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Renato Bruno

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Su Renato Bruno

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    Maschio
  • Provenienza
    Anguillara Sabazia (RM)
  • Interessi
    Editoria, fotografia, musica,arte, saggistica, poesia, Natura.

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  1. Gentilissima, in genere l'Editor che ha esperienza (soprattutto umana) ha una sua estesa sensibilità e preparazione culturale che gli consente di affrontare quasi tutti i testi da revisionare. Mah... è ovvio che resta coinvolto maggiormente, professionalmente ed emotivamente, da quei testi dove può riconoscere una parte del suo background formativo, della sua visione etica, della sua idea del mondo. Ti faccio un esempio recente. Ho appena finito di correggere e rivedere un testo esperienza diretta incentrato sul quartiere romano di Tor Bella Monaca (che io non conosco!) Ciò che mi ha colpito di questo inedito non è stato tanto il suo lacunoso aspetto formale (era più un quadernetto di appunti personali che un quadro/affresco convincente del quartiere degradato dell'Urbe), bensì lo sguardo, lo slancio, il punto di vista dell'Autrice, persino una sua certa ingenuità interpretativa dei fenomeni sociali dentro il quartiere. Capita poche volte di abbracciare totalmente il punto di vista dell'Autore, ma in questo caso proprio i gravi difetti della sua scrittura mi hanno portato a una riscrittura del testo in grado di enfatizzare non la visione oggettiva del degrado ma il desiderio dell'Autrice di capire come sia potuto accadere, perché è accaduto e perché certe dinamiche sociali e politiche sono destinate a ripersi in altri nuovi quartieri romani oltre il G.R.A. se certi parametri e finalità architettoniche non mutano radicalmente. Ma anche qui, cara amica, è misteriosa la molla che scatta. E ti posso garantire che certe molle di empatia e solidarietà tra Autore/Editor scattano solo quando gli animi sono predisposti all'ascolto. Quando la scrittura, per vie altrettanto misteriose, non ti tira fuori ma ti insegna un altro e più ricco modo di guardare il mondo.
  2. Gentile @Bambola, mi verrebbe da dire che esistono tante legittime operazione di editing per quanti editor esistono. Migliaia. Decina di migliaia.Già solo riflettere sulla definizione di editing buono o cattivo ci porterebbe a scazzottare qui e anche altrove. Ci sono testi inediti che necessitano di sostanziose cure vitaminiche, proteiche ed energetiche e a pubblicazione avvenuta mai tu sarai in grado di avere una pur pallida idea delle debolezze proprie del testo arrivato all'editor. Scrivere e riscrivere insieme all'Autore, a volte creare insieme un capitolo che manca è operazione lecita e doverosa, così com'è altrettanto necessario barrare interi righe e periodi quando si concorda che trattasi di sbrodolamento (inutile). Capire il testo poi è dato che, qualche volta, diviene familiare a fine seconda revisione, dopo che si è pulito sgrossato limato tranciato, spostato integrato riscritto. Se ogni volta si dovesse spiegare all'Autore il perché e il per come della tal correzione apportata la revisione durerebbe semestri o anni. A costo invariato? Ogni editor ha avuto e ha la fortuna di collaborare con Autori svegli, che una volta capito il meccanismo della correzione o di certi aspetti tecnici da mettere a punto per migliorare la forma non necessitano di strumenti (questo vale all'inizio e per la prima collaborazione) per tirare fuori ma di lunghe chiacchierate di sostegno psicologico per tirar dentro la scrittura, per interiorizzarla, per comunicare nascondendo l'intenzione di volerlo fare. L'incontro Autore/Editor è costituito da circostanze possibilità fatti che amplificano la collaborazione ma non tutto è spiegabile, non tutto è riducibile, non tutto è programmabile. Come nella vita. Beccare l'editor che all'autore calza a pennello è spesso puro "culo" ed è altrettanto un colpo di fortuna per l'editor incappare nell'autore che lo porta a rivedere e migliorare tutta la sua pazienza e tutta la sua propedeutica. Da ciò, la necessità di evitare le generalizzazioni. Dietro ogni Autore/Editor ci siamo noi con i nostri pochi pregi e con i nostri mille difetti umani. Senza una profonda e reciproca fiducia nei nostri mezzi e nelle nostre qualità ogni editing è destinato all'antico e solito fracassamento.
  3. Non so che fare: lascio la bomba e scappo da vigliacco o metto la cintura con l'esplosivo e scoppio pure io, così mi guadagno l'Eden dell'editor perfetto, circondato da Ginevra Bompiani, Elisabetta Sgarbi, Benedetta Centovalli e tutte le altre mature e responsabile "first ladies" della Divina Redazione? Ma quanta melmosa, appiccicosa, mielosa ipocrisia c'è in giro! A tonnellate. Mettiamola così: quando esco con la moto ho bisogno di alcune fondamentali e perenne certezze. Ho bisogno di sapere che esiste il Nord, il Sud l'Est e l'Ovest; che l'Aurelia mi porta a Grosseto, che con la Salaria arrivo a Rieti, che se imbocco la Flaminia giungo a Spoleto e che la A1 mi porta a Napoli. Poi, lungo il percorso stabilito ho tutto il diritto di rivendicare la mia libertà, di sovvertire il tracciato iniziale, di svicolare, di deviare, di imbrattare le pietre miliari, di tornare indietro, di maledire l'autovelox e di fermarmi a Narni a pescare le trote. Ma lo devo fare con onesta e sincerità, senza prendermi in giro, conoscendo bene i limiti e i pregi del mio andare e del mio mezzo meccanico (lo scooter non è la moto da cross! Così come la raccolta dei foglietti dei baci perugina non fa di me un poeta). Basta, non se ne può più di leggere e sentire, indotti scovati interpellati ascoltati dai mass media, gli epigoni e i drogati dello sport editoriale nazionale per eccellenza: lo scaricabarile. Mai nessuno che con sincerità dicesse sì è vero negli ultimi vent'anni abbiamo pubblicato schifezze, siamo noi i responsabili dello sfacelo della lingua italiana, noi che insieme alla scuola primaria secondaria e universitaria abbiamo contribuito al grave impoverimento linguistico degli italiani. Mai un pentito della mafiosa distribuzione carto-edicola-libraria che ammetta pubblicamente di non far arrivare i libri della serie Grandi Autori tradotti da scrittori italiani (una splendida iniziativa del Corriere della Sera) nelle edicole di paese perché tanto laggiù nessuno legge; mai un critico recensore giornalista che dica a me i romanzi della Gambasottosopra fanno schifo; mai un editore che abbia il coraggio di affermare che quelli della sua redazione non conoscono l'arte del saper comunicare con gli Autori, di redigere una scheda di valutazione utile alla crescita e maturazione dello scrittore in erba; mai editori che denunciano (al presente) il loro venir meno, il loro tradire, il loro fregarsene del ruolo culturale che dovrebbero rivestire in una nazione dove l'ignoranza di massa sta fagocitando l'idea stessa di Cultura. Mai Autori disposti a imparare a collaborare a mettersi in discussione a riconsiderare la povertà e la superficialità dello stile adottato, perché refrattari all'idea ovvia e antica che lo stile la forma l'aspetto della scrittura non solo si evolve nel tempo -opera dopo opera- ma si arricchisce proprio grazie al confronto diretto e critico e burrascoso con l'editor consapevole del suo essere maestro in qualcosa (e non un compagno di bisbocce). E, in fine, mai Editor con il coraggio di confrontarsi apertamente con l'Autore, a voce o per iscritto, con i pregiudizi, gli stereotipi, le mode, le manie, i sentimentalismi, le visioni diseducative, le pagine superflue che vanno prima corrette e poi eliminate col consenso dell'Autore, le preposizioni sbagliate, le frasette da libro Cuore, o peggio quelle da Segreti di Canale5 - e assai poco mi consola se hanno avuto successo in testi già pubblicati. Ma forse quello che più mi disturba è l'ipocrisia l'arroganza la strafottenza del selfmademan, dell'autore/editore/redattore/giornalista/critico ed Editor etc. che non ha bisogno degli altri, che si illude di saper scrivere e di saper raccontare/correggere/pubblicare/recensire per virtù dello spirito santo, che non offende mai nessuno, che non giudica, che non classifica, che non rivendica nessun Nord-Est o Sud-Ovest da indicare come rotta da seguire per non smarrirsi, per mantenere salda la barra della lingua e della cultura che essa rappresenta e nutre. Che non la mette sul tanto è solo questione di gusti, ognuno legge ciò che gli pare, tutti scrivono come vogliono, ogni lettore legge a modo suo, per smentire questo conformismo imperante che nega il dialogo, il confronto critico, l'uscire cambiati dal confronto, il cambiamento di opinione e di visione etica, il sottrarre il testo e il sottrarsi dal consumismo linguistico che appiattisce, omogenizza, inaridisce l'animo. Senza una precisa dichiarazione di responsabilità verso gli altri e verso sé stessi l'Editoria e il suo mondo sono solo una debole costola del'attuale consumismo culturale e non una fucina dove- retoricamente parlando- si forgiano le opere desinate a essere riconosciute dalle future generazioni come "i classici".
  4. Eppure, carissimo amico, non sai quanta rabbia mi fanno i nostri amici lettori che nelle più delicate circostanze della vita tirano fuori il peggio di sé, proprio come se non avessero mai letto un libro, come se dalla lettura non avessero appreso come ingentilire l'animo e tenere a bada la bestia che spesso li governa. Diciamocelo, senza peli sulla lingua, qui chi legge seriamente appartiene a una minoranza e dentro questa minoranza quelli che hanno saputo e sanno dare respiro umano alle parole lette, quelli che hanno le letture circolanti nel sangue, quelli che sollevano lo sguardo dalla pagina per godersi il tramonto e poi tornano a leggere trasmettendo alle pagine una nuova tonalità...quelli ancora capaci di sognare ad occhi aperti un mondo migliore, inconcepibile senza le previe e giuste letture... sono e saranno degli sparuti e illusi cavalieri dello spirito, tecnologicamente avanzati ma linguisticamente fermi all'età della parola che edifica costruisce, allarga gli orizzonti della coscienza e della consapevolezza. Di sé, degli altri, del tempo buio che ci attende. E ti chiedo scusa per questo mio retorico e impulsivo sfogo serale. Un abbraccio.
  5. Ti capisco, faccio come te, però ricordiamoci che nell'arco della nostra (breve) vita nemmeno la biblioteca di Umberto Eco ha ridotto di un millimetro l'infinita ignoranza che ora ci circonda. E poi considera sempre che per noi lettori "perversi" alla fin fine uno e uno solo è e sarà il libro da barattare al cospetto di Caronte, carissimo ns interstellare nocchiere. Buona giornata.
  6. GLI EQUIVOCI DELL’EDITORIA. A grande richiesta, direttamente dall’ultima propagine europea dell’Oriente, il mio testo completo sull’editoria (pubblicato parzialmente da ‘il Foglio” di sabato 27): I miei lunghi anni di lavoro nel mondo dei libri (molti, più prosaicamente, qualcuno direbbe: nell’industria editoriale) sono stati costellati, sin dall’inizio, da equivoci. Ritengo che il primo, da parte di una famosa casa editrice, fu di aver pensato, nel momento in cui crollavano i muri, che fosse necessario avere un redattore che si “intendeva di cose dell’Est”. Dopo pochi mesi, dalla mia assunzione, ci si rese conto che, all’Est, non esistevano affatto centinaia di capolavori, bloccati dalla Censura, chiusi nei cassetti. Le cose migliori, e più proibite, da anni circolavano liberamente, e a volte con successo, in Occidente. Così, fui rapidamente passato a fare il redattore, senza che avessi la minima idea del mestiere. Me lo insegnarono, affumicandomi con le loro decine di sigarette, Sandro (il direttore editoriale) e la più prestigiosa e temuta “redattrice esterna”: Grazia Cherchi. Ambedue dovettero però constatare che non ero abbastanza cattivo con gli autori. Dopo un certo periodo di questa “scuola” fui quindi indotto a pensare che essere una carogna pignola volesse dire esser bravo redattore. E seriamente considerai l’ipotesi di cambiar mestiere. Ma c’era un’altra figura “esterna” che mi interessava. Il giovedì, nel primo pomeriggio, passava davanti alla mia stanzetta un’anziana signora claudicante che andava a rinchiudersi nel salone in fondo al corridoio. Anche lei fumava come un turco e, quando apriva la porta, uscivano nubi biancastre come se là dentro si bruciassero delle carte. In effetti, in quello stanzone, venivano ammucchiate le decine di dattiloscritti che arrivavano quotidianamente in Casa Editrice. E molti sospettavano che, periodicamente, venissero là organizzati degli accidentali, quanto provvidenziali, roghi. Siccome (ero agli inizi!) uscivo tra gli ultimi, lei mi lasciava un foglietto per il Direttore dove scriveva i giudizi su una ventina di inediti che aveva letto. La cosa mi incuriosiva assai. Così, una volta, approfittando del fatto che era venuta a chiedermi se per caso avessi una sigaretta, le domandai sfacciatamente quale fosse il suo “metodo” e se davvero leggesse tutti quegli scritti in un pomeriggio. La risposta fu affermativa, ma subito corretta dal disvelamento di un segreto: la signora leggeva le prime due pagine e le ultime due del dattiloscritto e poi operava una sorta di carotaggio su un altro paio di punti scelti a caso. Secondo lei era un sistema scientifico: nessun libro che faccia schifo nell’attacco e nella conclusione, e in qualche pagina aperta a caso, meriterebbe di essere pubblicato. Replicai, un po’ sorpreso, che Guerra e pace, ad esempio, al di là della mole, non sarebeb stato valutato il capolavoro, che in effetti è, se un redattore russo di allora avesse considerato l’inizio (in francese!), l’ultima pagina non proprio brillante e, nel mezzo, fosse capitato nella lunga descrizione di una battaglia (magari quella dal punto di vista di un cavallo…). Mi gelò con un sorriso amaro e disse che facevo troppo il saputello e sarebbe stato meglio lavorassi all’Università… Ovviamente ho poi applicato il suo “metodo” e posso, con una certa esperienza, affermare che funziona bene, perfino con il libri di saggistica. Per i libri per bambini e ragazzi è addirittura fondamentale! Un clamoroso equivoco mi accadde però dopo sette mesi. La centralinista, con voce imbarazzata, mi disse che c’era alla porta un signore che sosteneva di essere un professore afgano, che parlava male l’italiano e voleva proporci degli articoli. Lo feci accomodare e gli dissi, con molta franchezza, che noi non pubblicavamo raccolte di articoli, seppur su una questione calda come l’Afghanistan, e che avrebbe dovuto rivolgersi a un quotidiano o a un settimanale. Ma quello insisteva e non accennava ad andarsene. Allora gli scrissi su un foglietto il nome di un’ amica che lavorava alla redazione esteri del “Corriere della sera” e gli disegnai anche una piccola mappa in modo che potesse recarsi là comodamente a piedi. Niente da fare: quello si incaponiva a mostrarmi almeno un suo articolo. Acconsentii a malincuore e lui aprì la borsa e dispose sulla mia scrivania i suoi “articoli”: due elefantini in finto avorio, un animaletto ligneo irriconoscibile e cinque stauette votive in plastica celeste… Col tempo imparai il mestiere e quindi mi promossero caporedattore e fui ammesso a partecipare alle riunionioni dove si decidevano i libri da pubblicare. In genere i libri dell’Est erano mal visti: considerati malinconici e troppo pensosi, poco adatti ai gusti fantasiosi del pubblico italiano. Su Ryszard Kapuscinski dovetti impuntarmi e, una volta tanto, ebbi, col tempo, ragione. Imparai a trasformarmi in una sorta di “auto-cartina di tornasole”. Compresi che se un libro mi piaceva, agli altri avrebbe fatto schifo e, se per caso si erano distratti (o avevano dato credito, per sfinimento, al mio entusiasmo), e quel libro veniva poi pubblicato, era quasi sempre un insuccesso commerciale. Quindi cominciai a perorare la causa dei libri che non mi piacevano e mi feci così la fama di uno con “un buon fiuto”. Ci fu una volta che però, all’unanimità, bocciammo un libro parautobiografico di una giovane signorina che, nel titolo, aveva pure infilato la parola “mutande”. Fu una delle poche volte che l’Editore, in genere abbastanza silenzioso e rispettoso delle scelte della redazione, si impuntò con un’argomentazione inoppugnabile: “Lo pubblichiamo e basta!”. Fu un successo clamoroso e ne trassero persino un film. Eviterò di soffermarmi, perché l’ho già raccontato in altre occasioni, sulle decine di equivoci che mi capitarono quando mi fu affidato il compito “delicatissimo” di occuparmi del primo libro di una giovane e promettente scrittrice giapponese di nome Banana. Anzittutto veniva chiamata, in casa editrice, con tutti i nomi di frutta salvo quello giusto: un giorno ti telefonava il tipografo e ti chiedeva irritato perché non erano ancora tornate indietro le bozze di Ananas; un altro, l’Ufficio stampa che domandava se non si trattasse per caso di uno scherzo (“i resposnabili delle pagine culturali non fanno che ridere e prenderci in giro”!); oppure mi cercavano i librai di Firenze o Pisa (maledetti toscani!) sogghignado, ma preoccupati, che nelle loro città un prodotto simile sarebbe stato invendibile. Mi è scappato il termine “prodotto”. In effetti è questo uno dei più grandi equivoci dell’editoria: per alcuni (gli autori, ma anche molti redattori, che oggi si ciamano tutti “editor”) si lavorano e producono dei libri; per altri (l’ufficio commerciale, la distribuzione, alcuni librai) si maneggiano dei prodotti. Per i poveri uffici stampa, spesso i libri/prodotti sono semplicemente delle “impresentabili scocciature” da presentare come gioielli. Gli oggetti sono sempre gli stessi, ma cambiando la definizione muta anche l’approccio e il valore che gli si dà. Qui sta il vero equivoco e l’origine di molti fallimenti. La storia della grande editoria italiana (ma, sospetto, lo si potrebbe dire di quella di tutto il mondo) è stata fatta da uomini e donne appassionati che hanno dilapidato i loro soldi pubblicando libri. L’editoria è sempre stata una passione malata. Alcuni poi sono stati così bravi da impostare e organizzare le cose in modo da non perderci o addirittura guadagnarci, stampando ottimi libri. Ma non possiamo dimenticarci che la nostra cultura, nel Novecento, è stata puntellata da straordinarie opere e collane che sono costati a chi li produceva molti soldi, sforzi e, talvolta, guai. Sgombriamo il campo dagli equivoci: secondo me Einaudi è, e resta, la migliore casa editrice italiana (dalla quale sono filiate altre tre case editrici di qualità: Adelphi, Bollati Boringhieri, Donzelli): il suo fondatore e padrone per quasi cinquant’anni ci ha investito tutto il suo patrimonio e, a un certo punto, ha dovuto economicamnte arrendersi. Dal punto di vista imprenditoriale c’è chi lo considera (alcuni con una punta di rivendicativa soddisfazione) un fallito. Ma se si guarda alla sua impresa, da punto di vista della cultura, è un benefattore che, come tutti, ha fatto anche scelte sbagliate, ma senza il quale saremmo tutti più ignoranti. Il primo editore per il quale ho lavorato, ad esempio, era un rivoluzionario che credeva nei libri come mezzo di emancipazione della gente e trasmissione di idee nuove (inizialmente il Partito Comunista, che pure aveva una sua, un po’ triste ma anche meritoria, casa editrice, lo incoraggiò molto a lanciarsi in questa avventura). Grazie alla rete dei suoi contatti politici e personali, e al suo coraggio e anticonformismo (stampò, nel 1957, Il dottor Živago contro tutti e, nel 1962, lo scandaloso Tropico del cancro di Henry Miller), pubblicò libri belli e importanti che ebbero anche successo commerciale perché rispondevano ai gusti e alle necessità di migliaia di lettori. E come lui, fortunatamente, ce ne sono stati, e ce ne sono, altri. Questa editoria faceva e fa, inequivocabilmente, libri, prima che prodotti commerciali. E questo vale tanto più, oggi, per alcune medie e piccole case editrici. Ci fu, nel 1995, un uomo intelligente e còlto, amministratore delegato di un grande gruppo editoriale, dopo varie esperienze in altri settori industriali, che, provocatoriamente, scelse di affrontare di petto la questione, sgombrando il campo dagli equivoci: pubblicò un libro-intervista sull’editoria intitolato A scopo di lucro. La tesi era che l'editoria è e deve rimanere un'impresa, un business del tutto “tipico”, nel quale cioè l'obiettivo essenziale deve essere il profitto economico. Nell’editoria molti sostengono di fare libri, mentre fanno, più o meno consapevolmente, “prodotti a scopo di lucro”; mentre altri pubblicano libri perché amano la cultura e la bellezza. Ci sono quelli che fanno “libri necessari” (ad esempio: i manuali), che hanno un valore d’uso e che, quando sono ben fatti e con buoni contenuti, hanno significativi risultati economici. Per fortuna ci sono ancora editori che, come il primo di tutti, il veneziano Aldo Pio Manuzio (1449-1515) riescono a coniugare cultura e guadagni, avendo chiari il loro obiettivi e la missione umanistica della loro impresa. Oggi gran parte delle librerie, sono invece, purtroppo, dei posti equivoci: nel senso che non si capisce bene che funzione abbiano. Il libraio, o la catena di libreria, possono riempire i loro negozi di tutte le cose che vogliono: dalla cancelleria alle cartoline, ai CD di musica e cinema, ai pupazzetti e i cioccolatini per gli innamorati, alle bottiglie di vino pregiato, ai thè aromatici, agli oggetti elettronici, ai lavori d’artigianato locale. Ma devono sempre ricordarsi di essere dei librai e che le altre merci non possono nascondere i volumi. Chi entra nel loro negozio per comprarsi un CD, dovrebbe uscire anche con un libro, che lo ha colpito passandoci accanto o gli è stato consigliato per associazione di idee con l’oggetto che ha comprato: un disco di tanghi, ad esempio, non può lasciarsi dietro invenduto un racconto di Borghes, un saggio sulla cultura argentina, un romanzo di Sabato, o un’ affascinante raccolta dei testi dei tanghi col testo a fronte, un libro con le strisce di Mafalda, una guida al fascino inesauribile di Buenos Aires, o un volume di Corto Maltese… Il più grande difetto che può avere un libraio è di essere uno snob. La vera cultura non si è mai identificata con una setta di pochi eletti. Il libraio che disprezza i suoi clienti non è adatto a fare questo mestiere. Un mestiere che è veramente un servizio, nel senso più alto della parola: un servizio alla memoria e alla cultura. Ma anche un servizio alla gioia e al piacere. Negli anni Novanta, le lunghe e festanti code davanti alle librerie in attesa della mezzanotte per poter acquistare l’ultimo romanzo della saga di Henry Potter ci hanno fatto capire (a noi che questo genere di code le abbiamo fatte solo per un concerto rock, o un’opera lirica, per un film o uno spettacolo teatrale) che il libro è ancora capace di appassionare larghe fette di pubblico e di giovani. I giovani sapranno amare e rispettare i libri, se non verranno rovinati dalla scuola che (altro equivoco!) fa loro leggere i romanzi e poi li sottopone a test, ricostruzioni grafiche delle strutture narrative del testo e altri arzigogolamenti teorici che fanno pensare che la letteratura sia soltanto una cosa di studio. Ci sono però anche tanti bravi insegnanti che accompagnano i loro studenti in libreria, iniziandoli a riconoscere quel luogo come uno spazio amico e fanno loro apprezzare il “piacere del testo”. Quand’ero uno studente liceale, e stavo scoprendo il fascino misterioso del teatro, iniziai per caso a frequentare un piccolo negozio in riva all’Arno, accanto al Ponte Vecchio. La burbera e paffutella signora che lo gestiva mi fece conoscere Beckett, Racine, Witkiewicz, Artaud, Marlowe, Pinter, tirando fuori con complicità quei libretti dagli scaffali e spiegandomi con pazienza e passione il loro valore. Quando compravo troppi libri e non mi bastavano i soldi, mi prestava quelli in esubero. Si costruì così un affezionato cliente, un amico, un complice. Tra il libraio (anche quando non è il padrone dell’esercizio) e il cliente deve esserci appunto questa complicità. Il senso della trasmissione di idee, sensazioni, piaceri, sogni. Chi vende un libro (persino un manuale di giardinaggio) vende una promessa, non deve mai dimenticarlo. Per questo il libraio, pur nel dovere commerciale di avere un vasto assortimento e di esaudire qualsiasi richiesta, è necessario che sappia orientarsi bene nella produzione e selezionare i libri di valore. Non può tradire la fiducia del cliente e non può sbagliarsi nel capire di cosa abbia veramente bisogno. Nelle librerie che frequentavo a Praga, Varsavia, o Mosca, fino alla metà degli anni Ottanta, si respirava subito un’atmosfera opprimente, sciatta, vuota. A Mosca, soprattutto, ti colpiva la bruttezza e la pesantezza dei volumi, l’odore stantio della colla di pesce che teneva precariamente assieme le pagine di libri dove il censore e l’addetto alla propaganda avevano pesantemente lavorato a togliere dalle righe la freschezza e l’energia della libertà delle idee e delle opinioni. E anche i commessi erano persino più scortesi che negli altri negozi, quasi avessero la coscienza di non aver nulla di buono da vendere. I più furbi facevano lauti guadagni vendendo sottobanco i pochi libri interessanti, stampati in esigue tirature, e quindi tanto più agognati dai lettori e dai trafficanti del mercato nero. I veri libri erano clandestini: stampati, o ciclostilati, in edizioni poverissime ma ricche di idee. C’erano poi i libri normali, ma stampati dalle case editrici dell’emigrazione, il cui possesso poteva costare l’arresto e un sacco di seri fastidi. Questi libri si acquistavano nei posti più strani e improbabili (e i librai rischiavano la galera). A Cracovia, la libreria più fornita era una sbocconcellata panchina dietro una quercia, sotto il Castello, dove un piccolo signore, con la coppola, la sigaretta sempre accesa e l’aria circospetta, teneva un borsone da ginnastica gonfio di libri che facevano la felicità dei lettori. La mia “libraia”, a Varsavia, tirava fuori da sotto l’ampia gonna i libri “proibiti” che le avevo ordinato, assieme a succulente salsiccie e barattolini di miele. Ma come, inspiegabilmente, succede a tutti gli esseri umani, la mancanza innescava la spasmodica richiesta e il bisogno. La censura e la penuria favorivano così un desiderio insaziabile e mai si lesse tanto in quei paesi come in quegli anni. In quel mondo si è nutrito, ancora inconsapevolmente, il mio amore per l’editoria come missione culturale. La più originale libreria al mondo che ho visitato è la Marioka Shoten, di Yoshiyuki Marioka, a Ginza (Tokyo), aperta al piano terra dello storico, e miracolosamente sopravvissuto ai bombardamenti, edificio Suzuki (1929). Ogni settimana il libraio seleziona un unico volume per la vendita: lo espone, lo cura, lo circonda di immagini che lo completano, lo presenta attraverso una serie di incontri serali con l’autore o persone in grado di parlarne e alla fine della settimana lo sostituisce con un nuovo unico volume. A volte ho il sospetto che sia il libro, per la sua stessa natura, ad essere un oggetto equivoco. A cinque anni fui sorpreso dai miei genitori mentre mi arrampicavo su una scaletta fatta di grossi libri, nel tentativo di raggiungere la scatola di cioccolatini alle mandorle riposta sullo scaffale più alto della libreria del mio goloso, ed egoista, padre. Del resto, nella nostra casa di Firenze, dove c’erano libri ovunque, se ne faceva sovente un “uso improprio”. Se, durante i pranzi, non si trovava un cuscino, venivo rialzato al livello del tavolo mettendo sulla seggiola un robusto vocabolario, o, peggio ancora, per insegnarci a mangiare educatamente, con le braccia vicine al corpo, la mamma spesso ci costringeva a stringere sotto le ascelle due smilzi volumi. Il libro, che è uno strumento per comunicare storie e idee, solo a un certo punto del cammino umano ha assunto la forma cartacea che conosciamo e, nel futuo, avrà sempre più la forma immateriale del digitale e verrà letto su uno schermo. Ma la sparizione dei libri di carta non significherà affatto la fine dei libri: ci priverà però, purtroppo, dei mille usi che si possono fare dei volumi cartacei. A un certo punto, quando ero passato a lavorare in un’altra casa editrice assai importante, forse per una forma di impazzimento alal soglia della mezza età, mi incaponii nell’intravedere un grande futuro (che non ho nemmeno oggi del tutto abbandonato!) ai libri “popup”. Ormai con questa parola si intendono quelle piccole finestre che si aprono automaticamente quando si entra in una pagina web, per pubblicizzare particolari servizi del sito o per mostrare la pubblicità di inserzionisti. Sono cose che innervosiscono assai coloro che guardano un testo o un’immagine sullo schermo del computer e improvvisamente li trovano coperti da un messaggio estraneo. Fino a una ventina di anni fa, invece, con questo schioppettante termine, si definivano soltanto quelle meravigliose pagine dei libri per bambini che prendevano forma tridimensionale, facendo spuntare come arzigogolati funghi, dalle piatte pagine, castelli e animali a tre dimensioni. Realizzazioni ardite della fantasia dei disegnatori e miracoli della tecnica tipografica. Col progressivo passaggio dei libri dalla carta stampata alla forma digitale, e quindi immateriale (se non per l’elettronico supporto di lettura), il “popup” non hanno perso, e non perderanno, la loro identità materiale. Questi libri sono infatti tra i pochi che non potranno mai venir trasformati in file digitali: sono nati come giochi di carta e tali rimarranno. Sono insostituibili: neppure da macchinette simil-libro che producono ologrammi. Quand’ero bambino amavo farmi sorprendere dalle figure che si alzano una pagina dopo l’altra e toccare (e, perché no?, rompere) i meccanismi che legano le guglie di un castello o le possenti articolazioni di un dinosauro. Siccome i romanzi e i racconti un po’ alla volta spariranno come oggetti cartacei, è possibile immaginare che gli artisti si possano alleare agli scrittori di storie per dar vita a “popup” per adulti, che siano degli oggetti d’arte, in tiratura limitata e che, come avviene per le migliori “grafic-novel”, stimolino gli autori a pensare le loro storie in modo tridimensionale. In casa mia entrano molti libri: in parte li acquisto, ma molti mi vengono inviati per recensione dagli uffici stampa, o come omaggi da amici e conoscenti. Quando sono morti i miei genitori ho portato a casa mia una piccola parte (i libri più antichi) del loro grande e varia biblioteca. Li tengo per affezione, ma non li ho letti tutti: dovessi farlo, oltre a rischiare di sbriciolare quelle pagine ormai ingiallite, mi toccherebbe rinchiudermi in casa per alcuni anni. La porzione di miei “libri non letti” è quindi cresciuta parecchio. Un grosso incremento di “libri non letti” lo realizzai, nel 1986, quando tornai da Varsavia, dopo tre anni passati là a studiare, e mi posi il problema di come avrei fatto a trovare in Italia un libro che mi fosse servito: così, coi risparmi, acquistai prima della partenza molti volumi di classici e libri di riferimento, scelti secondo il criterio del “non si sa mai”. Così mi ritrovo la casa strapiena di libri, che occupano tutti i corridoi e alcune stanze con scaffali fino al soffitto: molti di questi volumi sono appunto "non letti" o appena consultati. Non è però una cosa che mi dia disagio. Anzi: quando mi ammalo, ad esempio, mi rifugio in quarantena nella stanza completamente foderata di volumi, dove c’è il mio studio, e mi sento subito meglio, riscaldato non soltanto dalle coperte ma da tutta quella massa variopinta di volumi a portata di mano, dove spesso mi capita di scoprire un libro che mi ero dimenticato di possedere: allora quello passa dalla categoria dei “non letti” a quella degli “assimilati” e affretta la mia guarigione. Anche in quanto lavoratore dell’industria libraria tendo a considerare comunque tutti i libri che ho in casa (letti o non letti) come miei e indispensabili. In questo mi scontro con il resto della mia famiglia e anche con il gatto che, loro sostengono, si sentirebbe oppresso da tutti quei volumi che gli impediscono di nascondersi. I gatti e i famigliari sono i peggiori nemici dei libri non letti, che vorrebbero eliminare per fare spazio e dare aria: “quelli che non leggi mandali in cantina” è l’invito ricorrente che mi sento fare. Il sogno che ogni tanto faccio è quello di stabilirmi stabilmente in quella cantina, in mezzo a tutto quel bibliografico ben di Dio: fondare in quella caverna underground la mia propria casa editrice, portandoci una stampatrice (magari addirittura a caratteri mobili), e produrre per me tutto quello che mi passa per la mente. Mi cedo, come Paperon de Paperoni, sguazzare nei libri, come fossi in una piscina e pescare ogni tanto una pagina e mettermi a leggerla alla luce fioca della lampada che pende come un pendolo dal soffitto. Ma sogno anche, altre volte, di diventare come uno dei miei scrittori preferiti, il boemo Bohumil Hrabal (morto a 82 anni, nel 1997). Tutte le sue prime opere, fortemente debitrici del surrealismo, furono mandate al macero dai comunisti. Dopo l’invasione di Praga da parte delle truppe del patto di Varsavia, nel 1968, per sette anni nessun suo libro venne pubblicato e due volumi, già stampati, vennero mandati al macero. Il protagonista del suo capolavoro, una delle opere più importanti della letteratura del Novecento, Una solitudine troppo rumorosa, è appunto un addetto (come lo fu anche, per un certo tempo, Hrabal) al macero dei libri. I libri che vengono fatti tornare pappa di cellulosa sono un po’ la metafora della nostra esistenza e della nostra disperata lotta per sopravvivere. Ma Hanta, prima di gettare via i libri, ne salva i più importanti e li seppellisce, come delle perle, nel mezzo di ogni pacco di carta, scegliendo accuratamente le confezioni, in una sorta di barocco “funerale» dei libri”. Quando Hrabal lavorava con la carta straccia metteva da parte vecchi libri illustrati e li dava al suo amico, il maestro del collage Jirì Kolář affamato di ciarpame per le sue straordinarie composizioni, i suoi “collage poetici”. La vera editoria è destinata forse, in modo inequivocabile, e auspicabile, a produrre proprio dei libri come una sorta di poetici collage di quel che resta dell’umanità.
  7. Renato Bruno

    [MI 127] Puttane in bicicletta

    @Andrea28, la È la trovi sempre con Alt+212 ma word te la dà in automatico se scrivi è dopo un punto+ spazio o a capo+ spazio. Prova.
  8. Renato Bruno

    [MI 127] Puttane in bicicletta

    @Andrea28 carissimo, avevo già scritto un post su questa tuo finale, ma mi è sparito sotto gli occhi prima della pubblicazione. Lo ripeto. Ti sarà già stato detto quasi tutto, quindi mi limito a due sole considerazioni "mie". Riscriviamolo in maniera più fluida- e tieni sempre conto che è secondo me, cioè una delle tante correzioni possibili: «Ancora cinque minuti all'appuntamento con Angela. Anche se fuori diluvia, Diego se n'è andato lo stesso. Prima però m'ha dato una pacca sulla spalla e mi ha lasciato un preservativo. Dal balcone, vedo Roxy, con l’ombrello e la sua bici rosso fiammante, che mi fa un cenno, con il mento all'insù. Mollo il cellulare e scendo. Dal garage tiro fuori la mia vecchia Bianchi nera. È un po’ arrugginita, ma la spolvero perché funziona ancora. - Dai, vince chi arriva prima allo Chalet Stella. - Che...? Una gara sotto questo diluvio? - Sì, sotto questo il diluvio. - E per il lavoro perdo quanto mi dai? - Niente, non sei stata tu a dirmi che me la davi gratis?» Quello che io noto in molti dei tuoi passaggi è quella che io chiamo la mancanza di olio nelle giunture sintattiche. Fai sentire troppo la grammatica, che stai scrivendo, che non sei in presa diretta; che stai troppo attento alla forma e poco alla sostanza -che per te una volta delineata cammina per conto suo... ma non è così. Prendiamo questo brano e riscriviamolo con gli accenti giusti: Qui a Villa Rosa, ultimamente è accaduto un fatto singolare ed eccitante: le prostitute locali stanno sulla strada in un altro modo. Adesso, non stazionano più in piedi agli angoli delle vie, ma se ne stanno sedute sulle biciclette, ben piazzate sul cavalletto. Ognuna sulla propria e tutte hanno bici sgargianti, dal rosso al viola. Ammetto che tutte insieme danno un tocco piacevole all'apatico grigiore imperante. Incuriosito, ne ho parlato con Roxy, la nigeriana che batte davanti casa. È stata lei a svelarmi che in questo modo stanno più comode e che sono riconoscibili all'istante. Non ce n'era bisogno: un’africana con le tette di fuori che sculetta lungo una strada semi deserta si riconosce a occhi chiusi, le ho detto io. Mi ha sorriso. Per ringraziarla dell’informazione l'ho invitata al bar. Dopo il caffè, abbiamo chiacchierato del più e del meno e prima di salutarci mi ha detto che pur di non vedermi più così potrebbe addirittura darmela gratis. Un saluto (per ora) a te.
  9. Renato Bruno

    Il "ma"

    @Marcello gentilissimo, ma ne siamo sicuri? Vedi, sono d'accordo con te, ovviamente, ma ritengo che spesso, così come avviene nelle nostre conversazioni quotidiane, il ma a inizio interrogazione sia necessario quando implicitamente fa riferimento al detto prima: un ma che fa da ponte tra due momenti e uno di questi è sottinteso. Dire: «Ho girato a destra anziché a sinistra.» «Come ti è venuto in mente?!»... perché l'hai fatto? non è la stessa cosa di: «Ho girato a destra anziché a sinistra.» «Ma come ti è venuto in mente?!»....visto che ti avevo detto espressamente di girare a sinistra... Un saluto.
  10. Renato Bruno

    Perché all'autore esordiente non si perdona nulla?

    Dunque, non ho letto con attenzione tutti i commenti di cui sopra, ma noto come ancora una volta si imposti la discussione sulle colpe degli altri. Nel mondo ideale che ancora non c'è, chi scrive dovrebbe soprattutto e sempre essere spietatamente onesto con sé stesso. E il sé stesso dello scrittore si costruisce nel tempo, a fatica, con sacrificio, accumulando delusioni sconcerto rabbia e spirito critico spietato verso la propria lingua scritta. La limatura di una frase, di un periodo di un capitolo è operazione di rilettura delicata e complessa, che mostra la nostra competenza o la nostra momentanea incompetenza. Per la competenza ci vuole dedizione, passione, energia, tempo e letture infinite, ed altrettanto coinvolgimento e sincerità occorre per riconoscere la nostra incompetenza, perché ancora abbiamo molto da imparare dai nostri errori. Considerato il già pubblicato (senza tener conto del mercato) il mio/tuo/suo scritto perché dovrebbe imporsi all'attenzione del lettore-agente/editore/recensore? Non ci staremo sopravvalutando? Siamo in grado veramente di scrivere? Cioè: sia per un bigliettino di auguri sia per una lettera alla fidanzata, riusciamo a far emergere il nostro stile, il nostro modo unico di dare suono ed espressione viva alle nostre parole? La nostra passione e cura per le parole è abito quotidiano o vezzo solo per un saltuario autocompiacimento? Considerato che il primo ri-lettore del mio testo sono io, sono io in grado di prendere le distanze dal mio testo per aggiustarlo o riscriverlo in altro modo? Prima di puntare il dito verso o contro le CE (ed ognuno ha sempre ottime motivazioni per farlo), sono io capace onestamente di riconoscere le lacune le imperfezioni gli errori di impostazione le debolezze lessicale e strutturali che a me come lettore/scrittore pregiudicano la riuscita la scorrevolezza la comunicazione l'impatto il coinvolgimento del testo da me proposto? E se non ne sono in grado, sono aperto sono disposto ho la forza ho l'umiltà costruttiva di accogliere critiche appunti e anche scappellotti sulla nuca? Prima, molto prima di additare colpe e cattiverie agli addetti ai lavori, guardiamoci allo specchio. La scrittura ci rappresenta, nel bene come nel male. E se ci rappresenta, allora cresce con noi, matura con noi, migliora bel e con il nostro viverre. Pochi giorni fa ho fatto un servizio fotografico al Roseto comunale di Roma, all'Aventino, un giardino meraviglioso. Avevo addosso tre machine fotografiche digitali più nello zaino la mia cara 35mm reflex analogica con rullino. Ci sono andato apposta, quindi ero vestito per l'occorrenza, cioè per fare il rettile tra le piante di rose, per inquadrarle dal basso alle nove del mattino e con i gomiti sulla terra. Intorno a me gente con i cellulari che dall'alto riprendeva le rose. Vado al Roseto ogni anno, e ogni volta provo una prospettiva diversa prima di scattare. Le rose sono una gioia per chi fotografa, per provare la profondità di campo, i tempi e le esposizioni, gli obiettivi, gli sfocati, i primi piani e gli sfondi. E adesso, dopo anni e anni di pratica posso dire che sono pronto per "Gardenia" , sono pronto per la pubblicazione delle "mie" rose sulle riviste con carta patinata. Non lo faro, ma desso so che potrei farlo, adesso so come mettere insieme gradevolmente tecnica ed estetica, so come dare un'anima non scontata all'immagine bella. Non sono ancora tecnicamente pronto per la scrittura per gli altri, ma sento che il tempo giusto s'approssima. Mi resta solo da trovare la mia soggettiva angolazione di ripresa. Non facile, ha a che fare con l'interiorità, con la serenità, con il fraseggio verbale che diventa espressione del mio concepire la vita e il mondo, retoricamente parlando. Un saluto.
  11. Renato Bruno

    Eulama

    Dunque, la prima volta che ho scritto qui su WD, anni e anni fa, mi sono beccato una lettera di preavviso di querela per diffamazione, dall'avvocato della suddetta (qui sopra nominata, anche se allora aveva un nome più lungo). Quindi adesso misuro le parole, se non altro per il rispetto che si deve a coloro che son trapassati (e alla allora direttrice di WD che si affretto, giustamente, a cancellare da WD in mio post "diffamatorio") ... e non se ne sono accorti. Mettiamola così, in estrema sintesi: la latta al sole luccica come l'argento. Forse di più. E in tempi dove l'artificiale non si distingue più dall'originale i nuovi nati dall'antico lama degli anni Sessanta del secolo scorso ora vanno di qua e di là (per cangianti siti web e per fiere in terre lontane) spacciando per intatta un'eredità sfilacciata e ridotta in miseria, culturalmente fatta a pezzi dall'onnivora sete di denaro che anima e governa la nostra contemporaneità. In privato risponderò a chi vorrà avere dettagli sulla mia lunga esperienza con chi, se non altro, mi ha dato la possibilità di conoscere a fondo aspetti e strategie chiare e oscure di un certo mondo editoriale di italica impostazione. E qui mi fermo, perché faccio una gran fatica a tenere a freno la lingua (come voi ben sapete). Un cordialissimo saluto.
  12. Renato Bruno

    L'accidentale palpatina

    non ho seguito tutta la discussione, quindi qui vado a braccio e sottolineo un secondo me che significa rendere più scorrevole e musicale la frase: «Ostrega, ragazza mia, ti avrà fatto reazione il prosecco !» si affrettò a dirle Zanetton che nel sorreggerla sfrutto l’occasione per un’accidentale palpatina al seno. Bruttina...direi, senza peli sulla lingua. Raggiunto il prato della pieve, Giulietta s'accomodò su una pietra davanti al sagrato. Resta sempre valido il principio che se un fraseggio non convince è inutile girarci intorno, meglio cancellare e riscrivere in altro modo. Giulietta sedette fa schifo....ma pure Giulietta s'accomodò stride e pure Giuletta prese posto non mi piace affatto. È proprio necessario ribadire che poggiò il sedere da qualche parte?! La "grossa pietra" è significativa? Perché non si siede direttamente su una lastra del sagrato? E poi, come ti viene in mente di accostare chiesINA a GiulETTA? Mah... Ti abbraccio. Alla prossima. P.S. Ti ricordo che il fraseggio non deve essere consequenziale-progressivo (1+1+1+1+1+1+1+1....=8) ma denotativo-connotativo (1+1=2, 2x2=4, 4+2... = 8), cioè deve dire più di ciò che i suoi singoli segmenti esprimono. La finalità conta più della progressione dei singoli elementi che la compongono. Questo comporta la necessità di collocare nello spazio e nel tempo un'azione in virtù di un crescendo semanticamente significativo,: quindi una scrittura che sintetizza le azioni, le riduce all'essenziale per dare spazio a tutto ciò che non è riducibili alla sintassi, alla grammatica, all'articolazione neutra e lineare del periodo. Conta la stanchezza di Giulietta, non il suo sedersi qui o là.
  13. Renato Bruno

    L'accidentale palpatina

    Ma se è "sfruttando" come fa ad essere "accidentale"?
  14. Renato Bruno

    L'inviato di Cesare di Andrea Oliverio

    Sì, concordo con @Marcello: bella copertina, suggestiva (mi piace... e per dirlo io!). Ora si tratta di vedere se il contenuto ne è all'altezza... Scherzo, ciao Andrea. Un abbraccio.
  15. Renato Bruno

    Se stesso o sé stesso?

    Grazie, direi che sono parzialmente d'accordo con te. Nessuno di noi ha una pronuncia piatta e lineare tale da distinguere a orecchio la durata e l'intensità di un fonema. Se faccio voce da robot Me ne vado e lo vedo da me pari sono, idem per Se lo fa e lo fa da sé. Ma tutto mi diventa più semplice e comprensibile quando enfatizzo la pronuncia per caratterizzarla emotivamente. "Basta, me ne vado!" e "Lascia, faccio da me", dove la diversa durata di me indica uno stress fonetico voluto e cosciente.. Negli altri casi, quelli dove la frase pronunciata è priva di stress, la differente durata/grafico della pronuncia è appena percepibile/identificabile e solo grazie a una leggera apertura della bocca nel caso del pronome posto a fine frase. In "Ama sé stesso più degli altri" o "Ama se stesso più degli altri", la differenza di pronuncia è impercettibile se sul Sé non si pone anche uno stress udibile. Io leggo me te se (sé) ma devo "recitarli" per cogliere la differenza di fono-durata a seconda della loro posizione iniziale interna o finale nelle frase. Poi, certo, se mi registro faccio altre scoperte, ma qui l'oggetto del nostro bel dialogo verte sulla consapevolezza (non sulla registrazione) nostra di omologare, concordare, associare o meno "stesso" rafforzativo a sé pronome. In questo caso la pronuncia deve o non deve essere distintiva, cioè deve ricordare o no le caratteristiche del sé fonema/pronome accentato? Diciamo di sì e non si. Grazie ancora per le magnifiche delucidazioni.
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