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Renato Bruno

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    Anguillara Sabazia (RM)
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    Editoria, fotografia, musica,arte, saggistica, poesia, Natura.

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  1. Renato Bruno

    Il paesaggio: oggetto o soggetto della narrazione?

    Pienamente d'accordo: così dovrebbe essere. Così è stato per moltissima letteratura dei decenni o dei secoli già trascorsi. A me pare che oggi -nelle opere dei miei contemporanei- natura e paesaggio non siano più (non siano più come prima) invisibili finestre aperte sulla complessità delle visioni e dei valori simbolici che certe narrazioni dovrebbero portarsi dietro. Troppo "protagonismo", o se vuoi, la tendenza a delineare personaggi e storie e trame dal carattere tipicamente metropolitano, urbano, mentale. Conflittuale, senza ampi bacini naturali di decantazione dei conflitti interni ed esterni. Speso leggendo ho l'impressione che le descrizioni ambientali siano solo inserimento di tempi morti o di pausa prima della ripresa. Lo stesso lessico usato per le scene naturalistiche mi pare a volte privo di sguardo soggettivo, di contaminazione emotiva, di carica o rimandi alla ricca tradizione simbolico-naturale (naturalistica) occidentale. Un saluto.
  2. Renato Bruno

    Il paesaggio: oggetto o soggetto della narrazione?

    Dal mio punto di vista la questione è maledettamente importante. Anche là dove ci si sforza di mantenere una descrizione freddamente oggettiva dell'ambiente, e più in generale del paesaggio naturale, in realtà lo scrittore ci indica sempre "qualcosa" sull'interiorità e sensibilità del protagonista o del personaggio. Ogni nostro sguardo sulla natura è, anche nella prosa, lettura emotiva della realtà. Di più, forse è, a livello etico-simbolico, partecipazione o estraneazione, immedesimazione o contestazione di una natura/essenza umana cui tornare o ripudiare. Lascio la parola a un esperto. Buona lettura. https://bottegadinarrazione.com/2020/12/15/dieci-riflessioni-presumibilmente-utili-su-narrazione-e-paesaggio/ Dieci riflessioni presumibilmente utili su narrazione e paesaggio, di Giulio Mozzi in Raccontare il paesaggio on15 dicembre 2020 1. Che cos’è una storia? E’ qualcosa che avviene tra determinati personaggi, in un determinato tempo, in un determinato luogo. Una narrazione che non presenti tutti e tre questi elementi – personaggio, tempo, luogo – è una narrazione a serio rischio di inconsistenza. E, curiosamente, i narratori alle prime armi tendono a essere attentissimi alla cosiddetta “costruzione dei personaggi”, riempiono fogli e fogli Excel di scalette che stabiliscono esattissimamente il tempo di ogni azione – e tendono dimenticarsi del paesaggio. Ma: che cos’è il paesaggio? E’, semplicemente, l’insieme delle determinazioni storiche, geografiche, naturali, antropologiche, industriali, idrologiche, eccetera, che in quel determinato tempo gravano su quei determinati personaggi. Si diceva una volta che le ninfe nascessero dagli alberi: ma vi siete mai accorti che i personaggi nascono dagli angoli di strada, dai parcheggi delle zone industriali, dalle piazze di paese, dai cantieri nelle periferie? 2. “Il paesaggio esiste nell’occhio di chi lo guarda”. E’ quasi un luogo comune, vero? Però, come succede più spesso di quanto si creda, è un luogo comune che contiene qualcosa di vero; e tuttavia, come succede non meno spesso di quanto si creda, è un luogo comune che contiene qualcosa di non vero. E’ vero che il paesaggio esiste, in buona misura, in quanto percepito: ma non è solo con la vista che percepiamo il paesaggio. Il paesaggio non è solo negli occhi di chi lo guarda, ma anche nei piedi di chi lo attraversa, in tutto il corpo di chi lo abita, nel sistema digerente di chi se ne nutre, nelle orecchie di chi lo ascolta e di chi vorrebbe non sentirlo (ma, inevitabilmente, lo sente), nelle mani di chi lo manipola, nelle menti di chi lo progetta, eccetera. Ovvero: in tutti noi, in quanto siamo dei complessi sistemi percettivi, è il paesaggio. Di più: con la nostra percezione noi creiamo il paesaggio. 3. Peraltro il paesaggio agisce su di noi anche se non lo percepiamo. Non solo perché certe parti del paesaggio sono pressoché impercepibili (avete mai sentito l’odore dell’aria? Non di ciò che fluttua nell’aria, ma proprio dell’aria?), ma anche perché nel paesaggio sono nascoste molte cose. Quando nella mia città, Padova, percorro via san Francesco, io posso sapere – come so – che il tracciato di quella via corrisponde ancora esattamente del decumanus, la strada che percorreva la città dall’alba al tramonto, ossia da est a ovest, ai tempi di Roma antica; ma posso anche non saperlo. E la domanda è: come agisce su di me, la storia di quella via, se la conosco? E come agisce, se non la conosco? Sempre nella mia città: le vie che si chiamano Riviera dei Ponti Romani, Riviera Tito Livio, non sono riviere: fino al 1952 lì passava effettivamente un canale, poi in parte intubato e in parte deviato. Come agisce quel canale nascosto, su di me che non ne ho ricordo ma ne so l’esistenza, e su chi non ne sa nulla? 4. Dicevo delle Riviere della mia città che non sono più riviere: il paesaggio è anche un accumulo di tracce. Le tracce non sono solo nei nomi: sono ovunque. Quasi ogni cosa è il segno di qualcosa che non c’è più. I quartieri residenziali costruiti a Milano negli spazi lasciati vuoti dall’abbattimento dei grandi stabilimenti industriali (per esempio quello, a destra di viale Monza uscendo dalla città, dove si trovano il Parco Adriano, la residenza Torre Dacia, ec.): è vero che non resta più nulla dello stabilimento Magneti Marelli, ma è pur vero che, per dire, il perimetro dello stabilimento è ancora il perimetro del quartiere; che per molti residenti – forse non quelli nuovi, certamente quelli vecchi – il parco e le torri sono qualcosa che indimenticabilmente sta “al posto di” qualcos’altro. Per tacere dell’amianto… 5. Torno alla mia città, Padova. Un intero quartiere sostanzialmente quattrocentesco fu raso al suolo negli anni Venti (tra le attuali piazza Insurrezione, via Santa Lucia, piazzetta Conciapelli). La riedificazione avvenne in parte prima della guerra, con qualche edificio pesantissimamente ancora “umbertino” (in uno aveva sede una fabbrica di birra, la Itala Pilsen), in parte dopo la guerra con grandi palazzi neanche brutti (secondo me) e alcune piazze pedonali. Tuttavia anche qui sono rimasti dei fortissimi segni del passato: è rimasto il canale, è rimasto il ponte, sono rimasti certi dislivelli, sono rimasti certi toponimi… E quando il palazzo della Itala Pilsen, negli anni Settanta, fu a sua volta abbattuto, in un angolo spuntarono fuori i resti di un insediamento preromano (ci lavorai anch’io, a scavare con la massima delicatezza, per qualche settimana, come volontario, credo diciassettenne). Certo: si può decidere che ciò che non c’è più non ha nessuna influenza su ciò che c’è ora. Ma si può anche decidere che ciò che non c’è più ha una qualche, magari misteriosa, influenza su ciò che c’è ora. Non voglio sostenere che il passato determini il presente, ma che il presente non cancella il passato. 6. Ma veniamo alle narrazioni, ai romanzi. Facciamo una breve lista, anche bella disparata. Libri di ieri e di oggi. Manhattan Transfer, di John Dos Passos. Un amore, di Dino Buzzati. L’ubicazione del bene, di Giorgio Falco. La casa in collina, di Cesare Pavese. Che cosa sarebbero, questi romanzi, senza il loro paesaggio? Che si tratti delle Langhe o di Milano, di una periferia milanese o di New York, in questi romanzi il paesaggio è semplicemente indispensabile, di più: è il vero protagonista. E’ lui a determinare gli usi e i costumi dei personaggi, è lui a offrire possibilità e impossibilità alla vita, è lui che ospita, guida, rende visibile ogni azione. Se poi volete esempi ancora più espliciti, prendete un Balzac, prendete l’Educazione sentimentale di Flaubert, prendete un qualunque romanzo di Zola, prendete i Racconti dublinesi di Joyce, prendete quel che volete. 7. Street corner society, di William Foote Whyte, è un classico della sociologia (ma una sociologia strettamente imparentata con l’etnografia). Un meraviglioso ritratto di Boston attraverso le bande che si combattono nel quartiere di North End. Anche qui: ci sono le bande, ci sono le persone, ma i mattoni degli edifici non sono meno “personaggi” degli esseri umani. Se vi spaventa l’idea di leggere un corposo volume di sociologia (ma è bellissimo, giuro), potete guardarvi la serie The Wire, scritta da David Simon e Ed Burns – potete guardarla due volte: la prima per seguire le vicende dei personaggi, la seconda per guardare il paesaggio. La città è Baltimora, ma l’effetto è lo stesso. Istruttivissima soprattutto la terza stagione, direi. 8. Avevo sedici anni quando mi capitò in mano, mentre frugavo negli scaffali rasoterra di un negozio di libri a metà prezzo, un volume intitolato: Teoria della comunicazione e struttura urbana. Lo sfoglia. Non sapevo niente, all’epoca, di teoria della comunicazione; e ancora meno di struttura urbana. Il nome dell’autore, Richard L. Meyer, mi era ignoto. Sfogliai il libro. Lo acquistai. Ho imparato più cose sulla narrazione da quel libro lì che da tutti i manuali di scrittura creativa che ho letti (e, per dovere, ne ho letti parecchi). 9. Avendo due genitori biologi, ed essendo nato nel 1960, la terza parola che imparai a pronunciare, dopo “mamma” e “pappa”, fu “ecosistema”. Definizione della Treccani: “unità funzionale formata dall’insieme degli organismi viventi e delle sostanze non viventi (necessarie alla sopravvivenza dei primi), in un’area delimitata (per es., un lago, uno stagno, un prato, un bosco, ecc.)”. Organismi viventi e sostanze non viventi. Da mio padre appresi – abitavamo allora in Laguna di Venezia – che l’Adriatico è un ecosistema fatto di acqua, aria, sostanze varie disciolte nell’acqua, sostanze dei fondali, microrganismi, animali acquatici di vario tipo, alghe, umani pescatori, umani non pescatori, umani turisti, umani che fanno leggi sulla pesca e sull’ambiente (quindi anche lontanissimi, romani parlamentari e governanti), e così via; e che in quell’ecosistema chiunque muova un dito prova in tutti tuttissimi gli altri dei moti di assestamento. Ecco perché il libro di cui al punto precedente mi conquistò subito. Mi parve un’applicazione dell’ecologia, come l’avevo imparata naturalmente a casa, alla città. 10. E direi che sul termine “ecosistema” potremmo fermarci. Immaginiamo le narrazioni come ecosistemi. Nell’ecosistema dei Promessi sposi ci sono i personaggi, ci sono i paesi, c’è il lago, c’è la carestia, c’è la città, ci sono i viali e le piazze, ci sono i poteri (politico, religioso), c’è il microrganismo che trasmette la peste, ci sono campi e colli e corsi d’acqua, ci sono i sassi che don Abbondio, avvicinandosi inconsapevole ai due bravi, col piede scalcia a destra e a sinistra della viottola. Ecco: dire “paesaggio” è come dire “ecosistema”; è approcciarsi alla narrazione come a qualcosa di sistematico, come a un oggetto complesso.
  3. Renato Bruno

    Unpopular opinion

    Giustissimo! Guai se non scrivessimo "anche" per capire quanto anche noi siamo immersi nella comune commedia umana. Siamo un lucido concentrato di contraddizioni profonde. Quando riesco a ridere dei miei pregiudizi mi sento una persona più libera. Ciao @mercy
  4. Renato Bruno

    Unpopular opinion

    Carissima, mi trovi perfettamente d'accordo. Anzi, sei stata anche fin troppo "gentile". Però, due considerazioni: 1. Ricordati che il genere umano mal sopporta troppe verità tutte insieme, meglio dargliene una alla volta e con distanza e tempo tra la prima e la seconda. Altrimenti si anestetizza e si riveste delle sue consuete e amate ipocrite bugie. 2. Meglio limitarsi al settore, campo, area della narrativa e degli uomini e delle donne che diventano Autori e Autrici, perché è quello dove possiamo a ragione rivendicare una certa competenza. Quando superiamo questo vasto campo e ci inoltriamo nella giungla della psicologia delle persone (non degli Autori/Autrici) che scrivono rischiamo di fare figuracce, perché in ognuno di noi, in me, in te, come negli altri, si annida e vive e gode chi cerca "complimenti e lodi sperticate". Buona giornata (e lascia che ti loda per la tua coraggiosa fustigazione degli antichi costumi). Alla prossima.
  5. Gentilissima e spettabile Redazione di Writer's Dream, è necessario aggiustare il tiro: è vero, l'arcobaleno è composto da vari "colori", ma se si apre una discussione sul rosso a colui che la apre si devono concedere gli strumenti pratici per (dopo aver insistito di stare dentro l'argomento) tenere a freno, limitare o eliminare i verdognoli, i giallognoli, gli azzurrognoli e i violettognoli che, se pur garbatamente e intelligentemente, invadono lo spazio della discussione con interventi costantemente fuori tema. Non può bastare il solo invito a... Nulla di personale, ben inteso, e molti degli interventi sopra esposti hanno una loro ragione e sono stimolanti...ma che c'azzeccano?! È anche vero: tanta è la nostra fame di dialogo e di confronto e WD è un'ottima palestra... ma sull'autodisciplina mia e degli altri nutro da sempre seri dubbi -io per primo vado spesso fuori tema, introduco altro rispetto all'argomento principale. Quindi, la richiesta di un tasto "cancella intervento" da applicare in primis ai miei interventi, dovrebbe essere a disposizione di tutti i legittimi proprietari delle discussioni in corso. Detto questo, e ringraziando ancora tutti gli amici che qui hanno "liberamente" espresso il loro parere o i loro dubbi stimolanti, per me concludo qui questa discussione (sulle caratteristiche che l'opera letteraria dovrebbe avere per essere pubblicata) perché la stessa è divenuta per me ingestibile. A risentirci presto su un altro tema. Un cordialissimo saluto.
  6. [E anche in questo caso, la competenza del vostro editor di fiducia può venirvi in soccorso. Renato M. Bruno] https://bottegadinarrazione.com/2020/09/11/i-dieci-segreti-veramente-indispensabili-per-scrivere-unottima-sinossi-del-tuo-romanzo/ I dieci segreti veramente indispensabili per scrivere un’ottima sinossi del tuo romanzo By Giulio Mozzi in Teoria e pratica, 11 settembre 2020, direttore della Bottega di narrazione 1. Non chiamarla sinossi. Stando al dizionario (qui mi affido al Treccani) la sinossi è un “compendio, esposizione sintetica e schematica di una materia, di una disciplina, di una scienza, di un periodo storico o letterario, ecc., fatta in modo che i dati si possano facilmente e rapidamente trovare o confrontare tra loro (ricorrendo talora alla sistemazione in tavole sinottiche e alla disposizione in colonne parallele)”. Qui sotto, per esempio, puoi vedere una tavola sinottica dell’evoluzione della vita sulla terra: Oppure guarda su in alto, l’immagine in cima all’articolo: il Beato Angelico ci fornisce in primo piano la scena dell’Annunciazione e, sullo sfondo, a sinistra, la scena della Cacciata dal Paradiso terrestre; mentre nelle decorazione dell’edificio troviamo rappresentato il Cristo adulto. L’affresco forma così un’autentica sinossi della storia della caduta e salvezza dell’umanità. Se la cosa che tu chiami sinossi non somiglia, a vederla, a questa roba qui, probabilmente non è una sinossi. Ciò che finora hai chiamato sinossi puoi chiamarlo: riassunto della storia, soggetto (con parola rubata al cinema, che a me pare piuttosto pratica), sintesi, abstract (con parola rubata al gergo degli articoli scientifici: non bene, secondo me). (E lo so, lo so, che oggi le tavole sinottiche è di moda chiamarle infografiche; ma appunto, se ciò che chiami sinossi non somiglia a un’infografica, non è una sinossi). 2. Il soggetto – io lo chiamerò così – deve raccontare con chiarezza e brevità la storia. Ripeto: il soggetto deve raccontare la storia, non il romanzo. Se nel romanzo hai fatto ampio uso di montaggio, flashback, flashforward, eccetera, o se il tuo romanzo è scritto su una serie di schede da combinare liberamente, non ha importanza: tu, nel soggetto, racconterai la storia dal principio alla fine. Eventualmente, dopo che l’avrai raccontata lascerai una riga bianca, e aggiungerai un capoverso o due per spiegare il modo in cui, nel romanzo, l’hai raccontata. 3. Ho detto dal principio alla fine, e qui ripeto: dal principio alla fine. Un soggetto non è una quarta o un risvolto di copertina. Non ha lo scopo di stuzzicare la curiosità del possibile acquirente di una copia del libro. No. Non deve lasciare in sospeso, nascondere informazioni, e così via. Ha lo scopo di suscitare l’interesse di un editore che, eventualmente, sulla produzione e distribuzione e promozione del libro investirà alcune migliaia di euro. E ha quindi il diritto – visto che al momento deve decidere, in sostanza, se dedicare qualche ora della sua vita a leggere quello scartafaccio – di essere informato nel modo più puntuale possibile. Fa’ conto di essere davanti a un medico che ti fa l’anamnesi. 4. Scrivi il soggetto in modo piano. Se nel romanzo hai adottato una lingua scoppiettante, gaddiana, michelemariana, riverruniana, klingoniana, esperàntica, dialettale, miscugliata, taliàta e trasìta, fa niente: il soggetto dovrà essere scritto in italiano. Nel dubbio, puoi accompagnare al soggetto un estratto dal testo: breve, una cartella, non di più, tanto per dare un’idea. L’editore dovrà solo decidere, dalla lettura del soggetto (e dall'eventuale estratto), se leggere (o far leggere) il testo o se metterlo da parte. La decisione vera, se pubblicarlo, verrrà dopo la lettura integrale, spesso dopo più letture. 5. Il soggetto – ma mi pareva di averlo già detto – deve raccontare la storia. Non deve esporre i temi. Un soggetto che cominci con una frase del tipo: “Questo romanzo tratta dell’impossibilità del vero amore tra una persona molto alta e una persona molto bassa”, è sbagliato. Racconta la storia, insisto: e la storia mostrerà da sé il proprio tema. (In particolare, non usare mai la parola incomunicabilità: nell'editoria italiana è stata proscritta da almeno ventinove anni). 6. Se pensi che la tua storia abbia degli interessanti “agganci” con l’attualità, non dirlo. Non dirlo, perché (a) se gli “agganci” ci sono, se ne accorgerà anche l’editore leggendo il soggetto, e (b) ciò che è attuale oggi potrebbe non essere più tanto attuale, anzi essere ormai una roba che non se ne può più, nel momento in cui il tuo romanzo effettivamente sarà, se sarà, pubblicato (un editore serio difficilmente pubblica prima di un anno ciò che decide oggi di pubblicare: c’è da fare il collocamento nel piano editoriale, l’editing, la promozione in libreria, eccetera eccetera). 7. Se la tua storia è molto complessa può aver senso fare due soggetti: uno piuttosto breve, diciamo da mezza cartella a una cartella, in cui la faccenda sia raccontata per sommi capi, e uno adeguatamente lungo in cui sia raccontata più per esteso. Se la tua storia prevede dei séguiti, dopo il soggetto del volume che presenti aggiungi un capoverso per ciascuno dei previsti volumi successivi. 8. A prescindere dalla persona che hai adottata nel tuo romanzo, il tuo soggetto sia scritto in terza persona – con un narratore onnisciente. 9. Impagina chiaramente il tuo soggetto. Lascia ampi margini. Usa un carattere dei più usati, un Garamond, un Calibri, un Times, un Cambria; niente caratteri sciccosi, niente svolazzi. Se lo stampi, stampa in inchiostro nero. Se spedisci il tuo romanzo per posta elettronica (nella riga dell’oggetto puoi scrivere semplicemente il titolo), metti il soggetto in un documento allegato (riassumendo nel corpo dell’email proprio l’essenzialissimo essenziale). Ricorda di mettere nei fogli che compongono il soggetto il tuo nome e i tuoi recapiti (idem nella prima pagina del documento che contiene il romanzo). 10. Non esprimere giudizi sul tuo romanzo. Non descriverlo come “un romanzo avvincente nel quale il protagonista affronta avversità di ogni tipo pur di difendere la propria libertà e realizzare i propri sogni”: scrivi che cosa effettivamente fa, questo benedetto protagonista. E non descriverlo nemmeno con un gergo da critica letteraria: che tu sappia a memoria Genette e Skovskij è certamente una buona cosa, ma mai nessun romanzo è stato pubblicato perché l’autore sapeva a memoria Genette e Sklovskij. Analogamente, non lanciarti in considerazioni commerciali: se il tuo romanzo sarà facile o difficile da vendere l’editore lo sa assai meglio di te. E tocca a lui decidere se arrischiarsi o no.
  7. Renato Bruno

    Newton Compton Editori

    Con l'augurio che davvero ti vada sempre bene con NC, spero seriamente tu che possa tornare qui a breve a raccontarci che hai ricevuto, come da contratto, rendiconti puntuali sulle vendite e cartacee e digitali e che le royalty a te spettanti ti sono giunte precise e al centesimo. Questo vuol dire che la prima edizione è andata esaurita. Quante copie hanno stampato per la prima edizione? Hai ricevuto un congruo anticipo sulle tot copie stampate ed esaurite? Che scala di royalties ti è stata proposta sulle copie da x a y (da 1.500 a 3.000?) e per quelle superiore a z (da 3.001 a 5.000?)? E per la vendita dell'edizione digitale che tipo di contratto hai firmato? Lo stesso per l'edizione a stampa con un addendum sul pagamento delle royalty dopo tot mesi dalla messa on line del libro e dopo analitico rendiconto del distributore digitale? Etc., etc., etc. La serietà di una casa editrice nemmeno si nota per il primo inedito pubblicato, ma ci si comincia a ragionare sopra, con dati alla mano, per e a partire dalla seconda opera pubblicata. Il buon senso si ostina a ripetere che non è tutto oro ciò che luccica, ma poi sta all'esperienza di ognuno imparare, a proprie spese, a distinguere tra la latta e l'argento. Auguri per le tue pubblicazioni.
  8. Nessuno! Non si va a scuola per imparare ad andare in bicicletta o sullo skateboard. In ogni caso si impara. Sospetto, ma potrei sbagliarmi, che la scuola di scrittura nasca come una sorte di interfaccia tra gli aspiranti scrittori e le sedicenti CE: ma questa è riflessione di chi vuole a tutti i costi pensar male. Quando gli aspiranti sono diventati milioni (e le CE sono rimaste migliaia) e quando la scrittura e la narrativa si sono fatte fenomeno popolare sono nate "certe figure" di connessione tra chi scrive e chi legge: certe agenzie si servizi editoriali, certe agenzie letterarie, certi scout, certe editrici a pagamento, certe autopubblicazioni, certi premi, etc. Anche certi editor, of course! In fondo, la scuola di scrittura è tipico prodotto dell'intrattenimento e del divertimento nella società di massa. E ci disturba in parte perché cozza con la nostra purezza culturale, con il nostro concetto di gratis, con la nostra illusione dell'arte per tutti. Nascono le scuole di scrittura anche per sopperire (pia illusione!) alle lacune e deficienze di una scuola dell'obbligo sempre più carente dal punto di vista della lettura e dell'interpretazione dei testi. Nascono queste scuole per spettacolarizzare. Per ridare prestigio alla scrittura in un mondo dove la stessa scrittura si sta massmediatizzando. Nascono nella speranza di imbattersi nel genio. Nascono per speculare. Nascono per rispondere a dei bisogni. Insegnano a leggere e a scrivere, ma più a leggere che a scrivere. Non sono le uniche. Nascono nel cuore di una società in piena decadenza culturale. Funzionano se ci credi. E insegnano a fondo se sono gestite da prof e scrittori carismatici. Hanno il vantaggio di eliminare tutti gli aspetti umani e personali e negativi e insopportabili che più o meno tutti gli scrittori di talento (e non solo) si portano appresso e dentro. Funzionano ma ancora qui da noi non sono scrittorifici, per ora. Forse. Aiutano, anche quando sfornano autori da tre parole punto, tre parole punto. Andare a scuola e pagare per andarci fa sempre bene. Ma sulla loro serietà è sempre meglio chiedere e informarsi prima di iscriversi. Producono talenti narrativi o aiutano a partorirli? Troppo presto per dirlo. Aspettiamo. Ma da quale fonte tu attingi che nelle scuole di scrittura si sparga creatività? Nel mio gruppo di scrittura terapeutica non si sparge sanità o salute! Si dialogo, si legge e si scrive e si legge ad alta voce. Si piange anche. Spero che arrivino altre testimonianze. Personalmente non frequenterei corsi di lettura o di scrittura dentro la mia biblioteca comunale con "docenti" a rimborso spese. No! Imparare a leggere vuol dire rendersi subito conto (salvo errori e omissioni di valutazione) dal volantino di presentazione che corso ci aspetta e per quali finalità. Carissima, a me gli autori dicono spesso: "Ma a me questo nessuno l'ha mai detto!" E io casco dalle nuvole. Anzi, cadevo. Adesso l'esperienza mi insegna di ripassare sempre l'ABC prima di comunicare che non sarebbe nell'indole del personaggio x esclamare "Oh, perbacco!" E non immagini con quanta cautela a volte bisogna porgere l'ovvio. Grazie per il tuo contributo. C'è sempre da imparare. Ci miglioriamo giorno dopo giorno. Grazie @Emanuele72. Desiderio e determinazione sono alla base dell'apprendimento. A tutte le età. Ti confesso che io stesso prendo in mano l'ultimo manuale di scrittura creativa come fosse il primo, desideroso di scoprire ciò che ancor non conosco (e vasta, vastissima è la mia ignoranza). Ho risposto sopra, almeno in parte. Alcune ragioni sono generali e stanno alla base di ogni scuola, di apicoltura come di tango (interesse, vanità, denaro, successo, un mezzo per vincere la timidezza...). Negli ultimi decenni si è profondamente modificato/alterato il rapporto Autore/Editore/Lettore. Sono nate molte figure intermedie, utili o parassitarie. Esistono le scuole perché esistono gli insegnanti e gli studenti. Perché aneliamo alla condivisione del sapere. Condividiamo spazi, informazioni, consigli, letture, scritture. Poesie. Sguardi. Perché ci piace credere. Leggere, parlare, dialogare, conoscere altre persone con passioni simili alle nostre. E poi, c'è tutto il resto. Cioè, dietro ogni nostra scelta ponderata si muovono cento spiritelli avversi, di nascosto o alla luce del sole. Facciamo esperienza per dominarli , finiamo per esserne dominati. Ci importa? Mettiamo tutto nel sacco, prima o poi a qualcosa ci servirà.. anche la scuola di scrittura. Garantito.
  9. Esempio? Quale ciofeca di autore illeggibile è stata pubblicata dopo la collaborazione professionale di un editor? Ti contraddici: una ciofeca non fa incassare facilmente perché richiede settimane o mesi per essere sistemata e per darle una forma commercialmente accettabile. E poi chi scrive ciofeche è generalmente povero e i poveri, sia di parole che di tasca, sono quelli che dopo la soddisfazione economica danno all'editor quella riconoscenza sincera che mai alberga in chi si fregia di prosopopea a buon mercato.
  10. Far aggiustare da un meccanico la propria auto difettosa non ha nulla a che fare con la partecipazione alla gara di Formula 1. O no? E nemmeno nel caso in cui il meccanico appartenesse alla scuderia campione del mondo. Non conosco nessun meccanico che possa garantire successo alla mia macchina una volta registrato la carburazione. Mai conosciuto un Autore, esordiente o meno, che sia arrivato a me con la premessa/pretesa di collaborare insieme per arrivare primi a IoScrittore. I libri pubblicati grazie alla mia collaborazione sono nati e si sono sviluppati, revisione dopo revisione, come inediti bisognosi di cure per stare in piedi, per reggersi da soli, per presentarsi in pubblico nella miglior veste possibile, dati lo stile e il contenuto iniziale, potenzialmente gradevoli per e alla lettura. E non alla lettura del direttore x o della direttrice editoriale y: alla Lettura e basta. Nessun editor privato corregge in funzione di pubblicare con questo quell'altro editore.. ma per confermare ed esaltare le potenzialità commerciali ed etiche già esistenti nella prima stesura. Potenzialità, non contratti già stipulati. In bella copia, non già in tipografia. Ma persino l'editor interno alla casa editrice non correggerebbe in vista di una eventuale percentuale sulle vendite... Tra Autore ed Editor, la parte economica della collaborazione si instaura e termina opera per opera. Di opera in opera, in base a un accordo di proficua collaborazione sottoscritto dalle parti e onorato di volta in volta. La SIAE l'Auditorium la paga in base ai biglietti venduti, non la sottrae dal compenso per gli orchestrali! Mi pare. Idem, in genere gli autori non si presentano da un editor privato con in tasca la sicurezza di essere pubblicati dall'editore x. E quando questo avviene è segno che lo scrittore ha già in tasca un contratto di pubblicazione e che quindi il compenso concordato con l'editor l'autore lo caccia di tasca sua. La mia automobile è ormai un pezzo d'antiquariato, eppure non ho mai sentito il mio meccanico dire che farei meglio a sfasciacarrozzarla...Mi dice che fino a quando troverà i pezzi di ricambio ci potrò camminare.... All'Autore che scrive male non dico mai di darsi all'ippica...gli chiedo piuttosto se vuole intraprendere con me un percorso di maturazione e di maggior consapevolezza della/sulla sua scrittura. De resto io stesso non pago i certificati del mio medico privato con le medaglie d'oro che potrei vincere nella Stracittadina... Però, ridurre tutto a ciò che secondo noi gli altri dovrebbero o non dovrebbero fare è avvilente. Nessuno la pensa come noi e anche quelli che formalmente concordano con noi si limitano poi ad esprimere una concordanza puramente verbale... perché la vita si diverte un mondo a punirci per come noi vorremmo il mondo: a base di percentuali, lavorando in equipe, redistribuendo equamente gli introiti... e questo in un mondo dove quotidianamente gli scrittori cambiano casa editrice nella speranza di ricevere quanto pattuito per contratto con l'editore.
  11. Predisponiti al dialogo. Chi cerca trova. Ma anche in questo caso, sgombra il campo dalle dicerie e fatti una tua opinione su me, su x, su y, su z. Conoscersi e revisionare sono azioni di reciprocità, di fiducia, di amicizia. Prenditi tempo, mettimi alla prova e mettiti alla prova. Ci vuole tempo per instaurare una proficua collaborazione. Getta tu il primo seme.
  12. Oppure frequentando corsi di scrittura. È una scelta. In nessun caso costituisce un demerito essere andato a lezione da... Potrei sbagliarmi, ma in ambito anglo-americano alcuni (o molti?) scrittori di besteseller sono insegnanti o studenti di famosi corsi universitari di scrittura. Stai suggerendo l'idea che coloro che frequentano scuole di scrittura a pagamento sono dei fessi immacolati che danno retta a dei truffatori? Sì, questo è davvero un pregiudizio radicato (credo non tanto imputabile agli insegnati delle varie scuole di scrittura quanto a una schiera di traduttori e a direttive/parametri editoriali dal linguaggio e dal pensiero standardizzato...per risparmiare denaro! Il compito di un editor sensibile (o di una bravo insegnate di scuola di scrittura) sta, tra gli altri compiti, nel far riflettere l'Autore sui pregi e i limiti del suo stile prima ancora di correggere una sola parola. Però, permettimi di dire che spesso gli Autori definiscono "stile" un quid ancora tutto da strutturare e arricchire. Da formare. Su cui riflettere a mente aperta (ammesso che sia possibile trovare l'Autore che mi dica "Aiutami a capire" e disposto a prendere sul serio la cura del proprio linguaggio narrativo - e non il predominio del proprio preconcetto... alla base di tante pere dal pensiero conformista). Un carissimo saluto.
  13. Spero che tu non ti riferisca alla mia prima e pubblica presa di posizione pro-scuole di scrittura, perché qui e solo ieri (23 agosto 2020) io ho spezzato lance per queste scuole che fino a pochi mesi -e da ignorante- fa mi hanno fatto storcere naso e bocca. Segno che non è mai troppo tardi per cambiare idea e riflettere sulle granitiche idee di ieri (che il sole nuovo dell'Avvenire sbriciola se non siamo rocce, cioè pietre).
  14. Potrei cavarmela dicendo che spesso il talento senza guida tende a sbrodolare, a eccedere, ad auto-esaltarsi, ad oltrepassare i limiti e, inoltre, che esistono talenti nati ostici per qualsiasi mercato di qualsiasi epoca. Ma facciamo finta che non l'abbia detto, anche perché la nozione di "talento" [2. Ingegno, predisposizione, capacità e doti intellettuali rilevanti, spec. in quanto naturali e intese a particolari attività: avere molto, poco t.; essere dotato di grande t.; un ragazzo pieno di t. o, più brevemente, un giovane di talento; i suoi t. sono giustamente apprezzati; avere t. artistico, musicale, letterario] disgiunta dall'esercizio, dal controllo e dalle finalità che si vogliono raggiungere o produce geni o casi clinici di grande interesse (che poi, a volte è la stessa cosa). La domanda mia è: ma da dove vi nasce questa "preconcettuale" avversione verso le scuole di scrittura (che non avete frequentato, suppongo) e verso il "talento" professionale di chi vi insegna e le gestisce? Da dove nasce questa sospetta avversione verso la "scuola", verso l'insegnamento, verso la pratica di frequentare corsi e lezioni -di cui voi, per fortuna, non avete bisogno? Il famoso talento che non le frequenta per non omologarsi la scuola dell'obbligo l'ha frequentata, persino l'autoscuola per prendere la patente (eppure, diamine, anche un ragazzo a 14 anni oggi sa bene come si guida un'automobile, anzi, ha più talento del padre nel guidarla, che bisogno ha di andare a scuola di guida?!). Non sopportate l'dea di pagare per qualcosa di cui siete certi di poter apprendere da soli? Qualcuno vi costringe? La mia carissima zia, un talento in sartoria, era analfabeta, ma il taglio e il cucito l'aveva nel sangue e se nel paese natio ai suoi tempi di ragazza ci fosse stata una scuola ad hoc sarebbe diventata una stilista. Però, allora non c'erano soldi e le donne erano "ciucce di fatica". E oggi che i soldi per le scuole ci sono o ci potrebbero esserci mostrate una avversione ingiustificata per chi le frequenta, per chi le mette in piedi, per l'insegnamento che in esse si offre... a pagamento. Mah! La mia posizione riguardo alle scuole di scrittura è questa: 1. Si vive per imparare (e il canale di insegnamento non adatto a me può ben risultare idoneo a qualcun altro); 2. si paga, perché pagare predispone a un'attenzione e a un impegno "scolastico" maggiore. Le lezioni gratis lasciano in noi un segno labile,ma se per quel segno ho pagato la traccia in me dura più a lungo ed è più produttiva (psicologia spicciola). 3. la scuola di scrittura può risultare fondamentale per imparare a leggere e a leggersi; la pratica quotidiana dimostra quanto la lettura con editor a fianco del proprio testo sveli pregi e difetti e del pensiero scritto e dell'approccio alla scrittura dell'Autore. Rileggere il testo in compagnia di altri occhi-che dispongono di una differente preparazione culturale e letteraria- è operazione psicologicamente valida, proficua e significativa. Perché uno scrittore o un editor non si limita a leggere il testo di un altro come un comune lettore. Chi scrive, mentre legge, radiografa come l'Autore x ha ottenuto quella tensione, quel crescendo emotivo, quell'ironia, quello spaesamento, quello scavo psicologico etc.. Esercizio dopo esercizio (e vale anche per nati talentuosi) riuscirà ad applicare lo stesso meccanismo di lettura al proprio testo, onde saggiarne la riuscita o il fallimento. 4. Impossibile per noi tutti leggere tutto! Da qui la necessità di insegnanti (al plurale) capaci di riassumere, sintetizzare, racchiudere in schemi gli elementi essenziali, le procedure più riuscite, le tecniche migliori che la mente umana ha prodotto in campo letterario. Si va a scuola per sapere, cioè per fare confronti, per confrontarsi, per sottoporre il testo dai noi prodotto all'esame clinico di chi noi riteniamo (senza reciproca fiducia non si arriva da nessuna parte) più preparato, più colto, più competente del nostro solito amico lettore compiacente. 5. È vero, ci possiamo anche prendere cura del nostro testo da soli, senza chiedere aiuto ai dottori della parola, ma se decidiamo liberamente e pagando di frequentare una scuola di scrittura, vuol dire che usciamo di casa certi del benessere psico-verbale che il nostro testo deve ancora raggiungere (come l'insegnate ci confermerà alla prima lettura), nonostante tutti i nostri sforzi per migliorarlo. 6. L'eccesso di valutazione positiva che noi tutti diamo alla nostra creatura non risparmia nemmeno lo scrittore di talento, che forte della sua competenza linguistica e culturale spesso confonde la scrittura con la sciarada enigmistica. Che, spesso, troppo pieno di sé (chi ha mai osato criticarlo!) si autocompiace di uno stile indigesto ma per lui ricco di originalità. Una scuola che insegni a leggere adeguatamente il proprio testo e che suggerisca metodi e tecniche per contenere i guasti del dominante narcisismo verbale che affligge esordienti e pubblicati...non va qui, da noi, letto e inteso come ovvia produzione uniforme e standardizzata di testi preconfezionati, bensì come invito a trovare in sé quell'umiltà e chiarezza espositiva che trasformano la nostra lingua madre in una partitura da leggere e interpretare (e far amare) a più livelli. 7. La personalità invocata per dare consistenza e spessore all'opera -quel quid che renderebbe unico e irripetibile il nostro stile - non è né programmabile geneticamente né si può formare scolasticamente. Però, se l'intero mondo editoriale contemporaneo dovesse sopravvivere e vivere aspettando Godot, nato talentuoso e già pronto per la pubblicazione, gli scaffali delle nostre librerie private temo presenterebbero grandi, grandissimi vuoti. Tutta la scrittura si nutre di speranze, degli autori che verranno, di quelli che ce le faranno, delle promesse da mantenere, delle seconde opere che confermano, delle scuole da cui uscirà chi forse diventerà n.1. Ma la personalità nella società di massa e nel mass market editoriale odierno è anche lavoro di equipe. È costruzione, è serialità, è produzione industriale. È merce per i più svariati gusti e usi. È brillante attività da gostwriter -come ben insegna Fabio Geda che Nel mare ci sono i coccodrilli ci riporta, dopo averla oralmente appresa, la Storia vera di Enaiatollah Akbar, ragazzo afgano. Certo che frequenterei una Scuola di scrittura, a pagamento, mah... e resti tra noi, prima dovrei mettermi bene in testa di frequentare, pagandolo, un corso di calligrafia. Perché è inaccettabile che una persona come me, che vive di parole notte e giorno, non sappia riconoscere le sue stesse parole in corsivo. Una vergogna.
  15. Vado di fretta, ti rispondo con calma domani. Ora ti dico solo che per la scolarizzazione dei cittadini, dall'asilo all'università e oltre e dove ogni maestro, insegnate, professore deve essere pagato per le mansioni che svolge, lo Stato spende una cifra enorme. Perché la nostra formazione culturale ha un costo elevato e da qui il doppio e vergognoso peccato di uno stato che mi forma spendendo per me migliaia e migliaia di euro e poi lascia che io vada all'estero a lavorare, che mi costringe a emigrare per trovare un lavoro adatto alla mia formazione. Sì, caro @dyskolos, da sempre la cultura ha un costo, più o meno elevato. Perché non si nasce imparati. Qualcuno questo costo lo paga per noi o ce lo paghiamo noi. Elevarsi costa, anche quando non ci sono più gli schiavi talentuosi a insegnarti il greco e anche quando il precettore non viene più a casa ma ci aspetta in un edificio predisposto all'insegnamento. Nella affollata filiera editoriale, come abbiamo già scritto e detto fino alla nausea, il denaro è interesse imprescindibile per far muovere e per far funzionare il meccanismo. Lo mette l'editore?, bene, pubblicherà ciò che a suo giudizio potrebbe rendergli. Lo mette l'Autore per gloria e vanità personale?, è un male ma questo regime economico lo consente, glielo consente. Lo anticipa il librario (faccio per dire)?, bene, se non ci fosse nessuna libreria verrebbe mai aperta. lo sostiene lo Stato?, bene, è una scelta politica...in vista di un ritorno sociale migliorativo. Ma sempre di denaro si tratta. Per interesse nobile o lucroso che sia.
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