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Rewind

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  1. BUGS_KISSES_Elmer.jpg

     

     

    Non fare scherzi.

  2. Rewind

    Parole incrociate

    Letto. Sessantanove verticale…» «Come complicarsi la vita.» «Scusa?» «Niente, continua» la esorto sovrappensiero. Appena due mesi fa ero impegnato nella stesura di un saggio sulla natura solitaria e ardente dello scrittore ma, da quando sto con Monica, mi sono arenato in un mare di rilassante tranquillità, sintetizzata fra le pigre serate in casa sua e le burrasche d’ardore molto poco letterario in casa mia. Se non ritrovo al più presto non dico l’ispirazione ma almeno la rigida disciplina a cui ero abituato, non prevedo nulla di buono. Premessa: è solo il mio parere. 1) L’incipit mi piace molto: ti catapulta in un preciso momento senza star lì a spiegarti chi e cosa. 2) Bella anche la parte digressiva, con lui che introduce la sua storia. Però... Ammetto di essere prevenuto verso le narrazioni (scritte e cinematografiche) che parlano di scrittori o di chi, per hobby, scrive. Le trovo eccessivamente idealizzanti e semplicistiche, soprattutto perché (molte volte) si riducono tutto in nella ricerca dell’ispirazione e via. Nel tuo caso, mi sembra che il protagonista sia un po’, come dire, “esteta”? Quando scrivi “mi sono arenato in un mare di rilassante tranquillità, sintetizzata fra le pigre serate in casa sua e le burrasche d’ardore molto poco letterario in casa mia” mi pare evidente, e fa un po’ stranire il suo tono con la semplicità (una serata con la fidanzata a fare le parole crociate) di ciò che avviene. Nel frattempo, stiamo seduti sul divano del suo soggiorno e io le scrivo addosso con una bic nera, nello specifico sulle bellissime gambe lucenti tra i calzoncini e i calzini che non si leva mai neanche a letto. A lei piace la sensazione, e poi andare a leggere, anche se perlopiù sono cose senza senso. Ho talmente tanta voglia di ricominciare a scrivere, che confido di poterci riuscire in tempi relativamente brevi. Intanto, le vergo sulle gambe l’incipit più efficace di tutta la storia della letteratura italiana: Luisa comincia presto, finisce presto, e non pulisce il water. Mi è tornato alla mente quando sua madre ci è passata davanti e si è chiusa in cucina. 1) Bello l’incipit su Luisa. 2) Qui (e successivamente nel racconto) noto un cambio di stile rispetto alla parte precedente: se prima c’è quel paragrafo D’Annunziano, ora e dopo c’è una limatura di stile, alla Carver. Quella parte potresti tagliarla. «Mi sono sbagliata. Volevo dire sessantanove orizzontale.» «Mi pareva. Molto meno faticoso.» «Ma di cosa stai parlando?» «Tu piuttosto, continua.» «Se mi fai leggere.» «Prego.» Monica ha undici anni meno di me, e spesso mi sembrano un’enormità. Malgrado abbia appena passato i quaranta e possa considerarsi a tutti gli effetti una donna matura (nel senso buono, della completezza, non del frutto che se ne sta ancora attaccato al ramo per miracolo) a volte la percepisco come una bambina e mi sento in colpa per quanto mi sento vecchio. «Dunque, sessantanove orizzontale: viene prima dell’uomo.» La donna, penso di riflesso, ma poi scarto subito. Che sciocchezza. «Quante lettere?» «Sette.» «Gallina!» «Guarda che ti stai confondendo.» «In che senso?» «La definizione è Viene prima dell’uomo, non dell’uovo. E comunque non è comprovato.» «Che cosa?» «Che l’uomo…Cioè, l’uovo venga prima della gallina.» «Non è quello che ho detto, anzi, l’esatto contrario.» «È lo stesso, uffa! Nessuno è mai riuscito a stabilire se venga prima l’uovo o la gallina, quindi che differenza fa?» «Nessuna, certo. Io non sapevo nemmeno che venissero le galline, prima o dopo, figuriamoci le uova.» «A volte giuro che non ti capisco.» «A volte nemmeno io. Torniamo alla definizione, ci sono delle lettere?» 1) Ho tagliato il suo pensiero sulla propria battuta. Immagina se un comico facesse la stessa cosa: fa una battuta e poi dice “No, che dico, niente, dimenticatela”. Sarebbe peggio di una battuta che non fa ridere. Le capita spesso di eclissarsi - per pochi secondi - in un mondo tutto suo. Lo si capisce quando prende una ciocca di capelli fra le dita e se la strofina sotto il naso, tra le labbra, intorno al mento, ondeggiando con la testa sulle note di una musica che sente solo lei. In genere, però, non si assenta mai per più di pochi secondi. Quando la ciocca ritorna insieme alle altre, dietro l’orecchio, lei ritorna sulla terra, accanto a questo vecchio (ho soltanto fatto la rima, non è che poi mi senta così decrepito, eh). * «Ehi, ragazza, ci sei ancora?» «Sì, dunque, riepiloghiamo: Viene prima dell’uomo, sette lettere, comincia per s e finisce per a.» «Sgualdrina!» «Ma no!» esclama scandalizzata. «Ti sembrano sette lettere?» Conto con le dita, sillabando platealmente la parola. Faccio un po’ di scena, quello che ci si aspetta da un inguaribile pagliaccio quale sono. «Cazzo, no. Sono dieci.» «Se posso essere sincera, mi lascia perplessa che ti sia venuta in mente una cosa del genere. Secondo me, aver fatto istintivamente un collegamento di questo tipo è un chiaro sintomo di misoginia.» «Quindi le hai colte, le allusioni sessuali. Fin dall’inizio.» «Sarò ingenua, ma non sono mica scema, scusa» conferma con quel suo sorrisetto malizioso. «Non l’ho mai pensato. Tornando alla questione misoginia riconosco di aver fatto una battura infelice.» «Vorrei anche vedere.» 1) “Esclama scandalizzata”-> sostituirei con un gesto. Mea culpa, in effetti. Se non fossi tanto sicuro di non nutrire in merito la minima ambiguità, probabilmente mi sentirei in difetto. «Ci sono: scimmia.» «Boh, che stronzata. Le scimmie vengono prima dell’uomo?» «Sulla scala evolutiva, certo» puntualizza ignorando i miei doppi sensi che cominciano ad annoiarla. «Guarda che non ci vuole mica una laurea per venire prima. Anzi, venire dopo è tutta un’altra storia. Una questione di sottili accorgimenti squisitamente cerebrali che mica tutti sono capaci.» «Non fa più ridere.» «Vabbè, lasciamo perdere. Magari c’è anche un fondo di verità.» «In che senso?» «Immagino che le scimmie non perdano tempo con i preliminari, così vengono prima.» «Scemo» mi ingiuria. Però ride e io mi sento soddisfatto, come se avessi assolto a quella che, al momento, è la mia ragion d’essere principale. 1) Attenzione alle troppe allusioni e doppi sensi: uno va bene, due occhei, al terzo diventano più “volgari” dell’atto esplicito. Sua madre esce dalla cucina tirandosi dietro una nuvola di vapore. È rossa e sudata. Quello che combina là dentro, in ambito culinario, di solito viene trattato come un segreto di stato. «Che avete da ridere voi due?» «Fabio vuole mettere in discussione il fatto che la scimmia sia nata prima dell’uomo.» «Non ci penso nemmeno, se è venuta prima è ovvio che poi…» «Mi state prendendo in giro?» dice guardando me, con lo stesso sorrisetto malizioso della figlia. Monica posa La settimana enigmistica sul tavolino, per riposare gli occhi, e Luana raccoglie la staffetta. «Dunque, vediamo…» dice, pescando gli occhiali dal grembiule e mettendoseli sul naso. Cerca fra le caselle bianche dello schema le voci a cui non abbiamo ancora risposto. A Luana non piacciono le parole crociate, ma adora provare quelle definizioni che altri non hanno saputo. Legge, con un cenno d’intesa rivolto nella mia direzione. Conosce il lato pudico di sua figlia meglio di me, ovviamente, e spesso mi mette in mezzo per prenderla in giro. «Si infila nella topa» «Eh, ma allora…» esclamo, alzando gli occhi al soffitto. «Mamma! Ti ci metti anche tu?» «Perché, che ho detto? «Due pi, due.» «Pipì? Che c’entra scusa?» «A me scappa, in effetti» le interrompo. Sposto le gambe di Monica e cerco di alzarmi dal divano. «Vai, vai. Quando la nave affonda i topi scappano» osserva lei, allontanandomi con il piede. «E le tope?» «Le tope ballano!» esclama la madre, ridendo forte e tornando in cucina a passo di danza. «Perché non ve ne andate affanculo tutti e due, coppia di deficienti?» replica Monica stizzita, tirando su le gambe e cominciando a leggere i miei scarabocchi. Allora... La tua scrittura mi sembra più affilata rispetto ai vecchi racconti (meno digressiva e arzigogolata) e anche la struttura (raccontare un evento nei dettagli, rispetto nello spalmare il racconto su un periodo di tempo più ampio come i giorni o le settimane) mi sembra più compatta. La cosa che non mi ha convinto, oltre ai troppi doppi sensi, ma boh sono stronzo io, è che mi sembra finire quando si stava sviluppando: cioè lui ci racconta che soffre un po’ perché la sua ragazza è più piccola di lui e questo lo fa sentire vecchio. Ci mostri la madre e ci racconti i tic di tutti e tre. Poi finisce. Non so... Io penso una cosa. La narrazione in prima persona al presente è molto “faticosa”: non si può rielaborare nulla, solo descrivere cosa accade. Per farmi capire: Amy Hempel scrisse questo incipit: L’anno in cui cominciai a dire vas alla francese invece di vaso, un uomo che conoscevo appena rischiò accidentalmente di ammazzarmi Hai un personaggio che, vissuto un dato evento, te lo racconta, proprio come faresti con un amico o in una pagina di diario. La Hempel non ha scritto: “ Sto andando a fare la spesa. Voglio sei mele, due scamorze e un Gatorade. Attraverso la strada e, dopo uno stridore, due fari mi abbagliano”, ti racconta che, tempo fa, le successe questa cosa. Vi è una rielaborazione di ciò che è successo, oltre la possibilità di svariare maggiormente. Non sto dicendo che narrare al presente sia un modo di raccontare più “basso”, ma che si ha un effetto diverso, più cinematografico. Immaginati il tuo racconto scritto al passato: Monica aveva undici anni meno di me. Malgrado avesse passato da poco i quaranta, a volte la percepivo come una bambina. Sarebbe stato diverso. Magari avresti racconto le loro abitudini, come si erano conosciuti, cosa ne pensava la mamma di Lui, ecc.
  3. Rewind

    Unpopular opinion

    Non tenerci sulla pelle d'oca delle spine: narraci il tuo astio.
  4. Rewind

    Il Pulcino - [MI 117 - Fuori concorso]

    Letto. Il muro che separava la sua cella d quella vicina sembrava posticcio, probabilmente un tramezzo di gesso che si poteva sfondare a calci. Non che Luco avesse intenzione di farlo. Lo preoccupava di più che fosse piano e con spigoli vivi a separarlo dalle pareti originali. Che in alto erano curve come l’interno di un uovo, almeno nella parte superiore. Luco si passò le mani tra i capelli, biondicci e diretti in ogni direzione immaginabile. Appariva poco più che adolescente, piccolo e piuttosto pingue. 1) "cella d"-> "d" è un refuso o il nome della cella? Nel secondo caso userei il maiuscolo "cella D". 2) "Piano e spigoli vivi" mi sembrano un po' deboli come descrizioni. Nel separare i due ambienti una finestra bassa e larga era stata divisa in due. Una robusta grata la sigillava verso l’esterno, ma la si usare per parlare con l’occupante della cella vicina. – Che succede quando un uovo si rompe? - Chiese il giovane, con la guancia destra appoggiata alle sbarre della finestra – Per chi è dentro, voglio dire. – Che è libero – rispose l’altro. – Ma anche senza più protezione. Luco rimase qualche istante a rimuginare sul concetto. Qualcosa lo disturbava. Poco prima un secondino gli aveva detto che l’avrebbero fatto uscire, ecco cos’era. L’idea di un mondo esterno sconosciuto e pericoloso lo metteva a disagio. Tornò a informarsi dal vicino. – Sì, è vero – Rispose quello. – C’è un ribaltamento di poteri. Il vecchio governo crolla, uno nuovo sorge. Avrei potuto star zitto un paio di settimane in più e non sarei mai finito qui dentro, il tempismo è la mia specialità. Comunque usciremo presto. – Di che governo parli? – Disse perplesso Luco. – Dei capi dei secondini? Tu sai cosa c’è fuori? – Certo, sono qui da meno di un mese. E tu? – Da sempre. Non ricordo di essere mai uscito. 1) La prima frase cercherei di snellirla. Esempio brutto: " Una robusta grata sigillava la finestra che separava i due ambienti". Luco vide un ragno che si arrampicava sul muro, cercando di raggiungere la cornice oltre il quale il soffitto cominciava a incurvarsi. Era nuovo, non l’aveva mai incontrato prima. Uno di quei ragni dalle zampe lunghissime e dal corpo come una pallina. Gli sussurrò che, purtroppo, non avrebbero avuto il tempo di fare amicizia. Si sedette al tavolino dove consumava i suoi pasti ed ebbe un momento d’assenza, come spesso gli capitava. Entrò in un mondo di forme astratte che non riconducevano a nulla di conosciuto, eppure tra loro, tra quelle forme c‘era qualcosa che rimandava all’idea di un ricordo; forse era da lì che aveva avuto origine: da un mondo irreale. Sentì gridare il suo nome, si scosse tornando in sé, era il suo vicino che si faceva sentire attraverso la sua metà di finestrella. – Ti chiami Luco, vero. l’ho sentito dire da una guardia. Perché non Luca? 1) Per evitare il "che": "Luco vide un ragno arrampicarsi sul muro". 2) "Momento di assenza" mi sembra un po' oscura come espressione. Per il resto: il titolo anticipa già, o meglio, ti mette in guardia. Forse rischia di rovinare il finale. Grazie del racconto.
  5. Rewind

    Unpopular opinion

    Solo se mi sai corteggiare. In effetti... Sarebbe meglio chiudere il forum.
  6. Rewind

    Buon anniversario, Niko!

    Auguri Nico! (La K va contro il regolamento)
  7. Rewind

    Unpopular opinion

    Da troppo tempo si organizzano contest pantagruelici: si parte il 2 novembre e si finisce il giorno patronale di San Gregorio di Lilibeo. Da troppo tempo i contest vengono divisi in più fasi: ti ritrovi a scrivere - e soprattutto a leggere - una cinquantina di racconti di 8000 caratteri. Così avvenne nella Coppa Cobram MI 100 (alcuni utenti sono ancora dispersi). I balli di gruppo (Tipitero, Swing, Colita, ecc) sono meglio del metal. Tarantino è finito con Kill Bill. Il commento di Volponi sull'inno francese è stupendo. L'acqua Toka è Coca Cola trasparente Farei una legge che impedisce alle donne con i piedi brutti di girare a calcagno/pianta/dorso scoperto. L'autostima si sottovaluta.
  8. Rewind

    Quei downvote messi a caso...

    Per me andrebbero tolti: alla fine si tende a prestare più attenzione a chi ha otto frecce verdi, sei cuori e due facce ridenti rispetto a chi ha solo due frecce in giù. Mi sembra un modo passivo-aggressivo per screditare qualcuno senza esporsi. Ora voglio le freccine verdi per questo messaggio
  9. Rewind

    Show don't tell & Co

    Sì: Affetto.
  10. Rewind

    Show don't tell & Co

    Vero, ma prima di decidere cosa raccontare e cosa mostrare bisogna chiedersi "Quale effetto vogliono ottenere?" Dipende: siamo sicuri che il narratore sia interessato a descrivere il viale? Parise scrisse questo incipit Un giorno un uomo molto ricco ma «per bene» che conosceva la vita anche grazie alla mondanità e alle cose futili e costose entrò nell’immensa casa di famiglia con l’intenzione di «far capire» alla moglie che non l’amava più pure amandola moltissimo Poi, chiaramente, alterna il racconto al mostrato, ma ci dice che c'è un uomo molto ricco e ci dice cosa vuol fare. Questo per dire che ogni persona ha, ovviamente, la propria sensibilità e gusto e che la forza della Letteratura sta proprio nel richiamare e usare cose che non solamente "visive". Certi fanatici - non tutti - dello "Show" esasperano l'aspetto cinematografico, ti dicono che non devi dire che un personaggio è arrabbiato e perché ma che devi mostrarlo arrabbiato, riducendo tutto a una sequenza di gesti e cambi di inquadrature. Concordo.
  11. Rewind

    Show don't tell & Co

    Premesso che è sempre difficile giudicare una frase senza il suo contesto: Potenta. Qui i puristi potrebbero dire: "Mostra il suo sudore che, partendo dalle tempie, le scorre fino alle falangi; mostra il collega che le chiede se vuole un caffè e lei che nemmeno risponde; mostra i suoi occhi privi di blablabla"; ripeto, dipende dal contesto; in questo caso non credo abbia sbagliato. "Grigio e penetrante" non so... Com'è uno sguardo penetrante? A forma fallica? Grigio pure, se inteso come malinconico o altro. Questa mi sembra un'introduzione a qualcosa di più ampio. Qui una reazione. Questa dovrebbe essere la più "mostrata di tutte". E, a me, non piace. Per il resto... Leggendo i vari blog e articoli credo che lo Show, don't tell abbia fatto più danni che altro
  12. Rewind

    Scrivere di sesso è un mestiere da donna?

    https://bottegadinarrazione.com/2018/04/29/dieci-trucchi-vincenti-per-scrivere-efficacemente-una-scena-di-sesso/
  13. Rewind

    TU in una immagine

    Paola', pare che stai a fa l'album panini.
  14. Rewind

    Prima persona: supercazzolara o vetrina?

    L'incipit del racconto Punto di vista di Lucia Berlin offre un'interessante spunto di riflessione Punto di vista Immaginate il racconto di Čechov «Angoscia» narrato in prima persona. Un vecchio ci dice che gli è da poco morto un figlio. Ci sentiremmo in imbarazzo, a disagio, persino annoiati, reagiremmo proprio come i clienti del cocchiere nel racconto. Ma la voce imparziale di Čechov infonde dignità nell’uomo. Noi siamo pervasi dalla compassione dell’autore nei confronti del personaggio e siamo profondamente commossi, se non dalla morte del figlio, dal vecchio che parla col suo cavallo. Credo che questo dipenda dal fatto che siamo tutti alquanto insicuri. Per esempio, immaginiamo che io ora vi presenti la protagonista del racconto che sto scrivendo... «Sono una donna nubile di oltre sessantacinque anni. Lavoro in uno studio medico. Vado a casa in autobus. Ogni domenica faccio il bucato, poi la spesa da Lucky, dopodiché compro l’edizione domenicale del “Chronicle” e torno a casa». Voi mi direste: basta, per carità. Il mio racconto, però, si apre così: «Ogni domenica, dopo essere passata in lavanderia e al supermercato, comprava l’edizione domenicale del “Chronicle”». Voi ascoltereste tutti i più piccoli dettagli compulsivi, ossessivi e noiosi della vita di questa donna, Henrietta, solo perché la narrazione è in terza persona. Pensereste, diavolo, se la narratrice ritiene che ci sia qualcosa da scrivere a proposito di questa creatura scialba dev’essere così. Continuiamo a leggere, vediamo cosa succede. In realtà non succede niente. Anzi, il racconto non è ancora stato scritto. Ciò che spero di fare, combinando fra di loro una serie di intricati dettagli, è rendere questa donna talmente credibile che voi non potrete fare a meno di provare compassione per lei. La donna che scriveva racconti di Lucia Berlin
  15. Rewind

    Quali sono le vostre citazioni preferite

    Ho scritto lettere che sono un fiasco, ma ne ho scritte poche, credo, che sono una bugia. Cercare di arrivare a una persona significa ripetere continuamente la stessa domanda... "Sto dicendo la verità?" Comincio questa lettera, dunque, seguendo la tradizione del selvaggio West. Che se non sbaglio dice: metti le carte in tavola. Amy Hempel
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