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Renato Bruno

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Su Renato Bruno

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  • Compleanno 12 febbraio

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  • Genere
    Maschio
  • Provenienza
    Anguillara Sabazia (RM)
  • Interessi
    Editoria, fotografia, musica,arte, saggistica, poesia, Natura.

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  1. I prodotti letterari migliori provengono da scrittori e scrittrici transgender. Questo fa la differenza tra maschile e femminile: il passaggio, il saper attraversare i due sessi rivelandone pregi e difetti. È il superamento della dicotomia maschile/femminile a rendere innovativa la scrittura di x o y (ieri, oggi e domani), fin dall'incipit avviata verso un'altra visione della sessualità, verso l'andare oltre gli stereotipi sessuali, i ruoli tradizionali, caratterizzata da quel "peccato" che consente in letteratura di armonizzare i contrari o di esasperare quelle differenze (che hanno sempre una forte componente genetico-biologica prima che culturale, cioè frutto dell'educazione) solo culturalmente coesistenti e conciliabili. La scrittura è il luogo dove o le differenze sessuali dovrebbero annullarsi, dove i corpi si smaterializzano per capire se questa benedetta anima c'è o non c'è. La scrittura è il luogo che rompe spezza dissolve l'involucro corpo (palesando la nostra schiavitù alle percezioni sensoriali, che senza la mortale materia non esisterebbero). P.S. La letteratura erotico-pornografica è essenzialmente linguaggio maschile e maschilista, da millenni. Che le autrici scimmiottano, con esiti che spesso rasentano il ridicolo.Il penetrare e l'accogliere non sono due visioni speculari dell'atto sessuale, una maschile e l'altra femminile: nell'amplesso (e nelle sue scarse varianti) si riconferma l'impossibilità materiale di quell'annullamento cui solo il desiderio e l'anima anelano da millenni, senza per altro un apprezzabile successo. Un cordiale saluto.
  2. Gentilissima e spettabile Redazione di Writer's Dream, è necessario aggiustare il tiro: è vero, l'arcobaleno è composto da vari "colori", ma se si apre una discussione sul rosso a colui che la apre si devono concedere gli strumenti pratici per (dopo aver insistito di stare dentro l'argomento) tenere a freno, limitare o eliminare i verdognoli, i giallognoli, gli azzurrognoli e i violettognoli che, se pur garbatamente e intelligentemente, invadono lo spazio della discussione con interventi costantemente fuori tema. Non può bastare il solo invito a... Nulla di personale, ben inteso, e molti degli interventi sopra esposti hanno una loro ragione e sono stimolanti...ma che c'azzeccano?! È anche vero: tanta è la nostra fame di dialogo e di confronto e WD è un'ottima palestra... ma sull'autodisciplina mia e degli altri nutro da sempre seri dubbi -io per primo vado spesso fuori tema, introduco altro rispetto all'argomento principale. Quindi, la richiesta di un tasto "cancella intervento" da applicare in primis ai miei interventi, dovrebbe essere a disposizione di tutti i legittimi proprietari delle discussioni in corso. Detto questo, e ringraziando ancora tutti gli amici che qui hanno "liberamente" espresso il loro parere o i loro dubbi stimolanti, per me concludo qui questa discussione (sulle caratteristiche che l'opera letteraria dovrebbe avere per essere pubblicata) perché la stessa è divenuta per me ingestibile. A risentirci presto su un altro tema. Un cordialissimo saluto.
  3. [E anche in questo caso, la competenza del vostro editor di fiducia può venirvi in soccorso. Renato M. Bruno] https://bottegadinarrazione.com/2020/09/11/i-dieci-segreti-veramente-indispensabili-per-scrivere-unottima-sinossi-del-tuo-romanzo/ I dieci segreti veramente indispensabili per scrivere un’ottima sinossi del tuo romanzo By Giulio Mozzi in Teoria e pratica, 11 settembre 2020, direttore della Bottega di narrazione 1. Non chiamarla sinossi. Stando al dizionario (qui mi affido al Treccani) la sinossi è un “compendio, esposizione sintetica e schematica di una materia, di una disciplina, di una scienza, di un periodo storico o letterario, ecc., fatta in modo che i dati si possano facilmente e rapidamente trovare o confrontare tra loro (ricorrendo talora alla sistemazione in tavole sinottiche e alla disposizione in colonne parallele)”. Qui sotto, per esempio, puoi vedere una tavola sinottica dell’evoluzione della vita sulla terra: Oppure guarda su in alto, l’immagine in cima all’articolo: il Beato Angelico ci fornisce in primo piano la scena dell’Annunciazione e, sullo sfondo, a sinistra, la scena della Cacciata dal Paradiso terrestre; mentre nelle decorazione dell’edificio troviamo rappresentato il Cristo adulto. L’affresco forma così un’autentica sinossi della storia della caduta e salvezza dell’umanità. Se la cosa che tu chiami sinossi non somiglia, a vederla, a questa roba qui, probabilmente non è una sinossi. Ciò che finora hai chiamato sinossi puoi chiamarlo: riassunto della storia, soggetto (con parola rubata al cinema, che a me pare piuttosto pratica), sintesi, abstract (con parola rubata al gergo degli articoli scientifici: non bene, secondo me). (E lo so, lo so, che oggi le tavole sinottiche è di moda chiamarle infografiche; ma appunto, se ciò che chiami sinossi non somiglia a un’infografica, non è una sinossi). 2. Il soggetto – io lo chiamerò così – deve raccontare con chiarezza e brevità la storia. Ripeto: il soggetto deve raccontare la storia, non il romanzo. Se nel romanzo hai fatto ampio uso di montaggio, flashback, flashforward, eccetera, o se il tuo romanzo è scritto su una serie di schede da combinare liberamente, non ha importanza: tu, nel soggetto, racconterai la storia dal principio alla fine. Eventualmente, dopo che l’avrai raccontata lascerai una riga bianca, e aggiungerai un capoverso o due per spiegare il modo in cui, nel romanzo, l’hai raccontata. 3. Ho detto dal principio alla fine, e qui ripeto: dal principio alla fine. Un soggetto non è una quarta o un risvolto di copertina. Non ha lo scopo di stuzzicare la curiosità del possibile acquirente di una copia del libro. No. Non deve lasciare in sospeso, nascondere informazioni, e così via. Ha lo scopo di suscitare l’interesse di un editore che, eventualmente, sulla produzione e distribuzione e promozione del libro investirà alcune migliaia di euro. E ha quindi il diritto – visto che al momento deve decidere, in sostanza, se dedicare qualche ora della sua vita a leggere quello scartafaccio – di essere informato nel modo più puntuale possibile. Fa’ conto di essere davanti a un medico che ti fa l’anamnesi. 4. Scrivi il soggetto in modo piano. Se nel romanzo hai adottato una lingua scoppiettante, gaddiana, michelemariana, riverruniana, klingoniana, esperàntica, dialettale, miscugliata, taliàta e trasìta, fa niente: il soggetto dovrà essere scritto in italiano. Nel dubbio, puoi accompagnare al soggetto un estratto dal testo: breve, una cartella, non di più, tanto per dare un’idea. L’editore dovrà solo decidere, dalla lettura del soggetto (e dall'eventuale estratto), se leggere (o far leggere) il testo o se metterlo da parte. La decisione vera, se pubblicarlo, verrrà dopo la lettura integrale, spesso dopo più letture. 5. Il soggetto – ma mi pareva di averlo già detto – deve raccontare la storia. Non deve esporre i temi. Un soggetto che cominci con una frase del tipo: “Questo romanzo tratta dell’impossibilità del vero amore tra una persona molto alta e una persona molto bassa”, è sbagliato. Racconta la storia, insisto: e la storia mostrerà da sé il proprio tema. (In particolare, non usare mai la parola incomunicabilità: nell'editoria italiana è stata proscritta da almeno ventinove anni). 6. Se pensi che la tua storia abbia degli interessanti “agganci” con l’attualità, non dirlo. Non dirlo, perché (a) se gli “agganci” ci sono, se ne accorgerà anche l’editore leggendo il soggetto, e (b) ciò che è attuale oggi potrebbe non essere più tanto attuale, anzi essere ormai una roba che non se ne può più, nel momento in cui il tuo romanzo effettivamente sarà, se sarà, pubblicato (un editore serio difficilmente pubblica prima di un anno ciò che decide oggi di pubblicare: c’è da fare il collocamento nel piano editoriale, l’editing, la promozione in libreria, eccetera eccetera). 7. Se la tua storia è molto complessa può aver senso fare due soggetti: uno piuttosto breve, diciamo da mezza cartella a una cartella, in cui la faccenda sia raccontata per sommi capi, e uno adeguatamente lungo in cui sia raccontata più per esteso. Se la tua storia prevede dei séguiti, dopo il soggetto del volume che presenti aggiungi un capoverso per ciascuno dei previsti volumi successivi. 8. A prescindere dalla persona che hai adottata nel tuo romanzo, il tuo soggetto sia scritto in terza persona – con un narratore onnisciente. 9. Impagina chiaramente il tuo soggetto. Lascia ampi margini. Usa un carattere dei più usati, un Garamond, un Calibri, un Times, un Cambria; niente caratteri sciccosi, niente svolazzi. Se lo stampi, stampa in inchiostro nero. Se spedisci il tuo romanzo per posta elettronica (nella riga dell’oggetto puoi scrivere semplicemente il titolo), metti il soggetto in un documento allegato (riassumendo nel corpo dell’email proprio l’essenzialissimo essenziale). Ricorda di mettere nei fogli che compongono il soggetto il tuo nome e i tuoi recapiti (idem nella prima pagina del documento che contiene il romanzo). 10. Non esprimere giudizi sul tuo romanzo. Non descriverlo come “un romanzo avvincente nel quale il protagonista affronta avversità di ogni tipo pur di difendere la propria libertà e realizzare i propri sogni”: scrivi che cosa effettivamente fa, questo benedetto protagonista. E non descriverlo nemmeno con un gergo da critica letteraria: che tu sappia a memoria Genette e Skovskij è certamente una buona cosa, ma mai nessun romanzo è stato pubblicato perché l’autore sapeva a memoria Genette e Sklovskij. Analogamente, non lanciarti in considerazioni commerciali: se il tuo romanzo sarà facile o difficile da vendere l’editore lo sa assai meglio di te. E tocca a lui decidere se arrischiarsi o no.
  4. Renato Bruno

    Newton Compton Editori

    Con l'augurio che davvero ti vada sempre bene con NC, spero seriamente tu che possa tornare qui a breve a raccontarci che hai ricevuto, come da contratto, rendiconti puntuali sulle vendite e cartacee e digitali e che le royalty a te spettanti ti sono giunte precise e al centesimo. Questo vuol dire che la prima edizione è andata esaurita. Quante copie hanno stampato per la prima edizione? Hai ricevuto un congruo anticipo sulle tot copie stampate ed esaurite? Che scala di royalties ti è stata proposta sulle copie da x a y (da 1.500 a 3.000?) e per quelle superiore a z (da 3.001 a 5.000?)? E per la vendita dell'edizione digitale che tipo di contratto hai firmato? Lo stesso per l'edizione a stampa con un addendum sul pagamento delle royalty dopo tot mesi dalla messa on line del libro e dopo analitico rendiconto del distributore digitale? Etc., etc., etc. La serietà di una casa editrice nemmeno si nota per il primo inedito pubblicato, ma ci si comincia a ragionare sopra, con dati alla mano, per e a partire dalla seconda opera pubblicata. Il buon senso si ostina a ripetere che non è tutto oro ciò che luccica, ma poi sta all'esperienza di ognuno imparare, a proprie spese, a distinguere tra la latta e l'argento. Auguri per le tue pubblicazioni.
  5. Nessuno! Non si va a scuola per imparare ad andare in bicicletta o sullo skateboard. In ogni caso si impara. Sospetto, ma potrei sbagliarmi, che la scuola di scrittura nasca come una sorte di interfaccia tra gli aspiranti scrittori e le sedicenti CE: ma questa è riflessione di chi vuole a tutti i costi pensar male. Quando gli aspiranti sono diventati milioni (e le CE sono rimaste migliaia) e quando la scrittura e la narrativa si sono fatte fenomeno popolare sono nate "certe figure" di connessione tra chi scrive e chi legge: certe agenzie si servizi editoriali, certe agenzie letterarie, certi scout, certe editrici a pagamento, certe autopubblicazioni, certi premi, etc. Anche certi editor, of course! In fondo, la scuola di scrittura è tipico prodotto dell'intrattenimento e del divertimento nella società di massa. E ci disturba in parte perché cozza con la nostra purezza culturale, con il nostro concetto di gratis, con la nostra illusione dell'arte per tutti. Nascono le scuole di scrittura anche per sopperire (pia illusione!) alle lacune e deficienze di una scuola dell'obbligo sempre più carente dal punto di vista della lettura e dell'interpretazione dei testi. Nascono queste scuole per spettacolarizzare. Per ridare prestigio alla scrittura in un mondo dove la stessa scrittura si sta massmediatizzando. Nascono nella speranza di imbattersi nel genio. Nascono per speculare. Nascono per rispondere a dei bisogni. Insegnano a leggere e a scrivere, ma più a leggere che a scrivere. Non sono le uniche. Nascono nel cuore di una società in piena decadenza culturale. Funzionano se ci credi. E insegnano a fondo se sono gestite da prof e scrittori carismatici. Hanno il vantaggio di eliminare tutti gli aspetti umani e personali e negativi e insopportabili che più o meno tutti gli scrittori di talento (e non solo) si portano appresso e dentro. Funzionano ma ancora qui da noi non sono scrittorifici, per ora. Forse. Aiutano, anche quando sfornano autori da tre parole punto, tre parole punto. Andare a scuola e pagare per andarci fa sempre bene. Ma sulla loro serietà è sempre meglio chiedere e informarsi prima di iscriversi. Producono talenti narrativi o aiutano a partorirli? Troppo presto per dirlo. Aspettiamo. Ma da quale fonte tu attingi che nelle scuole di scrittura si sparga creatività? Nel mio gruppo di scrittura terapeutica non si sparge sanità o salute! Si dialogo, si legge e si scrive e si legge ad alta voce. Si piange anche. Spero che arrivino altre testimonianze. Personalmente non frequenterei corsi di lettura o di scrittura dentro la mia biblioteca comunale con "docenti" a rimborso spese. No! Imparare a leggere vuol dire rendersi subito conto (salvo errori e omissioni di valutazione) dal volantino di presentazione che corso ci aspetta e per quali finalità. Carissima, a me gli autori dicono spesso: "Ma a me questo nessuno l'ha mai detto!" E io casco dalle nuvole. Anzi, cadevo. Adesso l'esperienza mi insegna di ripassare sempre l'ABC prima di comunicare che non sarebbe nell'indole del personaggio x esclamare "Oh, perbacco!" E non immagini con quanta cautela a volte bisogna porgere l'ovvio. Grazie per il tuo contributo. C'è sempre da imparare. Ci miglioriamo giorno dopo giorno. Grazie @Emanuele72. Desiderio e determinazione sono alla base dell'apprendimento. A tutte le età. Ti confesso che io stesso prendo in mano l'ultimo manuale di scrittura creativa come fosse il primo, desideroso di scoprire ciò che ancor non conosco (e vasta, vastissima è la mia ignoranza). Ho risposto sopra, almeno in parte. Alcune ragioni sono generali e stanno alla base di ogni scuola, di apicoltura come di tango (interesse, vanità, denaro, successo, un mezzo per vincere la timidezza...). Negli ultimi decenni si è profondamente modificato/alterato il rapporto Autore/Editore/Lettore. Sono nate molte figure intermedie, utili o parassitarie. Esistono le scuole perché esistono gli insegnanti e gli studenti. Perché aneliamo alla condivisione del sapere. Condividiamo spazi, informazioni, consigli, letture, scritture. Poesie. Sguardi. Perché ci piace credere. Leggere, parlare, dialogare, conoscere altre persone con passioni simili alle nostre. E poi, c'è tutto il resto. Cioè, dietro ogni nostra scelta ponderata si muovono cento spiritelli avversi, di nascosto o alla luce del sole. Facciamo esperienza per dominarli , finiamo per esserne dominati. Ci importa? Mettiamo tutto nel sacco, prima o poi a qualcosa ci servirà.. anche la scuola di scrittura. Garantito.
  6. Esempio? Quale ciofeca di autore illeggibile è stata pubblicata dopo la collaborazione professionale di un editor? Ti contraddici: una ciofeca non fa incassare facilmente perché richiede settimane o mesi per essere sistemata e per darle una forma commercialmente accettabile. E poi chi scrive ciofeche è generalmente povero e i poveri, sia di parole che di tasca, sono quelli che dopo la soddisfazione economica danno all'editor quella riconoscenza sincera che mai alberga in chi si fregia di prosopopea a buon mercato.
  7. Far aggiustare da un meccanico la propria auto difettosa non ha nulla a che fare con la partecipazione alla gara di Formula 1. O no? E nemmeno nel caso in cui il meccanico appartenesse alla scuderia campione del mondo. Non conosco nessun meccanico che possa garantire successo alla mia macchina una volta registrato la carburazione. Mai conosciuto un Autore, esordiente o meno, che sia arrivato a me con la premessa/pretesa di collaborare insieme per arrivare primi a IoScrittore. I libri pubblicati grazie alla mia collaborazione sono nati e si sono sviluppati, revisione dopo revisione, come inediti bisognosi di cure per stare in piedi, per reggersi da soli, per presentarsi in pubblico nella miglior veste possibile, dati lo stile e il contenuto iniziale, potenzialmente gradevoli per e alla lettura. E non alla lettura del direttore x o della direttrice editoriale y: alla Lettura e basta. Nessun editor privato corregge in funzione di pubblicare con questo quell'altro editore.. ma per confermare ed esaltare le potenzialità commerciali ed etiche già esistenti nella prima stesura. Potenzialità, non contratti già stipulati. In bella copia, non già in tipografia. Ma persino l'editor interno alla casa editrice non correggerebbe in vista di una eventuale percentuale sulle vendite... Tra Autore ed Editor, la parte economica della collaborazione si instaura e termina opera per opera. Di opera in opera, in base a un accordo di proficua collaborazione sottoscritto dalle parti e onorato di volta in volta. La SIAE l'Auditorium la paga in base ai biglietti venduti, non la sottrae dal compenso per gli orchestrali! Mi pare. Idem, in genere gli autori non si presentano da un editor privato con in tasca la sicurezza di essere pubblicati dall'editore x. E quando questo avviene è segno che lo scrittore ha già in tasca un contratto di pubblicazione e che quindi il compenso concordato con l'editor l'autore lo caccia di tasca sua. La mia automobile è ormai un pezzo d'antiquariato, eppure non ho mai sentito il mio meccanico dire che farei meglio a sfasciacarrozzarla...Mi dice che fino a quando troverà i pezzi di ricambio ci potrò camminare.... All'Autore che scrive male non dico mai di darsi all'ippica...gli chiedo piuttosto se vuole intraprendere con me un percorso di maturazione e di maggior consapevolezza della/sulla sua scrittura. De resto io stesso non pago i certificati del mio medico privato con le medaglie d'oro che potrei vincere nella Stracittadina... Però, ridurre tutto a ciò che secondo noi gli altri dovrebbero o non dovrebbero fare è avvilente. Nessuno la pensa come noi e anche quelli che formalmente concordano con noi si limitano poi ad esprimere una concordanza puramente verbale... perché la vita si diverte un mondo a punirci per come noi vorremmo il mondo: a base di percentuali, lavorando in equipe, redistribuendo equamente gli introiti... e questo in un mondo dove quotidianamente gli scrittori cambiano casa editrice nella speranza di ricevere quanto pattuito per contratto con l'editore.
  8. Predisponiti al dialogo. Chi cerca trova. Ma anche in questo caso, sgombra il campo dalle dicerie e fatti una tua opinione su me, su x, su y, su z. Conoscersi e revisionare sono azioni di reciprocità, di fiducia, di amicizia. Prenditi tempo, mettimi alla prova e mettiti alla prova. Ci vuole tempo per instaurare una proficua collaborazione. Getta tu il primo seme.
  9. Oppure frequentando corsi di scrittura. È una scelta. In nessun caso costituisce un demerito essere andato a lezione da... Potrei sbagliarmi, ma in ambito anglo-americano alcuni (o molti?) scrittori di besteseller sono insegnanti o studenti di famosi corsi universitari di scrittura. Stai suggerendo l'idea che coloro che frequentano scuole di scrittura a pagamento sono dei fessi immacolati che danno retta a dei truffatori? Sì, questo è davvero un pregiudizio radicato (credo non tanto imputabile agli insegnati delle varie scuole di scrittura quanto a una schiera di traduttori e a direttive/parametri editoriali dal linguaggio e dal pensiero standardizzato...per risparmiare denaro! Il compito di un editor sensibile (o di una bravo insegnate di scuola di scrittura) sta, tra gli altri compiti, nel far riflettere l'Autore sui pregi e i limiti del suo stile prima ancora di correggere una sola parola. Però, permettimi di dire che spesso gli Autori definiscono "stile" un quid ancora tutto da strutturare e arricchire. Da formare. Su cui riflettere a mente aperta (ammesso che sia possibile trovare l'Autore che mi dica "Aiutami a capire" e disposto a prendere sul serio la cura del proprio linguaggio narrativo - e non il predominio del proprio preconcetto... alla base di tante pere dal pensiero conformista). Un carissimo saluto.
  10. Spero che tu non ti riferisca alla mia prima e pubblica presa di posizione pro-scuole di scrittura, perché qui e solo ieri (23 agosto 2020) io ho spezzato lance per queste scuole che fino a pochi mesi -e da ignorante- fa mi hanno fatto storcere naso e bocca. Segno che non è mai troppo tardi per cambiare idea e riflettere sulle granitiche idee di ieri (che il sole nuovo dell'Avvenire sbriciola se non siamo rocce, cioè pietre).
  11. Potrei cavarmela dicendo che spesso il talento senza guida tende a sbrodolare, a eccedere, ad auto-esaltarsi, ad oltrepassare i limiti e, inoltre, che esistono talenti nati ostici per qualsiasi mercato di qualsiasi epoca. Ma facciamo finta che non l'abbia detto, anche perché la nozione di "talento" [2. Ingegno, predisposizione, capacità e doti intellettuali rilevanti, spec. in quanto naturali e intese a particolari attività: avere molto, poco t.; essere dotato di grande t.; un ragazzo pieno di t. o, più brevemente, un giovane di talento; i suoi t. sono giustamente apprezzati; avere t. artistico, musicale, letterario] disgiunta dall'esercizio, dal controllo e dalle finalità che si vogliono raggiungere o produce geni o casi clinici di grande interesse (che poi, a volte è la stessa cosa). La domanda mia è: ma da dove vi nasce questa "preconcettuale" avversione verso le scuole di scrittura (che non avete frequentato, suppongo) e verso il "talento" professionale di chi vi insegna e le gestisce? Da dove nasce questa sospetta avversione verso la "scuola", verso l'insegnamento, verso la pratica di frequentare corsi e lezioni -di cui voi, per fortuna, non avete bisogno? Il famoso talento che non le frequenta per non omologarsi la scuola dell'obbligo l'ha frequentata, persino l'autoscuola per prendere la patente (eppure, diamine, anche un ragazzo a 14 anni oggi sa bene come si guida un'automobile, anzi, ha più talento del padre nel guidarla, che bisogno ha di andare a scuola di guida?!). Non sopportate l'dea di pagare per qualcosa di cui siete certi di poter apprendere da soli? Qualcuno vi costringe? La mia carissima zia, un talento in sartoria, era analfabeta, ma il taglio e il cucito l'aveva nel sangue e se nel paese natio ai suoi tempi di ragazza ci fosse stata una scuola ad hoc sarebbe diventata una stilista. Però, allora non c'erano soldi e le donne erano "ciucce di fatica". E oggi che i soldi per le scuole ci sono o ci potrebbero esserci mostrate una avversione ingiustificata per chi le frequenta, per chi le mette in piedi, per l'insegnamento che in esse si offre... a pagamento. Mah! La mia posizione riguardo alle scuole di scrittura è questa: 1. Si vive per imparare (e il canale di insegnamento non adatto a me può ben risultare idoneo a qualcun altro); 2. si paga, perché pagare predispone a un'attenzione e a un impegno "scolastico" maggiore. Le lezioni gratis lasciano in noi un segno labile,ma se per quel segno ho pagato la traccia in me dura più a lungo ed è più produttiva (psicologia spicciola). 3. la scuola di scrittura può risultare fondamentale per imparare a leggere e a leggersi; la pratica quotidiana dimostra quanto la lettura con editor a fianco del proprio testo sveli pregi e difetti e del pensiero scritto e dell'approccio alla scrittura dell'Autore. Rileggere il testo in compagnia di altri occhi-che dispongono di una differente preparazione culturale e letteraria- è operazione psicologicamente valida, proficua e significativa. Perché uno scrittore o un editor non si limita a leggere il testo di un altro come un comune lettore. Chi scrive, mentre legge, radiografa come l'Autore x ha ottenuto quella tensione, quel crescendo emotivo, quell'ironia, quello spaesamento, quello scavo psicologico etc.. Esercizio dopo esercizio (e vale anche per nati talentuosi) riuscirà ad applicare lo stesso meccanismo di lettura al proprio testo, onde saggiarne la riuscita o il fallimento. 4. Impossibile per noi tutti leggere tutto! Da qui la necessità di insegnanti (al plurale) capaci di riassumere, sintetizzare, racchiudere in schemi gli elementi essenziali, le procedure più riuscite, le tecniche migliori che la mente umana ha prodotto in campo letterario. Si va a scuola per sapere, cioè per fare confronti, per confrontarsi, per sottoporre il testo dai noi prodotto all'esame clinico di chi noi riteniamo (senza reciproca fiducia non si arriva da nessuna parte) più preparato, più colto, più competente del nostro solito amico lettore compiacente. 5. È vero, ci possiamo anche prendere cura del nostro testo da soli, senza chiedere aiuto ai dottori della parola, ma se decidiamo liberamente e pagando di frequentare una scuola di scrittura, vuol dire che usciamo di casa certi del benessere psico-verbale che il nostro testo deve ancora raggiungere (come l'insegnate ci confermerà alla prima lettura), nonostante tutti i nostri sforzi per migliorarlo. 6. L'eccesso di valutazione positiva che noi tutti diamo alla nostra creatura non risparmia nemmeno lo scrittore di talento, che forte della sua competenza linguistica e culturale spesso confonde la scrittura con la sciarada enigmistica. Che, spesso, troppo pieno di sé (chi ha mai osato criticarlo!) si autocompiace di uno stile indigesto ma per lui ricco di originalità. Una scuola che insegni a leggere adeguatamente il proprio testo e che suggerisca metodi e tecniche per contenere i guasti del dominante narcisismo verbale che affligge esordienti e pubblicati...non va qui, da noi, letto e inteso come ovvia produzione uniforme e standardizzata di testi preconfezionati, bensì come invito a trovare in sé quell'umiltà e chiarezza espositiva che trasformano la nostra lingua madre in una partitura da leggere e interpretare (e far amare) a più livelli. 7. La personalità invocata per dare consistenza e spessore all'opera -quel quid che renderebbe unico e irripetibile il nostro stile - non è né programmabile geneticamente né si può formare scolasticamente. Però, se l'intero mondo editoriale contemporaneo dovesse sopravvivere e vivere aspettando Godot, nato talentuoso e già pronto per la pubblicazione, gli scaffali delle nostre librerie private temo presenterebbero grandi, grandissimi vuoti. Tutta la scrittura si nutre di speranze, degli autori che verranno, di quelli che ce le faranno, delle promesse da mantenere, delle seconde opere che confermano, delle scuole da cui uscirà chi forse diventerà n.1. Ma la personalità nella società di massa e nel mass market editoriale odierno è anche lavoro di equipe. È costruzione, è serialità, è produzione industriale. È merce per i più svariati gusti e usi. È brillante attività da gostwriter -come ben insegna Fabio Geda che Nel mare ci sono i coccodrilli ci riporta, dopo averla oralmente appresa, la Storia vera di Enaiatollah Akbar, ragazzo afgano. Certo che frequenterei una Scuola di scrittura, a pagamento, mah... e resti tra noi, prima dovrei mettermi bene in testa di frequentare, pagandolo, un corso di calligrafia. Perché è inaccettabile che una persona come me, che vive di parole notte e giorno, non sappia riconoscere le sue stesse parole in corsivo. Una vergogna.
  12. Vado di fretta, ti rispondo con calma domani. Ora ti dico solo che per la scolarizzazione dei cittadini, dall'asilo all'università e oltre e dove ogni maestro, insegnate, professore deve essere pagato per le mansioni che svolge, lo Stato spende una cifra enorme. Perché la nostra formazione culturale ha un costo elevato e da qui il doppio e vergognoso peccato di uno stato che mi forma spendendo per me migliaia e migliaia di euro e poi lascia che io vada all'estero a lavorare, che mi costringe a emigrare per trovare un lavoro adatto alla mia formazione. Sì, caro @dyskolos, da sempre la cultura ha un costo, più o meno elevato. Perché non si nasce imparati. Qualcuno questo costo lo paga per noi o ce lo paghiamo noi. Elevarsi costa, anche quando non ci sono più gli schiavi talentuosi a insegnarti il greco e anche quando il precettore non viene più a casa ma ci aspetta in un edificio predisposto all'insegnamento. Nella affollata filiera editoriale, come abbiamo già scritto e detto fino alla nausea, il denaro è interesse imprescindibile per far muovere e per far funzionare il meccanismo. Lo mette l'editore?, bene, pubblicherà ciò che a suo giudizio potrebbe rendergli. Lo mette l'Autore per gloria e vanità personale?, è un male ma questo regime economico lo consente, glielo consente. Lo anticipa il librario (faccio per dire)?, bene, se non ci fosse nessuna libreria verrebbe mai aperta. lo sostiene lo Stato?, bene, è una scelta politica...in vista di un ritorno sociale migliorativo. Ma sempre di denaro si tratta. Per interesse nobile o lucroso che sia.
  13. Noto con dispiacere che il mio invito a variare l'espressione della tua ormai incrostata contrarietà agli aspiranti senza stoffa, agli editor, agli editing e a tutte le figure che sfrutterebbero, secondo te, tutti gli ingenui scrittori di questa malandata nazione è di nuovo caduto nel vuoto. Pazienza! Parto da me, così nessuno si offende e nessuno potrà mai dire che sono un'aspirante sprovveduto, solo un pollo da spennare. Non ho mai scritto nulla e non ho ancora mai pensato di scrivere qualcosa per il pubblico. Questo fa di me uno che non sa scrivere? Forse, dal punto di vista del narrare, del raccontare, dell'imbastire una storia sì. Non ci riesco! Vorrei fare lo scrittore? Forse. Riconosco in me almeno le potenzialità. Dovrei chiedere aiuto? Sicuramente! Dovrei pagare chi mi offre aiuto? Forse, ma non è detto, visto che io per professione aiuto gli scrittori potrebbe verificarsi il caso che loro aiutino me, nel momento del bisogno. Ho una carissima amica scrittrice pluripubblicata che va in tilt quando deve trattare l'argomento "incontro sessuale", si blocca, balbetta e soprattutto non rispetta le fasi progressive dell'eccitazione. Eppure...lei sì che sa scrivere, mica io! Se le chiedessi aiuto per ben intessere una trama sono sicuro che mi aiuterebbe, senza chiedermi un soldo. Sono privo dei numeri indispensabili per diventare Autore/Scrittore? Certamente. Avrei bisogno di "botte di editing"? Sì. Mi farebbe bene frequentare un corso di scrittura? Sì. Tutto ciò e tutti coloro che mi aiutassero a fare chiarezza e che mi mettessero alla prova, sarebbero da me desiderasti e ben accetti. Se non altro, caro @cheguevara, per capire una volta per tutte se posso ancora aspirare o è meglio che mi dia all'ippica. [E proprio non riesco a capire come fai/fate a dire che le persone non sanno scrivere, quando sono proprio le persone che non sanno scrivere a desiderare più degli altri a saper scrivere, a imparare a scrivere, a pagare qualcuno per capire dove riescono e dove sbagliano - e visto che i quattrini non sono i vostri, mi fate capire che cosa c'è di male in chi ce li ha e li investe nella propria formazione artistico-culturale? Io non so tenere in mano nemmeno la matita ma non immagini che cosa darei per imparare a disegnare!] Io sono sinceramente e davvero preoccupato, non per coloro che imparano e impareranno forse a scrivere (come me!), ma per chi crede di saper scrivere e di non aver bisogno di nessuno, perché sono proprio quest'ultimi a non rendersi conto di quanti confronti, di quanti dialoghi, di quante lezioni, di quanti incontri sulla scrittura dovrebbero chiedere a chi senz'altro ne sa più di loro. La nostra è una società complessa, dove al panettiere è richiesto una infarinatura sui grani e i luoghi di provenienza, sulle caratteristiche delle farine ottenute, sui metodi di conservazione e di utilizzo, etc. etc. etc, e questo ancor prima di aver messo in forno la primissima e mal riuscita pagnotta. E il fornaio che credesse, autarchicamente, di poter far tutto da solo, incluso i corsi di aggiornamento sulla Scienza applicata alla cottura, difficilmente diverrebbe -senza mai essere entrato in contatto con la moderna scienza della panificazione- un pluripremiato artigiano del pane a lievitazione naturale. Mah, la sua ignoranza gli consentirebbe lo stesso di essere il Re Ciriola dell'amena località di Cruscasecca! Non avrebbe come cliente il Principe Carlo d'Inghilterra ma farebbe comunque la felicità dei suoi affamati paesani. Questo per dire che spesso chi non sa scrivere ha una vita interessantissima da raccontare e il suo grado di comunicazione verbale (sempre migliorabile) è valido quand'è circoscritto alla cerchia dei parenti e amici e fallirebbe se volesse estendersi agli abitanti dei paesi limitrofi (questo dovrebbe valere per un gran mucchio di scrittori pubblicati e autopubblicati). È compito dell'editor prendersi cura di tutte le scritture, dalle meno riuscite alle meno bisognose d'aiuto. È compito di chi legge non arrogarsi il diritto di sapere pregiudizialmente chi sa scrivere e chi non sa scrivere. Per ogni attento e preparato lettore dopo Sándor Márai Carofiglio è un analfabeta...che tra gli analfabeti riscuote successo. A noi tutti spetta il compito-dovere di incoraggiare alla lettura e alla scrittura. L'esperienza insegna che il desiderio di scrivere non va mai represso ma coltivato ad ogni costo. Perché ognuno ne trae a modo suo un effetto benefico. E sulle aspirazioni di ciascuno, caro amico, la tua logica è e sarà perdente. Chi già scrive e chi non sa scrivere e scrive lo stesso non darà retta alla tua storia, al tuo pensiero, alle tue parole, perché cercherà sempre di farsene una propria... di storia -editoriale e non solo. Da vivere personalmente (sbagliando, molto spesso sbagliando), però ascoltando solo pareri e consigli fraternamente esposti, amichevolmente espressi, umanamente (cioè anche irrazionalmente) raccontati. Un caso saluto.
  14. Intendi dire che chi scrive mette giù parole e righe non per sé stesso, bensì per affinare e raffinare stile e contenuto, per dare forma narrativa alla storia, ai pensieri, ai ricordi che ha in testa? Non so se chi scrive tiene un diario per sé, si prende cura del proprio pensiero scritto badando particolarmente alla forma. Non lo so. Ma è certo che si giunge a scrivere un'opera pubblicabile dopo un lungo praticantato, a penna, a tastiera, provando e riprovando ogni utile ricetta ed esperimento da officina della narrazione (comunicativa per sé o per gli altri). [Poi, e resti tra te e me, mi sconcertano gli scrittori che perdono l'ispirazione di fronte a un biglietto per gli auguri di buon compleanno!].
  15. Alla tua riflessione di sopra, caro @GP300720, credo sia necessario aggiungere una "postilla": il pubblico dell'autore esordiente è sempre mediato dall'Editore, cioè il pubblico in testa all'Autore è quello dell'editore, non un pubblico generico e anonimo. Dopo aver letto dieci romanzi pubblicati da Salani, o dieci col marchio Xyz, invierò a questi un testo che grosso modo posa essere appetibile dal loro pubblico. Perché si presenterà in libreria in una veste che già di per sé attirerà un certo pubblico e lascerà indifferente un altro pubblico. La veste merceologica del libro è, in parte, già prodotto destinato a... Ora, è ovvio che nessun autore scriverebbe appositamente un testo di narrativa spedendolo poi all'Editore tal del tali, mettendoci dentro le parole più gradite al pubblico di tal dei tali, per assicurarsi di essere presente in una collana di tal dei tali. Però... chi scrive con l'intenzione di farsi poi pubblicare dovrebbe, per sé stesso, avere, farsi, arrivare a una buona conoscenza dei marchi editoriali e dei "pubblici" di riferimento. Si scrive dopo aver molto letto e chi scrive non dovrebbe solo leggere per diletto ma anche per capire che cosa l'Editore x cerca e che cosa l'Editore y rifiuta. Considerato il fallimento di chi per pubblicare senza compromessi mette su una propria editrice...morta sul nascere.
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