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  1. U'

    l’italienischen freund

    Qui Avevo sperato un’intrusione nel budello metropolitaine fatto di mercati, spesa quotidiana, pizzicagnoli e soffitte e invece Suplice mi presenta a un’amica sua, figlia in vista di antichi ugonotti, e grazie a dio si limita a una presentazione sommaria e frugale. ‘Tolto il dente tolto il dolore, direste voi’, dice Suplice sulla soglia, nel suo vestito biancolatte e con le Kickers da bambina, mentre io controllo che la suola della mie tiger sia netta per non macchiare parquet, moquette, mattoni d’oro o qualunque altro genere di arazzi e passamanerie potrei scovare all’interno. Il nostro anfitrione è una donna asciutta e ben vestita, non priva di una certa austera bellezza, peccato gli occhi rossi e il fazzoletto ciancicato. Mentre tira su dal naso ci fa accomodare su un divano blu di prussia con i cuscini di velluto sui quali mi ritrovo a tracciare con le dita prima fragili figure astratte, poi timidi cazzetti che diventano sempre più sfacciati finché non è Suplice a mettere fine di suo pugno alla frenetica cazzomachìa e con un gesto della mano, stende il velluto e cancella ogni fellatio come gesso sulla lavagna. Con la mia tazza di caffè americano posso finalmente ammirare lo scorcio della Neue Synagoge con la cupola in stile moresco e le decorazioni a traliccio ed ignorare bellamente il nostro ospite che ormai credo di aver inquadrato come una donna scopata male dentro un matrimonio nato stanco da cui avrebbe fatto bene a saltar fuori alla prima occasione o quantomeno al primo accenno di corna. Perché oltre ad aver compreso che suo marito non la toccherebbe più neanche con il cazzo del giardiniere yemenita – si tratta evidentemente di un’iperbole visto che non ho niente contro yemeniti, giardinieri o cazzi in genere-, questa ragazza si rammarica per un’esistenza di cui ha solo vagheggiato, dopo averne assaggiato uno scampolo durante il primo anno da sposina. Capirai la noia quando la pendola - la pendola!!! - ha suonato la prima ora passata a raccogliere confessioni di scopate tristi come un Natale senza neve. Non ce l’ho fatta più: mi sono acceso una sigaretta e le ho chiesto, bitte, che mi facesse avere qualcosa di più alcolico di un vov o avrebbe finito per disperarsi mentre strappavo lunghe strisce di carta da parati dai muri, o mentre le tormentavo il bordo della boiserie con le chiavi dell’auto. Cosa che ovviamente ho solo pensato, ma Suplice, la faunetta dall’animo wikka, deve aver avvertito la parabola discendente di ogni mio bioritmo e ha domandato alla frau ‘sii cortese Janis, è possibile avere una birra per l’italienischen freund?’. Di nuovo liberi abbandoniamo la regina del cristianesimo ai mugugnii e ai suoi ‘se fossi’ e Suplice lascia finalmente che la guidi nel quartiere con la bussola del mio incredibile, indomito cuore e mi osserva ritrovare il sorriso ogni volta che riconosco un volto, l’insegna di un negozio o il beccuccio di una fontanella che piscia di traverso. La trascino al mercato in piazza dove ci adoperiamo in un poco di spesa quotidiana; le bancarelle itineranti mi son sempre piaciute per quell’idea di informalità e nomadismo che li porta ad apparecchiare i bancali ogni giorno in un luogo diverso, con la fatica nelle mani e quell’aria da zingari per bene. Ma forse tutto si riduce alla mancanza dell’odioso sottofondo musicale dei supermercati o allo spiffero del reparto surgelati, alla tessera coi punti e al catalogo coi premi. Un’idea di modernità che non riesco a fare mia, i prodotti sugli scaffali mi mettono tristezza. La dignità compita di un banchetto montato con la brugola invece – abusivo o meno – riesce sempre a rallegrarmi. Va a finire che compro un po’ di tutto, dalla primizia al cavolo cappuccio, seguendo sostanzialmente una logica cromatica. La trattativa mi costringe a rispolverare un lessico lontano da quello del turista quasi sempre ‘mbuttunato di orrendi complementi di moto a luogo, totalmente inadatto per scoprire quale sia il taglio di vitello migliore per servire un Abgebraunte Kalbshaxe come dio comanda.
  2. U'

    Sulla spiaggia d'autunno

    Uè uè, ciao. A me ha convinto, soprattutto la prima parte. Trovo tu abba una prosa disinvolta, credibile, senza fronzoli e parecchio efficace. Infatti dispiace non averne potuto leggere un po' di più. " Affidati al centro di accoglienza di un paesino della Calabria, erano evasi dall’infermeria". questa frase mi piace molto, anche perchè in una riga riesci a dare molte informazioni senza troppi giri di parole. Funziona! Mi permetto di segnalarti due o tre cose: "Dopo un viaggio, tremendo e durato più di un anno, attraverso Etiopia, Sudan e Libia, erano sbarcati a Lampedusa su di una carretta sgangherata e stracolma di umanità sofferente e di ogni etnia.". In questa frase toglierei le parole in bold, sono ridondanti. Che il viaggio possa essere stato tremendo ce lo fai capire già bene dal contesto; che le persone fossero di ogni etnia lo capiamo già da qui: "attraverso Etiopia, Sudan e Libia". "all’apparenza arabi, quasi sicuramente magrebini." Qui qualcosa non quaglia dal punto di vista logico secondo me. "Magrebini" è più specifico di "arabi", perchè i magrebini sono solo una delle etnie della penisola arabica. Nel senso: è più facile intuire quasi certamente che uno è arabo, piuttosto che magrebino. Quindi forse avrebbe più senso "all’apparenza magrebini, quasi sicuramente arabi". Boh spero di essermi spiegato. Bravo comunque!
  3. U'

    LA MIA NOTTE [MI 130 - Fuori Concorso] (iceberg)

    Hai catturato un momento di fragilità in cui prima o poi incappiamo tutti, fa parte del gioco. Non sei inciampata nel sentimentalismo, e non era scontato. Ho adorato questa frase: 'La vita continua sui messaggi che mi arrivano, nelle brevi telefonate alle quali rispondo.' è precisa, centrata. Vorrei averla scritta io. Le ultime 4 righe mi hanno convinto meno, le trovo forse un poco enfatiche. Piaciuto comunque, a rileggerti. U'
  4. Scrivere è un Hobbit.

    1. AndC
    2. Thea

      Thea

      Scrimwise Gamgee o Pennagrino Tuc?

    3. U'

      U'

      Muahahahhahaah..

      Pennagrino Tuc è bellissimo...! :D

  5. U'

    Mezzo loto

  6. U'

    Attraverso i miei occhi: tra Israele e Palestina

    Da quello che hai scritto penso si possa percepire chiaramente il trasporto che uno spunto autobiografico generalmente imprime al testo, che poi sono tra quelli che preferisco, soprattutto se raccontano di viaggi. Però temo che Bango Skank abbia ragione a muovere dei dubbi su quello che hai scritto, e onestamente anch'io credo che non fosse pronto per essere postato. Non sarei arrivato a definirlo terribile, ma penso che il racconto non stia per niente in carreggiata. Anche volendo tralasciare una punteggiatura imprecisa, quando non addirittura mancante, la sintassi è in generale piuttosto carente e l'impressione è di essere di fronte ad un testo 'scolastico', svolto in maniera spesso imprecisa. Fossi in te ci lavorerei ancora un po' su, senza pensare che ogni critica sia una sorta di epitaffio, e men che meno che qualcuno voglia commentare il tuo testo con la sola intenzione di farlo a pezzi. Nessuno mette in dubbio che tu in Palestina ci sia stata e che il muro tu lo abbia attraversato veramente, ma raccontare è qualcosa di più e di diverso della nuda esperienza. Vivere un momento aiuta certamente a raccontarlo, ma non basta a renderlo 'significativo', se capisci cosa voglio dirti. Potrei sbagliare, ma penso che scrivere sia qualcosa che necessiti di una grande determinazione, di tempo, molta pratica e di un filo di umiltà. Dire a qualcuno che non ti interessa l'opinione che ha su quello che hai scritto, solo perché non coincide con l'idea che tu te ne sei fatta, è una chiusura che di certo non aiuta a migliorare, e in tutta onestà credo sia lontano anni luce dalla natura stessa di questo forum. ciao, e buona scrittura!
  7. U'

    Mezzo loto

    Ciao Elphie, perdona il ritardo ma ieri stavo per rispondere e poi mi si è sminchiato il pc... sic. Ce n'è un altro anche prima e in generale sono bruttini, soprattutto quando introducono il discorso indiretto, perciò li eviterei. L'ultimo in particolare secondo me è proprio superfluo. Feci tutto quello che dovevo anche quando – soprattutto quando – non mi veniva richiesto di fare niente. -> di nuovo toglierei l'inciso, scegliendo cosa tenere tra "anche" e "soprattutto". Forse quella delle ripetizioni negli incisi è una scelta stilistica: a me non piace molto perché trovo che appesantisca le frasi ma vedi tu. è il secondo inciso di cui sopra. La parola zazen non significa altro che ‘meditare da seduti’. -> perché la litote? Di solito si usa per attenuare o intensificare, io a volte la adopero anche per rallentare il ritmo della narrazione (perché appunto è quello che succede: obbliga il lettore a faticare un po' di più per capire il senso della frase e quindi rallenta). Qui che scopo ha? Enfasi? Non so, secondo me suona meglio senza: "La parola zazen significa solo/semplicemente...". Anche se a me poteva bastare la parte in cui ci saremmo limitati a svuotarla, questa mente-ciotola. -> taglierei. la ciotola-mente.. anche m.q.s ha avuto l'impressione che stonasse, quindi probabilmente è effettivamente meglio sterilizzare. Un racconto molto piacevole e ricco di spunti suggestivi. I miei preferiti sono i "Kōan" del maestro, anche se la scena in cui lui lo bacchetta fa un po' KungFu Panda, Karate Kid e Kill Bill. Insomma: caricatureggia un po' in un modo già visto. La chiusa mi piace molto e mi lascia perplessa allo stesso tempo, sembra una delle frasi del maestro in realtà è solo densa di significato e quindi più difficile da interpretare al volo. Hai trattato il tema del tradimento in modo non banale, senza perdere troppo tempo sul dolore ma puntando direttamente al tentativo di risoluzione attraverso il desiderio di cancellare la sofferenza in toto, "svuotando la ciotola" e fine. Mi piace come alla fine in realtà lui non ci riesca ma resti semplicemente seduto a contemplare l'immagine che simboleggia la fine della sua relazione. Mi sembra un buon racconto, difficile concentrare una trama in un testo così breve, eppure qui non manca nulla. Di per sé la storia non ha chissà quale intreccio ma funziona. Mi è piaciuto. Alla prossima! grazie per il tempo che mi hai dedicato e per la precisione del commento Eplhie, alla prossima!
  8. U'

    Mezzo loto

    Lo trovo un gran pezzo. Molto di mio gusto. A essere pignoli non mi convince neanche l'incipit: "La mia ragazza sostenne di avermi salvato la vita,perché il camion, durante l’incidente, aveva distrutto completamente il posto accanto al guidatore, quello che di solito occupavo io." Ma è proprio una questione concettuale mia, intendiamoci. Cerco di spiegarmi: lei dice a lui: ti ho salvato la vita perché non c'eri. Questo mi fa pensare che si doveva presupporre che quella sera, ad esempio, avevano, che ne so, un appuntamento e lei gli ha dato buca per andare con una altro, altrimenti il "concetto" di: ti ho salvato la vita non avrebbe "senso logico di essere", diciamo. ehehehheh... sì, il dubbio me l'ero posto in effetti. Può sembrare una di quelle cose tipo 'se torni indietro nel passato e uccidi tuo nonno come puoi essere tornato indietro nel passato?'. insomma l'uso sibaritico del paradosso temporale di cui abbonda certo cinema - o certa narrativa - di fantascienza. una cosa del genere insomma. ti dico, ci pensato e ripensato, e alla fine ho deciso di dare priorità alla scelta di una frase che non rispondesse al senso logico cui accenni, ma piuttosto al portato emotivo che quella frase, secondo me, traghetta. sempre col dubbio che potrei avere sbagliato, s'intende. Se anche tu, riflettendoci, dovessi concordare su questa che io reputo una piccola stonatura, rimediare sarebbe abbastanza semplice inserendo qualche parola nella frase, tipo: "La mia ragazza sostenne di avermi salvato la vita, andando a scopare con una altro. Il camion, durante l’incidente, aveva distrutto completamente il posto accanto al guidatore, quello che avrei occupato io se fossimo usciti assieme come dovevamo. Invece il giorno che la sua auto venne travolta stava andando dall'assistente ecc ecc" Solo uno spunto, ovviamente. Complimenti ancora, spero di rileggerti presto! Un saluto ciao e grazie!!
  9. U'

    Mezzo loto

    sì sì sono vere! Alla filosofia zen mi sono avvicinato da tempo ma, come l'omino del racconto, non sono un granchè in quanto a meditazione... ciaooo!
  10. U'

    Una giornata da incubo

  11. U'

    Mezzo loto

    ho fatto un po' di casino con i commenti... quell'altro era per m.q.s... vabbè, transeat... hai ragione, la prima frase non è in effetti immediatissimissima. sulla questione 'la vicenda poteva avere un seguito', ti direi sì, in effetti avrebbe anche potuto. Credo sia solo una questione di taglio e di intenzioni. l'ottanta per cento dei racconti che butto giù supera di parecchio il limite di lunghezza per la categoria 'racconti autoconclusivi', e ancora non sono convintissimo di volerli dividere in tre-quattro parti. tra un racconto e l'altro mi escono spesso questi bonsai, a volte un po' sospesi, come questo. Grazie per aver letto ad ogni modo!
  12. U'

    Mezzo loto

    Ti ringrazio! Questione mente-ciotola: in effetti è stata l'ultima cosa che ho aggiunto al racconto, praticamente in zona cesarini. E forse un motivo c'era... mi son posto pure il dubbio di scrivere ciotola-mente, invece che mente-ciotola, solo per farlo sembrare un avverbio. Dubbio appuntato comunque, vicino alla d eufonica. Quando arriva la stagione delle revisioni ci metto mano. Ciao e grazie!
  13. U'

    Mezzo loto

    In quanto mia primissima commentatrice in assoluto non posso far altro che ringraziarti e prometterti che mi prenderò cura di questa 'd' eufonica! Ciao Irene, buona giornata!
  14. U'

    Mezzo loto

    commento: http://www.writersdream.org/forum/topic/22711-ei-3-la-curva-di-gauss/ La mia ragazza sostenne di avermi salvato la vita perché il camion, durante l’incidente, aveva distrutto completamente il posto accanto al guidatore, quello che di solito occupavo io. Quando accadde - il giorno in cui la sua macchina venne travolta – la mia fidanzata stava andando a scopare con un altro, l’assistente del corso di filosofia teoretica. Una parola che riuscivo a mala pena a pronunciare: teoretica? In ospedale mi confessò quel tradimento senza alcun pudore, mentre osservavo le sue dita tumefatte che spuntavano dal gesso appena steso. Era serena. In un bicchiere sopra il comodino, spaccato in due metà quasi perfette, c’era l’anello che le avevo regalato due anni prima. Erano stati costretti a tagliarlo, disse, per poterle salvare il dito. Mi pregò di riprenderlo e mi lasciò quel giorno stesso. Come spesso accade, disse, l’incidente le aveva mostrato le cose da una prospettiva differente. Né migliore né peggiore, solo differente. Attraversato da un’inossidabile fiducia negli eventi, pensai che potessi trarne una lezione anch’io, così mi iscrissi ad una scuola di zazen. Il dojo, pulito e luminoso, non era troppo lontano da casa e potevo raggiungerlo facilmente anche dal lavoro. Durante le prime sessioni non feci altro che starmene seduto in silenzio, con il cuore che pulsava lento nelle tempie. Il maestro mi disse che la mia mente era come una ciotola piena che avrei dovuto svuotare, prima di poterla riempire nuovamente. Ero d’accordo, gli dissi. Anche se a me poteva bastare la parte in cui ci saremmo limitati a svuotarla, questa mente-ciotola. Svuotare, dimenticare. Quanto mai potevano essere lontane, le due cose? Feci tutto quello che dovevo anche quando – soprattutto quando – non mi veniva richiesto di fare niente. La parola zazen non significa altro che ‘meditare da seduti’. Di tanto in tanto il maestro ci recitava dei Kōan che non avrei mai risolto. “Se un uomo cerca il Buddha, quest’uomo perde il Buddha”. O ancora: “Occhio che guarda non può vedere se stesso”. Ogni Kōan è un paradosso, uno strumento di meditazione che non prevede una risposta. «Come la vita», dissi. Il maestro mi colpì con una sottile canna di bambù. Non molto forte, a dire la verità. «Il punto debole di ogni banalità è di essere quasi sempre vera», disse il maestro. «Come la vita», ripetei. Il dojo continuo a frequentarlo, anche se non ho raggiunto l’illuminazione e non credo di esserci mai andato neppure vicino. Spesso mi capita addirittura di addormentarmi durante la sessione di meditazione. La verità è che mi piacciono le pareti in carta di riso, l’odore di cedro libanese, gli ideogrammi a cui non sono in grado di dare un significato e l’arioso tetto a capriate. Durante l’ora in cui pratico zazen, concentrato sul vuoto in cui dovrei avvolgere la mia mente, immagino ciottoli gettati in uno stagno di montagna e un anello spezzato in due identiche metà. Un territorio vasto e inesplorato in cui la coscienza, fieramente arretra.
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