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Mal'chik.

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  • Compleanno 22/05/1998

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  1. Mal'chik.

    Gioele

    Gioele scappò una sera di Marzo. Aveva sotto al mento una barbetta incerta, gli occhi gonfi come palloncini e una tuta da ginnastica blu, marca Fila, indossata per giorni tre. Gioele portò con sé sul sedile posteriore della 124 bianca del babbo: n.3 coperte (due di lana patchwork, un piumino), n.2 libri russi, n.1 macchina da scrivere Everest (del babbo), lire 18000. Gioele guidò per un'ora e venticinque minuti in direzione est sulla statale, e poi si fermò e parcheggiò la 124 vicino Campo Di Marte. Siccome che Gioele era stanchino, dormì per ore sei e trentacinque minuti sul sedile posteriore. Si svegliò a causa di: il sole del mattino che batteva attraverso i vetri, la sete, l'odore acre del suo sudore. Bevve da una bottiglia piccola di Chianti (del babbo) che stava nel bagagliaio. Quando scese dalla macchina, Gioele decise di: pisciare, andare a comprare del pane e del formaggio. Entrò alla Standa e comprò quindi: due sfilatini, una confezione di stracchino. Tornato alla 124-bunker spalmò con le dita lo stracchino negli sfilatini e ne mangiò uno, l'altro lo cacciò in tasca. Gioele godeva molto nel pensare: al babbo che tornava dal turno di sabato e non lo trovava, alla sua fidanzata Lucilla che andava a scuola e non lo trovava, a lui che poteva andare a piedi fin giù a Santa Croce e perdersi quanto gli piaceva. Così s'avviò giù a piedi giù per via dei Mille, poi passò il ponte, che tempo un quarto d'ora al massimo di cammino se fai via Mazzini capiti in piazza San Marco, dove c'è l'accademia delle belle arti. Ecco appunto, ci sono in mezzo alla piazza n.12 panchine in n.4 blocchi da tre panchine ciascuna. Nel blocco più vicino all'accademia sedeva una ragazza coi capelli castani a ciuffo e un berretto viola che era (lo so che non ci si crede) bella almeno quanto piazza Santa Croce ma siccome che era più vicina (e Gioele era di nuovo stanchino daccapo) era meglio fermarsi lì. La ragazza sedeva con le gambe contro il petto nella panchina più a sinistra delle tre e sembrava guardare tutto quanto (non Gioele). Prima Gioele si sedette sulla panchina affianco, provando anche lui a guardare tutto quanto anche se gli riusciva di guardare solo: le facce nei bus, la ragazza col berretto. Siccome le facce nei bus non erano belle come Piazza Santa Croce (la ragazza raggomitolata sulla panchina affianco sì) Gioele decise di guardare solo la ragazza. La guardò per n.9 minuti d'orologio (nell'arco dei quali passarono: il bus 11 e il bus 17) e poi disse così: «Io son Gioele». «Sì, si vede» disse la ragazza e rise come un topolino. «Che significa che si vede?» «Si vede, si vede». «E insomma...» Gioele già s'era insospettito e voleva andarsene, penso io, ma poi lei fece: «Ma che fai qua, Gioele?» «Niente, c'è che volevo andare giù a Santa Croce ma mi son fermato». «E ci vai lo stesso, giù a Santa Croce?» «Non lo so, per me fa un po' lo stesso» «Ma perchè non vai a Bologna?» «Se t'ho detto che per me fa lo stesso» Gioele si spazientiva perchè in verità voleva andare proprio a Santa Croce, mica a Bologna, che se non fosse stata carina così quella ragazza già avrebbe alzato i tacchi. «Ma senti, Gioele» «Che c'è?» «Se tu vai a Bologna, ci porti pure me?» «Non lo so, per me conviene che si va prima a Santa Croce che altrimenti devo tornare apposta e viene scomodo» ragionò Gioele. «Ma tu ce l'hai la macchina?» «Sì, la 124, sta su a Campo di Marte». (Gioele non lo disse che era del babbo). «E perchè non sei venuto in macchina, fin qua?» «Non voleva» «Chi?» Gioele era contento di aver confuso lui la ragazza col berretto, che le era venuta una ruga piccola sulla fronte. «La macchina» concluse Gioele e rise di pancia. «Ho capito» Disse la ragazza col berretto, e non rise affatto. «Hai capito» E Gioele fece per alzarsi e andarsene. «Fumi, Gioele?» la ragazza tirò fuori dalla tasca dentro della giacchetta un pacchetto di sigarette tutto accartocciato marca MS contenente n.3 sigarette intere e n.2 sigarette a metà: una molto corta, una più lunga. Gioele non fumava ma si risedette, pure se un po' gli dispiaceva perchè eran quasi le tre e lui non era andato ancora a Santa Croce e pure un po' per il babbo che chissà che pensava. Insomma, per farla breve successe che Gioele tirò fuori un altro panino con lo stracchino dalla tasca davanti della tuta e se lo mangiò, poi s'alzò per andare in Santa Croce e la ragazza col berretto venne con lui e nessuno dei due mentre camminavano si diceva nulla. Camminavano e camminavano, ma non troppissimo, che sai che Firenze si cammina tutta in poco tempo da su a giù, un attimo che sei in centro e cinque minuti dopo c'è l'Arno. Camminavano e camminavano, insomma, e mentre passavano in Borgo dei Greci la ragazza gli prese la mano a Gioele, la ragazza aveva una manina ossuta e bianca un po' ruvida con una presa stretta stretta. Camminavano sempre, lei che giocava a non pestare le righe delle mattonelle irregolari di Borgo dei Greci e lui che sorrideva dentro alle vetrine, Palazzo Vecchio dietro e il campanile sottile sottile di Santa Croce davanti. Poi Gioele entrò in una pasticceria e comprò n.3 cornetti con la crema, che non erano niente di speciale ma si lasciarono mangiare. Le avventure dei ragazzi sono un po' tutte le stesse, sono un po' ancora quelle, magari Gioele conosceva il profumo dei campi e tu adesso no, ma sono tutte un po' le stesse. Ora, tutto quanto io non lo so. Per quanto ne so io, possono essersi abbandonati poi dopo un caffè in Piazza Santa Croce in quella giornata piena di sole, magari lui se ne è tornato su alla 124 e lei è scappata giù per Via S.Giuseppe e arrivederci Gioele, magari che ne sai che davvero sono andati a Bologna e hanno guardato i tetti e hanno corso sotto i portici, che ne sai. Quello che so è che: il babbo s'è dovuto comprare una macchina da scrivere nuova (una Olivetti L32 pagata lire 220.000), Lucilla s'è trovata un altro fidanzato che la porta in giro in Lambretta, la Standa non c'è più, le panchine di piazza S.Marco sono ancora disposte in quel modo lì. Ringrazio tutti quelli che, ancora una volta, hanno trovato il tempo di leggermi. Ho letto e commentato (come da regolamento) un racconto interessante, è questo. Sempre vostro, Mal'chik.
  2. Mal'chik.

    L'ineluttabilità della pizza

    Ciao Ed. Bell'idea, mi piace, è semplice e fa atmosfera. Sei ironico e leggero nella narrazione, il racconto fila via liscio nonostante qualche incongruenza. Questo racconto, io, l'avrei scritto più lungo. Occhio, perchè io scrivo cose brevissime, quindi se te lo dico è perchè secondo me andava davvero più lungo. I personaggi sono davvero ben caratterizzati e rimangono impressi, mentre non mi piace l'elenco di nomi femminili messo lì in mezzo che confonde un po' e toglie particolarità ai due nomi femminili utili alla storia. Chissà se, in qualche modo, puoi ometterli. Secondo me fai male a non focalizzarti un altro po' sul Dottore, ormai è lì, se deve rimanere impresso che almeno abbia un pieno motivo per farlo. Per il resto, forse avresti potuto fare una rilettura più approfondita alla fine. Alcuni periodi si possono omettere, i tempi verbali non sempre concordano, il ritmo della storia è poco chiaro (prova a studiarti un po' questa cosa del ritmo: è una storia lenta, calda e impregnata di quotidiano o qualcosa di bruciante di vita e rapido alla Kerouac?) Però a me piace, sei fantasioso e puoi tirarci fuori parecchio da un racconto così. A costo di ripetermi: bravo per la caratterizzazione degli ambienti e dei personaggi, leggera, rapida ed incisiva.
  3. Mal'chik.

    La primavera

    Quando la primavera tornò ci trovò completamente impreparati. Corsi da te che mi aspettavi dondolando annoiata sull'altalena con un cappellino di lana azzurro in testa e le guance offese e arrossate dagli ultimi splendenti freddi. Le insegne al neon della parafarmacia nel viale dicevano: otto gradi Celsius. Tu sedevi con l'aria un po' altezzosa sulle mie gambe e mi guardavi come il bambino guarda l'animale che sta punzecchiando con un rametto, la punta gelida del tuo piccolo naso strisciava improvvisa sul mio collo e sulle mie guance di ragazzo. Io, che mi lasciavo vivere come fanno i giovani, guardavo le ultime nevi sciogliersi nei tuoi occhioni di pece, guardavo i monti verdi ricomparire dal grigio e i passeggini filare via e dicevo: vorrei che fosse domenica pomeriggio per sempre. Quando corremmo insieme nell'erba e poi ci sedemmo sospirando nuvole con i calzini tutti bagnati su una panchina verniciata di verde scuro tu illuminavi tutto quanto di vita e Torino si faceva tutta invidiosa. Scoccavi risate nel cuore ai passanti e dicevi: finché siam qui, non può cambiare nulla. Quando la primavera smise di tornare mi trovai completamente impreparato a chiedermi dove fosse finita, venni a chiedertelo una domenica di mattina che tutto faceva silenzio e non mi rispondesti, e non mi rispondesti mai più. Se ne è andata per tutti la primavera e io ho scoperto, amore mio: te la sei portata via con te. E sono rimasti senza primavera un vecchio seduto solo, rigonfio d'inverno, ed i crisantemi recisi, rassegnati in un portafiori di rame affianco alla foto bella in cui ridi. Come da regolamento, ho letto e commentato questo bel racconto dell'utente Asopo: http://www.writersdream.org/forum/topic/28047-lucertola/ A risentirci, vi auguro la primavera Mal'chik.
  4. Mal'chik.

    Lucertola

    "Non si tratta di una ritrosia travestita da timidezza, o dell'illusione che di qualche collega donna, che dietro al mio mistero pone pensieri grandi e profondi" C'è un che di troppo? Però un bel racconto. Ironico, intelligente, compiuto, riesci a tirarci su anche un filo di commozione che però non è esagerato e la storia resta in piedi scherzosa. A me piace molto. Tutti i personaggi compaiono appena ma sono calzanti nell'atmosfera e nel loro contesto, il vecchio Emidio è la ciliegia del racconto (visto dagli occhi curiosi di un extraterrestre poi, fantastico). No niente, bravo. Evitati le notine, concediti un po' di arroganza. A rileggerti, Mal'chik.
  5. Mal'chik.

    L'angioletto

    Ciao Niko, appunti preziosissimi. Sono il primo a non essere soddisfatto di questo racconto: l'idea andava sviluppata molto meglio, la forma è un po' ridondante, manca un particolare che tocchi davvero la sensibilità del lettore, diventa presto prevedibile. Si vedono, purtroppo, i risultati dei mesi passati a non scrivere: l'ho dato in pasto alla rete apposta per vedere se e cosa si potesse salvare. Le tue correzioni, se decidessi di rivedere il racconto ma mantenerlo (e non di scriverlo da capo, che forse è la cosa migliore da fare) mi saranno utilissime. A presto, magari con qualcosa di più scorrevole Mal'chik.
  6. Mal'chik.

    L'angioletto

    http://www.writersdream.org/forum/topic/27844-mio-figlio-che-ride/ Una domenica, poco dopo l'alba, il ragazzo si svegliò e trovo l'angioletto seduto sulla sedia da lavoro, quella con le rotelle. Girava piano facendosi leva con le manine bianche contro la scrivania e puntando i piccoli piedi nell'aria polverosa della stanza. Quando si accorse del suo risveglio, l'angioletto sorrise senza smettere di girare. La ragazza ballava, aggraziata e maliziosa, appoggiando una mano al suo collo. L'uomo sudava. L'uomo, dovete sapere, non era più così giovane e aveva ricominciato a frequentare le discoteche da pochi anni, trovandole completamente cambiate dalle ultime volte in cui ci era stato. Il fumo del ghiaccio secco riempiva l'aria e la nebbiolina artificiale si colorava delle luci fluorescenti che lampeggiavano sulle loro teste: tra la calca di persone la ragazza era venuta a cercare proprio lui, che stempiava nel silenzio dei mesi e che, solo per stasera, beveva avido lo stordimento della musica a volumi altissimi e dell'alcool comprato a prezzi esorbitanti. Appena il ragazzo vide l'angioletto, nel silenzio della camera, una fitta di meraviglia quasi dolorosa lo colpì al petto. Da quando la sua fidanzata Madeleine era venuta a vivere da lui e si era portata con sè sua figlia (l'angioletto, una splendida, luminosa bambina di cinque anni) quelle fitte di meraviglia erano cresciute fino a diventare per il ragazzo una costante della vita di tutti i giorni. Nel guardare l'angioletto provava una paura che mai aveva provato nel suo cuore di ragazzo, una paura mista ad un desiderio che, ogni volta che ne accarezzava i boccoli bruni o la prendeva sulle spalle, non poteva che identificare con un bisogno di proteggere quella piccola cosa, che sentiva ora un po' sua. Mentre la ragazza si faceva sempre più vicina, l'uomo si accorgeva di quanto fosse giovane e di quanto fosse invitante la pelle chiara del suo collo sottile. Le persone tutte uguali nel buio, prese com'erano nel ballo, non si accorgevano di quanto fosse splendida quella ragazza che ora, incredibile a dirsi, ballava con lui. Stupito ed eccitato come per una prima volta, l'uomo si lasciò tirare per la mano, lontano dal rumore, con impresse negli occhi quelle gambe sottili che si muovevano aggraziate sui tacchi e lo trasportavano fuori, nel freddo di un sabato sera di febbraio, dove i respiri si condensavano in nuvole e dove poteva finalmente sentire la voce di quella di quella ragazza così bella da sembrare una visione. Quando Madeleine decise di andarsene e portarsi via i suoi lunghi riccioli neri e la sua risatina sagace, il ragazzo non pensò a lei. Pensò all'angioletto che sarebbe scomparso, irreale come era apparso, dalle mura del suo appartamento in periferia al quinto piano. Quando si salutarono, l'angioletto pianse sul suo cardigan lacrime calde e dolci mentre il ragazzo le accarezzava i capelli tenendola in braccio. Il ragazzo, nel vedere tutte e due mettere il cappotto e sparire per sempre dalla sua vita, realizzò d'un tratto che non avrebbe mai più amato nulla come quella piccola dolce persona che gli chiedeva di imboccarla quando era troppo stanca e strillava di spingere più forte, sempre più forte, sull'altalena. Quando la ragazza lo baciò, piano, dolcemente, in un angolo della bocca, l'uomo capì cosa stava per succedere e non mosse un muscolo per evitarlo. Con l'impressione che tutto fosse inevitabile e che ogni cellula del suo corpo agisse posseduta da quell'istinto, mise una mano sulla gamba della ragazza e passò lentamente le dita sul bordo dei suoi pantaloni stretti, sulla sua pelle tiepida. Lui, con la barba che cresceva grigia, desiderava per sè quella ragazza così giovane, con gli occhi dolci e la pelle perlacea che splendeva nella notte. Non seppe più nulla del suo angioletto, per decenni. Avrebbe voluto scriverle, e dirle quanto ogni angolo del suo appartamento avesse bisogno della sua risata e di quanto tutto fosse grigio senza i suoi giochi, ma non potè mai. Madeleine se ne era andata senza lasciare un indirizzo, una traccia, una fotografia. Il ragazzo bevve dal calice amaro della sofferenza e della malinconia e, quando smise di bere, smise anche di essere ragazzo. Mentre si amavano piano sul sedile posteriore, lenti, l'uomo capì che non gli sarebbe successo qualcosa di così bello per decenni. Forse era l'ultima cosa bella che il mondo gli riservava. Sentiva la pelle giovane e calda della ragazza incollarsi alla sua e, mentre passava una mano tra i ricci dei suoi capelli, si chiedeva cosa avesse spinto quella piccola splendida ragazza a giacere con lui, non più giovane, non più bello. Il ragazzo ormai uomo non ebbe mai più un suo angioletto da accudire. Provò inconsciamente a cercarlo tra le mille donne che circondavano il suo mondo, mai abbastanza belle, mai abbastanza pure, senza riuscire mai più a provare quella fitta di splendido amore, di meraviglia, che aveva provato per quella bambina capricciosa con i riccioli. Poi smise, si dimenticò di cos'era davvero bello e visse i suoi mediocri decenni senza più provare meraviglia. Quando ebbero finito di fare l'amore la ragazza pianse sul suo petto e volle che la abbracciasse ed accarezzasse ancora un poco, poi si vestì. Un senso di colpa profondo bruciava nel cuore dell'uomo ora, mentre guardava quello splendido corpo coprirsi nuovamente di vestiti, un odio per sè stesso e per quella ragazza sconosciuta, così bella, che si era lasciata prendere da lui. «Che direbbe tuo padre? Potrebbe avere la mia età. Cosa direbbe di me che accarezzo i tuoi capelli? Che...» «Io non ce l'ho un padre. Ne avevo uno, che accarezzava i miei capelli. Era tanto giovane. Ma poi siamo dovute andare via.» L'uomo realizzò, in una fitta amara di meraviglia dal sapore dimenticato, che aveva amato quei boccoli scuri non solo una volta, non solo quella volta. Intanto, l'angioletto uscì dalla macchina e scappò nella notte, sulle sue splendide gambe bianche.
  7. Mal'chik.

    Mio figlio che ride.

    Ciao juri, Ti dirò, il tuo racconto mi è piaciuto. Ma a tratti, sarò io, ci ho letto un bisogno di scrivere una poesia. Questa tua prosa scarna, d'impatto, ripetitiva è forte soltanto se riesce a seguire in maniera chiara una linea temporale, io penso che non si adatti bene alle descrizioni di un racconto. Penso davvero che questo racconto sia ad un passo dall'essere una poesia e un po' mi infastidisce che non decida proprio cosa essere. Se vuoi ti faccio un paio di personalissimi appunti: "Le dita corte con le unghie rotte e il sangue rappreso infilato sotto" Io non avrei usato il verbo infilare, mi sembra che non c'entri nulla. Che dici di "seccare"? O anche "bloccare"? Oppure, il sangue rappreso e secco sotto e basta. Non lo so, vedi un po' tu. "c’era solo un cartone di Tavernello" non mi è per niente piaciuto. Devi fare attenzione: mettere una marca vera e propria lì è geolocalizzare tutta la tua storia, e se non hai davvero bisogno di farlo non farlo e lasciala sospesa in uno spazio indefinibile. Inoltre a me è sembrato poco serio, non so perchè ma a me il Tavernello fa istantaneamente ridere. Prova con "vino in cartone" e tutto mi fila liscio. "Fu li che vide il suo sguardo riflesso nel retrovisore" occhio che l'avverbio lì vuole l'accento. E basta, bravo. Finale semplice e profondo che si riallaccia bene con il titolo e dà coerenza a tutto il racconto, i personaggi tratteggiati il giusto, no no, funziona tutto bene. Prova a scriverla una poesia però, perchè dietro ad un paragrafo come: C’è un cane nero sotto il cielo grigio senza orizzonte, in fondo al vicolo cieco, accanto alla sua testa insanguinata. Non è il suo bacio. È la sua disperazione C'è un disperato bisogno di comporre in versi. E provaci, eddai.
  8. Mal'chik.

    Chinotto

    Ringrazio ilcontedimontecristo per il suo apprezzamento. Ringrazio vivamente sissi per i suoi consigli e appunti.
  9. Mal'chik.

    Chinotto

    Ti ringrazio per i tuoi appunti skorpio, li ho trovati preziosi.
  10. Mal'chik.

    Chinotto

    Ciao Il Soldato! Comincio col dirti che ognuno degli errori che mi hai segnalato è stato volutamente lasciato lì. Il racconto (ma è un racconto?) è stato scritto di getto in un quarto d'ora e il tempo narrativo è di una decina di secondi: la mancanza di punteggiatura e di ricercatezza sintattica in quel lungo periodo che mi hai segnalato volevano essere un susseguirsi di pensieri singolativi al tempo di narrazione: un ricordo concatenato all'altro, tutto in pochi secondi, come una cascata. Perchè il lettore sentisse davvero che ciò che stava succedendo nella sfera emotiva dell'uomo era improvviso, forte e incontrollabile ho scelto di non usare praticamente punteggiatura (proprio come quando, pensando o ricordando velocemente, non si fa caso alla sintassi e alle ripetizioni dei concetti). Le ripetizioni ed il linguaggio semplice erano inevitabili nell'ottica del voler rendere immediata e quotidiana la scena descritta: tutto inizia e finisce in uno sguardo, e non c'è tempo per altro. Forse ho, inconsapevolmente, preteso troppo e il lettore altrettanto probabilmente non capisce cosa stia succedendo. Poco male! A questo serve sperimentare. Rileggendo i miei vecchi racconti, ho pensato che il linguaggio de "la cattedrale si ergeva nel suo scudo d'ombra alta, d'un color nero superbo sul cielo violaceo della notte" non mi avrebbe aiutato a descrivere un bambino che si sporca mangiando le pesche. E tu che dici? Un abbraccio, Mal'chik
  11. Mal'chik.

    Chinotto

    Per Elisa Gli uccelli cantavano ancora, con gli stessi versi che lui ricordava. La salita strisciava sinuosa fino al paese, tutt'intorno i visi antichi degli alberi. Il vialetto taceva come taceva in quegli anni. In cima alla salita c'era la casa. L'uomo la ricordava bene, la casa. Ne ricordava l'odore. Gli sguardi gli sfuggivano dagli occhi e la sua vista correva su, su, fino alla fine del vialetto, e lui sperava di scorgerla per caso, come di anno in anno l'aveva vista spuntare mentre l'automobile si trascinava lenta su per la stradina irregolare, e poi scalare ancora le scale massicce di pietra mal levigata che portavano alla camera da letto calda che profumava di legno e di famiglia e di passato e le pesche dure e succose che gli macchiavano i vestiti d'estate che non andava mai via e la sua mamma che sfregava le macchie nel lavabo disadorno e le mani gentili che accarezzavano il suo viso sporco di polvere e terra e le lacrime che quando scendevano scavavano i loro solchi nel viso sporco e i libri che ingiallivano ed erano sempre gli stessi e sempre agli stessi posti eterni nella memoria di un uomo che ricordava ancora la noia immensa cieca ignorante di chi non conosce lo splendore delle sue quotidianità destinate a perdersi e non si macchia mai più i vestiti di estate o d'inverno o d'autunno che è quando si mangiano le caldarroste che escono dalla stufa così calde che ci si scotta le dita a sbucciarle ma le si sbuccia lo stesso voracemente e come è successo che non le si sbuccia più le caldarroste? Chi scende in bicicletta dalla discesa, ora? Chi vive immerso in quella noia perduta che già non è più sua, che già è irraggiungibile? E di chi sono amici gli alberi suoi oggi? Di chi? L'uomo voltò le spalle e se ne andò, che aveva capito che non serviva salire, che non c'era più la casa in fondo alla stradina. Ho scritto due parole su questa poesia che ho letto, come da regolamento. Un abbraccio a tutti, Mal'chik.
  12. Mal'chik.

    Stasera si spera!

    I versi liberi, uno dietro l'altro, mettono ordine immagini che sento estremamente vicine. Io mi sono sentito subito in mezzo ad una festa di paese, e infatti mi ha poi disorientato la secondo parte di questa poesia, quando l'ansia inizia ad insinuarsi e si aspetta qualcuno che arriva e alle mie feste di paese non c'era. Probabilmente ho sbagliato ad interpretare questa poesia. Allora la rileggo, ed è bella, ma non sono immagini mie e non riesco troppo bene a costruirmela nella testa. sulle labbra il sapore del silenzio Splendido. L'ansia si insinua e già tremi al pensiero. Ti avvii verso l'uscio, ascolti i suoi passi: Magari volevo che si avvicinasse a me e io rimanessi fermo ad ascoltarlo, teso e pronto a riconoscere i segnali. E alla fine, che cosa si spera? Mi sembra una bella poesia.
  13. Mal'chik.

    Tempi strani

    Ti ringrazio Marcello. Ho risposto approfonditamente sulla pagina del contest che mi hai linkato qui sopra. Mal'chik.
  14. Mal'chik.

    I racconti della prima luna

    Errata corrige: Nel PS volevo dire che è brutto "stupire meglio" (e forse non esiste in italiano): c'è un "non" di troppo. Ma perchè non rileggo mai i messaggi prima di inviare?
  15. Mal'chik.

    I racconti della prima luna

    Eccomi qui! Che dire? Mi è capitato che uno dei racconti che mi piacevano meno tra quelli che ho scritto (se non addirittura IL racconto che mi piaceva meno) venisse nominato miglior racconto della settimana vincendo in un concorso del quale non conoscevo l'esistenza. La vita ci concede, ogni tanto, piccoli immeritati premi. Come Socrate con l'oracolo di Delfi, accetto il verdetto (ma non senza le dovute iniziali titubanze). Quali sono i meriti di un ragazzino che scrive racconti poco scorrevoli e abbastanza fastidiosi a leggersi, dunque? L'aver partorito una bella immagine, dirà qualcuno. Falso! L'immagine mi si è autoprodotta in testa e io non ne rivendico la paternità. Sarò franco: non trovo motivi per premiare me e tantomeno il mio racconto, ma ringrazio Marcello per questo piccolo riconoscimento che mi fa ben sperare. Sperando di stupirvi ancora, ancora meglio e ancora di più Vostro, Mal'chik. PS: Lo so, non è brutto "stupire meglio", ma a me piaceva.
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