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  1. LuckyLuccs

    La Corte Editore

    A volte è anche questione di momenti. Riorganizzazione di attivita tra i dipendenti, presenza di fiere...
  2. LuckyLuccs

    Cosa state leggendo?

    Io ho finito di leggere 7-7-2007 di Manzini, incuriosito dalla trama della serie TV di Rocco Schiavone. Influenzato forse dall'ottima recitazione degli interpreti, mi aspettavo di più dal libro.
  3. LuckyLuccs

    AdStr

    complimenti Adriano, in bocca al lupo! mi unisco agli attestati di stima per la persona (e per lo scrittore) che sei.
  4. Torino, 7 agosto 1706 Il ragno zampettava sulla strada sterrata. Era grosso, nero e pigro, e una pallida luce rosata ingigantiva la sua ombra. Un istante prima di schiacciarlo sotto il suo stivale, Zolicheur si chiese se avesse coscienza di cosa stava scendendo su di lui, e se il suo istinto sarebbe stato quello di provare a scappare. Quel pensiero finì con uno scricchiolio sotto la suola, appena percettibile, soffocato dal rombo del Po. Il fiume scorreva sotto gli archi del ponte di pietra che collegava Torino alla collina, per poi lambire il fetido intrico di vicoli e capanne chiamato Borgo Moschino. Rami, fronde e altri rifiuti galleggiavano e passavano veloci, scomparendo dietro i platani. Dopo dodici settimane di assedio non c’erano più battelli a solcare le acque. Nemmeno quelli notturni dei contrabbandieri, che costituivano una parte consistente della fortuna di Zolicheur. E che adesso non ho più, grazie alla fottuta guerra del fottuto duca con i fottuti francesi. Lo chiamavano Zolicheur, joli coeur, perché il suo cuore era tutto tranne che tenero. Perché mettergli i bastoni tra le ruote significava un mare di guai. Guai per chi non pagava la protezione, guai per gli sbirri e per gli amici degli sbirri. Guai per chi non si faceva gli affari propri e per chi gli rovinava gli affari. Qualcuno lo stava facendo, però, sotto il suo naso: quelli che da qualche tempo rapivano gli abitanti del Moschino per portarli chissà dove a fare chissà cosa. Zolicheur fece la strada a ritroso, tornando verso le baracche, gli occhi nervosi a scavare nelle ombre sempre più lunghe. Quello era il suo borgo, come sue erano le puttane, la refurtiva e le merci di contrabbando. Provare a togliergli ciò che era suo era come provare a togliere al Duca il palazzo nella piazza del Castello: significava mettere il mondo alla rovescia, e lui non aveva alcuna voglia di iniziare a vivere con la testa all’ingiù. Raggiunse un gruppo di uomini fermi a ridosso di un muretto coperto di edera. «Ci sono tutti» disse una figura alta. Al riparo dalle ultime luci del giorno, nascondeva i lineamenti sotto il mantello e il tricorno. «Ciascuno vada al suo posto» ordinò Zolicheur. Li guardò allontanarsi, i suoi uomini, freddi e duri come lui, con le armi nascoste sotto le giacche o appese alle cintole. In cielo l’ultimo raggio di sole si estingueva per cedere il posto a una tenebra mista a nuvole gonfie di pioggia. Zolicheur si guardò attorno, ruotando su se stesso: tutto gli dava la sensazione di essere immobile, avvolto nel silenzio, ma questo non significava che non ci fosse qualcuno nascosto in agguato. Attraversò la strada là dove un platano segnava il cortile della “cà dle tre Boche”. Si fermò per qualche istante tra le erbacce altissime e le liane di edera rampicante, prima di andare ad acquattarsi contro una delle pareti annerite dal fumo. Ogni volta che tornava in quel luogo, che fosse giorno o notte, qualcosa lo tratteneva e gli toglieva il fiato: nessun presentimento, nessuna minaccia concreta. Soltanto ricordi. Ai tempi in cui a Torino governava il vecchio Duca accanto alla sua bella sposa francese, in quella specie di locanda vivevano tre ragazze, e si diceva fossero sorelle, figlie illegittime di un nobile fuggite a Torino, damigelle della Madama Reale cadute in disgrazia: di certo avevano modi da signore che le altre puttane del borgo non sarebbero mai riuscite a imitare. Le chiamavano “le Tre Bocche”, o con altri soprannomi meno gentili. C’era Bocca d’Oro, che con le labbra ci sapeva fare, Bocca Asciutta che invece non ci sapeva fare per niente. E Bocconcino, la preferita dei clienti. Dopo aver tenuto testa alla guerra, alla povertà e alle malattie, ai clienti ubriachi e a quelli che menavano le mani, erano crepate per una candela accesa e un soffio di vento, e della casa in riva al fiume erano rimasti solo ruderi e storie di paura. Si raccontava di vagabondi che all’imbrunire avevano cercato riparo in quelle rovine, e al mattino dopo erano scomparsi. E a voce più bassa, qualcuno parlava di patti diabolici che ogni tanto riportavano le Tre Bocche sulla terra, a sedurre le anime come un tempo avevano fatto con i corpi. Anche se li aveva cercati, Zolicheur non aveva mai incontrato fantasmi tra i resti di quella che un tempo era stata la sua casa. Un tempo molto lontano, prima che la carità dei preti e la solerzia degli sbirri lo chiudessero in un orfanatrofio. Sua madre era Boconìn, Bocconcino, e ora che era un uomo, ora che di puttane ne aveva avute molte, Zolicheur poteva capire perché lei piacesse tanto. Non era solo bella: aveva una piega naturale sulle labbra, da far credere che il suo sorriso fosse autentico. Zolicheur l’aveva sognata qualche notte prima, e nel sogno sua madre sembrava terrorizzata: lo guardava e cercava di parlargli, ma con parole che Zolicheur non era riuscito a sentire. Si era risvegliato con un residuo di rabbia, frustrazione e un vago senso di allarme. In cielo le nuvole cedettero e la pioggia prese a cadere increspando il Po, grondando le fronde, inzuppando il cappello e la giacca, il tessuto, la pelle e le ossa. Zolicheur ripensò al ragno nero: si chiese se avesse presagito l’arrivo del temporale e se lui l’avesse sorpreso mentre andava a mettersi al riparo. La pioggia scese, le ore trascorsero. Il cielo non si era ancora acceso dei colori dell’alba quando Zolicheur trasalì e una sorta di prurito prese a solleticargli la base del collo. Le sue orecchie avevano avvertito un rumore poco davanti a lui: uno scalpiccio lieve, forse di un ratto o un cane randagio. Sentiva il cuore pulsare e il battito ripetersi in sincronia sulla tempia. Avvertiva qualcosa di strano nella notte calda e umida, nella pioggerellina impalpabile e perfino nella cappa che impregnava l’aria, avvelenata dagli umori delle fogne che scaricavano nel fiume le lordure di Torino. A quel fetidume era abituato, ma allora perché gli sembrava così fastidioso? Perché perfino le baracche di legno e paglia sembravano diverse, più nitide, come se avessero voluto emergere o fuggire dalle ombre? Cominciò a contare in silenzio per mantenere la concentrazione. Uno. Due. Tre. Ebbe la curiosa sensazione di essere sospeso nel vuoto, poi di precipitare, come quando si è sul punto di addormentarsi: solo che era del tutto sveglio. Sveglio e pieno di rabbia. Sette. Otto. Nessuno può entrare nel mio territorio e farla franca. Nove. Dieci. Undici. Dodici. Come non l’aveva fatta franca lui, la prima volta. Il boia gli aveva marchiato la fronte con la V di voleur, il marchio d’infamia dei ladri. Vi marchierò altro che la fronte! Tredici. Quattordici. Lo scalpiccio di poco prima si ripeté, adesso più forte e solido. Quando fu arrivato a venti, Zolicheur vide una figura scura staccarsi da dietro la fila di capanne. Nel ritaglio di luce proiettato dalla lanterna che reggeva in mano schizzavano le gocce di pioggia, rimbalzando sul vetro. La figura indossava un mantello e portava il tricorno sulla testa: affondò il piede in una pozzanghera facendo un suono umidiccio. Alle sue spalle, un’altra sagoma. Poi una donna fece capolino, i capelli fradici schiacciati sulla testa: la pioggia le aveva sciolto il trucco segnandole le guance. La pioggia o il pianto? Un pensiero che passò per la mente di Zolicheur, ma senza mettere radici. La sua attenzione era altrove. La ragazza era una delle tante che si vendevano nelle sudice taverne in riva al Po, e che pagavano la protezione a Zolicheur. Si muoveva senza esitare né cercare di ribellarsi, uno strano comportamento per una che era stata rapita, o costretta contro la sua volontà. Lei è d’accordo! Sono tutte d’accordo! Ecco perché spariscono senza lasciare traccia! Zolicheur sentiva il cuore pulsare così in fretta che non riusciva più a distinguere i battiti. Avrebbe voluto cominciare a correre e iniziare subito il lavoro di coltello. Si sentiva invaso, allagato da quella voglia. No, non subito. Con calma. Molta calma. Più tardi avrebbe dato a quella puttana un esempio buono per tutte le altre. Dopo che avrò finito con lei, perfino a un lebbroso farà schifo toccarla. Fece un profondo respiro e uscì dal nascondiglio, strisciando nelle ombre, appoggiando i piedi con passo così delicato da affondare nel fango senza rumore, lo sguardo fisso sulla luce della lanterna che si allontanava. Man mano che raggiungeva uno dei punti di guardia stabiliti cominciavano a muoversi i suoi compari, e quando la piccola processione attraversò il ponte, la banda era al completo. Dall’altra parte del Po, le chiome degli alberi che ricoprivano le pendici fluttuavano alla brezza fresca e Zolicheur ebbe l’impressione che tutto il monte fosse in movimento. La sua mente fu accarezzata da quella visione, i pensieri si lasciarono cullare danzando al ritmo ipnotico. Fu l’odore a richiamarlo indietro. Un odore repellente che metteva voglia di voltarsi e darsela a gambe. Ma proprio quella sensazione aveva avuto il potere di svegliarlo dallo strano torpore di un istante prima. Distanti qualche decina di passi, quelli che Zolicheur stava pedinando oltrepassarono un’osteria, e i due uomini seduti davanti alla soglia li guardarono senza fare commenti, come se non ci fosse stato niente da vedere. (Come se non avessero visto niente. O come se avessero fatto finta di non vedere niente) Due ubriachi o due complici? La puzza aumentava. Sembrava stringersi tutt’intorno, poi aprirsi di forza un varco nelle narici ed entrare anche se si respirava solo con la bocca. Era qualcosa di diverso dal miscuglio di sterco, pesce marcio e sudore a cui Zolicheur era abituato vivendo tra le case di borgo Moschino. Cosa può avere quest’odore? si domandò, e una parte di lui riuscì a rispondere: un mucchio di carcasse. Un mucchio molto grosso. Un grosso cumulo di carogne lasciate marcire sotto il sole. Passò davanti alla taverna e guardò l’ubriaco seduto sui gradini: dormiva, la testa china sui ciottoli del cortile. Una lampada a olio spandeva lampi di luce tremula sulle guance e sul naso che sembravano rosso sangue. Tornò la puzza, e questa volta suggerì la sensazione di un respiro mefitico esalato da un’invisibile nebbia. Gli ubriachi erano due, ricordò Zolicheur, e un brivido lo percorse mentre un mormorio gli sfiorava le orecchie e una nebbia lattiginosa s’insinuava nella sua testa. Un’ombra prese forma davanti a lui e riempì il vicolo di tenebre più scure e minacciose della notte. Un’ombra enorme, ma che apparteneva a un essere con due braccia, due gambe e… una testa di cane. Zolicheur sentì il fiato strozzarsi in gola e un gemito uscirgli dalle labbra socchiuse. La sua vescica ebbe un fremito, implorando di svuotarsi. Cercò di estrarre il coltello, ma la sua mano si rifiutò di obbedire, come se fosse stata insensibile, o come se fosse stata la mano di qualcun altro. È tutto inutile. Adesso mi ammazza. Attorno a lui si mossero altre ombre. I suoi compari cominciarono a gridare. E anche Zolicheur gridò, quando vide cosa si stava abbattendo su di lui. *** I cannoni della batteria francese spararono di nuovo. Passepartout sentì l’aria vibrare, lo scricchiolio dei mattoni sotto pressione, la polvere sbriciolata che scendeva dalla volta. «Cos’è stato?» Cordìn affondò lo sguardo nell’oscurità. «Sembrava…» «Zitto» ordinò Passepartout. L’aria viziata e polverosa rimandò echi della sua voce. Rimase fermo con le orecchie tese, trattenendo il fiato. Si scoprì di pensare che sarebbe stato più semplice se quel tratto di galleria fosse stato illuminato. Si scoprì di desiderare la luce e quel pensiero lo sorprese. Dopo due mesi e mezzo nelle gallerie sotto la Cittadella, Passepartout si era abituato a trascorrere interi giorni senza vedere una luce. Al buio aveva imparato a spostarsi e aspettare, a consumare il rancio e perfino a caricare le armi. Ma c’erano dei momenti, durante le guardie, in cui il silenzio era talmente fitto che anche il rumore più impercettibile aveva il potere di riempire l’oscurità di nemici in agguato. In quei momenti Passepartout non riusciva a scacciare la sensazione di essere osservato da occhi feroci e carichi d’odio. E allora, insieme alla paura, giungeva prepotente il desiderio che ogni cosa fosse ben illuminata. Negli ultimi giorni i nemici avevano fatto progressi con gli scavi e le loro gallerie si erano avvicinate di molto: adesso sotto il bastione San Maurizio si fronteggiavano i minatori francesi e quelli sabaudi, gli uni sabotando il lavoro degli altri. Il capitano Bozzolino aveva aumentato la sorveglianza sotto la mezzaluna di Soccorso, sicuro che presto i francesi avrebbero cercato di penetrare da quella parte. I rumori di zappe e picconi risuonavano al di là delle pareti di mattoni, giorno dopo giorno, come pesanti conferme. Il nemico era vicino, sopra e intorno a loro, finora stava scavando a vuoto. Se e quando i francesi fossero riusciti a intercettare una delle gallerie, il primo segno sarebbe stato il gemito di mattoni frantumati, poi un tremendo boato e una cascata di terra e detriti che scendeva dall’alto. In quel momento, invece, anche i picconi tacevano. Passepartout lasciò uscire il fiato in un sospiro di sollievo. «Falso allarme?» chiese Cordìn a bassa voce. «Falso allarme.» Prima di arruolarsi, Passepartout era stato un muratore disoccupato, con una moglie da mantenere e un figlio in arrivo. Con l’unica alternativa di soffrire la fame, aveva scelto di vestire l’uniforme blu dei minatori del Duca di Savoia. Nessuno era bravo come lui a infilarsi nei luoghi angusti, così avevano preso a chiamarlo Passepartout, “passa dappertutto”. Suo padre, Giacomo Micca, lo aveva fatto battezzare col nome di Pietro. «Si staranno ancora leccando le ferite dopo l’assalto dell’altro giorno» disse Cordìn. «Ma prima o poi ci riproveranno, questo è sicuro.» Continuava a fissare le tenebre con uno sguardo a metà fra il pensieroso e il preoccupato. Quattro giorni prima i francesi avevano lanciato contro le fortificazioni esterne il più feroce assalto alla baionetta dall’inizio dell’assedio. Secondo i disertori catturati, l’attacco aveva impegnato dieci battaglioni e venti o venticinque compagnie di granatieri. Le bandiere con il giglio avevano sventolato per tutta la notte sulle piazzeforti e lungo il cammino coperto davanti alla mezzaluna, finché il contrattacco non li aveva respinti. Non da tutte le posizioni, però. «Se dopo due mesi e mezzo tutto quello che sono riusciti a conquistare sono due piazzaforti ai lati di una mezzaluna, possiamo far sapere al Principe Eugenio di fare con calma che qui ce la caviamo benissimo.» «Non scherzare, Passepartout. Che venga più presto che può, il Principe Eugenio.» «Credi che non me lo auguri anche io? Voglio solo tornare da mia moglie e conoscere mio figlio.» Passepartout non riuscì a impedirsi di fare un debole sorriso, e al tempo stesso di rabbrividire. Fino a quel momento le difese sotterranee avevano retto bene quanto quelle di superficie, ma ogni progresso del nemico di sopra avrebbe avuto conseguenze anche sotto. E adesso i francesi controllavano gli angoli ai lati della mezzaluna. Un raschiare sottile arrivò dal buio pesto del cunicolo. «Un topo.» La voce di Cordìn aveva una sfumatura di incertezza. «Hai paura dei topi, adesso?» Cordìn scosse la testa. «Qui non sono né i topi né i francesi a farmi paura.» La prima volta che era sceso nelle gallerie, Passepartout aveva pensato alle sinistre leggende di cui gli avevano parlato i veterani e il sangue gli si era mutato in ghiaccio. Adesso era un veterano anche lui, e sapeva che il “respiro del Diavolo”, la polvere da sparo bruciata che uccideva i minatori, era il pericolo più grande perché non faceva rumore e non aveva odore. I topi facevano rumore. I francesi facevano rumore e puzzavano. «C’è davvero qualcuno» disse Cordìn in un sussurro bassissimo. «Cosa?» «Ascolta.» Per un attimo, quando avvertì l’odore, Passepartout credette che fosse uno scherzo della sua immaginazione. Per un attimo pensò che lo stava sentendo perché ci aveva appena pensato. No. Anche Cordìn l’aveva avvertito. Puzza di sudore, aglio e cipolle mal digerite. Passepartout sentì un brivido lungo la schiena. Il suo cuore perse un battito. I francesi erano entrati nella galleria. Come abbiamo fatto a non sentirli? Dovevano aver fatto la breccia più avanti, dalla parte delle loro trincee, approfittando della salva di cannone della batteria per coprire il rumore mentre spaccavano i mattoni del soffitto. Trovò a tastoni la pistola che teneva alla cintura, la impugnò mentre allungava l’altra mano verso Cordìn. In silenziosa sintonia cominciarono a risalire la galleria, dirigendosi verso il posto di guardia. Sotto i loro piedi, il pavimento di pietra era levigato, cosparso di briciole di mattoni. Insidie difficili da evitare nel buio. Bastava calpestarne una per frantumarla come un cristallo e diffondere il rumore a metri di distanza. Passepartout cercava di spostare con attenzione il peso per non far rumore, ma sentiva il tintinnare metallico che facevano la fibbia della giberna e il fodero della baionetta. E naturalmente anche lui puzzava. Un colpo di fucile frantumò il silenzio insieme all’illusione di non essere scoperti. Passepartout vide un’eruzione di scintille esplodere dalla parete accanto a lui. Il sapore dolciastro della paura gli riempì la gola. Aprì le labbra per dire… cosa? Non lo sapeva nemmeno lui. Le parole gli erano rimaste congelate in testa, la voce in gola. Sapeva solo che aveva cominciato a correre mentre altri spari tuonavano alle sue spalle. Dall’oscurità cominciarono a emergere delle ombre, circonfuse da un contorno dorato che Passepartout riconobbe come quello proiettato da lanterne con i vetri schermati. Le ombre erano sacchi di terra disposti a formare uno sbarramento. Al di là dei sacchi altre sagome, immobili anch’esse: soldati sabaudi. Cordìn raggiunse il posto di guardia per primo e la sua sagoma venne inghiottita da quella più grande del muro di sacchi messo a sbarramento del passaggio. Passepartout fu lì un istante dopo: si appiattì contro il riparo e sussurrò una preghiera alla Madonna della Consolata. Adesso tutti sparavano e la paura aveva ceduto il posto a una fredda determinazione. Prese la pistola dalla cintura e strinse tra i denti la bacchetta di caricamento per avere la mano libera e riempire la canna con la polvere, la stoppa e la palla. Il sapore del metallo gli scese in gola. Aveva compiuto quell’operazione così tante volte che riusciva a farla a occhi chiusi, ma sempre con la massima attenzione, dal momento che ogni errore poteva costargli la vita. Il suo vecchio istruttore gli teneva compagnia anche se non era davvero accanto a lui. “Tieni la canna in verticale! Non schiacciare troppo la palla contro la polvere! Impugna la bacchetta in modo che non ti buchi la mano se parte un colpo! Viso lontano dalla canna!” Passepartout sparò, caricò, sparò di nuovo. L’aria era di fiamme e fumo. «Indietro!» comandò finalmente una voce, quella del sergente. I soldati uscirono dai ripari: una fila ordinata e silenziosa, con moschetto in spalla e berrette di lana sulla testa, che si stagliava nelle tenebre della galleria. Passepartout si unì alla ritirata, riducendo il numero e la durata dei respiri per non lasciarli preda di quello del Diavolo. I suoi passi cominciavano a farsi pesanti e certo non solo per la stanchezza. Appena possibile avrebbe dovuto bere molta acqua per purgarsi. Udì alle sue spalle uno scroscio simile a quello di una grandinata. Un suono che la prima volta che aveva sentito aveva trovato terrificante: erano i soldati del Duca che per ostruire il passaggio stavano facendo franare della ghiaia dalle gallerie di sopra attraverso i pozzi dell’aria. Poi avrebbero completato l’opera facendo esplodere delle bombe. Raggiunsero un tratto di galleria dove brillavano le lampade alle pareti: un rassicurante segno di aria respirabile. Passepartout ne inspirò una profonda boccata e chiuse gli occhi. «Ben fatto!» Sentì esclamare il sergente. «Stasera doppia razione di rancio!» Intorno a sé altre voci si scambiarono risate e congratulazioni. Per cosa? Si chiese Passepartout. Per avere difeso questa galleria? Per avere obbedito agli ordini, per avere sparato contro i nemici? Si appoggiò contro la parete di mattoni e lasciò che le spalle si afflosciassero. Ho ucciso degli uomini stanotte? Non lo sapeva, ma il pensiero di averlo fatto lo rattristò, come lo rattristava ogni volta. Si fece il segno della croce e chiese perdono a Dio. Stavo solo facendo il mio dovere: è tutto quello che può fare un uomo. Difendo la mia patria e cerco di rimanere vivo. Stanotte è andata bene. Chiuse gli occhi e prese un altro lungo respiro. Il nemico stava stringendo le maglie attorno alla Cittadella: i cannoni che tiravano contro la mezzaluna erano sempre più precisi e aprivano una breccia sempre più larga. Quando nella breccia ci fossero stati abbastanza detriti da poterli scalare, i francesi avrebbero lanciato un altro assalto alla baionetta. Ben più deciso e poderoso di quello di qualche giorno prima. Il “Grande Assalto” a cui tutti si stavano preparando e da cui si sarebbero decise le sorti della Cittadella e di Torino. Passepartout si sforzò di smettere di pensarci. Dietro le palpebre chiuse apparve il viso di Maria Caterina, nitido e sorridente come la ricordava nel giorno del loro matrimonio. E apparve quello più vago di suo figlio Giacomo Antonio che ancora non aveva conosciuto. Passepartout immaginò di dare un bacio a quei due visi. Poi seguì i suoi compagni a occupare le nuove posizioni di difesa.
  5. LuckyLuccs

    La Città dei Santi

    Agosto 1706: la battaglia di Torino è al suo atto finale. L'armata di soccorso guidata dal Principe Eugenio è sempre più vicina, costringendo gli assedianti a tentare il tutto per tutto. Nel frattempo, in città, altri pericoli si annidano nell'oscurità. Un culto antico e sanguinario ordisce le sue trame nell'ombra, approfittando della guerra che si combatte sugli spalti, tessendo complotti e tradimenti. Il temerario Gustìn, spia del Duca di Savoia, sembra essere l'unico capace di seguire le tracce di un nemico tanto pericoloso, ma per farlo deve rinunciare alla sua incrollabile razionalità. In gioco non c'è più solo la sicurezza del Ducato, ma anche la vita della donna che ama. Laura, la saponaia di Borgo Dora, deve lottare per sé e per la sua famiglia contro un avversario senza scrupoli. A difesa di Laura e Gustìn, a difesa dei torinesi, si schierano intrepidi alleati che emergono dal passato con furore angelico e implacabile, per riaffermare il loro potere e restituire a Torino la protezione dei Santi.
  6. LuckyLuccs

    Pegasus Edition

    Non so bene con quale accezione vengano classificati gli editori free e a pagamento. Ma se un editore chiede una quota di iscrizione al concorso gli bastano 15 o 20 iscritti per coprire le spese di pubblicazione del vincitore. Dal punto di vista "imprenditoriale", non vedo una grossa differenza tra il far pagare le spese di pubblicazione di un libro all'autore del libro, oppure dividendole tra gli altri partecipanti al concorso. Opinione mia, eh.
  7. credo che il vostro percorso sia lo stesso di altri editori che l'hanno fatto prima di voi. Se gli editori non rispondono più agli autori, forse gli autori dovrebbero prendersela innanzitutto con la loro categoria, anziché con quella degli editori.
  8. non avrei saputo esprimermi meglio.
  9. LuckyLuccs

    "Hunter - Disconnettiti o muori" di David Fivoli

    Porca miseria, complimenti! originale la trama, fantastico l'accompagnamento musicale!
  10. Esatto. Il problema è che non tutti gli aspiranti autori hanno la stessa dose di umiltà e senso dell'autocritica. Basta andare in un qualunque gruppo facebook e vedere che spesso qualcuno posta un estratto della sua opera chiedendo osservazioni, e se riceve anche solo un'osservazione diversa da un complimento si inalbera ferocemente.
  11. LuckyLuccs

    La Corte Editore

    Ah ok. Non so come gestiscano i rapporti con gli agenti. Con gli autori da valutare Gianni è molto cauto nel darsi termini di scadenza: di solito la parola chiave è "non prima di" e mai "entro". Ne so qualcosa anche io.
  12. LuckyLuccs

    La Corte Editore

    E' che conoscendolo mi sembra strano che si arrischi a dare un'indicazione del tipo "entro il". Se posso dire la mia, non prenderei per oro colato una comunicazione scambiata a voce durante il Salone del Libro di Torino (a maggior ragione se intercettata in corsia e non allo stand): parlo da autore, e in quei tre giorni finisce che in certi momenti devo pensarci un attimo anche su come mi chiamo. Non oso immaginare un editore.
  13. LuckyLuccs

    La Corte Editore

    Non per impicciarmi ma sei sicura che ti abbiano detto "entro giugno" e non "non prima di giugno"?
  14. posso assicurarti, avendo parlato di questo argomento con 2-3 editori con cui sono in confidenza, che gli autori esordienti davvero disposti ad accettare un rifiuto (non una critica eh, anche solo un semplice no) sono parecchi meno del 74%. ma parecchi parecchi meno...
  15. LuckyLuccs

    Ciao a tutti

    Benvenuta! Bella anche la scelta del nickname. .. adoro Enya!
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