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Gigiskan

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  1. Gigiskan

    [MI 134] Un divano

    Commento Traccia di mezzogiorno: A porte chiuse «Ti va di sederti sul divano oggi?» La domanda di A. mi colse di sorpresa, ma acconsentii. Cercai una posizione comoda sul divano, senza riuscire a trovarla. Mi sentivo rigido e irrequieto insieme. Dovevo sedere sul bordo o poggiare la schiena? Dove mettere le braccia? Come tenere le gambe? Di solito eravamo uno di fronte all’altro, separati dalla scrivania: non avevo mai nemmeno considerato la possibilità di sedermi sul divano! Da quella prospettiva lo studio mi sembrava diverso rispetto a come l’avevo sempre visto, quasi non lo riconoscevo. Osservai le decorazioni floreali sul muro, i peluche dei personaggi Disney e il tavolino blu con le sedie colorate, che di solito erano alle mie spalle – A. lavorava anche con bambini, si occupava di disturbi specifici dell’apprendimento. Durante le ultime sedute avevamo parlato del mio corpo e del modo in cui occupo lo spazio, della tendenza a farmi più piccolo di quanto già non sia – sono alto un metro e sessanta, arrotondando per eccesso – in alcune situazioni. Pensai che l’invito a sedermi sul divano avesse a che fare con questo. A., che nel frattempo aveva preso una sedia e si era posizionato davanti a me, rimase in silenzio per qualche secondo. Poi mi chiese: «Come stai?» Lo disse a bassa voce, come avesse avuto paura che un volume troppo elevato potesse ferirmi. Ho sempre trovato che fosse molto bravo a entrare nel mio mondo in punta di piedi, per non urtare il mio equilibrio fragile. «Preferivo stare alla scrivania», risposi ironico. A. sorrise, era abituato all’umorismo che uso quando parlo di me. Mi disse che dalle volte successive avrei potuto decidere io dove sedermi. Non mi sedetti più su quel divano. Questo ricordo mi tornò alla mente all’incirca un anno dopo, quando iniziai il percorso di terapia con D., che è ancora oggi il mio psicologo. Entrai nello studio per il nostro primo incontro. Guardai la scrivania alla mia sinistra, ma D. mi invitò ad accomodarmi sul divano. Ripensai subito al divano nello studio di A. Tuttavia, questa volta non ero agitato e trovai la coincidenza alquanto buffa. Dopo le presentazioni generali, D. mi chiese: «Perché hai deciso di venire qui?» Domanda diretta, a bruciapelo. Con il tempo, ho capito che la differenza maggiore tra A. e D. è proprio a livello di prossemica. Come già ho detto, A. aveva questa maniera così lieve di avvicinarsi a me, quasi timorosa della mia vulnerabilità. Il tocco di D., al contrario, è molto rapido, talvolta brusco, e più di una volta, a conclusione della seduta, mi sono sentito ferito, stracciato. Però D. mi mette di fronte ai miei problemi, mi dona la sensazione della sfida con me stesso. Anche se, almeno per ora, sento di stare perdendo la sfida. Alla domanda di D., in ogni caso, non sapevo come rispondere. Una turba di pensieri mi invadeva la mente. Non erano parole, nemmeno immagini: erano sensazioni confuse e indistinte a cui non riuscivo ad associare una forma che mi permettesse di comunicarle. Aprii la bocca, sperando che questo avrebbe spinto il cervello a trovare le parole per iniziare un discorso. Funzionò, ma non come avrei voluto. Iniziai a raccontare del mio ragazzo, poi del coming out, e qui mi interruppi. Avvertii un nodo alla gola e la voce mi si spezzo. Mi bloccai, senza dire più nulla. D. rimase in silenzio per un po’. Poi chiese, quasi in un sussurro: «Come stai?» D’un tratto, il divano sotto di me si fece scomodo. Mi sentii scomposto e cercai di sistemarmi, ma non trovai una posizione adatta. Il mio corpo era diventato un oggetto ingombrante. Avrei voluto occupare meno spazio possibile, rimpicciolirmi fino a scomparire. Ridurre a zero la superficie di contatto con il mondo. Sentivo sulle spalle il peso del passato e la paura del futuro. Il sentimento di inadeguatezza, l’insicurezza, la tristezza esistenziale, il desiderio di non provare più nulla. Avevo raccontato tante volte ad A. del mio primo coming out, ma non avevo mai pianto. Mi sorprese il fatto che fosse successo in quel momento con D., che avevo appena conosciuto. Pensavo di aver superato alcune difficoltà. A quanto pare mi sbagliavo. Gli occhi mi si riempirono di lacrime, chinai la testa. La domanda mi era risultata incredibilmente pesante, il contatto con D. era stato traumatico come per un palloncino quello con l’ago. Mi domandavo se anche per lui il contatto con me fosse stato difficile, se si fosse punto con i miei aghi emotivi da cactus. «Possiamo parlarne un’altra volta?» chiesi soltanto. D. assentì con la testa. Rimase in silenzio, aspettando che fossi io a riprendere il discorso a partire da un altro soggetto. Nella mia testa, i due ricordi si sono sovrapposti e mescolati. Al punto che ho dovuto compiere uno sforzo mnemonico e immaginativo enorme per riuscire a disgiungerli. E non posso assicurare che vi sia del vero in tutto ciò che ho riportato. I due percorsi di psicoterapia sono per me uno solo: il secondo non ha mai avuto un inizio perché il primo non è mai finito. Non parlo solo di continuità, ma di identità vera e propria. A. e D., che pure a volte mi sembrano tanto diversi, sono la stessa persona. A. giocava con me, mi seguiva nei miei voli pindarici, nei giochi di parole, nelle catene metaforiche. D. mi riporta a terra quando volo via, si scontra con me perché lui è concreto e io sono astratto, ma proprio questo mi aiuta a crescere. Eppure, A. e D. sono la stessa persona, chiamata ora con un nome ora con l’altro. Nella mia testa, A. è sé stesso e D. contemporaneamente; e, viceversa, D. è sé stesso e A. contemporaneamente. In barba al principio di non contraddizione di Aristotele. I due divani sono, per me, uno solo.
  2. Gigiskan

    [MI 134] Non lo sapevo

    Ciao! Approfondirei magari la caratterizzazione della protagonista, di cui intravedo soltanto delle linee generali, e il ruolo della psicoterapeuta, le scritte della quale potrebbero magari avere una funzione per la trama, per esempio. Per il resto, il racconto mi è piaciuto. A rileggerci
  3. Gigiskan

    [MI 134] Libertà

    Ciao! Hai scelto un tema molto inflazionato, quindi secondo me avresti dovuto giocartela meglio sullo stile e sull'efficacia del protagonista. In particolare, avrei voluto percepire meglio la traumaticità dell'esperienza della guerra, il modo in cui questo trauma si trascina nella vita quotidiana di Kevin al punto da rendergli insostenibile l'esistenza. Il racconto si lascia leggere bene, ma ho sentito la mancanza di qualcosa che rendesse la narrazione più realistica e incisiva. Alla prossima!
  4. Gigiskan

    [MI 134] - Amiche forever

    Ciao! Ti sei calata bene al livello delle tue personagge e il dialogo mi sembra riuscito, l'ho trovato molto agile. Bel racconto
  5. Gigiskan

    [MI 134] Il perditempo

    Ciao, @Ton! Snellirei con decisione le sequenze descrittive: ci sono frasi che ho trovato troppo lunghe e che rendono il racconto prolisso, per i miei gusti. Il nucleo del testo sono, però, i dialoghi, che a me sembrano davvero riusciti e belli, anche emozionanti. (Non apprezzo particolarmente la scelta della seconda persona, ma è una questione di affinità personale. Mi sembra che sia stata gestita comunque bene). Basta scegliere quali parole tenere e quali lasciare, ne verrebbe fuori proprio un bel racconto! A rileggerci
  6. Gigiskan

    [MI 134] Mater nostra

    Ciao, @Garrula! È la prima volta che leggo un tuo racconto e mi è piaciuto molto! La scrittura mi è sembrata precisa, quasi chirurgica, nel modo di andare al fondo di una vicenda molto buia: ogni termine mi sembra al posto giusto e, senza nemmeno una parola di troppo, riesci a mostrare un sacco di cose. Complimenti, a rileggerci!
  7. Gigiskan

    [MI 134] Un divano

    @Kikki @Emy @Vincenzo Iennaco @julia1983 @Ippolita2018 @Almissima @Adelaide J. Pellitteri @Garrula @AnnaL. Ciao! Ringrazio tutti di cuore per la lettura, i commenti e le osservazioni Posso rubarvi tre minuti? Noto della perplessità generale, penso di averne capito il motivo. Non ho scritto un vero racconto, quindi non c’è una direzione né una soluzione conclusiva da ricercare in quello che ho scritto. Il testo è autobiografico: ho preso due ricordi significativi dei due percorsi di psicoterapia che ho seguito e, collegandoli, ho cercato di spiegare perché in realtà mi sembri che il percorso sia uno soltanto. Volevo solo raccontare dei ricordi e collegarli tramite una riflessione. L’unico indizio che ho lasciato per cogliere l’autobiografismo sono i nomi puntati, un po’ pochino. E ho capito non è stata una grande idea Mi chiedo se leggendolo non come un vero racconto ma come uno scritto personale, le perplessità rimangano. Se a qualcuno di voi andasse di farmelo sapere, anche in privato e/o dopo il MI, ve ne sarei davvero grato: tengo a questo racconto e mi piacerebbe poterlo migliorare. Non serve dire che lo considererei come un favore personale, se lo faceste. Vi ringrazio tanto
  8. Gigiskan

    [MI 134] Ritorno a casa

    Ciao! Ti segnalo giusto un refuso: ché Spero di non fare una figuraccia, ma credo che tu sia Unius. È davvero un piacere rileggerti! Ricordo ancora la tua scrittura delicata ed evocativa, è la stessa che ho ritrovato qui e ne sono lieto. Mi è piaciuto tanto il tuo racconto! A rileggerci
  9. Gigiskan

    [MI134] Il Baobab

    Ho cercato su internet un po' di immagini di baobab, me non ne ho trovato uno che avessi dei rami ad altezza persona. Come ha preso la foglia? Qui va una tirata di orecchie, per una questione "politica", più che narrativa. Capisco che sia un pensiero della protagonista e che ci sia anche un intento ironico, magari, ma sconsiglio di utilizzare termini clinici e diagnostici in maniera così spensierata. Il disturbo ossessivo-compulsivo causa sofferenza a tante persone, utilizzare la diagnosi a sproposito rischia di banalizzare questa sofferenza. La frase è un po' intricata. Propongo di riformularla e spezzarla dopo il primo casa in due proposizioni. Ciao! Mi rimane una perplessità sulla trama, sul fatto che nessuno abbia notato e denunciato un omidicio che non dovrebbe certo passare inosservato per la modalità con cui si è verificato. Avrei voluto che mi portassi maggiormente nella mente della protagonista e mi spiegassi le ragioni del delitto, mi sembra che ci sia poca complessità, poco conflitto. Forse bisogna articolare maggiormente la personalità della protagonista. Sulla forma si può lavorare per oliare un pochino qualche passaggio. Ho trovato molto bella l'immagine iniziale delle foglie dell'albero come mani. Alla prossima!
  10. Gigiskan

    [MI 134] L’ultima carta

    Ciao! Trovo che tu sia stato bravo a gestire i dialoghi, il racconto è molto spiritoso e mi ha divertito. Alla prossima!
  11. Gigiskan

    [MI134] Silenzio

    Non so perché mi abbia spezzato il commento, ma tant'è Ciao, @Joyopi! Da quanto tempo, sono felice di rileggerti! La forma del racconto è migliorabile, ti ho segnalato un paio di cose sulla base del mio gusto personale. Credo che siano dovute in ogni caso alla fretta da MI. Ho trovato che alcune immagini fossero molto belle: su tutte, il breve flashback sull'incontro tra Carlo e Martina, la vista dal balcone e le riflessioni sui sensi del protagonista. Sono felice che tu abbia deciso di raccontare la storia dal punto di vista di una persona sordomuta, credo che ci sia tanto bisogno di inclusività anche nella narrativa, perché la letteratura contribuisce a plasmare l'immaginario. Non posso dirti se il racconto sia fedele all'esperienza che può vivere una persona sordomuta, però percepisco lo sforzo di immedesimazione e il tentativo di trattare il protagonista con il rispetto e la sensibilità che merita. Mi viene da ringraziarti per aver scritto un racconto del genere, mi è piaciuto!
  12. Gigiskan

    [MI134] Silenzio

    Ha la schiena poggiata alla ringhiera? Non è molto sicuro, non so in quanti lo facciano. E non ha una mascherina, anche se dopo dici che tutti la mettono quando stanno sul balcone. né la voce dell'uno né quella dell'altra. Non conosco la lingua dei segni, ma, se non erro, non si tratta di una lingua a base alfabetica: ogni gesto dovrebbe veicolare un significato. Non so se sia possibile un fraintendimento di questo tipo, in tal senso. (Poi magari tu conosci la lingua dei segni e ho toppato io, eh. In questo caso, chiedo scusa in anticipo. Mi informo, comunque). Non mi sembra necessario inserire il soggetto nell'inciso, se fosse a inizio frase non cambierebbe molto. tanto? Forse volevi usare il piuttosto che, ma qui non ci starebbe perché la congiunzione è disgiuntiva, non avversativa. Meglio: oppure lo avrebbero cacciato via. Si preparava funziona meglio. La seconda frase si può togliere secondo me, anche perché spezza la continuità rispetto alla riflessione sull'uscire che segue subito dopo. Si aspettava che una folla si riversasse?
  13. Gigiskan

    [MI 134] La vita con Matilde

    Ciao! Ti lascio un paio di appunti: Ho controllato per sicurezza sul vocabolario Treccani: flebile si dice perlopiù di suono, quindi qui non ci sta molto. A meno di non intenderla come una sinestesia, ma sarebbe una nota di lirismo inserita all'inizio del racconto che poi non ha alcun seguito. Userei un aggettivo che rienti nel campo semantico della vista. Non sono un professionista, quindi parlo da paziente e da interessato alla materia: credo che non sia lo psicoterapeuta a dover decidere se una persona è felice o meno. Inoltre, ci può stare che lo psicologo pensi che la terapia non sia può più necessaria, ma la decisione di interrompere il percorso dovrebbe essere presa di comune accordo, immagino. Rimando il giudizio sulla questione a qualcuno di compente che passasse da queste parti. ché Questa serie di virgole non mi convince. Ho provato a rileggere un paio di volte questo periodo e mi suona ogni volta come un elenco: prova a modificare la struttura delle frasi o a variare la punteggiatura. Il soggetto potrebbe stare senza problemi all'inizio della frase. La parte del racconto che mi convince di meno è quella centrale, non essendo io un amante delle descrizioni. Un po' troppo idillica e stereotipata la relazione tra Marco e Matilde: le persone che soffrono di malattie mentali hanno comunque una loro complessità (come tutti), credo che una relazione immaginaria complessa, quindi anche conflittuale, sarebbe più realistica. Trovo che siano meglio riuscite la parte iniziale e quella conclusiva, invece. Ammetto di aver avuto un sospiro di tristezza sul finale, c'è stata una certa immedesimazione nella situazione del protagonista. Alla prossima!
  14. Gigiskan

    Un biglietto da visita per Monte Olango

    Ciao, @Olly! Ci sono delle cose che non mi convincono nel tuo racconto. Ti lascio pochi appunti sulla forma, perché penso che sia un altro l'aspetto su cui lavorare. L'accostamento delle due proposizioni non tiene molto sul piano logico: se è un posto meraviglioso, già non se ne parla come un luogo qualsiasi. Si può evitare la frase sul cielo, che pare un po' lanciata lì in mezzo senza aggiungere granché. E spezza la continuità del soggetto tra i periodi. In alcuni passi (quelli quotati sopra, tra gli altri) compare la soggettività del narratore, che non è però un personaggio, e non può esserlo, essendo questo un biglietto da visita. Trovo che sia una stonatura, nell'insieme. Mi chiedo se sia necessario. La descrizione del Monte Olango è sicuramente molto piacevole e suggestiva. Alla lunga però stanca, essendo soltanto una descrizione. Se, come da titolo, l'obiettivo è quello di fare un biglietto da visita, ci sono troppe informazioni: il risultato è un elenco, all'interno del quale mi sono perso. Insomma, serve un nuovo piano di marketing! È una battuta, ma solo fino a un certo punto. A mio modesto parere, ci sono due soluzioni praticabili qui. Potresti accorciare il racconto e renderlo più realistico in quanto biglietto da visita. E allora qui te la giochi davvero sul marketing: selezioni accuratamente le descrizioni che rendono "vendibile" il tuo prodotto e mescoli tutto con una buona dose di storytelling, che è quello che forse manca di più al tuo racconto. Viceversa, se vuoi tenere questa lunghezza, troverei un modo per descrivere il Monte attraverso una storia. La butto lì giusto per farti un esempio, che magari è anche banale: gita di alcuni turisti che stanno visitando l'isola; descriveresti le loro personalità e filtreresti le caratteristiche principali del Monte attraverso i loro occhi, che mi sembra anche un buon modo per riprodurre lo stupore e la meraviglia. Con dei personaggi e una trama mi sentirei maggiormente immerso nel racconto. Seguendo questo secondo suggerimento, ovviamente, perderesti la struttura del biglietto da visita. Spero di essere stato utile, alla prossima!
  15. Gigiskan

    Batterie scariche

    Ciao, @m.q.s.! Ti ringrazio tanto per il commento e per gli appunti molto utili!
  16. Gigiskan

    Batterie scariche

    Un’improvvisa vampata di calore lo colse nel cuore della notte. Fabio si svegliò in un bagno di sudore, faticava a respirare e sentiva il cuore battere con frenesia nel petto. Lanciò un urlo per svegliare Clara, o forse no: cercava di muovere il corpo, ma questo sembrava non rispondere ai comandi. Ecco, il momento era arrivato. Stava passando a miglior vita, quantomeno si sperava che fosse migliore. Il dolore al petto era forte, più di quanto Fabio potesse sopportare. La voce di Clara gli giunse alle orecchie, sebbene distante e ovattata; non comprese le parole, ma ne colse il tono allarmato. Non ebbe tempo di rivolgerle un pensiero di addio, perse i sensi. Si risvegliò con una fitta tagliente alla testa e i muscoli indolenziti. Ci volle qualche secondo prima che capisse di trovarsi in una stanza di ospedale, e di essere di conseguenza ancora vivo. Si drizzò a fatica sul lettino e vide la moglie impegnata in una conversazione con un ragazzino in camice bianco e lo stetoscopio pencolante al collo, probabilmente il medico. Clara si volse verso di lui, gli sorrise allegra. «Buongiorno, principino!», esclamò calorosa. «Buongiorno…», sussurrò Fabio a mezza voce, confuso. Anche il medico si voltò. Sembrava davvero giovanissimo: avrebbe potuto essere suo figlio, pensò Fabio, che non gli avrebbe dato più di venticinque anni. Gli sorrideva, ma con gli occhi. Aveva lo sguardo raggiante del medico senza esperienze che avesse appena guarito il primo paziente. Fabio sperò che non fosse perché tutti quelli che lo avevano preceduto avevano fatto una brutta fine. «Cos’è successo?», chiese Fabio. «Ma nulla di che, le si erano scaricate le batterie!», rispose il ragazzino. Scoppiò in una rumorosa risata, e Clara si accodò. «Hai sentito, amore? Avevi solo le pile scariche!», disse la moglie avvicinandosi per dare un bacio sulla fronte del marito. Fabio non capiva cosa intendessero, e nemmeno cosa ci fosse di divertente. Forse aveva sentito male, il suo udito iniziava a perdere colpi. Le pile scariche? Proprio così, gli risposero. Il medico assunse improvvisamente un’aria seria e autorevole, di quelle che si assumono quando arriva il momento di riferire la diagnosi. Fabio immaginava in sottofondo la musichetta di SuperQuark. «Già in ambulanza avevano capito quale fosse il problema, ma un paio di esami specifici hanno dato la conferma: Duracell», inasprì il tono sull’ultima parola. Fabio guardava la moglie, che annuiva soddisfatta. «Quei maledetti conigli rosa!», continuò il ragazzino, con un certo accoramento. «Si è fatto intortare dalla pubblicità e ha comprato le batterie sbagliate, può capitare. Non è la prima vittima del marketing e della scarsa qualità, stia tranquillo. Abbiamo provveduto a sostituirle con delle batterie ricaricabili di ultima generazione». Fabio fece finta di capire, anche se non stava capendo proprio nulla. Clara si sedette sul bordo del lettino accanto a lui e gli prese la mano, accarezzandola. Gli disse che era tutto passato, che tutto sarebbe tornato come prima. Il medico tossì con una certa stizza: non aveva ancora finito il discorso serissimo che aveva provato probabilmente per ore davanti allo specchio. «Per le prime due settimane, dovrà rimanere sotto carica costantemente», disse. «In seguito avrà due tre ore di autonomia, prima di esaurire le energie. Le batterie ricaricabili si scaricano in fretta, ma non dovrà cambiarle per il resto della vita!». Sembrava soddisfatto del proprio discorso. Fabio lo era un po’ meno. «Sotto carica?», ripeté Fabio. Clara nascose la bocca sghignazzante dietro la propria mano e mimò un gesto che a Fabio non piacque proprio per nulla. Gettò violentemente le coperte in cui era avvolto e sollevò la vestaglia ospedaliera mostrando ai due spettatori le proprie grazie. Intravide un cavo bianco. «Ma mi avete infilato un filo su per il…». Fabio si sentiva svenire, ma non svenne perché aveva le batterie cariche al cento per cento. Le prime due settimane di carica forzata furono provanti. Fabio non poteva nemmeno alzarsi dal letto, il cavo era troppo corto; e anzi, doveva limitare al minimo i movimenti bruschi, per evitare di sentire strani spostamenti intestinali. Presto si accorse di aver perso qualunque stimolo di evacuazione: ipotizzava che i prodotti di scarto fossero convertiti, in qualche strano modo, in elettricità, ma non volle mai chiedere informazioni. Durante il periodo di convalescenza, con rigore certosino, Clara si impegnò nell’applicare un foro posteriore sull’intimo e sui pantaloni di Fabio, cosicché tutto sarebbe stato pronto per il ritorno del marito alla vita quotidiana. Ma riprendere il lavoro fu traumatico. Fabio si presentò in ufficio con il cavo cascante dal didietro che pareva la coda di un topino. Battute fecali e metafore animalesche da parte dei colleghi erano quasi sopportabili, se paragonati alla gogna cui era quotidianamente sottoposto durante il momento della sedia. Le batterie ricaricabili garantivano circa tre ore di autonomia, motivo per cui ogni tanto Fabio era costretto a mettersi seduto accanto alla presa della corrente, tutto solo in un angolo, come fosse un alunno negligente costretto al castigo dalla maestra. I colleghi gli avevano persino costruito con tanto affetto un cappello con le orecchie da asino. Da qualche tempo stava discutendo con il medico – lo stesso che gli aveva installato le pile nuove, con il quale si consultava sempre più spesso – di una soluzione alternativa alle batterie ricaricabili. «Qualcosa ci sarebbe…», mormorava il ragazzino, ma con poca convinzione. «Si tratta di una soluzione sperimentale, che richiede un intervento molto invasivo, tuttavia. E stravolgerebbe in maniera irreversibile la sua vita». Fabio non avrebbe mai accettato, se non si fosse trovato a superare il limite umano di sopportazione. Se una mattina Luca, il suo collega, non avesse deciso di divertirsi e di far divertire tutto il personale dell’ufficio tirandogli la coda. Uno strattone, forte e rapido. Ma non indolore, anzi. Fabio lanciò un urlo potentissimo, corse in bagno a piangere e a toccarsi il sedere. Si sentì piccolo, impotente, disperato. Più di quanto fosse disposto a tollerare. Afferrò il cellulare e compose il numero del medico. Avrebbe accettato la soluzione sperimentale che gli aveva proposto. Non aveva grandi discorsi da fare, disse solo: «Meglio un pannello solare al posto della faccia, che un filo ficcato su per il…».
  17. Gigiskan

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    Ciao, @Talia! Avevo immaginato il protagonista come un sessantenne senza figli, sta andando comunque verso l'anzianità Però era solo nella mia testa, dal testo non si capisce. Accolgo i tuoi suggerimenti per modificare. Ti ringrazio anche per gli utili appunti sulla forma e lo stile. Grazie per il commento!
  18. Gigiskan

    Batterie scariche

    Ciao, @Lauram ! Ti ringrazio per le preziose osservazioni sul discorso diretto (l'adozione dell'indiretto libero era giusto per provare qualcosa di nuovo, ma devo ancora lavorarci) e sul "gesto". Su quest'ultimo avevo effettivamente il dubbio - che mi hai confermato - che non fosse chiarissimo. Grazie per la lettura @Kikki, grazie per il commento! Ho postato il racconto per capire quanto fosse sostenibile l'elemento nonsense, diciamo così, che avevo inserito. Temevo che le reazioni dei personaggi potessero risultare poco credibili, e infatti Ci penso su e trovo un modo per risolvere il problema, grazie tante!
  19. Gigiskan

    Oceano

    Ti lascio prima un paio di appunti. Una cosa ritenuta offensiva raramente ha valore nullo. Penso di aver capito il senso, ma non mi convince. Toglierei il di. Parentesi è in riferimento al pensare? Non mi è molto chiaro il significato, qui. È una citazione alle stelle danzanti di nicciana memoria? Se anche togli il riferimento allo scopo, si capisce quello che intendi dire dopo. Non mi è chiaro perché dovrebbe essere difficile, lasciato troppo all'intuizione forse. Ciao! Non è un racconto di facilissima lettura, per la forma sperimentale che hai scelto di adottare. Lo stile paratattico e le frasi molto dense danno un senso di poeticità che sta bene con il tema mitico del testo (a proposito, non sono riuscito a rintracciare una mitologia univoca: googolando varii elementi, mi è sembrato di cogliere una commistione di diversi riferimenti). Tuttavia, per gusto personale, mi sembra che talvolta la poeticità sia prodotta in maniera forzata: alcune immagini sono molto belle, altre mi sono sembrate soltanto criptiche; e non sempre sono riuscito a capire cosa intendessi dire. Forse l'idea è quella del frammento à la Nietzsche: tono profetico-oracolare, alta densità di senso in enunciati quasi lapidari. Non riesco a dire che l'effetto sia riuscito sempre, però. Nel tuo racconto la forma eccede di gran lunga il contenuto. Lavorerei proprio sulla forma, cercando di aumentare la chiarezza delle espressioni, senza perderne la densità e la poeticità. A mio parere, non è necessario che ogni frase sia oracolare: meno senso ma meglio distribuito. Ne verrebbe fuori un gran bel lavoro. Alla prossima
  20. Gigiskan

    Cosa state leggendo?

    Sto leggendo L'estate e altri saggi solari del mio amato Camus
  21. Gigiskan

    Mezzogiorno d'inchiostro n. 111 Topic Ufficiale

    Complimenti ai vincitori e a tutti i partecipanti!
  22. Gigiskan

    [MI 111] Ed elli avea del cul fatto trombetta

    Commento Prompt di mezzanotte Sara poggia la testa sulla mia spalla, distende le gambe sul divano e sbadiglia. Emana un buon profumo di muschio bianco. Cristina e Matteo siedono uno in braccio all’altro sulla poltrona di fianco a noi. In televisione trasmettono il classico film romantico con la trama scontata e gli attori strafighi a cui va sempre tutto bene nella vita. Non mi dispiacciono le serate tra coppiette. Mi fanno sentire tranquillo, al sicuro. Passo una mano tra i capelli neri e lisci di Sara, più morbidi del solito questa sera. Mentre le accarezzo la testa, avverto un dolore all’intestino e mi blocco. Sara si rimette a sedere e si volta verso di me. Anche Matteo e Cristina mi guardano. «Tutto bene, Ale?», chiede Sara. Vorrei rispondere, ma riesco a emettere solo un gemito strozzato perché una fitta più intensa della precedente mi trafigge. Porto le mani alla pancia. «Sei diventato pall…», Matteo non termina la frase. Un rumore insolito rimbomba nel salotto, poi cala il silenzio. Mi fissano tutti a bocca aperta. Sara mi fulmina con uno sguardo da cui trapelano al tempo stesso ira e imbarazzo. «Ed elli avea del cul fatto trombetta…», sussurra Matteo. La sua bocca si apre in un sorriso nervoso e forzato. «Non ti preoccupare, caro. Sono cose che possono capitare», si affretta ad aggiungere Sara. «Torniamo a guardare il film, dai». Adesso sono io che guardo loro confuso. Trombetta? Cose che possono capitare? «Chi ha osato evocarmi!», tuona una voce alle mie spalle. Trasaliamo per lo spavento. Il volto di Cristina si contorce in una smorfia di terrore, Matteo cerca di coprirle gli occhi con una mano. Sara inizia a tremare. Mi volto. A due passi da me vedo una nuvola giallastra dalla statura imponente e dalle sembianze umane, gli occhi neri come la notte e un sorriso arcigno sul viso. «Io sono il Grande Peto!», urla. Il suo alito emana un onore disgustoso, trattengo a stento un conato di vomito. Tappo con una mano il naso e con l’altra la bocca, ma serve a poco. «Chi di voi luridi umani ha trullato?», aggiunge scrutandoci uno a uno. Rimaniamo in silenzio, pietrificati. «È stato lui!», strilla Cristina, indicandomi, e scoppia in un pianto disperato. Mi guarda, le guance rigate dalle lacrime e il naso già rosso, e sembra che con gli occhi mi chieda perdono. «Molto bene…», sibila la nube gialla. Scoppia in una risata maligna che fa quasi tremare le pareti e mi guarda come guarderei una bistecca se non mangiassi da due giorni. Mi mostra i denti aguzzi, già pronti per farmi a fette, e si avvicina lentamente. «Fermati subito!», urla Matteo. Tra le mani ha il vaso di porcellana che mia suocera ha regalato a Sara e che teniamo sul tavolino in soggiorno. Senza pensarci su, lo scaglia con tutte le forze contro la nube. Il vaso lo attraversa e si schianta contro la parete, andando in frantumi. Il Grande Peto si lancia su Matteo e lo avvolge con il suo vapore. Matteo non ha il tempo nemmeno di urlare: in un attimo il suo corpo si irrigidisce e crolla a terra. Emette un ultimo peto, e credo che quello sia il suo ultimo respiro. Cristina osserva il corpo privo di vita di suo marito sul pavimento. Respira in maniera irregolare, sembra stia per avere un attacco di panico. La nube punta gli occhi verso di lei,ora. «Correte!», urla Sara. Afferro Cristina per un braccio e la trascino verso la camera da letto, seguendo Sara. Chiudiamo la porta a chiave il più velocemente possibile. Sara mi guarda, ha le lacrime agli occhi. «Cosa cazzo è appena successo?», chiede. Vorrei rispondere qualcosa, ma non so cosa dire. «Cosa facciamo? Non possiamo rimanere chiusi qui per sempre», dico. Rimaniamo in silenzio a fissare la porta. Non si sente nessun rumore, sembra tutto finito. «Forse se n’è andato», affermo. «Speriamo…». Cristina lancia un urlo spettrale e si accascia al suolo. È piegata in due e si stringe la pancia con le mani. La fisso con sguardo attonito. «Cris, cosa succede?», chiede Sara e si inginocchia accanto all’amica per soccorrerla. «Non ti avvicinare, Sara!», geme Cristina. «Scappate subito!» Il corpo di Cristina inizia a contorcersi sul pavimento, in preda alle convulsioni. Si sente il rombo della sua ultima interminabile flatulenza, poi più nulla. La testa crolla al suolo, le membra si paralizzano, come fossero appena cadute fuori dal tempo. Una sottile nube verdognola aleggia nell’aria. Sara è paralizzata dal terrore. La prendo per le spalle e la trascino nel bagno collegato alla camera da letto. Chiudo subito la porta. Sara inizia a singhiozzare, la abbraccio come se dovessimo fonderci in quell’unico gesto e piango anche io insieme a lei. Un tanfo insopportabile di uova marce e piedi sudati si diffonde nella stanza. Io e Sara iniziamo a tossire, cerchiamo di respirare il meno possibile, tappando naso e bocca. Dalla fessura sotto la porta, vediamo un’ombra verde propagarsi, fino ad espandersi e occupare tutta la stanza. Vorrei urlare, ma riesco solo a emettere un rantolo disperato. Sara cade a terra come corpo morto cade e scoreggia per l’ultima volta. Chiudo gli occhi e diventa tutto nero. «Tutto bene, Ale?», chiede Sara. Sono sul divano, la televisione trasmette ancora lo stesso film romantico. Cristina e Matteo sono seduti sulla poltrona uno in braccio all’altro. Non sento alcun dolore alla pancia. Annuisco con la testa, confuso. Sara poggia il capo sulla mia spalla, rimettendosi comoda sul divano. Sento il rumore di una debole emissione di gas provenire dalla poltrona. «Matteo, sei un maleducato!» esclama Cristina, tirando uno scappellotto a suo marito. Poi scoppia a ridere, insieme a Matteo e Sara. Rido anche io. «Ed elli avea del cul fatto trombetta…», sussurro. «Hai detto qualcosa?», chiede Sara. «Io? No, non ho detto nulla».
  23. Gigiskan

    Mezzogiorno d'inchiostro n. 111 Topic Ufficiale

    Ci sono, ho i voti: - Henry de Mussignac di @Ginevra - Il consigliere di @caipiroska - Il capretto di @Kikki
  24. Gigiskan

    [MI 111] Ed elli avea del cul fatto trombetta

    Grazie per il commento, @Emy! Ciao, @AdStr Questo racconto per me è stato un esperimento, di solito scrivo roba triste e malinconica. Non sono bravo a far ridere, ma ci ho provato. Devo lavorarci ancora un bel po' su Grazie mille per essere passato!
  25. Gigiskan

    [MI 111] Una bella amicizia

    Ciao, @Macleo Molto bello e molto divertente il tuo racconto, mi piacciono sempre questi scenari paesani. È stata davvero una lettura piacevole! Complimenti!
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