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Detritus

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  • Genere
    Maschio
  • Provenienza
    Tra la via Emilia e il West
  • Interessi
    Lettura, scrittura, programmazione, roguelike, linguistica, pigrizia applicata, varie ed eventuali.
  1. Detritus

    [HE1] Il lampione (II)

    VERSIONE RIVEDUTA (e corretta? Di nuovo, ai posteri l'ardua sentenza) Vivere solo e andare fuori di testa. È brutta davvero. Ma i problemi non finivano con la testa: partivano da lì, semmai. Faceva poco di tutto: mangiare, dormire, uscire. Mi toccava andare sempre a casa sua, ormai, dove era rintanato come uno scarafaggio. Magro che gli facevi una radiografia controluce, grigio in faccia. Doveva essere malato, ma di cosa? Saperlo! È piena di malattie la vecchiaia e ce ne vuole a schivarle tutte. È la storia delle cose che alla lunga si guastano, no? Vale anche per noi. Vieni fuori, gli dicevo. Andiamo al bar, che almeno vedi qualcuno. Vai dal dottore, che magari ti dà qualcosa. Ma lui no, niente. Sempre seduto in sala, sempre davanti alla finestra. Che è normale, per noi, perché almeno si vede un po’ di vita. Ma lui non guardava la vita. Guardava solo il lampione. Anche da spento, guardava solo il lampione. E ascoltava. Non c’è mica bisogno di uscire, mi diceva. Sono loro che vengono. Ce li ho sempre qui che girano, non mi lasciano stare. Non stanno mai zitti. Son venuti col rumore e adesso non vanno più via. Ma loro chi? Loro. Terza persona plurale, pronome dei matti. Mi preoccupavo, ma cosa ci potevo fare? Farlo interdire? Mica ero un parente, solo un amico. E poi non ero sempre sicuro che fosse matto, sapete? Non del tutto. Perché a volte mi fermavo da lui fino a sera, quando il lampione si accendeva e il rumore cominciava. Non erano serate belle, seduti nella sua sala scialba, con angolo cottura incorporato, a sentire i deliri su gente che non c’è, al buio, solo il lampione per vederci. Perché non voleva accendere la luce, Amilcare. L’ho pure detto che aveva le sue manie, no? E le ombre erano ovunque, fitte, e non facevano mica bene ai miei occhi. Neanche ai suoi, credo, ma non erano un problema. Quando un vecchio insegnante ti delira di rumori che chiamano cose da altre parti e riempiono la casa di gente, non sono mica gli occhi il suo problema. Capite? Diceva che il lampione faceva tremare tutto, apriva delle crepe. Ma crepe dove? Crepe. Attorno. È lì che vivono. Dietro. Ma quando si aprono, ti sentono e vengono a cercarti. E se ti trovano... E lì mi fermavo, perché la sua faccia non mi piaceva. Era la faccia di chi si prepara a salutare tutti e via, verso nuovi mondi della demenza. È una parola brutta, lo so, ma è la parola che pensavo allora. Non la penso più, adesso. Perché altrimenti la dovrei pensare anche di me. Ma qualcosa tremava, in sala. Dico le ombre. Si muovevano come rami quando tira vento, a volte. Altre volte come persone che camminavano. Doveva essere quello il problema di Amilcare. Vedeva le ombre, nel buio, e le prendeva per gente. È chiaro, no? Perché la testa cominciava a fargli acqua. Ma no, lui insisteva. «Si muovono,» diceva. «Vengono dal lampione. Escono dalle crepe. E mi cercano. Perché sanno chi sono. Sanno dove sono. Ma non stare qui troppo, che poi ti vedono e vengono anche da te.» E io mica stavo lì troppo. Seduto al buio con un mezzo matto: chi ci voleva stare a lungo, anche se era un amico? E poi le ombre mi davano fastidio. Cominciavo a vederci doppio, con quella luce, e gli occhi mi facevano strani scherzi. E poi il buurrr del lampione mi tirava scemo. Da allora passai a trovarlo sempre meno. So che non è bello da dire ed è anche peggio da fare, ma è così. Proprio come non vado più da Carlo, ora che sta alla casa protetta, anche se abbiamo speso anni in ufficio assieme. Perché non ci posso fare niente, capite? Né per Amilcare né per Carlo. Ed è brutto vedere un amico messo così. Meglio girarsi da un’altra parte. Siete d’accordo, vero? Era ancora peggio con Amilcare, perché la pazzia può essere contagiosa. Se ci stai troppo vicino, dico. E il rumore del lampione aveva un modo tutto suo di piantartisi in testa. Cominciavi a pensare anche tu a cose strane sulle ombre. Cose che è meglio non pensare, se hai una certa età e vivi da solo. La gente potrebbe prenderti per matto. Poi è successo che sono passato davanti a casa sua una sera, di ritorno dal bar. La strada era vuota, il lampione ronzava e ronzava, come se dentro ci fosse chissà cosa che voleva uscire, insetti o forse altro, e il condominio di Amilcare era silenzioso, due finestre illuminate, tutte le tapparelle giù, non un suono, non un movimento. Come se non ci fosse nessuno, dentro. Perché tutti i movimenti erano attorno alla casa. La facciata dell’edificio era coperta di ombre. Ombre informi, che strisciavano come mosconi sulle pareti, sulle tapparelle abbassate; ombre che si incrociavano, si scavalcavano, si annodavano, si mischiavano e si separavano di nuovo. Come se fossero solide, come se avessero un corpo. Strisciavano sulla casa in ogni direzione e a volte si fermavano attorno a una finestra, come a spiare. E vibravano, ferme sul posto. Poi si disperdevano e ricominciava il continuo, impossibile strisciare. E io lì, sul marciapiede, a guardare quell’orrore, il ronzio del lampione a riempirmi il cranio di uno sciame di vespe. Sono scappato, lo ammetto, ed è stata l’ultima volta che ho percorso quella strada di sera, quando è buio e l’illuminazione è accesa. Non la percorrerò mai più. Perché ero stato al bar, è vero, e avevo bevuto, ma non abbastanza. Non erano ombre uscite da un’ombra di vino, credetemi. Vorrei che lo fossero, ma non è così. Perché da allora la notte non è più stata tranquilla. Vidi Amilcare un’ultima volta, di giorno, mentre il lampione era spento. Era spento anche Amilcare, più vecchio che mai, più sciupato negli abiti da casa. «Sono qui,» disse. «Li sento anche di giorno, adesso. La crepa è troppo larga. Mi hanno trovato.» E come gli rispondi a uno che ti parla così? Non lo so. Forse ho sbagliato, forse voi avreste fatto di meglio, perché l’unica cosa che seppi dirgli era che no, stava male lui, doveva davvero parlarne col dottore. Dormire è importante, sapete, e lui aveva occhiaie che facevano provincia. Da quanto non dormiva tutta una notte? Poi mi ricordai le ombre sull’edificio e non parlai più. Me ne andai. Voltai le spalle al mio amico e scappai. La pazzia è contagiosa, come ho detto, e io avevo paura. Paura di essermela presa. Paura che non fosse solo pazzia. Che qualcosa potesse davvero trovarci. Lo trovarono tre giorni dopo, di notte. Quelli al piano di sotto avevano chiamato i carabinieri dopo che Amilcare aveva continuato a urlare per cinque o sei minuti. Poi aveva smesso. Definitivamente. Il suo corpo era in sala, davanti alla finestra, due cacciavite piantati storti nelle orecchie. Suicidio, dissero, e suicidio fu. Cos’altro poteva essere? I carabinieri notificarono anche il rumore del lampione, che era molto forte quella notte. Possibile che il suono lo avesse mandato fuori di testa? Due vicini ne approfittarono per dire che sì, era una gran rottura di scatole e forse era il caso di fare causa al comune. C’erano possibilità? Se ne parlò, ma alla fine non si fece nulla. Perché i coinquilini erano concordi su un punto: il signor Amilcare Frangiflutti era mezzo matto. Un vecchio particolare, pieno di manie, che faceva sempre un gran rumore di sera. È una disgrazia, ma sono cose che capitano. È la vita. Così il corpo di Amilcare fu portato via, l’appartamento svuotato e adesso ci vive un’altra famiglia, una che non conosco e non conoscerò mai. Il lampione è sempre lì, davanti alle finestre, e di notte continua ancora col suo rumore. O così dicono. Io girerò alla larga e sostituirò tutti gli aggeggi che cominciano a ronzare. Perché ogni tanto le rivedo qui attorno. Dico le ombre che si muovono da sole, strisciando sulle superfici. Forse cercano qualcuno, uno che hanno visto altrove e non dimenticato. Forse hanno bisogno di un suono che le guidi. Forse ci sono crepe e i suoni le fanno uscire. Le ombre, che si muovono di notte. O forse sono solo deliri, ma io sto comunque meglio nel silenzio, senza oggetti che ronzano. Non si sa mai, capite? Non si sa mai. Dite che dovrei far tacere anche la moto del mio vicino?
  2. Detritus

    [HE1] Il lampione (I)

    VERSIONE RIVEDUTA (e corretta? Ai posteri l'ardua sentenza) L’elettricità ronza, sapete? Dico gli oggetti elettrici. Tipo la sveglia digitale sul mio comodino. Se avvicinavo l’orecchio, sentivo un sottile brrrr, costante, monotono. Non so cosa sia a farlo e non lo voglio sapere, ma so che può chiamare cose. E poi la sveglia non c’è più. Sul comodino, dico. L’ho tolta. C’è da essere matti a tenerla vicino alla testa, di notte. Perché le ombre non stanno sempre ferme. E con quello che è successo ad Amilcare, sapete... Amilcare Frangiflutti, dico. Nome infelice, ma mica è colpa sua. Il nome ti arriva quando nasci e te lo devi tenere, bello o brutto. A lui è andata così e chissà le risate alle scuole medie, dove lavorava. Ma è la vita. Comincia con uno schiaffo e un urlo e lì c’è già dentro tutto. Amilcare era insegnante di matematica in pensione, secco, alto una scoreggia. La vita non lo aveva baciato in fronte, ma ci era arrivato in fondo, ormai. Non molto bene, ma ci era arrivato. Non molto bene nella testa, dico. Aveva le sue manie, come tutti. Forse anche qualcuna in più. Il rumore non lo ha aiutato. Un rumore monotono e costante vi manda fuori di testa, sapete? Vi tira scemi. Come un martello pneumatico sotto casa, un trapano, una moto lasciata accesa proprio davanti a voi, che continua col suo bra-bra-bra-bra e non la finisce mai. Il mio vicino fa così. Lo ammazzerei. Quando viene caldo lui è lì, moto accesa tutto il giorno. Bra-bra-bra-bra. Da strozzarlo. Ma sto divagando. Dicevo di Amilcare e del rumore, vero? Era un lampione, per lui: quello davanti a casa. Lo vedeva dalla camera da letto e dalla sala-cucina, dalle due finestre che davano sulla strada nel bugigattolo di appartamento in cui viveva, in un condominio popolare. Appartamento da mangia-caga-e-dormi, avrebbe detto mio padre, fine come sempre. Non un posto da starci con la famiglia, ma basta e avanza se sei vecchio e solo. Come Amilcare, appunto. O come me. Dicevo del lampione. Magari l’avete visto, magari ci siete passati davanti. Forse non avete badato all’edificio, che è anonima come soltanto una casa popolare sa esserlo, in una via piena di altre case popolari, ma il lampione lo avrete notato di sicuro. Lo avrete sentito. Perché ronza. Lo fa ancora, che io sappia, ma mi mangerei una gamba piuttosto di tornarci. È come se ci fosse chiuso un insetto, ma bello grosso. Un moscone formato famiglia. So che la gente si girava a guardarlo, qualcuno si è anche lamentato, ma poi... Poi di solito non succede niente, no? Così il lampione deve essere ancora là, a ronzare. Stateci lontano, se potete. Amilcare ci viveva davanti e lo sentiva tutti i giorni. O tutte le notti, se preferite. Dovevano sentirlo anche i vicini, ma non so come reagissero loro: io non ho mai chiesto e Amilcare non ha mai detto. Non erano molto amici, nel condominio. Saluti per le scale e stop. Ma Amilcare parlava con me e io parlerò con voi: con qualcuno bisogna pure parlare. Lo aveva sentito la prima volta svegliandosi da un brutto sogno, in piena notte. Il ronzio, dico. Il sogno non importa e lui neanche se lo ricordava, ma il suono sì. Perché c’era silenzio in strada e silenzio in casa. O quasi silenzio. C’era un burrr, ma piano, che appena lo notavi. Veniva da fuori, assieme alla luce che disegnava i puntini della tapparella sulla parete di fronte. Un suono come una mosca, ma non era stagione da mosche. Era inverno, mi pare, o fine autunno. Non ricordo. Ma fuori si sentiva ronzare. Doveva esserci qualcosa di guasto in strada, aveva pensato, ed era tornato a dormire. C’è sempre qualcosa che si guasta, no? Più vai avanti e più le cose funzionano male. È la vita anche questa, credo, ma poi ti abitui e alla fine è proprio quello che funziona un po’ storto a formare le giornate: la finestra da spingere per chiuderla, la serratura che gira a fatica, il cassetto che si incastra quando c’è umido. Ma a volte non è una forma bella. A volte è una forma che si muove al buio. Ma sto divagando, lo so. La notte dopo si era svegliato ancora. E ancora. E ancora. Sempre quel ronzio nelle orecchie, o nella testa. Che poi è uguale, no? Passa dalle orecchie ed entra in testa. Amilcare non ci dormiva bene. Non è strano, almeno per noi che non siamo più giovani, ma lui dormiva male per il rumore. Diceva che gli faceva vibrare le ossa. Che lo intontiva. Che lo rimbambiva. Che. E ci avevo anche riso, io. Non è mica il lampione, è l’età, gli dicevo. Sbagliavo. Ma non sapevo mica delle ombre e del resto, prima. Adesso lo so. Che poi è normale se un lampione fa un po’ di rumore, no? Doveva esserci la lampadina che si stava bruciando. Fanno spesso così. Subito un frrr un po’ fastidioso, e poi pac! Al buio. È così con le lampadine di casa, almeno. O sono i neon? Non lo so. Non so neanche cosa ci sia nei lampioni. Non una lampadina, secondo me, ma forse sbaglio. Ne abbiamo discusso, a volte a casa sua, a volte giù al bar, quando ancora ci veniva. È la lampadina, è il neon, è quello che è. Alla fine abbiamo deciso che c’era qualcosa di guasto nel lampione e c’era da cambiarlo. Lo disturbava, giusto? E allora fatti sentire! Protesta col comune, chiedi di sostituirlo, no? Cosa ci vuole? Lo avevo sentito anch’io e sì, era fastidioso. Facevo quella strada quando tornavo dal bar e a volte tornavo quando era già acceso. Non un rumore forte, ma sordo, vibrante, di quei suoni che sono carta vetrata sul cervello. Un buuurrr che ti viene di prendere e strozzare qualcuno, come quando sento la moto del mio vicino. Come facevano a viverci davanti? Aveva protestato, Amilcare. Non so chi si occupa di quelle robe. Forse un ente per la manutenzione delle strade, se ne esiste uno, ma Amilcare si era fatto sentire più volte. Prima per telefono e poi di persona, su in comune a lamentarsi, cappello in testa e piedi che strisciavano sul marciapiede. Faceva un po’ ridere a vederlo, ma ormai aveva la sua età e bisogna capire. Era una brava persona, a modo suo: particolare ma brava. Non è mai venuto nessuno. Il lampione funziona, rispondevano. Il lampione fa un casino che non si dorme, ribatteva Amilcare, ma loro niente. Funziona, dicevano, e se fa un po’ di rumore, beh, che ci vuole fare? Sono vecchi, lo so, e bisognerebbe cambiarli, ma di fondi non ce ne sono e così... E così il lampione ronzava, i pochi passanti si giravano e Amilcare dormiva male. E impazziva. Mi costa dirlo, perché era un amico, ma stava andando fuori di testa. Quando invecchi succede: a mia nonna era venuto anche l’Alzheimer, e alla fine non sapeva più neanche da che parte era girata. O come Carlo, con cui ho lavorato una vita: sta alla casa protetta, adesso, e ha solo qualche anno più di me. Ad alcuni va bene, ad altri no. Amilcare doveva essere uno dei no. Aveva smesso di parlare del lampione dopo un mese o due. Si era abituato o forse gli era scappato di mente. Succede anche questo. Gli anni ti scavano buchi nella testa e le cose ti scappano fuori. Come acqua o urina. Ma non ti dà più fastidio, gli avevo chiesto. E lui no, non è un problema, mi fa compagnia. È la gente il problema, quella che mi gira per casa. Gente che gli girava per casa. Lo capite anche voi che si stava rimbambendo, no? Sono tre stanze in croce, non c’è mica tanto posto per girare. Dove la metti tutta quella gente? Che poi non aveva più quasi nessuno: chi lo andava a trovare, a parte me? Aveva una sorella finita chissà dove e forse era ancora viva, ma non la sentiva da anni. Io neanche l’ho mai vista, se non in una foto vecchia di anni. Che gente poteva girargli per casa? La gente del lampione, diceva. Sono come gli insetti con la luce, ma loro vanno dal rumore. Ma se scoprono che tu li vedi, poi vengono da te. Capisci? Ah beh. Tutto chiaro, sì. E io scuotevo il capo e sospiravo. Non gli faceva mica bene starsene chiuso tutto il giorno in quell’ambiente. Ti tira scemo, appunto.
  3. Detritus

    [HE1] Il lampione (II)

    Rispondendo a entrambi in un colpo solo (dacché sono pigro). La forma. Era un esperimento. Non è il modo in cui scrivo di solito, anche se riconosco di avere una tendenza alla ripetizione e forse anche alla ridondanza: la mia idea era di rendere il modo di parlare del narratore, con punti e virgole a segnare dove si fermava, esitava, eccetera, e usare per questo anche le ripetizioni, che sono la realtà di ogni vero dialogo (a meno che non controlliamo ogni singola parola che ci esce dalla bocca, parlando ripetiamo sempre le stesse cose, e ancora, e ancora, e ancora: è una cosa che non riesco a non notare, quando ascolto qualcuno). A quanto vedo, l'esperimento può dirsi fallito. Classico caso di realismo irrealistico, direi. Provederò a revisionare il testo, spingendolo verso un realismo letterario, invece di un realismo reale: un parlato da libro, anziché un parlato da parlato.
  4. Detritus

    [HE1] Il lampione (II)

    Non psso escludere che alcune costruzioni da parlato siano uscite da uan revisione rapida e senza il necessario tempo di sedimentazione: scritto in un lunedì, rivisto un poco nel corso della settimana e pubblicato la domenica, è probabile che una punteggiatura rivedibile e qualche ripetizione extra siano sempicemente errori non visti o non riconosciuti. La prima stesura di tutto ciò che scrivo tende a essere una efficace alternativa ai lassativi, per cui... Aspetterò ancora un paio di settimane (come tempi ci siamo, considerata la scadenza del 30 giugno) e poi procederò con una revisione a colpi di martello.
  5. Detritus

    [HE1] Il lampione (II)

    Segnalatemi pure tutto ciò che ritenete debba essere corretto e modificato, in vista della versione finale. Penso che ci saranno diverse cose, dato che non ho potuto lasciarlo sedimentare per un paio di mesi, prima di rimetterci mano (avendolo scrito il 25 maggio, sarebbe stato arduo...), e il parere di occhi diversi dai miei sarà senza dubbio molto più utile di una mia prossima revisione autonoma.
  6. Detritus

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  7. Detritus

    [HE1] Il lampione (II)

    In realtà la moto era quella del vicino di casa: il narratore ne parlava all'inizio, lamentandosi dei rumori che ti mandano fuori di testa. L'idea del vecchio che gira in moto, però, non sarebbe male... Ripetizioni sì, probabile che ce ne siano. Ho cercato uno stile parlato, dato che teoricamente dovrebbe essere raccontato "in diretta" dal narratore, ma forse è uno di quei casi in cui troppo realismo fa male e dovrei rimuovere alcune ridondanze, che nel parlato reale sono molto frequenti, ma in un testo che simula il parlato sono forse spiacevoli, alla lunga.
  8. Detritus

    [HE1] Il lampione (II)

    Commento ------------------------------------------------ Vivere solo e andare fuori di testa. È brutta davvero. Ma la testa non era il solo problema. Mangiava poco, dormiva poco, usciva poco. Mi toccava andarlo a trovare a casa, ormai, perché era sempre lì, tappato dentro come uno scarafaggio. Magro che gli facevi una radiografia controluce. E grigio, di pelle e faccia. Doveva essere malato, ma malato di cosa? Non lo so. La vecchiaia è piena di malattie e devi essere un asso a schivarle tutte. È la storia delle cose che si guastano alla lunga, no? Anche il corpo, come tutto. Vieni fuori, gli dicevo. Andiamo al bar, che almeno vedi qualcuno. Vai dal dottore, che magari ti dà qualcosa. E lui no, niente. Sempre seduto in sala, quando c’ero io, sempre davanti alla finestra. Che è normale, per noi, perché almeno vedi un po’ di vita. Ma lui non guardava la vita. Guardava solo il lampione. Anche da spento, guardava solo il lampione. E ascoltava. Non c’è mica bisogno di uscire, mi diceva. Sono loro che vengono. Ce li ho sempre qui che girano, non mi lasciano stare. Non stanno mai zitti. Son venuti col rumore e adesso non vanno più via. Ma loro chi, gli chiedevo. Loro. Loro, no? Terza persona plurale, il pronome dei matti. Mi preoccupavo, ma cosa ci potevo fare? Farlo interdire? Mica ero un parente, solo un amico. E poi non ero sempre sicuro che fosse matto, sapete? Non del tutto. Perché a volte mi fermavo da lui fino a sera, quando il lampione si accendeva e il rumore cominciava. Non erano serate belle, seduti nella sua sala scialba, con angolo cottura incorporato, a sentire i deliri su gente che non c’è, al buio, solo il lampione per vederci. Perché non voleva accendere la luce, Amilcare. L’ho pure detto che aveva le sue manie, no? E le ombre erano ovunque, fitte, e non facevano mica bene ai miei occhi. Neanche ai suoi, credo, ma non erano un problema. Quando un vecchio insegnante ti delira di rumori che chiamano cose da altre parti e riempiono la casa di gente, non sono gli occhi il suo problema. Capite? Diceva che il lampione faceva tremare tutto, apriva delle crepe. Ma crepe dove? Crepe. Attorno. È lì che vivono. Dietro. Ma quando si aprono, ti sentono e vengono a cercarti. E se ti trovano... E lì mi fermavo, perché la sua faccia non mi piaceva. Era la faccia di chi si prepara a salutare tutti e via, verso nuovi mondi della demenza. È una parola brutta, lo so, ma è la parola che pensavo allora. Non la penso più, adesso. Non sempre. Ma qualcosa tremava, in sala. Dico le ombre. Si muovevano come quelle di rami, quando tira vento. A volte. Altre volte erano persone che si spostavano. Doveva essere quello il problema di Amilcare. Vedeva le ombre, nel buio, e le prendeva per gente. Perché la testa cominciava a fargli acqua. Ma no, lui insisteva. «Si muovono,» diceva. «Vengono dal lampione. Escono dalle crepe. E mi cercano. Perché sanno chi sono. Sanno dove sono. Ma non stare qui troppo, che poi ti vedono e vengono anche da te.» E io non stavo lì troppo. Seduto al buio con un mezzo matto: chi ci voleva stare a lungo, anche se era un amico? Non io. E poi le ombre mi davano fastidio. Cominciavo a vederci doppio, con quella luce, e mi facevano strani scherzi agli occhi. E il buurrr del lampione mi tirava scemo. Da allora lo passai a trovare sempre meno. So che non è bello da dire ed è anche peggio da fare, ma è così. Proprio come non vado più da Carlo, ora che sta alla casa protetta. Perché non ci posso fare niente, capite? Né per Amilcare né per Carlo. Ed è brutto vedere un amico messo così. Meglio girarsi da un’altra parte. Siete d’accordo, vero? Era ancora peggio con Amilcare, perché la pazzia sa essere contagiosa, a volte. Se ci stai troppo vicino, dico. E il rumore che faceva il lampione aveva un modo tutto suo di piantartisi in testa, nel buio della saletta. Cominciavi a pensare anche tu a cose strane sulle ombre. Cose che è meglio non pensare, se hai una certa età e vivi da solo. La gente potrebbe prenderti per matto. Poi è successo che sono passato davanti a casa sua una sera, di ritorno dal bar, e la strada era vuota, il lampione ronzava e ronzava, come se dentro ci fossero tanti qualcosa, che volevano uscire. Forse insetti, o forse altro. E il condominio di Amilcare era silenzioso, due finestre illuminate, tapparelle abbassate ovunque, non un suono, non un movimento. Non nella casa. Perché tutti i movimenti erano attorno alla casa. La facciata dell’edificio era coperta di ombre. Ombre informi, come mosconi, che strisciavano sulle pareti, sulle tapparelle abbassate, che si incrociavano, si scavalcavano, si annodavano, si mischiavano e si separavano di nuovo. Come se fossero solide, come se avessero sostanza. Strisciavano sulla casa, in ogni direzione, e a volte si fermavano, attorno a una finestra. Come a spiarci dentro. Vibravano, immobili sul posto. Poi si disperdevano e tutto ricominciava, quel continuo, impossibile strisciare. E io lì, sul marciapiede, a guardare quello schifo, il ronzio del lampione che mi riempiva il cranio, come uno sciame di vespe. Sono scappato, lo ammetto, ed è stata l’ultima volta che ho percorso quella strada di sera, quando è buio e l’illuminazione è accesa. Non la percorrerò mai più. Perché ero stato al bar, è vero, e avevo bevuto, ma non abbastanza. Non erano ombre uscite da un’ombra di vino, credetemi. Vorrei che lo fossero, ma non è così. Perché la notte non è più stata tranquilla, da allora. Vidi Amilcare un’ultima volta, di giorno, mentre il lampione era spento. Era spento anche Amilcare, più vecchio che mai, più sciupato negli abiti da casa. «Sono qui,» disse. «Li sento anche di giorno, ormai. La crepa è troppo larga. Mi hanno trovato.» E come gli rispondi a uno che ti parla così? Non lo so. Forse ho sbagliato, forse voi avreste fatto di meglio, perché l’unica cosa che seppi dirgli era che no, stava male lui, doveva davvero parlarne col dottore. Dormire è importante, sapete, e lui aveva occhiaie che facevano provincia. Da quanto non dormiva tutta una notte? Poi mi ricordai le ombre sull’edificio e non parlai più. Me ne andai. Voltai le spalle al mio amico e scappai. La pazzia è contagiosa, sapete, e io avevo paura. Paura di essermela presa. Paura che non fosse solo pazzia. Che qualcosa potesse davvero trovarti. Lo trovarono tre giorni dopo, di notte. Quelli al piano di sotto avevano chiamato i carabinieri, dopo che Amilcare aveva continuato a urlare per cinque o sei minuti. Poi aveva smesso. Definitivamente. Il suo corpo era in sala, davanti alla finestra, due cacciavite piantati storti nelle orecchie. Suicidio, dissero, e suicidio fu. Cos’altro poteva essere? I carabinieri notificarono anche il rumore del lampione, che era molto forte quella notte. Possibile che il suono lo avesse mandato fuori di testa? Due vicini ne approfittarono per dire che sì, era una gran rottura di scatole e forse era il caso di fare causa al comune. C’erano possibilità? Se ne parlò, ma alla fine non si fece nulla. Perché i coinquilini erano concordi su un punto: il signor Amilcare Frangiflutti era mezzo matto. Un vecchio particolare, pieno di manie, che faceva sempre un gran rumore di sera. È una disgrazia, ma sono cose che capitano. È la vita. Così il corpo di Amilcare fu portato via, l’appartamento svuotato e adesso ci vive un’altra famiglia, una che non conosco e non conoscerò mai. Il lampione è sempre lì, davanti alle finestre, e continua ancora col suo rumore, di notte. O così dicono. Io girerò alla larga e sostituirò tutti gli aggeggi che cominciano a ronzare. Perché ogni tanto le vedo qui attorno, di notte. Dico le ombre, che si muovono da sole, strisciando sulle superfici. Forse cercano qualcuno, uno che hanno visto altrove e non dimenticato. Forse hanno bisogno di un suono, che le guidi dal qualcuno. Forse ci sono crepe e i suoni le fanno uscire. Le ombre, che si muovono di notte. O forse sono solo deliri, ma io sto meglio al silenzio, senza oggetti che ronzano. Non si sa mai, mi capite? Non si sa mai. Dite che dovrei far tacere anche la moto?
  9. Detritus

    [HE1] Il lampione (I)

    Commento --------------------------------------------------------------------------------------- L’elettricità ronza, sapete? Dico gli oggetti elettrici. Tipo la sveglia digitale sul mio comodino. Se avvicini l’orecchio, puoi sentire un sottile brrrr, costante, monotono. Non so cosa sia a farlo e non lo voglio sapere. Ma so che può chiamare cose. E poi la sveglia non c’è più. Sul comodino, dico. L’ho tolta. Non potevo tenermela vicino alla testa, di notte. Perché le ombre non stanno sempre ferme. E con quello che è successo ad Amilcare, sapete... Amilcare Frangiflutti, dico. Nome infelice, ma mica è colpa sua. Il nome ti arriva quando nasci e te lo devi tenere, bello o brutto. A lui è andata così e chissà col suo lavoro, alle scuole medie. Ma è la vita. Comincia con uno schiaffo e un urlo e lì c’è già dentro tutto. Non basta? Amilcare era alto una scoreggia, secco, insegnante di matematica in pensione. La vita non lo aveva baciato in fronte, ma ormai ci era arrivato in fondo. Non molto bene, ma ci era arrivato. Non molto bene nella testa, dico. Aveva le sue manie, come tutti. Forse anche qualcuna in più. E poi il rumore non lo ha aiutato. Un rumore monotono e costante vi manda fuori di testa, sapete? Vi tira scemi. Come un martello pneumatico sotto casa, un trapano, una moto lasciata accesa proprio davanti a voi, che continua col suo bra-bra-bra-bra e non la finisce mai. Ho un vicino che fa così. A volte lo ammazzerei. Quando viene caldo lui è lì, moto accesa tutto il giorno. Bra-bra-bra-bra. Da strozzarlo. Ma sto divagando. Dicevo di Amilcare e del rumore, vero? Era un lampione, per lui: il lampione di fronte alla finestra della camera da letto. E alla finestra della sala, che era anche cucina, perché entrambe davano sulla strada, nel bugigattolo di appartamento in cui viveva, in una casa popolare. Appartamento da mangia-caga-e-dormi, avrebbe detto mio padre, fine come sempre. Non un posto da starci con la famiglia, ma ti basta se sei vecchio e solo. Come Amilcare, appunto. E anche io. Dicevo del lampione. Magari l’avete visto, magari ci siete passati davanti. Forse non avrete badato alla casa, che è anonima come soltanto una casa popolare sa esserlo, in una via piena di altre case popolari, ma il lampione lo avrete notato di sicuro. Lo avrete sentito. Perché ronza. Ronza ancora, che io sappia, ma mi mangerei una gamba piuttosto di tornarci. È come se ci fosse chiuso un insetto, ma bello grosso. Un moscone formato famiglia. So che la gente si girava a guardarlo, qualcuno si è anche lamentato, ma poi... Poi di solito non succede niente, no? Così il lampione deve essere ancora là, a ronzare. Stateci lontano, se potete. Amilcare ci viveva davanti e lo sentiva tutti i giorni. O tutte le notti, se preferite. Dovevano sentirlo anche i vicini, credo, ma io non ho mai chiesto e Amilcare non lo ha mai detto. Non erano molto amici, in quella casa. Saluti per le scale e stop. Ma Amilcare parlava con me e io parlerò con voi. Con qualcuno bisogna pure parlare. Lo aveva notato per la prima volta svegliandosi da un brutto sogno, in piena notte. Il ronzio, dico. Il sogno non ha importanza e neanche se lo ricordava, ma il suono sì. Perché c’era silenzio in strada e silenzio in casa. O quasi silenzio. C’era un burrr, ma piano, che appena lo sentivi. Veniva da fuori, assieme alla luce del lampione, che disegnava i puntini della tapparella sulla parete di fronte. Un suono come una mosca, ma non era stagione da mosche. Era inverno, mi pare, o fine autunno. Non ricordo. Ma sentiva ronzare, fuori. Doveva essersi guastato qualcosa nel lampione lì davanti, aveva pensato, ed era tornato a dormire. C’è sempre qualcosa che si guasta, no? Le cose funzionano sempre peggio, più vai avanti. È la vita anche questa, credo, ma poi ti abitui e alla fine sono proprio le cose che funzionano un po’ storte a formare le giornate. Tipo la finestra che devi spingere un po’ per chiuderla. Ma a volte non è una forma bella. A volte è una forma che si muove al buio. Ma sto divagando, lo so. La notte dopo si era svegliato ancora. E ancora. E ancora. Sempre quel ronzio nelle orecchie, o nella testa. Che poi è la stessa cosa, no? Passa dalle orecchie ed entra nella testa. E Amilcare non ci dormiva bene. Non è strano, almeno per noi che non siamo più giovani, ma lui dormiva male per il rumore. Diceva che gli faceva vibrare le ossa. Che lo intontiva. Che lo rimbambiva. Che. E ci avevo anche riso, io. Non è mica il lampione, è l’età, gli dicevo. Sbagliavo. Ma ancora non sapevo delle ombre e del resto. Adesso lo so. Che poi è normale se un lampione fa un po’ di rumore, no? Doveva esserci la lampadina che si stava bruciando. Fanno spesso così. Prima un ronzio un po’ fastidioso, e poi pac!, sei al buio. È così con le lampadine di casa, almeno. O sono i neon? Non lo so. Non so neanche cosa ci sia nei lampioni. Non una lampadina, secondo me, ma forse sbaglio. Ne abbiamo discusso, a volte a casa sua, a volte giù al bar, quando ancora ci veniva. È la lampadina, è il neon, è quello che è. Alla fine abbiamo deciso che c’era qualcosa di guasto nel lampione e c’era da cambiarlo. Il rumore che non lo lasciava dormire e lo rimbambiva, giusto? E allora fatti sentire! Protesta col comune, chiedi di sostituirlo, no? Cosa ci vuole? Lo avevo sentito anch’io, il lampione, e sì, era fastidioso. Facevo quella strada, quando tornavo dal bar, e ogni tanto tornavo quando era già acceso. Non un rumore forte, ma sordo, vibrante, di quei suoni che sono carta vetrata sul cervello. Un buuurrr nella testa, più che nei timpani. Un rumore che ti viene di strozzare qualcuno, come la moto del mio vicino. Come facevano a viverci davanti? Aveva protestato, Amilcare. Non so chi si occupa di quelle robe, forse un ente per la manutenzione delle strade, se ne esiste uno, ma Amilcare si era fatto sentire più volte. Per telefono, prima, e poi di persona, su in comune a lamentarsi, col cappello in testa e i piedi che strisciavano sul marciapiede. Faceva un po’ ridere, a vederlo, ma ormai aveva la sua età e bisogna capire. Era una brava persona, a modo suo: particolare ma brava. Non è mai venuto nessuno. Il lampione funziona, rispondevano. Il lampione fa un casino che non si dorme, diceva Amilcare, ma loro niente. Il lampione funziona e se fa un po’ di rumore, beh, che ci vuole fare, sono vecchi, lo so, e bisognerebbe cambiarli, ma di fondi non ce ne sono e così... E così il lampione ronzava, i pochi passanti si giravano e Amilcare dormiva male. E impazziva. Mi costa dirlo, perché era un amico, ma stava andando fuori di testa. Quando invecchi succede: a mia nonna era venuto anche l’Alzheimer, lì, e alla fine non sapeva più neanche da che parte era girata. E Carlo adesso sta alla casa protetta e ha solo qualche anno più di me. Ad alcuni va bene, ad altri no. Amilcare doveva essere uno degli altri. Aveva smesso di parlare del lampione, dopo un mese o due. Si era abituato, o forse gli era scappato di mente. Succede anche questo. Gli anni ti scavano buchi nella testa e le cose ti scappano fuori. Come acqua, o urina. Ma non ti dà più fastidio, gli avevo chiesto. E lui no, non è un problema, mi fa compagnia. È la gente il problema. Quella che mi gira per casa. Gente che gli girava per casa. Lo capite anche voi che si stava rimbambendo, no? Sono tre stanze in croce, non c’è mica tanto posto per girare. Dove la metti tutta quella gente? Viveva da solo, niente famiglia, niente parenti. Una sorella, finita chissà dove. Non si sentivano da anni e io non l’ho mai vista: era già sparita, quando l’ho conosciuto. Sparita come fanno tutti: sposata, trasferita, via. Tanti saluti e magari una cartolina quando capita. O magari no. Più spesso no. Che gente poteva girargli per casa? La gente del lampione, diceva. Come gli insetti, ma li attira il rumore, non la luce. E se ti vedono che li vedi, poi vengono da te. Capisci? Ah beh. Tutto chiaro, sì. E io scuotevo il capo e sospiravo. Non gli faceva mica bene quel posto, quell’ambiente. Quel suono, sempre nelle orecchie, ogni giorno. Ti tira scemo, appunto.
  10. Detritus

    Come le ragazze di quindici anni. Come i soldati di vent’anni.

    Apro subito con una segnalazione ortografica: “l’aveva stretta forte a se”, con un “se” orfano del proprio accento. Lo stesso succede in “che aveva reclamato per se”, alla fine del secondo inciso in corsivo. Sempre in quel paragrafo c’è anche un problema di consecutio, col passato remoto di “Qualcuno gli chiese se dovessero ucciderle” in mezzo a una narrazione condotta al trapassato prossimo. Sempre per continuare a fare il puntiglioso sulla forma, si potrebbero potare diversi aggettivi possessivi di terza persona, che sono usati con una certa prodigalità nel corso della narrazione, anche in passaggi dove sono superflui (sua compagnia, suo compagno d’armi, suoi soldati, sua sigaretta, e così via). Anche qualche dichiarativo nei discorsi diretti potrebbe essere omesso, dove è chiaro chi sia a parlare, come in: Che funzionerebbe benissimo anche come D’altra parte, anch’io tendo sempre ad aggiungere una buona dose di parole superflue, quando scrivo, per cui non sono proprio la persona più indicata per farlo notare nei testi altrui. Per il resto, il parallelo tra i due personaggi è fin troppo evidente, fino alla ripetizione di intere sequenze narrative, con la persona invertita. Strategia che funziona in un testo breve come questo, anche se a tratti suona un poco artificiosa. Bel racconto, in ogni caso. Confesso che avrei trovato più divertente un finale in cui il soldato le spara alla schiena, quando la ragazza è quasi fuggita, per poi sorridere alla telecamera e commentare con uno «Anima bianca. Che burlone che sono», ma questo è un altro paio di maniche.
  11. Detritus

    Cosa state leggendo?

    Varney the Vampire; or, the Feast of Blood, di James Malcolm Rymer/Thomas Preskett Prest (quello che preferite). Tutto. In lingua originale. Un modo come un altro per autoflagellarsi e mortificare la carne, in breve. Ma arriverò in fondo, è una sfida con me stesso. Potrei anche sopravvivere.
  12. Detritus

    "C'è un medico a bordo?"

    Intossicazione alimentare, infezione di qualsiasi tipo, virus di qualsiasi tipo, o anche la puntura di un qualche insetto che gli causa uno shock anafilattico. Hai svariate scelte a tua disposizione, senza complicarti la vita con malattie reali e specifiche (come asma, diabete o affini), che possono distruggere tutta la credibilità della tua storia se non le conosci sufficientemente bene... e che sarebbero poco compatibili con la tua descrizione del personaggio come sanissimo e in ottima forma, peraltro.
  13. Detritus

    Lunghezza romanzi celebri

    Teoricamente sarebbe un romanzo solo, ma diviso in sette volumi. Considerato però che Proust è morto prima di concluderlo, almeno tre volumi su sette sono alquanto frammentati e la versione finale è stata sistemata dal fratello (se ricordo bene, ma è anche possibile che io stia dicendo una cavolata e il curatore sia stato una persona diversa), avendo più tempo a disposizione (ahaha) è anche possibile che Proust vi avrebbe dato una struttura diversa. Non lo sapremo mai. Speculazioni a parte, "La ricerca" è considerabile come una sola opera, estremamente lunga e divisa in sette libri.
  14. Detritus

    Lunghezza romanzi celebri

    Affermazione alquanto vaga, dato che il numero di parole e battute varia di parecchio a seconda della lingua che utilizzi: esistono lingue con una maggioranza di parole brevi e lingue con parole alquanto lunghe, lingue in cui una parola esprime una cosa sola e lingue in cui una parola può includere molte informazioni, producendo così frasi più brevi e con meno parole. Prima di tutto, dovresti specificare la lingua di riferimento in cui vuoi che il conteggio sia effettuato e dovrebbe essere la stessa lingua per tutte le opere. Paragonare tra loro il numero di parole e/o battute in un romanzo in italiano e il numero di un romanzo in inglese (o giapponese, o russo, o swahili, o quello che vuoi) ha pochissimo senso, sempre che ne abbia qualcuno.
  15. Detritus

    [Sondaggio] Il lettore non commenta perché...

    Manca la risposta che sento più mia: "Non ne ha voglia". Essendo fondamentalmente pigro e indolente, per me è normale leggere un racconto e poi non commentarlo: non perché non mi sia piaciuto, non sappia come commentare, non abbia niente da dire, o altro. Il motivo è proprio che sono pigro e commentare è un lavoro extra che, in quel momento (ma anche in molti altri momenti), non ho voglia di fare. Perché fare domani quello che puoi rimandare a dopodomani? E perché fare dopodomani quello che puoi semplicemente non fare? Siccome commentare è un'attività che posso procrastinare all'infinito (proinfinitare, dunque?) senza conseguenze negative, la mia pigrizia innata trionfa.
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