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Renato Bruno

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Tutti i contenuti di Renato Bruno

  1. Renato Bruno

    Innamorarsi del proprio romanzo

    Cara @ioly78, difficilmente potrai capirlo. Il distacco che tu auspichi lo potrai avere con un testo che non sia il tuo. Quando a me gli autori mi rimandano il testo loro da me rivisto mi accorgo sempre di sviste, errori e di battitura e anche di concetto miei che mi erano sfuggiti in prima revisione: segno che 4 occhi funzionano sempre meglio di due e che due prendono la distanza che tu vorresti solo dopo mesi e mesi -o anni- di distacco totale dal testo. Però attenta, perché in genere l'autore non legge mai parola per parola ma applica al testo che legge il solco del pensiero originale, cioè quello della prima stesura. Il consiglio che ti do è di metterti a leggere il testo ad alta voce, meglio se lo registri. Se senti che il respiro non va in sintonia con il tuo fraseggio, vuol dire che nelle tue righe c'è troppa aria o tropo poca. Quando rileggi il tuo testo usa diverse forbici -come fa il parrucchiere- per tagliare tutto ciò che puoi tagliare. Una volta ridotta la frase all'osso, in seguito potrai sempre intervenire per i ricami necessari. Non dire tutto! Lascia alla tua scrittura suggestioni appena suggerite, non specificate, non dettagliate...e cerca sempre di dire a modo tuo non per far comprendere ma per far cadere il lettore nella tua trappola narrativa. Generalmente, una buona revisione deve sottrarre, togliere, pulire. Se alla seconda tua lettura globale il testo è più o meno come in prima stesura è segno che da sola non sei e non potrai essere in grado di far meglio. Affidati a un esperto. Però, prima assicurati che il testo tuo sia leggibile da occhi altrui: leggerlo ad alta voce ti aiuta a capire quanto di buono ha e quanto gli manca ancora. E non dimenticare che la scrittura è ritmo, poi arriva tutto il resto. Un cordialissimo saluto a te.
  2. Renato Bruno

    legge sugli sconti dei libri

    Grazie @Riccardo Zanello, a occhio e croce direi che la montagna ha di nuovo partorito un topolino, ma vedremo nella concreta applicazione della legge che risvolti positivi avrà, e in che misura, per la diffusione e valorizzazione della lettura. Certo se nella legge ci fosse stato scritto che le librerie potranno godere di particolari agevolazioni per i consumi di gas, luce et altro, per le serate o nottate messe a disposizione ai gruppi di lettura, ai circoli, alle associazioni etc, si sarebbe potuto allargare il ventaglio degli introiti o dei risparmi non più provenienti dalla pratica degli sconti superiori al 5% sul prezzo di vendita. [Per inciso, ricordo che molti anni fa in Spagna sui libri non era quasi mai indicato il prezzo di vendita stampato dall'editore: era il libraio che ci metteva sopra a matita il prezzo per il pubblico -faccenda che lasciava intendere una certa libertà di contrattazione tra libraio ed editore, soprattutto per i titoli più difficili da vendere.] Un carissimo saluto, alla prossima.
  3. Renato Bruno

    legge sugli sconti dei libri

    Senza citare interventi che mi hanno preceduto, mi faccio delle domande: 1. Ma a metà anni Settanta e Ottanta e Novanta del secolo scorso, prima dello strapotere del grande emporio americano che ogi consegna in poche ore, nelle librerie delle metropoli come delle città di provincia quanti lettori c'erano? Quanto costavano i libri? Come campavano le librerie? Come funzionava la distribuzione rispetto a oggi? E che cosa si faceva per incrementare la lettura? Ai tempi di Love story e della Collina dei conigli si leggeva di più o di meno rispetto alle media odierna? 2. L'attuale legge che vorrebbe/vuole regolamentare le vendite dei libri ha nelle sue premesse la volontà politica di incrementare la lettura o è stata concepita da "onorevoli" bottegai che i libri non li leggono e non li comprano? Voi l'avete letta per esteso questa nuova legge? Che dice in sostanza? 3. Prima di mettere mano alla faccenda degli sconti da praticare, il Parlamento quali parti in causa ha ascoltato? Associazioni di quali categorie? Si tratta di un'altre delle nostre classiche leggi tampone o è una legge quadro di riassetto del settore? Prima di dichiararmi pro o contro o né né, vorrei capire su che cosa concentrare l'analisi. È chiaro che a tutti noi fa piacere risparmiare sul prezzo di copertina, però vorrei capire se il prezzo è alto per mancanza di lettori o perché, come per l'extra vergine, al di sotto di un certo prezzo non si può proprio scendere senza intaccare la qualità complessiva del prodotto, dalla carta usata agli inchiostri, dai corrispettivi per i traduttori o per gli illustratori alle royalty per gli autori, etc. Insomma, non sono in grado di sapere quanto costa ogni copia all'editore ma da consumatore/lettore non la posso certo pretendere gratis (anche se poi trovo assurdo che l'edicolante non possa vendermi alle sette di sera a metà prezzo il quotidiano del mattino che è costretto a rendere e che finisce al macero/riciclo con altri costi aggiuntivi per l'editore...una follia!). Un saluto
  4. Renato Bruno

    Libri di serie A e libri di serie B?

    Torniamo a bomba, col capo cosparso di cenere per essere andati troppo spesso fuori tema. Confesso la mia grassa ignoranza e ringrazio @Lizina per avermi dato l'opportunità di apprendere qualcosa sul genere delle pollastrelle lit (letterate o letterarie). Ora, considerando, cara amica, che è molto difficile per tutti noi andare al di là dei propri gusti personali -sempre condizionanti e carichi di pregiudizi- , io credo che da secoli va avanti questa storia tra generi alti e generi bassi che ricevono lodi o note di demerito, così come è antica la diffidenza e la rivalità dentro il circolo degli scrittori. L'unica volta che mi è capitato di metter mano a un romanzo avente come protagonista una squinternata alto-borghese con il fisico da bambolina e la morale da famiglia mulino bianco con infarinature di post-femminismo all'acqua di rose (nota come il pregiudizio del lettore nutrito a classici emerge mio malgrado!), m'è toccato litigare con l'Autrice che proprio non ne voleva sapere di adattare alla lingua italiana espressioni tipiche della lingua inglese sparse a go go nel testo. Hai presente La dolce vita di Fellini? Una classe sociale (la sua deriva e decadenza) si caratterizza in primis per la lingua che parla, poi per come si veste e per quello che fa o non fa. Ecco, io credo che un certo naturale -per quanto ingiustificabile- snobismo nasca proprio dall'artificiosità di scrivere in italiano usando/importando contesti e lingue straniere senza un adeguato procedimento di riscrittura e di adeguamento della sceneggiatura originale. Certo, io non posso dirti che cosa pensano gli scrittori italiani di lingua "alta" dei loro colleghi di lingua "bassa", però da attento e raffinato lettore posso dirti che il disagio o malessere o antipatia o snobismo verso alcuni generi ritenuti scadenti, potrebbe anche essere per chi pratica il genere in questione uno stimolo positivo: sia per differenziarsi sempre di più dagli invadenti modelli narrativi inglesi imperanti sia per dare, linguisticamente parlando, un contributo di svecchiamento a una certa ampollosaggine della lingua praticata dagli scrittori "alti" ma con la puzza sotto il naso. Insomma, è questione di stile e di scrittura, di perfezionamento della lingua: un testo da pollastrella lit redatto alla perfezione cammina a testa alta e -si dice a Roma- gli dà un pista a certi gongolanti e tronfi figuranti letterati del panorama editoriale nostrano. Meglio una pollastrella libera e indipendente che gallinelle e polletti da batteria/libreria - anche se purtroppo lo snobismo degli altri è ineliminabile e a te autrice, cara amica, toccherà sgobbare il triplo (sul tuo testo e in quanto donna) per acquisire rispetto e dignità (poi, ma questo tu già lo sai, dovrai fare i conti con tutti i colpi bassi maschili e femminili tipici della nostra italica e bacata mentalità e cattiva educazione, che non risparmiano né chi scrive né chi legge). Un carissimo saluto a te.
  5. Renato Bruno

    Libri di serie A e libri di serie B?

    Dici che il falegname debba essere necessariamente anche taglialegna? Che il professore di Filosofia un filosofo? Che la sarta una stilista? Che il critico d'arte un'artista? Però è vero che per insegnare a sciare bisogna saper sciare bene e che per tradurre da una lingua non madre quella lingua bisogna averla ben studiato la seconda. Ho un amico che è un ottimo ingegnere del suono ma non sa suonare nessun strumento e poi ho un'amica molto brava a scrivere ma che se le dici di formattare in altro modo il suo testo ti guarda come se tu venissi da Marte. Allora, come la mettiamo? Ciò che ti sembra ovvio e naturale nel contesto del lavoro editoriale visto dal basso, poi risulta assai poco ovvio e molto meno naturale se osservato dall'alto. Hai presente quei poeti che proprio non sanno declamare in pubblico i loro versi? Le loro poesie acquistano smalto e spessore se letti da una voce che ha caratteristiche fono-timbriche spesso molto differenti da quelli dell'Autore. Avviene lo stesso per un testo inedito: occorre trovare chi sappia declamarlo meglio, una volta "restaurato". Per questo rinnovo qui il mio invito a non assolutizzare il dato della propria esperienza o del proprio desiderio. Io, editor, non insegno a nessuno il mestiere di scrivere. Io, editor, non aiuto nessuno a perfezionare il mestiere di scrittore. Io editor non ho avuto un maestro editor. Io persona, studente critico lettore e analista del testo e infine editor ho avuto ottimi professori universitari che non erano necessariamente scrittori o critici letterari (ma tutti erano e sono ancora profondi e appassionati conoscitori della lingua e dei suoi usi): io sono stato felicemente contagiato dal loro insegnamento, prima, molto ma molto prima, dei loro saggi o romanzi. Io editor lavoro sulla parola, sul suono, sul ritmo, sulla coerenza interna, sull'ottimizzazione delle parti restaurate o nuove rispetto al tutto; io editor lavoro sulla sintassi, sull'espressione dei concetti espressi, sulla forma, sullo stile, sulla complessa rete dei rimandi, dei motivi, dei temi affrontati. E non essendo io autore del testo che correggo ho costantemente bisogno del feedback dell'Autore che sui miei interventi deve rimettar mano- se non altro per acquisire egli maggior consapevolezza e padronanza del testo, che in prima versione è quasi sempre una "bozza" bisognosa di miglioramenti. Io editor collaboro con l'Autore a rendere il testo leggibile, godibile, fluido, coinvolgente, etc., etc., etc., qualora il testo base non presenti tutto questo al meglio. E lo posso fare e quotidianamente lo faccio proprio perché non sono uno scrittore di professione, bensì un lettore specializzato, un cacciatore di lacune, un restauratore, uno stilista, un medico del testo con una forma mentis differente -poco o tanto- da quella che governa la scrittura dell'Autore. Ed è giusto e sacrosanto che sia così (il mio meccanico non è un pilota di Formula 1 e forse per questo siamo amici). L'esperienza-contatto Autore/Editor ha sempre un duplice significato: rendere consapevole chi scrive dei mezzi e delle finalità linguistiche e stilistico-narrative a disposizione e al contempo l'autore con maggior consapevolezza indica sempre all'amico editor come affinare e migliorare la propria dell'editor strategia didattica. Questo se si vuole imparare e insegnare reciprocamente. Poi, per chi nasce imparato è sacrosanto che persegua in autartica autonomia il sogno della propria auto-realizzazione: nessuno glielo vieta (ma non è detto che valga per tutti). Un saluto.
  6. Renato Bruno

    Si può scrivere in un altro modo?

    Sorvolerei sulla parte ideologica che Veronica Tomassini pone alla base di questo suo decalogo e nuovo manifesto letterario (a prima vista confuso e fumoso), per soffermare l'attenzione sulle innovazioni interne alla scrittura da lei suggerite. Per esempio, poter leggere un testo dove non v'è traccia dell'io onnisciente; privo della sequela dei "disse" e "rispose"; un'opera dove al lettore venga riconosciuto un ruolo attivo; un romanzo dove scompare il "come" che introduce i paragoni. Resta ferma la mia impressione che questo decalogo, così com'è stato scritto (ah, l'artificiosità dell'italiano!), senza uno straccio di esempio, susciti in noi più il desiderio di tornare alla tradizione che di esplorare strategie per una narrativa "non di classe" -come qui auspicato. In ogni caso, pur nei suoi naturali limiti, il decalogo offre numerosi spunti di riflessione. [Tratto da Il fatto quotidiano, 27 gennaio 2020, sezione Cultura.] https://www.ilfattoquotidiano.it/2020/01/27/il-manifesto-letterario-degli-imperdonabili-10-punti-per-uscire-fuori-dai-soliti-salotti-di-scrittori/5686515/ CULTURA Il manifesto letterario degli Imperdonabili, 10 punti per uscire fuori dai soliti salotti di scrittori. Il movimento letterario creato dalla scrittrice Veronica Tomassini stila dieci regole per "alzare il livello della produzione letteraria" e stabilire un nuovo "patto di fiducia con il lettore": via gli stereotipi, l'onniscienza del narratore, i paragoni abusati, i dialoghi costruiti tra un 'disse' e l'altro. di F. Q. | 27 GENNAIO 2020 Un nuovo modo di scrivere per “salvare la civiltà del libro” e liberare la creazione di storie, cioé l’immaginario collettivo, dal monopolio: da questi presupposti nasce un movimento letterario, Gli Imperdonabili, creato da Veronica Tomassini insieme a un gruppo di scrittori e editori, Giulio Milani, Davide Brullo, Franz Krauspenhaar, Gian Ruggero Manzoni, Andrea Ponso, e altri ancora che man mano hanno partecipato, aderito, redatto manifesti, idee e così via. Ecco il loro decalogo “imperdonabile” per liberare la scrittura da vecchi retaggi, come la gabbia dei “disse” nei dialoghi e gli stereotipi del “classico bullo” o del “tipico dongiovanni”. “Noi, imperdonabili” e il pensiero inverso. Una delle ragioni fondamentali degli Imperdonabili è il tentativo di individuare una strategia per salvare la civiltà del libro, o almeno, di quel tipo di libri «che lavorano al mistero del mondo». C’è, nell’iniziativa, un’urgenza che possiamo articolare in questa maniera: non vogliamo che la produzione di storie, proprio perché condiziona e influenza l’immaginario, sia nelle mani di pochi privilegiati: se infatti la produzione narrativa è monopolio di una precisa classe sociale, quanto ne emerge è e sarà sempre espressione di quella classe e basta. La prima cosa da fare, dunque, è rompere il monopolio di classe dell’immaginario e allargare la rappresentanza: per testimoniare la visione del mondo di chi lavora e si sbatte ogni giorno, di chi è padre e madre, di chi è emigrato all’estero, di chi ha un’esperienza diretta del mondo in cui oggi viviamo. Con questo non stiamo dicendo che dobbiamo determinare il contenuto della narrazione. Gli scrittori scrivano di ciò che vogliono e che sanno, ma il loro mondo, la loro visione darà forma a un testo e a un contesto del tutto nuovi, in grado di produrre un’esperienza di lettura differente, più adatta alla nostra epoca selvaggia, paradossale. Un nuovo immaginario ha bisogno di un metodo innovativo con cui mostrare la propria differenza. Da questo punto di vista, dobbiamo ribaltare la prospettiva corrente e stabilire un nuovo patto col lettore, fondato sulla fiducia reciproca, perché il lettore non è un bambino da educare. Se il perdurare di determinate abitudini di produzione sta estinguendo l’esperienza di lettura della narrativa, si tratta di cambiare quelle abitudini. L’imperdonabile decalogo letterario. Per alzare il livello medio della produzione romanzesca, chiediamo innanzitutto questo: 1. La scomparsa dell’autore: l’elemento autobiografico è insito in ogni opera, ma l’uso che se ne fa deve essere finalizzato alla creazione della vicenda romanzesca. Occorre dunque abdicare al narratore onnisciente, questa divinità in rovina, e al suo «sovranismo psichico»: questo non significa rinunciare alla terza persona, solo, verrà impiegata in forma “immersa”, l’autore sceglie quale personaggio svolge il ruolo di vice-narratore della vicenda o del capitolo, mentre il resto dei personaggi è misterioso come la realtà umana. 2. Una moratoria sullo stilismo: l’autore deve scomparire dietro il vice-narratore/personaggio prevalente e ricomparire nel controllo sintattico, temporale e lessicale della prospettiva, poiché in questo movimento c’è il prestigio del gioco illusionistico. Lingua, trama e struttura non devono attirare troppo l’attenzione su di sé, col rischio di diventare protagoniste del racconto a scapito dello spettro biografico e dell’autenticità delle relazioni. La lingua, con questo, non deve essere serva della narrazione: bisogna sottrarla al logorio dell’uso comune, alla banalizzazione, come all’omologazione della pratica editoriale. Ne consegue la rarefazione degli aggettivi generici, che oggettivizzano la prospettiva e contraggono gli aspetti pittorici invece di dispiegarli, e dei nessi logico-causali, che danno troppe spiegazioni e non lasciano il lettore libero di effettuare la sua esplorazione del testo. 3. Il superamento del vincolo di struttura narrativa a nastro (es. descrizione/dialogo/descrizione, freccia del tempo lineare, ecc.), un modello legato anche al vecchio mezzo di produzione del testo, la macchina da scrivere. 4. La morte dello stereotipo: i personaggi dei nostri romanzi devono essere difficili da interpretare, così come lo sono gli esseri umani. Eliminazione dei concetti di bene e di male applicati come funzioni ai personaggi. Non esiste il “classico bullo”, il “classico dongiovanni”, “il classico stronzo”, specie quando si affronta la narrazione di genere (per superarla). La letteratura deve sempre avere rispetto delle sfaccettature dell’animo umano. 5. Il superamento dell’ideologia della verosimiglianza: la letteratura non può essere semplice rappresentazione di una realtà data per oggettiva. Compito dello scrittore dev’essere quello di aprire varchi che permettano al lettore di apprezzare il non-significato dell’esistenza, per esempio attraverso l’impiego del surreale, del paradosso, dell’impossibile. 6. Il superamento del modello cinematografico: il cinema ha delle limitazioni che la letteratura non ha. Per quanto voglia essere ambivalente, non lo sarà mai fino in fondo: una voce avrà sempre un timbro, un volto una forma, così come le tonalità. La cabina di regia dello scrittore non ha nessuno di questi limiti: quando scriviamo, siamo liberi di mostrare al lettore solo ciò che vogliamo, sfruttando l’ellissi, l’ambivalenza, la polisemia e il non detto. Ne consegue la necessità di guarire dall’«ambiguofobia», intesa come compulsione a spiegare, interpretare in modo univoco la scena e i personaggi sulla base di una prospettiva pedagogico-didascalica o funzionalizzante: se il personaggio si prende tutto lo spazio di interpretazione, che campo d’indagine resta al lettore? 7. Cambiare il modello di costruzione dei dialoghi: bisogna abolire l’attribuzione di battuta con il disse e il rispose (o simili) o con la «batteria dei disse» minimalista: il primo è un automatismo che appartiene al regime della favola – in quanto prevede un ascoltatore incapace di leggere –, il secondo una soluzione ormai vecchia di quarant’anni. Sostituirlo con la comunicazione non verbale dei personaggi, che è il nostro “actor’s studio”. Eliminare i dialoghi a nastro, disincarnati e senza un contesto, eccetto che nel “botta e risposta” del litigio, della resa dei conti o del terzo grado. Evitare lo «scambio appropriato», il meno frequente nella comunicazione umana, che invece è manipolatoria per statuto: sostituirlo con lo scambio incrociato o con lo scambio a trappola, perché emergano anche le relazioni tra i personaggi oltre al contenuto dello scambio. 8. Guarire dalla “paragonite”, intesa come malattia esantematica del letterario: in particolare, si raccomanda l’abolizione delle similitudini legate al regno animale che appartengono al regime della favola e alle sue esigenze pedagogico/didascaliche. I paragoni dovrebbero essere impiegati con misura e solo se coerenti alla cultura e al linguaggio del personaggio incaricato di raccontare la vicenda o per formularne il grado di attendibilità. 9. La rarefazione dei gerundi subordinati e appositivi e dei participi passati con valore di subordinate avverbiali: sono il tipico corredo di una scrittura sciatta, usurata, schematica e ripetitiva, da traduzione dal latino o da verbale. 10. Riscoprire lo stile indiretto libero al posto dell’affabulazione in stile “Coscienza di Zeno”. Quando si parla di affabulazione e stilismo non si può non fare riferimento alla loro origine comune: il discorso indiretto libero, ossia «uno stile che fa echeggiare fin nei pensieri più intimi il linguaggio del sociale». Dalla Austen a Flaubert, da Dostoevskij a Joyce, non c’è tecnica letteraria che abbia avuto maggior fortuna e plasticità evolutiva. Ma se lo stile indiretto libero, alle origini, era costituito dalla formula «emozioni, più distanza narrativa», oggi la partecipazione emotiva prevale sul racconto. Ne scaturisce una cascata di testi affabulatori, che presentano soprattutto il “pensierare” del personaggio principale; dove la narrazione è per così dire incapsulata nella testa del vice-narratore: è cerebrale, asfissiante, didascalica, senza un mondo o un corpo in cui si riesca a incarnare. Il lettore intelligente ha una legittima aspirazione a immedesimarsi nella scena e a viverla come fosse parte della sua esperienza, popolandola col suo inconscio biografico. Invece fatica a comprendere cosa sia davvero essenziale in questo avvitamento del linguaggio su sé stesso, in questa isteria metaforizzante. Ne sgorga un nastro discorsivo in cui “tutto è uguale a tutto”, che è l’opposto della altalena emotiva dove invece vorrebbe salire il lettore (che ha pagato per esserci). Firmato: Gli Imperdonabili, 22.01.2020
  7. Renato Bruno

    Confusione sull'editing

    Hai solo l'imbarazzo della scelta! Spulcia i menù a cascata qui in alto e troverai il settore di WD dove noi editor ci presentiamo: copiati due o tre indirizzi email, manda il tuo testo e chiedi un test di prova revisione di qualche tua pagina, a titolo gratuito. Così, rompi il ghiaccio e pian piano ti si chiariranno le idee su chi è un editor e come opera e che preventivo offre. Un caro saluto a te.
  8. Renato Bruno

    Confusione sull'editing

    Il nostro Autore amico @Banana In Pigiama è qui perché ha bisogno di chiarimenti, non di discorsi che gli accrescono la sua legittima e naturale confusione. E noi siamo qui per offrirgli un ventaglio di soluzioni o possibilità praticabili. Io non gli faccio i conti in tasca ma ritengo utile mettere a sua disposizione la mia esperienza nel settore. Sarà poi il nostro "sognatore", e in base alle nostre competenti risposte, a decidere quale strada seguire. Quindi, oltre a dirgli di leggere le tante discussioni, qui su WD, inerenti l'argomento e oltre a comunicargli le diverse opzioni che quest'epoca offre agli esordienti, faremmo bene a tenerci per noi tutto ciò che noi non possiamo accettare per divergenza di opinioni, per nostri pre-giudizi, per nostre mancate esperienze. il nostro amico sognatore scrive qui proprio perché non sa se ha scritto o non ha scritto "uno scritto fondamentalmente valido". Da qui la differenza tra offrirgli un aiuto e l'invito a farsi tutto da sé (tanto per ricordare il caro e indimenticabile Giorgio Gaber).
  9. Renato Bruno

    Confusione sull'editing

    Gentile @Banana In Pigiama, permettimi di dirti che parti con il piede sbagliato. Tu potresti avere tra le mani un'ottima carta/testo da giocare, oppure l'illusione che sia ottima. Detto in altre parole: non sta a te "giudicare" la tua opera, perché hai bisogno di un altro occhio per rivedere tu il tuo testo in altro modo . Ma parti col piede sbagliato se già fin da ora ritieni che la tua opera non possa venir modificata secondo i canoni personali di qualcun altro. La correzione e revisione di un testo (che spesso, in molti casi, vuol dire apportare modifiche a volte anche sostanziali rispetto all'originale) è un lavoro a quattro mani -due le tue e due quelle dell'editor tuo di fiducia- dove il primo a modificare, dove il primo a mettere in discussione gusti e intenzioni iniziali è proprio l'Autore del testo sottoposto a editing. Ci si rivolge a un editor per avere una radiografia (quanto più contrastata possibile, cioè nitida) che metta in evidenza tutto ciò che andrebbe migliorato sia in base ai canoni personali dell'editor (con cui dovrai confrontarti, perché ogni lettore diverso da te avrà canoni di lettura e di interpretazione che non saranno i tuoi -da qui l'utilità di un rapporto dialettico e costruttivo con il tuo editor) sia secondo i canoni dell'autore stesso, che dalla lettura critica fatta dall'editor, potrà mettere a punto, riconsiderare o riformulare i propri canoni/intenzioni iniziali, per la migliore riuscita editoriale e commerciale del testo da revisionare. Ci si rivolge a un editor con esperienza perché si vuol crescere, si vuole acquisire maggior consapevolezza degli strumenti e delle tecniche che concorrono allo stile. Non ci si rivolge a un editor per conservare il testo originale così come ti è riuscito in prima stesura, bensì per capire tu -nel dialogo con il tuo editor- come esprimere al meglio la tua buona intenzione iniziale, se davvero essa è valida ed editorialmente accettabile. In base alla mia esperienza posso dirti che in genere per un autore alle prime armi è davvero difficile capire quanto il proprio testo possa essere valido per una pluralità di lettori e di editori (e lasciami qui dire, che spesso gli Agenti non vogliono o non sanno, sempre con la dovuta diplomazia verbale, consigliare all'autore una radicale ri-scrittura del testo, pur ben sapendo essi che in genere la prima stesura di un'opera inedita non è mai commercialmente valida, cioè già pronta per la pubblicazione). Però, aggiungo io e contro i miei stessi interessi, non ti rivolgere a un editor free-lance o di una agenzia di servizi editoriali se ritieni intoccabile la verginità della tua opera, se pensi davvero che non abbia bisogno d'essere migliorata. Se accetterai il dialogo con un editor, preparati a rileggere il tuo testo in altro modo e secondo canoni d'interpretazione che ti suggeriranno la necessità di rimetterci mano, di aggiustare e modificare secondo modalità di (ri)scrittura che per te saranno da apprendere e da valutare criticamente, passo dopo passo. Un cordialissimo saluto.
  10. Prendendo spunto dall'articolo qui sotto riportato - ricordando quasi tutto quello che sull'argomento libri/sconto/librerie/strategie editoriali, etc è stato già detto - e da lettore mi pongo la domanda: davvero le vecchie e le nuove strategie di vendita (e i luoghi dove i libri si comprano) determinano il valore del prodotto "libro"? Un pocket acquistato in gioielleria o in un negozio di merce "bio" per noi cambia valore rispetto al tre euro al pezzo della bancarella? E perché mai sulla bancarella del mercatino non troverò mai un'opera come "Ti aspetto" di Jacominus GainsBorough, meravigliosamente illustrata da Rébecca Dautremer e che oggi costa 45,00 euro? Quando Amazon non c'era e le librerie erano invase da "Love story", l'oggetto libro da noi acquistato era prodotto del nuovo o del vecchio sistema editoriale? Il prestigio o lo svilimento del libro è un qualcosa che va di pari passo, a seconda dei punti di vista, col progredire o con il regredire della società? Non ho una risposta precisa. Credo che la Bollati Boringhieri ancora oggi pubblichi libri fondamentali per la mia/nostra formazione culturale, solo che non se ne parla, segno che ieri come oggi il silenzio uccide più delle stroncature, indipendentemente dal punto di vendita. Qui l'artico de Il Fatto quotidiano di ieri, 2 febbraio 2020, di Marco Mogetta, libraio: https://www.ilfattoquotidiano.it/2020/02/02/libri-la-nuova-legge-sugli-sconti-procede-spedita-finalmente-un-primo-passo-verso-il-cambiamento/5692587/ Libri, la nuova legge sugli sconti procede spedita. Finalmente un primo passo verso il cambiamento E pur si muove. Con un iter lento come la scrittura dell’ultimo romanzo di George R.R. Martin, la nuova legge sugli sconti dei libri procede verso l’approvazione. Secondo questa nuova normativa, lo sconto massimo che tutti potranno offrire, da Amazon ai grandi gruppi editoriali fino al piccolo libraio indipendente, sarà del 5%, con la possibilità di contare sulle classiche campagne annuali, che dovrebbero arrivare a uno sconto al pubblico del 20%. Come sempre le opinioni sono assolutamente discordanti. Qualcuno sostiene che sarà un provvedimento che colpirà le famiglie, altri che finalmente verrà ridimensionata la forbice di concorrenza sleale dei più grandi verso i più piccoli. Io non penso che questo basterà a rimettere in carreggiata il settore, ma sicuramente sarà un primo vero passo verso quel cambiamento necessario che deve interessare tutta la filiera, se si vuole rilanciare la cultura nel paese. Questa legge prenderà il posto della attuale, la legge Levi in vigore dal 2011, che dati alla mano non ha garantito possibilità uguali verso tutti gli interpreti dello scenario. In questi anni, infatti, il numero di punti vendita è precipitato, l’offerta è cresciuta a dismisura a discapito della qualità e il prezzo medio del libro cartaceo è salito fino ad assestarsi intorno ai venti euro per una novità. Come detto il problema è complesso, e non basterà questo intervento a risollevare il comparto, tuttavia dal mio punto di vista questo passaggio è molto importante perché il primo, vero grosso problema del libro in Italia sta nello svilimento del concetto di libro stesso. Quando ho provato a sintetizzare l’argomento su questo blog mi sono beccato un sacco di commenti negativi, per un bizzarro malinteso secondo il quale, siccome il libro costa tanto, il libraio sarebbe un crapulone arricchito e speculatore che va in vacanza ai Caraibi con gli incassi dei testi scolastici. Altre volte ho sentito che faremmo parte della categoria che, col passaggio all’euro, avrebbe raddoppiato i propri incassi a danno dei consumatori. Sono tutte corbellerie, datevi pace. Torno a spiegare che il guadagno del venditore sul prezzo del libro, che è a sua volta imposto dall’editore, è del 30% circa. Se da quel 30% togliete le tasse, la luce, la spazzatura, la carta del pacchetto, il segnalibro in regalo, la busta di carta, i contributi dei dipendenti e così via, vi renderete conto che dei Caraibi al massimo possiamo comprarci la guida. Ma se da quel 30% si decurta un ulteriore 15% che resta? Ve lo dico io, la chiusura. E se quel 15% di sconto lo vedete esposto sui titoli presenti nelle catene di elettrodomestici, all’autogrill, dal benzinaio, alle poste, in edicola, e soprattutto nelle vetrine delle grandi librerie, che succede nella testa della gente? Passa il messaggio che il prezzo del libro è negoziabile, trattabile, discutibile, gonfiato. E la gente lo sconto comincia a pretenderlo, e anche con maleducazione, perché il libro sta dappertutto ed è sempre scontato. Eppure il prezzo imposto c’è su molti altri prodotti, sui quali nessuno si sentirebbe in diritto di negoziare. Chi ha mai chiesto uno sconto acquistando un quotidiano o facendo il pieno? Ma andiamo oltre. A chi dice che siamo superati dal progresso, che la carta è un bene volatile e prezioso e che l’ebook ci porta nel futuro io rispondo “po’ esse!“, ma ogni medaglia ha il suo rovescio. Se Amazon non fa pagare la spedizione e applica uno sconto monstre è per colpa di chi lo consente, non del progresso. Quello che forse non sapete è che quando però c’è il blocco del traffico per l’aria malsana è anche per colpa delle migliaia di consegne che, ogni giorno, vengono effettuate per offrire un servizio ad personam che non dovrebbe essere così conveniente, perché poi le conseguenze le paghiamo tutti, da chi respira a chi trova i cassonetti della carta stracolmi perché gli imballi non sono ancora edibili, a chi si lamenta perché il suo romanzo ordinato in libreria ha un ritardo di un giorno. Un disservizio spiacevole, ma che quasi sempre ha la sua origine nelle righe piccole dei contratti dei corrieri, che devono dare la priorità ai pacchi a marchio Bezos. Le conseguenze immediate dello sconto al 5% saranno quindi una riduzione dei titoli e dei prezzi, con un naturale miglioramento della qualità delle proposte, la fine del clamoroso vantaggio dell’online con la possibilità di far valere il grande valore aggiunto dell’intermediazione del libraio grazie al quale potreste, alla modica cifra di un euro e qualche centesimo in più, farvi consigliare tra gli scaffali, ritrovando il piacere di andare a scoprire un prezioso contatto umano invece di aspettare una consegna a orari imprecisati. Ma la cosa più importante sarà che forse il libro ritroverà la sua piena dignità, e smetterà di essere usato come orpello da instagrammare vicino a tazze di tè coi biscottini, per tornare a essere semplicemente letto, mentre i poracci che fanno showrooming in libreria per comprare poi le cose in Rete riscopriranno infine il valore della loro dignità porgendoci il testo in cassa. Riporto anche questi due commenti, che mi ricordano quanto sia spesso riduttivo il nostro modo di pensare (e di scrivere). LASCIA IL TUO CONTRIBUTO Bartolomeo Pestalozzi- 15 ore fa- Patetica difesa corporativa. Il discorso della distruzione che portano amazon e il commercio online, l'ho sentito anche da alcuni commercianti che conosco. A tutti rispondo: se non siete in grado di attirare il cliente di offrir loro qualcosa che apprezzino più dello sconto e della consegna a domicilio. chiudete pure. Riguardo alla frase: "Chi ha mai chiesto uno sconto acquistando un quotidiano o facendo il pieno?", la risposta è semplice. I quotidiani vendono sempre meno e il carburante si compra alle pompe self service cercando quelle che praticano il prezzo più basso. Teresio Martini-19 ore fa-- Il libraio, felice di essere taglieggiato dall'editore, se la prende con l'acquirente "poraccio" non comprendendo che il budget individuale è quello che è e se non possiamo più permetterci di comperare 3 libri scontati ne compreremo solo due (o magari nessuno) a prezzo pieno o a -5%. In questo modo ci rimetteremo tutti, lettori, librai ed editori e godranno le industrie che riciclano la carta. Librai, fate valere la vostra forza contrattuale e fatevi aumentare le provvigioni dagli editori perché è il lettore che vi sostiene, economicamente e moralmente, non l'editore. L' editore può pagare molto meno i libri "scritti" da cantanti e calciatori, da veline e influencer e vivrà lo stesso. Senza lettori chiuderete tutti, librai ed editori, esclusi quelli che si occupano di testi scolastici.
  11. Gentilissima @Adelaide J. Pellitteri, grazie per il tuo articolato commento. Prima di tutto alcune precisazioni: 1. Come vado dicendo da tempo, tutta la filiera dell'editoria, autori e lettori compresi, dovrebbe fare, come tu giustamente sostieni, un serio esame di coscienza. Io come lettore preferisco comprare di meno e pagare di più -almeno per certi editori che da tempo riconosco come produttori di libri di qualità (anche perché non sempre, prima del macero, l'edizione rilegata arriva al pocket); 2. Non sta a me ricordarti che il vinile non è affatto morto, anzi, gode di ottima salute (da me i dischi girano sul piatto abbastanza spesso, anche perché non tutta la produzione di LP - sopratutto quella di musica classica (o celtica) è stata trasferita in CD); 3. Sempre in riferimento ad azioni nostre quotidiane che indicano la spia di un cambiamento in atto, ricordo con piacere che la vecchia pellicola per le vecchie reflex a 35 mm, a colori o in bianco e nero, non è mai morta del tutto e che oggi, tra gli estimatori e non solo, la vecchia pellicola a "impressione" ben vive accanto al digitale -che già sta cambiando pelle: come a dire che spesso è proprio l'innovazione tecnologica a trascinarsi dietro e a recuperare tecniche e qualità di ieri (vedi le nuove piastre di ascolto e registrazione delle care audio cassette, oggi abbinate al sistema di decodifica digitale); 4. Vorrei portarti con me a visitare una cartiera, farti vivere un'esperienza fondamentale che consiglio a tutti per capire che significa "carta" e per apprendere da chi ne sa più di noi che tipo di cellulosa si usa e da quali piante a crescita rapida di ricava. Sono certo che la tua opinione/convinzione carta = deforestazione ne uscirebbe (dalla cartiera) radicalmente rivista e corretta (e tralasciamo il fatto che è quella igienica e non quella da stampa la carta più usata al mondo!). Poi ti dico che: A) prima della drammatica chiusura delle librerie, di cui oggi si parla, c'è stata e c'è la moria delle edicole, oggi ridotte a 26.000 rispetto al 52.000 di pochi anno or sono. E in una nazione con migliaia e migliaia di comuni l'edicola rappresentava e rappresenta l'unico punto (oltre alla biblioteche comunali là dove esistono) di acquisto lettura, tra cui anche i libri. Questo per dire che il declino dei lettori, e quindi dei punti di vendita, più che ad Amazon (responsabile per la sua parte o per la mancata opposizione ad esso/a) è in gran parte dovuto alla "scusa" che non abbiamo più tempo per leggere, anche perché gran parte del nostro tempo, un tempo dedicato alla lettura, è oggi impiegato a smanettare sul cellulare, a navigare in Internet, a guardare una delle mille offerte televisive oggi a disposizione -quasi come se altri mezzi ci illudessero piacevolmente che è possibile nutrire in altro modo la nostra sete di conoscenza (oggi parcellizzata e sciolta in mille rivoli rispetto alla formazione culturale sistematica di un tempo). B) Senza l'innovazione internet non sarebbe stato possibile ipotizzare il grande emporio di Amazon, il che vuol dire che Internet ha modificato, troppo rapidamente, usi e costumi sociali (anche nell'ambito generale della lettura) che in passato, grazie allo sviluppo più lento delle nuove applicazioni tecnologiche, consentivano un adeguamento progressivo, con un numero minore di morti per strada, cioè di attività chiuse perché refrattarie al continuo rinnovamento -che per questo capitalismo significa costante incremento dei consumi (il passaggio da lettore esigente e consapevole a lettore consumatore di offerte a buon mercato, si può ipotizzare che abbia di fatto modificato la filiera editoriale, aggravando a dismisura la vecchia distinzione e filosofia imprenditoriale tra editore puro nel mercato ed editore di mercato. Poi va da sé che il consumatore di libri sia a sua volta prodotto di una editoria che ha venduto l'anima al commercio, ma qui il discorso si complica troppo...); C) gli editori italiani sono italiani, cioè padri e figli di una tradizione refrattaria a ogni cooperazione, a ogni intento di "raccogliersi in fascio", cioè ad essere elementi aventi la stessa direzione e la stessa azione per resistere al fagocitante monopolio di turno. Non riescono a mettersi insieme i piccoli editori (anche per creare un canale unitario di distribuzione), figurarsi i grandi che per sopravvivere hanno bisogno di essere acquisiti da danarosi cartelli internazionali, pur rischiando di perdere per sempre la propri unica identità. D) la gastronomia imperante che ha eliminato la cucina casareccia... ha riportato in primo piano la questione di fondo: quella delle materie prime (come ben ci insegnano le campagne e i libri dedicati allo Slow food), ossia è necessario abbassare il prezzo per vendere più libri , ma perché mai un Autore dovrebbe impegnarsi tanto per coltivare un testo sottopagato e alle condizioni capestro della grande distribuzione che ha in mano il mercato editoriale? Ha ancora senso il Davide slow book contro il Golia del fast book? Sì? Allora dipende dai nostri "consumi", dalla nostra consapevolezza e conoscenza, dalle nostre scelte la sopravvivenza dell'editore puro (ma esiste ancora?). No, non ha più senso: allora perché ci lamentiamo della bassa qualità dei testi in circolazione, comunque divorati da schiere di lettori tripudianti? O noi, con le nostre scelte di lettori curiosi e coraggiosi, possiamo concretamente incidere sulla produzione dell'editore -che non vendendo dovrebbe fare altro-, oppure l'equivalenza libro = prodotto = merce ha già ampiamente mercificato la nostra coscienza di lettori e quindi se per noi lettori un libro x vale quanto un libro z ("purché si legga...") allora non ci sarà prezzo/sconto che tenga, né scrittore di qualità, né lettore coraggioso e controcorrente e nemmeno libraio nostra caro amico a salvare le sorti della lettura, non del libro, ma del leggere inteso come atto di conoscenza e di formazione personale, basato sulla qualità della forma e del contenuto -e non sulla quantità della merce/libro posseduta. Il valore del libro, e concludo, non è dato solo dal n. degli esemplari venduti, ma dalla sua capacità di incidere dentro di noi, in un dato momento della nostra esistenza, lasciandovi un segno che le varie epoche della nostra vita ricorderanno e giudicheranno differentemente. Da qui il suo valore o prestigio rispetto ad altre merci di più fisico e immediato consumo. Un prestigio avvalorato dal suo essere, secondo me, sempre contro ogni schematica e riduttiva visione del mondo. Chiedo scusa per l'eccessiva lunghezza. Un cordialissimo saluto.
  12. Renato Bruno

    Si può scrivere in un altro modo?

    Grazie, gentilissima @Ippolita2018. I brani riportati sono interessanti (in alcuni punti ho trovato degni di nota alcuni originali nessi fono-sintattico-semantici, di una certa forza evocativa) ma devo confessarti che leggendo mi sono tornati alla mente (ma chissà perché) Lautreamont, Breton, Rimbaud e Dadà, i Surrealisti, le avanguardie letterarie europee. E non so dirti se si tratta di un "presagio" ben augurante o nefasto. È vero che con le lettere del nostro alfabeto le combinazioni sono infinite, mah...temo che finiti siano certi esperimenti d'avanguardia che troppo lasciano trasparire la volontà di disobbedire alle regole, di creare appositamente un effetto estraniante, di coccolare un'oscurità dove la frase brillano "ad ogni costo". Mi sembra, ma te lo dico dal basso delle mie bulemiche e fuorvianti letture, che i fuochi d'artificio della forma sono destinati a spegnersi dopo qualche oh e ah di meraviglia iniziale, dopo una sorpresa che presto affoga nel senza senso dovuto all'eccessiva discrepanza tra le neo-modalità di una scrittura di rottura e le vetero -ma pur sempre attualissime- modalità di decodifica del messaggio (sempre ammesso che un messaggio ci sia) che hanno plasmato il nostro cervello che legge. Comunque grazie per aver rintracciato l'esempio/traccia che ci mancava. Si tratta comunque di un brano che va riletto e analizzato (anche se a me non dice molto di "nuovo"). Un abbraccio.
  13. Renato Bruno

    Gerundio Presente/ Passato

    Gentile @Filocullen, questa tua frase è di per sé errata, o meglio, non è chiara ed è ridondante: "“La mia formazione, portandomi a leggere varie tipologie di libri, mi ha permesso di.." La formazione è un processo che porta dei frutti a loro volta dovuti a qualcosa. Quindi: " Leggere libri di ogni tipo mi ha portato a una formazione che oggi mi consente di...". Il gerundio portandomi è fuori luogo. Presente o passato che sia. Caso mai lo devi applicare a leggere come causa della formazione attuale = Avendo letto molto, oggi mi posso permettere di... Non è la tua formazione che ti porta a leggere (potrebbe esserlo se tu ti riferisci a una particolare predisposizione verso la lettura coltivata fin da bambino, a un qualcosa di innato e/o di ereditato...) ma generalmente sono tutti i libri che leggi che ti formano (la mente o il linguaggio o la tua personalità) in un certo modo. La tua frase deve avere un senso attivo, non passivo: la mia formazione (quale?), dopo aver letto di tutto, mi ha permesso di...Ma meglio sarebbe: Avendo letto di tutto (gerundio causale), mi sono ritrovato con una formazione (frutto delle letture) che mi ha permesso di..." Il gerundio, presente, vale sempre la pena ripeterlo, indica un'azione contemporanea a quella della principale (= mentre...al presente): camminando, mangiava un gelato; al passato indica un'azione anteriore a quella della principale (= dopo aver...): avendo finito il gelato, si fumò una sigaretta. Ma il gerundio, presente o passato, si usa anche per vari tipi di subordinate: 1. Causali: essendo arrivato in ritardo, trovò il ristorante chiuso. 2. Ipotetiche: Avendone la possibilità (se l'avessi), certo che me la comprerei. 3. Concessive: Pur avendo studiato molto, non sei ancora pronto per l'esame. 4. Temporali: Tornando a casa (mentre tornerò verso casa), mi fermerò a comprare il latte. 5. Modali: Fotografando (con il fotografare), trovo la serenità che più mi piace. Un caro saluto.
  14. Renato Bruno

    Il rito dell'orizzonte

    Caro e sensibile amico, ti faccio notare che in questo tuo racconto tu non mostri un tuo stile. Che tu sei qui perché vuoi arrivare a padroneggiare uno stile tuo. Uno stile tutto tuo (che ancora non c'è) impermeabile alle critiche mie o di x o di z. Uno stile che è per sua natura work in progress, modo e cammino sottoposto a modifiche continue, perché tu qui stai sperimentando i ferri del mestiere. Ma non hai ancora aperto bottega. Sei in una fase dove raccogli suggerimenti non utili a strizzare l'occhio al lettore che vuole questo o quell'altro, ma necessari e indispensabili per maturare tu come autore/scrittore. Vanno bene i complimenti, perché per qualche minuto soddisfano il tuo ego, sempre bisognoso di rassicurazioni, ma sono le critiche, quelle che in apparenza ti buttano giù a farti crescere. La nota dominante del tuo racconto è il binomio (oppositivo) andare/tornare, logico quindi che tu costruisca tutta la tua prosa su un doppio, sulla duplicità, sul riflesso, sulle variazioni dell'andare e tornare (come in parte hai già fatto introducendo la coppia femminile/maschile) . E sei chiamato a farlo mostrando in ogni frase un'attenzione maniacale al lessico e alla sintassi, che di quel binomio iniziale, che di quel doppio dell'incipit deve essere riflesso e unità di misura (e di ritmo). Perché è la stessa forma racconto a importi una rigida economia verbale, una concatenazione di parole e frasi tra di loro iperconnesse e secondo legami fonetici e concettuali dipendenti dalla tua sensibilità e dal tuo modo essere che... se ne frega delle mode e di ciò che un anonimo lettore senza volto pretenderebbe. Prendersi cura della scrittura, questo è il tuo inderogabile must. Una cura che più che dei complimenti (sempre a buon mercato e molto facili da elargire) tenga conto della tua migliore espressione ancora da conquistare. Io non voglio scoraggiare nessuno. Ti invito a riflettere su una questione cruciale: il ritmo da dare alla tua prosa. Non un ritmo qualsiasi ma quello che meglio si addice, in questa circostanza, al tema, al contenuto, al messaggio che tu vuoi comunicare. Non esiste uno stile moderno o uno stille all'antica: esiste la tua consapevolezza di scrivere secondo unità fono-sintattiche prossime, il più vicino possibili al tuo orecchio, al tuo modo di sentire lo scorrere delle parole, alla brevità o lunghezza del tuo respiro/fraseggio. Solo così il lettore scorderà che ti sta leggendo, per seguirti con occhi carichi d'attesa per ciò che gli farai leggere dopo, alla riga successiva (in questo tuo racconto, invece, tu fai sentire troppo che scrivi la frase mentre la pensi, che sei troppo preso dall'evitare questo e quello...per dare naturale fluidità e scioltezza allo scorrere delle tue parole. Da qui la mancanza di un nucleo ritmico di base, secondo me). Un abbraccio. .
  15. Renato Bruno

    Il rito dell'orizzonte

    Caro @dyskolos, non mi permetto di commentare nel suo insieme il tuo racconto per non guastare la ghirlanda di elogi qui a te dedicati. Mi si dirà che è questione di gusti e che se solo uno fa il guastafeste costui non conta. Bene. Mi limito, pertanto, solo a farti notare la (per me) grave mancanza di corretto ritmo narrativo che predomina in tutto il brano. I tuoi punti sono muri che interrompono illogicamente il flusso narrativo e del respiro di chi legge. Là dove la sequenza è unica al suo interno ci dovrebbero essere unità minime di uguale o simili lunghezza, tra loro ritmicamente coordinate. Proprio come il moto del mare. Nel tuo testo è (dovrebbe essere) il moto del mare (e le sue varianti) a determinare ritmo e flusso delle parole. I segmenti narrativi da te proposti, le porzioni di testo dentro i periodi, sono irregolari, disomogenei, casualmente disposti. In un racconto breve come questo il montaggio delle scene dovrebbe dar vita a un quadro d'insieme dove ogni fotogramma conserva una tonalità di luce, un contrasto e una saturazione di colore ben calibrati tra loro, da vicino come da lontano. Poi, certo, è molto difficile, a mio parere, creare un flusso narrativo sinuoso e diffuso senza usare frasi subordinate e e nessi/particelle di congiunzione tra le frasi. Basta leggere ad alta voce il segmento qui sotto riportato per capire le interruzioni casuali e brusche che ostacolano il respiro e della composizione e il fiato di chi legge. Il rispetto del ritmo imporrebbe una prosa più chiara e più fluida, sempre secondo me e sempre secondo la percezione musicale della mia lingua scritta: «Di ritorno dal rito dell’orizzonte, con Salvatore al fianco, Donna Maria la imboccava ogni pomeriggio. Passo dopo passo, fino alla biforcazione dietro la curva, dove una viuzza in discesa, sulla destra, portava i viandanti al paese. Qui Salvatore lasciava che la madre prendesse il viottolo che sulla sinistra portava al cimitero. Sulla salita via via più ripida, Donna Maria, col fiato corto, avanzava a testa bassa. Poi, con il mento al cielo, un braccio dietro la schiena e il cuore in gola, si fermava a guardare lassù, sul versante opposto del massiccio, l'immensa scritta “DUX” tra gli alberi più radi.» Un cordialissimo saluto.
  16. Renato Bruno

    Si può scrivere in un altro modo?

    Dovete avere pazienza con me! Non so che farci ma quando in una osservazione/opinione, legittima e personale, leggo parole come "banalità", "ovvietà", "sciocchezza" e simili, mi si risveglia dentro il quindicenne intollerante e presuntuoso che spesso tengo a bada (ma non sempre). Gli articoli, le citazioni, i link, i brani non nostri qui riportati sono un pretesto per un confronto tra di noi, per un dialogo, per uno scambio o per fare il punto su situazioni e condizioni della scrittura che per il fatto di essere ovvie per noi non è affatto detto che lo siano per tutti. E qui ci leggono anche quelli che non hanno mai assistito al funerale dell'Autore onnisciente, tanto per dirne una (ma poi il tizio è veramente morto?), né tanto meno si sono posti la questione su come scrivere facendo a meno del ping pong disse/rispose. Per questo l'articolo degli Imperdonabili m'è parso interessante: sia per ribadire l'ovvio che non per tutti è ovvio, sia per dare a chi l'ovvio l'ha superato qualche imput stimolante in più. Ringrazio @Mercy per il suo post di chiarimento e aggiungo che essere lettori forti non implica affatto una seria (o banale) rielaborazione teorica sulle più accreditate modalità di scrittura oggi in uso. Chi legge, gli scrittori stessi che si nutrono di altri scrittori, troppo spesso non fa caso alla forma, alla tecnica, alla modalità compositiva che ha consentito questo o quell'effetto, psicologico o emotivo, sulla pagina. Così come io che abbondo di gerundi e di participi mentre correggo non ne carpisco subito la ridondanza o l'esagerazione. Solo in fase di seconda rilettura prendo forbici più adeguate per il necessario sfoltimento (anche se poi, detto tra noi, faccio fatica a comprendere da quando il gerundio è/sia entrato in coma e perché nella nostra odierna scrittura). Forse per questo leggo, apprezzo e ringrazio gli interventi di @ Marcello, la cui sicurezza mi spaventa -faccio per dire. Comunque, trovo legittimi e stimolanti tutti gli interventi in questa discussione, interventi/opinioni che leggo con grande attenzione. Grazie a tutti, davvero.
  17. Renato Bruno

    Si può scrivere in un altro modo?

    Ringrazio in primis per l'attenzione da voi rivolta a questo "capzioso e roboante" decalogo (e aggiungo tra parentesi che resto sorpreso dall'aver voi capito un testo che a me ancora risolta oscuro - segno che dovrò studiarmelo ancora). Dando un'occhiataccia alla sezione "Officina" di WD a me non pare, gentile @mercy che sia così dato per scontato che si tratti solo di un miscuglio di ovvietà e sciocchezze. Ma potrebbe essere. Io devo rileggerlo per capire da quale buona intenzione è partita l'Autrice nello stilare il decalogo. La praxis insegna quanto sia già difficile far comprendere le regole tradizionali dello scrivere "normale" e quanto qualsiasi innovazione trovi in noi che scriviamo un ferma resistenza. Forse da qui la mia difficoltà a comprendere un decalogo che si presenta con la pretesa di innovare, cambiare, trasformare buone o cattive prassi consolidate ma che è scritto, che è stato scritto in una lingua che ben rispecchia un certo italico modo di mancare di rispetto al lettore. E forse sta in questo la sua unica utilità. Forse. Un saluto.
  18. Renato Bruno

    Assenza totale di autovalutazione

    Gentilissima, la storia dell'Arte dimostra a tutti esattamente il contrario: che ogni nuovo linguaggio è radicato profondamente nella tradizione. L'artista che cambia le regole si è cibato fino a scoppiare, fino alla nausea, fino al rifiuto viscerale di tutta la tradizione artistica che lo ha preceduto. Delle sue tecniche, delle sue innovazioni, delle sue regole. Nessun artista si sveglia la mattina e per lampo di talento abolisce la prospettiva, anzi... proprio perché ha sviscerato a fondo tutte le varianti della prospettiva "classica" è in grado di elaborarne una propria e innovativa. Non sappiamo se l'artista del Cristo velato della Cappella San Severo di Napoli, il giovane Sanmartino, abbia in vita sua mai visto e toccato la levigatezza delle statue del Canova, ma siamo certi che nel dar vita alle ferite del Cristo velato ha mostrato una conoscenza dei materiali, un dominio della tecnica, una consapevolezza dell'effetto finale (sconvolgente e ancora misterioso) che non può che essergli derivata...da Fidia in poi. Il linguaggio artistico rivoluzionario è "linguaggio", cioè alfabeto, combinazione nuova di lettere antiche/vecchie/classiche, ma pur sempre una grammatica eredita sulla quale l'artista innesta la sua nuova e radicale visione di sé, dell'opera, del suo significato in quel dato contesto (sempre e comunque a partire da una "grammatica innata" condivisa e studiata, sia per continuarla sia per ripudiarla, da "bottega" e solo in seguito da atelier privato). Vale lo stesso per la poesia, per la fotografia, per la letteratura. L'Artista geniale che apre strade mai esplorate prima diviene a sua volta base, punto di riferimento, studio classico per artisti futuri che intendono scavalcare la tradizione del genio, disfarsene, liberarsene per ulteriori innovazioni dentro l'universo del'Arte. Ma Picasso o Dalì, Leopardi o Ungheretti, Richard Adams o Oliviero Toscani sono artisti non contro l'Arte ma per ampliare al massimo i confini dell'Arte del loro tempo. E da questo punto di vista chi scrive oggi, consciamente o inconsapevolmente, ha Omero come modello di riferimento, Boccaccio o Shakespeare. Cioè uomini che hanno dettato le regole del comporre senza la cui conoscenza non è possibile nessun cambio di regole, nessuna storia della letteratura. Letterati che hanno coniato i prototipi di riferimento, i nuclei dei modelli creativi di ieri, di oggi e di domani, già ora insiti nella nostra lingua di creazione. Chi scrive si porta dentro un passato letterario di riferimento (dice "Era..." perché in lui vive il canone di "Cera una volta..." ) così bene (o mal) assimilato da consentirgli e il ripudio della tradizione e il salto innovativo rivoluzionario. Ma le rivoluzioni creative durature in campo letterario sono rare, una o al massimo due ogni secolo, perché la lingua resiste, oppone resistenza, accetta col contagocce il rimescolamento dell'alfabeto, la nascita di nuovi stilemi, di nuove strutture linguistiche durature e adatte alla condivisione: pare quasi che la lingua si opponga al singolo genio che non pone le basi per la classicità futura. Per lo studio e l'analisi delle strutture e delle forme in grado di essere riutilizzate per nuove e future opere letterarie. Da qui la profonda differenza tra Calvino e Gadda, tra chi innesta nuovi linguaggi nella tradizione del raccontare storie e chi fa della ricercata originalità formale l'essenza stessa del raccontare (semplificando molto). Poi, certo, il Cristo velato resta un'opera inimitabile, che fa gridare allo scalpore, che stupisce ammutolendo, mentre le statue carnali ed erotiche del Canova si potrebbero imitare, riprodurre, consumare...fino a farle diventare "Gioconde" a buon mercato. Poi, certo, nelle opere della Mazzantini è estremamente difficile avvertire gli echi de Le Onde di Virginia Woolf, a parer mio il massimo capolavoro della letteratura del Novecento, un'opera rivoluzionaria riuscitissima e anche ora godibilissima. Ma qui a parlare è la Storia, mentre noi siamo ancora immersi nella contemporaneità, cioè nell'epoca in cui ancora cerchiamo la lingua scritta creativa che possa davvero rappresentare lo spirito della nostra profonda inquietudine esistenziale (ed essere fondamenta domani per altri spiriti letterari ribelli). Una grande ambizione che cozza contro la povertà diffusa dei nostri odierni mezzi espressivi (dove un ego smisurato implora una fama facile ed effimera, dico io). Un cordiale saluto a tutti.
  19. Renato Bruno

    Assenza totale di autovalutazione

    Gentilisimo @cheguevara, in primo luogo grazie per questo nostro animato e istruttivo scambio "epistolare". Quando sento che devo rispondere a qualcuno vuol dire che ho bisogno di offrire a me stesso una possibilità ulteriore di riflessione e approfondimento sul mio stesso modo di pensare e di scrivere. So di avere ancora molto da imparare e dopo ogni incontro/scontro, civile e sentito, cresce in me la tolleranza e la necessità di accogliere in me concetti in grado di allargare il mio (limitato) orizzonte cognitivo e socio-politico. Se sei stato pubblicato è segno che tu come Autore e le tue piccole editrice fate parte di questo nostro mondo editoriale qui sottoposto a fuoco incrociato. I tuoi testi pubblicati ti hanno fatto conoscere un tipo di editing, quello editoriale/redazionale. Io però, ho qui sulla mia scrivania opere pubblicate che da parte dell'editor editoriale non hanno ricevuto la giusta attenzione e cura. Vale lo stesso per l'autopubblicazione e la differenza tra testo con editing e testo senza si nota a prima vista. Dal basso del mio artigianale mestiere di revisore di testi altrui m'è d'obbligo consigliare a tutti -autori inediti e scrittori noti- la ricerca di un collaboratore -meglio se di lunga esperienza- che sappia leggere in altro modo il testo originale appena terminato. Uno spirito collaborativo (e non restrittivo) è per tutti benefico, penso io. Poi, è chiaro che la complessità del mondo (editoriale o meno) venga da ognuno di noi ridotta ai minimi termini per esigenze di chiarezza e di gestione. Però, è altrettanto vero che l'esser severi giudici di sé stessi rischia sempre di far restare l'inedito nel cassetto. Ed è anche vero che spesso non è per questione di soldi, di costo, di denaro che non si ricorre alla collaborazione di un editor di fiducia (dipende moltissimo dal rapporto che l'Autore/Scrittore ha con la propria parola scritta e con le sue innumerevoli funzioni comunicative e auto-rappresentative). Innumerevoli sono i miei fallimenti, caro amico. Ma dopo ogni caduta -perché non sempre gli Autori hanno un approccio rispettoso e corretto con gli editor inviati a leggerli- , mi rimetto di nuovo a disposizione, perché la cura della parola e la parola che cura sono finalità e modalità ormai in me caratteriali. Per questo non mi piace, e lo faccio notare pubblicamente, quando avverto sentore di pensiero a senso unico, che crea barriere, nemici, ostacoli , che si nutre di Moloch da abbattere per il trionfo di una verità (fosse anche la mia) parcellizzata e ridotta a nostra immagine e somiglianza, cioè a seconda dell'umore del momento. Grazie ancora. Ti rinnovo l'invito a spedirmi qualcosa di tuo da leggere. Un saluto.
  20. Renato Bruno

    Assenza totale di autovalutazione

    Perché non è l'occhio a leggere ma la mente e la mente ri-legge esattamente come ha concepito quel pensiero, trovandolo sempre corretto e adeguato anche quando non lo è. La lettura è faccenda psicologica non tecnica. Per chi scrive, la fretta e la necessità di arrivare alla conclusione della frase fa passare in secondo e in terzo ordine le sviste le lacune le improprietà del periodo. Avviene lo stesso per un testo che nella sua prima pagina riporta i tempi verbali sbagliati: alla quarta pagina chi legge già non nota più l'inadeguatezza dei tempi verbali errati, osservati e criticati nella prima pagina. Complesso è il fenomeno che porta alla necessità di una figura esterna per la radiografia del testo. Complesso è il rapporto della parola che ci rappresenta e che istintivamente e psicologicamente riconosciamo e difendiamo come nostra anche quando contiene errori (che non vediamo). Ogni scrittore, soprattutto quando è bravo, cioè quando si sente sicuro e padrone dei propri mezzi tecnici e linguistici, è ad alto rischio di errore, perché quando scrive va con gli occhi in avanti per concludere il concetto, saltando gli eventuali vuoti di sintassi e sorvolando sul lessico non appropriato al contesto. E quando si rilegge si limita ad accarezzare con lo sguardo lo scritto senza autenticamente vederlo. L'autore/scrittore non è in grado (a volte nemmeno dopo mesi o anni dall'atto della scrittura) di cambiare occhi per analizzare con lente d'ingrandimento l'opera finita (magari la riscrive d'accapo, la rifà tutta, la distrugge e la ricrea...ma non la corregge veramente!). Ma questa è la prassi, come sa bene ogni maestro a scuola, ogni editore, ogni agente redattore, ogni editor. Come ben sapevano i frati benedettini che avevano un prontuario a cui ricorrere per la disamina degli errori più frequenti di copiatura/scrittura. Vale lo stesso per lo scatto fotografico: ogni fotografo legge la foto a modo suo e solo un occhio esterno alla psicologia e all'estetica del fotografo mentre fotografa legge in altro modo e distintamente e differentemente quella o questa (stessa) immagine. Io posso scrive Jkbx e un inglese leggerà subito Jukebox e posso scrive cuercie sicuro che la mia mente leggerà querce. Quindi, e senza inoltrarci troppo nella necessità di un altro che legga ciò che io ho scritto - e ciò vale per ogni genere di scritto, dal biglietto di auguri alla Nuova Odissea-, la capacità e la funzione di chi scrive è ben altro dall'occhio critico/distaccato di chi legge. E compito principale di un editor serio è la funzione imprescindibile di controllo sulla coerenza interna del testo, sull'armonizzazione di tutti i suoi aspetti ed elementi, sullo sviluppo logico della trama, sulla lingua dei personaggi/protagonisti, sul ritmo interno e complessivo dell'italiano usato. Sull'abbraccio tra Prologo ed Epilogo. Dispiace sempre, tuttavia, constatare come negli anni l'essenziale fatichi ad affermarsi; come chi scrive ami così tanto circondarsi ancora dell'alone neomelodico e nostalgico di artista unico e incompreso. Vittima prescelta di un sistema editoriale che sempre gli nega talento e ossigeno ma verso il quale nutre speranze imperiture. Senza mai chiedere aiuto, senza divulgare ad altri i segreti della propria officina letteraria. Come se a chi scrive gli editor rubassero l'anima, per mercificarla e standardizzarla alla prima occasione di editing utile. Sconfortante.
  21. Renato Bruno

    Assenza totale di autovalutazione

    Mai nessun autore/scrittore da me curato (come rivisto e corretto da altri editor) si è lamentato per il costo del servizio offerto. E nessuno di costoro si è ammalato per non aver poi trovato l'editore. E nessuno di essi si è sentito stritolato o spremuto. Anzi, i problemi seri sono arrivati mesi dopo la pubblicazione. Dopo che la palla è passata dall'editor/editore all'amministrazione/contabilità (ma questo è un altro discorso). Per favore, manda al mio indirizzo email pagine scritte da te. Fammi leggere del tuo. Parlo sul serio e ovviamente sara una lettura, con mio giudizio, totalmente gratis e privata. Fammi provare la soddisfazione di avere sotto gli occhi un testo scritto come si deve e che mi faccia esclamare (insieme a te) maledizioni contro la cecità del sistema editoriale italiano. Seriamente, parlo seriamente. Due autrici di Milano e una terza di Napoli, con due testi a testa, pubblicati a nord e a sud negli ultimi 18 mesi. Sei opere corrette, riviste e rilette, in prima e seconda revisione e per alcune anche un'occhiataccia alle bozze editoriali (che in genere abbondano di refusi e sviste). E, ma questo è il bello della collaborazione di lunga durata tra Autore ed Editor di fiducia, tra una messa a punto e l'altra del testo, conversazioni a iosa sui progetti futuri, sul materiale ancora nel cassetto, con spunti e suggestioni su altri temi e altre trame che gli editori potrebbero trovare appetibili. Però, amico mio, è sempre molto pericoloso generalizzare su questioni sulle quali non abbiamo esperienza. Io non ho mai avuto a che fare con il notaio, ma anche se intorno a me tutti parlassero male della categoria notarile, per come sono fatto io, prima farei esperienza e poi forse potrei dire qualcosa di sensato sul loro operare. Tu non hai avuto esperienze con un editor (e meno che mai con un editor rompiballe come me!) però sei convinto della loro inutilità, almeno per te e i tuoi testi. Ma in base a quale convincimento tuo, derivante da esperienza diretta? Io posso dirti, per esperienza diretta sui testi, che sono piuttosto deluso da come operano sul testo i miei colleghi, ma tu? Fammi degli esempi. Hai tu letto la versione originale di un testo e poi quella definitiva dopo l'editing? Su che cosa basi il tuo giudizio sulla presunta incapacità degli altri di scrivere? Io sto preparando un testo per il blog di una carissima amica, cioè io sto mandando il testo mio ad una mia Autrice affinché me lo riveda e corregga e se è il caso me lo chiarisca concettualmente. Proprio perché è così alto il rischio di assassinare la lingua italiana è logico è naturale è ovvio chiedere a qualcun altro di leggerci. Non è insicurezza, è saggezza. Quanto l'intento non è il trionfo dell'io ma dei concetti miei/tuoi/nostri sapientemente e correttamente comunicati. Giusto, ma perché tu dimostri di disprezzare l'acqua altrui? Perché mai la tua acqua non può civilmente coesistere con la mia in vista di una comune finalità (fosse pure e solo leggere un testo ben scritto)? Perché assolutizzi la tua condizione? Io non ho mai sostenuto che un testo per essere pubblicato debba necessariamente essere sottoposto a un editing privato a pagamento. E tu, non conoscendomi, non puoi sapere di quanti preziosi suggerimenti (anche per te)io potrei esser tesoriere, gratis o pagamento. Però, nella tua mente il binomio Autore/Editor è un abominio concettuale, prima ancora di essere un costo che secondo te solo in pochi si possono permettere. Essere obiettivi significa "sconfinare", oltrepassare i confini per fare esperienza del mondo che sta oltre la nostra scrivania. E dove tutti la pensano differentemente da me e proprio perché la pensano in altro modo mi danno quotidiani imput per meglio calibrare e mettere a punto il mio pensiero (sempre schiavo di pregiudizi e preconcetti). Una settimana fa, proprio un autore qui incontrato, mi ha inviato il riassunto della sua opera e i primi tre capitoli chiedendomi una valutazione e uno scambio di opinioni in merito. Gratuitamente. A costo zero. Ora, diamo per scontato che secondo te costui non è nemmeno uno "scrivente" degno di considerazione e diamo pure per scontato che ci sia del marcio nella mia disponibilità, come fai tu a ridurre tutto alla "somma importante"? Sottoponi il tuo pensiero a un pericoloso "riduzionismo" concettuale ed etico se fingi di ignorare un altro modo parimenti umano di vedere le cose e il contesto. Viviamo in una società dove contano le alleanze, gli incontri, i dialoghi, gli scambi paritari a partire dalle differenti identità e funzionalità di ognuno di noi. Scrive la professionista appena operata di cancro al seno e scrive la figlia della bidella che vuole raccogliere le memorie del nonno. Scrive il dottore che ha una relazione omosessuale con un paziente e scrive la pensionata che al terzo viaggio in India con il secondo marito ha avuto una duratura "illuminazione". Scrivono perché ne sentono il bisogno, perché la scrittura li aiuta a vivere con altra consapevolezza. E quando si rivolgono a me incontrano in primis un essere umano che li ascolta. Però per te "riduzionista" conta solo se hanno o non hanno i soldi per la mia fattiva collaborazione. No, amico @cheguevara, non funziona così. Certo che mi aiutano a pagare le bollette a fine mese, ma la scrittura è per me e per loro luogo della messa in discussione, dell'autocritica, terreno per acquisire anche un altro modo di considerarsi e di considerare -denaro incluso. Perché in questa relazione Autore/Editor l'interesse comune ha mille facce, che passano anche per il denaro ma mai si limitano al costo basso/medio/alto dell'operazione editing. Fine. Un saluto. P.S. Secondo me chi scrive deve mostrare sensibilità e apertura verso il prossimo, indipendentemente dalle bastonate già prese. Ciao!
  22. Renato Bruno

    Assenza totale di autovalutazione

    Caro sognatore @Ospite, mi piacerebbe molto fare con te una passeggiata in libreria. Capire come tu ti accosti al libro, sapere in base a quali criteri tu decidi se acquistare o no, sapere da te quali e quanti libri hai in casa. E soprattutto mi piacerebbe portarti con me in Fiera, in una qualsiasi fiera del libro, farti parlare con gli editori, farti chiedere loro che materiale inedito ricevono e in base a quali criteri selezionano e pubblicano. Dopo averli ascoltati, gli addetti ai lavori, sono certo che ti porresti davanti alla tua scrittura in altro modo. Sono certo che vedresti il rapporto Autore-Editore-Lettore con occhi mutati. Sono certo che a guardar bene tu nell'attuale produzione editoriale italiana (vastissima) troveresti non solo libri italiani per il tuo gusto ma sugli scaffali, negli stand, nelle sale di presentazione, troveresti opere in grado di arricchire il tuo stile e la visione del mondo che dalle tue opere scaturisce. Io ho fiducia in te e nella tua intelligenza. E ti dirò anche, per concludere, che mi dispiace constatare quanto nei tuoi post qui sopra ci sia ancora della cattiva filosofia sulle eterne colpe altrui, da me stigmatizzata nel mio post precedente. Un saluto
  23. Renato Bruno

    Assenza totale di autovalutazione

    Fatemi dire una pura fesseria, vi prego. Sono vecchio, sono stanco, e soprattutto sono stufo di leggere (anche qui!) frasi contro tutto e tutti che danneggiano solo chi le lancia. Proviamo a cimentarci con un atto sincero di autocritica globale. Io Editor ho contribuito a far pubblicare libri "indecenti". Io Autore sono (non sono) consapevole di aver scritto testi "indecenti". Io Agente ho incoraggiato la pubblicazione di opere "indecenti". Io Direttore editoriale di Casa Editrice ho caldeggiato la pubblicazione di volumi o di collane "indecenti" Io Lettore ho foraggiato la crescita di un mercato costituito da libri spazzatura più o meno indecenti. Io Scrittore ho consapevolmente ingrassato un sistema che derubandomi in maniera "indecente" mi ha dato fama...e nient'altro. Capisco che sia nell'indole umana dare sempre agli altri le colpe, ma prima o poi lo specchio impietoso dei nostri fallimenti ci presenterà il conto e ognuno di noi a sé stesso dovrà pur raccontare una certa (dolorosa) verità. Per quanto oggi taciuta, per quanto oggi invisa alla nostra egocentrica e ridottissima visione del mondo (editoriale). Una visione/distorsione nella quale la scrittura non all'altezza non è mai la nostra, dove chi giunge alla pubblicazione mai vi arriva per merito, dove le redazioni sono zeppe di Torquemada nostri acerrimi nemici; dove l'agente è sempre un poco di buono; dove la spesa per un editor è sempre cosa nefasta e di utilità pari a zero; dove per ignoranza ignominia e infingardo pregiudizio al lettore viene sempre impedito di godersi il nostro primo e secondo e terzo capolavoro. Dove il successo o l'insuccesso di un'opera è sempre determinato da ciò che è estraneo ed esterno all'opera stessa. Dove le nostre private biblioteche casalinghe pullulano di libri scritti e pubblicati da corrotti, da venduti al sistema, da leccaculi di primo e secondo e terzo rango. Dove noi non collochiamo opere di esordienti (sempre di dubbia origine e natura) ma solo o anche l'immancabile King di turno (che come tutti sanno non prospera nel sistema, non alimenta il sistema, non toglie spazio agli esordienti, ma anzi li incoraggia e li fa pubblicare, perché è nota qui come in America la grande solidarietà che unisce gli esordienti agli scrittori, gli scrittori agli esordienti e insieme esordienti e scrittori agli ancora sconosciuti che domani forse scriveranno qualcosa). Nel frattempo, però, qui ci divertiamo a rendere universale la nostra piccolissima e limitatissima esperienza, a giudicare perché rifiutati o perché nessuno ci ha risposto, ad attaccare i leoni i leoncini o le iene che pubblicano facile facile senza mai rinunciare alla nostra (la mia compresa) anima da topolini nati di sicuro col talento, cresciuti di sicuro talentuosi e di sicuro aggrappati con le unghie all'illusione che un giorno la Sorciprint sarà felice di pubblicarci. Nel frattempo, nel mondo reale e corrotto, l'Autrice x e y, con il romanzo curato corretto rivisto e riletto (da me) l'anno scorso sta per essere pubblicato e pubblicizzato (febbraio 2020). Un miracolo? Un fatto fantascientifico? Un prodigio? No, solo mesi e mesi di editing accuratissimo e la certezza che se il lettore si sentirà coinvolto, si commuoverà, leggerà un testo ben scritto e ben costruito e non scontato (e anche forse un poco di moda) più probabile sarà incuriosire l'editore tal dei tali. Con buona pace dei pessimisti, dei catastrofisti e dei complottisti che il mea culpa qui non lo fanno, che qui le librerie durante le presentazioni non le frequentano, che qui le mani non se le sporcano, che il mondo editoriale per quello che è nel suo complesso (e non solo nel particolare di ogni autore qui ferito dal sistema) qui non lo conoscono (e che qui sempre in dubbio mettono ogni parola/opinione/esperienza che potrebbe far cambiar loro visione e giudizio). Non è tutto, ma qui mi fermo, perché mi vergogno io stesso della mia totale mancanza di umiltà. Un cordiale saluto a tutti.
  24. Renato Bruno

    Editing o editing(s)?

    Caro sognatore @L'antipatico, io ho scritto questo? Non mi pare. Ho ribadito che è ampia la tipologia degli autori che ricorrono a un editor e che lo scrivere ha molteplici sfaccettature e che mai sarò io a scoraggiare un Autore che gratis o a pagamento mi chiede un parere sul suo testo. Il resto della tua interpretazione lo hai legittimamente aggiunto tu con parole tue, non mie. Un saluto.
  25. Renato Bruno

    Editing o editing(s)?

    Perdonami, ma io non vado dallo psicologo per farmi dire che mia madre avrebbe fatto meglio ad abortire! Nè vado dal meccanico per sentirmi dire che sarebbe meglio che cambiasi macchina o città. Chi mi manda un testo ha il diritto di ricevere da me un incoraggiamento. Sempre! Caso mai poi sta a me in quanto editor capire quanto l'autore sarà in grado di rimettere mano al testo fiacco in partenza. Non si è rivolto a me perché vuole pubblicare con Adelphi, forse non vuole nemmeno essere pubblicato. Mi ha contatto per avere un mio personale giudizio su ciò che ha scritto e l'esperienza insegna che è proprio la scrittura il luogo dove le rape sanguinano. Un conto è spegnere con educazione le illusioni di gloria, altro è capire che cosa la scrittura rappresenta per chi la esercita. Altro è capire come far fruttare per la propria crescita interiore la predisposizione a scrivere. Non confondiamoci.
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