Vai al contenuto

Renato Bruno

Sostenitore
  • Numero contenuti

    444
  • Iscritto

  • Ultima visita

  • Giorni vinti

    3

Renato Bruno ha vinto il 30 luglio 2019

Renato Bruno ha inserito il contenuto più apprezzato di quel giorno!

Reputazione Forum

702 Magnifico

Su Renato Bruno

  • Rank
    Sognatore
  • Compleanno 12 febbraio

Contatti & Social

Informazioni Profilo

  • Genere
    Maschio
  • Provenienza
    Anguillara Sabazia (RM)
  • Interessi
    Editoria, fotografia, musica,arte, saggistica, poesia, Natura.

Visite recenti

3.160 visite nel profilo
  1. Renato Bruno

    Limitazione degli avverbi e degli aggettivi

    Caro @Effe, a me pare una questione di lana caprina (e sia detto col massimo rispetto). Prova tu a far immaginare al lettore i tre piani della residenza di Palazzo Farnese a Caprarola (VT), completamente affrescati, scale comprese, utilizzando una lingua carica di espressioni minimaliste. Poi, la stessa Villa Adriana di Tivoli (Roma), per quanto nient'altro che un cumulo di cocci e resti e rovine, diciamo che per essere restituita all'immaginario del lettore odierno le espressioni sovrabbondanti e quasi necessariamente "retoriche" ce le strappa di mano, nostro malgrado. Una lingua fatta di geometrie piane prive di volumi (forse, ma non ci giurerei, più fruibile dal lettore meno esigente) a me, personale opinione, pare mortificante per l'Autore: non è adatta per esprimere la complessità e la profondità dell'esistenza e dell'esistente (e per i sogni ancora peggio). Ma se la tua scrittura ridotta all'osso ci riuscisse, l'umanità ne trarrebbe un gran bel vantaggio (nell'epoca delle opere tot al chilo). Un saluto.
  2. Renato Bruno

    Dopo un invio, come ci si comporta nel periodo di attesa?

    Solo una riga per dire che l'accostamento/connessione tra alcune, poche o molte, Agenzie Letterarie italiane e le agenzie di servizi editoriali non deve essere fatto passare per automatico. Un saluto.
  3. Renato Bruno

    scusa...perchè scrivi?

    Mi parrebbe molto più interessante conoscere le ragioni di coloro che non scrivono -pur sapendo leggere e scrivere bene. Dovrò presto aprire qui una discussione in merito. Un saluto a tutti.
  4. Renato Bruno

    Autore ballerino che pubblica con diverse case editrici

    Penserei che il fenomeno della transumanza degli autori italiani è dovuta essenzialmente al fatto che gli editori italiani tradiscono, non rispettano i contratti, alla fin fine non pagano niente allo scrittore. E questo vale sia per gli autori sconosciuti come per quelli conosciuti.
  5. Renato Bruno

    Basterebbe non essere mai nati.

    Secondo me, sarebbe meglio evitare di inserire nel titolo o nel testo riferimenti a opere già pubblicate. In questo caso, la grande opera di Cioran, L'inconveniente di essere nati (Adelphi, 1991) salta subito all'orecchio e all'occhio leggendo "basterebbe non essere nati". Pura coincidenza?
  6. Renato Bruno

    «...il racconto è una forma nobilissima. Eppure...»

    @Ippolita2018, grazie per il link. È la conferma che esiste davvero una riottosa e antipatica abitudine editoriale a considerare la forma racconto un sottogenere della Narrativa alta, cioè del romanzo. Alcuni grandi editori italian pubblicano i racconti dell'Autore x solo dopo che questi ha avuto successo di vendita col romanzo y. E resto dell'avviso che fior fiori di recensori nostrani di fronte splendide pagine di racconti non sappiano che pesci prendere, non sanno che "morale" tirar fuori, forse perché, sospetto, reputano il lettore uno sprovveduto incapace di seguire e capire discorsi che a partire da uno stile compiuto e preciso prefigurino l'identità di uno scrittore, il suo valore artistico/letterario. È vero che un solo racconto non fa l'Autore ma è altrettanto vero che una raccolta di racconti, se sapientemente letti e analizzati, offre meglio l'immagine poliedrica dell'etica dello scrittore. O la visione attendibile di un genere spezzettato tenuto insieme da vari fili conduttori, che sta al lettore scoprire e decodificare. Mi verrebbe da dire che il racconto sta alla Narrativa come lo scatto della Polaroid sta alla Fotografia. Nell'Album di famiglia (il romanzo) ci sta bene anche la foto sfocata, perché nell'insieme un capitolo venuto fuori così così viene trascinato dai capp. meglio riusciti. Nell'insieme delle istantanee (raccolta racconti), invece, la foto venuta male rischia seriamente di pregiudicare la simpatia e l'attenzione del lettore... che dai racconti si aspetta un'operazione di cesello, calibrata e riuscita in ogni sua parte. Poi, aggiungo io che leggo sempre a modo mio, il racconto offre al lettore un frammento di realtà, di verosimiglianza o di pura invenzione che dà aria al lettore, che gli consente di respirare, che gli permette di immaginare il non scritto e il non detto. Molto più di un romanzo, dove chi legge è obbligato a seguire lo sviluppo degli eventi che si susseguono e che offrono a chi legge tanto tempo (spazio pagine) per essere compresi appieno. Il racconto è spesso insistenza e variazione su un punto/tema/motivo ben delimitato, dove il lettore è chiamato a formulare, a fine lettura, una "sua" morale, precisa per quanto effimera.
  7. Renato Bruno

    «...il racconto è una forma nobilissima. Eppure...»

    Ho letto con gran piacere i commenti sopra riportati e sento di dovervi ringraziare per l'attenzione e il tempo che state dedicando all'argomento della "resistenza" alla forma racconto, una resistenza che purtroppo contagia pubblico ed editori. Però, un altro punto cardine della riflessione di Elisabetta Sgarbi riguarda la questione, mai sviscerata abbastanza, del difficilissimo rapporto tra Esordiente e Editore. Una relazione che secondo me concerne direttamente e indirettamente la relazione Esordiente e ambiti della scrittura. Di più, riguarda la stessa relazione che l'Autore ha, vive, intraprende con la propria scrittura. Spesso confinata (per non dire fossilizzata) in una forma unica, in un solo genere, nell'illusione che il romanzo racchiuda tutto, che in 350.000 battute via sia spazio per ridisegnare il mondo, evento che si ritiene impossibile nello spazio esiguo del racconto. A pensarci bene, però, il dono della parola scritta (talento o faticosa acquisizione) dovrebbe essere usato in molte forme e occasioni possibili: non sono per far circolare il nome dell'Autore nei diversi ambiti della scrittura ma anche per far sì che ogni forma narrativa stimoli e rafforzi l'altra, quella che sta dentro la forma mentis dello stesso scrivente. Certe rigidità mentali perniciose per la scrittura -che ogni editor sperimenta nel difficile dialogo con l'Autore- sono imputabili (ma il discorso è assai complesso, naturalmente) alle fissazioni di genere che chi scrive spesso esibisce con orgoglio. Non oso dire che alla pluralità dei generi letti corrisponda automaticamente una scrittura eterogenea, aperta e più ricca, però per me sarebbe molto difficile parlare io di una certa mia sensibilità musicale essendo io ascoltatore solo di sirtaki, per esempio. Questo per dire che sapersi nutrire da più fonti letterarie, da numerose fonti anche extra-letterarie, offre alla scrittura, al nostro pensiero, alla nostra grammatica creativa quella diversificazione di stile e di competenza tematica che ci permetterebbe come Autori di frequentare con sicurezza più modalità di scrittura, dalla poesia al giornalismo, dal racconto al saggio breve: una frequentazione che darebbe al nostro nome ancora sconosciuto la possibilità di incontrare qualche addetto CE più curioso degli altri. . Grazie di nuovo per l'ascolto e a tutti un cordiale saluto.
  8. Un sentito ringraziamento a Sergio Sozi per avermi concesso di pubblicare qui questa sua intervista del 2016 a Elisabetta Sgarbi, La nave di Teseo. Gli argomenti affrontati mi sono sembrati degni di considerazione e utili per un nostro sereno confronto/dibattito. Buona lettura. Sergio Sozi ELISABETTA SGARBI ED IO Una chicca domenicale per voi: il colloquio con Elisabetta Sgarbi che pubblicai quattro anni fa sulla rivista "Inchiostro"... "La nave di Teseo" era appena nata. Intervista a Elisabetta Sgarbi, di Sergio Sozi. Cineasta, scrittrice ed instancabile operatrice culturale – decenni passati in Bompiani come direttore editoriale – Elisabetta Sgarbi ha da poco inaugurato una seconda esistenza, scaturita circa un anno fa da una mossa aventiniana e creativa (anzi prometeicamente creativa): la fondazione, insieme ad Umberto Eco, Mario Andreose ed altri, della casa editrice indipendente La nave di Teseo. Sì, una seconda vita, la sua, oggi più autogestita che in passato, per quanto battagliera la ferrarese lo sia sempre stata, nell’operare scelte letterarie ed estetiche all’interno dello storico editore milanese. Un posto di lavoro d’oro che tuttavia, un bel pomeriggio, lei ed il gruppo dei suoi collaboratori hanno abbandonato – in aperta antitesi alla fusione mondazzoliana – subito riunendosi in casa Sgarbi per dare i natali al nuovo marchio. Che ha portato con sé le firme più prestigiose del catalogo Bompiani. Doppio schiaffo morale, dunque, questo, che dovrebbe far riflettere (e tremare) chi nella finanza ancora considerasse il personale di un editore alla stregua di un indifeso numero aziendale qualsiasi. Abbiamo incontrato Elisabetta Sgarbi a Lubiana nel novembre scorso, in margine ad un incontro pubblico tenutosi nell’àmbito della Fiera del Libro slovena, che nell’edizione 2016 aveva come ospite d’onore l’Italia. La chiacchierata ha lasciato ben poco spazio all’intervistatore: poche domande e risposte torrenziali. Sarebbe stata lesa maestà interrompere l’Arianna dell’editoria italiana. Sozi - Qualche Sua opinione, intuizione o idea a proposito del racconto breve, o novella che dir si voglia, per noi poveri italiani figli del Boccaccio... Sgarbi - Guardi, lei tocca un argomento che a me è molto caro, perché credo di avere sempre avuto un sacrosanto rispetto per la forma racconto, che considero nobilissima quanto quella romanzo. Essendo io anche regista posso fare un parallelo: il cinema sta in un buon cortometraggio o in un mediometraggio come negli altri formati; non è affatto vero che un corto è un corto, un medio è un medio, il resto invece è cinema. E pure un documentario non è che sia meno cinema di un lungometraggio di fantasia. Dunque bisogna stare molto attenti a creare delle classificazioni. Alla Bompiani – devo proprio parlarne perché lì ho dato il meglio di me stessa – io ho pubblicato moltissime raccolte di racconti, inclusa quella di un autore come Rick Moody, scrittore americano proprio noto per i suoi racconti, e le raccolte di altri ottimi autori quali Lorrie Moore e il nostro Pino Roveredo (che con quei racconti vinse, ex aequo con Scurati, il Campiello). Ho portato allo Strega i racconti di Sandro Veronesi (alludo alla raccolta Live). Dunque il racconto è una forma nobilissima. Eppure cosa accade? Per qualche strana magia – come sia passato questo messaggio io non so – si dice che il racconto non incontri il grande pubblico. Forse in giro è ancora diffusa l’idea un po’ grossolana che se compri un libro spendendo quindici sedici euro devi avere un romanzo e non dei racconti, che vengono considerati una forma di serie b. Ma no: credo che la forma racconto, se ben promossa, in Italia possa funzionare – e appunto ciò che avevo cercato di fare alla Bompiani era fidelizzare il lettore attraverso una serie di raccolte di racconti. Ed anche alla Nave di Teseo i racconti del grande scrittore Petros Markaris (il Camilleri greco) sono andati benissimo nelle vendite. Quindi credo che ci voglia una buona preparazione, ovvero un’educazione al piacere della lettura di questa tipologia letteraria: certo fatta non scolasticamente («E anche a scuola, perché no?» commento intanto sottovoce senza interromperla, N.d.R.), ovvero un’educazione realizzata attraverso la pubblicazione di buoni racconti che incontrino naturalmente, così come una donna piace o non piace, il gusto del lettore. Insomma bisogna non avere paura della forma racconto... mentre l’editore, che spesso segue i luoghi comuni, si ritrae e così crea per sé e per gli altri un’aura negativa intorno al racconto. Per concludere con la nuova casa editrice, ricorderei che stiamo per pubblicare proprio i racconti di Luca Doninelli. Dunque smentisco la voce per cui i racconti non hanno una facile pubblicazione in Italia. Sozi - O almeno presso la Nave di Teseo... fondata da un anno, dunque forse ancora una piccola nave. Sgarbi - Be’... con questi autori diciamo che è già una grandissima nave: Umberto Eco, Joël Dicker, Tahar Ben Jelloun, Sandro Veronesi... la stessa Elena Stancanelli ha avuto un successo strepitoso, con il romanzo La femmina nuda, che è andato in finale al Premio Strega. Era il primo titolo che avevamo pubblicato alla Nave. Quella è stata una cosa straordinaria. Sozi - A proposito di cose nuove: a un povero aspirante esordiente che volesse fare di lavoro lo scrittore – ovvero desiderasse scrivere per case editrici che paghino gli autori, non che li facciano pagare – Lei che idee suggerirebbe? Sgarbi - Diceva Eco che anche lo scrittore esordiente dovrebbe in qualche modo far sì che le proprie opere, sebbene non pubblicate immediatamente, abbiano una loro circolazione, affinché arrivi all’orecchio dell’editore la segnalazione dei nomi di quegli autori che ancora non hanno il bene di essere pubblicati, ma che magari si sono segnalati anche attraverso altre forme di scrittura e allora suscitano una curiosità nell’editore. Ci sono dei bravi giornalisti che a un certo punto vengono letti da un editore che se ne invaghisce e chiede loro se, oltre alla forma dell’articolo giornalistico, abbiano disponibili altre forme di narrazione. Cioè, più che farsi rifiutare dall’editore bisogna cercare di farsi accettare. Come, è una strada in salita perché l’editore si trova, dovunque esso vada, immerso nelle proposte editoriali, soprattutto oggi che tutti scrivono perché le modalità di comunicazione sono anche di più attraverso la scrittura. Per l’editore orientarsi è molto difficile. Quindi se l’autore acquisisce altri crediti che siano attraverso un impegno sempre nella scrittura ma anche in altre forme – magari, poniamo, un bel reportage – e si costruisce a poco a poco un suo curriculum, prima della pubblicazione della sua opera di carattere narrativo, è possibile che gli si aprano di più le strade. Sozi - Ma poniamo invece che una persona (che so, uno come lo fu Gadda o Bontempelli settant’anni fa) volesse fare lo scrittore, non il giornalista... Sgarbi - Io prima avevo parlato di giornalista perché Moravia diceva «Io scrivo sui giornali non per i giornali». Non capisco questa distinzione: non è che apparire sul giornale abbassi il livello... e poi, ecco, uno deve partire dal basso, cioè io parto sempre dal basso – potrei anche dire di avere tante esperienze, eppure riparto sempre da zero. Non credo ci si infanghi a scrivere sui giornali. Ho fatto questa citazione a voler significare che ci sono vari modi di arrivare all’editore, perché se uno riesce a far circolare il suo nome per aver fatto altre cose al di là di quella (narrativa) che vorrebbe pubblicare è più facile che l’editore se ne accorga. A parte questa via, ci sono delle figure esterne alla casa editrice – io conosco per esempio una bravissima editor che oggi si è messa in proprio, un po’ come un’agente e che si chiama Benedetta Centovalli, la quale fa delle vere e proprie scoperte. Una scelta professionale molto coraggiosa la sua: Benedetta si sceglie degli autori che con curiosità lei trova (oppure si sa che fa questo lavoro dunque le mandano a casa delle opere in lettura) e li segnala agli editori; è chiaro che se Benedetta Centovalli, che riceve una valanga di testi, fa una sua selezione, va da un editore e gli dice: io ho letto questo, questo e quest’altro che mi sembrano adatti alla tua linea, l’editore poi ci sta un po’ più attento. Come lei esiste altra gente che lavora in modo simile. Sozi - La Centovalli... non proprio un nome ignoto all’ambiente. E nella fattispecie citerei l’aristocratico Giulio Mozzi con il suo storico blog Vibrisse – altro nome utile per chi scriva con intenti seriamente professionali. Be’ mi sembra che a questo punto ci sia poc’altro da dire. Sgarbi - Eh... abbiamo detto che il racconto è una forma nobilissima... per cui... Entrambi - Eh già... (sorridiamo con bonaria ironia). Sgarbi - Intitoliamolo L’elogio del racconto, il pezzo. Sozi - Perché no. Ogni popolo secondo me ha le sue forme espressive peculiari. Ed è peculiare dell’italiano la novella, o l’endecasillabo. Perché fanno parte della nostra mentalità: noi ragioniamo in endecasillabi. Sgarbi - È vero... Sozi - O anche in novelle e in racconti brevi. Ma non abbiamo il romanzo. Perché, dunque, bisogna a tutti i costi trovare il romanzo da pubblicare?... questo mi chiedevo... Sgarbi - Sì, sì: io andrei avanti col racconto... quando è bello. (Sergio Sozi, "Inchiostro" 2016) P.S. Nelle mie ormai tra-passate Fiere di Francoforte ho avuto l'occasione di parlare due volte con Elisabetta Sgarbi, donna di rara competenza manageriale e di fine sensibilità letteraria...mah, nel bene come nel male, personalissima opinione, pienamente inserita , ad alto livello, nel sistema editoriale italiano "tradizionale". Non "editore puro" -sempre col rosso in banca- ma editrice di mercato, nel senso più nobile del termine, inteso come difficile equilibrio tra funzione culturale e pareggio di bilancio.
  9. Renato Bruno

    Ma le agenzie sono davvero utili?

    Carissimo @Luciano91, concordo: anch'io sono rimasto positivamente sorpreso dall'ottima riflessione del nostro amico @Cheguevara -che non solo ringrazio ma a cui attribuisco pubblicamente cinque punti stima di qualità. L'argomento è troppo vasto e se non lo delimitiamo rischiamo di ripetere sempre le stesse cose. Una volta prefigurata una seppur parziale/imparziale differenza tra aspiranti scrittori e scrittori (definire i primi "fetecchie" mi pare una mancanza di rispetto, soprattutto per me che credo profondamente nel potere terapeutico della parola scritta, di qualsiasi livello e di qualsiasi qualità), resta da capire come mai anche i più bravi, quelli che non sognano, i più competenti tra di noi trovino lo stesso enormi difficoltà all'ascolto presso le CE. Passati al setaccio tutti gli esordienti aspiranti al Nobel (umana e legittima aspirazione, per quanto più prossima all'utopia che alla realtà), che cosa impedisce ai pochi che restano la meritata accoglienza presso le CE? Non vorrei essere blasfemo e irritante (più del solito!) ma mi piace qui tra amici meritevoli di attenzione introdurre -per ampliare la discussione- il concetto di responsabilità dello scrittore. Chi scrive ha delle precise responsabilità letterarie, culturali, sociali, non morali ma etiche. Questa consapevolezza fa la differenza tra chi scrive per vanità, per la gloria, per legittime e umane e narcisistiche esigenze e gli altri non "fetecchie": la responsabilità del ruolo che si svolge, la responsabilità/consapevolezza del cuore epico/poetico/letterario/etico della propria argomentazione narrativa; la responsabilità della lealtà verso sé stessi e i lettori, la responsabilità del patto di fiducia (e di non tradimento di essa) che tramite il testo il lettore stabilisce con l'Autore. La responsabilità grande e impegnativa (cioè faticosa) di scrivere per una nobile finalità: portare alla luce il non detto, il nascosto, l'incomprensibile che rende comprensibile ciò che solo in apparenza è inumano. Oppure, al contrario, svelare tutto l'umano che sta dentro la tragedia del disumano. Insomma, seguendo percorsi personalissimi e non confrontabili, seguendo il profumo di esperienze personali uniche, seguendo una sensibilità soggettiva che fotografa scavando e che scava fotografando, seguendo l'impulso di competenze intrecciate a emozioni mai ovvie, seguendo l'istinto che umanizza il talento; essendo sé stessi in funzione della comunicazione agli altri, leggendo le opere del passato per meglio prefigurare l'epoca futura, l'uomo che verrà... si arriva a questa responsabilità che non è solo dialettica e propulsiva fedeltà a sé stessi, al proprio Verbo, ma è anche sincera nudità di sé e coscienza di sé offerta all'occhio sincero del lettore. Forse, per piacere alle CE non basta scrivere bene e correttamente, ma occorre inventarsi una lingua narrativa che sappia educare facendo innamorare. E qui per "educare" si intende descrizione non lineare, parola che apre inaspettatamente, frase che amplia le conoscenze, paragrafo contro gli stereotipi di un certo narrare, di una certa mentalità, di una certa morale; capitolo che inquadra e mette alla berlina il potere, qualsiasi potere, dello Stato sul Cittadino, dell'uomo sull'Uomo della uomo sulla Donna, di tutti verso la Natura, dell'avere sull'Essere. Scrivere dovrebbe essere, anche essere, saggiare, lambire, far intravedere i confini umanissimi dell'Utopia. In definitiva, è una manifesta responsabilità che potrebbe (uso il condizionale volutamente perché poco mi fido degli umani che maneggiano soldi, ma questo è un mio difetto) potrebbe allargare le maglie del setaccio che le CE usano per la ricezione, la lettura e l'approvazione delle opere degli esordienti. A tutti un mio cordialissimo saluto.
  10. Renato Bruno

    Ma le agenzie sono davvero utili?

    Giusta osservazione, però, lasciami dire, non è che ai tempi degli scrittori da te citati i rispettivi editori avessero tutti calibri da 90 in attesa di essere pubblicati. Quando abbiamo letto Il nome della rosa sugli scaffali delle librerie non c'erano mica tutti premi Nobel. Credo che negli ultimi decenni sia cambiato la modalità di reclutamento degli autori da parte delle CE. E questo è anche frutto del cambiamento dei tempi. Non solo non si scrive più come prima, non solo siamo oggi in tanti a scrivere per essere pubblicati pur, nonostante, anche se la preparazione culturale di ognuno di noi scende col passare degli anni, non solo... ma gli stessi editori hanno cambiato pelle e continuano a fare la muta. E quando da piccola impresa passi a holding è inevitabile che anche i criteri di selezione mutino non sempre in base alla tradizione cultural-editoriale precedente e consolidata. Vero, siamo in tanti a scrivere ma è anche vero che rispetto al passato oggi il numero delle CE è "spaventoso". E ci sono dilettanti di qua e dilettanti di là, sia sul fronte degli autori sia su quello degli editori. Senza poi tener conto del fatto che lo stesso manufatto libro cartaceo ha progressivamente perso prestigio in abito culturale e sociale. Credo che ogni epoca abbia avuto e avrà i suoi bravi e sempre troppo numerosi dilettanti. In tutti i campi dell'arte oggi è così: minor competenza, eccesso di produzione e divario crescente tra prodotto di massa e prodotti per una élite che... non esiste più. E nell'élite scomparsa c'erano anche gli editori, e gli agenti e gli uomini di cultura professionisti fino all'altro ieri e oggi manager di un'altra idea di cultura. No, no credo che la "prevenzione" attuale delle CE verso gli esordienti sia dovuta solo al dilettantismo di quest'ultimi. Ci dev'essere dell'altro, sia nel sistema sia nei singoli anelli della catena su cui....spremerci le meningi.
  11. Renato Bruno

    Ma le agenzie sono davvero utili?

    Gentilissima @Caty, permettimi una legittima curiosità: 30 o 40 o 50 anni fa com'era il sistema? L'attenzione verso gli esordienti, voglio dire, ha mai conosciuto una sua "epoca d'oro"? I meccanismi leciti o perversi che tu hai correttamente fotografato sono prodotto autoctono del mercato editoriale odierno o nella contemporaneità la frattura tra mercato Vs cultura è stata una costante del lavoro intellettuale? Qual era la radiografia della cultura editoriale italiana quando Erich Linder formava la sua famosa scuderia di autori da proporre alle CE del post guerra italiano? Che mercato c'era in Italia quando i manoscritti vergati a penna e poi a macchina si consegnavano a mano ai direttori editoriali? Non te le chiedo conoscendo in parte la risposta: non lo so. Ma sono interessato a capire qual è stata l'evoluzione/involuzione del rapporto scrittura/pubblicazione. Come stavano le cose quando i lettori erano una élite e l'editoria italiana aveva la pretesa di fare e spesso faceva effettivamente "cultura"? Perché ho l'impressione che l'impietosa radiografia del sistema editoriale attuale -così chiuso agli esordienti (bravi o inetti che siano) - da noi così bersagliata e giustamente mal trattata, tenda ad assolverci, a dare colpe per alleviare le nostre, a trovare begli altri nemici, a stigmatizzare mentalità e pratiche mercantili in opposizione a una nostra presunta purezza e innocenza di intenti e di scrittura. Come se da una parte esistesse la nostra narrativa "home made", casareccia, genuina, sempre originale, vera linfa per il rinnovamento della letteratura presente e a venire, e dall'altra il Moloch del mercato moderno con meccanismi e regole che prescindono a priori dalla qualità della scrittura e dalle competenze narrative ed anche extra narrative degli Autori. Non vorrei che si arrivasse a una sorte di complottismo editoriale attuale, anti-esordiente per principio. Non so, mi pongo dei quesiti, e non per giustificare il mercantilismo odierno imperante, bensì per cercare di capire meglio quale consapevolezza e quale coscienza abbia oggi di sé stesso e del mondo in cui vive ( e nel quale egli produce testi) il nostro bistrattato, mal trattato e ignorato esordiente (e di come questo suo sapere cosciente influenzi la qualità di ciò che egli scrive). Insomma, in un'epoca dove - a parer mio- nella mente degli Autori, come nel business degli editori, la scrittura è essenzialmente intrattenimento (e non più fucina di ricerche e di linguaggi innovativi -benché poi sia proprio questo che certi illuminati editori cercano) è doveroso porsi domande, nuove domande, sulla funzione e ruolo degli autori (registi o solo pedine del gioco?), sul ruolo e funzione della scrittura (conformistica o innovativa?), sul ruolo e funzione dei lettori (entità passive o attive per le scelte degli editori?). La narrativa non è isola a sé stante rispetto all'evoluzione/involuzione dei tempi sociali che viviamo e la Cultura, alta o bassa che sia, necessariamente, e in ogni sua forma scritta, a ben vedere registra e mostra la complessità evolutiva o involutiva del presente e del futuro che ci attende. Immersi come siamo nella contemporaneità, pretendiamo una fedeltà a noi stessi -e alla nostra scrittura- che fa a cazzotti con il tutto che cambia e si trasforma intorno a noi, salvo poi rimproverare agli altri (CE o lettori che siano) la loco eccessiva fedeltà a sé stessi e ai loro per noi improduttivi schemi di lavoro e di scelta. Ma in quale epoca l'esordiente è stato corteggiato da agenti da editori dal pubblico? E oggi che è venuta meno la funzione di educatore culturale dell'editore -che faceva scelte controcorrente e coraggiose- che rapporto ha il lettore con il libro ...e da qui la precisione o la sciatteria di certe scritture che forgiano lo stile di molti esordienti? Come sempre, anche se serve a poco, vorrei conoscere le eventuali responsabilità degli esordienti in questo sistema (che li osteggia) ma non per assolvere le madornali e insopportabili chiusure degli editori nei confronti dei primi, bensì per arrivare a comprendere (?) se dopo mille rifiuti ha ancora senso leccare i piedi al nemico editore per entrare a far parte della sua bella scuderia, senza vendergli l'anima. Un carissimo saluto.
  12. Renato Bruno

    Le case editrici pagano le royalties?

    Rettifica: Gli scrittori italiani in generale sono maltrattati o ignorati dalle CE. Da qui la loro eterna e sempre insoddisfacente migrazione tra un marchio e l'altro. Per questa volta sono d'accordo con te (ma solo in questa occasione). Un saluto.
  13. Renato Bruno

    @Ton carissimo, non è il caso qui di riaprire l'antica e a(ffa)nnosa discussione tra metrica antica e versificazione moderna, tra versi regolari e versi liberi, però mi preme dirti che anche nella più totale libertà creativa tu un tuo modo di scrivere con regolarità i versi devi pur trovarlo. Non voglio imporre la "mia " regola, ma solo farti riflettere sulla tua necessità di capire che tipo di operazione stia facendo sulla lingua italiana quando tiri in ballo la poesia. Che un suo codice deve pur averlo, e poco importa se vecchio o nuovo, purché codice (cioè rispetto di certe regole) sia. Ora, lasciamo stare la tradizione metrica italiana (dove un settenario ha una funzione diversa dall'endecasillabo, per esempio) e concentriamoci sulla "gramnmaticosità" del tuo componimento. Diciamo che io e te concordiamo sul fatto che la lingua poetica tende a discostarsi dalla lingua parlata, dalla prosa, dalla comunicazione verbale diretta. Ei fu non è Egli è morto. Pare identico come significato ma il fatto che sia stato espresso in modo così conciso e "retorico" aggiunge qualcosa in più. Più sfumato di "è morto", più imperioso, più lapidario. Ei fu è un colpo di grancassa "suonato" utilizzando solo la sonorità dei fonemi "ei" e "fu". Cioè economia lessicale al servizio di un'idea. Nel tuo componimento, invece, nel tuo schema grammaticale ripetuto = Soggetto + verbo + complemento nessuna sonorità fonetica amplifica il concetto espresso. Volevi dire: Mi inchiodavi i piedi//e pretendevi che mi alzassi... e ti sei limitato ad esprimere il concetto solo dal punto di vista lessicale-concettuale. Già se scrivessimo: I piedi m'inchiodavi e d'alzarmi m'imponevi... noi avremmo avuto una sonorità diversa, quasi più marziale, più diretta, rafforzata dall'assonanza -ave/-evi, dalla ripetizione "m'in-/-rmi/m'im (3 insistenze su "mi"), e in più togliendo il tuo anaforico "Mi" avremmo anche sfumato di più l'azione, rendendo quel "mi" un implicito "tu"= soggetto agente più universale. Insomma, anche senza rifare la poesia per armonizzarla dal punto di vista metrico (Mi stringevi le mani = 7 sillabe, e dovevo pregarti = 7 sillabe) voglio farti riflettere sulla necessità di utilizzare al massimo gli aspetti più propriamente fonetici della lingua italiana. Non dico che devi far sentire i chiodi che penetrano la carne ma quasi... E scegli tu come economizzare la lingua per renderla più efficace, più "penetrante", più sonoramente suggestiva. La poesia è destrutturizzazione della lingua normale, è manipolazione, è rifacimento, è uso di figure retoriche per arricchire di suggestioni/emozioni/concetti/simboli un messaggio. Le porzioni fonetiche ripetute e modulate sono fondamentali perché assicurano al testo una coesione interna che impedisce al significato di disperdersi. Octavio Paz, poeta che io adoro, ha dedicato una poesia perfetta a Ustica, a questo nostro assolato scoglio di lava sputato nel mare. Bene, tutto il componimento si basa sulle numerose porzioni fonetiche che ribadiscono e variano il concetto di ar-su-ra, des-erto, se-te, se-cco, so-le, cioè un uso massiccio si consonanti e nessi consonantici che amplificano l'immagine di solitudine e di aridità: Il susseguirsi dei soli d'estate, la successione del sole e le sue estati, tutti i soli, il solo, il sole di soli, divenuti ormai osso caparbio e lionato, nubi tempestose di materia raffreddata. Non pretendo da te nulla di simile ma voglio da te la consapevolezza -almeno teorica- della inscindibilità del concetto dal suono [Ascolta e riascolta La pioggia nel pineto di D'Annunzio] per assicurare ai versi suggestione, respiro, aria e luce, dinamicità. Quindi: Le mani mi stringevi e a pregarti m'obbligavi i tendini mi contavi che dispari erano I fianchi mi laceravi e pur gemendo io nel ventre mio il tuo seme accoglievo Per esempio, ma non soffermarti troppo sulla mia didattica manipolazione. È solo per dirti che molti e differenti esiti tu puoi sperimentare se al concetto da esprimere abbini una forma verbale plasmata per l'occorrenza, una lingua ritmicamente e sonoramente forgiata. In questo caso poi il dialogo TU/IO ancor meglio lo esprimi ricorrendo al chiasmo, una figura retorica dove gli elementi si incrociano invertendosi e amplificando il contrasto o l'unione TU/IO, IO/TU. Poi, carissimo, lo sai, c'è da studiare. Non puoi andare su e giù con il deltaplano se non conosci i venti e da dove e come e quando spirano. Comincia con il famoso e sempre caro Angelo Marchese, Dizionario di retorica e di stilistica, Oscar Studio Mondadori. Per altre letture importanti sai dove trovarmi. Buon pomeriggio e grazie ancora per l'opportunità che mi hai concesso di ripassare io per dire a te (figura retorica!) Ciao.
  14. Renato Bruno

    Gentilissimo @Ton, permettimi una provocazione. Mettiamo i tuoi versi in orizzontale: Mi inchiodavi i piedi e pretendevi che mi alzassi. Mi stringevi le mani e mi obbligavi a pregarti. Mi contavi i tendini ed erano sempre dispari. Mi laceravi i fianchi e io gemevo nonostante. Mi soffiavi nel ventre ed è capitato che mi ingravidassi. Porto ancora davanti agli occhi I tuoi occhi rinnovati e mi alzo prego disfo i tendini e il tuo eco mi soffia tra le ciglia quando capita che lacrimo. E il tuo soffio adesso è il mio. Che cosa cambia rispetto all'allineamento verticale? Secondo me, ma io non sono nessuno, se l'andamento verticale è identico a quello orizzontale, cioè nel secondo si esprime esattamente ciò che viene detto nel primo, qualcosa non mi torna. Se in orizzontale i versi hanno lo stesso respiro che in verticale sono ancora "versi"? Non lo so, te lo chiedo. Che cos'è che differenzia la versificazione verticale dalla stessa ma orizzontale? Devi esserci una differenza: sì, no? E se c'è in che cosa consiste? Dove la si riscontra. Fine della provocazione. Un caro saluto.
  15. Renato Bruno

    Brano corretto?

    Gentile @Brutus, come già detto più volte ci sono serie e fondate ragioni che impediscono all'Autore una revisione valida del proprio testo. Perché l'ha scritto lui e quindi tenderà a rileggerlo più o meno come lo ha concepito in prima battuta. Le due righe da te riportate sono un buon esempio di questa comune difficoltà. Il mio consiglio è sempre lo stesso: leggi il brano ad alta voce, declamalo. Se la voce ti esce fluida e chiara allora hai scritto bene, altrimenti, se la voce s'inceppa e senti che il ritmo non funziona, allora è il caso di concepire in altro modo la forma del periodo/brano/paragrafo. Ti sottolineo i punti che rendono macchinosa la lettura: «La cosa sarebbe finita male, prima o poi, così, pensò suo padre, quello che non era riuscito alla famiglia sarebbe certamente riuscito allo Stato. Spedì suo figlio nell’esercito. Sarebbe tornato sano o non sarebbe tornato affatto. Ormai a lui non importava quale delle due possibilità si fosse verificata, purché in casa tornasse la pace.» Quattro "sarebbe" in due righe sono troppi, idem per le ripetizioni annesse "riuscito-tornato" Alla famiglia e A lui mi suonano male.. Le possibilità..hai detto già prima che sono due, non occorre ripetere che sono "due". Io mi permetterei, stravolgendo la tua sintassi (cioè con un editing volutamente invasivo), di rendere il brano più semplice e naturale, anche dal punto di vista del ritmo narrativo . Tipo: «La cosa, prima o poi, sarebbe finita male: lo Stato avrebbe avuto buon esito proprio là dove la famiglia aveva fallito - questo il pensiero dell'uomo, che alla fine decise di spedire il figlio nell'esercito. Ne sarebbe tornato sano o non lo avrebbe più rivisto. Ma che importava? Fondamentale per lui che in casa tornasse presto la pace.» Un'ultima annotazione: in ogni periodo deve esserci un punto (stress) dove la voce e l'attenzione convergono. La scrittura non ha un andamento lineare piatto, bensì prosegue con picchi o cadute di accento (fonico, lessicale, semantico) e generalmente ciò che più conta di una frase, il punto dove la voce si alza per dare enfasi, si colloca all'inizio o alla fine della frase, non in mezzo. Grazie per l'attenzione. Un cordiale saluto.
×