L’unico appunto che volevo fare sul racconto riguarda questo passaggio: “Guardo con repulsione il tatuaggio che mi hanno marchiato a fuoco sull’avambraccio: 0Y3TR77, che diavolo significa? E cosa rappresenta? E’ un acronimo? E’ un simbolo malefico? Oppure è solo un codice alfanumerico che sancisce un diritto di proprietà e, con esso, la distruzione di un io? Domande senza risposta, lo so; so che nessuno me le darà, i miei carnefici parlano lingue diverse, indecifrabili alla mia comprensione. E viceversa.” A fine lettura ho rivisto questa parte, e l’ho trovata un po’ “scorretta”: hai umanizzato l’animale all’estremo, in modo da portare a credere fin dall’inizio che il racconto vertesse su un certo tipo di personaggio; e va bene, anzi, benissimo, il finale infatti mi ha sorpresa, il che penso fosse esattamente il tuo obiettivo. Però, trovo questo passaggio scorretto perché con: “Oppure è solo un codice alfanumerico”, fai intendere al lettore che il protagonista sappia leggere e che sia in grado di comprendere il significato (molto complesso) di codici, lettere e numeri. Detto ciò, in generale il racconto mi è piaciuto, quindi aspetto la versione riveduta e corretta!
  25. T.Chiara

    Tabaccheria Argentina

    Piccolo racconto autoconclusivo interessante. Stregatta ha fatto un ottimo lavoro di analisi del testo, devo dire, quindi io ho poco da aggiungere, ma spero che il mio commento ti sia utile in qualche modo. La punteggiatura, come già detto , è da rivedere, perché in alcuni punti il testo risulta poco scorrevole: dovresti iniziare a considerare l’uso dei due punti e del punto e virgola, per rendere più chiari alcuni passaggi. Ti consiglio di rileggere il testo nella tua mente, con le pause da te inserite, per avere un’idea dell’effetto che ha sul lettore. Dovresti correggere anche “incoveniente” con “inconveniente” , ma sono sicura che si tratti solo di un errore di battitura. La trama, da come l’ho capita io, è interessante ma poteva essere sviluppata meglio: il “crampo”, “la contrazione del muscolo”, mi fa pensare subito ad un attacco di cuore; ma questa è la mia interpretazione, e il fatto che non sia chiaro penso che sia un difetto da rivedere. Anche perché, poi, si passa alle famose rane! E mi chiedo, ma il protagonista ha avuto qualche complicazione dovuta dal malore e quindi vive in un mondo tutto suo, oppure è morto ed è finito in una sorta di aldilà invaso dalle rane? Detto questo, in generale l'idea di fondo è interessante, ma dovresti lavorarci ancora un po' su! Una volta rivisto il racconto, mi piacerebbe rileggerlo per capire meglio il finale.
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