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Federica24

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  1. Federica24

    Piacere Piacerissimo

    Grazie
  2. Federica24

    La Fata Strappata

    La confusione tra la verità e la distorsione è ricercata. Poi ovviamente ognuno ha i propri gusti, ci mancherebbe. Riguardo all'oggettività dei fatti, io non ho mai avuto la convinzione che ci sia una universale oggettività dei fatti, anche perchè sta parlando la morta. Questa è quindi la sua oggettività. Inoltre, chi mai potrebbe assicurare che ciò che per me è oggettivo lo sia anche per te? Tu per esempio metti in dubbio che questa donna sia stata uccisa per sola colpa del "mostro", giusto? oppure non si capisce che c'è un assassino? Questa tua visione è oggettivamente tua ma non oggettivamente mia. Non è vero che lei non abbia avuto dei dubbi, infatti scrivo: "È questo il problema, le parole ormai sanno usarle tutti e io ti ho poi creduto. Non si può, no, non si può pronunciare così tante volte quella parola, amore e ancora amore, e per quella stessa parola tutto il resto…ma ormai tutti sanno parlare e io ti ho creduto." "Avevo sbagliato qualcosa, te lo chiedevo ma tu non rispondevi mai, non so, forse il tono, lo sguardo, il movimento delle mie mani, i vestiti, i sorrisi, la serietà e un po’ di gioco." Mi fa piacere ti sia piaciuta l'ultima frase. A rileggerci
  3. Federica24

    La Fata Strappata

    No, ho sbagliato, scusate, la mia risposta è per @Tiferet. Sono così sbadata
  4. Federica24

    La Fata Strappata

    @Ginevra Prima di tutto "grazie", soprattutto per aver evidenziato gli errori, non ci avevo fatto caso. Adesso cercherò di spiegare ciò che non è chiaro. Inizio il racconto in quarta perché quella marcia è funzionale a tutto il resto, almeno per me. Il non respiro, come hai scritto tu è quello che io volevo. Chi sta parlando è una donna già morta, e sparpagliare momenti di confusione all'interno del racconto rende l'idea della sua confusione mentre viveva quell'esperienza. La confusione che hai letto e provato tu, è quella che io volevo sentissi. Ho creduto, mentre scrivevo, e ho continuato a credere tutte le volte che l’ho riletto, che rendere più chiaro l’inizio avrebbe reso ovvie troppe cose, troppo presto. "Se tu mi avessi chiesto di spiegartela quella verità, io avrei accettato di farti del male con molta felicità." Se la verità è peggiore della bugia, per lei fare del male all’uomo che l’ha uccisa sarebbe stata la più bella e soddisfacente felicità. Sì, introduco l’elemento del suicidio, non posso renderlo concreto perché non ha nulla di concreto, il suicidio di cui lei parla, un suicidio non compiuto, è una dichiarazione di ribellione, è una vittoria. Lei non si è uccisa e spiego sia il perché lui potesse credere che lei lo avrebbe fatto, sia perché lei non lo ha fatto. “ e gli altri lo sanno sempre prima di tutti gli altri ancora.”, quando ho scritto questa frase che è la conclusione di una parte del racconto dove lei parla della sua sofferenza rapportata agli altri, ho pensato che… beh gli altri lo sanno sempre prima di tutti gli altri ancora. I consigli che vengono dati, alcune volte, sembrano innati, già presenti e quindi prefabbricati, decontestualizzati. “Ma lui non sapeva di cosa parlava, perché nessuno deve sapere che non sanno di cosa parlano” la paura momentanea della verità. “Strappati” dal punto di vista psicologico e dal punto di vista fisico. Alcune volte esagero con le ripetizioni, ridondanze, è vero. Devo capire quando limitarne il numero. Grazie ancora
  5. Federica24

    [MI 34] Un mondo senza morte

    va bene, scusate.
  6. Federica24

    La Fata Strappata

    http://www.writersdream.org/forum/topic/18825-mi-34-un-mondo-senza-morte/ La fata strappata Non conveniva rimanere. Il tempo è distante, la gola è secca, non conveniva rimanere. Ogni vita, falsa per quanto sia, nasconde un filo di verità peggiore della sua bugia. Se tu mi avessi chiesto di spiegartela quella verità, io avrei accettato di farti del male con molta felicità. Mi avresti ringraziato, lo so, come fanno i clienti con i camerieri dopo che la cena è stata servita. Lasciando perdere i finti buonismi e le belle parole, mi è scoppiata la testa. Mi scoppia la testa, dicevo, mi scoppia la testa. Qualcuno cercava di consigliarmi con tanto amore, mi scoppia la testa, dicevo. Ma nessuno sapeva che io intanto ero già scoppiata, che le mie viscere erano sparpagliate per terra, e io per colpa del mio sangue, dopo pochi minuti, sarei scivolata. Non mi sono uccisa, te l'aspettavi? Ti aspettavi che non mi sarei uccisa? Troppo debole, troppa persa dentro i meandri del mio idealismo. La concretezza perde anche di sostanza fra le mie mani, come te che impazzivi tra le mie mani. Quante bugie ti sei raccontato, e io...mi piacevano le tue bugie. In fondo, era solo un po' d'amore, chi ci avrebbe mai fatto i conti con un po' d'amore? Quel poco che ti rende più allegre le giornate, nulla di che! Mi dicevi che non avrei mai capito che tutto quello che immaginavo, non c'era. Poi però l'ho capito, anzi no, poi ho capito che quello che ancora esiste è solo quello che ho immaginato. L'unica cosa che rimane in questi casi, è solo quello che io ho creato, tu hai creato, tutti gli altri hanno creato. Non ha alcuna importanza il poter vedere, il poter toccare o sentire. Perché tanto quello che rimane è ciò che io ho ancora nella mia testa. Ieri sono scivolata sulle mie viscere e sul mio sangue, con piacere ti avrei portato giù con me, non per farti sentire il dolore, ma solo per farti conoscere il loro sapore. Senza di me, senza di me...dove saresti senza di me? Sotto un ponte, poi in fondo l'acqua. Sono bravi gli altri, sempre più bravi di me che non capivo niente. La lucidità del pensiero, e non ho neanche pianto mai. Piangerei, Dio se piangerei, ma grido, urlo, impazzisco, mi frantumo e tu intanto stai lì, ti vedo, ogni giorno, lo sai che ti vedo. «Come stai oggi?» mi ha chiesto mio padre, qualche giorno fa, entrando nella mia stanza dopo aver bussato. «Bene!», dissi sorridendo. Lui ha fatto un piccolo movimento con la testa, non era molto sicuro che fossi sincera. Mio padre è come me, si illude di sapere sempre tutto, e sapeva che se avesse insistito io gli avrei urlato contro. Probabilmente avrei semplicemente urlato, non riuscendo a piangere. Soffrivo per un po' di stupido amore, che c'era da aggiungere alle urla? Avrei smesso me lo dicevano tutti, avrei smesso di soffrire con il cuore in gola, i polmoni poco dediti al respiro e il sangue che forse aveva solo paura di fare troppo rumore, lo sapevano tutti. Avrei smesso perché non ne valeva la pena, e gli altri lo sanno sempre prima di tutti gli altri ancora. È dolce il silenzio se poi c’è solo il fruscio del vento e qualcosa appare e scompare dall’angolo della porta. Forse le mie parole, quello di cui ci si pente. Stai tranquilla, mi ha detto mio padre, non sei la prima e neanche l’ultima. Ma lui non sapeva di cosa parlava, perché nessuno deve sapere che non sanno di cosa parlano. Non mi sono uccisa, anche se dicevi che forse l’avrei fatto. Non mi sono uccisa, anche se alcune volte dicevi che sono pazza e per te i pazzi poi si uccidono. Ho inciampato, ci siamo scontrati, è stato indolore, i tuoi occhi e persino le tue mani, è stato indolore, credo si potesse chiamare innamoramento, non amore, ma innamoramento. Il colpo di fulmine, il fulmine in piena fronte e poi ha piovuto senza ritegno. Abbiamo scoperto presto che credere a qualcuno è facile, soprattutto se si è già un po' strappati perché ogni scorcio di vita sembra paradiso. Tu eri il mio paradiso, ma non ti dicevo mai "ti amo", non lo urlavo, forse mi capitava di sussurrartelo così piano che dovevi guardare le mie labbra per essere certo che stessi pronunciando quelle parole. Per un po', ricordo benissimo, la tua macchina fu il posto più comodo per fare l'amore o sesso, fai un po' tu. La differenza non sto qui a spiegartela. Tu hai giurato di amarmi. Fosse questo che all'improvviso rende complici, dirsi quanto ci si ama e fare l’amore o sesso, fai un po' tu. Se bastasse questo c'è chi assapora la complicità dopo 40 secondi di qualcosa che non ha neanche percepito. Ecco, io ho avuto i miei 40 secondi ma sono stati di altro genere. Sono passati come passa l'inverno, come i miei passi su un filo che non c'è. Quei 40 secondi dove io ti ho sentito mio e poi non sei stato più nessuno, dove tu sei sparito e mi hai odiata perché gli amori falsi si odiano, questo io ero. Il falso amore si odia e si strappa via senza rispetto, questo io ero. Giù la maschera e su le armi. E così, in 40 secondi sono diventata una nemica da combattere. Una nemica che è troppo forte, più forte e ancora più forte in silenzio piuttosto che con le parole. Tutto di me non andava bene, io non andavo bene. Avevo sbagliato qualcosa, te lo chiedevo ma tu non rispondevi mai, non so, forse il tono, lo sguardo, il movimento delle mie mani, i vestiti, i sorrisi, la serietà e un po’ di gioco. Sta zitta, mi dicevi, zitta, mi dicevi. E io stavo zitta, mi mordevo la lingua e stavo zitta, zitta. La tua guancia sulla mia guancia, il tuo respiro, io tenevo gli occhi aperti, perché con gli occhi chiusi si ha più paura, lo sanno tutti. Ci siamo strappati in 40 secondi, io ti ho strappato via da me, e ti ho ascoltato dirmi, con gli occhi gonfi di rabbia e non di pianto, di rabbia urlare «amore nessuno mai mi ha amato come te, amore non lasciarmi amore, amore, amore, amore…». Sprofondavi di questo tuo profondo amore, così profondo che io sola dovevo sprofondare e io sola essere punita. È questo il problema, le parole ormai sanno usarle tutti e io ti ho poi creduto. Non si può, no, non si può pronunciare così tante volte quella parola, amore e ancora amore, e per quella stessa parola tutto il resto…ma ormai tutti sanno parlare e io ti ho creduto. Io urlavo ma non faceva differenza. Nessuno sentiva e tu non c’eri, qualcun altro ma eri proprio tu così camuffato dentro quegli occhi. Sei sempre stato tu, avevi ragione, io non avevo ben capito, che avevi ragione. Non mi sono mai neanche preoccupata di dare la colpa a qualcuno, non mi sono preoccupata perché piena di coraggio sono scappata via. Qualcuno mi diceva che sarebbe passata, non dovevo preoccuparmi, ero al sicuro ma ti vedevo sempre, ovunque, eri ovunque e quell’amore poi l’ho dimenticato. Il fruscio del vento, il rumore della pioggia, una mosca, il canto degli uccellini, non erano questi i veri rumori, eri tu, l’ombra dietro la mia porta, non erano le mie parole. Peccato che sul mio sangue non sei scivolato e che la paura mi ha impedito di muovermi. Peccato che tutto è finito troppo lentamente. Peccato che non ti ho potuto guardare morire come tu hai guardato morire me. Io nella mia testa correvo già, andavo via e mi salvavo da te e da quel tuo…qualsiasi cosa fosse, odio, qualsiasi cosa fosse. Pensavi mi sarei uccisa, vero? Pensavi che mi sarei uccisa ma io a casa mia stavo bene, senza di te stavo bene. E me li ricordo ancora i miei pensieri e i racconti del vero amore, come quello tra mio padre e mia madre, me li ricordo ancora, mentre ridevano nascosti nella loro camera, loro ridevano con dolcezza. La differenza fra una carezza e uno schiaffo, un pugno. Io pensavo fossimo una carezza, di quelle leggere come un soffio, che fanno sorridere e chiudere gli occhi, di quelle leggere come un solo piccolo bacio sulle labbra. Un solo piccolo bacio sulla guancia, leggera carezza. Noi non eravamo la carezza, noi non eravamo niente. Noi, tu, tu sei stato lo schiaffo, il pugno. Non eri il mio bene, credevi mi sarei uccisa, perché io ero pazza. Mi hai finita e strappata così non avrei più fatto nulla, né parlato o pianto, e sulla mia pelle non ci sarebbero stati più lividi e non avrei più messo le mani sul mio viso, e sulle mie orecchie. Non mi sarei chiusa in bagno per evitare che tu mi uccidessi prima di adesso. Non sarei più corsa fuori dalla porta di casa, e non sarei più scivolata giù dalle scale dandoti la scusa più vecchia del mondo. Non mi sarei strappata in mille pezzi e gli occhi sarebbero rimasti vitrei. Sono tua, pensi, per sempre tua, senza dolore, senza rumore, così come tu mi vuoi, morta. Un giorno hai cominciato a sorridere perché nel tuo gesto non ci sono stati errori. L’incapacità di intendere e di volere, il rito abbreviato, la buona condotta, l’aria ti arrivava sulla faccia come la cosa più dolce del mondo, e il respiro più lungo di tutta la tua vita. Lo dicevo io che mi sembrava troppo quell’amore, e a un certo punto ho desiderato che bastasse un “ciao” detto con decisione per mandarti via e farti sparire come se io fossi una fata. Sì, una fata. Ero una fata e i mostri uccidono le fate. Adesso però, rido adesso, perché sei finito sotto terra anche tu, nessun fiore, nessun perdono, sputano sulla tua bara. È stata un’altra fata che sapeva già un po' di verità e che, in questo inferno, i mostri si nascondono bene. Un’altra fata uguale a me, lo stesso amore, lo stesso cuore, lo stesso fiato nei polmoni e sangue nelle vene. Gli occhi, solo gli occhi sono diversi, anche lei strappata come me. Sei scivolato sul suo sangue e hai battuto la testa.
  7. Federica24

    [MI 34] Un mondo senza morte

    Ciao, c'è qualcosa che non mi convince. Il modo in cui la protagonista spiega agli alunni quello che è stato, mi ha fatto credere di trovarmi ad una lezione universitaria. Le parole che usa mi sembravano adatte a quel contesto e lì ho collocato la scena. Cominciano a parlare gli alunni e il registro linguistico cambia totalmente quindi mentre seguivo il discorso mi dicevo "ho sbagliato, non ho capito niente". Non è una critica alle parole usate, ma se i bambini/ragazzi, comprendono la prima parte della lezione della professoressa, perchè poi si esprimono a quel modo? Sembra quasi che gli alunni che la ascoltano non siano gli stessi che poi intervengono. La trama è troppo piena per buttarla via in un racconto, secondo me potresti dilatare con minor fretta il momento in cui lei perde coscienza o ritorna in se, la morte del figlio, le idee del dottore e del marito, ed evitare quindi di risolvere tutto in due lettere. Anche perchè il trauma che lei subisce e il modo in cui si manifesta è invece perfetto e credibilissimo e la credibilità, secondo me, è una manifestazione dell'assurdo. Spero di esserti stata utile. Federica
  8. Federica24

    Piacere Piacerissimo

    Scusate, sono una frana con le presentazioni, ricomincio da capo Salve a tutti, sono Federica, ho 24 anni, scrivo, abito, vivo e studio a Catania. Frequento la facoltà di lettere e filosofia, corso di laurea in lettere moderne. Adesso ricomincerei a scrivervi dell'amore per la scrittura, è quello che faccio e voglio continuare a fare, indubbiamente non potrei non parlare di questo parlandovi di me. Prima dei 14 anni mi limitavo a leggere e ciò che scrivevo aveva un fine non propriamente reale, perchè ne rimanevo al di fuori. Dopo mi sono ritrovata a leggere con attenzione una frase che Svevo lascia pronunciare al Dott. S, ne La Coscienza di Zeno, " Scriva! Scriva! Vedrà come arriverà a vedersi intero.". Ho scoperto che la scrittura in tutto quell'intero di intero non ha nulla, ed è straordinario. Meglio di così non so fare
  9. Federica24

    Un edito inedito?

    loro specificano che non accetteranno nessun romanzo che sia stato pubblicato, anche se e-book, con o senza codice a barre. Avete ragione, sicuramente chiedere a loro, spero solo di riuscire ad essere chiara, sia la cosa più corretta da fare. Grazie
  10. Federica24

    Piacere Piacerissimo

    Grazie , Sono assolutamente d'accordo con te, in questo caso però sì, ho utilizzato il termine nella sua accezione negativa.
  11. Federica24

    Piacere Piacerissimo

    Vi ringrazio tutti,
  12. Federica24

    Un edito inedito?

    Ho un problema/dubbio/domanda. Devo partecipare ad un concorso, ovviamente il testo deve essere inedito, ma voglio, ne sento la necessità, far partecipare al suddetto concorso un romanzo che ho pubblicato e-book. Questo lo rende quindi un edito, ma io l'ho modificato, ne ho modificato il titolo e la struttura, ho modificato alcuni capitoli, altri li ho cancellati e ne ho aggiunti di nuovi. Vi sono dei casi in cui quindi un testo edito può diventare nuovamente un inedito?
  13. Federica24

    Piacere Piacerissimo

    Salve mi chiamo Federica. Ho 24 anni e scrivo più o meno da quando mi sono ritrovata in me. Mi sono accorta con il passare del tempo di ciò di cui vi siete, ovviamente, resi conto tutti, la profonda difficollà nel fare quello che amiamo fare. Un po' confusi tra una passione che rimandendo tale straripa e la paura che forse si debbano fare dei compromessi. Ho fatto l'errore, se così può chiamarsi, che hanno fatto in molti, ho pubblicato a pagamento, inutilmente, con Aletti Editore. Ho partecipato a dei concorsi sia per romanzi che per racconti. Una volta mi hanno anche chiamata facendomi i complimenti per come scrivessi bene, chiedendomi se volessi scrivere altro per loro, partecipando pagando a una antologia, ho detto no. Mi è stato risposto che ormai tutti pagano ma potevo, certo, rimanere con questa illusione. Erano così veri quei complimenti che il mio racconto non è arrivato neanche fra i primi 50. Il non vincere non mi ha fatto mai pensare che sia una idea sbagliata quella che mi fa credere di saper solo scrivere e di non saper fare altro.
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