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Rowelence

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Su Rowelence

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    Sognatore
  • Compleanno 20/08/1991

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  • Genere
    Maschio
  • Interessi
    Anime, manga, videogiochi, wrestling
  1. Rowelence

    I Guardiani dei parchi

    Giacomo Prati è un sedicenne alla prese con il divorzio dei suoi genitori, un trasloco inaspettato e una capacità fuori dal comune: vedere le creature provenienti dagli altri mondi all'interno dei parchi urbani. Questi luoghi, in cui la natura e la civiltà si mischiano, sono, infatti, il punto di incontro tra la Terra e infinite altre dimensioni, popolate da esseri straordinari come gli elfi, le ninfe e i draghi. La magia cela la presenza di simili creature agli occhi della maggior parte degli esseri umani e solo pochi fortunati, dotati di particolari abilità, sono in grado di vederli. Giacomo appartiene a questa ristretta cerchia e ha tutte le carte in regola per entrare a far parte dell’Ordine dei Guardiani dei parchi, l’organizzazione nata per proteggere la Terra da ogni minaccia proveniente dagli altri mondi. Una prospettiva emozionante, ma non priva di insidie. Chi si unisce all’Ordine non può abbandonarlo per il resto della vita ed è costretto a nascondere la verità ai suoi cari. Come se non bastasse, negli altri mondi stanno avvenendo fatti sempre più inquietanti: evasioni da prigioni ritenute sicurissime, rapimenti, efferati omicidi... Chi si nasconde dietro a tutto questo? A cosa mira? Per quanto a lungo il parco di Quercia Alta continuerà a restare un luogo sicuro? Giacomo ignora la risposta a queste domande, ma una cosa è certa: se diventerà un Guardiano dei parchi la sua esistenza cambierà per sempre.
  2. Rowelence

    Il pupazzo di neve

    Commento a "Il parco cap.1": Il pupazzo di neve fu la prima cosa che vidi in quella fredda mattina di dicembre. Oltre il vetro sporco della finestra i suoi occhi di bottone mi fissavano; due piccoli abissi desiderosi di inghiottirmi. La carota che aveva al posto del naso era piccola e storta. Poco sotto di essa, tanti piccoli sassolini formavano un sorriso sinistro. Rabbrividii. La camera da letto era più gelida del solito. Pensai che forse avrei potuto tornare sotto il piumone a scaldarmi; dopotutto non avevo nessun impegno urgente. Non lo feci. Rimasi affacciato alla finestra ad osservare il pupazzo di neve con ostinazione, un po’ come se volessi sorprenderlo a muoversi. Lo trovavo molto brutto. Chiunque lo avesse costruito non si era per nulla sforzato di renderlo gradevole: occhi asimmetrici, naso troppo vicino alla bocca, totale assenza di indumenti. Inoltre, la neve con cui era stato realizzato era sporca. Faticavo a staccare gli occhi da quello spettacolo grottesco e non riuscivo a smettere di chiedermi chi potesse averlo creato. Nessuno dei vicini aveva dei bambini e gli scorsi inverni non avevo mai visto un pupazzo di neve in uno dei loro vialetti. Per gli abitanti di quella strada, me incluso, la neve non era una fonte di divertimento, bensì una terribile seccatura. Ne bastavano alcuni centimetri per rendere le strade un inferno popolato da ritardatari e da geni convinti di risolvere tutti i loro problemi suonando il clacson all’infinito. Agli abitanti di via Rossi mancavano le caratteristiche necessarie ad essere dei costruttori di pupazzi di neve e non erano nemmeno propensi a farsi degli scherzi a vicenda. Chi era stato allora a creare quell’abominio? E, soprattutto, perché lo aveva realizzato con il volto rivolto verso casa mia? Ero certo di non sbagliarmi: il brutto muso del pupazzo guardava proprio in direzione della mia stanza. Mi sedetti sul letto e cercai di riflettere. La mia fronte era sudata e provavo una strana sensazione dalle parti dello stomaco. Nonostante la mia scarsa lucidità riuscii ad elaborare una possibile spiegazione; forse durante la notte qualche ragazzino privo di sonno e di cose da fare aveva pensato che costruire un pupazzo di neve davanti a casa mia fosse un buon modo per ammazzare il tempo. Sì, mi dissi, deve essere andata così. Mi avvicinai alla finestra ed abbassai la tapparella in fretta. Non aveva alcuna voglia di vedere ancora il pupazzo e la neve che scendeva copiosa dal cielo. Sarebbe stato poco piacevole dovermi recare a lavoro in una giornata simile. Per mia fortuna, le ferie erano iniziate prima che la neve iniziasse a rendere le strade impraticabili. Mi ero ripreso quasi del tutto da quello spiacevole risveglio e decisi di fare una doccia per rilassarmi e riscaldarmi. Anche se non fu facile, feci del mio meglio per non pensare più al pupazzo di neve. Un’ora dopo decisi di uscire per fare degli acquisti. Natale era alle porte e non avevo ancora recuperato tutti i regali. Non ero un grande amante della festa in sé, tuttavia la trovavo una bellissima occasione per rivedere parenti lontani e amici sempre più impegnati con lavoro e famiglia. Presentarsi alla loro porta con un pacco a tema natalizio in una mano e una scatola di dolci nell’altra era sempre un ottimo modo per riallacciare i rapporti. E a Natale più che mai avevo bisogno di stare in compagnia delle altre persone, lontano dalla mia solitudine e da pensieri di cui avrei fatto volentieri a meno. Quando uscii in giardino vidi che il pupazzo era ancora lì. Ovvio, mi dissi, non può certo andarsene in giro da solo. Visto da vicino era ancora più sgraziato e inquietante. Solo a stare di fianco a lui mi sentivo a disagio. In un impeto di rabbia, afferrai la pala appoggiata di fianco al garage e la abbattei con violenza sul cranio del mostro di neve. La carota storta rotolò a terra e i sassi schizzarono via come piccoli proiettili. I bottoni rimasero ancorati ad un grosso pezzo di neve che cadde a terra vicino alle mie scarpe. Lo calpestai, ben intenzionato a non vedere più quegli abissi neri. Con un altro violento colpo distrussi la parte inferiore del pupazzo. L’impatto fece schizzare un po’ di neve sulla mia faccia; me la scrollai di dosso con un gesto secco. Un poco ansimante contemplai la mia opera di distruzione con una certa soddisfazione. Dall’altra parte della strada, una delle mie vicine mi osservava perplessa. La salutai senza ricevere risposta e allora la mandai a quel paese nella mia mente. Non mi era mai piaciuta quella donna; troppo ficcanaso e petulante per i miei gusti. Sapevo che amava parlare male di me in mia assenza. Trovava discutibili le mie relazioni occasionali e a suo giudizio essere un web designer non era un vero lavoro. Se lei era rimasta al medioevo non era certo colpa mia e quel che facevo tra le lenzuola non la riguardava proprio. Non mi sentivo per niente in colpa a non essermi ancora sistemato e la sua visione retrograda del mondo mi lasciava indifferente. Guadagnavo bene ed ero libero di fare quello che desideravo. Non avevo alcun motivo per rinunciare al mio stile di vita. Riposi la pala dove l’avevo trovata e poi sollevai la serranda del garage. Osservai per qualche istante la mia utilitaria blu elettrico, cercando qualche buon motivo per preferirla ai mezzi pubblici. Non ne trovai neanche uno. Odiavo guidare quando nevicava e non avevo alcuna voglia di impazzire in mezzo al traffico. Decisi di prendere l’autobus e di lasciare quello sgradevole compito ad un autista stipendiato. La fermata distava solo pochi metri da casa mia; li percorsi con calma, consapevole del fatto che l’autobus non sarebbe arrivato prima di venti minuti. La neve caduta durante la notte non era ancora stata spazzata via del tutto e si era accumulata ai margini della strada. Dopo qualche minuto di cammino vidi una giovane donna sbucare da una strada secondaria. Anche lei sembrava diretta alla fermata dell’autobus. Indossava degli stivali neri di pelle con un tacco alto poco adatto ad una giornata come quella. Le sue forme non mi dispiacevano per niente, ma in tutta onestà ciò che mi colpì di lei furono i capelli neri e lucidi come le penne di un corvo. In una giornata in cui tutto sembrava bianco spiccavano più che mai. Erano lunghi fino alle spalle e ad ogni suo passo ondeggiavano leggermente. All’improvviso, la vidi scivolare e cadere sul marciapiede. Con prontezza mi avvicinai per sincerarmi delle sue condizioni. «Ti sei fatta male?». Un po’ frastornata, lei voltò la testa nella mia direzione. I suoi occhi erano color nocciola. «Sto bene. Ho preso solo una botta». La aiutai a rimettersi in piedi e lei mi ringraziò. «Mettere questi stivali in una giornata simile non è stata una buona idea», borbottò. Ero d’accordo con lei, ma preferii restare in silenzio. «Ti offrirei un caffè per ringraziarti, ma ho un autobus da prendere». «Anch’io stavo camminando verso la fermata». «Oh, davvero? Allora potremmo fare la strada assieme, così se dovessi cadere di nuovo potresti aiutarmi». Si mise poi a ridere e io la imitai. Riprendemmo a camminare uno affianco all’altra, in perfetto silenzio. Avrei voluto parlarle di qualcosa, ma ogni argomento interessante sembrava aver abbandonato la mia mente. Per fortuna fu lei a spezzare il silenzio quando giungemmo alla fermata.
  3. Rowelence

    Il Parco - Cap.1 (revisione del Residence1)

    Mi stavo dimenticando di scrivere che ho trovato azzeccata la scelta di fornire informazioni sui vari personaggi basandosi sui frammenti delle loro conversazioni ascoltati dal protagonista. Alla fine della lettura non sappiamo molto di loro, ma possiamo a grandi linee immaginare la loro personalità e le loro storie. Lo trovo molto suggestivo.
  4. Rowelence

    Il Parco - Cap.1 (revisione del Residence1)

    Lo stile del racconto mi piace e, in particolare, ho trovato suggestiva la descrizione della baia. Essendo solo l'inizio non posso dire molto sulla trama, anche se ho apprezzato la scelta di rivelare pian piano i dettagli della morte dell'anziana donna. Ti consiglio di usare le virgolette caporali per i dialoghi e di evitare l'uso eccessivo dei punti di sospensione. Fun Fact: Sto scrivendo da mesi un racconto che ha molto a che fare con i parchi e il protagonista si chiama proprio Giacomo
  5. Rowelence

    Cthulhu Girls?! Caldo! Doloroso! Piacevole! Parte 1

    Mi scuso per il doppio posto, ma si sono dimenticato di scrivere che il titolo del racconto è stupendo XD Sembra uscito da uno di quei manga tutti allegri e pieni di battute
  6. Rowelence

    Cthulhu Girls?! Caldo! Doloroso! Piacevole! Parte 1

    Adoro l'atmosfera malata di questo racconto! C'è una cura per i particolari macabri deliziosa e un' ironia di fondo tanto pungente quanto divertente. Il contrasto tra la situazione proposta, a primo impatto normale, e le sue sfumature horror crea un effetto disturbante che ho davvero apprezzato. Questa prima parte introduce bene Carmilla e crea una sana curiosità per la seconda parte e per tutte le crudeltà che essa conterrà. Davvero, sull'idea non ho nessuna critica da muovere, anzi devo elogiarla per l'originalità. La tua scrittura è gradevole e il racconto scorre che è una meraviglia. Ho notato solo un piccolo errore di distrazione:
  7. Rowelence

    A chi appartiene questo sogno? - Parte I

    @Belgrano Grazie per il commento! Penso che seguirò il suggerimento sulle virgole, potrebbe essere un buon modo per migliorare il ritmo della narrazione. I dialoghi sono molto influenzati dall'ambientazione onirica e mi rendo conto che talvolta possano suonare strani. Sullo zuccheroso hai assolutamente ragione, ma è una caratteristica di Viola XD
  8. Rowelence

    A chi appartiene questo sogno? - Parte I

    Non preoccuparti, non pretendo certo un commento chilometrico XD. Sei gentilissimo a scrivere la tua opinione approfondita. Ti ringrazio per avermi messo al corrente dal contest. Purtroppo non credo che riuscirò a partecipare, questo week end sono abbastanza impegnato.
  9. Rowelence

    A chi appartiene questo sogno? - Parte I

    @Mina99 Ti ringrazio per il commento Mi fa piacere che questa prima parte ti sia piaciuta. Mi rendo conto di dover affinare ancora un po' il mio stile e spero di riuscirsi allenandomi ogni giorno e leggendo il più possibile. Per ora non ho postato altri racconti sul forum, ma credo che nei prossimi giorni inserirò la seconda parte di "A chi appartiene questo sogno?".
  10. Rowelence

    A chi appartiene questo sogno? - Parte I

    Commento: http://www.writersdream.org/forum/topic/27643-la-tomba-dacciaio-parte-1/#entry483486 Prima parte, 7200 caratteri. Il caldo abbraccio del piumone, la sensazione del morbido cuscino sotto la testa e le sue palpebre che con lentezza si chiudevano: erano questi gli ultimi istanti di cui Michele serbava memoria. Eppure perché ora che riapriva gli occhi non vedeva il buio della sua stanza? Tutto intorno a lui vi era luce, così bella e pura da non sembrare vera. I suoi piedi nudi non poggiavano su un freddo pavimento, bensì su un soffice tappeto d'erba che si estendeva a perdita d'occhio. Quando guardò in alto non vide un soffitto, ma un cielo terso, colorato con una splendida sfumatura di azzurro. Osservando l'orizzonte scorse delle colline di varie dimensioni. Sembravano vicine e al tempo stesso infinitamente lontane. «Ma dove mi trovo?», chiese senza rivolgersi a nessuno in particolare.Tutto lasciava presuppore che si trattasse di un sogno, eppure era troppo realistico per esserlo. Le sensazioni che provava istante dopo istante erano vere. Il solletico dell'erba, la carezza del vento gentile che soffiava verso est, il tepore del sole: nulla di tutto ciò poteva essere finto. Inoltre, non ricordava di essere mai riuscito a fare dei ragionamenti così chiari all'interno di un sogno. Si ricordò un libro sui sogni lucidi che aveva letto alcuni mesi prima e cercò di riportare alla mente la parte riguardante i test di realtà. Accidenti, non me ne ricordo nemmeno uno!, pensò con sgomento. Non poteva certo contare su una memoria di ferro. Spesso doveva segnare gli appuntamenti più importanti su un block notes per non dimenticarseli. Determinato a non rassegnarsi, chiuse gli occhi e fece del suo meglio per ripescare il contenuto del libro dal fiume dei ricordi. Un momento...Uno dei test di realtà aveva qualcosa a che fare con le mani. Anzi, con le dita. Ma certo, ora ricordo! Devo contare il numero delle mie dita! Secondo l'autore del libro, nei sogni capita spesso di avere meno di dieci dita. Contarle può essere un ottimo modo per capire se si è all'interno di un sogno o meno. Michele guardò le sue mani e con grande attenzione iniziò a contare le dita. Giunto alla fine del conteggio, realizzò che ogni singolo dito era al suo posto. Provò a contare altre tre volte e il risultato fu sempre il medesimo. «Pare proprio che questo non sia un sogno», disse con una buona dose di stupore nella voce. Quando si sentiva disorientato gli capitava spesso di parlare da solo, il che talvolta lo portava a mettere in dubbio la sua sanità mentale. Una risata femminile, proveniente da un punto imprecisato alle sue spalle, riempì il silenzio. Era una risata allegra e gentile, per niente intenzionata a canzonarlo. Michele sobbalzò e si affrettò a voltarsi. A pochi passi di distanza da lui c'era una giovane donna dall'aspetto gradevole. Il suo viso gentile era incorniciato da dei lunghi capelli neri raccolti in una coda di cavallo. Indossava dei vestiti semplici, privi di inutili fronzoli e di abbellimenti superflui. Eppure anche una camicetta bianca ed una gonna beige lunga fino al ginocchio sembravano risplendere se indossati da lei. Per qualche strana ragione, anche lei era a piedi nudi. «E perché mai tutto questo dovrebbe essere un sogno?». Nella sua voce pacata non vi era la minima punta di derisione. Vi era anzi una genuina curiosità. Michele rimase in silenzio per alcuni istanti. La presenza della donna suscitava in lui delle sensazioni forti. Non si trattava del classico colpo di fulmine e nemmeno della mera attrazione fisica. Era qualcosa di differente, di indecifrabile. Credeva di aver già provato una sensazione simile nella sua vita, tuttavia non ne serbava il ricordo. Che cosa significa tutto questo? Non riuscì a darsi una risposta e decise che, per il momento, la cosa migliore da fare era conversare con lei. «Io non ho la più pallida idea di come sono arrivato qui. L'ultima cosa che ricordo è il buio della mia camera da letto. Se non si tratta di un sogno, mi piacerebbe proprio capire dove mi trovo». La sconosciuta si limitò a sorridere. Accorciò di poco la distanza che li separava e Michele poté così sentire il profumo che indossava. Si trattava di un'essenza floreale delicata e piacevole all'olfatto. Ero sconcertante come ogni aspetto di lei lo facesse sentire a suo agio. «Sei in collina. Qui l'aria è buona e c'è quasi sempre un clima piacevole». «Un po' vaga come risposta...Di colline ce ne sono tante!» «Ma solo in questa siamo presenti io e te. Non credi che la renda speciale?» «...C-Credo di sì». Per quanto tutto fosse realistico, Michele continuava a trovare l'intera situazione surreale. Le frasi di quella donna sembravano appartenere ad un altro tempo, ad un'epoca più gentile e meno frenetica. «Qual è il tuo nome?» «Uhm, vediamo...Per oggi puoi chiamarmi Viola». «Come sarebbe a dire "per oggi"? Vuol dire che domani avrai un nome diverso?» Viola si sedette a gambe incrociate sull'erba e con un gesto invitò Michele a fare lo stesso. «Non lo escludo. Da quando sono qui non mi piace tenere lo stesso nome troppo a lungo. Se i vestiti possono essere cambiati, perché non si può fare lo stesso con i nomi?» «Se tutti cambiassero nome per capriccio la società piomberebbe nel caos». «Qui siamo molto lontani dalla società. Le catene che vincolano gli uomini e le donne in città si spezzano in un luogo come questo. Qui, tutte le regole create dall'uomo appaiono insensate, prive di un vero scopo. È il luogo adatto per chi vuole essere libero». Michele osservò il panorama circostante. Dal punto in cui era seduto il mondo intero non sembrava altro che un'infinita distesa di cielo ed erba. Viola aveva ragione: che senso aveva applicare le regole del vivere comune in un paradiso senza nome come quello? «Mi trovo d'accordo con te». Viola accolse quelle parole con uno dei suoi sorrisi pieni di gentilezza. «Mi fa piacere. È bello essere d'accordo su qualcosa. Dunque che nome scegli per oggi? Se hai bisogno di un po' di tempo per pensarci sono disposta a concedertelo». «Mi chiamo Michele. E non solo oggi...Michele è il nome che uso tutti i giorni». La donna chinò la testa verso il basso. Michele la vide giocherellare con alcuni fili d'erba. Per qualche momento l'unico rumore fu il lieve sibilo del vento. Poi Viola sollevò il capo e si protese verso di lui. La vide scrutare il suo volto con attenzione, quasi come se fosse intenzionata a memorizzarlo. «C-Che stai facendo?», chiese in un tono che tradiva tutto il suo imbarazzo. Si sentiva il volto in fiamme e non era sicuro di riuscire a sopportare quella situazione ancora per molto. Per sua fortuna, Viola ritornò a sedersi normalmente poco dopo. «Come sospettavo», disse col tono di chi aveva appena risolto un mistero. «Potresti darmi una spiegazione? Non mi piace essere fissato senza motivo». «Vedi, Michele, in questo momento non sei tu a sognare. Sono io che sono nel bel mezzo di un sogno». Lo affermò con tale sicurezza che per poco non convinse anche lui. Solo dopo aver riflettuto per bene sulle sue parole, capì quanto fosse illogica una simile affermazione. «Cosa te lo fa pensare?» «Semplice: da queste parti non vive nessun Michele. Inoltre sono piuttosto sicura di non aver mai visto la tua faccia prima d'ora. In questo momento io sto sognando e tu non sei altro che un frutto della mia immaginazione».
  11. Rowelence

    La tomba d'acciaio parte 1

    Ho provato più tristezza per la morte della lucertola che per quella di Menlius. Mi chiedo cosa ci sia di sbagliato in me. XD Scherzi a parte, la morte di quello che a primo impatto sembra il protagonista è una buona idea e funziona molto bene come espediente per spiazzare il lettore. Lea è un personaggio interessante, in particolare per le emozioni che prova. Non è per niente impaurita dal luogo tetro in cui si trova e la morte di Menlius la lascia indifferente. Non hanno tutti i torti gli altri bambini a considerarla strana. La trama è difficile da prevedere e il finale crea la giusta curiosità nei confronti del seguito. Ho l'impressione che in questo punto manchi qualcosa. Per il resto non ho notato altri errori. Lo stile di scrittura è tanto piacevole quanto scorrevole e le descrizioni sono ben fatte. In generale questa prima parte mi è piaciuta molto e sono curioso di leggere il seguito. Good job!
  12. Rowelence

    "Scritture da Strada" - 1° Edizione (scad. 31/10/2015)

    Vorrei sapere se il limite dei 15.000 caratteri per i racconti della tipologia b) è fisso o se potete chiudere un occhio sui racconti che sforano leggermente la lunghezza massima. Un racconto di circa 16.000 caratteri verrebbe preso in considerazione o respinto? Grazie in anticipo per la risposta!
  13. Rowelence

    L'ultima serie anime che avete visto

    Finito Yahari Ore no Seishun Love Come wa Machigatteiru. Carino, ma niente di particolarmente memorabile. Ora sono indeciso su che serie iniziare.
  14. Pure a me non è andata bene. Pazienza, mi sono comunque divertito a scrivere il racconto.
  15. Rowelence

    L'ultima serie anime che avete visto

    Concordo. E dire che le potenzialità per fare qualcosa di meglio c'erano tutte (l'idea di base l'ho sempre trovata interessante, anche se non particolarmente originale).
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