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Gigiskan

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    Studente in tensione verso la Verità
  • Compleanno 05/09/1998

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    Milano

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  1. Gigiskan

    [MI 134] Non lo sapevo

    Ciao! Approfondirei magari la caratterizzazione della protagonista, di cui intravedo soltanto delle linee generali, e il ruolo della psicoterapeuta, le scritte della quale potrebbero magari avere una funzione per la trama, per esempio. Per il resto, il racconto mi è piaciuto. A rileggerci
  2. Gigiskan

    [MI 134] Libertà

    Ciao! Hai scelto un tema molto inflazionato, quindi secondo me avresti dovuto giocartela meglio sullo stile e sull'efficacia del protagonista. In particolare, avrei voluto percepire meglio la traumaticità dell'esperienza della guerra, il modo in cui questo trauma si trascina nella vita quotidiana di Kevin al punto da rendergli insostenibile l'esistenza. Il racconto si lascia leggere bene, ma ho sentito la mancanza di qualcosa che rendesse la narrazione più realistica e incisiva. Alla prossima!
  3. Gigiskan

    [MI 134] - Amiche forever

    Ciao! Ti sei calata bene al livello delle tue personagge e il dialogo mi sembra riuscito, l'ho trovato molto agile. Bel racconto
  4. Gigiskan

    [MI 134] Il perditempo

    Ciao, @Ton! Snellirei con decisione le sequenze descrittive: ci sono frasi che ho trovato troppo lunghe e che rendono il racconto prolisso, per i miei gusti. Il nucleo del testo sono, però, i dialoghi, che a me sembrano davvero riusciti e belli, anche emozionanti. (Non apprezzo particolarmente la scelta della seconda persona, ma è una questione di affinità personale. Mi sembra che sia stata gestita comunque bene). Basta scegliere quali parole tenere e quali lasciare, ne verrebbe fuori proprio un bel racconto! A rileggerci
  5. Gigiskan

    [MI 134] Un divano

    @Kikki @Emy @Vincenzo Iennaco @julia1983 @Ippolita2018 @Almissima @Adelaide J. Pellitteri @Garrula @AnnaL. Ciao! Ringrazio tutti di cuore per la lettura, i commenti e le osservazioni Posso rubarvi tre minuti? Noto della perplessità generale, penso di averne capito il motivo. Non ho scritto un vero racconto, quindi non c’è una direzione né una soluzione conclusiva da ricercare in quello che ho scritto. Il testo è autobiografico: ho preso due ricordi significativi dei due percorsi di psicoterapia che ho seguito e, collegandoli, ho cercato di spiegare perché in realtà mi sembri che il percorso sia uno soltanto. Volevo solo raccontare dei ricordi e collegarli tramite una riflessione. L’unico indizio che ho lasciato per cogliere l’autobiografismo sono i nomi puntati, un po’ pochino. E ho capito non è stata una grande idea Mi chiedo se leggendolo non come un vero racconto ma come uno scritto personale, le perplessità rimangano. Se a qualcuno di voi andasse di farmelo sapere, anche in privato e/o dopo il MI, ve ne sarei davvero grato: tengo a questo racconto e mi piacerebbe poterlo migliorare. Non serve dire che lo considererei come un favore personale, se lo faceste. Vi ringrazio tanto
  6. Gigiskan

    [MI 134] Ritorno a casa

    Ciao! Ti segnalo giusto un refuso: ché Spero di non fare una figuraccia, ma credo che tu sia Unius. È davvero un piacere rileggerti! Ricordo ancora la tua scrittura delicata ed evocativa, è la stessa che ho ritrovato qui e ne sono lieto. Mi è piaciuto tanto il tuo racconto! A rileggerci
  7. Gigiskan

    [MI134] Il Baobab

    Ho cercato su internet un po' di immagini di baobab, me non ne ho trovato uno che avessi dei rami ad altezza persona. Come ha preso la foglia? Qui va una tirata di orecchie, per una questione "politica", più che narrativa. Capisco che sia un pensiero della protagonista e che ci sia anche un intento ironico, magari, ma sconsiglio di utilizzare termini clinici e diagnostici in maniera così spensierata. Il disturbo ossessivo-compulsivo causa sofferenza a tante persone, utilizzare la diagnosi a sproposito rischia di banalizzare questa sofferenza. La frase è un po' intricata. Propongo di riformularla e spezzarla dopo il primo casa in due proposizioni. Ciao! Mi rimane una perplessità sulla trama, sul fatto che nessuno abbia notato e denunciato un omidicio che non dovrebbe certo passare inosservato per la modalità con cui si è verificato. Avrei voluto che mi portassi maggiormente nella mente della protagonista e mi spiegassi le ragioni del delitto, mi sembra che ci sia poca complessità, poco conflitto. Forse bisogna articolare maggiormente la personalità della protagonista. Sulla forma si può lavorare per oliare un pochino qualche passaggio. Ho trovato molto bella l'immagine iniziale delle foglie dell'albero come mani. Alla prossima!
  8. Gigiskan

    [MI 134] L’ultima carta

    Ciao! Trovo che tu sia stato bravo a gestire i dialoghi, il racconto è molto spiritoso e mi ha divertito. Alla prossima!
  9. Gigiskan

    [MI134] Silenzio

    Non so perché mi abbia spezzato il commento, ma tant'è Ciao, @Joyopi! Da quanto tempo, sono felice di rileggerti! La forma del racconto è migliorabile, ti ho segnalato un paio di cose sulla base del mio gusto personale. Credo che siano dovute in ogni caso alla fretta da MI. Ho trovato che alcune immagini fossero molto belle: su tutte, il breve flashback sull'incontro tra Carlo e Martina, la vista dal balcone e le riflessioni sui sensi del protagonista. Sono felice che tu abbia deciso di raccontare la storia dal punto di vista di una persona sordomuta, credo che ci sia tanto bisogno di inclusività anche nella narrativa, perché la letteratura contribuisce a plasmare l'immaginario. Non posso dirti se il racconto sia fedele all'esperienza che può vivere una persona sordomuta, però percepisco lo sforzo di immedesimazione e il tentativo di trattare il protagonista con il rispetto e la sensibilità che merita. Mi viene da ringraziarti per aver scritto un racconto del genere, mi è piaciuto!
  10. Gigiskan

    [MI134] Silenzio

    Ha la schiena poggiata alla ringhiera? Non è molto sicuro, non so in quanti lo facciano. E non ha una mascherina, anche se dopo dici che tutti la mettono quando stanno sul balcone. né la voce dell'uno né quella dell'altra. Non conosco la lingua dei segni, ma, se non erro, non si tratta di una lingua a base alfabetica: ogni gesto dovrebbe veicolare un significato. Non so se sia possibile un fraintendimento di questo tipo, in tal senso. (Poi magari tu conosci la lingua dei segni e ho toppato io, eh. In questo caso, chiedo scusa in anticipo. Mi informo, comunque). Non mi sembra necessario inserire il soggetto nell'inciso, se fosse a inizio frase non cambierebbe molto. tanto? Forse volevi usare il piuttosto che, ma qui non ci starebbe perché la congiunzione è disgiuntiva, non avversativa. Meglio: oppure lo avrebbero cacciato via. Si preparava funziona meglio. La seconda frase si può togliere secondo me, anche perché spezza la continuità rispetto alla riflessione sull'uscire che segue subito dopo. Si aspettava che una folla si riversasse?
  11. Gigiskan

    [MI 134] La vita con Matilde

    Ciao! Ti lascio un paio di appunti: Ho controllato per sicurezza sul vocabolario Treccani: flebile si dice perlopiù di suono, quindi qui non ci sta molto. A meno di non intenderla come una sinestesia, ma sarebbe una nota di lirismo inserita all'inizio del racconto che poi non ha alcun seguito. Userei un aggettivo che rienti nel campo semantico della vista. Non sono un professionista, quindi parlo da paziente e da interessato alla materia: credo che non sia lo psicoterapeuta a dover decidere se una persona è felice o meno. Inoltre, ci può stare che lo psicologo pensi che la terapia non sia può più necessaria, ma la decisione di interrompere il percorso dovrebbe essere presa di comune accordo, immagino. Rimando il giudizio sulla questione a qualcuno di compente che passasse da queste parti. ché Questa serie di virgole non mi convince. Ho provato a rileggere un paio di volte questo periodo e mi suona ogni volta come un elenco: prova a modificare la struttura delle frasi o a variare la punteggiatura. Il soggetto potrebbe stare senza problemi all'inizio della frase. La parte del racconto che mi convince di meno è quella centrale, non essendo io un amante delle descrizioni. Un po' troppo idillica e stereotipata la relazione tra Marco e Matilde: le persone che soffrono di malattie mentali hanno comunque una loro complessità (come tutti), credo che una relazione immaginaria complessa, quindi anche conflittuale, sarebbe più realistica. Trovo che siano meglio riuscite la parte iniziale e quella conclusiva, invece. Ammetto di aver avuto un sospiro di tristezza sul finale, c'è stata una certa immedesimazione nella situazione del protagonista. Alla prossima!
  12. Gigiskan

    [MI 134] Un divano

    Commento Traccia di mezzogiorno: A porte chiuse «Ti va di sederti sul divano oggi?» La domanda di A. mi colse di sorpresa, ma acconsentii. Cercai una posizione comoda sul divano, senza riuscire a trovarla. Mi sentivo rigido e irrequieto insieme. Dovevo sedere sul bordo o poggiare la schiena? Dove mettere le braccia? Come tenere le gambe? Di solito eravamo uno di fronte all’altro, separati dalla scrivania: non avevo mai nemmeno considerato la possibilità di sedermi sul divano! Da quella prospettiva lo studio mi sembrava diverso rispetto a come l’avevo sempre visto, quasi non lo riconoscevo. Osservai le decorazioni floreali sul muro, i peluche dei personaggi Disney e il tavolino blu con le sedie colorate, che di solito erano alle mie spalle – A. lavorava anche con bambini, si occupava di disturbi specifici dell’apprendimento. Durante le ultime sedute avevamo parlato del mio corpo e del modo in cui occupo lo spazio, della tendenza a farmi più piccolo di quanto già non sia – sono alto un metro e sessanta, arrotondando per eccesso – in alcune situazioni. Pensai che l’invito a sedermi sul divano avesse a che fare con questo. A., che nel frattempo aveva preso una sedia e si era posizionato davanti a me, rimase in silenzio per qualche secondo. Poi mi chiese: «Come stai?» Lo disse a bassa voce, come avesse avuto paura che un volume troppo elevato potesse ferirmi. Ho sempre trovato che fosse molto bravo a entrare nel mio mondo in punta di piedi, per non urtare il mio equilibrio fragile. «Preferivo stare alla scrivania», risposi ironico. A. sorrise, era abituato all’umorismo che uso quando parlo di me. Mi disse che dalle volte successive avrei potuto decidere io dove sedermi. Non mi sedetti più su quel divano. Questo ricordo mi tornò alla mente all’incirca un anno dopo, quando iniziai il percorso di terapia con D., che è ancora oggi il mio psicologo. Entrai nello studio per il nostro primo incontro. Guardai la scrivania alla mia sinistra, ma D. mi invitò ad accomodarmi sul divano. Ripensai subito al divano nello studio di A. Tuttavia, questa volta non ero agitato e trovai la coincidenza alquanto buffa. Dopo le presentazioni generali, D. mi chiese: «Perché hai deciso di venire qui?» Domanda diretta, a bruciapelo. Con il tempo, ho capito che la differenza maggiore tra A. e D. è proprio a livello di prossemica. Come già ho detto, A. aveva questa maniera così lieve di avvicinarsi a me, quasi timorosa della mia vulnerabilità. Il tocco di D., al contrario, è molto rapido, talvolta brusco, e più di una volta, a conclusione della seduta, mi sono sentito ferito, stracciato. Però D. mi mette di fronte ai miei problemi, mi dona la sensazione della sfida con me stesso. Anche se, almeno per ora, sento di stare perdendo la sfida. Alla domanda di D., in ogni caso, non sapevo come rispondere. Una turba di pensieri mi invadeva la mente. Non erano parole, nemmeno immagini: erano sensazioni confuse e indistinte a cui non riuscivo ad associare una forma che mi permettesse di comunicarle. Aprii la bocca, sperando che questo avrebbe spinto il cervello a trovare le parole per iniziare un discorso. Funzionò, ma non come avrei voluto. Iniziai a raccontare del mio ragazzo, poi del coming out, e qui mi interruppi. Avvertii un nodo alla gola e la voce mi si spezzo. Mi bloccai, senza dire più nulla. D. rimase in silenzio per un po’. Poi chiese, quasi in un sussurro: «Come stai?» D’un tratto, il divano sotto di me si fece scomodo. Mi sentii scomposto e cercai di sistemarmi, ma non trovai una posizione adatta. Il mio corpo era diventato un oggetto ingombrante. Avrei voluto occupare meno spazio possibile, rimpicciolirmi fino a scomparire. Ridurre a zero la superficie di contatto con il mondo. Sentivo sulle spalle il peso del passato e la paura del futuro. Il sentimento di inadeguatezza, l’insicurezza, la tristezza esistenziale, il desiderio di non provare più nulla. Avevo raccontato tante volte ad A. del mio primo coming out, ma non avevo mai pianto. Mi sorprese il fatto che fosse successo in quel momento con D., che avevo appena conosciuto. Pensavo di aver superato alcune difficoltà. A quanto pare mi sbagliavo. Gli occhi mi si riempirono di lacrime, chinai la testa. La domanda mi era risultata incredibilmente pesante, il contatto con D. era stato traumatico come per un palloncino quello con l’ago. Mi domandavo se anche per lui il contatto con me fosse stato difficile, se si fosse punto con i miei aghi emotivi da cactus. «Possiamo parlarne un’altra volta?» chiesi soltanto. D. assentì con la testa. Rimase in silenzio, aspettando che fossi io a riprendere il discorso a partire da un altro soggetto. Nella mia testa, i due ricordi si sono sovrapposti e mescolati. Al punto che ho dovuto compiere uno sforzo mnemonico e immaginativo enorme per riuscire a disgiungerli. E non posso assicurare che vi sia del vero in tutto ciò che ho riportato. I due percorsi di psicoterapia sono per me uno solo: il secondo non ha mai avuto un inizio perché il primo non è mai finito. Non parlo solo di continuità, ma di identità vera e propria. A. e D., che pure a volte mi sembrano tanto diversi, sono la stessa persona. A. giocava con me, mi seguiva nei miei voli pindarici, nei giochi di parole, nelle catene metaforiche. D. mi riporta a terra quando volo via, si scontra con me perché lui è concreto e io sono astratto, ma proprio questo mi aiuta a crescere. Eppure, A. e D. sono la stessa persona, chiamata ora con un nome ora con l’altro. Nella mia testa, A. è sé stesso e D. contemporaneamente; e, viceversa, D. è sé stesso e A. contemporaneamente. In barba al principio di non contraddizione di Aristotele. I due divani sono, per me, uno solo.
  13. Gigiskan

    Un biglietto da visita per Monte Olango

    Ciao, @Olly! Ci sono delle cose che non mi convincono nel tuo racconto. Ti lascio pochi appunti sulla forma, perché penso che sia un altro l'aspetto su cui lavorare. L'accostamento delle due proposizioni non tiene molto sul piano logico: se è un posto meraviglioso, già non se ne parla come un luogo qualsiasi. Si può evitare la frase sul cielo, che pare un po' lanciata lì in mezzo senza aggiungere granché. E spezza la continuità del soggetto tra i periodi. In alcuni passi (quelli quotati sopra, tra gli altri) compare la soggettività del narratore, che non è però un personaggio, e non può esserlo, essendo questo un biglietto da visita. Trovo che sia una stonatura, nell'insieme. Mi chiedo se sia necessario. La descrizione del Monte Olango è sicuramente molto piacevole e suggestiva. Alla lunga però stanca, essendo soltanto una descrizione. Se, come da titolo, l'obiettivo è quello di fare un biglietto da visita, ci sono troppe informazioni: il risultato è un elenco, all'interno del quale mi sono perso. Insomma, serve un nuovo piano di marketing! È una battuta, ma solo fino a un certo punto. A mio modesto parere, ci sono due soluzioni praticabili qui. Potresti accorciare il racconto e renderlo più realistico in quanto biglietto da visita. E allora qui te la giochi davvero sul marketing: selezioni accuratamente le descrizioni che rendono "vendibile" il tuo prodotto e mescoli tutto con una buona dose di storytelling, che è quello che forse manca di più al tuo racconto. Viceversa, se vuoi tenere questa lunghezza, troverei un modo per descrivere il Monte attraverso una storia. La butto lì giusto per farti un esempio, che magari è anche banale: gita di alcuni turisti che stanno visitando l'isola; descriveresti le loro personalità e filtreresti le caratteristiche principali del Monte attraverso i loro occhi, che mi sembra anche un buon modo per riprodurre lo stupore e la meraviglia. Con dei personaggi e una trama mi sentirei maggiormente immerso nel racconto. Seguendo questo secondo suggerimento, ovviamente, perderesti la struttura del biglietto da visita. Spero di essere stato utile, alla prossima!
  14. Gigiskan

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    Ciao, @m.q.s.! Ti ringrazio tanto per il commento e per gli appunti molto utili!
  15. Gigiskan

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    Ciao, @Talia! Avevo immaginato il protagonista come un sessantenne senza figli, sta andando comunque verso l'anzianità Però era solo nella mia testa, dal testo non si capisce. Accolgo i tuoi suggerimenti per modificare. Ti ringrazio anche per gli utili appunti sulla forma e lo stile. Grazie per il commento!
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