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GiD

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  1. Lorem Ipsum

    Per quella che è al momento la mia esperienza personale (ma vedo anche quella di altri), credo che la Lorem Ipsum debba puntare a migliorare la comunicazione coi propri potenziali autori. E non parlo del singolo caso, ma proprio del loro sistema di risposta per come è al momento strutturato. Per assurdo, la Lorem Ipsum comunica meglio con gli autori che intende scartare piuttosto che con quelli che potrebbe rappresentare. Davvero fatico a capire questa scelta di contattare entro 30 giorni chi viene respinto e lasciare invece nel completo silenzio, per mesi, chi supera una prima scrematura. Potrà sembrare sciocco, ma, nel silenzio assordante del mondo editoriale, ricevere un'email con scritto "Il tuo testo ha superato la prima selezione. Ti ricontatteremo non appena avremo un nuovo riscontro dal secondo gruppo di lettura" sarebbe come trovare una bottiglietta d'acqua minerale ghiacciata in mezzo al deserto dopo giorni di camminata. Nel mio caso specifico, ho inviato un testo in valutazione a settembre scorso e non ho ancora ricevuto alcun cenno da parte dell'agenzia (conferma di ricezione a parte). Ho provato, considerato che sono passati quasi sei mesi, a chiedere informazioni riguardo allo stato di lettura del mio manoscritto, prima tramite l'indirizzo email ufficiale dell'agenzia (due settimane fa) e poi tramite messaggio privato qui sul forum a @JaV (una settimana fa). Ancora nessuna risposta. Ora mi trovo nella situazione, scrivendo questo post, di sentirmi quasi io in torto. Di sentirmi io troppo insistente. Però, davvero, con tutto il rispetto possibile per il lavoro altrui e tutta la comprensione di questo mondo, credo non sia una pretesa esagerata quella di mantenere attiva la comunicazione fra un'agenzia letteraria e i suoi potenziali autori, soprattutto quando si parla di una quarantina di autori, che potrebbero essere aggiornati sullo stato di lettura dei loro lavori in meno di un quarto d'ora. Spero che questo mio intervento risulti costruttivo e che venga letto come un consiglio (il punto di vista di chi sta da quest'altra parte della barricata) piuttosto che come una sterile lamentela.
  2. Come proporsi a una Fiera del Libro?

    Grazie a tutti per le risposte. Vedo che, come immaginavo, non è il caso di presentarsi in fiera con lo scopo di lasciare il proprio manoscritto all'editore. L'unica strada può essere quella indicata da LuckyLuccs, ovvero presentarsi all'editore, parlare del proprio manoscritto (se se ne ha l'occasione) e sperare che sia l'editore a chiederti il materiale tramite un suo contatto diretto.
  3. Come proporsi a una Fiera del Libro?

    Innanzitutto grazie per le risposte. Anche a me, in effetti, sembrava poco pratico andare lì in fiera manoscritto alla mano. Ovviamente può sempre essere un'ottima occasione per prendere contatti, quello sì. @Spartaco per Tempesta Ed. Ecco, in realtà io stavo pensando in particolare proprio alla Fiera del libro per ragazzi di Bologna, visto che il target del mio romanzo è quello. Dici che quello è invece un contesto in cui non risulta strano o invasivo proporre direttamente il proprio manoscritto? @LuckyLuccs Posso chiederti com'è andata, nello specifico? L'editore ti ha dato un suo indirizzo email personale a cui spedire il tuo manoscritto? O magari si è segnato il tuo nome? Come hai evitato che il tuo manoscritto, una volta inviato, si perdesse nuovamente fra le centinaia di manoscritti che gli editori ricevono ogni giorno?
  4. Come proporsi a una Fiera del Libro?

    Molti sostengono che uno dei metodi migliori per proporsi a una casa editrice sia il contatto diretto durante una fiera del libro. Ho pensato perciò di chiedere consiglio qui sul forum sul modo giusto di presentarsi allo stand dell'editore. In ordine sparso: Come funziona di preciso? Ci sono stand appositi dedicati allo scouting? Ci si presenta lì, in fiera, portandosi dietro il manoscritto stampato, corredato di sinossi e tutto? Ci sono orari o giornate prestabilite in cui gli editori dedicano il loro tempo agli aspiranti autori? So che possono sembrare domande stupide, ma non avendo mai visitato una fiera non so bene come muovermi. Il timore è quello di passare per lo scocciatore di turno che disturba la gente che sta lì in fiera per lavorare e promuovere i propri romanzi. Se avete consigli o esperienze in merito, quindi, sparate pure. Specialmente riguardo alla "Fiera del libro per ragazzi" di Bologna. Grazie a chi risponderà.
  5. Lorem Ipsum

    Oh, sarà magari una domanda stupida, ma stavo per porla anch'io.
  6. Lorem Ipsum

    @albe7 Non credo sia un problema legato alla tua mail. Anch'io mi trovo nella tua stessa situazione. Magari non stanno controllando le mail, al momento. Spero di ricevere presto loro notizie.
  7. Vero anche questo, ma capisci bene che uscirsene con un "non si fa" taglia un po' le gambe alla discussione. Alla fine la cosa bella di un forum è il confronto, per cui se anche brevemente, come hai fatto tu, si cerca di spiegare perché non si fa magari ne viene fuori un discussione costruttiva. La distinzione fra momento di enunciazione ed evento principale è chiarissima. Quello che non capisco è perché la narrazione al passato prossimo sia da considerarsi monca rispetto a quella al passato remoto. Voglio dire, entrambi i tempi verbali indicano azioni compiute ed entrambi pongono gli eventi precedentemente al momento dell'enunciazione. A distinguerli, a livello grammaticale, dovrebbe essere solo la distanza temporale dal presente, ovvero dal momento dell'enunciazione. Il passato remoto colloca l'evento principale in un passato più lontano, il passato prossimo in uno più vicino. Cosa ti porta a considerare "Mangiai una mela" come evento principale e "Ho mangiato una mela" come semplice antefatto? Per dire, posso benissimo scrivere il resoconto di un omicidio per voce (narrante) dell'uomo che l'ha commesso, partendo da "Questa mattina ho deciso che l'avrei fatto" per concludere con "...e alla fine l'ho lasciata dissanguarsi ai miei piedi", senza mai irrompere nel presente (momento dell'enunciazione) visto che tutto è accaduto nel passato (memento dell'evento principale). Narrativamente parlando il racconto sarebbe completo e non potrebbe, almeno credo, essere considerato una narrazione al presente. Ciò che voglio capire è se stiamo parlando di uso e consuetudine o di grammatica. Perché, ripeto, anch'io concordo sul fatto che un autore debba avere un ottimo motivo per narrare al passato prossimo piuttosto che al canonico passato remoto, ma non mi sentirei di dire che è "sbagliato" farlo.
  8. @JPK Dike Si può far tutto se ha un senso, se è grammaticalmente corretto e se funziona per quello che si vuole narrare. La narrazione al passato prossimo non è uno sfizio o un gioco grammaticale, ma un'opzione narrativa valida tanto quanto il presente o il passato remoto, se adatta a quello che stiamo scrivendo. Capiamoci, anch'io, se mi chiedessero in quali tempi si può narrare una storia, presenterei subito come opzioni il presente e il passato remoto. Ma a domanda diretta "Si può narrare al passato prossimo?" non risponderei mai di no in maniera automatica, perché non si fa. Mi soffermerei a rifletterci. Mi porrei il problema di quali siano i limiti e quali le potenzialità di una narrazione al passato prossimo. Di quale possa essere il motivo per narrare al passato prossimo. E alla fine risponderei che sì, si può narrare al passato prossimo, se si sa quello che si sta facendo. Mettiamo che io voglia scrivere un romanzo sull'ultima settimana di vita di un suicida. Mettiamo che io scelga, considerata la forte componente emotiva di una storia di questo tipo, di far raccontare il tutto direttamente dal protagonista, quindi in prima persona, con una narrazione al passato, a mo' di lettera d'addio. Secondo te a questo punto quale tempo verbale dovrei usare? Il passato remoto? Ti sembrerebbe credibile, da lettore, una lettera d'addio al passato remoto, col protagonista che, parlando di lunedì scorso, scrive "mi alzai" o "andai al lavoro"? Io dico che in questo caso la narrazione al passato prossimo sarebbe la più appropriata. Sarebbe più diretta, sarebbe più realistica, sarebbe anche grammaticalmente più corretta, visto che la voce narrante parlerebbe di fatti accaduti pochi giorni prima... sarebbe più "giusta", in definitiva, per la storia raccontata. Essere scrittori, o almeno provarci, dovrebbe significare anche questo: porsi dei problemi, farsi delle domande, capire la ricchezza e le potenzialità della nostra lingua e rendersi conto di quale sia l'uso migliore che possiamo farne, senza fermarci a un "non si fa" piovuto dal cielo. Così, fermandosi a pensare, uno scrittore capisce quando e perché usare il passato prossimo per raccontare una storia, o quando e perché iniziare una frase con una congiunzione. Per questo mi viene da ribattere se leggo affermazioni come Perché sono affermazioni sbagliate, dichiarate tra l'altro con la categoricità di una regola grammaticale, come se steste spiegando che "un altro" si scrive senza apostrofo, senza possibilità di appello. E perché le parole, soprattutto in un forum di scrittori, hanno un significato specifico: tra "non si può fare" ed "è problematica" c'è una bella differenza, come anche tra "non si può fare" e "solitamente non si usa". Poi, alla fine, liberi tutti di credere quello che si vuole e di fermarsi ai "non si fa" senza sforzarsi di ragionarci su e di capire perché non si fa e (di conseguenza) quando invece si può fare eccome. Faccio solo notare che anche la narrazione al presente "non si faceva", prima.
  9. @JPK Dike No, non è che posso semplicemente costruire una frase, col passato prossimo. Io posso benissimo narrare al passato prossimo. Ci posso scrivere un intero racconto, al passato prossimo. Volendo, anche un intero romanzo. (Io come tutti, eh!) Tu sembri convinto che il passato prossimo si possa usare solo e soltanto all'interno di una narrazione al presente. Non è così. Poi, che le narrazioni al presente e al passato remoto siano le due forme più comuni è tutto un altro discorso. Ma impuntarsi sul dire che non si può categoricamente narrare al passato prossimo è semplicemente sbagliato. Narrare al passato prossimo è un po' come narrare in seconda persona singolare: non è consueto, ha i suoi limiti, ha le sue problematiche, ma si può fare.
  10. @JPK Dike Non credo. Se scrivo Scendo in strada, mi infilo dentro l'auto e guido verso casa di Giulia. Non faccio in tempo ad arrivare al semaforo che torno indietro: ho dimenticato il cellulare sul tavolo da pranzo. E' una narrazione al presente dove uso il passato prossimo ("ho dimenticato") per descrivere un'azione passata, già avvenuta. Se invece scrivo Sono sceso in strada, mi sono infilato dentro l'auto e ho guidato verso casa di Giulia. Non ho fatto in tempo ad arrivare al semaforo che sono tornato indietro: avevo dimenticato il cellulare sul tavolo da pranzo. Questa è una narrazione al passato (prossimo) dove per indicare un'azione precedente uso il trapassato prossimo.
  11. D'accordo su tutto il resto ma su questa frase proprio no. La narrazione al passato prossimo è fattibile, in particolare se si usa la prima persona singolare: "E' cominciato tutto il giorno del mio compleanno. Mi sono svegliato tardi, come sempre, e come sempre sono uscito senza fare colazione, giusto in tempo per prendere il 23 all'angolo fra casa mia e Viale Mazzini. Non mi sono accorto di nulla fino a quando non sono arrivato in ufficio. Poi è successo. Poi tutto è cambiato". Questa è narrazione ed è al passato prossimo. Con la prima personad singolare viene fuori una narrazione più naturale, ma si può anche usare una terza persona.
  12. Premettendo che mi sembra abbastanza sterile portare avanti una conversazione (andata anche un tantino OT) a furia di "Tizio ha detto"/"Caio ha detto", non credo sia corretto partire dall'assunto che o si intrattiene o si trasmette un messaggio (ma diciamo pure "insegnamento", se vogliamo proprio fare i profondi). Qualsiasi storia minimamente degna di nota, per quanto leggera, per quanto d'intrattenimento, si porta dietro un messaggio. E' inevitabile. Fa parte del meccanismo stesso della narrazione, credo. Perfino la più stupida delle commedie americane ruota attorno a valori universali e ne diventa tramite e mezzo di diffusione, che si parli del "credi nei tuoi sogni", del classico "l'amore vince su tutto" o dell'intramontabile "per essere felice devi essere stesso". Tutte le storie, gira che ti rigira, hanno quella che nelle favole chiamiamo "morale". A volte è più forte e permea tutta la storia. Altre volte è solo accennata. Ma c'è sempre. C'è nel romanzo polacco da 957 pagine e c'è nell'essima replica di "Grey's Anatomy" trasmessa su la7d. Poi, dalla prospettiva di chi scrive, personalmente credo che un approccio didattico funzioni poco. Non credo possa nascere un buon romanzo da uno scrittore che si siede alla scrivania pensando "Ora scrivo un romanzo che insegni al lettore il valore della famiglia". Credo piuttosto che si debba partire dalla storia, dai personaggi, dalla situazione, dall'ambientazione... Il messaggio, "l'insegnamento", arriva dopo. Si parte dal cosa e si arriva al perché.
  13. Fiaba con rime baciate: le parole son tornate

    @Joyopi mi è piaciuta davvero molto. Figurati che ho iniziato a leggere tanto per e non sono riuscito a staccarmi fino alla fine. Proprio perché mi è piaciuta tanto, faccio un po' il pignolo e ti lascio un paio di appunti. 1) E' un peccato, visto l'impegno che hai messo nel comporre un testo in rima tanto lungo, ''accontentarsi'' in alcuni versi di una semplice assonanza. Oso suggerire: Così presto fatto, si tolse lo sfizio, e si mise al lavor sull'oscur malefizio, Due lingue di Pupo, un giallo Malgioglio, Fior di sanremo e di spartito un foglio. Rimescola bene, facendo attenzione, Ed ecco pronta la nera pozione. 2) Di solito, nelle fiabe classiche, se l'eroe e i suoi aiutanti partono per scontrarsi col nemico, ogni aiutante aiuta a superare un ostacolo grazie alle sue capacità particolari, così che alla fine l'eroe riesca ad affrontare l'antagonista. Nel tuo caso parti bene col gatto che sconfigge i giganti, ma poi il resto si fa confuso. Sì, sono pignolo, te l'ho già detto. Ma lo sono quando le cose mi piacciono. A rileggerti presto!
  14. Un futuro ispirato alla filosofia cosmista.

    @Vinicio Dolfi Partendo dalla tua premessa, ovvero quella di voler scrivere di un periodo utopico, un classico della fantascienza è il concetto di "male necessario" finalizzato a un "bene superiore". Così di getto mi viene in mente "The Giver", in cui (se non ricordo male) per evitare ogni conflitto si era arrivati a sopprimere ogni emozione, quindi anche quelle positive, creando una società utopica ma del tutto apatica. Un giovane prescelto viene messo a parte del "segreto" e comincia a porsi dele domande, a chiedersi se davvero un'utopia vale quel sacrifico. E da qui parte il conflitto e quindi la trama. Ecco, diciamo che da un'utopia davvero perfetta è difficile trarre conflitto e innescare una storia. Ti serve un rovescio della medaglia, qualcosa che metta in dubbio la presunta perfezione della società all'interno della quale si svolge il romanzo.
  15. Foglie di tè e fondi di caffè

    @Claudia87 grazie dei complimenti, anche se devo ammettere che questo non è proprio il mio stile, non del tutto almeno. Questo prologo infatti nasce un po' come esercizio. Ho voluto imitare uno stile che ho apprezzato da lettore per vedere come mi stava addosso da scrittore. In particolare ho cercato di riprendere i toni, e anche i temi, di ''Chocolat'' di Joanne Harris. Sui dialoghi hai ragione. Potrebbero essere senz'altro più ''colorati''. Su ''fruscio'' invece non sono del tutto sicuro. Molti dizionari lo indicano senza accento, ferma restando la pronuncia ''fruscío''. Come regola generale, in italiano l'accento grafico non è obbligatorio se non posto sull'ultima sillaba.
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