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Renato Bruno

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611 Magnifico

Su Renato Bruno

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    Sognatore
  • Compleanno 12 febbraio

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  • Genere
    Maschio
  • Provenienza
    Anguillara Sabazia (RM)
  • Interessi
    Editoria, fotografia, musica,arte, saggistica, poesia, Natura.

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  1. Renato Bruno

    Assenza totale di autovalutazione

    Gentilisimo @cheguevara, in primo luogo grazie per questo nostro animato e istruttivo scambio "epistolare". Quando sento che devo rispondere a qualcuno vuol dire che ho bisogno di offrire a me stesso una possibilità ulteriore di riflessione e approfondimento sul mio stesso modo di pensare e di scrivere. So di avere ancora molto da imparare e dopo ogni incontro/scontro, civile e sentito, cresce in me la tolleranza e la necessità di accogliere in me concetti in grado di allargare il mio (limitato) orizzonte cognitivo e socio-politico. Se sei stato pubblicato è segno che tu come Autore e le tue piccole editrice fate parte di questo nostro mondo editoriale qui sottoposto a fuoco incrociato. I tuoi testi pubblicati ti hanno fatto conoscere un tipo di editing, quello editoriale/redazionale. Io però, ho qui sulla mia scrivania opere pubblicate che da parte dell'editor editoriale non hanno ricevuto la giusta attenzione e cura. Vale lo stesso per l'autopubblicazione e la differenza tra testo con editing e testo senza si nota a prima vista. Dal basso del mio artigianale mestiere di revisore di testi altrui m'è d'obbligo consigliare a tutti -autori inediti e scrittori noti- la ricerca di un collaboratore -meglio se di lunga esperienza- che sappia leggere in altro modo il testo originale appena terminato. Uno spirito collaborativo (e non restrittivo) è per tutti benefico, penso io. Poi, è chiaro che la complessità del mondo (editoriale o meno) venga da ognuno di noi ridotta ai minimi termini per esigenze di chiarezza e di gestione. Però, è altrettanto vero che l'esser severi giudici di sé stessi rischia sempre di far restare l'inedito nel cassetto. Ed è anche vero che spesso non è per questione di soldi, di costo, di denaro che non si ricorre alla collaborazione di un editor di fiducia (dipende moltissimo dal rapporto che l'Autore/Scrittore ha con la propria parola scritta e con le sue innumerevoli funzioni comunicative e auto-rappresentative). Innumerevoli sono i miei fallimenti, caro amico. Ma dopo ogni caduta -perché non sempre gli Autori hanno un approccio rispettoso e corretto con gli editor inviati a leggerli- , mi rimetto di nuovo a disposizione, perché la cura della parola e la parola che cura sono finalità e modalità ormai in me caratteriali. Per questo non mi piace, e lo faccio notare pubblicamente, quando avverto sentore di pensiero a senso unico, che crea barriere, nemici, ostacoli , che si nutre di Moloch da abbattere per il trionfo di una verità (fosse anche la mia) parcellizzata e ridotta a nostra immagine e somiglianza, cioè a seconda dell'umore del momento. Grazie ancora. Ti rinnovo l'invito a spedirmi qualcosa di tuo da leggere. Un saluto.
  2. Renato Bruno

    Assenza totale di autovalutazione

    Perché non è l'occhio a leggere ma la mente e la mente ri-legge esattamente come ha concepito quel pensiero, trovandolo sempre corretto e adeguato anche quando non lo è. La lettura è faccenda psicologica non tecnica. Per chi scrive, la fretta e la necessità di arrivare alla conclusione della frase fa passare in secondo e in terzo ordine le sviste le lacune le improprietà del periodo. Avviene lo stesso per un testo che nella sua prima pagina riporta i tempi verbali sbagliati: alla quarta pagina chi legge già non nota più l'inadeguatezza dei tempi verbali errati, osservati e criticati nella prima pagina. Complesso è il fenomeno che porta alla necessità di una figura esterna per la radiografia del testo. Complesso è il rapporto della parola che ci rappresenta e che istintivamente e psicologicamente riconosciamo e difendiamo come nostra anche quando contiene errori (che non vediamo). Ogni scrittore, soprattutto quando è bravo, cioè quando si sente sicuro e padrone dei propri mezzi tecnici e linguistici, è ad alto rischio di errore, perché quando scrive va con gli occhi in avanti per concludere il concetto, saltando gli eventuali vuoti di sintassi e sorvolando sul lessico non appropriato al contesto. E quando si rilegge si limita ad accarezzare con lo sguardo lo scritto senza autenticamente vederlo. L'autore/scrittore non è in grado (a volte nemmeno dopo mesi o anni dall'atto della scrittura) di cambiare occhi per analizzare con lente d'ingrandimento l'opera finita (magari la riscrive d'accapo, la rifà tutta, la distrugge e la ricrea...ma non la corregge veramente!). Ma questa è la prassi, come sa bene ogni maestro a scuola, ogni editore, ogni agente redattore, ogni editor. Come ben sapevano i frati benedettini che avevano un prontuario a cui ricorrere per la disamina degli errori più frequenti di copiatura/scrittura. Vale lo stesso per lo scatto fotografico: ogni fotografo legge la foto a modo suo e solo un occhio esterno alla psicologia e all'estetica del fotografo mentre fotografa legge in altro modo e distintamente e differentemente quella o questa (stessa) immagine. Io posso scrive Jkbx e un inglese leggerà subito Jukebox e posso scrive cuercie sicuro che la mia mente leggerà querce. Quindi, e senza inoltrarci troppo nella necessità di un altro che legga ciò che io ho scritto - e ciò vale per ogni genere di scritto, dal biglietto di auguri alla Nuova Odissea-, la capacità e la funzione di chi scrive è ben altro dall'occhio critico/distaccato di chi legge. E compito principale di un editor serio è la funzione imprescindibile di controllo sulla coerenza interna del testo, sull'armonizzazione di tutti i suoi aspetti ed elementi, sullo sviluppo logico della trama, sulla lingua dei personaggi/protagonisti, sul ritmo interno e complessivo dell'italiano usato. Sull'abbraccio tra Prologo ed Epilogo. Dispiace sempre, tuttavia, constatare come negli anni l'essenziale fatichi ad affermarsi; come chi scrive ami così tanto circondarsi ancora dell'alone neomelodico e nostalgico di artista unico e incompreso. Vittima prescelta di un sistema editoriale che sempre gli nega talento e ossigeno ma verso il quale nutre speranze imperiture. Senza mai chiedere aiuto, senza divulgare ad altri i segreti della propria officina letteraria. Come se a chi scrive gli editor rubassero l'anima, per mercificarla e standardizzarla alla prima occasione di editing utile. Sconfortante.
  3. Renato Bruno

    Assenza totale di autovalutazione

    Mai nessun autore/scrittore da me curato (come rivisto e corretto da altri editor) si è lamentato per il costo del servizio offerto. E nessuno di costoro si è ammalato per non aver poi trovato l'editore. E nessuno di essi si è sentito stritolato o spremuto. Anzi, i problemi seri sono arrivati mesi dopo la pubblicazione. Dopo che la palla è passata dall'editor/editore all'amministrazione/contabilità (ma questo è un altro discorso). Per favore, manda al mio indirizzo email pagine scritte da te. Fammi leggere del tuo. Parlo sul serio e ovviamente sara una lettura, con mio giudizio, totalmente gratis e privata. Fammi provare la soddisfazione di avere sotto gli occhi un testo scritto come si deve e che mi faccia esclamare (insieme a te) maledizioni contro la cecità del sistema editoriale italiano. Seriamente, parlo seriamente. Due autrici di Milano e una terza di Napoli, con due testi a testa, pubblicati a nord e a sud negli ultimi 18 mesi. Sei opere corrette, riviste e rilette, in prima e seconda revisione e per alcune anche un'occhiataccia alle bozze editoriali (che in genere abbondano di refusi e sviste). E, ma questo è il bello della collaborazione di lunga durata tra Autore ed Editor di fiducia, tra una messa a punto e l'altra del testo, conversazioni a iosa sui progetti futuri, sul materiale ancora nel cassetto, con spunti e suggestioni su altri temi e altre trame che gli editori potrebbero trovare appetibili. Però, amico mio, è sempre molto pericoloso generalizzare su questioni sulle quali non abbiamo esperienza. Io non ho mai avuto a che fare con il notaio, ma anche se intorno a me tutti parlassero male della categoria notarile, per come sono fatto io, prima farei esperienza e poi forse potrei dire qualcosa di sensato sul loro operare. Tu non hai avuto esperienze con un editor (e meno che mai con un editor rompiballe come me!) però sei convinto della loro inutilità, almeno per te e i tuoi testi. Ma in base a quale convincimento tuo, derivante da esperienza diretta? Io posso dirti, per esperienza diretta sui testi, che sono piuttosto deluso da come operano sul testo i miei colleghi, ma tu? Fammi degli esempi. Hai tu letto la versione originale di un testo e poi quella definitiva dopo l'editing? Su che cosa basi il tuo giudizio sulla presunta incapacità degli altri di scrivere? Io sto preparando un testo per il blog di una carissima amica, cioè io sto mandando il testo mio ad una mia Autrice affinché me lo riveda e corregga e se è il caso me lo chiarisca concettualmente. Proprio perché è così alto il rischio di assassinare la lingua italiana è logico è naturale è ovvio chiedere a qualcun altro di leggerci. Non è insicurezza, è saggezza. Quanto l'intento non è il trionfo dell'io ma dei concetti miei/tuoi/nostri sapientemente e correttamente comunicati. Giusto, ma perché tu dimostri di disprezzare l'acqua altrui? Perché mai la tua acqua non può civilmente coesistere con la mia in vista di una comune finalità (fosse pure e solo leggere un testo ben scritto)? Perché assolutizzi la tua condizione? Io non ho mai sostenuto che un testo per essere pubblicato debba necessariamente essere sottoposto a un editing privato a pagamento. E tu, non conoscendomi, non puoi sapere di quanti preziosi suggerimenti (anche per te)io potrei esser tesoriere, gratis o pagamento. Però, nella tua mente il binomio Autore/Editor è un abominio concettuale, prima ancora di essere un costo che secondo te solo in pochi si possono permettere. Essere obiettivi significa "sconfinare", oltrepassare i confini per fare esperienza del mondo che sta oltre la nostra scrivania. E dove tutti la pensano differentemente da me e proprio perché la pensano in altro modo mi danno quotidiani imput per meglio calibrare e mettere a punto il mio pensiero (sempre schiavo di pregiudizi e preconcetti). Una settimana fa, proprio un autore qui incontrato, mi ha inviato il riassunto della sua opera e i primi tre capitoli chiedendomi una valutazione e uno scambio di opinioni in merito. Gratuitamente. A costo zero. Ora, diamo per scontato che secondo te costui non è nemmeno uno "scrivente" degno di considerazione e diamo pure per scontato che ci sia del marcio nella mia disponibilità, come fai tu a ridurre tutto alla "somma importante"? Sottoponi il tuo pensiero a un pericoloso "riduzionismo" concettuale ed etico se fingi di ignorare un altro modo parimenti umano di vedere le cose e il contesto. Viviamo in una società dove contano le alleanze, gli incontri, i dialoghi, gli scambi paritari a partire dalle differenti identità e funzionalità di ognuno di noi. Scrive la professionista appena operata di cancro al seno e scrive la figlia della bidella che vuole raccogliere le memorie del nonno. Scrive il dottore che ha una relazione omosessuale con un paziente e scrive la pensionata che al terzo viaggio in India con il secondo marito ha avuto una duratura "illuminazione". Scrivono perché ne sentono il bisogno, perché la scrittura li aiuta a vivere con altra consapevolezza. E quando si rivolgono a me incontrano in primis un essere umano che li ascolta. Però per te "riduzionista" conta solo se hanno o non hanno i soldi per la mia fattiva collaborazione. No, amico @cheguevara, non funziona così. Certo che mi aiutano a pagare le bollette a fine mese, ma la scrittura è per me e per loro luogo della messa in discussione, dell'autocritica, terreno per acquisire anche un altro modo di considerarsi e di considerare -denaro incluso. Perché in questa relazione Autore/Editor l'interesse comune ha mille facce, che passano anche per il denaro ma mai si limitano al costo basso/medio/alto dell'operazione editing. Fine. Un saluto. P.S. Secondo me chi scrive deve mostrare sensibilità e apertura verso il prossimo, indipendentemente dalle bastonate già prese. Ciao!
  4. Renato Bruno

    Assenza totale di autovalutazione

    Caro sognatore @Ospite, mi piacerebbe molto fare con te una passeggiata in libreria. Capire come tu ti accosti al libro, sapere in base a quali criteri tu decidi se acquistare o no, sapere da te quali e quanti libri hai in casa. E soprattutto mi piacerebbe portarti con me in Fiera, in una qualsiasi fiera del libro, farti parlare con gli editori, farti chiedere loro che materiale inedito ricevono e in base a quali criteri selezionano e pubblicano. Dopo averli ascoltati, gli addetti ai lavori, sono certo che ti porresti davanti alla tua scrittura in altro modo. Sono certo che vedresti il rapporto Autore-Editore-Lettore con occhi mutati. Sono certo che a guardar bene tu nell'attuale produzione editoriale italiana (vastissima) troveresti non solo libri italiani per il tuo gusto ma sugli scaffali, negli stand, nelle sale di presentazione, troveresti opere in grado di arricchire il tuo stile e la visione del mondo che dalle tue opere scaturisce. Io ho fiducia in te e nella tua intelligenza. E ti dirò anche, per concludere, che mi dispiace constatare quanto nei tuoi post qui sopra ci sia ancora della cattiva filosofia sulle eterne colpe altrui, da me stigmatizzata nel mio post precedente. Un saluto
  5. Renato Bruno

    Assenza totale di autovalutazione

    Fatemi dire una pura fesseria, vi prego. Sono vecchio, sono stanco, e soprattutto sono stufo di leggere (anche qui!) frasi contro tutto e tutti che danneggiano solo chi le lancia. Proviamo a cimentarci con un atto sincero di autocritica globale. Io Editor ho contribuito a far pubblicare libri "indecenti". Io Autore sono (non sono) consapevole di aver scritto testi "indecenti". Io Agente ho incoraggiato la pubblicazione di opere "indecenti". Io Direttore editoriale di Casa Editrice ho caldeggiato la pubblicazione di volumi o di collane "indecenti" Io Lettore ho foraggiato la crescita di un mercato costituito da libri spazzatura più o meno indecenti. Io Scrittore ho consapevolmente ingrassato un sistema che derubandomi in maniera "indecente" mi ha dato fama...e nient'altro. Capisco che sia nell'indole umana dare sempre agli altri le colpe, ma prima o poi lo specchio impietoso dei nostri fallimenti ci presenterà il conto e ognuno di noi a sé stesso dovrà pur raccontare una certa (dolorosa) verità. Per quanto oggi taciuta, per quanto oggi invisa alla nostra egocentrica e ridottissima visione del mondo (editoriale). Una visione/distorsione nella quale la scrittura non all'altezza non è mai la nostra, dove chi giunge alla pubblicazione mai vi arriva per merito, dove le redazioni sono zeppe di Torquemada nostri acerrimi nemici; dove l'agente è sempre un poco di buono; dove la spesa per un editor è sempre cosa nefasta e di utilità pari a zero; dove per ignoranza ignominia e infingardo pregiudizio al lettore viene sempre impedito di godersi il nostro primo e secondo e terzo capolavoro. Dove il successo o l'insuccesso di un'opera è sempre determinato da ciò che è estraneo ed esterno all'opera stessa. Dove le nostre private biblioteche casalinghe pullulano di libri scritti e pubblicati da corrotti, da venduti al sistema, da leccaculi di primo e secondo e terzo rango. Dove noi non collochiamo opere di esordienti (sempre di dubbia origine e natura) ma solo o anche l'immancabile King di turno (che come tutti sanno non prospera nel sistema, non alimenta il sistema, non toglie spazio agli esordienti, ma anzi li incoraggia e li fa pubblicare, perché è nota qui come in America la grande solidarietà che unisce gli esordienti agli scrittori, gli scrittori agli esordienti e insieme esordienti e scrittori agli ancora sconosciuti che domani forse scriveranno qualcosa). Nel frattempo, però, qui ci divertiamo a rendere universale la nostra piccolissima e limitatissima esperienza, a giudicare perché rifiutati o perché nessuno ci ha risposto, ad attaccare i leoni i leoncini o le iene che pubblicano facile facile senza mai rinunciare alla nostra (la mia compresa) anima da topolini nati di sicuro col talento, cresciuti di sicuro talentuosi e di sicuro aggrappati con le unghie all'illusione che un giorno la Sorciprint sarà felice di pubblicarci. Nel frattempo, nel mondo reale e corrotto, l'Autrice x e y, con il romanzo curato corretto rivisto e riletto (da me) l'anno scorso sta per essere pubblicato e pubblicizzato (febbraio 2020). Un miracolo? Un fatto fantascientifico? Un prodigio? No, solo mesi e mesi di editing accuratissimo e la certezza che se il lettore si sentirà coinvolto, si commuoverà, leggerà un testo ben scritto e ben costruito e non scontato (e anche forse un poco di moda) più probabile sarà incuriosire l'editore tal dei tali. Con buona pace dei pessimisti, dei catastrofisti e dei complottisti che il mea culpa qui non lo fanno, che qui le librerie durante le presentazioni non le frequentano, che qui le mani non se le sporcano, che il mondo editoriale per quello che è nel suo complesso (e non solo nel particolare di ogni autore qui ferito dal sistema) qui non lo conoscono (e che qui sempre in dubbio mettono ogni parola/opinione/esperienza che potrebbe far cambiar loro visione e giudizio). Non è tutto, ma qui mi fermo, perché mi vergogno io stesso della mia totale mancanza di umiltà. Un cordiale saluto a tutti.
  6. Renato Bruno

    Editing o editing(s)?

    Caro sognatore @L'antipatico, io ho scritto questo? Non mi pare. Ho ribadito che è ampia la tipologia degli autori che ricorrono a un editor e che lo scrivere ha molteplici sfaccettature e che mai sarò io a scoraggiare un Autore che gratis o a pagamento mi chiede un parere sul suo testo. Il resto della tua interpretazione lo hai legittimamente aggiunto tu con parole tue, non mie. Un saluto.
  7. Renato Bruno

    Editing o editing(s)?

    Perdonami, ma io non vado dallo psicologo per farmi dire che mia madre avrebbe fatto meglio ad abortire! Nè vado dal meccanico per sentirmi dire che sarebbe meglio che cambiasi macchina o città. Chi mi manda un testo ha il diritto di ricevere da me un incoraggiamento. Sempre! Caso mai poi sta a me in quanto editor capire quanto l'autore sarà in grado di rimettere mano al testo fiacco in partenza. Non si è rivolto a me perché vuole pubblicare con Adelphi, forse non vuole nemmeno essere pubblicato. Mi ha contatto per avere un mio personale giudizio su ciò che ha scritto e l'esperienza insegna che è proprio la scrittura il luogo dove le rape sanguinano. Un conto è spegnere con educazione le illusioni di gloria, altro è capire che cosa la scrittura rappresenta per chi la esercita. Altro è capire come far fruttare per la propria crescita interiore la predisposizione a scrivere. Non confondiamoci.
  8. Renato Bruno

    Editing o editing(s)?

    Sacrosanto, giustissimo, nessuno potrà mai metterlo in dubbio. Mi dai l'occasione per aggiungere che: nella scrittura ogni Autore -indipendentemente dal suo grado di istruzione e di cultura- riversa le proprie paure, incertezze, debolezze e umane carenze. Per esempio, per un persona come me, nella vita incostante e disordinata, ricerca nella scrittura l'ordine logico dell'esposizione, il rigore formale, il pensiero compiuto, la corretta concatenazione degli eventi e dei loro nessi. L'autrice x, invece, nella vita seria e rigorosa, predilige una scrittura fantasiosa sì ma poco incline a certi ordini sintattici, a certe regole di esposizione amate dai lettori. Questo per dirti che ci si rivolge a un editor per svariati motivi, anche fondati sul testo come pretesto per una conoscenza migliore di sé, perché le parole che ci tornano indietro corrette e ben allineate ci ricordano che, nonostante la nostra vita confusa o troppo normale, un altro ordine/ orizzonte estetico è possibile.
  9. Renato Bruno

    Editing o editing(s)?

    Ohibò, caro @Folletto, qui si potrebbe aprire una discussione infinita sulla validità o meno dei nostri inediti: quando è valido e quando non lo è? Perché, sempre per colpa di questa maledetta esperienza che ci contamina e ci condiziona vita e pensiero, qualunque scritto (può avere) ha del buono da salvare. Qualsiasi. Il miracolo di cui tu parli è possibile solo dopo aver compreso appieno, da parte dell'editor - se ne è capace- lo spirito che anima sempre un/il testo (bene o mal scritto). Ti confesso che io mi trovo a lavorar meglio su un inedito apparentemente da cestinare, perché quello secondo l'Autore ben fatto e confezionato e commercialmente valido molto spesso -ma non sempre- ha dietro uno scrittore piuttosto suscettibile e mal disposto ad accettare correzioni e modifiche, pur se necessarie. La faccenda poi si complica perché l'editor, che non ha ancora la bacchetta magica, ha qualche difficoltà a comprendere dalla lettura delle primissime righe con quale psicologia "autoriale" ha/avrà a che fare. Credimi, l'Autore, convinto della validità del suo testo, vorrebbe comunque un editor a suo servizio, a sua immagine, disponibile per un impegno sul testo costante e possibilmente a prezzi super-economici - e con la garanzia del massimo successo possibile. Forse per questo, anche per questo, dietro i testi "da cestinare" c'è spesso un autore disponibile, non suscettibile, in genere maturo, e che dietro il suo analfabetismo, lasciamelo dire, cela una vita esteriore e interiore ricca, così profonda da trasparire, suo malgrado, nelle frasi scorrete e tutte da riscrivere. Questo, ovviamente, vale per me, è la mia opinione, il frutto della mia lunga ma pur sempre limitata esperienza. Un saluto.
  10. Renato Bruno

    Editing o editing(s)?

    Gentilissimo @dyskolos, niente di strano. Non posso parlare per gli altri editor (anche se da molti aspetto ancora una pubblica e auto-critica valutazione sul proprio operato) ma normalmente e obbedendo alla sonorità e musicalità di certe frasi capita anche a me di usare "attendere" al posto di aspettare e viceversa. Ma è importante? Per me sì, perché sono fissato sulle sonorità armoniose della lingua, ma in definitiva l'ultima parola spetta all'Autore, che in fase di sua revisione si ripiglia e si risistema i suoi aspettare. Dov'è il problema? Quello che voglio far capire -e che ribadisco da anni- è che l'editing è una sonata a quattro mani, dove le quattro mani devono trovare accordi, accenti, note, melodie, un modus operandi comune -e per ottenere questo risultato di comunanza ci vuole tempo, non basta un solo inedito, occorre una collaborazione duratura e lungamente amichevole e proficua nel tempo. Grazie per la tua attenzione.
  11. Renato Bruno

    Editing o editing(s)?

    Scusa, quale scuola? È proprio da una certa scuola nazionale che provengono Autori con lacune di italiano più o meno gravi. La scrittura è carente in ogni parte d'Italia: dagli avvisi del Comune a quelli dell'Ospedale, passando per certi giornali che rinforzano nei lettori la normalità degli strafalcioni. Un saluto.
  12. Renato Bruno

    Editing o editing(s)?

    E con questo, carissimo amico, che vorresti dirci? Che sei contento della sviolinata, leccata di... , che l'editor in questione ha rivolto all'Autore? Ma noi, qui, parliamo per tutti, non per il singolo autore/editor. Pensa che tra qualche giorno uscirà per Mursia un testo che l'Autrice ed io abbiamo ripulito a fondo da ogni errore di sintassi. Quindi... se fossi in te eviterei di entrare nel campo del perennemente opinabile. Ogni correzione/revisione è imperfetta, il testo stesso è suscettibile di continue stesure: la fedeltà al proprio "errore" ha sempre una duplice lettura: ancoraggio o zavorra? L'Autore stesso interpreta diversamente nel tempo il testo che ha scritto e il lettore stesso rilegge differentemente la svista trovata simpatica ieri. C'è errore ed errore. Ma se rileggi con attenzione il tuo virgolettato, capirai meglio come tu stesso stai dicendo che l'autore avrebbe potuto scrivere in altro modo, e senza errori di sintassi, per rendere più vivida l'immagine in questione. Buon pranzo.
  13. Renato Bruno

    Editing o editing(s)?

    Autori e Editor (compreso me) carissimi, seguo questo nostro utilissimo forum (e qualche altra sezione di WD) da anni ormai, e ogni vota la innata o consapevole tendenza degli Autori (che qui scrivono) a proteggere il loro inedito sotto un'aurea di sacralità perenne e intoccabile mi sorprende oltremodo. Mi pare che nel tempo la distanza tra la teoria e la pratica, tra l'idea astratta del ruolo e delle funzioni dell'editor e il suo specifico lavoro sul campo, così come la complessa relazione critica e psicologica che ogni Autore dovrebbe riservare al proprio testo (come ai testi altrui), non faccia altro che allargarsi, che portare gli editor e gli autori su posizione ormai prossime o alla difesa corporativistica (in difesa dei sacro valore dell'opera originale nella sua prima versione, in difesa del sacro ruolo minimo e lieve che secondo certi Autori l'editor è tenuto a svolgere) o alla demonizzazione (spesso dovuta all'ignoranza sia degli autori che degli editor) di tutte quelle figure redazionali ed editoriali, dall'agente al direttore editoriale, che non consentirebbero agli Autori di dare alla luce la propria creatura, esattamente così com'è stata concepita e partorita -poiché ogni intervento sul testo ne svilirebbe l'autentica natura (opinione condivisa qua e là anche da alcuni editor). Scendendo nel profano, visto e considerato quanto certi luoghi comuni, certi pregiudizi, certe false conoscenze spacciate per verità universali, certe arroganti prese di posizione in difesa del proprio intimo ed unico io letterario (!) godano e godono ancora di consenso e di condivisione da parte di Autori già compiutamente Scrittori (e di editor già direttori di collana...) , l'annosa faccenda "mi rivolgo o non mi rivolgo a un Editor; vale la pena o non vale la pena; il testo sta in piedi da solo o ha bisogno delle stampelle dell'editor fisioterapista; cosa garantisce un editor, che cosa un editor non garantisce; se ne serve solo l'Autore dal testo fiacco e insicuro o se ne serve anche e a maggior ragione chi scrive bene ed è già stato pubblicato; ha senso o non ha senso la collaborazione con l'editor di fiducia se poi comunque non si arriva alla pubblicazione; fondamentale per chi si autopubblica, non indispensabile per chi ha talento ma vive in tempi avversi; etc., etc., etc.", mi fa venire in mente, prosaicamente parlando, la mia conflittuale relazione con l'autofficina di Mauro, il meccanico che da anni mi segue, che io inseguo. Ecco, come me a casa, nella sua caotica officina Mauro riceve vari e vari modelli e marche di automobili (testi, manoscritti, inediti, saggi, racconti, sinossi, lettere di presentazioni da scrivere, etc.) da revisionare, cioè esistono mille modelli di testi legittimamente in circolazione e tutti prima o poi necessitano di un controllo, perché spesso è proprio il modo di guidare (di scrivere) degli automobilisti (Autori) a determinare (nel testo) anomalie, avarie, intoppi, ingolfamenti, interruzioni di energia, malfunzionamenti, etc., di cui il guidatore/autore spesso non è consapevole -perché guida/scrive sempre nello stesso modo e perché spesso si rifiuta di prendere in considerazione altri stili di guida (di scrittura). Come me a casa, l'autofficina/la mia postazione di lavoro svolge una miriade di funzioni di controllo e di messa a punto legate alla conoscenza tecnica del funzionamento dei vari tipi di motori (generi di scrittura, contaminazioni, linguaggi nuovi e altro) prodotti e circolanti, ognuno dei quali, dai più riusciti ai meno affidabili nel tempo, hanno caratteristiche specifiche, hanno diritto a circolare (che sia una stravecchia Cinquecento o la memoria del partigiano Attilio mal scritta dalla nipote; che sia una fiammante Lamborghini dell'attore tal dei tali o la storia di Elena la rumena troppo bella per un matrimonio duraturo e tutto ancora da scrivere), hanno diritto a muoversi, a trasportare persone e merci, a esistere purché non víolino il Codice della strada (la grammatica, la sintassi, lo sviluppo corretto della trama, la corrispondenza tra la lingua prescelta e l'ambiente in cui si muovono i personaggi, etc.); hanno diritto alle cure del proprietario/autore e al rispetto da pare degli altri autori/guidatori, perché ogni automobile (testo) rappresenta lo stile di vita e la visione del mondo del proprietario (dell'autore) -e a nessun autista/autore è consentito fare classifiche, discriminare, giudicare di serie A la propria macchina/testo e di serie C il testo altrui. Tutti hanno diritto ad aspirare alla piccola-media-grande CE, hanno diritto all'auto-pubblicazione, hanno diritto a circolare in copie stampate a spese dell'Autore. Ma al di sopra di tutto questo, l'officina di Mauro/Renato è luogo privilegiato di scambio, di comunicazione, di dialogo. È luogo a cui si ricorre (cui si dovrebbe ricorrere se non fossimo noi tutti, villici italici, incollati al nostro esclusivo particolare egoisticamente difeso e sbandierato) per conversare prima di comprare la macchina, prima di finire la prima stesura, per uno scambio gratis e amichevole sulla porzione di testo già scritto, sul seguito dell'intreccio da sviluppare, sul linguaggio utilizzato, sullo stile adeguato o meno prescelto.Prima di inviare in officina il testo definitivo. È luogo non solo di correzione e revisione ma anche fucina, laboratorio, aula dove è l'editor che apprende dall'autore e apprendendo meglio s'accosta al testo per farne emergere le migliori potenzialità espressive (anche là dove per far questo si è obbligati a forzare ciò che, spesso erroneamente, l'Autore ritiene il proprio stile -un quid che per sua natura è soggetto a evoluzione, a crescita, a cambiamento). Solo che...se il meccanico ci dice che consumiamo troppo i freni perché non sfruttiamo appieno il freno-motore (il cambio marce prima di toccare il freno) noi dobbiamo ascoltarlo, dargli credito, riconoscere che ha una competenza differente dalla nostra, che ha una pratica che non è la nostra, che ha una esperienza che può tornarci utile...prima di tornare a frenare (a scrivere) come siamo abituati, solo perché nessuno ci ha insegnato a scalare le marce prima di arrestare il veicolo (a consultare gratis un editor prima di collaborarci per una migliore veste del nostro testo. Qui, in WD, leggo e rileggo commenti di chi crede di sapere quale funzione e natura abbia un Editor senza mai averne consultato uno! [Così come leggo di autori pronti a sparare su Agenti e CE senza mai aver letto almeno un libro scritto da un agente o direttore editoriale che ci illumina sul mestiere loro svolto qui, a casa nostra, in Italia.]. Qui, in WD, leggo e rileggo di editor che prendono serie e condivisibili prese di posizione, completamente ignorate dagli Autori nel prossimo forum aperto su ruolo e funzione dell'editor. E mi cascano le braccia. Che cosa ci manca, a noi editor e a noi/voi Autori, per instaurare (finalmente!) un rapporto dialettico-costruttivo in funzione A) del testo specifico da revisionare (con o senza la prospettiva dell'agognata pubblicazione); B) della reciproca crescita e maturazione personale, io come editor tu come autore, sul piano del reciproco rispetto delle peculiari caratteristiche (anche caratteriali) di ognuno; C) della funzione etico-culturale e commerciale che ogni nostro testo scritto dovrebbe contenere, cui dovrebbe aspirare, con impegno e semplicità. E mi fermo qui... solo perché guido una macchina che nel 2021 compirà trent'anni di immatricolazione, troppo vecchia per circolare in città ma che Mauro adora perché per controllarla o aggiustarla gli basta aprire il vano motore e fare ancora tutto con le mani. Ecco, forse Autori ed Editor dovrebbero tornare, per una pacifica collaborazione, a una visione e concezione artigianale del testo -scomponibile, ricomponibile, riscrivibile- e senza che nessuno si senta defraudato per un periodo ricostruito, per una frase cambiata, per una parola sostituita (sempre ulteriormente correggibile). Un cordialissimo saluto a tutti. P.S. Perdonatemi eventuali errori di battitura. .
  14. Renato Bruno

    Il soggetto di un manoscritto

    A me pare semplice e di facile comprensione (conoscendo la contorta mentalità e lingua del miei"polli"!). Caro @Angorian, questi per "soggetto", quasi in contrapposizione a "sinossi" ti chiedono un breve resoconto dell'opera,. Soggetto inteso come ciò di cui si parla, si scrive, ecc., che vale per canovaccio, storia approssimativa, una trama essenziale, un sunto poco dettagliato: la morale della favola, insomma. Un cordialissimo saluto.
  15. Renato Bruno

    Flashback ... che tempo usare?

    Scusa @Marcello, ma credo di non aver capito. Che intendiamo per flashback? "flashback ‹flä′šbäk› (o flash-back) s. ingl. [comp. di flash «lampo» e back «indietro»] (pl. flashbacks ‹flä′šbäks›), usato in ital. al masch. – Nella tecnica cinematografica, procedimento narrativo consistente nell'interrompere il racconto di fatti attuali nel loro sviluppo cronologico, per inserirvi un episodio anteriore collegato più o meno intimamente con il racconto stesso: i momenti salienti dell’antefatto sono narrati attraverso una serie di flashback. Per estens., analogo procedimento adottato in opere narrative, soprattutto mediante inserti della memoria del passato nelle vicende del presente." Su questa definizione siamo d'accordo, vero? E allora qual è la natura del flashback "al presente"? Si tratta solo della rievocazione di qualcosa che collima o si sovrappone al pensiero interiore "normale" del personaggio. Un corsivo interposto alla naturale esposizione degli avvenimenti. A me pare che lo stacco di cui tu giustamente parli colloca il flashback automaticamente nel passato e/o nel trapassato. Il flashback dovrebbe, io penso, caratterizzarsi per l'estrema fluidità dell'evento narrato ricordato. Nei tuoi esempi però, io non distinguo una netta demarcazione tra vissuto e ricordato! Mi sembrano uguali. Non solo perché non sono in corsivo ma anche perché esprimono la stessa cosa, narrata dallo stesso punto di vista: "no flashback: Giorgio scese dall'auto e osservò la casa dove aveva trascorso l'infanzia. Il ricordo di quei giorni felici lo turbò. Con gli occhi della mente rivide la biblioteca dove aveva studiato, il grande salone dove aveva ballato guancia a guancia con Isabella... flashback al passato: Giorgio scese dall'auto e osservò la casa dove aveva trascorso l'infanzia. Il ricordo di quei giorni felici lo turbò." Non credo che si possa ridurre tutto e solo alla questione dell'uso o meno del remoto (tempi al passato semplici) anziché al trapassato. Si deve percepire nel flashback un cambio netto di prospettiva, così come avviene nel flash-farword. La questione dei tempi verbali da usare nei flashback, e più in generale per tutte le azioni accadute prima di altre, è assai interessante e molto dibattuta (vedi la discussione aperta nel forum inglese di Word Reference: https://forum.wordreference.com/threads/past-perfect-flashback.3526870/ ma io continuo a pensare che lo scarto tra presente della narrazione e passato ricordato da questo o quel personaggio (si) porti con sé variazioni tali da far passare in secondo piano il conflitto grammaticale passato o trapassato (vede/ha visto - vedeva/aveva visto). Quando sentiamo che siamo in presenza del conflitto e della noiosa sfilza di era/aveva +participio passato spesso vuol dire che c'è un errore di prospettiva "a monte". Oltre al corsivo e allo stacco dalla linea della narrazione principale, il flashback dovrebbe essere, secondo me, flusso di coscienza, pagina di diario senza censura, un insieme di riflessioni sul passato psicologicamente reinterpretato, "altro" rispetto allo stile narrativo principale prescelto: un approfondimento. Ma potrei sbagliarmi. Un cordialissimo saluto.
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