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Antonello

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Risposte risposto da Antonello


  1. http://www.writersdream.org/forum/topic/20871-garbage-patch-state/#entry364587

     

    Si voltò nello stesso momento in cui il martello stava per raggiungere la base, cercando con lo sguardo gli occhi di lei.

    Li trovò, ma dovette chiudere i suoi per un istante, sobbalzando quando il giudice colpì. Riflesso condizionato.

     

    Un brivido di freddo. La sensazione bruciante della paura e dell’odio quasi fisico che la donna emanava. Poi, come in un sogno vignettato, le labbra di lei si trasformano: da dura smorfia di pura rabbia ad una parvenza di sorriso, sino alla gioia piena che esplode come un boato.

     

    Non riuscì più a reggere lo sguardo. Barcollò e dovette essere sostenuto. Impotente. Sconfitto.

    Aveva finalmente compreso che stava per morire.

     

    Blood imprinting.

    Un rito, non una vera necessità. Seguito di norma dai media.

    L’imputato è ritto, ammanettato e quasi sorretto dalle guardie in nero. Di fronte a loro la spaventosa fucina fredda ed il calice di raccolta: un macabro simulacro del Graal.

    Lo Spillatore si avvicina, camice bianco. Armato di punteruolo rituale. Afferra il polso destro dell’uomo incatenato ed attende la lettura della formula.

    - Condannato 1378. Ritenuto colpevole, verrai ora privato della vita mediante applicazione della Legge 121 del Nostro Stato: le tue Vittime pretendono Giustizia ed il tuo sangue. –

    Lo Spillatore attende un paio di secondi, per lasciar sedimentare la frase rituale nella mente del condannato. Poi punge con il punteruolo il palmo della mano e la rovescia sul calice di raccolta.

    Poche gocce di sangue macchiano la ceramica e la macchina si accende.

     

    Le luci si abbassano di colpo, nella sala dell’imprinting. Persino i carcerieri fanno un passo indietro, quando il cuore della fucina si illumina di nero traslucido. Un ronzio addirittura osceno comincia a percepirsi, pulsare sordo, mentre qualcosa si forma al centro della cavità metallica. Prima frammenti filamentosi, neri, vorticanti in un convulso moto disordinato. Poi, scaglie di luce blu si condensano liquide a formare la sfera. Si intravede già il guscio, madreperlaceo e semi-luminoso, che si ingrandisce sempre più. Frammenti di inferno rutilante si rovesciano all’interno: moto senza fine e senza logica, pulsante senza ritmo riconoscibile.

    Demoni. Terrore. Stridio di vibrazioni non umanamente classificabili…

    Mentre le guardie arretrano ulteriormente (secondo prassi), trascinando il prigioniero e lo Spillatore sparisce velocemente dalla scena e dalla vista, la sfera sfrigolando cresce.

    Qualcuno paragona la superficie ad un’immensa cornea semiliquida, occhio di un Dio dell’Inferno che si affaccia sul nostro mondo.

     

    Sono necessari sette minuti per portare la sfera alla dimensione di caccia.

    Mentre ciò accade il prigioniero viene trascinato nel corridoio. Lo attende la deportazione sul Sito di Morte.

    Le telecamere dei media indugiano pochi istanti ancora sulla macabra genesi sfera. Infine, inquadrano il volto dell’uomo con la tunica gialla dei condannati.

    Sulla maschera di terrore che ha deformato il suo viso, alterandone i tratti.

     

    Vengono trasmesse le foto delle vittime, il sorriso dell’unica sopravvissuta che assiste al rito con l’estasi dipinta sul viso, occhi lucidi e labbra socchiuse in adorazione. Incantata dal delirio metastabile della sfera.

    Avrebbe avuto la sua vendetta.

     

    Il cargo senza contrassegni si solleva in un turbinio di polveri sottili. Il campo di decollo è deserto. Destinazione Isola di Quéménès, dove il condannato subirà il Martirio e verrà raggiunto dalla Morte.

     

    La sfera ha raggiunto la dimensione di fuga: vibrando sottilmente, ingurgitando rivoli d’aria adiacenti e dissolvendo persino la luce, inizia a muovere. Il cammino è sgombro. Le porte, che non potrebbero contenerla, sono comunque aperte.

     

    Dolore in un flashback.

    La memoria dello stupore, più ancora del male fisico. Il ferro dell’asta, il giravite, che penetra nelle carni. La tremenda sensazione di metallo freddo, il raschio della punta sulle ossa, vibrazione e scaglie in diffusione. Vasi sanguigni che esplodono: calore si espande, risale le terminazioni nervose verso il cervello appannato da un turbinio di pensieri affannati. La carne lacerata che perde sensibilità, il movimento dei muscoli impedito dall’acciaio temprato.

    Ed il fetore del sudore mescolato al dolciastro ferroso del suo sangue. Il sudore dell’uomo che la sovrasta, il SUO, sangue che prende a sgorgarle dal petto.

    Gli occhi che si opacizzano mentre lo sguardo cala verso il basso. La mano di lui quasi a contatto della sua camicia inzuppata di rosso. Il manico di plastica gialla e nera che fuoriesce e trasmette alla mente ancora cosciente il concetto di quanta parte ora invisibile le sia affondata tra gli organi interni, in un delirio di macellazione.

    Dio vuole che quella coscienza la abbandoni: irrigidita si accascia in una pozza di sangue.

     

    Ne ha uccise tre. La quarta sopravvive.

     

    Ora, sarà lui a morire.

     

    Il cargo resta sospeso a settanta centimetri da terra. Un soldato getta uno zainetto nella polvere, poi getta fuoribordo anche l’uomo, come fosse una sacco anch’esso.

    Cade male: una pietra incide la carne di una mano, un’altra straccia la stoffa della tunica gialla e quello che sta sotto: il giallo vira al rosso, mentre emette un guaito gutturale.

    Turbinio di polvere, vento demoniaco dai motori al massimo, frammenti di selce frugano i punti deboli della pelle e la incidono ancora. In pochi secondi il cargo è alto nell’atmosfera ancora rutilante di polveri rossastre, mentre l’uomo tossisce a carponi. Diversi secondi per rendersi conto di dov’è e di cosa lo attende.

     

    Quasi il deserto. Rare piante semi rinsecchite, asfittiche isole d’erba giallastra e malata, mare tutt’intorno. Odore salmastro sgradevole, sole calante, simbolo e prologo di morte.

    Simile ad un Golem tecnologico o meglio, ad uno zombie allucinante, generato da un rito mostruoso che avrebbe fatto impallidire lo stesso Baron Samedi, la sfera stava per giungere.

    Fuggire? Dove? Pietà!

    Finita.

     

    Aveva provato piacere nel violentare. “Nell’applicare”, la violenza. Aveva goduto sia degli atti sessuali in sé che di ciò che aveva fatto durante e dopo. Il senso di impotenza delle vittime che traspariva dagli occhi, la richiesta di pietà silenziosa trasmessa dalle lacrime che colavano fin sul mento, solcando il nastro telato che impediva loro di proferir parola…

    Eppoi, uccidere! Percepire gli spasmi dei corpi mentre infilava quel grosso giravite dall’asta esagonale.

    Ma una era sopravvissuta. Quella maledetta puttana. Gli aveva conficcato il giravite nella pancia, l’aveva vista sussultare, aveva visto il sangue sgorgare, aveva visto le sue iridi dilatarsi, aveva visto la sua pelle accapponarsi.

    Ma era sopravvissuta. Per denunciarlo.

     

    Gli doleva la mano, che sanguinava dalla ferita. Anche la gamba, il ginocchio? Camminava, per ora era a posto. Aveva paura. Non abbastanza. Non ancora.

    Stava arrivando. Sapeva che avrebbe impiegato molte ore, alla sua velocità: era programmata così.

    In lontananza il relitto fatiscente di una costruzione. Unico semi demolito vessillo umano in quel mondo desolato.

    Vi si diresse, trascinando lo zainetto. Acqua? Pane? Ci avrebbe provato, a sopravvivere!

     

    Divano. Accovacciata, sola. Immagini sullo schermo. Una mano inconsciamente poggiata sulla ferita che ancora duole di tanto in tanto. L’isola di Quéménès. Panoramica satellitare, angolo stretto, nessun audio. Non vuole sentire rumori. Vuole solo vedere, se ne sarà capace. Fin che riuscirà.

    Sei giorni dal rito di Blood imprinting. E’ ora.

     

    Qualcosa non va nell’aria. Cariche elettrostatiche… Lievemente percettibili, sottili e cattive. Si risveglia da un incubo solo per rendersi conto che il peggio sta arrivando. Corre fuori dal rudere che per qualche giorno è stato la sua dimora, istintivamente, guarda il mare verso Sud. Prima nulla. Poi, la palpitazione limpida dell’orrore in lento avvicinamento, primo segnale di apocalisse al centro della linea tra il mare nero ed il cielo di piombo.

    Arriva.

    Una scintilla malvagia che va definendosi via via che copre la distanza, lentamente, inesorabile e vorace malignità disumana.

    E’ sempre più grande. Minuto dopo minuto.

    Turbini d’acqua vaporizzata vengono massacrati in un ricircolo infernale, convulso anticipo di un banchetto di sangue: il suo.

    La sfera è ben visibile ora.

    E l’uomo comincia a sudare. Comincia a perdere fiducia, comincia a provare schegge di paura. Inizia a “condividere” ciò che ha causato.

    Non attende: fugge.

     

    La sfera sta arrivando. Dalle immagini ad alta definizione si osserva la scia devastata che solca il mare. Sembra che persino la superfice dell’Oceano faccia fatica a recuperare la forma, dopo che la cicatrice spumeggiante è stata tracciata.

    E lo vede. Per la seconda volta dal processo. Non lo distingue, non riconosce i dettagli del volto dell’uomo, ma sa che è lui. Può SOLO essere lui.

    Lo vede fuggire.

     

    Sordo ronzio vibrante, pulsante. Suono che ghiaccia le emozioni. Le cristallizza in un unico stato di terrore. Avanza, macinando l’atmosfera, nube nera incapsulata in un guscio in grado di annichilire la materia e l’energia che conosciamo. L’aria intorno sprizza scintille elettriche, la sabbia e le pietre sottostanti sfrigolano e si dissolvono in un canale vetrificato. Morto.

    L’uomo fugge ancor più velocemente.

    Lui è più veloce, ora. Fa parte del gioco, sembrerebbe…

    Ma si stancherà.

    Cambia direzione, si inerpica per un pendio.

    La sfera lo insegue. Lentamente. Divorando prima di lui tutto ciò che incontra. Vegetazione, pietre basaltiche, insetti del sottosuolo superficiale.

     

    Dopo non esiste più nulla.

     

    Lo vede fuggire, correre, con la tunica gialla strappata. Lo vede cadere, cambiare direzione. Lo percepisce affannato, disperato. Lo spera, LO VUOLE, così!

     

    Corre da molto. E’ stanco. Ha guadagnato terreno. Ma non basta. Arriva. Lentamente, senza tregua, senza alcuna remora. Morte lenta. Morte SICURA.

    Allo stremo. Sente il mostruoso sfregare degli atomi dietro di se. Sente l’elettrostatica e la paura che fanno a gara per sollevare i peli della nuca. Si volta. Due metri. Scarta di lato. Si getta a rompicollo giù dal pendio, braccia e gambe disorganizzate in preda a terrore cieco, flussi di adrenalina che spingono i muscoli dolenti.

    E cade male.

    Sente lo schiocco secco dell’osso che si spezza. Lo vede! Fuoriesce bianco, venato di un rosso marcio.

    Non urla nemmeno. Si volta ancora.

     

    Quando l’uomo cade, spegne il monitor. Per lei è già finita. Chiude gli occhi e piega il collo di lato. La sua testa è più leggera, ma lo fa per coccolarsi. Tensione che cala, un senso di calore le sale dalle membra, un sorriso le si abbozza sul viso.

    Per lei, è finita.

     

    Ha corso ancora, con il braccio rotto tenuto con la mano buona. E’ caduto ancora, finalmente urlando, fuori di senno. Bava alla bocca, occhi sospinti così all’esterno del cranio da voler schizzare via.

     

    Urla.

    Poi, definitivamente, capisce che non può vincere. Si volta, al termine prossimo della sua esistenza ed urla ancora più forte. E’ l’ultima volta.

     

    La sfera sfrigola e incalza. Il corpo dell’uomo, raggiunto dal Geenna di torbido furore si plasma in una raccapricciante voluta morbida, ossa liquide. Prima le braccia vengono risucchiate all’interno, seguite dal resto della carne in una demenziale caricatura di stracci imbevuti di sangue. Parodia di un incubo modellato come creta in un tritacarne.

     

    La sfera colora le nubi interne perennemente vorticanti di cremisi, poi si contrae appagata, scintillante di malvagia determinazione e si condensa. Il rumore dell’atmosfera che riempie il vuoto istantaneo si perde nella desolazione dell’isola. Dopo un’istante, il nulla colmato attende che un senso di pace pervada la natura martoriata.

     

    Ed è finita.


  2. Ciao!

    Letto d'un fiato, poiché scorrevolissimo.

     

    Non ho apprezzato l'uso della parola "mischiamoci". Mi pare un termine inadatto al linguaggio di una giornalista, anche d'assalto:

     

    Ma adesso mischiamoci agli ospiti!

     

    Inoltre, non mi ha convinto il pistolotto che Alice esprime al Presidente Hughes... Mancando l'immagine del resto del mondo o dati sul suo stato il lettore non ha idea di come sia. Quello che si percepisce è la festa (a cui, in verità, manca anche quel quid che la possa far considerare "strepitosa"), che nella mia mente viene visualizzata in stile vagamente decadente. Quindi tutto il resto, non si riesce neppure ad immaginare. O meglio, quindi? Che male sta apportando al mondo il Presidente Hughes ed il suo G P State?

     

    Anzi:

     

    La telecamera segue Alice tra la folla.

    «Ciao, ragazzi, cosa pensate di questa festa?»

    «Fantastica! È tutto pazzesco, incredibile!»

    «È la vostra prima volta in una città del G-P State?»

    «Siii!»

     

    Lascia intuire che persone derivanti da altri luoghi sono lì (potendoselo permettere), per cui non si ha l'idea di problematiche nascoste...

     

    Quanto alla sorpresa... Direi che una cosa del genere è piuttosto scontata. Il Presidente di uno stato è il personaggio più "in" da intervistare. Tuttavia manca li vero scoop.

     

    Detto tutto ciò, in definitiva mi pare di poter commentare che è scritto bene, ma la storia in se è talmente condensata che vari indizi mancano a costruire l'ambientazione. Per cui rimane solo uno scheletro semivuoto di esposizione.

     

    Spero di poterti rileggere con qualche altra opera. Di sicuro non annoi il lettore.

     

    Mi è piaciuto l'incipit (anche se avrei personalmente iniziato con la lettera maiuscola...) e lo stile da sceneggiatura cinematografica.


  3. Ciao amici, mi chiamo Angela Parise e... solitamente scrivo. Ho al'attivo quattro pubblicazioni e in testa un sacco di dubbi che no riesco a risolvere :-D 

    Questo è il mio sito...

    **[RIMOSSO DALLO STAFF]**

    Non vedo l'ora di conoscere tanti nuovi amici coi quali scambiare opinioni e consigli in merito alla scrittura.

    Saluti cari a tutti :-D

     

    Ciao!

    Sono curioso.

    Mi invii il link in privato? Così vado a vedere!

    Ciao.

    E benvenuta.


  4. Parecchio ha già detto Unius. Ogni persecuzione e strage dev'essere esecrata. Ma  aggiungerei che l'olocausto (con buona pace dei rozzi revisionismi), si caratterizza e desta un orrore sui generis - a parte la documentazione-  perchè ha preso di mira una razza, a prescindere da ogni altra colpa, utilità, vendetta, utilizzate semmai quali aggravanti. Non l'avrei comunque "scomodato" per un raccontino...

    Quanto al merito, la parte iniziale è in effetti superflua e quella finale frettolosa. E (mi scuso,  tocca ai giudici!) non colgo i passaggi previsti dal prompt. Insomma,  la scrittura è abbastanza efficace, ma - avendone lodato altre - questa volta giudico la prova malriuscita.

     

    Ciao!

    Scusa se mi permetto...

    La mia osservazione non è relativa al racconto, ma alla tua frase "Non l'avrei comunque "scomodato" per un raccontino...".

    Mi è parsa, di primo acchito, un'affermazione molto restrittiva, limitante e preoccupante.

     

    Capisco che si vorrebbe tenere in considerazione differente i grandi temi, ma non porrei in relazione ciò con la possibilità di utilizzarli anche per espressioni non ad altissimo livello.

     

    La libertà di espressione dovrebbe poter essere svincolata da qualsiasi remora. L'opera invece, giudicata invece per se stessa.

     

    Ti prego di scusare il mio intervento o di perdonare se magari ho interpretato male io il concetto che volevi esprimere.

    Grazie.

    Ciao.


  5. Ciao Nanni.

    Attenzione: non ho detto che non mi piace o che in qualche maniera non mi abbia emozionato. Pensa che ci stavo ripensando un po' prima di addormentarmi. In effetti globalmente, proprio poiché è ben scritto, ci si lascia magari di primo acchito guidare dall'insieme, piuttosto che soffermarsi sui se e sui ma.

    Soprattutto l'inizio lascia immaginare un posto particolare (a me è venuta in mente la Louisiana... Sentivo il caldo e la pace!).

     

    Ripensando bene alla trama poi, ho colto un qualcosa che stride un po'... Ma in realtà, il pensarci, mi ha fatto venire in mente lo spunto per un possibile racconto dalla stessa base...

     

    Quindi, ti rinnovo i complimenti e ti ringrazio per lo spunto. Se non mi avesse in nessun modo toccato, non avrei certo riflettuto! Lo avrei catalogato fra i racconti letti e basta.

     

    Magari, quando e se pubblicherò qui quel racconto da te ispirato, ne riparleremo!

     

    Ciao e buona serata.


  6. Ciao!

     

    Mi permetto di dire la mia...

     

    Questa frase:

     

     

    Siamo tutti inseguiti dal nostro destino, e se ci fermiamo ci raggiunge.

     

    L'avrei magari scritta così:

     

    Siamo tutti inseguiti dal nostro destino e, se ci fermiamo, ci raggiunge.

     

    Quella e dopo la virgola mi disturba un po'.

     

    Per il resto: ho trovato il racconto scorrevole e ben scritto. Tanto da non notare problemi particolari relativi alla trama in se. Piuttosto, a mio modo di vedere, avrei magari separato un po' più nettamente la parte 1 dalla parte 2 (in cui il protagonista si "ferma").

     

    Complimenti.


  7. Innanzitutto, grazie mille dei suggerimenti, delle correzioni e dell'apprezzamento.

    E' fantastico poterli ricevere, per poter migliorare!

    - Concordo con l'accanto al posto di accostato: non mi è venuto.

    - Ok per i refusi: sospirando e oh sì

    Per quanto riguarda le d eufoniche... E' mia abitudine. Può sembrare un po' retrò, ma... Accetto ulteriori consigli su tale argomento.

    Infine, il "dentro" mi è venuto di getto per sottolineare con più forza quasi l'osservare con distacco ed impotenza una specie di film, proiezione di immagini più oniriche che reali...

     

    Il racconto è di fantasia. E' il seguito ideale ad un altro racconto del 1993.

    Ho scritto prima che tale scritto ha più di un anno. In realtà, è del 2010. L'ho scritto di getto in un momento di sconforto, ripensando alla scelta che avevo effettuato trovandomi ad un bivio anni prima...

     

    Grazie ancora, Enrikus!

    Nella mia personale copia, correggerò gli errori.


  8. Ciao Nanni!

     

    Ho riflettuto su ciò che hai detto.

     

    Ho cercato di ricordare la motivazione base che mi aveva spinto a scrivere ciò che ho scritto nel modo in cui l'ho fatto (è passato più di un anno).

     

    Si tratta essenzialmente di un flash mnemonico, non di un viaggio reale, che viene da me rivisto come tale.

    Essendo così, quindi, vi è solo ciò che c'è ed il tentativo di accludere qualche sensazione emotiva...

     

    In definitiva, comprendo anche la perplessità che potrebbe essere legata alla mancanza di una struttura narrativa "standard".

     

    Spero di poterti offrire in seguito almeno un racconto degno di questo nome.

     

    Grazie!


  9. Ciao!

    Grazie mille!

    Iniziare con un commento del genere è da un lato estremamente lusinghiero, dall'altro, mi obbliga ad una cura ancora maggiore per eventuali prossime pubblicazioni.

    Considerando però che il mio grosso limite è sicuramente dettato dalla mia incostanza (che a volte si traduce in fretta di chiudere per passare ad altro e mancanza di volontà di correzione ulteriore della bozza), ciò che hai scritto mi stimola per il futuro. Spero di fornire presto qualcosa a cui sto lavorando da qualche giorno.

     

    Ancora grazie.

    Gentilissima.


  10. Buongiorno!

    Sono capitato su questa discussione per caso, ma dato il mio lavoro, non ho proprio potuto far a meno di esprimere un parere (anche perché sto portando avanti un raccontino in cui il personaggio principale utilizzerà questa vettura...):

     

    - Ferrari F12 Berlinetta. Motore aspirato 12 cilindri, 740 cavalli. Esterno rosso bordeaux con finiture in carbonio rosso, interno "tailor made" in pelle Poltrona Frau "Soul" nero e bordeaux. Finiture interne in carbonio rosso. Cerchi bruniti grigio scuro forgiati.

     

    Elegante, prestazionale, da intenditori.


  11. Ciao!

    Dopo quello che hanno scritto gli altri commentatori non mi ritengo in grado di formulare un giudizio molto tecnico. Lo hanno fatto altri e lo hanno fatto bene.

    Mi sento invece di esprimere un parere globale di impatto, come quando ci si trova di fronte per la prima volta ad un quadro di un artista che non si conosce: prima di osservare ed formulare un giudizio dettagliato, si percepisce nella propria mente una sensazione istantanea.

     

    Quindi: la prima parte mi pare leggermente scollegata dalla seconda, a livello di stile narrativo. Forse troppo volutamente dimessa, che per di più utilizza termini vagamente gergali rispetto alla seconda. In questa parte, poi, noto anch'io una certa fumosità (forse condivido il commento di chi ha scritto che il finale avrebbe potuto essere un po' più curato o esaustivo) nell'espressione del concetto base, il nocciolo della storia.

     

    Tuttavia, mi sento anche di dire in tutta franchezza che il racconto, a colpo d'occhio è comunque leggibile e piacevolmente scorrevole.

    E l'idea base è sicuramente gradevole.

     

    Bravo!


  12. Parigi (troppo tempo)

     

    Attendo il passaggio del bateau-mouche appoggiato al muretto del ponte. Il rumore lo annuncia. La prua fende l'acqua scura della Senna ed io respiro l'aria di Parigi...

     

    Au premier temps de la valse

    Toute seule tu souris déjà

    Au premier temps de la valse

    Je suis seul mais je t'aperçois...

     

    Jacques Brel mi canta nella mente. Lo sento come se fosse lì, a me accostato.

    Ma ora, sono solo. Allungo lo sguardo sul fiume, sino al ponte successivo. Mi sollevo e finalmente, sopirando mi muovo. Non so dove andare. O forse lo so.

    Ripercorro certe vie, osservo le pietre di granito del selciato. Un altro flash-back mi riappare, come pagine di un libro sulla retina: La Nausea. Ricordo bene quel passo. Mi aveva obbligato a riflettere per giorni e giorni. Forse, mi aveva illuminato.

    La filosofia di Sartre... La ripetizione, il banale che ti ossessiona, la ricerca della variazione, dell'originalità.

    Tutto un mondo che si profila in maniera diversa all'orizzonte, merita un pellegrinaggio sulla tomba del Grande.

     

    La vedo appoggiata al parapetto, con il suo tajeur grigio e la borsa della Fnac appesa ad una mano. Elegante, bella e delicata. Ha comprato un libro di teatro... Jean Genet. Les Bonnes, Le Serve. Ed io ancora non so quanto questo mi influenzerà.

     

    Non vedevo i muri come tali, i lampioni come involucri cavi di ghisa. Persone come oggetti mobili. Ero a Parigi, scanzonato, intraprendente ed orgoglioso a vent'anni. Ero il "padrone" di me stesso, fisico asciutto e muscoloso, la lingua affilata come un rasoio, una mente sibillina, contorta, ma soprattutto capace di manipolare gli eventi, di "convincere".

    Mi mancava quasi tutto ciò che la vita ha da insegnare: il pragmatismo, quel quotidiano tanto odiato con cui poi avrei perso non solo la battaglia, ma la guerra.

    Solo, non lo sapevo.

     

    A Montmartre mi siedo sui gradini della scalinata. E guardo giù. Mi diverto a separare i turisti dai parigini, allungando una matita virtuale con cui spostare i corpi, che placidamente, si fanno da parte e si lasciano inserire nei gruppi. Se avessi conosciuto Cazà o Moebius avrei forse potuto suggerire loro una sceneggiatura.

    Oh si! Devo fare uno sforzo, allungarmi sino a Rue Saint-Denis. Mi ricordo, mi ricordo!

    Qualche passo in più. Una fontana che pare un quadro di Bosch.

    Non mi sembrava così... Reale. Pietra nera, acqua e sole, colore e metallo, una cartaccia, una bibita, mio Dio! Troppa confusione di pensieri! Troppa "realtà". Sono lì, ma sono distante, con il mio Moleskine in mano per prendere appunti.

     

    Stanco, mi riposo e attendo che le immagini finiscano di scorrere sempre più lentamente davanti ai miei occhi (dentro, i miei occhi).

     

    Ghislaine e Marie sono al tavolo esterno. Mi allontano, metto a fuoco, cerco l'attimo e lo trovo. Uno scatto splendido. L'ho capito nel momento in cui lo specchio si solleva e mi copre la visuale. Frazioni di secondo in cui memorizzo solo la mia gioia di avere ancora una vita da costruire.

     

    No, basta così. Passiamo al presente.

     

    Parigi scivola via. Le strade, i giardini, la "M" dei metro. Pyrénées. A quel cartello, a quella fermata, sono legati tanti bei ricordi.

    Si sta accartocciando tutto, in un ricciolo di cemento, asfalto, colori. Poi non rimane più nulla.

     

    Ora sono qui: noworknomoneynobread.

    Passati vent'anni.

     

    ...Une valse à vingt ans

    C'est beaucoup plus troublant

    C'est beaucoup plus troublant

    Mais beaucoup plus charmant

    Qu'une valse à trois temps

    Une valse à vingt ans...

     

    Noworknomoneynobread. Noworknomoneynobread.

     

    Attendo ora dopo ora che squilli il telefono. O che qualcuno, in "qualsiasi" modo si faccia sentire. Ho perso l'entusiasmo, devo tirare avanti... Vivo di ricordi e piango per non essere riuscito a fare. Oh, si che avrei voluto, che avrei potuto.


  13. Ancora grazie! Sono già partito male...

     

    Devo un po' abituarmi, vi prego di portare pazienza.

    Per quanto riguarda l'incostanza: per me è cronica. Comincio a scrivere, vado avanti per venti pagine, poi mi viene una nuova idea e sento l'irrefrenabile impulso di svilupparla. Dopo un po', mi sono ritrovato con cinque o sei storie contemporaneamente aperte e nessuna voglia di portarne a termine alcuna. Frustrante!

     

    Ok, spero solo di trovare il giusto equilibrio.

     

    E ritrovare l'entusiasmo!


  14. Grazie mille!

     

    Ok per le regole (ho dato un'occhiata veloce, ma approfondirò i dettagli).

     

    Qualche altra cosa su di me... Avrei voluto essere uno scrittore. Per far vivere e condividere i miei sogni, messi in fila di lettere.

    Ci ho provato, tempo fa e per molto tempo. Poi, per una serie di motivi e, soprattutto, per colpa della mia incostanza, ho riposto questo desiderio nel cassetto.

    Un po' di racconti, una pubblicazione, una sceneggiatura.

     

    Negli ultimi tempi, complice l'età anagrafica, un filo d'aria rialimenta la fiammella... Come ho detto, attendo uno sprone e spero di ritrovare uno slancio magari involontario che mi possa indurre a ribattere sui tasti.

     

    Questo, con il coinvolgimento che spero questa comunità di appassionati mi possa in qualche modo suggerire.


  15. Buonasera a tutti voi!

     

    Dietro suggerimento di un frequentatore di WD ho deciso di unirmi alla comunità.

     

    Mi piace scrivere.

    Purtroppo, negli ultimi tempi, non lo faccio più e ho necessità di stimolarmi, di trovare di nuovo l'emozione trainante.

    Spero, leggendo e frequentando, ritrovare la scintilla.

     

    Antonello.

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