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Severance

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  1. Severance

    La Penna Velenosa

    Sarebbe bello per me replicare a tutti, ma avete sollevato così tanti argomenti che è quasi impossibile! Grazie di nuovo a chiunque ha letto, ha speso del suo tempo per farmi notare qualcosa e un profondo reverente inchino.
  2. Severance

    Come formattare il testo di un libro.

    Glielo puoi spedire un poco come vuoi, la risposta era alla tua domanda specifica su come evitare le spaziature dovute alla giustificazione. Naturalmente se ci vuoi lavorare sopra ci sono un sacco di cose che puoi fare per rendere il testo formattato in modo migliore. Rientri di paragrafo, orfane e vedove, intestazioni di pagina... non so esattamente cosa vuoi fare tu.
  3. Severance

    Erica Melissa Camilla - Capitolo 1 - Parte 1/3

    Ehm... evidenzi il testo del libro dal tuo software di videoscrittura (che ne so, WORD), premi CTRL+C e ti copia il testo in memoria. Clicchi sulla finestra qui di inserimento, e premi CTRL+V. Te lo incolla. Io ho fatto così
  4. Severance

    Come formattare il testo di un libro.

    Ok, la scrivo qui per tutti quelli che possano avere il problema. Il testo si imposta con OpenOffice Writer in questo modo. A destra hai il pulsante stili e formattazione. Si apre la sidebar "stili". nel selettore in basso scegli "stili applicati" e in alto "stili paragrafo". Se non hai fatto cose strane, ci dovrebbe essere solo "Predefinito". Click destro e "MODIFICA". Ora imposta le cose. Nel tuo caso è la tab "FLUSSO DI TESTO". Spunta la casella "Sillabazione Automatica". Ti consiglio di mettere un valore prima e dopo di 4 caratteri. Con questo sistema puoi definire anche rientri e margini del testo. Se vuoi creare un nuovo stile (per esempio lo stile per l'intestazione dei capitoli) c'è il pulsante nella stessa sidebar (il foglietto con il + verde). Crei un nuovo Stile con le proprietà che preferisci. Per applicarlo seleziona "stili personali", quindi evidenzia il testo e doppio click sul nome dello stile. Se serve, chiedere pure.
  5. Severance

    La Penna Velenosa

    Gente, non so che dirvi... siete meravigliosi. Ringrazio sia per aver letto, che per essersi spremuti le meningi, che per critiche e complimenti. Date soddisfazione di esserci! Terrò bene a mente tutto quello che avete detto. @Irene: è una citazione. "Mai toccato da mani umane", di Sheckley (sempre lui). Ad oggi, nulla di ciò che si trova su Marte è stato toccato dalle mani di un essere umano. Il che dovrebbe rendere il senso di un individuo escluso, che non è raggiunto dalla compassione, come un pianeta lontano. Dovrebbe, poi boh... Grazie mille anche a te!
  6. Severance

    Interesse costante

    Quando il sergente ordina "Fuoco!" al plotone.
  7. Severance

    La Penna Velenosa

    @Cicciuzza: si si, è così. Perfetto.
  8. Severance

    Interesse costante

    @Salvatore: mi spieghi meglio questa cosa delle contraddizioni? Mi suona nuovissima e potrebbe essere interessante.
  9. Severance

    La Penna Velenosa

    Il tuo commento è interessante. Se ci si limita alla trama, sono in effetti solo critiche. E basta. E' un tizio che si lamenta. Però dietro questo pezzo c'è un'enormità. Per arrivarci va capito il personaggio, e non posso dare imbeccate troppo esplicite. Mentre scrivevo mi veniva alla mente "Patto con Dio", di Will Eisner. Che si può dire tutto meno che un personaggio narcisista. La tua analisi è acutissima, ma incompleta, perché pure tu, come chiunque immagino commenterà, non riesce a inquadrare la cosa importante. E' esplicita, messa nero su bianco, e per ora due persone non l'hanno porprio vista. Non la vedrà nessuno, ed ecco perché il personaggio conclude con quella considerazione. Confermando quel che immaginavo io, quando ho pensato il testo, ovvero che c'è una specie di cecità selettiva su un dato argomento. Non so se sia una cosa di oggigiorno, o endemica per l'individuo. Fatto è che non si scappa: pure la tua analisi profonda non l'ha visto. Grazie di aver letto e commentato!
  10. Severance

    La Penna Velenosa

    Lo è. E' solo critica generalizzata. Cosa che fa chiunque si trovi in una situazione di disagio psichico non connaturato, ma indotto. Il finale lo esplica: la gente dirà al riguardo un mucchio di fesserie, proprio perché vede nel disagio solo critica, ma non si sofferma a capire perché (ed è esplicito il perché: probabilmente il personaggio soffre di discrimine per il suo aspetto fisico, e credimi capita). Buffo vero? E' quasi un meta-racconto. Non si dovrebbe "capire il racconto", si dovrebbe capire il personaggio. Chiaro che se non passa questa cosa nell'immediato è solo colpa mia. Grazie di avermi letto! E del piccolo complimento.
  11. commento Esistono al mondo persone prevedibili, sono la gioia di chiunque scriva o faccia scommesse. Tu sei una persona prevedibile, Marina. Pertanto scommetto diverse cose. Avevi appena finito di lucidare il tavolino e stavi pensando di rassettare le camere quando hanno suonato alla porta. Scommetto che hai preso il pacco dalle mani del postino con un sorriso incerto. Ti sei detta: "Chi è che mi spedisce questa roba?". Più delle bollette e dei cataloghi di mobili infatti non sei solita ricevere. Manipolando la busta ti sei seduta in poltrona, mentre la TV raccontava un caso umano. Pattine, capello ribelle che esce dall'elastico, odore di detergente sulle mani. Ci ho visto giusto? Se anche non fosse, adesso vinco di sicuro: prima di leggere queste pagine ti sei fermata a guardare la copia di rotocalco che ho allegato. E ti sarai chiesta: perché quella sfigata triste di mia sorella sta limonando con passione una sventola da urlo? Sempre che tu non lo avessi già letto in qualche rivistaccia come quella per la quale lavoravo. Per mesi non si parlava d'altro. Hai guardato alla distanza, poi da vicino, poi ancora alla distanza. Hai notato il bel taglio di capelli, l'espressione felice, un abito che costa più di casa tua. E il fatto che sto pomiciando qualcosa che pare sceso dal cielo a dirci: siete tutte racchie. Solo in seguito hai pensato: accidenti, ma in effetti sta baciando una donna. Sotto noterai il titolo fosforescente. L'Acchiappavip. Si, quella che si vergognava a dire le cose guardandoti negli occhi, quella che affrontava la vita seduta sul treno senza scendere alla stazione, la commessa del supermercato infantile, è l'Acchiappavip. Sono anche certa che, pure senza dirlo, ti sarai chiesta in questi giorni il perché di determinati cambiamenti che ci sono stati, ad esempio fra me e la mamma. "Si può sapere cosa passa in testa a quella scema di Melissa? E' entrata in menopausa prematura?". Le pagine che seguono le ho scritte per aiutarti a capire. Aiutano anche me, perché è sempre bello tradurre la vita in un libro dalle pagine coerenti, rende il senso di non essere stati fregati da questo avvenimento del nascere. Tanto più che prima o poi un film potrebbero anche farcelo su questa storia mia. Ti puoi considerare fortunata: leggerai la versione ruvida invece di quella cotonata che sarà data in pasto alle masse. Che vuoi, son masse. Più in là non vanno. Premi il tasto rosso sul telecomando che tieni accanto al vassoio dei cioccolatini stantii, che tanto quella storia familiare non ti spiegherà il senso di frustrazione che ti appartiene. Al più lo incrementerà, giustificandolo. Non che mi aspetti grandi cose, non ti sforzare insomma di capire proprio tutto. Però è lunga e va detta per come è. Se ti distrai è anche peggio. In primo luogo non è quel tipo di storia in cui piovono piume di angeli sulla strada. Non assomiglia per niente a un passionale tango argentino. Ecco: è più simile a una bambina che soffia in un clarinetto, cercando di inventarsi dal niente i mezzi toni di Coltrane. Un Jazz stonato nel bagno di casa mentre papà sbuffa in salotto. Roba da unghie sulla lavagna. Infiltrazioni d'acqua che piovono dal soffitto e tu coi secchi che corri qua e là dove vedi gocce. Questo per farti intendere che razza di casino è stato per me, almeno all'inizio. La trama è semplice: c'è l'amore, o almeno così sembra, e due persone che ci restano intrappolate. Classico. Stavolta però sono due "lei", con tutte le complicazioni del caso. Due specchi messi di fronte. Rossana contro Rossana e nessuno sotto il balcone che declami versi. Dio che starnutisce e gli scappa la penna. Che si fa? Una "lei" sono io. L'altra "lei" ancora non la conosci, l'hai vista sulla copertina del rotocalco, o in televisione, o su qualche cartello, ma non la conosci. Fidati. Arriverà una terza "lei", ma non ti anticipo nulla. Il tutto sullo sfondo di una metropoli nevrotica che cerca di diventare moderna, ma è ancora a cavallo tra Chiese rinascimentali e vecchie coi capelli viola. Un assembramento di palazzi e torri con la riga nel mezzo, fatta da un fiume. Gli anni che viviamo sono glitterati, ma del tipo: capperi, mi sta andando via lo smalto dalle unghie! Il Tempo pare grattarsi la testa cercando di dire qualcosa di importante, ma non arriva ai concetti. Si limita la decoupage degli annunci mortuari. Lo sai come è il mondo, oggi. Esco da lavoro, vado a fare la spesa, torno verso casa. Due buste di carta piene di ortaggi per le mani. Giornata normale, te l'assicuro, non mi aspettavo niente di che. Se non la solita noia e la frustrazione di essere il nulla che ero. “Lei” mi si pianta davanti, mi prende il viso tra le mani, mi bacia e se ne va. Dal niente. Carta Imprevisto. Un respiro fugace che ho vissuto lentissimo. Non è che mi ha proprio pomiciata, però mi ha fatto sentire che è morbida da quelle parti. Io che dico? Nulla. Impietrita. Avessi visto un fantasma sarei stata meno sbalordita. La guardo che se ne va. Capelli corvini lunghi lunghi, impermeabile verde, figura esile. Immagino che se la rida. Mi chiedo che razza di vita possa portare a fare gesti del genere, quali esperienze si debbano accumulare. Di sicuro non quelle che ho fatto io. Ti viene insomma l’idea che ci siano esistenze che non sai se temere o invidiare. Mentre si allontana tra la folla si mette il cappuccio sulla testa. Volta un angolo. Sparita. C'è mai stata? Sento un grande brontolare nel cielo. Alzo gli occhi. Inizia un fragoroso temporale estivo. Piove arrabbiato e si fa notte prima. Resto là nel mezzo di strada, che vuoi che faccia? Sento permanere la sua presenza sulla bocca. Esterrefatta, ecco. Magari a qualcuno queste cose accadono, che ne so. A me non dovrebbero. Mademoiselle Sfigatesse. Andiamo, sai che tipo sono: giocavamo ai grandi magazzini, tu eri la cliente e io la cassiera. La cassiera, capito? Non prendo la prima scatola di cereali dallo scaffale perché mi sembra troppo lussuosa, siedo in terza fila, non alzo la mano per rispondere, non voto per non scontentare nessuno. Avevo chiuso il cuore in una scatola, addio mondo, continua pure senza di me. Basta starci male per le emozioni, tutte grandi fregature. Non voglio mangiare cioccolata, recitare poesie spagnole, ballare nuda nel parco, nuotare in vasche colme di fragole. Non fa per me. Voglio sprecare la vita. Invece dal nulla una giovane e bellissima ragazza ti prende le guance con le dita fredde, ti fa sentire sapore dolce sulle labbra, scombina tutto quanto e se ne va. Penso a questo mentre mi vengono giù lacrime di liner. Le borse della spesa si rompono, frutta e verdura rotolano sul marciapiede. Una signora anziana si approssima, alza il braccio per tenermi sotto il suo ombrello. Io la guardo con un disastro fra capelli e trucco. Mi porge una melanzana fuggitiva. -Mi sono innamorata, le dico. -Meglio tardi che mai, conclude quella. Questo è il modo in cui tutto ebbe inizio. Un bacio dal niente e un battito del cuore sotto la pioggia. Ti pare il modo?
  12. Severance

    da "Come meta il viaggio" - Viaggiare l'Arte -

    Ovunque guardassimo dubbi e quesiti ci assalivano. Una virgola dopo "ovunque guardassimo"? Non so, è per dire. valutazioni designate a destabilizzare le nostre convinzioni, la nostra realtà. T'è presa un po' la mano col lirismo, eh? VOLTE invece di DESIGNATE a me piacerebbe di più. O un'altra forma. della colpevole apoliticità della chiesa. Credo che neutralità politica avrebbe reso meglio. Ti giuro, apoliticità suona come unghie sulla lavagna. Sempre idee personali, nulla di accademico. Al solito ti leggo e sorrido compiaciuto. Ci sono riflessioni affatto banali ed è molto significante l'immagine del quadro che aggredisce perfino la parete sul quale è appeso. Non ho sentito questo osservando il quadro, ma capisco benissimo cosa intendi.
  13. Severance

    La Penna Velenosa

    (Sebbene siano effettivamente cipolle e carote, è proprio il titolo del racconto... Mi colpì molto l'espressione "sei un cipollotto tenero tenero")
  14. Severance

    La Penna Velenosa

    Ti giuro: sapevo che l'avresti notato. Un +1 "basta-il-pensiero". Mea culpa sulla rima iniziale (leggete "soddisfazione", non "felicità", grazie).
  15. Severance

    La Penna Velenosa

    Commento Avevo già sperimentato la penna velenosa con la quale Dio ci fa ruzzolare giù per la collina della felicità. Nonostante questo la rabbia restava di uguale intensità. La penna traccia un segno di confine, stabilisce il limite, e tu vai giù. Ruzzolando come un sacco di patate. Perdendo quella vetta che ti sembrava di aver conquistato. Tre passi, quanto? Niente. Non puoi nemmeno recriminare: si tratta di Dio. Si tratta del fato. O di un surrogato psicologico (nessuno ancora sa). Orizzonte blu che si allontana, denti di leone che si sfaldano, erba che ti punge. Per fortuna nessuna pietra aguzza. Quando ti fermi bocconi sul prato, giù a valle, non puoi recriminare. Il male è lontanissimo, degno, coerente. La sa lunga. Ha un piano misterioso (ma non la cortesia di dirtelo). C'è un ruolo per tutti, e a quanto pare il mio è offrire spettacolo alle formiche del prato. Mia madre sbuffava: non puoi farcela. Non è una guerra, è una condizione permanente. Io non le credevo (d'altra parte non credo a nulla che mi venga imposto, o mi sarei già suicidato). Magari aveva ragione lei. Stai per essere felice e la penna velenosa di Dio traccia una linea sottile. Drastica. Taglia in due il mondo. Da una parte chi sei e resti, da una parte chi potresti essere. E' una guerra o uno stato permanente? Una guerra la vinci o la perdi. Qui c'è sempre la stessa canzone che suona. Non ci sono i corvi che banchettano con i resti del battaglione. Ci sono io che devo rialzarmi, e arrabbiarmi per il nulla di fatto. La psicologa dice: devi adeguarti. Emana la tua luce. Il tuo nome significa luce, e splende tanto quando parli. Io non credo a queste fesserie di luce, di anima, di piacere a qualcuno. La signora ignora volontariamente che sono Marte: mai toccato da mani umane. Un motivo c'è o ci deve comunque essere. Per me è in cima a quella collina. Me lo sento, e anche se sbaglio almeno stavolta sono io a fare errori di valutazione. Accidenti, una colpa è molto meglio del rammarico. A un errore ripari, ci rifletti sopra, lo schiacci. Il rammarico è una stanza vuota con la porta chiusa, dalla quale viene un suono orribile. Non ci puoi fare nulla di costruttivo. E' la bolla del formaggio: non caglia niente e la paghi quanto il resto. Perché lo fai?, chiede la nonna nei ricordi. Insomma, datti una regolata: ci sono cipolle e carote, e tu sei una cipolla. Un poco marcia. Un poco secca. Un poco aspra. Insomma, fai schifo, ma sei pur sempre mio nipote. Vederti ruzzolare sfregia l'orgoglio genealogico. Le metafore ridono di me, che ti credi? "Cara nonna, voglio essere la migliore versione di me stesso", devo ammettere (come menti alla nonna?). Così, immagino, qualcuno si degnerà di visitare Marte. Diventerò una SuperNova. O si rendono conto che la luce c'è, o si bruceranno tutti. Dice la letteratura: ma vai tranquillo e cerca di essere chi sei. La letteratura non ha mai avuto problemi di discrimine, a quanto pare. La letteratura sta sugli scaffali, e quanto viene amata, solo in funzione della sua copertina! E' nata bella, la letteratura, c'è chi la tocca tanto, chi le sbava dietro, chi la accetta senza condizioni. Non deve tentare di fare la fusione fredda, la letteratura, anche solo per sentirsi ascoltata. Così, tutto sta nel non essere me stesso. Perché nei bar, non c'è luce dell'anima. Non c'è nelle cucine, alle feste, in Rete, non c'è un cazzo di luce che possa emergere. C'è la ricerca spasmodica della letteratura. Non hanno tempo le persone di stare a vedere se dietro la tua anoressia ci sia mai una luce di cui innamorarsi, o farsi una lampada prima dell'estate. Non c'è la luce, c'è un lampadario sghembo. Quando Dio sarà al cesso, distratto, magari raggiungo la cima e là arriva un altro me stesso a dare il cambio. Sempre che gli editti non siano retroattivi e mi frega al ritorno. Ormai tutto è possibile. Mi dicono i film: sei debole. E io replico che nessuno di loro ha mai tentato undici volte di arrivare oltre il confine tracciato dalla penna velenosa di Dio. Chi ha più forza? Ci litigo, coi film. A loro basta un effetto speciale, basta Clark Gable per risolvere tutto. Se è un vero casino hanno in riserva Bruce Willis. Ci pensa lui. Le colline dei film sono in discesa. E il coraggio loro è fittizio, d'altra parte nei film nessuno deve manifestare forza essendo debole. Il forte è forte. Non replica che un attributo già acquisito. Il frigorifero ridacchia per il battibecco coi film, con questo ha modo di compensare il suo senso di inferiorità, ma ne ho anche per lui (a Dio non ci arrivo, sono nel Valhalla degli elettrodomestici, quanto ad elevazione spirituale). Non mangio. Non più. Fino a che lei non mi ama, io non mangio più. E dormo poco. E vivo poco. E' un ricatto. Non verso di lei, lei che c'entra. E' un ricatto verso quello schifoso piano divino che nemmeno si degnano di comunicare. E' un ricatto verso il mio naso, verso la mia spalla rotta, verso le gambe che non funzionano, verso Bruce Willis e verso la psicologa. Verso la scoliosi radiale, verso i 40 chili di peso, verso la letteratura e chi la segue. Verso gli zigomi sporgenti, la bocca non bella, i capelli male composti su una testa troppo grossa. Verso un braccio che non si muove più, verso il fare fatica a tenere un bicchiere, verso le lentiggini (o è il fegato?), verso un sorriso non bello e un dente rotto. Ricatto tutte queste cose in modo meschino perché se dovessi dare peso ad argomenti quali la dignità, l'onore, l'onestà, l'amore di sé, la vita, allora avrei già da tempo lasciato questa valle di lacrime portando un certo numero di persone con me. La luce, dicono. Si, sarebbe stato bello avere una luce da curare. Sarebbe stato bellissimo darle attenzione tanto e più di un'intera foresta di bonsai. Da una parte avevo anche una certa vocazione. Però, se lei ti apostrofa con «non toccarmi, mi fai schifo» mentre la stai facendo rinvenire da un malore, allora non c'è luce interiore che tenga. Perché in fondo questo è l'unico paragrafo di contatto umano che hai avuto nella tua esistenza, e scandisce che fai schifo. Chiaro, eminente psicologa, che lei non c'ha preso per nulla. C'è la collina da scalare, c'è da diventare una supernova che brucia il mondo. C'è il conflitto fra la scrittura intransigente di Dio e la tua, che fai ruzzolando ogni volta per il declivio. Neppure più una guerra: uno stato permanente. E c'è un mucchio di gente che replica fesserie, ma quelle ormai non le ascolto più.
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