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Alienik

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  1. Alienik

    In ricordo dei futuri capelli perduti [1/3]

    @Michele G. Grazie del passaggio, spero vorrai darmi un parere anche sulle altre parti. Alla prossima @Giuseppe Grosso Ciponte mi fa davvero piacere che che il mio racconto, nonostante tutto, ti abbia convinto ad essere letto e commentato. Non sei il primo che mi fa notare che forse la parte del "monologo" non funziona, o funziona male. Io l'avevo progettata proprio così, ma adesso sto meditando qualche modifica. Grazie della lettura e del commento
  2. Alienik

    In ricordo dei futuri capelli perduti [1/3]

    @gmela grazie della lettura e dei commenti Hai ragione quella battuta del barista è proprio forzata, anche io non la sopporto. La cambio subito. Il finale dai barbieri è volutamente maleducato, perché Marco è brillo e parla senza freni, e il barbiere risponde di conseguenza. Ma forse devo rendere tutto più chiaro. Grazie anche per le altre annotazioni ne terrò conto in fase di revisione. @ViolanteS ma che scuola, troppo gentile Avevo sbagliato a pubblicare le altre parti, ma adesso sono state riaperte se ti va di leggerle. Grazie della lettura
  3. parte 2 — Dovrei mandarti più spesso in bagno. — Dicevo, mi è venuta in mente una cosa: da ragazzo andavo matto per il tonno in scatola, il classico, nelle lattine d’olio. Lo mangiavo nella pasta, nella pizza, da solo, nell’insalata, con la maionese, ovunque. Un giorno però mi sono reso conto che non che non mi piaceva più. Adesso lo detesto, mi nausea solo l’odore. — A me piace il tonno in scatola. — Anche a me, lo sai. — Ma come fate a… Va bene, non m’interessa parlare del tonno. Allora considerate questa. Prima non sopportavo la birra, solo dopo, a venticinque anni, ho iniziato ad apprezzarla. E adesso non mi tiro certo indietro a sollevare un paio di boccali. Il fatto è che se da adolescente mi avessero detto — Tu non mangerai più il tonno! — oppure — Tu berrai la birra! — in entrambi i casi, le avrei considerate delle assurdità. Il fatto è che siamo condannati al cambiamento, e non possiamo farci nulla. E se uno ci ripensa, vede che tutti queste piccoli cambiamenti, le cose che non siamo, dicono di noi molto di più delle nostre convinzioni. Oggi non sopporti l’idea di un futuro senza capelli, d’accordo, ma domani chi lo sa cosa penserai. Bisogna solo seguire il cambiamento e vedere che succede. Al resto penseremo domani, non oggi. Di certo, sarebbe bello ritrovarsi tra dieci anni insieme a un tavolo, Anna sempre splendida, e noi due, Marco, a dire: — Ti ricordi? Di quella sera, mezzi ubriachi, quando ci preoccupavamo di restare senza capelli? E adesso abbiamo il deserto in testa, ma che ci frega. Però eravamo fighi allora, e anche adesso… — Dio, mi gira la testa. Insomma, mangiate il tonno se vi piace, domani forse indosseremo una parrucca, ma il consiglio è sempre quello: trovati una ragazza. Io ne ho una splendida e sono felice. Ma adesso voglio bere, facciamo un bel brindisi per ricordarci di questa serata. — Sono d’accordo, mio bel filosofo ubriaco. Io bevo in ricordo di questo incontro e di quello tra dieci anni, — disse Anna sollevando il boccale. — Io bevo in ricordo di quello che non siamo, che è quello che siamo. A noi, in qualsiasi modo, — dissi io. — E io bevo in ricordo dei futuri capelli perduti. Anche se Luca era il compagno dell’unica donna che aveva amato, dopotutto, pensò Marco, era un tipo simpatico. La discussione deviò via via verso argomenti più leggeri, con meno parole e più risate. Finché, rimasti gli ultimi clienti del locale, decisero di andar via. Al momento dei saluti Anna lo abbracciò forte e gli disse che sarebbe tornato sfolgorante, ne era certa. E se avesse avuto bisogno di una mano, doveva solo chiamarla. Anche Luca si aggrappò a Marco, in una stretta inaspettatamente energica, dovuta più alle gambe molli che a uno slancio di affetto. Fuori dal pub si separarono, loro in una direzione, lui in un’altra. Il marciapiede era vuoto e faceva freddo. Marco aumentò l’andatura, svoltò l’angolo, e poco più avanti vide un’insegna ancora illuminata. C’era scritto Barberia F.lli Lomonaco. Dietro la porta a vetro, un uomo in doppiopetto bianco, con una chierica molto pronunciata, era accovacciato su una poltrona da taglio in pelle marrone chiaro. Era assorto nella lettura sul tablet. Marco aprì la porta a metà e si affacciò dentro. — Che minchia ci fa un barbiere aperto alle undici di sera? — disse. L’uomo puntò un piede sul pavimento per far ruotare leggermente la poltrona, lo guardò da sopra gli occhiali e, senza sollevare la testa, rispose: — Che minchia ci fa un cretino sulla porta del mio negozio? — Volevo tagliare i capelli, rasarli, toglierli tutti e non lasciarne nemmeno uno. Ma prima ho incontrato Anna e ho cambiato idea. Non ho cambiato idea per lei, perché voglio riconquistarla. No. Lei sta con Luca. Un tipo insopportabile, simpatico, ma insopportabile. E non gli piace il tonno sott’olio, a tutti piace il tonno sott’olio. E sa che c’è? Stanno davvero bene insieme. Non lo tollero. E allora io non li taglio più, li tengo, fino a quando avranno la forza di stare attaccati. Sono entrato per questo, perché io i capelli non li taglio più, buonanotte. Il barbiere guardò la porta richiudersi scuotendo la testa, con la curva della bocca all’ingiù. Quindi tornò alla lettura che aveva interrotto. In fondo al salone, da una tenda grigia che dava sul retro, sbucò un uomo, anche lui in doppiopetto bianco, con una scopa e una paletta in mano. Aveva la stessa chierica bianca del fratello e gli somigliava molto, pur essendo più alto e meno rotondo. — Pensavo che ci fosse qualcuno, avevo sentito parlare. — Nessuno Ca’, è entrato uno a dire che non voleva tagliarsi i capelli. Un cretino, un drogato forse… — Drogato? — Sì, parlava di una donna, Anna mi pare, che adesso sta con un altro… Penso che è ancora innamorato. — Ah, quella roba è la peggiore, ti brucia il cervello. Carlo iniziò a spazzare lungo il perimetro del salone, aveva già pulito un’ora prima, ma capitava che i capelli, soprattutto quelli corti e sottili, si infilavano nella linea tra le mattonelle e il battiscopa. Spazzò anche dietro al divanetto, sotto l’attaccapanni, attorno alle poltrone, anche quella dove era accasciato il fratello, e infine sotto la consolle da lavoro, quella con le forbici, i rasoi e i grandi specchi quadrati. Vide la sua immagine riflessa come gli capitava centinaia di volte al giorno. Si fermò un attimo a guardarsi, poggiando la scopa di lato. Si accarezzò la testa dove la pelle era completamente nuda e con qualche macchia viola lasciata dal sole. — Fili’, ci pensavo in questi giorni, e se mi facessi un trapianto di capelli? Si sentì uno sbuffo e il click sul tablet che spegneva lo schermo. — E perché mai? — Non c’è un motivo, però siamo barbieri è anche un fatto di pubblicità. — L’importante è come usi le forbici, non la lunghezza della tua criniera. E tra qualche anno andiamo in pensione, che ti frega ormai della pubblicità. — È che l’altro giorno ho visto una foto di quando volevo trasferirmi in Francia, ci pensi? In quel periodo avevo davvero un sacco di capelli, poi sono venuto lavorare con te e papà. Non mi ricordo più com’ero allora. — Andavi appresso alle favole, ecco com’eri. Per fortuna invecchiando hai imparato ad accontentarti delle cose come vengono. — Mh, dev’essere così. — Certo che lo è. Adesso chiudiamo va, questa idea di rimanere aperti fino a tardi non funziona, vengono solo cretini e pensieri strani. La saracinesca venne giù con parecchio rumore, Carlo Lomonaco salutò il fratello e si incamminò verso casa. Un berretto di lana lo proteggeva dal freddo della sera e passando davanti all’Hemigrat gli venne voglia di qualcosa che potesse riscaldargli anche la gola. Tuttavia le luci erano già spente. Per fortuna, il giorno prima, aveva comprato al supermercato11 una bottiglia di cognac a otto euro. Non gli piaceva il cognac, ma era l’offerta della settimana.
  4. parte 1: — Ma dai adesso dimmi qualcosa di te. Lavori? Hai la ragazza? Erano già le dieci, e le luci del locale sembravano essersi fatte più gialle e più deboli, e c’era un odore caldo di legno e resina. E c’era il profumo di Anna. Marco le spiegò com’erano andate le cose dopo la rottura e la sua partenza. Stanco di nutrire le proprie illusioni ed essere consumato dall’inettitudine, messe da parte le fantasie, aveva deciso di pensare allo stomaco. Così era stato assunto, come segretario, in uno studio medico di medie dimensioni. Un impiego abitudinario e che non richiedeva particolari abilità, e anche lo stipendio, viste le sue circoscritte ambizioni, era più che soddisfacente. Era stato fortunato, o meglio, lui non si riteneva particolarmente illuminato dalla buona sorte, ma la gente lo catechizzava che in questi tempi di crisi e incertezza, sì, era stato proprio fortunato a trovare un posticino tranquillo e a non dover fare le valigie come tutti gli altri. Perché i sogni sono importanti solo se a cena il piatto è pieno e la mente è vuota. In realtà, Marco aveva sempre pensato che se uno non fa quello che lo rende felice, quel piatto per quanto caldo e abbondante, per quanto ti sforzi di buttarlo giù, proprio non riesce a sfamarti. — Per la seconda domanda, no, non sto con nessuna. Ma questo perché per adesso non ho tempo da dedicarci, c’è una questione che mi distrae. Da circa un anno ho scoperto… —Che cosa? — Ho scoperto di non stare bene… — Oh, — disse secco Luca, con un’espressone seriosa. — Ma che dici… Tirò giù l’ultimo sorso di birra, e vedendo che anche gli altri avevano i boccali vuoti, ne ordinò altre tre. — È così, sto male. — Ma che hai? Non è grave, vero? — Come dicevo, è successo un anno fa. Mi ero alzato come ogni giorno e mi preparavo per andare a lavoro. La mattina era buia e in bagno avevo acceso la luce. E mentre ero lì, a torso nudo davanti allo specchio, l’ho notato. La luce bianca della lampadina arrivava sotto i capelli e illuminava la testa. Vedevo la pelle della mia testa! Non era mai successo, i miei capelli erano sempre stati così pieni, come una matassa. A parte lo stupore, poi, non avevo fatto nulla di particolare, mi ero limitato, per così dire… a osservare l’evoluzione dei fatti. E l’evoluzione, o involuzione, purtroppo c’è stata… in dodici mesi la linea delle tempie si è ritirata di quasi un centimetro. Un centimetro! Lo so perché l’ho misurato. E i capelli sono più diradati, sfibrati… — Aspetta, — mi interruppe bruscamente Anna, — mi stai dicendo che la tua malattia è la perdita di capelli? — Esatto. — Aspetta, forse ancora non ho capito, stiamo parlando… la tua malattia sarebbe la calvizie? — È una cosa orribile, ma… Il discorso fu interrotto dallo scoppio di risa di Anna che si portò le mani sugli occhi per asciugarsi le lacrime. — Guarda ci stavo cascando ma non dovresti scherzare su questa cose… — disse mentre ancora riprendeva fiato. — Non stavo scherzando, sono molto serio, — ribattei. — La calvizie sarebbe una malattia!? Da come ne parlavi sembrava… Luca diglielo anche tu che sta dicendo un’assurdità. — Tesoro, ascolta, per un uomo perdere i capelli è una cosa seria, avrà esagerato con le parole ma… — Cosa, sei d’accordo con lui!? Ma poi guardalo, ha la testa piena di ricci. E se anche fosse, è una cosa nomale. Si invecchia, si cambia. — Non è proprio così. — E i tuoi capelli bianchi, allora? — Quelli potrei sopportarli. — C’è una bella differenza tra questo e quello, — sussurrò Luca, puntando l’indice prima verso la sua testa e poi in direzione del barista, — perdere i capelli è un cambiamento radicale. — Vi prego… — Può essere traumatico. Hai contattato uno specialista? — Sì, magari uno psicologo… — Non ancora, sono stato in farmacia e sto iniziando una terapia. — Dovresti pensare al trapianto, non subito, ma è da considerare. Ormai non costano poi tanto, non sono ancora degli affari ma ci sono prezzi abbordabili. — Senti tesoro, — intervenne Anna, — hai bevuto molte birre non hai bisogno di andare in bagno? Luca sorrise e si scusò dicendo che si sarebbe allontano per un paio di minuti perché in effetti sentiva la necessità di andare al bagno. Si diresse al bancone dove il barista, che in quel momento stava asciugando i boccali puliti con uno strofinaccio, gli indicò una porta all’angolo. — Sembra un tipo simpatico. — Che succede. — Non lo so. — Cosa sono queste storie, la malattia, i capelli, il lavoro e tutto questo atteggiamento arrendevole, non è da te. Non sei mai stato così, hai sempre avuto idee e progetti, eri sempre entusiasta per le novità, i viaggi, il mondo, le possibilità… — Te l’ho spiegato, ho messo da parte queste cose. — Ma queste cose sono te. — E allora, io chi sono? Non so più dirlo. Una volta forse ero la persona che tu ricordi. Adesso, non so se sia successo da un giorno all’altro o lentamente, senza accorgermene, tutto ha perso di significato. Forse semplicemente si cresce, e per quanto uno possa rifiutarlo, arriva il momento in cui il mondo ti prende per i capelli. E se sono abbastanza forti, bene, altrimenti finisci stempiato, calvo e miserabile. A trent’anni mi trovo solo, svuotato, senza nulla a cui aggrapparmi e soprattutto privo di qualsiasi prospettiva. Il fatto straordinario è che non sono triste o demoralizzato, come potresti pensare, ma non sono nemmeno arrabbiato o desideroso di dare una svolta. Solo il pensiero mi affatica. Che svolta, poi? La strada dietro di me è disseminata dalle macerie delle mie illusioni, davanti, solo sentieri già battuti da altri. Dove si può andare quando ti senti smarrito in ogni direzione? Mi ritrovo così, bloccato in un limbo, senza scelte, senza possibilità e soprattutto senza la voglia di prenderle: lascio che la vita mi scorra addosso, incapace di agire e indifferente alla gioia come al dolore. Non so come facciano gli altri, perché non sono l’unico in questa condizione. Credimi, ormai ho imparato a riconoscerli: quelli che si sono abituati, quelli si adeguano al necessario e pensano sia abbastanza. Lo comprendo, la sicurezza offerta da una vita mediocre è una tentazione troppo dolce, eppure io mi sento diverso. Sento che oltre l’abitudine, oltre quest’incubo dell’affermazione sociale, la mia individualità urla per essere liberata. Non sono paragoni, non è superiorità, no, però è una consapevolezza mi soffoca, come se l’aria non avesse ossigeno, eppure non mi uccide, mi porta allo sfinimento ma non mi annienta. E tutto questo è peggiorato proprio quando mi sono accorto di perdere i capelli, di colpo sono rimasto lì a fissare lo specchio e immaginarmi con la testa calva. A pensare tra quattro, cinque o dieci anni, quando l’ultimo ricciolo sarà caduto, sarò in grado di riconoscermi? Riuscirò ancora a ricordarmi di me? Mi sembra come… Mi sto trasformando in qualcuno di irriconoscibile che di essere umano conserva soltanto la forma. E questo qualcuno sicuramente non sono io. Anna lo aveva ascoltato senza interromperlo, con lo sguardo dolce ma fermo, accarezzando con una mano i nodi della treccia. — Mi ero innamorata di te perché… Una voce squillante la interruppe. — Sono tornato, spero di avervi lasciato abbastanza tempo, non sapevo più cosa fare in bagno, ho perfino contato le mattonelle attorno agli specchi. Luca era tornato e aveva preso posto accanto ad Anna. Era proprio un tipo simpatico. — Ascoltate, mentre ero facevo pipì, ho pensato una cosa, il bagno è sempre un posto per grandi idee, soprattutto se hai la testa piena di birra. Pensavo che questa serata è stata davvero particolare, era destino doverti conoscere Marco, e mi ha fatto molto piacere. E ho riflettuto sul tuo problema e dopotutto ha ragione la mia cara Anna, forse lo stai prendendo troppo sul serio. — Dovrei mandarti più spesso in bagno.
  5. commento: In ricordo dei futuri capelli perduti Il farmacista, per la sua età, sfoggiava una capigliatura florida e setosa, come la pelliccia di un certosino francese. Marco dubitava che fosse autentica, ma se lo era, gli sembrava proprio un’ingiustizia. Il camice svolazzò all’indietro. Un cassetto chilometrico si aprì correndo lungo le guide, fino a bloccarsi con un secco tac. Il farmacista infilò la mano, acchiappò qualcosa, e tornò al banco con aria meditabonda, rigirando tra le dita una scatolina bianca e verde. — Sarò sincero, queste compresse non sono la soluzione al suo problema. Per carità, la aiuteranno a rallentare l’andamento della cosa, ma questo è quanto. Deve capire che non c’è una vera cura. Ci tengo a dirglielo perché ci sono passato anch’io. — Anche lei? E come ha… — Trapianto. Di queste, ne prenda una dopo pranzo, tutti i giorni per un mese. Vediamo come va, altrimenti variamo la dose o passiamo a qualcosa di più forte. Fanno quattordici e cinquanta. Il farmacista arrotolò la scatolina in un foglio di carta traslucida, e la allungò sul banco come le fiches su un tavolo da poker. Marco pagò e infilò il pacchetto nella giacca. — Arrivederci. Era un martedì sera di fine ottobre e Marco non aveva voglia di tornare subito a casa. Lì, lo attendeva una cena a base di pizza surgelata, il divano e un film in streaming. Sentiva il bisogno di rilassarsi e scacciare il pensiero che lo tormentava da un anno. Era malato. A volte sembrava dimenticarsene, altre invece, si faceva mettere all’angolo dalla preoccupazione. Una malattia alla testa può far perdere il senno. All’inizio, soprattutto per noia, aveva trascurato il problema, ma adesso che cominciava a diventare evidente, si era rassegnato a dover agire. Il primo passo era stato andare in farmacia, dove il farmacista gli aveva confermato ciò che in fondo sapeva già. Il trapianto era l’unico rimedio efficace, ma costava un po’, quindi prima voleva pensare ad altre soluzioni. Ma non quella sera. Mentre percorreva via D’Acquisto, si fermò davanti a un pub che non conosceva, ma dall’aria accogliente, e decise di entrare. L’interno era tutto in legno color noce ed era riscaldato da luci soffuse che sfumavano sul giallo. Il barista, un tipo muscoloso con una maglia nera aderente, fece subito un saluto di benvenuto. Marco notò che aveva la faccia scura per la barba, mentre la testa era completamente glabra. Indugiò su quel particolare qualche istante più del dovuto e il barista lo incalzò: — Compare, che hai da guardare? — Nulla. Nulla. Voglio solo una birra. — All’Hemigrat abbiamo le migliori. Superata quella piccola frizione la sua espressione tornò cordiale e lo invitò ad accomodarsi. Marco scelse un tavolo nel centro della sala e ordinò una zero quattro bionda. A parte due o tre bevitori solitari, che sorseggiavano distillati secchi, c’era soltanto una coppia seduta in un angolo. Marco non riusciva a vedere la donna perché era di spalle, l’uomo invece parlava allegramente e gesticolava qua e là, quando il racconto si faceva più divertente. Sembrava un tipo simpatico. Gli tornò in mente un ragazzo che conosceva ai tempi delle superiori e che si esprimeva allo stesso modo. Parlava in continuazione, e mentre lo faceva, non riusciva a tenere le mani ferme. Erano buoni amici. Dopo la scuola avevano progettato di aprire un’attività insieme, nulla di preciso, magari un pub come quello in cui si trovava lui adesso, ma più bello, con molta gente e tanta musica. Infatti, l’unica certezza era di dover puntare in alto. Invece, quando l’amico si trasferì al nord con la famiglia, i contatti tra i due si allentarono fino svanire. Negli anni successivi venne a sapere che lavorava in una panetteria a Treviso, di proprietà di un altro siciliano. Aveva anche conosciuto una donna, ma dopo un periodo di convivenza e una figlia insieme, lei aveva incontrato un altro ed era andata via con la bambina. Di tanto in tanto, una foto su Facebook riportava alla mente di Marco quella vecchia amicizia. In quelle immagini aveva cercato di rivedere il ragazzo spensierato e chiacchierone, l’amico che faceva baruffe con le dita, ma non c’era più. Al suo posto c’era un giovane uomo con le tempie diradate, che si faceva ritrarre senza fissare l’obiettivo, compiaciuto di condividere la propria ordinarietà. Lo stare abbastanza bene. L’essere abbastanza contento. La birra arrivò in un bicchiere di venti centimetri, aveva il colore del grano e due dita spesse di schiuma. — Marco, sei tu? Sono Anna. In piedi, a pochi passi dal tavolo di Marco, c’era la coppia che aveva notato all’ingresso. La donna, che prima non aveva potuto osservare perché di spalle, lo scrutava con aria incerta e attendeva una risposta che potesse sciogliere il suo dubbio. Indossava una camicetta nera con un motivo di foglie d’Autunno e i capelli, dello stesso colore di quella stagione, erano raccolti in una treccia mezza scompigliata, che le scivolava sulla spalla fino al petto. Marcò balzò su dalla sedia e le diede un bacio sulla guancia, lei sorrise e lo abbracciò, lui la strinse forte a sua volta e chiuse gli occhi. Subito gli introdusse l’uomo che era con lei, il suo compagno, Luca, che lo salutò con un sorriso gioioso. Sembrava un tipo simpatico. Pur avendo almeno dieci anni in più di Anna si mostrava molto a suo agio con lei, forse per via del carattere gioviale o ancor di più del taglio, moderno ma non da ragazzino. Corto sui lati, senza arrivare alla rasatura, e pettinato in modo naturale come se avesse semplicemente passato una mano tra i capelli. In più era brizzolato, particolare che gli conferiva un tono serio e brioso allo stesso tempo. Marco insistette per averli al tavolo con lui e i due, dopo qualche resistenza iniziale, accettarono. Fece cenno al barista con la testa a palla di portare tre birre, che arrivarono subito. — Incredibile! Saranno cinque o sei anni che non ci incontriamo, e ci rivediamo per caso in questo posto — disse Anna rivolgendosi a Marco. — E pensa che è la prima volta che ci vengo. Comunque, sono passati sette anni da quando hai lasciato la Sicilia. — Sette! — E meno male che è partita, altrimenti non ci saremmo conosciuti, — commentò Luca sorridente. — Però mi ha parlato di te. —Davvero? — Sì. Eravamo fidanzati da poco, parlavamo delle storie passate e roba così. Sai come ti aveva definito? — Dai, ma che racconti, ti prego, ti prego… — Il primo amore sfolgorante. — Voglio sprofondare. Luca proruppe in una risata allegra e le prese la mano. Lei avvicinò la sua alla bocca e fece finta di morderla. — Sfolgorante? — Sfolgorante! Sono le sue parole. — Ecco perché con me portava sempre gli occhiali da sole. — Doveva essere proprio bella cotta. — La finite di prendermi in giro? Era solo un modo di dire, e mi è uscita così, scusate se non uso parole banali, ed ero giovane, e da giovani qualsiasi cosa è… — Sfolgorante, — concluse Luca. — Non fare l’imbronciata, su. Ah mi fai il dito medio? Però lo vedo che sghignazzi, ammettilo che ti ho fatto ridere. Dammi un bacio. No? Va bene la smetto. Sai Marco, quando faccio queste battute poi me la fa pagare di brutto. — Ci credo, già a scuola era così. — Vi siete conosciuti lì, vero? — Sì, ma ci siamo messi insieme dopo il liceo. — Già, a scuola lo evitavo sempre. Mi sembravi uno strano, prima di stare con me eri sempre con quel tuo amico, come si chiamava? — Piero. — Ecco, Piero. Volevano aprire un locale insieme con musica dal vivo o qualcosa del genere. — Una Rock House, principalmente con gruppi emergenti e tanta birra. Era un bel sogno. Ma i sogni senza la volontà di realizzarli sono ben poca cosa. — E ti senti ancora con lui? — Non più da quando si è trasferito a Treviso. So che ha fatto una figlia, è stato mollato e a venticinque anni ha perso la maggior parte dei capelli. — Musica a parte, una vita da rocker. — Ma dai adesso dimmi qualcosa di te. Lavori? Hai la ragazza? [continua]
  6. Alienik

    Come gli uccelli (Parte 2)

    Nota "tipografica": nei dialoghi dovresti usare il tratto lungo "–" non il meno "-". E solo all'inizio della battuta. Non mi convince. I dialoghi sono buoni. Qui però ho avuto qualche difficoltà a riallacciarmi al discorso precedente e capire che parlavano del tè. Rimasero lì a bere ancora un bel po'. No qui non mi piace. Da riformulare o tagliare. Rileggendo, tutta questa parte non mi convince. Da semplificare, poco leggibile. Ho provato a riformularla per darti uno spunto. Numero uno. Per esteso. Il parto avviene a partire dalla testa, così sembra che sia nato al contrario. Un bambino in posizione podalica è una condizione pericolosa. A meno che non sia una "particolarità" voluta visto il seguito. Anche in questa parte c'è da fare un po' di lavoro sugli incisi. Anche questa è scritta bene non ho particolari commenti. Si aspetta il seguito con curiosità
  7. Alienik

    Come gli uccelli (Incipit)

    Ok qui sono fastidioso: le maree sono causate principalmente dalla luna, quindi non riesco a immaginare una notte completamente buia. Lo so, è cercare il pelo nell'uovo, non mi odiare Trovo che questa parte sia scritta molto bene. Il lettore viene messo lui stesso in viaggio, e viene proprio voglia di andarci a Madera. Inoltre Arvo è introdotto in modo molto pertinente. Ci mostri tanto di lui dicendo molto poco. Forse meglio "scritta"? Questa descrizione mi pare un po' generica. Qualsiasi vita è fatta di colpi di scena, ghirigori e tutto il resto. Visto che questo Arvo è un personaggio così particolare, cercherei dei termini più caratterizzanti. Ghirigori? Ok ci può stare anche se non mi convince. Forse più che espressione, "estensione" può rendere meglio? Molto bello. È scritto tutto molto bene. Il testo è evocativo e incuriosisce. Più si legge più si vuole conoscere la storia di Arvo. Come ti hanno fatto notare c'è da lavorare un po' sugli incisi. Complimenti
  8. Alienik

    La pasta col ketchup [2/4]

    È proprio un horror. Malata, non so. Malata mi fa pensare a qualcuno debole, quindi che si trattiene abbastanza. Forse: "Come una dipendenza" ? Avevo detto che il personaggio è un po' stereotipato, e ci sta tutto. Penso che ogni italiano si senta coinvolto, soprattutto quando gli toccano la pasta. Non ho particolari commenti. Questa parte è davvero divertente, bravo
  9. Alienik

    La pasta col ketchup [1/4]

    Bel titolo Mi sembra superfluo. frase fatta. Intendi Skavsta o la Svezia? In questo caso, Paese. La lettura mi è venuta un po' pesante, semplificherei. In generale, non mi convince questa parte, una carrellate descrittiva con troppe immagini così in sequenza. sono qui. Mi ha fatto sorridere Mi è piaciuto. Si percepiscono le impressioni del protagonista. Ho qualche dubbio sulla punteggiatura, troppi due punti e punto e virgola, ma forse è una questione di gusti personali. La scrittura è pulita e la narrazione fila bene. Il protagonista mi sembra la figura di un italiano un po' stereotipata, ma vediamo che succede, continuo
  10. Alienik

    La cosa più grossa

    A me è piaciuto molto e penso sia scritto davvero bene. Non è un racconto in senso classico, è chiaro. Ma fin da subito mi sembra di avere di fronte un ragazzino delle medie, forse un po' meno sveglio, un po' meno "normale" degli altri, che racconta un (apparentemente) tipico episodio scolastico. E dal suo punto di vista così "bamboccione" emerge una storia orribile. Penso che se a uno studentello chiedessi di raccontarmi qualcosa, lo farebbe esattamente così: ripetizioni a valanga e un flusso di informazioni continuo e disomogeneo. Mi è piaciuto perché non penso sia facile scriverlo, e comunque c'è del lavoro dietro. Detto questo qualche punto in posizione strategica l'avrei messo. "L'ho telefonato" è un meridionalismo che conosco abbastanza, però in genere chi lo usa poi non si esprime con termini come "trafelato". In effetti alle medie dovresti parlare di professoressa non di maestra. Mi è venuto in mente che comunque potresti sfruttare questa cosa per caratterizzare ulteriormente il personaggio, facendogli dire qualcosa come "la maestra, che poi alle medie si chiama professoressa, ma io a volte ancora mi confondo a chiamarla così, la maestra, dico, la professoressa, ogni volta incaricava uno di noi, “Portare i compiti a casa di un compagno malato è importante, tutto dovete farlo”. Scusa, è un'idea che mi è balenata così. Complimenti e a rileggerti
  11. Alienik

    Consiglio su Incipit

    Ciao ragazzi, ho rimaneggiato questo incipit così tante volte che adesso non riesco più a capire cosa (e se) funziona e non. Ne riporto tre versioni, datemi una mano A Francesca non piaceva vedermi fumare e mi chiedeva sempre di smettere di annerirmi i polmoni in quel modo. Io le dicevo che le persone, ossessionate dal mito della giovinezza e della salute, stavano perdendo il contatto con la natura effimera delle cose. Per rimanere vivi bisognava sporcarsi. Lei ribatteva che mi sporcavo troppo spesso. Francesca mi chiedeva di continuo di smettere di annerirmi i polmoni con le sigarette. Io le spiegavo che l’ossessione per la salute e la giovinezza faceva perdere il contatto con la natura effimera dell’esistenza. Invece, l’unico modo per rimanere vivi era sporcarsi. Lei ribatteva che mi sporcavo troppo spesso. Francesca mi chiese quando avrei smesso di annerirmi i polmoni con le sigarette. Io le dissi che l’ossessione per la salute le faceva perdere il contatto con la natura effimera delle cose. Per rimanere vivi bisognava sporcarsi. Lei ribatté che mi sporcavo troppo spesso.
  12. Alienik

    Mary Rose

    Per gusto personale non amo le frasi impostate così, preferirei "MR arrivò" o "vidi arrivare MR" Dovresti provare a mostrare la bellezza senza dichiararla così esplicitamente. Ad es. con la caratterizzazione che fai dopo Forse sbavato, sbafare ha un altro significato In questo modo sembra che li esibisca volontariamente. Se invece è un fatto accidentale, in seguito all'essersi tolta la maglia, direi qualcosa tipo "non curante" me l'ero immaginata giovane Questa frase non mi convince, non so, c'è qualche forzatura. Uno stacco troppo netto tra la lingua, l'essere californiana e lesbica. In generale il primo paragrafo è quello che rivedrei di più per renderlo più fluido. toglierei la virgola Non so se parlare di subcultura in ambito sessuale sia l'espressione più idonea, è un dubbio che mi è venuto leggendo Taglierei Cercherei un'espressione meno abusata. Es.: irriverente, sfacciata? Semplificherei. Magari il secondo "uomini" puoi cambiarlo in "maschi" Anche qui semplificherei: e tutta la sua serenità interiore si sfaldava Questa parte finale è quella che mi è piaciuta di più. Non è scritto male, più che altro semplificherei alcune parti. Sarebbe interessate leggere il contesto generale in cui si inserisce il frammento. A rileggerti
  13. Alienik

    Come baciano le streghe

    Grazie @lucille94 Esatto Volevo che il mistero fosse più sul come non sul chi. Laura è supina. Anche io ho riflettuto sulla chiarezza di questa parte, forse si può intervenire per renderla più diretta ed efficace. Grazie davvero per aver letto e commentato
  14. Alienik

    Come baciano le streghe

    @Roberto Ballardini Verissimo Giusto. Grazie di aver letto e dei suggerimenti! @Claudia87 È una cosa a cui ho pensato anche io, forse in fase di revisione dovrei attenzione di più questa parte. Ti ringrazio @Matt_Verba In parte hai ragione ma non direi proprio "pubblicitario". Nel senso che la città, nelle mie intenzioni, ha un suo peso nella storia. Mentre scrivevo immaginavo Erzia, con le sue storie e leggende, quasi come il terzo personaggio del racconto. Grazie per aver letto e commentato
  15. Alienik

    Come baciano le streghe

    ciao @Ella F. grazie di aver letto e commentato Il fatto è che non puntavo su questo colpo di scena. Ho cercato di creare, invece, un'atmosfera misteriosa. Sono contento che tutto sommato il giudizio sia positivo. Terrò conto delle tue osservazioni. Grazie!
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