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dreamsfactory

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  1. dreamsfactory

    Registrata! Convalidata! Attivata!

    Grazie Marcello!!! Già!!! Follemente equilibrata, da non confondersi con equilibrata follemente!!! Lol Ci vediamo in giro!!!
  2. dreamsfactory

    Riflesso - Salve a tutti!

    ...Benvenuto Riflesso (...il tuo nickname tanto mi stimola creativamente...mi apre nuove orizzonti...me gusta) Mi ha colpito molto la tua affermazione "Non sia mai dovessi finalmente trovarmi tra una riga e un'altra". Un espressione dettata dall'inconscio. Perlomeno così adoro interpretarla attenendomi alle sensazioni che mi hai trasmesso nel leggerti. Percepiti e vibrazioni che non sarei capace di definire, semmai descrivere. Ma non è questo il posto idoneo per la stesura di un "frammento". Nel contempo, però, mi hai suscitato un ricordo emotivo. Te lo riporto di seguito: ...la nostra vita si compone di più cortometraggio, chiamati più comunemente attimi, con una durata variabile...a seconda dell'intensità degli stessi o dalla capacità di ognuno di noi di crearne continuità... ...la nostra vita si gira su delle trami, riconosciute anche come destino o scelte di vita, che richiede la presenza di personaggi, comparse, attori principali, antagonisti... ...la nostra vita è una sequenzialità d'immagini...di cui noi ne siamo il Direttore artistico, fotografico, audio, video... ma sopratutto il regista. E' se è vero che il tutto si svolge in un unico ciak, è altrettanto vero che il nostro estro, la nostra creatività, sensibilità e maestranza...ci dovrebbero aiutare ad individuare l'angolazione migliore...per il conseguimento del risultato che maggiormente saprà appagarci...soddisfarci, di quella che in fondo è la nostra opera d'arte!!! Spero di leggerti presto!
  3. dreamsfactory

    Eccola!

    ...Benvenuta Aspasia!
  4. dreamsfactory

    Non vedo l'ora di non poterne fare a meno!

    ...Benvenuta Vellutata!!! Sono una new entry: la mia abilitazione conta meno di 24H eppure credo di aver girovagato per almeno 18H nei vari post ed argomenti trattati. L'ho scoperto ieri casualmente. Inizialmente per pura curiosità, a seguire per vero apprezzamento nei confronti dell'idea progettuale che si cela dietro a questo forum. Personalmente lo trovo geniale, funzionale e praticamente unico. Si! Sono sicura che arriverai ben presto a non poterne fare a meno!!!
  5. dreamsfactory

    ciao a tutti

    ...Benvenuto anche da parte mia!!!
  6. dreamsfactory

    Registrata! Convalidata! Attivata!

    Grazie @Queffe, ho già avuto il primo scontro frontale con il regolamento, da intendersi involontariamente. Nonostante ne avessi preventivamente preso lettura, ho avuto la capacità di violarlo con la pubblicazione nella sessione sbagliata e omettendo il commento. Adesso ne ho fatto un tema di studio e approfondimento. Considero questo spazio molto utile e funzionale per accrescere quella che è una passione per la scrittura. Le osservazioni riversate in commenti sono spunti costruttivi e funzionali che possono portare a punti di riflessione e di miglioramento nella scrittura. Grazie per l'accoglienza.
  7. dreamsfactory

    L'Alba del Tramonto

    http://www.writersdream.org/forum/topic/21135-il-treno-che-ho-perso/ Fortunatamente dei ricordi non ne puoi venire privata, seppure anche loro – o parte di loro – assumono un aspetto diverso, meno piacevole. È come se improvvisamente si riscoprissero racchiusi in due categorie differenti: i ricordi virtuosi schierati tutti assieme da un lato e, dall’altro, i ricordi contraffatti. Gl’uni rigorosamente separati dai secondi da una retta ben delineata che li attraversa. I primi, benevoli e graziosi, si rinchiudono in un piccolo scrigno al fine di salvaguardarne la sopravvivenza. Si collocano all’interno, attendendo il giorno in cui convenientemente possono riemergere e regnare, serenamente, nelle memorie di chi li possiede. Parliamo del momento della nascita, del primo sorriso, dei primi passi… parliamo di tutte quelle festosità di cui un genitore si abitua a godere. I secondi, diversamente, si apprestano ad affiorare nella pienezza della crudeltà che li caratterizza. Hanno la consapevolezza di poter mortificare ogni essere che li possiede, e di questo ne gioiscono, ne beneficiano. Sono, come già accennato, i ricordi contraffatti: le memorie che si rivivono e dai quali ne scaturiscono i sensi di colpa, e i “ma se io”, e i “se avessi”… A questi, inevitabilmente, si aggiungeranno le testimonianze dei mille omini patetici che “avevano già notato, ma non avevano osato parlarne”. Seguiranno ancora gli omini sapientoni che riusciranno, con i propri discorsi orientati a confortare di un sostegno impervio, a straripare il già traboccante bacile della mortificazione. Avevamo lasciato il viale dell’ospedale da non più di due chilometri, e già avvertivamo il mutamento nelle nostre persone. Nell’auto avevamo preso le nostre postazioni abituali, che volevano il piccolo Samuele viaggiare tre le mie gambe sul sedile passeggero anteriore. Questo gli consentiva, da sempre, di avere accesso ai comandi dell’autoradio. Il piccolo dimostrava da tempo di avere particolare interesse verso il mondo sonoro, in particolare lo manifestava con le canzoni mandate in onda dalle radio nazionali. Anche a casa, con la televisione: l’atteggiamento di attrazione rimaneva invariata. Si avvicinava allo strumento, puntava il volume ad una intensità tale da non acconsentirci di ascoltare le nostre conversazioni e, via!.. era immerso nel ritmo dei suoni. Ci siamo spesso scoperti ad osservarlo con ammirazione nel notarlo assolto nell’ascolto di una canzone a lui particolarmente gradevole. Soprattutto nell’udirlo ripetere a suon di lallazione, la melodia delle sue canzoni predilette. In quelle circostanze, dopo i primi secondi di incanto, lo invitavamo ad ascoltare con un volume più contenuto, ridonando noi stessi quiete all’ambiente attraverso la manopola dell’audio. Lui acconsentiva, ubbidiente. Noi, riprendevamo a conversare o a terminare l’impresa in atto. Continuavamo a percorrere la via del ritorno assolti nel nostro doloroso silenzio. Entrambi, io e mio marito, metabolizzavamo il nostro dolore in maniera autonoma, impedendo all’altro di penetrare nei pensieri e nelle teorie personali. Nessuno parlava. Neppure Samuele, come se anche lui fosse preso nel rielaborare tutto il discorso da poco concluso nell’ufficio dell’otorino. La strada del ritorno a casa risultò interminabile, seppure la serie di abitazioni venivano oltrepassate nello stesso ordine di sempre. L’abitazione arancione precedeva quella con il giardino particolarmente vistoso, seguirà un campo di grano e ancora un incrocio semaforico. Tentavo in tutti i modi di allontanare la mia mente da quelle menzioni, impegnandola in qualsiasi attività futile che fosse in grado di alleviare ed alleggerire i pensieri. Questo modo di fare, anche se considerato da taluni bizzarro e poco convenzionale, mi risulta da sempre un modo alternativo per sottrarmi da una realtà a me scomoda. Quasi a voler temporeggiare, al fine di riprendere un po’ di forze, prima di fronteggiarle con determinazione e coscienza. (...) Eravamo a metà percorrenza. Un susseguirsi di note scaraventate ad alto volume dal diffusore dell’auto, irrompeva il mio stato di black-out ridonandomi uno stato di coscienza indotta. Il bambino aveva acceso la radio, proponendo il volume ad una tonalità tale da infastidire anche i passanti per le vie. Lo osservai, leggermente infastidita dalla sua forzatura sul mio stato di incoscienza. Lui, ignaro della mia esigenza, continuò indisturbato a muovere il suo corpicino di ventisette mesi a suon di musica. I suoi capelli castani, lasciati volutamente crescere leggermente, sobbalzavano ad ogni suo movimento sgraziato: le sue danze consistevano in leggeri spostamenti del peso corporeo da un lato all’altro. Un’inclinazione della spalla a destra, con conseguente oscillazione del bacino e leggero piegamento del ginocchio e a seguire, meccanicamente, inclinazione della spalla a sinistra, con oscillazione del bacino e piegamento del ginocchio. E ancora. Un ripetersi di questi gesti, senza ritmo seppur con l’intento di seguirne i tempi, senza capacità artistiche seppure rigorosamente riconosciute ed apprezzate da noi genitori, senza la capacità di udire nonostante le dimostranze. Senza la capacità di udire: eppure balla, canta! A suo modo, ma fa entrambe le azioni! Ecco, mi era riaffiorato un nuovo pensiero, una via di fuga. Una considerazione sulla quale, a mio dire, valesse la pena soffermarsi a riflettere. Nello stesso istante, come se avesse potuto udire i miei pensieri, mio marito si espresse a riguardo. “Non credo abbiano sbagliato la diagnosi, ne spiegherebbe la sua esigenza di avere costantemente i volumi decisamente alti della radio e della televisione, non credi?” Incrociai il suo sguardo, e rimasi a fissarlo a lungo. Non sarei in grado di stabilirne i tempi, e comunque non avrebbero alcuna rilevanza. Quel che sicuramente ricordo è la mia ostinazione a volerlo fissare, osservare, con ostilità. In quel momento avrei gradito che non si fosse soffermato ad effettuare tale considerazione, tanto corretta quanto severa. Con la sua espressione franca, sublime, imparziale, aveva scatenato la prima di una lunga serie di trasformazioni. Da quel momento, taluni ricordi virtuosi si accingevano a subire la trasformazione in ricordi contraffatti. Noi, però, non ne avevamo piena coscienza della metamorfosi che si stava scatenando a nostro discapito. Noi, ci limitammo a subirli, a penarne! Nascita. Il piccolino si dimostrò sin dal suo arrivo in casa, disposto a mantenere calma e serenità d’animo nelle vite dei genitori, alternando con regolarità momenti di sonno a momenti di cambi pannolini e poppate. Trascorreva maggior parte del suo tempo a sonnecchiare riposto nella culletta al margine del letto coniugale. La madre, entusiasta della benevolenza del bambino, gestiva ritmicamente tutti i compiti domestici di competenza, tra cui aspirare i pavimenti con il rivoluzionario “Folletto”. Approfittando della disponibilità del piccolo, si avventò ad aspirare nella camera matrimoniale. Il piccolo proseguì a dormire indisturbato. Ricordo Virtuoso: il bambino era particolarmente pacione. Ricordo Contraffatto: il bambino non aveva udito il rumore dell’aspiratore_ era un segnale di sordità non recepito. Panico! 8 mesi. Il cucciolo d’uomo era impegnato in un’attività di gioco con la madre. Sghignazzava a tutto volume sollecitato dalle diverse contrazioni facciali che la donna gli poneva in segno d’intrattenimento. Nella cornice di momento allegro e spensierato, intervenivano anche piccoli sonagli di varie forme e colori che il piccino aveva ricevuto in regalo alla sua nascita. Il bambino sembrava divertito, la mamma ne era entusiasta. La scena venne interrotta dal campanello di casa, attivato all’arrivo della nonna paterna. La mamma si interrompe, volse la testa in direzione della porta, si sollevò dal pavimento e si avviò ad aprirla. Il piccolo continuò a giocare indisturbato. Solo le braccia della nonna che lo sollevarono distorsero la sua attenzione. Ricordo Virtuoso: il bambino era particolarmente assolto dal gioco. Ricordo Contraffatto: il bambino non aveva udito il campanello_ era un segnale di sordità non recepito. Panico! 23 mesi. Il bambino impegnato in attività di gioco, ignorava a tutta forza qualunque richiesta gli venisse posto verbalmente. Non ricevevi alcuna risposta sino all’istante in cui, raggiunto, non richiamavi la sua attenzione in modo diretto, ponendoti dinanzi a lui e guidando il suo volto in osservazione del proprio. Da quel momento, catturata la sua attenzione assorta, il piccolo comunicava le sue risposte. Ricordo Virtuoso: il bambino era indisciplinato. Ricordo Contraffatto: il bambino necessitava della lettura labiale per comprendere il messaggio_ era un segnale di sordità non recepito. Panico! Le trasfigurazioni ci apparvero come un Trailer di cui ne conoscevamo la trama nei minimi particolari, le diverse sceneggiature, solo che in quei minuti venivano osservati da un ottica differente, con maggiore obiettività per alcuni aspetti e con un ulteriore offuscamento per altri. Non eravamo più in grado di scindere tra il vissuto e l’irreale. Eravamo confusi, angosciati, esausti già al nascere della vicenda.
  8. dreamsfactory

    Il treno che ho perso

    Il tuo stile narrativo lo trovo molto appagante per i miei gusti. Ho letto con gusto l'evolversi della storia, ritrovandomi a divorarlo. Sostanzialmente ne vieni coinvolta e incentivata a proseguire nella lettura che risulta, a mio parere, scorrevole e fluido. Mi allineo, in linea generale, con le osservazioni postate in precedenza. Lo trovo un ottimo incipt da cui elaborare, sulla base delle osservazioni esterne su postate, il giusto equilibrio per l'elaborazione del racconto finale. Concludo sostenendo: continua nella sua elaborazione e nell'evoluzione di questa metafora/frammento. Personalmente sarei felice di prenderne lettura.
  9. dreamsfactory

    Registrata! Convalidata! Attivata!

    Grazie @Gogol per l'accoglienza. Effettivamente sono abituati a districarsi con questa figura retorica da quando frequentano la mia persona e (per alcuni di loro) i miei scritti!!!
  10. dreamsfactory

    L'Alba del Tramonto

    (...) Ognuno reagisce… mentre noi siamo fermi ad attendere che qualcuno ci indichi la giusta via da percorrere, quella in grado di condurti alla risoluzione del disagio, sia per il bene del piccolo, sia – parliamoci francamente – per il bene proprio. Noi restiamo ad aspettare: quando accadono queste situazioni, quando ci hanno riferito la difficoltà sensoriale del mio bambino, ho avvertito uno stato di paralisi totale. Mi sono ritrovata nello stato più assente e privo di capacità che un individuo possa vivere. Non riuscivo a ragionare. Non riuscivo a reagire. Non riuscivo a decidere. Non riuscivo, inquanto si parlava di un argomento a me decisamente nuovo e privo di significati. Dinanzi ai medici che espongono la diagnosi, mi sono spessa ritrovata a sentirmi un’analfabeta post-guerra, più impegnata ad ammirare le capacità dialettiche del medico piuttosto che intenta nel cogliere il senso del discorso. Ammiravo ogni singolo lemma, cercando di coglierne il singolo suono, cadenza, ma in realtà era come se non mi dicesse nulla, assolutamente era come se non comunicasse affatto con me, con noi! “Signora, effettivamente qualche problemino c’è: suo figlio ha un’ipoacusia di medio-grave entità in quanto dai potenziali evocati è emerso una perdita uditiva di 70db bilaterale. Vi prescrivo immediatamente le protesi acustiche che potrete prenotare presso l’Audio Acustica in fondo alla strada. Sarebbe opportuno che le indossasse tutto il giorno. Inoltre dovrebbe fare logopedia. Avete domande?” A dire il vero, le domande le avrei anche da porre, se solo mi desse il tempo di laurearmi in materia per poter capire esattamente la diagnosi esposta. Mi prendo il tempo di elaborare il tutto… mi conceda ancora cinque dei suoi preziosissimi minuti. Ho la necessità di ritrovare il giusto ritmo respiratorio: me lo sento mancare. Il cuore ha preso a battere in maniera meno armonioso, sento le guancie prendere calore e tutto il mio corpo tremare nel tempo in cui io continuo nell’invano tentativo di dare un valore al concetto che ha da poco piombato nel mio condotto uditivo. Già! Giusto nel condotto uditivo: non ho memoria sui termini appena uditi e pertanto, nonostante l’incessante tentativo, non sono in grado di darne un significato. Continuo a guardare il medico affinché possa intuire il mio disagio e, con gesto caritatevole, possa interromperlo argomentando con parole “povere” il disastro che mi sono vista scaraventare addosso due minuti indietro. Ma non avviene. Rimane intento a tamburellare la penna sulla scrivania: gli risulta sicuramente scortese invitarci palesemente a lasciare il suo ufficio concedendo al prossimo paziente di ricevere una mina da lui. Le sue gesta lo lasciano comunque intendere. Io, però, non mi interesso: questa è la mia guerra e devo pertanto iniziare a combatterla da questo ufficio, con questo medico-soldato. Durante quell’interminabile minuto sono stata sicuramente capace di rivivere tutti i miei giorni passati fino a quel preciso istante, sino a quell’istante in cui la nostra vita iniziava a prendere una forma diversa, un ritmo più lento, impercettibile. Oserei dire fino all’istante in cui le nostre vite hanno terminato di vivere, di godere di quelle gioie quotidiane che una quotidianità abituale è in grado di donare. In quell’interminabile minuto mi sono vista costretta a rivestire la mia persona con vesti da condottiero. Ho indossato un’armatura, lasciando che il peso opprimesse ostinatamente il corpo gracile della mia figura. L’aria da bambina che mi caratterizzava, era svanita spazzata via dall’ondata di dolore che mi comprimeva il cuore. Il cuore aveva iniziato la sua trasformazione in muscolo cardiaco, puro e semplice. E di puro e semplice, erano rimasti solo i ricordi. “Mi perdoni, mi aiuterebbe a capire esattamente di cosa stiamo parlando?” “Signora, così come stiamo parlando noi in questo momento, di quello che stiamo discutendo, suo figlio non sente niente! Niente!” “Ma come?..” “Guardi, il bambino è ancora piccolo per definire esattamente quello che sente e quanto sente. L’esame di oggi ci ha concesso solo di stimare una media, di avere un valore approssimativo. Non si può stabilire altro. Quando sarà sufficientemente grande per comunicarci lui quello che sente, allora saremo in grado di dirvi con maggiore esattezza il grado di sordità di vostro figlio. Ora, se seguite l’infermiera, vi comunicherà il contatto telefonico di un centro presso il quale il bambino potrà fare logopedia. Vedrete che imparerà a parlare presto, ma non lasciate trascorrere ancora del tempo, siete già al limite del recupero.” “Protesi, logopedia e..? risolto?” mi accinsi a chiedere ancora confusa da un discorso che continuava a risultarmi poco chiaro. “Si”, mi rispose lui come se stessimo parlando di un figlio non mio, ed aggiunse “come se dovesse mettergli un paio d’occhiali, uguale!” Mi ritrovai a stringergli la mano, anche se ammetto di non avere il ricordo di avergli posto io la mano. Credo di essermi limitata a ricambiare un gesto che mi era stato rivolto, di aver eseguito un gesto meccanico, una cortesia che ero stata abituata a svolgere in queste circostanze formali. Il secondo successivo lo impegnai a stringermi forte tra le braccia il bambino, quasi a volerlo rassicurare di un discorso che, stando alle spiegazioni del medico, non aveva sicuramente né udito, né tantomeno capito. Eppure sentivo la necessità di trasmettergli tenerezza, di difenderlo dalle intemperie che ci stavano investendo da lì a poco. Sentivo il bisogno di coccolarlo. Il corridoio dell’ospedale risultò interminabile. Ci limitammo a stringerci forte con l’intento di riunirci, in silenzio, senza neppure rivolgerci un sguardo, impauriti. Ci limitammo a camminare, noi tre, soli, verso la fine del corridoio e, inconsapevolmente, verso l’inizio di una snervante e logorante realtà. * * * * * Fortunatamente dei ricordi non ne puoi venire privata, seppure anche loro – o parte di loro – assumono un aspetto diverso, meno piacevole. È come se improvvisamente si riscoprissero racchiusi in due categorie differenti: i ricordi virtuosi schierati tutti assieme da un lato e, dall’altro, i ricordi contraffatti. Gl’uni rigorosamente separati dai secondi da una retta ben delineata che li attraversa. I primi, benevoli e graziosi, si rinchiudono in un piccolo scrigno al fine di salvaguardarne la sopravvivenza. Si collocano all’interno, attendendo il giorno in cui convenientemente possono riemergere e regnare, serenamente, nelle memorie di chi li possiede. Parliamo del momento della nascita, del primo sorriso, dei primi passi… parliamo di tutte quelle festosità di cui un genitore si abitua a godere. I secondi, diversamente, si apprestano ad affiorare nella pienezza della crudeltà che li caratterizza. Hanno la consapevolezza di poter mortificare ogni essere che li possiede, e di questo ne gioiscono, ne beneficiano. Sono, come già accennato, i ricordi contraffatti: le memorie che si rivivono e dai quali ne scaturiscono i sensi di colpa, e i “ma se io”, e i “se avessi”… A questi, inevitabilmente, si aggiungeranno le testimonianze dei mille omini patetici che “avevano già notato, ma non avevano osato parlarne”. Seguiranno ancora gli omini sapientoni che riusciranno, con i propri discorsi orientati a confortare di un sostegno impervio, a straripare il già traboccante bacile della mortificazione. Avevamo lasciato il viale dell’ospedale da non più di due chilometri, e già avvertivamo il mutamento nelle nostre persone. Nell’auto avevamo preso le nostre postazioni abituali, che volevano il piccolo Samuele viaggiare tre le mie gambe sul sedile passeggero anteriore. Questo gli consentiva, da sempre, di avere accesso ai comandi dell’autoradio. Il piccolo dimostrava da tempo di avere particolare interesse verso il mondo sonoro, in particolare lo manifestava con le canzoni mandate in onda dalle radio nazionali. Anche a casa, con la televisione: l’atteggiamento di attrazione rimaneva invariata. Si avvicinava allo strumento, puntava il volume ad una intensità tale da non acconsentirci di ascoltare le nostre conversazioni e, via!.. era immerso nel ritmo dei suoni. Ci siamo spesso scoperti ad osservarlo con ammirazione nel notarlo assolto nell’ascolto di una canzone a lui particolarmente gradevole. Soprattutto nell’udirlo ripetere a suon di lallazione, la melodia delle sue canzoni predilette. In quelle circostanze, dopo i primi secondi di incanto, lo invitavamo ad ascoltare con un volume più contenuto, ridonando noi stessi quiete all’ambiente attraverso la manopola dell’audio. Lui acconsentiva, ubbidiente. Noi, riprendevamo a conversare o a terminare l’impresa in atto. Continuavamo a percorrere la via del ritorno assolti nel nostro doloroso silenzio. Entrambi, io e mio marito, metabolizzavamo il nostro dolore in maniera autonoma, impedendo all’altro di penetrare nei pensieri e nelle teorie personali. Nessuno parlava. Neppure Samuele, come se anche lui fosse preso nel rielaborare tutto il discorso da poco concluso nell’ufficio dell’otorino. La strada del ritorno a casa risultò interminabile, seppure la serie di abitazioni venivano oltrepassate nello stesso ordine di sempre. L’abitazione arancione precedeva quella con il giardino particolarmente vistoso, seguirà un campo di grano e ancora un incrocio semaforico. Tentavo in tutti i modi di allontanare la mia mente da quelle menzioni, impegnandola in qualsiasi attività futile che fosse in grado di alleviare ed alleggerire i pensieri. Questo modo di fare, anche se considerato da taluni bizzarro e poco convenzionale, mi risulta da sempre un modo alternativo per sottrarmi da una realtà a me scomoda. Quasi a voler temporeggiare, al fine di riprendere un po’ di forze, prima di fronteggiarle con determinazione e coscienza. Mi ritrovai a chiarire questo mio atteggiamento, circa un anno indietro, al pediatra di un altro complesso ospedaliero che, all’epoca, aveva tenuto in cura il mio secondogenito. In quella giornata, nel reparto di chirurgia Pediatrica dell’Ospedale di Casarano, si preparavano ad eseguire un intervento di tipo “esplorativo” al piccolo Christian. Una creatura innocente, di soli due settimane di vita, si ritrovava nel letto di un ospedale nell’attesa che un intervento potesse dirci, a tutti noi, di cosa fosse affetto. Cosa gli creasse un continuo rigetto ed un inappetenza che lo caratterizzava sin dal quinto giorno dalla nascita. Dal momento che non emerse nulla dagli esami ecografici e radiologici, i medici decisero di intervenire al fine di conoscere, sapere. Ci spiegarono, due giorni antecedenti all’intervento, che avrebbero effettuato un taglio sull’addome nel tentativo, e nella speranza, di scoprire le cause di questo male che lo vedeva costretto ad una flebo alimentare e privato dalle calde braccia cullanti della propria madre. Qualora non avessero trovato nulla - cosa che fortunatamente non accadde – avrebbero proceduto con l’esplorazione dell’interno dello stomaco affinché potessero diagnosticare una malformazione, di qualsiasi entità ed in quel caso – a seconda dell’entità – decidere se procedere con immediatezza alla risoluzione o se chiudere il corpicino del piccolo e programmare in una seconda data una seconda operazione definitiva. Il primo intervento, che fortunatamente risultò unico, era stato programmato per la giornata del 21 marzo 2007 senza ricevere, nel contempo, alcuna indicazione sull’orario dello stesso. Notti insonne e chili di tabacco bruciati ed assorbiti dai miei polmoni, mi portarono al giorno dell’operazione in uno stato di agitazione tale da non riuscire più neppure a guardare mio figlio disteso nel lettino. Desideravo solo lasciarmi andare in una lunga e rilassante dormita e lasciare che il risveglio si accompagnasse dalle scritte finali di un film in cui si può leggere la parola “fine”. A questo si aggiunsero le paure da “anestesia”, la paura di una morte prematura, l’ansia di un intervento senza nome, il terrore di una malformazione irreparabile e perennemente dannosa per la salute del piccolo. Piccoli tasselli, grandi mattoni, che si addossarono sulla mia persona portandomi ad un’esasperazione indescrivibile. Iniziai ad avvertire le vertigini di un mancamento preannunciato. Decisi allora di allontanarmi dallo scenario. Mi avviai verso l’uscita dell’ospedale, lasciando a mio marito il compito di contattarmi sul cellulare non appena venisse preannunciato l’intervento. Dirigendomi verso l’uscita, in un secondo rividi l’orrore che stavo vivendo da quindici giorni, e ne ebbi ancora paura. Il secondo successivo decisi di dover reagire. Andai nel reparto di Pediatria del medesimo complesso Ospedaliero, dal medico che aveva appunto assistito il bambino durante i primi giorni di diagnosi non prognosticata. Mi avviai da lui con decisione e con altrettanta fermezza gli chiesi: “Mi prescriverebbe l’ecografia delle anche e del bacino per Christian?”. Il medico sollevò lo sguardo, quasi impaurito della donna che si trovava dinanzi. Lo vidi tribolare, ma non rifiutò la mia richiesta. Prese la penna e scrisse, scrisse accontentandomi. Me la porse, faticando, e ancora penò a non commentare negativamente la mia richiesta. Io restai a guardalo: avevo interpretato il suo patire, ero ben consapevole cosa si stesse chiedendo. “Si chiede perché sono qui, con lei, a chiederle di farmi una prescrizione, a preoccuparmi di fare una prenotazione di una visita specialistica che dovrà sostenere tra due mesi?” gli anticipai io stessa la domanda, quasi a volerlo sollevare da un compito che gli sarebbe sicuramente costato fatica. “Mi chiedo cosa faccia nel mio ufficio la mamma di un bambino piccolo che stà per essere operato, e Dio solo sa come andrà a finire, piuttosto che stare con lui?” trovò lui il coraggio di espormi. “E’ un atto di positività”, mi apprestai io in spiegazione di quel mio comportamento anomalo. “Ne ho bisogno. Ho bisogno di pensare in maniera positiva, di sapere, sperare, che tra due mesi il bambino farà quell’esame… altrimenti credo che impazzirò da qui a poco!” Me ne andai, senza preoccuparmi di assicurarmi che avesse ben recepito la mia spiegazione. In definitiva, non necessitavo del consenso altrui, del suo consenso per quel mio modo singolare di reagire dinanzi ad una difficoltà emotiva. La motivazione a me risultava chiara e funzionale. Ritornai nel reparto del piccolino con la giusta determinazione, ritornai pronta ad affrontare l’attesa dell’intervento, l’intervento, la diagnosi (stenosi del piloro), la convalescenza e, finalmente, il ritorno a casa! Ecco! Ora rivivevo quello stato. Continuando ad ostinarmi a guardare fuori, a seguire il percorso, a delineare con lo sguardo le linee tratteggiate che si congiungono allo scorrere del veicolo, ammutolita di un silenzio forzato, voluto al fine di non profanare i mille pensieri aggrovigliatomi nella mente, voleva per me essere un modo di fingere che nulla fosse accaduto. Quel fingere che nulla fosse accaduto, cambiato, era il mio “atto di positività”, pronto a darmi la grinta necessaria a fronteggiare la situazione, pronta a ricominciare! Eravamo a metà percorrenza. Un susseguirsi di note scaraventate ad alto volume dal diffusore dell’auto, irrompeva il mio stato di black-out ridonandomi uno stato di coscienza indotta. Il bambino aveva acceso la radio, proponendo il volume ad una tonalità tale da infastidire anche i passanti per le vie. Lo osservai, leggermente infastidita dalla sua forzatura sul mio stato di incoscienza. Lui, ignaro della mia esigenza, continuò indisturbato a muovere il suo corpicino di ventisette mesi a suon di musica. I suoi capelli castani, lasciati volutamente crescere leggermente, sobbalzavano ad ogni suo movimento sgraziato: le sue danze consistevano in leggeri spostamenti del peso corporeo da un lato all’altro. Un’inclinazione della spalla a destra, con conseguente oscillazione del bacino e leggero piegamento del ginocchio e a seguire, meccanicamente, inclinazione della spalla a sinistra, con oscillazione del bacino e piegamento del ginocchio. E ancora. Un ripetersi di questi gesti, senza ritmo seppur con l’intento di seguirne i tempi, senza capacità artistiche seppure rigorosamente riconosciute ed apprezzate da noi genitori, senza la capacità di udire nonostante le dimostranze. Senza la capacità di udire: eppure balla, canta! A suo modo, ma fa entrambe le azioni! Ecco, mi era riaffiorato un nuovo pensiero, una via di fuga. Una considerazione sulla quale, a mio dire, valesse la pena soffermarsi a riflettere. Nello stesso istante, come se avesse potuto udire i miei pensieri, mio marito si espresse a riguardo. “Non credo abbiano sbagliato la diagnosi, ne spiegherebbe la sua esigenza di avere costantemente i volumi decisamente alti della radio e della televisione, non credi?” Incrociai il suo sguardo, e rimasi a fissarlo a lungo. Non sarei in grado di stabilirne i tempi, e comunque non avrebbero alcuna rilevanza. Quel che sicuramente ricordo è la mia ostinazione a volerlo fissare, osservare, con ostilità. In quel momento avrei gradito che non si fosse soffermato ad effettuare tale considerazione, tanto corretta quanto severa. Con la sua espressione franca, sublime, imparziale, aveva scatenato la prima di una lunga serie di trasformazioni. Da quel momento, taluni ricordi virtuosi si accingevano a subire la trasformazione in ricordi contraffatti. Noi, però, non ne avevamo piena coscienza della metamorfosi che si stava scatenando a nostro discapito. Noi, ci limitammo a subirli, a penarne! Nascita. Il piccolino si dimostrò sin dal suo arrivo in casa, disposto a mantenere calma e serenità d’animo nelle vite dei genitori, alternando con regolarità momenti di sonno a momenti di cambi pannolini e poppate. Trascorreva maggior parte del suo tempo a sonnecchiare riposto nella culletta al margine del letto coniugale. La madre, entusiasta della benevolenza del bambino, gestiva ritmicamente tutti i compiti domestici di competenza, tra cui aspirare i pavimenti con il rivoluzionario “Folletto”. Approfittando della disponibilità del piccolo, si avventò ad aspirare nella camera matrimoniale. Il piccolo proseguì a dormire indisturbato. Ricordo Virtuoso: il bambino era particolarmente pacione. Ricordo Contraffatto: il bambino non aveva udito il rumore dell’aspiratore_ era un segnale di sordità non recepito. Panico! 8 mesi. Il cucciolo d’uomo era impegnato in un’attività di gioco con la madre. Sghignazzava a tutto volume sollecitato dalle diverse contrazioni facciali che la donna gli poneva in segno d’intrattenimento. Nella cornice di momento allegro e spensierato, intervenivano anche piccoli sonagli di varie forme e colori che il piccino aveva ricevuto in regalo alla sua nascita. Il bambino sembrava divertito, la mamma ne era entusiasta. La scena venne interrotta dal campanello di casa, attivato all’arrivo della nonna paterna. La mamma si interrompe, volse la testa in direzione della porta, si sollevò dal pavimento e si avviò ad aprirla. Il piccolo continuò a giocare indisturbato. Solo le braccia della nonna che lo sollevarono distorsero la sua attenzione. Ricordo Virtuoso: il bambino era particolarmente assolto dal gioco. Ricordo Contraffatto: il bambino non aveva udito il campanello_ era un segnale di sordità non recepito. Panico! 23 mesi. Il bambino impegnato in attività di gioco, ignorava a tutta forza qualunque richiesta gli venisse posto verbalmente. Non ricevevi alcuna risposta sino all’istante in cui, raggiunto, non richiamavi la sua attenzione in modo diretto, ponendoti dinanzi a lui e guidando il suo volto in osservazione del proprio. Da quel momento, catturata la sua attenzione assorta, il piccolo comunicava le sue risposte. Ricordo Virtuoso: il bambino era indisciplinato. Ricordo Contraffatto: il bambino necessitava della lettura labiale per comprendere il messaggio_ era un segnale di sordità non recepito. Panico! Le trasfigurazioni ci apparvero come un Trailer di cui ne conoscevamo la trama nei minimi particolari, le diverse sceneggiature, solo che in quei minuti venivano osservati da un ottica differente, con maggiore obiettività per alcuni aspetti e con un ulteriore offuscamento per altri. Non eravamo più in grado di scindere tra il vissuto e l’irreale. Eravamo confusi, angosciati, esausti già al nascere della vicenda. Con i seguire dei giorni, con l’accatastamento delle opinioni, dei ricordi altrui, delle nuove osservazioni, la situazione andò via via peggiorando, precipitando le nostre persone nello sconforto totale, capace di renderci piccoli esseri mossi dalla pura quotidianità d’azione. Ci limitavamo ad osservare il passato e ad attendere il futuro. Eravamo due piccoli burattini incapaci di agire, decidere, muoversi: eravamo lì per essere messi in scena, per eseguire un copione, riceverne gli applausi non meritati ed uscire dalla scena. Eravamo in attesa di indicazioni! (...)
  11. dreamsfactory

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    Per essere un appassionata di scrittura creativa, devo ammettere di essere in difficoltà sul come impostare la mia presentazione. Pertanto inizierei con un "Salve" e continuerei con: La mia carta d'identità racconta di me: - NOME: Natascia - ANNO DI NASCITA: 1981 - PROFESSIONE: "moderatore servizio clt" ovvero call center Le persone a me vicine raccontano di me che: sono Follemente equilibrata. Amo vivere la vita. Farnetico sognando. Sorrido alla tristezza. Adoro la frenesia della vitalità, in qualunque forma Un salutone a tutti.
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