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Renato Bruno

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644 Magnifico

Su Renato Bruno

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    Sognatore
  • Compleanno 12 febbraio

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  • Genere
    Maschio
  • Provenienza
    Anguillara Sabazia (RM)
  • Interessi
    Editoria, fotografia, musica,arte, saggistica, poesia, Natura.

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  1. Renato Bruno

    Innamorarsi del proprio romanzo

    Cara @ioly78, difficilmente potrai capirlo. Il distacco che tu auspichi lo potrai avere con un testo che non sia il tuo. Quando a me gli autori mi rimandano il testo loro da me rivisto mi accorgo sempre di sviste, errori e di battitura e anche di concetto miei che mi erano sfuggiti in prima revisione: segno che 4 occhi funzionano sempre meglio di due e che due prendono la distanza che tu vorresti solo dopo mesi e mesi -o anni- di distacco totale dal testo. Però attenta, perché in genere l'autore non legge mai parola per parola ma applica al testo che legge il solco del pensiero originale, cioè quello della prima stesura. Il consiglio che ti do è di metterti a leggere il testo ad alta voce, meglio se lo registri. Se senti che il respiro non va in sintonia con il tuo fraseggio, vuol dire che nelle tue righe c'è troppa aria o tropo poca. Quando rileggi il tuo testo usa diverse forbici -come fa il parrucchiere- per tagliare tutto ciò che puoi tagliare. Una volta ridotta la frase all'osso, in seguito potrai sempre intervenire per i ricami necessari. Non dire tutto! Lascia alla tua scrittura suggestioni appena suggerite, non specificate, non dettagliate...e cerca sempre di dire a modo tuo non per far comprendere ma per far cadere il lettore nella tua trappola narrativa. Generalmente, una buona revisione deve sottrarre, togliere, pulire. Se alla seconda tua lettura globale il testo è più o meno come in prima stesura è segno che da sola non sei e non potrai essere in grado di far meglio. Affidati a un esperto. Però, prima assicurati che il testo tuo sia leggibile da occhi altrui: leggerlo ad alta voce ti aiuta a capire quanto di buono ha e quanto gli manca ancora. E non dimenticare che la scrittura è ritmo, poi arriva tutto il resto. Un cordialissimo saluto a te.
  2. Renato Bruno

    legge sugli sconti dei libri

    Grazie @Riccardo Zanello, a occhio e croce direi che la montagna ha di nuovo partorito un topolino, ma vedremo nella concreta applicazione della legge che risvolti positivi avrà, e in che misura, per la diffusione e valorizzazione della lettura. Certo se nella legge ci fosse stato scritto che le librerie potranno godere di particolari agevolazioni per i consumi di gas, luce et altro, per le serate o nottate messe a disposizione ai gruppi di lettura, ai circoli, alle associazioni etc, si sarebbe potuto allargare il ventaglio degli introiti o dei risparmi non più provenienti dalla pratica degli sconti superiori al 5% sul prezzo di vendita. [Per inciso, ricordo che molti anni fa in Spagna sui libri non era quasi mai indicato il prezzo di vendita stampato dall'editore: era il libraio che ci metteva sopra a matita il prezzo per il pubblico -faccenda che lasciava intendere una certa libertà di contrattazione tra libraio ed editore, soprattutto per i titoli più difficili da vendere.] Un carissimo saluto, alla prossima.
  3. Renato Bruno

    legge sugli sconti dei libri

    Senza citare interventi che mi hanno preceduto, mi faccio delle domande: 1. Ma a metà anni Settanta e Ottanta e Novanta del secolo scorso, prima dello strapotere del grande emporio americano che ogi consegna in poche ore, nelle librerie delle metropoli come delle città di provincia quanti lettori c'erano? Quanto costavano i libri? Come campavano le librerie? Come funzionava la distribuzione rispetto a oggi? E che cosa si faceva per incrementare la lettura? Ai tempi di Love story e della Collina dei conigli si leggeva di più o di meno rispetto alle media odierna? 2. L'attuale legge che vorrebbe/vuole regolamentare le vendite dei libri ha nelle sue premesse la volontà politica di incrementare la lettura o è stata concepita da "onorevoli" bottegai che i libri non li leggono e non li comprano? Voi l'avete letta per esteso questa nuova legge? Che dice in sostanza? 3. Prima di mettere mano alla faccenda degli sconti da praticare, il Parlamento quali parti in causa ha ascoltato? Associazioni di quali categorie? Si tratta di un'altre delle nostre classiche leggi tampone o è una legge quadro di riassetto del settore? Prima di dichiararmi pro o contro o né né, vorrei capire su che cosa concentrare l'analisi. È chiaro che a tutti noi fa piacere risparmiare sul prezzo di copertina, però vorrei capire se il prezzo è alto per mancanza di lettori o perché, come per l'extra vergine, al di sotto di un certo prezzo non si può proprio scendere senza intaccare la qualità complessiva del prodotto, dalla carta usata agli inchiostri, dai corrispettivi per i traduttori o per gli illustratori alle royalty per gli autori, etc. Insomma, non sono in grado di sapere quanto costa ogni copia all'editore ma da consumatore/lettore non la posso certo pretendere gratis (anche se poi trovo assurdo che l'edicolante non possa vendermi alle sette di sera a metà prezzo il quotidiano del mattino che è costretto a rendere e che finisce al macero/riciclo con altri costi aggiuntivi per l'editore...una follia!). Un saluto
  4. Renato Bruno

    Libri di serie A e libri di serie B?

    Torniamo a bomba, col capo cosparso di cenere per essere andati troppo spesso fuori tema. Confesso la mia grassa ignoranza e ringrazio @Lizina per avermi dato l'opportunità di apprendere qualcosa sul genere delle pollastrelle lit (letterate o letterarie). Ora, considerando, cara amica, che è molto difficile per tutti noi andare al di là dei propri gusti personali -sempre condizionanti e carichi di pregiudizi- , io credo che da secoli va avanti questa storia tra generi alti e generi bassi che ricevono lodi o note di demerito, così come è antica la diffidenza e la rivalità dentro il circolo degli scrittori. L'unica volta che mi è capitato di metter mano a un romanzo avente come protagonista una squinternata alto-borghese con il fisico da bambolina e la morale da famiglia mulino bianco con infarinature di post-femminismo all'acqua di rose (nota come il pregiudizio del lettore nutrito a classici emerge mio malgrado!), m'è toccato litigare con l'Autrice che proprio non ne voleva sapere di adattare alla lingua italiana espressioni tipiche della lingua inglese sparse a go go nel testo. Hai presente La dolce vita di Fellini? Una classe sociale (la sua deriva e decadenza) si caratterizza in primis per la lingua che parla, poi per come si veste e per quello che fa o non fa. Ecco, io credo che un certo naturale -per quanto ingiustificabile- snobismo nasca proprio dall'artificiosità di scrivere in italiano usando/importando contesti e lingue straniere senza un adeguato procedimento di riscrittura e di adeguamento della sceneggiatura originale. Certo, io non posso dirti che cosa pensano gli scrittori italiani di lingua "alta" dei loro colleghi di lingua "bassa", però da attento e raffinato lettore posso dirti che il disagio o malessere o antipatia o snobismo verso alcuni generi ritenuti scadenti, potrebbe anche essere per chi pratica il genere in questione uno stimolo positivo: sia per differenziarsi sempre di più dagli invadenti modelli narrativi inglesi imperanti sia per dare, linguisticamente parlando, un contributo di svecchiamento a una certa ampollosaggine della lingua praticata dagli scrittori "alti" ma con la puzza sotto il naso. Insomma, è questione di stile e di scrittura, di perfezionamento della lingua: un testo da pollastrella lit redatto alla perfezione cammina a testa alta e -si dice a Roma- gli dà un pista a certi gongolanti e tronfi figuranti letterati del panorama editoriale nostrano. Meglio una pollastrella libera e indipendente che gallinelle e polletti da batteria/libreria - anche se purtroppo lo snobismo degli altri è ineliminabile e a te autrice, cara amica, toccherà sgobbare il triplo (sul tuo testo e in quanto donna) per acquisire rispetto e dignità (poi, ma questo tu già lo sai, dovrai fare i conti con tutti i colpi bassi maschili e femminili tipici della nostra italica e bacata mentalità e cattiva educazione, che non risparmiano né chi scrive né chi legge). Un carissimo saluto a te.
  5. Renato Bruno

    Libri di serie A e libri di serie B?

    Dici che il falegname debba essere necessariamente anche taglialegna? Che il professore di Filosofia un filosofo? Che la sarta una stilista? Che il critico d'arte un'artista? Però è vero che per insegnare a sciare bisogna saper sciare bene e che per tradurre da una lingua non madre quella lingua bisogna averla ben studiato la seconda. Ho un amico che è un ottimo ingegnere del suono ma non sa suonare nessun strumento e poi ho un'amica molto brava a scrivere ma che se le dici di formattare in altro modo il suo testo ti guarda come se tu venissi da Marte. Allora, come la mettiamo? Ciò che ti sembra ovvio e naturale nel contesto del lavoro editoriale visto dal basso, poi risulta assai poco ovvio e molto meno naturale se osservato dall'alto. Hai presente quei poeti che proprio non sanno declamare in pubblico i loro versi? Le loro poesie acquistano smalto e spessore se letti da una voce che ha caratteristiche fono-timbriche spesso molto differenti da quelli dell'Autore. Avviene lo stesso per un testo inedito: occorre trovare chi sappia declamarlo meglio, una volta "restaurato". Per questo rinnovo qui il mio invito a non assolutizzare il dato della propria esperienza o del proprio desiderio. Io, editor, non insegno a nessuno il mestiere di scrivere. Io, editor, non aiuto nessuno a perfezionare il mestiere di scrittore. Io editor non ho avuto un maestro editor. Io persona, studente critico lettore e analista del testo e infine editor ho avuto ottimi professori universitari che non erano necessariamente scrittori o critici letterari (ma tutti erano e sono ancora profondi e appassionati conoscitori della lingua e dei suoi usi): io sono stato felicemente contagiato dal loro insegnamento, prima, molto ma molto prima, dei loro saggi o romanzi. Io editor lavoro sulla parola, sul suono, sul ritmo, sulla coerenza interna, sull'ottimizzazione delle parti restaurate o nuove rispetto al tutto; io editor lavoro sulla sintassi, sull'espressione dei concetti espressi, sulla forma, sullo stile, sulla complessa rete dei rimandi, dei motivi, dei temi affrontati. E non essendo io autore del testo che correggo ho costantemente bisogno del feedback dell'Autore che sui miei interventi deve rimettar mano- se non altro per acquisire egli maggior consapevolezza e padronanza del testo, che in prima versione è quasi sempre una "bozza" bisognosa di miglioramenti. Io editor collaboro con l'Autore a rendere il testo leggibile, godibile, fluido, coinvolgente, etc., etc., etc., qualora il testo base non presenti tutto questo al meglio. E lo posso fare e quotidianamente lo faccio proprio perché non sono uno scrittore di professione, bensì un lettore specializzato, un cacciatore di lacune, un restauratore, uno stilista, un medico del testo con una forma mentis differente -poco o tanto- da quella che governa la scrittura dell'Autore. Ed è giusto e sacrosanto che sia così (il mio meccanico non è un pilota di Formula 1 e forse per questo siamo amici). L'esperienza-contatto Autore/Editor ha sempre un duplice significato: rendere consapevole chi scrive dei mezzi e delle finalità linguistiche e stilistico-narrative a disposizione e al contempo l'autore con maggior consapevolezza indica sempre all'amico editor come affinare e migliorare la propria dell'editor strategia didattica. Questo se si vuole imparare e insegnare reciprocamente. Poi, per chi nasce imparato è sacrosanto che persegua in autartica autonomia il sogno della propria auto-realizzazione: nessuno glielo vieta (ma non è detto che valga per tutti). Un saluto.
  6. Renato Bruno

    Confusione sull'editing

    Hai solo l'imbarazzo della scelta! Spulcia i menù a cascata qui in alto e troverai il settore di WD dove noi editor ci presentiamo: copiati due o tre indirizzi email, manda il tuo testo e chiedi un test di prova revisione di qualche tua pagina, a titolo gratuito. Così, rompi il ghiaccio e pian piano ti si chiariranno le idee su chi è un editor e come opera e che preventivo offre. Un caro saluto a te.
  7. Renato Bruno

    Confusione sull'editing

    Il nostro Autore amico @Banana In Pigiama è qui perché ha bisogno di chiarimenti, non di discorsi che gli accrescono la sua legittima e naturale confusione. E noi siamo qui per offrirgli un ventaglio di soluzioni o possibilità praticabili. Io non gli faccio i conti in tasca ma ritengo utile mettere a sua disposizione la mia esperienza nel settore. Sarà poi il nostro "sognatore", e in base alle nostre competenti risposte, a decidere quale strada seguire. Quindi, oltre a dirgli di leggere le tante discussioni, qui su WD, inerenti l'argomento e oltre a comunicargli le diverse opzioni che quest'epoca offre agli esordienti, faremmo bene a tenerci per noi tutto ciò che noi non possiamo accettare per divergenza di opinioni, per nostri pre-giudizi, per nostre mancate esperienze. il nostro amico sognatore scrive qui proprio perché non sa se ha scritto o non ha scritto "uno scritto fondamentalmente valido". Da qui la differenza tra offrirgli un aiuto e l'invito a farsi tutto da sé (tanto per ricordare il caro e indimenticabile Giorgio Gaber).
  8. Renato Bruno

    Confusione sull'editing

    Gentile @Banana In Pigiama, permettimi di dirti che parti con il piede sbagliato. Tu potresti avere tra le mani un'ottima carta/testo da giocare, oppure l'illusione che sia ottima. Detto in altre parole: non sta a te "giudicare" la tua opera, perché hai bisogno di un altro occhio per rivedere tu il tuo testo in altro modo . Ma parti col piede sbagliato se già fin da ora ritieni che la tua opera non possa venir modificata secondo i canoni personali di qualcun altro. La correzione e revisione di un testo (che spesso, in molti casi, vuol dire apportare modifiche a volte anche sostanziali rispetto all'originale) è un lavoro a quattro mani -due le tue e due quelle dell'editor tuo di fiducia- dove il primo a modificare, dove il primo a mettere in discussione gusti e intenzioni iniziali è proprio l'Autore del testo sottoposto a editing. Ci si rivolge a un editor per avere una radiografia (quanto più contrastata possibile, cioè nitida) che metta in evidenza tutto ciò che andrebbe migliorato sia in base ai canoni personali dell'editor (con cui dovrai confrontarti, perché ogni lettore diverso da te avrà canoni di lettura e di interpretazione che non saranno i tuoi -da qui l'utilità di un rapporto dialettico e costruttivo con il tuo editor) sia secondo i canoni dell'autore stesso, che dalla lettura critica fatta dall'editor, potrà mettere a punto, riconsiderare o riformulare i propri canoni/intenzioni iniziali, per la migliore riuscita editoriale e commerciale del testo da revisionare. Ci si rivolge a un editor con esperienza perché si vuol crescere, si vuole acquisire maggior consapevolezza degli strumenti e delle tecniche che concorrono allo stile. Non ci si rivolge a un editor per conservare il testo originale così come ti è riuscito in prima stesura, bensì per capire tu -nel dialogo con il tuo editor- come esprimere al meglio la tua buona intenzione iniziale, se davvero essa è valida ed editorialmente accettabile. In base alla mia esperienza posso dirti che in genere per un autore alle prime armi è davvero difficile capire quanto il proprio testo possa essere valido per una pluralità di lettori e di editori (e lasciami qui dire, che spesso gli Agenti non vogliono o non sanno, sempre con la dovuta diplomazia verbale, consigliare all'autore una radicale ri-scrittura del testo, pur ben sapendo essi che in genere la prima stesura di un'opera inedita non è mai commercialmente valida, cioè già pronta per la pubblicazione). Però, aggiungo io e contro i miei stessi interessi, non ti rivolgere a un editor free-lance o di una agenzia di servizi editoriali se ritieni intoccabile la verginità della tua opera, se pensi davvero che non abbia bisogno d'essere migliorata. Se accetterai il dialogo con un editor, preparati a rileggere il tuo testo in altro modo e secondo canoni d'interpretazione che ti suggeriranno la necessità di rimetterci mano, di aggiustare e modificare secondo modalità di (ri)scrittura che per te saranno da apprendere e da valutare criticamente, passo dopo passo. Un cordialissimo saluto.
  9. Gentilissima @Adelaide J. Pellitteri, grazie per il tuo articolato commento. Prima di tutto alcune precisazioni: 1. Come vado dicendo da tempo, tutta la filiera dell'editoria, autori e lettori compresi, dovrebbe fare, come tu giustamente sostieni, un serio esame di coscienza. Io come lettore preferisco comprare di meno e pagare di più -almeno per certi editori che da tempo riconosco come produttori di libri di qualità (anche perché non sempre, prima del macero, l'edizione rilegata arriva al pocket); 2. Non sta a me ricordarti che il vinile non è affatto morto, anzi, gode di ottima salute (da me i dischi girano sul piatto abbastanza spesso, anche perché non tutta la produzione di LP - sopratutto quella di musica classica (o celtica) è stata trasferita in CD); 3. Sempre in riferimento ad azioni nostre quotidiane che indicano la spia di un cambiamento in atto, ricordo con piacere che la vecchia pellicola per le vecchie reflex a 35 mm, a colori o in bianco e nero, non è mai morta del tutto e che oggi, tra gli estimatori e non solo, la vecchia pellicola a "impressione" ben vive accanto al digitale -che già sta cambiando pelle: come a dire che spesso è proprio l'innovazione tecnologica a trascinarsi dietro e a recuperare tecniche e qualità di ieri (vedi le nuove piastre di ascolto e registrazione delle care audio cassette, oggi abbinate al sistema di decodifica digitale); 4. Vorrei portarti con me a visitare una cartiera, farti vivere un'esperienza fondamentale che consiglio a tutti per capire che significa "carta" e per apprendere da chi ne sa più di noi che tipo di cellulosa si usa e da quali piante a crescita rapida di ricava. Sono certo che la tua opinione/convinzione carta = deforestazione ne uscirebbe (dalla cartiera) radicalmente rivista e corretta (e tralasciamo il fatto che è quella igienica e non quella da stampa la carta più usata al mondo!). Poi ti dico che: A) prima della drammatica chiusura delle librerie, di cui oggi si parla, c'è stata e c'è la moria delle edicole, oggi ridotte a 26.000 rispetto al 52.000 di pochi anno or sono. E in una nazione con migliaia e migliaia di comuni l'edicola rappresentava e rappresenta l'unico punto (oltre alla biblioteche comunali là dove esistono) di acquisto lettura, tra cui anche i libri. Questo per dire che il declino dei lettori, e quindi dei punti di vendita, più che ad Amazon (responsabile per la sua parte o per la mancata opposizione ad esso/a) è in gran parte dovuto alla "scusa" che non abbiamo più tempo per leggere, anche perché gran parte del nostro tempo, un tempo dedicato alla lettura, è oggi impiegato a smanettare sul cellulare, a navigare in Internet, a guardare una delle mille offerte televisive oggi a disposizione -quasi come se altri mezzi ci illudessero piacevolmente che è possibile nutrire in altro modo la nostra sete di conoscenza (oggi parcellizzata e sciolta in mille rivoli rispetto alla formazione culturale sistematica di un tempo). B) Senza l'innovazione internet non sarebbe stato possibile ipotizzare il grande emporio di Amazon, il che vuol dire che Internet ha modificato, troppo rapidamente, usi e costumi sociali (anche nell'ambito generale della lettura) che in passato, grazie allo sviluppo più lento delle nuove applicazioni tecnologiche, consentivano un adeguamento progressivo, con un numero minore di morti per strada, cioè di attività chiuse perché refrattarie al continuo rinnovamento -che per questo capitalismo significa costante incremento dei consumi (il passaggio da lettore esigente e consapevole a lettore consumatore di offerte a buon mercato, si può ipotizzare che abbia di fatto modificato la filiera editoriale, aggravando a dismisura la vecchia distinzione e filosofia imprenditoriale tra editore puro nel mercato ed editore di mercato. Poi va da sé che il consumatore di libri sia a sua volta prodotto di una editoria che ha venduto l'anima al commercio, ma qui il discorso si complica troppo...); C) gli editori italiani sono italiani, cioè padri e figli di una tradizione refrattaria a ogni cooperazione, a ogni intento di "raccogliersi in fascio", cioè ad essere elementi aventi la stessa direzione e la stessa azione per resistere al fagocitante monopolio di turno. Non riescono a mettersi insieme i piccoli editori (anche per creare un canale unitario di distribuzione), figurarsi i grandi che per sopravvivere hanno bisogno di essere acquisiti da danarosi cartelli internazionali, pur rischiando di perdere per sempre la propri unica identità. D) la gastronomia imperante che ha eliminato la cucina casareccia... ha riportato in primo piano la questione di fondo: quella delle materie prime (come ben ci insegnano le campagne e i libri dedicati allo Slow food), ossia è necessario abbassare il prezzo per vendere più libri , ma perché mai un Autore dovrebbe impegnarsi tanto per coltivare un testo sottopagato e alle condizioni capestro della grande distribuzione che ha in mano il mercato editoriale? Ha ancora senso il Davide slow book contro il Golia del fast book? Sì? Allora dipende dai nostri "consumi", dalla nostra consapevolezza e conoscenza, dalle nostre scelte la sopravvivenza dell'editore puro (ma esiste ancora?). No, non ha più senso: allora perché ci lamentiamo della bassa qualità dei testi in circolazione, comunque divorati da schiere di lettori tripudianti? O noi, con le nostre scelte di lettori curiosi e coraggiosi, possiamo concretamente incidere sulla produzione dell'editore -che non vendendo dovrebbe fare altro-, oppure l'equivalenza libro = prodotto = merce ha già ampiamente mercificato la nostra coscienza di lettori e quindi se per noi lettori un libro x vale quanto un libro z ("purché si legga...") allora non ci sarà prezzo/sconto che tenga, né scrittore di qualità, né lettore coraggioso e controcorrente e nemmeno libraio nostra caro amico a salvare le sorti della lettura, non del libro, ma del leggere inteso come atto di conoscenza e di formazione personale, basato sulla qualità della forma e del contenuto -e non sulla quantità della merce/libro posseduta. Il valore del libro, e concludo, non è dato solo dal n. degli esemplari venduti, ma dalla sua capacità di incidere dentro di noi, in un dato momento della nostra esistenza, lasciandovi un segno che le varie epoche della nostra vita ricorderanno e giudicheranno differentemente. Da qui il suo valore o prestigio rispetto ad altre merci di più fisico e immediato consumo. Un prestigio avvalorato dal suo essere, secondo me, sempre contro ogni schematica e riduttiva visione del mondo. Chiedo scusa per l'eccessiva lunghezza. Un cordialissimo saluto.
  10. Prendendo spunto dall'articolo qui sotto riportato - ricordando quasi tutto quello che sull'argomento libri/sconto/librerie/strategie editoriali, etc è stato già detto - e da lettore mi pongo la domanda: davvero le vecchie e le nuove strategie di vendita (e i luoghi dove i libri si comprano) determinano il valore del prodotto "libro"? Un pocket acquistato in gioielleria o in un negozio di merce "bio" per noi cambia valore rispetto al tre euro al pezzo della bancarella? E perché mai sulla bancarella del mercatino non troverò mai un'opera come "Ti aspetto" di Jacominus GainsBorough, meravigliosamente illustrata da Rébecca Dautremer e che oggi costa 45,00 euro? Quando Amazon non c'era e le librerie erano invase da "Love story", l'oggetto libro da noi acquistato era prodotto del nuovo o del vecchio sistema editoriale? Il prestigio o lo svilimento del libro è un qualcosa che va di pari passo, a seconda dei punti di vista, col progredire o con il regredire della società? Non ho una risposta precisa. Credo che la Bollati Boringhieri ancora oggi pubblichi libri fondamentali per la mia/nostra formazione culturale, solo che non se ne parla, segno che ieri come oggi il silenzio uccide più delle stroncature, indipendentemente dal punto di vendita. Qui l'artico de Il Fatto quotidiano di ieri, 2 febbraio 2020, di Marco Mogetta, libraio: https://www.ilfattoquotidiano.it/2020/02/02/libri-la-nuova-legge-sugli-sconti-procede-spedita-finalmente-un-primo-passo-verso-il-cambiamento/5692587/ Libri, la nuova legge sugli sconti procede spedita. Finalmente un primo passo verso il cambiamento E pur si muove. Con un iter lento come la scrittura dell’ultimo romanzo di George R.R. Martin, la nuova legge sugli sconti dei libri procede verso l’approvazione. Secondo questa nuova normativa, lo sconto massimo che tutti potranno offrire, da Amazon ai grandi gruppi editoriali fino al piccolo libraio indipendente, sarà del 5%, con la possibilità di contare sulle classiche campagne annuali, che dovrebbero arrivare a uno sconto al pubblico del 20%. Come sempre le opinioni sono assolutamente discordanti. Qualcuno sostiene che sarà un provvedimento che colpirà le famiglie, altri che finalmente verrà ridimensionata la forbice di concorrenza sleale dei più grandi verso i più piccoli. Io non penso che questo basterà a rimettere in carreggiata il settore, ma sicuramente sarà un primo vero passo verso quel cambiamento necessario che deve interessare tutta la filiera, se si vuole rilanciare la cultura nel paese. Questa legge prenderà il posto della attuale, la legge Levi in vigore dal 2011, che dati alla mano non ha garantito possibilità uguali verso tutti gli interpreti dello scenario. In questi anni, infatti, il numero di punti vendita è precipitato, l’offerta è cresciuta a dismisura a discapito della qualità e il prezzo medio del libro cartaceo è salito fino ad assestarsi intorno ai venti euro per una novità. Come detto il problema è complesso, e non basterà questo intervento a risollevare il comparto, tuttavia dal mio punto di vista questo passaggio è molto importante perché il primo, vero grosso problema del libro in Italia sta nello svilimento del concetto di libro stesso. Quando ho provato a sintetizzare l’argomento su questo blog mi sono beccato un sacco di commenti negativi, per un bizzarro malinteso secondo il quale, siccome il libro costa tanto, il libraio sarebbe un crapulone arricchito e speculatore che va in vacanza ai Caraibi con gli incassi dei testi scolastici. Altre volte ho sentito che faremmo parte della categoria che, col passaggio all’euro, avrebbe raddoppiato i propri incassi a danno dei consumatori. Sono tutte corbellerie, datevi pace. Torno a spiegare che il guadagno del venditore sul prezzo del libro, che è a sua volta imposto dall’editore, è del 30% circa. Se da quel 30% togliete le tasse, la luce, la spazzatura, la carta del pacchetto, il segnalibro in regalo, la busta di carta, i contributi dei dipendenti e così via, vi renderete conto che dei Caraibi al massimo possiamo comprarci la guida. Ma se da quel 30% si decurta un ulteriore 15% che resta? Ve lo dico io, la chiusura. E se quel 15% di sconto lo vedete esposto sui titoli presenti nelle catene di elettrodomestici, all’autogrill, dal benzinaio, alle poste, in edicola, e soprattutto nelle vetrine delle grandi librerie, che succede nella testa della gente? Passa il messaggio che il prezzo del libro è negoziabile, trattabile, discutibile, gonfiato. E la gente lo sconto comincia a pretenderlo, e anche con maleducazione, perché il libro sta dappertutto ed è sempre scontato. Eppure il prezzo imposto c’è su molti altri prodotti, sui quali nessuno si sentirebbe in diritto di negoziare. Chi ha mai chiesto uno sconto acquistando un quotidiano o facendo il pieno? Ma andiamo oltre. A chi dice che siamo superati dal progresso, che la carta è un bene volatile e prezioso e che l’ebook ci porta nel futuro io rispondo “po’ esse!“, ma ogni medaglia ha il suo rovescio. Se Amazon non fa pagare la spedizione e applica uno sconto monstre è per colpa di chi lo consente, non del progresso. Quello che forse non sapete è che quando però c’è il blocco del traffico per l’aria malsana è anche per colpa delle migliaia di consegne che, ogni giorno, vengono effettuate per offrire un servizio ad personam che non dovrebbe essere così conveniente, perché poi le conseguenze le paghiamo tutti, da chi respira a chi trova i cassonetti della carta stracolmi perché gli imballi non sono ancora edibili, a chi si lamenta perché il suo romanzo ordinato in libreria ha un ritardo di un giorno. Un disservizio spiacevole, ma che quasi sempre ha la sua origine nelle righe piccole dei contratti dei corrieri, che devono dare la priorità ai pacchi a marchio Bezos. Le conseguenze immediate dello sconto al 5% saranno quindi una riduzione dei titoli e dei prezzi, con un naturale miglioramento della qualità delle proposte, la fine del clamoroso vantaggio dell’online con la possibilità di far valere il grande valore aggiunto dell’intermediazione del libraio grazie al quale potreste, alla modica cifra di un euro e qualche centesimo in più, farvi consigliare tra gli scaffali, ritrovando il piacere di andare a scoprire un prezioso contatto umano invece di aspettare una consegna a orari imprecisati. Ma la cosa più importante sarà che forse il libro ritroverà la sua piena dignità, e smetterà di essere usato come orpello da instagrammare vicino a tazze di tè coi biscottini, per tornare a essere semplicemente letto, mentre i poracci che fanno showrooming in libreria per comprare poi le cose in Rete riscopriranno infine il valore della loro dignità porgendoci il testo in cassa. Riporto anche questi due commenti, che mi ricordano quanto sia spesso riduttivo il nostro modo di pensare (e di scrivere). LASCIA IL TUO CONTRIBUTO Bartolomeo Pestalozzi- 15 ore fa- Patetica difesa corporativa. Il discorso della distruzione che portano amazon e il commercio online, l'ho sentito anche da alcuni commercianti che conosco. A tutti rispondo: se non siete in grado di attirare il cliente di offrir loro qualcosa che apprezzino più dello sconto e della consegna a domicilio. chiudete pure. Riguardo alla frase: "Chi ha mai chiesto uno sconto acquistando un quotidiano o facendo il pieno?", la risposta è semplice. I quotidiani vendono sempre meno e il carburante si compra alle pompe self service cercando quelle che praticano il prezzo più basso. Teresio Martini-19 ore fa-- Il libraio, felice di essere taglieggiato dall'editore, se la prende con l'acquirente "poraccio" non comprendendo che il budget individuale è quello che è e se non possiamo più permetterci di comperare 3 libri scontati ne compreremo solo due (o magari nessuno) a prezzo pieno o a -5%. In questo modo ci rimetteremo tutti, lettori, librai ed editori e godranno le industrie che riciclano la carta. Librai, fate valere la vostra forza contrattuale e fatevi aumentare le provvigioni dagli editori perché è il lettore che vi sostiene, economicamente e moralmente, non l'editore. L' editore può pagare molto meno i libri "scritti" da cantanti e calciatori, da veline e influencer e vivrà lo stesso. Senza lettori chiuderete tutti, librai ed editori, esclusi quelli che si occupano di testi scolastici.
  11. Renato Bruno

    Si può scrivere in un altro modo?

    Grazie, gentilissima @Ippolita2018. I brani riportati sono interessanti (in alcuni punti ho trovato degni di nota alcuni originali nessi fono-sintattico-semantici, di una certa forza evocativa) ma devo confessarti che leggendo mi sono tornati alla mente (ma chissà perché) Lautreamont, Breton, Rimbaud e Dadà, i Surrealisti, le avanguardie letterarie europee. E non so dirti se si tratta di un "presagio" ben augurante o nefasto. È vero che con le lettere del nostro alfabeto le combinazioni sono infinite, mah...temo che finiti siano certi esperimenti d'avanguardia che troppo lasciano trasparire la volontà di disobbedire alle regole, di creare appositamente un effetto estraniante, di coccolare un'oscurità dove la frase brillano "ad ogni costo". Mi sembra, ma te lo dico dal basso delle mie bulemiche e fuorvianti letture, che i fuochi d'artificio della forma sono destinati a spegnersi dopo qualche oh e ah di meraviglia iniziale, dopo una sorpresa che presto affoga nel senza senso dovuto all'eccessiva discrepanza tra le neo-modalità di una scrittura di rottura e le vetero -ma pur sempre attualissime- modalità di decodifica del messaggio (sempre ammesso che un messaggio ci sia) che hanno plasmato il nostro cervello che legge. Comunque grazie per aver rintracciato l'esempio/traccia che ci mancava. Si tratta comunque di un brano che va riletto e analizzato (anche se a me non dice molto di "nuovo"). Un abbraccio.
  12. Renato Bruno

    Gerundio Presente/ Passato

    Gentile @Filocullen, questa tua frase è di per sé errata, o meglio, non è chiara ed è ridondante: "“La mia formazione, portandomi a leggere varie tipologie di libri, mi ha permesso di.." La formazione è un processo che porta dei frutti a loro volta dovuti a qualcosa. Quindi: " Leggere libri di ogni tipo mi ha portato a una formazione che oggi mi consente di...". Il gerundio portandomi è fuori luogo. Presente o passato che sia. Caso mai lo devi applicare a leggere come causa della formazione attuale = Avendo letto molto, oggi mi posso permettere di... Non è la tua formazione che ti porta a leggere (potrebbe esserlo se tu ti riferisci a una particolare predisposizione verso la lettura coltivata fin da bambino, a un qualcosa di innato e/o di ereditato...) ma generalmente sono tutti i libri che leggi che ti formano (la mente o il linguaggio o la tua personalità) in un certo modo. La tua frase deve avere un senso attivo, non passivo: la mia formazione (quale?), dopo aver letto di tutto, mi ha permesso di...Ma meglio sarebbe: Avendo letto di tutto (gerundio causale), mi sono ritrovato con una formazione (frutto delle letture) che mi ha permesso di..." Il gerundio, presente, vale sempre la pena ripeterlo, indica un'azione contemporanea a quella della principale (= mentre...al presente): camminando, mangiava un gelato; al passato indica un'azione anteriore a quella della principale (= dopo aver...): avendo finito il gelato, si fumò una sigaretta. Ma il gerundio, presente o passato, si usa anche per vari tipi di subordinate: 1. Causali: essendo arrivato in ritardo, trovò il ristorante chiuso. 2. Ipotetiche: Avendone la possibilità (se l'avessi), certo che me la comprerei. 3. Concessive: Pur avendo studiato molto, non sei ancora pronto per l'esame. 4. Temporali: Tornando a casa (mentre tornerò verso casa), mi fermerò a comprare il latte. 5. Modali: Fotografando (con il fotografare), trovo la serenità che più mi piace. Un caro saluto.
  13. Renato Bruno

    Il rito dell'orizzonte

    Caro e sensibile amico, ti faccio notare che in questo tuo racconto tu non mostri un tuo stile. Che tu sei qui perché vuoi arrivare a padroneggiare uno stile tuo. Uno stile tutto tuo (che ancora non c'è) impermeabile alle critiche mie o di x o di z. Uno stile che è per sua natura work in progress, modo e cammino sottoposto a modifiche continue, perché tu qui stai sperimentando i ferri del mestiere. Ma non hai ancora aperto bottega. Sei in una fase dove raccogli suggerimenti non utili a strizzare l'occhio al lettore che vuole questo o quell'altro, ma necessari e indispensabili per maturare tu come autore/scrittore. Vanno bene i complimenti, perché per qualche minuto soddisfano il tuo ego, sempre bisognoso di rassicurazioni, ma sono le critiche, quelle che in apparenza ti buttano giù a farti crescere. La nota dominante del tuo racconto è il binomio (oppositivo) andare/tornare, logico quindi che tu costruisca tutta la tua prosa su un doppio, sulla duplicità, sul riflesso, sulle variazioni dell'andare e tornare (come in parte hai già fatto introducendo la coppia femminile/maschile) . E sei chiamato a farlo mostrando in ogni frase un'attenzione maniacale al lessico e alla sintassi, che di quel binomio iniziale, che di quel doppio dell'incipit deve essere riflesso e unità di misura (e di ritmo). Perché è la stessa forma racconto a importi una rigida economia verbale, una concatenazione di parole e frasi tra di loro iperconnesse e secondo legami fonetici e concettuali dipendenti dalla tua sensibilità e dal tuo modo essere che... se ne frega delle mode e di ciò che un anonimo lettore senza volto pretenderebbe. Prendersi cura della scrittura, questo è il tuo inderogabile must. Una cura che più che dei complimenti (sempre a buon mercato e molto facili da elargire) tenga conto della tua migliore espressione ancora da conquistare. Io non voglio scoraggiare nessuno. Ti invito a riflettere su una questione cruciale: il ritmo da dare alla tua prosa. Non un ritmo qualsiasi ma quello che meglio si addice, in questa circostanza, al tema, al contenuto, al messaggio che tu vuoi comunicare. Non esiste uno stile moderno o uno stille all'antica: esiste la tua consapevolezza di scrivere secondo unità fono-sintattiche prossime, il più vicino possibili al tuo orecchio, al tuo modo di sentire lo scorrere delle parole, alla brevità o lunghezza del tuo respiro/fraseggio. Solo così il lettore scorderà che ti sta leggendo, per seguirti con occhi carichi d'attesa per ciò che gli farai leggere dopo, alla riga successiva (in questo tuo racconto, invece, tu fai sentire troppo che scrivi la frase mentre la pensi, che sei troppo preso dall'evitare questo e quello...per dare naturale fluidità e scioltezza allo scorrere delle tue parole. Da qui la mancanza di un nucleo ritmico di base, secondo me). Un abbraccio. .
  14. Renato Bruno

    Il rito dell'orizzonte

    Caro @dyskolos, non mi permetto di commentare nel suo insieme il tuo racconto per non guastare la ghirlanda di elogi qui a te dedicati. Mi si dirà che è questione di gusti e che se solo uno fa il guastafeste costui non conta. Bene. Mi limito, pertanto, solo a farti notare la (per me) grave mancanza di corretto ritmo narrativo che predomina in tutto il brano. I tuoi punti sono muri che interrompono illogicamente il flusso narrativo e del respiro di chi legge. Là dove la sequenza è unica al suo interno ci dovrebbero essere unità minime di uguale o simili lunghezza, tra loro ritmicamente coordinate. Proprio come il moto del mare. Nel tuo testo è (dovrebbe essere) il moto del mare (e le sue varianti) a determinare ritmo e flusso delle parole. I segmenti narrativi da te proposti, le porzioni di testo dentro i periodi, sono irregolari, disomogenei, casualmente disposti. In un racconto breve come questo il montaggio delle scene dovrebbe dar vita a un quadro d'insieme dove ogni fotogramma conserva una tonalità di luce, un contrasto e una saturazione di colore ben calibrati tra loro, da vicino come da lontano. Poi, certo, è molto difficile, a mio parere, creare un flusso narrativo sinuoso e diffuso senza usare frasi subordinate e e nessi/particelle di congiunzione tra le frasi. Basta leggere ad alta voce il segmento qui sotto riportato per capire le interruzioni casuali e brusche che ostacolano il respiro e della composizione e il fiato di chi legge. Il rispetto del ritmo imporrebbe una prosa più chiara e più fluida, sempre secondo me e sempre secondo la percezione musicale della mia lingua scritta: «Di ritorno dal rito dell’orizzonte, con Salvatore al fianco, Donna Maria la imboccava ogni pomeriggio. Passo dopo passo, fino alla biforcazione dietro la curva, dove una viuzza in discesa, sulla destra, portava i viandanti al paese. Qui Salvatore lasciava che la madre prendesse il viottolo che sulla sinistra portava al cimitero. Sulla salita via via più ripida, Donna Maria, col fiato corto, avanzava a testa bassa. Poi, con il mento al cielo, un braccio dietro la schiena e il cuore in gola, si fermava a guardare lassù, sul versante opposto del massiccio, l'immensa scritta “DUX” tra gli alberi più radi.» Un cordialissimo saluto.
  15. Renato Bruno

    Si può scrivere in un altro modo?

    Dovete avere pazienza con me! Non so che farci ma quando in una osservazione/opinione, legittima e personale, leggo parole come "banalità", "ovvietà", "sciocchezza" e simili, mi si risveglia dentro il quindicenne intollerante e presuntuoso che spesso tengo a bada (ma non sempre). Gli articoli, le citazioni, i link, i brani non nostri qui riportati sono un pretesto per un confronto tra di noi, per un dialogo, per uno scambio o per fare il punto su situazioni e condizioni della scrittura che per il fatto di essere ovvie per noi non è affatto detto che lo siano per tutti. E qui ci leggono anche quelli che non hanno mai assistito al funerale dell'Autore onnisciente, tanto per dirne una (ma poi il tizio è veramente morto?), né tanto meno si sono posti la questione su come scrivere facendo a meno del ping pong disse/rispose. Per questo l'articolo degli Imperdonabili m'è parso interessante: sia per ribadire l'ovvio che non per tutti è ovvio, sia per dare a chi l'ovvio l'ha superato qualche imput stimolante in più. Ringrazio @Mercy per il suo post di chiarimento e aggiungo che essere lettori forti non implica affatto una seria (o banale) rielaborazione teorica sulle più accreditate modalità di scrittura oggi in uso. Chi legge, gli scrittori stessi che si nutrono di altri scrittori, troppo spesso non fa caso alla forma, alla tecnica, alla modalità compositiva che ha consentito questo o quell'effetto, psicologico o emotivo, sulla pagina. Così come io che abbondo di gerundi e di participi mentre correggo non ne carpisco subito la ridondanza o l'esagerazione. Solo in fase di seconda rilettura prendo forbici più adeguate per il necessario sfoltimento (anche se poi, detto tra noi, faccio fatica a comprendere da quando il gerundio è/sia entrato in coma e perché nella nostra odierna scrittura). Forse per questo leggo, apprezzo e ringrazio gli interventi di @ Marcello, la cui sicurezza mi spaventa -faccio per dire. Comunque, trovo legittimi e stimolanti tutti gli interventi in questa discussione, interventi/opinioni che leggo con grande attenzione. Grazie a tutti, davvero.
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