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  1. La ragazza si avvicinò alla finestra e guardò oltre le sbarre: fuori era una giornata incredibilmente luminosa, ma del resto era sempre parecchio più luminoso rispetto a dove si trovava lei. Chiuse gli occhi e fissò il riflesso della collina di fronte svanire lentamente dalla sua retina, poi tornò a sedersi sul suo letto: da quanto tempo era li? Da sempre! Non aveva memoria dell’istante in cui era entrata in quel luogo e il fatto le fece pensare che probabilmente ci era nata li; certo, fosse dipeso da lei sarebbe uscita, si sarebbe messa a correre su quella collina che per tanto tempo era la sua unica percezione del mondo esterno, l’avrebbe valicata e sarebbe tornata in città, dalla sua famiglia, dai suoi amici, ma come poteva farlo? Non aveva nessuna possibilità, se non quella di restarci lì in attesa che qualcosa o qualcuno la tirasse fuori. Qualche passo e il muro di fronte era già raggiunto, una svolta verso sinistra e la porta sbarrava il passaggio. Come si sentiva schiacciata. Se almeno avesse potuto aprirla quella porta, solo un poco, il tempo di sgranchirsi le gambe e prendere una boccata d’aria, poi sarebbe tornata indietro e invece no, quella cazzo di porta era chiusa da chissà quanto e non c’era verso di spostarla nemmeno di qualche millimetro. Per un attimo la ragazza perse la pazienza e tirò un calcio proprio a quell’odiato varco che varco non era, essendo irrimediabilmente chiuso, un gesto abbastanza inconsueto per una come lei e difatti si sorprese, ma si sorprese ancora di più quando, dopo una piccola frazione di secondo, il rumore del colpo venne sostituito dal plin di qualcosa che cadeva. Come era possibile? Era sicura di conoscerla bene quella porta, con tutte quelle ore passate a fissarla se ne sarebbe accorta se per caso ci fosse stato qualcosa che sarebbe potuto cadere, eppure ora a pochi centimetri da lei, sul pavimento, un debole brillio certificava l’effettiva esistenza di un oggetto. Si chinò a raccoglierlo e per la terza volta in pochi secondi sentì quel colpo al cuore che capita quando succede qualcosa di inaspettato; non era possibile, non era proprio possibile, eppure...si avvicinò alla finestra per controllare meglio e si, non si stava sbagliando, quella era proprio una chiave e vuoi vedere che magari serve per uscire? Certo che se fosse stato così avrebbe dovuto prendere a testate il muro, aveva la soluzione a portata di mano e non se ne era mai accorta. Con un po’ di emozione si avvicinò alla porta e piano inserì la chiave nella toppa, niente da fare. Provò a invertire verso e questa scivolò dentro come se fosse stata appena oliata, poi uno scatto verso sinistra e Clac Alla donna sembrò di sentire un’incredibile energia provenire dall’esterno, tanto che per istinto la spinse con entrambe le mani, poi abbandonò la presa e restò a fissare la soglia circondata dalla luce che la stava seducendo sempre di più. Era il momento, non si poteva certo aspettare: senza pensarci troppo la aprì del tutto intenzionata a uscire fuori, ma subito venne abbagliata e dovette retrocedere per non perdere la vista. Era la luce esterna e lei aveva dimenticato come era fatta. Socchiuse l’uscio, tutta quella luminosità era troppa da sopportare e tornò a sedersi sul letto; dunque, la porta non era più chiusa a chiave, bene, bisognava solo socchiuderla poco a poco in modo che gli occhi si abituassero a vedere fuori, poi sarebbe bastato uscire e quindi…. Quindi cosa c’era da fare? Dove sarebbe potuta andare una volta fuori di li? Sentiva che da sola non ce l’avrebbe fatta a camminare di nuovo in un posto che era più grosso dei due metri per tre in cui era abituata a stare. Se solo avesse potuto fare affidamento su qualcuno sarebbe stato tutto più semplice. Ma che stupida! Si ricordò improvvisamente che proprio li, vicino al suo letto in effetti qualcuno c’era: era la sua amica, la persona con cui aveva condiviso tutta l’infanzia e ultimamente, era il caso di dirlo, anche i momenti più bui. La chiamò mentre stava dormendo, come sempre -Hey, hey- -Mmmmmm- -Dai, sveglia- -Che c'è?- -Sveglia che è ora di uscire- -Ma che cazzo dici, se siamo chiuse qui dentro da sempre- -Si, ma ora Sempre è finito, guarda- La stanza si riempì di luce, troppa luce tutta assieme -Uuuuh e chiudi che mi hai appena svegliata- -Dormi sempre tu- -E che dovrei fare?- -Beh, comunque, hai visto?- -Si, si, ma….come hai fatto?- -Niente, c’era la chiave- -Come c’era la chiave?- -Eh si, era li sopra la toppa della porta- -Ma non prendermi in giro- -Te lo giuro!- -Belin! Allora usciamo- L’amica scese con un balzo dal letto ed era già pronta a uscire quando si fermò -Si, ma per andare dove?- -Eh, appunto- -Beh, ma qual’è il problema? Possiamo inventarcelo il dove - -Oh, bene. Sono contenta che anche tu la pensi così, perché avevo paura di non farcela da sola- -Potremmo andare sulla collina- -Si!- -E poi magari oltre- -Si!- -E scendere giù in città- -Si, si, si!- -E poi andremo dai nostri uomini, dalle nostre famiglie e da tutti i nostri conoscenti e diremo loro “Visto come siamo state brave? Siamo passate oltre la collina!”- -E non solo, potremo anche andare a raccontare alla gente come abbiamo fatto, in modo che anche loro, se si trovassero in una stanza buia, saprebbero come uscirne- -Si! E costruiremo case, così grandi da poterci vivere tutti insieme e ci saranno finestre enormi, in modo che non dobbiamo più vedere il buio- -Si, mi piace- -E allora?- -Facciamolo- Ma improvvisamente quell’entusiasmo si spense e al suo posto crebbe una commiserazione -Ma tanto non siamo capaci, dove andiamo?- -Hai ragione, c’è troppa luce la fuori, mica ci siamo più abituate- -Già, dopo tutto questo tempo- -Forse è meglio aspettare…- -Si, credo di si. Aspettiamo un momento migliore, quando ormai i nostri occhi si saranno riabituati alla luce- -Però potremmo lasciare la porta aperta, così, tanto da ricordarci che fuori c’è un mondo che ci aspetta- -Ma va! Ormai siamo come vampiri, se guardiamo troppo la luce i nostri occhi bruceranno- -Hai ragione, meglio chiudere- -Si. Chiamami quando ti senti pronta- L’amica si riaccasciò sul letto e si voltò con la faccia verso il muro, mentre la donna richiudeva lentamente la porta. Per un attimo ebbe la tentazione di lasciarla socchiusa, ma poi un soffio di aria calda la spaventò. Nascose la chiave sotto il materasso nella speranza di dimenticarsela: lontana ogni tentazione, lontano ogni pensiero; si avvicinò di nuovo alla finestra e scrutò il paesaggio cambiare lentamente colore prima col rosso del tramonto, poi col blu notte, il giallo autunno, il bianco inverno e il verde primavera. Pensò che si, fuori c’era una luce bellissima, ma tutto sommato lei dentro a quel buio ci stava bene e magari chissà, forse un giorno ne sarebbe uscita. O forse no.
  2. Mentre stavo ancora dormendo

    L’altra mattina, mentre stavo ancora dormendo, qualcuno ha suonato il campanello di casa: era il vicino, un uomo sui trentacinque anni circa che da poco si era trasferito nell’appartamento a fianco insieme alla moglie e al figlio. Beh, quella mattina mi viene a cercare e a me già girano i coglioni perché stavo dormendo e odio essere svegliato quando dormo; apro e lo vedo li, con la faccia bianca come il latte, due occhi vuoti come di chi fosse posseduto da un fantasma -Ho ucciso mia moglie- dice -Frega cazzi- rispondo Lui sembra non avermi sentito e comincia a sciorinare una serie di scuse sul perché lo ha fatto e a me continua a fregare meno che niente. Sto valutando l’idea di chiudere la porta e tornare a dormire lasciandolo lì a parlare da solo, quando mi dice -Mi devi aiutare- -Io?- Abbandono l’idea di tornare a letto, sono curioso di capire come intende coinvolgermi in tutta questa storia e resto ad ascoltarlo: lui dice che devo aiutarlo a liberarsi del cadavere, che conosce già un posto - lo stava studiando da tempo - solo ha bisogno di qualcuno con un’auto o un furgone per portarci il corpo e che possibilmente gli dia una mano a scavare la fossa. Gli dico che va bene, tanto sua moglie non la sopportavo nemmeno con quella cavolo di mania di strillare come un’aquila sempre, tutto il giorno, così prendiamo due sacchetti di quelli neri da spazzatura, grossi, uno lo facciamo passare per la testa, l’altro dai piedi, leghiamo tutto con del nastro da pacchi e trasciniamo il cadavere per le scale senza preoccuparci degli altri condomini che tanto anche se ci vedessero non direbbero niente, carichiamo il corpo sulla mia auto poi mi metto alla guida e mi faccio indicare la strada, finché non arriviamo nei pressi di un grosso prato poco oltre un boschetto; ci fermiamo, scaviamo una fossa un po’ lontana dal ciglio della strada e ci gettiamo dentro la moglie rompicoglioni, chiusa in quella buca non dovrebbe più strillare. Mi sveglio, qualcuno sta suonando al campanello e anche se a me solitamente girano i coglioni quando mi svegliano, stavolta mi girano un po’ meno perché stavo facendo un brutto sogno. È il mio vicino, ha una faccia bianca come il latte e due occhi che pare sia posseduto da un fantasma. -Ho ucciso mia moglie- -Oh, mi dispiace- dico cercando di mostrare più compassione rispetto al sogno Lui comincia a sciorinare una serie di scuse sui motivi e io mi chiedo: ma perché cavolo l’hai uccisa se poi ti devi pure scusare? Non chiudo la porta, aspetto che mi chieda aiuto e difatti poco dopo: -Mi devi aiutare- -Io?- Ma tanto so già cosa vuole. Dice che devo aiutarlo a liberarsi del cadavere, conosce già un posto che stava studiando da tempo, ha bisogno di un uomo con un’auto o un furgone e che possibilmente possa dargli una mano a scavare la fossa. Io dico di si senza nemmeno ascoltarlo, tanto sua moglie non la sopportavo nemmeno con quella cavolo di mania di strillare come un’aquila tutto il giorno. E poi menava le mani, sì, li sentivo io gli schiaffi che tirava al bambino quando le venivano i cinque minuti e non va bene far male alle creature. E mamma mia, che brutta che era: faccia butterata, pancia molla, gambe che sembravano cotechini, culo basso, largo e flaccido. Dico io, si è mai vista una più brutta di così? E va bene che magari la bruttezza non giustifica un omicidio, ma meglio lei che una figa della madonna, no? Che poi magari se fosse stata figa non sarebbe nemmeno morta, mica uno è così scemo da ammazzare la moglie gnocca, almeno che lei non gli faccia le corna. E poi diciamocelo, lui le ha fatto un favore ad ammazzarla: sì, perché le sentivo le loro liti e la sentivo urlare che la sua vita ormai era rovinata; se lo era davvero, e non ho ragione di credere che non lo fosse, tanto vale terminarla, no? O sbaglio? Comunque, l’abbiamo messa dentro due sacchetti neri di quella da spazzatura, grossi, uno glielo mettiamo per la testa, l’altro per i piedi, leghiamo tutto con del nastro da pacchi e carichiamo sulla mia auto, incuranti degli altri vicini che tanto non hanno visto e se hanno visto se ne stanno, anzi, magari ci danno pure una mano. Stavolta ci portiamo pure il figlio, un bambino che frigna continuamente probabilmente per noia, perché non è possibile che gli manchi una madre come quella. Continua a dire “Mamma, mamma”, ma io mi convinco che invece dica “Panna, panna”, tanto che ad un certo punto sbraito -Ma non vedi che dobbiamo seppellire tua madre? Come cazzo facciamo a fermarci per comprarti la panna? Se stai bravo dopo ti compriamo tutta la panna che vuoi, ok?- Lui scoppia a piangere così forte che non riesce nemmeno a respirare e in poco tempo diventa talmente rosso che penso stia per scoppiargli la testa, mentre il padre si limita a guardarci come un ebete -Vuoi farlo smettere?- gli grido Poi mi metto alla guida, mi faccio indicare la strada, passiamo il boschetto, arriviamo nei pressi di un campo e dopo qualche metro cominciamo a scavare, scavare, scavare, sempre con le urla del bambino nelle orecchie, fino a quando la buca non ci sembra sufficientemente grande e gettiamo il sacco dentro. Stiamo per cominciare a richiuderla quando il bambino si getta sopra il sacco e si mette a strillare come un forsennato -Panna, panna, voglio la panna- Si agita -Paannaaaa- Si china verso il sacco -Paaaannaaaaa, noooo- Cerca di strappare il sacco con le mani. A questo punto perdo la pazienza e con la pala gli do un colpo dietro la testa secco e preciso; non lo sapevo, ma evidentemente devo essere bravo con i colpi, perché lui cade per terra con il cranio fracassato. -Cazzo, ora ci toccherà scavare una fossa più grande- dico e comincio a scavare Il vicino mi guarda incredulo, ha una faccia che fa davvero ridere ora con quella bocca aperta e gli occhi da pesce palla. E infatti gli scoppio a ridere in faccia -Che….che cosa hai fatto?- chiede -Avevi un figlio proprio capriccioso, lo sai? Ma gliela avete insegnata l’educazione?- Lui avanza verso me e cerca di strapparmi la pala dalle mani -Bastardo, bastardoooo- urla Bastardo? A me che l’ho aiutato? Bel ringraziamento! Si piega in ginocchio, picchia con le mani per terra e io mi rompo definitivamente i coglioni. Senza pensarci due volte colpisco anche lui che tanto ormai sono capace a farlo e siccome sembra che gli abbia fatto solo un po’ male, per non farlo soffrire picchio ancora più forte e il sangue che esce da quella testa mi fa capire che stavolta ce l’ho fatta. Sono seccato, proprio ora che il lavoro era quasi terminato questi due hanno dovuto mettersi a rompere il cazzo, ma per fortuna scavare è meno pesante di quanto pensassi e in poco tempo riesco a fare una fossa abbastanza grande da contenerli tutti, poi li chiudo e non mi preoccupo nemmeno di appiattire il terreno, non ne ho voglia. Torno verso la macchina facendo roteare la pala, felice, forse finalmente da stanotte si potrà dormire in pace. La morale della storia? Non so se ce n'è una, ma so che mi sono svegliato di colpo. La mia vicina sta strillando come un’aquila.
  3. Eppure lo aveva già fatto diverse volte e non era mai stato così complesso decidere. Da quando aveva scoperto il suo potere, uccidere con un solo intenso sguardo, l'Uomo se ne era servito in più di un'occasione. Certo, non lo faceva a casaccio, ad eccezione delle prime morti quando ancora non sapeva cosa era in grado di fare e un paio di malcapitati erano finiti stecchiti all'improvviso, tutte le altre erano uccisioni ben mirate: papponi, sfruttatori, manager senza scrupolo, corrotti, assassini, tutte quelle persone che a insindacabile giudizio dell'Uomo erano immorali. Ma quella mattina la storia era diversa: quella mattina l'Uomo si era alzato come tutte le mattine, si era preparato la colazione, si era lavato e vestito, aveva salutato moglie e figli augurando loro buona giornata, poi era uscito, aveva preso la macchina e iniziato a guidare verso il lavoro. Fino a quando non arrivò li, a quel semaforo e aveva dovuto fermarsi trovandolo rosso. Si guardò in giro ancora assonnato, distratto, e qualcosa attirò il suo sguardo: pochi metri dopo l'incrocio c'era una fermata dell'autobus e tra i vari pendolari che aspettavano stava un signore, un tizio qualunque che non aveva niente di particolare da farlo notare rispetto agli altri. Eppure l'Uomo sentiva che i suoi occhi erano attratti da quel Tizio. Cercò di guardare altrove, cominciò a giocare anche con il display del cruscotto pur di non vederlo, ma ogni volta gli occhi si andavano a posare sul signore, ignaro di essere oggetto di attenzione di qualcuno. L'Uomo sapeva che sarebbe bastato poco, un unico solo sguardo prolungato, concentrato in modo da cancellare tutto quello che non era Tizio e lo avrebbe ammazzato; ma cosa sapeva di questo Tizio? Niente! Le altre sue vittime erano persone che in qualche modo avevano dimostrato di meritarsela la morte, ma questo no, non lo aveva mai visto prima, non sapeva chi fosse, cosa stava facendo li esattamente. Appunto, pensò, magari sta andando a rapinare una banca o è un borseggiatore che ha puntato una vecchia e sta aspettando solo il momento propizio. Non poteva esserne sicuro, più probabilmente era solo uno che stava andando a lavorare come lui. Vero, ma se non fosse così? E se invece lo fosse? Ok, ammettiamo che stia andando a lavorare. Che lavoro fa? Magari è amministratore delegato di una ditta che causa tumori e morte altrui. Ma no, un amministratore delegato non si muoverebbe in autobus. Vero anche questo, ma forse è uno di quelli che è andato in pensione troppo presto sfruttando immeritatamente alcune leggi che avrebbero dovuto applicarsi su qualcuno che invece ora è gravemente malato per colpa sua. Non posso saperlo, in ogni caso non sembra così vecchio da poter essere già in pensione. O forse è un puttaniere, uno che di giorno veste elegante e fa il moralista, poi la notte va alla ricerca della prima donna a pagamento che trova per soddisfare tutti i suoi più bassi istinti. Ma poi, è così grave andare a troie? Certo che lo è, cosa pensi? Credi che sia bello approfittarsi di una donna sfruttata, venduta per soldi o abbindolata da gente senza scrupolo? E magari questo è pure sposato e la moglie non la guarda più. Ok, ma anche in questo caso non ho nessuna prova che questo qui sia un puttaniere, potrebbe esserlo come no. Certo, ma coi se non si fa la storia; tu stai qui a farti mille domande, tra poco riparti, perderai le tracce di Tizio e questo stasera stupra una ragazza o picchia la moglie o peggio ancora uccide qualcuno. Tutta questa riflessione stancò parecchio Uomo che del resto era pure stanco di avere un potere così pesante: togliere la vita ad un'altra persona e solo per un suo giudizio poi. Decise di farla finita e proprio mentre ormai il verde era già scattato e gli automobilisti cominciavano a suonare ed imprecare lui girò lo specchietto retrovisore in modo da vedersi bene gli occhi, poi guardò intensamente la sua immagine riflessa finché non fu pervaso da un forte dolore che lo uccise. Questo avrebbe fatto un uomo saggio, perché un uomo saggio sa che uccidere è un gesto che nessuno dovrebbe mai compiere, men che meno se fatto in base ad un giudizio. Ma Uomo era uomo di potere e l'uomo di potere ha come primo pensiero la salvaguardia dello stesso e dei propri interessi, ed è per questo che proprio mentre ormai il verde era già scattato e gli automobilisti cominciavano a suonare ed imprecare lui si voltò a guardare Tizio e lo guardò con un unico intenso sguardo, fino a che non lo vide accasciarsi per terra. Poi rivolto a chi lo seguiva fece un gesto di scusa con la mano e ripartì.
  4. Il brutto di Gentrano

    Nel nord più profondo, a pochi chilometri da dove i confini delimitano la fine dell’Italia, c'è un paese di nome Gentrano, un minuscolo villaggio con poche centinaia di abitanti attraversato da un’unica strada, dove il passatempo preferito è passare il pomeriggio nel circolo del paese. Alcuni documenti conservati nell’ufficio municipale attestano che in origine il nome di tale luogo era un altro, ma poi verso gli anni venti del secolo scorso la fame patita durante la guerra e il lavoro che scarseggiava spinsero gli abitanti a muoversi verso sud in cerca di migliori condizioni; fu solo durante il secondo dopo guerra che, ormai ridotto ad un cumulo di catapecchie abbandonate, questo paese venne riscoperto e diventò meta del desiderio di facoltosi signori che vedevano in esso un’enorme possibilità di guadagno: in poco tempo fu possibile notare fin da lontano i bracci delle ruspe e delle gru che si indaffaravano a ricostruire un luogo dimenticato da tutti e già solo dopo poche settimane i cumuli di macerie furono sostituiti da villette a schiera con giardino e box compreso. I ricchi più in vista non persero l’occasione di trasferirsi in questo nuovo monumento dello sfarzo, seguiti presto da altre persone meno note ma non meno facoltose, invitate dall’idea di allontanarsi dal volgar popolo. In breve tempo i nuovi abitanti di questo paese che prima non c’era costituirono tutti gli enti necessari, crearono alcuni partiti che seguivano più o meno l’andamento di quelli nazionali e indirono le elezioni che portarono ad un sindaco, il primo primo cittadino che come prima ordinanza emise la nuova nomenclatura di quel luogo: Gentrano. Né la cronaca locale, né tanto meno quella nazionale, riportano di fatti particolari accaduti in questo paesello e non si hanno notizie di nascite o morti celebri avvenute proprio lì; forse l’evento che maggiormente ha scosso i placidi e sonnacchiosi abitanti è stato quando uno dei pochi ragazzi che non erano fuggiti via appena maggiorenni ha inavvertitamente dato fuoco al cestino della spazzatura in piazza dopo averci buttato dentro una cicca di sigaretta mal spenta. Tuttavia in tempi più recenti accadde qualcosa che scosse l’intera comunità, un fatto che sicuramente passerà alla storia come la vicenda del “Brutto di Gentrano”: in un tranquillo giorno di primavera un vecchio, la persona più anziana del paese e quindi la più conosciuta, stava camminando con il giornale tra le mani intrecciate dietro la schiena guardandosi intorno come era solito fare. Arrivato nella piazza salutò col capo i frequentatori del circolo che stavano seduti a godersi un sole raro e fece qualche battuta facendo notare il suo bel cappello bianco nuovo che gli dava un’aria da intellettuale. Dopo aver disquisito per un po’ il vecchio si allontanò e girò attorno alla fontana per svoltare nella via che portava a casa sua, fece qualche passo, poi qualcosa di strano catturò la sua attenzione: proprio davanti a lui, a pochi metri di distanza un ragazzo camminava verso la sua direzione, apparentemente senza notarlo nemmeno. Il vecchio lo squadrò da capo a piedi e continuò a fissarlo fino a quando questo sconosciuto non passò oltre i portici che dalla piazza portavano verso la stazione; era certo di non averlo mai visto prima e di per se questo non era un problema, Gentrano era piena di quei Gabibbi che arrivavano la mattina con la scusa del lavoro e se ne andavano solo a pomeriggio quasi terminato, ma la cosa che preoccupò molto l’anziano fu che questo ragazzo era terribilmente brutto: faccia scura, occhi piccoli e sopracciglia enormi, un naso aguzzo e storto, il labbro alzato da un dente fuori posto che gli disegnava sul volto una smorfia spaventosa e come se non bastasse a completare l’opera c’era un enorme porro peloso proprio accanto al naso, sul lato destro. Era inammissibile che un essere di cotanta bruttezza potesse anche solo passare per le strade di un paese come Gentrano. Il vecchio cercò di dimenticare subito quell’orrenda visione e tornò a casa certo che l’immondo non si sarebbe più fatto vivo. Eppure, anche dopo parecchie ore da quell’incontro, non si sentiva tranquillo. Il giorno dopo si alzò di buon ora, si lavò e si vestì di tutto punto, quasi come se dovesse andare ad una festa, salutò la moglie che ancora dormiva e scese al circolo per fare colazione. In realtà quello che stava cercando non era tanto la compagnia di qualche paesano, ma lo stesso ragazzo del giorno prima, o meglio, sperava che, restando a sorvegliare il principale punto di passaggio del paese per tutto il giorno, potesse arrivare alla conclusione che quell’essere non aveva niente a che fare con il posto che lui stesso aveva contribuito con soddisfazione a ripopolare. Ma fu deluso perché dopo qualche ora, proprio tra un commento sui risultati della Juventus e una discussione che verteva sullo scandalo del ministro sorpreso a mangiare delle mutande commestibili indossate da una quasi certa prostituta, il ragazzo spuntò col suo passo un po’ claudicante ma veloce e si manifestò ai suoi occhi in tutta la sua porrezza - Moh, se l’è brutt- disse cercando consenso tra gli altri -E ti ghe raxón- disse qualcuno -Ostreghetta, l’è brutto assai- -Minchiassorreta- Tutti i presenti concordavano col vecchio saggio, quel ragazzo era davvero brutto: bisognava fare qualcosa per evitare che la sua bruttezza contagiasse i poveri abitanti di Gentrano, ma cosa? Fu proprio il vecchio a prendere iniziativa e scortato da un paio di pensionati preoccupati per il futuro delle loro nipotine si recò alla centrale dei carabinieri. Quando lo videro gli agenti si misero subito sull’attenti e lo salutarono -Buonasera signore- -Comodi, comodi. Piuttosto, fatemi sedere- -Certo, prego- e una sedia comparve sotto le natiche dell’anziano -Come possiamo aiutarla?- chiese un altro agente -Signori, credo che qui ci siano tutti i presupposti per un vostro pronto intervento- -Ci dica- -Non so se anche voialtri ve ne siate accorti, ma da qualche giorno la quiete di Gentrano è messa a repentaglio da un facinoroso proveniente da chissà dove- -Non abbiamo ricevuto nessuna segnalazione- -Bene, allora ve lo segnalo io- -E chi sarebbe questo facinoroso?- -È proprio questo il punto: non lo sappiamo- -Ma avrà ben fatto qualcosa per meritarsi l’appellativo di facinoroso- -Certo. Vede agente, è convinzione non solo mia che quel ragazzo sia particolarmente brutto, ma non brutto come ce ne sono tanti in giro, questo è di una bruttezza mai vista, che non si confà con l’immagine che noialtri cittadini gentranesi abbiamo sempre cercato di mantenere- -Capisco. Ma in questo noi come possiamo intervenire?- -Beh, ve lo devo dire io? Arrestatelo, espelletelo, fate quel che vi pare, ma mandatelo via da qui prima che la sua bruttezza ci infetti tutti - -Ma signore, lei capirà che noi non possiamo di certo arrestare un uomo solo perché è brutto- -E perché no? Dove sta scritto?- -Proprio perché non sta scritto da nessuna parte. Comprendiamo la sua più che giusta preoccupazione, ma non esiste nessuna legge che vieti alle persone brutte di girare per strada- -Beh, allora scrivetela voi, no? Non siete tutori della legge?- -Si, ma non è così facile: noi siamo solo semplici agenti, per emettere una legge ci vuole un giudice, la cassazione, l’ordine dei magistrati, il ministero…- -Si, si, ho capito. Come al solito non potete farci niente- -No, è che…- -Ma piantatela- Il vecchio si alzò con un gesto di stizza e si incamminò fuori dalla centrale seguito dai commenti dei suoi accompagnatori che continuavano a ribadire “È un’ingiustizia”, “È uno scandalo”. Scese in piazza visibilmente adirato continuando ad urlare come un forsennato; urlava così forte che tutti si affacciarono dalle finestre per vedere cosa stava succedendo al loro povero, stimatissimo, vecchio -Gente- disse il vecchio appena ebbe raggiunto la piazza -oggi è successo qualcosa che nei diversi anni di esistenza di questo paese non è mai accaduto e che spero non accada mai più . Come voi ben sapete la tranquillità della nostra bella Gentrano è messa in discussione da un essere la cui identità ci è ignota ma, soprattutto, il cui aspetto fisico è un’offesa all’immagine di casa nostra- Grida di assenso -La cosa grave è che i carabinieri, i cosiddetti tutori dell’ordine, se ne fregano- Grida di negazione -Dicono che non esiste una legge. Puah- Risa di disprezzo -E io dico allora, cari concittadini, che è giunto il momento che noi abitanti facciamo qualcosa per la nostra bella Gentrano- Urla di attesa -Cittadini, in quanto membro più anziano di questa comunità, io vi dico: caccia all’immondo- Urla di assenso -Ora!!- Urla di follia pura. In un attimo la piazza di Gentrano fu invasa da decine e decine di persone indemoniate, desiderose solo del sangue di quel povero ragazzo che non arrivava nemmeno a vent’anni. Venne improvvisato un corteo per le strade del paese, mentre i carabinieri, preoccupati che la scena sfociasse in tragedia, scesero in assetto anti sommossa anche se non sapevano che fare: fosse stato per loro si sarebbero uniti alla caccia al mostro, ma non potevano. Pochi minuti dopo arrivò anche il sindaco che riuscì a placare le grida. -Cosa sta succedendo qui?- -Signor sindaco, un giovane dall’aria veramente brutta si sta aggirando per queste vie che finora, grazie anche alla sua amministrazione, sono sempre state tranquille- -E dunque?- -Dunque bisogna intervenire, prima che anche noi, infettati da quell’essere, si diventi brutti- -E voi volete questo?- -Certo e siamo ben determinati ad averlo in qualunque modo. Ed essendo che i carabinieri non possono intervenire…- -Fermi, fermi, lasciatemi pensare. Dunque, effettivamente i carabinieri non possono farci nulla, mica si può arrestare un uomo solo perché è brutto- -E allora?- -Allora, allora...È anche vero che io sono il vostro sindaco e devo garantire, oltre alla vostra incolumità, anche il vostro benessere- -Esatto- -E allora provvedo: chiedo a tutti gli agenti qui presenti di intervenire e porre sotto arresto questo ragazzo dalla bruttezza infinita- -Ma con quale motivo?- -Un motivo lo si trova, chiedete al vostro superiore- Il corteo ripartì, più tranquillo e composto di prima che non si sa mai che qualcuno testimoni di aver visto una folla inferocita scagliarsi contro un ragazzo inerme, ma con tutti i cittadini di Gentrano presenti: dal vecchio al farmacista, dal sindaco al comandante dei carabinieri fino al panettiere. E non dovettero fare molta strada perché, svoltato l’angolo, proprio il sindaco andò a sbattere contro il giovane ignaro di essere l’oggetto di tanta attenzione. -Buonasera, lei è il giovane brutto, suppongo- -Oh, buonasera sindaco. Mi scusi, non ho avuto ancora il tempo di presentarmi a lei e ai miei concittadini- -Mi scusi, ha con lei il certificato di bruttezza? Il documento che attesta che lei può circolare per le nostre strade nonostante la sua immondità?- Il ragazzo fu frastornato, non si aspettava un’accoglienza del genere -Ma...ma certo signor sindaco. Me l’hanno data i suoi dipendenti appena sono arrivato, come vuole la legge- -Bene, può mostrarmelo ora?- -Beh...ora veramente non ce l’ho con me, dovrei passare un attimo a casa…- -Lei lo sa che Gentrano è un paese di alte tradizioni e che mai, dico mai, nella storia del nostro paese si è avuto un disguido come quello che lei ora ci sta creando?- -Mi dispiace, non volevo. Ma se volete seguirmi…- -Che fa, oppone resistenza?- -Chi, io? Ma no, io…- -Presto agenti, mettetelo in stato di fermo. L’uomo ha opposto resistenza e offeso un rappresentante dello stato- -Ma non ho detto nulla…- Il ragazzo non poteva credere a quello che gli stava succedendo: nel giro di pochi secondi venne circondato da alcuni agenti che lo bloccarono e gli misero le manette, poi lo caricarono di forza su una volante arrivata per l’occasione per portarlo in caserma, a pochi metri da li. Lui si dimenava, continuando ad urlare di non avere fatto niente. -Vedo che il soggetto continua a ribellarsi alle forze dell’ordine, dimostrando di essere un individuo altamente pericoloso per la società. Trattatelo in regime di TSO- Gli agenti trascinarono il ragazzo dentro la caserma, poi chiusero le porte per evitare che la folla entrasse dentro e cercasse di linciarlo. Non è dato sapere cosa abbiano realmente fatto a quel ragazzo, tutto quello che si sa e gli eventi di cronaca non smettono mai di ricordarcelo e che da quella caserma ne è uscito solo quarantotto ore dopo e da morto, il corpo pieno di ecchimosi, graffi e tracce di sangue. Incidente diranno, un carattere troppo difficile non gli ha permesso di restare calmo e in un tentativo di fuga è caduto dalle scale riportando ferite che gli sono state fatali. I fatti di cronaca ce lo ricordano sempre, appunto: qualcuno entra in una caserma vivo e sano e ne esce qualche giorno dopo stecchito senza che si sappia perché. Ma da quel giorno a Gentrano non si è mai più vista una persona brutta.
  5. SBC Edizioni

    Si, riporto sotto la mail arrivata l'undici febbraio scorso: Gent.mo Sig.Adesso, abbiamo esaminato l’Opera “La fuga di Ike" che ci ha inviato. Pur apprezzandone il contenuto al momento non riteniamo possa rientrare nei nostri programmi editoriali. La informiamo che potremmo sottoporre la Sua Opera ad altri marchi editoriali con i quali collaboriamo nel caso di un loro possibile interesse. Nel ringraziarLa inviamo i nostri migliori saluti SBC edizioni Direzione editoriale
  6. SBC Edizioni

    E' vero, ho controllato meglio e la busta e' intestata SBC Communication, scusate l'errore di distrazione. Pero' in ogni caso mi sembra cambi poco: io sbc edizioni ti dico che non ti faccio pagare per una pubblicazione, ricevo il tuo romanzo e lo passo ad Akea, che te lo pubblica facendoti pagare...mi pare un trucco per ovviare a quanto scritto nel famoso comunicato, quello in cui SBC dice che non fara' pagare i suoi autori; sbc no, ma Akea si!
  7. SBC Edizioni

    Ciao a tutti, mi chiamo Alessandro, sono nuovo di questo forum... Volevo dare il mio contributo alla discussione: tempo fa ho ricevuto una mail da parte della SBC edizioni, diceva che il romanzo proposto era valido, ma non rientrava nelle loro linee editoriali, in ogni caso si sarebbero riservati la possibilita' di segnalarlo a qualche altra casa con la quale collaborano. Un paio di giorni fa mi arriva una lettera da parte dell'Akea edizioni: vogliono pubblicarmi il romanzo, ma devo sborsare 1200 euro comodamente pagabili in due rate. La cifra servira' per la stampa di 120 copie del mio libro da distribuire durante le presentazioni (quali????). Altra cosa, la busta era intestata SBC Edizioni, mi sembra che la "nuova politica" della lettera di poco sopra sia gia' stata bella che dimenticata...
  8. Ciao

    Ciao a tutti, mi presento: mi chiamo Alessandro, vivo a Genova, citta' nella quale sono nato nel 1977. Lavoro presso una grossa compagnia di informatica, anche se ormai a forza di smantellamenti tanto grossa non e' piu'. Sono appassionato di musica, cinema, libri, viaggi: ho un paio di progetti musicali nei quali cerco il piu' possibile di trovare nuove sonorita'. Scrivo per la voglia di raccontare che ho, pari a quella di ascoltare. Attualmente ho pubblicato qualche racconto in alcune raccolte e ho scritto due romanzi: *EDIT DALLO STAFF* per il quale sono alla ricerca di una casa editrice Ci sentiamo presto, buona scrittura a tutti, Alessandro
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